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PIETRO LAUREANO

_ ATLANTE D’ACQUA
Conoscenze tradizionali
r' per la lotta alla desertificazione
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X ” "

Dovuta alle variazioni climatiche e alle atti­


vità umane, la desertificazione è tra i pro­
blemi più gravi che affliggono il genere
umano: direttamente, nei circa n o paesi
in cui la deforestazione, il sovraccarico
pastorale e le pratiche agricole inadatte
sono all’origine di un rapido processo di
degradazione dei suoli; indirettamente, nel
resto del mondo, con la perdita di risorse e
di biodiversità che la desertificazione com­
porta, e con le tensioni economiche, sociali
e politiche che provoca.
Portata all’attenzione della comunità in­
ternazionale dalla conferenza di Rio de
Janeiro del 1992 (Unced), la desertificazio­
ne è da qualche anno oggetto di molteplici
ricerche incentrate sul riconoscimento del­
la validità delle tecniche tradizionali grazie
alle quali nei secoli le comunità locali han­
no saputo adattarsi ad ambienti ostili. Se si
considera che il fenomeno interessa ormai
circa il 30 per cento della superficie terre­
stre e che negli ultimi decenni nel mondo è
andato perduto l ’equivalente della intera
superficie coltivata degli Stati Uniti, si
capisce l ’importanza e l’urgenza del pro­
blema affrontato in questo nuovo libro di
Laureano.
Nel quadro di una riflessione che non isola
mai il fatto tecnico dal contesto sociale e
culturale di cui fa parte (contrariamente
alle tecniche moderne applicate dall’ester­
no a ogni tipo di situazione, con effetti
distruttivi delle risorse e delle società) quel
che Laureano propone con ricchezza di
esempi abbondantemente illustrati non è
una rivalutazione romantica delle tecniche
tradizionali in quanto tali, bensì un model­
lo o meglio una serie di modelli di sviluppo
locale che legano la soluzione del problema
dell’acqua alla coesione e all’autorganizza-
zione delle società sia rurali sia urbane.
L
vi Prima edizione settembre 2001
bi
ui © 2001 Bollati Boringhieri editore s.r.l., Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86
I diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o parziale
in con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati
pa Stampato in Italia dalla Stampatre di Torino
so isbn 8 8 -3 3 9 -13 15 -5

de La presente opera, già apparsa nelle edizioni catalana, francese, inglese e spagnola (Laia Libros. Barcelona 1999),
re; si pubblica qui in una nuova versione interamente rifatta
di
po Le fotografie sono dell’autore; le carte di diffusione e la maggior parte dei disegni al tratto sono stati eseguiti
ep da Daniela de Michele

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Indice

11 1. Il ciclo della vita


L ’enigma dell’acqua, 13 Le tecniche tradizionali, un sistema di scienze locali, 19
Formazioni socioculturali e intensificazione nell’uso delle risorse, 27

31 2. Cacciatori-raccoglitori
Nomadismo migratorio, 33 Armi, utensili e trappole, 36 Superfici e cumuli
di pietre, grotte, fuoco, acqua, 37 Drenaggi e labirinti, 4r Donne, conoscenza
delle piante e prime coltivazioni, 43

47 3. Coltivatori-allevatori
La grande trasformazione neolitica, 49 Sedentarizzazione senza agricoltura, 32
Terra e acqua: origine della civiltà urbana, 54 Dalla capanna alla pietra: i si­
stemi idrici di Beida, 59 Drenaggio, condensazione, raccolta, fertilizzazione:
un sistema polifunzionale, 62

81 4. Agropastori - utilizzatori dei metalli


Nomadismo transumante e guerriero, 83 Le porte delle acque del cielo, 87 Ci­
viltà delle acque nascoste, 10 1 Condensatori, pozzi atmosferici, muri di cap­
tazione, 107

121 5. Oasi
Il ciclo autopoietico, 12 3 Le miniere d ’acqua, 13 3 La struttura dell’oasi, 14 1
Genealogia idrica, 144 II grande nomadismo carovaniero, 147

153 6. Ecosistemi urbani


Complessità e stratificazione, 155 Società delle acque, 156 Comunità di gestio­
ne delle piene, 169 La madre delle cisterne, 178 Acqua e forma urbana, 19 1

203 7. Tecniche idriche e costruzione del paesaggio


Permanenza delle tecniche tradizionali nel Mediterraneo, 205 Strutture idrau­
liche del subcontinente indiano, 219 Le piramidi d’acqua degli antichi maya, 222
Conoscenze locali nelle società idrauliche: la Cina, 228

235 8. Crisi idriche e declino delle civiltà


Ripartizione dell’acqua e cambiamenti climatici, 237 Deserto e desertifica­
zione, 239 Catastrofi, shock culturali ed esodi urbani, 247

251 9. La conoscenza tradizionale per un nuovo paradigma tecnologico


Interesse e studi sulle conoscenze tradizionali, 253 Critiche e pregiudizi sulle
conoscenze tradizionali, 255 La tradizione come sistema dinamico che incor­
pora l’innovazione, 263 II futuro della tradizione, 270 7
1
279 Repertorio tipologico delle conoscenze tradizionali
Cacciatori-raccoglitori, 281 II sistema delle conoscenze tradizionali, 282 Dagli
argini ai labirinti idraulici, 284 Coltivatori-allevatori, 287 II sistema delle co­
noscenze tradizionali, 288 Dalla cavità naturale agli ambienti ipogei, 290
L ’insediamento stabile: dall’abitazione circolare al villaggio, 293 G li insedia­
menti protourbani: dall’abitazione quadrata ai villaggi agglutinati, 296 Agro­
pastori, 299 II sistema delle conoscenze tradizionali, 300 Dispositivi di cap­
tazione e conservazione dell’acqua, 302 Dalla capanna africana ai sistemi di
condensazione e ai monumenti megalitici, 305 Tipi di urbanizzazione della morfo­
logia idroagricola, 3 16 Impianti urbani fondati sull’organizzazione idrica, 3 18
Oasi, 3 2 1 II sistema delle conoscenze tradizionali, 322 Creazione di fertilità
in ambiente arido, 324 Dispositivi di organizzazione idrica, 328 Ecosistemi
urbani, 3 3 1 II sistema delle conoscenze tradizionali, 332 II sistema ipogeo, 334
Dalla grotta all’architettura, 342 Dalla raccolta d’acqua agli ecosistemi urbani:
l’agricoltura nabatea, 347 I sistemi idrici di Petra, Shibam e Thula, 349 Co­
noscenze locali nelle società idrauliche, 353 La diffusione delle conoscenze lo­
cali, 354 Strutture di raccolta, purificazione e gestione dell’acqua in India, 356
Le oasi di foresta pluviale precolombiane, 358 Evoluzione delle strutture ipo­
gee in Cina, 360 II nuovo paradigma, 363 Desertificazione e degrado dei suoli
nel mondo, 364 II ciclo dell’acqua, 370 Sistema tradizionale complesso: il mo­
dello dell’oasi, 3 7 1 Sistema tradizionale complesso: l’ecosistema di Shibam, 372
Sistema tradizionale complesso: l ’ecosistema di Matera, 373 II modello tra­
dizionale per un nuovo paradigma tecnologico, 374 Tecnologìe e progetti appli­
cativi riuso di tecniche tradizionali, 375 Acqua dall’atmosfera, 376
Energia dal sole, 378 Terra fertile dal riciclo, 380 progetti per un mondo
sostenibile , 383 Progetto di un complesso residenziale ecologico a Vasteras
(Svezia), 384 Restauro dell’ecosistema della gravina di Palagianello (Italia), 386
Restauro dell’ecosistema ambientale e urbano della città murata di Harar (Etio­
pia), 390 Cronologia delle tecniche idriche secondo le varietà ambientali, 392

393
407 Indice analitico

8
Atlante d’acqua

Ciò che ora rimane, paragonato a cosa esisteva, è come lo


scheletro di un uomo morto di stenti. Tutta la terra grassa
e morbida è stata spazzata via, lasciando lo scheletro nudo
di un paesaggio desolato. Ma a quell’epoca il paese era in­
tatto e tra le sue montagne aveva alte colline coltivabili...
e molte foreste i cui residui sono visibili anche ai nostri
giorni. Ora vi sono montagne che non hanno nemmeno il
cibo per nutrire delle api, ma che non molto tempo fa erano
ricche di alberi, e le travi ottenute abbattendoli per fare i
tetti di grandi palazzi sono ancora intatte... Inoltre tutto
era arricchito dalle piogge annuali di Zeus, che non anda­
vano perdute come ora scorrendo dalla nuda terra fino al
mare; ma il terreno era profondo e all’interno riceveva le
acque conservandole in un suolo grasso e accogliente... Così
ogni luogo era provvisto di sorgenti e corsi d’acqua.
Platone (v sec. a.C.)
A d A stie r, A d o n ai e Jacopo

AVVERTENZA

I nomi d’autore seguiti da data rinviano alla Bibliografia alla fine del volume.
I numeri e le icone collocate in postilla sul margine del testo rimandano rispettivamente alle
illustrazioni dell’apparato iconografico e alle tabelle del Repertorio tipologico delle cono­
scenze tradizionali.
i . Stonehenge (Inghilterra) è il m onumento m egalitico preistorico tra i più noti e studiati. N elle num e­
rose interpretazioni del suo enigm atico significato raram ente vien e dato il giusto rilievo al fa tto che
il com plesso è circondato da un fossato d all’evid en te uso idrico, scavato prim a della m essa in opera
d ei grandi m assi (fig. 2 63). G li stessi circoli d i pietra, realizzati progressivam ente in varie epoche,
non dovevan o apparire com e si presentano adesso. E ran o probabilm ente le strutture d i sostegno di
una copertura circolare lignea con im pluvio centrale. E possibile che le grandi masse di pietra fa vo ­
rissero la condensazione atm osferica e la conservazione d ell’um idità nel suolo. C om e l ’imm agine sug­
gestivam ente evidenzia, il senso del m onumento era quindi legato al ciclo d ell’acqua, alla funzione
d i qu est’ultim a d i catalizzatore tra la sua condizione eterea nel cielo e la sua form a fluida nel suolo.
L ’enigma dell’acqua

Narra la leggenda che Alessandro il Grande, conquistato l ’Egitto, si


recò nei sotterranei della piramide di G iza dove era stata ricavata la
tomba di Ermete Trismegisto, il mitico fondatore della scienza degli an­
tichi. Qui rinvenne una tavola di smeraldo su cui era inciso il segreto
più importante dell’universo. L ’enigmatica scrittura inizia con la di­
chiarazione che «ciò che è in alto corrisponde a ciò che è in basso» e poi
rivela l ’essenza all’origine di tutte le cose descritta con queste misteriose
parole:
Suo padre è il sole, sua madre la luna, il vento la porta nel suo grembo, la terra ne
è la nutrice. Essa genera le opere di meraviglia del mondo intero. Il potere di que­
sta cosa è perfetto. Dolcemente separa la terra dal fuoco, il sottile dal denso.
Ascende lentamente dalla terra ai cieli e ridiscende sulla terra riunendo in sé la
forza delle cose superiori e inferiori.

Il testo, riportato dagli alchimisti medievali come il più importante do­


cumento della tradizione ellenistica, era ritenuto il fondamento della loro
dottrina, ma è stato tramandato senza che nessuno ne chiarisse il signifi­
cato. E considerato, quindi, come una delle tante elucubrazioni affasci­
nanti, ma senza senso, che guidò l ’inutile ricerca della pietra filosofale.
Tuttavia la dottrina degli alchimisti è a torto giudicata una semplice
astrazione esoterica; essa era basata su un duro lavoro sperimentale e,
soprattutto, racchiudeva una massa di conoscenze enormi, parte del sa­
pere accumulato nella tradizione durante la lunga storia dell’umanità in­
tera. Sulle stesse basi si è costruita la scienza moderna che, nonostante
i suoi innegabili successi, costituisce ancora un sottile recente strato della
lunga e profonda evoluzione culturale umana. L ’eredità tradizionale è
un serbatoio inestinguibile di tecniche, ritrovati e soluzioni; indica per­
corsi di ricerca e direzioni operative diverse da quelle convenzionalmente
imboccate e cela possibilità affascinanti di ribaltamento di modelli d ’esi­
stenza ritenuti consolidati e scontati.
Questo studio compie un’immersione negli abissi di quel passato an­
tico ed esplora usanze e luoghi distanti. Esso nasce dall’esigenza di con­
trastare catastrofi ed emergenze ambientali che dal livello locale fanno
oggi sentire i loro effetti su scala planetaria. Calamità come il cambia- 13
mento climatico, la desertificazione, lo scioglimento dei ghiacciai, la
scomparsa della diversità biologica e culturale, l ’esodo di intere nazioni,
la penuria alimentare, la perdita di ruolo e di identità di fasce crescenti
di popolazione non trovano risposta nella tecnologia moderna che è, per
molti aspetti, proprio la causa di queste situazioni. Organismi interna­
zionali come la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla deser­
tificazione, la Fao, l’Unesco interrogano, quindi, la sapienza tradizio­
nale facendo riemergere correnti profonde della storia e accostando
situazioni disparate e lontane (Unccd, i998ab, i999b-d; Fao, 1997;
Unesco, i994ab). Si rovesciano così convinzioni comuni consolidate sco­
prendo conoscenze e tecniche adattate alle società e all’ambiente dove
si pensavano condizioni primitive e ignare. Si accorciano le distanze.
Nel tempo, perché scoprire che la grande massa delle nozioni e delle pra­
tiche che hanno reso l ’ambiente vivibile e il paesaggio degno di essere
ammirato risale a epoche preistoriche ci rende più vicini ai nostri ante­ 2.

nati e più critici nell’ affermazione del primato della modernità. Nello E ritrea , pendii scoscesi nella
transizione dalle quote elevate
spazio, perché la consapevolezza che in società lontane sussistono saperi d ell’altopiano africano alla costa.
cui dobbiamo fare ricorso dimostra l’importanza della diversità. E , so­ L ’acqua è una costante del paesaggio
sotto form a d i vapore e nubi.
prattutto, si comprende un nuovo modo di concepire la cultura e i suoi L a condensazione della forte
valori: la necessità di considerare la tecnica non separata dal benessere evaporazione del M ar Rosso
per il m ovim ento ascensionale
comune, dall’arte, dal simbolo.
delle correnti atm osferiche
La scienza moderna classifica e separa, la conoscenza tradizionale riu­ determ ina l ’um idità utilizzata
nisce e scorre. La fondazione di un sapere dinamico che riabbracci in un nelle coltivazioni.

14
continuo fluido le singole scienze riconducendole a unità è una possibi­
lità perseguita dalla più avanzata riflessione contemporanea ed era parte
integrante del sistema di pensiero degli antichi. Il filosofo ionico Talete
di Mileto del vi secolo a.C., indicato da Aristotele come il primo a ela­
borare le scienze fisiche, propugnava la materialità della conoscenza e
la necessità di fondarla sulla base dell’unità della natura. Talete, che
aveva viaggiato e interrogato sapienti in Egitto e a Babilonia, indicò
come principio da cui originano tutte le cose l’acqua. Il pensatore greco
è oggi comunemente designato come l’iniziatore della riflessione scien­
tifica poiché, mentre prima di lui per motivare la creazione dell’universo
si ricorreva al mito, egli, spiegando l’origine del cosmo con una sostanza
concreta, la riconduceva a una base materiale e a leggi unitarie del mondo
fisico. Il pensiero di Talete ha, tuttavia, una pregnanza e portata ancora
maggiore.
L’acqua è l’elemento più diffuso del pianeta e certamente il più in­
consueto. Ha un aspetto multiforme, liquido, solido e gassoso. Passa
senza sosta da una condizione all’altra e può anche, con un repentino 2 , 3 7 1
i,

salto di stato, sublimare. E la sostanza che forma gli oceani, permea l’at­
mosfera e determina anche alcuni tipi di rocce: sono da considerarsi, in­
fatti, vere e proprie formazioni rocciose i ghiacciai perenni. Aumenta di
volume quando solidifica, proprietà che, dando al ghiaccio la facoltà di
galleggiare, permette l’attuale equilibrio climatico e l’estensione delle
terre emerse. Le caratteristiche fisiche dell’acqua sono sfruttate per ta­
rare strumenti di misura della temperatura, del volume e della massa.
L’acqua lavora, dai tempi più remoti muovendo le pale dei mulini, in
epoche recenti con la forza del vapore, nel futuro fornendo energia pu­
lita tramite le celle a idrogeno. Di acqua si nutrono e sono fatti tutti gli
esseri viventi. La maggioranza delle specie del pianeta abita i mari e tutte
le altre sono riuscite a colonizzare la terra trasportando l’oceano pri­
mordiale al loro interno. Togliendo ad ogni animale o vegetale la parte
liquida, il residuo secco è di quantità irrilevante rispetto al peso origi­
nario dell’organismo. E attraverso la scomposizione delle molecole d’ac­
qua nei mari delle origini svolta dai cianobatteri che si è liberato l’ossi­
geno e si è costituita la nostra atmosfera. Nell’acqua nasciamo, ma in
essa possiamo anche morire affogati.
Per le sue proprietà diluenti l’acqua ha sempre altre sostanze mesco­
late, eppure è il simbolo della purezza. E un solvente universale che può
sciogliere e coagulare. Sottile e malleabile, incide la pietra e distrugge i
metalli. Agisce con potenza distruttiva e con forza debole costruttiva.
Scolpisce incessantemente il volto della terra erodendo montagne, se- 3, 4
gnando solchi, scavando caverne. Nelle zone umide cade sotto forma di
pioggia, si condensa in brina e rugiada, precipita in grani duri di gran­
dine e assume l’aspetto allo stesso tempo impalpabile e cristallino della
neve. Nei deserti penetra con piccolissime particelle anche la pietra più
dura poi, gelando alle fredde temperature notturne, la disgrega. Oppure,
al calore dei giorni, migra alla superficie delle rocce e delle sabbie, tra­
sportando e depositando sali o creando patine di ossidi, per regalarci 4 , 7
quella meraviglia dei deserti dipinti con canyon e dune di mille colori. La
sua energia può modellare le coste, demolire argini, abbattere foreste e
città. Con debole e insinuante tenacia costruisce formazioni geologiche, 15
3- C ollasso delle rocce nel Sahara algerino. N onostante la fo rte aridità, è proprio l ’acqua il m aggiore agente d i m odellam ento del paesaggio.
Im portante azione d i sm antellam ento delle m ontagne sono i fenom eni d ell’aloclastia e della crioclastia. N el prim o caso i sali contenuti nelle
rocce assorbono l ’um idità atm osferica e si gonfiano. N e l secondo l ’um idità assorbita dalle pietre alle tem perature notturne gela. In entram be
16 le situazioni si determ ina un aum ento di volum e che provoca la spaccatura anche delle form azioni più dure.
4 colma vallate e permette anche a tutti i vegetali di tenersi in piedi. Crea
-
- rr<ione nel w adi Ram del deserto
il paesaggio: di dura pietra, sedimentando strati rocciosi sulla superficie
p erd an o . L ’um idità condensata
sulle pietre per le differen ze terrestre; sotterraneo, percolando nei meandri profondi e formando ar­
di tem peratura ha una lenta, ma chitetture di stalattiti e di stalagmiti; etereo, nei cieli, con il movimento
u n te azione dissolutiva. L ’acqua
- - - ± s a nelle rocce durante la notte
continuo delle nubi. Il tempo atmosferico così come lo conosciamo non
; .erte richiam ata in superficie dal esisterebbe senza acqua. Essa agisce da termoregolatore generale. A li­
i. re rei sole il giorno. N el processo
dissolve i sali in profondità
vello planetario, con le masse e le correnti degli oceani, e alla scala dei
; trasporta e coagula sulle pareti nostri corpi, con la traspirazione e l ’evaporazione sulla pelle. Il suo pe­
esterne. S i determ inano fratture renne scorrere e mutare avvolge in un ciclo vitale il mondo, dai mari 371
interno e patine dai colori ocra
i -rii all'ossidazione in superficie. all’atmosfera al sottosuolo, ovunque introducendosi, tutto infiltrando e
vivificando.
Contrariamente a quanto si crede, l’acqua abbonda nell’universo. Nella
nebulosa di Andromeda ne sono stati individuati grandi ammassi in forma
gassosa. Costituisce il 70 per cento delle comete e, forse, proprio tramite
queste è giunta sulla terra. Eppure, così diffusa, è anche enormemente
preziosa. In proporzione, se mettessimo in un contenitore da cinque
litri l’intera acqua del globo, quella bevibile, non salata sarebbe soltanto
un cucchiaio. Se togliessimo quella contenuta nei ghiacciai, la propor­
zione di acqua dolce si ridurrebbe a una sola goccia. E questa quantità
è anche ripartita geograficamente in modo non equilibrato, tanto da la­
sciare la massima parte delle aree in condizioni di completa aridità.
Queste caratteristiche si adattano alle enigmatiche descrizioni dell’es­
senza ricercata dagli alchimisti. Il greco Zosimo nel iv secolo d .C . si in­
terrogava su «quella cosa preziosa che non ha valore, quell’oggetto poli- 17
morfo che non ha forma, quella cosa sconosciuta nota a tutti». Alla stessa
forza misteriosa che permea la natura si riferisce la Tavola di Smeraldo
della leggenda di Alessandro. E sufficiente prendere alla lettera le indi­
cazioni, tralasciandone il senso esoterico, per capire il significato pratico
della formula. L ’acqua, innalzata dal calore del sole, condensata alla
fredda luce lunare, trasportata dal vento, precipita nella terra per poi ri­
prendere il suo circuito ascendente. Nel percorso nutre tutti gli esseri e
permette loro di generare: corrompe il seme e trasforma la putredine in
energia vegetale rendendo le piante capaci di sbocciare nel sole.
E l ’ottica con cui guarda il mondo Zenone protagonista del romanzo
L ’Opera a l nero di Marguerite Yourcenar, che osservando la foresta
ritrovava in ciascuna di quelle piramidi vegetali il geroglifico ermetico delle forze
ascendenti, il segno dell’aria che bagna e nutre quei begli esseri silvestri, del fuoco
di cui esse portano in sé la virtualità e che forse un giorno le distruggerà. Ma quelle
ascese erano bilanciate da discese: sotto i suoi piedi, il popolo cieco e senziente
delle radici imitava nel buio l’infinita divisione dei ramoscelli nel cielo, si orien­
tava cautamente verso chissà quale nadir. Qua e là, una foglia ingiallita troppo pre­
sto lasciava trasparire da sotto al verde la presenza dei metalli di cui aveva formato
la propria sostanza e di cui operava la trasmutazione.
Questa concezione in cui l ’inerte e l ’organico, l’energia e la vita sono
parte di un processo continuo di trasformazione dove terra e cielo, mi­
crocosmo e macrocosmo, individuo e universo non sono separati, è ti­
pica del pensiero tradizionale. Dai tempi delle prime rappresentazioni
preistoriche nelle caverne fino alla crescita demografica neolitica, pro­
vocata dallo sviluppo delle capacità di coltivazione, l’armonia con la forza
vitale della natura è una necessità esistenziale prima che una concezione
speculativa. La convinzione di un rapporto indivisibile tra umanità, na­
tura e mondo è alla base di tutte le soluzioni tecniche tradizionali. Le
conoscenze legate all’approvvigionamento idrico sono le più numerose
e le restanti, riferite alla coltivazione e all’organizzazione dei suoli, sono
in ogni modo riconducibili all’acqua. Sulla raccolta, la conservazione e
la distribuzione idrica si basa nella storia la riuscita sia delle possenti ci­
viltà idrauliche sia di piccole comunità a carattere locale e familiare. Po­
trebbe, quindi, essere proprio l’acqua la risposta alla ricerca della quin­
tessenza segreta degli antichi. Ma non l ’acqua come sostanza, infatti in
quanto tale è già uno dei quattro elementi fondamentali della tradizione,
cioè aria, acqua, terra, fuoco. L ’essenza cercata non è di consistenza ma­
teriale, ma costituisce un processo e un insegnamento: la meravigliosa
371 lezione del ciclo dell’acqua.
I faraoni, racconta il trattatista romano Vitruvio del 1 secolo a.C ., nel
luogo più nascosto e profondo della piramide si prostravano davanti a
un’urna piena d ’acqua, il fondamento di tutte le cose (Vitruvio, D e ar-
chitectura, vili, 4). I sacerdoti egizi, spiega lo scrittore greco Plutarco nel
1 secolo d .C ., impastavano nel Nilo una statua di humus e incenso che
era adornata di tutti gli attributi regali. Essa serviva a dimostrare che il
neter, l’energia originaria, il principio unico della natura, non è altro che
essenza di terra e acqua. Oggi che le capacità della scienza moderna ren­
dono possibili i sogni più arditi degli sciamani e degli alchimisti, cari­
cando le azioni umane di potenzialità costruttive o distruttive mai rag-
18 giunte, occorre ritrovare l ’antica consapevolezza. Il circuito dell’acqua è
il responsabile dei processi di trasformazione fisica e morfologica della
E f f e t t i d ella d e se rtific a z io n e
terra, dell’evoluzione delle sue forme di vita e del sistema armonico di
szL S a h e l. L a m an can za d ’ acq u a
s p e d is c e la v e g e ta z io n e e la autoregolazione che mantiene le condizioni in cui è possibile la presenza
io a e d e i su o li. I l te rre n o n o n p iù umana. Costituisce la metafora di un modo di intendere la natura, in cui
- r .to si d isg re g a p e r l ’ a rid ità e
alim e n ta i v e n ti d i sa b b ia .
tutti gli elementi e gli esseri sono collegati in una griglia continua di sim­
biosi e di dipendenze, l ’esempio fisico di un processo di uso continuo
delle risorse senza scarti e sprechi, un modello esemplare di dinamiche
produttive e di gestione ambientale basate sulla sostenibilità. E un ciclo
vitale che la tecnologia moderna può imparare a riprodurre per fondare
un nuovo paradigma di coesistenza.

Le tecniche tradizionali, un sistema di scienze locali

Nel 1992 le Nazioni Unite organizzarono a Rio de Janeiro la confe­


renza mondiale su ambiente e sviluppo che vide la presenza di 178 go­
verni e 120 capi di stato. L ’importanza di questo incontro è stata tale che
esso è ricordato comunemente con il nome di «Vertice del pianeta Terra».
A seguito della conferenza, che aveva il compito di conciliare le dram­
matiche condizioni ambientali globali con le necessità dello sviluppo e il
benessere dei popoli, sono state varate tre convenzioni mondiali: la Con- 19
venzione sul clima, quella sulla biodiversità e quella sulla desertificazione.
Ognuna di queste tre convenzioni ha affrontato il tema di un approccio
diverso ai problemi dello sviluppo e della tecnologia e considerato la ne­
cessità di tenere conto e di rivalutare le pratiche e le conoscenze antiche.
In particolare la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla de-
7 sertificazione e il degrado dei suoli (Unccd) ha istituito un Comitato
scienza e tecnologia, composto da massimi esperti di tutti i paesi, che ha
affrontato l’argomento dell’inventario e della classificazione di queste co­
noscenze. Il segretariato della Convenzione ha così avviato un’imponente
attività di ricerca in tutti i circa 200 paesi aderenti.
Il lavoro di sintesi (Unccd, 19983), svolto a partire dai rapporti per­
venuti dai diversi paesi sulle conoscenze tradizionali e dalle missioni di
esperti appositamente inviati, propone un inventario delle conoscenze
tradizionali in una lista di 78 voci di tecniche o pratiche raggruppate in
sette differenti tematiche:
- organizzazione idrica per la conservazione dell’acqua;
- miglioramento della fertilità dei suoli;
- protezione della vegetazione;
5 - lotta contro l ’erosione eolica o idrica;
- silvicoltura;
- organizzazione sociale;
- architettura ed energia.
L ’inventario così strutturato e la classificazione utilizzata, basata sulla
separazione delle funzioni, motivato dalla necessità di esporre una ma­
teria molto vasta, rischia, tuttavia, di impoverire la tematica e di non
cogliere il significato e il modo di operare delle tecniche tradizionali. Per
questi motivi il Comitato scienza e tecnologia ha stabilito di continuare
ad ampliare la ricerca e ha istituito un gruppo speciale di esperti sull’ar­
gomento che ha elaborato la seguente definizione:
Le conoscenze tradizionali consistono in conoscenze pratiche (strumentali) e nor­
mative intorno all’ambiente ecologico, socioeconomico e culturale. Le conoscenze
tradizionali sono generate dalle popolazioni e trasmesse alle popolazioni e da at­
tori riconoscibili e competenti; sono sistemiche (intersettoriali e olistiche), speri­
mentali (empiriche e pratiche), trasmesse di generazione in generazione e valoriz­
zate culturalmente. Questo tipo di conoscenze promuove la diversità, valorizza e
riproduce le risorse locali.
Sulla base di questa visione allargata il ministero italiano dell’Ambiente,
nel quadro del piano di azione per la lotta alla desertificazione, ha pro­
mosso la ricerca sull’inventario delle conoscenze e delle tecniche tradi­
zionali da cui è originato il presente studio. Esso è basato sulla consa­
pevolezza che le conoscenze tradizionali e locali fanno sempre parte di
un sistema complesso e quindi non possono essere ridotte a una lista di
soluzioni tecniche e circoscritte a un insieme di applicazioni distinte se­
condo i risultati da ottenere. La loro efficacia dipende da interazioni tra
più fattori. Questi vanno accuratamente considerati se si vuole com­
prendere i successi storicamente realizzati tramite le conoscenze tradi­
zionali e utilizzarne la logica per una riproposizione contemporanea.
Ogni pratica tradizionale non è un espediente per risolvere un singolo
problema, ma è sempre un metodo elaborato, spesso polifunzionale e che
20 fa parte di un approccio integrato (società, cultura, economia) stretta-
i D -jn e d i s a b b ia n el G r a n d e E r g o c c id e n ta le a lg e rin o . L a m a n ca n z a d i c o r s i d ’ acq u a c a p a c i d i a v e r e u n a p o r ta ta fin o a l m are p ro v o c a il n o n
sm altimento e l ’ a ccu m u lo d elle sa b b ie . Q u e ste a lo ro v o lta , a sso rb e n d o le q u a n tità d ’ a c q u a , im p e d isc o n o u lte rio rm e n te o g n i p o s sib ilità d i
scorrim ento su p e rfic ia le .
mente legato a una concezione del mondo basata sulla gestione accurata 7 -

delle risorse locali. Un terrazzamento, per esempio, è allo stesso tempo alg S e b k h a d i T im im o u n (S a h a ra
erin o ). L e s e b k h a so n o g ra n d i
un modo per proteggere un pendio, ricostituire i suoli, raccogliere l’ac­ d e p re ss io n i d o v e c o n flu is c o n o
qua. Ed è anche qualcosa di più. Ha un valore estetico e funziona all’in­ i m ic ro flu s s i s o tte rra n e i. L a fo rte
terno di una organizzazione sociale e di un sistema di valori condiviso le’vaascesap o r a z io n e in su p e rfic ie p ro v o c a
d e i sali ch e fo rm a n o cro ste
che lo sostiene e che a sua volta su di esso si basa. c o m p le ta m e n te ste rili.

La tecnologia moderna cerca l’efficacia immediata ottenuta tramite la


forte specializzazione delle conoscenze, gestita da strutture dominanti
capaci di mobilitare risorse esterne all’ambiente. La conoscenza tradi­
zionale misura la sua funzionalità sul lungo e lunghissimo periodo ser­
vendosi di un sapere condiviso, creato e tramandato attraverso le gene­
razioni e le pratiche sociali, e utilizza input interni rinnovabili. Grazie
alla tecnologia moderna, ad esempio, si sono scavati pozzi a grande pro­
fondità pompando l’acqua in superficie con risultati rapidamente verifi­
cabili, ma che prosciugano le risorse limitrofe e, a volte, pescando in sac­
che idriche fossili, ne determinano l’esaurimento completo nel tempo. Il
9-11 sapere tradizionale, invece, usa sistemi di raccolta di acqua meteorica o
falde superficiali sfruttate utilizzando la stessa forza di gravità o tramite
metodi di prelievo che permettono la ricostituzione della risorsa e la sua
22 durabilità nel tempo.
8. Mentre i metodi tecnologici moderni procedono per separazione e spe­
Sebkha di T im im oun (Sahara
cializzazione, i saperi tradizionali uniscono e integrano. Nella conce­
r_- : . La dinam ica naturale della
-rr.-ir.a è utilizzata dalle genti del zione consueta foresta, agricoltura e città sono tre insiemi compieta-
*c5erto che, intercettando le più mente separati che rispondono a bisogni distinti: legname, cibo,
. : :.e quote d ’acqua e installando
usi. creano il suolo, invertono il
abitazione. Ad essi corrispondono sistemi scientifici specializzati: la sil­
:cesso di aridità e trasform ano il vicoltura, l ’agricoltura, l ’urbanistica. Nella conoscenza locale il mondo
ceserto in una foresta d i palme.
delle piante non è artificialmente distinto tra la foresta che fornisce il
legname commerciale e la superficie agricola che fornisce il cibo (Shiva,
1993). Foresta, campi e abitazioni sono insiemi ecologici unitari. La fo­
resta e altre aree marginali apparentemente non produttive, come le
i à
steppe e le paludi, procurano quantità alimentari importanti e forniscono
risorse idriche, foraggiere e fertilizzanti per l ’agricoltura. In esse si può
: : ì . ': m e nelle Uso integrato
rrceste di spazi delle aree marginali anche convenientemente abitare. La città tradizionale, a sua volta, si in­ 12,133
ècrrri per coltivare tegra con l’agricoltura sostituendo, nelle zone deserte, la foresta per l’ac­
quisizione di fertilizzanti prodotti dai rifiuti organici degli abitanti stessi
•"A ,1, e per la produzione di acqua raccolta sui tetti delle case. I campi, tra­
v* mite l ’humus così formato, danno il materiale colloidale indispensabile
alle costruzioni nel caso delle città di terra cruda. L ’incavo risultato dal­
l ’asportazione della terra viene utilizzato come impluvio per l ’acqua,
cerarne, raccolta Giardini nei crateri
; distribuzione fossa per la trasformazione degli escrementi in humus, giardino pro- 23
idrica
duttivo protetto perimetralmente dalle pareti di scavo. E così via in un
ciclo continuo di attività in cui il risultato dell’una è la base per la rea­
lizzazione dell’altra. Le architetture, in ogni più piccolo dettaglio co­
struttivo, si conformano a questa necessità.
Questo principio, così simile al funzionamento della natura in cui ogni
residuo di un sistema è utilizzato da altri sistemi e non esiste il concetto Ciclo integrato
di rifiuti organici
di rifiuto o la possibilità di ricorrere a risorse esterne, è quello che ha
permesso la sopravvivenza dei gruppi umani nella storia. Le tecniche po­
lifunzionali, il multiuso, hanno garantito occasioni di riuscita anche nelle
avversità. La collaborazione e la simbiosi attraverso il riuso di tutto
quello che viene prodotto all’interno del sistema, hanno permesso l ’au-
topoiesi (autoriproduzione), lo sviluppo autopropulsivo, indipendente
da fattori esogeni o occasionali.
Quando su questa logica si crea una forte coesione tra società, cultura
Comunità
ed economia si determinano nella storia positivi salti di sviluppo. La sin­ autopoietiche
tesi di saperi tradizionali e di sistemi sociali crea forme di intensifica­
zione nell’uso appropriato delle risorse, determinando cambiamenti po­
sitivi di status e realizzando ecosistemi rurali o urbani. E il processo che
ha permesso il successo di grandi civiltà fondate su tecniche tradizionali
che ne hanno determinato i risultati economici, sociali e monumentali.
La splendida civiltà di Angkor deve la sua prosperità allo scavo di colos­
sali canali e fossati che nel nord-est della Cambogia circondano con più
anelli concentrici gli insediamenti umani e costituiscono una pratica tra­ Villaggi con fossati
e ipogei
dizionale in uso fino dalla preistoria. Questi lavori, di vero e proprio mo­
dellamento del paesaggio, sono in genere spiegati come drenaggi o sistemi
di irrigazione, ma l’interpretazione si rivela riduttiva. Anche la sola ra­
gione difensiva, data la facile attraversabilità dei fossati, è una motiva­
zione insufficiente. Soltanto la comprensione del loro uso polifunzionale
(van Liere, 1980), come riserve d ’acqua nella stagione fredda, protezione
dalle piene in quella umida, valore simbolico e di identificazione della co­
munità, fornisce una ragione del successo di questa pratica.
Integrazione
Alla interazione di aspetti ambientali, produttivi, tecnologici, sociali insediamento-
si aggiungono anche i valori estetici ed etici. La procedura tradizionale paesaggio

opera in fusione armonica con il paesaggio, perseguendo la stretta ri­


spondenza a canoni estetici fissati dalla tradizione. Un dispositivo per
la raccolta o l ’adduzione dell’acqua non è mai solo una struttura tecnica
8 ma è anche bella. Le coltivazioni delle oasi sono sistemi produttivi, ma
anche luoghi di rilassamento e di contemplazione. I piccoli campi agri­
coli del deserto vengono chiamati giardini, proprio come si fa nel sud
d ’ Italia, eliminando la separazione tra orto produttivo e giardino di pia­
cere. Le realizzazioni e le procedure si caricano spesso di un significato Giardini murati

simbolico profondo con un continuo gioco di richiami e di analogie tra


115 tecnica, arte e natura. I sistemi di ripartizione delle acque nel Sahara
sono riprodotti sui disegni dei tappeti e nelle pettinature delle donne.
Sono parte di un complesso simbolismo legato alla vita, la fecondità e
le generazioni. Principi spirituali sacralizzano le regole e ne garantiscono
la perpetrazione. E il caso dei boschi sacri in Africa con le loro restri­
zioni di accesso o di tutto il complesso dei beni tabù, pratiche che ga­
rantiscono la rigenerazione delle foreste, il risparmio di risorse am­ Beni tabù
e regolamenti di
bientali e di suoli come riserva per la natura e le comunità umane. accesso alle risorse
I O - I I . L ’ a c q u a è il b e n e p iù p re z io so p e r i n o m a d i, ch e n e i lo ro s p o sta m e n ti d e v o n o c o n o sc e re i lu o g h i d o v e essa è d isp o n ib ile n a tu ra lm e n te
o è c a p ta ta g ra z ie a d is p o s itiv i d a lo ro ste ss i o rg a n iz z a ti. I n a lto , tu a re g d el S a h a r a n ei p re ss i d i u n a g u e lta . I n b a ss o , g io v a n e n o m ad e
d e lle iso le D a h la c n el M a r R o s s o ch e si a b b e v e ra a ll’ a c q u a d o lc e p ro d o tta tr a m ite la ca p ta z io n e in rite n u te a r tific ia li d e ll’ e v a p o ra z io n e
m arin a .
La tecnica tradizionale è, dunque, parte integrante di una trama di
nessi e di relazioni fortemente integrata, retta da una costruzione glo­
bale di segni e di significati. Opera grazie a una struttura culturale so­
cialmente condivisa: è il sistema della scienza e della conoscenza locale
storicamente dato. Risulta quindi errato isolare la singola tecnologia,
che è sempre fortemente contestualizzata, non solo legata a una situa­
zione ambientale, ma a un preciso momento storico e a una complessa
costruzione sociale. Queste considerazioni sono indispensabili nella pro­
spettiva di una diffusione, di una riproducibilità o della riproposizione
in forme contemporanee delle pratiche tradizionali. Non è detto, infatti,
che una tecnica tradizionale dia sempre risultati positivi in situazioni e
tempi diversi. La pratica cosiddetta del taglia e brucia o di agricoltura iti­
nerante ha permesso la sussistenza di gruppi umani per lunghissimi pe­
riodi in perfetto equilibrio con le risorse, ma può risultare disastrosa ap­
Taglia e brucia plicata in un diverso contesto ambientale e demografico.
Le conoscenze tradizionali, quindi, non devono essere intese come un
insieme di espedienti da sostituire al bagaglio conoscitivo consueto, ma
possono contribuire alla formazione di un nuovo paradigma. Si apprende
dal sapere tradizionale e locale non una serie di soluzioni-miracolo - ciò
che sarebbe agire nella stessa logica della modernità - ma il metodo su
cui esso è basato, riproponibile anche attraverso le tecnologie moderne.
Caratteristiche della conoscenza moderna e tradizionale

Conoscenza moderna Conoscenza tradizionale

Soluzione specifica Polifunzionalità


Efficacia immediata Funzionalità nel lungo periodo
Specializzazione Olismo
Poteri dominanti Autonomia
Separazione Integrazione
Risorse esterne Input interni
Conflittualità Simbiosi
Monocoltura Relazione e complessità
Uniformità Diversità
Rigidità Flessibilità
Manutenzione dispendiosa Autoregolazione e intensità di lavoro
Internazionalizzazione Contestualizzazione
Dispendiosità Risparmio
Tecnicismo e razionalismo Simbolismo e ricchezza di significati
Dipendenza Autopoiesi

form azion i socioculturali e intensificazione n e ll’uso delle risorse

Non ridurre il sapere tradizionale a un insieme di tecniche significa


leggere queste nel complesso delle condizioni ambientali, produttive e
culturali delle società. L’inventario delle tecnologie, delle conoscenze e
delle pratiche tradizionali e locali diviene così lo studio delle formazioni
sociali. Queste mantengono un rapporto con la natura tramite una serie
di pratiche di uso delle risorse che costituiscono la loro dimensione tec­
nologica e fanno parte integrante del sistema culturale. Tali conoscenze,
r

tecnologie e artifici di trasformazione dell’ambiente mettono le popola­


zioni in grado di trarre da questo un numero crescente di risorse rispetto
a quelle disponibili naturalmente. Si realizzano centri di amplificazione
dei benefici capaci di garantire condizioni di vita ottimali, suscettibili
di ulteriori cambiamenti positivi. Comunità in equilibrio con le risorse
rimangono stabili per lunghissimi periodi. Oppure possono attuarsi tra­
sformazioni profonde, diluite in grandi archi temporali o concentrate in
più repentine rivoluzioni di status, che determinano il passaggio da una
formazione sociale a un’altra.
L’oggetto di studio è allargato, quindi, alla storia e al sapere dell’uma­
nità intera, senza limiti di spazio e di tempo. Per queste ragioni non si
ha la pretesa di proporre una classificazione esaustiva, ma di fare emer­
gere un sistema, una griglia di riferimento al cui interno potranno col­
locarsi progressivamente nuovi contributi. Si propone dunque un atlante
in cui, come negli antichi portolani, alcune immagini esemplificano luo­
ghi e situazioni, mentre larghe zone ancora ignote sono lasciate all’esplo­
razione futura.
Il sistema delle conoscenze tradizionali è ricostruito seguendo la con­
sueta classificazione delle formazioni sociali adottata in archeologia e in
antropologia: cacciatori-raccoglitori, coltivatori-allevatori, agropastori-
utilizzatori di metalli. A queste tre categorie sono aggiunte due sintesi
superiori costituite da sistemi sociali tradizionali complessi di intensifi­
cazione e di integrazione delle conoscenze. In essi le tecnologie dei
gruppi sociali precedenti appaiono stratificate e combinate in modo va­
riegato secondo le differenti situazioni sociali e ambientali.
281,282, La prima sintesi di complessità è l’oasi, intesa come una realizzazione
372 artificiale dovuta alla perfetta sapienza ambientale. Nel deserto il con-
3 , 6 testo di aridità è interrotto da situazioni specifiche che creano nicchie

e microambienti in contrasto con il ciclo complessivo. Una piccola de­


pressione raccoglie umidità, un sasso dà ombra, un seme attecchisce. Si
scatenano così dinamiche favorevoli: la pianta genera la sua stessa pro­
tezione ai raggi del sole, concentra il vapore acqueo, attira gli insetti,
produce la materia biologica, costruisce il suolo da cui a sua volta si ali­
menta. Si crea un sistema biologico utilizzato da altri organismi che ar­
recano il loro contributo. Si attua una simbiosi, un microcosmo, frutto
della coesistenza. Utilizzando questi processi le genti del Sahara realiz­
zano le oasi. Alla loro origine c’è spesso una singola palma piantata in
uno scavo del terreno e circondata da rami secchi che la proteggono dalle
sabbie. Con il tempo si sviluppano estese coltivazioni lungo canyon ter- Domesticazione
8 razzati o arcipelaghi verdi immersi tra le dune grazie a diversificate e e diffusione
complesse tecniche di produzione idrica, organizzazione del territorio della palma

e determinazione del microclima. Sia pure su differente scala dimensio­


nale opera il medesimo principio, l’effetto oasi: l’instaurazione di un cir­
cuito virtuoso capace di autopropulsione e autorigenerazione. Il processo
può essere assunto come modello e si può generalizzare il termine oasi
a tutte le situazioni, anche in area non desertica, di creazione di isole di
vivibilità secondo la seguente definizione: «Oasi è un insediamento
umano in situazioni geografiche inclementi che utilizza risorse rare, di­
sponibili localmente, per innescare un’amplificazione crescente di inte- Comunità
28 razioni positive e realizzare una nicchia ambientale fertile e autososte- autopoietiche
nibile le cui caratteristiche contrastano l’intorno sfavorevole» (Laureano,
1988). Ci sono quindi le oasi di terra cruda nel Sahara, ma anche oasi
di pietra negli altipiani rocciosi, oasi di mare nelle isole. Persino nelle
foreste pluviali possono essere definiti sistemi di oasi gli insediamenti
maya nello Yucatàn, che per l ’ambiente carsico non disponevano di corsi
Aguada
d ’acqua superficiali.
Nicchie di intensificazione di tipo oasiano si riscontrano in tutti i climi
e periodi storici. Si tratta di sistemi di habitat presenti in particolare
nella riva sud del Mediterraneo e nella parte euromediterranea meri­
dionale, nelle isole e penisole, in tutte quelle situazioni dove le condi­
zioni climatiche ad andamento alterno e catastrofico, con precipitazioni
Uso integrato di
captazione, raccolta
concentrate in pochi mesi dell’anno e stagioni aride, impongono una ge­
e distribuzione stione accurata della risorsa acqua, non presente allo stato libero, lacu­
dell’acqua
stre o fluviale, e accorgimenti tecnologici per controllarne la variabilità
12.
iìi T ozeur (Tunisia). L a casa
nel tempo (Laureano, 1995).
r - r:e è la sintesi di un sapere Il successivo livello di complessità è l ’ecosistema urbano, che è il mo­ 2 9 9 ,3 0 0
tradizionale d iffu so in tutto dello dell’oasi divenuto città. Si tratta di grandi città carovaniere nel de­
leciierraneo per assicurare la
; v ivib ili tà in situazioni aride serto o di agglomerati urbani che superano la piccola dimensione del
ette la creazione dello spazio modello oasiano. Aree irrigue sono create utilizzando situazioni geo­
e p rotetto e l ’organizzazione
: per la raccolta d ell’acqua
morfologiche favorevoli in sistemi geografici precisi. Una grande capi­
dai tetti a terrazza. tale domina ciascuna unità di paesaggio: bacini isolati in mezzo al de-

29
serto; grandi pianure tra picchi montani; nastri di oasi lungo reti idro­
grafiche; crocevia di strade lontane, internazionali o intercontinentali.
Ma anche sistemi di habitat tradizionali che, sfruttando al meglio le ri­
sorse disponibili, divengono centri storici di rilevanza regionale e con
caratteristiche urbane.
Architetture Trama urbana
La classificazione permette di seguire a grandi linee in modo crono­ per il risparmio per il controllo
logico il continuo processo di accumulo e stratificazione di conoscenze, di energia e risorse del microclima

poiché i primi tre gruppi sociali corrispondono al passaggio dal Paleoli­


tico al Neolitico e all’Età dei Metalli fino ai livelli superiori di com­
plessità delle oasi e degli ecosistemi urbani. Ma se ciò si rivela utile agli
scopi della classificazione, sarebbe fuorviante desumerne una indica­
zione concettuale. I tipi di formazioni sociali, nel nostro modello, non
rappresentano stadi evolutivi della storia umana quanto piuttosto con­
dizioni che caratterizzano determinati periodi, ma che possono coesi­
stere negli stessi momenti storici, e infatti realizzano nel tempo conti­
nuità, sovrapposizioni e compenetrazioni. Formazioni socioculturali
prevalenti agli albori della storia umana sono tuttora largamente pre­
senti in gruppi umani presso i quali si può riscontrare la pratica di co­
noscenze simili a quelle desunte dagli studi di paleontologia e di archeo­
logia. Vi sono, ovviamente, le dovute differenze, ma queste sono in larga
misura presenti già tra comunità appartenenti alla stessa formazione so­
ciale nel medesimo periodo storico. I tipi di formazione socioculturale
non vanno intesi come caratteri universali: essi cambiano in base al con­
testo geografico e alle specificità delle concezioni dominanti. La neces­
sità di separare e classificare è una esigenza scientifica, ma nasconde l’ac­
cavallarsi e lo stratificarsi nel tempo di livelli tecnologici e di culture, la
contemporaneità di condizioni climatico-ambientali diversificate, l’esi­
stenza sincronica nella storia di esperienze umane e modelli sociali dissi­
mili. Sia l’ambiente che la concezione del mondo di una comunità con­
tribuiscono alla creazione e al mantenimento di caratteri specifici.
Entrambi questi fattori variano continuamente nel tempo e da un luogo
all’altro, creando e preservando la diversità culturale.

30
2
i 3 - C u e v a P in ta d a (B a h ia C a lifo r n ia , M e ssic o ). L a g r o tta , is c r itta n ella lista d el p a trim o n io m o n d ia le
U n e sc o , è la s in te si fig u r a tiv a d e lle c o n o sc e n z e e d e i r itu a li d e i c a c c ia to ri-ra c c o g lito ri d el P a le o li­
tic o . L ’ a ffin a m e n to d e lle c a p a c ità a rtis tic h e è sta to un e le m e n to fo rm id a b ile d i a ffe r m a z io n e ,
c re a n d o lu o g h i d i c o e sio n e e id e n tità s o c ia le e p e rm e tte n d o l ’ e la b o ra z io n e d i sim b o li e ritu a li fo n ­
d a m e n ta li p e r la m e m o riz z a z io n e e la tra s m is sio n i d i co n o sce n z e .
Nomadismo migratorio

Sono stati i cacciatori-raccoglitori a colonizzare per primi tutto il pia­ 216,217

neta. Questa forma sociale ha permesso alla nostra specie di diffondersi


dall’Africa in tutti i continenti fino all’America e all’Australia, dove i
primi ominidi non erano mai arrivati e dove l ’umanità contemporanea è
ritornata solo in epoche molto recenti. I percorsi privilegiati furono le
Grande nomadismo basse bande costiere e i crinali sviluppati sulla linea di spartiacque dei ba­
migratorio
cini fluviali. Lungo i crinali montani e gli altipiani elevati i cammini non
sono interrotti da grandi corsi d ’acqua che si formano più a valle e l ’am­
biente è generalmente più salubre, libero dagli insetti nocivi delle zone
basse. La struttura geografica della Rift Valley, che attraversa l’Africa
orientale da sud a nord per oltre 4830 chilometri dal Mozambico al
Mediterraneo, può essere definita un grande crinale storico di diffusione
della specie umana. Lo sprofondamento determina ai due lati della de­
pressione tettonica due sistemi di alture simmetriche e di altipiani ad esse
collegati. Questi costituiscono un corridoio naturale disposto vertical­
mente attraverso le diverse barriere climatiche ed ecologiche, il deserto,
la savana, la foresta, che sbarrano il continente in senso orizzontale.
La R ift Valley con le sue ramificazioni orientali, formate dal golfo di
Aden, il Mar Rosso, il golfo di Aqaba, il Mar Morto e la valle del G ior­
dano fino al lago Tiberiade, e occidentali, dal Nilo attraverso il deserto
libico alle catene dell’Atlante sahariano e del Teli fino alla costa atlan­
tica e lo stretto di Gibilterra, è stata il veicolo di espansione e di scam­
bio delle diverse ondate di propagazione dell’umanità. I cacciatori-rac­
coglitori al seguito della selvaggina, seguendo le piste marcate dalle
migrazioni animali, attraverso i mari, su passaggi naturali determinati
dall’abbassamento delle acque dovuto alle glaciazioni, o sulle stesse for­
mazioni ghiacciate, e anche utilizzando rudimentali zattere, crearono la
prima grande rete di comunicazione mondiale. Su questa veicolarono
per centinaia di migliaia di anni conoscenze fondamentali, trasmesse e
migliorate di generazione in generazione.
In questo modo i gruppi umani realizzano un continuo accumulo di
sapere basato sulla sperimentazione per prova ed errore e la grande ca­
pacità di osservazione della natura. Il contatto costante con le piante e 33
gli animali fornisce enormi quantità di informazioni e la perfetta inte­ 14 -

grazione all’ambiente permette l’affinamento di un sorprendente patri­ CL u’ uesov a dPeinlletagdrao tte(B apheiar lC’ uamlifoa nrità
n ia ).

monio culturale. Questo viene progressivamente perduto quando, con p a le o litic a h a u n ’ e n o rm e u tilità
il progredire dell’agricoltura e dell’industrializzazione, l’umanità diventa fu n z io n a le c o m e r ic o v e r o , ra c c o lta
dipendente dalla specializzazione e dalla sempre minore varietà dei fat­ dm’ iga craq uzaio, nniopdeoriod idrife r im e n to n elle
ic h e . A ssu m e
tori di sostentamento. Possiamo farci un’idea di quelle antiche capacità v a lo r e sim b o lic o c o m e lu o g o
attraverso l’osservazione antropologica di culture ancora vitali e la te­ d i in iz ia z io n e e d i m em o ria.
stimonianza delle opere figurative paleolitiche. Ancora oggi i residui di
cacciatori-raccoglitori dell’Amazzonia e della Guinea costituiscono vere
biblioteche di conoscenza botanica attraverso la memorizzazione delle
caratteristiche, delle proprietà e degli habitat di centinaia di piante la
cui classificazione e uso sono ancora ignoti alla scienza moderna. Nella
grotta detta Cueva Pintada, nella Bahia California (Messico), nei dipinti
i4 . i5 paleolitici sono raffigurati voli di condor con le ali spiegate, elemento
ricorrente in tutta l’arte preistorica americana. Le immagini sono state
associate a rappresentazioni simboliche di voli sciamanici. Tuttavia oc­
corre notare che proprio il percorso degli uccelli, le loro attività e mi­ Caverne Monumenti e arte

grazioni sono una fonte di informazione per i cacciatori-raccoglitori.


Questi gruppi erano spesso raccoglitori di vegetali e spazzini di carogne
piuttosto che veri cacciatori. Essi davano una grandissima importanza
ai voli degli uccelli, come importante segnale per le polle d’acqua e la ve­
34 getazione commestibile, e in particolare al roteare degli avvoltoi capaci
di segnalare con le loro circonvoluzioni animali ormai esanimi o ghiotte
**1P'ntada (Bahia California), carcasse.
■ cremazioni di condor. Queste
-iCTurjrazioni ricorrenti nell’arte L’affinamento delle capacità di lavorazione degli strumenti di pietra,
1 parietale mesoamericana sono
riconducibili a esperienze
lo sviluppo del linguaggio, la religione e soprattutto l’arte sono dovuti
-.artiche e a vantaggi concreti. Il ai cacciatori-raccoglitori. Molte pratiche come le prime forme di addo-
io degli uccelli è un segnale nelle mesticazione e di coltivazione e le tecniche relative, che hanno avuto un
migrazioni, nella indicazione
cede prede e dei punti d’acqua.
impiego produttivo nelle epoche successive, sono state inventate già nel
Paleolitico finale. Pregiudizi e luoghi comuni hanno portato, in genere,
a sottovalutare il livello di vita di questa formazione sociale e le cono­
scenze utilizzate che, invece, le più recenti ricerche scientifiche ricollo­
cano nel giusto valore.
E opinione corrente l’attribuzione ai cacciatori-raccoglitori di una vita
grama e di stenti. Tale condizione è smentita dalla stessa prolungata du­
rata nel tempo della formazione sociale e dalle osservazioni fatte su po­
polazioni attuali che ancora conducono questo modo di vivere. L’idea che
i cacciatori-raccoglitori abbiano goduto di condizioni opulente e piacevoli
con cibo e tempo libero in grandi quantità è ormai accettata dal mondo
scientifico a partire dagli studi degli anni sessanta e settanta (Lee e De
Vore, 1968; Sahlins, 1968 e 1972). La prova più evidente è stata data dalle
ricerche su gruppi di nativi americani della costa nord-occidentale del Nord
America. Si trattava di cacciatori-pescatori che avevano avuto tutto il
tempo libero e le risorse per sviluppare la loro cultura specialmente negli 35
aspetti artistici e sociali (Orme, 19 81). Ciò è stato possibile grazie all’ap­
porto fornito dalla pesca del salmone, che aveva loro assicurato un’ab­
bondanza di cibo superiore a quella che qualsiasi coltivatore avrebbe po­
tuto permettersi. Allo stesso modo i cacciatori del Paleolitico dovevano
avere sviluppato una formidabile attività nella caccia, la pesca e la raccol­
ta, tale da permettere gli alti livelli di sussistenza dimostrati dalla qualità Monumenti e arte
artistica dell’arte delle caverne e dal tempo ad essa dedicato.
Ulteriore conferma è stata fornita dalle osservazioni svolte sul modo
di vivere dei moderni aborigeni australiani e dei boscimani del Kalahari.
Tra i primi è stato osservato che il tempo dedicato a procacciare il cibo
non supera le 3-5 ore giornaliere, senza che sia necessario che tutti si de­
dichino a questa attività e garantendo abbondante nutrimento per
ognuno. I secondi, pur nell’arido ambiente desertico, mantengono con­
dizioni di benessere senza grandi sforzi, potendo impiegare 4-3 giorni alla
settimana in attività altre dal procurarsi il cibo (Lee, 1969) e permetten­
dosi di ignorare, nella raccolta, molte piante commestibili, tralasciate per
motivi di ordine culturale e simbolico. Anche i pigmei mbuti dell’Ituri,
nella repubblica democratica del Congo (ex Zaire), trascorrono una vita
comoda e quasi oziosa, utilizzando la foresta come una dispensa di cibo
da cui semplicemente attingere a volontà.
Si può osservare che questi risultati siano dovuti a particolari situa­
zioni di abbondanza e quindi non necessariamente implichino conoscenze
e capacità. E infatti in genere ritenuto che i periodi precedenti la neoli-
tizzazione abbiano avuto livelli di benessere e di incremento demogra­
fico direttamente proporzionali alle risorse e non alle conoscenze e alle
tecnologie. Proprio l ’analisi del sapere tradizionale e in particolare delle
pratiche di raccolta, distribuzione e uso dell’acqua permettono invece di
rintracciare molto più indietro nel tempo, proprio nel periodo dei cac­
ciatori-raccoglitori, esempi di intensificazione delle risorse attraverso un
loro uso appropriato tramite forme specifiche di conoscenze e applica­
zioni di tecnologie adeguate.

A rm i, utensili e trappole

La pratica della caccia e della pesca in questi gruppi umani è efficace


grazie all’uso di elaborate conoscenze nella realizzazione di armi, attrezzi
e trappole. La maggiore parte degli strumenti non ci sono pervenuti per­
ché formati da materiali deperibili. Infatti, anche se continuiamo a de­
signare il Paleolitico come l ’antica Età della Pietra dal significato dello
stesso nome dato al periodo, il materiale principale utilizzato in questa Strumenti e attrezzi
polifunzionali
epoca è il legno. E stato dimostrato che molti dei numerosissimi attrezzi
paleolitici di pietra rinvenuti fossero utilizzati per tagliare alberi, rami e
lavorarli allo scopo di realizzare oggetti o costruzioni di cui non abbiamo
più alcuna traccia. La grande varietà e raffinatezza degli utensili usati è
significativa. Questi hanno tutti una qualità e una elaborazione formale
che potremmo definire improntata a canoni estetici. Inoltre rispondono
a una caratteristica molto importante: la m ultifunzionalità. Un attrezzo
da lancio australiano è, allo stesso tempo, desco per il cibo, strumento
per accendere il fuoco, arnese per scavare e sarchiare il terreno e ha an-
che un uso rituale e un valore simbolico. La multifunzionalità degli uten­
sili favorisce l ’altra importante caratteristica dei cacciatori-raccoglitori:
la mobilita. G li attrezzi pesanti, infatti, non vengono trasportati, ma ab­
bandonati e successivamente ritrovati nei luoghi di sosta delle migrazioni.
Solo per gli attrezzi con più usi vale la pena di sobbarcarsi il peso del tra­
Grande nomadismo
migratorio sporto. La mobilità dei cacciatori-raccoglitori è stata così grande e im­
portante che, fino all’epoca contemporanea, solo in quella fase l’umanità
è riuscita a raggiungere tutti gli angoli del pianeta. La propensione e fa­
cilità di spostamento, unite a una grande conoscenza dell’ambiente, per­
mettono l ’uso differenziato dello spazio secondo le varie opportunità sta­
gionali. La regola dei divieti alimentari e del tabù rispetto ad alcune aree
Beni tabù
e regolamenti di
garantisce il risparmio di risorse naturali per la rigenerazione dell’ecosi­
accesso alle risorse stema o utili riserve in caso di grande necessità.

Superfici e cum uli di pietre, grotte, fuoco, acqua

La testimonianza più antica di un’azione di organizzazione del ter­


reno è riscontrabile nel sito paleolitico di Isernia che rimonta dai 700 000
ai 500 000 anni fa ed è quindi ascrivibile all’opera di ominidi cacciatori-
raccoglitori non ancora appartenenti alla nostra specie Sapiens. A Iser­
nia è stata rinvenuta una paleosuperficie in cui sono compattati migliaia 218
di reparti rappresentati da frammenti ossei, utensili litici, ciottoli di
calcare, selce e travertino (Peretto, r99r). In una zona di circa 2 metri
di diametro i ciottoli di calcare risultano intenzionalmente posti l ’uno
vicino all’altro proprio come in una pavimentazione dei primordi. Pro­
Superfici gressivamente i frammenti si diradano fino a un’area dove appaiono più
e allineamenti distanziati, interpretata come una zona in cui sono stati deposti sott’ac­
di pietre
qua. Se allo stato attuale delle ricerche è impossibile leggere con certezza
il paleosuolo di Isernia come la più arcaica superficie di raccolta idrica,
il rapporto con l ’acqua è evidente in una struttura rinvenuta sull’altra
sponda del Mediterraneo nel sito di El-Guettar, a chilometri dall’oasi 223
di G afsa in Tunisia. Qui in un giacimento risalente a 15 0 0 0 0 anni fa è
stato ritrovato un cumulo artificiale di grosse pietre di calcare sbozzate
in forma sferica (Camps, 1974). Le pietre sferiche formano una costru­
zione di forma conica di 1,3 0 metri di diametro e 75 centimetri di al­
tezza. Alle pietre sono mescolate selci tagliate e schegge ossee, mentre
lunghe punte litiche scelte intenzionalmente sono conficcate sulla som­
mità. A ll’interno sono stati ritrovati un ammasso di selci lavorate for­
mato da più di 4000 pezzi tra utensili e armi litiche, schegge e nuclei e
un insieme di ossa e denti. A l centro è stata rinvenuta una piccola lastra
triangolare appoggiata su un’altra a forma di losanga. Le ricerche hanno
potuto stabilire che il cumulo di pietre era edificato in una pozza d ’ac­
qua dalla quale emergeva la sommità. Non è possibile provare un rap­
porto funzionale della struttura con la gestione idrica, ma è certo che
fosse dedicato all’acqua. Come i cairn, i cumuli di pietre che ancora oggi
i nomadi erigono nel deserto, o gli hermaion del mondo pastorale clas­
sico, la struttura di El-Guettar è un monumento, il più antico non fu­
nerario mai costruito. Un segno di confine, un monito, un’architettura
Monumenti e arte all’acqua, un ninfeo del Paleolitico. 37
1

16 . Sahara algerino. Tum uli e allineamenti di pietre, diffusissim i in tutto il Sahara, si riferiscono a una civiltà preistorica basata sulla capacità di
captazione delle quantità d ’acqua contenute n ell’atm osfera che, in presenza delle più fredde masse pietrose, si condensa e conserva nel suolo.
38 1 7 . G ro tta d i P ertosa (Cilento), utilizzata fin dal Paleolitico p er le sue pozze d ’ acqua e com e luogo sacro.
i8 . L a grotta di Loltun (Yucatàn) fu attrezzata nella preistoria con pozze scavate al di sotto delle stalattiti per raccogliere l ’acqua di stillicidio.
Raffigu razioni riferite a riti d i fecondità e graffiti a spirale attestano la carica rituale che assumeva il luogo. 39
La modificazione a scopo utilitario, sacro o produttivo dello spazio è
una conquista già attribuibile ai cacciatori-raccoglitori che si caratteriz­
zano per l’impiego a questi fini delle superfici, dei cumuli e degli alli­
neamenti di pietre, nonché per l’uso delle grotte, del fuoco e dell’acqua.
Gli animali avevano per primi utilizzato i vantaggi degli ambienti natu­
rali sotterranei come rifugio dalle intemperie, ricoveri dalle temperature Pozze, fossi
e drenaggi
ottimali durante tutte le stagioni, luoghi di riposo forniti di comodo
17 guano per distendersi e di pozze per bere. La presenza dell’acqua, in par­
ticolare, ne determinava l’utilizzo non solo da parte delle grandi fiere
usualmente considerate abitatrici delle caverne, come gli orsi e le tigri
dai denti a sciabola, ma anche da ogni tipo di erbivori. Ancora oggi in
Kenya profonde cavità sono frequentate da grandi mandrie di elefanti
che vi si recano per abbeverarsi e bagnarsi nelle polle d’acqua.
L’illuminazione e il riscaldamento delle caverne con il fuoco gelosa­ Conservazione
e trasporto
mente accudito e custodito fu il primo modo di appropriarsi di un am­ del fuoco
biente così come è in natura per organizzarlo artificialmente. L’altra
grande trasformazione fu la raccolta delle infiltrazioni idriche e degli
sgocciolii delle stalattiti in cavità appositamente create. Così la gestione
dell’acqua e dell’energia luminosa e termica nelle cavità, inizialmente
solo naturali, è protagonista dell’originario processo attraverso cui
l’umanità ha plasmato lo spazio. E per questo che la grotta, primo ri­
paro, soglia tra il mondo aperto esterno ostile e la dimensione riparata,
intima e sociale, è il luogo privilegiato delle rappresentazioni artistiche Stillicidio
e percolazione
e delle scene del rito, l’archetipo del tempio. nelle grotte

19 - G r o t t a d i N a k u to L a a b (E tio p ia ). L a g ro tta , a ttr e z z a ta n ella p r e isto r ia p e r la ca p ta z io n e tra m ite s tillic id io , è a n co ra o g g i u n lu o g o sa c ro ,


p e r l ’ a c q u a sa lu ta re e s a lv ific a , d e lla re lig io n e c o p ta .
Drenaggi e labirinti

I cacciatori-raccoglitori realizzano nelle caverne pozze sotto le sta­


lattiti per conservarvi l ’acqua bevibile prodotta dalle essudazioni e dal
gocciolio della roccia. In prossimità di aree di erbe selvatiche utili sca­
vano sui pendii e davanti le grotte fosse e rigagnoli per infoltire la ve­
getazione spontanea e migliorarne il rendimento, realizzando la prima
Pozze, fossi
e drenaggi
irrigazione artificiale (Drower, 1954). E provato anche il controllo su
larga scala dei meccanismi ambientali per la regolazione idrica, come di­
mostrano ricerche archeologiche in siti paleolitici e gli studi condotti in
Nuova Guinea e Australia sui sistemi di drenaggio realizzati dagli abo­
rigeni. La Nuova Guinea e l ’Australia furono entrambe raggiunte dai
cacciatori-raccoglitori 40 000 anni fa, quando queste terre, ancora unite,
erano però divise dal continente asiatico da almeno 80 chilometri di
mare. La distanza fu separata con zattere di bambù, che comportavano
conoscenze e capacità di navigazione considerevoli, non uguagliate da
gruppi successivi in ogni altra parte del mondo per decine di migliaia di
Protezione anni fino alle migrazioni neolitiche. La Nuova Guinea e l’Australia svi­
della vegetazione
spontanea
lupparono quindi una società isolata dal continente, di autonomo ed ele­
vato livello culturale, quasi una civiltà mediterranea del Paleolitico nel
mare australe. In Nuova Guinea gli scavi archeologici hanno portato alla
luce un complesso sistema di canali di drenaggio, che risale a 9000 anni
fa e giunge al massimo sviluppo intorno ai 6000 anni fa (Diamond, 1997).
La regione australiana del Vittoria sud-occidentale è un’area tempe­
rata con inverni umidi e stagioni torride. Le forti variazioni climatiche
limitano le capacità di sussistenza delle popolazioni che vedono le terre
inondate nei periodi umidi e completamente secche in quelli aridi. In
generale i gruppi umani reagiscono a questa situazione con la mobilità
Bagnatura stagionale e praticando, secondo le condizioni, la pesca o la caccia e la
per aspersione raccolta. G li aborigeni del Vittoria realizzarono un sistema di modifi­
cazione e controllo idrico su scala territoriale comparabile con le realiz­
zazioni dei sedentari neolitici (Lourandos, 1980).
Nel punto di contatto con le pendici montane e l’inizio del territorio
inondabile un’area di circa sei ettari è attraversata da una complessa rete
di fossati e argini. L ’immenso lavoro è stato realizzato dai cacciatori-rac­
coglitori con il solo strumento di bastoni da scavo per praticare la cattura
delle anguille, importante fonte di sostentamento. L ’opera è costituita
da un sistema composito formato da: canali adduttori, che portano l’ac­
qua dalle montagne; drenaggi, che regolano il livello di alcune zone umide;
Sbarramenti
di pietre un immenso reticolo di fossati aggrovigliati nella forma di un labirinto 219
interpretato come una trappola per le anguille. Le opere furono proba­
bilmente realizzate sotto la spinta della pressione esercitata dall’ambiente,
che ha conosciuto un continuo peggiorare delle disponibilità d ’acqua fino
all’istaurarsi, circa 3000 anni fa, dell’attuale periodo arido. E dunque
possibile che la progressiva sparizione della risorsa lacustre abbia spinto
gruppi, che avevano raggiunto una consistente dimensione demografica
grazie al suo utilizzo spontaneo, alla organizzazione e manutenzione del
sistema delle paludi tramite gli argini, le diversioni e il labirinto d ’acqua.
Questi interventi di modificazione del paesaggio in Australia risalgono
Trappole labirinto agli ultimi io 000 anni, ma la loro identificazione come opera di cacciatori-
2 0 -2 1. T assili degli A jjer (Algeria). L e raffigu razion i di spirali, m eandri e labirinti ricorrono nell’ arte preistorica sahariana: in alto (sito di T in
Tegherghent) rappresentazione g raffita di un bovid e istoriato all’interno e intorno da spirali e m eandri; in basso (sito di Sefar) dipinto
42 di labirinto. -
22 . raccoglitori permette di riconoscere strutture analoghe realizzate dalla stessa
'is s ili d e g li A jje r (A lg e ria ), s ito d i
i T a z a r ift . P e rso n a g g i d el p e rio d o
formazione sociale fino dal Paleolitico. Sull’altopiano dei Tassili degli Ajjer
:aico d e ll’ a rte p a rie ta le sa h a ria n a , nel Sahara algerino tra le numerose raffigurazioni rupestri preistoriche com­
q u ello c o s id d e tto d e lle T e s te paiono enigmatici graffiti e dipinti di labirinti del tutto simili al reticolo di 20, I,
o n d e , se m b ra n o lib ra rsi n e ll’ aria,
•ro b ab ile ch e si tr a tti d i n u o ta to ri meandri dei sistemi d’acqua australiani. Proprio la capacità di sfruttamento 221 222

in co rsi d ’ a c q u a , fre q u e n ti della risorsa ittica attraverso la gestione di un ambiente umido in progres­
n el p e rio d o u m id o d el S a h a ra .
sivo collasso potrebbe avere fornito ai paleolitici sahariani il surplus ne­
cessario per realizzare il livello di cultura testimoniato dall’arte parietale.
Il rapporto con l’acqua, attestato dalle raffigurazioni inequivocabili di pe­
sci, permette di chiarire immagini altrimenti inspiegabili. In alcune perso­
naggi che sembrano librarsi nell’aria possono essere più realisticamente in­
terpretati come nuotatori. In altre la mancanza dei piedi nelle figure può 22
essere spiegata per la loro immersione nell’acqua. Due graffiti lungo il wadi
Jerat nei Tassili degli Ajjer mostrano un uomo e una donna protesi con una 220
mano verso il basso recante uno strumento reticolare, mentre l’altro brac­
cio è ripiegato pronto allo slancio come per afferrare. Si tratta di una scena
di pesca compiuta grazie all’attrezzo di vimini che intercetta le prede, forse
proprio in un canale dei labirinti d’acqua.

Donne, conoscenza delle piante e prime coltivazioni

Raffigurazioni di labirinti ricorrono nelle opere rupestri degli abori­


geni e sono diffusi in tutta l’arte parietale preistorica. Forme idriche di 221, 222
questo tipo permisero ai cacciatori-raccoglitori di realizzare situazioni 43
di espansione demografica e di benessere indipendenti dalle alternanze
climatiche e ambientali. Esse fanno parte di un insieme di interventi
sull’ambiente per trarne benefici comportanti: la realizzazione di siti di
stoccaggio per il cibo (piante, carne e pesce secco); l’uso del fuoco per
controllare la diffusione delle piante e indurre la crescita di erbe più fre­
Raccolta di sale Raccolta
e conservazione e coltivazione sche; tentativi di incrementare le specie di insetti e di larve commesti­
del cibo elementare di semi,
insetti, larve
bili; il trasporto e la coltivazione di tuberi; la realizzazione di argini di
legno o di sbarramenti di pietre nei ruscelli per diminuirne la forza; la
fertilizzazione con cadaveri di animali.
A questo riguardo è fondamentale l ’apporto delle donne come deten- 23
trici e trasmettitrici di conoscenze. Le bacche, le radici, i semi e le larve
commestibili furono inizialmente riconosciute dalle donne e dai bam­
Argini e protezioni Pietre nei ruscelli bini, naturalmente portati a prendere e a gustare quello che trovano, per
di legno per diminuirne pura curiosità e gioco. Infatti le piante più usate sono quelle che si di­
l’irruenza
stinguono per la vivacità dei colori e delle forme come le leguminose, la
datura, la belladonna, o per il profumo intenso, come le piante aroma­
24 - tiche. Anche in epoca moderna le patate, i pomodori, il tabacco, furono
G ro tta di Loltun (Yucatàn). Il nome
della grotta, che significa « fio ri di inizialmente introdotti in Europa solo per motivi ornamentali. Le donne
pietra», richiam a ancora oggi la appresero i poteri delle piante, impararono a conservarle, a trasportarle,
pratica di utilizzare queste cavità per
'.e prime esperienze d i coltivazione di
a verificarne l ’energia vegetativa, la forza della vita inclusa nel seme e
piante recate con sé nelle migrazioni. la possibilità di coltivazione e di riproduzione.
Anche l’allevamento animale ha avuto probabilmente le stesse origini
non utilitarie nel Paleolitico attraverso collezioni di insetti, rane, uccelli
recati con sé per curiosità, divertimento, o per assumerne le qualità at­
traverso l ’imitazione e la magia simpatica. La pratica di mantenere in
cattività dei cuccioli di mammiferi, per semplice istinto materno senza
Fertilizzazione con Donne e conoscenza
alcun fine concreto, favorendo gli esemplari gracili dai caratteri più de­ cadaveri di animali delle piante
boli e remissivi che alla vita selvaggia sarebbero stati selezionati negati­
vamente, è all’origine del domesticamento. Questo spiega il ritrova­
mento di graffiti risalenti a 14 000 anni fa con rappresentazioni di cavalli
e cani addomesticati.
Le grotte, capisaldi stabili nella rete di mobilità e templi di memoria
24 del Paleolitico, dove donne-vestali riponevano le piante-giardino tra­
sportabili di essenze aromatiche, farmacologiche o allucinogene, custo­ Nutrizione degli Piante-giardino
divano il fuoco, raccoglievano l’acqua, ornavano le pareti, sorvegliavano animali e relazioni trasportabili
simbiotiche e
gli animali-meraviglia delle prime domesticazioni, divennero i poli delle totemiche

successive trasformazioni produttive dell’ambiente.

46
2 5 . T assili degli A jjer (Algeria), raffigu razion e em blem atica del N eolitico sahariano. Il cerchio circon ­
dato da buoi e ricavato, forse, da una pelle dello stesso anim ale, richiam a la costruzione della tenda
circolare di pelle e l ’organizzazione d ell’accam pam ento intorno a un centro com une sim bolo della
sedentarizzazione.
La grande trasform azione neolitica

Il processo su grande scala di trasformazione e sfruttamento a scopo


produttivo dello spazio contraddistingue l’azione dei coltivatori-alleva­
tori. Il passaggio dalla vita nomade a quella sedentaria, la diffusione su 25,26

pianure coltivate, l’esplosione demografica, sono le qualità specifiche di


questa formazione sociale. Caratteristiche che nei soli 10 0 0 0 anni dal
Sedentarizzazione ]oro apparjre hanno trasformato completamente i modi di vita della mas­
sima parte dell’umanità, dotandola di una possente forza espansiva e della
capacità di colonizzare e di modificare il territorio. Tale comportamento
ha determinato la quasi scomparsa dei cacciatori-raccoglitori ormai ri­
dotti, ai nostri giorni, a poche sacche in via di sparizione. La civiltà ur­
bana, cuore del dinamismo produttivo, tecnologico e demografico del
mondo moderno, è il prolungamento del processo di sedentarizzazione
neolitico. Occorre considerare che ancora oggi, se nei paesi occidentali
la quota di lavoratori nell’agricoltura è scesa al di sotto del 7 per cento,
a livello mondiale opera in questo settore il 50 per cento degli occupati.
La grande trasformazione della pratica della coltivazione e dell’alle­
vamento nel Neolitico è stata operata proprio in quelle aree oggi sotto­
poste ai più intensi processi di degrado e di desertificazione. L ’origine
dell’agricoltura in ambienti tropicali e subtropicali e nei climi aridi e se- 225
miaridi, cioè proprio nei luoghi apparentemente meno adatti a svilup­
parla (Childe, 1954), è dovuta al fatto che in queste zone le temperature
elevate e la quantità di giornate assolate permettono anche a una pic­
cola particella di terreno di nutrire un importante gruppo umano. Senza
questa condizione di immediata convenienza le prime attività agricole,
condotte necessariamente in esperienze di limitata dimensione, sareb­
bero state abbandonate prima di dimostrare le potenzialità di applica­
zione su vasta scala. La rivoluzione sociale del Neolitico avvenne quindi
proprio nelle regioni secche e dal regime idrico con andamento cata­
strofico, dove si alternano le alluvioni e i periodi di magra, le piogge tor­
renziali e la lunga siccità. In queste particolari condizioni ambientali lo
sfruttamento delle possibilità favorevoli richiede collaborazione sociale
e impegno lavorativo per lo scavo di argini e canali, la raccolta delle ac­
que, la formazione e protezione di suoli coltivabili (Drower, 1954). 49
La maggior parte di queste aree, tuttavia, godeva nel passato di con­ 2Ó.
T a s s ili d e g li A jje r (A lg e ria ), scen e d i
dizioni arboree molto migliori della situazione odierna. N el periodo su­
a lle v a m e n to d el N e o litic o sa h a ria n o .
bito successivo all’ultima glaciazione un apporto idrico maggiore, risul­ L ’ a ttitu d in e , il m an to e le m am m elle
tato dallo scioglimento delle nevi perenni, aveva prodotto una fase umida r ig o n fie deH ’ an im a le so n o in d ic e
d i d o m e stic a z io n e .
nelle zone aride. Il processo seguente di riscaldamento climatico non
spiega da solo la completa scomparsa delle foreste e del manto vegetale
in tante aree una volta fertili e popolate. E la trasformazione dall’eco­
nomia paleolitica, basata su un prelievo contenuto delle risorse naturali,
a quella neolitica, fondata sullo sfruttamento produttivo del territorio, a
innescare un degrado che in situazioni geografiche limite si amplifica in
modo sempre crescente. Dobbiamo convenire che questi ambienti si sono
desertificati non per sconvolgimenti climatici naturali, ma a causa della
interazione negativa da parte dell’uomo.
Lo sviluppo delle pratiche di vita neolitica è reso possibile da tre con­
dizioni fondamentali: il possesso dei semi coltivabili e degli animali do­
mestici; il terreno fertile; l’acqua. L ’organizzazione della vita produttiva
e sedentaria dipende dalla realizzazione di queste condizioni. Proprio gli
sforzi necessari per soddisfarle in situazioni di penuria idrica e di rudezza
Domesticazione
ambientale spiegano lo sviluppo della tecnologia, la creazione di sistemi vegetale e animale
di habitat e l’elaborazione di forme complesse di organizzazione sociale.
I semi coltivabili e gli animali domestici, sottoposti a selezione e classifi­
cazione, necessitano delle strutture fisiche per la conservazione dei grani
e il ricovero stabile degli animali e delle genti, premessa dell’architettura;
l’esigenza di terreno fertile stimola le conoscenze legate alle pratiche di
concimazione, formazione di humus e assetto, protezione e manutenzione
dei suoli che sono i principi di base di organizzazione dello spazio; la pro­
duzione e amministrazione dell’acqua comporta la consapevolezza delle
Ricovero
per gli animali e
leggi della fisica dei fluidi e di sottili dinamiche ambientali, è scienza della
stoccaggio dei grani natura ed elaborazione di complessi metodi di numerazione, computo,
trascrizione e memorizzazione, induce la formazione di sistemi giuridici
e sociali. Dalla combinazione delle soluzioni operate e, in particolare, da
quelle di raccolta e distribuzione dell’acqua, dipendono la nascita e lo svi­
luppo delle prime società.
Sinteticamente lo sviluppo dell’agricoltura in rapporto alla gestione
Pratica elementare dell’acqua può schematizzarsi in queste fasi:
di concimazione
naturale
- piccoli appezzamenti in superfici semiaride alluvionali, naturalmente
impregnati di acqua (coltivazione nomade);
- sviluppo in Iraq e nelle pianure anatoliche a partire dal vi millennio
di fossati e argini di diversione delle piene (irrigazione per inonda­
zione);
- localizzazioni in pendìi più a monte per sfruttare la forza di gravità
Terra fissata
con il lavoro per l’irrigazione (orticoltura a giardini);
- sviluppo a partire dal iv millennio delle scavo di cisterne e prese d’ac­
qua per irrigare i campi a cominciare da insediamenti posti su altipiani
e sommità collinari aride (villaggi con fossati);
- introduzione dei pozzi a partire dalla metà del m millennio (espan­
sione urbana);
- produzione d’acqua mediante gallerie drenanti (qanat, foggara, falaj)
nei deserti e diffusione dell’irrigazione su grande scala nei bacini in-
terfluviali nel i millennio (oasi e città carovaniere).
I modi originari di coltivazione, prima dello sviluppo delle tecniche
irrigue, dovettero utilizzare acque naturalmente e direttamente dispo­
nibili. Queste, nelle zone aride, in assenza o scarsità di pioggia, sono
presenti in forma di umidità atmosferica e nei sedimenti del terreno. Il
primo tipo di apporto idrico, l’umidità che si deposita sul suolo, ha avuto
un ruolo fondamentale, per la nascita delle coltivazioni organizzate in
piccoli orti stabili, nei luoghi dove il fenomeno si realizzava in modo più
determinante: aree situate vicino a bacini e corsi d’acqua o situazioni
geologiche e ammassi di pietre che favorivano l’apporto di vapore ac­
queo e la condensazione della rugiada. Ancora oggi nel Sahara si pratica
una sorta di coltivazione nomade spargendo semplicemente i semi nelle
zone favorevoli e ritornando sui luoghi nella stagione del raccolto. L’os­
servazione del migliore ciclo vegetativo delle piante spontanee permet­
teva l’individuazione delle zone più adatte. Allo stesso modo si potevano
Coltivazione
nomade
determinare le aree dove era possibile sfruttare il secondo apporto idrico,
l’acqua contenuta nei sedimenti del terreno. I suoli alluvionali, il loess,
i corsi asciutti dei wadi sono i più adatti a conservare riserve idriche ne­
gli strati superiori. Proprio nelle zone aride l’alto grado di scorrimento
superficiale delle precipitazioni sui pendìi denudati fa in modo che grandi
quantità di acqua si concentrino nelle depressioni naturali e nei corsi dei
wadi e si conservino nei sedimenti. In queste situazioni precipitazioni
di 50 o 150 millimetri l’anno, insignificanti per praticare un’agricoltura
non irrigua, basata sulle piogge, forniscono una risorsa d ’acqua nel suolo
pari a 12 5 milioni di metri cubi. Le piante attingono direttamente con
le radici la quantità necessaria; in alternativa vengono scavate buche per
l ’acqua e pozze non eccessivamente profonde che non necessitano di
rinforzi di pietra.
Queste condizioni spiegano come mai nel primo Neolitico la localiz­
zazione degli insediamenti non è determinata dalla presenza di una sor­
gente, che spesso manca o è lontana dagli uno ai cinque chilometri. In­
fatti l’acqua da bere, necessaria in quantità minori rispetto a quella
agricola, poteva essere trasportata in pelli o recipienti di vimini imper­
meabilizzati con argilla, e versata nelle pozze scavate vicino alle capanne.
Invece la coltivazione, in assenza delle tecniche di adduzione idrica, do­
veva necessariamente situarsi sui suoli idromorfi, condizione che con­ Raccolta di acqua
piovana in pozze
dizionava la scelta insediativa. Ancora oggi molti villaggi africani sono e cisterne
localizzati presso le aree di coltivazione, anche se questo costringe a lun­
ghe corvè fino al pozzo o alla sorgente per l’acqua potabile.
La prima agricoltura, in Medio Oriente, in Anatolia, in Africa e an­
che in Europa, si è data dove era possibile realizzare piccole aree di alta
produttività senza enormi sforzi, in suoli naturalmente impregnati d’ac­
qua grazie a entroterra umidi o paludosi e forniti di altre risorse come
la pesca, i molluschi o le lumache. Significativamente queste condizioni
sono le stesse dove già nel Mesolitico si sviluppano forme di sedenta­
rizzazione prima della nascita dell’agricoltura.

Sedentarizzazione senza agricoltura

E consuetudine, anche se non completamente esatta, indicare nel V i­


cino Oriente, nell’area della cosiddetta Mezzaluna fertile che si estende
a semicerchio dal M ar Morto fino all’altopiano iraniano, la nascita delle
forme originarie di coltivazione e di domesticamento. Il sito archeolo­
gico di Gerico in Palestina sulla depressione del Mar Morto è general­
mente noto come il primo insediamento stabile umano al mondo. Il li­
vello di occupazione più arcaico è costituito dalla cultura natufiana
sviluppatasi dal 10 0 0 0 all’8000 a .C ., caratterizzata da un processo di
sedentarizzazione che precede il Neolitico. Quello successivo, datato
all’8350-7370 a.C ., era formato da numerose costruzioni rotonde di mat­
toni di terra cruda, circondate da un fossato e da un muro spesso 3 me­
tri e alto 5 ,7 5 , con una torre in pietra alta circa 9 metri. A ll’epoca di
queste strutture, appartenenti al Neolitico preceramico, il grano era pro­
babilmente già domesticato e l’orzo selvatico coltivato, mentre le gaz­
zelle e le rane costituivano l ’essenziale della selvaggina. A partire dal
7200 a.C . gli edifici divennero rettangolari, con pareti e pavimenti in­
tonacati, tra i quali sono stati individuati ambienti per la raccolta dell’ac­
qua (Cauvin, 1994). La scoperta di teschi umani rivestiti di gesso per ri­
trarre i defunti, talvolta con conchiglie al posto degli occhi, sembra
indicare la pratica di un culto religioso degli antenati. Sono ora allevate
capre, montoni, probabilmente maiali, ed è già possibile il controllo dei
52 buoi. Oltre l’orzo e il grano si coltivano piselli e lenticchie.
\

E provata in questa fase, in cui la ceramica non era stata ancora intro­
dotta, l’esistenza di sistemi di adduzione dell’acqua e di irrigazione, ma
la funzione idrica delle strutture di Gerico potrebbe essere molto prece­
dente. Resta, infatti, ancora enigmatico l’uso del fossato, del muro e della
torre di pietra. Le ricerche più recenti tendono a escludere ogni utilità di­
fensiva, inizialmente avanzata. E più probabile un rapporto diretto con
la raccolta di acqua. Infatti il sito, posto su piccole colline franose lungo
le pendenze che scendono alla depressione, deve avere avuto un continuo
bisogno di interventi di organizzazione del terreno e di intercettazione
delle acque di pioggia prima che queste si mischiassero con quelle com­
pletamente salate e inutilizzabili del Mar Morto. Già la più antica realiz­
Irrigazione
per ruscellamento zazione presente a Gerico, appartenente al Preneolitico, mostra questa ca­
e conservazione
dell’acqua nel suolo
pacità di intervento. Si tratta infatti di una piattaforma elevata di argilla
naturale che può reggersi grazie alla realizzazione di muri di sostegno.
Quindi i natufiani, non ancora coltivatori e allevatori, risultano già se-
dentarizzati e artefici di manufatti necessari all’organizzazione dello spa­
zio. Soluzioni analoghe di contenimento dei suoli sono state riscontrate
nel deserto del Negev ad opera di popolazioni edomite, che anticipano in
questa area le tecniche agricole più tardi utilizzate dai nabatei.
Agricoltura edomita
Il dato impone il rovesciamento di idee correnti. La coltivazione non
è la causa della sedenterizzazione: è avvenuto l’esatto contrario. Gruppi
in possesso di conoscenze non applicate a scopi produttivi agricoli con­
ducevano una vita stanziale e utilizzavano il loro sapere per realizzare
opere a sostegno dell’habitat o luoghi simbolici di riunione o di culto.
La circostanza, insieme alle considerazioni già avanzate sulle condizioni
di vita e il livello di conoscenza dei cacciatori-raccoglitori, permette di
riconsiderare i motivi che hanno portato alla neolitizzazione. Conven­
zionalmente lo sviluppo dell’agricoltura è considerato una rivoluzione,
un nuovo stile di vita reso possibile dall’invenzione delle innovazioni
conoscitive e tecniche necessarie. Ma, come si è visto, sia la sedentariz­
zazione sia le conoscenze necessarie alla coltivazione e all’allevamento
precedono la pratica dell’agricoltura.
Inoltre è necessario motivare la scelta di coltivare, visto che la caccia,
la pesca e la raccolta risultano metodi di sopravvivenza più facili e meno
faticosi rispetto all’impegno gravoso che impongono i lavori dei campi.
Occorre ammettere che l’agricoltura non fu intrapresa liberamente, al
fine di ottenere una superiore qualità della vita, ma per pura necessità,
sulla base di modificazioni di carattere ambientale e circostanze di forza
maggiore. Alla fine dell’era glaciale il riscaldamento climatico e la mag­
giore quantità di acqua nell’atmosfera a causa della messa in circolazione
di quella congelata crearono zone calde e irrigate. La condizione favore­
vole fu utilizzata da cacciatori-raccoglitori che si sedentarizzarono uti­
lizzando lo sfruttamento di risorse locali. Questo permise un maggior nu­
mero di nascite che, durante la vita nomade, erano limitate a uno,
massimo due figli, che era possibile trasportare con sé. In seguito, la pres­
sione dovuta all’incremento demografico, resa insostenibile dal progres­
sivo esaurimento delle opportunità spontanee come la caccia e la raccolta
di frutti selvatici, lumache, molluschi, rane, esaltata da catastrofi e av­
versità climatiche, tutti fattori provocati dalla stessa azione umana sul
territorio, impose ai gruppi di non coltivatori sedentari di intraprendere
azioni per l’organizzazione dello spazio e l’introduzione dell’agricoltura.
Terra e acqua: orìgine della civiltà urbana

Il processo di sedentarizzazione è avvenuto parallelamente in più aree


geografiche. I natufiani del Medio Oriente hanno un corrispettivo nor­
dafricano nei capsiani che alla fine del Paleolitico conducevano una vita
stabile in grandi comunità basate, oltre che sulla caccia e gli altri mezzi
di sostentamento vegetali, sulla raccolta e il consumo delle lumache. Il
consumo di questa risorsa locale, resa in quel periodo e in quelle aree ab­
bondante da modificazioni ambientali, ha determinato la sedentarizza­
zione dei paleolitici capsiani. Sono ancora oggi visibili gli immensi cu­
muli di cenere dove per oltre duemila anni sono state cotte incredibili
quantità di lumache. D all’esame dei centinaia di villaggi di questa cul­
tura capsiana è stata avanzata l ’ipotesi della unitarietà del processo di
neolitizzazione nordafricano dal Mediterraneo al Senegai e dall’Atlan­
tico alla Libia (Vaufrey, 1939). I capsiani e i natufiani costituirebbero
quindi un sostrato unitario di tutti i popoli mediterranei.
E possibile anche che le zone di primo utilizzo produttivo siano state
più numerose di quelle convenzionalmente considerate. Recenti studi
genetici hanno dimostrato che la domesticazione dei bovini è probabil­ 2 y ' . .
O asi d i T agh it (Sahara algerino).
mente avvenuta in due centri diversi nel sud-ovest della Turchia, a est L ’abitato, fa tto di costruzioni
del deserto iraniano, e, in un terzo centro, in Africa (Cavalli Sforza e al­ di terra cruda aggregate in form a
agglutinata e com patta, richiam a
tri, 1994). Una ulteriore zona di allevamento indipendente di questi ani­ le prim e form e di insediam ento
mali è stata individuata in India. Anche se il controllo sistematico dei protourbano rinvenute in A natolia.
bovini è più recente di quello della capra e dei montoni, il dato conferma
le ipotesi possibili a partire dalle osservazioni archeologiche: insieme al
Medio Oriente anche l ’Africa, l ’Anatolia e la regione pakistano-indiana
sono state aree di prima neolitizzazione. Nel subcontinente indiano l’im­
portanza delle realizzazioni idrauliche della civiltà di Harappa e di
Mohenjodaro, che ha il suo culmine nell’Età del Bronzo, ha avuto an­
tecedenti neolitici locali. In Africa le testimonianze rupestri che dalla
Tanzania alla Namibia lungo tutta la R ift Valley si susseguono fino al
Sahara, dove vi sono le maggiori aree di concentrazione, mostrano l’esi­
stenza di società preistoriche dotate di culture avanzate. E improbabile
che il mondo di coltivatori e allevatori in esse raffigurato con qualità e 25,26

capacità artistica che si sussegue con continuità dal Paleolitico, non ab­
bia avuto centri di irradiazione locale. Nel Sahara le poche ricerche ef­
fettuate hanno rinvenuto specie di miglio domestico fino dal v i i mil­
lennio (Camps, 1974), ma, nonostante l ’alto livello di rappresentazioni
artistiche, sono state sinora rinvenute poche tracce di strutture edifi­
cate risalenti a questo periodo. La soluzione al quesito può essere data
proprio a partire dalle testimonianze degli altri centri di neolitizzazione.
I siti di (^atal Hiiyùk nei pressi di Konya in Anatolia e di Giarmo ai piedi
dei monti Zagros in Iraq sono insediamenti neolitici realizzati, come le
prime costruzioni di Gerico, in soli mattoni crudi. Questa pratica, pro­
prio per la deperibilità dei materiali e per le difficoltà di reperimento ar­
cheologico, è forse il motivo del mancato rinvenimento dei siti sahariani.
In particolare il sito di Qatal Hiiyùk ha una importanza enorme per 239
la dimensione e la complessità delle strutture e per la qualità e quantità
di ritrovamenti, tanto che per esso si è parlato di nascita della civiltà e
della prima città. L ’abitato di grandi dimensioni, sepolto in un teli di
circa 7 ettari di cui è stata scavata con enormi difficoltà solo una picco­
lissima parte, è formato da una serie di ambienti realizzati con la sola
terra cruda strettamente agglutinati l ’uno all’altro. A causa di questa
forma compatta gli archeologi hanno ipotizzato la inesistenza di porte e
di ingressi e pensato che gli accessi si facessero per mezzo di scale dalle
terrazze (Mellaart, 1967). In realtà gli scavi per la stentata possibilità di
identificazione delle strutture di terra cruda non permettono di dare ri­
sposte precise. La planimetria e i materiali di Qataì Huyuk risultano del
tutto simili alle migliaia di insediamenti di terra cruda ancora abitati 27,240

nelle oasi sahariane. Qui l’uso della terra cruda e la forma agglutinata
rispondono a precise necessità climatico-ambientali e di impiego attento
delle risorse.
La costruzione in terra cruda realizza un risparmio energetico nel com­
bustibile altrimenti necessario per la cottura dei mattoni e determina le
migliori condizioni di isolamento termico degli edifici. Il materiale è di
facile reperibilità e trattamento. Ancora oggi nel Sahara la rossa terra
del deserto frantumata viene impastata con acqua e paglia che ne au­
Abitazioni menta le proprietà leganti. Con uno stampo di legno viene assemblata
in terra cruda
in forma di mattoni rettangolari, tub in arabo. Da questo termine, tra­
mite la Spagna andalusa, deriva la parola adobe (al-tub ) generalmente
usata per le costruzioni in mattoni di terra cruda. Lasciati a seccare al
sole, i mattoni divengono duri e resistenti senza dover distruggere al­
beri per cuocerli. Con essi si realizzano gli spessi muri portanti delle abi- 55
tazioni che creano all’interno ambienti perfettamente coibentati, adatti
sia alle forti temperature estive che alle fredde notti invernali. Nelle abi­
tazioni le stanze non hanno una assegnazione precisa delle funzioni, ma
vengono utilizzate secondo le variazioni di stagione e clima realizzando
quello che viene chiamato un nomadismo interno alla casa. Anche le ter­
razze riparate da alti muretti di terra cruda divengono nelle calde notti Nomadismo interno
alle abitazioni
invernali arieggiate stanze da letto a cui il cielo stellato fa da copertura.
Nel Sahara il più arcaico sistema costruttivo dei muri di terra utilizza
mattoni crudi a calotta semisferica. La tecnica è ancora utilizzata per i
28 muretti perimetrali che racchiudono le coltivazioni. Tanto la forma che
la messa in opera appare del tutto simile ai modelli di muratura cosid­
detta a «spina di pesce» realizzati con mattoni pianoconvessi in Meso­
potamia nel m millennio. Per stampo viene usato un paniere di vimini
e i mattoni, una volta seccati al sole, sono messi in opera disposti obli­
quamente in bande alternate in modo da formare il disegno a spina di
pesce. Gli interstizi determinano nel muro una trama traforata che, ol­
tre agli innegabili effetti di decoro e di luce, risulta costituire la prote­ M28.u retti d i terra cruda delim itano
zione più idonea contro i venti di sabbia: un ostacolo completamente le piccole particelle coltivate
chiuso comporterebbe un accumulo dei materiali portati dal vento e l’in­ e contribuiscono al bilancio idrico.
sabbiamento progressivo delle singole particelle. E probabile che la tec­ Ili piccoli
ven to, nel passare attraverso
interstizi tra i m attoni
nica costruttiva serva a fornire i giardini di ulteriore apporto idrico. La pianoconvessi, si accelera
notte il vento è forzato sulle parti convesse dei mattoni rilasciando l’umi­ ed espande provocando frescura.
L a terra Cruda ne assorbe l ’um idità
dità alla terra dei muretti. Durante il giorno il vento caldo compresso e la rilascia al terreno.
nei fori si espande fuoriuscendo nel giardino, determinando assorbi­
mento di calore e abbassamento della temperatura.
Altri tipi di mattoni in uso nell’Africa subsahariana sono semplici sfere
assemblate con le mani. Nel sud dell’Arabia si fanno, invece, mattoni
larghi e piatti con stampi di legno appoggiati direttamente sulla spianata
di impasto di terra. Oppure si modellano con le mani lunghi salsicciotti
di fango che, in spirali successive, danno luogo alla muratura. Una tec­
nica che evita l’uso dei mattoni è quella del cosiddetto pisé, in cui la terra
cruda viene versata in casseforme di legno. Successivamente la terra è
pressata e, una volta asciugata, è possibile levare le tavole e utilizzarle
per realizzare lo stampo di un altro muro. Questa pratica è rappresentata
in raffigurazioni dell’antico Egitto.
G li accessi alle abitazioni sono fatti da stradine coperte, inserite come 29
tunnel nell’abitato. Si crea così nell’architettura costruita un percorso
dall’aspetto labirintico e impenetrabile proprio delle realizzazioni sot­
terranee. La tecnica ha un’importante funzione climatica e protettiva.
Lo stesso sistema potrebbe spiegare l ’apparente mancanza di ingressi di
fiatai Hiiyiik. Qui l ’accurata pratica dell’agricoltura irrigua attesta un at­
tento uso delle risorse naturali molto simile a quello riscontrabile nelle
oasi sahariane. Le analogie, oltre che nei materiali dell’architettura, po­
trebbero estendersi ai dispositivi di organizzazione spaziale utilizzati per
rispondere alle necessità climatiche. Infatti gli scavi effettuati a Qatal
Hiiyiik non hanno ancora raggiunto il livello sterile del terreno, è possi­
bile quindi che la trama delle stradine non sia stata ancora individuata.
Rilevante a (latal Hiiyiik è l’esistenza di vasti ambienti decorati. La
loro importanza e quantità li rende i veri centri aggreganti tutto l ’abi­
tato. In essi campeggiano i rilievi di grandi corna di bue e i primi dipinti
realizzati su pareti costruite finora ritrovati. I locali dovevano essere
spazi dedicati a riti in cui il bue o il toro e statuette femminili di una
Monumenti e arte «signora degli animali» avevano una funzione importante. Sculture si­
mili si ritrovano negli ipogei neolitici di Malta dedicati al culto della 3 2 3
Grande Dea Madre e in alcune tombe della Sardegna. I dipinti rappre­
sentano buoi, scene di caccia e anche alcuni paesaggi. In uno di questi
campeggia imponente e minacciosa la sagoma del vulcano presente nella
regione. Lorse proprio la minaccia e la pressione ambientale dei catacli­
smi legati al vulcano hanno prodotto la spinta all’aggregazione sociale e
alle pratiche cultuali che hanno permesso la grandiosa realizzazione di
fiatai Hiiyiik.
E certo che le costruzioni di terra cruda e gli ambienti agglutinati che
riproducono strutture ipogee sono per la loro flessibilità i più resistenti
a scosse sismiche e vulcaniche e i più riparati dalle proiezioni di ceneri
e lapilli. Risultano invece molto deperibili alle normali condizioni at­
mosferiche. Infatti piogge irruenti o inondazioni possono distruggerle
senza lasciarne alcuna traccia. Per questo necessitano di una manuten­
zione continua. Ad ogni stagione è necessario aggiungere nuovo fango,
modellare le strutture, plasmare le superfici. La cura della abitazione di­
venta un rito e la città qualcosa di organico, antropomorfo, vivo. «C o­
struire una casa è dare la vita a qualcosa che è morto» dicono gli abi­
Isolamento di muri
tanti dei villaggi del Sahara, esprimendo il rapporto stretto perpetuato
con argilla e paglia fino dai tempi più lontani con i luoghi di abitazione. Per questo gli an- 57
29. N ell’oasi d i T aghit (Sahara algerino) le stradine sono inserite come tunnel nella struttura d ell’abitato. L a pratica ha una importante funzione
clim atica proteggendo dal forte calore del sole e svolge u n ’azione dissuasiva per l ’estraneo, che non può orientarsi nel dedalo di questi per­
58 corsi illuminati solo da rari pozzi di luce, perlopiù praticati in epoche recenti. -
tichi egizi si inchinavano pieni di religioso rispetto di fronte a un mi­
scuglio di acqua e fango. Con questa materia realizzavano la loro civiltà.
Le prime piramidi erano fatte di terra cruda utilizzando il materiale di
risulta dello scavo dei canali di irrigazione. Forse proprio l’esperienza
precedentemente accumulata dalle culture sahariane in costruzioni di
questo tipo, ora scomparse, spiega come mai la civiltà egizia, in periodo
ancora neolitico, abbia potuto improvvisamente presentarsi al mondo
con la meravigliosa realizzazione delle piramidi.

D alla capanna alla pietra: i sistem i idrici d i Beida

Un uso diffuso della pietra è riscontrabile nel villaggio neolitico pre­


ceramico di Beida, parzialmente scavato, e in numerosi siti ancora in­
tatti quali Shakaret Museied situato come Beida presso Petra in G ior­
dania. Beida presenta sei livelli di occupazione stabile databili dal 7000
al 6500 a.C . Nei cinquecento anni del suo uso continuato è possibile se­
Capanne circolari guire l ’evoluzione dei tipi abitativi che si sovrappongono con forme di­
di pietra
verse circa ogni settant’anni. Il V I livello, il più arcaico, preceduto da
30. forme di occupazione semipermanente in alcuni periodi dell’anno in­
Sito di B eida (deserto giordano). torno a focolari, è formato da costruzioni circolari in pietra dal pavi­ 30,231
Stru ttu ra di casa rotonda
sem ipogea del livello più arcaico, mento seminterrato nel sottosuolo. Le mura portanti perimetrali sono
risalente al v ii m illennio. strettamente addossate Luna con l ’altra per sostenersi mutuamente e gli

59
interstizi tra le diverse costruzioni sono riempiti di pietrame. Nel V li­ 3 i -
vello le abitazioni hanno ancora la forma di capanne circolari di pietra, Ldie Bimeidponenti vestigia archeologiche
a con le strutture
ma appaiono realizzate anche isolatamente. Il IV livello mostra il pas­ delle cosiddette case a corridoio,
saggio dalla forma rotonda a strutture quadrate dagli angoli leggermente gli argini e i sistem i di protezione
arrotondati. L’innovazione comporta l’acquisizione di nuove e superiori idrica.
capacità costruttive per risolvere le difficoltà di sostegno delle murature
rettilinee. Gli interni hanno soffitti e murature accuratamente intona­
cati e sono dotati di focolari. I livelli III e II presentano una straordi­
naria innovazione che ha fatto presumere l’arrivo di gruppi esterni do­
tati di diverse tradizioni costruttive, secondo un’ipotesi avvalorata dal
fatto che nel livello seguente, l’ultimo di occupazione del sito, si torna
31 23 alle forme del livello IV. L’innovazione è costituita dalle cosiddette case
. §

a corridoio, così chiamate dalla forma rettangolare contenente sei pic­


cole stanze disposte tre per lato di un corridoio centrale. È possibile che
queste costruzioni fossero laboratori artigianali e che le massicce mura­
ture reggessero un piano superiore abitativo realizzato in strutture più
leggere. Le case a corridoio erano affiancate da complessi costituiti da
una corte a gomito lungo i due lati di ambienti molto ampi, dove vi era
il focolare e si tenevano, forse, mense collettive. La struttura
v
simile a
una b è comparabile a quella delle abitazioni di Giarmo. E il modello
originario dell’abitazione fenicia chiamata beit, la cui forma ha originato
60 la lettera dell’alfabeto b.
32 - Anche il Neolitico di Beida precede l’introduzione della ceramica
Sito di Beida. In alto a sinistra è
riconoscibile una larga pietra
cotta, ma, oltre agli innumerevoli ritrovamenti di pietre per la macina a
sem iellittica monoblocco, ora mano dei cereali, ha fornito manufatti di argilla cruda, tra i quali una
fratturata in due parti e parzialm ente
occupata da un cespuglio, chiaramente
tazza e la statuetta di un ibex o ariete, probabile oggetto di culto. Presso
riconducibile a usi idrici. un grande complesso, chiamato il santuario, dai pavimenti finemente in­
tonacati, vi è una larga pietra piatta munita di scolatoio, che fa pensare 32
a riti collegati all’acqua e al mondo pastorale. Scavi recenti nell’area più
ampia di Beida hanno rivelato l’esistenza di un lungo muro di pietra che
circonda tutto il VI livello. Ha l’altezza di solo un metro, cosa che
esclude ogni utilità militare. Si tratta con più probabilità di un’opera di
consolidamento e di organizzazione del terreno che apre una problema­
Giardini protetti tica significativa.
I cinquecento anni dell’esistenza del sito di Beida sono quelli delle
fondamentali trasformazioni neolitiche, dall’allevamento alla produzione
del cibo, alla organizzazione dell’abitato e dello spazio agricolo. Ci si è
sempre chiesti come facessero gli agricoltori preistorici, ancora in as­
senza delle conoscenze relative alle pratiche della rotazione delle colti­
vazioni, a mantenere la fertilità dei terreni. La spiegazione è in genere
data attribuendo una forte mobilità agli stessi villaggi che, secondo que­
sta ipotesi, venivano abbandonati quando i terreni intorno non erano
più utilizzabili. In questo modo si motiva anche la grande quantità di
tracce di abitati neolitici in situazioni come l’Africa o il sud d’Italia. Con 6l
la partenza progressiva di uno stesso gruppo verso nuovi siti si spiegano
i ritrovamenti senza doverne trarre le necessarie conseguenze rispetto
al peso demografico e culturale da essi rappresentato. La migrazione de­
gli insediamenti risulta effettivamente praticata, ma in culture che uti­
lizzavano abitazioni di legno trasportabili, o ricostruibili rapidamente,
nelle nuove località senza grande impegno di tempo e di energia, e può
ancora essere ipotizzabile per i gruppi basati sulle costruzioni di terra
cruda. Invece le strutture di pietra di Beida comportavano uno sforzo
troppo gravoso per essere destinate al rapido abbandono e, infatti, la
lunga vita di questo insediamento ne dimostra proprio l ’uso prolungato
nel tempo. Dobbiamo allora pensare che la questione della fertilità dei
suoli fosse stata risolta. Proprio quelle opere sinora interpretate come
finalizzate alla guerra, i recinti, i fossati, o la celebre torre del sito di
Gerico, con la loro imponenza, la funzionalità idrica e di difesa am­
bientale sono la chiave del problema.

Drenaggio, condensazione, raccolta, fertilizzazion e:


un sistema polifunzionale

234 I cosiddetti villaggi trincerati della Daunia in Puglia e negli altipiani F o s s a t o n e o litic o d i M u r g ia T im o n e
delle Murge vicino Muterà in Basilicata occupati dal v i i al iv millennio (M a te ra ), in d iv id u a b ile d alla
rappresentano le prime manifestazioni neolitiche europee, in cui un forte ve?etazione Più verde- A destra
surplus produttivo ha sorretto lo svolgimento di imponenti opere frutto d°PP‘°

62
deU’atrività collettiva. Profondi fossati realizzati con i semplici attrezzi
di pietra sono scavati nella superficie rocciosa per realizzare recinti a più
cerchi concentrici, meandri e mezzelune che delimitano vaste aree.
Nel caso dell’insediamento di Murgia Timone a Matera un’area di 33 , 23 5
s Sri
circa 2 ettari è racchiusa da un grande scavo ellittico che ha in uno dei
Villaggi con fossati due fuochi un cerchio interno più piccolo. L ’ellisse ha il diametro mag­
e ipogei
giore posto in direzione est-ovest e ai suoi apici, con perfetto orienta­
mento, sono posti i due ingressi al villaggio. Come per le strutture di
Gerico e Beida i fossati, contrariamente a quanto era apparso all’epoca 34
del loro primo rilievo (Ridola, 1926), non avevano uno scopo difensivo.
In essi infatti non sono state rinvenute punte di freccia o altre armi prei­
storiche. Inoltre sarebbero facilmente attraversabili
\
in un attacco di
gruppi umani o in una incursione di lupi. E probabile piuttosto che fos­
sero funzionali alle pratiche neolitiche di allevamento e coltivazione.
Lo studio dei villaggi della Daunia caratterizzati da molteplici serie 234
di trincee a forma di mezzaluna ha dimostrato che si trattava di drenaggi
(Tinè, 1983; Leuci, 19 9 1) per bonificare e rendere utilizzabile il terreno.
Q uest’area situata ai piedi del promontorio del Gargano in Puglia ri­
34 -
M u rgia Tim one. Il grande fossato, sponde alle caratteristiche dei suoli idromorfi, vicino a zone paludose,
parzialm ente messo in luce, marca morbidi e ricchi di terreno fertile, scelti dal primo Neolitico. Le condi­
con una doppia ellisse il perim etro
d ell’insediam ento neolitico. Solo un zioni di umidità hanno necessitato lo scavo dei fossati per regolare l ’ec­
intenso im pegno e cooperazione cesso di acqua. In un secondo tempo, saturate le risorse della Daunia, e
collettiva possono avere reso possibile
l ’im m ane lavoro d i scavo, effettu ato
forse sotto la spinta di inquinamenti microambientali determinati dalla
con i soli utensili di pietra. stessa crescita demografica, la neolitizzazione si sposta nelle zone più
salubri degli altipiani delle Murge. Qui la realizzazione dei fossati deve
confrontarsi con la roccia calcarea scavata con gli attrezzi di pietra
estratti dalle miniere di selce del Gargano. L ’analisi delle foto aeree de-
33 gli insediamenti di Murgia Timone a Matera evidenzia i perimetri, riem­
piti ormai dal terreno, tramite la vegetazione che cresce più folta grazie
all’umidità raccolta nel fossato, e mostra che su questi altipiani calcarei
uno scopo delle trincee era proprio quello di raccogliere l ’acqua (Lau­
reano, 1993).
Significativo a questo proposito è il caso del fossato di Toppo Da-
guzzo in Basilicata. Questo è munito con opere di notevole impegno che
alla fine dell’Eneolitico-inizi dell’ Età del Bronzo appaiono obliterate
(Cipolloni Sampò, 1999). In particolare sono evidenti i resti di una pa­
lizzata e di un muro, del quale è rimasta la base costruita in grandi bloc­
chi di pietra e pietre di fiume. E sembrata inspiegabile la collocazione
del muro che cinge esternamente il fossato in contraddizione con qual­
siasi logica militare. N ell’ipotesi dell’uso come rifornimento d ’acqua del
fossato la costruzione del muro trova una sua logica di protezione della
preziosa struttura idrica.
La realizzazione dei fossati si innesta su abitudini troglodite ampia­
mente diffuse e perpetuatesi in queste aree fino all’epoca contempora­
nea. Il clima del sud d ’Italia vede l ’alternanza di inverni freddi e di estati
torride. La carenza di acqua, del tutto assente in fiumi o in falde, e di­
sponibile solo in piogge violente e concentrate, rende indispensabile le
pratiche di raccolta meteorica e di conservazione sotterranea. Le cavità Raccolta di acqua
piovana in pozze
hanno temperatura costante durante tutto l ’anno, costituiscono i rico­ e cisterne
veri ideali per gli uomini e per gli animali e per lo stoccaggio dei grani.
Ma soprattutto sono lo strumento di produzione e di raccolta dei flussi
idrici. L ’acqua che stilla dalle pareti, trasuda dalle rocce, compare in pozze
e, continuamente attinta, mantiene sempre «miracolosamente» un iden­
tico livello, come in una grotta di Manduria descritta da Plinio (Storia na­
turale, 11, 226), è il dono maggiore del mondo sotterraneo. Ogni cavità
ipogea può essere sempre messa in relazione con le tecniche di approv­
vigionamento e conservazione idrica o con riti collegati con l’acqua. Nella Scavo di grotte per
intercettare l’acqua
Grotta Scaloria, alle pendici del Gargano in Puglia, contenitori di cera­
mica collocati sotto le stalattiti per raccoglierne lo stillicidio attestano
pratiche di questo genere risalenti al iv millennio (Tinè e Isetti, 1980).
In alcune grotte le esalazioni di vapore provocate dall’affioramento del
calore e del magma interno alla crosta terrestre sono condensate lungo le
pareti per produrre acqua. Il metodo, a cui fa riferimento il trattatista la­
tino Vitruvio (De architectura , vili, 4), è riscontrabile nelle rovine della
città romana di Tiddis in Nord Africa. Sugli altipiani e le regioni dell’Afar Stillicidio
in Eritrea l’umidità delle fumarole create dalle fratture della Rift Valley, e percolazione
nelle grotte
chiamate dai dancali boina (Dainelli e Marinelli, 19 12 ), è raccolta a cielo
aperto tramite un dispositivo di rami di albero. La tecnica consiste
nell’edificare sulla fumarola vulcanica una struttura simile alle abitazioni
a capanna con il tetto conico vegetale. L ’acqua contenuta nel vapore sale
verso i rami e si condensa su questi precipitando in basso dove è collo­
cato un recipiente di raccolta. U n’analoga procedura sfrutta la rugiada
depositata su paglia e foglie che coprono profonde trincee scavate sul ter­
reno. Tale dispositivo fu usato dai nabatei nel deserto del Negev e nella
64 città ipogea romana di Bulla Regia in Tunisia (Pignauvin, 1932). di umidità
35 -36 . D olin e e ingh iottitoi naturali sono l ’am biente privilegiato d ell’habitat preistorico delle M urge lucane e pugliesi. In alto A ltam ura, foto
aerea d i una imponente form azione carsica chiamata localmente pulo. N ei pressi è localizzato un ovile pastorale, che nella form a a doppio
cerchio richiam a le strutture degli insediam enti neolitici. M uri a secco, argini e sentieri attestano l’opera di organizzazione dello spa­
zio. In basso dolina organizzata ad aia giardino, im pluvio e ricovero pastorale del M ateran o. La dolina o ffre la m atrice naturale d i base
su cui si m odellano le strutture agropastorali dei recin ti e delle corti a pozzo.
ni" • ■W m 'fh'b*“
Nel sud d ’ Italia gli sprofondamenti circolari formati da doline chia- 37-
35; l57 mate localmente pu lì e i crepacci dei canyon chiamati gravine sono i luo­ M a tm a ta (T u n isia ). A b ita z io n e
r e a liz z a ta sc a v a n d o u n a c o rte
ghi più antichi di habitat umano e forniscono i tipi di base per la rea­ a p o z z o n e l te rre n o a rg illo so .
lizzazione di strutture insediative riprodotte poi in modi e situazioni G l i a m b ie n ti ch e v i si a ffa c c ia n o
si co lle g a n o n el s o tto su o lo co n altre
differenti. Il pulo come un grande imbuto raccoglie le acque e protegge a p e rtu re d e llo stesso tip o .
il terreno fertile e la vegetazione. Nelle Murge sud-orientali, a Conver-
159,229 sano in provincia di Bari, sono ancora in uso i cosiddetti laghi: leggere
depressioni e doline il cui fondo è attrezzato con numerosi pozzi-cisterne
che catturano le piogge stagionali (Palmisano e Fanizzi, 1992). Le grotte
36 naturali, disposte lungo le pareti in gironi circolari, formano le cellule
abitative aperte sullo spazio interno. Si realizza una corte centrale su cui
si aprono gallerie orizzontali radiali. Una struttura simile è realizzata ar-
227,228 tificialmente nelle miniere di selce neolitiche di cui il Gargano ha i più Raccolta di acqua
piovana in pozze
estesi esempi di tutta l’Europa (Di Lernia e altri, 1990). Questo modello e cisterne
dà luogo al tipo abitativo realizzato scavando in verticale, verso il basso,
nella superficie pianeggiante, una corte collettiva semicircolare a cielo
aperto: l ’ipogeo a corte o vicinato a pozzo , dalle cui pareti inizia il traforo
delle cavità sotterranee parallele al terreno. Nel Mediterraneo è diffuso
2 3° > 2 3 7 nei pianori di M atera, nella Cappadocia in Turchia, lungo le sponde

37 . 319 calcaree della Loira in Francia, sulle piattaforme argillose di Matmata


in Tunisia, nel deserto libico e nel sud della Spagna. In Libia nei gebel
Nefusa e Garian la struttura abitativa della famiglia patriarcale di ori­
gine preislamica, formata da un ipogeo a corte con ambienti scavali ra­ Scavo e drenaggio
dialmente a questa, è chiamata damùs, termine che si ricollega a quello, nelle miniere
dammusi, con cui sono chiamate a Pantelleria le abitazioni tradizionali
ad architettura passiva. Nelle situazioni più elaborate le gallerie si uni­
scono nel sottosuolo con quelle che si dipartono da altre corti a pozzo,
dando luogo a un paesaggio di molteplici grandi buchi riunificati da una
trama stellare di cunicoli. Livelli di organizzazione più complessa si rea­
Ipogei a corte lizzano nelle pianure di loess lungo il Fiume Giallo in Cina, dove la ca­ 3 2 0 , 3 6 1 - 6 3
vità verticale non è semicircolare ma è scavata in precise forme rettan­
golari. Ancora oggi milioni di cinesi abitano questo tipo di strutture. Nei
villaggi degli anasazi chiamati pueblo, che si susseguono lungo il Chaco 3 0 9
Canyon, nell’America settentrionale, risalenti all’xi e xn secolo d.C.,
strutture analoghe hanno forme tecnologicamente molto elaborate, co­
stituite da corti a pozzo chiamate kiva, realizzate in una massiccia mura­
tura a secco.
Il modello della corte a pozzo realizza un impluvio per l’acqua e uno
spazio aperto, assolato, ma protetto perimetralmente, per le lavorazioni
agricole e alimentari. Alcune corti sono destinate alla raccolta dei rifiuti
e alla creazione di humus e formano il giardino scavato nella pietra. La
tecnica risolve il problema della povertà dei suoli e permette di riparare
Aie giardino le piante secondo il metodo di coltivazione impiegato a Petra nel deserto 3 4 0
giordano. Lo spazio scavato, chiuso verso l’esterno e aperto verso il cielo,
è all’origine del principio della casa a corte utilizzata dai sumeri, nel
mondo etrusco e classico e in quello islamico. Un tessuto di case a corte,
infatti, non è altro che la realizzazione costruita di ciò che nell’archi­
tettura troglodita si ottiene scavando.
In Etiopia abitazioni e chiese sotterranee sono in uso tra gli agau, a 3 1 0 , 3 1 1 ,
Ucrò, il cui nome viene dalla radice waqara, «scavare», e a Dongollo, 3 1 7
che significa «pietra». Le strutture hanno la particolarità di essere state
ricavate eseguendo fosse a cielo aperto e lasciando isolato nel mezzo un
grande blocco di pietra. Questo è stato poi svuotato dall’interno e scol­
pito esternamente per realizzare la chiesa, che risulta così un monolite
il cui tetto rimane all’altezza del pianoro, da esso separato dal profondo
scavo. Le strutture di Lalibela, che è il sito dove assumono la forma più 4 0
grandiosa, uniscono quindi la tecnica delle corti a pozzo del Nord Africa
e del sud d’Italia, caratterizzata dallo scavo a cielo aperto, a quella de­
gli ipogei svuotati internamente come in Egitto, a Petra, nel complesso 3 8
dei Sassi di Matera e in Cappadocia. Le chiese sono fornite di impluvi 3 9
per l’acqua e di sistemi idrici che alimentano le vasche dei battisteri. Un
Scavo di grotte per
intercettare l’acqua
sistema di fossati a cielo aperto, di tunnel e di canali circonda i com­ 41 . 42
plessi monumentali. Il nome della città deriva da quello del sovrano, La­
libela, che nel Medioevo avrebbe, secondo la tradizione, realizzato la
città. Il Chebra Neghest, la Gloria dei Re, il libro sacro dei sovrani etiopi,
attribuisce a Lalibela imprese favolose come quella di avere deviato le
sorgenti del Nilo Azzurro per assetare e minacciare di completa spari­
zione l’intero Egitto. Anche se questa azione sembra esagerata, è certo
che le competenze idrauliche del sovrano etiope dovevano essere straor­
dinarie. Esse si basavano su conoscenze e pratiche diffuse da tempi an­
tichi e presenti nella regione ancora oggi.
Sugli altipiani etiopi, lungo i pendìi dei bordi della Rift Valley, nelle
valli assolate del bassopiano migliaia di villaggi si susseguono traman­ 4 3
dando forme e pratiche immutabili. Sembra di vedere in dimensioni 67
38 . Petra (Giordania). La rupe di arenaria è scavata con am bienti ipogei organizzati lungo tutta l ’altezza della roccia. I vari livelli sono collegati
68 con scale esterne intagliate nella parete.
40. Lalibela (Etiopia), chiesa ipogea m onolitica di B ie t G hiorgh is (sec. x n d .C .) . Il tetto della chiesa corrisponde al piano di cam pagna. La
tecnica costru ttiva degli ipogei m onolitici procede scavando una corte nel pianoro e lasciando al centro una porzione di roccia a cui si
danno form e architettoniche. Progredendo nello scavo vengono aperte le finestre e, attraverso queste, ricavati i piani intern i con colon­
7° nati, capitelli e ordini architettonici. I l risultato ha l ’apparenza d i u n ’architettura costruita, ma è in e ffe tti un m onolite-scavato.
grandiose il paesaggio originario dei villaggi trincerati delle Murge nel 3 3
sud d’Italia. Ogni agglomerato di capanne, posto su un’emergenza di 4 4
terreno elevata rispetto ai campi circostanti, o in leggera pendenza, è
circondato da fossati ellittici composti, a volte, da cerchi concentrici di­
Villaggi con fossati
sposti l’uno dentro l’altro. Qui la pratica è viva e l’uso ancora verifica-
e ipogei bile. Bisogna, tuttavia, svolgere l’osservazione durante il corso di più
stagioni, e spesso di anni, per apprezzarne l’utilità basata su diversi ac­
cadimenti, alcuni ricorrenti, altri eccezionali. Nella stagione delle piogge
i fossati sono drenaggi che tengono asciutto il terreno proteggendo ca­
panne e orti. Raccolta l’acqua, la conservano nelle parti più in basso per
i momenti di siccità e diventano cisterne di raccolta dalla forma lineare, 4 5
Irrigazione per dove è più facile anche fare abbeverare i buoi in situazioni di emergenza.
riflusso delle piene
In un dipinto rupestre del Neolitico sahariano si può osservare una man­ 46
dria che si disseta in una struttura allungata molto simile a queste. Lungo
le pareti dello scavo si aprono camere e ambienti utili per riporre ali­
menti, che devono restare freschi o al riparo da insetti nocivi. Le parti
del fossato più a monte, che rimangono libere dall’acqua, sono utili per
incanalare i bovini e gli ovini, contarli, mungerli o tosarli, a volte na­
Utilizzo di residui
per alimentare sconderli e proteggerli. Nella trincea finiscono anche i rifiuti del villag­
gli animali gio, le carcasse degli animali e i loro liquami. Così quando vengono ir­
41.
P rofon di fossati circondano
rigati i campi se ne effettua la concimazione. Si compie quello che
i com plessi m onum entali ipogei di realizza il Nilo quando, inondando, deposita il limo fertile. Praticata più
Lalibela. Il loro uso per il drenaggio in piccola scala è la tecnica cosiddetta di riflusso delle piene, utilizzata
e la raccolta delle acque è testimoniato
dalle vasche di conservazione del
ancora lungo il corso del fiume Niger, e sviluppata nell’antico Egitto
prezioso liquido per la stagione arida. nella immensa rete idraulica che ha creato questo paese.

71
4 2. Lalibela (Etiopia). Un elaborato sistem a di tunnel sotterranei, in m assim a parte ancora sconosciuti, collega i d iversi fossati provvedendo
72 alla preservazione dei m onum enti ipogei nella stagione delle piogge e alla conservazione delle risorse idrich e p er i periodi secchi.
4 3 -4 4 - Villaggio d ell’altopiano etiope. N ella foto di insiem e, in alto, è ben visibile il fossato ellittico simile a quelli dei villaggi neolitici (fig. 33).
In basso il particolare del fossato, il cui utilizzo polifunzionale serve tuttora a tenere asciutta e drenata l ’area abitata, a costituire una
riserva idrica e un sistem a di raccolta di liquam i per la fertilizzazione dei suoli. 73
In alcuni casi i fossati hanno diramazioni o si raddoppiano con ul­
teriori curve semicircolari. Sono utili per intercettare flussi più abbon­
danti o per indirizzare l ’acqua in aree precise. Esse fungono da sbocco
al troppo pieno nel caso di inondazioni eccezionalmente irruenti o per
ripulire delle aree utilizzando lo scorrere dell’acqua e canalizzando lo
stallatico su altre in momenti stagionali precisi. Così si spiegano le di-
33 ramazioni e il moltiplicarsi dei fossati riscontrabili nel Neolitico di Ma-
tera. Allo scopo erano utilizzate chiuse o muretti posti non trasversal­
mente, a sbarramento del canale, ma lungo la sua direzione, funzionanti
come ripartitori di flusso. Strutture analoghe sono state rinvenute nello
scavo di un fossato neolitico a Gravina in Puglia vicino Matera e del vil­
laggio neolitico di Casaldolce presso Roma, dove una recente indagine
archeologica ha confermato l’uso idraulico dei fossati (Zarattini e Pe-

m
trassi, 1997). N ell’Italia settentrionale lo scavo del villaggio neolitico di
Piancada di Palazzolo dello Stella in provincia di Udine ha permesso
l ’identificazione di un grande canale di drenaggio. Usato tra la prima
metà del v e gli inizi del iv millennio aveva una larghezza media di 1,5
metri e una profondità di 50 centimetri. In esso, a conferma dell’uso po­ Fertilizzazione con
lifunzionale verificato per le consuetudini dei villaggi etiopi, sono stati cadaveri di animali
rinvenuti scheletri e carcasse di animali.
\

E possibile che all’origine dei fossati ci siano semplici pozze adoperate 45: E ritrea , buoi che si abbeverano
per l’acqua e per i rifiuti, del tipo di quelle visibili nei villaggi neolitici e in un fossato. L e strutture idriche
lineari sono le più funzionali per
47-49 agropastorali di Matera. La pratica può essersi rivelata utile alla selezione le pratiche pastorali di abbeverata
delle specie coltivate domestiche e alla individuazione dei periodi della e lavaggio delle m andrie.
46. D ip in ti del N eolitico sahariano sem brano riviv ere in scene consuete della v ita pastorale eritrea (fig. 45). 75
4 7 *4 9 - V illaggio neolitico d i M urgia Tim one, pozze per la raccolta di acque e altre attività agropastorali intagliate nel calcare. Le cavità della figura 4 7 sono
collegate tra loro per form are un dispositivo di decantazione e filtrazione delle acque. L a m icrocisterna a destra (fig. 48), riem piendosi di acqua pio­
vana, costituisce un abbeveratoio per gli animali; il graffito delle corna a lira e della croce marcano e sacralizzano il luogo. In fin e il dispositivo rupestre
della figura 49 è di nuovo una fossa per la raccolta e decantazione d ell’acqua. -
5 0 . In quese fosse delle M urge, a un tempo opere agricole e sepolcreti rupestri, si raccoglie il terreno, l ’humus e l ’acqua, perm ettendo la crescita
delle piante.
semina adatti ad ogni pianta. Infatti i semi ingeriti finivano con gli escre­
menti nelle fosse, dove germinavano spontaneamente nella stagione ad
essi appropriata. La bagnatura dei campi con l ’acqua delle pozze ha por­
tato anche alla comprensione delle facoltà fertilizzanti del letame.
Una particolare tecnica ancora oggi utilizzata in Burkina Faso sembra
avvalorare la ricostruzione proposta. Si tratta di un metodo chiamato
zai che permette di rigenerare suoli molto degradati usando pozze d ’ac­
qua, rifiuti e anche l ’azione combinata di altri esseri viventi. Vengono
fatti dei buchi sul terreno che nella stagione umida si riempiono di ac­
qua e in quella secca vengono usati per la raccolta di rifiuti e letame. La Creazione
e riabilitazione
pratica attira le termiti che digeriscono i rifiuti. Questi divengono me­ dei suoli
glio assimilabili dalle radici delle piante, mentre i cunicoli scavati nel
terreno dalle termiti aumentano la porosità dei suoli. Nei buchi si pro­
cede poi alla semina, ottenendo altissimi rendimenti di raccolto. Negli
50 altipiani delle Murge in Italia la pratica delle fosse scavate per favorire
la raccolta di terreno e la vegetazione si è perpetuata dal Neolitico fino
alle epoche più recenti.
La polivalenza e la multifunzionalità sono quindi l’essenza delle strut­
ture neolitiche. Questa caratteristica è il motivo del successo delle prime
comunità. La mole di lavoro da esse intraprese si spiega con il fatto che
51*
la vita stabile ha imposto la realizzazione delle opere necessarie per man­ T assili degli A jjer (Sahara algerino).
tenere condizioni favorevoli in presenza del cambiamento: stagionale, N e l dipin to neolitico la scena
d ell’antica tecnica della semina
ambientale o catastrofico. Sono state elevate torri, scavati argini, co­
effettu ata m ediante un bastone
struiti muri per condensare l’acqua, indirizzarla, proteggere e creare il forato, conservatasi invariata fino
suolo fertile. Le stesse opere, continuamente potenziate attraverso le ge- ai giorni nostri (figg. 52 -53 ).
nerazioni, hanno poi rafforzato la propensione alla stabilità, perché ave­
vano necessitato troppi sforzi per essere abbandonate e fornivano sicuri
vantaggi. Erano dispositivi di regolazione rispetto all’imprevedibilità
dell’ambiente e all’inquietudine dell’esistenza. I modelli positivi si sono
tramandati e riprodotti nel tempo e nello spazio affinando le tecniche e
investendo le forme di una carica e sacralità simbolica. Questa avvol­
geva ogni attività, dalla semina alla fertilizzazione e irrigazione dei campi
e alle pratiche di scavo, e spiega come le tecniche si siano perpetuate nel
tempo e propagate in luoghi lontani senza subire mutamenti di rilievo.
La semina svolta indirizzando i chicchi direttamente nel loro alloggio
nel terreno, per evitare sprechi, effettuata dalla donna tramite un ba-
51 stone forato, si ritrova identica in culture lontane. Ha origine nel N eo­
litico quando si riponeva il seme accuratamente nel foro praticato con
un legno nel suolo. Appare riprodotta in un sigillo babilonese del n mil­
lennio in una scena di aratura effettuata con una coppia di buoi. E an-
5 2 cora praticata nello Yemen lungo la valle dell’ Hadramaut con il bastone

53 forato identico a quello di Babilonia e nell’isola spagnola di Ibiza dove


la donna semina seguendo l ’uomo che traccia il solco.
La spiritualità e il rito assumono il compito di fare accettare i duri la­
vori indispensabili per mantenere l ’equilibrio delle cose e permeano le
tecniche della sacralità che le ha tramandate nel tempo. I grandi cerchi
neolitici, con i fossati e le attività ad essi collegate, erano i motivi del
successo della comunità e ne costituivano anche il segno di identità. Il
loro uso variava in sintonia con l’avvicendarsi delle stagioni marcando
con compiti differenziati il ciclo degli avvenimenti climatici. Per questo
i perimetri dei villaggi erano installati con precisi orientamenti astro­
nomici e l’organizzazione spaziale codificata nelle conoscenze tradizio­
nali era considerata artefice e garante del corretto svolgersi del tempo,
essa stessa immagine dell’armonia del cosmo.

4-

Agropastori - utilizzatori dei metalli


D eserto giordano, g raffito d ell’E tà dei M etalli con scena di caccia. U n personaggio di rango dotato
di una im ponente acconciatura e arm ato d i un lungo giavellotto insegue a cavallo una gazzella. In
basso personaggi stilizzati e una enigm atica rappresentazione sim bolica.
Nomadismo transumante e guerriero

Alla fine del Neolitico le grandi innovazioni nei modi di vita e nella agri­ 241
coltura sono ormai state introdotte. La fase successiva, marcata dalla dif­
fusione delle tecniche di lavorazione dei metalli, vede l’aumento della
mobilità e della capacità di azione sull’ambiente. Nuove culture in pos­
sesso del carro trainato dai cavalli, di barche capaci di affrontare lunghe 5 5
distanze, di nuove armi e attrezzi più resistenti, sostituiscono le società
neolitiche. La loro diffusione in Europa e nel Mediterraneo è legata alla 2 4 2
ricerca dei minerali di rame e di stagno - utilizzati per fabbricare il
bronzo a partire dalla fine del ni millennio - e poi di ferro. Soffietti,
tubi, pinze e martelli sono gli strumenti della nuova tecnologia neces­
sari a fare raggiungere ai forni le temperature di fusione e a battere e
forgiare le armi. Si tratta di attrezzi trasportabili che determinano una
nuova capacità e propensione allo spostamento, utilizzata dai detentori
di queste conoscenze per acquisire vantaggi sulle altre culture. Ancora
oggi in Africa gli oggetti di metallo sono lavorati da fabbri girovaghi che
recano con sé il mantice fatto di pelle di capra e sono accolti nei villaggi
con reverenziale timore. Ha inizio il processo di stratificazione sociale
e di privatizzazione dei mezzi di produzione sui quali si fonda la divi­
sione del lavoro, lo scambio, la competizione per il dominio sulle risorse
naturali, sugli altri gruppi e tra gli stessi individui.
Il termine metallo viene dal greco metallao, «ricercare», e metallon è
il luogo di estrazione, la miniera, la cava. La preziosità del nuovo mi­
nerale determina la frenetica prospezione dei giacimenti e lo scavo delle
miniere. Le innovazioni nell’armamento assicurano la supremazia mili­
tare a popoli che, attraverso l’uso della ruota, del carro e del cavallo, ac­
Clan familiari
quisiscono nuove capacità di spostamento. Questi popoli organizzati in
clan familiari praticano economie pastorali, transumanti e seminomadi
dove ognuno è proprietario della sua cavalcatura, cosa che li rende po­
tenti organizzazioni belliche dalla grande mobilità. Una nuova conce­
zione del mondo, basata sulla fiducia nella esplorazione e nella scoperta
e nella trasformazione vantaggiosa delle risorse naturali, si diffonde
Nomadismo
dall’Asia centrale in Europa e nel Mediterraneo. Ai principi femminili
transumante della fertilità e della fecondazione propri dell’economia neolitica si so-
stituisce il potere del metallo estratto con violenza alla terra e forgiato
con il fuoco. Sulla sua forza aggressiva e penetrante si fonda un’aristo­
crazia maschile, guerriera e conquistatrice, orgogliosa del controllo ac­
quisito sulle forze della natura. Esempio tipico di dominatore dei me­
talli è il re pastore omerico, eroe e conquistatore, che va all’assalto di
Troia, centro per eccellenza dell’Età del Bronzo.
In questo stesso periodo nasce il monoteismo, che è stato designato
come il vero momento di passaggio dal mondo animistico delle società
tradizionali alla modernità. Il libro di Giobbe nella Bibbia illustra con
grande forza e poesia questo momento, esprimendo lo stato d ’animo
dell’agricoltore che si sente partecipe del mondo della natura e lo sgo­
mento provato rispetto alle direzioni di avidità e di violenza imboccate
dalla civiltà:
Il ferro è estratto dalla terra
e il rame è fuso dalle pietre.
(...)
La terra da cui si trae il pane
è nel sottosuolo sconvolta con il fuoco.
(...)
La mano dell’uomo si tende sulla roccia di selce
e sconvolge le montagne dal profondo.
Nelle rocce scava gallerie
e su tutto quanto è prezioso posa l ’occhio.
Argina i fiumi affinché l ’acqua non passi
e tutto ciò che si nasconde porta alla luce.
Ma la sapienza da dove si trae?
E il luogo dell’intelligenza dov’è?
(Giobbe, 28, 2-12)
Il poema, frutto della tradizione orale trascritta tardivamente, dimo­
stra una conoscenza diretta dei giacimenti di preziosi sfruttati dagli egizi
nel Sinai e delle miniere di rame nella Valle dell’Araba, tra il Mar Morto
e il golfo di Aqaba.
La Mezzaluna fertile era l’area di congiunzione e di scambio dei grandi
imperi fluviali dell’epoca, autori della prima architettura monumentale:
l ’Egitto nella valle del Nilo con le piramidi e Sumer tra il Tigri e l ’Eu-
frate con le ziggurat. Nell’Età dei Metalli queste forti organizzazioni sta­
tali idrauliche, grazie al surplus agricolo, mantenevano una grande quan­
tità di artigiani e operatori di mestieri, artefici di un enorme potenziale
produttivo. L ’Egitto inviava periodicamente spedizioni, formate di genti
a piedi e asini, attraverso il deserto, nel Sinai per prelevare il turchese e
nel Negev per il rame. Si trattava inizialmente di squadre militari che ac­
compagnavano i minatori con scorte e vettovaglie, ma presto si trasfor­
marono in convogli di mercanti che utilizzavano le popolazioni locali. I
sumeri organizzavano carovane di carri trainati da buoi e onagri cariche
di manufatti urbani da scambiare con i villaggi situati lungo le piste. La
presenza di risorse minerarie messe a nudo dagli sconvolgimenti tetto­
nici rendeva l ’area della Rift Valley un luogo di particolare interesse. Il
bitume del Mar Morto era utilizzato e commercializzato fino dal Neoli­
84 tico, ma l ’estrazione del rame era la risorsa più importante.
55- Le miniere di rame della valle dell’Araba, a una giornata di cammino
P ittu ra sahariana d i carro trainato
da Petra, sono tra le prime mai scavate. Furono sfruttate nella prima e la
da una coppia di cavalli.
Q ueste raffigurazion i d i bighe media Età del Bronzo e di nuovo tra il x v iii e il xm secolo a.C . dagli edo-
leggere m ontate da ard iti guerrieri miti a cui successero i nabatei. Più tardi contribuirono alla potenza eco­
si ritrovano fin o nel Sahara
più interno.
nomica del regno di Salomone e sono state utilizzate fino in epoca isla­
mica. Le pratiche di coltivazione delle miniere, favorite dalla stessa
disponibilità di attrezzi migliori, sviluppano le tecniche di scavo. I pozzi
all’aperto del Neolitico evolvono in gallerie con sezione quadra o rotonda,
dotate di pilastri di puntello, sistemi di ventilazione e di drenaggio delle
falde. L ’esperienza nella estrazione mineraria fornisce la base tecnica per
lo scavo di cave e abitazioni rupestri nelle pareti di arenaria e il traforo
di gallerie per imponenti opere idriche. Si creano gallerie di aerazione,
sistemi di drenaggio e dispositivi idraulici per arginare le falde di acqua,
«si esplorano con occhio avido le parti più nascoste del creato e i segreti
Scavo e drenaggio tesori della terra vengono portati alla luce». Fieri conquistatori, bramosi
nelle miniere
di minerali preziosi, si spingono per mare e per terra ripercorrendo anti­
che direttrici in tutte le regioni del pianeta. Le lente movenze dei buoi
sono sostituite dal rapido carro a due ruote tirato dai cavalli, agile stru- 55
mento di spostamento e di conquista. La rappresentazione di queste ve­
loci bighe dalla leggera navicella montata da guerrieri protesi nel cosid­
detto «galoppo volante» si ritrova nelle più lontane zone del Sahara. Le
figure di uomini armati, dette bitriangolari dalla schematizzazione della 56
forma, i segni stilizzati del cavallo, della spada e della ruota raggiata, si
sovrappongono in tutto il Mediterraneo alle rappresentazioni naturali­
stiche del periodo precedente. Si diffondono i tumuli di pietra, i kurgan,
megalitici le tholos. Si tratta di mausolei dedicati ai capi dei clan, guerrieri ornati 85
di simboli virili e solari che appaiono dipinti sui vasi, scolpiti sulle stele
falliche monolite o incisi all’ingresso delle tombe, dove ora predominano
gli ornamenti dedicati alle sepolture maschili.
La Grande Dea Madre, tuttavia, non scompare completamente. Per
tutta la prima Età del Bronzo regna sovrana a Creta e in altre civiltà. In
seguito, spodestata dalle sedi principali e dal predominio nella società,
rimane come consorte della divinità maschile, contraltare femminile del
potere dominante. Si rifugia negli anfratti e nelle grotte dove il suo culto
viene perpetuato in rituali misterici rivolti alle acque sotterranee. Que­
ste stillano nelle cavità fino a intaccare la roccia più dura, vengono alla
luce in sorgenti e pozze e sono capaci di dissolvere il ferro meglio for­
giato. Rappresentano il lato in ombra della condizione umana, quella di­
mensione debole e più inafferrabile dell’essere, ma che opera inces­
santemente e costantemente riemerge. Nei segreti recessi le religioni
della Madre Terra non cessano di perpetuarsi. Ancora oggi in molte so­
cietà tradizionali il predominio maschile appare una verniciatura su uno
strato che opera nel profondo e di continuo riappare.
L’orgoglio dei re interpreta in modo monumentale strutture che erano
dispositivi tecnici delle culture locali e se ne appropria. Simbolica in tale
senso è l’operazione fatta dal faraone Tutmosi I che alla metà del n mil­
286, 287 lennio scavò sulla riva sinistra di Tebe gli «ipogei nel wadi», cioè i primi
monumenti dell’area nota in seguito a tutto il mondo come la Valle dei
Re. La localizzazione delle strutture sotterranee proprio secondo le rami­ 5 6 .
ficazioni del corso del fiume fossile del deserto fa pensare o a una preesi­ P ittura sahariana di com battenti
stenza di scavi funzionali alla intercettazione della rete idrografica o, dbitriangolare
ell’E tà d ei M etalli. L a stilizzazione
delle figure prende
quanto meno, all’uso monumentale dell’esperienza accumulata in queste il posto del naturalism o pastorale
attività. Nel corso del tempo diventerà così sempre più difficile l’identi- del periodo precedente.

86
ficazione funzionale di realizzazioni che pure continuavano a svolgere l ’an­
tico ruolo. I guerrieri pastori, padroni del metallo, forti dei nuovi attrezzi
incrementarono le tecniche di scavo e di taglio della pietra. Penetrarono
la roccia, eressero mausolei, costruirono fortezze e muraglie. Organiz­
zando i pendìi e bonificando le pianure costiere, colonizzarono ambienti
Captazione Prese di acqua
di energia e risorse e canalizzazioni tralasciati dalle precedenti espansioni. Tutte queste opere furono rese pos­
per irrigare i pendìi
sibili dall’uso sapiente delle risorse della natura e dall’applicazione dei prin­
cipi della captazione, raccolta, condensazione e distribuzione dell’acqua.
Si afferma in questo periodo il concetto di territorio costituito da una
rete di centri che, agendo in modo integrato, realizzano la possibilità di
sfruttare differenti ecosistemi. Sulla base di dati bioarcheologici Graeme
Barker (19 8 1, 1988-89) ha mostrato come in Italia centrale, a partire
dal 11 millennio a.C ., la pratica di transumanza stagionale fosse già avan­
zata, in connessione con un sistema articolato di villaggi di altura, per­
corsi, stazioni di sosta e pascoli. Interpretate in questa chiave, anche le
realizzazioni monumentali acquistano un altro significato. I condottieri
dell’Età dei Metalli consacravano le loro armi in pozze e le depositavano
in ripostigli votivi sotterranei stillanti di umidità. Rendevano così omag­
gio all’acqua che racchiudeva il segreto della tempra del duro ferro e an­
che della sua corruzione.

L e porte d elle acque d e l cielo

Le fortificazioni e le opere di sostegno dei suoli sono i modelli orga­


nizzativi dello spazio dell’Età dei Metalli. I centri urbani erano funzio­
nali a un sistema di commerci ramificato, che usava i lingotti di metallo
fusi a forma di pelle di bue come moneta. Il profeta Ezechiele nel vii se­
colo a. C. enumera gli empori lontani che commerciavano con la Palestina
«gli aromi più squisiti, pietre preziose e oro» e tra questi cita Canne, Eden
e Saba (Ezechiele, 27, 21-24). Le massicce strutture di questi centri non
avevano solo una funzionalità bellica. In tutta la penisola arabica dal M e­
diterraneo fino all’Oceano Indiano l’aridità climatica ha determinato che
fosse proprio l’acqua la risorsa con cui doveva innanzitutto confrontarsi
l’insediamento urbano. Nel deserto del Negev a nord-ovest di Petra, su
una collina dominante il versante orientale della valle di Beersheba, lo
scavo del sito di Arad ha fornito l’esempio più completo di un insedia- 277

mento della prima Età del Bronzo (Amiran, 1970). La topografia della col­
lina disegna un largo emiciclo che drena le acque di scorrimento dell’in­
sieme della superficie rinchiusa da una muraglia verso l’interno, dove sono
raccolte da un serbatoio centrale. Come si riscontra ancora oggi nei vil­
laggi sudarabici, le abitazioni si raggruppano intorno alla cisterna, b ir o 57

birkeh, e la fortificazione, che racchiude una superficie molto più ampia


dell’area costruita, ha lo scopo di proteggere l ’impluvio di raccolta. Si­
stemi analoghi sono riscontrabili nel sito di Teleylat Ghassul nella valle
del Giordano e nella città di Jaw a nel deserto orientale. Qui fino dalla 278

prima Età del Bronzo, nel 3000 a.C ., un sistema di sbarramenti indiriz­
zava l’acqua delle montagne in bacini che alimentavano una popolazione
Agricoltura
di circa 2000 abitanti. La tecnica immutata è stata utilizzata dai nabatei
nabatea e sabea nella città di Umm al-Jamal ai confini del deserto siriano. 87
279 Canne corrisponde a Qana, l’antico sbocco sull’Oceano Indiano della
via dell’incenso. Qui i magazzini e le installazioni portuali sono domi­ BInsediam
eyt B ow s (Yem en).
ento di pietra sull’altopii
nati da uno scosceso promontorio vulcanico. Vi si accede per un imper­ con cisterna a cielo aperto
vio sentiero che dopo alcuni meandri diventa una larga e comoda rampa. per l ’approvvigionam ento idrico.
Al suo ingresso si può leggere un’iscrizione rupestre incisa in caratteri
dell’antica lingua dei sabei. Il testo celebra i lavori di manutenzione fatti
eseguire dal sovrano nella città di Qana, posta sulla rocca chiamata
Mahayat che, secondo le traduzioni correnti, sarebbe stata rinforzata a
scopi difensivi. In cima alla collina si notano antiche costruzioni, ma
nessuna a evidente carattere militare. La sommità risulta spianata in una
conca circolare digradante verso la rampa che discende al porto. Il bordo
meridionale più elevato è occupato da un edificio più importante che
domina l’area centrale. Intorno a questa, più in basso, spiccano una se­
rie di vasche di varia forma e dimensione scavate nel terreno. La più
58 grande è quadrata profonda oltre 3 metri. U n’altra è rettangolare lunga
15 metri e larga 4. Entrambe hanno i bordi arrotondati e l ’imbocco pre-
59 ceduto da bacini più piccoli. Una terza ha la forma di una mezzaluna e
la quarta è separata in due scomparti. Si tratta evidentemente di un si­
stema idraulico per conservare l’acqua dopo averla decantata tramite i
bacini successivi. La superficie di raccolta è costituita da tutta l’area cen­
trale dominata dall’edificio più importante, dedicato probabilmente alle
offerte propiziatorie e al culto. L’acqua è quella atmosferica, ma più che Raccolta di acqua
piovana in pozze
dalle rare e sporadiche piogge l’alimentazione è data dalla condensazione e cisterne
dei vapori marini carichi di umidità nella grande conca che funziona
88 come una sorgente aerea. Gli architetti di Qana avevano dunque risolto
58-59- Sito archeologico d i Q an a (Yem en). Il prom ontorio d i Q ana, sull’O ceano In d iano, è attrezzato con d iversi tipi di raccolta di acqua. Le
cisterne sono fo rn ite d i d isp ositivi d i filtraggio e decantazione (fig. 58) e hanno form e particolari com e quella a m ezzaluna della foto
in basso. L ’alim entazione è data dalle rare piogge e dalla condensazione d ell’um idità marina.
6o. A den (Yem en), cisterne cosiddette della regina d i Saba. U n im ponente sistem a d i vasche è organizzato allo sbocco del cratere di A den,
90 che nel passato era im perm eabilizzato per funzionare da immenso d isp ositivo di captazione di um idità e alim entare le vasche.
IH l

61. un problema molto più importante di quello militare: permettere tra­


Particolare delle cisterne d i A den,
mite la produzione idrica l’esistenza stessa della città e l ’approvvigio­
im perm eabilizzate con un intonaco
tradizionale dalle capacità namento delle navi. E possibile che il nome riportato nell’iscrizione sa-
d i resistenza eccezionali. bea rappresenti proprio questa funzione. Ma, «acqua», e hayat, «vita»:
la rocca dell’acqua della vita.
L ’interpretazione dell’uso della rupe di Qana facilita la comprensione
dell’alimentazione idrica della città di Aden. L ’intera isola, ora congiunta 280
alla terra ferma, su cui è posta la città, è costituita dal cono di un enorme
vulcano spento. L ’antica Aden è costruita proprio nel punto di rottura
del bordo del grande cratere che si apre con un avvallamento verso il
mare. Il cono vulcanico era utilizzato come un immenso catino per rac­
cogliere piogge e particelle di umidità che, dalle pendici sapientemente
impermeabilizzate, venivano convogliate nell’avvallamento. Addossate
Convogliamento ai lati delle pareti scoscese erano state costruite vasche di raccolta capaci 60,61
e regimazione delle
piogge lungo i pendii di intercettare ogni più piccolo flusso di scorrimento. Tunnel e canali
alimentavano una serie di cinquanta grandi cisterne a cielo aperto con
una capacità di i 400 000 ettolitri d ’acqua, versanti Luna dentro l’altra
lungo tutta la discesa verso il mare.
Qana è oggi un sito archeologico abbandonato e Aden ha le antiche
cisterne sempre vuote e deve essere alimentata con lunghi acquedotti e
costosi impianti di desalinizzazione. Avendo perso la memoria dell’an­
tico funzionamento, le opere di manutenzione non sono più effettuate
e l’acqua non affluisce più nelle vasche. L’abbondanza di un tempo è
così collegata ai magici poteri della mitica regina di Saba a cui si attri­
buiscono quelle opere. 91
342 La capitale in Arabia della regina dei sabei è M arib, oggi un luogo
completamente deserto nel nord dello Yemen. Qui tra i pilastri del tem­
pio della luna la b ella B ilq is, nome yem en ita d ella reg in a am ata
da Salomone, compiva tra giochi d ’acqua e osservazioni astrologiche i
riti propiziatori alla fertilità dei campi e alla prosperità dei commerci.
L ’impressione di quell’epoca meravigliosa è rimasta vivida nelle epopee
dei popoli arabi e nelle trascrizioni letterarie. Il Corano dedica a Saba
la sura x x x iv in cui cita «il paese delizioso» formato da due giardini,
quello del nord e quello del sud. La tradizione riporta che Abramo,
quando gli fu mostrato il regno dei cieli, chiese di conservare in esso solo
due cose terrestri: l ’area agricola della Ghuta di Damasco e i due giar­
dini di Saba a Marib. Lo storico medievale al-Masudi scrive che l’oasi
di Marib era talmente vasta che un viaggiatore a cavallo impiegava un
mese per attraversarla procedendo sempre all’ombra delle palme {Prate­
rie d ’oro, in, 367). Alle donne, riportano altri autori, era sufficiente pro­
cedere nei due giardini con un paniere sulla testa per ritrovarlo riempito
di frutti, poiché questi maturavano in tale abbondanza che non era ne­
cessario salire a prenderli sugli alberi o raccoglierli da terra. Lo storico
al-Hamdani riporta che l ’area dei campi coltivati si estendeva nel deserto
fino a Shabwa e la valle dell’Hadramaut (Ikhl, vm, 98).
I resti titanici delle realizzazioni che rendevano possibile questo pro­
digio sono ancora visibili. Ciclopiche muraglie di pietra poste sul lato
destro e sinistro del wadi Dhana a monte del sito archeologico di Marib
62,63 sono state riconosciute come le testate della possente diga, considerata
una delle meraviglie del mondo antico, che permetteva di imbrigliare le
piene e utilizzarle sapientemente per l’agricoltura. Le numerose iscri­
zioni sabee incise sui grossi blocchi di pietra non lasciano alcun dubbio
sull’identificazione della possente struttura chiamata aram, la difesa.
Tuttavia definire diga le installazioni idrauliche di Marib è riduttivo e
fuorviante. La cosiddetta diga, la struttura più imponente, oggi ben vi­
sibile, sbarrava il corso del wadi Dhana orientato in direzione est-ovest
con un terrapieno lungo 620 metri, alto 16 e spesso alla base 60. Ma non
aveva il compito di creare un bacino idrico a monte dell’opera muraria
quanto piuttosto quello di innalzare l’acqua e ripartire le piene ai due
lati del corso del wadi. Infatti alle due estremità vi sono le gigantesche
chiuse e canalizzazioni che indirizzano l ’acqua a nord e a sud della città.
Ecco spiegato, quindi, il significato dei due giardini citati da tutti gli au­
tori: la ripartizione dei flussi creava due aree coltivate allargando a ven­
taglio il deposito di terreno fertile oltre entrambe le rive. Misurando l’al­
tezza degli accumuli di limo, che arriva anche a 30 metri, e considerando
tempi di sedimentazione pari a 1 , 1 centimetri l ’anno, si è calcolato un
periodo di operatività del sistema idrico di almeno 2700 anni. Siccome
la pratica di controllo idrico è cessata intorno alla fine del vi secolo d. C.,
i giardini esistono almeno dal m millennio. Questa datazione così antica
della civiltà sabea è confermata e prolungata ancora più indietro nel
tempo dal recente scavo di ripartitori analoghi sepolti da sedimenti e ab­
bandonati già in epoca arcaica. La diga di Marib è quindi un ripartitore
di flussi che permette di creare giardini e campi coltivati apportando hu­
mus e creando terreno fertile imbevuto d ’acqua. E parte di un complesso Prese d’acqua e
creazione di giardini
sistema idrico formato da molteplici deviatori, misuratori, argini e ca- ai lati dell’alveo
62-63. L a chiusa sud e la chiusa nord della grande diga d i M arib (Yem en). Si trattava d i un com plesso sistem a di ripartizione d ell’acqua in ter­
cettata da uno sbarram ento che si estendeva perpendicolare al w adi D hana tra le due chiuse.
nali, testimonianza di una tecnologia idraulica il cui livello avanzato do­
veva essere frutto di conoscenze maturate e sperimentate in epoche an­
cora più lontane.
I ripartitori di M arib divenivano operativi durante le piene distri­
buendo il flusso. Oltre questi momenti eccezionali altri sistemi di pro­
duzione assicuravano l’acqua bevibile. Questa necessità può spiegare nu­
merose opere, celebrate nelle iscrizioni, costituite da enigmatici canali e
ambienti ricavati alla sommità delle alte mura della diga e delle possenti
fortificazioni e torri realizzate in tutto il deserto. Su di esse si ritrova
sempre un’iscrizione dedicatoria in cui i re e i dignitari, chiamati mukka-
250 rìb, si vantano di avere realizzato i mahfid, opere considerate preziose e
oggetto di venerazione. L ’archeologa Jacqueline Pirenne, che ha dedi­
cato le sue ricerche alla migliore interpretazione della lingua e della ci­
viltà sabea, ha ipotizzato che la parola mahfid, usualmente tradotta con
«torri», avesse tutt’altro significato. Ella fa notare come «gli epigrafisti
e gli stessi archeologi non fanno molta attenzione alle tecniche: l’arte,
l ’architettura e il culto vengono per loro al primo posto» (Pirenne, 1977).
Inoltre gli studiosi, per la gran parte europei, ignorano del tutto l ’ecolo­
gia dei paesi aridi e quindi le loro conoscenze di sistemi di utilizzo delle
risorse idriche non potevano andare oltre la nozione di diga, canale o
pozzo. Così tutte le realizzazioni venivano interpretate come mausolei
e templi o torri e altre strutture a carattere militare.
Una celebre iscrizione dedicatoria in cui si chiede al dio di portare la
«pioggia di autunno e la pioggia di inverno» non ha senso nel regime cli­
matico già arido ai tempi sabei. Traducendo invece il termine pioggia
con rugiada si scopre quali fossero le preoccupazioni e le attenzioni di
questo popolo. Si comprendono allora anche i mahfid: dispositivi per la
Massa muraria per
raccolta dell’acqua che utilizzano la massa della muratura e la doppia ca­ captare l’umidità
micia muraria come camera di condensazione. La costruzione di un mah­
fid consisteva nell’apporre davanti a mura già esistenti una seconda
muratura capace di creare ombra e umidità. La stessa tecnica è alla base
64 di molte costruzioni antiche come i nuraghe in Sardegna e si ritrova fino
alle epoche più recenti nelle architetture diffuse dalla civiltà islamica. E
presente nei palazzi e castelli del Medioevo arabo e nelle costruzioni
arabo-normanne come la Zisa di Palermo.
Appaiono così chiare tutta una serie di strutture come mura di pietra,
canali e superfici levigate che avevano il compito di raccogliere il liquido,
2 43 e diventano comprensibili i termini che le designano. M arbid è un muro
basso di pietre a secco che crea alla sua base umidità raccolta sulla su­
244 perficie piana da esso circondata. T u ’rat è un accumulo di pietre a forma
Muri a secco Agricoltura edomita
di mezzaluna capace di intercettare i venti carichi di nebbia e convo­
gliarne la condensazione entro cisterne scavate nella roccia calcarea, le
243 neqaba. M anhal è un allineamento di pietre piatte lungo i bordi di un ri­
249
lievo. R esa f è una serie di bacini organizzati lungo le pendenze per rac­
cogliere la pioggia. Questa è in genere destinata al tempio, tanto che il
resaf si confonde spesso con la superficie della corte o della terrazza del
rito. Numerose iscrizioni menzionano infatti «santuari a resaf», termine
il cui corrispondente ebraico risefa è utilizzato anche nelle descrizioni Superfici Tumuli
e allineamenti e allineamenti
94 bibliche del tempio di Salomone. di pietre di pietre
64. N uraghe d i Palm avera (Sassari). L a possente doppia m uratura è funzionale alla condensazione d ell’ um idità e alla preservazione d ell’acqua
nei d isp ositivi idraulici sotterranei secondo lo stesso principio dei m ahfid sudarabici.
La capitale della regina di Saba, come altre sue innumerevoli città,
giace ora sepolta nelle sabbie. In mancanza della manutenzione neces­
saria per gestire le opere idriche, il deserto ha preso il sopravvento. Tut­
tavia è sufficiente recarsi sugli altipiani più elevati dello Yemen per rin­
venire comunità ancora in possesso delle meravigliose tradizioni
idrauliche. Qui nella parlata araba corrente si sono conservate antiche
parole sabee. Si tratta soprattutto di termini relativi a lavori idraulici,
245 alla coltivazione e alle costruzioni. Harrah è il modo comune di indicare
67 i muretti 0 gli argini di pietra nei campi; masrafb lo sbarramento nel tor­
65, 66 rente per elevare il livello dell’acqua; iglamah è il deviatore d ’acqua,
provvisto di un foro per indirizzarla nei campi; zabur è la costruzione di
252 terra cruda; m a’had è la sala di abluzioni della moschea. Altre parole in­
dicano con precisione accurata tutte le differenti forme geografiche
67 (Rossi, 1940). G li avvallamenti sui pendìi, i tipi di impluvio, le varietà
68 di superfici di drenaggio, le zone di possibile inondazione, perfino le dif­
69 ferenti parti di una valle hanno un nome distinto secondo che siano con­
siderate, dal punto di vista della raccolta di acqua, la parte meno utile o
la migliore, chiamata «cuore».
Lungo ogni giogaia, vetta e vallata il complesso sistema di cittadelle,
avvistamenti e samsara, i palazzi per le soste delle carovane, organizzato
per controllare e proteggere i percorsi commerciali, è anche e soprattutto
un sistema di avvistamento meteorologico. Sugli altipiani le piogge arri­
vano rare, a scrosci impetuosi e improvvisi. Possono inondare rovinosa­
mente una valle e lasciare completamente arida quella vicina. «Matar! ma-
tar! la pioggia, la pioggia», gridano gli avvistatori sulle torri ed è tutto un
7° correre per spostare pietre e chiudere argini, per irrigare i campi e riem­
pire le cisterne. A Zafar, antica capitale, ve ne sono 365, una per ogni
giorno dell’anno, solo quando saranno tutte piene si potrà pensare con
71 tranquillità alla stagione successiva. Ad Hababa le superfici delle terrazze
72 raccolgono le piogge che vengono incanalate nella grande piazza-cisterna,
attorno cui è costruita l ’intera città come un anfiteatro dell’acqua.
Le superfici rocciose dell’altopiano, mediamente a quota 3000, costi­
tuiscono un impluvio che convoglia le piogge o la semplice rugiada not­
turna verso i bordi dove inizia il pendio. Qui sono poste le fortezze ele­
vate che immagazzinano l ’acqua e la ripartiscono nella vallata dove è
localizzato il centro abitato più importante. Le acropoli di Thula e
Kawkaban hanno cisterne a cielo aperto e grandi cavità ipogee, sono ca­
stelli per il controllo della risorsa idrica. La sommità della rupe che so­
73. 74, 34§ vrasta Thula è attrezzata con sistemi di raccolta ancora in uso, del tutto
simili a quelli di Qana. Lo sperone roccioso è completamente scavato da
75 ipogei con funzioni di camere rupestri, granai, cisterne e passaggi. Un
tunnel rifornisce il centro abitato subito ai piedi della scarpata a quota
2700. La galleria sbocca nel sottosuolo della moschea, che ha grandi am­
bienti con vasche per l ’abluzione e costituisce un vero e proprio monu­
mento all’acqua. Nelle forme del luogo di culto islamico sembra ancora
71 di vedere in vita l’antico tempio sabeo con il resaf, la corte di raccolta,
e l’altare lustrale. L ’acqua, dopo essere stata utilizzata per i riti sacri, viene
ripartita per irrigare i giardini. Tutto il percorso avviene per gravità,
senza impegnare energie per pompare o sollevare, grazie a una elaborata
96 organizzazione del territorio che sfrutta le linee orografiche dalla rac-
65-66. Y em en . L ’aratura del terreno perm ette ai cam pi d i assorbire l ’um idità atm osferica. In basso, la distribuzione d ell’ acqua nei cam pi tra­
m ite un d eviatore p rovvisto d i foro, l ’iglamah. 97
67-68. Yem en . In alto, alla base dei m arbid, i m uri di pietre che organizzano il pendio terrazzato, si raccoglie l ’um idità. In basso, i m uretti e
gli argini di pietra, chiam ati harrah, che ripartiscono le quote d ’ acqua.
f>9- Y em en , organizzazione di un grande sistem a vallivo tram ite i d ispositivi idrici. G li sbarram enti sul corso naturale delle acque, chiam ati
m asraf, intercettano i flussi lungo la massim a pendenza deviandoli verso i terrazzi coltivati ai suoi lati.
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70. Y em en . A ll’avvicinarsi della pioggia vengono posizionate le pietre per bloccare e indirizzare i flussi. Q uesti confluiscono in piccole c iste ril
poste lungo il m argine del pendio e all’apice d ei terrazzam enti.
7 1 . H ababa (Yem en). A nch e la più piccola m oschea ha il suo resaf, terrazza o corte p er la raccolta d ell’acqua conservata nella cisterna a d e l
aperto e nelle cam ere di abluzione sotterranee.
72. colta sull’altopiano all’incanalamento lungo i pendìi, fino alla distribu­
. aba (Yem en). La città è disposta
zione nei campi. Nei momenti di pericolo, di attacco nemico, le opere
intorno al grande bacino cisterna
cim en tato dalle acque raccolte dalle periferiche venivano abbandonate e le popolazioni si ritiravano nelle cit­
terrazze dei palazzi. Il piccolo tadelle elevate. Da queste comandavano il complesso sistema di conden­
edificio ai bordi d ell’acqua
è la m oschea che ha vasche interne sazione e raccolta e difendevano il paese non con baluardi militari, ma
rifornite tram ite le grandi arcate. controllando la risorsa idrica: chiudevano le porte delle acque del cielo.

Civiltà delle acque nascoste

N ell’ultimo suo cantico Mosè, che inizia chiedendo ispirazione alla


pioggia e alla rugiada, dedica a Israele «una terra elevata dove è possi­
bile succhiare il miele dalla rupe e l ’olio dai ciottoli della roccia» (Deu­
teronomio, 32, 13). Queste oscure parole sono interpretabili se rappor­
tate alle pratiche del deserto di produrre acqua tramite i sistemi di
condensazione basati sui cumuli di pietre. Moderne ricerche israeliane
hanno dimostrato come nel Negev antichissimi resti di olivi e vigne fos­
sero irrigati grazie a un sistema di muretti a secco collettori di rugiada,
chiamati in arabo teleylat al-anab, monticoli per la vigna. Le piante erano 89,340
installate all’interno di piccoli recinti le cui pietre, disposte con larghi
Uliveti terrazzati interstizi, captavano il vento carico di umidità. La vigna e l ’olivo pote­
e fortificati
vano così crescere in mancanza assoluta di sorgenti e falde ed era possi­
bile gustare il dolce succo dell’uva, spesso chiamato nell’antichità miele,
e l’olio grazie all’azione delle dure rocce (Keller, 1955). IOI
7 3 - L e gran d i vasche p er la con servazion e d e ll’acqua sulla acrop oli di T h u la (Yem en) eran o dim en sionate p er rifo rn ire i cam pi e l ’ab itato
10 2 circostan te e resistere agli assedi.
Grazie a queste pratiche i nabatei, a partire dalla loro sicura base di
Petra, fondarono un impero commerciale che andava da Hegra, oggi Me-
dain Saleh, a sud nel cuore del deserto arabico, fino a Damasco e la ce­
lebre depressione fertile della Ghuta. Avevano stazioni commerciali ad
Alessandria e nelle isole di Coo e di Deio. Eressero templi nel Sinai e in
Egitto e perfino a Roma e a Pozzuoli. Il controllo sulle dinamiche di ero­
sione dei suoli fu operato a scala dell’intero paesaggio per edificare nel
pieno deserto del Negev spazi coltivabili (Dentzer e altri, 1989). Ogni
alveo della rete idrica fossile fluviale è stato organizzato con piccoli sbar­
ramenti, i khaur, disposti perpendicolarmente allo scorrimento delle ac­
que che, in occasione degli sporadici scorrimenti, vengono indirizzate
\\ '
ai due lati per depositare il limo e creare superfici coltivabili sostenute
Sbarramenti
7 6 da muretti a secco chiamati sleisel. La tecnica, per la grande applicazione
con dighe interrate
effettuata da questo popolo, è stata definita delle «fattorie nabatee»
(Evenari e altri, 19 7 1). Essa è ancora oggi impiegata in Tunisia, dove
gli sbarramenti prendono il nome di jerud.
Plinio il Vecchio descrive con ammirato stupore un’altra comunità ca­
pace nella stessa area di rendere fertile il deserto, la setta degli esseni,
abitatori delle grotte lungo le sponde del Mar Morto, trasformate in un
giardino verdeggiante di ortaggi e profumato di piante balsamiche (Pli­
nio, Storia naturale, v, 17 , 4). G li scavi di Qumran, luogo di ritrova­
mento dei celebri manoscritti, hanno confermato l ’esistenza di queste
comunità ascetiche realizzatrici di abitati ipogei e opere idrauliche che
alimentavano bagni per le abluzioni ed estese coltivazioni. La loro espe­
rienza, perpetuata nei movimenti monastici realizzatori di analoghe città
di pietra in tutto il Mediterraneo, ha origine nella vita del deserto, nella
sapienza antica di patriarchi allevatori e profeti contadini dediti alla pro­
duzione e raccolta di acqua.
A l margine opposto della via dell’incenso lo stesso Plinio ( x i i , 63) rac-
251 conta di Shabwa, citata con il nome di Sabota, e così indicata nel pla­
nisfero di Tolom eo, rim asta sempre m isteriosa e inaccessibile agli
stranieri. La città carovana, posta nel cuore del deserto del Ramlat
as-Sabatayn, è collegata a sud con il suo porto di Qana sull’Oceano In­
diano, e a nord con Gaza sul Mediterraneo dopo un tragitto di 2000 chi­
lometri, percorso, dice Plinio, in 65 tappe. La regione, oggi compieta-
mente arida, ha rivelato alle prospezioni e gli scavi compiuti da Jacqueline
Pirenne nel 19 75 e nel 19 77 innumerevoli tracce di strutture di raccolta
Superfici
e condensazione dell’acqua sul jo l, l’altopiano pietroso ai cui piedi è si­ e allineamenti
tuata. Secondo Pirenne queste strutture, fatte da allineamenti di pietre di pietre

lungo il bordo e da cumuli vuoti all’interno, servivano a captare l ’umi­


dità emessa dalle stesse antiche coltivazioni di palme e ortaggi che si
estendevano tutto intorno a Shabwa. Sono i metodi tramandati dal
mondo pastorale nomade e transumante che con queste tecniche abbe­
vera le mandrie e assicura la sussistenza alle carovane mercantili. La co­
noscenza di queste pratiche è stata d ’importanza fondamentale nel corso
Idrogenesi
della storia. Erodoto riporta che nel 525 a.C . l’imperatore persiano Cam- e precipitazioni
bise invase l ’Egitto attraversando il deserto grazie a un accordo con gli occulte

arabi che gli indicarono i punti dove erano collocate le giare cisterne.
Ma lo stesso patto non dovette avere luogo nel tentativo di conquistare
l’oasi di Siwah in Libia, perché la sua poderosa carovana non giunse mai
104 a destinazione e giace ancora sepolta nelle sabbie del Sahara.
76. A P etra (G iordania) sono ancora visibili i terrazzam enti di pietra chiam ati khaur, tipici d ell’agricoltura nabatea utilizzata nel deserto del
N e g ev . In am biente rurale sono sem plici m ezzelune p er ferm are il terreno, m entre in area urbana costituiscono più com plessi sistem i
* m urari. N e sono stati rin ven u ti esem pi organizzati con strati di carbone per filtrare e potabilizzare l ’acqua. 105
7 7-78 . Sistem i di raccolta delle acque nelle isole D ahlac (M ar Rosso). In alto, pozzo cisterna nella G ran d e D ahlac. In basso, isola deserta di
10 6 Schum a: il pastore, nom ade di mare, m ostra com e gli allineam enti d i pietre riescono a produrre l ’acqua evidenziata dalla vegetazione.
Le misteriose giare cisterne possono essere ancora viste in funzione 77
nelle oltre 300 isole Dahlac nel Mar Rosso, dove si pratica ancora un no­
madismo del mare. Giovani pastori vengono trasportati con le loro man­
drie su zattere nelle isole deserte, dove rimangono i mesi necessari fino
all’esaurimento di ogni possibilità di pascolo. A quel momento con dei
Conservazione
di acqua in
segnali di luce avvertono le zattere che vengono a prelevarli per tra­
giare cisterna sportarli su una successiva isola deserta. I modi con cui si procurano l ’ac­
qua in questi suoli di corallo, privi completamente di falde di acqua dolce
e dove anche le piogge sono estremamente rare, costituiscono un cam­
pionario delle tecniche di condensazione e di sussistenza negli ambienti
aridi. Sulle superfici sabbiose sono realizzate delle cisterne aeree tramite
grandi giare completamente immerse nella rena. Cumuli di pietre ser­
vono a captare l ’umidità atmosferica che precipita nel serbatoio circo­
stante. Nei suoli porosi di madrepora grandi crateri scavati circolarmente
nella roccia contengono al loro centro cumuli di pietre. A l di sotto vi è
la cisterna impermeabilizzata sempre piena di acqua limpidissima, che
viene assorbita alla brezza marina dalle porosità delle pareti del cratere
artificiale e appare miracolosamente nella pozza trasudando dalle rocce.
Sulle distese piatte ogni piccola depressione viene utilizzata per conser­
vare l ’umidità necessaria al pascolo e anche gli alberi funzionano con le
loro foglie da raccoglitori di rugiada, canalizzata in fosse riparate dal ca­
lore grazie alla loro stessa ombra. Non mancano anche i metodi che sfrut­
tano gli scorrimenti idrici sul pendio indirizzati da file di massi verso gli
orifizi delle cisterne o le file di pietre erette che, intercettando i venti 78
carichi di umidità, la trasmettono al terreno e irrigano l ’erba per il pa­
scolo. Così si alimentano ancora oggi i villaggi della Grande Dahlac,
Superfici
e allineamenti l’unica ancora abitata, ma ridotta ormai a una parvenza del giardino in­
di pietre cantato di un tempo.

Condensatori, pozzi atmosferici, muri di captazione

Monumenti usualmente considerati di tipo funerario sono rapporta­


bili a usi idrici a scopo funzionale o rituale. A Murgia Timone presso
Matera, lungo il fossato degli arcaici recinti neolitici, furono inserite 33
nell’Età del Bronzo strutture formate da un doppio cerchio di pietre at­ 79
traversato da un corridoio recante a un ambiente centrale ipogeo. Le
opere sono del tutto simili ai preistorici tumuli e anelli concentrici del l6, IO7,
Sahara e agli allineamenti e ammassi di pietre del deserto del Negev e 1 0 9 , IIO

dello Yemen, utili alla condensazione dell’umidità e alla conservazione


della brina. Anche i complessi di Murgia Timone possono avere avuto
la stessa funzione di raccoglitori d’acqua o rapportarsi a culti a essa col­
Agricoltura edomita
legati. Ne costituisce una conferma l’associazione con le trincee degli in­
sediamenti neolitici. Questi erano ormai abbandonati al momento delle
realizzazioni dell’Età del Bronzo, ma il fossato continuava a convogliare
umidità utilizzata dalla camera ipogea. Se gli anelli concentrici fossero
stati sormontati da ammassi di pietre, si ritroverebbe la forma della tho-
los con il corridoio di accesso. In questo caso il tumulo poteva sia avere
Villaggi con fossati
una concreta funzione di ulteriore raccolta di umidità, sia richiamare
e ipogei simbolicamente nel mausoleo del defunto la forma dei dispositivi idrici,
79- M onum ento d ell’ E tà del Bronzo di M urgia Tim one, l ’altipiano calcareo che fronteggia la città d i M atera. D ue cerchi concentrici sono
attraversati da un corridoio rettilineo che conduce all’ipogeo centrale. L ’interno presenta cam ere separate d ivise da un pilastro intagliato
nel calcare e banchetti di deposizione.
80. Im ponenti muri a secco proteggono dagli e ffe tti delle piogge e creano lo spazio per le coltivazioni, organizzate in terrazzi artificiali lungo
10 8 i pendii della Palom ba a M atera.
8 1 . C isterna a cam pana nel Sasso B arisano a M atera, riutilizzata com e am biente di un ipogeo successivo. Si nota l ’orifizio superiore per l ’acqua
e l ’intonaco d i im perm eabilizzazione rossastro a causa d ell’uso di cocci pestati n ell’im pasto. 109
fonti di acqua e di vita. Il fatto che a Murgia Timone l’apporto idrico
sia fornito dal fossato può spiegare l’inesistenza delle coperture di pie­
tra sui mausolei a doppio cerchio, poiché l’acqua si raccoglie diretta-
mente nella camera sotterranea.
Con gli strumenti di metallo sono ora più facili i lavori di scavo. Que­
sti si indirizzano lungo i bordi del canyon, la gravina, che offriva una pa­
rete verticale già pronta per iniziare lo scavo orizzontale. Queste zone
più impervie erano state tralasciate dai coltivatori neolitici. Grazie alla
8o tecnica dei muri di sostegno realizzati con pietrame a secco anche i pen­
dìi più ostili divengono coltivabili. I muri bloccano l’azione erosiva delle
piogge irruenti e permettono la formazione di terrapieni dove si racco­
glie l’humus. Durante l’estate captano l’umidità atmosferica e la rilasciano
al terreno che ombreggiano e proteggono dal vento e dal calore. Su ogni
terrazzo lo scavo di grotte fornisce il materiale stesso per la costruzione
8 1 del muro. Nelle grotte sono ricavate grandi cisterne dalla forma a cam­

8 2 pana, che raccolgono l’acqua del pendio convogliata da una rete di cana-

lette. In alcune situazioni una cisterna realizzata proprio nel fondo della
cavità risulta riempirsi d’acqua anche se non collegata a canalette. In que­ Cisterna a campana

sto caso la grotta funziona da aspiratore dell’umidità esterna che si con­


densa sulla parete del fondo più fredda e precipita nelle cisterne.
Lo scavo ha quindi molteplici funzioni: drena la rupe captando mi­
croinfiltrazioni e umidità capillare e la rende salubre per l’uso abitativo
o di conservazione dei grani; fornisce materiale per la realizzazione dei
muri esterni di terrazzamento; condensa l’umidità atmosferica e pro­
3 3 5 duce acqua. Ogni terrazzo ha più grotte che si aprono a ferro di cavallo
Terrazzamenti
su un’aia-giardino sostenuta dai muri a secco. Si arriva a oltre dieci piani
sovrapposti di grotte e cisterne collegate da canalette e stradine, in una
trama organizzativa di tutto il pendio del canyon. Spesso cavità scavate
con una inclinazione obliqua hanno nella parte terminale banchetti la­
terali e una nicchia con varie incisioni scavata proprio sulla parete di
3 3 3 fondo. I raggi di sole colpiscono la nicchia secondo i periodi dell’anno.
Queste cavità sono probabilmente sedi di culti di clan familiari, in cui
si celebrava il principio del Sole che si unisce nel profondo della roccia Captazione
con la Madre Terra per dare luogo al miracolo della vita: l’acqua che si di energia e risorse
condensa nella cisterna.
L ’architettura delle caverne, costituita da un corridoio sotterraneo re­
cante a una camera a volta, è il modello della costruzione circolare con
volta conica o a semicupola che rappresenta il tipo più arcaico di mo­
8 3 , 2 54-59 numento. La forma è la versione in pietra delle capanne di legno tuttora
in uso in Africa e si ritrova nell’architettura religiosa e sepolcrale tipica
degli antichi popoli mediterranei. A ll’inizio si tratta ancora di strutture Capanne circolari
di pietra
ipogee con accesso rettangolare, chiamato dromos, che porta alla pseu­
docupola circolare, in greco tholos. D iffuse in area egea, raggiungono
265 vertici architettonici nella realizzazione del cosiddetto Tesoro di Atreo
a Micene del x v secolo a. C. Questa cupola, realizzata in blocchi di mura­
tura megalitica, alta 13 ,2 0 metri e larga 14 ,2 0 , rappresenta il passaggio
dalle tecniche costruttive passive di origine neolitica, ispirate alle cavità
naturali del Paleolitico, all’architettura costruita.
La struttura delle pseudocupole dalla pianta circolare con il profilo este­
no riore a monticello, il tumulo, è utilizzata in quelle costruzioni tipiche del
8 2. G rav in a in Puglia. La canaletta scolpita nel pendio alimenta di acqua piovana la cisterna intagliata nella cam era ipogea d ell’insediam ento
trogloditico.
8 3. C apanna africana in E tio p ia, archetipo delle architetture circolari a falsa volta. C ostituisce la prim a form a di abitazione costruita. Può
avere un basam ento sem ipogeo o realizzato in struttura m uraria ed evolve in una com plessa varietà di tipi (figg. 254-59). i n
1 12
84. I trulli d iffu si nella regione delle Puglie derivano dalla tholos m icenea, d i cui si ritrovano tracce archeologiche d irette n ell’area.
86-87. I n alto, m ausoleo di C leopatra Selene (Algeria). L a struttura deriva dai tum uli m egalitici d i tradizione numida chiam ati m edracen. Alla
stessa tipologia m editerranea appartengono i tum uli e le specchie pugliesi (foto in basso), la cui massa m uraria perm ette di conservare
H4 nel terreno l ’um idità utilizzata dalle rad ici degli alberi.
paesaggio murgico pugliese chiamate trulli. Questi assumono una densità 84, 8 5 ,
urbana nella celebre cittadina di Alberobello (Alien, 1969), ma sono dif­ 2 6 6 , 2 6 8
fusi in svariati tipi di rifugi rurali in tutta la Murgia bassa e costiera (Am­
brosi e altri, 1990). Le forme di questi pagghiarì, casali, chippuri e casedde
sono così lontane da quelle di un’architettura rustica che i viaggiatori del
Settecento in visita in Puglia hanno lasciato descrizioni e rappresenta­
zioni di un paesaggio costellato di strutture monumentali e complessi fu­
nerari carico di reminiscenze di alta archeologia (Saint-Non, 1781-86).
Lo stesso nome trullo deriva dalla voce greca tholos, cupola. Dalla me­
desima etimologia ha origine il nome di strutture simili diffuse nelle isole
1 Baleari, i talayotes. Il termine delle Baleari richiama il nome dei monti-
coli di pietra nabatei che permettevano l ’umidificazione delle vigne e de­
gli olivi, i teleylat (plurale arabo di teli, cumulo di pietre, collinetta) al-anab 8 9 . 3 4 0
(vigna). Le elevazioni rimandano ad antichi monumenti mesopotamici e
africani come i coni di terra e paglia ancora visibili nelle regioni di Aleppo
Agricoltura edomita Tumuli
e allineamenti
e Harran e i tumuli di pietra, i medracen, del Nord Africa. La pianta ri­ 86
di pietre corda i lobi dei nuraghi o i meandri del labirinto cretese. 267,274

Le analogie non sono casuali. La campagna pugliese abbonda di mo­


numenti megalitici quali i dolmen, i menhir, gli ammassi di pietre chia­
mate specchie, fatte a gradoni terrazzati come le ziggurat e le prime pi­ 8 7 , 2 4 6
ramidi. La presenza di commercianti cretesi e micenei, nella tarda Età
del Bronzo, in tutta questa area che diventerà in epoca storica la Magna
Monumenti Grecia, è un fatto accertato. Tra il x iv e il xm secolo a.C . si sviluppa il
megalitici (tholos.
trulli, specchie, grande commercio internazionale del Mediterraneo e quei vasti movi­
cisterne, ovili)
menti di genti chiamati dagli egizi «popoli del mare». I luoghi di ritro­
vamento di manufatti egei corrispondono agli insediamenti di questi
gruppi che, come i filistei in Palestina e i tyrsenoi in Etruria, trovarono
stabilità nelle nuove terre. I lici, i siculi, i sardi sono citati dagli egizi
come commercianti delle isole del mare e forse anche i dauni, peucezi e
messapi, popolazioni in cui si ripartisce la Iapigia, nome antico della Pu­
glia, sono parte di questo grande movimento di scambi.
Tuttavia l ’orizzonte di riferimento è, forse, ancora più vasto. La tho­
los è una tipica forma di origine africana e Martin Bernal, a partire da
una indagine linguistica, mitografica e storiografica, sostiene una diretta
influenza egizia e fenicia all’origine della civiltà cretese e micenea (Ber­
nal, 19 9 1). L ’ipotesi è suffragata dal ritrovamento a Tebe, in Grecia, da
parte dell’archeologo Theodore Spyropoulos, di un monumento risalente
al primo Periodo Elladico intorno al 2800 a.C. La struttura, costituita
da un tumulo di terra cruda a gradoni terrazzati, è stata identificata come
la tomba di Anfione e Zeto, i mitici costruttori delle mura della città.
Lo studio dell’architettura, simile a quella delle prime piramidi a gra­
doni, ha convinto l’archeologo, soprintendente negli anni settanta della
regione della Beozia, di una originaria colonizzazione egizia della G re­
cia (Spyropoulos, 1972). Tebe è nei tragici greci associata alla sfinge e
Cadmo, il fondatore mitico, è di origine fenicia. Allo stesso periodo del
tumulo appartengono sofisticati lavori idraulici che permettevano du­
rante l’inverno il drenaggio del vicino lago Copaide e la conservazione
dell’acqua per uso irriguo nelle aridi estati. L ’elaborata ingegneria idrau­
lica, fatta di fossati, argini e canali, non in possesso in quel periodo degli
autoctoni, è ritenuta dalle fonti classiche introdotta dal re egizio Danao, 115
88. U no «jazzo» delle M urge, recin to per la custodia degli arm enti. Lo scavo verticale nel piano crea un largo pozzo artificiale nelle cui pareti
si possono scavare cavità e gallerie orizzontali.
I i6 89. U livo um idificato da un m uro di pietre a secco, simile ai teleylat n abatei, nella cava di Fantiano a G rottaglie (Puglia).
mitico fondatore di Argo, o dai mini, un gruppo stabilito nella città di
Orcomeno a nord del lago Copaide. Bernal nota come ambedue i ter­
mini abbiano una etimologia egizia. Il nome Danao può derivare dall’egi­
zio Ani, che significa «irrigare», e mini da mniw, «pastori». E significa­
tivo il legame esistente tra gruppi pastorali in possesso di tecnologie irrigue
e le migrazioni provenienti dall’Africa e l’Oriente.
E possibile poi stabilire un’analogia con Minosse e il mitico faraone
Menes o Mendes che, secondo Diodoro, realizzò in Egitto il primo labi­
rinto, sede del culto del toro sacro (Biblioteca storica, i, 66). A Eracle, la
cui tradizione mitica sincretizza epopee di vari paesi, è attribuita la co­
struzione della catavotre, tunnel sotterranei seminaturali del lago Orco­
Indirizzo di letame,
catavotre, Orcomeno meno nel Peloponneso, che permettevano di trasformare l’Arcadia in una
regione irrigata e fertile. L’eroe, educato dal bovaro Teutaro, denuncia
la sua origine pastorale pulendo le stalle del re Augia con un espediente
ancora in uso negli ovili del sud d’Italia: l’indirizzo sul letame di un ca- 88,35,336

naie d’acqua e il suo drenaggio in un sistema di fossati. Il toponimo Or­


comeno ricorre sia in Beozia che in Arcadia, ambedue regioni caratte­
rizzate dall’uso di sistemi idrici. Il termine compare nelle tavolette cretesi
Villaggi con fossati
e ipogei
in Lineare B ed è formato da oreh-, che significa luogo chiuso, recinto
coltivato, e menos, participio greco dall’aramaico mayn, «acqua». Il nome
significa quindi «recinto per regolare l’acqua» e si ricollega ai sistemi
I m u ri a secco e le sp e c c h ie d ella
9 °. idrici neolitici della Puglia e della Lucania. Anche la più nota struttura
cam p ag n a p u g lie se c o s titu is c o n o un megalitica a cerchi concentrici, Stonehenge, ha un rapporto con l’acqua. 1 , 263
Lavoro tita n ic o d i o rg a n iz z a z io n e d el Un grande fossato circonda infatti le celebri pietre erette e la loro stessa
r ie s a g g io , fu n z io n a le alla c a p ta z io n e
d i u m id ità e al m an te n im e n to
massa muraria potrebbe essere stata utile per innescare fenomeni di con­
n ei su o li d i c a p a c ità id ro m o rfe . densazione e precipitazioni.

117
9 i . C istern a tetto, d ispositivo di produzione d ell’acqua sulle M urge. D al tetto a spiovente che em erge dal terreno si attinge il liquido e si
versa in vasche per abbeverare il bestiam e. L ’acqua si raccoglie p er m icroinfiltrazioni dal sottosuolo nella cam era ipogea.
92. Come produttrici di acqua possono essere interpretate la maggior parte
V estigia archeologiche di Paestum .
delle strutture di pietra a secco diffuse nelle terre aride delle Puglie, dove
L ’h ero o n , il mausoleo d ell’antenato
divinizzato, ha la stessa form a delle gli accumuli di massi spugnosi assorbono la brina notturna e riforniscono
cisterne a tetto ancora in uso in di umidità il terreno (Cantelli, 1994). Infatti le radici di ulivi centenari sono
Puglia e Lucania.
tutte rivolte verso i muretti, che caratterizzano il paesaggio agrario. A n­
cora oggi si possono vedere piante di ulivo completamente racchiuse da 89
muri di pietra a secco. E significativo che nei più imponenti di questi muri,
i parietì, i filari di pietra che chiudono superiormente i due paramenti della 90
muratura sono disposti con le lastre inclinate verso l’interno per permet­
tere lo scorrimento della brina nella pietraia interna di riempimento.
Muri a secco I muri, i cumuli di pietre, i tumuli, i trulli e gli ammassi di roccia calca­
rea chiamati specchie, come i talayotes, i nuraghi, i teleylat al-anab, agi­ 246, 340
scono quindi da strutture di condensazione e conservazione dell’acqua. 262
G li ammassi di pietre assolvono la loro funzione sia di giorno che di
notte. Sotto il sole cocente il vento con tracce di umidità si infiltra tra
gli interstizi del cumulo di pietre, le quali hanno una temperatura infe­
Idrogenesi riore nella parte interna perché non esposta al sole o raffrescata dalla ca­
e precipitazioni
occulte mera ipogea sottostante, quando questa è presente. L ’abbassamento di
temperatura provoca la condensazione di gocce, che sono assorbite dal
terreno nel caso dei muri o precipitano nella cavità. La stessa acqua ac­
cumulata fornisce ulteriore umidità e frescura, amplificando l ’efficacia
della struttura di condensazione. Durante la notte il processo si inverte
e la condensazione avviene esternamente, ma produce risultati analoghi.
Sulla superficie esterna delle pietre, più fredda, si condensa l ’umidità e
deposita la brina che scivola negli interstizi, umidifica il suolo o si rac- 119
coglie nella camera della cisterna. È significativo che la costruzione di
270 ogni trullo incomincia con una cisterna sotterranea scavata proprio sotto
lo stesso e con un allineamento di pietre che vi convoglia l’acqua. In un
269 graffito preistorico della Valcamonica è rappresentata una grande ca­
panna disegnata con accurata precisione geometrica. Sono chiaramente
evidenziate la struttura del tetto decorata da motivi simbolici e il piano
di abitazione. Al di sotto di questo compare un elemento a cui conflui­
scono dei segni dallo spiovente del tetto. Sembra proprio la rappresen­
tazione della cisterna posta, come nei trulli, al di sotto dell’abitazione.
9 i, 334 Ancora oggi in tutte le Murge sono utilizzate cisterne sotterranee che
hanno la forma di monumenti sommersi nel terreno, di cui spuntano in
superficie solo gli spioventi della copertura a tetto. Realizzati nel fondo
di un leggero impluvio, filtrano e raccolgono i microflussi idrici e l’umi­
dità del suolo. Con il loro tetto a falde e i frontoni formanti quasi un
timpano assumono dignità architettoniche e sembianze di templi e mau­ Cisterne a tetto

92 solei. A Paestum, sulla sponda tirrenica, il sacello del fondatore mitico


di questa città della Magna Grecia è una struttura del tutto simile che
esce dal terreno con un tetto a spiovente coperto di lastre calcaree. Il
suo uso idraulico non può essere provato poiché nessuna ricerca ar­
cheologica è stata orientata in questo senso, ma dalla vegetazione più in­
tensa è possibile notare il percorso dell’umidità verso la camera ipogea.
La struttura avvalora la relazione, proposta per i mausolei a doppio cer­
chio dell’Età del Bronzo, tra le forme funerarie e i dispositivi per l’ac­
qua, conferma il processo di appropriazione perpetuato sulle opere idri­
che da parte dei monumenti di celebrazione e di commemorazione.

120
5 -

Oasi
93- La nascita d i un’oasi. U n piccolo scavo concentra l ’um idità; la palm a attecchisce e fornisce om bra
e m ateria biologica che richiam ano altri organism i; si form a l ’humus che perm ette altre coltivazioni.
I l ciclo autopoietico

Le moderne ricerche biologiche dimostrano che gli organismi soprav­


vivono attraverso i processi di simbiosi e di alleanza. Le specie complesse
si sono evolute, non distruggendosi a vicenda, ma mettendo insieme i
rispettivi caratteri. Questo è vero anche per le formazioni sociali: sono
proprio le comunità che hanno imparato a unire le risorse e a farne buon
uso ad avere più speranza di riuscita nel lungo periodo. In particolare
queste situazioni di rapporto attento con la natura si riscontrano pro­
prio nelle aree più rudi, dove lo sforzo necessario alla creazione della vi­
vibilità crea e tramanda le regole di umiltà e di rispetto per l’ambiente.
Le oasi sono tipiche del deserto, ma da esse si può desumere un modello
allargato ed elaborare una teoria dell’oasi: lo studio dei processi di stretta
associazione uomo-natura capaci di creare, nelle più dure condizioni di
Comunità
esistenza, cicli vitali, ecosistemi autopoietici, in grado cioè di autori-
autopoietiche prodursi, di perpetuarsi e rigenerarsi continuamente.
Le specificità ambientali del deserto possono sinteticamente essere ri­
condotte alle condizioni di estrema aridità del suolo e di rarefazione della
v

vegetazione. E proprio il suolo, cioè lo strato superficiale prodotto dal­


l’azione continua di fattori chimici, fisici e soprattutto biologici, a ren­
dere possibile la vita vegetale che, a sua volta, ne assicura la protezione
e la costante rigenerazione. Nel deserto la sua assenza espone la super­
ficie terrestre alla violenza degli agenti atmosferici che, insieme all’ero­
sione e all’insufficiente drenaggio, causano disgregazione e producono
le sabbie. Queste, a loro volta, aggravano la siccità contribuendo alla
scomparsa delle acque di scorrimento superficiale, cosa che permette l’ac­
cumularsi sul terreno di affioramenti salini sterili. Si rinforzano, così, i
processi di degrado dei suoli e d’impoverimento biologico, in un ciclo di
aridità sempre crescente.
Tuttavia il quadro generale è costellato di situazioni ambientali spe­
cifiche che contraddicono lo schema generale spezzando il circuito ne­
gativo dell’aridità e innescano fenomeni di amplificazione di umidità e
di fertilità. Queste nicchie vitali, le oasi, non sono il frutto di situazioni
spontanee, ma sono dovute all’azione dell’uomo. Costituiscono l’appli­ 93
cazione di tecniche adatte all’ambiente tramandate per generazioni, il 123
94- La buca protegge la palma e gli permette di attecchire. Ogni palma è accuratamente piantata e coltivata. Senza il taglio periodico delle
124 foglie e l’irrigazione rimarrebbe un cespuglio sterile.
prodotto dell’ingegno e della conoscenza. È sufficiente per questo con­
siderare il fatto che la palma da dattero, essenza dell’agricoltura oasiana,
non è una pianta spontanea, ma il risultato della domesticazione e della
coltivazione. Ogni palmeto nel deserto è stato piantato e amorosamente 94
J curato e irrigato. Le stesse risorse d’acqua nelle oasi dipendono da spe­
Domesticazione
e diffusione
ciali tecniche di captazione e sono gelosamente gestite e distribuite.
della palma I luoghi e le date di prima domesticazione della palma sono difficili da 282
stabilire. Le origini di questa pianta affondano nei miti dell’isola fortu­
nata, della terra dei beati, dei primi giardini paradisiaci. I sumeri e gli egizi
chiamavano Dilmun l’isola edenica dove per la prima volta fu prodotta la
palma domestica, fondamento dell’esistenza di ogni oasi. Il luogo mitico
è stato identificato con Bahrein, nel Golfo arabico-persico (Cleuziou,
1988). L’isola risulta coltivata fino dal vi millennio e alla fine del iv mil­
lennio è organizzata con una economia oasiana completamente costituita,
in cui all’agricoltura palmiera si aggiunge la pesca e il pastoralismo (Cleu­
ziou e Laureano, 1999). Si confermerebbe così il mito antico della origine
in un’isola, eventualità plausibile per ulteriori motivi. In riva al mare, in­
fatti, uno stesso grande gruppo familiare può allo stesso tempo coltivare
un palmeto, allevare il bestiame e praticare la pesca e la navigazione, sfrut­
tando le differenti possibilità di successo di queste pratiche. Quando le
diverse opportunità si combinano in una o più isole, si determina una nic­
chia di intensificazione e la creazione prodigiosa dell’oasi di mare.
Un’altra zona di prima domesticazione risalente allo stesso periodo
potrebbe essere collocata nella civiltà sahariana dei Tassili degli Ajjer,
ma l’ipotesi non è certa perché comprovata solo da dipinti preistorici
raffiguranti palme da dattero di non sicura datazione. Con maggiore si­
curezza è possibile individuare il processo di diffusione della coltiva­
zione delle palme, originato nelle aree ben irrigate della Mesopotamia,
il Golfo persico e il Nilo, a partire dal iv millennio. Di qui i palmeti rag­
giungono a oriente la valle dell’Indo nel in millennio e Creta nel 11 mil­
lennio. Il processo di impianto delle oasi ha proceduto lentamente da
oriente a occidente nel Sahara più interno, coltivato grazie alla tecnica
delle gallerie drenanti a partire dal 1 milennio. Nei primi secoli della nostra
era i palmeti raggiungono le Canarie, le coste della Spagna e della Sicilia.
In rapporto al sistema idrico e geomorfologico è possibile operare una
distinzione dei tipi di oasi in: oasi di wadi, che utilizzano il grande al­
veo di un fiume fossile; oasi di erg, poste nella massa stessa del deserto
di sabbia; oasi di sebkha, realizzate intorno alla depressione di una
grande superficie salina.
Le oasi di wadi sono collocate lungo la parte superiore delle reti idro- 95
grafiche dove i corsi, ancora ben caratterizzati, scolpiscono con profondi
canyon i sedimenti di arenaria o le rocce calcaree. Per la vicinanza alle
vette montane o agli altipiani, beneficiano, a volte, di magri corsi d’ac­
qua perenne, più spesso questa è presente come inferoflusso o sotto
forma di piene dalla cadenza annuale. Appaiono come lunghi nastri di
vegetazione incassati tra profonde pareti scoscese. Il palmeto occupa
tutto il letto del fiume perché è proprio questo che viene coltivato. Solo
V\ nella parte più profonda dell’alveo una stretta striscia lasciata senza ve­
Sbarramenti con
getazione, o percorsa da un magro rigagnolo, denunzia l’esistenza di ac­
dighe interrate que di scorrimento. Sbarramenti costruiti in profondità, perpendicolari
283,284 al letto del wadi, bloccano i flussi sotterranei, trattengono il terreno e 95-
trasformano il corso in una successione di terrapieni su cui sono possi­ R o u fi (Algeria), oasi d i w adi
che sfrutta p er le coltivazioni
bili i campi coltivabili. Altro terreno per l ’agricoltura viene ottenuto sui la protezione o fferta dalle pareti
pendii delle due sponde contrapposte organizzandole in terrazzamenti del canyon e l ’alveo del w adi.
L ’approvvigionam ento idrico
paralleli al corso stesso. Questi si trovano a una quota più elevata ri­ è forn ito dal flusso sotterraneo
spetto al fondo del wadi e sono irrigati grazie a una tecnica ingegnosa e dalle piene occasionali.
che utilizza la sola gravità, senza la necessità di impianti di sollevamento.
Da prese d ’acqua realizzate sugli sbarramenti a monte dei campi da ir­
rigare si dipartono canali che, pur seguendo la pendenza del terreno,
mantengono una quota più elevata rispetto all’alveo e permettono così
un’irrigazione per semplice scorrimento gravitazionale e coltivazioni a
un livello superiore del fondo naturale. La fornitura d ’acqua varia se­
condo l ’apporto idrico del wadi. In alcune situazioni questa è presente
solo nei sedimenti del sottosuolo. Si ha allora uno scorrimento superfi­
ciale solo grazie ai terrapieni che da prese poste alla base drenano i flussi
raccolti nei sedimenti a monte dello sbarramento. Quando anche que­
sto è impossibile, l’acqua viene raggiunta per mezzo di pozzi che pescano
nell’umidità conservata nel sottosuolo grazie al sistema di dighe sotter­
ranee. I secchi sono sollevati mediante un lungo bilanciere fornito di un
contrappeso e posto su due alti montanti di terra cruda. La tecnica, che
96,205 nel Sahara algerino è chiamata khottara, è simile a quella degli shaduf
arabi. Essa è raffigurata in una tomba a Tebe del x iv secolo a.C . e com-
126 pare in un cilindro accadico del m millennio. Dispositivi idraulici
97 Le oasi di erg utilizzano le grandi estensioni di sabbia come fattore
protettivo e come risorsa. Il deserto di dune, chiamato erg, è quello più
implacabile e impercorribile, ma fornisce ospitalità e possibilità di sus­
sistenza a chi ne conosce le leggi ecologiche. La forma dell’erg risponde
a geometrie complesse e rigorose, determinate dall’andamento dei venti
e dalla forma dei rilievi rocciosi. I singoli grani di sabbia sono impalpa­
bili e finissimi, perché tutti sono il risultato del trasporto del vento e
sono quindi selezionati secondo dimensioni omogenee e precise. Si spo­
stano continuamente, ma la formazione delle dune non è casuale e il loro
assemblaggio nei grandi cordoni paralleli che formano l ’erg è guidato da
fattori precisi. L ’organizzazione della sabbia in lunghi cordoni dunari è
una disposizione ondulatoria determinata dalla risultante verticale della
spinta operata dal vento, che agisce allo stesso modo tanto a livello ma­
croscopico che a quello microscopico: visto da satellite, l’intero erg è si­
mile ad ogni sua più piccola porzione in cui la sabbia si dispone sempre
in onde successive. Si può dire che l ’erg con la sua forma rappresenta la
visualizzazione delle forze in gioco, il modello di un teorema matema­
tico. Quando un ostacolo attenua la forza del vento, vengono rilasciati
sul terreno i grani di sabbia. I più grandi procedono per balzi successivi
sulle dure superfici rocciose. Così a un primo fermarsi di grani segue un
accumulato sempre più grande, poiché questi non rimbalzano sulla sab­
bia. Enormi rilievi montuosi localizzati a grandissima distanza o più mi­
croscopici ostacoli allo scorrimento delle sabbie possono quindi essere
la causa dello scatenarsi del meccanismo di formazione dunaria e della
morfologia dell’erg.
La componente orizzontale dell’azione del vento determina il movi­
mento delle dune. Ma, di queste, non tutte si muovono. Solo quelle iso­
late, a forma di mezzaluna chiamate barcane. Le altre hanno i singoli
grani di sabbia in movimento continuo dall’una all’altra, ma la forma
complessiva resta immutata. Per questo è possibile vedere oasi installate
ai piedi di una grande duna pronta apparentemente a travolgerle. In
9 8 realtà l ’oasi convive con la duna da centinaia di anni senza alcun rischio.

Il fronte dell’erg, pur continuamente in movimento, come il mare per


gli insediamenti costieri, non costituisce un pericolo se non a seguito di
avvenimenti catastrofici o interventi perturbatori.
Le oasi di erg rispettano le leggi di formazione del grande mare di sab­
bia e le usano per la loro esistenza. Non sono basate su una struttura
geomorfologica o su un sistema idrografico ben visibile, perché il rilievo
è coperto dalle sabbie. In alcuni casi dipendono da acque sotterranee
poco profonde che le radici delle palme raggiungono direttamente nel
sottosuolo. Non c ’è bisogno quindi di irrigare questi palmeti, che sono Giardini nei crateri

9 9 , 2 8 5 chiamati infatti bur, cioè non irrigati. Il compito dell’agricoltore è quello

ancora più gravoso di tenere libere dalle sabbie le isole di palmeto. Il la­
voro incomincia effettuando uno scavo per permettere alle palme di es­
sere più vicine alla zona umida del terreno. Intorno alla cavità circolare
realizzata si installano foglie di palme secche che attenuano la forza del
vento e provocano il rilascio di sabbia. Secondo la dinamica dell’accu­
mulo successivo e continuo vengono create così artificialmente dune pro-
100,101 tettive, chiamate afreg. Con il tempo queste diventano sempre più alte
Formazione di dune
128 e l ’oasi assume l ’aspetto di un cratere di sabbia con il fondo coltivato. protettive
97- O asi d i erg (Sahara algerino). L ’oasi è il risu ltato d ell’intervento um ano che riesce a creare la fe rtilità n ell’arid ità del deserto di sabbia.
98. L ’oasi di Taghit nel Sahara algerino, con l ’abitato fortificato d i terra cruda. Posta ai piedi delle dune, si alimenta con le acque che filtrano al
di sotto del G ran de E rg occidentale. 129
99- L e oasi di erg della regione algerina del S o u f con i crateri artificiali (bur) scavati e p rotetti da barriere d i foglie controllano i m ovim enti
130 dunari e m odellano il paesaggio del grande deserto d i sabbia.
io o -o i . Form azione delle dune di sabbia artificiali chiam ate afreg nel Sahara. Il m etodo sfrutta il principio naturale di form azione delle dune.
Q ueste sono create dalla sabbia trasportata dal vento che si accumula quando trova un ostacolo o una situazione di deposito sabbioso
che im pedisce ai grani di procedere per rim balzi successivi. N ella foto in alto un cordone di terra cruda determ ina il prim o accumulo
d i sabbia al suolo. In seguito vengono poste foglie di palma secche che sono progressivam ente aggiunte sulla cima seguendo il montare
della sabbia. C on il tempo si creano form azioni alte anche io o m etri come la bella duna piram idale artificiale della foto in basso. 131
La chioma delle palme chiude dall’alto questi grandi imbuti, che al loro 10 2 .
O asi d i Ighzer ai bordi della Sebkha
interno conservano un microclima ideale. Nella regione del Souf nel di Tim im oun (Algeria). Il cordone
Grande Erg orientale lo scavo di queste depressioni nella sabbia deter­ di dune artificiali (a destra) protegge
mina un paesaggio straordinario, dove il movimento perenne dell’erg, il palm eto, che dalla rupe della
cittadella, d ove sboccano le gallerie
strutturato in lunghi cordoni dunari, è come modulato dalla presenza di drenanti p rovenienti d all’altopiano,
centinaia e centinaia di crateri. Questi sembrano galleggiare su sabbie digrada verso la grande depressione
della sebkha.
in grado di sommergerli ad ogni istante, invece la forza distruttiva
dell’erg è volta a favore dell’oasi che da esso assorbe umidità, ottiene di­
fesa dal vento e riparo dal calore. Si concretizza un’impresa titanica: abi­
tare stabilmente la mutevolezza del mare di dune, controllarne i movi­
menti e modellarne il paesaggio.
102 Le oasi di sebkha sono poste lungo i bordi delle grandi depressioni.
Queste hanno forma ellittica con un lato contro il fronte dell’erg e l ’al­
tro libero dalle sabbie. Le oasi, come insediamenti costieri di un lago,
circondano la sebkha, utilizzando strategie proprie sia alle oasi di erg
che a quelle di wadi. La loro specificità è dovuta al tipo di rifornimento
idrico che, sfruttando la particolare morfologia della sebkha, luogo di
convergenza di flussi, è basato su caratteristiche e imponenti opere idrau­
liche. Sono queste a rendere possibili la vita nel Sahara estremo, reso
fertile anche in assenza completa di acque superficiali libere e di preci­
pitazioni.

132
L e miniere d ’acqua

La captazione delle risorse idriche avviene attraverso una tecnica


straordinaria che utilizza gallerie drenanti sotterranee, chiamate local­
mente foggara. Questo metodo è di origine plurimillenaria ed è impie- 1 03 , 10 4
gato in un’area estesissima che va dalla Cina alla Persia, alla Spagna e
fino all’America latina (Goblot, 1979). Alle foggara sahariane corri­
Captazione spondono, sia pure con caratteristiche differenti, i qanat o kariz persiani,
sotterranea
i fa la j arabi, le khottara marocchine, le madjirat andaluse. Impianti idrici
molto simili sono stati rinvenuti nel Perù e nel Messico in sistemi di col-
v

tivazione precolombiani chiamati hoyas (Soldi, 1982). E difficile stabi­


lire con precisione se si tratti della diffusione di conoscenze o di rein­
venzioni in aree che presentano le stesse caratteristiche fisiche. E certo
che la fondazione delle più antiche città era legata alla realizzazione di
questi dispositivi: la città biblica di Qana sembra derivare il suo nome
dai qanat che ne assicuravano l ’esistenza; Gerico e Gerusalemme erano
rifornite d ’acqua nello stesso modo; nell’oasi di Megiddo gallerie per la
raccolta di acqua sono state datate intorno al x v i secolo a.C . Il geografo
arabo al-Idrisi riporta che la città di Marrakech si era sviluppata grazie
alla costruzione di gallerie drenanti realizzate sotto la direzione di un
ingegnere venuto dall’Andalusia. Lo stesso nome della città di Madrid
deriverebbe da quello di analoghi impianti, le già ricordate madjirat an­
daluse. N el sottosuolo di Palermo è stata individuata una rete di galle­
rie drenanti eseguite in epoca musulmana o risalenti ai tempi della pre­
senza punico-fenicia (Todaro, 1988) e dispositivi analoghi, realizzati nel
periodo greco-romano o arabo, sono tuttora in opera nella città di T a­
ranto (Grassi e altri, 19 9 1) e in altri centri delle Puglie come Gravina e 178
Laterza nel sud d ’Italia.
Le prime iscrizioni documentarie sui qanat risalgono al re assiro Sargon II
che nel vn secolo a.C ., durante una campagna in Persia, descrive il rin­
venimento di canali sotterranei per l’acqua. Sennacherib, il figlio di Sar­
gon, sembra avere appreso a Urartu, antico centro minerario, la tecnica
di utilizzare canalizzazioni sotterranee per rifornire Ninive. Lo storico
greco Polibio, vissuto nel 11 secolo a.C ., racconta dei pozzi e canali sot­
terranei scavati nel deserto dell’Asia Minore in tali quantità che «al giorno
d ’oggi chi usa tali acque non sa donde sgorghino e siano state condotte»
(Storie, x, 28). Vitruvio, architetto e trattatista romano del 1 secolo a.C .,
tra «i metodi per trovare l’acqua» descrive quello basato su pozzi di ae­
razione riuniti insieme da condotti sotterranei {De architectura, vm, 1, 6)
che richiamano la tecnica delle foggara. In periodo musulmano furono
compilati trattati sulla manutenzione e costruzione delle gallerie drenanti,
tra i quali L ’arte di fare sgorgare le acque nascoste, opera del matematico
Hasan al-Hasib al-Karagi compilata all’inizio dell’xi secolo d.C.
Nelle regioni del Gourara e del Touat del Sahara algerino questi an- 288,291
tichi metodi di produzione idrica e le complesse procedure legate alla
loro gestione sono ancora utilizzati. Si contano circa un migliaio di fog­
gara, di cui la metà è tuttora funzionante con uno sviluppo sotterraneo
dai 3000 ai 6000 chilometri. In superficie una serie di pozzi riconosci- 1 05 , 10 6
bili dal caratteristico bordo rialzato, frutto dei detriti di scavo, permet­
tono di identificare la galleria. I pozzi, alla distanza di circa 8-10 metri 1
10 5 -0 6 . I cum uli d i terra in superficie, residuo dei m ateriali d i scavo d ei pozzi di aerazione verticali, denunciano il tracciato sotterraneo della
foggara. In basso, pozzo d i aerazione della galleria drenante che si apre sotto l ’abitato in grandi cavità per le abluzioni e il raffresca-
136 mento.
l ’uno dall’altro, garantiscono l’ aerazione durante i lavori nel sottosuolo
e servono alle opere di manutenzione, ma non hanno la funzione di at­
tingere l ’acqua. Lo scavo della foggara, al contrario di quanto accade nei
qanat iraniani, viene iniziato dal luogo di insediamento risalendo, poi,
verso i margini dei coni di deiezione dei wadi fossili. Le foggara, a d if­
ferenza di un canale adduttivo, non sono convogliatori di risorse idri­
che da sorgenti o da pozze sotterranee al luogo di utilizzo, ma attraverso
il loro sviluppo lineare captano i microflussi infiltrati nelle rocce e creano
acque libere, funzionano come dispositivi di produzione, miniere di ac­
qua. La galleria scavata parallela al terreno non affonda nella falda, ma,
ove esiste, ne drena la parte superiore, senza provocarne quindi l ’ab­
bassamento e assorbendone quantità compatibili con le capacità di rin­
novo. L ’area del sottosuolo di approvvigionamento di acqua, più che a
un bacino sotterraneo, assomiglia a una grande spugna rocciosa. Questa
si alimenta con i microflussi diretti verso la sebkha, l ’affioramento di
falde profonde costituite da persistenze geologiche non rinnovabili, e
gli apporti atmosferici differenziabili in tre tipi.
Il primo è dato dai flussi che scorrono sotto le sabbie dell’erg e sono
dovuti alle piogge cadute a nord, sugli altipiani e l ’Atlante sahariano. Si
tratta di montagne lontane migliaia di chilometri, distanza che i micro­
flussi impiegano 5000 anni a colmare sotto le sabbie dell’erg per rag­
giungere l ’oasi dove si raccoglie, quindi, acqua piovuta nella preistoria.
Il secondo apporto atmosferico è costituito dalle normali precipitazioni,
che in questa area non superano i 5-10 millimetri annui. Date le enormi
dimensioni dei bacini di raccolta, anche queste minime componenti pos­
sono, se non sprecate, fornire un contributo significativo. Infatti, se le
piogge del Gourara appaiono un’inezia, sia per le zone temperate, dove le
precipitazioni raggiungono i 3000 millimetri, sia per quelle aride, definite
tali a partire da una quantità annua inferiore ai 300 millimetri, bisogna
considerare che anche soli 5 millimetri di precipitazione su una superficie
di io ettari significano, se raccolti, 50 000 litri di acqua.
Il terzo è dovuto a fenomeni ancora più impalpabili e imponderabili.
Si tratta delle quantità d ’acqua prodotta mediante condensazione in su­
perficie. E il fenomeno delle cosiddette precipitazioni occulte, fonda-
mentale nell’ecologia del deserto. Esso permette alle gazzelle di disse­
tarsi leccando la rugiada notturna da pietre imbibite d ’acqua e agli
Uso combinato per
la captazione, scarabei e alle lucertole di assorbire dall’umidità atmosferica gli apporti
distillazione idrici a loro indispensabili. A causa degli scarti di temperatura tra il
e condensazione
giorno e la notte, superiori anche ai 60 gradi, si produce una condensa­
zione notturna al suolo che bagna la sabbia e, seccata dai raggi del sole,
provoca quella crosta dura tipica per lo scricchiolio prodotto quando
viene calpestata. Oculatamente gestite, le precipitazioni occulte riescono
a creare importanti riserve idriche. Appropriati dispositivi idraulici per­
mettono di raccogliere il vapore d ’acqua dell’atmosfera e di conservarlo
nel sottosuolo prima della sua sparizione con il nuovo giorno. In deter­
minate condizioni è possibile ottenere durante le notti del deserto 4 li­
tri d ’acqua su una superficie di un solo metro quadrato. Sono alimen­
tate in questo modo alcune reti di foggara tipiche del Touat, che non
sono scavate in profondità e vengono perciò chiamate foggara superfi­
ciali (Gauthier, 1928). 137
Alcuni studi dubitano delle modalità di funzionamento delle gallerie
drenanti per condensazione aerea. Ciò è dovuto alla circostanza che le
ricerche sono state sinora prevalentemente interessate ai qanat iraniani,
i quali dispongono di un regime idrico sotterraneo più ricco. La diffe­
renza nel tipo di approvvigionamento prevalente spiegherebbe anche le
diverse modalità di scavo tra i qanat e le foggara. E certo che le semplici
necessità di estrazione non giustificano la particolarità dell’enorme quan­
tità di pozzi realizzata lungo il percorso. Infatti sarebbe più economico
evacuare i detriti lungo il condotto orizzontale, come si fa nei normali
acquedotti sotterranei, piuttosto che scavare i numerosi condotti verti­
cali. Questi devono, quindi, avere un ruolo nelle dinamiche di fun­
zionamento delle foggara. L ’esistenza dei pozzi verticali mantiene una
pressione atmosferica pari a quella esterna all’interno della galleria, fa­
cilitando lo scorrimento dell’acqua anche a pendenze minime, ed è plau­
sibile che essi siano direttamente funzionali all’alimentazione idrica.
La rete delle foggara presa nel suo complesso, con l’enorme quantità
di condotti verticali e gallerie drenanti, costituisce un sistema di manu­
tenzione della falda, garantendo l ’imbibizione del terreno attraverso lo
scambio con l’umidità aerea. Il già menzionato trattato di al-Karagi
elenca tre origini delle risorse idriche dei qanat corrispondenti alle di­ 107.
namiche riscontrate nelle foggara del Gourara. Il matematico medievale, M ausoleo preistorico nei pressi
d ell’oasi di Ja n e t (Tassili degli A jjer,
insieme alle acque primordiali e a quelle di pioggia, cita, significativa- Sahara algerino). Q uesti com plessi,
289 mente, la trasformazione sotterranea dell’aria in acqua. Grazie all’escur­ denom inati tom be solari dalla form a
ad anelli concentrici, possono essere
sione termica notturna l ’umidità viene rilasciata alle sabbie per tornare interpretati com e d isp ositivi
a rifluire dai canali sotterranei fino ai campi. Le foggara favoriscono il d i raccolta d ell’um idità.

1 38
10 9 -10 . N e l Sahara algerino numerose tracce preistoriche d i circoli, allineam enti e m ausolei di p ietra attestano la fo rte presenza um ana nel
territorio ora com pletam ente deserto. C om e nel deserto del N egev m olte di queste strutture possono essere id en tificate come dispo­
sitiv i idrici o m onum enti a questi collegati. L a struttura a doppio cerchio con il condotto di ingresso della figura n o m ostra analogie
140 con il com plesso della figura 79.
processo agendo come pompe che attraggono l’aria carica di vapore e
producono acqua dall’atmosfera come sorgenti aeree. Durante la notte
l’aria fredda scende verso il basso e penetra nel suolo. Si verifica un feno­
meno di condensazione che bagna il terreno e le pareti dei pozzi e della
galleria. Con il sorgere del sole il processo si inverte. Il suolo riscaldato
provoca un movimento ascendente dell’aria della foggara espulsa attra­
verso i pozzi di aerazione esposti alle temperature brucianti del deserto.
Si crea nella galleria sotterranea una circolazione che aspira l ’aria dalla
parte inferiore, quella che ha lo sbocco nella zona ombreggiata del pal­
meto. L ’umidità di quest’ultimo viene così risucchiata e ricondensata
sulle pareti e nel suolo prima che l ’aria fuoriesca dai pozzi. L ’acqua si
conserva nella porosità del suolo, che diventa sempre più imbevuto di
liquido, e scende per gravità al canale sotterraneo adduttore fino all’aper­
tura che alimenta l ’oasi.
Anche strutture preistoriche formate da cumuli di pietre, tumuli e 107
ambienti ipogei, abbondanti nel Sahara, possono essere interpretate 108
come dispositivi di raccolta dell’umidità e della brina. Le cosiddette
tombe solari del Sahara, costituite da anelli concentrici intorno a un tu- 109, no,
mulo, sono collegate ad antichi metodi di raccolta e culti dell’acqua. Le 339
stesse enigmatiche lunghe file di pietre, che a volte si dipartono dal cer­

~y Idrogenesi Agricoltura edomita


chio come lunghe antenne dando ai monumenti la curiosa forma di sonde
spaziali, trovano una spiegazione come collettori d ’acqua. Aperte verso
e precipitazioni
il pendio e convergenti sulla camera ipogea, servivano a incanalare e con­
occulte vogliare l ’umidità raccolta sulla superficie di condensazione compresa
tra questi due grandi bracci. E possibile che l ’origine delle foggara sia
proprio dovuta allo sviluppo della tecnica delle camere di condensazione.
Anche nell’ambiente ancora paludoso della preistoria sahariana era utile

fai produrre acqua pura e bevibile tramite la percolazione nelle grotte. Con
il procedere della desertificazione e l ’esaurirsi degli apporti idrici delle
cavità ipogee, gli uomini possono avere cercato di ampliarne lo scavo per
Stillicidio Captazione seguire la direzione dei flussi, creando una galleria che prolunga la ca­
e percolazione sotterranea
nelle grotte mera di condensazione e amplia l ’area di drenaggio. Si realizza così la
tecnica della foggara che ha la particolarità di utilizzare tutti i diversi
principi di produzione dell’acqua: la captazione, la percolazione e la con­
densazione.

La struttura d e ll’oasi

Lo scavo della foggara deve fare in modo che il tracciato arrivi pro­
prio alle coltivazioni, punto di sbocco orograficamente determinato, al­
trimenti tutto lo scorrimento dell’acqua per gravità sarebbe impossibile.
Il tracciato sotterraneo deve essere, quindi, sapientemente calcolato e
procedere verso l’altipiano con una pendenza minima, sufficiente cioè
a garantire lo scorrimento dell’acqua, ma non tale da provocare l ’ero­
sione del fondo del tunnel e il trasporto di detriti e sabbie, cause di ab­
bassamento o intasamento del percorso. Questo mantiene un andamento
quasi orizzontale, ma diviene sempre più profondo perché la quota del
terreno sovrastante si eleva con l’allontanarsi dalla sebkha. Ogni 4 0 8
metri sono scavati i pozzi verticali che mettono in comunicazione il tun-
io5,106 nel con la superficie e permettono di evacuare i detriti di scavo. Accu­
mulati intorno alle bocche, questi determinano i caratteristici piccoli
crateri che evidenziano sul terreno il tracciato della foggara. I pozzi, che
con l’aumentare della lunghezza di quest’ultimo, divengono profondi an­
che 15 0 metri, servono per discendere nel tunnel durante i lavori di ma­
nutenzione, ma, come si è detto, hanno una funzione specifica nei par­
ticolari meccanismi di produzione idrica delle gallerie drenanti,
in , 290 La struttura dell’oasi si può schematizzare come costituita da una fog­
gara lunga dai 4 agli 8 chilometri, che dalla riva della depressione si di­
rige a monte verso l’altopiano, da una fortezza collocata sul ciglio roc­
cioso e da una fascia di palmeto che si estende a valle nella sebkha, tanto
più profondamente quanto più cospicua è la portata d ’acqua della fog­
gara. Dalle risorse idriche della galleria drenante dipende la quantità di
terreno coltivabile che si riesce a strappare al deserto, ma la possibilità
di estensione verso il fondo della sebkha ha comunque un limite invali­
cabile dovuto al fatto che, procedendo verso questo, aumenta la con­
centrazione salina del terreno. Pertanto il palmeto viene ampliato lungo
i bordi della sebkha con lo scavo di nuove foggara e l ’installazione di al­
tri villaggi. in .
N ella fo to aerea d ell’oasi si leggono
112 Nelle coltivazioni le canalizzazioni a cielo aperto, chiamate seguia, se­ gli elem enti strutturali: la duna
guono le stradine marcate dalle pareti di terra, penetrano al di sotto dei artificiale; la galleria drenante d i cui
muri o scorrono sugli stessi. L ’irrigazione per scorrimento continuo dell’ac­ si ved e il passaggio neH’avvallam ento
della duna; il palm eto che si estende
qua è funzionale alla necessità di sottoporre il terreno a un dilavamento secondo una geom etria dovuta
costante dato il forte rimontare di sali nelle zone più prossime alla sebkha, alle linee d i gravità d i scorrim ento
e ripartizione d ell’acqua e alla
ma questo metodo non si adatta alle colture degli ortaggi e richiederebbe quantità della stessa prodotta
7 una grande disponibilità d ’acqua. Così il rimontare della salinità, dovuto dalla galleria drenante.

142
alla forte evaporazione alla superficie del terreno, è contrastato dal man­
tenimento di un microclima sotto la volta delle chiome di palma e l’irri­
gazione può farsi in modo non continuo attraverso la raccolta dell’acqua
in piccoli bacini individuali di forma rettangolare con i bordi arrotondati,
1 13 chiamati majen. Come in un sistema arterioso, la portata complessiva viene
capillarmente suddivisa fino a questi piccoli invasi terminali di minimo Canalette e
dispositivi per il
stoccaggio e di distribuzione che caratterizzano ogni cellula coltivata. controllo climatico
L ’umidità, che nel deserto raggiunge il dato bassissimo compreso tra
lo o e il 5 per cento, ha nelle oasi quote dell’8o per cento. Questi valori
sono mantenuti proprio grazie allo scorrimento idrico superficiale. Le
quantità d ’acqua in apparenza perdute sono in realtà ampiamente ripa­
gate dall’instaurarsi dell’effetto oasi complessivo. Il palmeto limita i fe­
nomeni di dispersione di liquidi dovuti all’evapotraspirazione della bio­ Orticoltura associata
con piante alte
massa e agisce da attrattore e accumulatore di umidità.
La misurazione del flusso viene effettuata dai maestri dell’acqua k iel
el-ma ostruendo lo scorrimento nel canale principale con una piastra di
114 rame forata (chiamata hallafa), i cui piccoli buchi vengono otturati con ar­
gilla. Si procede, poi, a sbloccare progressivamente i fori fino a quando il
fluire dell’acqua non ridiviene regolare: l ’insieme dei vuoti ottenuto, che Corporazioni
rappresenta la portata complessiva, è poi suddiviso secondo le quote di idriche e diritto
idraulico
ciascun proprietario e serve a determinare, con lo stesso metodo, l’am-
115 piezza delle aperture da praticare nella kesria, la pietra a forma di pettine
che funge da ripartitore.
E interessante notare che la quantità di misura più piccola, grande
come la punta del dito mignolo, è chiamata habba, termine applicato an­
che al seme di orzo e che si ricollega a una misura di oro. Non è possi­
bile dire se il diametro del foro sia stato determinato dal diametro del
seme di orzo, ma è certa la corrispondenza di quest’ultimo con una pre­
cisa quantità di oro. Si crea così un rapporto significativo tra misura di
acqua, cereali e oro. Poiché la velocità di scorrimento dell’acqua è con­
trollata per evitare l ’erosione e l ’abbassamento del tracciato dei canali
ed è quindi omogenea per tutte le foggara, il volume di un habba può ri­
tenersi univocamente definito.
In realtà l ’apporto delle foggara è soggetto per svariati motivi a mo­
dificazioni stagionali, di conseguenza l’habba risulta una misura relativa
la cui variazione determina il corso di tutti gli altri beni. Non è, quindi,
una quantità fissa, ma una misura di valore la cui entità rappresenta in
ogni momento la situazione della produzione acquifera, lo stato, po­
tremmo dire, dell’economia dell’oasi. Il sistema idrico, ripartendo au­
tomaticamente le variazioni di produzione, costituisce così un modello
fisico dei processi di svalutazione e di rivalutazione: l’acqua nelle oasi è
l ’equivalente generale, che circola, si scambia e fluttua come il denaro
nel sistema monetario delle economie contemporanee.

Geneaologia idrica

Attraverso la ripartizione dell’eredità, i matrimoni o per compraven­


dita, le quote d ’acqua continuano a frammentarsi o a riunificarsi e un
144 intricato sistema di kesria, di raccordi e di ponticelli - questi ultimi neces-
V A ' ' '1

K B
m i/
L J l f ,/ /
jc
1^ 5

1 13 - 14 - U majen (foto in alto) costituisce il patrim onio del coltivatore d ell’oasi. Viene periodicamente aperto tram ite il sollevam ento di una pie­
tra che fa da piccola chiusa per irrigare i campi. In basso, un maestro dell’acqua d ell’oasi algerina di A d rar mostra la piastra perforata
(hallafa) con cui vengono m isurati i flussi allo sbocco della grande foggara. 145
sari all’incrocio di due o più canali per evitare il mescolarsi del liquido -
rappresenta sul terreno l ’evolversi nel tempo del sistema di proprietà.
Si realizza una trama d ’acqua che registra il succedersi delle generazioni, 292
i legami e le proprietà familiari in un grafo di parentela fisicamente co­
struito dalla rete di canalizzazioni (Marouf, 1980). Come un giardino di
Gestione memoria l ’oasi trascrive nel fluire del prezioso liquido la sua storia.
delle risorse
trasmessa L ’acqua è la linfa vitale che si distribuisce attraverso le famiglie: per
tra generazioni
questo il gioiello simbolo di fertilità legato al collo delle donne berbere
è la stilizzazione in variegate fogge del sistema di ripartizione dell’ac­
qua. A conferma dei legami profondi della cultura oasiana con le più an­
tiche civiltà del deserto anche il geroglifico egizio mes, che significa « na­
scere», ha la stessa forma. Il medesimo disegno compare nella trama dei
tappeti o tatuato sulla pelle oppure è riportato nella foggia delle petti­
nature. Quest’ultime marcano i vari stadi della crescita e della matura­
zione della donna ricollegandola alle pratiche agrarie e alla genesi stessa
dell’oasi. Alla nascita la testa completamente priva di capelli rappresenta
il vuoto cosmico originario. N ell’infanzia viene completamente rasata
lasciando al centro una sola ciocca di capelli: la terra primigenia. Al mo­
mento della pubertà la parte rasata si riduce a una sola stretta banda in­
torno alla capigliatura centrale, simbolo dell’oceano salato e sterile che
circonda la terra, ancora incolta, ma pronta per il lavoro dei campi. Con
il trascorrere degli anni i capelli, sempre rasati lungo la circonferenza
del cranio, sono divisi in ciocche da una linea mediana che riproduce il
canale centrale dei sistemi di irrigazione. Quando la ragazza è pronta
per il matrimonio, la chioma, non più rasata, viene suddivisa in righe e
piccole trecce, a rappresentare la terra coltivata dove l ’acqua circola nei
canali di irrigazione. L ’acconciatura delle donne maritate, infine, lascia
crescere i capelli per raccoglierli in grosse trecce. La donna è ora fecon­
data e fertile, come l’oasi. Le fogge della pettinatura ripercorrono nella
persona le vicende complessive, la storia individuale si identifica con
quella dell’intero sistema. L ’acqua che feconda i campi, si ripartisce tra 116
le proprietà, si trasmette con le eredità, è la linfa vitale che rende fer­
tile l ’unione, crea la famiglia e perpetua l ’oasi.
La corrispondenza tra l ’io e il mondo istituisce un patto tra la cultura
e la natura; il simbolo e la tradizione ne divengono i testimoni e i custodi,
garanzia del mantenimento dell’armonia del cosmo. Nel rapporto soli­
dale così stabilito, l’individuo trae il conforto necessario alla precaria con­
dizione dell’esistere, e lo spazio si carica della sacralità indispensabile alla
Forme di solidarietà sua salvaguardia e protezione. Il legame stretto tra le azioni e l ’armonia
sociale
naturale impone una serie di proibizioni, vincoli e prescrizioni, poiché
anche i gesti più banali concorrono al mantenimento dell’equilibrio uni­
versale. Così nell’oasi il rapporto costante tra microcosmo e macrocosmo 372
non è una concezione metafisica, ma un principio etico basato su precise
necessità materiali.

I l grande nomadismo carovaniero

Il sistema delle oasi può diffondersi e perpetuarsi grazie al mondo no­


made che ne costituisce non l ’antitesi, ma l’indispensabile complemen- r 47
n 6 . I cam pi prod u ttivi sono organizzati per piccole particelle a giardino, in fatti sono chiam ati jen n a che significa «giardin o» e «paradiso».
La geom etria delle coltivazioni corrisponde a un ordine che si ritro va nella natura e fa parte del rapporto stretto tra m icrocosm o e macro-
14 8 cosm o, tipico della concezione oasiana.
111- tarità. Il nomadismo in questa fase è completamente diverso dalla forma
T assili degli A jjer (Algeria).
sociale dei cacciatori-raccoglitori, nella quale la vita erratica è una pra­
D ip in to della fase tarda in cui
si vede la marcia d i uom ini m ontanti tica migratoria legata agli spostamenti degli animali, alla variabilità sta­
il drom edario e le lettere d i ungionale e ambientale e al mantenimento di un basso peso demografico sul
alfabeto arcaico scritto d all’alto
verso il basso com e la scrittura territorio attraverso la continua occupazione di spazi ancora vergini. Si
d ei tuareg, il tifinagh, che nedifferenzia anche dalla mobilità dell’Età dei Metalli, basata sull’uso dei
costituisce l ’evoluzione.
carri e la prima organizzazione della transumanza pastorale. Quest’ul-
tima è un metodo di allevamento per sfruttare al meglio la variabilità del
clima e dei pascoli, ma non va confusa con il nomadismo, perché il be­
stiame è affidato a gruppi specializzati che fanno capo a un luogo stabile.
Il nomadismo del deserto è organizzato su spazi amplissimi con l ’insieme n 7, n8
delle famiglie, non per predare la selvaggina o per realizzare conquiste
territoriali imposte dalla spinta demografica, ma ai fini dell’allevamento.
La produzione di carne nel deserto tramite la pastorizia cammellina o
ovina è ottenuta al minimo costo utilizzando le risorse scarse e disperse
Grande nomadismo
carovaniero
di superfici sconfinate. Sarebbe infatti uno spreco nutrire le mandrie con
i vegetali faticosamente coltivati nelle oasi. L ’allevamento organizzato
secondo il grande nomadismo carovaniero permette l’uso ottimale della
vegetazione naturale del deserto. La pratica risulta l’unica possibile in
ecosistemi fragili, dove un carico demografico prolungato nello stesso
luogo risulterebbe distruttivo per l ’ambiente. Ancora oggi la riproposi­
zione del nomadismo costituirebbe una soluzione per rigenerare ecosi­
stemi esausti o dalle particolari condizioni. 1
' ■

1 1 8. Tuareg del gruppo K el A jjer del Sahara algerino. I tuareg sono il più noto d ei grandi gruppi nom adi del Sahara. Vengono chiam ati «gli
uom ini blu » per le tracce di indaco che l ’abbigliam ento tradizionale lascia sui loro corpi. La copertura del volto è utile contro i v en ti di
150 sabbia e a recuperare l ’um idità em essa nella respirazione.
Il nomadismo sviluppa una raffinata sapienza ambientale per indi­
viduare i pascoli, che possono improvvisamente spuntare in una zona
grazie a impercettibili fattori microclimatici, trovare le direzioni di per­
corso e reperire o organizzare i punti d ’acqua. In particolare le co­
noscenze relative alle tecniche idriche sono le più sviluppate. Non a caso
il nome stesso dei tuareg, i grandi nomadi carovanieri sahariani, deriva
da un termine berbero, che ha il significato di canalizzazione d ’acqua.
Queste conoscenze vengono applicate per la pratica del commercio caro­
vaniero a lunga distanza. Il nomadismo mantiene i collegamenti tra le
oasi che, grazie ad esso, non sono mai comunità isolate, ma vivono in
un contesto internazionale di scambi commerciali e culturali. I gruppi
nomadi sono la forza militare, garantiscono la capacità di mobilitazione
e la rapidità di spostamento; sono lo strumento di conquista e il veicolo
dei commerci. I nomadi assicurano i contatti e veicolano le informazioni,
ma soprattutto garantiscono la continuità delle culture attraverso le ca­
tastrofi e gli esodi.
Così la civiltà dei popoli del deserto si tramanda non nelle architet­
ture imponenti destinate prima o poi al decadimento, ma in beni im­
materiali e in segni minimi. E perpetuata nei valori culturali memoriz-
zabili come i modi di fare, la letteratura, l’arte, o in manufatti artigianali
facilmente trasportabili quali il cesello, la tessitura, la decorazione. Si
può affermare che l ’organizzazione di un accampamento, la struttura di 119
^Si- una tenda, la costruzione di terra cruda comprende e supera in pianifi­
O rganizzazione di un accam pam ento cazione, disegno e tecnologia le architetture auliche. Le case emisferi­
tuareg con la tipica tenda circolare
fatta d i pelle di cammello che di canna dei tuareg nelle loro diverse evoluzioni di tende in pelle o
e la rifin itu ra in canne. in lana e gli arredi temporaneamente e rapidamente montati hanno in
nuce caratteristiche strutturali e potenzialità di sviluppo di variegate
forme architettoniche come le cupole, le esedre e i recinti. Nelle srefe
mesopotamiche e nelle capanne di canna dei rasciaida in Eritrea si rea­
lizzano, legando insieme fasci vegetali, strutture dalla volta a botte de­
corate da elementi architettonici di colonne, timpani e tetti a spiovente.
Con i giunchi vengono fatte leggere imbarcazioni facilmente trasporta­
bili nel deserto, dove fungono da pratici tetti mobili pronti al riuso nau­
tico in caso di corsi d ’acqua in piena. Ancora oggi leggere piroghe di pa­
piro simili alle raffigurazioni neolitiche navigano sul lago Tana in
Etiopia, nell’alto Nilo e in Sardegna.
La cultura nomade perpetua in queste forme conoscenze e tecnologie.
Nella storia dei popoli del deserto si sono sempre succedute fasi di sta­
bilità e di sedentarizzazione con fasi di collasso e di dispersione. Nei pe­
riodi di crisi le genti partivano riprendendo la vita nomade. Il patrimo­
nio di conoscenze veniva conservato e trasmesso tramite la tradizione
orale o era affidato a supporti trasportabili. Sono così la tessitura, gli or­
namenti, i monili e le decorazioni, indossati o disegnati sul corpo stesso,
a costituire veicoli di memoria e di sapere. Questo spiega come in un ri­
camo o in un tappeto si possano riconoscere i segni di lavori agricoli e
idraulici, come il maquillage di un volto femminile rifletta i motivi de­
corativi di un’abitazione o come un anello possa ricordare complesse ar­
chitetture. Nei lunghi periodi trascorsi nel deserto questi disegni e og­
getti acquistano un valore simbolico, si caricano di contenuti immaginari
e favolosi. A volte viene perso completamente il significato funzionale
d ’origine e si continua a riprodurre la sola forma con ossessione e ri­
dondanza figurativa. Altre volte sono la nostalgia e il desiderio della
terra perduta, della casa promessa a trasformare i ricordi in allucinate
fantasie. La città delle origini si identifica con la meta finale e il per­
corso materiale diviene la metafora di un cammino spirituale. Per que­
sto le architetture e le città arabe hanno spesso l ’aspetto di creazioni fia­
besche e oniriche. Sbocciano improvvisamente dopo essere state a lungo
interiorizzate. Come un sogno ricorrente, di cui non si riconoscono più
gli elementi del contesto reale da quelli ricostruiti dalla mente, sono il
prodotto della memoria continuamente e collettivamente alimentata nei
racconti ripetuti durante le lunghe veglie delle carovane.
12 0 . M atera, C iv ita e spalti del Sasso B arisano. U n ecosistema urbano è il m odello d ell’oasi che diventa
città. A cquista com plessità e stratificazione, ma m antiene il rapporto d i organicità con l ’am biente
e di uso sostenibile delle risorse. L e qualità estetiche che apprezziam o nei Sassi di M atera sono
dovute proprio alle regole e ai lim iti im posti all’abitato dalle necessità idriche, energetiche e di pro­
tezione dei suoli. L ’applicazione degli stessi principi in situazioni am bientali analoghe spiega le
sim ilarità che si determ inano con ecosistem i urbani anche lontanissim i com e quello di G hardaia
della figura 1 2 1 .
Complessità, e stratificazione

Oasi non sono le coltivazioni, o un tipo di paesaggio, ma l’insieme di


tutte le componenti ambientali e architettoniche frutto di una sapiente
organizzazione dello spazio. Il modello è specifico delle zone aride dei
deserti del Sahara, dell’Arabia e dell’Oriente, ma può essere applicato
a tutte quelle situazioni in cui la simbiosi di fattori e la gestione accu­
rata delle risorse creano ecosistemi in armonia con l’ambiente. Quando
mantenendo queste caratteristiche si raggiungono livelli superiori di di­
mensione, di specializzazione sociale, di realizzazione costruttiva, si de­
termina l’ecosistema urbano. Questo rappresenta quindi il modello I, 300
dell’oasi esteso a una vasta gamma di realtà insediative basate sull’au-
topoiesi, l’omeostasi e l’automanutenzione, ma che compiono un salto
di scala attraverso lo sfruttamento di una posizione commerciale o la ric­
chezza fornita da una risorsa specifica e attuano maggiori potenzialità.
L’ecosistema urbano è la sintesi del sapere locale accumulato nella storia
Comunità
autopoietiche
e nelle culture, concretizzato in una dimensione che non è più quella del
villaggio e ha stratificazioni, complessità sociali, relazioni esterne di
scambi commerciali e culturali, caratteri architettonici propri di una città.
Si tratta sia di situazioni più direttamente riconducibili a condizioni
aride sia di zone climatiche e di ambienti diversificati in cui anche nella
crescita urbana si è riuscito a stabilire l’armonia tra la presenza umana
e l’uso delle risorse. I casi di seguito riportati sono esemplificativi ognuno
delle principali aree geografiche in cui si è seguito lo stratificarsi dei
gruppi sociali dal Paleolitico alla neolitizzazione, fino all’Età dei Metalli
e alla realizzazione di comunità a carattere oasiano. Ghardaia illustra
come nelle zone tra le più aride del Sahara l’applicazione delle cono­
scenze proprie alle oasi amplifichi le risorse locali fino alla creazione di
un sistema di città che può continuare a moltiplicarsi senza distruggere
l’ambiente. Solidi principi comunitari, basati su una forte coesione e
concezione spirituale e religiosa, reggono la società delle acque di Ghar­
daia. Shibam nel sud dell’Arabia mostra fino a che livello di comples­
sità urbana e di integrazione del ciclo delle risorse possano evolversi le
tecniche neolitiche degli abitati di terra cruda, arrivando al controllo to­
tale dell’organizzazione del paesaggio e alla dipendenza della fertilità dei 155
suoli dall’esistenza stessa della città, che a questo scopo assume forme e
tipologie precise. Petra è la sintesi delle millenarie conoscenze tradizio­
nali del Vicino Oriente. Fu luogo di neolitizzazione con numerosi vil­
laggi, tra cui quello di Beida, è stata il centro principale degli edomiti
nell’Età dei Metalli e dei nabatei. Capitale delle acque nascoste del de­
serto, in epoca ellenistica convogliava le carovane assetate della via
dell’incenso a sud e di quella della seta a oriente, utilizzando le sue me­
ravigliose facciate monumentali scavate nella pietra e gli incredibili gio­
chi idrici per attirare i ricchi mercanti. Matera ha nei Sassi un centro
antico primordiale, dove si perpetuano fino ai tempi moderni i modi di
abitare in grotta e di gestire i suoli che risalgono ai fossati neolitici e ai
sistemi di terrazzamento agropastorali. E esemplificativa delle tecniche
e delle conoscenze diffuse in tutta l’Europa meridionale e nelle isole e
penisole mediterranee, che qui si cristallizzano in una città di pietra (Lau­
reano, 1993).

Società delle acque


12 1 .
121 Ghardaia, edificata sugli altipiani calcarei del Sahara algerino, è un G h ardaia (Sahara algerino). La
esempio di oasi che diventa un sistema di città. Ghardaia dà il nome a gli m oschea d oveva contenere tutti
abitanti. Q uando questo non e r .
una pentapoli formata da cinque insediamenti che si ergono su pinna­ più possibile si realizzava un altro
coli elevati lungo la valle sinuosa del Mzab. Bianche abitazioni di pietra insediam ento in una situazione
si susseguono su ognuna delle cinque colline in stretti gironi concentrici analoga. L ’abitato così m antener i
il suo carattere agglutinato
fino alla sommità coronata da un unico svettante minareto. Le basse case e in arm onia con l ’am biente.
:3- G h ardaia. In alto, m ausoleo d el santo fondatore con terrazza e corte per la raccolta d ell’um idità. In basso, la m oltiplicazione degli
insediam enti sulle somm ità rocciose lungo il palm eto form a quella che è chiam ata la pentapoli del M zab.
a corte sembrano scalare i pendii rocciosi scolpendo la formazione col­
linare con un intrico di terrazze, corti e stradine in una completa fusione
tra l’abitato e il quadro geomorfologico. Si determina un’architettura
del paesaggio dall’armonia difficilmente riscontrabile altrove, una ca­
pacità unica di usare e di accentuare le caratteristiche del luogo senza
distruggerle. Le superfici delle abitazioni trattate a calce si stagliano lu­ insediamento-
Integrazione

minose nell’azzurro del cielo e si differenziano dal colore bruno rossa­ paesaggio
stro del suolo del deserto, ma la forma complessiva si adatta perfetta­
mente ai luoghi. Le città del Mzab, scendendo a cascata a partire dalla
moschea centrale dalle sommità dell’altopiano fino ai piedi della vallata,
sfruttano la topografia delle colline, anzi sono esse stesse colline: natura
interpretata dalla architettura. I mausolei e i luoghi di culto dalle forme
organiche e gli ingressi antropomorfi hanno terrazze e superfici neces-
122 sarie a captare ogni piccola quantità di umidità.
La comunità ibadita che ha fondato la pentapoli del Mzab fu scacciata
dalle sue originarie città capitali, Tahert sull’Atlante, Sigilmasa e Se- per il controllo
drata, alle porte del deserto, e si installò nell’xi secolo d.C. in una zona del microclima
isolata da tutti i percorsi, completamente sterile e sfavorita di condizioni
naturali. Il modo in cui questa pietraia assolata è stata trasformata in 124.
una valle verdeggiante coronata dalle armoniose città è un esempio La diga di B en i Isguen, uno
degli insediam enti della pentapoli
straordinario di edificazione dello spazio sahariano. La perfetta sintesi di G h ardaia. La diga non serve
paesaggistica è dovuta alla capacità di costruzione e di gestione dell’eco­ a realizzare un bacino d ’acqua ma a
sistema. Le qualità di estetica e di armonia che apprezziamo sono il frutto mdove
antenere i flussi nel sottosuolo, da
vengono attin ti tram ite pozzi
di un rigore necessario, dell’applicazione costante di principi che, se vio- come quello visibile in alto a destra.

158
1 2 5 . L a diga di B en i Isguen in uno dei rari m om enti di piena, che ricorrono con distanze anche decennali. In queste occasioni le prese d ’acqua
incanalano i flussi verso le d ifferen ti parti del palm eto, alim entando le falde. 159
lati, avrebbero travolto tutti. Si è perpetuato così nel tempo un disegno 126.
unitario, in cui si sposano architettura e comunità, forma e simbolo, tec­ dG’acqua
h ard aia, grande ripartitore
utilizzato per divid ere
nica e spirito. Nell’unica moschea centrale, simbolo della unità della fede, e incanalare secondo le diverse
la sala di preghiera deve potere ospitare l’intera assemblea della città. oasi le preziose piene.
Quando la moschea non riesce a contenere la crescita demografica, biso­
gna costruirne un’altra e, per conseguenza, fondare una nuova città. Que­
sta regola ha determinato il controllo costante della dimensione urbana.
Se la popolazione è numerosa non si allarga a macchia d’olio l’insedia­
mento, ma si opera riproducendo il modello originario e realizzando in
una situazione geomorfologica simile un centro con le stesse caratteristi­
che del più antico. Il metodo ha determinato la progressiva localizzazione
degli insediamenti sui rilievi elevati, improduttivi e più facilmente difen­
dibili, e ha garantito la salvaguardia del fondo della valle. Qui sono in-
123 stallati i palmeti che formano un lungo nastro verde di circa mille ettari
di superficie. All’ombra delle palme crescono gli alberi da frutta e sotto
questi gli appezzamenti di ortaggi e cereali. L’acqua è attinta per mezzo Orticoltura
associata
Sbarramenti
con dighe interrate
di pozzi, ma l’alimentazione della falda non è dovuta a condizioni natu­ con piante alte
rali. Per trattenere nel terreno l’umidità sono state costruite imponenti
1 2 4 , 1 2 5 dighe interrate che intercettano i microflussi sotterranei e mantengono

umido il suolo del palmeto. La risorsa idrica principale è quella delle piene
del wadi Mzab che si succedono con cadenze triennali o decennali. Tutta
1 2 6 la valle è organizzata in funzione di questo avvenimento. Grandi prese
d’acqua intercettano le piene e le ripartiscono verso la trama dei campi Prese d’acqua Strade torrenti
1 2 7 coltivati. Le stradine strette dagli alti muretti che delimitano i giardini di- e argini
1 2 7 • G hardaia, strada torrente. In occasione delle piene la strada diventa il canalizzatore d ell’acqua verso i giardini che sono al d i là dei m uri
perim etrali. E visibile nella parte destra della foto la presa d ’acqua che intercetta il liquido nella strada torrente e lo indirizza nei giardini. 16 1
12 8 . W ad i D hahr (Yem en). Il paesaggio di strade, giardini e coltivazioni realizzato d all’applicazione della tecnica di distribuzione idrica delle
strade torrente. T ra i muri delle stradine si aprono prese d ’acqua verso i giardini. Il tutto funziona per gravità, determ inando una orga­
IÓ2 nizzazione rigorosa che m ostra la sua funzionalità solo al momento delle rare piene, quando i percorsi diventano corsi d ’acqua.
ventano così torrenti che convogliano il prezioso liquido. Nei muretti si
aprono delle bocche che captano la quantità di acqua necessaria ad ogni
giardino. In essi una ulteriore trama di canaletti, ponticelli e bacini assi­
cura l’irrigazione dei frutteti e degli ortaggi. Questo sistema di raccolta
delle acque delle strade torrenti è ancora in funzione nel wadi Dhahr a 15 128
chilometri da San‘a nello Yemen, dove durante le piogge le stradine mu­
rate convogliano, attraverso chiuse inserite nelle recinzioni, le acque nei
giardini ripartiti su un piano leggermente più basso.
Regole precise sono preposte alla ripartizione delle acque e all’uso dei
terreni coltivabili o edificabili. Esse danno luogo a un vero ordinamento
giuridico, tanto che si può definire quello di Ghardaia come un sistema
sociale retto da un diritto idraulico. Questo è formato da un insieme di
norme in parte scritte, altre semplicemente riportate dalla tradizione orale
Corporazioni idriche
e diritto idraulico
come una serie di verdetti o proverbi che costituiscono come una legge
naturale inviolabile. «Quando il wadi arriva si presenta con i suoi diritti
in mano» recita una di queste massime. Il wadi è il fiume fossile preva­
lentemente secco che può improvvisamente avere piene benefiche, ma ir­
ruenti. La sapienza popolare ricorda che niente può arrestarlo, ha una
legge superiore dalla sua e reclamerà senza possibilità di opporsi i suoi di­
ritti di inondazione e di passaggio. Per questo c’è il divieto di costruire
in determinate zone che la conoscenza tradizionale ha individuato nel
corso della sua memoria composta dall’esperienza accumulata di diverse
Forme di solidarietà generazioni. L’assemblea degli anziani detta le regole di comportamento
sociale
e aiuta i più giovani a costruire una casa uguale a tutte le altre e a inse­
rirsi nell’attività produttiva.
Associazioni sociali di questo tipo basate su regole idrauliche si ritro­
vano in Spagna nella regione dell’Andalusia con il nome di alquerie, in
Eritrea chiamate maihabar e in Etiopia orientale dove sono dette afocha.
Esse derivano dal fatto che la captazione e l’uso di risorse idriche scarse,
frammentate 0 basate sugli apporti apparentemente immateriali dell’umi­
dità, della brina e delle precipitazioni occulte, necessitano di una orga­
Società delle acque nizzazione dello spazio complessa e fragile. Essa deve essere comune­
mente accettata perché la minima deviazione fa crollare tutto il sistema.
In Andalusia le alquerie sono dovute alle migrazioni berbero-arabe o
sono il frutto di un riuso da parte di questi gruppi dai costumi locali più
antichi. Organizzano interi bacini idrici su cui è distribuita la proprietà
di più famiglie. L’approvvigionamento d’acqua di ogni particella deriva
dalla rete di canalizzazioni e cisterne. Queste intercettano le risorse a 129,130
monte e le distribuiscono a ventaglio nella valle aumentando l’area irri­
gata ai bordi dell’alveo di scorrimento naturale. Trama e pendenza de­
Agricoltura andalusa
vono essere perfettamente calcolate per rifornire in modo equanime tutte
le famiglie che dipendono ognuna per il loro approvvigionamento da
strutture idriche attraversanti altre proprietà. Da qui la necessità di si­
stemi di patti comuni che regolano ogni attività, dalla localizzazione dei
campi ai momenti di irrigazione, alla scelta e rotazione delle specie col­
tivate più o meno bisognose di acqua, ai tempi di lavoro, privato o col­
lettivo, agli stessi momenti di riposo. Anche la scelta della zona di resi­
denza risponde a regole precise, poiché deve tenere conto delle aree da
lasciare libere come impluvio delle acque e degli spazi agricoli da ri­
sparmiare accuratamente. 163
12 9 . Ibiza (Spagna), im bocco di una cisterna sotterranea. L ’isola ha d isp ositivi d i raccolta delle acque che risalgono ai fenici e sistem i idrau­
164 lici veicolati dalla presenza islam ica, propri della civiltà andalusa.
13 0 . Ib iza (Spagna), cisterna e giara cisterna. Il sistem a delle giare cisterna, d epositi di acqua interrati, è d iffu so nelle isole e nelle coste aride
m editerranee, costituendo una riserva nota ai viaggiatori, che la utilizzavano nei loro itinerari. 16 5
131 Le maihabar eritree, termine che significa letteralmente «cooperative
dell’acqua», sono organizzazioni basate su un patto stabilito tra i vari
132 clan familiari e preposto alla costruzione del sistema idraulico e alla lotta
contro il degrado dei suoli. Se il terreno non fosse trattenuto dagli ar­
gini, reso coltivabile attraverso i ripartitori d’acqua e protetto dall’om­
Specie vegetali
bra delle piante, sarebbe sottoposto all’azione distruttrice dell’erosione. per contrastare
Si verificherebbe l’aumento della salinità superficiale, lo smantella­ l’erosione

mento, la trasformazione in sabbia e la dispersione tramite il vento. La


terra invece viene fissata con il lavoro agricolo, fertilizzata con il letame,
protetta con argini e terrazzamenti dal lavoro comune. Tutta la collet­
tività partecipa anche alla costruzione dell’abitazione di ogni singolo in­
dividuo, che è continuamente sostenuto e protetto dal patto comune.
Le associazioni etiopi dette afocha sono ancora in uso nella città di Spargimento
di stallatico
Aratura
e spargimento
398, 399 Harar, posta a oriente della Rift Valley verso il deserto dancalo. Harar, per protezione d’acqua
la città dove trascorse gli ultimi suoi anni di vita Arthur Rimbaud, è e antievaporazione
stata definita l’unica realizzazione urbana dell’Africa occidentale. In­
fatti in epoca medievale dopo la caduta di Axum e il declino di Lalibela
i sovrani etiopi praticavano una sorta di urbanesimo nomade, sviluppo
estremo e distruttivo di risorse delle pratiche arcaiche degli insediamenti
migratori. La capitale, dopo avere esaurito tutte le potenzialità forestali,
idriche e agricole di un luogo, veniva periodicamente spostata. Il sovrano
poteva così esercitare successivamente il controllo su diverse regioni del
paese e mantenere il potere sulla corte, impedendo la formazione di una 1 3 1 .
feudalità stabile capace di contrastarlo e limitando il ruolo delle corpo- Edeltiopendio
p ia, sistem a d i organizzazione
con recinti e vasche
razioni cooperative tradizionali a carattere egualitario intimamente le- progressive per la raccolta d ell’acqua.
1 3 2 . Sistem a di irrigazione nella valle di G h in d ah (Eritrea). L ’area, posta a m età altezza tra la costa arida e l ’altopiano, riceve l ’um idità delle
correnti ascensionali p rovenienti dal M ar Rosso. 167
gate alla gestione stabile dei luoghi. L ’espansione musulmana in Africa
fa di Harar una città stato situata su un promontorio al centro di due
wadi che drenano un grande bacino, punto di passaggio delle carova­
niere che congiungono il Mar Rosso con l ’altopiano etiopico capace di
esercitare una influenza economica, spirituale e culturale su scala conti­
nentale. Nel x v i secolo viene costruita una possente cinta muraria che
racchiude il perimetro urbano esteso su una superficie di 42 ettari. La
città è dotata di imponenti sistemi idrici che si propagano a tutta la cam­
pagna circostante, mentre giardini terrazzati permettono di coltivare i
pendìi montani del bacino fino a 3000 metri di altitudine. Ancora oggi
Harar è una città murata che conserva intatte le sue caratteristiche, sin­
Terrazzamenti
tesi dell’urbanesimo veicolato dall’islam e delle arcaiche tradizioni dei
villaggi africani.
Ad Harar il clima è arido, ma nella stagione delle piogge, in estate,
possono verificarsi anche 700 millimetri di pioggia in un solo mese. A l­
lora i torrenti si ingrossano e l’acqua viene indirizzata con deviatori e
fossati verso la città per alimentare la falda sotterranea attinta tramite
pozzi nelle corti delle abitazioni. L ’irrigazione agricola è compiuta per
mezzo dei cosiddetti ku rii, bacini scavati nel letto dei torrenti che ali­
scala di diversione
mentano ognuno circa venti fattorie. L ’uso dell’acqua è diretto dai ma- e utilizzo delle piene
laak, autorità idriche scelte dagli stessi contadini associati in corpora­
zioni di mutua solidarietà chiamate arsch, toya e afocha. L ’afocha aiuta
i membri a costruire la casa, a organizzare i matrimoni e i funerali. E
anche responsabile della pulizia delle strade e del sistema di smaltimento
dei liquami e dei rifiuti.
Q uest’ultima operazione è effettuata ad Harar tramite una pratica
che ricorda i metodi preistorici di associazione e simbiosi totemica con
gli animali. Infatti alcuni personaggi particolari hanno il compito di nu­
trire le iene e di stabilire con esse singolari relazioni di empatia. La scena
di queste persone dette uomini-iena che la notte, alle porte della città,
offrono brandelli di carne porgendoli con la loro bocca direttamente alle Nutrizione degli
animali e relazioni
fauci delle belve, sembra oggi una curiosità turistica, ma è essenziale al simbiotiche
e totemiche
complesso ciclo ecologico urbano. Le iene infatti vengono attirate nei
cunicoli che raccolgono i rifiuti e i liquami della città, e come abilissimi
e gratuiti spazzini li tengono puliti. Le forme di nutrizione degli animali,
di semidomesticazione, totemismo e possessione sono tipiche della tra­
dizione africana. Ad Harar vengono attirate e nutrite con ossa e carcasse
di animali lasciate nel terreno le formiche rosse che servono a combat­
tere le termiti nocive per il legname e le coltivazioni. Particolari rifugi
sopraelevati sono costruiti nei campi per gli uccelli selvatici, che così
sfuggono ai predatori e forniscono l ’agricoltura di fertile guano. G li uc­
celli risultano utili anche per l ’individuazione delle facoltà terapeutiche
delle erbe di cui si fa un larghissimo uso per disinfettare l’acqua e tenere
lontane malattie e pestilenze.
Esistono pratiche tradizionali che riprendono in forma contempora­
nea i principi di solidarietà antica. Nel Botswana il m otswelo è una forma
tradizionale di cooperativa e di banca che raggruppa in genere quindici
o venti individui. I partecipanti si aggregano in modo volontario e ap­
portano al gruppo ciascuno quello che può. C ’è chi contribuisce con una
16 8 somma di denaro, chi con i prodotti della terra e chi con delle quote di Società delle acque
lavoro. Con questo sistema antico si creano forme di risparmio, di pre­
stito senza interessi e di finanziamento di importanti attività. Si può
realizzare, per esempio, la produzione e la vendita della birra tradizio­
nale, organizzare la coltivazione di nuovi terreni, o il restauro dei vil­
laggi. Il lavoro di produzione o di commercializzazione è considerato
come deposito di fondi. Tutti i profitti sono destinati a turno a uno dei
membri del motswelo, che li utilizza per finanziare una sua attività o al­
tre esigenze sociali come le feste, il matrimonio o l’acquisto di una casa.
Le norme della tradizione sono accettate perché sono scritte nella na­
tura stessa, sono scaturite dalla tenacia di chi ha saputo trovare un’ar­
monia con le dure leggi del deserto per ottenere le risorse necessarie alla
vita senza sprecarle, ma continuamente rinnovandole. L ’acqua, innan­
zitutto, e ogni altro sostentamento. La materia per costruire le case e
l ’humus per fare crescere i giardini. Ma anche la forza spirituale, la sa­
pienza collettiva e la solidarietà comune.

Com unità d i gestione d elle piene

„ , ,,,TT , „ Y 3' La sintesi delle conoscenze idrauliche e architettoniche dei gruppi che
L a valle dell H adram aut e 1 antica 1 1 • r i* 1* *n 1 1 •
città m urata di sh ibam circondata hanno abitato in aride pianure ratte di limo e argilla sconvolte da piene
d a g li arg in i e d a i ca n a li d e l siste m a occasionali è Shibam nella valle dell’Hadramaut in Yemen. Shibam è co- 133,346

'ptnTrlktaTreddcalti! struita nel Pieno letto del wadL Ha una Precisa forma geometrica qua-
in g ra n p a rte a b b a n d o n a ti, drangolare perfettamente delimitata da una possente cinta di mura.

169
cruda. I n ognuna di esse abita una sola fam iglia che può perm ettersi
134 - Le abitazioni di Shibam sono alte case torri costruite con la sola terra
170 la realizzazione della imponente costruzione per il basso costo del m ateriale.
All’interno la trama urbana è chiara e regolare, con piazze proporzio­
nate e una ordinata collocazione degli edifici e degli spazi pubblici. Ma
questa geometria complessiva non comunica monotonia e freddo rigore
razionale, come quando il piano urbano è stabilito con autorità da un
potere centrale. I singoli edifici, realizzati come unità indipendenti,
concorrono in modo individuale alla costituzione del progetto globale,
conferendogli armonia e varietà. Sono maestose case torri, tutte a più 134
piani e alte circa 30 metri, realizzate con semplice terra cruda, il limo
stesso trasportato dalle alluvioni. Sembrano moderni grattacieli, ma sono
vecchie di cinquecento anni e in ognuna di esse abita una sola famiglia.
Al piano terra, massiccio e senza aperture, vi sono i depositi e i magaz­
zini, ai piani superiori le camere ornate da finestre di legno traforato.
L’ultimo piano costituisce le terrazze protette da mura perimetrali e im­
permeabilizzate con la calce. La dissimulazione nel tessuto urbano delle
architetture religiose come le moschee, l’altezza uguale per tutti gli edi­
fici, l’imbiancatura dell’ultimo piano, creano una forma compatta, come
se si fosse voluto conferire unità al molteplice per esprimere con l’ar­
chitettura il senso della uguaglianza e della comunità.
Shibam nasce dalla conoscenza accumulata di un popolo che per la ne- 3 7 3
cessità di cooperazione nell’approvvigionamento idrico ha espresso una
forte unità sociale e un controllo pianificato sullo spazio. Dai tempi più
remoti nella valle dell’Hadramaut comunità costituitesi nell’interesse re­
ciproco dell’irrigazione utilizzano gli altipiani e le ripide pendenze, op- 1 3 5
portunamente modellate e coibentate, come impluvi per raccogliere le pre­
cipitazioni in un sistema di bacini e di cisterne. Grazie a quest’opera 1 3 6 , 1 3 7
costante e alle conoscenze tramandate da organizzazioni specifiche, ven­
gono controllate le piene dei torrenti che si riversano irruenti dai pendii
Convogliamento e
regimazione delle
dopo le piogge. Poiché non vi è altra risorsa idrica disponibile, le regioni
piogge lungo i pendìi dei declivi devono la loro esistenza alla conservazione dei preziosi flussi e
all’accurato lavoro di terrazzamento che crea le particelle di terreno tra 1 3 8
cui viene minuziosamente divisa l’acqua. Sulle larghe estensioni pianeg­
gianti del letto del wadi l’estesa cooperazione sociale è ancora più neces­
saria. Ogni superficie coltivata dipende dalla realizzazione di lunghe di- 1 3 9
ghe in pietra e malta, o in terra cruda. Il loro scopo non è quello di creare
bacini idrici a cielo aperto, che sottrarrebbero terreno all’agricoltura e sot­
toporrebbero l’acqua a una forte evaporazione, ma di conservarla nel sot­
tosuolo e di proteggere il terreno: le sporadiche piogge e le più deboli piene
vengono utilizzate saturando il suolo d’umidità attraverso le dighe che
bloccano il flusso sotterraneo e trattengono l’humus; le precipitazioni ir­
ruenti e le piene distruttive sono controllate ripartendole con sbarramenti
e argini su una superficie più vasta. Con pozzi e canali l’acqua viene poi
usata per creare palmeti e campi coltivati nel secco, ma fertile, loess. Nella 1 4 0
stagione secca si attinge l’acqua conservata nei sedimenti tramite pozzi.
Prese d ’acqua
e argini
Questi sono realizzati secondo una tipica tecnica yemenita che fa in modo
di risparmiare al massimo lo sforzo del dromedario impiegato a tirare la
corda del secchio pieno d’acqua. Il pozzo è sopraelevato di parecchi me­
tri sul terreno e si arriva alla cima tramite una lunga rampa. Il dromeda­
rio compie questo percorso in salita senza sforzo mentre il secchio vuoto
scende in profondità. Quando poi deve sollevare il secchio pieno tirando
Dispositivi idraulici la corda lontano dal pozzo è facilitato dal tragitto discendente della rampa. j
à

1 35 -3 6 . N ello Y em en mausolei e luoghi sacri sono quasi sem pre associati alla raccolta d ell’acqua. In alto, valle d ell’H adram aut: il santuario
superiore canalizza i flussi di scorrim ento del pendio verso la cam era di abluzione e preghiera sottostante. In basso, Y em en setten ­
trionale: le piogge raccolte nella corte per la preghiera riem piono la cisterna a cielo aperto.
■ ■ h h

1 3 7 . Y em en , cavità sotterranee utilizzate per le abluzioni. O gni m oschea è sem pre forn ita d i cam ere ipogee che raccolgono l ’acqua. S i tratta
spesso di d isp ositivi preesistenti, realizzati p er i tem pli sabei. 173
138. \ emen sistema di terrazzi per la protezione e coltivazione del pendio. Prese d ’acqua deviano i flussi dallo scorrimento naturale e li inca­
174 nalano lungo 1 muri sui terrazzamenti. Torri e costruzioni di pietra sono poste a difesa delle coltivazioni.
Per la data di fondazione non si ha ancora una conferma archeologica.
G li studiosi sono tuttavia concordi nell’affermare che la città nel n se­
colo d .C . era già un centro fiorente e affermato. Secondo la leggenda le
popolazioni fuggite all’epoca delle guerre himyarite vollero riprodurre in
Shibam la pianta della loro antica capitale, Shabwa, che aveva, come mo­
strano le prospezioni archeologiche, un impianto e una trama regolari.
Lo stretto legame tra la storia e le tradizioni è verificabile ancora oggi
nelle modalità costruttive. U n ’orgogliosa consuetudine impone d ’abi­
tare in posizione elevata, in palazzi e castelli, per ragioni di prestigio e
di difesa come nelle case torri europee medievali. Ma vi sono anche mo­
tivi più specifici di ordine simbolico, sociale e tecnico. Tutti i compo­
nenti della famiglia allargata preferiscono occupare lo stesso suolo an­
cestrale e vivere in un’abitazione comune, che quindi si sviluppa in
altezza. Si risparmia così il terreno per l’agricoltura e si ottimizzano i
fattori costruttivi legati alle tecniche e alle condizioni climatiche. Una
casa di terra cruda, si dice, deve avere un ottimo cappello e buoni sti­
vali, deve cioè essere protetta in alto dalle piogge e in basso dall’umi­
dità: lo sviluppo in altezza degli edifici minimizza proprio le dimensioni
del tetto e delle fondazioni, quelle parti dell’abitazione che necessitano
di un trattamento più accurato e costoso. Con il passare del tempo le
alte architetture di terra cruda sottoposte a usura e crollo sono ricostruite
sulle stesse rovine in modo conforme alle precedenti nei materiali,
143 nell’aspetto e nella dimensione. La terra per i mattoni viene raccolta
nelle coltivazioni organizzate in giardini a forma di piccoli crateri sepa­
rati da argini e canali che circondano la città e funzionano anche da pro­ Giardini nei crateri
tezione dalle piene distruttive.
A monte del corso del wadi dighe di ripartizione delle acque servono
144 ad allargare la superficie inondabile disperdendo la forza delle piene su
un’area più vasta. Intorno alla città le depressioni circolari dei giardini
raccolgono e assorbono l ’acqua. In questo sistema di crateri artificiali di
sabbia le coltivazioni sono protette perimetralmente dagli argini della
terra di riporto e sono ombreggiate dalla chioma del palmeto. Qui ven­ Compost con
escrementi, cenere
gono depositati i rifiuti organici della città che insieme all’acqua ren­ e vegetali
dono le sabbie sterili del loess un terreno fertile. Così è l’esistenza stessa
di Shibam con il suo apporto di materia biologica a permettere le palme
e la produzione agricola. Si determina un continuo circuito interattivo.
Non solo i prodotti alimentari nutrono la popolazione e ritornano alla
terra per fertilizzarla, ma è l ’intera città nella sua forma e architettura
a essere fondata su questo perenne principio di riuso integrale, poiché
dallo stesso scavo dei giardini proviene il materiale per costruirla. Solo
questa terra è adatta, perché ricca di humus che le conferisce le proprietà Ciclo integrato
di rifiuti organici
leganti. Infatti i sedimenti del wadi sarebbero sterili e inutilizzabili senza
le componenti biologiche del lavoro agricolo e del concime organico.
Quest’ultimo è quello umano, prodotto quindi nella città stessa. Qui Soldi
347 è accuratamente recuperato grazie a un gabinetto che divide i liquidi,
pericolosi per le strutture di terra cruda, dai solidi, necessari all’agri­
coltura. L ’ingegnoso gabinetto è in uso nello Yemen da centinaia di anni,
da quando da noi il water-closet ancora non esisteva. Esso permette di
separare all’origine gli escrementi liquidi dai solidi perché ha due uscite, Produzione e
utilizzo di compost
17 6 quella anteriore incanala le orine, quella posteriore raccoglie i solidi che vegetale e rifiuti
1 4 1 • Shibam . G li sbarram enti indirizzavano i flussi in piccoli im pluvi, dove il terreno saturo di um idità perm etteva le coltivazioni tutto l ’anno.
1 4 2 . A d al-H ajarain, situata nel w adi om onimo, uno degli innum erevoli afflu en ti d ell’H adram aut, sono ancora in uso i sistem i di ritenuta
delle piene in piccole depressioni e giardini separati da argini di terra. 17 7
precipitano direttamente per gravità nei canestri di raccolta lungo i vi­
coli. Questo dispositivo e la necessità di raccolta degli escrementi spie­
gano la variegata planimetria urbana fatta di piazze, strade e vicoli cie­
chi. Ogni abitazione ha infatti dei condotti sulle facciate che scaricano
gli escrementi negli appositi cesti con i quali vengono portati nei campi.
Queste facciate di servizio danno tutte su vie secondarie o perimetrali,
il cui tracciato detta le regole per la trama urbana. Si crea così un cir­
cuito indissolubile che lega l ’abitato, la sua manutenzione igienica e il
Architetture
ricambio organico degli abitanti alla fertilizzazione dei giardini e alla per il risparmio
progressiva ricostruzione degli edifici. Shibam, come un organismo bio­ di energia e risorse

logico, si rinnova nelle sue singole componenti, ma conserva la sua forma


e identità. Questa segreta alchimia realizza una completa integrazione
tra le differenti esigenze, urbane, agricole e di protezione dalle inonda­
373 zioni, in un ciclo virtuoso di smaltimento e riuso.

La madre d elle cisterne

Tutte le conoscenze idriche delle antiche civiltà nordarabiche sono cri-


343 stallizzate nella realizzazione unica di Petra, l’antica capitale dei naba­
tei. Petra è oggi un luogo completamente arido, visitato dai turisti per
le spettacolari architetture monumentali scolpite nella roccia. Ma la città
143-
era molto diversa nel passato: costituiva un meraviglioso ecosistema, P etra (G iordania). L a vasca in primo
144,143 dove l’acqua scorreva in abbondanza e i giardini profumavano di frutti piano convoglia le acque piovane
nella cavità sottostante. Il giardino
e ortaggi. Il geografo Strabone alla fine del 1 secolo a.C. descrive Petra scavato nella pietra ripara il terreno
ornata di fontane e di bacini, rigogliosa di alberi e di campi coltivati e le piante dal ven to e dal calore.

78
144- P etra costituisce la sintesi delle conoscenze idrauliche degli edom iti e dei nabatei. L ’intero paesaggio roccioso risulta scolpito e organiz­
zato per le necessità d i non perdere una sola goccia d ’acqua d i condensazione sulle m ontagne, di scorrim ento sui pen dìi e delle rare, ma
possibili, piene d ei wadi. i 79
('G eografia , xvi, 4, 21). Diodoro Siculo dà una precisa descrizione delle
cittadelle naturali dei nabatei. G li arabi, egli dice, «sono amanti della li­
bertà quant’altri mai, e, se una forte armata nemica s’avvicina, si rifu­
giano nel deserto, che per loro funge da fortezza. L ’assenza d ’acqua lo
rende infatti inaccessibile agli estranei, e i soli nabatei vi hanno garan­
tita la sopravvivenza, avendo predisposto sotterranei rivestiti di into­
naco. Poiché la terra è in parte argillosa, in parte di pietra dolce, essi vi
scavano grandi fosse, la cui imboccatura fanno piccolissima, rendendole
via via più spaziose in profondità, fino a terminarle con dimensioni tali
che ciascun lato misura un pletro [circa 30 metri]. Dopo avere riempito
questi serbatoi di acqua piovana, ne otturano le imboccature livellandole
al suolo circostante, e vi lasciano dei segni di riconoscimento noti a loro,
ma incomprensibili per gli altri» {Biblioteca storica, xix, 94).
Sono le tecniche ancora oggi impiegate dai nomadi che hanno sempre
una riserva d ’acqua nota a loro soltanto, nascosta lungo le piste più de­
solate. Il nome Umm al-Biyara, la rupe più imponente di Petra, signi­
fica in arabo «madre delle cisterne» e l ’evidenza archeologica e l ’analisi
ambientale rivelano come tutto il bacino montuoso che circonda la valle
del wadi Musa sia stato nel tempo organizzato per controllare le risorse
idriche e dirigerle verso la città nabatea. Petra, fonte di tutte le acque,
organizza il deserto tramite ogni tipo di sistema idrico e di drenaggio: Convogliamento e Dispositivi per la
l’organizzazione di vasche, cisterne e gronde per la raccolta delle acque regimazione delle creazione di humus
piogge lungo i pendìi
piovane e di microinfiltrazioni dalle pareti di arenaria; la protezione e
il sostegno lungo le pendenze e i corsi dei wadi per produrre suolo e ter­
reno coltivabile; la diversione delle piene rare, ma irruenti e rovinose;
la canalizzazione delle acque sorgive.
La raccolta delle risorse piovane sui luoghi elevati e sulle nude pareti
di arenaria è il dispositivo più arcaico utilizzato in modi e dimensioni
J 45 diversificate. Innumerevoli sono i tipi di cisterne scavate nella roccia e
impermeabilizzate con intonaco. Si va dalle piccole pozze che raccol­
146, 147 gono l ’acqua di scorrimento sui pianori elevati alle cisterne quadrate e
rettangolari alla base di gocciolatoi naturali, fino alle cavità simili a Raccolta di acqua
piovana in pozze
grandi camere intagliate nelle pareti verticali entro cui confluiscono com­ e cisterne
plesse reti di canali e condutture. Ogni pendio o superficie diventa un
impluvio utile per raccogliere le piogge e qualsiasi apporto d ’acqua, dalle
poche gocce alle grandi piene, veniva immagazzinato. Sulla sommità del
Jebel Harun l ’unica fornitura d ’acqua per il custode del mausoleo e i pel­
legrini è ancora oggi una grande cisterna sotterranea con una struttura
ad arcate e copertura in lastre di pietra, alimentata dalle infiltrazioni
delle rocce. Dietro il teatro di Sabra, intagliato nella roccia, condutture
provenienti dall’alto della montagna convogliavano le piogge in un
enorme bacino.
La più piccola traccia di umidità veniva utilizzata e si sfruttavano gli
apporti eterei della condensazione notturna delle nebbie e della brina.
I4 8 Lungo la salita del Deir le khottara sono strutture per fornire acqua tutto
l’anno: le magre essudazioni della parete, frutto della condensazione alle
quote elevate, sono raccolte attraverso gocciolatoi in vasche e cisterne.
Dispositivi di questo tipo sono forse all’origine dell’avvenimento biblico
di Mosè che fa sgorgare una sorgente con il suo bastone. Percuotendo per la captazione,
distillazione
l80 la parete si provoca il distacco della patina superficiale e maggiore fuo- e condensazione
14 6 . P etra, grande cisterna a cielo aperto. L e realizzazioni di epoca classica hanno form e geom etriche regolari e grandi volum i scavati. Sono
dotate talora di coperture con arcate e lastre di pietra.
riuscita di liquido. Non mancano anche i dispositivi idraulici sotterra­
nei simili ai qanat, le gallerie drenanti. Un imponente sistema di questo
tipo, munito di pozzi di aerazione, portava l’acqua delle quote più ele­
vate di Bedebdeh passando sotto l ’attuale Umm Sahyun e scendeva verso r~
la Turkmaniyah fino al centro di Petra.
Lungo la pista verso Sabra, ai piedi del Ras as-Slimane, una cisterna Captazione
sotterranea
149, 3 4 i nota con il nome di Bir Huweimel funziona come una trappola per le
piene. U n’enorme camera profonda 9 metri è scavata al di sotto del letto
del wadi. A l momento del passaggio dell’acqua una serie di piccole prese
e di bacini di decantazione la indirizzano nella cisterna, che la conserva
anche quando il corso superiore è ormai asciutto.
I5° Lo scavo di una galleria proteggeva l ’area centrale di Petra dalle piene
rovinose del wadi Musa. G li alvei del wadi al-Mudhlim e del wadi Sadd Sistemi di diversione Ipogei e giardini
e utilizzo delle piene pensili
al-Ma'jan, utilizzati per questa diversione, furono organizzati con un si-

149.
P etra, trappola p er le piene
di B ir H uw eim el. L e piene del w adi
vengono indirizzate tram ite argini
d i pietra verso il sistem a di raccolta
idrica. Q uesto è form ato da più
vasche successive per realizzare
la pulitura del liquido tram ite
decantazione e sfioram ento.
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15 0 . Petra, tunnel realizzato dai nabatei per deviare le acque delle piene naturalmente dirette verso il canyon di ingresso alla città, chiamato Siq. 185
stema di sbarramenti e chiuse per funzionare come grandi riserve di ac­ 15 1.
qua per l ’irrigazione dei campi organizzati sui terrazzamenti artificiali P etra, percorso lungo il celebre Siq.

345 lungo le sponde del wadi al-Mataha. U na volta liberato dai pericoli
delle piene, il Siq è stato trasform ato
Lungo la linea delle sorgive un sistema di grandi vasche rettangolari nella via di accesso alla città.
A i due lati sono stati intagliati canali
costruite con blocchi di pietra calcarea raccoglieva l ’acqua bevibile per che accom pagnavano con il sollievo
distribuirla per gravità nell’area residenziale di Petra attraverso un’estesa d e ll’acqua l ’arrivo delle carovane.
E visibile nella fo to quello a destra,
rete di canali intagliati nelle pareti di arenaria, di passerelle sospese, di
alim entato tram ite lunghi acquedotti
acquedotti e di condutture in ceramica, frutto di un’elaborata cono- dalle cisterne poste a monte.
344 scenza idraulica. Dalla grande vasca Zurraba a quota 1050 metri, posta
subito fuori dell’area di Petra, si diramavano due acquedotti. Uno verso
151 sud alimentava le condutture del Siq, l’altro compiva un lungo percorso
contornando il Jebel al-Khubtha ed entrava a Petra attraverso il wadi
al-Mataha. Il canale, procedendo a metà altezza della parete rocciosa,
alimentava cisterne e abitazioni private scavate più in basso nella roc­
cia. In punti particolarmente suggestivi e appartati, caratterizzati da pas­
saggi elevati o strettoie naturali nel canyon, la grande concentrazione di
152 nicchie votive, pietre cubiche e seggi scolpiti nella roccia dimostra che
153 il percorso dell’acqua era anche un’itinerario sacro utilizzato per ceri­
monie misteriche.
Ogni struttura di Petra è sempre qualcosa di più dell’ appariscente ca­
mera con facciata monumentale. Nella tomba cosiddetta Turkmaniyah
186 un’importante iscrizione cita «la corte davanti alla tomba, i portici e le
1 5 2 . P etra, sistem a naturale di scorrim ento delle acque e d i form azione d i cavità d i raccolta. È a partire da queste form e di erosione e dagli
scorrim enti idrici spontanei che vien e creato il com plesso sistem a di raccolta e organizzazione sacrale delle acque che caratterizza il pae­
saggio di Petra. 187

«
abitazioni dentro di questi, il giardino e il triclinio, le cisterne d ’acqua, I 53-
P etra. L e linee naturali di
le terrazze e le mura». Nel cosiddetto Triclinio del Giardino la cisterna, scorrim ento delle acque sono state
chiusa da un imponente muro di ritenuta, è lunga 18 ,2 metri, larga 6 e nel tem po organizzate in un
profonda 3,6. Alimentava un giardino organizzato su terrazzi di muri a form idabile d ispositivo di
captazione, sulla cui tram a si
secco grazie alle acque raccolte tramite un elaborato sistema di sbarra­ costruisce la città. I punti d ’acqua
menti, canalizzazioni e vasche. Un enorme rilievo scolpito nelle sem­ sono sacralizzati con l ’apposizione
di edicole v o tive e d iventano tappe
bianze di un leone lungo 4,5 metri, che ha dato il nome di Farasah, be­ nei percorsi m istici e nelle cerim onie
stia feroce, a tutto questo canyon, era in realtà una fontana monumentale dionisiache.
che versava acqua dalla bocca della fiera. Il sistema idrico ha origine
sulla sommità del Jebel al-Madhbah, raggiungibile attraverso le comode
scale e rampe che caratterizzano con un immenso lavoro di intaglio delle
pareti rocciose tutte le rupi di Petra. Madhbah significa «luogo elevato».
Con questo nome sono indicati i siti sacri comuni a tutti i popoli semiti,
citati dalla Bibbia. L ’organizzazione di queste piatte cime rocciose con
155 vasche e bacini non lascia dubbi sulla loro funzione: luoghi del culto cer­
tamente, ma preposti al pratico scopo di non lasciare sfuggire la minima
goccia di pioggia e di umidità. Non a caso lo stesso nome indica nel de­
serto le cataste di pietra per la condensazione idrica.
La necessità di creare momenti cultuali fortemente centralizzati può
fornire un’interpretazione al complesso monumentale più enigmatico e
imponente di Petra, il cosiddetto Palace Tomb. Costituito da una fac­
ciata scolpita terminante in una cornice architettonica che gli dà le ap­
188 parenze di un palazzo, il monumento è posto proprio al termine del lungo
*
156,344 acquedotto. Sulla sua sommità è ricavata una enorme cisterna. Questa 15 6 .
I celebri m onum enti di Petra,
creava una cascata, lunga quanto tutta la parete monumentale, che ali­ erroneam ente d efin iti tom be, erano
mentava grandi piscine. E evidente il carattere non solo utilitario del luoghi d i rappresentanza, depositi di
complesso. Come per la grande cisterna del Triclinio del Giardino, la m ercanzie e spazi p er i riti fam iliari.
T u tti i lavori d i scavo avevano anche
Fontana del Leone, il ninfeo monumentale posto all’inizio della via co­ una funzionalità idrica. N ella foto
lonnata e ogni triclinio familiare, l ’uso dell’acqua a Petra assumeva sem­ il cosiddetto Palace T om b,
com plesso m onumentale dove
pre una valenza estetica e spirituale unita a quella pratica. con una grande cascata d ’acqua
I giardini di Petra erano allo stesso tempo campi produttivi e spazi term inava il lungo acquedotto
per le feste e i riti funerari, ma forse anche qualcosa di più. Qasr el-Abd di w adi al-M ataha (figg. 344-45).

è un complesso monumentale, di cui restano i vestigi nei pressi di Am ­


man, dalle molte analogie con le architetture di Petra. Fu costruito da
Tobia, il governatore della regione compresa tra Amman e la valle del
Giordano, che, dice Flavio Giuseppe, inviò a Tolomeo II Filadelfo ad
Alessandria animali rari e domestici. L i raccoglieva in strutture apposi­
tamente create, giardini zoologici a un tempo luoghi di magnificazione
della dinastia, di culto e di ricerca naturalistica. A Qasr al-Abd una in­
tera vallata era stata trasformata in un lago artificiale, al centro del quale
si ergeva il tempio palazzo adorno di fontane a forma di leoni. Tutto il
perimetro dell’anfiteatro naturale è scavato da strutture ipogee, abita­
zioni rupestri, grotte di raccolta dell’acqua e camere sepolcrali. A valle
la ritenuta d ’acqua alimentava giardini e campi coltivati. Il modello è
quello dei pairidaeza, i parchi protetti ricchi di animali rari e di alberi e
piante di ogni specie dei re persiani, con cui la dinastia dei Tobiadi in­
tratteneva rapporti fino dal v secolo a. C. L ’organizzazione di questi luo­
ghi di studio, di raccolta e di sperimentazione delle essenze vegetali e
degli animali fu stimolata dalle raccolte botaniche effettuate da Ales-
190 sandro il Grande in Persia e in Oriente che provocarono una vera rivo-
luzione agricola in Europa. Da Alessandria, capitale dell’Ellenismo du­
rante la dinastia dei Tolomei, la pratica si diffuse in tutto il Mediterra­
neo e l’Europa, ma in Egitto la tradizione era ancora più antica e risa­
liva alla Tebe dei faraoni. Quando ad Alessandria fu realizzata la prima
versione della Bibbia dall’aramaico, il termine utilizzato per indicare il
giardino delle origini fu proprio pairidaeza, che divenne il nostro para­
diso. Così il centro di raccolta delle conoscenze accumulate dalla tradi­
zione, polo tecnico di esperienze agricole e idrauliche, si confuse con il
giardino dell’Eden. Da giardino in terra, fonte materiale di sostentamento
Città-giardino e di vita, diventa un luogo ultraterreno, paradiso lontano e perduto.

Acqua e form a urbana

Esemplare dei modi di abitare nelle zone carsiche della Lucania, delle
Puglie e della Sicilia è il caso dei Sassi di Matera e degli insediamenti
analoghi dell’altopiano delle Murge che si estendono fino a Taranto. Le
città sono realizzate sui bordi di profondi valloni, le gravine, che hanno i57
portate d ’acqua sporadiche o nulle. G li abitati non si localizzano nel
fondo del canyon, come dovremmo aspettarci se fosse questo a fornire
la risorsa idrica, ma in alto, lungo l ’altopiano e i suoi pendìi scoscesi. E i 58
infatti l ’acqua dei cieli, la pioggia e la brina, raccolta nei drenaggi e nelle
caverne la risorsa dei labirintici complessi trogloditi dei Sassi di Matera
e delle altre città di pietra delle gravine. Questi sono la sintesi dell’or­
ganizzazione dello spazio realizzata attraverso il susseguirsi dei diversi
gruppi socioculturali che hanno abitato i luoghi. I cacciatori-raccoglitori
hanno lasciato le tracce della loro presenza nelle cavità naturali che si
aprono nella roccia più dura delle gravine. Con il Neolitico viene popo­
lato l ’altopiano calcareo tramite la diffusione dei numerosi villaggi cinti
da fossati. N ell’Età dei Metalli gli agropastori non vengono in conflitto
con la precedente occupazione neolitica poiché occupano il pendio. Si
Caverne
realizza così la sintesi fisica delle diverse culture e dei tre ambienti geo­
grafici: piano, pendio, grotte. Sviluppando le originarie tecniche prei­
storiche viene creato nei Sassi di Matera un sistema di habitat adattato,
un’oasi di pietra, che, utilizzando in modo combinato i diversi principi
di produzione dell’acqua, rende vivibile una zona sterile e arida.
L ’uso tradizionale dello spazio per realizzare le abitazioni risparmia
Villaggi con fossati
e ipogei le colline argillose a monte del canyon, che sono lasciate al bosco e ai
frutteti. Da queste arriva anche l ’acqua assorbita durante le piogge, che
si indirizza naturalmente verso la fenditura della gravina. Proprio sui
bordi è intercettata da inghiottitoi e doline tipiche delle zone carsiche
e calcaree. Sono i cosiddetti laghi, caratteristici della toponomastica de- 159
gli altipiani delle Murge pugliesi e lucane. Queste pozze, completamente
Terrazzamenti secche per la gran parte dell’anno e capaci di ricevere irruenti quantità
di acqua nella stagione delle piogge, sono state attrezzate e utilizzate nel
corso del tempo con sistemi di cisterne per conservare l ’acqua prima che
questa sparisca nei meandri carsici. Nella regione di Alberobello queste
depressioni, organizzate per la captazione in modo simile ai laghi di Con- 2 2 9
versano di cui si è detto, sono chiamate cistemali. Sul promontorio del
Raccolta di acqua
piovana in pozze
Gargano le stesse formazioni carsiche, protette con strutture di pietra
e cisterne e impermeabilizzate, sono dette cutini. 19 1
i 5 7 - G rav in a di M atera. L e gravine sono profon di vallon i, dalle p ortate d ’ acqua sporadiche o nulle, che caratterizzano il bordo d ell’altopiano
delle M urge lungo l ’arco jonico. L e gravine o ffron o condizioni favo revoli alla presenza um ana fin o dalla preistoria p er le caratteristiche
m icroclim atiche e le grotte naturali. L ’ acqua è procurata intercettando gli scorrim enti sul pendio al m argine d ell’altopiano d ove si loca­
192 lizzano gli insediam enti.
15 8 . G r o t t a g l ie ( T a r a n to , g r a v in a d e l F u llo n e s e ). S o n o v is ib il i i s is te m i d i c a n a li c h e c o n v o g lia n o le a c q u e v e r s o i g ia r d in i te r r a z z a t i lu n g o
il p e n d io .
15 9 . C onversano (Bari), sistema di raccolta d ell’acqua, chiam ato lago. Si tratta di depressioni carsiche e doline naturali organizzate con cisterne
che intercettano i flussi idrici. 193
Nei Sassi di Matera e negli altri abitati simili delle gravine, dai laghi 160.
posti proprio sul ciglio del canyon inizia il processo di urbanizzazione, L“.ng01.vaUo{u del montl
svolgendosi dall’alto verso il basso. Il bordo del vallone dove si realizza d ì Pantalica in Sicilia, d ell’ E tà
il salto delle acque è un luogo simbolico, che marca la soglia tra il piano del Bro'lzo>ha circa 5000 ipogei
e il baratro, il di-qua e l ’al-di-là, la vita e l’oltretomba. N ell’ Età dei Me- sca' atl ungo 1 pen
talli questi cigli furono attrezzati con strutture di palazzi, templi, gra­
nai, ognuna di un clan familiare che vi svolgeva i riti di dediche lustrali
e di primizie al precipizio sottostante. Sul costone del pendio erano in-
160 fatti ricavate le grotte per le sepolture. Il sito di Pantalica nella regione
iblea in Sicilia, abbandonato in epoca classica e quindi esente da so­
vrapposizioni successive, costituisce un esempio di questa fase. Sull’al­
topiano di Pantalica sono visibili le mura ciclopiche delVanaktoron, il
palazzo dei principi-pastori dell’Età del Bronzo. Il complesso sovrasta
circa 5000 tombe intagliate nei fianchi rocciosi del dirupo. Le più ar­ ' «
caiche erano piccole grotte a sala unica circolare con corridoio di accesso. Complessi
Più tardi compaiono grotte a falsa cupola scavate nella roccia, simili alle sotterranei
tholos. Nelle fasi più recenti vi sono tombe a più camere quadrate con
ingresso e vestibolo in comune. I manufatti della fase più antica, data­
bili tra il xm e il x secolo a .C ., presentano forme di tradizione locale
con forti connotazioni micenee ed egee. E significativo che i centri sto-
161-163 rici della stessa regione come Ragusa Ibla, Scicli e Modica, evoluzione
di una simile matrice idrica di Pantalica, hanno forti analogie morfolo-
194 giche con i sistemi di habitat dei Sassi di Matera e delle gravine pugliesi.
Ragusa Ib la (Sicilia). L a città sorge lungo i valloni organizzati con terrazzam enti, sistem i di raccolta di acqua, argini e canali sim ili a quelli
delle gravine apulo-lucane. L ’altitudine e l ’im ponenza d i questi canyon, chiam ati in Sicilia cave, perm ettono il m antenim ento di un m icro­
clima um ido che sostiene una rigogliosa vegetazione e una ricca biodiversità. 195
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16 2 -6 3 . C en tri storici della regione iblea (Sicilia). In alto, Scicli con le facciate costruite che si sovrappongono alla tram a di strutture ipogee.
In basso, M odica organizzata a gironi successivi lungo il pendio. Sono evid en ti le anologie con i Sassi d i M atera e gli ecosistem i delle
19 6 gravine per la comune origine nella tram a idroagricola.
: ^ 4 - G rav in a in P uglia, tom be, vasche d i raccolta e sistem i idraulici ai piedi della collina d i Botrom agno. Il ponte acquedotto collega ancora
oggi le due sponde del canyon.
197
16 4 A Gravina in Puglia il bordo del canyon di Botromagno, il «grande
bothros» (vallone in greco, ma anche pozzo sacro), presenta le tracce di
un uso idrico e rituale risalente alle epoche più lontane. Si susseguono
incisioni e graffiti preistorici, tra i quali non mancano le celebri mar­
mitte e i misteriosi fori appaiati documentati dal Sahara a Malta, in G re­
cia e perfino nello Yucatan nell’angolo della parete di pietra del tempio
maya di Uxmal (Mori, 2000). Le marmitte sono pozze per l ’acqua di uso
probabilmente lustrale, ma di chiara derivazione dalle fosse di raccolta
della pioggia scavate sugli altipiani per il bestiame. I fori servivano a ca­
lare le offerte e le deposizioni o erano funzionali proprio alle attività di
scavo che, come a Petra, si effettuavano dall’alto verso il basso su pas­
serelle sospese a corde agganciate ai fori. E anche possibile che, utiliz­
zando la stessa tecnica, essi fossero utili per sollevare ghirbe di acqua.
Sono chiaramente visibili i basamenti scavati nel calcare di molteplici
complessi monumentali, simili all’anaktoron di Pantalica. Ogni grande
clan familiare dell’Età dei Metalli doveva avere il suo luogo di cerimo­
nie e di rappresentazione sull’orlo del grande baratro. L ’abitato era co­
stituito da capanne, di cui si vedono le buche dei pali nel terreno, e da
Clan familiari
sparse case grotta.
Con il passare del tempo grandiosi lavori di contenimento dei suoli e
di regimazione delle acque per tenere protetta questa area dal dilava­
mento della collina retrostante, mostrano la formazione di unità sociali
più vaste a carattere protourbano. Si attua l ’occupazione a scopo abita­
tivo e agropastorale del pendio sottostante con lo scavo delle grotte prov­
viste di cisterne dalla forma a campana, che prolungano verso il basso la
trama delle acque e delle aie giardino. A Gravina nel 700 a.C ., quando
Taranto era appena stata fondata dai coloni greci, le popolazioni au­ Scavo di grotte per
intercettare l’acqua
toctone, forse proprio sotto la spinta della presenza esterna, realizzano
imponenti lavori destinati alla protezione dei suoli e alla raccolta e di­
stribuzione della preziosa risorsa idrica. Sulla collina di Botromagno, ol­
tre le possenti strutture murarie e canalizzazioni frutto di considerevoli
sforzi e implicanti un impegno collettivo, sono state ritrovate le tracce
di opere di terrazzamento del pendio a scopo agricolo, simili a quelle an­
cora oggi in uso. In epoca magnogreca l’area del ciglio della gravina viene
confermata come zona di culto e vede l’impianto di una immensa ne­
cropoli con monumentali tombe ipogee a camera, che vanno a tagliare Giardini terrazzati

gli stessi anaktoron delle epoche precedenti. L ’acqua è ancora la com­


ponente dominante gli interventi. Un recente scavo ha individuato delle
aree votive intagliate nella roccia come piccole isole sacre, separate da
canali in cui confluivano le acque dei fossati di drenaggio (Petrassi e Prac-
chia, 2000). In questa stessa area arriva la lunga galleria drenante, simile
alle foggara sahariane, proprio in una grotta trasformata in chiesa in
epoca medievale. G li interventi idraulici continuano fino all’epoca più
recente: canali e condotte prolungano infatti la galleria lungo il ciglio Captazione
sotterranea
16 4 della gravina, fino alla costruzione nel Settecento di un magnifico ponte
acquedotto su arcate di pietra, che permette di alimentare l’abitato sulla
parte opposta del canyon.
16 5 ,3 7 4 Matera non ha nell’età classica la stessa importanza di Gravina in Pu­
glia e la situazione attuale dei Sassi è il risultato dell’evoluzione e satu-
19 8 razione urbana della struttura arcaica agropastorale in ecosistema ur-
iÓ5- Il Sasso B arisano, una delle due grandi conche che form ano la città antica di M atera. L e case, i terrazzi e i giardini si svolgono in gironi
successivi, circondando l ’alveo del torrentello di drenaggio, il «grabiglione», ora lastricato. Lo sperone elevato della C iv ita , su cui è ed i­
ficata la cattedrale, dom ina la scena urbana. L e abitazioni avvolgono il banco calcareo prolungandosi nella rupe con p rofon d i ipogei, i
cui ingressi possono intravedersi dove le costruzioni più dirad ate lasciano allo scoperto la roccia matrice.
16 6 . M atera, valle d ell’O fra. S i notano i v ari tipi di realizzazioni, dallo scavo alla chiusura delle aperture con una parete tufacea, alla realiz­
zazione d i una volta a bo tte, il lam ione. 199
•V & '

16 7 -6 8 . L ’origine idroagricola è la chiave per la com prensione della struttura urbana dei Sassi d i M atera. In alto il Sasso B arisano costituisce
un im pluvio, dove si ripartivano le acque discendenti dal pianoro sovrastante. In basso un giardino pensile, residuo delle aie giardino
200 costituenti la m atrice agropastorale su cui si è attuata l ’urbanizzazione.
169-70- Sassi di M atera. Fossa granaria ipogea e trasform azione d i una cavità sim ile in chiesa rupestre. I d isp ositivi agropastorali com e i silos
e le cisterne sono p recedenti il processo d i densificazione urbana, durante il quale perdono la loro funzionalità originaria p er essere
trasform ati in am bienti d i abitazione o di culto.
3°5 bano. La dolina-lago sul ciglio della gravina diventa l’ipogeo a corte o
corte a pozzo da cui si diramano gallerie radiali. I clan familiari hanno
negli imponenti ipogei i luoghi di culto degli antenati e gli spazi per i riti
collettivi. Con gli stessi blocchi di calcare scavati dall’interno delle grotte
i66, 327 si costruiscono strutture di tufo dalla volta a botte, i lamioni, che costi­
tuiscono una proiezione all’esterno degli ambienti ipogei. Di un com­ Ipogei a corte

plesso di grotte sono quelle laterali a essere prolungate in avanti con i


355 lamioni, così si tende a chiudere a ferro di cavallo la radura terrazzata e
si realizza uno spazio centrale protetto. Quello che era l’orto irrigato e
l’aia pastorale si trasforma nel luogo di riunione della famiglia allargata
23 °. 337 e di scambio comunitario e sociale: il cosiddetto vicinato. Nella corte è
167 scavata la grande cisterna comune, che raccoglie ora le acque dai tetti. Uso integrato di
captazione, raccolta
Questi, per rispondere a tale scopo, non hanno mai le falde che spor­ e distribuzione
gono esternamente alle abitazioni. Il tetto è compreso nelle murature dell’acqua

che permettono di non sprecare una sola goccia di pioggia e di convo­


gliarla tramite discendenti di terra cotta nella cisterna. Il gradone so­
168, 338 vrastante si trasforma in giardino pensile. Le linee di scorrimento late­
rali delle acque divengono le scale e i collegamenti verticali del complesso
urbano. La trama dei percorsi e delle stradine si forma seguendo il si­
stema di canali e questo ne spiega l’aspetto intricato e apparentemente Canalette
e dispositivi per
inspiegabile. il controllo climatico
Il monacheSimo medievale fornisce nuova linfa a questo arcaico tes­
suto. Gli eremi, le parrocchie, i casali agricoli collocati nei punti di con­
trollo delle opere idrauliche sono i poli del processo di crescita urbana.
Intorno ai due drenaggi principali, chiamati grabiglioni, che forniscono
terreno coltivabile e humus attraverso la raccolta dei liquami, si formano
165 i due comparti urbani del Sasso Caveoso e del Sasso Barisano. Al cen­
tro è la Civita, l’acropoli fortificata, l’antico rifugio in caso di pericolo,
su cui viene edificata la cattedrale. Ai margini dell’altopiano, dove sono
le grandi cisterne e le fosse, i silos rupestri per lo stoccaggio dei grani,
si localizzano le botteghe e i laboratori artigiani. Lo svolgimento verti­
cale della città permette l’utilizzo della gravità per la distribuzione delle
acque e protegge dai venti che spazzano l’altopiano. Matera si abbelli­
308 sce di centinaia di chiese rupestri scavate nella roccia e decorate di ma­
gnifici affreschi bizantini o edificate sul piano con facciate monumen­
tali scolpite nel tufo secondo gli stili del periodo di costruzione,
medievale, classico o barocco. Ma l’intrico delle stradine, la rete delle
scale e dei passaggi sotterranei continua a seguire l’antica struttura idrau­
lica. Così ancora oggi la trama urbana dei Sassi di Matera può essere
169, 170, compresa solo a partire dall’originaria matrice degli ipogei, delle cisterne
322
e dei giardini terrazzati. Da quel processo di accumulazione di cono­
scenze e di intensificazione nell’uso delle risorse che ha le sue radici nella Trama urbana per
il controllo
preistoria. del microclima

202
1 7 1 . Il castello crociato di Shaubak (Giordania) è una delle tante fortificazion i che dom inano la lunga
depressione che congiunge il golfo di A qaba al Liban o passando per il w adi A rab a, il M ar M orto
e la valle del G iord an o. V ia di com unicazione tra le più antiche e intense d i storia, è stata con ­
trollata dai nabatei n ell’E tà dei M etalli per convogliare i m inerali d i ferro verso l’O riente. D iven ta
in seguito lo sbocco della via della seta dalla C in a e il suo controllo la posta d i tutti i con flitti suc­
cessivi. Il paesaggio di questa vallata arida è stato organizzato e m odellato con terrazzam enti e
sistem i idrici. D a ll’interno di Shaubak un tunnel con 3 7 5 gradini porta a una raccolta sotterranea
di acqua.
Permanenza delle tecniche tradizionali n el Mediterraneo

Con la conquista dei pendii e la messa in opera di tecniche capaci di


fertilizzare aree impervie lasciate da parte dalle precedenti colonizza­
zioni si conclude il processo di organizzazione dello spazio mediterra­
neo. Il vomere di ferro, utilizzato fin dagli inizi del i millennio a.C . nel
Vicino Oriente, si diffonde in Europa alla fine dello stesso millennio.
Con gli attrezzi di metallo anche l ’aggressione all’ambiente con la defo­
restazione e l ’uso produttivo di aree marginali diventa più massiccia.
Nello stesso periodo viene introdotto il sistema di rotazione a tre campi:
cereali, avena, legumi. Da questo momento l ’agricoltura dell’Europa
temperata può sostenere livelli di popolazione e di urbanizzazione com­
parabili a quelli basati sull’irrigazione nelle aree calde e assolate del M e­
Rotazione
delle colture dio Oriente. Nessuna altra innovazione importante si deve ai periodi
e messa a riposo successivi, che vedono solo l ’intensificarsi in sistemi più complessi di
tecniche e conoscenze già esistenti. La vite e l ’ulivo sono ormai coltivati 172
sui sistemi terrazzati. Drenaggi, canali, metodi di irrigazione e di boni­
fica permettono l’uso agricolo delle pianure. Il maggese e la concima­
zione tramite letame rendono l ’agricoltura più produttiva.
La stessa organizzazione territoriale di età romana non mette in di­
Uliveti terrazzati scussione questo assetto del paesaggio. Roma, pur realizzando imponenti
e fortificati
opere idrauliche, non intacca la vera ossatura agraria, che risulta basata
sulla grande diffusione e ricchezza delle soluzioni tecniche su piccola
scala rette da comunità locali. Continua così l ’edificazione dell’agro ro­
mano come monumento idroagricolo, oggetto oggi di investigazione dalla
più attenta e avanzata indagine archeologica (Petrassi, 2 0 0 1; Pracchia,
2001). Non si può quindi definire la civiltà romana una società idrau­
Spargimento
di stallatico lica basata sull’imponenza delle opere e il dispotismo statuale. Lo ren­
per protezione dono impossibile il carattere fisico del territorio mediterraneo formato
e antievaporazione
di spazi impervi, unità di paesaggio di limitate dimensioni, prive dei
grandi bacini fluviali e di insiemi territoriali tipici del gigantismo idrau­
lico. Lo dimostrano le istituzioni della società romana in cui il munici­
pio conferisce un’autonomia alla comunità locale che bilancia il potere
statale. Si conferma invece in età romana quella complessa articolazione
delle coltivazioni e dell’abitato intimamente legata ai momenti del rito 205
e della spiritualità, che è la base dell’assetto e della manutenzione dell’an­ 1-J2.
Spalti d ell’altopiano delle M urge
tico paesaggio italiano e mediterraneo e delle sue condizioni di perma­
pugliesi sul versante adriatico,
nenza fino ai nostri giorni. strutturati a gradoni terrazzati
Il Mediterraneo è collocato alla soglia di due sistemi climatici, la zona con m uri di pietra a secco.

continentale e quella africana. Questa condizione di confine, detta eco-


tono, rende unico il clima mediterraneo, presente nel globo in poche al­
tre situazioni. La linea di soglia non è sempre stabile e la sua oscillazione
nel tempo causa le tipiche variabilità climatiche mediterranee. Se que­
sti movimenti non hanno a livello globale un’influenza apprezzabile,
sono però determinanti su scala locale. E stato ipotizzato che il periodo
di massima espansione della civiltà romana sia da correlare proprio con
lo spostarsi verso nord della linea di optimum climatico mediterraneo,
mentre il successivo periodo di invasioni barbariche sarebbe coinciso
con l’estendersi verso sud del clima nordico. Infatti fino al 300 d. C.
l’ecotono mediterraneo si è spinto a settentrione raggiungendo le coste
britanniche e veicolando il modello di uso del suolo romano basato sulla
produzione di cereali che supportano grandi insediamenti. Dal 300 d. C.
l ’ecotono ha cominciato a ridiscendere verso sud favorendo, a partirò'
dal 300 d. C., la supremazia di popolazioni nordiche organizzate in sistemi
economici pastorali e insediamenti sparsi, adatti a climi che si facevano
sempre più freddi. In questo periodo le temperature del Mediterraneo
scesero talmente che nell’829 d. C. ghiacciò il Nilo (Crumley, 19 9 4). A
queste leggere oscillazioni storiche si sostituisce oggi un processo di ri-
scaldamento continuo dovuto all’effetto serra, che determina la cosid­
detta «tropicalizzazione del Mediterraneo», una condizione che àt
206 tua e rende estreme le caratteristiche tipiche di questa area. V
ensiamo in genere il Mediterraneo come un ambiente dalla natura
favorevole, con spazi ameni gratificati da un clima benevolo. E d è con­
sueto credere che proprio questi siano stati i motivi che lo hanno reso
una delle aree di primo sviluppo al mondo delle culture e delle società.
La verità va completamente rovesciata. Il Mediterraneo ha tre dei suoi
lati in contatto con aree dove humanità, da sempre, si è dovuta con­
frontare con il fenomeno dell’aridità, ha isole e penisole prive di acque
sotterranee e superficiali, è caratterizzato da una orografia impervia e ac­
cidentata e, anche nelle sue zone settentrionali, presenta stagioni dal re­
gime climatico alterno e catastrofico. É nel rapporto con queste condi­
zioni geografiche che si è sviluppato il sistema di conoscenze tradizionali
mediterraneo, capace nel tempo di plasmare e caratterizzare il territorio.
Le coste, le isole e le penisole mediterranee sono luoghi malagevoli e ostili,
dove proprio le difficoltà dell’esistenza hanno suscitato la cultura. In que­
sti spazi brulli, frazionati, dalle comunicazioni impossibili, le comunità
non potevano riunirsi in grandi sistemi, fondare imperi come quelli sorti
nelle vaste terre continentali o negli smisurati bacini fluviali dalle pos­
senti portate d ’acqua. Le coste e l’entroterra mediterranei non dispon­
gono di grandi fiumi perenni. L ’acqua arriva all’improvviso, ha anda­
mento catastrofico: rara e avara in alcune stagioni, violenta e rovinosa in
altre. Piccole comunità hanno allora organizzato lo spazio per gestirlo e
Comunità
proteggerlo secondo il modello dell’oasi, basato sul controllo e la raccolta
autopoietiche di magre condizioni di umidità per innescare processi vitali.
Oasi sono i palazzi di Creta, i puli pugliesi, le coltivazioni palestinesi,
le città di pietra delle gravine, i vicinati a pozzo tunisini, i recinti e fos­
sati dell’Attica e della Beozia, gli insediamenti sotterranei dell’Anatolia,
i complessi trogloditi di Malta, Giordania, Spagna e Algeria. Sono sistemi
per recuperare il bene prezioso della pioggia, in modo che non sia di­
struttivo per i pendìi e per il terreno negli eccessi e sia conservato e di­
stribuito nella penuria. Costituiscono strutture povere, scavate, mimetiz­
zate nel paesaggio. Lo spazio mediterraneo si è creato in questo impegno
costante nella difesa dei suoli e nell’uso appropriato delle risorse, oltre che
negli errori duramente pagati con l’erosione e la desertificazione. La ci­
viltà è figlia del continuo confronto con una natura che non ha mai ri­
sparmiato i popoli da prove difficili e da cataclismi di ogni genere: terre­
moti, alluvioni e siccità, migrazioni e diaspore, e anche lotte, guerre
fratricide, odi insanabili, come passate e recenti vicende ancora insegnano.
Eppure nel tempo i popoli sono riusciti a perpetuare la cultura, con­
servare le tradizioni e custodire l’arte. Nomadi, transumanti, espropriati
della terra, hanno racchiuso la memoria antica in beni trasportabili:
nell’artigianato, nei tappeti, nei gesti, nella fierezza, nel canto. L ’hanno
riversata in luoghi deputati, resi tali grazie al mito, l ’epica, la poesia.
L ’hanno cristallizzata nei mausolei e nelle costruzioni rurali, nei nomi
dati ai crinali montani e nei racconti che permeano le valli delle fiumare.
L attraverso questa dinamica culturale che le comunità affermano l’in­
sieme di regole, costumi, modi di fare e di vivere su cui si fonda la loro
identità: si appropriano dei luoghi, creano il paesaggio. La sua edifica­
zione e manutenzione è in diretto rapporto con il processo di conoscenza
H
e di identificazione. Si salvaguarda quello che si comprende e si sente
Gestione delle
risorse trasmesse
proprio. Oggi i rischi maggiori per le genti derivano dalla fine di questo
tra generazioni equilibrio. «Spaesamento», non a caso, si dice della sensazione di chi
non ha più punti di riferimento: è senza paesaggio. Con le migrazioni e
la crisi dell’agricoltura le conoscenze indispensabili alla vivibilità dello
spazio vengono abbandonate e le strutture antiche sono assalite da con­
testi così degradati che la loro funzionalità originaria nella manutenzione
del territorio risulta difficilmente riconoscibile. L ’ambiente mediterra­
neo reca il segno di queste cadute e rinascite: delle distruzioni e del de­
grado dovuti a fenomeni naturali o alla cattiva interazione deH’umanità
con lo spazio, ma anche dell’impegno di comunità capaci di trarre una
lezione dalla scomparsa dei paradisi delle origini per ricreare armonia e
cultura. In questo processo si sono forgiate le conoscenze tradizionali
che periodicamente riemergono in quel grande serbatoio della sapienza
dei popoli costituito dal paesaggio.
Nel Mediterraneo sono presenti la gran parte delle tecniche tradizio­
nali relative all’organizzazione idrica per la raccolta, la conservazione e la
canalizzazione dell’acqua, e i sistemi per la protezione dei pendìi e la crea­
zione di suolo con caratterizzazioni e accentuazioni diverse secondo il con­
testo ambientale. Le prime furono veicolate dai naviganti, che creavano
r 7 7 riserve di acqua, a loro solo note, in giare cisterne nelle isole lungo le co­ Sistemi per la
protezione dei suoli,
ste aride; i secondi, diffusi da nomadi e transumanti, depositari e divul­ raccolta idrica
gatori di conoscenze relative all’organizzazione del paesaggio. Si ritrovano e riparo dal vento

r 7 3 anche dispositivi come le gallerie drenanti sotterranee di carattere più spe­


cificatamente oasiano - nordafricano od orientale - nel sud dell’Italia, in
Francia nella regione del Mont d ’Or vicino Lione (Garnier e Renault,
1993) e in Spagna, di origine antica o veicolati dalla civiltà islamica.
174. 175» Le numerose tecniche di risparmio idrico dell’agricoltura nabatea - le
340 caverne e i pozzi di condensazione, gli allineamenti di pietre per la rac­
colta-di pioggia, le dighe sotterranee - sono diffuse, oltre che nel Ne- Captazione
sotterranea
gev, in tutta l ’area mediterranea. Esse hanno a Petra in Giordania la
loro sintesi di ecosistema urbano, ma sono presenti in Tunisia, Libia,
Italia meridionale e in particolare nelle isole, veicolate da tradizioni an­
che preistoriche o introdotte dalle correnti di scambio più recente. Le
tecniche dell’agricoltura andalusa in Spagna rappresentano un momento
di grande intensificazione di queste tecniche collegato alla civiltà isla­
mica. N ell’isola di Ibiza persiste una pratica di irrigazione di questo tipo
di esemplare ingegnosità chiamata feixe. Agricoltura nabatea
e sabea
176, 298 Le feixe sono un sistema di coltivazioni basate su una tipica organiz­
zazione idraulica. I campi sono divisi in strette e lunghe particelle ret­
tangolari, separate da una rete di canali che hanno la duplice funzione
di drenare l’acqua quando essa è sovrabbondante e di raccoglierla, ri­
sparmiarla e irrigare i campi nei periodi di siccità. Infatti, senza questi
lavori di organizzazione dello spazio, la zona sarebbe naturalmente pa­
ludosa in alcune stagioni e arida o invasa dall’acqua salata del mare in
Feixe
altre. La tecnica realizza una capacità di autoregolazione che permette
di coltivare in maniera intensiva sia l ’ambiente della palude che quello
dell’aridità. I canali a cielo aperto sono profondi circa un metro e scor­
rono a un livello inferiore delle particelle di terreno, così lo tengono
asciutto dall’acqua. La terra scavata per la costruzione dei canali è uti­
lizzata per innalzare la quota del terreno coltivato. Nei periodi caldi,
quando l’evaporazione del suolo è alta, le particelle assorbono la giusta
quantità di umidità necessaria direttamente nel sottosuolo dalle pareti
208 dei canali per osmosi e capillarità.
i7 3 - G rav in a in Puglia. L a galleria sotterranea del dispositivo id rico, simile alle gallerie drenanti sahariane, a partire dalle captazioni della col­
lina di Botrom agno alim enta, attraverso un ponte acquedotto, le fontane nel centro storico situato dalla parte opposta del canyon. 209
210 1 7 4 - Secondo le tradizioni d e ll’agricoltura nabatea e sabea i contadini yem eniti posano pietre calcaree vicin o ad ogni nuovo arbusto pianta
a pietra assorbe 1 um idità e ne favo risce la conservazione nel terreno.
G rav in a di Laterza (Puglia), tecniche di creazione di hum us, protezione delle piante e raccolta di um idità, d iffu se dai prim ordi d ell’agri­
coltura in tutto il M editerraneo.
Ibiza (Spagna), tipico paesaggio delle fe ix e con i caratteristici portali che marcano i punti di attraversam ento dei canali per accedere ai
campi. 211
i7 7 - Pozza d ’acqua dolce nelle incrostazioni saline sulla costa del M ar Rosso. D ai tem pi più rem oti lungo le coste aride del deserto arabo eran
212 conservate riserve d ’acqua in pozze o giare interrate, note solo agli organizzatori dei tragitti m arini o carovanieri.
Il processo è favorito da ulteriori canalizzazioni sotterranee realizzate
all’interno delle particelle. Questi canali sotterranei sono costruiti con
pietre porose e rami di pino coperti da uno strato di alghe di posidonia
raccolte sul litorale. Il metodo garantisce la funzionalità delle condotte
per l ’adduzione idrica e, allo stesso tempo, permette una certa permea­
bilità per il rilascio al terreno della quantità necessaria a tenerlo umido.
L ’irrigazione si fa così dal sottosuolo direttamente alle radici delle piante.
La tecnica consente il risparmio della risorsa idrica che, con metodi di
irrigazione a cielo aperto, sarebbe dispersa per evaporazione. Una pro­
cedura simile, come vedremo, è realizzata nei giardini galleggianti degli
aztechi nel Messico, i chinampa, dove i campi, organizzati su zattere in 188,355
laghi di acqua dolce, assorbono direttamente da questi le risorse idriche
necessarie.
Giardini galleggianti
Tecniche tradizionali sussistono non solo nella sponda sud del Medi-
terraneo e nelle aree meridionali del versante europeo, ma anche in zone
settentrionali come la Francia e perfino nelle montagne della Svizzera,
dove condizioni geomorfologiche particolari determinano aridità. La si­
tuazione è dovuta all’orientamento dei pendii montani rispetto ai venti
dominanti che scaricano tutta la loro umidità durante la risalita dei ver­
santi e, superata la cima, sferzano i pendii a valle con correnti eoliche sec­
che ad alta pressione che dissipano le nubi. E il fenomeno dei deserti di
origine pedemontana, che nelle condizioni svizzere crea valli contraddi­
stinte da siccità e aridità. Questi luoghi della regione del Vallese e della 180
provincia della città di Sion sono invece contrassegnati da pascoli verdi
e da una ricca coltivazione della vite. Il paesaggio non è frutto delle con­
dizioni naturali, ma del sapiente uso di una tecnica tradizionale qui chia­
mata bisse. Si tratta di canalizzazioni realizzate in legno o intagliate nella 1 78, 1 79,
roccia che si prolungano in alta montagna fino alle sorgenti dei ruscelli e 2IO> 2II>
ai ghiacciai perenni e corrono per chilometri e chilometri con pendenze 293 9/
minime lungo i bordi scoscesi mantenendo una quota elevata per cana­
lizzare le acque a monte dell’alveo di scorrimento naturale e irrigare con
Bisse il solo utilizzo della gravità valli lontane, che sarebbero altrimenti del tutto
prive d ’acqua. Il sistema è retto da una coesione sociale, da corporazioni
e società dell’acqua simili a quelle che gestiscono l’agricoltura andalusa o
le gallerie drenanti sahariane. Esso genera, proprio come nel Nord Africa
e in Spagna, un paesaggio particolare in cui la localizzazione degli inse- 180
diamenti è determinata dalla trama e dai punti di sbocco dei bisse.
Terrazzamenti Il sistema più diffuso, che può essere definito come la caratteristica
tipica dell’area mediterranea, è quello dei terrazzamenti riscontrabile
dal Medio Oriente alla Grecia e attraverso l ’Italia fino al Portogallo. As- 1 7 1 , 1 8 1
sociato alla coltivazione degli olivi o a quella della vite, diventa un vero
e proprio elemento di edificazione del paesaggio. I pendii e le colline del
M editerraneo settentrionale hanno resistito nel tempo all’erosione e
Muri a secco hanno la forma che conosciamo grazie a questa opera titanica e prolun­
gata nel tempo. Insieme ai muri a secco, i cumuli di pietre (specchie), le
architetture a tholos (trulli) sono l’elemento tipico della regione delle 185
Puglie nel sud d ’ Italia. Qui e nel nord, con i pendii terrazzati di Amalfi
e delle Cinque Terre in Liguria, danno luogo a ecosistemi urbani di
grande fascino e tradizione. La Sardegna e l ’isola di Ibiza presentano si­
Monumenti
stemi di campi racchiusi da muri a secco denominati nelle due isole con
megalitici lo stesso termine tanka, da un antico toponimo mediterraneo. 182
178-79 V ailese (Svizzera). I canali chiam ati bisse raccolgono l ’acqua di scioglim ento dei ghiacciai per irrigare dopo lunghi percorsi intagliati
214 sulle pareti m ontane vallate altrim enti aride.
21 5
1 8 1 . Portogallo. La tecnica dei terrazzam enti struttura a grande scala il paesaggio. Senza questa opera i versan ti sarebbero erosi d all’alternarsi
2 16 di siccità e piogge rovinose, rendendo im possibili le coltivazioni.
i 82. I muri di pietra a secco hanno, come si è detto, la funzione di tratte­
Ibiza (Spagna), campi
nere l ’umidità e di favorire l ’apporto idrico al terreno. La tecnica risulta
terrazzati chiam ati tanka.
diffusa in Europa settentrionale, nel nord della Scozia, in Irlanda e nelle
isole Orcadi. Il dato farebbe pensare a una diffusione per cause culturali,
come retaggio del megalitismo preistorico e delle pratiche pastorali. Tut­
tavia occorre considerare che in situazioni climatiche fredde i muri e gli
ammassi di pietre impediscono all’acqua nel terreno di gelare e quindi,
agendo da termoregolatori, forniscono alle piante un adeguato apporto
idrico. Nella regione del Burren in Irlanda, pure in presenza di un clima
i : pietre umido e piovoso, le necessità pastorali e il carsismo hanno determinato
la diffusione di pozze e sistemi di captazione dell’acqua piovana. Alcuni
datano all’epoca dei dolmen, dei cromleck e dei recinti preistorici pre­ 183
senti nell’area. Certi dispositivi ancora in uso potrebbero fornire la spie­
gazione delle modalità di funzionamento delle specchie pugliesi. Mucchi
di pietre dalla forma oblunga del tutto simili a queste ultime hanno la 8 7,18 4
a c ^ r i protetti Architetture per sommità con la superficie intonacata per la raccolta dell’acqua piovana,
il raffrescamento
passivo che finisce in vasche laterali. In mancanza di piogge il cumulo stesso di
pietre fa precipitare l ’umidità e fornisce l’apporto idrico.
Sulla trama dei terrazzamenti e dei sistemi idrici si è realizzata la gran
parte dei centri antichi mediterranei. Questi nella loro struttura inglo­ 185
bano e perpetuano le tecniche di raccolta di acqua piovana, le aree a orti
protetti, l ’uso dei rifiuti organici per la creazione di humus, i metodi di
Utilizzo di residui architettura passiva e di controllo climatico per la conservazione degli
per alimentare
gli animali alimenti e per il risparmio dell’energia, le pratiche di riciclo dei residui 217
18 3 -8 4 . Irlanda, parco naturale del B urren. In questa zona carsica fredda ricorrono tecniche e pratiche per la conservazione idrica di tip
m editerraneo. In alto, crom leck preistorico, con i muri a secco che m antengono le qualità idrom orfe del terreno im pedendo il ge
invernale. In basso, sistem a di raccolta delle acque basato su un ammasso di pietre sim ile alle specchie pugliesi.
i 85 . produttivi e alimentari. Le componenti estetiche che apprezziamo nelle
vJberobello (Bari) è il centro storico
cove la tecnica m egalitica del trullo
città antiche, la bellezza dei materiali naturali, il conforto delle archi­
diventa ecosistem a urbano. tetture e degli spazi, il rapporto organico stabilito con il paesaggio sono
dovuti proprio alle qualità intrinseche delle tecniche tradizionali e alla
ricerca di simbiosi e di armonia insita nella conoscenza locale. In tutto
il Mediterraneo società arcaiche, sviluppate in economie a carenza di
mezzi, hanno basato la loro sopravvivenza sulla gestione accurata e par­
simoniosa delle risorse naturali. La compenetrazione stretta fra tecnica
agricola tradizionale e insediamenti rende i centri storici tradizionali un
elemento fondamentale nella preservazione dell’ambiente. Nello spazio
mediterraneo, caratterizzato da una antropizzazione intensa e storica,
nessuna parte dell’ambiente è del tutto naturale, ma costituisce un pae­
.ntegrazione Integrazione
-jediamento- città-campagna
saggio culturale in cui i centri storici sono la cristallizzazione di cono­
paesaggio scenze adatte alla corretta gestione e manutenzione ambientale.

Strutture idrauliche d el suhcontinente indiano

L ’acqua e i riti di abluzione ad essa connessi sono gli elementi princi­


pali della spiritualità indiana. Il carattere sacro dell’acqua non è separato
dalla sua gestione funzionale e dalle pratiche relative che, proprio attra- 349

verso la religione, si sono tramandate, conservate e diffuse. Ancora oggi


nell’India meridionale i templi svolgono un ruolo centrale nell’irrigazione,
essendo associati a cisterne e reti di canali. Presso la città santa di A l­
lahabad, alla confluenza dei sacri fiumi Gange e Jumna, lo scavo di Srin- 21 9
gaverapura, fondata secondo il poema epico Ramayana nel xn secolo a. C.
nel punto in cui Rama attraversò il Gange durante il suo esilio, ha messo
352 in luce un meraviglioso sistema idraulico in cui gli aspetti cultuali, este­
tici, simbolici e utilitari sono strettamente connessi. La struttura, datata
a prima del 1 secolo a.C ., è formata da una serie di bacini e vasche che si
Sistemi a grande
sviluppano per 250 metri lungo il corso del Gange. L ’acqua delle piene scala di diversione
del fiume è indirizzata verso le prime due vasche quadrangolari, che bloc­ e utilizzo delle piene

cano i sedimenti ed eliminano per decantazione la sporcizia. Solo acqua


pulita fluisce alla terza vasca utilizzata per le necessità idriche. L ’ultimo
bacino, di forma circolare e accessibile tramite una rampa a gradoni di
pietra, era utilizzato per abluzioni e cerimonie sacre. Da esso un elabo­
rato sistema di filtri, formato da uno sbarramento per la sporcizia e sette
successive camere di pulizia dell’acqua per sfioramento, fanno in modo
che l’eccesso di acqua ritorni al fiume perfettamente purificato.
Il più antico testo indiano, il R ig Veda, la cui tradizione orale risale
intorno al 1 millennio a .C ., contiene numerosi riferimenti a tecniche di
irrigazione agricola, corsi d ’acqua, argini, cisterne, pozzi e strutture per
il sollevamento dell’acqua. G li inni vedici sono trascritti in sanscrito, la
lingua degli arii che giunsero in India nel xiv secolo a.C . dai territori
dell’Afghanistan e dell’Iran; tuttavia confluiscono in essi elementi della
più antica cultura dravidica indiana. Questo nome accomuna lingue par­
late dai primi abitanti dell’India quali i tamil, che hanno mantenuto in­
tatte tradizioni antichissime, i ghat e i toda, popolazioni isolate che v i­
vono sugli altipiani. Le lingue dravidiche sono ancora oggi parlate da
170 milioni di persone, che custodiscono i loro costumi e mantengono
vivo in tutto il subcontinente un patrimonio immenso di conoscenze e
di tecniche relative alla captazione dell’acqua e all’irrigazione. Le prime
grandi civiltà si svilupparono nella valle del fiume Indo tra il 3000 e il
1500 a.C . G li scavi di Harappa nel Pakistan orientale e di Mohenjodaro
in India hanno rivelato sistemi di fornitura idrica nelle abitazioni, tec­
niche di smaltimento delle acque usate e pratiche di irrigazione compa­
rabili a quelli utilizzati a Roma 2000 anni dopo. Alla civiltà di Harappa Architetture per
il raffrescamento
è attribuita l’invenzione dei pozzi, che nella sola Mohenjodaro sono circa passivo
700, realizzati a partire dal 2600 a.C . La posizione dei pozzi nella parte
centrale e più alta del sito e il loro diametro molto stretto per permet­
tere all’acqua di sgorgare in modo quasi artesiano, mostrano il loro uso
irriguo per i campi posti in posizione più bassa. La città costituirebbe
quindi l ’archetipo degli insediamenti urbani circolari che si affermano
nell’Età del Bronzo, dimostrando la genesi idrica di questo modello che,
a partire dal nucleo centrale di produzione dell’acqua, ha uno sviluppo
radiale secondo la trama di scorrimento idrico, lungo stradine che fun­
gono da canali di irrigazione.
Risultano anteriori alla stessa civiltà di Harappa - databili da cerami­
che in essi ritrovati alla fine del IV m illennio - alcuni straordinari dispo-
3 5 3 , 3 5 4 sitivi diffusi soprattutto nelle regioni aride del Belucistan, chiamati gabar-

band. Si tratta di strutture di pietra dall’apparenza di dighe lunghe un


chilometro e più. Sono formate da una serie di piattaforme, ognuna alta
circa 60-120 centimetri, che si sovrappongono Luna all’altra a gradoni
fino alla sommità. Erano probabilmente usate per il controllo delle piene Prese d’acqua
220 e dei depositi alluvionali provenienti dalle colline. Si tratta quindi di sbar- e argini
ramenti di diversione simili a quelli ancora in uso nella valle dell’Hadra-
maut nello Yemen. Il fatto che non siano mai isolati lungo il corso di un
bacino fluviale arido, ma che si susseguano come una serie di terrazzi, fa
pensare a un loro uso per conservare il terreno fertile e le alluvioni nel
wadi. Avrebbero quindi la stessa funzione delle dighe interrate. Queste
strutture, come anche i gobrikarez, nome locale dei qanat, le gallerie sot­
terranee drenanti, anch’esse diffuse nel Belucistan, sono descritte nelle
opere di Zoroastro, datate intorno al v i i - v i secolo, e a lui attribuite. E
più probabile, tuttavia, che gli zoroastriani abbiano contribuito al riuso
di pratiche esistenti da tempi più antichi. Infatti la tradizione delle tec­
niche idriche indiane si è tenuta viva nel corso del tempo attraverso la
manualistica e le continue ricostruzioni. Kautilya, ministro del primo im­
peratore indiano Candragupta, che regnò dal 3 2 1 al 297 a.C ., descrisse
nell’Arthasastra, un trattato politico-amministrativo spesso comparato al
Principe di Machiavelli, numerose tecniche di irrigazione e di raccolta
dell’acqua. Sono anche menzionati gli aiuti che lo stato fornisce per i la­
vori di irrigazione intrapresi dagli abitanti di nuovi villaggi e le punizioni
Corporazioni idriche per coloro che non concorrono alla manutenzione. In questo periodo una
e diritto idraulico
classe di amministratori che soprintendevano ai fiumi, misuravano i ter­
reni e ispezionavano le chiuse che indirizzavano l ’acqua nei canali. Al
11 secolo d .C . risalgono iscrizioni dedicatorie sulla riparazione di argini e
sbarramenti. N ell’xi secolo d .C . viene realizzato il lago di Bhopal, il più
grande bacino di irrigazione dell’India, che imbriglia sorgenti e corsi d ’ac­
qua raccogliendoli in un’area di 65 000 ettari. Nel Bengala occidentale il
sistema di irrigazione per inondazione ha funzionato perfettamente fino
Prese d’ acqua Canalette
e argini e dispositivi per
all’avvento della colonizzazione inglese (xvn sec.), garantendo non solo
il controllo climatico l’arricchimento dei suoli, ma anche il controllo della malaria.
Ancora oggi sono innumerevoli le tecniche tradizionali utilizzate.
Nelle regioni nordorientali e nelle isole Nicobare si fa un larghissimo
uso di tronchi di bambù che, posti come gronde lungo i pendìi, inter­
cettano ogni goccia di pioggia e la indirizzano nei pozzi. I kundis nel
Rajasthan sono strutture di captazione dell’acqua piovana caratteristi­
che per la loro superficie di raccolta a forma circolare, con al centro una
cupola ribassata che copre l ’apertura della cisterna. Non mancano i si­
stemi di raccolta per infiltrazione dalla superficie chiamati kuis e quelli
per capillarità sotterranea chiamati jheel, diffusi tra i nomadi maldharis
del deserto del Thar nello stato del Gujarat. Lungo la costa settentrio­
nale del Malabar che si affaccia sul Mare Arabico, c’è una struttura molto
simile ai pozzi aerei delle isole del Mar Rosso, chiamata surangam. E for­
mata da un tunnel scavato in una collinetta di laterite, dall’interno della
quale drena acqua prodotta dall’umidità e dalla rugiada. Un terzo del
Idrogenesi Cisterna a campana territorio dello stato Tamil Nadu, posto all’estremo sud dell’India, è an­
e precipitazioni
occulte cora oggi irrigato con un esteso sistema di cisterne chiamate eris, che
hanno un ruolo fondamentale nell’equilibrio ecologico controllando le
piene, prevenendo l’erosione dei suoli, riducendo l’azione abrasiva del
ruscellamento e ricaricando la falda. Tecniche tradizionali sono utiliz­
zate anche nelle zone transhimalayane fatte di deserti freddi e privi com­
pletamente di piogge poiché il gelo è tale che può solo nevicare e l ’ac­
qua è disponibile solo sotto forma di ghiaccio sulle cime elevate. Nel
Ladakh l ’intervento umano permette di avere aree vegetali fertili e le 221
coltivazioni sono improvvise macchie verdi nelle pietraie assolate ma ge­
lide. Una rete di canalizzazioni arriva fino ai ghiacciai, che durante il
giorno rilasciano piccole quantità d ’acqua grazie al riscaldamento del
sole, capace di sciogliere parzialmente le nevi superficiali. Lentamente
i canali alimentano le cisterne dei villaggi, che a tarda sera risultano
Bisse Captazione di
piene. Il percorso dell’acqua è protetto come un bene prezioso e invio­ energia e risorse
labile e un sentimento di alta spiritualità permea e tramanda il paesag­
gio culturale di queste oasi nel deserto ghiacciato sul tetto del mondo.

L e piram idi d ’acqua degli antichi maya

«Fu nel vi ahau che gli itzà scoprirono il luogo detto Chichén. Qua­
ranta anni dopo vi costruirono la città che fu chiamata Chichén Itzà.
Duecento anni più tardi la abbandonarono». La citazione è tratta dal
Chilam Balam dei maya chumayel, i manoscritti con le cronache degli
antichi maya (Roys, 1933). Chichén Itzà è una delle più grandi e spet-
350 tacolari città precolombiane nello Yucatàn, la regione del Messico abitata
dai maya. Riportando negli anni della nostra era le date del calendario
maya, la città risulta fondata nel 495 d .C ., quaranta anni dopo la sco­
perta del sito da parte di un gruppo maya chiamato itzà. Nel 692 d .C .
sarebbe stata abbandonata. Dalle cronache e dalla ricerca archeologica
risulta rioccupata nel 987 dagli itzà sotto la guida del mitico Quetzal-
coatl, il «serpente piumato» chiamato in lingua maya Kukulkan. Intorno
al 1200 gli itzà furono scacciati dalla città, che nella seconda metà del
x v secolo fu ancora una volta abbandonata.
Chichén Itzà era una città santa, frequentata da centinaia di pellegrini
che praticavano le cerimonie religiose nelle grandi piazze ornate dalle
splendide piramidi a gradoni di pietra e le armoniose architetture di tem­
pli cinti da portici di colonne. Il momento culminante dei riti era l’of-
18 6 ferta al pozzo sacro chiamato cenote, considerato la residenza degli dei e
18 7 delle anime degli antenati. I cenote sono degli inghiottitoi naturali for- Ricolta di acqua
mati dallo sprofondamento della crosta calcarea di superficie in corri- ecisterne
spondenza di cavità sotterranee. Le aperture mettono allo scoperto la
falda alimentata, attraverso le fessure e la porosità della roccia, dalle
piogge. I cenote sono fondamentali nella ecologia della regione dello Y u ­
catàn, un’area carsica dove, nonostante le grandi quantità di pioggia che
permettono un’intensa copertura vegetale, il terreno fertile è sottile e le
acque di superficie sono inesistenti. Senza di essi e le cavità carsiche (come
18 la grotta chiamata Loltun) dove fino dalla preistoria si raccoglieva sotto
le stalattiti l’acqua bevibile, la vita sarebbe impossibile, e infatti l ’analisi
delle risorse idriche fornisce la soluzione delle vicende della città. Il nome
Chichén deriva da due parole di lingua maya: chi che significa «bocca»
e chen che significa «pozzo». L ’antica cronaca riporta quindi della sco­
perta di un luogo detto la «bocca dei pozzi». Sono proprio questi a mo­
tivare la fondazione della città. La stessa alternanza di abbandono e di
riuso con il definitivo collasso si spiega in base al confronto continuo con
le necessità di approvvigionamento idrico e l’affermarsi della suprema­
222 zia di nuclei portatori delle conoscenze necessarie.
223
'8 8 . R icostruzione d ell’a n t i c i 'a t t à d d M w s ^ ' T enochfft'l° nC,ia gÌ" , gia C raccornPagnatore maya.
224
galleggianti (M useo nazionale di C ittà del M essico). " CeMr0 ^ kgUna C° itÌVata tram ite la tecnica dei chinam pa. gà
La ricerca storica e archeologica ha dimostrato che gli itza furono un
gruppo diffuso relativamente tardi nello Yucatan, quando già un numero
consistente di siti erano occupati. Essi giunsero a Chichén Itza, che an­
cora non aveva questo nome, solo dopo il primo abbandono, nel 987,
con la diffusione della religione del dio Quetzalcoatl, impersonato da sa­
cerdoti-condottieri che ne assumevano il nome. E probabile quindi che
essi si siano attribuiti a posteriori la vicenda della primitiva fondazione
e che abbiano invece il merito dello sviluppo della città nel periodo post­
classico (Pina Chan, 1992).
Nelle civiltà precolombiane le pratiche di modificazione del paesag­
gio per creare sistemi di raccolta di acqua piovana su larga scala tramite
la realizzazione di prese d ’acqua sui pendìi, sbarramenti e bacini di rac­
colta, anticipano l’architettura monumentale e risalgono al 1 millennio a.C.
(Scarborough e Isaac, 1993). Il sito più antico dove le opere idrauliche
permettono di spiegare la stessa evoluzione architettonica che porterà
alle piramidi, è quello di San Lorenzo, appartenente al periodo preclas­
sico e realizzato dagli olmechi. A San Lorenzo, come più tardi a La Venta,
il problema era l ’eccesso di acqua trasportata in improvvise inondazioni.
G li olmechi edificarono a partire dal 1200 a.C . una enorme piattaforma
artificiale di terra e di argilla colorata, sulla cui sommità erano edificate
altre piccole montagnette allungate. L ’apparenza è quella di una colli­
netta naturale con gli spalti scoscesi, scavati da canali d ’erosione. In
realtà i canali sono realizzati in modo perfettamente simmetrico e tutto
l ’insieme costituisce un’opera di architettura che anticipa le piramidi a
gradoni. Un complesso sistema di drenaggio permetteva di disporre di
acqua pura, che veniva filtrata da un’insieme di bacini e raccolta in ser­
batoi tramite una rete di canali formati da pietre ben tagliate e perfet­
tamente connesse.
Tra le tecniche precolombiane per utilizzare le zone umide spicca
quella dei giardini galleggianti chiamati chinampa, diffusa dai toltechi 18 8 ,355
dopo la caduta di Tuia nel 1 1 6 5 d. C. L ’acqua delle paludi irriga diret­
tamente dal basso il terreno che ospita le piante, retto da basamenti li­
gnei che a volte possono proprio galleggiare. A l giorno d ’oggi a Xochi-
irdini galleggianti
milco, località a 30 chilometri da Città del Messico il cui nome significa
«luogo dei campi di fiori», i chinampa formano una scacchiera di colti­
vazioni organizzate come isole nella laguna di acqua dolce, separate da
una trama regolare di canali. Tra i canali si può navigare con barche dal
fondo piatto e la situazione contemporanea è più simile a quella delle
feixe che a giardini su zattere galleggianti.
Nelle aree interne dello Yucatan i maya dovettero al contrario risol- 357
vere il problema di disporre in tutte le stagioni di sufficienti risorse idri­
che per i bisogni degli imponenti complessi urbani e dell’agricoltura, bi­
sogni che non potevano essere soddisfatti dalle sole riserve naturali delle
caverne o dalle pozze dei cenote. Questi ultimi, inoltre, erano soggetti
a cambiamenti di livello stagionali, a salinizzazione per i collegamenti
con i cunicoli sotterranei fino al mare o al disseccamento per ostruzione
degli stessi. Per ottenere scorte di acqua bevibile venivano scavate nella
pietra cisterne dalla forma a campana, chiamate chultun. Nel periodo 189
classico a partire dal m secolo d .C . lo sviluppo di città importanti fu or­
ganizzato intorno a depressioni naturali, chiamate aguada. Qui conflui- 190,356
; nm

18 9 . C hu ltu n di U xm al (Yucatàn), cisterna scavata nella roccia calcarea per la raccolta e conservazione delle acque.
226 19 0 . Ricostruzione del sistem a naturale carsico delle aguada e dei cenote (M useo nazionale di C ittà del M essico).
Mx

i i c h é n Itzà (Y u catàn ), statu a di C h ac M o o l, dio della p ioggia e d e ll’ acqua, id en tific a ta con Q u etzalco atl, il serpente p ium ato. C ap i
K r itu a li in possesso delle con oscen ze id rich e si im p erso n ificavan o nella d iv in ità e gu id avan o la fo n d azion e di n uovi cen tri. 227
vano le acqua raccolte da dighe e cisterne lungo i pendii. Le superfici
dell’aguada erano pavimentate con pietre piatte, le cui connessioni erano
impermeabilizzate di argilla rossa e marrone. Nel fondo erano scavati
pozzi e chultun che mantenevano l ’acqua quando l’aguada era secca. Il
229 sistema è del tutto simile alla tecnica dei cisternali delle aree carsiche
della regione delle Puglie nel sud dell’Italia. Alla fine del periodo clas­
sico, intorno al ix secolo d .C ., la tecnologia idraulica maya, spinta da
ragioni difensive o per la necessità di irrigare per gravità sempre mag­
giori aree agricole, si sviluppò fino a utilizzare le sommità più elevate
come sistema di raccolta. Così la città stessa con le numerose piramidi
Architetture
a gradoni, le architetture monumentali, le piazze lastricate, i cortili estesi per il risparmio
divenne un enorme complesso di raccolta delle acque piovane. di energia e risorse

Queste tecniche, sviluppate dagli itzà a seguito della pressione am­


bientale e delle catastrofi ecologiche che avevano prodotto i precedenti
esodi, permisero la rioccupazione e lo sviluppo monumentale della loro
191 città. Quetzalcoatl era un dio della pioggia e i suoi sacerdoti sapienti tec­
nici idraulici. Lo stesso nome itzà in lingua maya è formato da itz, che
significa «uomo orgoglioso», e da ha o a, che significa «acqua». Quindi
il nome della città Chichén Itzà significa: «il luogo dei pozzi degli or­
gogliosi uomini delle acque».

Conoscenze locali nelle società idrauliche: la Cina

A differenza delle società mediterranee quelle indiane e maya possono


essere definite società idrauliche. Sono infatti caratterizzate da econo­
mie agricole basate su irrigazione e controllo delle acque su vasta scala,
dirette da un forte potere centrale, spesso dispotico. A questo stesso mo­
dello appartengono le antiche civiltà egizia e cinese. La condizione ge­
nerale non impedisce, tuttavia, l’esistenza all’interno di queste aree di
situazioni differenti fondate su coltivazioni a piccola scala, gestite a
livello familiare in comunità capaci di mantenere la loro indipendenza
e tramandare saperi antichi. Si perpetuano così conoscenze locali in so­
cietà che, per contrapposizione a quelle idrauliche, definiamo comunità
idroagricole, idrogenetiche o autopoietiche. Queste forme sociali so­
pravvivono grazie all’isolamento e all’asprezza geografica o per partico­
lari motivi di supremazia economica, dovuti al commercio o alla colti­
Comunità
vazione di una specie rara, o ancora per motivi culturali legati alla fede autopoietiche
religiosa o alla forte coesione sociale.
Il sapere utilizzato da queste comunità è spesso alla base delle stesse
società idrauliche. Le tecniche di irrigazione egizie hanno come pre­
supposto le pratiche di coltivazione nomade, l’uso del riflusso delle piene
e tutte le conoscenze utili nel deserto a trarre il massimo vantaggio
dall’umidità e dalla fertilità. Sia gli incas che i maya praticavano l’irri­
gazione su piccola scala prima di edificare il loro impero idraulico. M ao­
metto, fondatore dell’islam, civiltà per molti aspetti idraulica, ha fatto
sempre riferimento, nel corso dei suoi insegnamenti, ai semplici sistemi
di raccolta e distribuzione dell’acqua e alla società oasiana. Caso ancora
351 più vistoso è quello della società cinese. Ritenuta l’esempio per antono-
228 masia di dispotismo idraulico orientale, essa ha alle sue origini una tra-
dizione basata sulla temperanza e la pratica dell’idroagricoltura su pic­
cola scala, attività persistente e vitale nel corso di tutta la sua storia.
Confucio riporta che Y ù, il leggendario fondatore della protostorica
dinastia X ia (2200 a. C.), da lui considerato un vero eroe dell’introdu­
zione delle pratiche agricole, mangiava cibi ordinari, vestiva povera­
Prese di acqua
e canalizzazioni mente, abitava in una casa modesta e concentrava tutte le sue energie
per irrigare i pendii
nella tecnica dei piccoli canali di irrigazione. E il periodo della prima so­
cietà cinese, nata lungo il reticolo delle carovaniere della via della seta,
che si sviluppa nel nord del paese ai confini della Mongolia attraverso
la depressione di Turpan, il deserto del Taklimakan, il deserto del Gobi
e l ’altopiano del Loess. Quest’ultima regione è costituita da profondi
strati di limo sottile inciso da alte gole, vallate, e coni di erosione che
Grande nomadismo digradano verso il bassopiano cinese. L ’area è drenata dallo Huang Ho,
carovaniero
il Fiume Giallo, il cui nome deriva proprio dalle sabbie in esso disciolte.
Il territorio è stato nel tempo adibito alla coltivazione realizzando campi
terrazzati sui pendii scoscesi e coltivazioni irrigate da una fitta trama di
canalette nelle pianure fertili del bassopiano.
La situazione originaria cambia nella fase imperiale con il trasferi­
mento del potere economico nel bacino idrico dello Yangtze, il Fiume
Terrazzamenti Azzurro, e la costruzione del Grande Canale cinese. L ’opera è il sistema
di canali più esteso del mondo, sviluppandosi approssimativamente lungo
una direzione nord-sud per circa 170 0 chilometri. Per l ’imponenza geo­
grafica e l ’impatto sulla società può essere considerato un vero e proprio
Nilo artificiale. La sua realizzazione struttura lo spazio cinese e accom­
pagna le trasformazioni territoriali, sociali e amministrative dalle co­
munità a piccola scala alla società idraulica. Il canale più antico risale al
iv e al v secolo a. C. e mette in comunicazione i due grandi fiumi della
Cina, lo Huang Ho e lo Yangtze. Agli inizi del v i secolo d. C. questa
parte fu ricostruita e vennero aggiunti nuovi canali. Durante il x i i i se­
colo il sistema idraulico fu esteso a nord fino a Pechino, quando questa
città divenne capitale della dinastia Yuan. N ell’ultimo periodo imperiale
il sistema idroburocratico crebbe in modo sempre più imponente fino a
necessitare per la sola amministrazione civile di circa 40 000 funzionari
D ì eri che avevano a disposizione 1 200 000 impiegati e oltre 500 000 fattorini.
La condizione primordiale delle piccole comunità idroagricole è tut­
tavia ancora presente nella società cinese, dove è possibile identificare
Raccolta di acqua le pratiche più arcaiche di scavo per organizzare ripari, realizzare pozze 358
piovana in pozze
e cisterne di raccolta e drenaggi fino alla costruzione dei grandi complessi di ipo- 3 6 1-6 3
gei a corte segnalati anche da Marco Polo. N ell’habitat sotterraneo della
regione dello Huang Ho sulle piattaforme di arido loess vivono ancora
circa 40 milioni di cinesi. Questi villaggi sono sempre stati aree rifugio
ai margini del potere. Qui terminò nel 19 34 la lunga marcia di Mao Ze-
dong, che visse per quattordici anni da troglodita installando il suo quar­
Ipogei a corte
tiere generale negli ipogei. Il bacino dello Huang Ho è fondamentale per
lo sviluppo più arcaico delle pratiche idriche su piccola scala a partire
dalla preistoria. Nella regione dello Shaanxi lungo il fiume W ei, mag­
giore affluente dello Huang Ho, sono localizzati i villaggi neolitici di
Banpo. Risalgono a un’epoca compresa tra il 5000 e il 3000 a. C. e, con 237

Villaggi con fossati


i fossati ellittici per il drenaggio e la raccolta dell’acqua, le pozze e le ca­
e ipogei nalette tra le capanne, presentano analogie con i complessi neolitici del
19 2 . C ina, sistemi di terrazzam ento, prese d ’acqua e canali di irrigazione lungo le ram ificazioni aride del Fium e G iallo e i pendii erosi d ell’alto­
piano del Loess. Q u est’area, da sempre tra le più povere del paese, è un serbatoio d i tecniche e conoscenze tradizionali, veicolate attraverso
230 i contatti millenari intercorsi lungo la via della seta. (Figg. 19 2 -9 5 : foto C hina N ational Com m ittee, 1999)
sud d’Italia. Considerevole è la permanenza ancora vitale di una grande
struttura (detta Invai yuen lo) ospitante l’intera comunità di villaggio, dalla 3 6 4
forma circolare e il tetto a falda con impluvio nella corte centrale, che ri­
corda i cerchi di pietre e complessi megalitici dell’Età del Bronzo europeo.
Numerose sono le tecniche idriche tradizionali, le conoscenze per il ri­
sparmio dell’energia e la protezione dei suoli ancora in uso in Cina.
Nell’altopiano del Loess l’antica pratica di utilizzare secondo le pendenze 1 9 2 , 19 5
sistemi di terrazzamento, profonde trincee o argini e lunette di pietre a
secco è ora promossa su larghissima scala dal governo cinese. Nel deserto
del Gobi è favorita la realizzazione di dune artificiali create con barriere
frangivento per fissare le sabbie che stanno progressivamente sommer­ 193
gendo gli antichi insediamenti di oasi lungo la via della seta. Lo stesso ri­
sultato viene ottenuto combinando interventi meccanici e biologici. Reti
Captazione
vegetali poste su vaste estensioni di terreno permettono la crescita della 194
sotterranea vegetazione, barriera definitiva alla desertificazione.
La via della seta è stata un veicolo di diffusione delle oasi utilizzanti
tutte le tecniche tipiche di captazione idrica, dalle gallerie drenanti sot­
19 3 . terranee alle dighe interrate, alle riserve e cisterne organizzate nel sot­
C ina, desertificazione e invasione
dalle sabbie degli antichi
tosuolo per impedire l’evaporazione dell’acqua. La storica area agricola
-fila m e n ti lungo la via della seta. di Turpan è stata nel tempo resa vivibile grazie allo scavo dei tunnel sot-

231
i 9 4 ‘ 95- C in a, realizzazione su grande scala di sistem i di protezione d ei suoli. In alto, apposizione di stuoie e barriere vegetali per fissare le
232 sabbie. In basso, lunette d i pietra a secco per creare il suolo e proteggere i pendìi.
terranei che convergono verso il fondo della depressione, permettendo
l’irrigazione per gravità e ottimizzando la risorsa idrica non sottoposta
all’evaporazione, considerevole invece quando lo scorrimento si ha a
cielo aperto. La stessa pratica viene oggi riproposta nell’impianto di
nuove oasi. Per il risparmio energetico è diffuso sia l’uso tradizionale
del sole, attrezzando serre dal perimetro costituito da muri di terra cruda
spesso dipinti all’interno con fango nero per aumentare la captazione ca­
lorica, sia lo sfruttamento della forza del vento. Una grande attenzione
è rivolta alla ricerca di metodi di irrigazione che non comportino la ba­
gnatura dei campi. Infatti l ’aspersione dell’acqua sul suolo e la stessa ir­
rigazione a goccia con l’evaporazione e il rilascio di sali determinano,
nel tempo, la sterilizzazione del terreno. E questo uno dei motivi pos­
sibili della crisi e collasso improvviso di forti società idrauliche come
Canalette quella della Mesopotamia. Le pratiche tradizionali, invece, utilizzavano
e dispositivi per
il controllo climatico l’irrigazione per canalette, che permette il continuo dilavamento dei suoli
e il mantenimento delle condizioni di umidità per contrastare l’evapo­
razione, o l’irrigazione senza bagnatura attraverso il potenziamento e il
mantenimento delle qualità idromorfe del terreno. L ’utilizzo odierno
della logica tradizionale sperimenta le possibilità di irrigare direttamente
le radici delle piante dal sottosuolo, utilizzando giare interrate, tubi iniet­
tori e tecniche simili a quelle delle feixe andaluse (China National Com-
Feixe mittee, 1999).
Questi piccoli accorgimenti riproposti alla scala di milioni di comu­
nità costituiscono un’opera titanica di modellamento, costruzione e ma­
nutenzione del paesaggio. Ma azioni di trasformazione del territorio
sono prodotte anche dalle pratiche idrauliche mai abbandonate. Conti­
nuano infatti gli interventi a grande impatto di dighe e bacini. La rea­
lizzazione del progetto della diga sullo Yangtze detta delle Tre Gole pre­
giudicherà aree di altissimo valore culturale, imporrà l’esodo di milioni
di persone, creando un rischio ecologico per l’ambiente e mettendo a ri­
schio di inondazioni ancora più numerose popolazioni. Avrà quindi un
effetto disastroso sul territorio simile a quello riscontrato con la realiz­
zazione della diga di Assuan sull’ecosistema della valle del Nilo. Sembra
quasi che la Cina mantenga nelle scelte presenti la dicotomia storica tra
sapere idrico locale e dirigismo idraulico impersonato dal ruolo assunto
dai due grandi fiumi del paese, lo Huang Ho e lo Yangtze: la diffusione
di pratiche di successo di conoscenza tradizionale gestite localmente im­
personate dal Fiume Giallo del deserto e l’imposizione dei megaprogetti
del potere idraulico rappresentato dal Fiume Azzurro del modernismo.

233
8.

Crisi idriche e declino delle civiltà


19 6 . A m m an (G iordania). Il teatro rom ano assediato dalle costruzioni m oderne costituisce l ’imm agine
em blem atica della desertificazione fisica e culturale m editerranea dovuta alla cem entificazione e
alla distruzione di un patrim onio storico capace di presidiare e gestire l ’am biente.
Ripartizione dell’acqua e cambiamenti climatici

L ’acqua è una risorsa ripartita in modo disuguale nel pianeta soprat­


tutto a causa delle diverse situazioni climatiche. Le regioni artiche, tem­
perate e tropicali umide hanno il 98 per cento delle acque disponibili,
mentre le zone aride e semiaride dispongono solo del restante 2 per
cento. Il totale dei circa 138 5 milioni di chilometri cubi di acqua è di­
viso in cinque grandi insiemi tra loro connessi: gli oceani con il 97,4 per
cento; i ghiacciai con il 2 per cento; le acque dolci terrestri (laghi, fiumi,
acque sotterranee e umidità dei suoli) che hanno lo 0,6 per cento; il va­
pore d ’acqua atmosferico con meno dello 0,001 per cento; l ’insieme delle
cellule viventi che rappresenta solo lo 0,0001 del totale, ma raggiunge
in valore assoluto la quantità considerevole di 1 10 0 chilometri cubi. I
cinque contenitori d ’acqua hanno continui trasferimenti scambievoli se- 371

condo un ciclo incessante. La fase iniziale è costituita dall’evaporazione


sugli oceani e sui continenti. Ogni giorno 1000 miliardi di tonnellate
d ’acqua passano nell’atmosfera. Solo un piccola parte precipita sui conti­
nenti e tale quantità è a sua volta divisa in due. Una parte evapora nuo­
vamente, in una certa percentuale anche dopo avere transitato attra­
verso gli esseri viventi con la traspirazione, l ’altra è drenata verso gli
oceani. Quest’ultimo flusso costituisce le risorse cosiddette rinnovabili
che, secondo la permeabilità dei suoli, si dividono in tre modi: il ru-
scellamento, che alimenta i fiumi e torrenti; il drenaggio per infiltra­
zione superficiale, che ricarica le falde; il drenaggio sotterraneo, che
rifornisce gli acquiferi più profondi.
Nel ciclo dell’acqua gli oceani funzionano come enormi purificatori
per distillazione liberando l ’acqua di tutte le impurità, i sali, le tossine
e i batteri e producendo acqua dolce. L ’energia necessaria è fornita dal
sole, il quale mantiene sulla terra le temperature che rendono l ’acqua in
grado di rimanere allo stato liquido, condizione essenziale per l ’esistenza
di ogni forma vivente. Il sole è il motore di tutti i processi fisici, l’ener­
gia da esso sprigionata è captata e liberata dagli oceani e intercettata
dalle piante, che la conservano nei tronchi e nei combustibili fossili. Il
vento è a sua volta il grande mediatore delle dinamiche climatiche. Da
questi due fattori dipende il ciclo dell’acqua, proprio come indicato dalle 237
parole « Suo padre è il Sole... il vento la porta nel suo grembo» della T a­
vola di Smeraldo.
Tra sole, correnti eoliche e acqua si determina un particolare equili­
brio energetico all’interno del quale l’acqua ha un ruolo fondamentale:
nell’atmosfera, sotto forma di nubi, che coprono più del 60 per cento
della superficie del pianeta e incidono sulla schermatura dei flussi di ra­
diazione sulla terra e da questa riflessi; al suolo, attraverso le precipita­
zioni che modificano il bilancio termico locale. Su questo equilibrio sono
intervenute negli ultimi cinquanta anni modificazioni accelerate su scala
sia globale che locale. A livello atmosferico l’emissione dei gas serra ha
determinato l ’innalzamento delle temperature medie, con effetti cata­
strofici sugli andamenti climatici. Il riscaldamento del pianeta, riscon­
trato negli ultimi anni e destinato ad aumentare, provoca una maggiore
energia complessiva, che a sua volta causa una più forte evaporazione e
una più intensa circolazione di acqua nell’atmosfera, alimentata anche
dallo scioglimento dei ghiacciai. I fenomeni climatici, estremizzandosi,
finiscono per avere maggiore incidenza di avvenimenti catastrofici come
cicloni, siccità e alluvioni. I danni sono amplificati dalle situazioni locali
che hanno visto, con il progredire delle civiltà, una continua e crescente
aggressione delle foreste e, a partire dalla rivoluzione industriale, un mas­
siccio processo di impermeabilizzazione dei suoli nelle aree urbanizzate.
G li effetti delle piogge dipendono dalle condizioni del suolo. G ene­
ralmente il 6o per cento delle precipitazioni ritornano nell’atmosfera,
ma questo processo ha forti variabilità, determinate dalla morfologia del
terreno e dalla copertura vegetale. Quest’ultima ha un ruolo di equili­
brio nella situazione idrica come serbatoio omeostatico, stoccando gli
eccessi di acqua e temperando l ’aridità. Protegge il suolo dall’erosione
e lo riproduce attraverso le scorie vegetali. La vegetazione è quindi un
elemento fondamentale di regolazione idrogeologica. Con la deforesta­
zione il vento e il sole smantellano il suolo, fanno sparire l’humus. Le
acque, da benefiche, diventano distruttive. Erodono i terreni sui pendìi
o ristagnano nelle pianure e, non protette dall’ombra delle piante, eva­
porano concentrando i sali sulla superficie. La vegetazione non può più
ricrescere e si crea un circuito di degrado inarrestabile. Senza le foreste
anche in aree umide la pioggia scompare. Il vento, infatti, si carica di
acqua non solo sul mare e sui laghi, ma anche nei boschi e in ogni altra
superficie vegetale. Un ettaro di bosco di betulle in un solo giorno tra­
spira 47 ooo litri di acqua; una quercia libera, nella buona stagione, più
di ioo tonnellate di acqua, che rappresentano 225 volte il proprio peso;
un acero libera una quantità d ’acqua pari a 455 volte il proprio peso; un
ettaro di bosco di faggio rinvia nella atmosfera da 3500 a 5000 tonnel­
late di vapore d ’acqua. Contemporaneamente si produce la sostanza fer­
tile da cui deriva tutto quello che è vivente sulla terra attraverso quel
processo di degrado della materia organica da cui nasce la vita. 100 mil­
limetri di pioggia determinano, in una situazione alberata, 1000 chilo­
grammi di sostanza vegetale, che diventa humus. In assenza di acqua e
di manto vegetale si calcola che, per ricreare un centimetro di terreno
fertile scomparso, ci vogliono cento anni.
Per fare crescere un grammo di materia secca una pianta deve poter
traspirare da 3 a 8 litri d ’acqua. La produzione di un chilogrammo di
grano esige 150 0 litri di acqua e quella di un chilo di riso 4500 litri. È
stato calcolato che per arrivare a produrre un uovo di gallina con i me­
todi industriali occorrono 1000 litri d ’acqua. Quando mangiamo le
arance, per 1*85 per cento consumiamo l’acqua di cui sono costituite; se
le esportiamo, trasferiamo acqua di cui, senza dubbio, non valutiamo
ancora il vero valore nel prodotto venduto.
Circa 3 litri d ’acqua potabile al giorno sono il minimo indispensabile
a un individuo per rimanere in vita. Ma l’acqua è necessaria ad ogni al­
tra attività umana, come l ’agricoltura, l’industria, l ’igiene personale e
domestica. Il consumo prò capite nei paesi occidentali è passato negli ul­
timi due secoli da io a 300 litri per abitante. A livello mondiale la va­
riabilità dei consumi è altissima, andando dai 5 litri al giorno per abi­
tante del Madagascar ai 300 litri degli Stati Uniti. E sebbene ancora oggi
più di un quarto dell’umanità risulti priva di acqua potabile, la direzione
verso gli alti consumi procede in tutti i paesi di pari passo con l ’urba­
nizzazione e la scomparsa dei modi di vivere tradizionali. Attualmente
la domanda media effettiva d’acqua su scala planetaria è di circa 500
metri cubi per anno e per abitante e può superare i 1000 metri cubi nei
paesi occidentali. Queste cifre sono destinate a raddoppiare nel corso
del secolo. Se si considera che nello stesso periodo anche la popolazione
umana passerà dagli oltre 6 miliardi attuali ai 20 previsti per la fine del
x xi secolo, saranno necessari più di 20 000 chilometri cubi d ’acqua per ri­
spondere ai bisogni essenziali. Se poi i livelli di consumo dei paesi occi­
dentali si generalizzeranno, la domanda d ’acqua diventerà insostenibile.

Deserto e desertificazione

La formazione delle zone aride è il risultato della combinazione di fe­ 365-70


nomeni che si innescano a vicenda in un meccanismo interattivo di
portata sempre crescente. Sia gli ampi processi su scala planetaria, i fat­
tori termici e la circolazione generale dell’atmosfera, sia le componenti
geografiche locali agiscono su aree specifiche grazie alla loro reciproca
integrazione, alla sommatoria cioè di una moltitudine di condizioni ele­
mentari. Il sistema complessivo funziona come un grande meccanismo
di amplificazione, al cui interno anche i microfattori possono estendersi
e produrre effetti duraturi con conseguenze a catena su un arco tempo­
rale lunghissimo. Il deserto rinforza se stesso e, una volta innescate pic­
cole situazioni di degrado, la loro accumulazione ne provoca la diffu­
sione e l ’estensione.
Si comprende, quindi, come si sia facilmente parlato di avanzata del
deserto e come questo concetto sia stato spesso utilizzato per spiegare
le cause della desertificazione. Deserto e desertificazione sono, tuttavia,
due cose ben diverse. Q uest’ultima nelle regioni del Sahel, a sud del 5.197
Sahara, ha assunto gli aspetti di una vera calamità. Si manifesta con ef­
fetti disastrosi sul suolo, attribuibili a varie cause: l’erosione eolica crea
vaste superfici denudate e ammassi dunari; l ’erosione idrica provoca con­
crezioni sterili di sabbia e fango o croste calcaree; la forte evaporazione
contribuisce alla salinizzazione e alla alcalinizzazione, per l’alto conte­
nuto di sali nelle acque, il drenaggio insufficiente, la carenza d ’acqua. 239
19 7- Senegai. N el Sahel, dove i grandi baobab utilizzano l ’acqua delle piogge estive, la desertificazion e avanza per l ’im poverim ento delle
240 v arietà vegetali e delle qualità d ei suoli, d ovuto alla crisi delle conoscenze tradizionali e al supersfruttam ento.
Si estende quindi un degrado tisico, o chimico-fisico, indotto da mec­
canismi biologici o fisici che riducono la copertura vegetale e l’origina­
ria bioproduttività del suolo, rendendo l ’ambiente inutilizzabile.
Nel Sahel questi processi si vanno instaurando in una zona climatica
che riceve più di 200 millimetri di precipitazioni annue e persino in una
fascia più a sud in cui le piogge raggiungono anche gli 800 millimetri an­
nui, in aree quindi che non potrebbero essere classificate deserto. Si cal­
cola che in questi paesi vengano distrutti ogni anno un milione di ettari
di foreste tropicali e che 10 0 0 0 0 ettari di terreno siano irrimedia­
bilmente coperti dall’avanzata delle sabbie prodotte dall’erosione eolica.
In Africa, complessivamente più di un miliardo di ettari sono colpiti dal
fenomeno. Milioni di persone sono dovute emigrare in altri luoghi. Nel
Mali e nel Burkina Faso un sesto degli abitanti è stato costretto ad ab­
bandonare i propri villaggi. In Senegai due quinti della popolazione della
valle superiore del fiume omonimo sono stati costretti a emigrare. La
Mauritania sta scomparendo sotto le sabbie. In questo paese la popola­
zione stabilita a Nouakchott, la capitale, è passata in venti anni dal 9 al
4 1 per cento, mentre i gruppi nomadi sono diminuiti dal 73 al 7 per
cento. Tutto ciò a prescindere dalle fluttuazioni climatiche cicliche e
dalle modificazioni del clima degli ultimi anni. Sono allora fattori non
naturali a innescare il meccanismo di degrado ambientale, da attribuirsi
dunque all’opera di un solo responsabile: l ’intervento umano.
La pressione demografica, l’abbandono di tecniche e abitudini sociali
arcaiche ma in equilibro con le potenzialità ambientali, nonché l ’impo­
sizione di nuove colture secondo le richieste del mercato mondiale e la
diffusione della monocoltura sono alcune delle cause del degrado. So­
prattutto l ’insediamento della popolazione concentrata in aree ristrette
per la necessità delle moderne economie, crea una grande richiesta di
energia, soddisfatta con la distruzione massiccia del patrimonio arbori-
colo e forestale. Le ferite inferte ai boschi innescano processi di conti­
nuo, sostanziale declino della varietà, qualità e produttività biologica.
Diminuiscono gli animali e i vegetali che, ridotti a un numero così ri­
stretto di specie da non avere più nessun potenziale di risposta genetica
alle circostanze alterate, sono destinati irrimediabilmente alla scomparsa.
Il suolo perde ogni fertilità e mutano le sue caratteristiche fisiche e chi­
miche. Diventa impossibile per il terreno trattenere l’acqua e si scate­
nano sia i processi di erosione eolica e idrica, sia i meccanismi di accu­
mulazione delle sabbie.
Sono dunque l ’abuso e il supersfruttamento delle risorse a creare la
desertificazione che nella Convenzione delle Nazioni Unite viene così
definita: degrado delle terre nelle zone aride, semiaride e subumide sec­
che a causa di diversi fattori, tra i quali le variazioni climatiche e l ’atti­
vità umana. Il processo inizia proprio intorno ai maggiori centri dell’at­
tività umana, per diffondersi irrimediabilmente a tutto il territorio. È
improprio quindi parlare di un’avanzata del deserto. Quest’ultimo co­
stituisce un modello ecologico preciso, affermatosi in una specifica si­
tuazione climatica, con le sue leggi, le sue attività biologiche e i modi
appropriati di utilizzo da parte dell’uomo, mentre la desertificazione
produce un ambiente di completo degrado, del tutto privo di equilibrio
ecologico. La differenza in questa situazione, come in altre provocate
dall’intervento umano quale il cambiamento climatico, è dovuta a una
variabile ben precisa: il tempo. L’instaurarsi naturale del deserto ha segui­
to i lunghissimi tempi geologici, mettendo in grado le specie di seguire
i cambiamenti con un processo di trasformazione e di evoluzione e quindi
permettendo la creazione di ambienti che, pure nella brutalità del clima,
sono ricchi di adattamenti e di biodiversità specifica. Invece i processi
di desertificazione, come pure i mutamenti climatici, innescati dall’in­
tervento umano sono cambiamenti rapidi a cui l’insieme biologico e fi­
sico del pianeta non ha il tempo di adattarsi provocando desolazione e
decadimento.
198 Si può affermare allora che anche il deserto può essere soggetto a de­
sertificazione, anzi è proprio negli ambienti dall’equilibrio più critico e
difficile, caratterizzati dalla forte interattività dei processi, che ogni in­
tervento, dal più piccolo al più macroscopico, può avere effetti duraturi
199 devastanti. Nel Sahara sono ancora visibili tracce di veicoli utilizzati du­
rante la seconda guerra mondiale, ben evidenti sulla particolare micro­
vegetazione del suolo che, a distanza di quaranta anni, non si è ancora
200,201 ristabilita. Nel Sahel alla rudezza delle differenze stagionali e alle cicli­
198.
che alterazioni climatiche l’ambiente reagiva con la diversificazione e la Sahara. A nch e il deserto è soggetto
varietà appropriate ad ogni situazione. Passato il periodo di crisi, l’am­ alla desertificazione per la mancanza
biente possedeva la potenzialità per reintegrare la situazione originaria. dd i’acqua
gestione delle oasi e d ei punti
lungo le carovaniere.
Con il supersfruttamento dovuto all’azione umana, che proprio nei mo­ L ’abbandono delle tecniche
menti di rarefazione delle risorse intensifica l’attività distruttiva sulle tradizionali p er dilavam ento e l’uso
specie e le varietà residue, scompare ogni capacità di ripresa, anche dl ’accentuarsi
i irrigazione m oderna determ inano
della salinizzazione
quando siano ripristinate le condizioni favorevoli. d ei suoli.

242
Sahara. Il deserto è un ecosistem a carico di p articolari organism i vitali adattatisi alle condizioni am bientali nel corso dei m illenni, ma
estrem am ente fragili. L a m icrovegetazione e la b iodiversità distrutta dal passaggio d ei veicoli d ifficilm en te possono ricostituirsi.
2 0 0 -0 1. M ali, corso del fium e N iger. La stessa imm agine aerea presa in due d iversi m om enti m ostra l ’estrem o alternarsi d i alluvioni e fasi
aride. L e tecniche tradizionali utilizzate dal villaggio circolare, in basso nella fo to , tendono a equilibrare le variab ilità am bientali.
244 L o sfruttam ento in tensivo operato dalle tecniche m oderne esaurisce le risorse im pedendone la periodica ricostituzione.
Questo meccanismo opera oggi in tutte le aree del pianeta, con la con­
seguenza che il 30 per cento delle terre è stimato a rischio di degrado.
In Amazzonia il processo di deforestazione espone i suoli alla violenza
del clima. Le acque asportano lo strato sottile di terreno fertile, che non
ha più la possibilità di ricostituirsi. Le piante non ricrescono e con il
tempo la stessa pioggia viene a mancare. Il risultato è il deserto là dove 202
prima c ’era la foresta pluviale. La desertificazione nelle sue forme più
intense interessa oltre cento paesi, minacciando la sopravvivenza di più 365-70
di un miliardo di persone. Ogni anno si perdono nel mondo 24 miliardi
di tonnellate di suolo superficiale. N el corso degli ultimi due decenni la
perdita mondiale è stata equivalente alla totalità delle terre arabili degli
Stati Uniti. La situazione è particolarmente drammatica nelle zone aride,
dove circa il 70 per cento delle aree, corrispondenti a un quarto dell’in­
tera superficie terrestre, risultano minacciate. M a il problema è presente
in larga misura anche nelle aree temperate (Brandt e Thornes, 1996;
Mairota, Thornes e Geeson, 1998). Negli Stati Uniti la proporzione di 368
terre aride in via di desertificazione è la più alta del mondo e raggiunge
il 74 per cento. In Asia la desertificazione si estende su 1,4 miliardi 367
di ettari e le terre più minacciate sono nell’area dell’ex blocco sovie­
tico. In Italia, da stime effettuate dalla Unione Europea, risulta che il 365
27 per cento del territorio è esposto a un elevato rischio di erosione (Eu­
202. ropean Commission, 2oooab). Le regioni della Puglia, Basilicata, Cala­ 203,204
le : resti della M ata A tlan tica,
bria, Sicilia e Sardegna mostrano un processo di desertificazione già
la foresta pluviale costiera
r ^ m r i a orm ai quasi scomparsa. avanzato. Secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per l ’Am ­
_ : . '.razione del m anto vegetale biente (Pnue), la desertificazione costa al mondo 42 miliardi di dollari
o s a i un suolo privo di humus,
- t> > :: agli agenti di dissoluzione
l ’anno (9 nella sola Africa). Più di 13 5 milioni di persone rischiano di
e incapace di ricostituirsi. perdere le loro terre in tempi brevissimi.

245
La desertificazione riguarda sia le situazioni agricole che le aree ur­
banizzate. In ambiente agricolo il processo si manifesta attraverso i fe­
nomeni di: erosione idrica; perdita di fertilità dei terreni; salinizzazione
del suolo; distruzione di humus; scomparsa della copertura vegetale;
esaurimento delle falde e siccità; degrado dei pendìi e movimenti fra­
nosi. Le aree urbane contribuiscono al processo di desertificazione in
modo diretto e indiretto. Direttamente, perché si può dire che la stessa
urbanizzazione massiccia è desertificazione a causa della cementifica- 196
zione di vaste superfici naturali; indirettamente, attraverso l’assorbi­
mento dal territorio e la distruzione nelle aree di forte concentrazione
demografica di risorse naturali. Il rapporto stretto tra urbanizzazione e
desertificazione è riscontrabile sia nei paesi non industrializzati che in
quelli più sviluppati. Nei primi il processo di degrado è innescato e si
estende proprio a partire dalle aree di moderna e accelerata urbanizza­
zione che per le loro necessità depauperano il territorio circostante. Nelle
economie avanzate, e in Italia in particolare, caratterizzata com’è da un
territorio fortemente antropizzato, l ’estendersi del processo di deserti­
ficazione è in diretto rapporto con la crisi dei centri urbani storici che,
a un assetto tradizionale del paesaggio costituito da sistemi abitativi a
forte compenetrazione naturale e a basso consumo di risorse, sostitui­
sce un modello basato sulla cementificazione massiccia, il dispendio ener­
getico e l ’inquinamento ambientale. A ll’urbanizzazione di nuove aree
corrispondono l’abbandono e l’esodo dai centri antichi con la scomparsa
di presidi territoriali capaci di una corretta gestione del paesaggio. Si
determina un processo di desertificazione fisico e sociale. A l degrado ar­
chitettonico e all’erosione dei sistemi montani, collinari e di pendio cor­
risponde il depauperamento delle risorse umane. L ’emigrazione, la per­
dita di identità, la caduta dei valori sono aspetti socioculturali della
desertificazione. Situazioni estreme come quelle del Sahara e del Sahel
sono il banco di prova e il segnale d ’allarme di un pericolo che coinvolge
tutti: la desertificazione, causata dall’interazione negativa dell’uomo con
l ’ambiente, è oggi una minaccia in qualsiasi clima e in ogni regione.

Catastrofi, shock culturali ed esodi urbani

Chichén Itzà e le grandi capitali precolombiane; Marib e Shabwa con


gli innumerevoli antichi centri carovanieri ancora sepolti nelle sabbie
arabiche; Petra nel deserto giordano: sono città che furono tutte perio­
dicamente e improvvisamente abbandonate dai loro abitanti. Le cause
della scomparsa di queste civiltà sono state giudicate inspiegabili, av­
volte nel mistero di vicende esotiche e lontane. Tuttavia, al di là delle
differenze storiche, culturali e geografiche, l ’individuazione dei delicati
equilibri ecologici retti dal complesso di tecniche, conoscenze e valori
spirituali su cui si basava l ’esistenza di questi centri, permette la com­
prensione di crisi urbane ed esodi relegati sinora nel novero delle sin­
golarità imperscrutabili della storia. Appaiono così comprensibili le mo­
tivazioni antropologiche, economiche e climatiche dei collassi urbani ed
è possibile una riflessione sui destini di civiltà sottoposte a pressioni am­
bientali e culturali.
Esemplare è la vicenda dei Sassi di Matera, che dal 19.50 al i960 fu­
rono completamente svuotati di circa 15 000 abitanti, traslocati in nuovi
quartieri appositamente costruiti nella periferia urbana. Questa espul­
sione di popolazione è una delle più recenti grandi diserzioni urbane della
storia. Una città fino a quel momento abitata e vitale è in pochi anni eva­
cuata da tutti i suoi abitanti. Il fenomeno è equiparabile all’abbandono
improvviso delle grandi capitali precolombiane о dei centri carovanieri
del deserto arabico. A Matera il trasferimento della popolazione fu
un’azione pianificata, motivata da ragioni igieniche e sanitarie. Tutta­
via l ’operazione potè attuarsi solo sotto la pressione di uno shock cultu­
rale violento, provocato dall’impossibilità della civiltà e dell’abitato tra­
dizionale dei Sassi di Matera di reggere il confronto con la edificazione,
prepotentemente condotta nel dopoguerra italiano, del sistema dei va­
lori economici e culturali della modernità. Consapevoli о meno che ne
fossero i protagonisti del periodo, la definizione di «vergogna nazionale»
che fu data dei Sassi di Matera e il trasferimento dei loro abitanti si in­
quadrano nel vasto movimento di esodo dalle campagne, di dissoluzione
del mondo contadino e di emigrazione dal sud d ’ Italia, finalizzato all’in-
dustrializzazione e all’affermazione del modello consumistico.
Il trionfo del paradigma della vergogna, con la conseguente sconfitta
della società arcaica di M atera, non sarebbe stato possibile se al mo­
mento questa non fosse stata già profondamente minata da cause strut­
turali che avevano messo in crisi la complessa organizzazione sociale,
ambientale e architettonica dei Sassi. Nel Settecento fu realizzata l ’ul­
tima imponente operazione pubblica di restauro del sistema di raccolta
di acqua dell’antica dolina posta sul ciglio all’apice del grabiglione del
Sasso Barisano. Riunificando e scavando grotte e gallerie precedenti, at­
trezzate con numerosissime cisterne a campana dalle origini antiche, si
realizzò una cisterna colossale dai pilastri massicci intagliati nella roccia
e dalle volte alte più di 15 metri le cui pareti erano perfettamente im­
permeabilizzate con un intonaco di calce e coccio pesto. Nei numerosi
vicinati a pozzo scavati lungo la gravina erano localizzate le fogge, ci­
sterne e fosse per stoccare il grano, le vasche e gli impianti per la folla­
tura della lana, e il trattamento delle pelli, il mercato e il cuore econo­
mico della città. Ma con la rivoluzione industriale le nuove strategie nel
mercato mondiale della lana, guidate dall’Inghilterra, mettono in crisi
l ’economia dei Sassi basata sulla lavorazione della materia prima dei fi­
lati, le concerie, l ’allevamento e la produzione alimentare agricola. La
transumanza e la società agropastorale iniziano un declino inarrestabile,
che innesca l ’abbandono delle pratiche di drenaggio, di manutenzione
dei suoli e delle grotte, di captazione e distribuzione dell’acqua che ave­
vano reso abitabili i Sassi. I grandi complessi religiosi e amministrativi
si trasferiscono dal vallone della gravina sul piano, proprio tra le colline
e i sistemi di raccolta delle acque, interrompendo i percorsi di adduzione
idrica. Nella seconda metà del xvm secolo l’insieme dei vicinati a pozzo,
doline e cisterne del ciglio della gravina viene interrato e su di esso nel
322 secolo successivo viene realizzata la piazza centrale di Matera. Durante
il fascismo anche i grabiglioni, i torrentelli naturali di drenaggio dei
Sassi, vengono asfaltati e una strada di circonvallazione taglia tutto il li­
248 mite inferiore dell’abitato separandolo dal fondo del burrone. A l mo-
mento del trasferimento degli abitanti, l’ecosistema dei Sassi era dun­
que ormai completamente intaccato. La crisi idrica, l’emarginazione delle
pratiche e delle conoscenze attraverso le quali la comunità aveva edifi­
cato il suo spazio, rendono il Sassi fragili di fronte alla modernità e ne
rendono ineluttabile l ’abbandono.
Le vicende di Matera permettono una rilettura della storia di Petra in
Giordania. Petra è considerata dal mondo moderno una città archeolo­
gica già desertificata alla fine dell’età classica e completamente abban­
donata almeno dall’epoca medievale. In questa ottica nel 1980, in nome
della restituzione alla cultura internazionale delle vestigia di una Petra
interpretata attraverso il sentire classicheggiante, fu effettuata la nega­
zione antropologica e il completo trasferimento dei gruppi nomadi che la
abitavano. Tuttavia niente autorizza a definire Petra una necropoli e ad
affidare la sua identità alle sole grandi facciate monumentali ellenistiche.
In genere la città è considerata distrutta da un terremoto nel 365 d .C .,
ma ancora nel 447 viene realizzato, utilizzando ipogei più antichi, l’im­
ponente complesso monumentale della chiesa bizantina chiamata Tomba
a Urna. Ancora un terremoto nel 746 spiegherebbe il definitivo abban­
dono del sito. Tuttavia i crociati la abitarono in epoca medievale e nel
127 6 , in occasione del viaggio del sultano Baibars in fuga dal Cairo a Ke-
rak, lo storico arabo an-Nuwairi (12 7 9 -1332 ) descrive le numerose abi­
tazioni di Petra «scavate nella montagna, dalle forme magnifiche, deco­
rate di colonne e munite di porte, dalle facciate ornate di sculture tagliate
con lame nella pietra, e tutte incise di immagini e decorazioni». Lo scavo
dell’insediamento crociato di Petra condotto da Guido Vannini e Ro­
berto Franchi ha rivelato che il sito era stato frequentato con continuità
dai nomadi arabi (Vannini, comunicazione personale). Così, nel tempo,
i momenti di crescita aulica, caratterizzati dagli episodi di edificazione
monumentali generalmente apprezzati, risultano limitati rispetto alla
frequentazione di lungo periodo, che conserva i modi e le tecniche per
assicurare la presenza umana. Su queste conoscenze si basano anche i mo­
menti di rinnovamento culturale ed economico.
Petra come Marib, Shabwa e Chichén Itzà, sono tutte città che hanno
visto periodi di decadimento e di rinascita. Recenti studi sui cicli cli­
matici del pianeta tendono a mettere in relazione la scomparsa di anti­
che civiltà con avvenimenti catastrofici eccezionali provocati da eruzioni
vulcaniche (Keys, 2000) o da fenomeni ciclonici ricorrenti come il co­
siddetto Nino (Fagan, 1999). La fine della civiltà maya è stata spiegata
come il risultato di una serie di devastanti siccità verificatesi durante il
ix e il x secolo, che hanno privato le popolazioni di cibo, ma soprattutto
di acqua (Gill, 2000). Ognuna di queste interpretazioni è però limita­
tiva. Solo la comprensione di questi luoghi come ecosistemi creati gra­
zie all’uso sapiente delle risorse locali nelle difficili condizioni naturali
può dare una risposta esauriente. L ’impegno nella gestione idrica e nella
manutenzione urbana e territoriale necessitano uno sforzo costante. La
coesione sociale è garantita dal successo ambientale ed economico e da
una forte adesione spirituale. La stretta interconnessione di questi ele­
menti nelle pratiche tradizionali rende quanto mai fragile il sistema. Se
cambiamenti improvvisi si verificano simultaneamente in ognuno di que­
sti aspetti, il collasso è inevitabile. E dunque il principio della concausa, 249
l ’agire combinato di catastrofi naturali, interventi umani e traumi cul­
turali, a spiegare le vicende di esodo urbano, da leggere nell’ambito dei
fenomeni di desertificazione e di crisi idrica.
Una città privata di cibo può resistere mesi, ma un solo giorno senza
acqua riduce un organismo umano in gravissimo stato di affezione. Il se­
condo giorno chiunque è costretto a partire alla ricerca del liquido vi­
tale. Il terzo giorno sopraggiunge la fine. Il metodo di lettura delle città
basato sull’idrogenesi e la gestione delle risorse locali costituisce uno
strumento profondo di comprensione degli insediamenti ed esprime un
significato capace di travalicare l ’obiettivo della sola ricerca storica. Le
vicende di esodi e collassi urbani costituiscono un monito, alludono a
inquietanti destini possibili, ma indicano anche gli scenari per futuri al­
ternativi. Ci rendono consapevoli di come lo sguardo che osserva e il di­
scorso che descrive la città, in determinati momenti risultino deviati
dalle consuetudini ambientali e dai preconcetti culturali del periodo. In­
vece afferrare la complessa ecologia urbana come sintesi di stratifica­
zioni millenarie, alcune più evidenti, altre sommerse e dimenticate, per­
mette l ’emersione di conoscenze da cui trarre nuovi paradigmi.
9-
La conoscenza tradizionale
per un nuovo paradigma tecnologico
20^. Sahara, un antico shaduf azionato con cellule fotovoltaich e. L ’uso del solare è l ’esem pio di una
energia tradizionale antichissim a che trova oggi una nuova possibilità d i grande im piego grazie a
tecnologie avanzate appropriate.
Interesse e studi sulle conoscenze tradizionali

La validità delle conoscenze tradizionali e l’uso di pratiche da esse de­


rivate sono affermati ormai da diversi anni a vari livelli. Nel campo scien­
tifico gli studi sulle conoscenze tradizionali, indicate in vario modo come
conoscenze endogene, tecnologie appropriate, conoscenze locali, tecni­
che indigene, conoscenze basate sulla natura, conoscenze sostenibili, co­
noscenze folk, conoscenze culturali, si susseguono da oltre una ventina
di anni all’interno di quel filone di ricerca che ha voluto affrontare il pro­
blema di superare un approccio dall’alto verso il basso al trasferimento
di tecnologie e realizzare un rapporto partecipativo capace di favorire la
sostenibilità (Brokensha e altri, 1980). Molteplici organismi internazio­
nali quali l ’International Labour Organization (Ilo) (Bhalla, 19 7 7; Ilo,
1985), l’Organization for Economie Co-operation and Development
(Oecd) (Jequier e Blanc, 1983), la Food and Agriculture Organization
(Fao) (Saouma, 1993), la United Nations Educational, Scientific and
Cultural Organization (Unesco, i994ab), l ’United Nations Environment
Programme (Unep) (Dowdeswell, 1993) e la World Bank (Vernon, 1989;
Davis, 1995) ne hanno, in studi e documenti, affermato la validità. L ’in­
teresse delle convenzioni delle Nazioni Unite è chiaramente delineato nel
rapporto Building Linkage between Environmental Conventions and Ini­
tiatives (Unccd, 1999a).
Nel giugno 1999 l ’Unesco e l’International Council for Science (Icsu)
hanno adottato la seguente dichiarazione: «Il sistema delle conoscenze
tradizionali e locali come dinamica espressione di percezione e com­
prensione del mondo può fornire, e storicamente ha fornito, un valido
contributo alla scienza e alla tecnologia, e per questo motivo c’è la ne­
cessità di preservare, proteggere, ricercare e promuovere questo patri­
monio culturale e di conoscenza empirica».
Sono numerosi ormai i centri di ricerca e i siti Internet che si occu­
pano di questi argomenti. Si possono infatti enumerare in tutto il mondo
oltre quaranta centri di ricerca, alcuni in possesso di ottimi siti Internet
che mettono a disposizione ricche bibliografie e studi sull’argomento.
In particolare l’ International Environmental Technology Center (Ietc)
dell’Unep in Giappone ha in programma di pubblicare un International 253
Source Book on Environmentally Sound Technologies fo r Wastewater and
Stormwater Management. Lo Ietc usa il termine «endogenous sound tech­
nologies» per indicare le tecnologie descritte nel capitolo 34 dell’Agenda
21 come tecnologie che hanno comprovati positivi risultati sull’ambiente
rispetto ad altre tecnologie. Esse proteggono l ’ambiente, sono meno in­
quinanti, usano le risorse in modo sostenibile, riciclano più dei loro scarti
e prodotti e smaltiscono tutti i residui in un modo ambientalmente ac­
cettabile, migliore delle tecnologie che sostituiscono. Esse non costitui­
scono propriamente delle «tecnologie singole, ma un sistema globale che
include know-how, procedure, beni e servizi, e attrezzature, oltre che
procedure organizzative e manageriali» (Sakaguchi, 2000).
La Fao ha in corso una ricerca per la realizzazione di un programma
di formazione sulla raccolta di acqua per la produzione di cereali (Prinz
e altri, inedito). Le Ong nella larga maggioranza promuovono le cono­
scenze tradizionali come un nuovo approccio alla problematica dello svi­
luppo e della cooperazione internazionale. Questa posizione ha come
componente la reazione a risultati negativi di scelte tecnologiche com­
piute nell’Occidente. In particolare alla presunzione di poter procedere
con pratiche univoche in differenti contesti e società e alla convinzione
catastrofica che tutto ciò che è tecnicamente possibile debba essere rea­
lizzato.
Nonostante questo impegno e interesse complessivo, i campi di ap­
plicazione e la diffusione innovativa delle conoscenze tradizionali risul­
tano ancora al di sotto delle reali potenzialità. Questo non per mancanza
di realizzazioni e di esperienze, che sono ormai numerose, significative
e promosse da una consistente rete di operatori. Esiste ormai un movi­
mento culturale e operativo, sostenuto anche da interessi economici e
produttivi, che si fa portatore delle conoscenze tradizionali e della loro
diffusione e riuso. Tuttavia, nonostante i danni ambientali sempre mag­
giori riscontrabili in tutti i paesi, questo movimento non è riuscito a con­
trastare il ruolo centrale delle tecniche moderne nei processi di sviluppo
e di organizzazione del territorio. Occorre quindi chiedersi come mai le
conoscenze tradizionali rimangono confinate in un ruolo minoritario
all’interno delle politiche e pratiche tecnologiche degli stati.
La risposta può essere sintetizzata nei seguenti punti:
- la non consapevolezza che i danni ambientali, il degrado dei suoli e la
desertificazione sono per molti aspetti riconducibili alla perdita di co­
noscenze tradizionali;
- la mancanza di informazione da parte dei tecnici preposti alla pianifi­
cazione nazionale sulla validità e i benefici delle conoscenze tradizio­
nali;
- la non diffusa comprensione del ruolo da attribuire alle tecniche tra­
dizionali e del loro modo di operare;
- la mancata comunicazione e scambio di esperienze di successo;
- la non consapevolezza dell’uso innovativo delle conoscenze tradizio­
nali;
- la diffusione di una serie di critiche e pregiudizi sulle conoscenze tra­
dizionali.
Q uest’ultimo punto necessita di una valutazione precisa delle pre­
254 venzioni e idee erronee rispetto alle conoscenze tradizionali.
Crìtiche e pregiudizi sulle conoscenze tradizionali

I . COSTITUISCONO UNA SERIE SPE C IFIC A E LIM IT A T A DI SO LU ZIO N I TECNICHE

La proposizione è contraddetta dalla stessa definizione di conoscenze tra­


dizionali come organizzazione integrata del sapere, sistema complesso dalle
caratteristiche polifunzionali, parte integrante del processo di costruzione
di identità collettiva e di coesione sociale. Pensare ad esse come a una serie
di espedienti per risolvere specifici problemi è riduttivo e fuorviante. Ogni
pratica tradizionale risponde a una necessità precisa, ma è fortemente com­
penetrata al contesto ambientale e sociale, è parte di un insieme complesso
di valori sociali, ecologici e anche simbolici ed estetici. Questo rende diffi­
cile la classificazione delle conoscenze tradizionali per soluzioni tecniche,
ma le avvicina molto alla problematica contemporanea della sostenibilità.
Ad esempio le coltivazioni di riso nelle Filippine e in Indonesia, che co­
prono con un esteso sistema di terrazzi, i fianchi delle montagne costitui­
scono un paesaggio splendido creato dalle genti. La bellezza di queste ter­
razze non è il frutto di scelte estetiche, ma dipende dall’armoniosa
applicazione di tecniche tradizionali di ingegneria dell’ambiente per orga­
nizzare gli impluvi, raccogliere le acque di scorrimento e quelle di pioggia,
creare i terrazzi su cui incanalare i flussi e preservare il terreno dal dilava­
mento e l’erosione.
Un ulteriore esempio è quello delle tecniche tradizionali di gestione
dell’acqua nel Ladakh, India, che permettono di creare oasi fertili di mon­
tagna in situazioni altrimenti caratterizzate dall’aridità. Le tecniche di uti­
lizzo della risorsa idrica fornita dallo scioglimento stagionale delle nevi si
basano su un sistema di diritti e di regole fortemente legate alla struttura
sociale, alle norme di divisione tradizionale del lavoro tra sessi e gruppi di
età, e alla situazione ecologica in cui ogni villaggio-oasi è collocato. La forte
coesione sociale e motivazione spirituale ha permesso a queste genti di ap­
plicare tecniche moderne che usano l’energia solare, considerate in armo­
nia con le loro concezioni, e rigettarne altre come i concimi chimici dan­
nosi per i suoli (Wacker, i997ab).

2 . NON SONO TECNOLOGICAMENTE COM PETITIVE, RISULTANO TECNOLOGICAMENTE


INEFFICIENTI E MENO PRODUTTIVE DELLE TECNOLOGIE MODERNE

La critica è sbagliata, poiché non esistono motivi per ritenere le tec­


nologie tradizionali meno competitive, inefficienti e non produttive. Il
modo di raggiungere i risultati delle tecnologie tradizionali è diverso e
tiene conto di una serie di fattori di contesto tralasciati dalle tecniche
moderne. Il procedimento è, a volte, meno immediato e necessita di una
maggiore componente di lavoro. Tuttavia quest’ultimo aspetto non è
una caratteristica negativa in molti paesi che si confrontano con il pro­
blema della disoccupazione. Per valutare l ’efficienza di un processo
vanno considerati sia gli aspetti interni allo stesso che quelli esterni. In­
fatti l ’applicazione di una tecnica determina effetti a monte e a valle
nell’uso delle risorse necessarie e ha conseguenze più generali sull’intero
modello economico, sociale e ambientale. Queste interazioni non sono
considerate nell’applicazione di una tecnica moderna basata su criteri di
rendimento specifico e immediato. A l contrario le tecnologie tradizio-
nali sono selezionate e accettate attraverso un processo di confronto am­
bientale, storico e sociale, e la loro efficacia va misurata proprio nella
validità di lungo periodo, nei benefici di contesto e nella sostenibilità
complessiva.
La mancata valutazione di questi aspetti è la causa dell’insuccesso di
molti progetti di cooperazione allo sviluppo che non hanno tenuto conto
della necessità di proporre tecnologie gestibili attraverso il sistema di
conoscenze locali e le categorie sociali, in particolare le donne. Il caso
206,207 del perimetro irrigato di Ras Jebel nel nord-est della Tunisia, a 30 chi­
lometri da Biserta, è a questo proposito significativo. Qui viene prati­
cata una agricoltura di tipo tradizionale, costituita secondo il modello
oasiano, maghrebino e andaluso di arboricoltura e ortaggi. I campi sono
formati da piccole particelle ripartite secondo complicate procedure di
eredità e di matrimoni che frazionano o ricompongono continuamente
le proprietà, tanto che su 2000 ettari di terreno si possono contare più
di 4500 particelle. L ’irrigazione tradizionale si fa prelevando le acque
sotterranee tramite pozzi a gestione familiare e irrigando per mezzo di
canalizzazioni superficiali che corrono su tutta la trama agricola. Un pro­
getto di modernizzazione del sistema ha realizzato un serbatoio di
15 0 0 0 metri cubi, alimentato da un lago collinare. Il perimetro agricolo
è stato quindi suddiviso in parti più grandi, ognuna approvvigionata da
una moderna presa d ’acqua che permette l ’irrigazione per aspersione di
grandi superfici e impone l ’eliminazione delle delimitazioni delle piccole
proprietà. I contadini hanno opposto un netto rifiuto alla nuova divi­
sione delle parcelle e ai nuovi metodi di irrigazione, adducendo ragioni
di ordine sociale, produttivo e simbolico, così sintetizzabili:
- L ’uso dei pozzi familiari permette ad ogni proprietario di gestire au­
tonomamente la propria acqua, che inoltre era gratuita, mentre quella
fornita dal progetto è a pagamento.
- La divisione per piccole particelle di terreno risponde ad assetti an­
cestrali che prolungano sullo spazio agricolo quello domestico. Le donne
possono così liberamente lavorare nei campi sentendosi a casa loro.
- L ’irrigazione per aspersione è considerata negativa perché «favori­
sce la bruciatura delle foglie e la comparsa di nuove malattie».
- L ’acqua sotterranea è considerata nell’immaginario collettivo come
«viva perché proviene dalla terra e nutre le piante», contrariamente
all’acqua del progetto, ritenuta «morta in quanto proveniente da un ba­
cino stagnante, e quindi nefasta per l ’agricoltura».
Nonostante queste opposizioni, il progetto è stato realizzato con con­
seguenze catastrofiche. Infatti, dopo la messa in opera, si è riscontrato
un abbassamento della falda di 20 metri e un aumento della salinità pari
a 3 grammi per litro (Bouayard-Agha, 1997).
L ’insuccesso è stato determinato proprio dall’incapacità di tenere conto
del fatto che il rifiuto di abbandonare le tecniche tradizionali, pur moti­
vato con ragioni di ordine simbolico, era dovuto a una loro migliore pro­
duttività e compatibilità ecologica e sociale. L ’agricoltura oasiana, a giar­
dini mediterranei, o andalusa, utilizzando le tecniche di irrigazione per
canalizzazioni superficiali alimentate da pozzi, da sistemi di raccolta di
acqua per diversione delle piene, o da gallerie drenanti sotterranee (fog- Domesticazione Agricoltura andalusa
e diffusione
256 gara, khottara, qanat ecc.), risulta la più idonea per ottimizzare l ’uso della palma
T u n is ia , a p p lic a z io n e d e lle te c n ic h e tra d iz io n a li d i p ro te z io n e d e lle p ia n te e p ro g ra m m a in te n s iv o d i in sta lla z io n e d i p a lm e ti. I p r o ­
g ra m m i d i lo tta a lla d e s e r tific a z io n e in c e n tiv a n o sia fo rm e lo c a li d i o r g a n iz z a z io n e a g ric o la , sia la s p e rim e n ta z io n e d i p r a tic h e
m o d ern e . I n q u e sto c a so (fo to in b a sso ) i n u o v i s iste m i d i ir rig a z io n e d e te rm in a n o u n a tra m a d e l p a lm e to e stra n e a alla tra d iz io n e
o a sia n a . 257
dell’acqua. L ’irrigazione tradizionale permette il dilavamento continuo
delle particelle e impedisce l’accumulo di sali in superficie, mentre quella
per aspersione favorisce l’evaporazione e il deposito di sali. La realizza­
zione di grandi dighe e bacini idrici provoca un accumulo di acqua a cielo
aperto che, così stoccata, è sottoposta a forti perdite per evaporazione.
Inoltre il bacino è rapidamente colmato dai sedimenti dei wadi, mentre
le falde sotterranee a valle della diga non sono più alimentate e rinnovate.
Nella regione del wadi Ziz in Marocco la costruzione della diga di
ar-Rachidiya ha provocato l ’abbandono da parte della popolazione della
vita nomade e dell’agricoltura tradizionale per il richiamo dei salari nella
nuova attività. Si è creata una città che richiede nuovo lavoro nell’edi­
lizia e attrae ancora persone. I conti economici segnano così un progresso
nei salari e nell’espansione urbana, mentre invece siamo di fronte a un
successo precario operante nello spreco delle risorse. L ’acqua della diga
è ora utilizzata per dissetare la città, mentre le oasi per l’esaurimento
delle falde non possono più utilizzare i metodi di approvvigionamento
tradizionale e dipendono dalla rete statale di tubi e contatori a paga­
mento. Basta però che gli apporti del bacino idrico in una stagione siano
insufficienti per le nuove necessità urbane e per l’agricoltura per deter­
minare una catastrofe. Questo scenario si è verificato nella regione di
Béchar in Algeria, dove tutta l ’area agricola di Abadla alimentata a par­
tire dalla diga di Kenadsa, creata con lunghi e imponenti sforzi, è rapi­
damente diventata una landa deserta.
G li esempi riportati costituiscono una ulteriore giustificazione ai vasti
movimenti di opposizione alla costruzione di grandi dighe che si sono svi­
luppati in Asia, America latina e Europa mediterranea. La realizzazione
di questi progetti negli ultimi cinquanta anni ha provocato il trasferi­
mento di milioni di individui, sommerso centinaia di migliaia di ettari di
foreste e praticamente distrutto i modi di vita di intere comunità, senza
apportare nel lungo periodo i benefici idrici promessi. Inoltre la realiz­
zazione di grandi dighe costituisce anche un motivo di conflitto tra gli
stati, poiché spesso i grandi fiumi hanno la loro origine in paesi diversi.
La pratica delle grandi dighe è oggi sconsigliata dagli stessi organismi
di finanziamento internazionale e si preferisce curare l’organizzazione
integrata dei bacini idrici in modo attento alle tecniche storiche locali
(Richter e altri, 1997). Così si fa ricorso alle conoscenze tradizionali con
numerose esperienze positive.
2 8, 209
o In Marocco sono in via di realizzazione interessanti esperienze di re­
stauro del paesaggio e recupero della tecnica antica delle foggara, le gal­
lerie drenanti, cadute in uno stato di abbandono, che in epoca medie­ ^irlC
vale permettevano l ’irrigazione di centinaia di chilometri di palmeti. Un
moderno pozzo scavato a grande profondità e capace di attingere l’ac­
qua con una motopompa produce immediatamente risultati, ma nel lungo Captazione
sotterranea
periodo abbassa e prosciuga la falda. Il sistema tradizionale delle fog­
gara drena la parte superficiale della falda, prelevando quote sempre pro­
porzionali alle sue capacità di rinnovo. Allo stesso tempo la alimenta con
gli apporti dovuti al drenaggio capillare dei microflussi presenti nelle sab­
bie e con le quantità di acqua prodotte grazie alle precipitazioni occulte.
Si ridetermina così l’effetto oasi, il sistema autocatalitico in cui l’acqua Comunità
258 delle foggara irriga il palmeto e l ’esistenza di questo favorisce l’umidità autopoietiche
M arocco. In alto , b a rrie re v e g e ta li p er la fissa z io n e d ei suoli e la p ro te z io n e d ai v e n ti d i sab b ia. In b a sso , r ip ris tin o d elle g a lle rie d ren an ti
e risistem azione d ei p ozzi d i aerazion e. I l sistem a delle fo ggara m arocchin e av e v a reso possib ile la ricca tram a urb an a delle capitali m edievali.
Con il lo ro ab b a n d o n o in tere città eran o co m p letam en te scom parse. I l recu p ero attu ale p o rta acq u a e v ita in p aesaggi d iv e n u ti d esolati. 259
e la produzione idrica. Inoltre le necessità di irrigazione per gravità de­
terminano la precisa localizzazione dell’insediamento e delle superfici col­
tivate in rapporto allo scavo della rete di foggara, cosicché il territorio è
sottoposto a un canone complessivo inderogabile che ne determina il di­
segno dalle grandi qualità estetiche. Infatti benefici specifici delle tecni­
che tradizionali sono il costituire un sistema di autoregolazione capace di
dare i migliori risultati in difficili contesti ecologici, prevenire i rischi nel
lungo periodo e rispondere alle modificazioni ambientali, determinando
paesaggi di valore straordinario. Con l’industrializzazione, l’urbanizza­
zione e la meccanizzazione agricola si determina la perdita delle tecnolo­
gie tradizionali e lo scadimento delle qualità ambientali e di paesaggio.

3. RIGUARDANO PARTICOLARMENTE IL SUD DEL MONDO E SONO MARGINALI RISPETTO


AI GRANDI PROCESSI ECONOMICI E TECNOLOGICI

La critica è contraddetta dal fatto che proprio nei paesi più avanzati
si riscontrano situazioni di persistenza delle tecnologie tradizionali e di
consolidamento e di stabilizzazione del loro ruolo nella società e nell’eco­
nomia. I valori della tradizione, le pratiche di lavorazione e le capacità
artigianali sono la base su cui si fonda l ’altissimo valore aggiunto di pro­
duzioni di enorme importanza economica per molti paesi avanzati. In
particolare la produzione tipica alimentare (olio, formaggio, vino ecc.)
tutela la qualità del paesaggio sia estetica che ambientale, poiché i si­
stemi di produzione antichi sono possibili grazie al mantenimento delle
tecniche tradizionali di organizzazione dei suoli. In questo stesso campo
la crescente diffusione di produzioni agricole e di carni biologicamente
controllate dimostra sempre di più l ’interesse per tecniche tradizionali
di coltivazione e di allevamento. Queste considerazioni valgono anche
per altri settori, che vanno dall’oggettistica di qualità fino all’alta moda
e allo stesso mercato fondiario ed edilizio. E un vanto per le case di pro­
duzione più raffinate poter enumerare tecniche tradizionali nei loro modi
di lavorazione, e il successo di tante imprese è proprio dovuto alla ca­
pacità di incorporare la tradizione nei loro processi o di essere localiz­
zate in ambienti e centri storici tradizionali.
A questo proposito è utile considerare le regioni del Vailese in Sviz­
zera, della valle della Loira in Francia, della Toscana in Italia. Qui il
mantenimento di tecniche tradizionali in agricoltura ha permesso la sta­
bilizzazione di paesaggi di grandissima qualità. Le difficoltà e gli oneri
maggiori dovuti all’uso di tecniche più dispendiose di manodopera sono
resi possibili dal grande valore del prodotto ottenibile con queste tecni­ Bisse
2 10 , che, in questi casi i vini. Nel Vailese è ancora in uso il sistema di prese
d ’acqua dalle sorgenti dei ruscelli e dai ghiacciai che, tramite canalette
superficiali, i bisse, permette di irrigare per gravità pendii montani più
elevati rispetto ai corsi naturali dei torrenti. Nella Loira la tecnica tra­
dizionale delle abitazioni troglodite e dello scavo di cave sotterranee è
mantenuta per preservare ogni metro di terreno in superficie, prezioso
per la produzione dello champagne, e per organizzare cantine dal per­
fetto microclima per la lavorazione dei vini. In Toscana la produzione
del chianti fornisce gli apporti economici necessari per preservare uno
dei più splendidi paesaggi agrari consolidati e stabilizzati nei secoli da
200 trasformazioni distruttive.
:_ Y a lle s e (S v iz z e r a ). L a p ra tic a d e i c a n a li (bisse) è a n c o ra v ita le e s o ste n u ta d a in te re ss i e r e g o le co m u n ita ri. I n a lto , d iv e rs io n e d e l b isse
tra m ite lo s tru m e n to tra d iz io n a le p e r e ffe ttu a r e [’irrig a z io n e . In b a sso , ch iu sa e r ip a r tito r e d e lle acq u e .
È errato quindi considerare le conoscenze tradizionali marginali ri­
spetto ai grandi processi economici e tecnologici in corso. Anche dal punto
di vista quantitativo il loro impiego sostiene ancora la massima parte
dell’umanità, che è distribuita nei paesi meno industrializzati. Parados­
salmente in questi luoghi dove le tecniche tradizionali sono ancora uti­
lizzate in modo massiccio, esse sono considerate dal pensiero moderni­ Integrazione
città-campagna
sta come fenomeno di arretratezza, mentre nei paesi avanzati divengono
elementi di immagine e di incremento di valore. La modernizzazione, la
più alta redditività dei settori industriali, i processi di dominazione e di­
pendenza economica e culturale con tutti i fenomeni di trasformazione
agricola e produttiva a questi collegati, costituiscono le pressioni disso­
lutive che operano sulle conoscenze tradizionali.

4. SONO PROPOSTE SU LL’ ONDA DI UNA VISIONE IDEOLOGICA ANTITECNOLOGICA


La critica va respinta poiché, anche se vi sono alcune componenti an­
titecnologiche nel movimento favorevole alle conoscenze tradizionali, nel
complesso questo non è assolutamente vero. Le conoscenze tradizionali
sono auspicate non perché hanno un minore grado di tecnologia rispetto
alle convenzionali, ma perché risultano le più tecnologicamente adeguate
rispetto al determinato contesto ambientale e sociale. Sono a volte por­
tatrici di tecnologie raffinatissime, altre volte risultano molto semplici,
ma sono sempre le più appropriate, cioè ecologicamente compatibili e ge­
stibili localmente. Inoltre le conoscenze tradizionali vengono riproposte
attraverso ogni possibile uso innovativo, in associazione cioè con tecno­
logie moderne che possano agire nella stessa logica. E infatti il principio
delle conoscenze tradizionali che è utile diffondere e riprodurre, non la
tecnica in se stessa. Questo è possibile proprio grazie all’utilizzo delle tec­
nologie più avanzate nel campo delle ecoenergie, del riciclaggio, della pro­ Ciclo integrato
duzione a emissioni zero, del mantenimento di procedure antiche grazie di rifiuti organici
a processi di meccanizzazione senza impatto e autogestibili.
A titolo di esempio gli utilizzi delle acque usate o degli escrementi
per migliorare la fertilità dei suoli sono pratiche antichissime, diffuse
in molte società tradizionali, che l ’avvento delle moderne reti di sca­
rico hanno reso obsolete. Utilizzare le acque usate come una risorsa è
un modo di operare proprio delle tecnologie tradizionali che può oggi
essere riproposto con tecniche moderne, capaci di ovviare ai problemi
di igiene che possono verificarsi.
Il caso delle paludi di Calcutta è esemplare. Nelle zone umide orien­
tali di Calcutta le pratiche tradizionali di pesca e di agricoltura coprono
circa 10000 ettari di territorio. Qui funziona il più grande insieme di riu­
tilizzo delle acque usate urbane al mondo. Migliaia di contadini convo­
gliano milioni di litri di acqua di scarico della città verso i loro terreni.
Essi considerano queste acque come un vantaggioso apporto nutritivo, Uso integrato
delle aree marginali
non come qualcosa di nocivo di cui liberarsi. Nello stesso tempo rendono (paludi, carsismo,
un contributo straordinario al sistema di smaltimento sanitario di C al­ foreste)
cutta, senza alcun costo per quest’ultima. Il Piano di azione del bacino
del Gange (Ganga Action Pian), la più grande iniziativa nel campo della
pianificazione del miglioramento ambientale nel subcontinente indiano,
262 ha reso possibile la standardizzazione di questa conoscenza tradizionale
e l’ha diffusa in un insieme di municipalità. Nel progetto i metodi di uso
appropriato sono appresi dalle conoscenze tradizionali, mentre i metodi
di sicurezza sanitaria sono apportati dalle nuove tecnologie. Le acque
usate così divengono un valore come l ’acqua pura, piuttosto che un pro­
blema per il loro trattamento. Considerare le acque usate come un bene
che fornisce validi supporti alla esistenza, costituisce un nuovo modo di
pensare per la logica produttiva moderna, ma è proprio il principio con
cui operano le conoscenze tradizionali. Principio che i fautori di queste
ultime ripropongono anche in una visione tecnologica avanzata.

La tradizione come sistema dinamico che incorpora l ’innovazione

La logica con cui operano le conoscenze tradizionali può essere sinte­


tizzata nel principio: trasformare un problema in una risorsa, di modo
che i luoghi di maggiore difficoltà ambientale divengano anche quelli di
più importante applicazione di tecniche appropriate. A ll’interno di que­
sto processo il sistema delle conoscenze tradizionali non nega l ’innova­
zione, ma la sviluppa continuamente o la assorbe da altre situazioni.
Quello che noi riconosciamo come tradizione non è una condizione sta­
tica e immutabile, ma un sistema dinamico che si è evoluto attraverso
un’integrazione così intima e completa degli aspetti innovativi da ren­
derne, a volte, difficile la lettura. A d esempio, oggi tutti considerano lo
spazio tradizionale mediterraneo inseparabile dalla coltivazione del­
l ’olivo o del pomodoro, ma tutte e due queste piante vi sono state in­
trodotte: la prima nell’antichità, la seconda addirittura dopo il xv i se­
colo d .C . Allo stesso modo nell’immaginario collettivo i popoli nativi
dell’America sono legati all’uso del cavallo. Quest’ultimo è invece giunto
nel continente solo con la venuta degli europei. I popoli nomadi ameri­
cani lo hanno immediatamente fatto proprio, tanto che all’epoca della
colonizzazione del Far West nordamericano il cavallo era già una com­
ponente indissolubile della tradizionale locale.
Vi sono società, in ogni parte del mondo e in ogni epoca, che si sono
opposte all’innovazione per preferenze culturali o a causa del loro si­
stema sociale. In generale una società meno stratificata socialmente e
retta da principi autoritari è più impermeabile all’innovazione. Esempi
noti sono l ’abbandono della tecnologia della navigazione oceanica da
parte della Cina antica o della tecnica delle armi da fuoco da parte dei
giapponesi nel Seicento. Quest’ultimo caso fu dovuto alla resistenza del
gruppo dominante dei samurai, che consideravano un attacco alla loro
casta lo stravolgimento delle pratiche militari. In ambedue le situazioni
per impedire il diffondersi delle innovazioni sono stati necessari poteri
statali forti che, proprio per l’impossibilità di evolversi, sono destinati
alla sconfitta nel lungo periodo.
In generale, nella storia, in presenza di gruppi sociali diversificati ve
ne è sempre uno capace di accogliere il processo innovativo, cosa che gli
conferisce un vantaggio e una forza diffusiva rispetto agli altri. La tec­
nologia appropriata si sviluppa in vaste aree con risorse differenziate,
abitate da popolazioni numerose, divise in gruppi in competizione tra
loro, in cui si creano potenziali innovatori o diffusori di innovazione. 263
La conoscenza locale progredisce per accumulo di esperienze e la tradi­
zione si perpetua proprio quando è costantemente capace di incorporare
Tinnovazione.
Si può quindi parlare di una continua costruzione della tradizione. Il
processo opera selezionando, filtrando e accettando le innovazioni at­
traverso tutto il complesso di valori e concezioni della struttura sociale.
Quando questa è culturalmente, socialmente ed economicamente solida,
la dinamica è possibile. Solo una grande sicurezza e indipendenza cul­
turale permettono di guidare il difficile processo di incorporare l ’inno­
vazione senza esserne travolti. Quando, invece, il sistema di valori e di
saperi sociali è destabilizzato dalla dipendenza economica e culturale,
non è più in grado di operare la selezione critica e l ’adozione al proprio
interno delle trasformazioni necessarie a progredire. Le conoscenze lo­
cali si fossilizzano e sono destinate a scomparire sotto il peso di mo­
dernizzazioni distruttive. In questo processo le condizioni economiche
hanno un ruolo determinante. Il sistema delle conoscenze tradizionali
costituisce la mediazione culturale e tecnologica attraverso la quale una
visione del mondo diventa pratica sociale, gestione dell’ambiente e ga­
ranzia alimentare e produttiva. Quando condizioni o aspettative eco­
nomiche non sono più assicurate, il sistema conoscitivo tradizionale è
sottoposto a pressioni dissolutive. Una intera concezione del mondo
viene messa in crisi e con essa i legami familiari, il ruolo determinante
di categorie sociali portatrici delle tradizioni come i vecchi e le donne.
Con l’emigrazione, il trasferimento dalle aree di habitat tradizionale a
nuovi agglomerati urbani, il rapido abbandono di quote di popolazione
del settore agricolo, la conservazione e la trasmissione delle conoscenze
vengono interrotte. Questi fenomeni sono, quindi, indicatori socioeco­
nomici utili alla valutazione della perdita di conoscenze tradizionali. Al
contrario condizioni di benessere favoriscono la coesione sociale e la fi­
ducia nella identità culturale e permettono la salvaguardia di sistemi tra­
dizionali attraverso la garanzia di un’alta remunerazione del lavoro ne­
cessario al mantenimento degli stessi. Questo spiega l’apparente paradosso
di paesi ricchi come la Svizzera che, come nella regione del Vallese,
hanno saputo mantenere alti livelli di tecniche tradizionali, riuscendo a
retribuire gli sforzi necessari con una grande valorizzazione del prodotto.
Si può quindi affermare che la tradizione è una caratteristica della «mo­
dernità di successo», capace da questa di trarre benefici e valori.
In situazioni geografiche simili a quelle svizzere, ma in paesi medi-
terranei, le stesse pratiche sono state abbandonate, perché queste so­
cietà subiscono in modo più dirompente gli effetti culturali della mo­
dernità. E il caso del Piemonte, della Valle d ’Aosta e dell’Alto Adige in
Italia, o di regioni montane della Francia dove esistevano tecniche si­
mili ai bisse, chiamate ru, ma che sono state completamente tralasciate,
innescando il degrado ambientale, le frane e la perdita delle qualità este­
tiche del paesaggio. E il destino di gran parte dell’ambiente rurale, Bisse
tranne i casi in cui si è salvaguardato, come si è detto per la Toscana, la
Loira e altre regioni, solo grazie alla presenza di forti qualità storico-cul­
turali e per l ’alta remunerazione raggiunta dai prodotti agricoli.
212,213 In Liguria, dove nella regione delle Cinque Terre esiste uno dei più
estesi sistemi di pendio terrazzato del Mediterraneo, questa pratica tra-
C in q u e T e r r e (L ig u ria ). L a ste ssa im m a g in e p re sa n el 1 9 4 0 (in alto) e ai g io rn i n o s tri (in b a sso ) m o stra la s itu a z io n e d i d e g ra d o d el
p en d io , d o v u ta alle c o stru z io n i e a ll’ a b b a n d o n o d e l sistem a d e i te rra z z a m e n ti. Il p a rc o d elle C in q u e T e r r e , isc r itto n ella lis ta d e l P a tr i­
m o n io m o n d ia le U n e sc o , sta o ra sp rim e n ta n d o p ra tic h e in n o v a tiv e p e r il re c u p e ro d e lle te c n ic h e e d e i s iste m i tra d iz io n a li.
dizionale che protegge i suoli e capta e canalizza le acque, si è perpetuata
attraverso una meccanizzazione agricola innovativa. La difficoltà del la­
voro agricolo sui terrazzamenti è dovuta ai faticosi sistemi di trasporto
effettuabili solo a piedi. Nella tradizione esistevano tecniche di trasporto
tramite slitte tirate in alto con delle corde. G ià all’inizio del Novecento
2 14 sono state sostituite con cremagliere su binari meccanici. La stessa tec­ Terrazzamenti
nica è oggi riproposta con sistemi innovativi che permettono di ascen­
dere il pendio senza disturbare il paesaggio e l’ecosistema. Questa solu­
zione ha salvaguardato l ’ambiente straordinario delle Cinque Terre, ma
non si è diffusa in altre situazioni analoghe dove, specialmente nel sud
d ’Italia, l’abbandono per difficoltà di lavorazione del patrimonio mille­
nario di pendìi terrazzati innesca fenomeni di frane e degrado dei suoli.
Complessivamente nel Mediterraneo solo nei settori dove è stato rea­
lizzato un cospicuo investimento culturale le conoscenze tradizionali sono
riuscite a persistere, amalgamandosi con l ’innovazione tecnologica ed eco­
nomica di successo. Se per la Svizzera questo impegno è stato operato
nelle aree rurali, nel resto dei paesi europei ha riguardato soprattutto il
patrimonio urbano storico e monumentale. La persistenza in Europa di
abitazioni storiche medievali è dovuta al fatto che queste architetture
sono state restaurate e adeguate con i servizi igienici necessari alla vita
moderna. Quanto più questa operazione è fatta nel rispetto della tradi­
zione e dell’autenticità, tanto più implica capacità innovative avanzate e
crea incremento di valore e ricadute economiche. La stessa considera­
zione è valida per gli interi centri storici che, quando non hanno la pos­
sibilità di incorporare le innovazioni necessarie al loro funzionamento,
sono condannati al deperimento e all’abbandono. E questo il caso dei
centri storici tradizionali del sud d ’Italia e del Maghreb. Essi costitui­
scono un modello insediativo denso e concentrato, tipico del sistema di Città-giardino
organizzazione mediterraneo, funzionante in stretto rapporto con il pae­
saggio agrario rispetto al quale fungono da granai, empori commerciali e
centri di organizzazione dei servizi. La crisi dell’agricoltura tradizionale
è proceduta di pari passo all’esodo da questi centri che, situati in gene­
rale nelle aree impervie e montane, con le loro architetture tradizionali,
i sistemi di raccolta dell’acqua e le tecniche di protezione dei suoli co­
stituivano presidi territoriali capaci di contrastare il degrado dei suoli. Integrazione
I sistemi collinari e di pendio sono una componente fondamentale del­ città-campagna
l ’ambiente tradizionale europeo e mediterraneo. Furono nel tempo ge­
stiti con tecniche di organizzazione dello spazio appropriate, quali i ter­
razzamenti, i drenaggi, le prese d ’acqua, la captazione e conservazione
delle piogge, il risparmio di aree per la foresta e il pascolo. La moder­
nità ha determinato l ’abbandono di questi luoghi e degli antichi percorsi
di crinale per preferire le grandi pianure e i litorali. Potenti mezzi mec­
canici hanno permesso di trasformare sistemi ecologici considerati mar­
Uso integrato di
ginali, ma fondamentali per il biosistema come le paludi, i luoghi car­ captazione, raccolta
sici, le dune costiere, e di aggredire gli stessi pendìi con trasformazioni e distribuzione
dell’acqua
agricole incapaci di garantire la conservazione e il rinnovo dei suoli. Il
risultato è l ’esodo dall’entroterra con desertificazione, perdita di qua­
lità culturale e di biodiversità.
G li stessi processi, acceleratisi negli ultimi cinquant’anni in Europa e
266 nel Mediterraneo, sono ora in corso in tutto il mondo con l ’avanzare
della industrializzazione. I paesi africani, asiatici e del Sud America, per
la loro estensione, variabilità ambientale e geografica, diversità cultu­
rale ed ecologica, persistenza di comunità tradizionali, costituiscono i
grandi serbatoi di conoscenza locale. Ma il grado di stabilità delle tec­
niche tradizionali è molto vario. Nei paesi meno industrializzati la causa
principale della scomparsa delle tecniche tradizionali è la povertà. Una
povertà creata dallo sviluppo improvviso di nuovi bisogni e modelli che
hanno depauperato le risorse locali. Le popolazioni diventano comple­
tamente dipendenti da soluzioni e aiuti che li portano a negare il loro
passato, a imboccare percorsi contrari alla loro cultura, determinando
l’aggravamento della povertà (Tirfe Mammo, 1999). Quest’ultima, a sua
volta, provoca l ’ulteriore abbandono delle tecniche tradizionali e nuovo
degrado ambientale. Ad esempio si accusa solitamente la pratica di cu­
cinare con combustibili tradizionali come responsabile del disbosca­
mento e della distruzione del manto vegetale in molti paesi del Sahel.
Ma, nella tradizione, in una situazione non di povertà, venivano usati
combustibili realizzati con gli escrementi di animali o si tagliavano solo

JÉ- I
le parti secche e i rami degli alberi, che venivano rispettati e protetti da
una simbologia sacra. E solo in una situazione di penuria economica e
di scadimento dei valori culturali, con l ’inurbamento massiccio, la scom­
Beni tabù Taglia e brucia
parsa del ciclo integrato di coltivazione e di allevamento, che si sono ab­ e regolamenti di
bandonate queste pratiche. L ’estrema povertà ha determinato l ’aggres­ accesso alle risorse

sione e il depauperamento delle risorse una volta sapientemente gestite


e accentuato il degrado dei suoli in una spirale negativa sempre crescente.
Perciò proprio nei paesi più poveri si manifesta la massima perdita di
conoscenze tradizionali, mentre nella stessa Asia e Africa e Sud Ame­
rica aree di migliori condizioni di benessere si identificano con quelle di T

1 \

■--'—
zzi

1
a A

più alta qualità e persistenza delle tradizioni. Per lo stesso motivo in Isolamento di muri Abitazioni
con argilla e paglia in terra cruda
Olanda, Inghilterra e Irlanda si perpetuano tecniche tradizionali di co­
2I5 pertura delle abitazioni con tetti di paglia, appropriati al risparmio di
energia, mentre in Africa la capanna tradizionale è abbandonata per co­
struzioni in cemento e tetti in lamiera ondulata. In modo analogo in C a­
lifornia si costruiscono abitazioni di pregio in terra cruda e nel sud d ’Ita­
lia e nella Loira, in Francia, le abitazioni nelle grotte divengono oggi le
Ipogei e giardini
più apprezzate e costose. pensili
Tuttavia pratiche significative di successo delle tecniche tradizionali
192-95 sono in corso anche nei paesi meno industrializzati. In Cina, come si è
visto, è stata effettuata su grandissima scala la lotta contro l ’invasione
dei suoli dalle sabbie, utilizzando le tecniche tradizionali di conteni­
mento con barriere vegetali. In Madagascar, in Perù e in Indonesia si
conducono esperienze di successo nella riorganizzazione dei sistemi di Ostacoli per
smorzare il vento
terrazzamento. In Namibia e in Israele sono applicate tecniche tradi­ o deviare le sabbie
zionali per la creazione dei suoli nel deserto e la condensazione di acqua
atmosferica. In Brasile e Sri Lanka sono utilizzate con enormi vantaggi
in nuove costruzioni tecniche tradizionali di raccolta dell’acqua piovana.
Una nuova vitalità ritrovano le pratiche di cooperazione sociale che
nella tradizione assicurano la gestione comune di intere aree territoriali,
il lavoro volontario per realizzare durante le feste opere di interesse co­ Terrazzamenti
&
Uso integrato di
'

mune, o l ’aiuto reciproco per sostenere famiglie o individui nei momenti captazione, raccolta
e distribuzione
268 necessari (costruzione della casa, lavori agricoli straordinari ecc.). In dell’acqua
2 I5 ; Mauritania sono state condotte esperienze di successo coinvolgendo le
Irlanda, abitazioni tradizionali
dal tetto di paglia utilizzate
donne in cooperative di distribuzione dell’acqua. Si moltiplicano i casi
rer il conforto clim atico e come di società di prestito autogestito a tasso zero o pratiche innovative di
t - e n r o d i distinzione e prestigio. forme di solidarietà reciproca come le banche del tempo (prestito vo­
lontario di servizi) o l ’aiuto collettivo per chi vuole intraprendere un’at­
tività o forme di solidarietà sociale nella costruzione di abitazioni come
Habitat for Humanity negli Stati Uniti.
Significativo rispetto alla persistenza del ciclo tradizionale integrato
è il caso della valle dell’ Hadramaut nello Yem en meridionale. Qui si 373.386
perpetuano le antiche conoscenze per realizzare il complesso sistema di
città di terra cruda lungo il corso arido del wadi, trasformato in una valle
ricca di vita e di coltivazioni. L ’Hadramaut è stato reso fertile grazie ai
i zelle acque Ciclo integrato rifiuti organici degli abitanti stessi ed è irrigato con un complesso sistema
di rifiuti organici
di diversione e conservazione delle piene. Ogni famiglia può abitare in
elaborate architetture, perché il basso costo dei materiali e la coopera­
zione sociale permettono a tutti di realizzare splendide costruzioni. Le
abitazioni e l ’intera planimetria urbana sono sapientemente organizzate 346,347
per essere funzionali alla raccolta degli escrementi umani indispensabili
alla fertilizzazione dei giardini. A questo scopo il gabinetto a due vie,
una per i solidi e una per i liquidi, è in uso dai tempi antichissimi in­
sieme ad accurate organizzazioni degli edifici e delle strade per il cor­
retto controllo e raccolta degli scarichi. Questo tipo di gabinetto è oggi
prodotto con ceramica moderna in Svezia per attrezzare nuovi quartieri 387.388
vegetale e rifiuti basati sulla sostenibilità.
N ell’Hadramaut il sistema complessivo mantiene ancora vitalità e qua­
lità, ma è fragile rispetto alla modernità. L ’introduzione di nuovi mate­
riali come il cemento fa aumentare i costi, crea nuovi bisogni e povertà.
Si spezza il circuito integrato che unisce le città di terra cruda, realiz­
zate con lo stesso humus creato dall’irrigazione e dagli escrementi ur­
bani e i campi coltivati. Le trasformazioni nelle pratiche agricole deter­
minano l ’abbandono delle tecniche di coltivazione su piccole particelle
di terreno e la crisi del sistema di captazione e distribuzione idrica. L ’an­
tico sistema di diversione delle piene e indirizzo del limo nei giardini
con stoccaggio dell’acqua negli stessi sedimenti sotterranei rischia di es­
sere sostituito da reti idriche moderne che impongono l ’uso di dighe e
bacini a cielo aperto e la fertilizzazione chimica del terreno. La valle,
non più sottoposta alla manutenzione millenaria, rischia di tornare alla
sterilità del deserto. Solo la salvaguardia delle tradizioni abitative e agri­
cole potrà salvare il wadi Hadramaut. A questo scopo è necessario con­
ferire dignità e valore alle conoscenze locali, ma anche procedere alle in­
novazioni necessarie per ottenere la remunerazione massima dei prodotti
ottenuti attraverso l ’antico ciclo ecologico urbano e rurale; In questo
caso le occasioni offerte dal commercio elettronico possono fornire nuove
opportunità di presenza e valorizzazione sui mercati internazionali dei
prodotti altamente biologici dell’Hadramaut. La conoscenza tradizio­
nale, incorporando la Nuova Economia, può permettere ai paesi di su­
perare la fase dell’economia industriale ed evitare i danni ambientali che
questa comporta, per imboccare direttamente la dimensione dello svi­
luppo umano sostenibile.

I l futuro della tradizione

G li esempi riportati contraddicono la nozione generalmente accettata


che le culture basate sulle tecniche di captazione e distribuzione secondo
il modello di società idraulica elaborato da Karl August W ittfogel negli
anni cinquanta debbano essere contrassegnate dal dispotismo e dal di­
rigismo statale (Wittfogel, 1957). Questo è vero per i grandi imperi sorti
intorno a imponenti risorse idriche come quelle dei corsi dei fiumi della
Cina, dell’India e dell’Egitto. Qui le grandi opere necessarie per cana­
lizzare e gestire la risorsa determinarono la creazione di un sistema am­
ministrativo e militare diretto da un potere autoritario. Le caratteristi­
che del modello idraulico sono la centralizzazione della sovranità, le vaste
dimensioni territoriali strutturate da un importante bacino idrografico
e l ’esistenza di una numerosa popolazione. In architettura fa riscontro
la costruzione di opere gigantesche, imperniate sulla concezione sim­
metrica, la chiarezza costruttiva, la forte carica di rappresentatività e
l ’uso di masse di lavoratori centralmente guidati e organizzati. In urba­
nistica prevale il sistema pianificato con gli assi intersecantisi di tipo ip-
podameo, caratteristico delle città fondate da un sovrano o frutto di una
decisione coloniale. Le abitazioni tendono a una similarità esteriore per
nascondere il benessere economico all’invidia del potere unico, ma na­
scondono all’interno il lusso e le decorazioni e su di esse troneggia sem­
270 pre il palazzo dominante. Il modello economico-sociale è quello di
un’espansione crescente, sostenuta da un massiccio sviluppo demogra­
fico innescato dal potenziale agricolo e mantenuto da una politica di con­
quista imperiale, da redditi provenienti dallo sfruttamento di ingenti
quantità di lavoratori e dal dispendio delle risorse in monumenti o nelle
guerre. Le conseguenze nel lungo periodo sono l’ipertrofia della popo­
lazione e del territorio, l ’autoritarismo, la centralizzazione statale e la
distruzione crescente dell’ambiente fino alla catastrofe ecologica.
A i margini dei grandi imperi sopravvivono società che hanno scelto
zone impervie e difficilmente appetibili per trasformarle in situazioni di
esistenza autosufficienti. Queste comunità autopoietiche utilizzano
l’esperienza accumulata del sapere tradizionale e divengono centri di in­
novazione per l ’amplificazione e l’uso appropriato delle risorse locali.
Comunità
autopoietiche L ’economia agricola, con irrigazione su piccola scala e i conseguenti la­
vori di organizzazione dello spazio come i terrazzamenti, le recinzioni
a secco e lo spianamento del terreno, dà luogo a nuclei di piccoli pro­
prietari in possesso degli animali e degli strumenti di produzione. L ’ar­
chitettura è basata sulla fusione degli ambienti strutturati a partire dall’in­
terno verso l’esterno come nell’organizzazione di un sistema di grotte. La
concezione del mondo è basata sulla non separazione tra tecnica, arte e
simbolo nella creazione di uno spazio globale denso e saturo di signifi­
cati, in cui individuo e società, natura e storia sono unificati.
L ’arte preistorica delle caverne è una testimonianza di questo modo
di percepire lo spazio e viverlo. Le pitture creano una visione globale in
cui le dimensioni superficie, volume e tempo non sono separate. Risul­
tano distribuite sulla parete in modo continuo, integrando nella rap­
presentazione tutte le caratteristiche, le gibbosità e le anomalie del sub­
Monumenti e arte strato. Si assommano sovrapponendosi con forme e stili diversi per
periodi lunghissimi. Il loro uso era allo stesso tempo estetico, simbolico
e utilitario. Attraverso l ’arte, il simbolo e l’iniziazione si crea l’identità e
la coesione del gruppo e si tramandano le conoscenze.
Questa logica, che possiamo definire nomade e polidirezionale, si ri­
trova nell’organizzazione urbana delle società su piccola scala basata
sull’equivalenza delle direzioni: non univoca ma polivalente, non piani­
ficata ma spontanea, non decisa autoritariamente ma stratificata nel
tempo. Lo spazio, dalla trama coinvolgente e labirintica, comunica di­
sorientamento e sensazioni caotiche, ma è retto da principi precisi. L ’in­
sieme non è abbracciabile da una posizione dominante, come un monu­
mento o lo sguardo del sovrano, ma va scoperto gradualmente ed è
fruibile dall’interno delle singole cellule autonome.
A sua volta, l ’organizzazione sociale è formata da collettività auto­
nomamente gestite, fondate sull’uso dei rari mezzi localmente disponi­
Forme di solidarietà
bili regolati da autorità familiari, religiose o consuetudinarie, e dirette
sociale dall’assemblea di uguali. E questo il modo con cui si amministravano le
popolazioni berbere in Cabilia, molte società a carattere tradizionale e
le comunità basate su patti idrici. Le tecnologie usano le pratiche arcai­
che di controllo dell’acqua su piccola scala come le strutture di percola­
zione capillare nelle caverne, le fosse, le cisterne, e le sviluppano in opere
idrauliche più imponenti di cattura dei flussi e ripartizione delle piene,
Raccolta di acqua ma sempre gestibili attraverso la cooperazione di tutta la comunità. U ti­
piovana in pozze
e cisterne lizzano i metodi di raccolta sui pendìi, gli impluvi e creano dispositivi,
a volte difficilmente riconoscibili, capaci di trarre umidità dall’atmo- [
sfera sia per produrre acqua bevibile sia per irrorare le piante. Vere e
proprie sorgenti artificiali aeree alimentano sistemi di habitat frutto di |
una sapienza ambientale basata suWidrogenesi, la creazione di acqua.
Queste società evolvono in ecosistemi più complessi fondati sull’uso
delle risorse locali, ma che assumono una scala dimensionale più ampia Idrogenesi
e precipitazioni
sfruttando la loro posizione per controllare vie commerciali e canaliz­ occulte
zare ingenti redditi economici. A Petra, a M arib, nelle città oasi del
Sahara come Ghardaia, anche nelle antiche capitali dell’Età del Bronzo
10 sforzo sempre crescente per i lavori di organizzazione dello spazio era
retto dai vantaggi economici assicurati dal ruolo assunto in un’econo­
mia internazionale di scambi: le carovaniere dell’oro nel Sahara, la via
dell’incenso nell’Arabia, quella della seta in Palestina e nell’Oriente.
L ’accettazione da parte della comunità dei compiti necessari per il man­
tenimento delle posizioni geografiche è basata su delicati equilibri: am­
bientali, economici e culturali. L ’insieme determina una concezione uni­
taria del mondo e dei valori, nella quale, quando anche un solo anello si
interrompe, tutto il sistema è destinato a crollare. Se l’equilibrio tra ri­
sorse, loro uso produttivo, concezione del mondo, faticosamente mante­
nuto nei secoli, si distrugge, l’ecosistema urbano collassa innescando il
degrado di intere aree territoriali. Nel bacino mediterraneo, nelle sue
isole e penisole, in Siria, Libano, Mesopotamia, Palestina, Arabia e Nord
Africa, i luoghi delle più antiche civiltà, dove gli scavi archeologici rive­
lano città una volta circondate da una natura rigogliosa, ricche di campi
e giardini fiorenti, risultano ora abbandonati e seppelliti dalle sabbie. La
crisi idrica dovuta all’abbandono delle tecniche appropriate di gestione
dell’acqua e dei suoli innesca il processo di degrado territoriale e di de­
sertificazione che ha avuto una progressione a partire da 3000 anni fa; si
è accentuato con l ’era industriale, ma ha raggiunto dimensioni catastro­
fiche solo negli ultimi cinquant’anni. In questo periodo nuovi valori di
efficacia immediata ed enormi capacità di trasformazione della natura
mettono in crisi gli equilibri basati sul timoroso rispetto per l’ambiente.
11 degrado, infatti, non è dovuto a cause naturali e climatiche, ma alla pres­
sione indiscriminata operata sulle risorse naturali. I modelli di esistenza,
di produzione e di consumo, che hanno sostituito gli assetti tradizionali
nei paesi avanzati, determinano l’esaurimento totale delle risorse locali,
alimentando la crescita ipertrofica delle aree sviluppate tramite il ricorso
massiccio a energie convogliate esternamente, prima dall’hinterland, poi
da zone sempre più lontane. Si allarga così la distruzione del patrimonio
vegetale e paesistico e si interrompe la catena millenaria di trasmissione
attraverso le generazioni di conoscenze appropriate all’ambiente. La loro
scomparsa provoca la fine delle capacità di manutenzione e di governo
dello spazio a cui dobbiamo l ’assetto armonioso di territori esemplari
come paesaggi creati dal lavoro e dalla cultura.
Le conoscenze, tuttavia, non sono perdute del tutto. Vivono nelle po­
polazioni in aree apparentemente arretrate o negli interstizi della società
avanzata e nei luoghi conservati per il loro valore culturale. Esse costi­
tuiscono una grande potenzialità, perché il saper fare locale, affinatosi
proprio nelle condizioni ambientali più dure, e l ’esistenza di strutture
272 antiche intatte sono un patrimonio prezioso su cui basare la realizza-
zione di nuovi modelli di sostenibilità. G li insediamenti storici, i pae­
saggi tradizionali, le conoscenze locali offrono soluzioni che vanno sal­
vaguardate e possono essere riproposte, adattate e rinnovate con il
concorso della tecnologia moderna. Non si tratta di riapplicare o tra­
sformare le singole procedure, ma di cogliere la logica di quei modelli
che hanno permesso alle società di compiere balzi positivi di status e di
effettuare realizzazioni tecniche, artistiche e architettoniche fonda-
mentali nella storia delle culture. Cognizioni del passato più antico pos­
sono guidare la fondazione di nuovi paradigmi tecnologici: la capacità
di valorizzare le risorse interne e di gestirle localmente; la polivalenza e
la compenetrazione tra valori tecnici, etici ed estetici; la produzione non
finalizzata a se stessa, ma orientata al benessere della collettività e fon­
data sul principio che ogni attività debba alimentarne un’altra senza
scarti e rifiuti; l ’uso delle energie basato su cicli che si rinnovano conti­
nuamente.
Nel sud dell’Italia centri tradizionali come Matera, completamente
svuotati degli abitanti negli anni cinquanta e sessanta perché conside­
rati sorpassati dalla modernità, sono ora restaurati e ripopolati riusando
le architetture tradizionali costruite con materiali locali a risparmio di
energia, recuperando acqua piovana nelle cisterne, riciclando i rifiuti. Il 374
processo di valorizzazione è stato innescato proprio dalla creazione di
un nuovo paradigma: interpretare luoghi considerati simbolo di povertà
e di miseria come spazi geniali e modelli per il futuro. Nelle gravine i
pendìi abbandonati, sconvolti dall’erosione e dal degrado dei suoli, sono 389-97
restaurati con il sistema dei muri a secco e dei terrazzi. G li interventi
ad alta intensità di occupazione recuperano il sapere antico e attuano il
consolidamento dei versanti realizzando nello stesso tempo una zona di
giardini di piacere per la popolazione e un richiamo culturale. Questi
progetti diventano attrazioni turistiche con benefici aggiuntivi per la
popolazione. I sistemi tradizionali hanno infatti un interesse archeolo­
gico, storico, antropologico, e questo aspetto aggiunge loro un valore
culturale di richiamo che permette economie ulteriori. Il processo è
estendibile in tutto il Mediterraneo, dalle kasbah e le medina del Nord
Africa ai sistemi tradizionali del Medio Oriente.
La logica delle conoscenze tradizionali e degli ecosistemi urbani in­
dica un nuovo modello di gestione ambientale per combattere la deser- 375
tificazione e il degrado dei suoli, un modello basato sull’autopoiesi,
l ’omeostasi e lo sviluppo autosostenibile. In effetti il modello attuale di
agricoltura e allevamento industriali è giunto a una condizione di inso­
stenibilità che ha del paradossale, determinando danni e scompensi sia
nei paesi occidentali che nel terzo mondo. La superproduzione dei paesi
ricchi, sorretta da possenti incentivi economici, invade i mercati con
merci altamente competitive rispetto ai prodotti tradizionali. In Occi­
dente le tecniche produttive provocano la distruzione del paesaggio agra­
rio e il continuo scadere della qualità con rischi sempre crescenti e ri-
percussioni sulla catena alimentare, come i ricorrenti fatti epidemici
dimostrano. Nei paesi terzi, dove un pollo allevato con i metodi tradi­
zionali è più caro di quello cresciuto in batteria in soli quaranta giorni
grazie agli ormoni e ai medicinali, l’invasione dei prodotti importati
rende fuori mercato la produzione locale. Questa viene così abbando- 273
nata e il paese diventa dipendente dagli aiuti alimentari. Sarebbe van­
taggioso per tutti abbassare la produttività occidentale a favore della
qualità tradizionale e permettere agli altri paesi di mantenere l’agricol­
tura e l ’allevamento locali.
Vanno sviluppate le seguenti idea guida: a) nelle zone rurali conside­
rare l ’agricoltura non un semplice sistema di produzione, ma un’azione
necessaria per la manutenzione del territorio; b) nelle aree urbane inte­
grare ambiente e città e attuare piani di azioni per la realizzazione dell’in­
sediamento umano autosostenibile e della gestione della città come eco­
sistema. I programmi devono vertere su azioni innovative nella gestione
delle risorse suolo, acqua ed energia. In particolare occorre: dare nuovi
indirizzi a quei finanziamenti che sono causa di distruzione di sapere lo­
cale, di incendi, di degrado dei suoli e di trasformazioni dannose del pae­
saggio; favorire e promuovere i sistemi tradizionali di produzione, di
raccolta e di distribuzione delle acque; favorire le pratiche tradizionali
nella organizzazione della produzione per cicli integrati; incentivare i
programmi di autopoiesi e sostenibilità del sistema urbano; promuovere
i sistemi di integrazione tra i segmenti del ciclo urbano (produzione, con­
sumo, rifiuti); favorire la partecipazione delle popolazioni, rivalutando
in particolare il ruolo degli anziani, delle donne, dei bambini e degli
strati marginali e organizzando reti territoriali tra i comuni, patti terri­
toriali, comunità di bacino, parchi.
Il sapere locale e l ’assetto tradizionale del territorio vanno riproposti
come tutela e conservazione della qualità del paesaggio tipico e in nuove
forme e soluzioni per attuare:
- un nuovo ruolo globale e riproponibile dei sistemi rurali tradizio­
nali finalizzati alla conservazione dei suoli e al risparmio delle risorse,
attività rese sostenibili grazie anche all’integrazione di altre economie
come il turismo culturale e di scoperta, l ’archeologia e la fruizione del­
l ’ambiente, con la conseguente proposta di riconversione in questa di­
rezione di metodi agricoli fattori di desertificazione e la rinaturizzazione
di aree stravolte dall’agricoltura industriale;
- nuovi cicli integrati di produzione, consumo e riciclo in area urbana,
con la valorizzazione dei centri antichi e il riuso di materiali e di tecni­
che costruttive tradizionali nelle nuove costruzioni, la proposizione di
nuovi quartieri basati sul risparmio e l ’uso appropriato delle risorse e la
rinaturizzazione e trasformazione ambientale di aree sottoposte alla de­
sertificazione urbana o industriale;
- programmi di nuova generazione di assetto territoriale che tengano
conto del valore estetico, culturale ed economico del paesaggio, inteso
come una qualità specifica formatasi nel corso di un rapporto millenario
tra l’umanità e la natura, con l’obiettivo del consolidamento del suo aspetto
attraverso la tipizzazione degli elementi caratterizzanti e la riproposizione
innovativa della logica tradizionale attraverso azioni di arricchimento dei
suoli, di ripascimento delle falde e di risparmio delle risorse.
Garantire un futuro alla tradizione non significa eliminare la capacità
creativa e innovativa. Infatti l ’innovazione appropriata di oggi è la tra­
dizione di domani. In questo studio sono state affrontate questioni ri­
feribili alla conoscenza storica e antropologica come il ricorrere di mo­
tivi comuni in società lontane e differenti. Si è indagato sull’origine delle

v
tecniche propendendo verso il primato della funzionalità nello spiegare
strutture fisiche e sociali senza negare il ruolo imprescindibile dello spi­
rito nell’affermazione, permanenza, memorizzazione e trasmissione delle
forme. E stata riscontrata l’influenza dell’ambiente nel continuo pro­
cesso di elaborazione e diffusione ed è emerso, nella incessante transu­
manza delle forme attraverso la storia e la geografia, il valore dell’arte,
del simbolo, della costruzione mitica e poetica come veicolo e modo spe­
cifico di conoscenza.
La creatività ludica, l ’osservazione imitativa, l ’elaborazione simbo­
lica ed estetica sono caratteristiche specifiche della nostra specie. Pro­
prio il dedicarsi ad attività non immediatamente legate alla sussistenza
ha dato risultati divenuti in seguito, in nuove e mutate condizioni, utiliz­
zabili concretamente. L ’importanza dell’impiego di tempo in opere prive
di una diretta ragione pratica si spiega poiché così si fonda la cultura.
L ’impegno comune di energie apparentemente improduttive crea l’ap­
partenenza al gruppo, la coesione sociale, l’identità. Attraverso questo
percorso si è realizzata la grande separazione dell’umanità dalla natura,
la sua particolarità. La propensione a quella che chiamiamo arte esiste,
forse, anche in altri animali e il germe doveva essere presente in omi­
nidi precedenti, ma è solo con i Sapiens Sapiens che essa si sviluppa pie­
namente e la nostra specie attua il balzo evolutivo rispetto agli altri nu­
clei. Dal punto di vista biologico quello che sorprende non è tanto la
differenziazione dei gruppi umani, ma la loro uniformità. Lo studio del
patrimonio genetico ha dimostrato come le discordanze siano minime
alla scala di tutto il pianeta, e infatti omogeneità e origini comuni si ri­
scontrano tra individui che appartengono a continenti distinti e hanno
anche caratteristiche morfologiche diverse, più facilmente che in per­
sone di uno stesso paese. Il dato è ancora più impressionante nel rap­
porto con i mammiferi a noi più vicini e con tutti gli altri animali: ab­
biamo la quasi totalità dei geni degli scimpanzé e il 90 per cento di quelli
di una specie di pesce. Facciamo parte quindi di una comune biosfera
del vivente. Il lungo percorso evolutivo è stato una coevoluzione realiz­
zata insieme all’ambiente e alle specie animali e vegetali. Con esse condi­
vidiamo i destini, ma con più pesanti responsabilità.
Se la differenza biologica è minima, le distinzioni tra i gruppi umani
e le capacità di successo di ciascuno di essi sono allora dovute a diver­
sità non biologiche, ma a fattori culturali. La capacità di elaborare co­
noscenze, ma soprattutto di condividerle e trasmetterle - è questa la cul­
tura - è stato l ’elemento decisivo. Così si crea la varietà delle società che
sapranno grazie a questa rispondere alle differenze ambientali e alle im­
prevedibilità della storia. Il recupero del sapere tradizionale è quindi un
impegno nella salvaguardia del bene raro e prezioso costituito dalla di­
versità culturale. Tuttavia la finalità della ricerca resta la sua carica pro­
positiva. Le conoscenze non sono inventariate per collocarle in un mu­
seo dei saperi perduti, ma per trarne nuova linfa, rinnovata forza
propulsiva per il progresso umano. La logica in esse insita è propria alle
più avanzate esperienze tecnologiche, quelle impegnate alle frontiere di
punta dell’avventura conoscitiva umana come la conquista del cosmo.
Una stazione spaziale produce la sua stessa energia, l ’acqua necessaria,
ricicla i rifiuti. Con questa stessa logica potranno essere colonizzati i pia- 275
neti secondo un modello di autosostenibilità indispensabile per la sussi­
stenza della stessa terra.
Considerazioni analoghe sono valide anche dal punto di vista sociale.
La desertificazione, come si è detto, è fisica, ma soprattutto culturale.
La perdita di conoscenze è dovuta alla dispersione accelerata e forzata
dei popoli sotto la spinta del bisogno, delle guerre e delle catastrofi eco­
logiche. Ma se nel passato questi processi avevano perlopiù cause natu­
rali, oggi il responsabile è la direzione presa dallo sviluppo nella logica
dell’espansione e dei profitti crescenti, dell’accaparramento e sfrutta­
mento delle risorse e dello stravolgimento degli ecosistemi e dei modi di
vita locali. E paradossale dovere constatare che i luoghi da noi conside­
rati eccezionali dal punto di vista naturale e culturale siano gli stessi af­
flitti dai più alti fenomeni di emigrazione. Se questi ambienti non rie­
scono a garantire la sussistenza con le risorse interne, significa che è il
modello globalmente imposto di utilizzo di quest’ultime a dovere essere
messo in discussione.
I limiti della pretesa occidentale di obbligare il mondo a uno sviluppo
valutato sull’espansione continua e conseguito tramite la distruzione
delle risorse naturali sono da tempo denunciati (Mit Club di Roma,
1972), costituiscono la base delle risoluzioni della Conferenza di Rio ri­
portate nell’Agenda 2 1 (Unced, 1992), sono in discussione da parte di
studiosi in campo economico, sociologico e ambientale (Sen, 1999; La-
touche, 1989; Cassano, 2 0 0 1; Brown, 19 9 1) e saranno l ’oggetto della
conferenza mondiale di Johannesburg nel 2002, che farà il punto sull’ap­
plicazione dell’Agenda 2 1 a dieci anni da Rio. La presunzione dell’Oc­
cidente è basata su un dominio realizzato fagocitando culture e cono­
scenze che avrebbero potuto affermare direzioni diverse, e su una
superiorità tecnico-scientifica frutto di appropriazioni materiali e cul­
turali dalle radici lontane. Jared Diamond (1997) ha ricostruito il pro­
cesso di espansione e di egemonia occidentale compiuto con la supre­
mazia delle armi e tramite la bomba infettiva propagata agli altri popoli
grazie alla carica batterica degli europei. Entrambi i primati, nella guerra
e nelle capacità immunitarie, sono la conseguenza della competitività e
della densità demografica e urbana raggiunta per le specificità geografi­
che, ecologiche e territoriali. Martin Bernal (1987-91) ha svelato come
il paradigma di valori della grecità, alla base dell’identità occidentale,
sia il risultato di una costruzione sette-ottocentesca e come il pensiero
classico abbia le sue radici nel mondo orientale e africano. Giovanni Se­
merano (2001) ha smantellato il luogo comune dell’origine indoeuropea
di tanti etimi delle lingue europee e dimostrato che i fondamenti della
filosofia occidentale poggiano su un malinteso.
A peiron , il termine che è alla base della concezione di Anassimandro,
è stato utilizzato da Platone e da Aristotele con il significato di «infi­
nito», e da questo concetto ha preso le mosse la costruzione del pensiero
occidentale. Con il destino umano proteso verso l’infinito la riforma re­
ligiosa di Lutero giustificherà i sacrifici terreni, lo stravolgimento natu­
rale e la supremazia sugli altri esseri viventi, fornendo la ragione etica
all’accumulazione capitalistica della rivoluzione industriale (Weber,
1905). Semerano spiega come il termine apeiron derivi dall’accadico, la
276 lingua parlata tra le antiche civiltà mesopotamiche negli scambi com­
merciali con gli egizi e diffusa fino alle comunità dravidiche, e abbia il
significato di «fango». Quindi, in sintonia con Talete che fece riferi­
mento all’acqua e gli altri filosofi della scuola ionica, Anassimandro ri­
portò l’origine di tutte le cose a un principio materiale, il fango, cioè un
miscuglio di acqua e terra. La riflessione più nota di Anassimandro, fe­
nicio dell’Asia Minore, è stata tradotta: « L ’uomo nasce òaSì infinito e
torna all’ infinito ». Se invece si legge apeiron attraverso l’accadico eperu,
corrispondente al semitico apar e come questo avente il significato di
«polvere», «fango», si ha una versione in cui si riafferma l ’umile con­
cezione conservata nell’esoterismo egizio, presente nelle civiltà del­
l ’Indo, diffusa nelle città di terra cruda della Mesopotamia e da queste
trasmessa alla stessa Bibbia: « L ’uomo nasce dal fango e torna nel fango».
L ’orgoglio occidentale si fonda allora su un errore concettuale che oc­
corre rovesciare per riportare l ’autostima umana sulla terra, in quel
fango, limo, humus o letame da cui derivano le civiltà, e ricondurla da
una superba pretesa di infinito alla semplice materialità di dipendenza
dai basilari elementi della natura.
Per appropriarsi delle risorse e delle energie l ’umanità ha combattuto
i suoi simili. I primi scontri avvennero per il fuoco che gruppi paleoli­
tici capaci di conservarlo, ma non di accenderlo, strappavano a un in­
cendio spontaneo e poi custodivano e trasportavano in braci oggetto di
feroci contese. Lotte armate sono poi avvenute per strappare ad altri la
terra. Oggi scoppiano già le guerre per l ’acqua, che sarà una delle mas­
sime cause di conflitto nei prossimi secoli. Tuttavia a un certo momento
qualcuno mostrò agli altri come accendere il fuoco. Da allora fu chiaro
a tutti che il fuoco è un processo, non una sostanza, di cui si può pre­
tendere il possesso. Così è per tutte le risorse della terra. Nel nostro rap­
porto con l ’ecosistema del pianeta siamo ancora allo stadio di inconsa­
pevolezza precedente quella grande scoperta paleolitica. Eppure la
risposta è davanti a tutti, nel viaggio straordinario che una piccola goc­
cia d ’acqua, diffusa e rara, nota e multiforme, semplice e responsabile
di equilibri planetari, inorganica e indispensabile a tutto il vivente, ci
racconta. L ’accaparramento è inutile, il conflitto non ha ragioni, la pe­
nuria può scomparire se comprendiamo che le risorse sono parte del con­
tinuo fluire della natura che sempre si trasforma e tutto riproduce: ac­
qua, terra, aria, fuoco, nel ciclo della vita, sono collegati.
Repertorio tipologico delle conoscenze tradizionali
AVVERTENZA

Il sistema delle conoscenze tradizionali e locali è ricostruito seguendo la consueta classi­


ficazione delle formazioni sociali adottata in archeologia e antropologia: cacciatori - racco­
glitori, coltivatori - allevatori, agropastori - utilizzatori di metalli. A queste tre categorie sono
aggiunte due sintesi superiori costituite da sistemi sociali tradizionali complessi di intensi­
ficazione e integrazione delle conoscenze: l ’oasi e l’ecosistema urbano. Le tecniche e le pra­
tiche delle diverse forme sociali, di norma di uso polivalente, sono classificate in base alla
funzione predominante.
I numeri tra parentesi quadre in coda alle didascalie rimandano alle pagine del testo cui
si riferiscono.
CACCIATORI - RACCOGLITORI

La mobilità è la caratteristica principale dei cacciatori-raccoglitori. Essa è resa


possibile da una conoscenza approfondita del territorio e della natura e in partico­
lare dei metodi di rinvenimento e di approvvigionamento d’acqua. Questo sapere,
frutto di esperienze verificate nel lungo periodo, è consolidato attraverso il suc­
cesso dei detentori, memorizzato tramite il pensiero simbolico e l’arte, trasmesso
nei racconti attraverso le generazioni. Esso, a partire dai più arcaici luoghi di ori­
gine in Africa, si diffonde nel mondo intero parallelamente all’espansione dei gruppi
umani. Il sistema di conoscenze dei cacciatori-raccoglitori rimane un substrato co­
mune a tutti i popoli, un substrato che muta, si evolve o si perde secondo le con­
dizioni ambientali e sociali. E, a volte, riemerge. Si spiegano così le analogie che
spesso si riscontrano nei miti, le tecniche e le forme tra genti e luoghi lontani.
Il sistema delle conoscenze tradizionali

G E S T IO N E SIL V IC O L T U R A F E R T IL IZ Z A Z IO N E LO TTA CO N TRO O R G A N IZ Z A Z IO N E ST R U M E N T I


D E L L ’A C Q U A A G R IC O L T U R A E IR R IG A Z IO N E L ’E R O S IO N E E P R A T IC H E A R C H IT E T T U R A
A LLEVAM EN TO D E I SU O LI S O C IA L I E N E R G IA

Stillicidio Beni tabù Bagnatura Argini e protezioni Grande nomadismo


e percolazione e regolamenti di per aspersione di legno migratorio
nelle grotte accesso alle risorse

Fertilizzazione con Pietre nei ruscelli Donne e conoscenza Strumenti e attrezzi


della vegetazione cadaveri di animali per diminuirne delle piante polifunzionali
di pietre spontanea l’irruenza

Piante-giardino Monumenti e arte Conservazione


di pietre trasportabili e trasporto
del fuoco

■s.-'à
Pozze, fossi Raccolta Nutrizione degli Raccolta di sale
e drenaggi e coltivazione animali e relazioni e conservazione
elementare di semi, simbiotiche e del cibo
insetti, larve totemiche

Trappole labirinto
2 i 6. L e conoscenze tradizionali dei cacciatori-raccoglitori.
2 1 7 . D iffu sio n e d ei cacciatori-raccoglitori e delle conoscenze tradizionali.

283
Dagli argini ai labirinti idraulici

Argini e superfici di raccolta d’acqua furono realizzati fino dai primi ominidi. Il dato non deve meravigliare.
Animali come i castori costruiscono dighe per il controllo idrico e, nel deserto, varie specie di mammiferi scavano
buche per facilitare la raccolta spontanea di acqua. L’umanità paleolitica raccolse l’acqua bevibile nelle caverne e
su lastricati di pietre. Creò sbarramenti e fossati per agevolare la vegetazione spontanea e la pratica della pesca.
Nelle steppe, le savane e i deserti lungo gli altopiani carsici o le pianure interfluviali, i gruppi umani sfruttavano
aree favorevoli ai margini di zone soggette ad alternanze di impaludamento e di siccità tramite tecniche di rego­
lazione dei flussi. Queste evolvono in imponenti sistemi di trappole funzionali alla pesca. Le forme labirintiche
riprodotte nei simbolici graffiti rupestri sono le stesse utilizzate nei recinti dove vengono sperimentate le prime
forme di addomesticamento. La raccolta di acqua è associata all’origine della spiritualità e dell’arte, come atte­
stano le rappresentazioni nelle caverne e il tumulo di E1 Guettar in Tunisia.

M an ufatti
p T ) T ravertino gf/j R esti ossei L<[J in selce
IÒTI C iottoli M an ufatti Laccature
; rii # J in calcare rosso ocra

2 18 . Isern ia L a Pineta (Isernia). R iliev o parziale della paleosuperficie. T ra 700 e 50 0 m ila anni fa. D a P eretto, 1 9 9 1 . [p. 37 ]
Scorrim ento
naturale

219. T rappola p er le anguille di


M oun t W illiam (Australia).
Paleolitico. D a Lourandos,
1980. [p. 41]

Cadi Je r a t (Algeria), incisione rupestre. Paleolitico sahariano. I personaggi, una donna e un uom o, hanno nelle m ani un enigm atico stru­
mento, probabilm ente una struttura di fibre vegetali utilizzata per intercettare le prede nei labirinti acquatici. L ’im m agine coglie l ’azione
ie lla cattura: il braccio sinistro regge lo strum ento che blocca il percorso dei pesci nel canale, il destro è pronto ad afferrare la preda, i
piedi non sono rappresentati perché im m ersi n ell’acqua. D a Lhote, 19 7 6 . [p. 43] 285

1
2 2 3 . Tumulo artificiale di E l G u ettar (Tunisia).
15 0 000 mila anni fa. D a una foto di G ru et, 19 55. [p. 3 y ]
COLTIVATORI - ALLEVATORI

La sedentarizzazione presuppone il controllo delle riserve d’acqua, esigenza che,


con il procedere dell’agricoltura e dell’allevamento, diventa fondamentale com­
portando tecniche di produzione e di gestione idrica. I diversi poli di neolitizza-
zione elaborano conoscenze adatte all’ambiente, che si diffondono sul territorio
grazie al successo sociale e alla crescita demografica. Le conoscenze si trasferiscono
anche senza invasioni e movimenti di popoli attraverso scambi, comunicazioni e
ibridazioni culturali. Il patrimonio innovativo è costituito dai prodotti della do­
mesticazione animale e vegetale, frutto della selezione operata nei luoghi di esi­
stenza delle specie originarie selvatiche. Prodotti e relative tecniche di gestione si
trasmettono quindi nelle aree non separate da barriere geografiche.
Il sistema delle conoscenze tradizionali

GESTIONE SILVICOLTURA FERTILIZZAZIONE LOTTA CONTRO ORGANIZZAZIONE STRUMENTI


DELL’ACQUA AGRICOLTURA E IRRIGAZIONE L’EROSIONE E PRATICHE ARCHITETTURA
ALLEVAMENTO DEI SUOLI SOCIALI ENERGIA

0
A a\
£

/)

m u tili. A *

Scavo e drenaggio Domesticazione Foraggio spontaneo Aie giardino Sedentarizzazione Capanne circolari
nelle miniere vegetale e animale e incendio di pietra
per migliorare
la rigenerazione

...a m *.!—
'L 4 n .

0 k Al
tir
i

///> i4 >
Raccolta di acqua Utilizzazione nelle ia e brucia Aratura Coltivazione Villaggi con fossati
piovana in pozze foreste di spazi e spargimento nomade e ipogei
e cisterne aperti per coltivare d’acqua

Ipogei a corte Giardini protetti Pratica elementare Terra fissata Diversificazione Abitazioni
di concimazione con il lavoro sociale in terra cruda
naturale

Scavo di grotte per Agricoltura edomita Irrigazione Utilizzo di residui Ricovero


intercettare l’acqua per ruscellamento per alimentare per gli animali e lo
e conservazione gli animali stoccaggio dei grani
dell’acqua nel suolo

>|Ö -
n
Condensazione Irrigazione per Nomadismo interno Isolamento di muri
di umidità riflusso delle piene alle abitazioni con argilla e paglia

Creazione
e riabilitazione
dei suoli

224 . Le conoscenze tradizionali d ei coltivatori-allevatori.


7000 a.C.

3000 a C. •.

“ai

^ 7 ii

Poli di dom esticazione Piante A nim ali D ata più antica

V icino O rien te G ran o , piselli, olivo Pecora, capra 8 500 a. C .


C in a R iso, miglio M aiale, baco da seta 7 5 0 0 a. C .
A m erica centrale M ais, fagioli, zucca Tacchino 3 5 0 0 a. C .
A nd e e A m azzonia P atata, m anioca Lam a, cavia 3 5 0 0 a. C .
S ta ti U n iti orientali G irasole 250 0 a. C .
Sahel Sorgo, riso africano G allin a faraona 30 0 0 a. C .
A fric a equatoriale Ignam e, palma 30 0 0 a. C .
Etiop ia C a ffè , te ff
N u o va G u in ea C anna da zucchero, banana 7000 a. C .
Sahara M iglio 6000 a. C .
M edio O rien te Palm a B ue 30 0 0 -30 0 0 a. C .
A rabia D rom edario 2000 a. C .
A sia centrale C avallo 2000 a. C .
« India G allo , elefante 10 0 0 a. C .
6 Egitto G atto 10 0 0 a. C .
* A fric a m editerranea A sino 2000 a. C .

Focolai originari d ell’agricoltura e dell ’ allevam ento.


Dalla cavità naturale agli ambienti ipogei

L’allargamento di cavità naturali è la prima forma di appropriazione e di creazione artificiale di uno spazio.
Nelle caverne dove si verifica lo stillicidio spontaneo dell’acqua si scava per seguire e meglio intercettare i flussi.
Oppure si ingrandiscono e approfondiscono inghiottitoi naturali, dotandoli di aperture sulla parete del pendio e
di cisterne di drenaggio e di raccolta. Nel Neolitico l’attività estrattiva nelle miniere di selce crea le prime corti a
pozzo fornite di gallerie radiali. Il modello si riproduce in dispositivi per la raccolta dell’acqua e nei sistemi abi­
tativi formati da ipogei a corte centrale. Gli ambienti di sviluppo di queste tecniche sono le zone carsiche secche
e gli altipiani calcarei, ma anche le pianure semiaride argillose e di loess. In queste ultime aree la facilità di scavo
rende possibili insediamenti molto estesi, il cui tipo abitativo si perpetua fino ai nostri giorni, come per esempio
in Cina nella zona del Loess. L’abitazione sotterranea offre vantaggi termici e permette il risparmio di suolo in
superficie. E questo il motivo della sua persistenza nella regione della Loira in Francia, dove l’alto valore dei suoli
coltivati con vitigni per la produzione di vini pregiati spiega la realizzazione di cave, cantine e abitazioni ipogee.

2 2 6 . D a lla c a v ità n atu rale alla g ro tta 2 2 7 . Ricostruzione d i una m iniera neolitica, alle origini delle cisterne a cam-
artific iale con cistern a a cam pana. pana e delle corti a pozzo, [p 66]
o
da
ibi-

:ee.

228. Planim etria di una m iniera neolitica. D al pozzo centrale a cielo aperto si diram ano i cunicoli ipogei, [p. 66]

229 . Il cisternale di T raversa nei pressi di A lberobello: veduta di insieme eseguita all’inizio del N ovecento. Sim ile ai «lagh i» di
Conversano, è una depressione in cui sono state scavate cisterne che intrappolano l ’acqua delle inondazioni, [pp. 66, 1 9 1 ]
2 30 . V icin ato ipogeo di M atera: a) sezione, b) pianta, [pp. 66, 202]

292
L'insediamento stabile: dall'abitazione circolare al villaggio

La forma circolare è l’architettura di più facile realizzazione, poiché la cortina muraria costituisce una strut-
: tra unica che si chiude e si sostiene su se stessa, senza formare angoli, che necessitano di specifiche soluzioni di
: mcatenamento e di puntello. Il basamento è spesso semipogeo e la muratura, nell’andamento a lobi e a meandri
7 nella consistenza massiccia, richiama le forme e l’inerzia termica delle realizzazioni scavate. Di pianta semicir-
. Lare sono i primi insediamenti stabili creati in situazioni di alternanza climatica, nelle quali i fossati dei villaggi
“ipondono a molteplici funzioni legate all’equilibrio idrico: drenano le acque nei momenti di pioggia e le conser-
rno per le stagioni secche; fungono da abbeveratoi e da fosse per la raccolta dei liquami e dei rifiuti utili per la
: : r.cimazione e fertilizzazione dei suoli; marcano simbolicamente i luoghi e rafforzano la coesione sociale, l’iden-
:i del gruppo e la propensione alla sedentarizzazione forgiatasi nel duro lavoro di realizzazione. L’abitazione è
: rmata da strutture capannicole sparse anche al di fuori dei perimetri e attrezzate con cisterne e fosse per i grani.
L espansione si fa con la moltiplicazione del modello. La costruzione dell’insediamento è allo stesso tempo strut-
azione del territorio. Sia materialmente che simbolicamente l’organizzazione del villaggio si identifica con quella
te_o spazio produttivo, con l’immagine, il funzionamento e l’ordine del mondo.
2 3 2 -3 3 . W oodhenge in G ra n Bretagna è un sito preistorico
caratterizzato da una grande casa rotonda lignea che
racchiude una corte centrale (figura in alto). U na
interpretazion e delle sue fu n zion i è resa possibile
Ma
dal raffro n to con l ’insediam ento pastorale eritreo
(figura a destra). E sso è form ato da: la grande tet­ "TMr*
toia d i tronchi (a b u r) destinata al riparo degli
arm enti; l ’abitazione (daza); il focolare esterno (ma);
il fossato per la raccolta d el letam e (h a d u f ).

^4 #

2 3 4 . T ip i d i villaggi neolitici. Il tracciato eviden zia il perim etro dei fossati.


G li ingressi hanno sem pre un orientam ento est-ovest. Spesso i peri­
m etri non si richiudono, assumendo form e a mezzaluna, o hanno ram i­
ficazioni, a dim ostrazione d ell’uso idrico e non d ifen sivo, [p. 62]
235- V illaggio neolitico di M u rgia T im on e (M atera). P erim etro d el fossato nel rilievo originale di
D om enico R id ola. [p. 63]

2 36 . R icostru zione del villaggio neolitico d i K òln -Lin denthal (Renania). L a separazione in più recinti
e m eandri è funzionale all’allevam ento del bestiam e e all’uso idroagricolo.

2 3 7 . R icostru zione del villaggio neolitico di Ban po (C inai. [p. 229] 295
Gli insediamenti protourbani: dall'abitazione quadrata
ai villaggi agglutinati

Architetture ortogonali preludono a organizzazioni urbane. La forma quadrata, risolti i problemi costruttivi
permette soluzioni diversificate e complesse e ha una maggiore potenzialità di evoluzione. Le abitazioni possono
estendersi e aggregarsi progressivamente tra loro senza spazi residuali. In suoli idromorfi, naturalmente impre
gnati d’acqua, o nei bacini interfluviali grandi agglomerati prosperano parallelamente allo sviluppo nel territorio
delle tecniche di sostegno dei terreni con cortine murarie continue, costruzione di piattaforme, argini e canali. S:
attua la separazione tra organizzazione dell’abitato e spazio rurale. Le forme agglutinate degli insediamenti ri
spondono a necessità costruttive, climatiche e difensive e sono altro dalla organizzazione agricola anche quando
i materiali, come nel caso degli insediamenti anatolici e sahariani, realizzati in terra cruda, sono perfettamente in­
tegrati nel paesaggio. Nella casa un preciso ordine simbolico è il custode della salvaguardia e della trasmissione
delle forme.

1 caratteristica form a a b . L e strut-


2 38 . Sito neolitico preceram ico di B eid a (G iordania). C ase a corridoio e com plesso con corte a g
ture avevano un probabile uso artigianale e pastorale, [p. 60]
239- Sito neolitico di Qatal H iiyu k (Anatolia): a , b ) planim etria e vista assonom etrica d ell’insediam ento; c) vista assonom etrica di santuario
dom estico della D ea M adre. N ella ricostruzione archeologica d ell’abitato è stata ipotizzata l ’assenza d i ingressi alle abitazioni (gli accessi
si sarebbero effettu ati dalle terrazze per m ezzo di scale). L a com parazione con gli insediam enti delle oasi (fig. 240) mostra la possibilità
di accessi p er stradine coperte. D a M ellaart, 19 6 7 . [p. 55]
31ГТТШП)
AGROPASTORI

Le cavalcature e i carri determinano una rinnovata mobilità, spinta dalla ricerca


di metalli. Le esperienze di scavo per l’estrazione mineraria e i nuovi attrezzi di
metallo facilitano le pratiche ipogee. Esigenze difensive moltiplicano i centri forti­
ficati, mentre le necessità di affermazione del rango e del clan danno impulso alla
diffusione delle strutture megalitiche, spesso edificazione in pietra di forme ca-
pannicole e strutture lignee. Murature per il contenimento dei suoli permetto l’uso
dei pendii e l’organizzazione dei crinali più impervi. Zone risparmiate dalle pre­
cedenti espansioni vengono sfruttate grazie all’economia pastorale e transumante
che organizza i percorsi dai crinali montani verso il mare. In situazioni impervie
si realizzano i terrazzamenti, nelle grandi capitali dei bacini interfluviali giardini
pensili. La tipologia a corte centrale determina vantaggi nell’aerazione, la clima­
tizzazione garantendo la sicurezza esterna. Si crea la possibilità di un impluvio per
la raccolta dell’acqua e, data l’introversione dell’abitazione con le finestrature ri­
volte all’interno, è possibile l’assemblaggio di case limitrofe in imponenti trame
urbane continue e compatte. Nuove possibilità si offrono alle tecniche di capta­
zione idrica, che si avvalgono delle esperienze di drenaggio e canalizzazione rea­
lizzate nelle miniere. La necessità di stabilire rotte commerciali marine e carova­
niere attraverso zone sprovviste di approvvigionamenti d’acqua naturali sviluppa
le conoscenze relative alla captazione atmosferica e capillare.
Il sistema delle conoscenze tradizionali
G E S T IO N E SIL V IC O L T U R A F E R T IL IZ Z A Z IO N E LO TTA CO N TRO O R G A N IZ Z A Z IO N E STRU M EN TI
D E L L ’A C Q U A A G R IC O L T U R A E IR R IG A Z IO N E L ’E R O S IO N E E P R A T IC H E A R C H IT E T T U R A
ALLEVAM EN TO D E I SU O LI S O C IA L I E N E R G IA

Convogliamento e Muri a secco Dispositivi per la Specie vegetali Nomadismo Monumenti


regimazione delle creazione di humus per contrastare transumante megalitici (tholos,
piogge lungo i pendìi l’erosione trulli, specchie,
cisterne, ovili)

Conservazione Uliveti terrazzati Prese di acqua Spargimento Clan familiari Terrazzamenti


di acqua in e fortificati e canalizzazioni di stallatico
giare cisterna per irrigare i pendìi per protezione
e antievaporazione

Tumuli Agricoltura Compost con Complessi


e allineamenti nabatea e sabea escrementi, cenere sotterranei
di pietre e vegetali

Cisterne a campana Sbarramenti con Indirizzo di letame, Captazione


dighe interrate catavotre, Orcomeno di energia e risorse

Idrogenesi Prese d ’acqua e


e precipitazioni creazione di giardini
occulte ai lati dell’alveo

Cisterne a tetto

2 4 1 . L e conoscenze tradizionali degli agropastori.

Massa muraria per


captare l’umidità
Dispositivi di captazione e conservazione dell'acqua

Ogni roccia o massa muraria ha una funzione di produzione idrica e di protezione dei suoli. La differente iner­
zia termica con l’atmosfera crea superfici più fredde che determinano la condensazione. Le pareti intercettano i
venti e l’umidità. Gli interstizi fra i blocchi e la porosità della roccia trattengono l’acqua. L’ombra la protegge
dall’evaporazione. I massi impediscono lo smantellamento dei suoli e facilitano la formazione di humus. Man­
tengono le qualità idromorfe del terreno e agiscono da termoregolatori ed equilibratori di umidità sia in situazioni
aride che in condizioni di freddo intenso, dove permettono l’esistenza di acqua nel suolo nella forma liquida, uti­
lizzabile dalle piante, impedendo la formazione di ghiaccio. Sfruttando queste caratteristiche si sono sviluppare
nelle zone aride una serie di tecniche, che dai semplici allineamenti di pietre, tumuli a mezzaluna e muri a secce
evolvono in complessi dispositivi di doppie cortine murarie provviste di cisterne di raccolta. In situazioni in cui
le precipitazioni sono presenti sia pure in forma sporadica, a questi dispositivi sono associate le superfici per la cap­
tazione delle acque di pioggia che evolvono in architetture a terrazza o a corte organizzate a questo scopo.

2 4 5 . H arrah . [p. 96] 246. Tum ulo e specchia, [pp. n o , 1 1 5 ]


2 5 1 . P ian ta della struttura scavata nel sito archeologico d i Shabw a
(Yem en) con il d isp ositivo del m ahfid. m -n m illennio a . C . D a
P irenne, 19 7 7 . [p. 10 4]
1 . T erraz2a di captazione delle piogge
2. G ron d e a parete
3. C analetta d i raccolta p er la cisterna sot­
terranea e scale per accedere al m a'had,
la sala di abluzione

2 5 2 . Piccola m oschea nello Y em en , [p. 96]

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r . Strad a coperta
2. Ingresso a gom ito
3 . C o rte centrale
3a. Pozzo di luce
4. C am era
5 . T errazza

2 5 3 . A bitazio ne a corte di terra cruda del Sahara algerino: a) pianta


del piano terra, b) pianta del prim o p iano, c) p ian ta della ter­
304 razza, d ) sezione.
Dalla capanna africana ai sistemi di condensazione
e ai monumenti megalitici

La capanna africana è all’origine delle realizzazioni circolari e delle false volte coniche. In Africa la varietà e qua­
nta di tipi ancora presenti, capaci con sobrietà e purezza di sintetizzare un insieme di conoscenze adattate ai luo-
rni e alle esigenze sociali, mostrano come il termine capanna sia estremamente riduttivo per queste costruzioni.
Esse, rimanendo nei vincoli dati dall’economia della forma, riescono a esprimere molteplicità e complessità archi­
citonica. I materiali vanno dalle più note strutture di legno e paglia ad architetture fatte completamente di canne,
anticipazione di moderne strutture tensili, o realizzate con possenti cortine di pietra più simili a case torri che a ca­
riane. Le piante sono arricchite da portici in aggetto o presentano all’interno volumi cubici, che realizzano una
: rmplessa articolazione di vani con il perimetro circolare. Raggiungono la loro evoluzione più alta nelle chiese copte
etiopi, vere capanne basilica. Il modello di base è diffuso dai tempi più antichi, come attesta l’abitazione circolare
ri Mari con spazio centrale quadrato. E alla base delle strutture megalitiche realizzate come capanne di pietra e
celle loro derivazioni, dai pozzi cisterna e dai condensatori d’acqua fino alla tholos, ai trulli e ai nuraghi, che rap-
rresentano la massima evoluzione delle possibilità di aggregazione sul territorio della forma rotonda.

305
2 5 6 . A bitazio ne di Lalibela (Etiopa) in m uratura a due
piani: a) prospetto, b) pianta.

2 5 5 . A bitazio n i dei gruppi dorze e sidama d ell’ E tio p ia m eridionale, realizzate in


fib ra vegetale: a) pianta, b) sezione, c) prospetto.
Ì5 8 . Chiesa di U ra K idana M erhat sul lago T an a (Etiopia), sec. x v m d. C .: a) pianta, b) prospetto, c ) planimetria del complesso. D a D i Salvo, 1999. 3°7
: ? i • Recinto e pozzo sacro del com plesso nuragico di Santa C ristina (O ristano). La form a del doppio cerchio e del corridoio entro cui è inta­
gliata una scalinata di accesso all’ipogeo d i raccolta d ell’acqua è sim ile al com plesso di M urgia Tim one a M atera (fig. 79) e ai m onumenti
solari sahariani (fig. 1 0 7 , 10 9 -10 ).
Condensazione A p p orti d ’acqua
per condensazione
interna per
infiltrazione di um idità sulle
pietre durante
dei venti tra
la notte (venti fredc
le pietre durante
il giorno brina)

2 6 2 . C on densatore d acqua p reistorico: a) pianta, b) sezione. Il d isp ositivo funziona sia di


giorno che di notte. D u ran te il giorno l ’aria, infiltran d osi tra le p ietre, trova all’interno
una tem peratura più fredda e il vap ore in essa contenuto si condensa. D urante la notte la
condensazione si attua all’esterno, sulla superficie delle pietre più fredde, [p. 1 1 9 ]

, „ 1 In una delle sue prim e fasi di realizzazione, intorno al 30 0 0 a. C ., quando


2 6 3 . Pianta del m onum ento m eg aliti« , di S t » n e h ^ £ presentava già il fossato circolare del diam etro di 93 m etri, [pp. 1 2 , n 7 ]
310 ancora le pietre centrali non erano state erette, il m onumento pre »
267. R icostru zione di un nuraghe sardo del n m illennio a. C . [p. 1 1 5 ]

L e pietre che form ano la volta sono L ’ultim o anello della volta è chiuso
disposte ad anelli concentrici sempre da una lastra circolare che vien e ancorata
più piccoli dal basso verso l ’alto alle pietre sottostanti

Il deposito della legna


è ricavato sopra il forno
in modo da ottenere
u n ’ottim a essiccazione

L e finestre, piccole
e rare, fanno entrare
poca luce; a questo
si ovvia dipingendo
gli interni con la calce

Il doppio architrave d ’ingresso è realizzato


Il piccolo forno della cucina con un arco di pietre e con un architrave piatto,
si apre d i solito verso l ’esterno in parte d i legno
p er non surriscaldare il locale

268 . N ella città d i A lberobello, iscritta nella lista del Patrim onio m ondiale U nesco, i trulli hanno la loro più alta concentrazione, realizzando
un ecosistem a urbano. L ’im pianto ha origini m edievali, ma il tipo costruttivo risale, attraverso la persistenza delle conoscenze tradizio­
312 nali dei pagghiari e delle costruzioni rurali, alle capanne a tholos e alle abitazioni degli antichi popoli italici, [p. 1 1 5 ]
269. C oren del V alen to (Valcam onica), grande capanna rituale d ell’E tà del Bronzo, decorata a ll’interno con due bucrani e altri ideogram m i.
N ella parte in feriore può essere id en tificata una cisterna che raccoglie le acque dal tetto, [p. 12 0 ]

270. T ru llo di A lberobello con la cisterna p er la raccolta idrica posta sotto la corte, [p. 12 0 ]
313
2 7 1. C om plesso nuragico di P alm avera (Sassari), 11 m il­
lennio a. C . Ricostruzione ideale della Capanna delle
R iun ioni con l ’arredo in essa rinvenuto. D a M ora-
vetti e T ozzi, 19 9 5 .

2 7 2 . Pianta generale del villaggio di Su N u ra xi, Barum ini (Cagliari). D a Lilliu, 19 8 4 .


7 3 - R iliev o g raffito della m appa d i L e C ru z (colle di Sellerò, V alcam onica). La
grande com posizione topografica d ell’E t à del B ronzo testim onia la padronanza
d ell’am biente e di una sua parziale pianificazione già durante il il m illennio a. C .
D a A n a ti, 19 9 4 .

2 7 4 . Sim bolism o sessuale e arch itettu ra: a) g r a ffito p reistorico sahariano rap p resen tan te un sesso fem m in ile, b ) il la b irin to cretese a sette
circon vo lu zio n i da una m oneta d i C n o sso (ruotata d i 1 8 0 gradi), c) p lan im etria di un trullo. 315
Tipi di urbanizzazione della morfologia idroagricola

Nelle aree impervie, carsiche e montane o nei sistemi di pendio come quelli caratterizzanti il nord dello Ye­
men, la matrice agricola strutturata dai sistemi idrici è la chiave per la com prensione dei tipi di urbanizzazione.
Questa si realizza sulla base del sapere accumulato nella organizzazione e manutenzione dello spazio agropasto­
rale. L’uso della forza di gravità per raccogliere e incanalare le riserve idriche, e le tecniche delle prese d’acqua e
degli argini di diversione per irrigare i versanti ai lati dello scorrimento naturale, strutturano le grandi linee del
paesaggio edificato. Su questa trama idroagricola procede l’urbanizzazione, saturando di costruzioni i terrazzi di­
gradanti o trasformando in piazze circondate da edifici i campi nelle valli irrigati da strade torrente. Le aree sot­
toposte a inondazioni periodiche vengono lasciate alle attività temporanee come il mercato settimanale o stagio­
nale che, con il tempo, si stabilizza diventando anch’esso una struttura costruita della città, realizzata trasformando
gli spazi coltivati in giardini di pietra.

275- M orfologia idroagricola precedente la urbanizzazione: i) sistemi di pendio a terrazzi digradanti; : ) pianura a cam pi irrigati da strade torrente:
3) depressione; 4) crateri vulcanici adibiti a raccoglitori di acque piovane.
z - b . E v o lu zio n e della tram a id rau lica nella fo rm a urbana: in alto, urbanizzazione dei terrazzi d i p en dio; al cen tro, u rban izzazion e delle
co ltiv a zio n i d i pian u ra; in basso, uso d ella d ep ression e sem icircolare in o n d abile com e area di m ercato e successiva ed ificazion e.
Impianti urbani fondati sull'organizzazione idrica

A partire dal in millennio in Medio Oriente, nelle isole e penisole mediterranee e in promontori costieri di zo
aride si diffondono gli insediamenti posti su sommità collinari fortificate. Città, cittadelle e acropoli devono i
sistere agli assedi e assicurarsi l’acqua bevibile. L’area all’interno delle mura funge da superficie di raccolta p
alimentare vasche e cisterne a cielo aperto o scavate in profondità, raggiungibili con tunnel e scalinate. Condot
alimentano i campi coltivati o l’eventuale espansione urbana ai piedi della collina o anche, nel caso di agglomeri
costieri, permettono le attività portuali e la fornitura d’acqua alle navi. In caso di assedio i canali vengono taglia
e i difensori, asserragliati sulla sommità, continuano a produrre la risorsa idrica negata agli assalitori. E il model
urbano di Troia, reso celebre da Omero, che ha i suoi antecedenti nelle città mesopotamiche - ad esempio in U
la prima città dei caldei e dei sumeri - e l’organizzazione dei dispositivi idrici nelle planimetrie di Arad, Jaw
Qana e Aden.

2 7 7 . Planim etria del sito di A rad nel deserto d i N egev. L ’insediam ento della prima E tà del Bronzo è situato su una collina dalla sommità concava
che funge da im pluvio per raccogliere l ’acqua nelle cisterne intorno alle quali si dispongono i quartieri di abitazioni, [p. 87]
1 . G ra n d i cisterne alim entate da acque
atm osferiche
2. W ad i Rajil
3. P resa di diversione delle piene
4. C istern e alim entate dalle piene

2 78 . Planim etria del sito di Ja w a nel deserto


giordano, tra il sud della Siria e l’A rab ia
saudita. NeH’insediam ento, risalente alla
fine del iv m illennio o agli inizi del m ,
vivevan o circa 2000 ab itan ti grazie agli
im ponenti sistem i di raccolta d ell’acqua,
che perm ettevan o d i stoccarne circa
5 0 000 m etri cubi. [p. 87]

1 . C istern e
2. Porto
3. Ram pa d ’accesso e scorrim ento delle acque
4. V estigia archeologiche

279. P lanim etria d ell’antica Q an a (Yem en).


L e vestigia archeologiche lungo la costa
sono sorm ontate da una rupe elevata,
attrezzata con cisterne p er la raccolta
delle acque m eteoriche, [p. 88] 3i9
280. A den (Yem en), situata allo sbocco del cratere. U na serie di immense cisterne conservava le acque raccolte nel cono vulcanico in vista della
ven dita del prezioso liquido alle navi sulla rotta delle Indie, [p. 9 1]
OASI

La domesticazione della palma da dattero, foen ix dactilifera, è il presupposto


dell’impianto delle oasi del deserto. Dai principali poli neolitici la diffusione dei
palmeti procede attraverso il Sahara e gli altri deserti, con lo sviluppo di cono­
scenze capaci di determinare l’effetto oasi: la creazione di cicli autopoietici di pro­
duzione idrica e di gestione delle risorse. Le tecniche si diffondono anche nel Me­
diterraneo settentrionale e ai margini meridionali del deserto, in luoghi in cui la
palma da dattero non giunge a maturazione. In queste situazioni altre piante
- come l’ulivo nel Mediterraneo e la papaia nel Sahel e nel sud dell’Arabia - sono
utilizzate in associazione con l’orticoltura per garantire un prodotto di largo uti­
lizzo e realizzare il mantenimento dei suoli e dell’ombra. Si determina un modello
allargato di oasi come capacità di creare situazioni vivibili in ambienti difficili e
ostili grazie all’impiego delle conoscenze idroagricole.
Il sistema delle conoscenze tradizionali

G E S T IO N E SIL V IC O L T U R A F E R T IL IZ Z A Z IO N E LO TTA CO N TRO O R G A N IZ Z A Z IO N E STRU M EN TI


D E L L ’A C Q U A A G R IC O L T U R A E IR R IG A Z IO N E L ’E R O S IO N E E P R A T IC H E A R C H IT E T T U R A
A LLEVAM EN TO D E I SU O LI S O C IA L I E N E R G IA

Captazione Ostacoli per Grande nomadismo Ipogei e giardini


sotterranea e utilizzo di compost smorzare il vento carovaniero pensili
(foggara, qanat ecc.) vegetale e rifiuti o deviare le sabbie

Uso combinato Giardini murati Feixe Miglioramento Gestione delle Canalette


per la captazione, della composizione risorse trasmessa e dispositivi per
distillazione dei suoli pesanti tra generazioni il controllo climatico
e condensazione

Dispositivi idraulici Domesticazione Giardini galleggianti Forme di solidarietà Architetture per


e diffusione sociale il raffrescamento
della palma passivo

Orticoltura Aguada Corporazioni idriche


associata e diritto idraulico
con piante alte

Agricoltura andalusa

2 8 1. L e conoscenze tradizionali nelle oasi.


Creazione di fertilità in ambiente arido

Nei deserti e nelle zone aride le conoscenze e le tecniche di gestione idrica mirano alla conservazione dell’umi­
dità nei suoli e alla captazione sotterranea. Infatti, data la forte evaporazione, ogni stoccaggio in superficie an­
drebbe rapidamente disperso. Si sfruttano così le proprietà dei sedimenti di costituire una barriera alle forti tem­
perature, salvaguardando le riserve idriche delle piene o delle precipitazioni occulte e la capacità degli ipogei di
assorbire e condensare l’umidità capillare. Su questi principi sono realizzati una serie di dispositivi, dalla tecnica
degli sbarramenti interrati alla creazione di oasi tramite l’organizzazione di depressioni protette da dune artifi­
ciali o basate sulle gallerie drenanti (foggara, qanat, madjirat, kariz). Queste ultime sono convenzionalmente rite­
nute di origine iraniana, ma la differenza di funzionamento rispetto a quelle sahariane permette di ipotizzare
un’origine autonoma in questa area. A tale proposito è significativo il parallelo con gli ipogei egizi della Valle dei
Re realizzati, come le foggara, proprio lungo il reticolo idrografico dei wadi.

28 3-8 4. Sbarram enti lungo il corso superiore del w adi Saoura (Algeria) che hanno la funzione di bloccare il flusso sotterraneo e p rodurre acque
superficiali p er le coltivazion i poste lateralm ente all’alveo. N ei m om enti di piena e quando esiste in superficie un corso dei flussi
id rici, questi vengono indirizzati sui terrazzi laterali (A), perm ettendo l ’ irrigazione p er g ravità a una quota superiore allo scorrim ento
naturale (B). N ei m om enti di aridità l ’um idità vien e conservata nel sottosuolo e l ’acqua è attin ta a una fuoriuscita al piede degli sbar­
324 ram enti (C). [pp. 12 5 -2 6 ]
s é * O asi di erg collocate in crateri artificiali d i sabbia (bur) tipici della regione algerina del S o u f. L e dune offron o la protezione perim etrale
e Ee palme, che attingono direttam ente dal sottosuolo l ’acqua necessaria, creano il m icroclim a favo revole alla orticoltura, [p. 12 8 ]

\
\

286. T ebe (Valle dei Re). Pianta topografica degli «ipogei nel w adi»
fatti scavare da T utm osi I alla m età del 11 m illennio a. C . [p. 86]

2 8 7. T eb e (Valle dei Re). P ianta di


ipogeo: a) sezione, b ) p ianta,
[p. 86]

3 25
288. F o to aerea di parte della rete di foggara che alim entano le oasi della Sebkha d i T im im oun (Algeria). L e gallerie drenanti sotterranee, riconoscibili in
superficie dalla teoria dei pozzi di scavo, risalgono dalle oasi, in basso a sinistra, verso gli alvei delle rete idrografica fossile, in alto a destra, [p. r 3 3 ]

289 . A pp orto idrico d ell’um idità alle foggara. L ’aria um ida del palm eto, risucchiata dalla foggara nel senso inverso a quello dello scorrim ento
delle acque, si condensa nella galleria e fuoriesce d ai pozzi com e aria secca. D urante la notte il calo di tem peratura provoca u n ’ulteriore
condensazione sulla superficie del terreno, assorbita nei pozzi e nella galleria, [p. 13 8 ]
19 0 . Struttura d ell’oasi. L ’acqua prodotta nella galleria sotterranea della foggara (A), riconoscibile in superficie per i pozzi d i scavo (B), passa al di sotto
d ell’abitato d i terra cruda (C), d ove si raccoglie in successive vasche di decantazione (D), utili per l ’alim entazione, le abluzioni e il raffrescam ento delle
abitazioni. R ip artita nei canali a cielo aperto tram ite le k esria (F), che ne m isurano e distribuiscono il flusso, irriga il palm eto (E), d iviso da m uretti di
terra (G) in particelle coltivate, [p. 14 2 ]

2 9 1-9 2 . (A sinistra) La rete di foggara d i u n ’oasi del Sahara algerino, [p. 1 3 3 ] (A destra) R appresentazione schem atica della distribuzione d ell’acqua nell’oasi.
L e tre fam iglie (A, B , C) del villaggio (1) si d ividono l ’ apporto idrico della foggara (2) tram ite la kesria (3). C on il tem po l ’acqua è suddivisa tra le
generazioni (i-vn) creando una intricata tram a di canalizzazioni, rip artitori e particelle coltivate, [p. 14 4 ]

327
Dispositivi di organizzazione idrica

In condizioni geografiche particolari, specifiche tecniche idriche costituiscono la base dell’intera organizza­
zione del paesaggio. E il caso delle montagne elevate della regione del Vallese in Svizzera. Qui i venti spazzano i
pendìi dopo avere rilasciato tutta l’umidità nella fase ascensionale lungo i versanti opposti, e determinano, in aree
che per latitudine dovrebbero essere umide, la formazione di deserti di origine pedemontana, scacciando le nubi,
creando alte pressioni e condizioni di aridità. I campi non avrebbero l’aspetto verdeggiante e fertile se non fos­
sero irrigati tramite la pratica dei bisse, che attingono l’acqua dai ghiacciai o dalle sorgenti dei torrenti e la con­
vogliano attraverso le dorsali montane nelle valli aride per creare al loro sbocco insediamenti, pascoli e coltiva­
zioni. La stessa pratica, chiamata ru, è presente in Valle d’Aosta. In condizioni geomorfologiche diverse la tecnica
idrica detta feixe è usata nell’isola di Ibiza per controllare situazioni di eccesso idrico alternate a momenti di ari­
dità. L’acqua delle paludi è drenata in una trama di canali e da questi indirizzata con delle condotte porose.al di
sotto delle coltivazioni. Queste possono così attingere direttamente dalle radici le necessità idriche che sono ge­
stite dal sistema di feixe, regolandole negli eccessi invernali e risparmiandole durante le siccità estive.

29 3-9 7. Il sistema dei bisse, tecnica di trasporto d ell’acqua dai ghiacciai alle valli della regione di Sion (Svizzera) [pp. 2 1 3 , 260]. N ella figura 293
passerelle sospese in legno per la canalizzazione dell’acqua lungo il bordo della montagna.
2 9 4 - a) C anale sotto roccia, b) tunnel praticabile, c) canale sotterraneo.
©
1 . Stradina
2. P ortale d i accesso ai cam pi che marca il ponticello
sui canali
3 . C am pi
4. C anali
5 . C on do tti porosi che um idificano il terreno irrigando
le piante dalle radici

98. Ib iza (Spagna). F e ix e , sistem a di coltivazione intensiva in am bienti paludosi o aridi, fondata su una particolare organizzazione idraulica,
2

[p. 208]
ECOSISTEMI URBANI

L’ecosistema urbano è la sintesi del sapere locale accumulato e concretizzato in


una dimensione che non è più quella del villaggio ma della città. Aree irrigue sono
create utilizzando situazioni geomorfologiche favorevoli in sistemi geografici pre­
cisi. Una capitale domina ciascuna unità di paesaggio: bacini isolati in mezzo al de­
serto; grandi pianure tra picchi montani; nastri di oasi lungo reti idrografiche; cro­
cevia di strade lontane, internazionali o intercontinentali. Ma anche piccoli sistemi
di habitat, sfruttando al meglio le risorse disponibili, divengono centri storici di
rilevanza regionale e con caratteristiche urbane. Costituiscono realtà variegate ri­
scontrabili in diverse aree geografiche: città oasi di terra cruda, come quelle saha­
riane o dello Yemen, utilizzano i rifiuti organici degli abitanti per fertilizzare le
sterili sabbie e renderle adatte alla realizzazione di ardite architetture; oasi di pie­
tra, scavate fino dalla preistoria nel sud d’Italia e in Medio Oriente sono capaci di
condensare nelle grotte e sulle costruzioni a secco l’acqua necessaria; oasi religiose,
scolpite nelle valli d’erosione della Cappadocia, della Palestina, della Tebaide e
dell’Etiopia o installate lungo la via della seta fino in Cina, si organizzano come
eremi e giardini murati, irrigati tramite gallerie drenanti, cisterne e canalizzazioni;
oasi di mare, diffuse nelle aride isole del Mediterraneo e del Mar Rosso, vengono
alimentate da sorgenti aeree.
Il sistema delle conoscenze tradizionali

G E S T IO N E SIL V IC O L T U R A F E R T IL IZ Z A Z IO N E LO TTA CO N TRO O R G A N IZ Z A Z IO N E STRU M EN TI


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A LLEVAM EN TO D E I SU O LI S O C IA L I E N E R G IA

Sistemi a grande Giardini terrazzati Ciclo integrato Città giardino Società delle acque Integrazione
scala di diversione e di rifiuti organici (alquerias, maihabar, insediamento-
utilizzo delle piene motswelo) paesaggio

Uso integrato di Integrazione Rotazione Sistemi per la Comunità Architetture


captazione, raccolta città-campagna delle colture protezione dei suoli, autopoietiche per il risparmio
e distribuzione e messa a riposo raccolta idrica di energia e risorse
dell’acqua e riparo dal vento

1. 1i . . 1 .

!J V
V
.

V \ !iL
Strade torrenti Uso integrato Prese d’acqua Specializzazione Trama urbana
delle aree marginali e argini urbana per il controllo
(paludi, carsismo, del microclima
foreste)

299. Conoscenze tradizionali negli ecosistem i urbani.


Il sistema ipogeo

Le tecniche ipogee sviluppate per ragioni climatiche, raccolta idrica, architettura passiva, sepolcrale e moni
mentale rappresentano una tale varietà da costituire un sistema classificabile secondo la matrice morfologica s
cui si effettua lo scavo. Ipogei a parete sono quelli che sfruttano l’esistenza di un pendio per realizzare in esso um
scavo orizzontale. Con questa tecnica vengono organizzati complessi abitativi, tombe e monumenti: dai semplic
ripari sotto roccia agli abitati a più piani sovrapposti di Matera e della Cappadocia, fino alle facciate monumen
tali di Petra e Abu Simbel. Una variante particolare di questo tipo è l’architettura negli ipogei, formata da co
struzioni realizzate all’interno delle grotte. Gli ipogei a fossa sono scavati verticalmente nel piano e comprendone
le semplici tombe a grotticella fino a imponenti chiese sotterranee e tombe a molteplici camere. Gli ipogei mono­
litici sono realizzati isolando nel piano un monolite roccioso, che viene scavato all’interno in forme semplici o mo­
numenti elaborati. Gli ipogei a corte uniscono allo scavo di un pozzo verticale gallerie o ambienti sviluppati oriz­
zontalmente e disposti in modo radiale. Questi, in sistemi complessi come quelli di piazza Vittorio Veneto a Matera,
hanno uno sbocco sulla parete del pendio. Un tipo particolare infine è quello dei cosiddetti ipogei artificiali. Come
nei dolmen, che nella situazione originaria risultano sepolti dal terreno, e nei complessi megalitici di Malta, que­
ste strutture riproducono in murature costruite le forme e le caratteriste degli ambienti ipogei.

Ipogei a parete

3 0 3 . Tom ba della necropoli di Sas C oncas (Nuoro). E n eo litico - antica E tà del


B ronzo. D a M o ravetti e T ozzi, 19 9 5 .

30 4 . T om ba della necropoli d i T op po D aguzzo (Potenza). E tà d el B ronzo


334 medio. D a C ipolloni Sam pò, 19 8 6 .
г' У ^ м ;

30 5 . Sasso B arisano a M atera. [p. 202]

306. Il IJhazn eh (o Tesoro) di P etra (G iordania). Sec. 1 a. C . 3 0 7 . T em pio rupestre di Ram ses II ad A b u Sim bel (Egitto). Sec. x m a. C .

335
3 i o . Chiesa di A b b a Libanos a Lalibela (Etiopia), sec. x n d. C .: a) prospetto, b) sezione.
Ipogei a fossa

--. - A v o r tic e lla : tom ba della necropoli d i T hapsos (Sicilia), 3 1 3 . A fossa sem plice: abitazione d i B ersabea (Israele), iv m illennio a. C .
E tà d e l B ronzo m edio - x v -x m sec. a. C . D a B ie tti Sestieri,
L e n ó n i e V ozza, 19 9 6 .

- : - A fossa: tom ba della necropoli d i Santu P etru ad A lgh ero (Sassari),


En eolitico - antica E tà del Bronzo. D a M oravetti e T ozzi, 19 9 5 .

314. A camera: tomba della necropoli di


Santu Petru ad Alghero (Sassari),
Eneolitico -antica Età del Bronzo.
Da M o ravetti e Tozzi, 1995.

3 1 6 . A fossa com plessa: chiesa a cupola del m onastero rupestre


d i G eg ard (Arm enia), sec. x m d. C . D a R ew ersk i, 19 9 9 . 33 7
Ipogei a corte

3 1 9 . Ipogeo a corte di M atm ata (Tunisia): a) pianta, b) sezione, [p. 66]

m
520. A bitazio ne trogloditica a pozzo del Fium e G iallo (Cina):

3 2 i. A bitazio ne trogloditica di Salillas


de Ja lo n (Spagna).
A Cisterne a campana
B Cisterna «Palumbaro lungo»
C B aratro della gravina
1,2,3 C o rti a pozzo

322. Planim etria degli ipogei a corte sottostanti piazza V ittorio V en eto a M atera. Il sito ha avuto una lunga trasform azione e stratificazione
nel tem po, a partire da una dolina naturale posta ai m argini del canyon della gravina (C) che riceveva le acque dal pendio sovrastante. La
dolina è stata via via attrezzata con cisterne a cam pana (A), corti a cielo aperto ( 1 , 2, 3) da cui si diram ano gallerie radiali, fin o alla grande
cisterna del «Palum baro lu ngo» (B), che ha avuto u n ’ultim a riorganizzazione nel Settecen to, prim a del d efin itivo abbandono dei sistemi
id rici e la copertura d ell’area per la trasform azione in piazza, [p. 202]

340
Ipogei artificiali

A ----
323. Monumento neolitico di M alta iv-m m illennio a. C. Nelle forme lobate e la grande massa muraria, il complesso riproduce con l ’architettura
costruita
la struttura e 1 inerzia termica delle realizzazioni ipogee, [pp. 57, 207]

34i
Dalla grotta all'architettura

Nell’evoluzione dei Sassi di Matera l’abitato trogloditico e la matrice idroagricola di terrazzi coltivati dettano
le forme all’architettura e alla trama urbana. Dallo scavo della grotta si ottengono i blocchi di calcare per realiz­
zarne il tamponamento, la prima chiusura. Una camicia di tufo, messa in opera per sostenere la volta della grotta,
prelude al tipo costruttivo a volta a botte, localmente chiamato lamione. Questo assume autonomia architetto­
nica, ma rimane collegato alla trama sotterranea delle cisterne e degli ipogei che assicurano l’apporto idrico e il
controllo microclimatico. La trama originaria è formata da grotte disposte ad arco intorno a un’aia giardino, con
le riserve d’acqua alimentate dal pianoro sovrastante, drenate nelle profondità dello scavo dalla stessa roccia o
condensate mediante la captazione di umidità nelle caverne. Con la costruzione dei lamioni davanti alle grotte il
pianoro sovrastante diventa giardino pensile, l’acqua viene raccolta sui tetti, che allo scopo hanno spioventi in­
terni alla muratura, e convogliata nel pozzo cisterna collocato nella corte, che diventa il centro dell’organizzazione
sociale del vicinato. Questa corte urbana, sede della famiglia allargata, centro delle relazioni di parentela e di vi­
cinato, scena dove si manifestano i drammi e le gioie della vita privata e pubblica, ha la sua origine nei punti di
aggregazione creati intorno alla raccolta dell’acqua.

/
k-

3 2 4 . G ro tta. 3 2 5 . G ro tta tam ponata.

3 2 7 . L am ion e, arch itettu ra a v o lta a b o tte an tistan te la grotta, [p. 20 2]


3 2 8 -30 . T ipologie d i cisterne nei Sassi di M atera.

3 2 8 . C istern e a cam pana.

► l

3 2 9 . C istern e a tholos.

3 3 0 . C istern e a fossa.

1 . Lun etta d i captazione che intercetta


una faglia naturale
2. C an aletta

3 3 1 . G ro tta d i captazione con p iano di 3 . Piano d i sedim entazione


sedim entazione e cisterna a campana. 4. C istern a 343
C isterna

ive№<
solari i n « 1'
R agg1

3 3 3 . L ’altezza del sole nelle stagioni determ ina l ’inclinazione dello scavo. S i persegue un dupli
ob iettivo: in invern o, quando il sole non supera una certa altezza, far giungere i raggi f i
in fondo alla grotta; in estate, lim itare l ’irraggiam ento alla soglia per m otivi term ici e p
favo rire la condensazione del vapore nella cisterna, [p. n o ]

344 3 3 4 . C isterna a tetto, tipico dispositivo di produzione idrica delle M urge. [p. 12 0 ]
345
Dalla raccolta d'acqua agli ecosistemi urbani
l'agricoltura nabateo

Nel deserto del Negev, lungo il wadi Araba e in Giordania resti preistorici di innumerevoli dispositivi idrau-
Sd dimostrano l’esistenza di tecniche appropriate per rendere vivibile e fertile il deserto tramite la captazione
: ì _ umidità e la protezione dei suoli. Dispositivi simili si riscontrano nel Neolitico sahariano, nel deserto arabico
; nello Yemen e sono successivamente diffusi in tutto il Mediterraneo. Trovano nella città di Petra la più impo-
: ;n:e realizzazione urbana e sono per questo designati con il nome di agricoltura edomita e nabatea dai due an-
-v-h popoli che avevano come centro questa città. I contatti con il sud dell’Arabia tramite la via dell’incenso spie-
le similarità con le tecniche idriche sabee, che hanno nella cosiddetta diga di Marib, in realtà un sistema di
Turatori e di chiuse d’acqua, la più imponente manifestazione. La probabile origine mesopotamica delle tecni-
r t ri diversione delle piene spiega la loro diffusione fino alla valle dell’Indo e, lungo la via della seta, in Cina.

34 0. M ezzelune, circoli e allineam enti d i p ietre, ritro vati dagli scavi archeologici nella idroagricoltura edom ita e nabatea, sono d iffu si per la
protezione delle piante in tutte le zone aride e m editerranee. 347
I sistemi idrici di Petra, Shibam e Thula

Gfi ecosistemi urbani costituiscono la sintesi delle conoscenze tradizionali che si sviluppano nelle diverse con­
in e c i ambientali a partire dalle prime grotte, allineamenti di pietre e rigagnoli artificiali fino alla realizzazione
Ss..e-.— ! idrici sempre più complessi. Petra, città oasi di pietra, costituisce il momento più alto dell’evoluzione
Aele- esperienze condotte in altopiani aridi e rocciosi, dove predominano le tecniche di scavo e di captazione idrica,
l l d b nello Yemen è l’esempio di acropoli fortificata finalizzata alla raccolta delle acque atmosferiche, che ven­
ir ■ : convogliate a valle tramite un imponente sistema di canalizzazioni su pendii terrazzati. Shibam, città oasi
i l aem cruda nel loess della valle dell’Hadramaut, è la sintesi delle esperienze di argini e canalizzazioni condotte
■ £ jt grandi valli alluvionali come l’Indo, il Nilo, la Mesopotamia, il Fiume Giallo, tutti luoghi dove si sono for-
■ m c le prime civiltà grazie al controllo delle piene e alla sapiente gestione delle capacità idromorfe dei suoli.

3 4 3 - Petra (Giordania). L ’organizzazione m onumentale della città è determ inata dalla m orfologia naturale e d all’uso di questa per la raccolta
e la distribuzione delle acque. Le più im portanti strutture ipogee sono alim entate da u n ’intricata rete di d isp ositivi idraulici, [p. 17 8 ] 349
3 4 5 - Proposta di ricostruzione d el sistem a delle acque e d ei terrazzi coltivati del w adi al-M ataha (Petra). I l restauro d ell’ecosistem a con
ripristin o della vegetazion e, oltre che una nuova attrazione archeologica affid a ta alla gestione d ei gruppi bedu, costituisce la difes
am bientale contro l ’erosione e lo sfaldam ento delle pareti in arenaria, [p. 1 86]
Planim etria d i Shibam (Yem en). L ’arm oniosa distribuzione d i piazze, strade e vicoli ciechi è fru tto della necessità di raccolta d ei rifiu ti
organici usati com e concim e. O gni abitazione ha im pianti igienici forn iti d i scarichi esterni (marcati in nero). Q uesti si affaccian o su stra­
dine più riservate, i vicoli ciechi o i percorsi perim etrali (disegnati più scuri), [pp. 16 9 , 269]

34 7 . Shibam (Yemen). Il sistema d i smaltimento dei rifiu ti organici: a) organizzazione di un


vicolo cieco (indicato in giallo nella planim etria, fig. 346) con gli scarichi dei solidi e dei Solidi
liquidi dai differenti edifici; b) il gabinetto a due uscite per la separazione dei liquidi dai
solidi; c) facciata d i abitazione con condotti di scarico e cesto di raccolta degli escrementi.
[pp. 17 6 , 269] 351

Liquidi

c)
34 8 . Thula (Yem en), ricostruzione dei sistem i d i raccolta d i acqua, cisterne a cielo aperto, cavità e tunnel sotterranei che dalla cittadella alimentano i giardini
terrazzati e le sale di abluzione della moschea. L ’impianto idraulico, ancora in uso, è simile a quello delle antiche città sabee. [p. 96]

352
CONOSCENZE LOCALI NELLE SOCIETÀ IDRAULICHE

Tecniche a larga scala di gestione dell’acqua sono sviluppate da grandi civiltà


chiamate per questo motivo società idrauliche. Si tratta degli antichi imperi sorti
sui sedimenti alluvionali di limo, loess e sabbia lungo i bacini fluviali afroasiatici
e anche nelle aree carsiche delle foreste pluviali mesoamericane. Le dimensioni
geografiche e l’imponenza delle opere idrauliche determinano il dispotismo poli­
tico, l’ipertrofia burocratica e la militarizzazione statale. Tuttavia le stesse tecni­
che di queste società sono sviluppate a partire da un sistema di sapere tradizio­
nale, frutto di conoscenze locali sperimentate su piccola scala da quelle comunità
basate su modelli di autosostenibilità che abbiamo definito idroagricole e auto-
poietiche.
La diffusione delle conoscenze locali

Località Periodo Località Periodo

© Belucistan iv m illennio a. C . Junagad h n secolo d. C .


© K ashm ir x n secolo d. C . ® Bhopal x n secolo d. C.
© L adakh © K alin ga il secolo d. C .
© D elh i x rv secolo d. C . © K olhapur
© Sringaverapura x n secolo a. C . © N agar junakonda
(6) Patliputra 3 2 1- 2 8 7 a. C . © Bennur
© D holavira, H arappa, m m illennio a. C . © Sri Lanka
M ohenjodaro

34 9 . Subcontinente indiano, [p. 2 19 ]

3 54
i an
_Tula

U xm al
Chichén Itza'
• # Loltun
-Città del Messico
•T enoch titlan
YUCATAN
• Xochimilco --
.il

wm

35 0 . M essico, [p. 222]

DEPRESSIONE
DI TURPAN
DESERTO DEL GOBI

DESERTO DI Huang Ho
TARLA MAKAN

ALTOPIANO
DEL LOESS
Gran

V.J Fiume G iallo Canale

Yangtse

Fiume A zzurro

3 5 1 . C in a. [p. 228]
355
Strutture di raccolta, purificazione
e gestione dell'acqua in India

Nella tradizione del subcontinente indiano sono numerose le conoscenze legate all’acqua, spesso associate a
forti sentimenti di spiritualità. La sacralità dell’acqua è insita nel valore religioso dato ai grandi fiumi e alle pra­
tiche di abluzione e di purificazione. Complessi dispositivi sono preposti a questo scopo, nel quale la motivazione
funzionale e quella religiosa coincidono. Fin dal III millennio risultano utilizzate tecniche idriche urbane nella ci­
viltà della valle dell’Indo, dotate di sistemi igienici e idrici e di pozzi rinforzati da strutture murarie qui introdotti
per la prima volta. Alla scala del territorio le esperienze di gestione e di ripartizione delle piene sono ancora più
antiche con i dispositivi chiamati gabarband del Belucistan.

A Vasche d i sedim entazione e pulizia delle acque di piena

B Vasca utilizzata p er le necessità idriche

C B acino cerim oniale per le abluzioni

D Sistem a di filtro e cam ere a sfioram ento per reim m ettere nel fium e acque purificate

3 5 2 . Sistem a di depurazione d ell’acqua messo in luce a Sringaverapura, presso la città santa di A llahabad, alla confluenza dei fium i sacri G an ge
356 e Ju m n a. Sec. 1 a. C . [p. 2 19 ]
!d
- G ab arb an d di P ir M unaghara (Belucistan). A n teriore alla civiltà d i H arappa. Il d ispositivo era costituito da una serie di piattaform e a
gradoni realizzate in pietrisco, di altezza com presa tra 60 e 1 20 centim etri e di dim ensioni via v ia più rid o tte procedendo verso l ’alto.
E ra utilizzato per controllare le piene e trattenere i depositi alluvionali proven ienti dalla collina, [p. 220]

1-5 . L iv elli successivi di costruzione della diga


6. L etto originario del fium e
7. U ltim o strato di sabbia depositato

-2 Sistem a com binato di dighe ad accumulo d i sabbia e dighe sotterranee. Le dighe ad accumulo d i sabbia (b ) sono in genere costruite per
sovrapposizione di livelli. Il principio è quello di lim itare l ’altezza di ciascun livello, in modo che i m ateriali più leggeri possano essere
trasportati d all’acqua fu ori del bacino e quelli più pesanti sedim entarsi, [p. 220] 357
Le oasi di foresta pluviale precolombiane

Nelle aree naturalmente irrigate da piogge tropicali, dove domina la foresta pluviale, la geomorfologia carsica
priva di sorgenti e corsi d’acqua dallo scorrimento superficiale fa dipendere la presenza umana dall’applicazione
delle tecniche di controllo idrico. E il caso degli insediamenti maya nello Yucatàn, definibili oasi di foresta plu­
viale. Le originarie pratiche di controllo idrico risalgono al il millennio a. C., ma è con la civiltà classica e pre­
classica che le depressioni e cavità naturali piene d’acqua vengono sistematicamente organizzate e alimentate tra­
mite le superfici di raccolta, costituite dalle stesse piramidi e architetture monumentali. Le pratiche idrauliche
sviluppano una specifica sapienza relativa al controllo dell’acqua, rivolta anche a limitarne gli eccessi. I chinampa,
giardini galleggianti atzechi, le cui piante assorbono direttamente l’acqua necessaria dalle radici, costituiscono
l’esempio di creazione di spazio coltivabile in una situazione di esubero idrico. Grandi zattere di legno sono an­
corate sui laghi e le paludi. Su di esse viene realizzato uno strato di suolo con terriccio e letame. L’umidità passa
direttamente dal legname alle radici delle piante, che risolvono così le loro necessità di acqua senza bisogno di ir­
rigazione.

i . Lago 2. Z attere in legno 3 . T erriccio 4. C oltivazioni

358 3 5 5 . C hinam pa, tecnica azteca d i irrigazione d iretta dal sottosuolo d i giardini galleggianti organizzati su zattere in laghi d ’acqua dolce, [p. 225]
35 6 . L ’aguada d i R ancho Ja b a l (Yucatàn settentrionale), con i pozzi (A) e i chultun (B) che conservano l ’acqua quando l ’aguada (C) diviene
secca, [p. 225]

1 . G ran d e riserva d ’acqua centrale 3. M onum enti 5 . A bitazio ni e cam pi

2. Canale 4. A guada 6. R iten uta d ’acqua per le abitazioni

3 5 7 . Tecnologia idraulica m aya, a) N e l periodo preclassico gli insediam enti sono realizzati a valle dentro depressioni naturali utilizzate come
riserve d ’acqua, b ) N el tardo periodo classico la tecnologia idraulica perm ette d i costruire nei luoghi elevati utilizzando la città con i suoi
«5] tetti e m onum enti com e captatori di acqua che alim entano una grande riserva centrale, [p. 225] 359
Evoluzione delle strutture ipogee in Cina

Le zone aride della Cina, i deserti del Taklamakan e del Gobi, l’altopiano del Loess e il corso dello Huang Ho,
il Fiume Giallo, rappresentano un serbatoio di conoscenze tradizionali. Veicolate lungo le ramificazioni della via
della seta, sono presenti la quasi totalità delle tecniche di captazione idrica e di protezione dei suoli, dai villaggi
con fossati neolitici fino alla creazione di oasi e ai dispositivi delle gallerie drenanti sotterranee. In particolare,
per quanto riguarda le pratiche ipogee, è possibile seguire tutte le forme dell’architettura passiva dai primi ipogei
a fossa alle abitazioni semipogee, fino agli imponenti sistemi di ipogei a corte tuttora abitati, che qui assumono
forme e rigore geometrico. Delle strutture circolari è ancora presente un tipo di grande interesse, costituito dalla
casa-villaggio in terra battuta chiamata hwai yuen lo, persistenza e massima evoluzione delle arcaiche forme ro­
tonde a impluvio centrale.
36 2 . A b itazio n i trogloditiche a pozzo d ell’altopiano del Loess lungo il Fium e G iallo : a) sezione, b) pianta, [pp. 6 7 , 229] 361
IL NUOVO PARADIGMA

Il riscaldamento climatico, la perdita di biodiversità, la desertificazione sono


processi imputabili all’azione umana, hanno avuto un impulso a partire dalla rivo­
luzione industriale e si sono enormemente accelerati negli ultimi cinquant’anni.
Tre distinte convenzioni delle Nazioni Unite si occupano di contrastare questi fe­
nomeni. Ma se l’effetto serra, determinato da emissioni industriali, va affrontato
con accordi globali, il problema della desertificazione necessita di azioni locali, la
cui esemplarità contribuisce a fare emergere un diverso modo di esistenza. Le piogge
sono benefiche o distruttive a seconda della gestione del suolo, cioè del grado di
organizzazione dei pendìi, di copertura vegetale, di aggressione urbana al territo­
rio. Conoscenze tradizionali, che avevano per secoli garantito l’assetto ambientale
e paesaggistico equilibrando le alternanze climatiche e le avversità naturali, sta­
gionali o catastrofiche, e assicurando la rinnovabilità delle risorse, sono oggi per­
dute a causa di uno sviluppo basato sulla distruzione della natura, le migrazioni dei
popoli e la crescita produttiva illimitata. La tecnologia prevalente utilizzata è quella
dell’industrializzazione spinta dalla modernizzazione consumistica, ma è chiaro or­
mai che una medesima scelta da parte di tutti i paesi renderebbe incompatibile la
vita su scala planetaria.
Dalle conoscenze tradizionali può nascere un modello diverso, basato su tecno­
logie innovative appropriate. Queste sono già disponibili, ma per diffondersi e svi­
lupparsi necessitano di un salto culturale e sociale. E sempre stato così nella storia
umana. A provocare la trasformazione neolitica non è stata la tecnologia relativa
all’agricoltura e all’allevamento, che era già nota da tempo e fu applicata solo a
fronte delle pressioni ambientali. L’emergenza attuale, determinata dalla crisi idrica
come eccesso o penuria di acqua, dall’erosione dei suoli e dal collasso ambientale
e urbano, cambierà nel prossimo futuro le condizioni di vita di milioni di indivi­
dui e imporrà una visione alternativa dell’economia, uno sviluppo umano fondato
sulle diversità culturali, un nuovo paradigma tecnologico guidato dalla sapienza
polifunzionale e olistica della tradizione.
Desertificazione e degrado dei suoli nel mondo

La desertificazione riguarda tutte le aree del pianeta, mettendo a rischio sempre più accelerato il 30 per cento
delle terre disponibili. Essa è così definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione
(Unccd): degrado delle terre nelle zone aride, semiaride e subumide secche a causa di diversi fattori, tra i quali le
variazioni climatiche e l’attività umana. Coinvolge quindi ogni tipo di area e ha tra i fattori scatenanti principali
l’azione antropica. Nelle carte tutte le aree colorate sono soggette al degrado e la diversa tonalità mostra se si tratta
di zone climaticamente più o meno umide o secche.
La desertificazione nelle sue forme più intense interessa oltre cento paesi, minacciando la sopravvivenza di ol­
tre un miliardo di persone. Ogni anno si perdono nel mondo 24 miliardi di tonnellate di suolo superficiale. Nel
corso degli ultimi due decenni la perdita mondiale è stata equivalente alla totalità delle terre arabili degli Stati
Uniti. La situazione è particolarmente drammatica nelle zone aride, dove circa il 70 per cento delle aree, corri­
spondenti a un quarto dell'intera superficie terrestre, risultano minacciate. In Italia il 27 per cento del territorio
è esposto a un elevato rischio di erosione. Le regioni della Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna mostrano
un processo di desertificazione già avanzato. In Asia la desertificazione si estende su 1,4 miliardi di ettari e le
terre più a rischio sono nell’area dell’ex blocco sovietico. Negli Stati Uniti la proporzione di terre aride in via di
desertificazione è la più alta del mondo e raggiunge il 74 per cento.

Z on e secche
subum ide Z on e
d i forte
Z on e sem iaride
o estremo
degrado
Z on e aride

Z on e sensibili

36 5 . Eu ropa. (Figg. 36 5 -7 0 cartografia U nep, 19 9 3)


36 6 . A frica. 365
о

3 66
36 8. A m erica settentrionale.

367
37 0 . O ceania.

369
Il ciclo dell'acqua

P R E C IP IT A Z IO N I
ACQ U A N ELLA
ATM O SFERA

P recipitazioni N eve
P recipitazioni
su lla terra
su l mare
Evaporazione Evaporazione
d alla terra d al m are

D EFLU SSO
NEL M ARE

Scioglim ento
d ei ghiacciai
e d ella n e v e a

S C O R R IM E N T O
SO TTERRA N EO

3 7 1. Il pianeta è un ecosistem a chiuso, a cui arriva d all’esterno l ’energia del sole che alim enta tutti i processi. Q uesti funzionano per cicli costituiti da quan­
tità costanti di risorse, che non hanno consumo ed esaurim ento ma un perpetuo utilizzo, in cui il residuo di un processo o di un organism o è la materia
prim a per u n ’altra attività o una d iversa form a vitale. C aratteristica dei cicli sono l’ autoregolazione e l ’equilibrio dinam ico senza crescita ipertrofica e
dispendiosa. I cicli sono sia organici che inorganici ed esiste spesso reciprocità tra le due form e. In particolare il ciclo d ell’acqua si basa su un elem ento
inorganico che, grazie all’energia del sole, evapora dagli oceani, desalinizzandosi e purificandosi; determ ina il tempo atm osferico e le condizioni del
suolo; struttura, scolpisce, scava o erode il paesaggio. N el continuo percorso aereo, superficiale, sotterraneo e m arino interagisce con tutte le form e di
v ita per le quali è assolutam ente indispensabile, [p. 237]

370
Sistema tradizionale complesso: il modello dell'oasi

A cqua di
condensazione e

A B IT A T O IN
TERRA CRUDA

ACQUE
SO TTER R A N EE

Rifiuti

M ateriali da
costruzione
PALM ETO
A gricoltura
H umus a tre liv elli

372. L ’oasi costituisce un sistem a autocatalitico in cui un iniziale apporto d i condensazione e d i um idità vien e am plificato dalla installazione delle palme che
producono om bra e attiran o organism i form ando hum us. I l palm eto determ ina un m icroclim a um ido alim entato tram ite le gallerie delle foggara dalle
precipitazione occulte, la condensazione e il drenaggio sotterraneo. L ’ab itato realizzato in terra cruda non com porta lo spreco d i legnam e per la cottura
dei m attoni, è raffrescato dal percorso sotterraneo d ell’acqua e fornisce rifiu ti per la fertilizzazione dei campi. Il sistem a gestisce la risorsa acqua secondo
un ciclo d i utilizzo che non solo è com patibile con la rinn ovabilità delle quantità disponibili, ma le aum enta, [p. 28]

37i
Sistema tradizionale complesso: l'ecosistema di Shibam

P IA N T A D E L L A
C IT T A '
F U N Z IO N A L E *
C IT T A ' D I
A LLA RACCO LTA J
TERRA CRUDA
D E I R IF IU T I -1

Produzione di cibo

G A B IN E T T O
A D U E V IE

^ - Formazione di incavi
per la raccolta di acqua

Diversione Scavo della terra per


delle piene la costruzione della città

ESCREM EN TI

* A C Q U E D I P IE N A
G IA R D IN O

373. A Shibam l ’abitato è indispensabile alla fertilizzazion e dei cam pi e interagisce con essi in un ciclo indissolubile di corretto utilizzo delle risorse. D al tipo
d i gabinetto alla struttura delle abitazioni fin o all’intera planim etria, la città risponde alle esigenze d i raccogliere gli escrem enti um ani. Q uesti, in d i­
spensabili per rendere coltivabile il deserto, vengono lasciati seccare sulle sabbie. C on l ’apporto delle acque d i piena, controllate da dighe d i deviazione,
si trasform ano in humus e m ateriale colloidale, che vien e scavato e utilizzato p er costruire, e periodicam ente rinn ovare, le alte case d i terra cruda della
città. S i creano depressioni circondate da argini e canali e om breggiate dal palm eto, che hanno la funzione d i produrre gli alim enti agricoli e proteggere
l ’abitato dalle piene, assorbendo e conservando le quantità d ’acqua, [pp. 1 7 1 , 269]

372
Sistema tradizionale complesso: l'ecosistema di Matera

ACQUE
M E T E O R IC H E

Raccolta di acqua dai tetti


Inerzia termica

V ivibilità

R ifiuti
M A T E R IA L I D A
C O S T R U Z IO N E
Raccolta di acqua in cisterne

Cibo
TERRAZZAM EN TI

3 7 4 - N e i Sassi di M atera lo scavo delle grotte drena il pendio e l ’interno della rupe, rendendo le cavità utilizzabili e realizzando le riserve idriche p er gli abi­
tanti e le coltivazioni a terrazzo. C on gli stessi m ateriali di scavo si costruiscono le abitazioni, prolungando le grotte perim etrali di ogni terrazzam ento
e realizzando corti p rotette. Q u i si raccolgono nel pozzo le acque d i pioggia captate sui tetti, che allo scopo non hanno falde spioventi all’esterno, ma
interne alla m uratura, e qui si svolge la v ita com unitaria del vicinato. G li ipogei, costantem ente a 1 5 gradi centigradi sopra lo zero, forniscono il caldo
durante l ’inverno e il fresco nella stagione estiva. La tram a di stradine e scalette è funzionale all’incanalam ento d ell’acqua di pioggia per la coltivazione
dei terrazzi, che con la crescita urbana si saturano di abitazioni o si trasform ano in giardini pensili, [p. 202]

373
Il modello tradizionale per un nuovo paradigma tecnologico

ACQ UE
M E T E O R IC H E
A B IT A T O
T R A D IZ IO N A L E

ACQUE
D I S C A R IC O

l
R ifiu ti G a b in e tto
U so d o m e stic o
a d u e vie

\
t
A p p o rto di u m id ità C o m p o st
U rin e

1 □ I Feci

F e rtiliz z a n te
H um us

ACQUE
D E R IV A T E

OKU
G IA R D IN I

3 7 5 . O gni tecnica tradizionale, inventariata e salvaguardata, costituisce un patrim onio straordinario di esperienze e d i conoscenze, oggi in p eri­
colo, che può essere d iffu so e riutilizzato. N o n si tratta tuttavia d i riprodurre pedissequam ente le soluzioni in ogni contesto, ma d i adot­
tare, anche usando tecnologie avanzate, la logica ad esse preposta. I cicli della natura, gli ecosistem i urbani tradizionali, m ostrano pro­
cessi basati su un uso arm onioso delle risorse, in cui ogni lavorazione non produce scarti e rifiu ti che d ivengono problem i, ma
costituiscono m ateriali per altre com ponenti delle attività com plessive. U na gestione sostenibile del territorio e delle città nasce d all’appli­
cazione di questi principi desunti dalla lezione della tradizione. Q uesta è sempre stata un sistem a dinam ico capace d i incorporare l ’inno­
vazione, sottoposta al vaglio del lungo periodo e della sostenibilità locale e am bientale. L e conoscenze tradizionali sono quindi riproposte
com e conoscenza inn ovativa appropriata e avanzata per la elaborazione d i un nuovo paradigm a tecnologico, [p. 2 7 3]
TECNOLOGIE E PROGETTI APPLICATIVI

i.

Riuso di tecniche tradizionali

Nel ciclo della natura gli elementi acqua, aria, terra, fuoco sono collegati. Que­
sto principio, insito nel sapere tradizionale, va mantenuto nel restauro del paesag­
gio e nella progettazione del territorio e della città autosostenibile. La penuria delle
risorse è il risultato della distruzione e dello spreco. Enormi quantità di acque me­
teoriche non sono raccolte, mentre preziosa acqua potabile è utilizzata per usi igie­
nici. L’energia del sole è sempre stata presente nella tradizione e oggi, con le mo­
derne tecniche fotovoltaiche, potrebbe risolvere i problemi energetici di un’intera
nazione. Le montagne di rifiuti e le quantità di acque usate, che costituiscono oggi
un problema, possono divenire una risorsa. Con tecniche innovative adattate all’am­
biente e alle società locali, è possibile realizzare il programma di ottenere acqua
dall’atmosfera, energia dal sole, terra e fertilizzanti dal riciclo: uno sviluppo umano
armonioso e compatibile con le culture e la natura.
Acqua dall'atm osfera

A partire dall’esperienza dei condensatori in pietra della tradizione sono stati sperimentati vari sistemi inno­
vativi di produzione idrica.

Condensatore atmosferico II dispositivo è costituito da una cupola di 1 2 metri di altezza e 12 di diametro ed è


collocato in cima a una collina. Nelle pareti di pietra spesse 2,5 metri sono realizzate sette file di aperture, di cui
due presso la base e cinque verso la sommità. NeU’interno vi è una colonna cilindrica cava impermeabile, attra­
versata da tubi porosi. La colonna centrale è attrezzata con degli spigoli vivi di pezzi di ardesia inclinati verso il
suolo per moltiplicare la superficie di contatto con l’aria e favorire la formazione di gocce. Nel centro vi è una ca­
vità cilindrica di un metro di diametro e 9 di altezza, nel cui asse è inserito un tubo metallico che serve da camino,
con sbocco all’aria libera a 50 centimetri di altezza sul dispositivo. Nel sottosuolo vi è la cisterna di raccolta, ispe-
zionabile con una scalinata e fornita di pompa per attingere l’acqua. Durante il giorno la temperatura della camera
interna, isolata dalla massa muraria, resta bassa. L’aria calda esteriore entra dai condotti superiori, sfrega le pa­
reti interne, si raffredda e, favorita dall’umidità assorbita dai tubi porosi che mantengono in superficie uno strato
più saturo, raggiunge il punto di condensazione. Sugli spigoli vivi si formano le gocce, che cadono nella cisterna
di raccolta. L’aria raffreddata fuoriesce dai condotti inferiori. Il tubo metallico centrale ha il compito di inter­
cettare l’aria durante la notte e mantenere fredda la massa condensatrice. La capacità di condensazione dipende
dal mantenimento basso della temperatura interna che, per un corretto funzionamento, deve avere uno scarto con
quella esterna di almeno 15 gradi centigradi. Nei dispositivi tradizionali questa situazione, in cui il condensatore
può produrre 16 metri cubi d’acqua, era garantita dalla grande massa di pietre.

Pozzo aereo a sistema Knapen Funziona secondo le modalità del dispositivo precedente. Al contrario dei cap­
tatori tradizionali (fig. 262) che operano sia di giorno che di notte, questi dispositivi condensano solo le quantità
di vapore d’acqua contenute nell’aria durante il giorno. Sono infatti impermeabilizzati all’esterno, e l’unica fonte
di captazione è perciò quella atmosferica diurna. In questo modo il dato relativo alla produzione di acqua non è
influenzato dalla brina notturna.

Captatore di umidita II dispositivo è formato da una massa di pietre calcaree irregolari, ammucchiate per un’al­
tezza di 2,5 metri su una piattaforma quadrata di 3 metri di lato. L’insieme ha l’aspetto di un tronco di piramide
ricoperto da un rivestimento di cemento impermeabile, nel quale sono inseriti sulla cima e in basso dei fori di ae­
razione. La piattaforma è leggermente inclinata verso il centro, dove un condotto porta alla camera di raccolta
sotterranea, raggiungibile da una scala esterna. Il dispositivo funziona durante il giorno, quando l’ambiente è più
caldo e le pietre calcaree restano più fredde della temperatura esterna. Tuttavia la differenza di temperatura da sola
non sarebbe sufficiente a determinare il punto di condensazione: è necessaria anche l’azione delle pietre calcaree.
Queste infatti, per assorbimento, fissano sulla superficie porosa l’umidità e creano uno strato più saturo in cui il
vapore d’acqua presente nell’aria condensa a una temperatura anche superiore a quella del gradiente di formazione
della rugiada. Le pietre calcaree svolgono quindi, con l’inerzia termica, il ruolo di condensatori e con la porosità
quella di assorbenti e catalizzatori di umidità. Una struttura di questo tipo, il captatore di Chaptal, ha prodotto
durante la stagione calda 87 833 litri di acqua.
A T u b i speciali d i en trata d ell’aria
B C am era d i condensazione
C Spigoli v iv i ricoprenti la superficie della volta della cam era per
la form azione delle goccioline
D T u bi d i uscita d ell’aria
E C ono o im buto d i raccolta delle goccioline
F Serbatoio d ell’acqua di condensazione

3 7 7 . Pozzo aereo a sistem a K napen.

3 7 8 . C ap tatore di um idità. 377


Energia dal sole

L’analisi della situazione bioclimatica di un luogo permette di trarre i migliori vantaggi dalle condizioni natu­
rali. Indirizza gli interventi su tecniche di architettura passiva, tra cui la ventilazione naturale, il raffrescamento
evaporativo ed essiccativo o tramite schermatura, i camini e i condotti sotterranei. Inoltre il riscaldamento è ot­
tenuto in modo solare passivo grazie a masse di elevato accumulo termico o a effetto serra con cellule fotovoltai­
che. Il diagramma bioclimatico indica secondo la situazione di umidità e temperatura gli interventi più idonei.
Con questi principi è possibile realizzare un’abitazione ecologica adattata alle condizioni locali. Le cellule foto-
voltaiche possono essere inserite come tegole nel tetto, fare da copertura a un portico o essere integrate nei vetri
delle finestre. Sono in grado di produrre l’energia necessaria a un’abitazione, nonché un’eccedenza che viene ri­
ceduta alla rete. L’abitazione può essere attrezzata con la captazione di acqua sui tetti per usi sanitari e per irri­
gare giardini pensili. Al di sotto del tetto giardino si realizza uno spazio abitabile, naturalmente raffrescato dalla
vegetazione superiore. La raccolta di rifiuti con biopattumiera e il compost così prodotto forniscono il terriccio
fertile per i giardini pensili. Schermature e vetrate secondo l’esposizione delle pareti contribuiscono al riscalda­
mento durante la stagione fresca e al raffrescamento estivo.

iio °F/42°C

io o ° F / 3 8 ° C

9 0 °F / 32°C

8o° F / 2 8 ° C

03
70 ° F / 2 2 ° C

6 o° F / i 6 ° C

5 o° F / i o ° C

4 o° F / 4 ° C

3 2 ° F / 0 °C

30 40 50 60 7° 80 90

Percentuale di um idità

INTERVENTI NECESSARI SECONDO IL GRADIENTE TEMPERATURa / u MIDITÀ

A Z on a di com fort Riscaldam ento e raffrescam ento passivi


B V entilazione naturale - C on trollo solare
C R affrescam en to essiccativo e raffrescam ento - V entilazione naturale (effetto camino)
dei condotti sotteranei - R affrescam en to evaporativo
D M assa a elevato accum ulo term ico (con condotto sotterraneo)
E M assa a elevato accumulo termico con ventilazione notturna - M assa a elevato accumulo term ico
F R affrescam en to evaporativo (tetto piscina)

G R iscaldam ento solare passivo - Sistem i di riscaldam ento solare passivo

3 7 9 . A baco bioclim atico p er la scelta dei d isp ositivi secondo le condizioni am bientali.
380. A bitazio ne ecologica basata sull’energia solare, la raccolta d ell’acqua e l’inverdim ento pensile. Il tetto giardino, form ato da una coper­
tura vegetale pensile, garantisce il m igliore isolam ento term ico sia d i estate che di inverno. L e qualità om eostatiche delle piante infatti
adattano autom aticam ente la protezione alle condizioni clim atiche. E così possibile ridurre del 50 per cento l ’energia di riscaldam ento
ed evitare com pletam ente il condizionam ento elettrico. In estate su un tetto vegetale la tem peratura non supera i 25 gradi contro gli 80
di una copertura convenzionale. La vegetazione inoltre m igliora la qualità d ell’aria, producendo ossigeno e trattenendo le p olveri. I van ­
taggi urbani sono tali che a T ok io , dove la tem peratura media è cresciuta di tre gradi negli ultim i anni, il consiglio com unale ha imposto
l ’obbligo d i sostituire le tegole e il cem ento con i tetti giardino.

379
Terra fertile dal riciclo

Lo smaltimento degli escrementi da problema può trasformarsi in risorsa, producendo acqua per l’irrigazione
e terreno fertile. In area urbana esistono oggi molteplici dispositivi capaci di elaborare direttamente gli escrementi,
senza necessità di realizzare imponenti reti fognarie. Questi gabinetti per la produzione di compost sono sistemi
basati sulla «digestione aerobica» dei rifiuti. I sistemi aerobici sono privi di odori, e l’aria di scarico emessa è com­
posta di anidride carbonica e vapore acqueo, al contrario del processo anaerobico che, avvenendo senza ossigeno,
è maleodorante e dà origine a gas metano. La produzione di compost ha luogo in una camera di decomposizione,
in cui si crea terreno organico, e che deve essere posta al di sotto degli scarichi del bagno e della cucina; è neces­
sario rendere la camera ispezionabile per poter rimuovere l’humus prodotto (da 11 a 38 litri l’anno per persona).
Il compost ottenuto ha contenuto batterico, consistenza e colore simile allo strato superficiale del suolo. Disposi­
tivi analoghi sono stati realizzati per la trasformazione in compost dei rifiuti organici delle cucine. Sistemi a più
larga scala prevedono l’utilizzo della fitodepurazione, indirizzando le acque entro terrazzi coltivati che depurano
il liquido tramite il processo fisiologico di piante da esso irrigate. Dispositivi di fitodepurazione su terrazzi sono
i più indicati e spesso i soli proponibili in zone aride e semiaride o carsiche come nel sud d’Italia, e in generale
prive di corsi di fiumi per lo smaltimento delle acque e in cui la stessa depurazione per lagunaggio risulta una for­
zatura per l’ambiente.

3 8 1 . S is te m a d i sm a ltim e n to d e lle acq u e u s a te c o n te rra z z a m e n ti e fito d e p u ra z io n e .

3 8 2 . P a rtico la re d el sistem a d i sm altim en to d elle acq u e u sate: le tto d i p erco lazio n e utilizzato nella realizzazio n e d i sistem i d i flu sso su b su perficiale.
3 8 3 . P a rtic o la re d e l siste m a d i sm a ltim e n to d e lle a c q u e u sa te : i tu b i fo r a t i d isp e rd o n o l ’ acq u a n el te rre n o .
385 Restauro dei giardini pensili e dei gradoni terrazzati nella gravina di Laterza (Laureano, 1999). La pratica fh S ^ io n “
? J tradizione viene confermata attraverso il restauro e ampiihcata con la sistemazione di pendìi terrazzati

*
3 8 6 . A p p lic a z io n e d el sistem a d i fito d e p u ra z io n e p e r terra z z i n el w a d i H a d ra m a u t (Y em en ). A v a lle d ella c ittà u n sistem a su c c e ssiv o d i terraz zi
(A ), re a liz z a ti in arm o n ia co n il p a e sa g g io tra d iz io n a le , sm a ltisce le acq u e u sa te , ch e a ltrim e n ti, in a ssen za d i fiu m i cap a ci d i rac c o g lie rle ,
s ta g n e re b b e ro n e ll’ a m b ie n te (L a u re a n o , 19 9 3 ) . [p. 26 9 ]

382
TECNOLOGIE E PROGETTI APPLICATIVI

il.

Progetti per un mondo sostenibile

A dieci anni dalla Conferenza di Rio sull’ambiente e lo sviluppo (Unced, 1992),


s’impone il compito di valutare, anche alla luce dei nuovi cambiamenti economici,
tecnologici e ambientali, l’applicazione delle risoluzioni prese a Rio, note come
Agenda 2x. Questa ha avuto il merito di affermare il carattere transfrontaliero di
problemi, quali la crisi idrica e l’inquinamento, che colpiscono paesi e regioni al di
là del loro luogo di origine. Il cambiamento climatico, la diminuzione degli strati
di ozono, la gestione dell’acqua dei mari e di quella potabile, la deforestazione, la
desertificazione e il degrado dei suoli, la diffusione dei rifiuti, la perdita di diver­
sità biologica e culturale, l’urbanizzazione massiccia, l’industrializzazione agricola
sono problematiche che, per essere affrontate, richiedono azioni concertate da parte
del mondo intero. Sia con accordi generali, come quelli sulle emissioni dei gas serra
per contrastare il riscaldamento globale, sia con azioni locali.
In particolare è stato raggiunto un consenso unanime sull’impossibilità di sepa­
rare la salvaguardia ambientale dalla lotta alla povertà e dalla mancanza di pro­
gresso umano e sociale. In tal senso è stato adottato il concetto di sviluppo soste­
nibile, definito dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo come:
«sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità
per le generazioni future di soddisfare i loro bisogni». Questo concetto è stato ri­
conosciuto come un obiettivo primario a livello sia locale che internazionale, un
imperativo per perpetuare la vita umana sul pianeta. Il suo raggiungimento pre­
suppone l’integrazione tra la dimensione economica, sociale e ambientale e richiede
nuovi modi di pensare le attività di produzione e di consumo. Compito successivo
è la verifica, da una parte, dello stato d’attuazione di questo processo denominato
«visioni per lo sviluppo sostenibile» (conferenza di Johannesburg, 2002) e, dall’al­
tra, delle azioni concrete che concorrono alla sua realizzazione. Si tratta di progetti
promossi in tutto il mondo, basati sull’impegno alla salvaguardia dell’ambientale,
la volontà di recuperare le tecniche, le lavorazioni e il paesaggio tradizionale, o im­
posti da impellenti necessità idriche. Queste esperienze mirano alla creazione di
una nuova economia etica e di una tecnologia capace di incorporare i valori rivo­
luzionari della tradizione.
Progetto di un complesso residenziale ecologico
a Vasteras (Svezia)

Il progetto, realizzato negli anni novanta a 150 chilometri da Stoccolma, riguarda un complesso residenziale di
sei edifici su quattro-sei piani per un totale di settanta appartamenti, fatto costruire dalla Hsb (Istituto per il fi­
nanziamento dell’edilizia pubblica). L’intervento introduce un modo di vivere ecologico in ambito urbano, e co­
stituisce un esperimento generalizzabile con l’obiettivo principale di rendere i cittadini partecipi del ciclo natu­
rale e della salvaguardia dell’ambiente. Il progetto si fonda sulla costruzione di un cortile ecologico e sulla creazione
di spazi che consentano una gestione ecologica dei rifiuti: dal gabinetto basato sulla separazione dei solidi e dei li­
quidi secondo l’antica tradizione dello Yemen, alla raccolta differenziata nelle cucine, all’uso del compost negli
orti condominiali.
Una parte dell’acqua raccolta dai tetti tramite le grondaie è utilizzata direttamente nelle abitazioni per gli usi
domestici; la parte restante, quella proveniente dagli scarichi domestici delle abitazioni e quella raccolta dalle su-
perfici pavimentate del giardino, è utilizzata per l’irrigazione, dopo essere stata stoccata in una cisterna e filtrata.
Per i rifiuti solidi è previsto un sistema di produzione del compost, posto al di sotto degli edifici.
Il progetto risulta un intervento di naturalizzazione a scala urbana, che non richiede particolari sforzi né costi
e contribuisce alla creazione di aree abitabili autosostenibili all’interno degli insediamenti cittadini.

3 8 7 . S c h e m a d el sistem a d i tra tta m e n to d e i r ifiu ti. S i n o ti l ’ u so d i u n a v e rsio n e co n te m p o ra n e a d el g a b in e tto a d u e v ie d i tra d iz io n e y e m e n ita ,


[p. 26 9 ]
1 . C o m p o st

2. C is te rn a
3 . F ilt r o

3 8 8 . I l c o m p le sso re sid e n z ia le d e lla H s b a V a s te r a s , c o n il c o rtile ec o lo g ic o e il sistem a d i g e stio n e d e i r ifiu t i e d e lle acq u e u sate.

385
Restauro dell'ecosistema della gravina di Palagianello (Italia)

Le gravine sono profondi valloni erosivi intagliati ai bordi dell’altopiano delle Murge nella Basilicata e nella
Puglia. Appaiono oggi come sistemi naturali, luoghi di vegetazione spontanea e ambiente selvaggio. Sono invece
il frutto di un’azione continua dell’uomo, che usa e modella il quadro naturale geomorfologico per realizzare si­
stemi di habitat e paesaggi culturali. E il lavoro costante di terrazzamento dei pendii, di regimazione delle acque,
di creazione di terreno fertile, di coltivazione, di scavo delle grotte, di intaglio delle scale e di manutenzione dei
sentieri che crea il paesaggio delle gravine e contribuisce alla conservazione della biodiversità. Senza questa opera,
protrattasi dal più lontano passato preistorico fino ai recenti anni cinquanta, le gravine si evolvono in una situa­
zione di degrado e di desertificazione. Il pendio, esposto a piogge dagli andamenti alterni con scrosci improvvisi
e stagioni completamente aride, se non protetto dai sistemi di raccolta e regimazione delle acque, risulta eroso nei
momenti umidi e arido nei mesi secchi. Il suolo sparisce completamente e la vegetazione si riduce a macchie resi­
duali nella parte più profonda dell’alveo, dove l’originaria ricchezza di biodiversità lascia il posto alla monocol­
tura di quelle specie più pervicaci nelle situazioni di degrado.
Nella gravina di Palagianello questo processo ha provocato nel tempo una serie di crolli e di frane. Al paesag­
gio a coltivazioni terrazzate e ambiente carsico, con pietre calcaree affioranti tra la vegetazione a macchia medi-
terranea, si sostituisce la situazione degradata di conoidi di residui, su cui attecchisce una flora estranea ed effi­
mera. Il progetto, realizzato dall’autore, attua il consolidamento e la protezione del versante della gravina attraverso
il restauro dell’ecosistema. Le soluzioni e le modalità di intervento sono state desunte dalla storia e dalla realtà
dell’ambiente di Palagianello tramite il riutilizzo di tecniche e di saperi tradizionali e la riproposta del paesaggio
originario. Quest’ultimo, con i suoi sistemi di regimazione delle acque, i campi terrazzati e la manutenzione agri­
cola, assicurava nel tempo la protezione del pendio, salvaguardandolo dal degrado e da crolli rovinosi.
L’intervento risponde alle seguenti finalità:
1) realizza in un’area della gravina di Palagianello il recupero ambientale tramite sistemi di consolidamento che
utilizzano tecnologie tradizionali e tecniche innovative adattate, configurandosi come intervento pilota per
azioni di sostenibilità ambientale rivolte alla realtà ecologico-culturale dei sistemi di gravina e di pendii sog­
getti alla desertificazione;
2) consolida e mette in sicurezza l’area prescelta, utilizzando tecniche ad alta valenza e interesse culturale che,
allo stesso tempo, necessitano di modi di esecuzione a forte intensità e qualità di lavoro, con importante rica­
duta sulle possibilità occupazionali locali;
3) realizza, attraverso il consolidamento, una zona di interesse culturale e turistico e un parco giardino a disposi­
zione della città e dei visitatori, permettendo la creazione di ulteriori posti di lavoro sia nella riattivazione di
parcelle produttive private sia nella gestione complessiva dell’area;
4) recupera saper fare locale, ridando ruolo sociale e identità a conoscenze e categorie professionali scartate dai
sistemi costruttivi moderni.
3 8 9 . P ro sp e tto d e l fro n te d e lla g ra v in a d i P a la g ia n e llo c o n il p ro g e tto d i r e s ta u r o a m b ie n ta le (L a u re a n o , 2 0 0 0 ).

391.
3 9 2 - M u ro d i so ste g n o e can a le tta . 3 9 3 . G r o n d a d i d re n a g g io .

C a p ta z io n e
d i u m id ità

C a p ta z io n e Irrig a z io n e
d i u m id ità o c c u lta

3 9 4 . In sie m e d e i te rra z z i.
A c c u m u lo
T e r r e n o v e g e ta le
id ric o

S t r a t o filtr a n te : Ie tto d i sa b b ia

G h ia ia 1 6 / 3 0

• L e tt o in p ie tr is c o fr a n tu m a to

3 9 5 . F u n z io n a m e n to d e i te r r a z z i co m e c a p ta to ri d i u m id ità , s iste m i d i irrig a z io n e d a l b a ss o e fo rm a z io n e d i


te rre n o v e g e ta le .

388
396. Sistema idrico attraverso il pendio terrazzato.

j?

3 9 7 . C re a z io n e d i m icro clim a co n rid u z io n e d i e v a p o ra z io n e d a l su o lo e in sta u ra z io n e d i u n c irc u ito v irtu o so ca p a ce d i au to p ro p u lsio n e e a u to ­


rig e n e ra z io n e .
Restauro dell'ecosistema am bientale e urbano
della città murata di H arar (Etiopia)

Situata a 500 chilometri della capitale etiope, Harar è stata per lungo tempo l’unica e più importante presenza
urbana del Corno d’Africa. Cinta nel xvi secolo da imponenti mura, la città divenne il centro commerciale e spi­
rituale della presenza musulmana in Africa, sintesi della tradizione idroagricola autoctona e delle esperienze idrau­
liche sudarabiche. L’esistenza storica della città di Harar è dovuta alla sua particolarità di costituire un ecosistema
urbano capace di utilizzare al meglio le risorse naturali disponibili. Oggi la situazione di approvvigionamento idrico
di Harar è drammatica. L’acqua per la stessa città moderna è portata dal lago Alemaya situato a una distanza di
t4 chilometri, con una condotta vecchia di trent’anni che perde circa il 35 per cento del liquido. A causa della de­
sertificazione vi è inoltre una continua diminuzione della profondità del lago, che è ormai a rischio di scomparire.
Il sistema di smaltimento antico degli escrementi umani tramite raccolta con gli asini e utilizzo nella concima­
zione dei campi non è più in funzione e la mancanza di acqua impedisce la realizzazione della toilette per mezzo di
water closet e scarico delle acque di tipo occidentale. Al contrario la città antica, aveva le sue tecniche per ap­
provvigionarsi d’acqua ed era dotata di imponenti sistemi idrici, che si estendevano a tutta la campagna circo­
stante e ai giardini terrazzati. Nella stagione delle piogge i torrenti si ingrossano e l’acqua veniva indirizzata con
deviatori e fossati verso la città per alimentare la falda sotterranea. Interpretando la rete idrografica di Harar, si
vede come alcune strade seguano proprio il corso dei torrenti che alimentavano le falde nei vicinati delle abita­
zioni e facevano defluire gli eccessi attraverso le porte.
Il progetto, elaborato dall’autore per l’Unesco, ripropone con metodi innovativi la stessa logica di gestione ar­
moniosa delle risorse propria della tradizione storica di Harar, applicando le seguenti procedure:
- ripristino del sistema di gestione delle piene per effettuare il ripascimento delle falde e la riorganizzazione delle
ritenute d’acqua;
- restauro delle abitazioni con i tetti a terrazza come superfici di captazione dell’acqua piovana, da indirizzare
in cisterne familiari;
- realizzazione del sistema di toilette e di smaltimento delle acque usate con gabinetti a secco che producono con­
cimi e per mezzo di fitodepurazione;
- realizzazione di una cintura verde intorno al perimetro murario come area di protezione, parco, vivaio di piante
per la riforestazione e area per lo smaltimento delle acque usate tramite terrazzamenti di fitodepurazione;
- coinvolgimento delle associazioni corporative tradizionali nella organizzazione e gestione del processo.

39 0 3 9 8 . H a r a r : la c ittà m u ra ta.
1 . P re se d ’ acq u a p e r il r ip a sc im e n to d elle fa ld e n ella c ittà
2. R io rg a n iz z a z io n e d e lle stra d e to r r e n te e d e llo sc o rrim e n to id ric o
3 . T e rra z z i
4. Z o n a v e r d e tam p o n e c o n v i v a i p e r la r ifo r e s ta z io n e e le c o ltiv a z io n i
5 . R e c u p e ro d el s iste m a a b ita tiv o c o n in s e r im e n to d e i s e r v iz i ig ie n ic i
tra m ite sistem a d i co m p o sta g g io

3 9 9 . P ro g e tto d e l re c u p e ro a m b ie n ta le re a liz z a to p e r l ’U n e sc o (L a u re a n o , 2 0 0 1 ) . [pp. 16 6 -6 8 ]

391
CRONOLOGIA DELLE TECNICHE IDRICHE SECONDO LE VARIETÀ AMBIENTALI

ZO NE CARSICHE
ALTIPIANI CARSICI BACINI INTERFLUVIALI COLLINE E PENDÌI
A m b ie n ti SEMIARIDE E BORDI STEPPE E SAVANE DESERTI
UMIDI E PIANURE M O NTANI
DI ALTIPIANI

PRECIPITAZIONI ACQUE PRECIPITAZIONI ACQ UE


R iso rs a id ric a PIOGGE ESO ND AZIO NI
E ACQUE ATMOSFERICHE OCCULTE E ACQUE DI SCORRIMENTO
p r e v a le n te ALLUVIONALI E FALDE
ATMOSFERICHE E DI FALDA NASCOSTE SUI DECLIVI

Paleolitico

Raccolta di acqua bevibile


e controllo idrico per facilitare
la vegetazione Superfici e allineamenti Stillicidio e percolazione Pozze, fossi Sbarramenti
spontanea e la pesca di pietre nelle grotte e drenaggi di pietre

Vili

Uso di suoli naturalmente


pij tv
Scavo di grotte Condensazione Coltivazione Irrigazione
impregnati d'acqua e captazione
per intercettare l’acqua di umidità nomade per ruscellamento
di umidità atmosferica e conservazione
dell’acqua nel suolo

VII
d
c Argini, contenimento dei terreni,
c piattaforme e fossati
(U Raccolta di acqua Villaggi con fossati Giardini Irrigazione per riflusso
polifunzionali piovana in pozze e ipogei protetti delle piene
e cisterne
E
c VI
V)
VÏ Canali e argini di diversione
d)
L. nei bacini interfluviali.
Q_ Domesticazione della palma. Villaggi con fossati Conservazione di acqua Domesticazione Prese d ’acqua
V)
<U Villaggi con fossati e ipogei in giare cisterna e diffusione della palma e argini

o
<U V
Q.
Irrigazione sui declivi tramite
Cisterne Ipogei Idrogenesi e Abitazioni Prese di acqua
o la forza di gravità a campana a corte precipitazioni occulte in terra cruda e canalizzazioni
per irrigare i pendìi
c
o
o
(viD
IV
c Insediamenti basati su bacini,
<u
a>
v-
cisterne e strutture megalitiche. Monumenti megalitici Tumuli e allineamenti Comunità Canalette e dispositivi Bisse
<U Diffusione delle oasi (tholos, trulli, specchie,
cisterne, ovili)
di pietre autopoietiche per il controllo climatico

E
<u
Q>
-c
u
c
u Grandi dighe di diversione, pozzi
a> in muratura, drenaggi sotterranei, Muri a secco Massa muraria Uso combinato per la Dispositivi Prese d’acqua
canali e dispositivi idraulici per captare l’umidità captazione, distillazione idraulici e creazione di giardini
e condensazione ai lati dell’alveo

; « *
* .. S g g
Æ v iv ,T .
Giardini terrazzati e
Aguada Complessi Sbarramenti Giardini Sistemi per la protezione G iardini
organizzazione dei pendìi sotterranei con dighe interrate nei crateri dei suoli, raccolta idrica terrazzati
e riparo dal vento

1
HTvtiìy
J\ s u \
Diffusione delle gallerie drenanti, •V »
ecosistemi urbani su pendìi c5"!
terrazzati. Costruzione Architetture per il Uso integrato di Agricoltura Captazione sotterranea Sistemi a grande scala Terrazzamenti
del gran Canale cinese risparmio di energia captazione, raccolta e nabatea e sabea (foggara, qanat ecc.) di diversione e utilizzo
e risorse distribuzione dell’acqua delle piene
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Indice analitico
In corsivo sono segnalati i termini relativi a tecniche o dispositivi idroagricoli.

Abadla (Algeria), 258 Africa, 24, 33, 52, 54-55, 57, 6 1, 83, n o ,
abitazioni, vedi capanna; case; costruzioni; 1 1 5 , 1 1 7 , 168, 2 4 1, 245, 268, 2 8 1, 289,
tenda circolare di pelle 305-06, 365, 390
rupestri vedi case grotta; costruzioni sot­ occidentale, 166
terranee; ipogei settentrionale, 54, 64, 67, 1 1 5 , 208, 2 13 ,
abluzioni, camere e ambienti adibiti alle, vedi 272-73
ma’had; riti, culti e luoghi sacri legati vedi anche le voci per nazioni, regioni e lo ­
all’acqua calità
Aborigeni australiani, 36, 4 1, 43 Agau, 67
Abramo, 92 Agnuak, 305
Abu Simbel (Egitto), 334-35 agricoltura:
acqua/e: andalusa, 16 3, 208, 2 13 , 256, 322
bevibile, 17 , 4 1, 52 , 94, 10 5 , 1 4 1 , 186, edomita, 53, 288
2 12 , 222, 225, 272, 284, 3 18 , 375, 392 irrigua, 57, 229
caratteristiche fisiche dell’, 15 itinerante, vedi taglia e brucia
ciclo dell’ , 12 -18 , 237-38, 277, 370 nabatea e sabea, 87, 10 5, 208, 2 10 , 300,
di scioglimento dei ghiacciai, 2 13 -14 , 222, 347-48, 392
238, 255, 260, 328, 370 non irrigua, 51-52
oasiana, 12 5 , 256
di scorrimento superficiale, 2 9 ,12 3 ,12 5 -2 6 ,
origine e introduzione dell’ , 49, 52-53
144, 172 , 179-80, 187, 19 2, 207, 222,
palmiera, vedi palma
237 . 255.324.347, 358
precolombiana, 13 3 ; vedi anche hoyas
maestri d e ll’ - (k ie le l-m a ), 144-45
vedi anche coltivazione; monocoltura; or­
meteorica, 22, 64, 88, 268, 3 19 , 373, 375,
ticoltura; rotazione a tre campi, sistema
392
di; semina; silvicoltura
nei sedimenti del terreno, 5 1 , 12 6 , 1 7 1 ,
agropastori - utilizzatori di metalli, 28, 81-120,
270
19 1, 200-01, 280, 299-320
piovana, 53, 76, 17 8 ,18 0 , 2 17 , 2 2 1, 268,
aguada, 225-26, 228, 322, 359, 392
273; vedi anche pioggia; precipitazioni aia, 202
potabile, consumo prò capite, 239 giardino, 65, n o , 198, 200, 288, 342
primordiali o fossili, 22, 137-38 , 326 Alberobello (Puglia), 1 1 5 , 1 9 1 , 219, 291, 3 12 ,
produzione di, vedi idrogenesi
313
punti d’ , 35, 1 5 1 , 188, 242 Alemaya, lago (Etiopia), 390
riciclo delle, 220, 262, 380-82, 384-85 Aleppo (Siria), 1 1 5
sorgiva, 180 Alessandria (Egitto), 104, 190-91
sotterranee, 86, 125-26, 128-29, 207, 237, Alessandro il Grande, 13 , 18 , 190
2 5 6, 324, 3 7 0 -7 1 Algeria, 16, 22-23, 25. 38, 42-44, 48, 50, 54,
usate o di scarico, 220, 262-63 58, 78, 1 1 4 , 12 5-2 7, 129-30, 132 -35 ,
acquedotto , 9 1, 13 8 , 186, 190, 349-50 I 3 7 "4 °> 145-46, 1 4 9 -5 ° . i5 4 -6 i, 16 3,
ponte - , 197-98, 209 207, 258, 271-72, 285-86, 304, 324-27,
Aden (Yemen), 90-91, 3 18 , 320 333
golfo di, 33 Alghero (Sardegna), 337
Adrar, oasi di (Algeria), 145 Allahabad (India), 2 19 , 356
Afar (Eritrea), 64 Allen, E ., 1 1 5
Afghanistan, 220 allineamenti d i pietre, 38, 40, 94, 104 ,
afocha, 16 3, 166, 168 106-07, r 20, 14 0 -4 1, 208, 282, 300,
afreg, 12 8 , 1 3 1 302, 347, 349, 392; vedi anche manhal 409
alluvioni e inondazioni, 4 9 , 5 7 , 7 4 , 9 6 , 1 6 3 , vedi anche le vo ci per razio n i.
1 7 1 , 17 8 , 207, 2 20 -21, 225, 233, 238, località
2 4 4 , 2 9 1 , 3 1 6 , 3 9 2 ; vedi anche piene Assuan, diga di (Egitto), 233
alquerie, 1 6 3 , 3 2 5 Atlante, 33, 237, 258
Altamura (Puglia), 6 5 Attica, 207
altipiani e terre alte, 2 4 , 2 9 , 3 3 , 5 2 , 5 3 , 6 2 , attrezzi:
6 4 - 6 7 , 7 1 , 7 3 , 7 7 - 7 8 , 8 7 - 8 9 , 9 2 , 9 6 , ror, di legno, 36
204, 10 8 , 12 5-2 6 , 1 1 8 , 12 0 , 1 2 5 , 1 3 2 , bastone forato, 78-80
1 3 7 , 1 4 1 - 4 2 , 1 5 6 , 1 5 8 , r6o, 167-68, 272, bastoni da scavo, 42
i 8 o - 8 r , 1 8 8 - 8 9 , 1 9 I > I 94> I 9 ^ , 2 0 2 > 2 0 6 , di metallo, 83, 85, 220, 205, 299
220, 2 2 9 - 3 1, 284, 290, 32 8 , 349, 392 vomere di ferro, 205
Alto Adige, 2 6 4 di pietra, 35-37, 63
Amalfi (Campania), 2 1 3 polifunzionali, 36-37, 282
Amazzonia, 3 4 , 2 4 5 , 2 8 9 Australia, 33, 42, 285; vedi anche le voci per
Ambrosi, A ., 9 0 regioni e località
America, 3 3 , 2 6 3 , 2 8 9 autocatalitico, sistema, 258
centrale, 2 8 9 autopoiesi (autoriproduzione), 24, 27-28,
meridionale, 233, 258, 268, 368 223-32, 255, 273-74, 322, 389; vedi an­
settentrionale, 35, 67, 263, 367 che comunità autopoietiche; ecosistemi
vedi anche le voci per nazioni, regioni, loca­ autopoietici
lità Axum (Etiopia), 266
Amiran, R ., 87 Aztechi, 223, 358
Amman (Giordania), 290, 236
ammassi di pietre, vedi cumuli di pietre Babilonia, 25, 80
amplificazione: bacini artificiali, 87, 243-44, 268, 278, 280,
dei benefici, centri di, 28 284, 288, 2 33, 270, 356
di umidità e fertilità, 12 3 , 372 di irrigazione, 222, 258
Anasazi, 67, 336 serie di, 88, 94, 272, 220, 225, 348
Anassimandro, 276-77
vedi anche kurii; majen; resaf
Anati, E ., 325
Bahrain (Golfo arabico-persico), 225
Anatolia, 52, 54-55, 207, 296-97
Baibars, sultano, 249
Andalusia, 233, 263, 233
Baleari, isole (Spagna), 225
Ande, 289
Banpo (Cina), 229, 295
anelli concentrici, vedi cerchi concentrici o
barcane, 228
doppio cerchio
Barker, G ., 87
Anfione e Zeto, tomba di, 1 1 5
Bari (Puglia), 66
Angkor (Cambogia), 24
barriere vegetali per la fissazione dei suoli,
Aqaba, golfo di, 33, 84, 204
Araba: 28, 228, 230-32, 232-32, 259, 268
valle dell’ , 84-85 Basento, valle del (Basilicata), 246
wadi, 204, 347 Basilicata, 62-67, 74, 76, 207-09, 220, 227,
Arabia, 57, 87, 92, 204, 15 5 , 272, 289, 3 19 , 229, 254, 256, 292-92, 294-96, 298-99,
202-02, 245-46, 248-49, 273, 292, 295,
3 2 i, 347
Arad (Israele), 87, 328 309, 3 3 3 -3 5 . 3 4 ° , 3 4 3 , 346, 364, 3 7 3 ,
Arcadia, 2 17 386
architettura passiva, 67, n o , 227, 334, 360, Béchar (Algeria), 258
Bedu, 350
378 Beida (Giordania), 59-63, 256, 293, 296
argilla, vedi terra cruda
argini, 25, 42, 44, 49, 5 2 ,6 0 , 65, 78, 92, 96, beit, 60
98, 225, 266, 269, 272, 275-76, 295, Belucistan (Pakistan), 220-22, 354, 356-57
220-22, 284, 296, 326, 332 , 349, 372, Bengala occidentale (India), 222
392
Beni Isguen (Algeria), 258-59
di legno, 45, 282 beni tabù e divieti alimentari, 24, 37, 247,
di pietra, 284 263, 268, 282
di terra cruda, 277 Bennur (India), 354
vedi anche harrah Beozia, 225, 227, 207
Arii, 220 Berberi, 247, 252, 263, 272
Aristotele, 25, 276 Bernal, M ., 225, 227, 276
arsch, 268 Bersabea (Israele), 337
arte, 24, 24, 57, 80, 82, 85-86, 249, 252, Beyt Bows (Yemen), 88
207, 272, 275, 282 Bhalla, A. S., 253
preistorica, 28, 34-36, 40, 42-43, 48, 55, Bhopal, lago di (India), 222, 354
72, 75-76, 220, 225, 252, 298, 272, Bibbia, 84, 87, 94, 233, 280, 288, 292, 277
284-86, 323, 325 Bietti Sestrieri, A ., 337
Asia, 245, 258, 268, 364, 366 Bilqis, vedi Saba, regina di
centrale, 83, 289 bir o birkeh, 87
4io Minore, 233, 277 Biserta (Tunisia), 256
bisse, 2 13 -15 , 222, 260-61, 264, 322, 328-30, Canne, vedi Qana
392 Cantelli, C., 119
Blanc, G ., 253 capanna, 59, 120, 198, 288, 3 1 2 , 3 14
bocca dei pozzi, 14 2, 222 africana, 305-06
boina, 64, 303 di legno, i i o - i i , 305
bonifica, 63, 87, 205 basilica, 305
boschi, 1 9 1 , 241 con tetto conico vegetale, 64
sacri, 24 di canne, 15 1-5 2 , 305
vedi anche foresta di fibra vegetale, 306
Boscimani del Kalahari, 36 di pietra, 305
Botromagno (Puglia), 197-98, 209 rituale, 3 13
«grande bothros» (vallone, pozzo sacro), tradizionale, 268
198 vedi anche case; costruzioni; srefe
Botswana, 168 Cappadocia, 66-67, 69, 3 3 1, 334
Bouayard-Agha, Malia, 256 Capsiani, 54
Brandt, C .J., 245 captatore di umidità, 376-77
Brasile, 245, 268 captazione, 26, 38, 40, 87, 90, 1 0 1 , 104,
brina, 15 , 10 7 , 1 1 9 , 1 4 1 , 16 3, 180, 189,
107, n o , 1 1 7 , 12 5 , 133-34 , 13 7 , * 4 i,
191. 3 *o, 376 16 3, 18 3, 188, 1 9 1 , 198, 208-09, 2 17 ,
Brokensha, D ., 253 220-21, 2 3 1, 233, 248, 258, 266, 270,
Brown, L. R ., 276
299,3°o , 302-04, 3 2 2 ,3 2 4 ,3 3 2 , 342-43,
buche, vedi fosse
3 4 7 , 3 4 9 , 359-6o, 373, 376-79, 388,
Bulla Regia (Tunisia), 64
3 9 °, 392; vedi anche kundis
bur, 128, 130 , 325
Casaldolce (Lazio), 74
Burkina Faso, 78, 241 case:
Burren (Irlanda), 2 17 -18
a corridoio, 60, 296
a corte, 29, 67, 158 , 304
Cabilia (Algeria), 271
a pozzo, 360
cacciatori-pescatori, 35
-grotta, 156 , 198, 260, 268
cacciatori-raccoglitori, 28, 31-4 6 , 49, 53,
-torri, 17 0 -7 1, 176 , 305
149, 1 9 1 , 280-86
vedi anche costruzioni
Cadmo, fondatore di Tebe, 1 1 5
Cassano, F., 276
cairn, 37; vedi anche cumuli di pietre
Cairo (Egitto), 249 Qatal Hiiyiik (Turchia), 55, 57, 297
catavotre, 1 1 7 , 300
Calabria, 245, 364
Cauvin, J ., 52
Calcutta (India), 262
paludi di, 262 Cavalli Sforza, L. L ., 54
Caldei, 3r8 caverne, vedi grotte; guelta
California, 268 cavita naturali, 40, 64, n o , 1 4 1 , 290, 358
Cambise, imperatore, ro4 carsiche, 65, 19 1, 222; vedi anche doline;
Cambogia, 24 inghiottitoi; laghi; puh
Camps, G ., 37, 55 cenote, 222-23, 225-26
canalette, ir o - r r , 14 3, 260, 304, 322, 388, centri storici, 196, 209, 2 17 , 2 19 , 247, 260,
392; vedi anche bisse; ru 266, 273-74, 3 3 1
canali, 24, 44, 49, 67, 91-92, 94, 1 1 5 , rr7 , ceramica, 6 1, 64, 186, 220
169, 1 7 1 , 175-76, 18 3 , 186, 189, 195, cerchi concentrici о doppio cerchio, 7 1 , 80,
198, 202, 205, 2 1 1 , 2 14 , 2 19 , 225, 261, 156 , 189, 294, 309
296, 3 18 , 329-30, 372, 392 di pietre, strutture a, 24,62-63,65,107-08,
adduttori, 4 1, 13 7 , 14 1 n o , 1 1 7 , 120, 13 8 , 14 0 -4 1, 2 3 1
di drenaggio, 4 1, 7 1 , 73-74, 1 1 7 , T98, Chac Mool, 227
229; vedi anche gallerie drenanti Chaco Canyon (America settentrionale), 67
di irrigazione, 5 9 ,12 6 ,14 7 , 220-21, 229-30, Chichén Itzà (Yucatàn), 222-23, 225, 227-28,
327; vedi anche irrigazione per canalizza­ 24 7 >2 4 9
zioni superficiali chiese, 305, 307-08
polifunzionali, 74, 208 sotterranee, 67, 70, 198, 201-02, 249,
sotterranei, 1 3 3 ,1 3 8 , 2 13 , 329; vedianche 334-38
gallerie Chilam Balam, 222
vedi anche fossati Childe, V .G ., 49
canalizzazioni, rete di, 92, n o , 1 5 1 , 16 3, chinampa, 2 13 , 224-25, 358
18 0 ,18 6 , t88, 19 3, 198, 2 13 , 222, 299, chiuse, 74, 92-93, Г45, 16 3, 186, 2 2 1, 2 6 1,
328, 3 3 1 , 348-49, 373, 392; vedianche 3 29 >3 4 7 - 4 8
bisse; irrigazione per canalizzazioni chultun, 225-26, 228, 359
superficiali ; ru ciclo dell’acqua, 12 -18 , 237-38, 277, 370
a cielo aperto, 14 2 -4 3, 14 7 ; vedi anche ciclo tradizionale integrato, 2 3 -2 4 ,15 5 , 176,
seguia 178 , 269-70, 274, 332 , 372, 375; vedi
Canarie, isole (Spagna), 12 5 anche rifiuti organici, raccolta e riciclo
Candragupta, imperatore indiano, 2 2 1 dei; zai
Cina, 67, 13 3 , 204, 228-33, 263, 268, 270, condensazione, 12 , 14 - 15 , 17 , 38, 5 1 , 64,
289-90, 295, 3 3 1,3 3 9 , 347, 355, 360-62 78, 87-89, 94-95, 1 0 1 , 104, 10 7 , n o ,
Cinque Terre (Liguria), 2 13 , 264-67 1 1 7 , 1 1 9 , 137-38 , 1 4 1 , 179-80, 18 8 ,
cinta muraria, 52-53, 168-69, 3 18 2 17 , 268, 288, 302, 305, 3 10 , 322, 326,
Cipolloni Sampò, M ., 64, 334 3 3 1 , 342, 344, 3 7 1, 376-77, 392
cistemali, 1 9 1 , 228, 2 9 1; vedi anche cutini; vedi anche pozzi di condensazione; preci­
laghi pitazioni occulte
cisterne, 5 1 , 7 1, 76, 87, 94, 96, 100, 10 3 , Confucio, 229
i n , 120, 163-65, 1 7 1 , 17 8 , 18 0 -8 1, Congo, 36
183-84, 186, 188-90, 1 9 1 , 19 3, 201-02, conoscenze tradizionali:
219-22, 228, 2 3 1, 248, 2 7 1, 273, 288, come parte della «modernità di successo»,
29C 293, 302, 304, 3 1 1 , 3 1 3 , 3 18 -19 , 264
3 3 C 3 4 0 , 3 4 2 -4 4 , 3 4 8 -5 0 , 3 7 6 , 3 7 7 , conservazione e trasmissione delle, 20,
3 7 9 , 384-85, 3 9 0 , 3 9 2 3 2 -3 3 . 1 4 7 . 1 5 1 - 5 2 , 207, 264, 2 7 1,
a campana, 1 0 9 - 1 0 ,18 1,19 8 , 225-26, 248, 275, 2 8 1, 287, 322
290, 300, 340, 34 3, 392; vedi anche costruzione delle, 264, 275
chultun critiche e pregiudizi sulle, 254-63
a cielo aperto, 88-91, 96, 10 0 - 0 1,17 2 , 182, definizione delle, 20, 254
3 18 , 352; vedi anche bacini; vasche e innovazione, 27, 252, 254-55, 263-70,
a fossa, 343 36 3, 374. 38 3, 386
a tetto, 118 -20 , 300, 344 perdita di, 208, 240-42, 248-49, 254, 260,
a tholos, 343 264, 272, 274, 276
rettangolari, 180 povertà come causa di, 268
sistema di, 2 2 1, 320; vedi anche eris principio e logica delle, 20, 262-63, 274-75
vedi anche bir o birkeh; giare cisterna; recupero e riutilizzo di, 20, 208, 254, 258,
neqaba; piazza-cisterna; pozzi-cisterna 265, 275, 374-83
città, 23, 29, 55, 13 3 , 15 2 , 270, 3 16 , 359 sistema delle, 28, 264, 281-82, 288, 300,
abbandono/esodo da, 247-50, 266, 272 322, 332
carovaniere, 29, 5 1 , 104 studi sulle, 20, 253-54
di pietra, 104, 156 , 1 9 1 , 207 conservazione:
di terra cruda, 23, 55, 129, 15 5 , 269-70, dell’umidità, 12 , 107, 1 1 4 , 1 1 7 , 126, 160,
372 1 7 1 , 2 10 , 2 17 , 233, 237, 324
giardino, 332 degli alimenti, vedi stoccaggio degli alimenti
ipogee, 64; vedi anche costruzioni sotter­ idrica, 18 , 20, 4 1, 71-72, 88, 9 5 ,1 0 2 , 1 1 5 ,
ranee; insediamenti sotterranei; ipogei 1 1 9 , 1 4 1 , 143-44, 1 7 1 , 184, 207-08,
manutenzione della, 57, 88, 96, 249 2 18 , 226, 266, 293, 300, 302-04; vedi
murate, 168-69, 390-91 anche riserve idriche
-oasi, 272, 3 3 1 , 349 nel suolo, 38, 14 1 , 158 , 288, 392
santa, 222 sotterranea, 64, 95, 2 31
sistema di, 155-56 vedi anche conoscenze tradizionali, con­
-stato, 168 servazione e trasmissione delle
tradizionale, 23, 374 Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta
vedi anche centri storici; ecosistemi urbani; alla desertificazione (Unccd), 14 , 20,
insediamenti urbani; nomade, urbane­ 2 4 1, 253, 364
simo Conversano (Puglia), 66, 1 9 1 , 19 3, 291
Città del Messico, 224-26 Coo (Grecia), 104
civiltà idrauliche, 18 , 84, 205, 228-33, 270, Corano, 92
3 4 9 . 353-62 Coren del Valento (Valcamonica), 3 13
clan familiari, 83, n o , 166, 194, 198, 202, corporazioni idriche e di mutua solidarietà,
299, 300 14 4 , 155-69, 2 13 , 2 2 1, 255, 268-69,
Cleuziou, S., 12 5 2 7 1, 322, 332, 390; vedi anche afocha;
coesione sociale, 32 , 15 5 , 2 1 3 , 228, 249, alquerie; arsch; maihabar; malaak;
255, 264, 2 7 1, 275, 293 motswelo; toya
coesistenza, 19, 28; vedi anche simbiosi corte, 66, 70, 94, 9 6 ,10 0 ,15 7 - 5 8 ,16 8 ,18 6 ,
coltivatori-allevatori, 28, 47-80, n o , 280, 23U 294, 299, 302, 304, 3 1 3 , 342, 373
287-98 a gomito (forma a b), 60, 296; vedi anche
coltivazione: beit
nomade, 5 1 , 228, 288, 392 a pozzo, 65-67, 202, 290, 340, 36 1-6 2;
prime esperienze di, 43-46, 51-52 vedi anche kiva; ipogei a corte
trasporto e - di tuberi, 45 a cielo aperto, 66
vedi anche agricoltura; orticoltura; semina costruzioni:
Commissione mondiale sull’ambiente e lo circolari, 52, 2 3 1, 293, 305, 309, 360
sviluppo, 383 con volta conica o a semicupola, 1 1 0 - 1 1
comunità autopoietiche, 12 3 , 207, 228-29, in legno, 294
258, 2 7 1, 332 , 3 5 3 . 3 9 2 in pietra, 12 , 59-60, 62, 288, 293
concimazione, vedi fertilizzazione in terra battuta, 2 3 1, 360, 362
condensatore atmosferico, 376-77 di legno trasportabili, 62
di pietra, 156 , 174 Dhana, wadi (Yemen), 92-93, 348
di terra cruda, 52, 54-55, 57, 58, 62, 96, Dholavira (India), 354
129, 1 5 1 , 17 0 -7 1, 176 , 268, 288, 304, dighe, 92-94, 158-59, 175-76, 228, 348, 357.
392; vedi anche zabur 372
rettangolari, 52, 60, 296 ad accumulo di sabbia, 357
sotterranee, 57, 67, 190, 196, 260, 290, di ar-Rachidiya, 258
300, 350, 392; vedi anche ipogei di Assuan, 233
vedi anche capanna; case di Beni Isguen, 158-59
crateri artificiali, 107, 325 di Kenadsa, 258
giardini nei, 128, 13 0 , 13 2 , 175-77, 322, di Marib, 92-94, 347-48
372 , 392 grandi, 233, 258, 270, 392
vedi anche bur; depressione artificiale in pietra e malta, 1 7 1
Creta, 86, 1 1 5 , 12 5 , 207 in terra cruda, 1 7 1
crisi idrica, 235-50, 272, 363, 383 interrate, 104, 160, 2 2 1, 2 3 1, 300, 392
cromleck, 2 17 -18 sotterranee, 126, 208, 357
Crumley, C L ., 206 Diamond, J . , 4 1, 276
Cueva Pintada (Bahia California, Messico), dilavamento, 14 2, 298, 233, 242, 255, 258
3 2 , 34-35 Di Lernia, S., 66
cumuli di pietre, 37, 40, 5 1 , 94, 1 0 1 , 104, Diodoro Siculo, 1 1 7 , 180
1 1 5 , 1 1 9 , 1 4 1 , 188, 2 10 , 2 13 , 2 17 -18 , diritto idraulico, 144, 16 3, 2 2 1, 255, 2 7 1,
232; vedi anche specchie; tumuli di pie­ 322
tre; tu'rat Di Salvo, M ., 307-08
cutini, 1 9 1 ; vedi anche cisternali; laghi dispositivi idraulici, 24, 28, 64, 99, 10 7 , 120,
I 3 7 -4 I, 2 15 , 3 18 , 322, 328-30, 347,
Dahlac, isole (Eritrea), 26, 106-07 3 4 9 , 3 7 6 -7 7 , 3 9 2
Dainelli, G ., 64 sotterranei, 184
Damasco (Siria), 92, 104 distribuzione idrica, vedi ripartizione idrica
dammusi, 67 diversione:
damùs, 66 delle piene, 52, 13 9 , 17 5 , 18 0, 284-85,
Danao, re egizio, 12 5 , 1 1 7 220, 256, 269-70, 3 16 , 3 19 , 332 , 347,
Dancali, 64 3 7 2, 3 9 2
Dauni, 1 1 5 idrica, 4 1, 99, 285, 3 16 , 392
Daunia, 62-63 sbarramenti di, 87, 92-93, 104 , 220-21;
Davis, S., 253 vedi anche gabarband; jerud; khaur
decantazione e filtraggio, 76, 88-89, 10 3 ,10 5 , doline, 65-66, 19 2, 19 3, 202, 248, 340; vedi
184, 220, 225, 327, 348, 356, 384-85; anche laghi; pilli
vedi anche fitodepurazione dolmen, 1 1 5 , 2 17 , 334
deforestazione, 205, 238, 2 4 1, 245, 268, domesticazione, 35, 45-46, 50, 52, 54, 12 5 ,
383 284, 286-88, 322; vedi anche selezione
degrado, 49-50, 208, 238-39, 24 1, 245, 247, vegetale e animale
264, 268, 272, 386 Dongollo (Etiopia), 67
dei pendìi, 238, 247, 265 donne, 24, 14 7, 256, 264, 269, 274
dei suoli, 19 , 12 3 , 16 6, 240-41, 245-46, detentrici e trasmettitrici di conoscenze
254, 266, 268, 273-74, 383 sulle piante, 43-46, 282
Delhi (India), 354 pettinature delle, 147
Deio (Grecia), 104 Dorze, 306
Dentzer, M ., 104 Dowdeswell, E ., 253
depressione, 28, 5 1 , 53, 66, 104, 10 7 , 19 1, dravida, 220, 277
193, 204, 225, 233, 2 9 1,3 16 -17 , 358-59; drenaggio, 24, 4 1-43, 63, 73, 85, 9