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IN TEORIA

DAL FEMMINISMO DELL’ÉLITE


ALLE LOTTE DI CLASSE
NELLA RIPRODUZIONE
George Souvlis e Ankica Čakardić intervistano Cinzia Arruzza
18 luglio 2017

Cinzia Arruzza insegna Filosofia presso la New School for Social Research di New
York. Il suo libro più recente è Storia delle storie del femminismo (con Lidia Cirillo,
2017). Tra gli altri suoi testi ricordiamo Le relazioni pericolose (2010) e Il genere del
capitale (nella Storia del Marxismo a cura di S.Petrucciani) che è stato uno dei Libri
dell’Anno 2016 di PalermoGrad.
Puoi dirci in breve qualcosa sulle esperienze della tua formazione intellettuale e
politica?

Questa è una domanda difficile, perché sono diventata un’attivista all’età di tredici
anni, e a partire da allora questo fatto non ha mai smesso di dare forma alla mia vita,
nella sua interezza. Se dovessi identificare le esperienze che hanno maggiormente
influito sul mio impegno politico e sul mio modo di pensare, potrei fornire l’elenco
che segue. Anzitutto, il fatto di provenire da una famiglia povera siciliana, il che mi
ha messa a contatto con l’ingiustizia e le diseguaglianze di classe, con il sessismo, con
il razzismo culturale ‘soft’ nei confronti della gente del meridione (specialmente negli
anni Novanta, quando la Lega Nord ebbe un’impennata sulla base di un programma
antimeridionale). Quando avevo meno di vent’anni, i punti di svolta nel mio processo
di politicizzazione furono le conversazioni con un insegnante di storia e filosofia della
scuola superiore, che era un vicino di casa e un amico, la lettura del Manifesto del
partito comunista, quella di Stato e rivoluzione di Lenin, e la partecipazione, da
studentessa della scuola superiore, alla lotta degli operai di una fabbrica della Pirelli
della mia città, che stava chiudendo e stava licenziando centinaia di operai che non
avevano alcuna speranza di trovare un altro lavoro, dato il livello di disoccupazione in
Sicilia. Poi gli anni passati nell’organizzazione del movimento degli studenti a Roma,
e in seguito del movimento altermondialista. Sul piano intellettuale, l’incontro con
Daniel Bensaïd, gli anni passati a leggere Il capitale e Platone, la lettura dei testi
femministi marxisti e, successivamente, la scoperta del black marxism, una volta che
mi sono trasferita negli Stati Uniti. E direi anche che il trasferimento a New York è
stato un punto di svolta per più aspetti, uno dei quali è consistito nell’essere venuta a
contatto con il razzismo di marca americana, che mi ha fatto capire quanto parecchi
dei miei presupposti precedenti a proposito del capitalismo fossero errati o parziali.
Ma direi che il mio processo di apprendimento è ancora in corso, ammesso che sia un
processo che può mai avere fine…
La storia delle rivoluzioni dei lavoratori è sempre fonte di ispirazione e di
motivazione, e alcune delle lotte più importanti del mondo moderno (la Rivoluzione
Francese e quella Russa) ebbero inizio quando le donne scesero in piazza a
protestare e a reclamare il pane. Che cosa c’è all’orizzonte internazionale oggi per
quanto riguarda le lotte progressiste e femministe intorno al mondo? Una delle più
importanti azioni di lotta contemporanee è stata costruita attorno alla proclamazione
(da parte di Linda Martin Alcoff, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser, Barbara Ransby,
Keeanga-Yamatta Taylor, Ramsea Yousef Odeh, Angela Davis, e tua) dello sciopero
internazionale delle donne l’8 marzo. C’è la possibilità di assistere a un nuovo
movimento femminista?

Penso che un movimento femminista internazionale già lo abbiamo. Permettimi però


di chiarire un fatto importante: noi nonabbiamo proclamato uno sciopero
internazionale delle donne, nonostante il fatto che la nostra dichiarazione è stata
interpretata in questo modo da molti media. Abbiamo dichiarato di sostenere lo
Sciopero Internazionale delle Donne [International Women’s Strike, n.d.r.] che
attiviste di tutto il mondo avevano già organizzato e proclamato. Abbiamo anche
intrapreso l’organizzazione dello sciopero negli Stati Uniti, e da questo punto di vista
eravamo piuttosto in ritardo, vale a dire che poi abbiamo dovuto affrettarci a
organizzare lo sciopero delle donne nel giro di tre settimane. Insisto su questo punto
perché è molto importante capire che lo sciopero delle donne non è stato indetto in
modo volontaristico da un gruppo di intellettuali attiviste. È stata una mobilitazione
mondiale che ha avuto origine nello sciopero delle donne polacche contro l’abolizione
dell’aborto (che ha conseguito una vittoria), nell’ondata di scioperi o manifestazioni
di donne in Argentina, nel risveglio del movimento femminista in diversi Paesi
latinoamericani, e nella mobilitazione femminile in Italia. La proclamazione dello
Sciopero Internazionale delle Donne è venuta fuori organicamente da queste lotte che
già esistevano: è giunto il momento di un nuovo movimento femminista. Ci stiamo
nel mezzo e dovremmo prenderlo molto sul serio.
Ti va di descrivere la tua esperienza di organizzatrice dello sciopero? Uno dei suoi
slogan era che puntava a rappresentare il 99% delle donne: ci puoi dire che cosa
significa? C’è la possibilità di proseguire questo tipo di lotta e quali passi dovrebbe
fare il movimento allo scopo di avere una continuità?

L’idea di organizzare lo sciopero negli Stati Uniti è nata da una serie di


considerazioni. Anzitutto la Marcia delle Donne a Washington aveva rivelato la
presenza di enormi potenzialità di mobilitazione femminista. Un’altra considerazione
era che negli Stati Uniti c’erano già molti collettivi, reti e organizzazioni nazionali che
stavano sviluppando un femminismo alternativo a quello liberal: di classe,
antirazzista e inclusivo rispetto alle donne trans, alle persone queer e non-binarie.
Ancora una volta, proclamare lo sciopero, anche negli Stati Uniti, non è stata
semplicemente una mossa volontaristica, dal momento che è scaturito dalla
consapevolezza che un altro femminismo c’era già: lo sciopero è servito allo scopo di
creare una rete nazionale non settaria di organizzazioni e di individui, di rendere
visibile questo altro femminismo, di mettere in discussione l’egemonia di quel tipo di
femminismo da dirigenti d’impresa incarnato da Hillary Clinton e dalle sue
sostenitrici femministe, e infine di dare forza alle donne della classe lavoratrice, alle
donne migranti e a quelle nere. Questo è ciò che intendevamo con lo slogan “a
Feminism for the 99%”: un femminismo di classe capace di articolare esigenze e
posizioni politiche che parlino alla complessità dell’esperienza di vita delle donne cis-
e transessuali trascurate dal femminismo dirigenziale e rampante. Da questo punto di
vista, anche l’adozione del termine “sciopero” per definire la nostra giornata di
mobilitazione intendeva enfatizzare il lavoro che le donne svolgono non soltanto sul
posto di lavoro, ma anche al di fuori di esso. Per andare avanti e riuscire a mantenere
una continuità, un movimento femminista per il 99% delle donne deve affondare le
sue radici in un processo generale di riattivazione della lotta di classe. Abbiamo
ricevuto alcune critiche per avere usato il termine “sciopero”, poiché non siamo un
sindacato e non avevamo abbastanza contatti con le organizzazioni del lavoro. Qui mi
piacerebbe fare una piccola digressione nella situazione della sindacalizzazione negli
Stati Uniti, in modo da spiegare meglio la ratio della nostra mobilitazione e anche
perché con ciò rispondo in parte alla tua domanda su che cosa faremo in seguito.
Come considerazione preliminare, è importante non appiattire la lotta di classe sulla
lotta sindacale nei luoghi di lavoro: la lotta di classe assume molte forme e
manifestazioni importanti della classe in quanto attore politico e agente di conflitto
hanno luogo nella sfera della riproduzione sociale, dove tali lotte hanno il potenziale
per aggredire la profittabilità capitalistica. Pensa, per esempio, alle lotte che
riguardano l’assistenza sanitaria... Ma diamo un’occhiata alla situazione del lavoro
organizzato negli Stati Uniti. Dal 1983 al 2016 il tasso di sindacalizzazione è sceso
dal 20,1% al 10,7%. La situazione è ancora più deprimente se consideriamo la
sindacalizzazione nel settore privato, che nello stesso periodo è scesa dal 16,8% al
6,4%. Se guardiamo i dati degli scioperi ufficiali, dal 1947 al 2016 il numero di giorni
di sciopero che coinvolgono più di 1000 lavoratori è calato da 25.720.000 a
1.543.000, e il 2016 ha anche registrato una piccola impennata dei giorni di sciopero
dovuta in particolare allo sciopero degli insegnanti e a quello dei lavoratori della
Verizon. Questa situazione deprimente è il risultato sia della legislazione
antisindacale sia degli orientamenti e delle azioni di buona parte delle maggiori
federazioni sindacali. Ma questo ci dice tutto ciò che c’è da sapere sulla dinamica
della lotta di classe negli Stati Uniti? Naturalmente no. Nel corso degli ultimi anni
abbiamo visto una quantità di mobilitazioni importanti organizzate da reti e
organizzazioni del lavoro non tradizionali, per esempio la campagna Fight for Fifteen
o le mobilitazioni organizzate dal ROC [Restaurant Opportunities Center, NdR],
movimenti come Black Lives Matter, e nei mesi scorsi gli scioperi dei migranti e le
mobilitazioni contro il Muro e contro il ‘Muslim Ban’. Ora, invece di considerare tutte
queste forme di mobilitazione come alternative l’una all’altra o come alternative all’
organizzarsi nei luoghi di lavoro, dovremmo vederle tutte come differenti forme nelle
quali la lotta di classe si espleta, forme che potenzialmente si rafforzano l’una con
l’altra e creano le condizioni per l’organizzazione di interruzioni del lavoro nei luoghi
di lavoro. Lo sciopero delle donne ha fatto parte di questo processo: ha contribuito a
rilegittimare il termine “sciopero” negli Stati Uniti, ha chiuso tre distretti scolastici
con uno sciopero selvaggio, e ha dato visibilità ad organizzazioni del lavoro nelle
quali la maggior parte dei lavoratori sono donne, come il ROC o NYSNA [New York
State Nurses Association, NdR], o a istanze locali di organizzazione del lavoro e di
lotte nei luoghi di lavoro guidate da donne e da persone queer.
Ti preoccupano la “narrazione di sinistra” e l’articolazione delle proteste quotidiane
contro Trump? Secondo te che cosa è importante per il problema della tattica della
sinistra contemporanea, della costruzione della sua forza e della radicalizzazione
della lotta quando si tratta dei pericoli dell’antitrumpismo? In un tuo recente articolo
su Jacobin [link:https://www.jacobinmag.com/2016/11/trump-trumpism-opposition-
democrats-protests-berlusconi/] hai parlato di alcuni “pericoli” dell’antitrumpismo e
delle lezioni di cui dobbiamo tener conto confrontandolo con l’antiberlusconismo,
quali potrebbero essere i problemi?

Be’, il rischio è quello di non vedere la continuità fra le politiche di Trump e le


politiche portate avanti dal partito Democratico sotto la presidenza di Obama. Non sto
sostenendo che non ci siano differenze, ovviamente, ma penso che abbiamo bisogno
di vedere la versione di Trump del neoliberalismo come il risultato di decenni di
politiche neoliberiste, contro i migranti e contro i neri che sono state tenute sia sotto le
amministrazioni repubblicane sia sotto quelle democratiche. L’elezione di Trump, per
come la vedo io, rappresenta un atto di accusa nei confronti di otto anni di presidenza
Obama. Perché come è possibile che dopo otto anni di una presidenza che è iniziata
con lo slogan “Yes, we can”, siamo finiti in mano ad un misogino autoritario come
nuovo presidente? Sotto questo aspetto, mentre i primi mesi della presidenza di
Trump hanno visto una promettente ondata di lotte e di resistenza, sarebbe un errore
strategico mobilitarsi soltanto contro Trump, senza rivolgersi anche contro il
fallimento delle politiche del partito Democratico. Per sconfiggere Trump, abbiamo
bisogno di articolare una radicale alternativa, non soltanto a Trump, ma anche al tipo
di neoliberismo progressista incarnato da Hillary Clinton.
Secondo te un’eventuale vittoria di Hillary Clinton avrebbe davvero promosso gli
interessi delle donne? La Clinton avrebbe rappresentato un’autentica soluzione
contro la candidatura di Donald Trump? Le donne che l’hanno votata sono
parzialmente responsabili dell’elezione di Trump?

Durante le primarie, la campagna di Sanders è stata oggetto di un costante attacco da


parte delle femministe liberal che sostenevano la Clinton, le quali stigmatizzavano
come “antifemminista” votare per Sanders e invitavano a mettersi sotto lo stendardo
della “rivoluzione delle donne” incarnata da Clinton. Questo tipo di femminismo ha
completamente fallito. Alle elezioni presidenziali la maggioranza delle donne
bianche, soprattutto quelle prive d’istruzione universitaria, hanno preferito votare per
un candidato apertamente misogino piuttosto che votare per la presunta campionessa
dei diritti delle donne, Clinton. Naturalmente, è un voto che in parte si spiega con il
puro e semplice razzismo. Ma ci sono altri fattori che andrebbero presi in
considerazione, e la domanda da porsi è: quali donne hanno effettivamente ricevuto
dei benefici dal femminismo liberalincarnato dalla Clinton? Negli anni Settanta una
donna che aveva fatto l’università ancora guadagnava, in media, meno di un uomo
privo di istruzione universitaria. Nel decennio 2000-2010 la situazione appariva
interamente cambiata: mentre le entrate medie delle donne e degli uomini della classe
lavoratrice rimanevano invariate, nell’ambito dell’élite i guadagni delle donne
crescevano più rapidamente di quelli degli uomini, e nel 2010 una donna con un
reddito elevato guadagnava in media più di una volta e mezzo di un uomo di classe
media. In un pezzo apparso di recente su The Nation, Katha Pollitt ha esposto le
istanze del femminismo liberal, peraltro dando per scontato che il
femminismo liberal rappresenti nella sua interezza il femminismo, o ciò che in
generale esso è e dovrebbe essere. I diritti riproduttivi e –suppongo – la battaglia
contro la discriminazione di genere sono le uniche rivendicazioni chiaramente
identificabili come “femministe”, a differenza della battaglia contro razzismo, guerra,
povertà, crisi ambientale, eccetera. Se guardo alla realtà di vita delle donne lavoratrici,
delle donne migranti e di quelle di colore, non vedo proprio che cosa questa
declinazione del femminismo abbia davvero da offrir loro. La parità di retribuzione,
per esempio, sembrerebbe una degna causa, ma se non è associata a richieste che
riguardano un salario minimo non significa niente per le donne lavoratrici, dal
momento che la parità di salario si può ottenere anche femminizzando il lavoro
maschile e comprimendo i salari degli uomini verso il basso. Tirando le somme,
questa marca di femminismo risulta essere un progetto per l’autopromozione delle
donne appartenenti all’élite. Naturalmente possiamo allearci e combattere insieme su
questioni unificanti come quelle dei diritti riproduttivi, ma al di là di questo temo che
vogliamo cose molto diverse. Come puoi intuire dalle cose che sto dicendo, non credo
affatto che una vittoria della Clinton avrebbe rappresentato una soluzione dei
problemi delle donne.

Il tuo libro Relazioni pericolose funziona come una sorta di rassegna storica di lotte
femminili ma con l’accento sulla storia rivoluzionaria o progressista del movimento e
della teoria femministi. Uno dei tuoi obiettivi teorici principali era provare a
collegare il movimento femminista con la lotta di classe ma anche di portarlo più
vicino alle questioni organizzative e politiche. Se leggiamo il femminismo marxista
contemporaneo come una storia triplice (a partire dalle teorie “dual system” del
dibattito sul lavoro domestico, dal materialismo nella linea di Christine Delphy e
dalla teoria unitaria), puoi sostenere che la teoria della riproduzione sociale (come
approccio unitario) è la migliore chiave di comprensione del genere e della sessualità
nel capitalismo?

Be’, è il tipo di teoria che sto provando a sviluppare, quindi naturalmente la mia
risposta è: sì! La domanda richiederebbe una lunghissima spiegazione, ma giusto per
fornire una breve sintesi: le teorie “dual system” sono motivate a mio modo di vedere
dall’aspirazione legittima a dare importanza all’oppressione di genere e razziale e di
evitare quel riduzionismo economicistico che a volte è tuttora fatto proprio da alcuni
marxisti o attivisti socialisti. Il problema di questa soluzione, tuttavia, è che fa sorgere
più difficoltà teoriche di quante ne risolva. La teoria della riproduzione sociale prova
a fare qualcosa di diverso, segnatamente a riconcettualizzare ciò che intendiamo per
capitalismo, sfidando la nozione che il capitalismo sia un sistema economico, e
insistendo piuttosto su una visione del capitalismo come di una totalità di rapporti
sociali, il cui nucleo è costituito dall’accumulazione capitalistica, ma nella quale
produzione e riproduzione sono intimamente connesse. Se consideriamo il capitalismo
in questo modo, allora siamo in grado di vedere come il razzismo o il sessismo non
siano due sistemi che interagiscono con un terzo sistema, economico – il capitalismo –
, ma siano piuttosto serie di rapporti di dominio e di oppressione che sono parte
integrante delle condizioni di riproduzione del capitale e vengono costantemente
prodotti e riprodotti dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Ciò inoltre
rende la questione se la lotta di classe debba avere la priorità sulle lotte anti-razziste,
femministe, ecc. non soltanto obsoleta, ma anche del tutto fuorviante. Da un lato, se
concepiamo la classe come agente politico, allora genere, razza e sessualità sono
componenti intrinseche del modo in cui le persone fanno esperienza di sé stesse e
della loro relazione con il mondo e con le loro condizioni di vita, quindi fanno
necessariamente parte del modo in cui le persone si politicizzeranno e lotteranno. Le
persone non sperimentano le diseguaglianze razziali, di classe o di genere come
fenomeni separati, l’esperienza di vita non è compartimentizzata in questa maniera: il
modo in cui una persona è discriminata dal punto di vista razziale modellerà
profondamente il modo in cui sarà sfruttata e farà esperienza di tale sfruttamento, e
viceversa. L’organizzazione politica deve veramente cominciare dall’esperienza
concreta delle persone, altrimenti finisce per essere razionalismo, proiezione sulla
realtà di vita delle persone di programmi più o meno libreschi riguardo a ciò che la
lotta di classe significa o dovrebbe significare. Dall’altro lato, se il femminismo e
l’antirazzismo vogliono essere progetti di liberazione per tutte le persone discriminate
in quanto donne o a causa della loro razza, allora la questione del capitalismo è
ineludibile. A questo punto la vera domanda diventa: di che tipo di femminismo o di
antirazzismo abbiamo bisogno? Il problema che abbiamo avuto negli ultimi decenni,
per esempio, non è che le lotte fondate sulle oppressioni abbiano preso il posto della
lotta di classe, ma piuttosto che la posizione liberale sia diventata egemone all’interno
delle lotte e dei dibattiti femministi. Ciò di cui dovremmo discutere oggi è come
spezzare tale egemonia, il dibattito che vede le lotte fondate sulle oppressioni
contrapposte a quella di classe falsa il problema, crea divisioni inutili, e dovrebbe
essere lasciato cadere una volta per tutte.
In un articolo della metà degli anni Novanta Bianca Beccalli dice che il movimento
femminista radicale creato in Italia negli anni settanta è quasi scomparso. Sei
d’accordo con lei? Se sì, perché è successo? E inoltre, è possibile dire che il
femminismo radicale sia diventato la “cameriera” del capitalismo?

Sono assolutamente d’accordo con Bianca Beccalli. Ma si tratta di un processo che


non è specifico dell’Italia e che ha a che vedere con il generale declino della lotta di
classe. Ciò che è successo in Italia, nello specifico, è che il femminismo della
differenza è diventato la forma egemone di femminismo, anche nelle organizzazioni
di sinistra, per esempio Rifondazione Comunista. La ricchezza dei contributi marxisti
al femminismo, per esempio l’apporto dato dall’Operaismo, è stata per lo più
trascurata. Non credo che il femminismo radicale sia diventato la cameriera del
capitalismo, ma il femminismo della differenza sì. Tanto per farti un esempio, in un
volume pubblicato nel 2008, la Libreria delle Donne – che è la principale sostenitrice
del femminismo della differenza in Italia – difendeva la diffusione del part-time
come di una forma di lavoro che avrebbe permesso alle donne di dire un doppio sì:
alla maternità e al lavoro. Bene, dal 1993 al 2013 il livello dei contratti part-time sul
totale dei contratti di lavoro delle donne è cresciuto dal 21% al 32,2% e l’80,7% degli
occupati part-time sono donne. Il 22,4% delle donne lavoratrici sotto i 65 anni esce
dal mercato del lavoro per motivi legati alla famiglia, e il dato è superiore al 30% per
quanto riguarda le donne con figli. Di conseguenza, l’ISTAT prevede che un’ampia
massa di donne passerà gli ultimi decenni della propria vita in povertà. Questo
sarebbe femminismo?
Sostieni giustamente che uno dei contributi più importanti alla teoria queer, il
ripensamento di sessualità, sesso e genere, è stato fornito da Judith Butler in Gender
Trouble e in Bodies that Matter. Nel tuo lavoro citi alcuni dei problemi che
scaturiscono dall’enfasi di Butler (o del femminismo radicale e della teoria della
differenza) sul carattere ideologico dell’oppressione di genere e sulle sue
implicazioni psicologiche, al prezzo di ridurre spesso la complessità della realtà al
livello del linguaggio, o perfino di destoricizzare le relazioni di oppressione tra i
sessi. Puoi spiegare in breve la tua critica?

Non dico che Butler approcci il genere soltanto da un punto di vista ideologico o
psicologico, perché non è affatto questo ciò che fa, dal momento che tiene conto della
varietà di istituzioni e rapporti di potere che contribuiscono a costituire il genere, e
questi vanno ben oltre le pratiche meramente discorsive. In un mio articolo critico
piuttosto due aspetti del suo utilizzo del concetto di performatività.
Il primo è che presenta la performatività come il modo in cui il genere viene reificato
in generale, e non prende in considerazione la possibilità che la sua descrizione si
riferisca piuttosto ad una forma specifica di reificazione del genere, che avviene nel
tardo capitalismo e ha direttamente a che fare con il consumo di massa (una tesi
sostenuta riguardo alla reificazione delle identità sessuali da Rosemary Hennessy e
Kevin Floyd, ad esempio). Nel suo primo lavoro sul genere il capitalismo non viene
neppure menzionato.
Il secondo aspetto è che Butler adotta l’interpretazione di Derrida della teoria degli
atti linguistici di Austin come metodo di interpretazione dei rapporti sociali e più in
generale della storia, per esempio applicando la nozione di “iterazione”
all’interpretazione degli atti sovversivi, delle lotte. Ciò che tento di spiegare
nell’articolo è che tale applicazione di nozioni linguistiche alla realtà extralinguistica
ha dei seri limiti e non aiuta a comprendere la dinamica storica delle lotte. Ad
esempio, non vedo come qualcosa come un evento storico possa verificarsi all’interno
di questa struttura concettuale.
Come professoressa di filosofia ti chiedo di commentare due cose: com’è essere una
donna filosofa oggi in una disciplina tradizionalmente molto “maschile”, dato anche
il fatto che la filosofia è stata storicamente piuttosto misogina? E che cosa pensi della
metodologia molto diffusa in filosofia di evitare la storia sociale, che suggerisce che
comprenderemo meglio il filosofo se abbiamo a che fare “soltanto” con il testo, per
esempio nell’approccio straussiano “esoterico”, molto popolare, alla filosofia
politica antica o moderna?

Sono una storica della filosofia, più specificamente della filosofia antica, e ho studiato
in Italia dove la disciplina non è particolarmente maschile, o per lo meno lo è di certo
in misura minore rispetto agli Stati Uniti o alla Germania. Nel mio campo ci sono
parecchie donne filosofe molto eminenti e da questo punto di vista sono stata piuttosto
fortunata, in quanto meno esposta al tipo di isolamento che, per esempio, spesso
sentono i miei studenti queer o donne. Detto questo, la filosofia ha chiaramente un
problema. Da un lato, il suo canone, e l’esclusione da esso dei filosofi non occidentali,
ad esempio le varie scuole della filosofia cinese, così come di molte donne filosofe.
Dall’altro lato, la predominanza della Ideal Theory nella filosofia morale e nel
pensiero politico, specialmente all’interno della tradizione analitica. Charles Mills ha
articolato una grande critica della Ideal Theory come ideologia, e non ho molto da
aggiungere alle sue critiche. Permettimi soltanto di dire che se affidiamo alla teoria
politica e alla filosofia morale il compito di aiutarci ad affrontare, identificare e
chiarire i problemi sociali, politici ed etici di oggi, la Ideal Theory è
fondamentalmente inutile.
Dopo che Syriza ha sperimentato la propria sconfitta, il governo greco ha
rimodellato la propria politica allo scopo di recuperare legittimazione: repressione
dei gruppi dissidenti e austerità a livello economico – scelte tradizionalmente
associate alla destra – puntando adesso al consenso della classe media conservatrice.
Qualcosa di simile – per quanto non identico – ha fatto il PCI nella seconda metà
degli anni Settanta con la strategia del compromesso storico, appoggiando le
politiche della Democrazia Cristiana. Quel periodo culminò nelle misure di austerità
dietro alle quali c’era il FMI e nella repressione violenta dei gruppi sociali che ad
esse resistevano, con il PCI che puntava a recuperare uno status egemonico. Quali
somiglianze rilevi tra questi due casi?

Non sono sicura che quella con il compromesso storico sia una buona analogia,
nonostante io sia consapevole di quanto Tsipras e altri dirigenti di Syriza siano
pesantemente influenzati dall’Eurocomunismo. Il compromesso storico fu uno dei
maggiori errori strategici e fallimenti del Partito Comunista Italiano. Era un tentativo
di raggiungere un compromesso con la Democrazia Cristiana allo scopo di superare la
lunga esclusione, per decenni, del Partito Comunista dalle coalizioni di governo, e fu
anche motivato dalla – ampiamente infondata – paura di un colpo di stato fascista o
reazionario in Italia, in seguito a quello cileno del 1973. Avvenne in un momento in
cui il Partito Comunista era forte dal punto di vista elettorale, poiché aveva
capitalizzato lo spostamento dell’elettorato a sinistra prodotto dalla stagione di grandi
mobilitazioni sociali che ebbe inizio nel 1967. Con il compromesso storico il Partito
Comunista legittimò a sinistra l’inizio delle politiche di austerità, e sostenne – perfino
invocò e organizzò – la repressione dei movimenti sociali. Ma alla fine furono esclusi
dal governo! Quando nel 1980 Berlinguer tentò un’inversione strategica, era troppo
tardi. Ora, il fallimento di Syriza è più paradossale di quello del PCI. Negli anni
Settanta, il PCI era già un partito socialdemocratico, ma veniva sistematicamente
escluso dal governo a causa dei suoi legami con l’Unione Sovietica: la strategia di
Berlinguer fu un tentativo disastroso di superare tale situazione, contribuendo alla
stabilizzazione sociale del Paese e diventando così un partner politico della
Democrazia Cristiana. Era tutto sbagliato, stava per avere conseguenze tragiche, ma
c’era una ratio. Con le scelte politiche e il comportamento di Syriza passiamo dalla
tragedia alla farsa: Syriza ha effettivamente vinto le elezioni sulla base di un
programma piuttosto radicale e, specialmente, della promessa di resistere alla Troika,
aveva il sostegno elettorale e sociale, è andata ai negoziati con i tecnocrati europei nel
modo più dilettantesco possibile, forse ritenendo che la persuasione razionale avrebbe
ottenuto dei risultati, si è rifiutata di prendere in considerazione un piano B basato
sulla Grexit, ha indetto un referendum che ha vinto mentre forse sperava di perderlo, e
poi ha fatto il contrario di ciò che aveva promesso di fare il giorno prima del
referendum. Tutto questo in sei mesi. Dopodiché sono state lacrime e sangue per il
popolo greco, e a quanto pare non è mai abbastanza, il popolo greco ha da soffrire
ancora di più. Più che un compromesso storico sembra una combinazione di
imbecillità politica e di stupefacente opportunismo...

Il Partito della Rifondazione Comunista in un breve arco di tempo ha conosciuto una


severa sconfitta, se paragoniamo il conseguimento di quasi l’8% dei voti italiani nel
2006 alla quasi totale estinzione politica attuale. Secondo te quali sono le cause
principali di questa sconfitta? Vedi qualche possibilità per il partito della Sinistra
Italiana che è stato appena fondato?

La causa principale della sconfitta è stata l’alleanza con il centrosinistra e la


partecipazione all’ultimo governo Prodi dal 2006 al 2008. Per una breve stagione, tra
la fine degli anni Novanta e il 2003, Rifondazione ha svolto un ruolo chiave nei
movimenti contro la guerra e altermondialisti, e sembrava essere orientata verso una
svolta a sinistra e una rottura con la storia dello stalinismo e del togliattismo. Poi, nel
2002, dopo mesi di lotte sindacali e sociali contro il tentativo di Berlusconi di abolire
l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, Bertinotti ha avuto l’idea di lanciare un
referendum per l’applicazione dell’articolo 18 a tutti i posti di lavoro. Il referendum si
è tenuto nel 2003 ed è stato un disastro, perché l’affluenza è stata soltanto di circa il
25%. La lezione che Bertinotti ha tratto da tale risultato è stata che i movimenti
possono arrivare solo fino a un certo punto, poi deve intervenire la politica, quindi che
era necessario raggiungere un accordo con il centrosinistra e formare una coalizione
di governo allo scopo di guidare una grande stagione di riforme sociali. Quello è stato
l’inizio della fine: da quel momento in poi, nel partito e nei movimenti sociali si è
diffuso lo scoraggiamento, Bertinotti ha impegnato l’intero partito in una discussione
del tutto strumentale sulla non-violenza, e alla fine Rifondazione è riuscita a far parte
del governo e ha perso tutta la sua credibilità politica nel giro di due brevi anni.
Dal 2008 ad oggi, i resti di Rifondazione e di altre organizzazioni della sinistra
parlamentare hanno ciclicamente messo assieme nuove liste e coalizioni elettorali,
con risultati in genere tremendi, e uno spostamento a destra ad ogni nuova lista.
Adesso c’è la formazione di Sinistra Italiana, che combina insieme resti di Sinistra
Ecologia e Libertà (un’evoluzione verso destra di un settore di Rifondazione) e alcuni
reietti del Partito Democratico. Sfortunatamente la logica è sempre la stessa: quella di
un raggruppamento di dirigenti di organizzazioni di sinistra precedenti, senza
relazioni di sorta con i processi sociali in atto, senza radici di classe o in
organizzazioni del lavoro, senza alcun investimento nelle mobilitazioni sociali.
Sinistra Italiana può riuscire a ottenere alcuni seggi in Parlamento, a seconda di quale
sarà la prossima legge elettorale, ma non la vedo come un progetto utile per
ricostruire la sinistra e la lotta di classe in Italia. Tutti questi vari esperimenti hanno in
comune il presupposto che il modo migliore per ricostruire la sinistra sia attraverso
politiche elettoralistiche, ma in Italia il vero problema della sinistra è che ha poca o
nessuna connessione sociale e politica con la classe, non ha una base di classe. Da
questo punto di vista, penso anche che queste iniziative elettorali, nel corso di quasi
dieci anni, siano state di danno alla possibilità di ricostruire una sinistra ampia in
Italia, poiché hanno contribuito a trasmettere l’impressione che in definitiva
assicurarsi un posto in Parlamento o comunque un posto di lavoro politico a tempo
pieno sia tutto ciò che conta per i presunti dirigenti della sinistra, e che da questo
punto di vista essi non siano diversi dal resto dei politici.
Gli scritti politici recenti di Toni Negri appoggiano l’Unione Europea suggerendo la
possibilità di una sua riforma nel senso di “un’Europa sociale e democratica” come
antidoto politico ai crescenti nazionalismi. Pensi che questo “europeismo di sinistra”
sia la soluzione alla crisi che sperimentiamo attualmente? Questo tipo di riformismo
è fattibile e potrebbe essere efficace all’interno delle istituzioni europee? Come
possiamo approcciare le dichiarazioni di Negri sulla UE se teniamo a mente che
anche gli attuali dirigenti della UE non sembrano appoggiare tale progetto come una
autentica possibilità? Si può spiegare l’opinione di Negri come un aspetto
caratteristico della tarda Autonomia italiana?

Sinceramente non vedo come sia possibile pensare che questa Unione Europea possa
essere riformata, dopo aver visto come ha gestito la crisi greca e quella dei rifugiati.
Oggi non prendere posizione contro la UE contribuisce, a mio avviso, alla morte
dell’ideale di un’Europa democratica e sociale, perché l’Unione Europea, per com’è, è
la negazione nei fatti di quell’ideale ed è la causa principale dell’ascesa della destra
xenofoba e nazionalista in numerosi Paesi europei. Questo tipo di formazioni di destra
non si battono opponendogli un qualche vago ideale di un’Europa sociale unita,
costantemente contraddetto nei fatti, o facendo appello ad un vago transnazionalismo.
Ciò di cui avremmo bisogno oggi in Europa sarebbe una sinistra abbastanza
coraggiosa da opporsi in modo frontale alla UE e all’Eurozona, denunciandone le
misure economiche e sociali e le politiche xenofobe sull’immigrazione. In altre
parole, dovremmo articolare un anti-europeismo di sinistra che si opponga a questa
Unione Europea in nome di un autentico internazionalismo. Siccome non lo stiamo
facendo, lo spazio politico per una opposizione alle politiche di austerità dettate dalla
UE rimane spalancato per la destra xenofoba. Per tornare a Negri, non penso che la
sua posizione sia sintomatica dell’intero spettro dell’Autonomia italiana. Il post-
operaismo è soltanto una delle correnti che discendono dall’Autonomia operaia degli
anni Settanta. Info-Aut, per esempio, è una delle organizzazioni di sinistra in Italia
che hanno assunto una posizione anti-Euro e anti-UE.
Nell’ultimo referendum il PD sosteneva l’idea che il popolo italiano dovesse votare
“Sì” perché altrimenti il populista M5S – rappresentato come fascista – di Beppe
Grillo sarebbe andato al potere. Tale pericolo era reale o si trattava soltanto di una
tecnica discorsiva da parte del PD allo scopo di fuorviare l’elettorato italiano? Quali
erano le più importanti scommesse politiche del referendum? Un’eventuale vittoria di
Grillo alle prossime elezioni è davvero il pericolo principale nell’attuale quadro
politico italiano?

La più importante scommessa politica del referendum era di concludere la lunga


transizione cominciata alla fine della Prima Repubblica all’inizio degli anni Novanta,
trasferendo il potere decisionale dal Parlamento all’esecutivo. Questo referendum è
stato soltanto uno dei vari tentativi negli ultimi anni di riformare la Costituzione in
senso antidemocratico. Era anche abbinato ad una nuova legge elettorale per la
Camera dei Deputati che avrebbe attribuito un forte bonus di maggioranza alla lista
che avesse raggiunto il 40% dei voti. La mente dell’operazione era Giorgio
Napolitano, il cui progetto per la conclusione della transizione consisteva
precisamente, da un lato, in una stabilizzazione delle istituzioni politiche attraverso un
attacco alla Costituzione e una legge elettorale iper-maggioritaria, dall’altro, in un
significativo indebolimento del potere di negoziazione dei sindacati e delle altre
organizzazioni della società civile. Questo era fondamentalmente il progetto del
governo Renzi. C’erano anche delle considerazioni opportunistiche relative alla
crescita del M5S, la cui stessa esistenza sta mettendo a rischio decenni di tentativi di
stabilire e consolidare un sistema elettorale bipolare. Cosa accadrà adesso è ancora
abbastanza poco chiaro. In linea di principio il M5S è in buona posizione per
capitalizzare sulla vittoria del “No” al referendum e sulla crescente insofferenza nei
confronti del Partito Democratico. Tuttavia, i problemi e gli scandali che circondano il
sindaco di Roma, Virginia Raggi, rischiano di causare una grossa perdita di credibilità
al M5S. Detto questo, eviterei il termine “pericolo”. Il M5S non è un partito fascista, è
un movimento elettorale onnicomprensivo, con tratti dilettanteschi e politiche
contraddittorie. Non vedo come un loro governo possa essere significativamente
peggiore dei governi neoliberisti e antidemocratici di Renzi e di Gentiloni. Quanti si
preoccupano del “fascismo” del M5S dovrebbero forse passarsi un po’ di tempo a
leggere il piano per la sicurezza elaborato dall’attuale ministro degli Interni, Marco
Minniti, e scendere in piazza per opporsi al governo autoritario che c’è già.
[traduzione di Amos Postarmi]