Sei sulla pagina 1di 6

L'ingresso nell'adolescenza del figlio, spesso, provoca un certo disagio nei genitori: il 

bambino dolce e timido di ieri si sta trasformando (improvvisamente, secondo la 
mamma!) in un ragazzino diverso, a volte scontroso e incomprensibile. Questa fase della
crescita porta (inevitabilmente) con sé conflitti, relazioni faticose e discussioni per la 
conquista di 'nuovi diritti' e di una maggiore autonomia.
Come può un genitore affrontare al meglio questo periodo della 
crescita dei figli?
Una ricetta magica e assoluta, probabilmente, non c'è... Ma è utile riflettere su alcuni 
principi generali ­ validi per ogni aspetto della vita di un adolescente ­ che possono 
aiutare un genitore a orientarsi nella sua pratica quotidiana.
Ecco cinque suggerimenti di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, ricercatore presso 
l'Università di Milano, autore di diversi libri per i genitori tra cui Questa casa non è un 
albergo! (Feltrinelli), nonché padre di quattro figli.
1) Gioca con tuo figlio al tiro alla fune
L'immagine del gioco del tiro alla fune può ben rappresentare, in tutte le sue 
sfaccettature, secondo Alberto Pellai, il rapporto genitori­figli negli anni 'turbolenti' 
dell'adolescenza.
Questa metafora, infatti, può aiutare il genitore (mamma o papà è uguale!) a riflettere sul
suo atteggiamento e su come comportarsi con il figlio che sta crescendo.
Quando il figlio piccolo, preferisce stare dalla stessa parte dell'adulto, in 'squadra' ­ non 
tira la corda ­ cerca piuttosto un alleato nel genitore per affrontare la sua quotidianità.
Con l'ingresso alla scuola media, invece, il ragazzino passa dall'altra parte del campo, 
comincia a tirare la fune per far entrare l'adulto nel suo territorio. A questo punto, 
occorre trovare un equilibrio tra i giocatori: ecco la vera fatica del genitore che dovrebbe
tirare la corda con una forza ben ponderata per ogni singola situazione.

• Il genitore forte che tira sempre dalla sua. Con uno strattone potente, ogni adulto 
può vincere (abbastanza facilmente) a questo gioco ma per Alberto Pellai non è 
questo l'approccio migliore.

"Il genitore potente che tende a tirare sempre la fune dalla sua parte ­ dice Pellai ­ 
obbliga così il figlio a essere solo ubbidiente, non lo lascia mai giocare la sua partita e, 
quindi, neppure diventare grande. A un comportamento del genere (i classici: 'No, 
perché no e basta!'; 'Qui comando io!'; 'Non se ne parla proprio!') parte dell'adulto, il 
figlio reagisce covando, piano piano, rabbia e ostilità. In più, tra divieti, regole e paletti, 
il ragazzo non riesce a fare esperienze (necessarie per crescere) e non si costruisce una 
adeguata muscolatura emotiva”, sostiene l'esperto dell'età evolutiva.
"Il mondo è pieno di uomini e donne, che, da adolescenti, sono stati obbligati a vivere 
come fantocci, dominati dalla invadente presenza di madri e padri per cui nulla era 
negoziabile, capaci solo di far fare ai figli ciò che li rendeva tranquilli", aggiunge Pellai 
citando il libro dove spiega la sua metafora del tiro alla fune (Da padre a figlia. La 
lettera che ogni padre vorrebbe scrivere, le parole che ogni figlia dovrebbe leggere, San
Paolo Edizioni).

• Il genitore che molla (subito) la fune. Se tirare sempre con forza la fune non va 
bene, altrettanto scorretto è l'atteggiamento opposto da parte dell'adulto: mollarla 
subito. In questo modo, il figlio tira e si trova allo sbando perché non c'è più 
nessuno dall'altra parte a giocare con lui. Vince, insomma, senza fatica.

Di conseguenza, secondo Pellai, l'adolescente ottiene la libertà tutta di un colpo, senza 
averla conquistata passo a passo (tirando un po' la fune). Questo è pericoloso perché non
è pronto per gestirla.
“Qualche figlio prova a far capire ai propri genitori che forse sarebbe il caso di mettere 
un limite, di inserire, di tanto in tanto, qualche eccezione alla regola della libertà 
assoluta”. In genere, l'adulto che ha mollato così la corda, non raccoglie la richiesta 
d'aiuto del figlio (che in qualche modo chiede attenzione e vorrebbe essere 'bloccato'). E,
non a caso, ­ in base all'esperienza dello psicoterapeuta ­ quando i problemi del figlio si 
fanno seri, questi genitori dicono di non essersi mai accorti di nulla.

• La terza via: si tira la fune quando occorre. “A un figlio serve un genitore presente
che sappia 'stare nel gioco' e capisca quando lui tira perché si trova di fronte a una
sfida evolutiva”, dice il medico.

In altre parole, per Pellai, il genitore dovrebbe essere disponibile a giocare la partita con 
il figlio, calibrando la forza con cui tira la fune, per tutto il tempo della sua adolescenza 
(che non ha un inizio e una fine ben definiti).
Certo, un approccio così può essere faticoso per l'adulto ­ come ammette lo stesso Pellai 
­ perché richiede attenzione ed energia e capacità di mettersi in gioco. Questa partita 
cambia sotto gli occhi del genitore ogni giorno, ma aiuta ad affrontare tutti gli aspetti 
della vita di un ragazzo tra i 10 e i 18 anni.
Se il figlio sta per mollare la fune, il genitore deve incoraggiarlo a tirare un po', quando 
invece tira troppo, è importante per l'adulto esercitare la stessa forza (evitando che il 
ragazzo tiri tutto dalla sua e vada incontro a pericoli o problemi). “Insomma, a volte, ci 
vuole una forza uguale e contraria, a volte si tira un po' di più, in altri casi, molto meno, 
in base alla singola situazione” ­ spiega ancora lo psicoterapeuta.
2) Non cedere a tutte le richieste. Bisogna negoziare
Ogni adolescente dovrebbe negoziare (e quindi, confrontarsi, e discutere) con l'adulto le 
sue conquiste. Se il genitore cede a ogni tipo di richiesta e dà tutto subito a 15 anni, 
senza mettere dei paletti, non ci sarà più modo di farlo successivamente.
“Se, per esempio, nostra figlia (o figlio) che è sempre venuta con voi in vacanza, chiede 
a 14 anni di andare da sola con il fidanzato, occorre fare attenzione. Il motivo è 
semplice: un nostro primo sì totale sulla questione vacanze a questa età, getterà le basi 
per cui a 16 anni non avrà più nulla da negoziare”, dice lo psicoterapeuta.
In questo caso, mamma e papà possono andare incontro alla figlia, proponendo soluzioni
alternative e un po' 'creative' che mettono, comunque, un chiaro paletto alla richiesta 
originale. Come?
Un'idea, per esempio, è quella di invitare una settimana il ragazzo in vacanza insieme 
alla famiglia lasciando poi ai 'fidanzatini' una certa libertà di manovra (tipo uscire la sera
da soli per fare una passeggiata, mangiare una pizza o ballare con altri amici).
Anche far andare la figlia qualche giorno con il ragazzo e i suoi genitori potrebbe essere 
un buon compromesso. E ancora, una alternativa possibile è permettere alla figlia di 
partecipare a una gita scolastica (dove, ovviamente, i genitori non ci sono ma i prof sì!) 
con il ragazzo in questione.
In sostanza, nella fase tra 12­15 anni, è molto importante che ci sia lo 'spazio' per 
parlare, discutere, negoziare, appunto, ogni richiesta con il genitore.
“In questa fascia d'età, il ragazzo vuole tutto subito, spesso in base al fatto che 'gli altri 
ce l'hanno e tutti lo fanno' . Premesso che non è affatto così, questo modo esclude la 
contrattazione con l'adulto. Quando l'adolescente ottiene qualcosa solo per imitare gli 
amici o in base alle sollecitazioni del consumo, il genitore ha perso completamente il 
suo ruolo. Il progetto educativo è diventato un progetto di consumo”, spiega Alberto 
Pellai.
3) Genitore rigido, protettivo o amichevole? Dipende dai casi
L'atteggiamento del genitore dovrebbe cambiare nei confronti del figlio in base alla 
situazione o al problema da affrontare. Un approccio sempre rigido, solo protettivo o 
troppo amichevole non si presta bene a ogni diverso momento della vita di un 
adolescente, secondo Pellai.
Il genitore, insomma, dovrebbe sforzarsi di avere un approccio 'mobile'. Con questa 
ulteriore immagine di 'movimento' (come quella del gioco alla fune), lo psicoterapeuta 
ribadisce, in sostanza, l'importanza di evitare la 'rigidità' totale.
“Pensiamo all'idea di porsi davanti, di fianco e dietro a nostro figlio; tutto dipende dalla 
situazione e occorre valutarla con attenzione. È importante, per esempio, stare davanti al
ragazzino per proteggerlo dai pericoli che devono essere chiari per l'adulto. In questa 
posizione, il genitore segna un po' il percorso, dice dei 'no' e rappresenta una bussola per
il figlio. A volte, invece, è preferibile essere di fianco al figlio: un approccio amichevole,
di tanto in tanto, è molto utile, ma non bisogna esserlo tutto il tempo e in ogni occasione.
Occorre anche, in alcuni casi, che il genitore stia dietro al figlio e gli dia una spinta... 
Magari, perché non si sente all'altezza o non ha la forza per esplorare. In questo modo, i 
progressi aumentano sempre più, questo significa diventare grandi”, sostiene l'esperto.
Purtroppo, l'adulto affaticato tende ad adottare una posizione sola tra quelle descritte 
sopra e questo non aiuta mai la relazione e la crescita del figlio.
“Il genitore efficace riesce a tenere bene queste tre posizioni quando servono in base alla
singola situazione. L'adolescente deve riconoscere che il genitore è su un piano sopra il 
suo e, allo stesso tempo, l'adulto è tenuto ad ascoltare e vedere le ragioni del figlio. 
Questo rientra in un progetto educativo più ampio. Non è un diritto, per esempio, che il 
ragazzo vada a un concerto e faccia molto tardi tutti i sabati sera, ma si può discutere 
insieme e valutare con serenità il singolo caso. In altre parole, è la logica del tiro alla 
fune, a patto che il figlio sia competente” ­ conclude Alberto Pellai.
4) Il genitore deve fare da ‘filtro’ alle richieste
Di fronte alle esigenze 'nuove' e alle richieste sempre più pressanti del figlio 
(indipendentemente dal fatto che siano legate a oggetti concreti, permessi, cose da 
fare...), l'adulto deve avere una funzione di contenimento, secondo l'esperto.
“Tutto deve passare attraverso il genitore che è una sorta di 'filtro': questo fa parte del 
progetto educativo ­ sostiene il medico e psicoterapeuta. In questo modo, il ragazzo 
percepisce che il suo interlocutore è presente, non 'molla', ogni cosa va discussa e 
analizzata insieme. Insomma, l'adulto di riferimento è significativo e, di conseguenza, a 
lui vanno indirizzate le richieste”.
Un esempio concreto e abbastanza tipico? Vostro figlio vuole fare la festa per i suoi 14 
anni senza adulti nei paraggi e chiede di spostarvi per il weekend nella casa al mare a 
200 km di distanza...
In un caso del genere, secondo Alberto Pellai, l'adulto dovrebbe negoziare la richiesta 
(come in ogni altra occasione) con l'adolescente. Questo significa progettare insieme la 
festa e dare regole chiare, promettendo, per esempio, di andare, durante la festa, a casa 
di amici vicini di casa (e non al mare a 200 km!).
“In questo modo, l'adulto può entrare una volta in casa, nel corso della festa, per salutare
­ spiega lo psicoterapeuta ­ verificando così che tutto sia a posto. In questo modo, ecco 
che il genitore svolge la funzione 'filtro' di cui un 14enne ha probabilmente bisogno”.
In altre parole, è importante che la famiglia non 'ubbidisca' (andando al mare), poiché il 
genitore deve avere la possibilità di monitorare la presenza di tabacco, alcol (ed 
eventuali canne) al party.
“I danni più grandi in situazioni simili li ho visti in feste di 14enni che avevano ricevuto 
il permesso di una totale autogestione e, naturalmente, non hanno saputo gestirsi bene 
perché non erano pronti” ­ dice Alberto Pellai.

• Un altro esempio: la tecnologia. Un altro caso ormai tipico, dove è essenziale che 
il genitore agisca da 'filtro' è il rapporto tra adolescente e tecnologia. Non importa 
tanto quale strumento hi­tech o contenuto e servizio digitale, il figlio voglia 
usare... Che si tratti di un classico pc o notebook collegato a Internet, o dei più 
recenti dispositivi touchscreen come tablet e telefoni smartphone, l'adulto 
dovrebbe avere un'idea chiara in testa sul possibile (e corretto da un punto di vista 
educativo) utilizzo da parte del figlio.

5) Ogni problema va valutazione con attenzione
Ogni situazione o problema della vita dell'adolescente richiede un'attenta valutazione da 
parte dell'adulto, conclude Pellai. Inoltre, indipendentemente dalla questione specifica in
sé, è utile avere in mente una rosa di principi che dovrebbero ispirare la pratica 
quotidiana del 'fare' il genitore. Ecco, secondo Pellai, quali principi dovrebbero guidare 
il genitore di un’adolescente.

• Anche se un figlio sembra indifferente, per lui conta molto ciò che dicono o fanno
mamma e papà. 
• A un figlio adolescente serve un genitore che continui a essere padre e madre, non
un amico.
• Di fronte ai cambiamenti del figlio, l'adulto deve cambiare il suo modo di porsi, di
fare il genitore.
• Considerate i cambiamenti di vostro figlio come segnali di conquista della sua 
autonomia.
• Accogliete le nuove richieste di vostro figlio senza bollarle come pretesti per 
allontanarsi da voi: anche attraverso nuove esperienze, l'adolescente trova il suo 
posto nel mondo.
• Quando vostro figlio raggiunge un buon risultato, ditelo in modo chiaro con frasi 
tipo : 'Sono orgoglioso di te!'.
• Se siete esasperati, non buttatevi in liti furibonde, lasciate passare la notte e 
comunicate a vostro figlio cosa avete deciso (eventuali sanzioni, castighi) il 
giorno dopo.
• Non date mai permessi che vi sembrano eccessivi per vostro figlio: la libertà non 
va data in blocco ma va fatta conquistare attraverso passaggi graduali.
• Evitate di fare ricatti morali continui ('Così mi farai venire un infarto!'), o di 
essere autoritari, giocando sempre a braccio di ferro per ogni cosa. Questo modo 
di comportarsi trasforma la crescita in una lotta senza frontiere e mina la stima 
dell'adolescente.