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ANDY McNAB

NOME IN CODICE DARK WINTER


(Dark Winter, 2003)

Penang, Malesia
Domenica 20 aprile, ore 20.15

Il colossale cartello spiegava in inglese, cinese, malese e perfino in hindi


che il traffico di droga era punito con la morte. E l'immagine di un cappio
chiariva il messaggio per chi avesse avuto problemi a comprendere il si-
gnificato delle parole. L'annuncio però ometteva che, in quel momento, in
Malesia si trovava la più alta concentrazione di terroristi di Al Qaeda fuori
dai territori di Afghanistan e Pakistan, una circostanza che la rendeva un
Paese piuttosto improbabile come meta di vacanze.
Tenevo il casco nell'incavo del braccio destro ed ero troppo accaldato e
sudato anche solo per dire di no agli ambulanti che mi sventolavano sotto
il naso i loro assurdi souvenir. Il marciapiede era stretto e non potevamo
camminare l'uno accanto all'altra, ma ero certo che Suzy mi stava attaccata
alle spalle. Impossibile non riconoscere il suo accento dell'Inghilterra me-
ridionale, anche perché, per essere sicura che la sentissi sopra il frastuono
del traffico, stava urlando. «Nick, ti ho già detto che mio padre ha fatto qui
il servizio militare?»
Soltanto un'ora prima c'era stato un tipico rovescio di pioggia tropicale e
l'aria era pesante e appiccicosa. La strada che attraversava il mercato era
stretta, stracolma di auto e di autobus diesel arrugginiti. Scooter e motorini
Honda anni '70 ronzavano ovunque come moscerini. Il lungomare di Batu
Ferringhi, dove si trovava il nostro Holiday Inn, era punteggiato di alber-
ghi di lusso e di alberi di equiseto, ma più ci allontanavamo dalle spiagge,
non particolarmente bianche a dire il vero, più incontravamo baracche dai
tetti di lamiera ondulata. In quegli agglomerati viveva e lavorava la mag-
gior parte dei malesi.
Le bombe di Bali, la guerra in Iraq, l'epidemia di SARS avevano com-
promesso il turismo, e ciò rendeva noi superstiti un bersaglio ancora più
ambito per i venditori di Rolex contraffatti, CD pirata, mascheroni di legno
e chincaglieria da quattro soldi di probabile provenienza cinese. Dai picco-
li generatori a petrolio che fornivano energia alle griglie su cui arrostivano
enormi quantità di kebab di pollo si alzavano sbuffi di fumo. Le antiquate
insegne al neon ce la mettevano tutta per attirarci nei caffè lungo la strada.
Per nulla demotivata dal mio silenzio, Suzy continuava a blaterare.
«Proprio così, anche se c'è stato per poco. Voleva entrare in marina e inve-
ce l'hanno arruolato nei furieri dell'esercito e l'hanno spedito qui.»
Emisi un grugnito di assenso, ma in realtà non l'ascoltavo. La nostra va-
canza non procedeva male, a esclusione della sua dipendenza dal fumo.
Evitava di fumare in camera, ma sono sicuro che le sarebbe piaciuto farlo,
se non altro per dispetto.
«Ci è rimasto a dir tanto un paio di mesi, poi se l'è filata. Non sopporta-
va di friggere tutte quelle uova, immagino. Credo che tecnicamente sia an-
cora considerato un disertore», concluse. «Anche se è morto.»
Mi voltai e le concessi una specie di sorriso. I capelli castano scuro, lun-
ghi sulle spalle, le incorniciavano il viso che teneva curvo in avanti, lo
sguardo fisso ai piedi per evitare il fiumiciattolo che correva parallelo al
marciapiede. Sulla nuca la capigliatura era sudata e si appiccicava al collo.
Eravamo al nono giorno di una romantica vacanza di due settimane. Ci
eravamo incontrati per caso in un bar di Londra un paio di mesi prima. Me
ne stavo seduto al banco davanti a una birra e quando lei si era avvicinata
per ordinare l'avevo presa in giro per il suo accento. Lei mi aveva risposto
con fierezza che faceva parte di una classe sociale molto superiore alla
mia. Avevamo attaccato discorso e quando se n'era andata mi era rimasto il
suo numero di telefono.
Lavorava in un'agenzia di viaggi e quella era una delle poche cose che
sapevo di lei. I suoi genitori erano morti ed era figlia unica. Divideva un
appartamento a Shepherd's Bush con altre due donne. Non le piacevano i
pomodori né la dimensione dei suoi piedi e ciò, più o meno, era tutto.
Da quando la guerra era finita e il saccheggio di Baghdad e Bassora si
era lievemente attenuato, la SARS occupava tutti i titoli dei giornali. Vai a
sapere perché. Su Newsweek avevo letto che altre forme di polmonite uc-
cidevano oltre quarantamila persone l'anno solo negli Stati Uniti, la mala-
ria quasi tre milioni in tutto il mondo e la tubercolosi provocava più o me-
no la stessa quantità di vittime. Per non parlare dei millecinquecento ingle-
si che muoiono rotolando giù per le scale. Ma ogni disgrazia ha il suo lato
buono: noi eravamo riusciti a partire per la vacanza in quattro e quattr'otto
e quasi a costo zero.
Era la prima volta che stavamo insieme più di una notte; gli orari di la-
voro non combaciavano, ma stavamo cercando di trovare una soluzione.
Quella era la nostra storia di copertura.
L'appartamento a Shepherd's Bush, che esisteva davvero, come le due
donne che ci vivevano, era il suo CA (Cover Address, indirizzo di copertu-
ra). Per Suzy garantiva il titolare dell'agenzia di viaggi.
Il mercato era agli sgoccioli e noi eravamo arrivati dove volevamo. La
Suzuki 250 che avevamo noleggiato si trovava ancora dove l'avevamo la-
sciata, tra un bar e il ristorante Palace, dove stavano entrando i primi turisti
della sera, forse attratti dall'insegna che prometteva LA MAGIA DELLA
MIGLIOR CUCINA INDIANA E OCCIDENTALE. Il bar era più adatto
alle nostre esigenze. Dall'altro lato della strada, in mezzo alle baracche,
sorgeva la moschea, un solido edificio di mattoni e gesso. In quel preciso
momento, tuttavia, la mia attenzione era concentrata su un solitario furgo-
ne Toyota Lite Ace bianco, macchiato di ruggine, parcheggiato sul fondo
di fango compatto.
Veniva da pensare che per avviare un commercio alimentare da quelle
parti bastasse qualche foglio di lamiera ondulata, qualche mattonella di
cemento per coprire gli scoli d'acqua e un paio di gabbiette malconce piene
di uccellini verdi che non cantavano mai. Suzy e io prendemmo delle sedie
di plastica e sedemmo l'uno di fronte all'altra a una lunga tavola di formica
a fiori poggiata su due cavalletti. Un istante dopo, dal Palace qualcuno ini-
ziò a pestare con forza Climb Every Mountain su una tastiera elettrica.
Una ragazza indiana scalza venne verso di noi e le ordinai due aranciate.
Inutile chiedere a Suzy cosa voleva. Da quando eravamo arrivati avevamo
bevuto ettolitri di aranciata.
Da un banchetto lungo la strada giungeva odore di kebab mischiato alla
puzza dei gas di scarico e al tanfo di fogna. Dalla televisione appoggiata su
una mensola sopra le nostre teste proveniva la telecronaca in inglese di una
partita - Leeds contro non so chi -, seguita con interesse da un gruppo di
ragazzoni inglesi seduti un paio di tavoli più in là.
Suzy aveva ancora voglia di parlare di suo padre. «Esatto, un disertore.
Non ci crederai ma la cosa strana è che fino al giorno della sua morte ha
continuato a ripetere che solo i militari potevano opporsi alla delinquen-
za.» Posò sul tavolo la grossa borsa da spiaggia in paglia e ne estrasse un
accendino usa e getta rosso, un pacchetto nuovo di Benson comprato al
duty free e la guida di Penang.
Mentre si accendeva la sigaretta e iniziava a sfogliare la guida mi guar-
dai in giro. Stava passando un gruppo di rubicondi tedeschi di mezz'età.
Erano tutti tirati a lucido per l'uscita serale. Puzzavano di profumo e dopo-
barba e mi sembrava che avessero troppo caldo per potersi divertire.
Dall'altra parte proveniva una mezza dozzina di giovani sui vent'anni, ma-
gliette sbiadite, calzoni corti e bandiera australiana sugli zaini. Uno aveva
un braccio ingessato. Noleggiare una moto era una gran bella avventura
finché tra gomma e asfalto non ci si metteva la pioggia. In albergo c'era un
flusso continuo di gente che rientrava con qualche ammaccatura.
Il pacchetto dorato e l'accendino rientrarono nella borsa e Suzy soffiò il
fumo nella mia direzione. Si mise comoda e mi rivolse una smorfia. «E
piantala di lamentarti. Sono io quella che paga. Tu puoi respirare nicotina
gratis. E poi pensa come ti sentirai quando ti ritroverai nel tuo letto all'o-
spedale, lì come uno scemo che muore senza un motivo.» Non smise di
sorridere e studiò le mie reazioni, la sigaretta fra le dita. Non impiegò mol-
to a capire che non le avrei dato soddisfazione e riprese a sfogliare la gui-
da. Mi spostai per vedere il televisore e mi resi conto di avere la schiena
appiccicata alla sedia nonostante la maglietta.
Lasciai vagare lo sguardo fino alla moschea. Era un edificio a un piano,
arretrato di trenta o quaranta metri rispetto alla strada, con il tetto azzurro e
la torre bianca del muezzin con gli altoparlanti e un paio di parcheggi co-
perti solo da fogli di lamiera. Senza dubbio una moschea per operai.
In fondo alla strada sorgeva un tempio buddhista e a soli dieci minuti di
distanza gli Hare Krishna erano pronti a far risuonare i loro cimbali. Ero
già stato in Malesia per lavoro, quando facevo ancora parte del reggimen-
to, e sapevo che era uno dei pochi posti al mondo dove Buddha, Allah, Ha-
re e perfino Gesù potevano uscire insieme la sera senza venire alle mani.
Non più tardi di quella mattina avevo visto sulla spiaggia mamme austra-
liane in bikini ridottissimi che ingozzavano di patatine i loro bambini, ac-
canto a donne coperte di nero dalla testa ai piedi che facevano esattamente
la stessa cosa con i loro.
Le aranciate arrivarono mentre il tastierista del Palace ci informava cha
aveva lasciato il cuore a San Francisco. Suzy aspirò una boccata; i suoi oc-
chi non si sollevavano dalla pagina. Bevvi un sorso della mia bibita. Il par-
cheggio della moschea cominciava a riempirsi dei fedeli che si radunavano
per la preghiera serale. Arrivò un drappello di motociclisti che scesero dai
loro mezzi e si diressero verso l'ingresso bene illuminato. Riuscii a scorge-
re il vano dove si toglievano le scarpe e lavavano le mani e il viso prima di
sparire per mettersi a parlare con Dio.
«Che cosa ne pensi dell'irrigazione intestinale?»
Mi voltai di scatto verso Suzy.
Lei aspirò un'altra boccata e girò il libro verso di me per mostrarmi una
donna sdraiata su un fianco e coperta da asciugamani che beveva un cap-
puccino con la cannuccia. I grandi occhi castani fissavano le luci con le
pupille dilatate. «Forse non sai che molti vengono nel Sud-est asiatico solo
per le cure termali disintossicanti. Pare che siano miracolose, ti danno una
bella ripulita radicale. Dentro.»
Scossi piano la testa. «Sono piuttosto delicato quando si tratta di farmi
infilare qualcosa su per il sedere.»
«L'americano medio muore con due chili e mezzo di carne non digerita
nell'intestino.»
Il naturale interesse che si prova nei confronti di un nuovo amore. «Io
non sono americano.»
«Fa lo stesso. Ho visto la quantità di cibo che ingurgiti. Dovresti pensar-
ci. Siamo quello che mangiamo.» Posò il libro sul tavolo e si portò la siga-
retta alle labbra.
«E questo fa di me un doppio hamburger con patatine fritte, giusto?» Poi
aggiunsi: «E tu sei una stupida banana ricoperta di nicotina».
«Non credo di essere poi così male: ho visto come mi guardavi oggi in
piscina. I tuoi occhiali da sole non sono scuri come credi.» Fece una smor-
fia e tornò al libro.

Mi trovavo a Penang insieme con lei per ordine di George. Che, come al
solito, aveva detto: «Se qualcuno ti colpisce e minaccia di colpirti ancora,
dev'essere fermato. Punto». Ma come sempre, sai che novità, ero lì perché
avevo bisogno di soldi.
Suzy e io non conoscevamo l'intera storia e la cosa a me stava più che
bene. Troppe informazioni mi facevano venire l'emicrania e probabilmente
per Suzy era la stessa cosa. Piccole rotelle del grande ingranaggio. Avevo
imparato sulla mia pelle che la cosa migliore era essere capaci di progetta-
re ed eseguire l'incarico che ti veniva affidato senza chiedere il perché.
Il lavoro poteva essere smentito. Il governo malese non aveva idea di
quello che stava accadendo, e non perché non ci si potesse fidare: la Male-
sia ha un governo stabile e ottiene buoni risultati nella lotta al terrorismo.
Solo che, meno persone erano a conoscenza del motivo della nostra pre-
senza lì, più possibilità di riuscita avremmo avuto.
Si trattava di un'operazione congiunta Stati Uniti-Inghilterra. La prima
per me. Gli americani in Malesia, date le circostanze, non erano molti, ma
una coppia di inglesi era piuttosto normale. Rientrare in Inghilterra era sta-
to come tornare indietro nel tempo. Infatti era stato Signorsì a passarci le
istruzioni finali. Signorsì... e pensare che ero andato in America per evitar-
lo.
Non posso dire che la cosa mi facesse piacere, ma sapere che avrei lavo-
rato per lui per poco tempo mi rendeva euforico. Una volta in America sa-
rei tornato agli ordini di George.
Era la prima volta anche per un'altra ragione: non avevo mai lavorato
con un altro K. A dirla tutta non ero neppure mai stato, per quanto ne sa-
pevo, in un raggio di cento metri con un altro K. Probabile che Suzy non si
fosse resa conto che ero un operatore inglese esattamente come lei. Di si-
curo non poteva averlo capito dai miei documenti di copertura. Ero ancora
Nick Snell, lo stesso nome di quando ero un K.
L'ultimo giorno della preparazione, alla vigilia della nostra partenza, Si-
gnorsì si era seduto sul divano dell'appartamento sicuro a Pimlico, tutto
impettito come un ufficiale dell'esercito che tiene l'ultimo discorsetto d'in-
coraggiamento alle truppe prima che vadano in guerra.
Lui era fatto così, gli piaceva esprimersi con il linguaggio dei rapporti,
dimenticando che persone come Suzy e il sottoscritto quelle cose le vive-
vano in prima persona. «Non credete alla propaganda, voi due», aveva det-
to. «Quella serve per gli altri.» E aveva indicato fuori dalla finestra. «Gli
altri hanno bisogno di credere che noi combattiamo contro gente ignorante,
contro derelitti diseredati, ma non è così. E i nemici non sono folli, codar-
di, insensibili o incivili. Se i nuclei di terroristi fossero veramente formati
da disadattati, non sarebbero in grado di addestrare persone pronte a sacri-
ficare la vita per uccidere.»
«No, signore.»
Suzy lo chiamava sempre «signore».
Quanto a me, non lo chiamavo in nessun modo per paura che mi sfug-
gissero parole come «stronzo» o «bastardo».
Tutt'intorno a noi iniziò una sinfonia di suonerie di cellulari: come la
versione digitale di Hallelujah Chorus. Il telefono squillava e il proprieta-
rio si alzava e s'incamminava senza guardare chi fosse a chiamarlo. Sapeva
che era Dio.
Anche Suzy lo sapeva. «Non manca molto.»
In Malesia i cellulari squillano cinque volte al giorno per la preghiera e
hanno un dispositivo che indica la direzione della Mecca, in caso il fedele
rimanga bloccato in un centro commerciale e sia impossibilitato a raggiun-
gere una moschea.
Suzy riprese il corso accelerato sui clisteri e continuò a fumare e a bere
senza staccare gli occhi dalla pagina. Io osservavo una coppia che si era
fermata a leggere il menu all'esterno del Palace, quindi ascoltai il camerie-
re che si affannava a convincerli a entrare sotto la lamiera ondulata. Era
costretto a urlare per farsi sentire al di sopra del tastierista, che al momento
stava raccontando qualcosa a proposito di una ragazza di Ipanema.
Non occorreva agitarsi granché per concludere affari nei dintorni della
moschea. Continuavano ad arrivare moto e auto, e numerose altre persone
sopraggiungevano a piedi. Lasciai scivolare lo sguardo verso sinistra, in
direzione di una baracca con la tettoia in tela cerata azzurra fissata su pilo-
ni da impalcatura, circondata da scooter e motorini assemblati alla meglio
con pezzi di recupero.
Ma quello che m'interessava era l'ingresso a sinistra dell'officina. All'ini-
zio della strada vicina c'era un'insegna al neon in caratteri cinesi. Non ave-
vo la minima idea di ciò che pubblicizzasse, ma illuminava la soglia a me-
raviglia.
Prima che il bersaglio comparisse sulla scena passarono cinque minuti.
Indossava una camicia bianca e pulita, pantaloni grigi e sandali infradito.
Svoltò a sinistra e camminò sul marciapiede pieno di buche e morchia,
quindi superò l'officina. Mi avvicinai a Suzy e picchiettai piano sul tavolo.
«Il nostro ragazzo è arrivato.»
Mi sorrise, chiuse il libro e lo infilò in borsa. La ragazza indiana inter-
pretò il gesto come se fossimo sul punto di andarcene e si affrettò a chie-
derci se volevamo qualcos'altro da bere. Suzy annuì. «Altre due, lo stes-
so.»
Il bersaglio era sulla quarantina, indiano, pakistano, forse del Bangla-
desh. Scavalcò con cautela il metro di palizzata appuntita che separava il
cimitero dei motorini dalla moschea. I corti capelli neri erano ben pettinati
all'indietro e tenuti a posto da un velo di gel. Lo guardammo togliersi le
calzature, avvicinarsi ai rubinetti e poi sparire all'interno insieme con gli
altri.
Le nostre consumazioni arrivarono. Suzy pagò la ragazza e le disse di
tenere il resto, che era pari a una sterlina. Dall'espressione dell'indiana era
chiaro che le avevamo risolto la giornata, ma quella di Suzy non era gene-
rosità. Non volevamo che avesse un motivo per tornare, dovevamo essere
liberi di andarcene in fretta.
Un paio di ragazzi con gli zaini, sui diciotto o diciannove anni, sedette a
un tavolo vicino al nostro e ordinò la cosa meno cara della lista, esaminan-
dosi la pelle scottata che si stava già squamando. La loro conversazione
venne sommersa dalla litania proveniente dagli altoparlanti della torre che
invitava alla preghiera. Anche il tastierista smise di suonare.
Dovevamo solo aspettare che il bersaglio uscisse di nuovo. Non sape-
vamo il suo nome. Sapevamo solo che era un membro del gruppo attivo
Jemaah Islamiyah (JI), presente in Indonesia, Malesia, Singapore, Filippi-
ne e Thailandia, tutti Paesi che non cercavano d'instaurare un regime fon-
damentalista islamico.
In indonesiano Jemaah Islamiyah significa «gruppo islamico». Per anni
avevano attaccato bersagli americani e occidentali nel Sud-est asiatico.
George e Signorsì non erano gli unici a sospettare che JI fosse una cellula
sussidiaria controllata da Al Qaeda. Altri sostenevano che il collegamento
non era così stretto e che le vittime prescelte da JI non corrispondevano al-
le aspirazioni di globalità dei seguaci di Osama. Comunque fosse, solo do-
po la bomba nel night club di Bali dell'ottobre 2002 gli Stati Uniti li ave-
vano riconosciuti ufficialmente come forza terroristica straniera. Un onore
che la Malesia rivendicava da anni.
L'ostacolo principale era stata l'Indonesia: la schiacciante maggioranza
dei suoi 231 milioni di abitanti era musulmana, la più grande concentra-
zione di islamici del pianeta, e non aveva la volontà di prendere le distanze
dalla sua gente. Ma in seguito JI venne scoperta mentre progettava attacchi
simultanei con camion bomba contro le ambasciate americane in Indone-
sia, Malesia, Filippine, Singapore, Taiwan, Vietnam e anche in Cambogia.
Tenevo gli occhi sulla moschea e ascoltavo gli inglesi che scolavano bir-
ra Tiger al tavolo vicino. Nell'intervallo della partita avevano trasmesso
uno spot governativo che metteva in guardia dall'uso delle carte pirata per
vedere la televisione satellitare: se scoperti si rischiavano una multa pari a
cinquemila sterline, dieci anni di prigione e la fustigazione. «Merda», bor-
bottò Suzy, «meglio evitare di mettersi nei guai con Murdoch. Quasi quasi
è meglio spacciare droga.»
Il richiamo alla preghiera terminò e la pianola elettrica riprese a suonare.
Stavolta annunciava al vasto pubblico l'apparizione del fantasma dell'ope-
ra.
«Il taxi è qui.» Suzy fece un cenno in direzione dell'officina, dove si era
fermato uno sgangherato Proton familiare giallo e rosso. L'insegna di pla-
stica, parzialmente in frantumi, con la scritta TEKSI spariva alla vista
quando un autobus o un camion passava rombando. Gli ultimi quattro nu-
meri della targa erano 1032 e quello era il VDM (Visual Distinguishing
Mark, segnale visivo di riconoscimento) che ci era stato fornito. L'autista
era il nostro uomo, nessun dubbio.
Lo intravidi mentre faceva segno di no a un gruppo di turisti con false
magliette Nike nuove di zecca. In Malesia guidano a destra e il mezzo era
posteggiato con il posto di guida accanto al marciapiede, per cui non riu-
scivo a vedere l'autista bene in faccia. Al riflesso dell'insegna al neon vidi
che aveva la pelle più chiara del bersaglio, ma non quanto quella degli in-
digeni. Forse era indonesiano. Rimase seduto nel taxi a leggere il giornale
con un gomito fuori dal finestrino e la sigaretta in bocca. Era la fonte, il re-
sponsabile delle informazioni sul bersaglio. Forse era al corrente dell'inca-
rico che quello stava per portare a termine. Comunque era l'uomo che ci
avrebbe aiutato.
Non conoscevamo la sua identità e neppure ci interessava. Molto proba-
bilmente pensava la stessa cosa di noi. Gli era stato detto che nei dintorni
ci sarebbero state delle persone in attesa che finisse la sua parte di lavoro,
prima di subentrare. Portata a termine la sua parte, secondo l'accordo, sa-
rebbe stato fuori dal gioco.
A quel punto eravamo in tre ad aspettare che il bersaglio uscisse, tutti gli
altri bevevano birra, guardavano la televisione o mettevano a confronto le
rispettive scottature. Suzy riprese a consultare la guida. Sarebbe parso in-
naturale che tutti e due ce ne stessimo lì immobili a guardare nella stessa
direzione senza scambiarci una parola.

I fedeli iniziarono a riemergere dalla moschea e, in un attimo, lo spiazzo


del parcheggio si trasformò in un caos di moto e automobili avviate e
mandate su di giri. I primi veicoli cercarono d'insinuarsi nel flusso del traf-
fico, che però non lasciava varchi. L'aria si riempì del fragore di clacson e
frenate.
Suzy posò il libro sul tavolo e io alzai lo sguardo. Il bersaglio era uscito
e stava di nuovo scavalcando la staccionata. La fonte gli fece un cenno e
scese dal taxi. Adesso che si trovava in piena luce mi convinsi che era in-
donesiano: zigomi pronunciati, capelli neri e corti, baffi, alto più o meno
come Suzy. Portava la camicia a righe larghe fuori dai jeans, forse perché
il tessuto gli tirava troppo sulle spalle imponenti, come se avesse indossato
la camicia senza toglierla da una gruccia per abiti extra large.
I due si affiancarono senza scambiarsi una parola e varcarono insieme la
porta da cui prima era uscito il bersaglio. Suzy ripose il libro nella borsa
mentre gli inglesi lanciavano occhiate a un gruppo di ragazze che stava
passando e il tastierista riceveva qualche timido applauso. Adesso la fonte
usciva di nuovo trasportando quello che sembrava un cartone bianco con
una maniglia. Quando fu vicino al taxi vidi che si trattava di una confezio-
ne regalo da sei bottiglie di vino, fustellata sui fianchi per rendere visibili
le etichette. Fece il giro e raggiunse la portiera del passeggero, la più vici-
na a noi, l'aprì e posò con cura la scatola sul fondo, poi, passando davanti
al cofano della macchina, sedette al volante e partì. Fatto. Tutto finito in
meno di un minuto.
Il taxi si mescolò nel traffico mentre Suzy chiudeva la borsa. «Vino? Ma
non sono musulmani? Forse è succo di mirtillo.»
Gli inglesi esultarono con una serie di manate sul tavolo. Ma non per la
battuta di Suzy: il Leeds aveva segnato.
Mi tastai la tasca dei pantaloni per sentire le chiavi della moto. Di lì a
poco il bersaglio sarebbe uscito per andare a lavorare. Anche i terroristi
hanno bisogno di guadagnare e di avere una vita di copertura.
Uscì un paio di minuti dopo, illuminato in pieno dall'insegna al neon.
Era in lieve anticipo quella sera. Di solito tra preghiere e uscita passava
almeno un quarto d'ora. La camicia bianca era infilata dentro pantaloni neri
e ai piedi portava scarpe nere di vera pelle. Scavalcò ancora una volta la
staccionata e si diresse verso il Lite Ace cercando di schivare le pozzan-
ghere per non infangare le scarpe.
Mi alzai. «Che ne dici di tornare in albergo?» Suzy annuì e si alzò anche
lei. Presi il casco e lo indossai mentre raggiungevo la moto. Lei si passò la
tracolla della borsa sopra la testa e infilò il casco a sua volta. Nel frattempo
avevo tolto il cavalletto e avviato il motore. Lei attese che lo mandassi su
di giri, aggiungessi il nostro contributo di smog e con i piedi manovrassi in
modo da puntare verso la strada.
Il Lite Ace raggiunse il cancello della moschea. Nessuna freccia indica-
va la direzione che avrebbe preso. Ma, se avesse seguito il copione dell'ul-
tima settimana abbondante, avrebbe seguito il traffico: a sinistra, destra per
noi. Suzy salì e armeggiò con il casco per guadagnare tempo in attesa che
il Lite Ace partisse. Nel casco intriso dell'unto dei capelli di anni di turisti
avevo già la testa in ebollizione. Sotto il mento il cinghino di plastica stru-
sciava contro la barba di due giorni.
Nel momento in cui il Lite Ace s'immetteva nel traffico Suzy mi diede
un colpetto sulla spalla. Svoltammo a destra, contro corrente, e comin-
ciammo a seguire il bersaglio. Tra noi, quattro auto e uno stormo di Hon-
da. Lui rallentò per fare attraversare un gruppo di turisti e accelerò per re-
cuperare. Lo seguivamo, fermando e ripartendo, seguendo la luce tremo-
lante del fanalino destro degli stop. Se lo avessi perso di vista sarebbe stato
un ottimo VDM, facile da individuare nella confusione del traffico e
nell'oscurità. Lo sapevo perché lo avevo allentato con un cacciavite qual-
che sera prima. Se usare una carta contraffatta per vedere il satellitare era
punito con la fustigazione, avevo paura solo a immaginare la pena per chi
manometteva un veicolo.
Le auto e i mezzi più pesanti si fermarono di nuovo mentre le moto pro-
seguirono a zigzag. Non le imitai, e ingranai la prima pronto a ripartire.
Dietro di me Suzy si agitò sul sellino nel tentativo di staccare la stoffa
leggera dei pantaloni dalla plastica. Si reggeva a me con il braccio destro,
la borsa schiacciata fra il suo corpo e il mio. La sua pistola, una vecchia sei
colpi calibro 45, puro antiquariato della Seconda guerra mondiale, preme-
va contro il mio fondo schiena. Aspirai un'energica boccata di fumo di
scappamento.
Mi sarei tenuto a due auto di distanza e comportato come un turista at-
tento a non commettere imprudenze. Le gambe sudavano nei pantaloni
comprati a un mercatino notturno e quel filo d'aria che s'infilava nelle
scarpe da ginnastica quando acquistavamo un po' di velocità era un vero
sollievo.
Ci fu un lampo di luce all'interno del Lite Ace seguito immediatamente
da una nuvoletta di fumo di sigaretta che usciva dal finestrino del guidato-
re. Suzy si protese sopra la mia spalla e aspirò in modo plateale. La sentii
ridere. Non sapevo se rallegrarmi della totale mancanza di agitazione che
mostrava durante il lavoro, o preoccuparmi della sua indifferenza. Mi
piacciono le persone che hanno paura.
Il lungomare di Penang è pianeggiante ma non appena ci s'inoltra all'in-
terno si comincia a salire.
Il bersaglio faceva il cameriere in un ristorante olandese su una collina al
centro dell'isola; presto saremmo arrivati a un semaforo e lui avrebbe svol-
tato a destra. Ma qualcosa non andava. Non si stava spostando nella corsia
di destra. Anzi si fermò all'incrocio per svoltare in direzione opposta.
Suzy si sporse in avanti. «Ma cosa fa?» Non risposi e continuai a seguir-
lo, non potevo fare altro.
Il flusso del traffico si fermò e avanzò ancora, e alla fine vidi lampeggia-
re la freccia di sinistra. Il Lite Ace si addentrò in un mondo di lamiere on-
dulate arrugginite, girò ancora una volta a sinistra e scomparve.
Ci ritrovammo in una stretta stradina di cemento grezzo costeggiata da
baracche. Fermai la moto in un angolo buio in prossimità dell'incrocio. Si
vedeva un gruppo di tetti in lamiera illuminati da un lampione.
Suzy balzò a terra. Riuscii ad afferrarla per un braccio prima che si pre-
cipitasse all'inseguimento. «Non qui, capito? Non qui.»
Si tolse il casco e svanì nell'oscurità.
Io proseguii e girai la moto in modo da avere una buona visuale sull'in-
crocio. Spensi il motore. Da quasi tutte le baracche filtrava il chiarore spet-
trale dei televisori. Udii voci di bambini e cani che abbaiavano. L'odore di
fogna era opprimente.
Di colpo vidi dei fari nella stradina che sbucava all'incrocio e sentii il
rumore di un motore avanzare nella mia direzione. Non riuscii a distingue-
re chi era a bordo del Lite Ace che svoltò a destra verso la strada principa-
le; misi in moto senza accendere i fari. Lo vidi fermarsi all'incrocio e inse-
rirsi a fatica nel traffico, verso destra.
Suzy riapparve. Correva al massimo della velocità. Mi avvicinai alla sua
posizione e lei, nel frattempo, indossò il casco.
Saltò sul sellino. E si appoggiò a me ansimando. «È andato a prendere
qualcuno, adesso sono in due a bordo. Ma, cazzo, di tutte le notti...» Senti-
vo il suo respiro tiepido sul collo mentre insieme guardavamo il veicolo
che scompariva. Accesi i fari e partimmo.
«Hai visto chi era?»
«No. E adesso cosa facciamo?»
Mi strinsi nelle spalle. Non sapevo mai cosa fare quando capitava un
imprevisto, se non dopo aver agito. Quando fummo sulla strada principale
accelerai notevolmente imitando gli altri moscerini che ondeggiavano nel
traffico. Il braccio di Suzy mi strinse più forte i fianchi e le sue gambe ade-
rirono alle mie.
Vide il fanalino dello stop nel momento in cui lo notai io, mi premette la
destra contro lo stomaco e con la sinistra m'indicò dove guardare. Annuii
con un ampio cenno del capo. La visiera rovinata del casco rifletteva i ne-
on e le luci dei fari.
Il Lite Ace stava raggiungendo l'incrocio nella corsia di sinistra. Sorpas-
sai un'altra auto. Adesso c'era solo un veicolo fra noi e cercai di vedere
meglio la situazione all'interno. Sollevai la visiera e il mio volto sudato
venne investito da un soffio d'aria fresca.
La luce di un neon inondò le due persone sui sedili anteriori. L'ospite era
un maschio, più giovane del bersaglio, malese. Trovai positivo il fatto che
indossasse anche lui una camicia bianca e avesse l'aria di un dipendente
modello. Quando voltò la testa per parlare al bersaglio notai che indossava
già la cravatta a farfallino.
Vidi la freccia di sinistra lampeggiare, svoltarono e abbandonarono la li-
toranea. La strada verso l'interno era trafficata, ma meno di quella che ave-
vamo appena lasciato e, quando cominciammo a salire, percepii la diffe-
renza. Le prime baracche a blocchi di cemento fecero la loro comparsa do-
po meno di un chilometro, e con loro lo sferragliare dei generatori a petro-
lio e l'ululato dei cani. Poi, ancora più in alto, lungo la strada non rimase
altro che vegetazione. Di tanto in tanto s'intravedeva una luce nel verde
che lasciava supporre l'esistenza di una casa abitata, ma subito dopo non si
notava più nulla. A quel punto la strada si era fatta decisamente stretta, tan-
to che due auto sarebbero passate a fatica.
Rallentai in modo da lasciarlo a distanza. Ormai eravamo gli unici nei
paraggi. Sapevo che non mancava molto alla brusca svolta a sinistra e co-
me previsto subito dopo vidi le luci posteriori illuminarsi, una un po' am-
miccante, mentre il Lite Ace frenava per effettuare la curva. Poi scompar-
ve.
Suzy mi sbucò sopra la spalla, la 45 sempre più premuta contro la mia
schiena. «Seguiamo il piano?»
Annuii, non vedevo alternative. La missione doveva essere eseguita.
Sentii Suzy frugare nella borsa stringendo le gambe contro le mie per man-
tenere l'equilibrio. Stava infilando i guanti di gomma.
Le luci rosse che avevo di fronte comparivano a intermittenza mentre il
bersaglio seguiva le curve della strada in salita. Ancora per un chilometro
non avevo bisogno di stargli troppo addosso. Sapevo dov'era diretto.
Guardai nello specchietto retrovisore. Sotto di noi si allungava la costa
pianeggiante. La strada davanti a noi era stata tagliata nella foresta pluviale
e i fari illuminavano la fitta parete verde che si ergeva su entrambi i lati,
mentre io tentavo di schivare le foglie di palma che marcivano a terra e le
buche piene d'acqua.
Mezzo chilometro dopo superammo il nostro punto di riferimento, un
grande Buddha in pietra su un tronco che guardava in basso verso un sen-
tiero di fango che si addentrava nella foresta. Forse si trattava di un punto
maledetto per gli incidenti e il Buddha era stato messo lì come portafortu-
na.
Con la mano coperta da un guanto di gomma rosso, Suzy mi toccò una
spalla per essere sicura che lo avessi visto. Poi mi cinse i fianchi con il
braccio sinistro e infilò la mano destra nella borsa. Un attimo dopo sentii la
canna della pistola contro la schiena.
Il posto dell'imboscata era vicino. Un improbabile incrocio dove il ber-
saglio avrebbe dovuto rallentare per superare un ruscello che scorreva nel
mezzo. Era il punto che avevamo scelto. Che senso ha spingere a forza un
bersaglio su un terreno di caccia quando è tanto più semplice scegliere il
luogo fra i suoi percorsi abituali? In quel punto era costretto a rallentare fin
quasi a fermarsi per superare il corso d'acqua.
Adesso eravamo a meno di cinquanta metri dal Lite Ace. Suzy mi spinse
la sinistra sotto il sedere, la calibro 45 nella destra. Era pronta a saltare giù.
Gli stop rossi si accesero e lampeggiarono quando il bersaglio frenò
all'incrocio. Doveva svoltare a destra, superare il ruscello e immediata-
mente dopo sterzare a sinistra.
Quando mi avvicinai alla fiancata destra del Lite Ace sentii odore di si-
garetta. All'altezza del cofano posteriore rallentai e la moto ebbe un sob-
balzo. Suzy era saltata a terra mentre io continuavo ad avanzare.
Si udì un urlo all'interno dell'auto.
Accelerai per bloccargli la strada, ma il nostro uomo non aveva nessuna
intenzione di fermarsi. Il Lite Ace urtò la ruota anteriore della moto e io mi
chiusi a riccio per assorbire la caduta. Rotolai sul fianco destro e scivolai
sull'asfalto seguito dalla moto, finché entrambi non ci fermammo nel tor-
rente.
Mi rialzai a fatica e spostai la visiera del casco in tempo per vedere l'au-
to rotolare all'indietro giù per la discesa, la luce degli abbaglianti puntata
verso il cielo. Suzy la seguiva di corsa. Io avanzai a fatica cercando di met-
tere in funzione la gamba: era come se qualcuno mi avesse passato una gi-
gantesca grattugia sulla coscia.
E, mentre l'auto continuava a scivolare all'indietro e la luce dei fari pun-
tava sempre più verso il cielo, Suzy si tuffò all'interno attraverso il fine-
strino del guidatore. Ma cosa cazzo stava facendo?
Una quindicina di metri più in basso l'auto terminò la corsa contro un al-
bero. Le gambe di Suzy furono risucchiate all'interno mentre la portiera
opposta si apriva provocando l'accensione della luce interna. Una sagoma
uscì zoppicando e si scontrò con la vegetazione mentre si udirono due col-
pi di pistola.
«Chi dei due? Chi?»
Suzy si arrampicò fuori. «È scappato!»
«Stai ferma, ferma.» La raggiunsi e le afferrai un braccio per impedirle
di slanciarsi nella foresta. Era morto il passeggero. Aveva la testa girata e
schiacciata contro il sedile insanguinato.
Mi strappai il casco e respirai profondamente. Avevo bisogno di ossige-
no. «Zitta, ascolta.»
Era una giungla, ovunque il sole riuscisse a penetrare fra lo spesso tetto
di foglie crescevano piccoli cespugli e ogni tipo di pianta. Era difficile
camminarci dentro, in particolare al buio. Il bersaglio non sarebbe riuscito
a vedere neppure le sue stesse mani.
Non riuscivo a sentire niente. Dovevamo seguirlo.
Quattro passi all'interno e non riuscivo più a vedere Suzy. In quell'oscu-
rità nera come l'inchiostro mi protesi, l'afferrai per un braccio e tirai finché
non cadde con me tra le foglie marce e il terreno bagnato della foresta plu-
viale. Con le mani e le ginocchia sprofondate nella fanghiglia avanzammo
strisciando per qualche metro prima di fermarci. In ascolto. Ancora niente.
Stavo per riprendere a muovermi quando sentii un rumore. Mi bloccai di
colpo. Lei mi urtò. Smisi di respirare per eliminare i miei stessi rumori.
Lasciai che la saliva colasse. Era molto vicino, un po' a destra rispetto a
me. Lo sentivo a malapena a causa del rumore dell'auto ancora in moto.
Ma percepivo la paura.
Lentamente tastai alle mie spalle sino ad afferrare la mano della collega,
le passai il casco e le posai un dito sulle labbra. Lei indossava ancora il suo
e ciò era un bene: non era il caso che li lasciassimo sul posto.
Voltai l'orecchio destro in direzione dei suoni di un uomo spaventato.
Facile che non sapesse cosa fare, dove andare, se nascondersi o correre alla
cieca nella foresta. Mi augurai che continuasse a pensare che restare im-
mobile protetto dal buio fosse la scelta migliore per uscirne vivo.
Tesi una mano nella sua direzione, tastando il terreno che avevo davanti
e che non riuscivo a vedere. Poi avanzai di qualche centimetro. Fango, ra-
dici e foglie mi s'infilarono tra le dita prima d'incontrare il freddo della
corteccia viscida di un albero. Ci girai intorno molto lentamente. Suzy mi
era dietro e inghiottiva saliva.
Adesso era vicinissimo. Muoveva le gambe. Le sentii annaspare tra le
foglie marce.
Il mio viso subiva l'assalto di qualsiasi cosa provvista di ali e affamata di
pelle. Ma al momento non avevo tempo per pensarci. Ero tutto concentrato
sul bersaglio, anche il dolore alla gamba era svanito. Avanzai ancora un
poco.
Era così vicino che lo sentivo ansimare per la paura, poi cambiò posi-
zione delle gambe e le foglie spostate mi coprirono la mano.
Non c'era altro da fare che slanciarsi in quella direzione. Caddi in modo
scomposto sopra di lui. Urlò. Avevo il naso contro il suo viso. Si raggomi-
tolò pregando e implorando mentre io mi mettevo in ginocchio. Non cono-
scevo la lingua, non ascoltavo.
Suzy era dietro di me. «Dov'è? Dov'è?»
Con il ginocchio destro gli bloccai la testa. Le implorazioni aumentaro-
no.
«Silenzio, va tutto bene, è tutto okay.» Lasciai ricadere la mano destra
sul suo viso madido di sudore e lo tenni fermo. Tesi la mano libera nel bu-
io. «Vieni vicino a me, svelta.»
Mi fu a fianco e io la tastai. Trovai il braccio e lo percorsi fino a sentire
la rivoltella che guidai contro la testa del bersaglio. «Ora ce l'hai. Te lo
tengo fermo.»
Sentii che la canna s'infilava dentro la carne mentre lui singhiozzava e
cercava di reagire. Volevo che tutto finisse in fretta. «Sei pronta? Al tre lo
lascio andare... uno, due, tre!»
Mollai la presa e balzai all'indietro. In quel preciso momento lei fece
fuoco. Ci fu un lampo di luce e il rumore della detonazione mi parve for-
tissimo, molto più di quello che era in realtà.
«Resta pronta, pronta! Bisogna avere la certezza.»
Suzy alzò il cane dell'arma.
«Aspetta, aspetta.»
La sentii tastare quello che restava della testa del bersaglio. Poi ci fu un
altro lampo di luce e un altro scoppio fragoroso. Sospeso fra noi l'odore di
cordite intrappolato fra le foglie mentre il dolore alla gamba tornò come
una vendetta.
«E adesso? Come cazzo facciamo a uscire da qui?» Suzy aveva usato un
tono di voce quasi normale.
Ci trovavamo solo dieci metri all'interno della foresta, ma eravamo arri-
vati sin là perché avevamo seguito i rumori del bersaglio. Uscirne era
tutt'altra cosa.
«Non c'è fretta, prima ci calmiamo e poi forse riusciremo a sentire il mo-
tore del Lite Ace.» Smisi di respirare. A poco a poco il rimbombo delle de-
tonazioni abbandonò le mie orecchie e riuscii a cogliere il sommesso ron-
zio del motore. Capire la direzione era facile. Cercai a tastoni il casco, poi
strisciammo fuori dagli alberi, sbucando a tre o quattro metri dall'auto.
Alla luce dei fari vidi che il viso di Suzy era sporco di sangue.
«Ma cosa cazzo ti è venuto in mente di giocare all'Uomo Ragno?» Mi
esaminai la gamba ferita mentre lei faceva la stessa cosa con la mano.
«Dovevi solo ucciderli.»
«Quando li ho raggiunti stavano già cercando di uscire dalla portiera. Il
furgone continuava a rotolare. Non sapevo cosa fare. Poi ho pensato: 'fan-
culo, l'unica è tuffarsi dentro.» Sorrideva, vedevo il sorriso aperto alla luce
rossa dei fanalini posteriori. «E, comunque, adesso è fatta.»
Aveva ragione. «Dobbiamo spostare il furgone dalla strada e tu devi pu-
lirti il viso. Qui è impossibile perché gli alberi sono troppo fitti. Portalo
all'incrocio dove c'è il Buddha e cerca di nasconderlo meglio che puoi, io ti
seguo con la moto, sempre che funzioni ancora. In caso contrario dobbia-
mo tornare a piedi.»
Salì sul Lite Ace e con i guanti sporchi di sangue e fango inserì la prima,
lo riportò sulla strada e guidò fino al Buddha. Io raggiunsi la moto e la sol-
levai. La leva della frizione era piegata verso il basso, ma tutto sommato
era in condizioni migliori di altre moto che avevo visto in giro. La cosa più
importante era che funzionava ancora.
All'incrocio di Buddha attesi che Suzy risalisse dalla scarpata. Sollevò
una gamba sopra il sellino e si protese in avanti. «Siamo stati bravi. E, co-
me premio, domani potremmo fare un giro su un aquascooter. Che ne pen-
si?»
Il lato destro della gamba scorticato dall'asfalto mi provocava un brucio-
re atroce. Fui costretto a stringere i denti.

Washington DC
Venerdì 2 maggio, ore 7.04

La giornata non era un granché. Il tempo non riusciva a decidersi. Non


pioveva ma sembrava sul punto di doverlo fare da un momento all'altro.
Camminavo lungo D Street, un paio di isolati a sud dopo la Library of
Congress. Avevo appuntamento con George. Andavo veloce per quanto mi
consentiva il contenitore bollente di Starbucks che tenevo in mano. Ero sa-
lito in metropolitana a Crystal City. Adesso vivevo là, in un grande con-
dominio grigio che mi faceva sentire come un delegato delle Nazioni Uni-
te. Il portiere di giorno era bosniaco, quello di notte croato. Tutte le addette
alle pulizie sembravano russe e il soprintendente alla manutenzione era
pakistano. Capivano tutti l'inglese alla perfezione tranne quando occorreva
qualche riparazione o pulizia particolare. Soprattutto il soprintendente, o-
gni volta che lo interpellavo per qualche problema alla lava-asciugatrice,
diventava completamente sordo.
Provai ad assaggiare il latte. Si era appena raffreddato e riuscii a inghiot-
tire qualche sorsata attraverso la fessura nel coperchio. Mi ero fatto l'idea
che solo uno come George potesse fissare un incontro alle sette della mat-
tina, ma evidentemente mi sbagliavo. Tutta Washington aveva deciso di
darsi una mossa. Il traffico era già intenso e una moltitudine di persone
camminava di buon passo in entrambe le direzioni, gente di potere, tutti
con il cellulare con tanto di auricolare inserito e bene in evidenza in modo
che fosse chiaro che stavano portando a termine cose molto importanti. In
realtà non avevano nemmeno bisogno del telefono, perché parlavano a vo-
ce così alta che mezza città avrebbe potuto sentirli.
Senza smettere di camminare bevvi un altro sorso e guardai il Traser.
Sarei arrivato puntuale. La missione a Penang era stata abbastanza agevo-
le: uccidere il bersaglio dopo che aveva consegnato una scatola alla fonte,
alla fine della preghiera, la sera stessa. Ma altrettanto importante - George
lo aveva ripetuto più volte - era che Suzy e io avessimo la certezza che la
fonte fosse fisicamente in possesso della scatola. Forse era per quello che
l'aveva messa in macchina dalla parte del passeggero.
Non era andata troppo bene per il tizio che aveva chiesto un passaggio al
bersaglio. Doveva essere uno dal destino segnato: si era trovato nel posto
sbagliato nel momento sbagliato. Non occorreva essere un genio per capire
che le bottiglie non contenevano vino né succo di mirtillo; mi augurai che
fosse qualcosa per cui valesse la pena morire.
Il problema più grosso che Suzy e io avevamo dovuto affrontare erano
stati i quattro giorni di soggiorno necessari per esaurire il pacchetto vacan-
za. Impossibile fare le valigie, prendere il primo volo e tornarsene a casa.
Tutto doveva sembrare normale, dovevamo andare sino in fondo. Giram-
mo come veri turisti visitando i posti più interessanti anziché restarcene
sdraiati in piscina. Dovevo nascondere in qualche modo la contusione alla
gamba e cercare di farmi notare il meno possibile. La sensazione era di a-
ver trascorso intere giornate in risciò andando da un tempio a un altro.
Alla riconsegna della moto avevo dovuto pagare centocinquanta dollari
di danni, ma si erano limitati a trattarmi come un turista incapace. Nei
quattro giorni successivi il New Straits Times non riportò la notizia né
dell'assassinio né della scomparsa dei due camerieri. Probabilmente nessu-
no si era ancora imbattuto nel Lite Ace o nel cadavere coperto di mosche.
In effetti la notizia principale riportata dai giornali riguardava la moglie di
un politico accusata di khalwat, reato che presupponeva il farsi trovare in
eccessiva intimità con un membro dell'altro sesso non facente parte della
cerchia familiare. La donna stava guardando la televisione insieme con tre
studenti dell'Università internazionale islamica quando una squadra del di-
partimento religioso del territorio federale aveva fatto irruzione nell'appar-
tamento a seguito della denuncia dei vicini di casa. Se li avessero giudicati
colpevoli avrebbero dovuto pagare una sanzione di tremila dollari e passa-
re due anni in prigione. Come disse Suzy, la donna doveva ritenersi fortu-
nata che non l'avessero beccata con tre spacciatori di droga a guardare i
canali satellitari con una scheda contraffatta.
La pistola di Suzy era stata consegnata da un corriere della Ditta in un
posto prestabilito nel bagno femminile di uno Starbucks. Bevvi un altro
sorso del loro caffè: la globalizzazione esisteva davvero, erano ovunque.
Quella particolare rivendita di Starbucks si trovava nel centro commerciale
di una zona residenziale di George Town, il capoluogo dell'isola. Ci ave-
vano fornito solo la pistola e sei proiettili, motivo per cui Suzy non poteva
permettersi il lusso di sbagliare. Niente di strano nel fatto che si fosse tuf-
fata con tale foga dentro il Lite Ace. Sapeva di non poter sprecare neppure
un colpo.
Per noi sarebbe stato meglio se la consegna del cartone di vino fosse av-
venuta l'ultima sera, perché in quel modo avremmo potuto portare a termi-
ne il lavoro e lasciare Penang il giorno successivo. Ma ero contento che
non fosse avvenuta il primo giorno perché non avremmo avuto il tempo di
svolgere accurati sopralluoghi e saremmo rimasti allo scoperto sull'isola
per quindici lunghi giorni. Avevamo passato molto tempo a studiare le abi-
tudini del bersaglio: il tragitto casa-lavoro, a che ora prendeva servizio,
quando finiva di lavorare, se abitava da solo o con qualcuno. Sapevamo
dove posteggiava l'auto e qual era il momento migliore per la modifica al
fanalino degli stop. Sapevamo quasi tutto di lui, ma non sapevamo il suo
nome. Nessun problema. In fondo non è che dovessimo familiarizzare.
Quando raggiunsi l'isolato del massiccio edificio avevo ancora un po' di
latte da finire. Salii i sei o sette gradini della grande casa vittoriana con
mattoni a vista, convertita da tempo in una sede di uffici e circondata da
moderni isolati in cemento. Le porte a vetri m'introdussero nell'ingresso e
verso il bancone dove si trovava un nero piuttosto grosso in camicia bianca
e divisa azzurra. Esibii la patente della Virginia, come richiedeva la prassi
dopo l'11 settembre. Non mi ero deciso a comprare una macchina perché
avevo la mia moto, se mai fossi riuscito a recuperarla da casa di Carne a
Marblehead.
Lessi il nome della guardia sul cartellino. «Salve, Calvin. Mi chiamo
Stone, vado al terzo piano, Hot Black Inc.»
«Mi firma il registro, signore, per favore?»
Siglai debitamente mentre lui controllava l'elenco degli ospiti prima di
consegnarmi il pass. Washington è rimasta una città piuttosto formale per
quanto riguarda il modo di vestire, e io indossavo jeans, stivali Caterpillar
e giubbotto di pelle marrone. Posai la penna e gli scoccai un sorriso. «Ve-
sto sempre casual il venerdì.»
Calvin non batté ciglio. «Grazie, signor Stone. L'ascensore è dietro l'an-
golo sulla destra. Le auguro di trascorrere una buona giornata, signore.»
Mentre mi allontanavo risposi nel modo consueto: «Anche a lei». Stavo
sorridendo: il nome Hot Black Inc. mi divertiva molto. Avevo sempre pen-
sato che solo nella serie TV L'uomo dell'UNCLE usassero nomi così strani
per le società di copertura.
Ero sul libro paga della Hot Black da quasi un anno ormai. Si trattava di
una ditta commerciale che aveva poco da commerciare e la cosa mi stava
bene perché non ne sapevo proprio nulla. La vita mi andava bene. Il mio
stipendio era di ottantaduemila dollari l'anno più la casa. Inoltre venivo
pagato in contanti dopo ogni lavoro. Decisamente meglio che lavorare co-
me K per la Ditta a duecentonovanta sterline al giorno, tutto compreso.
Come impiegato della Hot Black mi era stato assegnato il numero della
previdenza sociale americana e potevo richiedere il rimborso delle tasse. Il
che mi offriva la possibilità di condurre una vita quasi normale. Dopo che
la figlia di George, Carrie, mi aveva cestinato, avevo anche avuto una ra-
gazza per circa un mese e mezzo. Era la capozona di Victoria's Secret per
il District of Columbia e la Virginia e vivevamo nello stesso condominio.
Stavamo bene insieme, ma a un certo punto il marito aveva deciso di pro-
vare a rimettere in sesto il matrimonio. Secondo me sentiva la mancanza
dei campioni gratuiti che la moglie portava a casa.
E avevo anche un fondo pensione. Era una delle trovate di George per
farmi avere più soldi senza che il mondo reale se ne accorgesse: d'altra
parte entrare in una banca con ventimila dollari in contanti, di quei tempi,
poteva destare più di un sospetto. Per la prima volta nella mia vita mi sen-
tivo quasi a posto.
L'ascensore arrivò, le porte si aprirono, entrai e premetti il pulsante del
terzo piano.

Non avevo ancora chiaro da quale dipartimento - se militare o governa-


tivo - dipendesse George e quindi non sapevo chi mi pagava lo stipendio,
ma non mi lamentavo. Da quando lavoravo per lui ero stato molto occupa-
to: negli ultimi mesi ero stato a Bombay e in Grecia per operazioni di «ri-
torno»; i bersagli erano tre individui sospettati di far parte di Al Qaeda, che
adesso, secondo me, percorrevano a balzelloni i cortili della prigione di
Guantanamo con le teste rasate e le tute arancioni.
Le porte si chiusero alle mie spalle e io terminai il latte, quindi svoltai a
sinistra nel corridoio verso gli uffici della Hot Black. L'ambiente era un
trionfo di marmo nero lucidissimo alle pareti, nicchie che contenevano sta-
tue di alabastro e intense luci al neon fissate a controsoffitti. Il corridoio
era stato appena rimodernato e si avvertiva ancora l'odore di nuovo della
moquette. Hot Black non era una compagnia da due soldi.
Oltrepassai la doppia porta in vetro fumé. La reception era deserta. C'era
un grande tavolo antico in finto legno che fungeva da bancone, dietro il
quale non si vedeva nessuno. A sinistra del tavolo, due lunghi divani in
velluto rosso separati da un basso tavolino in vetro altrettanto lungo. In vi-
sta neppure un quotidiano o una copia di Marketing Monthly. Stessa con-
dizione anche per la scrivania, perfettamente vuota se si escludeva il tele-
fono. Anche la fontanella dell'acqua potabile era priva del bottiglione di
plastica rovesciato, in un angolo solo sei solitari bicchieri di cristallo.
Mi diressi verso le porte della direzione. Alte, nere, lucide, solenni. Mi
si aprirono davanti come per magia. Senza una parola di saluto, George gi-
rò sui tacchi e tornò a passi decisi alla scrivania incorniciata dalla finestra,
dieci metri più in là. I tacchi rimbombarono contro il pavimento in acero
tirato a lucido. «Sei in ritardo, avevo detto alle sette.»
Ero certo che lo avrebbe detto. Con ogni probabilità lui si era svegliato
alle cinque, aveva fatto jogging e recitato la preghiera davanti alla ciotola
di cereali dietetici ed era uscito di casa esattamente all'ora che aveva stabi-
lito e non cinque o dieci minuti dopo: occorre essere precisi, il resto è solo
una perdita di tempo. E undici minuti dopo era in ufficio, alle sei e cin-
quantasei spaccate.
Chiusi la porta. «Lo so, scusa. Ho avuto problemi con la metropolitana.»
Non rispose. La metropolitana di Washington non è mai in ritardo. La
colpa del mio ritardo era dovuta alla lunga coda da Starbucks e alla scarsa
rapidità degli addetti dietro il banco.
Compì il giro della scrivania e accennò al contenitore che avevo in ma-
no. «E quello cos'è?»
«È un latte.»
Le finestre avevano tripli vetri. Vedevo il traffico ma non ne sentivo il
rumore. L'unico suono, a parte le nostre voci, era il ronzio dell'aria condi-
zionata.
«Non c'è più nessuno che beva un caffè normale? Tutti pronti a pagarlo
il doppio solo perché ha un nome curioso.»
La stanza era ben arredata. Su una parete interamente rivestita di quercia
era appeso un quadro, il ritratto di un uomo del XVIII secolo con in testa
un cappello a tricorno e un grembiule da scultore, sullo sfondo un gruppo
di indiani d'America occupati a fare lo scalpo a qualcuno.
Quando George si girò infine verso di me, mi resi conto che effettiva-
mente quel giorno, nel Paese delle spie, ci si vestiva casual. Sotto la giacca
di velluto a coste non portava l'usuale camicia con i bottoncini sul colletto
e neppure la cravatta, ma solo una polo bianca. Forse la settimana succes-
siva avrebbe superato ogni limite e sarebbe arrivato a lasciare aperto il
primo bottone. Ma non ci avrei perso il sonno.
George si accomodò sulla sedia di legno scuro che cigolò sotto il suo pe-
so. Nuova anche quella. Il telefono e una valigetta in pelle marrone scuro,
sulla scrivania non c'era altro. Mi fece cenno di sedermi e non perse altro
tempo. «Cosa ne avete fatto della pistola?»
Avevo ancora in mano il contenitore del latte e non sapevo dove posarlo.
«Suzy è andata a fare un giro con un aquascooter e l'ha buttata in mare a
trecento metri dalla costa. I proiettili erano ancora all'interno. Non sono
andato con lei ma so che ha svolto un buon lavoro.»
George sollevò un sopracciglio.
«Non potevo, non volevo esporre la ferita.»
«Adesso come va?»
«Bene. Solo che di notte non riesco a non grattarmi la crosta.» Azzardai
un accenno di sorriso, che non ebbe nessun effetto su George. Guardava
per aria, verso le lampade fluorescenti del controsoffitto. «Devo chiedere
che installino dei riduttori. Questi fari sono un attentato alla salute, fanno
malissimo agli occhi.»
Annuii. Se lo diceva George doveva essere vero.
Fece ritorno nel mondo reale. «Tu e quella donna...»
«Suzy.»
«Sì. Avete fatto un buon lavoro.» Tirò a sé la valigetta e trafficò con la
combinazione della serratura.
Posai il contenitore sul pavimento tirato a cera. «Mi chiedevo, George,
cosa contenevano le bottiglie?»
Non si prese neppure il disturbo di sollevare la testa. «Questo, figliolo,
non è necessario che tu lo sappia. Hai fatto la tua parte.»
La valigetta si aprì e lui mi guardò con un sorriso forzato. «Ricordi quel-
lo che ti ho detto? Il nostro lavoro consiste nell'assicurarci che quella fec-
cia raggiunga il suo Dio prima del previsto. Punto.»
Ricordavo.
«Dove sei diretto?»
«Forse vado via per un po', chi lo sa?»
«Voglio saperlo. Porta sempre il cellulare con te. Il numero del mio cer-
capersone rimarrà lo stesso fino a fine mese, poi ti comunicherò quello
nuovo.»
Estrasse dalla valigetta una busta imbottita e la spinse verso di me in-
sieme con un foglio battuto a macchina. Mi protesi per prenderla e lui
guardò ancora una volta le luci sul soffitto e poi l'orologio.
Sul foglio c'era scritto che ricevevo da George sedicimila dollari. «Ri-
cordo male o avevi parlato di ventimila?»
«È così, ma hai contribuito con il 20 per cento al fondo sociale.» Osser-
vò il lusso che lo circondava e allargò le braccia. «Là fuori ci sono vecchi
agenti che, quando hanno smesso di lavorare o sono stati messi fuori uso,
non avevano il conforto di una pensione su cui fare affidamento. Le cose
andavano diversamente una volta, così mi sono convinto che sia giusto che
noi che abbiamo tanto pensiamo un poco anche a loro. Quei ragazzi se la
passano male nella vita di tutti i giorni, Nick. Non credo ci sia bisogno che
te lo dica, là fuori è una giungla...»
Feci un gran respiro pronto a replicare che non avevo scelta.
George mi anticipò. «Adesso che fai parte della squadra, sarà sempre co-
sì. Noi tutti seguiamo le regole. E poi chi può dirlo, un domani potresti es-
sere tu ad avere bisogno di aiuto.»
Non mi preoccupai di aprire la busta per controllare. I soldi che mi spet-
tavano erano lì dentro al cento per cento: George li aveva contati perso-
nalmente. Tutto era sempre corretto con George. E puntuale. Per quello mi
piaceva.
Guardò di nuovo l'orologio e poi chiuse la valigetta, attento a ripristinare
la combinazione. «A questo punto tu e il tuo latte potete anche andare.»
Con il contenitore e i soldi in mano mi avviai verso la porta. Fu a quel
punto che si lanciò nella sparata finale. «Ci sarà sempre posto per te, qui,
Nick. Niente e nessuno potrà togliertelo.» Sapevo che si riferiva a Carrie e
mi voltai in tempo per veder comparire un ghigno. «Fino a quando non ti
uccidono, naturalmente. O non trovo qualcuno migliore di te.»
Annuii e aprii la porta. Conoscevo le condizioni. Quando mi voltai per
richiudere vidi che George guardava di nuovo il soffitto, forse preparando
mentalmente un appunto per il responsabile della manutenzione. Gli augu-
rai che avesse più fortuna di quanta ne avevo io con il mio.

Laurel, Maryland
Lunedì 5 maggio, ore 10.16

Ero seduto sul taxi diretto a casa di Josh. Avevo passato una mezz'ora
buona sul treno che da Central Station portava a Laurel e, visti tutti i pro-
blemi e le attese, forse sarei arrivato prima se avessi noleggiato una mac-
china. Ma ormai era tardi.
Svoltammo nella strada dove abitava Josh d'Souza, un nuovo quartiere
di case in legno linde e ordinate. Indirizzai l'autista alla casa giusta. La mia
ultima visita risaliva a solo sei settimane prima, ma ciò nonostante trovavo
sempre difficile distinguere una casa dall'altra: il prato perfettamente cura-
to sul davanti, l'immancabile canestro fissato al muro del garage e la ban-
diera americana che garriva al vento. In alcune, sulla finestra anteriore, c'e-
ra anche la foto ingrandita di un ragazzo o una ragazza in divisa militare,
virtualmente avvolta da un alone di gloria. La casa di Josh era al numero
106, a metà strada sulla sinistra.
Il taxi si fermò all'inizio del vialetto privato in cemento. L'edificio era
arretrato rispetto alla strada di una ventina di metri e collocato su una pic-
cola collinetta. Davanti al garage c'erano un paio di biciclette, un pallone
da pallacanestro e uno skateboard. E la colossale Dodge nel viale.
Intravidi Josh alla finestra della cucina, sembrava che avesse torturato
senza posa le tendine mentre mi aspettava. Il taxi era appena andato via e
lui era già sul portone di casa in legno dipinto di bianco. Tutto, nel viso
sfigurato, tradiva il suo nervosismo.
Niente di nuovo. Nonostante tutti i «ti ho perdonato», non avevo ancora
capito se gli piacevo o no. Era meglio dire che mi sopportava. Di rado mi
elargiva il sorriso cordiale con cui mi accoglieva prima dello scontro a
fuoco che gli aveva distrutto la faccia. Mi tollerava per quella forma di pa-
rentela che avevo con Kelly, niente di più. In realtà eravamo come genitori
divorziati. Io il padre sempre in giro che capitava di tanto in tanto con re-
gali sempre sbagliati, lui la madre che seguiva i problemi quotidiani, che si
alzava presto la mattina, che cercava le calze pulite e che era lì quando le
cose andavano male, circostanza che negli ultimi tempi sembrava essere la
regola.
Si voltò e chiuse la porta a doppia mandata. «Perché il tuo cellulare è
sempre spento?»
«Perché lo odio. Controllo solo i messaggi. Di solito ogni telefonata por-
ta problemi.»
Una breve stretta di mano e mi mostrò le chiavi. «Ecco, appunto, ne ab-
biamo uno. Dobbiamo andare.»
«Cos'è successo?»
Ci avvicinammo alla Dodge. «Hanno telefonato dalla scuola, il professo-
re di matematica l'ha richiamata perché era arrivata in ritardo a lezione e
lei gli ha risposto di andare a quel paese.»
Premette il pulsante d'apertura e le quattro frecce lampeggiarono.
«Cosa ha fatto?» Entrai in macchina.
«Lo so, lo so. E la settimana scorsa ha abbandonato la lezione di educa-
zione fisica. È troppo, la scuola ne ha abbastanza. Parlano di sospenderla.
Ho detto che saresti venuto oggi e che saremmo andati non appena tu fossi
arrivato. Non sarà facile.»
Avviò il potente motore e uscì in retromarcia dal vialetto.
«Sai, Josh, a volte mi capita di pensare di essermi comportato molto ma-
le con qualcuno in una vita precedente...»
«Oltre a quello che hai fatto in questa?»
La scuola era a solo una ventina di isolati, non riuscivo a ricordare se
Kelly ci andasse a piedi o in autobus. Forse nessuna delle due. Nel Mar-
yland si può prendere la patente a sedici anni e lei frequentava ragazzi più
grandi di lei.
Josh espresse la sua disperazione con un gesto della mano. «Non ho nes-
sun controllo su di lei. Di notte scappa di casa. Ho trovato delle sigarette
nei suoi cassetti. È sempre irritabile e nervosa e non so come prenderla.
Sono preoccupato per il suo futuro, Nick. Di recente ne ho parlato con la
consulente della scuola, ma non è stata in grado di aiutarmi perché Kelly
non si apre neppure con lei. Non comunica con nessuno.»
«Non ti colpevolizzare. Nessuno potrebbe fare per lei più di quanto fai
tu.»
Josh era mezzo nero e mezzo portoricano. Era cambiato parecchio dalla
prima volta che l'avevo visto. Al sole, vicino alla tomba della famiglia di
Kelly, la testa rasata e gli occhiali da sole brillavano quasi quanto i suoi
denti. Adesso la prima cosa che si notava era la profonda cicatrice rosa sul
lato sinistro del viso. Sembrava un wurstel tagliato, cotto in padella, con i
bordi anneriti da macchie più scure di sangue rappreso nei punti dove si
tagliava facendosi la barba non riuscendo a evitare la pelle sollevata. Per
quante schifezze di perdono cristiano lui spargesse in giro, per quanto io
cercassi di non pensarci e di ripetermi che ormai il danno era fatto, prova-
vo per Josh lo stesso senso di colpa che lui aveva nei confronti di Kelly.
Indossava una maglietta azzurra infilata nella cintura di pelle nera, gli
stessi pantaloni grigi della divisa della squadra allievi del servizio segreto
che aveva sempre, e scarpe da ginnastica Nike. In passato, a completare il
tutto, fissata alla cintura c'era una fondina di cuoio chiaro molto consumato
che portava sopra il rene sinistro, un caricatore doppio sulla destra e un
cercapersone nero.
Cinque anni prima aveva fatto parte della squadra di guardie del corpo
dei servizi segreti che proteggevano il vicepresidente. Poi Geri aveva ab-
bandonato lui e i tre figli per l'istruttore di yoga. Aveva dovuto vendere la
casa in Virginia perché non poteva permettersi di pagare il mutuo e aveva
trovato lavoro a Laurel come istruttore degli allievi. Non ci frequentavamo
in quel periodo, ma sapevo che i primi anni erano stati un incubo per lui e i
bambini. Era stato in quel periodo che era cominciata tutta la storia dei cri-
stiani della Rinascita.
Adesso non faceva più parte del Servizio. Mi aveva detto che era stato
facile decidere: o se ne andava o i suoi figli non avrebbero mai visto il pa-
dre. E poi adesso era neovicario, reverendo o qualcosa del genere. La fac-
cenda di Dio gli forniva nuove possibilità di carriera. Gli mancava un anno
e poi avrebbe potuto urlare e ballare in chiesa con i migliori. Gli avevo det-
to che doveva pensare in grande e magari andare in televisione, io potevo
fargli da assistente. Per la prima parte dello spettacolo lui avrebbe parlato
di Dio e dopo l'intervallo io avrei spiegato quello che noi, piccoli aiutanti
del Signore, avremmo potuto fare con un'incredibile montagna di dollari.
Non aveva gradito.
«Tu sei il male, Nick.»
«È vero, sono un soldato del diavolo, ma adesso mi occupo solo degli
aspetti formali.»
Non aveva gradito neanche quella.

La campanella suonò la fine dell'ora e una marea di ragazzi e di rumore


si riversò nel corridoio.
«Vorrei tanto poterla aiutare.» L'insegnante di matematica era frustrato
per la situazione in cui si trovava Kelly. Cercò di rallentare la corsa dei ra-
gazzi in modo che non ci travolgessero. «Ho cercato di parlarle ma devo
aver scelto il giorno sbagliato. A volte è così difficile riuscire a comunicare
con lei.» Si passò una mano sulla testa quasi completamente calva e poi si
guardò le dita come se si aspettasse di trovarci dei capelli. Non aveva che
una trentina d'anni, ma sembrava che la vita gli avesse già richiesto il pe-
daggio completo. «Avrete di sicuro notato anche voi che un giorno è del
tutto assente e quello successivo invece vola alta come un aquilone. Non è
facile avere a che fare con lei. La consulente psicologica della scuola è
pronta ad aiutarvi, se volete... Ecco, siamo arrivati. Ho dovuto mandarla
direttamente in presidenza. Siamo obbligati a mantenere una certa discipli-
na nelle classi. Eccoci arrivati, qui dentro.»
Aprì la porta e ci fece entrare nell'anticamera dell'ufficio del preside.
«Kelly, guarda chi...» Kelly non era sulla sedia su cui avrebbe dovuto esse-
re seduta. C'era solo un bicchiere con un po' d'acqua e nient'altro. La stanza
era vuota.
«Se n'è andata circa un'ora fa.» La segretaria del preside era una nera
piuttosto in carne che sprizzava efficienza da tutti i pori, ma il suo viso
tradiva l'angoscia. «Il preside ha tentato di telefonarle, signor d'Souza. Sta-
vamo per chiamare la polizia.» Scosse la testa. «La sola cosa che ha detto
non appena entrata è che sarebbe andata a Disneyland.»
«Che Dio ci salvi.» Josh sospirò voltandosi verso di me con le mani al-
zate. Estrasse il cellulare, compose un numero, lo portò all'orecchio e ri-
mase in ascolto per qualche secondo. «Ha staccato il cellulare. Adesso an-
diamo a casa, se non c'è chiamiamo la polizia.»
«Non ce n'è bisogno, amico, so esattamente dove si trova», dissi diri-
gendomi verso la Dodge.
7

Puntammo a ovest e dopo poco seguimmo le indicazioni per Baltimora e


Washington. Josh aveva provato a chiamare casa altre tre volte senza otte-
nere risposta. Imboccammo lo svincolo per la I-95 in direzione Washin-
gton.
«Disneyland, eh? È così che chiama la sua vecchia casa?»
«In un certo senso.»
Si strinse nelle spalle. «Ti ho già detto che non viene più in chiesa con
noi? Dice che la religione è tutta una fregatura. Non penso che lo creda sul
serio, lo dice solo per farci soffrire.»
«Sai come la pensa: se Dio esiste, com'è possibile che i suoi siano mor-
ti?»
Mi lanciò un'occhiata che diceva tutto. «Non ho voglia di discutere di
questo con te e, come ti ho già detto, l'unico consiglio è di andare a legger-
ti la Bibbia.»
Fissai il cruscotto. Il suo lato portoricano risultava evidente nella foto
recente - in una piccola cornicetta dorata - che lo ritraeva con Kelly e i suoi
tre figli. Dakota aveva sedici anni e i denti coperti dalla madre di tutti gli
apparecchi. Kimberly ne aveva quattordici e la sua unica preoccupazione
erano i capelli, Tyce, il ragazzo, ne aveva tredici ed era convinto di essere
Tony Hawks. Avevano tutti la carnagione più chiara di Josh perché la ma-
dre era bianca, ma assomigliavano molto al padre. In casa loro quasi non ci
si poteva muovere dal numero di foto messe in bella mostra. Josh quando
aveva ancora i capelli, da recluta, molto simile alle foto che i vicini tene-
vano appese alle finestre; Josh che entrava a far parte delle Forze Speciali;
Josh e i bambini; Josh, Geri e i bambini, oltre a quelle orribili foto fatte a
scuola con sorrisi sdentati e ginocchia sbucciate.
Aveva capito che non gli avrei mai risposto, e come ogni buon cristiano
porse l'altra guancia. «Allora, sentiamo, come te la passi?»
«Bene. Nelle ultime settimane ho lavorato in Inghilterra. Mi è sembrato
strano fare la coda al controllo passaporti con gli stranieri. Ma in fondo mi
dà da vivere.» Il che mi ricordò la vera ragione per cui ero venuto. Cercai
nel giubbotto e sfilai la busta ancora sigillata che spinsi sotto la sua gamba.
«E spero che mi farai il piacere di comprarti una macchina nuova e una
parrucca.»
«Grazie, ma posso farne un uso migliore.»
Non avevo dubbi. Kelly non era l'unica ad avere bisogno di soldi.
Per un tratto guidò in silenzio, poi prese il cellulare dall'alloggiamento
nel cruscotto e me lo passò. «Apri la rubrica e cerca Billman sotto la B.
Sono dei vicini a Hunting Bear. Sono quelli che tengono d'occhio la casa e
il resto.»
Premetti qualche tasto e lasciai squillare. Dopo un po' partì la segreteria.
Scrollò le spalle. «Proveremo più tardi.» Si voltò verso di me con un
sorriso ironico. «Probabilmente sono a una riunione del gruppo a lamen-
tarsi per come ci stiamo comportando sul prezzo della casa. Forse è arriva-
to il momento di cedere e di venderla sotto costo. Nessuno comprerà mai
una casa con quel passato. Lasciamo che la demoliscano per costruire un
parco giochi o qualsiasi cosa abbiano in mente.» Ci aveva messo un po',
ma finalmente Josh cominciava a pensarla come me. «Forse, in un certo
senso, potrà essere d'aiuto anche per Kelly. Come chiudere una porta, non
so se rendo l'idea.»
Mise la freccia per lasciare la I-95 all'uscita successiva in direzione della
tangenziale, la I-495, che correva intorno al District of Columbia. Ovun-
que, cartelli luminosi lampeggiavano senza sosta le istruzioni per comuni-
care all'istante ogni sospetto di attività terroristica. «E se notiamo attività
non sospette cosa dobbiamo fare? Tenerle per noi?»
Mi fu chiaro che aveva passato gli ultimi chilometri a riflettere. «Ascol-
ta, Nick, adesso io la vedo così. Niente di nuovo, solo che ne sono più
convinto. Ciò che più conta è che non la lasceremo mai, qualunque cosa
accada. Le sue trasgressioni sono solo un modo per riuscire a sopravvive-
re. Per accettare la morte della sua famiglia, per accettare il suo sentirsi so-
la e abbandonata. Ha un grosso peso sul cuore con cui fare i conti, lo sai
anche tu.»
Abbassai l'aletta parasole per ripararmi dal riflesso. «Io non l'ho abban-
donata, e questo lei lo sa. Sa che se vive con te è perché siamo convinti che
sia la cosa migliore per lei.» Mi accorsi che mi stavo mettendo sulla difen-
siva.
«Bisogna guardare le cose dal suo punto di vista. Non importa quanto
affetto riusciamo a darle, è comunque difficile.» Si piegò sul volante per
dare sollievo alla schiena. «È ostile con tutti, sai come fa. È il suo modo di
tirare avanti, Nick. Si allontana da noi prima che avvenga il contrario. Si
isola per proteggersi. Dobbiamo impegnarci perché trovi un altro modo per
superare il passato. Un modo migliore.»
«Hai guardato troppi episodi di Dr Phil, amico mio.»
Fece di nuovo finta di non aver sentito. «Ognuno ha il suo sistema per
far fronte alle situazioni, mi segui? Io ho la mia fede immensa nel Signore,
so che Lui mi ama. L'avresti anche tu, se solo Lo lasciassi entrare. Se ti a-
prissi agli altri, mi vien da pensare...» Mi puntò un dito contro mentre cer-
cava di non tagliare la strada a un camion. «Tu sei il signor Cambiadiscor-
so: quando le cose si fanno troppo impegnative, cerchi distrazioni, ti butti
nel lavoro, cominci a scherzare, qualsiasi cosa pur di scappare. Quella bat-
tuta su Dr Phil... vedo che continui a usarla: come la chiami? Fuga? Sì,
non hai ancora smesso di fuggire.» Si voltò verso di me e io, per darmi un
contegno, guardai fuori del finestrino. «Sai perché non mi guardi mai negli
occhi? Sai perché non mi guardi in faccia? Perché ti senti colpevole, allora
fai il solito trucco, rimuovi.»
Non rimuovevo, azzeravo del tutto. «Un mucchio di balle.»
Scosse la testa lentamente da una parte all'altra. Un cartello annunciò
che stavamo entrando in Virginia. «Per come la vedo io, Kelly si comporta
né più né meno come te, rimuove e chiude il coperchio. Non può sopporta-
re di esporre i sentimenti che prova, ha paura delle conseguenze. Ha paura
che possa essere come lasciare aperte le porte dello zoo e che i leoni e gli
elefanti possano fuggire, capisci quello che voglio dire?»
Mi strinsi nelle spalle farfugliando un «forse».
«Nick, so bene che hai cercato di fare il massimo che potevi per lei, so
che ci sono stati momenti difficili, ma cosa le passa per la testa la notte?
Cosa sogna? Forse per te è tardi, ma dobbiamo aiutarla a sollevare il co-
perchio. E dobbiamo andare piano. Molto piano.» Uscimmo dalla tangen-
ziale prendendo lo svincolo sulla destra che indicava Tyson's Corner. «Ci
vorrà molto tempo, ma riusciremo a farcela, alla fine.»
«Ne sei convinto?» A volte ammiravo le sue incrollabili certezze di cri-
stiano, ma altrettanto spesso mi facevano perdere il controllo. «Ne hai par-
lato con Dio?»
Era una battuta fiacca e lo sapevamo entrambi. Di colpo assunse un'e-
spressione triste. Per lui ero una continua delusione. «No, Nick, ho detto al
Signore che in nome Suo risolveremo questa cosa. Meglio, che tu lo farai.
Domani porto i bambini con me al mio corso alla scuola battista. Kelly sa-
rebbe comunque venuta malvolentieri. Torniamo sabato pomeriggio. Passa
un po' di tempo con lei, amico.»
Usciti dalla superstrada potevamo essere nella verde periferia del Surrey.
La strada era fiancheggiata da grandi case monofamiliari, e quasi tutte a-
vevano auto parcheggiate nel vialetto in grado di trasportare sei o sette
persone e l'immancabile cesto da pallacanestro. Ricordavo fin troppo bene
la strada che portava al loro quartiere, o comunità come preferivano chia-
marlo, dove Kev e Marsha avevano abitato con Kelly e la sua sorellina,
Aida.
Svoltammo nella strada che portava a Hunting Bear e proseguimmo per
circa mezzo chilometro finché non raggiungemmo una piccola schiera di
negozi a un piano in uno spiazzo con possibilità di parcheggio. Erano in
gran parte piccoli negozi di alimentari o punti specializzati nella vendita di
candele o saponette. Quel giorno mi ero fermato lì a comprare i dolci per
Aida e Kelly - anche se sapevo che Marsha non glieli avrebbe fatti mangia-
re - e un paio di altri regalini altrettanto non graditi.
Più in su, sulla destra, riuscii a distinguere fra le case grandi il retro di
quella, in stile coloniale, che era stata di Marsha e Kev. Il cartello VEN-
DESI dell'agenzia Century 21 era lì da diversi anni ed era ormai sbiadito e
rovinato dalle intemperie. In qualità di coesecutore testamentario, insieme
con Josh, delle loro volontà, non avevo mai molte speranze quando qual-
cuno veniva a vedere la casa. Perdevano subito ogni interesse allorché
scoprivano ciò che era successo lì dentro.

«La signora Billman è tornata.» Josh indicò l'Explorer azzurra posteg-


giata in un vialetto una cinquantina di metri più avanti. Da quelle parti le
case erano piuttosto distanti l'una dall'altra. Si fermò bloccando l'uscita
dell'altro veicolo e inarcò la schiena per infilare la mano nella tasca dei
pantaloni. «Vado a parlare con loro, tu intanto fai un giro intorno alla casa.
Tieni.» Mi lanciò un mazzo di chiavi tenute insieme da un anello con Ho-
mer Simpson. «Io non vengo, voglio lasciarvi un po' di tempo da soli.»
Scendemmo e, mentre lui si avviava verso la dimora dei Billman, io ri-
masi a guardare la casa bianca con i mattoni marroncini e le travi di legno
a vista. Era un anno o due che non la vedevo, ma non era cambiata molto:
sembrava solo più vecchia e più stanca. Se non altro la «comunità» si oc-
cupava di tagliare le siepi e il prato in modo che non fosse motivo di di-
sordine nel loro mondo.
Iniziai a salire il vialetto. Mi stavo prendendo in giro, tutto era cambiato.
In genere, in quel punto, ero oggetto di un agguato: le bimbe mi saltavano
addosso, mentre Marsha e Kev mi venivano incontro.
Quella primavera del 1997 avrei potuto dire che conoscevo i Brown da
sempre. Ero con Kev quando aveva incontrato Marsha, avevo fatto da te-
stimone alle nozze ed ero il padrino della loro seconda figlia, Aida. Avevo
preso l'impegno molto sul serio, anche se non sapevo esattamente cosa vo-
lesse dire.
Sapevo che non avrei mai avuto dei figli miei, ero sempre troppo occu-
pato a fare il lavoro sporco per personaggi come George. Anche Kev e
Marsha lo sapevano e cercavano con tutto il cuore di farmi partecipe della
loro felicità. Ero cresciuto in un quartiere povero a sud di Londra con il
mito della famiglia perfetta. E, per come la vedevo io, Kev aveva realizza-
to quel sogno.
Andai deciso verso la porta del garage, ma nessuna delle chiavi di Ho-
mer riuscì ad aprirla. Passai a sinistra della casa e andai nel cortile sul re-
tro. Nessuna traccia di lei. Solo la grande altalena in legno, un po' consu-
mata dal tempo ma ancora al suo posto dopo tutti quegli anni.
Infilai la chiave nel portone e aprii. Sei anni prima, come ricordavo fin
troppo bene, l'avevo trovata accostata.
Negli ultimi mesi il lavoro di Kev con la DEA, a Washington, si svolge-
va in ufficio. Quando faceva l'infiltrato nella comunità dei narcotrafficanti
si era procurato molti nemici e, dopo aver subito cinque attentati alla vita,
Marsha aveva deciso che aveva raggiunto un limite insuperabile.
Lui adorava la sua nuova vita da tranquillo impiegato. «Più tempo per
stare con le bambine», diceva sempre.
«Sì, così puoi continuare a fare il bambino anche tu.» Era la mia risposta
standard.
Per fortuna Marsha era una compagna matura e razionale, e all'interno
della famiglia si completavano bene. La loro casa era un posto piacevole e
accogliente, ma non riuscivo mai a fermarmi per più di tre o quattro giorni.
Ci scherzavo sopra, lamentandomi che non sopportavo il profumo delle
candele, ma loro conoscevano bene il vero motivo: non sapevo come com-
portarmi in un ambiente dove regnava l'amore.
L'odore di stantio, di umido, di casa rimasta chiusa troppo a lungo m'in-
vestì non appena misi piede dentro. Il corridoio si allargava in un ampio
ingresso su cui si affacciavano le porte dei locali del piano terra. La cucina
era sulla mia destra. Il soggiorno a sinistra. Tutte le porte erano chiuse. Me
ne stavo lì all'altro lato della soglia girandomi il portachiavi intorno a un
dito e desiderando con tutto me stesso di sentire ancora il profumo delle
candele.
I tappeti e gli arredi erano stati portati via da molto tempo. Era la prima
cosa che l'agenzia ci aveva chiesto quando avevamo messo in vendita la
casa. I possibili compratori non avrebbero pagato di più per una moquette
insanguinata o per i tre pezzi del salotto. A Kelly non importava se la casa
veniva svuotata, ma aveva insistito molto perché l'altalena restasse. In se-
guito avevamo fatto pulire con il vapore le macchie di sangue. Ma l'odore
era rimasto, ne ero convinto: quell'odore metallico che mi perseguitava mi
aggredì le narici e mi serrò la gola. Infilai Homer in una tasca del giubbot-
to e mi avventurai all'interno della casa.
Il cuore accelerò i battiti quando oltrepassai la solida porta del salotto.
Non potevo evitarlo, dovevo fermarmi e affrontare quella porta del cazzo.
Sollevai la mano per afferrare la maniglia ma la lasciai ricadere. Sapevo
che non ci sarei riuscito. E quella non era l'unica porta che mi faceva pro-
vare quelle sensazioni. Ero già venuto diverse volte per controllare lo
sgombero e la pulizia, ma non ero mai andato oltre la cucina. Alla fine a-
vevo lasciato che se ne occupasse Josh da solo. Non gli avevo mai spiegato
il vero perché, non gli avevo mai spiegato delle porte che non riuscivo ad
aprire. Ma era intelligente e probabilmente aveva capito tutto lo stesso.
Me ne stavo lì con la fronte contro la porta chiusa a fissare la maniglia.
Infilai le mani nelle tasche del giubbotto. Strinsi la testa di Homer e le
chiavi fra le dita sino a farmi male.
Quel giorno di aprile del 1997 la luce del tramonto proveniva dalla porta
del salotto, ma non ci avevo guardato dentro. Ero troppo intento ad andare
dritto verso la musica soft rock che proveniva dalla cucina. La mia visuale
periferica doveva aver registrato qualcosa, comunque, perché un paio di
passi dopo mi ero fermato di colpo. L'informazione doveva essere arrivata
al cervello, ma per un nanosecondo mi ero rifiutato di elaborarla.
Strinsi Homer ancora più forte, mentre venivo colto da ondate di nausea.
Ormai la videocassetta che era dentro di me era partita, avrei rivissuto tut-
to, in technicolor. Difficile credere che fossero passati sei anni, e ancora
più difficile credere che il ricordo fosse ancora così vivo.
Merda, credevo che ormai fosse tutto sotto controllo.
Troppo tardi, ormai stava andando.
Kev era sdraiato su un fianco, sul pavimento, la testa sfracellata da una
mazza da baseball. La stessa che mi aveva mostrato pieno d'orgoglio, un
bell'aggeggio in alluminio. Aveva sollevato le sopracciglia e poi mi aveva
detto ridendo che i razzisti del posto la chiamavano macchina della verità
dell'Alabama.
Poi avevo controllato se respirasse ancora. Impossibile. Il cervello era
sparso sul pavimento e la faccia ridotta in poltiglia. E sangue ovunque, sul-
le poltrone e sul divano. Sangue anche sulle finestre che davano sulla ve-
randa.
Cos'era successo a Marsha e alle bambine? L'assassino era ancora in ca-
sa?
Avevo bisogno di una sua pistola, quegli oggetti del cazzo che avrebbero
dovuto proteggerli. Un giorno mi aveva fatto vedere tutti i posti dove le
aveva nascoste, in alto e fuori portata delle figlie, tutte cariche e pronte con
un colpo in canna e il caricatore pieno. Un attimo dopo avevo fra le mani
una Heckler & Koch USP calibro 9, una pistola semiautomatica. Aveva un
mirino a laser sotto la canna: dov'era il puntino rosso lì sarebbe andato il
proiettile.
Avevo le lacrime agli occhi ricordando la musica che proveniva dalla
cucina, un pezzo degli Aerosmith, uno dei gruppi preferiti di Marsha. Ri-
masi fermo contro lo stipite della porta in attesa che il cuore recuperasse
un ritmo normale, poi girai la testa verso la porta chiusa della cucina. Era
la prima stanza in cui ero entrato per cercare Marsha e le bambine. Era la
più vicina, quella con la musica.
Con una spinta mi staccai dalla porta, i miei stivali rimbombarono nell'a-
trio vuoto, gli Aerosmith facevano da colonna sonora al film che mi scor-
reva nella testa.
Con la pistola spianata davanti a me pronto a far fuoco su ogni possibile
bersaglio, avevo spinto la porta e mi ero spostato oltre lo stipite. Adesso la
musica era più forte e la lavatrice era in funzione. Il cestello girava, si fer-
mava, girava.
Ero venuto avanti e avevo aperto la porta del tutto. Niente. Solo un pic-
colo puntino rosso sul muro di fronte dove il laser andava a picchiare.
Quel giorno non c'era la radio, non c'era la lavatrice, non c'era niente.
Ma anche allora era stato come salire a bordo della Mary Celeste. C'era del
cibo che qualcuno stava preparando. Kev mi aveva detto che Marsha a-
vrebbe cucinato qualcosa di speciale. Verdure e carne. La tavola era appa-
recchiata a metà. Lentamente mi ero avvicinato alla porta che conduceva al
garage e l'avevo chiusa a chiave. Non volevo farmi sorprendere da qualcu-
no alle spalle mentre controllavo il piano terra.
Di colpo mi resi conto che continuavo a strangolare Homer. Mollai la
presa. E mentre il sangue riprendeva a scorrere nella mano mi appoggiai al
lavandino e guardai la porta del garage. Era lì che sarei dovuto andare, ma
era più forte di me, dovevo arrivare prima al piano di sopra.
Tornai in ingresso e posai il piede sul primo gradino senza tappeto. Il le-
gno nudo scricchiolò in modo esagerato.
La stanza delle ragazze mi aspettava in cima alla scala. Sei anni prima
era stata un trionfo di Pocahontas, magliette e manifesti, lenzuola e una
bambola che cantava una canzoncina sui colori se si premeva la schiena.
La porta era chiusa, ma quella porta non costituiva un problema.
La porta successiva era quella di Marsha e Kev. Era socchiusa.
Il cuore riprese a battere forte, avevo la bocca asciutta.
Cosa cazzo sei venuto a fare quassù? Avevi promesso a te stesso che
non saresti salito mai più.
Non potevo evitarlo. Mi avvicinai piano come se la porta fosse un ani-
male feroce, e ancora sentii quell'odore metallico, forte come allora, e poi
l'odore di merda.
'Fanculo. Andai verso le scale, poi mi fermai e tornai indietro, mentendo
a me stesso sul fatto di avere un buon motivo per restare.
Riprenditi! Sei qui per cercare Kelly.
Ma il film continuava ad andare. Ero incapace di fermarlo. Con i piedi
ben piantati sul pianerottolo sbirciai attraverso la porta. Nella testa rivede-
vo ogni più piccolo maledetto dettaglio.
Solo dopo aver aggirato l'infisso avevo visto Marsha.
Era in ginocchio accanto al letto, le braccia spalancate su di esso, il co-
priletto un lago di sangue.
Ero entrato sforzandomi di ignorarla. Nella camera non c'era nessuno. E
poi c'era il bagno. Quello che avevo visto lì mi aveva mandato fuori di te-
sta, completamente, dannatamente fuori.
Bang, mi ero lasciato cadere contro la parete ed ero scivolato a terra.
Sangue ovunque. Ce l'avevo sulla camicia e sulle mani; ero seduto in mez-
zo al sangue e avevo i pantaloni zuppi.
Stop, cazzo, fermalo! Non pensarci, corri via...
Troppo tardi. Troppo tardi. Aida era sul pavimento, tra la vasca e il wa-
ter, la testolina di bambina di cinque anni era quasi completamente stacca-
ta dal corpo. Restavano pochi centimetri di pelle intatta, le vertebre erano
appese a un filo.
A quel punto avevo visto Marsha sul serio. Il vestito cadeva normale ma
il collant era stato strappato e le mutandine abbassate e se l'era fatta addos-
so, probabilmente in punto di morte.
In quel momento avevo visto solo una persona cui volevo bene, che for-
se avevo amato, in ginocchio, e il suo sangue schizzato ovunque. Le ave-
vano fatto quello che avevano fatto ad Aida.
Neppure Homer riusciva più a distrarmi. Ansimavo e mi asciugavo gli
occhi, come avevo fatto allora. E provavo la stessa paura, la stessa incredu-
lità e la stessa devastante sensazione di fallimento.
Cosa sarebbe successo se fossi arrivato prima? Sarei riuscito a impedi-
re questo incubo?
Mi asciugai le lacrime.
Dovevo darci un taglio, o correvo il rischio di impazzire. Ci avevo mes-
so anni per imparare a tenere chiusi i cancelli dello zoo e mi ero fatto del
male nel cercare di aprirli.
Mi afferrai al corrimano e mi rialzai. Poi andai a cercarla.

Kev mi aveva mostrato il «nascondino», così lo chiamava, lo stesso


giorno in cui mi aveva fatto vedere dov'erano riposte le pistole, in caso di
bisogno. Era costruito con i cartoni vuoti degli elettrodomestici della cuci-
na, sotto una scala aperta del garage che portava a un piccolo soppalco do-
ve Kev teneva gli attrezzi. Le bambine sapevano che dovevano correre lì
immediatamente se Kev o Marsha avessero urlato la parola «Disneyland!»
Dovevano restare in silenzio e non dovevano uscire finché uno dei genitori
non fosse andato a prenderle.
Tornato in cucina trassi un gran respiro e aprii la porta che immetteva
nel garage.
Allora avrebbero potuto far stare nel locale altre tre macchine oltre a
quella che Kev aveva in dotazione dalla compagnia, una Caprice Classic
blu scuro piena di antenne. «Aggeggio del cazzo», si lamentava sempre.
«Tutte le stupidaggini moderne degli anni '90 su un motore che assomiglia
a quello di un frigorifero anni '60.»
Le biciclette delle bambine stavano appese ai ganci fissati nel muro in-
sieme con tutte le cose che una famiglia accumula normalmente. Adesso
c'era solo un discreto numero di cartoni avanzati dal trasloco che avevamo
ammucchiato sotto la scala. Kelly si era fatta da sola una nuova Disne-
yland.
Mi avvicinai chiamandola sottovoce. «Kelly? Sono Nick. Sei qui?»
Quando Kev aveva predisposto la caverna di cartoni ci aveva messo an-
che alcune bambole, qualche bottiglia d'acqua e delle barrette di cioccola-
ta. L'ultima volta che ero stato lì mi ero avvicinato avanzando carponi con
la pistola infilata nella cintura. Non avevo voluto che Kelly la vedesse, non
volevo che si rendesse conto di ciò che era successo di sopra.
Con parole dolci avevo cercato di convincerla a uscire mentre spostavo i
cartoni e avanzavo piano verso il muro di fondo. E l'avevo trovata, gli oc-
chi spalancati per il terrore, seduta con le gambe raccolte che dondolava
avanti e indietro, le mani sopra le orecchie e gli occhi rossi e gonfi di la-
crime. Avevo scoperto solo molto più tardi che aveva sentito e visto tutto.
Questa volta dovetti solo muovere una scatola da imballaggio. Era lì, se-
duta contro il muro.
«Ciao.»
Indossava una maglietta verde con il logo di qualche squadra, scarpe da
ginnastica bianche e rosse e un paio di jeans a vita bassa che lasciavano
scoperte le ossa dei fianchi. Questa volta non c'era terrore nei suoi occhi,
erano solo stanchi e tristi e anche un po' incuriositi, come se cercasse di
capire perché anche i miei fossero così arrossati.
«Ti ho trovato, alla fine», le dissi ridendo. «Non sei molto brava a gioca-
re a nascondino.»
Non rispose al sorriso. Il viso deformato dalle lacrime mi fissava mentre
mi avvicinavo.
Ma lo stato in cui si trovava non faceva nessuna differenza: era carina
come sempre. Aveva ereditato il meglio dei genitori, la bocca dalla madre
e gli occhi dal padre. «Ha il sorriso più bello di Julia Roberts», ripeteva
sempre Kev. Sua madre era originaria del Sud della Spagna e lui sembrava
uno del posto: capelli nerissimi, ma con gli occhi più azzurri del mondo.
Marsha sosteneva che era la copia esatta di Mel Gibson.
«Andiamo, usciamo da qui. Ho bisogno di aria fresca.»
Mi fissò per un periodo che mi sembrò durare un secolo, come se fosse
appena tornata da un viaggio in terre lontane e cercasse di capire quello
che era cambiato. Alla fine mi rivolse un rapido e debolissimo sorriso.
«Scusa.»
Spostai un cartone per agevolarle l'uscita. «E per cosa?»
Tornò quello sguardo fisso come se non riuscisse a connettere. «Per og-
gi.» Sollevò le spalle. «Per tutto.»
«È tutto a posto, non ti preoccupare. Ehi, ti piace ancora andare in alta-
lena?»

10

Mentre uscivamo in giardino chiusi il cellulare e le passai un braccio in-


torno alle spalle. Avevo comunicato a Josh che stava bene e che avevamo
bisogno di un po' di tempo. Mi aveva risposto che sarebbe andato a bere un
caffè giù ai negozi e di chiamarlo quando volevamo.
L'altra volta che l'avevo fatta uscire dal nascondiglio l'avevo presa per
mano e guidata con cautela fuori dal garage. Poi l'avevo presa in braccio e
l'avevo tenuta stretta fino in cucina. Tremava tanto che non riuscivo a capi-
re se mi diceva di sì o di no. E quando l'avevo portata via in macchina era
quasi rigida per lo shock.
La dottoressa Hughes mi aveva detto alcune cose all'inizio della terapia.
Avevo l'impressione che fossero passati secoli. «Kelly è stata costretta a
imparare presto cosa vogliono dire abbandono e morte, signor Stone. Co-
me può una bambina di sette anni, tanti ne aveva allora, comprendere l'as-
sassinio? Un bambino che è stato testimone di atti violenti è convinto che
il mondo sia un posto pericoloso e imprevedibile. Mi ha detto che non si
sentirà mai al sicuro nel mondo esterno. Non è colpa di nessuno, l'espe-
rienza la porta a credere che gli adulti che la circondano siano incapaci di
proteggerla. È convinta di doversi assumere da sola questo compito e la
prospettiva le causa un'ansia insostenibile.»
Camminammo fino all'altalena e lei si agitò un po' per trovare la posi-
zione più comoda sul vecchio copertone che faceva da sedile. Mi sdraiai
sul prato.
«Mi spingi, Nick?»
Mi posi alle sue spalle. All'inizio rimase seduta passivamente senza darsi
lo slancio, poi fu come se ricordasse.
«Cosa ti sei fatta al dito?» Aveva un cerotto sulla nocca dell'indice de-
stro e la pelle sotto sembrava rossa e irritata.
«Ho fatto una cosa piuttosto stupida durante l'ora di scienze. Guarirà.»
La spinsi in silenzio per un po'. Mi piaceva. Mi faceva pensare ai mo-
menti felici che anch'io avevo passato in quel giardino.
«Quando papà tornava dal lavoro, la prima cosa che faceva era andare a
dare un bacio alla mamma, poi veniva in giardino a giocare con noi. Era
bello. Non tutti i padri lo fanno.»
«Non tutti i padri amano i loro figli quanto lui amava voi.»
La frase le fece piacere. «La mamma ci portava dei biscotti e un succo di
frutta. A volte stavamo qui tutti insieme fino all'ora di cena.» Sorrise. «Mi
piaceva tanto quando venivi a trovarci. La mamma ci diceva di ringraziarti
se portavi dei dolci ma di darli a lei. Era la guardiana delle caramelle.» Si
era fatta di nuovo seria e io la rallentai sino a fermarla, la ascoltai con la
testa posata sulla sua spalla destra. «Mi sentivo sempre più al sicuro quan-
do eri qui con papà. Ricordi? La mamma vi chiamava i 'miei due uomini
forti'. Ero molto più preoccupata quando era da solo, perché sapevo che
c'erano persone che ce l'avevano con lui.»
«Perché era bravo nel suo lavoro.»
«Lavoravate insieme?»
«Eravamo insieme nell'esercito. Poi ha sposato la mamma ed è venuto a
stare qui.»
Si fissò le scarpe da ginnastica, poi mi fissò, gli occhi azzurri piantati nei
miei. «Perché papà, mamma e Aida sono morti, Nick?»
Non ne avevamo mai parlato. Ero convinto che in qualche modo avesse
saputo, che forse i nonni o la dottoressa Hughes o Josh glielo avessero det-
to. Provai la sensazione di non averle mai spiegato i fatti della vita limi-
tandomi alla speranza che potesse apprenderli da sola. Ma poi, forse, sape-
va, e voleva soltanto sentirlo da me per provare ancora una volta a capire.
«Tuo padre era dalla parte dei buoni. Ma il suo capo si è trovato coinvol-
to con degli spacciatori e tuo padre l'ha scoperto. È stato il suo capo a uc-
ciderlo e poi ha ucciso i possibili testimoni.»
«La mamma e Aida?»
«Sì.»
«E perché non ha ucciso anche me, Nick? Perché sono l'unica che è do-
vuta sopravvivere?»
«Non so cosa risponderti, Kelly. Può darsi che, se fossero entrati cinque
minuti prima o cinque minuti dopo, avrebbero ucciso anche te.»
«E sarebbe stato molto meglio per tutti.»
Sollevai la testa e feci il giro per guardarla. «Non dire mai una cosa del
genere. Non devi neppure pensarla.» Mi chinai e le presi le mani.
«A volte mi sento proprio di merda, come se fossi dissociata. Sai cosa
intendo?»
«Passo la maggior parte della vita a sentirmi così.» Esitai e la attirai a
me. «Sai, quando avevo otto anni ho visto qualcuno morire.»
Si raddrizzò. «Davvero?»
Descrissi la vecchia fabbrica abbandonata vicino a dove abitavamo. Le
finestre e le porte chiuse con assi di legno e coperte con il filo spinato. Ma
non ci impedivano di entrare. «C'era un vecchio pezzo di lamiera ondulata
inchiodato al telaio di una piccola porta che dava su un vicolo. Non era fis-
sato bene. Eravamo riusciti a entrare ed eravamo andati sul tetto. Ricordo
che avevo il fiatone e che guardavo le nuvolette formate dal mio respiro.»
Faceva molto più freddo lassù, a quasi cento metri di altezza. «Mi avventu-
rai sino in fondo al tetto e da lì guardai le chiazze di luce sotto i lampioni.
La strada era deserta, nessuno che potesse vederci. Era tutto così tranquil-
lo. Non mi ero mai accorto che le strade intorno a casa mia fossero così se-
rene. E poi si udì un suono, un suono orribile.»
«Che cos'era?» Si strinse al mio fianco.
«Vetri rotti. Mi voltai e vidi i miei tre amici in piedi vicino all'abbaino.
Avrebbero dovuto essere quattro.»
Una frazione di secondo dopo, avevo sentito un tonfo soffocato dal pa-
vimento dell'edificio. «Sapevo ancora prima di guardare nel buco che John
era morto. Lo sapevamo tutti. Tornammo di corsa giù per le scale. Giaceva
immobile. Scappammo.»
«È venuta la polizia?»
«Il giorno successivo la polizia era in tutte le case, ma ci eravamo messi
d'accordo di raccontare tutti la stessa cosa. Eravamo convinti di averlo uc-
ciso. Non ho mai provato tanta paura.»
Kelly mi guardò. «E adesso, ti capita mai di avere paura?»
«Sempre.» Azzardai un sorriso. «E, prima che tu me lo chieda, non ho
nessuna intenzione di morire finché non sarò vecchissimo.»
«Ma non hai garanzie, o sbaglio?»
«Quelle sono roba per Josh e la sua scuola di Bibbia.»
Rabbrividì. «Non lo trovo divertente, Nick. So che a te il futuro non im-
porta molto, ma a me sì. E tanto, lo sai? Cioè, cosa succede se qualcuno
vuole farti del male come è successo a papà? Che ne sarebbe di me?»
Mi accucciai davanti a lei e i nostri visi si trovarono allo stesso livello.
«Ci sarebbe Josh. Ti vogliono tutti bene.»
«Questo lo so. Ma io ho bisogno di te, Nick. Come ti ho detto, la mam-
ma chiamava te e papà i suoi due uomini forti. Adesso ne rimane soltanto
uno.» Lasciò andare le corde e mi toccò le guance. Le sue mani erano in-
credibilmente fredde. «Vuoi essere il mio uomo forte, Nick? Vuoi?» C'e-
rano lacrime nei suoi occhi.
Mi lasciò andare e prima che potessi risponderle, cosa che mi andava più
che bene perché non avrei saputo cosa dire, si guardò le scarpe. «Non ci
sono molti posti in cui mi sia sentita al sicuro da... da quando sono rimasta
sola. Una volta ho cercato di fare un elenco. C'è la casa nel Norfolk. Ri-
cordi quando hai messo la tenda in camera da letto? L'hai piantata con i
chiodi al pavimento invece di usare i picchetti e io pensai che era proprio
forte. Mi piaceva molto. E poi qui, a volte. E...» Distolse lo sguardo. «Quel
posto dove mi hai portato...»
Le strinsi le spalle. «La dottoressa Hughes?»
Annuì. «Lei capiva.»
Nel silenzio che seguì presi la decisione che era giunto il momento di
cominciare a essere il suo uomo forte. Josh aveva ragione. «Avresti voglia
di parlarle ancora?»
S'illuminò tutta come se avessi premuto un interruttore. «Potrei? Ma
come?»
«Due miracoli: gli aerei e la MasterCard. Potremmo essere lì domani, se
vuoi.»
«Dovrei andare al corso sulla Bibbia con Josh e...»
La interruppi con un gesto della mano. «Non è un problema. Ce ne an-
diamo in Inghilterra, invece. Sono sicuro che capirà. Andiamo a trovare i
nonni, a parlare con la dottoressa Hughes e ce ne stiamo insieme, noi due
da soli.»
Saltò giù, quasi cadde, dall'altalena, mi buttò le braccia al collo e mi
stampò un bacio su una guancia. «Mi sento già meglio.» Poi si accigliò.
«Come hai fatto a venire qui? Ti ha portato Josh?»
«Sì, è andato a prendere un caffè.»
«Gli hai parlato di Disneyland? Gliel'hai detto?»
«È un nostro segreto», le dissi ridendo. «Ma tu, piuttosto, come hai fatto
a entrare?»
«Che sciocco che sei, ho preso la chiave e l'ho fatta duplicare, tanto
tempo fa.» E la cosa continuava a farla sorridere. «Sono pronta. Andia-
mo.»
Facemmo ancora una passeggiatina in giardino, Kelly non smetteva di
guardare l'altalena, e poi chiusi a chiave. Un uccello volò rasente il prato e
poi si alzò in cielo. Ci avviammo nel vialetto e telefonai a Josh.

11

Bromley, Inghilterra
Giovedì 8 maggio, ore 9.10

I nonni di Kelly erano davanti al loro bungalow del 1980 sotto un picco-
lo cartello su cui era scritto I SICOMORI. Carmen non aveva ancora finito
con le raccomandazioni. «Hai le chiavi? Più tardi andiamo da Safeway.»
Gliele mostrai, mentre Kelly si allacciava la cintura, l'espressione sul suo
viso spenta come il cielo. Avviai il motore e loro ci salutarono con la ma-
no, come se partissimo per sempre e non per un giorno solo. Carmen si fa-
ceva sempre prendere dall'ansia quando si trattava di partenze. A sentir lei
non era più la stessa da quando la sorella, che era tutta la sua famiglia, era
partita per andare in Australia, poco dopo il matrimonio di Carmen, e ave-
va finito per sposare un tipo di Sydney che aveva i soldi per comprare una
casa. O qualcosa del genere. Cercavo di prendere un'aria assente quando
precisava che Jimmy non aveva mai guadagnato abbastanza da comprare
una casa come si deve a Bromley.
Carmen e Jimmy non erano cambiati granché dall'ultima volta che li a-
vevo visti, qualche anno prima, e niente era cambiato nella loro vita. Ma
secondo me erano così da quando si erano sposati, e Jimmy aveva comin-
ciato a lavorare come un mulo per mantenere Carmen a livello con i Jones
australiani. Aveva sempre la stessa Rover senza un graffio, vecchia di
quindici anni, e Carmen teneva sempre la casa perfetta come se fosse una
vetrina. Continuava a ritenermi responsabile della morte del figlio, anche
se io non ero là. Le bastava il fatto che facessimo lo stesso tipo di lavoro.
Erano ancora piuttosto infastiditi per il fatto che nel testamento Kev e
Marsha avessero nominato Josh e me custodi delle figlie.
Kelly se ne stava lì, in silenzio, a guardare dal finestrino le strade affol-
late. Josh aveva ragione riguardo agli sbalzi di umore; proprio in quel
momento era così giù da farmi venire il dubbio che non sarebbe mai riusci-
ta a riprendersi, ma poi ricordai i progressi che aveva fatto da quando l'a-
vevo trovata. Mi domandai se era colpa di qualcosa che avevo detto o che
mi aveva sentito dire ai nonni. Cercavo sempre di mettercela tutta per non
farle capire quello che in realtà pensavo di loro. Quella mattina mi era par-
ticolarmente difficile, perché senza volere avevo sentito Jimmy dare ragio-
ne a Carmen quando sosteneva che il problema di Kelly fosse da attribuire
tutto a me. Niente a che vedere con quel simpatico Josh che con grande
bontà d'animo l'aveva presa con sé, che le aveva fatto conoscere Dio e che
le aveva dato tanto amore e tante attenzioni. No, niente di tutto quello sa-
rebbe successo se all'inizio io non avessi tanto insistito per occuparmene
da solo e se l'avessi lasciata stare con quella famiglia di buoni cristiani.
Grande stronzata. Era andata così e - che cazzo - sarebbero morti presto,
per cui dovevano affrettarsi ad avanzare i loro reclami, non gli restava
molto tempo. Mi sorpresi a sorridere come un idiota nello specchietto re-
trovisore. A modo loro Carmen e Jimmy riuscivano sempre a tirare fuori il
meglio di me.
Eravamo a sud del Tamigi e stavamo passando davanti a un McDonald's.
Sentii il bisogno di riempire il silenzio. Negli ultimi dieci minuti avevo
avuto solo dei «sì», «no», «forse», «come vuoi». Indicai i manifesti sulle
vetrate del McDonald's e cercai di mantenere un tono scherzoso. «Guarda,
hanno il McRib. Ci fermiamo al ritorno?»
«Sì, se vuoi.»
La guardai di sfuggita. Cosa cazzo passava nella sua giovane testa?
Probabilmente le stesse cose che passavano nella mia. Solo che io avevo
imparato a nasconderle meglio.

I Moorings erano un grande complesso in una piazza verde affacciata su


giardini protetti da palizzate in modo che solo i residenti potessero godere
dei prati curati. Tutto nella zona e negli edifici diceva che si trattava di
un'organizzazione specializzata nel trattare i disordini mentali dei ricchi,
ed era una disdetta perché io ricco non lo ero proprio.
Trovai parcheggio per la poco dignitosa Corsa che avevo noleggiato a
prezzo speciale, spensi il motore e mentre sganciavo la cintura guardai
Kelly. «È bello come al solito, non trovi?»
Nessuna risposta.
«Mi sono sempre chiesto perché li chiamino Moorings, 'ormeggi', in
fondo siamo lontano dal Tamigi. Dove sono le barche?»
Sempre in silenzio, Kelly si liberò della cintura come se il peso del
mondo fosse tutto sulle sue spalle. Scesi e infilai qualche sterlina in mone-
te nel parchimetro, poi salimmo insieme i tre gradini di cemento fiancheg-
giati dal ferro battuto finemente dipinto e oltrepassammo la porta a vetri.
L'atrio era lussuoso quanto l'ufficio direzionale di una banca privata, qua-
dri d'epoca vittoriana alle pareti e profumo di cera per mobili. Una donna
dal vestito immacolato lasciò la scrivania, ci condusse alla sala d'attesa e ci
offrì qualcosa da bere. Kelly era ancora dell'umore «come vuoi», perciò
chiesi una Coca-Cola e un caffè con latte e senza zucchero. Sapevamo do-
ve andare e ci sistemammo su un grande divano di pelle rossa in stile anti-
co. Sul basso tavolino di vetro davanti a noi c'era una parata di riviste sul
Sud della Francia e sui Caraibi. Niente male, se si può avere, quel tipo di
terapia.
Kelly appoggiò le mani sulle cosce fasciate nei jeans, ma il resto del
corpo sembrava come afflosciato. L'indice era ancora rosso e sotto il cerot-
to si vedeva la pelle che si staccava. Lo indicai con un cenno. «Ti fa male?
Credevo che ci avrebbe messo meno a guarire.»
«È solo brutto da vedere ma è a posto. Tutto a posto.»
La signora della reception ci portò da bere e Kelly parve riprendersi. Poi
la dottoressa Hughes entrò nella stanza con un grande sorriso di benvenu-
to. «Ciao, Kelly, è passato un po' di tempo dall'ultima volta che ci siamo
viste.» Mi ignorò, e la cosa aveva un senso: non era lì per me. «Ma che
bella ragazza stai diventando.»
Kelly arrossì. Ci alzammo. Se non altro quando aveva visto la dottoressa
Hughes aveva accennato un sorriso, cosa che mi aveva fatto sentire subito
meglio.
Dietro gli occhiali a mezzaluna la dottoressa era attraente come al solito.
Doveva avere superato i sessanta, ormai, i capelli grigi avevano sempre la
stessa acconciatura che la faceva assomigliare a una giornalista americana
più che a una psichiatra. Indossava un completo giacca e pantalone nero di
quelli che si comprano solo con l'American Express di platino. Si rivolse a
Kelly e all'inizio non ottenne altra risposta che qualche cenno del capo, ma
poi si aprì in un sorriso grande e di colpo non m'importò più di quello che
mi sarebbe costato: ne valeva la pena.
«Ce ne andiamo di sopra per un po', Kelly?» Aprì la porta e la condusse
fuori.
Kelly si voltò. «Mi aspetti qui?»
«Certo.»
Mi rimisi a sedere mentre la porta si chiudeva con un sospiro.

12

Esattamente cinquantacinque minuti dopo la porta si riaprì e si affacciò


la dottoressa Hughes. Si voltò verso il corridoio e disse: «Sì, è qui».
Entrò Kelly, sul viso la stessa espressione che aveva tenuto in macchina.
Niente di preoccupante: mi fidavo della Hughes. Cose di quel genere non
andavano a posto in un attimo. Si rivolse esclusivamente a Kelly. «Ci ve-
diamo sabato alla stessa ora?»
Kelly annuì. Infilò il giubbotto e ci avviammo verso l'auto. Avevo ap-
preso dalla volta precedente che non era il caso di chiederle com'era anda-
ta. La Hughes mi aveva detto che, se avesse voluto parlarmene, lo avrebbe
fatto di sua spontanea volontà. Mi aveva anche detto che non mi avrebbe
messo al corrente su niente di ciò che Kelly poteva dirle, a meno di perico-
li immediati. Dovevo aspettare e tacere.
Premetti il pulsante di apertura e le frecce lampeggiarono. Salimmo a
bordo. «La vecchia ragazza non è cambiata, che ne dici?»
Agganciò la cintura. «No.»
Non scambiammo altre parole nella via di ritorno verso Londra. Guardai
il Traser. Le sei meno dieci. Non saremmo mai riusciti ad arrivare a Brom-
ley per le sette. Presi il cellulare tri-band e lei mi guardò sospettosa. «Li
chiamo e li avverto che non ce la facciamo.»
La voce che sentii dall'altra parte non fu una sorpresa. A Jimmy non era
concesso neppure di avvicinarsi al telefono. «Carmen, sono Nick. C'è un
traffico incredibile e credo proprio che non ce la faremo ad arrivare per le
sette.»
Kelly mi fece cenno che non voleva parlarle.
«Oh, caro, che peccato. Siamo andati apposta da Safeway. E mi sono da-
ta tanto da fare a preparare. Jimmy non ce la fa ad aspettare. Ceniamo
sempre alle sette.»
«Mi dispiace proprio. Mangeremo qualcosa lungo la strada.» Riuscii a
non dirle che non vedevo l'ora di mangiare una montagna di schifezze.
«E arriverete in ritardo ogni volta?»
Feci un gran respiro. «Dipende dal traffico. Ascolta, se ci va bene arrive-
remo alle nove.»
«Me la passi? Come sta? Com'è andata?»
«Sta bene. Adesso è dietro che dorme. Ti racconto dopo. Andiamo a
mangiare, non preoccuparti. Stiamo entrando in galleria. Devo lasciarti.
Ciao.»
Premetti il tasto rosso e feci un sorriso a Kelly. «Questa me la paghi, ca-
ra.» Alle luci delle auto che incrociavamo intravidi l'ombra di un sorriso.
«Scusa, ma non mi andava di parlarle. Mi avrebbe detto di non prendere
freddo e di mangiare solo cibi sani, potrei scommetterci.»
«Sei ingiusta. Magari voleva discutere della crisi umanitaria in Iraq.»
Il sorriso di Kelly si fece più grande e io provai un immediato sollievo.
«A proposito di cena... ti va un McRib?»
Poco dopo eravamo in coda nell'affollato McDonald's di Wandsworth.
Era pieno di gente che aveva deciso di cenare lì dopo il lavoro invece di
andare a casa e mettersi a cucinare. Ci vollero secoli prima di arrivare al
bancone e a quel punto non avevamo voglia di sprecare altro tempo per a-
spettare il McRib, così optammo entrambi per un doppio hamburger e por-
zione grande di patatine fritte. Kelly ordinò anche un frullato. Lei andò a-
vanti per prendere al volo un tavolo che si era liberato e io la seguii con il
vassoio.
Cominciammo a ingurgitare le patate mentre un gruppo di bambini ipe-
rattivi si azzuffava nell'area giochi che avevamo accanto. Kelly era sempre
stata magra come un'acciuga e dall'ultima volta che l'avevo vista si era fat-
ta ancora più magra. Non mi spiegavo che fine facesse il cibo.
Annegò l'hamburger con una doppia dose di ketchup e subito dopo lo
portò alla bocca. Si bloccò. «La dottoressa Hughes dice che la chiave per
guarire è essere onesti con se stessi.»
«Davvero? Allora dev'essere così. Anzi, è probabilmente la chiave per
tutto.»
Con gli occhi ancora bassi si sistemò meglio sulla sedia di plastica. Era a
disagio. «Nick, ti fa piacere se ti racconto quello che ci siamo dette oggi?»
Annuii e mi preparai al peggio. Anche se faceva parte della terapia non
avevo nessuna voglia di sentirle dire che mi detestava.
«Hai mai avuto a che fare con la droga da giovane?»
Feci cenno di no. «Solo alcolici. Non ho mai desiderato roba d'altro ge-
nere. Perché? Fai uso di erba?»
Mi sorrise con sincera commiserazione. «Erba? Ma vai!» Tornò seria.
«No. Si tratta di altro. Mai sentito parlare del Vicodin?»
«L'analgesico? Matthew Perry?»
«Mi stupisci. Non voglio critiche e non voglio predicozzi. D'accordo?»
Scossi la testa, se non altro per disperdere la confusione che vi regnava.
«E neppure una parola con la nonna e il nonno. A Josh ne parlerò io
quando mi sentirò pronta.»
«Tutto quello che vuoi.»
Con gli occhi girati verso la televisione bevve un sorso di frullato, come
se stesse raccogliendo i pensieri, poi mi guardò con i suoi penetranti occhi
azzurri. «Allora, è andata così. Nella mia scuola è più facile procurarsi il
Vicodin che il Tylenol per bambini. Chiunque ne abbia lo divide con gli
altri.»
«E dove lo prendete? Ci sono spacciatori a scuola?»
Che ne facessero uso gli adulti era una cosa, che gli spacciatori la por-
tassero ai ragazzini era un'altra. Certa gente dovrebbe essere presa a mar-
tellate con una mazza pesante e affilata. Mi sentivo prudere la pelle del vi-
so, ma ero deciso a non lasciarglielo capire.
«No. La mia amica Vronnie. Ricordi? La primavera scorsa hanno tolto il
dente del giudizio al suo ragazzo. Gli hanno prescritto molto più Vico di
quanto non avesse realmente bisogno. Così l'ha dato a Vronnie per il mal
di testa. È così che è cominciata.»
Guardò in giro per la stanza. «Il Vicodin anestetizza il dolore e presto
desideri tornare in quello stato. Sappiamo tutti che dà dipendenza, perché
lo dicono alla televisione. Melanie Griffith e Matthew Perry hanno dovuto
fare una cura disintossicante. E sappiamo che anche Eminem ha lo stesso
problema. Ma il Vico funziona, il problema è tutto lì. I miei amici e io
siamo continuamente stressati per i voti d'ammissione al college. Restiamo
svegli tutta la notte per fare i compiti e studiare come pazzi. Il Vico ti tiene
su e allevia lo stress. E prima che lo dica tu, Nick, no, non sono finita in un
brutto giro.» Fece una risata vuota. «È il medicinale che scelgono i ragazzi
la cui madre prende il Valium per rilassarsi.»
Fece una faccia strana. «Ora ti faccio la mamma di Vronnie, stai attento.
'Dottore?'» La sua voce salì di un'ottava e la mano volò alla fronte. «'Dot-
tore, deve darmi qualcosa per i miei nervi. La mia American Card è andata
nell'iperspazio e il mio ex marito non mi capisce.'» La voce si fece profon-
da. «'Certo, Signora Casalinga, ho quello che fa per lei. Eccole un centina-
io di pasticche.'» Sospirò. «Hai capito com'è facile? Vronnie non deve far
altro che sottrarre le pasticche alla mamma.»
«Fermati, Kelly. Torniamo un po' indietro. Quando hai cominciato?»
Si strinse nelle spalle. «Più o meno sei mesi fa. Vronnie e io stavamo
parlando delle nostre esistenze. Di quando i suoi genitori hanno divorziato,
di suo padre che beve troppo e di come fosse stato orribile per lei. Le ho
raccontato della mamma, di papà, di Aida e poi di te e di Josh e lei è rima-
sta a bocca aperta. Se non altro lei abita sempre nella stessa casa e suo pa-
dre è ancora vivo. Quasi.»
Feci un gran respiro. «Cosa le hai detto di me?»
Di nuovo si strinse nelle spalle. «Lo sai. Che ti sei preso cura di me, che
mi hai mandato da Josh perché eri occupato. Che ti fai vedere poco a causa
del lavoro. Cose così.»
«Josh e io abbiamo pensato che fosse la cosa giusta per te, lo sai...»
Sporse la testa in avanti. «Stabilità, giusto? Quella ha funzionato. Ma
perché è passato tanto tempo dall'ultima volta che sei venuto da me?»
«Abbiamo trascorso dei weekend insieme, abbiamo fatto altre cose. Solo
che Josh e io abbiamo ritenuto meglio che tu ti costruissi un tuo ambiente.
Il mio andare e venire continuo poteva creare disturbo.»
Socchiuse gli occhi. «I genitori di Vronnie non fanno che litigare, ma se
non altro il padre non l'ha abbandonata completamente. Va a trovarla ogni
weekend e la porta fuori. Non ne perde uno, eppure è un alcolizzato.»
Infilò con eccessiva cura una patata fritta nella coppetta del ketchup.
Mi rivolsi alla testa chinata mentre il resto dell'hamburger spariva all'in-
terno della sua bocca. «Lo sai, il lavoro mi costringe a stare via parecchio.
Ho fatto del mio meglio.»
Staccò le labbra dal panino ma non mi guardò. «Ascoltami, quello è il
passato. Io sono qui, tu sei qui e insieme troveremo una soluzione, ho ra-
gione?»
«Hai ragione.»
Sollevò lo sguardo e si pulì la bocca con il tovagliolo. «Immagino che la
prossima domanda sarà: perché ho voluto provare?»
Non potei che assentire.
«Rispondo. Vronnie e io stavamo parlando di droghe, le ho chiesto di
farmi un elenco delle sostanze che aveva provato e lei mi disse le solite:
alcolici, erba, ecstasy, roba del genere. E poi aggiunse che faceva uso di
Vicodin per non perdere il controllo. Un suo amico le aveva detto che po-
teva ridurlo in polvere e inalarlo. Le chiesi che sensazioni dava e lei disse:
'Perché non proviamo? Vieni in bagno'.
«Vronnie aveva un tubetto di metallo e uno specchietto con il coperchio
e cominciò a fare due piste. Frantuma le pasticche a casa e le conserva nel
tubetto di metallo.» Kelly piegò la cannuccia. «In borsa teneva anche una
di queste. Comunque, aspirò una pista e mi passò la cannuccia.»
Da come ne parlava era evidente che le piaceva raccontare. La cosa mi
preoccupò, ma cercai di non darlo a vedere. «E cos'hai provato?»
«Mi pizzicavano il naso e la gola e stavo da cani, ma solo per pochi se-
condi. Poi fece effetto e mi sembrò che la testa galleggiasse. Mi sentivo
come un palloncino, volavo via da tutte le cose brutte che avevo intorno.
Ero felice, stavo incredibilmente bene, dalla punta delle dita fino ai piedi.
A quel punto tutti i colori divennero più brillanti e ogni suono più intenso.
E in quello stato siamo andate a scuola. Pronte a tutto.» Sogghignò. «L'e-
roina dei poveri, è così che la chiamano. Non sono ancora a uno stadio di
dipendenza, ma oggi con la dottoressa Hughes abbiamo parlato di questo.»
Si alzò e controllò il contenuto delle tasche, poi si diresse verso il bagno,
come se volesse lasciarmi il tempo di pensare a cosa dire.
Restò dentro dieci minuti buoni e quando uscì ero fuori ad aspettarla.
Salimmo in macchina e ci dirigemmo verso Bromley. Nell'aria un forte
odore di dentifricio e collutorio.

13
Londra
Venerdì 9 maggio, ore 8.30

Quando entrai nella sua stanza in punta di piedi per appoggiare il sacco a
pelo accanto alle mie cose, Kelly era ancora a letto. Io avevo dormito sul
divano e mi ero dovuto alzare prima delle otto. La sera precedente avevo
ricevuto una telefonata dalla segretaria della dottoressa Hughes che mi a-
veva fissato un appuntamento telefonico per quella mattina. La dottoressa
voleva parlarmi. Aveva promesso di fare un quadro della situazione e dir-
mi a quali conclusioni era giunta dopo il primo incontro.
In cucina Carmen e Jimmy stavano ruminando il loro muesli e il pane
tostato, così chiesi permesso e andai in giardino con la tazza di caffè. Il
cellulare squillò puntualissimo. «Buongiorno, signor Stone», disse in tono
sbrigativo. Era chiaro che aveva altre telefonate da fare. «Ho una domanda
da farle. La bruciatura sull'indice destro. Sa dirmi come se l'è fatta?»
«Mi ha detto che è successo a scuola durante l'ora di scienze.»
«Mangia normalmente?»
«Come un cavallo.» Esitai. «Senta, mi ha parlato del Vicodin.»
«Davvero? È positivo. Si è spaventato?»
«Avrei dovuto? Ho cercato di mantenere un'espressione serena quando
me ne parlava, ma devo dire che la cosa mi ha preoccupato parecchio. Per-
ché mi mette davanti agli occhi immagini di spacciatori all'uscita della
scuola, ma a dire la verità non ne so molto di quella roba.»
«Il Vicodin è un oppiaceo, contiene gli stessi elementi attivi dell'eroina e
della codeina e può portare a una dipendenza piuttosto grave. Le spiegherò
nel dettaglio la prossima volta che ci vediamo. E poi forse potrebbe entrare
anche lei visto che Kelly gliene ha parlato.
«Signor Stone, ho paura che sia anche bulimica. È possibile che l'acido
che le ha bruciato il dito sia il suo acido gastrico. Sospetto che s'infili il di-
to in gola per procurarsi il vomito e poi lo sfreghi sui denti. È un problema
piuttosto comune nelle ragazze della sua età, ma nel caso di Kelly è una
complicazione che non è certo la benvenuta.»
D'un tratto mi sentii un perfetto deficiente. «Si lava sempre i denti e fa
sempre gli sciacqui con il collutorio, come usava una volta.»
«Capisco. Si è già sviluppata?»
«L'anno scorso.» Josh aveva trovato dei Tampax nel suo zaino e tutta la
faccenda aveva fatto sentire Kelly quasi un'adulta.
«Sa dirmi se il ciclo mestruale si è interrotto?»
«No, io non sono molto...» Mi chiesi dove volesse andare a parare.
«La pregherei di non preoccuparsi, è possibile che le faccia altre doman-
de di questo genere a mano a mano che progrediamo. È solo che, quando
la bulimia diventa cronica, spesso le mestruazioni cessano.»
«Sta dicendo che è una cosa comune?» Adesso mi sentivo un perfetto i-
diota. Quella ragazzina non aveva bisogno di me o dello Squadrone del Si-
gnore. Aveva solo bisogno della sua mamma.
«Ne soffre una ragazza su cinque. Inizia come un modo di controllare il
peso e poi sviluppa una vita propria. E stiamo di nuovo parlando di dipen-
denza. Abbuffarsi e liberarsi sono comportamenti tipici di chi ne soffre. Sì,
ha confessato spontaneamente la dipendenza dalla droga, ma non ha am-
messo la bulimia. Volevo solo che lei ne fosse informato perché a mio pa-
rere ci aspetta un cammino molto lungo e difficile.»
Mentre l'ascoltavo sentii il segnale di una chiamata in arrivo. Lo ignorai
e alzai il tono di voce mentre il suono continuava. «È abbastanza positivo
che si sia aperta con me, non crede?»
«Sì, naturalmente. Ma non possiamo scartare l'ipotesi che lo faccia per-
ché ce l'ha con lei. Forse vuole spaventarla o punirla.»
«E che motivo avrebbe allora di tener nascosto il resto? Non dovrebbe
avere il desiderio di andare sino in fondo e sbattermi in faccia anche la bu-
limia?»
«È una possibilità. Comunque volevo solo avvertirla che ci vorrà del
tempo prima di vedere la luce alla fine di questo particolare tunnel. Avrà
bisogno di tutto l'aiuto possibile da parte sua.»
«Allora cosa facciamo?»
«Il problema è complesso. L'aspetto più urgente al momento è quello
della dipendenza perché mette la sua vita in pericolo.»
«Pericolo di vita?» Mi si spezzò il cuore. Cosa cazzo stava succedendo?
«È la peggiore delle ipotesi, ma non possiamo non tenerne conto. Gli
analgesici a base di oppio sono pericolosi perché hanno un grande potere
di attrazione. Agiscono rimuovendo i blocchi lungo il sentiero del dolore
dalle terminazioni superficiali dei nervi, attraverso il midollo spinale fino
al cervello, arrivati lì aprono l'emissione della dopamina chimica, che in-
nesca sensazioni di benessere.»
«Estrema calma?»
«Esatto. La dopamina in effetti è come se sovrastimolasse il cervello,
che quindi si abitua a questa sensazione di benessere. Quando una persona
che ne è diventata dipendente smette di assumere la droga, il corpo conti-
nua ad averne un disperato bisogno.
«Se Kelly prende il Vicodin per un lungo periodo di tempo, ne diventerà
mentalmente e fisicamente dipendente e potrà raggiungere il punto in cui
la solita dose non farà più effetto. In quel momento un drogato aumenta la
dose. Al momento Kelly mostra solo di essere irritabile e chiusa, con note-
voli sbalzi di umore. Ma, se la dipendenza non venisse bloccata, potremmo
aspettarci un abbassamento della vista, allucinazioni e una seria confusione
mentale. Anche se decidesse di non sperimentare altre droghe per ottenere
l'effetto desiderato, si andrebbe in rischio di overdose, di mancato funzio-
namento del fegato, convulsioni, coma e, in alcuni casi, la morte.»
Strinsi forte il telefono. «Gli spacciatori, quelli che vendono la roba ai
ragazzini, in Malesia vengono impiccati. Comincio a capire il perché.»
«Mi riesce difficile capire in che modo e in che misura questo potrebbe
aiutare Kelly nella situazione in cui si trova. La dipendenza e la bulimia
possono essere solo parti di un quadro più grande, ed è per questo che ri-
tengo importante che lei e io ci incontriamo ancora. Ho parlato con alcuni
colleghi americani specializzati in Vicodin, dato che la mia esperienza è
più approfondita per quello che riguarda analgesici e prodotti da banco. Mi
hanno detto che ci sono diverse opportunità per farle proseguire la terapia
una volta tornata in America. Prima di tutto dobbiamo stabilire se è vera-
mente bulimica e questo condizionerà la scelta del posto dove mandarla.
Ma niente accadrà se non sarà Kelly stessa a deciderlo. È a questo punto
che entra in scena lei.»
«Certo, naturalmente. Ci vediamo domani. Nel frattempo c'è qualcosa
che posso dire?»
«No. Dobbiamo riprendere a parlarne quando avrò confermato la dia-
gnosi. Al momento la cosa migliore che può fare per lei è darle tutto il suo
appoggio.»
«Farle da mamma?»
«Esatto. Ci vediamo domani.»
Premetti il tasto per vedere chi mi aveva chiamato. L'odio per i tri-band
aumentava di minuto in minuto. Era un numero non identificabile e, men-
tre mi sforzavo di capire chi potesse essere, suonò di nuovo. Portai il tele-
fono all'orecchio e mi venne annunciato che avevo un messaggio. Subito
dopo fui raggiunto dall'inconfondibile voce da preside di scuola pubblica
di Signorsì. «Venerdì, ore 8.57. Richiama non appena possibile, stesso
numero del mese scorso.»
Cazzo, no!
Spensi il telefono. Solo George poteva avergli detto che ero lì e rintrac-
ciando il segnale del telefono sapeva dove mi trovavo con uno scarto di
dieci metri al massimo. Voleva dire casini e io ne avevo già tanti. Premetti
i tasti.
Rispose al secondo squillo. «Cosa?» Signorsì non si era mai perso in
convenevoli.
«Sono Nick.»
«Stammi a sentire, c'è una palla veloce. Trovati qui all'una. Non dovresti
metterci molto da Bromley.»
«Stammi a sentire un cazzo.» Odiavo il modo in cui parlava, come se
ancora fossi una sua proprietà. «Non lavoro più per te. Non vivo neppure
più qui.»
Sospirò, come avevano sempre fatto i miei insegnanti. «I nonni. Possono
pensarci i nonni a portare la ragazzina avanti e indietro da Chelsea.» Il ba-
stardo non mi aveva neppure sentito. «Ti è stato affidato un nuovo incari-
co. Se hai voglia di perdere tempo puoi contattare i tuoi capi in America.
Ti daranno conferma. Non m'importa se ti va o no, vedi di arrivare puntua-
le. Preparati a stare via diverse settimane.»
La comunicazione venne interrotta e per alcuni momenti restai a fissare
il telefono che tenevo in mano. Impossibile. Impossibile stare via settima-
ne.
Mi avviai nel vialetto e vagai senza meta cercando di raccogliere le idee.
Non che mi ci volesse molto. Pochi secondi dopo componevo il numero
del cercapersone di George. 'Fanculo la differenza di fuso orario, era paga-
to ventiquattr'ore al giorno sette giorni su sette.
Ascoltai le istruzioni e mentre finivo di comporre il numero sentii un'au-
to che si fermava alle mie spalle. Una voce da macho urlò: «Tutto bene,
ragazzo?»
Mi voltai e vidi due volti sorridenti, dalla pelle indurita, che mai nella
vita mi sarei augurato di rivedere. Dio sa come si chiamavano. Per me era-
no Scarpedatennis e Sundance, i picchiatori di Signorsì, quelli che avreb-
bero ucciso Kelly se non avessi fatto per lui il lavoro a Panama.
Il cellulare squillò e vidi Scarpedatennis tirare il freno a mano a pochi
metri di distanza.
«Sono io. Mi hai cercato.»
Mi fermai a guardare Sundance nella Volvo. Anche lui era al telefono,
probabilmente con Signorsì.
«Mi hanno appena chiamato. Perché io? Sai bene perché sono qui.»
«Sì, ma io non sono un assistente sociale, figliolo.» Non sembrava che
l'avessi svegliato.
«Non posso farlo.»
«Allora chiamo Osama e gli dico di aspettare. Vuoi che faccia così? No,
figliolo, il lavoro ti chiama.»
«Deve pur esserci qualcun altro.»
«Voglio un mio uomo nell'azione e oggi tocca a te perché ti trovi lì.»
«Ma ho preso un impegno, è importante che io resti con lei...» Di colpo
mi resi conto di quanto suonavo patetico.
«Ma cosa credi che faccia io tutti i giorni? Sono pagato per pensare, è
questo che faccio. Ci ho pensato, ma, no, non c'è nessun altro. È un mondo
ingiusto, figliolo, tu sei pagato per agire e questo devi fare.»
«Capisco, ma...»
«No, tu non capisci e non ci sono 'ma'. Mettiti al lavoro o non riuscirà
neppure a godere della sua stupenda terapia.»
Provai un improvviso dolore sordo al centro del torace. Sundance conti-
nuava a ciarlare al telefono. Mi ero fatto l'idea che George fosse un uomo
migliore. «Vaffanculo. È un trucco che ha già usato e proprio con le due
teste di cazzo che ha mandato qui a sorvegliarmi. Perché coinvolgere di
nuovo la ragazzina in questa merda? Siete solo dei bastardi.»
George non perse la calma. Sundance chiuse la telefonata e sorrise a
Scarpedatennis. «Ti sfugge una cosa, figliolo, non siamo noi la vera mi-
naccia.» Seguirono alcuni secondi di pausa. Io tenni la bocca chiusa. «Non
mi chiamare più. Fa' i tuoi rapporti a Londra fino a mio ordine contrario,
mi hai sentito?»
Chiusi e mi avviai verso la Volvo. La testa di capelli biondo sporco, che
quando lo avevo visto per la prima volta mi aveva ricordato Robert Re-
dford da giovane, non esisteva più. Sundance sporse la testa quasi rapata a
zero dal finestrino del passeggero.
«Ripeto, va tutto bene, ragazzo?» Quel forte accento di Glasgow si ot-
tiene solo masticando sabbia. «Un po' incazzato a quanto pare, vero? La
ragazzina dev'essersi fatta grande, ormai. Dovrebbe riempirle bene, due
mani.» Fece il gesto di soppesare due tette e mi guardò con un'espressione
lasciva che mi fece venire l'istinto di spaccargli la faccia.
A Scarpedatennis la battuta piacque non poco e scoppiò a ridere mentre
estraeva un pacchetto di Drum e le Rizla. Aveva la stessa età e lo stesso
taglio di capelli in versione scura di Sundance. Era chiaro che non avevano
mai smesso di fare sollevamento pesi da quando erano stati nel braccio H
della prigione per le leggi inglesi sull'antiterrorismo, ma i loro corpi erano
sempre sproporzionati verso l'alto e non uniformemente muscolosi. Il naso
rotto e il torace a forma di barile li rendevano perfetti per stazionare davan-
ti a un locale notturno con indosso giacche da sera non adatte al loro fisico
e Doc Martens ai piedi.
Notai la contrazione dei muscoli del braccio di Scarpedatennis, che in-
dossava una camicia a maniche corte, mentre arrotolava la sigaretta. L'ul-
tima volta che l'avevo visto si era appena fatto togliere con il laser il tatu-
aggio con la Red Hand of Ulster. Non ne era rimasta nessuna traccia.
Sapevo che in quel preciso momento non potevo fare altro che respirare
profondamente. Scarpedatennis passò la prima sigaretta a Sundance e con
il suo accento di Belfast, puro al cento per cento, mi urlò dal finestrino del
passeggero: «Il capo ci ha detto di fare in modo che tu arrivi in perfetto o-
rario all'appuntamento. Non hai intenzione di piantare casini, vero,
grand'uomo?»
Mi abbassai per vederlo meglio mentre iniziava ad arrotolare la seconda
sigaretta ed ebbi modo di ammirare le sue Nike. Sundance, le mani grosse
come pale, cercava di far funzionare l'accendino ma senza successo. «E se
invece mi andasse di piantare casino?»
«Oh, sarebbe proprio una cosa carina.» Nessuno dei due riuscì a non ri-
dere. Sundance scrollava l'accendino per vedere se funzionava. «Potremmo
tornare tutti insieme al garage, che ne dici? E le cose potrebbero farsi di
nuovo interessanti.»
Il garage si trovava a sud di Londra. Era là che mi avevano pestato a
sangue mentre aspettavamo che Signorsì venisse a spiegarci i fatti della vi-
ta: che dovevo andare a Panama e basta.
Mi raddrizzai e mi voltai. «Ci sarò.»
«È un vero peccato.»
Tornando verso casa mi resi conto che Sundance non avrebbe lasciato
niente al caso. Aveva spostato e parcheggiato la Volvo sul marciapiede. Di
lì a poco nell'abitacolo ci sarebbe stata una cortina di fumo.

14

Carmen era in soggiorno che guardava rapita Lorraine Kelly mentre


spiegava al suo pubblico tutti i segreti dei fertilizzanti organici.
«Mi hanno appena chiamato dal lavoro.»
Non si scomodò neppure a sollevare lo sguardo.
«Devo presentarmi a un appuntamento all'una. Se voglio arrivare puntu-
ale devo partire fra poco. È una specie di emergenza.»
Cos'altro potevo fare? Chiudere a chiave la porta e sperare che Sundance
e Scarpedatennis si annoiassero al punto di andarsene via? No, quello che
dovevo scoprire era se Signorsì poteva usare un altro. Ero pronto a suppli-
carlo in ginocchio, se fosse stato necessario.
Con gli occhi incollati su Lorraine, Carmen si stava passando la punta
delle dita sulle rughe del viso. Se aveva capito le implicazioni, non mi ren-
deva le cose più facili. Alzai il tono. «Sai com'è, a volte questi appunta-
menti si trascinano più a lungo del previsto, forse stasera non riuscirò a
tornare. Se dovesse succedere, domattina dovrete accompagnare voi Kelly
a Chelsea.»
Per un momento mi domandai se avesse sentito una sola parola di quello
che le avevo detto.
«Oh, cielo, non so», disse dopo un po'. «Dovrei parlarne con Jimmy.
Non credo che gli farà piacere guidare nel traffico. Dove si paga per entra-
re in centro e tutto il resto... E poi il parcheggio. Quanto dovremo aspettar-
la?»
«Poco meno di un'ora. Ascolta, pago io benzina e...»
«Sai perfettamente che possiamo permetterci la benzina.»
«Ma se hai appena finito di dire... Qual è il problema, Carmen?»
«Be', cioè, insomma, cosa raccontiamo ai vicini? Nessuno sa che va dal-
lo psichiatra.»
«Stammi a sentire, non è che sei obbligata a mettere un cartello del caz-
zo per informare i vicini. E te lo ripeto per la milionesima volta, non è una
cosa tanto grave. Kelly non ha nessun disturbo mentale, ha solo bisogno di
aiuto, nient'altro.»
«Non si può fargliene una colpa, con quello che ha passato. Sballottata
da un posto all'altro, costretta a sentire tutte le parolacce che dici in conti-
nuazione.»
Non ne potevo più. L'atteggiamento negativo di quella donna mi stava
svuotando di qualsiasi energia. Aveva passato la vita a ridurre a brandelli
le persone intorno a sé e ad autocompatirsi, di sicuro non sarebbe cambiata
con me. Forse con un martello da un chilo sulla nuca.
«Grazie dell'aiuto, Carmen.» Mi voltai e uscii. Ero tentato di aggiungere
qualcosa di sarcastico del tipo: «Non so perché pago migliaia di sterline lo
strizzacervelli quando ho te a portata di mano», ma mi venne in mente
quando ero già in corridoio.
Quello che dovevo fare al piano di sopra non mi piaceva per niente. Sta-
vo per confermare a Kelly ciò che pensava di me.
Non c'era bisogno di preoccuparsi. Era già stato fatto. Quando mi avviai
verso la camera di Kelly la vidi davanti alla porta. Non riuscii a decifrare
con esattezza l'espressione sul suo viso: rabbia, incredulità, disappunto,
senso di abbandono, forse un misto di tutto. Ma capii perfettamente di es-
sere nella merda. «Non ti credo, Nick.» Era sul punto di piangere e le paro-
le le uscirono come strozzate.
«Non ho scelta, Kelly. È solo una riunione. Se tutto va bene, io...»
«C'è sempre la possibilità di scegliere, Nick. Non fai che ripetermelo,
no?»
«Non è così semplice.» Mi avvicinai per farle una carezza ma fece un
balzo all'indietro come se l'avessi colpita con un Taser.
«Non farlo.» Rientrò in camera. «Ipocrita del cazzo.»
Sentii che di sotto Carmen emetteva un gridolino di paura. I casi erano
due: o Lorraine stava suggerendo di ricorrere a fertilizzanti non organici o
aveva origliato. In entrambi i casi, il colpevole ero io.
Kelly sbatté la porta, ma era senza serratura. Bussai piano. «Lascia che ti
spieghi. No, non che ti spieghi, fammi solo entrare per chiederti scusa.»
Sentii tirare su con il naso e aprii. Era sdraiata sul letto a pancia in giù, un
cuscino sulla testa. Quando le andai vicino lo lanciò lontano e si mise se-
duta per guardarmi in faccia. «Ti ho raccontato tante cose, Nick. Talmente
tante che non ce la fai a reggere, giusto?»
«Lo so che dovevo dire a questa gente di toglierselo dalla testa, ma non
posso. Non posso e basta.»
Si nascose il viso fra le mani. «Quando torni?»
«Presto. Stanotte, forse domani.»
«Okay, adesso vattene.»
Mi protesi per toccarla ma mi respinse di nuovo. Mentre andavo verso la
porta raccolsi i Caterpillar e il giubbotto. Nessuno in casa di Carmen aveva
il permesso d'indossare le scarpe. «Ehi, un'ultima cosa, bada che la nonna
non frughi tra le mie cose per cercare biancheria da lavare. Lo faccio io
quando torno, d'accordo?»
«Come vuoi.»

15

Per raggiungere Chelsea Bridge avevo impiegato almeno un'ora, sessan-


ta minuti di imprecazioni contro George e Signorsì, sempre con la Volvo
alle calcagna. Il traffico mi rombava intorno mentre avanzavo a fatica di-
retto a Pimlico e all'appartamento dove ero stato con Suzy per preparare il
lavoro di Penang. La Ditta aveva rifugi sparsi per tutto il Paese, ma quello
di Pimlico era fra i più richiesti. Di solito si trovavano in grandi case ri-
strutturate a miniappartamenti, classica residenza per chi ha bisogno di un
pied-à-terre durante la settimana di lavoro a Londra o di una garçonnière
per un ultimo svago prima di rientrare in famiglia nel Cotswolds per il
weekend. Erano impersonali e anonimi, quindi ideali dal punto di vista
della sicurezza.
L'appartamento verso cui stavo andando era arredato, aveva televisore e
videoregistratore, ma non il telefono. La Ditta provvedeva a tutto e pagava
le bollette, ma era intestato a una compagnia prestanome.
Dopo aver girato per una quindicina di minuti alla fine trovai parcheggio
in Warwick Square. Infilai nel parchimetro tutte le monete che avevo e mi
augurai che bastassero. Con un po' di fortuna, di lì a un'ora o due sarei sta-
to sulla via del ritorno verso Bromley.
Attraversai la piazza diretto al numero 66. Sundance e Scarpedatennis
mi facevano da guardaspalle. Che culo! Premetti il pulsante dell'interno
tre, all'ultimo piano. Mi rispose la voce di Yvette, assistente personale,
braccio operativo e Dio solo sa cos'altro di Signorsì. Usava sempre un tono
di voce basso, come se tutta la vita fosse un'unica grande cospirazione. Fui
costretto a infilare l'orecchio nel citofono per sentirle chiedere: «Chi è?»
«Sono io, Nick.»
Si udì un cicalino, la porta si aprì e io venni spinto nel corridoio angusto.
Una spinta che non lasciava dubbi sul fatto che i ragazzi avevano una gran
voglia di ottenere la rivincita.
Era evidente che la trasformazione della casa era avvenuta a spese delle
parti condominiali. Le scale iniziavano subito e cominciai a salire. L'ultima
volta che quel posto aveva ricevuto una mano di pittura doveva risalire al
1980, quando il color magnolia era di gran moda; la moquette non era mol-
to più recente: impossibile indovinare di che razza di colore fosse in origi-
ne.
La scala si avvitava su se stessa e seguiva la carta da parati, effetto pedi-
nato in legno, per alcuni pianerottoli fino all'ultimo piano. Yvette mi stava
aspettando sulla porta. Suzy e io l'avevamo ribattezzata Mazzadagolf. Ca-
pelli castani tagliati corti e magra, forse troppo magra. Uscire a cena con
Kelly per una bella mangiata di patatine fritte non avrebbe fatto male a
nessuna delle due, anche il sedere nei jeans stretti era cadente. Era sulla
quarantina, l'unico gioiello che portava era una fede nuziale ed era vestita
come per andare sull'Everest. L'avevo vista con un certo numero di giacche
da montagna in Gore-Tex e il resto dell'abbigliamento lasciava intendere
che fosse sponsorizzata da Helly Hansen. Le guardai i piedi. Come previ-
sto indossava scarponi da montagna. Di profilo sembrava davvero possibi-
le che Tiger Woods la usasse per il primo drive.
Nel lavoro di Penang si era dimostrata molto professionale. Anche prima
di lasciare la pistola nello Starbucks di George Town, aveva svolto tutto il
lavoro di amministrazione, aveva predisposto i passaporti e i documenti di
copertura, raccolto tutte le informazioni di cui avevamo bisogno e trasmes-
so le istruzioni di Signorsì, senza sollevare il tono della voce oltre l'intensi-
tà di un sussurro. Grazie a lei, avevamo potuto evitare Signorsì dopo l'in-
contro iniziale, cosa che mi andava più che bene. Presi la decisione di tro-
vare il modo di uccidere quell'uomo e poi di occuparmi anche di Sundance
e Scarpedatennis, prima di avere i capelli grigi. E quello era un lavoro che
avrei fatto gratis.
Aprì un po' di più la porta e mi bisbigliò di entrare. «Salve, Nick. Non
abbiamo mai avuto l'occasione di salutarci.»
«Oserei dire che sarebbe stata una perdita di tempo.» Sussurrai a mia
volta. Avessi usato un tono di voce normale avrebbe avuto l'effetto di un
urlo. Mi augurai di non trovarmi mai con lei in cima a una montagna e di
dover fare affidamento su di lei per gridare aiuto.
Mi gratificò di un piccolo sorriso e la salutai usando parole gentili. En-
trai nell'appartamento. Sentii subito la voce di Signorsì. Benissimo. Ripas-
sai il discorsino che mi ero preparato. L'ingresso era piccolo, con le pareti
disadorne. Un ulteriore rigurgito di color magnolia. Di fronte c'era la porta
della camera da letto, a destra il bagno e la cucina in formica piuttosto ma-
landata. Presi a sinistra, seguendo la consunta moquette grigia da ufficio, e
arrivai nel soggiorno che dava sullo splendido verde della piazza.
Signorsì era a testa bassa e occupava da solo l'intero divano di velluto
rosso. Stava sfogliando una pila di carte e parlava al telefono. Suzy era se-
duta su una sedia, jeans, giacca di pelle nera e un maglione quasi dello
stesso colore della moquette. Ai suoi piedi una grande sacca sportiva di
nylon blu.
Appoggiate alla parete c'erano altre due sedie. Una era occupata da una
giacca di Gore-Tex rossa che non avevo mai visto indosso a Mazzadagolf,
con migliaia di tasche e cerniere. Sedetti nell'altra. Nel mezzo c'erano due
valigette di pelle marrone, attaccate con una catena lunga dodici centimetri
a un paio di manette in acciaio consumato.
Nessuno parlò. Signorsì non mi salutò perché era un figlio di puttana e,
dato che non l'aveva fatto lui, neppure Suzy poteva farlo. Non me la presi
con lei. A volte si lasciava prendere da eccessiva eccitazione, ma, se dove-
vo lavorare con qualcuno, lei era in cima alla mia lista, e non solo perché
gli altri nomi della lista erano morti.
Sedetti sul bordo della sedia in attesa che Mazzadagolf preparasse il caf-
fè. Signorsì continuava ad annuire sfogliando le pagine e iniziava a perdere
la pazienza con chiunque fosse dall'altra parte del filo. «Okay... sì... No!
Digli che li incontrerà questa sera, anche se non sa ancora in quanti sare-
mo, la riunione è importante. Ricordagli chi è e che non ha scelta.»
Sbatté il telefono sul tavolo e lesse a tutta velocità le pagine che gli re-
stavano. Non l'avevo mai visto in quelle condizioni, era davvero agitato.
Suzy e io ce ne stavamo seduti scambiandoci qualche occhiata di tanto in
tanto, mentre lui continuava a leggere e ad annuire. Lei aveva tutta l'aria di
non vedere l'ora di cominciare. Sapevo che Suzy moriva dalla voglia di
una Benson & Hedges, ma non avrebbe mai osato accenderne una in sua
presenza. Signorsì non beveva e non fumava, era un cristiano della Rina-
scita o di Scientology o qualcosa del genere, e perciò metteva sempre una
certa soggezione. Mi chiesi se fosse il caso di presentarlo a Josh, anche se
forse insieme si sarebbero annoiati a morte.
Dalla cucina arrivò un rumore di stoviglie e di un bollitore elettrico che
veniva riempito.
Mi piegai in avanti e appoggiai i gomiti sulle ginocchia senza smettere
di osservare Signorsì che scribacchiava qualche appunto sulle pagine che
continuava a sfogliare. I suoi capelli rossicci stavano diventando sempre
più grigi o meglio lo sarebbero diventati se li avesse lasciati vivere in pace.
Ma era tornato da Grecian 2000 e mi parve di scorgere gradazioni color
rame un po' troppo intense.
Indossava la solita cravatta azzurra con disegnini a rombo annodata
troppo stretta. Probabilmente era il motivo per cui era sempre rosso in fac-
cia. O forse la portava così per cercare di nascondere il punto del collo su
cui stazionava sempre un foruncolo sul punto di scoppiare. Andava verso i
cinquanta. Mi sforzai d'immaginare come fosse stato da bambino. Le cica-
trici che gli disegnavano il viso facevano pensare a un'adolescenza infeli-
ce. Forse per quello da grande era diventato una testa di cazzo.
Il caffè doveva essere quasi pronto a giudicare dal rumore di tazze che
proveniva dalla cucina, ma lì nel salotto eravamo ancora in attesa che il
preside proclamasse aperta la riunione. Girò ancora qualche pagina e com-
pose un numero sul cellulare. Cercai di catturare il suo sguardo, niente da
fare, troppo distratto dai suoi fogli. Sulla telefonata cambiò idea.
Il rimbombo degli scarponi di Yvette sul tappeto sottile ci avvertì dell'ar-
rivo del vassoio. Lo posò sul tavolino basso davanti al divano e versò per
primo il caffè di Signorsì che lo preferiva Nato standard, come lo definiva
Suzy, cioè con latte e due cucchiaini di zucchero. Suzy lo prendeva nero e
senza zucchero, io solo con latte. Mazzadagolf non dimenticava mai i det-
tagli.
Sedette al suo posto e si chinò per sollevare una delle valigette. L'anello
e la catena sferragliarono quando lei se la sistemò sulle ginocchia e aprì le
serrature a scatto. Signorsì le allungò un paio di fogli e mi guardò di sfug-
gita prima di tornare a leggere. «Sono contento che tu sia riuscito ad arri-
vare in orario.»
Guardai Suzy. «Veramente sono in anticipo e non c'era bisogno della
scorta. Signore?» Odiavo chiamarlo così ma dovevo in qualche modo atti-
rare la sua attenzione. «Posso parlarle da solo?»
«Cosa?»
«C'è una questione che vorrei discutere con lei.»
Un'occhiata a Suzy bastò a farle comprendere: si dileguò e chiuse la por-
ta. Yvette restò al suo posto. Parlare a quattr'occhi con Signorsì includeva
automaticamente anche quelli di Mazzadagolf.
«Allora?»
Non aveva sollevato lo sguardo. Capii subito di essere dalla parte di chi
perde.
«Signore, devo risolvere con urgenza un problema personale. Ho biso-
gno di un po' di tempo per occuparmene.»
«Ma allora non vuoi proprio capire, vero? Non esistono problemi perso-
nali, perché i problemi personali non esistono per te. La ragazzina drogata
resta con i nonni, oppure se ne torna a casa. Tutto qui. Non è importante
quello che ne sarà di lei, perché tu resterai qui a svolgere il lavoro per cui
sei pagato.»
«Signore, capisco, ma...»
«Non c'è nessun 'ma'. Taci e pensa a lavorare. Mi hai capito?»
Annuii. Cos'altro potevo fare? Precipitarmi fuori di lì e finire in braccio
a due picchiatori che non vedevano l'ora di rinchiudermi nel loro garage?
Ancora troppo presto. No, doveva esserci un'altra soluzione.
16

Yvette andò a richiamare Suzy e Signorsì si raddrizzò sul divano. Men-


tre Yvette consegnava a Suzy e a me una busta imbottita ciascuno che ave-
va preso dalla valigetta, lui rimase concentrato sulle sue carte. Controllai il
passaporto. Di nuovo a nome Nick Snell. Era tutto a posto: la data di nasci-
ta era giusta ma alcuni timbri erano cambiati. Tanto per cominciare il visto
della vacanza in Malesia era sparito. Controllai le carte di credito della
Bank of Scotland, debitamente invecchiate, e mi accertai che non fossero
scadute.
Yvette sorseggiò il suo caffè.
«Stesso CA dell'ultima volta?»
Annuì.
Guardai Suzy che stava facendo le stesse operazioni ma con maggiore
entusiasmo. Le brillavano gli occhi, anche se cercava di contenere l'entu-
siasmo in presenza del capo.
Signorsì aveva messo da un lato le carte. Il telefono squillò. Mazzada-
golf lo sollevò e andò in cucina, anche se non ce n'era bisogno: nessuno a
una distanza superiore a venti centimetri da lei sarebbe riuscito a sentirla.
Signorsì si sporse in avanti per prendere la tazza e piantò gli occhi su
Suzy. La cosa mi stava bene. Avrei voluto trovarmi in qualsiasi altro posto
tranne che lì e il fatto di non essere costretto a guardarlo era già qualcosa.
«Le bottiglie di vino ritirate a Penang contenevano il bacillo della peste
polmonare...» Lasciò in sospeso la frase come se attendesse una reazione.
Da me non ne avrebbe avute: si fosse trattato di Chardonnay non mi sarei
trovato lì.
«Era l'ultima produzione per JI. Non abbiamo nessuna idea di quanto ne
abbiano accumulato negli ultimi undici mesi, ma sappiamo con assoluta
certezza che da tempo stanno programmando un attacco batteriologico.
Bersaglio preferito l'Estremo Oriente. Nel frattempo, membri delle Active
Service Units, le ASU, sono scomparsi dalla Malesia. A quanto sembra
hanno mire ambiziose di espansione e ciò significa una sola cosa. Si con-
siderano la terza ondata.»
Dall'espressione sul suo viso si capiva che gli avrebbe fatto piacere se gli
avessimo chiesto che cosa voleva dire, ma non si trattava di una cosa tanto
complicata. Terrorismo della terza ondata voleva semplicemente indicare
persone regolari e preparate dal punto di vista tecnologico. Non erano be-
stioni, anzi la loro arma migliore era il cervello. Sapevano che non era così
difficile accedere alle informazioni e, dato ancora più spaventoso, sapeva-
no dove andare a guardare.
Avevano imparato a sviluppare agenti biologici e molto probabilmente
era solo questione di tempo perché riuscissero a impadronirsi della tecnica
di scissione dell'atomo in cucina.
Suzy si agitò sulla sedia. «È per questo che hanno alzato le barriere in-
torno al Parlamento?»
Fece cenno di no con la testa. «Il tipo di attacco che hanno in mente non
si ferma davanti alle barriere.» Posò la tazza e la fissò per diversi secondi
prima di sollevare la testa e ristabilire un contatto visivo, stavolta con tutti
e due. «Il problema che abbiamo di fronte, aggiornato a sei ore fa, è che
nel nostro Paese ci sono come minimo sei bottiglie, forse di più. A quanto
sembra sono entrate come bottiglie di vino comprate al duty free da uno
dei quattro membri delle ASU. Ogni centimetro di pellicola di ogni possi-
bile telecamera che abbia inquadrato probabili punti di accesso è stato e-
saminato con attenzione per cercare di identificare chi siano, per poi, natu-
ralmente, cercare di prenderli.»
In cucina il cellulare di Signorsì squillò di nuovo. Yvette rispose tornan-
do da noi e chiuse la telefonata. Lui la guardò avvicinarsi. «Abbiamo un
informatore sul territorio, ma per adesso le notizie disponibili sono scarse.
Il fatto è...» Mazzadagolf gli bisbigliò qualcosa nell'orecchio.
«Ne sei sicura?» Era sempre più preoccupato.
Mazzadagolf fece cenno di sì e tornò alla sedia.
«Dunque, la fonte comunica che le bottiglie sono dodici, ma ancora non
sappiamo dove siano o quando abbiano intenzione di usarle.» Fece una
pausa e ci guardò per controllare che avessimo colto appieno il significato
delle sue parole. Yvette, calma come al solito, sollevò la tazza e si appog-
giò alla spalliera, provocando un impercettibile fruscio del Gore-Tex.
«Susan, come ti muoveresti?»
Lei trasse un sospiro. «È contagiosa?»
Signorsì la guardò scuro in volto. «Altamente contagiosa, sì.»
«Selezionerei zone affollate dove ci sia un grande transito di persone
perché gli infetti, continuando a muoversi, contagerebbero altre persone, le
famiglie, per esempio. A loro volta i bambini la passerebbero ai compagni
di scuola, le mogli, o i mariti, agli amici o ai colleghi. La catena non a-
vrebbe fine.»
Suzy, in pratica, era sull'orlo della sedia. Signorsì, senza smettere di
guardarla, bevve un sorso di caffè e posò con cautela la tazza sul tavolino.
Potevo anche non sparire. «Ricordate l'attacco all'antrace negli Stati Uni-
ti?»
Pendeva dalle sue labbra.
«La gente aveva paura di andare al lavoro, era spaventata dalla semplice
idea di aprire una busta. L'America ha patito un danno economico enorme
da un numero molto piccolo di agenti. E quanti morti ci sono stati? Cin-
que?»
Suzy continuava ad annuire. Doveva stare attenta perché rischiava che la
testa le si staccasse dal collo.
«Il danno peggiore lo ha causato l'effetto psicologico. Ma in questo caso
sarebbe ancora più grave.»
Ritenni giunto il momento di intervenire e dire la mia, prima che il loro
festino amoroso si trasformasse in un'orgia. «Questo significa che gli e-
sperti secondo cui gli obiettivi di JI non erano compatibili con le aspira-
zioni di globalità di Al Qaeda non ci hanno visto giusto?»
Signorsì si voltò a guardarmi negli occhi, probabilmente sorpreso che
fossi in grado di usare parole con più di due sillabe. «Esatto. E, poiché tutti
sono concentrati sugli arabi, gli asiatici riescono a sgusciare fra le maglie
della rete. Al giorno d'oggi chiunque veda un arabo pensa che sia un terro-
rista, se vede un asiatico pensa solo che gestisca una rosticceria.»
«Si può sapere che aspetto ha questa roba?» chiese Suzy. «Come si usa
per scatenare un'epidemia, di che tipo di protezione abbiamo bisogno? E,
ancora più importante, da dove cominciamo le ricerche?»
Mantenne ancora per qualche secondo lo sguardo di derisione su di me,
poi si voltò verso di lei. «Il governo non è stato messo al corrente dei det-
tagli dell'attuale situazione. I membri del gabinetto reagirebbero in maniera
esagerata, Downing Street perderebbe come un colabrodo e nel giro di po-
che ore le strade si troverebbero in preda all'anarchia. È per questo che sie-
te qui. Non deve succedere.»
Il cellulare trillò ancora e Mazzadagolf sparì di nuovo in cucina. Signor-
sì continuò. «Le parole 'peste' e 'polmonare' non compariranno in nessuna
relazione e in nessun rapporto. Dovete sempre riferirvi all'agente patogeno
con il nome in codice 'Dark Winter'. Ripeto, in nessun caso le parole
'polmonare' o 'peste' devono essere pronunciate. Si tratta solo di Dark Win-
ter. Mi avete capito bene? Tutti e due?» Puntò un dito verso Suzy e lei an-
nuì, poi verso di me e anch'io feci cenno di aver capito. Non avevo nessuna
intenzione di trattenermi più a lungo del necessario, ma allo stesso tempo
avevo bisogno di ricevere istruzioni. Signorsì si raddrizzò e posò le mani
sulle ginocchia. «Il vostro compito è molto semplice: prendere il controllo
di Dark Winter.» E, dato che era la linea guida della missione, la ripeté per
accertarsi che fosse tutto chiaro.
«Comunque...» Sapevo che avrebbe continuato così, c'era sempre un
«comunque». Agitò l'indice in aria. «... se vi trovaste faccia a faccia con
una o più persone che vogliano impedirvi di prendere il controllo su Dark
Winter, dovrete reagire come richiede la situazione e in modo da assicura-
re l'incolumità della comunità e di voi stessi.»
Era la solita frase priva di senso. Le esecuzioni sbrigative erano illegali
se mancava l'okay del ministero dell'Interno o degli Esteri, non ricordavo
mai quale dei due e, se non fosse arrivato, Signorsì si sarebbe parato il culo
dichiarando di non aver mai ordinato l'uccisione di ASU in Inghilterra.
«Per prima cosa prenderete contatto con la fonte. Yvette vi fornirà tutti i
dettagli dell'incontro.» Scambiò un'occhiata con Mazzadagolf. «Quando il
nostro amico risolverà i suoi problemi.»
Suzy si mise comoda e accavallò le gambe. «Questo vuol dire che nes-
sun altro è coinvolto?»
«Nessun altro.»
«Un po' come usare una noce per spaccare una mazza, o sbaglio?»
Signorsì prese a radunare le sue carte e Mazzadagolf si alzò. La giacca
frusciò quando si chinò in avanti per infilare le braccia nelle maniche. «Per
certi aspetti questo lavoro è più complicato di altri. Il Servizio ha un equi-
librio difficile da perseguire», disse.
Era la prima volta che la sentivo alzare la voce.
«Dobbiamo andare là fuori e trovare Dark Winter, ma anche evitare che
il pubblico venga a conoscenza della sua esistenza e dell'uso che intendono
farne e nel pubblico, purtroppo, vanno inclusi il governo e le altre agenzie,
oltre a membri del Servizio stesso. Non c'è altro sistema se vogliamo pro-
teggere la popolazione e raggiungere il nostro obiettivo. Comunque ab-
biamo una piccola finestra di possibilità per sradicare il problema prima
che le circostanze rendano prudente informare le agenzie interessate nel
prossimo futuro.»
Sembrava di sentire una battuta da Yes, Minister e io non capii una paro-
la di quello che aveva detto. Ma compresi il messaggio: in caso di errori, la
colpa sarebbe stata scaricata su altri. Dark Winter era il nome dato a un'e-
sercitazione americana condotta nel giugno 2001 con lo scopo di istruire le
forze politiche sulla possibilità di un attacco bioterroristico. Nella simula-
zione, la rete terroristica aveva attaccato città americane - Atlanta, Okla-
homa City e Philadelphia - con il virus del vaiolo. Nel giro di quindici
giorni il germe era presente in tutti i cinquanta Stati e in diverse altre na-
zioni. La simulazione era stata un successo. Migliaia di americani «mori-
rono» e un numero infinito venne «contagiato». Io ne ero venuto a cono-
scenza solo perché un mio amico era stato coinvolto. Il mondo intero a-
vrebbe dovuto mettersi in allerta e tenerne conto. Ma ebbe luogo tre mesi
prima dell'11 settembre e nessuno batté ciglio.
Capivo benissimo ciò che stava succedendo. La Ditta si stava parando il
culo in caso fossero trapelate le informazioni sull'attacco o in caso fossimo
stati scoperti. Se il primo ministro avesse accusato il Servizio di muoversi
in modo troppo autonomo, Signorsì avrebbe potuto replicare: «Certo che
abbiamo informato il governo, ma i rapporti dell'intelligence non li ha letti
nessuno? È possibile che nessuno sappia cos'è Dark Winter?» Dopo la più
recente guerra del Golfo, i rapporti tra Ditta e governo non erano dei mi-
gliori. Avrei scommesso che Signorsì godeva nel tener loro nascosta la co-
sa. Suzy era sempre più eccitata. Adesso non avevo più dubbi: viveva per
quella merda.
Signorsì infilò le ultime carte nella valigetta. Yvette lo imitò e continuò
a parlare mentre chiudeva la manetta intorno al polso. «Alle tre in punto si
terrà un incontro per chiarirvi le idee sul contenuto delle bottiglie. Si
chiama Simon e verrà qui. È all'oscuro di tutto quello che riguarda l'opera-
zione ed è convinto di venire a tenere una lezione a qualche funzionario
del ministero degli Esteri.» Con un sorriso sollevò lo sguardo e ci fissò en-
trambi. Signorsì aveva chiuso la sua manetta. «Sarò di ritorno alle sei, mi
auguro con i dettagli per l'incontro con la fonte e due Packet Oscar.»
Signorsì si alzò. Non chiedeva mai se qualcuno aveva domande: per
quanto lo riguardava, quando lui finiva di parlare chi lo aveva ascoltato
sapeva tutto ciò che aveva bisogno di sapere.
Si avviarono verso la porta, Suzy li precedeva di pochi passi con le taz-
ze, quindi virò in direzione della cucina.
Quando Signorsì mi fu vicino si chinò per un attimo alla mia altezza,
tanto che la condensa del suo respiro mi bagnò l'orecchio. «Vedi di orga-
nizzare per benino ciò che devi fare per la ragazzina prima dell'incontro
delle tre. Dopo sei tutto mio.»
Il portone si chiuse e Suzy tornò. Era raggiante. «Allora? Di nuovo in
pista, vero? Ma non credo che il capo sia contento di rivederti come lo so-
no io...» Infilò una mano in tasca ed estrasse un pacchetto di gomme da
masticare, poi con un salto all'indietro sprofondò nel divano di Signorsì
con le gambe su un bracciolo. «Okay che ne pensi di tutta la faccenda?»
«Cerco di tenere la mente sgombra.»
«Grazie. Ma vedi di non esagerare.»
Mi soppesò mentre s'infilava in bocca due pezzi di gomma. «Be', se non
altro non morirai di fumo passivo. Ho smesso.»
«Grazie al cielo.» Mi diressi verso la porta e mentre giravo la maniglia
le urlai: «Abbiamo un'ora prima di quella cosa con Simon. Esco a compra-
re la roba per lavarmi e radermi. Ci vediamo fra un po'».
«Okay...» Non sembrava troppo convinta.

17

Il parchimetro stava per scadere quando raggiunsi l'auto e premetti il


pulsante di apertura. Ero uscito con la convinzione che avrei trovato Sun-
dance e Scarpedatennis pronti per un ultimo caloroso addio. Ma non erano
in vista. Per loro la giornata di lavoro era finita e probabilmente si erano
già rintanati nei loro buchi.
Cosa cazzo potevo fare per tirarmi fuori da quel casino? Non ne avevo
idea. Sapevo però che avrei fatto meglio a concentrarmi sulla preparazione
del lavoro, in caso non fossi riuscito a sganciarmi dall'incarico e da Si-
gnorsì. Il mondo era ingiusto. George aveva ragione, dov'era la novità?
George aveva sempre ragione.
Dall'altro capo mi giunse un confuso «pronto?» Carmen doveva essere
bloccata in fondo a un pozzo se a Jimmy era concesso di rispondere al tele-
fono. «Jimmy, sono io, Nick. Ascolta, io...»
«Un attimo, è meglio che tu parli con Carmen.» Sentii il suono della TV
dal salotto e l'ordine mondiale venne ripristinato.
«Pronto?» La solita voce da martire.
«Mi dispiace, Carmen, non so ancora se riuscirò a rientrare questa sera.»
«Davvero? E allora?»
«Allora dovrete portarla voi a Chelsea. È importante che non perda ne-
anche una seduta. Ascolta, spero ancora di riuscire a tornare e portarcela
io. Ho voglia di vederla.» Sentii che traeva un gran respiro per prepararsi a
farmi un discorsetto, ma riuscii a prevenirla. «Stammi a sentire, Carmen,
non perdiamo tempo in cazzate. Ho fretta. Ancora pochi anni e sarà grande
abbastanza per badare a se stessa e a quel punto non saremo più obbligati a
parlarci. Sopporto i tuoi continui lamenti solo per il bene di Kelly. Perciò
fammi il piacere di parlare in modo normale. Allora, l'accompagnate o
no?»
Mi giunsero brevi respiri nervosi. «Ma non sappiamo neppure come ar-
rivarci, dallo psichiatra. Jimmy non è capace di usare la metropolitana.»
Non riusciva a cambiare.
Cercai di mantenere un tono di voce normale. «Carmen, non dovrete
prendere la metropolitana. Ti dico io quello che dovete fare: chiamate un
taxi. Ogni giorno ti arrivano sotto la porta montagne di volantini del servi-
zio minicab. Pago io. Capito? È tutto sistemato.»
«Ma a che ora deve essere lì? Non è che ci voglia un attimo. Il taxi deve
venire a prenderci e portarci, sai com'è. Noi...»
«Ti darò tutte le coordinate fra un attimo. Kelly è lì? Posso parlarle?»
Il tono di voce subì un'ulteriore variazione. Stavolta era piuttosto com-
piaciuto. «Al momento è molto arrabbiata con te, te lo assicuro. Non riu-
sciamo a cavarle una parola di bocca. Qualsiasi cosa tu le abbia detto, l'ha
sconvolta. Ma non importa, supereremo il momento.»
«Carmen, la vuoi piantare con queste idiozie? Ce la porti domani o no?»
«Sì, lo farò.»
«Ottimo. Ti ringrazio molto. Ah, quasi dimenticavo, dovrebbe arrivare
un pacchetto per me, domani o lunedì. Lo tieni fino a che non passo a riti-
rarlo?»
«Questa è una cosa che posso fare.» Parlava come se il pacchetto fosse
grande quanto un'utilitaria.
«Grazie. Posso parlare con Kelly, adesso?»
La sentii borbottare mentre si alzava e portava il telefono fuori dal sog-
giorno. Avrei voluto che Kelly avesse il suo cellulare, ma quello che pos-
sedeva non era tri-band e quindi lo aveva lasciato in America.
Il vociare della TV svanì e sentii una breve discussione prima che mi
giungesse il suo respiro. «Kelly?»
«Lo so, non riesci a farcela. Per il lavoro. Nessun problema.»
«Ma non è così. Sono bloccato. Ce la sto mettendo tutta per rientrare
stasera, ma se non ci riesco ti accompagnano loro dalla dottoressa Hughes
e io cercherò di raggiungerti là. Mi dispiace, sto cercando di sganciarmi,
davvero.»
Tutte cose che aveva già sentito. «Certo, come preferisci. Vuoi parlare
con la nonna?»
«No, voglio parlare con te.»
«E di cosa dobbiamo parlare? A domani, allora, forse...»
Chiuse la comunicazione. Capivo le sue ragioni ma la cosa mi fece in-
cazzare lo stesso. Richiamai e rispose Carmen. Le fornii i dettagli e l'orario
dell'incontro con la dottoressa Hughes e riagganciai.
Lasciai il parcheggio e mi diressi verso un grande magazzino, senza
smettere di cercare con gli occhi la Volvo.
Da Superdrug comprai il necessario per lavarmi e un marsupio nero di
nylon. Quindi andai in un negozio che faceva anche da ufficio postale e mi
procurai una busta imbottita formato A4 e una penna. Ci infilai dentro il
passaporto a nome Nick Stone, il portafoglio con le carte di credito della
Citybank e tutto quello che apparteneva a Nick Stone, comprese le chiavi
della casa di Carmen. Odiavo quando la Ditta mi toglieva i documenti veri:
era come perdere l'identità, la mia vita; mi faceva sentire scoperto e indife-
so. In quel modo, se non altro, sapevo dov'erano e, se tutto fosse andato
bene e avessero deciso di fare a meno di me, li avrei recuperati presto. Non
riuscii a non sorridere mentre scrivevo il mio nome e l'indirizzo sulla bu-
sta. Carmen aveva deciso di battezzare il bungalow «I sicomori» e aveva
costretto Jimmy ad appendere un cartello con il nome, ma se non si indica-
va il numero civico, il 68, la posta non sarebbe mai arrivata.

18

Suonai il campanello con dieci minuti di anticipo. Suzy mi aprì la porta


e per poco il fumo delle sue Benson & Hedges mi soffocò. Le finestre a-
vevano tutte doppi vetri e più serrature della Banca d'Inghilterra. La seguii
in camera da letto in una cortina di fumo.
«Lo so, Nick, mi dispiace. Ma avevo nausea. La gomma da masticare fa
venire il voltastomaco.»
«Perché non provi con i cerotti o qualcosa di simile?»
«Prometto, questa è l'ultima, davvero.»
Era evidente che Mazzadagolf era già venuta e andata, per fortuna aveva
detto che sarebbe tornata alle sei. In camera di Suzy c'era una valigia aper-
ta sul letto. La stava svuotando. Mi mostrò un apparecchio telefonico No-
kia. «Ne abbiamo uno ciascuno, più uno di scorta, tre pile e un fill gun. Per
il resto sono Packet Oscar del tipo standard.»
Lasciai cadere il mio sacchetto sul letto e vidi che l'anta dell'armadio era
aperta. I due ripiani sulla destra erano pieni di biancheria e calze, oltre a un
asciugacapelli e una busta con il necessario per lavarsi.
Nella valigia c'erano due MP5 SD, cioè le normali mitragliette Heckler
& Koch MP5 ma con una canna più spessa, cinque o sei scatole di muni-
zioni e tre caricatori per ogni arma. Erano per noi, per permetterci di reagi-
re, come la situazione ci avrebbe imposto, in modo da non mettere in peri-
colo la salute pubblica e la nostra.
Le SD erano a soppressione e non con silenziatore. È impossibile riusci-
re ad annullare del tutto il rumore del colpo. Un soppressore si limita ad at-
tutirlo con una serie di congegni in gomma e in plastica sottile posti all'in-
terno della canna, che servono a disperdere i gas che fanno fuoriuscire i
colpi. Quando il colpo lascia la canna si avverte solo un rumore sordo,
nessuna fiamma e il clic delle parti in movimento che arretrano prima che
la molla di ritorno le spinga nuovamente in avanti a prendere un altro pro-
iettile che viene spinto nella camera di scoppio.
Le armi erano dotate di dispositivo ottico olografico, un quadratino
montato dove di solito si trova il mirino posteriore e quando lo si usava era
come guardare il monitor di avvertimento su uno schermo.
Esistevano pacchi diversi per i diversi lavori. Packet Oscar era una con-
fezione per uccidere in operazioni sotto copertura. Oltre alle SD, contene-
va l'attrezzatura base per fare irruzione e uccidere dentro un edificio in
un'operazione sotto copertura. Era ben arrotolata in una custodia nera, era
il PVC MOE (Method Of Entry, sistema per effrazione).
Quei due particolari Packet Oscar contenevano alcuni extra. Presi uno
dei telefoni mentre Suzy si dava da fare con gli altri due e inseriva lo spi-
notto nel fill gun, una sottile scatoletta verde in lega, grande più o meno
quanto una tavoletta di cioccolata da mezzo chilo.
Suzy premette il pulsante nero e lo tenne premuto fino a che la luce ros-
sa non iniziò a lampeggiare, segnale che il codice per criptare era stato sca-
ricato. Il telefono poteva essere messo sul canale sicuro in qualsiasi mo-
mento e chiunque fosse stato in ascolto non avrebbe sentito altro che fru-
scii. E, altrettanto importante, rendeva il telefono non rintracciabile; i tele-
foni digitali erano notoriamente facili da individuare, ma una volta caricati
con il fill gun e posizionati su «sicuro» diventavamo invisibili. Due, dieci,
anche cento telefoni potevano essere riempiti con lo stesso codice di crip-
tazione e tutti potevano effettuare chiamate e parlare in modo esplicito con
la certezza di non poter essere intercettati.
Dopo l'11 settembre i soldi per aggiornare gli equipaggiamenti erano mi-
racolosamente arrivati. I telefoni erano anni luce dal vecchio sistema di ta-
volette per criptare un messaggio in una serie di numeri da inserire nel te-
lefono. Ci voleva un sacco di tempo e c'era sempre la possibilità di sbaglia-
re se si era sotto pressione.
Alcuni fill gun avevano un certo numero di codici e quindi, durante
un'azione, potevano essere cambiati spesso a ore e date stabilite. In genere
c'era un selettore con i numeri dall'uno al dieci, pertanto si poteva ricevere
l'istruzione: «Giovedì si usa il sei». Ma nel nostro fill gun c'era solo un co-
dice. Avremmo comunque cercato di effettuare una ricarica ogni venti-
quattro ore per essere sicuri che la carica non si esaurisse e il codice di
criptazione non subisse alterazioni. Ogni telefono, come tutti i Nokia, ave-
va sul retro un'etichetta con il PIN, codice di accesso di sicurezza, ed erano
tutti uguali, 4321. Gran fantasia.
Accesi i telefoni e li collegai al caricabatterie per controllare che fossero
carichi. Suzy mi venne vicino. Sotto l'odore delle B&H fumate nervosa-
mente sapeva di pulito e di shampoo alle mele. «Allora, sei riuscito a com-
prare quello che ti serviva?» Sembrava piuttosto eccitata, ma di proposito
evitò di guardarmi negli occhi.
«Sì. Ho perso un sacco di tempo a trovare posteggio per la macchina.»
M'interruppi per un istante. «E tu? Tutto bene?»
«Certo che sto bene», scattò. «Perché non dovrei?»
L'avevo irritata ma non di proposito.
Non sollevò lo sguardo finché la luce rossa dell'ultimo telefono in carica
non lampeggiò. «Conosci bene il capo? Quando ci ha impartito le ultime
istruzioni prima di Penang ho avuto l'impressione che fra voi due ci fosse
qualcosa...»
«Lo conosco appena, è che fra noi è scattata la famosa attrazione fatale.»
Non mi credette neppure per un attimo. «Già, certo.»
«Hai già chiamato il tuo CA?»
«Certo che no. Prima dobbiamo inventarci una storia. Quella di Penang
è superata o sbaglio?» Si alzò, sul viso aveva un'espressione soddisfatta,
quasi provocatoria. Era a pochi centimetri da me. «Vuoi fare il piacere di
concentrarti?» Il suo respiro sapeva ancora di fumo. «È chiaro come il sole
che non hai nessuna voglia di essere qui.»
Passammo alcuni minuti a mettere insieme qualcosa, poi io andai nella
stanza principale e composi un numero sul cellulare, lei andò in camera a
fare la sua telefonata. Mi rispose la voce allegra di una donna di mezz'età.
«Rosemary, come stai? Sono Nick.»
«Molto bene, grazie. Com'è andata la vacanza?»
«Fantastica.»
«Ti sei dimenticato di mandarci una cartolina, ragazzaccio.»
Erano brave persone, James e Rosemary. Il loro ruolo era confermare la
mia vita di copertura. Quando ero un K avevo l'abitudine di andare a tro-
varli ogni volta che potevo, soprattutto prima di un lavoro, in modo che
più tempo passava e più la copertura diventava credibile. Erano completa-
mente all'oscuro delle missioni e non volevano saperne nulla: le nostre
chiacchierate si limitavano ai pettegolezzi sul circolo e a come eliminare i
pidocchi dalle rose.
Tutti i miei documenti, tutte le mie carte di credito, tutto quello che ne-
cessitava di un indirizzo riportavano il loro. Per mantenere un flusso co-
stante di posta e movimentare l'estratto conto delle carte di credito, mi ero
abbonato a tre o quattro riviste settimanali e mensili. Non li vedevo da un
anno, da quando avevo cominciato a lavorare per George, così avevo avuto
molto terreno da recuperare prima del lavoro a Penang. Era stata una sor-
presa per tutti.
«Mi dispiace per la cartolina, ma tanto lo sai com'è fatta la Spagna. Il
tempo è stato magnifico.»
«Sono verde d'invidia. Anche noi speriamo di andare in Spagna
quest'anno.» Aveva capito: la Malesia ormai era storia. «Dimmi, Nick,
posso fare qualcosa per te?»
«Sai, la vacanza è andata così bene che penso proprio di andare a Londra
per un po' con la mia nuova ragazza, forse un paio di settimane. Sembra
proprio una cosa seria e tu sei sempre convinta che si chiami Suzy o Zoe,
un nome del genere. Ma più che altro ho chiamato per ringraziarti ancora
per avermi accompagnato in stazione stamattina.»
«Già. L'espresso delle 8.16 per Waterloo?»
«Proprio quello.»
«Due settimane, mi sembra una bella idea. Ti auguro di divertirti. A
quanto dici dev'essere proprio una ragazza simpatica. Ce la farai conosce-
re, un giorno?»
«Tempo al tempo, Rosemary, non è ancora il caso di comprare un cap-
pello nuovo. C'è qualcosa che dovrei sapere?»
«Non molto, a dire il vero. Abbiamo una nuova TV in salotto, l'hanno
portata martedì scorso, non c'eri così ti sei perso la consegna. È un Sony
nero a schermo grande, ventiquattro pollici. A te e a James piace ma a me
no perché fa sembrare il mobiletto su cui è posata troppo piccolo, sai di
quale parlo, quello marrone in finto legno.»
«Lo ricordo benissimo, ma non preoccuparti, pensa solo che potrai vede-
re Delia ancora più grande e ancora meglio. Comunque, saluta tanto James
da parte mia.»
«Certo. Ora è fuori, è andato a Waitrose. Dopo essersi tanto lamentato e
dopo essere stato a capo di quel maledetto comitato che voleva impedire
che fosse costruito, adesso è sempre lì!»
Ridemmo entrambi, ci salutammo e andai in cucina a preparare un caffè.
Il citofono ronzò e io risposi. Una voce piuttosto nervosa gracchiò:
«Salve, sono Simon, penso di essere atteso. Una signora che si chiama
Yvette mi ha detto di trovarmi qui alle tre».
Premetti il pulsante di apertura, Suzy uscì dalla camera da letto e chiuse
la porta, poi si guardò intorno per controllare che non avessimo lasciato
qualche componente della SD sul vassoio del tè.
Accesi il bollitore dell'acqua in cucina e aprii la porta. Guardando per le
scale scorsi, due piani più in basso, una testa di capelli biondi ben tagliati e
ben pettinati che stava salendo. Quando fu più vicino notai che era sulla
trentina, alto e magro e molto curato. Mi sembrò logico: dopo aver passato
la giornata circondato da insetti carnivori e altre schifezze del genere, si
sente il bisogno di darsi una bella strigliata.
Quando ebbe raggiunto il pianerottolo, feci un passo indietro per farlo
entrare. Doveva essere alto come minimo un metro e novantacinque: i miei
occhi erano all'altezza del suo collo. Teneva stretto fra le mani uno zaino
di tessuto piuttosto rovinato che doveva usare da quando era studente. Po-
teva essere stato il capitano della squadra di pallacanestro, ma probabil-
mente era troppo educato.
«Salve.»
Si fermò nell'ingresso, accennando un movimento, come se fosse incerto
sul da farsi. Ci stringemmo la mano e ci scambiammo un sorriso. Era rasa-
to alla perfezione e sulle guance aveva quelle chiazze rosse che si vedono
al circo. Forse era la fatica di aver fatto le scale, o forse era solo nervoso.
Non appena lo vidi mi diede l'impressione di essere una persona estrema-
mente buona e gentile. Mi augurai che l'incontro con noi non gli rovinasse
la vita.
Indicai verso destra e mi seguì nel soggiorno. Lo feci accomodare sul
divano. «Ho appena messo su l'acqua, bevi qualcosa?»
Suzy entrò e gli tese la mano con un cordiale «ciao». Anche se era mez-
zo seduto, quando la mano di lei sparì nella sua erano alti uguali. «No,
grazie, non prendo niente. Non mi fermerò molto. C'è un'auto giù che mi
aspetta perché alle quattro e mezzo ho un'altra riunione.»
Senza smettere di sorridere Suzy incrociò per un attimo il mio sguardo.
Alle quattro e mezzo non sarebbe andato a nessuna riunione ma in isola-
mento, finché la missione non fosse conclusa. «Non vuoi il suo tè? Ottima
mossa, scommetto che molte delle cose del tuo laboratorio hanno un gusto
migliore.»
Battuta orribile, ma lui rise lo stesso, ancora incerto se alzarsi di nuovo o
sedersi comodamente. Suzy gli fece cenno di sedere. «Simon, vero?»
«Sì, Simon, Simon Ma...»
Lo interruppe. «Simon è più che sufficiente. Allora, Simon, di cosa ci
parlerai oggi?»

19

«Posso?» domandò tenendo lo zaino sospeso sopra il tavolo.


«Certo.» Suzy faceva il possibile per farlo sentire a suo agio, ma, a ve-
derlo con il sedere sprofondato nel divano e le ginocchia quasi contro il
mento, non sembrava per niente comodo.
Posò la sacca e si tolse il soprabito. Indossava un cardigan marrone ros-
siccio sopra una camicia a quadrettini marroni. Era ancora agitato; forse
dubitava che l'incontro fosse veramente organizzato dagli Affari Esteri,
forse temeva che subito dopo avremmo potuto sparargli.
Sganciate le fibbie estrasse un certo numero di fotografie dieci per otto e
le posò sul tavolino. Si schiarì la voce.
«Simon, solo qualche domanda prima di cominciare.» Mi piaceva sapere
chi avevo davanti. Non avere informazioni sufficienti da fornire a volte
può essere più pericoloso che non sapere niente del tutto. «Ci puoi dire da
dove vieni?»
Per un paio di secondi, mentre lui decideva se rispondere fosse la cosa
giusta da fare, solo il rumore di Suzy che masticava riempì il silenzio.
«Nessun problema. Sono un medico, lavoravo in Namibia prima di di-
ventare consulente alla Scuola di igiene e medicina tropicale qui a Londra.
Dopo l'attacco dell'antrace negli Stati Uniti sono diventato un esperto in
armi con agenti biologici per gli Affari Esteri. Incontri di aggiornamento
per il personale delle ambasciate, cose così.»
Suzy lo interruppe con un sorriso. «Cosa ti hanno detto, Simon, riguardo
alla tua presenza qui?»
«Solo che devo soddisfare la vostra curiosità sulla peste polmonare e
sulle sue potenzialità come arma. Niente di più.»
Lo ringraziò con un cenno e io feci capire di non avere altre domande.
Prese la dozzina di foto e me le passò. «Questo è quello che ho cercato di
curare per anni.»
Le guardai e mi ritrovai a esaminare una serie di inquadrature ravvicina-
te del corpo gonfio di un vecchio - testa, braccia, tronco - coperto di tume-
fazioni piene di pus. Le dita dei piedi e delle mani, ormai in cancrena,
sembravano uscite da un frullatore. Cercai di non guardare quella del viso,
c'era il terrore in quegli occhi. Lo stavano mangiando vivo. Suzy armeg-
giava con il blister delle cicche, anche lei cercava di evitarla.
Simon lanciava sguardi veloci a entrambi per cercare di capire se quello
era il livello d'informazione che volevamo. Quando Suzy posò l'ultima foto
sul tavolino, decise che era giunto il momento di continuare. «Peste. Le
varianti più importanti sono due: la peste bubbonica, di cui avete sicura-
mente sentito parlare e che è stata la causa della Morte Nera nel XIV seco-
lo uccidendo oltre trenta milioni di persone nella sola Europa. La filastroc-
ca che ci insegnavano all'asilo parla di questa: 'Un tondo tondo di rose e
tanti tanti fiori'.»
Suzy la completò: «'Etciù etciù e tutti cascan giù!'»
Non mi unii al coretto. Non conoscevo le filastrocche. Il mio patrigno
non le voleva sentire per casa. La mamma era sempre al lavoro alla lavan-
deria e non aveva tempo da perdere per insegnare ai figli cose inutili. Non
si trova lavoro con le filastrocche.
Si schiarì di nuovo la voce. «Sì, trenta milioni di persone solo in Europa,
il maggior numero di persone mai ucciso da un'epidemia. Ma la peste bub-
bonica è la meno letale fra le due varianti.» Ci guardò entrambi. «Quella di
cui parliamo oggi è la peste polmonare, che infetta i polmoni e che è così
contagiosa da essere classificata un'arma di classe A. Solo l'antrace e il va-
iolo hanno la stessa classificazione, tanto per chiarire quanto sia letale. Se
non viene curata entro ventiquattr'ore dall'infezione, il rischio di morte è
praticamente pari al cento per cento.»
Suzy si sporse verso di lui. «Quindi la sorveglianza degli agenti, o come
si chiamano, è massima?»
Appena l'accenno di un sorriso. «Non c'è modo. La peste polmonare è
originata, in modo naturale, dal batterio Yersinia pestis, che si trova nei
roditori e nei loro parassiti in tutti i continenti esclusi Australia e Antarti-
de. Gli umani ne sono contagiati se vengono morsicati da pulci infette, ma
per fortuna i casi non sono più di trenta all'anno in tutto il mondo.» Pic-
chiettò le fotografie che erano ancora sul tavolo e si fece triste. «Il vecchio
Archibald ha avuto la sfortuna di essere uno di quelli.»
Non me ne importava niente del vecchio Archibald. Volevo che Simon
non divagasse. «Può essere usato come arma?»
Sospirò e scosse la testa. «Fa paura anche solo pensarlo. Cinquanta chili
dispersi in una città grande come Londra sarebbero sufficienti a infettare
centocinquantamila persone e circa un terzo sarebbe destinato a morire. E
sarebbero solo i primi. Il numero aumenterebbe in modo esponenziale se le
persone contagiate si spostassero in altre città e in altri Paesi. La peste
polmonare si diffonde con la rapidità di un incendio, trasportata dalle goc-
cioline della respirazione: un colpo di tosse o uno starnuto è in grado d'in-
fettare chiunque si trovi nelle vicinanze. Il problema è che non esiste nes-
sun sistema per individuare la presenza dei bacilli della peste nell'aria, nes-
suno sa di essere stato contagiato se non quando si manifestano i primi sin-
tomi.»
Mi resi conto di avere ancora il giubbotto addosso e senza alzarmi del
tutto me lo sfilai. «E quanto ci vuole, dopo quanto si manifestano i sinto-
mi?»
«In genere dal contagio ai sintomi passano da uno a sei giorni, ma spes-
so da due a quattro giorni.»
«Come si possono riconoscere?»
«Dunque, il primo segnale di contagio è un'improvvisa malattia che si
presenta come polmonite o infezione virale. Se i casi clinici non sono mol-
ti, si tende a escludere che si tratti di peste polmonare, data la somiglianza
con le polmoniti virali o batteriche, anche perché in Occidente sono pochi i
medici che hanno visto casi di peste polmonare. Possono passare anche
dieci giorni prima che il servizio nazionale si renda conto di quanto è ac-
caduto e a quel punto tutti i contagiati sono morti.» Si tirò su le maniche
del cardigan. «Usare questo tipo di peste come arma biologica avrebbe ef-
fetti a dir poco catastrofici.»
«Se tu fossi un terrorista, come lo useresti?»
«Non ci vuole particolare abilità a far moltiplicare il batterio Yersinia
pestis, e ancor meno a diffonderlo. È sufficiente ridurlo in particelle di
polvere finissima in modo che sia possibile spargerlo nell'aria. Magari irro-
rando una città o una metropoli con un nebulizzatore in uso per l'agricoltu-
ra, ma anche con una bomboletta pressurizzata usata da individui per la
strada, oppure con grandi bombole da ospedale messe in auto che rilascia-
no l'agente mentre si va in giro. E ancora può essere trasmesso a mano,
magari con una bomboletta nascosta dentro uno zaino, o anche con un
normale aerosol. Ma il come non è importante: una volta disperso, una nu-
voletta invisibile e altamente infettiva rimarrà sospesa nell'atmosfera per
circa un'ora, in attesa di essere inalata.»
Suzy si mordicchiò un labbro. «Simon, la polvere può essere trasportata
dentro una bottiglia? E, supponiamo, dodici bottiglie da vino, che zona
possono contaminare?» Piazzò la gomma umida su un angolo del tavolo e
si alzò per raggiungere la borsa.
Simon la seguì con lo sguardo. «Una bottiglia? Sì, se è perfettamente si-
gillata.»
Suzy tornò a sedersi con le sigarette e l'accendino in mano. Mi guardò e
prese una Benson & Hedges e l'espressione sul viso di Simon mi disse che
la lampadina si era accesa.
«È per questo che sono qui, vero? È stato scoperto dello Yersinia pestis?
Dodici bottiglie da settantacinque centilitri, nove litri. Dove? E quali misu-
re di controllo sono state attivate? È stato informato il pubbl...»
Suzy lo interruppe con l'offerta di una sigaretta e lui, con mia sorpresa,
accettò.
«No, Simon, non sappiamo quali misure di controllo siano in atto. Il no-
stro compito è trovare la roba.» Mi guardò e io annuii mentre faceva scat-
tare l'accendino. Poteva benissimo essere messo al corrente considerato
dove sarebbe stato portato dopo l'incontro. Aspirò una lunga boccata e gli
passò l'accendino.
Simon lo studiò a lungo prima di avvicinarlo alla sigaretta che teneva fra
le labbra. «La prima dopo tre anni.»
«Sono contenta che anche tu ci sia ricascato, Simon.» Suzy sorrideva
beata. «Io avevo smesso solo pochi minuti fa.» Agitò la sigaretta che tene-
va fra le dita. «Questa è tutta colpa tua.»
Il fumo di due sigarette riempì l'aria. «Hai altro da aggiungere, Simon?
Come si viene contagiati? Qual è la distanza di sicurezza?»
Soffiò fuori il fumo e si sporse in avanti per scaricare con gesto esperto
la cenere nel portacenere. Avrei giurato che avesse gli occhi lucidi, ma no-
nostante ciò aspirò un'altra veloce boccata. «L'esposizione diretta allo Yer-
sinia pestis significa contagio. Dopo di che chiunque nel raggio di un paio
di metri dalla persona infetta è a rischio - due metri, due iarde, usate l'unità
di misura che preferite - e la possibilità che venga contagiato è altissima.
In poche parole sarebbe paragonabile a un evento biblico.»
Simon scosse della cenere immaginaria e fissò il portacenere. Era chiaro
che pensava ad altro. Mi sembrò passare un tempo lunghissimo prima che
tornasse a guardare Suzy. «Ma accadrà davv...»
«Ascolta, Simon, tu pensa a fare il tuo lavoro. D'accordo?» Se si era fat-
to l'idea che la più debole tra noi fosse lei, si era sbagliato.
«Sì, naturalmente, scusa.» La tirata che seguì fu molto più lunga e il fu-
mo gli uscì da ogni buco della faccia. Continuò. «I primi sintomi sono feb-
bre, mal di testa, tosse, debolezza. Le vittime ritengono che sia colpa delle
condizioni atmosferiche, pensano che si tratti di un raffreddore o influenza.
Molte persone, come ha fatto Archibald, continuano la vita di sempre. Lui
faceva il giardiniere. E in quel lasso di tempo diventano, senza saperlo,
parte della catena del contagio.»
Con un gesto della mano libera indicò le foto. «Poi, dopo pochi giorni,
comincia la tosse con escreato sieroso o ematico causato dall'infezione ai
polmoni, la polmonite. Insufficienza respiratoria, dolori al torace, sintomi
gastrointestinali, nausea, vomito, dolori addominali, diarrea e via dicen-
do.»
Suzy soffiò il fumo verso il soffitto. «E non c'è un lieto fine, giusto?»
Lui scosse la testa e si appoggiò alla spalliera del divano. «Via via che la
polmonite peggiora, da due a quattro giorni, può causare uno shock settico.
Non che la cosa importi molto, perché si muore comunque.» Socchiuse gli
occhi e aspirò un'altra boccata. Gli tremava la mano. «E quando l'epidemia
viene pubblicamente riconosciuta - in genere occorrono dai dieci ai quin-
dici giorni - è troppo tardi per decine, forse centinaia di migliaia di perso-
ne.» Simon si appoggiò tutto all'indietro e fissò il soffitto, come se stesse
visualizzando l'enormità della cosa. Non era il solo.
Suzy e io ci scambiammo un altro sguardo. Lei non sorrideva più. Simon
continuava a portare la sigaretta alla bocca. «L'unico aspetto positivo del
ciclo di vita dello Yersinia pestis è che non ha forma di spora e questo lo
rende facilmente influenzabile dagli agenti esterni, la luce del sole in parti-
colare. Ed è per questo che le particelle sospese nell'aria sono infettive per
non più di un'ora.» Si tirò su e provò con me. Sembrava che facesse fatica
a respirare. «Con quella quantità di Yersinia pestis si mettono a rischio
centinaia di migliaia d'innocenti. Perché non è stata adottata nessuna misu-
ra? La gente dev'essere informata del rischio, questo è fuori dubbio.»
«E come ci si protegge, Simon?»
Si strinse nelle spalle. «La trasmissione da contatto ravvicinato può esse-
re evitata se s'indossa una mascherina chirurgica di classe N95 per i mo-
delli americani e FFP3 per quelli inglesi, inoltre guanti da chirurgo, prote-
zione per gli occhi e cose del genere.» Non sembrava convinto. «Ascolta-
te.» Spense la sigaretta nel portacenere. Suzy fece lo stesso qualche attimo
dopo. «A essere sinceri sono tutte stronzate. Se dovessi avere a che fare
con quella roba, sotto forma di polvere, mi sentirei sicuro solo se indossas-
si una tuta da astronauta.»
Suzy gli offrì un'altra sigaretta che lui accettò volentieri e subito vennero
avvolti da nuove nuvolette di fumo.
Io lo pensai e Suzy lo disse. «Esiste qualcosa che si possa prendere come
prevenzione? Un vaccino, una medicina?»
Simon fece cenno di no con la testa. «No, non esiste vaccino, nel 1999
ne è stata sospesa la produzione, ma l'uso della tetraciclina ha qualche ef-
fetto sia a livello di prevenzione sia in caso di infezione.»
M'inserii senza indugio. «È già qualcosa, ce ne serve una quantità indu-
striale. Riesci a farla avere a Yvette entro oggi?»
Annuì. «Certo, posso organizzare la cosa.» Si rivolse a Suzy. «Sei incin-
ta o c'è qualche probabilità che tu possa esserlo?»
Sollevò il bastoncino cancerogeno appena acceso. «Secondo te?»
«Certi antibiotici possono danneggiare la crescita del feto.»
Suzy si alzò. Aveva recuperato il buon umore. «Fantastico. Tutto quello
che abbiamo sempre voluto conoscere sulla peste polmonare e forse anche
quello che non avremmo voluto sapere mai. Grazie, Simon.»
Lui sorrise, ma il sorriso svanì subito. «Non so con esattezza cosa stia
accadendo e non voglio saperlo, ma il fatto è... ho dei figli e stavo pensan-
do... pensavo che è da tanto tempo che voglio portarli da mia cognata in
Namibia. Ritenete che sia il momento giusto?» Spense la sigaretta. La ma-
no non aveva smesso di tremare.
Suzy e io ci guardammo.
«Vi prego, ho bisogno di saperlo.»
Al diavolo e perché no? «Mettiamola cosi.» Mi alzai e mi avvicinai a
Suzy. «Se io fossi uno dei tuoi figli e tu mi dicessi: 'Domani andiamo a
trovare la zia Edna', e questo per me significasse non andare a scuola e
spostarmi in un bel posto dove fa caldo, io sarei molto contento e mi senti-
rei molto, ma molto, al sicuro.» Guardai Suzy. «Non la pensi così anche
tu?»
«Assolutamente. È il sogno di ogni bambino. Ma tu, Simon, non andrai
con loro.»
Non avrei saputo dire se l'espressione del suo viso indicasse sorpresa o
rassegnazione.
«È tutto okay.» Feci quello stupido gesto di abbassare le mani nel tenta-
tivo d'infondergli calma. «Ma tu non andrai a un altro incontro dopo que-
sto. Mi dispiace, amico. Ci sono due persone che ti aspettano, di sotto.»
«Mio Dio, no. Ho una famiglia e...»
«Cerca di calmarti, amico, niente di quello che pensi. Ti porteranno al
sicuro da qualche parte finché noi non avremo finito - o incasinato - il no-
stro lavoro. Questo è quanto. E comunque, se noi falliamo, sarai contento
di trovarti in isolamento. Le cose stanno così.»
In nessun caso Signorsì avrebbe corso il rischio di una fuga di notizie.
Simon stava per passare un po' di tempo in una casa in campagna e la sua
famiglia sarebbe stata informata che era dovuto andare in tutta fretta nella
giungla per ricerche importanti su qualche insetto.
Suzy gli prese lo zaino mentre lui s'infilava lentamente il cappotto. Mi
avvicinai. «Simon, hai un cellulare?»
«Cosa? Sì...»
Gli diedi una pacca sulla spalla come si fa tra amici. «Ti dico io cosa ti
conviene fare. Mentre scendi chiami tua moglie e le dici che devi andare in
Africa per qualche malattia. Le dici di portare i bambini dalla zia per due
settimane e che tu li raggiungerai là, che paga la ditta, che è un viaggio
gratis, l'opportunità della vita, o qualcosa del genere.»
Si abbottonò il cappotto. «Grazie di cuore.»
Mi strinsi nelle spalle. «Nessun problema. Cerca di non dimenticare le
medicine e stai attento, amico. Attento a quello che dici a tua moglie. Non
incasinarti con quello che sai o, la prossima volta che vedrai i ragazzi di
sotto, non saranno tanto gentili con te. Mi hai capito, vero?»
Recuperò lo zaino che Suzy reggeva e si avviò verso la porta. Suzy lo
seguì. Quando aprì gli posò una mano sulla spalla. «Dimentica quello che
ti ha appena detto.»
Sollevò lo sguardo di scatto. Non capiva, io neppure.
Lei disse: «Se io fossi tua moglie e tu mi dicessi che la vacanza è di due
settimane, sarei contenta. Ma, se tu mi dicessi che durerà un paio di mesi,
non ti crederei».
«Grazie, messaggio ricevuto.»
Gli sfiorò la spalla con una carezza. «Parla con lei, convincila.»
Simon le sorrise, un sorriso tristissimo. «Non credo che sarà possibile. È
morta sei anni fa. A Gillian sarebbe piaciuto molto tornare a casa, ma non
è mai capitata l'occasione. Archibald era il nostro giardiniere. Tutti i giorni
passeggiavano insieme per il giardino.»

20
Suzy rimase accanto alla porta. L'espressione del suo viso mi disse che
stavamo pensando la stessa cosa.
«Mascherina un corno.» Feci pollice verso. «N95 o normali F inglesi, o
cose del genere? Io voglio una tuta NBC.» La tuta Nuclear Biological and
Chemical era a protezione completa per azioni di guerra.
«Chiamo subito Mazzadagolf.» Sparì in camera.
«Dille che vogliamo il vecchio tipo, non la nuova versione per operazio-
ni mimetiche sul campo di battaglia», le urlai.
Mentre lei si occupava di quello, me ne restai lì cercando di sentirmi fie-
ro di me per la cosa carina che avevo fatto con il Signor Gentile, invece di
preoccuparmi per Kelly. George aveva ragione: se quella gente non fosse
stata fermata, nessuna terapia al mondo le sarebbe stata di aiuto. Non c'era
soluzione. Doveva tornare a Laurel.
Suzy tornò con due Nokia. «Mazzadagolf verrà più tardi, stanotte. Se noi
saremo fuori per l'incontro con la fonte, lascerà qui le NBC.»
«Tipo vecchio?»
Annuì. Districò dalle cuffie i caricatori da usare in macchina, poi me ne
passò uno. Ci mettemmo entrambi a adattare le impostazioni alle nostre e-
sigenze.
Suzy faceva del suo meglio per mostrarsi concentrata sul cellulare, ma io
intravidi un piccolo sorriso che le cresceva sul viso.
«Allora, Agente Speciale Austin Powers, non sei madre Teresa ma non
sei neppure un K, o sbaglio?»
Ero troppo occupato a scegliere fra le diverse opzioni di suonerie per
sollevare lo sguardo. «E dai, sei una professionista, puoi fare molto ma
molto meglio...»
«Uno a zero per te.» Scrollò le spalle e per cinque lunghi secondi si con-
centrò sulla procedura amministrativa del Nokia. «Di certo sei un ex mili-
tare e sei inglese.»
Continuai a fare quello che stavo facendo e ascoltai.
«Io sono stata in marina dall'84 al '93. Me ne sono andata per i mari...
be', in un certo senso. Gli ultimi sei anni li ho passati nel Det.»
Allora sì che la guardai.
Lei ghignò. «Sapevo che avrei attirato la tua attenzione.»
«Ma che gioco è questo?»
Comunque fosse, aveva perfettamente ragione. Negli anni '70 l'Irlanda
del Nord era un incubo per la Ditta e per i servizi di sicurezza e la qualità
delle informazioni che riuscivano a raccogliere era infima, perciò le forze
armate avevano costituito una propria unità d'intelligence riservata. Gli o-
peratori reclutati fra i tre corpi erano organizzati in distaccamenti territo-
riali, o Det.
Ormai era lanciata. «Ho fatto due turni nel Det Est, poi sono diventata
istruttore di MOE giù ad Ashford.»
«Ed è così che sei diventata un K?»
«Sì, mi hanno contattato quando mi sono congedata.»
«Perché lasciare la marina? Hai incontrato l'uomo dei tuoi sogni?»
«E dai, conosci le regole, nessuna menata privata.»
«Allora tutto quello che mi hai raccontato di quando tuo padre ha diser-
tato erano tutte palle?»
«No, ma è morto, e quello che ti ho detto si adattava bene alla nostra sto-
ria di copertura. Come fai a conoscere i Det?»
'Fanculo. Non avevo intenzione di passare i giorni successivi in totale si-
lenzio. «Verso la fine degli anni '80 sono stato a capo di una squadra nel
Det Nord.»
«Det Nord?» Scoppiò a ridere e agitò le mani come se tenesse delle re-
dini. «Uno dei cowboy, il gruppo che modifica le leggi a proprio uso e
consumo, o sbaglio?»
«Vediamo di finire il lavoro con i telefoni. Che numero hai? 07802...»
Mi disse le ultime sei cifre e io premetti i tasti che adesso erano silenzio-
si. Almeno quella l'avevo azzeccata. Premetti due volte il pulsante invio.
«Pronto, pronto...» Ogni tre secondi, nel sottofondo, sentivo il debole suo-
no intermittente, anche lei lo sentiva. Era il segnale che eravamo sicuri, la
carica funzionava ancora.
«Ottimo, questo funziona.» Chiusi la comunicazione e salvai il numero
nell'accesso veloce.
Di colpo si fece serissima. «Nick, la cosa ti preoccupa... lavorare con me
intendo?»
Non capivo. «Certo che no. Perché dovrebbe essere un problema lavora-
re con una donna? È vero che vorrei che tu mostrassi più paura di tanto in
tanto, ma a Penang abbiamo lavorato bene, non ti pare?»
«Idiota, cos'hai capito? Non mi riferivo a quello.» Per un momento l'e-
spressione restò seria, poi si aprì nel sorriso più grande del mondo. «Ma al
fatto di lavorare con una persona terribilmente brava come me.» Rideva,
ma non avrei saputo dire se stesse scherzando.
Le persone che si credono invulnerabili mi mettono sempre una certa an-
sia. Stava cominciando a comportarsi come faceva Josh, ma senza il giub-
botto antiproiettile di Gesù.
«E, dato che sei così formidabile, immagino tu sia un quadro permanen-
te?»
I quadri permanenti erano K, operativi le cui azioni potevano essere di-
sconosciute. Erano a libro paga e non liberi professionisti come ero stato
io, ma dovevano comunque fare i lavori di merda che nessun altro voleva
fare.
«Lo sarò dopo questo lavoro, per cui vedi di non fare casini, intesi?»
«Solo se mi prometti di vuotare il portacenere.»
Lo prese e sparì in direzione della cucina. Sentii scorrere l'acqua. Poi mi
urlò: «Ti va adesso quel famoso caffè?»
«Buona idea.» Infilai il Nokia nel marsupio con il mio cellulare. Presto
avrei dovuto chiamare Kelly per informarla e poi dovevo riuscire a met-
termi in contatto con Josh. Cercai di cancellare dalla mente l'espressione
del viso di Archibald.
Mentre l'acqua gorgogliava il telefono squillò. Senza entusiasmo lo tirai
fuori. Signorsì era all'altro capo e il gracchiare fu immediato. «Pronto? Ri-
spondimi.»
«Pronto.» In sottofondo partirono suoni soffocati.
«Starbucks, Cowcross Street, Farringdon. Conosci?»
«So dov'è la stazione.»
«L'incontro con la fonte è alle venti.» Continuò a fornirmi i dettagli
dell'incontro. Suzy si materializzò e si mise al mio fianco, come una scola-
retta che attende di conoscere il risultato degli esami.
Dopo che lui ebbe finito e io ebbi a mia volta riferito tutto a Suzy, schiz-
zammo entrambi in camera a prendere le Browning 9 mm che erano nella
valigia, un piccolo extra che Yvette aveva graziosamente aggiunto ai Pa-
cket Oscar. La Browning era in produzione da circa un milione di anni, ma
a me continuava a piacere e non sentivo la necessità di passare a qualcosa
di più trendy, o di plastica o qualunque fosse l'ultima novità in fatto di pi-
stole. Le nostre due cominciavano a mostrare i segni del tempo. Avevano
subito qualche modifica, il legno delle impugnature era stato sostituito dal-
la gomma. Ma non c'era nessuna prolunga saldata alla leva della sicura so-
pra l'impugnatura, utile perché consente a chi spara di disinserire la sicura
con il pollice della mano destra. Un po' mi dispiaceva perché ho le mani
piuttosto piccole, ma non mi sarei lamentato. Era una pistola semplice: sa-
pevi che premendo il grilletto partiva il colpo. Che altro occorre?
Continuammo con le normali procedure di sicurezza. Con il pollice de-
stro e l'indice tirai indietro l'ingranaggio terminale del carrello e controllai
che non ci fosse un colpo all'interno, poi lo rilasciai in modo che tornasse a
posto da solo. Inserii un caricatore vuoto nella pistola per simulare lo sparo
- non si può sparare senza caricatore -, posai il polpastrello dell'indice de-
stro sul grilletto e saggiai la prima pressione.
Quasi tutti i grilletti hanno due pressioni. La prima di solito è molto
morbida e c'è un po' di gioco prima del punto di arresto, cioè il punto in cui
occorre esercitare pressione per sparare. Quel grilletto aveva tre o quattro
millimetri di gioco prima di opporre resistenza. Premetti piano la seconda
pressione e il carrello avanzò con un clic.
Conoscere la posizione della seconda pressione è estremamente impor-
tante. In prossimità di un bersaglio, quando magari non hai più di un se-
condo per reagire, io mi porto sempre sulla seconda pressione. So che si
tratta a volte solo di pochi millimetri, ma possono fare la differenza. Nono-
stante tutto, non ho nessuna fretta di finire ammazzato.
Indossati i guanti da chirurgo ci apprestammo a riempire la mezza doz-
zina di caricatori da tredici colpi. Se avessimo sparato, con le mitragliette o
con le Browning, i bossoli sarebbero volati ovunque. Non era importante
chi li avrebbe trovati, se amici o nemici, noi due non volevamo lasciare
traccia della nostra presenza. Il lavoro era disconoscibile. Comunque, a
giudicare dal marchio impresso sul fondo, le munizioni erano di fabbrica-
zione tedesca.
Tenendo in mano il caricatore corto in modo che la base dei tozzi proiet-
tili fosse rivolta verso l'esterno, ne afferrai una manata e li spinsi dentro
uno alla volta nell'apertura superiore, quindi li feci scorrere piano all'indie-
tro per essere sicuro che fossero inseriti in modo corretto.
Suzy fece esattamente le stesse cose, fermandosi ogni tanto per un sorso
di caffè. «Allora, adesso vuoi dirmi cosa c'è fra te e il capo?»
Iniziai a riempire il secondo caricatore.
«È chiaro che non vi siete simpatici al punto di scambiarvi gli auguri di
Natale.»
L'amo della canna da pesca era più che evidente ma, 'fanculo, che impor-
tanza aveva?
«Fino all'anno scorso ero un K, poi mi hanno offerto un lavoro migliore
da un'altra parte. Chissà, forse non riesce a vivere senza di me.»
«Dove?»
«Stati Uniti.»
«Oh.» Sorrise mentre guardava il caricatore contro luce. Non ne sapevo
il motivo. «E perché sei tornato qui?»
Presi il terzo caricatore e ricominciai l'operazione, ma non riuscivo a
pensare ad altro che all'espressione che aveva Kelly quando l'avevo trovata
in mezzo ai cartoni. «Mi era sembrata una buona idea, allora.»
Inserii il terzo caricatore nell'impugnatura della pistola e lo feci scorrere
finché non sentii il clic che indicava l'avvenuto alloggiamento. Mai fare un
gesto violento alla Mel Gibson: rovina il caricatore e ciò può causare un
inceppamento.
Con l'impugnatura della pistola saldamente stretta nel palmo della mano
destra, tirai indietro il carrello sino in fondo con la sinistra per poi rila-
sciarlo in modo che tornasse in posizione da solo. Durante questa fase le
parti mobili raccolgono un proiettile e lo mettono in posizione nella came-
ra di scoppio. Poi, voltata l'arma verso sinistra in modo da esporre l'apertu-
ra per l'espulsione, tirai indietro il carrello - solo un poco stavolta - per ve-
rificare che il colpo fosse nel posto giusto.
Dati i problemi che avevo nell'usare la sicura se non era provvista di e-
stensione, facevo sempre così: armavo il colpo a metà. Mettevo il mignolo
della sinistra davanti al cane e premevo con gesto morbido il grilletto. Il
cane avanzava un poco e poi veniva fermato dal dito, a quel punto lo spin-
gevo indietro fino a che non restava alzato a metà. Da quella posizione non
si sarebbe mosso, neppure se avessi premuto il grilletto. Per sparare era
sufficiente fare arretrare completamente il cane, fino al clic di aggancio, e
fare fuoco.
Nella valigia c'erano due spesse fondine ad astuccio in nylon nero, ma
non m'interessavano. La mia pistola andò dritta nei jeans. Il gioco era già
iniziato da troppo per cambiare adesso: i gesti devono essere istintivi, la
mano deve andare diretta alla pistola.
Suzy, invece, si comportava da manuale, aveva armato la pistola, con-
trollato la camera di scoppio, lottato, come avrei fatto io, per inserire la si-
cura e aveva preso una fondina da allacciare alla cintura. Mentre lei apriva
la sua io stringevo la mia in modo che la Browning se ne stesse tranquilla
al suo posto.
«Non hai paura per i gioielli di famiglia?»
«No. Ma la cosa che m'infastidisce è l'olio della pistola sui nuovi boxer
così carini.»
Lei spostò la fondina sopra il rene destro e dopo un ultimo controllo alla
sicura inserì la pistola.
Mi tolsi i guanti, ne lanciai uno a Suzy e li riponemmo nella valigia che
venne chiusa con la cerniera e infilata sotto il letto. Quando si trattava di
nascondigli l'inventiva era pari a quella dei codici del telefono.
Andai in soggiorno a recuperare il marsupio che fissai ai passanti dei je-
ans in modo che non fosse d'intralcio alla Browning. Prima di lasciare
l'appartamento eseguimmo le SOP (Standard Operating Procedures, nor-
mali procedure operative): controllo di finestre e apparecchi elettrici. Poi,
prima di aprire la porta, ci sintonizzammo sul canale «fidanzatini».
Inserii il codice dell'antifurto come se fossimo una coppia felice sul pun-
to di uscire per la gita settimanale da Tesco. L'antifurto non faceva nessun
rumore: l'ultima cosa che la Ditta desiderava, infatti, era l'arrivo della poli-
zia in una casa rifugio. Era collegato direttamente con la QRF (Quick Re-
action Force, forza d'intervento immediato). La porta era rinforzata con
una lastra di metallo per impedire l'effrazione e in ogni camera c'era un
pulsante antipanico, così se uno si stava annoiando poteva premerlo per
rompere le scatole a quelli della QRF che si erano appena seduti per bere il
tè con i biscotti. Scherzo: ladri, o qualsiasi problema durante una delle tan-
te «interviste» che avevano luogo nell'appartamento e in un batter d'occhio
una squadra di quattro persone armate sarebbe intervenuta comunque.
Chiusi la porta a doppia mandata. Attraversata la piazza svoltammo a
destra verso la strada principale. Dopo circa cinque minuti riuscimmo a
fermare un taxi. Suzy adottò il tono di voce che usava sempre con i tassisti,
da Penang a Londra. «Farringdon, caro.»
«Dove esattamente, amore?»
«La fermata della metropolitana va benissimo.»
Raggiunto l'Embankment in un attimo ci trovammo a costeggiare il nuo-
vo muro di cemento che circondava il Parlamento, costruito per impedire
attacchi suicidi. La radio trasmetteva un dibattito sullo stato di massima al-
lerta. Una testa di cazzo qualsiasi di un qualche ufficio importante soste-
neva che le misure di prevenzione avrebbero dovuto rassicurare i turisti e
non essere un deterrente. L'autista del taxi scoppiò a ridere. «Ne ho sentite
di cazzate, ma questo qui ci prende in giro o cosa?»
Guardai il Traser. Erano le 18.45 e l'incontro era fissato per le 20. Una
volta arrivati avremmo avuto tempo a sufficienza per fare una ricognizione
e metterci in postazione.
A Blackfriars lasciammo l'Embankment e svoltammo verso Farringdon;
adesso eravamo fermi a un semaforo. Notai una Ford Mondeo parcheggia-
ta poco più in su e una motocicletta ferma così vicina alla fiancata del gui-
datore che il casco del motociclista era praticamente dentro l'abitacolo.
Nell'auto erano in due, un uomo e una donna. Dal sedile del passeggero lei
era protesa verso di lui per poter partecipare alla conversazione. Arrivò
un'altra moto. Guardai Suzy, anche lei aveva visto. Era una squadra di sor-
veglianza al completo che effettuava un seriale (incarico di sorveglianza). I
casi erano due, o erano in appostamento o avevano perso il bersaglio e sta-
vano decidendo la mossa successiva. Molto probabilmente si trattava di
E4, il gruppo di controllo del governo che teneva sotto tiro tutti, dai terro-
risti ai politici corrotti.
Scattò il verde e, mentre passavamo oltre, le moto schizzarono via in di-
rezioni differenti e la Mondeo fece un'inversione a U che bloccò il traffico.
Il nostro autista vide l'ingorgo nello specchietto retrovisore. «Ci sono per-
sone che farebbero di tutto pur di non pagare la tassa d'entrata.» Rise da
solo della battuta e Suzy annuì pensierosa mentre cambiava posizione.
Dieci minuti dopo ci trovammo ad affrontare un posto di blocco della
cortina di ferro che circondava la City. Poliziotti armati erano vicino a due
auto con i lampeggianti in funzione. L'autista si girò verso di noi. «Non
preoccupatevi, noi svoltiamo prima. Sono ovunque, vero? Cosa succede?»
Suzy scosse la testa. «Non ne ho idea, caro. È così tutti i giorni?»
«A volte sì, a volte no. È una maledetta lotteria. Ve lo dico io, la colpa è
tutta di quel pazzo, quel pazzo fottuto di Osama.»
L'autista ghignò e imboccò Cowcross Street. Vidi la stazione di Farrin-
gdon poco più avanti. Clerkenwell era il posto più in voga del momento.
Tutti i magazzini della zona erano stati riconvertiti in loft dove abitavano
quelli che lavoravano nella City, una breve passeggiata li separava dagli
uffici nello Square Mile e la zona era piena zeppa di bar.
Giunti davanti alla stazione della metropolitana pagammo il taxi. Star-
bucks era lì, da qualche parte.
«Indosserà vestito blu e camicia bianca e avrà nella mano destra una co-
pia dell'Evening Standard.» Così Signorsì aveva descritto la fonte. «E avrà
un impermeabile nero sul braccio sinistro.»
Suzy sarebbe stata in prima linea. Doveva sedere nello Starbucks a bere
un caffè; sul tavolino davanti a lei ci sarebbe stata una copia, piegata,
dell'Independent. La fonte doveva avvicinarsi e chiederle se sapeva come
raggiungere Golden Lane. Suzy avrebbe dovuto rispondere che non lo sa-
peva ma che aveva lo stradario A-Z. Stabilito il contatto avrebbe telefonato
per dirmi di entrare.
La stazione di Farringdon era un vecchio edificio vittoriano. Davanti c'e-
ra una bancarella che vendeva quotidiani, riviste porno, Private Eye, quel
genere di cose. Attesi che Suzy comprasse la sua copia dell'Independent.
Cowcross è leggermente in salita ed è abbastanza stretta, concepita per ca-
valli e carrozze. Era ancora piuttosto trafficata, soprattutto da agenti di
Borsa che non avevano voglia di andare a casa. In mezzo alle facciate mol-
to alla moda c'è una serie di piccoli negozietti, cibo indiano da asporto, pa-
ninoteche e parrucchieri, come denti marci in un contesto altrimenti perfet-
to, tutti in attesa che i proprietari aumentassero l'affitto tanto da non rende-
re più possibile restare dov'erano.
Scorsi l'insegna di Starbucks un po' più in su in Cowcross, sulla sinistra.
La fonte doveva arrivare dalla stazione e dallo stesso lato della strada. A-
vrebbe attraversato all'incrocio con Turnmill Street, circa quindici metri
più in su. Nell'angolo opposto c'era un pub, il Castle, che sembrava lì dai
tempi di Jack lo Squartatore e che sarebbe rimasto spettatore del crollo dei
nuovi locali, tutti vetri fumé e cromature. Il nostro caffè era una trentina di
metri più avanti.
Suzy mi prese a braccetto. «Lo vedi?»
Annuii. In Turnmill Street non c'era molto, solo l'alto muro che costeg-
giava la ferrovia.
Attraversammo. Il pub era pieno di ventiquattrore, impermeabili e gente
che si divertiva. C'erano dei posti liberi, se per caso ne avessimo avuto bi-
sogno, lungo tutta la vetrata, da cui si vedeva bene la strada.
Lo Starbucks sembrava nuovo di zecca e uguale in tutto e per tutto a
quello di George Town, stessa mescolanza di sedie in pelle, panche di le-
gno, divani e tavolini bassi. Era pieno per un quarto. Una rampa di scale
scendeva verso altri posti a sedere e alle toilette. Credo. In fondo, dietro
una porta a vetri, s'intravedevano alcune sedie e tavolini in alluminio luci-
do, sembrava un cortile interno. Più di un'entrata e un'uscita. Perfetto. I ca-
si erano due: o il locale era un punto d'incontro abituale per la Ditta, oppu-
re la fonte sapeva il fatto suo.
Ci infilammo nella traversa successiva e ci ritrovammo in una piazza
piuttosto grande con l'acciottolato rifatto da poco. Vi si affacciava un paio
di locali molto trendy, pieni di merdate in acciaio all'esterno. Il cortile di
Starbucks era alla nostra sinistra.
Suzy mi guardò come se avesse già deciso cosa mangiare e io facessi
parte del menu. «Se le cose si mettono male prima del tuo arrivo, uscirò da
qui. E dopo, chi può dirlo?»
Le passai un braccio intorno alle spalle. «Allora forse è meglio scoprire
se le porte sono aperte, non credi?»
Ma mentre ce ne stavamo lì, uscì una coppia. Suzy era felice. «Perfetto,
e quando mi sono allontanata abbastanza ti telefono.»

21

Tornati a passo lento alla stazione di Farringdon prendemmo un caffè a


un baracchino che vendeva panini e zuppe. Appoggiati al muro esterno, fra
un sorso e l'altro, ispezionammo la zona circostante con aria distratta. Suzy
mordeva con delicatezza il bordo del bicchiere di plastica e il segno che la-
sciava con i denti era simile alla cicatrice del morso di un alsaziano che
avevo sul braccio sinistro. Con gli occhi fissi alla strada ruotò un poco il
bicchiere in modo da trovare una nuova superficie da mordicchiare. «Non
vedo niente che ci possa preoccupare. E tu? Vedi qualcuno da qualche par-
te con in mano un Evening Standard dotato di buchi da spione?»
Aveva ragione: non c'era nessuno che si sforzasse troppo di sembrare
normale. Quasi tutti camminavano a testa bassa, con l'unico pensiero di
tornare presto a casa.
«No, ma gli incontri con le fonti non mi piacciono comunque. A dirla
tutta non sopporto gli informatori, punto. Non importa da che parte stai, è
gente che tradisce qualcuno e la cosa mi mette i brividi.»
Riprese a bere senza perdere di vista la strada.
«Eppure non possiamo fare a meno di loro. Non siamo costretti a inizia-
re nuove amicizie.» Buttò un occhio all'orologio. La imitai. «Venti minuti.
Forse è meglio che cominci a muoverti se vuoi riuscire a farti servire. Non
credi?»
Si voltò e mi sorrise inserendo l'auricolare. Premetti il tasto di selezione
rapida, poi due volte il tasto invio e portai il cellulare all'orecchio. Rispose
prima che terminasse il primo squillo. «Siamo collegati.»
Rimasi in ascolto e sentii i rassicuranti impulsi di sottofondo. «Ci ve-
diamo più tardi, allora. E vedi di non fare proposte indecenti agli scono-
sciuti.» Le sfiorai con un bacio la guancia e me ne andai.
Gettai il caffè avanzato in un cestino, attraversai e mi avviai lentamente
verso il Castle. Prima di entrare inserii l'auricolare. Sul marciapiede oppo-
sto Suzy mi superò diretta da Starbucks.
All'interno il pub era pieno di fumo di sigarette che saliva a spirale verso
il soffitto e di persone felici che tossivano e si rilassavano dopo una setti-
mana di lavoro. Gli uomini avevano la cravatta allentata e il rossetto delle
donne ormai era spalmato tutto sul bordo dei bicchieri. Mi misi in coda per
ordinare una Coca e poi serpeggiai fra la calca per raggiungere la vetrata
che dava sull'incrocio con Turnmill. La musica era forte e il rumore delle
conversazioni copriva il brusio di sottofondo della cuffia, ma in compenso
avevo un'ottima visuale della strada fino alla stazione e di tutta Farringdon
Road.
Mi giunse il rumore della macchina dell'espresso. «Pronto? Ci sei?»
Premetti l'auricolare. «Riesci a sentirmi?»
«Oh, ciao, sì, sono da Starbucks.» Il tono di voce era dolce, come se
stesse parlando al suo ragazzo. «Se ti va, ti aspetto qui.»
«Sì, sono in buona postazione.»
Sorseggiai la Coca e osservai il mondo che passava, senza smettere di
cercare un uomo vestito di blu con la camicia bianca e un impermeabile
nero sul braccio sinistro. Dall'altro lato della strada vidi sopraggiungere un
uomo che sarebbe potuto venire dalla direzione dello Starbucks. Sulla tren-
tina, carnagione decisamente scura, indiano o forse dello Sri Lanka. I ca-
pelli con la riga da un lato, corti dietro e alle basette, avevano una striscia
di grigio all'altezza della tempia. Indossava un giubbotto di renna marrone,
un golf nero e jeans. Non era abbigliato come avrebbe dovuto essere il no-
stro informatore, tuttavia quel tipo attirò la mia attenzione. Come per con-
trollare la strada, prima di passare si voltò a guardare il tratto appena per-
corso e, mentre attraversava, scrutò attentamente Turnmill. Giunto al mar-
ciapiede proseguì diretto verso la stazione e sparì all'interno.
Di lì a poco vidi uscire un altro candidato. Sembrava un orientale, forse
del Sud-est asiatico, vestito blu e impermeabile nero, ma indossato. Si av-
vicinò al chiosco e comprò un giornale.
Avvicinai il microfono della cuffia alla bocca. «Ciao, sai la novità? Ho
un candidato, e forse si è portato un amico.»
Lo guardai rientrare in stazione. «Adesso non lo vedo più.»
«D'accordo, bene.» Immaginai Suzy seduta da Starbucks davanti a un
delizioso cappuccino gigante pieno di schiuma, che reggeva il microfono e
sorrideva come una scema mentre ci scambiavamo dolci insensatezze. Fe-
ce un paio di secondi di pausa. «Oh, sì, capisco benissimo, allora ci ve-
diamo presto!»
Ricomparve. «Ci siamo, ha l'impermeabile sul braccio sinistro e il gior-
nale arrotolato nella destra. Forse saremo solo in tre a prendere il caffè.
L'amico non è in vista.»
Aveva un'aria familiare. Attesi che raggiungesse la vetrata del pub. «Ha
lo Standard.» Lo guardai in viso e il mio cuore accelerò i battiti. «È il tas-
sista stronzo che abbiamo incontrato in vacanza.» Cercai di mantenere un
tono calmo e rilassato. «Si avvicina... mi ha superato... adesso viene verso
di te. Il conducente del taxi...»
«Ma che bello, sarà come tornare ai vecchi tempi.»
Scrutai la strada, cercavo qualcuno o qualcosa che fosse al seguito del
nostro uomo e, come previsto, Ciocca Grigia uscì dalla stazione e non era
da solo. «Credo che gli amici siano due. Pelle marrone su azzurro e blu
scuro su azzurro. Entrambi indiani. Stai all'occhio.»
«È arrivato. Ci vediamo fra poco. Ciao.»
Attraversarono Turnmill e superarono la mia postazione; sembravano
molto all'erta e un po' troppo impegnati a parlare fra loro. Entrambi aveva-
no la carnagione molto scura e liscia e sembrava che si servissero dallo
stesso barbiere: identico taglio squadrato e il collo ben rasato non mostrava
segni di ricrescita. Attesi ancora un po' e attraversai per ottenere una visua-
le migliore del bar.
Non li vedevo, ma sentivo nell'auricolare una voce istruita con accento
del Sud-est asiatico. «Mi scusi, sa per caso dirmi come si fa a raggiungere
Golden Lane?»
«No, mi dispiace, ma se vuole può consultare il mio stradario A-Z.» La
voce di Suzy mi giunse forte e chiara.
M'inserii. «È tutto a posto? Non vedo più gli altri due.»
«Sì.»
«Okay, sto per entrare.»
Percorsi l'ultimo tratto di strada ascoltandola impostare la storia di co-
pertura. A me batteva forte il cuore, lei era fredda più del ghiaccio. «Il mo-
tivo per cui stai parlando con me è che mi hai chiesto come raggiungere
Golden Lane. Adesso io prendo l'A-Z dalla borsa e lo poso sul tavolo. Ab-
biamo iniziato a parlare perché a Pasqua sono stata con il mio ragazzo in
vacanza in Malesia. Mi hai capito?»
Lo sentii acconsentire.
Toccava a Suzy, che era la garante dell'RV, il punto di rendez-vous, im-
postare la storia di copertura. «Allora, da un minuto all'altro ci raggiungerà
il mio ragazzo. Conosciamo tutti Penang e ne parleremo insieme mentre
beviamo un caffè.»
Mi giunse di nuovo il suo assenso.
«Qualsiasi cosa succeda, il mio ragazzo e io usciremo dalla porta poste-
riore. Tu esci da quella principale, da dove sei entrato. Mi segui?»
Entrato nel locale, li vidi subito nell'angolo in fondo sulla sinistra. Suzy
era in posizione di comando, con la schiena contro il muro e poteva con-
trollare entrambe le uscite. Le feci un cenno di saluto con la mano e lui si
voltò. L'A-Z era sul tavolo.
Mi avvicinai e la baciai. «Non smettere, dammi il tempo di spegnere il
telefono.»
Anche lei spense il suo. «Questo signore non sa come raggiungere Gol-
den Lane. Ma sai la coincidenza? Era a Penang nello stesso periodo in cui
c'eravamo noi.»
Gli altri nel bar pensavano agli affari loro e nessuno faceva caso a noi.
Gli feci un cenno e sorrisi. «È stata una vacanza magnifica, mi piacerebbe
da matti tornarci.»
A quel punto eravamo tutti e tre seduti, la copertura e le vie di uscita e-
rano state stabilite. Potevamo procedere.
Silenzio. Era come se aspettasse che fossimo noi a cominciare, il che era
strano perché di solito è esattamente il contrario. Gli sorrisi, forse era solo
nervoso. «Allora, cos'hai per noi?»
Era sulla quarantina avanzata, magro, alto più o meno come Suzy. Por-
tava un orologio in acciaio piuttosto semplice, nessun anello né altri gioiel-
li. I baffi erano spariti e aveva un certo numero di lentiggini marrone scuro
sulle guance e rughe sul resto del viso che ben completavano gli occhi ar-
rossati. Aveva l'aspetto di uno che non dormiva da una settimana, o più
semplicemente di uno ridotto molto male. Ma era impossibile non notare le
mani, enormi, forse più grandi di quelle di Sundance, le unghie erano corte
e ben curate, ma le nocche erano callose, quasi bianche. Di sicuro pratica-
va arti marziali giapponesi o qualcosa di simile, ci faceva sopra le flessioni
e prendeva a pugni tavolette di legno. Di una cosa ero contento, di non es-
sere un pezzo di legno. «Cosa vi aspettate da me?»
Suzy e io ci guardammo.
«Dovete capire che trovare questa ASU sarà estremamente difficile.»
Suzy si avvicinò. «Allora perché ci siamo incontrati, se non hai niente da
darci?»
«Io ho detto ai vostri che non avevo ancora nulla, sono stati loro a insi-
stere per questo incontro. Combattiamo persone pronte al martirio. Sono
professionisti, il successo delle loro azioni sta nell'agire di nascosto, non
commettono errori. E voi non vi chiedete altro se non dove...»
Alzai le mani. «Ascolta, al nostro livello tutte le tue elucubrazioni sono
solo merda, ti è chiaro?»
Mi fissò per alcuni secondi, come se mi stesse soppesando. «Forse ci
vorrà un po' di tempo. Questi non sono come i vostri ragazzini esaltati
dell'Irlanda del Nord...»
Vidi un lampo negli occhi di Suzy. «Sono morti in molti per combattere
quei 'ragazzini'.»
Le posai una mano sul braccio. «Okay, cerchiamo di procedere.»
La fonte si fece seria. «Loro sono qui, sono in Gran Bretagna. Chi è la
persona che devo contattare, con chi avrò a che fare?»
Indicai Suzy. «È lei. Dagli il numero.»
Suzy mi guardò ma non fece domande. Dovevamo mostrarci uniti, anche
se quello ci stava fottendo. Glielo disse e lui chiuse gli occhi per registrarlo
nel software della testa.
Quando li riaprì sembravano ancora più iniettati di sangue.
«Vi chiamerò se e quando avrò qualcosa.» Si alzò per andarsene.
«Sei sicuro di riuscire a localizzare la ASU?» domandai. «Hai qualcuno
che ti aiuta?»
«Non ho bisogno di aiuto. Me la cavo benissimo da solo.»
E uscì dalla porta posteriore.

22

«Attenta, Suzy, guarda.»


Per la strada avevano acceso i lampioni. Meno di trenta secondi dopo
Ciocca Grigia passò davanti alla vetrata. Era diretto verso la stazione.
«È il primo che ho visto.» Poi, mentre lei si appoggiava alla spalliera e
prendeva il bicchiere di cartone con la sua bevanda, passò anche la fonte.
Non guardò neppure dentro. Da ultimo Blu seguì a ruota. Accesi il cellula-
re. «Sta mentendo. Seguiamoli. Parti prima tu.»
Accese il suo, portò la tracolla della borsa alla spalla sinistra e, control-
lando che la giacca di pelle coprisse il fianco destro dove era la Browning,
si chinò a baciarmi. Mentre usciva e spariva all'esterno premetti il tasto di
riselezione. «Pronto, mi senti?»
«Sì, bene. Blu è sulla destra... vicino alla stazione... adesso è all'interno.
Tutti e tre fuori campo.»
Io ero già su Cowcross. Suzy era circa venti metri davanti a me sul mar-
ciapiede di destra, quasi all'altezza del pub.
«Sto per entrare in stazione.» Prima che mi giungesse di nuovo la sua
voce sentii gli altoparlanti e il rumore della biglietteria. «Tutti e tre ancora
fuori campo, continuo a cercare.»
Parecchi fruscii mentre lei ispezionava la zona. «Aspetta, aspetta, aspet-
ta. Sì... li vedo tutti e tre, sono sotto, sulla piattaforma, non riesco a capire
la direzione. Sono ancora separati, ma allo stesso binario. Compro i bi-
glietti.»
La raggiunsi nel giro di un minuto. Mi salutò con un sorriso e un «sono
felice di vederti» e sotto braccio ci avvicinammo ai tornelli. Le telecamere
a circuito chiuso CCTV erano ovunque.
«Guarda in fondo alle scale.»
Una rampa piuttosto ampia in metallo scendeva sino alle piattaforme. Al
di sopra dei cartelloni riuscii a scorgere l'ultimo terzo della testa della fonte
e poco più avanti una riconoscibile ciocca di grigio. Blu era più vicino a
noi, seduto su una panca fra una donna di colore di mezz'età con due sac-
chetti di Tesco e un bianco con una valigetta di cuoio vicino ai piedi.
Suzy mi raggiunse e mi posò la testa sul petto, annuiva mentre io le sus-
surravo romanticamente nell'orecchio: «Non ci resta che aspettare...» Un
treno arrivò rombando sotto di noi. Le persone si avvicinarono al binario.
Blu e i due della panchina si alzarono per unirsi alla massa. «Fottiamocene
degli altri due, tanto non ci conoscono. Seguiamo la fonte. Tu vai nella
carrozza più avanti, io mi occupo di questa.»
Mi porse il biglietto, valido per tutte le zone della metropolitana, e inserì
il suo nel tornello. Le alette si aprirono all'unisono con le porte del treno
sotto di noi. Passai anch'io e scendemmo le scale. Grazie alla copertura dei
cartelloni Suzy si avviò veloce dall'altro lato della piattaforma. Non persi
mai di vista la testa della fonte. Avevo bisogno di esserle più vicino possi-
bile e ciò significava salire sulla prima carrozza alla sua destra. Avanzavo
dietro Suzy, testa bassa per confondermi tra la folla in attesa fino a che lei
non superò l'uomo. Poi mi spostai rapido all'indietro mentre la fonte saliva
sul treno.
Merda. Blu sarebbe salito nella mia carrozza. Non avevo tempo di cam-
biare direzione: ero bloccato. La donna si mise a sedere con la schiena ri-
volta verso il marciapiede. Blu anche. Io sedetti di fronte a lei, cercando di
non inciampare nei sacchetti.
La carrozza era piena per metà. Un paio di ragazzini rimase in piedi per
ostentare sicurezza, tutti gli altri sedettero. Buttai un occhio a destra, oltre
la porta di comunicazione, ma non riuscii a vedere la fonte. Scostandomi
dal sedile mi protesi per prendere un supplemento del Guardian abbando-
nato pochi posti più in là a sinistra della donna di colore. E, mentre l'alto-
parlante ci ricordava di fare attenzione allo spazio tra il vagone e la ban-
china, riuscii a intravedere la fonte seduta a circa metà nella carrozza suc-
cessiva, sul mio stesso lato. Non avrei saputo dire se si era accorta di noi.
Con assoluta certezza Blu non si era reso conto di niente. Se ne stava lì con
le mani posate sulle gambe e gli occhi persi nel vuoto. Basta guardare, per
il momento. Non potevo rischiare un contatto di sguardi: non volevo di-
ventare qualcuno che potesse ricordare in un momento successivo.
Le porte si chiusero e il treno si mosse; eravamo ancora all'aperto, anche
se i muri di mattoni sporchi costeggiavano da vicino i binari. Osservai la
cartina sopra la testa della donna e scoprii che eravamo sulla Circle. Il tre-
no prese velocità e io mi sentii sballottato da una parte all'altra, poi rallen-
tò. Giocherellai con il telefono come se stessi componendo un numero e
portai il microfono vicino alla bocca. Sorrisi come se avessi appena preso
la linea. «Ciao, come stai?»
La sentivo appena sopra lo sferragliare del treno, così avvicinai diretta-
mente il telefono all'orecchio e tolsi l'auricolare.
«Sto bene. Lo vedi oggi?»
Le mie labbra sfioravano il telefono. «Sì, ne vedo due. Fra poco ti per-
do.»
Fece un risolino da ragazzina. «Anch'io. Mi sembra magnifico.» Imma-
ginai che avesse qualcuno seduto nel sedile accanto. Forse Ciocca Grigia.
Silenzio. Controllai il campo sul telefono. Sparì del tutto quando il treno
venne inghiottito da una galleria. Osservai i miei compagni di viaggio. E-
rano tutti persi nel loro mondo, leggevano libri o giornali e cercavano di
evitare il contatto visivo con la persona di fronte. Alcuni, Blu per esempio,
se ne stavano lì lasciando ciondolare la testa da parte a parte. Alla mia sini-
stra l'uomo con la borsa di pelle fra i piedi pareva ossessionato dai peluc-
chi che continuava a togliere dai pantaloni di velluto a coste.
La donna si chinò in avanti e frugò nei sacchetti finché non tirò fuori una
copia di Hello! che prese a sfogliare distratta. Io mi trastullai con l'idea che
Velluto a Coste se ne andasse per le piattaforme affollate nelle ore di punta
con la sua borsa piena di bacilli di peste polmonare e attraverso un buco
sul fondo lasciasse una scia del carico mortale. Poteva girare per la metro-
politana e nessuno si sarebbe fermato a guardarlo due volte. Poteva andare
lontano quanto voleva, tornare a riempire la borsa e cominciare da capo.
Al pari di migliaia di altre persone, anche la donna non avrebbe visto,
udito, sentito l'odore del bacillo che le galleggiava intorno in attesa di esse-
re inalato. La sera sarebbe andata a casa e un paio di giorni dopo avrebbe
pensato di essersi presa l'influenza e con quasi assoluta certezza avrebbe
infettato il marito e i figli. Il marito avrebbe diffuso la buona novella a
chiunque avesse incontrato mentre andava al lavoro e anche lì avrebbe
continuato a farlo. E i bambini sarebbero andati a scuola o al college e a-
vrebbero fatto esattamente la stessa cosa. Non serviva il professore di ma-
tematica di Kelly per calcolare quanto in fretta si sarebbe arrivati a quello
che Simon aveva definito un «evento biblico».
L'altoparlante del treno gracchiò e una voce femminile con la tipica ca-
denza della stessa zona dell'estuario di Suzy ci informò che la stazione
successiva era King's Cross. Dal lato opposto della carrozza le luci della
piattaforma ci inondarono e le pareti buie diventarono di colpo manifesti
pubblicitari di vacanze in Grecia. Il treno si fermò con un soffocato cigolio
di freni e le porte si aprirono lentamente.
Blu si alzò. Guardai attraverso la porta di comunicazione. Anche la fonte
si era alzata, aveva indosso l'impermeabile. Io rimasi dove mi trovavo per-
ché non sapevo da che parte fosse l'uscita. Avrebbe svoltato a sinistra o a
destra? Se avessi cominciato a camminare nella direzione sbagliata potevo
andare a sbatterle contro. Ma se avessi atteso troppo, le porte si sarebbero
chiuse.
Quasi tutte le persone che scendevano dal vagone in cui ero svoltarono a
destra, e Blu era fra loro. Se anche la fonte l'avesse fatto, Suzy l'avrebbe
avuta nel mirino.
Attesi un poco prima di mescolarmi al gregge. Non riuscivo a vedere
nessuno, neppure Suzy, tra la folla che seguiva i cartelli indicanti l'uscita.
Il gruppo andava compatto in un'unica direzione, ma io non perdevo di vi-
sta le altre possibili uscite: King's Cross è uno snodo importante della me-
tropolitana e comprende anche due stazioni ferroviarie di superficie.
Ancora nessun segnale sul telefono mentre mi aprivo un varco fra un
gruppo di adolescenti stranieri indecisi e mi ricongiungevo al filone degli
uomini d'affari che andava spedito ai treni.
Inquadrai Blu. Era a circa metà della scala mobile, fermo. Sembrava non
essersi accorto di nulla. Guardava distrattamente, come tutti, i poster che
scorrevano. Una tacca di campo apparve sul display del telefono. «Pronto,
Suzy?» Nessuna risposta.
Quando mi trovai circa a metà, lui arrivò in cima e scomparve. Comin-
ciai a fare i gradini a due alla volta, scontrandomi con le persone e mormo-
rando parole di scusa.
La scala mobile ci riversava in un atrio da cui si dipartivano cinque o sei
gallerie in direzioni diverse. Difficile stabilire quale avesse preso Blu. Ma
non era importante. Solo la fonte lo era. Presi la prima a sinistra, avevo
una possibilità su cinque di averla azzeccata e percorsi un centinaio di me-
tri.
«Pronto, Nick, pronto?»
«Suzy, ti sento male, molto lontana.»
«È fuori dalla metro. Adesso si trova alla stazione della linea principale,
li vedo tutti e tre.»
«Arrivo tra un attimo.» Feci dietro front e avanzai contro corrente fino
all'arrivo delle scale mobili e seguii le indicazioni per la stazione della li-
nea principale di King's Cross. Ancora spintoni, ancora scuse.
Suzy continuava la radiocronaca: «Tutti e tre diretti all'uscita della sta-
zione che va verso la principale, sono ancora separati. Mi senti?»
«Sì, sto per raggiungervi. Mi scusi, mi dispiace, permesso.» Con un ul-
timo sforzo arrivai in cima alla scala che portava a una sala dal soffitto al-
tissimo. Un gigantesco cartellone digitale mostrava gli orari dei treni in
partenza, quasi tutti in ritardo. Ovunque pendolari che bevevano liquidi
caldi da bicchieri di carta e parlavano al telefono.
Suzy non era in vista ma nell'auricolare mi arrivava il brusio e poi la sua
voce. Fui costretto a tapparmi l'altro orecchio con un dito per riuscire a
sentire quello che stava dicendo, perché anche gli altoparlanti della stazio-
ne avevano cominciato a trasmettere. Riuscii a cogliere solo che parlava
della principale.
«Cosa fa sulla principale?»
«Sono tutti fermi. All'esterno della stazione, ancora separati e fermi. Mi
senti?»
«Sì. Tu mi ricevi?»
«Sì, sì.» Smise di parlare e mi giunse solo il rumore del traffico. Poi:
«Frena, frena, si stanno muovendo. Ancora separati. Hanno raggiunto la
strada, sempre dal lato della stazione, diretti verso sinistra».
«Adesso esco.»

23

La zona era tutta un cantiere. Ovunque recinzioni di ferro, macchinari e


cartelli di scuse per il disagio causato dai lavori per la costruzione del col-
legamento ferroviario veloce con il tunnel della Manica, LA PORTA CHE
COLLEGA L'INGHILTERRA ALL'EUROPA. Subito oltre c'era la strada
principale, un labirinto di vie illuminate e di traffico bloccato in ogni dire-
zione.
«Stanno per attraversare la prima a sinistra, quella che costeggia la sta-
zione.»
Mi avviai in quella direzione. Suzy non smetteva di parlare. «Grigio e
Blu sono dall'altro lato della strada... tempo... tempo, il bersaglio si dirige
verso destra, oltre la principale, verso l'isola. Gli altri due proseguono drit-
ti, lui sta attraversando la principale.»
Non riuscivo a vederla, ma non era importante: vedevo il bersaglio tra la
folla, illuminato dalle arcate dorate. Insieme con altri era in paziente attesa
dell'omino verde, poi si rese conto che il traffico era talmente bloccato che
poteva attraversare comunque. Era diretto a uno spiazzo asfaltato di fronte
a un cadente edificio a tre piani che aveva la forma della prua di una nave
e che divideva in due la strada principale.
«Tempo, tempo, sta per raggiungere l'isola.»
Lo vedevo, era a non più di sessanta metri, e Suzy mi arrivava piuttosto
confusa al di sopra del traffico. «Ce l'ho ancora, ancora. Fermo all'isola.
Sembra diretto alla seconda strada. Sempre fermo.»
Raggiunsi la traversa a sinistra e la passai, superai il McDonald's e mi
diressi all'attraversamento che portava all'isola. Non avevo bisogno di os-
servarlo, mi avrebbe comunicato Suzy i suoi spostamenti. Guardavo avan-
ti, invece: Grigio e Blu avevano svoltato nella seconda traversa a sinistra
ed erano scomparsi.
«Fermo, fermo, scattato il verde, adesso attraversa. Diretto a destra... ora
è sul marciapiede, verso destra. Sembra non essersi accorto.»
Guardai di nuovo in direzione della fonte e la vidi sparire all'interno di
un Costcutter molto illuminato, di quelli che stanno aperti giorno e notte
sette giorni su sette. «Stop, stop, stop!» Scattammo all'unisono.
Raggiunsi l'isola e m'incamminai sul marciapiede a sinistra dell'edificio
a forma di cuneo in modo da essere fuori campo per Costcutter. Suzy lo
teneva d'occhio. «Sono sul bersaglio e posso dirti in che direzione va
quando esce.»
«È un roger, socia. Io sono nella parte buia del vecchio edificio. Gli altri
due hanno preso la prima a sinistra dopo McDonald's. Un attimo...» Mi
spostai in modo da poter leggere il nome della strada. «Sono in Caledonian
Road, Caledonian. Attendo istruzioni.»
«Caledonian, ricevuto.»
Era da sempre una zona malfamata e degradata, un'accozzaglia di locali
da poco dove acquistare kebab, patate, hamburger e materiale porno. Lì
trovavi i vagabondi, gli spacciatori e i loro clienti, molte prostitute. L'edifi-
cio cadente era transennato in attesa di essere ristrutturato e i pannelli di
legno al livello strada erano già imbrattati con le più recenti, artistiche in-
terpretazioni di un mondo migliore.
Sopra il rombo delle auto che imballavano i motori, mi giunse di nuovo
la voce di Suzy. «Attenzione, attenzione. È foxtrot, cammina, foxtrot verso
sinistra. Ha un sacchetto azzurro, alla tua destra con un sacchetto azzurro.»
Tornai alla prua della nave. «Lo vedo, lo vedo.»
Ero circa venti metri dietro di lui. «Sta per raggiungere la prima traversa
sulla sinistra.»
Ci trovavamo di nuovo a camminare sulla principale, di fronte alla sta-
zione, quando lui scomparve. «È andato a sinistra. Non lo vedo più.»
«È un roger. Sono dietro di te, cerco di raggiungere una parallela.»
«Roger.» Suzy avrebbe cercato una strada parallela a quella che aveva
imboccato la fonte.
Raggiunto l'incrocio restai in attesa vicino alla minuscola stazione di po-
lizia sull'angolo. In passato doveva essere un negozietto con i vetri a spec-
chio. «Suzy, è Birkenhead Street.»
«Ricevuto, Birkenhead. Sono dietro di te, all'altezza di Gray's Inn, che
curva dopo un centinaio di metri. Sono parallela a Birkenhead.»
«Roger.»
Attraversai la strada come se volessi andare oltre l'incrocio e raggiunge-
re le luci intermittenti della sala giochi all'angolo opposto rispetto alla sta-
zione di polizia, guardai verso sinistra e dalla porta chiusa mi giunsero i
lampi e il rumore di morte dei videogiochi. «È più o meno a metà di Bir-
kenhead. La strada è lunga circa duecento metri. Alla fine c'è un incrocio a
T. Penso che incroci a sinistra con Gray's Inn.»
«Roger. Io ho un incrocio sulla destra. St Chad's Street, ripeto St Chad's.
Adesso mi fermo e attendo di vederlo spuntare all'incrocio a T.»
Mi fermai all'angolo, volevo mettere una certa distanza fra noi prima di
seguirlo. In ogni caso, come fosse arrivato all'incrocio, Suzy avrebbe visto
in che direzione andava. «Okay, è un roger. Lo vedo ancora, a sinistra in
Birkenhead.»
Birkenhead era una strada con case in stile edoardiano che erano state
convertite in alberghetti del vizio. Sembravano avere tutti le stesse pesanti
tendine alle finestre e la stessa condensa sui vetri. Il posto dove portare una
delle puttanelle della stazione se non ti andava di farlo nel vicolo.
«Stop, stop, stop! Ma che diavolo sta facendo? È quasi all' incrocio.»
Era fermo. «Aspetta, aspetta... sta accendendo.»
«Ricevuto. Io sono fermo alla sala biliardo sulla Gray's Inn e vedo bene
tutta la strada fino a St Chad's.»
«È un roger. Sempre fermo, sta fumando.»
Se ne stava fermo con il sacchetto nella sinistra e la sigaretta nella de-
stra. Perché si era fermato così all'improvviso? Si era accorto di essere se-
guito? Ma allora perché non si voltava per accertarsene? Stava aspettando
qualcuno?
«È sempre fermo, fuma. Sta guardando in alto, come se cercasse di ve-
dere un aeroplano o qualcosa di simile. Non ho idea di cosa stia facendo.»
Di certo non guardava le stelle, il cielo era colore del fango.
Suzy rientrò subito in rete. «Si tratta di una CCTV. Vedo una telecamera
al primo incrocio, proprio su St Chad's. Sta girando, la telecamera...»
«Attenzione, attenzione. È foxtrot.»
Io rimasi dov'ero. «È a sinistra dell'incrocio. Diretto verso sinistra, verso
te, verso sinistra.»
Suzy parlò nel momento esatto in cui io lo persi di vista. «Ce l'ho, ce
l'ho. Si muove verso... no. È fermo, fermo, fermo. Chiavi in vista. È a un
portone, sta entrando. Io proseguo e lo supero.»
«Roger. Ti aspetto in prossimità dell'incrocio, ci incontriamo là.»
Mi voltai a guardare la stazione alle mie spalle, a non più di cinquanta
metri dalla principale, e compresi il motivo che aveva convinto il gruppo a
fermarsi all'uscita. Al primo incrocio, oltre WH Smith e Boots c'era un'al-
tra CCTV fissata ben in alto su un palo di ferro. Girò e si fermò più o me-
no esattamente di fronte all'entrata del McD.
Attraversai Birkenhead e mi trovai sul lato della strada che aveva preso
lui. La fonte era andata a sinistra. Aveva tenuto d'occhio la telecamera e at-
teso il momento giusto per muoversi, come un prigioniero di guerra in fu-
ga che calcola il tempo del percorso della sentinella.
Sentivo il respiro di Suzy nell'auricolare. Stava percorrendo St Chad's.
Mi fermai a circa cinque metri dall'incrocio, vicino a un cancello di sbarre
di ferro, alto circa due metri e chiuso con un lucchetto, che delimitava lo
spazio tra due edifici. Guardandoci attraverso riuscivo a vedere il retro di
un condominio a tre piani che formava l'angolo fra Birkenhead e St Chad's
come pure il retro della fila di case in stile edoardiano in cui la fonte era
entrata. Dalle lastre in plexi di un piccolo laboratorio proveniva della luce
che illuminava un intrico di tubi privo di senso.
Dietro una tendina cascante di una finestra dell'ultimo piano si accese
una luce, poi i tendoni vennero chiusi velocemente.
Con un ronzio elettrico la telecamera iniziò a girare. Presi il cellulare e
lo accostai all'orecchio al posto dell'auricolare, così tutti avrebbero pensato
che avevo un motivo per essere lì. «La telecamera si è messa in moto.»
«Ricevuto.» Seguì una pausa. «La casa è il numero 33. Ripeto, 33. È la
più vicina al condominio.»
«Ricevuto. 33. Continua fino all'angolo e mi vedrai.»
La telecamera inquadrò Birkenhead, e ciò voleva dire che ero rimasto
esposto sotto il lampione. Feci un gran sorriso quando vidi Suzy che si av-
vicinava a braccia aperte. Baci, coccole e telefoni spenti. La CCTV rimase
in posizione mentre io mi appoggiavo al cancello per permettere a Suzy di
guardare il retro della casa bersaglio.
«Terzo piano.» Sentii la sua testa strisciare contro di me mentre la solle-
vava per guardare in alto. «Vedi la lama di luce fra le tende?»
«Sì.»
«Si è accesa un minuto dopo il suo ingresso. Deve essere lui e deve esse-
re solo. Spostiamoci fuori campo della telecamera, svoltiamo a destra in St
Chad's.»
Attraversammo tenendoci per mano a beneficio della ripresa. Non girò
su se stessa per seguirci. Non ce n'erano altre davanti a noi ma solo dei car-
telli che annunciavano che la sorveglianza del quartiere funzionava davve-
ro.
Mi piantò un dito nel braccio. «Adesso mi spieghi perché gli hai detto
che poteva avere il mio numero di telefono? Cos'ha il tuo che non va?»
«Te lo dico non appena arriviamo a casa.»
Suzy tirò fuori il pacchetto di cicche alla nicotina e fece un cenno in di-
rezione dell'insegna al neon di una chiesa metodista. S'illuminò. «È come
essere di nuovo in vacanza.»
«Hai finito le B&H?»
Si voltò e fece finta di soffiarmi del fumo addosso. «Avrei solo voluto
che Signorsì ci dicesse chi era la fonte.» Mise via il pacchetto e cominciò a
masticare.
«Forse sa come ci piacciono le sorprese.»
«Vuoi sapere una cosa? Ho un brutto presentimento a proposito della
cosiddetta 'fonte'. Ragazzini esaltati, cazzo, ma chi crede di essere?»
«Credevo che non t'importasse.»
Mi guardò a lungo. Non riusciva a capire se la stessi prendendo in giro.
«'Servono allo scopo'», le feci il verso. «Non m'importa perché lo fac-
ciano purché lo facciano.»
Con una smorfia di disgusto sputò la gomma da masticare nel canale di
scolo. «Sa di merda. Ascolta, secondo me dobbiamo stare molto attenti con
lui e con gli altri due.»
Le descrissi Grigio e Blu, il loro taglio di capelli, la loro pelle liscia.
«Forse sono andati dal barbiere prima di iniziare il lavoro, o forse si sono
fatti tagliare non solo i capelli ma anche la barba per passare inosservati.
Non so dire se questo sia per noi una cosa positiva o no.»
«Cerchiamo di non essere pessimisti.»
Quando raggiungemmo la chiesa una figura si staccò dall'ombra. Era un
ragazzo bianco sulla ventina. Indossava una giacca di cuoio nero e jeans
strappati. Anche con la poca luce che c'era vidi che aveva gli occhi iniettati
di sangue e pieni di cattiveria. «Volete la bianca o la nera?» Suonava più
come una minaccia che come l'offerta della settimana.
Continuammo a camminare. «Siamo a posto, grazie, amico.» Scossi la
testa. «Non vogliamo niente.»
Cominciò a seguirci. «Venite con me. Venite laggiù.» La sua voce sem-
brava provenire da un registratore con le pile scariche. «Venite, venite.»
Agitò le mani verso il retro della chiesa. «Ho le bianche, le marroni, dieci
per dose.»
Suzy ci andò giù dura. «Quale pezzo della parola 'no' non riesci a capi-
re?»
Si bloccò malfermo sulle gambe. «Mi prendi in giro, pezzo di merda? Ti
strappo le budella.»
Continuammo a camminare senza perderlo di vista, nell'eventualità che
la situazione peggiorasse. Fece scivolare la mano destra nella tasca. «Vi
faccio a fette tutti e due. Pezzi di merda del cazzo.»
Suzy ridacchiò piano mentre continuavamo per la nostra strada. Aveva
ragione, non era il caso di attirare l'attenzione, la cosa migliore era non
smettere di camminare.
Non ci avrebbe mai seguito nella strada principale, era evidente che pre-
feriva restare nell'ombra. Ma invece urlò: «'Fanculo, pezzi di merda». Poi
rise fra sé. «Se voi non la volete allora la venderò ai vostri figlioletti del
cazzo e le vostre bambine me lo succhieranno per una dose.»
Girai sui talloni, andai deciso verso di lui, avevo il volto in fiamme. Sa-
pevo che non avrei dovuto, ma ci andai.
Suzy mi seguiva. «Lascia perdere, Nick, andiamo via. Non siamo qui
per questo.» Mi raggiunse e mi afferrò per un braccio cercando d'incrocia-
re il mio sguardo. «Non adesso, non adesso. Dobbiamo andare.»
Il piccolo bastardo si rintanò a passo incerto all'ombra della chiesa, ghi-
gnava come una iena. «E dai, vieni, mezza sega del cazzo...»
«Porca miseria, Nick, ma cosa ti succede? In questo preciso momento
sto cercando con tutta me stessa di convincermi che tu abbia un cervello.
Se c'è ancora, vedi di metterlo in funzione, cazzo!»
Mi trascinò alla strada principale, ci dirigemmo verso ovest e finalmente
riuscimmo a fermare un taxi.

24

Digitai le otto cifre sul quadro dell'allarme e la lucina rossa lampeggiò.


La guardia, che si era appena messa comoda per seguire il poliziesco The
Bill, non sarebbe stata disturbata. Suzy mi aveva già superato diretta al fri-
gorifero con i due sacchetti per la cena da riscaldare al microonde. Stava-
mo diventando una coppietta casalinga a tutti gli effetti.
Mi accorsi subito che durante la nostra assenza c'erano stati dei cambia-
menti. Sul letto di Suzy c'erano le tute NBC portate dall'efficiente Yvette.
E sul tavolino del soggiorno un cartone trenta per venti, con il coperchio
aperto, pieno fino all'orlo di blister di lucenti pillole verdi. Ne presi uno e
lo voltai. «Abbiamo la tetraciclina.»
«Fantastico», mi urlò Suzy dalla cucina, «allora si fa festa.»
Infilai un paio di blister nella tasca posteriore e posai Browning e mar-
supio sulla TV.
C'erano anche due mazzi di chiavi e un biglietto scritto a mano. «Le auto
sono nel posteggio riservato ai residenti, preferisci una Mondeo o una
Peugeot?»
«Secondo te cos'è meglio?»
Entrambe erano state modificate per l'azione, poco ma sicuro. I possibili
indizi d'identificazione, tipo l'adesivo dell'autosalone o eventuali ammac-
cature sulla carrozzeria, rimossi. Tolte anche le lampadine all'interno in
modo da consentirci di entrare e uscire dall'auto di notte senza essere visti.
Sotto il cruscotto ci sarebbero stati due interruttori per disattivare le luci
dei freni e della retromarcia.
Il biglietto di Yvette proseguiva chiedendo se avevo bisogno che qual-
cuno riconsegnasse l'auto che avevo noleggiato. Quella gente sapeva tutto:
la vita privata per loro non esisteva.
Sprofondai nel divano, accesi Sky con il telecomando e feci un po' di
zapping fra i canali di notizie ventiquattr'ore su ventiquattro per aggior-
narmi sulle ultime disgrazie.
Suzy mi raggiunse. Masticava la gomma, sempre con espressione disgu-
stata. «Non preoccuparti, vedrai che mi ci abituo. Che ne dici di preparare i
caricatori per le SD? Ti va?»
Misi il cellulare sotto carica e la seguii in camera. Prese la valigia da sot-
to il letto, estrasse due sacchetti di plastica pieni di proiettili sciolti e mi
lanciò un paio di guanti da chirurgo.
Presi una SD ed eseguii le normali procedure di controllo: tirai indietro
il cane al di sopra della canna per controllare che non ci fosse un colpo in-
serito, poi lo rilasciai in modo che tornasse da solo in posizione e premetti
con delicatezza il grilletto per trovare la seconda posizione. Aveva molto
meno gioco della Browning, sarebbe stato un incubo sparare con gli in-
gombranti guanti della tuta NBC, avendo sotto quelli di cotone per assorbi-
re il sudore.
Nel calcio sulla leva della sicura c'era il selettore per la raffica da tre
colpi o il colpo singolo. Se lo si abbassava con il pollice destro fino al pri-
mo scatto, premendo il grilletto avrebbe sparato un solo proiettile. Abbas-
sandolo ancora fino al punto di bloccaggio si otteneva una raffica da tre.
Nelle prime MP5, quando le munizioni finivano, il carrello di scorrimen-
to procedeva comunque in avanti e si bloccava come se avesse caricato un
colpo in canna. Ti ritrovavi con il «clic dell'uomo morto», perché premevi
il grilletto di un'arma scarica. Per ricaricare dovevi riarmare il cane, inseri-
re il caricatore, abbassare di nuovo la leva e attendere che le parti in mo-
vimento avanzassero un'altra volta per mettere un colpo in canna, prima di
essere pronto a sparare. Una maledetta complicazione, soprattutto se ti sta-
vano sparando addosso.
Quelle MP5 SD funzionavano esattamente come i fucili d'assalto M16 e
tutte le pistole semiautomatiche: sparato l'ultimo colpo le parti in movi-
mento restano arretrate. Non occorre fare altro che sostituire il caricatore e
premere il grilletto. In poche parole rendeva la vita più facile, cosa che ap-
prezzo sempre molto.
Ma quello che mi piaceva più di tutto era l'HDS (Holografic Diffraction
Sight, mirino olografico a diffrazione). Il mirino era come un piccolo
schermo di televisore. Premetti il pulsante di destra posizionato sotto lo
schermo e Suzy si avvicinò per seguire le mie mosse. «Ne hai mai usato
uno?»
Lei annuì. «L'anno scorso. Niente di che, ho disintegrato un paio di lam-
pioni e un cane la sera prima di fare irruzione in un palazzo di uffici. Otti-
ma attrezzatura, sei d'accordo?»
«La migliore del secolo.»
Sollevai l'arma e presi la mira: la lampada del comodino stava per rice-
vere mie notizie. Nel piccolo schermo c'era una zona bianca opaca con al
centro un cerchio e un puntino nel mezzo. La luce non si vedeva dal lato
della canna. Colpire in sequenza uno o più bersagli in movimento non po-
teva essere più semplice. Un po' come scattare foto con una macchina digi-
tale: si potevano tenere aperti entrambi gli occhi e inquadrare all'istante il
bersaglio, anche con la maschera del respiratore sugli occhi.
A molti non piaceva, ma a me sì. Se ti toccava di sparare in un ambiente
ristretto era importante poter tenere aperti entrambi gli occhi per riuscire a
cogliere ogni fonte di pericolo, sempre.
Disattivai l'HDS e iniziai a riempire i caricatori da trenta colpi. Mi augu-
rai che fossero proiettili subsonici, anche se non era facile capirlo dal mar-
chio. Le SD funzionavano anche con quelli ad alta velocità, ma la potenza
dei gas che li azionavano poteva far esplodere le membrane per silenziare
e produrre una forte detonazione. Pensai che lo avremmo scoperto presto.
Sedemmo sul letto. «Come tornare ai vecchi tempi», disse Suzy. «Come
essere di nuovo nel Det.»
Per un attimo smisi di fare quello che stavo facendo e la osservai. Per
me non era niente di più di un lavoro: nel migliore dei casi mi procurava
regolari entrate di contante, nel peggiore mi consentiva di non pensare alla
montagna di merda da cui fuggivo da tutta una vita. A tenere ben chiuso il
coperchio, come avrebbe detto l'onnisciente Josh. Era chiaro che per lei era
diverso. Ero curioso. «Come fai a essere così sicura di passare quadro
permanente?»
Non mi guardò e continuò a inserire proiettili. Come se fosse in corso
una gara a chi finiva per primo. Scrollò le spalle. «Perché sono brava e
m'impegno e perché mi hanno detto che lo diventerò.»
«Chi? Signorsì?»
«Già. Entro la fine dell'anno, ha detto, ma chi può dirlo dopo questo la-
voro? Dimmi di te. Ti hanno contattato quando facevi parte dei Det?»
«No, dopo che ho lasciato il reggimento.»
Sembrò sorpresa.
«Lo so, lo so. Triste ma vero. Me ne sono andato nel '93 e dopo ho lavo-
rato per chi precedeva Signorsì.»
«Il colonnello Lynn? Anch'io ho lavorato per lui. E non sei mai diventa-
to quadro permanente?»
Infilai la mano nel sacchetto e afferrai una dozzina di proiettili. «Secon-
do te?»
«È per quello che te ne sei andato?»
«No, un paio d'anni fa ho fatto un lavoro per Signorsì e non ci siamo
trovati troppo bene insieme. Come ti ho detto, mi hanno offerto un lavoro
migliore negli Stati Uniti.»
«Allora perché sei qui?»
«In un certo senso perché lungo il percorso mi sono ritrovato senza altra
possibilità di scelta. Ma basta parlare di me. Tu perché sei qui?»
«Dunque...» Smise di caricare e mi guardò. «Voglio fare altre cose, vo-
glio un'altra vita, ma dentro di me so che non funzionerebbe. Sai di cosa
parlo, vero?»
«E da grande cosa vuoi fare?»
A quel punto sorrise. «Giusta domanda. Non lo so. Tu?»
«Non ci ho mai pensato seriamente. Loro continuano a ripetere che mi
terranno finché non mi faccio uccidere o finché non troveranno qualcuno
migliore di me.»
Smettemmo entrambi di parlare e il silenzio fu riempito dallo scatto leg-
gero dei proiettili e dal rumore di lei che masticava.
«Suzy, ho bisogno di un piacere.»
Lei continuò il suo lavoro.
«Ho delle cose da fare tra le dieci e mezzogiorno e mezzo. Per questo ho
dato alla fonte il tuo numero di telefono, perché tu lo terrai sempre acce-
so.»
«Il capo ti ha detto di risolvere tutto entro le tre, Nick. Io ero in cucina,
ricordi? E non stavo ascoltando apposta. La differenza ti è chiara, vero? La
bambina, è tua?»
«Ero in vacanza quando mi hanno chiamato e mi resta qualche casino da
risolvere, mio e anche suo.»
Interruppe di nuovo l'operazione di carico. «Sei sposato? Non può occu-
parsene la madre?»
«No, non può. E non occorre che Signorsì lo venga a sapere. Due ore e
mezzo domattina e sarà tutto finito. Sarò a venti minuti di distanza.»
Mi guardò con un'espressione che giudicai simile alla pietà e riprese a
caricare. «Non fare cazzate, Nick. Lo faccio per lei, chiunque sia.»
«Grazie.»
Non molto dopo, a lavoro concluso, annunciò che andava a fare la doc-
cia. Controllai il Traser: erano le undici di sera, cioè circa le sei nel Mar-
yland. Presi il cellulare dal marsupio in salotto e andai in cucina. Tenendo-
lo incastrato contro la spalla, riempii il bollitore. L'impianto idraulico reagì
alla velocità del fulmine. «Bastardo!»
Comunque mi venne da ridere.
Dopo alcuni squilli, una versione cordiale della voce di Josh rispose dal-
la segreteria. «Salve, sapete cosa fare: accogliete la benedizione del Signo-
re.»
Chiusi la comunicazione. Chiaro, sarebbe stato via con i figli fino a sa-
bato per uno dei suoi raduni tutti gioia e battiti di mani. Kelly non poteva
tornare prima di domenica perché Josh doveva andare a prenderla. Merda.
L'acqua bolliva e qualche secondo dopo Suzy uscì dalla doccia avvolta
in un ampio e morbido asciugamano verde seguita da una scia di vapore.
Percorse i pochi passi nel corridoio ravviandosi i capelli e alzando le dita
nella V di vittoria.
«Preparo anche per te?»
«Certo, scemo.»
Non chiuse del tutto la porta dietro di sé e non m'impegnai a fondo nel
non guardare mentre si asciugava andando e venendo dall'armadio; aveva
ancora il segno del bikini, l'abbronzatura di Penang.
«Non pensare che non sappia cosa stai facendo, piccolo omino triste.
Continua con le tazze.»
Mi voltai verso il bollitore. «Hai fatto delle lampade?»
La sua risata rimbalzò nel corridoio. «Nei tuoi sogni, amico. Nei tuoi
sogni.»
Quando mi raggiunse in salotto stavo ruminando un panino con la sal-
siccia decisamente freddo e guardavo le briciole ricadere sui jeans e sulla
moquette. Aveva pettinato i capelli all'indietro e indossava gli stessi jeans
e le stesse scarpe da ginnastica, ma adesso aveva una maglietta azzurra e
un golfino. Mi si piegò accanto per prendere una tazza e il profumo del ba-
gnoschiuma mi ricordò che dovevo stare attento a non sporcare i boxer con
l'olio della pistola. Non avevo vestiti di ricambio.
Sedette e le lanciai una confezione di tetraciclina. Io avevo già estratto
due pillole dalla mia. «Quante dovremmo prenderne?» Inghiottii le capsule
con piccoli sorsi di tè.
Anche lei non ne aveva idea. «Le prendo dopo mangiato se no mi viene
mal di stomaco.»
«Ne vuoi un po'?» Le offrii metà del mio panino ma lei agitò il blister
verso di me con una smorfia di disgusto.
«Perché ti sei incazzato tanto con quello spacciatore? Sembrava una fac-
cenda personale...»
«È che li odio, quei pezzi di merda.» Cercai di far comparire un sorriso.
«Mi dà fastidio che facciano più soldi di me.»
«Ehi, Nick, guarda che io non sono il nemico. Non lo dico a nessuno e
non dimenticare che domani ti copro.»
Spinsi in bocca una briciola rimasta sulle labbra e presi altre due capsu-
le. «Hai ragione. La ragazza ha dei problemi e io pensavo di riuscire a ri-
solvere tutto stando qui, poi ho ricevuto la telefonata e...»
«Basta così, Nick, non voglio sapere altro. Cose personali, ricordi?» Si
alzò e sparì nel corridoio. Ma prima di chiudere la porta mi disse: «Buona
fortuna per domani, Nick. Vedi solo di tenere acceso quel cazzo di cellula-
re».

Più tardi, quella notte, mi sdraiai sul divano del salotto sotto un paio di
coperte, senza riuscire a prendere sonno. Non smettevo di pensare a cosa
sarebbe successo la mattina successiva. Un incubo. Tornare a casa in Ame-
rica sarebbe stato devastante per lei; proprio adesso che stava ottenendo
dei risultati con la dottoressa Hughes. Proprio adesso che lei e io eravamo
riusciti a ricostruire una forma di rapporto. Ma se non altro avrebbe conti-
nuato a vivere. Se quella ASU riusciva nella missione, non era il caso di
pensare alle conseguenze, per ciascuno di noi.

25

Sabato 10 maggio, ore 8.55

Avevo raggiunto la porta quando Suzy mi strillò dalla cucina: «Ricorda


quello che ti ho detto, tieni acceso il telefono, d'accordo?» E l'avevo aperta
a metà quando comparve nel corridoio con in mano una tazza di crusca,
ruminando alla grande. «Spero che vada tutto bene, lo sai...»
Scesi le scale e infilai la mano nella tasca interna del giubbotto. Tastai il
sacchetto che la sera prima aveva contenuto la cena e in cui adesso c'erano
dieci confezioni di tetraciclina.
Avrei lasciato la Mondeo al suo posto. L'Inghilterra è il Paese al mondo
con il maggior numero di telecamere. A Londra la copertura è totale, col-
legata oltretutto con sistemi di ricerca sulle targhe, così che Signorsì a-
vrebbe saputo all'istante dove mi trovavo e magari lo avrei trovato ad a-
spettarmi al mio arrivo. Le ottocento cineprese aggiunte per la Congestion
Charge erano il tocco finale. Ken Livingstone, il sindaco di Londra, conti-
nuava a ripetere che i filmati venivano cancellati ogni sera, e forse era an-
che vero, ma non necessariamente prima di averli passati alla divisione
speciale della Ditta e a chiunque altro mostrasse interesse per la nostra vi-
ta. In quella zona, quei maledetti aggeggi potevano riprendere l'uomo della
strada, anche a piedi, come minimo ogni cinque minuti. Molte cineprese
erano del tipo super, cioè abbinavano la videosorveglianza con un sistema
di riconoscimento facciale, in grado di processare un milione di impronte
facciali al secondo.
Il mio cellulare privato era spento ma, come promesso a Suzy, quello
schermato era acceso. La sicurezza era inserita e sapevo che non poteva
essere localizzato. Ma ero certo che ci avrebbero provato comunque.
Presi un taxi per Chelsea. Durante il tragitto pensai solo a quale fosse il
modo migliore per dare la notizia a Kelly. Quando stavo per arrivare ai
Moorings mi resi conto di essere oltre un'ora in anticipo, così dissi al tassi-
sta di tornare indietro e mi feci lasciare a Sloane Square. Entrai da WH
Smith e comprai una busta imbottita, una Bic e un foglio intero di franco-
bolli. Proseguendo in King's Road verso l'ufficio postale, infilai gli anti-
biotici nella busta, la sigillai, scrissi il mio nome presso Jimmy e Carmen,
incollai francobolli sufficienti per farla recapitare al Polo sud e imbucai la
busta.
Avevo ancora quarantacinque minuti di tempo. Entrai da Next e comprai
un'esagerata quantità di biancheria, calze, magliette e jeans. Forse era da
un po' che non incassavano trecento sterline in così poco tempo. La mia vi-
ta usa e getta non era cambiata poi molto. Continuavo a non possedere
troppe cose; le usavo e le buttavo, si trattasse di rasoi, spazzolini da denti o
vestiti. L'appartamento di Crystal City era praticamente vuoto, a eccezione
di tre set di lenzuola, tre di asciugamani e tre jeans: uno pulito, uno indos-
so e uno a lavare. O per lo meno quella era la teoria, in realtà c'era sempre
l'incognita di riuscire a far riparare la lavatrice. Il resto - un secondo paio
di stivali e alcune paia di scarpe da ginnastica, qualche camicia, diverse
stoviglie e un'accozzaglia di altre cose che avevo comprato in blocco da
una vendita televisiva - in realtà non mi serviva. Non ricevevo tutte le sere.
E forse era quello il motivo vero per cui avevo comprato tutta quella roba.
Giunsi puntuale ai Moorings ma gli altri non erano ancora arrivati. La
signora della reception non aveva ricevuto nessuna chiamata che avvertisse
del ritardo. Con il suo telefono chiamai il bungalow ma ottenni solo il
messaggio della BT. Carmen s'incasinava sempre con le segreterie telefo-
niche perché premeva i pulsanti sbagliati. Affidarsi alla BT era con assolu-
ta certezza la decisione più sensata.
La dottoressa Hughes entrò nella sala d'attesa con un sorriso da cui si
poteva intuire che aspettasse d'incontrare Kelly e non me.
«Viene con i nonni.» Le sorrisi. «Forse sono bloccati nel traffico.»
Annuì. «Non importa, ci sediamo e aspettiamo, che ne dice? Le andreb-
be una tazza di tè? Catherine, puoi occupartene tu?»
Non c'era da stupirsi che Kelly si sentisse al sicuro con lei. Sì, era petti-
nata in modo piuttosto austero, ma in lei c'era un qualcosa, una specie di
aura calmante, che rendeva impossibile non rilassarsi in sua compagnia.
«Dottoressa Hughes, ho bisogno di parlarle. Temo che le cose siano
cambiate.»
«Ma certo, signor Stone. Sediamoci.»
Sedemmo l'uno di fronte all'altra con il tavolino basso fra noi. Era così
protesa verso di me che gli occhiali a mezzaluna sarebbero potuti scivolar-
le dal naso da un momento all'altro.
«Domani Kelly torna negli Stati Uniti, e questo purtroppo sarà l'ultimo
incontro.»
Non cambiò espressione ma avvertii preoccupazione nella sua voce. «È
sicuro che sia la cosa giusta? Lei ha ancora...»
La interruppi con un cenno del capo. «Pagherò volentieri gli appunta-
menti già fissati e tutto quello che ancora le devo. Sono davvero ricono-
scente per quello che ha fatto per noi in passato e anche adesso natural-
mente, e le sarei molto grato se volesse consigliarci qualcuno in America
in grado di aiutarla.»
Sembrava sapesse che era inutile continuare a discutere. «Molto bene,
signor Stone, comprendo. Si tratta ancora del suo lavoro, immagino.» Era-
no parole di comprensione e non di accusa.
Annuii. Ne avevamo passate parecchie insieme, la dottoressa e io. Tre
anni e diverse decine di migliaia di sterline prima, ero approdato alla clini-
ca con Kelly a pezzi. Era come un secchio pieno di buchi, tutto entrava e
tutto rapidamente fuoriusciva. Al collegio, prima che andasse ad abitare
con Josh, aveva iniziato ad accusare «malesseri» che non riusciva a descri-
vere o a localizzare con precisione. Kelly peggiorava progressivamente,
staccandosi dai compagni, dagli insegnanti, dai nonni e da me. Non parla-
va più, non giocava più; guardava la TV, sedeva imbronciata o singhioz-
zava. La mia reazione era sempre la stessa: uscivo a comprare del gelato.
Sapevo che non era la risposta giusta ma non sapevo che altro fare.
E una notte, eravamo nel Norfolk, il suo comportamento era diventato
più distaccato e scostante del solito e niente riusciva a scuoterla. Mi ero
sentito come un ragazzino che assiste a una rissa fra compagni, saltella agi-
tato ma non sa decidere cosa sia meglio fare: unirsi a loro, cercare di sepa-
rarli o fuggire. Era stato in quella occasione che avevo montato la tenda in
camera sua, fissandola con i chiodi al pavimento, e avevamo fatto finta di
essere in campeggio. Dopo alcune ore si era svegliata in preda a incubi or-
ribili. E aveva continuato a urlare fino all'alba. Avevo cercato di calmarla
ma mi aveva aggredito in preda a un attacco incontrollabile. La mattina
successiva avevo fatto alcune telefonate e avevo scoperto che per ottenere
un appuntamento con la mutua occorrevano più di sei mesi, senza nessuna
garanzia di ottenere qualche risultato. Altre telefonate, e il pomeriggio
stesso l'avevo accompagnata al primo colloquio con la dottoressa Hughes.
Comprendevo in parte quali potevano essere le condizioni di Kelly, ma
solo in parte. Sapevo di uomini che soffrivano di disordini da stress post-
traumatico, ma si trattava di ragazzi adulti che erano stati in guerra. La
Hughes mi aveva spiegato che era normale che un bambino attraversasse la
fase dell'elaborazione del lutto, ma che a volte, dopo un evento traumatico
improvviso, le sensazioni potevano affiorare settimane, mesi, in alcuni casi
anche anni dopo. La reazione ritardata ha un nome, PTSD, e i sintomi sono
simili a quelli che si associano alla depressione e all'ansia: insensibilità
emotiva, sensazione di abbandono, inadeguatezza e disperazione e il conti-
nuo rivivere l'esperienza traumatica sotto forma di incubi. A me era capita-
ta la stessa cosa a Hunting Bear Path.
La diagnosi della dottoressa Hughes sembrava esatta ma, come scoprii
in seguito, quasi tutte le cose che diceva lei suggerivano quell'impressione.
Kelly non si era del tutto ripresa dagli eventi del 1997 e non sapevo se ci
sarebbe mai riuscita. Aveva visto sterminare tutta la propria famiglia e ci
voleva del tempo per riprendersi. Ma era una lottatrice, come lo era stato
suo padre, e aveva fatto incredibili passi in avanti.
Seguendo la terapia della dottoressa Hughes era passata dall'essere un
fagotto di niente chiuso in se stesso all'essere in grado d'interagire con il
grande mondo cattivo. La fregatura stava solo nel fatto che il mondo era
pieno di sesso, esami, ragazzi e droga, e tutti insieme cospiravano per ri-
cacciarla nel buco nero da cui era faticosamente uscita.
26

Bussarono piano alla porta e la ragazza della reception mise dentro la te-
sta. «Kelly è qui.» Ci alzammo e la dottoressa Hughes riprese l'espressione
sorridente di benvenuto speciale.
«Dottoressa, non gliel'ho ancora detto e vorrei essere io a farlo, più tar-
di.»
Kelly entrò e si scusò. «Il tassista non conosceva la strada, ha dovuto
perfino guardare sullo stradario.»
Carmen e Jimmy erano rimasti nell'ingresso e da quanto sentivo Jimmy
era sotto processo. Carmen, non si sa come, stava riuscendo nell'impresa di
addossare a lui la colpa dell'incompetenza dell'autista. Sbirciai il nuovo ce-
rotto che Kelly aveva sul dito.
«Saliamo, Kelly?» La dottoressa Hughes le indicò la strada con un brac-
cio. «Abbiamo ancora un po' di tempo.»
Kelly sembrava felice. Mi guardò interrogativa. «Ti ritrovo qui?»
Annuii. «Ci vediamo fra un po'.»
Mentre usciva dalla stanza accennò un sorriso. Non capii se era contenta
di vedermi o se semplicemente era felice di fuggire da quei due per quasi
un'ora.
Jimmy sembrò sollevato quando mi vide. Da sempre commetteva l'erro-
re di pensare che la salvezza stesse nel numero. Parlai per primo. «Vi va di
andare a prendere una tazza di tè dietro l'angolo? Non c'è motivo di aspet-
tare qui.»
Jimmy fu subito d'accordo, ma entrambi fummo costretti ad attendere la
decisione di Carmen. Dopo un po' ci avviammo nella principale e trovam-
mo un tavolo libero in un bar che si definiva «francese» ma era gestito in-
teramente da croati.
«Sono arrivate delle lettere per me?»
Carmen scosse la testa mentre studiava il menu. «No, ma siamo usciti
prima della posta. È così lontano, come sai. E quello stupido non sapeva
neanche dov'era. Ma non devono superare qualche esame? Guarda che
prezzi, una sterlina e cinquanta per una tazza di tè.»
Jimmy ringraziò con un cenno la cameriera che aveva preso le nostre or-
dinazioni. Riprendemmo tutti lo studio dei menu, la conversazione era fini-
ta.
Ci salvò la ragazza che tornò dopo qualche minuto. Posò in malo modo i
due tè e il mio cappuccino. Presi due compresse di antibiotico dalla confe-
zione, gesto che non sfuggì all'occhio attento di Carmen. «Sento un raf-
freddore in agguato», dissi. «Cerco di respingerlo prima che arrivi.»
«Basta che non lo respingi verso di me. Sono appena uscita da un ma-
lanno. Ma forse si è trattato più di influenza, vero, Jimmy?»
Jimmy si accese. «Dev'essere necessario solo per i taxi neri, il nostro era
un minicab.»
«Sarà, ma anche loro dovrebbero sostenere un esame.» Si voltò verso di
me e mi dedicò un «a parte» molto teatrale. «Sta diventando sordo, ma non
vuole ammetterlo. Gli ho detto di farsi vedere dal dottore, ma, no...»
Ingoiai la prima pasticca con un sorso di schiuma del cappuccino. Certo
che era sordo. Lo sarei stato anch'io, al suo posto. «Forse arriverà un'altra
lettera per me», dissi. «Niente d'importante, passerò a ritirarla a lavoro fi-
nito.» Presi ancora un po' di schiuma del cappuccino per far scendere la
pillola. Non c'era motivo di ritardare ancora. Era giunto il momento di an-
dare al punto. «Carmen e Jimmy, ho brutte notizie. Kelly deve tornare in
America domani.»
«Ma...»
«Lo so, lo so, solo che il lavoro durerà più del previsto. La dottoressa
Hughes si è attivata per cercare qualcuno in America che possa continuare
a seguire Kelly. Ed è una cosa buona.»
«Non credo che tutti questi cambiamenti siano un bene...»
«Vi chiedo solo», interruppi qualsiasi cosa stesse per dire, «di cambiare
il biglietto. Lo farete?»
«Ma non abbiamo tutti quei soldi.» Nessun problema era abbastanza mi-
croscopico da sfuggire al radar di Carmen.
«Voi lo cambiate e io provvedere a pagare l'eventuale differenza con la
carta di credito, li chiamerò e fornirò tutti i dettagli. Solo che non ho il
tempo di organizzare le cose e poi il biglietto lo ha lei. Io inizio a lavorare
a mezzogiorno.»
«Cosa dobbiamo fare?»
«Hai una penna?»
Ne trovò una nella borsa e io scrissi Londra Heathrow Baltimora, Ame-
rican Airlines; domenica 11 su un tovagliolino.
«Non hanno bisogno di sapere altro», aggiunsi. «Date il biglietto e loro
faranno il resto. Chiamate l'American, troverete i numeri di telefono sul
biglietto. Se non hanno disponibilità, prenotate un volo per Baltimora con
qualsiasi compagnia, per domani. Ogni agenzia di viaggio può farlo. Dite
loro che, quando avranno fatto la prenotazione, io telefonerò per sistemare
tutto.»
Stavo eliminando ogni ostacolo prima che Carmen lo inquadrasse, ma
nonostante ciò lei aveva ancora l'espressione di chi ha ingoiato una vespa.
«Quando pensi di dirglielo? Si agiterà ancora di più, povera piccolina.»
«Lo so. Fra poco.»
Quasi inconsapevolmente controllai il telefono e Carmen fu presa
dall'ansia. «Devi già andare?»
Ero tentato di rispondere di sì, per liberarmi di lei, ma il cappuccino era
buono. E poi Kelly voleva bene alla nonna nonostante tutti i suoi difetti.
Avevo spedito gli antibiotici per loro in caso fosse scoppiata la tragedia,
dopo che Kelly era partita verso la salvezza.
Sollevammo tutti e tre le tazze per bere in un pesante silenzio. Jimmy
giocherellava con il cucchiaino e Carmen guardava ora il traffico che scor-
reva all'esterno ora me, come se avesse qualcosa da dire ma non riuscisse a
trovare le parole. Fatto decisamente insolito per lei.
Un paio di minuti dopo, finito il cappuccino, estrassi il portafoglio.
«Oh, no, ci pensiamo noi, vero, Jimmy?»
Sorrisi. «Grazie. Forse è meglio se...»
«Nick?» La mano di Carmen si posò sul mio braccio. «C'è qualcosa che
vorrei chiederti. Prima che tu vada. Nel caso, sai...» Stava ancora anna-
spando.
Oh, cazzo, no. Per favore fa' che non mi chiedano soldi.
«Io... be', noi, Jimmy e io... vorremmo chiederti una cosa. Riguarda Ke-
vin.» Fece una pausa come per schiarirsi la voce. «Non ci ha mai detto
niente a proposito del suo lavoro, ma crediamo di sapere. Qualcosa di si-
mile a quello che fai tu, vero?»
Domanda difficile. Se Kev aveva scelto di non parlarne, perché avrei
dovuto farlo io? Ma che cazzo. «Sì, in un certo senso.»
«Per il governo?»
«Sì.»
Carmen sorrise e Jimmy sembrava sul punto di scoppiare per l'orgoglio.
«Pensavamo che fosse così.» Poi il sorriso svanì. «Nick, è questo che ci fa
preoccupare tanto. Ascolta, abbiamo avuto le nostre divergenze, ma sap-
piamo che vuoi molto bene a Kelly e che vorresti solo il meglio per lei.
Sappiamo questo e siamo anche consapevoli che il tuo non è il tipo di la-
voro cui si può dire no quando si viene chiamati. Non è facile per te de-
streggiarti fra tutti gli impegni.»
Aprii la bocca, ma Carmen non aveva ancora finito. «Un'altra cosa,
Nick. È piuttosto imbarazzante per noi dirla, perché siamo i nonni, ma devi
capire, che... la verità è che non ce la sentiamo di prenderci cura di lei, non
più di due o tre giorni per volta. L'amiamo teneramente, è ovvio, ma è un
impegno troppo duro. Non riusciamo a sopportare di vederla stare così ma-
le, aver bisogno dello psichiatra e tutto il resto. Se succede qualcosa a te e
a Josh e noi sappiamo che da soli non possiamo farcela, allora cosa succe-
de? E Kelly, che sarà di lei se ti succede qualcosa? Lo so che Josh farà del
suo meglio, ma come farà Kelly a sopravvivere, se sarà costretta a rivivere
tutto una seconda volta? So che pensi che noi siamo solo due vecchietti
rimbambiti, ma siamo davvero preoccupati. Non ci diamo pace.»
Adesso toccava a me distogliere lo sguardo. «Credo che non sia facile
per nessuno di noi, o sbaglio? Ma le cose andranno meglio. Kelly inizierà
il trattamento in America e fra due o tre settimane sarò di nuovo con lei. E
non appena possibile torneremo a trovarvi. Sarà come se non fosse succes-
so niente di tutto questo.»
Mi guardava speranzosa. Non sapevo che cosa fare, allora mi alzai. Sor-
ridevano entrambi, a disagio. Poi Jimmy balbettò: «P-prendiamo... un taxi
nero per tornare, così saprà la strada».
Era giunto il momento di lasciarli. «Sapete cosa facciamo? Voi due re-
state qui e io vado a prendere Kelly, d'accordo? Così avrò un po' di tempo
per parlarle. Lascio qui i sacchetti.» Mi sorrisero entrambi, poi mi voltai
per uscire. Mai, con la sola eccezione di Kelly, avevo visto persone così
smarrite.

27

Non c'era un modo facile per dirglielo. In passato le avrei semplicemente


mentito, adesso, non avrei saputo spiegare perché, non era più possibile.
Entrai nella sala d'aspetto e controllai di nuovo il segnale, poi sedetti con
una rivista. Kelly arrivò dopo poco insieme con la dottoressa Hughes.
Convinta di rivederla il martedì successivo, la salutò in modo quasi distrat-
to. «Dove sono i nonni?»
«Al bar dietro l'angolo a prendere un tè. Ti andrebbe?»
Uscimmo nel sole primaverile e cercai di prepararmi psicologicamente,
ma Kelly mi batté sul tempo. «Nick, posso parlarti di una cosa?»
«Certo. A patto che non si tratti di qualcosa di orribile che mi riguarda.»
Per un attimo un sorriso le illuminò il viso, poi tornò a farsi seria. «Vo-
glio dirti di cosa abbiamo parlato con la dottoressa Hughes. È così in gam-
ba, Nick Le posso parlare di tutto e lei sembra sempre capire tutto. È un
po' come parlare con Vronnie, solo che i suoi consigli sono sempre validi.»
Le presi la mano e la strinsi. Probabilmente pensò che lo facessi perché
ero contento di lei o qualcosa di simile. Mi guardò negli occhi. «Il fatto è,
Nick, cioè, non sempre, ma mi sono provocata il vomito.»
Riuscii a resistere all'urgenza di distogliere lo sguardo. Non volevo pen-
sasse che ero disgustato di lei o intuisse che lo sapevo già. Per una sola
persona provavo disgusto, me stesso. «Davvero? Perché l'hai fatto?»
«Allora, lo sai che faccio ginnastica, vero? Quando siamo tutte insieme
ci contiamo le costole l'una con l'altra e se contarle risulta difficile vuol di-
re che c'è troppo grasso. Anche Vronnie frequenta lo stesso corso e un
giorno è riuscita a pizzicarmi un fianco. Ciccia. La cosa mi ha terrorizzato.
La sera stessa, dopo cena, ho vomitato. È stato orribile, ma poi l'ho fatto di
nuovo e non è stato tanto male, e adesso non è per niente difficile.»
Non sapevo cosa dire. Era faticoso credere alla sequenza degli eventi.
Ero come Carmen: annaspavo per trovare le parole giuste. «Pensi di dir-
lo alla nonna e al nonno?»
Guardò per terra e scosse la testa. «Non credo proprio, tu lo faresti?»
«Non penso. E a Josh?»
«Secondo te?»
«So che probabilmente non vorresti farlo, ma lui ti vuole bene e ce la
mette tutta per aiutarti.»
«Sì, questo penso che sia vero.»
A quel punto feci un bel respiro. «Kelly, c'è un grosso problema...» Sen-
tii la sua mano irrigidirsi. Conosceva già il seguito. «Devo andare via. Sì,
si tratta di lavoro. Ci ho pensato e credo che la cosa migliore per te sia tor-
nare prima del previsto. Josh e gli altri rientrano stasera tardi, così se parti
domani...»
Ritirò la mano. «Ma devo vedere la dottoressa Hughes martedì, non lo
sai?»
«Le ho già parlato, sa che parti domani. Le ho chiesto di non dirti niente
perché volevo essere io a farlo. Ascolta, per te è meglio tornare subito in
America e iniziare con il dottore che ci indicherà lei.»
«Ma io voglio tornare da lei martedì.» Le tremava la voce. Mi guardò.
Le lacrime le riempivano gli occhi, poi cominciarono a scenderle sul viso.
«Voglio vederla, ho bisogno di vederla, lei è l'unica che...»
«È meglio così, credimi. In questo modo cominci prima con la persona
che lei ci raccomanderà.»
«Ma come faccio a guarire se tu continui a comportarti in questo modo
con me?» Scuoteva la testa da parte a parte con grande tristezza. «Dici di
voler stare con me, ma non lo fai. Tu non capisci...»
«Sii onesta, come posso capire se non mi dici quello che ti succede?»
Non piangeva più, il corpo aveva smesso di tremare. «Adesso lo sto fa-
cendo, non te ne sei accorto? Eppure vai via lo stesso.»
Merda. Aveva ragione. «Ascolta. Andare a casa adesso significa solo
che comincerai prima con il nuovo terapista. Non ci saremmo fermati a
lungo qui, lo sai. La dottoressa Hughes è stata molto utile, te ne rendi con-
to? Cioè, guarda quello che sei riuscita a dirmi. Adesso abbiamo una base
su cui costruire quando saremo a casa. Non trovi che sia un bene?»
Bastardi! Il cellulare squillò e Kelly ritrovò il tono sarcastico. «Pronto, il
lavoro chiama. Pronto, il lavoro chiama.»
Premetti due volte il tasto. Suzy era per strada. «Ha telefonato e dob-
biamo incontrarlo fra un'ora e quarantacinque minuti.»
Risposi allegro. «Okay. Ti richiamo fra poco.»
Era molto agitata. «Hai capito? Esco adesso per andare da Starbucks.
Devi venire... non farmi il bidone.»
«Sì, ho capito. Ti chiamo fra un minuto.» Chiusi la comunicazione e
guardai Kelly. «Lo so, lo so. Sono costretto ad andare via subito. Mi di-
spiace ma non posso evitarlo. Ti chiamo più tardi.»
Eravamo fermi sul marciapiede di fronte al bar. «La nonna e il nonno
sono lì dentro.» Aprii la porta ed entrammo. Kelly parlò per prima. «Ades-
so Nick deve andare a lavorare. È così, vero, Nick?»
La guardai. «Continueremo in seguito il nostro discorso... quello che
stavamo facendo. D'accordo?»
Fece un piccolo cenno di assenso e accettò il mio abbraccio. «Okay.»
Non appena fui fuori con i sacchetti mi attaccai al telefono. «Suzy, pas-
sami a prendere. Ci vediamo in Sloane Square alla fermata dell'autobus
davanti a WH Smith. Ce la fai?»
«Vedi di esserci.»
Chiuse la comunicazione. M'incamminai verso la piazza cercando di
convincermi di aver fatto la cosa giusta. Sai la novità. Era tutta una vita
che lo facevo, ma non ci riuscivo quasi mai.

28
1Suzy era in ritardo. Non avrebbe dovuto metterci tanto. La aspettavo
appoggiato alla vetrina di Smith, i sacchetti ai piedi, concentrato su tutti i
veicoli che giungevano da destra nella strada a senso unico che correva in-
torno alla piazza. Mentre cercavo d'individuare Suzy prendevo mentalmen-
te nota di tutte le donne al volante più o meno della sua età e del tipo di
macchina che guidavano, colore, numero di targa, qualsiasi cosa pur di non
pensare a Kelly.
Controllai di nuovo il Traser e presi il telefono della Ditta. «Dove cazzo
sei?»
«Ci sono quasi, due minuti.»
Sul mio telefono composi il numero di Josh, chissà, forse era rientrato
prima. Se era così, stavo svegliando tutta la casa, c'erano cinque ore di dif-
ferenza. Mi rispose la segreteria.
Individuai per prima la Peugeot 206 argento metallizzato, un affarino lu-
cido appena uscito dall'autosalone, poi i capelli di Suzy che ondeggiavano
mentre voltava la testa da una parte all'altra per cercarmi. Mi vide e sterzò,
la destra sul volante, la sinistra sul cambio per scalare. Un taxi suonò e si
spostò per evitarla. Feci un passo avanti e la salutai con la mano, poi tornai
indietro a prendere i sacchetti.
Aprii la portiera con un sorridente «ciao, come va?» e salii buttando i
sacchetti dietro. Lei rispose con un classico «che piacere vederti!»
«Traffico del cazzo.» Masticava con forza la gomma. «Dobbiamo darci
una mossa.»
Rientrammo nel flusso del traffico che scorreva in senso orario intorno a
Sloane Square e immediatamente dopo eravamo già fermi al semaforo.
«Nick, telefoni al capo, per piacere? Digli cosa sta succedendo. Ho aspet-
tato perché avevo paura che volesse parlarti.»
«E non puoi farlo tu?»
«Che... e infrangere la legge?» Staccò entrambe le mani dal volante. «E
dai, lo so che in realtà ti sta simpatico.»
Presi il telefono dal marsupio e composi il numero.
«Pronto!» gracchiò Signorsì.
«Sono Nick.»
«Allora?»
«Ci ha fissato un incontro fra meno di un'ora. Stiamo...»
«Chiama quando avrete finito.» E chiuse.
«Fatto, hai visto?» Suzy scrollò la spalla sinistra e sollevò una mano.
«Non è stato doloroso o sbaglio?»
Ero troppo preso a riporre il telefono nel marsupio per poterle risponde-
re.
«È perché ho sempre ragione, tutto qui. Comunque, cosa ti ha detto?»
«Di richiamare dopo per il rapporto.»
Guardò l'orologio. «Ho portato tutta l'attrezzatura, le sacche per la mis-
sione sono nel bagagliaio. Ho pensato che fosse meglio averle con noi
piuttosto che nell'appartamento. Ancora il passato che ritorna, eh?»
Si riferiva alle cose che portavamo sempre in macchina quando partiva-
mo in missione con il Det: tenuta completa in Gore-Tex, stivali inclusi, in-
dumenti per climi caldi, stivali di gomma, barrette di Mars avvolte nella
pellicola da cucina per diminuire al minimo il rumore e un'arma. Molti
sceglievano il G3, fucile d'assalto 7,62 a calcio fisso che ti consente di spa-
rare con precisione e a lungo raggio, preferibile ai modelli pieghevoli che
tendono a perdere l'allineamento. Sarebbe stata l'arma che avrei scelto per
quel lavoro, ma le SD nel bagagliaio mi andavano benissimo.
Usciti dalla piazza ci dirigemmo verso est. Quando passammo davanti
alla stazione Victoria, Suzy fece un cenno con la testa. «Guarda lì, sono di
nuovo al lavoro.» Parcheggiate poco più avanti lungo la strada, due auto
della polizia prive di scritte. I due occupanti erano abbastanza disinvolti
ma un raggio di sole faceva luccicare i lampeggianti azzurri nascosti dietro
le griglie in plastica dei radiatori.
Accesi la radio e ascoltai un reportage telefonico sul dopoguerra in Iraq.
Suzy abbassò il finestrino. «C'eri alla prima guerra del Golfo?» Sputò la
gomma. «Con il reggimento, intendo?»
«Sì, a caccia di Scud e altro. È stata l'ultima volta che ho indossato una
NBC. E anche allora non è che capissi bene cosa farne.»
Richiuse il finestrino e scoppiò a ridere. «Ma dài, figurati se non sai co-
me si usano. Vuoi che ti...»
«Lo so... in un certo senso. Non che fosse poi così importante, laggiù.
Secondo i miei calcoli, se avessi dovuto indossarne una mentre ero sul
punto di essere colpito dall'antrace sarebbe stato come chiudere la stalla
dopo che i buoi erano fuggiti.»
«Però funzionano.»
«Certo, ma quei cazzo di affari durano un giorno solo. L'unico beneficio
che sia mai riuscito a trarre dalla mia è che di notte mi riparava dal freddo.
Ma questa volta», portai una mano sopra la testa, «mi copro fin qua con
carbonio e gomma.»
Venti minuti dopo trovammo parcheggio a Smithfield. Infilai monete nel
parchimetro fino al massimo delle due ore, mentre Suzy riponeva i miei
sacchetti nel bagagliaio e chiudeva l'automobile. La Congestion Charge
non era un problema perché la ditta di copertura pagava un abbonamento
annuale, ma se ci portavano via la macchina la giornata era rovinata. Quei
ragazzi ti sbattono giù una multa e alla velocità del fulmine arriva il carro
attrezzi. Entrambi controllammo l'interno della Peugeot prima di allonta-
narci.
«Come l'altra volta?»
Annuì e prese un'altra gomma dalla borsa, io composi il suo numero per
verificare il collegamento. Inserì l'auricolare e raggiunto Starbucks la salu-
tai con la mano e con un sorriso, e lei entrò. Mancavano quindici minuti
all'appuntamento.
Il pub non era affollato come la volta precedente. Presi una Coca e men-
tre andavo a sedermi vicino alla finestra sentii nell'auricolare il rumore del-
la macchina dell'espresso. Sopra la musica dolce di un violino udii la voce
di Suzy ordinare due cappuccini. Circa un minuto dopo era in linea. «Ciao,
mi trovo di fronte all'ingresso principale, circa a metà sulla sinistra.»
«Anch'io sono in posizione.»
Quando mancavano tre o quattro minuti un viso familiare spuntò dalla
stazione e svoltò a sinistra nella mia direzione. «Pronto, tempo, Blu è arri-
vato, stessa giacca e jeans. Raggiunge Turnmill.»
«Okay, fantastico, allora ci vedremo presto.»
Blu attraversò all'incrocio e mentre passava guardò dentro il pub. In quel
momento le cose si fecero ancora più interessanti. «Ci siamo, Suzy. Il no-
stro uomo è uscito dalla stazione, verso di me, stesso impermeabile, lo ha
indosso. Grigio lo segue, camoscio su jeans, attraversa la strada. Entrambi
verso di te.»
«Sì, ricevuto, ho appena visto passare Blu. Ci vediamo presto.»
La fonte oltrepassò il pub e devo dire che era piuttosto brava a confon-
dersi fra la gente.
«Mi hanno appena superato.»
«Ricevuto.» Suzy parlava come se stesse chiacchierando con la mamma
dei prezzi di Sainsbury's. Sentivo ancora la musica del violino e la voce di
un italiano che blaterava forte al bancone mentre altri ordinavano caffè.
Poi nella sua voce intuii un filo di preoccupazione. «Perché non vieni ora a
bere il cappuccino?» Forse aveva notato qualcosa.
«Stai bene?»
«Non mi fido di lui, nient'altro.»
29

Lasciai il pub accompagnato dalla voce di Suzy che parlava con la fonte.
«Ciao, non mi aspettavo di rivederti.» Li immaginavo scambiarsi sorrisi di
sorpresa. E mentre passavo davanti alla vetrata udii rumore di sedie che
venivano spostate. Guardai a sinistra. I due erano seduti al tavolo che Suzy
mi aveva descritto. Lei su una sedia in pelle, lui appollaiato su uno sgabel-
lo di fronte con le spalle verso di me.
Continuai per qualche metro e svoltai a sinistra nel vicolo. Raggiunta la
piazzetta feci in modo da tenere lo sguardo fisso in avanti. Con la coda
dell'occhio individuai Blu, poco oltre in diagonale sulla destra. Era seduto
su una panca di metallo. Mangiava un sandwich vicino a un gruppo che si
godeva la pausa pranzo.
Entrai dalla porta a vetri e Suzy mi sorrise subito. Le due donne vicino a
lei sollevarono con curiosità la testa per vedere chi era entrato, poi riprese-
ro a spettegolare. Sedetti accanto a Suzy e davanti alla fonte.
Lei prese il comando. «Il motivo per cui siamo qui è lo stesso dell'altra
volta, d'accordo? Se ci sono problemi noi usciremo dalla porta posteriore e
io voglio che tu...»
Stava indicando con un dito la fonte, ma la interruppi prima che finisse
la frase: «No, usciamo noi dalla porta principale e lui esce da quella sul re-
tro».
Era troppo in gamba per chiedere subito spiegazioni. Lo avrebbe fatto
più tardi. «Okay, allora faremo così.» Poi con un sorriso, come se stesse
chiedendo di passarle lo zucchero, Suzy disse: «Allora, cos'hai per noi?»
Si piegò in avanti e si portò il cappuccino alle labbra. Io la imitai.
Anche la fonte si piegò in avanti e iniziò a giocare con la bustina dello
zucchero. «La ASU... so dov'è.»
Io dissi: «Ha quello che vogliamo?».
«Certo.»
Restammo in attesa che continuasse, ma non accadde nulla. Con le sue
grandi mani continuava a torturare la bustina sul tavolo. Cercai d'immagi-
nare che lavoro facesse per vivere.
Suzy si stancò subito. «Allora? Dov'è?»
Lui sollevò uno sguardo penetrante. «Perché mi avete seguito ieri sera?
Potevate chiedermelo.»
«Perché avevi due uomini con te se lavori da solo? Chi segue chi?»
Quella gli piacque. Pensieroso, si mise più comodo e prese un sorso di
caffè. «Il terrorismo con cui avete a che fare adesso, e che io conosco, non
è fatto di attacchi tattici finalizzati a far sedere qualche governo a un tavolo
di trattativa. Ma a uccidere quante più persone possibile. Dovete affrontare
uomini e donne che cinque volte al giorno pregano per ottenere una morte
degna.» Fece una pausa, cercava l'effetto. «'Voi uccidete noi, noi uccidia-
mo voi.'»
Sollevai le mani. «Ehi, ascolta, lascia perdere.»
«Voialtri non sapete niente. Siete tutti agitati, preoccupati solo per l'11
settembre. Non comprendete la storia, parlate dei membri di Jihad come se
abitassero in un mondo dove il tempo è compresso, come se tutti i morti e
tutti i torti che hanno dovuto subire per secoli potessero essere spazzati via
con pochi anni di martirio. Questo è solo l'inizio della terza ondata...»
«Dove sono?» Suzy non ne poteva più, esattamente come me, e lo fece
capire.
La cosa gli piacque. Chiuse gli occhi. «Sono in una città che si chiama
King's Lynn.»
Suzy sembrava sorpresa. «Cosa? Nell'East Anglia?»
Irritato, curvò le spalle e ricominciò con lo zucchero. «E come faccio a
sapere dov'è? Io so solo che loro sono lì.»
«E non sai altro?» intervenni. «È un posto grande.»
Roteò gli occhi. Erano talmente iniettati di sangue che sembravano sul
punto di schizzare dalle orbite. «La casa è in Sir Lewis Street. Numero ot-
to-otto.»
«Quanti sono?»
«Non so nient'altro. Niente.»
Ero sempre proteso in avanti. «Sono armati?»
«Basta. Vi ho detto tutto quello che so.»
Suzy aveva un'altra domanda. «Come hai saputo di King's Lynn?»
Non rispose, si alzò, borbottò parole di saluto per salvare le apparenze e
uscì dalla porta sul retro.
Feci un cenno verso di lui. «Quando sono entrato Blu era là.»
Prese una penna dalla borsa e annotò i dettagli di King's Lynn, poi u-
scimmo dalla porta principale diretti all'auto.
Toccai la borsa. «Forse sarebbe meglio fare rapporto.»
«Perché non lo fai tu?»
«Non posso. Il mio oroscopo consiglia di ridurre al minimo le comuni-
cazioni con le mezze seghe.»
Senza smettere di camminare per Smithfield accese e chiamò. «L'incon-
tro è appena terminato.» Pausa. «King's Lynn.» Un'altra pausa. «Sì, giusto.
Otto-otto Sir Lewis Street.» Scosse la testa. «Non lo so, forse quattro o
cinque ore?» Annuì. «Sì, signore.»
Mostrai tre dita e articolai tre.
«Signore, dovremmo essere sul posto in tre ore.» Passò un po' prima che
riuscisse a inserire un'altra parola. «Sì, signore, certo, sarà fatto.»
Le feci il gesto di passarmi il telefono.
«Signore, Nick vuole parlarle.» Me lo porse.
«Che c'è?»
«Cosa sappiamo sulla fonte? Possiamo fidarci delle sue informazioni,
possiamo fidarci di lui? Secondo me sono palle. Solo ieri continuava a ri-
peterci quanto fosse difficile. Perché dobbiamo precipitarci lassù, per poi
scoprire...»
«Perché non importa quanto siano affidabili le informazioni, o se lui lo
sia o no, non abbiamo alternative. Quindi, finché non verrà presa la deci-
sione d'informare gli altri, tu devi precipitarti ovunque io ti ordini di anda-
re. Hai capito?»
«Sì.»
Chiuse la telefonata.
«Allora, sai dov'è King's Lynn? Non ti facevo un ragazzo del Norfolk.»
Ignorai la domanda e mentre andavamo alla macchina le raccontai quel-
lo che aveva detto Signorsì.
Si fregò le mani. Sembrava eccitata. «Allora, dove ci dirigiamo?»
«Comincia a prendere la M11.»
Raggiunta la North Circular ci fermammo a una stazione di servizio a
prendere dei panini e una Coca per me e quattro mele e uno yogurt per lei.
Dopo un po' eravamo sull'autostrada che portava a Cambridge. Passai un
po' di tempo a ragionare sul perché la ASU avesse scelto il Norfolk e di
colpo tutto mi fu chiaro. «Se Facciadiculo ha detto la verità, King's Lynn
potrebbe avere un senso.»
Distolse gli occhi dalla strada e mi guardò per qualche secondo attraver-
so le lenti azzurrine degli occhiali da sole.
«Da lì i treni arrivano direttamente a Liverpool Street e a King's Cross.
Ottima base alla giusta distanza considerato lo stato d'allarme che c'è in-
torno a Londra.»
«Potrebbero preparare tutto a King's Lynn, prendere il treno per King's
Cross e iniziare a spruzzarne un po' lungo la strada?» Suzy mise la freccia
per superare un camion. «Ma non credi che qualche malese, cinese o quel-
lo che sono potrebbe farsi notare in un posto del genere?»
E io che ne sapevo? «È un porto e ci sono un paio di locali per cibo da
asporto. A Facciadiculo conviene che la dritta che ci ha dato sia quella giu-
sta.»
Uscimmo dall'autostrada e prendemmo la strada che si snodava nella
monotona pianura della contea di Cambridge. Estrassi dai jeans il blister e
presi altre due capsule, stavolta accompagnate da Coca-Cola tiepida, e le
offrii a Suzy.
Scosse la testa. «Le ho prese prima di passarti a prendere. Ascolta, forse
Facciadiculo conosce la ASU, forse ha preso un treno per andare su... forse
è per quello che sta a St Chad's? Comunque... se ha ragione, è un lavoro
che si fa in fretta, così tu puoi risolvere i tuoi problemi e io divento quadro
permanente, che ne dici?»
Annuiva fra sé mentre io infilavo in tasca le medicine. Poi fu chiara la
decisione di smettere di parlare di Facciadiculo. «Allora, come si chiama?
Quanti anni ha?»
Ignorai la domanda e mi misi comodo, ma lei non aveva nessuna inten-
zione di mollare. «E dài, so che muori dalla voglia di parlarmene. E poi, se
Facciadiculo è nel giusto, magari domani è l'ultima volta che ci vediamo.»
Tornò a guardare la strada per darmi un po' di tregua.
«Kelly, si chiama Kelly e ha quattordici anni.»
«Non è tua figlia?»
«No, mi occupo di lei, se così si può dire.»
«Poteva andarle peggio, suppongo.»
Un cartello passò con un sibilo - KING'S LYNN 67 - e, dopo quelli che
a me sembrarono trenta chilometri, un altro con su scritto, 60. In alcuni
punti la strada era sopraelevata con canali su entrambi i lati, vie d'acqua
che drenavano la zona paludosa e chilometri e chilometri di terreno neris-
simo coltivato a patate o carote o qualcosa di simile.
«Allora, padre adottivo, patrigno, o qualunque cosa tu sia, cosa si prova
a essere responsabili di qualcuno?»
«Si sta bene.»
«Vuoi dire che il ruolo di genitore è... è positivo?»
Spinsi indietro il sedile per allungare le gambe. «Ecco il mio piano.» Mi
girai a guardarla. «Prima cosa compriamo una cartina della città e sco-
priamo dov'è questo posto, poi entriamo in città e diamo un'occhiata, d'ac-
cordo? A che ora fa buio?»
Il telefono squillò prima che potesse rispondermi. Glielo passai. «Tieni,
io sono in zona franca per le mezze seghe, ricordi?»
Premette il pulsante e lo avvicinò all'orecchio. «Pronto? Sì, signore, so-
no sul canale sicuro.» Mi guardò e roteò gli occhi. Non sarebbe riuscito a
parlarle se così non fosse stato. Ci fu una pausa. «Oh, no, sta guidando, si-
gnore.» Annuì in risposta a qualsiasi cosa le stesse dicendo, poi mi guardò
con espressione seria. «Sì, signore, lo farò.»
Con il pollice chiuse la comunicazione e mi restituì il telefono. «L'Im-
migrazione e la polizia locale tengono sotto tiro l'indirizzo da due anni.»
«Ha intenzione d'intervenire? Di far cessare la sorveglianza o cose del
genere?»
«No. Azione disconoscibile, o l'hai dimenticato, ragazzo del Norfolk?»
«Stronzo del cazzo.»
Annuì lentamente. «Mi dirai mai perché ce l'hai tanto con lui?»
Eravamo arrivati alla periferia di King's Lynn e Suzy si fermò a una sta-
zione di servizio BP. S'inizia sempre una missione con il pieno e, comun-
que, avevamo bisogno della piantina.
Mentre tornavo alla macchina con la cartina aperta fra le mani potevo
sentire la brezza del mare del Nord. King's Lynn si trova nell'angolo in
basso a destra della baia di Wash. È attraversata dal Great Ouse e forse è
navigando quello che le navi raggiungono le banchine.
Attraversammo una strada circolare punteggiata di negozi di fai-da-te, di
giganteschi saloni di mobili e attrezzature elettriche, inframmezzati da
qualche sparuto franchise di hamburger e mentre seguivamo i cartelli che
indicavano il centro città le cose peggiorarono sensibilmente. Era una triste
mescolanza di costruzioni in cemento anni '70 e edilizia popolare dei primi
del Novecento in mattoni rossi. Il posto aveva tutta l'aria di avere un ur-
gente bisogno di una profonda raschiata e un paio di mani di buona pittura.
Parecchi negozi erano chiusi con assi di legno. Oltrepassammo un'immen-
sa zona scoperta adibita a parcheggio fiancheggiata dal muro in cemento
incolore di un piccolo negozio e alcune case cadenti in stile georgiano con
la vernice scrostata.
Suzy sembrava depressa almeno quanto me, contraeva il viso in smorfie
assortite e scuoteva la testa masticando a maggiore velocità la cicca alla
nicotina quando superammo un gruppo di tre mamme adolescenti con pas-
seggini e capelli biondi malamente decolorati.
Restammo sull'arteria principale che collegava la città alla tangenziale.
Controllai la cartina. A quel punto non eravamo troppo lontani da Sir Le-
wis Street. Alla nostra sinistra comparvero immense cisterne per lo stoc-
caggio di carburante, metà dipinte e metà arrugginite. «Ci serve Loke
Road, sulla nostra destra.»
La vedemmo entrambi. Eravamo prossimi all'ingresso del porto e, ab-
bandonando la principale, svoltammo a destra, in una vasta zona desolata.
«Siamo quasi in Sir Lewis, oltre il torrente, sulla sinistra.»
Mentre superavamo i cortili posteriori delle case di Sir Lewis, fila dopo
fila di case «due-su due-giù» in mattoni rossi prese di peso da Coronation
Street, Suzy sembrava ancora più depressa.
Continuammo fino a superare la casa bersaglio e Suzy continuava a la-
mentarsi: «È così maledettamente senz'anima».
Guardai ogni stradina che separava le case fra loro, vidi biancheria stesa
ad asciugare in quasi tutti i cortili e bidoni della spazzatura ricolmi e schi-
fezze sulla strada. Negli anni '60 qualcuno era diventato ricco convincendo
i proprietari a cacciare un pacco di soldi in rivestimenti in pietra e acciotto-
lati. C'erano tantissimi cartelli VENDESI piantati di fronte alle case, e an-
che l'obbligatorio disco Sky, e nessuna delle auto parcheggiate nella stretta
stradina aveva sulla targa un codice d'immatricolazione superiore alla J.
Oltrepassammo un emporio di quartiere, un'insegna dipinta a mano di
una parrucchiera e un pub. Poi, dopo circa un minuto, fummo circondati da
case comunali anni '50 e da appartamenti a un piano. Svoltammo a destra
in direzione della stazione.
«Parcheggiamo lassù e torniamo indietro a piedi.» Se si parcheggia in
una zona abitata, tutti si aspettano che tu entri in una casa nelle vicinanze.
Di colpo i cartelli stradali svanirono ma riuscimmo comunque a rag-
giungere la stazione, un vecchio edificio in stile vittoriano in mattoni rossi
e vetro che aveva accanto un nuovissimo supermercato Morrisons e un ne-
gozio di abbigliamento della catena Matalan. Suzy s'infilò nel parcheggio
di Morrisons. Seduti in macchina consultammo la cartina per decidere co-
me muoverci.

30

«La cartina è piuttosto vecchia.» Indicai Morrisons. «Ma noi adesso ci


troviamo qui, in questa zona non edificata. Il bersaglio è a una decina di
minuti a piedi verso nord.»
Sir Lewis Street faceva parte di una griglia di sei isolati di case a schiera
con terrazza, disposti su tre strade, ognuna delle quali era lunga circa due-
centocinquanta metri e parallela alle altre, intersecate nel mezzo da Walker
Street. Alle spalle aveva il torrente ed era appena più lunga delle altre due.
L'area abbandonata dilagava su tutta la superficie compresa fra il torrente e
la strada principale.
Suzy reagì con una smorfia. «Ma come si può sopravvivere in un luogo
simile? Odio questi posti del cazzo.»
Mi strinsi nelle spalle. «Non sempre le persone hanno facoltà di scelta.»
Elaborammo una strategia per il sopralluogo a piedi. Non sapevamo con
esattezza dove si trovasse la casa bersaglio. A giudicare dalla cartina la
strada era senza uscita.
Suzy strappò un angolo e lo arrotolò per farne una specie di bacchetta
per indicare quali sarebbero state le nostre mosse. «Se percorriamo la Loke
in giù, fino ai negozi davanti ai quali siamo passati in macchina, e poi
svoltiamo a destra in una traversa, dovremmo riuscire a raggiungere il lato
senza uscita di Sir Lewis. Arrivati a quel punto, possiamo percorrere tutta
la strada all'indietro fino alla Loke.»
«Affare fatto. Okay. Copertura. Siamo qui per qualche giorno di vacan-
za. Stavamo facendo una passeggiata ma ci siamo persi e adesso stiamo
cercando la stazione.»
Suzy chiuse a chiave. Controllò due volte tutte le portiere e si accertò
che l'attrezzatura nel bagagliaio non fosse in vista.
Il parcheggio era pieno di auto e carrelli. Suzy e io camminavamo af-
fiancati diretti a un piccolo varco che portava all'edificio principale. Suzy
fece scivolare un braccio sotto il mio e cominciò a commentare allegra-
mente la marca e il colore delle auto che superavamo. Qualsiasi cosa pur di
sembrare naturali fra la gente, almeno da lontano.
I residenti avevano fatto del loro meglio per personalizzare le case co-
munali e ciò sembrò irritare ancora di più la mia collega. Alcune abitazioni
esibivano leoni di pietra sui pilastri del cancello, altre gnomi seduti sui
gradini d'ingresso o intenti a pescare in piccoli laghetti del cortile, altre ca-
sette per gli uccellini a forma di mulino a vento, quelle più di lusso una tet-
toia per la macchina. Suzy ammirò in modo particolare alcuni mattoni
smossi in un muro accanto a un palo del telefono. «Sarà la nostra DLB.
D'accordo?» Dead Letter Box, casella postale senza contatto, una buona
idea.
Annuii. Raggiunta la Loke svoltammo a sinistra e ripercorremmo la
strada fatta in macchina, oltre le casette due-su due-giù, tipo Come. Su una
lastra di pietra fissata al muro c'era scritto 1892, che doveva essere la data
dell'ultima visita di un imbianchino. Attraverso le tendine potevo vedere la
moquette a disegni marroni e gli alari d'ottone vicino a caminetti rivestiti
di piastrelle.
L'umore di Suzy non era migliorato. «Odio profondamente tutto que-
sto.»
«Dov'è il problema? Non ti piace il Norfolk?»
«Sono andata per mare proprio per fuggire da un buco di merda come
questo. Ma guarda, sembra di essere a West Belfast. Voglio il mio Blue-
water e la nuova serra, lo voglio.»
Mi guardai in giro. Sapevo esattamente cosa intendeva, a parte il pezzo
su Bluewater.
Continuammo a camminare sulla Loke e superammo le prime due strade
parallele alla Sir Lewis. Un cinese sui vent'anni uscì da un negozietto con
un giornale sotto il braccio e un dito sull'anello di apertura di una lattina di
Coca. Ne ingollò una bella sorsata, saltò su una vecchia Lada rossa e si al-
lontanò dalla strada bersaglio.
Suzy mi guardò e mi sorrise come un'innamorata. «D958?»
Annuii, non che avessimo bisogno di memorizzare la targa. Lada così
vecchie e di quel colore non ne erano rimaste molte sul pianeta.
Lasciai sfuggire un sospiro. «Il mio buco di merda era una casa popola-
re. C'è la stessa puzza in tutte quante. Non trovi?»
Scrollò le spalle. «Stufa a carbone e cavolo. Lo odio, odio, odio.» Come
se non lo avessi ancora capito.
Sir Lewis era l'incrocio successivo sulla destra. «Prendiamo quel vico-
lo?»
Attraversammo la strada a braccetto e svoltammo nel sentiero poco lon-
tano dalla strada bersaglio. Riuscivamo a malapena a camminare affianca-
ti. I retri delle case della Sir Lewis Street erano sulla nostra sinistra. I corti-
li erano minuscoli e i fili per stendere erano al secondo piano per sfruttare
qualche bava di vento. Vecchie vestagliette grigie e jeans molto sbiaditi
sembravano l'articolo più in voga della settimana.
Gatti o volpi di città dovevano essere rimasti intrappolati nei sacchetti
della spazzatura sparpagliando in giro confezioni di cibo surgelato e il con-
tenuto di qualche centinaio di portacenere. Dalla finestra di una cucina
proveniva odore di vestiti umidi e di tè stantio. Qualcuno al piano di sopra
aveva appena tirato la catena del bagno. Alcuni cortili avevano una porta
sul vicolo, altre erano state abbattute o erano marcite. Le case stesse non
erano che piccoli cubi di mattoni.
Walker Street era a circa quaranta metri di distanza. Da alcune abitazioni
giungeva il rumore della TV e ogni tanto l'abbaiare di un cane da dietro i
muri cadenti.
Iniziammo ad attraversare Walker Street e cercammo d'individuare i
numeri civici delle porte di Sir Lewis Street alla nostra sinistra. Niente da
fare, erano troppo lontani.
Un piccolo ponte a mezzaluna, solo per pedoni, superava il torrente e
portava all'ampia distesa di fango, spazzatura e tracce di impianti indu-
striali rasi al suolo dai bulldozer che si estendeva per un centinaio di metri
fino all'arteria principale. Oltre a quella c'era il reticolato a difesa del porto,
dove gru e depositi di carburante, con il logo Q8 malamente dipinto, si
stagliavano contro il cielo. Centinaia di pali in legno spuntavano dalla re-
cinzione; forse qualche ditta tipo Jewsons utilizzava la zona come deposi-
to. L'intera area portuale era dominata da una grande costruzione rettango-
lare in cemento bianco. Era senza finestre, ne dedussi che doveva trattarsi
di un magazzino.
Un gruppo di ragazzini uscì dalla Sir Lewis e ci venne incontro sulla
Walker con un incedere da finti duri. Avevano tutti i capelli tagliati a spaz-
zola e buchi nelle scarpe da tennis, continuavano a scrollare la cenere dalle
sigarette con gesto nervoso del pollice senza smettere di sputare sul mar-
ciapiede. Noi ci dirigemmo verso la continuazione del vicolo, separandoci
per superare due carrelli abbandonati di Morrisons.
Il sopralluogo a piedi aveva altre finalità oltre a permetterci d'individua-
re il numero civico. Dovevamo assimilare più informazioni possibili per-
ché non ci sarebbe stata una seconda chance. Una volta passati davanti al
bersaglio, la zona per noi sarebbe diventata proibita fino al momento
dell'attacco. Non ci saremmo neppure voltati per un'ultima occhiata: la le-
zione sugli sguardi della gente comune, imparata dalla dura esperienza, ce
lo avrebbe impedito. Ma a parte quelli che spiano dalle tendine, c'era da
supporre che la ASU avesse qualcuno di guardia, alle finestre o nella stra-
da.
Di colpo mi venne in mente una cosa. «Come si fa un sopralluogo in du-
e? Non l'ho mai fatto in coppia.»
Suzy sembrò felice che ci fosse qualcosa che non sapevo. «Facile. Biso-
gna cercare di non dividere le informazioni. Comportati come se fossi da
solo. Discuteremo dopo su quello che abbiamo visto.»
Eravamo arrivati alla fine del vicolo che sbucava in Sir Lewis Street.
Sulla sinistra c'era la zona Corrie, sulla nostra destra case comunali a un
piano e a più piani per circa centocinquanta metri prima che la strada finis-
se. Restammo dall'altro lato della strada per avere una prospettiva migliore
sul bersaglio e quindi più tempo per guardare, più tempo per immagazzina-
re informazioni. Guardammo tutto anche se la sensazione era di non regi-
strare: l'inconscio è come una spugna e in seguito avremmo potuto estrarre
informazioni l'uno dall'altra.
Il primo numero dall'altro lato della strada era il 136. Ciò era un bene:
significava che eravamo nella parte alta della via. Davanti a noi passò una
macchina che spaventò una coppia di vecchi gatti randagi.
Suzy mi tirò piano per la giacca. «Non dimenticare di contare.»
Annuii e mi lamentai fra me. Odiavo contare, ma andava fatto. Il numero
88 era vicino. Il fronte casa era in acciottolato. La porta solida e bianca. A
destra di quella c'era una finestra in alluminio ad anta unica e con i doppi
vetri. Solo la parte alta si apriva. Verso l'esterno. Un'altra identica era al
piano superiore.
Parcheggiate nei paraggi c'erano tre auto: una Volvo rossa, targa P; una
Toyota verde, targa C, e una Fiesta nera di cui non riuscivo a leggere la
targa ma non ce n'era bisogno perché aveva dei segni di riconoscimento
molto evidenti: due strisce rosse lungo la fiancata.
A un primo sguardo non c'era segno di vita. Tendoni chiusi. Niente fumo
dal camino, nessuna bottiglia di latte sulla soglia, nessun giornale o lettera
nella cassetta della posta, la parte alta di entrambe le finestre era chiusa.
Quando fummo più vicini presi per mano Suzy e attraversammo in dia-
gonale, non direttamente verso la casa ma zigzagando. La Fiesta aveva le
strisce anche sull'altro lato. Ancora un paio di case e oltrepassammo il ber-
saglio. Nessun rumore, nessuna luce, niente. I vetri delle finestre erano
sporchi, le tendine ridotte a uno straccio. La chiusura delle finestre era una
semplice maniglia. La vernice della porta si stava sfogliando e la serratura
era una Chubb qualsiasi in ottone con una maniglia imitazione B&Q del
vecchio tipo, anche se chi poteva avere la certezza che non ci fossero due
ferri morti a sprangarla dall'altra parte?
Superata la porta cominciammo a contare. Uno, due, tre... ogni casa che
superavamo, premevo un polpastrello sul palmo della mano... otto, nove,
dieci e poi cominciavo da capo... undici, dodici...
Raggiungemmo l'incrocio con la Walker, svoltammo a destra e quasi su-
bito ci ritrovammo a camminare sul ponte. Il torrente due metri sotto di noi
era fangoso con chiazze di olio che prendevano sfumature arcobaleno.
Svoltammo ancora a destra, in un sentiero fangoso. Passai un braccio sopra
le spalle di Suzy e le sorrisi. «Ho contato diciassette. Tu?»
«Sì.»
«Sembra vuota.»
«Sì, chiusa.» Aveva ripreso a contare e la imitai. Uno, due, tre...
Il torrente era largo due metri, l'argine ripido dell'altra riva era pratica-
mente contro il retro delle case, separato soltanto da un sentiero molto bat-
tuto. Bastava guardarlo per capire che era piuttosto frequentato dalle per-
sone che buttavano spazzatura nel canale. Vecchi pacchetti di sigarette e
cicche, lattine di bibite e pezzi di carta erano sparsi ovunque. Il posto era
un buco di merda.
Sembrava che l'area vuota tra noi e la principale fosse stata liberata per
nuovi insediamenti. Una staccionata dipinta di bianco era stata posta a pro-
tezione ma era già coperta di graffiti e in alcuni punti anche abbattuta.
Nove, dieci, undici... A volte il davanti di una casa poteva non avere
niente in comune con il retro; magari il davanti era ben curato e dipinto di
verde e il retro trascurato e dipinto di rosso. Le case a terrazza, in partico-
lare, possono essere un vero incubo. Alcune avevano le stesse strutture in
alluminio come davanti, altre ancora le vecchie intelaiature.
Dodici, tredici, quattordici... Giungemmo all'altezza di una porta di le-
gno marrone, inserita in un muro fatiscente di mattoni rossi; non c'erano
panni stesi, anzi non c'era neppure la corda per stendere. Vecchie tendine
coprivano vetri sporchi.
Suzy piegò la testa. «Quella senza biancheria stesa, con le finestre e la
porta marrone. È il mio diciassette.»
«Anche per me.» Continuammo. Non c'erano luci, né vapore ai vetri o
finestre aperte, non c'era spazzatura fresca sparsa lungo l'argine del canale.
La porta era chiusa con una serratura ma, come per il portone principale,
potevano esserci altre chiusure all'interno. Il muro era scalabile in più pun-
ti; oltrepassarlo non costituiva un problema. Studiai l'area non edificata per
trovare un punto di riferimento con la zona porto. Di notte tutto sarebbe
apparso diverso. «È all'altezza delle cisterne della Q8.»
Continuammo lungo il sentiero, il sopralluogo era finito, ci piacesse o
no. Un pensionato pedalava verso di noi su una mountain bike nuovissima
e lucidissima. Ci scambiammo ancora parole inutili fino a che lui, e la casa
bersaglio, non furono lontani e le case a schiera sostituite da bungalow e
villette.
Avevo la testa piena di un centinaio di cose diverse, lei mi prese per ma-
no e camminammo in silenzio sino alla fine del sentiero. Il primo pensiero
è sempre per il nemico, in quel caso la ASU. Era molto probabile che fos-
sero all'interno della casa; al momento rimanere nascosti era la loro arma
migliore.
Quali erano i loro scopi e le loro intenzioni? Conoscevamo il loro obiet-
tivo, ma non sapevamo nulla del loro addestramento, dei loro capi, del loro
morale. Non erano soldati: la terza ondata era formata da tecnici. Ma, co-
munque fosse, che tipo di persone ci saremmo trovati a combattere? Non
sapevamo neppure se fossero armate. La fonte aveva detto soltanto che e-
rano fondamentalisti, che desideravano andare in paradiso con un ardore
pari al nostro di andare via da King's Lynn. Ma ciò cosa implicava? A-
vrebbero lottato? Mi augurai di no.
La priorità successiva era il terreno di caccia. Entrare dal bianco sarebbe
stato un incubo perché, a parte le finestre chiuse, c'erano solo gli abbaini e
il portone frontale e la porta posteriore. E, anche se uno degli abbaini fosse
stato aperto, non saremmo mai riusciti a passarci attraverso, quindi non re-
stavano che le porte e per quelle era il caso di attendere il buio per attacca-
re la Yale frontale. Ma il rischio di essere compromessi era molto alto dato
il considerevole numero di tendine che potevano essere spostate.
Suzy era arrivata alla stessa conclusione. «Dobbiamo farlo dal nero, ve-
ro?»
Le zone bersaglio vengono sempre codificate per rendere più facile l'i-
dentificazione. La facciata è sempre denominata bianco, il lato destro è
rosso, il sinistro è verde e il retro è nero. E, dato che la nostra faceva parte
di una schiera, avevamo a disposizione solo nero e bianco.
«Già, a meno che Mazzadagolf non ci procuri un Packet Echo per far
saltare un muro e aprirci un varco dalla casa dei vicini.»
Si passava la gomma in bocca da parte a parte e non riuscì a trattenere
un accenno di sorriso al solo pensiero. «Non ci resta che entrare dal cortile.
Lì saremo al coperto per indossare la tenuta NBC e attaccare la serratura.»
Annuii. Era un piano semplice perché avevamo scarsissime informazio-
ni.
Ghignò. Masticava in modo esagerato. «Merda, a volte mi faccio quasi
paura per quanto sono in gamba.»
«Per prima cosa dobbiamo trovare un posto fuori città dove preparare
l'attrezzatura NBC. Non è il caso di aprire i sacchetti e il resto quando sia-
mo sul bersaglio. Poi torniamo a piedi sul bersaglio con le sacche pronte,
scavalchiamo il muro, Bob è tuo zio, indossiamo le tute, scassiniamo la
porta e procediamo.»
«L'unica rifinitura che mi sento di aggiungere è che vorrei comprare un
paio di guanti di gomma. Non voglio quelli NBC. È veramente troppo dif-
ficile azionare il grilletto, soprattutto avendo sotto quelli di cotone.»
Annuii. «Ottima pensata. Così magari quando saremo dentro potrai an-
che lavare i piatti.»

Tornammo al parcheggio. Al tramonto mancavano ancora due ore. «Be-


viamo qualcosa?»
Accettò con entusiasmo. Entrammo nel bar di Morrisons e ordinammo
due tè, tramezzini e biscotti. Io continuavo a guardare il Traser.
«Rilassati, Nick.»
Dagli altoparlanti The Best of Janet Jackson ci martellava la testa, inter-
rotto di tanto in tanto da una voce che pubblicizzava le grandiose offerte
presenti nel negozio.
Anche Suzy guardò l'orologio. «Vado a comprare i guanti. Li vuoi anche
tu?»
«Sarebbe stupido non accettare. E compra anche della schiuma da barba
e qualche rasoio.»
Mi accarezzò il viso. «Non è grave. Chi può dirlo? Magari se ti occupas-
si un po' più del tuo aspetto potresti essere più fortunato.»
Mi lasciò con i biscotti che non aveva toccato e io presi il telefono. Bec-
cai ancora una volta la segreteria di Josh; per loro era ancora mezzogiorno
di venerdì. Chiusi e composi un altro numero.
«Pronto?»
«Carmen, c'è Kelly?»
«Vado a cercarla.» Sentii il rumore della televisione mentre lei usciva
dalla cucina e poi: «C'è Nick».
Mi giunse un piagnucoloso «pronto?»
«Ciao, Kelly, ascolta... ti ho telefonato perché non abbiamo avuto abba-
stanza tempo per parlare. Mi spiace tanto non poter venire a salutarti, ma
sono nel Nord. Carlisle.»
«E dov'è?»
«Quasi in Scozia. Ascolta, mi dispiace...»
«Josh è tornato?»
«Non ancora. Tornerà questa notte, orario americano.»
Sollevai lo sguardo e vidi Suzy in coda alla cassa con il cestello pieno.
«Senti, devo andare. Ti chiamerò ancora, forse non questa notte perché sa-
rò in viaggio. Proverò in mattinata. Okay? È tutto a posto per il volo?»
«Non credo.»
«Allora forse è meglio che io parli un attimo con la nonna, è ancora lì?»
Sentii che la chiamava e che passava il telefono a Carmen.
«Avete fatto tutto per il volo?»
«No, cambiare il biglietto costava cento sterline e non avrebbero aspetta-
to la tua telefonata. Volevano i soldi subito e tu sai quanto sia costoso usa-
re la carta di credito, quando abbiamo pagato...»
«Ascolta, paga e basta, ti prego, ti mando i soldi, non importa quanto co-
sta.»
Spensi il telefono e lo riposi nel marsupio mentre Suzy finiva di pagare.

31

Per una volta era piacevole essere insieme con lei in una zona non fuma-
tori. Avevamo ordinato un vassoio di tramezzini, un paio di banane e uno
yogurt, avevamo bevuto il tè e parlato di niente come facevano tutte le al-
tre coppie. Alle sei il bar aveva smesso di servire ma ce ne restammo lì a
gustare cibo e bevande per un'altra ora. In quel momento la donna delle
pulizie stava facendo del suo meglio per lavare il pavimento intorno a noi.
Era ora di andare.
Per uscire dalla città prendemmo la strada principale che costeggiava il
porto diretti alla tangenziale. Guidava ancora Suzy. Io tolsi la copertura
dalla luce interna e cominciai a cercare nella tasca della portiera. «Dove
sono le lampadine?»
«Nel vano del cruscotto, credo.»
Le avvitai e collegai il telefono al filo che pendeva dalla presa dell'ac-
cendino. Estrassi il necessario per radermi dal sacchetto, abbassai l'aletta
con lo specchio e cominciai a darmi da fare con la schiuma.
Alla nostra destra, oltre la zona non edificata, alcune luci delle camere
sul retro delle case della Sir Lewis erano accese, ma non in quella che, se-
condo noi, era il bersaglio. Sul sentiero lungo il fiume giravano poche per-
sone, a piedi o in bicicletta. Fumo da un paio di camini. Suzy stava già
pensando a quando saremmo tornati. «Meglio per loro se non hanno messo
dei cavoli a bollire.»
Stavo facendo un lavoro di rasatura decisamente pessimo. Suzy superava
un condominio dopo l'altro, case arretrate rispetto alla strada e una stazione
dei vigili del fuoco con i manifesti di sciopero ancora attaccati alle porte.
Dopo un po' raggiungemmo gli edifici commerciali di vetro e cemento do-
ve lucidissime Audi e Citroën erano in esposizione negli autosaloni in atte-
sa di essere consegnate alle ville dei dintorni; quelle costruite su terreni di
proprietà, quelle con i leoni di guardia ai cancelli. Con un fazzoletto di car-
ta preso dai miei sacchetti di Next, mi pulii il viso pieno di piccoli tagli e
sangue. Mi rimase addosso una bella puzza di mentolo.
Finalmente raggiungemmo la rotatoria principale. La seconda strada a
destra sembrava portare in una zona buia. Suzy la imboccò mentre io lace-
ravo la confezione di guanti per i piatti appena comprata da Morrisons.
Svoltò a destra in una stradina secondaria e dopo un po' si fermò in una
piazzola di fango secco vicino a un campo.
Invece di riflettere con calma su quello che poteva succederci nel giro di
qualche ora, sembrava sempre più su di giri. Prese i guanti e mi diede un
colpetto. «Tu con la protezione? Roba da non crederci.» Rise. Aprì la por-
tiera e la luce si accese mentre tendeva la mano per prendere la lampadina
del baule. «Prendo la roba.»
Sentii che apriva il bagagliaio e che frugava in fretta all'interno. Non
passò molto e sei pacchi di NBC vennero buttati sul sedile posteriore. Sot-
to il cellofan c'erano dei cartoncini bianchi piuttosto grandi su cui era scrit-
to solo pantaloni, oppure casacca. Avremmo preparato un pezzo alla volta
e lasciato il resto impacchettato dietro. Sarebbe stato più facile da nascon-
dere se qualcuno fosse passato con il cane al guinzaglio o se un'altra mac-
china avesse posteggiato accanto alla nostra.
Tolsi la copertura esterna e con i denti strappai quella sottovuoto. L'aria
entrò immediata per equalizzare la pressione. L'interno della tuta NBC era
fatto di un guscio di scuro cotone grigio-verde, rivestito con lamine di pic-
cole sfere di carbonio. Con una buona dose di fortuna, avrebbe assorbito
ogni agente biologico o chimico prima che entrasse in contatto con i vestiti
che indossavo e, ancora più importante, con la mia pelle.
Suzy chiuse il portellone piano e solo fino al primo scatto, per ridurre il
rumore al minimo. Poi tornò al posto di guida e afferrò un pacco di panta-
loni. In tutto avevamo tre pacchi a testa: pantaloni, giacca con cappuccio e
stivali di gomma. I pantaloni sembravano usciti da una lavanderia cinese
che aveva usato troppo amido: fui costretto a infilarci dentro un braccio
per staccarli. Suzy fece la stessa cosa con la casacca. Era sempre molto ec-
citata. «È fantastico», bisbigliò. «Sembra che ci stiamo preparando per an-
dare a una festa in maschera.»
Finito con casacche e pantaloni li arrotolammo e ci dedicammo alle so-
prascarpe nere. Erano taglia unica e andavano allacciate come sandali ro-
mani. Infilammo le strisce di gomma negli anelli ai lati delle suole. Adesso
le NBC erano pronte per l'azione.
I finestrini si stavano appannando. Avvolgemmo i vestiti intorno agli
stivali e uscimmo per infilarli nella sacca. Aprii il velcro di una sacca di
nylon verde ed estrassi il respiratore S6, dotazione standard dell'esercito
inglese. Era un affare di gomma nera con una maschera per gli occhi e una
bombola già collegata. Non ci erano stati forniti ricambi, ma quello, con
buona probabilità, non costituiva un problema; una bombola poteva durare
più giorni. Certo sarebbe stato bello sapere se era nuova.
Controllai se la camera d'aria che sigillava il respiratore era correttamen-
te inserita, in modo che niente potesse entrare. Davanti, dove presto si sa-
rebbe posizionato il mio mento, c'era una piccola valvola: la ruotai in sen-
so antiorario in modo che la pressione nella camera d'aria arrivasse allo
stesso livello della pressione ambientale per sigillarla perfettamente. Per
quello mi ero rasato, perché i peli della barba non dessero fastidio. È per lo
stesso motivo che i capelli corti sono un vantaggio: nessuno desidera che
delle ciocche di frangia impediscano il completo isolamento.
Lo lasciai aperto per un minuto e guardai Suzy che puliva la maschera
con un angolo della felpa. Poi, chiusa la valvola e tirati ben indietro i ca-
pelli, mi portai il respiratore sul viso e regolai l'elastico sulla nuca. Il naso
si riempì dell'odore di gomma nuova.
La bombola era montata sulla sinistra, in modo da poter portare il fucile
sulla spalla destra. La aprii e coprii l'apertura con la mano e inspirai forte
in modo che il respiratore mi si schiacciasse contro il viso. La tenuta era
ottima.
Adesso toccava alle SD. Avevamo tre caricatori da trenta colpi a testa,
più che sufficienti. Se quel lavoro avesse richiesto qualcosa come centot-
tanta colpi voleva dire che eravamo nella merda e che molto probabilmente
saremmo stati uccisi. Non avevamo un posto per i caricatori di scorta; per
qualche misteriosa ragione Packet Oscar non comprendeva né portacarica-
tori né imbragatura a spalla per l'arma. E quello voleva dire che non a-
vremmo potuto correre o lottare con entrambe le mani libere; avremmo
dovuto poggiarli e forse anche lasciarli sul posto ed è per quello che i
guanti Morrisons erano necessari.
Li indossai e con un dito coperto di gomma premetti il pulsante di ac-
censione dell'HDS. Il piccolo schermo s'illuminò. In teoria le batterie di
quegli affari duravano giorni, ma avevo avuto delle brutte esperienze in
passato. Lo spensi subito.
Inserimmo entrambi un caricatore pieno di proiettili 10 mm nell'apposito
alloggiamento delle SD. Ascoltai lo scatto, scrollai il caricatore e lo tirai
un pochino per essere sicuro che fosse correttamente inserito.
Suzy teneva la mano destra sopra il cane. «Pronto? Al mio tre. Uno, due,
tre.»
Ci preparammo ad agire insieme, tirammo indietro il cane, che era paral-
lelo alla tozza canna, e lo lasciammo scivolare in avanti in modo che le
parti mobili raccogliessero un proiettile.
Controllai la camera di scoppio tirando un poco indietro il cane un'altra
volta e inserii la sicura. Suzy era di nuovo più avanti di me: aveva srotola-
to la tuta NBC e aperto il velcro che chiudeva le tasche dei pantaloni. Mise
un caricatore in ogni tasca, così non avrebbero fatto rumore. La imitai. In-
tanto pensavo alla Browning. «Non porterò la corta, anche se ne avessi bi-
sogno non saprei dove metterla.»
Senza rispondermi infilò il portafoglio rigonfio nella tasca alta della
giacca, la chiuse con il velcro e controllò che non si aprisse. Non poteva-
mo permetterci che ci cadesse niente: non volevamo fare più rumore del
necessario e non volevamo neppure lasciare niente dietro di noi. Se non
fossimo riusciti a raccogliere i bossoli dei proiettili, li avremmo lasciati lì,
ma niente altro.
«È il tuo modo per insistere che le pistole restino in macchina?»
Svitai il fondo della mia mini Mag-Lite e girai la pila in basso per avere
di nuovo energia. Un'altra cosa che non volevo finisse quand'ero sul bersa-
glio «Sì, insieme con i documenti. Perché rischiare di lasciare qualcosa?»
«Affare fatto. Ma fai in modo che il parcheggio sia sicuro.»
Il mio astuccio MOE sarebbe rimasto nel bagagliaio.
Rimase in silenzio per un momento. «Nick, che succede se ci contami-
nano sul serio? Se cominciano a spargere il bacillo?»
«Dovremo prendere atto di essere davvero nella merda e augurarci che le
tute funzionino mentre aspettiamo per circa un'ora che quella roba perda
l'effetto.»
«Seduti fermi ad aspettare?»
«Che altro potremmo fare?» Infilai una mano nella tasca dei jeans. «A
parte cercare di proteggerci in anticipo.» Presi quattro capsule e le passai
l'incarto mentre le sentivo scendere nella gola.
Abbaglianti in avvicinamento provenienti da King's Lynn sparirono in
un avvallamento della strada. Tornammo all'interno della Peugeot. Portai il
respiratore con me e cominciai a pulire le lenti con la maglietta mentre i
fari si avvicinavano. Per alcuni secondi fummo inondati da un vago chiaro-
re mentre gli abbaglianti fendevano i vetri appannati della nostra auto.
Guardai Suzy. Non sembrava più tanto eccitata e continuava a pulire le
lenti con gesti brevi e distratti. Verificai ancora una volta che la valvola
della pressione fosse ben chiusa e intanto mi chiedevo se magari aveva una
capsula piantata di traverso in gola o qualcosa del genere.
Raccogliemmo tutti gli involucri di plastica e gli oggetti per radermi e li
mettemmo nel baule. Tutto quello di cui avremmo avuto bisogno sul ber-
saglio era nelle sacche, perciò mi tolsi i guanti e me li infilai in tasca.
Niente di quello che avremmo preso dall'auto e portato sul bersaglio aveva
le nostre impronte. Saremmo entrati sterili e, con un po' di fortuna, usciti
nello stesso stato.
«Com'è che conosci questo posto?» Chiuse il bagagliaio. «Ci venivi in
vacanza con la famiglia?»
Tornammo alle rispettive portiere. «Molto divertente», dissi. Nel buio
non riuscivo a vederla in viso. «Non andavamo mai in vacanza.» La verità
era che non eravamo neppure una famiglia. «Ho abitato a qualche chilome-
tro da qui per un certo periodo. Solo per poco tempo.»
«Con Kelly?»
Aprimmo e la luce interna si accese mentre salivamo. Suzy era in attesa
di una risposta, ma non l'avrebbe ricevuta. «Okay, parliamo di questo, allo-
ra. Non trovi strana la coincidenza che la fonte abiti in una baracca a
King's Cross?»
«Io voglio solo che questo lavoro sia fatto e finito, così posso tornare in
America.»
«A risolvere i problemi di Kelly?»
«E anche tutto il resto.»

32

A portiere chiuse la luce si spense. Suzy avviò il motore, io intanto si-


stemai la Browning perché il cane armato a metà cominciava a pungermi
lo stomaco. Dopo anni passati a portare uno di quegli affari l'irritazione
rossastra non andava mai via, ma adesso stava per sanguinare.
Un altro paio di auto passò veloce. Chi guidava la seconda suonò quattro
o cinque volte il clacson e gli occupanti ci rivolsero urla triviali.
Suzy era tornata di ottimo umore. «Credono che stiamo facendo sesso.»
Portò alla bocca le mani a coppa e fece finta di urlare all'auto che stava
ormai scomparendo: «Ehi, non sono così disperata».
Passò la mano sulla condensa del parabrezza per riuscire a vedere fuori,
io guardai l'ora. «Allora mi sono rasato per niente?»
Costeggiammo le banchine. Le luci ad arco dall'altro lato della recinzio-
ne splendevano come quelle di uno stadio illuminato. Più avanti, sulla sini-
stra, oltre l'oscurità dei terreni deserti, le case Corrie facevano del loro
meglio per essere all'altezza. I lampioni di Walker Street iniziavano in
prossimità del ponte e si allungavano davanti a noi, ma la loro luce non il-
luminava per niente il sentiero lungo il canale. Avevamo un triangolo
d'ombra lungo i muri posteriori in cui poter lavorare al sicuro.
Suzy mi ricordò che dovevamo fare ancora una cosa prima di parcheg-
giare e dirigerci verso il bersaglio. «Devi chiamarlo, Nick. Lo farei io ma
sto guidando.»
«Secondo me è meglio se lo chiamiamo a lavoro finito, quando tutto è
sotto controllo.» Più cose sapeva Signorsì, più alte erano le possibilità che
chiedesse dei cambiamenti e più potere sarebbe venuto a lui su quello che
stavamo facendo. Non era così che mi piaceva lavorare.
«No, non possiamo, dobbiamo chiamarlo subito. Se non lo fai tu, lo farò
io, non mi sembra così difficile. Ha bisogno di essere aggiornato.»
Di un calcio nelle palle aveva bisogno, ma per quello purtroppo doveva
attendere. Riluttante aprii il cellulare schermato e composi il numero. O-
diavo il fatto che sapesse quello che stavamo per fare, mi faceva sentire
esposto. Il telefono squillò una sola volta.
«Avresti dovuto chiamare molto prima.»
«Abbiamo eseguito il sopralluogo. Saremo sul bersaglio fra circa un'ora.
Non ho idea di quanto ci metteremo a fare irruzione. Non abbiamo visto
segni di vita.»
«Voglio notizie di Dark Winter un secondo dopo che siete fuori, voglio
sapere se lo avete, quanto ne avete, dovete prenderlo a ogni costo.»
«Sì.»
«Sì, cosa?»
Respirai a fondo. «Sì, signore. Mi sa dire altro del controllo che c'è sul
bersaglio?»
«No. È a livello locale. La città ha seri problemi con l'immigrazione
clandestina di sudestasiatici. Le organizzazioni cinesi usano quelle abita-
zioni fatiscenti come deposito prima di spargerli in tutto il Paese. Niente a
che vedere con noi.»
«Sì, signore.»
Lui chiuse la comunicazione. Suzy era tutta un sorriso. «È andata bene,
mi sembra.»
Ci stavamo avvicinando alla stazione ferroviaria e la luce gialla della
grande insegna di Morrisons ci accolse mentre andavamo al parcheggio.
Mi piegai nel vano davanti ai sedili e sfilai la cinghia del marsupio dai pas-
santi dei jeans. Lo infilai sotto il sedile insieme con tutti i documenti a
nome Nick Snell, la Browning e i caricatori di scorta.
Chiesi a Suzy di fermarsi alla cassa per il pagamento del parcheggio.
«Me ne occupo io, tu intanto parcheggia.» Inserii nove sterline e venti in
monete ed ebbi in cambio uno scontrino che consentiva la sosta fino alla
mezzanotte del giorno successivo.
Dall'altro lato dei binari le insegne di Morrisons e di Matalan brillavano
contro il cielo. Suzy buttò i suoi documenti sotto il sedile, io misi il con-
trassegno contro il parabrezza e gli spiccioli che mi erano rimasti nel cas-
setto del cruscotto e la raggiunsi per scaricare le sacche pronte. Chiudem-
mo il portellone e, dopo un ultimo controllo che niente fosse in vista, pre-
mette il pulsante di chiusura.
Superammo il piccolo negozio che vendeva giornali e serviva il tè ed en-
trammo nella stazione. Per chiunque ci stesse osservando, in particolare la
telecamera a circuito chiuso che copriva quasi tutto il parcheggio vuoto,
eravamo una coppia che andava a prendere il treno, niente di più. Mi augu-
rai solo che non ci seguissero per tutto il percorso attraverso la stazione
perché uscimmo decisi dall'altro lato e, superati sei o sette taxi in attesa,
raggiungemmo l'area di Morrisons. Da lì ripercorremmo la strada già fatta.
Niente era cambiato tranne il fatto che era buio. La luce era accesa in
quasi tutte le case. In alcune le tende erano tirate, ma in altre vidi persone
che guardavano la TV con il piatto sulle ginocchia. Suzy rimosse un paio
di mattoni nel muro della DLB e ci infilò dentro le chiavi della macchina,
poi li rimise a posto. Se tutto fosse finito in merda e fossimo dovuti scap-
pare veloci, se non altro almeno uno di noi sarebbe riuscito a prendere la
macchina.
Raggiunta Loke Road guardai a sinistra, verso i negozi. Il bar che ven-
deva hamburger stava facendo affari alla grande a giudicare dal vapore che
saliva a spirale dalla ventola di aspirazione. Il negozietto accanto era chiu-
so e le vetrine erano protette da spesse griglie.
Attraversammo nello stesso punto di prima poco lontano dai negozi.
Due adolescenti cinesi, una ragazza e un ragazzo, tra i quindici e i sedici
anni, uscirono dal vicolo ridacchiando mentre cercavano con una certa gof-
faggine di tenersi per mano e camminare allo stesso tempo. Poco più avan-
ti era parcheggiata una Ford Focus con due persone a bordo. Quello al vo-
lante era calvo come una palla da biliardo. Si voltò per seguire i due che
attraversavano e li guardò un po' troppo a lungo prima di girarsi e dire
qualcosa al compagno.
Imboccammo il vicolo con l'accompagnamento di un numero maggiore
di TV accese. Molte le luci al piano terra e di tanto in tanto qualche movi-
mento confuso dietro le tendine sottili o i vetri smerigliati. Suzy cambiò
mano alla sacca per venirmi più vicino. «Hai visto la Focus?»
«Controllavano quei due ragazzini. Potrebbero essere spacciatori, o poli-
ziotti. O, più semplicemente, dei perversi. Freghiamocene e continuiamo.»
Raggiunta Walker Street svoltammo a sinistra verso l'incrocio con Sir
Lewis e il ponticello pedonale. «Tu controlla il bersaglio, io controllo a si-
nistra.» Mentre attraversavamo l'incrocio io guardai in su verso l'altra metà
di Sir Lewis Street. Quattro ragazzini sfrecciarono veloci in bicicletta con i
bastoncini dei ghiaccioli fra i raggi delle ruote per simulare il rombo di una
moto. Due auto con gli abbaglianti stavano venendo verso di noi. La più
lontana accostò e posteggiò a metà strada. Sapevo che era la Focus. Forse
si erano fermati solo per mangiare qualcosa prima di tornare a casa, ma se
erano lì per noi lo avremmo scoperto fin troppo presto.
Suzy mi guardò e mi sorrise da innamorata. «Nel bersaglio non c'è vita.»
Le restituii il sorriso mentre eravamo quasi al ponte. «La Focus ha appe-
na parcheggiato vicino all'incrocio.»
Sapeva che non potevamo fare altro che procedere. «Cazzo, e allora cosa
facciamo?»
Arrivammo al ponte e invece di attraversare girammo subito a destra.
Non avevamo altro modo per finire il lavoro se non giocare il tutto per tut-
to. Non avrebbe avuto senso perdere tempo e lasciar trapelare la nostra in-
decisione: dovevamo avere l'aria di persone del posto che sapevano dove
andare.
Continuammo lungo il sentiero protetti dall'ombra dei muri dei cortili
posteriori. Suzy stava indietro perché il vicolo non era grande abbastanza
per noi e per le sacche. Contammo le case. Tre luci, quattro luci... vidi i
serbatoi della Q8 lungo le banchine in diagonale a sinistra e i lampioni del-
la principale che gettavano una fioca luce sul nostro lato del terreno deser-
to.
Raggiungemmo il bersaglio. Ancora nessuna luce accesa alla finestra al-
ta. Alle mie spalle sentivo il ronzio del traffico sulla principale e al secon-
do piano della casa sulla sinistra qualcuno stava usando il bagno.
Ci accostammo al muro del giardino e restammo nella sua ombra. Era al-
to circa due metri e c'era una porta di legno per accedere alla casa. I nor-
mali rumori della vita domestica riempivano l'aria della notte mentre ci in-
filavamo i guanti. Da Walker Street ci giunsero un paio di grida, poi lo
sferragliare delle bici, sempre più forte. Un attimo dopo, i ragazzini vola-
vano sopra il ponte e svoltavano a destra. Suzy e io ci abbracciammo come
se ci stessimo baciando nel buio. Erano solo sagome contro la luce dei
lampioni della strada principale. Erano troppo occupati a cercare di non
cadere nel fiume mentre si tagliavano la strada l'un l'altro, per fare caso a
forestieri.
Suzy si stava immedesimando nella parte più di quanto non mi aspettas-
si: mi portò le braccia al collo, mi attirò a sé e mi baciò con forza sulle
labbra. Durò solo pochi secondi, troppo poco perché comprendessi quanto
stava accadendo, ma mi restò una traccia di yogurt alla fragola e sapeva di
buono.
«Credevo che non fossi così disperata...»
Mi teneva ancora la testa fra le mani e mi tirò di nuovo verso il basso,
stavolta però per parlarmi all'orecchio. «Non ti vantare, ragazzo del Nor-
folk. È solo che, se mi combini qualche casino lì dentro, questa potrebbe
essere l'ultima volta che ho l'occasione di baciare un uomo.»
Aspettammo che i ragazzini, fra risate e urla, pedalassero via nel buio e
poi ci sciogliemmo dall'abbraccio mentre Bagno Billy urlava a Maureen di
portargli un asciugamano.
Mi spostai contro la porta di legno e guardai nella fessura tra il chiavi-
stello e il muro. Il cortile era ancora buio, ma riuscii a distinguere la porta
sulla destra e una finestra sulla sinistra. Nessun segno di vita nel bersaglio.
Ciò poteva voler dire che la casa era deserta o che la ASU aveva fatto un
salto al burger bar. Ma poteva anche significare che avevano oscurato tutte
le finestre, o che seguivano la prassi dura: zero luci, zero sigarette, niente
cucina, solo restare immobili e pronti, in attesa di farci una bella sorpresa.
Tirai con delicatezza la porta verso di me prima di abbassare la leva del
saliscendi, poi la spinsi nella direzione opposta. Cedette solo di qualche
millimetro. O c'era un'altra serratura oppure era incastrata. Non volevo
spingere con forza per non correre il rischio di fare rumore, così, sempre
tenendo abbassata la leva, spinsi piano con il piede la parte bassa della por-
ta. Nessuna resistenza. Con la mano libera feci la stessa cosa in alto e non
si mosse. Mi spostai, afferrai la parte alta del muro e piegai la gamba de-
stra. Suzy intrecciò le mani sotto il mio piede e mi issai fino ad avere lo
stomaco sul bordo del muro. Guardai e ascoltai. Sembrava tutto tranquillo,
così mi lasciai scivolare piano dall'altra parte. I miei piedi incontrarono
una catasta di legna, ne cercai l'estremità ed entrai in contatto con il ce-
mento del cortile, mentre Maureen urlava a Bagno Billy di darsi una mossa
che il tè era pronto.
C'era un bidone dei rifiuti senza coperchio e senza spazzatura. Niente nel
cortile faceva supporre che la casa fosse abitata. Tastai il bordo della porta
fino a che le dita coperte dai guanti non incontrarono un piccolo paletto.
Lo spostai con delicatezza e finalmente la aprii quel tanto da consentire a
Suzy di sgusciare dentro con le sacche. Rimase addossata al muro mentre
io richiudevo e tiravo i paletti.
Scroscio d'acqua dal bagno della casa a fianco, Billy doveva aver ap-
prezzato la cena. Suzy rimase immobile mentre io mi avvicinavo al bersa-
glio. Da entrambe le case adiacenti mi giungeva luce ambientale a suffi-
cienza, ma cominciavo ad abituarmi al buio.
La finestra a sinistra della porta era a semplice ribalta e si apriva verso
l'esterno. Era in legno dolce, vecchio e con le vernice scrostata. Il proble-
ma era che aveva una serratura Chubb saldamente abbassata. Per entrare
dalla finestra avremmo dovuto rompere il vetro. La porta sulla destra era in
legno stagionato speciale tipo fai-da-te. Come ovvio portava in cucina; at-
traverso il vetro riuscii a vedere un paio di rubinetti cromati.
Presi dalla tasca la mini Mag-Lite e, tenendoci due dita sopra per ridurre
la luce, la puntai contro il vetro. La cucina aveva tutta l'aria di non essere
mai stata cambiata da quando la formica era la regina del mondo.
Mi spostai di due passi e mi accucciai in modo da essere a livello con la
serratura. Era una normale serratura a perni. Ci accostai l'orecchio e aprii
la bocca per ascoltare meglio. Silenzio assoluto. Dalla strada proveniva
rumore di traffico punteggiato da improvvisi echi delle TV dei vicini. Con
la pila controllai l'interno della serratura: era del tipo normale a quattro
perni, ma la chiave non era all'interno. Mi avrebbe semplificato la vita: non
avrei dovuto fare altro che farla girare con un attrezzo dal mio astuccio per
effrazione. Abbassai piano la maniglia per verificare che non fosse già a-
perta. Non lo era. Spinsi l'angolo in basso sotto la serratura e cedette un
poco. Mi rialzai e controllai l'angolo superiore e anche quello cedette.
Cercai nel cortile vasi da fiori, ciotole o altri posti stupidi dove fosse lo-
gico piantare una chiave. Non aveva nessun senso fare tutta la fatica di
scassinare la serratura se qualcuno era stato così gentile da lasciare la chia-
ve di scorta a portata di mano. Mi protesi e sollevai un paio di mattoni ma
senza trovare niente.
Da dietro mi giunse un lento e cauto fruscio. Suzy stava iniziando a in-
dossare la tuta NBC, aveva già addosso i pantaloni e si stava un po' incasi-
nando con gli stivali sopra le scarpe da ginnastica. Solo per scrupolo con-
trollai ancora una volta la finestra, ma la porta sembrava il punto di entrata
più sensato.
Una macchina in avvicinamento dall'altro lato della casa; tornammo
nell'ombra in attesa che i fari passassero. Billy veniva sgridato da Maureen
per aver usato tutta l'acqua calda. Adesso non poteva neppure darsi una
spugnata prima di uscire e comunque cosa gli era preso di farsi un bagno
solo per andare fino al pub?
Un portone sbatté dall'altro lato della strada ma io attesi ancora un paio
di minuti prima di togliermi il giubbotto e aprire la sacca. Per limitare il
rumore Suzy l'aveva già aperta per me prima di entrare nel cortile.

33

Mentre con estrema cautela indossavo la tuta NBC sentii che nella cuci-
na di Bagno Billy veniva riempito un bollitore. Avevo richiesto il tipo vec-
chio perché, sebbene fossero più difficili da indossare rispetto a quelle
moderne, c'era un'enorme quantità in meno di velcro da slacciare. Il rumo-
re c'era sempre ma se non altro era più contenuto.
Mi voltai e mi resi conto che Suzy aveva qualche problema. Era piegata
in avanti, con il corpo scosso da improvvise convulsioni e fece appena in
tempo a togliere la SD dalla sacca prima di vomitarci dentro.
Quando mi piegai su di lei era già tutto finito. Le misi una mano sulla
spalla. «Va tutto bene», le dissi. «A me capita spesso.»
Finì di pulirsi la bocca e inspirò per mandare indietro un paio di pezzi
che le erano rimasti conficcati alla base del naso. Mi venne così vicino che
mi fece lacrimare gli occhi. «Non ho bisogno della tua comprensione del
cazzo. Lo yogurt doveva essere scaduto.»
Annuii e infilai i Caterpillar nei pantaloni che poi tirai su fino allo sto-
maco. Allora anche Suzy era un essere umano, dopo tutto. Non era male
avere un po' di paura.
Avevo prestato servizio con uomini che se l'erano fatta addosso ma che
avevano portato a termine il lavoro.
Cuciti dietro i pantaloni c'erano due lunghi nastri di cotone che facevano
da bretelle. Me li passai sopra le spalle e li incrociai sul torace prima di in-
filarli negli appositi anelli della cintura e legarli.
Suzy aveva già indossato la casacca ed era quasi pronta mentre io avevo
appena infilato le braccia e stavo lottando per far uscire la testa. Il materia-
le ruvido mi graffiò il viso.
Dalla TV dei vicini mi giunsero risate registrate. Immaginavo la scena:
Billy che beveva il tè guardando il programma, mentre Maureen si dava da
fare con il deodorante. Quando la mia testa riuscì infine a emergere, Suzy
era di fronte a me a meno di mezzo metro, il suo viso una maschera di
concentrazione, gli occhi fissi alla porta mentre si preparava psicologica-
mente al compito che l'attendeva.
Sedetti sul cemento dissestato mentre Maureen riceveva un invito urlato
a sbrigarsi perché altrimenti sarebbero arrivati tardi. La sua risposta dalla
camera da letto mi giunse forte e chiara: «Chiudi quella cazzo di bocca e
spegni quella TV di merda».
Presi il primo stivale, che mi ricordava la calza di Natale solo che era di
gomma, lo misi sopra il mio stivale sinistro e allacciai le cinghie dal fondo.
Messo anche il secondo portai i pantaloni a coprirli e chiusi il velcro alle
caviglie.
Billy non ce la faceva più. «Cazzo, adesso basta. Andiamo solo fino al
pub e non al Casino di Montecarlo!»
Suzy prese la sua SD e usò la pila per controllare un'ultima volta se il
colpo era in canna, poi accese il mirino. Le toccai un braccio e lei si chinò
con la pila in modo che anch'io potessi fare lo stesso. Ci scambiammo uno
sguardo nella penombra e i ragazzini tornarono lungo l'argine, diretti al
ponte sempre con i fanali spenti e il bastoncino del ghiacciolo che sferra-
gliava tra i raggi.
Ci restava solo da controllare che i guanti di gomma sormontassero i
polsini della casacca e indossare i respiratori. Afferrai il mio con la sinistra
e con la destra allargai l'elastico per farlo passare sopra la testa. Di nuovo
l'odore di gomma nuova mi riempì le narici mentre verificavo che la tenuta
fosse stagna. Controllai che la bombola fosse aperta del tutto prima di ab-
bassare il cappuccio e stringere la fibbia. Immediatamente respirare diven-
tò una bella impresa, lottavo per succhiare aria attraverso il cilindro e lot-
tavo per farla uscire fuori. Quegli oggetti non erano progettati per gli a-
manti dell'aria aperta e sarebbero stati un vero incubo per chiunque affetto
anche solo da un accenno di claustrofobia.
A livello tattico il rumore del respiratore sarebbe stato un bel casino: a-
vrebbe riempito le nostre orecchie molto più dei rumori esterni. Ma non
potevamo farci niente. E poi, comunque, se dietro la porta ci fosse stato
davvero DW, l'ultimo dei miei problemi sarebbe stato quello di non sentire
a causa dei rumori del mio respiro. Suzy sollevò la testa perché io control-
lassi che il cappuccio fosse a posto, poi verificò lo stato del mio. Eravamo
pronti a muovere.
La stazione dei vigili del fuoco sulla strada principale aveva appena ri-
cevuto una richiesta d'intervento. Le sirene urlarono e fari azzurri lampeg-
giarono sul terreno deserto mentre i mezzi passavano veloci lungo le ban-
chine. All'improvviso vidi gli occhi di Suzy dietro le lenti. Spalancati, im-
mobili, la sua concentrazione era massima.
Come se fossi Darth Vader con l'asma mi chinai a prendere la SD, con-
trollai la leva della sicura spostandola fino alla posizione di raffica da tre
colpi prima di riportarla in posizione. Non potevo permettermi che polvere
o altra schifezza ne bloccasse il movimento impedendomi di fare fuoco.
Non succedeva spesso ma una volta sola è più che sufficiente. I dettagli
contano.
Suzy si avvicinò alla porta a passi grandi e cauti in modo che gli ingom-
branti stivali non la facessero inciampare. Le tasche alte sulla casacca
NBC erano chiuse da due quadratini di velcro alle estremità. Lei infilò le
dita nella parte centrale in modo da non fare rumore ed estrasse l'astuccio
MOE. Qualcosa nei suoi gesti mi fece pensare che la serratura a quattro le-
ve non avrebbe resistito a lungo.
Srotolò l'astuccio e prese il grimaldello e la chiave fissa. Normalmente
una serratura viene aperta dalla parte dentellata della chiave che fa solleva-
re e allineare le quattro leve. Con l'attrezzo a punta le avrebbe fatte ruotare
una per una, poi con la chiave fissa avrebbe fatto scattare all'indietro il
tamburo.
La osservai iniziare a saggiare l'interno con l'attrezzo di acciaio, mentre
con la mini Mag-Lite che teneva con la sinistra illuminava il buco della
chiave. Forzare una serratura è un'esperienza zen. L'idea è di usare tutti i
sensi per visualizzare quello che sta accadendo all'interno del meccanismo
e come reagisce al tuo attacco. Avviene solo se è possibile concentrarsi u-
nicamente sul lavoro, senza preoccupazioni per quello che succede intorno.
A quello avrei pensato io. Ero vicino alla spazzatura con occhi e orecchie
in allerta.
Dall'altro lato del terreno deserto il ronzio del traffico sulla tangenziale
era continuo.
Passarono alcuni minuti. Sentii delle voci lungo l'argine del torrente.
Una portiera venne sbattuta e la porta di casa di Billy subì lo stesso tratta-
mento. Suzy aveva ragione, era come essere a Belfast. Stavo cominciando
a preoccuparmi, ma lei allargò l'astuccio sul cemento, mise a posto gli at-
trezzi e lo ficcò nella sacca piena del suo vomito.
Lasciai che sistemasse le sue cose, mi avvicinai alla porta, scivolai in gi-
nocchio e posai con cautela la SD a terra. Sentii che lei adesso era dietro di
me, in piedi, e stava lentamente portando la SD in posizione di tiro, sopra
la mia testa, calcio sulla spalla, corpo piegato sull'arma.
Il sudore cominciò a grondarmi sul viso mentre con la destra afferravo la
maniglia e con la sinistra esercitavo pressione contro la porta. Non si mos-
se. Spinsi ancora e stavolta cedette silenziosa, di quel tanto che ci permise
di mettere dentro la testa e, ancora più importante, la canna della SD di
Suzy.
In fondo alla cucina c'era un arco con una tenda, oltre il quale riuscivo a
vedere la luce fioca della strada che filtrava dalla stanza frontale fino al
piccolo ingresso e illuminava i primi gradini della scala.
Ero ancora in ginocchio, Suzy sopra di me, arma pronta. Cercai di ascol-
tare per quanto mi era possibile dati il cappuccio e il respiratore. Non sentii
nulla.
Aprii la porta un poco di più, abbastanza perché Suzy potesse sgusciare
dentro, con l'arma sempre sulla spalla. Avanzava cauta sul pavimento di
linoleum, esagerando ogni passo in modo da non inciampare in qualche o-
stacolo imprevisto mentre tutta la sua attenzione era concentrata sull'in-
gresso. Raccolsi la mitraglietta per coprirle le spalle, mi sollevai piano por-
tando l'arma alla spalla, la leva in posizione di colpo singolo. Posai con ge-
sto morbido il dito sul grilletto in modo da arrivare alla prima pressione.
Con gli occhi ben aperti superai la soglia, mi portai dietro di lei, legger-
mente sulla destra, e mi fermai.
In silenzio avremmo ispezionato la casa, stanza per stanza. Il piano era
preciso: se avessimo trovato la ASU e le cose fossero diventate rumorose,
non ci saremmo preoccupati di dare il nostro personale contributo.
Avanzò oltre l'arco, gli stivali cigolarono sul linoleum, poi si voltò e
puntò la canna della SD verso l'alto mentre si appoggiava al muro e con-
trollava la scala.
Raggiunsi l'arco, arma pronta, concentrato sulla porta della stanza di
fronte, il piccolo schermo del mirino di fronte a me. Cominciavo ad avere
la gola secca. Superai Suzy e prima degli ultimi quattro o cinque passi sen-
tii un rumore davanti a me.

34

La maniglia ruotò. La porta si aprì.


La luce della strada inondò l'interno.
Sulla soglia una figura scura, un sacchetto in una mano e le chiavi
nell'altra, fece un paio di passi dentro l'abitazione prima di accorgersi di
me.
Girò su se stessa per fuggire attraverso la porta ancora aperta. Non c'era
tempo per pensare, azione. Mi accucciai, lasciai andare la SD, mi scagliai
contro la sagoma e l'aggredii di schiena. La bombola colpì le ossa della
nuca e sentii di avere un naso contro le mani coperte dai guanti, poi ca-
demmo insieme sul marciapiede e sulla strada.
La testa si voltò. Era una donna. Scalciava per liberarsi. Suzy le afferrò
una gamba e cercò di trascinarci entrambi di nuovo dentro la casa. Balzai
in piedi e afferrai l'altra gamba. La donna scalciava e si dimenava ma sen-
za lasciare andare il sacchetto.
Non appena fummo all'interno coprii la bocca della prigioniera con le
mani e mi buttai su di lei a corpo morto. Non si sarebbe arresa facilmente:
cercò di mordermi e pestò i piedi contro il muro.
Suzy scattò per recuperare la SD.
«No! La porta, la porta!»
La collega afferrò l'arma, mi superò e chiuse il battente con un calcio.
Eravamo immersi nella penombra, Suzy si chinò su di noi. «Tienila ferma,
ferma!»
«No! Lei...»
Tud, tud, tud.
La raffica da tre colpi disintegrò metà del viso della donna; il sangue mi
schizzò sulle lenti del respiratore. Scalciando mi liberai dal corpo senza vi-
ta. «Di sopra!»
Recuperai in fretta la mia SD e, mentre cercavo di ripulire le lenti, mi
lanciai per le scale. Suzy rimase dov'era per coprirmi le spalle. Non c'erano
più dubbi, l'operazione stava diventando decisamente una faccenda rumo-
rosa.
Raggiunsi il pianerottolo. Di sopra era molto più buio. L'unico rumore
che udivo era il rantolo del mio stesso respiro. La porta del bagno era aper-
ta: nessuno. Le altre due erano chiuse. Suzy iniziò a salire mentre io aprivo
quella sulla sinistra. La stanza da letto era vuota, nessuno, ma qualcuno
c'era stato. Due sacchi a pelo di nylon erano srotolati sul pavimento. Car-
tacce di cibo ovunque, insieme con vassoietti di plastica unti e ricolmi di
cicche di sigarette. Jeans e camicie erano ammonticchiati in un angolo.
Una coperta era stata legata contro la finestra.
Suzy uscì dall'altra stanza e cominciò a scendere. Guardai dentro, era
nelle stesse condizioni schifose e c'erano altri due sacchi a pelo, poi scesi
per dire di tutto a Suzy. Era stato terribilmente stupido farla fuori: poteva
essere soltanto una clandestina o un'altra fonte d'informazioni se faceva
parte della ASU.
Dal basso mi giunse una voce maschile, agitata, spaventata. Sentii Suzy
rispondere calma ma decisa: «Fermo immobile, non muovere un dito».
Inciampai e per poco non caddi dalle scale. Suzy era inginocchiata nel
lago di sangue, arma pronta, puntata verso l'ingresso. «Chiudi la porta, a-
desso!»
Tutto si fece più buio ma riuscii lo stesso a capire che erano in due, due
bianchi. Uno era il pelato della Focus.
Fissavano i fucili a bocca aperta. Non era il loro giorno fortunato. Suzy
avanzò decisa: afferrò Pelato, lo trascinò sopra il cadavere fino alla stanza
frontale dove gli assestò un calcio dietro le ginocchia per trascinarlo a ter-
ra.
Feci un gesto verso l'altro con la mia SD. «Seguilo. In ginocchio, muovi-
ti.»
Accesi la luce mentre Suzy mi superava per tornare in corridoio, sentii
raschiare il respiratore mentre lei cercava di aspirare e parlare. «Vado a
controllare il motivo per cui siamo qui.»
Le tende tirate erano di materiale scadente e non allineate, ma ci proteg-
gevano dal mondo esterno.
Entrambi gli uomini erano in ginocchio, con la testa sulla moquette, dai
volti contorti trapelava più paura che dolore. Il mio era freddo e umido,
come quello di un pesce morto, e rivoli di sudore si raccoglievano intorno
alla parte del respiratore che mi copriva il mento.
Sentii che sprangava la porta e saliva di sopra.
I due indossavano i jeans. Pelato aveva un giubbotto di pelle marrone
simile al mio; l'altro un affare nero con i risvolti piuttosto consunto. Il loro
sguardo aveva cambiato direzione, non verso di me, però: il cadavere co-
perto di sangue che era oltre la soglia attirava tutta la loro attenzione. Era
di carnagione molto scura, più indonesiana che malese, jeans, scarpe da
ginnastica, giacca di nylon verde da pochi soldi. Quanto restava del suo
volto diceva che era molto giovane, forse universitaria.
Il sudore rigava le guance di quello con i capelli lunghi e dal mento goc-
ciolava sulla moquette lisa. Sopra di noi le tavole del pavimento scricchio-
larono. Sentimmo il rumore di una sedia che veniva spostata, di metallo
contro il pavimento, e di vetro rotto.
«Toglietevi le giacche. Uno alla volta.» Assestai un calcio al calvo e il
sangue della donna si trasferì dal mio stivale alla sua gamba. «Comincia
tu, Pelato.»
Cominciò a sfilarsi il giubbotto, sempre in ginocchio, sempre a occhi
bassi. Quando fu a metà strada vidi che era pulito, non aveva armi.
Suzy tornò di sotto e andò direttamente in cucina.
«Okay, Pelato, basta così. Tu con i capelli, togli la giacca, solleva la ma-
glia e fammi vedere lo stomaco.» Fece quanto gli avevo ordinato. Notai
che aveva un inizio di pancetta da tipico bevitore di birra. Lui pure non era
armato.
«Adesso giù a terra, tutti e due. Braccia e gambe divaricate.»
Una coppia passò davanti casa, parlavano e ridevano, erano solo a pochi
metri.
Suzy era sulla soglia. Scuoteva la testa, poi si voltò verso la ragazza
morta. Il sacchetto frusciò mentre lo spostava da una parte per dedicarsi al-
le tasche. Tornai dai vivi. Pelato guardava Suzy che rivoltava la ragazza
nella pozza del suo sangue per controllare le tasche posteriori dei jeans.
L'uomo sembrava sul punto di svenire.
Gli diedi un calcio. «Chi sei?»
«Immigrazione. Noi siamo...»
«Perché sei qui?»
«Normale controllo, nient'altro. Dall'esterno abbiamo visto strani movi-
menti e siamo entrati. Non siamo armati, facciamo solo il nostro lavoro.»
Era agitatissimo.
Avevano tutti e due la fede al dito e, senza dubbio, il mutuo da pagare
che ne è il naturale complemento. Voltai di scatto la testa verso quello con
i capelli castani. «Hai figli?»
«Due.»
Punzecchiai Pelato. «E tu?»
Annuì.
«Quanti?»
«Una sola, ha due mesi.»
«Bene, se volete rivederli fate solo quello che vi dico. Capito?»
Annuirono entusiasti. Sapevo che non avrebbero fatto niente che potesse
compromettere la possibilità di rivedere i bambini perché era a loro che
stavano pensando in quell'esatto momento. «Tu, Pelato, fammi vedere un
documento. Resta fermo, usa solo una mano.»
Raggiunse la tasca posteriore dei jeans e mi tese un portafoglio in pelle
nera piuttosto vecchio. «Aprilo e posalo a terra di fronte a te.» Eseguì e io
vidi che Russell George era veramente un dipendente del ministero degli
Interni di Sua Maestà.
«Adesso tu.» Quello con i capelli lunghi si contorse in modo strano per
raggiungere la tasca della giacca e il signor Warren Stacey esibì il tesseri-
no o come cavolo lo chiamavano.
Suzy aveva finito di svuotare le tasche della donna e stava infilando tutto
nelle sue insieme con i bossoli di ottone che aveva raccolto nell'ingresso.
«Ancora una volta?»
Non si prese neppure il fastidio di rispondere: sentii di nuovo i suoi passi
sui gradini.
Warren era sdraiato bocconi con il lato destro del viso contro la moquet-
te, lo sguardo fisso sulle mie soprascarpe in gomma. Sollevò la testa di
qualche centimetro e c'era paura negli occhi che incontrarono i miei. E chi
non ne avrebbe avuta? La solita stronzata: se il lavoro non ti va, non prendi
i soldi.
«Non c'è da preoccuparsi, amico. Siamo dalla stessa parte, solo che tu
non lo sai. Ma se fai una mossa sbagliata diventeremo il tuo incubo peg-
giore. Capito?»
Annuì e tornò a fissare i miei stivali.
«E tu, Russell?»
Era girato dall'altra parte. «Non vogliamo casini.» La superficie liscia
della sua testa si corrugò mentre si muoveva. «Riconosco la tuta che in-
dossi. Ho capito che sei dei nostri. Noi vogliamo solo uscirne vivi. Okay?
Non avrai problemi da noi.»
Suzy scese le scale e si diresse in cucina.
«Mi fa piacere sentirlo dire. Dovete solo accettare il fatto di essere nella
merda, d'accordo? Capita a tutti nella vita. Eseguite i miei ordini e ne usci-
rete sani e salvi. Adesso vi legheremo e ce ne andremo. Più tardi verrà
qualcuno a liberarvi, forse tra un'ora, forse domani. Tutto chiaro fin qui?»
Entrambi fecero segno di sì con la testa.
«Ottimo, seguite le istruzioni che vi daranno e non perderete il lavoro.
Ma se fate casini non vedrete crescere i vostri figli. Quelli per cui lavoria-
mo tutti noi a volte si comportano da bastardi del cazzo.»
M'inginocchiai, posai la SD accanto a me, slegai i lacci degli stivali di
gomma e li usai per legare le loro mani dietro la schiena e poi insieme.
«Restate così, va bene? E non combinate casini.»
Infilai i loro documenti in tasca. Le spalle di Warren si alzavano e ab-
bassavano come se cercasse di trattenere le lacrime, non capiva quanto era
fortunato.
Controllai l'ora sul suo orologio subacqueo. Erano appena passate le die-
ci.

35

Spensi la luce e chiusi la porta della stanza in cui si trovavano, poi mi di-
ressi in cucina. I miei stivali aggiunsero il loro contributo alle impronte di
sangue e schegge di ossa lasciate da Suzy.
Con la pila la mia collega illuminava le cose appartenute alla donna, ap-
poggiate sul tavolo della cucina. Mi avvicinai. «Perché cazzo l'hai uccisa?
E se non era neppure...»
Il sacchetto frusciò mentre lo sollevava e io vidi delle forme dure e ci-
lindriche contro la plastica. «Volevi lasciarle qualche possibilità?»
Le presi dalle mani il sacchetto, lo posai sul tavolo ed estrassi tre grandi
bombolette spray di quella che speravo fosse vernice rossa. Le posai sul
tavolo vicino al resto, otto sterline in banconote e alcuni spiccioli, un bi-
glietto di ritorno da King's Cross e uno scontrino per un panino al formag-
gio. C'erano anche un cellulare e la chiave della porta di entrata.
Presi il telefono e lo accesi con il pollice coperto dal guanto di gomma
proprio mentre nella casa di Maureen e Billy si accesero le luci. Maureen
non si era divertita. «Cazzo, non ne fai mai una giusta!» La TV venne ac-
cesa e la sua voce acuta svanì per le scale. «Il karaoke è l'unica sera in cui
esco e tu me l'hai rovinata!» E, chiunque fosse Cheryl, era solo una grossa
e grassa «loppa» e lui era libero di andare da lei.
La luce posteriore del Motorola si accese e successivamente anche lo
schermo che chiese un PIN. Provai con 1234. Niente. 4321. Niente. Restai
con un'unica possibilità. Provai una sequenza a caso ma l'affare si spense.
Merda.
Tesi un braccio e avvicinai la testa di Suzy alla mia maschera. «Dob-
biamo andarcene. Porta dentro le sacche, dobbiamo stare attenti alla casa a
fianco.»
Stavolta fu lei a spostare la mia testa in modo che il mio orecchio potes-
se ascoltare. «E se il posto è contaminato? Anche se andiamo fuori do-
vremmo aspettare un'ora.»
Cacciai la roba della donna nel sacchetto. «Un'ora in più non farebbe
differenza...»
La baruffa dall'altra parte era in crescendo mentre noi continuavamo il
giochetto con le teste.
«No, adesso non possiamo aspettare e non voglio perdere tempo a spie-
gare. Cambiati fuori se ti fa sentire meglio. Abbiamo preso le pillole, o
no?»
Presi il sacchetto e andai fuori. Da Billy si sentivano sbattere delle porte
e aumentare il volume della TV. Tirai la cinghietta e spinsi indietro il cap-
puccio prima di strappare il respiratore. L'aria gelida mi sferzò il viso umi-
do. Con gesti veloci e silenziosi mi tolsi il resto dell'attrezzatura e lo infilai
nella sacca. Suzy mi raggiunse dopo aver chiuso la porta. Anche lei abbas-
sò il cappuccio e tolse il respiratore. «'Fanculo.»
Finito di riempire le sacche, dopo un ultimo sguardo al cortile per vedere
se avevamo dimenticato qualcosa, uscimmo dalla porta nel muro e ci diri-
gemmo verso il ponte. Svoltammo a sinistra in Walker Street con le sacche
sopra le spalle.
All'esterno del negozio di patate fritte sulla Loke si era formata la coda.
Il pub rimbombava per la voce di un pessimo cantante del karaoke che as-
sassinava Like a Virgin.
Suzy camminava a grandi passi al mio fianco in attesa di una spiegazio-
ne. Quando fummo lontani da possibili orecchie ottenne quello che voleva.
«Potremmo essere nella merda, qui. Cosa facciamo se in queste bombole
c'è davvero DW? E se gli altri stronzi hanno spruzzato questa merda in gi-
ro, oggi? O se si sono divisi e sono in attesa che il bottone venga premuto?
Ascolta, consegniamo il cellulare a Signorsì... lui trova i numeri e trova la
sede e noi becchiamo gli altri bastardi.»
Praticamente stavamo quasi correndo, raggiungemmo il muro e, recupe-
rate le chiavi, andammo diretti alla Peugeot.
Con il telefono protetto chiamai Signorsì.
«Ce l'avete?»
«Forse, ma solo un certo quantitativo. Ascolti.» Gli parlai dei due tipi
dell'Immigrazione e gli dissi che quelli della ASU potevano aver vissuto lì.
«Se le bombolette contengono DW, cosa ci dice che l'attacco non abbia già
avuto luogo? È sabato sera, i pub sono affollati, ci sono state le partite di
calcio e l'elenco continua. Ma abbiamo il cellulare della donna. Io non rie-
sco ad accenderlo e dobbiamo muoverci in fretta in caso debba fare rap-
porto a una certa ora e in assenza di quello l'azione abbia inizio. La cosa
positiva è che era spento, quindi è molto probabile che non attendesse tele-
fonate.»
«Muovetevi.» Nel sottofondo sentivo che intorno a Signorsì c'erano mol-
te persone che parlavano e rispondevano a telefoni che continuavano a
squillare. «Voglio quel cellulare e le bombolette.»
Suzy, senza emettere nessun suono, muoveva le labbra: Immigrazione.
«È immune la nostra targa?» domandai. Volevo sapere se potevamo an-
dare come razzi senza correre il rischio di essere inseguiti dalla polizia, se
il numero della targa era nella lista informatica di coloro che non dovevano
essere fermati.
«Certo. Andate a tavoletta.»
«E quelli dell'Immigrazione?»
«'Fanculo. Se ne occuperà la squadra di pulizia.»
Ancora caos nel sottofondo e un blip dal filtro prima che chiudesse la
comunicazione.
«Londra. La targa è segnalata.»
Il motore salì di giri e noi iniziammo a volare via da King's Lynn.
Dondolai la testa. «È la prima volta che lo sento imprecare. Tu?»
«Mai. Deve essere piuttosto agitato.»
Andò dritta sopra una rotatoria con il cordolo all'uscita della città, met-
tendo in mostra tutti i trucchi di guida veloce che probabilmente aveva im-
parato nel Det. Guardai l'ora. Erano quasi le undici, quasi le sei da Josh.
Il telefono di lavoro squillò. Io sussultai, ma Suzy non staccò gli occhi
dalla strada.
«Cambiamento di piano. Recatevi all'ippodromo di Fakenham, ripeto ip-
podromo di Fakenham. Chiamate non appena ci arrivate. Capito?»
«Ippodromo di Fakenham.»
«Un elicottero arriverà in trenta minuti. Consegnate il telefono al tecni-
co. Vi voglio a Londra e pronti a muovere quando avremo trovato dove si
rintanano. La situazione è cambiata adesso che l'agente può essere emesso
con l'aerosol. Se non li troviamo questa notte dovremo rivolgerci al gover-
no ed è una cosa che non deve accadere. Mi hai capito?»
«Sì.»
La comunicazione finì e io mi voltai per prendere la guida sul sedile po-
steriore. «Abbiamo un recupero in elicottero all'ippodromo di Fakenham.»
«E dove si trova esattamente Fakenham, ragazzo del Norfolk?»
Accesi la pila e sfogliai qualche pagina. «Non dove stiamo andando.»
Frenò e fermò l'auto sul ciglio della strada.
«Dobbiamo tornare indietro verso King's Lynn. Fakenham è a circa qua-
ranta chilometri verso est, ancora più dentro il Norfolk. L'ippodromo è a
sud della città. Ti conviene darci sotto.»
Ruotò il volante e fece inversione.
«Perché riesce sempre a farci sentire colpevoli?»
Scalò dalla quinta alla terza prima di sorpassare tre macchine in fila.
«Non noi, io lo sono. Avevi ragione a voler abbandonare subito il posto.»
«Niente di grave. Comunque mi ha detto che una squadra di pulizia sarà
sul bersaglio questa notte per sistemare tutto con i ragazzi dell'Immigra-
zione. Faranno colazione con Simon per qualche giorno. Mi aspetto che ci
ringrazino per gli straordinari.»
Rise, forse un po' troppo a lungo, ma lo feci anch'io.
Adesso era tornata normale. «'Tirar su', è così che chiamate un'inversio-
ne a U nel Det Nord, vero?»
Le feci da navigatore mentre percorrevamo cigolando strette stradine di
serie B e attraversavamo villaggi non illuminati. Saremmo arrivati con il
cambio praticamente distrutto, ma che ci fregava? La Ditta era grande ab-
bastanza.
Raggiungemmo una città che si chiamava Swaffham e puntammo quasi
verso nord in direzione Fakenham. La strada era in condizioni molto mi-
gliori ma non riuscivo a non mimare una frenata quando Suzy prendeva le
curve a tutta velocità. «Smettila», scattò. «Oppure guida tu.»
Sorrisi, presi il cellulare e composi il numero di Josh. Suzy non com-
mentò il fatto che usassi un telefono che ovviamente non era quello scher-
mato.
Josh rispose. Mi piegai in avanti nello spazio davanti ai sedili alla ricer-
ca di un posto più silenzioso. «Sono io. Sono Nick.»
Avevo l'impressione che non riuscisse a sentirmi bene con quel rumore
di motore imballato. «Cosa? Nick, sei proprio tu?»
«Sì, ascolta... torna domani.»
«Vuoi ripetere?»
«Domani, torna domani.»
«Dove sei? Dentro un ciclone o qualcosa del genere?»
«Chiama Carmen e vedi di scoprire con che volo arriva, così la vai a
prendere. Devi andare a prenderla. Torna domani. Mi hai capito?»
Aveva capito ed era in orbita. «Ma cosa combini? Lo hai fatto ancora,
ancora casini. Ma perché ti comporti così?»
«Ti chiedo solo di chiamare Carmen, si è occupata lei di tutto.» Non gli
dissi che la mia era solo una speranza.
Suzy frenò di colpo, sollevai lo sguardo e vidi che lampeggiava a una
VW di togliersi di mezzo. Mentre la sorpassava in prossimità di una curva,
l'altro suonò il clacson e Josh mi urlò nell'orecchio: «Vaffanculo, ecco che
ricominci da capo!» Quella notte Signorsì non era l'unico ad aver modifi-
cato il suo modo di comportarsi da cristiano. Forse ero magico.
«Telefonale, telefonale.» E chiusi la comunicazione. Per quanto incazza-
to fosse con me, di sicuro era già al telefono con Carmen. Ci saremmo
chiariti in seguito.

36

La luce del cruscotto illuminava il viso di Suzy, sempre concentrata sul


tunnel di luce creato dagli abbaglianti e dagli alti alberi ai lati della strada.
La lancetta del contagiri era sul rosso. Con un accenno di movimento
dell'angolo dell'occhio, sorrise come se sapesse tutto. «Kelly torna a ca-
sa?»
«Sì, cazzo, sì.» Superò un dosso e mi afferrai al sedile quando tutt'e
quattro le ruote persero il contatto con la strada. «E tu non hai nessuno per
cui preoccuparti?»
Un cartello sfrecciò a centottanta all'ora. FAKENHAM 6.
Un'altra curva in avvicinamento. Abbassò i fari per controllare che non
giungesse nessuno nell'altro senso, poi inserì di nuovo gli abbaglianti. Fre-
nò decisa sul rettilineo, scalò dalla quinta alla seconda, a metà curva e nel-
la carreggiata opposta riprese ad accelerare con forza. A circa duecento
metri una macchina che ci veniva incontro lampeggiò incazzata.
Lasciai passare ancora qualche minuto e chiamai Carmen.
«Sono io, Nick. Hai cambiato il volo?»
«Chi?»
«Nick.»
«Ma sai che ore sono? È molto tardi.»
«Hai prenotato il volo per domani?»
«È così tardi e anche Josh ha chiamato... ci ha svegliato.»
«Hai risolto per il volo?»
«Sì. Parte nel pomeriggio. Dobbiamo essere all'aeroporto all'una, parti-
remo di qui alle undici, se riusciremo a svegliarci in tempo. Ho scoperto
che se paghiamo non appena arriva l'estratto conto non c'è da...»
«È sveglia?»
«Certo che no, dev'essersi appena riaddormentata, dopo la telefonata di
Josh. Non posso svegliarla di nuovo.»
«Carmen, ti prego, è davvero importante.»
«Per una ragazzina della sua età niente è più importante di una buona
notte di sonno. Non ho nessuna intenzione di svegliarla.»
«Okay.» Riuscii a resistere dall'urlarle tutta la mia rabbia. Forse aveva
ragione. «Chiamerò domattina. Devo lasciarti, sto per entrare in galleria.»
E chiusi.
Eravamo ormai alla periferia di Fakenham e un cartello ci indicò che
l'ippodromo era sulla destra. Svoltammo e circa un chilometro dopo svol-
tammo ancora. A ogni deviazione la strada diventava più stretta. Suzy non
modificò l'andatura. «E adesso cosa si fa?»
«Entri e parcheggi, direi.» Presi il telefono schermato e chiamai Signor-
sì. «Siamo arrivati.»
«Telefono e bombole sono con voi?»
«Sì.» Ma cosa cazzo credeva? Che mi fossi venduto la roba lungo la
strada?
«Il recupero dovrebbe essere lì a momenti. Segnala la posizione con
Quebec.»
«Okay, Quebec. Userò la Mag-Lite.»
«Non m'importa cosa usi. Fallo atterrare e salici sopra.» La comunica-
zione venne chiusa.
Adesso la strada era diventata solo una striscia di asfalto che correva fra
pali bianchi, i quali molto presto, dato che Suzy dimenticò di far riposare il
piede destro, diventarono una macchia confusa. Cercavo possibili punti di
atterraggio in caso non riuscissimo a raggiungere l'ippodromo. Superammo
campi da tennis sulla destra, alcune costruzioni sulla sinistra e arrivammo
a un grande parcheggio con il fondo di ghiaia. Le macchine erano raccolte
intorno all'ingresso di uno sport club, o qualcosa di simile, notai diversi
cartelli che indicavano campi per le varie discipline, squash e via dicendo.
Attraverso le vetrate illuminate vidi un gruppo di persone non-molto-
sportive appoggiate al bancone del bar.
La pista era di fronte a noi, recintata dalla ringhiera di plastica bianca.
L'ombra della tribuna era in diagonale sulla destra. Suzy parcheggiò. Re-
cuperammo i documenti di copertura sotto i sedili e riempimmo le borse
con i sacchetti vuoti dell'attrezzatura NBC. Non avevamo intenzione di far
trovare ai poliziotti un'auto piena di cose interessanti. Si sarebbero dovuti
accontentare di qualche paio di calzini e dei boxer comprati da Next.
Ci avviammo verso la tribuna. Suzy portò con sé anche la chiave, così
non sarebbe stata ritrovata per caso nella carrozzeria sopra la ruota. Si-
gnorsì non aveva dato istruzioni per la macchina, ma la cosa migliore sa-
rebbe stata recuperarla in fretta; i dettagli lasciati in sospeso creano disor-
dine.
Lontano verso sinistra si vedeva il bagliore della città, con il campanile
illuminato di una chiesa che dominava la collina. Cominciai a sentire in
lontananza un debole sferragliare, che diventò un preciso rumore di rotore
di elicottero da qualche parte nel buio sopra di noi. Si avvicinava a luci
spente.
Frugai nelle tasche e recuperai la mini Mag-Lite. Girai la parte alta per
accenderla canticchiando la marcia nuziale. «Ecco la sposa, daa-daa-de-
daa.» Suzy mi guardò come se fossi impazzito. «È l'unico modo per ricor-
dare Quebec. Hai capito? Ecco la sposa, daa-daa-de-daa.» Continuai a ri-
peterla sottovoce mentre puntavo la pila contro il cielo chiudendo e apren-
do il contatto al ritmo della musica per trasmettere la lettera Q con l'alfabe-
to Morse. A bordo dell'elicottero avrebbero visto un puntino di luce bianca
in basso in un campo buio e, se non l'avessero visto, avrei continuato a far-
lo fino a che non lo avrebbero visto.
Ecco la sposa, daa-daa-de-daa.
Il rumore del cielo diventò un rombo pulsante e pochi secondi dopo riu-
scii a distinguere a soli quindici metri di distanza davanti e sopra di noi la
parte anteriore dell'elicottero che scendeva piano. Puntai la Mag-Lite verso
il prato e la tenni accesa come punto di riferimento per il pilota e anche per
non correre il rischio di puntargliela negli occhi. Dalla sagoma decisi che
si trattava di un Jet Ranger.
Rimase sospeso per qualche secondo, la deflessione del rotore sbatteva
contro di noi mentre ondeggiava da sinistra a destra e poi si lasciò cadere
sui pattini d'atterraggio a circa sei metri di distanza. Spensi la Mag-Lite. Ci
fu un improvviso, solitario lampo dalla luce di navigazione sotto la pancia
del Jet Ranger per indicarci il punto esatto in caso non l'avessimo visto.
Come se fosse possibile.
Suzy mi superò correndo diretta al muso del velivolo che aggirò per rag-
giungere il portello che si stava aprendo. La seguii con la sacca sulla spal-
la, piegando automaticamente la schiena. Mai capito perché lo si faccia da-
to che i rotori sono sempre molto più alti della testa.
Il getto d'aria m'investì viso e vestiti mentre anch'io ci giravo intorno. La
puzza dei gas di scarico riempiva l'aria.
Buttai dentro la sacca e mi trovai con il viso contro il sedere di Suzy: io
cercavo di entrare, lei cercava di sistemare la sacca dietro i sedili. Alla fine
ci riuscimmo e chiusi il portello, l'ambiente era rassicurante, caldo e per
quanto possibile poco rumoroso. Sentivo odore di caffè, ma non abbastan-
za forte da superare quello del vomito di Suzy.
Il Jet Ranger si sollevò da terra. Il pilota, seduto davanti a me, indossava
gli NVG (Night Viewing Goggles, occhiali per la visione notturna), che as-
somigliavano a un paio di piccoli binocoli tenuti in posizione da un'arma-
tura sopra la testa, a un paio di centimetri dagli occhi. Erano inondati dal
riflesso verde del retro degli occhiali mentre lui controllava il decollo.
Suzy si voltò per spingere indietro le sacche alle nostre spalle e creare un
po' di spazio in più, poi il rombo del motore coprì ogni altro suono. Impos-
sibile parlare e la cosa mi andava benissimo.
L'uomo seduto a fianco del pilota ruotò sul sedile in modo da trovarsi
più o meno frontale rispetto a noi. Aveva indosso una cuffia e il braccio di
un microfono davanti alla bocca. Alla fioca luce della strumentazione vidi
che era piccolo, sorridente, affabile, cicciottello, sulla trentina, con i capelli
scuri e mossi. Avvicinò il pollice all'orecchio e l'indice alla bocca e mi urlò
con tono quasi di scusa: «Il telefono, per piacere? Il telefono?» Sotto la
camicia a quadri indossava una maglietta del Signore degli anelli che gli
tirava sulla pancia. Infilai la mano in tasca e gli porsi il Motorola della ra-
gazza. Frodo lo prese con un cenno di ringraziamento.
Sotto e dietro di noi le luci di Fakenham si fecero piccole piccole, il pi-
lota era impegnato a parlare con chiunque parlino i piloti quando sorvola-
no l'Inghilterra con quegli affari in operazioni sotto copertura. Be', non tan-
to segrete visto che appartenevano a compagnie private i cui piloti non di-
sdegnavano di lavorare in nero per la Ditta. Perché mai affrontare tutte le
spese, acquisto e gestione, quando se ne poteva affittare uno a costo ora-
rio? E, a parte ogni altra considerazione, costituivano una copertura mi-
gliore.
Frodo, il tecnico, tolse la carta SIM dal telefono e la inserì in una mac-
chinetta, grande quanto un blocco da giornalista, che teneva sulle ginoc-
chia. Pochi secondi dopo lo schermo che aveva davanti si riempì di parole
e numeri, mentre lui parlava veloce nel microfono. Non riuscivo a sentire
quello che diceva ma lo immaginai in collegamento radio con Signorsì, o
con chiunque fosse incaricato di controllare i dati. Sarebbero stati suffi-
cienti pochi minuti per conoscere l'identità di chiunque avesse parlato con
la ragazza o fosse stato chiamato da lei.
Lasciai vagare lo sguardo fuori dal finestrino, con il pensiero ero a
Bromley. Per il momento non avevo ruolo attivo nelle operazioni: non a-
vevo controllo su quello che mi accadeva, ero nelle mani del pilota.
Cos'avrei potuto fare per lei se l'attacco aveva già avuto luogo? Sarebbe
stata più al sicuro in Inghilterra? Che rischi correva in un aeroporto forse
contaminato?
Di colpo mi venne in mente che qualcosa potevo fare. Mi protesi in a-
vanti e toccai il tecnico sulla spalla. Si voltò e io lo invitai a gesti a toglier-
si la cuffia. Lo fece e si avvicinò. «Ho sentito l'aroma. Dov'è il caffè?»
Parlò al microfono e il pilota si chinò e mi passò un grande thermos di
acciaio inossidabile. Tolsi il bicchiere, svitai il tappo e versai una mezza
tazza. La porsi ai due davanti, ma rifiutarono con un cenno. Probabile che
avessero appena bevuto. Suzy accettò e ne prese qualche sorso prima di
passarmela. Era nero e molto dolce, ma fece il suo effetto.
Frugai nei jeans e trovai il blister tutto schiacciato delle pillole. Con un
sorso ne inghiottii quattro e le passai a Suzy insieme con la tazza. Mi vol-
tai e tornai a guardare fuori dal finestrino il nastro illuminato - la M11 -
lontano sotto di noi e, ancor più in lontananza, le luci di Cambridge.
Frodo parlò ancora nel microfono, poi, con un cenno d'intesa, si voltò,
tolse le cuffie e mi fece capire a gesti che dovevo indossarle. Portai le cuf-
fie rivestite di stoffa bianca sulle orecchie ma sentii solo il tud tud del roto-
re nel sottofondo.
Poi: «Ci sei?» Era Signorsì. «Pronto?»
Frodo mi prese la mano e la guidò all'interruttore sul cavo delle cuffie, lo
dovevo azionare per poter parlare. Lo ringraziai con un cenno. In realtà sa-
pevo benissimo come fare, ma non avevo motivo di offenderlo. «Sì, sono
qui.»
«Ascolta. Vi portano a Northolt. Roger?»
La linea era protetta e quindi avremmo potuto parlare liberamente eppu-
re, ogni qualvolta si trovava a parlare via radio, ritornava al passato, a
quando era capo del dipartimento comunicazioni in codice.
«Roger.» Avevo deciso di stare al gioco.
«Ci sarà Yvette con mezzi di trasporto. Roger fin qui?»
«È un roger.»
«Okay, ottimo lavoro con il telefono. È stato usato una volta circa due
ore fa. Quel numero non si è mosso e si trova nella zona della stazione di
King's Cross, nel triangolo fra Pentonville Road, Gray's Inn Road e King's
Cross Bridge. Roger fin...»
«Lo conosciamo, conosciamo l'edificio. C'è qualcosa che non quadra. La
fonte vive a circa trecento metri da lì.»
«È un roger, io...»
«Faccia in modo che la fonte si metta in contatto con noi non appena at-
terriamo. Forse possiamo usarla. C'è qualcosa che non convince.»
«D'accordo, chiudo.»
Passai le cuffie al tecnico e mi voltai verso Suzy; con la bocca pratica-
mente dentro il suo orecchio la informai di quanto mi aveva detto Signorsì.
S'illuminò. «È probabile che fosse una telefonata di rapporto per dire che
aveva fatto tutto.» Suzy era davvero eccitata per la situazione.

37

Domenica 11 maggio, ore 0.04

Il bagliore di Londra inondò l'orizzonte e poco dopo le gigantesche torri


di Canary Wharf, con i fari di orientamento che lampeggiavano tra le nu-
vole basse, si stagliarono contro il cielo.
Molto probabilmente la squadra della pulizia che lasciava la città diretta
a King's Lynn era responsabile di un paio di abbaglianti sotto di noi. Il loro
lavoro consisteva nello sterilizzare l'ambiente prima dell'alba, magari con
il pretesto d'investigare su una fuga di gas o qualcosa di simile. Non a-
vrebbero avuto la benché minima idea di quello che era successo: avrebbe-
ro portato via il corpo e infilato i ragazzi dell'Immigrazione in un furgone
senza fare domande. E forse gli avrebbero presentato Simon. Il pilota
dell'elicottero e il tecnico Frodo presto si sarebbero uniti alla compagnia.
In nessun caso uno di loro sarebbe stato lasciato libero sino alla fine
dell'emergenza.
Il pilota parlò in cuffia e ci spostammo verso destra. Non mancava molto
all'atterraggio alla base RAF di Northolt a West London. Per un attimo mi
domandai se ci avrebbero portato al centro di controllo del comando per un
rapporto, come mi era successo durante le campagne in Kosovo e in Bo-
snia. Sembrava di essere in un film di James Bond, schermi giganteschi
ovunque e persone molto indaffarate ed efficienti che premevano tasti e
bevevano caffè da tazze di polistirolo. Non so perché ma decisi che quel
giorno non sarebbe successo. Le camicie che indossavamo non erano ab-
bastanza inamidate.
Poco dopo eravamo sopra la A40, l'arteria a doppia carreggiata molto
trafficata che tagliava Londra da ovest, e pochi minuti più tardi iniziavamo
la manovra di avvicinamento all'aeroporto militare immerso nell'oscurità
che la costeggiava. La pioggia aveva cominciato a sferzare il Perspex e il
pilota azionò il tergicristallo.
Ci stavamo avvicinando a due berline e a un furgone parcheggiati con
gli abbaglianti accesi. Alla luce arancione del nostro faro di navigazione
riuscii a scorgere le sagome delle persone chiuse all'interno per evitare lo
spostamento d'aria e la pioggia. In una macchina c'era una sola persona,
nelle altre ne vidi due.
I pattini d'atterraggio toccarono il suolo e le pale persero velocità mentre
il rombo del motore turbo scemava lentamente. Il pilota si girò, mi fece
segno di aprire e io balzai giù con qualche problema. A causa del calore
dello scappamento, del turbine del rotore e della puzza di carburante del
velivolo, quasi non mi accorsi della pioggia. Suzy buttò fuori le sacche e
uscì.
Mentre correvamo verso i veicoli, da una delle macchine, credo una
Mondeo, emerse una figura e riconobbi Yvette che si stava tirando su il
cappuccio del Gore-Tex. Si fermò accanto alla portiera dell'autista e attese
lì che il rotore si fermasse.
Due uomini in felpa e jeans saltarono dal Transit bianco, totalmente a-
nonimo, e di corsa raggiunsero l'elicottero. Quando furono più vicini vidi
che erano Sundance e Scarpedatennis. Non mi degnarono di uno sguardo e
passarono oltre. Yvette ci fece cenno di raggiungerla. Mentre noi supera-
vamo l'avvallamento lei si dava da fare ad aprire una grande scatola di al-
luminio che era accanto alla ruota più vicina. A fatica sentii le sue parole.
«Per favore, mettete qui le bombole.»
Mi accucciai con la sacca. I due uomini dell'equipaggio vennero condotti
verso il retro del furgone. Il pilota era agitatissimo e mi guardava come in
cerca di aiuto. «Ma cosa succede qui?»
Alzai le spalle e uno di quelli in jeans rispose al posto mio: «Non preoc-
cuparti, è tutto a posto. Salta dietro, amico». Visto come li tenevano Sun-
dance e Scarpedatennis, non è che avessero molta scelta.
«Potrei avere le chiavi della Peugeot, per piacere? Così possiamo pulire
su nel Norfolk».
Suzy poggiò a terra la sacca e si frugò nei jeans mentre io aprivo la mia
per prendere il sacchetto sporco di sangue secco che conteneva tutto quello
che avevamo preso dalla donna, a esclusione del telefono. Lo misi nella
scatola che sembrava un contenitore termico, solo che quell'affare aveva
quattro chiusure che lo rendevano ermetico.
A giudicare dall'espressione che aveva sul viso, Yvette stava comincian-
do a fiutare il contenuto della sacca di Suzy mentre lei le passava le chiavi.
«È nel parcheggio dell'ippodromo.» La voce di Suzy era stranamente
calma, forse cercava di fare il verso a Mazzadagolf. «Vicino al centro
sportivo.»
Yvette fece un cenno di ringraziamento. «Nel cassetto del cruscotto tro-
verete altri antibiotici e nel bagagliaio due tute NBC nuove e complete.»
Il portellone posteriore venne sbattuto e il Transit partì. Chiusi il coper-
chio del contenitore e vidi apparire un sorriso sotto il cappuccio di Gore-
Tex. «Ottimo lavoro, a tutti e due. Laggiù sulla destra c'è un lampeggiante
azzurro, dove si sta dirigendo il furgone. Andate in quella direzione e vi ri-
troverete fuori dall'aeroporto. Buona fortuna.»
Sollevò il contenitore e lo portò con sé nell'altra macchina, una Vauxhall
Vectra scura. Non appena la scatola venne assicurata al sedile posteriore
con la cintura di sicurezza, si accese il motore. E, non appena Yvette si ac-
comodò nel sedile del passeggero, l'autista girò l'auto e partì in direzione
della luce azzurra lampeggiante.
Suzy portò le nostre sacche al bagagliaio della Mondeo e cercò di ripuli-
re il vomito, io presi il telefono schermato e chiamai Signorsì. Rispose al
secondo squillo e, come al solito, non aveva tempo da perdere in convene-
voli.
«Dove siete?»
«Northolt. Abbiamo la macchina.»
«Bene. Partite. La fonte dice di non sapere nulla di King's Cross. Vi
chiamerà ma non vuole essere coinvolta. Ha paura di essere compromes-
sa.»
«Duro.»
«Esatto. Fai tutto quello che deve essere fatto e voglio rapporti frequenti
quando siete in azione. È un roger?»
«Roger.»
Buona fortuna a lui. Chiusi la comunicazione e chiamai Suzy. «Non c'è
tempo per le pulizie. Accendi il telefono. Facciadiculo sta per chiamare.»
Suzy lasciò aperto il baule e iniziò a preparare la tuta NBC per metterla
nella sacca. La aiutai ad aprire i sacchetti e infilai il pugno nelle gambe e
nelle braccia.
Fradici di pioggia saltammo in auto e lei partì veloce verso la luce lam-
peggiante, i tergicristallo a velocità doppia. Scoprimmo che si trattava di
una Range Rover del ministero della Difesa, parcheggiata vicino ai cancel-
li di sicurezza nel reticolato che recintava l'aeroporto. L'ufficiale del mini-
stero con il giubbotto fluorescente giallo ci fece cenno di passare e poi ri-
chiuse il cancello. Non avevamo nessuna idea su quale direzione prendere
e puntammo verso le luci che secondo noi erano la A40, poi svoltammo a
sinistra, diretti a est verso la città. Ogni telecamera per il controllo della
velocità lampeggiò per salutarci al nostro passaggio.
Non parlammo molto: non c'era molto da dire. Non so quali pensieri an-
goscianti le affollassero la mente al punto di farla tacere, ma ne avevo ab-
bastanza dei miei.
Presi gli antibiotici dal cassetto del cruscotto e ne inghiottii quattro. Non
avevo idea se stessi superando le dosi. Di certo mi avevano fatto venire
mal di stomaco, ma non è che facessero venire i denti gialli o qualcosa del
genere? La plastica che rivestiva le capsule mi grattò in gola mentre ne e-
straevo altre quattro per Suzy e gliele passavo sul palmo della mano.
«Le prendo quando arriviamo.» Superò un paio di macchine che erano
nella corsia interna e gli schizzi ci inondarono il parabrezza. «Non riesco a
mandarle giù senz'acqua, è orribile.»
Lo stomaco cominciò a protestare. O mi voleva comunicare che era pas-
sato troppo tempo dal tè di Morrisons o gli antibiotici avevano cominciato
a darci dentro per sterminare la flora intestinale. Non m'importava quanta
parte buona di me avrebbero fatto fuori a patto che attaccassero ogni ato-
mo di come-cazzo-si-chiama-pestis incontrassero nel percorso.

38

Attaccammo la parte sopraelevata della A40, oltre gli edifici della BBC
e l'insediamento di riprogettazione urbanistica di White City. L'orologio
del cruscotto segnava mezzanotte e un quarto. Cazzo. Presi il telefono dal
marsupio.
Suzy era ancora concentrata sui fari che ci venivano contro, ma sapeva
esattamente ciò che stava accadendo. «Muori dalla voglia di parlarle, non è
così? L'ultima telefonata della vita. Sai com'è, magari succede qualcosa...»
Accesi il telefono e s'illuminò la schermata di benvenuto. «In un certo
senso.» Non l'avevo pensata in quei termini. Non l'avevo mai fatto: non
che avessi molto da lasciare e in quel preciso momento doveva essere con-
vinta che ero in debito con lei.
Premetti i tasti e sentii squillare il telefono ai Sicomori. Mi sembrò che
squillasse all'infinito prima che Carmen rispondesse.
«Pronto? Pronto?» Era confusa.
Infilai un dito nell'orecchio sinistro e mi piegai nuovamente nello spazio
davanti al sedile. «Sono io, Nick. Ascolta, ho bisogno di parlarle.»
Carmen non ascoltava. «È mezzanotte passata. Te l'ho già detto, non
la...»
«Carmen, ti prego, per favore, svegliala. Ho bisogno di parlarle prima
che parta. Forse non avrò un'altra occasione. Sono sicuro che mi capisci.»
La sentii sospirare e ascoltai i fruscii di lei che usciva dalla camera da
letto e raggiungeva il pianerottolo. «Dopo stacco il telefono. Abbiamo bi-
sogno di dormire, lo sai, e ci aspetta una giornata faticosa.»
Udii borbottare ma non riuscii a distinguere le parole a causa del rumore
della macchina. Con mia sorpresa Kelly rispose subito e sembrava decisa-
mente sveglia. «Dove sei? Non ti sento bene.»
«Sono in macchina. Sveglia così tardi?»
«Oh, be', avevo delle cose da fare.»
«Devo andare al Nord e quindi non ce la faccio a venire a salutarti. Ma
Josh viene a prenderti, lo sai, vero?» Continuai per non darle modo di ri-
spondere. «Mi dispiace davvero tanto ma proprio non posso. Cercherò di
farcela, ma, sai...»
La sua calma metteva quasi paura. «È tutto a posto, Nick.»
«Ho voglia di vederti. Di dirti come mi dispiace di averti fatto passare
dei giorni orribili, di non essere riuscito a stare un po' di tempo con te, che
tu non possa tornare dalla dottoressa Hughes, ma...»
«Ehi, davvero, va tutto bene. Ho parlato con Josh, è tutto a posto. Lunedì
chiamerà la dottoressa Hughes e organizzerà le cose con un terapista per
quando sarò a casa. È tutto sotto controllo. Venire qui mi è servito vera-
mente molto.»
«Gli hai già parlato?»
«Sì, abbiamo chiarito tutto.»
«Sul serio? Ma è magnifico. Ascolta, non appena finisco il lavoro volo
da te.»
«Mi chiami da Josh?»
«Non riuscirai a impedirmelo.»
«Ciao, allora.»
«Ciao.»
«Nick?»
«Cosa?»
«Ti voglio bene.»
Gli antibiotici tornarono a farsi sentire. «Anch'io. Devo andare.» Premet-
ti il tasto off.

Stavamo entrando in città e il traffico era aumentato. Suzy manteneva gli


occhi fissi sulla strada mentre saltavamo un rosso. Ero curioso. «Davvero
non hai nessuno da chiamare?»
«Nessuno.»
Il telefono operativo squillò e in una frazione di secondo raggiunse il suo
orecchio. «Sì?» Restò in ascolto senza cambiare espressione, gli occhi fissi
alla strada. «Non ce ne frega un cazzo, resta lì e stai all'erta, ci vediamo da
Boots.»
Doveva aver chiuso la comunicazione. «Paraculo di merda.» Ripose il
cellulare. «Piagnucola che lui non è qui per questo e che rischia di essere
compromesso. E chi se ne sbatte?»
«Ha visto qualcosa?»
Scosse la testa.
Superammo la British Library sulla principale, Euston Road, molto vici-
no a King's Cross. I cantieri stradali della stazione dilagavano fino a noi e
rendevano caotico il traffico della notte. Giganteschi divisori in cemento e
nastri fluorescenti bianchi e rossi incanalavano veicoli e pedoni in quelli
che avevano tutto l'aspetto di recinti per pecore. Indicai un cartello blu che
segnalava un parcheggio e lei svoltò a sinistra, un po' più in giù rispetto al-
la biblioteca, in una piazzola a pagamento. A quell'ora di notte era gratuito.
Controllammo più volte le portiere e l'interno della Mondeo, quindi tor-
nammo sulla principale e girammo a sinistra verso la stazione. Era distante
un centinaio di metri. I locali fast food, come al solito, erano in piena atti-
vità. Ventenni dall'andatura instabile, capelli e giubbotti bagnati, cercava-
no di camminare in linea retta attaccando il panino di kebab dopo una sera-
ta di Bacardi Breezer. Un paio di prostitute nell'androne di un negozio cer-
cò di attirare la loro attenzione. In ogni possibile anfratto, sotto coperte
cenciose e sacchi a pelo unti di sporco, cercavano riparo fagotti di esseri
umani.
Suzy scrollò la testa e io gettai un'occhiata. Le ragazze avevano incastra-
to uno dei Breezer che tentava di mangiare servendosi direttamente dal
vassoio di polistirolo. «Non è più lo schifo di prima», disse. «Ma non è che
il problema sia stato risolto. Lo hanno solo spostato da qualche altra par-
te.»
Eravamo quasi arrivati da Boots. Della fonte nessuna traccia. Inquadra-
vamo bene il bersaglio che si trovava a soli sessanta metri. Il triangolo de-
gli edifici assomigliava sempre di più alla prua di una nave che attraverso
la pioggia puntava minacciosa verso di noi. Probabilmente quando era sta-
to costruito, in epoca vittoriana o giù di lì, era un edificio imponente, ma
adesso il piano terra consisteva solo di negozi chiusi con tavole di legno e i
tre superiori di finestre annerite dallo sporco e dallo smog. La prua s'incu-
neava nella piazzetta pedonale che la fonte aveva attraversato quando l'a-
vevamo seguita fuori dalla stazione.
Il negozio sulla destra aveva venduto kebab, hamburger e patatine fritte
qualche secolo prima. L'insegna artigianale dipinta a mano diceva a chiare
lettere che Jim era IL MIGLIOR AFFETTATORE DI CARNE DALLO
SPIEDO ROTANTE, ma di sicuro non nel nostro secolo. La saracinesca
metallica non veniva sollevata da troppo tempo.
Il negozio sulla sinistra si era chiamato MTC. L'ingresso era ricoperto da
pannelli di truciolato; l'insegna verde chiariva che un tempo era stato un'a-
genzia di prenotazioni. Doveva essere fallito più o meno insieme con Joe:
il numero da chiamare per prenotare I MIGLIORI BIGLIETTI IN CITTÀ
non aveva neppure il vecchio prefisso nazionale.
Ci unimmo ai tre tizi con lo zaino che si erano rifugiati nella vetrina di
Boots per ripararsi dalla pioggia. Consultavano perplessi uno stradario in-
fastiditi da ubriachi e spacciatori. Subito a sinistra, tra noi e il McD dall'al-
tro lato della strada, la CCTV era puntata verso la prua della nave e senza
dubbio garantiva una perfetta inquadratura delle strade su entrambi i lati.
Abbassai gli occhi su Suzy e lei scrollò le spalle. «Non c'è. Cosa faccia-
mo? Quando chiama sullo schermo non compare nessun numero. Che vada
a farsi fottere, noi andiamo avanti.»
«Diamogli ancora un minuto, magari è qui intorno che controlla se c'è
qualcun altro.»
La barca di mattoni era sormontata da una torretta belvedere che asso-
migliava a un Moulin Rouge ricoperto di piombo e senza le pale. Probabile
che nei suoi giorni migliori fosse stato l'orgoglio e il vanto di King's Cross,
adesso come tutto il resto dell'edificio era coperto di sporco e di cacca di
piccione, un rudere. Prima lo demolivano per far nascere il collegamento
con l'Europa e meglio era.
Vedevo bene tutta Birkenhead Street sino in fondo. La CCTV che era a
circa duecentocinquanta metri stava girando su se stessa. Dall'altro lato
della strada i neon delle insegne facevano brillare il marciapiede e illumi-
navano a chiazze i personaggi dall'aspetto ambiguo che stazionavano in-
torno alla sala giochi. L'unico ambiente non illuminato era la stazione di
polizia all'angolo di Birkenhead. Ma non era detto che fosse chiusa, chissà
cosa stava succedendo dietro i vetri a specchio?
Presi il telefono schermato. Suzy ricominciò la commedia della fidanza-
ta innamorata e si accoccolò contro di me. Due poliziotti con i giubbotti
fluorescenti gialli decisero che era arrivato il momento di svegliare un
mucchio di stracci che dormiva davanti a Boots e farlo sloggiare.
Signorsì era affabile come al solito. Nel sottofondo sentii ancora molte
voci. «Che c'è?»
«Siamo arrivati. La macchina è fissa a est della British Library, noi sia-
mo alla stazione di fronte al bersaglio. La fonte non c'è. Vuole che andia-
mo a prenderla, per scoprire che cosa sa?»
«Negativo. Non ce n'è bisogno, non andrà da nessuna parte. Cosa vedi?»
«Sempre nessun segno di vita. Gli diamo ancora cinque minuti. Aspet-
ti...» Un gruppo di adolescenti con un po' troppa roba illegale in corpo pas-
sò urlando e i due poliziotti li squadrarono. Niente di nuovo. Tornai a Si-
gnorsì. «Se non si fa vedere, lo cestiniamo. Un momento... il segnale si è
mosso?»
«Certo che no», scattò. «Altrimenti ve lo avrei detto. Non dimenticate
che voglio aggiornamenti puntuali.»
La comunicazione venne chiusa e spensi il telefono. Signorsì doveva li-
mitarsi ad aspettare che lo chiamassimo, non avrebbe mai telefonato per
non correre il rischio di comprometterci. Ma era comunque meglio tenerlo
spento. Non si sa mai.
Stavamo perdendo minuti preziosi. «'Fanculo, muoviamoci.»
Mentre i poliziotti si mettevano sulle piste degli adolescenti, lei annuì e
mi prese sotto braccio. Lasciammo il riparo e ci avviammo nella pioggia
verso Pentonville. Non avremmo attraversato subito ma, restando da quel
lato, avremmo iniziato la nostra perlustrazione a trecentosessanta gradi del
bersaglio. Due i sopralluoghi da fare. Il primo come ricognizione generica,
il secondo con particolare attenzione ai sistemi di chiusura e altri dettagli.
Attraversammo all'incrocio a sinistra della stazione e ci aprimmo un var-
co fra i bicchieri di McFlurry che insozzavano il marciapiede davanti al
McDonald's chiuso. I cento metri di lunghezza dell'edificio, MTC escluso,
erano coperti a livello della strada fino a King's Cross Bridge da pannelli
di legno dipinti di viola. Mi ero fermato lì ad aspettare la prima volta che
avevamo seguito la fonte e i suoi due amici da Starbucks.
Suzy mi sorrise, come avrebbe fatto a quell'ora della notte se avessimo
passato alcune ore insieme in un pub, durante la romantica passeggiata
verso casa sotto una pioggerellina costante. Guardai il cielo. «Non possia-
mo entrare da questo lato. Hai notato l'illuminazione stradale?»
Annuì. Le lampade erano a livello della parte alta delle finestre del se-
condo piano. Erano in pessime condizioni, ma le grandi finestre avrebbero
fatto entrare tanta luce da proiettare ombre ovunque. Chi abitava a quei
due piani non aveva bisogno di luce elettrica, quella stradale era più che
sufficiente, ma anche durante il giorno avrebbe dovuto muoversi sotto il
livello dei davanzali, soprattutto considerato il fatto che attraverso le fine-
stre del primo piano si riusciva a vedere fino a Gray's Inn Road. Regole ri-
gide per loro, niente sigarette, niente luci, niente di cucinato.
Qualsiasi movimento sarebbe stato individuato all'istante dagli edifici di
Gray's Inn. Le finestre del secondo e terzo piano da quella parte erano leg-
germente più piccole rispetto a quelle di sotto e ciò che riuscivo a vedere
dei due piani di sopra era che non costituivano un unico ambiente.
Ancora nessun segno di vita, nessuna luce, niente vetri appannati e nep-
pure una finestra coperta da tendine o da fogli di giornale. Più giù in Pen-
tonville c'era un certo numero di edifici a due piani che erano ancora abita-
ti; erano il retro del triangolo, la poppa della nave. Probabilmente risaliva-
no agli anni '60 e comprendevano un'imitazione di Kentucky Fried Chi-
cken e un negozio di radiofonia. Non avevo dubbi: i proprietari se ne sta-
vano a dita incrociate nella speranza che venissero comprati anche i loro
immobili.
Attraversammo Pentonville e raggiungemmo la base del triangolo,
King's Cross Bridge. In passato doveva esserci un ponte che passava sopra
un canale, adesso era una strada lunga settanta metri che collegava Pen-
tonville con Gray's Inn.
Svoltammo a destra, sotto un'ennesima CCTV, e attraversammo Gray's
Inn mentre un'auto e un furgone della polizia transitavano dietro di noi a
sirene spiegate.

39
Adesso la telecamera davanti alla stazione di King's Cross era puntata
verso la British Library. Suzy sorrise dandosi da fare con un'altra gomma
alla nicotina. «Forse le toglieranno quando questo posto sarà tutto carino e
luccicante.»
«Facile, più o meno quanto un secondo mandato di Ken Livingstone.»
Il traffico scorreva fra gli schizzi su per Gray's Inn, mentre noi control-
lavamo ancora una volta l'ingresso di Boots alla ricerca della fonte. Secon-
do me l'edificio bersaglio era perfetto come FOB (Forward Operations
Base, base avanzata di operazione). Era probabile che il cantiere non lavo-
rasse durante i weekend, così da quel lato non ci sarebbero stati occhi indi-
screti, ammesso che si vedesse attraverso il rivestimento in plastica di pro-
tezione. I negozi su quel lato di Gray's Inn avevano alle finestre dei piani
superiori cartelli che segnalavano uffici in affitto, ma non sarebbe stato un
problema nascondersi dagli sguardi di chi lavorava lì durante i weekend,
soprattutto se quelli della ASU si limitavano alle stanze superiori dell'edi-
ficio che davano su Pentonville.
Controllai i campanelli sulle porte incuneate fra i negozi dal nostro lato
della strada. Volevo scoprire se qualche appartamento era abitato, compre-
si quelli sopra Costcutter. I nomi erano pochissimi e quei pochi erano sca-
rabocchiati su pezzetti di carta.
Anche se le telecamere a circuito chiuso erano ovunque, altri fattori lo
rendevano un'ottima scelta per una FOB. In una stanza d'albergo c'è sem-
pre il rischio che qualcuno senta i preparativi. Per una stanza o un appar-
tamento in affitto c'è la procedura per fissarlo, i contratti, i depositi e tutte
quelle lungaggini burocratiche da espletare che possono risultare compro-
mettenti. E non avevano dovuto usare la forza né prendere in ostaggio o
uccidere i proprietari per avere l'accesso ai locali; non avevano dovuto fare
altro che entrare e starsene fuori vista.
Cercai d'immaginare la loro vita lì dentro, forse nei sacchi a pelo nuovi,
a mangiare schifezze nei vassoi di plastica. Prima d'iniziare un lavoro pre-
gavano? Se la facevano sotto o erano talmente concentrati da non avere
paura? C'erano altre donne lassù? E che piano avevano? Di uccidersi dopo
l'attacco o di andarsene in giro ancora per qualche giorno, continuando a
contaminare vittime fresche finché non ce l'avrebbero più fatta?
Nel vano della porta di un negozio un paio di ventenni cercava di usare
al meglio le lattine di Stella, con una ragazzina che aveva tutta l'aria di
dormire all'aperto anche lei. Indossava jeans strappati, maglietta e un vec-
chio giubbetto di nylon verde, poteva avere al massimo un anno più di
Kelly. Aveva un viso affilato coperto di brufoli e i capelli bagnati e sporchi
come il marciapiede. Stava appoggiata a un contenitore dell'Evening Stan-
dard che riportava in prima pagina altre follie collettive sulla SARS. I due
ondeggiavano e lei rideva. Uno dei ragazzi disse che per il favore che sta-
vano per farle doveva fare a tutti e due un lavoretto con la bocca. Lei prese
un sorso dalla lattina. «Può darsi.» Aveva gli occhi grandi come piattini, le
pupille dilatate e nere.
«Stai bene?» Suzy mi puntò un dito nel braccio.
Il dolore allo stomaco era tornato. «Credo che i tramezzini non fossero
troppo freschi. Sai com'è.»
Terminammo il tragitto vicino alla prua, il traffico era fermo al semafo-
ro, i tergicristallo in movimento. Da quel lato dell'edificio i negozi non e-
sibivano vezzosi pannelli di legno dipinti di viola. Solo saracinesche ar-
rugginite. Ancora nessuna luce all'interno e, per quanto ero riuscito a vede-
re, tutte le porte erano chiuse da lucchetti.
Giungemmo alla stazione di polizia all'angolo di Birkenhead e sotto la
relativa CCTV che la inquadrava. Suzy era sempre su di giri. «Che ti dice-
vo? Non è poi così male, quella per esempio è fissa sulla stazione.»
Attraversammo diretti al porticato. Il fatto che la fonte non si facesse ve-
dere mi irritava oltre ogni limite. «Facciamo ancora un giro prima della ri-
cognizione per i sistemi di chiusura. Voglio passare davanti alla casa della
fonte per vedere se c'è. Non mi fido di quello stronzo.»
Un'occhiata verso l'incrocio tra Birkenhead e St Chad's per vedere dov'e-
ra puntata la CCTV. Non era più girata verso l'appartamento della fonte
ma sulla parte destra dell'incrocio.
Suzy si fermò di colpo e si voltò come per baciarmi. «È arrivato, è sulla
sinistra.»
Sollevai lo sguardo. La fonte stava andando verso la stazione. Mi girai
insieme con lei. «Lo blocchiamo all'incrocio.»
Giunti al porticato svoltammo a sinistra. Suzy sputò la cicca prima di
abbracciarmi con tenerezza. Lui arrivò pochi secondi dopo, colletto
dell'impermeabile alzato, braccia incrociate. Esitò un attimo quando ci vi-
de poi attraversò in fretta. Alla luce intermittente delle insegne vidi che era
incazzato almeno come me. Ma non m'importava. Quando fu a pochi passi
dal riparo della piccola galleria Suzy attaccò per prima. «Sei in uno stra-
maledetto ritardo, ti avevamo ordinato di non muoverti...»
«Non essere sciocca, non posso fare quel genere di cose. Il mondo intero
ci osserva.» Si guardò in giro furtivo come se si aspettasse di vedere paia
di occhi a ogni finestra. «Sono dovuto allontanarmi per un po', c'è troppa
gente per strada. Sono qui solo per incontrare voi.»
Suzy gli servì il sorriso come-sono-felice-di-vederti. «Visto qualcosa?»
«No, niente. Ma cosa vi aspettate da me? Vi ho già detto di King's Lynn,
cos'altro volete?»
Balle. Secondo me erano tutte balle. «Hai la squadra di ASU sulla porta
di casa tua e non ne sai niente?»
I suoi occhi iniettati di sangue si fecero piccoli. «Sono molte le cose che
non si sanno. Non m'importa quello che pensate e ancora meno m'importa
di voi e del vostro Paese, ma voi due fareste meglio a capire una cosa. Se lì
dentro ci sono dei JI, non hanno paura di niente, sono solo felici di diven-
tare dei martiri. Eseguiranno l'attacco con il contenuto delle bottiglie, qua-
lunque esso sia. Conosco quella gente, ho combattuto per quindici anni.»
Suzy si piegò verso di lui. «Non ti piacciamo, questo è chiaro: allora, co-
sa ci fai qui?»
Si morsicò un labbro, fece svariati respiri profondi e lasciò cadere lo
sguardo. «Perché la vostra gente mi dice che non ho scelta.»
Nessuno di noi due rispose. Ricordai che Signorsì aveva detto che non
aveva scelta. In un modo o nell'altro lo tenevano per i coglioni. Sapevo co-
sa si provava.
Sospirò, ci guardò, poi sorrise. «Morirò combattendo.» E detto quello se
ne andò.
Suzy e io lo osservammo sparire in Birkenhead, poi lo seguimmo. Giun-
gemmo al vicolo dietro l'appartamento quando una lama di luce filtrò at-
traverso le tende chiuse dell'ultimo piano.
Più in giù lungo St Chad's i due ventenni e la ragazza con i foruncoli
emersero da una zona buia, barcollavano, incuranti della pioggia, o di noi,
mentre si disputavano il contenuto di una bustina di plastica. Quando ci
superarono la ragazza sghignazzò, ci aveva riconosciuto, e si passò la lin-
gua sulle labbra screpolate.
Attraversammo in una parte buia in caso la CCTV avesse deciso di ruo-
tare verso di noi. I tre erano usciti da quella che sembrava la via di accesso
di un garage. Mentre passavamo una voce bassa ma pressante mi chiamò:
«Salute, fratello, ne vuoi?»
Scrutai l'oscurità. Un accendino venne acceso. Era un ragazzo bianco,
l'aria strafottente, più o meno della stessa età dei due ubriachi che lo ave-
vano appena lasciato. Indossava jeans stracciati e un giubbotto di pelle fra-
dicio di pioggia. L'ultima volta che l'avevamo visto doveva essere così
fuori di testa che non si ricordava di noi.
«Cos'è che dovrei volere?» Sapevo di aver fatto la domanda, ma la voce
non sembrava la mia.
Lo spacciatore non ci fece caso. Prese una sigaretta, la portò alle labbra e
fece un gesto con le mani. «Qualsiasi cosa, bianca, marrone, a te la scelta.»
Parlava strascicando le parole. «Togliti dalla strada, vieni dentro. Non ci
sono problemi.»
Mi sganciai da lei e mi voltai per guardarlo in faccia. Sembrava che
Suzy sapesse cosa stavo per fare prima ancora di me. «No, non adesso, non
adesso...»

40

Suzy si fermò sul marciapiede mentre io m'infilavo nel buio. Lo spaccia-


tore si staccò dal muro e prese a dondolarsi da un piede all'altro. «Allora,
cosa vuoi, amico? Ho tutto, le bianche, la marrone, basta chiedere.»
Ero a meno di un metro da lui. Tenevo lo sguardo fisso sulla sua testa.
Lui guardò Suzy. Cominciava a preoccuparsi. «Dille di...»
Non riuscì ad aggiungere altro. Con la sinistra gli afferrai il collo ossuto
e con la parte bassa del palmo della destra lo colpii forte sul mento. La te-
sta scattò all'indietro e lui crollò sul cemento come un sacco di merda. A-
desso compresi perché biascicava: ciò che teneva nascosto sotto la lingua,
qualsiasi cosa fosse, volò sul marciapiede.
«Vai a fare in culo, stronzo.» Adesso avrebbe ripreso a parlare normal-
mente. Forse.
Cominciò a muoversi, così feci quello che andava fatto: gli sferrai un
calcio in faccia. Era buio e non avrei saputo dire dove avevo colpito, ma
non m'importava più di tanto. Continuai a calciare. Suzy mi afferrò per un
braccio e sussurrò decisa: «Cosa cazzo fai? Andiamo...»
Il tizio era a faccia in giù, lo colpii ai fianchi cercando di beccare un re-
ne, poi ancora allo stomaco. Mi liberai da lei e mi accucciai.
«Non è il momento.»
Lo trascinai sull'asfalto bagnato fino al gradino del marciapiede. Suzy
cercava di tirarmi via. «Cosa cazzo...»
Lo sistemai a faccia in giù, con la spalla sul bordo del marciapiede e il
gomito sopra la cunetta. Cercò di raggomitolarsi, ma gli afferrai il braccio
e lo stesi di nuovo.
Suzy mise un ginocchio a terra. «Cazzo. Lascia, ci penso io.» Gli afferrò
il polso e raddrizzò il braccio. Nel tentativo di proteggersi lui agitava le
gambe. «Stronzi, stronzi che non siete altro» farfugliò. Doveva avere la
bocca piena di sangue. Cercò ancora di chiudersi in posizione fetale per di-
fendersi. Ma Suzy gli bloccava il polso come in una morsa, il gomito gira-
to in fuori, l'avambraccio sul bordo del marciapiede. «Avanti, cazzo, pro-
cedi.»
Con il piede destro appena più alto spiccai un salto di una trentina di
centimetri e ricaddi giù con tutta la mia forza e tutto il mio peso. Si udì
uno schianto sordo quando il destro entrò in contatto e il sinistro toccò l'a-
sfalto. Urlava come un maiale. Mi voltai e gli piazzai un altro calcio in
faccia per farlo tacere. Suzy era già tornata in St Chad's per controllare la
CCTV. «Andiamo, andiamo, andiamo.» Svoltò a destra verso Gray's Inn,
la seguii e la raggiunsi in pochi passi.
«Cosa cazzo succede, Nick?» Guardava davanti a sé, in tensione, mentre
io prendevo a calci un paio di pozzanghere per togliere il sangue dagli sti-
vali. «Hai deciso di fare un po' di straordinario per mandare a puttane l'o-
perazione?»
Non le risposi. Non ne avevo voglia: non m'importava cosa ne pensasse.
Ma era lei che aveva qualcosa da aggiungere. «Non so quale sia il tuo pro-
blema ma sono pronta a scommettere che è maledettamente difficile da e-
sprimere.»
Accelerò il passo. Cazzo, ero sicuro di essere nel giusto, bastava capire
le mie motivazioni, ma adesso non era il momento per spiegargliele.
«Stammi a sentire, ormai è andata, ho piantato un casino, scusa.» L'afferrai
per un braccio per farla rallentare, poi presi il telefono schermato.
Il traffico era ancora piuttosto intenso e per sentire Signorsì fui costretto
a chiudere con un dito l'orecchio libero.
«Che c'è?»
«Abbiamo fatto la ricognizione a trecentosessanta gradi e non abbiamo
visto niente, nessun segno di vita. I segnali sono fermi?»
«Sì. Vi voglio dentro non appena...»
Gli chiusi la bocca. Una volta iniziata l'operazione era lui quello che do-
veva ascoltare perché in prima linea c'ero io. «Abbiamo visto la fonte. Non
ha niente. In questo momento stiamo per iniziare un controllo ravvicinato
all'edificio bersaglio.» Stavamo raggiungendo la prua della nave. «La ri-
chiamo presto.» Chiusi. Bella sensazione avere l'ultima parola di tanto in
tanto.
Suzy mi aveva preso di nuovo sotto braccio e si era voltata per controlla-
re che non fossimo seguiti. Come un cane con l'osso, non mollava. «Hai
qualche circuito fuori uso? Non dovevi farlo, hai rischiato di compromette-
re tutto il lavoro.»
«Non è vero, anzi, ci ho fatto un favore. Se va dalla polizia si concentre-
ranno sull'altro edificio e per noi sarà più facile penetrare in questo. Sem-
pre che ci vada, dalla polizia.»
«Che Dio mi fulmini, questa è la più grossa che mi sia mai capitato di
sentire.»
La sostenni nello slalom veloce tra le pozzanghere di King's Cross Bri-
dge. «Bene, ragazza MOE, prossima fase: serrature.»
Annuì e cambiò lato in modo da avere il braccio sinistro nel mio destro.
La ragazza MOE voleva trovarsi più vicino alle serrature. Mentre ci avvi-
cinavamo al bersaglio un gruppo di ragazzi neri con i calzoni larghi e il
cappuccio sopra il berretto si unì a noi. Mangiavano patatine e bevevano
da lattine di Coca.
Qualcuno dietro di noi agitò una lattina e schizzò un altro del gruppo.
Risero tutti tranne la vittima, incazzata nera perché le scarpe da ginnastica
nuove non solo erano bagnate di pioggia ma erano anche macchiate di Co-
ca-Cola. Suzy e io rallentammo per farli passare avanti e lasciare spazio fra
noi. Buono, avevamo un motivo plausibile per fermarci a guardare intorno
prima di procedere lentamente dietro il gruppo.
Al piano terra dell'edificio bersaglio c'erano quattro negozi separati da
portoni.
Uno di questi doveva essere stato un tempo un ristorante indiano. Lo
sporco intorno alla porta e alla serratura presentavano dei segni? Era stata
aperta negli ultimi tempi? Tutti quei locali avevano l'aria di essere chiusi
da secoli, perciò doveva essere facile distinguere spostamenti recenti.
Era chiuso da pannelli di truciolato e da un lucchetto sporco e incrostato
di ruggine mai toccato da anni.
Subito accanto c'era il Mole Jazz, un club o un negozio di dischi, diffici-
le stabilirlo da quello che restava dell'insegna. Il lucchetto sulla porta era
nello stesso stato ma con un pezzetto secco di gomma da masticare nel bu-
co della chiave, opera di un passante annoiato.
Dress Wright, il successivo, era chiuso da saracinesche con pesanti luc-
chetti dove qualcuno, mesi prima, aveva fatto pipì ripulendo i primi due
strati di sudiciume. Era decisamente impossibile che fosse una possibile
entrata o uscita: le saracinesche fanno troppo rumore e ci vuole troppo
tempo per aprirle e chiuderle.
Con assoluta certezza l'Eastern Eye era stato un ristorante indiano ed era
l'ultimo locale prima del burger bar di Jim. Sulla destra del locale chiuso
c'era una porta: il lucchetto non era nuovo ma, senz'ombra di dubbio, ave-
va visto del movimento. Anche Suzy lo vide e ci fermammo abbracciando-
ci sorridenti. Io con la schiena verso l'entrata, in modo che lei avesse una
buona visuale. I suoi capelli umidi mi sfiorarono il viso mentre mi confer-
mava le mie ipotesi. «Sullo strato di sporcizia qualcuno ha messo le mani e
il lucchetto è stato aperto molto recentemente. Non vedo segni rivelatori,
ma potrebbe essere stata la ragazza a chiudere dentro i compagni prima di
rientrare a King's Lynn.»
Suzy cominciò a passare una mano lungo la cornice della porta.
«Ma la ragazza non aveva un'altra chiave con sé.»
«Furbo, cosa credi che stia cercando?» Abbassò la mano, gli occhi lucci-
canti d'eccitazione. «Trovata. Probabile che avesse intenzione di tornare.
Scommetto che i bastardi hanno una via di fuga, se li ha chiusi dentro.»
I nostri visi erano quasi a contatto e sentivo il suo fiato sulla pelle.
«Sempre meglio controllare, ragazza MOE. Forse ci sarà ancora bisogno
delle tue arti magiche.»
Sorrisi mentre la abbracciavo per consentirle d'inserire la chiave. Non
l'avrebbe girata, però, non poteva correre il rischio di non riuscire a richiu-
derla o che la chiave si spezzasse all'interno. Sembrava tutto a posto. Una
pattuglia della polizia passò a sirena spiegata in Gray's Inn Road. Da quel-
le parti le sirene erano comuni come le coppiette che amoreggiavano. Nes-
suno faceva caso né a noi né a loro.
Si staccò appena, sorrise e mi piazzò un bacio sulle labbra. «Per chiun-
que ci stia osservando.»
«Avrei preferito che la gomma fosse alla menta, puzzi come la tua sac-
ca.»
«Ma scommetto che ti è piaciuto lo stesso.»
Tornammo alla prua della nave che aggirammo per la ricognizione rav-
vicinata del lato di Pentonville. MTC, l'ufficio prenotazioni, era il numero
297. Suzy mi abbracciò e mi attirò a sé. «Due-nove-sette. Lo vedi? Nessun
lucchetto. Via di fuga?»
«Potrebbe... forse è sprangata dall'interno o semplicemente chiusa e co-
perta con i pannelli di legno.»
«Credo che lo scopriremo presto.»
Proseguimmo per Pentonville e attraversammo King's Cross Bridge pri-
ma di girare a sinistra e poi ancora a sinistra, in modo da raggiungere la
macchina mantenendoci però a distanza di sicurezza dalla zona bersaglio.
Alla fine ci ritrovammo sotto alcuni viadotti ferroviari che si dipartivano
dalla stazione: era molto tranquillo, pochissimi veicoli, quasi nessun pas-
sante. Chiamai Signorsì e fornii i dettagli di quanto avevamo visto.
«Quanto vi ci vuole per entrare e ripulire l'edificio?»
«Calcolo difficile. Un'ora, forse due. Prima dobbiamo pianificare l'azio-
ne.»
«Fate in fretta. Ricordate che la priorità è Dark Winter.» Lo sentii pren-
dere fiato come se volesse lanciarsi in un discorso.
Non c'era tempo per cazzate simili. «Richiamo quando saremo pronti.»
Era la seconda volta che gli buttavo giù il telefono, ma perché avrei dovuto
preoccuparmi se s'incazzava? Di lì a poco potevo essere morto.
«Allora, ragazza MOE, che ne pensi? Con quella telecamera puntata ad-
dosso dobbiamo giocarcela e fare in modo di essere più naturali possibile.
Non abbiamo alternative. Sempre che tu riesca a girare la chiave, natural-
mente.»
Ignorò la frecciata. «Come facciamo con le tute NBC? Non possiamo
entrare già equipaggiati.»
«Se riusciamo a entrare senza problemi, ce le mettiamo all'interno e poi
ispezioniamo l'edificio sino a che la faccenda non si fa rumorosa.»
Annuì, era di nuovo su di giri. Non capivo perché: con ogni probabilità
eravamo sul punto d'infilarci in un incubo totale.

41

Suzy si passò le dita fra i capelli zuppi mentre schivavamo le zone illu-
minate intorno al cantiere. Rallentai un po': non eravamo lontani dalla
macchina ma non volevo restarci dentro più del necessario per non correre
il rischio di attirare l'indesiderata attenzione della polizia in massima aller-
ta per il terrorismo, oppure, considerato il quartiere, della Buoncostume.
L'ultima cosa di cui avevamo bisogno era che qualcuno in uniforme ci in-
vitasse a scendere dall'auto per una visita guidata al bagagliaio.
«Okay, ragazza MOE, che ne dici di questo piano? Prendiamo le sacche
e raggiungiamo la porta. Ci scambiamo tenerezze come abbiamo fatto pri-
ma e tu giri la chiave, d'accordo? Che modello è?»
Sapevo che avrebbe portato con sé l'astuccio MOE in ogni caso.
«Ward. Non dovrebbe essere difficile.»
«Allora, tu apri il lucchetto, io entro e ti copro mentre tu porti dentro le
sacche e chiudi la porta. Quando sarai anche tu all'interno, la blocchiamo.»
Suzy gettò un'occhiata al più grande cantiere del mondo. «Lì dentro c'è
di sicuro qualcosa che può servirci.» Avevamo bisogno d'impedire che la
porta d'ingresso venisse aperta e di bloccare possibili vie di fuga se la fac-
cenda diventava rumorosa. Dovevamo rinchiudere gli ASU come maiali in
un porcile se volevamo una possibilità di spuntarla.
«Poi indossiamo la NBC. Non ho intenzione di tirare su il cappuccio, fa
troppo rumore. Indosserò il respiratore ma terrò giù il cappuccio fino all'ul-
timo momento.» Niente di sofisticato ma entrambi dovevamo avere le idee
chiare su quello che sarebbe successo. «Una volta pronti, ispezioneremo
l'edificio dal basso verso l'alto. A meno che non li sentiamo muovere, veri-
ficheremo una stanza alla volta.»
«Cosa facciamo se abbiamo sbagliato porta? E se in quella parte dell'edi-
ficio non c'è nessuno? Non possiamo uscire con la NBC addosso.»
«Dovremo passare dal tetto.»
«Dark Winter a ogni costo, vero?»
Vidi di nuovo quello sguardo euforico. «Qualcosa del genere.»
Annuì senza smettere di esaminare il cantiere. «Soldi facili.»
Mi augurai che avesse ragione.
Le arcate che sorreggevano i binari in entrata e in uscita da St Pancras e
da King's Cross stavano per essere rimesse a nuovo. Ma non era l'edilizia
vittoriana in mattoni che m'interessava, erano solo le impalcature. Doveva
esserci di sicuro qualche giunto vagante in giro e comunque il deposito dei
pezzi nuovi non poteva essere lontano. A ogni punto d'ingresso della zona
recintata con rete metallica erano sistemate baracche in lamiera. Nessun
guardiano in vista, dovevano essere tutti rintanati a guardare i porno della
notte su Channel Five.
«Vieni.» Suzy aveva visto qualcosa. Mi guidò sul marciapiede opposto,
mi allacciò le braccia intorno al collo e mi parlò nell'orecchio. Cominciava
a piacermi. «È ora di uno dei nostri leggendari abbracci, Romeo. Vicino ai
tuoi piedi, dall'altra parte della rete, c'è della roba.»
Ci abbracciammo e io mi guardai in giro. Nessuna CCTV in vista. «Be-
ne, facciamolo.»
«L'ultimo dei romantici, sai di esserlo, vero?»
Mi chinai e protesi le dita nei buchi della rete. Pochi secondi dopo, ab-
bracciati, eravamo diretti alla macchina. Avevo le tasche gonfie di cinque
o sei pezzi di acciaio. Alcuni triangolari, altri rettangolari, ma tutti poteva-
no servire allo scopo.
«Il capo ha bisogno di essere aggiornato, Nick. È ora di chiamarlo.»
Aveva ragione, naturalmente. Una delle arcate aveva delle rientranze che
nei tempi andati dovevano essere state elementi ornamentali, ma che ormai
venivano usate per fare pipì o per fumare uno spinello. Mi rifugiai nel buio
di una nicchia al riparo dalla pioggia per qualche minuto.
«Ultimo controllo.» Estrassi la 9 mm e, tenendola vicino allo stomaco,
con la parte finale del palmo della mano posato sulla canna feci arretrare il
carrello fino a veder brillare l'ottone. Lei mi imitò.
Presi il telefono schermato. Prima che scattasse il secondo bip era già lì,
incombente. «Cos'è successo? Dove siete?»
Voci nel sottofondo. Due che mi parevano americane e un'altra che non
riuscii a distinguere. Malese forse? Non m'importava. Avevo già abbastan-
za preoccupazioni.
Le voci si affievolirono come se si fosse allontanato.
«Stiamo tornando a prendere le sacche e poi ci spostiamo sul bersaglio.
Dovremmo essere dentro in meno di trenta.»
«Da dove entrerete?»
«I segnali sono sempre all'interno dell'edificio?»
«Certo. Da dove entrerete?»
Glielo dissi e per una volta lo sentii nervoso. «Siete sicuri di farcela?»
«No.» Non ero mai sicuro di niente.
«E cosa pensate di fare se non riuscirete a entrare?» Mi sembrò agitatis-
simo. Doveva essere parecchio sotto pressione, mi divertii a pensare che
un grosso foruncolo gli pulsasse sul collo. «Non posso permettere che siate
scoperti, non voglio sentir parlare di voi nel notiziario del mattino, mi hai
capito? Impadronitevi di Dark Winter a ogni costo.»
Le voci americane tornarono a portata d'orecchio. L'altra non era malese:
era tedesca.
«Se non avrà nostre notizie entro l'alba vuol dire che c'è un problema.
Richiamo dopo.» E chiusi. Non avevo voglia di passare la notte ad ascolta-
re Signorsì che mi spiegava come comportarmi sul lavoro. Lui non era mai
stato sul campo: aveva passato l'intera vita professionale davanti ai moni-
tor, a occuparsi di comunicazioni e cazzate varie. Ricevere una conferenza
di teorie di terza mano mi avrebbe fatto incazzare all'infinito e io non vo-
levo essere incazzato, solo preoccupato e un po' spaventato. Una piccola
dose di sana paura mi serviva per rimanere concentrato su tutto e restrin-
geva il mio cervello a una dimensione tale che non riuscivo a pensare ad
altro che al lavoro e a come uscirne con il corpo intatto. Cos'è che biasci-
cava di continuo Josh? «Il coraggio non è altro che la paura quando ha det-
to le preghiere.»
Tornammo per strada, alla luce e alla pioggia.
«Cos'ha detto?»
Studiai l'espressione del suo viso, avrei voluto che mostrasse almeno un
accenno di paura. Sembrava solo assente, ma niente di più, con ogni pro-
babilità si stava preparando mentalmente. «Le solite cazzate, ricordati la
canottiera e niente televisione né caffè dopo le nove.» Imitai l'accento delle
Home Counties. «'Impadronitevi di Dark Winter a ogni costo.'»
Strinse gli occhi. «Anche lui ha un lavoro da fare e lo sai.»
Raggiunta la macchina Suzy andò diretta al posto di guida. «Faccio io la
prima guardia.»
Mi spostai dietro la macchina, lei mi aprì il bagagliaio e cominciò a sca-
ricare, come avevamo fatto a King's Lynn. Controllai la mia attrezzatura,
senza preoccuparmi di quello che accadeva intorno a me. Ci avrebbe pen-
sato Suzy. In caso di problemi avrebbe messo in moto, io avrei chiuso in
fretta il bagagliaio, sarei andato al mio posto e saremmo partiti. Se mi a-
vesse chiamato perché qualcuno si stava avvicinando, voleva dire che c'era
tempo.
La SD era carica e pronta, ma verificai comunque la camera di scoppio e
l'inserimento corretto del caricatore. Quindi controllai che nei caricatori di
scorta la parte superiore dei proiettili fosse nel verso giusto prima d'infilar-
li nella tasca dei pantaloni della NBC. Non volevo cambiare caricatore e ri-
trovarmi con un inceppo causato dalle parti in movimento che avanzando
si bloccavano perché il proiettile non era ben inserito, non è piacevole se a
pochi metri di distanza hai una ASU pronta a tagliarti la gola.
Quando ebbi finito picchiettai sul tetto della Mondeo e raggiunsi il posto
di guida. Suzy scese e fui felice di notare che il suo viso non aveva espres-
sione. Era chiaro che si stava concentrando.
Un taxi avanzò pesantemente fra le pozzanghere nella strada dietro di
noi. Sedetti al volante, controllai che la chiave fosse inserita e arretrai un
poco il sedile. Mentre dietro Suzy organizzava le sue cose, io svuotai le ta-
sche di tutto, tranne gli elementi delle impalcature, telefono schermato e
mio cellulare compresi. Misi tutto nel marsupio che infilai sotto il sedile...
per l'ultima volta, mi augurai. Se le cose fossero filate lisce, lo avrei recu-
perato entro un paio d'ore.
Anche Suzy era pronta. Presi le chiavi, scesi e mi unii a lei che aveva
appeso la sacca alla spalla destra. Misi la mia sulla sinistra in modo che
fosse facile camminare vicini, poi premetti il pulsante di chiusura. «Muoio
dalla voglia di bere qualcosa.»
«Ottima idea. Io prendo un Jack Daniel's e Coca.»
Fece un giro intorno all'auto e controllò ogni porta. Soddisfatta, mi prese
sotto braccio e ci avviammo verso la principale lasciando la chiave sotto
un blocco di cemento che deviava il traffico. Da adesso in poi non avrem-
mo più parlato. Lei avrebbe fatto esattamente quello che facevo io: cercare
di visualizzare ogni fase dell'azione, cercare di creare un film nella testa di
quello che voleva che accadesse, a partire dalla serratura, come se i suoi
occhi fossero le lenti di una telecamera e le orecchie il registratore.
Io visualizzai di varcare la porta con la 9 mm, sollevando i piedi per evi-
tare di fare rumore, poi d'indossare la NBC evitando movimenti veloci.
Immaginai di salire le scale, ogni passo con estrema lentezza, preciso, ai
bordi dei gradini per non farli cigolare. Ultima scena, io che entro in una
stanza, Suzy che mi copre e insieme prendiamo quelli della ASU. Feci ri-
girare il nastro tre o quattro volte nella telecamera dentro la mente, da
quando entravo nel bersaglio a quando ne uscivo con Suzy, Dark Winter e
gli ASU morti.
Suzy prese un pezzo di gomma e cominciò a masticare. Adesso era il
momento di prevedere i casini, non più tardi. Cosa fare se la porta fosse
stata ostruita? E se ci avessero attaccato mentre indossavamo l'attrezzatu-
ra? Cosa se uno fosse scappato in strada con Dark Winter, o se lo avessero
gettato dalla finestra? Premetti play, poi replay, cercando di trovare delle
risposte.
Non sarebbe andato tutto come da copione, non capita mai. Durante l'a-
zione, tutte le situazioni sarebbero state diverse da come le avevamo im-
maginate. Ma i filmati nella testa erano un punto di partenza; significava
che avevamo un piano. Se tutto fosse andato in merda, se non altro a-
vremmo reagito immediatamente invece di restare fermi a compiangerci.

42

Controllai il Traser: erano passate da poco le due, ma era improbabile


che gli ASU dormissero. Ogni sibilo d'aria compressa dei freni nella strada
e ogni raspare di un topo sull'intonaco li avrebbero fatti sussultare. Qual-
cuno magari se ne stava raggomitolato nei nuovi sacchi a pelo, ma di certo
almeno uno era di guardia. Cos'era peggio? Ed era importante? Ciò che
contava era che quei bastardi erano dentro e presto ci saremmo stati anche
noi.
Svoltammo a sinistra in direzione King's Cross. Tutti i posti in cui si
mangiava ormai erano chiusi, ma i marciapiedi erano lerci dei loro incarti e
di montagne di vecchie lattine di Stella. In giro c'erano meno ubriachi e un
paio di puttane in più rispetto a prima, ma la tipologia dei personaggi era
più o meno la stessa. La telecamera era puntata verso l'altro lato della stra-
da e sulla stazione di polizia. Forse a quell'ora della notte i vetri a specchio
necessitavano più protezione del pubblico.
Raggiunto l'incrocio che ci portava alla prua della nave, Suzy prese dalla
tasca dei jeans il set di attrezzi per serrature Ward. Non eravamo fuori po-
sto nel quartiere: era zona di alberghetti a poco prezzo, gente con lo zaino
e turisti con pochi soldi erano ovunque giorno e notte. Attraversammo la
strada tenendoci abbracciati, come se cercassimo lo spaccio di kebab di
Jim.
La guardai e le sorrisi. «Pronta?»
Mi restituì il sorriso. «Puoi scommetterci.» Guardò oltre me verso la
CCTV della stazione. «È sempre puntata verso la strada.»
Svoltammo a sinistra in Gray's Inn. Raggiunto il bersaglio posai a terra
la sacca e mi misi in posizione: schiena contro la porta e braccia spalancate
per accogliere lei. Sorrise, posò la sacca vicino alla mia e si abbandonò al
mio abbraccio. «Appena a sinistra.» Mi spostai come aveva richiesto e
sentii il lucchetto contro la spalla sinistra mentre le carezzavo i capelli ba-
gnati e la guardavo adorante. Sollevò il braccio per la chiave, poi cercò di
vedere oltre la mia spalla e di trovare la posizione giusta per aprire il luc-
chetto. «Va bene così, resta come sei. Ci siamo, fermo.»
In giro non c'era nessun altro, non che importasse. Qualunque cosa fosse
accaduta, avremmo continuato, come avevamo fatto a King's Lynn con il
muro. Star lì a cazzeggiare serve solo a farsi notare di più.
Dalla strada giunse un persistente suono di basso, proveniva dallo stereo
di due auto che accelerarono e bruciarono il semaforo davanti alla prua
della nave a non più di venti metri da noi. Suzy si era impossessata della
chiave sopra la porta. Subito dopo sentii il gancio del lucchetto uscire
dall'occhiello e il suo respiro contro il collo. «Facile.»
Suzy spostò un poco la testa verso di me mentre io controllavo le fine-
stre sopra i negozi di fronte. «La porta si apre.» Si girò appena per control-
lare la CCTV della stazione. Sorrisi e annuii.
Spostai la destra dalla sua schiena e la infilai fra i nostri corpi. Se fosse
passato qualcuno avrebbe pensato che stavo dando una toccatina. Si scostò
appena per consentirmi di accedere sotto la felpa.
«Fermo, fermo.» Due figure in avvicinamento, sul nostro lato della stra-
da, provenienti dalla poppa della nave.
Avevo ancora la mano fra noi, adesso salda sull'impugnatura della pisto-
la. Erano un paio di ragazzini, in giro a festeggiare. Videro entrambi dove
avevo la mano e ovviamente pensarono che fosse la mia serata fortunata.
Ci superarono con un ghigno e un «ehi, mettilo dentro». Suzy mi baciò con
forza sulle labbra. Adesso sapeva più di gomma che di vomito. Con la si-
nistra la strinsi ancora più forte. Forse era l'ultima occasione che avevo di
baciare una donna.
Sparirono verso la stazione. Dopo un'ultima occhiata in giro presi il co-
mando. Tenevo la porta con la sinistra. «Pronta?»
Sputò la gomma e annuì. Impugnai la Browning con maggior forza. Re-
spiro profondo. «Okay, pronti... pronti... via.»
Arretrò lievemente per lasciarmi spazio e io estrassi la pistola e armai il
cane con il pollice.
Tra la porta e l'infisso c'era uno spazio di circa trenta centimetri. Con
l'arma bassa contro il torace, feci un passo di lato e sgusciai nel piccolo in-
gresso, sempre tenendo la porta. All'interno era buio pesto. Nel momento
esatto in cui i miei piedi poggiarono sul cemento estrassi la pistola e mi
piegai a metà per offrire un bersaglio minore. Polpastrello sulla prima
pressione del grilletto. Una lama di luce dalla strada illuminava il percorso
verso una scala coperta di linoleum a circa otto metri di distanza. Mi spo-
stai dalla porta per lasciar passare Suzy, la Browning sempre alta davanti a
me e retta con entrambe le mani per darle maggiore stabilità.
Con la Browning puntata sulla scala sollevai in alto un piede per essere
sicuro di non urtare nessuna schifezza per terra. Gli occhi saettavano in gi-
ro. La scala era circa cinque o sei passi davanti a me. Un veicolo passò in
Gray's Inn alle mie spalle e un lampo di luce bianca inondò l'ingresso.
Sulla mia sinistra c'era una porta chiusa. Mi fermai e attesi che Suzy ri-
chiudesse il portone. Buio completo, adesso. Rimasi immobile, bocca a-
perta e orecchio puntato alla scala. Tacchi alti di donna ticchettarono sul
marciapiede. Qualcuno le suonò il clacson. Poi un fruscio soffocato: Suzy
stava togliendo le SD dalle custodie. Qualche istante dopo l'avevo vicina.
Riposi con un movimento lento la pistola nei jeans e con il pollice destro
feci scattare la sicura. Tenevo gli occhi fissi sulla porta chiusa e le orecchie
tese alle scale. Sollevai la mano destra e lei ci si avvicinò. Un istante di e-
sitazione e afferrai il metallo freddo della SD raggiungendo a tasto l'impu-
gnatura, finché con il pollice non alzai la sicura.
Il retro del mirino emanava un bagliore flebile. La sinistra scese alla ta-
sca frontale dei jeans dove tenevo la Mag-Lite. La feci ruotare con la boc-
ca. Con le dita coprii quasi interamente la lente in modo da lasciar filtrare
solo un piccolissimo filo di luce.
La porta era rivestita di legno. Due serrature sulla sinistra coperte di ver-
nice che si sfogliava. Una più o meno a metà altezza, insieme con una ma-
niglia di ottone, l'altra ad altezza mento. Si apriva verso l'interno.
Puntai la pila appena sopra la maniglia in modo che Suzy potesse vedere
e mi spostai dal lato dei cardini cercando di fare del mio meglio per evitare
pezzi d'intonaco caduto e la sporcizia di cui era coperto il pavimento. Feci
anche attenzione a che il fascio di luce non puntasse dritto nel buco della
chiave e fosse quindi visibile dall'altra parte.
Suzy sapeva quello che volevo. Con la mano coperta dalla felpa afferrò
con calma ma saldamente la maniglia. Il resto del suo corpo rimase contro
il muro, in caso dall'altra parte si fosse manifestato qualcuno con un'arma
in pugno.
Mi misi in posizione. Con la spalla destra ancorata all'infisso aprii la
parte estensibile dell'impugnatura della SD finché gli incastri non scattaro-
no.
Caricai l'arma sulla spalla destra e inghiottii la saliva che mi si era rac-
colta nella bocca aperta. Avrei potuto lasciarla colare ma non volevo semi-
nare DNA. Sistemai la testa in modo da alloggiare contro la guancia l'ac-
ciaio della leva che bloccava quel lato del calcio e afferrai la canna silen-
ziata con la sinistra.
Alla tenue luce della pila vidi che anche Suzy aveva aperto il calcio
dell'arma. La sua destra era serrata sull'impugnatura, con l'arma puntata a
terra portò il calcio sulla spalla destra. Quando vidi che la sinistra era tor-
nata sulla maniglia spensi la pila.
Uno scoppio di risa per strada. Abbassai la leva della sicura fino al pri-
mo clic. Era su colpo singolo. Mi staccai lentamente dal muro e tastai l'aria
fino a toccare Suzy. Un colpetto leggero a quello che speravo fosse il suo
braccio, poi la mano tornò alla canna.
Sentii cigolare la maniglia. Calcio sulla spalla, entrambi gli occhi aperti,
mirino alzato, arma puntata nel punto in cui la porta si sarebbe aperta.
Cominciai ad avanzare. Il battente si aprì di qualche centimetro, la luce
opaca della strada filtrava all'interno attraverso i buchi vuoti dei ventilatori
per l'estrazione dell'aria posizionati in alto vicino al soffitto. Mi spostai a
sinistra, fuori dal vano della porta, entrambi gli occhi aperti, e mi bloccai.
Gambe piegate, mi allungai sull'arma fino a renderla parte di me. Suzy en-
trò e si spostò a destra.
Adesso eravamo entrambi fuori dal vano della porta, all'interno del ne-
gozio di kebab di Jim. La luce della strada, lato Pentonville, filtrava da
un'apertura di una ventina di centimetri fra le tavole di legno sopra le ve-
trine di MTC. C'era una porta sulla destra, socchiusa. Suzy si avvicinò, ra-
pida, ma attenta a non far rumore con i detriti. La seguii. Lei prese posi-
zione dal lato dei cardini, di fronte all'apertura, arma alta, in attesa che io
la coprissi.
Le ero alle spalle quando fece il primo passo nella stanza adiacente. La
seguii, mi spostai a destra, il pollice controllava senza posa che la leva fos-
se su colpo unico.
MTC era un locale piccolo, giusto un vecchio bancone e delle scaffalatu-
re. Attraverso la barriera dei pannelli di legno ci giunsero delle voci altera-
te. Una lite tra un autista di minicab e un gruppo di nottambuli. Seguii le
voci con gli occhi, un uomo appoggiato al 297 diceva al tassista che poteva
infilarsi la corsa su per il culo perché venticinque sacchi erano troppi per
andare a Herne Hill. La porta aveva due serrature, una in alto e una in bas-
so.
Tornai nel locale di Jim, arma sempre sulla spalla, calibrando bene i pas-
si tra la schifezza sul pavimento. Adesso che la visione notturna stava en-
trando in funzione riuscii a distinguere una lama di luce che dal fondo del-
la porta da cui eravamo entrati si allungava nel corridoio. Passò un paio di
auto.
Suzy copriva la scala mentre io estraevo dai jeans i pezzi d'impalcatura.
Cercando di fare meno rumore possibile ne incuneai tre fra la porta e l'in-
fisso. Non volevo perdere tempo: ne infilai con forza uno a un terzo dall'al-
to, uno a un terzo dal basso. E uno sotto. In nessun modo quella porta si
sarebbe aperta in fretta.
Recuperate le sacche rientrammo da Jim. Ancora una volta Suzy coprì la
mano con la felpa prima di chiudere la porta. La stanza era sporca e così
impregnata di grasso che potevo sentirne il sapore.
Un veicolo di emergenza passò a tutta velocità in Pentonville dall'altro
lato di MTC e la luce azzurra rimbalzò sul soffitto. Andai a bloccare la
porta del 297 con i pezzi d'impalcatura avanzati. Suzy intanto indossava la
NBC.
43

Mi unii a Suzy e indossai la tuta NBC con la SD sempre a portata di ma-


no, posta sul lato sinistro, così da non dovere far altro che impugnarla e far
scattare la sicura con il pollice. Mantenni sempre gli occhi puntati sulla
porta chiusa.
In un attimo fui pronto, respiratore escluso. Infilai la pistola nella tasca
situata nella sezione frontale della casacca e controllai che i caricatori di
scorta della SD - dentro le sacche applicate ai pantaloni - avessero i proiet-
tili rivolti verso il basso e la parte concava del caricatore girata all'interno.
Se avessi dovuto cambiare caricatore non avrei dovuto fare altro che infila-
re la mano in tasca, prenderne uno che avrei trovato con i colpi verso l'alto
e il lato concavo nel verso giusto per essere infilato nell'arma. Almeno in
teoria. In realtà i caricatori si sarebbero mossi e girati, ma a me piaceva
pensare che fossero posizionati correttamente all'inizio di un lavoro.
Sempre più concentrato verificai per l'ultima volta che il caricatore fosse
inserito bene e che la leva si spostasse libera fino al selettore del tiro a raf-
fica. Mentre Suzy si piegava per allacciare gli stivali, controllai la parte e-
stensibile del calcio per essere sicuro che i due giunti fossero bloccati. C'e-
ra un po' di lasco nelle giunture, ma quegli affari non danno mai la solida
posizione di tiro che si ottiene con quelli a pezzo unico.
Avrei preferito essere coperto dalla testa ai piedi di Kevlar antiproiettile,
ma a parte quello ero pronto. Un ultimo controllo con il pollice che la sicu-
ra fosse inserita e con il respiratore nella sinistra iniziai a muovermi solle-
vando con estrema cautela un piede dopo l'altro per abituarmi di nuovo a-
gli stivaloni di gomma.
Mentre raggiungevo la porta, dall'esterno arrivò un rumore di tacchi alti
e di risate. Mi spostai sulla destra, vicino alla maniglia, poi mi accucciai e
posai a terra la SD. Controllai che la valvola della pressione del respiratore
fosse chiusa, liberai la fronte dai capelli e mi coprii il viso con il respirato-
re. Verificai la tenuta e che la bombola fosse fissata bene.
Trassi qualche respiro lento e profondo per ossigenarmi e inspirai l'odore
acuto di gomma nuova. Quindi mi alzai. Arma nella destra, calcio contro
la spalla, indice dritto sul coprigrilletto, pollice pronto a disinserire la sicu-
ra, ultima verifica al mirino della SD.
Suzy sistemò il calcio dell'arma contro la spalla, nella zona morbida tra
clavicola e articolazione, poi si appiattì contro il muro dall'altro lato della
porta. Mi sporsi in avanti e avvicinai l'orecchio destro contro la porta. Non
sentii altro che i veicoli in strada avanzare fra le pozzanghere. Tornai eret-
to e mi misi in posizione di tiro, gambe aperte allineate con le spalle, corpo
in avanti, ginocchio sinistro flesso, curvato sull'arma in modo che fosse,
ancora una volta, parte di me. Suzy si protese e afferrò la maniglia. Annuii
e lei la abbassò.
Con uno scricchiolio la porta si schiuse d'un soffio, cinque centimetri,
dieci, quindici. Buio. Non vedevo altro che buio. Quando l'apertura fu di
circa cinquanta centimetri, spostai lentamente il piede sinistro sulla soglia
e posai il bordo dello stivale nel corridoio. Sentii dei frammenti d'intonaco
contro la gomma e mi spostai di qualche centimetro fino a che non trovai
uno spazio pulito. Eseguii la stessa operazione con il destro, tastando fino
a individuare un piccolo spazio di cemento libero. Alla mia destra, un filo
di luce filtrava sotto la porta da cui eravamo entrati e dall'altro lato due
veicoli procedevano tra le pozzanghere gonfie di pioggia.
Sempre respirando con la bombola, mi aprii un varco fino alla scala che
si trovava quattro passi alla mia sinistra. Avevo gli occhi spalancati, l'arma
a quarantacinque gradi, puntata nel buio.
Raggiunsi il fondo della rampa e scrutai l'oscurità. I polmoni faticavano
a riempirsi d'aria.
Sentii il debole fruscio della NBC di Suzy e mi voltai. Era sulla soglia,
l'arma alta, e copriva il buio sopra di me. Lei sarebbe stata il mio piede a
terra in quel pezzo dell'azione. Mentre io mi concentravo a salire le scale
più veloce e silenzioso che potevo, lei sarebbe rimasta ferma. Quando mi
fossi fermato, lei mi avrebbe raggiunto. Se si fosse presentato un problema
sarebbe stato difficile per lei aprire il fuoco senza correre il rischio di col-
pirmi e più in alto fossi salito più avrei invaso il suo spazio di mira. Se si
fosse andati sul rumoroso, il mio piano era di appiattirmi a terra e scivolare
indietro per le scale lasciando che fosse lei a colpire qualsiasi cosa si tro-
vasse sopra di me.
Tempo di andare. Feci un lento respiro profondo. Ogni muscolo del cor-
po in tensione per mantenere una salda posizione di sparo.
Mi spostai a destra della scala per concedere a Suzy un arco di tiro ap-
pena più ampio, sollevai il piede destro e lo feci avanzare stando attento a
vecchie lattine o a sacchetti fruscianti, tutto quello che poteva provocare
rumore. Quando la punta del piede toccò il muro lo posai sul primo gradi-
no con il peso spostato in avanti. Il legno scricchiolò più forte del rumore
del mio respiratore. Mi bloccai in ascolto. Niente.
Portai tutto il peso sul piede destro e ripetei la sequenza con il sinistro
nel gradino successivo, il corpo contro il muro. Il sudore mi faceva prudere
la pelle. Gli occhi puntati verso l'alto si stavano lentamente abituando
all'oscurità. Sembrava che lassù ci fosse un pianerottolo, non sapevo se ci
sarebbe stata anche una porta. Mi fermai sul quinto gradino, roteavo gli
occhi nel tentativo di distinguere forme o sagome nel buio. Non ci riusci-
vo: ancora non riuscivo a vedere niente. Dei visori notturni sarebbero stati
molto utili.
Avanzai piano lungo i gradini, a ogni scricchiolio mi fermavo, in attesa
di sentire reazioni dall'alto. Ormai avevo il viso completamente bagnato:
mi sembrava che il respiratore galleggiasse sopra la pelle. Ogni muscolo
era in tensione, perché usavo tutta la forza delle gambe per avanzare e
mantenere l'equilibrio, mentre sguardo e arma erano puntati verso l'alto.
Ero a metà strada dal pianerottolo, forse dieci o dodici gradini ancora,
quando il piede destro cominciò a tremare e fui costretto ad appoggiarmi al
muro per sostenermi. Inalai ossigeno come un sommozzatore. Il respirato-
re produceva il rumore di una cascata. Il sudore mi colava lungo la schie-
na; la parte dei jeans che copriva le cosce era fradicia e appiccicata alla
pelle.
Nessuna porta sul pianerottolo, solo muro intonacato. Adesso dall'alto
proveniva una luce diversa, probabilmente filtrava dalla finestra del primo
piano. Veniva da destra, e ciò poteva significare che la scala girava su se
stessa.
Avanzai a fatica, sempre con la schiena contro il muro, tutto concentrato
sulla qualità della luce, cercavo d'individuare ogni variazione d'intensità
che poteva essere indizio di movimento nella rampa successiva.
Ancora qualche gradino e alla fine raggiunsi il pianerottolo. Con l'arma
sempre contro la spalla attraversai l'arco di tiro di Suzy e mi appiattii
nell'angolo di sinistra delle scale.
Da dove mi trovavo riuscivo a vedere sei o sette gradini, che portavano
in alto verso la luce, ma non mi sarei spostato per non correre il rischio di
farmi vedere da qualcuno lassù; volevo Suzy accanto a me a darmi coper-
tura. Guardai in basso e vidi la sua sagoma scura che emergeva piano
nell'ombra. Certamente teneva bassa l'arma ed era concentrata in modo da
spostarsi producendo meno rumore possibile.
Occhi e orecchie erano al massimo dell'attenzione per individuare mo-
vimenti o suoni, ma non sentii altro che qualche cigolio dal basso, i miei
respiri affaticati nel dannato respiratore e l'occasionale mormorio del traf-
fico.
Rimasi fermo, arma alta e la sensazione della pozza di sudore intorno al
sigillo. Odiavo quel congegno ma mi sembrava sempre un miracolo che il
vetro davanti agli occhi non si appannasse. Aprii la bocca e mi sporsi in
avanti per ascoltare ancora, cercando d'ignorare il ruscello di saliva che mi
scendeva lungo il mento.
Un paio di minuti dopo Suzy fu a due passi da me, la schiena contro il
muro di destra, SD di traverso davanti al torace.
Mi fece un cenno e io ripresi ad avanzare, schiena contro il muro, arma
alta, centimetro dopo centimetro fino a che la debole luce che veniva da
sopra non m'inondò.
Stavolta ero rimasto sul lato sinistro della rampa; Suzy si tenne a destra
mentre io cominciavo a salire. Avevo la schiena madida e le mani bagnate
dentro i guanti di gomma. Morivo dalla voglia di usarli per detergermi il
sudore che mi pungeva le palpebre.
Quando arrivai con la testa all'altezza del pianerottolo del primo piano,
riuscii a vedere da dove proveniva la luce: una finestra sporca alta quasi
due metri che dava sulla strada.
La pioggia che batteva contro il vetro confondeva il rumore del traffico
e, mi augurai, anche quello del nostro avanzare. I locali sopra Costcutter,
che erano esattamente di fronte e alla stessa altezza, non mostravano segni
di movimento dietro le tendine cascanti alle finestre.
Ero a metà del passo successivo quando sentii un rumore, il rumore di
qualcosa che gratta, da sopra.
M'irrigidii, bocca aperta, senza respirare.
In strada un camion passò rombando.
Era un'asse del pavimento che si sistemava per la notte o era un topo?
Possibile.
Poggiai il piede per essere più stabile e ripresi a respirare. Inghiottii sali-
va a fiotti. Restai immobile in attesa di sentirlo una seconda volta.
Passarono sei minuti, forse sette. Stavano per venirmi i crampi. Ogni
tanto transitava un veicolo e un paio di vagabondi litigò nel vano di una
porta. Poi riprese a piovere forte e l'acqua iniziò a battere contro il vetro.
Guardai in basso verso Suzy che non si era mossa dal pianerottolo e te-
neva il fucile puntato verso di me. Non era importante se anche lei avesse
sentito o no. Aveva intuito che qualcosa non andava perché mi ero ferma-
to. Avrebbe reagito a seconda di quello che avessi fatto io.
Attesi altri trenta secondi, poi avanzai, arma alta, calcio contro la spalla,
pollice a controllare la posizione di colpo singolo. Mi mantenni vicino al
muro di sinistra finché non raggiunsi il pianerottolo e poi l'angolo all'e-
strema sinistra per tenermi lontano dalla finestra. Granelli di luce opaca e
ombre fluivano sulle tavole del pavimento, mentre la pioggia scivolava sui
vetri.
Di fronte a me, oltre la finestra e la successiva rampa di scale, c'era una
porta chiusa. Una semplice porta da interno da poco prezzo di colore chia-
ro con la maniglia sul lato sinistro.
Suzy mi raggiunse mentre io cercavo di inalare ancora ossigeno dal re-
spiratore. Si fermò molto vicina al pianerottolo con la schiena contro il
muro a destra in attesa di un mio cenno.
Strisciai lungo il muro, fucile in posizione. La luce della finestra finiva a
circa un terzo della rampa che saliva. Mi fermai quando la spalla raggiunse
l'infisso della finestra. Vedevo la strada fino alla stazione di polizia sempre
chiusa. Mentre un camion passava rombando, Suzy si abbassò e attraversò
lo spazio davanti a me e prese posizione di fianco alla porta. 'Fanculo la fi-
nestra, dovevo passarci davanti. Raggiunsi Suzy, ero pronto a entrare, pol-
lice su colpo singolo, sinistra sulla canna, polpastrello sul grilletto alla
prima pressione.
Feci un cenno e Suzy afferrò la maniglia e la girò. Con un cigolio mini-
mo la porta si aprì di qualche centimetro. Vidi della luce, prima da un lato
della prua della nave poi dall'altro. Superai la soglia e mi spostai subito
sulla sinistra, scrutai tutta la stanza, sempre abbassato, per sgombrare il
campo per Suzy che fu subito dietro di me.
Compiuti tre passi all'interno mi fermai chino sull'arma. Vedevo l'intera
prua della nave. Non c'erano suddivisioni come al piano di sotto ma un u-
nico grande spazio aperto. Una vecchia scrivania di metallo e un paio di
sedie di plastica capovolte. In mezzo alla stanza, appoggiato su un fianco,
un disco satellitare in plastica di circa un metro e mezzo di diametro. Il re-
sto del locale era nello stesso stato di degrado. Lì la pioggia batteva molto
forte sui vetri, tanto che sembrava di essere dentro un tamburo. Dall'altro
lato della strada l'insegna opaca della stazione di King's Cross luccicava
verso di noi.
Respirai un paio di volte, lentamente. Stavo per tornare verso la soglia
quando echeggiò un colpo secco. Veniva da sopra.
Suzy non si mosse ma alzò di scatto la testa.
Cercai di non respirare. La saliva mi colava lungo il mento.
Il rumore veniva da sopra, nessun dubbio.
Erano di sopra. I bastardi erano di sopra, proprio sopra di noi, da qualche
parte al secondo piano.

44

M'irrigidii, la testa sempre rivolta verso il soffitto.


Chiusi gli occhi per concentrarmi ancora di più, ma il rumore non si ri-
peté. Mi giunse solo il tamburellare della pioggia e, di tanto in tanto, rumo-
re di traffico sull'asfalto bagnato.
Passarono due o tre minuti. Ero sicuro che il suono fosse venuto da de-
stra, dal lato del soffitto verso Pentonville.
Ancora niente. Decisi di raggiungere Suzy sollevando bene i piedi per
evitare lo stesso errore di quelli di sopra. Le strinsi una spalla e feci un ge-
sto verso la parte destra del soffitto, poi alzai le spalle dubbioso. Lei solle-
vò una mano indicando un punto più verso il centro e la fece ondeggiare
per farmi capire che non ne era certa.
Ma, da qualsiasi punto fosse venuto, sapevamo entrambi con assoluta
certezza che si trattava di un rumore provocato da un essere umano.
Stavamo perdendo tempo, potevano esserci delle serrature lassù o altri
ostacoli da riuscire a superare, o allarmi da evitare. Non c'era bisogno di
parlarne con lei, si stava già muovendo verso la porta ancora aperta. Girai
su me stesso, calcio contro la spalla, pollice su colpo singolo, e la seguii.
Mi portai a destra dell'infisso e mi abbassai fino a vedere metà della
rampa. Sistemai la guancia contro il metallo freddo della giuntura del cal-
cio e buttai un occhio al mirino. Il cerchio e il puntino erano sempre al loro
posto. Rassicurato, avanzai nel pianerottolo e su per le scale lungo il muro
di sinistra, Suzy era dietro di me per coprirmi.
Ogni due o tre gradini mi fermavo in ascolto e poi continuavo. La luce
che veniva dal basso era appena sufficiente per consentirmi di distinguere
il pianerottolo del secondo piano, che si allungava a destra e a sinistra.
Quando la mia testa fu all'altezza dell'ultimo gradino, lasciai cadere la
sinistra e puntai il fucile contro il soffitto con la sicura inserita per evitare
che partisse un colpo involontariamente. Ciò di cui avevo bisogno adesso
era una postazione valida per ispezionare il pianerottolo a sinistra e a de-
stra. Si allungava per cinque o sei metri in entrambe le direzioni, chiuso al-
la fine da porte antincendio con grandi maniglioni in alluminio. Quando mi
accucciai sui gradini la gomma degli stivali emise un debole cigolio. Feci
cenno a Suzy di raggiungermi. Non sapevo cosa c'era al di là delle porte
ma mi ero fatto un'idea e la volevo vicino a me prima di continuare.
In un attimo mi fu accanto, sulla destra. Con il pollice indicò verso sini-
stra per suggerirmi da quale lato dovevamo andare secondo lei.
Con un cenno le comunicai che ero d'accordo e cominciai ad avanzare
nel pianerottolo verso sinistra. Tenevo l'arma alta. Volevo evitare che le
finisse addosso e, più ancora, il rumore metallico delle due armi che si
scontravano. Suzy aveva preso posizione dietro di me, avrebbe coperto
l'altra porta e le scale fino a nuove istruzioni.
La porta era inserita a livello del muro, i cardini erano sulla sinistra, si
apriva verso di noi, da destra, con un braccio a pressione. Mi avvicinai, la
SD era di nuovo contro la spalla, sbattevo di continuo le palpebre per cer-
care di liberarle dal sudore prima di portare la testa contro la porta. Posai
l'orecchio destro appena sotto la maniglia nel punto in cui incontrava l'in-
fisso. Per alcuni secondi fu come ascoltare una grande conchiglia e non
sentire altro che il mare; poi, da qualche parte dall'altro lato, sentii una por-
ta cigolare e dei passi. Venivano verso di me.
Compii due veloci balzi all'indietro e mi curvai sul fucile, occhi sbarrati,
non li strizzavo più. Cosa fare se fossero usciti in due? Cosa se ce n'era
uno solo, ma con qualcuno dietro che lo copriva? La conclusione era sem-
pre la stessa: se qualcuno avesse varcato la porta avrei tirato. Non c'era
tempo per controllare Suzy, avrebbe saputo come muoversi vedendo la
mia reazione e mi avrebbe dato copertura.
I passi si avvicinarono. Mi portai sulla prima pressione.
I passi si bloccarono. Respirai e fissai la porta, pronto a far fuori chiun-
que fosse inquadrato nel piccolo schermo del mirino.
Ancora niente.
Poi, esattamente al di là della porta, sentii un rumore conosciuto. Il ba-
stardo stava pisciando in un secchio.
Sembrò non finire mai. Il sudore scorreva all'interno del guanto destro e
gocciolava dalla palpebra sinistra, bruciava e mi confondeva la vista.
Feci un altro respiro e sentii un bisbiglio. Non proveniva da quello che
stava facendo pipì, ma da un punto più lontano. Il flusso rallentò e, dopo
qualche altro spruzzo intermittente, finì.
I passi tornarono indietro. Rilasciai la prima pressione e tornai in posi-
zione contro la porta, sicura inserita, dito lungo la protezione del grilletto.
Sentii tossire e poi più nient'altro se non il mare.
Il secchio era un'ottima procedura. Anche se la fornitura dell'acqua non
fosse stata sospesa, non avrebbero fatto scorrere acqua nei bagni.
Era arrivato il momento di entrare. Mi allontanai dalla porta fino a rag-
giungere Suzy. Era piegata sull'arma e copriva l'altro lato.
La sentivo respirare dalla bombola. Sollevai l'indice e il medio, abbassai
il pollice, indicai il suo viso e poi la porta. Si voltò e si avvicinò alla porta
bersaglio mentre io mi preparavo a fare fuoco e con uno scatto della testa
cercavo di liberarmi di quel dannato sudore che mi andava negli occhi.
Suzy, ferma a sinistra, fece un ultimo controllo con me e poi aprì piano
la porta. Il braccio a pressione cigolò, non tanto, ma a me sembrò forte
come un colpo di pistola.
Quando ci fu spazio sufficiente sgusciai piano nel buio, testa e spalle
basse. Non c'erano finestre, solo muri pieni su entrambi i lati. Avevo il vi-
so zuppo e la gola secca mentre avanzavo con gli occhi spalancati cercan-
do di respirare lentamente per ridurre il rumore. Sentii il clic soffocato del-
la porta antincendio che si chiudeva sotto la supervisione di Suzy, poi sen-
tii qualcosa di molle e scivoloso sotto lo stivale. Avevano fatto dell'altro,
lì, non solo pipì.
Sentii borbottare davanti a me, voci a una decina di metri, forse più lon-
tane. Mi bloccai. Non vedevo altro che il debole bagliore del mirino della
SD, anche se gli occhi cominciavano ad abituarsi. Mi sporsi in avanti per
ascoltare meglio.
Passarono tre o quattro minuti e cominciai a distinguere una porta chiusa
a un paio di metri di distanza sulla sinistra. Mi avvicinai a piccoli passi. E
se non fossero stati insieme? E se erano divisi e in stanze diverse? Dalla
fessura sotto la porta non filtrava luce.
Sentivo suoni soffocati provenire un po' più avanti nel corridoio, due,
forse tre voci che bisbigliavano. Non riuscii a distinguere la nazionalità,
ma che cazzo me ne fregava? Non sapevo se Suzy le aveva sentite, ma se
io mi fossi fermato si sarebbe fermata anche lei. Era tempo di tirare su i
cappucci.
Con l'arma puntata verso il soffitto, girai lentamente su me stesso in mo-
do da non mettermi sulla sua traiettoria o scontrare qualcosa.
Non avevo compiuto più di due passi verso di lei quando Suzy venne i-
nondata da una luce alle mie spalle. Come vidi il riflesso sulle lenti mi ab-
bassai sulle ginocchia per lasciarle più spazio. Mentre mi giravo l'onda
d'urto della raffica mi sfiorò la testa.
Tud, tud, tud.
La luce proveniva da un'altra porta, a non più di dieci passi verso sini-
stra. Nessun rumore di un corpo che piombava a terra, solo una luce porta-
tile lasciata cadere e del fumo che saliva in spirali nel corridoio.
Nella stanza esplosero urla e grida. Suzy mi superò mentre correvamo
verso la luce pronti a fare fuoco. Non c'era tempo per cazzeggiare, entrò
decisa e si portò sulla destra.
Forme confuse in movimento: caricò a testa bassa.
Andai verso sinistra mentre lei scaricava un'altra raffica da tre colpi.
Stanza grande. Chiazze di luce sul pavimento. Fumo di sigarette. Tante
ombre. Disordine. Scritte sui muri. Bersaglio a sinistra, dietro una pila di
cartongesso, ancor più a sinistra un'altra porta.
Tutto rallentò. Era a più di dieci metri di distanza. Smisi di respirare.
Con lo sguardo lo seguii mentre si spostava da sinistra a destra, senza
guardarsi intorno, proiettato in avanti, concentrato. Seguii i suoi movimen-
ti, piede sinistro in avanti, piegato sull'arma, ruotavo insieme con lui, con-
trollai che la leva fosse su colpo singolo mentre alzavo l'arma di qualche
centimetro, grilletto già in prima pressione, mirino in campo visivo, il ber-
saglio sul piccolo schermo, ancora in movimento verso destra. Ce lo ave-
vo, il cerchio del mirino raggiunse da dietro la massa centrale del suo cor-
po.
Tud, tud.
I due colpi lo fecero crollare. Tornai al tempo reale.
Ripresi a respirare, mi avvicinai, gli sparai altre due volte nella schiena.
A quel punto vidi dov'era diretto. Sul pavimento, dietro un cartone c'era-
no le bottiglie.
Un corpo mi urtò da sinistra e afferrò la SD. Finimmo a terra.

45

Il suo peso mi schiacciò. Scalciai, cercai di colpirlo a testate. La SD in-


castrata fra noi.
Gambe in jeans ci saltarono addosso, una donna indiana. Afferrò un paio
di bottiglie e fuggì verso la porta.
Fu l'ultima cosa che vidi. Il respiratore venne girato a coprirmi gli occhi
e la mano strappata dall'impugnatura dell'arma. Sentivo odore di sigaretta
nel suo alito, girò la canna verso di me.
Inarcai la schiena e scalciai.
Partì un colpo. A vuoto. Merda, era in vantaggio.
Nel corridoio rimbombarono delle urla.
Sentii il tamburo della SD girare e raschiarmi contro il torace. Avevo gli
occhi ancora coperti. Cercai di spostare il respiratore strofinandolo contro
il tizio che mi teneva a terra, senza smettere di dare calci e agitarmi per te-
nere la bocca dell'arma lontano da me.
Una raffica da tre colpi dall'alto e il peso che avevo addosso si contorse
e urlò. Mi liberai con spinte e calci, mi strappai il respiratore dalla testa.
Suzy era in piedi sopra di lui che strisciava per raggiungere le bottiglie. Al
posto del piede destro aveva una poltiglia di sangue e osso.
Suzy gli piazzò un piede per parte e gli scaricò un'altra raffica da tre nel-
la testa. Il sangue esplose sul linoleum.
Raccolse dal pavimento una torcia a batterie sporca di sangue e si lanciò
all'inseguimento della fuggitiva. Afferrai la mitraglietta. 'Fanculo al respi-
ratore, era troppo tardi adesso. Se quella schifezza era già nell'aria gli anti-
biotici avrebbero fatto meglio a fare il loro lavoro.
Suzy ricomparve con due bottiglie in mano che posò con delicatezza vi-
cino alle altre. «Tre morti, non ce ne sono altri.»
Sollevò la torcia in su e in giù per controllarmi. Succhiava a fatica aria
dal respiratore. «Tutto a posto?»
Mi guardai intorno tra il fumo di sigarette e di cordite. «Sì, credo di sì,
cazzo, pensavo, lo sai...» Recuperai l'equilibrio e sollevai un piede per far-
le vedere cosa avevo attaccato alla suola. Poi indicai la bombola. «Se non
avessimo avuto questi cosi li avremmo trovati soltanto seguendo la puzza
dal negozio di kebab.»
Non era molto divertente ma lei scoppiò comunque a ridere e conti-
nuammo a farlo mentre controllavamo le bottiglie. Del sangue si era rac-
colto alla base ma sembravano tutt'e dodici intatte, con i sigilli di stagnola
intonsi. Mi sentii decisamente molto sollevato dato che respiravo senza
protezione fra tabacco e cordite. Era logico che non avessero aperto le bot-
tiglie fino all'ultimo minuto prima dell'azione per non correre il rischio di
essere contaminati. Se l'attacco avesse subito un ritardo di un paio di gior-
ni, sarebbero stati troppo deboli per portarlo a termine. Tre grosse sacche
sportive in nylon con tracolla, identiche, erano lì vicino insieme con quat-
tro set di vestiti e scarpe nuovi. C'erano cartine della metropolitana e car-
net di biglietti per la Zona Uno su tutt'e quattro le pile, ma solo su tre era
posato un cellulare.
Piegai un ginocchio a terra e iniziai l'ispezione delle sacche. Conteneva-
no ognuna una bombola di metallo piuttosto voluminosa di aria compressa
lunga una sessantina di centimetri. C'era anche un cilindro di plastica dura,
sessanta per trenta di diametro, collegato a un tubo infilato nella stoffa che
terminava nello scomparto dove di solito si mettono le scarpe da tennis.
Suzy sollevò le bottiglie una alla volta e le ripulì dal sangue con una ca-
micia. Io presi una cartina della metropolitana. Contai come minimo una
dozzina di stazioni principali nella Zona Uno. Quattro erano circolettate a
matita, King's Cross inclusa. Tutte erano servite da linee sotterranee. La
lanciai a Suzy e ne presi un'altra; anche in quella c'erano stazioni segnate,
ma erano tutte più a ovest e includevano Paddington e Victoria.
Forse l'unica cosa che avevo imparato a scuola era che il sistema di ven-
tilazione nella sotterranea funzionava come un pistone: i treni spingevano
l'aria davanti a sé mentre avanzavano. Per questo le gallerie sono così a
misura e ogni treno in arrivo è preceduto da una folata. Per diffondere DW
non si sarebbe potuto scegliere un posto migliore.
Suzy lasciò cadere la cartina e raccolse il blocchetto di biglietti più vici-
no. Ne mancavano tre o quattro. «I bastardi devono aver fatto i loro sopral-
luoghi.» Riprese a pulire le bottiglie e io mi guardai in giro. In passato la
stanza doveva essere stata il magazzino di qualche ufficio. Quindici metri
quadri e nessuna finestra. Gli stivali NBC avevano lasciato sul linoleum
una striscia di sangue e merda. Pannelli di cartongesso e scaffali di metallo
grigio ovunque. In un angolo quattro sacchi a pelo aperti decisamente nuo-
vi. Spazzatura, vecchia e nuova, sparpagliata ovunque.
A terra c'erano anche bombolette spray e i muri erano coperti di scritte
in vernice rossa, messaggi in malese, arabo e cinese, qua e là impronte ros-
se di mani aperte e anche un Kiblat disegnato che indicava l'est.
Guardai il cinese che mi aveva assalito e che giaceva scomposto a terra a
faccia in giù. Dai buchi nella testa non fluiva più nulla, ma i suoi capelli
nerissimi erano impastati di sangue che brillava alla luce della torcia. Non
aveva più di trent'anni, indossava jeans, Nike nuove multicolore e una fel-
pa blu.
Dovevamo andare via. «Direi che non serve controllare anche il piano di
sopra, se ci fosse stato qualcuno sarebbe già sceso. Prendiamo le bottiglie e
andiamocene. Passami un sacco a pelo.»
Me ne lanciò uno di quelli nell'angolo; erano del tipo con la cerniera tut-
ta intorno che li trasformava in coperte e iniziò a togliere i cilindri di pla-
stica dalle sacche. Io tornai alle bottiglie nascoste e con estrema cautela ne
infilai una nel fondo del sacco a pelo che arrotolai due volte per protegger-
la, poi ne infilai un'altra e feci altri due giri.
«Tutto il resto rimane qui», indicai i vestiti, «cellulari inclusi. Se Signor-
sì li vede spostare entrerà in azione convinto che noi abbiamo fallito. E poi
sicuramente è già in possesso di tutti i numeri che questi telefoni hanno
chiamato. Noi siamo qui solo per DW.»
Suzy era perplessa. «Inclusa quella di King's Lynn ne abbiamo stesi
quattro e quattro sono i set di attrezzatura, perché le sacche sono solo tre?»
«Finito di impacchettare, daremo ancora un'occhiata veloce. Voglio an-
darmene da qui e consegnare questa merda il più rapidamente possibile.»
Tre bottiglie dopo, Suzy prese il rotolo e lo infilò in una delle sacche
sportive. Poco dopo anche le altre due erano piene. Ci dirigemmo di sotto
senza riuscire a trovare la quarta. Pioggia e vento continuavano a darci sot-
to alla grande. Dalla finestra del pianerottolo vidi davanti alla stazione l'in-
segna illuminata della polizia metropolitana. «Ci mancava solo questo.»
Attraversammo in fretta la finestra e cominciammo a scendere le scale.
Suzy era sempre su di giri. «'Fanculo anche a loro, noi ci giriamo intorno
per raggiungere la macchina.»
Al buio del negozio di kebab ci strappammo di dosso la tuta NBC e la
infilammo arrotolata nelle nostre sacche. Quando raggiunsi il 297 per to-
gliere i blocchi alla porta, il sudore nel collo si era già raffreddato. Non ci
preoccupammo di scaricare le armi. Sentivo Suzy respirare forte dal naso
per recuperare il controllo.
Tutta l'attrezzatura era dentro, la Browning al suo posto nei jeans fradici
di sudore. Misi a tracolla la mia sacca e una con DW e presi l'altra in ma-
no.
Suzy indossava ancora i guanti di gomma e con la manica della felpa to-
glieva le impronte dal lucchetto e dalla chiave. Non le avrei messo fretta.
Dopo un po' si alzò e sorrise. «Qualcosa ti trattiene? Andiamocene.» Infilò
lucchetto e chiave nella tasca della felpa e tirò i polsini in modo da na-
scondere i guanti. «Non so tu», disse, «ma io ho un appuntamento urgente
con il signor Nicorette.»
Usai la Mag-Lite per individuare e togliere i blocchi di metallo che ave-
vo incastrato nella porta. Li misi nella sacca. Spensi la pila. Pronti a uscire.
Suzy era dietro di me con le sue due sacche. Mentre io ascoltavo, lei era
pronta a tirare indietro la porta. Fuori trovammo solo vento e pioggia. Feci
un cenno e lei aprì. La luce si riversò nel corridoio e la prima cosa che sen-
tii fu la pioggia che batteva sul marciapiede.
Attesi mentre il vento aggrediva il sudore: non c'era fretta. Volevamo sì
uscire velocemente, ma anche fare le cose per bene. Cercai d'individuare
rumore di passi, niente. Guardai fuori. Due persone erano piegate sotto un
ombrello mezzo rotto, si stavano allontanando da noi, nessun altro in vista.
Vista la situazione era tempo di andare. Uscii nella pioggia con due sacche
sulla spalla e una in mano e gli occhi fissi alla stazione di polizia. Il vento
freddo sferzava contro i vestiti bagnati che diventavano sempre più fradici.
Sentii la porta chiudersi alle mie spalle e il lucchetto entrare nell'anello.
«Tutto fatto.» Svoltammo a sinistra, allontanandoci dalla stazione, diretti
verso King's Cross Bridge e la poppa della nave. Suzy infilò la chiave nella
felpa proprio quando in lontananza partirono delle sirene e due agenti di
polizia - un uomo e una donna con giubbotti di un giallo brillante - com-
parvero da dietro l'angolo di Gray's Inn. La fortuna era dalla nostra: erano
dall'altro lato della strada e piegati per proteggersi dalla pioggia sferzante.
Per niente interessati a noi, o alle nostre sacche, o alla chiave che Suzy la-
sciò cadere in un tombino. Da quelle parti era pieno di gente come noi in
cerca di un riparo dove poter dormire.

46

Con estrema cautela depositammo le tre sacche sportive all'interno della


Mondeo, nello spazio davanti ai sedili posteriori, e buttammo le nostre nel
bagagliaio.
Anche se era bagnata fino al midollo e con i capelli appiccicati alla testa,
Suzy era sempre eccitata. «Hai visto tutte quelle scritte e le impronte?»
Annuii. «Stessa gente dell'11 settembre, direi, quei bastardi volevano far
sapere al mondo intero chi erano e perché l'avevano fatto.»
Suzy inserì la chiave. «Non c'era DW nelle bombolette. Forse la ragazza
era tornata indietro per riempire i muri di scritte.»
Portai una mano sotto il sedile e recuperai il telefono schermato. La prio-
rità per Suzy era la gomma da masticare: cominciò a ruminare non appena
si staccò dal marciapiede. Mascelle e tergicristallo facevano gli straordina-
ri.
La pioggia mi gocciolava dai capelli, dal naso e finiva sui tasti del tele-
fono mentre digitavo il numero di Signorsì.
«Sì?»
Mi chiesi se avesse mai considerato di frequentare un corso di buone
maniere. «Fatto, siamo in auto. Tre morti...»
«Avete Dark Winter?»
«Sì, dodici bottiglie. Tre set di attrezzatura per vaporizzare sono ancora
all'interno dell'edificio, ma i carnet dei biglietti e le cartine della metro so-
no quattro. Metropolitana, di sicuro l'attacco era previsto per domani.»
«Bottiglie aperte?»
«No, tutte ancora sigillate. Hanno scritto sui muri e lasciato impronte per
essere identificati. Stesse bombolette che abbiamo trovato a King's Lynn.
Ma dov'è la quarta sacca? Dobbiamo andare a prendere la fonte e vedere
cosa sa? C'è qualcosa che non quadra.»
Pausa. «C'è sempre qualcosa che non torna con queste persone. Abbia-
mo il controllo su Dark Winter, ed è questa l'unica cosa che conta per ora.
Aspetta.» La sua voce mi giungeva attutita, forse aveva coperto il micro-
fono, ma riuscii a sentirlo ugualmente. «Forse si tratta delle reti della me-
tropolitana, passa l'informazione.» Tornò a me forte e chiaro. «Quanto vi
ci vuole per raggiungere Pimlico?»
Stavamo passando davanti al Madame Tussaud, direzione ovest, i tergi-
cristallo sempre a tutta birra. «Direi quindici minuti, venti al massimo.»
«Yvette è già partita. Voglio che lasciate tutto in macchina e che le con-
segniate le chiavi. Voi siete disarmati, liberi, capito?»
«Sì.»
«Aspettate all'appartamento. Sarò lì più tardi.» Ci fu una pausa. «Lavoro
eccellente, tutti e due.» La telefonata venne chiusa prima che mi rendessi
conto che parlava con me.
Suzy abbassò il finestrino e accese il riscaldamento e poi pulì la conden-
sa dal parabrezza mentre la pioggia le colpiva un lato del viso. «E ades-
so?»
«Siamo fuori servizio. Mazzadagolf prende la macchina e noi dobbiamo
starcene buoni all'appartamento. Lui arriverà più tardi a distribuire tè e
medaglie.»
Sorrise ma era seria. «Abbiamo fatto un ottimo lavoro, ragazzo del Nor-
folk, proprio eccellente.»
Aprii il cassettino del cruscotto e presi un blister di antibiotici mentre lei
chiudeva il finestrino. «Ma senti questa», dissi. «Ha chiuso dicendo che
abbiamo fatto un lavoro eccellente. I casi sono due, o ha subito un trapian-
to di personalità o aveva pubblico.»
«Difficile che se ne stesse là tutto solo.»
«Non intendevo quello. Oggi ho sentito delle voci parlare con accento
americano e in tedesco nel sottofondo e, quando gli ho detto delle cartine
della metro, ha detto a qualcuno che era lì vicino che si trattava delle reti
della metropolitana. Reti, plurale. Ne abbiamo una sola qui...»
Restò pensierosa per un po', facendo rotolare la cicca con la lingua con-
tro gli incisivi. «Ritengo che se i bersagli sono più di uno devono darci più
tazze di tè e più medaglie.»
«Diventerai quadro permanente di sicuro, vero?»
Non rispose. Non ce n'era bisogno con quel ghigno sul viso.
Presi quattro capsule e gliene passai un paio. «Senti, grazie per avermi
aiutato laggiù. Non riuscivo a vedere un cazzo di niente.»
«Sembravi un sacco di merda.» Mi concesse un gran sorriso prima di
tornare a concentrarsi sulla guida. «Ma non ti preoccupare, non ne parlerò
con nessuno.»
Rimase in silenzio per un momento. «Suppongo che tornerai presto in
America, a trovare Kelly e a risolvere un po' di cose?»
«Sì, e tu annaffierai le tue piante sospese e le altre schifezze nella tua
serra e riprenderai a bighellonare per la tua Blue Lagoon o come diavolo si
chiama.»
Stavolta mi osservò con lo sguardo che le mamme nei supermercati ri-
servano solo ai figli piccoli. «La serra non è ancora finita e si chiama
Bluewater, scemo, il centro commerciale. Se si fosse trattato di Blue La-
goon non mi sarei certo preoccupata di vederlo dalla finestra della cucina.»
Eravamo arrivati alla piazza.
«Nick?»
«Cosa?»
«E se tu avessi ragione? Se progettano un attacco negli Stati Uniti? Che
ne sarà di Kelly?»
Annuii, mentre inquadravo un Transit bianco parcheggiato, con due per-
sone a bordo. Stavo pensando esattamente la stessa cosa.
Suzy parcheggiò di fronte all'appartamento. Riuscivo a vedere la luce
della stanza sul davanti. Spense il motore e restammo seduti in ascolto del-
la pioggia che continuava a battere. «Facciamo così, Suzy, io resto in mac-
china fino a che Mazzadagolf non scende. Noi non vogliamo che ci portino
via qualcosa, vero?»
Tolse la calibro 9 dalla fondina e l'aggiunse al resto dell'attrezzatura del
lavoro sparsa all'interno dell'automobile. Io feci cenno di no. «Preferisco
tenerla ancora un po', in caso di problemi.» Armai la pistola e la misi sotto
la coscia. «Dietro di noi, più in giù, c'è il Transit bianco con due a bordo.
Forse sono con Mazzadagolf, ma può anche non essere così. Li terrò d'oc-
chio, non si sa mai.»
Controllò la sicura e la rimise nella fondina. «Ci vediamo fra un minu-
to.» Sorrise. «Non scolarti la mercanzia.»
Si avviò verso l'appartamento e quando sparì all'interno io controllai il
Traser: erano quasi le cinque. Presi il mio telefono personale e chiamai
Carmen senza smettere di tenere d'occhio meglio che potevo il furgone con
i due a bordo, data la pioggia che batteva contro i finestrini.
Il telefono squillò molto a lungo prima che la segreteria telefonica m'in-
formasse che non c'era nessuno, ma che potevo lasciare un messaggio.
Merda, aveva veramente staccato il telefono.
Yvette uscì dal portone e scese i gradini. Di lei vedevo solo gli occhi, il
resto era coperto dal cappuccio in Gore-Tex. Portava la valigia dei Packet
Oscar.
Spensi il telefono e lo riposi nel marsupio, poi controllai che le chiavi
fossero inserite nel cruscotto. La Browning tornò nei jeans mentre lei apri-
va lo sportello lato guidatore, buttava dietro la valigia e saliva. «Ben fatto,
Nick.» La voce riuscì a fatica a superare la stoffa che le copriva il viso. La
abbassò e vidi le sue guance asciutte incresparsi in un sorriso.
Non sapevo cosa rispondere. Le spiegai cosa c'era nella macchina e do-
ve. Annuì entusiasta, come se volesse aggiungere qualcosa e morisse dalla
voglia di farlo. «Avete salvato tante vite, Nick.» Stese la mano e con gesto
impacciato strinse la mia, come se io fossi un membro della famiglia reale.
«Ben fatto, e grazie.»
Provai uno strano dolore in mezzo al petto. Non ero abituato a essere
trattato così: di solito non ricevevo altro che qualche urlaccio e l'ordine di
tornare sotto il mio sasso fino all'incarico successivo.
«E adesso, dobbiamo solo aspettare?»
«Sarà qui fra poco.»
«Quanti sono gli attacchi che hanno previsto? Questo non è l'unico, ve-
ro?»
Valeva la pena di fare un tentativo, ma lei era una veterana. Tornò quel
mezzo sorriso. «Devo portare via la macchina in fretta e tu devi restare
nell'appartamento fino al suo arrivo.»
Premette la frizione e inserì la prima. Mentre girava la chiavetta di ac-
censione, io riportai il cambio in folle. «Ascolta, ho bisogno di sapere se
hanno in mente di sferrare un attacco in America. Kelly partirà per Balti-
mora questa mattina. Ho bisogno di sapere, è meglio che resti qui? Ti pre-
go, ha solo quattordici anni. E ha già avuto abbastanza tragedie nella vita.»
Di colpo compresi quello che doveva aver provato Simon. Sapevo che im-
plorare non sarebbe servito a niente, ma forse anche lei aveva dei figli. Era
la mia unica possibilità. Signorsì non mi avrebbe detto un cazzo di niente.
Sollevò la gamba sinistra e abbandonò la frizione. «Mi metti in difficol-
tà, Nick.»
La guardai dritto negli occhi. «Mi dispiace. Lei è tutto quello che ho. Ho
bisogno di sapere se deve andare o se è più al sicuro qui.» Non c'era moti-
vo di aggiungere altro.
Guardò oltre il parabrezza verso niente in particolare e fece un paio di
respiri profondi che non erano da lei. Rimasi seduto in ascolto del ronzio
del motore per un tempo che mi sembrò lunghissimo. «Nick, forse è me-
glio se resta qui ancora qualche giorno. Per merito tuo e di Suzy, le cose
dovrebbero risolversi. E tu resterai comunque ancora qui per un po'. Mi
metterò in contatto.»
Aprii la portiera mentre lei abbassava la frizione e inseriva la marcia.
«Grazie.»
Non rispose, tutta presa a cercare l'interruttore degli abbaglianti. Scesi.
Mentre mi voltavo per chiudere la portiera vidi avvicinarsi dei fari. Era il
Transit.
«Nick?» Mi piegai per riuscire a sentirla al di sopra del motore. «Hai
dimenticato di lasciare la pistola...» Tornai dentro veloce e tolsi la
Browning dai jeans e due caricatori di scorta da sotto il sedile. «È carica e
pronta.» Non riuscivo a trattenere la mia gratitudine. «Senti, devo proprio
ringraziarti...»
Mi allontanò con un gesto della mano. «Spero solo che Kelly reagisca
bene alla terapia.»
Chiusi la portiera e l'auto lasciò il marciapiede. Sundance e Scarpeda-
tennis mi passarono davanti con il Transit senza degnarmi di uno sguardo.
Con ogni probabilità avrebbero preferito fermarsi e prendermi a calci come
si deve, ma avevano un lavoro più importante da fare: accertarsi che nes-
suno tamponasse Mazzadagolf e danneggiasse le bottiglie. Molto proba-
bilmente erano diretti verso qualche edificio protetto che la Ditta aveva in
giro per la città, o forse verso l'eliporto di Battersea, en route per Porton
Down nel Wiltshire, dove gli amici di Simon avrebbero potuto giocare con
i microbi.
Adesso che eravamo senza armi, non c'era altro: finito, lavoro eseguito.

47

Presi il cellulare e provai di nuovo. Rispose il servizio di segreteria.


«Ciao, Carmen, sono Nick. Cambio di programma. Così potrà andare a
Chelsea martedì. Non accompagnatela all'aeroporto, deve restare. Richia-
mo più tardi, ma mi raccomando non portatela all'aeroporto, è importante
che resti qui. Pagherò comunque l'estratto conto della MasterCard.» Se ci
fossimo sbrigati con i rapporti di fine missione, sarei riuscito ad arrivare a
Bromley prima della loro partenza.
Premetti il pulsante del citofono vicino al portone. «Ciao, tesoro, sono a
casa.»
Fu solo quando cominciai a salire le scale che mi resi conto di quanto
fossi esausto. L'unica cosa positiva dell'essere completamente coperto di
sudore era che avevo uno strato di unto fra la pelle e i vestiti fradici di
pioggia. Mi strofinai il viso per recuperare un po' di sensibilità, mi brucia-
vano gli occhi e le mani puzzavano come una fabbrica di gomma. Avevo
bisogno di una pulita radicale e morivo dalla voglia di bere qualcosa di
caldo.
Bussai alla porta e lei mi aprì. «Tutto bene in ufficio, caro? Ti preparo
un tè?»
«Ottima idea.»
La seguii in cucina. «È previsto un attacco anche negli Stati Uniti. Me
l'ha detto Mazzadagolf.»
Si voltò e si appoggiò al fornello. «Oh, merda.»
«Non una parola con Signorsì, mi raccomando. L'ha fatto solo per
Kelly.»
Annuì. «Ha detto niente sulla Germania?»
«No, ma scommetto che sono anche lì. È follia. Hanno dovuto coordi-
narsi per evitare lo stato di allerta preventivo.»
Smettemmo entrambi di parlare. Probabilmente stavamo facendo la stes-
sa cosa, pensando a che incubo fosse un solo attacco, figurarsi tre. E, come
avevamo scoperto, non era astrofisica. La ASU aveva solo bisogno di DW,
di un nebulizzatore e di qualche telefono cellulare.
M'imposi di non pensarci. Avevamo fatto la nostra parte. George avreb-
be avuto una sua squadra sul terreno di caccia negli Stati Uniti per indivi-
duare DW prima di dover ricorrere al governo.
E i tedeschi stavano facendo la stessa cosa. Pensai a Josh e ai suoi figli e
a quello che avrei potuto fare per loro.
Mi avvicinai al frigo e presi i due vassoi di schifezze pronte che aveva-
mo comprato dopo il primo incontro con la fonte. Mentre strappavo l'a-
stuccio di cartone pensai quanto fosse strano non riuscire a pensare a nien-
te da dire adesso. Forse Suzy aveva la stessa sensazione: certo era che si
stava concentrando un po' troppo a mettere le bustine di tè nelle tazze.
Con una forchetta lacerai il cellofan di copertura, lei intanto armeggiava
con i cucchiaini e il latte.
«Cosa abbiamo per colazione?»
«Ti assicuro che non lo so.» Ispezionai il vassoio. «Roba bianca.» Non
avevo nessuna voglia di controllare il cartone. «Pollo, forse?»
Fece una smorfia di disgusto. «Per quanto mi riguarda, io passo.»
Sempre senza guardarmi, s'impegnò a fondo con il bollitore, poi ce ne
restammo lì in piedi ad aspettare il ping del microonde. La situazione stava
diventando ridicola. «È così che succede e lo sai.» Le toccai con dolcezza
una spalla. «Cominci a conoscere qualcuno e poi tutto si ferma. È così che
funziona.»
Sospirò e strizzò la bustina contro la tazza. «Non importa, Nick, King's
Cross resterà sempre con noi.» Ancora non mi guardava.
«Credo di dover dire che è stato magnifico lavorare con te, o qualcosa di
simile.» Sembrava una banalità ma lo pensavo davvero.
«Siamo stati bene, vero?» Fece un mezzo passo verso di me sempre sen-
za sollevare lo sguardo, sembrava che facesse l'impossibile per non incon-
trare il mio. Non sapevo cosa aveva intenzione di fare, ma, qualunque cosa
fosse, io volevo che la facesse.
Posò il cucchiaio sul piano di lavoro e fece un altro passo verso di me.
Non sapevo che fare. Non volevo sbagliare: spalancare le braccia e poi
magari vederla passare oltre diretta al microonde.
Era a meno di due passi da me quando suonò il campanello. Quel suo
sorriso triste ricomparve mentre cambiava rotta e andava verso il corridoio
per rispondere al citofono.
«Sono io, aprite.» Signorsì era venuto senza pubblico, non c'era dubbio.
Suzy premette il pulsante e tornò in cucina. «Salvati dal campanello,
eh?» Ridemmo entrambi, forse un po' troppo a disagio.
Il microonde fece ping, Suzy riempì di nuovo il bollitore per preparare
altro tè e io andai ad aprire la porta di casa.
Signorsì aveva tutta l'aria di aver fatto un bel po' di straordinario. Il ve-
stito e la camicia di prima adesso erano molto sgualciti e la cravatta allen-
tata. Fui molto felice di vedere che aveva un foruncolo sul collo pronto a
scoppiare.
Si accomodò sul divano e Suzy gli posò davanti la tazza di tè, ma lui non
la ringraziò e non le fece neppure un cenno, si limitò ad aspettare che si
sedesse sulla sedia di fronte. «Bene. Procediamo con ordine.»

Mi agitai sulla sedia fino alla prima luce dell'alba. Tutte le fasi dell'ope-
razione vennero esaminate, riconobbi a Suzy il merito di avermi salvato la
vita e di aver impedito che DW venisse danneggiato. Signorsì incamerò
ogni dettaglio, poi le fece un cenno e per la prima volta lo vidi sorridere.
«Ben fatto.» Se l'era guadagnato.
Poi guardò me e il sorriso sparì. «Tu sei senza armi, ma resti qui nell'ap-
partamento. Devi restare qui finché non ti lascio andare. Hai capito?»
Annuii. Doveva ottenere il benestare da George prima di allentare il
cappio. «Che mi dice dell'America? Colpiranno la costa occidentale o
quella orientale?»
Pensavo a Josh e ai bambini. Forse avrei dovuto inviargli una gigantesca
montagna di antibiotici con un DHL.
Indicò Suzy e mi ignorò completamente. «Tu puoi andare a casa. Non
c'è motivo di trattenerti qui. Resta a disposizione.»
«Sì, signore.»
Signorsì si alzò e rinnovò le congratulazioni a Suzy, poi esitò. «In effet-
ti, ben fatto, vale per tutti e due.» Mi sembrò di sentirlo digrignare i denti.
Prese la valigetta e fece per andarsene.
«Quando crede che potrò andare, signore?»
«Quando sarò pronto.»
«Posso avere un acconto, allora? Verrò pagato per questo, o sbaglio?»
«Prendili con i documenti di copertura.» Fece una smorfia. «Per te si
tratta solo di soldi, vero?»
Come la porta si chiuse, Suzy mi guardò con occhi di fuoco. «Stava cer-
cando di ringraziarti.»
«Ma senza la sufficiente convinzione.»
Rimase ferma per qualche momento. «Grazie per tutta quella roba sui
meriti. Non era necessario.»
«Certo che lo era. Avrai bisogno di tutto l'aiuto possibile, per lavorare
con quel leccaculo a tempo pieno.»
Mi passò vicino e per un secondo mi posò una mano sopra la spalla.
«Grazie comunque.»
Entrò in bagno e subito dopo sentii che lo scaldabagno elettrico entrava
in funzione. Ne uscì e andò in camera. Finii il tè di Signorsì, augurandomi
che i foruncoli non fossero contagiosi, mentre la ascoltavo camminare a
passi silenziosi avanti e indietro. Controllai l'ora. Erano quasi le sei e mez-
zo. Di sicuro Carmen e gli altri erano già in piedi.
Ancora una volta digitai il numero mentre Suzy usciva dalla camera av-
volta nell'asciugamano verde. «Kelly?»
Annuii mentre scattava il servizio di segreteria telefonica. Suzy sparì
sotto la doccia. Mi convinsi che in effetti c'era ancora un sacco di tempo:
dovevano partire alle undici.
Mi allungai sulla sedia e mi massaggiai le tempie. Cosa dovevo fare a-
desso? Per prima cosa andare a Bromley, vedere Kelly e prendere i miei
documenti e gli antibiotici. 'Fanculo Signorsì... e George, per quello che
m'importava. Avrei lasciato lì il cellulare così non sarebbe riuscito a rin-
tracciarmi, poi sarei tornato nel pomeriggio e con un po' di fortuna nessuno
si sarebbe accorto che ero andato via. Dovevamo sospendere gli antibioti-
ci, adesso? Nessuno ci aveva detto niente. Chi cazzo se ne frega, avrei con-
tinuato ancora per un po'.
Ero mezzo appisolato sulla sedia quando Suzy tornò. «Hai bisogno di
una doccia, puzzi. Sei riuscito a parlare?»
«No, ci andrò non appena mi sarò lavato.» Andai in cucina. La porta del-
la camera da letto era ancora socchiusa mentre prendevo dal microonde il
vassoio del cibo pronto e toglievo la pellicola. Frugai nel cassetto, presi un
cucchiaio e cominciai a mangiare. «Avevo sbagliato.»
«Su cosa?»
«È pesce.»
Era da qualche parte dietro la porta, ancora fuori campo.
«Vai direttamente a casa?»
«Ho una serra da costruire, ricordi?»
«Sei sicura di riuscire a resistere a questo?»
Uscì, aveva portato indietro i capelli e indossava pantaloni cargo neri e
una maglietta senza maniche. «Io non mangio quelle schifezze.»
«Nessun problema, mangerò anche la tua parte.» Posai il vassoio da una
parte e presi l'altro. Lei sembrava avere altre idee. Sentii i suoi capelli u-
midi contro il viso e il suo respiro sul collo. La abbracciai ma tenendo una
certa distanza mentre lei mi cingeva stretto. Sapeva di buono e io non riu-
scivo a pensare ad altro se non che puzzavo come una merda.
La accarezzai lentamente fra le scapole. Lei si strofinò contro il mio col-
lo. Ancora quell'odore di mele e la sua pelle contro la mia. Poi mi posò le
mani sul torace e si staccò, rossa e imbarazzata. «Nick, mi... mi dispiace.»
«Non devi, è molto meglio di qualsiasi colazione. Molto.»
«No, davvero, mi dispiace... non avrei dovuto farlo.» Si voltò e tornò in
camera.
Sollevai il secondo vassoio, lo guardai e poi lo rimisi giù.
Quando un paio di minuti dopo ricomparve indossava la giacca corta di
pelle nera e teneva in mano la sacca. «Vado. Chissà, forse un giorno ci ri-
vedremo.»
Annuii. «Già, probabile.»
Ma sapevamo entrambi che non sarebbe accaduto.
Mi tese la mano e mentre ce la stringevamo mi attirò a sé ancora una
volta e le sue labbra mi sfiorarono la guancia. «Ciao.»
Le lasciai andare la mano e se ne andò.

48

Il traffico a sud di Londra procedeva pigro. Ascoltai il giornale radio


LBC delle nove, che ripeté le stesse notizie che avevo visto sul canale 24
della BBC un paio di volte mentre mi davo una ripulita. La maggior parte
dei servizi riguardavano la SARS e l'Iraq, ma la notizia di apertura era che
gli Stati Uniti avevano alzato il livello di allerta antiterrorismo. Avevano
proclamato il codice arancio, a un passo dalla chiusura totale del Paese.
Evidentemente George non se l'era sentita di correre il rischio di tenere il
governo all'oscuro dell'operazione. Adesso sapeva che in Inghilterra le
ASU erano già nelle FOB, pronte all'attacco.
Della Germania non dicevano niente. Forse mi ero sbagliato, o forse an-
che lì i loro uomini avevano portato a termine la missione con successo. Se
era così, pensai per un attimo, Suzy e io meritavamo un riconoscimento.
Nessuno avrebbe mai saputo, naturalmente: e i pochi che sapevano avreb-
bero portato l'informazione nella tomba, insieme con i dettagli su come ne
erano venuti a conoscenza. Sapevano che se mai fosse loro venuto in men-
te di farne parola, gente come Sundance e Scarpedatennis avrebbe scavato
a mani nude quella tomba molto prima del previsto. Era così che andavano
le cose.
Non parlavano neanche di tre cadaveri ritrovati nei pressi della stazione
di King's Cross. La squadra di pulizia era stata mandata immediatamente,
prima che la Ragazza Foruncolo, o i suoi amici, entrassero in un rifugio e
trovassero molto di più. A quel punto i quattro corpi dovevano essere già
stati bruciati, insieme con il più piccolo frammento di prova, e i pezzi ri-
masti galleggiavano sul Tamigi in attesa di diventare cibo per pesci.
Con i documenti di copertura avevo noleggiato una Vectra alla stazione
Victoria, poi con la carta di credito di Signorsì avevo prelevato il massimo
consentito da un bancomat vicino. In fondo cosa poteva farmi? Licenziar-
mi?
Anche se in pratica non avevo dormito mi sentivo incredibilmente bene
quando raggiunsi la strada principale di Bromley. Nell'appartamento, men-
tre facevo la doccia, avevo infilato i vestiti nella lava-asciugatrice e anche i
Caterpillar erano a posto.
Non sapevo perché, ma mi sentivo sempre depresso quando imboccavo
la strada linda e ordinata dove abitavano, con i suoi chilometri di siepi e
villette perfette, Nissan Micra lucide e Jaguar di sei anni che ogni domeni-
ca avevano un incontro ravvicinato con la cera Turtle. Probabilmente era
l'idea della pensione che mi mandava fuori di testa. Meglio morire piutto-
sto che finire a potare siepi e rose. O, ancora più deprimente, scoprire che
magari mi piaceva.
Svoltai nel vialetto in mattoni e mi fermai davanti alla porta del garage
che Jimmy aveva dovuto ridipingere da poco perché secondo Carmen il
rosso non era più così acceso e lucido. Scesi e suonai il campanello. Un
piacevole, tradizionale din don echeggiò nell'ingresso.
Nessuna risposta. Riprovai, quindi frugai tra le foglie nel vaso a sinistra
della porta con i doppi vetri e presi la chiave. La gente non impara mai.
Scampanellai ancora un paio di volte poi girai la maniglia. «Ciao... Sono
io... c'è nessuno in casa?» Fui investito dall'odore di cera e deodorante rila-
sciato da quegli aggeggi che s'infilano nella presa della corrente e dal
grande silenzio.
Non potevano essere ancora a letto perché Jimmy sprangava la porta o-
gni notte. Forse erano partiti in anticipo: in effetti, per come guidava
Jimmy, le undici lasciavano un margine troppo stretto.
Era una seccatura, ma niente d'insormontabile. Avrei chiamato il banco
American a Heathrow dicendo che c'erano problemi di famiglia e che
Carmen doveva chiamare casa.
Entrai in cucina e la tavola ancora apparecchiata per la colazione mi sor-
prese. Prima di andare a dormire Carmen lasciava tutto pronto e sparec-
chiava velocissima non appena il pasto era terminato, a volte anche prima.
Se Jimmy indugiava a finire le fette di pane tostato e lei voleva passare l'a-
spirapolvere la faccenda si faceva seria.
Presi una manciata di Mini Shreddies, i preferiti di Kelly, e li cacciai in
bocca. Vidi le mie due buste imbottite sopra il frigorifero dove stava nor-
malmente la posta. Sollevai il telefono e sentii il segnale bitonale. Ma per-
ché ogni tanto non controllavano? La vita sarebbe stata tanto più semplice.
Senza smettere di masticare, composi il 1571 e incastrai il telefono tra
spalla e orecchio. La segreteria telefonica m'informò che c'erano due mes-
saggi. Afferrai la prima busta e cominciai ad aprirla con i denti riempien-
domi di frammenti di Shreddies. Provai un senso di benessere a rientrare in
possesso della mia vita mentre mi ascoltavo parlare con la segreteria.
Buttai un occhio verso l'ingresso. Da dove mi trovavo vidi che la porta
del garage non era del tutto chiusa. Che Jimmy avesse osato lasciarla soc-
chiusa era difficile da concepire, ma vidi anche una lucidissima porzione
della sua Rover.
Merda.
Busta e telefono scesero lentamente sul piano di lavoro della cucina e gli
ultimi pezzetti di cereali mi scivolarono dalla bocca mentre lasciavo cadere
la mascella. Tesi una mano e afferrai la maniglia del cassetto delle posate.
Lo aprii con cautela. Era tutto in ordine: sbucciapatate, coltello per il pane,
forchette e cucchiai. Presi due coltelli da verdura, uno per mano, e mi spo-
stai nell'ingresso, calibrando con attenzione ogni passo in modo che gli sti-
vali non cigolassero sulle piastrelle.
Con la gola chiusa controllai il corridoio, poi svoltai a destra.
Nessun segno di effrazione da nessuna parte. L'unica luce era quella e-
sterna che entrava dalla cucina e dalla sezione in vetro del portone.
La porta del salotto era a tre passi sulla destra. La stanza era vuota: tutto
era dove doveva essere, le riviste ordinatamente impilate, i cuscini gonfi e
le tende tirate per la notte. L'unico suono era il ticchettio dell'orologio del
nonno nell'angolo.
Tornai in ingresso e chiusi a chiave la porta del garage prima di procede-
re verso il bagno. Nessuna traccia di attività mattutina, niente condensa
sullo specchio o sui vetri della finestra, nessun odore di sapone o deodo-
rante. Il piatto della doccia era asciutto come la vasca. Gli asciugamani e-
rano secchi e allineati sulla griglia del calorifero.
Tornai in ingresso e andai a sinistra verso le camere da letto. La prima
porta sulla destra era la stanza di Carmen e Jimmy, quella dopo la camera
di Kelly. Entrambe erano socchiuse.
Spinsi piano la prima e mi spostai di lato per non fare del mio corpo un
bersaglio facile.
La stanza era al buio e solo qualche lama di luce filtrava attraverso le
immacolate tende imbottite di Carmen. Ma non avevo bisogno di vederli
per sapere che erano lì: ne sentivo l'odore.
Odore metallico di sangue. Puzza nauseante di merda.
Qualcosa mi pulsava forte in mezzo al torace.
Oh, merda, no. Non un'altra volta...
Mi precipitai all'altra porta, i piedi incapaci di percorrere quei sei o sette
passi veloci quanto la mente richiedeva, volevo raggiungere la sua stanza
prima che il video iniziasse a scorrere.
Senza preoccuparmi di controllare prima, entrai deciso e accesi la luce.
La stanza era vuota.
Guardai sotto il letto, guardai dentro l'armadio. Niente.
«Cazzo, cazzo, cazzo!» continuavo a ripetere fra me mentre tornavo nel-
la stanza di Carmen e Jimmy. Dovevo accertarmi che non fosse lì. Accesi
la luce del comodino e tirai via il piumino. Sembrava che avessero avuto
un incidente di macchina. Jimmy se l'era fatta addosso, entrambi erano sta-
ti accoltellati e sfregiati molte più volte di quante non fossero sufficienti a
ucciderli. Gli occhi di Carmen erano ancora aperti, spenti e opachi come
quelli di un pesce rimasto troppo a lungo sul banco. Aveva uno strano
mezzo sorriso, che lasciava scoperte le gengive prive di denti, e il sangue
si era rappreso nei solchi delle rughe profonde che neppure Lorraine Kelly
era riuscita a far sparire.
Guardai sotto il letto: solo pantofole. Si era nascosta? Aprii gli armadi,
ma tutto era in perfetto ordine e niente era stato toccato.
Sentivo la mia voce urlare nella mente: Non un'altra volta... non è possi-
bile che sia successo di nuovo a noi.
Disneyland.
Mi precipitai nel garage in preda allo stesso terrore che provavo da bam-
bino quando il mio patrigno mi dava la caccia.
Armeggiai con la serratura.
«Kelly? Kelly?» La aprii. «Kelly, sono io! Sono Nick!»
Senza preoccuparmi del fracasso dei coltelli contro il cemento mi lasciai
cadere pancia a terra e controllai sotto l'auto. Aprii anche il congelatore.
Non era lì.
Mi sentivo come un bambino di sei anni che si è perso in un supermerca-
to. Tornai nella sua camera, sempre più in preda all'angoscia. Nessun se-
gno di lotta. Il copriletto era ripiegato in fondo al letto. La lampada sul
comodino era dritta. La valigia e la tracolla erano pronte vicino alla porta.
La mia sacca di pelle nera giaceva in un angolo.
Rovesciai il contenuto della tracolla sul pavimento. Passaporto, biglietto,
alcune monete, il lettore CD e una busta. L'unica cosa che mancava era la
maglietta Old Navy che usava per dormire. Guardai ancora una volta sotto
il letto: senza un perché, sapevo che non c'era nessuno.
Lo stomaco faceva le capriole e la gola era così secca da far male. Crol-
lai a terra e lasciai cadere la testa fra le mani. Doveva esserci un collega-
mento con il lavoro. Merda, poteva essere opera di Signorsì, forse avevo
fatto una domanda di troppo la sera prima e Sundance e Scarpedatennis e-
rano stati spediti a mettere le cose a posto.
Dovetti ordinarmi di smetterla. «Basta! Porca miseria, basta!» Non avrei
ricevuto aiuto dal panico, e lei neppure.
Dovevo rendere sicuro il posto. Nessuno doveva sapere cos'era successo.
Non per il momento almeno.
Ricevevano il latte a domicilio? Avevo dei dubbi. Cazzo, avrei dovuto
sapere quel genere di cose.
Mi alzai. Adesso che avevo qualcosa da fare mi sentivo un po' meglio.
Non avevo ben chiaro che cosa ma non era importante. Aprii il portone
d'ingresso. Niente latte sulla soglia. Tornai dentro e guardai nel frigorifero,
ci trovai una bottiglia di plastica da un litro di Safeway.
E la posta? La parte superiore della porta era in vetro smerigliato in mo-
do che nessuno potesse vedere le buste ammonticchiate sulla moquette.
Sapevo che non erano abbonati al giornale. Jimmy andava a piedi a com-
prarlo, senza fretta, per avere un po' di pace e di calma.
Se non era stato Signorsì, allora chi?
Chi poteva avercela con me? Nomi e ragioni si affollarono nella mente.
Mi fermai per raccogliere i pensieri. Inutile perdere tempo a pensare a
chi, era più importante concentrarsi sul qui e ora. Per prima cosa avrei por-
tato via le sue borse e rifatto il letto, così se il posto fosse stato scoperto la
polizia avrebbe impiegato del tempo prima di aver chiaro chi mancava.
Non volevo che le procedure per il ritrovamento di un minore rapito li ob-
bligassero a diffondere la notizia. La cosa avrebbe potuto esporla a un pe-
ricolo maggiore.
L'odore dalla camera di Jimmy e Carmen stava filtrando nel corridoio.
Tornai in quella di Kelly. Seduto sulla moquette azzurro chiaro, circondato
dalla tappezzeria a fiorellini, raccolsi tutte le cose che avevo fatto cadere
dalla sua borsa e cominciai a rimetterle dentro. Aprii il passaporto e non
riuscii a resistere alla tentazione di guardare la foto. Non mi aveva mai
permesso di guardarla. Era più giovane di due anni e i capelli biondi erano
un pochino più lunghi. Mi resi conto che stavo sorridendo: aveva un fo-
runcolo e aveva passato la mattinata a cercare di coprirlo prima che la tra-
scinassi, urlante e scalciante, dentro la cabina per fare la foto.
Lo chiusi di scatto e lo infilai nella tasca posteriore dei jeans, poi misi il
biglietto nella borsa, mentre il vicino usciva dalla casa a fianco. Lo vidi
bene attraverso le tendine. Era nel vialetto e trascinava un sacco bianco
pieno di spazzatura che gettò in un bidone con le ruote, poi sparì di nuovo
all'interno.
Mentre spostavo la busta violetta per raggiungere il portafoglio vidi che
era diretta a me. Sedetti contro il muro e la aprii.

Caro Nick,
quando leggerai questa lettera io sarò già a casa da Josh. Sem-
pre che io mi ricordi di metterla insieme con le altre lettere prima
di partire!
Mi dispiace aver litigato con te sabato. Il fatto è che sento dav-
vero la tua mancanza quando vai via.
Ricordi che al telefono mi hai chiesto cosa ne pensavo e che
prima di poterti rispondere è caduta la linea? Bene. Ecco cosa
penso. Ecco la mia proposta. Quando sarò a casa, m'impegnerò
per comportarmi come si deve, mi farò aiutare, andrò a scuola e
risolverò i miei problemi.

Gli occhi mi bruciavano. Dovevo essere più stanco di quanto pensassi.

Lo so che me la prendo sempre con te perché lavori troppo e


adesso mi sento davvero male perché Josh mi ha spiegato il per-
ché. Io non sapevo che tu continuassi a dargli dei soldi e che la
dottoressa Hughes e la scuola fossero cose così costose. Non ave-
vo capito la ragione per cui eri costretto a lavorare così tanto. Ed è
per questo che voglio risolvere i miei problemi. Immagino che al-
lora non dovrai più lavorare così tanto per mantenermi, e quindi
riuscirò a vederti di più. Ci stai?
Ci vediamo quando finisci il lavoro.
Ti voglio bene, Kelly.
PS: Quando hai telefonato stavo scrivendo questa lettera.

Le lacrime ormai mi rigavano le guance. Ero in preda al panico. Non a-


vevo chiaro quale parte di quell'incubo mi terrorizzasse tanto, ma non riu-
scivo a evitarlo. Non riuscivo a controllarlo. Il dolore al centro del torace
tornò, raggiunto quasi subito da un pesante pulsare mentre leggevo e rileg-
gevo la lettera.
Mi costrinsi ad alzarmi. Dovevo fare qualcosa. Non sapevo ancora cosa,
ma dovevo agire assolutamente.
Piegai la lettera e la misi nella tasca posteriore insieme con il passaporto
e andai in cucina a prendere le buste. Le infilai nella maglietta, poi tornai
in camera a prelevare le sue cose e la mia sacca.

49

Puntai con decisione verso nord. Fermai la Vectra vicino a una cabina
telefonica e chiamai l'ufficio della Hughes. Ero agitatissimo ma controllai
la voce in modo che risultasse calma, almeno così mi auguravo. La scusa
era chiedere se per caso Kelly avesse chiamato per un ultimo saluto. Chis-
sà, forse era riuscita a fuggire ed era andata alla clinica, oppure aveva la-
sciato qualche messaggio.
Non l'avevano sentita.
Sapevo che il numero per contattare Signorsì non era più valido, ma
provai lo stesso. Avevo ragione. Valutai se fosse il caso di chiamare Geor-
ge, ma a che scopo? Qualsiasi cosa stesse facendo Signorsì, ne faceva par-
te anche lui, nessun dubbio su quello. Dovevo tornare nel mio territorio,
l'appartamento, e aspettare pazientemente come mi era stato ordinato. Non
sarebbe passato troppo tempo prima che Signorsì si mettesse in contatto
con me per affidarmi un altro incarico che non avrei potuto rifiutare.
Parcheggiai in Warwick Square, senza smettere di pensare a come con-
tattare Signorsì. Non potevo aspettare. Avevo bisogno di sapere, in un mo-
do o nell'altro. Finalmente mi venne un'idea. Avrei fatto scattare il pulsante
antipanico: la sorveglianza sarebbe arrivata a sirene spiegate e Signorsì su-
bito dopo.
Una giovane coppia mi superò, avevano sacchetti di Habitat pieni di
piante di bambù. Attraversai la strada, presi la chiave dal giubbotto di pelle
e stavo per slanciarmi di corsa per le scale quando una voce asiatica che
scandiva ogni parola sbucò dal nulla alle mie spalle. «Ehi? Ehi?»
Mi voltai. Si era materializzato Grigio. Stessi vestiti indosso, mi sorride-
va come se fossi un bimbo che si era smarrito. «Non ti spaventare.» Solle-
vò una mano. «Tua figlia... va' al bar, vacci subito. Adesso, ora.»
Usava un tono quasi di scusa, come se mi stesse chiedendo un piacere.
Io avrei voluto solo afferrarlo per il collo e stringere finché non mi avesse
detto qualcosa di più, ma non sarebbe servito ad aiutare Kelly.
«Vuoi dire Starbucks a Farringdon?»
«Sì, devi andarci subito.»
Mi costrinsi a mantenere la calma. «Lei dov'è? Lo sai?»
«Ti aiuterà lui, sbrigati.» Detto ciò, girò sui tacchi e si dileguò.
Ma perché la fonte doveva sapere dov'era Kelly? Perché doveva anche
solo sapere che esisteva? O la fonte faceva da portavoce per Signorsì? Ma
se non altro qualcosa si stava muovendo. Ed era un bene, continuai a ripe-
termelo per convincermi. Questo è un bene.

Lasciai la Vectra a un isolato di distanza, raggiunsi di corsa Starbucks,


mi bloccai, entrai, presi da bere e sedetti a un tavolo vicino alla vetrata.
Volevo essere visto.
Trascorsero dieci minuti. Avevo bisogno di urinare ma non osavo ab-
bandonare la postazione. Non potevo rischiare di perderlo.
Presi la lettera e cominciai a leggerla. Era un errore. La riposi con il pas-
saporto e mi concentrai a bere qualche sorso. Sotto il tavolo i talloni co-
minciarono a muoversi su e giù. Non riuscivo a tener ferme le gambe, co-
me se volessero essere in movimento. Loro volevano fare qualcosa. Cazzo,
avevo bisogno che si facesse vedere, e subito.
Un altro paio di minuti, poi passò Grigio, da destra verso sinistra, scru-
tando l'interno del locale.
Due ragazze che avevano caffè e cellulare in una mano e i sacchetti con
gli acquisti appena fatti nell'altra presero posto al tavolo vicino. Poi lo vidi.
Oltrepassò il bar, da destra a sinistra, e sparì. Sapevo che mi aveva visto,
sapevo che dovevo restare dov'ero. Adesso stava ricevendo conferma da
Grigio che non mi ero presentato con un gruppo di amici. Come se fosse
possibile. Non ne avevo.
Meno di un minuto più tardi sentii che la porta sul retro si apriva. Non
mi voltai.
Una mano si posò leggera sulla mia spalla. «Ciao.»
Mi voltai e vidi che Grigio adesso copriva l'uscita posteriore. E Blu
dov'era? Era con Kelly?
La fonte continuò a camminare, raggiunse il bancone e ordinò da bere. I
nostri sguardi s'incontrarono mentre la macchina del caffè sbuffava vapore
nella sua tazza.
I miei talloni non smettevano di andare su e giù mentre lo osservavo
prendere il resto, superare le ragazze che mandavano SMS, raggiungermi e
sedersi di fronte a me al piccolo tavolo rotondo. Mi sembrò che impiegasse
un secolo.
Compresi subito dall'odore che era un fumatore.
«Allora, cos'avete fatto a mia...»
Sollevò una mano e mi mostrò una chiostra di denti gialli. «Tua figlia sta
bene.»
«Perché hai...»
«È tutto a posto.» Cercò di bere un sorso ma il caffè era troppo caldo e
posò la tazza.
«Cosa cazzo significa che è tutto a posto? Sono appena stato alla casa.»
Annuì lentamente. «Capisco.» Abbassò lo sguardo alla tazza, come se
meditasse di fare un altro tentativo, poi mi guardò. «Ne hai parlato con
qualcuno?»
I piedi smisero di muoversi, il cuore smise di battere. Anche se lo avessi
fatto avrei mentito. «No, nessuno.»
Entrarono due ragazzini che salutarono le ragazze. Aspettammo che si
sedessero. Sapevo che dovevo restare calmo e ascoltare attentamente ogni
sua parola. Era quello che facevo sempre in situazioni di quel genere, ma
adesso che la faccenda mi riguardava da vicino non era così facile.
Spinse con calma la tazza da una parte e si sporse in avanti. «Devo trat-
tenerla mentre tu farai quello che ti chiedo. Si tratta di una cosa molto
semplice. Andare a Berlino, ritirare cinque bottiglie di vino e consegnar-
mele entro domani notte.»
Aggredirlo non sarebbe servito a lei ma avrebbe aiutato un po' me.
«Ma perché non ci andate da soli, stronzi che non siete altro?»
«Perché la vita si è fatta difficile di questi tempi per quelli con la pelle
scura o con gli occhi a mandorla che cercano di far entrare nel Paese qual-
cosa del duty free, sono sicuro che capisci quello che intendo.»
«Come faccio a sapere che sta bene? Chi mi assicura che mi verrà resti-
tuita viva?»
«Non puoi saperlo. Ma che scelta hai? È un incarico semplice e altrettan-
to semplice è la minaccia. Se mi tradisci o non riesci a effettuare la conse-
gna, imparerai cosa si prova a veder uccidere il proprio figlio come un a-
nimale.»
Senza staccare gli occhi dai miei prese una busta bianca e spiegazzata
dalla tasca. «Devi dire che ti manda Londra. Ti stanno aspettando.»
Picchiettò sulla busta con l'indice. «Chiama non appena torni. Ho un
nuovo numero, solo per te. Preoccupati soltanto di farmi avere le bottiglie
per le due di martedì mattina.»
«Così avrete il tempo di preparare la quarta sacca, prima dell'ora di pun-
ta della mattina?»
«Vedo che capisci.»
Presi la busta. «Berlino è stata annullata? Vi restano solo gli Stati Uniti,
a meno che non vi dia una mano.»
Il suo sorriso mi disse che avevo fatto centro. «I miei fratelli di Berlino
sono di fronte a un problema che renderebbe il loro martirio veloce e meno
glorioso del previsto. Ne sono molto dispiaciuti naturalmente, ma conosce-
ranno lo stesso il paradiso. E comunque nella vostra metropolitana viag-
giano sempre tre milioni di persone al giorno. È un bersaglio che vale lo
sforzo. E sono sicuro che tu sei in grado di capire.» Gli occhi iniettati di
sangue si fecero piccoli. «Ho una domanda da farti. Come avete fatto a sa-
pere di King's Cross? Avete incontrato Yasmeen?»
Non dissi nulla e continuai a bere.
Annuì lentamente a labbra serrate. Era furioso. «Li avevo avvertiti che vi
avrei detto della casa, dopo la loro partenza.»
«Per continuare i buoni rapporti con il mio capo?»
«Era importante che continuassero a fidarsi di me e anche depistarvi ri-
spetto alla vera azione.» Sospirò. «Povera Yasmeen. Così intelligente, così
impegnata, ma così irresponsabile, sotto alcuni aspetti. Avevo detto loro di
scrivere i messaggi prima di abbandonare il posto, anche se personalmente
non approvo quel genere di gesto. I fatti parlano più delle parole. Non lo
credi anche tu?»
Sì. E avrei tanto voluto dargli una dimostrazione immediata. Prese un al-
tro sorso e sorrise. Il bastardo si stava divertendo. «Erano convinti che fos-
se indispensabile farlo perché voi non sapete niente. Dall'11 settembre
l'Occidente è concentrato solo su quello che accade. Là su quelle pareti
Yasmeen e i suoi fratelli e sorelle raccontano fatti avvenuti nel XV secolo,
ma voi non avete la benché minima idea di cosa si tratti. Vero?»
Distolsi lo sguardo. Discorsi che non ci avrebbero portato da nessuna
parte. E di certo non più vicino a Kelly.
«Siamo tutti di passaggio e il mio viaggio è quasi alla fine. Noi della JI
siamo gli architetti del nuovo mondo. Voi siete ancora nel vecchio, amate
gli ebrei e gli Stati Uniti. Volete continuare ad avere il controllo sull'Asia.
L'unico modo per fermarvi è la jihad, la guerra santa. E quindi Bali, e a-
desso questo.»
«Ma di che cazzo parli? Perché non li hai avvertiti che stavamo arrivan-
do a King's Cross? Sapevi quello che stava per accadere, lo sapevi perché
li avevi venduti tu stesso. Perché fai questi giochetti del cazzo?»
Intrecciò le grandi mani dalla pelle scura e posò gli avambracci sul tavo-
lo. «Io non faccio mai giochetti. Ho dovuto mantenere la finzione perché
voi avete minacciato la mia famiglia. Ho due maschi e sono stato costretto
a fare cose che mai mi sarei sognato di fare per proteggerli.»
Attese da me un qualche cenno di comprensione, ma ne avevo finito la
scorta.
«E, adesso che tu e la donna avete scoperto i miei fratelli e le mie sorelle
prima che potessero portare a termine l'azione, dovrò occuparmene da so-
lo. Non è stato difficile decidere. Sai che avrei potuto avvertirli e loro sa-
rebbero fuggiti. Ma cosa sarebbe successo in quel caso? Che tipo di rea-
zione ci sarebbe stata? La chiusura completa della rete sotterranea, l'innal-
zamento dello stato di allerta? Dovevano comunque morire, dal momento
che avevate scoperto la base. Mi sono limitato a portare via una sacca pri-
ma che arrivaste voi. In quel momento erano all'oscuro di tutto, adesso so-
no in paradiso e comprendono le ragioni del loro sacrificio. Dio capisce
quello che ho fatto per proseguire la lotta, e che la mia famiglia verrà ucci-
sa dalla vostra gente.»
Raddrizzò l'indice destro e me lo puntò contro. Teneva gli occhi fissi nei
miei. Il tono della voce divenne molto calmo. «Per questo motivo noi vin-
ceremo e voi perderete. Adesso siete ovunque, volete vivere e più di tutto
volete che i vostri figli vivano, ed è questo che vi rende deboli. Non avete
ancora capito cosa c'è dopo questo mondo.»
Sulla vita aveva ragione, non su chi avrebbe vinto.
Si alzò. «Non voglio trattenerti più a lungo.»
Si voltò e se ne andò senza aggiungere una parola, io restai lì a guardare
la sua schiena e la busta sul tavolo.
Sollevai la linguetta. Conteneva una polaroid che inquadrava Kelly a
mezzo busto con indosso la maglietta Old Navy, i capelli appiccicati al
volto rigato dalle lacrime. A stento riuscivo a vederle gli occhi arrossati e
gonfi. Teneva la testa appoggiata contro un televisore sintonizzato sulla
BBC. Sopra l'apparecchio erano allineati ornamenti religiosi in vetro e in
ottone.
Nell'angolo dello schermo: 8.46 e la data di quel giorno. Nell'ora esatta
in cui la foto era stata scattata, anch'io stavo guardando lo stesso pro-
gramma. La voltai. Scritti a mano con un pennarello a punta fine c'erano il
suo numero di cellulare e un indirizzo: appartamento 27, Bergmannstrasse
22.

50
Rimasi seduto a sorseggiare il caffè. I ragazzi ci davano sotto e le ragaz-
ze ridevano e scherzavano. Mi fumava la testa. Come aveva fatto a sapere
dove si trovava Kelly? Grigio e Blu dovevano averci seguito fino all'appar-
tamento e poi seguito me e quindi Jimmy e Carmen fino al bungalow.
Era inutile muoversi in fretta e partire a razzo. La prima cosa da fare in
situazioni del genere è accettare di essere nella merda. Fermarsi, fare un
gran respiro, ritrovare una sorta di equilibrio e alla fine decidere cosa fare.
Agitarmi non mi avrebbe aiutato a uscire dall'incubo, quindi non avrebbe
aiutato neppure lei. Presi un sorso di caffè, con il preciso intento di recupe-
rare il controllo.
Il lavoro doveva essere fatto senza l'aiuto di Signorsì, adesso che tutto
sembrava a posto nel Paese delle spie? Le gambe avevano smesso di anda-
re su e giù. Non avevo energie da sprecare: la testa aveva bisogno di tutto
l'aiuto possibile.
Cazzo, dovevo smettere di pensare se Signorsì poteva essere di aiuto.
Certo che poteva, ma non glielo avrei mai chiesto: il rischio che mandasse
tutto a puttane e sacrificasse la vita di Kelly per mettere le mani su DW e
sulla fonte era troppo alto.
Avevo bisogno di restare concentrato sulla mossa successiva, ma non ci
riuscivo. Guardai ancora la foto. Non sapere che cosa le stava accadendo
era la cosa peggiore da sopportare. Pensai che forse era spaventata, che a-
veva fame, sete, che forse dopo aver fatto la foto l'avevano legata e gettata
in qualche posto buio e scomodo. Tornò lo strano pulsare al centro del to-
race. E, mentre i ragazzini decidevano dove andare a passare la serata, ca-
rezzai con il pollice il suo viso spaventato.
Feci per bere un altro sorso ma mi accorsi che il caffè era finito. Misi la
foto da una parte e presi la tazza della fonte. Non avevo scelta: consegnare
le bottiglie era l'unica possibilità che avevo di ritrovare Kelly. Il modo mi-
gliore per aiutarla era di recarmi là e fare quanto mi era stato richiesto.
Dopo avrei pensato a cosa cazzo fare in seguito.
La tazza tornò sul tavolo. Le mie certezze erano che avevo un indirizzo
dove andare a Berlino, avevo delle cose da ritirare, avevo un numero da
chiamare al mio ritorno. Bene, era una cosa fattibile. Potevo portare DW
nel Paese. I problemi veri sarebbero nati quando avrei tentato di prendere
Kelly e allo stesso tempo impedire che la merda venisse scaricata nella
metropolitana. Se non ci fossi riuscito, saremmo morti entrambi.
Crollai contro lo schienale, totalmente a pezzi. Al ritorno da Berlino a-
vrei avuto bisogno di aiuto. Avrei dovuto improvvisare, e in due si riesce
meglio che da soli. Suzy era l'unica speranza. Il rischio che rifiutasse era
molto alto ed era anche possibile che si precipitasse da Signorsì. Ma quella
era la cosa più semplice. Al primo accenno di esitazione, le avrei fatto pas-
sare un po' di tempo chiusa nel bagagliaio della Vectra.
Se riuscivo a trovarla, ecco il vero problema.
Altre persone entrarono nel bar e la macchina del caffè andò su di giri.
Adesso che avevo uno straccio di piano mi sentivo meglio.

Una cosa mi andò dritta. Non mi avevano bloccato la Vectra. Seduto al


volante cominciai a ripensare a tutto quello che Suzy aveva detto del posto
in cui viveva, e Bluewater era il punto di partenza più logico. Saltai di
nuovo fuori e raggiunsi una cabina telefonica. L'elenco abbonati mi fornì il
numero e subito dopo ero in linea con l'ufficio informazioni di Bluewater.
«Devo fare acquisti di una certa importanza, ma non so dove siete.»
La ragazza si riprese velocemente dallo stupore e rispose in automatico.
«Signore, è molto semplice raggiungere Bluewater. Si trova a un chilome-
tro e mezzo verso est dalla M25, stessa distanza a ovest dal punto d'incon-
tro fra la A2 e la M2. La segnaletica è molto chiara in entrambe le direzio-
ni.»
«Siete nel Kent, allora?»
«Sì, signore. Abbiamo una gamma di negozi molto ampia, troverà quan-
to le serve e potrà anche divertirsi. Il parcheggio è...»
Chiusi prima che potesse terminare e tornai alla macchina diretto a est
verso i Docklands e il cavalcavia di Dartford. Probabile che io passassi so-
pra il Tamigi mentre i resti degli ASU ci transitavano sotto. Guardai l'ora,
erano da poco passate le due. Cos'avrei fatto se non l'avessi trovata? Era di
nuovo l'ora delle sberle mentali: Chiudi quella cazzo di bocca e procedi.
Avrei dovuto darmi un limite massimo per prendere il primo volo della
mattina. Superato quello, avrei dovuto cavarmela da solo.
Passai le lucenti torri di Canary Wharf sulla destra, mi fermai a un'altra
cabina telefonica e chiamai di nuovo l'elenco abbonati. «Air Berlin, per fa-
vore.»
Un minuto dopo una vivace voce femminile mi mitragliò con un tedesco
velocissimo. La interruppi. «Da quale aeroporto di Londra volate su Berli-
no e a che ora è il primo volo di domattina e l'ultimo della sera?»
Il tedesco si trasformò in un inglese molto migliore di quello che io avrei
mai parlato. «Il primo volo parte da Stansted alle 7.30 e arriva a Berlino
Tegel alle 10.05 ora locale. L'ultimo volo di ritorno che ho è alle 19.05 da
Berlino Tegel e arriva a Londra Stansted alle 19.40. Vuole prenotare?»
«Sì, grazie. Un posto.»
Infilai una mano nella felpa per prendere i documenti a nome Nick Stone
e la mia nuova amica tedesca mi fissò il volo.
Tornato sulla strada, venni subito diretto verso la corsia di destra per la
M25 e il ponte Queen Elizabeth. E quasi subito venni circondato dai car-
telli di Bluewater, come mi era stato promesso. Desiderai che ce ne fosse
anche uno che diceva: CASA BOVIS, CON UNA SERRA COSTRUITA
A METÀ E DALLA FINESTRA DELLA CUCINA SI VEDE BLUE-
WATER.
Il complesso era un gigantesco parcheggio tutto intorno a un edificio
centrale, circondato da collinette di ogni genere. I costruttori ci avevano
dato dentro. Ero in presenza del Paradiso dei Pendolari: se non ti piaceva
guidare fino a Londra sulla M25 per andare a lavorare, la stazione di Gra-
vesend era a pochi chilometri di distanza.
Passai lentamente attraverso Bean, Greenhithe e Swanscombe, guardan-
do ogni passante nella speranza che i miei sei numeri uscissero tutti insie-
me e mi capitasse d'incontrare Suzy che camminava con sacchetti della
spesa pieni di banane e barrette di muesli.
Tutte le imprese costruttrici del mondo avevano alzato qualcosa da quel-
le parti e per quanto ne sapevo poteva aver usato Bovis giusto per dire un
nome. Feci un giro intorno a un certo numero di quei grossi complessi di
case. Avevano tutti una sola entrata da cui partiva una strada senza uscita
con nomi tipo Panoramica del Presbiterio o Sentiero del Frutteto, ma senza
una chiesa o un albero di mele in vista. Alcune delle costruzioni erano così
recenti che il prato davanti era solo un cumulo di macerie.
Vidi due posatori di moquette che uscivano da una bifamiliare e mi fer-
mai. «Scusate, sapete dove si trova il complesso Bovis?»
Il più vecchio dei due si accese una sigaretta e si consultò con quello più
giovane, che aveva una camicia England e i capelli pettinati in avanti con
una frangia piena di gel. Niente di promettente. «Non sono sicuro.» Aspirò
un tiro. «A me questi cazzo di posti sembrano tutti uguali, non so se mi
spiego.»
Ringraziai con un cenno e feci inversione. Mi apparve una stazione di
servizio e colsi l'occasione per fare il pieno di benzina e cibo: panino con
formaggio e sottaceti, patatine fritte e una bottiglia di Coca.
Mentre tornavo verso Bluewater il traffico si fece più intenso; le auto
che si riversavano dai parcheggi sembravano centinaia. Finalmente trovai
un posto.
L'interno del centro commerciale aveva lo stesso aspetto e gli stessi suo-
ni di qualsiasi altro: musica di sottofondo dagli altoparlanti, ettari di vetro,
piante verdi e scale mobili. Collegarsi alla rete era molto semplice, c'erano
postazioni Internet distribuite su tutti i piani. Infilai una moneta da cin-
quanta pence nell'apparecchio e mi collegai a Google. Il sito Bovis che si
aprì era pieno di foto e descrizioni accattivanti di immobili in vendita. Le
costruzioni nel Kent erano molte, ma nessuna da quelle parti. Il più vicino
era al confine con il Surrey. Cercai ancora per vedere se il dipartimento
dell'Ambiente avesse un registro di immobili in costruzione nella contea,
ma non arrivai a niente.
Presi una fetta di pizza piccante e caldissima, un'altra Coca e tornai alla
macchina. Al momento non potevo fare altro, se non resistere alla tenta-
zione di guardare ancora la polaroid.
Mi pulii le mani unte sui jeans e bevendo la Coca feci un giro del par-
cheggio per studiare la visuale degli edifici in lontananza. Erano da poco
passate le quattro, quindi avevo ancora circa quattro ore di luce per con-
trollare i gruppi di edifici che riuscivo a vedere, più tutta la notte se ne a-
vessi avuto bisogno.
Risalii in macchina e cominciai a guidare. Dopo circa un'ora, passata a
guardare tutti quei nuovi edifici, non li distinguevo più, mi sembrava che
fosse sempre lo stesso: mattoni rossi, imitazioni fuori scala dello stile Tu-
dor con un pizzico di costosi mattoni gialli. Tutti con graziosi garage per
due auto, tutti con BMW o Freelander parcheggiate nei vialetti. Finii in
una stradina senza uscita con un'ampia piazzola per fare inversione che si
chiamava Warwick. Il posto era di qualche anno più vecchio degli altri;
tanto per cominciare l'erba del prato aveva messo radici. Era tutto molto
curato e mi aspettavo di vedere, da un momento all'altro, le signore robot
della Fabbrica delle mogli fare la loro apparizione per uno spot di acquisti
sincronizzati.
Continuai il giro per Warwick. Bluewater era a non più di tre o quattro
chilometri di distanza attraverso i prati. Davanti a me avevo una possibili-
tà. In fondo, dove si girava, le Serre Mick Davies e Figlio avevano un fur-
gone Transit con pianale parcheggiato all'esterno, e nel prato c'era un sen-
tiero molto battuto che spariva nella stradina che divideva la casa da quella
adiacente.
Nel vialetto non era posteggiata nessuna macchina e così ci parcheggiai
la mia, poi a piedi girai intorno alla casa per raggiungere il retro dove tro-
vai una radio che a tutto volume trasmetteva la canzone di un complessino.
Quello che secondo me era Mick era in cima a una scala che avvitava sup-
porti nella struttura di legno scuro di una serra e il figlio era alla base a te-
nergliela ferma. Il giardino sembrava piccolo rispetto alla casa, e la siepe
di alberi appena piantati all'interno del confine non era ancora abbastanza
efficace per schermare la vista sul centro commerciale che si scorgeva in
lontananza. Il resto del giardino era decisamente incasinato: vicino a un
mucchio di sabbia c'era una impastatrice per il cemento con dentro una
canna di gomma collegata a un rubinetto nel muro. Dal cestello fuoriusciva
acqua.
Papà in cima alla scala armeggiava con una pistola di sigillante per
chiudere gli spazi fra la struttura in legno e il muro di mattoni, così feci un
cenno al giovane. Parlai a voce alta per superare la musica. «Abito appena
più in giù... e ho pensato di venire a dare un'occhiata. Sto pensando di co-
struirne una anch'io. Lei c'è?» Indicai la casa. «Parlo della bionda... Capelli
corti...»
Buttai un occhio attraverso la finestra di sinistra, nella sala da pranzo. In
mezzo alla stanza c'era un tavolo scuro con le sedie intorno. Un arco la
collegava al soggiorno.
«No, credo che abbia i capelli scuri, amico.» Staccò la destra dalla scala
e tracciò una linea all'altezza delle spalle. «Lunghi fin qui.»
«Già, giusto. Pensavo all'altra vicina. È Suzy che abita qui, giusto?»
A destra della finestra della sala da pranzo c'era una porta con la parte
alta in vetro e a destra di quella la cucina, con pensili marroni e un rubinet-
to cromato che spuntava dal davanzale della finestra.
«Penso di sì.»
«Ma non è in casa?»
«No.»
«Sa quando torna?»
Le fondamenta della serra e sei strati di mattoni erano già stati posati.
Andavano dalla porta posteriore alla cucina. La struttura era a buon punto.
Alzò le spalle.
«E il marito, è qui in giro?»
«Mai visto uno, amico.»
«Grazie, arrivederci.»
Mentre percorrevo la stretta stradina fra le due case, guardai l'ora. Erano
le cinque e un quarto, entro poco i ragazzi sarebbero andati via. Avrei cer-
cato ancora ma avevo la sensazione di aver già fatto centro.
Lasciai il complesso e mi resi conto che gli occhi mi bruciavano per la
stanchezza e che vedevo tutto offuscato. 'Fanculo, avrei dormito la setti-
mana successiva. Una cosa mi lasciava perplesso: la casa era troppo gran-
de per una persona sola, ma tutto quello che lei aveva detto e fatto lasciava
intendere che vivesse da sola. Non aveva nessuno cui telefonare e non era
preoccupata per nessuno e per niente. Forse aveva comprato come inve-
stimento.
E se non era così? Cos'avrei fatto se il motivo per cui aveva una casa
tanto grande era che aveva marito e figli? Con una casa piena di gente,
come avrei potuto fermarla se fosse fuggita ad avvertire Signorsì? Cazzo,
ci avrei pensato se fosse stato il caso.
Decisi di controllare altre possibilità. Sarei tornato lì non appena avesse
fatto buio.

51

Warwick Drive risultò la mia unica speranza. Non ero riuscito a trovare
altri posti possibili. Tornai al parcheggio di Bluewater e abbassai il sedile,
ma non riuscii a dormire. Sonnecchiai per brevi periodi, svegliandomi a
ogni grido, a ogni veicolo in movimento, a ogni portellone che sbatteva.
Quando alla fine aprii gli occhi, erano più che mai appannati e in lacri-
me. La bocca mi puzzava come una pattumiera e il panino al formaggio e
sottaceti aveva coperto i denti di una patina spessa. Ma se non altro era bu-
io. Guardai il Traser. Merda, ero quasi in ritardo.
Tornai nel centro commerciale e inserii un paio di sterline in un telefono
a muro. Josh all'altro capo mi rispose con uno squillante e allegro «pron-
to!»
«Sono io.»
Il tono cambiò subito. «Oh, ciao, stavamo per uscire.»
«Ascolta, non serve, è tutto cambiato. Non torna. Non per il momento,
almeno.»
«Scherzi? Le ho parlato ieri sera ed era tutto stabilito. Cos'è successo?
Sta bene?»
«Certo.» Cercai di sembrare più normale possibile. «Solo che si fermerà
qui ancora un po'. Penso che sia meglio per lei.»
La scuola della Bibbia aveva esaurito il suo potere. «Ma cosa dici? Sei
tu che hai cambiato idea, o è stata lei? Mi aveva già comunicato che voleva
tornare per risolvere i suoi problemi.»
«Lo so, lo so, solo che per ora non torna. Ti chiamerò più tardi. Adesso
devo andare, amico... il lavoro, sai com'è. Volevo solo riuscire a parlarti
prima che tu andassi all'aeroporto.»
«Cosa succede? Hai paura di farla volare perché c'è lo stato di allerta?
Ma dài, lo sai che le possibilità sono...»
«Mi dispiace, devo andare, devo proprio.» Buttai giù il telefono e mi al-
lontanai.
Mi sentivo uno stronzo completo. Avrei voluto dirgli di restare in casa
con i bambini, o dirgli di procurarsi una valanga di antibiotici, ma non po-
tevo, non potevo rischiare una fuga di notizie. La cosa migliore che potessi
fare per lui e per i suoi figli era tacere, in modo che George avesse più pos-
sibilità di bloccare le ASU. Chiunque fossero quelli che lavoravano per lui,
era meglio che fossero maledettamente in gamba.
Tornato alla macchina riportai il sedile in posizione di guida e scivolai
fuori dal centro commerciale. Unico veicolo a non avere una montagna di
sacchetti nei sedili posteriori.
Al margine del complesso c'era una piccola fila di negozi: uno che ven-
deva alcolici, uno Spar 24/7 e una lavanderia. Parcheggiai ed entrai nello
Spar. Dietro il banco c'era una coppia, la donna mangiava un KitKat. Non
mi persero d'occhio mentre prendevo un pasticcio di carne e un paio di lat-
tine di Red Bull.
Lasciai la macchina dove si trovava e proseguii a piedi mentre m'ingoz-
zavo di bistecca e rognone - così almeno era scritto sulla confezione - e
caffeina, cercando di svegliarmi e di mettermi in moto.
In giro c'erano poche persone, uscite per portare fuori il cane, la maggior
parte probabilmente era a casa a fare il bagno ai bambini: il posto era per-
vaso dall'atmosfera di fine weekend. L'illuminazione della strada era suffi-
ciente per vedere, ma non forte come nella principale. Facile che i costrut-
tori avessero installato il minimo necessario, cosa che per me andava più
che bene.
Il riflesso dei televisori era in tutte le stanze sul davanti di file su file di
villette unifamiliari e bifamiliari. Svoltai in Warwick Drive. Vidi che in
fondo alla piazzola, in quello che speravo fosse l'appartamento di Suzy, le
luci erano accese. Distinsi la sagoma di un'auto nel vialetto.
Abbandonai la seconda lattina vuota di Red Bull sul muro di una villetta
in finto stile Tudor e controllai che il cellulare fosse spento, poi, mentre mi
avvicinavo alla casa, cominciai a esaminare le varie possibilità. Cos'avrei
fatto se aveva un marito e lui era in casa? Cosa se aveva dei figli? Cosa se
era sola ma se il marito fosse tornato mentre ero con lei? Cos'avrei fatto se
mi avesse detto che avrebbe informato Signorsì?
Quando arrivai più vicino vidi spiragli di luce fra le tendine della stanza
sul davanti, a destra del portoncino d'ingresso, e al pianerottolo del piano
superiore.
La macchina era una Honda 4x4 sporca di fango. Mi avviai lungo il viot-
tolo che portava dietro la casa e mi fermai all'angolo di mattoni per esami-
nare il giardino. La luce del pianerottolo fu sufficiente per farmi schivare
la betoniera e i mucchi di sabbia e di legname lì vicino. I Coldplay canta-
vano a squarciagola da una delle finestre del secondo piano della casa a
fianco. A Kelly sarebbe piaciuto molto.
Seguii la recinzione fino agli alberi piantati da poco in fondo al giardino,
tenendomi basso per restare nella sua ombra. Vedevo Bluewater sullo
sfondo oltre i campi, i parcheggi con quella luce forte sembravano piatta-
forme di atterraggio per gli UFO. Da lì avevo una visione completa di tutto
il retro della casa. Il soggiorno aveva le tende tirate ma la cucina con i mo-
bili in quercia era perfettamente visibile. Fra i due locali c'era la porta che
usciva in giardino, circondata da un muretto alto sessanta centimetri che
era la base della serra.
Guardai oltre la siepe per controllare che il fan dei Coldplay non fosse
affacciato alla finestra a fumare di nascosto, poi mi avvicinai alla finestra
del soggiorno, tenendomi a distanza rispetto ai telai di legno e ai mucchi di
altre schifezze del cantiere. Non volevo lasciare orme sulla sabbia.
Movimento alla mia destra, all'interno della cucina; non c'era tempo per
controllare, mi buttai a terra e strisciai al riparo del muro. 'Fanculo alle im-
pronte, adesso. Con la faccia coperta di sabbia strisciai all'angolo per vede-
re cosa stava succedendo.
Suzy stava riempiendo il bollitore. Indossava un accappatoio bianco e
aveva i capelli pettinati indietro. Nessun movimento delle labbra, era con-
centrata solo sul rubinetto. Molto probabilmente avrei sentito se ci fosse
stato qualcun altro nelle vicinanze. Poco dopo sparì nel corridoio.
Scivolai all'indietro, sempre sullo stomaco, poi girai e tornai alla posta-
zione originale. Il marsupio strisciava a terra, e mi fermai per sistemarlo.
Quando fui sotto la finestra mi misi seduto dritto con la schiena contro il
muro. Scrollai la sabbia dalla felpa e cercai di non fare caso all'umido e al
freddo che stavano impregnando il dietro dei jeans.
Attesi che tornasse in cucina per preparare il tè, uno solo mi augurai. I
Coldplay non erano di grande aiuto, ma ero certo che dalla casa non pro-
venisse nessun suono, né televisione, né voci, né musica.
Dalla porta un'ombra si proiettò nel giardino. Con un mezzo giro mi por-
tai sulle ginocchia e sollevai la testa fino a vedere attraverso un angolo del-
la finestra. La sala da pranzo era buia e notai solo una lama di luce che dal-
la porta del soggiorno filtrava sulla moquette.
Apparve Suzy con una tazza in mano, poi svanì dalla mia visuale. Cam-
minando carponi mi spostai all'altro angolo della finestra, quindi mi solle-
vai veloce. Era sdraiata sul divano e leggeva una rivista. La tazza era vici-
no a lei su un tavolino basso e altre riviste erano sparpagliate sul pavimen-
to. Ovunque sacchetti di negozi di lusso e una serie di vestiti nuovi appog-
giati su una poltrona con i cartellini ancora attaccati.
Rimasi in posizione e controllai il Traser mentre lei girava le pagine. E-
rano da poco passate le undici. Doveva essere distrutta almeno quanto me.
Perché non andava a dormire? Stava aspettando che il suo ragazzo, o suo
marito, tornasse a casa?
Continuai a osservarla facendo attenzione a tenere la bocca lontano dal
vetro perché non si formasse la condensa.
Sempre su mani e piedi feci il giro intorno alla serra e raggiunsi la fine-
stra della cucina. Il lavandino era vuoto e non c'erano fotografie attaccate
al frigorifero, né istantanee felici appese alla parete a fiorellini gialli.
C'erano alcune lettere sul piano di lavoro. Spostai la testa per riuscire a
scorgere il destinatario. Non potei leggere il nome, ma vidi che erano indi-
rizzate a una persona sola.
Scivolai di nuovo sotto la finestra e contro il muro. Piegai le gambe, le
cinsi con le braccia e posai il mento sulle ginocchia. Continuavo a guarda-
re il Traser. Non era ancora mezzanotte e avevo di nuovo il sedere bagna-
to.
Il volo era alle sette e qualcosa, dovevo essere all'aeroporto un paio d'ore
prima. Quindi dovevo andare via da lì intorno alle tre, meglio intorno alle
due e mezzo, per avere il tempo di cambiare una gomma. Avevo poco me-
no di tre ore per catturare l'attenzione di Suzy, convincerla ad aiutarmi - o
metterla nel baule della macchina - e darmi una ripulita prima del volo.
Ero seduto in mezzo all'erba bagnata, e la sabbia che non ero riuscito a
togliere mi faceva prudere la schiena. E pensavo a Kelly. Forse era seduta
in un angolo di una stanza sporca, con addosso solo la maglietta Old Navy,
congelata, bagnata e spaventata. Aveva fame? Le avevano dato da bere?
Le avevano fatto del male? Si rendeva conto di quello che stava accaden-
do? C'erano altre domande che mi si affollavano nella mente ma che non
avevo il coraggio di pormi.
Mi sentivo del tutto inutile. Avevo voglia di muovermi, di agire, di fare
qualcosa di costruttivo. Mentalmente mi schiaffeggiai con forza. Ciò che
stavo per fare era la cosa giusta per aiutarla. Avevo bisogno dell'aiuto di
Suzy ed era per quel motivo che ero lì. Era quella l'azione giusta. Ed era
anche l'unica.
Trattenni il fiato per vedere se il dolore al torace se ne andava. Rimase lì
dov'era. Provai a riempire i polmoni per calmarmi e non funzionò. Perché
m'infilavo sempre in casini così grossi?
Tempo di procedere. Mi alzai lentamente, sempre nell'ombra.
Tenendomi lontano dalle finestre tornai davanti alla casa, e di colpo mi
resi conto che forse era sola come lo ero io.
Le tende erano sempre tirate.
Feci un passo nel portico e il faro di sorveglianza si accese. La porta era
in solido legno. Suonai il campanello e scorsi dei movimenti nel corridoio.
«Chi è?» Il tono di voce non era di paura ma di curiosità.
«Sono io, sono Nick.»
«Chi?»
«Nick. Io... io ho bisogno di aiuto. Apri.»
Aprì, ma lasciò la catena e vidi il suo viso. Non erano che pochi centi-
metri ma compresi che non era per niente colpita. «Cosa vuoi?»
«Fammi entrare. È importante. Ti prego.»
La porta si chiuse, la catena sferragliò, la porta si aprì. Mi pulii gli stivali
pieni di sabbia sullo zerbino ed entrai. Il corridoio era azzurro chiaro e sen-
tii subito odore di pittura e di moquette nuova. Le pareti del corridoio era-
no rivestite di carta a fiori che partiva da uno zoccolo decorato e qui e là
erano appese stampe di alberi, cielo e cose del genere. Sembrava di essere
in un salone espositivo di B&Q.
C'era un'altra porta sulla sinistra, molto vicina alle scale, che doveva
condurre al garage, come a casa di Carmen e Jimmy. Ottimo: se mi avesse
rifiutato il suo aiuto, avrei portato dentro la macchina e l'avrei infilata con
forza nel baule senza che nessuno potesse vedere.
«Cosa cazzo ci fai qui, Nick?»
Alzai le mani in segno di resa. «Avevo voglia di una tazza di tè.»
«Scusa del cazzo. Come facevi a sapere dove abito?»
«Non lo sapevo. Bluewater che si vede dalla finestra della cucina? La
serra? Erano i soli indizi che avevo.»
Mi guardò i vestiti.
Mi strinsi nelle spalle. «Ho dovuto aspettare per essere sicuro che fossi
sola. Senti, ho bisogno di parlarti di una cosa, ma prima devo bere.»
«Ti conviene che sia davvero importante.» Si voltò e andò in cucina.
«Togliti gli stivali.»
Sentii che riempiva il bollitore mentre obbedivo.
I piedi puzzavano. Rimasi vicino alla porta.
Anche da dietro, il linguaggio corporeo era fin troppo chiaro. Probabil-
mente era incazzata nera più con se stessa che con me: non riusciva a ca-
pacitarsi di essersi lasciata sfuggire così tanto. Ai tempi del Det un errore
del genere poteva costare la vita a qualcuno. «Cosa vuoi?»
«Kelly è stata rapita... dalla fonte.»
Si voltò per guardarmi. Sempre con il bollitore in mano.
Parlai piano e a bassa voce. Volevo che comprendesse ogni parola. «So-
no andato a trovarla dai nonni, stamattina. Sono stati uccisi entrambi a col-
tellate. Kelly non c'era. Nessun biglietto, niente.»
Ce ne restammo lì, Suzy sempre con il bollitore in mano, mentre le rac-
contavo quello che era successo dopo. «Un semplice scambio. Io vado a
Berlino a fare un prelievo e lui mi rende Kelly.»
«A prendere cosa?» Accese il bollitore.
«Cinque bottiglie di vino.»
Si voltò, orrore puro sul suo viso. «Oh, cazzo... devi chiamare il capo.»
«No.» Scossi la testa.
Si voltò verso i ganci da cui pendevano le tazze gialle in tinta con la tap-
pezzeria, per la prima volta notai che portava la fede al dito. Cominciai a
pensare in fretta.
Sapeva quello che avevo visto. «Rilassati, sono sola.»
Mi avvicinai. «Ho bisogno di aiuto. Potrei mentirti e dirti che si tratta
d'impadronirsi di DW, ma non è così. Si tratta di riavere Kelly e dopo di
cercare di controllare DW. Non posso riuscirci da solo. Tu sei l'unica per-
sona cui posso chiederlo. Ma, qualsiasi cosa tu decida, nessuno deve sa-
perne niente. Sollevai il dito medio della mano sinistra e lo piegai nell'aria.
«Nessuno.»
L'acqua bolliva e lei lasciò cadere la bustina del tè nella tazza, versò
l'acqua, tirò fuori la bustina quasi subito e la gettò nel lavandino.
La seguii in soggiorno con la tazza in mano. Accese la luce centrale. Le
tende si accordavano al divano e al resto dell'arredamento. Per il mio gusto
c'erano un po' troppi fiori e certo non mi sarei mai aspettato che a Suzy
piacesse quel genere di cose.
Nella sala da pranzo su un mobile lucidissimo c'erano le foto di famiglia.
In due o tre, con cornici in argento, il posto d'onore era riservato a un sor-
ridente ufficiale di marina. Due ragazzini in divisa da rugby piena di fan-
go, più o meno coetanei di Kelly, nelle altre.
Picchiettò una delle foto dell'uniforme. «Per questo non avevo nessuno
da chiamare. Geoff sta galleggiando da qualche parte in zona Golfo. Quelli
sono i suoi figli. Vivono con la madre in Nuova Zelanda.»
Geoff sembrava molto più vecchio di lei, ed era chiaro che era in marina
da tanto. Non avevo mai capito quali fossero i segni distintivi della gerar-
chia, ma aveva diversa roba appesa alla giacca. Si aprì in un sorriso e andò
al divano. «Te l'ho detto, rilassati. Sono da sola.»
Buttò Hello! a terra insieme con le altre riviste e si sedette. Raccolse le
gambe sui cuscini e si coprì con l'accappatoio. Io rimasi in piedi per rispet-
to all'arredamento. Feci un cenno verso i sacchetti. «Andata da Bluewa-
ter?»
«Già. Non riuscivo a dormire. Morivo dalla voglia di farlo, ma non riu-
scivo a smettere di pensare al lavoro...» Sistemò meglio la stoffa sulle co-
sce, poi mi guardò decisa. «Dimmi tutto, qual è la storia della ragazzina se
non è tua figlia?»

52

Ci misi un'ora. Ma lì in piedi riuscii a dirle tutto. Le raccontai di quel


giorno a Hunting Bear Path, della nostra fuga durata settimane e di come
dopo la terapia seguita a Londra era andata a vivere nel Maryland con Josh
e i figli.
Suzy comprese. «Non si è mai ripresa del tutto, vero? Ed è per questo
che l'hai riportata dallo stesso dottore?»
«Sì, è per andare lì che sono sparito sabato mattina. Ci vuole del tempo
per superare il fatto di aver visto sterminare tutti i membri della propria
famiglia. Ma lei è esattamente com'era suo padre, non si arrende...»
Le raccontai di come era riuscita a ricostruirsi, di come da un fagotto
chiuso e inerme fosse stata capace di affrontare il mondo fuori della clinica
dove aveva passato quasi dieci mesi. E poi, quando ormai credevo stesse
bene, la dipendenza da analgesici, la bulimia e chissà cos'altro ancora.
«Adesso capisco il tuo strano comportamento a St Chad's.»
Frugai in tasca e presi la polaroid. «Questa è lei, stamattina.»
Suzy tenne gli occhi fissi sul viso di Kelly, ma sembravano appena vela-
ti, come se stesse pensando ad altro. «Molto carina...» Mi restituì la foto.
«Sei sicuro che non sia il caso di parlarne con il capo?»
«Ricordi quel lavoro di cui ti ho parlato, quello che ho fatto per lui un
paio di anni fa? Era a Panama. Mi ha minacciato di uccidere Kelly se aves-
si rifiutato di farlo. I due tizi del Transit, sono loro quelli che l'avrebbero
fatto. Se vado da lui adesso, perdo quel minimo vantaggio che ho. Per lui
nient'altro è importante, solo DW, è giusto, ma Kelly che fine farebbe? Ho
solo un modo per liberarla ed è andare a Berlino a prendere le bottiglie.»
«Sei sicuro che non vi ucciderà entrambi quando gliele consegnerai?»
Mi strinsi nelle spalle. Cosa avrei potuto dire? Aveva ragione.
Mi guardò a lungo. «Lo farai comunque, vero?»
«Non mi sembra di avere alternative. Il punto è: mi aiuterai? Non so an-
cora come fare ma so che avrò bisogno di aiuto quando tornerò in Inghil-
terra.»
Si agitò sul divano come se stesse cercando qualcosa, poi sorrise fra sé.
«Forza dell'abitudine. Cercavo una sigaretta. Sarà difficile, Nick. Sono in
una condizione piuttosto delicata.»
«Se tutto va bene, la tua promozione a quadro permanente non sarà
compromessa. Non penso...»
Alzò una mano. «Sai, per essere un osservatore piuttosto esperto a volte
sei proprio stupido. Ho detto 'condizione' e non 'posizione'. Rifletti, a Pe-
nang fumavo, giusto, ma la volta successiva che mi hai visto avevo smes-
so, io, la ragazza in grado di descrivere ogni singola sigaretta che abbia
mai fumato. E poi ho vomitato. Nervi? E mi hai mai visto prendere una so-
la pastiglia di antibiotico? Pensaci, Nick. Veloce... sì, bravo, ci sei. Due
mesi. Affettuoso ricordino che mi ha lasciato Geoffrey prima di partire per
il Golfo.»
«Perché non me lo hai detto? Da quanto lo sai?»
«Non sono affari tuoi, ma ne ho avuto la certezza di ritorno da Penang.»
«E Signorsì lo sa?»
«Escluso. Spero di diventare quadro permanente prima che si veda, poi
ringrazierò per la promozione e il giorno successivo... sorpresa, orrore,
quanto mi dispiace, ho appena scoperto che devo mettermi in maternità.»
«Ti fotterà alla grande, e lo sai.»
Alzò le spalle. «Lo ha già fatto Geoff. Comunque staremo a vedere, che
altro?»
Non riuscii a capire se quanto aveva detto di Geoff fosse un gioco di pa-
role o qualcosa di più. «E lui che ne pensa?»
«Non lo sa ancora. Non sono sicura di volerlo tenere.» Guardò altrove e
si perse nei suoi pensieri. «Il nostro matrimonio è una specie di incubo, a
essere onesti. Ero convinta di aver bisogno di stabilità. Ma guarda questa
casa, questa non sono io, tu lo sai di cosa parlo, vero?» Agitò una mano
verso il tripudio di fiori che ci circondava. «Ci ho provato. Ero convinta di
volere tutto questo, ma non sono fatta per cazzate del genere. Mi capisci?»
Sembrava sul punto di mettersi a piangere.
Odiavo le situazioni di quel genere, non sapevo mai che cosa fare. A-
scoltare e consolare o andare a preparare altro tè.
«Ho come l'impressione che ce l'abbia con me, se non mi avesse incon-
trato sarebbe sempre infelicemente sposato con la prima moglie.» Prese un
gran respiro ed espirò in modo rumoroso. Le lacrime le scendevano lungo
le guance. Anch'io presi fiato, pronto a chiedere se voleva ancora tè, ma mi
fregò sul tempo. «Chissà perché mi ha sposato.» Fece un ghigno mentre le
lacrime cadevano silenziose sull'accappatoio. «Oh, no, aspetta, ora ricordo,
sono così fantastica da scopare!» M'invitò a sedermi e a sporcare una pol-
trona. «Fottitene, ho sempre odiato quella fantasia.»
Spostai maglie e giacche dallo schienale e presi posto. Da quando aveva
fatto l'annuncio non avevo mai smesso di annuire, ma non avevo ancora
idea dove ci avrebbe portato.
«Quando hai suonato il campanello stavo pensando all'aborto. Vuoi che
ti dica a quale conclusione ero giunta?»
Continuai ad annuire.
«Il mio matrimonio non sopravvivrà, ma voglio lo stesso il bambino.»
«Questo cambia tutto, Suzy. Non posso chiederti...»
«Ma che cazzo, perché no? Sono incinta, non invalida. Comunque, non
preoccuparti, ho un'arma segreta.»
Era chiaro che voleva che le chiedessi quale. Riprese il controllo e smise
di piangere.
«Non dirmelo... sei una degli X Men...»
Mi scoccò lo stesso tipo di occhiata che mi lanciava Kelly ogni volta che
dicevo qualcosa di imbarazzante. «La mia condizione, scemo.»
«È proprio quella che mi preoccupa.»
«Non quella... la sindrome RUC. Ne hai sentito parlare, ragazzo del
Det?»
Mai sentita, e quindi stavolta fui costretto a non annuire.
«La prima volta è stata diagnosticata fra i corpi della polizia navale. So-
pravvissuti a bombardamenti o ad attacchi, alcuni di loro si convinsero che
potevano sopravvivere a tutto. Io sono così. Sono invincibile.»
«E, dimmi, cosa ti ha trasformato in una superdonna?»
«Hai mai sentito parlare di quell'operatore donna che ha rischiato di es-
sere catturata a Belfast negli anni '90? Ricordi, era l'agosto del '93. Tu eri
ancora nel reggimento, vero?»
Vero. E avevo qualche vago ricordo.
«Stavo facendo insieme con un collega un normale lavoro di ricognizio-
ne intorno a un edificio a West Belfast. Facevamo parte di una squadra.
Feci scendere il mio partner, Bob, che avrebbe fatto a piedi un sopralluogo
ravvicinato dell'appartamento bersaglio, e andai a posteggiare dall'altro la-
to dell'edificio, in attesa di recuperarlo. Ma ci avevano individuato e io fi-
nii intrappolata nell'auto da una scavatrice. Il bastardo usò la benna per
sfondare l'auto, mentre io ero ancora all'interno, e altri ragazzi erano pronti
a fare a pezzi qualunque cosa fosse rimasta di me.»
Stavo per mettermi a scherzare ma poi vidi la sua espressione.
«Non chiedermi come, ma sono uscita dall'auto con un femore rotto do-
po che la benna si era abbattuta con violenza due o tre volte sulla macchi-
na. Ho sparato contro il tizio che azionava la scavatrice e contro uno sul
punto di fracassarmi la testa con una spranga di ferro. E poi per tenere
bloccati gli altri ne ho afferrato uno e gli ho ficcato la pistola in bocca fino
a che le macchine del resto della squadra non sono riuscite ad aprirsi un
varco tra la folla e venire in mio soccorso. Me l'ero fatta addosso. Bob era
stato trascinato via e ucciso a calci all'interno della casa.»
Adesso ricordavo: a quel tempo era stato un grande episodio. Era stata
anche decorata per quello. «Così sei la famosa ragazza della scavatrice.»
«Si, sono io. L'eroina. La migliore.»
Il tono era piuttosto ironico, ma riuscire a sopravvivere era qualcosa di
cui andare fieri, senza ombra di dubbio. Altri in situazioni simili erano
morti, Bob incluso. Ashford e la scuola di MOE adesso avevano un senso,
la sua copertura era saltata alla grande, ma il Det aveva bisogno di non far-
si scappare una persona del suo calibro.
«E Signorsì lo sa che hai questa meraviglia di RUC o come diavolo si
chiama?»
«No, non lo sa nessuno. Solo tu.» Fece un risolino mentre si copriva le
gambe. «Vuoi sapere un'altra cosa che non sa nessuno? Vuoi sapere la vera
storia?»
Mi agitai a disagio e pensai che forse era giunto il momento di preparare
un altro tè.
«Ci hanno scoperto per colpa mia.» La voce era rotta per l'emozione, era
a testa bassa, i capelli in avanti le nascondevano il viso, con le mani conti-
nuava a lisciare l'accappatoio bianco contro le gambe. «Ho fermato la
macchina per farlo scendere, procedura normale, ma quando Bob uscì ave-
va la giacca impigliata nella fondina. Si vedevano la Sig e il caricatore. Me
ne accorsi solo quando era a metà strada.
«Suonai il clacson e lui tornò indietro, pronto a risalire. Io gli dissi che
era tutto a posto, di non fare lo stupido, che nessuno aveva visto. Il punto è
che ero più preoccupata che la ricognizione fosse annullata e di fare la fi-
gura della deficiente, che di essere scoperta. Mi segui?»
Annuii anche se non ero troppo sicuro di aver capito.
«Comunque, lui si fidò delle mie parole, sistemò la giacca e si allontanò.
Mi spostai dall'altro lato dell'immobile per il recupero. E subito dopo ci fu
l'incontro con quella JCB del cazzo che voleva rifarmi la carrozzeria. Poi
ho fatto il mio numero e le divise verdi sono entrate nel bersaglio in assetto
da guerriglia, e dopo circa un'ora hanno portato fuori il cadavere di Bob.»
Il viso era ancora coperto dai capelli, ma sapevo che stava di nuovo lot-
tando con le lacrime. «Non puoi addossartene la colpa, avrebbe dovuto
controllare da solo prima di uscire dalla macchina. Non è colpa di nessuno,
a volte le cose s'incasinano da sole.»
«No, ti sbagli. È successo quello che è successo solo perché io ero più
preoccupata di dover ammettere con me stessa che ci eravamo fatti scopri-
re. Lo sentivo come un fallimento e non riuscivo ad accettarlo.» Sedette
dritta, dondolando i piedi fuori dal divano. Aveva gli occhi umidi, le guan-
ce rosse e non si curava più dell'accappatoio che si aprì e le scoprì le gam-
be. «Non riuscii a dirlo a nessuno, forse per il senso di colpa, ma vidi Bob,
vidi quando lo presero a calci e lo picchiarono a morte. Riuscivamo a ve-
derci, mi urlava di aiutarlo. A quel punto ero fuori dall'auto ma non potevo
raggiungerlo. Li vidi buttare una lastra di pietra del cazzo sulla sua testa,
per colpa mia, ma io non potevo fare niente...»
Le lacrime continuavano a scendere, ma nessun suono veniva da lei.
Forse negli anni li aveva esauriti tutti.
Il cuore mi batteva forte: avevo bisogno di sapere. «E ti capita anche di
sognarlo, come un film che ti scorre in testa?»
Restò immobile senza neppure asciugare le lacrime. «Lo sai, vero? Lo
fai anche tu. A volte non riesco a fermarlo, anche un'immagine di lotta alla
TV può farlo partire. Tu lo sai... È come se continuassi a farlo scorrere,
sempre sempre sempre, nella testa, e m'incasina tutta, mi distrugge. Non
riesco a impedirlo.»
Merda. Era troppo. Mi alzai e la bloccai. «Vuoi un tè?»
Annuì. «Sì. Hai ragione. È meglio tacere prima di diventare persone
normali che si raccontano... non si sa mai, le dighe possono davvero saltare
e a quel punto saremmo davvero fottuti.»
Mi seguì in cucina, si appoggiò al piano di lavoro e con una tovaglietta
si asciugò le lacrime mentre mi guardava riempire il bollitore e armeggiare
per cercare le bustine del tè.
«Da allora, Nick, sono sempre stata la prima ad alzarmi. Nessun lavoro
era troppo piccolo, Suzy è la ragazza che ci vuole per te. Nessun bisogno
di fare psicologia spicciola, io sopravvivo anche quando commetto degli
errori, anche quando non lo merito. Ed è per questo che verrò a Berlino
con te.»
Trovai il tè sul bancone dietro di lei e iniziai a versare. «Ho bisogno di te
solo al ritorno.»
«Rifletti. È meglio per la copertura e comunque non sai cosa ti troverai
ad affrontare. Ma a parte questo...» sogghignò, «sei un buono a niente.
Quante volte ho salvato il tuo grasso didietro?»
Le allungai la tazza e vidi di nuovo quell'espressione inquietante. Otti-
mo, eravamo tornati alla normalità. Basta parlare di film e di dighe che
scoppiano. Io avevo deciso di tenere ben chiuse le mie. «Così hai davvero
quella sindrome? E io che credevo tu fossi una fottuta tortina alla frutta.»
La battuta la fece ridere ma subito dopo socchiuse gli occhi. «Cos'avresti
fatto se ti avessi detto di no? Mi avresti ucciso?»
«No, ti avrei tenuto in ostaggio finché non avessi preso Kelly.»
«Ascolta, non voglio mentirti. Se mi trovassi da sola e dovessi scegliere
tra Kelly e DW, tu sai cosa farei, vero?»
Annuii. «Devo farti due domande molto importanti.»
«Vedi che lo siano davvero.»
Allargai il collo della felpa. «Posso usare la doccia e la lavatrice? Sono
pieno di sabbia qui sotto. E puoi fare tu la telefonata alla Air Berlin e pre-
notarti un posto sul mio volo?»

53

I sedili sul volo Air Berlin erano piccoli e stretti, ma entrambi eravamo
così stanchi che non ci importava granché. Suzy era seduta vicino al fine-
strino, la testa appoggiata. I litri di caffè che avevamo ingurgitato per tutta
la notte non erano sufficienti a tenerci svegli. E, poco dopo l'inizio di quel
viaggio previsto di novanta minuti, eravamo tutti e due con la testa rove-
sciata all'indietro, la bocca spalancata, la saliva che colava dal mento, più o
meno come gli altri viaggiatori del mattino, con la sola differenza che loro
profumavano di dopobarba e indossavano vestiti perfetti e camicie stirate.
Avevamo raggiunto Stansted con l'utilitaria che Geoff usava quando era
in licenza, guidata da Suzy. Era una vecchia Micra che era uscita sferra-
gliando dal garage dove avevo messo la Vectra. Adesso che l'azione stava
per cominciare meglio non lasciarla in giro.
Mentre i miei vestiti seguivano il trattamento di bellezza, noi avevamo
cercato di fare dei piani per il prelievo. Avevamo discusso in lungo e in
largo la possibilità di sostituire le bottiglie con altre contenenti polvere i-
nerte. In teoria riuscire a portare a termine lo scambio non era un proble-
ma: entrambi lo avevamo fatto più di una volta in passato con armi ed e-
quipaggiamento di altri giocatori. Ma portare a compimento un lavoro ben
fatto richiede tempo e noi non ne avevamo. Qualsiasi giocatore con un po'
di sale in zucca avrebbe messo dei segnali sulle bottiglie; un microscopico
buchino nella stagnola che la sostituzione non avrebbe avuto, per esempio,
oppure il gusto. Un pizzico di zenzero, o qualcosa di dolce sulla stagnola o
sul tappo prima che venisse risigillato, avrebbe lasciato una traccia che un
dito inumidito avrebbe individuato con facilità. Ma, se anche non ci fosse-
ro stati segnali di controllo, cosa sarebbe successo se lui fosse stato in gra-
do di testare il contenuto? Potevo permettermi di correre il rischio? La fon-
te avrebbe richiesto l'assoluta certezza di avere DW prima di rilasciare
Kelly - non che credessi davvero che avesse intenzione di farlo - e conse-
gnare le bottiglie intatte era l'unico modo per avere una debole speranza di
rivederla. 'Fanculo la sostituzione con materiale inerte. Dark Winter anda-
va consegnato e basta.
Avevamo dovuto usare i nostri passaporti perché non c'era tempo di fare
altrimenti. Il suo vero nome era Susan Gilligan, o per lo meno quello era il
suo nome da ragazza. Non aveva mai cambiato il passaporto anche se or-
mai era sposata da quasi quattro anni.
La testa dondolò ancora e mi svegliai di soprassalto come se avessi l'in-
cubo precipito-da-un-grattacielo-e-sto-per-sfracellarmi-al-suolo. I quoti-
diani che avevo sulle gambe erano scivolati a terra già da un po' e adesso
erano ridotti a brandelli perché ci eravamo agitati parecchio nello spazio
ristretto, con il risultato di stare ancora più scomodi. Grandi titoli su Ba-
ghdad nel dopoguerra, sullo stato di allerta arancio in America, attribuito
alla situazione in Iraq, e fotografie di canadesi che camminavano con le
mascherine sul volto per evitare di essere contagiati dalla SARS. Niente
nelle pagine nazionali su King's Cross o King's Lynn.
Mi asciugai la saliva all'angolo della bocca. Le comunicazioni preceden-
ti l'atterraggio iniziarono in impeccabile tedesco e continuarono in un in-
glese con un forte accento ma perfetto. L'aeromobile iniziò a scendere e
noi cominciammo a cercare la fibbia della cintura di sicurezza che come al
solito si era nascosta.
Imitai Suzy che regolò l'orologio sull'ora dell'Europa centrale, poi prote-
si il collo per guardare fuori dal finestrino dalla sua parte. Il cielo era terso
e senza nuvole e riuscii a vedere bene la porta di Brandeburgo circondata
da alti edifici che spuntavano ovunque.
L'intero centro città sembrava un campo pronto per il raccolto, solo che
le macchie gialle non erano campi di frumento ma una distesa di gigante-
sche gru.
«Sembra la giornata ideale.» Da quando avevamo messo piede a Stan-
sted non avevamo mai parlato del lavoro e ne avremmo riparlato solo una
volta usciti dal taxi che ci avrebbe portato a destinazione. Non volevamo
che qualcuno potesse sentirci e comunicare bisbigliando attira ancora di
più l'attenzione.
All'aeroporto Suzy aveva comprato una guida così adesso sapevamo che
Bergmannstrasse era nella vecchia parte Ovest, in un quartiere che si
chiamava Kreuzberg, che ricordavo dai tempi in cui c'ero stato come reclu-
ta negli anni '80. La guida diceva che c'era una forte concentrazione di tur-
chi e che i tedeschi venivano lì per sfuggire al servizio nazionale e fare gli
artisti e finivano per diventare punk o anarchici. Ero pienamente d'accordo.
Non ricordavo gli artisti nella Berlino Ovest ma rammentavo bene i baristi
che mi avevano truffato e le scazzottate con i punk tedeschi.
L'aereo atterrò e, non appena il segnale delle cinture si spense, tutti inta-
sammo il corridoio centrale. Gli uomini in giacca e cravatta accesero i cel-
lulari per iniziare la giornata di lavoro. Quando finalmente scendemmo ci
incanalarono verso due postazioni di controllo, molto vicino alla rampa.
Gli addetti erano due militari dell'Immigrazione tedesca che, per le giacche
verde scuro, le camicie color giallo slavato, i capelli a spazzola e l'espres-
sione dura, avrei visto meglio a spuntare da un carro armato che a control-
lare passaporti e immigrati illegali.
Suzy fece in modo da tenere la guida bene in vista mentre insieme ci av-
vicinavamo allo sportello. Il tipo sulla trentina - capelli biondi tagliati cor-
ti, guance rosse e occhiali rettangolari con montatura a giorno - prese i no-
stri passaporti, ci guardò, li chiuse e ce li restituì con un cenno. Borbot-
tammo ringraziamenti ed entrammo in Germania diretti alla stazione dei
taxi. Il Checkpoint Charlie era a un paio di chilometri da Bergmannstrasse
ed era una delle principali trappole per i turisti. Per noi era solo una desti-
nazione come un'altra da fornire al tassista, prima di raggiungere a piedi la
zona bersaglio. Uscimmo accolti da un sole brillante. Presi un altro paio di
pillole di antibiotico senza neppure fare il gesto di offrirne a Suzy. L'aria
era ancora freddina mentre stavamo in coda insieme con una trentina di al-
tre persone, in gran parte uomini d'affari con il cellulare collegato all'orec-
chio. Una processione di taxi - Mercedes bianche - continuava a sfilare e a
prendere clienti per la corsa di una dozzina di chilometri con cui si rag-
giungeva il centro. Non parlammo. Ancora troppe orecchie intorno a noi.
Quando finalmente fu il nostro turno salimmo su una Mercedes di sei o
sette anni con i sedili in plastica. Non c'era bisogno che l'autista, un vec-
chio turco, conoscesse l'inglese per capire. «Checkpoint Charlie, caro»,
disse Suzy.
«Ja, ja... Checkpoint Charlie, capito.»
Lasciato Tegel ci infilammo dritti nei quartieri mal edificati e quasi subi-
to passammo davanti al carcere di Spandau. Attraverso grandi viali alberati
con il fondo in selciato giungemmo alla parte vecchia della città. Fissai il
punto in cui una volta c'era il Muro che divideva il cuore di Berlino, Po-
tsdamer Platz. Edifici nuovissimi spuntavano ovunque come funghi di cri-
stallo dove una volta era il Muro e il corridoio della terra di nessuno. Ber-
lino era l'unica metropoli del pianeta ad avere al suo centro uno spazio così
grande su cui costruire. Per la sua rigenerazione con edifici futuristici,
nuovi viali e spazi aperti molto curati, erano stati spesi miliardi. L'ultima
volta che ero stato lì avevo visto solo il Muro, rotoli di filo spinato e l'en-
trata in mattoni della metro. Adesso la stazione Potsdamer era nuova e lu-
cente e faceva viaggiare passeggeri per tutta la città. Mi chiesi se le ASU
l'avessero inserita nell'elenco dei bersagli.
Dall'altro lato della piazza non erano ancora spuntati i nuovi scintillanti
edifici; c'erano fabbriche e magazzini in rovina difesi e circondati da terre-
ni deserti dove altri edifici erano stati demoliti, in attesa della loro dose di
cromo e paillette.
A velocità sostenuta stavamo superando saloni di Porsche e boutique di
Hugo Boss e, svoltato un altro angolo, il Checkpoint Charlie era di fronte a
noi. Adesso era conservato come un monumento ma era identico a come lo
ricordavo, solo che non c'erano più il Muro e le falangi di soldati armati.
La torretta bianca di controllo in mezzo alla strada era ancora circondata
da sacchetti di sabbia. Il cartello che avvertiva che si entrava nel settore
americano e, dall'altro lato, che se ne stava uscendo per entrare a Berlino
Est era ancora al suo posto.
Una comitiva di turisti si riversò da un autobus direttamente dentro il
museo. Mentre pagavo il tassista, un vecchio americano attirò il mio
sguardo. Stava indicando qualcosa a qualcuno che giudicai essere il figlio.
Adesso l'uniforme che indossava erano jeans, giacca e scarpe da tennis
bianche, ma era evidente che aveva ancora una miriade di storie di guerra
su Checkpoint Charlie.
La zona Est era stata rasa al suolo in attesa di essere ricostruita ed era
piena di banchetti di turchi e bosniaci che vendevano colbacchi di pelliccia
e berretti a punta e spillette della Germania dell'Est. Tutta la merce aveva
un'aria sospettosamente nuova ed era molto probabile che fosse stata sfor-
nata la settimana precedente dalla stessa fabbrica cinese che riforniva Pe-
nang di maschere etniche.
Ci appoggiammo a un muro di fronte al museo e alla torre di controllo e
Suzy tirò fuori la cartina. Io sorrisi. «Due inglesi che fanno un giro turisti-
co lamentandosi in un tedesco orribile che non riescono a bere un tè decen-
te, riesci a immaginare niente di più normale?»
Lei rise e io guardai il Traser. Erano da poco passate le undici. «Meglio
effettuare un controllo delle comunicazioni», disse estraendo il cellulare
dalla tasca della giacca di pelle nera. Io presi dal marsupio quello di Geoff
e lo accesi. Dopo un paio di secondi di ricerca, sullo schermo di entrambi
comparve la scritta DEUTSCHE TELEKOM. Digitai il prefisso interna-
zionale e poi il numero e il suo telefono squillò. Ci scambiammo un paio
di parole prima di chiudere la comunicazione.
«Bene, cerchiamo di trovare una farmacia.»
Seguendo la cartina ci dirigemmo a sud verso la ex Berlino Est. Gli edi-
fici di mattoni tutti uguali erano adesso coperti da giganteschi manifesti e
graffiti con scritte STOP ALLA GUERRA.
Superammo un condominio grigio di blocchi di cemento con finestre che
avevano tentato, senza successo, di ravvivare con murales di sole, spiaggia
e mare. C'era anche una vecchia bandiera inglese sbiadita che spuntava tra
i graffiti.
Ci superò una Trabant dipinta a mano con colori psichedelici, i cui fine-
strini erano coperti da manifesti che pubblicizzavano un nuovo cyber café.
Un tratto del Muro era stato mantenuto e protetto per farne un monu-
mento.
Un'auto della polizia, una BMW con due agenti a bordo, era posteggiata
a fianco di una fila di negozi di cui uno aveva una gigantesca A in gotico,
come insegna.
«Apotheke.»
Suzy ne fu molto contenta. «Perfetto.»
Mentre ci avvicinavamo vidi che uno degli agenti aveva grandi baffi da
tricheco e la sua buona dose di ciccia. Mi ricordò un tale e mi sfuggì un
sorriso.
Suzy mi guardò interrogativa. «Che ti succede, ragazzo del Norfolk?»
«Quando ero soldato semplice sono stato a Berlino per un po'. Un mio
commilitone e io abbiamo preso un treno militare e da Hannover siamo
venuti qui per un weekend. Era la nostra prima trasferta e non sapevamo
dove andare e cosa fare, qualsiasi cosa pur di stare lontani dalla guarnigio-
ne per qualche giorno. Bighellonavamo da un bar all'altro e ci ritrovammo
coinvolti in una rissa con un battaglione di residenti. Si unirono dei turchi
e arrivò la polizia tedesca e cominciò a effettuare arresti. Ci gettarono den-
tro alcuni furgoni.
«Io e il mio amico - non ricordo neppure come si chiamava, Kenny, for-
se - finimmo seduti, l'uno di fronte all'altro, vicino alle porte posteriori. Un
piedipiatti grande e grosso, esattamente come quello là, fece il giro e ce le
chiuse in faccia, ma la serratura non si bloccò. Kenny e io ci scambiammo
un'occhiata e, follia non farlo, spingemmo le portiere e cominciammo a
correre giù per la strada; non sentivamo altro che quel grosso tedesco che
cercava di correrci dietro, agitava il manganello e urlava e gridava di fer-
marci.
«Mi voltai e vidi che faceva ogni sforzo per raggiungerci. Impossibile
che ci riuscisse, noi eravamo giovani e lui sembrava Hermann Goering.
Non so perché ma mi voltai e mi fermai di nuovo e cominciai a urlargli
contro: 'Mezzasega di un culone', e cose del genere. Comunque si stava ve-
ramente incazzando. Gli concessi ancora un paio di passi prima di voltarmi
e riprendere a correre e bang... la cosa successiva che ricordo è che ero a
terra a faccia in giù sull'acciottolato. E Culone che mi soffiava sul collo. Il
bastardo aveva lanciato il manganello e mi aveva centrato in piena nuca.»
Suzy scrollò la testa e sorrise. «È un sollievo sapere di essere in così
buone mani.»
Entrammo in farmacia e non fummo certo costretti a impazzire per tro-
vare mascherine e guanti. Il terrore della SARS si era diffuso ovunque e
sugli scaffali la scelta era ampia. Presi un pacco di mascherine da dieci,
verdi, che sembravano spessi panni da cucina. Non avrei saputo dire se
fossero N-qualsiasi-numero avesse detto Simon. 'Fanculo, mi augurai che
andassero bene. E lì accanto trovai guanti in latex in confezioni da dieci.
Non era esattamente la tuta completa NBC che avrei voluto ma era meglio
di niente.
Suzy si diresse al reparto casalinghi e quando ci incontrammo alla cassa
vidi che aveva preso due paia di occhialini da piscina e un set di quattro
coltelli di diversa grandezza, in caso la consegna non fosse andata liscia.
Una volta fuori continuammo verso sud. «Hai detto che Geoff era già
stato sposato. E tu?»
«Sì, quand'ero in marina. Ero poco più di una ragazzina, a dire la veri-
tà.»
Ci fermammo all'angolo di un condominio e insieme controllammo la
cartina. «Un disastro da subito. Non fare domande. Io avevo diciotto anni,
lui diciannove. Dovrebbe essere proibito per legge. Mancano due isolati.»
Quando riprendemmo a camminare smettemmo di parlare di matrimoni
falliti. Adesso eravamo diventati molto seri.
I casi erano due: gli edifici e i dintorni di Bergmannstrasse o erano so-
pravvissuti al bombardamento degli Alleati o erano stati ricostruiti identici
a come erano stati in passato. Sembrava di camminare nel set di un film
ambientato nella vecchia Berlino.
Bergmannstrasse si rivelò una grande via di scorrimento. Il lato sud ave-
va un'unica fila di auto posteggiate, i marciapiedi erano ampi. Era alberata
sino in fondo, con un miscuglio di case in stile XVIII secolo e pochi con-
domini recenti. Il piano terra di ogni edificio sembrava il prospetto di un
negozio con una tettoia sopra. I marciapiedi erano affollati.
Ci fermammo a un angolo a guardare i numeri. A quanto sembrava era-
vamo oltre il 100 e quindi il 22 doveva essere molto più in giù, alla nostra
sinistra. Continuammo mescolandoci alla gente che andava a fare acquisti
il lunedì mattina. Sembrava che la metà delle madri berlinesi fosse intenta
a trattenere i bambini con le apposite briglie.
Avevo la sensazione di essere già stato lì, anche se era difficile da stabi-
lire, adesso che il quartiere si era fatto più chic. Decisamente eravamo
nell'ex Boemia. Quasi tutti i negozi vendevano tovaglie indiane e lucidi
cuscini, stoffe di canapa e candele. All'esterno di negozi che vendevano
prodotti biologici erano esposte delle zucche come invito a entrare per chi
non si fosse ancora fatto sedurre dalla musica New Age. Sui marciapiedi
c'erano scatole piene di libri accanto a cianfrusaglie e rastrelliere piene di
vestiti usati. L'influenza turca era più che evidente, l'aroma di caffè aleg-
giava all'esterno di ogni negozio.
Continuammo fino a vedere il 48 e il 46 dall'altro lato della strada. Ci
fermammo sotto una tettoia, appoggiati contro un muro. Suzy curiosò fra
le giacche di pelle usate e i jeans mentre io cercavo di scoprire quale pote-
va essere il 22. Quando ci riuscii, lo fissai incredulo.
Lei seguì la direzione del mio sguardo. Il numero 24 era un grande ne-
gozio di frutta e verdura, all'esterno del quale si allineavano banchi ricolmi
di prodotti. Un ragazzo vendeva la merce come al mercato. A sinistra c'era
un anonimo condominio color crema con ampie finestre quadrate sulla fac-
ciata. C'era una porta centrale che secondo le mie supposizioni portava agli
appartamenti, ai cui lati c'erano negozi. Quello sulla sinistra era un bar che
si chiamava Break-out; quello sulla destra aveva un'insegna illuminata e
non c'era bisogno di sapere il tedesco per capire cosa volesse dire EVAN-
GELISCH-FREIKIRCHLICHE. A Josh sarebbe piaciuto.
Lasciata la tettoia, mentre ci avvicinavamo, Suzy mi tirò per la giacca.
«E guarda lì.» Fece un gesto in direzione del tetto dell'edificio dove brilla-
va una gigantesca croce, alta circa sei metri, poi prese una gomma. «Si può
dire quel che si vuole di questi rotti in culo, ma quanto a ironia se la cava-
no decisamente bene.»
«Passiamoci davanti.»
Attraversammo la strada, la mano destra di Suzy s'infilò nella mia mano
sinistra, mentre con l'altra teneva la guida bene in vista. Passammo davanti
al negozio di frutta e verdura e poi guardammo all'interno della porta a ve-
tri della chiesa. Bianchi gradini di marmo conducevano alla reception di
quello che poteva essere l'Hotel Paradiso. Alcune persone si stavano regi-
strando. La porta d'ingresso del condominio era in vetro sabbiato, con due
pannelli laterali in vetro e una pulsantiera in acciaio. Solo due caselle ave-
vano i nomi.
Il Break-out era immerso nella penombra, pavimento senza moquette e
tavolini di metallo, pieno a metà di avventori che bevevano caffè. Conti-
nuammo a girovagare senza meta, non sapevamo dove stavamo andando,
ma non era importante. Volevamo solo allontanarci da lì.
Proseguimmo per Bergmannstrasse finché non ci fu possibile svoltare a
destra e toglierci dal campo visivo degli appartamenti. Dopo tutto il casino
della via principale il posto era surreale: eravamo in un cimitero.
Vecchie nonne sistemavano i fiori mentre i nipotini giocavano silenziosi.
Lungo i sentieri c'erano panchine per meditare, molte delle quali occupate
da coppie di giovani che stavano traendo profonde considerazioni misti-
che. Suzy e io ne trovammo una libera da cui riuscivamo a vedere il retro
del condominio e ci sedemmo.

54

La chiesa al primo piano si riempì di fedeli mentre Suzy con le mani nel
sacchetto liberava i coltelli da plastica e cartone. Io tolsi la plastica dagli
occhialini, dalle maschere e dal pacco da dieci dei guanti in latex. Ne infi-
lai la metà in tasca. Il resto era per Suzy.
«Ti dico quello che penso di fare. Cercherò di lasciare aperto il portone
in caso tu debba intervenire. Ritiro DW e torno qui. Se non ritorno in tren-
ta, o non ti telefono, vieni a prendermi. Se il portone è chiuso, forse c'è
modo di entrare attraverso la chiesa, o forse c'è un ingresso qui nel retro.
Devi controllare.»
Annuì e una mano urtò contro la parete del sacchetto mentre un coltello
si staccava dalla confezione che lo avvolgeva. «Capito, trenta, poi verrò in
tuo aiuto, ancora una volta.»
Mi tolsi il marsupio e glielo passai. Sarei entrato sterile, solo con il cel-
lulare. Mi passò di nascosto un paio di coltelli che infilai nella tasca della
giacca.
«Trenta, d'accordo?» Mi alzai, la baciai su una guancia e mi avviai.
All'uscita del cimitero girai a sinistra verso la strada principale e poi anco-
ra a sinistra verso l'edificio. C'erano più persone sia da Break-out sia nella
chiesa: la gente ci entrava mangiucchiando tramezzini o frutta fresca com-
prata ai banchi. Raggiunta la pulsantiera mi fermai. Con la nocca premetti
l'interno 27, mentre dalla porta a fianco un organo strimpellava motivetti
felici. Ci volle parecchio, ma alla fine gracchiò. Sentii qualcuno che tossi-
va, poi niente più di una scarica statica. Un camion passò con gran fracas-
so e fui costretto ad avvicinare la bocca al citofono. «Vengo da Londra. Mi
state aspettando.»
Ci fu una pausa, poi il ronzio della porta che veniva aperta. Quando fui
all'interno usai il piede per impedire che si chiudesse. Mi guardai in giro.
Non c'erano telecamere a circuito chiuso: le uniche forme di sicurezza era-
no il citofono e la serratura della porta, una Yale che non era inviolabile.
Avvolsi una mascherina sopra la serratura e chiusi la porta, che si bloccò
in posizione.
Mi ritrovai in un atrio di finto marmo bianco che sapeva di detersivo a-
romatizzato al pino. Secondo i cartelli il 27 era al secondo piano. Salii le
scale con l'accompagnamento del borbottio dei fedeli felici e del cigolio
dei miei Caterpillar sul pavimento lucido. Estrassi un paio di guanti.
La porta tagliafuoco del secondo piano, in acciaio e vetro, si apriva su un
corridoio bianco come quello di una clinica. Gli ingressi degli appartamen-
ti si trovavano su entrambi i lati; indossai gli occhialini e tutt'e quattro le
mascherine mentre cigolando mi avvicinavo al numero 27. Era in fondo a
sinistra, quindi l'appartamento si affacciava sulla strada.
Dopo aver controllato per l'ultima volta le protezioni, bussai con le noc-
che alla porta e feci in modo da avere il viso di fronte allo spioncino. Ri-
masi lì in piedi per quindici secondi buoni prima di udire il rumore di na-
stro da imballaggio che veniva strappato. E alla fine si aprì di un quarto, e
quello che vidi mi fece arretrare e appiattire contro la parete di fronte. Due
metri i miei coglioni: volevo essere chilometri da quell'individuo.
Il viso alla porta era quello di un turco, forse un arabo, fra i venti e i
trenta. Aveva le mani sporche di pittura rossa. Non era stata la pittura a
farmi preoccupare. Ma il suo viso, piuttosto. Aveva gli occhi iniettati di
sangue ed era fradicio di sudore. Non respirava ma rantolava e del muco
gli gocciolava dal naso. Alzai una mano perché non mi venisse più vicino.
«Parli inglese?»
Annuì, poi sparì dietro la porta e tossì come un uomo in agonia. Anche
attraverso la maschera, la puzza di escrementi e di putrefazione che veniva
dall'appartamento era opprimente.
Il volto riapparve incorniciato dai neri capelli lisci e unti.
«Porta le bottiglie alla porta, okay? Hai capito?»
Lentamente fece cenno di sì, si pulì il naso con la manica e sparì all'in-
terno dell'appartamento lasciando la porta socchiusa. Al piano terra i fedeli
felici continuavano a cantare per il Signore.
Strisciai verso sinistra, sempre sul muro opposto, fino a essere a livello
del battente. L'ingresso era piccolo, quadrato e vuoto, c'erano solo vomito,
sulla moquette e sulle pareti, e il nastro adesivo che era servito a sigillare
la porta. Sentii vomitare sul pavimento e mi spostai ancora a sinistra. A-
desso riuscivo a vedere un pezzetto del soggiorno, notai una grande fine-
stra quadrata con tendine di stoffa scadente che lasciavano filtrare la luce.
Le pareti erano coperte con le stesse scritte di vernice rossa che avevamo
visto a King's Cross. Mi spostai ancora un pochino a sinistra per vedere di
più e desiderai non averlo fatto.
Un corpo dalla pelle nera giaceva scomposto a terra. Non riuscii neppure
a capire se si trattava di un uomo o di una donna perché era in uno stato
pietoso. E accanto, sul pavimento, due sacche. Non avevo bisogno di Si-
mon per capire cosa contenessero.
Sentii che stavo per vomitare.
Lo stomaco del moribondo era così gonfio che era scoppiato dalla cami-
cia imbrattata di vomito. Tutta la pelle in vista era coperta da croste grosse
quanto piattini, da cui colava pus che brillava alla luce. Altro vomito vici-
no alla faccia. Non avrei saputo dire se lei o lui era ancora in vita, ma se sì
non lo sarebbe stato per molto.
Sentii il rumore di un conato di vomito giungere dall'altra stanza, seguito
da un colpo di tosse rauco simile a uno scarico che veniva pulito. Il mio
uomo ce la stava mettendo tutta per raggiungere la porta.
La testa del corpo si mosse, rotolò da una parte all'altra fino a che i suoi
occhi scuri non furono su di me. La bocca sorrise, solo per un secondo,
non di più, prima di vomitare ancora, forse per l'ultima volta. Andassero a
farsi fottere, a me non sembravano per niente dei martiri.
Riuscì a raggiungere la porta con il cartone da sei bottiglie. Uno degli
spazi era vuoto. Forse l'avevano rotta. Cosa che avrebbe spiegato, con as-
soluta certezza, perché erano ridotti in quello stato.
Indicai il corridoio fra di noi. «Mettilo lì.»
Tossì, la bocca si riempì di un grumo di catarro delle dimensioni di una
palla da golf, si chinò e fece quanto gli avevo ordinato, poi si girò e sputò
nell'ingresso dell'appartamento, quindi tornò dentro, tossì e sputò ancora.
La porta venne chiusa. Adesso il silenzio era totale. Quelli della chiesa a-
vevano finito.
Da dove mi trovavo non vidi catarro, vomito o merda sulle bottiglie o
sulla scatola. Non che importasse, avrei dovuto comunque prendere quella
cazzo di scatola.
Gli stivali cigolarono per quei tre passi. Con la mano coperta dal guanto
afferrai il contenitore e cominciai a scendere le scale, tenevo il braccio de-
stro in fuori in modo che il cartone non entrasse in contatto con i vestiti.
Non avrebbe fatto la benché minima differenza, ma non so perché mi face-
va sentire meglio.
Raggiunto il portone posai il cartone a terra con estrema cautela. Mi tolsi
le mascherine e gli occhialini facendo ben attenzione a non toccare la pelle
con i guanti. Tirai un poco e la maschera che bloccava la serratura cadde in
strada. Mi piegai, sollevai la scatola e uscii all'aria aperta dove cominciai a
fare profondi respiri per liberare dal fetore il naso e i polmoni mentre tor-
navo al cimitero.
Al cimitero Suzy non c'era. Tenendo stretti con la sinistra occhialini e
maschere tolsi il guanto sinistro in modo che tutto restasse all'interno e lo
gettai in un cestino. Trovai una panchina libera e cominciai a sentirmi un
po' preoccupato per il contagio. A dire la verità, molto preoccupato. Sape-
vo di essere stato abbastanza protetto e che mi ero tenuto distante da loro,
ma che ne sapevo delle bottiglie? E se una perdeva? Mi dissi che non c'era
tempo per pensare: erano ancora molte le cose da fare.
Tolsi il guanto destro, accesi il cellulare e chiamai Suzy, ma mi rispose
il messaggio registrato. Chiusi e riprovai, ma ottenni lo stesso risultato.
Cosa stava succedendo?
Provai ancora una volta e stavolta rispose. Sentivo il traffico e il rumore
dei suoi passi. «Dove sei?»
«Sulla principale.»
«Non riuscivo a chiamarti.»
«Forse ero in un punto senza campo. Ho fatto un giro davanti all'edifi-
cio.»
«Io sono tornato al cimitero. Le ho prese. Porta dei sacchetti.»
«Ti raggiungo in un paio di minuti.»
Mentre spegnevo e mettevo il telefono nella tasca del giubbotto, vidi le
persone al primo piano fluire davanti alle finestre. Tempo di tornare al la-
voro per i fedeli felici.
Dovevo supporre che le bottiglie fossero sigillate. Non potevano rischia-
re che l'operazione s'incasinasse più di quanto non fosse già. Volevano che
l'attacco su Londra potesse procedere. Era per quello che sì erano chiusi
dentro. Non volevano far scattare lo stato di allarme.
Suzy oltrepassò il cancello in ferro battuto mentre io mandavo giù un al-
tro paio di pastiglie di antibiotico. Le feci un anonimo cenno di saluto e ri-
cevetti in cambio un sorriso cordiale mentre mi si sedeva accanto. Ci
scambiammo un bacio sulla guancia e lei infilò un braccio sotto il mio. Mi
porse due sacchetti bianchi da supermercato ancora con le maniglie attac-
cate.
«Situazione terribile, lassù.» Le descrissi quello che avevo visto. «Pren-
diamo un taxi e portiamo via le palle. Chissà, forse riusciamo a prendere
l'aereo prima.»
Infilai il contenitore in uno dei sacchetti, ma Suzy non era ancora pronta
ad andare via. «Che facciamo con quei due lassù? Forse ce ne sono degli
altri. Potrebbero decidere di...»
«Non farebbero niente per farsi scoprire e compromettere Londra.» Av-
volsi il secondo sacchetto intorno al primo. «Lasciamo che quei bastardi si
dissolvano fino alla morte nei loro liquidi. 'Fanculo a loro, di certo non
possono andare da nessuna parte.»
Non le bastava. «Ma la bottiglia rimasta lassù forse non è vuota del tut-
to. Hai visto le conseguenze del contagio. Avanti, Nick, dobbiamo fare
qualcosa.»
Trassi un respiro profondo. «Ascolta, se hai qualche idea brillante, parla.
Se non ti viene in mente niente, la cosa migliore che posso fare è portare
questa schifezza in Inghilterra. Kelly, hai presente?» Presi DW e insieme
ci avviammo verso la principale. «Mi spiace ma funziona così.»
Evitammo di passare davanti al condominio, in caso qualcuno della
ASU stesse guardando fuori. Non volevo che ci vedessero insieme, non
sapevo se fossero in contatto con la fonte.
Poco dopo eravamo dentro un taxi diretti all'aeroporto.
Nessun problema a cambiare volo e partire prima. L'ultimo era il più af-
follato, quindi furono contenti che si liberassero due posti. Andammo di-
retti alle partenze, lì Suzy comprò un profumo e due Toblerone giganti, co-
sì entrammo in possesso di due enormi sacchetti del duty free di Berlino,
l'uno dentro l'altro, per il contenitore del vino. Nel mare di sacchetti rossi
in attesa del volo il nostro non era fuori posto.
Decollammo per Stansted con DW alloggiato nelle cappelliere avvolto
nei nostri giubbotti. L'assistente di volo non ci avrebbe consentito di tener-
lo fra i piedi. Presi un appunto mentale di raggiungere lo stipetto prima del
passeggero che avevo a fianco, al momento dell'atterraggio.

55

Riportammo gli orologi indietro di un'ora e ci avviammo verso il con-


trollo passaporti inglesi mescolandoci agli uomini d'affari e ai vacanzieri
abbronzati.
Con la sinistra tenevo stretto il sacchetto con DW. Suzy era immediata-
mente dall'altro lato in modo da offrire protezione. Entrambi avevamo i
passaporti pronti e aperti all'ultima pagina.
Avevo eliminato dalla mente ogni pensiero di pericolo. È così che biso-
gna fare, come un attore quando entra in un personaggio, altrimenti si vede
che recita. Tornavo da una piacevole gita di un giorno a Berlino e adesso
ero lì che stavo per passare l'immigrazione insieme con la mia compagna,
io con qualche bottiglia di vino comprata al duty free, lei con la pancia
piena di cioccolata.
Nei minuti successivi, mentre avanzavamo lentamente, Suzy rimase al
mio fianco. Solo cinque o sei persone davanti a noi, alzai lo sguardo e vidi
gli occhi della donna dietro lo sportello. Erano puntati dritti su di me. Li
abbassò subito, ma ormai il danno era fatto. Di certo non l'avevano infor-
mata della situazione: le avevano semplicemente detto di farci passare sen-
za problemi.
Spostai il passaporto nella mano sinistra, senza mollare il sacchetto, e
con la destra estrassi una bottiglia. Suzy mi osservò e non fece commenti.
Guardai di nuovo la donna che controllava le persone in fila che avanzava-
no piano. Quando fu quasi il nostro turno, con un gesto ci fece passare ve-
loci in un unico gruppo; non ci degnò di uno sguardo.
Continuammo a camminare, seguendo gli altri diretti al ritiro bagagli.
«Cosa c'è, Nick? Che succede?»
Non smisi di guardarmi in giro. Doveva esserci una squadra pronta a
catturarci da qualche parte. «Lurida puttana! Sai benissimo che succede.»
«Cosa?»
Mi spostai da lei, tenevo stretta per il collo la bottiglia come se fossi sul
punto di lanciarla. Lei mi guardava totalmente incredula e perlustrò con lo
sguardo il salone per capire cosa stavo cercando. «Cosa succede, Nick?
Devo saperlo, parla.»
Feci un cenno verso il nastro dei bagagli. Li vedevo. Sundance e Scar-
pedatennis, stessa maglietta e stessi jeans, solo che adesso erano coperti da
un giaccone a tre quarti. Avevano aggiunto anche dei piccoli zaini portati
su una spalla sola, il resto pendeva lungo il fianco, così avrebbero potuto
correre anche se attaccati ai respiratori.
Lei seguì il mio sguardo. «Io non c'entro, Nick. Credimi.»
Superai deciso il nastro dei bagagli come molti altri passeggeri del no-
stro volo che avevano solo la valigetta o il portatile.
Sundance e Scarpedatennis erano a circa trenta metri sulla mia destra.
Puntai diretto verso la dogana. Ci guardammo negli occhi: tutti e tre ave-
vamo afferrato la situazione. Non avrebbero corso il rischio di venire a ve-
dere il mio bluff: troppe persone in giro. Avrebbero atteso il momento giu-
sto, non avevano scelta.
«Laggiù, ce ne sono altri due», disse Suzy, che si trovava immediata-
mente dietro di me.
Li individuai che gironzolavano intorno ai corridoi della dogana, esage-
ratamente impegnati a mettere le borse a tracolla, ma con gli occhi fissi sul
bersaglio.
Mi fermai di colpo e mi girai verso Suzy. «Porterò fuori di qui tutt'e cin-
que le bottiglie di questa merda. Se tu o quei ragazzi tentate di fermarmi, le
butto. Capito bene? Ti conviene andare a dirglielo.»
«Non ho detto niente a nessuno. Non so come facciano a saperlo.»
Sundance e Scarpedatennis erano la mia ombra e gli altri due sgombra-
rono il campo quando mi videro sollevare la bottiglia per rinforzare la mi-
naccia. «Sei stata tu a chiamarli mentre io prendevo questa merda, non è
così?»
Mi raggiunse. «No. Ero fuori campo. E perché avrei dovuto farlo?»
Riuscivo a pensare a una valanga di motivi. Le parole «permanente» e
«quadro» erano in cima alla lista. Ci unimmo ai carrelli stracarichi di ba-
gagli e sacchetti del duty free diretti verso la corsia azzurra riservata ai cit-
tadini dei Paesi dell'Unione Europea.
«Forse qualcuno gli ha segnalato i biglietti oppure ci hanno rintracciato
per la carta di credito, chi può dirlo?»
Arrivammo alla transenna e alla strettoia. Sarei voluto avanzare a spin-
toni e correre e poi continuare a correre, ma non potevo rischiare di attirare
i poliziotti in divisa che probabilmente non avevano idea di quello che sta-
va accadendo. Correre avrebbe trasformato l'intera faccenda in un casino
generale, più di quanto già non fosse. Non potevo fare altro che compor-
tarmi in modo normale, anche se le vene nel collo pulsavano forte come se
fossero sul punto di scoppiare.
Mi accodai a un gruppo di quattro donne sulla quarantina, avevano un
carrello ciascuna. Sembravano quattro mamme che erano andate in vacan-
za da sole, tutte belle abbronzate in calzoncini e maglietta, ridevano e
scherzavano, per mantenere l'allegria della vacanza, ma senza alcuna vo-
glia di dover tornare in ufficio il giorno dopo.
Feci un giro su me stesso. Suzy era tre passi indietro, Sundance e Scar-
pedatennis almeno venti. Mi augurai che non tentassero qualcosa in quel
momento. Cosa potevo fare? Rompere una bottiglia sulla testa di una delle
donne? Buttare la schifezza sul pavimento? Restai un paio di passi dietro il
gruppetto di donne, la bottiglia un poco sollevata in una mano e il sacchet-
to nell'altra.
Le porte scorrevoli si aprirono e uscimmo nel terminal, solo per essere
incanalati da barriere d'acciaio oltre file su file di sedili occupati da perso-
ne che trafficavano con il portatile o bevevano caffè della catena Costa che
era lì vicino. Il bar attirò la mia attenzione. Gli uomini della seconda squa-
dra mi stavano già aspettando da quel lato.
Non mi staccai dalle quattro mamme che girovagavano nella sala fatta di
vetro, acciaio e cemento, scambiandosi battute su quanto sarebbero stati
fortunati i mariti quella notte dopo due settimane di astinenza. «Natural-
mente, non per tutte noi sono state due settimane piene, vero Kate?» Le al-
tre due scoppiarono a ridere.
Kate parve non gradire. «Non so di cosa parli, Andreas e io abbiamo so-
lo...» Persi la fine della frase perché un'intera famiglia sfrecciò in mezzo a
noi diretta alle partenze.
Kate e le sue amiche avanzarono fra gli altri passeggeri dirette verso gli
ascensori che portavano al parcheggio e alla stazione direttamente sotto-
stanti il terminal.
I ragionamenti si affollavano veloci mentre cercavo di esaminare le varie
possibilità. Volevo restare vicino a quelle quattro, ma se fossero uscite al
livello del garage, un piano più sotto, avrei dovuto continuare fino al livel-
lo della stazione e agganciare qualcun altro. Totalmente escluso finire iso-
lato nel parcheggio o prendere la Micra e andare via in macchina. Sarei
stato solo. Loro avrebbero potuto seguirmi quando mi fossi messo per
strada.
Vedevo tutt'e due le squadre, una per parte una trentina di metri indietro.
Suzy continuava a seguirmi e ci guardammo negli occhi.
«Io resto.» Indicò quelli dietro. «Tu sbagli.»
La ignorai. Raggiungemmo gli ascensori quando compresero quello che
avevo in mente. Sundance e Scarpedatennis si precipitarono per le scale,
lasciando gli altri due sul bersaglio.
Le grandi porte di metallo si aprirono sferragliando e le donne entrarono
con i carrelli contribuendo ad aumentare i graffi sulle pareti. M'infilai a fa-
tica dietro di loro. Kate premette il pulsante della stazione. «A che piano
vai, caro?»
«Dove vai tu.» Le sue amiche scoppiarono di nuovo a ridere.
Sentii un gomito nella schiena: Suzy era riuscita a entrare mentre le por-
te si chiudevano. Mantenni la mano serrata intorno al collo della bottiglia,
in modo che potesse vederla. «Prova a fottermi.»
Quando le porte si aprirono le donne ci gettarono occhiate in tralice. A-
vevano capito: le liti erano frequenti anche per loro. Uscii e mi spostai per
farle passare, quindi rimasi subito dietro di loro mentre spingevano i car-
relli all'interno della stazione. Senza dubbio Suzy era dietro di me da qual-
che parte. Non avevo nessuna voglia di controllare.
Sundance e Scarpedatennis ci aspettavano, ansimando vistosamente,
mentre gli altri due scendevano i gradini tre alla volta. Sollevai la bottiglia
e incrociai lo sguardo di quello più basso. Lui fece un gesto tranquillizzan-
te con le mani.
Ormai le donne erano davanti al distributore automatico e prendevano
biglietti di sola andata per Londra. Con la carta di credito ne presi uno
anch'io, poi le seguii verso il treno in attesa. La pensilina era una confusio-
ne di voci in italiano e tedesco. Con grande sollievo di tutti i turisti l'alto-
parlante annunciò in tre lingue che il treno per Liverpool Street era in par-
tenza. Cigolio di carrelli, strilla di bimbi. Guardai i quattro che mi segui-
vano, ma vidi Suzy con il biglietto in mano.
Le donne abbandonarono i carrelli e sollevarono a fatica le valigie deci-
samente troppo grandi nell'interno azzurro del vecchissimo treno. Le se-
guii. Sundance e Scarpedatennis salirono nell'altra carrozza. Come preve-
dibile gli altri mi superarono diretti al vagone successivo.
La nostra carrozza era stipata di bagagli, persone e anche un cane simile
a un topo portato nello zainetto dall'amorevole padrona, una francese. Tutti
gli stranieri avevano in mano la guida, altri stavano già sonnecchiando. Io
rimasi in piedi vicino al telefono pubblico a scheda e alla toilette. Suzy,
che aveva superato un passeggino a tre ruote e delle valigie, era dall'altro
lato.
L'altoparlante annunciò in inglese che il treno andava diretto a Londra,
unica fermata Tottenham Hale. Il messaggio venne poi tradotto mentre il
fruscio continuava. Le porte si chiusero e il treno partì.
Suzy mi venne più vicino.
«Stammi lontana, chiaro?»
«Nick, io non...»
Buio per un paio di secondi, poi le luci si riaccesero. Non riuscii a senti-
re la fine della frase, eravamo in galleria e c'era troppo rumore. Mi appog-
giai contro il telefono, con la bottiglia sempre in mano. Non l'avrei mai
buttata ma dovevo dare l'impressione di essere pronto a farlo.
Usciti dalla galleria sentii un'altra voce con accento dell'estuario, stavol-
ta maschile. «Biglietti, prego.» L'uomo si stava avvicinando in automatico.
«Biglietti, prego.» Abbassai lo sguardo alla fila di teste verso la carrozza
successiva. Sundance e Scarpedatennis erano entrati attraverso la porta di
comunicazione e adesso se ne stavano appoggiati alle griglie per i bagagli.
Comprendevo bene l'espressione che avevano sul viso. Sundance parlava
al cellulare. Senz'altro la QRF aveva ricevuto l'ordine veloce di alzare il
culo dalla TV e precipitarsi a Liverpool Street.
Il treno che avanzava a scossoni, non troppo rapido, ci sballottava da una
parte all'altra. Il telefono di Suzy squillò mentre dei bambini correvano fra
le valigie redarguiti in tedesco dal padre. Lei sembrava sorpresa. Io no.
Portò il telefono all'orecchio e ascoltò. «Pronto? Sì, signore. Lo abbia-
mo.» Pausa. «No, non possiamo farlo, signore. Mi dispiace.» Un'altra pau-
sa. «Comprendo i rischi, signore, ma c'è un buon motivo che ci costringe
ad agire così e io non intendo... No, signore, non posso farlo. È tutto sotto
controllo.»
Sollevò il telefono fra di noi e lo sentii ringhiare: «Io voglio che Dark
Winter venga consegnato subito! Non disobbedire, non fotterti la carriera
per quell'uomo! Ma cosa diavolo credi di fare?»
Riuscii a portare la bocca a livello del microfono. «Lo avrà quando avrò
finito. Le spiegazioni in seguito.»
«Stone, sono al corrente di tutto. Non eri all'appartamento questa matti-
na. Ti abbiamo cercato. Dov'è la fonte? È sparita, ha tua figlia? Ha inten-
zione di usare Dark Winter? Io posso aiutarti, ma ho bisogno che tu mi
consegni l'agente, subito.»
«Ordini alla squadra di ritirarsi. Se provano a catturarmi, io lascerò cade-
re una bottiglia. Cos'ho da perdere?»
La sua voce si fece calma come l'acciaio. «Ascolta. Tu non farai mai una
cosa del genere. La squadra non si ritira e tu non getterai niente, da nessu-
na parte. Io so cosa succede; ho ripristinato i vecchi numeri della missione
così potremo parlare. Io posso aiutarti. Mi capisci?»
Imitai il suo tono di voce. «'Tu, mi capisci?'»
«Consegna le bottiglie, Stone. Solo allora potrò darti una mano con il
tuo problema. Ti farò riavere tua figlia, ma devo ottenere il controllo sulle
bottiglie.»
«Non posso farlo. Ascolti bene: a Berlino ci sono almeno due contami-
nati e forse una bottiglia già aperta o rotta, non so. Appartamento 27, al 22
di Bergmannstrasse. Capito?»
Ci fu una brevissima pausa. «Ricevuto. Adesso, ti consegni e noi ti aiu-
teremo. Mi rendo conto della situazione della ragazzina, ma possiamo la-
vorare insieme e...»
Abbassai il piccolo finestrino e scaraventai il cellulare, frugai in tasca e
quello di Geoff lo seguì. «Sembra che alla fine la soluzione giusta sia ve-
nuta a me, non trovi?»
Era chiaro che ne era contenta. Mi voltai di nuovo a guardare Sundance
e Scarpedatennis. Suzy controllava l'altro lato, oltre la toilette e verso la
carrozza successiva dove dovevano essere gli altri due. «Ero convinto che
li avessi chiamati tu da Berlino. Scusa.»
Mi venne più vicino: davamo sicuramente l'impressione di essere due fi-
danzatini che dopo aver litigato stavano facendo pace. «E adesso?»
Sundance era sempre al cellulare, non mi staccava gli occhi di dosso.
«Non possiamo andare a Liverpool Street. Conosci Tottenham Hale?»
«No.»
«Neanch'io. Okay, ci incontriamo da Smith in Sloane Square, è l'unico
punto noto solo a noi due, giusto?»
«Ci dividiamo le bottiglie?»
Ottima idea. Se solo uno di noi due fosse riuscito a raggiungere la fonte,
avremmo potuto portare a termine il lavoro. Feci un lento cenno di assenso
mentre una donna ci passava davanti per andare alla toilette, ma dopo aver
aperto la porta l'odore disgustoso le fece cambiare idea. Suzy si tolse la
giacca e si accucciò ai miei piedi, tolse uno dei sacchetti del duty free e ci
infilò due bottiglie. Io continuavo a tenere sotto controllo le due squadre.
Sundance, incazzato nero perché era caduta la linea, stava rifacendo il nu-
mero, i bambini tedeschi passarono di nuovo correndo mentre lei si rialza-
va con il fagotto sotto il braccio.
Io avevo sempre il sacchetto con due bottiglie nella mano sinistra e la
terza bene in vista nella destra. «Il nostro RV resterà aperto fino alle undici
e trenta di stanotte. Se uno di noi due non arriva, l'altro deve mettersi in
contatto con Facciadiculo con le bottiglie che ha. È l'unica possibilità per
Kelly.»
Annuì.
«Qualunque cosa accada, non coinvolgere Signorsì.» Guardai oltre lei e
vidi che Sundance era di nuovo al telefono mentre Scarpedatennis si si-
stemava il marsupio con gli occhi piantati su di me. Aria incazzata. «Se ne
sbatte di lei. Me lo prometti?»
Annuì di nuovo e guardò in fondo alla carrozza. «Farò del mio meglio,
ma la cosa più importante è che DW sia sotto controllo, lo sai, vero?»

56
Brutti edifici alti e grigi spuntarono in mezzo al verde mentre l'altopar-
lante ci descriveva gli aspetti piacevoli di Tottenham Hale: a soli venti mi-
nuti da Oxford Circus con la linea Victoria. I turisti potevano raggiungere
molti punti di Londra più velocemente rispetto a Liverpool Street. Mentre
il treno rallentava guardai fuori dal finestrino nel tentativo di mascherare le
nostre intenzioni.
Subito dopo eravamo in una confusione di vetro, Perspex, cemento e
cartelloni, circondati da edifici adibiti a uffici e spazi aperti. Scorsi una
grande strada e un grande parcheggio affollato.
Nella nostra carrozza un certo numero di persone si alzò e cominciò a
raggiungere le porte: donne in divisa di compagnie aeree che avevano fini-
to il turno di lavoro alle biglietterie, vacanzieri che tornavano a casa. Una
donna di colore mise il figlio nel passeggino dietro Suzy e armeggiò per
chiudere le cinghie.
Sundance e Scarpedatennis erano ancora in fondo dall'altra parte, sem-
bravano sempre più incazzati. Non riuscivo a vedere gli altri due ma non
avevo dubbi che fossero pronti all'inseguimento.
Controllai che il marsupio avesse la lampo ben chiusa e che niente cor-
resse il rischio di cadere dalle tasche. Suzy iniziò a fare lo stesso, senza
nemmeno cercare di nascondere i gesti. «Tanto che differenza fa?» Aveva
ragione: loro erano comunque pronti all'inseguimento e aspettare l'ultimo
minuto non ci sarebbe stato di nessun aiuto. Il treno rallentò al punto che
ormai potevo leggere i cartelloni. La donna riuscì a incuneare il passeggino
fra valigie e zaini e noi ci posizionammo dietro di lei. Il treno si fermò ci-
golando e le porte automatiche si aprirono. Era l'ultima occasione per par-
larci. Avvicinai le labbra al suo orecchio. «Smith, undici e trenta.» Lei an-
nuì e seguimmo la mamma con il bambino sulla piattaforma. Nei suoi oc-
chi era tornato lo sguardo che metteva paura.
L'unica via d'uscita era attraverso un ponte pedonale chiuso da Perspex
pieno di graffi e di scritte. Sundance e Scarpedatennis s'infilarono imme-
diatamente dietro di noi mentre ci mescolavamo alla folla di persone che
andava in quella direzione. Gli altri due erano davanti ma vicini al treno, in
caso avessimo deciso di risalire.
Suzy mi toccò la spalla. «Buona fortuna. Io vado verso la metropolita-
na.» Mentre saliva le scale con movimenti veloci ma regolari, gli altri due
si staccarono e la seguirono.
Io proseguii sempre dietro la madre con il passeggino a tre ruote. Porta-
va una grande sacca sulle spalle e stava un po' inclinata per sostenerne me-
glio il peso. Attraverso il Perspex vidi Suzy che si portava veloce sull'altro
binario.
Raggiunsi il passeggino ai piedi delle scale. «Ha bisogno di una mano
per salire?» Mi sorrise riconoscente. Con la destra afferrai la parte anterio-
re. DW ben saldo nella sinistra. Il bambino doveva avere circa un anno, ne
vedevo poco, quasi tutto il viso era nascosto da un gigantesco ciuccio di
plastica azzurra.
Guardai al di sopra della cupola di copertura prima di cominciare a sali-
re. Sundance e Scarpedatennis erano di nuovo al telefono, circa a venti
passi di distanza, adesso avevano gli zaini sul davanti, più o meno sul tora-
ce. Probabile che volessero averlo a portata di mano in caso avessi lasciato
cadere per sbaglio DW mentre salivo le scale all'indietro con il passeggino.
Arrivato in cima posai a terra la ruota davanti e la madre mi ringraziò
ancora. Sorrisi, girai a sinistra e abbandonai la zona riservata ai pedoni. At-
traverso il Perspex vidi che la mia nuova amica aveva incidentalmente
scontrato la testa di Sundance mentre si sistemava la borsa sulla spalla. Lui
non si fermò abbastanza da sentire le sue scuse. Guardai avanti. Vidi la bi-
glietteria e subito dopo l'ingresso della metropolitana. Distributori automa-
tici di biglietti e tornelli portavano a un grande gruppo di scale mobili che
sparivano sottoterra.
Suzy non era in vista. E neppure gli altri due.
Proseguii deciso e giunsi all'ingresso della stazione dove sostavano i taxi
e poi di corsa verso sinistra in direzione della principale, a una ventina di
metri.
Inconsciamente tendono tutti a mettere più distanza possibile tra sé e chi
li insegue e non importa il contesto ambientale in cui si trovano, campagna
o città: questo si riduce sempre a correre in linea retta più svelti possibile.
Invece quello che bisogna fare è mettere più cambi di direzione che si rie-
sce, soprattutto in una zona edificata. Ogni volta che si passa un incrocio
di quattro strade, si complica il compito di chi insegue: deve effettuare una
scelta fra diverse opzioni, ha una zona più ampia da coprire e deve divide-
re le forze. Una lepre inseguita in mezzo a un campo non corre mai in linea
retta: compie grandi curve, cambia direzione e poi riparte. E nel momento
in cui gli inseguitori hanno preso velocità ecco che anche loro devono
cambiare direzione, cosa che implica un rallentamento e un nuovo studio
della situazione. Io dovevo essere quella lepre.
Mi trovai in un incrocio che si rivelò piuttosto importante. A sinistra c'e-
ra una strada dritta che proseguiva per duecento metri e che costeggiava
l'ampio parcheggio di un negozio, una grande piazza coperta con tutti i re-
golamentari B&Q, Curry, Burger King. Pullulava di gente che spingeva
carrelli, di furgoni, di macchine in cerca di parcheggio. Tanta confusione,
tanto movimento, tanta copertura.
Non volevo arrivare sino in fondo all'incrocio, farlo mi avrebbe lasciato
direttamente in linea con la biglietteria. Saltai il guardrail, invece, e co-
minciai a correre, schivando il traffico. Quando fui in mezzo alla strada mi
fermai sulla doppia linea in attesa di un varco fra le auto, poi ripresi a cor-
rere.
Quando raggiunsi il parcheggio vidi che Sundance e Scarpedatennis mi
avevano imitato. Mi tenni sul marciapiede di sinistra della piazza e avanzai
in mezzo alle persone per raggiungere l'angolo opposto dove c'era un ma-
gazzino di tappeti.
Mi voltai di nuovo. Si erano divisi. Scarpedatennis era circa quaranta
passi indietro e, adesso che io ero fermo, aveva rallentato. Alla sua destra,
all'interno del parcheggio, Sundance cercava di mettersi alla mia altezza e
parallelo a me.
Afferrai il sacchetto con DW con entrambe le mani. Non avrei mai la-
sciato cadere le bottiglie. Proseguii verso destra, sempre nella zona lastri-
cata vicino alla vetrina dell'ingrosso di moquette. Sundance stava guada-
gnando terreno, intenzionato a tagliarmi la strada, così io girai secco a sini-
stra e dentro il B&Q.
Spinsi il tornello ed entrai in un locale ampio come un hangar: scaffali
su scaffali di pittura, trapani, di tutto e di più si allungavano davanti a me.
Ero già sudato dalla testa ai piedi, il torace che si sollevava e abbassava. I
due si stavano dirigendo decisi verso l'ingresso. Dovevo mettere degli an-
goli fra di noi, dovevo tenerli sulla corda.
Svoltai a destra, cercando un punto dove non potessero individuarmi,
senza mai perdere di vista i cartelli che indicavano l'uscita. Da qualche
parte dovevano esserci le uscite di sicurezza, ma di certo erano collegate
all'allarme.
Puntai verso il retro del negozio, cercavo piazzole di carico e scarico, fi-
nestre aperte o cose del genere. Compresi troppo tardi che era un unico lo-
cale chiuso completamente e presto se ne sarebbero accorti anche loro.
Uno si sarebbe appostato all'uscita. L'altro avrebbe continuato a seguirmi.
Dall'angolo dove si trovavano gli attrezzi a motore vidi Sundance che
entrava, anche lui respirava veloce mentre avanzava fra carrelli pieni e
uomini con tute sporche di cemento.
Sulla destra, attraverso un grande buco nel muro, si accedeva al reparto
giardinaggio. Mi tuffai in un mondo di siepi e tosaerba, capanni prefabbri-
cati e montagne di lastre in pietra. Essere all'aria aperta mi fece sentire su-
bito meglio. Potevo illudermi di avere qualche possibilità di fuga in più.
Un muletto svanì in un'apertura circa venti o trenta metri più avanti. Un
magazzino, forse? O un punto di ritiro per i clienti.
Guardai ancora indietro. Sundance non era in vista. Mi unii a quelli che
spingevano i carrelli diretti verso il punto in cui era sparito il muletto ma,
merda, non portava a niente: era solo un altro locale senza uscita con una
barriera di ficus e alberelli. L'irrigazione automatica funzionava con qual-
che difetto e il pavimento di cemento era bagnato.
Mi voltai per tornare sui miei passi, ma Sundance mi era quasi addosso e
mi guardava dritto negli occhi. Mi spostai verso l'angolo, sfiorando un
gruppo di clienti con carrelli difficili da spingere. Forse c'era la possibilità
di passare attraverso la recinzione. Non correvo: oltre a tutto il resto dove-
vo anche stare attento a non attirare la sicurezza su di me. Potevo essere
già nella merda, ma coinvolgere il mondo reale mi ci avrebbe fatto spro-
fondare ancora di più.
Non sarebbe successo, spostai i rami di una palma in vaso e raggiunsi la
siepe. Non c'era modo di passare. Sundance era sempre più vicino.
Mi voltai per affrontarlo. Tenevo il sacchetto ben alto. «Lo lascio cade-
re.»
«No, non lo farai, ragazzo.» Aprì la giacca e vidi la fondina sul fianco e
il revolver. «Dammi le bottiglie o ti faccio secco qui, adesso.» Compì un
altro paio di passi, poi si fermò mentre un altoparlante annunciava che c'e-
ra bisogno di un assistente al banco della pittura. Ero incastrato, la schiena
contro la siepe. Non più di tre o quattro passi fra noi. Tese una mano.
«Dammelo.»
Gocce di sudore luccicavano sul suo cranio prima di colargli sul viso.
Alzai il sacchetto ancora più in alto. Spostò piano la mano all'arma corta e
me la puntò contro. Era una pistola silenziata. La teneva bassa, i suoi occhi
non mi lasciarono mai. Con il pollice tirò indietro il cane. «Vale la pena di
correre il rischio...»
Non avrei saputo dire se ne avesse veramente l'intenzione, ma l'espres-
sione sul suo viso era preoccupante. Aveva negli occhi lo stesso tipo di e-
saltazione di Suzy. Con DW nella mano destra appoggiai la schiena contro
il metallo zincato, mi lasciai scivolare giù e posai il sacchetto sul pavimen-
to bagnato. Gli spruzzi battevano contro la plastica del duty free. I miei je-
ans erano già umidi. Il muletto passò veloce, dall'altra parte della fila di
palme, suonando il clacson per far spostare i clienti con i carrelli dal suo
percorso.
Cosa sarebbe successo adesso? Sapevo che avrebbe voluto che mi spo-
stassi, in modo da poter prendere il sacchetto. Eravamo troppo vicini nel
piccolo spazio e non aveva la certezza che non avremmo combattuto. Do-
veva tenermi bloccato mentre s'impossessava della borsa in plastica.
«Apri la bocca.»
Io avrei fatto la stessa cosa.
Mentre lasciavo cadere la parte bassa della mascella, fece l'ultimo passo
e spostò l'arma dal suo fianco al mio viso. Tenevo gli occhi incollati alla
canna, il cervello lavorava velocissimo. I suoni intorno a me si confusero e
svanirono mentre si avvicinava alla mia bocca.
Non volevo respirare, non volevo staccare gli occhi. Il cane era ancora
arretrato, il polpastrello del dito sul grilletto, il silenziatore mi stava quasi
sfiorando il viso.
Alzai di scatto le mani al punto che stavo fissando, afferrai la canna e la
girai a sinistra verso l'alto.
Ruotò su se stesso per colpirmi con la mano libera. Non ebbi il tempo di
schivare il colpo. Un dolore improvviso alla tempia e buio negli occhi.
L'arma era a pochi centimetri dal mio viso, puntata verso l'alto. Incastrai
il mignolo davanti al cane e lo feci voltare in modo che avesse la schiena
contro la siepe. Lui premette il grilletto e il cane mi sbatté contro la pelle.
Intrecciai strette le braccia piegate e mi portai il suo polso così vicino al
viso che sentivo anche il grosso tamburo sporgente, poi mi lasciai cadere a
terra con tutto il peso del corpo.
L'urlo che lanciai quando le ginocchia si schiantarono contro il cemento
fu forte quasi quanto il suo quando il braccio gli uscì dalla spalla.
Crollò come un sacco di merda. Tenni stretta la pistola e torcendola glie-
la strappai dalle mani, quindi riportai il dito davanti al cane in modo da
bloccarne l'avanzamento e tenerla mezzo armata. Con gesto veloce afferrò
DW. «Vaffanculo, vaffanculo», ringhiò fra spruzzi di saliva.
Sapeva cosa stava per succedere a quel punto e io non avevo intenzione
di deluderlo. Gli sferrai un unico calcio preciso in mezzo alla faccia e lo
lasciai a contorcersi sul pavimento mentre tentava di proteggere il braccio
destro e cercava di non respirare con troppa forza attraverso la bocca piena
di denti rotti.
Infilai il revolver sul davanti dei jeans, presi il sacchetto del duty free e
tornai all'interno del negozio principale, quindi puntai verso il lato oppo-
sto. Tenni gli occhi fissi verso l'uscita aspettando di veder apparire Scarpe-
datennis.
Che puntuale arrivò e si diresse verso la sezione giardinaggio infilando il
cellulare in tasca. Sundance non doveva aver parlato troppo chiaramente,
ma lui aveva capito il messaggio. I suoi occhi scrutavano ogni scaffale.
Mi avviai verso la parte frontale del negozio, non correvo, cercavo di re-
stare normale. Sentivo la gente alle mie spalle cominciare a bisbigliare che
stava accadendo qualcosa, e di certo non si riferiva all'offerta del giorno.
L'altoparlante iniziò a parlare, una voce maschile quasi strozzata richiese
l'intervento dell'addetto del pronto soccorso al reparto giardinaggio.
Abbandonai l'edificio passando davanti al guardiano della sicurezza, un
indiano con il collo della camicia troppo largo e un berretto a punta in bili-
co sulle orecchie. Un bel colpo di fortuna che mi avesse seguito uno solo.
Se fossero stati in due o se non fossi stato abbastanza veloce con Sundan-
ce, sarebbe stata tutta un'altra storia.

57

Gli occhi di Kelly mi fissavano dalla polaroid mentre la pioggia batteva


forte contro l'asfalto e rimbombava sui tetti delle automobili. Sembrava
che il temporale fosse ricominciato e avesse intenzione di continuare tutta
la notte. Avevo trovato riparo nella soglia di un negozio di scarpe di lusso,
poco lontano da Sloane Square, circondato dalle impalcature per i lavori
nell'edificio a fianco. Il bordo del marciapiede era occupato dai cassoni per
le macerie pieni di gesso fradicio e vecchi mattoni inzuppati.
Riposi la foto stropicciata nel marsupio vicino al revolver e al silenziato-
re brasiliano di Sundance, un Taurus calibro 38. Il Traser mi disse che era-
no le undici e sedici. Gettai uno sguardo in direzione della stazione della
metropolitana di Sloane Square. Chiusa. In effetti tutte le stazioni della
metropolitana che avevo visto arrivando lì, passate le otto, avevano un pa-
io di poliziotti annoiati davanti ai cancelli chiusi. Cartelli scritti in bianco
avvertivano i viaggiatori che c'era stato un guasto alla linea elettrica che
coinvolgeva l'intera rete. Qualcosa che aveva a che vedere con il tipo sba-
gliato di pioggia. La metropolitana di Londra era chiusa fino a nuove co-
municazioni.
Mi augurai che Suzy fosse da qualche parte lì vicino, come me, sotto un
qualsiasi riparo in attesa dell'ora dell'RV. In caso contrario, le mie possibi-
lità nei quindici minuti successivi sarebbero state molto limitate. Avrei do-
vuto tentare di usare a mio vantaggio il fatto di non avere le sue due botti-
glie: avrei detto alla fonte che avrei consegnato le ultime due solo quando
Kelly fosse stata liberata. Non che mi sarebbe servito a molto. Quel tipo di
minaccia funziona solo a Hollywood. Se fossi stato la fonte, avrei tentato
di portare avanti il lavoro con quelle che avevo e avrei ucciso entrambi in
ogni caso.
A quell'ora della notte c'erano in giro più persone di quante non avessi
immaginato, forse a causa della chiusura della metropolitana. Se non altro
i taxi avevano da lavorare. C'era una fila di ombrelli al posteggio che pare-
va non dovesse avere mai fine.
Indossavo pantaloni di tuta da ginnastica e giacca in nylon della Fila ab-
binata al berretto con visiera che mi nascondeva dalle telecamere a circuito
chiuso. L'insieme era completato da un nuovo paio di scarpe da tennis che
erano già sporche e bagnate dopo la passeggiata attraverso la City. DW era
accanto a me in una sacca Nike, ben avvolto nel giubbotto di pelle e nei je-
ans. A circa mezzo chilometro da B&Q avevo preso un minicab senza as-
sicurazione e senza licenza. L'autista sapeva appena quel po' d'inglese suf-
ficiente per seguire le mie indicazioni verso sud mentre la sgangherata
marmitta della Rover vetusta sferragliava sotto di noi. Mi aveva lasciato a
Bethnal Green, dove ero andato a fare acquisti in un negozio indiano prima
di prendere la metropolitana più o meno nello stesso momento in cui Si-
gnorsì decideva che la situazione non poteva più essere tenuta nascosta.
Dopo solo due fermate ci avevano fatto scendere a Bank e avevano chiuso
la stazione.
Tenevo gli occhi incollati alla fermata degli autobus, ma nessuna delle
persone in attesa sotto i lucidi ombrelli, o al riparo davanti alle vetrine di
Smith, le assomigliava lontanamente. Controllai ancora il Traser e ai venti-
sei, con la testa bassa, la sacca su entrambe le spalle in caso fossi stato co-
stretto a correre, mi avventurai sotto la pioggia. Due minuti dopo ero ap-
poggiato contro le vetrine di Smith e la sacca era ai miei piedi. Cercavo di
restare sotto la tettoia larga una decina di centimetri per illudermi di essere
al riparo dalla pioggia. Dall'altro lato dell'incrocio, a trenta metri di distan-
za, sulla destra, una coppia di poliziotti, un uomo e una donna, stazionava
davanti ai cancelli chiusi della metropolitana, già annoiati, ma probabil-
mente felici di essere più al coperto di me e certo soddisfatti di fare lo stra-
ordinario. I due si fecero una bella risata per qualcosa che aveva detto la
donna. Se avessero saputo la verità su quello che stava accadendo, non a-
vrebbero scherzato. Due uomini, ancora vestiti da ufficio e con le valigette,
mi passarono davanti, da destra verso sinistra, contorcendosi sotto un pic-
colo ombrello pieghevole. Li seguii fino quasi a King's Road, poi spostai
lo sguardo su una ragazza che veniva dalla direzione opposta. Mi si aprì il
cuore. Poteva anche avere la testa abbassata, ma non c'era dubbio, era
Suzy.
Un tipo sui vent'anni si riparò sotto la mia tettoia. Lei indossava ancora
il vestito NatWest, con il bavero alzato, logo sul taschino. L'uomo si acce-
se una sigaretta e il fumo si disperse fino a coprire la poca distanza che c'e-
ra tra noi. Mi giunse anche l'odore di alcolici del suo alito.
Guardai ancora verso sinistra. Suzy aveva raccolto i capelli sotto un ber-
retto e la giacca jeans e i pantaloni larghi color cachi erano tutti fradici.
Portava una grande borsa di cuoio a tracolla.
Quando fu più vicina alzai la testa in modo che potesse vedermi. Era tut-
ta un sorriso. «Ciao. Come stai?» Mi baciò cordiale su entrambe le guance.
«Bene. Mi godo la pioggia. Sto tornando a casa.»
«Ho la macchina posteggiata proprio dietro l'angolo, vieni che ti do un
passaggio.»
Sarebbe sembrato strano avviarci da dove era venuta, così ci dirigemmo
verso la metropolitana e poi svoltammo a destra in direzione del fiume.
Seguimmo la curva della strada fino a trovarci fuori campo per i poliziotti.
A circa metà strada prima dell'incrocio successivo, Suzy sollevò la testa
di quel tanto che mi rese possibile vedere le sue labbra che si muovevano
sotto la visiera che gocciolava. «Hai visto che hanno chiuso la metropoli-
tana?»
Annuii. «Mi hanno sbattuto fuori a Bank. Mancanza di corrente i miei
coglioni. È come quando effettuano un trasporto di armi nucleari sull'auto-
strada. Alle tre del mattino chiudono tutti gli svincoli a causa di qualche
misterioso incidente capitato poco più avanti che si risolve non appena
passato il convoglio.»
Le sue labbra s'incresparono in un sorriso ironico. «Sembra che il capo
sia stato costretto a parlare con il Dieci di Downing Street, dopo tutto.
Giusto. Al suo posto non vorrei correre rischi. E tu?» Fece una risatina ap-
pena surreale. «Scommetto che Tony è agitatissimo. Immagini che casino
c'è là dentro?»
«Non riusciranno a non far trapelare la notizia. Domani a quest'ora sarà
un vero inferno.»
Si guardò fugacemente alle spalle. «Ho passato quasi tutta la sera nasco-
sta nell'atrio di un albergo a Marble Arch, ma poi mi hanno sbattuta fuori.
Mi hanno preso per una puttana. Allora ho fatto un rapido giro per negozi,
mi sono cambiata ed eccomi qui.»
«Mi hanno quasi beccato nel B&Q vicino alla stazione. Sundance. Lo
stronzo voleva spararmi. Comunque siamo qui.»
«E adesso?»
«Devo fare la telefonata.»
Arrivammo all'incrocio. I cartelli indicavano che Victoria e Pimlico era-
no a sinistra, ma non era lì che volevamo andare. Sapevo che girando a de-
stra e poi a sinistra avremmo raggiunto prima la caserma di Chelsea e poi
il ponte. Dietro gli imponenti cancelli in ferro battuto ferveva una grande
attività. Davanti i poliziotti di guardia erano coperti di Gore-Tex e armati
di SA80. Gli autocarri erano allineati nella vasta piazza delle esercitazioni
con luci e motore accesi.
Chelsea Bridge fece la sua apparizione e così una cabina telefonica. Ci
frugammo nelle tasche e fra tutti e due riuscimmo a mettere insieme quat-
tro sterline di monete. M'infilai nella cabina insieme con lei, estrassi la po-
laroid per il numero della fonte. Suzy la prese e la esaminò.
Tre furgoni della polizia pieni di uniformi sfrecciarono cigolando verso
di noi dall'altro lato del ponte. Era quasi mezzanotte, forse era l'ora del
cambio del turno. Mi restituì Kelly. «Cazzo, domani andranno tutti molto
più piano quando sapranno di questa merda.»
L'Ufficio di Gabinetto, al numero settanta di Whitehall, aveva una serie
di stanze a disposizione per i ministri del governo e ufficiali, denominate
COBR ossia Cabinet Office Briefing Rooms, sale riunioni dell'Ufficio di
Gabinetto. Non avevano numeri ma lettere e le riunioni sulle emergenze di
solito si tenevano nella sala A. Di certo ce n'era una in corso proprio in
quel momento.
Il capo dello staff della Difesa, i capi dell'intelligence e dei servizi di si-
curezza, servizi Met e antincendio, ogni uomo con il suo cane, sarebbe sta-
to seduto intorno al tavolo con la camicia stropicciata, impegnati a stabilire
cosa cazzo fare di quelle cinque bottiglie di Y. pestis che erano in giro per
la capitale, cercando allo stesso tempo di mantenere la situazione il più
normale possibile, il più a lungo possibile. Presieduta da Tony. Signorsì
stava sicuramente cercando di spiegare la sua soluzione per uscire dalla
merda.
Composi il numero, immaginando il caos nelle stanze adiacenti alla sala
A: telefoni che suonavano, gente che correva di qua e di là con un foglio in
mano, altri che ordinavano ai militari di stare pronti, ma senza spiegare an-
cora il perché, altri che tentavano di avere un sì o un no definitivo per le
loro azioni per l'attacco biologico.
Il telefono squillò tre volte prima che la fonte rispondesse. Non gli diedi
tempo di parlare. «Sono io. Sono tornato. Dove lo porto?»
Lui cercava di sembrare calmo. Lo sentii fare un respiro e distinsi la vo-
ce di un annunciatore della TV. «Le hai tutt'e cinque?»
«Sì. E tu hai ancora quello che voglio?»
Ci fu un'altra pausa. Sentii il motivo di News24 e il cronista che si but-
tava deciso nell'elencare le principali notizie. Nessuna sorpresa. Tutte ri-
guardavano la chiusura della metropolitana e la mancanza di energia. «La
situazione è molto tesa, al momento, lo sai?»
«Sanno di te, sanno quello che stiamo facendo.»
«Naturalmente. Me lo aspettavo. Vai al solito bar e chiama non appena
arrivi. Qualcuno verrà da te. Mi hai capito?»
«Sì, ho capito.»
La comunicazione venne chiusa.
Uscimmo dalla cabina e ci rifugiammo al riparo di un piccolo garage.
Sotto la tettoia, aprii il marsupio e presi la pistola. «Tieni, è quella di Sun-
dance.»
Aprì la camera per controllare che non fosse piena di bossoli vuoti.
«Okay, io vado a incontrare l'uomo di Facciadiculo, tu mi segui ovunque
mi portino. È probabile che non ci liberino finché non avranno sparso in
giro la merda.»
La pioggia colpiva la visiera del suo berretto. Annuì. «Sempre che in-
tendano davvero liberarvi.»
Mi strinsi nelle spalle. Non c'era niente che potessi fare finché non fosse
accaduto. «Dammi un'ora, ovunque io sia. Se non mi vedi, o se ti accorgi
che la situazione precipita, raggiungimi e vieni a prendere Kelly, DW, me,
o quello che sarà rimasto.»
Luci lampeggianti azzurre passarono silenziose in una strada vicina. Lei
mise la pistola in borsa. «Bene, dobbiamo procurarci una macchina. Stai di
guardia.»
La ragazza MOE si allontanò da me e cominciò a controllare le auto sti-
pate nel piccolo garage. Più vecchia era meglio era, ecco quello che avreb-
be cercato: più facile da aprire, più facile da mettere in moto. Si fermò vi-
cino a una vecchia Renault 5, con la targa con la V, e cinque minuti dopo
eravamo diretti a sud attraverso Chelsea Bridge. Giunti in fondo svoltam-
mo a sinistra, verso Westminster. Dopo Tower Bridge, saremmo passati di
nuovo sulla riva nord del Tamigi, avremmo costeggiato il cerchio di accia-
io intorno alla City e ci saremmo diretti verso Starbucks.

58

Smithfield era un brulicare di attività. Furgoni e autocarri lottavano per


posteggiare vicino al mercato molto illuminato. Caricavano e scaricavano
di tutto. Da piccoli cartoni a mezzene di mucca. Uomini con cappotti bian-
chi, cappelli e stivali di gomma erano ovunque, chi fumava, chi si strofi-
nava le mani per vincere il freddo.
La sgangherata Renault si fermò e i tergicristallo la imitarono. Non che
fossero particolarmente efficaci. Mi precipitai nella cabina telefonica ac-
canto alla quale ci eravamo fermati e cercai gli spiccioli in tasca. Presi an-
cora una volta la polaroid dal marsupio, infilai una moneta nella fessura e
composi il numero. Squillò a lungo prima che rispondesse.
«Pronto?» Sembrava calmo come se stesse organizzando una passeggia-
ta nel parco.
«Sono quasi arrivato.»
«Bene. Un furgone bianco verrà a prenderti.»
«Sarò nel vicolo lì a fianco.»
«Vedi di essere in vista rispetto alla strada. Arriverà subito.» La comu-
nicazione terminò.
La pioggia batteva forte sul parabrezza quando rientrai in macchina.
Comunicai a Suzy il luogo dell'incontro. Mi ascoltò con un sorriso triste,
poi si avvicinò e mi baciò con dolcezza sulla guancia. «Questa potrebbe
essere davvero l'ultima volta.»
Non c'era molto da aggiungere. Sorrisi anch'io, poi controllai i documen-
ti, il marsupio e scesi. I pantaloni della tuta si attaccarono alle gambe men-
tre mi sistemavo la sacca sulle spalle. «Speriamo di no.» Le rivolsi un ge-
sto di saluto appena abbozzato.
«Lo spero anch'io. Forse fuori dal lavoro... sai, io vengo a trovarti, tu
vieni a trovare me, cose così.» Accese il motore.
«Sarebbe bello. Mi piacerebbe.»
Finalmente riuscì a inserire la prima e partì per trovare un buon punto da
cui tenere d'occhio Starbucks. Io mi avviai a piedi.
Non incontrai quasi nessuno mentre raggiungevo il bar e svoltavo nel
vicolo. L'intera zona era chiusa per la notte; era tutto buio tranne i lampio-
ni che brillavano debolmente nel rovescio di pioggia.
Un'auto passò fra schizzi d'acqua e un paio di persone sotto gli ombrelli
si diresse veloce verso la stazione di Farringdon. Non ne compresi il moti-
vo: si vedeva benissimo che era chiusa. Non vidi uniformi, ma con certez-
za erano al riparo da qualche parte.
Un Transit bianco, a pezzi come la Renault, scese lentamente verso di
me e si fermò dall'altro lato. Strizzai gli occhi per riuscire a capire chi era
al volante, attraverso la pioggia. Quando abbassò il finestrino, uscii
dall'ombra. Era Grigio, sempre da solo, sempre con quell'aria da buono, il
più grande degli assassini con il sorriso. «Dammi la borsa, prego, e sali
dietro.»
Non l'avrei mai fatto. Se tenevo il controllo su DW avevo qualche possi-
bilità in più di vedere Kelly. «Mai. Resta con me.»
Sorrise come se fosse il mio ospite per la serata e indicò la maniglia del-
la porta laterale.
Dopo un paio di tentativi riuscii ad aprirla e la luce interna si accese. Sa-
lii. L'interno del furgone era nelle stesse condizioni dell'esterno, il fondo di
metallo era arrugginito, ammaccato e scrostato. C'era odore di spezie.
Chiuse la portiera e io mi misi in ginocchio per tenere fermo DW. Poggiai
un lato della testa contro la paratia della cabina e lo sentii risalire. Non ap-
pena partiti cominciò a blaterare in indiano, o altro, probabilmente infor-
mava la fonte che era tutto sotto controllo, che mi aveva preso.
E adesso? Mi avrebbero sparato? Mi ero convinto che non avrebbero
corso quel rischio, nel caso io avessi sostituito le bottiglie. Di certo mi a-
vrebbero tenuto in vita finché non sapevano quello che avevano. Cazzo se
lo speravo, ma che scelta avevo? Mi augurai solo che Suzy fosse là fuori
da qualche parte che ci seguiva.
Meno di un minuto dopo il furgone si fermò. La portiera della cabina
venne aperta e dopo un paio di tentativi anche quella laterale si schiuse. La
luce si accese. Si era fermato vicino a un cassone per l'edilizia davanti a un
muro di mattoni rossi e finestre chiuse con assi.
Dovevo parlare per primo. «Qualsiasi cosa abbiate in mente, amico, pen-
sateci bene. Cosa succede se questa roba non è quella giusta, se ho effet-
tuato uno scambio...»
Il sorriso di Grigio mi comunicò che non gliene fregava un cazzo. Pote-
vo parlare quanto volevo: per lui era uguale. Mi gettò un rotolo di sacchetti
della spazzatura neri ed entrò accanto a me, in mano aveva un cartone per
trasportare bottiglie di Sainsbury. «Spogliati. Prego, spogliati.»
Azionò l'interruttore, così la luce restò accesa anche quando chiuse la
porta. Non mi ero accorto prima di quanto infossati fossero i suoi occhi.
«Hai la foto di tua figlia, prego?»
Dal suo tono era chiaro che non saremmo andati da nessuna parte se io
non obbedivo. Mi tolsi la sacca dalle spalle e la posai sul pianale, poi gli
passai la polaroid che era nel marsupio. Iniziai a spogliarmi. Era una cosa
buona. Non voleva correre nessun rischio che io avessi addosso qualche
dispositivo di sorveglianza e adesso, qualsiasi cosa accadesse alle mie co-
se, la foto e il numero non ci sarebbero stati. Voleva dire che solo i miei
vestiti sarebbero finiti nel cassone, per adesso almeno.
Mentre io mi spogliavo lui aprì la sacca. Le bottiglie tintinnarono quan-
do le liberò con delicatezza dai miei vecchi vestiti che le avvolgevano. Le
sollevò una per una verso la luce, poi alzò un angolo dell'etichetta con
l'unghia del pollice e controllò ancora. Doveva esserci qualche segnale,
forse un graffio sul vetro: l'avrebbe trovato.
Ero ormai in calze e boxer. La notte era piuttosto fredda ed essere ba-
gnato non era di aiuto. Fece un gesto verso il mio corpo scosso dai tremiti.
«Tutto, prego. Continua.»
Feci quanto mi veniva detto e buttai gli indumenti nel sacchetto insieme
con il marsupio, i documenti e il Traser.
«Indietro, prego.» Mi fece il gesto di andare ancora più verso il fondo
del furgone e si frugò in tasca. Ed ecco apparire un paio di guanti chirurgi-
ci e un tubo di gel KY. Sapevo benissimo quello che stava per succedere.
L'avevo già subito diverse volte. I congegni devono essere molto piccoli
per starci, ma potevano ugualmente avere una pila della durata di qualche
ora.
Senza bisogno che mi venisse chiesto, mi piegai fino a toccarmi la punta
dei piedi. Il guanto schioccò dietro di me, poi toccò al KY. L'ispezione du-
rò solo un paio di secondi. Quando ebbe finito aprì la portiera laterale, pre-
se il sacchetto della spazzatura e la gettò nel cassone. I guanti seguirono.
Ecco la situazione: io ero completamente nudo, senza niente, con una
scatola di cinque bottiglie di DW con le etichette staccate.
La porta venne di nuovo chiusa, ma se non altro la luce restò accesa. E
poi partimmo, Grigio parlava al cellulare, rideva anche, di tanto in tanto.
Non sapevo quello che trovava più divertente: il giochetto con il gel KY, o
la mia paura di essere ucciso.
Ci fermammo ai semafori, rallentammo agli incroci, svoltammo a destra
e a sinistra. I pedoni sguazzavano nella pioggia. Mi capitò di sentire l'auto-
radio o il motore che perdeva colpi di veicoli vicino a noi. Cercai di igno-
rare il freddo e la pelle d'oca e mantenni una salda presa su DW. Non ave-
vo idea di quanta strada avessimo percorso, per quanto ne sapevo poteva
aver fatto giri su giri intorno a due isolati, solo per farmi perdere l'orienta-
mento.
Di nuovo fermi, ma stavolta la porta della cabina si aprì e sentii il rumo-
re di una catena e il cigolio di un cancello. Il furgone scivolò in avanti, poi
il motore venne spento e non mi rimase altro da ascoltare se non il battere
della pioggia. Ovunque fossimo diretti avevo la sensazione di essere arri-
vato.
La porta laterale venne aperta. Eravamo in un cortile. A due passi da me
c'era un muro di mattoni scuri, bagnati e sporchi. In mezzo a quello c'era
una porta aperta che conduceva in un piccolo ingresso molto sporco.
All'interno c'era un'altra porta e a sinistra di quella delle scale.
«Dài, entra!» Grigio m'invitava a entrare come se fossi arrivato per una
cena. Feci un passo sull'asfalto freddo e bagnato. DW era nella mia mano
destra. Vedevo solo alti muri di mattoni e i lucidi tetti in ardesia delle case
vicine. Non avevamo viaggiato per più di mezz'ora, quindi dovevamo esse-
re ancora a Londra. Non avevo idea dove, però. Mi augurai che l'avesse
Suzy.

59

Con un paio di passi raggiunsi l'atrio. Sentii odore di muffa e di cucina


speziata. Le scale erano ripide, strette, coperte da un tappeto unto e saliva-
no verso il buio.
Grigio, in piedi dietro di me, spinse la porta interna e l'aprì. Ci trovava-
mo nella cucina in disuso di un ristorante. Non c'era luce diretta, solo il ri-
flesso che riusciva a filtrare dai quadrati di vetro nella porta tipo saloon
che era in fondo al locale. Strano che avesse mantenuto l'odore: nessuno
cucinava lì dentro da secoli.
Portò il dito piegato davanti al mio viso e sussurrò: «Vieni, vieni». A-
vanzammo fra vecchie pentole, tegami e stoviglie di ogni genere che erano
ancora sui fornelli e sui banchi di lavoro. Sotto i miei piedi nudi le piastrel-
le erano gelide.
Si fermò vicino alle porte e si voltò. Alla luce indiretta riuscivo a mala-
pena a vedergli gli occhi e il dito che avvicinò alle labbra. «Guarda.» Indi-
cò l'apertura. «Guarda.»
Portai il naso contro il vetro, le bottiglie erano sempre strette in mano
mia. Quasi tutto l'arredo del vecchio ristorante era ammassato contro le pa-
reti, ma Kelly era su una sedia in mezzo alla stanza. Ne vedevo la schiena,
era girata verso la strada.
Blu era in piedi sopra di lei. Su un tavolo che non era stato spostato c'era
una lampada che gli illuminava il viso e il coltello che teneva in mano. Mi
chiesi se fosse quella la lama che aveva sistemato Carmen e Jimmy.
Anche se fosse stata girata nell'altro verso non mi avrebbe visto comun-
que. Era bendata e aveva mani e piedi legati, indossava ancora la maglietta
Old Navy e i suoi capelli erano una massa arruffata.
Feci un gran respiro. Avrei voluto urlare il suo nome, farle sapere che
ero lì, che era salva. Ma sapevo di dover restare calmo. Era viva ed erava-
mo sotto lo stesso tetto. Doveva bastarmi per il momento.
Grigio cominciò a tirarmi per la spalla. «Vieni, vieni.» Sembrava quasi
lievemente più eccitato, forse dopo tutto non voleva portarmi a cena; forse
saremmo andati a una vera festa.
Lo seguii fino ai piedi delle scale. Adesso il pianerottolo di sopra era il-
luminato. La porta d'ingresso era ancora aperta e la pioggia s'infilava den-
tro. M'invitò a salire per le scale strette. «Da questa parte, prego, da questa
parte.»
Quando fui circa a metà, nel pianerottolo comparve la fonte. Senza un
cenno di saluto, spense la luce ed entrò nel salotto stretto e lungo. Mi fer-
mai sulla soglia. Le tende di velluto rosso erano chiuse ma era impossibile
non riconoscere la TV, ancora sul canale 24 della BBC, senza audio, e la
fila di ninnoli. Per quasi due giorni mi ero portato la loro foto nel marsu-
pio. Il resto della stanza mi era sconosciuto. Intorno alla TV c'erano un di-
vano e due poltrone verdi e sullo schienale della poltrona più vicina il suo
impermeabile. Contro il muro, sulla destra, un piccolo tavolo in legno scu-
ro e due sedie.
Il caminetto era rivestito di piastrelline grigie anni '30 e dentro c'era una
stufa a gas più o meno della stessa epoca. Non era accesa. Sulla mensola
del camino erano sistemati altri ninnoli, tipo quelli sulla TV, tozze ripro-
duzioni in ottone o in vetro di moschee. Sopra era appesa una fotografia
della Mecca durante l'Haj, insieme con le foto di famiglia: una coppia con i
capelli bianchi e un matrimonio con il tradizionale vestito bianco. Nella
stanza c'erano altre due porte che erano chiuse.
«Entra. La tua bambina sta bene, hai visto?» La fonte era seduta sul di-
vano, fissava la TV senza sonoro. Un cellulare era accanto a lui sul brac-
ciolo. Aveva ancora la giacca, ma aveva tolto la cravatta e lasciato l'ultimo
bottone della camicia abbottonato. La quarta sacca era ai suoi piedi.
Ken Livingstone era in diretta, aveva i capelli bagnati e dozzine di mi-
crofoni piantati davanti al viso. La didascalia ci informò: «Il sindaco non è
al corrente di nessuna minaccia terroristica, tutti gli sforzi sono concentrati
sul ripristino dell'energia nella metropolitana».
Il sottotitolo successivo era un aggiornamento delle notizie. «Un anoni-
mo funzionario del ministero degli Esteri informa la BBC di un imminente
attentato biologico alla metropolitana. Il governo non rilascia dichiarazioni
sulla pubblica sicurezza. Il portavoce del governo definisce infondata la
notizia e invita a mantenere la calma.»
Convinto che il lavoro fosse finito, Signorsì doveva aver lasciato libero
Simon. E forse anche Simon ci aveva creduto finché non aveva sentito che
la metropolitana era stata chiusa.
Sundance e Scarpedatennis non ci avrebbero messo molto a trovarlo.
Sundance avrebbe avuto il braccio appeso al collo, il che non gli avrebbe
impedito di fare la sua parte. Due anni prima mi aveva quasi ucciso a calci;
Simon non sarebbe durato a lungo. Triste, ma io l'avevo avvertito.
Attesi sulla soglia per sfruttare la possibilità di guardare di sotto. La por-
ta dipinta di bianco della cucina si stava aprendo. Ombre si proiettarono ai
piedi delle scale. «Vi prego... vi prego, lasciatemi andare.»
La portavano fuori, verso il furgone.
Vaffanculo al mondo, forse non l'avrei rivista mai più.
«Kelly!»
Posai il cartone sulla moquette e mi precipitai giù per le scale.
«Nick! Nick!»
Praticamente caddi addosso a loro sul pianerottolo.
Afferrai la benda, mentre lei si dimenava, le mani e i piedi sempre legati.
«Va tutto bene, sono qui. È tutto a posto.»
Quando riuscii ad abbassare la benda, un paio di mani forti mi serrò il
collo e mi spinse in ginocchio. Riuscii a scorgere il suo viso impietrito
mentre Grigio e Blu la sollevavano. Lacrime le scorrevano lungo le guan-
ce. «Mi dispiace, Nick, mi dispiace... niente Disneyland...»
Non potevo risponderle. Non potevo neppure respirare.
Blu le coprì la bocca con la mano, riuscivo a vederle solo gli occhi, im-
pazziti per la paura. Un paio di secondi dopo non c'era più. Quando la por-
ta venne chiusa le mani mi mollarono. Ero a terra, cercavo di respirare.
La fonte mi rimase addosso mentre cercavo di riavermi.
Lo guardai. «Perché non può restare qui con me?»
«Non va lontano. Perché sei così stupido? Per salvarla devi restare cal-
mo. Ho impedito che la uccidessero. Questo è l'ordine che hanno ricevuto.
Se volevi parlare con tua figlia, dovevi solo chiedere. Vieni, vieni con
me.»
Lo seguii su per le scale, tossivo e cercavo di respirare. Dovevo mante-
nere la calma. Aveva ragione lui. Agire d'impulso non le sarebbe stato di
nessun aiuto.
Prese le bottiglie ed entrò nel soggiorno, io invece rimasi di nuovo sulla
soglia in ascolto del furgone.
Merda, fra quanto sarebbe arrivata Suzy?
Fece un gesto con la mano verso le fotografie di famiglia che erano so-
pra il caminetto. «La portano a casa del figlio, il figlio del nostro ospite
qui. Volevo solo che tu la vedessi, per farti sapere che vale ancora la pena
di salvarla. Il tuo comportamento mi ha dimostrato che avevo ragione a te-
nervi separati. Dovrebbe garantire che non ci saranno più gesti irrazionali
mentre aspettiamo.»
La sua voce era calmissima, molto controllata, mentre si dirigeva di
nuovo verso il divano con gli occhi puntati alla televisione che faceva
scorrere immagini di poliziotti annoiati e in disordine che presidiavano la
stazione di Earl's Court. «Come puoi vedere, le cose non stanno filando li-
sce quanto avrei desiderato.»
Il furgone era in moto, pronto a portarla via.
Entrai nella stanza. «Pensi di accendere quel fuoco? Si gela.»
«Ma naturalmente.» Si accucciò e premette il pulsante di accensione
mentre apriva il gas. «Adesso ti spiego perché è necessario che tu sappia
che lei è viva.» Parlava al fuoco. «Allora, non ho nessun sistema scientifi-
co per controllare che le bottiglie che hai portato contengano proprio la Y.
pestis. Le bottiglie sono quelle giuste, ma il contenuto? Ci vorrà un po' per
accertarlo, ma non è un problema. Il vostro sindaco dice che la metropoli-
tana potrebbe restare chiusa per un giorno o due. Quindi...» si alzò agitan-
do le mani per aria, poi sedette sul divano e le lasciò cadere sulle gambe,
«... quindi dobbiamo usare la tattica dell'attesa. So che sei un uomo ragio-
nevole. La stupidità di prima», fece un gesto in direzione delle scale, «è
stata solo un attimo di debolezza. So che non ti comporterai più così, per-
ché, se tu lo facessi, la ucciderebbero subito. Dunque noi aspettiamo.»
La fonte accese una sigaretta. Udii dei passi salire le scale. Grigio entrò,
nel sottofondo sentivo il motore del furgone. Mi passò davanti come se
non fossi lì.
La fonte si alzò e aprì la porta più vicina. Vidi una cucina economica,
anni '60, accanto a un lavandino con piano scolapiatti in acciaio inossidabi-
le. Ai piedi di quella, a terra sulle piastrelle, c'era la coppia dai capelli
bianchi della fotografia sopra il caminetto. Lui indossava un cardigan gri-
gio sopra una camicia bianca abbottonata fino al colletto, le rughe e i baffi
bianchi conferivano al suo viso una tranquilla dignità. Lei a confronto
sembrava inadeguata. Indossava un sari verde con un golf sopra e le calze
del marito per tenere caldi i piedi. Sembravano una coppia molto unita e
probabilmente lo erano stati fino al momento in cui non erano stati uccisi.
Non c'era sangue. Non erano stati fatti a pezzi come Carmen e Jimmy.
Strangolati, forse, o soffocati per ridurre al minimo il rumore.
La fonte studiò la mia espressione mentre guardavo la coppia morta.
«Non essere triste per loro. Sono in paradiso. Sono felici adesso che cono-
scono il motivo del sacrificio della loro famiglia.»
Grigio si fermò vicino alla porta e prese le bottiglie. La fonte si teneva il
viso fra le mani e il fumo della sigaretta gli saliva a spirale tra i capelli. Si
fissarono con intensità per un paio di secondi mentre la fonte borbottava
qualcosa, poi Grigio raggiunse il frigorifero, posò a terra le bottiglie e si
chinò per vuotarlo. La fonte lo chiuse dentro nella stanza e tornò a sedersi.
Aspirò un'ultima boccata della sigaretta quasi finita.
«Quel figlio di cui mi hai parlato, dove avete portato Kelly... anche lui è
morto?»
«Sì, anche lui ha avuto questo onore. E forse è te che deve ringraziare.
Avevamo bisogno di due case per questa nuova, inattesa fase dell'opera-
zione.» Il fumo usciva lento dalle sue labbra quando mi fece un cenno ver-
so le sedie. «Siediti, resteremo qui per parecchio tempo.»
Sentivo un tintinnare di bottiglie. Presi l'impermeabile asciutto, lo indos-
sai e andai a sedermi nella poltrona più vicina al fuoco.
La fonte era ancora in vena di spiegazioni. «Sai, l'unico modo che ab-
biamo per scoprire se hai portato la Y. pestis è che qualcuno la usi. Così, se
hai scambiato le bottiglie, ti prego di dirmelo adesso. Tua figlia non deve
morire solo perché tu ci hai mentito. Ti darei l'opportunità di andare a
prendere quello che voglio.» Fece una pausa. «Allora, è genuino il conte-
nuto delle bottiglie?»
Annuii.
«Lo sapremo presto.» Guardò la porta chiusa come se potesse vederci at-
traverso. Sentii lo schiocco di un tappo, seguito da forti ed energici colpi di
tosse. Grigio doveva aver annusato in modo generoso e obbediente.
La fonte mi guardò e sorrise. «Questo è l'esempio della nostra dedizione
al Signore che ci renderà vincitori. Noi tutti andremo in paradiso.»
La porta si aprì e apparve Grigio. Indossava una mascherina. Il frigorife-
ro era chiuso, nessuna bottiglia in vista. Solo un panetto di burro, un carto-
ne di latte e dei Tupperware a terra vicino agli anziani coniugi. Mentre
chiudeva la porta della cucina si scambiarono un altro cenno di assenso,
poi Grigio sparì per le scale.
Tutto chiaro, adesso. Avremmo aspettato fino a che Grigio non avesse
avuto sintomi di contaminazione. Solo allora la fonte avrebbe preparato
l'attrezzatura e sarebbe uscita. Forse gli altri due si sarebbero uniti a lui per
un certo tempo, riempiendosi i polmoni nella metropolitana durante l'ora di
punta.
Cosa sarebbe successo a Kelly?
Verrà contaminata da lui.
Merda, merda... non devi pensarci. Pensa solo a cosa puoi fare adesso,
in questo minuto, per impedire che accada.
«Ti prenderanno e lo sai. Ci stanno già cercando. Lasciala andare. Ti as-
sicuro che le bottiglie sono quelle vere. Sai che non rischierei mai la sua
vita. Perché esporla al contagio? Lasciala libera, lei non sa dove siamo.
Falla portare a una biblioteca o un posto del genere. Tieni me... lei è solo
una bambina.»
Sentii chiudere il portone e il motore del Transit essere portato su di giri.
La fonte si protese verso di me, il fumo le usciva dal naso e dalla bocca.
«Voi, voi non vi siete preoccupati molto per i miei figli. Tutti e due hanno
la stessa età di tua figlia.» Il viso s'indurì. «Forse non hanno la stessa im-
portanza, non sono bianchi. Sono io quello che lotta per la jihad, non i
miei figli, ma sono loro a pagarne il prezzo per colpa tua. Dimmi, perché
tua figlia è così più importante dei miei?»
«Non lo è. Ma è mia.»
«Hai perfettamente ragione e hai ancora la possibilità di farla vivere. Se
le bottiglie contengono davvero la Y. pestis, è molto probabile che tua fi-
glia venga contaminata. Ma tu hai il potere di tenerla in vita, devi solo re-
stare calmo finché io non avrò portato a termine il mio compito. Poi potrai
andare a prenderla e farla curare.»
Prese il cellulare e compose un numero. «E tu ci stai aiutando perché tut-
te quelle migliaia di persone non hanno valore per te, solo tua figlia ne ha.
Forse vivrà, forse no, ma tu resterai qui. E lo farai perché non sei come
me, sei debole e vuoi salvare tua figlia.»
Finalmente spense la cicca di sigaretta che gli era rimasta attaccata fra le
dita e parlò veloce al telefono. Non avevo la benché minima idea di quanto
stesse dicendo o in che lingua stesse parlando, ma le due parole «guardia
nazionale» erano abbastanza facili da capire, ed era anche facile capire
perché le avesse dette. Teneva gli occhi incollati ai vari servizi di News24
su quanto stava accadendo negli Stati Uniti. Sembrava reagire con estrema
calma al sottotitolo che dichiarava che lo stato di allerta arancio era sempre
in vigore; immagini della guardia nazionale che controllava ponti e altri
punti strategici, era evidente che tutti i permessi degli agenti di polizia e
dei vigili del fuoco erano stati cancellati. Passarono anche alcune inquadra-
ture di americani che compravano in preda al panico e con maggiore agita-
zione adesso che la notizia diffusa dalla BBC sul possibile attentato a Lon-
dra aveva raggiunto le reti americane. Centinaia di persone erano in coda
alle casse con carrelli pieni di bottiglie d'acqua, cibo in scatola, protezioni
in plastica e nastro isolante.
Signorsì aveva avuto torto quando aveva affermato che ci sarebbe stato
panico per le strade in caso di successo dell'attentato. C'era già adesso.
Posò di nuovo il telefono sul bracciolo del divano ma senza staccare gli
occhi dal televisore.
«Era la squadra americana?»
Non mi guardò. «Come puoi vedere, potrebbe esserci un ritardo. Ma Dio
è con noi.»
Il cellulare squillò mentre scorrevano le immagini di inglesi che com-
pravano in un Tesco aperto notte e giorno, si comportavano esattamente
come gli americani, dopo aver visto il notiziario della notte.
Non era allarmato: si limitò a controllare il numero, poi premette il pul-
sante e cominciò di nuovo a parlare. La conversazione durò diversi secon-
di. Sul teleschermo la testa di un politico che muoveva le labbra, probabile
che invitasse a mantenere la calma.
La comunicazione finì. Avevo bisogno di sapere con chi aveva parlato.
«Si trova alla casa del figlio, adesso? Sta bene?»
Annuì. «Certo. Non siamo animali.»

60

Cosa cazzo potevo fare, adesso? E che fine aveva fatto Suzy? Era riusci-
ta a seguire il Transit fin lì? Ed era ancora fuori o lo aveva seguito di nuo-
vo?
Doveva essere rimasta ferma. Anche se avesse visto sbattere Kelly all'in-
terno del furgone, non si sarebbe mossa. Logico, non potevo fargliene una
colpa: non aveva visto me, né, cosa ancora più importante per lei, DW.
Da quanto tempo ero lì? Trenta minuti, forse quaranta, non ne avevo i-
dea. Poteva essere sul punto di fare irruzione da un momento all'altro, in-
casinando qualsiasi cosa dovesse succedere.
Ma cosa doveva succedere?
Dovevo fare qualcosa e dovevo farlo in fretta. E se Grigio e Blu faceva-
no un controllo con la fonte ogni mezz'ora od ogni quarto d'ora? Cosa sa-
rebbe successo a Kelly se un controllo non avesse avuto esito positivo?
Conoscevo la risposta ed era una risposta cui non potevo non pensare. L'a-
vrebbero uccisa.
La TV era a circa un metro da me, sulla sinistra. La fissavamo entrambi
mentre panico, ipotesi e vere e proprie bugie sui due lati dell'Atlantico ve-
nivano a galla.
La fonte era un paio di metri alla mia destra. Si fece scivolare in tasca il
cellulare ed estrasse un'altra sigaretta dal pacchetto.
Portai di nuovo la sguardo alla TV e misurai la distanza tra me e la mo-
schea di ottone che c'era sopra. Aveva le dimensioni di una videocamera
SLR.
Feci un respiro lento, profondo per raggiungere la massima concentra-
zione. Avevo solo una possibilità.
Contai, uno... due... tre...
Scattai in avanti, occhi fissi al blocco di metallo lucido.
Un grido soffocato alle mie spalle.
Nell'afferrarlo, rovesciai la TV e il resto dei soprammobili volò a terra.
Girai la testa per inquadrare il bersaglio. Girai anche il corpo, la mano
sul soprammobile sollevata come un martello.
Sul suo volto non lessi sorpresa o paura, solo rabbia mentre schizzava
via dal divano. «Idiota! Tua figlia!»
Abbattei con violenza la moschea sulla sua testa, piegando le ginocchia
per avere più forza.
Lo mancai. Scoppio di stelle negli occhi, crollai e rotolai sopra il divano.
Cazzo, faceva male.
Dovevo continuare a muovermi.
Mi obbligai ad aprire gli occhi, strinsi ancora più forte la mia arma. Un
lato del viso mi bruciava per il dolore e sentivo sapore di sangue. Sentivo
denti dove non dovevano essere. Riuscivo a vedergli solo i piedi, saltellava
sulla moquette come un pugile. In attesa che io mi rialzassi.
Dai fori nelle gengive sgorgava sangue. Mi aggrappai allo schienale del
divano e riuscii a mettermi in ginocchio. Liberai il naso dal muco per riu-
scire a respirare. La mascella faceva così male che non riuscivo a muover-
la.
Lui stava ancora saltellando. «Vuoi giocare ancora? Oppure sederti? A
te la scelta.»
«Okay, okay. Mi siedo.»
Lasciai cadere la moschea di fianco al divano, atterrò senza rumore sulla
moquette davanti al camino. Zoppicai verso una sedia. La TV continuava a
trasmettere, Dubya e Tony Blair formulavano, muovendo solo le labbra,
vuote promesse al soffitto.
«Idiota. La prossima volta ti farò veramente male. Siediti.» La fonte era
in piedi vicino alle tende, non aveva neppure il fiatone. Non mi aveva uc-
ciso per un unico motivo, ancora non sapeva se aveva il vero DW. Cazzo,
che culo!
La moschea era rovesciata e fuori campo per lui. Mi spostai come per
raggiungere la parte frontale del divano e poi scattai di nuovo per prender-
la.
Movimenti sulla destra mentre cercavo di alzarmi. Troppo lento: dovevo
essergli addosso prima che potesse assestarmi un altro colpo a mano aper-
ta.
Mi piantò la testa nello stomaco e mi spinse verso il camino. Cademmo
sopra la TV e mi schiantai di schiena contro le piastrelle. L'urto mi svuotò
i polmoni. Dalla bocca ferita usciva sangue.
Lo tenevo bloccato con un braccio. Se fosse riuscito a staccarsi e a usare
le mani sarei stato fottuto.
Con la moschea lo colpii con tutta la forza che avevo. Non m'importava
dove lo colpivo, ma solo di riuscire a farlo. Urlò forte e io mantenni la pre-
sa tenendolo bloccato.
Volevo colpirlo in testa, ma era troppo avvinghiato a me. Sollevai anco-
ra la moschea e gliela cacciai fra le scapole.
Sentii odore di bruciato e poi provai caldo. I capelli si stavano strinando
contro la griglia della stufa.
Con un movimento rapido mi staccai dal muro e rotolammo. Inarcai la
schiena per riuscire ad andargli sopra ma con il braccio libero per piantar-
gli la base della moschea in piena testa.
Mancato, ma lo beccai sul collo.
Giù ancora, centrai il suo viso.
Ancora. Rumore sordo di ossa sbriciolate. Sangue. Un lamento soffoca-
to.
Adesso non era del tutto cosciente, il suo sangue impregnava la moquet-
te. Mi misi a cavalcioni sopra di lui. «Dov'è mia figlia? Dov'è la casa?»
Voltò la testa e cercò di sorridere, ma non riuscì a far funzionare i mu-
scoli. «Presto, all'inferno.»
Ruotai il soprammobile di ottone in modo che la mezzaluna sulla torre
del muezzin fosse diretta verso di lui e gliela piantai sul viso coperto di
sangue e poi ancora, ancora.
Il pesante metallo scricchiolò altre due volte contro la sua testa, il mio
braccio sussultò a ogni contatto, poi il cranio cedette.
Le piccole bolle di sangue smisero di formarsi intorno al naso. Nei suoi
occhi un'espressione assente, pupille dilatate al massimo. La pozza di san-
gue più scuro si addensò sulla moquette, che non poteva assorbire la quan-
tità che fuoriusciva dal suo corpo. Gli lasciai la torre piantata nella tempia.
Nel tentativo di respirare inghiottii del sangue, gli infilai una mano in ta-
sca e tastai in cerca del cellulare. Non avevo tempo da buttare per cercare
l'indirizzo della casa del figlio. Non lo avrei riconosciuto neanche se lo a-
vessi visto.
Il telefono era imbrattato di sangue ma era ancora attivo. Non potevo
chiamare Signorsì da lì... non volevo sapesse dov'erano le bottiglie. Non
ancora.
Inghiottii un dente e per poco non soffocai perché scendendo mi lacerò
la gola. Sempre cercando di controllare la respirazione mi avvicinai alle
tende e le aprii.
La pioggia tamburellava contro i vetri. La strada fuori era una principale,
ma non c'erano cartelli in vista. Proprio di fronte c'era un pub di quartiere
in stile vittoriano che era stato convertito in moschea.
Dove cazzo era Suzy?
Mi precipitai per le scale e poi fuori nella pioggia.
Il cancello era in lamiera ondulata. Abbassai la maniglia ma non si aprì,
doveva essere chiuso con catena e lucchetto.
Infilai il cellulare in una tasca dell'impermeabile e mi arrampicai come
un pazzo. Del dolore al viso si occupava l'adrenalina. Scivolai e scivolai
ancora sulla struttura angolare in metallo.
Riuscii a incastrare il piede destro nell'incrocio, ma quando feci forza sul
tallone per issarmi verso l'alto sentii che la pelle si lacerava e l'osso sfrega-
va contro il metallo.
Mi lasciai andare e crollai sul marciapiede dall'altra parte, tutto il corpo
scosso dal dolore. Mentre ero ammucchiato a terra e cercavo di riprender-
mi presi il cellulare per controllare che non avesse subito danni nella cadu-
ta. Era ancora acceso ed era tutto a posto.
Circa quindici metri alla mia sinistra c'era la strada principale e dall'altro
lato la moschea. Saltellai in quella direzione e vidi un cartello. Ero all'in-
crocio fra Northdown e Caledonian.
Merda, era dall'altro lato di King's Cross, dove Blu e Grigio si erano di-
retti quando li avevamo seguiti.
Dài, Suzy, dai!
Mi trascinai per Caledonian, la principale, e superai il ristorante indiano
in disuso. Dovevo mettere distanza fra me e DW.
La pioggia mi entrava in bocca, la tenevo aperta per riuscire a respirare.
A ogni passo fango e schifezze s'infilavano nel taglio sul tallone.
Composi il numero di Signorsì. Rispose prima ancora che sentissi lo
squillo.
Mi riparai veloce nell'ingresso di un centro della comunità del Bangla-
desh quasi nello stesso momento in cui Suzy fermava la Renault lì davanti.
«Sono io. Dark Winter... una bottiglia è stata aperta, ma ho il controllo
su tutte.»
«Più piano, ripeti.»
Superai veloce il marciapiede e saltai in macchina sbattendo la portiera.
«Dov'è D...?»
Alzai una mano per farla tacere, poi chiusi l'orecchio libero con un dito
per eliminare il rumore del riscaldamento e della pioggia che batteva forte.
Presi un gran respiro e lo trattenni per un secondo. «Ripeto, ho tutto
Dark Winter sotto controllo.»
«Dove sei?»
«Rintracci questo telefono, lo terrò acceso.»
«Lo hai con te?»
«No. Taccia e ascolti. Gli ASU si sono separati. È probabile che usino
questo telefono per i controlli a tempo. Uno della squadra è contaminato.
Devo andarci adesso... se chiamano per fare rapporto e nessuno rispon-
de...»
«Rapporto a chi? Cos'è successo?»
«Non importa. Ascolti, se chiamano e non hanno risposta nessuno sa co-
sa cazzo possono fare. Ripeto, uno di loro è contaminato. Questo è il tele-
fono della fonte. Le darò i numeri chiamati. Lei mi dirà dove sono e io
posso andarci subito, prima che chiamino. Deve darsi una mossa, non so
quando faranno rapporto. Capisce?»
Suzy mandò il motore su di giri e ingranò la marcia. «Cerchiamo il fur-
gone.»
Selezionai dal menu «chiamate in uscita» mentre la Renault cigolava
sulla strada. Suzy aggredì la condensa sul parabrezza mentre i tergicristallo
andavano senza nessun effetto dall'altra parte. «Macchina del cazzo!»
Superammo un intrico di strade attraverso un complesso di edifici.
Comparvero tre numeri. Sapevo che Signorsì, adesso che aveva il nume-
ro, lo stava già facendo controllare per conoscerne la storia, ma ci avrebbe
impiegato un paio di minuti. Il mio sistema era più veloce.
Merda: 001212.
La telefonata in America.
Tornai a lui. «Ho un numero di Manhattan. Ha parlato con loro meno di
trenta minuti fa.» Glielo dettai e poi continuai con gli altri due numeri in-
glesi.
«Ricevuto. Sta' calmo e aspetta.» Chiuse.
Suzy rallentò mentre passavamo davanti alla strada di servizio di una
schiera di negozi e abbassò il finestrino. La imitai, i miei occhi scrutavano
veloci da una parte all'altra. Cercai di ignorare il dolore al piede.
«Ero sul punto di venire dentro a prenderti, quando ti ho visto ammuc-
chiato sopra il cancello.» Praticamente stava urlando. Aveva la testa fuori
dal finestrino per poter vedere la strada, il parabrezza era coperto di con-
densa. «Io dovevo restare con DW. Lo sai, vero?»
«Kelly è con loro, l'hanno portata via con il furgone.»
«Parla con il capo, deve sapere.»
«Perché? È l'unica possibilità che ho per salvarla. Se ne sbatte di lei.
Non posso correre rischi.»
Accelerammo verso l'incrocio, la strada di servizio era finita. «Li ho vi-
sti... sono andati da questa parte, ne sono sicura. Cazzo, cazzo!»
Frenò di colpo perché gli abbaglianti avevano inquadrato una serie di pa-
li che bloccavano la stradina per uscire dal complesso.
Ingranò la retromarcia. Ci voltammo entrambi facendo ogni sforzo per
riuscire a vedere attraverso il vetro posteriore coperto di pioggia. «Non
possono essere più lontani di cinque minuti. Hanno chiamato la fonte non
appena sono arrivati. Dobbiamo trovarli prima dell'ora del controllo, o è
finita. Dai, fai volare questa cazzo di macchina.»
Svoltammo a un altro incrocio, tenevo le mani sul cruscotto e dondolavo
avanti e indietro, volevo che la macchina andasse più veloce.
Furgoni ce n'erano, e tanti, ma nessuno era lo sgangherato Transit. «Per-
ché non ha ancora chiamato? Non dovrebbe essere una cosa così lunga rin-
tracciare quei bastardi. Più veloce, Suzy, cazzo, più veloce.»
«Piantala. Chiamerà, non preoccuparti. Ma dobbiamo controllare queste
strade. Continua a guardare, li troveremo, li troveremo.»
Guardavo di continuo il cellulare. Ma perché Signorsì ci metteva tanto?
Un altro incrocio. La pioggia entrava dai finestrini. «Laggiù. Guarda, gi-
ra a sinistra, sinistra.»
Svoltò, massima velocità, verso due furgoni parcheggiati più avanti.
«Trovato!» urlò. «Guarda a destra, parcheggio coperto, quattro case più in
su.»
La Renault venne sbattuta da un lato, scontrò e salì sul marciapiede. Mi
buttai giù dal lato del passeggero e usai i furgoni come copertura. La casa
aveva il tetto a terrazza, una tettoia di plastica ondulata da una parte.
Il cellulare squillò.
Controllai il numero prima di premere il pulsante verde e Signorsì co-
minciò subito a parlare.
«Ascolta bene. Non entrare nella casa, mi hai capito? State fuori tutti e
due. Mantenete controllo sulla zona. Una squadra sta arrivando. Ripeto, re-
state fuori.»
Come cazzo faceva a sapere dove eravamo?
Girai su me stesso, alzai lo sguardo e lo scoprii. Una telecamera CCTV
in fondo alla strada. Quel rotto in culo aveva localizzato i numeri un minu-
to dopo che glieli avevo dati, solo che ci aveva fottuto e aveva preso il co-
mando.
Suzy continuava a fissare il bersaglio mentre io ero chinato per proteg-
gere il telefono dalla pioggia.
«Bastardo! Kelly è lì dentro.»
«Dov'è Dark Winter?»
«Vada a farsi fottere. Se lo trovi da solo.»
«Non entrare, Stone. Non farlo.»
Abbassai il telefono ma Suzy lo afferrò prima che premessi il pulsante
rosso. «Digli dove si trova. Diglielo. Non puoi correre rischi, ricordi?»
Merda. Riportai il cellulare all'orecchio. «Si trova sopra il ristorante in-
diano in disuso in Caledonian Road, di fronte alla moschea. Ha capito... di
fronte alla moschea.»
Sentivo una gran confusione dov'era lui, che superava anche il rovescio
di pioggia.
Chiusi la telefonata e immediatamente ricevetti un'altra serie di suoni
brevi e acuti.

61

Il numero sul display era uno dei due numeri inglesi.


«Sono loro, è il controllo! È il controllo!»
Di colpo Suzy iniziò a correre, dritta verso la casa. Io le zoppicai dietro,
il taglio nel tallone si allargò, fino a che non sentii l'asfalto contro l'osso.
Ero a pochi metri da lei quando sgusciò nello spazio tra il furgone e la
porta laterale. Io andai diretto verso il portone principale che cercai di apri-
re a spallate. Feci tre tentativi, non cedeva. Controllai le finestre. Niente di
buono, doppi vetri.
Suzy stava rompendo un vetro. Scivolando sul fango e sull'erba bagnata
zoppicai più veloce che potevo verso di lei. Aveva un braccio dentro il ve-
tro sfondato. Sparò e il polso vibrò verso l'alto. Il rumore dell'esplosione fu
soffocato dal silenziatore e dalla pioggia.
Ritirò l'arma e urlò: «L'ho mancato! È andato a sinistra, a sinistra!»
La spinsi via.
La manica dell'impermeabile salì sul braccio mentre mi davo da fare con
la serratura. Schegge di vetro mi lacerarono la pelle. Suzy scattò in posi-
zione, arma alta, mi urlava nell'orecchio: «Sbrigati! Veloce!»
Le mie dita si chiusero su una Yale. La girai e per poco non caddi in a-
vanti con il braccio ancora infilato dentro. Suzy mi superò, arma pronta, e
passò la porta interna.
Quasi subito urlò: «Porca puttana! Cazzo!»
La seguii all'interno, la bocca continuava a riempirsi di sangue. La luce
dei lampioni filtrava dai pannelli in vetro del portone principale.
I cadaveri di due giovani erano sul pavimento. Suzy doveva esserci ca-
duta sopra. Adesso stava arrancando per le scale. I passi rimbombavano
sui gradini. Raggiunse il pianerottolo. Da qualche parte sopra di me e-
cheggiarono urla acute e concitate.
«Kelly! Kelly! Sto arrivando!»
Saltai i cadaveri e feci gli scalini due alla volta. Le mie gambe non pote-
vano andare più veloci.
Una porta aperta davanti a me.
Il bagno.
Vuoto.
Suzy era in piedi a pochi passi di distanza, arma alta, cane alzato. C'era
pochissima luce, solo quella della strada che filtrava dall'ingresso, ma riu-
scii a distinguere tre, forse quattro, porte. Un paio per ogni lato del corri-
doio. Suzy cercava di stabilire dietro quale poteva essere Kelly.
Afferrai la maniglia della prima sulla sinistra e lei andò a quella di de-
stra.
Era buio, ma intuii dei movimenti. Mi buttai scontrando dei mobili. Ca-
demmo insieme fra i due letti. Una lama mi penetrò nella coscia.
«Suzy! Suzy!»
Il muscolo s'irrigidì intorno alla lama, contrazione immediata. Ci schian-
tammo sul pavimento e la mano mollò la presa lasciandomi l'arma piantata
dentro. Era sopra di me, la testa conficcata contro il mio collo, mordeva,
voleva strapparmi la pelle.
Sentii odore di colonia, di sigarette, di caffè quando mi sprofondò i denti
nel collo.
M'inarcai, scalciai, tentai di afferrare il coltello piantato nella gamba.
Del sangue mi scendeva lungo il collo.
Un altro urlo dall'altra stanza. Bene, respira ancora.
Urlai anch'io quando la sua bocca si staccò da me con la mia carne fra i
denti.
Per un momento non sentii altro che i suoi rantoli e i suoi grugniti, poi la
voce di Suzy. «Via da lì! Lontano da lei! Subito!»
Poi di nuovo le urla di Kelly e corpi che sbattevano contro il muro.
Gli piantai le dita negli occhi. Avrei voluto infilarle dentro fino a rag-
giungere il cervello.
Spostò di scatto la testa e cercò di mordermi la mano. Lo afferrai per i
capelli, unti e scivolosi, tirai all'indietro per tenere lontani i suoi denti.
Il locale si riempì delle urla dell'altra stanza. Le chiusi fuori dalla mente,
dovevo concentrarmi sul coltello.
Presi a testate il tizio e i suoi denti mi lacerarono la faccia.
E poi ancora - «Bastardo!» - avrei fatto qualunque cosa pur di distrarlo,
mentre tendevo la mano verso il coltello.
Suzy cercava ancora di prendere il controllo. «Lasciala andare! Lasciala
andare!» Afferrai il manico e tirai.
Gli urlai ancora contro mentre la lama usciva e lo pugnalai con tutta la
forza che avevo. Non sapevo dove lo avevo colpito, ma lui s'irrigidì, i mu-
scoli si tesero per combattere il dolore.
Lo estrassi e colpii ancora, ancora, nella schiena, nei glutei, ovunque riu-
scissi ad arrivare.
Le sue urla raggiunsero un crescendo mentre conficcava la testa nel mio
viso e cercava di mordermi una guancia: non si arrendeva.
Ancora un urlo fortissimo dall'altra stanza.
«Kelly! Arrivo! Kelly!»
Sanguinava sopra di me; il nostro sangue mi bruciava negli occhi.
Affondai il coltello nella schiena, lo lasciai dentro e lo feci ruotare avan-
ti, indietro, a sinistra, a destra. Aveva problemi a respirare, ma non molla-
va.
Feci girare la mano in alto, in basso, in cerchio, in tutti i modi che riu-
scivo. Avevo la testa sopra la sua spalla sinistra e respiravo a denti serrati.
Urlò a pochi centimetri dalla mia guancia. Cercò di mordermi e poi grugnì
come un animale contro il mio viso.
Ma i suoi movimenti scomposti si erano fatti più lenti e le urla meno for-
ti.
Le grida di Kelly rimbalzarono ancora dal muro e poi si bloccarono.
Mi sentivo come ubriaco. Ero cosciente di quanto stava accadendo ma
era come se il messaggio ci mettesse troppo per raggiungere il cervello.
Negli occhi avevo solo bolle di luce rossa e stelline bianche.
Dovevo raggiungerla...
I nostri volti erano ormai vicinissimi quando allentò la presa del tutto e i
suoi movimenti si fecero deboli fino a ridursi a spasmi incontrollati.
Il mio software cominciò a funzionare, recuperai il controllo e cercai di
alzarmi. L'impermeabile era sotto di lui, feci del mio meglio, tirai finché il
suo corpo non rotolò da una parte.
La nuca mi dava la sensazione di non essere più in grado di reggere la
testa. Le stelline e le bolle tornarono. Mi arrampicai sopra il letto singolo e
caddi nel buio del pianerottolo.
Perdo troppo sangue, non ce la faccio...
Nessun rumore intorno, solo la pioggia sui vetri.
A passo incerto raggiunsi la porta e mi allungai verso la maniglia, però
la mano mi tremava troppo e non riuscii ad afferrarla.
Mi voltai verso le scale, avrei voluto andarmene ma i piedi si bloccaro-
no.
Caddi in ginocchio, la testa contro la porta, non potevo fare altro che
singhiozzare piano mentre dalla porta mi giungeva l'odore metallico del
sangue.
Un senso di nausea e d'impotenza s'impossessò di me. «Kelly... Kelly?
Suzy? Vi prego, parlatemi... vi prego. Per favore.»
Perché non ero arrivato prima? Avrei potuto impedire quella cazzo di
tragedia...
Non volevo entrare, volevo solo strisciare via e far finta che non fosse
successo niente. Ma dovevo.
Cominciai a picchiare contro la porta, urlavo, imploravo che qualcuno
mi rispondesse. «Suzy, apri la porta, ti prego, Kelly, Kelly...»
Scivolai a terra, ero un sacco senza forma.
Ma dovevo vedere, avevo bisogno della certezza.
Dovevo entrare.
Questa volta non potevo scappare...
Una lama di luce filtrava sotto la porta. Mi aggrappai alla maniglia e
spinsi per riuscire a entrare. Non cedeva.
Spinsi ancora, con più forza e stavolta si mosse, ma non più di pochi
centimetri. Sapevo il perché e sentii le lacrime che mi rigavano il viso.
Le mani mi tremavano, persi il controllo sul respiro.
Avevo la vista offuscata. Il collo sanguinava, la gamba sanguinava. Mi
alzai. Spinsi ancora la porta e stavolta il peso morto dall'altra parte mi con-
cesse un po' di spazio in più.
Era Suzy che bloccava la porta. Le avevano infilato un coltello nel collo;
si vedeva la punta dall'altra parte. Aveva gli occhi chiusi, ma da quello che
potevo vedere del suo viso coperto dai capelli impregnati di sangue mi
sembrò che avesse un piccolo sorriso segreto.
Crollai in ginocchio, non vedevo più niente, strisciai nel varco.
Gli altri due giacevano sul letto matrimoniale. Blu era riverso a faccia in
giù di traverso sopra di lei, la camicia bianca era rossa di sangue dove era
uscito il proiettile.
«Kelly, sono qui, adesso... Va tutto bene, ti avevo detto che sarei arriva-
to...»
Strisciai ancora e raggiunsi i piedi del letto. Lacrime, muco, sangue
schizzarono dal mio viso mentre gli tiravo il braccio con le ultime forze
rimaste.
Sirene in avvicinamento. Rumore di frenate all'esterno.
Cadde da un lato, quasi addosso a me. Piangendo in silenzio, lo scalciai
via, poi mi arrampicai sul letto.
Urlarono degli ordini. Stavano sfondando la porta.
Giaceva perfettamente immobile, come l'avevo vista migliaia di volte
quando era addormentata, allungata sulla schiena con le braccia e le gambe
allargate come una stella marina. Solo che stavolta non si succhiava il lab-
bro inferiore, nessun movimento degli occhi sotto le palpebre a seguire i
suoi sogni. La testa era girata verso destra, con un'angolazione innaturale.
Sentii la squadra entrare in casa, vidi la luce azzurra rimbalzare sui vetri
e finalmente la porta di casa che cedeva.
Mentre mi piegavo su di lei le lacrime scesero sul suo viso mezzo coper-
to dai capelli. Sapevo che era un gesto inutile ma le tastai il polso comun-
que.
Era morta.
La trascinai sul bordo del letto e la presi in braccio. A passi incerti, cer-
cando di tenerla meglio che potevo, raggiunsi la porta.
Con dolcezza adagiai Kelly accanto a Suzy. Di sotto stavano controllan-
do le stanze. Di lì a poco sarebbero venuti su, tuta NBC e respiratori, pisto-
la in pugno.
Estrassi il coltello dal collo di Suzy e lo scagliai contro il muro, poi mi
sdraiai fra di loro e presi le loro teste senza vita, come bambole di pezza, e
me le portai sul torace.
Le loro fronti si toccavano. Sprofondai il viso tra i loro capelli.

62

Hunting Bear Path


Giovedì 17 luglio, ore 11.12

Una colonna di fumo nero sbuffava dallo scappamento della JCB mentre
le sue gigantesche ruote sconvolgevano il prato appena tagliato. Si portò
all'angolo della casa. Il sole brillava sulla benna. Il braccio si sollevò fino
al primo piano e poi si allungò.
Infilai la lettera stropicciata di Kelly nel passaporto, dove era la foto, e
guardai ancora una volta il suo viso. Dio solo sa quante volte l'avevo fatto
da quando avevo recuperato la Vectra prima che Geoff tornasse dal Golfo
e trovasse un'auto sconosciuta nel garage.
Nascosto dagli occhiali da sole a specchio Josh aveva un'espressione in-
decifrabile. Si rivolse alla donna che aveva al fianco e borbottò: «Sembra
la coda di uno scorpione». La signora Billman rispose qualcosa che non
riuscii a comprendere a causa del rumore della scavatrice. C'eravamo solo
noi tre così vicini alla casa. Gli altri erano raggruppati lungo la strada, ave-
vano troppo riguardo per venire più in su nella strada privata.
La benna sembrò esitare per un paio di secondi, poi scattò in avanti. La
signora Billman sollevò la macchina fotografica, il metallo aggredì il rive-
stimento in legno. Ci aveva chiesto il permesso di fare un paio di foto e
come potevamo risponderle di no? Era un grande avvenimento per la co-
munità. Non capitava tutti i giorni di comprare una casa per pochi spiccioli
e poi demolirla. I progettisti sarebbero presto intervenuti per creare un par-
co giochi, con fontanella e fondo in gomma al suo posto.
Sembrò che tutta la casa fosse scossa da un tremito, poi il muro della
camera di Kev e Marsha si arrese con rumore di legno sbriciolato e vetri
infranti. Ci avevo messo un po' a decidere se andare o no, ma sapevo di
doverlo fare. Avevo bisogno di vedere con i miei occhi per mettere la pa-
rola «fine» a quell'incubo.
Il giorno in cui i nonni erano stati cremati a Bromley, in seguito a una
fuga di gas nella loro villetta, avevo portato Kelly in America. Non sapevo
se la sorella di Carmen fosse riuscita ad arrivare dall'Australia.
Josh, al suo primo incarico ufficiale, aveva officiato il servizio funebre e
fatto seppellire Kelly insieme con il resto della sua famiglia. La chiesa era
affollatissima. Non so se di quello sarebbe stata fiera o in imbarazzo.
Riconobbi la segretaria del preside della scuola e l'insegnante di mate-
matica e poi parlai con Vronnie che mi sembrò molto serena: decisi che si
era strafatta di Vicodin.
Il funerale in se stesso non m'importava molto. Le avevo detto «addio»
quando eravamo sdraiati a terra sul pavimento di quella camera da letto.
Forse in seguito avrei fatto aggiungere qualche parola alla lapide, ma non
sapevo ancora cosa.
Gli addetti delle onoranze funebri erano riusciti a farla sembrare così in
pace: aveva le mani incrociate sul petto ed era difficile non pensare che
stesse dormendo. Mentre me ne stavo seduto accanto alla bara a rileggere
la lettera mi aspettavo che da un momento all'altro aprisse gli occhi, me la
strappasse di mano e dicesse: «Rilassati. È solo uno scherzo».
La benna demolì un grosso pezzo di tetto e lo gettò da una parte, poi il
braccio si allungò di nuovo e azzannò un muro. La signora Billman co-
minciò a piangere, io guardai a terra e presi a calci una pietra.
La metropolitana aveva ripreso a funzionare e Londra era tornata alla
normalità, qualunque cosa fosse la normalità di quei tempi. Il numero di
Manhattan aveva condotto George dritto alla ASU americana. Erano stati
catturati con dodici bottiglie intatte e probabilmente poche ore dopo gal-
leggiavano sullo Hudson.
Le mie ferite ci avrebbero messo un po' a guarire, ma se non altro ero
vivo. Credo di doverla considerare una cosa positiva.
Altro rumore di demolizione. Alzai lo sguardo a quello che restava della
casa. Il tetto e il primo piano non esistevano più e la benna si stava occu-
pando del piano terra. Ci avevano detto che la demolizione avrebbe preso
solo un'ora o due e che il lavoro grosso era portare via i detriti. Non sape-
vano quello che dicevano.
Josh era stato al gioco e non aveva domandato come erano morti. Sapeva
che era meglio non chiedere. Gli avevo lasciato tutto il profitto della ven-
dita della casa e gli avevo detto di considerarlo la caparra del mio posto in
paradiso.
Il casino che avevo lasciato a Londra era stato ripulito da Signorsì e
Yvette con la consueta efficienza. Suzy era stata cremata nel Kent a segui-
to di incidente stradale mortale sulla M20. Nessun altro veicolo era stato
coinvolto. A quanto risultava una sbarra di ferro le si era infilata dritta nel
collo. Morte istantanea. Tutto era stato predisposto molto bene e io mi ero
confuso fra gli altri in fondo alla cappella. Vidi Mazzadagolf fare lo stesso
e avevamo scambiato qualche parola. Mi aveva detto che sapevano che era
incinta e che stavano solo aspettando che fosse lei a comunicarlo in caso
avesse deciso di abortire. Sarebbe diventata comunque quadro permanente.
Geoff era stato fatto rientrare dal Golfo. Era sicuro che la storia dell'in-
cidente non aveva senso, ma era anche sicuro che non poteva farci un caz-
zo di niente. Anche lui era consapevole che era meglio non fare domande.
Abbandonai la chiesa quando lui si alzò per dire qualche parola sulla mo-
glie e sulla loro figlia non nata. A quanto sembrava anche Mazzadagolf ne
aveva avuto abbastanza perché ci ritrovammo fuori insieme.
Da quell'ultima notte a Londra sembrava che Sundance e Scarpedatennis
fossero stati molto impegnati. Simon era stato aggredito e ucciso in Nami-
bia mentre dall'aeroporto raggiungeva in macchina la sua famiglia. I ladri
avevano preso solo la macchina fotografica. Alcuni giornali riportarono
che un anonimo dottore si era fatto avanti e aveva reso noto che da qualche
mese era in cura per stato depressivo. Mi dispiaceva per i figli, ma non si
fanno casini con informazioni di quel genere. Noi l'avevamo avvertito.
In pochi attimi la casa fu ridotta a un ammasso di detriti. Guardai Josh e
vidi una lacrima che rotolava dagli occhiali da sole. Controllai il Traser:
erano quasi le dodici meno dieci. «Ne ho abbastanza, che ne dici di anda-
re?»
Salutammo la signora Billman e ci avviammo nel vialetto. Ci disse che
ci avrebbe contattato per farci sapere la data dell'inaugurazione del parco,
avevamo annuito ma sapevo che non ci saremmo andati.
Josh aveva voglia di parlare. «Senti, ma perché non ti fermi e passi la
notte da noi? Puoi restare qualche giorno o più a lungo, se vuoi. Non hai
un bell'aspetto. Potresti dormire in camera sua...»
«Sto bene. Veramente. Preferisco tornare all'appartamento. Mi sto appe-
na riprendendo da sei anni di Pocahontas, non ho voglia di riempirmi di
Eminem per i prossimi sei...»
Forse la comunità avrebbe fatto installare un'altalena nel parco, ma di
certo non avrebbero usato quella di Kelly. Raggiunta la Dodge control-
lammo che i pali di legno che avevamo smontato, le catene e il copertone
di gomma fossero ben fissati sul retro.
«Cosa ne vuoi fare di questa?»
«Non lo so ancora, per adesso mettila in garage, ci penserò. Volevo solo
tenerla, tutto qui.»
«Nessun problema, amico. Ho capito.»
Salimmo e, mentre metteva in moto, guardai per l'ultima volta. Non sarei
tornato mai più. Avevo fatto tutto quel che dovevo, negli ultimi mesi, tran-
ne risolvere i miei problemi, naturalmente.
Josh s'inserì nella principale diretto a Laurel, a casa. «E cosa farai nel
tuo appartamento? Te ne starai chiuso dentro a sbattere la testa contro il
muro? E dai, perché non ti fermi, anche solo per una notte?»
«Sto pensando di andare via per qualche mese. Non so il perché. Ho solo
voglia di fare le valigie, sistemare un paio di cose...»
Annuì come chi la sa lunga. Sapeva bene dove volevo andare e perché.
La scavatrice poteva aver distrutto la casa, ma non aveva cancellato il
video. E adesso si era aggiunto un paio di sequenze in più. Mi attendevano
molte notti di freddo e sudore se non avessi dato un senso alla mia vita di
merda. Avevo pensato di andare dalla dottoressa Hughes. I cancelli dello
zoo si erano davvero spalancati e gli animali fuggivano liberi. Forse mi a-
vrebbe aiutato.
L'orologio del cruscotto segnava le 11.58 quando estrassi il cellulare e
controllai se avevo campo.
Josh era stupito. «Hai finalmente imparato a usarlo?»
«Aspetto una telefonata.»
A mezzogiorno in punto il telefono squillò. Quando George diceva un'o-
ra era come se la incidesse su una pietra. «Tutto bene con la casa, figlio-
lo?»
«Sì, siamo appena venuti via.»
«Bene. Non posso lasciarti andare in Inghilterra. Strane cose possono
succedere durante la terapia. Il rischio per la sicurezza è troppo grande.»
Mi sentii crollare. Anche ammettere di aver bisogno di aiuto era una lot-
ta.
«Ma ho una proposta, figliolo. Conosco il tipo giusto. È un'ottima perso-
na e comprende le situazioni del nostro lavoro. Ha aiutato anche me, in
passato. E avrai il beneficio del fondo pensioni prima del previsto. Il tipo
costa parecchio.»
«Grazie, George.»
«Non devi ringraziarmi. Il fatto è che non ho ancora trovato qualcuno
meglio di te. E tu non sei ancora morto.»

FINE