Sei sulla pagina 1di 23

J&/3 A/

NORBERTO BOBBIO

SULLA NOZIONE
DI «SOCIETÀ’ CIVILE»
E S T R A T T O DA DE H O M I N E N U M E R O 2 4 -2 5
C E N T R O D I R IC E R C A P E R L E S C IE N Z E M O R A L I E S O C IA L I
IS T IT U T O D I F IL O S O F IA DELLA U N IV E R S IT À ’ D I ROM A
SULLA N O ZIO N E DI ‘SOCIETÀ C IV ILE1

I. — II procedimento di polarità produce continuamente,


anche nelle scienze sociali, nuove coppie di opposti, che vengono
impiegate per rendere possibile una comprensione globale, e quindi
anche una valutazione (poiché a uno dei due termini si attribuisce
generalmente valore positivo, all’altro valore negativo) della realtà
sociale considerata nel suo complesso. La coppia più famosa, elic­
ila servito e serve ancora agli usi più diversi, è quella società-
comunità.
Nel linguaggio politico e storico, non solo tecnico ma comu­
ne. ha avuto e continua ad avere una straordinaria fortuna in
Italia l'uso della coppia società civile-società politica. É da rite­
nere che il frequente uso di questi termini, considerati come con­
trapposti tra loro, sia di derivazione gramsciana ‘. C om e noto,
Gramsci nei Quaderni fonda su questa contrapposizione, e quindi
riferisce ad essa, la distinzione centrale del suo sistema politico,
tra egemonia e dominio. Lo studio della fortuna del pensiero e
del linguaggio gramsciani nella cultura storica e politica italiana
di questi cent'anni è ancora da lare. Ma non è questo ciò di cui
intendo occuparmi in questa nota. Il problema che qui m ’interessa
è stato suscitato dalla lettura di Gramsci ma non è un problema
gramsciano. Si tratta del problema relativo al significato e alla
funzione dell’espressione ‘società civile1, cioè del primo termine
della coppia. La ragione di questo interesse sta nel fatto che men­
tre 'società politica1, in quanto significa 'Stato1, appartiene a un
linguaggio tecnico ed ha un ambito circoscritto, 'società civile1, in
quanto sta per tutto quello che non appartiene allo Stato, cioè
funge da termine contraddittorio, è estremamente ambiguo ed ha
un ambito amplissimo e variabile. £ una specie di ripostiglio in
1 Mi sono occupato più .1 lungo di questo problem a nella relazione svolta al
Congresso internazionale c!i studi gramsciani a Cagliari, nell’aprile scorso, inri
lulaia Gramsci ela concezione della società civile di prossim a pubblicazione).
20 Norberto Bobbio
cui mettiamo alla rinfusa le cose più varie e magari disparate. Per
quanto vi siano molti modi di definire lo Stato, il significato del
termine è abbastanza costante. Per quel che riguarda ‘società civile5,
invece, ciò che è estremamente vago e cambia da autore a autore,
come vedremo tra poco, è proprio il significato: intendo, tanto
il significato descrittivo quanto quello valutativo. Siccóme il ter­
mine si riferisce negativamente a tutto ciò che non è lo Stato,
nel senso che è fuori dello Stato, o prima dello Stato, o anche
contro lo Stato, i suoi significati (descrittivi e valutativi) possono
essere molto diversi secondo che il fuoco sia diretto verso l’uno
o l’altro dei molti possibili obiettivi.
2. — La storia dell’espressione ‘società civile5 è complicata
e apparentemente capricciosa. Si può cominciare col notare che le
parole usate per indicare i due membri della coppia di antitesi,
cioè ‘società civile5 e ‘società politica5, vogliono dire etimologica­
mente la stessa cosa e sono state di fatto usate per lunga tradi­
zione, nel linguaggio tecnico degli scrittori politici, come sinonimi.
Chiunque scorra il Secondo trattato sid governo civile di John
Locke si accorge che i due termini sono usati indifferentemente
per indicare lo Stato. Il cap. V II è intitolato: 0 / Politicai or
Civil Society. Il pensiero giusnaturalistico parte anch’esso da una
dicotomia fondamentale: status nalurae e status civilis, che si
ripete monotonamente per due secoli> a cominciare da Hobbes,
sino a Hegel escluso. Ai due status si fanno corrispondere due
tipi di società, appunto la societas naturalis e la societas civilis.
Ancora in Kant, cioè alle soglie di Hegel, si trova ‘società civile5
(bürgerliche Gesellschaft) per ‘società politica5 o ‘Stato5; e, ap­
punto in quanto società civile, lo Stato si contrappone alla società
naturale: « Allo stato di natura non è opposto lo stato sociale,
ma lo stato civile, perché vi può benissimo essere società nello
stato di natura, ma non una società civile » '.
La distinzione tra società civile e Stato avviene con Hegel,
ed è giunta a noi, al linguaggio politico contemporaneo, attraverso
Marx, che l’ha accolta e in un certo senso irrigidita. Dopo Hegel,
la dicotomia società civile-società politica è venuta sostituendo, in
un certo filone di pensiero politico, la dicotomia giusnaturalistica

1 Metaphysik der Sitten, ed. V orlän der, p. 4 8 .


Sulla nozione dì 'società a rile' 21
società naturale-società civile. Così è avvenuto clic il termine ‘so­
cietà civile’ è passato dall’essere il secondo termine della prima
antitesi all'essere il primo termine della seconda. Si potrebbe dire-
che con Hegel è avvenuta la soppressione dello stato di natura
come società prestatuale e nello stesso tempo la degradazione dello
stato civile da società politica a società prepolitica. A dire il vero,
il procedimento di Hegel è stato più complesso, sia perché il suo
schema non è dicotomico ma tricotomico, e prima dello stato c’è,
oltre la società civile, la famiglia, che è più propriamente una so­
cietà naturale, sia perché nella società civile egli comprende non
soltanto la sfera dei rapporti economici e la formazione delle classi
sociali, che erano diventati dopo lo sviluppo della scienza econo­
mica il contenuto della società prestatuale, ma anche l’ammini­
strazione della giustizia e l’ordinamento poliziesco e corporativo,
che sono due argomenti del diritto pubblico tradizionale e come
tali attribuiti tradizionalmente alla sfera dello Stato.
In realtà il ritorno ad uno schema dicotomico, in cui la so­
c i e t à civile occupa da sola tutto l'ambito della vita associata pre­
statuale. e la delimitazione eli quest’ambito alla sfera dei rapporti
economici, distinti dall’organizzazione politica, avviene solo con
Marx. Vale a dire solo con Marx la dicotomia società civile-Stato
viene a sostituire completamente la vecchia dicotomia giusnatura-
Iistica società naturale-società civile. Se si pone mente al fatto
che bürgerlich significa in tedesco oltre che ‘civile’ (da civitas)
anche ‘borghese', si può dire che in Hegel la società civile è insie­
me borghese e civile, in Marx è soltanto borghese (in cui ‘borghe­
se’ sta ad indicare attraverso un’estrapolazione storica il momento
della vita economica). Forse l'unica parola di origine latina che
potrebbe tradurre bürgerlich nel senso hegeliano e marxiano, e
che non mi risulta sia stata mai impiegata per tradurre bürgerliche
Gesellschaft, è ‘privato’, nel senso in cui ‘privato’ è usato nella
espressione ‘diritto privato' (clic non a caso ha per sinonimo, al­
meno nel linguaggio comune, in contrapposizione a ‘diritto pub­
blico’, ‘diritto c i v i 1 e'). La bürgerliche Gesellschaft è la sfera in
cui gli interessi privati, da un lato si manifestano e vengono in
conllitto, dall’altro sono regolati c protetti, senza essere trascesi,
da organi pubblici posti a loro servizio. In questo senso di ‘civile’,
eguale a ‘privato’, la bürgerliche Gesellschaft di Hegel si estende
a comprendere anche la ci vii society di Locke, in quanto lo Stato
22 Norberto Bobbio
in Locke, avendo per scopo principale la protezione della proprietà,
può essere considerato come una corporazione di proprietari (e
certamente così lo interpretava Hegel), e rimane al di sotto dello
Stato inteso hegelianamente come l’espressione di una volontà
collettiva !'.
3. — Con Hegel, e quindi con Marx, in quanto la sua ter­
minologia deriva da Hegel, è avvenuto un altro grosso mutamento
nel significato di Società civile5 (di solito trascurato). Non bisogna
dimenticare infatti che Vivile5 era andato acquistando via via negli
scrittori del ’700 anche il significato di ‘civilizzato5 contrapposto a
barbaro5. Si prenda a taso un testo celebre come La scienza della
legislazione del Filangieri. Proprio il primo capitolo è intolato
Oggetto unico ed universale della Legislazione dedotto dall'ori­
gine delle Società civili, ove ‘società civile5 si contrappone espres­
samente non all’ipotetico stato di natura ma alla società primitiva,
la quale per quanto nata coll’uomo è « tu tt’altro che una società
civile » 2. Se non si tiene presente anche questo significato di Vi­
vile5, non si comprende che nella contrapposizione società naturale-
società civile si sovrappongono e si confondono due diverse anti­
tesi, quella tra società istintiva, spontanea, corrispondente ai
desideri e agli interessi naturali degli uomini, e società conven­
zionale, artificiale, costruita razionalmente (si tratta della vecchia
distinzione tra ciò che è per natura e ciò che è per convenzione);
e quella tra società primitiva, selvaggia, rozza, e società evoluta,
colta, raffinata, che è il prodotto di un lungo processo di inci­
vilimento.
Ora, con l’arretramento operato da Hegel della società civile
a primo termine del processo storico, Vivile5 perde, insieme col
significato di appartenente alla civitas, anche quello di civilizzato
o incivilito. È perciò poco attendibile l’opinione spesso ripetuta,
che la nozione hegeliana di bürgerliche Gesellschaft derivi dalla
opera di Adam Ferguson, A n Essay on History of Civil Society,
apparsa nel 1767 e tradotta in tedesco l’anno successivo. Per

1 Si ricordi che in K a n t la distinzione tra diritto privato e diritto pu bblico


corrisponde alla distinzione tra diritto naturale e d iritto positivo, dove si vede che
la sfera del diritto privato in K a n t rappresenta il m om ento della società prestatuale,
ch e è per L o ck e la società naturale, per M arx la società civile.
■ C ito d all’ediz. di Livorn o, 18 2 6 , vol. I , p. 45.
Sulla nozione di <società, civile ’ 23
quanto civil society sia tradotto con bürgerliche Gesellschalt,
Ferguson intende riferirsi con questa espressione non alla società
prestatuale ma alla società civilizzata, indipendentemente dal fatto
se essa sia la società dei rapporti economici (la società civile in
senso stretto di Hegel) o quella dei rapporti politici. Ferguson
distingue tre fasi nella storia dell’umanità, la società naturale,
la società primitiva o selvaggia, e la società civile 11. In analogo
contesto Adam Smith dice civilized. Inoltre è da osservare che
l’uso di Società civile’ nel senso di Società prestatuale’, cioè nel
senso hegeliano, non era sconosciuto in Germania prima di Hegel.
Nel trattato di diritto pubblico, che Hegel conosceva, di August
Ludwig Schlözer, uscito nel 1793, la bürgerliche Gesellschaft,
preceduta dalla società familiare (la häusliche Gesellschaft), pre­
cede a sua volta lo Stato, il quale viene ad esistenza quando i
mmebri di una società civile si sottopongono ad un pactum sub-
iectionis. Per capire meglio che cosa intende lo Schlözer per bür­
gerliche Gesellschaft, si tenga presente il passo in cui dice che la
espressione tedesca bürgerliche Gesellschaft è pesante (schlep­
pend) 2 e propone di sostituirla con Gemeinde. Come si vede, nel
trattato dello Schlözer c’è non soltanto il termine hegeliano ma
la prefigurazione della tricotomia, famiglia, società civile, Stato.

4. — La fortuna dell’espressione Società civile’ per indicare


la società prestatuale è dovuta al fatto, come si è già accennato,
che essa è stata accolta da Marx, per rappresentare uno dei due
momenti del suo sistema concettuale, nuovamente (cioè contro la
tricotomia di Hegel) dicotomico, in quanto fondato sulla contrap­
posizione fondamentale tra struttura e sovrastruttura. Attraverso
questa contrapposizione il sistema hegeliano viene semplificato
(non più tre termini ma due) e i due momenti meglio delimitati
(il momento della società civile è esclusivamente economico, e

1 C fr. H .H . J o g l a n d ,Ursprünge und Grundlagen des Soziologie bei Adam


Ferguson , «
B e rlin o , D u n k er und H o m b o ll, 1 9 5 9 : D as W o rt <civ il> n im m t b ei F e r­
guson n ich t n ur Bezug auf die Em an zip atio n des d ritten Stan d es; es ist auch n ich t
ein e b losse A n leh nu ng an den B e g riff des Stad tbü rgers der A n tik e und ist üb erh au p t
n ich t rein p o litisch zu b etrach ten . <C iv il> ist gleichzeitig synonym m it ‘civilized*
und ‘p olish ed*, ja sogar m it ‘C ivilization * und diese w ar dam als allerdings gleich ­
bed euten d m it h o ch o rg anisierter p o litisch er G esellsch a ft » (p . 119).
2 A u g u s t L u d w ig S c h l ö z e r , Slaalsgelehrtheil nach ihren H aupttheilen, im
Auszug und Zusammenhang, G o ttin g a , 1 7 9 3 , vol. I , p. 7 8 , n ota 3.
24 Norberto Bobbio
non economico-giuridico-politico, come in Hegel). I testi abbon­
dano, a cominciare dal saggio 11 problema ebraico, in cui sia la
analisi storica sia la proposta politica sono condotte sul binario
della distinzione tra bürgerliche Gesellschaft e politischer Staat,
e ove per bürgerliche Gesellschaft s’intende società prepolitica,
nella quale si ritrovano « il mondo dei bisogni, del lavoro, degli
interessi privati, del diritto privato » Nell’Ideologia tedesca la
risoluzione della società civile in momento prestatuale, e l’indivi­
duazione di questo momento prestatuale col mondo dei rapporti
economici, sono precisate nelle frasi seguenti: « La forma di rela­
zioni determinata dalle forze produttive esistenti in tutti gli stadi
storici finora succedutisi, e che a sua volta le determina, è la so­
cietà civile »; « La società civile comprende tutto il complesso
delle relazioni materiali fra gli individui all’interno di un determi­
nato grado di sviluppo delle forze produttive » 2. Ma il testo fon­
damentale, uno dei testi canonici del pensiero marxista, si trova
nella disputatissima 'Prefazione a Per la critica dell’economia
politica, in cui si legge che « l’anatomia della società civile è da
cercare nell’economia politica » e che l’insieme dei rapporti di
produzione, in cui si risolve la società civile, « costituisce la strut­
tura economica della società, ossia la base reale sulla quale si
eleva una struttura giuridica e politica e alla quale corrispondono
forme determinate della coscienza sociale » 3.
Peraltro, nello hegelismo e nel marxismo italiani il concetto
di società civile è rimasto in ombra sino a Gramsci. È vero che le
pagine di Hegel sulla società civile hanno cominciato a essere
studiate criticamente molto più tardi, ed è solo di questi ultimi
anni il collegamento tra Marx e Hegel attraverso lo studio anali­
tico della parte della Filosofia del diritto dedicata alla società
civile. Ma non bisogna dimenticare che vi si era soffermato con
attenzione Giorgio Sorel in uno dei suoi saggi di critica del mar­
xismo tradotti in italiano, e che Gramsci conosceva. Sorel s’imbatte
nella società civile di Hegel proprio partendo dalla Prefazione
di Marx, citata poc’anzi, tanto da accorgersi che Marx, non essen­
dosi mai occupato della famiglia, « sopprime il primo momento

1 C ito d a ll’ediz.Scritti politici giovanili, T o rin o , Ein aud i, 1950, p. 384.


2 C ito d a ll’edizione italian a, E d ito ri R iu n iti, R om a, 1958, pp. 32-33.
3 C ito d a ll’edizione italian a, E d ito ri R iu n iti, R om a, 1957, pp. 10-11,
Sulla nozione di Ksocietà civile ’ 25
considerato da Hegel ». Ed osserva giustamente che la « società
civile trovasi collocata da lui [da M arx] al basso della scala che
porta superiormente i rapporti del diritto e le forme di Stato che,
egli dice, hanno origine dai rapporti della vita materiale » ’. Quindi
precisa: « La società civile contiene ben altro che degli elementi
materiali, nel senso ordinario della parola, ma Marx dà una grande
importanza a questa espressione (materiale) perché può in tal modo
opporre la vita economica, colla sua automatica regolarità, in cui
non si trova la manifestazione di alcuna idea d ’ insieme, al siste­
ma dello spirito » 2.
5. — Nel marxismo italiano l’espressione Società civile’ riap­
pare come termine chiave solamente nei Quaderni di Gramsci,
i quali hanno introdotto nel linguaggio politico e storico, sia tec­
nico sia comune, la contrapposizione tra società civile e società
politica. Qualche passo dei Quaderni fa sospettare che Gramsci
abbia derivato l’espressione e in parte il significato dell’espressione
Società civile’ piuttosto da Hegel che da Marx. Ma non è questo
che c’interessa. Il punto più im portante è un altro: mentre in
Marx, come si è visto, il momento della società civile coincide
con la struttura materiale della società (contrapposta alla sovra­
struttura in cui si producono le istituzioni e le ideologie), in
Gramsci la società civile appartiene alla sovrastruttura. In un
passo citatissimo del volume sugli intellettuali si legge: « Si pos­
sono, per ora, fissare due grandi piani superstrutturali, quello che
si può chiamare della Società civile’, cioè dell’insieme di organi­
smi volgarmente detti p riv ati’ e quello della Società politica o
Stato’ e che corrispondono alla funzione di Egemonia’ che il grup­
po dominante esercita in tutta la società e a quello di Mominio
diretto’ o di comando che si esprime nello Stato e nel governo
giuridico » 3. Con questo non si vuole affatto dire, come si è po­
tuto credere da marxisti sospettosi, che Gramsci abbandoni la
distinzione tra struttura e sovrastruttura per sostituirla con quella
tra società civile e società politica, considerate entrambe come
momenti dell’unico piano sovrastrutturale. Gramsci aggiunge la

1 N el saggio I tre sistemi storici di Marx, in Saggi di critica del marxismo, Pa­
lerm o, San dron, 1 9 0 3 , p. 2 4 3 .
2 O p . c it., p. 2 4 4 .
3 Gli intellettuali c l’organizzazione della cultura, p. 9.
26 Norberto Bobbio
distinzione tra società civile e politica a quella tra struttura e so­
vrastruttura, vale a dire opera non più con una ma con due dicoto­
mie. Queste due dicotomie sono collegate tra loro per il fatto che
il momento della società civile può essere considerato come il se­
condo momento della prima e il primo momento della seconda.
Che Gramsci operi non con una ma con due dicotomie, può
essere mostrato attraverso le diverse coppie di opposti che egli
adopera quando vuol parlare dell’una o dell’altra. Per rappresen­
tare l’opposizione tra momento strutturale e momento sovrastrut-
turale si serve abitualmente di queste coppie: momento economico-
momento etico e politico (con evidente influenza di Croce);
necessità-libertà; oggettività-soggettività. Per rappresentare la con­
trapposizione tra società civile e società politica si serve di altre
coppie (tra l’altro ben più caratterizzanti): consenso-forza; per­
suasione-coercizione; morale e politica; egemonia-dittatura; dire­
zione-dominio. Si osservi che al momento economico si contrap­
pone, nella prima dicotomia, il momento etico-politico: ebbene,
la seconda dicotomia può essere considerata come lo scioglimento
della dualità implicita nel secondo momento della prima. Se pure
con una certa semplificazione (ma si tratta di estrarre da sparsi
frammenti un modello teorico), si può dire che i pezzi fondamen­
tali del sistema gramsciano sono tre: il momento economico, che
rappresenta la struttura materiale, il momento politico che rap­
presenta l’elemento materiale della sovrastruttura (cioè la forza),
e il momento etico che fa da cerniera tra l’uno e l’altro. Non c’è
dubbio che il pezzo più importante è il terzo. E siccome questo
terzo momento è quello della società civile, contrapposta tanto alla
società economica nella prima dicotomia quanto alla società poli­
tica nella seconda dicotomia, la nozione di società civile e quello
di egemonia che vi è connesso sono nel pensiero di Gramsci dav­
vero il perno del sistema. Che consti di tre pezzi non significa
peraltro che sia tricotomico, perché i tre pezzi si dispongono in
due coppie con un termine comune.

6. — Con lo spostamento dell’asse del sistema dalla struttura


alla sovrastruttura e con la forte accentuazione nell’ambito della
sovrastruttura del momento del consenso su quello della forza,
Gramsci ci presenta una terza accezione di ^società civile’. La
storia di questa espressione è davvero piena di sorprese. Si è
Sulla nozione di 'società civile' 27
visto che nella tradizione giusnaturalistica società civile era sino­
nimo di società politica. Con Marx per influenza di Hegel il suo
significato viene letteralmente capovolto: 'società civile> è l’op­
posto di 'società politica*. In Gramsci, pur permanendo la con­
trapposizione marxiana tra società civile e società politica, 'società
ic ivile> non significa più sfera dei rapporti economici bensì della
vita culturale, religiosa (la Chiesa è gran parte della società civile
nella storia italiana), in genere spirituale, cioè sta ad indicare un
tertium genus, che non è né quello della tradizione giusnaturali­
stica né quello della tradizione marxistica.
A questo punto importa notare che attraverso il nuovo spo­
stamento di significato Gramsci ricupera il significato giusnatura­
listico di società civile come società fondata sul consenso. Con
questa differenza: che nel pensiero giusnaturalistico, che si ispira
al modello contrattualistico, la società del consenso per eccellenza
è lo Stato, mentre nel pensiero gramsciano, che si ispira all’ideale
marxiano e più genericamente socialistico (si pensi, se pur con
tutte le differenze, a Saint-Simon e a Proudhon), la società del
consenso per eccellenza è quella destinata a sorgere dall’estinzione
dello Stato. Ma a ben guardare non è una differenza sostanziale:
così come lo Stato fondato sul consenso era per un Locke o per
un Rousseau o per un Kant la soppressione di un altro tipo di
Stato, quello fondato sulla forza, o dispotico, la società post­
statuale di Gramsci e in genere dei negatori dello Stato rappre­
senta l’attuazione piena e non soltanto parziale o apparente di
un nuovo tipo di Stato, lo Stato democratico. In gran parte della
tradizione giusnaturalistica il progresso storico procede, come ab­
biamo visto, dallo stato di natura allo Stato; in gran parte del
pensiero politico ottocentesco il progresso storico procede, al con­
trario, dallo Stato alla società (civile). Ma il secondo termine è in
entram bi i modelli, indipendentemente dal nome e dalla configu­
razione particolare che può cambiare da autore a autore, la società
fondata sul consenso contrapposta alla società fondata sulla forza.
Là dove il regno della forza è identificato nello stato di natura
(Hobbes), la società del consenso è lo Stato; là dove il regno della
forza è lo Stato (Marx) la società del consenso è la società senza
Stato (la 'nuova> società civile).
Il tema della fine dello Stato è un tema dominante nella tra­
dizione marxistica da M arx a Lenin. Appare, se pur marginai-
28 Norberto Bobbio
mente, anche in Gramsci. Il recupero della società fondata sul
consenso attraverso la valorizzazione della società civile avviene
in Gramsci nel modo più manifesto là dove la fine dello Stato è
vista nella dilatazione della società civile sino alla soppressione
totale della società politica. In un passo, a proposito della fine
dello Stato, egli parla di « riassorbimento della società politica
nella società civile » '; in un altro, dice che Stato e diritto sono
diventati inutili quando saranno « assorbiti dalla Società civile » ",
Com’è noto, Gramsci chiama talvolta la società senza Stato anche
Società regolata> 3, talvolta 'Stato etico> L Q uest’ultima denomi­
nazione è estremamente significativa: anzitutto perché è, rispetto
allo Stato etico gentiliano, come lucus a non lucendo; in secondo
luogo perché conferma che il momento della società civile è per
Gramsci il momento della eticità, che si distingue in una direzione
dal momento economico, nella direzione opposta dal momento
politico. Il carattere dell’eticità è tanto pregnante per la indivi­
duazione della società civile che diventa irrilevante da un punto
di vista terminologico la differenza tra società e Stato. Società ci­
vile tutta spiegata equivale a Stato etico. In quanto 'etico*, lo
Stato perde il carattere di dominio o di dittatura o di apparato di
forza repressiva, che gli è stato attribuito costantemente nei testi
di Marx e di Engels. Lo Stato per il fatto di essere etico non è
più Stato, diventa società civile o società regolata. Vi è un passo
nei Quaderni dove le tre espressioni, società civile, società rego­
lata e Stato etico sono considerate come equivalenti3.
7. — Attribuendo a 'società civile> il significato di società
del consenso contrapposta alla società della forza, Gramsci attri­
buisce a questo termine un significato valutativo positivo e al
termine opposto un significato valutativo negativo. Come si è ac­
cennato sin dalle prime righe, le coppie di opposti prodotte attra­
verso il procedimento di polarità non servono soltanto alla com­
prensione ma anche alla valutazione. La stessa dicotomia può
quindi avere una funzione valutativa diversa, secondoché si attri­
1Note sul Machiavelli, p. 94.
2 O p . c it., p. 130.
Gli intellettuali,
3 c it., p. 160, e anche II materialismo storico e la idosofia di
Benedetto Croce, p. 75.
Note su Machiavelli,
4 c it., pp. 128 e 132.
5 O p . cit., p. 132,
Sulla tiozione di <società civile > 29
buisca valore positivo al primo o al secondo termine. Com’è noto,
nella storia della dicotomia più celebre, quella tra società e comu­
nità, le varie teorie che l’accolgono come schema di comprensione
storica si distinguono poi rispetto alla valutazione della società o
della comunità come momento positivo.
Se ora guardiamo all’espressione Società civile> non più dal
punto di vista del significato descrittivo, ma dal punto di vista
del significato valutativo, la vicenda non è meno complessa e in­
garbugliata. Intanto tra significato descrittivo e significato valu­
tativo dell’espressione non c’è alcun nesso necessario: lo stesso
significato descrittivo può dar luogo a due valutazioni diverse e
viceversa. Si pensi alla dicotomia società naturale-società civile.
È un luogo comune storiografico distinguere i giusnaturalisti se-
condoché abbiano attribuito valore positivo al primo o al secondo
termine (e, rispettivamente, negativo al secondo o al primo). Non
c’è dubbio che in alcuni casi il mutamento del significato valuta­
tivo dipende dal mutamento di significato descrittivo; si potrebbe
dire che per Locke lo stato di natura è il momento positivo della
storia dell’uomo perché non è più descritto hobbesianamente come
uno stato di guerra (a dire il vero, la cosa è più complessa). Ma
vi sono casi, in cui, pur permanendo identica la descrizione, la
valutazione viene completamente rovesciata: per Rousseau lo stato
di natura era lo stato primitivo dell’umanità, come per Ferguson,
ma era uno stato felice. Bastava interpretare la rozzezza come
semplicità, la raffinatezza come corruzione. Nella famosa invettiva
del Discours sur l’inégalité contro il primo che pose un limite al
proprio dominio e disse « Questo è mio », Rousseau afferma che
costui fu il vero fondatore della société civile. Il richiamo al­
l’esempio celebre di Rousseau ci mostra che nella coppia società
naturale-società civile, l’espressione Società civile> non ha avuto
un significato valutativo costante: ora ha rappresentato il mo­
mento positivo dello sviluppo storico ora il momento negativo.
In altre parole, il progresso storico è stato concepito generalmente
come movimento dallo stato di natura allo stato civile, ma alle
volte anche come movimento contrario, dalla società civile allo
stato di natura: come uscita dallo stato di natura o come ritorno
ad esso.
Con l’interpretazione che Gramsci ha dato della società civile
appare chiaro che anche nella coppia società civile-società politica
30 Norberto Bobbio
è avvenuto lo stesso rovesciamento di valutazione, testé consta­
tato nella coppia società naturale-società civile. Non c’è dubbio
che nella Filosofia del diritto di Hegel la società civile rappresenta
il momento negativo e lo Stato il momento positivo. Ma non è
altrettanto indubbio che dei due termini della dicotomia gramsciana,
il termine positivo è la società civile e quello negativo la società
politica. Se il progresso storico procede per Hegel dalla società
civile allo Stato, per Gramsci il progresso storico consiste alla fine,
come abbiamo visto poc’anzi a proposito della sua teoria della fine
dello Stato, nel processo inverso, cioè nel recupero della società
civile sulle rovine dello Stato. Nella teoria sociologica contempo­
ranea siamo avvezzi a considerare come contrapposti i due modelli
della società del conflitto e della società del consenso, e conosciamo
le dispute a non finire sul maggior pregio dell’uno o dell’altro.
Ebbene, un po’ schematicamente, ma con una discreta approssi­
mazione, è lecito dire che la società civile di Hegel è il luogo in
cui si scatenano i conflitti che danno origine alla lotta delle classi;
la società civile di Gramsci è il luogo dove attraverso le grandi
istituzioni culturali e politiche, come la chiesa o il partito, si forma
o si fabbrica il consenso. E poiché la società civile, così come la
intende Marx, è derivata da quella di Hegel, anche sotto questo
aspetto la prospettiva di Gramsci differisce da quella di Marx.
Prova ne sia che i protagonisti della società civile di Marx sono
le classi economiche, della società civile di Gramsci gli intellet­
tuali, se pur gli intellettuali organici che esprimono un’ideologia
di classe. Ciò spiega perché Marx cerchi una soluzione della con­
vivenza umana nella trasformazione della società civile, antago­
nistica per eccellenza; Gramsci cerchi la soluzione nel suo recu­
pero (ovvero nel riassorbimento della società politica nella società
civile).

8. — Mi rendo perfettamente conto che non si possono ri­


durre pensieri generalmente molto complessi, come quelli di Hegel
o di M arx o di Gramsci, a un gioco di scatole. Ma quando la ma­
teria è ampia e disordinata, e i discorsi che si fanno su di essa
sono confusi, la costruzione di qualche scatola è pur necessaria,
per m ettere un po’ d’ordine. Il problema da cui siamo partiti può
essere infatti sintetizzato in questa domanda: che cosa contiene
la scatola Società civile5? Ci è bastata una ricognizione sommaria,
Sulla nozione di ''società civile' 31
tu tt’altro che metodica, in superficie (e non esito ad ammetterlo,
se si vuole, ancora « superficiale ») per accorgersi che può con­
tenere le cose più disparate. Ma in fin dei conti solo l’individua­
zione dei diversi significati descrittivi e valutativi ci ha messo in
grado di capire perché l’uso corrente dell’espressione nel linguag­
gio storico e politico odierno corrisponda al prevalente significato
gramsciano e di afferrare meglio il significato di questa corrispon­
denza. Oggi, quando si parla di società civile distinta dalla società
politica ci si riferisce generalmente all’insieme delle istituzioni
formali o informali dove si forma il consenso, dove si creano gli
strum enti per la legittimazione di una determinata forma di po­
tere. La dicotomia di società civile e società politica viene usata
per lo più allo scopo di mostrare il distacco, come si diceva un
tempo, tra paese legale e paese reale, per m ettere in evidenza i
termini in cui si rivela una crisi di legittimazione, e il modo o i
modi con cui la crisi può essere risolta, consistenti appunto in
una riscoperta o rivalutazione o liberazione della società civile,
nella quale risiedono (e qui fa capolino la valutazione positiva) le
forze vive, spontanee, sane, non ancora corrotte, della società.
D etto altrimenti, una crisi di potere è crisi di egemonia. Se è così,
il rimedio della crisi va ricercato non nella società politica ma
nella società civile, cioè nella formazione di un nuovo consenso.
Donde le proposte ricorrenti di un allargamento e di un’intensifi­
cazione della partecipazione, ora sotto forma di democrazia di­
retta, ora di democrazia economica, ora di pluralismo comunitario,
ora di autonomia dei piccoli gruppi, secondo i diversi punti di
vista ideologici.
Questo schema concettuale — società civile come fonte del
consenso contro società politica detentrice della forza coattiva, e
conseguentemente reintegrazione della società politica nella società
civile — serve abbastanza bene a collocare nel suo giusto posto
uno dei temi centrali della discussione politica contemporanea, la
critica dei partiti. I partiti, o il partito, nascono nella società civile
come tipici organi dell’egemonia in una società di massa. Gramsci
parlò appropriatamente del partito come organo della formazione
di una volontà collettiva, che è qualcosa di diverso dalla volontà
generale di Rousseau: m entre la volontà generale è l’espressione
idealizzata di una società atomistica quale poteva essere concepita
da uno scrittore del settecento (del resto già criticata da Hegel),
32 Norberto Bobbio
la volontà collettiva è l’espressione più realistica di una società ar­
ticolata in gruppi. La volontà generale prescindeva completamente
dall’intermediazione dei partiti (la democrazia di Rousseau non
conosceva le società parziali); la volontà collettiva non solo li
presuppone ma ne è formata. Ora è avvenuto che i partiti si sono
sempre più allontanati dalla società civile e sono andati integran­
dosi o incorporandosi con la società politica. In termini gramscia­
ni, hanno perduto la funzione di egemonia e sono diventati stru­
menti di dominio. E il divario tra società civile e società politica
si è riaperto. La società civile sembra destinata a generare figli che
poi la ripudieranno. Insomma, partendo dalla contrapposizione
tra società civile e società politica, la degenerazione dei partiti può
essere descritta come un fenomeno di slittamento dall’una all’altra.

9. — Si è detto che nel significato odierno prevalente di


momento o sfera o tessuto del consenso l’espressione società civile
riprende, scavalcando l’interpretazione antagonistica di Hegel­
Marx, la nozione prevalente nel pensiero giusnaturalistico. Resta
da precisare che l’idea di consenso che l’una e l’altra utilizzano è
profondamente diversa, com’è diversa una concezione atomistica
e astrattamente razionalistica da una concezione organica e stori­
cistica della società. Per i giusnaturalisti la società consensuale per
eccellenza era la società fondata sui contratto sociale: affinché si
formasse un consenso era necessario che ognuno degli individui
componenti il gruppo sociale in formazione si fosse accordato uti
singulus con tutti gli altri. Una concezione siffatta del consenso
presupponeva uno stato ipotetico ove fossero date almeno due
condizioni: a) l’eguaglianza iniziale delle parti contraenti; b) l’as­
soluta libertà di ciascuno da influenze esterne che potessero pre­
determinare la decisione. Si trattava chiaramente di un modello
meccanico, precisamente della meccanica dei corpi, applicato ad
una costruenda meccanica sociale.
Dopo Hegel (e più in generale dopo la critica empiristica e
storicistica al giusnaturalismo) il modello contrattualistico è stato
abbandonato. Quando Gramsci parla di consenso, intende tut-
t ’altro. Il consenso in Gramsci non è un processo meccanico ma
organico, non un fenomeno quantitativo ma qualitativo. Il suo
prodotto storico non è la volontà generale, come si diceva, ma la
volontà collettiva. La società da cui prende le mosse Gramsci
Sulla nozione di *società civile > 33
(parlo qui non del Gramsci storico ma del Gramsci politico) non
è l’ipotetico stato di natura dove ogni individuo è soggetto e
artefice del proprio destino, ma una società storica bene indivi­
duata, la incipiente società industriale, ove protagonista non è
l’individuo ma la massa che nel passaggio da una società prevalen­
temente rurale ad una società industriale diventa da amorfa or­
ganizzata, da passiva attiva. Nei modello meccanico ogni scelta
è individuale e non vi è consenso se non vi è autodeterminazione
di ciascuno. Nel modello gramsciano non si può parlare propria­
mente di autodeterminazione se non della massa nel suo insieme
(e non dei singoli individui). Ma proprio perché si tratta di auto­
determinazione collettiva il fenomeno del consenso non può essere
disgiunto da quello della direzione (o egemonia). Nelle teorie con­
trattualistiche consenso e direzione sono termini antitetici: dove
vi è direzione non vi è consenso e viceversa. La connessione tra
consenso e direzione mostra, invece, chiaramente che il modello
gramsciano è profondamente cambiato. Ciò che rende compatibili
i due termini di direzione e di consenso nel nuovo modello è il
fatto che il processo di formazione di una volontà collettiva è
un procedimento complesso, in cui il consenso è ottenuto attra­
verso la direzione del movimento che interpreta le esigenze pro­
venienti dal basso. La direzione dà forma all’informe, rende espli­
cito quello che è implicito, ma non si sovrappone alle spinte della
massa. Tra direzione e massa c’è un continuo rapporto di inte­
grazione reciproca, il cui risultato è la volontà collettiva.
Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che là dove il con­
senso è riferito non a individui singoli ma a un ente collettivo
come la massa, non può essere inteso al di fuori del rapporto tra
la massa e coloro che la guidano. In una concezione organica della
società, perché si possa parlare di consenso non è affatto necessa­
rio che vi sia creazione spontanea, ripeto, autodeterminazione, ma
è sufficiente che vi sia accettazione anche soltanto passiva o imi­
tativa di modelli di vita elaborati da altri. La linea di demarca­
zione tra egemonia e dominio passa più che tra consenso e forza,
tra adesione ottenuta con mezzi in largo senso persuasivi (o edu­
cativi) e adesione ottenuta esclusivamente con mezzi coattivi. In
questo senso società civile e società politica rappresentano, da un
punto di vista sociologico, due modi diversi di controllo sociale,
che è compito dello storico considerare di volta in volta nella loro
34 Norberto Bobbio
azione reciproca: le due forme di controllo sociale di cui sono
istituzioni particolarmente rappresentative, rispettivamente, la
scuola (o la chiesa), e l’esercito (o la polizia). Secondo il modello
gramsciano, progressiva è la società in cui il dominio non è dis­
giunto dall’egemonia; regressiva quella in cui la classe dominante
ha perduto l’egemonia ed ha solo il dominio; definitivamente
progredita quella in cui, al contrario, l’egemonia è tanto avanzata
da non aver più bisogno del dominio (la società regolata o la
società senza Stato).

10. — Sarebbe sin troppo facile osservare a questo punto


che la dicotomia società civile-società politica, come ogni schema
concettuale derivato da un procedimento di polarizzazione, con­
duce ad una rappresentazione semplificatrice della realtà. Ma, si
badi, la polarizzazione è un procedimento euristico che permette
alcune operazioni combinatorie, di cui le due principali sono la
mediazione (nel senso aristotelico della medietà tra due estremi)
e la sintesi dialettica (nel senso hegeliano e marxiano). Tanto attra­
verso la prima quanto attraverso la seconda la dicotomia genera
dal suo seno una tricotomia, ottenuta nel primo caso mediante
la neutralizzazione, nel secondo caso attraverso l’integrazione, dei
due opposti. Non è qui il luogo di enumerare le infinite risorse
del procedimento di polarizzazione.
Rispetto alla polarità sin qui esaminata, in quanto venga
interpretata come opposizione di forza e consenso, è sin trop­
po facile obiettare che essa non riesce a dar conto della situa­
zione in cui sembrerebbe versare o cui sembrerebbe tendere la
società contemporanea (in quanto società di massa), cioè la si­
tuazione del « consenso manipolato ». Il consenso manipolato
è forza o consenso? Il concetto di egemonia gramsciano, che è
coestensivo con quello di consenso e di direzione, si estende sino
a comprendere il consenso manipolato? Se la società civile nella
fase della rivoluzione industriale giunta a compimento è la società
del consenso manipolato, regge ancora negli stessi termini la con­
trapposizione tra società civile e società politica? oppure, con
un’altra domanda, se si identifica la società del consenso mani­
polato con la società di massa, riesce la dicotomia semplice società
civile-società politica, a rappresentare anche la società di massa?
S’intende che si può rispondere negando il problema, cioè soste­
Sulla nozione di ''società civile> 35
nendo, come ha sostenuto qualche sociologo americano contro i
critici <romantici> e <sentimentali> della massificazione, che la so­
cietà di massa è la società del consenso per eccellenza 11. Ma si può
rispondere più incisivamente attraverso una combinazione, spinta
sino al limite del paradosso, dei due termini.
Si ricordi la famosa proposizione di Rousseau secondo cui
chi si rifiuta di obbedire alla volontà generale deve esservi costretto
da tutto il corpo politico, « il che non significa altra cosa che
10 s i f o r z e r à a d e s s e r e l i b e r o » 2. Ebbene si può
dire all’inverso che la società di massa è una società costituita cui
si aderisce attraverso una continua manipolazione delle idee, con­
sentendovi: il che significa — parafrasando e capovolgendo Rous­
seau — che l’individuo in questa società è c o n v i n t o a d
e s s e r e s c h i a v o . In entrambe le formule forza e consenso
sono combinati mediante il rapporto mezzo-fine. Là la forza è il
mezzo per realizzare la libertà; qua la libertà è un mezzo per
realizzare la soggezione. La prima è rappresentata dalla figura
del libero malgré lui, la seconda da quella del servo contento.
D all’una parte troviamo l’elogio della forza in nome della li­
bertà, dall’altra l’elogio della libertà in nome della schiavitù.
Sono due forme di conformismo: un conformismo a fin di bene,
11 conformismo v i r t u o s o , e il conformismo che è esso stesso
un bene, lo stato ideale dell’uomo-massa, il conformismo f e l i c e .
La parentela tra l’una e l’altra viene meglio scoperta quando vi
si ritrovino la predisposizione e la prefigurazione di due diverse
forme di società totale o totalitaria. Si pensi, per un verso, alla
democrazia totalitaria che il Talmon ha fatto emergere dai testi
di Rousseau, e, per l’altro verso, alla critica di sinistra della società
americana considerata come contenente i germi di una nuova for­
ma di totalitarismo (che si potrebbe chiamare, mantenendo l’in­
versione dei termini, totalitarismo democratico). Là una demo­
crazia che si attua attraverso le forme del totalitarism o (e il cui
motto è: « Essere costretto ad essere libero »); qua una società
totalitaria (la società di massa, appunto) che si attua attraverso le
forme della democrazia (e il cui motto è: « Essere persuaso ad
essere schiavo »).
1 Traggo questa ed altre suggestioni di questo paragrafo dal lib ro di C . M an-
n u c c i,La società di massa, M ilan o , E d izio n i di C om un ità, 19 6 7 .
2 Contrai social,1, 7.
36 Norberto Bobbio
Sarebbe ancora più facile obiettare che ogni schema concet­
tuale, pur adeguato, serve a capire un problema, non a risolverlo
praticamente. Certo, la soluzione ha radici più profonde, tanto
profonde che si perdono in quelle valutazioni generali e spesso con­
fuse, cui diamo il nome ambizioso di « visione globale della storia ».
In un saggio precedente 1 ho paragonato la storia umana ad un labi­
rinto. Aggiungo ora che vi sono almeno due modi di interpretare
questa immagine (diciamo pure due visioni globali della storia): al­
cuni credono di essere fuori del labirinto e di conoscere esattamente
dov’è la via di uscita; altri, invece, ritengono di essere dentro,
onde sanno che una via d ’uscita c’è, ma non sanno esattamente
dove sia. Hanno imparato soltanto che vi sono vie senza uscite
e sono sempre pronti a tornare indietro.
N o r b e r t o B o b b io

1 II problema della guerra e le vie della pace, in « Nuovi A rgom enti », N .S .,


n. 3-4, 1 9 6 6 , pp. 29-91.
zz r:3"Q ïE C A