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SACRA LITURGIA I

Programma 2008-2009

Prof. P. Andrés Ayala, IVE

1. INTRODUZIONE.......................................................................................................3
1. Importanza della liturgia............................................................................................3
2. Nozione di Liturgia....................................................................................................4
3. Divisione del corso..................................................................................................5
2. STORIA DEL TERMINE............................................................................................6
LA LITURGIA NEL MAGISTERO.................................................................................6
1. Il termine nella Storia e nella Sacra Scrittura............................................................6
2. La liturgia nel Magistero...........................................................................................6
a) L'enciclica Mediator Dei (Papa Pio XII)...............................................................6
b) La Costituzione Sacrosantum Concilium (Concilio Vaticano II)..........................7
c) Catechismo della Chiesa Cattolica........................................................................7
3. DEFINIZIONE DI LITURGIA...................................................................................9
1. La definizione di Cipriano Vagaggini........................................................................9
2. Un'altra definizione.................................................................................................10
3. Definizione di Liturgia............................................................................................10
4. IL SOGGETTO DELLA LITURGIA........................................................................12
1. Direttorio di Spiritualità..........................................................................................12
2. Sacrosantum Concilium...........................................................................................13
3. Cipriano Vagaggini in “Il senso teologico della liturgia”........................................14
5. Lo spirito Santo nella liturgia....................................................................................15
La liturgia come opera della Santissima Trinità..............................................................15
1. Il Padre, Sorgente e Fine della Liturgia.................................................................15
2. L' Opera di Cristo nella Liturgia............................................................................15
3. Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Liturgia...........................................................16
a) Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo.....................................................17
b) Lo Spirito Santo ricorda il Mistero di Cristo......................................................17
c) Lo Spirito Santo attualizza il Mistero di Cristo...................................................18
d) Lo Spirito Santo produce la comunione..............................................................18
In sintesi.......................................................................................................................18
6. L’oggetto della Liturgia.............................................................................................19
La Liturgia come memoriale...........................................................................................19
1. Il memoriale nella Santa Messa.............................................................................19
2. Natura del memoriale o anamnesis........................................................................19
a) Il memoriale mondano:.......................................................................................19
b) Il memoriale dell’Antico Testamento:.................................................................20
c) Il memoriale nel Nuovo Testamento:..................................................................20
7. PER MEZZO DEI SEGNI EFFICACI......................................................................22
1. Segno.....................................................................................................................22

1
a) Natura del segno..................................................................................................22
b) Divisione del segno.............................................................................................22
c) Un Segno particolare: I Sacramenti.....................................................................23
2. Perché abbiamo bisogno di segni sensibili?..........................................................23
3. Diversi tipi di segni liturgici..................................................................................24
a) Segni relazionati coi gesti ed atteggiamenti del corpo umano............................24
- GESTI LITURGICI....................................................................................................24
- ATTEGGIAMENTI LITURGICI PIÙ IMPORTANTI.........................................................26
b) Segni relazionati con gli elementi che usa la liturgia..........................................27
c) Segni dipendenti dei posti sacri...........................................................................28
d) Segni relazionati con le persone che agiscono nella liturgia...............................28
8. FINE DELLA LITURGIA........................................................................................29
1- Culto e Santificazione.............................................................................................29
2- La santificazione.....................................................................................................29
3- El Culto...................................................................................................................30
a) Nozione di culto..................................................................................................30
b) Divisione del culto..............................................................................................30
9. LITURGIA E PII ESERCIZI.....................................................................................33
1. La nozione di “ex opere operantis Ecclesiae (della Chiesa)” e la sua divisione...33
2. Diversi modi in cui la Chiesa intercede davanti a Dio..........................................33
10. La Santa Messa........................................................................................................36
1- Come devono essere le nostre celebrazioni............................................................36
2- Come deve essere la nostra partecipazione.............................................................36
3- Il fondamento teologico della nostra partecipazione..............................................36
4- Il modo di partecipare nella liturgia secondo il sacerdozio comune.......................37
11. PAROLE E GESTI..................................................................................................39
1. La liturgia della parola. Il senso............................................................................39
2. Parole e gesti nella liturgia....................................................................................39
3. Gesti pieni: tre esempi...........................................................................................39

2
1. INTRODUZIONE

Tutti conoscerete sicuramente la storia della Cenerentola. Io me la ricordo più o meno


così: due sorelle, di età avanzata e brutte che avevano una domestica bella e delicata,
alla quale facevano lavorare nelle cose più umili. Le sorelle malvagie disprezzavano la
cenerentola: la cenerentola puliva per terra, lavava i piatti, stava sempre all'ultimo posto.
Una volta raccontavo io ad un sacerdote maggiore alcuni problemi relativi alla
liturgia in una chiesa. E sapete cosa mi disse? Mi disse in tono triste: “Finalmente, la
liturgia è sempre la cenerentola”.
Letture mal preparate, tovaglie sporche o rugose, candele di plastica, accoliti che non
sanno quello che devono fare, routine nei canti, salmo mal cantato (quando si canta),
fiori appassiti, etc., etc.
E quale è la ragione di tutto questo, se non la mancanza di fede e di amore?
Mancanza di fede, perché se ci rendessimo conto davanti a chi stiamo pregando e
realizzando i riti, avremmo molta più cura di quel che facciamo. Così succede quando ci
troviamo davanti ad una persona molto importante, o della quale speriamo di ottenere
qualche beneficio o temiamo qualche punizione: infatti, la presenza di queste persone ci
muove a comportarci con molta riverenza. Ma come a Dio non lo vediamo, ci sembra
che così va bene, che è già sufficiente con fare più o meno le cose. E questo è mancanza
di fede, perché Dio è presente anche se non lo vediamo: «Perché dove sono due o tre
riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20).
E la mancanza di fede si manifesta nella mancanza di amore per la liturgia, ed in
definitiva per Dio che onoriamo nella liturgia. Con quanta attenzione e dettaglio
prepariamo una festa di nozze, o un avvenimento speciale, o il nostro compleanno, o la
festa della nostra ordinazione ed i nostri voti! Ma non badiamo ai dettagli delle nostre
celebrazioni. “Va bene, ma la Messa è tutti i giorni...”. Sì, tutti i giorni. Tutti i giorni si
squarciano i Cieli e l'Onnipotente fatto carne si fa Eucaristia per essere il nostro
alimento. Tutti i giorni. Ma quello è un motivo per amarlo di più, non per amarlo di
meno.
Ma, è chiaro, non si ama quello che non si conosce. La nostra materia mira
giustamente a quello: a farci conoscere il mistero che avvolge la liturgia, per imparare a
parteciparvi bene sia internamente (con la disposizione del cuore) che esternamente (nei
riti visibili).

1. Importanza della liturgia

Non esageriamo l'importanza della liturgia? Quale posto dà la Chiesa alla liturgia?
Vediamo cosa ci dice il Concilio il Vaticano II:

La liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui
promana tutta la sua energia1.

1
CONCILIO VATICANO II, Sacrosantum Concilium nº 10 (D’ora innanzi citeremo così: SC 10).

3
Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, (i fedeli) offrono a Dio
la Vittima divina e con essa se stessi2.

Fonte e apice di tutta l'attività della Chiesa. Cioè che tutto quello che io faccio come
battezzato, la mia intera vita, deve tendere in qualche modo alla partecipazione nella
liturgia, perché la liturgia è apice, culmine. E la forza per vivere coerentemente la mia
vita cristiana scaturisce anche dalla liturgia, dall'alimento della parola e dell'Eucaristia,
perché la liturgia è fonte. La liturgia, e particolarmente la Santa Messa, è all'inizio, alla
fine e nel centro della nostra vita cristiana.

2. Nozione di Liturgia

Per amare di più la liturgia dovremo conoscere innanzitutto la sua natura (che cosa sia la
liturgia), che cosa facciamo quando celebriamo la Santa Messa, gli altri sacramenti, la
liturgia delle ore, etc.
Innanzitutto, come ogni forma di preghiera, la liturgia ha una dimensione trinitaria.
Ogni atto liturgico si dirige al Padre a chi ci offriamo come ostia viva in un culto
spirituale (Cf. Rm 12,1). Si realizza in comunione con Cristo, perché senza di lui niente
possiamo fare (Cf. Gv 15,5) e «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv
14,6). E nello Spirito Santo, perché nessuno può dire “Gesù Cristo è Signore” se non è
mosso dallo Spirito Santo (Cf. 1Co 12,3).
Ma è necessario distinguere la liturgia dagli altri atti di culto non liturgici, per capirla
e per valorizzarla in quello che le è proprio. Il Concilio Vaticano II propone in questo
modo gli elementi fondamentali della nozione di liturgia:

Giustamente la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In
essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo
proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù
Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra3.

In questa definizione si scorgono già due elementi: uno visibile ed uno invisibile. Il
Concilio ci parla di segni sensibili: saranno i gesti, gli elementi, le parole, gli
atteggiamenti del corpo. Ma si parla pure di realtà invisibili: che cosa è quello “esercizio
del sacerdozio di Gesù Cristo”? A che cosa si riferisce con la santificazione dell'uomo?
Sono realtà che non si vedono, ma essenziali alla liturgia.
In questo modo, vediamo che la liturgia ha un corpo ed un'anima, ha uno spirito e
segni esterni. È come il Verbo Incarnato. Non è soltanto Dio: prese un corpo bellissimo
per offrirlo in sacrificio. E non è soltanto uomo, è anche Dio, e per quel motivo il suo
sacrificio ha un valore infinito. Le nostre liturgie devono essere belle all'esterno, come il
corpo di Cristo, e divine all'interno, in quanto che lo Spirito Santo ci muove ad offrire
nel profondo del cuore la nostra propria vita a Dio, come lo fece Gesù.
E come un corpo senza anima è morto, una liturgia che si ferma all'esterno è una
2
CONCILIO VATICANO II, Lumen Gentium nº 11 (LG 11).
3
SC 7.

4
liturgia morta, un teatro, una farsa: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo
cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto» (Mt 15,8-9; Cf. Is 29,13). Ma uno
spirito senza corpo è incompleto, non è umano. Per quel motivo anche i segni liturgici
devono valorizzarsi e realizzarsi correttamente. Il segno deve essere espressione
dell'interno dell'uomo: ma se il segno si fa male, cosa di buono può manifestare?
L'interno dell'uomo deve dare vita al segno: altrimenti a cosa serve il segno? Nessuno
può ingannare Dio: «In vano essi mi rendono culto».
Pertanto, l'obiettivo del corso sarà partecipare meglio della liturgia, esercitando bene
il nostro ruolo proprio, come laici, o come futuri sacerdoti, o come sacerdoti. Per ciò
cercheremo di penetrare nel mistero che avvolge la liturgia, affinché l'anima
accompagni il corpo nei riti. E d'altra parte cercheremo di imparare a partecipare
esternamente il meglio possibile, affinché il corpo aiuti allo spirito a pregare e non gli
sia ostacolo, e per esprimere nell'integrità della nostra natura la preghiera che esce dal
cuore. (Dir.Lit. n.33-46) (Dir.lit.n.1-4 “stile” )

3. Divisione del corso

1- Introduzione:
2- Il termine “liturgia” e la Liturgia nel Magistero
3- Definizione Reale di Liturgia
4- Soggetto della Liturgia: il Cristo Totale
5- Lo Spirito Santo nella Liturgia
6- La Liturgia come attualizzazione del Mistero Pasquale
7- I segni della Liturgia
8- Il fine della Liturgia
9- Liturgia e pii esercizi
10- La Santa Messa

5
2. STORIA DEL TERMINE.
LA LITURGIA NEL MAGISTERO.

Per capire meglio di cosa parliamo quando ci riferiamo alla liturgia, vedremo in primo
luogo qual è la storia del termine ed il suo uso nell'antichità e nella Sacra Scrittura. Poi
vedremo che cosa ci dice il Magistero della Chiesa circa la liturgia. Tutte questi cose ci
faranno la strada per una definizione dell'oggetto del nostro studio.

1. Il termine nella Storia e nella Sacra Scrittura4

La termine liturgia viene dal greco leiton - ergon, azione del popolo. Nell'antichità
ellenica designava un servizio gravoso in denaro che una persona benestante realizzava
in favore della società, per esempio, l'armamento di un'imbarcazione o l'accoglienza di
una tribù con occasione di una festa nazionale.
Più tardi, specialmente in Egitto, si designa con questa parola qualunque prestazione
pubblica di un servizio, e fin dal secolo II A.C. anche si usa questa parola per indicare il
servizio cultuale prestato da persone specialmente designate a tal fine.
Nell'Antico Testamento (secondo la versione greca dei LXX, verso 250-150 A.C.) il
termine leitourghia è utilizzato per indicare il servizio cultuale del tempio da parte dei
sacerdoti e i leviti. Pertanto leitourghia è una parola tecnica riservata per il culto
pubblico ed ufficiale, realizzato da una determinata categoria di persone, distinto del
culto privato del popolo, per il quale la stessa traduzione dei LXX riserva le parole
latreia e douleia (adorazione, onore).
Nel Nuovo Testamento il termine in questione è utilizzato solamente 15 volte, mentre
nell'Antico Testamento appariva 150 volte. Ed appare in vari sensi: nel senso profano di
servizio pubblico oneroso, nel senso rituale-sacerdotale dell'Antico Testamento, nel
senso di culto spirituale (Cf. Lc 1, 23; Rom 15, 27; 2 Cor 9, 12; Fil 2, 17). Ma solo una
volta è utilizzata (e perfino questa volta probabilmente) nel senso di culto rituale
cristiano (Cf. Hch 13,2). È probabile che questo fatto si debba a che questa parola era
molto legata al sacerdozio levitico che perde la sua ragion di essere con la nuova
situazione creata da Cristo. Ad ogni modo sì è frequente il vocabolario cultuale per
designare i riti cristiani.

2. La liturgia nel Magistero5

Trattando un tema come questo, tanto relazionato con la fede, si capisce l'importanza di
sapere che cosa dice la Chiesa al riguardo, poiché è la Chiesa la maestra nelle cose della

4
Cf. MATÍAS AUGÉ, Liturgia, Edizioni Paoline, Milano 1992, pp. 12-13.
5
Cf. CIPRIANO VAGAGGINI, El sentido teológico de la Liturgia, BAC, Madrid 1965, pp. 26s.

6
fede. Esamineremo solamente tre documenti molto importanti, nei quali ci vengono dati
come definizioni della liturgia.

a) L'enciclica Mediator Dei (Papa Pio XII)


L'enciclica Mediator Dei spiega in un passaggio che nella Chiesa, e specialmente nella
Liturgia, è lo stesso Cristo che onora il Padre, e la Chiesa lo fa associandosi a Cristo e
per suo mezzo. Alla fine di questo passaggio descrive così la liturgia:

Pertanto, la sacra liturgia è il culto pubblico che il nostro redentore rende al Padre come capo della
Chiesa; ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo fondatore, e per mezzo di lui al Padre
eterno; è, in poche parole, il culto pubblico ed integrale del corpo mistico di Gesù Cristo, cioè, del
Capo e delle sue membra6.

Cercando di chiarire il più perfettamente possibile la natura della liturgia presenta anche
altre definizioni o abbozzi: «... non essendo la liturgia un'altra cosa che l'esercizio del
sacerdozio di Gesù Cristo»7. E più avanti si descrivono le cose che fanno parte della
liturgia:

Ecco la natura della liturgia; essa si riferisce al sacrificio, ai sacramenti e alla lode divina; pure
all’unione delle nostre anime con Cristo e alla nostra santificazione, per mezzo del divino
redentore, affinché Cristo sia onorato, e per Lui e in Lui, La Santissima Trinità8.

b) La Costituzione Sacrosantum Concilium (Concilio Vaticano II)


Dagli atti del Concilio e dalle ripetute dichiarazioni orali risulta che la sua intenzione
non è stata dare una definizione scientifica, tecnica, teologica della Liturgia. Il Concilio
ha voluto lasciare questo compito alla libera discussione dei liturgisti. La sua intenzione
è stata piuttosto offrire una descrizione della liturgia mediante le note caratteristiche che
tutti i teologi riconoscono presenti nella liturgia. Eccola:

L'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è


significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il
culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue
membra9.

Secondo Cipriano Vagaggini, in questa descrizione si vedono due cose importanti:


1. si fa riferimento esplicito ai segni sensibili che costituiscono la liturgia. La liturgia è
considerata non solo l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo bensì un certo esercizio
del sacerdozio di Gesù Cristo. Tale esercizio, tra altre cose, ha di particolare che si
realizza per mezzo di segni sensibili.
2. questi segni sensibili sono ordinati non solo al culto, ma anche alla santificazione.

c) Catechismo della Chiesa Cattolica

6
MD 20.
7
MD 22.
8
MD 169.
9
SC 7.

7
Nel numero 1136 leggiamo: La liturgia è azione di Cristo tutto intero (totius Christi). si
tratta della stessa idea dei documenti anteriori rispetto a che è la Chiesa intera, Cristo
Capo ed il Suo Corpo Mistico, che rende culto a Dio nella liturgia.

In questo modo, abbiamo riunito le caratteristiche principali della liturgia, le quali


dovranno tenersi in conto per una definizione corretta di essa:

1) la liturgia è un esercizio del sacerdozio di Cristo, e di Cristo tutto intero.


2) si tratta di un culto pubblico.
3) si realizza attraverso segni sensibili.
4) questi segni sensibili producono ognuno a modo suo la santificazione dell'uomo. Ci
sarà una distinzione fondamentale tra i sacramenti e gli altri segni liturgici.

Nella prossima lezione tratteremo appunto la definizione tecnica della liturgia.

8
3. DEFINIZIONE DI LITURGIA

La definizione dell'oggetto del nostro studio è importante, perché da ciò dipende


l'importanza della scienza liturgica, e della liturgia stessa. Che cosa è esattamente quello
che ci disponiamo a studiare? Grazie alle dichiarazioni del Magistero abbiamo già
un'idea abbastanza determinata delle proprietà caratteristiche della liturgia. Ma quale è
la proprietà più importante, quella che definisce la liturgia come tale? Che cosa è
l'essenziale nella liturgia?
Quando si vuole definire l'oggetto di una scienza, si cerca cosa sia quello che ha di
comune con altre cose simili (il genere prossimo) e cosa sia quello che lo distingue da
tutte le altre cose (differenza specifica). Così, per esempio, per definire l'uomo si dice
“animale razionale”: “animale” è il genere prossimo, “razionale” è la differenza
specifica, cioè, quello che distingue l'uomo da tutti gli animali e da tutte le cose. L'uomo
è un animale, come gli altri, ma è l'unico animale “razionale”, cioè, che ragiona
intellettualmente.
La definizione di liturgia ci dovrà dire cosa sia la liturgia in generale (ed in questo si
potrà paragonare con altre cose simili) e che cosa abbia di specifico (ed in questo sarà
distinta dalle altre cose).
Come abbiamo visto, il Concilio ha lasciato alla libera discussione dei teologi la
definizione tecnica della liturgia. Pertanto, vedremo che cosa hanno detto i teologi
tentando di definire convenientemente la liturgia. Ricordiamo le proprietà che avevamo
visto che il Magistero attribuisce alla liturgia, e che in una definizione dovranno tenersi
in considerazione, al meno in qualche modo.
1. La liturgia è un esercizio del sacerdozio di Cristo, e di tutto Cristo.
2. Si tratta di un culto pubblico.
3. Si realizza attraverso segni sensibili.
4. Questi segni sensibili producono ognuno a modo suo la santificazione
dell'uomo. Ci sarà una distinzione fondamentale tra i sacramenti e gli altri
segni liturgici.

1. La definizione di Cipriano Vagaggini

Cipriano Vagaggini ha definito in questo modo la liturgia: “L'insieme dei segni


sensibili, efficaci, della santificazione e del culto della Chiesa”. Cioè, la liturgia
sarebbe innanzitutto un insieme di segni sensibili (genere prossimo) che si
differenzierebbe dagli altri segni sensibili perché sono segni efficaci della santificazione
e del culto.
Al meno a grandi tratti, questa definizione tiene conto delle proprietà fondamentali.
Ma non sembra la definizione più conveniente, perché la liturgia, più che l'insieme dei
riti, è il culto che si realizza per mezzo dei riti. La liturgia è innanzitutto un tipo di culto.
In realtà, il Concilio quando descrive la liturgia parla dei segni in quanto mezzi
(letteralmente dice: “in essa [nella liturgia] attraverso i segni sensibili si significa... e si

9
realizza la santificazione dell'uomo10“). E invece parla direttamente della liturgia come
“esercizio dell'ufficio sacerdotale di Gesù Cristo”. La liturgia è un'azione, l'atto di una
Persona che si realizza attraverso segni sensibili.
Nello stesso senso ci orientava Pio XII che definiva la liturgia come “il culto
pubblico integrale del corpo mistico di Gesù Cristo11“ e come “l'esercizio del sacerdozio
di Gesù Cristo”. Vediamo pertanto che sembra più concorde al Magistero considerare la
liturgia come un tipo di culto, come l'esercizio di un sacerdozio, e non come un insieme
di segni, sebbene evidentemente implica quei segni come mezzi attraverso i quali il
culto si realizza.
Inoltre il Magistero, volendo indicare l'importanza della liturgia, la paragona ad altri
atti di culto (preghiera personale [SC 12], atti di pietà popolare [SC 13]), non ad altri
segni (come potrebbe essere addirittura un semaforo). Poi nei numeri 7 (verso la fine) e
9 (all'inizio) si parla della liturgia come azione della Chiesa, non come insieme di segni
che implicano un'azione, bensì come l'azione stessa, e si confronta la liturgia con le altre
azioni della Chiesa, non con altri segni.
Un'altra cosa che potrebbe osservarsi nella definizione di Vagaggini, è la differenza
specifica che mette nei segni. I segni della liturgia si differenziano dagli altri perché
sono efficaci della santificazione ed il culto. Orbene, questa efficacia è così diversa tra
gli stessi segni liturgici che sarebbe necessario chiarirla. I sacramenti infatti causano la
grazia ex opere operato, e gli altri segni ex opere operantis. Ed è per quel motivo che il
Concilio chiarisce molto bene che i segni liturgici producono la grazia “ognuno a modo
suo12“. Non chiarirlo potrebbe portare a confusioni, mettendo allo stesso livello di
efficacia i sacramenti ed altri segni liturgici.

2. Un'altra definizione

Un'altra definizione di liturgia si esprime in questo modo: “Azione sacerdotale di


Gesucristo, continuata in e attraverso la Chiesa, sotto l’azione dello Spirito Santo, per
mezzo della quale si attualizza la sua opera salvifica, mediante i segni efficaci, rendendo
in questo modo culto perfettissimo a Dio e comunicando la salvezza agli uomini”.
In questa definizione vediamo quattro cose: il soggetto, l'oggetto, il mezzo ed il fine.
1. Soggetto: Gesù Cristo tutto intero, Capo e membra.
2. Oggetto: cioè, quello che si celebra: l'opera salvifica di Cristo attualizzata, cioè, il
Mistero Pasquale.
3. mezzo: segni efficaci.
4. fine: doppio movimento della liturgia: culto perfetto (glorificazione) - salvezza
(santificazione).
Ci sembra una definizione molto più conveniente, perché mette la liturgia come
un'azione sacerdotale di Gesù Cristo. Ma ha lo stesso difetto dell'anteriore, mettendo
indistintamente l'efficacia come caratteristica dei segni, senza chiarire le differenze.
10
SC 7.
11
MD 20. Nel menzionato paragrafo si utilizza ancora per due volte la parola “culto” per definire la
liturgia.
12
SC 7.

10
3. Definizione di Liturgia

A nostro parere, dopo ciò che è stato detto, la migliore definizione di liturgia sarebbe
quella che tenesse conto di cosa è essenzialmente la liturgia (un culto, un'azione
sacerdotale), e in cosa si differenzia da altri atti di culto o azioni sacerdotali.
Come dice il Magistero, la liturgia è un tipo determinato di culto, caratterizzato come
“pubblico” e “integrale”. Pubblico si dice come opposto a privato, e significa che si
realizza a nome della Chiesa come tale, come società gerarchica. Integrale significa
che lo realizza tutta la Chiesa, Cristo e le sue membra che siamo noi; non è solamente
un culto dei cristiani, ma è principalmente di Gesù Cristo, e noi cristiani ci uniamo a
questo culto.
Pertanto il genere prossimo della liturgia sarebbe “culto della Chiesa”, e quello che
differenzia questo culto di altri sarebbero le note di “integrali” e “pubblico”. In questo
modo la definizione più conveniente della liturgia sarebbe quella di Pio XII, “Culto
pubblico integrale del Corpo Mistico di Cristo” 13.
Potrebbe obiettarsi che manca il riferimento ai segni. Ma trattandosi di un culto
esterno, (ciò che potrebbe essere compreso nella nota di “pubblico”), è evidente che si
realizza attraverso segni che significano il culto interno.
Neanche si fa riferimento alla santificazione degli uomini, ma essa è sottintesa
quando si dice “culto della Chiesa”, poiché il culto della Chiesa è ordinato anche alla
santificazione dell'uomo.
D'altra parte, la nota “pubblico” ci parla di una proprietà della liturgia che non è
condivisa da nessun altro atto di culto nella Chiesa, e pertanto sembra molto
conveniente per definire la liturgia in quello che ha di proprio ed esclusivo.

13
MD 20.

11
4. IL SOGGETTO DELLA LITURGIA

La liturgia è un'azione sacerdotale, l'esercizio di un ufficio sacerdotale. Chi realizza


questa azione, chi è il soggetto della liturgia? Il Magistero lo diceva chiaramente: nella
liturgia tutto il Corpo mistico, “il capo e le membra, esercita il culto pubblico integro”.
La liturgia quindi è azione di Cristo e della Chiesa.
Il nostro scopo in questo capitolo è affermare che il soggetto della liturgia è il Cristo
tutto intero; inoltre, vedere in quale senso Cristo sia soggetto della liturgia, ed in
quale senso lo siamo noi; finalmente, vedere l'unione che c'è tra Cristo e la Chiesa
come soggetti della liturgia.
Per questo tema vedremo in primo luogo quello che ci dice il Direttorio di
Spiritualità dell'Istituto del Verbo Incarnato circa il sacerdozio di Gesù Cristo e la
nostra partecipazione ad esso; in secondo posto, cosa ci dice la Sacrosantum Concilium
circa l'opera di salvezza che si realizza nella liturgia; finalmente, un testo di Cipriano
Vagaggini che ci mostra come nella liturgia non ci sono santificazione né culto se non
attraverso Gesù Cristo.

1. Direttorio di Spiritualità14.

La liturgia è l'esercizio di un sacerdozio: Gesù Cristo è il Sommo Sacerdote della


liturgia, e noi siamo anche sacerdoti per partecipazione del suo Sacerdozio.

A causa dell'unione del Verbo con la natura umana e della grazia capitale, Gesù Cristo è reso vero
Sommo ed Eterno Sacerdote. Nessuno è tanto vero sacerdote come Lui: gli altri sono a sua
immagine. Nessuno più Sommo sacerdote di Lui, del quale partecipano per derivazione gli altri.
Nessuno è Sacerdote Eterno come Lui, che perpetuerà fino alla fine dei secoli il suo sacrificio sugli
altari e consumerà il suo sacerdozio nel Cielo: Tu sei sacerdote per sempre... (Sal 110,4), Sommo
Sacerdote (Eb 4,14), Sacerdote per sempre (Eb 6,20).

Gesù Cristo comunica il proprio sacerdozio ai suoi discepoli, in gradi diversi, facendoli partecipare in
modo vero e reale. È la liturgia in cui “il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di
Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra. Di conseguenza... è azione sacra per eccellenza, e
nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado”15.

In ogni azione liturgica Gesù è unito ai cristiani nella lode divina: Egli prega in noi.

Nella liturgia il Verbo Incarnato chiede per noi –è il nostro Sacerdote–, in noi –è il nostro Capo–,
in Lui preghiamo –è il nostro Dio–. Dobbiamo riconoscere la nostra voce in Lui e la sua in noi.
Dobbiamo pregare con Lui, dal momento che Lui prega con noi, pregare in Lui, dal momento che
Lui prega in noi16.

Possiamo dare a Dio un culto perfetto grazie al carattere sacramentale, per il quale
14
DIRECTORIO DE ESPIRITUALIDAD, nn. 123. 127-133.
15
SC, 7.
16
Cf. SANT'AGOSTINO, Enarrazioni sui Salmi, LXXXV, 1.

12
siamo partecipi del sacerdozio di Cristo:

Questa partecipazione al sacerdozio di Cristo è l'essenza del carattere sacramentale che inizia con
il Battesimo, si perfeziona con la Cresima e arriva alla sua massima pienezza nell'Ordine sacro.

Orbene, come esercitiamo noi il nostro sacerdozio? Quali sono gli atti di culto che
possiamo realizzare grazie al carattere sacramentale che abbiamo?

Il carattere battesimale ci abilita a ricevere gli altri sacramenti e, ai semplici fedeli, li abilita ad
agire come ministri propri nel sacramento del Matrimonio.

Il carattere battesimale da ad ogni battezzato la facoltà di offrire il sacrificio eucaristico. Questa


grandiosa e impressionante prerogativa dobbiamo insegnare insistentemente a tutti i membri dei
nostri Istituti che non sono sacerdoti ministeriali. I battezzati partecipano all'oblazione della
Vittima dell'altare al Padre –senza realizzare il rito liturgico– in due modi: prima di tutto, offrono il
sacrificio per mezzo del sacerdote visibile, dal momento che questo offre in nome di tutti i
membri dal momento che opera nella persona di Cristo in quanto capo e pastore; e in secondo
luogo, insieme al sacerdote visibile, unendo i suoi voti di lode, di impetrazione e di espiazione.

Il carattere dell'ordine sacro configura con Cristo il capo, conferendo potere al sacerdote
ministeriale sul Corpo fisico di Cristo e sul Corpo mistico. Gli permette di operare “in persona
Christi”17, essendo il suo atto principale l'immolazione e l'oblazione del sacrificio della Messa 18 e,
inoltre, il benedire, presiedere, predicare, battezzare, confessare, ecc.

2. Sacrosantum Concilium19.

Dio ha voluto salvare gli uomini mediante Gesù Cristo:

Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm
2,4), «dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti» (Eb
1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito
Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti, «medico di carne e di
spirito», mediatore tra Dio e gli uomini.

Gesù Cristo ci comunica la salvezza attraverso la liturgia. La liturgia è pertanto un


esercizio dell'opera salvifica di Gesù Cristo.

Pertanto, come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito
Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, non dovevano limitarsi ad annunciare che il
Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e ci ha
trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l'opera di salvezza che annunziavano,
mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica.

Gesù Cristo è presente in ogni azione liturgica, come il soggetto principale di essa, e
per quel motivo la liturgia è un atto di culto perfetto ed un'opera efficace di
santificazione. Qui vediamo l'unione di Cristo e la Chiesa nella liturgia: la Chiesa
17
EUGENIO IV, Exsultate Deo, 22/11/1439; DS. 1321, Dz. 698.
18
Cf. SAN TOMMASO D'AQUINO, S. Th., II-II, 22, 4. sc.
19
SC 5-7.

13
realizza sempre l'azione liturgica in unione con Gesù Cristo.

Per realizzare un'opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale
nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa, sia nella persona del ministro,
essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero
dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei
sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua
parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine
quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là
sono io, in mezzo a loro» (Mt 18,20).

Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una
gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa
amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre.

Il soggetto dell'azione liturgica è Cristo, è il culto di Cristo, ma di Cristo tutto intero,


Capo e membra:

Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù
Cristo. ...in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal
capo e dalle sue membra. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e
del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne
uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado.

3. Cipriano Vagaggini in “Il senso teologico della liturgia”20.

Il seguente testo insiste sul fatto che ogni santificazione dell'uomo ed ogni culto di Dio
si realizzano necessariamente in Cristo, e pertanto anche nella liturgia. Non c'è
santificazione senza Cristo, e non c'è culto nella Chiesa che non sia partecipazione del
culto di Cristo. Vediamo un'altra volta la profonda unione tra Cristo e la sua Chiesa
come soggetti della liturgia, e il primato di Cristo.

Dio santifica sempre per mezzo di Cristo, Dio e uomo. Al meno dopo il peccato di Adamo, non
esiste grazia né santificazione che non siano grazia e santificazione di Cristo ed in Cristo, cioè,
meritata da Cristo, causa dell'unione reale con Cristo e, a partire dall'Incarnazione, causata
dall'umanità di Cristo come strumento congiunto della sua divinità.

Allo stesso modo, ogni culto reso dalla Chiesa a Dio, lo è sempre in Cristo, in unione con Cristo e
mediante Cristo, Capo della Chiesa. Parlando con più proprietà, il culto della Chiesa non è altro
che la partecipazione della Chiesa nel culto che Cristo, Capo del Corpo Mistico, rende a Dio; è
dunque il culto di Cristo, tributato come Capo del Corpo Mistico a Dio; l'esercizio del suo
sacerdozio continuato nella Chiesa, dalla Chiesa e con la Chiesa che è il suo corpo 21.

Così, dunque, nella liturgia, la santificazione che Dio fa della Chiesa ed il culto che la Chiesa
rende a Dio, si realizzano in Cristo.

20
CIPRIANO VAGAGGINI, El sentido teológico de la Liturgia, BAC, Madrid 1965, p. 29.
21
Cf. MD 20; 22.

14
5. LO SPIRITO SANTO NELLA LITURGIA
LA LITURGIA COME OPERA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Abbiamo già visto che Gesù Cristo, Verbo Incarnato e seconda Persona della Santissima
Trinità, è il soggetto principale della Liturgia, come Sommo ed Eterno Sacerdote.
Vediamo adesso invece come la liturgia è opera dell’intera Trinità, per chiarire il ruolo
di ogni Persona divina nella liturgia, specialmente il ruolo dello Spirito Santo. A questo
scopo vedremo cosa ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo alla Liturgia
come opera della Santissima Trinità (nn. 1077-1112).

1. Il Padre, Sorgente e Fine della Liturgia

1077. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con
ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1,3).
1078. Benedire è un’azione divina che dà la vita e di cui il Padre è la sorgente.
Riferito all' uomo, questo termine significherà l’adorazione e la consegna di sé al
proprio Creatore nell' azione di grazie.
1079. Dall' inizio alla fine dei tempi, tutta l’opera di Dio è benedizione. Dal poema
liturgico della prima creazione ai cantici della Gerusalemme celeste, gli autori ispirati
annunziano il disegno della salvezza come una immensa benedizione divina.
1081. Le benedizioni divine si manifestano in eventi mirabili e salvifici: la nascita di
Isacco, l’uscita dall' Egitto (Pasqua ed Esodo), etc. La Legge, i Profeti e i Salmi, che
tessono la Liturgia del Popolo eletto, ricordano queste benedizioni divine e nello stesso
tempo rispondono ad esse con le benedizioni di lode e di rendimento di grazie.
1082. Nella Liturgia della Chiesa, la benedizione divina è pienamente rivelata e
comunicata: il Padre è riconosciuto e adorato come la Sorgente e il Termine di tutte le
benedizioni della creazione e della salvezza; nel suo Verbo, incarnato, morto e risorto
per noi, egli ci colma delle sue benedizioni, e per suo mezzo effonde nei nostri cuori il
Dono che racchiude tutti i doni: lo Spirito Santo.
1083. Si comprende allora la duplice dimensione della Liturgia cristiana come risposta
di fede e di amore alle «benedizioni spirituali» di cui il Padre ci fa dono. Da una parte,
la Chiesa benedice il Padre per il «suo ineffabile Dono» (2 Cor 9,15) con l’adorazione,
la lode e l’azione di grazie. Dall' altra, la Chiesa non cessa di presentare al Padre
«l’offerta dei propri doni» e d' implorare che mandi lo Spirito Santo sull' offerta, su se
stessa e sul mondo intero, affinché, per la comunione alla Morte e alla Risurrezione di
Cristo Sacerdote e per la potenza dello Spirito, queste benedizioni divine portino frutti
di vita”.
Il Padre è sorgente della Liturgia, perché da lui proviene ogni benedizione,
specialmente quelle che ricordiamo nella Liturgia; ed è il fine della Liturgia, perché a
Lui si rivolge ogni nostra preghiera.

2. L' Opera di Cristo nella Liturgia

15
a) Cristo ci comunica la salvezza attraverso l’attualizzazione sacramentale del
Mistero Pasquale (il passato si attualizza).
1084. «Assiso alla destra del Padre», Cristo agisce ora attraverso i sacramenti, da lui
istituiti per comunicare la sua grazia. I sacramenti sono segni sensibili (parole e azioni).
Essi realizzano in modo efficace la grazia che significano, mediante l’azione di Cristo e
la potenza dello Spirito Santo.
1085. Nella Liturgia della Chiesa Cristo significa e realizza principalmente il suo
Mistero pasquale. Durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con il suo insegnamento
e anticipava con le sue azioni il suo Mistero pasquale. Venuta la sua Ora, egli vive
l’unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto, risuscita dai
morti e siede alla destra del Padre «una volta per tutte» (Rm 6,10; Eb 7,27; 9,12). È un
evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della
storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti nel passato. Il Mistero pasquale di
Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte
egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto
per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi
è reso presente.

b) Cristo realizza nel presente la santificazione dell’uomo attraverso i sacramenti


1086. Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli Apostoli, ripieni
di Spirito Santo, non solo perché annunziassero il Vangelo della salvezza, «ma anche
perché attuassero, per mezzo del Sacrificio e dei sacramenti, sui quali s'incardina tutta la
vita liturgica, l’opera della salvezza che annunziavano».
1087. Pertanto, donando lo Spirito Santo agli Apostoli, Cristo risorto conferisce loro il
proprio potere di santificazione: diventano segni sacramentali di Cristo. Per la potenza
dello stesso Spirito Santo, essi conferiscono tale potere ai loro successori. Questa
«successione apostolica» struttura tutta la vita liturgica della Chiesa; essa stessa è
sacramentale, trasmessa attraverso il sacramento dell’Ordine.
1088. «Per realizzare un’opera così grande» -la “dispensazione” o comunicazione della
sua opera di salvezza- «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale
nelle azioni liturgiche...».

c) Pregustiamo la liturgia del Cielo mediante la Liturgia terrena


1090. «Nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che
viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, dove il Cristo siede alla destra di Dio
quale ministro del vero tabernacolo; con tutte le schiere della milizia celeste cantiamo al
Signore l' inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di ottenere un
qualche posto con essi; aspettiamo, quale Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, fino
a quando egli comparirà, nostra vita, e noi appariremo con lui nella gloria».

3. Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Liturgia

16
1091. Nella Liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del Popolo di Dio, l'
artefice di quei «capolavori di Dio» che sono i sacramenti della Nuova Alleanza. Il
desiderio e l' opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita del
Cristo risorto22. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza
una vera cooperazione. Grazie ad essa, la Liturgia diventa l' opera comune dello Spirito
Santo e della Chiesa.
1092. In questa comunicazione sacramentale del Mistero di Cristo, lo Spirito Santo
agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell’Economia della salvezza: egli prepara
la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell'
assemblea; rende presente e attualizza il Mistero di Cristo per mezzo della sua potenza
trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione
di Cristo.

a) Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo


1093. Nell' Economia sacramentale lo Spirito Santo dà compimento alle figure
dell'Antica Alleanza. Poiché la Chiesa di Cristo era «mirabilmente preparata nella storia
del popolo d' Israele e nell' Antica Alleanza», la Liturgia della Chiesa conserva come
parte integrante e insostituibile, facendoli propri, alcuni elementi del culto dell' Antica
Alleanza: in modo particolare la lettura dell' Antico Testamento; la preghiera dei Salmi;
e, soprattutto, il memoriale degli eventi salvifici che hanno trovato il loro compimento
nel Mistero di Cristo (la Promessa e l' Alleanza, l' Esodo e la Pasqua, etc.).
1094. Proprio su questa armonia dei due Testamenti si articola la catechesi pasquale del
Signore e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela
ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell’Antico Testamento: il Mistero di Cristo.
Attraverso questa rilettura nello Spirito di Verità a partire da Cristo, le figure vengono
svelate.
1095. Per questo la Chiesa rilegge e rivive tutti questi grandi eventi della storia della
salvezza nell'«oggi» della sua Liturgia. Ma questo esige pure che la catechesi aiuti i
fedeli ad aprirsi a tale intelligenza «spirituale» dell’Economia della salvezza, come la
Liturgia della Chiesa la manifesta e ce la fa vivere.
1097. Nella Liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la
celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa.
1098. L' assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere «un popolo ben
disposto»23. Questa preparazione dei cuori è l’opera comune dello Spirito Santo e
dell’assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di
risvegliare la fede, la conversione del cuore e l'adesione alla volontà del Padre.
Queste disposizioni sono il presupposto per l’accoglienza delle altre grazie offerte nella
celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito.

b) Lo Spirito Santo ricorda il Mistero di Cristo


22
Si potrebbe dire che l’opera dello Spirito Santo è quella di formare Cristo in noi, come una volta lo
formò in Maria Santissima.
23
Al modo come il fuoco non solo produce la bollizione dell’acqua, ma pure tutto il riscaldamento previo
e l’ultima disposizione ad essa (l’ultimo grado di calore); così lo Spirito Santo non solo produce le grazie
proprie dei sacramenti, ma pure la disposizione ad esse.

17
1099. Lo Spirito e la Chiesa cooperano per manifestare Cristo e la sua opera di salvezza
nella Liturgia. Specialmente nell' Eucaristia, la Liturgia è Memoriale del Mistero della
salvezza.
1100. La Parola di Dio. Lo Spirito Santo ricorda in primo luogo all' assemblea liturgica
il senso dell’evento della salvezza dando vita alla Parola di Dio che viene annunziata
per essere accolta e vissuta.
1101. È lo Spirito Santo che dona ai lettori e agli uditori, secondo le disposizioni dei
loro cuori, l’intelligenza spirituale della Parola di Dio... egli mette i fedeli e i ministri
in relazione viva con Cristo, Parola e Immagine del Padre, affinché possano far passare
nella loro vita il significato di ciò che ascoltano.
1102. L' annunzio della Parola di Dio non si limita ad un insegnamento: essa sollecita la
risposta della fede, come adesione e impegno. È ancora lo Spirito Santo che elargisce la
grazia della fede, la fortifica e la fa crescere nella comunità.
1103. L' Anamnesi. La celebrazione liturgica si riferisce sempre agli interventi salvifici
di Dio nella storia. Nella Liturgia della Parola lo Spirito Santo «ricorda» all' assemblea
tutto ciò che Cristo ha fatto per noi. Secondo la natura delle azioni liturgiche e le
tradizioni rituali delle Chiese, una celebrazione (un rito) «fa memoria» delle meraviglie
di Dio attraverso una Anamnesi più o meno sviluppata. Lo Spirito Santo, che in tal
modo risveglia la memoria della Chiesa, suscita di conseguenza l’azione di grazie e la
lode (Dossologia).

c) Lo Spirito Santo attualizza il Mistero di Cristo


1104. La Liturgia cristiana non soltanto ricorda gli eventi che hanno operato la nostra
salvezza; essa li attualizza, li rende presenti. Il Mistero pasquale di Cristo viene
celebrato, non ripetuto; sono le celebrazioni che si ripetono; in ciascuna di esse ha luogo
l’effusione dello Spirito Santo che attualizza l’unico Mistero.
1105. L' Epiclesi («invocazione-su») è l’intercessione con la quale il sacerdote supplica
il Padre di inviare lo Spirito Santificatore affinché le offerte diventino il Corpo e il
Sangue di Cristo e i fedeli, ricevendole, divengano essi pure un’offerta viva a Dio.
1107. Mandato dal Padre che esaudisce l’Epiclesi della Chiesa, lo Spirito dona la vita a
coloro che l’accolgono, e costituisce per essi, fin d' ora, «la caparra» della loro eredità.

d) Lo Spirito Santo produce la comunione


1108. Il fine della missione dello Spirito Santo in ogni azione liturgica è quello di
mettere in comunione con Cristo per formare il suo Corpo. Lo Spirito Santo è come la
linfa della Vigna del Padre che porta il suo frutto nei tralci. Nella Liturgia si attua la più
stretta cooperazione tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Egli, lo Spirito di comunione,
rimane nella Chiesa in modo indefettibile, e per questo la Chiesa è il grande sacramento
della comunione divina che riunisce i figli di Dio dispersi. Il frutto dello Spirito nella
Liturgia è inseparabilmente comunione con la Santa Trinità e comunione fraterna.
1109. L' Epiclesi è anche preghiera per la piena realizzazione della comunione
dell’assemblea al Mistero di Cristo. «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio
e la comunione dello Spirito Santo» (2 Cor 13,13) devono rimanere sempre con noi e

18
portare frutti al di là della celebrazione eucaristica. La Chiesa prega dunque il Padre di
inviare lo Spirito Santo, perché faccia della vita dei fedeli un’offerta viva a Dio
attraverso la trasformazione spirituale a immagine di Cristo.

In sintesi

1110. Nella Liturgia della Chiesa Dio Padre è benedetto e adorato come la sorgente di
tutte le benedizioni della creazione e della salvezza, con le quali ci ha benedetti nel suo
Figlio, per donarci lo Spirito dell’adozione filiale.
1111. L' opera di Cristo nella Liturgia è sacramentale perché il suo Mistero di salvezza
vi è reso presente mediante la potenza del suo Santo Spirito (passato attualizzato
attraverso i segni); perché il suo Corpo, che è la Chiesa, è come il sacramento (segno e
strumento) nel quale lo Spirito Santo dispensa il Mistero della salvezza (grazia presente
conferita attraverso i sacramenti); perché, attraverso le sue azioni liturgiche, la Chiesa
pellegrina nel tempo partecipa già, pregustandola, alla Liturgia celeste (futuro anticipato
dai sacramenti).
1112. La missione dello Spirito Santo nella Liturgia della Chiesa è di preparare
l'assemblea a incontrare Cristo; di ricordare e manifestare Cristo alla fede
dell’assemblea; di rendere presente e attualizzare, con la sua potenza trasformatrice,
l’opera salvifica di Cristo, e di far fruttificare il dono della comunione nella Chiesa.

19
6. L’OGGETTO DELLA LITURGIA
LA LITURGIA COME MEMORIALE

Che cosa celebra la liturgia? L’oggetto di essa, quale è? La Liturgia celebra il Mistero
Pasquale di Cristo. Se prendiamo il Messale, ad esempio, vediamo che ci sono “diverse”
Messe, per le diverse necessità, per i defunti, dei santi, ecc.; ma quello che si celebra è
sempre il Mistero Pasquale di Cristo. Anche quando celebriamo il Natale, o l’Epifania, o
la Trasfigurazione, o qualsiasi altro mistero della vita di Cristo, celebriamo il Mistero
Pasquale. Nella Messa, infatti, subito dopo la consacrazione, si prega il memoriale: “fate
questo in memoria di me”.24

1. Il memoriale nella Santa Messa

Oltre a quello già menzionato, nella Santa Messa ci sono altri due momenti dove si vede
specialmente questo memoriale. Uno di questi momenti viene chiamato “acclamazione
memoriale”, e la canta il popolo dopo la consacrazione: «Annunziamo la tua morte,
Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». C’è un’altra
formula, che ripete le parole di San Paolo: «Ogni volta infatti che mangiate di questo
pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1
Cor 11, 26).
L’altro momento è l’orazione che dice il sacerdote subito dopo quest’acclamazione
del popolo. Questo memoriale del sacerdote appare in tutte le preghiere eucaristiche:

“In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo, celebriamo il memoriale della
beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio
e nostro Signore...” (Preghiera Eucaristica I)

“celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre...” (Preghiera
Eucaristica II)

“Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e
asceso al cielo, nell’attesa dell sua venuta, ti offriamo, Padre...” (Preghiera Eucaristica III)

“In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, o Padre, la morte di Cristo, la sua
discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra;
e in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo...” (Preghiera Eucaristica IV)

2. Natura del memoriale o anamnesis

Celebrare il memoriale è molto più di un semplice “ricordare”. La liturgia attualizza il


Mistero Pasquale, e il Mistero Pasquale comunica la salvezza. Dunque, la liturgia

24
Cf. per tutto questo capitolo: CARLOS M. BUELA, Nuestra Misa, Ed. “Del Verbo Encarnado”, San
Rafael 2002, pp. 87ss.

20
comunica la salvezza, perché celebra il Mistero Pasquale di Cristo, centro del culto
cristiano.
Come dice p. Buela nel suo libro La nostra Messa, p. 88ss, ci sono tre tipi di
memoriale:

a) Il memoriale mondano:
Sono monumenti che ricordano fatti del passato. Se si paragonano al memoriale del
Nuovo Testamento non sono due specie dello stesso genere (come il marrone e il verde
sono due specie di colori), bensì due generi diversi (come dire: colore e gusto, o pianta e
animale).

b) Il memoriale dell’Antico Testamento:


In modo simile, nell’Antico Testamento s’intendeva il memoriale come un mero
ricordo, ma in questo caso, che in qualche modo attualizza il fatto del passato, essendo
come un segno del continuo aiuto divino nel presente e promessa di assistenza futura.
Parlando più propriamente, il memoriale dell’Antico Testamento si relaziona col
memoriale del Nuovo Testamento come l’imperfetto al perfetto (embrione - uomo
adulto).
Gli ebrei facevano memoria delle gesta e meraviglie di Dio compiute nel suo Popolo,
tali come l’uscita dall’Egitto (Pasqua); la permanenza nel deserto (Tende o tabernacoli:
lasciavano le case per vivere sette giorni nelle tende); l’ingresso alla Terra Promessa.

Celebrando l’ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla
pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre
attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell' Eucaristia,
che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del
Regno25.

c) Il memoriale nel Nuovo Testamento:


La Messa, nel momento della Consacrazione, è un memoriale, ma con un elemento che
lo caratterizza essenzialmente: non si tratta di un mero ricordo, ma di un ricordo
efficace, cioè che produce quello che ricorda.
Qui il sacrificio della croce del Signore si perpetua fino alla fine dei tempi. Per
questo insegna il Concilio di Trento e il Catechismo della Chiesa Cattolica: «che la
memoria del Sacrificio della Croce si perpetuerebbe fino alla fine dei secoli 26» nella
Santa Messa.
È quello che ha comandato il Signore: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19;
1Co 11,24). Cos’è “fare questo”? È convertire il pane nel suo Corpo offerto in
sacrificio, e il vino nel suo Sangue versato; è fare presente la transustanziazione della
Cena e il Sacrificio della Croce. Il sacerdote, operando in persona Christi, fa quello che
Cristo ha comandato e quello per cui ha ricevuto il potere sacerdotale da Cristo: quello è
fare il memoriale... Lo si celebra per compiere il comando del Signore: «fate questo in

25
CCC 1340
26
CCC 1366.

21
memoria di me».

Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole «finché egli venga» (1 Cor 11,26),
non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto. Egli ha di mira la celebrazione
liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita,
della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua intercessione presso il Padre.

Fin dagli inizi la Chiesa è stata fedele al comando del Signore. Della Chiesa di Gerusalemme è
detto: «Erano assidui nell' ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell' unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere... Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e
spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At 2, 42.46).

Soprattutto «il primo giorno della settimana», cioè la domenica, il giorno della Risurrezione di
Gesù, i cristiani si riunivano «per spezzare il pane» (At 20,7). Da quei tempi la celebrazione
dell’Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella
Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa. 27
(MEMORIA VIVENTE. CAPITULO)

Orbene, anche se l’intera Messa è memoriale, lo è specialmente nella Preghiera


Eucaristica o anafora e, soprattutto, è memoriale nel senso efficace del Nuovo
Testamento, la consacrazione nella quale il sacerdote agisce in persona Christi.

27
CCC 1341-1343.

22
7. PER MEZZO DEI SEGNI EFFICACI... 28

In questo capitolo vogliamo vedere:


1. Cosa sia un segno, e la divisione dei segni. Differenza tra un segno sensibile
qualsiasi, e il sacramento (segno sensibile ed efficace, cioè, che produce cio chè
significa).
2. Convenienza (secondo la natura umana) dell’uso dei segni nell’economia della
salvezza (seguendo la logica dell’Incarnazione).
3. I diversi tipi di segni liturgici.

1. Segno

a) Natura del segno


Sant’Agostino lo definisce: “signum est quod, preter speciem quam sensibus ingerit,
facit aliquid aliud in cognitionem venire” (De Doctrina Christiana, 2,1,1), cioè una
cosa che, oltre l’impressione che produce nei sensi, fa conoscere altra cosa.
Distinguiamo, quindi, due elementi: il segno (la realtà sensibile), e la cosa significata.
In poche parole, il segno è qualcosa che ci rimanda ad un altra; è una realtà visibile
che ci rimanda ad un altra realtà invisibile. Aliud videtur et aliud intelligitur, (si vede
una cosa e si intende un’altra) per esempio, il significante (la bandiera) e cio ché viene
significato (la patria).

b) Divisione del segno.


Il segno può essere:
1. sensibile (immagine) o intelligibile (concetto);
2. ad intra del soggetto cognoscente o unito a lui (colore nell’occhio o il concetto
nell’intelletto), oppure ad extra, come un’indicazione stradale, o un semaforo.
3. efficace o non efficace: a seconda che produca o meno quello che significa. Un
cartello che indica una deviazione, non produce la deviazione, non è efficace.
Invece i sacramenti sono segni efficaci, causano quello che significano. Questa
efficacia viene da Dio, che è la causa principale della grazia e della nostra
santificazione, essendo l’umanità di Cristo, la causa strumentale. La liturgia,
tramite questi segni che sono i sacramenti, prolunga l’azione di Cristo,
l’esercizio del suo sacerdozio. La parola di Dio è efficace: Gv 1, 3 (creatrice); Is
55,10 (fruttifera); Ebr 4,12 (efficace e viva). Diceva Sant’Agostino: accedit
verbum ad elementum et fit sacramentum (Super Ioan., tractatus 80).
4. naturale: quando significa per la sua stessa natura, come il fumo ci fa capire che
c’è il fuoco, o quando sentiamo respirare qualcuno sappiamo che è vivo; oppure
28
SAN TOMMASO D’AQUINO, Somma Teologica, III, q. 60, aa.1, 3 e 4; Cat Chiesa Catt.: vedi Indice
Analitico, le voci: “segni” (sacramentali) e “segno-Simboli”; Direttorio di Vita Liturgica: tre esempi di
gesti pieni; ROMANO GUARDINI, I Santi Segni (si può leggere qualcuno dei segni proposti dall’autore);
CIPRIANO VAGAGGINI, Il senso teologico della liturgia, pp. 53-101; Ordinamento Generale del Messale
Romano.

23
convenzionale, quando dipende da un accordo o convenzione degli uomini. Per
es. un semaforo, o la “Croce Rossa”. Il tipico segno convenzionale è il
“simbolo”, di “syn-ballein” = metere insieme, unire due realtà, associarne una
all’altra. Così, il “Symbolo” della fede, il Credo, metteva insieme o riuniva tutte
le verità del cristiano in un’articolazione. Il contrario è il “Dia-bolon”, separare,
dividere, disarticolare.

c) Un Segno particolare: I Sacramenti


I sacramenti sono segni che hanno una significazione naturale, ma anche convenzionale,
giacché sono stati istituiti da Cristo.
Il pane, il vino, l’acqua, l’oleo, le ceneri, ecc., hanno una attitudine naturale per
significare delle realtà invisibili e spirituali. La scelta di Gesù, in questo senso, non è
stata a caso o arbitraria. Per esempio, il pane è alimento del corpo ed è essenziale per la
vita dell’uomo, e in questo senso significa molto bene il Corpo di Cristo, Pane di Vita e
alimento dell’anima.
Ma il pane e il vino di per sé non sarebbero segno del Corpo e Sangue di Cristo, se
Cristo non l’avesse voluto, se Cristo no l’avesse istituito così. Perciò sono anche un
segno convenzionale.
I sacramenti sono segni sensibili ed efficaci della grazia. Ma la loro significazione
non si esaurisce col significare le grazie invisibili. Ad esempio, nel Battesimo, la
abluzione con l’acqua significa il lavacro dell’anima; inoltre però il Battesimo significa
la partecipazione nella morte e risurrezione di Cristo. Colui che viene battezzato, muore
e risorge sacramentalmente con Cristo (Cf. Rm 6,3-8).
La storia della salvezza, le tradizioni del popolo di Israele, le feste, tutto questo
carica di contenuto i sacramenti della Nuova Alleanza, in modo tale che la
significazione e molto più ricca, (anche se poi l’efficacia e più precisa e ridotta,
naturalmente). Per esempio, quando celebriamo la Messa, si attualizza il Mistero
Pasquale, e quello che Gesù ha compiuto nell’Ultima Cena, ma non il passaggio del
Mare Rosso da parte del popolo ebraico. Si attualizza la Pasqua del Signore, di cui la
Pasqua dei giudei ne era una prefigurazione. Tuttavia, quest’ultima ci aiuta a capire
meglio la significazione della Pasqua di Cristo.
San Tommaso29 dice che i sacramenti sono ordinati a significare (e quindi produrre)
la nostra santificazione. Orbene, nella nostra santificazione si possono considerare tre
cose: la causa, che è la Passione di Gesù; la forma che ci santifica, cioè la grazia e le
virtù; e il fine della santificazione, cioè la vita eterna. Dunque, ogni sacramento è segno
rimemorativo di quello che è successo (la Passione di Gesù), dimostrativo di ciò che si
realizza adesso in noi (la grazia) e prognosticativo, annunziatore di ciò che accadrà (la
vita eterna).
Come si canta nel O Sacrum Convivium, composto dallo stesso San Tommaso: «O
sacro convito, in cui Cristo è nostro cibo, si fa memoria della sua passione, l’anima si
riempie di grazia, e ci è dato un pegno della gloria futura. Alleluia!»30.
29
Cf. SANTO TOMÁS DE AQUINO, Summa Theologiae, III, q. 60, a.3.
30
«O Sacrum Convivium in quo Christus sumitur, recollitur memoria passionis eius, mens impletur gratia,
et futurae gloriae nobis pignus datur. Alleluia!».

24
2. Perché abbiamo bisogno di segni sensibili31?

1. Per la condizione della natura umana. È proprio dell’uomo giungere alla


conoscenza delle cose intelligibili e spirituali, attraverso le cose corporali e
sensibili. Orbene, Dio da a tutti secondo il proprio modo di essere. Perciò la
divina salvezza arriva attraverso segni sensibili.
2. Per lo stato dell’uomo: per il peccato, si rese schiavo nei suoi affetti delle cose
materiali. Orbene, lì deve essere applicata la medicina, dove è la malattia.
Dunque fu conveniente che Dio per segni corporali applicassi all’uomo la
medicina spirituale. Altrimenti, se le cose spirituali fossero presentate nude
all’uomo, l’anima dedita alle cose corporali non potrebbe accostarsi ad esse.
3. Per il predominio che nell’attività umana hanno le funzioni d’ordine materiale.
Dunque, affinché non fosse tanto difficile per l’uomo l’astrarsi totalmente delle
cose materiali, gli vennero proposti azioni materiali nei sacramenti, anche per
evitare le superstizioni e altre azioni cattive.

Questo risponde pure alla logica dell’Incarnazione, giacché Cristo, Verbo Incarnato è il
grande Sacramento, che ci ha fatto conoscere il Padre e il mistero del Dio Trino. Come
dice San Tommaso, «è convenientissimo che l’invisibile di Dio si mostri attraverso le
cose visibili; per questo infatti ha fatto tutto il mondo»32.

3. Diversi tipi di segni liturgici33

I segni liturgici si raggruppano in due grandi blocchi: sacramentali e non sacramentali. I


primi si identificano coi sette sacramenti la cui istituzione, natura ed efficacia hanno
origine divina e non possono essere cambiati sostanzialmente dalla Chiesa, benché
questa abbia ricevuto da Cristo certi poteri sulla struttura del segno sacramentale di
alcuni sacramenti, vg. della Cresima. I segni non sacramentali sono tutti gli altri.
Prescinderemo da questa gran divisione per la seguente classificazione dei segni
liturgici.

a) Segni relazionati coi gesti ed atteggiamenti del corpo umano


L'uomo è un essere risultante dell'unione sostanziale di un'anima razionale ed un corpo
umano (nozione antropologica). Tenendo in conto questa unità sostanziale dell'anima e
del corpo, Cristo e la Chiesa hanno incorporato alla liturgia molti gesti ed atteggiamenti,
giacché essi corrispondono alla natura dell’uomo. Vediamone alcuni.

- GESTI LITURGICI
31
SANTO TOMÁS DE AQUINO, Summa Theologiae, III, q. 60, a.4; q.61, a.1.
32
Cf. SANTO TOMÁS DE AQUINO, Summa Theologiae, III, q.1, a.1, sc.
33
Cf. OGMR, 42-45.

25
Possono essere utilitari, vg. lavarsi le mani dopo l'imposizione delle cenere; di
venerazione verso le persone (inclinazione di capo), o le cose (baciare l'altare); di
accompagnamento della parola (la segnazione del vangelo o le mani estese durante la
preghiera eucaristica); specificamente cristiani (il segno della croce), o incorporati
dall'ambiente socioculturale (la consegna degli strumenti nell'ordinazione sacerdotale),
etc.
Vediamo i più importanti:

Segno Da dove viene Cosa significa Quando si


utilizza
Il segno della È un gesto tipicamente cristiano. Il segno della croce Si usa anche per la
croce Come si vede in molti viene ad essere come benedizione di cose e
documenti, i primi cristiani un sigillo di Cristo, una persone accompagnato
realizzavano frequentemente professione di fede in da formule speciali. La
questo segno sia nella vita Lui, un'invocazione segnazione ha anche un
ordinaria che nelle celebrazioni della grazia di Dio senso esorcistico fin da
liturgiche. È attestato almeno fin implorata per i meriti di tempi molto antichi (s.
dal secolo II. TERTULIANO (De Cristo, morto in croce II).
corona militis, 3), scrive, alla per noi.
fine di quel secolo, che i cristiani
“si segnano col segno della croce
quando vanno in viaggio,
all’uscire o entrare nel suo
domicilio, vestendosi, lavandosi,
mangiando, coricandosi,
sedendosi, etc.
Colpi di In senso di umiltà appare nel Battersi il petto è segno I colpi di petto stanno
petto Vangelo riferito al pubblicano ed di pentimento e di prescritti attualmente
al centurione. È un gesto molto umiltà. durante l'atto di
comune nei paesi antichi. contrizione nella Messa.
Nel rito anteriore era
prescritto che si facesse
tre volte, adesso si può
fare una volta sola.

Occhi alzati Questo gesto è stato utilizzato da È segno di supplica Il Canone Romano
verso il Cielo Gesù nel momento della fiduciosa a Dio Padre. (preghiera eucaristica nº
moltiplicazione dei pani, nella 1) prescrive che lo
preghiera prima della realizzi il celebrante
risurrezione di Lázaro, nella principale.
orazione sacerdotale. Sebbene
non si legge nella S. Scrittura
che Gesù l’abbia fatto durante
l’ultima Cena, il Canone
Romano, perfino nella sua forma
più primitiva lo attribuisce a
Gesù.
Le unzioni. Nella liturgia attuale appare nel Battesimo con un senso esorcistico (unzione con l'olio
dei catecumeni) e sacerdotale (crismazione nel capo). Significa anche la forza della
grazia (Unzione dei malati), e l'unzione interna (Ordini Sacri).

26
Segno Da dove viene Cosa significa Quando si
utilizza
Imposizione Appare frequentemente nell'A.T. È segno di umiltà La liturgia attuale
delle cenere (“ricorda che sei realizza questo gesto il
polvere ed in polvere ti giorno che comincia la
convertirai”), di quaresima, come
pentimento e di reliquia del gesto che
preghiera fiduciosa. facevano i penitenti
quando entravano nella
penitenza canonica.

Imposizione Gesto antichissimo e comune a Ha sfumature diverse, La liturgia usa molto


delle mani varie religioni. Nell'AT appare ma designa sempre l'imposizione delle
nel culto sacrificale. Gesù un'azione mani: nella celebrazione
l’utilizzò molto nei suoi soprannaturale da parte dell'Eucaristia (epiclesi
miracoli. L'usarono anche gli di Dio. preconsecratoria); nella
apostoli per impetrare l'azione penitenza; nei riti di
dello Spirito Santo sui battezzati ordinazione diaconale,
e nei riti di ordinazione presbiteral ed
sacerdotale. episcopale; nella
Cresima; etc.
Mani elevate È un gesto universale nelle religioni. Fu praticato dagli ebrei. Fu anche abbastanza
ed estese utilizzato tra i primi cristiani come si vede nelle immagini di persone che pregano nelle
catacombe, e viene attestato da Tertuliano (De oratione, 14).
Mani giunte Questo gesto espressivo ed È quindi un gesto di A volte la liturgia attuale
e piegate edificante è di origine tardiva, umiltà e vassallaggio e lo prescrive in forma
vicino al perché si introdusse nella liturgia di atteggiamento orante implicita, dicendo:
petto nel s. XII. Sembra che sia preso e fiducioso. “dopo, con le mani
dalla forma di omaggio proprio estese... “; altre, in
del sistema feudale germanico: il forma esplicita. Ad ogni
vassallo si presentava davanti al modo, è rimasto come
suo signore in forma normale di
quell'atteggiamento. preghiera ed è il gesto
più adatto alla
celebrazione liturgica
quando le mani non
devono impiegarsi in
altri riti o non è
prescritto che si tengano
alzate.

- ATTEGGIAMENTI LITURGICI PIÙ IMPORTANTI34.

Segno Da dove viene Cosa significa Quando si


utilizza
In piedi Pregare in piedi durante le Significa la libertà dei È l'atteggiamento
34
OGMR, 42: “L’attegiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità
dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia: manifesta, infatti, e favorisce
l’intenzione e i sentimenti dell’animo e del corpo di coloro che partecipano”.

27
Segno Da dove viene Cosa significa Quando si
utilizza
azioni liturgiche era norma figli di Dio, liberati dal caratteristico del
generale nelle religioni antiche. peccato. È anche segno ministro che serve
Pregavano anche così i primi di allegria. I primi l'altare, e soprattutto,
cristiani, come lo dimostrano le cristiani pregavano in del sacerdote che
pitture delle catacombe. La ginocchio come segno celebra l'Eucaristia.
Chiesa ha mantenuto questa di tristezza o penitenza.
abitudine fino ai nostri giorni.
In ginocchio Stare in ginocchio è un atteggiamento di carattere penitenziale; segno di umiltà,
pentimento. In occasioni è segno di adorazione; per quel motivo la pietà occidentale
l'introdusse per adorare la Santissima Eucaristia.
Seduti Rispetto ai fedeli, si trova già in Essere seduto è Attualmente i fedeli
epoca apostolica: “un ragazzo l'atteggiamento che siedono durante le
chiamato Eutico, che stava adotta il maestro che letture, i canti
seduto sulla finestra, fu preso da insegna o il capo che meditativi e la
un sonno profondo mentre presiede. Per questo il predicazione. In quei
Paolo continuava a conversare” vescovo ha la sua momenti simbolizza
(Att 20,9); “Se uno di quelli che cathedra. È anche l'atteggiamento del
sono seduti riceve una l’atteggiamento del discepolo che ascolta
rivelazione, il primo taccia” (1 discepolo che ascolta. quello che Dio dice.
Co 14,30). Gesù Cristo quando
rimase nel tempio, era seduto
davanti ai dottori (Lc 2,46). Fu
anche l'atteggiamento che
adottò María di Betania quando
ascoltava quello che diceva il
Signore (Lc 10,39).
Inclinazione Nella Liturgia Romana attuale è l'atteggiamento che adotta il sacerdote quando recita
o inchino certe preghiere private durante la Messa e salutando all'altare, al vescovo, etc. I fedeli
si inclinano per ricevere la benedizione del sacerdote, specialmente quando si impiega
una formula solenne di benedizione.
È segno di venerazione, rispetto ed umiltà.
Ci sono due classi di inclinazione: di capo e di corpo. Limitandoci alla Messa, la
prima si realizza quando si dicono i nomi di Gesù Cristo, di María e del santo nel cui
onore si celebra la festa. L'inclinazione di corpo si fa all'altare quando durante la Santa
Messa si passa davanti ad esso; durante le parole del Credo “e per opera dello Spirito
Santo, si è incarnato... si è fatto uomo”, etc.
La genuflessione è una variante dell'inclinazione. Nella Messa il ministro adotta
questo atteggiamento in tre momenti: dopo l'elevazione della Sacra Ostia, dopo
l'elevazione del Calice e prima di comunicarsi. Quando il tabernacolo è nel presbiterio
e contiene il Santissimo, si fa genuflessione all’inizio e alla fine della Messa.
Prostrazione La prostrazione appare È segno di umiltà e di Attualmente è un
frequentemente nella Bibbia penitenza. atteggiamento
come atteggiamento di eccezionale, perché si
preghiera. Così si legge in Gn prescrive a coloro che
17,3: “Subito Abram si prostrò ricevono una
con il viso a terra e Dio parlò consacrazione definitiva
con lui”. Cf. anche Dt. 9,18; da mani del vescovo:
Tob. 12,16; etc. ordinandi, vergini,
abati. Si realizza anche
all’inizio dell'azione

28
Segno Da dove viene Cosa significa Quando si
utilizza
liturgica del Venerdì
Santo.
Processione La processione Nelle celebrazioni
simbolizza, abituali, i ministri
principalmente, il realizzano movimenti
carattere peregrinante che hanno carattere
della Chiesa. Anche, a processionale: all'inizio,
volte, è un segno molto prima del vangelo, etc.
espressivo di fede e di Anche i fedeli adottano
devozione. questo atteggiamento
presentando le offerte e
quando si comunicano.
Inoltre, ci sono
processioni unite
all'anno liturgico o in
circostanze particolari,
etc.

b) Segni relazionati con gli elementi che usa la liturgia


La liturgia adopera elementi materiali per un triplice motivo: per la condizione della
natura umana che esige certi elementi materiali per il culto; per la capacità significativa
di alcune realtà materiali (simboli); e perché la storia salvifica mostra che Dio volle
operare attraverso degli elementi (manna, acqua dalla roccia, serpente di bronzo) che
prefiguravano altre realtà.

Il pane ed il Sono elementi basilari dell'alimentazione nell'ambiente mediterraneo. Pertanto,


vino trasformandosi in vero Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano che l'Eucaristia è
l'alimento indispensabile dei cristiani. Simbolizzano anche l'unità della Chiesa e dei
cristiani con Cristo, perché il pane e il vino risultano dall’unione di molti chicchi e di
molte uve, e perché condividere lo stesso pane e lo stesso vino è segno di fraternità.
L'olio L'olio ha vari sensi: forza spirituale e corporale, valore curativo e conservativo di
carattere spirituale, effusione della grazia, santificazione ed inabitazione dello Spirito
Santo e testimonianza cristiana, comunicazione del potere divino e consacrazione di
oggetti sacri.
La cenere, Sono segno di penitenza, purificazione ed adorazione, rispettivamente.
l'acqua e
l'incenso

La luce La luce ha vari significati: la luce del sole simbolizza Cristo, Sole di giustizia; il Cero
Pascual è segno di Cristo luce del mondo per mezzo della Risurrezione; i ceri dei fedeli
ed il cero battesimale, essendo come una partecipazione di quella luce, simbolizzano
che i cristiani sono testimoni del Risuscitato; le lampade collocate sopra l'altare e
quelle che accompagnano la processione del Vangelo sono espressione di onore.
I paramenti Il casula (o pianeta) è l’ornamento proprio del sacerdote che celebra l'Eucaristia ed altri
sacri riti relazionati con essa; la dalmatica è l’ornamento del diacono; e l'alba è la veste
comune per tutti i ministri di qualunque grado.

I colori I colori liturgici hanno il seguente significato: il bianco è segno di allegria, purezza ed

29
Il pane ed il Sono elementi basilari dell'alimentazione nell'ambiente mediterraneo. Pertanto,
vino trasformandosi in vero Corpo e Sangue di Cristo, simbolizzano che l'Eucaristia è
l'alimento indispensabile dei cristiani. Simbolizzano anche l'unità della Chiesa e dei
cristiani con Cristo, perché il pane e il vino risultano dall’unione di molti chicchi e di
molte uve, e perché condividere lo stesso pane e lo stesso vino è segno di fraternità.
liturgici innocenza; il verde, di speranza; il rosso, di regalità e martirio; il viola, di dolore e
speranza; il nero, di tristezza.

c) Segni dipendenti dei posti sacri


Tra i posti che hanno una determinata simbologia liturgica sottolineiamo unicamente la
chiesa ed il cimitero.
La chiesa simbolizza la comunità cristiana, specialmente riunita per il culto. Nella
chiesa, l'altare è segno di Cristo; ed il sacrario, “la dimora di Dio”.
Il cimitero - come indica il suo nome: camera da letto - è segno della resurrezione dei
morti che avrà luogo quando arrivi la Parusia finale.

d) Segni relazionati con le persone che agiscono nella liturgia


Le diverse funzioni e ministeri della Chiesa appaiono nella liturgia: ognuno deve
realizzare tutto e solo quello che gli corrisponde. Secondo questo, una comunità
cultuale, presa nel suo insieme, simbolizza la Chiesa come Popolo di Dio
gerarchicamente organizzato.
I vescovi sono segno di Cristo Capo, Sommo Sacerdote, liturgo, e Pastore; anche il
presbitero è segno di Cristo Capo, ma subordinato al vescovo; il diacono, servitore del
vescovo nell'altare; il lettore, ministro della Parola; e i fedeli, comunità convocata in
Cristo.

30
8. FINE DELLA LITURGIA

La definizione di Liturgia ci diceva che la liturgia era un insieme di segni


sensibili ed efficaci della santificazione e del culto della Chiesa. Abbiamo ormai visto
cosa significhi segno, e ciò che riguarda l’efficacia dei segni. Ci resta vedere le parole
“della santificazione e del culto della Chiesa”, che esprimono il fine specifico della
liturgia.

1- Culto e Santificazione

Nella liturgia, l’azione di Dio, che ci santifica, e la risposta della Chiesa, che rende
culto a Dio, sono inseparabili.
Quando Dio santifica l’uomo, non può agire contro la volontà dell’uomo. L’uomo
accoglie liberamente l’azione divina su di lui. Questa accoglienza libera implica
nell’uomo un riconoscimento dell’eccellenza divina e della soggezione a Dio come cosa
dovuta a Dio. Questo riconoscimento è proprio il culto. Quindi, ogni azione
santificatrice da parte di Dio implica il culto.
Ma anche ogni culto implica anche una azione santificatrice di Dio. Perché essendo il
culto cristiano un’opera sopranaturale e meritoria, in nessun modo la potremmo
realizzare se Dio non ci aiutasse. Le azioni sopranaturali richiedono la grazia
sopranaturale: «senza di me non potete far nulla». Quindi, ogni atto di culto implica una
azione santificatrice da parte di Dio.
Questa inseparabilità tra culto e santificazione è espressa da San Tommaso quando
parla della virtù della religione 35: «L’atto della religione si realizza, sia offrendo una
cosa a Dio, sia ricevendo qualcosa da Lui». E dice che ricevere i sacramenti è un atto di
culto, un atto di adorazione. Anzi, dice anche che il fine dei sacramenti è doppio: la
santificazione dell’uomo e far sì che l’uomo renda a Dio il culto dovuto. Questo vale
anche per tutta la liturgia.
È vero che in alcune azioni liturgiche si vede più l’aspetto di santificazione, come nei
sacramenti, e in altre si mostra piuttosto l’aspetto cultuale, come nella Liturgia delle
Ore. Ma questo non significa che si escluda alcuno degli aspetti. Nella confessione, per
esempio, è chiaro l’aspetto santificante: il sacramento dà all’uomo la grazia del perdono.
Ma anche il peccatore sottomettendosi alla penitenza proclama la sovrana maestà di
Dio, il suo diritto alla nostra sottomissione, e in questo modo si sottomette
effettivamente a Lui. E questo è l’essenza del culto: riconoscere l’eccellenza divina e
sottomettersi a Lui.
D’altra parte, la Liturgia delle Ore implica chiaramente un’azione santificatrice di
Dio, perché «nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l'azione dello Spirito
Santo». La preghiera cristiana è un atto sopranaturale, che richiede la grazia di Dio.

35
La virtù della religione è la virtù per cui diamo a Dio ciò che gli è dovuto per essere il creatore,
gubernatore e fine di tutto l’universo. È la virtù che regola i nostri atti di culto, i nostri sacrifici, preghiere,
etc.

31
2- La santificazione

Attraverso tutti i segni liturgici si produce la grazia, cioè la santificazione


dell’uomo36. I sacramenti producono la grazia ex opere operato, cioè, in virtù della
stessa cosa che si realizza (il segno sacramentale) 37. Mediante gli altri segni liturgici si
produce la grazia ex opere operantis, vale a dire in virtù delle disposizioni del soggetto
che realizza l’azione liturgica. Si deve notare che quando si dice che i segni liturgici
“producono” la grazia, si intende che Dio la produce come causa efficiente principale
sempre, attraverso i segni come causa efficiente strumentale nel caso dei sacramenti38.
Nel caso degli altri segni liturgici, essendo sempre Dio la causa principale della grazia,
si può dire che questi segni “producono” la grazia a modo dispositivo, cioè, producono
nel soggetto una disposizione per ricevere la grazia. L’effetto in questo caso non è
direttamente la grazia, bensì la disposizione. Non si può dire che i segni che non sono
sacramenti producano la grazia in modo efficiente o strumentale39.
La santificazione che si produce mediante i segni è una cosa profondamente reale,
che va oltre l’ambito psicologico della conoscenza e l’affetto, perché va alle radici
dell’essere e dell’agire dell’uomo. La grazia che si produce è una vera partecipazione
della natura divina, anche se accidentale e misteriosa. Per la grazia abbiamo una dignità,
un grado di essere superiore a quello di tutto l’universo: siamo figli di Dio. Per la grazia
possiamo fare delle cose che sono superiori alle forze dell’uomo, e perfino dell’angelo:
conoscere e amare Dio con il suo stesso amore. Dio abita in noi per la grazia, e anche
per essa meritiamo il paradiso, vedere Dio faccia a faccia. Questo ci deve far capire la
dignità della liturgia, dove si realizzano cose tremende e santissime.
Tutti i segni liturgici producono la grazia santificante direttamente (come i
sacramenti) o indirettamente. Il fine è sempre la santificazione.

3- El Culto40

a) Nozione di culto
a- Il culto è l’atto della virtù della religione (v. giustizia). La religione è la virtù per
cui diamo a Dio ciò che gli è dovuto per essere il creatore, governatore e fine di
tutto l’universo. L’oggetto della religione non è Dio, ma gli atti con cui diamo a
Dio il culto dovuto. Per questo la virtù della religione non è così nobile come le
virtù teologali, che hanno Dio come oggetto diretto.

36
Cf. SC, 7.
37
Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1127-1128, 1131; Compendio, 229: “I Sacramenti sono efficaci
ex opere operato («per il fatto stesso che l'azione sacramentale viene compiuta»), perché è Cristo che
agisce in essi e che comunica la grazia che significano, indipendentemente dalla santità personale del
ministro. Tuttavia i frutti dei Sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di chi li riceve”.
38
Cf. S. Th. III, 62, 1.
39
Cf. S. Th. III, 60, 2, specialmente o. 3 e ad 3.
40
Cf. CIPRIANO VAGAGGINI, El sentido teológico de la Liturgia, BAC, Madrid 1965, pp. 138-143

32
b- Il culto è la venerazione di un essere nel riconoscimento della sua eccellenza e
nella dichiarazione della sottomissione a Lui. Implica non solo ammirazione e
onore, ma anche umiltà e dichiarazione di sottomissione.
c- Ma l’atto di culto in senso stretto sarà quello che ha direttamente come oggetto
la persona onorata, e non l’atto che ha come oggetto una cosa diversa che si fa in
onore di Dio o della persona onorata (Dare elemosina per onorare Dio non è un
atto di culto in senso proprio, bensì in senso ampio).

b) Divisione del culto


1. In funzione dell’oggetto: Il culto si fondamenta sull’eccellenza di ciò che si
venera. A seconda della diversa eccellenza dell’oggetto, sarà diverso anche il
culto. (Schema)
2. In funzione del soggetto: Chi rende culto è l’uomo. Ma l’uomo può essere
considerato sotto diversi aspetti. Secondo l’aspetto considerato, il culto potrà
essere diviso in diversi tipi.
a. Se si considera l’uomo dal punto di vista del suo essere naturale,
abbiamo che l’uomo è un essere composto di anima e corpo. Secondo
questo aspetto, il culto si divide in culto esterno e interno.
i. Interno: Il culto è principalmente interno, perché è un modo di
riverenza, e la riverenza è nello spirito, non nel corpo. Inoltre Dio
è spirito, e chi l’adora lo deve fare in spirito e verità. Finalmente,
qualsiasi manifestazione esterna senza il culto interno è una
scenetta, una cosa farisaica.
ii. Esterno: Ma il culto deve essere anche esterno. Perché chi deve
onorare e sottomettersi a Dio è l’uomo, e l’uomo si costituisce di
anima e corpo. Non è che soltanto la mia anima dipende da Dio,
anche il mio corpo dipende da lui. Quindi, anche il mio corpo
deve manifestare riverenza e sottomissione.

Nel culto esterno ci potrebbe essere un eccesso, ma non nel culto interno.
L’eccesso di culto esterno, tuttavia, non è seguire le rubriche...

b. Se si considera l’uomo dal punto di vista sociale, il culto può essere


privato o pubblico. Il privato può essere soltanto interno, ma il pubblico
deve essere sempre interno ed esterno, perché l’uomo soltanto si rapporta
con la società attraverso il corpo.
i. Il culto pubblico ufficiale è il culto reso dalla società come tale,
cioè dagli uomini in quanto formano un corpo sociale strutturato
gerarchicamente. E poiché gli uomini costituiscono formalmente
una società in quanto dipendono dall’autorità, il culto pubblico
ufficiale sarà soltanto quello che è riconosciuto tale dall’autorità
legittima di questa società.
ii. Il culto pubblico è necessario, perché l’uomo per la sua natura
non raggiunge la perfezione in nessun ambito se non è in società.

33
Quindi anche nella sua dimensione religiosa l’uomo ha bisogno
de attuare in società. L’uomo deve rendere culto a Dio anche
come essere sociale41. Inoltre, costa per la Rivelazione che Dio
non ha voluto comunicarsi agli uomini se non in Cristo e nella
Chiesa, società gerarchica.

Da tutto questo si può capire che la liturgia è il culto religioso, sopranaturale,


cristiano, principalmente interno ma anche essenzialmente esterno, pubblico e ufficiale
della Chiesa.
CIC 834,2: Tale culto (il culto di Dio pubblico integrale) allora si realizza quando viene offerto in
nome della Chiesa da persone legittimamente incaricate e mediante atti approvati dall'autorità della
Chiesa.

E poiché la liturgia è un culto pubblico, regolato dall’autorità, non è lecito disobbedire


le regole liturgiche. Chi disobbedisce le norme liturgiche va contro il diritto canonico,
che dice nel canone 2:
CIC 2: Il Codice il più delle volte non definisce i riti, che sono da osservarsi nel celebrare le azioni
liturgiche; di conseguenza le leggi liturgiche finora vigenti mantengono il loro vigore, a meno che
qualcuna di esse non sia contraria ai canoni del Codice.

CIC 846: Nella celebrazione dei sacramenti, si seguano fedelmente i libri liturgici approvati dalla
competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa 42.

Pertanto, si può dire che la liturgia ha come una doppia finalità: rendere a Dio il culto
pubblico ufficiale della Chiesa, e santificare gli uomini. Questi due momenti sono
intimamente uniti in ogni celebrazione liturgica.

41
Altrimenti, sarebbe come dire: “Dio è re del mio corpo, della mia anima, ma non del mio rapporto con
gli altri, non è re della società”. È come dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi” (Lc
19,14).
42
Chi per tanto volontariamente non rispetta le rubbriche commette peccato, veniale o mortale secondo la
norma che trasgrede. Perché è una disubbidienza all’autorità. Nel caso dei sacramenti, può essere un
grave sacrilegio e può fare invalido il sacramento stesso.

34
9. LITURGIA E PII ESERCIZI43

Ci mettiamo davanti alla questione della relazione tra i pii esercizi e la liturgia.
La domanda sarebbe se una azione liturgica valga più di un pio esercizio. Il Concilio è
molto chiaro nella risposta: “Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di
Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e
nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso
grado”44. Questo risulta evidente se pensiamo ai sacramenti: cosa può valere più della
Santissima Eucaristia? Ma l’affermazione del Concilio parla di ogni celebrazione
liturgica. In quale senso le azioni liturgiche d’istituzione ecclesiastica (p.es. la Liturgia
delle Ore) ha più valore ed efficacia di un pio esercizio (p.es. un rosario)? Vediamo la
spiegazione che ci offre la teologia di questa proposizione del Concilio.

1. La nozione di “ex opere operantis Ecclesiae (della Chiesa)” e la sua divisione

La efficacia delle azioni liturgiche d’istituzione ecclesiastica è ex opere operantis:


cioè, l’effetto spirituale è prodotto da Dio, non in attenzione al rito posto nel modo
dovuto, bensì in attenzione alla dignità morale dell’azione dell’uomo che pone il rito o
lo riceve. Ma in questa nozione di ex opere operantis si può distinguere:
1. Ex opere operantis del ministro che realizza il rito o del soggetto che lo riceve
nella Chiesa: l’effetto spirituale è prodotto da Dio in attenzione alla dignità
morale dell’azione dell’uomo.
2. Ex opere operantis della Chiesa: l’effetto spirituale è prodotto da Dio in
attenzione alla dignità morale della Chiesa, Sposa intimamente unita a Cristo,
suo Sposo, e Corpo intimamente unito a Cristo, suo Capo.
a. Ex opere operantis non liturgico, cioè pubblico ma non ufficiale.
b. Ex opere operantis liturgico, cioè pubblico e ufficiale.
Con questa distinzione si vuole sottolineare che:
1- Ogni azione salvifica dipende dalla Chiesa, si fa nella Chiesa (non c’è salvezza
senza una qualche unione con la Chiesa45), anche se non è liturgica.
2- Non ogni azione pubblica è liturgica (p.es. un rosario guidato dal Vescovo).
Quindi le azioni liturgiche d’istituzione ecclesiastica sono efficaci non solo ex opere
operantis (come pure i pii esercizi) ma ex opere operantis della Chiesa, nel senso di ex
opere operantis liturgico appena detto.

2. Diversi modi in cui la Chiesa intercede davanti a Dio

43
Cf. CIPRIANO VAGAGGINI, El sentido teológico de la Liturgia, BAC, Madrid 1965, pp. 119-125.
44
SC 7.
45
LG 14.

35
Di conseguenza, possiamo distinguere diversi modi in cui la Chiesa, come tale o nei
suoi singoli membri, intercede davanti a Dio.
1- Preghiera personale e privata: «quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la
porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,5). Questa preghiera senza la
comunione con Cristo non vale niente: «senza di me non potete far nulla» (Gv
15,5). La sua efficacia è ex opere operantis degli individui nella Chiesa.
2- Preghiera dei cristiani riuniti: “Due o tre riuniti nel mio nome” (Mt 18,20). La
sua efficacia è anche ex opere operantis degli individui nella Chiesa. E il
Signore dice che questa preghiera è ascoltata dal Padre, perché lui si trova in
mezzo a coloro che pregano riuniti nel suo nome (Cf. ibid).
3- I fedeli uniti ai pastori: p.es. quando i fedeli si riuniscono sotto la guida dei loro
pastori per pregare (un rosario col parroco o col Vescovo). Qui si parla ormai di
efficacia ex opere operantis Ecclesiae, anche se ancora non liturgico. Si tratta
infatti di un’azione di Cristo capo attraverso l’azione istituita e realizzata dalla
Gerarchia, alla quale ha dato poteri speciali per questo.
4- Azioni liturgiche d’istituzione ecclesiastica: sono l’attuazione somma del ex
opere operantis Ecclesiae.
a. Hanno comunque una efficacia minore dello ex opere operato.
b. Non hanno una efficacia semplicemente ex opere operantis del individuo
privato, si tratta di una efficacia maggiore: ex opere operantis Ecclesiae.
Dio guarda la dignità della Chiesa, sua Sposa e suo Corpo Mistico.
c. È una efficacia maggiore del semplice ex opere operantis Ecclesiae non
liturgico. Perché in questo caso non solo la riunione si fa sotto l’autorità
della Gerarchia (come nel punto 3), ma lo stesso rito è approvato dalla
Gerarchia come ufficiale della Chiesa: «Tale culto (il culto di Dio
pubblico integrale) allora si realizza quando viene offerto in nome della
Chiesa da persone legittimamente incaricate e mediante atti approvati
dall'autorità della Chiesa»46.

3. Liturgia e pii esercizi nella Sacrosantum Concilium

Per finire, vediamo come tratta il rapporto tra Liturgia e pii esercizi la
Sacrosantum Concilium

Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la
Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo
stesso titolo e allo stesso grado47.

Ma la Liturgia non è l'unica azione della Chiesa


La sacra liturgia non esaurisce tutta l'azione della Chiesa. Infatti, prima che gli uomini possano
accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione: «Come potrebbero
invocare colui nel quale non hanno creduto? E come potrebbero credere in colui che non hanno

46
CIC 834,2.
47
SC 7.

36
udito? E come lo potrebbero udire senza chi predichi? E come predicherebbero senza essere stati
mandati?» (Rm 10,14-15). Per questo motivo la Chiesa annunzia il messaggio della salvezza a
coloro che ancora non credono, affinché tutti gli uomini conoscano l'unico vero Dio e il suo
inviato, Gesù Cristo, e cambino la loro condotta facendo penitenza. Ai credenti poi essa ha sempre
il dovere di predicare la fede e la penitenza; deve inoltre disporli ai sacramenti, insegnar loro ad
osservare tutto ciò che Cristo ha comandato, ed incitarli a tutte le opere di carità, di pietà e di
apostolato, per manifestare attraverso queste opere che i seguaci di Cristo, pur non essendo di
questo mondo, sono tuttavia la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini48.

Nondimeno, la Liturgia è il culmine e la fonte della vita ecclesiale


Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte
da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati
figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa,
prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti
dei «sacramenti pasquali», a vivere «in perfetta unione»; prega affinché «esprimano nella vita
quanto hanno ricevuto mediante la fede»; la rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini
nell'eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla
liturgia, dunque, e particolarmente dall'eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si
ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella
glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa 49.

Ma non è magica, bensì implica le disposizioni personali


Ad ottenere però questa piena efficacia, è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con
retta disposizione d'animo, armonizzino la loro mente con le parole che pronunziano e cooperino
con la grazia divina per non riceverla invano. Perciò i pastori di anime devono vigilare attenta
mente che nell'azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una
celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e
fruttuoso50.

E inoltre, la Liturgia non toglie la necessità dei pii esercizi


La vita spirituale tuttavia non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia Il cristiano, infatti,
benché chiamato alla preghiera in comune, è sempre tenuto a entrare nella propria stanza per
pregare il Padre in segreto; anzi, secondo l'insegnamento dell'Apostolo, è tenuto a pregare
incessantemente. L'Apostolo ci insegna anche a portare continuamente nel nostro corpo i patimenti
di Gesù morente, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Per questo
nel sacrificio della messa preghiamo il Signore che, «accettando l'offerta del sacrificio spirituale»,
faccia «di noi stessi un'offerta eterna»51.

La Chiesa raccomanda i pii esercizi approvati


I «pii esercizi» del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa,
sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede apostolica
[...].
Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da
armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal
momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi 52.

48
SC 9.
49
SC 10.
50
SC 11.
51
SC 12.
52
SC 13.

37
10. LA SANTA MESSA53

1- Come devono essere le nostre celebrazioni.

«La finalità di questo Direttorio è... segnare uno “stile” di celebrazioni sacre, degne,
sobrie, solenni, con ritmo liturgico, magnifiche, vive, fedeli e creative.... Non triviali né
superficialmente rumorose, non secolarizzate, non volgari né puerili, non apparatose né
attaccate allo esteriore.
«Vogliamo segnare uno stile di celebrazioni liturgiche come parte del nostro carisma,
celebrazioni nelle quali si incarni il Verbo,... nelle quali tutti gli elementi visibili
cooperino alla conoscenza splendente dell'Invisibile. [“... la liturgia deve fomentare il
senso del sacro e farlo risplendere. Deve essere segnata da uno spirito di riverenza e di
glorificazione di Dio”].
«Le nostre celebrazioni liturgiche devono essere un modello: “per i riti, per il tono
spirituale e pastorale, e per la fedeltà dovuta tanto alle prescrizioni ed i testi dei libri
liturgici, quanto alle norme derivate dalla Santa Sede e delle Conferenze Episcopali»54.

2- Come deve essere la nostra partecipazione55.

La Chiesa “desidera ardentemente che si porti a tutti i fedeli a quella partecipazione


piena, cosciente, attiva..., e “fruttuosa”, nelle celebrazioni liturgiche” ....
1. Partecipazione piena: vuole dire che deve manifestarsi tanto nell'esterno -
atteggiamenti, gesti, preghiere, canti... - come nell'interno, con ferma volontà di unirsi
con Cristo e con tutto il Corpo mistico.
2. Partecipazione cosciente: vuole dire che ognuno deve sapere quello che fa e
perché lo fa. Non basta un'assistenza negligente, distratta.
3. Partecipazione attiva: vuole dire che tutti devono prendere parte: “non assistano a
questo mistero di fede... come strani o muti spettatori” ...; devono fomentarsi le
acclamazioni del popolo, le risposte, le antifone, la salmodia, i canti, le azioni, i gesti, le
posizioni corporali.
4. Partecipazione fruttuosa: è la “partecipazione più perfetta”, è il culmine della
partecipazione liturgica; la massima e più effettiva, è la Comunione sacramentale.
La rinnovazione liturgica non può essere ridotta alle cerimonie, riti, testi, etc. e la
partecipazione attiva... non consiste solo nell'attività esterna, bensì innanzitutto nella
partecipazione interna e spirituale, nella partecipazione viva e fruttuosa del mistero
pasquale di Gesù Cristo, cf. Sacrosanctum Concilium, n.11”.
Le nostre liturgie devono essere vivide ed vive. Vivide, cioè, vivaci, con forza,
efficaci, brillanti. Vissute, cioè, che abbiano vita, che siano un'immediata esperienza di
Cristo sacramentato.

53
Cf. ISTITUTO DEL VERBO INCARNATO, Direttorio di Vita Liturgica.
54
Cf. ISTITUTO DEL VERBO INCARNATO, Direttorio di Vita Liturgica, nn. 9-11.
55
Cf. ISTITUTO DEL VERBO INCARNATO, Direttorio di Vita Liturgica, nn. 12-14.

38
3- Il fondamento teologico della nostra partecipazione56

“La partecipazione di tutti i battezzati all’unico sacerdozio di Gesù Cristo è la chiave


per comprendere l’esortazione del Concilio alla «partecipazione piena, cosciente e attiva
nelle celebrazioni liturgiche»”57.
Le differenze essenziali, non di grado, che si danno nelle azioni liturgiche, si
radicano nei differenti caratteri sacramentali.
Il carattere sacramentale perfeziona in tal maniera che rende l’uomo "divino e
comunicatore delle cose divine"58. San Tommaso aggiunge: "il culto divino infatti
consiste, sia nel ricevere i beni divini, sia nel comunicarli agli altri. Ora, per l'uno e per
l'altro compito si richiede una facoltà, un potere: infatti per comunicare qualche cosa ad
altri occorre una potenza attiva, per ricevere occorre una potenza passiva. Dunque il
carattere implica un potere spirituale in ordine alle cose che sono proprie del culto
divino."59.
Il “carattere sacramentale "è in senso proprio il contrassegno che caratterizza una
cosa come ordinata ad un fine determinato". I fedeli cristiani sono destinati a due cose:
"Anzitutto e principalmente, alla fruizione della gloria... in secondo luogo, ogni fedele è
destinato a ricevere o dare quelle cose che appartengono al culto di Dio: e per questo
viene propriamente concesso il carattere sacramentale. Ma tutto il culto della religione
cristiana deriva dal sacerdozio di Cristo. È chiaro quindi che il carattere sacramentale è
specificamente carattere di Cristo, del cui sacerdozio i fedeli vengono resi partecipi in
forza di questi caratteri sacramentali, i quali altro non sono che partecipazioni del
sacerdozio di Cristo derivanti da Cristo stesso.”60.
Il sacramento che si ordina al culto divino per provvederlo di ministri è l’Ordine
Sacro, "per mezzo del quale alcuni uomini sono destinati a comunicare i sacramenti agli
altri uomini"61. Il sacramento che si ordina al culto divino per provvederlo di soggetti è
il Battesimo, "per mezzo del quale l’uomo consegue la potestà di ricevere gli altri
sacramenti della Chiesa...alla stessa cosa è ordinata, in un certo modo, anche la
Confermazione..."62.

4- Il modo di partecipare nella liturgia secondo il sacerdozio comune63

56
Cf. ISTITUTO DEL VERBO INCARNATO, Direttorio di Vita Liturgica, nn. 15-19.
57
Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi degli Stati Uniti in visita “Ad limina
Apostolorum”, 9 Ottobre 1998, 3 (T. n.)
58
Pseudo Dionigi, La Gerarchia Ecclesiastica, 2 (Citato su S. Th. III, 63, a 2). (T. n.)
59
S.Th. III, 63, 2. (T. n.)
60
S.Th. III, 63, 3. (T. n.)
61
S.Th. III, 63, 6. (T. n.)
62
Ibidem (T. n.)
63
Cf. ISTITUTO DEL VERBO INCARNATO, Direttorio di Vita Liturgica, nn. 20-26.

39
In primo luogo, per esercitare il sacerdozio comune, il cristiano deve essere dotato
del carattere battesimale. "Il carattere battesimale concede a noi la facoltà di ricevere gli
altri sacramenti e, ai semplici fedeli, dà la facoltà di agire come ministri propri nel
sacramento del Matrimonio (è la massima realizzazione del sacerdozio comune).
“Il carattere battesimale dà la facoltà ad ogni battezzato di offrire il sacrificio
eucaristico. Questa grandiosa e impressionante prerogativa dobbiamo insegnarla
insistentemente a tutti i membri dei nostri Istituti che non sono sacerdoti ministeriali. I
battezzati partecipano all’oblazione della Vittima dell’altare al Padre – senza realizzare
il rito liturgico – in due modi: prima di tutto, offrono il sacrificio per mezzo del
sacerdote visibile, dal momento che questo offre in nome di tutti i membri operando
nella persona di Cristo in quanto capo e pastore; e in secondo luogo, insieme al
sacerdote visibile, unendo le loro preghiere di lode, d’impetrazione e di espiazione”64.
Prima, allora, per mezzo del sacerdote visibile; così in ogni Messa che si celebra, in
virtù del fatto che la Chiesa offre il sacrificio, lo offrono anche tutti i membri della
Chiesa – tutti i battezzati, compresi i pastori – per le mani del sacerdote celebrante. Egli,
operando in persona di Cristo Capo 65, offre il sacrificio in nome di tutti i fedeli cristiani,
come si legge nelle anafore: "Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli... per loro ti offriamo e
anch'essi ti offrono questo sacrificio..."66; ed anche: " Accetta con benevolenza, o
Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia" 67; ed ancora:
"In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e tutto il popolo santo… offriamo…" 68.
Queste parole mostrano chiaramente che, attraverso le mani del sacerdote visibile, tutti i
battezzati offrono il sacrificio, uomini e donne, bambini ed anziani, laici e consacrati.
P. Buela dice nel libro “La nostra Messa”69 che il sacerdote ministeriale offre il
sacrificio a nome di tutti, in quanto rappresenta la comunità. Per questo il sacerdote è
stato specialmente destinato. Questo è l’atto che i battezzati non possono fare da soli,
ma con la mediazione del sacerdote ministeriale.
Secondo, insieme a questa oblazione del sacerdote visibile, i fedeli uniscono le loro
preghiere e i loro voti, in tal modo, che nella stessa oblazione della Vittima, e con il rito
esterno dei sacerdoti visibili, loro si presentano e si offrono veramente a Dio Padre
come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rom 12, 1). Dice pure p. Buela 70: I
fedeli uniscono i loro voti di lode, impetrazione, espiazione e azione di grazie ai voti o
intenzione del sacerdote, anzi, del Sacerdote Divino, affinché siano offerti a Dio Padre
nella stessa oblazione della Vittima, perfino con lo stesso rito esterno del sacerdote. E
questo è così perché il culto esterno per natura sua deve manifestare il culto interno, e
così in questo sacrificio della nuova alleanza Cristo e tutte le membra del suo Corpo
mistico danno a Dio il culto dovuto. In virtù del suo sacerdozio comune, i fedeli offrono
i suoi sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e il vino dal momento della loro
64
Idem 131.
65
"In persona Christi capitis", Concilio Vaticano II, LG, 10. 28; SC, 33; CD, 11; PO, 2.
6; cfr. S.Th. III, 22, 4.
66
Messale Romano, Preghiera Eucaristica I
67
Ibidem.
68
Ibidem.
69
BUELA, CARLOS M., Nuestra Misa, Ed. “Del Verbo Encarnado, Segni 2002, p. 131.
70
BUELA, CARLOS M., Nuestra Misa, Ed. “Del Verbo Encarnado, Segni 2002, p. 131.

40
presentazione nel altare.
“Il carattere dell'Ordine Sacro configura con Cristo capo, dando potere al sacerdote
ministeriale sul Corpo fisico di Cristo e sul suo Corpo mistico. Gli permette di operare
“in persona Christi” essendo il suo atto principale l'immolazione ed oblazione del
sacrificio della Messa e, inoltre, il benedire, presiedere, predicare, battezzare,
confessare, etc”.

41
11. PAROLE E GESTI

1. La liturgia della parola. Il senso71.

Quando il papa parla dell’Eucaristia come mistero di Luce, dice che l’Eucaristia è
luce innanzitutto perché in ogni Messa la liturgia della Parola di Dio precede la liturgia
eucaristica. La parola di Dio ci illumina, e ci introduce nel mistero della Persona di
Cristo, per preparare i nostri cuori a riceverlo.
Così, quando Cristo parla ai discepoli di Emmaus, le sue parole fanno ardere i cuori
dei discepoli, e suscitano in essi il desiderio di rimanere con lui: “Resta con noi,
Signore”72.
Allo stesso modo, quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura è Cristo stesso che
parla. Come si deve allora ascoltare la Parola di Dio nella Messa? Si deve ascoltare la
Parola come si fa la Comunione: con raccoglimento, con semplicità, con umiltà, ma
anche con il desiderio di cambiare di vita. Cristo mi parla, io devo essere il servo che
ascolta.

2. Parole e gesti nella liturgia73

Gli elementi visibili hanno grande importanza nella liturgia. La parola deve
avere il suo ritmo, né veloce né lenta, né voce graffiante né smorta; deve esser detta con
espressione, senza teatralità, con sincerità, chiarezza, precisione, originalità, devozione.
Deve evocare nei partecipanti quello che in concreto Dio dice o ascolta. La parola deve
essere proclamata senza dimenticare che attraverso di lei Dio si fa presente e patente74.

Allora se la celebriamo in questo modo la Santa Messa avrà dato i suoi frutti; in
effetti, il “culto eucaristico matura e cresce quando le parole della preghiera eucaristica,
e specialmente quelle della consacrazione, sono pronunziate con grande umiltà e
semplicità, in modo comprensibile, corrispondente alla loro santità, bello e degno;
quando quest'atto essenziale della liturgia eucaristica è compiuto senza fretta; quando ci
impegna a un tale raccoglimento e a una tale devozione, che i partecipanti avvertono la
grandezza del mistero che si compie e lo manifestano col loro comportamento”75.

Lo stesso vale per la proclamazione liturgica della parola di Dio: “una parola
venerata in quanto parola viva e abitata dallo Spirito. Si deve prodigare ogni cura alla
lettura della parola da parte dei diversi ministri, che l'avranno prima di tutto

71
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Apost. Mane nobiscum Domine, n. 12.
72
Cf. Lc 24,29.
73
Cf. Dir. Lit. nn. 30-32.
74
Cfr. SC, 7.
75
Giovanni Paolo II, DC, 9

42
interiorizzata affinché essa giunga ai fedeli come una vera luce e una forza per il
presente”76.

I gesti liturgici devono essere pieni, non superfluamente ripetitivi, ordinati,


umani, non di automi. Non si devono omettere. La qualità delle nostre celebrazioni deve
curarsi fino ai dettagli: le celebrazioni non curate, mosce, non preparate, leggere,
logorroiche, insignificanti, insulse... indeboliscono la fede dei partecipanti77.

L’esperienza subcosciente è vitale in una liturgia che si sviluppa mediante


simboli che parlano a tutto l’essere umano. “Se si ignora l’esperienza subcosciente nel
culto, si crea un vuoto di affetto e devozione, e la liturgia non solo può arrivare ad
essere troppo verbale, ma anche troppo cerebrale”78.

Ci sembra che per una partecipazione fruttuosa si dovrà tenere in conto dei
seguenti aspetti79: in primo luogo, si ha bisogno di tempo. Nella liturgia tutto si va
comprendendo a poco a poco e occorre del tempo per poterla sperimentare con tutto il
nostro essere; con la nostra intelligenza e il nostro cuore; con la nostra immaginazione,
memoria, e i nostri stessi sensi corporali: la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto ed il gusto.

In secondo luogo, dobbiamo mettere gli occhi in ciò che non si vede, perché solo
chi è convinto che l’invisibile esiste è aperto al linguaggio del Mistero Pasquale
nascosto nel velo dei simboli liturgici.

In terzo luogo, dobbiamo lasciar posto al silenzio contemplativo: “… il silenzio


ha un posto indispensabile nella liturgia, quando è ben preparato: esso permette a
ognuno di sviluppare nel suo cuore il dialogo spirituale con il Signore”80.

76
Discorso ai Vescovi francesi della regione apostolica "Provence-Méditarranée" in
occasione della visita «Ad Limina Apostolorum», 8 Marzo 1997, 5.
77
Giovanni Paolo II: “Tuttavia, questo non è un tentativo costante
nell'ambito della liturgia stessa di trasformare l'implicito in
esplicito, poiché ciò porta spesso a una verbosità e a un'informalità
estranee al Rito Romano e finisce per banalizzare l'atto di culto..”
Discorso ai Vescovi degli Stati Uniti in visita “Ad limina
Apostolorum”, 9 Ottobre 1998, 3
78
Il documento Liturgiam Authenticam al numero 28 dichiara la
stessa cosa: “La sacra Liturgia non solo si dirige all’intendimento
dell’uomo ma a tutta la sua persona, che è il soggetto della
partecipazione piena e cosciente della celebrazione liturgica. I
traduttori (potremmo dire i celebranti) devono lasciare che i segni e
le immagini dei testi e delle azioni rituali parlino da se stesse, e non
cercare di rendere troppo esplicito ciò che è implicito nel testo
originale”. (T. n.)
79
Cfr. Cardinale Godfried Danneels, La Obra de Otro, 30 Días, Luglio 1995, 48-52.
80
Discorso ai Vescovi francesi della regione apostolica "Provence-Méditarranée" in
occasione della visita «Ad Limina Apostolorum», 8 Marzo 1997, 5.

43
In realtà, “la partecipazione attiva non esclude la passività attiva del silenzio, la
quiete e l’ascolto: in realtà, la esige. I fedeli non sono passivi, per esempio, quando
ascoltano le letture o l’omelia, o quando seguono le preghiere del celebrante, i canti e la
musica della liturgia. Queste sono esperienze di silenzio e quiete, ma sono anche, a
modo loro, molto attive. In una cultura che non favorisce né fomenta la quiete
meditativa, l’arte dell’ascolto interiore si apprende con maggiore difficoltà”81.

In quarto luogo i segni devono parlare da soli. Il silenzio è favorito quando il


fuoco è fuoco e non una lampada a corrente; quando il cero può struggersi e gocciolare
anziché essere uno stoppino alimentato da un liquido infiammabile; i fiori devono dare
profumo, aprirsi e marcire, ed è meglio questo al fatto che siano artificialmente eterni;
che lo spazio liturgico permetta il dinamismo dell’azione liturgica; che l’ambone sia il
luogo degno dove collocare la Parola di Dio; che la sede lasci vedere chi opera in
persona di Cristo Sacerdote; che l’altare parli da se stesso e che tutto sia diretto verso
lui, perché il sacrificio è stato il prezzo delle nostre anime; che gli ornamenti siano
degni; che si permetta di distinguere il Sacerdote dal popolo e anche il celebrante
principale dai concelebranti.

In quinto luogo, tenere in conto dell’importanza della ripetizione ciclica che è


indispensabile affinché il Mistero Pasquale ci penetri con maggior profondità. Per
questo abbiamo celebrazioni annuali: ogni anno dobbiamo trovare una nuova sfumatura
nelle feste. Questo si deve al fatto che siamo noi ad essere cambiati; non il mistero
celebrato.

Infine, è assolutamente necessaria la preparazione prossima e remota per la


celebrazione liturgica in generale e specialmente per la nostra Messa giornaliera. Di
fatto, il giorno dovrebbe dividersi in due: una parte di preparazione; l’altra, di azione di
grazie. Non c’è niente di più importante nella nostra vita cristiana. Quando uno celebra
o partecipa alla Messa, già ha il giorno guadagnato. Da qui la saggia avvertenza al
celebrante che figura in alcune sacristie: "Celebra questa Messa come se fosse la prima,
come se fosse l’ultima, e come se fosse l’unica".82

3. Gesti pieni: tre esempi83

La concelebrazione costituisce un gesto pieno: “attraverso la concelebrazione si


esprime adeguatamente l’unità del sacrificio, e quando i fedeli partecipano attivamente
ad essa, risplende in modo straordinario l’unità del Popolo di Dio...; inoltre, significa e
rafforza i legami fraterni tra i presbiteri...”84.

81
Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi degli Stati Uniti in visita “Ad limina
Apostolorum”, 9 Ottobre 1998, 3 (T. n.)
82
Continua ad essere di attualità, cambiando quello che si deve cambiare, leggere il
libro di Sant’Alfonso, Messa e ufficio precipitoso (T. n.)
83
Cf. Dir. Lit. nn. 33-35.
84
Istruzione Eucharisticum Mysterium, 47. (T. n.)

44
È conveniente che nelle Messe conventuali o "di comunità" “tutti i sacerdoti non
tenuti a celebrare individualmente per l’utilità pastorale dei fedeli, per quanto è
possibile concelebrino in queste Messe. Inoltre tutti i sacerdoti membri della comunità,
tenuti a celebrare individualmente per il bene pastorale dei fedeli, possono, nello stesso
giorno, concelebrare anche la Messa conventuale o di comunità.”85

In modo speciale nei Seminari: “la Messa deve essere opera di tutta la comunità
del seminario, alla quale ognuno partecipa secondo la sua condizione. Perciò i sacerdoti
che abitano in seminario, e che non sono tenuti per ufficio pastorale a celebrare altrove,
concelebreranno lodevolmente la messa della comunità; mentre i diaconi, gli accoliti e i
lettori eserciteranno i loro uffici”86.

Un altro esempio è quello della Processione delle Offerte, si tratta di un


eccellente momento per esercitare il sacerdozio battesimale. In effetti, il sacrificio
spirituale prende una forma rituale quando i doni del pane e del vino sono portati in
processione all’altare. Il san Giovanni Paolo II scriveva ai Sacerdoti: “Il pane e il vino
diventano, in certo senso, simbolo di tutto ciò che l'assemblea eucaristica porta, da sé, in
offerta a Dio, e offre in spirito. E' importante che questo primo momento della liturgia
eucaristica, nel senso stretto, trovi la sua espressione nel comportamento dei
partecipanti. A ciò corrisponde la cosiddetta processione con i doni […]. La
consapevolezza dell'atto di presentare le offerte dovrebbe essere mantenuta durante tutta
la Messa”87 .

Questa coscienza arriva al suo momento più intenso quando le offerte sono
consacrate nel Corpo offerto e il Sangue effuso. Il nostro proprio sacrificio è stato
incorporato al sacrificio di Cristo.88 Queste offerte che fino ad ora parlavano di noi, dei
doni ricevuti nella creazione, del lavoro umano, adesso risultano transustanziate e si
convertono “veramente, realmente e sostanzialmente il corpo dato e il sangue sparso di
Cristo stesso. Così, in virtù della consacrazione, le specie del pane e del vino,
ripresentano, in modo sacramentale e incruento, il sacrificio cruento propiziatorio
offerto da lui in croce al Padre per la salvezza del mondo.”89

La Processione delle offerte rende più chiara l’enorme convenienza di


comunicare con le ostie consacrate nella stessa Messa. La Chiesa ha sempre
raccomandato questa pratica, come lo possiamo vedere da alcuni esempi: “Si offra
85
Ordinamento generale del Messale Romano, 114.
86
Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione sulla formazione
liturgica nei Seminari, 23.
87
DC, 9
88
“Inoltre, a questo sacrificio, che viene rinnovato in forma
sacramentale sull’altare, l’offerta del pane e del vino, unite alla
devozione dei fedeli, danno un contributo insostituibile, giacché,
mediante la consacrazione sacerdotale si convertono nelle sacre
Specie” Ibidem
89
Ibidem

45
nell’altare tanto olocausto quanto basti per il popolo... 90; “... il Sacerdote celebrante
impartisce, durante la stessa Messa, una porzione della Vittima da lui offerta... tuttavia
non per questo la Chiesa vietò mai, né ora vieta al Sacerdote di appagare la devota e
giusta richiesta di coloro che, assistendo alla Messa, chiedono di ricevere il conforto
dello stesso Sacrificio che essi offrono in quel modo che a loro si addice” 91; “... loda la
devozione di coloro i quali non solo desiderano nutrirsi del cibo celeste durante
l'assistenza al Sacrificio, ma amano meglio cibarsi delle ostie consacrate nel medesimo
Sacrificio”92; “Si raccomanda molto quella partecipazione più perfetta alla messa, nella
quale i fedeli, dopo la comunione del sacerdote, ricevono il corpo del Signore” 93. “E
affinché, anche attraverso i segni, si manifesti meglio la comunione come
partecipazione del sacrificio che in quel momento si celebra, bisogna procurare che i
fedeli possano riceverla con ostie consacrate nella stessa Messa”94.

Un altro esempio è quello della comunione sotto le due specie, in quei casi in
cui è permessa, giacché “acquisisce la forma piena nel suo aspetto di segno… appare
più perfettamente il segno del convito eucaristico e più chiaramente si esprime la
volontà che ratifica il nuovo ed eterno Testamento nel sangue di Cristo ed il legame tra
il banchetto eucaristico ed il banchetto escatologico nel Regno del Padre (cfr. Mt 26, 27-
29)”95.

Per questo motivo si raccomanda la comunione sotto le due specie nei seminari e
per i fedeli in generale, se sono debitamente preparati: “La comunione sotto le due
specie, poiché a motivo del segno ha una forma più piena è raccomandabile in
seminario”96. “Al fine di manifestare ai fedeli con maggior chiarezza la pienezza del
segno nel convivio eucaristico, sono ammessi alla Comunione sotto le due specie nei
casi citati nei libri liturgici anche i fedeli laici, con il presupposto e l’incessante
accompagnamento di una debita catechesi circa i principi dogmatici fissati in materia
dal Concilio Ecumenico Tridentino”97.

(Gong).
(Ordine delle offerte sull’altare).
90
Certe tanta in altario holocausta offerantur, quanta populo sufficere debeant. San
Clemente Papa, Epistola “Ad Jacobum”: PL 130, 38. (Cfr. III, 83 a 5 ad 11). (T. n.)
91
Benedetto XIV, Papa, Encíclica Certiores effecti, 3 (citato su Encíclica Mediator
Dei, 29).
92
Pío XII, Encíclica Mediator Dei, 30.
93
SC, 55.
94
Istruzione Eucharisticum Mysterium, 31; cf. Ordinamento Generale del Messale
Romano, 56. È interessante ricordare che già nel 1570 il Messale urgeva questa
pratica di comunicare alle ostie consacrate nella stessa messa (Cf. Dennis C.
Smolarski, S.J., Como no decir la misa, Barcelona 1989). Lo ripete la Istruzione
Redemptionis Sacramentum: 89. (T. n.)
95
Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione sulla formazione
liturgica nei Seminari, 32 (T. n)
96
Idem, 24.
97
RS, 100

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