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Questo eBook è un estratto del libro


“Il Potere dell’8” di Lynne McTaggart
CONTIENE LE SEGUENTI PARTI:
Capitolo 1: Lo spazio delle possibilità . . . . . . . . . . . . . . . . . .19
Capitolo 2: I primi esperimenti globali . . . . . . . . . . . . . . . . .27
Capitolo 3: L’entanglement virtuale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .43
Capitolo 4: Superare le barriere con la mente . . . . . . . . . . . . . .55
Capitolo 5: Il Potere del 12 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .67
Capitolo 6: L’Esperimento sulla Pace. . . . . . . . . . . . . . . . . . .79
Capitolo 7: Pensare alla pace . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .89
Capitolo 8: L’istante sacro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .99
Capitolo 9: Cervelli mistici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107

L’autrice di questo libro non dispensa consigli medici né prescrive l’uso di alcuna tecnica come forma di
trattamento per problemi fisici e medici senza il parere di un medico, direttamente o indirettamente.
L’intento dell’autrice è semplicemente quello di offrire informazioni di natura generale per aiutarvi nella
vostra ricerca del benessere fisico, emotivo e spirituale. Nel caso in cui usaste le informazioni contenute
in questo libro per voi stessi, che è un vostro diritto, l’autrice e l’editore non si assumono alcuna respon-
sabilità delle vostre azioni.

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta tramite alcun proce-
dimento meccanico, fotografico o elettronico, o sotto forma di registrazione fonografica; né può essere
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o privato, escluso l’“uso corretto” per brevi citazioni in articoli e riviste, senza previa autorizzazione scrit-
ta dell’editore.

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Prologo

Per diversi anni, non credendo alle strane guarigioni che acca-
devano nei miei workshop, non ho voluto scrivere questo libro: in
pratica, avevo difficoltà a gestire i miracoli. Non parlo di “miracoli”
e “guarigioni” in senso metaforico; mi riferisco a veri e propri eventi
miracolosi, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, situazioni
straordinarie e impreviste in cui le persone, dopo essere state divi-
se in gruppetti e aver ricevuto un pensiero di guarigione collettivo,
guarivano istantaneamente da problemi fisici di ogni genere. Sto
parlando del tipo di miracolo che sfida tutte le nozioni che ci hanno
insegnato sul presunto funzionamento del mondo.
L’idea di dividere il pubblico in gruppetti di circa otto individui
nacque durante un seminario, quando mi venne la curiosità di sapere
cosa sarebbe successo se tutti i membri del gruppo avessero cerca-
to di guarirne uno attraverso i loro pensieri collettivi. Li presentai
come gruppi del “Potere dell’8”, ma avrei potuto anche chiamarli
gruppi del “Potere di 8 milioni”, vista la potenza che dimostrarono
e lo scossone che assestarono a tutte le mie conoscenze sulla natura
degli esseri umani.
In quanto scrittrice, sono attratta dai grandi misteri della vita,
dalle domande più profonde, come il significato della coscienza, le
esperienze extrasensoriali, la vita dopo la morte e, in particolare,
dalle anomalie che contraddicono il buon senso. Mi piace scoprire,
come disse lo psicologo William James, l’unico corvo bianco che
serve a dimostrare che non tutti i corvi sono neri.

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Nonostante le incursioni nel campo dell’extra ordinario, con la
mia formazione di giornalista investigativa nel cuore resto una re-
porter con la testa dura e cerco sempre di costruire un’impalcatura di
prove concrete. Non sono incline a riferimenti esoterici, misticismi,
aure, né uso in modo indefinito o poco preciso i termini “quantico”
ed “energia”. In realtà, non c’è niente detesti più delle chiacchiere
fumose senza fondamento scientifico, perché rischiano di togliere
credibilità al mio lavoro.
Non sono né atea né agnostica. Una parte di me, profondamente
spirituale, resta convinta che gli esseri umani siano più di un am-
masso di sostanze chimiche e impulsi elettrici. Ma il motivo per cui
resto attaccata alla Linea Maginot che separa il materiale dall’im-
materiale è che mi affido alle curve a campana e agli studi in doppio
cieco per fondare la mia fede.
La mia stessa visione della natura della realtà, relativamente
convenzionale, subì una prima scossa dopo le ricerche per Il campo
quantico. Avevo iniziato a scrivere quel libro nel tentativo di spiega-
re perché, dal punto di vista scientifico, l’omeopatia e la guarigione
spirituale funzionano, ma presto il lavoro mi portò in un nuovo, stra-
no territorio, una rivoluzione nell’ambito scientifico che sfida molte
delle nostre convinzioni più profonde sull’Universo e sul suo fun-
zionamento. Gli scienziati di frontiera che incontrai nel corso delle
mie ricerche, tutti con credenziali impeccabili e legati a istituzioni
prestigiose, avevano compiuto scoperte incredibili sul mondo suba-
tomico, che sembravano sovvertire le attuali leggi della biochimica e
della fisica. Avevano trovato prove del fatto che tutta la realtà poteva
essere connessa attraverso il Campo del Punto Zero, un campo di
energia quantica sottostante e una vasta rete di scambi di energia.
Sparuti biologi avevano condotto esperimenti pionieristici che indi-
cavano che il sistema di comunicazione primario dell’organismo non
sono le reazioni chimiche, ma le frequenze quantiche e le cariche di
energia subatomica. I loro studi dimostravano che la coscienza uma-
na è capace di accedere a informazioni oltre i convenzionali limiti di
spazio e tempo. In numerosissimi esperimenti avevano fornito prove

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del fatto che probabilmente i nostri pensieri non sono chiusi nella
nostra testa, ma sono capaci di superare i confini fisici e in grado di
attraversare persone e oggetti e persino di influenzarli. Ciascuno di
questi studiosi si era imbattuto in un aspetto della nuova scienza,
una visione del mondo completamente nuova.
Scrivere Il campo quantico mi spinse a ulteriori indagini sulla na-
tura di questa nuova visione della realtà. M’incuriosiva soprattutto la
principale implicazione di queste scoperte: i pensieri erano qualcosa
di reale e avevano la capacità di modificare la materia fisica.
Quell’idea continuava ad assillarmi. Erano stati pubblicati svaria-
ti best seller sulla legge dell’attrazione e sul potere dell’intenzione,
sull’idea cioè che fosse possibile manifestare ciò che si desidera di
più semplicemente pensandoci in modo mirato; sopraffatta da tante
domande imbarazzanti, restavo però piuttosto scettica. Mi chiedevo
se si trattasse di un potere vero e in quale misura fosse applicabile
a qualunque ambito. Che cosa ci si può fare? Stiamo parlando di
curare il cancro o di spostare una particella quantica? E la domanda
più importante di tutte per la mia mente era: Che cosa capita quando
tante persone si concentrano sullo stesso pensiero contemporaneamente? Se
ne amplifica l’effetto?
Dagli studi che avevo analizzato per Il campo quantico, era chiaro
che la mente sembrava in qualche modo inestricabilmente connessa
alla materia e, in effetti, in grado di alterarla. Ma questo fatto, che
sollecitava profondi quesiti sulla natura della coscienza, era stato ba-
nalizzato da alcune analisi popolari e trasformato nell’idea che fosse
possibile raggiungere una grande ricchezza con la forza del pensiero.
Volevo offrire qualcosa che andasse oltre la manifestazione di
un’auto e di un anello di diamanti, oltre l’ottenere più cose. Avevo in
mente un’impresa più audace. Sembrava che questa nuova scienza
sovvertisse tutte le nostre presunte conoscenze sulle capacità proprie
dell’uomo e volevo vedere fin dove potevano arrivare. Se dispone-
vamo di uno straordinario potenziale esteso di questo genere, ne
seguiva che dovevamo agire e vivere in modo diverso, secondo una
visione radicalmente nuova di noi stessi, come parte di un tutto più

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grande. Volevo verificare se quella capacità era abbastanza potente
da guarire le persone o magari anche il mondo. Come un San Tom-
maso dubbioso del ventunesimo secolo, fondamentalmente cercavo
un modo per dissezionare la magia.
Il mio libro successivo, The Intention Experiment – Studi scientifici
sul campo quantico, riunendo tutte le ricerche credibili sul potere del-
la mente sulla materia, si proponeva di fare proprio questo; l’obietti-
vo del libro, però, era anche un invito. Pochissimi studi, infatti, erano
stati condotti sull’intenzione di gruppo e progettavo di colmare quel
vuoto arruolando i miei lettori come parte di un corpo sperimentale
per uno studio scientifico sull’invio di pensieri collettivi. Dopo la
pubblicazione del libro, riunii un consorzio di medici, biologi, psi-
cologi, statistici e neuroscienziati di grande esperienza nella ricerca
sulla coscienza. Periodicamente, invitavo il mio pubblico virtuale, o
quello reale delle conferenze o dei corsi, a inviare un apposito pen-
siero specifico per modificare un certo obiettivo collocato in un la-
boratorio e stabilito da uno degli scienziati con cui collaboravo, che
poi calcolava i risultati per vedere se le nostre intenzioni avevano
avuto qualche effetto.
Alla fine, il progetto si trasformò nel più grande laboratorio glo-
bale del mondo e coinvolse centinaia di migliaia dei miei lettori in-
ternazionali in alcuni tra i primi esperimenti controllati sulla capaci-
tà di un’intenzione collettiva di modificare il mondo fisico. Anche se
certi esperimenti erano piuttosto rudimentali, persino i più semplici
furono condotti in rigorose condizioni scientifiche seguendo un ac-
curato protocollo. E tutti, tranne uno, furono realizzati con uno o
più controlli e anche “in cieco”, per cui gli scienziati coinvolti erano
informati dell’obiettivo delle nostre intenzioni solo dopo che il lavo-
ro era finito e i risultati calcolati.
Ero molto poco convinta che avremmo ottenuto risultati positivi,
ma ero disposta a fare un tentativo. Scrissi a molti partecipanti al
progetto che il risultato degli esperimenti contava meno della sem-
plice disponibilità a esplorare l’idea, poi lanciai il libro e due mesi
dopo, con un respiro profondo, diedi il via al primo esperimento.

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Come poi constatammo, gli esperimenti diedero riscontri posi-
tivi. Molto positivi. Dei trenta esperimenti realizzati, ventisei pro-
dussero un cambiamento misurabile, quasi sempre significativo, e
tre dei quattro non riusciti avevano incontrato semplici problemi
tecnici. Per contestualizzare questi risultati, basta dire che quasi nes-
sun farmaco prodotto dall’industria farmaceutica può rivendicare un
simile livello di efficacia.
Fu un anno dopo l’inizio degli esperimenti globali con gruppi di
migliaia di persone che decisi di riproporre l’intero processo nei miei
corsi, creando alcuni gruppi del Potere dell’8 e chiedendo ai membri
di inviare pensieri di guarigione. Per me, finché non si rivelò efficace
al di là di ogni aspettativa e finché persone da tempo malate non
raccontarono guarigioni miracolose e quasi istantanee, si trattava
solo di un altro esperimento, più informale, e quasi avventato.
The Intention Experiment catturò l’attenzione del pubblico. Per-
sino Dan Brown, autore di best seller, incluse me e il mio lavoro in
uno dei suoi libri, Il simbolo perduto. Ma i risultati degli esperimenti
in sé sono solo una parte della storia. In realtà, non sono la parte
più importante. Ora mi rendo conto che quando conducevo questi
esperimenti e quelli con i gruppi del Potere dell’8 mi ponevo quasi
sempre le domande sbagliate. I punti fondamentali riguardavano il
processo stesso e le sue implicazioni sulla natura della coscienza,
sulle nostre capacità di esseri umani e sul potere del collettivo. I
risultati sia dei gruppi sia degli esperimenti, per quanto incredibili,
sbiadivano al confronto di quello che accadeva ai partecipanti. L’ef-
fetto più potente dell’intenzione di gruppo avveniva proprio su chi
inviava l’intenzione, aspetto che tutti i libri più famosi in materia
hanno praticamente ignorato.
A un certo punto cominciai ad accorgermi che l’esperienza stessa
dell’inviare un’intenzione in gruppo innescava grandi cambiamenti
nelle persone: modificava la percezione della coscienza individuale,
eliminava il senso di separazione e individualità e poneva i membri
del gruppo in quello che può essere descritto solo come uno stato di
unità estatica. In tutti gli esperimenti, che fossero più o meno este-

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si, globali o limitati ai gruppi del Potere dell’8, osservavo la stessa
dinamica: una dinamica così potente e incisiva che permetteva il
verificarsi di miracoli sui singoli. Registrai centinaia, se non migliaia,
di questi miracoli istantanei nelle vite dei partecipanti: guarivano
da serie patologie di vecchia data. Ricucivano relazioni sfilacciate.
Riscoprivano il loro scopo nella vita o lasciavano un lavoro di rou-
tine per cominciare una carriera più avventurosa o soddisfacente.
Qualcuno di loro si trasformò proprio davanti a me. E non erano
presenti né sciamani né guru, e non veniva eseguita alcuna comples-
sa cerimonia di guarigione; anzi, non era necessaria nessuna espe-
rienza pregressa. Per innescare tutto questo era bastato solo riunire
le persone in gruppo.
Mi chiedevo cosa mai gli avessi fatto. All’inizio non credevo ai
miei occhi. Per anni attribuii alla mia immaginazione iperattiva
quelli che sembravano effetti “di rimbalzo”, ossia ricadute positive
indirette che di riflesso coinvolgevano chi era parte attiva della me-
ditazione di guarigione. Come continuavo a ripetere a mio marito,
avevo bisogno di raccogliere più storie, condurre più esperimenti e
mettere insieme più prove concrete. Una volta raggiunto quest’o-
biettivo, però, le mie scoperte cominciarono a spaventarmi e mi misi
in cerca di qualche precedente storico o scientifico.
Alla fine mi resi conto che quegli esperimenti mi stavano fornen-
do, in modo più profondo e concreto, una prova tangibile di qualco-
sa che prima comprendevo solo a livello intellettuale: le storie che
ci raccontiamo sul funzionamento della nostra mente sono palese-
mente sbagliate. Anche se nel Campo quantico avevo parlato della
coscienza e dei suoi effetti sul dominio del grande e del visibile, ciò
di cui ero testimone superava persino le più estreme di queste idee.
Tutti gli esperimenti che conducevo, tutti i gruppi del Potere
dell’8 evidenziavano che i pensieri possono arrivare a persone e per-
sino a oggetti a chilometri di distanza, e hanno la capacità di mo-
dificarli. I pensieri quindi non si dimostravano soltanto in grado di
esercitare una certa influenza, ma addirittura di risolvere qualsiasi
difficoltà nella vita umana.

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Questo libro è il tentativo di comprendere i miracoli che si sono
verificati durante gli esperimenti, per capire gli effetti provocati nei
partecipanti e inserirli nel più ampio contesto della scienza, delle
pratiche esoteriche e delle religioni istituzionali. È la biografia di
un evento casuale, un’impresa umana nella quale mi sono imbattuta,
che sembra avere precedenti antichi, persino nelle prime chiese cri-
stiane. Il Potere dell’8 parla anche di me e di cosa accade a qualcuno
come me quando le regole del gioco, le regole che hai seguito per
tutta la vita, all’improvviso non valgono più.
I risultati raggiunti dai gruppi sono notevoli, ma non sono il ful-
cro della storia. Questa storia parla del potere misterioso di guarire
la tua vita, potere che porti dentro di te e che, paradossalmente, si
scatena nel momento in cui smetti di pensare a te stesso.

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Capitolo 1

Lo spazio delle possibilità

In gruppo
Un pomeriggio ero seduta al computer con mio marito a cerca-
re di capire come adattare i grandi Esperimenti sull’Intenzione che
avevo realizzato, per proporli nei corsi che avremmo tenuto a breve
negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Era l’anno che seguiva il lancio dei miei grandi Esperimenti
sull’Intenzione globali, in cui invitavo lettori sparsi per il mondo a
inviare pensieri verso un obiettivo ben controllato, posizionato nel
laboratorio di uno degli scienziati che avevano accettato di collabo-
rare con me. All’epoca ne avevamo condotti quattro, inviando inten-
zioni a obiettivi semplici, come semi e piante, e ottenendo risultati
davvero incoraggianti.
Ora cercavo di portare questi effetti a una dimensione individua-
le, adatta alle persone e al corso di un weekend, ma non ne avevo
tenuti molti prima e, all’epoca, sapevo quello che non volevo: far
finta di aiutare le persone a manifestare miracoli, come promette-
vano molti corsi simili. Ero anche preoccupata dei limiti fisiologici
della struttura di un seminario. Magari il potere di trasformazione
dei pensieri era visibile solo nell’arco temporale di settimane, mesi
o persino anni. Come avremmo dimostrato qualche cambiamento
significativo tra venerdì e domenica pomeriggio?

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Cominciai ad annotare i nostri pensieri su una slide di Power-
Point: scrissi “Focalizzati”. Avevo intervistato parecchi esper-
ti nell’uso del pensiero, monaci buddisti, maestri di Qi Gong e di
guarigione, e tutti mi avevano spiegato che entravano in uno stato
mentale di alta energia e concentrazione.
“Concentrati” disse Bryan. Forse l’intenzione di massa amplifica-
va questo potere. Sembrava fosse proprio così.
Focalizzati.
Concentrati.
Tutti gli Esperimenti sull’Intenzione globali che stavo pianifi-
cando erano finalizzati a sanare qualcosa sul Pianeta, quindi era lo-
gico che nei seminari di un weekend continuassi a concentrarmi
sulla guarigione. Decidemmo che il corso avrebbe promosso la gua-
rigione di qualcosa nella vita dei partecipanti.
Poi scrissi: “In gruppo”.
Un piccolo gruppo.
“Cerchiamo di dividere i partecipanti in gruppetti di circa otto
persone e chiediamo loro di inviare un pensiero di guarigione col-
lettiva a un altro componente del gruppo con una malattia” suggerii
a Bryan. Forse, così facendo, potevamo scoprire se l’intenzione di
un gruppo ristretto aveva la stessa potenza di quella dei gruppi più
grandi. Dov’era il discrimine in termini di numero? Avevamo bi-
sogno di una massa critica pari al numero di persone coinvolte in
alcuni dei nostri esperimenti più estesi oppure sarebbe stato suffi-
ciente un gruppo di otto? Non ci ricordiamo chi di noi ebbe l’idea
(probabilmente fu Bryan, che ha un talento naturale per i titoli),
ma battezzammo i gruppi “Il Potere dell’8” e, quando arrivammo a
Chicago, avevamo elaborato il progetto.
Cominciai a pensare all’idea di piccoli gruppi dopo ciò che accadde
a Don Berry. Don, un veterano dell’esercito americano che viveva a
Tullahoma, nel Tennessee, scrisse sul forum di Intention Experiment,
il sito dedicato agli esperimenti sull’intenzione, offrendosi come no-
stro primo obiettivo umano. Da tempo gli era stata diagnosticata una
spondilite anchilosante e le vertebre della sua spina dorsale si erano

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fuse insieme, impedendogli i movimenti laterali. Persino le costole
sembravano bloccate nella loro posizione e, a causa della malattia, non
riusciva a muovere il petto da vent’anni. Aveva inoltre due protesi
all’anca e soffriva di dolori continui. Spiegò di avere i referti di svaria-
te radiografie e altri esami medici e di poter così fornire la sua intera
storia clinica con cui misurare qualsiasi cambiamento.
Don invitava i membri della mia community a stabilire, a ca-
denza quindicinale, periodi in cui gli avrebbero inviato pensieri di
guarigione e, da parte sua, iniziò a tenere un diario su cui registrava
l’andamento della malattia. “Durante l’esperimento cominciai a sen-
tirmi meglio” m’informò. “Non fu una guarigione istantanea, ma il
mio benessere migliorò e i dolori diminuirono.”
Mi scrisse otto mesi dopo. Alla visita semestrale dal reumatologo,
per la prima volta, alla domanda del medico poté rispondere che si
sentiva straordinariamente bene e che aveva solo dolori occasionali.
“Ero (e sono) ancora bloccato come un pezzo unico, ma riuscivo a
piegarmi di più e soffrivo moooooooolto meno” gli spiegò. “Non ricor-
do di essermi mai sentito meglio.”
Il medico prese poi lo stetoscopio per auscultare il cuore di Don
e gli chiese di fare un respiro profondo. Alla fine della respirazione,
mentre era intento ad ascoltare, all’improvviso lo guardò con espres-
sione incredula e gli disse: “Il suo petto si è appena mosso!”.
Don mi scrisse che il reumatologo restò a bocca aperta. “Il mio
petto si muove! Mi sento di nuovo una persona normale! Non ho
avuto una guarigione spontanea, ma l’esperimento ha innescato in
me la possibilità di migliorare il mio benessere. Mi ha anche spinto
a riconoscere l’influenza del mio modo di pensare sulla salute e per-
sino sul mondo attorno a me.”
Pensavo che il gruppo del nostro corso di Chicago avrebbe avuto
un esito di questo genere: qualche piccolo miglioramento fisico do-
vuto a un effetto placebo, un esercizio piacevole, qualcosa di simile a
un massaggio o a un trattamento per il viso.
Dico Chicago, ma non eravamo nemmeno lontanamente vicini
alla città: ci trovavamo a Schaumburg, in Illinois, uno dei tipici vil-

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laggi della contea di Cook nel Golden Corridor del nord-ovest dello
Stato, un’area che deve il proprio nome ai profitti stellari generati dai
centri commerciali, dalle zone industriali e dai ristoranti di lusso che
si susseguono lungo l’autostrada. Motorola aveva impiantato il pro-
prio quartier generale a Schaumburg; il Woodfield Mall, a due passi
dal nostro hotel, era l’undicesimo centro commerciale per grandezza
negli Stati Uniti. Avremmo potuto essere ovunque in America, in
uno di quegli enormi complessi alberghieri collocati lungo un’auto-
strada. Il Renaissance Schaumburg Convention Center Hotel era
stato scelto dai nostri organizzatori soprattutto per la posizione, a
una ventina di chilometri dall’aeroporto O’Hare di Chicago.
La sera prima della conferenza ci sedemmo nell’atrio cavernoso,
attorno a un camino elettrico, a guardare fuori, verso il fiumiciattolo
che ci separava dalla serpentina formata dalle autostrade. Avevo anco-
ra la sensazione di essere in una fase troppo iniziale del mio processo
di scoperta per tenere il corso ed ero preoccupata di quello che sarebbe
successo il giorno successivo. Mi chiedevo se avremmo dovuto for-
mare dei cerchi, se i partecipanti avrebbero dovuto tenersi per mano,
dove si sarebbe dovuta collocare la persona oggetto del processo, se
al centro del cerchio o all’interno dello stesso. Mi domandavo anche
per quanto tempo il gruppo avrebbe dovuto focalizzarsi sull’invio di
pensieri di guarigione e se i membri del gruppo dovessero essere esat-
tamente otto oppure se potevamo utilizzare un qualsiasi altro numero.
Negli esperimenti globali ci eravamo mossi con molta cautela,
coinvolgendo solo le persone che si radunavano nei piccoli gruppi
spontanei che emergevano nella community del mio sito dedicata
all’invio di pensieri di guarigione: non sapevamo infatti se far con-
centrare i pensieri di migliaia di persone su un solo individuo avrebbe
avuto un effetto positivo o negativo. Per la prima volta avremmo agito
senza rete di protezione, né esperimenti in doppio cieco e senza alcun
protocollo scientifico. E se per qualcuno fosse stata un’esperienza nega-
tiva? Una cosa mi sembrava certa, anche se era solo una sensazione:
bisognava che i gruppi si disponessero in cerchio. Il giorno successivo,
ci dicemmo, avremmo scoperto se quell’intuizione era corretta.

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Il sabato dividemmo i partecipanti – un centinaio di persone
– in gruppetti di circa otto membri, assicurandoci che quasi tutti
i componenti non si conoscessero tra loro. Chiedemmo a una per-
sona di ciascun gruppo con qualche tipo di problematica fisica o
emotiva di nominarsi oggetto dell’intenzione degli altri. I volontari
avrebbero spiegato la propria patologia ai compagni, che si sareb-
bero poi posizionati in cerchio, tenendosi per mano e mandando in
contemporanea pensieri di guarigione al malato; avrebbero mante-
nuto l’intento per dieci minuti, la stessa durata che avevamo utiliz-
zato negli esperimenti su larga scala, soprattutto perché sembrava
il tempo massimo in cui persone senza una specifica preparazione
riuscivano a mantenere la concentrazione.
Diedi istruzioni al pubblico nella fase detta Potenziamento, un
programma che avevo creato e pubblicato in Intention Experiment,
dopo aver riassunto le pratiche più comuni dei “maestri” dell’inten-
zione, come monaci buddisti, maestri di guarigione e di Qi Gong, e
averle combinate con le condizioni che si erano rivelate più efficaci
negli studi su mente e materia condotti in laboratorio. Questa tec-
nica cominciava con qualche respirazione, seguita da una visualizza-
zione e da un esercizio sull’empatia, per aiutare i partecipanti a en-
trare in uno stato di profonda concentrazione, alto livello energetico
e predisposizione amorevole.1 Spiegai inoltre come ideare un’inten-
zione molto dettagliata perché, secondo le ricerche di laboratorio,
un alto grado di specificità sembrava funzionare meglio. I membri di
ciascun gruppo dovevano tenersi per mano in cerchio o posizionare
la persona oggetto dell’intervento al centro, e appoggiare una mano
su di lui o lei, come i raggi di una ruota su un perno. Non avevo idea
di quale modalità fosse preferibile, ma sembrava importante che i
membri del gruppo restassero sempre in contatto fisico.
“È solo un altro esperimento un po’ improvvisato” dissi un atti-
mo prima di iniziare, anche se avevo omesso che era il mio primo

1 Una descrizione dettagliata del programma “Potenziamento” è disponibile nel


Capitolo 22,

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viaggio e che in pratica stavo cercando la rotta durante il tragitto.
“Qualsiasi risultato va bene.” Proponemmo la stessa musica degli
esperimenti più estesi e restammo a guardare mentre i gruppi sem-
bravano stabilire una connessione profonda. La sera, prima che se ne
andassero, chiedemmo alle persone oggetto dell’intenzione di pre-
pararsi a descrivere la loro esperienza e il loro stato mentale, emotivo
e fisico, la mattina successiva.
“Non inventate miglioramenti inesistenti” raccomandai.
La domenica mattina, domandai a chi aveva ricevuto il tratta-
mento di farsi avanti e raccontare come si sentiva. Una decina di
persone si misero in fila davanti a tutti e noi, a turno, passammo loro
un microfono.
Una delle donne, che da anni soffriva di insonnia con sudorazio-
ne notturna, si era goduta la prima notte di riposo. Un’altra signora
con un forte dolore alla gamba raccontò che, durante la sessione del
giorno precedente, il male era aumentato ma, dopo l’intenzione di
gruppo, era diminuito tanto da raggiungere i livelli più bassi che ri-
cordasse negli ultimi nove anni. Un’altra partecipante che soffriva di
emicrania cronica disse che al risveglio il mal di testa era sparito. Il
terribile mal di stomaco e la sindrome dell’intestino irritabile di un
altro partecipante erano svaniti. Una donna afflitta da depressione si
sentiva sollevata. I racconti continuarono così per un’ora.
Ero tanto profondamente scioccata che non osavo guardare
Bryan. Era come se lo zoppo si fosse messo a camminare. Nonostante la
mia avversione per i miracoli facili in stile New Age, un vero e pro-
prio prodigio stava avvenendo proprio lì di fronte a me. Sperai che i
risultati non fossero semplicemente dovuti al potere della suggestio-
ne. Mi sembrò che, con il progredire della giornata, le intenzioni di
gruppo diventassero più efficaci.
Una volta rientrata a casa, non sapevo come interpretare l’intera
esperienza. Scartai la possibilità di una guarigione istantanea e mi-
racolosa. Pensai che, forse, fosse tutto dovuto all’effetto dell’aspet-
tativa, che consentiva alle persone di mettere in moto le proprie
risorse di guarigione.

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Per l’intero anno successivo, indipendentemente dal luogo in cui
ci trovavamo, in tutti i corsi, grandi o piccoli che fossero, ogni volta
che riunivamo gruppi di circa otto persone, fornendo istruzioni ai
partecipanti e chiedendo poi di inviare un’intenzione a un sogget-
to designato, restavamo testimoni sbalorditi della stessa esperienza:
storie di miglioramenti straordinari e di trasformazioni fisiche e psi-
chiche si presentavano una dopo l’altra.
Marekje, affetta da sclerosi multipla, aveva difficoltà a camminare
senza sostegni. La mattina dopo l’esperimento arrivò senza stampelle.
Marcia soffriva di opacità da cataratta che le impediva di vedere
da un occhio. Il giorno successivo alla guarigione di gruppo sostenne
di aver quasi completamente recuperato la vista da quell’occhio.
A Maarssen, in Olanda, incontrai Heddy che aveva l’artrosi a
un ginocchio. “Non riuscivo a piegare il ginocchio a più di novanta
gradi e avevo comunque difficoltà a salire e scendere le scale” disse,
“di solito dovevo muovermi con grande attenzione, un gradino alla
volta.” Il suo gruppo del Potere dell’8 l’aveva collocata al centro del
cerchio e tutti i membri si erano seduti vicino a lei, mentre due per-
sone le avevano appoggiato la mano sul ginocchio.
“All’inizio non sentii niente. Poi arrivò un calore e i miei muscoli
iniziarono a tremare e anche tutti gli altri si muovevano con me.
Poco dopo percepii che il dolore se ne andava. E pochi minuti più
tardi era sparito del tutto” raccontò.
Quella notte Heddy riuscì a salire e scendere dalle scale facilmente
e si recò alla sauna dell’hotel. Il mattino successivo il dolore non era
tornato. “Mi alzai dal letto e, mentre andavo a fare la doccia, dimenti-
cai che dovevo fare un gradino per volta. Scesi normalmente.”
A Denver, ci fu la madre di Laura, con la scoliosi. Quando ricevet-
te l’intenzione raccontò che il dolore era sparito. Diversi mesi dopo
Laura mi scrisse che la spina dorsale della madre si era modificata
tanto che le aveva dovuto spostare lo specchietto retrovisore dell’auto
perché si adattasse alla sua nuova postura con la schiena dritta.
Paul, a Miami, era affetto da una tendinite alla mano sinistra così
forte da costringerlo a portare sempre un tutore ma, il giorno dopo

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aver ricevuto i pensieri di guarigione del gruppo, si presentò di fronte
al pubblico mostrando che riusciva a muovere perfettamente la mano.
Ci fu Diane, alla quale la scoliosi procurava un dolore così forte
all’anca che aveva dovuto smettere di fare sport e, nell’ultimo anno,
aveva perso 2 centimetri e mezzo. Durante l’intenzione percepì un
calore intenso e una specie di raffica che stimolò una reazione nella
sua schiena. Il giorno dopo dichiarò: “È come se avessi un’anca nuo-
va.” E Gloria, che durante l’intenzione per lei ebbe come l’impres-
sione che la stessero stirando e allungando da entrambi i lati del tor-
so, dopodiché il dolore costante alla colonna lombare sparì del tutto.
E ci fu Daniel, da Madrid, con una malattia rara che inibiva la ca-
pacità dell’organismo di assorbire la vitamina D, per cui la sua colonna
vertebrale si era incurvata in avanti tanto da limitargli la respirazione.
Nella fase dell’intenzione provò un indolenzimento alla schiena, un ca-
lore alle anche e freddo alle estremità. Percepì un aumento del dolore
ed ebbe la sensazione che la schiena si stesse allungando, come se stesse
crescendo. Per un attimo credette di essere sul punto di spezzarsi in due.
Alla fine, Daniel raccontò che riusciva a respirare normalmente, per la
prima volta dopo anni, e che la sua postura era notevolmente più dritta.
Ci furono centinaia e poi migliaia di altri casi, e ogni volta testi-
moniavano i cambiamenti mentre avvenivano proprio lì, di fronte a
me. Queste incredibili trasformazioni avrebbero dovuto farmi sta-
re bene ma, all’epoca, le sentivo più che altro un peso. Temevo che
avrebbero compromesso la mia credibilità in quello che consideravo
il mio “vero” lavoro: esperimenti globali su larga scala.
Ecco perché, per tanti anni, ignorai ciò che stava avvenendo.
Come qualsiasi giornalista direbbe, tralasciavo il punto essenziale
della storia. Non coglievo fino in fondo ciò che persone come Rosa
avevano cercato di spiegarmi, che riguardo al momento in cui il
gruppo le aveva inviato un’intenzione per l’ipotiroidismo si espresse
così: “Sentivo che si stava aprendo un varco in un tunnel e che mi
stavo connettendo con l’Universo. E che se avessi ricevuto quest’e-
nergia sarei riuscita a guarire. Avevo la sensazione di dare e ricevere
guarigione, come se mi stessi guarendo anch’io.”

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Capitolo 2

I primi esperimenti globali

Un buon reporter, sfoderando gli attrezzi della meticolosa re-


gistrazione di fenomeni osservabili, è un perturbatore dell’ordine
sociale. Comincia da ciò che è noto e costruisce il caso a partire
da questo, un fatto alla volta, come uno scienziato o un detective.
Anche gli scienziati possono farsi portavoce di scomode verità, dal
momento che, come mi si dice, gli scienziati migliori sono quelli che
amano essere smentiti.
Sia i reporter sia gli scienziati cominciano avanzando alcune sup-
posizioni. Costruiscono un’ipotesi, inventano un metodo per testarla
e poi si fermano a vedere dove porta. A volte scoprono di aver segui-
to strade sbagliate e di aver raggiunto un territorio inesplorato. Se
sei un vero esploratore, sei felicissimo di trovarti lì, perché spesso è
quando la tua ipotesi è sbagliata che scopri qualcosa di radicalmente
nuovo sul funzionamento del mondo.
Ma come si dimostra un fenomeno che sfugge a tutte le leggi che
ci sono state insegnate? Che cosa succede se tutti i presupposti da cui
parti si trovano oltre i confini di ciò che è conosciuto o osservabile? E
che cosa succede se cerchi di trovare la formula matematica di un miracolo?
Anche quando diedi inizio al nostro primo esperimento globale
sull’intenzione ci stavamo muovendo completamente alla cieca. Non
avevamo mappe a cui rifarci o precedenti da seguire; praticamente
nessuno si era avventurato in quell’area di ricerca. Un solido corpus di

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studi scientifici aveva dimostrato che i pensieri umani erano in grado
di modificare la realtà fisica con obiettivi di ogni tipo, dalle apparec-
chiature elettriche ad altri esseri umani. Robert Jahn, decano emeri-
to della facoltà di Ingegneria di Princeton, e la collega, la psicologa
Brenda Dunne, che dirigeva il laboratorio PEAR (Princeton Engi-
neering Anomalies Research) per la ricerca sulle anomalie, avevano
dedicato trent’anni a raccogliere scrupolosamente i dati di una delle
prove più convincenti sulla capacità dei pensieri diretti a influenzare
macchinari elettronici. Tra i diversi ingegnosi generatori di eventi
casuali, o macchine REG, come decisero infine di chiamarle, avevano
costruito speciali programmi per computer che proponevano un’al-
ternanza casuale di due immagini, per esempio cowboy e indiani,
ciascuna con la stessa frequenza di apparizione. Jahn e Dunne collo-
cavano i partecipanti di fronte allo schermo del computer chiedendo
loro prima di cercare di influenzare la macchina perché facesse uscire
più indiani, poi più cowboy. Nel corso di oltre due milioni e mezzo
di esperimenti, i due scienziati dimostrarono inequivocabilmente che
l’intenzione umana era in grado di influenzare le macchine in una
o in un’altra specifica direzione e i loro risultati furono replicati in
maniera indipendente da sessantotto ricercatori.1
Lo scomparso William Braud, psicologo e direttore delle ricer-
che della Mind Science Foundation di San Antonio, nel Texas, poi
Institute of Transpersonal Psychology, aveva condotto un ampio
numero di studi che dimostravano che i pensieri erano in grado di
influenzare il movimento degli animali e avevano effetti potenti sul
sistema nervoso autonomo (meccanismi di attacco o fuga) e sugli
stati di stress degli esseri umani.2
Nel picco dell’epidemia di AIDS degli anni Ottanta, la dottoressa
Elizabeth Targ, oggi scomparsa, mise a punto un paio di studi inge-
gnosi e altamente controllati, in cui dimostrò che una quarantina di
guaritori a distanza sparsi per gli Stati Uniti erano riusciti a migliorare
la salute e le possibilità di sopravvivenza di pazienti terminali di AIDS
semplicemente inviando loro pensieri di guarigione, anche se i guaritori
non li avevano mai incontrati né erano mai entrati in contatto con loro.3

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Molti gruppi di meditazione di massa, formali e informali, ot-
tennero inoltre risultati positivi nell’abbassare il tasso di violenza.
L’organizzazione per la meditazione trascendentale (Transcenden-
tal Meditation Organization), fondata dall’ormai defunto Mahari-
shi Mahesh Yogi, aveva condotto diversi studi su grandi gruppi di
meditazione, portando alcune prove provocatorie del fatto che, se
l’1 per cento della popolazione praticasse la normale meditazione
trascendentale e la radice quadrata dell’1 per cento della popola-
zione praticasse la meditazione trascendentale Sidhi – un tipo di
meditazione più avanzato –, ogni genere di violenza, dagli omicidi
agli incidenti stradali, diminuirebbe.4
Non era però stato condotto quasi nessun esperimento sugli ef-
fetti dell’invio dello stesso pensiero allo stesso obiettivo da parte di
un gran numero di persone contemporaneamente.
Senza precedenti di esperimenti di gruppo a cui rifarci, restammo
con molte variabili di difficile definizione. Qual era la formulazione
migliore per un’intenzione? Dovevamo essere specifici nel formula-
re l’intenzione oppure limitarci a una richiesta generale, chiedendo
che l’obiettivo fosse in qualche modo influenzato e lasciando decidere
all’Universo i dettagli? Le persone che inviavano l’intenzione doveva-
no essere insieme nella stessa stanza oppure ciascuno di loro doveva
restare a casa propria, di fronte allo schermo del computer? Se con-
ducevamo l’esperimento tramite internet, come avevamo in progetto
di fare, chi inviava l’intenzione doveva avere qualche connessione in
tempo reale con l’obiettivo, come un riscontro immediato dal labora-
torio? La distanza aveva importanza e il potere dell’intenzione sarebbe
diminuito se ci fossimo allontanati dall’obiettivo? Per quanto tempo
era opportuno restare concentrati su un pensiero perché avesse effet-
to? Andava bene qualsiasi orario o l’Universo doveva essere dell’umore
giusto? E c’era un numero ottimale di partecipanti necessari a produrre
un effetto misurabile? Come negli studi di meditazione trascendentale,
dovevamo raggiungere una massa critica per ottenere un risultato?
Avremmo dovuto vagliare tutti questi interrogativi, scrupolosa-
mente, passo dopo passo.

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Probabilmente, il quesito più grande era chi, tra gli scienziati cre-
dibili, sarebbe stato disposto a rischiare la propria reputazione per
svolgere questa ricerca con me, gratuitamente. Per fortuna, diversi
scienziati sono pervasi, come me, da una sottile vena di spiritualità
che permea la loro vita e influenza le ricerche che desiderano con-
durre. Fu così che in poco tempo trovai in Gary Schwartz, psicologo
e direttore del laboratorio di ricerca su coscienza e salute (Labo-
ratory for Advances in Consciousness and Health) dell’Universi-
tà dell’Arizona, un volontario disponibile per i primi esperimenti.
Gary disponeva di qualifiche impeccabili: laurea alla Cornell Uni-
versity con il massimo dei voti, dottorato di ricerca a Harvard, do-
cente a contratto a Harvard, cattedra a Yale e direzione del centro di
psicofisiologia e della clinica di medicina comportamentale presso
la stessa università (Yale Psychophysiology Center e Yale Behavioral
Medicine Clinic). Nonostante le qualifiche notevoli, Gary si sentiva
limitato dall’antiquato mondo accademico della East Coast e lo ab-
bandonò in favore dell’apertura mentale dell’Università dell’Arizona
dove, come docente di psicologia, medicina, neurologia, psichiatria
e chirurgia, poteva insegnare e aveva inoltre la libertà di fare ricerca
praticamente in qualsiasi ambito volesse. Questa libertà aumentò
quando ricevette 1,8 milioni di dollari dal centro nazionale di medi-
cina alternativa (National Center on Complementary and Alterna-
tive Medicine) per creare un centro di medicina di frontiera e scien-
za del campo energetico (Center for Frontier Medicine and Biofield
Science). Gary aveva già condotto un gran numero di esperimenti di
medicina energetica e aveva a sua disposizione un intero laboratorio,
ora Laboratory for Advances in Consciousness and Health, total-
mente dedicato alla ricerca sulla natura della guarigione.
Uomo vivace e tarchiato sulla sessantina, con l’aria di avere sem-
pre fretta, Gary è tutto un ribollire di passioni che è riuscito a con-
vogliare nel proprio curriculum accademico, trasformandole in ma-
terie di studio per la laurea triennale e specialistica.
Quando entrai in contatto con lui per la prima volta, le passio-
ni di Gary erano dirette verso i confini ultimi della mente umana.

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Molto prima di farsi coinvolgere nel mio lavoro, aveva condotto di-
versi studi sulla guarigione energetica e sulla natura della coscienza,
inclusi gli Afterlife Experiments, una serie di esperimenti controllati e
attentamente strutturati per eliminare frodi e imbrogli e verificare se
i medium erano davvero in grado di comunicare con i morti. Il suo
gruppo di medium rivelò una percentuale di accuratezza dell’83 per
cento, fornendo più di ottanta informazioni su parenti scomparsi, da
nomi e stranezze personali a dettagli sulla natura della loro morte.5
In generale, Gary era disposto a indagare su quasi tutto, purché fosse
quantificabile scientificamente. Era uno di quegli scienziati che non
si sarebbe sconvolto all’idea di una massa di individui che cercavano
di risolvere un problema mondiale con il potere del pensiero positivo.
Come la maggior parte degli scienziati, però, era istintivamen-
te portato alla cautela e insisteva che nei nostri esperimenti globali
sull’intenzione avanzassimo un piccolo passo alla volta. Nella scienza
s’inizia dalle domande più basilari. Avremmo cominciato dal regno
“vegetale”, poi saremmo passati a quello minerale e animale, partendo
da modelli sperimentali molto semplici, che con il tempo sarebbero
diventati più complessi. Prima avremmo usato come obiettivo le pian-
te, poi forse l’acqua, per concludere con gli esseri umani.
Rimasi molto delusa dal dover cominciare con le piante. Quando
lanciai l’Intention Experiment, avevo progetti grandiosi. Volevo sal-
vare le persone dagli edifici in fiamme. Avevo immaginato grandi
intenzioni collettive per curare il cancro, poi riparare lo strato di
ozono, prima di far cessare le violenze nei punti caldi del Pianeta.
In risposta a tutte queste idee fantasmagoriche, Gary mi citava
continuamente la scena iniziale del film Contact, quando Ted Ar-
roway affianca la giovane e impulsiva figlia Ellie che con la radio
amatoriale cerca di entrare in contatto con qualcuno, nella segreta
speranza che quel qualcuno venga dallo spazio.
“Piano, Ellie, piano” mi disse più di una volta Gary, ripetendo
le parole di Arroway, “piano”. Come mi ricordava spesso, stavamo
lavorando a un tipo di esperimento mai tentato. Prima dovevamo
stabilire che i pensieri di un gruppo di persone avessero un effetto,

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un qualsiasi effetto. Solo dopo che fossimo riusciti a dimostrarlo, ci
saremmo potuti porre obiettivi più ambiziosi e stravaganti. Doveva-
mo muoverci facendo un piccolo passo alla volta.
Per quanto apprezzassi il suo desiderio di rigore, tutte le deci-
sioni continuavano a essere un tiro alla fune tra le mie fantasie e la
cautela scientifica di Gary. “Va bene, vediamo se riusciamo a ridurre
il riscaldamento globale” dissi a Gary in uno dei nostri periodici
brainstorming telefonici.
“Che ne dici di cominciare da una foglia?” rispondeva. “E quando
avremo finito, passeremo ai semi.”
Come alla fine Gary mi convinse, scegliere uno dei sistemi bio-
logici più semplici, come foglie o semi, aiuta a limitare le infinite
variabili presenti in un organismo vivente, la miriade di processi chi-
mici ed elettrici simultanei che si verificano in ogni momento. Solo
iniziando dai sistemi biologici più semplici potevamo dimostrare
che i cambiamenti erano causati dal potere dell’intenzione e non da
un vasto assortimento di altre possibilità. Le piante, inoltre, erano
soggetti facili e sicuri. Impiegare una pianta o un altro obiettivo non
umano significava che non avremmo dovuto inviare il nostro pro-
getto a un comitato di revisione interno all’università, istituito per
assicurarsi che gli esperimenti sugli esseri umani fossero condotti in
modo etico, cosa che avrebbe potuto facilmente fermarci per mesi.
Di norma, il tipo di esperimenti che avremmo potuto realizzare
sarebbe stato limitato dagli strumenti di misurazione su cui sarem-
mo riusciti a mettere le mani. Per fortuna il laboratorio di Gary,
ospitato in un semplice edificio moderno di un piano, in stucco rosa,
era una disordinata grotta di Aladino, piena di macchinari sofistica-
ti, in grado di registrare il più piccolo cambiamento in un organismo
vivente. Gary era stato profondamente influenzato dal lavoro del fi-
sico tedesco Fritz-Albert Popp che, nel tentativo di trovare una cura
per il cancro, aveva scoperto che tutti gli esseri viventi, dalle alghe
agli umani, emettono una debolissima corrente di luce. Popp diede
alla sua scoperta l’altisonante nome di “emissione di biofotoni”6 e
passò il resto della vita a convincere l’establishment scientifico del

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fatto che questa debole fuoriuscita di luce rappresentasse il princi-
pale mezzo di comunicazione degli esseri viventi all’interno dei loro
organismi e verso il mondo esterno. Giunse a credere che quella luce
fosse nientemeno che il direttore centrale del corpo, responsabile del
coordinamento di milioni di reazioni molecolari all’interno dell’or-
ganismo e strumento fondamentale per garantire l’orientamento
nell’ambiente attraverso un sistema di comunicazione a doppio sen-
so. Negli anni Duemila, il governo tedesco e più di cinquanta scien-
ziati in tutto il mondo sono arrivati a dargli ragione.
Popp aveva costruito e sviluppato diversi fotomoltiplicatori per
registrare questa tenue luminosità e Gary voleva implementare le
ricerche utilizzando la macchina per fotografarla. Comprese che
con un sistema dotato di fotocamera digitale con dispositivo ad
accoppiamento di carica (CCD, Charged-Coupled Device) sarebbe
riuscito a creare immagini digitali delle deboli emissioni di luce de-
gli esseri viventi e a contarle, un pixel alla volta. Convinse quindi un
professore di radiologia a lasciargli utilizzare un dispositivo simile
da 100.000 dollari, di solito adoperato in astronomia e capace di
fotografare anche la luce proveniente da galassie lontane. Prima che
iniziassimo a lavorare insieme, Gary aveva speso 40.000 dollari dei
propri fondi per acquistare uno strumento tutto suo, meno costoso,
che ci avrebbe permesso di cominciare dalle basi. Gary mi assicurò
che misurare se il potere dei pensieri fosse in grado di modificare in
qualche modo la leggera emissione di luce sarebbe stato molto più
importante che non esaminare, per esempio, l’influenza sul tasso di
crescita: un macchinario così sensibile ci avrebbe permesso di co-
gliere tutte le più microscopiche differenze nell’emissione luminosa
di qualsiasi creatura vivente.
Quando gli scienziati iniziano un nuovo esperimento, in genere
partono dal lavoro di chi si è già avventurato in quel territorio, che è
il motivo per cui, prima di studiare qualcosa di sconosciuto, amano
ripetere ciò che è già stato dimostrato. Per la nostra fase preliminare,
decidemmo di riproporre lo studio pilota che avevamo condotto con
Fritz Popp, descritto in The Intention Experiment – Studi scientifici sul

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campo quantico.7 In quell’esperimento, io e sedici meditatori esperti
ci ritrovammo a Londra e inviammo pensieri di guarigione a quattro
obiettivi nel laboratorio di Popp a Neuss, in Germania, due tipi di
alghe, una pianta grassa della varietà Albero di giada e una donna,
tutti esseri viventi che risentivano di un qualche tipo di stress. Gli
esami di tutti i soggetti dimostrarono che, nei momenti in cui invia-
vamo pensieri di guarigione, esercitavamo una forte influenza sulle
emissioni luminose, modificandole.
Per quel primo esperimento, tuttavia, non disponevamo di ciò
su cui la maggior parte dei veri esperimenti scientifici insiste: un
gruppo di controllo, ossia una serie di soggetti simili a quelli dello
studio sui quali, diversamente dai soggetti scelti, non interviene al-
cun agente di cambiamento. L’unico nostro “controllo” erano stati i
periodi di mezz’ora in cui riposavamo e non inviavamo intenzioni e
anche il fatto che non avevamo comunicato agli scienziati quando
saremmo stati in attività o meno. Questa volta, invece, Gary e io
avremmo avuto due soggetti quasi identici con le stesse condizioni
di partenza; ne avremmo scelto a caso uno a cui inviare i pensieri,
utilizzando l’altro come controllo. Ancora una volta gli esperimenti
sarebbero stati “in cieco”, gli scienziati cioè avrebbero ignorato quale
soggetto era stato scelto finché non avessero calcolato i risultati, così
che nessun pregiudizio inconscio influenzasse i dati.
Dopo aver preso in considerazione un certo numero di possibi-
lità per il primo esperimento su larga scala, alla fine decidemmo di
iniziare da una foglia di geranio, raccolta da una rigogliosa pianta
del laboratorio di Gary in Arizona. Come partecipanti scegliemmo
il pubblico di una conferenza tenuta dalla mia compagnia e chie-
demmo loro di inviare pensieri con l’intenzione di abbassare la “lu-
minosità” di una delle due foglie di geranio, che avevamo scelto a
caso e che sarebbero state costantemente riprese da una webcam e
mostrate al pubblico su uno schermo gigante.
Una delle ragioni principali della cautela iniziale di Gary nella
scelta del nostro primo oggetto sperimentale era legata alle modalità
stesse della dimostrazione scientifica. Per provare che qualcosa fun-

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ziona secondo un protocollo scientifico standard, si deve dimostrare
una significatività statistica, ossia bisogna fornire una prova mate-
matica del fatto che i risultati non sono stati raggiunti per caso, ma
sono una conseguenza di ciò che si sta analizzando. Per farlo, serve
una certa quantità di dati relativi all’oggetto di studio.
Secondo le regole scientifiche, il livello di significatività comprende
tutti i valori inferiori a “p < 0,05”, che indica una percentuale inferiore
a uno su venti che i risultati non siano stati ottenuti per caso.
Perché i nostri risultati raggiungessero una vera rilevanza stati-
stica, avevamo bisogno di più di trenta punti di paragone tra le due
foglie, cioè quelli che gli scienziati chiamano “punti di rilevamento”.
Soddisfare questa richiesta persino in un esperimento rudimentale
come il nostro avrebbe comunque richiesto un preciso protocollo
di cinquanta step, che sarebbe stato seguito dal giovane tecnico di
laboratorio di Gary, Mark Boccuzzi. Mark avrebbe scelto due foglie
di geranio della stessa dimensione e un numero di emissioni lumi-
nose, per poi bucare sedici punti di ciascuna foglia, compresi all’in-
terno di una griglia di circa 4 centimetri per 4, processo che avrebbe
richiesto diverse ore di preparazione. Il piano prevedeva che Mark
posizionasse entrambe le foglie sotto le videocamere digitali, invias-
se le immagini a Peter, il nostro primo webmaster degli esperimenti
sull’intenzione, e poi restasse in attesa del segnale che indicava la
fine dell’invio dei pensieri; a quel punto avrebbe usato la macchina
fotografica CCD per fotografare ciascuna foglia.
All’inizio volevamo che i partecipanti cercassero di abbassare le
emissioni di luce, come avevamo fatto nell’esperimento di Popp. Il
grado di luminosità associata a uno stato di salute è però contrario a
quanto ci si aspetterebbe d’istinto: più bassi sono i livelli di emissio-
ne globale, più l’organismo è sano. Con l’avvicinarsi della data fissata
per l’esperimento, cominciai a pensare che i partecipanti sarebbero
stati naturalmente portati ad aumentare la luminosità, perciò Gary
e io decidemmo di modificare le direttive in tal senso. Non ero par-
ticolarmente entusiasta del protocollo, perché quando si potenzia
la luminosità di qualcosa in realtà gli si procura uno stress. Quin-

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di, fondamentalmente, tutto il nostro esperimento sarebbe stato un
esercizio per infliggere dolore a un essere vivente, anche se si trattava
solo di una foglia, pronta a staccarsi da una pianta.
Il giorno della conferenza lanciammo una monetina per decidere
il nostro obiettivo; l’altra foglia sarebbe stata il controllo.
Gary e io stabilimmo inoltre che i partecipanti avrebbero dovuto
mantenere la concentrazione per dieci minuti, un lasso di tempo
arbitrario scelto perché avevamo la sensazione che una durata su-
periore sarebbe stata difficile da sostenere. Un’ora prima dell’inizio
dell’esperimento, avevo cominciato a preoccuparmi del fatto che
chiedere all’uditorio di restare concentrato per tutto quel tempo po-
tesse rivelarsi difficile senza un qualche tipo di ancoraggio per la
mente. Chiesi a mio marito Bryan di parlare della nostra conferenza
con Mel Carlile, che gestiva il negozio di libri “Mind-Body-Spirit”,
perché ci consigliasse una musica da meditazione da trasmettere du-
rante l’esperimento. “Ecco qui, prova con il primo brano, ‘Choku
Rei’ ” rispose Mel, allungando a Bryan un CD dell’album di melodie
per il reiki di Jonathan Goldman, “Reiki Chants”.
Un attimo prima di iniziare, Gary chiamò per augurarci buona for-
tuna. “Ricordate” aggiunse “che state facendo la storia della scienza.”
Sullo schermo comparve un’immagine gigantesca della nostra
foglia. Spiegai al pubblico le tecniche del Potenziamento che ave-
vo creato e descritto nel mio Intention Experiment. “Fate splendere
sempre di più la fogliolina” raccomandai, “immaginatela splendere
nell’occhio della vostra mente.”
I partecipanti continuarono a inviare i loro pensieri con quell’in-
tenzione per dieci minuti, mentre in sottofondo andava la musica
ipnotica da meditazione. Più tardi, rimasi stupita nello scoprire che
Choku Rei significa, in essenza, rafforzare il potere, il flusso e la
concentrazione dell’energia di guarigione, qualcosa di simile al Po-
tenziamento. Forse le coincidenze non esistono.
Allora, comunque, mi sentii ridicola là in piedi sul palco. Nei
miei giorni da reporter investigativo, ero stata molto pignola nel ri-
spettare la pratica giornalistica standard secondo la quale, prima di

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considerare qualcosa come un fatto, bisogna raccogliere prove pro-
venienti da almeno due fonti indipendenti. Ero così scrupolosa nel
seguire questa regola ferrea che una sera del 1979, durante la stesura
del mio primo libro, The Baby Brokers [I commercianti di bambini],
una denuncia sul mercato delle adozioni private, ero rimasta alzata
l’intera notte a leggere attentamente tutto il materiale di cui dispo-
nevo su un uomo che aveva aperto una serie di agenzie di adozione
in diversi Stati e Paesi. Le sue pratiche mi sembravano altamente
dubbiose e, durante l’intervista telefonica, mi aveva persino rivolto
una sottile minaccia, ma mi ero trattenuta, consapevole che una mia
leggerezza avrebbe potuto ingiustamente rovinare la vita di quella
persona, per quanto, in apparenza, si trattasse di un individuo che
gestiva un traffico di esseri umani. “Non ho la certezza” decisi alle
sei del mattino riguardo a un’accusa che mi ero preparata a muovere:
non posso confermarla come un fatto. Anche se l’istinto mi diceva de-
cisamente il contrario, addolcii la storia.
E adesso ero lì, tanti anni dopo, a guidare il mio pubblico in una
preghiera rivolta a una foglia. Tutto in quel procedimento violava
la mia regola delle due fonti. In effetti, era una violazione a quanto
rimaneva del mio lato ostinato e dedito alla raccolta di fatti.
Alla scadenza dei dieci minuti di meditazione, Mark dispose en-
trambe le foglie nel sistema di imaging biofotonico e le fotografò
per due ore. La conferenza terminò, tutti tornarono nei loro rispetti-
vi Paesi, e aspettammo di sapere che cos’era successo dall’altra parte
del mondo, in un piccolo laboratorio dell’Arizona.
“Non ci crederai” mi disse allegramente Gary al telefono qual-
che giorno dopo, quando gli rivelai quale foglia avevamo scelto. “La
foglia a cui è stata inviata l’intenzione era così luminosa che l’altra
sembra abbia un qualche deficit.”
I cambiamenti generati dai pensieri di “luminosità” erano sta-
ti così netti da risultare visibili sulle immagini digitali create dalla
macchina CCD. Anche dal punto di vista numerico, l’effetto dell’au-
mento delle emissioni aveva prodotto risultati statisticamente molto
significativi. In effetti, disse Gary, tutti i buchi effettuati sulla foglia

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scelta erano stati riempiti di luce rispetto a quelli della foglia di con-
trollo, che erano chiaramente meno luminosi.
Una settimana dopo, Gary mi mise in copia a un’email destinata
a Mark: “Aspetta di vedere che bei dati abbiamo… immagini, grafici
e tabelle…”. Per il comunicato stampa ufficiale dell’evento, il tono fu
più misurato: “Per un primo esperimento di questo tipo” scrisse, “i
risultati non potrebbero essere più incoraggianti.”
Rinfrancati da questo risultato schiacciante, progettammo il no-
stro primo grande evento online, fissato per il 24 marzo. Le prime
ipotesi si basavano sul fatto che l’esperimento funzionava solo se
il pubblico stabiliva un qualche tipo di connessione diretta con il
soggetto e, per raggiungere quest’obiettivo, avevamo deciso di usare
una webcam per proiettare in tempo reale e a ciclo continuo due
immagini del soggetto e dei controlli. All’ultimo minuto, Peter, il
nostro webmaster, ci consigliò di evitare le proiezioni da webcam,
come avevamo fatto nel nostro esperimento alla conferenza, perché,
se migliaia di partecipanti si fossero connessi tutti insieme al sito,
cosa che sembrava possibile con l’avvicinarsi della data, le immagini
avrebbero potuto bloccarlo. “Le trasmissioni via web in sé danno
problemi o comunque sono molto imprevedibili” scrisse.
Mark ideò la seconda migliore possibilità: due macchine fotogra-
fiche digitali che, ogni quindici secondi, avrebbero inviato al sito una
nuova immagine di entrambe le foglie. Invece dei video, per preservare
le prestazioni del server avremmo mostrato immagini in tempo reale.
Mia figlia più piccola, che allora aveva dieci anni, lanciò una moneta
per scegliere tra la foglia n. 1 o la n. 2. Per garantire le migliori presta-
zioni possibili, passammo a un server gigantesco con memoria extra e
disattivammo tutti gli altri nostri siti. E poi, ancora una volta, restam-
mo in attesa, aspettandoci di continuare a fare la storia della scienza.
Invece, come migliaia di altri partecipanti, passai l’ora successiva
nella frustrazione più totale, nel tentativo di entrare nel mio sito
senza riuscire a superare la prima pagina. I timori di Peter si rivela-
rono fondati. Gli accessi simultanei al sito erano stati così numerosi,
circa diecimila, da bloccarlo.

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L’unica cosa da fare era spiegare l’accaduto ai partecipanti, con la
promessa che avremmo riprovato appena possibile, impegnandoci
al contempo in privato a non promuovere più questi esperimenti
presso un pubblico così vasto, in modo da evitare che il numero di
partecipanti mandasse in tilt il server. Dimostrare il potere dei pen-
sieri sembrava la parte facile. Quella difficile era trovare una confi-
gurazione tecnica che permettesse a migliaia di persone di vedere in
tempo reale e in contemporanea lo stesso soggetto.
Per evitare un altro cyber-ingorgo, trovammo un nuovo webma-
ster e affittammo un server gigante da un’azienda che forniva servizi
per “Pop Idol”, un programma inglese, antesignano di “X Factor”,
con nove server collegati per gestire il carico. Il nuovo webmaster,
Tony Wood, e la sua squadra, che avevano gestito i siti online di
aziende come il “Financial Times”, erano sicuri che sarebbero riusci-
ti a ideare qualcosa che avrebbe impedito al sito di bloccarsi. Questa
volta, durante l’esperimento, avremmo chiuso la homepage, creato
una pagina visibile solo ai partecipanti registrati e spostato l’esperi-
mento dal sito principale. Giusto per essere sicuri, però, Tony volle
fare una prova una settimana prima dell’evento reale.
Il 21 aprile, giorno della prova, solo una manciata degli oltre
settemila iscritti entrarono nel sito e riuscirono a partecipare all’e-
sperimento “luminoso”. Questa volta il nostro oggetto erano alcuni
semi di fagiolini. L’esperimento riuscì di nuovo. Come nel tentati-
vo di marzo con il pubblico, ottenemmo un effetto positivo, anche
se non significativo in termini scientifici. Probabilmente il risultato
era dovuto ai limiti della macchina fotografica CCD, che ci per-
metteva di fotografare solo 12 semi, mentre il requisito minimo per
la significatività statistica sono almeno venti punti di rilevamento
da confrontare. Anche se il primo esperimento comprendeva solo
due foglie, Mark le aveva punte trenta volte ciascuna in modo che,
confrontando le emissioni luminose di ciascun foro, i punti di rile-
vamento fossero più che sufficienti. Questa volta, con dodici semi,
disponevamo solo di dodici punti di rilevamento per esaminare le
emissioni di luce. Come mi scrisse Gary al riguardo: “Se fosse stato

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possibile immaginare il doppio dei semi, i risultati avrebbero rag-
giunto la significatività statistica”.
La settimana successiva, però, quando il 28 aprile conducemmo
quello promosso come l’esperimento “vero”, solo cinquecento perso-
ne riuscirono ad accedere al sito e i risultati non furono significativi.
Ad agosto decidemmo di riprendere dall’inizio e di ripetere il nostro
primo esperimento con la foglia in una conferenza di Los Angeles,
replicando i primi risultati.
Nonostante l’esordio stentato, avevamo risposto al quesito più
importante: qualcosa di tutto questo avrebbe davvero funzionato?
Anche se i risultati ottenuti quando i potenziali partecipanti non
erano riusciti a collegarsi al portale erano poco significativi, nel mo-
mento in cui la maggior parte degli iscritti aveva potuto accedere
all’immagine del soggetto, avevamo registrato tre esiti positivi: l’e-
sperimento dell’11 marzo con il pubblico della mia conferenza di
Londra; l’esperimento con il seme del 14 aprile su internet e la ripe-
tizione del primo esperimento con la foglia alla conferenza di Los
Angeles. E in tutti e tre i casi gli effetti erano stati forti.
Cominci da certi presupposti, costruisci l’ipotesi e speri che appaia una
mappa. Erano più gli esperimenti che avevano funzionato che quelli
che non l’avevano fatto ma, al di là di questo, non avevamo molto altro
per continuare. I fallimenti erano dovuti solo a problemi tecnici? Op-
pure, nel caso del 21 aprile, a uno scarso numero di partecipanti? An-
che se nell’esperimento fallito del 24 marzo il sito internet non aveva
retto, diverse persone che non erano riuscite ad accedere alla pagina
del sito avevano comunque inviato pensieri all’immagine mentale di
una foglia di geranio, e la sensibile macchina CCD di Gary e la sua
strumentazione avevano comunque colto un effetto di qualche tipo,
con un andamento in forte crescita attorno alla data della conferenza.
Che cosa voleva dire? Era una pura coincidenza? La mancanza
di significatività era dovuta al fatto che il pubblico non aveva visto
un’immagine dell’oggetto, a disguidi tecnici o al fatto che i parteci-
panti erano sparsi per il mondo invece di essere nella stessa stanza,
come nell’esperimento dell’11 marzo a Londra? L’intenzione collet-

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tiva era più potente quando veniva inviata da un gruppo concentrato
nello stesso spazio fisico, come nella conferenza di marzo? Oppure
bisognava proprio “vedere” l’oggetto per influenzarlo?
L’esperimento del 28 aprile era fallito perché non avevamo rag-
giunto una massa critica di partecipanti o per problemi tecnici? Op-
pure, come ipotizzato da Gary, poteva essere subentrato un “effet-
to noia”, ossia il pubblico si era stancato di partecipare sempre allo
stesso esperimento?
All’epoca non sapevamo rispondere a nessuna di queste doman-
de. Nella scienza, se si trova qualcosa di strano, ci si tranquillizza
con l’idea che si può ripetere il test e, se i risultati restano gli stessi,
si individua l’elemento che determina il cambiamento per ristabilire
ordine, certezza e una relazione prevedibile tra causa ed effetto.
C’era solo una cosa di cui eravamo sicuri: avremmo dovuto ab-
bandonare l’idea di una connessione in tempo reale con gli obiettivi.
Semplicemente, non potevo permettermi di affittare un server di
elevate prestazioni ogni volta che volevamo condurre un esperimen-
to. Tutti gli scienziati avevano sempre donato il loro tempo con ge-
nerosità, ma quando mi era venuta in mente l’idea degli esperimen-
ti sull’intenzione, non avevo tenuto conto dei costi tecnici. Per far
funzionare l’esperimento del 21 aprile avevamo sborsato circa 9.000
dollari solo per mezz’ora di server e la creazione di speciali pagine
web era costata altre migliaia di dollari, una cifra troppo alta perché
io o la mia società potessimo spenderla con regolarità. Dovevamo
trovare un altro modo per condurre gli studi e ideare una struttura
sperimentale facilmente replicabile, così da garantire ai risultati una
certa validità scientifica.
Fondamentalmente, dovevo trovare l’impossibile: un server po-
tentissimo, un modo per condurre gli esperimenti senza spese ecces-
sive e una piattaforma in grado di resistere all’accesso simultaneo di
migliaia di visitatori.
Compresi, tuttavia, che la proiezione di immagini in tempo re-
ale non aveva alcuna importanza. Quando sul mio sito internet
cominciarono a formarsi spontaneamente alcuni gruppetti che ot-

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tenevano risultati su singoli membri, mi resi conto che tutti noi
– ognuno dallo schermo del proprio computer – avevamo già sta-
bilito la connessione.

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Capitolo 3

L’entanglement virtuale

I medici dissero a Daniel che era stato fortunato: avrebbe po-


tuto essere colpito in faccia. C’era stata una tremenda esplosione
di gas dove lavorava e le sue mani avevano riportato ustioni così
gravi che, quando giunse in ospedale, i medici spiegarono alla
moglie che avrebbe avuto bisogno di trapianti di pelle e setti-
mane in terapia intensiva. Sentendosi impotente e sconvolta, la
donna contattò un piccolo gruppo di intenzione che lei e Daniel
avevano creato sul mio sito.
Dopo quei primi due costosi esperimenti con le foglie e i semi
avevamo deciso, infatti, di realizzare i successivi esperimenti globali
avvalendoci di una piattaforma online che consentisse la creazione
di social network dedicati. Questo sistema ci offriva due cose di cui
avevamo bisogno: centinaia di server capaci di gestire un traffico
dati praticamente illimitato e un altrettanto illimitato numero di ac-
cessi simultanei al sito e, soprattutto, l’assenza di costi. E c’era anche
una community a cui i partecipanti potevano iscriversi e formare
piccoli circoli per inviare pensieri e intenzioni.
Daniel e qualche altro membro avevano creato un gruppetto su
questa piattaforma e facevano esperimenti inviandosi intenzioni
l’un l’altro. Venuto a conoscenza della brutta situazione di Daniel, il
gruppo aveva ora un soggetto umano. I membri cominciarono così a
inviargli un intento di guarigione tutti i giorni a orari stabiliti.

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Cinque giorni dopo, Daniel lasciò l’ospedale. Aveva cominciato a
guarire settimane prima rispetto al normale decorso e contraddetto
tutte le previsioni evitando i trapianti. I medici volevano studiarlo
come miracolo clinico. Un collega di Daniel, che aveva riportato
ferite quasi identiche e seguito i metodi di guarigione ortodossa,
fungeva da confronto. Era rimasto in terapia intensiva per altre due
settimane e si era sottoposto a trapianti di pelle.
Quando Daniel alzò la mano, ancora coperta da una specie di
guanto trasparente, per raccontarmi la sua storia, mi trovavo di
fronte al pubblico di Dallas ad approfondire i risultati del nostro
esperimento sull’intenzione, con diagrammi e grafici, su una slide di
PowerPoint.
“Dal momento che eravamo in due con ferite quasi identiche,
puoi considerare la mia esperienza come un esperimento controlla-
to” disse ridendo.
Tornai ai miei grafici di foglie e semi, ma ero stata colta alla
sprovvista. La parte razionale di me sapeva che non potevamo dav-
vero confrontare Daniel e il suo collega senza controllare tutte le
possibili variabili biologiche, ma se invece avesse avuto ragione lui?
Era stato solo il potere della fiducia di Daniel, la sua aspettativa di
guarigione, oppure il potere di un gruppo i cui membri non si trova-
vano nello stesso luogo ma inviavano pensieri virtuali si amplificava?
Fatto: Daniel e il collega avevano subito ferite simili.
Fatto: Daniel era l’unico che avesse ricevuto pensieri di guarigione
di gruppo.
Fatto: Solo Daniel aveva contraddetto tutte le prognosi ed era diven-
tato, come i suoi medici lo definirono, un “miracolo clinico”.
Con un miracolo non cerchi di capire cominciando dal principio:
parti dalla fine, dal suo semplice esistere come fatto, come se entrando
in una stanza scoprissi un cadavere. Tenti di andare a ritroso fino al
punto in cui il cammino delle possibilità conosciute è stato abbando-
nato, insegui qualsiasi labile indizio per dedurre una causa credibile,
come un detective alla ricerca delle poche fibre di stoffa rivelatrici la-
sciate sul divano. Non puoi isolare un singolo agente responsabile del

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cambiamento; puoi solo cercare di creare un ambiente favorevole per
convincerlo a ripetersi. Tornata a casa, quell’estate decisi di condurre
qualche esperimento in più con i gruppi. Le esperienze di Daniel e i
miglioramenti della spina dorsale di Don Barry mi fecero venire un’i-
dea. Forse potevo organizzare gruppi regolari per inviare intenzioni a
persone come Daniel e Don, che avrei chiamato l’“Intenzione della
Settimana”. Potevamo considerarlo un altro tipo di esperimento in-
formale, una versione più ampia dei gruppi del Potere dell’8.
Invitai tutti gli iscritti alla mia mailing list a partecipare a un in-
vio di pensieri di guarigione settimanale promosso da noi e di solito
finalizzato a risolvere problemi di salute o difficoltà economiche do-
vute alla crisi finanziaria di quell’autunno. Invitammo la comunità
web a decidere chi avrebbe ricevuto l’intenzione quella settimana e
pubblicammo il nome della persona, il problema e la foto sul nostro
sito, per inviarle pensieri di guarigione tutte le domeniche all’una,
secondo il fuso orario della costa orientale degli Stati Uniti.
Dopo poco tempo, ricevetti dozzine di richieste la settimana: per-
sone con un cancro o una ferita da trauma; bambini con danni cere-
brali o difetti di nascita; gente sull’orlo della bancarotta o che aveva
perso il lavoro; famiglie separate e animali feriti. Il sito si stava trasfor-
mando nell’equivalente virtuale di un gruppo di preghiera settimanale.
Le nostre intenzioni non funzionavano sempre. Ricevevamo nu-
merose richieste da persone a cui restavano poche settimane di vita. E
il processo non otteneva sempre esito positivo nemmeno nei gruppi
del Potere dell’8 che organizzavo nei miei seminari. Nella maggior
parte dei casi, non avevamo referti di medici o di altri professionisti
sanitari che ci consentissero di verificare in maniera indipendente gli
effetti di cui parlavano i familiari dei soggetti scelti. A volte i cambia-
menti erano enormi, come quelli di due partecipanti che sostenevano
che il loro cancro fosse scomparso spontaneamente, e altre volte pic-
colissimi, ma le testimonianze di miglioramenti straordinari erano ab-
bastanza da farmi sospettare che stesse davvero succedendo qualcosa.
Brian, a seguito di un grave incidente appena subito, era rimasto
paralizzato e non era ancora del tutto cosciente, così la sua famiglia

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chiese che fosse uno dei nostri obiettivi. Subito dopo l’invio dei pen-
sieri di guarigione, la madre cominciò a notare che diventava più con-
sapevole di ciò che lo circondava e prestava maggiore attenzione, con
un generale miglioramento dello stato di coscienza. Iniziò a rispon-
dere più spesso alle domande e persino ad aver voglia di chiacchierare.
Due giorni dopo il nostro intervento, Brian andò alla seduta di
fisioterapia e, per la prima volta, riuscì a camminare per quasi due
metri con l’operatore e il bastone, e poi per un’altra decina di me-
tri senza il tutore alla gamba destra. Iniziò anche a usare di più il
braccio destro e, in riabilitazione, pedalò su una bicicletta reclinata.
Aveva riacquistato la capacità di movimento mesi prima rispetto alla
prognosi medica.
Margaret, un’amica di famiglia che aveva proposto Brian come
soggetto dell’intenzione della settimana, scrisse una relazione
sui suoi progressi. Secondo quanto riportato da lei, la famiglia di
Brian era “meravigliata dalla rapidità dei progressi”. A loro modo
di vedere, l’intenzione di gruppo aveva richiamato qualche tipo di
“intervento divino”.
Miracolo. Stupore. Divino. Contro ogni aspettativa.
Più sentivo storie come quella di Brian, più inquieta diventavo
e cercavo di rendere rigorosi i controlli degli esperimenti globali
su larga scala che continuavo a condurre. Gary e io decidemmo di
tornare ai semi, ma questa volta con applicazioni concrete: avrem-
mo cercato di influenzare la loro velocità di crescita e la loro salute.
Decidemmo di utilizzare l’orzo perché è un cereale comunemente
impiegato come mangime per il bestiame e benefico per l’alimenta-
zione umana. Ci saremmo posti una domanda con enormi implica-
zioni pratiche: il cibo è in grado di crescere più in fretta e di essere
più salutare quando riceve pensieri positivi?
Qualche scienziato si era già avventurato su questo terreno prima
di noi: esistevano infatti diversi studi simili che dimostravano che i
semi a cui un guaritore aveva inviato un’intenzione o erano stati irri-
gati con acqua trattata dal guaritore erano più sani e germogliavano
e crescevano più in fretta.1 Questi piccoli studi erano affascinanti,

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ma erano incentrati su individui singoli che mandavano pensieri ai
semi di fronte a loro. Con il nostro esperimento avremmo cercato di
capire se un gruppo composto tutto da persone differenti che invia-
vano i loro pensieri da migliaia di chilometri di distanza ci avrebbe
consentito di raggiungere lo stesso risultato o anche uno migliore.
Per ciascuno degli esperimenti, Gary e il suo team di laboratorio
prepararono quattro vassoi con trenta semi d’orzo ciascuno, di cui uno
fungeva da obiettivo e gli altri tre da gruppo di controllo, per eliminare
risultati casuali. Questa volta, la miglior connessione con l’obiettivo
che potevamo offrire al pubblico era una fotografia, anche se non era-
vamo affatto sicuri che funzionasse. Mark decise che si sarebbe limi-
tato a fotografare i quattro insiemi di semi con una macchina normale
e me li avrebbe inviati la notte prima dell’esperimento.
In quel periodo avevo in programma una serie di conferenze in
diverse parti del mondo, circostanza che ci forniva l’opportunità
ideale per testare se l’esperimento potesse funzionare in situazioni
diverse e senza preoccuparci per la tenuta del sito. La prima meta
era l’Australia, un intervento di quattro ore di fronte a settecento
persone, in una conferenza prestigiosa.
La sera precedente al primo esperimento, Mark mi inviò le fo-
tografie dei quattro insiemi di trenta semi, ciascuno disposto in un
piccolo semicerchio su vassoi per la germinazione, contrassegnati
dalle lettere A, B, C e D, così che potessi includere ogni immagi-
ne su una slide della mia presentazione. Durante la conferenza del
giorno dopo, feci scegliere a una persona l’obiettivo tra i quattro vas-
soi di semi, poi proiettai semplicemente la fotografia di quello scelto,
guidando il pubblico nell’inviare l’intento che le piantine crescessero
più velocemente e in salute; nel mentre, come in tutti gli esperimenti
da quella prima conferenza di Londra, per favorire la concentrazio-
ne, trasmisi il brano “Choku Rei”.
Una volta conclusa l’operazione, chiamai Mark per avvertirlo,
dandogli così il segnale di piantare tutti i semi. Dopo cinque gior-
ni Mark raccolse i germogli e misurò la loro altezza in millimetri.
Dopo di che, fu costretto ad aspettare pazientemente per settimane

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che Gary, che doveva destreggiarsi tra la stesura delle proprie pub-
blicazioni e i frenetici orari di insegnamento, completasse i calcoli.
Gary aveva definito queste e le successive prove simili “Studi
sull’Intenzione”, ma per eliminare la possibilità che i risultati fossero
casuali o dovuti a qualche fattore diverso dai pensieri del pubblico,
dopo ciascun esperimento fece anche una serie di prove di controllo
completamente indipendenti. Gli scienziati, per eliminare la possi-
bilità che qualsiasi modifica rilevata nell’esperimento sia causata da
un elemento differente dall’agente stesso, conducono spesso studi
di controllo che mimano l’esperimento effettivo sotto ogni aspet-
to, senza però introdurre nessun agente di cambiamento. Nei nostri
studi di controllo Mark strutturò l’esperimento in modo che fosse
identico ai normali studi sul potere del pensiero, scegliendo e prepa-
rando altri centoventi semi divisi in quattro gruppi e selezionandone
uno a caso come obiettivo, solo che questa volta nessuno avrebbe
davvero inviato pensieri. Dopo un periodo di tempo prestabilito,
come negli esperimenti veri, avrebbe piantato tutti e quattro i gruppi
di semi, per poi raccoglierli e misurarli cinque giorni più tardi.
Se la crescita dei semi di questi controlli fosse stata identica o
molto simile a quella riscontrata negli esperimenti effettivi, ci sareb-
be stata la conferma che l’intenzione del pubblico era stata l’unico
agente di cambiamento. Questo studio doveva fungere da controllo
di secondo livello. Inoltre, ci avrebbe fornito il doppio dei semi da
confrontare, 1.440 in totale, dandoci così anche la possibilità di una
più elevata significatività statistica.
Conducemmo quindi altri due esperimenti con i semi d’orzo,
uno con un piccolo gruppo online e un altro di fronte al mio pub-
blico di un centinaio di persone presso l’Omega Institute, un cen-
tro per ritiri a Rhinebeck, New York, che offre corsi residenziali sul
potenziale umano.
Dopo l’esperimento di Rhinebeck, Gary analizzò i tre esperi-
menti. I dati erano promettenti. I risultati del primo e del secondo
esperimento erano significativi, ma quelli del terzo erano incredibili.
Mi inviò un primo grafico, per mostrarmi la differenza tra i semi

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che avevano ricevuto pensieri e quelli di controllo: uno scarto di
quattro millimetri che, per quanto piccolo sembri, è sufficiente per
essere significativo in uno studio scientifico. Concluse l’email con un
“interessante, vero?”.
Il terzo tentativo con il gruppo di Rhinebeck, con un pubbli-
co più limitato, aveva prodotto i risultati più importanti. Sembra-
va logico pensare che gli effetti dovessero essere tanto più marcati
quanto più grande fosse il gruppo, invece pareva proprio che non ci
fosse bisogno di una certa massa critica per agire sull’obiettivo. Ci
chiedemmo così se l’esito fosse dovuto a specifiche istruzioni sulla
crescita, all’esperienza del pubblico, costituito per buona parte da
meditatori esperti e altamente motivati, o magari anche al contesto
del ritiro, che permetteva di raggiungere un grado di concentrazione
più alto di quello della vita di tutti i giorni, in cui il tempo di inviare
le intenzioni era ritagliato dagli altri impegni.
Come qualsiasi scienziato confermerà, il dato che emerge da un
singolo esperimento non è significativo. L’esito può essere una pura
coincidenza, un risultato spurio, come lo definiscono gli scienziati.
Solo dopo diverse repliche si può affermare con una qualche certez-
za di aver individuato un vero effetto. Per dimostrare che ci erava-
mo imbattuti in qualcosa di reale, non ci restava altro che ripetere
l’esperimento.
Conducemmo altri tre Esperimenti di Germinazione: a Hilton
Head, in South Carolina, di fronte a cinquecento operatori della
tecnica di Contatto Terapeutico (Healing Touch); in un workshop
di centotrenta persone in una conferenza dell’Association for Glo-
bal New Thought a Palm Springs, in California; in un workshop
residenziale ad Austin, in Texas, con centoventi partecipanti. Dopo
il sesto esperimento, Gary condusse un’analisi formale dei risulta-
ti in cui, attraverso una serie di calcoli complessi, mise a confron-
to rispettivamente: la crescita dei semi scelti con quella dei semi
non scelti negli esperimenti; lo sviluppo di tutti i veri obiettivi degli
esperimenti con gli “obiettivi” degli studi di controllo; la crescita di
tutti i semi degli esperimenti con quella di tutti i semi degli studi di

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controllo. Utilizzò due metodi statistici, soprattutto per compensare
il fatto che alcuni semi non erano spuntati, mentre altri erano diven-
tati molto più alti del normale.
“In una sola parola, i risultati sono STUPEFACENTI” mi scrisse.
Come media generale, i semi che avevano ricevuto i pensieri negli
“Studi sul Potere dell’Intenzione” erano cresciuti decisamente più di
quelli del gruppo di controllo (56 mm contro 48 mm). Negli studi di
controllo non c’era differenza tra i semi oggetto dell’esperimento e gli
altri; i semi denominati “Semi Intenzione” degli studi di controllo mi-
suravano infatti 45 mm, 2 mm meno di quelli non scelti, mentre i semi
obiettivo erano più alti di tutti i quattro gruppi di ciascuno studio di
controllo. L’effetto dei nostri esperimenti era significativo dal punto di
vista statistico; c’era infatti solo una possibilità dello 0,7 per cento che
avessimo raggiunto questo risultato per pura coincidenza.
Per dare un’idea di quanto fosse significativo il risultato, immagi-
na di giocare a testa o croce con una monetina, cercando di raggiun-
gere un certo numero di “teste” di fila. Con il nostro esperimento
dovresti lanciare la monetina 143 volte per raggiungere lo stesso
risultato solo per coincidenza. I semi scelti nei veri “Studi sul Potere
dell’Intenzione” erano cresciuti molto di più di quelli “scelti” negli
studi di controllo, con una possibilità dello 0,3 per cento che l’evento
fosse dovuto al caso, come una monetina lanciata 333 volte.
Ma l’effetto più forte di tutti emerse quando confrontammo i
dati relativi alla crescita delle piante degli effettivi “Studi sul Pote-
re dell’Intenzione” con quelli della crescita di tutte le piante degli
esperimenti di controllo. Il giorno in cui inviavamo i pensieri, tutte
le piante degli “Studi sul Potere dell’Intenzione” crescevano più di
quelle degli esperimenti di controllo, con il record assoluto negli
esemplari che ricevevano i pensieri, come se ci fosse una specie di
comunicazione tra tutti i semi coinvolti. Questo risultato, con una
possibilità su 10 milioni che si trattasse di una semplice coinciden-
za, era sbalorditivo.
Cosa significava? L’intenzione aveva un “effetto a pioggia”?
Gli esseri viventi sono influenzati dall’energia del pensiero umano

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dell’ambiente e non dalla sola energia di due entità in comunica-
zione tra loro? Pensai a un esperimento dello psicologo olandese
Eduard Van Wijk, che aveva condotto numerosi studi sulle miste-
riose emissioni luminose scoperte da Fritz Popp. Van Wijk posi-
zionò un vaso con una semplice alga vicino a un guaritore e al suo
paziente, misurando poi le emissioni di luce dell’alga durante le ses-
sioni di guarigione e i momenti di riposo. Analizzando i dati, scoprì
notevoli alterazioni nella conta di fotoni del vegetale. Durante le
sedute di guarigione, la qualità e la velocità delle emissioni cambia-
vano in maniera significativa,2 per quanto anche i pensieri di guari-
gione provocassero alterazioni.
Gary scrisse i risultati di tutti i nostri esperimenti con i semi
d’orzo e li presentò al convegno annuale della Società per l’Esplo-
razione Scientifica (Society for Scientific Exploration), pubblicando
il riepilogo negli atti. Era il primo tentativo di dimostrare formal-
mente la validità dei dati dei nostri “Esperimenti sull’Intenzione”3
e la conclusione era inequivocabile: “L’intenzione di un gruppo può
avere effetti selettivi sulla velocità di crescita dei semi.”
Le implicazioni di questo piccolo, perfetto, esperimento mi met-
tevano in forte agitazione. Tra le righe neutre e caute del nostro mo-
desto articolo si celavano alcune profonde scoperte sulla natura della
coscienza. Avevamo più e più volte dimostrato che la mente umana
ha la capacità di spostarsi oltre il tempo e lo spazio e di connettersi
con altre menti, agendo sulla materia a distanza. In pratica, avevamo
dato prova di qualcosa di straordinario e profondo: che la mente
umana ha la capacità di operare non localmente.
La non località, anche definita, abbastanza poeticamente, “en-
tanglement”, è una strana proprietà delle particelle quantiche. Una
volta che particelle subatomiche, come gli elettroni o i fotoni, entra-
no in contatto3 continuano a influenzarsi per sempre, senza nessun
motivo apparente, anche a distanza o dopo tanto tempo e in assenza
di una forza fisica, come una spinta o una sollecitazione, in assenza
cioè di tutti gli elementi che di solito, secondo i fisici, sono necessari
perché un oggetto agisca su un altro.

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Quando le particelle entrano in contatto,4 ossia stabiliscono un
rapporto di entanglement, le azioni dell’una influenzeranno per
sempre l’altra, indipendentemente dalla distanza a cui si trovano.
Una volta connesse, lo stato di una particella si ripercuote subito sul-
la posizione della seconda. Esse continuano a parlarsi e quello che
accade a una è identico, oppure opposto, a ciò che accade all’altra.
Anche se i fisici moderni accettano senza difficoltà la non lo-
calità come una caratteristica propria del mondo quantico, sono
convinti che questa strana, controintuitiva proprietà dell’universo
subatomico non sia valida per qualsiasi oggetto più grande di un
elettrone. Quando si arriva al livello materiale del mondo in cui
viviamo, secondo loro, la materia comincia di nuovo a comportarsi
bene, seguendo le leggi di Newton, prevedibili e misurabili. Anche
se una manciata di studi su cristalli e alghe5 avanzava l’ipotesi che
la non località esista anche nel dominio delle grandezze misurabili
e che possa essere il principio guida della fotosintesi, questa pro-
prietà, “l’inquietante azione a distanza” del mondo quantico, per
usare il famoso detto di Albert Einstein, viene ancora considera-
ta prerogativa esclusiva del regno dell’infinitesimale e certamente
non attribuita alla coscienza umana.
Ciononostante, il nostro piccolo esperimento sui semi aveva di-
mostrato che era possibile creare effetti di non località nel mondo
del visibile, non solo tra le menti degli individui, ma anche su un
obiettivo in remoto. Un gruppo di persone a Sydney, in Australia,
aveva agito su semi che si trovavano nei laboratori dell’Università
dell’Arizona a Tucson, a circa 15.000 chilometri di distanza, solo
attraverso il potere di un pensiero focalizzato. E chi inviava le inten-
zioni non doveva nemmeno trovarsi nella stessa località: un gruppo
di persone sparse per il globo produceva lo stesso effetto di un grup-
po riunito nella stessa stanza. In qualche modo, come un paio di
elettroni in entanglement, le nostre menti individuali, distanti l’una
dall’altra, avevano stabilito una connessione invisibile in grado di
agire come una sola forza collettiva per modificare un gruppo di
semi, sempre a distanza.

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Cominciai a prendere in considerazione la possibilità che la co-
scienza umana possieda l’abilità di creare una specie di internet psi-
chica, permettendoci di essere in contatto con tutto in ogni momen-
to. Forse basta solo uno sforzo di concentrazione per fare il login ed
entrare in rete.

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Capitolo 4

Superare le barriere con la mente

Anche i gruppi del Potere dell’8 erano in grado di creare un’inter-


net psichica, come scoprii durante l’invio dei pensieri di guarigione
per John, che era stato vittima di vari incidenti in moto. La ma-
dre frequentò uno dei nostri workshop subito dopo l’incidente e ci
spiegò che il figlio aveva subito un grosso danno al collo e a diverse
vertebre. I medici le avevano detto che le lesioni alla spina dorsale
erano così gravi che rischiava di restare tetraplegico.
Quel fine settimana, la madre di John chiese al gruppo di manda-
re un’intenzione speciale al figlio. Due mesi dopo mi scrisse per rag-
guagliarmi sugli sviluppi della situazione: dopo l’invio dei pensieri
di guarigione provato prima con noi e poi continuato con i membri
della famiglia, il figlio aveva iniziato a usare la parte superiore del
corpo ed era persino riuscito a muovere gli alluci.
“Sta sperimentando un recupero incredibile. Probabilmente è
guarito all’85 per cento, cosa che, secondo i medici, avrebbe richiesto
dai sei mesi a un anno, non sei settimane!”.
Se i notevoli progressi di John erano in qualche modo legati al
gruppo del Potere dell’8, erano stati ottenuti senza che nessuno dei
membri avesse legami con lui: nessuna connessione in tempo reale,
né foto, né conoscenze pregresse su di lui o sulla zona in cui viveva,
nessun rapporto tranne sua madre e i suoi pensieri per lui.
Iniziai a ipotizzare che un circolo di “preghiera” di gruppo creasse

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un ambiente adatto a potenziare la guarigione e che il gruppo avesse
la capacità di creare una qualche specie di connessione invisibile, lo
stesso tipo di connessione straordinaria di cui eravamo stati testimo-
ni con gli esperimenti sul potere dell’intenzione globali.
Decisi di studiare più a fondo questa connessione nei nostri espe-
rimenti globali, lavorando su qualcosa di diverso da piante e semi e
collaborando con un altro scienziato per dimostrare che i risultati
degli studi sulla foglia e sui semi non erano dati casuali prodotti da
un solo laboratorio. Contattai un fisico russo di nome Konstantin
Korotkov, docente al Politecnico di San Pietroburgo, oggi ITMO
University (Russian National University of Information Technolo-
gy, Mechanics and Optics, ex Università Statale di San Pietrobur-
go). Korotkov aveva perfezionato le idee e gli strumenti di Popp
dopo aver scoperto che le deboli emissioni di luce erano molto più
facili da misurare se attraversate da un campo elettromagnetico che
le amplificava centinaia di migliaia di volte, rendendone più sempli-
ce la quantificazione.
All’età di ventiquattro anni, Korotkov, quando già si stava facen-
do un nome come studioso di meccanica quantistica, era rimasto
affascinato dal lavoro di Semyon Davidovich Kirlian. Questo inge-
gnere russo aveva scoperto che, quando un qualsiasi conduttore di
energia, inclusi i tessuti umani, viene posto su una lastra di materiale
isolante, come il vetro, ed esposto a una corrente elettrica ad alto vol-
taggio e ad alta frequenza, attorno all’oggetto si genera una corrente
di bassa intensità; questa debole corrente, a sua volta, crea un alone
di luce colorata che può essere impresso su una pellicola fotografica.
Kirlian aveva fatto affermazioni forti su questa luce,1 sostenendo che
le sue fotografie rivelavano nientedimeno che il campo di energia
di un essere vivente e che lo stato di questo campo, o aura, come lo
definì, ne rifletteva le condizioni di salute.
Alla fine Korotkov trovò la maniera per migliorare questo siste-
ma rudimentale e catturare la luce misteriosa in tempo reale, sol-
lecitando i fotoni di un sistema vivente: li stimolò a entrare in uno
stato eccitato perché brillassero milioni di volte più intensamente

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del normale. Sviluppò la GDV Camera (Gas Discharge Visualization,
visualizzazione della scarica dei gas), un macchinario che si serviva
della tecnologia ottica più avanzata, di matrici televisive digitali e
di un potente computer, un misto di fotografia, analisi dell’intensità
della luce e riconoscimento automatico di strutture. Un programma
estrapolava poi i dati dall’immagine in tempo reale del “biocampo”
che circondava l’organismo e ne deduceva lo stato di salute.
Al nostro primo contatto, Korotkov aveva cinquantacinque anni
ed era una figura pubblica ben nota che era riuscita a conferire un’aria
di legittimità alla fotografia Kirlian e al concetto dei campi energe-
tici umani. Aveva scritto cinque libri sull’argomento2 attraendo l’at-
tenzione del Ministro della Salute russo, che riconobbe l’importanza
della sua invenzione per misurare lo stato di salute e la diagnosi delle
malattie. Nel 2007 la GDV Camera era ampiamente utilizzata per la
diagnostica generale e per stimare il recupero postoperatorio,3 anche il
Ministero dello Sport russo aveva iniziato a interessarsi a Korotkov e
alle sue macchine, impiegandole persino per la valutazione fisica degli
atleti olimpionici. Fuori dalla Russia, migliaia di medici utilizzava-
no la sua strumentazione,4 fatto non sottovalutato dal Ministero della
Salute degli Stati Uniti; infatti, una parte dei fondi di Gary Schwartz
era destinata allo studio del “biocampo” con questa macchina.
Korotkov è un interessante paradosso: una figura agile ma mas-
siccia, dalla testa completamente rasata, taciturna e metodica sul la-
voro ed espansiva invece nella vita privata. Per quanto modesto sulle
sue famose invenzioni,5 ha un certo gusto le maniere plateali: per
esempio, una volta arrivò a un evento formale in Giappone vestito
con un kimono tradizionale, brandendo una spada da samurai. An-
che se gode della notorietà che gli deriva dalle applicazioni pratiche
delle sue scoperte, in privato è estremamente interessato all’effetto
della coscienza umana sul mondo fisico ed è dotato di una profonda
spiritualità, sviluppata dopo le tante scoperte straordinarie realizzate
nel suo lavoro. Nonostante l’educazione atea ricevuta in conformità
alla cultura dell’Unione Sovietica della Guerra Fredda degli anni
Cinquanta e Sessanta, si era sentito sempre più attratto dai grandi

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interrogativi sulla natura della coscienza, chiedendosi soprattutto
quanto durasse questa misteriosa luce dopo la morte del corpo fisico.
In una serie di esperimenti condotti verso la fine degli anni No-
vanta, Korotkov e il suo team esaminarono dozzine di uomini e
donne appena deceduti, scoprendo che, per diverse ore, la lumino-
sità della scarica dei gas dei viventi e quella dei cadaveri rimaneva
praticamente identica. Con il passare del tempo, i pattern luminosi
seguivano andamenti completamente diversi, che sembravano riflet-
tere la natura del decesso; quando le persone morivano con serenità,
spegnendosi poco per volta, lo stesso avveniva con le loro emissioni,
mentre quando la loro morte era più violenta, anche la luce subiva
cambiamenti più repentini. Chi moriva per cause naturali, nelle pri-
me cinquantacinque ore dopo il trapasso, emetteva onde luminose
di oscillazioni più ampie, che poi si riducevano progressivamente.
Per quanto i materialisti obiettassero che la luce fosse il semplice
residuo dell’attività fisiologica dei tessuti muscolari in decomposi-
zione, la letteratura medica forense ha stabilito con chiarezza che
le caratteristiche elettrofisiologiche del corpo subiscono un drastico
cambiamento nelle prime ore dopo il trapasso, per restare poi inalte-
rate o produrre oscillazioni costanti. I dati di Korotkov erano molto
diversi. L’unica conclusione possibile era che la luce si mantenesse
anche dopo che la vita era cessata, segnalando una qualche forma
di transizione. Korotkov scrisse un libro sulle proprie scoperte e in
privato sviluppò un’intensa spiritualità, considerando la “struttura
energetico-informazionale” un analogo di quella che viene spesso
definita “anima”, connessa ma essenzialmente indipendente dal cor-
po umano. Mentre continuava a lavorare per i vari ministri, cresceva
in lui anche l’interesse per lo studio della natura della coscienza,
soprattutto per l’effetto che i nostri pensieri hanno sugli altri.
Quando lo contattai per lavorare insieme, decidemmo che il pri-
mo esperimento sarebbe stato elementare: avremmo cercato di mo-
dificare l’acqua con i nostri pensieri in qualche maniera impercetti-
bile. Suggerì così di misurare uno dei cambiamenti più sottili, ossia
le variazioni della configurazione delle molecole d’acqua che, come

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oggi sappiamo, hanno la particolare capacità di operare in squadra.
Due fisici italiani dell’Istituto di Fisica Nucleare di Milano, Giu-
liano Preparata e il collega Emilio Del Giudice, ormai scomparsi,
avevano dimostrato che l’acqua ha una proprietà incredibile: le sue
molecole, infatti, quando vengono compresse in uno spazio ristret-
to, mostrano un comportamento collettivo, formando quelli che i
due scienziati definirono “domini coerenti”, come una potente luce
laser.6 Questi aggregati di molecole d’acqua, in presenza di altre mo-
lecole, tendono a diventare “corrieri di informazioni”, polarizzandosi
attorno a qualsiasi molecola carica, immagazzinando e trasportan-
done la frequenza in modo che possa essere letta a distanza.
In un certo senso, l’acqua è come un registratore, che imprime
un’informazione e la diffonde, a prescindere dal fatto che la molecola
originale sia presente o meno. Come osservato dagli scienziati russi,7
l’acqua ha la capacità di trattenere il ricordo dei campi elettromagne-
tici che le vengono applicati per ore e persino per giorni; anche altri
scienziati italiani dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Univer-
sità di Napoli Due e, più di recente, Luc Montagnier, premio Nobel
e co-scopritore del virus dell’HIV,8 hanno confermato le scoperte di
Preparata e Del Giudice: certi segnali di risonanza elettronica modi-
ficano in maniera permanente diverse proprietà dell’acqua. I team di
Roma e Napoli hanno comprovato inoltre che le molecole d’acqua si
organizzano in modo da formare una particolare struttura sulla quale
possono essere impresse informazioni d’onda. L’acqua sembra capace
di inviare il segnale, anche amplificandolo.
Come le piante, gli animali e le persone, i liquidi come l’acqua
“risplendono”. La GDV Camera è abbastanza sensibile da misurare
svariate dinamiche dell’energia dell’acqua e può individuare qualsiasi
cambiamento di emissione di luce sulla superficie del liquido, cam-
biamento che a sua volta dipende dalle modalità di aggregazione
delle molecole. Svariati esperimenti condotti dal team di Koroktov
su un’ampia gamma di liquidi biologici dimostrano che la GDV
è altamente ricettiva ai mutamenti dei contenuti chimico-fisici dei
liquidi, che non vengono rilevati dalle normali analisi chimiche. La

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strumentazione di Koroktov è riuscita a distinguere differenze in-
finitesimali,9 per esempio, tra campioni di sangue di persone sane
e persone malate, tra oli essenziali naturali e sintetici con la stessa
composizione chimica e persino tra acqua semplice e acqua in cui
erano stati aggiunti rimedi omeopatici ad alte diluizioni.

Per il nostro primo esperimento, Kostantin avrebbe riempito fino


all’orlo una provetta con acqua distillata e inserito un elettrodo con-
nesso a una GDV standard. L’obiettivo era misurare e mettere a con-
fronto i segnali emessi dall’acqua prima, durante e dopo l’esperimento.
Avremmo chiesto a chi mi seguiva via internet tramite il sito dell’In-
tention Experiment, la newsletter e le pagine dei social media di inviare
amore alla foto della provetta, nel tentativo di provare le affermazioni
del naturopata giapponese Masaru Emoto, anche lui scomparso, se-
condo il quale l’emozione può cambiare la struttura dell’acqua.
Il dottor Emoto era diventato molto famoso per una serie di
esperimenti informali, pubblicati nel Miracolo dell’acqua10 e altri li-
bri, in cui avanzava l’ipotesi secondo la quale i nostri pensieri resta-
no impressi nell’acqua. Aveva chiesto ad alcuni volontari di inviare
pensieri positivi o negativi all’acqua, poi l’aveva ghiacciata e ne aveva
fotografato i cristalli. Secondo Emoto, i cristalli che avevano ricevu-
to intenzioni positive avevano assunto meravigliose forme simme-
triche, mentre i campioni esposti a intenzioni negative, come paura,
odio e rabbia, avevano dato origine a configurazioni asimmetriche
e scomposte. Per quanto bizzarro sembrasse il suo lavoro, era stato
replicato con successo due volte dal dottor Dean Radin,11 noto pa-
rapsicologo e scienziato, capo dell’Institute of Noetic Sciences di
Petaluma, in California.
Ancora un po’ scottata dai problemi tecnici iniziali negli esperi-
menti con la foglia, mi limitai a pubblicizzare i lavori in programma
soltanto alla nostra community online, in modo da non sovraffollare
la piattaforma. Anche senza troppa promozione, si iscrissero miglia-

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ia di persone da ottanta Paesi, con una forte partecipazione da tutti i
continenti, compreso l’Antartide, e altre località remote in Indonesia,
Zambia, Costa Rica, Cina. La notizia si era diffusa, arrivando persino
allo stesso Emoto, che mi mandò un’email per augurarci buona fortuna.
La sera del giorno designato, Konstantin ci inviò una foto della
provetta, che postammo sul sito, rendendola visibile solo agli utenti
registrati per l’evento, poi accese la GDV Camera e mise su un CD
di Rachmaninoff per fargli compagnia, quindi si mise in attesa.
Ore dopo, una volta concluso l’esperimento, Konstantin controllò
i dati registrati dalla macchina e scoprì un cambiamento altamente
significativo. Le emissioni di luce dell’acqua erano aumentate d’in-
tensità, con un forte impatto anche sull’area totale delle emissio-
ni luminose, che si era modificata. Queste variazioni erano, però,
avvenute prima che iniziasse l’esperimento vero e proprio, si erano
fermate sei minuti prima del momento stabilito per l’invio dei pen-
sieri ed erano riprese solo dopo la conclusione. Quando mettemmo
a confronto i dati della fase dell’invio delle intenzioni con quelli dei
venti minuti precedenti, la significatività scomparve.
Forse la nostra intenzione era stata troppo passiva o generica e
avrebbe funzionato meglio se ci fossimo concentrati su qualcosa di
più specifico, come negli Esperimenti di Germinazione. Dopo tutto,
l’idea di un’emozione sfaccettata e molteplice come l’amore è alta-
mente personale, specie se inviata a un contenitore d’acqua. E un
buon numero di utenti erano riusciti ad accedere al sito in anticipo,
cosa che poteva aver alterato i risultati.
Decidemmo di ripetere l’esperimento, ma con tre importanti dif-
ferenze: avremmo inviato alla provetta un’intenzione molto specifi-
ca, chiedendo ai partecipanti di fare in modo che l’acqua “splendesse
sempre di più”; avremmo preparato una provetta di controllo, ossia
un contenitore identico con acqua distillata proveniente dalla stessa
fonte, sempre attaccato a una GDV; avremmo aumentato la durata
complessiva della registrazione dei dati.
Questa volta i risultati, una volta messi a confronto i rilievi del
contenitore di controllo, indicarono una differenza statistica alta-

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mente significativa nell’intensità e nella propagazione della luce
durante la fase di invio dell’intenzione e in quella successiva. Il par-
ticolare più interessante fu che le variazioni maggiori, rispetto alle
condizioni di partenza e di conclusione, erano avvenute nella fine-
stra dei dieci minuti di invio dei pensieri. Anche se il numero dei
partecipanti era leggermente inferiore a quello del primo tentativo,
ottenemmo un effetto molto più importante. Ancora una volta, le
dimensioni del gruppo non influenzarono in alcun modo i risultati
dell’esperimento.
Cominci da presupposti certi, costruisci un’ipotesi precisa, trovi un
modo per verificarla e poi ti fermi e stai a vedere dove arrivi, solo per
scoprire che qualcuna delle tue certezze fondamentali sull’Universo è an-
data in frantumi.
Degli undici esperimenti che eravamo riusciti a condurre con
successo, dieci avevano dato un riscontro positivo e tutti, tranne uno,
erano risultati statisticamente significativi; nel frattempo, però, ave-
vano mandato all’aria ogni nostra ipotesi iniziale sul possibile fun-
zionamento dell’intenzione di gruppo.
Cercai di esaminare ciò che avevamo imparato sugli eventi che si
stavano verificando. Eravamo riusciti a modificare l’acqua e le piante
con il pensiero, sia che ci trovassimo tutti insieme in una stanza, in
luoghi diversi o persino a migliaia di chilometri di distanza dall’o-
biettivo. E i nostri pensieri avevano influito sugli oggetti, anche se
non li avevamo mai mandati alla cosa in sé – che ovviamente si
trovava in un laboratorio lontano –, ma solo a una rappresentazione
simbolica: la sua fotografia.
Anche se l’unico punto di contatto era una fotografia su un sito,
i partecipanti avevano stabilito facilmente una profonda connessio-
ne gli uni con gli altri e con l’obiettivo. Sembrava che il pensiero di
gruppo creasse una rete psichica non locale a connessione istanta-
nea, dove la distanza tra i partecipanti non aveva più importanza,
anche quando non lavoravamo con obiettivi reali e intenzioni ma
solo con la loro rappresentazione fotografica, quasi fosse una bam-
bolina voodoo.

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Nei primi Esperimenti sull’Intenzione globali, Gary e io eravamo
partiti dal presupposto che fosse importante stabilire una qualche
connessione diretta tra partecipanti e obiettivo, motivo per cui all’i-
nizio insistevamo perché, durante l’evento, venisse mostrato tramite
webcam. Sia durante gli Esperimenti di Germinazione sia in quelli
con l’acqua, scoprimmo però che la coscienza umana può connet-
tersi a un obiettivo virtuale, influenzandolo, e che la connessione è
potente quanto quella con un obiettivo reale. Come sensitivi e altri
chiaroveggenti sostengono da anni, la rappresentazione simbolica di
qualcosa, come le coordinate su una mappa, permette alla mente di
puntare facilmente un obiettivo.
Nemmeno la dimensione del gruppo si era rivelata importan-
te; un gruppo ridotto di un centinaio di persone in una stanza di
Rhinebeck, lontano migliaia di chilometri dall’obiettivo, dimostrò
di avere la stessa potenza di un gruppo cinque volte più grande.
Il secondo Esperimento sull’Acqua di Korotkov, che contava una
partecipazione ridotta, produsse un effetto più ampio. Neanche la
distanza dall’obiettivo aveva alcuna influenza sull’esito. Il pubbli-
co australiano, a quasi 15.000 chilometri di distanza dall’obiettivo,
che si trovava a Tucson, in Arizona, ottenne gli stessi risultati di un
gruppo situato nel vicino Stato della California. Quando s’inviavano
pensieri a qualcosa, essere in numero maggiore o trovarsi più vicini
non era necessariamente meglio.
Un’altra strana proprietà del pensiero era che sembrava agire su
tutto ciò che si trovava lungo il suo percorso; i semi che facevano
parte di un esperimento, per esempio, subivano tutti una qualche
modifica, pur non essendo gli obiettivi specifici di quella parte dello
studio. Anche questo fenomeno aveva una grossa implicazione, per-
ché indicava che gli esseri viventi acquisivano informazioni dall’in-
tero ambiente e non soltanto dalla relazione tra due entità in reci-
proca comunicazione.
L’elemento più importante sembrava l’esperienza. I risultati più
incisivi si ottenevano con persone abituate a concentrarsi per in-
viare pensieri, come meditatori esperti o guaritori. Al più riuscito

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degli Esperimenti di Germinazione, in cui i germogli che avevano
ricevuto l’intenzione erano cresciuti il doppio rispetto al gruppo di
controllo, avevano partecipato cinquecento operatori professionisti
di Contatto Terapeutico. E tanto dagli Esperimenti di Germina-
zione quanto da quelli sull’Acqua avevamo imparato anche che più
eravamo specifici, più l’intenzione era efficace.
Questi primi esperimenti erano rudimentali, persino un po’ roz-
zi, ma avevano implicazioni enormi. Mettevano in discussione an-
che certe leggi newtoniane su cui poggia la fisica classica.12 Newton
descriveva un Universo ordinato, costituito da oggetti separati che
agivano nel tempo e nello spazio secondo leggi fisse, e una delle più
importanti era proprio la sua prima legge: ogni dato oggetto rimane
fermo o continua a muoversi a velocità costante, a meno che non
intervenga una forza esterna. Questa legge esprime uno dei fonda-
menti su cui si basano molte nostre certezze sul funzionamento del
mondo: la nozione per cui gli oggetti sono statici, separati e dotati
di confini ben definiti, a meno che non siano sottoposti a un qual-
che intervento fisico, a una certa forza come una spinta, un colpo o
una botta improvvisa. In effetti, tutte le leggi di Newton descrivono
oggetti che esistono indipendentemente l’uno dall’altro e hanno bi-
sogno dell’intervento di una certa energia fisica e quantificabile per
cambiare, persino per muoversi.
Pochissimo nei nostri esperimenti rifletteva qualcosa di poten-
zialmente ascrivibile alla visione newtoniana del mondo. Non fa-
cevamo niente a un oggetto: inviavamo pensieri a quell’oggetto. Gli
effetti che ottenevamo si avvicinavano più al comportamento in-
disciplinato del mondo della fisica quantistica, così come era stato
definito in origine da Niels Bohr e dal suo allievo, il fisico tedesco
Werner Heisenberg. Questi due scienziati riconobbero alcuni aspet-
ti fondamentali dell’Universo quantico. Nella dimensione dell’infi-
nitamente piccolo, gli oggetti non sono ancora proprio oggetti, ma
piuttosto nuvolette di probabilità, potenziali di ogni futuro sé possi-
bile dell’oggetto, ovvero quella che i fisici chiamano “sovrapposizio-
ne”, o somma, di tutte le probabilità.

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Oggi l’establishment scientifico accetta che nel mondo ermetico
dei quanti la materia fisica non sia solida e stabile, non sia anco-
ra qualcosa di definito, e che ciò che dissolve questa nuvoletta di
probabilità, trasformandola in oggetto concreto e misurabile, sia la
presenza di un osservatore. Una volta che gli scienziati osservano o
misurano effettivamente una particella subatomica, questa nuvoletta
di puro potenziale “collassa” in uno stato particolare e identificabile.
Le implicazioni di queste prime scoperte sperimentali nella fisica
quantistica, oggi chiamate effetto osservatore, sono sempre state pro-
fonde: la coscienza dell’essere vivente è l’agente che in qualche modo
trasforma il potenziale in reale. Nel momento in cui osserviamo un
elettrone o rileviamo un dato che lo interessa, contribuiamo a determi-
narne lo stato finale. Questo fatto ha sempre portato con sé un certo
numero di scomode implicazioni. Di queste, la più fastidiosa è la de-
duzione secondo cui la coscienza che osserva diventa l’elemento fon-
damentale della creazione del nostro Universo per cui, in realtà, non
esistono “oggetti” a sé stanti, indipendenti dalla nostra percezione.
Gli scienziati si sono sempre tenuti lontani da questa nozione
inquietante, accettando invece una visione del mondo più rassicu-
rante, per quanto improbabile, secondo la quale il regno di ciò che
è grande e visibile è governato da una serie di leggi, mentre quello
del microscopico da un’altra; inoltre, quando queste anarchiche par-
ticelle subatomiche iniziano in qualche modo a capire di far parte
di qualcosa di grande e visibile, ricominciano a comportarsi bene,
agendo in base alle leggi newtoniane, logiche e affidabili.
I nostri primi esperimenti avevano in parte intaccato qualcuno dei
principi fondamentali di questa visione del mondo chiara e determi-
nata, come la certezza delle dimensioni di tempo e spazio, la prima
legge di Newton e persino l’idea che il regno del grande e del visibile
e quello delle particelle invisibili seguano leggi differenti e distinte.
Sia i cerchi del Potere dell’8 sia gli esperimenti globali stavano,
inoltre, facendo emergere altro, qualcosa di fondamentale sulla co-
scienza umana e sulla sua capacità di oltrepassare i confini di oggetti
e persone, persino i limiti del tempo e dello spazio. Più volte ave-

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vamo dimostrato che la mente umana ha la capacità di operare non
localmente, di attraversare muri, mari e continenti e di modificare
la materia a migliaia di chilometri di distanza. Gli scienziati fanno
fatica ad accettare l’idea, proposta per la prima volta dal filosofo te-
desco Immanuel Kant, secondo cui il mondo non è possibile senza
di noi; è probabile, però, che in realtà l’effetto osservatore vada inteso
nel senso che, quando ci occupiamo di un oggetto in particolare,
concentrandoci su di esso all’unisono e articolando insieme una ri-
chiesta molto specifica, noi creiamo qualcosa.
Le nostre esperienze non confermarono le teorie del gruppo di
meditazione trascendentale secondo cui, per raggiungere un risulta-
to specifico attraverso il potere del pensiero, è necessaria una certa
massa critica. Un gruppo di cento individui in una stanza, concen-
trato e focalizzato sullo stesso pensiero, infatti, aveva ottenuto gli
stessi effetti di migliaia di persone sparse per il mondo e connesse
via web. Gli esiti dell’esperimento erano stati gli stessi, tanto che i
partecipanti si trovassero in un unico spazio o fossero sparsi per il
globo, uniti solo dal medesimo pensiero e da una pagina internet.
In effetti, come stavo iniziando a capire, l’intenzione funzionava
anche con un gruppo di sole otto persone. L’invio dei pensieri pro-
duceva risultati perché, potevo ipotizzare, in quel momento occupa-
vamo tutti lo stesso spazio psichico.
L’unica cosa che importava, l’unica cosa di cui sembrava esserci
bisogno, era un qualche tipo di gruppo.

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Capitolo 5

Il Potere del 12

I cambiamenti di cui ero testimone nelle Intenzioni della Settima-


na non potevano essere dovuti a un effetto placebo. Guarivano bam-
bini e persino feti. C’erano persone in coma o che non sapevano di
essere oggetto di un invio di pensieri. La piccola Isabella era nata a
Spokane, nello Stato di Washington, alla ventiquattresima settimana
di gestazione, pesava poco più di 600 grammi e aveva gli intestini
staccati, un’infezione da streptococco allo stomaco e polmoni deboli.
Due giorni dopo essere stata sottoposta a un’operazione all’intestino,
che doveva connetterne i vari tratti, sviluppò un’infezione e fu costret-
ta a subire un secondo intervento ai polmoni. Le furono somministra-
ti svariati antibiotici e fu interpellato uno specialista, che diagnosticò
che si trattava di un’infezione antibioticoresistente. I medici le attac-
carono un sacchetto da stomia. Sembrava un caso quasi disperato.
La madre si rivolse a noi perché la piccola fosse scelta come In-
tenzione della Settimana. Sette giorni dopo il nostro invio di pensie-
ri, Isabella fu sottoposta a un altro intervento, da cui uscì incredibil-
mente bene. Anche se i medici temevano una recidiva dell’infezione
da streptococco, che li avrebbe costretti a un’altra operazione, con
loro grande sorpresa i valori del sangue della piccola, causa dell’al-
lerta, tornarono rapidamente nella norma. Cominciò a crescere in
modo normale e, otto mesi dopo, fu dimessa dall’ospedale, comple-
tamente sana. La madre lo definì “un miracolo”.

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Jeuline, di Göteborg, in Svezia, doveva partorire, ma al bam-
bino che portava in grembo fu diagnosticato un raro e grave di-
fetto cardiaco, che avrebbe certamente influito sulla funzionalità
di cuore e polmoni. I medici temevano che il piccolo alla nascita
non sarebbe riuscito a respirare perché era probabile che i polmoni
fossero danneggiati. E anche se ci fosse riuscito, avrebbe dovuto
essere abbastanza forte da sostenere almeno tre diversi interventi
alle vene del cuore.
Prima della data del parto, Jeuline chiese di essere inclusa nel
cerchio dell’Intenzione della Settimana. Dopo l’invio dei pensieri, le
condizioni del figlio appena nato risultarono decisamente migliori
del previsto. I dottori si stupirono che riuscisse a respirare da solo
e che, dopo le poppate, la saturazione di ossigeno nel sangue salis-
se, visto che di solito nei bambini con problemi di cuore accade il
contrario. Il piccolo continuò a prendere peso e rimase in salute per
l’operazione che subì due mesi e mezzo dopo e, da lì in poi, diventò
sempre più forte.
“I medici sono sorpresi del suo aspetto sano e delle sue condizio-
ni di salute” ci scrisse allora la madre.
“Sta meglio di altri bambini con problemi di cuore analoghi. Un
piccino molto allegro, calmo e felice.”
Poi ci fu un’adolescente scappata di casa che tornò dai genitori.
Juracy, dal Messico, ci scrisse che la figlia di sedici anni se n’era anda-
ta. Stava per essere bocciata in matematica, trascorreva tutto il tem-
po libero andando a feste che finivano alle prime ore del mattino e
stringeva amicizia con ragazzi che la madre disapprovava. Il gruppo
inviò pensieri perché madre e figlia fossero più amorevoli l’una nei
confronti dell’altra, comunicassero con più onestà e rispettassero le
differenze reciproche. Svariate settimane dopo, ricevetti un biglietto
affettuoso da Juracy, in cui mi raccontava che la figlia, tre settimane
dopo l’inizio dell’invio delle intenzioni, era tornata a casa e aveva-
no cominciato a parlare in modo schietto e sincero. La figlia aveva
anche modificato i suoi profili sui social media che, da molto scuri e
sprezzanti, erano diventati allegri e colorati.

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Non sapevo a che cosa stessimo assistendo, se a una guarigione
di successo o a una semplice coincidenza. Il fatto che il processo
funzionasse su un bambino, e persino su un feto, e anche su persone
in stato di incoscienza o ignare degli sforzi fatti per loro conto ten-
deva a escludere un effetto dovuto all’aspettativa. Tutto questo era
in qualche modo legato a una specie di amplificazione del potere
dell’intenzione di gruppo?
Sto solo descrivendo questo fatto.
Non fingo di capire cos’è “questo”.
Sto imparando con voi.
Per anni, nei corsi del Potere dell’8, con queste frasi mi solleva-
vo da qualsiasi responsabilità: erano il mio modo per “lavarmene le
mani”. Non sono una guaritrice. Qui sono solo una giornalista. Dopo
essere stata testimone di tanti cambiamenti miracolosi nella vita
delle persone, per un po’ diventai persino indifferente. Oh. Un’altra
guarigione miracolosa. E allora?
Allo stesso tempo sviluppai una sorta di ossessione per la ricerca
di un precedente di questi effetti di guarigione collettiva. Qualcuno
doveva averci pensato prima di me. Certamente i circoli di preghie-
ra sono oggi parte integrante della maggior parte delle moderne
Chiese cristiane. Ma i miei gruppi del Potere dell’8 e dell’Intenzione
della Settimana, in alcuni casi, ottenevano guarigioni immediate. Mi
chiedevo che cosa permettesse a un gruppo di persone che si con-
centravano su un solo pensiero allo stesso tempo di produrre effetti
tanto potenti. Questo rituale doveva essere già stato scoperto e uti-
lizzato da una civiltà precedente.
Cominciai a cercare antichi cerchi usati per la guarigione e co-
minciai dal più famoso di tutti: Stonehenge, il gigantesco cerchio
preistorico in pietra a Salisbury Plain, in Inghilterra.
Gli archeologi non sanno ancora spiegare l’effettivo scopo di Sto-
nehenge e cos’abbia spinto una civilizzazione neolitica a trasportare
ottantadue rocce di ardesia di Carn Menyn per 250 km, dalle Preseli
Mountains, nel sud-ovest del Galles, fino all’attuale sede a Salisbury
Plain, quando ciascuna delle pietre pesa quasi tre tonnellate, richiede

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fino a trenta uomini per essere trasportata o trascinata con corde di
cuoio e trasferita su una nave che risalga il fiume Avon e il Salisbury
Avon per la fase conclusiva del viaggio. Molti ricercatori si rifanno
ancora a William Stukeley,1 il primo archeologo di Stonehenge, se-
condo cui la struttura mesolitica era un luogo di culto; come scrisse
all’inizio degli anni Venti del Settecento: “Entrando nell’edificio e
guardandosi attorno, osservando le rovine aperte, si viene trascinati
in una sorta di [cito letteralmente] stato di estasi, che nessuno riesce
a descrivere.” Altri erano convinti che il circolo di pietre funzio-
nasse come un enorme calendario, dal momento che la posizione
dei massi permette di identificare precisamente il solstizio d’estate e
d’inverno, nozione fondamentale per i tempi di semina e di raccolta
in un’epoca in cui non esistevano altri mezzi per calcolare le stagioni.
Ma nel mese precedente al nostro primo workshop, come scoprii
solo in seguito, il professor Timothy Darvill e il professor Geoff
Wainwright, due dei migliori archeologi britannici, dopo aver dato
vita a un progetto di tre anni e aver unito le loro scoperte all’ingiu-
stificato numero di ossa individuate in precedenza, avevano avanza-
to un’ipotesi diversa dai colleghi, dimostrando l’esistenza di traumi
di qualche genere.
“Lo scopo di Stonehenge era simile a quello di una Lourdes
preistorica” affermò Wainwright.2 “Le persone venivano qui per
essere guarite.”
“Inizialmente poteva essere stato un luogo per i defunti, con cre-
mazioni e celebrazioni a loro dedicate” aggiunse Darvill, “ma gros-
so modo dopo il 2300 a.C. il suo scopo cambia e viene utilizzato
soprattutto per i vivi, un luogo in cui guaritori specializzati e altri
operatori medici di quell’epoca si prendevano cura dei corpi e delle
anime dei malati e degli infermi.”
Darvill e Wainwright concentrarono gli studi sulle pietre in sé e
sull’antica credenza che le voleva imbevute di mistici poteri di guari-
gione, derivati soprattutto dalle acque delle fonti e dei pozzi che, nel
Galles, le avevano bagnate. Io, invece, ero interessata ai poteri che
venivano dalla loro collocazione. La posizione in cui erano sistemate

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non era casuale, creava un percorso in allineamento con il sorgere
del sole di piena estate. Le rocce di ardesia formavano un cerchio
all’interno di quelle che oggi appaiono come due file di pietre di-
sposte a ferro di cavallo.
Sul terreno gli archeologi hanno scoperto tracce che indicano la
possibile presenza di altre rocce. Forse, a compiere guarigioni non era-
no solo le pietre, ma anche i guaritori disposti in cerchio, dove la forma
stessa del cerchio aveva già in sé una capacità terapeutica. Dal momen-
to che sono centinaia gli antichi cerchi in pietra e legno sparsi per la
Gran Bretagna, Darvill non dubita che avessero un ruolo importante
nelle guarigioni, ma non ci sono prove che dimostrino che anche il
cerchio di persone fosse parte integrante del processo di guarigione.
Nei secoli la disposizione a cerchio ha assunto una speciale im-
portanza in molte culture e religioni, dal paganesimo Wicca alla
mistica cristiana. Si ritiene, per esempio, che la leggenda di Artù
e della tavola rotonda3 e della fratellanza medievale dei Rosacroce
abbia unito pratiche arturiane a quelle degli antichi esseni, arcaica
setta mistica di asceti che, secondo alcuni, avrebbe educato Gesù.
Contattai Klaas-Jan Bakker,4 gran maestro emerito dell’ordine
dei Rosacroce AMORC. Mi spiegò che i Rosacroce sono convinti
che i loro metodi di guarigione, prima usati dagli esseni, fossero stati
insegnati a Gesù. L’elemento che più si avvicinava ai miei cerchi del
Potere dell’8 era il Consiglio di Soccorso (Council of Solace), i cui
membri erano scelti proprio per guarire le persone. I rappresentanti
del consiglio di solito si connettevano al malato per assicurarsi che
fosse in grado di ricevere il trattamento, poi gli inviavano pensieri
appositi a certe ore del giorno, entrando in uno stato mentale di
grande concentrazione e visualizzando la persona guarita. Oltre alle
guarigioni individuali, ogni giorno a mezzogiorno, nei templi dei
Rosacroce, ha luogo una cerimonia di guarigione rituale, nel corso
della quale gli adepti inviano pensieri positivi di guarigione a chi ne
ha bisogno e al Pianeta. Certe altre pratiche, inoltre, offrivano alcuni
paralleli con la rete di connessione psichica5 che avevo scoperto nei
nostri esperimenti e cerchi.

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Dal momento che i Rosacroce sostenevano di aver ereditato le
loro pratiche dalla mistica cristiana, iniziai a studiare gli utilizzi re-
ligiosi più tradizionali del cerchio.
Molti libri della Bibbia, come gli Atti degli Apostoli, il libro di
Esdra e di Giona, parlano del potere della preghiera per invocare
l’intervento della protezione divina ed evitare catastrofi e, probabil-
mente, Santa Teresa d’Ávila introdusse la pratica dei piccoli gruppi
di preghiera nella Chiesa cattolica.5 I musulmani compiono il pelle-
grinaggio Hajj alla Mecca, dove formano cerchi concentrici per pre-
gare attorno alla Kaaba, antica costruzione e centro sacro dell’Islam.
Nell’ebraismo, in tutte le sinagoghe esiste un minian, ossia un grup-
po di almeno dieci membri (solo uomini nel caso di chiese ortodos-
se), una delle cui funzioni è di pregare insieme per la guarigione di
un membro della congrega. Quando i membri della congregazione
recitano la preghiera di gratitudine “Birkat HaGomel”, per ringra-
ziare di essere sopravvissuti a un’esperienza traumatica o a una ma-
lattia mortale, deve essere presente un minian. “Minian” viene dalla
parola ebraica maneh, che è collegata al termine aramaico “mene”, o
numero, soglia per raggiungere una certa massa critica di individui.
Ovviamente i gruppi di preghiera sono stati ampiamente impiegati
nella maggior parte delle religioni.
Studiando l’utilizzo dei gruppi di preghiera del mondo cristiano,6
m’imbattei in un vecchio sermone di Charles Spurgeon, predicatore
battista inglese del diciannovesimo secolo, che spiegava il significato
di un passaggio degli Atti degli Apostoli in cui si raccontava come
questi diedero vita alla prima Chiesa cristiana. Spurgeon si concen-
trava sul brano di Atti 1:12-14, che narra di come i dodici discepoli di
Cristo tennero il loro primo incontro di preghiera. Tornati dal Monte
degli Ulivi, vicino alla vecchia città di Gerusalemme, si riunirono in
una stanza superiore, che secondo alcuni storici sarebbe il Cenacolo
sul Monte Sion a Gerusalemme, e si misero tutti a pregare.
Secondo molti studiosi della Bibbia, il Nuovo Testamento fu
scritto in greco antico e, stando a Spurgeon, San Luca, medico greco
e stimato autore degli Atti, che avrebbe potuto essere testimone di-

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retto di alcuni eventi, per descrivere il metodo di preghiera di grup-
po dei cristiani scelse il termine “homothumadon”.
La parola homothumadon ricorre dodici volte nella Bibbia, so-
prattutto negli Atti, sempre per descrivere la natura della preghiera
degli apostoli. La versione autorizzata della Bibbia di Re Giacomo7
traduce homothumadon con la scialba perifrasi “di comune accordo”,
ma Spurgeon afferma che homothumadon, avverbio, sia in realtà un
termine musicale che indica il “suonare insieme le stesse note”. In
altri punti è stato reso “con un solo cuore e una sola mente”8 e, se-
condo Spurgeon, significa che gli apostoli pregavano “all’unisono, in
armonia e in modo continuato”.
Quando cercai la definizione di homothumadon, scoprii che nem-
meno quest’ultimo tentativo di resa trasmette la profondità dell’o-
riginale. Il vocabolo greco è composto da due parole: homou, che
letteralmente significa “all’unisono” oppure “insieme nello stesso
luogo allo stesso tempo”, e thymos, che indica l’“esplodere di un
sentimento” o anche lo “sfrecciare” ed è spesso impiegato per con-
ferire un senso di intensità di qualche genere: “riscaldarsi, respirare
in modo violento”, persino “disperarsi”. Combinate insieme, le due
parole evocano l’immagine musicale di, diciamo, una sinfonia di
Beethoven, cioè di note che si rincorrono appassionatamente se-
guendo percorsi diversi ma si armonizzano nella tonalità per co-
struire un finale in crescendo. Il termine enfatizza il fatto che gli
apostoli dovevano pregare come una singola unità appassionata,
con una voce sola. “Qui c’è uno dei segreti dimenticati della Chiesa
primitiva” annota Spurgeon. “Luca più e più volte ripete che ciò che
facevano lo facevano insieme. Tutti. Uniti e all’unisono.”
Secondo Spurgeon, Gesù considerava la preghiera un atto co-
munitario. Voleva che gli apostoli pregassero insieme, con gli stessi
pensieri e le stesse parole, come se fosse un’intenzione sostenuta da
tutti, insieme: e molti altri biblisti gli hanno dato ragione. Albert
Barnes, specialista in studi biblici e pastore presbiteriano america-
no del diciannovesimo secolo,9 sosteneva che homothumadon sotto-
lineasse che gli apostoli operavano “con una mente sola. La parola

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indica la loro totale armonia di pensieri ed emozioni. Non c’erano
divisioni, né interessi differenti né scopi discordanti”.
Pregare in questo modo può anche aver avvicinato ulteriormen-
te gli apostoli, dando loro una sensazione di indivisibilità; secondo
Robert Jamieson, A. R. Fausset e David Brown,10 commentatori
biblici del diciannovesimo secolo, tanto nella vita quanto nelle pre-
ghiere gli apostoli “erano uniti da un legame più forte della morte”.
Può essere stato Gesù stesso a consigliare questo metodo, sapendo
che i discepoli, nel preparare una rivoluzione religiosa, sarebbero
andati incontro a grandi difficoltà. Matthew Poole, teologo pro-
testante dissidente inglese del diciassettesimo secolo,11 sosteneva
che l’utilizzo della parola homothumadon indica proprio il senso di
unità di intenti degli apostoli di fronte ai problemi, senso di unità
che infondeva loro “una grande determinazione, nonostante tutte
le resistenze e ostilità”, in cui senza dubbio s’imbattevano nel cre-
are la prima Chiesa.
Molti studiosi di storia della Chiesa sono convinti che Gesù ab-
bia scelto consapevolmente questo tipo di preghiera a piccoli gruppi
per lasciare agli apostoli un metodo con cui insegnare ai membri della
Chiesa primitiva il nuovo modo di pregare, e come segno distintivo
d’appartenenza alla comunità cristiana. Secondo Frederic William
Farrar, membro del clero inglese, decano di Canterbury12 e arcidiacono
di Westminster, Gesù insegnò volutamente agli apostoli a pregare così
perché si allontanassero dalla “mera supplica individuale”: “I discepo-
li molto tempo prima avevano richiesto ‘Signore, insegnaci a pregare’
(Luca 11:1) e, nei tre anni trascorsi con Gesù, è molto probabile che la
modalità fornita loro come esempio avesse raggiunto proporzioni tali
da essere entrata nella prassi del culto.”
Ciò lascerebbe intendere che la preghiera di gruppo, con una sola
mente e un solo cuore, facesse esplicitamente parte del progetto per
la comunità della neonata Chiesa cristiana. Più di recente, Peter
Pett, pastore battista in pensione e docente universitario,13 ha so-
stenuto che la tecnica di pregare come un’unica fervente unità fosse
destinata all’intera congregazione della Chiesa.

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“Si sottolinea la totale e completa unità della Chiesa primitiva.
Discepoli e discepole godono di una parità non comune al di fuori
dei circoli cristiani. Pregano insieme come una cosa sola. La mag-
gior parte delle preghiere vere e proprie probabilmente si svolgeva
nel tempio, dove gli adepti si riunivano tutti i giorni con altri disce-
poli di Gesù” (Luca 24:53).
Lloyd John Ogilvie, ministro presbiteriano ed ex cappellano del
Senato degli Stati Uniti,14 ritiene che l’allora recente “movimento”
cristiano dovesse servirsi di questo nuovo tipo di preghiera comune.
“Nel loro obiettivo iniziale di creare un culto, si dedicarono alla pre-
ghiera comunitaria. Questo atto, più che vicinanza fisica, significava
unità spirituale.”
La preghiera, scrive Ogilvie, è fatta per essere un atto di relazione:
Se desideriamo che lo Spirito Santo infonda forza in
noi, individui singoli, dobbiamo esaminare le nostre
relazioni: abbiamo qualcuno da perdonare? Qualche
torto da riparare? Bisogno di portare conforto a una
persona? In quanto congregazioni, non possiamo ave-
re la forza dello Spirito finché non siamo una mente
sola e un cuore solo, finché non ci amiamo gli uni con
gli altri come Gesù ha amato noi e finché non sania-
mo tutte le relazioni compromesse.
Secondo alcuni studiosi, la versione originale dei Vangeli e degli
Atti degli Apostoli era in aramaico, lingua madre di Gesù. Se è così,
una parola che compare è kahda,15 avverbio che significa sia “insie-
me” sia “allo stesso tempo”.
I piccoli circoli di preghiera hanno costituito una parte fonda-
mentale della fase iniziale della formazione della Chiesa cristiana. In
effetti, piccoli circoli per l’invio di intenzioni potrebbero essere stati
utilizzati, se non inventati, da Gesù Cristo.
Nella Bibbia molti riferimenti al fatto che gli apostoli fossero “di
comune accordo” citano un atto di guarigione di gruppo. In Luca

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(9:1), Gesù diede agli apostoli “forza e potere […] per guarire le ma-
lattie” e li mandò in missione insieme, perché andassero di villaggio
in villaggio, in Galilea, ad “annunciare il regno di Dio e a guarire gli
infermi”. San Matteo notava inoltre che gli apostoli mandati alle
“pecore perdute della Casa di Israele” avevano il compito di “guarire
i malati”. Negli Atti, “fuori dalle città una grande folla”17 andava
verso Gerusalemme “portando i malati”, e “furono tutti guariti”. Nel
suo commento, anche Adam Clarke, studioso biblico metodista in-
glese del diciottesimo secolo, a proposito di homothumadon annota-
va: “Quando qualsiasi gruppo di fedeli di Dio si raduna con lo stesso
cuore e la stessa predisposizione spirituale, può ricevere tutti i doni
e le fortune di cui ha bisogno.”18
Pensai alle parole di Clarke,19 che a proposito di homothumadon
scrisse:
“Questa parola è molto espressiva: significa che tutti i loro pen-
sieri, sentimenti, desideri e speranze erano concentrati su un solo
obiettivo, avendo tutti in mente lo stesso fine; e, avendo nient’al-
tro che un unico desiderio, inviavano a Dio una sola preghiera e
ogni cuore la esprimeva. Non c’erano persone disinteressate né poco
coinvolte né indifferenti, tutte si dedicavano alla preghiera con ogni
parte di sé, e lo Spirito Divino scendeva a incontrare la loro fede e
la loro preghiera unita.”
Quando i loro pensieri erano focalizzati, concentrati e di gruppo. For-
se homothumadon si riferiva allo stato mentale necessario per i circoli
di guarigione che si tengono di prassi nelle Chiese cristiane, senza
una piena comprensione dello speciale potere di questa pratica. Tut-
to ciò lascia supporre che Gesù fosse consapevole del potere della
preghiera di gruppo e stesse trasmettendo quest’idea ai suoi disce-
poli. O forse, come credo, stava solo cercando di dire che Dio è in
ciascuno di noi, ma che il potere in gruppo si amplifica.
Cercai la parola greca ekklésia,20 che appare nella Bibbia 115 vol-
te, ma la dicitura “Chiesa” della versione di Re Giacomo non sem-
bra rendere bene il termine. Una traduzione più fedele è “assemblea
convocata o congregazione di persone che si incontrano con uno

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scopo specifico, un gruppo con un unico proposito, riunito in un
solo corpo”. “Chiesa” all’epoca non indicava l’edificio in sé e nemme-
no un’ampia organizzazione, ma semplicemente un piccolo raduno
di individui, come gli apostoli, “chiamati” a incontrarsi per pregare
come una sola fervente unità.
Probabilmente, l’idea originale di “Chiesa” di Gesù era qualcosa di
simile al Potere del 12. Si comincia da dodici, che imparano a pregare
insieme e poi diffondono la pratica. In uno dei primi capitoli degli
Atti, gli apostoli, dopo aver pregato insieme, pregano con un gruppo
di centoventi persone, tra cui Maria e i fratelli di Gesù, e pian piano
raccolgono altri adepti, insegnando loro a fare la stessa cosa.
In quello stesso capitolo degli Atti (1:15-26), infatti, gli apostoli,
subito dopo la Resurrezione, si dedicarono prima di tutto a cercare
qualcuno per rimpiazzare Giuda. Comunemente si crede che Gesù
abbia scelto dodici apostoli per rappresentare le dodici tribù di Isra-
ele, ma può esserci stata un’altra ragione per mantenere il gruppo di
dodici membri, anche se l’ultimo arrivato non era stato testimone
diretto degli insegnamenti di Gesù.
Il numero dodici per gli apostoli poteva aver avuto la stessa importan-
za della preghiera stessa.
Questa “assemblea convocata” combacia esattamente con la mia
definizione di circolo di guarigione. In effetti, mi resi conto che ho-
mothumadon ed ekklésia erano metafore perfette per il gruppo del
Potere dell’8: una comunità di individui che prega insieme con fer-
vore come una sola entità, formulando lo stesso pensiero di guari-
gione allo stesso momento. Quando le persone sono impegnate in
un’attività di grande coinvolgimento emotivo, come un cerchio di
guarigione, si trasformano da voce solitaria in sinfonia tonante.

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Capitolo 6

L’Esperimento sulla Pace

Arrivata l’estate, ero stanca di procedere con cautela, di occupar-


mi di semi e foglie nei miei esperimenti globali, ed ero pronta per
qualcosa di più impegnativo. Se un piccolo gruppo di preghiera che
si fondeva in una sola voce appassionata creava una qualche sor-
ta di entità virtuosa, quanto poteva ampliarsi quella forza di gua-
rigione su grande scala? L’ispirazione mi venne dalla mia amica
Barbara Fields, direttrice dell’Association for Global New Thought,
che aveva organizzato un progetto sulla pace incoraggiando la for-
mazione di gruppi in diverse città, e anche dall’idea di dichiarare
una Giornata internazionale della Pace a settembre. Chiamai Gary
Schwartz e lo informai che era ora di verificare se la mente collet-
tiva che analizzavamo negli esperimenti globali aveva il potere di
risolvere alcuni dei problemi più difficili del mondo reale. “Faccia-
mo qualcosa di davvero grande” proposi, “vediamo se riusciamo ad
abbassare gli episodi di violenza e a riportare la pace in una zona di
guerra. Dopo tutto, l’associazione per la Meditazione Trascenden-
tale ha condotto più di cinquecento studi per stabilire se gruppi di
meditazione abbiano la capacità di ridurre i conflitti, e alcuni hanno
prodotto risultati interessanti.”
“Se cerchi di intervenire su un fenomeno di questa portata, non
puoi limitarti a inviare pensieri per dieci minuti una sola volta e
pretendere che funzioni” mi rispose Gary. Ci chiedevamo come pro-

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cedere. Da bravo scienziato, Gary tende sempre a iniziare riprodu-
cendo qualsiasi struttura sperimentale abbia funzionato nell’ambito
in questione. “Dovresti partire dal lavoro dell’organizzazione per la
Meditazione Trascendentale” mi suggerì. Uno studio condotto su
24 città dimostrava che, quando l’1 per cento della popolazione me-
ditava con regolarità, il tasso di criminalità diminuiva di circa un
quarto, ottenendo risultati simili dopo aver esteso lo studio ad altre
48 città.1 Erano riusciti anche a dimostrare che, quando un certo
numero di praticanti esperti aveva indirizzato i propri pensieri alla
città di Washington, la quale nel 1993 aveva registrato un’impennata
di violenza, il tasso di criminalità era sceso.2
Nel 1983 l’organizzazione aveva persino condotto esperimenti nel
tentativo di ridurre i conflitti in Medio Oriente,3 scoprendo che più
alto era il numero di persone che meditavano sul conflitto tra arabi
e israeliani in Palestina, minore era il numero di vittime e di episodi
violenti complessivi tanto in Israele quanto nel vicino Libano.
Negli anni, l’organizzazione è stata perseguitata da voci secondo le
quali avrebbe truccato i dati, ma gli studi sembravano accurati e ben
controllati e prendevano in considerazione molti fattori, dal clima alla
stagione fino agli sforzi delle istituzioni per far rispettare la legge. Po-
tevamo imparare molto da loro. Le ricerche erano state pubblicate su
riviste scientifiche peer reviewed, sottoposte cioè a controlli da parte di
esperti di settore indipendenti. Ovviamente, la gran parte dei lavori
riguardava gli effetti di un’attività di massa passiva, come la medita-
zione, che si limita a cercare la pace all’interno del singolo individuo.
Io volevo portare la sperimentazione a uno stadio successivo, per ca-
pire quali effetti avrebbe innescato un gruppo composto da un gran
numero di individui che decidevano spontaneamente di concentrarsi
per ridurre il numero di morti e incidenti.
Casualmente, Gary conosceva il protocollo sperimentale utilizza-
to dall’Organizzazione per la Meditazione Trascendentale che, a suo
parere, avrebbe fornito al nostro Esperimento sulla Pace un modello
su cui basarci. Alcuni studi avevano esaminato l’effetto prodotto dalla
radice quadrata dell’1 per cento della popolazione mondiale, numero

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che, secondo l’Organizzazione, corrispondeva alla massa critica mini-
ma per determinare un cambiamento, e ammontava a settemila per-
sone che praticassero nello stesso posto per un determinato periodo
di tempo, come avevamo fatto nei nostri primi esperimenti. Sembrava
logico continuare con la finestra temporale di dieci minuti che aveva-
mo stabilito per l’invio delle intenzioni. “Gli esperimenti dell’Orga-
nizzazione per la Meditazione sono proseguiti per un minimo di otto
giorni” mi informò Gary, “dovresti fare lo stesso.”
Prima di parlare a Gary, avevo scritto a un mio contatto all’Orga-
nizzazione per la Meditazione, che aveva partecipato a molti studi, per
chiedergli qualche consiglio amichevole e informale. “La prima diffi-
coltà di questo tipo di ricerca è il reperimento delle fonti per i dati” mi
rispose all’inizio di luglio, “dati affidabili su misure interpretabili sono
difficili da reperire. La maggior parte delle statistiche governative è,
alla meglio, un report mensile e decisamente vecchio” mi spiegò, “ma c’è
qualcuno che si occupa di analisi degli eventi dei conflitti e forse puoi
attingere ai loro database.” Mi passò i nomi di alcuni possibili contatti.
A quel punto avevo messo insieme il mio dream team informale di
“saggi anziani”, come li chiamavo: Gary Schwartz; Jessica Utts, una
docente di statistica della California University di Irvine; il dottor
Roger Nelson, prima docente a Princeton e ora direttore del Pro-
getto di Coscienza Globale (Global Consciousness Project); Robert
Jahn e Brenda Dunne, del progetto PEAR di Princeton.
Per capire se un effetto è maggiore o minore del previsto, spesso
gli esperti di statistica si servono del metodo grafico per individua-
re una tendenza – ossia una tecnica per individuare un andamento
tendenziale di fondo o uno scarto da questo presunto andamen-
to – in una precisa finestra temporale. Jessica Utts, esperta di ana-
lisi statistica nella ricerca sulla coscienza, decise di elaborare una
previsione dei probabili livelli medi di violenza nei mesi successivi
all’esperimento, posto che le azioni di guerra proseguissero come
nei due anni precedenti. Se avessimo rilevato una grossa differenza,
avremmo avuto una chiara indicazione del fatto che il nostro invio
di pensieri aveva funzionato.

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Decidemmo che lo studio sarebbe durato una settimana, da do-
menica a domenica, e sarebbe cominciato il 14 di settembre per
finire il 21, Giornata internazionale della Pace. Trattandosi di un
esperimento pilota, all’inizio pensammo di limitare il numero dei
partecipanti, per evitare che il sito si bloccasse anche questa volta.
Siccome le cose si stavano muovendo in fretta ed ero sicura che
trovare un obiettivo sarebbe stato facile, decisi però di sfidare il de-
stino e di suscitare l’interesse della mia community annunciando
l’evento già a luglio.
Perché quest’attività potesse essere considerata un vero e proprio
esperimento e non un semplice gesto di buone intenzioni, doveva-
mo trovare qualcosa di quasi impossibile in guerra: una conta molto
precisa delle perdite. Tale requisito eliminava immediatamente aree
dell’Africa e del Medio Oriente e, di fatto, la maggior parte delle
zone di conflitto della Terra. Avevo bisogno anche di un obiettivo
abbastanza sconosciuto perché nessuno del mondo occidentale stes-
se già pregando in suo favore, in modo da aumentare la probabilità
che i cambiamenti fossero attribuibili al nostro invio di intenzioni e
non a una moltitudine di altri fattori. Ciò con cui avevamo a che fare
era così indefinito che dovevamo controllare qualsiasi imprevisto,
inclusa la possibilità di una “contaminazione” di intenzioni mandate
da altri che pregassero per il nostro obiettivo prima di noi: questo
infatti ci avrebbe impedito di sostenere che i cambiamenti erano
determinati dalla sola influenza mentale dei partecipanti. Dopo tut-
to, nel primo esperimento di Konstantin si era verificata una certa
“contaminazione” di pensiero quando i partecipanti erano riusciti ad
accedere al sito troppo presto.
Jessica Utts voleva utilizzare qualche annualità di dati settima-
nali sulle violenze, cominciando dai due anni precedenti il nostro
esperimento per finire qualche mese dopo, in modo da avere una
buona base statistica con cui eseguire i confronti. Ciò significava che
stavamo cercando una guerra in cui qualcuno avesse tenuto un conto
preciso dei decessi, li contasse da anni e fosse disponibile a rivelarci
il numero effettivo.

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Per tutta l’estate chiamai e mandai email a ogni organizzazione
per la pace del mondo mi venisse suggerita. Chiamai il Dipar-
timento per la Pace e le ricerche sui conflitti dell’Università di
Uppsala, in Svezia. Contattai lo United States Institute of Pea-
ce di Washington. Telefonai a centri per la pace e la gestione dei
conflitti di tre università. Tutti i dipartimenti avevano buone idee
ma pochi dati a disposizione. Qualcuno mi fece il nome di Joshua
Goldstein, che per un mese aveva registrato i caduti della guerra
in Israele, e poi di un docente di Harvard di nome Doug Bond,
che aveva ideato un sistema per raccogliere statistiche sulle vittime
delle due guerre degli Stati Uniti in Medio Oriente, ma non riu-
scii a mettermi in contatto con nessuno dei due. Jason Campbell,
della Brookings Institution, un’organizzazione pubblica non profit
di Washington, era un’eccellente fonte di dati sui caduti in Iraq,
ma le sue relazioni riportavano solo dati mensili, mentre io avevo
bisogno di cifre giornaliere o settimanali.
Il Worldwide Incidents Tracking System del governo degli
Stati Uniti, un sistema che teneva conto praticamente di tutti i
decessi legati ad azioni terroristiche nel mondo, offriva informa-
zioni solo fino a marzo. Avremmo dovuto aspettare circa otto mesi
dopo l’esperimento prima di scoprire se avevamo avuto un qualche
impatto. Quando decisi di chiamare l’organizzazione per ottenere
qualche dato più recente, scoprii che il sito non aveva né un nu-
mero di telefono né altre informazioni di contatto e nemmeno
comparivano sul web o sugli elenchi telefonici. Telefonai allora al
Dipartimento di Stato a Washington e nessuno sembrava aver mai
sentito parlare dell’organizzazione. Mi passarono un dipartimento
dopo l’altro, finché finii in linea con il Centro antiterrorismo, una
specie di unità super segreta del Dipartimento di Stato. La perso-
na all’altro capo del telefono sembrava sorpresa del fatto che fossi
riuscita a mettermi in contatto con loro e rifiutò di dirmi chi era,
ma si mostrò comunque estremamente interessata all’uso che in-
tendevo fare delle informazioni relative a due anni di decessi nelle
guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan e al motivo per cui l’attività ter-

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roristica m’incuriosiva tanto. Dopo pochi minuti non mi disse più
nient’altro e cominciò a informarsi su di me e sul mio numero di
previdenza sociale.
Iraq Body Count, un sito che tutti i giorni pubblica un buon re-
soconto delle morti legate alla guerra in Iraq, era gestito da volontari
che, come mi scrissero, erano già fin troppo impegnati “solo a docu-
mentare il massacro giornaliero”.
Stavo cominciando ad agitarmi parecchio. A quel punto era già
fine agosto, al nostro esperimento mancavano 19 giorni e non avevo
ancora un obiettivo plausibile, situazione particolarmente stressante
perché si erano già iscritte seimila persone per partecipare. In quel
momento non avevo ancora pubblicizzato granché l’evento, perché
non ero ancora sicura che il sito avrebbe retto a un grande traffico
e avevo pensato di restare sotto i ventimila partecipanti, ma in rete
la notizia del progetto era già diventata virale. Parecchie importanti
organizzazioni – come Gaiam, H20m, l’Association for Global New
Thought, le persone che avevano collaborato al film What the Bleep
Do We Know!? e il suo sito ufficiale Oneness, la Brahma Kumaris,
Intent.com – avevano parlato dell’esperimento ai loro gruppi e tutti
i giorni si iscrivevano centinaia di persone nuove. Mi chiesi come
avevo potuto pensare che trovare la mia guerra perfetta e ben docu-
mentata sarebbe stato facile.
Una delle persone con cui ero in contatto mi consigliò di limitare
la ricerca a certe aree dello Sri Lanka, dove da venticinque anni infu-
riava una sanguinosa guerra civile. Con tutti gli obiettivi puntati sul
terrorismo islamico e sul Medio Oriente, questa parte di mondo era
stata perlopiù dimenticata dall’America. Poteva costituire il perfetto
obiettivo vergine. Potevo essere certa che stava attraendo ben poche
preghiere dall’Occidente.
Dopo aver scritto senza successo ad altre quattro organizzazioni
con sistemi di registrazione dati, stavo per annullare l’esperimento
quando un mio contatto di Uppsala mi consigliò di cercare la Foun-
dation for Coexistence (FCE), a Colombo, in Sri Lanka, organiz-
zazione per la pace di quel Paese, che era stata tra le prime a dotarsi

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di un sistema di raccolta dati e teneva conto da anni dei decessi. Dal
momento che controllano in continuazione entrambe le aree del
Paese per ottenere le percentuali di decessi e di episodi di violenza
e inseriscono giornalmente le informazioni in un database, pensai
che sarebbe stato facile per loro fornirci i dati delle morti dei due
anni precedenti al nostro esperimento e poi resoconti regolari dopo
la settimana di intenzioni. Seguii così una serie di indizi che dalla
Brandeis University di Boston mi portò alla Manchester University
in Gran Bretagna e, infine, a Madhawa “Mads” Palihapitaya, diret-
tore dello sviluppo al Massachusetts Office of Dispute Resolution di
Boston e rappresentante dell’FCE negli Stati Uniti, che mi indiriz-
zò all’ex direttore dell’organizzazione, il dottor Kumar Rupesinghe,
noto attivista per la pace. Rupesinghe è il Gandhi dello Sri Lanka,
un ex editore che contribuì a fondare e ora guida l’FCE. Sotto la sua
direzione l’FCE aveva prodotto un modello per la risoluzione della
guerriglia e la coesistenza tra le Tigri per la Liberazione della patria
tamil, meglio conosciute come Tigri tamil o LTTE, forze ribelli ben
addestrate ed equipaggiate, e i singalesi della comunità principale.
Affrontando le cause di malcontento di entrambe le parti, l’FCE
aveva contribuito a ridurre la violenza nella provincia orientale dello
Sri Lanka e, di conseguenza, Rupesinghe aveva cercato di convin-
cere organizzazioni e governi di tutto il mondo a sviluppare pro-
grammi simili, per individuare focolai di allerta, costruire coalizioni
e condividere il peso degli avvenimenti nelle guerre civili.
Nonostante i primi progressi, ancora non si vedeva la fine delle
violenze né della guerra.4 Le Tigri si erano risvegliate per reagire
alle discriminazioni contro i tamil attuate dalla maggior parte della
popolazione e da venticinque anni sostenevano una campagna per
creare uno Stato tamil indipendente nel nord-est. In quel quarto di
secolo le Tigri erano diventate una macchina militare ben avviata,
segnando alcuni primati nell’attività terroristica: sono stati infatti
la prima organizzazione a inventare e a utilizzare regolarmente la
cintura esplosiva; la prima a reclutare con la forza bambini per le
attività terroristiche; i primi a scegliere donne come attentatrici sui-

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cide. Nel periodo del nostro Esperimento sulla Pace, avevano già
superato i trecento attacchi suicidi, il numero più alto in assoluto per
qualsiasi organizzazione, e realizzato i più audaci omicidi a sfondo
terroristico: le loro vittime comprendevano due leader mondiali, il
Primo Ministro indiano Rajiv Gandhi e il presidente dello Sri Lan-
ka Ranasinghe Premadasa, e un tentativo fallito su un terzo, l’allora
presidente dello Sri Lanka Chandrika Kumaratunga, che comun-
que perse l’occhio destro. Dieci mesi prima il nostro esperimento,
cercando di uccidere il ministro Douglas Devananda, una donna di
nome Sujatha Vagawanam aveva fatto esplodere una bomba nasco-
sta nel reggiseno e, anche se l’attentato non era andato a buon fine,
era stato registrato dal telefono di qualcuno e caricato su YouTube.
Negli anni le trattative per il cessate il fuoco si erano interrotte
quattro volte, dopodiché il governo del Paese aveva rinunciato de-
cidendo semplicemente di estirpare l’organizzazione con qualsiasi
mezzo necessario. Al massimo del loro potere, i tamil erano arrivati
a controllare tre quarti del territorio; al momento del nostro esperi-
mento le forze governative avevano riconquistato la zona orientale,
dove permanevano però le violenze, e i tamil avevano bloccato l’in-
tero nord del Paese, dove mantenevano la propria roccaforte, scac-
ciando più di 300.000 persone. Nel corso del lungo conflitto erano
rimasti uccisi circa 340.000 individui, e mezzo milione attualmente
viveva nei campi profughi. Il dicembre precedente, sia la Human Ri-
ght Watch sia Amnesty International avevano implorato il consiglio
dei diritti umani delle Nazioni Unite di porre fine alle violenze sui
civili di entrambe le parti.
Quando gli descrissi il nostro progetto, Rupesinghe fu ben felice
di condividere con noi i suoi dati senza farci pagare nulla. Quello
stesso mese, infatti, l’FCE aveva avviato un’iniziativa porta a porta
contro la violenza, che si sarebbe conclusa con una cerimonia con
luci accese nella Giornata internazionale della Pace, la sera dopo il
nostro esperimento. “Chiederemo a tutto il Paese di alzare nelle case
una bandiera con il simbolo della nostra campagna, poi di accendere
una lampada e pregare o meditare per cinque minuti” mi scrisse, “la

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sera ci saranno veglie pubbliche in tutto il Paese, con candele e lam-
pade.” Stava contattando vescovi cattolici, leader cristiani, monaci
buddisti, maestri indù e imam musulmani perché facessero lo stesso
e guidassero i propri fedeli nella preghiera. “Siccome sarà domenica
e i cristiani andranno in chiesa, stiamo chiedendo loro di suonare
una campana” mi spiegò, “a tutte le religioni sarà chiesto di suo-
nare le campane secondo le proprie usanze.” Mi pregò di chiedere
ai nostri partecipanti di seguire il loro esempio e di accendere una
candela quella domenica conclusiva.
Non riuscivo a credere a una tale sincronicità: le nostre due cam-
pagne finivano lo stesso giorno. “Mi sembra un’ispirazione divina”
gli risposi.

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Capitolo 7

Pensare alla pace

Adesso avevo bisogno di un altro piccolo intervento divino, sotto


forma di un nuovo sito internet.
L’ultima grande difficoltà era capire come tenere l’esperimento
via web. La precedente piattaforma aveva rappresentato un’eccel-
lente soluzione a basso costo per gli esperimenti più piccoli e an-
che il primo tentativo di sfruttare la potenza di più server, ma non
ero sicura che l’attuale configurazione fosse sufficiente a gestire un
esperimento di questa portata. Come in precedenza, decidemmo di
condurre l’esperimento su una piattaforma diversa dal nostro sito
internet principale, per avere abbastanza potenza da gestire i nume-
ri. Mesi prima c’era stato presentato Jim Walsh, proprietario di una
grande azienda, che si era generosamente offerto di pagare un server
con prestazioni più elevate.
Jim aveva in mente un webmaster particolare per creare il sito
e gestire l’evento e gli inviammo tutte le specifiche di cui avevamo
bisogno; ci rispose però che, nonostante il server fosse disponibile,
il collega non poteva offrire l’hosting. Eravamo bloccati senza sito e
un buon webmaster. Non potevamo proprio permetterci di sborsare
migliaia di dollari per il team che ci aveva aiutato per i primi esperi-
menti con le foglie e i semi.
Eravamo arrivati al 4 settembre e mancavano dieci giorni alla data
fatidica. Mi trovavo di nuovo di fronte alla prospettiva di cancellare

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l’evento, quando mi ricordai che a un raduno quella stessa estate mi
erano stati presentati Sameer Mehta e i suoi colleghi, esperti web
designer di una società di servizi media che operava dall’India ed
era gestita da Tani Dhamija, nostra conoscente del Regno Unito.
Provai con loro e mi misi in contatto con Joy Banerjee e Sameer.
Quando spiegai loro la mia posizione, si offrirono generosamente
di mettermi a disposizione il tempo della loro azienda per allestire
l’esperimento ospitandolo sulla loro piattaforma, che era abbastanza
potente da gestire migliaia di visitatori. Non potevo crederci. Questa
volta l’esperimento non ci sarebbe costato assolutamente niente.
Sameer e il suo team crearono un sito a parte e una pagina di
iscrizione, apportando però una modifica sostanziale: per minimiz-
zare i problemi ai singoli computer e aumentare la possibilità di
partecipazione, le pagine sarebbero cambiate automaticamente nelle
varie fasi dell’esperimento. Così nessuno sarebbe riuscito ad acce-
dere al sito in anticipo, come era successo nel primo Esperimento
sull’Acqua di Konstantin.
Arrivato finalmente il 14 settembre, un tecnico della società si mise
a disposizione per aiutare chiunque avesse problemi a entrare nella
homepage. Come stabilito, nei dieci minuti dell’esperimento sarebbe-
ro stati trasmessi i nostri “Reiki Chants”. La maggioranza dei parte-
cipanti, me compresa, riuscì a collegarsi. Ero felicissima di vedere le
pagine cambiare al momento giusto, prima di tutto per rivelare l’obiet-
tivo, completo di una mappa dello Sri Lanka che, come evidenziato,
“era piagato da uno dei conflitti più sanguinosi in corso sul Pianeta”.
Cinque minuti dopo la pagina cambiò di nuovo passando alla
nostra intenzione, rappresentata da una foto di tre ragazzi abbrac-
ciati di circa dieci anni, un tamil, un musulmano e un sikh, ritratti
vicini all’immagine di una splendida cascata, il simbolo perfetto del-
la pace ritrovata.
Chiedemmo ai partecipanti di restare concentrati sulla seguen-
te intenzione: “riportare la pace e la cooperazione nella regione del
Wanni dello Sri Lanka e ridurre le violenze legate alla guerra almeno
del 10 per cento”. Avevo quantificato la nostra richiesta soprattutto

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dopo quanto era accaduto con l’Esperimento di Germinazione, che
aveva dimostrato come a una richiesta più dettagliata corrisponda
un risultato migliore.
Tutto sembrava funzionare alla perfezione ma, dopo il primo
giorno, scoprii che, per la quantità stessa degli utenti che cercava-
no di accedere al sito, qualche migliaio di persone aveva riscontrato
difficoltà. Si erano infatti iscritti in più di 15.000 e, alla fine, solo
11.468 riuscirono a partecipare. Le migliaia di persone che non era-
no riuscite a effettuare il login si unirono comunque dopo aver rice-
vuto l’URL dai tecnici della piattaforma. Furono presenti persone di
oltre sessantacinque Paesi e di ogni continente, tranne l’Antartide; i
gruppi più corposi provenivano da Stati Uniti, Canada, Regno Uni-
to, Olanda, Sudafrica, Germania, Australia, Belgio, Spagna e Mes-
sico, con qualche iscritto anche da destinazioni più remote, come
Trinidad, Mongolia, Nepal, Guadalupe, Indonesia, Mali, Repubbli-
ca Dominicana ed Ecuador. Raggiungemmo quasi il doppio della
radice quadrata dell’1 per cento della popolazione mondiale. Dal
momento che anche questa volta il numero di richieste era superiore
alla capacità del server, chiedemmo che fosse potenziata, soprattutto
per il weekend conclusivo.

Il primo riscontro sugli effetti del nostro tentativo fu allarmante.


La settimana dopo, infatti, lessi alcuni rapporti preliminari e i primi
dati raccolti da Hemantha Bandara dell’FCE sul tasso di decessi
nella settimana del nostro esperimento, che indicavano che proprio
in quei sette giorni gli episodi di violenza erano decisamente au-
mentati, raggiungendo i livelli più alti in assoluto nella finestra tem-
porale dei due anni presi in considerazione. I livelli di violenza nel
nord del Paese si erano innalzati proprio all’inizio dei nostri otto
giorni di invio di pensieri. Si era verificata un’improvvisa impennata
di attacchi e omicidi, determinata in particolare dal governo dello
Sri Lanka, che aveva condotto un’intensa campagna bellica di terra,

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aria e mare per stanare le Tigri tamil dalle loro ultime roccaforti
nel nord dell’isola. La marina governativa affondò due navi tamil
in una battaglia scoppiata al largo delle coste nord-orientali e, in
un’altra offensiva di tre ore lungo la costa nord-occidentale, uccise
venticinque oppositori. Le truppe ufficiali cinsero d’assedio anche la
roccaforte dei ribelli nel distretto di Kilinochchi, con le conseguenti
perdite di diciannove ribelli e tre soldati. Sull’altro fronte le Tigri
respinsero un’offensiva dell’esercito1 nella regione occidentale del
Wanni e, dopo una battaglia di ore, affermarono di aver abbattuto
venticinque soldati.
Con l’aumento dell’attività dell’esercito,2 il numero di morti e fe-
riti ebbe una forte impennata: negli otto giorni dell’esperimento, ci
furono 461 decessi e 312 feriti gravi, rispetto ai 142 decessi e ai 38
feriti della settimana prima.
Il governo annunciò che non avrebbe accettato negoziati né of-
ferto un cessate il fuoco finché le Tigri non avessero deposto le armi:
era determinato a scacciare una volta per tutte le Tigri dalla loro
ultima roccaforte. Le organizzazioni umanitarie cominciarono ad
abbandonare il distretto di Wanni perché la loro incolumità non era
garantita. I nuovi bombardamenti costrinsero più di 113.000 perso-
ne ad abbandonare le proprie case. L’ONU fece appello a entrambe
le parti perché smettessero di uccidere i civili. Tutto sembrava molto
più di una semplice coincidenza.
Oh mio Dio, continuavo a pensare. Siamo stati noi a provocare tutto
questo?
Poco tempo dopo la conclusione dell’esperimento, però, stando ai
dati settimanali fornitici dall’FCE, il numero di morti e feriti scese
moltissimo. Il tasso di decessi all’improvviso calò del 74 per cento e
quello di feriti del 48 per cento. Nel breve termine la riduzione percen-
tuale dei decessi relativa al periodo immediatamente successivo all’e-
sperimento non era particolarmente significativa paragonata ai tredici
giorni precedenti. La media degli omicidi, infatti, tornava praticamente
la stessa delle due settimane prima dell’esperimento e il numero di feri-
ti restava del 43 per cento inferiore a quello dei mesi prima dell’evento.

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Ecco il quadro immediato. In ogni caso, perché i nostri dati fosse-
ro significativi, dovevamo prendere in considerazione un periodo di
tempo più ampio, prima e dopo l’esperimento. Confrontando i dati
con gli avvenimenti dei due anni precedenti e con quelli del mese
o dei due mesi successivi, avremmo scoperto se avevamo innescato
qualche cambiamento significativo anche sul lungo termine: avrem-
mo verificato cioè se la percentuale degli episodi di violenza avrebbe
continuato a ridursi oppure se avevamo già ottenuto il massimo ri-
sultato possibile. Volevamo inoltre capire se l’effetto dell’intenzione
perdurava oppure era limitato all’immediato. Avrebbe influenzato
l’esito della guerra nel distretto di Wanni? L’unico modo per saperlo
era prendersi una pausa e osservare per un po’, fornendo a Jessica
Utts le statistiche settimanali di Hemantha e i dati dei decessi delle
province orientali e occidentali registrati nei due anni precedenti.
Con le statistiche dell’FCE, Jessica riuscì a elaborare un model-
lo che prevedeva i probabili livelli medi di violenza attesi nei mesi
successivi all’invio delle intenzioni, posto che le azioni di guer-
ra restassero le stesse. Usammo poi i dati delle settimane seguenti
all’esperimento per confrontare le stime di ciò che sarebbe dovuto
accadere con quello che era successo davvero. Jessica preparò un’a-
nalisi preliminare degli eventi del periodo considerato (detti anche
“serie storica”), fino alla settimana conclusasi con il 14 settembre,
avvalendosi di un modello autoregressivo integrato a media mobile
(ARIMA, Autoregressive Integrated Moving Average), modello che
aiuta a comprendere meglio il materiale a disposizione e a elaborare
previsioni per il futuro con dati che, come i nostri, non sono lineari
ma presentano fluttuazioni e diverse anomalie.
Alla fine di novembre Jessica preparò un trend quadratico, un
modello più complesso che forniva una buona spiegazione statistica
della distribuzione generale dei dati fino all’esperimento e un’ipotesi
plausibile di ciò che era possibile avvenisse durante e dopo l’esperi-
mento. L’analisi rivelò che, in effetti, durante la settimana delle in-
tenzioni la violenza aveva raggiunto livelli molto più alti del previsto
ma, nelle settimane successive, era scesa ben al di sotto delle stime

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attese. Il numero dei decessi aveva iniziato a crescere dalla settante-
sima settimana dei due anni considerati, aumentando in modo co-
stante di settimana in settimana, fino a raggiungere il record durante
il nostro esperimento per poi ritornare, una settimana dopo, a livelli
non più registrati da prima dell’intensificarsi dei combattimenti.
Ovviamente, avrebbe potuto trattarsi di una coincidenza. Dove-
vamo infatti considerare l’ipotesi che l’inasprirsi delle violenze nella
settimana dell’esperimento avrebbe potuto essere casuale e che il suc-
cessivo ridursi fosse la calma che spesso segue una battaglia. Dopo
tutto, le dimensioni dell’esercito dello Sri Lanka quell’anno erano au-
mentate del 70 per cento, così come quelle della sua flotta navale.
Nei mesi successivi gli eventi presero una piega ancora più stra-
ordinaria. Visti dalla prospettiva dei due anni, gli eventi della nostra
settimana di settembre si rivelarono fondamentali rispetto all’intero
conflitto durato venticinque anni. In quei sette giorni, infatti, l’e-
sercito dello Sri Lanka vinse parecchie battaglie strategiche, che gli
consentirono di ribaltare le sorti della guerra. Dopo il nostro esperi-
mento, l’esercito riuscì a spostare la zona di guerra nel territorio delle
Tigri. Nella spietata offensiva delle truppe governative, la guerra si
trasformò in un combattimento faccia a faccia.
A gennaio finalmente l’esercito cacciò i separatisti dalla capitale
di Kilinochchi. La settimana successiva, le truppe ripresero il con-
trollo dello strategico passo dell’Elefante e della città di Mullaitivu,
aprendo, per la prima volta dopo nove anni, il passaggio alla peni-
sola occidentale di Jaffna, punto in cui il territorio dello Sri Lanka
si collega all’istmo nord dell’isola, e liberando il distretto di Wanni,
nostro obiettivo. I terroristi tamil rimasti furono schiacciati in un
angolino di giungla, nel nord-est, di 330 chilometri quadrati. Dopo
tutte le vittorie decisive di settembre e gennaio, l’insolubile guerra
civile di venticinque anni giunse a una cruenta conclusione il 16
maggio, nove mesi dopo il nostro esperimento.
Siamo stati noi?
Certamente, a settembre, quando cominciammo, i ribelli avevano
ancora il controllo del nord e la fine delle ostilità non era prevedi-

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bile. Anche se ad agosto l’esercito aveva fatto qualche passo avanti,
ancora a maggio i commentatori non credevano nella possibilità di
un accordo pacifico. Quando notò che le percentuali settimanali più
alte di episodi di violenza e che le battaglie più importanti degli
interi sei mesi si erano verificate nella settimana del nostro esperi-
mento, Jessica commentò con due sole parole: “Strano, eh?”.
Volendo una conferma indipendente del fatto che si trattasse di più
di una coincidenza, chiamai Roger Nelson, ideatore del Global Con-
sciousness Project e membro del nostro team scientifico. Ex psicologo
dell’Università di Princeton, il dottor Nelson era affascinato dalla pos-
sibile esistenza di una coscienza collettiva, che poteva essere provata dai
dispositivi REG (moderni equivalenti elettronici di uno strumento ide-
ato dal gruppo PEAR che lanciava di continuo una monetina, produ-
cendo grosso modo la stessa percentuale di teste e croci). Nel 1998 Ro-
ger creò un programma centralizzato, in modo che i dispositivi REG,
sparsi in cinquanta località del globo e in funzione continua, riversas-
sero tramite internet un flusso ininterrotto di dati casuali in un solo
grande hub centrale. Dal 1997 Roger confronta quei risultati con gli
eventi che suscitano un grande impatto emotivo globale. Analisi con-
dotte con metodi statistici standard fanno emergere qualsiasi segnale di
“ordine”, ossia frangenti in cui i dati della macchina rivelano una de-
viazione rispetto alla normale casualità, e indicano se il momento in cui
quest’ordine si è generato corrisponde a un rilevante evento mondiale.
Nei decenni Roger ha confrontato le attività dei dispostivi con
centinaia di fatti salienti: la morte di Diana, principessa del Galles; i
festeggiamenti per il nuovo millennio; la morte di John F. Kennedy
junior e della moglie Carolyn; il tentativo di impeachment di Clin-
ton; la tragedia delle Torri gemelle; le elezioni dei presidenti George
Bush, Barak Obama e Donald Trump; l’invasione dell’Iraq e la de-
posizione del regime di Saddam Hussein. Emozioni forti, positive o
negative, anche alle elezioni presidenziali, sembravano produrre uno
scostamento dalla casualità, generando una specie di ordine.
Chiesi a Roger di studiare quanto successo ai dispositivi REG
durante il nostro esperimento.

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Da diverse analisi emerse che i macchinari avevano registrato un
cambiamento nella finestra dei venti minuti di meditazione in tutti
gli otto giorni dell’esperimento e che questi dati erano simili a quelli
registrati durante le meditazioni di massa condotte nelle aree in cui
si desidera abbassare il livello di violenza. Gli effetti, però, erano de-
cisamente più evidenti nei dieci minuti concreti dell’esperimento, che
corrispondevano al momento esatto in cui inviavamo l’intenzione.
Il risultato dell’Esperimento sulla Pace era convincente, ma non
si poteva considerare definitivo. Come qualsiasi scienziato confer-
merà, un solo risultato come questo in realtà non prova molto. C’e-
rano infatti troppe variabili: l’offensiva del governo dello Sri Lanka,
il naturale evolversi del conflitto, l’aumento e poi la riduzione delle
violenze. Senza dubbio, tuttavia, la nostra settimana di settembre
era stata la più importante in venticinque anni di guerra. L’azione
dell’esercito aveva acquisito slancio, consentendogli di rovesciare le
sorti dell’intero conflitto.
Siamo stati noi?
Risposta breve: chi lo sa?
Per dimostrare che le nostre intenzioni avevano influenzato l’e-
sito della guerra in modo determinante dovevamo ripetere l’esperi-
mento un certo numero di volte.
Intanto, però, avevo fatto un’importante scoperta. Per la prima volta
a metà ottobre decisi di inviare a tutti i partecipanti un sondaggio per
raccogliere le loro impressioni sull’esperimento e per controllare se il
sito avesse retto, permettendo al pubblico di accedere a tutte le pagine.
Fui spinta a mettere a punto il sondaggio anche dall’esperienza di
uno dei partecipanti del primo esperimento, che mi aveva lasciata per-
plessa. Un chiropratico di nome Tom, dopo aver partecipato all’espe-
rimento con la foglia alla conferenza di Los Angeles, aveva scritto a
Gary. Tom sosteneva di vedere l’aura della foglia e di aver notato una
luminosità diversa nei punti che erano stati bucati. “Entrai anche in
un profondo stato di alterazione. La stanza diventò molto buia e la
prima cosa che vidi furono le aure delle altre persone. Vedo aure abba-
stanza spesso, ma qui l’intensità era decisamente diversa.”

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All’epoca, visto che l’uomo sosteneva di vedere sempre le aure,
diedi poco peso alla cosa, considerandola un’illusione; la sua lettera,
però, aveva sollevato un grande quesito che mi era rimasto in testa
per mesi. Oltre a influenzare l’obiettivo dell’esperimento, quest’ulti-
mo esercitava un qualche effetto anche sul pubblico?
Quando cominciarono ad arrivare le risposte dei partecipanti fu
chiaro che alcuni effetti riguardavano anche loro.

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Capitolo 8

L’istante sacro

È come se il mio cervello fosse collegato a un sistema più ampio.


Così rispose al sondaggio uno dei partecipanti. E altre migliaia
di persone descrissero un fenomeno simile. Non si trattava di re-
soconti entusiastici di partecipanti soddisfatti. Erano descrizioni di
niente meno che uno stato di rapimento mistico. Sembrava che il
pubblico fosse entrato in una specie di unio mystica, la fase del cam-
mino spirituale in cui il singolo sperimenta una fusione completa
con l’Assoluto. È il momento in cui, come scrisse Santa Teresa d’Ávi
la,1 siamo “avvolti nell’amore divino”, in cui, come spiegò uno scia-
mano, “le cose spesso sembrano brillare”, l’attimo in cui, secondo la
descrizione del mistico cabalista Isaac d’Acri, la sua “brocca d’acqua”
diventa indistinguibile dalla “sorgente che scorre”. I sufi e altri mi-
stici islamici, i Kahuna delle Hawaii, i Maori, i Q’ero andini, i nativi
americani, saggi come G. I. Gurdjieff e infinite altre culture hanno
tutti cercato l’istante, oltre il tempo e lo spazio, in cui il senso di
individualità scompare e si esiste in uno stato di unione estatica. Un
corso in miracoli lo definisce “l’istante sacro”.2 È, in pratica, un orga-
smo spirituale, e sembrava che parecchi dei miei partecipanti l’aves-
sero appena sperimentato da soli, seduti davanti ai loro computer.
“Ho avuto la sensazione di essere entrato in un flusso palpabile
di energia che mi scorreva lungo le braccia e le mani e che sembrava
avere una direzione, una forza e una massa.”

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“Ho sentito una forte corrente attraversarmi il corpo.”
“È stato come se tutti fossero connessi alla mia pelle.”
“Era come se fossi immerso in un campo magnetico solido.”
“Non volevo abbandonare l’esperienza, tanto sembrava profonda.”
“La sensazione è sparita poco dopo l’esperimento.”
Mi chiesi cosa stesse accadendo. Avevo temporaneamente ipno-
tizzato 15.000 persone oppure partecipare a un’esperienza di gruppo
le aveva portate in uno stato di coscienza alterato? Ma la cosa più
strana era che i partecipanti erano entrati in quello spazio senza
sforzo, legati solo al potere di un pensiero collettivo.
La maggior parte delle descrizioni dell’unio mystica racconta di
esperienze avvenute individualmente, piuttosto che in gruppo, nel
corso di cerimonie sciamaniche o messe carismatiche, ma non sono
rare come si pensa. Alla fine della sua vita, lo psicologo Abraham
Maslow3 dedicò la propria attenzione a quelle che definì “esperien-
ze di picco”, considerandole un elemento comune della condizione
umana e non appannaggio esclusivo della mistica. Dissentiva deci-
samente dai resoconti storici che definivano queste esperienze ul-
traterrene. “È molto probabile, anzi direi quasi certo” scrisse “che
questi resoconti antichi, che parlano di rivelazioni sovrannaturali,
descrivessero invece un fatto perfettamente naturale.”
Il parapsicologo dottor Charles Tart definiva questo stato “co-
scienza cosmica”, termine coniato dallo psichiatra Richard Maurice
Bucke. Tart studiò le caratteristiche tipiche di questo stato in molte
culture e, come Maslow, scoprì alcuni tratti comuni. Il santo, il pro-
feta, il mistico, il canalizzatore, l’indigeno avevano tutti descritto il
momento trascendente in modo simile, con determinate caratteri-
stiche ben definite.
La maggior parte delle esperienze mistiche comprende una forte
componente fisica,4 un “senso di luce interiore”, come lo definisce
Bucke. E nel caso dei partecipanti all’Esperimento sulla Pace si era
trattato di una sensazione di energia palpabile. Prima che l’esperi-
mento cominciasse, anch’io percepii un’energia forte e quasi insop-
portabile che emanava dal computer, come un potente campo di

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forza, ma finché non lessi i sondaggi la consideravo solo una mia
fantasia. Parecchi raccontarono di sensazioni fisiche molto forti: for-
micolii alle mani, mal di testa, pesantezza o dolore agli arti, emozio-
ni amplificate, un’energia potente e quasi contagiosa che sembrava
emanare dal computer. Lori di Washougal percepì un senso di aper-
tura fisica nel petto. Teresa, di Albuquerque, disse che aveva avuto
la sensazione di essere parte di un improvviso aumento di energia,
“un po’ come immagino sarebbe trovarsi in un raggio traente di ìStar
Trekî. Venivo trascinata da questa gigantesca onda di energia e, allo
stesso tempo, facevo anche parte della sorgente di quest’onda.”
I partecipanti descrissero inoltre strane visualizzazioni dettaglia-
tissime, simili ad allucinazioni, e anche altre sensazioni, come odori:
“Un biancore luminoso che mi scioccò, portandomi alla consape-
volezza.” (Susan, Wolfe Island, Ontario, Canada)
“Una visione della rete di luce che circondava la Terra, con un
raggio che ne usciva, diretto allo Sri Lanka.” (Elizabeth, Port Town-
send, Washington)
“Soldati di entrambi gli schieramenti deponevano le armi in un
mucchio, poi li vedevo coltivare i campi in pace.” (Marianne, Bour-
nemouth, Gran Bretagna)
“Un grande gruppo di rifugiati che meditava e parlava con i sol-
dati.” (Coril, Pomona, California)
“Una chiara immagine di frecce che andavano avanti e indietro
nel buio, poi un’enorme cascata di luce indirizzata allo Sri Lanka.”
(Kathleen, Sonoita, Arizona)
“Un leggero profumo di acai, caprifoglio o vaniglia. Non ci sono
piante aromatiche né nel mio giardino né in quelli dei vicini.” (Lisa,
Las Vegas)
La maggior parte dei partecipanti aveva pianto per l’intera durata
degli esperimenti e non, come credevo all’inizio, per empatia con gli
abitanti dello Sri Lanka, ma per la potenza della connessione. “Il
primo giorno cominciai a singhiozzare” scrisse Diana da New Or-
leans, “non di tristezza ma perché la sensazione di essere collegata a
tante persone era travolgente. Era POTENTE.”

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“Quest’emozione fortissima” disse Verna da Llanon, nel Galles,
“veniva dal potere dell’esperimento in sé, nella fase di Potenziamen-
to. Non avevo mai provato niente di simile.”
La gran parte dei partecipanti ebbe la sensazione di non avere il
controllo né dell’esperienza né del proprio corpo. L’energia, l’inten-
zione in sé e la situazione di gruppo si erano impossessate di loro e
li dominavano. Non respiravano più da soli. Nell’occhio della mente
apparivano immagini che, come spiegarono, non erano state create
da loro. Erano entrati in un “intenso stato di alterazione”, “già predi-
sposto e pronto al loro ingresso”, “un canale per un potere spirituale
più profondo”, secondo Shyama di New York. In effetti c’era quasi la
sensazione di non poter tornare indietro, anche se lo si fosse voluto.
“Potevi solo seguire il flusso” disse Lisa da Frisco, in Texas.
“Era come se l’energia mi avesse attraversata. Mi riempì tutta e
cercò una via d’uscita” scrisse Geertje di Lierop, in Olanda.
“Era come avere il pilota automatico” raccontò Lars di Braed-
strup, in Danimarca. “Io conducevo l’esperimento e l’esperimento
‘conduceva’ me.”

Guardando fuori dall’oblò dell’Apollo 14 sulla strada di ritorno


verso la Terra, Edgar Mitchell, la sesta persona ad atterrare sulla Luna,
sperimentò un’unio mystica.5 Era cominciata con un travolgente senso
di connessione, come se tutti i pianeti e tutte le persone mai vissute
fossero collegate da una qualche rete invisibile. Aveva avuto la sensa-
zione di essere parte di un enorme campo di forza che univa ogni in-
dividuo, con i suoi pensieri e desideri, e ogni forma di materia animata
e inanimata: tutto ciò che faceva o pensava avrebbe influenzato il resto
del cosmo, e qualsiasi evento accaduto nel cosmo avrebbe avuto lo
stesso effetto su di lui. Era una sensazione viscerale, come se si stesse
estendendo fisicamente verso i confini più remoti dell’Universo.
Secondo Maslow, quando si entra totalmente in un’esperienza di
picco con ogni particella del proprio essere, si lascia indietro l’essen-

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102
za corporea. Edgar Mitchell si era trovato in uno spazio dove non
esistevano più il qui e ora e lo stesso era accaduto ai partecipanti
all’Esperimento sulla Pace: “Come sempre” scrisse un veterano alla
fine dei nostri esperimenti, “il tempo sembra fermarsi.”
Migliaia di partecipanti descrissero una simile sensazione di uni-
tà palpabile, in cui tutte le cose sembravano “un tutto infinito”, come
scrisse una volta William James.6 Avevano provato un profondo
senso di unità gli uni con gli altri e con gli abitanti dello Sri Lanka,
una sensazione “così intensa che riuscivo quasi a vederli e certamen-
te li percepivo” scrisse Marianne di Bournemouth, Gran Bretagna,
mentre Gerda di Antwerp, in Belgio, sentì sgorgare un amore em-
patico, “un flusso d’energia dalla Terra e da molto, molto più lonta-
no, dall’Universo”. Ramiro, dal Texas, ebbe persino l’impressione di
essere trascinato in “un’onda di luce”. Filippa di Mariefred, in Svezia,
raccontò di essersi “sentita luce che si univa a migliaia di raggi per
diventare una grande entità luminosa”. Eoin, da Dublino, disse che
era come essere “parte di una mente di gruppo”. Quasi tutti riferi-
rono di essersi sentiti sopraffatti da un’ondata di amore empatico, da
un profondissimo senso di unità con gli altri o da un’intensa sensa-
zione di connessione con gli abitanti dello Sri Lanka.
Maslow descrive nei dettagli anche un altro fenomeno, un sen-
so di conoscenza assoluta, “un’intuizione diretta della natura del-
la realtà che è autovalidante”, come la definì William James, come
se l’individuo avesse avuto accesso a qualche straordinario segreto
dell’Universo che, pur appena intravisto, gli lascia il senso della sua
perfezione e una certezza permanente sul futuro. Bucke descrisse la
propria esperienza mistica come la sensazione “che l’Universo sia
costruito e ordinato in modo che tutte le cose cooperino insieme per
il bene di ciascuna e delle altre, che il principio fondante del mondo
sia ciò che chiamiamo amore e che la felicità di tutti sul lungo ter-
mine sia assolutamente certa”. C’è spesso la percezione di Dio, ma
più come Assoluto che non sotto forma del dio antropomorfo di
alcune religioni organizzate, e una sensazione soggettiva di immor-
talità o eternità.

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In Le varie forme dell’esperienza religiosa, William James descris-
se l’esperienza di un sacerdote, il cui momento mistico fu come un
confronto faccia a faccia con Dio:
“La mia anima si spalancò come per congiungersi all’Infinito, e i
due mondi, quello interiore e quello esteriore, si fusero insieme. La
normale percezione delle cose attorno a me svanì. Per il momento,
non restava altro che una gioia e un’esaltazione inspiegabili. È im-
possibile descrivere con precisione l’esperienza. Era un effetto simile
a quello provocato da una grande orchestra, quando le singole note
si fondono in un’unica armonia che cresce, lasciando chi le ascolta
consapevole solo dell’elevazione della sua anima e quasi travolto dal-
le sue stesse emozioni.”
Per Edgar Mitchell questo momento fu come un’accecante epifa-
nia di significato, la sensazione che niente avvenisse a caso e potesse
turbare questa perfezione; quest’intelligenza naturale dell’Universo,
antica di millenni, che aveva forgiato ogni molecola del suo essere,
era responsabile anche del suo viaggio. Tutto era perfetto e, all’inter-
no di questa perfezione, anche lui aveva il suo posto. Molti parteci-
panti provarono lo stesso senso di perfezione e di unione con tutto
l’esistente. Clare di Salt Point, New York, scrisse di aver percepito
una specie di “forte connessione all’Universo. Niente conflitti. Nien-
te dubbi. Completezza nella quiete.” Era, secondo la testimonianza
di Geertje di Lierop, in Olanda, un senso di certezza, il sentirsi “in
contatto con tutto e a casa”.
Fondamentalmente, l’esperienza era risultata ineffabile, come se la
persona avesse raggiunto una dimensione dell’Universo diversa, che
non può essere paragonata a niente di più terrestre. Era uno stato di
coscienza così differente da qualsiasi altro avessero provato che non
avevano le parole per descriverlo, nemmeno con una metafora. Ana
di Cheriton, in Virginia, percepì il forte aumento di un’energia amo-
revole, che si verificò all’improvviso la sera dell’esperimento, senza
che avesse fatto nulla per provocarlo. La stanza sembrava “caricata”
di quest’energia d’amore. Più tardi si chiese se si fosse sentita così
solo per aver deciso di prendere parte all’esperimento e quell’energia

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fosse “fornita” dalla partecipazione. “Non era davvero analizzabile.”
Hielmie di Lierop, in Olanda, ebbe l’impressione di “diventare sem-
pre più grande, così grande da non riuscire a descriverlo”.
Stephen di Northampton, negli Stati Uniti, non percepì solo un
fortissimo senso di unità con gli altri partecipanti, ma anche una
potente connessione all’obiettivo specifico dell’esperimento, molto
più intensa, scrisse, “della sensazione di gratificazione per avere fat-
to qualcosa di buono; era quasi come se non fossi solo coinvolto
fisicamente nel processo, ma come se mi appartenesse, se io facessi
parte di lui e lui di me, una sensazione molto profonda e difficile da
descrivere, molto più che essere pienamente coinvolto”.

Nel libro Ecstasy: A Way of Knowing [Estasi: una via alla cono-
scenza], il sacerdote sociologo Andrew Greeley cita lo psicologo
Arnold Ludwig, il quale definisce le caratteristiche di uno stato di
coscienza alterato che, secondo Greeley, sono applicabili all’esta-
si mistica: alterazioni nel pensiero; diversa percezione del tempo;
perdita di controllo; cambiamenti nell’espressione emotiva; cambia-
mento dell’immagine corporea; distorsioni nella percezione, tra cui
visualizzazioni e allucinazioni; differente attribuzione di significati
e valori, specie per quanto riguarda lo stato mistico stesso, vissuto
come un momento di comprensione profonda; senso di ineffabile;
impressione di ringiovanimento. La maggior parte dei partecipanti
all’Esperimento sulla Pace aveva provato quasi tutti, se non tutti,
questi stati. Secondo Greeley, chi accedeva a questa dimensione ave-
va davvero la percezione di una realtà più grande.7
L’effetto dell’Esperimento sulla Pace sui partecipanti era dovuto
a qualcosa di diverso dal potere della suggestione. Era come entrare
in una dimensione diversa.

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Capitolo 9

Cervelli mistici

Durante i seminari che cominciai a tenere regolarmente, chi


prendeva parte ai gruppi del Potere dell’8, nel momento di invio del-
le intenzioni, viveva uno stato di trascendenza identico a chi aveva
partecipato al grande Esperimento sulla Pace: la stessa straordinaria
connessione fisica, la sensazione di percepire l’essenza della perso-
na a cui mandavamo energia di guarigione, gli stessi effetti fisici su
chi la riceveva (“formicolio alle mani e ai piedi e calore in tutto il
corpo”), le stesse emozioni travolgenti in chi inviava l’intenzione,
che percepiva “chiaramente, in modo tangibile, la bellissima, pura
energia di dono che veniva dall’intero gruppo”, la stessa impressione
di essere più grandi del proprio corpo, gli stessi effetti sul lungo ter-
mine (“dopo continuai a provare quelle sensazioni fisiche ed emotive
per parecchie ore”), la stessa potente sensazione di “tornare a casa”.
I partecipanti raccontavano del calore insopportabile e del senso
di energia, dicevano di aver raggiunto uno stato di meditazione più
profondo di quanto avessero mai fatto e di aver provato un senso di
connessione con gli altri membri del gruppo più intenso che mai.
Stavano cominciando ad agire “come una mente sola”. Durante
l’invio dei pensieri di guarigione, immaginavano che il destinatario
stesse bene e in salute sotto ogni aspetto, e molti raccontavano di
aver visto le stesse immagini degli altri, o comunque qualcosa di no-
tevolmente simile. Durante un corso in Olanda, un gruppo mandò

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l’intenzione che i problemi di schiena di una donna di nome Jan si
risolvessero. Quasi tutti i membri videro la stessa immagine molto
dettagliata, in cui la spina dorsale di Jan si staccava, si sollevava dal
corpo e si riempiva di luce.
Di recente, in un seminario in Kuwait, inviando intenzioni a uno
del gruppo con asma e febbre da fieno, tre persone videro un’imma-
gine identica del ricevente che camminava liberamente in un parco
senza essere infastidito dal polline. E in Brasile, Fernanda, che ave-
va fatto parte di un gruppo che inviava pensieri a una persona con
dolore all’anca sinistra, nella fase dell’intenzione sentì un intenso
prurito nello stesso punto del proprio fianco e, nel bel mezzo della
notte, si svegliò con un fastidio in quell’area. Il giorno seguente il
fastidio era svanito. Più tardi, in mattinata, scoprì che chi aveva ri-
cevuto l’intenzione si era svegliato nel medesimo istante e il giorno
successivo anche il suo dolore se n’era andato.
Quindi forse gli strani effetti fisici e mentali provati dai mem-
bri degli Esperimenti sull’Intenzione e dai gruppi del Potere dell’8
erano causati da uno stato mistico. Per un po’ pensai che i miei par-
tecipanti descrivessero semplicemente uno stato di coerenza del
cervello raggiunto tramite una profonda meditazione di gruppo,
ma abbandonai quasi subito l’idea. Nel caso dell’Esperimento sulla
Pace, nessuno condivideva lo stesso spazio. Ognuno delle migliaia
di partecipanti era seduto di fronte al proprio computer e quasi tutti
erano soli, connessi gli uni agli altri solo dal sito internet.
Avevo il “chi”, il “cosa”, il “quando” e il “dove”, gli elementi es-
senziali e basilari nella lista del buon reporter, ma non il “perché”
e il “come” i partecipanti entravano in uno stato di coscienza così
profondo. Ero consumata dal bisogno di trovare una qualche spie-
gazione scientifica. Studi effettuati durante gli stati mistici indicano
che il cervello subisce una trasformazione straordinaria.
Eugene d’Aquili dell’Università della Pennsylvania e il suo colle-
ga Andrew Newberg, un docente del programma di medicina nucle-
are dell’ospedale universitario, hanno dedicato l’intera carriera allo
studio della neurobiologia dell’Istante sacro. Come scrive Newberg:

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108
“Sappiamo che pratiche di meditazione dolci, come la Mindfulness,
portano a un miglioramento dell’umore, a un aumento dell’empa-
tia e della consapevolezza di sé. Ma l’Illuminazione è un’altra cosa,
contraddistinta da un improvviso e intenso cambiamento dello stato
di coscienza.”1 D’Aquili e Newberg condussero uno studio di due
anni esaminando le onde sonore di monaci tibetani e suore fran-
cescane in preghiera con la SPECT, o tomografia a emissione di
fotone singolo (Single-Photon Emission Computed Tomography), uno
strumento diagnostico per immagini ad alta tecnologia che indivi-
dua i movimenti del flusso sanguigno nel cervello. Newberg scoprì
che le sensazioni di calma, unità e trascendenza,2 come quelle che si
provano durante le esperienze di picco, determinano un improvviso
e marcato rallentamento dell’attività dei lobi frontali, corrispondenti
alla parte dietro la fronte, e di quelli parietali, posti nell’area poste-
riore e alla sommità della testa.
Lo scopo del lobo parietale è orientarci nello spazio fisico, facen-
doci capire dove sono l’alto e il basso oppure offrendoci un’idea della
larghezza di un passaggio, in modo da riuscire ad attraversarlo. Que-
sta parte del cervello è deputata anche a una funzione fondamentale,
forse la più importante: ti consente di capire dove finisci tu e dove
inizia il resto dell’Universo, grazie agli stimoli neurali costanti che
riceve dai vari sensi del corpo, che consentono di distinguere il “sé”
dal “non sé”. In tutti gli esperimenti sull’esperienza di picco, New-
berg e d’Aquili scoprirono che l’interruttore del “tu/non tu” si abbas-
sava repentinamente. “Nel momento in cui i partecipanti provavano
una sensazione di unità o di perdita di se stessi” scrive Newberg “re-
gistravamo un repentino calo nell’attività del lobo parietale.” Stando
ai loro cervelli, i monaci buddisti e le suore francescane avevano dif-
ficoltà a individuare il confine tra se stessi e il resto del mondo. “La
persona” annotò più tardi Newberg “ha letteralmente la sensazione
che il proprio sé si stia dissolvendo.”
Fondamentalmente, i monaci in meditazione e le suore in pre-
ghiera sperimentavano un “arresto totale” degli stimoli neurali nei
lobi parietali – tanto di destra quanto di sinistra – che induceva in

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loro la sensazione di una mancanza di confini spazio-temporali, una
“percezione di spazio infinito e di eternità”, associata alla mancanza
di limiti, anche in se stessi. “In effetti” annota Newberg “sparisce del
tutto il senso della propria individualità.”
A un’improvvisa riduzione dell’attività dei lobi frontali corri-
sponde un pari arresto della logica e della ragione, scrive Newberg.
“In genere, i lobi frontali e parietali sono impegnati in un dialogo
costante”, ma se l’attività di una delle due aree cambia radicalmente,
“il normale stato di coscienza subisce una profonda alterazione”.
Newberg scoprì che nella meditazione attiva, in cui l’obiettivo è
un’intensa concentrazione su determinati pensieri o su un partico-
lare oggetto, il confine tra il sé e il resto del mondo sfuma, mentre
diventa in un certo senso preponderante l’area dell’attenzione. An-
che a chi prendeva parte agli Esperimenti sull’Intenzione globali e ai
gruppi del Potere dell’8 veniva chiesto di concentrarsi intensamente
su un oggetto particolare, ed era possibile che, in qualche modo,
l’oggetto assorbisse completamente le menti dei partecipanti.
Il lobo parietale sinistro è soggetto a una diminuzione degli sti-
moli neurali, che determina nella persona una minore percezione
di sé, mentre il lobo parietale destro, a cui viene dato il comando di
concentrarsi più intensamente sull’oggetto dell’attenzione, non rice-
ve nessuno stimolo diverso dall’obiettivo.
Il cervello, allora, scrive Newberg, non può far altro che creare una
realtà spaziale servendosi dell’oggetto della contemplazione – il de-
siderio di portare pace, nel nostro caso – allargandola fino a che “la
mente la percepisce come l’unica profondità e ampiezza della realtà” e
la persona si sente completamente assorbita in un legame trascenden-
tale con l’oggetto dei suoi pensieri. Molti partecipanti avevano infatti
raccontato di un senso di unione mistica con lo Sri Lanka.
Newberg dichiara subito che quest’attività cerebrale è il riflesso
di un particolare stato di coscienza, e ne costituisce la caratteristica
distintiva, non la causa. Lo scienziato prende così le distanze dai
materialisti puri, secondo i quali questi stati sono completamente
indotti dal cervello, e sottolinea che la sua ricerca “sostiene la possi-

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110
bilità che esista una mente senza l’ego, una consapevolezza senza il
singolo” e che il suo lavoro fornisce un semplice “supporto razionale”
a questi concetti spirituali e alla mistica.
Il lavoro di Newberg fu ampliato dalle ricerche di Mario Beau-
regard, un neuroscienziato del Dipartimento di Psicologia dell’Uni-
versità dell’Arizona, che utilizzò una macchina per la risonanza ma-
gnetica funzionale (fMRI, functional Magnetic Resonance Imaging)
per analizzare l’attività cerebrale di un gruppo di suore carmelitane
durante intense esperienze spirituali. I risultati degli esperimenti
dimostrarono chiaramente che in quei momenti si attivavano re-
gioni diverse del cervello, legate alle emozioni, alla rappresentazione
del corpo nello spazio, alla coscienza di sé, all’immaginario visuale
e motorio e persino alla percezione spirituale, generando stati com-
pletamente diversi da quelli della normale veglia. C’erano forti in-
dizi a sostegno del fatto che, come mi spiegò Mario, nell’esperienza
mistica le persone uscissero letteralmente dalla propria mente per
entrare in uno stato di coscienza alterato.
Era possibile che l’ingresso in questo stato fosse favorito dalla
musica che facevo ascoltare in tutti i lavori di gruppo e gli esperi-
menti? Alcuni studi indicano che ritmi simili a quelli della musica
reiki che trasmettevamo possono indurre un’esperienza mistica, alte-
rando la normale attività dei lobi temporali.3 Nei miei esperimenti,
però, una buona percentuale dei partecipanti non era riuscita a se-
guire tutte le fasi dell’esperimento: si erano persi il Potenziamento
iniziale, non erano riusciti a sentire la musica o ad accedere a certe
pagine del sito. Ma non sembrava che queste circostanze avessero
influito in qualche modo sull’esperienza. Significava che l’elemento
essenziale, ciò che aveva attivato il meccanismo, era il far parte di un
gruppo creato allo scopo di pregare all’unisono.
Perché il pensiero collettivo permetteva di accedere a uno stato di tra-
sformazione così estremo?
La meditazione e la preghiera di gruppo certamente fanno nasce-
re tra i praticanti un senso di unità, ma non con l’intensità vissuta da
chi aveva preso parte all’Esperimento sulla Pace. Cercai di pensare

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ad altre esperienze che potessero indurre un’alterazione profonda
analoga, in particolare a quelle in cui le onde cerebrali dei parteci-
panti erano state studiate.
Una situazione paragonabile è quella della Chiesa pentecostale,
in cui chi partecipa alle funzioni finisce per essere così coinvolto da
parlare in lingue diverse. Il movimento pentecostale, nato agli inizi
del Novecento e poi ampliatosi con il movimento carismatico, co-
stituisce oggi un quarto dell’intero mondo cristiano. I membri della
Chiesa pentecostale credono che, parlando in diverse “lingue”, ot-
terranno i doni dello Spirito Santo e saranno in grado di guarire gli
altri e di fare profezie sul futuro. I membri della Chiesa, parlando di
quest’esperienza,4 sostengono che le parole escono attraverso di loro,
ma non sono loro a generarle in prima persona. Questo stato è soli-
tamente indotto dalla musica e dal canto in un contesto di gruppo,
all’interno di una congrega. Per combinazione, Andrew Newberg
studiò il cervello di un piccolo gruppo di membri di una Chiesa
pentecostale prima e dopo che avevano ricevuto il “dono delle lin-
gue”, per capire se la loro configurazione cerebrale fosse simile a
quella dei monaci e delle suore durante l’esperienza trascendentale.
Come nei precedenti studi, Newberg scoprì un improvviso calo
dell’attività del lobo frontale ma non in quella del lobo parietale, e in
effetti i pentecostali descrissero la loro esperienza come una conver-
sazione con Dio, in cui non perdevano il senso di sé e continuavano
a percepire Dio come qualcosa di distinto.
Newberg utilizzò anche le macchine SPECT e fMRI per stu-
diare le onde cerebrali dei medium e dei maestri sufi mentre esegui-
vano la Dhikr, una meditazione cantata e in movimento, rilevando
una configurazione identica a quella dei monaci e delle suore: una
sospensione dell’attività del lobo frontale e parietale, soprattutto sul
lato destro del cervello. Stando a Newberg, questo stato consentiva
di accedere più facilmente all’immaginazione creativa e a un senso
di unità. Inoltre, più si riduceva l’attività del lobo parietale e frontale,
più era probabile che i partecipanti vivessero tutte le fasi dell’illumi-
nazione. I cambiamenti più profondi si verificavano nei lobi frontali

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di destra, area del cervello associata al pensiero negativo e alle preoc-
cupazioni, cosa che potrebbe spiegare perché chi si trova in uno sta-
to di illuminazione spesso descrive sensazioni di gioia e benessere.
Oltre alla sensazione di unità, i miei partecipanti avevano anche
la forte percezione di aver preso parte a un’attività profonda e signi-
ficativa. “Sentivo che era importante fare qualcosa di simile” scrisse
Monica di Città del Messico. Alla fine dell’esperimento, erano pieni
di speranza, percepivano un senso di “solidarietà umana”, una fine
al loro senso di isolamento, sperimentavano “una connessione, una
collocazione e uno scopo profondi”, sentivano di far parte di “un
grande progetto globale”, di un “impegno” che dovevano prende-
re “molto seriamente”, con un “intenso coinvolgimento”. “Sentivo
che c’era qualcosa di più grande della mia piccola vita” mi raccontò
Barbu da Greenwich, nel Connecticut. “Sentivo l’obbligo di farlo”
scrisse Lynne, un medico di Seattle.
Nel suo libro Mysticism [Misticismo], Evelyn Underhill scrive
che il misticismo:
“Non è individualistico. Implica, infatti, l’abolizione dell’indivi-
dualità, della separazione, di quell’‘Io, me, mio’ che rende l’uomo un
soggetto isolato. Nella sua essenza, è un movimento del cuore che
cerca di trascendere i limiti della visione individuale per arrendersi
alla Realtà ultima: non per un guadagno personale, non per soddi-
sfare una curiosità sul trascendente, non per ottenere gioie ultrater-
rene, ma solo per seguire un istinto di puro amore.”5
Forse l’opportunità di stabilire un contatto profondo con persone
estranee in quella che è fondamentalmente la preghiera moderna
crea un profondo senso di completezza nel singolo ed è ciò che in-
tendeva Gesù con l’idea di pregare homothumadon. Ci distacchiamo
dal nostro stato di individualità per stabilire un legame puro con altri
esseri umani: stato familiare quando lo si prova, ma raro nell’epoca
moderna. Da un punto di vista neurologico, scrive Newberg, “quan-
do l’attività del lobo frontale si riduce all’improvviso e in maniera
significativa, logica e ragione si spengono. La percezione ordinaria è
sospesa, cosa che permette agli altri centri del cervello di percepire

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il mondo in modi intuitivi e creativi”. “Una diminuzione dell’attività
del lobo parietale” aggiunge “consente anche alla persona di provare
un’intensa consapevolezza di unità.”
Anche se i risultati dell’Esperimento sulla Pace ci avevano dato
molto su cui riflettere, alla fine, a meno di condurre altri studi, cosa
che avevo in mente di fare una volta che fosse trascorso un po’ di
tempo e avessi potuto raccogliere altre risorse, non erano significa-
tivi. Come iniziai a capire, però, la riuscita o meno dell’esperimento
mi sembrava sempre meno importante. Forse il successo del test non
aveva niente a che fare con l’esito effettivo.
Inviare intenzioni nella veste di gruppo creava quella che poteva
essere descritta solo come un’estasi di unità, una sensazione palpabile
di essere una cosa sola. Sembrava che attraverso di noi operasse un po-
tere cosmico che induceva una sensazione più volte descritta una sorta
di ìritorno a casaî. Le risposte dei partecipanti indicavano che l’invio
collettivo di pensieri elimina la separazione tra individui, permettendo
di entrare in uno stato di “consapevolezza divina”, di pura connes-
sione. Molti uscirono profondamente trasformati da quest’esperienza,
che rappresentò per loro la possibilità di accedere a una realtà di cui
avevano sempre ignorato l’esistenza.
Potevo accettare che le persone fossero toccate, persino cambiate
dall’esperimento e che si sentissero collegate agli altri e all’obiettivo,
ma poi cominciai a leggere risposte come queste:
“Ho sperimentato guarigioni molto specifiche tutti i giorni.”
“Ultimamente mi sono sentito radicato e anche equilibrato. Più
produttivo e deciso.”
Non avevo mai pensato che l’esperienza potesse avere effetti resi-
dui. I questionari compilati dai partecipanti sembravano il vero ful-
cro della questione e ribaltavano molte certezze della New Age sul
potere dell’intenzione, che si basavano sulla concentrazione esclusi-
va sull’oggetto del proprio desiderio.
La questione fondamentale non aveva niente a che fare con l’esito
dell’esperimento, ma era legata all’atto stesso della partecipazione.
Forse pregare insieme come gruppo permette di intravedere il co-

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smo nella sua interezza, esperienza in assoluto più vicina al miraco-
lo. E magari questo stato, come la fase di pre-morte, ti cambia per
sempre.

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PA R T E C I PA A L C O R S O L I V E

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