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Noam Chomsky: La linguistica contemporanea http://www.emsf.rai.it/articoli/articoli.asp?

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significativi nello studio del linguaggio in epoca moderna?
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All'inizio dell'Ottocento un grande linguista, Karl Wilhelm von
Humboldt, osservò che il linguaggio in qualche modo ci fornisce dei
mezzi finiti per usi infiniti. I mezzi che abbiamo per esprimerci
sono collocati nel cervello, il che significa che sono finiti, mentre
l'uso per il quale possiamo impiegarli è illimitato, sconfinato e
infinito. Già Cartesio però sosteneva che per capire se un'altra
creatura avesse una mente come la nostra, la migliore indicazione
stesse proprio nel suo poter usare il linguaggio in quel modo
creativo così caratteristico degli esseri umani. Egli intendeva
un'uso del linguaggio prima di tutto infinito e, in secondo luogo,
evidentemente non causato da situazioni esterne né da una
disposizione interna.

Ci può dire invece quando ci si è posti la domanda di come si


sia formata questa attitudine?

La questione di come possa essersi sviluppata questa capacità


creativa riguarda un altro aspetto dello stesso problema, che può
essere fatto risalire, ancora più in là di Cartesio, ai dialoghi
Platonici. In questo senso l'interrogativo si estende anche alla
spiegazione di come sia possibile agli uomini comprendere la
grande quantità di cose che di fatto comprendono, dato il carattere
limitato dell'esperienza disponibile. Se si considera più da vicino il
linguaggio, infatti, è possibile dimostrare facilmente che qualsiasi
bambino piccolo usa quei mezzi finiti per esprimere alcuni pensieri
limitati senza avere quasi nessuna esperienza pertinente. Quello
che si potrebbe definire "il problema di Platone", e cioè la
domanda, "Come è possibile sapere tante cose avendo esperienze
così minime?" può essere trasferita nel linguaggio traducendola
nella formula seguente: "Come si possono sviluppare i mezzi finiti
che ci mettono in grado di esprimere pensieri illimitati in maniera
creativa, non causata, ma appropriata?". Fino a circa cinquanta

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© Copyright anni fa non è stato mai possibile affrontare in modo molto preciso
Rai Educational tali questioni fondamentali, che pure sono state sollevate più volte
nel corso del tempo. L'idea, infatti, di un uso infinito di mezzi finiti
rimase una metafora fino al ventesimo secolo. Da allora questo
concetto è stato chiarificato anche in altri campi quali la
matematica, lo studio dei sistemi logici e la computazione.

Quali effetti ha prodotto in linguistica questa impostazione


del problema?

Il concetto di un uso infinito di mezzi finiti divenne molto chiaro e


comprensibile. Esso fornì gli strumenti intellettuali per affrontare
quei problemi che Humboldt, per esempio, riuscì a discutere solo in
modo metaforico e creò così le condizioni per convertire quelle
domande in un programma di ricerca veramente vivo. Solo allora,
infatti, fu possibile formulare un progetto di ricerca specifico, il
programma di grammatica generativa, con il quale si è cercato di
definire l'esatto sistema di principi e di modi di computazione usati
dal cervello nell'esprimere pensieri in quel modo illimitato. Non
appena si giunse a questo risultato, ci si accorse presto del fatto
che il materiale disponibile nelle grammatiche tradizionali o anche,
in maggior copia, nelle grammatiche strutturalistiche moderne,
non si avvicinava nemmeno lontanamente alla quantità di
conoscenze di cui dispone ogni persona normale o, di fatto, ogni
bambino piccolo.
Dalla formulazione precisa di questi principi, che collocavano il
problema su una scala diversa da quella che si poteva immaginare,
si arrivò ad approfondire il "problema di Platone", il render conto di
come questa capacità umana si fosse sviluppata. Le conclusioni a
cui si giunse riguardo tale questione non furono poi diverse da
quelle a cui giunse lo stesso Platone e cioè che questa capacità ha
potuto svilupparsi sulla base dell'esperienza solo perché era già
presente come parte di ciò che oggi chiameremmo la dotazione
biologica o genetica. Questi concetti furono sviluppati in quella che
fu definita la "rivoluzione cognitivista" degli anni '50 e che
rappresentò un cambiamento di prospettiva alquanto significativo
in relazione allo studio del comportamento, del pensiero e
dell'intelligenza umana. Si spostò l'attenzione dai comportamenti ai
meccanismi interni che rendono possibile quei comportamenti, e lo
sviluppo della grammatica generativa interna rientrò in questo
programma rappresentando, di fatto, un grande stimolo allo
sviluppo delle moderne scienze cognitive. Da quel periodo in poi
abbiamo assistito a molti sviluppi importanti nel tentativo di
formulare i principi che realmente rendono conto della nostra
conoscenza delle frasi espressive e di ciò che esse significano. Ci si
rese conto di come la complessità di questi meccanismi andasse
molto aldilà di quanto potessimo mai immaginare.

Professor Chomsky, secondo quali principi funziona il


linguaggio nell'ottica della grammatica generativa?

Qualsiasi sia l'aspetto del linguaggio che noi consideriamo, si tratti


del significato delle parole o del modo in cui le parole si combinano
in frasi, del modo in cui si possano formare certe costruzioni, come

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nel caso delle domande o anche delle relazioni semantiche tra


parole, oppure si tratti delle relazioni tra un pronome e un
antecedente o un nome, ci si affaccia subito su un vasto orizzonte
di complessità. Alle questioni tradizionali - come quelle citate -
sono connessi, inoltre, una serie di paradossi. Uno è quello per cui
sembra di essere costretti a creare sistemi di regole estremamente
intricati e complessi, in parte condivisi dalle varie lingue, e in parte
differenti da lingua a lingua. I tentativi comunque di affrontare gli
interrogativi connessi al "problema di Platone", di come si faccia ad
acquisire il sapere, solo nel corso degli ultimi quarant'anni sono
andati avanti seguendo un percorso naturale e abbastanza
proficuo, cioè secondo un'idea di base che era quella di cercare di
dimostrare che le regole semplici erano quelle veramente giuste.
Lo sforzo è consistito nel mostrare l'esistenza di una regola
elementare e di una semplice relazione strutturale tra i vari fattori,
che sono universali e fissati in modo semplice nella natura del
linguaggio, per cui questi interagiscono in svariate maniere in
modo da rendere il ventaglio delle complessità fenomeniche.
Questo, si dimostrò un programma di ricerca molto proficuo, col
quale si proseguì per circa venticinque anni in modo attivo, su una
varietà crescente di lingue, a partire dagli anni '50. Attorno al
1980, questo indirizzo giunse a una sorta di punto di svolta
evidenziando un nuovo quadro che indicava una rottura davvero
radicale rispetto alla tradizione dei duemila e cinquecento anni
precedenti.

Secondo questi nuovi orientamenti quali erano gli elementi


innati e quali quelli da acquisire nell'apprendimento del
linguaggio?

I bambini possiedono già disponibili i concetti, come parte della


loro natura interna e, pur con una quantità limitata di esperienza,
sono in grado di legare questi concetti con suoni particolari. Essi,
nei periodi di più intenso apprendimento acquisiscono circa dieci
nuove parole al giorno nel loro ambiente; il che significa che
stanno acquisendo parole sulla base di una singola esposizione e
che perciò alla base devono già avere fissi il concetto e la struttura
sonora. Ciò che invece imparano è il legare le due cose tra loro,
acquisiscono cioè il legame tra concetto e struttura sonora. C'è un
aspetto per il quale le lingue variano ma, al di fuori di questo
aspetto, sembra che le loro variazioni esistano soltanto nei tratti
periferici delle parti non sostantive del lessico.

Quali sono propriamente gli aspetti del significato per cui le


lingue differiscono e quelli per i quali invece si
assomigliano?

Come per i sistemi computazionali, le diverse lingue non


differiscono affatto, se non per alcune variazioni marginali, come
per esempio il caso delle parole "house" e "home" in inglese. Per
spostare una "house" da New York a Boston è necessario spostare
un oggetto fisico, mentre per spostare una "home" non c'è affatto
bisogno di spostare alcun oggetto fisico, pur essendo anche
"home", in inglese, un oggetto fisico. La differenza tra "house" e

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"home" è una differenza che il bambino deve acquisire. In altre


lingue l'equivalente della parola "home" è di fatto un avverbio,
come nel caso del francese "chez moi" o come nel caso
dell'italiano, "vado a casa" dove, in quest'espressione, all'oggetto
concreto viene data un'interpretazione astratta.
Nella lingua, secondo il concetto saussuriano di arbitrarietà, Z3:0
"house" può avere un certo suono in inglese e un diverso suono
nella lingua vicina e le strutture sonore possono variare in un certo
margine. Le parole possono essere imparate molto rapidamente,
perché essenzialmente esse sono già note mentre la sola cosa che
va conosciuta è come i concetti si legano ai suoni e il modo di
sistemare il ventaglio di variazioni esistenti, per quanto ridotto.
Posto dunque che il sistema computazionale è fissato e la
variazione pare essere così come essa si manifesta nella sua
articolazione in suoni e posto che anche nella mente le cose paiono
procedere nello stesso modo è possibile, partendo da queste
premesse, affrontare quello che è stato definito "il problema di
Platone" che è lo stesso problema sollevato da Humboldt. A questa
domanda si risponde essenzialmente con la natura del sistema
computazionale che ha precisamente la proprietà di generare una
serie illimitata di pensieri che possono essere espressi con un
meccanismo finito.
Al problema posto da Cartesio circa la creatività dell'uso linguistico
è più difficile rispondere. E' possibile, infatti, parlare del tempo, di
ciò che si mangia a cena e di qualsiasi cosa senza che ci sia nulla
nello stato interno di chi parla che possa determinare ciò che si sta
per dire. Da ciò deriva un comportamento fondamentalmente
libero e non casuale appropriato però alle situazioni. Un
comportamento tale da evocare nelle menti di chi ascolta pensieri
che egli, prima di allora, non avrebbe mai avuto ma che può
adesso pensare e che avrebbe potuto esprimere nello stesso modo.
Per Cartesio questa collezione di proprietà diventò l'indicazione
dell'esistenza di una mente distinta da un meccanismo. La
domanda su come ciò sia possibile resta oggi misteriosa quanto
allora e si può semplicemente osservare che queste sono le
proprietà di cui evidentemente gode il linguaggio. Per il momento,
rimane ancora un mistero il modo in cui un meccanismo biologico
possa avere simili proprietà.

Biografia di Noam Chomsky

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