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Cono di luce

Non vi deve essere alcuna paura ad ammettere i propri limiti riguardo a certi concetti. Io per
primo, molto probabilmente, non sono stato in grado di spiegarlo nel modo migliore. Qui non si
pontifica, ma si cerca di spiegare e di accettare ogni miglioramento atto a perfezionare
l’argomento trattato. Uno per tutti e tutti per uno!

Il cono di luce è troppo importante per comprendere e soprattutto descrivere in modo


relativamente semplice lo Spazio-Tempo e molti fenomeni o situazioni ad esso collegate. Devo
perciò tentare, nei miei limiti, di tornarci sopra e cercare di renderlo cosa ovvia e intuitiva da
utilizzare normalmente. Sappiamo che è una rappresentazione limitata, incompleta, a volte
ambigua, ma vi assicuro che è la più semplice e generale per spiegare e partecipare in prima
persona ai fenomeni dell’Universo. Ne abbiamo già parlato, discusso. Lo abbiamo costruito e
usato. Ma per non farvi saltare avanti e indietro nell’archivio, penso che sia meglio spiegarlo
nuovamente partendo dall’inizio. Poi, se tutto sarà compreso, tornate agli articoli precedenti e
probabilmente li comprenderete meglio. In caso contrario, ditemelo subito! Come dice il titolo:
DOBBIAMO CAPIRLO. E sono sicuro che tutti i lettori ci possono tranquillamente riuscire. Basta
avere pazienza.

Bando alle ciance e cominciamo.

Definiamo lo Spazio-Tempo come un sistema di riferimento a due dimensioni. La prima


coordinata (asse orizzontale) è lo Spazio, la seconda (asse verticale) è il Tempo. Abbiamo
duramente semplificato la realtà, in quanto invece di utilizzare le tre dimensioni dello Spazio
ne abbiamo usato una sola. Con un po’ di immaginazione potremmo anche usare due
dimensioni (come nei dipinti egiziani) e si riuscirebbe ancora a disegnare (anche se poi le cose
si vedrebbero meno chiaramente).

Nel secondo caso, lo Spazio sarebbe rappresentato dal piano perpendicolare al foglio (due
dimensioni appunto) e il tempo rimarrebbe l’asse verticale. La Fig. 1 descrive quanto detto:

Figura 1. Il sistema di
riferimento (a) ha due
sole dimensioni: lo
Spazio è l’asse
orizzontale e il Tempo
l’asse verticale. Il
sistema (b) a tre
dimensioni è più vicino
alla realtà di tutti i
giorni: gli assi s1 e s2
definiscono lo Spazio,
mentre il Tempo è
sempre descritto
dall’asse verticale
Nel caso (a) tutto ciò che esiste può muoversi nello Spazio solo lungo la linea s; nel caso (b) solo
nel piano s1- s2. Sono entrambe limitazioni di ciò che ci circonda, dato che il movimento
spaziale può avvenire lungo tre dimensioni (lunghezza, larghezza e altezza). Se, però, volessimo
questa rappresentazione non sapremmo più dove disegnare il Tempo. Visto che dobbiamo
semplificare la realtà, tanto vale usare la rappresentazione (a) che ci dà minori problemi nei
disegni. Immagineremo di poterci muovere solo lungo una linea… pazienza! Un piccolo sforzo
di fantasia…

A questo punto introduciamo la Fig. 2, dove vogliamo vedere, nella rappresentazione (a) della
Fig. 1, quali sono le possibilità di movimento nello Spazio-Tempo definito dalle due coordinate
s e t.

Figura 2

Limitiamoci a considerare i due assi s e t (lo Spazio e il Tempo) e mettiamoci nell’origine degli
assi, nel punto T. Cosa rappresenta il punto T ? La nostra posizione nello spazio e nel tempo,
OGGI. In altre parole, abbiamo considerato OGGI come l’origine dello Spazio e del Tempo
(potevamo cambiare origine, ma questa scelta ci fa abbastanza comodo, per adesso).

Cosa rappresenta la linea blu? Essa descrive per ogni istante t la nostra posizione nello Spazio
s. Quella sotto il punto T (OGGI) descrive il nostro passato. Quella sopra rappresenta il nostro
futuro. Ho disegnato una linea a caso, ma potevo cambiarla e renderla più o meno complicata.
Una cosa sicuramente NON potevo fare: tornare indietro! In questo caso avremmo viaggiato nel
passato e questo è impossibile.

La nostra linea di esistenza può andare solo verso l’alto, senza ripensamenti, pur muovendosi
verso sinistra o destra. La maggiore o minore pendenza della linea blu ci indica anche quanto
siamo andati e andremo veloci (Spazio percorso nell’unità di Tempo). Ad esempio, se non ci
fossimo mai mossi e non ci muovessimo mai in futuro, quale sarebbe la nostra linea di
esistenza? Facilissimo. Non essendoci mai mossi nello Spazio, ma solo nel Tempo, avremmo
descritto esattamente l’asse verticale, quello del Tempo.

Possiamo muoverci a piacere verso sinistra o verso destra? Teoricamente sì, ma non potremmo
farlo troppo velocemente. Perché? Dobbiamo seguire le regole della relatività del caro amico
Einstein e quindi NON POSSIAMO SUPERARE LA VELOCITA’ DELLA LUCE.

Quale sarà allora il limite del nostro spostamento? Proprio la linea seguita da un corpo che va
alla velocità della luce. Questa linea la disegniamo come una retta che passa per T e forma un
angolo di 45° rispetto all’asse dello Spazio s (e quindi anche con l’asse del Tempo t). In realtà
ne possiamo disegnare due, una che va verso sinistra e una che va verso destra. Ed ecco
costruito facilmente il doppio triangolo colorato in rosso. L’angolo di 45° è stato scelto così per
valide ragioni legate alla teoria che sta dietro a questa trattazione, solo apparentemente
semplice. A noi, comunque interessa poco. E’ un limite come un altro. Potevamo anche stringere
o allargare le due rette. Voleva dire solo cambiare l’unità di misura dello Spazio e del Tempo.

45° vuole, però, proprio dire che nell’unità di Tempo (ad esempio l’anno) la luce percorre nello
Spazio esattamente un anno luce. In altre parole ancora, se un centimetro dell’asse t vale un
anno, un centimetro nell’asse s vale proprio 9,461∙1012 km, ossia 9461 miliardi di chilometri,
proprio lo spazio percorso dalla luce in un anno. Ma non complichiamoci inutilmente le cose…

I due triangoli rossi formano il cono di luce dell’oggetto T all’istante t = OGGI. Ovviamente se
cambiassimo origine degli assi si sposterebbe anche il cono di luce, ma sempre parallelamente
a se stesso (non può certo ruotare). La Fig. 3 ci mostra alcuni coni di luce relativi a punti del
nostro passato e del nostro futuro.

Figura 3
Alcune considerazioni molto importanti.

I coni di luce non sono limitati dalla forma a “farfallino” che ho disegnato. Ognuno di essi
prosegue all’infinito verso l’alto e verso il basso. Se l’avessi disegnati così, però, avremmo avuto
troppe linee tra i piedi. Fate questo esercizio da soli e vedrete (come deve essere) che ognuno
di essi conterrà sempre tutta la linea blu. E’ un caso? Assolutamente no! Devono sempre
contenerla dato che essa rappresenta la posizione dello Spazio-tempo del punto T durante la
sua esistenza e quindi deve fare sempre parte di qualsiasi cono di luce (passato o futuro) del
punto T. Se la curva uscisse fuori vorrebbe dire che si è superata la velocità della luce e questo
non è possibile.

Perché li chiamiamo coni di luce? Per capirlo facilmente basta tornare alla Fig. 1 e considerare
la rappresentazione (b). In uno spazio a due dimensioni il “farfallino” diventa proprio un cono
(rotazione della retta limite attorno all’asse del Tempo). Rappresentiamolo nella Fig. 4.

Figura 4

Il “farfallino” nasce come intersezione del cono vero e proprio con il piano del disegno. Tutto lì.
La rappresentazione si semplifica, ma i concetti restano immutati. Basta pensare in termini di
uno Spazio a una sola dimensione, come il Tempo…

Come potremo allora definire il cono di luce di un certo oggetto (o se volete di un certo evento)?
Esso è l’insieme delle posizioni che un oggetto può assumere nel suo futuro e che ha potuto
assumere nel suo passato. Un oggetto fermo nello Spazio descrive perfettamente l’asse del
Tempo (nello Spazio si può stare fermi, nel Tempo no…). Un corpo che viaggia alla velocità della
luce descrive esattamente il bordo del cono di luce (si chiama così proprio per questa
ragione…). Se l’oggetto che vogliamo considerare fosse una lampadina che s’accende o una
stella che nasce, la luce che emette è rappresentata nel futuro proprio dalle rette che limitano
il suo cono di luce. In altre parole, i fotoni che nascono dall’oggetto in questione, descrivono i
bordi del cono di luce. Ancora meglio, per rappresentare la luce che invia una stella nello spazio,
basta disegnare le rette che limitano il cono di luce della stella. Come sarà utile in seguito!

Domanda terribile, ma estremamente utile: “Cosa esiste al di fuori del “nostro” cono di luce?”.
Il nulla. Ossia tutto ciò che non potremmo mai conoscere e che mai abbiamo conosciuto.

Un po’ di esempi.

Esiste il cono di luce del Big Bang. Sicuramente sì. Esso altro non è che tutto ciò che si è
originato dal Big Bang. In altre parole, rappresenta le posizioni che ha assunto, assume e
assumerà tutto ciò che lo costituiva. Tenendo conto che dentro al Big Bang vi era il TUTTO, la
frase precedente dice semplicemente che il cono di luce del Big Bang è l’intero Universo. Mica
male eh?!

Esiste un cono di luce passato del Big Bang? NO. A meno che non esistesse qualcosa che abbia
dato origine al Big Bang.

Questo sembrerebbe il modo migliore per descrivere l’Universo. Il cono di luce che parte
proprio dal punto che ha le coordinate di Tempo e Spazio uguali a ZERO (prima non esisteva né
uno né l’altro). In realtà molti lo fanno, ma bisogna entrare in un’ottica non certamente ovvia e
nemmeno facilmente rappresentabile su un foglio. Vogliamo provare? Ecco, allora la Fig. 5, che
descrive appunto tutto lo Spazio-Tempo dell’Universo.

Figura 5

E’ stato facilissimo. Oltretutto abbiamo anche eliminato la parte del “passato”, dato che non
esiste. Perché allora non usiamo sempre questa banalissima figura? Presto detto: “Ci
porterebbe a situazioni insostenibili e non disegnabili”. Fatemi fare alcuni esempi. Se tutto
nasce dal Big Bang, è facile descrivere il futuro delle stelle o delle galassie o dei pianeti che
nascono da lui. Lasciamo perdere i movimenti propri degli oggetti e vediamo solo il movimento
che essi hanno per effetto dell’espansione dell’Universo. A ogni oggetto è associabile una linea
di esistenza che possiamo far nascere tranquillamente dal Big Bang. Prima che nascesse
effettivamente la stella o la galassia o il pianeta, vi erano le particelle elementari che li
avrebbero formati e quindi possiamo considerare che ogni oggetto nasca sempre dal Big Bang.
L’insieme di queste rette di esistenza sono rappresentate in Fig. 6.

Figura 6

Magnifico! Possiamo disegnare tutti gli oggetti che vogliamo. A un certo punto, lungo le linee, si
accendono le stelle e gli altri oggetti celesti, che poi seguono l’espansione dell’Universo: a mano
a mano che il Tempo passa, si allarga, infatti, lo Spazio. Tutto perfetto allora? Assolutamente no!

Innanzitutto, cosa vi è al di fuori del cono? In questo caso proprio il NULLA. Non il “nostro” nulla,
ma il vero nulla. Eppure siamo riusciti a disegnarlo e -se volessimo- disegnarci sopra qualcosa
(teoricamente e praticamente impossibile).

Vi è di peggio, però. Facciamo nascere una stella S lungo una certa linea di esistenza.
Automaticamente essa ha anche un suo cono di luce che, ripetiamo, rappresenta tutte le
possibili posizioni che la materia di cui è composta ha potuto assumere nel passato e assumerà
nel futuro. Possiamo e dobbiamo farlo, se no è impossibile descrivere le relazioni tra i vari
oggetti dell’Universo o quanto meno descrivere le traiettorie della luce che ognuno di loro
emette.

Proviamo a disegnarne qualcuno? Poveri noi… La Fig. 7 ci mette nei guai.


Figura 7

Va ancora tutto bene per i coni di luce futuri dato che restano sempre compresi dentro al cono
di luce del Big Bang (come DEVE essere, se fanno parte dell’Universo). Ma quelli passati sono
incontrollabili! Essi dimostrano di aver viaggiato al di fuori del cono di luce del Big Bang, ossia
nel NULLA. No, questo non ha senso. La figura potrebbe anche essere mantenuta, ma
bisognerebbe deformare la forma dei coni di luce mano a mano che si va verso i bordi. Insomma
un enorme pasticcio che ci complicherebbe le cose in modo mostruoso.

Dobbiamo, allora, cambiare un poco la forma del nostro disegno. Peccato: in fondo era bello
vedere disegnato il punto Big Bang e il TUTTO che nasceva da lui. Accidenti alle nostre
limitazioni grafiche!

Abbiamo due alternative. O manteniamo la forma dei coni di luce e deformiamo lo Spazio-
Tempo, oppure consideriamo uno Spazio-Tempo ancora più realistico (senza rappresentare
quel fastidioso NULLA, ad esempio) e deformiamo un poco i coni di luce.

Proviamo con la prima possibilità. Per mantenere la forma dei singoli coni di luce, dobbiamo
per forza trasformare il punto Big Bang in una retta infinita, quella dello Spazio, al tempo ZERO.
Solo così ogni cosa nel suo passato finirà in quel fatidico “punto”. Ed ecco la Fig. 8.
Figura 8

Mica male, eh?! In fondo basta aver fantasia e immaginare il punto Big Bang come una retta. Poi
tutto il resto sembra filare perfettamente. Ad esempio la luce emessa dalla stella S raggiungerà
la stella R nel punto R1. E non dobbiamo disegnare curve strane. Questa rappresentazione ci
dimostra anche che nel passato di ogni oggetto celeste esiste il Big Bang e che, di conseguenza, il
Big Bang è visibile dappertutto, basta guardare nel proprio passato.

In realtà, queste figure le avevo già utilizzate tempo fa per dimostrare perché il Big Bang si
dovrebbe vedere dappertutto (andate a recuperare quei vecchi articoli e magari adesso vi
sembreranno più semplici…).

Tuttavia, sorge un grave problema descrittivo: “L’Universo non si sta espandendo!”. Accidenti
è vero. In realtà, potrei introdurre l’espansione attraverso un cambiamento di coordinate (le
cosiddette coordinate co-moventi), ma complicherei sicuramente la visione immediata.
Malgrado la Fig. 8 sia forse la migliore di tutte (a parte piccole deformazioni che bisognerebbe
aggiungere) non risulta così comprensibile e ovvia per un lettore non troppo smaliziato.

Non ci resta che fare una cosa. Tornare al caro e vecchio palloncino che si gonfia al passare del
tempo, ossia alla rappresentazione che abbiamo usato frequentemente negli ultimi articoli sullo
Spazio-Tempo.

In questo modo vediamo il Big Bang come un punto, non vediamo il nulla, ma soprattutto
vediamo molto bene l’espansione dell’Universo. Bisogna però adottare delle deformazioni non
molto difficili.

Innanzitutto lo Spazio non è più rappresentato da una retta, ma da una circonferenza che
aumenta le sue dimensioni con il passare del tempo. Anzi, il cui raggio è proprio il tempo
passato a partire dal Big Bang. Poi dobbiamo deformare i coni di luce. In che modo? Presto
detto: “Devono contenere tutti il Big Bang”. Ciò vuol solo dire che nel loro passato devono
diventare un punto quando giungono a lui. Tutto il resto rimane invariato a parte la loro forma
un po’ strana.
Le curve limite sono sempre quelle percorse dalla luce e si incrociano nel punto che rappresenta
l’oggetto al tempo prescelto. Ecco finalmente la rappresentazione ben conosciuta, disegnata in
Fig. 9

Figura 9

Il Tempo si misura lungo gli assi che partono dal centro e lo Spazio lungo le circonferenze che
si allargano a mano a mano che cresce il tempo. Il cono di luce di T si deforma secondo le linee
rosse. In T vediamo tutta la luce che sta sul nostro cono di luce passato (quindi, ad esempio,
quella della stella S) mentre, ad esempio, la nostra sarà vista dalla stella S quando essa arriverà
in S1.

le linee rosse indicano infatti il percorso spazio-temporale della luce. Per costruire esattamente
(o quasi) il cono di luce basta seguire le istruzioni riportate in questo recente articolo.

Tra parentesi, variando la velocità della luce, si ottengono proprio i casi limite descritti nella
parte finale di questo articolo

Sono stato abbastanza semplice? Spero di sì. Comunque, dateci dentro e ditemi se e dove devo
chiarire ancora meglio le cose… il cono di luce DEVE essere capito! Nel frattempo, mi scuso con
chi invece aveva già compreso tutto. Prendetelo come un ripasso. Serve anche a me…
Informazioni su Vincenzo Zappalà 971 Articoli
Professore ordinario di Astrofisica, oggi in pensione. La sua specializzazione è stata
la Planetologia e, in particolare, i corpi minori del Sistema Solare. E’ stato uno dei
“pionieri” dello studio fisico degli asteroidi negli anni ’70, dedicandosi soprattutto alla
determinazione dell’asse di rotazione e, più in generale, all’evoluzione collisionale
della fascia principale. I suoi contributi hanno toccato vari risvolti innovativi sia di
dinamica che di fisica, portando alla determinazione univoca, ormai globalmente
riconosciuta, delle famiglie astroidali. Su queste ha svolto studi molto dettagliati. Ha al suo attivo più di 250
lavori pubblicati sulle maggiori riviste internazionali del settore. E’ stato varie volte membro di Consigli
Scientifici di Congressi Internazionali, oltre che Presidente di alcuni di questi. Ha tenuto numerosi discorsi
invitati in tutti i maggiori centri di ricerca europei e americani, oltre che in Giappone, in India e in Russia
(presso l’Accademia delle Scienze di Mosca). Ha tenuto un corso di planetologia avanzata presso l’Università
di Rio de Janeiro. Dal 1997 al 2000 è stato Presidente della Commissione 15 dell’Unione Astronomica
Internazionale, di cui è membro fin dal 1975. E’ stato anche co-leader del gruppo di lavoro sul Sistema Solare
della missione spaziale GAIA. L’asteroide 2813, scoperto nell’Osservatorio Lowell di Flagstaff (Arizona), gli è
stato dedicato e porta il suo nome.
Ha sempre avuto una grande passione per la divulgazione, cercando di far conoscere l’astrofisica e le sue
meraviglie a tutti colloro dotati di volontà di imparare, indipendentemente dal titolo di studio e dall’età. E’
autore di diversi libri dedicati all’Universo, che si possono trovare nell’apposita sezione del sito. Da parecchi
anni collabora come esperto esterno a questo blog inserendo articoli che spaziano tra i diversi campi
dell’astrofisica, sempre, però, condotti a un livello interpretativo comprensibile anche dai neofiti.