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Il Centro Piemontese di Studi Africani L’Africa delle città a cura di

Urban Africa
L’Africa delle città
Possenti processi di urbanizzazione
nasce a Torino nel 1983 su iniziativa Urban Africa Alessandro Gusman stanno modificando a un ritmo incal-
degli Enti Locali piemontesi – Regione e zante gli scenari sociali, culturali ed
Piemonte, Provincia di Torino, Comu- Cecilia Pennacini economici dell’Africa. Si tratta di un fe-
ne di Torino e Università degli Studi di nomeno di enorme rilevanza non solo
Torino – che ne sono soci fondatori e per il continente africano e per gli studi
finanziatori, per costituire un polo di ag- africanistici, ma più in generale per le
gregazione degli studi sull’Africa e uno dinamiche globali cui stiamo assisten-
spazio aperto alla collaborazione mul- do negli ultimi decenni. Il fenomeno
tidisciplinare per studiosi e ricercatori. chiama in causa una molteplicità di ap-
Ha lo scopo di diffondere la conoscen- procci, imponendo la collaborazione e
za della storia, delle culture, delle lin- il confronto di diverse discipline: storia,
gue, delle arti e degli ecosistemi dell’A- antropologia, geografia, economia, po-
frica, di sviluppare lo studio delle realtà litologia, urbanistica, diritto, per citar-
economiche, sociali e politiche africa- ne solo alcuni.
ne, di promuovere e favorire i rapporti Per favorire un ampio confronto in-
fra l’Italia, il Piemonte e i Paesi africani.

aA
terdisciplinare, il Centro Piemontese
di Studi Africani (CSA) ha organizza-
to – in collaborazione con l’Associazio-
ne Studi Africani in Italia (ASAI), l’U-
aA aAaAaAaAaAaAaAaA ccademia niversità e il Politecnico di Torino – il aA
university convegno “L’Africa delle città. Econo-
Accademia University Press press mie, popolazioni, culture” (Torino,
Palazzo del Rettorato, 16-17 ottobre
2015), che ha visto la partecipazione di
più di cinquanta studiosi appartenenti
a diverse discipline, distribuiti in una
decina di panel tematici.
Questo volume presenta contributi rie-
laborati a partire da tali iniziative, messi

a cura di A. Gusman, C. Pennacini


a disposizione del pubblico per alimen-
tare il dibattito relativo alle dinamiche
di cambiamento in atto nel continen-
te africano. Una riflessione che risulta
cruciale anche per la comprensione
delle migrazioni in gran parte prove-
nienti dall’Africa, che da alcuni decen-
ni investono il nostro paese.
Il Centro Piemontese di Studi Africani L’Africa delle città a cura di

Urban Africa
L’Africa delle città
Possenti processi di urbanizzazione
nasce a Torino nel 1983 su iniziativa Urban Africa Alessandro Gusman stanno modificando a un ritmo incal-
degli Enti Locali piemontesi – Regione e zante gli scenari sociali, culturali ed
Piemonte, Provincia di Torino, Comu- Cecilia Pennacini economici dell’Africa. Si tratta di un fe-
ne di Torino e Università degli Studi di nomeno di enorme rilevanza non solo
Torino – che ne sono soci fondatori e per il continente africano e per gli studi
finanziatori, per costituire un polo di ag- africanistici, ma più in generale per le
gregazione degli studi sull’Africa e uno dinamiche globali cui stiamo assisten-
spazio aperto alla collaborazione mul- do negli ultimi decenni. Il fenomeno
tidisciplinare per studiosi e ricercatori. chiama in causa una molteplicità di ap-
Ha lo scopo di diffondere la conoscen- procci, imponendo la collaborazione e
za della storia, delle culture, delle lin- il confronto di diverse discipline: storia,
gue, delle arti e degli ecosistemi dell’A- antropologia, geografia, economia, po-
frica, di sviluppare lo studio delle realtà litologia, urbanistica, diritto, per citar-
economiche, sociali e politiche africa- ne solo alcuni.
ne, di promuovere e favorire i rapporti Per favorire un ampio confronto in-
fra l’Italia, il Piemonte e i Paesi africani.

aA
terdisciplinare, il Centro Piemontese
di Studi Africani (CSA) ha organizza-
to – in collaborazione con l’Associazio-
ne Studi Africani in Italia (ASAI), l’U-
ccademia niversità e il Politecnico di Torino – il aA
university convegno “L’Africa delle città. Econo-
Accademia University Press press mie, popolazioni, culture” (Torino,
Palazzo del Rettorato, 16-17 ottobre
2015), che ha visto la partecipazione di
più di cinquanta studiosi appartenenti
a diverse discipline, distribuiti in una
decina di panel tematici.
Questo volume presenta contributi rie-
laborati a partire da tali iniziative, messi

a cura di A. Gusman, C. Pennacini


a disposizione del pubblico per alimen-
tare il dibattito relativo alle dinamiche
di cambiamento in atto nel continen-
te africano. Una riflessione che risulta
cruciale anche per la comprensione
delle migrazioni in gran parte prove-
nienti dall’Africa, che da alcuni decen-
ni investono il nostro paese.
L’Africa delle città
Urban Africa
L’Africa delle città a cura di
Urban Africa Alessandro Gusman
e
Cecilia Pennacini
L’Africa della città Comitato Scientifico del Centro Piemontese di Studi Africani
Urban Africa
Irene Bono, Egidio Dansero, Mario Deaglio, Cristina Giacoma,
Ngandu Mukendi, Barbara Pasa, Cecilia Pennacini,
Nicoletta Pirozzi, Matteo Robiglio

Volume realizzato con il coordinamento tecnico


di Marco Sottilotta

© 2017
Accademia University Press
via Carlo Alberto 55
I-10123 Torino

Pubblicazione resa disponibile


nei termini della licenza Creative Commons
Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0

Possono applicarsi condizioni ulteriori contattando


info@aAccademia.it

prima edizione dicembre 2017


isbn 978-88-99982-39-3
edizioni digitali www.aAccademia.it/urbanafrica

book design boffetta.com

Accademia University Press è un marchio registrato di proprietà


di LEXIS Compagnia Editoriale in Torino srl
Indice Introduzione Alessandro Gusman, Cecilia Pennacini VII

L’Africa delle città / Urban Africa


African Cities: Material Life and Post-Coloniality Bill Freund 3

Prima sezione. Africa settentrionale


L’urbanizzazione degli insediamenti di profughi.
Il caso della regione di Tindouf (Algeria) Luciano Ardesi 27
Black Tunisians and racism in the discourse
of national media, urban élites and local rural actors:
the case of Abid Ghbonton Marta Scaglioni 40
Musica, arti visive, street fashion: lo stile
afro-gnawa a Essaouira (Marocco)  Alessandra Turchetti 53
The informal Mediterreanean city:
exploring some common policy targets Oussama Kharchi
between Southern Europe Claudio Bordi
and Northern Africa Simone Ombuen 65
Tripoli. Trasformazioni di una Medina
mediterranea Ludovico Micara 76 V

Seconda sezione: Africa occidentale


Nuovi trend sullo spazio urbano nell’Africa
occidentale francofona Adriana Piga 87
African urban subalternity: hegemonic planning,
subaltern practices and neoliberal citizenship
(Nouak­chott, Mauritania) Armelle Choplin 103
Nouak­chott: sviluppo urbano, Francesca Nucci
politiche pubbliche e risposte cittadine  Marta Alonso Cabré 116
Dalla città diffusa al land grabbing: territori urbani
tra consenso e conflitti a Nouak­chott Giuseppe Maimone 124
Nutrire la città: la sfida dell’approvvigionamento
alimentare di Ouagadougou
tra organizzazione territoriale Egido Dansero
e sistemi di trasporto Lasane Yameogo 137
Dream cities. I progetti di sviluppo immobiliare
in Africa occidentale: investimenti, Valerio Bini
pianificazione immaginari urbani  Cristina D’Alessandro 155
Building Accra. Stories of development
from a West African City Arturo Pavani 167
Indice Identità, conflitti e nuove solidarietà urbane Ester Botta
a Conakri Abdoulaye Wotem Somparè 175
Dinamiche di auto-organizzazione dello spazio urbano
e di autocostruzione negli slum di Freetown,
Sierra Leone Federico Monica 185
When Brazilian Samba takes the streets of Porto-Novo:
Festival and Funeral within Urban Space
in Southern Benin  João De Athayde 197
Lo spazio urbano letterario di Luanda Cristina Maciariello 210

Terza sezione: Africa centrale e orientale


African cities as critical sites of violent conflicts
and post-conflict reconstruction Karen Buscher 223
Kampala. Dalla capitale itinerante
alla metropoli postcoloniale Cecilia Pennacini 234
Brutta gente, bella vita: pianificazione urbana e morale
a Kampala Anna Baral 250
La transizione di una baraccopoli.
VI Korogocho 1996-2015 Fabrizio Floris 262
Marsabit: dalle carovane al centro commerciale.
Mappare una città accidentale Erika Grasso 275
L’acqua e i sistemi di approvvigionamento idrico:
la sfida delle città Maria Chiara Pastore 288
Da Anjalamanga villaggio reale ad Antananarivo capitale
del regno del Madagascar (XIV-XIX) Liliana Mosca 300
Nuovi compiti dell’architettura in Nord Africa e in Africa
orientale: una linea figurativa tra pianificazione energetica
e tradizione insediativa   Gentucca Canella 314

Quarta sezione: Africa australe


Planning the intangible: urban development
and ownership strategies in New Brighton,
Port Elisabeth Marta Montanini 329
I modi della governance nel commercio informale
a Johannesburg  Antonio Pezzano 342

Abstracts 355
Profili degli autori 377
L’Africa della città Introduzione
Urban Africa Alessandro Gusman, Cecilia Pennacini1

1. Premessa1 VII
Possenti processi di urbanizzazione stanno modificando a un
ritmo incalzante gli scenari sociali, culturali ed economici
del continente africano. Si tratta di un fenomeno di enorme
rilevanza non solo per l’Africa e per gli studi africanistici ma
più in generale per le dinamiche globali cui stiamo assisten-
do negli ultimi decenni. Il fenomeno chiama in causa una
molteplicità di approcci, imponendo la collaborazione e il
confronto di diverse discipline: storia, antropologia, geogra-
fia, economia, politologia, urbanistica, diritto, per citarne so-
lo alcuni. Per favorire un ampio confronto interdisciplinare,
il Centro Piemontese di Studi Africani (CSA) – associazione
fondata e sostenuta da Comune di Torino, Città metropoli-
tana, Regione Piemonte e Università di Torino2 – ha organiz-
zato, in collaborazione con l’Associazione Studi Africani in
Italia (ASAI), l’Università e il Politecnico di Torino, il con-
vegno “L’Africa delle città. Economie, popolazioni, culture”

1. L’introduzione è stata scritta congiuntamente da Alessandro Gusman e Cecilia Penna-


cini, tuttavia il paragrafo 2 va attribuito a Gusman mentre i paragrafi 1, 3, 4, 5, 6 a Penna-
cini.
2. http://csapiemonte.it/
Alessandro Gusman (Torino, Palazzo del Rettorato, 16-17 ottobre 2015), che ha
Cecilia Pennacini
visto la partecipazione di più di cinquanta convegnisti appar-
tenenti a diverse discipline, distribuiti in una decina di panel
tematici3. Questo volume raccoglie i contributi rielaborati a
partire da questa iniziativa.

2. Un cambiamento di prospettiva
In questa breve introduzione i curatori di questo volume
collettivo si interrogano sul cambiamento radicale avvenuto
negli studi africani nel corso degli ultimi decenni: da una
concezione fondata sull’immagine di un’Africa rurale e
“tradizionale” si è infatti passati a un’attenzione che pone
al centro l’Africa urbana e “moderna”. Se è vero infatti che
in anni recenti lo scarto netto tra rurale e urbano è stato ri-
pensato in un’ottica di maggiore continuità e integrazione,
senza dubbio le trasformazioni più significative e spettacolari
in corso in gran parte del continente africano riguardano la
crescita senza precedenti delle città. I cambiamenti in atto
nei campi dell’urbanistica, dei mezzi di comunicazione, dei
trasporti, ma anche nelle forme artistiche, nei lifestyles, nella
VIII costituzione delle reti sociali, non potevano che attrarre lo
sguardo e l’analisi dei ricercatori delle diverse discipline che
convergono nei cosiddetti “african studies”. Così come l’acces-
so diseguale ai servizi e alla terra, le enormi disuguaglianze
economiche e di capitale sociale, le forme di violenza fisica e
simbolica che segnano i contesti urbani in Africa più ancora
che in altre parti del pianeta, interrogano il ricercatore sulle
direzioni dei cambiamenti in atto e sugli scenari presenti e
futuri.
Che l’attenzione sia focalizzata in questi anni sui contesti
urbani e sui vorticosi processi di cambiamento che segnano
il continente è testimoniato anche dal tema che è stato scelto
per la 7a European Conference of African Studies (ECAS,
Basilea, giugno 2017): “Urban Africa – Urban Africans: New
encounters of the rural and the urban”, un titolo suggestivo
che mira a sottolineare da un lato le già citate continuità
rurale-urbano, dall’altro lo spostamento di popolazione verso

3. Negli stessi giorni si teneva a Torino il World Forum for Local Economic Development
(LED), nell’ambito del quale un workshop specificamente dedicato all’Africa – “Deve-
lopment challenges for African cities” – è stato organizzato dal CSA con l’intento di con-
densare in forma sintetica e divulgativa alcuni dei temi discussi nel convegno.
Introduzione le città che produce stili di vita rinnovati. Chi sono gli “Urban
Africans”? Certamente non esiste una definizione univoca di
questa categoria; volendo però fornire una prima elementare
distinzione, è evidente che nell’osservare le categorie sociali
presenti nelle città africane balza immediatamente all’atten-
zione la diffusione, seppur piuttosto limitata dal punto di
vista numerico, di una middle class urbana, contrapposta alla
crescita di masse di popolazione che “navigano” (Christian-
sen - Utas - Vigh 2006) i contesti urbani sopravvivendo negli
spazi abitativi e lavorativi informali. Tali spazi creati negli
ultimi decenni sono visti in maniera crescente come un “pe-
ricolo” e un “problema da risolvere” da governi che anche
tramite la “modernizzazione” degli spazi urbani mirano e
ridefinire la presenza del loro Paese all’interno degli scena-
ri neo-liberali (De Boeck 2013). Tuttavia queste politiche,
che si basano sul tentativo di rimozione dell’informale dalla
città o di un suo spostamento dalle zone centrali a quelle
periferiche, hanno spesso come risultato un aumento della
vulnerabilità delle fasce più deboli della popolazione, quelle
che – portatrici di un capitale sociale estremamente ridot-
to – faticano a fronteggiare le insicurezze della vita urbana IX
(Haram - Bawa Yamba 2009).
Nonostante questo, solo una percentuale molto bassa di
persone sceglie di compiere il percorso migratorio inverso e
tornare a vivere nelle aree rurali; la popolazione urbana in
Africa è in costante e rapida crescita.
Se è vero che per la prima volta nella storia dell’umani-
tà più della metà della popolazione mondiale vive in centri
urbani, va notato infatti che all’interno di questo fenomeno
l’Africa è il continente che si urbanizza più velocemente, no-
nostante sia ancora quello con tassi di urbanizzazione minori.
Durante gli ultimi decenni la crescita urbana in Africa ha
seguito ritmi straordinari: si è passati da una popolazione
urbana di circa 50 milioni nel 1950 agli attuali 400 milioni; e
le previsioni indicano che in pochi decenni la popolazione
urbana sorpasserà quella rurale. Città come Kinshasa e Lagos
hanno visto crescere la loro popolazione dagli anni Cinquan-
ta ad oggi di circa 40-45 volte (Davis 2006, 12). Kinshasa, per
fare solo un esempio di una città-simbolo delle trasformazio-
ni urbane del continente africano, è passata da 0,3 a 9 milio-
ni. Diventando una città che, come ha scritto Filip De Boeck
(2004) è impossibile da catturare in una narrativa unica, e di
Alessandro Gusman cui vanno esplorate le strategie culturali che i suoi abitanti
Cecilia Pennacini
mettono costantemente in atto per far fronte alle difficoltà
strutturali della vita urbana.
La crescita urbana dell’Africa ha inoltre costretto a ripen-
sare alcuni modelli previsionali classici. La crisi economica
e sociale che ha colpito diversi Paesi africani a partire dalla
fine degli anni Settanta e in maniera crescente negli anni Ot-
tanta a seguito dell’introduzione dei Piani di Aggiustamento
Strutturale (PAS) avrebbe dovuto portare a una diminuzione
della popolazione urbana. Contrariamente a queste previ-
sioni, la crescita è proseguita ed è stata anzi ulteriormente
accelerata. Questo effetto inatteso dei PAS è stato spiegato
retrospettivamente a partire dagli effetti che tali piani han-
no avuto sulla produzione agricola in larghe parti del con-
tinente: la produzione agricola su scala familiare – su cui si
basava la struttura non solo economica, ma anche sociale
di una parte consistente della popolazione africana – non
risultava più competitiva in un mercato aperto, in cui i prezzi
iniziarono a scendere al di sotto dei livelli che garantivano la
sopravvivenza di piccoli produttori. La conseguenza di que-
X
sto fenomeno è stata l’affermazione della monocultura (per
esempio, il caffè in Africa Orientale), che garantiva una com-
petitività maggiore sul mercato, ma a fronte di un numero
molto minore di persone impiegate nella coltivazione; un
gran numero di persone, rimaste senza lavoro (e spesso senza
terreni, venduti alle grandi compagnie che introducevano le
monoculture), iniziarono perciò a migrare verso le città, in
situazioni solitamente di grande precarietà, soprattutto per
quanto riguarda la condizione abitativa.
Il risultato di questi piani ha portato la povertà nel conti-
nente a crescere drammaticamente anziché ridursi, con un
progressivo allargarsi della “forbice” esistente tra gli strati
sociali più poveri e le ricche élite spesso corrotte; il reddito
pro capite dell’Africa sub-sahariana presa nel suo comples-
so diminuì del 21 per cento tra il 1981 e il 1989 (Freeman
2012, 4). L’ingresso nell’economia mondiale ha dunque si-
gnificato per la gran parte degli africani non un accresciuto
benessere e l’entrata nell’“aspirata modernità” (Ferguson
1999), ma piuttosto un aumento della disoccupazione, una
riduzione dei servizi, una crescita dei prezzi dei beni di prima
necessità, con un complessivo drastico peggioramento delle
Introduzione condizioni e delle prospettive di vita delle persone (Ferguson
2006).
La situazione che si è venuta a creare è ben rappresentata
dagli spazi urbani, nei quali grandi agglomerati informali
coesistono con i quartieri abitati dalla middle class e con i
quartieri lussuosi in cui vivono le élite locali e i cosiddetti
“expats”.
Giunti a questo punto della discussione, ci possiamo do-
mandare se – sulla base di quanto detto e di quanto conte-
nuto nei saggi che compongono questo volume – esista una
“città africana” e se ne possa trovare una definizione. L’im-
magine di una non meglio definita “città africana”, sinoni-
mo di disordine, caos, povertà, diffusa in epoca coloniale, è
ancora presente nei media come anche – seppur in forma
diversa – in alcuni ambiti degli studi urbani. Tuttavia, gli stu-
di recenti sull’urbanizzazione in Africa sottolineano invece
la specificità della storia e dello sviluppo delle singole città
e la varietà delle forme urbane nel continente, evitando di
utilizzare la città “occidentale” e “sviluppata” come metro di
paragone per le città in Africa (e altrove). Le teorie urbanisti-
che si sforzano in questo modo di sorpassare l’eurocentrismo XI
e di andare “beyond the West” (Edensor - Jayne 2011), per
individuare il pluralismo delle forme urbane, riconoscendo
da un lato la necessità della dimensione comparativa (Salm -
Falola 2005), dall’altro l’importanza dell’individuazione del-
la singolarità e della storicità dei casi presi in considerazione.
Si riconosce la necessità di non basarsi su un modello di
urbanizzazione “normale” che individua un percorso di svi-
luppo atteso per le città. Evitando questo approccio, le città
africane non sono più casi di urbanizzazione fallita, ma piut-
tosto il risultato di processi storici (spesso di lunga durata)
che devono essere studiati nella loro singolarità e analizzati
a partire dalla considerazione fondamentale dell’interazione
di fattori endogeni e fattori esogeni. Facendo proprio l’avver-
timento di Dominique Malaquais (2005), questo libro non
intende dunque parlare della «città africana del 21° secolo»
come se le città del continente costituissero una categoria a
parte, ma piuttosto partire da casi specifici indagati in profon-
dità nelle loro dimensioni più diverse per parlare in un’ottica
generale della “città” in un continente in trasformazione.
Tuttavia, volendo rinvenire dei “fili rossi” per leggere la
realtà urbana africana attraverso le sue diverse manifestazio-
Alessandro Gusman ni, si può riconoscere che esiste una caratteristica comune a
Cecilia Pennacini
buona parte delle città africane: la predominanza delle pra-
tiche informali. Quella dell’“informalità” è senza dubbio una
delle categorie attorno a cui costruire un discorso sulle città
nel continente, che si parli di insediamenti, di accesso alla
terra, di scambi commerciali o di altri fenomeni ancora. Non
si tratta ovviamente di una caratteristica propria solamente
delle città africane, quanto piuttosto di molte città che stanno
velocemente crescendo nel Sud del mondo.
Il concetto di “economia informale” è stato introdotto
dall’antropologo Keith Hart negli anni Settanta (1973); esso
designa attività di diverso tipo, come il commercio per strada
o il lavoro fatto da casa, che sfuggono al controllo della bu-
rocrazia, non sono registrate e tassate. Sono attività precarie
e non protette, svolte spesso dai migranti e da persone arri-
vate di recente nei contesti urbani; collegate al concetto di
economia informale ci sono anche questioni di genere: sono
infatti più spesso le donne a rimanere al di fuori dei circuiti
formali del lavoro per dedicarsi a queste attività.
Le pratiche dell’economia informale sono al centro
XII dell’attenzione delle politiche neoliberali che caratterizza-
no molte città nell’Africa contemporanea e hanno tra i loro
obiettivi quello di ridurre gli spazi di informalità, sia in cam-
po economico che abitativo. In queste città, dove la pola-
rizzazione sociale ed economica è estremamente accentuata
(Sasken 2001), gli interventi legislativi sono spesso diretti a
risolvere il “problema” dell’informalità, percepita come cao-
tica e potenzialmente pericolosa.
L’urban planning, che durante l’epoca coloniale costituì
un potente strumento top-down per imporre segregazione
razziale nelle città africane, continua oggi a offrire una ma-
nifestazione del potere che si inscrive nello spazio urbano,
imponendo la sua visione di ordine, pulizia, modernità. Esso
è stato strumento per la manipolazione dello spazio e per
rafforzare l’egemonia coloniale (Omolo-Okalebo et al. 2010).
I piani urbanistici erano infatti basati prevalentemente su
questioni sanitarie, razziali e socio-economiche, finalizzati
alla creazione di zone separate tra la popolazione europea
e quella nativa.
Nelle città post-coloniali, le forme di disuguaglianza e di
segregazione spaziale non sono più fondate su basi razziali,
ma sussistono in termini socio-economici. Il “governo dello
Introduzione spazio” come strumento di controllo sociale è una pratica
antica, come ha mostrato Foucault nei suoi studi sulla “go-
vernamentalità”: lo spazio viene strutturato e manipolato per
creare a forza ordine sociale. Sono numerosi gli studi urbani,
in Africa e altrove, che si ispirano alle teorie foucaultiane
per evidenziare i legami tra potere politico e organizzazio-
ne spaziale. Tuttavia in anni recenti è diventato sempre più
evidente come esistano spazi di resistenza a queste forme di
controllo spaziale, esercitate attraverso azioni legali, occupa-
zioni, sabotaggi, memorie contestate; le città africane, se da
un lato mostrano forme persistenti di potere, dall’altro sono
anche siti generativi di potenziali trasformazioni portate da
chi le vive (Simone 2010). Si tratta di riconoscere i processi
di “produzione sociale dello spazio” (Low 2016) nella vita
urbana, e la loro natura relazionale (Appadurai 1996): se-
condo questa prospettiva, le città non sono costituite da spazi
separati (quartieri, strade, edifici), ma da elementi che si de-
finiscono gli uni rispetto agli altri, in un rapporto di relazione
dinamica. Anche quando si creano barriere fisiche – muri
o altro – per separare, si delimita un “qui” che si definisce
sempre e solo in relazione a un “là”, un altrove che entra a XIII
definire l’identità del luogo. Le pratiche quotidiane attraver-
so cui gli abitanti costruiscono socialmente lo spazio urbano
vissuto sono dunque fondamentali per comprendere in che
modo gli individui e i gruppi trovino strategie per sfuggire
al controllo sociale o almeno per limitarlo.
Per comprendere le città africane e le loro dinamiche è
fondamentale indagarne le relazioni e le interdipendenze
con le aree rurali. Nella situazione contemporanea è oramai
evidente che la distanza tra città e villaggi anziché diventa-
re sempre più ampia e insanabile, si stia riducendo (Tacoli
1998). Con il miglioramento dei mezzi di comunicazione e
dei trasporti le connessioni tra i due livelli si sono intensifica-
te producendo forme di interdipendenza tra chi si è spostato
in città e chi è rimasto al villaggio (Gugler 2002: 24). La mo-
bilità è stata riconosciuta come una componente strutturale
delle strategie individuali e di gruppo, la cui analisi non può
essere limitata alla direzione villaggio-città, ma deve essere
compresa come fenomeno multidirezionale (De Bruijn - van
Dijk - Foeken 2001). Né le aree urbane né quelle rurali pos-
sono essere considerate autosufficienti; vanno invece inda-
gate nelle loro dimensioni di scambio e di interrelazione.
Alessandro Gusman Quindi se è vero che in Africa il processo di urbanizzazione
Cecilia Pennacini
sta proseguendo a ritmi veloci, il fenomeno va indagato in
relazione ai movimenti migratori, sia quelli a scala locale sia
quelli più ampi a livello regionale e transnazionale. In effetti
già Epstein (1958), in uno dei primi studi sulla dimensione
urbana in Africa, affermava la necessità di concentrarsi sulle
relazioni tra persone emigrate in città e persone rimaste al
villaggio, e sul rapporto che i nuovi cittadini mantenevano
con la cultura tradizionale.
La stretta interrelazione tra rurale e urbano può forse
essere efficacemente indagata in città di medie e piccole di-
mensioni. Se è vero infatti che la maggior parte degli studi si
concentra sui grandi centri urbani che attirano l’attenzione
per le dimensioni e per la velocità delle trasformazioni, le
città che numericamente si stanno sviluppando maggiormen-
te sono centri urbani di piccole e medie dimensioni, che
crescono su basi commerciali, minerarie; lo studio di queste
realtà resta in buona parte da fare (Hilgers 2012).
Le relazioni con le aree rurali contribuiscono a comple-
tare l’immagine vitale delle città africane. Dai piccoli centri
XIV sorti lungo le vie carovaniere alle megalopoli come Kinshasa
o Lagos, tutte queste realtà incorporano oggi l’onda di tra-
sformazione che attraversa il continente. Si tratta certamente
di un’Africa “in ebollizione”4, un fermento di conflitti, ten-
sioni, migrazioni, movimenti di persone, beni di consumo e
idee, ma anche uno spumeggiare di trasformazioni spaziali,
culturali, religiose. Elementi ben rappresentati in questo vo-
lume collettaneo.

3. Africa settentrionale
La prima sezione del volume è dedicata all’Africa setten-
trionale. I case studies trattati nei contribuiti si riferiscono a
Tunisia, Algeria, Marocco e Libia, allargandosi inoltre alla
comparazione con altre regioni africane o mediterranee. Tra
i temi emergenti in questa sezione, il dislocamento massiccio
e duraturo delle popolazioni che, dapprima stanziate in cam-
pi profughi o in insediamenti informali, stanno oggi avviando
interessanti processi di urbanizzazione. Accanto al dinami-
smo che questo fenomeno esprime, la sezione documenta

4. Come recitava il titolo della conferenza ASAI tenutasi nel 2016 Catania.
Introduzione le difficoltà e il crescente degrado di antichi insediamenti
storici (come le medine) che, nonostante la vitalità culturale
che talvolta le contraddistingue, faticano a rinnovarsi per far
fronte alle sfide della contemporaneità.
Tindouf è al centro del saggio di Luciano Ardesi. Nella cit-
tà algerina si è stabilito a partire dal 1975 un numero crescen-
te di rifugiati sahrawi provenienti dai territori dell’ex colonia
spagnola del Sahara occidentale. Abbiamo qui l’opportuni-
tà di osservare il processo di progressiva urbanizzazione del
campo, dove si sono insediate alcune strutture istituzionali
del movimento indipendentista del Polisario. Tenuto conto
della specificità del caso dei Sahrawi, il contributo mette in
evidenza un fenomeno generalizzabile a diversi contesti afri-
cani: il processo di riconoscimento politico degli abitanti dei
campi e delle baraccopoli emerge come parte fondamentale
dei processi di urbanizzazione dell’Africa contemporanea. La
trasformazione di tali insediamenti informali in territori ur-
banizzati appare infatti chiaramente guidata in primo luogo
da istanze politiche di vario tipo, che ne determineranno le
caratteristiche future.
Fenomeno simile emerge dal contributo di Bordi, Om- XV
buen e Kharchi, che compara i processi di urbanizzazione
in atto in alcuni recenti insediamenti di Roma e di Setif (Al-
geria). In entrambi i casi, la ricerca di sistemazioni abitati-
ve e soluzioni economiche per i migranti di varia origine,
che giungono in città in numero crescente, ha favorito la
progressiva trasformazione di tali insediamenti. A Roma, gli
abitanti delle borgate e dei borghetti sorti al di là del Grande
Raccordo Anulare sono riusciti ad ottenere il riconoscimento
legale dei titoli di proprietà e la possibilità di dotarsi delle ne-
cessarie infrastrutture tramite un processo di self-planning.
Qualcosa di analogo sembra essere avvenuto a Setif succes-
sivamente alle Primavere arabe, grazie alle quali si è aperta
la possibilità di una partecipazione della cittadinanza alla
pianificazione urbana.
Due antichi centri urbani del Nord Africa vengono studia-
ti nei saggi di Turchetti e Micara: la medina di Essaouira in
Marocco e quella di Tripoli in Libia. Turchetti si concentra
in particolare sulla vivace vita culturale che la città di Essaoui-
ra – fondata nel 1764 grazie a un progetto urbanistico dell’ar-
chitetto francese Theodor Cornut – ha sviluppato negli ulti-
mi decenni. Qui la musica degli Gnawa (gruppi discendenti
Alessandro Gusman da schiavi originari dell’Africa sub-sahariana), arricchita dalla
Cecilia Pennacini
dimensione rituale ed estatica che la contraddistingue, è di-
venuta il focus di un’intensa produzione espressiva che attira
pubblico da tutto il mondo in un ambiente conosciuto fin
dalle sue origini come un crocevia di culture. Il tema delle
connessioni culturali (Amselle 2001) emerge con forza da
questo esempio, nel quale una città della costa marocchina
presenta legami da un lato con l’Africa nera e dall’altra con
il Mediterraneo e più in generale con il resto del mondo.
Micara, da parte sua, ripercorre la storia della medina di
Tripoli mettendo in luce un’involuzione che l’ha portata,
anche in conseguenza degli avvenimenti politici recenti, in
una condizione di notevole degrado. Il tema del rapporto
tra gruppi originari dell’Africa sub-sahariana e popolazioni
“bianche” è al centro del contributo di Scaglioni, che dopo
aver brevemente ripercorso la storia della schiavitù e della
sua abolizione in Tunisia, analizza il discorso “razzista” relati-
vo ai discendenti degli schiavi neri del villaggio di El Gosbath.
Qui, i discorsi degli attivisti per i diritti umani utilizzano una
trasposizione del concetto di apartheid nei confronti del quale
XVI invitano alla mobilitazione.

4. Africa occidentale
La seconda sezione è dedicata all’Africa occidentale, area
verso la quale confluiscono gli interessi di molti africanisti
italiani ed europei. La sezione si apre con un articolo di
Adriana Piga che ci offre una rassegna ragionata della più
recente bibliografia francofona relativa alla dimensione ur-
bana. Emergono così alcuni dei fili che connettono ricerche
realizzate in quest’ambito da studiosi francesi, e più in par-
ticolare: la crescente attenzione rivolta a centri di piccole e
medie dimensioni; l’analisi della violenza urbana inscritta
in una concezione della città come spazio di contestazione;
le trasformazioni delle pratiche religiose in ambito cristiano
(con la rapida crescita del pentecostalismo) e in ambito mu-
sulmano (con l’emergere del fondamentalismo e l’espansio-
ne delle confraternite sufi, in particolare della Mouridiyya
senegalese); il nascere di una cultura urbana e in particolare
di una scena musicale contraddistinta soprattutto dal rap e
dall’hip hop, oltre che dal fiorire di varie forme di espres-
sione visiva tra cui i graffiti. Infine un focus specifico viene
dedicato al Senegal e alla cittadina algerina di Tamanrasset.
Introduzione Tre saggi ci consentono di affrontare da diversi punti di
vista l’analisi della città mauritana di Nouak­chott. Choplin
mette in luce una tensione tra due forze che contraddistin-
guono il processo di sviluppo di questa città descritta come
un luogo attraversato da istanze politiche contrastanti: da un
lato la pianificazione urbana neoliberale impegnata a costru-
ire un urbanesimo di tipo egemonico che impone le sue scel-
te dall’alto; dall’altra un insieme di pratiche subalterne che
resistono alla realizzazione del modello neoliberale. Nucci e
Cabré mettono a loro volta in evidenza la natura duale di una
città formata da un’area settentrionale dove abitano arabi
ricchi e berberi arabofoni e un’area meridionale molto più
povera, dove si concentrano le popolazioni wolof, soninké e
halpoulaar originarie dell’Africa nera. Soprattutto in questa
zona gli insediamenti assumono le caratteristiche dello slum
con un incremento demografico incessante e una serie di
carenze infrastrutturali evidenti, tra le quali spiccano i pro-
blemi relativi al trasporto. L’articolo di Giuseppe Maimone
prende infine in considerazione le conseguenze della massic-
cia sedentarizzazione delle popolazioni mauritane: i nomadi
che intorno al 1970 rappresentavano circa l’80% della popo- XVII
lazione sono divenuti il 7% a fine millennio. L’introduzione
di un’economia di mercato e la diffusione della moneta ha
portato a una massiccia privatizzazione delle risorse comu-
nitarie, in particolare la terra e le materie prime che, unita
alla crescente corruzione del potere politico, ha prodotto un
profondo depauperamento di molte famiglie.
Su Ouagadougou si concentrano Egidio Dansero e Lassa-
ne Yameogo, i quali affrontano il tema fondamentale della
questione alimentare. Ouagadougou si presenta come una
“città verde” che conserva un aspetto rurale grazie alla pre-
senza di forme di agricoltura urbana. L’assenza di una netta
distinzione tra urbano e rurale segna la storia di molte città
in Africa e si pone come un tratto distintivo dell’urbanesi-
mo africano nel passato come nel presente. La richiesta di
ortaggi freschi, consolidatasi a partire dal periodo coloniale,
si scontrava infatti con problemi di conservazione e refri-
gerazione delle merci oltre che con le difficoltà connesse
con il loro trasporto, suggerendo soluzioni connesse con la
produzione in loco. In questa situazione lo spazio urbano si
è dunque riorganizzato consentendo un progressivo ricono-
scimento e una legittimazione dell’attività orticola, un tem-
Alessandro Gusman po considerata marginale. Più in generale, la capacità della
Cecilia Pennacini
città africana di sopperire almeno in parte al suo fabbisogno
alimentare, proteggendo e allo stesso tempo valorizzando
le relazioni città-campagna, offre un modello interessante
all’interno del dibattito sulla sicurezza alimentare.
Il contributo di Bini e D’Alessandro affronta in termini ge-
nerali il tema della trasformazione dei paesaggi urbani conse-
guente a un rapido sviluppo immobiliare, spesso garantito da
investimenti stranieri. La crescita economica ha infatti dato
impulso alla classe media africana, che tende ad insediarsi in
quartieri di recente costruzione e in gated communities ispirate
a un nuovo modello sociale. Tali sviluppi appaiono fortemen-
te connessi a un immaginario urbano in cui prende forma
il sogno di una modernità globale, come si vede anche nel
caso di Akkrà, al centro del saggio di Arturo Pavani. Pavani
si concentra sul nuovo business district di Airport City, che
condensa in sé molte delle potenzialità e delle contraddizioni
tipiche dello sviluppo urbano africano. In un contesto allo
stesso tempo globale e locale, dove le compagnie multina-
zionali progettano di insediarsi e allo stesso tempo il piccolo
XVIII commercio continua a fiorire, l’urbanistica viene letta come
un racconto, un insieme di narrazioni che ci parlano delle
nuove pratiche sociali della città. Qui, accanto a costruzioni
all’avanguardia (come ad esempio il primo edificio dell’Afri-
ca occidentale dotato di certificazione energetica) ispirate a
un immaginario modellato sulla modernità occidentale (re-
frattario ad adattarsi al contesto locale), continuano a fiorire
il piccolo commercio, i venditori ambulanti, il cibo di strada,
i lavamacchine, ecc.
Anche Conakri, descritta da Ester Botta Somparé, ci appa-
re come una città complessa, cresciuta rapidamente in epoca
coloniale per raggiungere la dimensione odierna (circa 3 mi-
lioni di abitanti) integrando popolazioni di diversa origine.
Come altre città africane, Conakri si configura come un’area
di frontiera all’interno della quale l’etnicità diviene l’idioma
con cui i gruppi si confrontano innescando fenomeni di co-
struzione identitaria (Barth 1969). Così, agli originari pesca-
tori Baga si aggiunsero i Soussou, e poi i migranti urbani Peul
e Malinké, in uno scenario multietnico nel quale le identità
tendono a radicalizzarsi dando vita a forme nuove.
La storia di Free Town, capitale della Sierra Leone, è rico-
struita nel contributo di Federico Monica. Dopo aver riper-
Introduzione corso le vicende che portarono migliaia di schiavi liberati ad
essere rimpatriati in Africa a fine settecento, Monica traccia
le caratteristiche di una città straordinariamente eterogenea
sotto il profilo etnico, linguistico e culturale. Si concentra
poi sullo sviluppo attuale, massicciamente caratterizzato dalla
dimensione informale, anche per via di una crescita demo-
grafica che tocca i suoi livelli più elevati tra le classi fragili
della popolazione. Nei popolosi slum della città stanno na-
scendo interessanti forme di autogoverno basate su regole
non scritte, che guidano i processi di costruzione e gestione
degli insediamenti a partire da esigenze collettive espresse
direttamente dalle comunità.
Luanda e Porto Novo sono gli scenari di due contributi,
rispettivamente di Maciariello e De Athayde, focalizzati sulle
culture urbane. A Porto-Novo, l’eredità pre-coloniale del pe-
riodo d’influenza luso-brasiliana è ancora viva e riemerge in
particolare nei rituali funebri rivolti agli antenati. Grazie al
ritorno dei discendenti di schiavi e di famiglie creole che dal
Brasile tornarono a stabilirsi in Benin, tratti della cultura Yo-
ruba e Gun – connessi in particolare al culto dei voudoun – si
sono confusi con elementi brasiliani dando vita a nuove tradi- XIX
zioni urbane. Nei rituali, nelle feste e nei festival popolari che
hanno luogo nelle strade della città, le danze, le maschere e
la musica brasiliana – in particolare la Samba – trasformano
lo spazio urbano raccontando storie complesse e rievocando
la presenza del passato.
Luanda, che con i suoi più di 5 milioni di abitanti costitui-
sce oggi la terza città lusofona più popolosa del pianeta, è de-
scritta nel saggio di Maciariello attraverso le immagini imma-
gazzinate in alcune opere letterarie. La storia della città rinvia
ancora una volta a un controllo coloniale dello spazio, che
fu segnato da una segregazione in cui “urbanismo e razzismo
diventano facce della stessa medaglia, laddove la segregazio-
ne sociale si traduce in segregazione spaziale” (Moassab 2013
cit. in Maciariello in questo volume). Negli anni, l’aumento
vertiginoso della popolazione ne ha accresciuto la densità
incrementando la verticalizzazione degli edifici. Il romanzo
di Ondjaki Os transparentes (2013), analizzato da Maciariello,
è in effetti ambientato in un edificio di sette piani situato nel
cuore della città, imponente quanto fatiscente, dove si aggi-
rano personaggi “trasparenti”, vittime di un sistema sociale
segnato dalla corruzione e dall’ingiustizia.
Alessandro Gusman 5. Africa centrale e orientale
Cecilia Pennacini
All’Africa centrale e orientale è dedicata la terza sezione del
volume, un’area caratterizzata in parte da contesti di crescita
economica ma anche e soprattutto dal permanere di situa-
zioni di conflitto e povertà profonda. Le cittadine di Goma,
Bukavu e Bunia (Repubblica Democratica del Congo, regio-
ne del Kivu) sono state comparate da Karen Buscher, che
affronta l’analisi della dimensione urbana in relazione alle
dinamiche del conflitto. La guerra del Congo ha provocato
2 milioni di rifugiati interni. Questo fattore, unito alla pre-
senza di decine di gruppi ribelli, induce una trasformazione
sociale ed economica che ha dato forte impulso al fenomeno
dell’urbanizzazione. Considerati luoghi protetti, le città han-
no visto crescere la loro popolazione nell’assenza di strategie
di pianificazione. Inoltre, come conseguenza della guerra
civile, sono sorti numerosi centri semiurbani secondari, che
attraggono come magneti una popolazione multietnica alla
ricerca di sicurezza e opportunità economiche. L’insieme dei
problemi ma anche delle opportunità offerte dalla crescita
urbana in quest’area è ancora largamente trascurato sia nel
XX panorama degli studi sia nelle attività di cooperazione inter-
nazionale, nonostante la forte presenza nell’area di ONG
che spesso risiedono in città ma continuano ad operare nei
contesti rurali.
Kampala, una delle più importanti metropoli della regio-
ne dei Grandi Laghi, è al centro dei saggi di Pennacini e
Baral. Il primo affronta il tema della storia di una città che
affonda le sue radici nel periodo pre-coloniale. L’attuale in-
sediamento urbano è infatti situato nel luogo in cui sorgeva
l’ultima capitale itinerante del regno del Buganda. La mobi-
lità delle capitali, un fenomeno piuttosto diffuso nell’Africa
pre-coloniale, scomparirà nel quadro dell’amministrazione
coloniale. Kampala diverrà il principale centro commerciale
del Protettorato, trasformandosi con l’Indipendenza nella
capitale politica – oltre che economica e culturale – dell’U-
ganda. Oggi ci appare come una città popolosa, vivace e
multietnica: uno straordinario laboratorio di cambiamento
sociale e culturale. Anna Baral analizza alcuni recenti proces-
si di trasformazione connessi ai tentativi di riqualificazione
delle aree di fondovalle, tradizionalmente considerate zone
insalubri, caotiche e sovraffollate. In particolare viene preso
in considerazione il caso del mercato di Kisekka, specializzato
Introduzione nel commercio di pezzi di ricambio per auto e motoveicoli,
che fu demolito nel 2014 per lasciare spazio alla costruzione
di un centro commerciale. I giovani meccanici che lavorava-
no a Kisekka hanno reagito con forme di resistenza collettiva
che li hanno portati a sviluppare un’agentività solidale, im-
pegnata a immaginare nuovi scenari sociali.
Korogocho, l’enorme slum di Nairobi, è lo scenario in
cui si inscrivono le ricerche di Fabrizio Floris, da anni im-
pegnato a documentare le caratteristiche socio-culturali di
questo complesso agglomerato informale e le trasformazio-
ni in atto. Lo slum è segnato in primo luogo dall’assenza o
dall’estrema scarsità delle infrastrutture urbane e dei servizi
essenziali (strade, scuole, acqua, elettricità, trasporti, sicurez-
za, ecc.). Una campagna di “upgrading” è stata lanciata nel
2004 per migliorare le condizioni di vita nella baraccopoli. Il
progetto ha preso avvio da un censimento “partecipato”, che
ha però finito col rafforzare la voce dei piccoli proprietari a
discapito degli affittuari e dei loro interessi. Ad ogni modo, il
progetto ha prodotto alcuni miglioramenti nelle condizioni
di vita del quartiere: un aumento delle scuole, la costruzio-
ne di un nuovo dispensario, la riorganizzazione stradaria, XXI
un lento miglioramento a livello della sicurezza. Tuttavia lo
sviluppo appare contrassegnato da un andamento ineguale,
che favorisce l’élite del quartiere approfondendo la forbice
tra poveri e meno poveri.
Marsabit, cittadina del Kenya settentrionale, è l’oggetto
delle ricerche di Erika Grasso, che si concentrano sulla sto-
ria di una città nata nel primo decennio del xx secolo come
quartier generale di una compagnia commerciale per poi
diventare un centro amministrativo coloniale. I gruppi di
pastori nomadi presenti nella zona iniziarono a gravitare in-
torno alla città, dove il mercato garantiva la disponibilità di
beni provenienti dall’esterno. Così lo spazio urbano è andato
costituendosi come luogo di relazioni commerciali e politi-
che tra gruppi etnici diversi, che a Marsabit si confrontano
ridefinendo le proprie reciproche identità. Il fenomeno ur-
bano scaturisce in questo caso, come spesso avviene, pro-
prio dall’incontro tra società e culture che nella città trovano
l’occasione di confrontarsi, dando vita a nuove gerarchie e
configurazioni.
Su Dar es Salaam, e in particolare sul progetto del nuo-
vo insediamento urbano di Kigamboni, si concentra Maria
Alessandro Gusman Chiara Pastore, che prende in considerazione in particolare
Cecilia Pennacini
il sistema di approvvigionamento delle acque e le soluzioni
adottate nello sviluppo di un nuovo quartiere destinato al
ceto medio-alto. Qui sta sorgendo un centro per gli affari,
un’area residenziale e un insieme di strutture turistiche, se-
condo un modello ultramoderno che mira a incontrare le
aspirazioni e l’immaginario globale della nuova borghesia
emergente. La soluzione delineata per l’approvvigionamento
idrico prevede la privatizzazione di una parte dell’acquedotto
deputato alla fornitura e allo scarico delle acque del quartie-
re. Anche in questo caso, come in altri già analizzati nel vo-
lume, la costruzione di business centre e nuovi insediamenti
moderni dotati di ogni servizio finisce con il creare enclave
isolate dal resto della città, approfondendo la forbice della
disuguaglianza sociale ed economica nel paese.
Come Kampala, anche Antananarivo fu un centro urba-
no già in epoca pre-coloniale. Il saggio di Liliana Mosca ri-
percorre la storia della capitale del regno merina, divenuto
poi regno del Madagascar. La città subì nel corso del tempo
una serie di trasformazioni che le consentirono di sostenere
XXII le diverse configurazioni politiche che si susseguirono nel
corso dei secoli, fino al periodo coloniale e post-coloniale.
Sotto il regno di Andrianjaka fu fondata una cittadella, che
in origine si configurava come uno spazio sacro considerato
il simbolo dell’autorità centrale. L’arrivo dei missionari nel
corso del xix secolo introdusse nuovi modelli costruttivi (pie-
tre e mattoni in sostituzione dei materiali vegetali utilizzati in
precedenza), mutando progressivamente il volto della città.
La monarchia concesse agli stranieri di vivere stabilmente
a corte – come avvenne anche nella capitale del regno del
Buganda – accelerando il processo di trasformazione po-
litica e di riorganizzazione spaziale della città. La colonia
francese, stabilita nel 1896, ne mutò la struttura urbanistica
rimodellandola progressivamente anche grazie all’intervento
di architetti europei. Si compì in questo modo la definitiva
desacralizzazione dello spazio urbano, che finì col perdere
il significato cosmologico di simbolo dei legami ancestrali.
Gentucca Canella ci offre un’analisi degli interventi di
pianificazione territoriale e di trasformazione del paesaggio
nell’Africa Orientale Italiana (AOI) intorno alle metà del
xx secolo. L’Italia si impegnò nello sforzo di costruire opere
idrauliche ed elettriche in varie aree della colonia così come
Introduzione in attività legislative mirate a confermare la demanialità delle
acque superficiali e sotterranee. Vennero avviate importanti
opere stradali e si elaborarono progetti di pianificazione ur-
bana improntati al modello della “architettura d’oltremare”.
I decenni successivi all’Indipendenza hanno visto emergere
nuove progettualità, nonostante le difficoltà politiche ed eco-
nomiche conseguenti alla guerra e alla conflittualità divenuta
endemica in molte parti della regione.

6. Africa australe
Gli ultimi due contributi del volume ci introducono al dina-
mico scenario sudafricano. Johannesbourg è stata studiata da
Antonio Pezzano per analizzare le modalità con cui la gover-
nance urbana affronta la dimensione informale e in partico-
lare la presenza di piccoli commercianti nel centro della città.
Una doppia agenda sembra dominare contraddittoriamente
le politiche urbane in quest’ambito: da un lato il progetto di
regolamentare la vita cittadina secondo una visione moderni-
sta improntata ai principi di ordine, sicurezza e salute pubbli-
ca; dall’altro l’esigenza di un “riordino neoliberale dello spa-
zio” che consenta e promuova l’imprenditoria individuale. Il XXIII
saggio di Montanini riguarda invece Port Elisabeth e più in
particolare il progetto di costruzione di un gruppo di edifici a
destinazione culturale e monumentale (un museo della lotta
antiapartheid, una biblioteca, una galleria d’arte, un mercato
e una scuola d’arte) a Red Location, nel quartiere di New
Brighton. Il progetto rispecchia la volontà della municipalità
di trasformare una città del post-apartheid in una smart city
capace di competere nell’arena internazionale. Tuttavia la
realizzazione del progetto è stata accompagnata da dubbi,
accuse e fenomeni di resistenza da parte degli abitanti del
quartiere. Il cambiamento è infatti oggetto di complesse rap-
presentazioni che investono l’idea stessa di spazio pubblico e
del suo utilizzo nel Sud Africa contemporaneo, una nazione
che sta ricostruendo la sua immagine intorno alla nozione di
diversità. In questo senso, i fenomeni di resistenza e i conflitti
sorti intorno alla progettazione del nuovo quartiere culturale
assumono un notevole interesse, dal momento che esistono
“molteplici modi di comprendere e praticare la cittadinanza”
(Montanini in questo volume) per la quale sono necessari
mediazioni e riaggiustamenti costanti.
Alessandro Gusman L’urbanizzazione rapida e intensa che ha investito le società
Cecilia Pennacini
africane non sembra destinata ad arrestarsi nel breve perio-
do. Negli ultimi decenni i nuovi scenari dell’economia globa-
le e la progressiva estensione delle monocolture prodotte per
l’esportazione hanno infatti fortemente indebolito il sistema
di produzione agricola familiare tipico delle società rurali,
provocando una profonda crisi economica e allo stesso tem-
po sociale e culturale. Le popolazioni impoverite emigrano
verso le città, tentando qui di reinventare nuovi sistemi di
vita. Nell’estrema varietà e complessità degli scenari descritti
dai saggi qui raccolti un elemento sembra riemergere ripe-
tutamente in quanto tratto fondamentale della tendenza in
atto: la centralità della dimensione informale nell’urbanesi-
mo africano e le sue specifiche caratteristiche.
Una percentuale molto alta – spesso maggioritaria – del-
la popolazione urbana vive in effetti negli insediamenti in-
formali, nelle baraccopoli, nei “ghetti”. In questi contesti, il
non possedere titoli di proprietà comporta l’impossibilità di
accedere a risorse fondamentali come l’acqua, la sanità, la
scuola. Tuttavia, i cittadini subalterni e vulnerabili che abi-
XXIV tano le baraccopoli mostrano spesso la capacità di mettere
in atto soluzioni creative per far fronte all’assenza di lavoro,
di infrastrutture e anche più semplicemente di spazio vitale.
L’“urbanesimo subalterno” (Simone 2011: 249) coltiva doti
di resistenza, opposizione e agentività che si traducono in
una capacità di costruire nuovi modelli di città alternativi a
quelli immaginati dalla pianificazione urbana. Per questo i
processi africani di urbanizzazione, e più in generale quelli in
atto nel Sud globale, pongono sfide impegnative alla gover-
nance delle città. Nei ghetti, il caos, la povertà e il disordine
sembrano prevalere, soprattutto se si osservano queste realtà
attraverso le lenti dello sguardo occidentale. È invece indi-
spensabile sviluppare modelli e strumenti che ci consentano
di avvicinare e comprendere il “carattere frattale della vita
urbana” (Simone 2011: 251), cogliendo l’energia vitale con-
tenuta in spazi che possono essere alternativamente percepiti
come distopici o utopici, dove una popolazione giovane sta
inventando nuovi stili di vita
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L’Africa delle città
Urban Africa
L’Africa della città African Cities: Material Life and Post-Coloniality
Urban Africa Bill Freund

1. Perceptions of African Cities 3


The scale of African urban life has become very substantial.
In the late twentieth century, when structural adjustment pol-
icies cut off aid increases to Africa and many states fell into
crisis, unable to sustain the post-colonial economic growth of
the years after 1960, cities tended to stop growing so fast, it is
true (see assessment in Potts 2006). But in our millennium,
things have turned around again. With the improved prices
of African commodities, economies are again afloat, infra-
structure is extending itself or even improving and the march
of urbanisation quickens. African countries are becoming a
fourth, a third and even half urbanised in population today
and the bigger cities such as Dar es Salaam, Nairobi, Accra,
Abidjan and Dakar are beginning to surpass the mark of 3,4
and even 5 million. Because of their special history of absorb-
ing refugees in periods of acute conflict in the periphery,
Luanda and Kinshasa (Luanda and Kinshasa) are even bigger
as is Lagos, the old Nigerian capital, the largest sub-Saharan
African city of all. Lagos and Duala are two Atlantic seaboard
cities which are not national capitals; Duala never was but
with their dense commercial core, both continue to expand
and attract growing numbers of people.
Bill This reality is transforming African studies as a field of
Freund knowledge. Throughout the colonial era but even after, the
scholarly approach to Africa was essentially a gaze aimed at
the countryside. The real Africans were herders of cattle,
farmers of maize and other grains, female members of house-
holds headed by males, inhabitants of villages and members
of tribes. Of course African cities were there and growing.
These were usually colonial implants, administrative centres
where more and more Africans were picking up ways of living
that were not “really” African.
These cities were analytically a disturbance and often
overtly categorised as parasitical and, when growing past a
point, dysfunctional (Hoselitz 1955). Odile Goerg notes for
Conakry, the capital of Guinea, which grew over the site of a
couple of fairly sparse villages, that «the colonisers’ definition
of the city were the European commercial, administrative
and residential sections (i.e. the “white city”); the African
cities and villages were excluded from that representation»
(Goerg 2012: 10). In Maputo the literature is always posited
on the bifurcation of the cement city, as much as possible based
4
on what a Portuguese city should be like and the unkempt
and undeveloped surrounds where the natives outside Por-
tuguese culture could be found (Penvenne 1995). This per-
spective was typically modified from the late 1930s on as cities
grew and industrialisation began but never really abandoned.
Post-colonial cities began to change. Some aspects of colo-
nial order were no longer important and began to be neglect-
ed. Many African cities contain ruined or decayed sectors
that were once prestigious or at least extremely lively. On the
other hand new features such as large sports stadia and im-
posing hotels which could accommodate foreign dignitaries
and economic agents became a source of nationalist pride.
However part of this hostile attitude to cities was shared
by many characteristic African nationalists and politicians.
As Goerg and many others point out, securitisation perhaps
imagined in early colonial days in military terms and usu-
ally highly racialised, took on new spatial meaning. Gated
communities and walled compounds are also crucial features
with an uncomfortable relationship between those who dwell
within and the rest. The specialist on Angola, Cristina Udels-
mann Rodrigues, calls this «the new urban segregation»,
African Cities: (Udelsmann Rodrigues 2009: 37) although she also notes its
Material
Life and imperfections and contradictions. Urban dwellers who were
Post-Coloniality considered to lack a useful function and whose presence took

 away from the dignity of the capital, especially women, were
at time rounded up and forced back to rural destinations in
Mozambique, Tanzania and other countries, in order to mark
the urban/rural divide in a more orderly and controllable
way (for Operation Production in Mozambique, Hall - Young
1997: 104-105). Eviction of squatters or poor people (as in
going on today in Addis Ababa) or the politically too incon-
venient (as some years ago in Harare), is an even broader
theme.
What brought Africans to urban destinations where they
apparently did not belong? There was a stereotype often la-
belled as the “bright lights” school which associated urbanisa-
tion with the lure of entertainment and cheap luxuries, with
a superficial seduction and a questionable desire to escape
cultural moorings.

2. Urbanisation and Economic Change


5
Despite the patronising, if not racist, association that springs
immediately to mind with this description, it was not entirely
inaccurate. Africans were not just drawn to towns because
they were required as employees or even because they need-
ed work as cash requirements developed. Cities have always
had cultural and social meanings much wider than this. And
it is towns that connected and continue to connect Africa to
the wider world in various kinds of networks (Verlet 2005).
This kind of urban chain network leading on and up to the
metropoles of the West is beautifully outlined for one Somali
individual today by Jonny Steinberg (Steinberg 2014). Many
were attracted to cultural forms and activities that did not ex-
ist in the village but also to the availability of schools, hospitals
and other amenities including running water and electricity.
Towns might be a way of escaping witchcraft, drought or vio-
lence. The relationships between men and women could no
longer be based on family alliances in the urban setting; town
life sometimes embedded the hopes of women for a life in
which they had more say (Geiger 1997; White 1990). Earning
cash to buy goods and services is a household necessity even
in remote areas. Crises in rural areas, say today even in many
Bill parts of South Sudan or the West African Sahel, regions never
Freund well-integrated into an export economy, feed into this and
take out-migration to a new stage (for an overview of econom-
ic issues see Bryceson - Potts 2006). Conceptualising people
as actually or ideally self-sufficient peasantries becomes more
and more inadequate.
Poor as the dwellers of the shacks of these cities are and
while it is true that their populations are not always increas-
ing through rural migration, it is equally true that few of the
urban poor desire to return to rural life. James Ferguson’s
studies of life on the Zambian Copperbelt at the worst phases
of structural adjustment contain painful pages on those who
do feel obliged to abandon the modern dream, refracted
through African lenses, make that so-called homeward jour-
ney and how rarely this leads to any new kind of balance or
stability (Ferguson 1999; Pottier 1988). Interestingly Anne
Schlyter further concludes in her studies of Lusaka also in
Zambia that «women, in particular, must develop urban [her
emphasis] strategies for their livelihoods and are thus in a
sense more “urban” than men» (Schlyter 2006: 267).
6
Relatively few of these urban dwellers have so-called for-
mal employment and most depend on the informal sector, an
uncomfortable term which disguises a wide range of activities,
some productive, some commercial, some service-providing.
Some of these activities may seem parasitic but others reveal
the imaginative and creative responses to human needs in
this context (for parasitism see Jenkins 2006). As the Sene-
galese scholar Mohamadou Abdoul points out, a key feature
is the often wide circulation of money that it allows (Abdoul
2003). Indeed when so-called community organisations and
NGOs are present as they increasingly are, this circulation
increases and actually becomes the principal raison d’être. It
is also questionable to see the informal sector as an undiffer-
entiated and poorly assessed collection of diverse activities,
often assumed to be leading towards accumulation through
“sweat equity”. Look at Matteo Rizzo’s work on wage-earning
urban Tanzanians in the transport sector, employed in an
essential capacity but very rarely accumulating (Rizzo 2011).
It would be better to try to assess what the real economy of
African cities is like, how people survive, what resources are
in fact available and how to tie this into ways whereby that
African Cities: life can become more effective and progressive for urban
Material
Life and inhabitants.
Post-Coloniality The dynamism of African cities however itself generates

 economic activity. The extent to which urban dwellers obtain
services and use products made locally is under-studied com-
pared to the fascination with Chinese imports, for instance.
Laurent Fourchard has made the interesting point for La-
gos that the state which surrounds it is unique in Nigeria
in generating substantial revenues that allow for autonomy
and accumulation independent of the largesse of the central
state (Fourchard 2012). Lagos is of course the birthplace of
Nollywood and the site of a massive and quite entrepreneur-
ial range of Protestant or post-Protestant Christian opera-
tions that are truly international and pan-African. Babatunde
Ahonsi has also used Lagos as a model for improvement and
security promoted by elements (probably largely middle class
elements) in civil society (Ahonsi 2003). And Lagos networks
with numerous other smaller cities. Relatively few studies
consider what an impact on the African countryside is being
made by urban growth in terms of providing foodstuffs and
7
organising their distribution which undoubtedly if furtively
engenders the reconstruction of rural social and economic
relations, responding sometimes to improving infrastructure,
to the benefit of the commercial networks that do feed into
urban consumption (Chaléard 1996; Clough 2014).
It would be very interesting to explore systematically what
the undeniable entrepreneurial talents and local loyalties
characteristic of at least parts of Nigeria do about, and with,
the state at various levels. One aspect, highlighted in a clas-
sic study of Senegal by Catherine Boone, is the problematic
synergy between energetic traders with impressive diasporic
links and the need they feel for a state that interferes with
cheap imports as little as possible (Boone 1993). It is certainly
true that today only very few cities in Africa offer industri-
al, “productive” employment in a developmental sense for
newcomers. The colonial economies were essentially based
on the extraction of wealth through mining operations and
through export orientated agriculture, usually of crops such
as cotton, coffee, tea, sisal and cocoa. However even then the
money that came from this production accrued in good part
to the state and came into the hands of merchants in urban
Bill areas. The state extracted rents, merchants accumulated, ser-
Freund vices focussed on the locale of the state and relatively little
money stayed in rural areas.
If we make international comparisons over time, it is with
great imperial cities such as Naples or Istanbul and even
Rome, which in its heyday survived from the bounty brought
from rural areas, that we can find a model (Wickham 2009).
Here wealth passed effectively through and was distributed
as tribute or for services through the hands of the state, of
the ruler. This of course contrasts with cities whose growth,
as with Florence or Delft, sprang from a world of “industri-
ous activity” where the city itself was the site of production
(de Vries 2008). However even there where the state played
a different kind of economic role, commercial and financial
activities were located in the urban milieu and a variety of
service activities developed, from personal service to artisanal
activity. It is the former model though, with the tendency
for giant capital cities to form, which is the dominant one in
Africa today. The goods and services available in Africa are
largely to be found in its cities.
8
Ancient Rome may seem an arcane comparison but we
are no longer in the kind of economic structures that dom-
inated most of the xx century either. I would argue that we
are entering a period of capitalist development in which
manufacturing, which provided plentiful opportunities for
employment where workers under the right conditions could
be harnessed into trade unions and into a socially organ-
ised urban integument on the basis of social democracy ar-
ticulated starting in the xix century, is stagnating generally
(Castells 1997; Gorz 1997; Milkman 1997) Of course it is con-
tinuing – and will continue into the future – so perhaps it is
better to say that it is becoming subordinate to, on the one
hand, information technology where power lies in control of
the computers (sometimes only able to be exerted indirectly)
and on the other to finance capital where the profits actually
are these days. These are the patterns that are emerging and
in a globally interconnected way.
A better life, for which people are increasingly ambitious,
is likely to involve movement, migration if only sometimes
permanent, urbanisation. This may involve cities such as As-
mara or Douala or sections of Accra functioning as what Ab-
African Cities: dou Maliq Simone calls “evacuative platforms” for a further
Material
Life and take-off outside Africa entirely, just as neighbourhoods in
Post-Coloniality South African cities are the site of activities of people, often

 African people, in transit. But that may be understood bet-
ter with some distance as networking and connecting in the
world that actually exists than merely as exiting. As Simone
writes, many Africans are living part at least of their lives in
“translocal economies” (Simone 2004 and see also Steinberg
2014). To a certain extent there is a disconnect with under-
standing the city as a city and a connect with a network of
cities that may link Lagos, say, to Hong Kong or New York.
This of course presents formidable challenges to any sort
of effective governance. Yet planning for the future means
existing within the real trajectories of today.
African specialists are certainly right in pointing to the
need to come up with new kinds of urban legislation that
would change strictures from the colonial period aimed at
control that were once considered desirable and feasible but
are simply irrelevances now. Very typically the regulatory or-
der in African cities has remained relatively undisturbed from
9
colonial times, punctuated mainly by attempts to ensure cen-
tralised government control just as in pre-modern European
cities and often entirely ignored (Swilling 1997). This has had
negative developmental impacts from the point of view of
housing, of transport infrastructure, of property rights. While
some commentators like to applaud the collapse of a colonial
order because it can be classified as racist or masculinist, they
are sometimes not very swift to catch on to the emergence
of new sorts of inequality and exclusiveness. They are also
sometimes indifferent to the reality of powerful local forces
blocking change obfuscated by simple divisions between bad
and good, traditional and modern interest groups (Pieterse
2010). Neo-liberalism is quite obsessed with property rights
issues and tends to assume that solving the so-called tragedy
of the commons is the most critical of problems, an Open
Sesame. The reality is that unclear and contestable proper-
ty rights offer possibilities for all kinds of people but tend
heavily to favour the wealthy and influential who can substi-
tute influence and connections for legality (Piermay 1993).
Property rights narrowly defined could easily just replicate
this trend.
Bill 3. Regulating the City
Freund What about plans to improve urban life and rationalise gov-
ernance? Imperial cities moreover have historically been ef-
fectively administered. But what would be appropriate today?
This is a difficult idea to sustain because the resources of
municipal agencies are very small in most cases. There is
generally no treasure hoarding emperor. Dependence on the
good will of foreign NGOs for planning is problematic. Such
organisations may be very creative but are also wayward and
subject to arbitrary policy changes. Nor are they much good
for long-term commitment (Hanlon 1991; Wallace 2009).
International models are also circumscribed in potential.
Turin is an excellent model for revival and reconstruction in
what was a great industrial xx century centre but Turin has
resources and, typically for Europe, deep local commitments
to development, in both the private and public sectors (Pow-
er et al. 2010). It is possible to find decaying former industrial
centres in Africa (Jinja in Uganda in Byerly 2007 and Freund
2014 on the Vaal Triangle) but not the localised resources
for a renaissance.
10
In fact, this weakness of local impetus is a key feature in
thinking about urban problems in Africa more generally. De-
velopment specialists using for instance the local economic
development paradigm are full of fine ideas of metropolitan
generated planning led by public-private partnerships but in
Africa there is a dearth of private partners while the public
sector is dominated by the centre (Lootvoet - Freund 2006).
African states often have dedicated ministries that control
capital cities, other substantial urban centres and their envi-
rons. This may seem like a focus on urban life from a poten-
tial developmental point of view but it is more likely to be a
series of agencies to control dissidence and urban troubles,
rather than ones to expedite giving cities their head. It can
readily stifle development when political stability is a higher
priority.
In South Africa certainly, one needs a specific sense of
governmentality to understand what is and what can be going
on. Much ink is proverbially spilt about how to make local
government work, how to connect the expression of frustra-
tions that break out in violent and destructive activity system-
atically, of course benefitting opportunists if anyone, rather
African Cities: than with some kind of systemic elected and consultable form
Material
Life and of governance (see the special issue on South African Local
Post-Coloniality Government of «Transformation» 2008, and Katsaura 2012).

 By European standards, the state is weak and in particular
bad at regulating what goes on. Social services are haphazard
and critical. Moreover South Africa is a full-fledged democ-
racy and it is possible for many, perhaps conflicting, local
organisations and NGOs to make demands and build power
bases. The state’s limitations (and those of the ruling party)
are limited but far from negligible. And state patronage in
many situations is as important as the law and what stems
from it. This is the real context in which urban problems are
confronted and probably a useful way of looking at cities to
the north in Africa as well.
Cities in Africa differ a great deal in terms of their spatial
configuration and their particular pasts which cannot simply
be ignored. A look at the biggest cities in South Africa makes
this particularly clear. The ultimate South African metropole,
which has attracted massive scholarly attention, is of course
Johannesburg (Gotz et al. 2014) This is a city which is neither
11
a national capital nor even a conventional industrial centre.
It is broken up spatially by rough terrain, and in places, the
detritus of old mining operations. The capital of at most a
province in a country where provincial powers are limited,
it is a dynamic business centre in which the decline of the
old city centre has been in time met with gentrification and
the creation of an entire new sleek financial centre difficult
of access to the poor. Structurally this is a strange city. It
abuts another large centre, Pretoria, the national capital, far
more conventionally structured and between them there is
no longer virtually any free space. To the east and west, but
especially the east, the old line of gold mining towns which
turned into the core sites of heavy industry in the country,
form a third populous metropolitan area, Ekurhuleni, with
no clear centre at all. All of these conurbations are growing
quite fast due to national and international migration and
they are characterised by multiple central points, large pock-
ets of decay and centres of growth.
The other very well-known South African city is different
again. Cape Town also grows attracting newcomers with ser-
vices aligned to tourism and agro-business (Turok 2007). It
Bill is a kind of redoubt of the South African white middle class
Freund with its array of small businesses, some of them offering high
tech activities. This is a city in which foreigners escaping the
northern winter own substantial properties and the old city
centre has in good part been gentrified and securitised. In-
deed securitisation is a huge part of the spatial and economic
life of South African cities today and while apartheid is gone,
the shadow of apartheid hangs over this process. The urban
periphery of Cape Town contain what are called townships
with the highest levels of violent crime, notorious for drugs
and gangs untrammelled and uncontrolled by any authorities
(Steinberg 2004; Pinnock 2016; Rossouw 2015). Cape Town
has quite a productive economy (if not much of an industrial
one) by African standards but the marks of exclusion and
separation, no longer enforced by law, are etched sharply and
some would say extended by the forms of capitalist develop-
ment that work there. However fractured, Johannesburg has
a higher level of social integration but these historic walls,
real and notional, remain a huge problem in both cases.
Moreover what both Johannesburg and Cape Town have in
12
common with South Africa’s more “ordinary cities”, large
enough but with little local entrepreneurial impetus today,
reliant on branch plant activities and services, is the political
hold of struggles for patronage between factions of the ruling
party, more likely to block than to further any development
initiatives, as well as the long shadow of racial segregation
(Freund 2001).
South Africa suffers from several key developmental
constraints today, but one strength that has emerged since
1990 has been the links to the rest of Africa, particularly its
southern half. Johannesburg’s roads, trains, airport linkages,
provide the routes that bring Africans from several dozen
countries to the city whose economic pores yield a myriad of
opportunities, despite rather than because of the thinking
of the national state. It is also from Johannesburg that the
goods and services which represent the country’s main in-
creasing money-earner largely come and are expedited else-
where. While the balance between urbanisation and access
to jobs has been seriously out of kilter since the 1970s, the
possibilities of access to the cash economy even at a low level
of stability and socialisation continue to beckon new entrants
African Cities: to the urban terrain and its periphery (for the shift see Beall
Material
Life and et al. 2005).
Post-Coloniality

 4. A New Urban Civilisation
Turning from livelihoods to a more general perspective yet,
Georges Balandier and Claude Meillassoux are key figures in
a French tradition which emphasized rather the new. They
pioneered the route which enables us to see African cities as
the birthplace of new art forms and new forms of sociability.
Meillassoux did this brilliantly in looking at the changing
dance forms prevalent in Bamako (Balandier 1955; Meillas-
soux 1968) He has many adherents today.
The old gods and taboos of village life, forms wherein
Islam and Christianity were blended with other ritual tradi-
tions more linked to locality and livelihood, were no longer
very relevant to those coming to the city. The new forms of
these religions that are sweeping Africa are responding to
new forms of sociability that take root in the city. Filip de
Boeck in his haunting and imaginative descriptions of Kin-
shasa life – the invisible city, with its shege population, open
13
to anything – not to mention the accompanying photograph-
ic work of Plissart, suggests how phenomena such as witch-
craft take on new life, new imagery and are remade in the
urban context (de Boeck – Plissart 2014). Kinshasa is both
the site therefore of new supposedly anti-modern forms of
dealing with illness and suffering but also at once the home
of perhaps half the doctors in the Democratic Republic of
Congo trained in and using the iconic modern methodology
that could not be more Eurocentric for the most part. Kinois
society responds to the particular layered history of the coun-
try – the rather impressive built environment created by the
Belgians mostly in ruins, the years when colonially created
wealth continued in diminishing amounts to replenish the
city with a consumerist lifestyle of a particular kind enjoyed
by many, the decaying later Mobutu years when the capital
lost its glow and survival took various economic and cultural
forms, the absorption of some hundreds of thousands of ref-
ugees in the 1960s, the violence of the early and then the late
90s, the mutinies and then the consequences of the Kabila
invasion (Biaya 1993; Trefon 2004). De Boeck sees this in
terms of a new imaginary created out of deeper African cul-
Bill tural meanings as well as the interpretation of various aspects
Freund of modern consumerism. Theodore Trefon, in trying to make
analytical sense of Kinshasa writes:
Despite outrageous problems, Kinshasa…is also a fas-
cinating and fantastic social space. It is a city of nightlife,
music, fashion and free women…It is a vast stage marked by
hedonism, narcissism, celebration and myth building. It is a
city of paradox, contrast and contradiction where new and
remarkable patterns of stability, organization and quest for
well-being have emerged. (Trefon 2004: 1)

In his recent book on Angola, Ricardo Soares de Oliveira


claims that:
Luanda is more than just the power centre and controller
of the nation’s wealth; it is the setter of its parameters. Fash-
ion, youth culture, patterns of consumption, aspirations for
personal success, the right Portuguese accents, the comport-
ment one aspires to master: all emanate from Luanda, the
swallower of men where a fourth of the population already
resides and most others aspire to join. (Soares de Oliveira
2015: 19)
14

5. Indigeneity and Urban Conflict


This is by itself in my view too positive a picture even beyond
mentioning the exceptional but terrible scenes we have all
noted in Mogadishu, Freetown or Bangui. One of the ways in
which African cities are ordinary cities in Jennifer Robinson’s
sense is that each has a history just as it has a physical forma-
tion that will likely determine or help to shape key patterns
and in which these cultural trends are set. This is true as well
for the question of identity.
Cities may form new identities but this hardly means that
these are unproblematic or cheerfully positive structures. To
return once again to Kinshasa, I have been involved a few
years ago in a research project looking at how Kinois under-
stand their city vis-à-vis the country as a whole. The bias of
the project was that supposedly all over the globe people are
giving up on nation-states and coming to put their energies
and belief-systems into cities or perhaps urban networks. I
found that educated Kinois however, while they are certainly
interested in and participate intensely in networks involv-
ing other cities (albeit almost unreachable by road on the
African Cities: ground in most cases), pay enormous attention to the city as
Material
Life and a symbolic centre of a country which is still very much a pri-
Post-Coloniality mary identification. All of the informants for instance spent

 considerable time every week in the old colonially construct-
ed centre where the Congolese government has its seat. The
fact that Kinshasa la belle has become Kinshasa la poubelle is
a great source of shame. The sense, by the way shared both
by Lumumba and Mobutu, that the capital should represent
and complement the country and that the national symbols
should dominate it, is still there albeit, and this is of course
the problem, in ruins (Freund 2011).
Alternatively, it is notable that some scholars even before
the end of the colonial period began to decipher some of
the social realities of older cities such as Freetown and Lagos
which are not “modern” in formation and have roots in older
polities, older social and economic patterns such as Michael
Banton uncovered for Freetown (Banton 1957). So-called
traditional claims to the right to a city are easily transformed
into claims for rights over a city. In Luanda it is the Portu-
guese-speaking population Soares de Oliveira calls Creole,
15
who can be considered the insiders. Sometimes as with the
Lebou of Dakar it is long-standing so-called natives whose
families have apparently resided on the spot for generations.
These make a genuinely democratic solution to urban prob-
lems in the big city that don’t privilege so-called indigenes
and their apparent leaders very difficult.
Across the river, in Brazzaville which was the site of Bal-
andier’s pioneer research, apparent rural ethnic identities
sharpened and got recharged through a division that can be
linked to the colonial history of two separated quarters for
the natives, to the north and south of the city. Despite the
links between Kinshasa and Brazzaville, they have quite differ-
ent histories. In Brazzaville new “ethnic” identities emerged
and these, in the shadow of political contestation fuelled by
the national dependence on oil revenues, became murder-
ous and violent. Out of, and then in addition to, earlier divi-
sions emerged the dominance of armed gangs. Civil war in
1997 wrecked much of colonial and post-colonial Brazzaville
(Dorier-Aprill et al. 1998). The distant port of Pointe Noire,
at the end of the line of rail which was now closed down, be-
came effectively the economic capital of the country. Gabriel
Bill Tati, the foremost Congolese writer on urban life writes that
Freund after 2000 reconstruction, including the reopening of the
vital line of rail, resumed (Tati 2012). Brazzaville has been
recreated along lines of post-colonial privilege and priorities.
Ethnicity fed into this but he argues is not by itself the way
to understand this history; however it has impinged in de-
structive ways. It remains to be seen if the scars of conflicting
identity will reopen again.
Considerably earlier and still in the high tide of the co-
lonial era, the British were deeply disturbed by supporters
of the Mau Mau oath present amongst workers in Nairobi.
In 1954, massive expulsions of Gikuyu speakers in Nairobi
were engineered and the working class took on many new
migrants from other parts of the country where Mau Mau’s
particularities had found no expression (Furedi 1973). It is
difficult not to relate this to the intensely ethnic character
of Kenyan national politics as the British gradually conced-
ed space to a project aiming at independence. And ethnic
divisions have haunted Kenya ever since. In the worst phase
of violence in recent years aimed at electoral competition,
16
actual spatial separation of people as in Baghdad started to
affect large neighbourhoods of Nairobi (Mueller 2008).
Very differently originated people jostle in African cities
and influence each other. The cities are the source of glo-
balised media forms reaching ever larger numbers of people
and particularly younger people. Films, videos, recordings
emanating from black America, India, Brazil and elsewhere
feed into an idealised world where black is the colour of in-
ventiveness and bravery and succeeds in overcoming the un-
welcome barriers of the past and of the privileged (Feld 2012;
Krings - Okoomo 2013; Ntaragwi 2009; Plageman 2013). Si-
multaneously though, the cities give rise to inward-looking
minority communities and to intenser, apparently purer,
forms of Christian and Islamic practice (Brenner 1993; Last
2008; Marshall 2009; Mohr 2013). South Africans have be-
come more and more aware of what is termed xenophobia
where locals round on foreign traders and even workers and
the state itself fears that an overly open attitude to outsiders,
notably outsiders from other parts of the continent, prejudic-
es the interests of the “now it is our turn” brigade increasingly
dominant in the ruling party, itself in need of some kind of
African Cities: new justification to replace the fading standards of the libera-
Material
Life and tion movement (Charman et al. 2010; Segatti - Landau 2008).
Post-Coloniality Two kinds of dreams of a better life through urban passages

 clash. Phases of violent attacks match the growing difficulties
of accessing the right papers.
Johannesburg may be ceasing to seem a trove of opportu-
nities and mobility. Unfortunately there are no comparisons
so far, despite a growing literature on this subject, with the
striking parallel expulsions of foreigners that have marked
African states and cities for decades, for instance in Nige-
ria, Ghana, Senegal and the Ivory Coast. The collapse of
the Houphouët-Boigny growth model in the Ivory Coast did
in time lead to a localism focussed on Abidjan, localism of
whom the hero was an anti-Houphouët nationalist minded
historian, with a wife linked to Pentecostal networks, celebrat-
ed by popular musicians whose lyrics breathed chauvinism.
The upshot was violence against those who were now have
become defined as outsiders, once welcomed under the old
expansive economy, civil war conditions and international
intervention. That this last resort has solved the problem in
the longer term seems to me unlikely (Dozon 2011; Freund 17
2001; Le Pape - Vidal 2002; Newell 2012).
Attacking this problem and finding a new metropolitan
consciousness will be a difficult but essential task to build
urban life in Africa in a positive way. A road has to be found
taking the population beyond a situation where people feel
obliged to connect with specific identitarian signs and ac-
tivities that mark out outsiders from insiders or one where
they are brought together only under the rigid auspices of
an authoritarian central state, especially one that is unsta-
ble because it is unlikely to deliver what it claims it can do.
This road would involve the tolerance of a genuinely more
heterogeneous and polyglot urban culture, distinctive if not
distinct from national, as well as particularist, currents. Astute
scholars, especially those fascinated with cultural artefacts,
point to possibilities here but realising these possibilities is
still in part a dream and understanding those possibilities
at the core and what works against them is likely to be a big
part of the history of African cities in this century unfolding.
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Prima sezione
Africa settentrionale
Bill
Freund

26
L’Africa della città L’urbanizzazione degli insediamenti di profughi.
Urban Africa Il caso della regione di Tindouf (Algeria)
Luciano Ardesi

1. Introduzione 27
L’insediamento di parte della popolazione dell’ex colonia
spagnola del Sahara Occidentale in campi di profughi nella
regione sahariana di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria, ha
luogo tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. In quarant’anni
i campi sahrawi si sono caricati di possenti simbologie po-
litiche, hanno subito una profonda trasformazione sociale,
economica e urbanistica, hanno stabilito relazioni non solo
sul piano regionale ma anche su quello internazionale.
Sulla realtà dei campi profughi sahrawi esiste un’abbon-
dante memorialistica, una documentazione istituzionale
degli organismi internazionali che vi intervengono a diver-
so titolo, ma quasi nulla a livello scientifico, se non nella
esclusiva dimensione politico-giuridica della questione del
Sahara Occidentale. Per questi motivi è sembrato importante
avanzare uno schema interpretativo del fenomeno spaziale,
e più propriamente urbanistico, dei campi sahrawi, solita-
mente trascurato.
Non è qui il luogo per trattare la questione del Sahara
Occidentale che ha dato origine all’esodo di una parte della
sua popolazione. Per una visione d’insieme e della relativa
bibliografia rimando alla mia sintesi (Ardesi 2004).
Luciano 2. L’insediamento dei profughi
Ardesi Il rapporto dei nomadi sahrawi con la regione di Tindouf
precede la creazione dei campi profughi. Con l’acuirsi della
crisi nel 1973, i primi rifugiati sahrawi si installano in diversi
centri della provincia di Tindouf, a Hassi-Abdellah, Oum El
Assel e nel capoluogo stesso. Si tratta di poche centinaia di
persone che si muovono a titolo individuale.
L’esodo vero e proprio inizia nel novembre 1975 con l’inva-
sione dell’esercito marocchino nel Sahara Español. Dapprima
i sahrawi abbandonano i centri abitati e si raggruppano nel
deserto, dove formano improvvisati campi di sfollati, poi col
bombardamento di questi campi da parte dell’aviazione ma-
rocchina, la popolazione muove verso la breve frontiera con
l’Algeria, giacché l’entrata in guerra dell’esercito di Nouak­
chott impedisce di trovare riparo oltre la lunga e più vicina
frontiera con la Mauritania. Le prime ondate di profughi aiu-
tate dal Fronte Polisario, il movimento di liberazione naziona-
le sahrawi, attraversano il confine e si dirigono alla periferia di
Tindouf nel luogo noto come Hassi Roubinet, vale a dire «pozzo
del rubinetto», per la presenza di un serbatoio d’acqua che
28
alimenta la cittadina a partire dalla falda sottostante. Il sito
sarà poi popolarmente denominato Rabouni. L’installazione
dei campi non è propriamente una sedentarizzazione, poiché
buona parte della popolazione della ex colonia spagnola era
già non solo sedentaria ma anche urbanizzata.
I profughi giungono a ondate successive nel corso dell’in-
verno 1975-76 e continuano nei mesi seguenti. I profughi
vengono concentrati attorno a Rabouni per disporre di acqua
potabile. Nell’estate 1976 un’epidemia di colera consiglia il
decentramento e la dispersione delle persone in tre distinti
campi: Al Aiun, Smara e Dakhla, il più eccentrico dei campi,
a 180 chilometri da Tindouf nei pressi della frontiera con
la Mauritania e l’unico ad avere una fonte d’acqua propria.
Il processo di dispersione prosegue negli anni successi-
vi per effetto dell’accrescimento demografico, all’inizio del
nuovo millennio la popolazione è stimata in 165.000 per-
sone. Viene creato un nuovo campo, Awserd. Più tardi nel
2013 quella che comunemente è chiamata la «Scuola del 27
febbraio», per la promozione femminile, ma che nel corso
dei decenni ha riunito molte famiglie, viene elevata al rango
di insediamento a sé stante, il quinto, denominato Boujdour.
L’urbanizzazione Lo spazio dei campi sahrawi non ha dunque una continuità
degli insediamenti
di profughi. territoriale, poiché i cinque insediamenti sono distanti tra di
Il caso della regione loro da poche decine di chilometri fino a oltre un centinaio
di Tindouf
(Algeria) (140 chilometri da Dakhla).
L’impianto spaziale e geografico non varia di molto, an-
che perché l’accrescimento demografico, dopo il cessate il
fuoco tra Polisario e Marocco (1991), è compensato dall’e-
migrazione nei territori liberati, in Spagna, Algeria e in di-
versi altri paesi, soprattutto europei. Elemento ulteriore di
riorganizzazione spaziale è il fattore climatico-ambientale. La
regione, tradizionalmente inabitata, è soggetta a periodiche
disastrose alluvioni, le ultime nel 2006, 2014 e 2015. Si è do-
vuto non solo ricostruire ma dislocare quartieri o abitazioni
individuali, pur mantenendo lo schema sopra descritto.
L’organizzazione spaziale è regolare ma non rigidamente
geometrica, tipica dei campi gestiti da organismi umanitari,
ed è innovativa rispetto alla disposizione tradizionale delle
tende sahrawi nell’accampamento di un frig, la frazione di
tribù. Del resto l’insediamento nei diversi i campi non rispec-
chia l’appartenenza tribale, conformemente all’ideologia del
29
Polisario contraria a qualunque tribalizzazione della lotta di
indipendenza e delle istituzioni nascenti.
Fin dall’inizio gli insediamenti si ispirano a un modello
urbano, dettato dalla necessità di fornire i servizi essenziali.
Gli accampamenti sono disposti in circolo attorno a un ideale
centro amministrativo, la sede della regione, o wilaya come
vedremo, per poi costituire nuclei ravvicinati e spazialmente
più regolari (barrios, quartieri) distanti gli uni dagli altri an-
che poche centinaia di metri. Nei quartieri, spazialmente più
regolari e omogenei, le tende non sono serrate le une vicino
alle altre. I diversi campi sono collegati tra di loro da piste
nel deserto tracciate spontaneamente nel corso degli anni,
e che mantengono la caratteristica delle piste sahariane: un
fascio di tracce che collegano i punti di partenza e di arrivo.
L’organizzazione amministrativa segue quella spaziale. I
singoli campi costituiscono una wilaya, una sorta di regione,
che prende il nome di una città o località del Sahara Occi-
dentale. Ogni wilaya è a sua volta suddivisa in 6-7 province o
daira, che prendono anch’esse il nome di centri della patria
sahrawi; ogni daira è divisa in 4-5 quartieri, i barrios, che sono
numerati, e che costituiscono l’unità amministrativa più pic-
Luciano cola. Si noti che la terminologia amministrativa segue quella
Ardesi usata in Algeria, tranne quella per i quartieri di derivazione
spagnola.
A completare il quadro istituzionale iscritto sul territorio
c’è il presidio della sicurezza. L’accesso ai differenti campi
o wilaya è sorvegliato da check-point, alcuni dei quali pren-
dono forme architettoniche specifiche (archi), che ufficia-
lizzano l’ingresso nelle singole regioni amministrative. L’ac-
cesso all’insieme della zona dei campi sahrawi è a sua volta
contrassegnato da un duplice passaggio militare simbolico.
In provenienza dall’aeroporto di Tindouf, o dalla strada
nazionale per i convogli umanitari, la strada, ora asfaltata,
che porta ai campi ha un check-point della gendarmeria
algerina, seguito a breve distanza da un check-point gestito
dai sahrawi1.
Il territorio benché non abbia una “capitale”, che rimane
quella simbolica di Al-Aiun, l’antica capitale coloniale oggi
sotto occupazione, ha la sede amministrativa a Rabouni, la
cui denominazione popolare predomina sul nome ufficiale
di Hafid Boudjemaa, dal nome di uno dei primi caduti della
30 lotta di liberazione. In questo centro hanno sede le istitu-
zioni nazionali della Repubblica araba sahrawi democratica
(Rasd)2, oltre ai diversi servizi come l’ospedale nazionale, la
radio, la televisione, l’agenzia di informazione, il centro di
accoglienza per gli ospiti stranieri, il Museo della guerra, il
centro per i mutilati di guerra.
È in questa località che approdano le delegazioni ufficiali,
soprattutto i negoziatori dell’Onu, i delegati dei governi che
riconoscono la Rasd. È in questo centro che lavorano i leader
del Polisario, contribuendo a rafforzare il valore simbolico
non solo del centro in quanto tale, ma di tutti gli insediamen-
ti circostanti. Durante la notte, il centro amministrativo si
spopola, poiché dirigenti e impiegati pubblici risiedono nelle
wilaya circostanti. Rabouni assume dunque l’aspetto di un
vero e proprio centro politico-amministrativo del complesso
degli insediamenti dei profughi.

1. Dopo il rapimento (ottobre 2011- luglio 2012) dei tre cooperanti europei, tra cui l’ita-
liana Rossella Urru, nel centro di accoglienza di Rabouni, i singoli insediamenti sono stati
circondati da rialzi del terreno per impedire il libero accesso ai veicoli.
2. Proclamata il 27 febbraio 1976 dal Polisario il giorno del ritiro ufficiale della Spagna
dalla sua colonia.
L’urbanizzazione Nell’immaginario collettivo sahrawi, i campi profughi, con
degli insediamenti
di profughi. la loro strutturazione territoriale, la funzione istituzionale e
Il caso della regione l’adozione di nomi della terra d’origine, sono la rievocazione
di Tindouf
(Algeria) dello spazio comune oggi in gran parte abbandonato a causa
dell’occupazione del Marocco. La proclamazione della Rasd
si proietta dunque anche sul territorio dei campi. Questi ri-
spondono alle regole non dello Stato che li ospita, l’Algeria,
ma di quello proclamato dal Polisario, riconosciuto da decine
di governi e membro fin dal 1984 dell’Unione Africana (all’e-
poca Organizzazione dell’Unità Africana). In questo senso,
diversamente dai campi di esiliati, i campi profughi sahrawi
non sono solo il risultato di un conflitto e il terreno di in-
tervento umanitario, ma sono l’espressione di una precisa
volontà politico-istituzionale.
La valenza simbolica di questa strutturazione è molto forte
e questo spiega perché l’impianto originario non è più mu-
tato in quarant’anni. Sono state create, come visto, nuove
wilaya e daira con l’aumento della popolazione e l’esigenza
sempre attuale di non eccedere nelle concentrazioni, per
ragioni di sicurezza militare, sanitaria e ambientale.
31
I campi sono il luogo della riproduzione sociale secon-
do il modello di società moderna prefigurata dal Polisario:
abolizione dell’appartenenza tribale (Caratini 2003) e della
schiavitù (De Dalmases 2012), scarsa gerarchizzazione socia-
le. Durante la lotta di liberazione armata (1975-1991) i campi
assicurano il ricambio demografico per l’esercito di liberazio-
ne, sostituendo i combattenti caduti in battaglia, o diventati
inabili al combattimento.
I campi sono anche il luogo della riproduzione culturale,
poiché la scolarizzazione elementare è garantita a tutti. Assi-
curano la riproduzione dell’identità e della memoria collet-
tive attraverso le istituzioni formative e culturali (scuole, Mu-
seo della guerra, archivi, radio e televisioni nazionali) e una
intensa attività culturale (feste nazionali, festival del cinema,
esposizioni d’arte). I campi svolgono un ruolo di inclusione
poiché accolgono le persone fuggite dai territori occupati, la
diaspora, coloro che rientrano dagli studi all’estero.

3. La tipologia dell’habitat
All’inizio i profughi vivono sotto le tende. Nei primi mesi
la tenda (khaima) è costituita soprattutto da ripari di fortu-
Luciano na integrati dalle stoffe quanto mai leggere delle melfa che
Ardesi nell’abbigliamento femminile avvolgono interamente il cor-
po delle donne. Più tardi, con l’arrivo degli aiuti umanitari,
viene diffuso il tipo di tenda cosiddetto pachistano (poiché
fabbricato in Pakistan e in India) in tela rinforzata verde,
a base rettangolare, tenuta da due montanti in legno, e da
picchetti agli angoli e da tiranti tenuti nella sabbia da lunghi
ganci di ferro. Si tratta di un tipo robusto, adatto a una siste-
mazione non emergenziale e al tipo di clima caratterizzato da
forti venti e da forti sbalzi termici sia annuali che giornalieri.
L’energia elettrica è fornita dai pannelli solari, il fuoco per
cucinare dalle bombole a gas.
La divisione degli spazi della tenda tradizionale tende a
riprodursi in quella dei profughi, mentre la dicotomia tra
dentro e fuori, tipica della tenda nomade, è molto attenuata.
Fino a un epoca recente qualunque famiglia sahrawi era in
qualche modo obbligata ad accogliere il visitatore straniero.
Dall’inizio, l’insediamento si accompagna alla creazione
di strutture pubbliche: scuole, dispensari e poi sedi delle isti-
tuzioni amministrative locali e delle organizzazioni di massa
32
in cui si articola il Polisario. Sul piano costruttivo queste strut-
ture sono le prime a essere edificate con mattoni di sabbia
impastata con acqua e messi a seccare al sole, con modeste
fondazioni. Sono a un solo piano, con la copertura di lastre
zincate ondulate, sostenute da travi di legno. L’intonaco è
anch’esso di malta di sabbia, il più delle volte dipinto. Le
finestre sono chiuse da imposte di legno senza vetri. Il ma-
teriale viene dalla vicina Tindouf e trasportato direttamente
nei campi.
La tipologia delle costruzioni non risponde a un modello
culturale definito, ma ai limiti imposti dal materiale utilizza-
bile: travi in legno e lamiere zincate. L’uso di una architettura
sahariana, ad esempio con le coperture a cupola, è limitato
a qualche esperimento. Le organizzazioni umanitarie co-
struiscono grandi hangar per gli aiuti alimentari e vengono
riutilizzati i container con i quali aiuti e materiali vari sono
trasportati nei campi.
Gli edifici delle strutture collettive, continuamente am-
pliati e rinnovati, anche grazie al crescente apporto della
cooperazione internazionale, rispondono a un disegno po-
litico-sociale. L’idea di partenza del Polisario è di ricreare
L’urbanizzazione idealmente la struttura di uno Stato, poiché la proclamazione
degli insediamenti
di profughi. della Rasd si accompagna all’adozione di una Costituzione
Il caso della regione con le proprie istituzioni. Tale costruzione è prevalentemen-
di Tindouf
(Algeria) te nell’esilio, con la notevole eccezione della componente
militare, poiché i combattenti sahrawi sono organizzati, han-
no le proprie basi e agiscono sul territorio del Sahara Occi-
dentale e non dell’Algeria.

4. Il cessate il fuoco e l’urbanizzazione


Dal punto di vista urbanistico l’evoluzione non è dettata tan-
to da fattori demografici o da condizionamenti ambientali,
quanto dall’evoluzione politica, sociale ed economica. La
svolta ha luogo all’inizio degli anni Novanta del secolo scor-
so, fino ad allora gli insediamenti mantengono un carattere
di provvisorietà. I dirigenti del Polisario rifiutano l’idea di
creare strutture permanenti che prefigurino l’accettazione
dello status quo e la permanenza a lungo termine. Unica
eccezione sono gli «orti nazionali», e qualche installazione
produttiva centrale come l’allevamento di polli. Negli orti
viene sperimentata, per la prima volta in questa regione, l’a-
33
gricoltura, del tutto estranea alla società nomade, per inte-
grare con prodotti freschi l’alimentazione dei malati o delle
famiglie in difficoltà.
A partire dal 1990 il governo di Madrid riconosce ai sahra-
wi impiegati nell’esercito e nella amministrazione coloniali il
pagamento delle pensioni, immettendo così un flusso conti-
nuo di denaro nei campi.
Il 6 settembre 1991 entra in vigore il cessate il fuoco, a
seguito dell’adozione da parte del consiglio di sicurezza
dell’Onu del Piano di Regolamento del conflitto. Il referen-
dum di autodeterminazione che si doveva tenere, secondo
la tabella di marcia del Piano, nel gennaio-febbraio 1992,
viene rimandato sine die. I profughi che avevano già iniziato
a preparare «il bagaglio del ritorno» (come viene ricordato
l’inverno 1991-92) realizzano nel giro di pochi mesi che la
speranza della fine dell’esilio è per il momento compromes-
sa. Questi due fatti cambiano l’atteggiamento sia individuale
che collettivo.
Sul piano individuale le famiglie godono di entrate in
denaro (prima la circolazione di contante era praticamen-
te inesistente) che consente di acquistare non solo beni di
Luciano prima necessità, ma di migliorare il quadro di vita. Le tende
Ardesi sono progressivamente affiancate da costruzioni in mattoni
di sabbia impastati con acqua e cotti al sole. Dapprima ven-
gono realizzati i blocchi delle cucine in modo da isolarle
dalle tende e prevenire gli incendi, poi quelli dei gabinetti
con fosse biologiche, infine le stanze che fungono alternati-
vamente da soggiorno e camere da letto. I singoli edifici sono
disposti attorno a una corte, non sempre delimitata, soprat-
tutto agli inizi, da muri. Le costruzioni in mattoni di sabbia
sono progressivamente migliorate, anche con l’impiego del
cemento a partire dall’inizio del nuovo millennio, grazie alla
disponibilità di denaro e per rispondere al timore che le forti
piogge possano danneggiare gli edifici. Se l’esterno rimane
a lungo indifferenziato, è soprattutto all’interno che le co-
struzioni si diversificano, arredate con apparecchi tv, hi-fi e
successivamente frigoriferi, a seconda del reddito famigliare.
Gli elementi distintivi esterni si sono moltiplicati negli ulti-
missimi anni, a segnalare la fine della uguaglianza nella con-
dizione socio-economica. Tuttavia non si intravede ancora in
questo rinnovamento uno specifico modello edilizio di riferi-
34
mento. Il reticolo interno stradale ne è risultato modificato,
anche se di poco, per via dell’estensione delle costruzioni o
del loro spostamento.
A questo quadro si aggiunge la diffusione delle attivi-
tà economiche, soprattutto la pratica del commercio, dei
mercati locali con l’apertura di piccoli negozi, dapprima in
maniera discreta, poi sempre più diffusi. La merce viene da
Tindouf, oppure da altre città algerine, dalla Spagna e dalla
Mauritania. Si amplia, soprattutto nel centro amministrativo
di Rabouni, il settore dei servizi con l’apertura di negozi per
cellulari, ricambi, e infine ristoranti. Si crea progressivamen-
te una rete di trasporti privati tra i diversi insediamenti.
Nella prospettiva di un esilio a lungo termine le famiglie
investono nel piccolo allevamento di capre e agnelli, e qual-
che cammello. Per ragioni sanitarie i recinti sono collocati
all’esterno della zona abitata, tra una daira e l’altra. Le man-
drie di cammelli vengono allevate nei territori liberati dove
le famiglie si recano a turno. Inoltre, a partire dal nuovo mil-
lennio, si diffondono gli orti individuali nel recinto di casa.
La politica del Polisario si piega anch’essa all’evidenza di
una permanenza di lunga durata. Grazie alla cooperazione
L’urbanizzazione internazionale, gli edifici pubblici vengono migliorati, edifi-
degli insediamenti
di profughi. cati con cemento, anche a seguito delle ricorrenti alluvioni.
Il caso della regione Si moltiplicano le installazioni permanenti delle associazioni
di Tindouf
(Algeria) di massa, dei gruppi giovanili o culturali. Inoltre il Polisario
abbandona l’ideologia socialista, come del resto aveva comin-
ciato a fare l’Algeria dopo la morte del presidente Houari
Boumedienne (1978). Questi fatti, insieme alla difficoltà di
assicurare per l’insieme della popolazione tutti i beni indi-
spensabili, orientano i dirigenti del Polisario a lasciare sem-
pre più spazio all’iniziativa privata. Accanto alla dicotomia
pubblico-privato, si aggiunge il privato-pubblico: commerci,
ristoranti, caffè, servizi diversi.
Attorno al 1990 appare il fenomeno della costruzione di
moschee, spontaneo poiché la stragrande maggioranza dei
dirigenti sahrawi era all’origine laico. Le moschee sono tenu-
te da coloro che hanno fatto gli studi in Algeria o nei paesi
arabi. In tal modo il panorama urbano si completa. Malgrado
i grandi sforzi istituzionali e il concorso della cooperazione
internazionale gli insediamenti rimangono dipendenti dagli
aiuti esterni.
All’inizio del nuovo millennio gli insediamenti sahrawi 35
hanno integrato tutti gli elementi della città araba: civili,
economici, commerciali, istituzionali, compresa la polizia,
l’amministrazione della giustizia e quella carceraria (fino al
2005 è esistito anche un carcere per i prigionieri di guerra
marocchini catturati dal Polisario), culturali e religiosi. Va
osservato, una volta di più, che fa eccezione la componente
propriamente militare, poiché l’esercito rimane basato esclu-
sivamente nei territori liberati.
La morfologia dell’insediamento tuttavia non riproduce
il tessuto denso della città araba tradizionale, la medina, ma
una originale continuità tra l’urbano e il rurale. Il concetto
di centro-periferia non può essere accolto in pieno poiché
questa dicotomia tende a riproporsi in diversi luoghi e am-
biti. Ogni wilaya ha il suo centro amministrativo, ma le daira
variamente disposte non costituiscono la periferia, poiché a
loro volta hanno il proprio centro amministrativo, mentre i
servizi, come il dispensario o la scuola, possono non essere
situati nel baricentro amministrativo.
Luciano 5. Come definire lo spazio?
Ardesi Ferma restando la rottura con la disposizione degli accam-
pamenti tradizionali nomadi, la natura dell’impronta spa-
ziale e politica degli insediamenti ha dato origine a diverse
denominazioni. Michel Agier nel suo tentativo di tipologia
generale dei campi esistenti nel mondo, li considera come
campi di esiliati e «prefigurazione dello Stato» (Agier 2014:
17). A questo Stato mancano però alcuni elementi come la
funzione militare, la continuità territoriale, la nozione di
frontiera, soprattutto il Polisario non vuole identificare la
propria sovranità territoriale su uno spazio diverso da quello
dell’ex colonia spagnola.
Altri parlano di «Stato in uno Stato» (Dedenis 2008),
dimenticando che l’Algeria non ha ceduto la sovranità del
territorio dei campi amministrati dal Polisario. A livello co-
mune si è invece diffusa l’idea di uno «Stato in esilio», che
tuttavia trascura l’esistenza di territori liberati della Rasd
amministrati dal Polisario che vi mantiene alcune istituzioni
nazionali (parlamento) e locali (municipi) oltre ai servizi
(scuole, ospedali).
36
Per proporre una diversa definizione, comincerei a non
parlare più di un solo spazio, come lascia intendere il con-
cetto di “stato” ma di spazi. Questi spazi sono diventati dal
punto di vista dell’habitat degli insediamenti stabili, perché
non sono più accampamenti di tende. La caratteristica che
distingue questi insediamenti non è solo il fatto di essere
nella pratica amministrati dal Polisario/Rasd ma di essere
costituzionalizzati. Fin dal 1976 la Rasd si è infatti data una
costituzione e delle istituzioni che regolano la vita degli inse-
diamenti stessi. Benché si trovino in Algeria, gli insediamenti
sono dunque retti per gran parte da norme diverse da quelle
vigenti in quel paese, che finora ha rispettato la loro comple-
ta autonomia amministrativa.
È questa “costituzionalizzazione” che costituisce proba-
bilmente il tratto distintivo degli insediamenti dei profughi
sahrawi rispetto al fenomeno mondiale dell’encampement di
cui parla Agier. Anche perché questa “costituzionalizzazione”
si proietta, a partire dagli insediamenti sahrawi in Algeria,
verso altri spazi, in primo luogo i territori liberati della Rasd,
e anche a quelli dei territori occupati poiché i sahrawi ivi re-
sidenti godono dei diritti degli altri sahrawi. Infatti, compati-
L’urbanizzazione bilmente con la loro situazione, partecipano alla vita politica
degli insediamenti
di profughi. del Polisario e delle istituzioni della Rasd.
Il caso della regione L’intenso lavoro diplomatico e le numerose relazioni con
di Tindouf
(Algeria) governi, partiti politici, organizzazioni della società civile, im-
prese di molti paesi ha prodotto una rete che consente agli
insediamenti e ai territori della Rasd, sotto occupazione o
liberati, di proiettarsi su scala mondiale: ambasciate, sedi di
rappresentanza del Polisario, sottoscrizione di trattati inter-
nazionali (a cominciare dall’Unione Africana), personalità
giuridica nei tribunali internazionali, accordi economici.

6. Conclusioni
Il mutevole impianto urbanistico dei campi-insediamenti pro-
fughi sahrawi deve essere osservato non come un’evoluzione
dovuta alle forze interne, ma come il risultato di una volontà
politico-istituzionale e di un investimento simbolico di cui gran
parte dei suoi abitanti sembra essere altamente cosciente.
Ibn Khaldun, storico, filosofo e sociologo maghrebino vis-
suto nel XIV secolo, sottolineava la dicotomia tra la società
nomade e la società sedentaria. Quest’ultima era vista come 37
catalizzatore della ricchezza e dei vizi, della corruzione e in
ultima analisi del deperimento di una società (Ibn Khaldum
1965). Nel caso dei sahrawi questa dicotomia deve essere at-
tentamente valutata. Gli insediamenti non costituiscono an-
cora il luogo di questo accumulo, anche se il presidente della
Rasd Mohamed Abdelaziz ha più volte denunciato i rischi
della corruzione e dell’inerzia burocratica.
Allo stesso tempo questa straordinaria modificazione
dell’esistente non ha fatto venir meno il progetto della sua
negazione. Il ritorno nei territori del Sahara Occidentale ri-
mane infatti l’obiettivo condiviso sia dai residenti che dai
sahrawi all’estero. Gli insediamenti vivono ed evolvono per
mantenere intatta la capacità di autodistruggersi, presto o
tardi che sia, quando i sahrawi avranno ritrovato la piena
libertà.

Bibliografia
Agier, M. (a cura di)
2014 Un monde de camps, La Découverte, Paris.
Ardesi, L.
2004 Sahara Occidentale, una scelta di libertà, EMI, Bologna.
Luciano Caratini S.
Ardesi 2003 La République des sables. Anthropologie d’une Révolution,
L’Harmattan, Paris.
De Dalmases, P.-I.
2012 La esclavidud en el Sáhara Occidental, Carena, Barcelona.
Dedenis, J.
2008 Les camps de refugiés sahraouis dans le conflit du Sahara
Occidental, «L’Ouest Saharien, Hors série: Actes du col-
loque de Nanterre», 24 novembre 2007.
Ibn Khaldum
1965 La Muqaddima, Hachette, Paris.

38

Attività
commerciali
Insediamenti
sahrawi
(regione di
Tindouf)

39

Ricostruzione
a Dakhla
dopo l’alluvione
del 2015
L’Africa della città Black Tunisians and racism in the discourse
Urban Africa of national media, urban élites, and local rural actors:
the case of ‘Abid Ghbonton
Marta Scaglioni

40 1. Introduction
On 14th February 2011, former Tunisian President Zine el
Abidine Ben Ali fled his country to find shelter in Saudi Ara-
bia, after a series of uprisings overthrew his government, trig-
gered by the self-immolation of twenty-six-year-old Mohamed
Bouazizi on 17th December 2010. Along with the popular dis-
content for corruption, unemployment, and social inequali-
ties, protesters called for a loosening of political control and
repression on freedom of expression, being Ben Ali on the
list by the Committee to Protect Journalists as among the
«10 Worst Enemies of the Press»1, and en face his zeal for
the ruthless suppression of any opposing voice. After 2011,
an anew sentiment of freedom and a loosened censorship2
gave birth to some debates on issues which were considered
taboo in pre-revolutionary Tunisia. Racism against black
Nationals and black Foreign Nationals is one of them. The
transitional government enhanced also academic freedom,

1. https://cpj.org/reports/1999/05/enemies1998.php.
2. http://www.ifex.org/tunisia/2011/04/15/ifex-tmg_mission/.
Black Tunisians which was seriously limited before the revolution3, and stud-
and racism
in the discourse ies on the heritage of slavery and discriminations expanded
of national media, in the academia. Associations made the most of it. Following
urban élites,
and local rural actors the decree-law n. 88/20114, which regulates the formation
and the statute of associations, 4997 associations were estab-
lished from January 2011 to December 2012, about 2500 a
year, against an average of 191 per year in the years 2000’s,
bringing the number of associations from 9969 in 2010 to
14.966 in 20125.
The quantitative transformation of associations is accom-
panied by a geographical reshuffling and a qualitative leap:
urban associationism has slowly penetrated the interior. How-
ever, long-standing cleavages between the coastal areas and
the interior have created a profound gap in the discourses of
a secular, urban, and westernized elite and middle-class6, and
of a rural and conservative working class. I use the terms urban
and coastal as interchangeable, not because they completely
overlap, but because I refer here to a particular phenomenon
termed by Julia Clancy-Smith (2014) ‘coastalization’, that is the
«progressive and environmentally unsustainable hyper-con-
41
centration of anthropogenic pressures and activities on in-
creasingly vulnerable areas». Borrowed from environmental
studies7, it also refers to a specific bourgeois class which came
to the fore during the 1980’s in Tunisia as the result of phe-
nomena like hyper-urbanization and trans-global migrations
deeply embedded in the process of coastalization itself.
In the last years, the Tunis-based associations tried unsuc-
cessfully to hook some isolated Southern black activists. My
argument is that, stemming from two diverse geographical
and cultural backgrounds, urban associations could not con-
verse with rural activists.

3. https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2012/tunisia.
4. http://ostez.blogspot.it/2013/12/decret-loi-n-2011-88-du-24-septembre.html.
5. http://foundationforfuture.org/en/Portals/0/Publications/Etude%20SC%20en-
glish%20Version%20Finale.pdf
6. According to Clancy-Smith (2014), the extraordinary expansion of the Tunsian middle-
class starting in the 1980’s is among the largest in the Arab world and it is due mainly to
international tourism, the phosphate industry, and the relocation of light manufacturing
from the European Union to the Tunisian coasts.
7. See, for example, the environmental catastrophe occurring close to the ‘Abid
Ghbonton territory, in the Gulf of Gabès: http://www.aljazeera.com/indepth/featu-
res/2013/06/20136913247297963.html.
Marta 2. Slavery and abolition in Tunisia
Scaglioni The importation of slaves from Sudan, the land of black peo-
ple, to Tunisia, reached its peak during the Ottoman Em-
pire, and slaves were generally used for domestic purposes.
Although slavery was consistent, the numbers of imported
slaves are quite small if compared to other North African
countries, for example Morocco8. Tunisia has been the first
country to outlaw slavery and the slave trade with a series of
decrees from 1841 to 1846, thanks to the far-seeing policy of
Ahmed Bey (1837-1855). However, the abolition of slavery in
Tunisia was not sudden and conclusive. According to the fikh,
the Islamic jurisdiction, the freed slave (‘atik, mu’tak) moves
into another Islamic institution, that of wala, that is a patron-
age-like relationship which resembles natural kinship (nasab)
in the pre-Islamic law. According to this ancient institution,
the ‘atik inherited the family name from his former masters,
sometimes adding ‘Abid (slave) or Shuashin (descendants of
slaves freed during the Ottoman Empire, Montana 2011)
to it, as it is the case of the ‘Abid Ghbonton. However, this
relationship cannot be equated to that of the real nasab, or
42 agnatic lineage, because the former slave is detached from
his lineage group but never fully acquires the status of mem-
ber in the lineage group of the master. This non-reciprocal
relationship is best demonstrated by the strict prohibition
of intermarriages. The long-resistance of slavery is due, in
Mrad Dali’s words, to an «absence of nasab and patronym,
to the absence of an ascendance», which prevented freed
slaves to completely integrate into a society where affiliation
and kinship are essential (Mrad Dali 2005; El Hamel 2013).

3. After 1956
During the independence era Habib Bourguiba’s na-
tion-building policy (1957-1987) stressed the belonging of
all Tunisians to a common past, and built the country on re-
ligious, ethnical, and political homogeneity. Bourguiba and
Zine El-Abidine Ben Ali (1987-2011), like other Arab lead-
ers promulgating a deep modernization, secularization, and
westernization of their countries, propagated an embellished

8. Austen (1992) considers the whole Maghreb and estimates the arrival of black slaves
with a frequency of 6,000 per year between 1700 and 1799 (Morocco: 2,000, Algeria: 500,
Tunisia: 800, “Libya”: 2,700).
Black Tunisians image of Tunisia where stability and peace would reign. Nev-
and racism
in the discourse ertheless, discrimination based on skin color targeted mostly
of national media, black Tunisians, unmasking the bitter reality of dark-skinned
urban élites,
and local rural actors citizens still bearing the legacy of slavery. Tunisians still use
the word wassif or ‘abid to refer to blacks, Arabic terms seman-
tically connected to slavery.
Regarding the coastalization of Tunisia, both Habib Bour-
guiba and Zine el Abidine Ben Ali were natives of coastal
towns, of Monastir and Sousse, respectively. Their policies
aimed in fact at the development of a bourgeoning coastal
tourism and of a manufacturing industry: the South attracted
few tourists and little notice. However, its resources have been
predated and privatized: the local water resources nourished
a local food export sector for European markets, widening
rifts between the North and the South. Nowadays, 80 per cent
of current national production is concentrated in the area
stretching from Biserte to Djerba, while the South produc-
es only the 20 per cent of the national GDP (Clancy-Smith
2014).
The South’s economic recession and the lack of infrastruc-
43
ture trace back to the pre-independence era, when an un-
steady agrarian reform triggered a progressive marginaliza-
tion and a heavy taxation which impeded economic growth.
Later on, both Bourguiba and Ben Ali promoted a discourse
that boasted a Mediterranean identity, leaving black people,
especially in the rural South, with the sentiment of being
neglected by the central state. With no apparent minority
problem, the South has functioned as a «domestic other»
(Clancy-Smith 2014).

4. Black Tunisians
Nowadays statistics on the percentage of black Tunisians
lack. Informal sources estimate it at 10-15 per cent of the
whole population, while the associations for the protection of
blacks’ rights consider these numbers as underestimating re-
ality. In Maha Abdelhamid’s own words, an activist for blacks’
rights, the computation is blurred by the metissage «mixed
people who come from a black father and a white mother,
or the contrary. And they are seen by society as blacks»9. A

9. Interview with Maha, March 2015.


Marta study on occupational levels of black people has never been
Scaglioni carried out, while the advocates claim that black people oc-
cupy the lowest ladders of society. Intermarriages are still a
taboo, and endogamy is strictly observed and until now black
people refer to their former white masters as Sidi and Lella
(slavery-terminology) and they are in turn called Baba and
Deda. The legacy of slavery is visible in this terminology which
hardly covers a deep paternalism and clientelism, connected
to the wala.
Political representation has been denied to black Tuni-
sians in the pre-revolutionary political phase, and things
changed little after the revolution. After 2011 only one black
depute was elected in the National Assembly, Bechir Cham-
am, with the Islamist party of Ennahda. He is also native of
the deep South-West, the region of Kebili. However, he never
spoke overtly either about racism or about regional discrim-
inations, and when directly challenged on the argument, he
answered that «my Islamic upbringing allowed me to get over
some minor incidents related to the color of my skin in Tuni-
sia, which I attribute to cultural backwardness. This did not
44
affect me at all»10.
On the other side, Tunisian civil society is reluctant to wel-
come human rights advocates’ instances and even to admit a
problem of racism against blacks. Only few months after the
revolution, the ties between the civil society and the human
rights associations loosened. Due to the pre-revolutionary
kleptocracy, in fact, Tunisia developed a «strong state, and
a weak civil society» (Redissi 2007), where human and civ-
il rights found no room for debate in national media, and
the academia was emptied of its potentially subversive con-
tents. For example, the Ltdh (Ligue Tunisienne de Droites
de l’Homme) openly refused to participate in the activities
organized in March 2014 by M’nemty Heducap stating that
racism was not extant, it was just a reaction to what they called
a minority complex.

5. History of associationism
Shortly after the overthrowing of Zine El-Abidine Ben Ali’s
facade of «pluralisme contrôlé» (Perkins 2004), in 2012, the first

10. http://www.tunisia-live.net/whoswho/bachir-chammam/#sthash.NOsKiyGx.dpuf.
Black Tunisians association directly committed to the eradication of racism
and racism
in the discourse and to the defense of blacks’ rights was established: ADAM.
of national media, In the words of Maha11, «we profited from the Tunisian revo-
urban élites,
and local rural actors lution to bring to the surface a subject which has always been
considered a taboo, we have always spoken of racism among
us but there has never been a public debate». Suddenly, rac-
ism became debated in public spaces and in the media. After
ADAM was dismantled in 2013 and re-organized, the head-
quarter of M’nemty was established, and collected around
the charismatic figure of human rights’ activist Saadia Mos-
bah different actors, mainly black upper- and middle-class
Tunisians from Tunis, Sub-Saharan students, and other cit-
izens committed to the cause. The association was named
after a Tunisian song12, but the meaning «my dream» recalls
theoretically an activism à la Martin Luther King. Involved in
big events based mostly in Tunis, the young age of M’nemty is
proved by a substantial lack of a proper political agenda. As
soon as the advocacy group was established, it got in touch
with two activists from El Gosbah, Ahmed and Othman, who
had already started to discuss about the everyday discrimina- 45
tion they suffered.
Attempting to outline a profile of these human rights ad-
vocates, what is striking is the strong presence of women and
the relatively young age: Maha Abdelhamid, Saadia Mosbah,
Amina Soudani, Sanaa Krir, and Yamina Thabet are some of
the “jeunes femmes” involved in the cause. Due to the young
age and the long-standing commitment of women to political
fights in Tunisia, some of these activists had already created
virtual platforms before 2011, especially on Facebook13.
Their ultimate goal is the introduction of a law fighting
against all discriminations, in the frame of a political unity
of Tunisia. They never claim a possible secession or minori-
ty-protection laws. The introduction of a hate crime is con-
sidered sufficient to enhance blacks’ condition and to fight
against what they accuse to be an institutional discrimination.

11. Interview with Maha, March 2015.


12. A song by Fadhel Boubaker.
13. One of the most popular Facebook pages is “Assurance de la citoyenneté sans discrimina-
tion de couleur”, created by Maha Abdelhamid.
Marta 6. The case of El Gosbah
Scaglioni Every-day life of ‘Abid Ghbonton takes place in a small village
in the district of Sidi Makhlouf, El Gosbah, where almost
everyone is dark-skinned. They belong to the most Southern
governorate of Mednine, in a region partly neglected by the
rapid transformation of the Tunisian social, political, and
economic structure. Political views, economic depression,
and deep disparities between coastal areas and the interior
deepened the different pace of modernization in the North
and in the South, and left the inhabitants of these desert
and arid regions with a sense of being neglected by the rapid
transformation of the economy and by the large performance
of the burgeoning business of coastal tourism (Perkins 2004).
At a regional level, the governorate of Medenine and that
of neighboring Gabès are the regions were the presence of
black people is higher and more apparent. The legacy of
slavery takes the form of every-day small acts of racism and
clientelism. At the local level, in the case of the Ghbonton,
they are divided between white Ghbonton and ‘Abid Ghbon-
ton, a sub-group of the same tribu­14 as the white ones, who
46 were annexed to the group of their former masters after 1890,
and since then live divided from the white part through a
small river. The black part is considerably poorer and many
infrastructures have not been yet built, although the village
constituted itself in a mairie in 1981. No police, no secondary
schools, no hospital, ‘Abid Ghbonton have to go every day
to the white part to use these services. The relationship with
their white counterpart thus shape their daily life and deter-
mine their universe (Ben Abdeljelil 2003). They suffer from
world-wide spread stereotypes, a certain socially imposed cate-
gory of racial difference that serves to distinguish groups due
to a certain physical characteristic. Regardless to their shared
linguistic, religious, cultural identity, they are perceived as dif-
ferent and as originating from Sudanic Africa, and as bearers
of some traits like physical strength and violence, inclination
to crime, lack of an orthodox and pious religion15.
However, they managed to profit from their marginal situ-
ation serving weddings as musicians, because they lacked the

14. I hereby refer to the emic description by the 'Abid Ghbonton themselves, who use
alternatively the Tunisian word 'arsh or the French one tribu.
15. See the concept of “thin blackness” by Curtis (2014).
Black Tunisians moral and social authority which would eventually prevent
and racism
in the discourse them from committing themselves to a non-Islamic practice
of national media, (Ben Abdeljelil 2003). Although their music style conceals a
urban élites,
and local rural actors certain reference to servitude (the singer calls the bridegroom,
who is often white, Sidi and the bride Lella), it created a stable
income which allowed the ‘Abid Ghbonton to follow some
strategies of emancipation and renegotiation of their status.
Another strategy consists in seasonal emigration to neighbor-
ing Libya and to Djerba during the touristic season.

7. A case of apartheid?
Why did the discourse of human rights activists focus on El
Gosbah, and on which elements did it pivot?
First, the community of El Gosbah is described as poor, in
need, socio-economically marginalized: «Everyone is speak-
ing about the North, that is poor. But in the South, what can
you do? Even nature is inclement»16.
School drop-out and lack of infrastructure are an undeni-
able reality, which is however shared by a large part of Tuni-
sian countryside villages, especially those out of the wealthy
47
circuits of tourism. Moreover male youngsters usually suc-
ceed in profiting from the touristic sector of neighboring
Djerba. Djerba is an island with the highest percentage of
ethnic, linguistic, and confessional minorities in Tunisia but
with an entrenched legacy of domestic slavery. This is proved
by the fact that ‘Abid Ghbonton in Djerba fall back into ste-
reotypes, since they work mainly in sectors where physical
strength is required: bouncers in discos, night watchmen.
Second, El Gosbah was chosen as an exemplary case of
segregation and discrimination because «it is the apartheid,
people still bearing the mark of slavery»17, even though Maha
claimed «racism in Tunisia is not the same racism of apart-
heid in South Africa. It is a social racism, entangled in the
mentality, that is transmitted from one generation to the
other»18.
The call for a fight against apartheid is based on two main
events in their discourse: the scandal of the mixed couple

16. Interview with Saadia, March 2015.


17. Interview with Saadia, March 2015.
18. Interview with Maha, March 2015.
Marta and the divided buses. Long before 2015, rumors about a
Scaglioni segregated village spread in the big cities mostly after a scan-
dal which shook the relatively peaceful cohabitation of whites
and blacks in Sidi Makhlouf. A white Ghbontnya met a ‘Abid
Ghbontny on the river while sheep herding. They fell in love
and decided to get married. For her family, however, this was
totally out of question. When she ran away and married her
boyfriend without her parents’ consent, her family came to El
Gosbah to bring her back. People from El Gosbah protected
her and now she lives among the ‘Abid Ghbonton without
visiting her white family any longer. Years after Adam and
M’nemty re-discovered the story of «black Romeo and white
Juliet». Saadia Mosbah called for a mobilization against what
she claimed to be apartheid. Shortly after, a march and a big
event in Tunis were displayed on M’nemty’s programme.
Both the mixed couple and the mayor were against the
march. At a closer look, the white Ghbontya is not the only
white woman living in El Gosbah. There are at least twelve
white women according to my observation: they are all
non-Ghbonton girls from the region of Mednine. Their fami-
48
lies were reluctant to give their daughters to ‘Abid Ghbonton
mainly because they are poorer than other white groups and
they pay less bride wealth. Of course they are perceived as
lowering their status by accepting a marriage with an ‘Abid.
However, all these women still have contacts with almost all
of their relatives. Therefore, speaking about apartheid, which
is used as an exogenous category referring to a distinction
between different phenotypes, is not sufficient in the case
of El Gosbah. The level of consanguinity is estimated at
around 25 per cent in the rural Tunisian population (Ben
M’Rad – Chalbi 2006), and people with the same patronym
easily marry. Nonetheless, white Ghbonton are completely
interdicted from marrying an ‘Abid Ghbonty, lest creating a
scandal and encountering an expulsion from their white lin-
eage group. This is inseparable from the institution of wala,
which creates a fictitious nasab without a real and legitimate
belonging to the society former slaves live in.
The discourse of apartheid is mostly epitomized by the is-
sue of buses. Some ten years ago, some white families made
an official complaint to the governorate of Mednine after
some young ‘Abid Ghbonton behaved in a rude way on the
Black Tunisians school bus to the lyceé in Sidi Makhlouf. The direction de-
and racism
in the discourse cided to split the buses, one leaving from the quarter of Si-
of national media, di Makhlouf mostly inhabited by white Ghbonton, and the
urban élites,
and local rural actors other from El Gosbah. In the mayor’s words: «that story of
the divided buses, it simply does not exist. Of course there
is racism, but that’s everywhere»19. The parents of the white
kids were «afraid their kids would be beaten», reinforcing the
stereotype of the violent, rude black, while black Ghbonton
claimed that «of course there is racism. But this is not the
problem of El Gosbah. The problem is poverty and unem-
ployment»20.
Third, the advocacy groups push for the introduction of
a hate crime in the legislation, framing racism in Tunisia as
«institutional»21. The ‘Abid Ghbonton, on the other side, feel
as victims of a kind of racism which is «close. The closest are
the most racist ones»22. Moreover, their stress on employment
stems from the idea that jobs are the best strategy of eman-
cipation they can pursue, and not the legislative framework.
The encounter/clash of these two discourses points out
how the post-independence pre-revolutionary process of 49
Westernization, secularization, and modernization of the
Tunisian society has been carried out by Northern (rather
than Southern), secular (rather than conservative), urban
(rather than rural) civil elites, and cannot be explained by a
simple white/black opposition.
First, the geographical coordinate plays a paramount role
in separating black Tunis-based activists from black Southern
Tunisians. The advocates embody a North Tunisian identity
which differs from the local one. In the mayor’s words, «the
North has abandoned us. No plans for implementing infra-
structures or fighting against unemployment. If you ask me
what I am, I am a Southern Tunisian before being a black
and a Ghbonty»23.
Second, linguistic differences, which relate to a different
level of education, show how choosing the language in Tuni-

19. Interview with Khaled, March 2015.


20. Interview with Ramadan, April 2015.
21. Interview with Maha, March 2015.
22. Interview with Ahmed, February 2015.
23. Interview with the mayor, Khaled, March 2015.
Marta sia (French/Tunisian Arabic) is never a neutral choice, being
Scaglioni French a language which says little to the ‘Abid Ghbonton.
Third, at a theoretical and religious level, we have here
two different frameworks in which slavery and its legacy are
portrayed: on the one hand, an Islamic and deep-rooted in-
stitution (wala), and on the other side a secular theory of
liberation and emancipation from racism, relating to Martin
Luther King and South Africa, which speaks with the former
with difficulty.
Suffice it to say that racism and the legacy of slavery are
an entrenched and undeniable reality in El Gosbah, and take
mostly the form of discrimination in the access to natural and
occupational resources and lack of infrastructure. However,
these different actors speak two different languages which
originate from different paces of modernization in different
regions of Tunisia. While black activists from Tunis promul-
gate a Western-like, human rights-based theory of liberation
from racism, their rural counterparts experienced a slow,
unfinished path from slavery to modern times. On the one
hand for example, endogamy is seen as a consequence of
50
phenotype-based discrimination, while on the other, ‘Abid
Ghbonton would not hesitate to link it to the tribal structure
of their community.

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51

El Gosbah,
main road
Marta
Scaglioni

Men hanging out


in front of one of
the few shops
El  Gosbah

Women at a
wedding in
El Gosbah
L’Africa della città Musica, arti visive, street fashion.
Urban Africa Lo “stile afro-gnawa” a Essaouira (Marocco)
Alessandra Turchetti

«La culture d’Essaouira s’enracine


profondément en Afrique où elle a
toujours puisé ses ressources et ses
énergies créatrices nouvelles. Les
artistes de notre ville sont d’abord
des Africains. Ils sont beaucoup plus
influencés par tout ce qui est Afrique
noire, du Soudan au Sahara, que par
les autres civilisations»
Boujemaa Lakhdar

Essaouira, conosciuta anche con il nome di Mogador, è un 53


piccolo ma importante centro della costa atlantica maroc-
china, situato a circa centottanta chilometri da Marrakech.
Come hanno dimostrato diversi studi archeologici, si tratta di
un insediamento umano arcaico, abitato sin dalla preistoria
da popolazioni autoctone (molto probabilmente gli antenati
degli odierni imazighen, i cosiddetti berberi) e successivamen-
te “scoperto” e frequentato anche da popoli antichi a noi
ben noti come i Fenici e i Romani (Ben Driss Ottmani 1997;
Lakhdar 2010).
La città vera e propria, però, venne fondata solamente nella
seconda metà del Settecento (1764) dal sultano Sidi Mohamed
ben Abdellah, uno dei primi rappresentanti degli Alawiti, la
dinastia che ancora oggi governa il paese. Quest’illustre ante-
nato dell’attuale re Mohamed vi decise di costruire ex novo la
città sulla base di un progetto ambizioso, visionario e sugge-
stivo: l’obiettivo del sultano era, infatti, quello di far diventare
Essaouira il “porto di Timbuctu”, ovvero il principale punto di
approdo delle carovane provenienti dall’Africa subsahariana
(Gheris 2007). Nella prospettiva del sovrano, dunque, Moga-
dor doveva essere un luogo di scambio e di collegamento tra
l’Africa nera, il Marocco e i più importanti centri marittimi
Alessandra europei. Per realizzare questo piano, Sidi Mohamed decise
Turchetti
di affidare i lavori di progettazione ed edificazione della città
all’architetto francese Theodor Cornut, il quale diede un‘im-
pronta unica all’impianto urbanistico della “ville du vent”1.
La medina di Essaouira, inserita nel 2001 nella lista del pa-
trimonio mondiale dell’Unesco, si presenta, così, come una
cittadella fortificata dalla planimetria ben definita, delimitata
da alte mura, erette per proteggerla non solo dai nemici ma
anche dall’oceano impetuoso e dai venti (gli Alisei) che soffia-
no costantemente in maniera intensa e sferzante.
Per trasformare la piccola cittadina in un porto moderno
e cosmopolita, inoltre, il sovrano fece in modo che vi si in-
stallassero le principali sedi diplomatiche europee presenti
all’epoca in Marocco. Il sultano, poi, convinse un nutrito
gruppo di mercanti ebrei a stabilirsi in città per gestirne i
traffici commerciali. Infine Sidi Mohamed, per difendere la
fortezza, fece confluire da Meknes una consistente divisione
della Guardia Nera2, un corpo militare composto unicamen-
54 te da soldati di origine subsahariana.
Essaouira divenne, così, un crocevia di culture e popoli di-
versi (arabi, berberi, africani, europei, ebrei ecc.) e un punto

1. Osservando la mappa della medina (città vecchia) di Essaouira si nota immediatamen-


te il “tocco” di un architetto europeo: se città come Marrakech e Fez sono caratterizzate da
un groviglio di viuzze labirintiche e strette, Essaouira, pur conservando una fisionomia ma-
ghrebina, presenta invece una struttura urbanistica sostanzialmente geometrica, caratteriz-
zata da una pianta a croce costituita da due ampie arterie che si intersecano. A differenza
delle altre medine del Marocco, Essaouira non è dunque il frutto di un’urbanizzazione
spontanea e anarchica ma il risultato di una precisa pianificazione fortemente voluta dal
sultano che, commissionando il progetto a Theodore Cournut, puntava a trasformare la
città in un porto moderno e internazionale, costruito secondo i canoni dell’ordine, dell’ef-
ficienza e della razionalità (Hellen-Goldenberg 2002: 126).
2. Nella seconda metà del Seicento, il sultano Moulay Ismail, prendendo a modello il cor-
po militare dei Giannizzeri Turchi, decise di costituire un esercito personale, forte e fedele,
coscrivendo obbligatoriamente circa duecentocinquantamila neri presenti sul territorio
marocchino (molti dei quali cittadini ormai liberi e convertiti all’Islam). La milizia, il cui
principale compito era quello di garantire la sicurezza personale e fisica del sultano, prese
il nome di “Guardia Nera” o, più propriamente, di abid el-Bukhari (schiavi di Bukhari) in
quanto i soldati prestavano giuramento sul libro dei detti del Profeta (hadith) raccolti da
Bukhari. Per assicurarsi la loro totale fedeltà, il sultano concesse ai membri della “Guardia
Nera” importanti privilegi e uno status sociale di grande prestigio e valore. La Black Army
divenne, così, una potente casta militare, ma il prezzo da pagare per questo “trattamento di
favore” fu molto alto: i soldati venivano considerati de facto degli schiavi, nonostante molti
di loro, prima di essere arruolati, fossero uomini liberi, musulmani e ormai integrati nella
società marocchina (El Hamel 2013).
Musica, d’incontro tra l’Africa e l’Europa, tra l’oceano e il deserto,
arti visive,
street fashion. tra le carovane e le caravelle.
Lo “stile afro-gnawa” Sin dalla sua fondazione, quindi, la città intrattiene un
a Essaouira
(Marocco) rapporto privilegiato con le regioni a sud del Sahara e ospita
un’importante comunità di neri marocchini3. Il legame inti-
mo e intenso con l’Africa subsahariana non è, tuttavia, una
semplice reminiscenza del passato lontano ma si configura
come un tratto fondamentale dello zeitgeist contemporaneo
di Essaouira che, non a caso, è diventata la “città degli Gna-
wa” per antonomasia (fig. 1).
Gli Gnawa costituiscono un “gruppo etnico”4 diffusa su
tutto il territorio nazionale (sia in ambiente urbano che
rurale), composta dai discendenti degli schiavi neri giunti
in Marocco tra il xvi e il xx secolo nell’ambito della tratta
transahariana (Benachir 2005b; Ennaji 1992). Nel corso del
tempo, una parte della comunità, prendendo a modello le
confraternite sufi, ha dato vita a una sorta di congregazione
religiosa, dedita a pratiche rituali e terapeutiche di trance e
possessione in cui la musica riveste un ruolo centrale (Bena-
chir 2001; Lapassade 1982; Turchetti 2015). 55
Sin dalle origini, gli Gnawa partecipano attivamente alla
vita culturale e spirituale di Essaouira e, nonostante siano
spesso invisi alle frange più conservatrici della società, nella
“ville des Alizés” da lunga data essi godono di un prestigio no-
tevole e consolidato che deriva dalle loro presunte doti tau-

3. La comunità nera di Essaouira forma un gruppo eterogeneo e stratificato, composto


da varie popolazioni giunte nella regione in epoche differenti e secondo modalità diverse
(non tutte riconducibili alla tratta schiavistica). In tal senso, essa comprende i discenden-
ti delle popolazioni nere autoctone, presenti nella zona da tempi immemorabili, come i
Ganga berberofoni (che vivevano nella regione degli Haha prima della fondazione di Essa-
ouira) e gli Haratin, originari delle oasi presahariane; i discendenti dei primi schiavi neri
arrivati in Marocco alla fine del Cinquecento dopo la conquista del regno del Songhai da
parte di Ahmed el-Mansour e costretti a lavorare nelle piantagioni di zucchero nella regio-
ne di Essaouira; i discendenti dei soldati della Guardia Nera trasferiti da Meknes a Essaouira
su iniziativa del sultano Sidi Mohamed; i discendenti degli schiavi portati in Marocco attra-
verso la tratta transahariana nell’Ottocento; i discendenti di alcuni membri della legione se-
negalese dell’esercito francese (i famosi tirailleurs senegalais) giunti durante la prima Guerra
Mondiale e rimasti a vivere nel paese maghrebino (Benachir 2005a: 10-11).
4. È da sottolineare, però, che gli Gnawa non sembrano costituire una vera e propria
“etnia”, quanto piuttosto una comunità artistica e spirituale di cui ormai fanno parte anche
tanti “bianchi”. Molti tra quelli che oggi rivendicano un’identità gnawia, dunque, non sono
neri né discendenti di schiavi. Ciononostante, tutti dichiarano di sentirsi profondamente
legati all’Africa subsahariana: le loro radici (se non direttamente biologiche, sicuramente
quelle spirituali, musicali e identitarie) affondano nel “paese dei neri” (Bilad as-Sudan).
Alessandra maturgiche (Turchetti 2015: 144-147) e dalla loro indiscussa
Turchetti popolarità in veste di musicisti, performer e intrattenitori5.
Negli ultimi decenni, però, la loro fama si è estesa ben
oltre i confini della città e del Marocco stesso: a partire dagli
anni Settanta, infatti, la musica gnawia ha iniziato a uscire
dai circuiti locali e “tradizionali” e ha incontrato un successo
sempre più vasto sia a livello nazionale che internazionale.
Tra i primi “occidentali” a mostrare interesse per la cul-
tura e la musica degli Gnawa vi furono sicuramente i “figli
dei fiori” i quali, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli
anni Settanta, fecero del paese nordafricano, e in particolare
di Essaouira (al pari di Katmandu, Goa, Kabul, etc) una tappa
imprescindibile dei loro viaggi on the road, tanto che all’epoca
la città si guadagnò l’appellativo di “Woodstock marocchina”
(Amar 2012). Nel 1969 Julian e Judith Beck, fondatori del Li-
ving Theatre, vi avevano infatti stabilito una comunità hippy
multiculturale6, presso la quale soggiornarono brevemente
musicisti del calibro di Robert Plant, di Frank Zappa e del
leggendario Jimi Hendrix, il cui passaggio, seppur fugace, è
56 rimasto ben impresso nella memoria degli abitanti della città.
Come ricorda e annota l’etnologo francese Georges Lapas-
sade, profondo conoscitore di Essaouira dove giunse per la
prima volta proprio nell’estate del 1969, i membri di questo
gruppo «erano fortemente interessati agli Gnawa e avevano
stabilito certi legami con loro. L’interesse degli hippy per
questa musica e per questa cultura ha potuto fungere come
una sorta di legittimazione e di amplificazione» (Lapassade
2009: 58). Essi, inoltre, rilevando alcune suggestive analogie
tra la loro musica e altre forme espressive riconducibili alla
diaspora africana come il blues e il jazz, li incoraggiarono a

5. In tal senso, è da specificare che gli Gnawa si esibiscono sia in contesto “sacro”, nel
quadro dei riti di trance e possessione, sia in contesto “profano”: essi sono spesso chiamati
infatti ad animare spettacoli di piazza, feste popolari, sagre, matrimoni ecc.
6. Nel 1973, le autorità governative, che fino a quel momento si erano mostrate piuttosto
tolleranti nei confronti di questi bizzarri “capelloni”, fecero sgomberare la comunità, rite-
nendo che il loro stile di vita fosse in contrasto con i principi dell’Islam. Il periodo hippy di
Essaouira durò, quindi, solo qualche anno ma lasciò una traccia profonda, contribuendo
alla rinascita culturale della città. I “figli dei fiori”, infatti, ispirarono artisti locali, destinati
a giocare un ruolo fondamentale nella vita culturale di Mogador e del Marocco come, ad
esempio, il pittore Boujemaa Lakhdar che sarà l’unico nordafricano a partecipare alla sto-
rica mostra Magiciens de la Terre al Centre Pompidou nel 1989, e Tayeb Saddiki, considerato
il fondatore del teatro moderno marocchino.
Musica, sperimentare, a rinnovarsi, a “contaminarsi” con altri generi
arti visive,
street fashion. musicali.
Lo “stile afro-gnawa” Qualche anno più tardi, così, Abderrahamane Kirouche
a Essaouira
(Marocco) (detto Paco), un giovane musicista gnawi che aveva vissuto a
stretto contatto con gli hippy, decise di unirsi ai Nass el Ghi-
wane, una band capace in breve tempo di rivoluzionare com-
pletamente il panorama musicale marocchino, recuperando
e reinterpretando in chiave contemporanea le radici afro-
berbere della musica popolare del Marocco7. In tal modo,
i “Rolling Stones africani” fecero conoscere al grande pub-
blico i ritmi e le sonorità degli Gnawa che diventarono ben
presto un punto di riferimento imprescindibile per un’intera
generazione di giovani inquieti e ribelli8.
Da allora la “musica dei neri” ha conosciuto un suc-
cesso inarrestabile: è stata elevata al rango di “patrimonio
nazionale”9 e, affermandosi nei circuiti internazionali della
world music, ha assunto ormai una dimensione globale10.
Essaouira è indubbiamente l’epicentro di tale fenomeno:
dal 1998 la città ospita, infatti, il Festival Gnaoua et des Musi-
ques du Monde, una manifestazione che, partita in sordina, è 57
ormai trionfalmente approdata alla diciannovesima edizione,
imponendosi come una delle realtà musicali più importanti
e dinamiche del panorama nazionale e continentale. In tal
senso, il festival registra annualmente centinaia di migliaia di

7. La scelta di utilizzare strumenti tradizionali fu motivata da ragioni estetiche ma, anche


e soprattutto, politiche: portare la musica popolare e “rurale” (di matrice afro-berbera) sul
palco significava, infatti, per i Nass el Ghiwane affermare con forza la propria identità afri-
cana e sfidare le élite al potere che si identificavano piuttosto nella musica colta e “urbana”
(d’ispirazione arabo-andalusa) (Bentahar 2010).
8. I Nass el Ghiwane non si limitarono a riprendere i ritmi e le melodie della musica gna-
wia, ma cercarono di recuperarne anche il significato “politico”: l’arte musicale degli Gna-
wa è infatti intimamente connessa ab origine alla pratica della trance che, in certi contesti,
può essere considerata come una forma di controcultura, di ribellione (dello schiavo nei
confronti del padrone, del povero verso il ricco) (Lapassade 2007: 29). In quest’ottica, nel-
le loro “protest song”, i “Rolling Stones africani” presero in prestito il linguaggio alternativo
e potenzialmente sovversivo del misticismo per esprimere il proprio dissenso nei confronti
delle classi dominanti, diventando un punto di riferimento per molti giovani.
9. Come recita il sito del Ministero della Cultura dedicato al patrimonio culturale del
Marocco: «la culture gnaoua constitue aujourd’hui une composante essentielle et emblématique de la
culture marocaine». http://www.idpc.ma/view/pc_immateriel/idpcm:9D993F
10. I più famosi musicisti gnawi (come Hamid El Kasri, Hassan Hakmoun, Mehdi Nassouli
ecc) vengono regolarmente invitati a suonare all’estero e sono spesso in tournée in giro
per il mondo. Gruppi di musica gnawia, inoltre, si sono formati in molti paesi (tra cui
Francia, Canada, Belgio, Italia, Usa, Inghilterra e persino Giappone).
Alessandra visitatori, i quali giungono da ogni parte del mondo per as-
Turchetti sistere alle performance e alle jam session dei “maestri” gna-
wi, divenuti oramai delle vere e proprie celebrità (Kapchan
2007; Majdouli 2007). Sul maestoso palcoscenico allestito
nella Place Moulay Hassan, quest’ultimi si esibiscono, così,
tra le acclamazioni del pubblico, accanto ai più grandi nomi
della world music in un’atmosfera fraterna e cosmopolita che
rievoca il periodo hippy della “Woodstock marocchina”11.
Ogni anno, tra maggio e giugno, la piccola e placida “perla
dell’Atlantico” si trasforma, quindi, nel vivace e affollato tea-
tro di uno degli eventi musicali più importanti del Marocco
e dell’Africa. L’impatto del festival sulla realtà cittadina non
riguarda, comunque, solamente i quattro intensi giorni du-
rante i quali si svolge la rassegna ma è ben più profondo ed
esteso: il successo della manifestazione ha innescato, infatti,
imponenti processi di riqualificazione e di mise en valeur del
territorio che hanno contribuito enormemente allo svilup-
po turistico di Essaouira. Queste misure comprendono, ça
va sans dire, una serie di azioni mirate a salvaguardare, valo-
rizzare e promuovere il patrimonio immateriale afromagh-
58
rebino12, che è ormai diventato un elemento essenziale ed
emblematico non solo della vita culturale e artistica della
città ma anche della sua immagine turistica.
Mettendo al centro della programmazione la musica e
la cultura degli Gnawa, inoltre, il Festival si pone l’obiettivo
dichiarato di “riscoprire” e rendere visibile l’africanità del
Marocco. Nel corso della manifestazione, i riferimenti all’A-
frica sono infatti ovunque: nei ritmi e nei pezzi proposti de-
gli artisti partecipanti ovviamente, ma anche nelle locandine
dell’evento, nei discorsi ufficiali degli organizzatori e nei look
“black” adottato sempre più spesso dai ragazzi del posto e
dai visitatori (fig. 2). A Essaouira, molti giovani sono soliti,

11. Secondo Zineb Majdouli, che al festival ha dedicato un’intera monografia, l’atmosfera
internazionale, rilassata e “peace and love” che richiama nell’immaginario comune il pas-
sato hippy della città è sicuramente uno dei principali motivi del successo della rassegna
(Majdouli 2007: 221-222). Da questo punto di vista, il festival è così un momento di “dolce
anarchia” durante il quale i giovani marocchini hanno la possibilità di sperimentare liber-
tà, altrimenti (e altrove) negate (Mortaigne 2011).
12. Nel 2009 la direzione del festival ha creato l’associazione Yerma Gnawa, nata per pre-
servare e valorizzare il patrimonio gnawi. A tal proposito l’associazione sta preparando un
dossier con lo scopo far inscrivere la musica gnawia nella lista del patrimonio immateriale
dell’Unesco (Bouithy 2012). Si veda http://www.festival-gnaoua.net/en/association/
Musica, infatti, sfoggiare abiti dai colori sgargianti e capigliature poco
arti visive,
street fashion. “ortodosse” come le treccine e i dreadlocks rasta. Come os-
Lo “stile afro-gnawa” serva l’antropologa franco-marocchina Zineb Majdouli: «que
a Essaouira
(Marocco) ce soit pendant ou dehors le festival, les jeunes d’Essaouira
arborent un ‚look‘ particulier. Dreadlocks, façon Bob Marley,
tatouages, tee-shirts de surfer et short safari, sont la panoplie
du parfait jeune souiri» (Majdouli 2007: 84).
Il successo della musica gnawia ha portato, così, alla nasci-
ta e alla diffusione di uno stile estetico che possiamo definire
“afro-gnawa”, il quale esercita una profonda influenza sulla
cultura giovanile, sulla moda locale, sulle arti visive (street
art, fotografia, pittura ecc.) (fig. 3). A tal proposito, negli
ultimi decenni, a Mogador si è sviluppato un originale mo-
vimento pittorico noto con il nome di “les artistes singuliers
d’Essaouira” (Damgaard 1999). Questa “scuola souirie” è
composta da artisti completamente autodidatti, provenienti
dagli strati popolari (in origine sono pescatori, muratori, ar-
tigiani ecc.), capaci di produrre opere dallo stile inconfondi-
bile e dal grande impatto visivo. Non potendo contare su una
formazione accademica, la loro creatività attinge alla cultura
59
popolare e raccoglie così eredità lontane e multiple che af-
fondano le radici nel passato meticcio della città. Nelle loro
coloratissime tele, quindi, questi creatori locali riproducono
e rielaborano in maniera originale la ricchezza simbolica
dell’immaginario collettivo di Essaouira, che si nutre certa-
mente di molteplici apporti (berberi, arabi, ebraici, andalusi,
etc), ma in cui la cultura “afro” degli Gnawa occupa, senza
dubbio, un posto privilegiato (Parodi da Passano 2002).
La vena mistica e fantastica che connota la loro produ-
zione è così intimamente connessa all’universo musicale e
spirituale degli Gnawa. Come afferma Boujemaa Lakhdar,
vero e proprio precursore di questo movimento, gli artisti
di Essaouira sono così prima di tutto “artisti africani” (Hel-
len-Goldeberg 2002: 101): nelle loro opere, l’apporto della
musica e della cultura degli Gnawa risulta infatti evidente e
fondamentale13.

13. Da questo punto di vista, la produzione artistica di Mohamed Tabal appare emblema-
tica: di origine gnawia (il padre era un musicista nero itinerante), Tabal, divenuto l’artista
“di punta” della scuola souirie, traspone nelle sue tele le fasi salienti dei rituali degli antichi
schiavi africani (Mana 1998). Nei suoi dipinti sgargianti e suggestivi, egli rappresenta in-
fatti i protagonisti del culto gnawi (i suonatori, i danzatori, gli spiriti, i “posseduti” ecc.) e
Alessandra Nonostante l’aspetto spiccatamente mediterraneo14,
Turchetti Mogador è, così, la città più “nera” del Marocco non solo
perché sin dalle origini un filo diretto la collega all’Africa
subsahariana ma in quanto la cultura degli Gnawa ha qui
trovato terreno fertile per impiantarsi, fiorire e diffondersi:
la centralità che essa ha assunto nella vita sociale, culturale
e artistica di Essaouira rappresenta senza dubbio un caso
unico in tutto il Maghreb, in cui le minoranze nere sono so-
litamente marginalizzate, se non apertamente disprezzate.
Si tratta, dunque, di un fenomeno inedito che permette di
ripensare l’identità africana del Marocco, apparentemente
scontata (in quanto ovviamente il paese è parte del conti-
nente africano) ma sovente “dimenticata”, messa in discus-
sione, addirittura negata (Crétois – Hamdani 2013). Sin dai
tempi delle rotte carovaniere e della tratta transahariana,
il rapporto con l’Africa nera è sempre stato intenso, ma, al
tempo stesso, ambiguo, complesso, intriso di pregiudizi e
stereotipi ancora oggi largamente diffusi, a causa dei quali
i migranti subsahariani in terra marocchina subiscono abi-
tualmente discriminazioni razziste. In direzione contraria, a
60 Essaouira molti giovani (anche “bianchi”) rivendicano con
fierezza la propria “africanità” e, attraverso l’arte e la mu-
sica, si impegnano a difendere i valori della tolleranza, del
métissage, del cosmopolitismo.
Da questo punto di vista, l’Africa si configura come un
“concetto a geometria variabile” (Amselle 2001: 15) a cui
ci si può connettere (se brancher) per ripensare la propria
identità, creare nuovi legami, immaginare un futuro diver-
so. Come ha scritto il filosofo e storico Bouazza Benachir,
quello di Essaouira è dunque un caso di “sviluppo culturale
alternativo” che apre nuovi scenari in vista di una “rinascita
sociopolitica” del Marocco che passa necessariamente dal
riconoscimento e dalla valorizzazione delle sue molteplici
componenti culturali (Benachir 2005a).

evoca così, come sottolinea Georges Lapassade, l’“universo africano, al contempo mistico
e altamente cromatico” della cultura gnawia (Lapassade 2009: 61).
14. Nonostante si trovi sulla costa atlantica, Essaouira, con le sue case bianche e blu, ricor-
da il Marocco settentrionale, mediterraneo.
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2, pp. 127-154.
Fig. 1.
Un negozio
di musica
africana situato
nella medina
di Essaouira
espone l’affiche
di una delle
prime edizioni del
Festival Gnaoua
et Musiques
du Monde.
La locandina
celebra il legame
di Essaouira
con Timbuctu
e l’Africa
subsahariana
63

Fig. 2.
Un ragazzo dai
lunghi dreadlocks si
aggira per le strade
di Essaouira durante
l’ultima edizione del
Festival (2015).
Alessandra
Turchetti

Fig. 3.
Un murale
ritrae i fratelli
Guinia, musicisti
di successo e
simbolo degli
Gnawa di
Essaouira
L’Africa della città The informal Mediterranean city.
Urban Africa Exploring some common policy targets
between southern Europe and northern Africa1
Oussama Kharchi, Claudio Bordi, Simone Ombuen

1. 65
During the Master on “Projet Urbain” that took place at
the University of Setif 1 in February 2015, an International
workshop of one week was carried out by some professors
of Architecture and Urban Planning of Setif, one professor
of Urban Planning of the Università Roma Tre and one ex-
pert in European projects specialized in urban sustainable
development. The international workshop, which involved
70 students of Sétif (fig. 1), included some study visits in the
city center, a peri-urban area of Sétif, as well as a “city-village”,
Ain-Arnat, situated about 6 km from Sétif. Thus, the informal
urban development in the outskirts of Rome and Sétif emerged
as an interesting topic that would deserve a more in-depth
investigation in the upcoming years.

2.
The self-made urban areas are a particular phenomenon in
Africa and in southern Europe. Informal settlements have
produced in these cities a variety of adaptations, land ten-
ure categories, locational and density patterns. Furthermore,
the recent years have seen this phenomenon taking place in
Oussama Kharchi towns on both sides of the Mediterranean Sea, producing
Claudio Bordi similar challenges.
Simone Ombuen
The flow of migrants coming from the inner regions of
Asia and Africa is a well known phenomenon for the Europe-
an countries, and their arrival in Europe by sea are part of the
everyday broadcasted breaking news. But what is happening
in Europe is only a little part of the overall dimension of the
phenomenon; many more migrants are arriving in the towns
of northern Africa and western Asia, pushed out from their
countries from effects of the global climate change as well as
from civil wars and religious and ethnic conflicts.
Migrants are arriving in towns where often the level of
wellness is low and the chances of a sustainable life for the
incomers are really difficult. The recent decrease of oil
price, that will affect the economic sustainability of coun-
tries' national budgets on east and south sides of the Med-
iterranean basin, will reduce their capability to manage in-
creasing problems of wealth distribution. Those countries
will not be able to further manage successfully similar issues
by themselves.
66
These issues lead us to think of some common methods
and techniques to manage the informal settlements that
are characterizing the urban growth of the Mediterranean
towns, understanding their differences and their similar
aspects. The dimensions of the challenges are such that
it is difficult to envisage facing them as isolated phenom-
ena. The emerging topic is to identify characteristics of a
common urban agenda for the Mediterranean towns and
countries, according to the outlines of the worldwide urban
agenda for a sustainable urban development, established
in the UN Habitat III process1, that took place in Quito in
November 2016.

3.
Peripheral urban areas of Rome evidence a clear pattern of
spontaneous urban development in the outskirts of the Rome
Ring Road (GRA), with approximately 200.000 people living
in scattered borghetti, self-built towns before WWII along ar-
terial roads and illegally divided into allotments, and borgate,

1. Cfr. https://www.habitat3.org/the-new-urban-agenda/policy.
The informal self-built illegal settlements appeared in the 1950s-1960s in
Mediterranean
city. the periphery.
Exploring Originally, living conditions in the informal settlements of
some common
policy targets Rome were very difficult due to the lack of basic infrastruc-
ture. In 1985 Italy passed a law that allowed their owners
to register their properties, while giving them the right to
organise themselves into autonomous consortia for the de-
velopment of the needed infrastructure (sewer system, public
lighting and roads) and the responsibility for the recovery
and renewal plans for their own area. The resulting renewal
plans, based on principles of self-planning, are considered
to be examples of innovation that promotes citizens’ par-
ticipation. As a result of the above, self-made urban areas of
Rome are physically and socially divided into separate areas
due to blind paths and road systems with a high orographic
gradient in many cases. There is a lack of public transport
and displacements are via private car. Roads are narrow, and
sidewalks and pedestrian paths are often occupied by spon-
taneous car parkings.
In the recent years, the planning process of the Urban
and metropolitan centrality of Massimina has seen a direct 67
involvement of the local community of the self-made settle-
ment to share the common objectives within the large-scale
urban regeneration process of such peri-urban area (fig. 2).
The result of the dialogue with the local community was
the development of a scenario for the regeneration of the
existing self-made settlement published by the President of
the District n. 12, in which the area of Massimina is situated.
During the 2014 Urban Districts Conferences, associations
and citizens co-worked with the City to establish guidelines
for the improvement of the District’s urban quality, mobil-
ity, environment and services. The guidelines of the urban
regeneration strategy were illustrated in a project map. The
contribution of citizens has flowed in the Charter of Values2
of the Urban Planning Department of Rome.
The citizens and the City have been working together
towards a common planning for the coming years, starting
with a survey carried out in schools and elderly centres in the

2. Cfr. http://www.urbanistica.comune.roma.it/images/partecipazione/confurba/mun
12/mun12-risorse-obiettivi.pdf e http://www.urbanistica.comune.roma.it/images/parte
cipazione/confurba/mun12/conf-mun-12.pdf.
Oussama Kharchi settlement. A questionnaire was distributed to the residents
Claudio Bordi
Simone Ombuen in order to converge the nature of the planned interventions
with the will of the community. The ultimate goal of the City
has been to create a model of community governance that
harbours an ever wider inclusion of citizenship in the policy
making processes, favouring the balance between the action
of the Public Administration and the real needs of the resi-
dent community.
Such self-made settlements outside the city gates, whose
inhabitants in were looked down upon and treated disparag-
ingly by the citizens of Rome in the past, have since become
more attractive areas: today they can be seen as an attempt to
build a spontaneous garden city (i.e. Urban utopias of Eben-
ezer Howard3), because of their potentiality in green spaces,
low traffic and noise levels. This potentiality is the basis for a
new urban regeneration process.

4.
Similar phenomena are observed in the outskirts of Sétif,
with approximately 80.000 people living in self-built settle-
68 ments. The largest one is Ain-Arnat (fig. 3), a colonial village
who became a “city-village” with 32.000 inhabitants4. Only
3.862 people lived in Ain-Arnat in 1987. Between 1987 and
1998 the population was multiplied by 3: in fact Ain-Arnat
has one of the highest increase rate in Algeria. The den-
sity of population per km² is also high, 158 per km², if it
is compared to the whole country of Algeria (16 per km²)
and Africa (38 per km²). If we consider only the built area,
the density is 1.308 per km². In average 6 people live in an
apartment (8 people in 1987). The unemployment rate is 7%
while in the Wilaya (Province) is 13.93%. A relatively low rate
because many inhabitants of Ain-Arnat work in Sétif. Despite
the presence of a large agricultural area, the service sector
corresponds to 45% of employment compared with a 11.7%
devoted to agriculture.
The town is expanding toward the north-east, the only pos-
sibility. In the southern area, there is a military base (1 km²)

3. Cfr. http://www.tcpa.org.uk/pages/projects-policy.html.
4. Population of the city (24.846 in 2008, 11.552 in 1998, 3.862 in 1987). Population of
the municipality is today 55.602 inhabitants (42.942 in 2008, 30.972 in 1998 and 17.721 in
1987). Area of the municipality is 202.5 km².
The informal and an international airport, a river and a gorge in the west.
Mediterranean
city. The self-made settlement is located in the heart of Ain-Arnat.
Exploring Before 1830, there was one farm and a water source. Around
some common
policy targets 1850, the land owned by 2 families was expropriated for the
benefit of French and Swiss settlers. A small village, includ-
ing a church, a school and a garden, was built for settlers on
an orthogonal grid and a hierarchical road system. On each
side of the street are lined buildings with one or two levels,
sometimes embellished with side street gardens and agricul-
tural facilities. Toward the north of the colonial village, the
local people built a village, called Douar to date, in order to
be close to settler’s farms and work for them. The houses, at
one level, overlook alleys or dead ends on an irregular frame.
Each village influenced the pattern of the following extensions
until 1984, a year where Ain-Arnat become a municipality and
capital of a sub-prefecture. This administrative promotion has
generated significant spatial growth with the completion of
several administrative facilities and housing programs, follow-
ing an Urban Director Plan. An extension made mainly in the
northern part, encircling the Douar in three directions except
the south where there’s the hurdle of national road number 69
5, linking Algiers to Setif. The Douar was also densified but its
rural atmosphere remained. Either the extension of an exist-
ent house or the new construction in the Douar were self-made
by inhabitants, without any building licence. This attention to
the new urban fabric at the expense of the old village is mainly
due to the ease of the intervention, legally and technically, in
an empty territory, although a 1983 Decree5 established the
conditions for intervention in the existing urban fabric. The
focus on the Douar and the former colonial village started in
2005, with the adoption of a land use plan (P.O.S)6 by Ain
Arnat City Council. The area of the P.O.S covers 26.5 hectares.
The main issues are concentrated in the Douar: legal status
of the land; lack of servicing and anarchic power connec-
tions; degradation of the built environment and rudimentary
sanitation facilities in some homes; absence of mechanical
accessibility, particularly inside the Douar; no sidewalks nor
public space. Thus, local authorities, while following require-

5. Decree No. 83-684 of November 26, 1983.


6. The Land Use Plan is defined as an operational planning tool, established pursuant to
Law No. 90-29 of December 1st, 1990 on urban planning.
Oussama Kharchi ments of the Master Plan of Urban Planning and Develop-
Claudio Bordi
Simone Ombuen ment (P.D.A.U)7, set the following objectives:
– Implement a coherent spatial planning
– Develop public spaces in order to improve accessibility
and connect existing houses to various networks (power,
gas, drinking water and sewer system)
– Improve the appearance of constructions overlooking the
national road by new multilevel buildings
– Renovate buildings in decay by the intervention of con-
cerned owners
– Densification within the site’s capabilities

The priority was given to the infrastructure and works begun in


2007. Legal status of the land, opposition of Douar inhabitants
and slow progress of works burdened the implementation of
the P.O.S regulations. The situation improved after the enact-
ment in 2008 of a new law setting the rules of construction com-
pliance and completion8. In the case of Ain Arnat Douar, the
2008 law allowed the registration of 90% properties. In order
70 to complete the urban renewal, the City Council conducted a
review of the P.O.S in 2012. The review also aimed to consider
the concerns of Douar inhabitants9. Thus, the construction of
27 apartments and 18 commercials premises instead of eight
rural houses has been cancelled. Up until the redaction of this
paper, the urban renewal operation is not completed nor the
implementation of the P.O.S. The inhabitants did not question
the urban renewal pertinence, it is rather the absence of a con-
tinuous process of consultation, the costs for some demolition
works of fences and unsanitary constructions that impinge on
the space needed for traffic roads and in some cases the new
image of the Douar. That is to put issues of negotiation and the
P.O.S as an operational planning tool at the center of debates
on Algerian urban policies.
The P.O.S is the regulatory framework of reference for any
intervention in the existing built environment and the areas

7. Article 31 of 90-29 law makes the P.O.S liable to P.D.A.U provisions.


8. Law 08-15, July 20, 2008. The law also aimed to promote an aesthetic and harmonious
built environment with the responsibility of the Municipality.
9. Amongst the 209 houses in the Douar, 70% of the owners welcomed the urban renewal,
20% had some objections and 10% refused it.
The informal to be urbanized. In compliance with the P.D.A.U, it fixes the
Mediterranean
city. right to build on the plot, determines the rules relating to
Exploring the external appearance of buildings, defines and regulates
some common
policy targets the public space and allowances easements. In other words,
it defines the organization of land use and specifies the im-
plementation conditions of the urban form retained in the
P.D.A.U. However, an operational planning tool is a tool that
organizes the design and implementation of an urban pat-
tern. It allows changing the plot that means implementing
several procedures so that a major operator has the neces-
sary powers to direct or control effectively, within an agreed
framework, the design of urban pattern and its realization.
In Algeria, the P.O.S has no formal connection with land
procedures and does not allow changing the plot. This last
aspect was an important issue in Ain Arnat Douar and it’s
one of the main reasons of the delay in implementing the
P.O.S and the completion of urban renewal. Another issue
was the image of the Douar and overall Ain Arnat. The gen-
eral shape of the city is in principle defined by the P.D.A.U.
which sets the overall planning option and composition rules
71
that should preserve or enhance the city’s image and unity.
The P.O.S corresponds to one or more projects that fit into
the planned overall image of the city contributing to its im-
plementation. The rights of land use and construction are in
principle a consequence of these projects. In the case of the
Douar, the approved P.O.S states: «the urban design will set
the maximum building envelope not to be exceeded, as well
as other architectural requirements. The aim is to preserve
the authentic character of the place and to avoid a disruption
in the relationship between human beings and space that has
been developed through several generations».
The on-going urban transformation of the Douar regards
the implementation of multi-story buildings and commercial
centres, implying the disappearance of gardens and court-
yards, the increase of the urban density and thus the disruption
of the original identity of Ain Arnat. However, 10% of Douar
inhabitants are resisting and refusing this radical urban trans-
formation. In fact, this “hard core” has an extraordinary po-
tential to be a model for an urban sustainable development. As
we are witnessing the return of nature in several cities around
the world, this “core” with its houses of one level, its courtyard
Oussama Kharchi and gardens, the absence of car traffic can reverse the Douar
Claudio Bordi
Simone Ombuen densification process and make it a garden city.
Regarding the issue of negotiation, in Algeria the partici-
pation of local population in urban planning was not a com-
mon practice. The advent of the “Arab Spring” has changed
the situation. Citizen participation is now a key feature of
political discourse and it is associated with good governance.
Thus, in developing the first Douar P.O.S, local population
has not been consulted or even informed. During the re-
vision of the P.O.S, in 2012, local authorities and architec-
ture firm did inform, explain and even took into account
some inhabitants requests. However, this is not only a con-
sequence of the “Arab Spring”. Interviews with inhabitants,
local authorities and architecture firm, show that the main
motivation for involving citizens in the urban planning was
to end the repeated blockage of urban renewal works. Local
authorities thought that improving the Douar and registering
the properties built are enough to get inhabitants consent.
Yet, what is in stake is a new form of citizen participation in
local action, which would be added to “political citizenship”.
72
These elements are likely to improve efficiency and increase
the legitimacy of policy implementation.

5.
Regarding these first elements of comparison among two
case studies of informal settlements in Rome and Sétif, some
evidences emerge.
The urban policies still focus on the structure of the set-
tlements, in line with the tradition of the urban planning in
both countries. Socio-economic aspects are now becoming
relevant, although the regulatory framework does not yet
contemplate such issues.
In particular, the emerging issue for the future is to un-
derstand how it will be possible to give access to a minimum
level of subsistence and income for the growing crowds of mi-
grants arriving in cities from desertification or conflict areas.
The Latin term civitas is the etymological root for both the
terms of città/town and cittadinanza/citizenship: the deep
meaning of the two words is connected with the two dimen-
sions of the future challenges.
Another useful aspect of a common framework for an
The informal Urban Mediterranean Agenda can be to distinguish the spe-
Mediterranean
city. cific tasks that the towns could carry out, according to their
Exploring specificities. Urban sustainability described in the Leipzig
some common
policy targets Charter10, and in the following Riga Declaration, is bring-
ing to define the EU Urban Agenda. The proceedings of
the document11, signed as the Charter of Amsterdam in the
Ministerial Conference last 30th of May 2016, face 12 main
themes; almost all of them fit properly to the challenges of
the informal settlements:
– Jobs and Skills in the local economy
– Urban Poverty
– Housing
– Inclusion of Migrants and Refugees
– Sustainable use of land and Nature-Based solutions
– Circular economy
– Climate adaptation
– Energy transition
– Urban mobility
– Air quality
– Digital transition 73
– Innovative and responsible public procurement

In both case studies it is possible to see that neighbourhoods


have been established near the informal settlements, made
according to the planning principles of the Modern Move-
ment with the aim to recover the settlement by allocation of
public services and a more functional infrastructural system.
The analysis shows that these additional services have not
fully resolved the situation, and that they are bringing more
challenges in terms of integration among the different areas
of a settlement, leading to a tangible difficulty to merge in
a single urban system. Therefore, the design and planning
approaches aimed to increase the social and territorial cohe-
sion of the different parts of the settlements will be a main
topic to deepen in further studies.

10. http://www.espon-usespon.eu/library,leipzig-charter-on-sustainable-european-cities.
11. http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2016/577986/EPRS_
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74
Town and Country Planning Association, Garden cities
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Fig. 1.
Master on 'Projet
urbain',
University
of Sétif 1,
February 2015
The informal
Mediterranean
city.
Exploring
some common
policy targets

Fig. 2.
Massimina
(Rome)
settlement with
9,000 inhabitants,
5,800 inh./ km²,
14% of foreigners,
against 9.5% of
foreigners for
Rome and 8.7%
of foreigners
for Italy
75

Fig. 3.
Ain-Arnat (Sétif)
settlement
with 32,000
inhabitants,
158 inh./km²
(Algeria 16/km²,
Africa 38/km²)
L’Africa della città Tripoli. Trasformazioni di una Medina mediterranea
Urban Africa Ludovico Micara
   

76 1.
Tripoli di Libia è oggi una grande città di circa un milione
e mezzo di abitanti (fig. 1). Come molte altre città africane,
soprattutto del Nord-Africa, Tripoli non è una città di re-
cente formazione, ma la sua storia e il suo sviluppo partono
dall’antichità, almeno dalla sua fondazione (Oea) da parte
dei Fenici nel vii secolo a.C.
Tripoli è dunque una città che conserva a tutt’oggi una
importante e consistente parte urbana storica, la medina (ma-
dinat al-qadima) ancora perfettamente riconoscibile e diversa
e distinta dal resto della città (Micara 2013) (fig. 2). Come
d’altra parte, in Nord-Africa, Algeri, Costantina, Fez, Rabat,
Meknes, Il Cairo, Alessandria d’Egitto, per nominarne solo
alcune.
Questo aspetto non è secondario e pone una serie di pro-
blemi. Nonostante la città storica costituisca parte minorita-
ria rispetto alle attuali dimensioni delle città, essa ha ancora
un ruolo importante nella vita urbana e nella considerazione
degli abitanti. Accanto a un ruolo commerciale, vivo soprat-
tutto per alcuni beni legati a tradizioni di vita ancora sentite,
si riconosce un importante ruolo religioso legato alle mo-
schee e edifici religiosi storici, e un valore ambientale pro-
Tripoli. fondamente vissuto e connesso ai suq, ai fondaci (funduq),
Trasformazioni
di una Medina agli hammam della Medina. Valore che invece è andato via
mediterranea via scomparendo per il sistema abitativo, per le case, molto

  degradate, per lo più abbandonate dai proprietari per la loro
dimensione, non adatta ai nuovi modi di abitare, per la loro
recente occupazione da parte di immigrati e per altri aspetti
non più marginali come l’eccessiva contiguità, la chiusura
allo spazio urbano e il controllo sociale.

2.
Vorrei approfondire quest’ultimo aspetto che ha prodotto
trasformazioni stravolgenti nelle medine tradizionali. Queste
sono generalmente identificate come il più importante pa-
trimonio urbano della cultura arabo-islamica, dal momento
che incarnano nei loro spazi e istituzioni il credo religioso e
più generalmente antropologico del musulmano (Micara et
al. 2009). Ma non sempre tale valore è riconosciuto, aldilà dei
grandi monumenti e edifici collettivi, al compatto e denso
tessuto residenziale, al sistema labirintico dei percorsi e delle
case introverse, che costituiscono peraltro lo sfondo comune
e forse più riconoscibile e identitario di tante medine. 77
Forse proprio per questa scarsa attribuzione di valore, og-
gi questo sistema abitativo di base è in crisi profonda e for-
temente degradato. Le ragioni sono molteplici. Dalla scom-
parsa di interi gruppi umani che abitavano parti cospicue
di tali tessuti e che conferivano un carattere multietnico e
multi-religioso alla medina tradizionale: si pensi alle comu-
nità ebraiche dei ghetti che hanno abbandonato le loro case
e istituzioni per l’affermarsi del nazionalismo arabo; al de-
grado sociale dovuto all’occupazione e sovraffollamento dei
tessuti residenziali da parte di popolazioni rurali immigrate
in cerca di lavoro in città, impreparate a vivere in un am-
biente fisico, ma anche simbolico e comunicativo, che non
corrispondeva ai loro bisogni; alla scarsa attenzione delle
amministrazioni verso questo patrimonio ritenuto minore e
quindi trasformabile a piacere, senza tener conto della ferrea
logica aggregativa nei tessuti di case a corte; all’insofferenza
delle nuove generazioni per alcuni aspetti di tali tessuti come
l’eccessiva prossimità, il controllo sociale, la scarsa accessibi-
lità ai mezzi di trasporto.
Ludovico 3.
Micara Esiste tuttavia un altro aspetto, più generalmente cultura-
le, che evidenzia il ruolo importante delle medine storiche
nelle attuali concentrazioni urbane. Il tessuto urbano di tali
medine, anche se degradato o trasformato, mette in mostra
un modo di abitare e una relazione tra spazi privati e spazi
pubblici che ha costituito spesso un riferimento fondamen-
tale nel modello cosiddetto “mediterraneo” in alternativa
a quello più generalmente nord-europeo; e ha influenzato
una grande parte delle città collocate nella sponda nord
del mediterraneo. Esso è quindi un patrimonio non solo di
alcune città o di alcuni paesi, ma delle culture mediterranee
in genere.
Dobbiamo inoltre considerare che è nelle medine che
troviamo la maggior parte dei monumenti riconosciuti co-
me patrimonio del mondo arabo-islamico. Come sono anco-
ra le medine il modello fisico, costruito e abitato, di quello
straordinario amalgama della civiltà mediterranea, fatto di
convivenza, anche se non sempre pacifica, di genti, culture
e religioni diverse (fig. 3).
78
Tutto ciò fa sì che le relazioni tra il centro antico e la
città nuova siano di non facile soluzione, non tanto per la
risoluzione spaziale di tali relazioni, a volte già definite nel
periodo coloniale o post-coloniale, quanto per la difficoltà
di considerare queste due aree urbane come facenti parte
di un’unica città e non come due città diverse.

4.
Un ruolo importante di relazione, in questo senso, è stato
svolto dalla città coloniale. Anche se spesso ancora non ri-
conosciuta come “patrimonio” dalla comunità urbana, essa
ha supplito nel tempo alle nuove funzioni che i recenti stati
nazionali richiedevano e che la tradizionale medina non
riusciva a coprire. Non è un caso se la maggior parte delle
istituzioni collettive (eccetto ovviamente le moschee) sono
ancora ospitate dalla città ex-coloniale, che ha anche deter-
minato le nuove direzioni di crescita urbana sulle quali si è
sviluppata la città nuova.
È significativo il tentativo di “patrimonializzare” queste
parti di città coloniale, come è avvenuto a Tripoli, trasfor-
mandone alcuni edifici particolarmente rappresentativi,
Tripoli. come per esempio la chiesa cattedrale, in nuove moschee
Trasformazioni
di una Medina della comunità islamica.
mediterranea

  5.
Ma il vero elemento di rottura di un equilibrio, conservatosi
sostanzialmente fino alla metà del secolo scorso, è stata la
crescita esponenziale delle “postmetropoli”, le nuove realtà
vissute da questi paesi, lo spazio concreto in cui si svolge
oggi la vita: la nuova dimensione urbana, le grandi infra-
strutture, la diversità delle culture, dei paesaggi.
Spazi, come già diceva negli anni Ottanta Mohammed
Arkoun, «che devono essere restituiti a un reale, positivo
significato e che in nessun modo devono essere occultati
dal termine Islamico» (Arkoun 1980).
Si pensi alla nuova immensa città cresciuta attorno al-
le medine: città fatta di quartieri residenziali molto simili
tra loro e ripetuti con poche varianti, accanto a improvvisi
grumi di edifici alti per uffici, collegati da grandi strade
che passano indifferenti su poveri tessuti con strade sterrate
e zigzaganti: una sorta di stratificazione, sovrapposizione
casuale di pezzi di città occidentale su tessuti simil-medina 79
più poveri.
Si pensi ai vuoti senza forma degli spazi di risulta tra
parti urbane diverse che non sono ancora spazi di relazio-
ne, residui (délaissés) e incolti (friches) nella definizione di
«terzo paesaggio» di Gilles Clément (2005: 7); ai grandi
spazi lasciati vuoti (riserve per Clement) o sottratti alla città
attraverso la demolizione di interi insediamenti obsoleti;
agli incerti paesaggi semiurbani attorno alle aree archeolo-
giche o lungo le coste; alle fasce steppose o semidesertiche
che costeggiano i lunghi percorsi tra territori diversi, pun-
teggiati da improbabili stazioni di sosta e di rifornimento e
sporcate dalle onnipresenti plastiche e rifiuti.
«Paesaggi indecisi… rifugi per la diversità» (Clement
2005) e per l’innovazione, che convivono con gli artigiani
al lavoro nelle botteghe dei suq, con le stradine della medi-
na risuonanti dei colpi metallici dei battitori alle prese con
il rame dei grandi e decorati vassoi o delle mezzelune dei
puntali dei minareti.
Ludovico 6.
Micara Certo, non possiamo più sentirci nei panni di Le Corbusier
quando, arrivando per nave a Istanbul, scriveva: «siamo dun-
que venuti per mare, in modo classico, per vedere snodarsi
queste cose», e confessava la sua profonda commozione:
«perché ero venuto per adorare queste cose che sapevo così
belle» (Gresleri 1984: 180).
Oggi queste cose, seppur così belle, suggeriscono una realtà
urbana in trasformazione; ci ricordano un cantiere in mo-
vimento o uno scavo archeologico, dove il nostro compito
non è più quello di inventariare le rovine e ricostruire il
passato, ma cogliere i segni di una possibile evoluzione.
Non vorremmo, come dice Marc Augé a proposito degli an-
tropologi, essere stati «più sensibili alla bellezza di quel che
stava crollando che all’ampiezza di ciò che si annunciava»
(Augé 2004: 14).
Non possiamo dunque abbandonarci alla nostalgia. La
nostalgia, infatti, nel suo duplice aspetto di ritorno (nostos)
e dolore (algos), è sicuramente una delle componenti della
sindrome mediterranea; un sentimento e stato d’animo ri-
80
corrente nella letteratura di paesi che si affacciano sul Me-
diterraneo, come ci rivela L’Albergo dei poveri dello scrittore
marocchino Tahar Ben Jelloun:
La storia di un uomo triste, così triste che è diventato
depositario titolare della grande tristezza di Marrakech.
È una tristezza che ha preso i colori della città imperiale,
rosso ocra, rosso sangue, rosso mattone, rosso crepuscolo,
rosso papavero, rosso cremisi, rosso comunque rosso come
una veglia di fine Ramadan, rosso come una ferita aperta.
(Ben Jelloun 1999: 4)

O come ancora scrive il turco Orhan Pamuk nel capitolo


Tristezza del suo straordinario Istanbul. I ricordi e la città:
Tento di parlare della tristezza di tutta una città. Istan-
bul […] voglio parlare non della malinconia di Istanbul,
bensì della tristezza, uno stato d’animo simile, interiorizza-
to con orgoglio e condiviso da tutta la comunità. (Pamuk
2006: 91-92)

È singolare che accanto alla tristezza presente di queste at-


mosfere urbane e al conseguente sentimento di nostalgia
compaia il desiderio del nuovo, di un futuro esaltante nel
Tripoli. cuore stesso, denso e mai del tutto esplorato delle città me-
Trasformazioni
di una Medina diterranee.
mediterranea I libri, sorprendentemente simili, che sognano Tahar Ben

  Jelloun1 da quando era ragazzo, o Orhan Pamuk2, rivelano la
presenza, aldilà dei ricordi di un passato importante, di una
nuova attitudine a estrarre dall’aggrovigliata realtà risultante
da sviluppi e trasformazioni incontrollate i motivi ispiratori
di un nuovo, inedito futuro.

7.
Nonostante i recenti avvenimenti libici pongano in primo
piano il problema del destino di Tripoli, di quel grande patri-
monio archeologico, architettonico e urbano che costituisce
tanta parte della storia e dell’immagine della Libia contem-
poranea, è necessario indagare gli strumenti di riconfigu-
razione urbana che abbiano anche la capacità non solo di
disegnare una nuova, equilibrata città, ma anche di rifondare
i parametri di una nuova cittadinanza.
Riconsiderare il valore degli spazi pubblici, dei sistemi di
spazi pubblici, chiusi o aperti, come luoghi di scambio e di
incontro tra le comunità urbane; pensare a sistemi di spazi 81
verdi per configurare un nuovo paesaggio urbano; sistemi in-
frastrutturali che rendano più vicine tra loro le parti urbane,
senza possibilmente creare barriere tra le aree attraversate.
A una più ampia scala geografica l’espansione di Tripoli
ha investito anche il territorio lungo la costa della Tripolita-
nia a Est e Ovest della Medina, avvicinandosi considerevol-
mente alle aree archeologiche di Sabratha e Leptis Magna, le
antiche città romane che assieme a Oea, progenitrice dell’o-
dierna Medina, costituivano la grande Tripolis (tre città).
Queste grandi e importanti aree archeologiche sono state
scavate e portate alla luce da archeologi italiani all’inizio del
secolo scorso. Ma la loro reale dimensione è molto più ampia
di quella attualmente visitabile, in ogni caso cospicua, che

1. «Sarà il mio Ulisse, il mio piccolo Ulisse, meno corposo ma complicato e strano quan-
to quello di James Joyce, un piccolo Ulisse marocchino, una cosa nuova e davvero niente
male, una giornata di Larbi Bennya, il Leopold Bloom marocchino, nel cuore di Fès, nella
medina, città labirintica dell’undicesimo secolo dove gli avvenimenti si succedono in un
movimento senza fine nell’intento di elaborare un’epopea del Maghreb, occidente dell’O-
riente, nulla di meno!» (Ben Jelloun 1999: 4).
2. «Sognavo di scrivere un grande romanzo su Istanbul, sullo stile dell’Ulisse» (Pamuk
2006: 106-107).
Ludovico riguarda prevalentemente gli edifici monumentali, templi e
Micara basiliche, i fori, i teatri e gli anfiteatri, le terme e parte delle
insulae residenziali. Infatti al loro intorno esiste un ampio
tessuto archeologico, ancora in parte non scavato, formato
da ville suburbane, tombe, spesso di grande interesse a cui
si sovrappone in maniera del tutto spontanea e disordinata
la periferia ancora incerta e in formazione della capitale.
A tutto questo si aggiunge l’interesse turistico e il richiamo
delle aree costiere che rischia di portare nuovi insediamenti
in prossimità e a stretto contatto con le aree archeologiche.
In questo contesto il caso di Tripoli è particolare, dal mo-
mento che la città vecchia è cresciuta sulle tracce dell’antica
Oea romana e dunque la Medina si sovrappone e coincide
con il sito archeologico. È ancora chiaramente leggibile la
permanenza, come tracce nell’attuale tessuto urbano, del car-
do, dei due decumani e di parte del tessuto di domus lungo la
fascia costiera sul porto; ed è ancora in piedi nella Medina
il magnifico arco di Marco Aurelio e Lucio Vero, tetrapylon
all’incrocio del cardo e del decumanus maximus.
82 Le attuali condizioni di degrado della Medina, con la pre-
senza di molte aree vuote al suo interno, permetterebbero di
scavare fino alla quota archeologica per portare alla luce il piano
della città antica. È possibile allora pensare alla ricostituzione,
nella nuova scala geografica metropolitana, del sodalizio urba-
no che aveva dato luogo alla grande Tripolis classica, dove le
attuali aree archeologiche, con i loro servizi, rivestano il ruolo
di grandi spazi pubblici a integrare un’armatura urbana e terri-
toriale forse troppo estesa e sicuramente ancora debole e non
equilibrata per la qualità dell’abitare contemporaneo.

Bibliografia
Arkoun, M.
1980 Islam, Urbanism and Human Existence Today, in J. Katz,
Architecture as Symbol and Self-Identity, The Aga Khan
Awards, Philadelphia.
Augé, M.
2004 Rovine e macerie, Bollati Boringhieri, Torino.
Ben Jelloun, T.
1999 L’albergo dei poveri, Einaudi, Torino.
Clément, G.
2005 Manifesto del terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata.
Tripoli. Gresleri, G.
Trasformazioni
di una Medina
1984 Le Corbusier, viaggio in Oriente, Marsilio-Fondation Le
mediterranea Corbusier, Venezia-Paris.
  Micara, L.

2013 Tripoli medina mediterranea - Tripoli: a Mediterranean Medi-
na, Gangemi, Roma.
Micara, L. et al. (a cura di)
2009 The Mediterranean Medina, Gangemi, Roma.
Pamuk, O.
2006 Istanbul. I ricordi e la città, Einaudi, Torino.

83

Fig. 1.
Veduta satellitare
di Tripoli
(Digitalglobe,
Aprile 2005)
Fig. 2.
Planimetria della Medina
di Tripoli (L. Micara, The
Libyan-Italian Mission
for the Study of the
Architectural and Urban
Heritage of the Islamic
period in Libya)

Fig. 3.
Vedute del
modello in scala
1/500 della
Medina di Tripoli,
che rappresenta
lo stato della
città nel 1911,
alla vigilia
dell’occupazione
italiana della
Libia (L. Micara)
Seconda sezione
Africa occidentale
L’Africa della città Nuovi trends sullo spazio urbano nell’Africa occidentale
Urban Africa francofona. Una rassegna bibliografica
Adriana Piga

1. Introduzione 87
In un’epoca molto lontana, Catherine Coquery-Vidrovitch
iniziava il suo percorso scientifico fra storia e cultura sulla ge-
nesi antica delle città africane fino alla fase coloniale (1988;
1993). Dalle sue pagine, ricche di suggestioni molteplici, co-
me l’islamizzazione delle città dell’Africa centro-occidentale,
si verranno in seguito a delineare tutta una serie di dense pro-
blematiche: il continuum rurale-urbano, la pauperizzazione
e il degrado di interi quartieri, il cristallizzarsi di un’etnicità
urbana che è ormai divenuta una richiesta di piena cittadi-
nanza (Chanson-Jabeur – Goerg, 2005). Nell’epoca attuale,
di fronte alle trasformazioni incessanti del tessuto urbano
nell’Africa a sud del Sahara, emerge, soprattutto, un Islam a
carattere politico e identitario che dilaga negli spazi pubblici
delle città africane; un Islam che diviene sempre più norma-
tivo e cogente come a Bamako e a Niamey. Questa rassegna
bibliografica mira a prendere in esame la letteratura francese
e francofona sulle città africane pubblicata, in particolare, da
due grandi case editrici parigine quali L’Harmattan e Kar-
thala.
Uno degli aspetti più significativi nel contesto dei nuovi
trends dell’antropologia urbana è anche l’attenzione riser-
Adriana vata ai piccoli e medi centri urbani dell’Africa a sud del Sa-
Piga hara. Il libro che ha fatto in un certo senso da apri-pista è
stato senza dubbio il volume collettaneo nell’ormai lontano
1997 a cura di Monique Bertrand e Alain Dubresson: Petites
et moyennes villes d’Afrique Noire. Di conseguenza, centri urba-
ni secondari come Gao o Sokodé, Kankan o Ouro-Sogui di-
vengono l’emblema di una dinamicità locale troppo a lungo
trascurata, nonché foriera di interessanti sviluppi regionali
fra passato e presente. Sempre nel 1997, Odile Goerg inaugu-
rerà un genere particolare che avrà un certo successo, cioè,
la comparazione fra le dinamiche urbane di due megalopoli
messe a confronto.
Alcuni anni dopo, nel 2001, sarà Laurent Fourchard a
dare alle stampe una ricerca storica di ampio, amplissimo
respiro sui maggiori centri urbani del Burkina Faso: De la
ville coloniale à la cour africaine. Espaces, pouvoirs et sociétés à
Ouagadougou et à Bobo Dioulasso (Haute-Volta) con la casa edi-
trice parigina L’Harmattan. Scritta con eleganza e assoluta
competenza, non è un caso che questa ricerca abbia vinto un
premio scientifico dell’Harmattan nel 2000.
88
Nel 2002, Pierre-Antoine Pérouse de Montclos darà al-
le stampe un libro incentrato sulla diffusione della violenza
nelle città a sud del Sahara. A sua volta, Cheikh Guèye pub-
blicherà una densa monografia tutta dedicata alla città santa
di Touba, la capitale spirituale della confraternita senegalese
della Mouridiyya (2002).
Nel 2004, la casa editrice Karthala pubblicherà a cura di
F. Grunewald e Eric Levron il testo Villes en guerre et guerres
en ville. Pratiques humanitaires en questions. In questo testo ori-
ginale uno dei saggi sottolineava, già all’epoca, la fragilità
dell’ecosistema dell’Azawad e la marginalizzazione politica
degli immensi territori del Nord del Mali, incentrandosi
sull’abbandono da parte dello stato maliano della cittadina
di Kidal, completamente isolata rispetto alla stessa Tombouc-
tou: la stessa Kidal che sarebbe divenuta nel 2012 la capitale
della dissidenza tuareg.
Nel 2005 la casa editrice Karthala darà alla luce un vo-
lume, a mio parere particolarmente significativo, a cura di
Laurent Fourchard, André Mary e René Otayek. Si tratta di
Entreprises religieuses transnationales en Afrique de l’Ouest. Dal
Senegal al Ghana, dal Benin alla Nigeria, questo volume ini-
Nuovi trends mitabile illustra con grande dovizia di argomenti la polifo-
sullo spazio urbano
nell’Africa nia come il proselitismo violento delle chiese pentecostali in
occidentale Nigeria e nel Togo come delle reti evangeliche sempre più
francofona
  diffuse nel Benin.
Nel giugno, sempre del 2005, Muriel Gomez-Perez darà
alle stampe un altro volume collettaneo che darà luogo a
una serie infinita di variazioni sul tema e, in un certo senso,
inaugurerà un filone importante di studi e ricerche sul fon-
damentalismo islamico in Africa, si tratta di: L’Islam politique
au sud du Sahara. Identités, discours et enjeux.
Nel 2007 Philippe Gervais-Lambony e Gabriel Kwami
Nyassogbo sono gli editori di Lomé Dynamiques d’une ville afri-
caine in cui Lomé appare il simbolo di un cosmopolitismo
antico. Frutto di un programma di ricerca multidisciplinare,
questo libro si interroga sulla coesione urbana, vera o presun-
ta, della capitale del Togo, sui cambiamenti socio-spaziali che
si sono susseguiti fin dall’inizio degli anni Novanta, sui limiti
della gouvernance come sul sistema commerciale urbano.
Sempre nel 2007, la casa editrice Karthala pubblicherà un
volume che mi ha colpita in modo particolare e sul quale tor-
89
neremo in seguito: Les Nouveaux urbains dans l’espace Sahara-
Sahel. Un sottotitolo non usuale spiegherà, poi, il filo rosso che
collega i diversi capitoli: Un cosmopolitisme par le bas. I due cu-
ratori Elisabeth Boesen e Laurence Marfaing non esiteranno
a includere nel tessuto narrativo del testo ben due saggi sulla
cittadina di Tamanrasset da anni ormai al centro dei percorsi
migratori transahariani sovente drammatici (Bensaad 2005;
Brachet 2010). E sempre sul contesto migratorio, che si impo-
ne sempre più come prioritario nel panorama scientifico at-
tuale, un solo anno anno dopo, nel 2008, sarà Momar Coumba
Diop a dare alla luce un volume ad hoc: Le Sénégal des migrations.
Nel 2009 Mathieu Hilgers pubblicherà sempre con Kar-
thala un libro su una città del Burkina molto meno nota
quanto ricca di storia locale: Urbanité, Histoire et reconnaissance
à Koudougou. Sempre nel 2009 Gilles Holder, che ha a lungo
vissuto e lavorato come antropologo a Bamako, pubblica un
testo innovativo nei confronti delle abituali immagini stere-
otipate sull’influenza attuale dell’Islam in Africa. Non a caso
questo testo avrà come titolo: L’islam, nouvel espace public en
Afrique. Nello stesso anno, la geografa Armelle Choplin ci
regalerà una eccellente quanto dettagliata monografia sulla
Adriana città di Nouak­chott, monografia ricca non solo di puntuali
Piga analisi urbanistiche sui diversi quartieri, ma anche di dati
antropologici e sociologici.
Altro filone di ricerca del tutto appassionante che fotogra-
fa con empatia la solidarietà o meglio le forme della socie-
volezza urbana nelle megalopoli dell’Africa a sud del Sahara
sarà Lieux de sociabilité urbaine en Afrique nel non lontano 2009.
Laurent Fourchard, Odile Goerg e Muriel Gomez-Perez pub-
blicheranno, infatti, con L’Harmattan, questo testo colletta-
neo prezioso che esplora dal Maghreb al Sud Africa le diverse
forme e modalità della socializzazione dello spazio in ambito
urbano. Testo, questo, che spazia da Johannesburg a Lagos,
da Abidjan a Ouagadougou, senza dimenticare l’Africa orien-
tale in cui da Mombasa a Zanzibar la socialità ricopre uno
spazio rituale squisitamente femminile. Tutta l’ultima parte
di questo testo è, poi, dedicata alle periferie africane, studiate
ora nell’ottica del successo delle micro-attività informali delle
commercianti di Bamako, ora nell’ottica di territori urbani
scenario di incontro e di conflitto in città quali Khartoum e
Nouak­chott.
90
E ancora a completare questo nuovo sguardo fra la po-
litica e l’antropologia sulle forme molteplici quanto varie-
gate della socievolezza urbana sarà il dossier di “Politique
Africaine” nell’ottobre del 2012: Parlements de la rue. Espaces
publics de la parole et citoyenneté en Afrique, in cui le Agoras pa-
triottiche a Abidjan e i Grins de thé a Bamako vanno letti, in
realtà, come luoghi di sensibilizzazione politica e di protesta
sociale. In queste assemblee spontanee, simbolo di una in-
tensa politicizzazione dal basso si snoda il dibattito sempre
più acceso sul concetto di cittadinanza e si delinea uno spazio
pubblico squisitamente cittadino.
In realtà, la città africana contemporanea come spazio di
contestazione politica emerge chiaramente dalle numerosis-
sime marce di protesta organizzate dalle associazioni della
società civile a Niamey come a Ouagadougou (Bonnecase
2013; Gilliard 2005). Nel 2010, Mathieu Hilgers e Jacinthe
Mazzocchetti nel volume collettaneo da loro curato, Révoltes
et oppositions dans un régime semi – autoritaire. Le cas du Burkina
Faso, sottolinevano l’instabilità politica e le inquietudini della
società burkinabé nel corso degli ultimi anni del presidente-
dittatore Blaise Compaoré. Non a caso, la seconda parte di
Nuovi trends questo volume si intitolerà Ville et contestations. In particolare,
sullo spazio urbano
nell’Africa l’Affaire Norbert Zongo sarà reinterpretato in modo originale
occidentale da Marie-Soleil Frère mentre Sabine Luning sarà l’autrice di
francofona
  un saggio sul Ren-Lac, cioè il Réseau National de Lutte anti-
Corruption che, in qualche modo, sarà collegato al CIBAL
(contrazione di Le Balai Citoyen) che fa parte di una recente
piattaforma panafricana detta: Tournons la page.
Citiamo, infine, due studi comparativi che privilegiano Ac-
cra come pietra di paragone rispetto ad altre capitali dell’A-
frica Occidentale. Avremo così nel 2011 il dettagliatissimo
volume De Bamako à Accra. Mobilités urbaines et encrages locaux
en Afrique de l’Ouest, opera della geografa Monique Bertrand,
esperta proprio di diritto fondiario urbano nel Mali di oggi.
Sempre nel 2011, un’altra geografa Amandine Spire darà alle
stampe: L’Etranger et la ville en Afrique de l’Ouest. Lomé au regard
d’Accra. Ma quale è realmente la condizione dello straniero
africano immigrato nelle città africane? Fino a che punto il
paradigma di una futura integrazione è ormai solo una chi-
mera? Quale identità islamica si snoda nei numerosi quartieri
hausa detti zongos delle città dell’Africa occidentale? Sono
91
tutte queste questioni in gran parte dibattute nei due volumi
a cura di Catherine Coquery-Vidrovitch, Odile Goerg, Issiaka
Mande e Fara Rajaonah nel lontano 2003 ma che restano
ancora oggi di una attualità sconcertante. Mi riferisco, ovvia-
mente, all’opera Être étranger et migrant en Afrique au xx siècle.
Enjeux identitaires et modes d’insertion.
Due, poi, i volumi che suggellano il profondo interesse
scientifico che circonda, ormai, l’Islam nell’Africa a sud del
Sahara. In primis, come non citare il volume Islam et Sociétés en
Afrique subsaharienne à l’épreuve de l’histoire. Un parcours en com-
pagnie de Jean-Louis Triaud. Questo denso e complesso volume
collettaneo sarà pubblicato nel 2012 nei tipi Karthala sotto la
curatela di Odile Goerg e Anna Pondoupoulo quale omag-
gio obbligato al grande maître à penser della storia dell’Islam
nell’Africa occidentale. Questa opera riunisce moltissimi
dei suoi allievi da Marie Miran a Maikorema Zakari, da Said
Bousbina a Seyni Moumouni, da Souley Hassane ad Adriana
Piga. Infine, nel 2013, a cura di Gilles Holder e Moussa Sow
vedrà la luce il testo L’Afrique des laicités. État religion et pouvoirs
au sud du Sahara, che si snoda dalla Costa d’Avorio al Niger,
dal Senegal al Burkina, dal Mali al Gabon grazie a tutta una
Adriana serie di saggi imperniati sulle interrelazioni fra stato, laicità
Piga e secolarizzazione.

2. Musica di protesta nelle città globalizzate dell’Africa a sud


del Sahara
Sono città di giovani dal peso demografico schiacciante, le
città africane, contrassegnate da numerosissimi movimenti
per l’appunto giovanili, movimenti quasi sempre politicizzati,
protagonisti di un genere musicale di protesta che è insieme
denuncia della corruzione, degli abusi del potere costituito,
delle infinite e logoranti ingiustizie sociali. Non a caso, pro-
prio nel mese di marzo del 2016, vedrà la luce un dossier
di “Politique Africaine” dal titolo Polyphonies du rap; un rap
sempre più associato a una cultura giovanile globalizzata più
che mai (n. 141).
Deputati del popolo, così amano definirsi a Dakar i giova-
ni Bboys, cioè i fans dell’hip-hop, genere musicale in primis
ma non solo, che ha dilagato nel corso degli anni Novanta
dal Senegal al Mali, dal Burkina alla Repubblica Democratica
del Congo (RDC). Si pensi che già nel 2010, solo nella città
92
di Dakar si contavano più di 1200 gruppi di rap. D’altronde,
rap e hip-hop sono sinallagmaticamente legati, costituisco-
no in una parola un’arte di strada che riveste una singolare
funzione catartica che mitiga la vulnerabilità estrema di una
moltitudine di giovani di ogni classe sociale, che offre la pa-
rola ai Sans Voix, le vittime del sistema sociale e politico. Il
«rap abita sulla strada ma è al corrente di tutto ciò che avvie-
ne all’interno delle case e nelle riunioni ristrette», sostiene
Abdourahmane Seck, e continua così: «il Rappeur è (forse)
colui attraverso il quale lo scandalo si manifesta. È colui che,
svelando i segreti nascosti, nutre il clamore pubblico» (2010:
211). Valori antichi come lo jom, il senso dell’onore, e il sa-
go, il riserbo, riappaiono nelle parole dei rappeurs senegalesi
quasi a contrapporsi all’egemonia schiacciante del dio khaliss,
il denaro.
Vulnerabili e corvéables à merci sono, infatti, questi giovani,
quasi sempre disoccupati, che esprimono una cultura pret-
tamente urbana, immersa nella globalizzazione, insofferente
verso quelle che giudicano problematiche del passato come,
per esempio, i conflitti fra le diverse confraternite islamiche,
in particolare fra i discepoli tijani e i discepoli qadiri. La lo-
Nuovi trends ro musica li sospinge verso un’identità-mondo in continua
sullo spazio urbano
nell’Africa costruzione e, allo stesso tempo, afferma con forza il diritto
occidentale dei poveri, degli esclusi, i baadoolo in Senegal, i talakawa in
francofona
  Nigeria a partecipare alla gestione della res pubblica e il diritto
inalienabile a denunciare i soprusi, le sopraffazioni, la vena-
lità della cosiddetta politique-politicienne. Sono stati proprio i
rappeurs, come noto, a decretare la fine dell’epoca Wade in
Senegal, quando hanno deriso sarcasticamente il paternali-
smo di Abdoulaye Wade; quando, all’unisono con la stampa,
hanno criticato duramente l’ipocrisia sociale allora vigente.
Hip-hop e rappeurs hanno condiviso, poi, le sofferenze delle
popolazioni del Sahel penalizzate da anni di siccità prima
e inondazioni poi. Non è davvero un caso il loro profondo
legame con l’importante movimento cittadino Y’en a Marre,
implicato nel monitoraggio delle iniziative governative dal
2011 a oggi e, ancor prima, con il movimento giovanile di
protesta urbana detto set/setal (Diouf 2013: 93).
Al contrario, esibizionismo e ostentazione caratterizzano
il cosiddetto coupé-decalé, stile musicale nato in Costa d’Avorio
da un gruppo detto Sagacité e poi diffusosi in tutta l’Africa
93
francofona, soprattutto in Camerun e in Congo (Kolhagen
2006). È una musica che inneggia a un nuovo cosmopoliti-
smo, un altrove idealizzato nel quale si può fare fortuna. È
uno stile musicale che celebra solo i migranti di successo,
non importa a quale prezzo e con quali mezzi. Così il migran-
te africano che torna ricco in patria è tenuto a mostrare il
suo successo, anzi a sbandierarlo, con i suoi abiti di lusso e le
sue vetture costosissime. Narcisismo e autonomia dai legami
familiari contraddistinguono il coupé-decalé da qualsiasi altra
forma musicale (ibid.: 104-105).

3. Città del Senegal contemporaneo: una bibliografia ragionata


Del tutto sorprendente sarà poi la produzione sociologica e
antropologica sulle città senegalesi, in particolare nel corso
degli anni Duemila. Esaminiamo ora i testi, a nostro parere
più significativi, nell’ambito di questa ricca letteratura, sen-
za dimenticare un testo collettaneo a carattere più generale
sulla eterogenea società senegalese multiforme e innovativa
quanto mai. Penso a La société sénégalaise entre le local et le glo-
bal del 2002, a cura del politologo ed economista dell’IFAN
Momar Coumba Diop.
Adriana Nel 2007 sarà dato alle stampe il testo La Ville Sénégalaise.
Piga Une invention aux frontières du monde, incentrato sulle trasfor-
mazioni ma anche sul mantenimento delle tradizioni cultu-
rali nelle città del Senegal contemporaneo. A cura di Jean-
Luc Piermay e Cheikh Sarr, questo volume collettaneo vede
la partecipazione di studiosi senegalesi molto noti a livello
internazionale come Serigne Mansour Tall e Cheikh Guèye,
l’autore dell’opera monumentale su Touba, la capitale dei
Muridi (Guèye 2002). Di assoluta attualità i diversi argomen-
ti affrontati, dalle riconfigurazioni e ricomposizioni spaziali
nella città di Dakar ai progetti di urbanistica per Saint-Louis,
patrimonio dell’Unesco, dalle lacerazioni urbane nella pic-
cola Tivaouane dovute alla rivalità fra i centri spirituali tijani
fino al Café Touba, emblema del famoso transazionalismo
dei discepoli muridi, caffè ormai venduto e apprezzato ovun-
que nel mondo (Guèye 2007: 138-146).
Due soli anni dopo, nel corso del 2009, la casa editrice
Karthala di Parigi darà alla luce La Tabaski au Sénégal. Une
fête musulmane en milieu urbain. Anne-Marie Brisebarre e Li-
liane Kuczynski sono le curatrici di questa ricerca minuziosa
94
e ricchissima di dettagli sulla celebrazione in Senegal dell’Id
al-Kabir, la Festa del Sacrificio, detta per l’appunto Tabaski
in lingua wolof. La dimensione economica e religiosa del-
la maggiore festività islamica viene esplorata fin nei minimi
particolari a Dakar come a Saint-Louis, ma anche nella città
santa di Touba nel Baol e nella regione un tempo marginale
di Tambacounda a est. Colpisce, nella lettura di questo libro,
la frenesia socio-culturale che caratterizza la lunga fase della
preparazione della Tabaski, come l’atmosfera di kermesse, di
gioia intensa e di scambio reciproco di doni che ne sottoli-
nea lo svolgimento. D’altronde, Anne-Marie Brisebarre aveva
pubblicato, nel settembre del 1998, un testo fondamentale
proprio sulla Festa del Sacrificio nello spazio urbano europeo
e maghrebino: La Fête du Mouton. Un Sacrifice musulman dans
l’espace urbain, volume che spaziava dalla Francia al Belgio,
dalla Gran Bretagna al Marocco fino all’Algeria.
Siamo nel 2010 e l’autore senegalese Abdourahmane
Seck – oggi, non a caso, direttore del Centre d’étude des re-
ligions dell’Università Gaston Berger di Saint-Louis – ci rega-
la, sempre nei tipi Karthala, un libro quanto mai originale e
brillante nella sua autenticità post-moderna: La question mu-
Nuovi trends sulmane au Sénégal. Essai d’anthropologie d’une nouvelle moder-
sullo spazio urbano
nell’Africa nité. Frutto di innumerevoli interviste condotte con empatia
occidentale nello spazio pubblico islamico delle città senegalesi, questa
francofona
  riflessione ci rivela il vero volto post-moderno e globalizzato
di una religiosità sufi che più nulla ha a che fare con il mi-
sticismo descritto negli anni Cinquanta-Settanta da autori
quali Donal Cruise O’Brien (1971), Christian Coulon (1981)
e Jean Copans (1988).
Nel giugno del 2013 altre dimensioni culturali della città
di Dakar riceveranno l’attenzione che meritano grazie a Ma-
madou Diouf, storico senegalese ormai da molti anni docente
alla Columbia University negli States e a Rosalind Fredericks,
docente alla Gallatin School dell’Università di New York. In-
fatti, il volume Les Arts de la Citoyenneté au Sénégal. Espaces
contestés et Civilités urbaines esplora le arti visive e musicali di
una capitale poliedrica e all’avanguardia nelle arti plastiche
e figurative: mille gli artisti prodotti dall’urbanità dakaroise
da Malika Dagana a Laye-J. Ly (Rabine 2013), mille i traffici
talora pericolosi del mercato di Colobane e mille i modelli
di souwère, la classica pittura su vetro che è possibile anche
95
declinare nel post-colonialismo. E tutto ciò senza tralasciare
i musicisti, “deputati del popolo”, i protagonisti dell’hip-hop
che attira masse di giovani disoccupati.
Ma Dakar è anche giustamente famosa per i murales che
tappezzano i muri bianchi della capitale. Anche nel caso del-
la pittura murale, la graffiti culture, i giovani manifestano la
volontà di partecipare sempre più alla vita culturale e politica
del loro paese. Sono i tags e i graffiti (in parte eredità del set-
setal) a offrire nuovi codici di lettura destinati a tutti i cittadi-
ni senegalesi (Diouf 2013). Pertanto, la strada si fa spazio di
una creazione artistica segnata da una pluralità di culture, si
fa spazio creativo che può “poetizzare la quotidianità”, come
provocare la coscienza collettiva in un’accezione positiva. La
strada dipinta con i graffiti è la migliore testimonianza della
volontà dei giovani desiderosi di affermarsi, distaccandosi dai
molteplici legami familiari. L’arte dei graffiti non si improvvi-
sa ex abrupto, anzi è il risultato di un’attività lunga e difficile,
quasi sempre non sponsorizzata né dai mecenati privati, né
dai poteri pubblici.
Nel 2015, la casa editrice Karthala congiuntamente con
l’African Studies Center (ASC) di Leyden pubblicherà Etat,
Adriana Sociétés et Islam au Sénégal, testo dal sottotitolo significativo:
Piga Un air de nouveau temps? Quasi tutti senegalesi i curatori a
eccezione di Mayke Kaag dell’ASC. Marabutti intellettuali e
militanti, Islam e principi di bonne gouvernance, predicatrici
sempre più famose come Rabiatou Cissé o Aicha Guèye o,
ancora, Zeinab Fall, affollano le pagine di questa ricerca che,
ancora una volta, evidenzia e valorizza le trasformazioni pro-
fonde intervenute dagli anni Novanta ad oggi nelle comples-
se interazioni fra stato, Islam e politica nel Senegal. Sono oggi
cittadine come Médina Baye, Cambérène e, ovviamente, Tou-
ba a rappresentare i veri laboratori sociali della gouvernance.
Ancora, marabutti, Sérigne, rinomati come Béthio Thioune,
Seydina Issa Thiaw Laye e Modou Kara Mbacké rappresenta-
no l’impegno politico e lo spirito di cittadinanza attiva che
anima ormai da molti anni la classe confrerica senegalese.
Sullo sfondo sempre la città di Dakar.

4. Tamanrasset: una città-carrefour nel Sahara algerino


Infine, uno sguardo alle migrazioni transahariane viste attra-
verso il prisma di Tamanrasset, cittadina del tutto particolare
96
nell’Algeria meridionale.
La cittadina di Tamanrasset, nel sud dell’Algeria, ha visto
moltiplicarsi la sua popolazione nell’arco di qualche decen-
nio a partire dall’inizio degli anni Novanta grazie a un boom
demografico impressionante e all’intensificarsi di tutta una
rete di traffici clandestini gestiti per lo più dai tuareg (Kohl
2013).
Nell’habitat urbano, prima di questa vera e propria esplo-
sione urbana, si contavano solo quattro quartieri storici: Ta-
haggart, Hofra-Hawanit, Ksar Fougani e Guet el-Oued. Tra
gli abitanti di questi quattro quartieri si contavano numerosi
haratin dediti all’agricoltura e non pochi chaamba dediti al
commercio.
Nel tempo, l’immigrazione tuareg è diventata sempre più
consistente tanto che un nuovo quartiere Tahagg Chumara
che sorge a ovest del centro di Tamanrasset è ormai abitato
quasi unicamente dalle frazioni etniche tuareg kel adagh. Al
contrario, un quartiere di recente costruzione Sersouf sem-
bra essere abitato prevalentemente da algerini del Nord. In
un altro nuovo quartiere a occidente di Sersouf denominato
Ma Tenna Talat, mauri, haratin e iregenaten si concentrano
Nuovi trends negli stessi spazi abitativi secondo l’opinione di Danila Badi
sullo spazio urbano
nell’Africa dello ZMO di Berlino (2007: 262).
occidentale In questo singolare centro urbano non esistono complessi
francofona
  industriali, eppure un’urbanizzazione intensiva fagocitante
rende Tamanrasset un polo urbano in continua trasformazio-
ne. Senza dubbio Tamanrasset può essere considerata come
una plaque tournante fra il Nord Africa e l’Africa a sud del
Sahara. Julien Brachet, a sua volta, nel suo volume del 2010,
Migrations transsahariennes. Vers un désert cosmopolite et morcelé
au Niger, la definisce una vera e propria città-carrefour (Bra-
chet 2010: 155).
La fiera annuale dell’Assihar, incontro in lingua tamasheq,
testimonia la vivacità di una dinamica urbana trascurata nel
passato e che ora suscita l’interesse di grandi centri di ricerca
come lo Zentrum Moderner Orient (ZMO) di Berlino. La
grande fiera dell’Assihar si tiene, secondo la tradizione, nello
storico quartiere di Guet el-Oued a sud-est della città e si svol-
ge per tre lunghe, chiassose e frenetiche settimane. In questo
periodo, numerosi prodotti dei quali di solito non viene au-
torizzata né l’importazione né l’esportazione, circolano libe-
97
ramente. Dall’henné alle calebasse in legno decorato, dalle
selle di cuoio ai cammelli, senza contare le calzature pregiate,
i monili d’oro e d’argento, i tappeti e, infine, il tabacco da
annusare, diffuso in tutto il Sahara (Badi 2007: 262-263). In
una sola parola, l’etnicità resiste e risplende nella sabbia di
Tamanrasset. Infatti, se sono solo le donne hausa a conoscere
e a poter vendere una incredibile quantità di spezie profu-
mate, i tuareg dominano gli assi commerciali verso il Mali e il
Niger, mentre i gobirawa hausa, detti may nama offrono preli-
bati tagli di carne, prediletti dagli algerini del Nord. Turbanti
indaco fabbricati a Kano e tambi, ricercati sandali in cuoio,
si trovano a Tamanrasset solo durante le tre settimane della
fiera annuale. A commerciarli i mercanti hausa idarawaten,
definiti sovente come Hadj, il cui prestigio sociale nei secoli
non sembra essersi affievolito (ibid.: 273).
Quarantacinque circa le diverse nazionalità rintracciabi-
li a Tamanrasset, arabi come berberi, tuareg come hausa e
un’infinità di maliani, nigerini, originari del Camerun, della
Guinea, del Benin, della Mauritania e del Togo. Tamanras-
set appare la meta agognata anche nella misura in cui la
wilaya (distretto) di Tamanrasset è separata dal Mali a sud
Adriana ovest e dal Niger a sud est da 1550 chilometri di frontiera.
Piga Cittadina cosmopolita per eccellenza, Tamanrasset ha ormai
abbandonato il suo ruolo storico di tappa di transito verso il
nord per trasformarsi in un “polo di attrazione” (ibid.: 280).
Pur se incentrato su Agadès e, in misura minore, su Arlit, Bilma
e Dirkou, non di meno il testo di Julien Brachet, che definirei
lungimirante, appare ricco di numerosi riferimenti proprio
a Tamanrasset quale meta di innumerevoli traiettorie transa-
hariane, tutte segnate dalla frammentazione dello spazio del
Sahara, come dalla creazione endogena di un vero e proprio
“cosmopolitismo dal basso”. In realtà, i migranti, figura quanto
mai rappresentativa nell’attuale epoca storica, possono restare
a Tamanrasset una settimana come sei mesi, o anche due an-
ni, ma possono anche stabilizzarsi e rinunciare a proseguire
il viaggio verso Algeri o Blida. Inutile aggiungere come, fin
dall’inizio degli anni Novanta, le migrazioni transahariane
abbiano assunto, anno dopo anno, un’importanza a dir poco
eccezionale. Pertanto la comunità dei migranti, eterogenea al
massimo per origini e obiettivi, si è trasfigurata in una “comu-
nità di destino”, in cui il progetto migratorio iniziale viene a
98 essere sovente riconfigurato (Brachet 2010: 163, 197).
Tuttavia a Tamanrasset, hélas, discriminazioni, recrimina-
zioni e ostilità verso gli immigrati subsahariani si susseguono
indisturbate e segnano profondamente la società urbana. Gli
algerini del Nord, invece, sono temuti e rispettati ma anche
considerati come stranieri dalla popolazione locale che non
esita a definirli chnawa, cinesi (Nadi 2007: 288).
Infine, nello sparire e ricomparire, come per incanto, di
una moltitudine di quartieri periferici, si può leggere l’inquie-
tudine di una politica urbana quanto mai contraddittoria. Non
a caso la wilaya di Tamanrasset, a fronte di molteplici e ingenti
investimenti finalizzati proprio allo sviluppo urbano, non esita
a distruggere intere bidonvilles africane segnate inesorabil-
mente dallo stigma della povertà, della violenza e della clande-
stinità (Agier 1999; Pérouse de Montclos 2002; Gilliard 2005).
Eppure, poco tempo dopo, i poveri, anzi, poverissimi immi-
grati africani ricreano i loro slums nel deserto, tanto che i loro
insediamenti che vanno e vengono sono definiti poeticamente
come quartieri “Fata Morgana” (Nadi 2007: 290). Ancor più
la clandestinità, la paura, l’incertezza dell’avvenire avvolgono
altri miseri rifugi detti “Les Rochers de Tamanrasset”.
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L’Africa della città African urban subalternity. Hegemonic planning,
Urban Africa subaltern practices and neoliberal citizenship
(Nouak­chott - Mauritania)    
Armelle Choplin

1. Introduction 103
Discussing the relationship between hegemonic neoliberal
urban planning and subaltern groups’ practices of city-mak-
ing, this paper wonder about the kind of political citizenship
that is taking shape in African cities in a context of neolib-
eralism. In the postcolonial African city, following entrepre-
neurial urbanism (Harvey 1989) perspective, local author-
ities have undertaken projects to uplift the city to global
standards and transform them into competitive cities. The
quest for competitiveness, through regeneration process,
goes hand-to-hand with the desire to achieve spatial order
and spatial competitiveness. This strategic planning implies
processes of formalization. This formalization targets urban
subaltern figures such as slum dwellers and street traders.
Informal settlements often become subject to formalization
programs and/or demolition. Facing hegemonic urbanistic
models, urban dwellers evicted from the central areas devel-
op various informal practices, resistances and other coping
strategies which allow them to survive and evolve within the
interstices of the city. In order to understand these dynamics,
we analyze the displacement of slum dwellers by a slum up-
grading program in Nouak­chott (Mauritania). We focus not
Armelle only on the eviction processes of ten years ago but also on
Choplin its consequences in the current situation in order to see the
impact of these neoliberal programs in the social trajectory
and political experiences of slum dwellers.

2. African subaltern cities: shifting focus towards the margins


Analyzing the subalternity of the African cities require to pro-
gressively dislocated our gaze from the centre to the margins
of the African urban world. The notion of “subalternity” in-
cludes three aspects. First, we must acknowledge that African
cities remain relatively poorly understood and understud-
ied (Robinson 2002; 2006; McFarlane 2008; Edensor - Jayne
2012): they are still “off the map”. And, while the “Southern
turn” and recent publications have certainly highlighted the
importance of the urban phenomenon in the Global South,
a new gap seems to appear between some worlding “fash-
ionable” metropolises, like Mumbai, Dubai and Shanghai,
we have termed the “-Ai-ending Megacities club,” and other,
especially secondary and small cities, overlooked by urban
research, even if the “invisible majority” of Africans live in
104
these cities, as M. Hilgers argued (Satterhwaite - Tacoli 2003;
Bell - Jayne, 2006; Hilgers 2012). In one hand, some African
cities profit from this megacity fad, such as Johannesburg or
Lagos (with Koolhaas 2002), which are evocated for their
hyperfluidity, hypermobility and hyperconnectivity. But, they
are often reduced to new icon of postmodernity (Choplin
2012). Cities like Nouak­chott are clearly marginalized in the
urban debate.
Secondly, inside these cities, it is interesting to focus on
what Roy (2011) call “Subaltern urbanism”, a concept refer-
ring to the opposition between urban hegemonic models
fostered by international organisations and the bottom up
tactics and everyday resistances of the urban dwellers. Roy
speaks of a “subaltern urbanism” to qualify the capacity for
political action of slum inhabitants.
Finally, this literature on urban studies referring to Gram-
sci’s concept of subalternity often content itself with the idea
of everyday resistance, as shown by the Bayat’s notion of quiet
encroachments (Bayat 1997). But regarding slum dwellers in
Nouak­chott, we would like to show that urban subalternity
should be also analyzed in relation to its capacity to produce
African new forms of citizenship and to turn into political engage-
urban
subalternity ment. From a more theoretical point of view, we argue that
  this is the way in which Gramsci’s notion should be used, as

  we have developed in other paper by applying the concept
of La città future (Ciavolella - Choplin 2016). With the notion
of “città futura”, Gramsci puts in reciprocal relation subalter-
nity, cityness, politicization and citizenship. In a similar way,
Gramsci plays with this polysemy of cittadino (“citizen”), in
a way that the idea of “being urban”, or “cityness”, merges
with that of “being political”, or even more so, of “becoming
political”.

3. Fixing the sand dunes with capital: African subaltern city and
hegemonic planning
3.1. “Halal capital accumulation” and low cost land
Nouak­chott, as a bush city inhabited by former nomads, epit-
omizes the African subaltern city. Just like other globalizing
cities formerly judged as “structurally irrelevant” to the cycle
of global capital accumulation (Yeoh 1999), it is becoming
a “new frontier” for capital accumulation (Harvey 2001) 105
and urban hegemonic models (Watson 2014). This urban
financialization has reached a new stage: in a fully capitalized
world, the process is now affecting unlikely and unexpected
urban outskirts of the world, such as the African subaltern
cities. That is why even the empty sand dunes surrounding
Nouak­chott have become new strategic and profitable ‘spa-
tial fixes’. They offer huge speculation possibilities without
any physical obstacles or opposition to introduce these lands
on the real-estate market.
This new trend is evidenced by the widespread urban me-
ga-projects financed by Qatari, Kuwaiti and Saudi companies
(Barthel 2010). Local political leaders offer important assets
such as low cost land and facilitating laws. Simple financial
packages are proposed to potential local and foreign busi-
nessmen, with little investment and not much risk-taking.
The commodification process, the way to finance and the
agreements remain rather non-transparent, usually signed
between Heads of States in person. During a political visit of
former Mauritanian president Maouiyya Ould Taya to Cheikh
Hamad Bin Khalifa, former Emir of Qatar in the early 2000s,
several hectares of Mauritanian waterfront were assigned to
Armelle the Qatar Diar Company, a subsidiary of the sovereign wealth
Choplin funds of Qatar. There, the Diar Company is promoting a 400
million euros luxurious resort, called Nouak­chott New Town,
20 kilometres north of the city. In November 2010, current
President Abdel Aziz laid the foundations of an another new
modern town supposed to be built on Nouak­chott waterfront
and called ‘Ribat el Bahr’ (sea rempart)1. Rumour has it that
Koweitian, Saoudian and Qatarian businessmen are involved;
they have invested three billion dollars into a city planned to
house 50.000 people.
These recent investments can be explained by a law prom-
ulgated in 2005, which officially acknowledges “developer” as
a profession. Since then, companies offer real-estate invest-
ment funds. One of them, Finance Conseil Investissement
(FCI), attempts to follow Islamic financial principles, pro-
moting an ‘Islamic’ quarter in the suburbs of Nouak­chott.
The upcoming quarter, called Sukuk, should be composed
of fifty villas, sixty allotments, and a central plot to become
a business district (fig. 1). The name of this suburb – sukuk
106 means “financial titles” in Arabic – connotes the diffusion of
Islamic financial principles largely influenced by the Middle
East (Ould Bah 2011). The sale of sukuk is primarily directed
at Islamic investors who are prohibited by a Shari‘a law from
investing in conventional debt securities. The sukuk example
demonstrates that international dynamics can converge with
local interests, supporting a “halal speculation”.
The last important project regards the move of the air-
port 25 kilometers further north. Its current localization in
downtown city has become a real disadvantage. Because the
State does not have enough money to build this new airport,
President Abdel Aziz offered to give the location of the cur-
rent airport to whoever can manage to build the new one
(with a capacity of one million passengers per year). A rich
entrepreneur, owner of the most important cement industry,
proposed his services. In return, he obtained the 40 hectares
in Sukuk area that he divided into 4000 plots. To this day no-
body knows about the conversion project regarding the cur-
rent airport, which will leave a huge empty space downtown.

1. http://ribatalbahr.mr/.
African
urban
subalternity


Fig. 1.
Sukuk projects
in Nouak­chott
dunes
© En Haut! 2010,
Kite aerial photo,
www.enhaut.org

3.2. Endlessly unfinished projects


The Diar, Ribat el-Bahr and Sukuk projects epitomize the Mau- 107
ritanian elite’s dreams of modernity and internationalization.
However all these projects seem to be on hold. Whereas the
Sukuk northern suburb is sanding, awaiting potential buyers,
the Qatari program has disappeared from the Diar website.
As for the “Ribat el-Bahr” project, it has come down to an
amazing showroom and a huge, absolutely empty car park,
in the middle of the sand (fig. 2). The main prestige projects
are precisely that: just “projects” (Choplin - Franck 2010).
Nothing has spurted from the ground lately. Declarations
of cooperation are rife, but even signed agreements do not
necessarily culminate in tangible achieved projects.
This slowing down may partly be caused by internation-
al financial crises and regional political unrest (“the Arab
Spring”). Nevertheless these projects play a role in giving the
city an image of competitiveness or, at least, of open possi-
bilities. Furthermore, land has been attributed in return for
hardly verifiable token payments. As a matter of fact, these
Arab mega-projects are characterized by lack of transparency
and difficulty in getting information relative to contracts and
their assignments (Barthel 2010). As an example, the land for
the present airport was given to the highest bidder, without
Armelle any prior tender or public procurement. As in the case of
Choplin land grabbing operations, the contents of the transactions,
the duration and nature of the lease and the amounts of
money invested are rarely disclosed. Whether it is a matter
of land grabbing in rural environment or of true-fake pro-
jects in the city, these initiatives eventually enable influential
people, companies and foreign investors to get their hands
on strategic areas like city-centers, waterfronts or urban out-
skirts. Actual investments are almost non-existent, probably
for fear of lack of return on investment. But even though
no skyscraper or luxury hotel is built, these investors remain
owners of the land they have purchased for derisory sums.
In this quest for a “new capitalist frontier”, urban areas of
little productivity and competitiveness like Nouak­chott ap-
pear quite attractive. Real estate is cheaper, the city land reg-
istry is not updated, governments are weak or even bankrupt,
and governance modes are more than favorable to investors.
Moreover, Nouak­chott’s former geographically disadvanta-
geous position is shifting into a potentially strategic position
for investments towards new sub-Saharan African “markets”.
108 But, this competitive quest stands in stark contrast with the
pervading chronic poverty and the slum-dwelling frustrated

Fig. 2.
Ribat el-bahr,
an showroom
in the middle of
nowhere
© En Haut! 2012,
www.enhaut.org
African expectations. The unending capital accumulation process
urban
subalternity goes hand in hand with an insidious dispossession process
  (Harvey 2003), carried out in the name of the nomads’ in-

  clusion to modernity and world-city accumulation. Thus, this
competitive quest seems to contradict the pro-poor programs
implemented by International Institutions and NGOs which
promote a more “inclusive city”.

4. Slum upgrading in Nouak­chott: the urban fringes as space for


depoliticization or emancipation?
International development programs, and in particular pro-
grams of formalization, offer good entry points in order to
understand subaltern groups’ practices and reactions. In
2001, the World Bank launched an Urban Development Pro-
gram (PDU) in Nouak­chott, with the support of the State and
the help of international NGOs. It promoted slum-upgrad-
ing programs, influenced by Hernando de Soto’s theories
(2000) in order to improve the living conditions of the urban
poor. De Soto’s policy suggested that it is possible to make
the poor rich by simply formalizing informal (or extra-legal)
109
property rights. The property title is seen as a way to include
slum-dwellers into society by entering the market economy.
But, some scholars have recently warned against this “slum
rhetoric” and its dangerous reappearance in official policy
guidelines (Rao 2006; Gilbert 2007; Arabindoo 2011).
In Nouak­chott, the slum upgrading program of the World
Bank concerned an old slum near the city centre, inhabited
by former slaves. This program aimed to legalize informal
urban areas, transforming the slum into a new ordered and
rectilinear neighbourhood. Plots of 120 square metres have
been given with a temporary land title. The titling process
has lead to the privatization of land, has exposed people to
dispossession. Only the richest slum-dwellers could obtain
the property titles. Most marginal slum dwellers were first-
ly told that they were “sans fiches sans photo” (no files, no
photo) – that their census files had been lost and/or was
incomplete (missing photo, incoherent initial plot number
etc.) – so that they could not obtain the title for the land they
were actually occupying. Thus, in 2008, 25.000 have been
evicted and resettled far away, in a wasteland south of the city
without any facilities nor services, with a temporary land title.
Armelle Not without a certain tragic irony, displaced people called
Choplin their new faraway neighbourhood “sans fiche sans photo”.

Fig. 3.
Sans Fiche
Sans photo
neighbourhood,
Nouak­chott
(Mauritania)
© S. Mbaye, 2012

During our recent interviews in the resettled neighbour-


110 hood, we have understood that, at the time of the upgrading
program, civil servants and actors of development agencies
had taken their files. They sold them for money, frequently
to people of the upper social classes who saw an opportunity
to get well-located plots.
In 2012, four years later, displaced people wrote a letter to
their prefect as a first act of contestation against their unjust
situation (Choplin 2014). But contrary to all expectations,
the letter did not denounce corruption, misuse of funds or
other injustices that led to the displacement. They demanded
to “improved daily living conditions in the present site” and,
in particular electricity, a school, security. Some individuals
requested not to get back their lands, but to have a defini-
tive property title of the plot they were occupying after the
displacement. They do not claim citizenship neither a “just
city” or a “right to the city”, if we keep in mind the lefebvrian
perspective.
Indeed, it is surprising just how little residents have resist-
ed, given the forced displacements and injustices that they
have suffered. Actually, the very opposite may have happened
as a depoliticization process (Swyngedouw 2011) seems to be
African at work in parallel with a powerful increase of individualism.
urban
subalternity Once they get their temporary title deeds, the new owners are
  less prompt to rebel and take sides with squatters and other

  tenants. The increase of individualism can also be explained
by the very foundation of the program, which values the in-
dividual. The present urban restructuration programs are
based on the principle of in situ self-help housing, inspired
by John Turner’s theories (1976) and presented today as the
main solution to eradicate slums. This principle is hinder-
ing in as much as it (over)values the individual as a slum
inhabitant subject capable of “getting by” and doing odd
jobs. Implied is the notion that he alone can “manage” his
destiny and that he should be self-sufficient and build his own
house. Such an approach can lead some people to entertain
essentialized, romanticized views – or even culturalist notions
where the creativity of the “African Man” is highly praised.
Presenting the African city as a work of art in action reflects
the image of a completely depoliticized and dehistoricized
space, as argued by Rem Koolhaas (2002) (Fourchard 2011).
Marvelling at the resourcefulness of slum-dwellers, Koolhaas 111
and others tend to reproduce the liberal discourse whereby
entrepreneurial values are highly commended, thus indirect-
ly justifying the public authorities’ abandonment of these
populations. In this regard, Koolhaas’s vision of slums con-
verges with the neoliberal thinking of Hernando De Soto
(2000), who recommends legalizing the informal sector in
order to turn the poor into micro-entrepreneurs despite the
fact that emphasising the ingenuity and the “resilience” of
the poor leads to a depoliticization of the debate on pover-
ty by failing to question its causes (Ferguson 1999). Thus,
in Mauritania, this comes down to presenting poverty as an
inevitable evil. Investors and political leaders hide the real
causes of poverty when they leave out of the debate the po-
litical and social reasons leading to this exclusion and this
poverty. Naturally, what is at stake is of great import to the
Haratins the descendant of former slaves, which represent the
large, but often invisible majority, of the Mauritanian popula-
tion and especially of the slums. They are presented as poor
people from the country who have suffered from draughts
and whose living conditions are the product of destiny rather
Armelle than of social history – the issue of the legacy of slavery being
Choplin still politically sensitive (Choplin – Ciavolella 2008).
Despite these cases of weak and individual mobilization,
others suggest that things are changing. We argue that the
urban margins are becoming places for new and unattend-
ed forms of politicization and citizenship, especially for the
Haratin. Paradoxically, the urban outskirts have become spac-
es of freedom from their ancient masters living in other parts
of the city. There, they are experimenting life with other poor
people, and can acquire new autonomous practices and initi-
atives (such as women associations, children’s schooling etc.).
Urban margins become laboratories for new shared identities
and social solidarities and thus for the formation, maybe,
of a new political subject. These local aspirations resonate
with a new and strong national anti-slavery movement led by
its Haratin leader, Biram Dah Abeid, Winner of the United
Nations Human Rights Prize for 2013. Actually, occupying
urban space has become a central strategy to make them-
selves heard and visible. Regularly, they hold sit-ins in front
of the ministries and organize marches through cities and
112
towns around the country. Nouak­chott has recently become
a backdrop for new and regular political protests. Our point
is that these protests could be harbingers of the increasing
politicization of the marginal (urban) Mauritanian society.

5. Conclusion
Through the example of Nouak­chott, we have shown that Af-
rican subaltern cities, influenced by the world-city discourse,
present overlooked urban trajectories and offer valuable
tools for contemplating the future of cities – and not only
low-tiered ones. As a matter of fact, researching Nouak­chott,
this ordinary capital city of one of the poorest countries in
the world, makes it possible to understand contemporary ur-
banization, unexpected forms of capitalism, the circulation
of urban models and how city-dwellers become familiar with
neoliberal discourses and the market economy.
African would-be modern cities raise the question of the
limits of capital expansion and show the way it spreads out.
African subaltern cities present some attractive assets, such
as low cost land for investors, interesting and interested local
actors (elites fascinated with capitalism and consumption),
African political compliance, cultural facilitation – such as religion
urban
subalternity which can legitimate the marketization of land through Is-
  lamic finance – and numerous, flexible workforces, weakly

  politicized and beyond the influence of strong trade unions.
Moreover, thousands of poor city-dwellers represent strategic
groups to enter the capitalist world soon.
We have seen that people do not mobilize for the right
to the city or the spatial justice, but more modestly for their
individual rights and to preserve their individual assets (col-
lecting papers, microcredits, access right of home ownership
and property). But at the same time, we cannot argue that
poor city dwellers are simply becoming “good neoliberal cit-
izens”, in accordance with the principles of the ordered city
fostered by local authorities and with the consensual, tech-
nocratic and post-political urban production, only because
they sometimes refer to laws or papers. In Nouak­chott, urban
margins may become new political resources and “spaces of
hope” (Harvey 2001) for subaltern groups (slum dwellers,
Haratin). Recent dynamics clearly demonstrate, if not a gen-
eralized politicization, at least a multiplication of actions and
113
an intensification of urban protests and a possible transfor-
mation of subaltern urbanism into urban politicisation.

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L’Africa della città Nouak­chott. Sviluppo urbano, politiche pubbliche
Urban Africa e risposte cittadine1
Francesca Nucci, Marta Alonso Cabré

116 1. Breve presentazione della capitale mauritana: Nouak­chott


Nouak­chott, capitale della Mauritania, presenta una storia e
uno sviluppo urbano piuttosto peculiari, dovuti in buona par-
te alla colonizzazione «extra-uterina» vissuta dal paese (Ould
Cheikh 1999). I Francesi, infatti, occuparono l’enorme ter-
ritorio desertico mauritano solo per ragioni strategiche, per
garantire una continuità tra le loro colonie dell’Africa occi-
dentale e non ebbero mai nessun interesse nel costruirvi delle
città. Nouak­chott, pertanto, che «fu capitale prima di essere
città» (Choplin 2009), non fu mai una città coloniale. Con i
suoi quasi sessant’anni d’esistenza, è una capitale africana re-
lativamente giovane, il cui processo di creazione fu parallelo
a quello d’indipendenza del paese. Si tratta del frutto di una
mera decisione politica di fare di una piccola fortificazione
militare francese a 5 chilometri dalla costa atlantica la capitale
del nuovo stato indipendente e il simbolo dell’unità nazionale.

1. Il presente testo deriva da uno studio realizzato a Nouak­chott, capitale della Maurita-
nia, tra il 2010 e il 2012 e finanziato dallo Stato spagnolo. La ricerca sul campo si concentrò
sull’osservazione delle trasformazioni urbanistiche in corso nella città, i modi di sposta-
mento quotidiano dei suoi abitanti, l’utilizzo dei mezzi di trasporto e la risoluzione degli
incidenti.
Nouak­chott. Fu così che, alla fine degli anni Cinquanta, furono ela-
Sviluppo urbano,
politiche pubbliche borati diversi piani urbanistici e, nel 1958, s’iniziarono con
e risposte urgenza i lavori di costruzione seguendo il disegno dell’ar-
cittadine
  chitetto Lanville, in seguito ripreso dagli architetti Lecomte
e Cerruti. Il giorno della dichiarazione d’indipendenza della
Mauritania, Nouak­chott era ancora un piccolo nucleo costi-
tuito da edifici amministrativi in piena costruzione. Poi, tra
gli anni Settanta e Ottanta, la capitale mauritana attraversò
un’epoca d’inaspettata crescita demografica e conseguente
espansione urbanistica, che oltrepassarono ogni possibile
previsione e tentativo di pianificazione da parte delle autorità
competenti. Questa situazione si produsse, infatti, a seguito
di due successivi periodi di severe siccità che costrinsero alla
sedentarizzazione gran parte della popolazione nomade e
Nouak­chott ne fu il principale polo di attrazione: se nel 1962
la popolazione nomade costituiva il 75 per cento del tota-
le, nel 2001 raggiungeva appena un 6-7 per cento (Tanguy
2003). All’inizio degli anni Sessanta gli abitanti di Nouak­
chott erano circa 6000, alla fine degli anni Ottanta erano
già arrivati a circa 600.000 e, da allora, il loro volume non ha
117
mai cessato di crescere, alimentato anche dai flussi migratori
provenienti dai paesi limitrofi. Oggi a Nouak­chott vive più
di un milione di abitanti, cioè un terzo della popolazione
del paese.
Siamo quindi di fronte a una capitale africana sorta repen-
tinamente ex nihilo tra oceano e deserto e che ha dovuto e
continua ad affrontare tutte le conseguenze di una crescita
demografica e urbanistica alla quale i poteri pubblici non han-
no saputo dare risposte concrete ed efficaci. Ci riferiamo, in
particolare, all’occupazione spontanea e caotica del suolo, alla
progressiva precarizzazione dell’habitat, all’estensione delle
bidonvilles e delle zone insalubri, all’inadeguatezza dei servizi
e delle infrastrutture rispetto ai bisogni degli abitanti ecc.

2. Sviluppo urbano e politiche pubbliche


L’inadeguatezza e l’inefficacia dei piani urbanistici adottati
di fronte alle crescenti necessità della città e dei suoi abitan-
ti, hanno dato luogo a una segregazione spaziale e sociale
sempre più profonda. Già i piani urbanistici adottati alla fine
degli anni Cinquanta per la costruzione della capitale mauri-
tana, divisero la città in due parti attraverso la creazione della
Francesca Nucci grande Avenue Abdel Nasser. Questa attraversa Nouak­chott
Marta Alonso Cabré da Est a Ovest e sembra costituire una vera e propria fron-
tiera tra due mondi: quello Nord con i suoi quartieri ricchi
e agiati, ben serviti, dove si trovano le sedi delle ambasciate,
dei ministeri e dell’amministrazione locale, i grandi super-
mercati, le ville d’alto standing ecc., e quello Sud composto
dai quartieri popolari e dalle bidonvilles, dove vive la maggior
parte degli abitanti della città. E anche se le frontiere tra i
diversi quartieri non sono chiaramente nette, poiché i diver-
si tipi di habitat spesso si mescolano, si possono facilmente
identificare zone diverse ognuna con una tipologia di casa e
d’abitante ben determinata.
Inoltre, non potendosi estendere verso ovest, lo sviluppo
urbano della capitale mauritana si è prodotto in forma stellare
e in modo orizzontale intorno alle principali arterie stradali
che collegano Nouak­chott con il resto del paese: la route de
Nouhadibou verso nord, la route de Atar verso nord-est, la route de
l’Espoir verso est e la route de Rosso verso sud. Tutte confluiscono
nel centro commerciale e amministrativo della città, denomi-
nato Capitale, e ne costituiscono le principali vie d’accesso. È
118
per questo motivo che i diversi quartieri popolari che si sono
progressivamente aggiunti a quelli originari, si sono formati a
ridosso di queste principali vie d’accesso alla città.
Nouak­chott è, quindi, il risultato di una “somma di quar-
tieri”, che si distinguono tra loro non solo per il livello eco-
nomico e la qualità della vita, ma anche per l’origine etnica
dei loro abitanti. Infatti, se a nord e a est troviamo quartieri
abitati per lo più da bidan, cioè gli arabofoni provenienti da
nord e dall’interno del paese, i quartieri sud ospitano soprat-
tutto le popolazioni provenienti dal sud del paese: wolof,
halpoulaar e soninké. È in questi quartieri che si sono istallati
anche gli immigrati originari di diversi paesi dell’Africa nera.
A Nouak­chott, si trovano pertanto rappresentati, in modo
più o meno proporzionale, tutti i gruppi etnici che compon-
gono la popolazione mauritana, ognuno con il proprio stile
di vita e le proprie attività. Si tratta di una città molto etero-
genea, nella quale si sono prodotte e continuano a riprodursi
grandi disparità sotto tutti i punti di vista e in tutti gli ambiti
della vita urbana.
Per quanto riguarda le infrastrutture, per esempio, il quar-
tiere centrale di Capitale concentra la quasi totalità dei servizi e
Nouak­chott. degli uffici amministrativi, mentre i quartieri periferici ne sono
Sviluppo urbano,
politiche pubbliche essenzialmente sprovvisti. Vi si trovano, inoltre, il mercato più
e risposte importante della città e negozi di ogni tipo. La progressiva
cittadine
  estensione in orizzontale della città ha fatto sì che le periferie
si trovino sempre più lontane dal centro, rendendone sempre
più difficile l’accesso ai loro abitanti sia da un punto di vista
pratico che economico. I quartieri periferici concentrano gran
parte della popolazione della città e gli abitanti di queste zone
appartengono, in generale, a ceti sociali modesti o, spesso,
poveri, ma, paradossalmente, sono questi a vedersi costretti a
spostarsi quotidianamente verso il centro per soddisfare le loro
necessità: andare a lavorare o a scuola, accedere agli uffici, fare
acquisti ecc. E poiché le distanze sono divenute sempre più
difficili da percorrere a piedi, la popolazione deve ricorrere
ai mezzi di trasporto che comportano dei costi che non tutte
le famiglie possono permettersi di sostenere.
L’incessante aumento demografico nel seno delle zone
periferiche e del relativo bisogno di spostamento quotidiano,
ha portato a un incremento e a una diversificazione dei mez-
zi di trasporto, nonché a una progressiva saturazione delle
119
principali vie d’accesso al quartiere di Capitale. Nelle ore di
punta, che sono solite coincidere con l’inizio e la fine della
giornata lavorativa, è diventato quasi impossibile accedervi a
causa degli enormi ingorghi che si generano. Attualmente,
pertanto, chi è più sprovvisto di mezzi per spostarsi è chi ne
ha più bisogno e deve affrontare le maggiori difficoltà.
Le autorità pubbliche competenti, da parte loro, non han-
no mai saputo trovare soluzioni efficaci ai problemi della
città che, in gran parte, derivano dall’adozione di piani ur-
banistici che, invece di tener conto della realtà geografica,
socio-economica e urbana locale, si sono ispirati a modelli
stranieri. Questo risulta evidente in tutti gli ambiti della vita
urbana e non ha fatto altro che inasprire le disparità tra i di-
versi quartieri. Se prendiamo, ad esempio, l’accesso ai mezzi
di trasporto e consideriamo la mobilità come un diritto e non
come un bisogno, vedremo che, a Nouak­chott, questa costi-
tuisce un ulteriore fattore di segregazione. Le caratteristiche
della mobilità nel seno della capitale mauritana riflettono
perfettamente la stratificazione sociale della città.
Ora, quando si parla di mezzi di trasporto in Mauritania,
bisogna fare qualche importante premessa. In primo luogo,
Francesca Nucci la quasi totale assenza del settore pubblico, a eccezione della
Marta Alonso Cabré Société des Transports Publics, un’azienda creata nel 2010 e che
è al 50 per cento privata. Infatti, fino ad oggi, è stato sempre
il settore privato, sia formale sia informale, a soddisfare in
modo più efficace i crescenti bisogni della popolazione. È
per questo motivo che non si parla di trasporti pubblici, ma
in comune o collettivi. In secondo luogo, è necessario evi-
denziare che, nonostante l’aumento massiccio dei veicoli che
circolano a Nouak­chott, il loro accesso non è affatto genera-
lizzato. In altre parole, nonostante le distanze da percorrere
siano divenute sempre più importanti, una buona parte della
popolazione non ha ancora acquisito il diritto a una mobilità
motorizzata ed è costretta a spostarsi a piedi o sulle carrette
trainate da asini. Infatti, anche se esistono mezzi di trasporto
che praticano prezzi piuttosto bassi, si tratta comunque di
spese quotidiane che molte famiglie non possono sostenere.
Per quanto riguarda poi l’accesso ai veicoli a motore, è im-
portante menzionare che l’auto privata costituisce il mezzo di
trasporto privilegiato dagli abitanti di Nouak­chott. Infatti, in
una città dove le persone non amano spostarsi o passeggiare
120
a piedi, sia per una questione di prestigio sociale sia a causa
dell’insalubrità delle strade, del caldo, della polvere ecc., tutti
coloro che possono permetterselo utilizzano l’auto privata o,
in sua mancanza, il taxi. Possedere un’auto propria, anche se
non necessariamente di lusso o in buone condizioni, e non
essere obbligati a ricorrere ai mezzi di trasporto collettivi,
associati ai ceti sociali più modesti o poveri, determina una
sorta di distinzione sociale che non sempre corrisponde a
uno status economico agiato. L’auto, poi, non è utilizzata
soltanto per spostarsi da un luogo all’altro, ma anche per
passeggiare, diventando così una sorta di spazio privato di
socializzazione, soprattutto per i giovani.
Ora, la maggior parte degli abitanti della città non pos-
siede un’auto propria e non può nemmeno permettersi di
utilizzare i taxi, ma deve ricorrere a delle opzioni più eco-
nomiche e che non rappresentano le soluzioni più efficaci
per i bisogni di coloro che abitano nei quartieri periferici.
Infatti, una buona parte dei veicoli destinati ai loro sposta-
menti si trovano in cattive condizioni, il rischio d’incidente è
piuttosto alto e la durata dei percorsi è spesso interminabile
sia a causa degli ingorghi sia per la ridotta velocità di questi
Nouak­chott. mezzi di trasporto. Ne esistono diversi tipi, tutti gestiti dal
Sviluppo urbano,
politiche pubbliche settore privato.
e risposte Tra i mezzi di trasporto in comune più popolari a Nouak­
cittadine
  chott, possiamo menzionare i cosiddetti taxi tout-droit, che de-
vono il loro nome al fatto che hanno dei percorsi prestabiliti
lungo i quali i passeggeri possono salire o scendere quando
lo desiderano. Ne esiste una serie di linee, il cui obiettivo
principale è di permettere agli abitanti delle periferie d’acce-
dere ai punti strategici della città: i mercati, gli uffici pubblici
ecc. Le loro tariffe sono piuttosto basse e funzionano solo
durante il giorno.
Ci sono poi dei mezzi di trasporto ancora più economici,
le cui condizioni però sono molto precarie e, se vogliamo,
pericolose. Si tratta dei minibus o minicars, cioè dei furgoni
di proprietà privata adattati, in modo piuttosto improvvisato,
al trasporto di persone. Funzionano esattamente come i taxi
tout-droit ma sono più economici. Il loro principale difetto è
che non esiste un limite al numero di passeggeri e si arriva
spesso ad averne alcuni attaccati a delle corde all’esterno del
veicolo. Anche la durata dei viaggi può essere piuttosto lunga
121
perché nel traffico sono ovviamente meno agili dei taxi.
Infine, soprattutto nei quartieri periferici, la mobilità non
si svolge solo per mezzo di veicoli a motore, ma i carri trainati
dagli asini costituiscono ancora una possibilità economica-
mente valida per il trasporto sia di persone sia di mercanzia.
Essi rappresentano inoltre importanti fonti di guadagno per
le famiglie che ne possiedono.

3. Processo di “modernizzazione” e risposte cittadine


Di recente, il settore pubblico o, come dicevamo prima,
semi-pubblico è intervenuto nell’ambito dei mezzi di tra-
sporto collettivi con un’iniziativa adottata nel seno di una
serie di politiche di “modernizzazione” della città, gran par-
te delle quali furono realizzate alla vigilia del cinquantesimo
anniversario dell’indipendenza del paese, il 28 novembre
del 2010. Fu infatti questo l’anno di creazione della già
menzionata Société des Trasports Publics, le cui linee di grandi
autobus furono inaugurate proprio il giorno dei festeggia-
menti. A differenza degli altri mezzi di trasporto, l’organiz-
zazione di queste linee prevedeva un certo ordine e forma-
lità: fermate prestabilite e visibili lungo i percorsi, numero
Francesca Nucci della linea, dell’origine e della destinazione indicati sulla
Marta Alonso Cabré parte anteriore dei veicoli ecc.
Però, dopo un loro breve successo legato soprattutto al-
la novità, i grandi autobus hanno rapidamente mostrato la
loro inefficacia e mancanza di adattabilità alla realtà urbana
di Nouak­chott. Pertanto, nonostante la loro economicità e il
maggior confort del viaggio, sono poco utilizzati dagli abitanti
della città. I grandi autobus sono, infatti, poco agili nel traffico
e ciò rende spesso i tempi dei tragitti interminabili. Inoltre,
anche se all’inizio sembrava che autisti e passeggeri rispettas-
sero la formalità dei percorsi e delle fermate, poco a poco si è
osservata una progressiva tendenza a utilizzare questi autobus
come gli altri mezzi di trasporto: i passeggeri chiedevano di
scendere o salire un po’ dovunque, molte fermate scompar-
vero o furono occupate da venditori e/o venditrici ambulanti
ecc. In questo modo, la Société des Transports Publics non tardò
a entrare in crisi e a sopprimere varie linee di autobus.
Come accennavamo prima, la creazione di quest’azienda
e delle linee di autobus rientrava in una serie di politiche
di “modernizzazione” che le autorità pubbliche, grazie ai fi-
122
nanziamenti d’istituzioni internazionali come l’Unione Euro-
pea, la Banca Mondiale, le diverse agenzie di cooperazione,
cominciarono ad adottare tra la fine degli anni novanta e
l’inizio del nuovo secolo. Il principale obiettivo di queste
politiche era di fare di Nouak­chott una capitale moderna,
efficiente, funzionale, ordinata, pulita e attraente seguendo
i modelli delle città del mondo arabo ed europeo. Furono
create nuove istituzioni locali, come l’Agence de Développement
Urbain, la Communauté Urbaine de Nouak­chott, il Ministère de
l’Équipement, de l’Urbanisme et de l’Habitat, perché si occupas-
sero dell’esecuzione dei piani adottati.
Gran parte degli interventi si concentrò nel centro della
città: asfaltatura e illuminazione delle strade, aumento della
segnaletica, ordinamento del traffico, miglioramento delle
infrastrutture e dei servizi, creazione di parchi e zone verdi
per il riposo, lo svago o lo sport, rinforzo della sicurezza, eli-
minazione di certi elementi esteticamente “fastidiosi” come
alcuni vecchi edifici, i mezzi di trasporto vetusti, i carri traina-
ti da asini, i venditori ambulanti e altre attività informali ecc.
Ora, la maggior parte di questi interventi, adottati seguen-
do modelli esterni astratti e senza tener troppo conto delle
Nouak­chott. caratteristiche della realtà urbana di Nouak­chott o delle pro-
Sviluppo urbano,
politiche pubbliche blematiche dei suoi abitanti, si dimostrò rapidamente inadat-
e risposte ta e inefficace. I nuovi marciapiedi creati ai bordi delle strade
cittadine
  per la circolazione dei pedoni sono spesso invasi da auto o
venditori ambulanti; la nuova segnaletica non è rispettata
né tanto meno fatta rispettare dalle autorità sempre in cerca
di piccoli guadagni extra; carri e animali liberi continuano
a circolare ovunque, così come anche i veicoli in pessime
condizioni ecc.
Da sempre, a Nouak­chott, i modi di vita quotidiana degli
abitanti hanno sovrastato le pianificazioni urbane adottate
dalle autorità competenti perché queste non hanno voluto,
o non sono state in grado, di tenerne conto. Hanno invece
preferito abbracciare dei modelli astratti provenienti dall’e-
sterno, con la benedizione e il patrocinio delle istituzioni
internazionali che ne hanno finanziata l’esecuzione, come se
Nouak­chott fosse una tabula rasa e si dovesse cominciare da
zero. Invece, benché relativamente giovane, si tratta di una
capitale con una storia e delle caratteristiche ben precise. È,
quindi, solo dall’osservazione delle risposte concrete e prag-
matiche che gli abitanti danno ai cambiamenti nei quali si 123
vedono implicati, che si potrà cominciare ad adottare politi-
che pubbliche efficaci e durevoli, e soprattutto non destinate
a un ulteriore inevitabile fallimento.

Bibliografia
Choplin, A.
2009 Nouak­chott. Au carrefour de la Mauritanie et du monde, Kar-
thala-Prodig, Paris.
Ould Cheikh, A. W.
1999 Vous avez dit “Histoire”? Introduction, in Aa. Vv., Histoire
de la Mauritanie. Essais et synthèses, Imprimerie Nouvelle,
Nouak­chott, pp. 1-35.
Tanguy, P.
2003 L’urbanisation irrégulière à Nouak­chott: 1960-2000, «Insa-
niyat», 22, pp. 7-35.
L’Africa della città Dalla città diffusa al land grabbing. Territori urbani
Urban Africa tra consenso e conflitti a Nouak­chott  
Giuseppe Maimone

124 1. Nascita di una metropoli


Fino al 1957 la capitale della Mauritania Nouak­chott fu un
minuscolo insediamento originato dal distaccamento del
comando coloniale creato dai francesi agli inizi del 1904
e ampliato alla fine degli anni Venti, utile al controllo del
tragitto Saint Louis-Atar e al rifornimento dei mezzi che lo
percorrevano. Quando, alla vigilia dell’indipendenza, l’allo-
ra vicepresidente della Mauritania Mokhtar Ould Daddah si
ritrovò a decidere dove insediare il primo governo autono-
mo della Mauritania coloniale, optò per un sito intermedio
rispetto ai centri già esistenti e praticamente di nuova costru-
zione per evitare l’influenza di poteri locali preesistenti che
avrebbero potuto minacciare l’esercizio del proprio potere.
La pianificazione della città vide l’area dedicata agli uffici
governativi sorgere ad alcuni chilometri di distanza dal pre-
esistente ksar (“villaggio”) e svilupparsi lungo due grandi viali
su cui vennero man mano edificati i palazzi ministeriali, la
presidenza, nonché uffici e residenze dei dipendenti dell’am-
ministrazione centrale. Il progetto urbanistico iniziale aveva
un’estensione modesta in previsione di uno sviluppo urba-
no contenuto: il piano di sviluppo urbanistico concepito nel
1959 prevedeva di arrivare a 8000 abitanti nel 1970, ma a
Dalla città quella data la popolazione residente nella capitale era già
diffusa
al land quintuplicata (Tanguy - Destremau 2012: 261). Ben presto la
grabbing crescente affluenza di mauritani provenienti dalle aree più

  interne del paese portò a continui progetti di espansione ur-
bana che stravolsero l’aria di sonnolento centro politico che
aveva Nouak­chott. Nel decennio successivo, la città passò dai
40.000 abitanti degli anni Settanta ai 200.000 degli anni Ot-
tanta (ibid.: 261), con un incremento annuo del 16 per cento.
A fine millennio, la popolazione di Nouak­chott era arrivata
a toccare gli 800.000 abitanti (ibid.: 313-314), fino a raggiun-
gere oggi il milione di abitanti1 e a estendersi su un’area
trenta volte maggiore di quella occupata mezzo secolo fa, così
divenendo una città in cui vive un terzo della popolazione
mauritana e la metropoli più grande di quell’area africana.
Se parte dell’impulso all’accentramento metropolitano fu
indotto dalla necessità di erigere una capitale dal nulla, di tro-
vare la manodopera necessaria all’industria delle costruzioni
e a un nascente settore terziario, la maggiore spinta all’esodo
verso Nouak­chott venne dalla desertificazione crescente che
colpì la Mauritania a partire dalla fine degli anni Sessanta del
125
secolo scorso. La desertificazione indebolì soprattutto intere
tribù maure delle aree predesertiche e rurali del nordest e
dell’est mauritano, i cui componenti furono spesso costretti
a liberare i propri schiavi perché impossibilitati a garanti-
re il loro sostentamento2. Mentre le donne erano in genere
costrette a continuare a servire i padroni, molti ex schiavi
raggiunsero la città, cercando lavoro alla giornata e ammas-
sandosi nelle kebbe (o kébé, “bidonville”), privi com’erano di
alcuna disponibilità economica. In alcuni casi vennero libe-
rate intere famiglie di haratin3, in altri era addirittura l’intero
gruppo familiare mauro a stabilirsi a Nouak­chott.
L’espansione della capitale avvenne quindi attraverso l’af-

1. Esattamente 958.399 secondo il censimento avviato nel 2013 e diffuso il 30 aprile 2015.
Stime ufficiose calcolano però altri 200-300.000 abitanti non censiti.
2. La schiavitù, che sembra ancora affliggere il 20 per cento circa della popolazione ha-
ratin, fu ufficialmente abolita solo nel 1981.
3. Il termine originariamente indicava lo status sociale degli ex schiavi – d’origine nero-
africana – e dei loro discendenti all’interno della società maura, che venivano distinti dagli
’abid (“schiavi”). In seguito all’abolizione formale della schiavitù, “haratin” è stato esteso a
tutti gli ex schiavi, molti dei quali oggi usano tale termine per definire un’identità propria
e una comunità distinta da quella maura, alla quale erano invece accomunati in passato
(cfr. Maimone 2015).
Giuseppe fluenza di famiglie, in gran parte povere e nero-mauritane,
Maimone che si accampavano con le proprie tende o erigendo dei ri-
pari di fortuna con quanto reperivano (reti, legna, plasti-
che ecc.) nelle aree immediatamente prossime a quelle già
abitate, chiamate appunto kebbe da kebb, “versare, gettare”
(Tanguy - Destremau 2012: 263). Altri insediamenti in cui si
raccoglievano i nuovi venuti erano le gazra (da yag’zar, “usur-
pare, arrogarsi”), termine riferito ad accampamenti non au-
torizzati, formati in prevalenza da arabi di ceto medio-basso
e caratterizzati da condizioni meno miserevoli delle kebbe
(ibid.: 263-266), anche se «les deux termes sont parfois uti-
lisés indifféremment par des personnes extérieures à ce mi-
lieux; de fait, ils désignent des quartiers morphologiquement
proches, principalement composés d’habitations précaires et
qui n’ont ni réseaux, ni écoles, ni plans réguliers» (ibid.: 264).
Quando gli spazi urbani così occupati diventavano molto
estesi e la loro regolamentazione indispensabile, il governo
cittadino deliberava un riordino degli stessi spazi tramite la
creazione di particelle standard da assegnare, dietro un paga-
mento più o meno modesto, alle famiglie che già occupavano
126
quelle superfici. In cambio, queste si impegnavano a proce-
dere, entro i cinque anni successivi, alla recinzione dello spa-
zio assegnato e poi, in un periodo prestabilito anch’esso, alla
costruzione di un’abitazione in muratura (ibid.: 277-278). Chi
disponeva dei mezzi necessari trasformava quindi l’occupa-
zione abusiva del suolo in sedentarizzazione urbana, provve-
dendo a erigere la casa in cui vivere. Le famiglie più povere,
invece, si spostavano nelle nuove aree disabitate esterne al
centro urbano, rivendendo, se prima acquistata, la propria
particella ad altri acquirenti che, attraverso questo sistema,
riuscivano a procurarsi più concessioni di terreno sulle quali
erigere ville più o meno grandi, così ricacciando le famiglie
che avevano inizialmente occupato quelle particelle nelle
nuove periferie, dove esse riproponevano lo stesso schema
di occupazione abusiva.
Questo sistema ha indotto uno sviluppo della città che si
è diretto innanzitutto lungo gli assi stradali che collegano
Nouak­chott agli altri centri principali, ovvero Nouadhibou a
nord, Atar a nordest, Boutilimit-Aleg-Kiffa-Néma a est e Rosso
a sud. Quest’aspetto ha, nel tempo, indotto una tripartizione
spaziale di Nouak­chott che, a grandi linee, riflette anche le
Dalla città differenti componenti economiche ed etniche del paese: in
diffusa
al land un modello semplificato, si rileva come le classi arabe più ric-
grabbing che e facoltose si siano man mano disposte a nord, lungo la

  direttrice verso la capitale economica Nouadhibou; la classe
media bidān (termine che indica la comunità arabo-berbera)
a est/nord-est, lungo la strada per l’Adrar; quella medio-bas-
sa appena più a sud, mentre i quartieri più poveri e abitati da
nero-mauritani e haratin occupano l’area sud-est della capi-
tale. Appena qualche mese fa, le nove moughataa (“distretti”)
che compongono Nouak­chott sono state raggruppate in tre
wilaya4, sancendo di fatto tale suddivisione.
L’area occupata dall’élite arabo-berbera risulta particolar-
mente estesa ma con bassa densità di popolazione, caratteriz-
zata da ville anche sfarzose che si ergono ai lati delle strade
immediatamente a nord dei primi edifici coloniali verso la
Route de Noaudhibou, per chilometri. Il suo cuore più im-
portante è Tevragh Zeina, soprattutto nei primi 2-3 chilome-
tri a nord dell’Avenue Abdel Nasser e del cuore della città,
costituito dal Marché Capital e dagli edifici-simbolo del pote-
re politico. A nordest l’antico villaggio è divenuto il quartiere 127
di Ksar, che insieme a Dar Naim accoglie principalmente una
popolazione araba di classe media e medio-bassa, così come
Arafat. Le più misere aree urbane sviluppatesi negli anni Ot-
tanta sono invece Sebka ed El Mina, chiamate ancora oggi
Cinquième e Sixième in ragione dell’antica classificazione
che suddivideva Nouak­chott in arrondissements di tipo france-
se. In esse si concentrarono gran parte degli haratin liberati
o in fuga dai propri padroni che trovarono occupazione pro-
prio in quei cantieri edili che segnavano l’espansione urbana
di Nouak­chott. Negli anni Ottanta gli haratin costituivano
il 35% degli abitanti delle kebbe; a fine millennio essi sono
arrivati a costituire tra l’80 e il 90% degli abitanti dei quartieri
più poveri (ibid.: 313-314), ritrovandosi fianco a fianco ad
altri individui con cui poter condividere esperienze e attuare
scambi prima praticamente impossibili5. Oggi questi quartie-

4. Il termine, solitamente tradotto in “governatorato”, indica una suddivisione ammi-


nistrativa gerarchicamente superiore alla moughataa. Quest’ultima è retta da un hakem
(“prefetto”), mentre la wilaya da un wali (“governatore”).
5. Confermando così quanto scrive Ibrahima Thioub: «Sur le long terme, les anciens
esclaves se sont fondus dans l’espace urbain pour se retrouver travailleurs libres dans un
Giuseppe ri sono divenuti centrali e hanno pertanto assunto un valore
Maimone maggiore che in passato.
Bisogna considerare che nell’arco di un trentennio la
popolazione nomade mauritana è calata dall’80 per cento
del 1970 al misero 7 per cento di fine millennio (Choplin
2009: 74), con un processo di sedentarizzazione che ha in-
vestito soprattutto la capitale. All’urbanizzazione crescente
di Nouak­chott contribuirono, poi, altri fattori come la cre-
scente monetarizzazione degli scambi e lo sviluppo dell’e-
conomia di mercato (Ramdan 2007: 222), che favorirono il
mercato del lavoro retribuito, l’aumento della richiesta di
manodopera e la concentrazione urbana anche delle cate-
gorie non dipendenti – come i nero-mauritani del sud e gli
immigrati dei paesi confinanti – che erano in cerca di occu-
pazione e guadagno. Il ruolo dello Stato non si limitò alla
redistribuzione dello spazio ma incoraggiò la speculazione
finanziaria grazie alla creazione di una società di gestione
immobiliare – la Socogim, creata nel 1974 e al 90 per cento
di proprietà statale – che ha anche provveduto direttamente
alla realizzazione tra 1975 e 1985 di 16.000 particelle e 12.000
128
abitazioni in tre aree diverse dalla città che hanno poi preso
nome da essa: Socogim PS, Socogim K e Socogim Tevragh
Zeina (Choplin 2009: 241).

2. La modernizzazione delusa
La modalità di sviluppo pianificato per aree – col disloca-
mento di coloro che occupavano spazi divenuti interni alla
città e la loro ricollocazione nella stessa sede o in nuovi spazi
più decentrati – si dispiegò, sebbene in maniera irregolare
e comunque insufficiente a soddisfare le necessità abitative
dei nuovi arrivati, fino agli inizi di questo secolo attraverso
la creazione di nuovi quartieri a nordovest, nelle depressioni
prossime alle dune costiere, in cui vennero ricollocati an-
che parte del personale dell’amministrazione e dell’esercito.
Nacquero così interi quartieri ex novo come Socogim Plage,
detta anche Maaouiya City dal nome dell’allora presiden-
te della Mauritania, Maaouiya Ould Taya. Ovvero, se l’élite
arabo-berbera era stata protagonista dell’accaparramento

espace favorable à l’anonymat. Au contraire, les espaces ruraux ont conservé plus tardive-
ment les traces de l’esclavage» (Thioub 2012: 11).
Dalla città di terreni cittadini durante la presidenza di Ould Daddah
diffusa
al land (1960-1978), le politiche di sviluppo urbano attuate succes-
grabbing sivamente da Ould Taya (1984-2005) da un lato causarono

  la concentrazione delle frange più povere in kebbe che sono
state nel tempo inglobate dallo sviluppo urbano, dall’altro
favorirono la creazione di quartieri residenziali di nuova co-
struzione destinati alla classe media. Lo sviluppo urbano era
divenuto, in tal modo, un mezzo di costruzione del consen-
so e di fidelizzazione politica, destinato inizialmente al ceto
dirigente e poi allargato a parte del ceto medio, composto
soprattutto da militari e funzionari dello stato.
Col nuovo secolo, la scoperta del petrolio aveva illuso la
classe dirigente di un possibile e veloce arricchimento. Ha-
sniould Didi, ex sindaco di Nouak­chott e ministro, nel 2006
si spinse a dire: «Il y a les enrichissements liés au pétrole, on
va voir de belles choses se construire grâce à la manne pétro-
lière». Il nuovo modello urbano da seguire era così divenuto
quello delle città che proprio sul petrolio avevano costruito
la propria fortuna, come Dubai e Abu Dhabi. Di conseguen-
za, anche a Noaukchott si è tentata qualche costruzione in-
129
seguendo un modello di città verticale. Prima sono venute
alcune singole abitazioni che hanno preso le sembianze di
ibridi tra ville e palazzoni residenziali, raggiungendo anche
gli otto piani d’altezza; poi il primo centro commerciale e
direzionale sul modello occidentale, anch’esso multipiano
e più sviluppato in altezza che in larghezza, il Khaima Cen-
ter. Infine, e trasformazione più importante, la decisione
governativa del governo Abdallahi di abbattere il sistema di
palazzine – chiamate Blocs Manivelles – costruite tra il 1959
e il 1962 per accogliere gli impiegati pubblici della nascente
amministrazione autonoma. Al loro posto sarebbero dovuti
sorgere diversi edifici, tra cui quello della Snim (Société na-
tionale industrielle et minière), del ministero del petrolio,
un hotel di lusso e un centro commerciale.
Con Abdel Aziz, la gestione venne invece affidata a dei pri-
vati. Sarebbero quindi dovuti sorgere tre grattacieli, destinati
a sovrastare il centro della città e a marcare indelebilmente
il quartiere governativo. Ma la crescita basata sul petrolio si
è, ad oggi, rivelata un’illusione: il petrolio è infatti finora
risultato modesto per quantità e qualità. All’abbattimento
delle Blocs Manivelles non è quindi seguita alcuna ricostru-
Giuseppe zione, così come risultano ferme quelle di altre più piccole
Maimone costruzioni che dovevano sorgere accanto ai tre grattacieli.
Al loro posto, un’ampia distesa si è trasformata in uno spa-
zio in cui i più poveri nero-mauritani – a cui sono preclusi i
costosi centri sportivi frequentati dall’élite araba – organiz-
zano chiassose partite su campi di calcio improvvisati, così
riappropriandosi di uno spazio in cui avevano trovato casa i
nero-mauritani impiegati dai francesi nell’amministrazione
e poi man mano emarginati dalla crescente arabizzazione
dello stato.
Caduta l’illusione della città verticale, l’era politica di
Abdel Aziz (2009-oggi) è stata segnata da un altro – benché
poco originale – modello di sviluppo: la città satellite. Ecco
allora assistere alla pianificazione a 20 chilometri circa a nord
del vecchio centro urbano di aree residenziali, di servizi e di
infrastrutture, destinate alla realizzazione di una nuova ed
elitaria capitale. Abitazioni di lusso e una darsena per imbar-
cazioni private sono state pensate per la città satellite di 675
ettari di Ribat al-Bahr, la cui prima pietra è stata posata da
Abdel Aziz nel novembre 2010, a celebrare i 50 anni dell’in-
130 dipendenza (fig. 1). A questo progetto si sono aggiunti un
nuovo ospedale, una nuova università e un nuovo aeroporto
lontani dal caos cittadino, nonché dai problemi di igiene e
pulizia che ciclicamente affliggono Nouak­chott, segnalando
la smania di grandezza di Abdel Aziz così come la creazione
di una nuova città legata alla sua figura e destinata ad accon-
tentare e fidelizzare l’attuale élite dirigente mauritana, forse
anche al fine di indebolire le fazioni a lui opposte e riequili-
brare a proprio favore i pesi del potere politico.

3. Espansione e speculazione
A qualche anno di distanza, il progetto segna un’impasse6,
svelando le debolezze economiche di un paese che ha visto
il calo delle entrate provenienti dalle materie prime (ferro
e petrolio) e la svendita agli stranieri dei settori economici
più prosperi (pesca e terreni agricoli, per esempio). Solo
una parte della nuova cittadella universitaria ha visto la luce

6. Per maggiori informazioni, è possibile visitare il sito http://ribatalbahr.mr/arabic/index.


html?nLang=arabic (ultimo accesso 30 marzo 2016), che già svela come, a distanza di sei
anni dalla prima pietra, sia visibile solo una grande arteria urbana che conduce a un par-
cheggio sul nulla.
Dalla città nell’ottobre 2014 dodici chilometri a nord di Nouak­chott,
diffusa
al land l’Université des Sciences, de Technologie et de Medecine
grabbing (Ustm). Se si è portata avanti a fatica la realizzazione del

  nuovo aeroporto internazionale in un paese che dispone di
scarsi collegamenti aerei7 e di nessuna compagnia di bandie-
ra, la ragione principale si può ritenere che poggi anche sul
fatto che i terreni del vecchio aeroporto – oramai divenuti
urbani – siano stati concessi all’impresa (la Egis, con sede
a Parigi) che ha costruito la nuova aerostazione, la quale ha
avviato la riconversione in area residenziale dei terreni del
vecchio aeroporto nonché la costruzione di un’altra area resi-
denziale tra questo e Tevragh Zeina, nel settore F-Nord lungo
la Route de Soukouk, per un totale di 500 ettari (fig. 2).
Ovvero, a dispetto della progettazione di una lussuosa città
satellite, questa operazione svela l’importanza che continua-
no ad avere le aree interne al vecchio tessuto urbano. Quelle
periferiche ma prossime al più ricco quartiere di Tevragh
Zeina sono già state oggetto di progetti residenziali, come
quello portato avanti dal gruppo El Ghadda nelle aree vicine
alla cintura verde esistente che dovrebbe proteggere dall’a-
131
vanzamento delle dune e quello che vede l’allargamento di
Socogim Plage. Il contemporaneo accantonamento della cit-
tà satellite ha, inoltre, ridato importanza alle aree urbane più
vicine al centro, rendendo appetibili quei territori che – seb-
bene più poveri e anzi proprio perché tali – permetterebbero
una loro riconversione con lauti guadagni8. Dal 2011 si era
già sviluppata Tarhil, una sorta di città illegale nella città con
un’estensione pari a un quinto dell’intera Nouak­chott e con
200.000 particelle di terreno distribuite in appena tre anni9.
Altre 200.000 parcelle sono state successivamente attribuite
in seguito alla risistemazione di altre gazra cittadine, i cui abi-
tanti sono stati dislocati – con veementi proteste – a Tarhil10.

7. L’aeroporto internazionale di Nouak­chott vede una media giornaliera di tre voli aerei
in partenza e altrettanti in arrivo.
8. Ne è un esempio Arafat, che ha visto crescere il valore degli affitti del 20-30 per cento.
Cfr. Cridem, 16 gennaio 2014, Flambée immobilière à Arafat, nouveau centreville de Nouak­chott,
http://cridem.org/C_Info.php?article=651977, ultimo accesso 30 marzo 2016.
9. Cfr. Noorinfo, 25 febbraio 2013, Urbanisme: A quoi ressemblera Nouak­chott demain?, http://
www.noorinfo.com/Urbanisme-A-quoi-ressemblera-Nouak­chott-demain_a7888.html, ultimo accesso
30 marzo 2016.
10. Cfr. l’articolo de L’authentique riportato da Noorinfo, 19 aprile 2013, Gazras: “Le pro-
blème des “Moudakhalat” dévoile la faiblesse de l’Etat ...”, http://www.noorinfo.com/Gazras-
Giuseppe Difatti, diversi abitanti di intere aree – per esempio,
Maimone Sébkha della moughataa di Toudjounine, Kandahar di
Arafat e Dar el-Beida di el-Mina – si sono visti d’improvviso
spossessati delle proprie particelle di terreno, che sono state
invece destinate a deputati, imam, ulema e militari, ovvero
a quei settori della società mauritana su cui maggiormente
sta cercando di assicurare il proprio potere Abdel Aziz. A
finire così sotto accusa sono stati il ministero dell’habitat e
dell’urbanismo e quello degli affari islamici, che avrebbero
agito di concerto a danno degli abitanti sfrattati. Sono state
denunciate speculazioni edilizie e sottese finalità commer-
ciali, già manifestatesi alla fine del novembre 2014, quando
i negozianti del Marché Capital furono sfrattati per demolire
l’edificio e riconvertire l’area commerciale.
Nel corso del 2015, dopo le forti e continuate proteste
degli abitanti delle aree oggetto di speculazione, un’inchiesta
interna al ministero dell’urbanismo e dell’habitat che vede
coinvolta l’Agence de Développement Urbain (Adu)11 ha ap-
purato un traffico di falsi documenti che avevano consentito
132
l’assegnazione illegale di circa 5000 particelle di terreno a
scopo commerciale a individui in rapporti col potere, con
gravi perdite per le finanze pubbliche. Minacciato da scanda-
li, da vicende di corruzione e dalla crescente opposizione sia
di parte dei bida¯ n, sia nera, sia haratin, Abdel Aziz ha scelto
queste operazioni di redistribuzione di terreni per rafforzare
la fidelizzazione di parte dell’esercito e per acquisire quella
dei leader religiosi più estremisti e radicali, che peraltro ave-
vano condotto una dura campagna contro Biram Dah Abeid
e il suo movimento IRA Mauritanie, associazione antischiavi-
sta che ha visto crescere vertiginosamente i propri consensi
tra haratin e nero-mauritani12.

Le-probleme-des-Moudakhalat-devoile-la-faiblesse-de-l-Etat_a7804.html, ultimo accesso 30


marzo 2016.
11. Come ha denunciato il giornale Le calame in un articolo ripreso da Noorinfo, 9 gennaio
2013, Restructuration des quartiers précaires de Nouak­chott: Attributions et chevauchements douteux,
disponibile al link http://www.noorinfo.com/Restructuration-des-quartiers-precaires-de-
Nouak­chott-Attributions-et-chevauchements-douteux_a7047.html, ultimo accesso 30 mar-
zo 2016.
12. In seguito al boicottaggio della coalizione delle maggiori forze di opposizione, l’unico
reale avversario di Abdel Aziz si è rivelato essere proprio Biram Dah Abeid, candidato
indipendente arrivato secondo con l’8,7 per cento dei voti nonostante la denuncia di nu-
merose frodi e un’affluenza pari alla sola metà dell’elettorato registrato per le elezioni.
Dalla città Peraltro, il presidente Abdel Aziz aveva già prima favorito
diffusa
al land una svendita di parte dei fertili terreni agricoli (per circa 3200
grabbing ettari) nel Brakna, nella valle del fiume Senegal, alla società

  saudita Iaida a danno della popolazione nero-mauritana. La
spoliazione dei terreni urbani a scapito delle famiglie che le
abitavano è invece partita proprio a ridosso delle elezioni
presidenziali del 2014, come nel caso di ottanta particelle di
terreno sottratte a famiglie dell’area chiamata Liaison entre
Arafat et Ryadh da parte dello hakem di Arafat su ordine del
consiglio dei ministri13. Quelle famiglie – riunitesi nel Colle-
tif des familles Lar 1 et 2 – sono scese in strada a manifestare
contro l’esproprio, così come i membri di un altro collettivo,
arrestati nel 2014 per aver distrutto i mattoni impiegati da
un imam per la costruzione della propria abitazione su ter-
reni ricevuti a ridosso delle elezioni. Simili, inoltre, le accuse
lanciate dagli sfrattati di Sébkha di Toujounine, che hanno
evidenziato come i terreni loro sottratti ricadessero a circa
cento metri di distanza da una proprietà acquisita di recente
dallo stesso presidente Abdel Aziz.
133
4. Conclusioni
Più che i casi in sé, quello che qui preme evidenziare è la
dimensione politica delle proteste e dei conflitti sorti attor-
no alla gestione attuata per questi territori urbani. Politica
per diverse ragioni: già in senso strettamente etimologico,
nel loro coinvolgere la polis e nel provocarne una variazione
geo-fisica e sociale; poi, politica per le sembianze che la pro-
testa ha assunto, mostrandosi non solo e non più attraverso
contestazioni dei singoli soggetti interessati ma come mani-
festazioni collettive, anche attraverso la creazione di comitati
d’interesse come il Colletif prima menzionato; inoltre, per la
valenza di condanna politica che le proteste rivestono, dirette
come sono ad accusare ministeri specifici, figure religiose
eminenti (come Hamdan Ould Tah14, presidente degli ule-

Pochi mesi dopo le elezioni, Abeid è stato incarcerato con l’accusa di aver partecipato a
una manifestazione antischiavista non autorizzata.
13. Cfr. Cridem, 15 settembre 2014, Spoliation des terres a Arafat (Lar 1 et 2): “A vous de Juger”,
http://www.cridem.org/C_Info.php?article=660809, ultimo accesso 30 marzo 2014.
14. Cfr. Alakhbar, 18 agosto 2014, Nouak­chott: Des manifestants accusent des oulémas d’avoir
‘spolié’ leur terre, http://fr.alakhbar.info/9350-0-Nouak­chott-Des-manifestants-accusent-des-
oulemas-davoir-spolie-leur-terre.html, ultimo accesso 30 marzo 2016.
Giuseppe ma della Mauritania, e Mohamed Limam Bah, l’imam della
Maimone moschea Mesjid Nour di Arafat15) e gruppi sociali definiti
(fig. 3). Infine, perché denunciano il significato politico della
spoliazione, diretta per l’appunto a sancire, concretizzare e
materializzare l’avvenuta alleanza tra la classe politica al po-
tere e il ceto religioso che ruota attorno a Tawassoul, partito
locale affiliato alla Fratellanza musulmana. Non appare, di
conseguenza, un caso che l’espropriazione abbia avuto luogo
in concomitanza con la trionfante vittoria alle presidenziali
di Abdel Aziz, boicottate dalle opposizioni ma non da Tawa-
ssoul, che pochi mesi prima delle elezioni aveva abbando-
nato la coalizione d’opposizione per sostenere il presidente
uscente.
Concludendo, anche gli ultimi progetti di espansione ur-
bana e di opere pubbliche sembrano ribadire l’importanza
che questi hanno sempre avuto in Mauritania al fine di co-
struire consenso, attraverso mezzi – come si è mostrato – non
sempre leciti ma utili ad assicurare il mantenimento del po-
tere. Se questo fu prima diretto a garantire l’unità del paese
dopo l’indipendenza (con Ould Daddah) e poi la stabilità do-
134 po i colpi di stato che portarono al ventennio di Ould Taya,
Abdel Aziz sembra favorire la corruzione di stato per creare
un clima sociale propizio all’accaparramento privato delle
risorse pubbliche a favore di coloro che, assicurandogli il
proprio sostengo, ne garantiscono la gestione del potere. Un
clima peraltro propizio alla privatizzazione di molte delle ri-
sorse del paese. Le risorse privatizzate, infatti, non sono state
solamente i terreni urbani ma tutte le principali materie pri-
me, svendute da Abdel Aziz – secondo i suoi oppositori e co-
me sembrano confermare diverse notizie giornalistiche – ai
propri congiunti o a partner internazionali in cambio di be-
nefici economici personali, con grave depauperamento del-
la ricchezza nazionale di un paese che vede costantemente
aggravare le proprie condizioni socioeconomiche.

15. Cfr. Cridem, 9 giugno 2014, Arafat: Spoliation des terres de paisibles citoyens au profit d’un
groupe d’imams, http://www.cridem.org/C_Info.php?article=657136, ultimo accesso 30
marzo 2016.
Dalla città Bibliografia
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FMSH-WP/halshs-00743503.

Fig. 1
Fig. 2

Fig. 3
L’Africa della città Nutrire la città. La sfida dell’approvvigionamento
Urban Africa alimentare di Ouagadougou tra organizzazione territoriale
e sistemi di trasporti
Egidio Dansero, Lassane Yameogo1
   

1. Introduzione: la prospettiva delle politiche urbane del cibo,


1
137
al Nord e al Sud del mondo
Il tema dell’approvvigionamento alimentare delle città, fon-
damentale nei processi storici di formazione e crescita degli
insediamenti urbani, sta ricevendo una rinnovata attenzione
negli ultimi anni. Tale interesse si colloca all’interno di un
ampio dibattito su sicurezza, sovranità e democrazia alimen-
tare e di una più specifica e innovativa tematica relativa alle
politiche urbane del cibo.
Pionieristiche riflessioni come quelle di Pothukuchi e
Kaufman (1999), Morgan (2009), Wiskerke (2009)2, e so-
prattutto alcune esperienze internazionali (fra cui Toronto,

1. Per quanto il contributo sia frutto di una elaborazione comune, si devono a Egidio
Dansero i paragrafi 1 e 7.2, mentre i restanti sono da attribuirsi a Lassane Yameogo. Si
ringrazia Giulio Pastore per la collaborazione della traduzione dal francese all’italiano.
2. La proliferazione delle pratiche è accompagnata dalla strutturazione di un’intensa co-
munità internazionale, animata da un vivace dibattito scientifico (fra gli altri Vilijoen et al.
2012; Marsden - Morley 2014) da progetti internazionali (come l’iniziativa Food for Cities
della FAO), le reti Ruaf, Infc, convegni disciplinari, partenariati territoriali e reti temati-
che (come la rete Sustainable Food Planning legata all’Aesop), (Cinà - Dansero 2015) non
più limitati al solo contesto anglosassone, territorio d’origine del cosiddetto Urban Food
Planning (Morgan 2009).
Egidio Dansero Vancouver, New York, Bristol ecc.) sono diventate il punto di
Lassane Yameogo riferimento per la costruzione di strategie urbane alimentari,
integrate e territorializzate, in grado di connettere dimensio-
ni, attori e politiche settoriali del cibo per costruire visioni
sistemiche e condivise.
Designato nel contesto anglosassone come Urban food
planning, si tratta di un campo di azione politica e di ricerca
relativamente nuovo, con la convergenza di studiosi della cit-
tà, della produzione agro-alimentare, del mondo rurale, del
consumo di suolo e delle dinamiche di periurbanizzazione,
nonché di diverse discipline (economisti agrari con approc-
cio territoriale, geografi, urbanisti e architetti, sociologi ru-
rali e dei consumi, esperti di logistica del cibo, nutrizionisti).
Di per sé, i singoli temi sono in realtà oggetto di un’at-
tenzione non recente: dall’agricoltura urbana e periurbana,
ai mercati alimentari urbani, alle reti di approvvigionamento
alimentare. Tuttavia, il carattere innovativo dell’Urban Food
Planning sta nel costruire visioni d’insieme e connettive del
sistema locale del cibo, degli attori, delle criticità e potenzialità
e delle possibili strategie. Piani, politiche e strategie urbane del
138
cibo, rispetto alle tradizionali politiche che affrontano il tema
alimentare da un punto di vista settoriale, incrociano dunque
diversi ambiti di policy e tematiche disciplinari e vedono la
convergenza di politiche di settore con ricadute sui sistemi
alimentari (ad esempio acque, rifiuti, trasporti, salute ecc.).
L’attenzione alle politiche locali del cibo sta ricevendo un
ulteriore impulso dal Milan Urban Food Policy Pact (Mufpp).
Siglato in conclusione di Expo 2015 inizialmente da parte di
100 città – diventate al luglio 2016 ben 1233, di cui 15 in Afri-
ca subsahariana – il Mufpp può rappresentare un importante
impulso alla diffusione delle pratiche, all’approfondimento e
alla comparazione delle esperienze. Si tratta di un protocollo
esplicitamente teso allo sviluppo di sistemi alimentari basati
sui principi della sostenibilità e della giustizia sociale, una
delle principali eredità di Expo 2015.
Se la geografia delle adesioni al Mufpp sembra rivelare un
interesse tanto al Nord quanto al Sud del mondo, la maggior
parte delle riflessioni sono oggi concentrate soprattutto su cit-

3. La lista delle città aderenti al MUFPP è in continuo aggiornamento: http://www.milan


urbanfoodpolicypact.org/signatory-cities/.
Nutrire tà del Nord (Morgan 2014), dove il rapporto cibo-città assume
la città
  valenze molto diverse dato che «the most damaging effects of
  the new food equation are being wrought in the cities of the

  Global South, where the noxious interplay of poverty, hunger
and climate change is most apparent» (Morgan 2014: 2).

2. Tra spazi urbani e spazi agricoli: questioni in gioco


a Ouagadougou
In questo quadro problematico, il presente scritto presenta
una ricerca esplorativa sulle problematiche connesse all’ap-
provvigionamento alimentare della capitale burkinabé Oua­
gadougou4.
La straordinaria crescita demografica e urbana africana
presenta molteplici difficoltà, non ultimo per lo stesso ap-
provvigionamento alimentare delle città. Anche Ouagadou-
gou come molte capitali africane sta tuttora conoscendo una
forte crescita urbana. La sua popolazione è passata da 1,13
milioni di abitanti nel 2000 a 2,546 milioni di abitanti nel
2015, secondo le previsioni dell’istituto nazionale della stati-
stica e della demografia (Insd).
139
Alla crescita demografica e spaziale della città si accompa-
gna un consumo dello spazio agricolo che provoca difficoltà
agli abitanti per l’approvvigionamento di prodotti alimentari
la cui domanda è crescente.
Davanti al dilemma di una città in piena crescita demo-
grafica, che consuma i suoi spazi agricoli e che per questo
ha bisogno di alimentarsi, le politiche pubbliche faticano a
trovare l’opzione ideale tra esigenze diverse in parte opposte.
Come provvedere alloggi dignitosi agli abitanti? Dove tro-
vare e come convogliare i prodotti agricoli per i cittadini?
Quale organizzazione dello spazio è necessaria per permette-
re alla città di produrre una parte dei suoi bisogni alimentari,
in particolare prodotti freschi? Quale riadattamento funzio-
nale dello spazio e delle modalità di approvvigionamento di
prodotti agricoli sono necessarie? Quale sistema alimentare

4. Sono in corso delle sistematiche indagini (al momento solo parzialmente rese pubbli-
che) all’interno del partenariato afro-germanico con il progetto Urban Foodplus (http://
www.urbanfoodplus.org) (Karg et al. 2014), mentre sono numerose invece le ricerche
sull’agricoltura urbana nella capitale burkinabé. Il consolidamento di studi sull’approvvi-
gionamento alimentare di Ouagadougoug è l’indispensabile premessa per una eventuale
futura e consapevole strategia politica locale del cibo, magari con l’adesione al Mufpp.
Egidio Dansero regionale, nazionale e sub-regionale per approvvigionare la
Lassane Yameogo capitale?
Presenteremo un’analisi della città di Ouagadougou, foca-
lizzata su un esame delle politiche e delle dinamiche spaziali
per l’approvvigionamento alimentare della città condotta an-
che attraverso un’analisi cartografica.

3. Dall’urbanizzazione galoppante alla metropolizzazione


Dal “grande borgo” come si presentava al famoso passaggio
di Louise-Gustave Binger nel 1885, al grande villaggio che è
diventata dopo l’indipendenza, Ouagadougou è rimasta una
capitale dall’aspetto rurale senza una vera matrice fondiaria
e una pianificazione adeguata. Solo a partire dalle grandi
fasi di lottizzazione del periodo rivoluzionario (1983-1987) la
città ha cominciato ad acquisire un’anima da capitale.
In effetti la rivoluzione del 1983 ha portato a un nuovo
impulso dell’urbanizzazione nel Burkina Faso (Bini 2004). Fin
dal suo arrivo al potere, il regime rivoluzionario ha segnato
una rottura con le consolidate abitudini nella politica di gestio-
140 ne del territorio, della pianificazione urbana e dello sviluppo
degli insediamenti.
In particolare, il Programme populaire de développement (Ppd)
avviato nel 1984 mirava a rispondere concretamente al pro-
blema dell’allocazione delle “masse popolari” senza fare ap-
pello alle organizzazioni internazionali. Guidato dallo slo-
gan «un nucleo familiare, un lotto», lo Stato rivoluzionario
ha proceduto alla lottizzazione dei settori periferici ovvero i
quartieri d’insediamento spontaneo. Cosi, in quattro anni,
sono state sistemate 64.000 parcelle, più dell’insieme dei lotti
allora esistenti (Reuse 1999).
La città ha così conosciuto una crescita spaziale e demo-
grafica mai raggiunta, raddoppiando praticamente ogni de-
cennio. Dopo quest’impulso iniziale, la crescita urbana sem-
bra non potersi più fermare.
Fino al 2006, erano stati approntati 388.000 lotti, a fron-
te di 320.000 nuclei familiari, con un rapporto di 1,21 lotti
per nucleo. In teoria, il problema abitativo sembrava risolto,
disponendo ogni nucleo di almeno una parcella. In realtà si
registrano tuttora numerose carenze con numerose e ampie
zone insediative spontanee (carta n. 1).
Nutrire
la città



Carta n. 1.
Estensione
spaziale
della città di
Ouagadougou

A causa delle lottizzazioni “commando” del periodo rivolu-


zionario e di quelle legate al decentramento, ma anche della
141
volontà di ogni cittadino di accedere alla proprietà, la città è
caratterizzata da una “urbanizzazione diffusa” segnata dall’i-
nappropriata e disordinata giustapposizione di quartieri spon-
tanei e di nuove lottizzazioni. L’insieme di queste dinamiche
di urbanizzazione ha incrementato la metropolizzazione della
città che si estende ben al di là dei suoi limiti amministrativi.
L’espansione spaziale non controllata legata a questo
modello di diffusione urbana non si è tradotta solo in un
consumo di spazi ma anche nel degrado dei paesaggi un
tempo riservati alle diverse forme di agricoltura. Questo si è
tradotto in una forte conflittualità tra fabbisogni insediativi
e la permanenza delle attività agricole periurbane che sono
finite per essere inglobate o espulse dalla diffusione spaziale
dell’urbanizzazione.
Una città che si espande fino a consumare tutti gli spazi
per l’approvvigionamento alimentare rischia di incontrare
delle difficoltà a soddisfare il suo fabbisogno di cibo. La con-
sapevolezza di questa situazione ha portato nel tempo a delle
misure non solo per gestire l’agricoltura urbana ma anche
per facilitare l’approvvigionamento della città dalla sua peri-
feria e dal resto del paese.
Egidio Dansero 4. Dalla difficile integrazione dell’agricoltura urbana al suo
Lassane Yameogo riconoscimento
4.1. Un’attività marginale
In un contesto di forte spinta per la conquista dello spazio
ad uso abitativo, l’agricoltura è stata raramente considerata
come legittima nella capitale burkinabé.
Le politiche di pianificazione, ispirate ai modelli urbani
occidentali, hanno per lungo tempo separato nettamente le
attività urbane da quelle propriamente rurali, in particolare
quelle legate all’agricoltura, e questo è ancora più vero per
Ouaga, a lungo considerata come un grosso villaggio più che
una città vera e propria. Prendere le distanze da una rappre-
sentazione poco valorizzante per una capitale diveniva un
obiettivo politico fondamentale.
Ad esempio, i coltivatori che si trovavano attorno al brac-
cio del fiume Kadiogo erano stati espulsi e reinstallati intorno
alla diga di Loumbila a 25 km dal centro città. L’azione dei
pianificatori è consistita soprattutto nel limitare e regolare
le attività agricole incluse entro i margini urbani (van Veen-
142 huizen 2006).
A fronte della volontà di fare della città uno spazio riser-
vato alle attività del secondario e del terziario, alcune attività
agricole sono proseguite ma in condizioni difficili e preca-
rie, soprattutto lungo i bracci fluviali. Sono proprio gli spazi
interstiziali che costeggiano i corsi d’acqua, qualificati dalla
pianificazione urbanistica come “non-aedificandi”, a essere
progressivamente colonizzati dall’orticoltura urbana (Cissé et
al. 1999), oltre ai bacini di approvvigionamento idrico creati
in seguito alla costruzione di tre dighe nella parte nord della
capitale.
Di fatto, introdotta negli anni 1920, l’agricoltura ortico-
la a Ouaga non ha mai smesso di “guadagnare terreno”, in
particolare intorno agli anni 1970. Tuttavia, anche in seguito
all’adozione della Réforme Agraire et Foncière (Raf, adottata nel
1984 e riformata nel 1996), l’orticoltura ha conosciuto non
poche difficoltà a inserirsi nel tessuto urbano. Stabilendo che
le «zone urbane sono essenzialmente destinate all’abitazione
e alle attività connesse», la Raf ha infatti fortemente limitato
la presenza di questo settore di attività nella città.
Inoltre, sulla base di argomenti quali i rischi sanitari per
consumatori e produttori in seguito all’utilizzo delle acque
Nutrire usate nell’irrigazione, l’assenza di igiene osservata su alcuni
la città
  siti agricoli e l’insicurezza generata dalla presenza specifica
  di coltivazioni “alte” (luogo di rifugio privilegiato per i bandi-

  ti), le autorità nei fatti hanno interdetto la pratica di attività
agricole nella città (Bagré et al. 2002).
Al di là degli aspetti regolamentari che la ostacolano, l’a-
gricoltura urbana fa fronte a un’insicurezza della proprietà
fondiaria che scoraggia le attività. Più del 75% dei coltivatori
non sono proprietari terrieri e sono sottomessi ai “desidera-
ta” dei proprietari fondiari che da un anno all’altro possono
decidere in maniera unilaterale di non rinnovare il prestito.
A livello nazionale l’insicurezza della proprietà fondiaria de-
gli orticoltori riguarda ben l’85% di essi (Dpsa 2011).
Tutti questi ostacoli non hanno tuttavia impedito all’attivi-
tà di continuare a crescere, richiedendo una qualche forma
riconoscimento.
4.2. In via di legittimazione
La forte domanda di ortaggi crudi a Ouagadougou e il soste-
gno delle Ong per migliorare le condizioni igieniche dei pro-
dotti provenienti dall’agricoltura orticola hanno progressiva- 143
mente fatto comprendere l’importanza del mantenimento e
dello sviluppo dell’agricoltura urbana negli spazi favorevoli.
Allo stesso tempo il dibattito scientifico internazionale ha
evidenziato le possibili coabitazioni tra una forma di agricol-
tura urbana e città.
Questi diversi contributi hanno progressivamente portato
le politiche ad accettare l’idea di uno spazio agricolo nella
città cominciando dagli spazi interstiziali lungo i bracci del
fiume, seguendo una tendenza generalizzata in molte altre
città, un po’ ovunque nel mondo (Aubry – Chiffoleau 2009).
Un nuovo documento di orientamento quale lo Schéma
Directeur d’Aménagement du Grand Ouaga (Sdago), ha legaliz-
zato nel 1999 la pratica agricola negli spazi interstiziali della
città e nella sua periferia.
In un contesto dove si afferma il diritto all’alimentazione
e dove sempre più città mettono al sicuro una parte del lo-
ro approvvigionamento alimentare coltivando gli interstizi
urbani, la legalizzazione dell’agricoltura urbana è una con-
dizione per il suo emergere e per la sicurezza degli attori.
La concessione di una base legale all’agricoltura urbana ha
rappresentato una tappa importante, anche se sarebbe ne-
Egidio Dansero cessario un “catasto rurale” per favorire la sicurezza fondiaria
Lassane Yameogo per gli agricoltori urbani.
L’orientamento pianificatorio dello Sdago, con il 2010
come orizzonte di riferimento, ha messo l’accento su una
configurazione delle attività e delle infrastrutture, rispettan-
do al meglio la vocazione naturale dei terreni e il principio
di redditività delle risorse esistenti e da creare. È stata man-
tenuta una «zona di agricoltura intensiva a Sud della città e
attorno alle zone di ritenuta e zone umide, anche all’interno
della città». Gli spazi favorevoli si collocano nelle zone peri-
feriche di Komsilga, Koubri, Loumbila.
All’interno della città di Ouagadougou, i bacini e il pe-
rimetro delle ritenute d’acqua vengono così ufficialmente
riconosciuti come aree di protezione per le attività agricole.
La definizione di questi spazi per l’agricoltura costituisce
in sé un vantaggio notevole in comparazione alla Raf ma la
sicurezza degli attori è un’altra sfida da raccogliere. Alcuni
agricoltori non essendo proprietari, possono esitare a fare
degli investimenti considerevoli su dei terreni che in ogni
momento possono essere reclamati dai proprietari.
144 Accanto al riconoscimento degli spazi agricoli per ciò che
riguarda l’agglomerazione “ouagalese”, la riorganizzazione
del bacino di consumo intorno alla città offre l’occasione di
creare delle nuove sinergie tra rurale e urbano. Numerose
iniziative avviate in questi ultimi anni cercano di esplorare
la possibilità che sia la periferia sia l'interno del paese ap-
provvigionino la città di Ouagadougou di prodotti freschi,
cereali e carni.

5. L’approvvigionamento della città di Ouagadougou di prodotti


agricoli e carni
5.1. I prodotti freschi
Precedentemente circoscritto agli espatriati e agli intellettua-
li durante il periodo coloniale, il consumo di prodotti orti-
coli è esploso nel corso degli anni a Ouagadougou, in parte
legato alla crescita demografica ma soprattutto all’aumento
della classe media e degli espatriati.
Al di là della struttura demografica, possiamo analizza-
re l’evoluzione delle abitudini alimentari che si sono via via
diversificate. Le verdure preferite dagli espatriati si sono ag-
giunte alla produzione locale, con prodotti come lattuga,
Nutrire fagiolini, patate, aglio, carote, cetrioli, zucchine, peperoni,
la città
  cavoli. Accanto ai prodotti consumati soprattutto dagli espa-
  triati, si è ugualmente raddoppiata la produzione di verdure

  locali, apprezzate soprattutto dai nuclei familiari con reddito
modesto. Si tratta delle verdure con foglie: le foglie del fa-
giolino (phaseolus vulgaris), degli spinaci (spinacia oleracea),
del basilico (hibiscus sabdariffa), del cleome gynandra, cono-
sciuto col nome di “cavolo africano”. Le verdure più generi-
che come le cipolle, il pomodoro e i cavoli sono consumate
in grande quantità indifferentemente dalla classe sociale e
dall’origine (nazionali o espatriati).
Nell’insieme gli ortaggi hanno il vantaggio di migliorare
la situazione alimentare e nutrizionale delle famiglie grazie al
loro elevato contenuto di micronutrienti. A fronte della forte
domanda di questi prodotti e dell’insufficienza della produ-
zione urbana, i prodotti orticoli dei comuni limitrofi della
capitale tentano di soddisfare la domanda della capitale. Lo
sviluppo di queste coltivazioni nell’immediata periferia della
città di Ouagadougou tiene conto del carattere deperibile ma
soprattutto dell’inefficacia della catena frigorifera, necessaria
145
per la conservazione.
Nella periferia di Ouagadougou sono stati censiti 71 ba-
cini d’acqua artificiali la cui superficie d’acqua equivale a
3700 ettari. I perimetri regolati intorno a questi bacini sono
seminati a grano in coltivazioni orticole per l’approvvigio-
namento della capitale (Compaorè 2000). I perimetri più
conosciuti sono situati prevalentemente entro un raggio di
30 km da Ouagadougou. Si tratta di bacini e ritenute d’ac-
qua localizzati nei comuni rurali: Komsilga (la diga di Kalzi
e quella di Boulbi), il Comune di Koubri (diga di Wedbila),
il Comune di Tanghin Dassouri (fondo), il comune di Pa-
brè (la diga di Kamboinsé), il comune di Loumbila (diga
di Loumbila). Al di fuori di questa cintura, la capitale è
approvvigionata a partire dai bacini idrici situati nelle altre
provincie.
L’analisi spaziale dei circuiti di approvvigionamento evi-
denzia fino a che punto la città di Ouagadougou dipende
fortemente dalle altre provincie per il suo approvvigiona-
mento di numerosi prodotti orticoli (cipolla, pomodoro,
patata). Le località più coinvolte sono: Réo, Zorgho, Kom-
bissiri, Manga ecc.
Carta n. 2.
Rete di
distribuzione dei
prodotti orticoli in
Burkina

In quanto base dell’alimentazione umana, i cereali hanno


146
occupato in media circa il 75% delle superfici coltivabili in
Burkina Faso nel corso delle ultime cinque campagne agri-
cole (2009-2015) con una media di 3.920.475 ha. I principali
cereali sono il sorgo bianco (saggina) il miglio e il mais e han-
no occupato rispettivamente il 33,7%, 32,7%, e il 20,6% della
superficie totale coltivata a cereali nel corso della campagna
2014/2015. Quest’ultima campagna ha inoltre registrato una
produzione di 4.869.723 tonnellate, di cui la maggior parte
proviene dalle regioni qualificate come “granaio del Burki-
na” che sono la regione della Boucle du Mouhoun, gli Hauts-
Bassins e il Centre-Est. Le regioni del Centro riscontrano
invece un deficit regolare che le obbliga a ricorrere ad altre
regioni in eccedenza per coprire i loro bisogni. La regione
centrale, di cui Ouagadougou è capoluogo, è riuscita a co-
prire solamente il 17% dei suoi bisogni in cereali durante la
Campagna 2014/2015, peraltro considerata come una buona
annata (Dgess 2015).
Con un volume equivalente a 681.716 tonnellate di ce-
reali, la domanda urbana corrisponde al 55% di quella na-
zionale e si concentra nei grandi centri urbani che sono
Ouagadougou e Bobo. Le due principali città del Burkina
Faso conoscono tuttora una forte crescita demografica e co-
Nutrire stituiscono dei poli importanti di domanda per i prodotti agri-
la città
  coli che beneficiano così di un importante mercato potenziale.
  La Regione del Centro, con in prima linea la metropoli

  ouagalese, registra una domanda di cereali di più di 365.000
tonnellate (58% della domanda urbana nazionale), che evi-
denzia fino a che punto i cittadini dipendano dal resto del
paese per assicurare la loro sicurezza alimentare in cereali
(rapporto generale della campagna 2014/2015).
Le zone di raccolta per approvvigionare la capitale sono
ripartite su tutto il territorio nazionale. Allo scopo di massimiz-
zare i profitti, i coltivatori privilegiano i centri di raccolta vicini
alla capitale e a mano a mano che le quantità si rarefanno,
sfruttano i centri più distanti.
Così i centri di raccolta dei mercati di Léo, Guèlwongo,
Kokologo ecc., vicini a Ouagadougou, sono utilizzati in ma-
niera privilegiata rispetto ai mercati di provincia qualificati co-
me “granaio del Burkina”: le provincie di Banwa (i mercati di
Solenzo, Kouka, Koundougou, Béna), la provincia della Kossi
(mercato di Djibasso), la Provincia di Kénédougou (i mercati di
N’Dorola, Kourouma), la Provincia Tuy (i mercati di Koumbia,
147
Houndé), la Provincia del Poni (mercato di Gaoua), la Pro-
vincia del Houet (i mercati di Satiri, Soumousso, Dan, Dandé,
Banwala, Faramana). L’utilizzo dell’uno o dell’altro mercato
tiene conto dell’importanza dell’offerta e dei prezzi proposti.
L’analisi spaziale mostra che la città gioca il doppio ruolo di
centro di consumo e di redistribuzione per il Nord e l’espor-
tazione, in particolare verso Niger e Ghana.
La variabilità della disponibilità di cereali sul mercato na-
zionale è compensata dal ricorso alle importazioni di prodot-
ti agroalimentari a livello internazionale (riso), ma anche e
soprattutto nello spazio sub-regionale (Uemoa et Cedaeo)5.
In effetti la liberalizzazione del commercio in questi due
spazi economici, nonostante le difficoltà osservate nella messa
in opera, è effettiva dal 2000. Essa favorisce, da allora, l’integra-
zione del mercato di cereali sub-regionale che è all’attivo gra-
zie al miglioramento della qualità delle strade internazionali e
al dinamismo degli operatori economici del settore dei cereali.
La circolazione dei prodotti agricoli dovrebbe funzionare

5. Union Economique et Monétaire Ouest Africaine, Communauté èconomique des


Etats de l’Afrique de l’Ouest.
Carta n. 3.
I circuiti di approv-
vigionamento di
cereali

con un sistema di vasi comunicanti, permettendo ai prodotti


148 del Burkina, in casi di eccedenza, di colmare il deficit nei pa-
esi vicini e vice-versa. Attraverso questo meccanismo, durante
gli anni di cattivo raccolto in Burkina, i mercati nazionali
sono approvvigionati di mais dai paesi vicini e in particolare
da Costa d’Avorio, Ghana (Bolgatenga) e Mali (Kouri, Kou-
tiala, Sikasso).
5.2. L’approvvigionamento di tuberi di Ouagadougou
La diversificazione dei modi di consumazione nell’alimenta-
zione dei nuclei familiari ha portato all’introduzione di altri
alimenti come i tuberi. In Burkina Faso, otto tuberi (igname,
patata, manioca, souchet, fabirama, taro, zenzero) sono coltivati
e ripartiti in base alle condizioni pedoclimatiche (Dgess 2015).
I centri urbani, in particolare Ouagadougou e Bobo-Diou-
lasso, assorbono la maggior parte della produzione nazionale
che non arriva del resto a soddisfare i bisogni nazionali. La
totalità del consumo di Ouagadougou viene dall’interno del
paese attraverso un circuito che comincia nei villaggi e nei
capoluoghi dei comuni rurali. A cominciare dai mercati di
raccolta, tra cui i più rinomati sono situati nella regione Sud-
ovest (Cascades, Hauts-Bassins, Centre-Ouest Centre-Sud) la
produzione è convogliata nei centri di consumo urbani.
Nutrire Qui Ouagadougou gioca ancora il ruolo di luogo di de-
la città
  stinazione privilegiato. Un’ipotesi da verificare è che si pro-
  duca in realtà per la città ma che, in pratica, Ouagadougou

  faccia ugualmente da centro di redistribuzione per le re-
gioni del Nord e del Sahel. Favorevole alle piante di tuberi
e in particolare l’igname, lo spazio transfrontaliero tra il
Burkina, la Costa d’Avorio, il Ghana e il Togo racchiude dei
mercati transfrontalieri molto dinamici. Essi polarizzano la
produzione e la distribuzione in base ai bisogni nell’uno o
nell’altro Paese.
5.3. L’approvvigionamento in prodotti lattieri e carni
Nei paesi saheliani, le carni e in particolare il pollame sono
molto apprezzate dalle popolazioni cittadine, ma proprio
per questi motivi la riforma agraria e fondiaria (Raf) aveva
vietato la pratica di attività legate all’allevamento in città.
L’approvvigionamento della città di Ouagadougou è
quindi stato sempre assicurato dal resto del paese. Ma le di-
mensioni della domanda, di circa 50.000 polli consumati al
giorno a Ouagadougou, e la necessità di assicurare l’approv-
vigionamento della città hanno stimolato l’individuazione 149
delle modalità per esercitare l’allevamento nella periferia.
Cosi nello Sdago, sono stati individuati degli spazi a vo-
cazione agricola e di allevamento all’interno dei comuni
rurali periferici rispetto a Ouagadougou. Grazie a delle age-
volazioni, molte fattorie moderne, una cinquantina secon-
do Nébié (2000), sono nate nei comuni di Saaba, Tanghin-
Dassouri, Koubri, Loumbila ecc., mentre è stata creata a
Koubri un’unità di trasformazione alimentare.
Ma nonostante questi sforzi per approvvigionare la cit-
tà di Ouagadougou, data la continua crescita demografica,
l’offerta rimane insufficiente. Di conseguenza, la città fa
appello alle altre provincie per il suo approvvigionamen-
to di carni (bestiame vivo) e prodotti lattieri seguendo un
circuito classico, che va dai mercati di raccolta dei villaggi
ai grandi mercati di bestiame dei capoluoghi di provincia,
prima di arrivare a Ouagadougou. La capitale approvvigio-
na di carne anche i Paesi limitrofi costieri, grazie al suo
macello refrigerato.
Egidio Dansero 6. Le condizioni dei trasporti
Lassane Yameogo
6.1. Dei mezzi di trasporto inadatti
La vitalità di una città consiste anche nella messa in sicurez-
za dell’approvvigionamento di prodotti alimentari necessari
alla sopravvivenza della popolazione. L’approvvigionamen-
to comporta numerose esigenze che vanno dall’acquisto dei
prodotti nel momento favorevole, a dei costi ragionevoli e al
loro convogliamento nel minore tempo possibile per metterli
a disposizione dei consumatori.
L’approvvigionamento della città di Ouagadougou è rit-
mato da un incessante via vai di mezzi motorizzati e di car-
rette trainate da asini tra i luoghi di produzione e la città.
Si può constatare come le moto e i veicoli a tre ruote siano
quelli maggiormente usati per il trasporto dei prodotti fre-
schi provenienti dagli orti della città e della periferia. Al di là
della cintura periferica, la distanza impone l’utilizzo di veicoli
pick-up e di camion.
Per quanto riguarda gli attori, un primo gruppo di com-
mercianti, i più benestanti, dispongono di raccoglitori sul ter-
150 reno dai quali si approvvigionano mediamente a una leggera
maggiorazione del prezzo. La situazione finanziaria di questi
grossisti inoltre permette loro il trasporto in camion da più
di 10 tonnellate. I prodotti sono in seguito rivenduti vicino
ai “demi-grossistes” e al dettaglio nei mercati della capitale.
Il secondo gruppo, costituito da commercianti “demi-
grossistes”, organizza i mercati settimanali delle località in-
torno a Ouagadougou per l’approvvigionamento. Il mezzo
di trasporto più utilizzato è il camion da 10 tonnellate, uti-
lizzato allo stesso tempo per il trasporto di persone e delle
loro merci.
Questa modalità di trasporto misto, nonostante i rischi per
chi ne fa uso, resta il modo per i “demi-grossistes” di andare
direttamente nei mercati rurali e comprare a prezzo di produ-
zione: questo permette loro di aumentare i margini di profitto.
6.2. Il reticolo stradale del rifornimento
Il circuito di approvvigionamento utilizza una rete stradale
con una buona percorribilità all’uscita di Ouagadougou, ma
le condizioni e l’integrazione della rete stradale diminuisco-
no allontanandosi verso le zone rurali, fino a creare dei veri
e propri “angoli morti”.
Nutrire Cosi le “rugosità” dello spazio geografico, osservabili at-
la città
  traverso il cattivo stato delle strade, limitano l’accesso a certe
  regioni come i capoluoghi di provincia Tougan e Toma non

  ancora serviti da una strada asfaltata. Al di la di queste due
località e dello stato delle strade, i mercati rurali riescono a
riunire i produttori o anche a facilitare l’esportazione dei
prodotti agricoli verso i centri secondari.
Dall’analisi del settore dei mezzi di trasporto risulta evi-
dente che la maggior parte dei mezzi non siano adatti con
un settore in prevalenza informale e una struttura che lascia
molto a desiderare.

7. Conclusioni
7.1. Dalla scala urbana a quelle nazionale e internazionale
La riorganizzazione dello spazio urbano e periferico ha reso
più facile e sicura la pratica delle coltivazioni orticole e l’ap-
provvigionamento di prodotti di allevamento. Invece l’ap-
provvigionamento di cereali e tuberi incontra ancora delle
difficoltà a coprire i bisogni e obbliga cosi a un allargamento
dell’area di rifornimento della capitale che copre tutto il ter- 151
ritorio del Burkina ma che si estende anche ai paesi limitrofi
e perfino a paesi non-africani; le importazioni di riso asiatico
e americano ne sono già il riflesso.
Questo ci porta a dire che l’alimentazione della città gra-
verà meno sul suo hinterland ma dipenderà prevalentemente
dalle sue relazioni con l’interno del paese, anche a livello
sub-regionale e internazionale. In definitiva l’approvvigiona-
mento alimentare della città di Ouagadougou non potrebbe
essere concepito in maniera isolata dal suo hinterland, ma
occorre ristrutturare lo spazio regionale e anche nazionale
per stabilire delle relazioni funzionali. La capitale potrebbe
quindi essere chiamata a giocare un ruolo che dinamizza
tutto lo spazio nazionale.
7.2. Prospettive
Per questioni di spazio, in questo scritto ci siamo concentrati
solo su alcuni aspetti, peraltro fondamentali, nell’approvvi-
gionamento alimentare della città, non considerando altre
tematiche, come ad esempio quella legata al “cibo di strada”,
che ha un grande ruolo nell’alimentazione a Ouagadougou.
Il quadro emergente presenta nondimeno molteplici ele-
Egidio Dansero menti di interesse che potrebbe orientare anche le scelte
Lassane Yameogo in tema di cooperazione decentrata che vedono la capitale
burkinabé legata a diverse città del Nord, tra cui Torino, che
in passato aveva promosso iniziative tese proprio al migliora-
mento delle condizioni del “cibo di strada”.
Quello dell’approvvigionamento alimentare e delle po-
litiche locali del cibo, oltre a interessare i singoli contesti
urbani e metropolitani, presenta infatti dei potenziali e forti
di elementi di interesse per la cooperazione decentrata e i
partenariati territoriali che legano città del Nord e del Sud
del mondo (Magarini et al. 2017). Essendo un campo di ana-
lisi, di politiche e di pratiche relativamente nuovo, si pre-
senta come un ambito di cooperazione meno asimmetrico e
dove lo scambio di esperienze può risultare particolarmente
interessante. Mentre per molte città del Nord urbanizzato,
in fase di transizione post-industriale, si pone il problema
del contenimento nel consumo di suolo, della valorizzazione
dell’agricoltura periurbana e addirittura alla trasformazio-
ne al rovescio di suoli da urbanizzati a nuove destinazioni
152 destinati agricole, per città come Ouagadougou, in piena
crescita urbana, le problematiche come si è visto sono per
molti versi opposte. Non si tratta di riterritorializzare il si-
stema locale del cibo, come ci si propone per molte città
europee e nordamericane (Wiskerke 2009), ma di proteg-
gere, valorizzare, migliorare le relazioni città-campagna che
consentano di mantenere una destinazione produttiva auto-
centrata, almeno per buona parte dell’approvvigionamento
alimentare urbano.

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154
L’Africa della città Dream cities. I progetti di sviluppo immobiliare in
Urban Africa Africa occidentale: investimenti, pianificazione e
immaginari urbani
Valerio Bini, Cristina D’Alessandro

1. Introduzione 155
Questo contributo analizza da una prospettiva geografica il
ruolo che il settore immobiliare sta svolgendo nella trasfor-
mazione dei centri urbani dell’Africa occidentale, sia mate-
rialmente, attraverso la costruzione di nuovi edifici, sia in ter-
mini più immateriali, con la produzione di nuove immagini
e narrazioni delle città stesse1.
Il punto di partenza è costituito dal recente periodo di
crescita economica che ha caratterizzato diversi stati africani
e che viene comunemente indicato con l’espressione di Africa
rising. Molto si potrebbe dire sui limiti di questa crescita eco-
nomica, ma è un fatto che negli ultimi quindici anni diverse
aree del continente, soprattutto quelle caratterizzate dalla
presenza di materie prime (Unctad 2015), hanno attratto
l’attenzione di investitori internazionali che hanno trasfor-
mato il panorama economico e, più indirettamente, anche il
paesaggio urbano. I singoli stati dell’Africa occidentale non
sono la punta avanzata di questa fase espansiva, ma nel suo

1. Lo sviluppo immobiliare al quale si fa riferimento in questa sede è quello formale. Le


città di cui si discute in questa sede sono i centri urbani di grandi dimensioni (con più di
1 milione di abitanti all’ultimo censimento ufficiale).
Valerio Bini complesso la regione è una delle aree che cresce più rapida-
Cristina D’Alessandro mente all’interno del continente (il 6 per cento, in media,
nel 2014) e alcuni paesi – la Nigeria, il Ghana prima della
recente crisi e, più recentemente, la Costa d’Avorio – stanno
facendo registrare da diversi anni tassi di crescita rilevanti
(Afdb, Oecd, Undp 2015).
Lo sviluppo del settore immobiliare è al tempo stesso
causa e conseguenza di questa crescita economica. Da una
parte, infatti, le nuove classi medie e alte, anche se ancora
in netta minoranza, cominciano ad avere un peso reale sulla
trasformazione dei paesaggi urbani, poiché necessitano di
spazi insediativi di qualità e sono disposte a investire nel set-
tore. Dall’altra, il settore immobiliare sta svolgendo una parte
non irrilevante nell’alimentare la crescita economica e molte
nuove imprese nel settore delle costruzioni e dell’intermedia-
zione immobiliare si stanno sviluppando in questa parte del
continente. La Costa d’Avorio è da questo punto di vista un
eccellente esempio, ma questa crescita non si limita all’Africa
occidentale: paesi come l’Etiopia o la Tunisia attestano che
si tratta di una tendenza continentale.
156
Infine, occorre considerare un legame più indiretto, ma ri-
levante, tra crescita economica e sviluppo urbano: la trasforma-
zione del paesaggio urbano, infatti, produce una nuova e più
attraente narrazione del continente, soprattutto delle città, che
contribuisce a canalizzare investimenti da parte di imprese este-
re, alimentando così un processo di tipo circolare e cumulativo.
Gli studi degli operatori del settore indicano che il con-
testo per lo sviluppo del settore immobiliare in Africa occi-
dentale è favorevole, sia dal punto di vista degli investimenti
privati che da quello delle politiche pubbliche (Pwc 2015).
Nel settore privato, infatti, si registra una presenza di capitali
locali, esteri e della diaspora che trovano nel settore un’area
d’investimento redditizia, relativamente sicura e di forte va-
lore simbolico. Nel settore pubblico si osserva un’evoluzio-
ne delle politiche che tende a incentivare gli investimenti
privati2 al fine di sopperire alla scarsità di risorse finanziarie
pubbliche da investire nella trasformazione delle città. Nei
casi più semplici il rapporto con il privato si limita alla vendita

2. Paesi come il Ghana e la Nigeria costituiscono in questo campo gli esempi più rilevanti
in Africa occidentale.
Dream cities. di terreni pubblici, in altri è possibile osservare più complessi
I progetti
di sviluppo partenariati pubblico-privati finalizzati alla trasformazione di
immobiliare settori strategici dello spazio urbano.
in Africa
occidentale L’articolo si concentra su un aspetto di questa trasforma-
zione del territorio urbano, quello relativo ai nuovi quartieri
residenziali destinati alle classi medie e alte. La prima parte
esplicita le tendenze in atto in questo settore, mentre la se-
conda analizza criticamente gli effetti di segregazione socio-
spaziale prodotti da questa dinamica.

2. I nuovi quartieri per le classi medie e alte


Anche un osservatore superficiale dei mutamenti in atto nel-
le città dell’Africa occidentale potrebbe notare le profonde
trasformazioni che hanno caratterizzato questi spazi negli
ultimi dieci anni: capitali come Dakar, Accra o Ouagadou-
gou hanno visto il loro paesaggio mutare radicalmente con
l’apparizione di nuovi edifici, monumenti, infrastrutture, ma
anche in città relativamente più piccole i cambiamenti sono
stati molto rilevanti.
Gli investitori internazionali stanno svolgendo un ruolo di
157
primo piano in questo processo, attratti dai notevoli tassi di
ritorno sugli investimenti in questi mercati emergenti: fino
a questo momento i progetti di maggiore rilievo hanno inte-
ressato il settore retail, come nel caso dei centri commerciali
di Accra (Accra Mall, 2008) e Lagos (Ikeja City Mall, 2011),
entrambi finanziati dal fondo di investimenti britannico Ac-
tis. Recentemente, tuttavia, anche il settore residenziale sta
diventando più attrattivo con la crescita della domanda da
parte delle classi emergenti e si stanno di conseguenza svi-
luppando numerosi progetti in questa direzione.
Da diversi decenni ormai la domanda abitativa nelle città
africane è molto alta, trainata dalla forte crescita della popo-
lazione urbana, ma solo negli ultimi anni si sta affermando
una classe media e alta con maggiori possibilità di spesa che
rappresenta un mercato interessante per gli investitori in-
ternazionali. Secondo recenti stime della Banca Africana di
Sviluppo (Afdb 2014), la classe media africana supera i 350
milioni di persone e dovrebbe triplicare nell’arco dei pros-
simi 50 anni. L’Africa occidentale raccoglie circa un quarto
di questa popolazione, in particolar modo la Nigeria (35 mi-
lioni), il Ghana (11 milioni) e la Costa d’Avorio (8 milioni).
Valerio Bini Per alcune metropoli come Dakar o Abidjan si parla ormai di
Cristina D’Alessandro “bolla immobiliare”, con una progressiva rarefazione dei ter-
reni disponibili e conseguente crescita vertiginosa dei prezzi
degli stessi (Lefilliâtre 2012).
A questa dinamica occorre inoltre aggiungere il ruolo
svolto dalle rimesse della diaspora – 26 miliardi di dollari nel
2014, secondo l’African Development Bank (2015) – che in
una porzione significativa vengono investite nella costruzio-
ne e nell’acquisto di abitazioni. L’abitazione svolge al tempo
stesso una funzione economica di investimento per la fase
postlavorativa e una funzione di capitale simbolico, di affer-
mazione sociale, per il migrante e la sua famiglia.
I quartieri residenziali in costruzione presentano caratte-
ristiche diverse nei singoli contesti, ma condividono alcuni
elementi formali e funzionali: una qualità architettonica su-
periore alla media, che si traduce in una distinzione simbolica
rispetto al resto della città, e una separazione fisica più o meno
accentuata dal contesto circostante. Questa edilizia residenzia-
le si sviluppa fondamentalmente intorno a due modelli: uno
“verticale”, costituito da torri che spiccano nel paesaggio urba-
158
no, anche per il loro disegno architettonico spesso ricercato,
e uno “orizzontale” più semplice nelle forme, ma nel quale la
segregazione rispetto al contesto è spesso più netta.
La “verticalizzazione” ad uso residenziale è solo nella sua
fase iniziale in Africa occidentale, anche se si sta sviluppan-
do rapidamente, seguendo l’esempio di altre regioni come
l’Africa del Nord (Algeria ed Egitto, in particolare) e l’Africa
australe dove edifici di questo tipo sono presenti da tempo
e hanno dato luogo a dinamiche territoriali estremamente
complesse (si pensi all’esempio di Ponte City, a Johannes-
burg). Uno degli esempi più interessanti è quello del Villag-
gio Vista, nella zona aeroportuale di Accra, un gruppo di 3
torri tra gli 8 e i 27 piani, progettate dallo studio inglese All-
ford Hall Monaghan Morris. In questo caso è particolarmen-
te significativa la volontà da parte dei progettisti di creare
un landmark che si distingue rispetto al territorio circostante
per le sue dimensioni e per l’originalità architettonica degli
edifici, disegnati con forme irregolari e decorati con colori
accesi e motivi che richiamano i tessuti tradizionali kente.
Un esempio simile, ancora in fase di progettazione, ri-
guarda la città di Dakar. Si tratta del progetto residenziale
Dream cities. Faubourg Lébou Emergent (Faleme), affidato in febbraio
I progetti
di sviluppo 2016 alla società marocchina Jacobs Engineering S.A., che
immobiliare prevede la realizzazione di 6 torri panoramiche di una ven-
in Africa
occidentale tina di piani, con 900 appartamenti circa di lusso e relativi
servizi (spazi verdi, centro commerciale), a conferma dell’esi-
stenza di un mercato promettente in queste metropoli ormai
pienamente inserite nelle reti economiche globali.
Lo sviluppo immobiliare “orizzontale”, invece, costituito
da quartieri di case di 1-2 piani, più semplici nelle loro carat-
teristiche formali e spesso dotate di uno spazio aperto priva-
to, è molto diffuso nelle città dell’Africa occidentale, anche
perché ha forti connessioni con la storia urbana africana.
Da una parte, infatti, richiama le forme abitative tradiziona-
li nelle quali la dimensione della corte ha spesso un ruolo
sociale fondamentale; dall’altra si connette con il modello
coloniale per eccellenza, quello del bungalow, l’edificio indi-
pendente con la caratteristica veranda (King 1984). Si tratta
di un modello abitativo ampiamente usato anche nell’urba-
nistica postcoloniale, ma che negli ultimi anni ha trovato
uno sviluppo particolare con la diffusione, anche in Africa
159
occidentale, dei quartieri residenziali ad accesso controllato
(gated communities). Queste forme residenziali si sono affer-
mate inizialmente nei paesi anglofoni (Ghana e Nigeria, in
particolare), ma si trovano oggi anche in città dell’Africa oc-
cidentale francofona (la citè Cen-Sad o il quartiere Bel Air a
Cotonou, ad esempio). Come ha fatto notare Richard Grant
(2005), questi quartieri non sono destinati esclusivamente
alle fasce più alte della popolazione e, viceversa, rispondono
a esigenze diffuse anche nella popolazione urbana a reddito
medio: la sicurezza, in primo luogo, ma anche una maggiore
qualità della vita.
Non sempre questo modello abitativo prende la forma
della vera e propria gated community e in alcuni casi i pro-
getti mirano a realizzare quartieri esclusivi, ma privi di una
separazione fisica dal resto della città. È il caso, ad esempio,
della Citè des Dauphins, un progetto da oltre un miliardo
di euro che prevede la costruzione di 6000 abitazioni nella
parte meridionale della capitale del Burkina Faso, vicino al
prestigioso quartiere di Ouaga 2000. Un elemento di parti-
colare interesse è dato dal fatto che l’operatore responsabile
del progetto, Btm-Immo, è un’impresa locale che nasce come
Valerio Bini sviluppo dell’omonima impresa di costruzioni. Si tratta di un
Cristina D’Alessandro esempio di come questo settore, pur strettamente legato a
reti economiche e finanziarie globali, stia alimentando uno
sviluppo economico rilevante anche alla scala locale.

3.Una nuova segregazione socio-spaziale


Una delle caratteristiche salienti di questi processi di svilup-
po immobiliare è che la loro integrazione nello spazio urba-
no esistente non è prevista dai piani urbanistici, che invece
sembrano puntare sempre più alla realizzazione di isole di
modernità separate dalla città storica. In nome della ricerca
di una migliore qualità della vita, di servizi e infrastrutture di
alto livello, di una maggiore sicurezza e omogeneità sociale,
ad esempio, si stanno sviluppando delle «edge cities» (Garreau
1991; Michel - Scott 2005), città satellite localizzate a distanza
di qualche decina di chilometri dalle grandi città. Se l’Africa
australe, e più particolarmente il Sudafrica, è all’avanguar-
dia in questo senso, è possibile individuare esempi rilevanti
anche in Africa occidentale.
Nel caso della Lekki Free Zone possiamo osservare il pro-
160
getto di un’area urbanizzata a 30 chilometri dal centro di La-
gos che si dovrebbe costituire come zona economica speciale
con regime fiscale agevolato, separata dunque dal resto del
territorio anche dal punto di vista politico ed economico. Il
progetto, che al momento vede impegnati soprattutto finan-
ziatori cinesi, prevede la creazione di una zona urbanizzata di
notevoli dimensioni (16.500 ettari), caratterizzata dalla presen-
za di industrie, infrastrutture e residenze di prestigio. Proget-
ti di questo tipo, lungi dal rappresentare fenomeni isolati, si
collocano all’interno di un rilevante dibattito sulle cosiddette
charter cities, città normativamente separate dal resto del ter-
ritorio che secondo alcuni autori possono favorire la crescita
economica dei paesi “in via di sviluppo” (Fuller - Romer 2012).
Il progetto più notevole di creazione di uno spazio ur-
bano completamente nuovo e discontinuo rispetto alla cit-
tà esistente è però quello di Eko Atlantic City, nella parte
meridionale di Lagos, che prevede la creazione di un’area
urbanizzata su una superficie di circa 1000 ettari sottratta
all’oceano attraverso complessi lavori di bonifica. I lavori so-
no stati avviati nel 2009 e una volta completata, questa zona
dovrebbe ospitare circa 250.000 residenti e diventare il nuovo
Dream cities. Central Business District della città. Il progetto nasce da un
I progetti
di sviluppo partenariato pubblico-privato che vede coinvolti il governo
immobiliare locale di Lagos, sostenuto a sua volta da quello federale, e
in Africa
occidentale alcune grandi imprese locali (Chagoury Group) e internazio-
nali (la cinese China Communications Construction Group,
per la fase di costruzione, e l’olandese Royal HaskoningDHV
per la parte di bonifica). Chagoury Group, che in questo caso
agisce tramite una sussidiaria creata appositamente per gesti-
re il progetto, è una grande società del settore immobiliare
con forti legami con il potere politico locale (l’ex-Presidente
Sani Abacha, in passato, e più recentemente l’attuale gover-
natore Akinwunmi Ambode e l’influente ex governatore Bola
Ahmed Tinubu) e internazionale (la Fondazione Clinton, in
particolare).
Il progetto è di primaria importanza non solo per quanto
concerne la sua dimensione economica e di materializzazio-
ne del territorio, ma anche dal punto di vista dell’immagina-
rio urbano. Qui, infatti, possiamo osservare la combinazio-
ne – sempre più diffusa, non solo nel continente africano – di
un approccio “tradizionale” di tipo coloniale (Mudimbe
161
2007), teso a costruire spazi “nuovi”, privi di territorializzazio-
ni precedenti, con un modello più recente di urbanizzazione
“off-shore” (Sidaway 2007) che trova in Dubai il suo esempio
più noto. Da un punto di vista simbolico, si sviluppa dunque
una tendenza a creare spazi di modernità globale che siano
esteticamente e funzionalmente standardizzati, ovunque essi
si trovino nel mondo, da Londra a Dubai, da Tokyo a Johan-
nesburg, da Singapore ad Accra.
Un aspetto interessante concerne il ruolo ambivalente
della dimensione ambientale all’interno di queste politiche
di segregazione socio-spaziale: la componente smart e green
è un potente strumento di marketing urbano e dunque vie-
ne spesso utilizzata per legittimare questo tipo di interventi
(Watson 2014). Nel caso di Eko Atlantic city si trovano tracce
di questo processo a partire dal toponimo che gioca tra il con-
testo culturale tradizionale (Eko è l’antico nome della città di
Lagos) e quello dell’ecologia e della sostenibilità ambientale.
Nella fattispecie poi il progetto è giustificato politicamente
con l’esigenza di proteggere il waterfront, soprattutto a se-
guito dell’innalzamento del livello dell’oceano causato dal
cambiamento climatico.
Valerio Bini L’utilizzo di una retorica di sostenibilità ambientale per
Cristina D’Alessandro promuovere politiche urbanistiche socialmente selettive è or-
mai un fenomeno ricorrente, non solo in Africa occidentale.
La minaccia, vera o presunta, di eventi naturali estremi come
le alluvioni, viene usata dalle amministrazioni pubbliche per
rimuovere quartieri popolari storici, secondo una pratica che
ricorda il «capitalismo dei disastri» descritto da Naomi Klein
(2007) e Mike Davis (2006). Gli esempi in Africa occidenta-
le sono molteplici, dal caso clamoroso di Maroko, a Lagos
(Agbola - Jinadu 1997), a quello, più recente di Old Fadama,
ad Accra, a eventi più limitati, ma significativi, come quello
dell’alluvione di Ouagadougou del 2009 (Bini 2012).
Come ha fatto notare, in altri contesti, la scuola della «en-
vironmental justice» (Di Chiro 1996), la sostenibilità ambien-
tale può diventare uno strumento di ulteriore segregazione
socio-spaziale, trasformandosi da diritto di tutti a privilegio
delle classi emergenti. Sarah Dooling (2009) parla a questo
proposito di una «ecological gentrification» nella quale la
distinzione sociale si materializza attraverso una diversa qua-
lità ambientale: nuovi quartieri “sostenibili” di lusso vengono
162
costruiti con ingenti investimenti pubblici e privati, mentre
la maggioranza della popolazione manca ancora di una casa
e vive in condizioni ambientali al limite della sopravvivenza.
L’eliminazione delle classi più povere dallo spazio visibile
della città – con antiche giustificazioni securitarie o nuove
retoriche ambientali – è l’altra faccia delle politiche urba-
nistiche di “vetrinizzazione” delle metropoli africane, tese
a produrre un’immagine positiva, “smart” e “sostenibile”, al
fine di attrarre investimenti esteri, alimentando così la cre-
scita economica.

4. Conclusioni
L’articolo ha messo in luce come alcuni grandi progetti di
sviluppo immobiliare stiano trasformando il territorio e l’e-
conomia delle principali città dell’Africa occidentale. In con-
clusione è possibile sottolineare alcuni aspetti di particolare
rilievo dal punto di vista geografico: questi processi, infatti,
non solo producono profonde trasformazioni materiali nel-
le città africane, ma, in modo forse più indiretto, fissano in
modo plastico alcune dinamiche sociali ed economiche im-
portanti in atto nel continente.
Dream cities. Un primo elemento da sottolineare è la forza, ma anche
I progetti
di sviluppo la fragilità della crescita economica africana. Da una parte,
immobiliare infatti, le grandi capitali africane crescono rapidamente e
in Africa
occidentale accumulano progetti e «fantasie urbane» (Watson 2014).
Dall’altra questi progetti vengono implementati con diffi-
coltà e risentono delle fluttuazioni di un sistema economico
ancora fortemente incentrato sull’esportazione di materie
prime che inizia a presentare più di un elemento di debolez-
za. La crisi del Ghana degli ultimi anni rappresenta in questo
senso un importante richiamo alla prudenza nell’analizzare il
fenomeno (si veda, ad esempio, il caso del progetto di Hope
city, ad Accra).
Accanto a questo aspetto di natura economica occorre
inoltre sottolineare l’incertezza del regime fondiario, che,
unita alla volatilità del potere politico formale, produce ter-
ritorializzazioni fortemente instabili. Il tema del rapporto tra
proprietà privata, proprietà pubblica e regime consuetudina-
rio rimane uno dei grandi problemi irrisolti dell’urbanistica
post-coloniale (Simone 2004). Un caso emblematico in que-
sto senso, in Africa occidentale, è quello del quartiere Les
163
Jardins d’Eden, ad Abidjan, costruito negli anni Novanta del
Novecento e demolito nel 2015 a seguito di una controversia
con la popolazione locale relativa all’uso delle terre su cui
insiste il progetto.
Questa riflessione sulla fragilità del settore ci porta a
un’ulteriore considerazione in merito al potere dei progetti
urbanistici. Il fatto che molte di queste “fantasie” non ven-
gano mai realizzate, infatti, non le rende meno rilevanti per
la trasformazione del territorio urbano. In primo luogo per-
ché, come ha fatto notare Gautam Bhan (2014) una delle
caratteristiche di questi grandi progetti urbanistici è proprio
quella di restare allo stato di fantasie urbane, contribuendo a
modificare l’immagine che le città che li ospitano danno di
sé alla scala globale. Secondariamente perché questi progetti,
anche laddove non vengono realizzati, cambiano le condi-
zioni del contesto nel quale si inseriscono, modificando i
prezzi di accesso ai terreni circostanti e, in modo più diretto,
portando alla rimozione di quartieri popolari non in linea
con la nuova immagine di modernità che si vuole proporre.
Il caso forse più evidente in questo senso, nell’area di studio,
è quello del Projet Zaca che ha portato alla demolizione di
Valerio Bini un’area di oltre 100 ettari nel centro di Ouagadougou nel
Cristina D’Alessandro 2003, senza che a questa sia seguita l’attuazione del proget-
to stesso (Bin - Bini 2007). L’area, che ospitava lo storico
quartiere popolare di Zangoetin, giudicato “degradato” dal
punto di vista materiale e sociale, è oggi vuota e abbando-
nata ed è una delle più pericolose del centro della capitale
burkinabé.
Infine, un ultimo elemento di riflessione concerne il
fatto che nei nuovi quartieri residenziali vediamo mate-
rializzarsi un modello di società – ancora in fieri e poten-
zialmente soggetto a inversioni – fondato su una crescente
polarizzazione sociale. Il punto di partenza è lo stretto rap-
porto esistente tra sviluppo immobiliare e affermazione di
una nuova élite sociale, economica e politica, esito della re-
cente crescita economica africana. In linea generale, infatti,
esiste una forte relazione tra la presenza e l’azione di leader
del mondo politico, ma anche del settore privato, della so-
cietà civile e delle istituzioni nazionali e internazionali e la
trasformazione degli spazi urbani (D’Alessandro - Léautier
2016). Questi leader svolgono un ruolo chiave nella trasfor-
164 mazione di molti territori, a diverse scale, ma il loro lavoro,
la loro vita e la loro relazione simbolica con gli spazi sono
eminentemente urbani. Questo nesso tra affermazione di
una élite emergente e trasformazione delle città appare
particolarmente forte nell’Africa contemporanea, dove i
gruppi sociali più deboli sono scarsamente considerati nel-
la pianificazione urbanistica ufficiale, e pone interrogativi
rilevanti sul futuro sviluppo delle città africane.
Da una parte, infatti, assistiamo a una «secessione dei
ricchi» (Sdi 2011), che si separano dalla città tradizionale,
dirottando investimenti pubblici e privati verso nuove città
satellite; dall’altra viene operata una sistematica espulsione
delle classi più povere che ostacolano con la loro presenza
l’affermazione di un’immagine moderna e vincente delle
città africane. Uno sviluppo urbano così polarizzato rap-
presenta un rischio per il futuro delle città africane, poiché
tende a consolidare la segregazione socio-spaziale che le
caratterizza, sin dai tempi della colonizzazione, vanificando
i processi di ricomposizione avviati negli ultimi decenni.
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L’Africa della città Building Accra. Stories of development from a
Urban Africa West African City
Arturo Pavani

1. Introduction 167
Accra is a particular city in West Africa, being the capital of
Ghana, the second state after Cape Verde with the longest
period of uninterrupted democracy in the region, dating
back to 1992. From 2007 to 2014, the country has seen great
GDP growth, both thanks to the discovery of oil on its coast
and its strategic role for business in the region. This led to
a new wave of urban development, with a number of inter-
national companies looking for office space in Accra. Since
2014, the fall in commodity prices and some controversial
economic policies led to the devaluation of the local cur-
rency, the Ghana Cedi, which lost almost 44 per cent of its
value from January 2014 to May 2015. This almost drove the
economy to a halt, and with it, Accra’s urban development.
Accra’s case has been chosen for this research because of
its specific controversy in the fact that it represents at the
same time an example of the possibilities that any of the
other countries in the region have in terms of political sta-
bility, and a cautionary tale about the economic volatility
that might persist despite this encouraging premises in the
absence of a careful management of the country’s resources
and financial policies.
Arturo Accra’s urban development well symbolizes its being at
Pavani the same time global, a place where multinational companies
and international businesses seek to establish themselves,
and local, as the process to achieve this remains subject to
very specific local traits. This paper’s goal is to show both of
these sides through the narratives of the people who have
participated in its construction at different scales.

2. Accra Airport City


The research investigates how the recent economic have af-
fected the urban environment through the case study of the
city’s latest business district, Accra Airport City. The primary
sources are the stories of a selection of people who contrib-
uted to such development, as architects, contractors or real
estate developers.
Airport city is only but the latest of the city’s business dis-
tricts, which were first located around the port and High
Street, which followed the coastline, connecting the com-
mercial Osu, with the historical area of Jamestown. Towards
the end of colonial times, the increasing need for both res-
168 idential and commercial real estate led to the expansion of
the Ridge area north of the port, whose commercial activities

Fig. 1.
Airport City
Construction.
Illustration by
Alberto Minero
and Arturo Pavani
Building Accra. had in the meantime been transferred to the nearby city of
Stories of
development Tema. The proximity with the Ministry area, where the bulk
from a of government buildings are still located, characterized the
West African City
  Ridge as one of the prime destinations for business in the
city. Nonetheless, the radial expansion of the city resulted
in the development of most of the wealthy residential areas
on the outskirts of historical Accra. Commuting times in-
creased considerably for the new generation of businessmen
and expats, that were not based in the traditional residential
neighborhoods of Ridge and Labone. As maritime traffic was
transferred to Tema, the airport became the hub for the city’s
international connections, its location being strategic also
thanks to the proximity with the highway that connects it to
the rest of the coast.
Airport city’s development began in correspondence with
the country’s economic boom in 2007, which was the result of
a combination of factors. The main one being the country’s
discovery of crude on its shores, but also the deterioration
of the political situation in Ivory Coast, which forced many
investors and companies to relocate elsewhere in the region,
169
turned Ghana in the destination of choice, promptly increas-
ing the demand for quality commercial real estate.
The area was strategically located in direct vicinity of
the airport, and the newly built residential areas of Airport
residential and East Legon, and in a context traditionally
plagued by infrastructural issues, provided a clean slate to
plan and develop a completely new business district. Between
2007 and 2014, up to 20 new developments were planned
and built, including three hotels, one shopping mall and a
number of commercial buildings.
Its development symbolized the beginning of a new era
for Accra and Ghana, in which they both consolidated their
position at global level both as an economic player and as
destination for international businesses, but was not with-
out issues. Circulation and accesses suffered from the lack
of regulations for public space and infrastructure (or their
application), resulting in narrow streets, with almost non-ex-
isting sidewalks and no public parking space. Entire portions
of public streets were privatized and closed for circulation,
limiting access to the area and exacerbating the already prob-
lematic traffic situation, which surrounded the district.
Fig. 2.-
Airport City.
Illustration by
Alberto Minero
and Arturo Pavani

170 The story of Airport City is the story of a possibility, a chance


for the city to show a different side to urban development in
West Africa. It would be entirely pointless to discuss its story
in terms of success or failure, and to study it only in terms of
the urban and architectural forms that it produced, therefore
this research, in line with the approach adopted by a num-
ber of other scholars studying African urban development
such as Pieterse, Simone, and Myers, chose to let it “speak”
through the stories of the practices that have led to its current
shape (Myers 2011; Pieterse - Simone 2013).

3. Airport City
Airport City is an area of 190.000 square meters next to Accra
Kotoka Airport, which includes 24 completed commercial
buildings, 2 hotels, plus 4 that are currently undergoing con-
struction. In 2007 there were 3 commercial buildings. The
average rent price is about 37 $ per square meter1, well above
the regional average but still on an entirely different league
when compared to Lagos’ 950 $/sqm2 (Omidire 2015).

1. Grade A, serviced.
2. Circa.
Building Accra. There are only two streets into Airport City, and both face
Stories of
development the heavily-trafficked Airport Bypass Road. Other accesses
from a might have been in the initial plans, but seem to have been
West African City
  subsequently sold to private developers, limiting the access
to the area. People are forced to gymkhana through the pri-
vate parking lots to access the area by foot, often carving new
paths across the sparse green areas that have been left on its
boundaries.
Consequently to the recent economic stall, some con-
struction works have slowed down their operations, and
the once-booming market now seems to be losing ground
with decreasing rent prices and potential clients pushing for
better deals, thanks to the new balance which offers higher
quality spaces at lesser prices. Average rent prices have fell
by about 2/3 $/sqm between 2014 and 2015, but data shows
that grade A developments have shown the least decrease in
their value (Broll).

171

Fig. 3.
One Airport
Square.
Illustration by
Alberto Minero
and Arturo Pavani

In Airport City, one building stands out from the rest. It is


One Airport Square (OAS), the first energy certified building
in West Africa, designed by Italian architect Mario Cucinella.
Carlo Matta is the person behind the development of OAS
as CEO of Laurus Development Partners, a company that
he established a few years ago, and that chose Accra as its
base to operate across the region. With OAS, his goal was
to show that it is possible to bring higher standards into the
local commercial market, with higher safety standards and
Arturo energy performance, but also in terms of architecture and
Pavani relationship with public space.
Such ambitious goals were not easy to achieve, given the
challenges that the local context presented in terms of lim-
itations of local materials, skills and infrastructure. In ad-
dition to this, there are a number of non-written laws that
one must understand before entering this type of market,
from the very beginning of the operation, the acquisition
of the land, to its financial planning, every step somehow
resembles the process as established in Western countries,
but is slightly different. That little difference can be the
determining factor between the success and the failure of
a project. The case of land is exemplary in that sense, as
legislation about land ownership is very complex in Ghana,
with multiple authorities governing it rights and the rela-
tively widespread practice of forgery of land ownership doc-
uments (Quarcoopome 1992; Sittie 2006; Thurman 2010).
As Mr. Matta explains, it is therefore recommendable to
either have personal connections ensuring the credibility
172 of the seller, or verifying that the land has been already sold
and acquired a number of times in the past without legal is-
sues, before making a purchase. During the development of
One Airport Square, another issue was represented by the
absence of a local bill of quantities3, which made it extreme-
ly difficult for the developer to keep track of the costs of the
project. It was only thanks to the close collaboration with
local contractor Micheletti, and its Nigerian-born construc-
tion manager, Jimmy Castagna, that they were ultimately
able to get an idea of the “real” costs of the operation and
its feasibility.
As Mr. Castagna explains, in addition to the local availa-
bility of construction materials, «one must take into account
the fact that electricity might not be always working, or that
streets might not be wide enough to transport large equip-
ment. And even in the case that they are large enough, one
should know what street it is exactly that we are talking
about, because there might be cables hanging above it, or
traffic jams at specific times of day, which would slow down

3. A document listing all the necessary construction materials, their quantities and cost.
Building Accra. the process with considerable effects on its schedule and
Stories of
development costs».
from a Knowledge of the local environment is essential, as well
West African City
  as an efficient communication between the different actors.
Before beginning any design, architects, developers and lo-
cal contractors should meet and discuss about the goals of
the operation and its feasibility, in terms of technology, time
schedule and costs.
But architecture and urban development do not stop
at technological and economic efficiency. Local architect
Joe Addo is vocal about the need to engage with the local
identity of the city, avoiding the “cut and paste” style of con-
temporary business districts. «West-inspired office buildings
dominate the landscape, they are copied but not adapted
in any way to the local conditions». He also advocates about
the importance of local small businesses and their preser-
vation within the urban environment. In Airport City, local
businessmen and all the offices’ staff regularly utilize the
services of street vendors and sellers, who serve food, but al-
so give other service like washing cars and delivering items.
«My proposal is to integrate rather than forbid these activi- 173
ties, especially in symbolic areas like airport city, since there
is economic value in them, and I am confident that even if
the government might not realize it right now, private de-
velopers will». In a context where the decision whether to
sacrifice some precious private land to the public space still
depends largely on private developers, this is a big question.
Nonetheless, developments like OAS, show that it is possi-
ble to adopt a different path, and that it doesn’t necessarily
imply a reduction in the revenues.
It will be interesting to see how Airport City’s story will
unfold in the next few years. Prominent actors such as An-
thony Lewis, head of Sub-Saharan Africa capital markets at
JLL, argue that the current geo-political instability of some
regions and the decrease in commodity prices, will mostly
expose developers that have built poorly conceived and un-
sustainable products, and that therefore the real potential
for this market lies in the recognition of its long-term value
(Lewis 2016).
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L’Africa della città Identità, conflitti e nuove solidarietà urbane a Conakry
Urban Africa Ester Botta Somparé, Abdoulaye Wotem Somparé

1. Introduzione 175
La capitale della Guinea, Conakry, che secondo Odile Georg
(1985) nel 1885 era un villaggio abitato da circa 300 perso-
ne, è diventata in 130 anni un’agglomerazione urbana di
circa 3 milioni di abitanti. Situata su una penisola protesa
nell’Oceano Atlantico, questa città lunga e stretta si estende
dalla costa verso l’interno per 36 chilometri. Attualmente,
Conakry si presenta come un mosaico eterogeneo di etnie e
gruppi sociali con condizioni di vita e di lavoro assai dispa-
rate, un insediamento in cui quartieri estremamente poveri
si contrappongono ad altri ostentatamente ricchi, in cui le
disuguaglianze sociali e l’esasperazione delle identità etniche
producono costanti tensioni e occasionali conflitti. La geo-
grafia etnica della Guinea è iscritta nello spazio urbano: i tre
principali gruppi etnici del Paese, i Soussou, i Peul e i Malin-
ké, si sono insediati in aree distinte della città, formando vasti
quartieri omogenei. Qui, in una situazione di coabitazione
con altre popolazioni, l’identità etnica (e talvolta religiosa)
si è rafforzata e costruita in opposizione a quella dei vicini,
in armonia con le interpretazioni di Fredrik Barth (1969)
sull’etnicità nelle zone di frontiera. Nel contempo, le pro-
teste e le rivendicazioni, pur essendo quasi sempre espresse
Ester B. Somparé in nome dell’identità etnica, hanno anche un fondamento
Abdoulaye W. Somparé sociale, nascono da sentimenti di abbandono, ingiustizia e
frustrazione degli abitanti di alcuni quartieri verso lo Stato e
la sua classe dirigente. Al vertice della stratificazione sociale
nel contesto urbano, si trovano gli alti funzionari e i grandi
commercianti, insieme ai migranti guineani che si sono arric-
chiti all’estero. I membri di queste categorie vivono in zone
residenziali, oppure costruiscono le loro eleganti abitazioni
nel mezzo di quartieri popolari abitati da funzionari, operai,
piccoli commercianti. Tuttavia, queste disuguaglianze socia-
li si sviluppano in un contesto in cui le solidarietà verticali
in seno alla famiglia, al villaggio o all’etnia di appartenenza
sono più forti delle solidarietà orizzontali tra individui che
condividono le medesime condizioni di vita e di lavoro. (Ma-
rie 2003). Per questo, è impossibile parlare dell’esistenza di
una coscienza di classe: le tensioni urbane non assumono
quasi mai la forma di un conflitto di classe tra ricchi e poveri,
perlomeno non apertamente. L’etnicità rimane la principale
espressione, il calderone in cui convogliano collere e fru-
strazioni legate a processi di emarginazione ed esclusione
176
urbana.
Conakry, tuttavia, è anche una città in cui l’assenza o la
scarsità di servizi forniti dallo stato, a cominciare dall’acqua
potabile e dall’elettricità, impongono ai cittadini l’adozione
di soluzioni private o comunitarie che spesso presuppon-
gono la nascita di nuove solidarietà urbane, in risposta ai
problemi concreti della quotidianità. Il nostro obiettivo, in
questa comunicazione, è di tentare di cogliere e descrivere
le dinamiche generate dalla coesistenza di gruppi etnici e so-
ciali differenti, che si rapportano tra loro talvolta in maniera
conflittuale, talaltra all’insegna della solidarietà. La nostra
ipotesi è che l’espansione rapida e sregolata di Conakry ha
generato delle disuguaglianze sociali rafforzando nel con-
tempo le identità etniche. Il processo di urbanizzazione di
Conakry è anche una storia di arricchimento e pauperizza-
zione, di appropriazione ed espropriazione fondiaria. In un
contesto di mancata applicazione del piano regolatore, gli
individui si sono appropriati dello spazio urbano in funzione
dei loro mezzi economici e della loro appartenenza etnica,
tutti spinti dal desiderio di acquisire un terreno e costruirsi
una casa, luogo dove vivere ma anche simbolo di realizzazio-
Identità ne personale. È dunque importante ripercorrere le tappe
conflitti
e nuove principali dell’espansione di Conakry, per poi metterle in
solidarietà relazione con le dinamiche attuali conseguenti all’occupa-
a Conakry
  zione dello spazio urbano.

2. Contadini divenuti cittadini: i primi abitanti di Conakry


Conakry, divenuta nel 1890 la capitale della colonia delle
Rivières du Sud, era inizialmente abitata dalle popolazio-
ni baga, dedite alla pesca, all’agricoltura e alla produzione
del vino di palma. Successivamente, la necessità di costrui-
re gli edifici e le infrastrutture della capitale coloniale atti-
rò a Conakry una manodopera proveniente dal Senegal e
dalla Sierra Leone, ma anche molti abitanti soussou della
Guinea Marittima, la regione intorno alla capitale. Le popo-
lazioni autoctone, proprietarie della terra, comprendevano
con difficoltà il processo di trasformazione dei loro villaggi
in capitale: esse cedettero quindi con facilità i loro terreni,
preferendo donare ai nuovi abitanti parcelle situate in una
posizione più interna, senza un accesso diretto sul mare. I
pescatori e i contadini baga conservarono invece per se stessi
177
le spiagge e i terreni situati nelle immediate vicinanze della
costa, ricchi di palme e strategici per la loro economia. In
quest’epoca, per ottenere delle terre dalle popolazioni autoc-
tone di Conakry, era sufficiente pagare un prezzo simbolico,
oppure semplicemente presentare delle noci di cola in segno
di rispetto, secondo le regole tradizionali dell’accoglienza e
dell’integrazione degli stranieri in un nuovo villaggio. Gli
abitanti dei villaggi baga oggi assorbiti da Conakry, erano, in
genere, contenti di accogliere i nuovi arrivati, che permet-
tevano loro di uscire da un lungo isolamento: attraverso il
dono o il prestito delle terre e gli scambi matrimoniali, Sous-
sou e Baga si mescolarono, fino a confondersi anche da un
punto di vista linguistico. Ai giorni nostri, i Baga di Conakry
parlano soussou e si identificano con questo gruppo etnico,
maggioritario nella capitale. Secondo diverse testimonianze,
i Baga si limitavano a lanciare un sasso per delimitare l’esten-
sione del territorio da donare a uno straniero. Era possibile,
però, che i nuovi arrivati ottenessero, in un secondo tempo,
un’ulteriore parcella, spiegando che avevano bisogno di più
spazio per coltivare, anche in relazione alla necessità di ope-
rare una rotazione dei terreni, lasciandone alcuni a maggese.
Ester B. Somparé L’agricoltura estensiva ha dunque favorito l’occupazione e
Abdoulaye W. Somparé l’appropriazione dei terreni, talvolta anche in seguito a pre-
stiti trasformatisi, nel corso delle generazioni, in una cessione
delle terre a tutti gli effetti.
Il processo di espropriazione della terra, iniziato nel perio-
do coloniale, continuò durante il regime socialista di Sékou
Touré, che condusse la Guinea all’indipendenza attraverso
una brutale rottura dei rapporti con la Francia. L’espansione
di Conakry verso l’interno provocò la progressiva incorpora-
zione dei villaggi costieri baga nel tessuto urbano. La neonata
Repubblica di Guinea doveva dotarsi di nuove infrastruttu-
re e, per farlo, si appropriò di vaste porzioni del territorio,
destinandole a usi svariati, dalla costruzione dell’aeroporto
all’edificazione di nuovi campi militari, di ministeri, dell’uni-
versità. Nel contempo, una nascente classe dirigente, formata
da alti funzionari, diplomatici, militari, iniziò a ottenere delle
parcelle nella parte occidentale della città, dove vennero co-
struiti edifici eleganti. Il processo di espropriazione si amplifi-
cò però soprattutto durante la Seconda Repubblica, a partire
dal 1984, con la liberalizzazione dell’economia. I Soussou e i
178
Baga, che non erano dediti al commercio, a differenza di altri
gruppi etnici, come i Peul o i Malinké, persero rapidamente
il loro potere d’acquisto, si impoverirono fino a rivendere le
loro terre a individui facoltosi, arricchitisi rapidamente grazie
alle attività commerciali e all’accesso alle risorse dello stato
in un contesto di corruzione.
Ai giorni nostri, le minoranze baga insediate lungo le co-
ste di Conakry, ma anche i primi abitanti soussou, hanno dif-
ficoltà crescenti a integrarsi nell’economia urbana, di fronte
al declino delle loro attività economiche abituali, alla diminu-
zione del numero e delle dimensioni dei porti dei pescatori
e all’abbandono dell’agricoltura, resa difficile, o addirittura
impossibile, dalla trasformazione del villaggio in città. Per
sopravvivere in città, i discendenti delle popolazioni autoc-
tone di Conakry hanno dovuto trovare attività economiche
alternative. Le donne soussou allestiscono spesso bancarelle
in cui vendono frutta, verdura, pesce o preparazioni culina-
rie, come patate o banane fritte, o anche pasti a base di riso,
mentre gli uomini lavorano saltuariamente come manovali,
imbianchini o muratori, con lunghi periodi di disoccupa-
zione tra un contratto e l’altro. I Baga, invece, si occupano
Identità prevalentemente della produzione del sale e del legno delle
conflitti
e nuove mangrovie, utilizzato per la cucina. In tali circostanze, in cui
solidarietà le attività economiche garantiscono appena la mera sussisten-
a Conakry
  za, l’unico capitale è tuttora rappresentato dalle rare parcelle
di terra che non sono ancora state vendute o cedute. È dun-
que assai forte, per le famiglie appartenenti a queste mino-
ranze pauperizzate, la tentazione di vendere le ultime terre
in loro possesso, continuando magari a vivere in una piccola
abitazione, ai margini del terreno su cui è stato costruito un
grande albergo, un’elegante villa o un complesso sportivo.
Il denaro proveniente da tali vendite è spesso usato come
fondo per un’attività commerciale, oppure semplicemente
speso in modo da garantire, per qualche anno, una vita mi-
gliore alla famiglia. Spesso, questi soldi possono anche essere
utilizzati per finanziare progetti dall’esito incerto, come un
tentativo di emigrazione in Europa: si tratta, in ogni caso,
di un piccolo capitale che, quando non è reinvestito, perde
rapidamente valore a causa dell’inflazione e non riesce dun-
que a migliorare in maniera duratura le condizioni di vita
del gruppo domestico.
179
Inoltre, in una città priva di rete fognaria, i quartieri più
vicini alle coste pullulano di discariche improvvisate e sono
inquinati dall’immondizia di tutta la città, che l’acqua porta
con sé, soprattutto durante la stagione delle piogge. Pertan-
to, i discendenti dei primi abitanti di Conakry vivono spesso
in un ambiente sfavorevole e insalubre, in cui l’aspetto mise-
rabile delle abitazioni e la prossimità con i rifiuti contribui-
scono all’emarginazione sociale e all’esclusione.

3. Pastori divenuti commercianti: l’emigrazione dei Peul


verso Conakry
Se la cessione delle terre dei primi abitanti baga e soussou
spiega, in parte, le loro condizioni di vita attuali, il passaggio,
nel 1984, da un regime socialista al regime liberale e filoame-
ricano di Lansana Conté ci permette di comprendere meglio
i cambiamenti che hanno avuto luogo a Conakry grazie al
graduale avvio di attività commerciali, fortemente limitate
durante la Prima Repubblica. A metà degli anni Ottanta,
molti allevatori peul, provenienti dalle montagne del Futa
Djallon, furono attratti dalla prospettiva di diventare com-
mercianti, seguendo l’esempio di qualche pioniere che, negli
Ester B. Somparé anni Settanta, aveva già intrapreso questo percorso. Questi
Abdoulaye W. Somparé migranti urbani si insediarono, di preferenza, sull’altopiano
arido e accidentato che sorge tra le due coste della peniso-
la di Conakry, lontano dal mare. Il mondo sociale dei com-
mercianti guineani, per riprendere l’espressione di Daniel
Bertaux (1997), è organizzato secondo una rigida gerarchia:
per integrarvisi, è necessario accettare di partire dai gradini
più bassi, armandosi di umiltà e di pazienza. I giovani pastori
peul che, a Conakry, si improvvisano commercianti, accet-
tano inizialmente di lavorare come lustrascarpe o venditori
ambulanti, per allestire poi una bancarella lungo una strada
o al mercato. È così che, qualche tempo dopo, possono cer-
care di diventare proprietari o co-proprietari di un piccolo
negozio da cui, se sono abili e fortunati, passeranno a gestire
grandi empori nei mercati principali della città, per arrivare
infine, in qualche caso, a occuparsi delle importazioni e del-
le esportazioni, grazie alla protezione delle autorità statali.
Durante la Seconda Repubblica, vi è in effetti un’alleanza
tra alti funzionari e grandi commercianti che ha già attratto
l’attenzione di autori quali Agnès Lambert (1991) o Alain
180
Morice (1987). Queste due categorie sociali formano una co-
alizione per difendere i propri interessi: i funzionari statali si-
tuati in posizioni strategiche possono offrire ai commercianti
contratti relativi all’importazione del riso o delle automobili,
esonerandoli anche da tasse e dazi doganali, in cambio di
tangenti. Grazie a tali pratiche, grandi commercianti e alti
funzionari hanno un livello di vita molto più elevato del resto
della popolazione e adottano uno stile di vita simile, fatto
di abitazioni e automobili lussuose, costose scuole private
per i figli, viaggi all’estero, frequentazione di luoghi di svago
esclusivi. In particolare, queste categorie sociali si insediano
di preferenza nella parte occidentale di Conakry, costruendo
edifici per se stessi o destinati all’affitto, oppure lanciandosi
nella speculazione, acquistando terreni per rivenderli qual-
che anno più tardi a un prezzo molto maggiorato a causa
dell’elevato tasso di inflazione (Somparé 2015).
Nel processo di mobilità sociale dei commercianti, i rap-
porti di parentela rivestono un ruolo fondamentale: colo-
ro che riescono, per esempio, a diventare proprietari di un
grande negozio, fanno appello a parenti di origine rurale
per gestire la piccola drogheria o le bancarelle che hanno
Identità avviato durante il loro percorso di mobilità sociale. Questo
conflitti
e nuove processo alimenta un flusso migratorio verso la capitale che
solidarietà si concentra in alcuni quartieri, interamente abitati dall’etnia
a Conakry
  peul, dove gli abitanti dello stesso villaggio decidono di vivere
gli uni accanto agli altri, donando perfino al loro quartiere il
nome del piccolo paese che hanno lasciato per emigrare in
città. Troviamo dunque i quartieri di Hamdallaye, di Kosa, di
Bambeto: sono tutti toponimi di villaggi del Fouta Djallon,
la regione della Guinea abitata dai Peul, che si insediano in
zone di Conakry di difficile accesso, prive di infrastrutture e
servizi basilari, con poche scuole e dispensari. L’isolamento,
la necessità di provvedere in modo autonomo all’approvvi-
gionamento di acqua ed elettricità e di risolvere insieme i
problemi della quotidianità hanno rafforzato l’identità etnica
peul, rendendo questi quartieri particolarmente sensibili ai
discorsi dell’islamismo radicale, che trova terreno fertile nel
sentimento diffuso di essere stati abbandonati dallo stato.
Questi quartieri sono scherzosamente noti a Conakry come
“la via del male” (axe du mal), per la grande frequenza degli
scioperi, delle serrate, delle manifestazioni talvolta violente
181
con cui gli abitanti, e in particolare i giovani, manifestano il
loro scontento. Tali sommosse, durante le quali le persone di
altre etnie, e in particolare i Malinké, non sono bene accetti
nei quartieri peul, devono essere situati in un contesto in
cui il comunitarismo urbano si intreccia con una situazione
politica dove i partiti hanno una base etnica piuttosto che
sociale. I Peul che vivono in queste zone si identificano for-
temente con il partito dell’opposizione guidato da Cellou
Dalen Diallo, avversario del presidente malinké Alpha Condé
durante le ultime due elezioni presidenziali. La massiccia
partecipazione degli abitanti alle manifestazioni contro i go-
verni successivi della Guinea dipende da diversi fattori, fra
cui domina la frustrazione per il fatto che la Guinea non ab-
bia mai avuto un presidente peul. Vi è inoltre una memoria
storica propria a questo gruppo, basata sull’idea che i Peul
sono stati le principali vittime dei regimi successivi della Gui-
nea, a cominciare dal governo autoritario di Sékou Touré,
che ha perseguitato molti membri dell’élite di questa etnia.
Come si diceva nell’introduzione, le rivendicazioni fondate
sull’appartenenza etnica hanno però anche un fondamento
sociale ed economico. È come se vi fosse una doppia fru-
Ester B. Somparé strazione, la sensazione di essere negletti e trascurati dallo
Abdoulaye W. Somparé stato in quanto poveri e in quanto Peul, in un contesto in
cui è diffusa l’opinione che la classe dirigente favorisca solo
i membri del proprio gruppo etnico, senza un vero interesse
per le condizioni di vita dei cittadini in generale.

4. Nuovi quartieri, nuove solidarietà


Attualmente, Conakry continua a espandersi verso l’interno,
sicché è possibile pensare che nei prossimi anni la città finirà
per inglobare le cittadine di Dubreka e di Coyah, dove gli
abitanti della capitale stanno attualmente acquistando nuo-
vi terreni. L’occupazione di nuovi quartieri periferici, privi
di infrastrutture e servizi, produce nuove dinamiche sociali,
interessanti per cogliere «il sociale ed il culturale nella loro
genesi» (Balandier 1955) Se, nei quartieri peul situati sull’al-
topiano, l’assenza di servizi determina un sentimento di ab-
bandono da parte dello stato che rafforza l’identità etnica,
nelle zone periferiche della città si possono incontrare spes-
so quartieri più eterogenei, dove nascono nuove solidarietà
legate alla necessità di fronteggiare i problemi quotidiani.
182
In tali zone, le persone più agiate sono spesso all’origine di
iniziative private, per esempio la decisione di asfaltare una
strada, di creare collegamenti alla rete elettrica, di scavare
pozzi e installare rubinetti pubblici. Sebbene in questi quar-
tieri vi siano pochissime scuole pubbliche, nessun dispen-
sario o ospedale, le scuole e le cliniche private sono molto
numerose, come se gli abitanti cercassero di colmare in ogni
modo l’assenza dello stato. Benché le iniziative private deri-
vino soprattutto dal desiderio delle famiglie più agiate di mi-
gliorare le proprie condizioni di vita, anche gli altri abitanti
del quartiere possono approfittarne, per esempio riunendosi
la sera nelle case di chi possiede un generatore di corrente,
utilizzando un pozzo o beneficiando di una strada asfaltata.
Si creano così dei rapporti di solidarietà e di dipendenza,
delle relazioni tra grands e petits che non dipendono dall’età
biologica, ma dalla capacità di soddisfare i propri bisogni e
poter venire in aiuto degli altri, diventando nel contempo un
notabile del quartiere. Intorno alle famiglie più agiate gravita
infatti una piccola corte, fatta di manovali, giovani studenti,
donne in cerca di piccoli lavori. È importante sottolineare
anche che il vuoto lasciato dallo stato è, in alcuni quartieri,
Identità parzialmente colmato dalle iniziative di gruppi religiosi pro-
conflitti
e nuove venienti dall’estero, che si impegnano soprattutto nell’edi-
solidarietà ficazione delle moschee e promuovono, nel contempo, una
a Conakry
  visione più radicale dell’Islam.
Vi sono tuttavia, in periferia e altrove, altre forme di ag-
gregazione e solidarietà urbana che prescindono dall’etnici-
tà, come le associazioni di giovani e di donne, più o meno
istituzionalizzate. Questi gruppi cercano di operare per il be-
nessere collettivo degli abitanti del quartiere, funzionando
anche, come abbiamo potuto notare durante l’epidemia di
ebola, come luoghi di scambio di informazioni e formazione
dell’opinione pubblica. In periferia, i giovani sono particolar-
mente attivi nella difesa della sicurezza dei quartieri, spesso
minacciati dalla criminalità, attraverso l’organizzazione di
pattuglie di sorveglianza. Queste azioni traducono il loro
forte attaccamento e l’identificazione al luogo dove risiedo-
no, ma l’osservazione delle manifestazioni e delle proteste,
in cui si fanno portavoce delle esigenze del loro quartiere,
è rivelatrice di una visione molto ristretta, che denuncia i
problemi locali senza prendere però coscienza del fatto che
183
anche altre aree urbane condividono le medesime difficol-
tà. Un esempio tipico, che riguarda quasi tutti i quartieri di
Conakry, è rappresentato dall’abitudine di bloccare l’accesso
alle strade non asfaltate, dove il passaggio dei veicoli provoca
il sollevamento di una polvere rossa e ferrosa, dannosa per
la salute. Barricandosi dietro grosse pietre, i giovani impe-
discono alle macchine di passare, dirottando il problema
verso qualche strada più in là, in un quartiere diverso, che
dovrà confrontarsi con le stesse problematiche. Un secondo
esempio riguarda la rivendicazione di spazi per la gioventù
in aree urbane dove tutti i terreni appartengono ai privati: i
giovani invadono allora la strada, che si trasforma in campo
da calcio, oppure luogo di cerimonie e spettacoli musicali. Il
presidente guineano Alpha Condé ha recentemente aperto,
a Conakry, delle “case dei giovani”, in risposta a questa do-
manda di spazi di aggregazione e svago. Le rivendicazioni,
talvolta espresse anche con violenza, per esempio attraverso
sassaiole, assumono quasi sempre le caratteristiche di movi-
menti Nimby (Not In My Back Yard), che si limitano a rifiuta-
re iniziative o situazioni ritenute dannose per gli abitanti del
quartiere, senza però articolare le loro esigenze con quelle di
Ester B. Somparé altre aree urbane, permettendo una visione più completa del
Abdoulaye W. Somparé problema. Nasce dunque l’idea di un “quartiere-fortezza” da
difendere, incuranti di ciò che avviene all’esterno; durante
l’epidemia di ebola, per esempio, gli operatori impegnati
nelle sensibilizzazioni si sono spesso confrontati con affer-
mazioni del tipo: «Ebola non esiste nel nostro quartiere!
E se trovate dei casi, è qualcuno venuto da fuori che l’ha
portata!». Questa concezione, che domina le nuove identità
urbane, rappresenta a nostro avviso, insieme all’importanza
delle solidarietà verticali in seno alle famiglie e alle comunità,
uno degli ostacoli che si oppongono alla formazione di una
società civile nella capitale guineana.

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africain: l’exemple des villes minières et ouvrières de Guinée,
«Méthod(e)s», 1, 1-2, pp. 59-72.
L’Africa della città Dinamiche di auto-organizzazione dello spazio urbano e
Urban Africa di autocostruzione negli slum di Freetown, Sierra Leone
Federico Monica

1. Freetown, storia di una città anomala 185

1.1. Le origini della città libera


Il primo europeo a sbarcare sulla penisola su cui oggi sorge
Freetown fu il navigatore portoghese Pedro da Cintra nel
1462, il quale vi scoprì una fonte d’acqua dolce; da quel mo-
mento il luogo divenne un importante scalo per l’approv-
vigionamento di acqua, cibo e legname per le navi dirette
nelle Indie.
La leggenda vuole che il capitano scambiasse il rombo
dei tuoni proveniente dalle alture circostanti la baia come
ruggiti di leoni, nominando il luogo Serra Lèoa, in seguito
italianizzato in Sierra Leone da un ignoto cartografo.
A soli vent’anni di distanza, nel 1482, venne costruito un
piccolo forte di presidio su un’isola della baia e già dal 1562
è documentata la presenza di schiavisti portoghesi e inglesi.
È solo verso il 1750 che la storia della Sierra Leone inizia
a intrecciarsi a doppio filo con l’Impero britannico.
A Londra iniziarono infatti a svilupparsi gruppi di ispira-
zione anglicana a sostegno dell’uguaglianza di tutti gli uo-
mini e dell’abolizione della schiavitù, il principale dei quali,
fondato dal filantropo Granville Sharp, riuscì a mobilitare
Federico fortemente l’opinione pubblica inglese, ottenendo una con-
Monica cessione per il rimpatrio in Africa occidentale di oltre 15.000
schiavi liberati residenti a Londra.
Il 10 maggio 1787 giunse sulle coste della penisola di Free-
town una nave della Società Abolizionista con un equipaggio
composto da circa 370 schiavi liberati, venti artigiani di va-
rie specializzazioni, cinque medici, un architetto, un pasto-
re anglicano, un necroforo, alcuni dirigenti della società e
una quarantina di prostitute inglesi imbarcate con l’inganno
(Alie 1990).
L’ammiraglio Thompson, comandante della spedizione,
acquistò l’intera penisola dal capo locale King Tom al prezzo
di 59 pound e alcune casse di rum; in tutto un’area di 16
chilometri per 32 su cui già si trovavano un fortilizio e uno
scalo navale costruiti dai portoghesi per il carico degli schiavi.
Il primo villaggio di fortuna in cui si stabilirono gli schiavi
liberati fu chiamato “Granville Town” in onore di Sharp; da
subito si tentò di organizzare razionalmente l’insediamento
stabilendo un modello di città abbastanza flessibile per poter
186 espandersi a seconda delle necessità.
Nonostante gli alti principi ispiratori le sorti di questo
primo utopico tentativo risultarono infauste: già dopo pochi
mesi dallo sbarco oltre 150 nuovi abitanti restarono vittime
della malaria o di altre malattie tropicali; a ciò si aggiunse
il rapporto non idilliaco con le popolazioni native che, nel
1789, attaccarono e bruciarono il villaggio.
1.2. Lo sviluppo policentrico
Soltanto nel 1792 i cinquanta superstiti della prima spedi-
zione vennero raggiunti da 1200 ex-schiavi provenienti dalla
Nova Scotia (Canada) reduci della guerra d’Indipendenza
americana.
Nel 1808 la schiavitù fu dichiarata illegale in tutte le zone
dell’Impero Britannico e venne inoltre istituito un battaglio-
ne navale (Royal Navy’s West African Squadron) per pattu-
gliare le coste africane nel tentativo di contrastare la tratta.
Nello stesso anno la Gran Bretagna dichiarò l’area di Fre-
etown una colonia britannica a tutti gli effetti, anche al fine
di esplorarne le risorse minerarie e naturali per uno sfrut-
tamento più intensivo. Da allora, grazie alle numerose navi
intercettate, la popolazione della città iniziò a crescere velo-
Dinamiche cemente così che dai 2000 abitanti censiti nel 1807 si passò
di auto-organizzazione
dello spazio urbano a oltre 11.000 nel 1825.
e di autocostruzione In questo periodo vennero fondati numerosi nuovi piccoli
negli slum
di Freetown villaggi nei dintorni del nucleo originario: gli schiavi liberati
provenienti da vari paesi dell’Africa occidentale tendevano a
riunirsi in insediamenti separati in cui praticare la lingua e le
tradizioni dei luoghi d’origine; molte di queste località han-
no oggi dato nome a sobborghi della capitale come Congo
Town, Bambara Spring, Fulah Town o Kossoh Town.
Questa particolare genesi determina l’unicità di Freetown
rispetto alle altre capitali del continente; essa è infatti forma-
ta su uno schema urbano policentrico ancora oggi parzial-
mente leggibile in cui Igbo, Yoruba, Bambara, Giamaicani e
innumerevoli altri popoli hanno convissuto pacificamente
dando vita alla cultura e alla lingua franca detta Krio.
Tale straordinario mosaico etnico, che rende la città un
esempio forse ineguagliato di multiculturalità preglobalizza-
zione, è testimoniato da una ricerca del 1850 che identifica
fra gli ex schiavi residenti, l’utilizzo di oltre duecento lingue
diverse su una popolazione stimata di circa 25.000 abitanti
(Butt-Thompson 1926). 187
Ulteriori caratteristiche degne di nota riguardano il si-
stema sociale di non segregazione razziale e la conseguente
percezione collettiva della città non come espressione tangi-
bile del potere bianco, bensì come il luogo in cui fu possibile

Fig. 1.
Freetown in
una cartolina
d’epoca, si notino
le architetture e
l’abbigliamento
tipici del gruppo
etnico dei Krio,
1920 circa
Federico riottenere la libertà perduta, la “terra promessa” del popolo
Monica Krio.
Nel 1827 venne fondato da missionari anglicani il Fourah
Bay College, la più antica università africana, e alla fine del
xix secolo la città si dotò di un efficiente servizio postale,
acqua potabile proveniente dalla diga di Guma Valley e di un
sistema di collegamenti ferroviari fra i vari sobborghi.
Fra gli anni Venti e Trenta del xx secolo il centro assunse
l’attuale conformazione urbanistica: il reticolo geometrico
originario divenne la zona del potere amministrativo ed eco-
nomico, a est verso il porto e a sud, alle spalle della Tower
Hill, si svilupparono quartieri residenziali.
1.3. La città dall’indipendenza ad oggi
Il 27 aprile 1961 la Sierra Leone ottenne pacificamente e
senza mobilitazioni l’indipendenza, dopo alcuni anni di fer-
mento economico e sociale si susseguirono diversi colpi di
stato militari fino alle elezioni politiche del 1967 che videro
il successo del sindacalista Siaka Stevens, il quale creò ben
presto un regime a partito unico.
188 Alla fine degli anni Ottanta, dopo vent’anni di regime,
Freetown conta oltre mezzo milione di abitanti, l’impianto
della città inizia a essere insufficiente così come le reti idriche
ed elettriche, ancora risalenti all’epoca coloniale; il paese
è scosso da un forte malcontento popolare che costituisce
l’innesco dei primi focolai di guerra civile.
Negli anni che vanno dal 1996 al 2001 la capitale è l’uni-
co luogo saldamente presidiato dall’esercito governativo e
dalle forze internazionali dell’Onu e dell’Unione Africana,
nonostante questo la città verrà comunque completamente
conquistata e saccheggiata dai ribelli del Ruf per tre volte1.
Durante le invasioni vengono incendiati ministeri e sedi
di banche, il municipio viene distrutto, e con esso gli archivi
catastali, il 70 per cento delle case viene danneggiato. Le fe-
rite più grandi tuttavia sono quelle delle migliaia di persone
uccise, torturate, mutilate o stuprate in quei giorni.

1. La storia della guerra civile in Sierra Leone, nota per il drammatico coinvolgimento
dei bambini soldato e per le mutilazioni sulla popolazione civile, risulta particolarmente
complessa a causa dei diversi capovolgimenti di fronte e del coinvolgimento di eserciti na-
zionali, corpi internazionali e milizie paramilitari di diverse appartenenze; per un esaustivo
resoconto delle vicende in lingua italiana si rimanda al testo incentrato sui bambini soldato
di Giulio Albanese (2005).
Dinamiche La guerra civile stravolge completamente l’aspetto e la vita
di auto-organizzazione
dello spazio urbano della città: se nel 1985 a Freetown vivono 540.000 persone do-
e di autocostruzione po quindici anni, nella fase più acuta dei combattimenti, gli
negli slum
di Freetown abitanti sfiorano i due milioni, costituiti per lo più da sfollati
che non faranno ritorno ai loro villaggi di origine.
In questo contesto di distruzione e ripetute atrocità, più
che nella pianificazione britannica mai modificata dal go-
verno indipendente, trovano origine la forma urbana e le
caratteristiche prevalenti della Freetown attuale.
Nell’ultimo decennio la città prosegue la sua espansione
con tassi di crescita elevatissimi seguendo le direttrici e le
forme nate spontaneamente nel periodo della guerra civile:
in termini statistici infatti la parte preponderante dell’espan-
sione urbana avviene grazie agli insediamenti informali e agli
slum2.
L’informalità è divenuta la matrice su cui si innestano e a
cui si ispirano gran parte delle nuove aree urbanizzate secon-
do due principali ambiti: l’espansione verso le aree libere e
il consolidamento e la densificazione delle aree già edificate.
189
2. Gli slum di Freetown
2.1. Nascita ed evoluzione degli slum
La storia degli insediamenti informali nella città di Freetown
affonda indubbiamente le sue radici nel periodo coloniale,
quando venivano tollerati quartieri provvisori ai margini del-
la città riservati a lavoratori stagionali; in questa stessa epoca
si formano inoltre i primi nuclei dei principali slum costieri
attuali, con piccoli edifici provvisori costruiti da pescatori
come ricovero temporaneo (Kande 1998). È tuttavia dagli
anni Ottanta che il fenomeno inizia ad assumere un rilievo
sempre maggiore, come dimostrato dai progetti rimasti sulla
carta di social housing per governare la progressiva espansione
della città.
L’avvento della guerra civile, come già evidenziato, rap-
presenta lo spartiacque temporale che determina in larga
parte l’esplosione urbana di Freetown e la diffusione di ster-

2. Dati demografici sul fenomeno sono stati raccolti mediante campagne di censimenti
volontari e pubblicati dall’associazione Y Care international nel documento “Opportuni-
ties and experiences of slum policy and pratice in Sierra Leone”, 2011.
Federico minati quartieri informali che in gran parte permangono
Monica fino ad oggi.
Analogamente a quanto avviene in gran parte delle me-
galopoli mondiali la crescita della città è spesso sinonimo di
crescita della città informale: se i tassi di natalità generano
un diffuso aumento della popolazione urbana, un’analisi
più discreta di tali dati evidenzia come i livelli più elevati di
espansione demografica interessino le fasce economicamen-
te più fragili della popolazione.
A queste percentuali, che talvolta sfiorano le due cifre, si
aggiunge una considerevole quota di persone che abbando-
na le campagne e raggiunge proprio gli slum come primo
approdo nell’oceano di opportunità che ancora rappresenta
la città agli occhi del mondo rurale.
L’aspetto più evidente dell’espansione urbana dell’ulti-
mo decennio è indubbiamente il considerevole aumento
dell’impronta dell’edificato a spese delle superfici di foresta
o agricole. Data la particolare morfologia del territorio su cui
sorge Freetown, il bisogno di abitazioni è soddisfatto preva-
190 lentemente attraverso differenti direttrici: la città “ufficiale”
si espande lungo la sottile fascia costiera su cui si attestano le
viabilità principali e sugli altipiani rimasti liberi nella parte
ovest della città, mentre la preponderante città informale tro-
va sbocco nella progressiva colonizzazione dei ripidi pendii
delle alture circostanti o strappando al mare nuove superfici
edificabili3.
Come accade in ogni angolo del globo anche qui gli slum
nascono in aree considerate non edificabili o non appetibili
per uno sviluppo edilizio tradizionale quali zone alluvionali,
alvei di torrenti, paludi, spiagge o pendii con forte acclività
(Davis 2006).
Ad esclusione del centro storico collocato nella pianeg-
giante Downtown in riva al mare, la forma urbana della Fre-
etown del xxi secolo è pertanto quella di una sterminata città
lineare che si sviluppa senza soluzione di continuità in una
stretta porzione di terreno pianeggiante larga circa due chi-

3. Le superfici edificabili lungo le coste vengono spesso ampliate realizzando nel tratto
di mare interessato, fin dove la profondità dell’acqua lo consente, strutture a gabbia in
bambù o legno successivamente riempite con rifiuti e materiali di scarto sui quali vengono
edificate le nuove baracche.
Dinamiche lometri e lunga oltre 40, dal sobborgo orientale di Waterloo
di auto-organizzazione
dello spazio urbano alle spiagge di Goderich, nell’estremo ovest della penisola.
e di autocostruzione Alle spalle di questa città trovano spazio i quartieri infor-
negli slum
di Freetown mali, che continuano ad ampliarsi in collocazioni sempre più
difficilmente accessibili ed edificabili, erodendo la green belt
sovrastante la capitale e aumentando i già elevati problemi
di erosione e stabilità idrogeologica dei versanti.
Al fianco della continua espansione del tessuto urbano
informale verso le aree libere marginali un aspetto di note-
vole interesse è costituito dalla permanenza e dal progressivo
ampliamento dei principali slum già esistenti, in particolare
in prossimità del centro cittadino.
È curioso evidenziare come le dinamiche di espansione,
in tali contesti, ricalchino sostanzialmente le direttrici già
evidenziate su scala urbana: dapprima la progressiva occu-
pazione delle aree interstiziali rimaste libere, a seguire la
densificazione e colonizzazione delle zone più a rischio e
per questo ancora inedificate quali le fasce costiere o più
prossime ai fiumi. Queste tendenze sembrano dimostrare
l’assunto che vede, per la loro genesi ed evoluzione, gli slum
come piccole città autogestite e, almeno in parte, autarchi- 191
camente indipendenti.
In quest’ottica l’espansione degli slum esistenti esaspera
ulteriormente i numerosi problemi già esistenti: se la città

Fig. 2.
Slum di Kroo bay
Federico informale tende a collocarsi e a espandersi nelle aree non
Monica ritenute adatte a uno sviluppo urbano, gli ampliamenti di
uno slum si inseriscono nelle aree in precedenza scartate dai
primi residenti dello slum stesso.
Seppure meno evidenti sulle cartografie, a livello stati-
stico gli ampliamenti dei principali insediamenti informali
esistenti assorbono una percentuale notevole della nuova
popolazione urbana: la loro collocazione strategica li rende
infatti ancora oggi le aree più appetibili in cui trovare un
riparo a basso costo e con forti opportunità di sopravvivere
con attività di commercio al dettaglio o comunque legate
all’economia informale.
Espansione e consolidamento sono pertanto le due prin-
cipali direttrici: da un lato i nuovi quartieri informali che
colonizzano inesorabilmente i versanti delle alture della pe-
nisola spingendosi sempre più in alto e all’interno, lontano
da infrastrutture, vie di comunicazione e servizi, dall’altro la
progressiva saturazione dei già pochissimi spazi liberi nelle
aree in prossimità del centro e la conseguente cristallizza-
zione di aree urbane per natura provvisorie che giungono
192 invece ad assumere una forma quasi permanente.
2.2. L’approccio politico agli slum
Nonostante l’espansione dei quartieri informali di Freetown
rappresenti uno degli avvenimenti socialmente e numerica-
mente più rilevanti dell’ultimo decennio, l’approccio della
classe politica al fenomeno appare condannato a un cronico
immobilismo, percepito dagli slum dwellers come vera e pro-
pria indifferenza.
È necessario innanzitutto evidenziare la composizione so-
ciale straordinariamente diversificata in numerosi insedia-
menti informali a causa della loro prossimità al centro della
città e ai principali servizi; si riscontrano infatti casi diffusi di
funzionari pubblici o persone con un’attività lavorativa “uf-
ficiale” che scelgono la vita nello slum o ai suoi margini per
la comodità al luogo di lavoro e gli affitti accessibili.
A parte i periodici interessamenti densi di promesse a
ridosso degli appuntamenti elettorali, l’atteggiamento del-
le autorità risulta prevalentemente orientato ad auspicare,
almeno a parole, una risoluzione radicale del problema,
mediante l’eliminazione fisica degli insediamenti e il trasfe-
rimento forzato dei residenti.
Dinamiche Al fianco di tali proclami si inseriscono, a partire dal 2008,
di auto-organizzazione
dello spazio urbano le iniziative di vari attori internazionali, primi fra tutti Un-
e di autocostruzione Habitat e Cities Alliance, che introducono programmi di
negli slum
di Freetown supporto alle autorità ministeriali e comunali, promuovendo
la formazione dei funzionari e il recepimento di linee guida
volte a favorire uno sviluppo più inclusivo del tessuto urbano.
L’evidente divergenza fra le due visioni ha inevitabilmente
determinato una situazione di stallo fra il fascino del piccone
risanatore e la mancanza di strumenti legislativi e risorse in
grado di promuovere dinamiche di inclusione, favorendo
un isolamento che la recente epidemia di Ebola ha ulterior-
mente rafforzato.

3. Dinamiche di autoorganizzazione negli slum di Freetown


Espansione, permanenza e consolidamento sono pertanto
le parole chiave che sembrano governare l’evoluzione degli
slum di Freetown, rafforzando la stabilità di questi insedia-
menti e il loro ruolo non marginale nel panorama urbano
odierno nonostante l’inerzia delle istituzioni.
L’approfondimento delle dinamiche spaziali di evoluzio-
193
ne degli slum in un intervallo temporale breve seppur signi-
ficativo, se relativizzato a un contesto fortemente effimero e
instabile, ha consentito di riscontrare caratteristiche comuni
fra insediamenti di diverse dimensioni nonché possibili siste-
mi di organizzazione sociale dei residenti.
Attraverso l’analisi di riprese aeree realizzate fra il 2006 e
il 2012 supportate da sopralluoghi sul campo nel medesimo
intervallo è stato possibile notare come gli schemi spaziali di
espansione risultino caratterizzati dal rispetto e dalla prose-
cuzione del reticolo stradale e delle tipologie di agglomera-
ti preesistenti. A fronte di una generalizzata densificazione
dell’edificato e la conseguente scomparsa di molti spazi inter-
stiziali rimasti liberi, le morfologie principali degli isolati e i
percorsi principali risultano infatti completamente inalterati.
Seppure indubbiamente dettata dalle esigenze di mante-
nere connessioni efficaci interne al quartiere, tale semplice
e apparentemente intuitiva soluzione non risulta comunque
banale in un contesto di autocostruzione e totale assenza di re-
gole urbanistiche o di visione unitaria a una scala di quartiere.
Si ritiene di poter ipotizzare, pertanto, l’esistenza di una
sorta di codice condiviso, un patto non scritto né formalmente
Federico sancito ma comunque in grado di governare l’organizzazione
Monica degli spazi dei principali insediamenti informali al fine di ri-
spettarne la struttura e mantenerne l’esistente funzionalità.
La presenza di un codice informale di autoregolamenta-
zione nell’uso degli spazi in alcuni insediamenti è dimostra-
ta ulteriormente dal permanere delle morfologie originarie
e delle gerarchie prevalenti che disegnano la forma dello
slum non solo nell’edificato ma anche nei vuoti costituiti da
piazze e luoghi di relazione. La dimostrazione più evidente
di una permanenza non soltanto fisica ma soprattutto mor-
fologica e distributiva degli slum, seppure ben riscontrabi-
le in numerosi quartieri di Freetown, è tuttavia costituita
dall’insediamento di Kroo Bay, un’area alluvionale di pochi
ettari a ridosso del centro urbano in cui si accalcano oltre
ottomila residenti.
Le espansioni avvenute nel corso degli ultimi sei anni,
oltre a garantire il sostanziale consolidamento del tessuto
preesistente, hanno mantenuto inalterate ampie aree inedi-
ficate, vere e proprie piazze utilizzate dalla comunità per il
commercio o eventi di incontro e intrattenimento, concen-
194 trandosi lungo la linea di costa.

Fig. 3.
Scena di vita
quotidiana nello
slum di Susan bay
Dinamiche Tale scelta, fortemente svantaggiosa in termini economi-
di auto-organizzazione
dello spazio urbano ci e di complessità tecnica rispetto all’occupazione di aree
e di autocostruzione libere, in quanto comporta la realizzazione di riempimenti
negli slum
di Freetown per strappare terreni al mare, dimostra la presenza di re-
gole non scritte che governano i processi di autocostruzio-
ne nello slum tenendo conto delle esigenze collettive della
comunità4
La mappa dell’evoluzione dell’insediamento di Kroo Bay
somiglia alla carta di una qualsiasi città europea, in cui,
attorno a un centro storico dalle forme consolidate si or-
ganizzano lentamente nuove aree residenziali o produttive
dettate da un’attenta pianificazione.
La città informale e autogestita, secondo molti male as-
soluto da estirpare o perlomeno da demolire e riedificare
in nome del decoro urbano e dell’igiene pubblico, appare
in realtà nei suoi vicoli, nelle sue geometrie irregolari e
nelle dimensioni ridotte, quanto di più simile ai visitatissimi
centri storici delle nostre città d’arte.
La stabilità delle forme insediative si dimostra inoltre
una realtà quanto meno sorprendente: lo slum è per defi-
nizione il luogo della continua mutevolezza e della costan- 195
te insicurezza delle cose tangibili, in cui una strada o un
nucleo di abitazioni potrebbero non esistere più o essere
profondamente trasformati già il giorno seguente.
Oltre ai ben noti legami sociali di reti relazionali, di
mutuo aiuto e di microeconomia, l’apparenza effimera di
questi insediamenti nasconde in alcuni casi una struttura
organizzativa e di autoregolamentazione che ne possono
assicurare la sopravvivenza e lo sviluppo nel medio e lungo
termine.
Le auspicabili politiche di maggiore inclusione urbana
che Freetown attende da anni saranno chiamate, pertanto, a
confrontarsi e a valorizzare sistemi informali ma comunque
basati su una sostanziale autodeterminazione, facendo leva
non solo sul senso di comunità ma anche sul consistente
bagaglio di buone pratiche tecniche e organizzative che le
comunità di diversi slum hanno dimostrato di possedere.

4. Nel caso specifico risultano i community leaders, unitamente agli anziani e ai leader
religiosi, i depositari del codice orale basato su esigenze espresse dalla comunità stessa e di
volta in volta applicato alle necessità del quartiere.
Federico Bibliografia
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studi di Parma, Dipartimento di Ingegneria Civile, Am-
bientale e Architettura.

196
L’Africa della città When Brazilian Samba Takes the Streets
Urban Africa of Porto-Novo: Festival and Funeral within Urban Space
in Southern Benin  
João De Athayde

1. Introduction 197
Festivals recreate urban space and allow us to rethink it (Fer-
reira 2014: 213). We show and contemplate ourselves in a flat-
tering mirror. Any celebration is self-celebration (Koffi 1999:
281). The links between the capital of the Republic of Benin,
Porto-Novo, and Brazil offer a gateway for understanding of
ancestry, popular festivals and urban space.
This paper is based on four fieldwork experiences in Be-
nin and Togo (2010-15) during my MA and PhD research in
anthropology. Interviews and participant observation, which
included joining music and masks groups, form the heart of
the data corpus. I aim to update, deepen and broaden schol-
arship on the Agudas, the “Brazilians of Benin”, and their
identity, in the wake of the works of Verger (1968), Bastide
(1971) and Guran (1999).

2. Arrival of the “creolized” returnees in the three name city


Porto-Novo, Benin is said to be the city of three names:
Hogbonou in Goun; Àjàshé in Yoruba; and Porto-Novo in (what
Beninese say when they want to make an explanatory short-
cut, not without some irony) yovogbé, “the language of the
whites”. But in this case it is not the French language of
João Benin’s former colonizers, who made the city the capital
De Athayde of their Colony of Dahomey, established in 1894. Here it’s
the Portuguese language: Porto-Novo, the “new port”. Yet
this region has never been colonized by Portugal. Before
the sixteenth century, the area was sparsely populated (Dis-
sou 1982) by settlements related to populations now called
Yoruba1. It was only around 1730 that the Aja-Goun popula-
tions arrived and founded the kingdom of Hogbonou (Per-
son 1975: 227). Direct contacts with Brazil occurred soon
after2: in 1758 there is a reference made to the city as being
the “new port” open to the slave trade, through the personal
efforts of a merchant named João de Oliveira (Person 1975:
232), an African who after being enslaved in Brazil acquires
his freedom through legal channels and made his journey
back to Africa. He was «so well adapted to the Brazilian
life, that he did not return to Africa to find the native soil»
(Verger 1968: 207) rather to become rich through the slave
trade, shipping captives to Bahia, Brazil. Porto-Novo then
entered definitively into an Atlantic network of circulation
of wealth, people and knowledge.
198 In reverse to the intense flow of exported slaves to Brazil,
the city and the entire region, known under the eloquent
name of “Slave Coast” – which covered present day Togo, Be-
nin and the southwest region of Nigeria – received a small but
steady ebb of formerly enslaved individuals returning from
the Americas during the nineteenth century3. This flow back
was mainly composed of individuals perceived as “Brazilians”:
the former slaves who, like João de Oliveira, returned to Af-

1. It would be perhaps more prudent to talk about “Yoruboid populations”, or as certain


authors whose Parès (2011: 33) “proto-Yorubas”.
2. I mean “direct contacts” because for a long period, Goun populations and those relat-
ed to them – which are at the origin of the kingdom of Hogbonou – were widely sent to
Brazil. To give an idea, the works of Peixoto (1731 and 1741), which pours on the lingua
franca of the slaves in the important province of Minas Gerais in Brazil (Lingua Geral de
Mina), associates “Mina People” with the term “Gouno” (Goun). This lingua franca would
have as its lexical base the Goun language according to some authors (Soares, Parés, Sog-
bossi) or the Fon, according to others (Matory, Pessoa de Castro). Rodrigues (2003) and
Lopes (1945) think it is the Goun, yet perceived as a dialectal variation of the Ewe. Any-
way all of those are strongly related languages. See Parés (2008); Fernandes (2012); Pazzi
(1976).
3. We do not have the specific numbers of the slave trade in Porto-Novo, but those con-
cerning the whole of the Slave Coast and surroundings: 550,000 captives would have been
sent from the Bight of Benin to Brazil, if we restrict ourselves at the period between 1751
and 1851 (The Transatlantic Slave Trade Database).
When Brazilian rica often with a family made in Brazil. These families can
Samba
Takes be considered, in many ways, “Creole”. “Creole” as black or
the Streets mestizo born in Brazil, but also because these families arose
of Porto-Novo
  from a cultural creolization process: a mosaic of interactions of
practices, beliefs and representations brought by Europeans,
Africans from diverse backgrounds and indigenous natives
along with their descendants. These returnees also mixed
with some adventurers or wealthy Portuguese or Brazilians,
white or mestizo slave traders, who had also established them-
selves on this same coast, as well as with their African servants
and women attached to local African elites. These “Creole”
families formed the basis of the population known as the
“Agudas”, also called the “Brazilians of Benin”4. However,
it seems to me that it is more appropriate to take “Aguda”
as a belonging designation rather than a population; “Aguda”
does not signal an origin, but rather a link with an origin, a
reference. For “Aguda” also designates the African families
that in one way or another were “taken under the protection”
of the returnees and the established white/mestizo or their
descendants, as servants, slaves or spouses5. “Taken under the
199
protection” here refers to many situations in which an indi-
vidual or a family had a kind of relationship where they were
dependent of, indebted or subordinate to a more prestigious
or wealthy “Aguda”.

3. Aguda Identity and “Aguda Community”


The Agudas have a unique notion of identity and belonging:
they proudly claim to be the heirs of a culture and a “Brazil-
ian blood”, cultivating a kind of “nostalgia for Brazil”. This
nostalgia can be seen in several areas such as stories and
family surnames, manners and ways of speaking, cooking,
and especially as expressed by music and masks. It seems
to me that the first returnees were certainly not nostalgic
about the suffering associated with enslavement but they
were indeed nostalgic about the pleasures one could extract
at the margins of the system, such as the enjoyment of music
and dance during the many work-free Catholic festive days.
The social mobility obtained with and after their manumis-

4. Colonial French refer to them as the “Brazilian (or Portuguese) Creoles” Marty (1926).
5. See Guran 2010, chapter I.
João sion6 – although bounded by the limits of a very stratified
De Athayde society – can also help to explain the Aguda’s positive look
towards Brazil. Despite everything, the experience as a slave
of those returnees had, after all, a “good ending” since as
they have managed to regain their freedom, make their way
back, often thrive in Africa, and pursue a very different life
path to the hard fate of most Africans brought to Brazil.
The amount of returnees posterior to the total abolition
of slavery in Brazil in 1888 is quite low, which means that
the mass of returnees had obtained their manumission by
their own merits within the slavery system, and not reached
their freedom as a consequence of the official slavery ab-
olition. It was the reference to Brazil that was transmitted
throughout the generations and was incorporated by Afri-
can families related to the Agudas. In this transmission’s
process, another factor must be taken into account: to refer
to Brazil as a source of identity is to associate oneself with
representations of an idealized country, white and mestizo,
perceived and exhibited locally as prestigious and exclusive.
A country distinct from France, England or Germany, which
200
had ruled the region. Therefore being Brazilian led to a
form of symbolic capital in the Dahomey-Beninese society,
where the prestige of the ancestors often directly affects the
prestige of individuals.
In the nineteenth and early twentieth centuries, the Agu-
das formed a special Creole urban community, essentially
belonging to the medium and high strata of society. Chil-
dren were raised and given education “in the Brazilian way”,
perceived and exhibited as being “in a Western way”, as the
Agudas say. At this time, the Agudas were predominantly
many craftsmen, traders, and educated people and they skil-
fully interacted with the colonizers, particularly at the begin-
nings of the colonial process. They were expert builders, and
constructed, from Lagos to Lome, houses and prestigious
mansions in the manner of those they and their forebearers
built for their lords during captivity in Brazil. This is the ar-

6. Manumission (legal emancipation of a slave) was a relatively common practice in Bra-


zil. The slaves who had more access to it were home servants and slaves called escravos de
ganho (money-earning slaves). They often worked far from their masters’ house and could
remain with part of the profit of its work, which enabled them to save money to the repur-
chase of their freedom. (Paiva 2012: 130) Klein - Luna (2010: 201 and 280).
When Brazilian chitectural style known as “Afro-Brazilian”, exemplified by
Samba
Takes the historic centre of Porto-Novo.
the Streets I will briefly describe the most interesting points in the
of Porto-Novo
  study of the Aguda’s identity. “Aguda” or “Brazilian” are
not officially considered as being an “ethnic group” by the
government in Benin. Yet in everyday life these terms are
commonly used as a denomination of origin and belonging,
as well to designate some specific cultural expressions, with-
out exactly being “ethnic”. Brazil, for the Agudas, has always
been a fantasized Brazil, fed by references from Western
models brought from this country. As the Agudas saw them-
selves as “Brazilians”, the constant reminder of these refer-
ences should mark their difference from “Africans families”.
In recent decades, if on the one hand these identity markers
have declined as result of, as several Agudas say, «everyone
today living the Western way», on the other hand, fantasies
about Brazil are reactivated through the carnival, football
and Brazilian soap operas broadcasted by the Beninese na-
tional television. Nowadays, the Agudas still show clear iden-
tity cohesion while being a supra-religious and a supra-eth-
nic reference; which means: a) one can find Catholics and 201
Muslims Agudas, often within the same family, as well as
several individuals practising these religions simultaneously
with traditional rites and/or vodoun; b) the first returned
Agudas had not forgotten their African origins and have
overlaid, when and if it suited them, the Brazilian identity
to that of their birth in Africa and they have transmitted
this double identity to their descendants. Therefore we have
“Agudas-Goun”, “Agudas-Yoruba”, “Agudas-Fon”7 etc. More-
over, these overlain “ethnic” identity references could still
vary according to the familiar alliances such as marriage.
Hence, Aguda identity can overlay and include a variety of
references and identities, whereby one can “play socially”8.

7. Those are my analytical, explanatory terms; they are not emic. However, these families
are locally identified as speaking or being of Mina, Goun, Yoruba, Nupe, Mahi or Fon ori-
gin.
8. “To play socially” is my own expression based on Frederik Barth (1969), Erving Goff-
man (1956), and Michael Herzfeld (2005).
João 4. The Bourian
De Athayde In Porto-Novo, most of the population speaks Goun or Yoru-
ba, including the Agudas. Apart from a few words, they have
forgotten Portuguese and for generations have spoken lo-
cal languages. Despite this, the Agudas sing in Portuguese,
often an approximate Portuguese, for they do not under-
stand the text of their songs. The most characteristic rhythm
of Aguda’s musical performances is the samba and their
masks are the groups of Bourian9. The term Bourian means
in Portuguese “little (female) donkey”, and also the festi-
val around the “hobby horse” costume (burrinha). When
asked about why they do the masquerade in this way, many
Agudas answer as follows: «It is in our blood» and «our
ancestors were slaves in Brazil, they worked hard and their
only diversion was to do the Bourian; they love it!» Indeed,
in southern Benin people often speak of the dead using
the present tense; «The dead are not dead», is a frequent-
ly heard comment. Performing the Bourian masquerade
serves both as an invocation and as a form of offering to
their ancestors. For, arguably, these performances are en-
202 acted to honour the ancestral ties that each Aguda nurture
inside themselves.
The Bourian in Benin function basically as a small group
of masked carnival and is similar in many aspects to some
popular festivals taking place in the northeast region of Bra-
zil. Among the several types of masks used, one finds giant
dolls, of which the male is Yoyo, a kind of pater familias,
escorted by his wife Yaya. They are said to be the oldest,
the most “big” ancestors, the ones who came from Brazil,
the original Aguda. Yoyo is also called “Giant Daddy” (Papa
Giganta). These dolls, masks and all the evocations of the
ancestors and their heritage are used in a light and play-
ful nature and especially please the children. The Bouri-
an stimulates the participation of audiences by means of
dance and comic pantomimes, and this inclusive aspect is
certainly one of the reasons for the increasing passion of
the non-Agudas for the Bourian.

9. The Agudas do play a form of samba that we can’t find - or that we can’t no longer find,
at least with all those characteristics - in Brazil. They also play the “march” rhythm (marcha)
in the Brazilian way.
When Brazilian
Samba
Takes
the Streets
of Porto-Novo

Bourian giant
dolls “Yoyo”
and “Yaya”
at the Porto-
Novo Bonfim
Festival; in the
background, the
Beninese National
Assembly
(January 2015)
Photo: J. De Athayde

Older Agudas remember that the Bourian masquerade


in principle was scheduled exclusively in January, as a part
of the feast of Our Lord of Bonfim, the most popular “saint”
of Salvador de Bahia10. On exceptional occasions, the Bou- 203
rian could come out to “animate” an important Aguda’s
funeral or the anniversary of his death. Yet in recent dec-
ades, all Bourian groups have started selling their services
of masquerade and samba for multiple kinds of events. The
Bourian of the Porto-Novo Brazilian Nationals Association
performed several times for the official parade of the Inde-
pendence Day festival – a defrayed presentation – that aims
to stress the cultural expressions of the various national
“ethnic groups”. However, the real market for the Bourian
presentations are traditional funerals, which consist of reun-
ions lasting several days involving diverse festive aspects. An
established Bourian can perform one or more remunerated
presentations of this kind almost every week. A study of the
Bourian, in this context, contributes to an “anthropology of
bereavement” (Noret 2006); I would say, even more specifi-
cally, an “anthropology of festive bereavement”.

10. He is not, strictly speaking, a saint, but a form of worship of Christ. O. L. of Bonfim is
in practice the “reference saint” of Bahia and treated as such by its population, but it is not,
as many think, the patron saint of the city, which is St. Francis Xavier.
João 5. Yoruba masks, Goun masks, Brazilian masks
De Athayde In southern Benin, each population has its emblematic mu-
sic and masks/costumes, which are also tied to their respec-
tive vodouns. Among the Yoruba, these vodouns are the eguns,
characters more or less anthropomorphic, who shows them-
selves in the form of heavy embroidered cloths, rich in details
and often very luxurious. Eguns are said to be animated by
the spirits of the ancestors. In Porto-Novo, the emblematic
vodoun of the Goun are the zangbetos, called the spirits of
the night hunters, the former royal guards. These are large
cylindrical structures made of straw, about two meters high11.
According to the public rhetoric of the followers of the eguns
and zangbetos, there is no person inside whom puts the cos-
tume in motion, but rather what we see is the direct action
of a spirit or vodoun.
The processions of masks such as eguns and zangbetos
come out of what is called “the convent” escorted by their
followers and groups of musicians playing percussion and
singing. The masks often cross the streets already “in action
mode”; moving with the drums and bell rythms. Passers-by
204 stop to watch or join in the group. They move towards a
square, a crossroads or a point where the street is broader,
a place where this kind of demonstration is usual. There, in
the centre of a circle of spectators, the “presentation” takes
place: the masks and the followers dance, perform acrobatics,
demonstrate the powers of the vodoun, do magic tricks and
perform “the hunting”, a highlight of the performance. “The
hunting” is when the masks rush into a part of the crowd that
watches them, especially towards young people. The drums
then become more frenetic, people run from all sides, they
shout and laugh, people fall to the ground, someone is beat-
en up, confusion sets in. Suddenly the masks calm down,
regain their positions, they dance and the crowd remakes the
circle to watch them. Hunting as performed by the eguns is
certainly more intense. A Beninese observer remarked «that
amuses them more than watching TV». Actually, every egun
and zangbeto masquerade attracts a huge crowd of spectators.

11. One could argue that neither the egun, nor the zangbeto are, strictly speaking, vodouns.
Yet this is the term I’ve heard many times in fieldwork. Vodoun is a polysemous term that
can be, in many cases, translated by “divinity”. In this regard, a traditional Yoruba cult
priest explained me as follows: “Vodoun is ‘orisha’ in Goun; orisha is ‘vodoun’ in Yoruba”.
When Brazilian As an external observer watching the eguns or the zangbetos
Samba
Takes masquerades one immediately has the feeling of a reference
the Streets to beyond; to death, to what is “mysterious”. And indeed it
of Porto-Novo
  is initiation societies, otherwise known as “secret societies”
that manage these masks and masquerades. Second to the
dimension of sacred and identity, there is another dimen-
sion of show and “play”; an entertainment within a formal
framework of rules, which includes elasticity in relation to
these rules. As a performance and a “play”, all events in the
region such as vodoun masquerades and Bourians are com-
peting with each other, yet they may also exchange influences
on their practices and the ways they cause amazement – or
respect and fear – among spectators. It is in this context, and
in order to align themselves to the more widely popular and
recurring events of the eguns and zangbetos 12 that the Bourians
sought to add more “mystery” to their masks.
In Brazil, the identity of the person carrying the mask is
not secret; in most cases the disguised individual may at any
time remove it before the public. By contrast in the African
Bourian, one should not reveal that which is below, not even
a little bit of his skin. The mask wearer does not speak or 205
make any vocal sound either. He must remain completely
anonymous. Through dances and actions he must evoke a
strangeness, something disturbing, non-human, at least non
banal. In Bourian, the place where masks are stored and the
dressing room is appointed – in a suggestive way – by the
word “convent”, the same word used to signify a “vodoun con-
vent”, and its access is forbidden to those who do not belong
to the Bourian team. This practice of secrecy indicates that
the Bourian, once in Africa, was in some ways “vodounised”.
Bourian’s masks also punctuate their dance with the “crowd
hunting”, although with less aggressiveness than by the eguns.
The ludic dimension takes the front place at the Bourian;
the allusion to the ancestors is shown more in the form of a
heritage that in an explicit reference to death. Different from
what occurs with eguns and zangbetos, the ancestors do not
come to dance under the Bourian masks; it is clear that there
are individuals under them – only their identity is hidden

12. There are other similar events; I restricted myself to these two because they are the
most current in this area.
João from the public. Still, according to Agudas I interviewed, one
De Athayde dances to please the Brazilian ancestors, even if one usually
does not mention it openly.
Unlike eguns and zangbetos, which cross the city to per-
form every week, the Bourian passes through the streets in a
processional form only once a year, the Saturday before the
Bonfim festival, the “day of the pride of being Brazilian,” the
“carnival’s day”. The following day, the Sunday of Bonfim,
the Bourian occupies the city’s central square, that of the
National Assembly. This is the great meeting moment for
the Aguda families. Together they eat Brazilian dishes, dance
among the Bourian masks to the sound of samba and sing in
Portuguese. The other Bourian masquerades, which occur
during the year, are always performed – just as the Sunday
of Bonfim – in front of a group of seated musicians, either
within a courtyard or under long plastic covers installed in
secondary streets.

206

A zangbeto in
the streets of
Porto-Novo (Goun
population, 2013)
Photo: J. De Athayde

6. Festivals, parties and urban space


«Here in Porto-Novo, weekend means party!» say Porto-No-
vo’s inhabitants with pride. The city has many bars and restau-
rants, yet the city’s festive atmosphere is provided especially
by what happens in the streets. Thus it is by direct initiative of
the population, which organizes the most diverse gatherings
When Brazilian of the kind I referenced in this text, that the city is especially
Samba
Takes lively and festive, and not particularly due to what one can
the Streets see in commercial establishments of food and drinks.
of Porto-Novo
  If one takes into account the festive aspect, as well the shar-
ing and sociability that is generated in these moments, one can
see that the masquerades, along with the vodoun followers, the
Bourian performances, the funerary gatherings, the marriag-
es, the celebrations of anniversary of someone’s death etc., all
intervene in a similar or complementary way into urban space,
creating brief and intense gatherings where music and dance
are articulated with the references made to ancestry.
The public places used for such events, especially second-
ary arteries (called von), are not, strictly speaking, official
communal spaces; they are habitual conviviality spaces used
by privileged local actors, as by certain nearby groups of voo-
doo followers; or still the places where people usually organ-
ize the funerary reunions of the neighbourhood. In addition,
there is an important economic system that revolves around
these events. One can rent chairs and tables out of plastic,
covers of protection, sound systems, services of DJs and en-
207
tertainers, groups of musicians, caterers. As it is common to
make new outfits for the purpose for these events, one must
work with local tailors and dressmakers. One also engages
craftsmen to make the very detailed costumes of the eguns
or zangbetos, services of photography and video, thus like fu-
nerary services of all types. It is also sometimes necessary to
pay authorizations fees for the town hall.
The performance of the Bourian, like other activities that
take place in family festivals, can occur by occupying a von,
or the courtyard of a compound of houses. In this last case,
families leave the outer gate open and the festival will of-
ten overflow towards the street. The entertainment created
by a Bourian masquerade attracts a mass of neighbourhood
children; but not just children, as adult neighbours also in-
tegrate themselves into the festival. Itinerant street vendors
and other passers-by stop to watch. The space becomes then
semi-public; while only one single family pays for the Bourian
troupe, all those who feel interested can come to see it, by
placing themselves into this ephemeral but recurrent social
space. Each person positions themselves within this space
according to internalized social knowledge.
João In this sense, it is certainly a form of sacrifice, as «no sac-
De Athayde rifice is possible without a public»13, whether that public be
physical or not. Paying for the Bourian to perform is a pub-
lic demonstration of one’s family cohesion, as well as their
financial and human resources. By hosting the festival in the
courtyard of a compound with doors open, or out in a street
makes the performance visible to as many people as possi-
ble. Thus, the events become a pleasing gift to not only the
ancestors (perceived to continue living either), but also to
those people residing in the temporal realm, who cohabit
the land and the city.

Musicians of
the Bourian of
the Porto-Novo
Brazilian Nationals
Association play
208 within a courtyard
of a compound
of houses. In the
background on
the right, an open
portal and the
neighbourhood
children; on the
left, itinerant
saleswomen
(2011)
Photo: J. De Athayde

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L’Africa della città Lo spazio urbano-letterario di Luanda
Urban Africa Cristina Maciariello
   

210 1.
È da una doppia lettura che è nata questa ricerca, quella di
un articolo sulla baraccopoli verticale, «la più grande favela
verticale del mondo», la torre di David di Caracas1, che ospi-
tava migliaia di persone e che nel marzo del 2014 ha fatto
notizia perché sottoposta a sgomberi forzati, e quella di Os
trasparentes di Ondjaki, romanzo pubblicato nel 2013 e vinci-
tore del Premio Camões nel 2014. Entrambi i testi, pur nella
loro assoluta diversità mi hanno spinto a riflettere sul come
letteratura e geografia possano mutuamente offrire spunti e
chiavi di lettura di spazi urbani complessi come quello della
capitale angolana.
Il palazzo, il prédio da Maianga in cui si ambienta gran par-
te della narrazione non è imponente come la Torre di David,
ma ha allo stesso tempo una caratteristica che lo rende ecce-
zionale, l’edificio è localizzato in una delle parti centrali della

1. La torre di David è un grattacielo di Caracas, è il terzo edificio più alto del paese, se-
condo la Bbc Mundo, deve il nome al costruttore David Brillembourg. In origine doveva
essere la sede di uffici finanziari, ma poi è stato abbandonato, fino a quando nel 2007 è
stato occupato da centinaia di famiglie povere. Sgomberata la più grande favela verticale del
mondo, «Internazionale» (2014a), Venezuela, ultima consultazione 30 agosto 2015.
Lo spazio capitale angolana, che secondo uno studio è tra le zone più
urbano-letterario
di Luanda care per il mercato immobiliare: la Maianga2. Questo fatto mi
  è sembrato emblematico per de-costruire – o solo mettere in

  forse – il discorso su categorie come centro e periferia.
In quest’epoca “post-coloniale”, infatti, le categorie come
centro e periferia e il congiunto di qualità al quale queste
due parole rimettono, «tornaram-se frequentemente elas
próprias mais estados de espírito do que aspectos objectivos
do espaço»3. La periferia, dice Tiziana Villani, è uno spazio
dell’attraverso, «eterotopico», dunque trasversale perché fat-
tore di una condizione che non può più essere delimitata
entro spazi perimetrali e ben definiti, la dicotomia centro-
periferia sembra superata dal «dilatarsi del magma periferi-
co», e «pensare a un supposto periferico contrapposto a un
mitico centro è un’operazione inutile» (Villani 2011: 94-96).
La capitale angolana è stata nella sua specificità un’alleata
involontaria del colonialismo, per molti secoli ha rappresen-
tato l’anello di congiunzione tra la colonia e la madrepatria,
e conserva ancora, nella sua morfologia, i segni dell’occupa-
zione straniera.
La città coloniale ha avuto come funzione centrale quella 211
del controllo politico del sistema, la prima forma di que-
sto controllo, secondo Triulzi (1987: 475) è stata esercita-
ta nell’organizzazione dello spazio urbano. Questo è stato
caratterizzato, un po’ ovunque, seppur in misura differente
secondo i regimi coloniali, dalla segregazione. La città co-
loniale è dunque una città «razzializzata» (Mellino 2009),
divisa in due: da un lato i vincitori dall’altro i vinti, da un
lato gli oppressori dall’altro gli oppressi; da un lato gli euro-
pei, dall’altro «la gente del musseque: negri, meticci e alcuni
bianchi disagiati» (Ferreira in Vieira 1987: 31; trad. libera).
La distanza però, come scrive l’architetto moderno Vasco
Viera da Costa nel 1940, non doveva essere molta, dato che
«a população destes bairros está ao serviço da população
branca», era materialmente rappresentata dalla frontiera
d’asfalto, che divide(va) le due città, quella di «cubatas» e

2. Arrendar apartamento pode chegar asos USD 17.884 por mês, «Rede Angola» (2015b), ultima
consultazione 31 gennaio 2016.
3. «Sono diventate spesso esse stesse più stati d’animo che aspetti obiettivi dello spazio».
Urban Africa – reflexões sobre cidades africanas, Salvador C., «Buala» (2011a), ultima consulta-
zione 30 novembre 2015.
Cristina «pau-a-pique e zinco» dall’altra, che crescendo rade(va) al
Maciariello suolo e avanza(va) con «prédio de ferro e cimento» (Vieira
1987), marcando i confini, le differenze di classe e razza.
La storia di ogni città, afferma Moassab, ci racconta del
suo popolo e della sua cultura, quindi, per capire fenomeni
complessi dello spazio urbano contemporaneo è necessario
avere una conoscenza ampia del suo contesto storico-politi-
co. In Angola, afferma lo stesso autore, la «cidade branca»
separata dai «bairros indígenas» e dai musseques caratterizza
gli spazi urbani della nazione fino a oggi (Moassab 2013b).
Dalla seconda metà del xx secolo, e in particolar modo
dagli anni Quaranta in poi, Luanda è una città in fermento.
Sono anni di pianificazione urbana, ma anche di lotta e re-
pressione, sono anni in cui urbanismo e razzismo diventano
facce della stessa medaglia, e la segregazione sociale si tradu-
ce in segregazione spaziale (Moassab 2013b).
A Luanda, la crescita della città d’asfalto ha portato alcuni
musseques4 (slum in contesto anglofono) a perdere il loro carat-
tere periurbano, rimanendo dentro i limiti della città formale,
212 aumentando la loro densità, estendendosi o verticalizzandosi
(Bettencourt 2011: 60-61). Il fenomeno della verticalizzazione
delle baraccopoli, convive, per lo meno nella capitale angola-
na, con l’espansione a macchia d’olio di questi insediamenti, il
più delle volte definiti illegali o informali; abbandonati a loro
stessi, privi di ogni servizio o infrastrutturazione, contraddistin-
ti dall’autocostruzione e migliorati dall’arte dell’arrangiarsi. Si
affermano periferie fluide, dai confini mobili, caratterizzate
dall’alta capacità di trasformazione, di adeguamento. Così, la
città è diventata un sistema complesso, un «mosaico di agglo-
merati di stili differenti di costruito, diversi livelli di servizi e
di infrastrutture»5 e di vita (Cattedra 1995: 39).

4. Musseque è una parola che viene dal Kimbundu, indicava la terra rossa della periferia
della città angolana. In Angola, oggi, il termine è usato per designare tutti quegli insedia-
menti che in inglese vengono definiti come “slum” o “informal area”, in opposizione alla
cosiddetta “città di cemento” (Amaral 1983).
5. La frammentazione socio-spaziale si manifesta, con la comparsa di insediamenti spon-
tanei negli interstizi urbani, con l’occupazione abusiva di stabili, anche nel cuore delle
città, per esempio, di grandi edifici collettivi a diversi piani, eredità delle rivoluzioni so-
cialiste, nelle capitali lusofone dell’Angola e del Mozambico: R. Cattedra, Paesaggi urbani e
pratiche territoriali, in R. Cattedra, M. Memoli (a cura di), La città ineguale: pratiche culturali
e organizzazione della marginalità in Africa e America Latina, Edizioni Unicopli, Milano 1995,
p. 39.
Lo spazio Per provare a capire questi fenomeni, per ricostruire la
urbano-letterario
di Luanda storia della megacittà africana e per raccontare l’evoluzione
  del suo spazio urbano mi sono avvalsa di differenti fonti, che

  vanno dalla statistica alla letteratura. Per esempio: i dati del
censimento angolano 2014, il rapporto delle Nazioni Unite
sulle città africane dello stesso anno, saggi, articoli di gior-
nale pubblicati da urbanisti e architetti e infine, racconti e
romanzi di Luandino Vieira e Ondjaki. Dopo aver ricostruito
dal punto di vista storico, economico e politico la nascita e
la crescita della città subequatoriale, ho analizzato lo spazio
urbano della capitale angolana attraverso le pagine letterarie
dei due narratori angolani. Due autori capaci con le loro ope-
re di mappare una città in continua trasformazione, di fare
attraversare (e incrociare) strade e storie della città simbolo e
corpo dell’identità nazionale angolana a chi legge i loro libri.
L’obiettivo del lavoro è quello di dimostrare che, attraver-
so le pagine urbano-letterarie di Ondjaki e Luandino Vieira,
è possibile raccontare della città, in particolare della capita-
le angolana, delle sue trasformazioni, dell’espansione dello
spazio urbano, del rapporto tra urbanismo e colonizzazione
213
prima e socialismo e neoliberismo più tardi.

2.
Luanda è la città letteraria dell’Angola, una città che ha
preso vita, forma, è divenuta accessibile, si è immagazzinata
attraverso la scrittura e le narrazioni. La letteratura dei due
scrittori registra tutte le trasformazioni urbane, osserva i cam-
biamenti, e dà voce ai suoi abitanti, che il più delle volte sono
penalizzati dalle politiche urbane calate dall’alto.
Tra il 1950 e 1970, la popolazione europea triplica e quella
africana registra un aumento del 102%, secondo i dati di Ter-
ra (Development Workshop – DW e CMAAH 2005), la città
continua ad allargare i suoi confini, tanto che alcuni musse-
ques vengono inglobati dal centro, o spinti verso l’altopiano
(questo avanzamento del fronte urbano, si deve, quindi, sia
all’immigrazione europea sia alla crescita naturale della po-
polazione). La crescita della cosiddetta “città di asfalto” (che
al principio comprendeva parte dei municipi di Ingombota,
di Maianga e Sambizanga) porta alcuni insediamenti a per-
dere il loro carattere peri-urbano. I musseque delle aree cen-
trali vengono inglobati dentro i limiti della “città formale”,
Cristina aumentano la loro densità, si espandono, si verticalizzano.
Maciariello Il fenomeno delle baraccopoli verticali, convive, quindi, per
lo meno nella capitale angolana, con l’espansione a macchia
d’olio di questi insediamenti, definiti e identificati il più delle
volte come illegali o informali. Mentre i grandi edifici col-
lettivi con vari piani, tra i quali, probabilmente, potremmo
archiviare il palazzo di Os Transparentes, sono eredità delle
rivoluzioni socialiste, tanto in Angola come in Mozambico.
Nella narrativa di Luandino Vieira il musseque in partico-
lare e lo spazio urbano in generale hanno una grande impor-
tanza. La conversazione che Maria, protagonista del romanzo
La vita vera di Domingos Xavier, tiene con il piccolo João è
emblematica per mostrare l’interesse che lo scrittore ha verso
gli spazi della città e la sua capacità d’analisi. Il bambino è il
figlio della donna che ospita Maria a Luanda. Orientarsi per
la ragazza, in quella città grande, che ha lasciato da dodici
anni, non è facile, solo uscire o ritornare a quel labirinto che
è il musseque, le sembra impossibile.
Quando arrivarono a Mutamba, Joãzinho la prese per ma-
no, e così proseguirono per le strade affollate di macchine
214 e di gente, tanta di quella gente che Maria restava a bocca
aperta. Oddio, era così Luanda? Nemmeno tutta la gente che
lavorava alla diga avrebbe potuto riempire così quelle strade.
Il bambino dice che Largo da Mutamba è quello lì, ma non
può essere. È vero che era piccola, ma si ricorda bene dei
tempi in cui, con le sue amiche di Ingombota, scendevano
fino ai Coqueiros. Dov’era il giardino con la statua senza per-
sona? E i grandi sicomori? No, figlio mio, scusami, ma Largo
da Mutamba non è questo. Può darsi che lo chiamate voi
Largo da Mutamba, ma se permetti Mutamba è da un’altra
parte. Joãzinho recalcitrava, con aria saputa, ma Maria non
voleva convincersi. Riconobbe soltanto l’edificio della Polizia,
gli alberi, e restò lì a guardare… (Vieira 2004: 77)

Con l’aumento della popolazione, la città cambia, diventa


irriconoscibile allo sguardo di chi non la vive da più di un
decennio come la protagonista del romanzo.
I musseques di Luanda nascono contemporaneamente al-
la città formale, sono parte integrante della storia della città
dice Ilídio do Amaral, e il termine che prima solo designava
la terra rossa e arenosa dei dintorni della capitale, passa a
designare prima le zone dei magazzini dove venivano stipati
gli schiavi (Amaral 1983), poi ogni tipo di agglomerato fatto
Lo spazio di baracche, dove vivono generalmente persone con minori
urbano-letterario
di Luanda capacità economiche. Oggi, il termine indica ogni tipo di
  urbanizzazione povera di servizi e infrastrutture, precaria,

  improvvisata. Le zone che inizialmente si caratterizzavano
per questo tipo di costruito erano: Coqueiros, Bungo, In-
gombotas e Maiangas.
Il mondo colonizzato, dunque, era un mondo diviso in
due, dicotomico, ma interdipendente. La distanza, rappre-
sentata dalla frontiera di asfalto, non solo marcava lo spazio,
il tessuto urbano, ma anche gli spazi sociali e intimi, creando
una vera frontiera razziale. Marina e Ricardo, i protagonisti
di A fronteira de asfalto testimoniano bene quella realtà: lei è
bianca, lui negro. Lei vive nella città di cemento, lui nella
città di «sabbia rossa» (Vieira 1978). Lontano, dalla finestra la
ragazza riesce a scorgere la macchia scura delle case di zinco
e mulembas, case di pau-a-pique, dove, molte, intere famiglie
vivono in uno spazio grande come la sua camera. Il mondo
colonizzato appare come un mondo manicheo, scisso in due
(Fanon 1961). A Luanda, ma non solo lì e allora come ben
ci racconta bell hooks nel suo Elogio del margine (1998), la
215
frontiera è strutturale e costituente dei rapporti sociali; è di
scala in scala più radicale e più intima. Lo spazio abitativo di
Marina, fatto di pareti rosa e lampade di Walt Disney non è
come «il mondo al di là della strada d’asfalto». Quel mondo
«non ha alberi, fiori, le strade sono sinuose, una nuvola di
polvere copre tutto…» (Vieira 1978: 94).

3.
La colonizzazione e le sue conseguenze urbane e non, dirette
o indirette, hanno lasciato segni profondi nel tessuto urbano
che non è possibile ignorare. La Luanda post-indipendenza
è una città più che mai polarizzata (Davis 2006), tra la città
di asfalto lasciata dai portoghesi ai nuovi ricchi e le immen-
se periferie polverose dei quartieri e dei musseques. Questi
antecedenti storico-urbano-letterari sono fondamentali per
tentare di comprendere la città angolana contemporanea.
Nelle sue narrative, Ondjaki riesce bene a raccontare la
Luanda postcoloniale, per esempio, la città Socialista nelle
pagine di Avódezanove e o segredo do soviético, dove è la paura
degli abitanti per gli sgomberi forzati a muovere, in fondo,
tutti i fili. Mike Davis, lo esprime chiaramente, il già regime
Cristina marxista dell’Mpla non si è sottratto a queste pratiche, tan-
Maciariello to da sgombrare dal musseque Boavista migliaia di persone
(Davis 2006).
Dopo la fine della guerra civile, nel 2002, Luanda si av-
via verso un processo di rigenerazione – scrive Moreira in
un articolo pubblicato sulla rivista Buala – le ricchezze del
paese hanno attratto enormi investimenti stranieri in linea
con la politica del «progresso» che irrimediabilmente han-
no cambiato l’ordine sociale e spaziale della città. Spesso, le
strategie di pianificazione ufficiali hanno scollegato il conte-
sto culturale da quello geografico, ignorando la vitalità dei
territori informali, preferendo sostituirli con modelli urbani
importati. Interi quartieri sono spostati in nuove colonie di
reinsediamento, in periferia, favorendo la speculazione im-
mobiliare (Moreira 2012).
Nel romanzo Os Transparentes il giovane scrittore angola-
no Ondjaki, denuncia con molto sarcasmo, ma anche con
molto coraggio, mostrando tutto l’engagment dell’opera,
le ingiustizie sociali, la corruzione, la polarizzazione, i para-
dossi, di una società e di una Luanda che cambia continua-
216
mente. Come afferma Nicholas Kristof, Luanda è «una città
“irritantemente contraddittoria”, dove il regime “corrotto e
autocratico” di José Eduardo dos Santos, alimentato dai ricavi
del petrolio e dei diamanti, supporta lo stile di vita di una pic-
cola élite milionaria» (Rede Angola 2015a). Scrive Ondjaki:
A capital do país, o lugar de acolhimento de revoluções,
mas também de pessoas vindas de todas partes do país quan-
do a guerra se acendia em outra províncias, passava agora,
como a província do Zaire ou Cabinda, a contribuir para
o engrandecimeto do jorro petrolífero nacional6. (Ondjaki
2014: 172)

Il palazzo di sette piani, «con un buco enorme al piano ter-


ra», dove si svolge gran parte della narrazione di Os Transpa-
rentes, abbiamo detto, si localizza in un delle zone centrali
e più care della capitale angolana, «nel cuore della città»
(Ondjaki 2014). Nelle pagine letterarie del romanzo, sem-

6. «La capitale del paese, il luogo che ha accolto le rivoluzioni, e anche persone venute
da tutte le parti del paese quando la guerra infiammava in altre provincie, passava ora,
come la provincia dello Zaire o Cabinda, a contribuire alla crescita dello zampillo petroli-
fero nazionale» (trad. libera).
Lo spazio bra quasi che sia la città a voler prendere la voce attraverso
urbano-letterario
di Luanda uno dei personaggi: Odonato. L’uomo, che diventa sempre
  più trasparente, continuamente esprime la nostalgia per un

  tempo che viene denominato come «antigamente», un tem-
po passato, un tempo della città che paragonato con quel-
lo attuale fa sembrare Luanda un «deserto urbano», dove
mancavano cibo, vestiti, acqua e luce, dove non esistevano
mp3, linee telefoniche, ma le persone erano buone (Ondjaki
2014: 144-194). Odonato è, seguendo Bachelard, un’imma-
gine simbolo, che mostra tutto l’impegno sociale e critico
dell’opera del giovane scrittore. Odonato, infatti sintetizza in
sé l’immagine di un intero popolo e il messaggio che ha per
quest’ultimo. Luanda, dichiara Ondjaki in una intervista, è:
«una città intensa, di storie, di persone, di immaginari e pra-
tiche altamente letterarie. Basta ascoltare ed essere attento.
Basta guardare. Basta andare in giro, lasciarsi invadere. E poi
scrivere». E continua: «a volte penso che è la città di Luanda,
che, da molti anni, scrive per noi, attraverso di noi. Luanda
è come un sogno che ci ossessiona e tornerà a essere detto,
raccontato e reinventato. È forse un labirinto infinito di cose
sociali, politiche, storiche e surreali, proprio perché è così 217
reale. La realtà di Luanda esiste normalmente, al di là delle
narrazioni» (Luz 2013).
Attraverso la voce dei suoi abitanti trasparenti, dunque,
la città stessa si racconta, rappresenta, ricorda, immagina.
Nelle pagine letterarie dello scrittore si denuncia con molto
sarcasmo: l’ingiustizia, la corruzione, il “sistema nel sistema”,
la «“ONGnização” do Estado Nacional, a substituição da con-
strução de políticas públicas e universalização de direitos pe-
lo universo dos “projetos”»7 (Moassab 2013a). Un progetto
petrolifero, che, nelle pagine del romanzo, finisce catastro-
ficamente per dare alle fiamme l’intera città.
Per concludere, oggi, studiare la città e leggerla e analiz-
zare il suo spazio è una cosa complicata, è anche un esercizio
intellettuale. Per parlare di questo spazio particolare, infatti,
necessariamente bisogna avvalersi di un vasto campo di sa-
peri interconnessi e interdisciplinari; occorre tener conto

7. «ONGizzazione dello Stato Nazionale, la sostituzione della costruzione di politiche


pubbliche e dell’universalizzazione dei diritti all’universo dei “progetti”», Moassab A.
(2013a), Globalização, neocolonização e urbanização em África, «Buala», 18.10.2013 (articolo
pubblicato nella rivista «Teoria e Debate», edição 111, 18.4.2013).
Cristina dei paradossi, delle contraddizioni, delle differenze, delle
Maciariello narrazioni, delle realtà di fatto che segnano e plasmano la
nostra epoca. È indispensabile ricordarsi che oggi così come
il contesto e l’intertesto non possono più essere dissociati
dall’analisi letteraria, il frammento e l’immagine non pos-
sono più essere dimenticati nell’analisi delle città. Pertanto
oggi, e nel caso dei due autori considerati, si può parlare di
geo-grafias literárias: ciò vuol dire che sarebbe possibile map-
pare la storia e lo spazio urbano della città in generale e della
capitale angolana, in questo caso, attraverso opere letterarie.

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220
Terza sezione
Africa centrale e orientale
L’Africa della città African Cities as critical sites of violent conflict
Urban Africa and post-conflict reconstruction
Karen Büscher

1. Introduction: the missing link between urban studies and 223


conflict studies
Both rural-urban transformations as well as protracted violent
conflicts are dynamics that very much continue to determine
the current political and socio-economic developments in
Sub-Saharan Africa. Both dynamics produce extremely visible
socio-economic, spatial and political challenges, vulnerabili-
ties and crises on a daily basis. Regarding the first dynamics,
different contributions of this international conference offer
multiple examples. With regards to the second dynamics,
more recent emergence of political violence in Burundi,
Nigeria and the Sahel region has added to the protracted
situations of violent, with examples of the Central African
Republic, the two Sudans and the D.R. Congo.
Too little attention is paid, both amongst academics as
well as amongst policy makers, on the interaction between
these two dynamics. Yet, not only are these two dynamics
often strongly connected, they also tend to reinforce each
other. There are two main reasons for this important knowl-
edge gap, which are partly rooted in the very nature of the
academic disciplines engaging with contemporary African
studies.
Karen First of all, within the Urban Studies debates, the process
Büscher of urbanization is still very much perceived as a rather tech-
nical issue, and much less as a political issue. Yet, this a-polit-
ical understanding of urbanization as a mere demographic,
spatial and administrative process is largely insufficient to
explain the diverse functions and implication of rural-urban
transformation and emerging urbanity on political change,
political mobilization and power struggles
Secondly, within the Conflict Studies on the other hand,
the focus remains largely rural, often overlooking the urban
characteristics and tendencies of dynamics of violence and
war. Conflict Studies on Africa have for a long time been
informed by the so-called “new wars” and ethnic violence
emerging trough the 1990s. It is only very recently that real-
ity forces us to dedicate specific attention to issues of urban
warfare, urban violent uprisings and urban crime.
A very valuable academic attempt to bring these two aca-
demic debates to interact with eachother is the recent work by
Jo Beall and Jonathan Goodhand (Beall – Goodhand 2014)
who have extensively elaborated on the complex relationship
224
between dynamics of violent conflict and urbanization in Af-
rica. From the analyses of the development of several urban
centres across sub-saharan Africa such as Gulu (Uganda),
Juba (South Sudan), Kigali (Rwanda), Luanda (Angola) and
Freetown (Liberia), they have developed a very useful analyti-
cal framework to better understand the dynamic position and
role of urban areas in the myriad forms of conflict.
The central argument of my contribution is that there
is an urgent need for a better URBAN understanding of
current conflict-dynamics in Africa, given the fact that cities
form crucial locations of spatial and political transformations
and productions. This paper is based on the insights from a
number of research projects on conflict urbanization in the
Great Lakes region between 2007 and 2015. Data stems from
political ethnographic research in the cities of Goma (Nord
Kivu), Bukavu (South Kivu) and Bunia (Ituri), Democratic
Republic of Congo

2. Cities as critical locations


The relation between violent conflict and the urban level
is complex and can take multiple forms: the city can be a
African Cities battleground, a location of refuge and protection or a front
as critical sites
of violent conflict of attack. Cities can be a micro cosmos of broader conflicts
and post-conflict or can simply act as terrains upon which competing national
reconstruction
  or regional interests and coalitions of power and influence
vie for resources and wage their wars (Pérouse de Montclos
2002). Beall & Goodhand (2014) have described different
ways in which cities become critical locations in settings of
violent conflict. Applying their theory on realities in the
Great Lakes region, we can identify a number of interesting
positions or capacities urban centres have come to embody
through the history of civil war and violent conflict.

Cities as strategic targets


Because of cities being symbols of government presence,
state power, administrative control and political mobilisation,
cities can become the target within violent military struggles
for control. An extreme form of deliberate urban attacks is
described as “urbicide”, by which the destruction of urban
infrastructure is a crucial aim in targeting the city. In Eastern
Congo, for example, armed groups often use a discourse of
225
targeting cities as a threat to demonstrate their power. “Cap-
turing the city” means an important symbolic seizure on the
regime in place.

Cities as sites of violent contest


Urban war zones in which cities turn into violent battlefields
such as Mogadishu, Monrovia of Freetown have been ex-
ceptional in the Great Lakes region, yet the current violent
dynamics taking place in Bujumbura are a worrying develop-
ment in that regard. Urbanisation in Africa in general often
is characterized by competition, conflicts and contestation
over resources and public authority, especially in context of
weak state. What we observe is that the specific context of
protracted violent conflict strongly reinforces this conflictual
character of cities and of the process of urbanisation itself
(Büscher 2012).

Cities as sites of insurgency


Where in general cities are perceived as a symbol of state
power (places where state authority is consolidated), cities
can also evolve into symbols of state resistance or centres of
Karen counterforce. Recent global developments of urban upris-
Büscher ings clearly illustrate how the “insurgency character” can take
multiple forms. Although the “real” battleground is located
in the city’s hinterlands, the city occupies an important posi-
tion in the armed groups’ power strategies (Beall et al. 2011).
The increasing influence and authority of armed actors on
the urban scene is a mayor consequence of the cities central
position in civil war. Armed actors can become increasing-
ly involved in the organisation of public space and in local
processes of political and socio-economic regulation (Tull
2005; Van Acker 2005; Vlassenroot - Raeymaekers 2004). A
crucial element of “conflict urbanity” is the role of armed
actors in new coalitions, structures and networks that come to
determine the organisation of public order in town (in which
violence has become a leading principle). These transforma-
tions occur in a far more complex way in cities than in the
rural hinterlands, as armed actors engage in close interaction
with multiple other power groups and as the “urban terrain”
contains very different challenges for these violent actors to
exercise their power (Büscher 2011).
226

Cities as sites of protection


In the Great Lakes region, cities have mainly functioned as
islands of relative stability and security in the midst of on-go-
ing violence (Beall - Goodhand 2014). This has provoked a
constant influx of refugees and internally displaced people
to the urban centres in search for security and protection,
causing a fast urban expansion. These processes of urban
expansion and urbanisation produce important transforma-
tions and demographic, spatial, economic, and even political
reconfigurations (Branch 2008).

Cities as sites of production


This image stems from the idea of war as not only a destruc-
tive but also a productive moment, and the whole theory on
the transformative power of violence and war (Duffield 2001;
Cramer 2006). Looking beyond the mere devastating impact
of fifteen years of war, urban dynamics often also illustrate the
ways in which war has reshaped local socio-economic and polit-
ical structures and has generated shifts in authority, regulation,
governance, space and identity. In times of war, and sometimes
African Cities even because of war, cities are crucial motors of production
as critical sites
of violent conflict and change. In cities that are at the heart of flourishing war
and post-conflict economies this tends to be very visible, yet the significance of
reconstruction
  “production” should not be restricted to the business of war.
As poles of innovation and ultimate “laboratories of change”
(Simone 2005), cities produce and reproduce society and
identities. Investigating emerging urbanities in a context of
violent conflict can learn us a lot about political constellations
and the complex socio-economic effects of the war.

3. Case-study: On-going crisis in Eastern D.R. Congo and the need


for an urban perspective
With more than 2 million internally displaced people, dozens
of active rebel groups and several on-going UN-peacekeeping
operations, Eastern Congo remains one of the most volatile
parts of Central Africa. Twenty years of civil war have estab-
lished a glum picture of this region, characterized by deep
political crisis, suffering and pervasive violence.
The profound socio-economic, political and humanitar-
ian impact of this protracted conflict has been extensively
analysed and documented by both humanitarian as well as 227
academic (conflict studies) experts. Where the former are
especially interested in issues of forced displacement, hu-
manitarian needs and vulnerabilities, the second are particu-
larly focusing on underlying macro-and micro-drivers of the
conflict. What they both have in common is that they tend
to analyse conflict dynamics in Eastern D.R. Congo from a
dominant rural perspective. Studies engaging with the “trans-
formative effects” of this protracted war are largely based
rural case-studies. However, whether it is about the mobiliza-
tion of rebel groups, contestations of war-economies, issues of
land access, security or political governance, cities are equally
important sites of action and change. Moreover, urbanisation
in itself is a mayor outcome of the transformative power of
civil war; the fast and largely informal urban growth in East-
ern Congo is directly related to the recent history of civil war.
Just like is the case for other central African countries,
the DRC is experiencing a rapid rural-urban migration with
a current urbanisation rate of nearly 37 per cent1. Due to its

1. http://unhabitat.org/drc/.
Karen transborder economic connections to regional markets, the
Büscher eastern provinces of North and South Kivu have historically
been a densely populated and highly urbanised area (De Sait
Moulin 2010; Büscher 2011). Waves of violence and insecu-
rity added a third push-factor to that of poverty and lack of
infrastructure explaining the rush into cities and towns. When
linking urbanisation to civil war in Eastern Congo, one can
identify two separate dynamics simultaneously taking place:
on the one hand the dramatic reconfiguration of existing cit-
ies and on the other hand the emergence of new semi-urban
centres in the rural hinterlands. Over the past twenty years, in
a context of instability and violence, Eastern DRC has become
increasingly urbanized, strongly affecting local economies, ad-
ministrations, landscapes and identities (Büscher 2016) Yet,
both local government as well as donor agencies does not
seem to pay much attention; urbanisation unfolds in the com-
plete absence of any planning initiative and the countryside
remains the main site of intervention when it comes to devel-
opment, humanitarian assistance or peace-building efforts.
228
4. The city as a centre of protection: A safe-haven for whom?
In contrast to the rest of the country, the Eastern Congo
provinces are characterized by a lack of one single domi-
nant urban centre, instead a series of secondary cities such
as Goma, Beni, Butembo, Bunia, Uvira and Bukavu have ex-
periences a rapid growth since the 1990s both demographic
and spatial terms (De Saint Moulin 2010). Because of their
strong transborder connections, lucrative transborder trade
during the different phases of the war thus represents an
important factor of urban expansion under conflict condi-
tions. The city of Goma, for example, developed into an at-
tractive zone of opportunity and a political and economic
regional market. This, together with the fact that city became
the headquarters of the humanitarian and donor communi-
ty and the UN peace-keeping forces, illustrates how conflict
dynamics have put the city of Goma on the map, transform-
ing it from a small provincial town into a booming regional
centre (Büscher – Vlassenroot 2010).
Simultaneously, most of these cities also function as sites
of relative security and protection to the rural population
fleeing violence. The picture of the city as a “site of refuge”
African Cities is probably one of the most visible effects of conflict-induced
as critical sites
of violent conflict urban reconfiguration. Waves of IDP’s into the cities of Buka-
and post-conflict vu and Goma – representing concentrations of provincial
reconstruction
  administration, concentrations of security forces and the
headquarters of the international donor community – have
generated a strong pressure on the existing urban infrastruc-
ture and administration which in a situation of an extremely
weak state is dramatically insufficient to cope with this influx.
In a situation where former IDP camps have over time organ-
ically been transformed into urban neighborhoods, this has
generated an urbanization that is critical, fragile and charac-
terized by fierce conflict2.
Yet, the image of urban centres in war-torn Eastern Congo
as “safe havens” has a somewhat dubious connotation, since
they are at the same time perceived as being stable second-
ary strongholds for warlords. Moments of “urban warfare”
or armed groups entering tows have been very exceptional.
Threatening to take over the city has shown however to be
a strong means of obtaining political bargaining position;
the short occupation of Goma by the M23 rebel movement
229
caused profound humiliation for the Congolese state as well
as the UN forces and the entire international community3.
Yet although rebels thus generally do not openly operate in
urban areas, they have a strong influence on cities from a
distance. Urban markets present important bases of taxation
and of mobilization, for example, and rebel leaderships also
establish urban connections in the form of investments in
lucrative economic sectors and real estate (Büscher 2012).
Rebel leaders have their businesses in town, they have their
compounds in the wealthy neighborhoods next to that of the
humanitarian agencies, they have their places where they can
meet and make their deals, and they have their recruitment
reservoir at urban universities. Recent violent in Beni has
revealed another worrying aspect of the city as the arena of
political contest for armed groups; it indicates that for armed
groups, creating urban insecurity and uncertainty provides a
powerful political resource4.

2. http://www.nrc.no/arch/img.aspx?file_id=9187068.
3. http://www.bbc.com/news/world-africa-20405739.
4. http://congosiasa.blogspot.be/2015/01/guest-blog-politics-and-business.html.
Karen Being the playground of local politicians, donor agencies,
Büscher economic big men, warlords and blue-helmets, these cities
in Eastern Congo have become critical locations of dynamics
of violent conflict.

5. Emerging boomtowns in the rural periphery


Another phenomenon related to war-induced urbanization
in Eastern Congo is the spectacular growth of small urban
centres in the rural hinterlands of the North and South Kivu
provinces. Since the start of the Congolese war, towns like
Kamituga, Kitchanga, Nyabibwe and Numbi for example,
have experienced an enormous population-boom and spa-
tial expansion. The dynamics behind this growth is often a
combination of displacement and economic activity such as
artisanal mining for example. These towns become attrac-
tive magnets, not only for people seeking to escape violence,
but also seeking to escape a rural livelihood, attracted by
the multi-ethnic character, cash flows and diversified econ-
omies of these towns that distinguish them from their rural
environment. This rapid urbanization process is generating
230
a dramatic change in terms of rural-urban connections, en-
vironmental settings, demographic compositions and ad-
ministrative organisation. Challenges that come with this ur-
banization trend are not only about shelter, food security or
unemployment. Recent power-conflicts between customary
authorities and state officials in Nyabibwe and Numbi for
example have shown how this urban transition, in the current
decentralization-agenda of the DRC, is to be a highly political
and conflictual process that goes with sharp tensions over
power and authority (Büscher et al. 2014).

6. Tendencies of conflictual urbanisation


While these dynamics seems to occur “unnoticed” since “the
urban” is clearly not a priority in Eastern Congo for policy
makers, the particular urbanity that is emerging from this
setting of crisis and conflict, deserves more attention. Re-
cently organized donor-sponsored “peace” events like the
Amani Festival in Goma represent the urban community as
the ultimate vector for tolerance and cohabitation5. However,

5. https://www.amanifestival.com.
African Cities with a local society that is deeply fractured by civil war and an
as critical sites
of violent conflict institutional framework that is extremely weak, urbanisation
and post-conflict may as well be a process reinforcing conflict dynamics.
reconstruction
  The Democratic Republic of the Congo is confronted with
a lack of means and competence to run an effective urban
planning. The urbanisation process occurs in an extremely
informal and uncontrolled manner and is characterized by
fierce conflicts over land, over rights, over access to infra-
structure and services and over public authority. The history
of war has on the one hand reinforced the intensity of urban-
isation and on the other hand its uncontrolled nature and
the intensity of its conflictuality. The access to violence at all
levels of society easily leads to the escalation of conflicts, in
the current tension of violent identity-politics often along
ethnic lines. In the context of war, “typical” urban phenom-
ena such as organized crime-networks and popular vigilantes
become important actors in ethnic-armed coalitions and the
larger political economy of war. Furthermore, the context of
war seriously hampers investments and leaves the city to a
scenario of “urbanisation without growth”, in which urban
231
employment is largely dependent on war-related economic
markets or the humanitarian and development sector. The
eventual withdrawal of the massive humanitarian sector de-
ployed in Goma and Bukavu is already expected to create
masses of urban unemployed.
Finally, the cities’ global connections and concentrations
of educated youth and civil society actors also reinforce the
capacity of urban centres as critical sites of political pro-
test and mobilisation. Recent examples of anti-government
demonstrations and the formation of critical protest move-
ments such as “la lucha”6, demonstrate the potential for urban
based political contestation.

7. Future challenges in peacebuilding: taking the debate to the city


Despite urban growth creating increased social inequality,
political tensions, new vulnerabilities and categories of urban
poor sensitive for political and violent mobilisation, the ur-
ban remains largely overlooked. The presence of hundreds

6. http://africanarguments.org/2014/01/13/la-lucha-gomas-own-brand-of-indignados-
by-kris-berwouts/.
Karen of humanitarian- and development agencies all having their
Büscher headquarters and residencies in the urban areas stands in
sharp contradiction to the rural focus of their programmes.
They stay in town but they work abroad. Weather being the
initiative of these international actors or the local govern-
ment, programmes of conflict mediation, cohabitation,
disarmament, IDP assistance, etc. systematically target rural
populations. UN habitat, for example, with its slogan “for a
better urban future” almost exclusively deals with rural land
conflicts in Eastern Congo. Often heard arguments stress
higher needs in the countryside but also the “complicated-
ness” of operating in an urban setting; in contrast with rural
environments, the multitude of governance actors, the con-
fusing administrative apparatus and the multi-ethnic char-
acter seems to have a rather deterrent effect on the engage-
ment with the city. Local government institutions – largely
dependent on international donor money – to a large extend
seem to follow this agenda.
Yet it seems crucial to address the link between conflict
232 and urbanisation, not only in in Eastern Congo, in an inte-
grated approach of post-conflict reconstruction; its neglect
risks squandering opportunities for development and peace.
Understanding urbanisation as a political process entrenched
in dynamics of violent conflict and approaching cities as crit-
ical locations of state formation and peace-building, will be
necessary in turning opportunities of fragile peace into sus-
tainable development and to tap into the potentiality of cities
as laboratories of change.

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L’Africa della città Kampala. Dalla capitale itinerante alla metropoli
Urban Africa post-coloniale1
Cecilia Pennacini

234 1. La kibuga
Il Buganda, uno dei principali regni dell’Africa dei Grandi
Laghi, si formò tra il xv e il xvi secolo come vassallo del
vicino regno del Bunyoro, rendendosi poi indipendente e
divenendo nei secoli successivi il suo più acerrimo nemico.
Il regno assunse a partire dal xviii secolo un’organizzazione
marcatamente centralistica, dominata da un sovrano (kaba-
ka) che regnava insieme ad altre figure di potere tra cui la
regina madre (namasole), la sorellastra (lubuga) e vari capi
di nomina reale. La storia locale rappresenta il processo
di centralizzazione del regno come una sorta di coalizione
volontaria dei clan, a ciascuno dei quali venne garantita la
possibilità di esprimere un candidato alla successione reale
attraverso un ingegnoso meccanismo di circolazione della
regalità basato sulla discendenza matrilineare del sovrano.

1. Questo contributo si basa su una bibliografia relativa alla storia del regno del Buganda
e della sua capitale, e in particolare fa riferimento – tra gli altri – ai lavori di Calas (1998),
Gutkind (1963), Gutkind, Southall (1957), Hanson (2003), Médard (2007), Ray (1991),
Roscoe (1911), Southall (1971), oltre che sulle ricerche di terreno che conduco da diversi
anni nell’ambito della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale (Università di
Torino, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale).
Kampala. Tuttavia nel corso del xviii secolo l’organizzazione politica
Dalla capitale
itinerante assunse caratteristiche progressivamente più centralizzate,
alla metropoli grazie all’istituzione di capi nominati direttamente dal so-
post-coloniale
  vrano (ebitongole), cui veniva assegnato un territorio secondo
criteri non ereditari. In questo modo una forma di clienteli-
smo si sovrappose all’organizzazione clanica.
La corte del Buganda pre-coloniale era una capitale iti-
nerante: denominata kibuga, essa veniva sistematicamente
spostata ad ogni nuovo sovrano e talvolta anche nel corso
dello stesso regno. La distruzione e l’abbandono della capita-
le risparmiavano soltanto i palazzi dei sovrani defunti, che si
trasformano in santuari dove i medium e le discendenti delle
mogli del sovrano ne conservavano la mandibola inferiore,
cui si riteneva restasse agganciato lo spirito reale (Pennacini
2013). Gli altri edifici venivano ricostruiti intorno al palazzo
che il nuovo sovrano faceva costruire altrove, subito dopo la
sua intronizzazione. Pur cambiando molto spesso localizza-
zione, la capitale era ricostruita seguendo un impianto urba-
nistico prefissato; inoltre, ovunque essa fosse, veniva sempre
denominata usando semplicemente il termine generico di
235
kibuga. Il termine mbuga o embuga indica la corte di un capo
ma anche la corte di giustizia, letteralmente il cortile in cui
si tengono le udienze; kibuga sembra però derivare dal ver-
bo okwebuga che in Luganda significa “vagabondare avanti e
indietro” (Gutkind 1963: 9, n. 2) o anche “marciare in dire-
zione di qualcosa” (Calas 1998: 31).
Gli esploratori John Hanning Speke e James Grant furono
i primi europei a giungere nella kibuga nel 1862, dove già da
qualche decennio si erano insediati i commercianti arabizzati
che controllavano il commercio di schiavi, armi da fuoco e
altri beni lungo le rotte che collegavano la costa orientale con
l’interno. Speke rimase profondamente colpito dalla città e
più in generale dalla complessa organizzazione del regno.
Come gli altri esploratori che dopo di lui sarebbero giunti
nella kibuga, egli descrive con estremo stupore le centinaia
di “capanne giganti” edificate con fibre vegetali, imponenti
per le loro dimensioni e pur tuttavia leggere. Gli edifici erano
sparpagliati in un’area molto vasta, contornati da giardini
lussureggianti e da bananeti separati da strade ampie e ben
tenute. La città è descritta come un immenso giardino, che
svolge la funzione di centro amministrativo del regno. È un’a-
Cecilia rea chiusa che il sovrano controlla. Gli stranieri dovevano
Pennacini richiedere il permesso di entrare nella kibuga al sovrano, il
quale indicava loro su quale terreno insediarsi.

Fig. 1.
La kibuga da
Henri M. Stanley,
Through the Dark
Continent, 1899,
p. 308bis
236
Nel cuore della kibuga era collocato il grande recinto di for-
ma ovale (lubiri) contenente il palazzo del sovrano e le di-
more delle sue mogli, amanti, paggi, lavoranti, ecc. Intorno
al lubiri sorgevano i palazzi delle altre figure del potere: la
namasole, la lubuga, il katikiro, i capi territoriali, ciascuno dei
quali possedeva un suo terreno all’interno della capitale. La
disposizione dei terreni dei capi nella capitale rispecchiava
la posizione dei loro territori nel regno. Esisteva dunque ciò
che è stata chiamata un’omologia strutturale tra l’organizza-
zione spaziale del regno e quella della capitale. Dalla capitale
si diramavano gli assi stradari che mettevano in comunicazio-
ne le diverse parti del regno.
Una delle funzioni fondamentali svolta dal centro urba-
no è proprio l’integrazione del territorio e delle sue com-
ponenti sociali. A partire dal centro vengono diramate le
politiche intese a integrare il territorio e i gruppi che vi abi-
tano: nel centro e a partire dal centro l’etereogeneità delle
componenti sociali viene organizzata secondo un modello
specifico: la kibuga ganda offre un’immagine molto chiara
dell’organizzazione spaziale e politica delle varie componenti
che formavano la società. Come vedremo, non si tratta di
Kampala. una concezione sociale statica: l’organizzazione soddisfaceva
Dalla capitale
itinerante l’esigenza di inglobare sempre nuove e diverse componenti,
alla metropoli le quali erano viste come funzionali alla ricchezza del regno.
post-coloniale
  La città si formava intorno al kabaka, che era il centro po-
litico e simbolico del Buganda, ne garantiva l’organizzazione
e anche l’integrazione. Intorno al sovrano e al suo palazzo
si raccoglievano i capi e i sudditi dando vita alla capitale. La
forte identità tra la persona del re, la città e il regno emerge
in negativo in occasione della morte del re: in quel frangente
il regno e la sua organizzazione politica collassavano, la vita
dei sudditi si fermava, non si coltivava e non si combatteva,
mentre la capitale veniva bruciata e abbandonata. Durante
questo periodo di caos i pretendenti al trono si fronteggia-
vano fino a che un nuovo candidato emergeva dalla lotta
di successione. Il nuovo re, appartenente a un clan quasi
sicuramente diverso da quello del suo predecessore (per via
della matrilinearità della successione reale), costruiva altrove
il suo palazzo mentre i suoi capi si raccoglievano intorno a
lui, ricostruendo la capitale.
Le dimensioni della kibuga pre-coloniale sono difficili
237
da precisare. Ray (1991) parla di un ovale di tre miglia di
lunghezza (un po’ più di 5 chilometri) e due di larghezza
(quasi 3 chilometri). Nel xix secolo, all’arrivo degli Europei
la popolazione della kibuga viene stimata in modo del tutto
indicativo in circa 10.000 abitanti. Nel 1900 il governatore Sir
Harry Johnston afferma però che 70.000 persone vivevano
nella capitale tradizionale (1902: 104), una cifra riportata da
numerosi osservatori europei. Il censimento del 1911 calcola
che 32.441 persone vivessero all’interno della kibuga, ma i
dati devono tener conto della mobilità intrinseca all’occupa-
zione della capitale. Nella capitale non si risiede stabilmente,
e ciò è vero almeno per i capi che pendolano tra la capitale
e i loro territori. Dalle descrizioni degli esploratori sappia-
mo inoltre che la popolazione della kibuga era decisamente
eterogenea: “Schiavi di paesi vicini vi si trovavano come servi
dei capi, mentre soldati sudanesi e swahili erano acquartie-
rati nella kibuga” (Gutkind 1963: 18). Nei compound dei ca-
pi vivevano dunque persone al loro servizio, molti dei quali
erano probabilmente prigionieri di guerra utilizzati come
manodopera servile.
È interessante precisare meglio il significato di termini come
servo o schiavo. In epoca pre-coloniale una forma locale di
schiavitù era certamente in uso nel Buganda come anche nel
vicino Bunyoro. Durante il xix secolo il Buganda era divenu-
to un regno predatorio, dedito alla guerra e al saccheggio. Le
persone catturate in guerra erano denominate abanayage, dal
verbo okunyaga che significa “rubare”. Esse, insieme agli altri
beni catturati, costituivano l’omunyago, il bottino di guerra.
Si trattava in prevalenza di donne e ragazzi dal momento
che gli uomini venivano spesso uccisi. Il mugabe, cioè il capo
incaricato di una spedizione militare, disponeva di queste
persone. Poteva tenerle per sé o regalarle ai suoi soldati più
valorosi. Oppure poteva anche venderle: coloro che venivano
in questo modo acquistati erano detti abagule, dal verbo kugu-
la, “comprare”. Gli abanyage e gli abagule – complessivamente
definiti omwandu – ricevevano nomi ganda e venivano pro-
gressivamente integrati, le donne attraverso il matrimonio,
gli uomini attraverso il patto di sangue (omukago), che sanci-
va definitivamente l’ingresso effettivo di un nuovo membro
all’interno del clan. L’assimilazione era dunque subordinata
238
all’appartenenza a un clan ganda, che poteva essere in diversi
modi negoziata e garantiva un’effettiva “cittadinanza”. Dal
momento che i capi avevano bisogno di sudditi, essi favori-
vano questa politica accordando un ekibanja, cioè una por-
zione di terra da coltivare, anche a stranieri o ex prigionieri.
La concessione della terra costituiva il fulcro delle relazioni
politiche nel Buganda (Hanson 2003).
Molti stranieri (catturati in guerra, immigrati, commer-
cianti, ecc.) giungevano dunque nella capitale, dove venivano
per lo più assimilati all’interno dei clan ganda e inseriti nella
struttura sociale. Una volta assimilati, la memoria dell’origi-
ne straniera si perdeva del tutto. In questa fase, la questione
“etnica” – che diverrà molto calda nell’attuale politica ugan-
dese – non emerge. Lo stesso termine baganda non sembra
corrispondere in origine a un’etichetta etnica, essa indicava
invece coloro che occupavano una posizione di prestigio nel
regno (capi clan, funzionari, ebitongole, principi, ecc.), men-
tre i contadini erano definiti bakopi (persone comuni). John
Beattie osserva come analogamente il termine banyoro poteva
indurre in confusione. Oltre a indicare qualunque membro
della popolazione, munyoro significava anche:
Kampala. Grande capo, signore, padrone … Sembra che nel di-
Dalla capitale
itinerante
ciannovesimo e nel ventesimo secolo, banyoro … fosse
alla metropoli semplicemente un termine applicato a qualunque persona
post-coloniale importante, e l’importanza nei tempi tradizionali implicava

il possesso di qualche autorità politica. (Beattie 1971: 131)

Possiamo desumerne che l’essere Baganda significasse far par-


te del regno del Buganda, cioè ricoprire una qualche carica
politica al suo interno oppure essere suddito di un capo, essere
cioè parte di quella complessa rete di relazioni di subordina-
zione e superordinazione che costituiva la trama della società
ganda2. Un sistema di relazioni concepite sulla base di una
forma di reciprocità che impegnava i capi a proteggere e a
rispettare i loro sudditi, i quali erano liberi di abbandonarli
nel momento in cui veniva meno tale relazione. Si faceva parte
di questa rete a prescindere dalla propria origine, a patto di
essere stati assimilati all’interno di un clan ganda.
Tuttavia non tutti i prigionieri trovavano il modo di farsi
assimilare. Alcuni rimanevano schiavi più a lungo ed erano
chiamati abaddu. In questo caso la condizione servile veniva
incisa sul loro corpo attraverso l’amputazione della parte 239
superiore delle orecchie. Un proverbio ganda dice: Omuddu
awulira yasigaza amatu, “Lo schiavo obbediente rimane con
le sue orecchie”. Il sopraggiungere intorno al 1840 dei mer-
canti di schiavi dalla costa, di religione musulmana e spesso
di lingua swahili, sviluppò e modificò il sistema di dipenden-
za. Molti prigionieri di guerra e anche gli stessi Baganda
iniziarono a essere venduti dai capi ai mercanti arabizzati,
per essere deportati sulla costa e di lì immessi nella tratta
orientale. Nel 1889 il missionario anglicano Mackay affer-
ma che circa 2000 schiavi venivano esportati ogni anno dal
Buganda. I missionari stessi all’inizio compravano schiavi
per farne dei convertiti. Nel 1890, con l’istituzione del pro-
tettorato, la schiavitù fu ufficialmente abolita dagli inglesi,
anche se nella sua forma domestica continuò ad esistere
almeno per tutta la prima metà del xx secolo.
A partire dalla seconda metà dell’800 la pratica di acco-
gliere stranieri nella capitale si estese anche ai mercanti ara-

2. Una concezione che richiama la discussione aristotelica del concetto di cittadinanza,


che attribuisce quest’ultima semplicemente a chi è in grado di governare o di essere gover-
nato (Aristotele, Politica, libro III).
Cecilia bi, agli esploratori europei e poi ai missionari, che vennero
Pennacini invitati a insediarsi su territori indicati dal sovrano, dove
potevano coltivare, praticare il commercio e altre attività.
Nel 1844 i primi mercanti musulmani si stabiliscono nella
kibuga, dove viene loro concesso di costruire moschee, men-
tre i primi bianchi a insediarvisi stabilmente sono i missio-
nari cristiani: nel 1877 giungono gli anglicani della Church
Missionary Society (invitati da Henry Morton Stanley con
una famosa lettera pubblicata sul «Daily Telegraph»), men-
tre due anni dopo giungono i cattolici Missionaires de No-
tre Dame d’Afrique, i cosiddetti “padri bianchi”. Il kabaka
accorda loro la sommità di due colline importanti vicine
al palazzo: Namirembe ai protestanti e Rubaga ai cattoli-
ci (che avevano prima trascorso alcuni anni sulla collina
di Kitebi). La città diviene in questo periodo un centro di
innovazione e diffusione religiosa. Ma ben presto conflitti
sanguinosi oppongono le due fazioni che si sono costituite
intorno agli anglicani (gli ingeleza) e ai cattolici (i fransa),
fornendo il pretesto per l’intervento diretto degli inglesi
(Calas 1998: 41).
240

2. Il Protettorato
Nel corso della conferenza di Berlino, un accordo anglo-
tedesco aveva assegnato il territorio dell’Uganda agli ingle-
si. Nel 1890 il capitano Frederick Lugard viene ingaggiato
dalla Imperial British East African Company con il compito
di avviare la penetrazione commerciale e politica inglese in
Uganda. Dopo aver assoldato militari nubiani e sudanesi, Lu-
gard attraversa il Nilo Vittoria senza attendere l’autorizzazio-
ne del kabaka, e entra nella kibuga stabilendosi non nell’area
paludosa che gli era stata assegnata ma di fronte al palazzo
reale, sulla collina oggi chiamata Old Kampala. Qui costrui-
sce un forte da cui tenta di sedare il conflitto tra i fransa e gli
ingeleza. Di lì a poco viene istituito il Protettorato britannico,
che ingloberà non solo il territorio del Buganda ma anche le
regioni a sud e a ovest occupate da altri regni bantu e quelle
a nord popolate da gruppi nilotici.
L’intervento congiunto dei missionari e degli amministra-
tori coloniali destruttura rapidamente alcuni dei tratti fon-
damentali della società ganda. In particolare la dimensione
rituale della regalità risulta drasticamente ridotta, mentre si
Kampala.
Dalla capitale
itinerante
alla metropoli
post-coloniale

Fig. 2.
Gli esploratori
J.H. Speke e
J.A. Grant ricevuti
da Mutesa I,
sovrano del
Buganda.
J. H. Speke, Journal
of the discovery of the
river Nile, 1863,
tra p. 420 e p. 421

avvia una politica che porterà all’indebolimento del potere


del kabaka nei confronti dei capi e dei funzionari del regno.
Per effetto di questi due fattori, la capitale smette di spostarsi.
A tutt’oggi la kibuga costruita a Mengo nel 1885 intorno al
palazzo del neoeletto kabaka Mwanga è rimasta sede della cor- 241
te, trasformandosi dopo l’indipendenza nella capitale della
nazione ugandese (che nel periodo coloniale era stata fissata
a Entebbe). A questo insediamento ormai fisso viene attri-
buito il toponimo di Kampala (kasozi k’impala, letteralmente
“la collina degli impala”, le antilopi che popolavano le valli
intorno a Mengo, poi abbreviato in Kampala). La fissazione
e la trasformazione della capitale, insieme ai profondi mu-
tamenti politici, religiosi ed economici che ne risultarono,
modificheranno irreversibilmente il tessuto sociale della città
e anche le modalità di integrazione delle diversità:
Mengo, capitale del regno del Buganda che non era mai
rimasta prima di allora ferma in un posto […] riuscì a trasfor-
marsi in una vera capitale urbana durante il periodo dell’im-
pero britannico. Si trattò in realtà di due città gemelle: Mengo,
l’antica capitale, e Kampala, la città coloniale che in origine
era un insediamento europeo e asiatico. (Southall 1971)

Così il centro politico del Buganda perde la caratteristica


principale che l’aveva fino ad allora contraddistinto: la mo-
bilità che gli consentiva di evitare di radicarsi in un luogo
specifico per circolare instancabilmente sul territorio, ri-
Cecilia generando e allo stesso tempo diffondendo il suo potere.
Pennacini Un modello di mobilità dei centri urbani che nel periodo
pre-coloniale risultava diffuso in moltissime società africane,
scomparso con l’imposizione dei sistemi coloniali europei.
L’altra riforma fondamentale che modifica il sistema poli-
tico ganda, mutando anche l’organizzazione della capitale al
suo interno, è contenuta nel Buganda Agreement del 1900,
con il quale il regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e il
regno del Buganda sottoscrivono un accordo che conferisce
ai Baganda uno statuto del tutto particolare rispetto alle al-
tre società ugandesi. L’accordo, concepito dal governatore
Sir Harry Johnston, stabilisce l’introduzione della proprietà
fondiaria, inesistente nei contesti dell’Africa pre-coloniale,
e le modalità di assegnazione della terra ai Baganda. Circa
metà del territorio del regno viene attribuito al sovrano, alla
sua famiglia e a circa 3000 capi di nomina reale (la cosiddetta
“mailo land”) nella misura di circa 8.000 miglia quadrate,
mentre le rimanenti 9.000 miglia quadrate vanno alla corona
inglese. Per i Baganda si tratta di un riconoscimento molto
importante, dal momento che con l’accordo essi restano di
242
fatto in possesso di metà delle terre del regno. Inoltre essi
ottengono il controllo esclusivo della kibuga, posta diretta-
mente sotto l’amministrazione del lukiko. Tuttavia, l’introdu-
zione della proprietà privata ed ereditaria della terra scardina
di fatto il sistema politico tradizionale, basato su relazioni
fondate eminentemente sul potere del sovrano e dei capi di
concedere ai sudditi le terre da coltivare in usufrutto gratui-
to, in cambio dei tributi, delle corvè ma soprattutto della loro
fedeltà politica e militare. Il potere del kabaka e la struttura
politica tradizionale risultarono così inesorabilmente minati.
Il nuovo sistema fondiario investì naturalmente la kibuga e
i territori circostanti. La terra della corona era situata tutta a
nord e a est della kibuga tradizionale. In quest’area iniziarono a
svilupparsi insediamenti commerciali gestiti dagli indiani, che
erano giunti in Uganda a partire dai primi del novecento per
costruire la ferrovia che collegava Mombasa a Kisumu, sulla
riva kenyana del lago Vittoria. Vennero istituite due distinte
municipalità: la città “bianca” denominata Kampala, e la kibuga,
che restò sotto il controllo del kabaka e del suo lukiko. Il doppio
regime prevedeva un sistema segregazionista che proseguirà
fino agli anni cinquanta del Novecento: nella kibuga era fatto
Kampala. divieto di risiedere ai non africani salvo uno speciale permesso
Dalla capitale
itinerante del lukiko, mentre un analogo divieto riguardava gli africani, i
alla metropoli quali non potevano risiedere nella township di Kampala. Il cen-
post-coloniale
  tro commerciale e industriale di Kampala attirava ovviamente
un crescente numero di immigrati da tutta l’Uganda, ma fu
incoraggiata una migrazione di tipo giornaliero. La sera, termi-
nato il lavoro, gli africani dovevano tornare nella kibuga o an-
che in aree rurali più lontane. Solo i boy e i domestici potevano
risiedere nei boys’ quarters delle case dei bianchi e degli indiani.
Per tutto il periodo coloniale la città bianca cresce espo-
nenzialmente, ma anche la kibuga aumenta rapidamente la
sua popolazione, che includerà via via ugandesi di diverse pro-
venienze, kenyani, rwandesi, swahili, arabi e anche indiani, i
quali acquistano proprietà dai capi ganda per stabilire imprese
commerciali all’interno della kibuga. Il lukiko sembra conce-
dere facilmente agli stranieri il permesso di stabilirsi all’inter-
no della kibuga. Il municipio di Kampala esprime spesso viva
preoccupazione riguardo al pericolo insito nell’aumento di
popolazione della kibuga, che colmando la zona cuscinetto
tende ad avvicinare sempre più le due città: si teme soprattut-
243
to per le condizioni igieniche. È necessario, secondo l’ammi-
nistrazione inglese, mantenere la separazione in modo che
i “tuguri” costruiti dagli immigrati africani nella kibuga non
giungano troppo vicini agli insediamenti dei bianchi e degli
indiani, scongiurando il pericolo della diffusione di epidemie
di peste e di colera. Tuttavia nello stesso tempo la città bianca si
estende inesorabilmente all’interno del territorio della kibuga,
di cui progressivamente acquisisce porzioni di terra.
Nonostante il programma segregazionista inglese, i confi-
ni tra le due città si fanno via via meno precisi. Il processo di
integrazione delle sue eterogenee componenti avviene chia-
ramente sotto la spinta del mercato. Una volta introdotta la
proprietà della terra, controllare le vendite e i frazionamenti
diviene impossibile. I landlords ganda vendono al miglior offe-
rente, senza rispettare le antiche regole che implicavano una
responsabilità nei confronti di coloro che abitavano sulle lo-
ro terre. Molti stranieri, si stabiliscono nella kibuga: gli india-
ni, che controllano il commercio e gli immigrati africani che
pendolano giornalmente verso le fabbriche e le imprese di
Kampala. La compresenza dei diversi gruppi in città risponde
ormai unicamente a un’organizzazione di tipo economico.
Cecilia Lo sforzo dell’élite ganda, rappresentata dal lukiko, dal kabaka
Pennacini e dai capi, di controllare la kibuga risulta sempre più arduo,
così come la sua opposizione nei confronti del dilagare del
modello urbanistico occidentale. All’orizzonte si delineano
inoltre le tensioni che opporranno il particolarismo gan-
da – con le sue fratture interne – al nazionalismo ugandese.

3. L’indipendenza, il caos, la politica etnica


Dopo la seconda guerra mondiale, gli inglesi avviano il proces-
so di trasformazione che porterà all’indipendenza. La politica
di transizione fu improntata al tentativo di democratizzare le
strutture politiche pre-esistenti, in primo luogo il lukiko, in vi-
sta delle elezioni che avrebbero reso l’Uganda indipendente.
Kabaka Mutesa II propendeva per un modello confederale che
avrebbe garantito al Buganda la possibilità di conservare una
certa autonomia e mantenere il controllo della capitale, men-
tre gli inglesi puntavano alla costruzione di uno stato che di
fatto scavalcasse le prerogative dei capi tradizionali. Nel 1958
viene eletta una costituente che porterà il paese alle elezioni
del 1961, in un clima rovente che oppone l’Uganda People
244
Congress (UPC) partito a maggioranza anglicana guidato dal
lango Milton Obote, al Democratic Party (DP) a maggioranza
cattolica. Nella seconda tornata elettorale, nel 1962, Obote
diviene primo ministro con il sostegno del Kabaka Yekka (che
letteralmente significa “Solo il re”), il partito dei Baganda mo-
narchici. La costituzione promulgata nel 1962 sancisce l’Indi-
pendenza e istituisce una Repubblica formata da una confe-
derazione di stati (che corrispondono ai regni del Buganda,
Bunyoro, Ankole, Toro e Busoga) e di distretti. Kabaka Mutesa
II diviene presidente della Repubblica, con Kampala capitale.
Nella città bianca, sulla collina di Nakasero, sorgono i palazzi
del governo centrale e il parlamento ugandese.
La crisi esplode nel 1966. Con un colpo di stato Obote
nomina se stesso presidente deponendo il kabaka. Il lukiko
reagisce “ordinando al governo ugandese di lasciare il suolo
del Buganda in dieci giorni” (Calas 1998: 90). Quattro gior-
ni dopo l’esercito ugandese, guidato dal generale Idi Amin
e composto prevalentemente da soldati nilotici, marcia sul
palazzo. Il kabaka viene mandato in esilio a Londra, i regni
aboliti. È la versione ganda della fine del mondo. Gli effetti
del colpo di stato sulla città sono profondi. Le due città ven-
Kampala. gono amministrativamente riunificate, le proprietà terriere
Dalla capitale
itinerante del kabaka e dei capi ufficiali nazionalizzate. La costruzione
alla metropoli della nazione ugandese comporta la de-gandizzazione della
post-coloniale
  capitale. Inoltre il nuovo governo mostra ben presto la volon-
tà di espellere gli stranieri, un passaggio ritenuto essenziale
al processo di nazionalizzazione: prima se ne andranno gli
inglesi e poi verranno espulsi gli indiani, che avevano assunto
grazie agli inglesi il controllo del commercio.
Nel 1971 Amin prende il potere sostenuto dall’Inghilter-
ra. Tra l’agosto e il dicembre del 1972 circa 50.000 indiani
(la stragrande maggioranza di coloro che vivevano nel pae-
se, quasi tutti in possesso di cittadinanza ugandese), vengo-
no espulsi e i loro beni nazionalizzati. Restano soltanto una
cinquantina di famiglie. L’obiettivo del governo è chiaro:
eliminare i particolarismi interni per favorire il processo di
integrazione nazionale. Ma si tratta di un’integrazione for-
zata che comporta oltre all’eliminazione degli indiani an-
che quella del sistema politico ganda, ritenuto depositario
di specificità che paiono incompatibili con l’unificazione
nazionale. L’effetto tuttavia è opposto: la città si disintegra
245
sotto i colpi della violenza. È il caos. In assenza degli indiani,
l’economia collassa, si sviluppano pratiche di sopravvivenza
basate su violenza e corruzione. Gli edifici si degradano, gli
slum si diffondono anche nella città bianca.
Il regime di Amin si chiude con l’intervento armato della
Tanzania che, dopo aver subito un’invasione da parte delle
truppe ugandesi, entra a Kampala nel 1979 con i carri armati
e costringe il dittatore all’esilio prima in Libia, poi in Arabia
Saudita. Si succederanno altri governi deboli fino alla vittoria
del National Resistance Movement (NRM) di Yoseri Museve-
ni, che riconquisterà Kampala nel 1986 dopo alcuni anni di
guerriglia. Il ritorno all’ordine dopo gli anni del caos passe-
rà attraverso la restaurazione dei capi e sovrani tradizionali,
consentita dalla Costituzione a partire dal 1993 in una forma
culturale che ne limita significativamente i poteri. Il kabaka
ritorna così in Uganda, viene re-intronizzato e riprende il
suo posto nella kibuga, che nel frattempo ha tuttavia subito
trasformazioni sostanziali. La questione della terra del kabaka
resta irrisolta, alimentando l’insoddisfazione dei Baganda e
la loro sempre più marcata opposizione al governo centrale. I
Baganda continuano infatti a reclamare l’ebyaffe, letteralmen-
Cecilia te “le nostre cose”, cioè la restituzione della terra del kabaka
Pennacini insieme a tutto il patrimonio culturale in essa contenuto, una
richiesta che riveste per loro un significato non solo econo-
mico ma anche e soprattutto simbolico e spirituale.
Dalla proclamazione di Kampala capitale, l’urbanizzazio-
ne ha continuato a crescere in maniera costante. L’immi-
grazione urbana ha prodotto degli isolati etnici all’interno
della città. Le filiere migratorie provenienti dai regni ban-
tu occidentali e meridionali hanno prodotto insediamenti
nell’ovest e nel sud della città, mentre la parte orientale è
stata progressivamente occupata da un bacino migratorio
nordista. Una linea di frattura piuttosto netta emerge così
tra i gruppi di lingua nilotica provenienti dal nord e gli ex
sudditi dei regni bantu. Si tratta di due civilizzazioni sepa-
rate da un confine che attraversa il territorio ugandese e si
riproduce tra i migranti che si stabiliscono nella capitale.
Gli antichi meccanismi di assimilazione fondati sull’autorità
tradizionale e sull’utilizzo gratuito della terra sono venuti
meno, mentre si fanno strada conflitti sempre più accesi tra
gli immigrati (bafuruki) e coloro che rivendicano un diritto
246
ancestrale relativo alla terra e alla sua gestione politica.
Il 15 luglio del 2009 il Presidente Museveni è intervenu-
to sulla questione degli immigrati con una lettera letta alla
radio3 che ha fatto molto discutere il paese. Il presidente fa
riferimento a un conflitto sorto nel Bunyoro relativamente
alla presenza sempre più massiccia di immigrati bakiga e ba-
konzo, i quali oltre ad acquisire proprietà fondiarie e potere
economico, sono anche entrati nell’arena politica ottenendo
cariche elettive nei distretti nyoro e in Parlamento. A fronte
delle lamentele dei Banyoro che si sentono spodestati del
territorio del loro regno e anche dell’autorità su di esso,
Museveni ha proposto per il Bunyoro (anche in virtù delle
ingiustizie subite a vantaggio dei Baganda durante il periodo
coloniale) di “recintare” (ring-fencing) le posizioni politiche a
livello distrettuale (LC 5) e i posti dei parlamentari eletti in
quel distretto riservandole agli indigeni. Ha proposto inoltre
di garantire la proprietà della terra (fornendo un titolo di
proprietà) a coloro che occupano la mailo land a partire dal

3. La lettera era indirizzata all’onorevole Beatrice Wabudeya, ministro per l’Authority di


“Kampala Città Capitale”.
Kampala. 1964 così come agli occupanti di terre pubbliche4. Il Presi-
Dalla capitale
itinerante dente, nonostante si dichiari nazionalista e pan-africanista,
alla metropoli motiva questa proposta affermando che l’integrazione nazio-
post-coloniale
  nale non deve danneggiare le legittime aspirazioni degli in-
digeni ma, al contrario, rispettare scrupolosamente il diritto
esercitato sulla terra in virtù del proprio patrimonio politico
e culturale.
La questione dei bafuruki e la proposta di recinzione
dei diritti degli indigeni ha scatenato un dibattito acceso
in cui sono intervenuti i principali intellettuali ugandesi.
Mamhood Mamdani ha dedicato a questo tema la Abu Ma-
yanja Memorial Lecture pronunciata a Kampala il 9 ago-
sto 2009, che ha voluto intitolare “Buganda and Uganda
at crossroads”5. Mamdani chiarisce i termini del conflitto
come un’opposizione tra diritti di residenza e diritti di di-
scendenza, opposizione che mette in causa la concezione
stessa di cittadinanza ugandese. La proposta di Museveni,
afferma Mamdani, porta a una definizione di cittadinanza
su base tribale e non nazionale. Ma il tribalismo e l’etnici-
tà cui Mamdani chiaramente si riferisce è una costruzione
della colonia che ha sistematicamente scardinato i sistemi 247
pre-coloniali di assimilazione ed inclusione. Gli stessi rap-
presentanti del regno del Bunyoro hanno risposto negati-
vamente alla proposta di Museveni:
Noi non abbiamo problemi con la popolazione immi-
grata. Costoro devono essere assimilati nella nostra cultura
e accettare di essere Banyoro. Il Bunyoro ha più di sessanta
clan all’interno dei quali gli emigranti possono registrarsi
e accettare di essere assimilati. (Haji Bruhan Kyokuhaire,
Ministro della cultura del regno del Bunyoro, intervistato
sul «Daily Monitor» del 12 agosto 2009)

Nel suo intervento Mamdani ricorda come la nazione nata


dopo la dittatura aveva scelto di basare la cittadinanza sulla
residenza. Chiunque risiede in un distretto vi elegge i suoi
rappresentanti, a prescindere dall’appartenenza tribale. È
la legge del suolo in contrapposizione alla legge del sangue,

4. I provvedimenti non riguarderebbero tuttavia le città e i centri urbani, che rimarreb-


bero a disposizione di tutti gli ugandesi, come si afferma in un passo della lettera: “The to-
tally integrated Uganda should have its nucleus in the urban centres, in order to promote
healty integration”.
5. «Sunday Monitor», 9 agosto 2009.
Fig. 3.
La città di
Kampala oggi
Foto di
Cecilia Pennacini

che i regni tradizionali a modo loro rispettavano assimilando


rapidamente gli stranieri a patto che aderissero alla struttura
248 politica e sociale locale. La direzione presa oggi da Museveni
rappresenta invece, secondo Mamdani, un ritorno alla logica
coloniale della frammentazione etnica e della divisione.

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