Sei sulla pagina 1di 19

Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

Meccanica respiratoria

Il metabolismo aerobico delle cellule dipende dal costante rifornimento di ossigeno e nutrienti
dall'ambiente, accompagnato dalla rimozione dell'anidride carbonica. Negli animali acquatici
semplici e di piccole dimensioni queste necessità vengono soddisfatte per diffusione semplice
attraverso la superficie corporea. La velocità di diffusione, tuttavia è limitata dalla distanza, perciò
la maggior parte degli animali pluricellulari si serve di un apparato respiratorio associato ad un
apparato circolatorio. L'apparato respiratorio assume varie forme, ma tutte presentano una grande
area di superficie compressa in un piccolo volume. Infatti, negli animali più complessi, l'apparato
respiratorio è costituito da due componenti separate: una pompa muscolare e una superficie di
scambio sottile e umida. Negli esseri umani la pompa è rappresentata dalla struttura
muscoloscheletrica del torace, mentre i polmoni veri e propri sono formati dall'epitelio di scambio e
dai vasi sanguigni associati. Le quattro funzioni principali dell'apparato respiratorio sono:
(1) Scambio di sostanze gassose tra atmosfera e sangue. L'ossigeno viene portato
nell'organismo per essere distribuito nei tessuti, mentre la CO2 prodotta dal metabolismo
viene eliminata;
(2) Regolazione omeostatica del pH corporeo. I polmoni possono modificare il pH
dell'organismo tramite l'escrezione o la ritenzione selettiva di CO2;
(3) Protezione da patogeni inalati e da sostanze irritanti. Come tutti gli epiteli in contatto con
l'ambiente esterno, l'epitelio presente nell'apparato respiratorio è protetto da meccanismi che
intrappolano e distruggono sostanze nocive prima che possano entrare nell'organismo;
(4) Vocalizzazione. Il movimento dell'aria attraverso le corde vocali genera vibrazioni
utilizzate per parlare, cantare e altre forme di comunicazione.

La struttura dell'apparato respiratorio

La respirazione esterna, ossia lo scambio di gas tra ambiente e cellule dell'organismo, può essere
suddivisa in quattro processi integrati:
(1) lo scambio di aria tra atmosfera e polmoni è il processo noto come ventilazione.
L'inspirazione è l'ingresso di aria nei polmoni; l'espirazione è l'uscita di aria dai polmoni;
(2) lo scambio di ossigeno e anidride carbonica tra polmoni e sangue;
(3) il trasporto di ossigeno e anidride carbonica nel sangue;
(4) lo scambio di gas tra sangue e cellule.
La respirazione esterna richiede il funzionamento coordinato degli apparati respiratorio e
cardiovascolare. L'apparato respiratorio è costituito dalle strutture coinvolte nella ventilazione e
nello scambio dei gas, che comprendono: Il sistema di conduzione, o vie aeree, che va
dall'ambiente esterno fino alla superficie di scambio dei polmoni.
Gli alveoli, una serie di sacchi interconnessi che formano collettivamente la superficie di scambio,
attraverso cui l'ossigeno diffonde dall'aria inspirata al sangue e l'anidride carbonica diffonde dal
sangue all'aria che sta per essere espirata.
Le ossa e i muscoli del torace e dell'addome, che permettono la ventilazione.

L'apparato respiratorio, inoltre, può essere suddiviso in due parti. Il tratto respiratorio superiore è
costituito da bocca, cavità nasale, faringe, laringe e trachea. Il tratto respiratorio inferiore è
costituito, invece, dalla trachea, dai due bronchi primari, dalle loro ramificazioni e dai polmoni.
Quest'ultimo è detto anche porzione toracica dell'apparato respiratorio essendo racchiuso nella
cavità toracica. Come sappiamo, il torace è delimitato dalle ossa della colonna vertebrale, dalle
coste e dai muscoli a esse associati. Le coste della colonna vertebrale formano le pareti laterali,
mentre un muscolo scheletrico a forma i cupola, il diaframma, ne forma il pavimento. Dal punto di
vista funzionale, la cassa toracica è un contenitore sigillato che contiene tre sacchi membranosi.
Uno, il sacco pericardico, contiene il cuore. Gli altri due, i sacchi pleurici, contengono i polmoni.
1
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

L'esofago, i vasi sanguigni e i nervi passano tra i due sacchi pleurici. Comunque, i polmoni sono
costituiti da tessuto leggermente simile a una spugna, il cui volume è principalmente occupato da
spazi riempiti di aria. Questi organi a forma di cono irregolare occupano quasi completamente la
cavità toracica, con la base appoggiata sul diaframma. Ogni polmone si trova all'interno di un sacco
pleurico formato da due foglietti pleurici, di cui uno riveste l'interno della cavità toracica e l'altro la
superficie esterna del polmone. Le membrane o i foglietti pleurici, detti anche semplicemente
pleure, sono costituiti da diversi strati di tessuto connettivo elastico e numerosi capillari. I due
foglietti sono tenuti insieme da uni strato sottile di liquido pleurico. Il liquido pleurico ha diverse
funzioni: la prima è creare una superficie umida e scivolosa in modo che i due foglietti membranosi
possano scorrere l’uno sull’altro durante il movimento dei polmoni nella cavità toracica; la seconda
è mantenere i polmoni a stretto contatto con la parete toracica, cosi i polmoni vengono mantenuti in
uno stato di parziale insufflazione anche a riposo. Per comprendere questa azione basta immaginare
due pannelli di vetro tenuti uniti da una sottile pellicola d’acqua: potete far scivolare i pannelli l’uno
sull’altro avanti e indietro ma nn potete separarli perché c’è la coesione d’acqua.

Il risultato è la costituzione di un sistema simile ad un palloncino pieno d'aria (i polmoni)


circondato dalle pareti di un palloncino pieno di liquido (il sacco pleurico).
L'aria entra nel tratto respiratorio superiore dalla bocca e dal naso e passa nella faringe, via di
passaggio comune per cibi, liquidi e aria. Dalla faringe, l'aria fluisce attraverso la laringe per
raggiungere la trachea. Quest'ultima si estende nella cavità toracica, dove si ramifica in una coppia
di bronchi primari, uno per ogni polmone. All'interno dei polmoni i bronchi si ramificano
ripetutamente in bronchi progressivamente più piccoli. Come la trachea, i bronchi sono tubi
semirigidi sostenuti da cartilagine. Nei polmoni, i bronchi più piccoli diventano bronchioli, piccole
vie di passaggio comprimibili con pareti costituite da muscolo liscio. I bronchioli continuano a
ramificarsi fino ai bronchioli terminali che terminano a livello dell'epitelio di scambio polmonare. Il
diametro delle vie aeree diventa progressivamente più piccolo dalla trachea ai bronchioli, ma
mentre le singole vie aeree diventano più strette, aumentano di numero. Di conseguenza, d'area
della superficie di sezione aumenta ad ogni divisione di queste vie. Comunque, gli alveoli,
raggruppati all'estremità dei bronchioli terminali, costituiscono la maggior parte del tessuto
polmonare. La loro funzione primaria è lo scambio di gas tra l'aria presente negli alveoli e il sangue.
Ogni minuscolo alveolo è costituito da un singolo strato di sottile epitelio di scambio. Sono presenti
due tipi di cellule epiteliali, quasi in numero uguale: le cellule alveolari di tipo I, sono molto
grandi e sottili, in modo da permettere ai gas di diffondere rapidamente attraverso di esse, mentre le
cellule alveolari di tipo II, sono più piccole ma più spesse, e sintetizzano una sostanza chimica
detta surfactante, che si mescola con il sottile liquido di rivestimento alveolare per facilitare
l'espansione polmonare durante la ventilazione. Comunque, gli alveoli sono in stretta vicinanza con
i capillari. Come ben si può capire, le sottili pareti alveolari non hanno tessuto muscolare, perché
questo potrebbe ostacolare lo scambio gassoso; di conseguenza, il tessuto polmonare non può
contrarsi.. Tuttavia, il tessuto connettivo presente tra le cellule epiteliali alveolari contiene molte
fibre elastiche che contribuiscono al ritorno elastico quando il tessuto polmonare viene stirato.

Le leggi dei gas


L'atmosfera che circonda la Terra è una miscela di gas e vapore acqueo. La legge di Dalton
stabilisce che la pressione totale esercitata da una miscela di gas corrisponde alla somma delle
pressioni esercitate dai singoli gas componenti. Perciò in aria a pressione atmosferica di 760
mmHg, il 78% della pressione totale è dovuto a N2, il 21% da O2 e così via. Nella fisiologia
dell'apparato respiratorio, occorre considerare non solo la pressione atmosferica totale ma anche le
singole pressioni dell'ossigeno e dell'anidride carbonica. La pressione di un singolo gas in una
miscela è nota come pressione parziale (Pgas). Per calcolare la pressione parziale di un dato gas in
un campione d'aria, occorre moltiplicare la pressione atmosferica (Patm) per il contributo relativo
del gas (%): pressione parziale di ossigeno = 760 mmHg x 21% = 760 x 0,21 = 160 mmHg.
2
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

Il flusso dell'aria si verifica ogni volta che è presente un gradiente di pressione. Il flusso d'aria,
come quello del sangue, avviene da aree ad alta pressione verso aree a bassa pressione. Nella
ventilazione, il flusso di aria secondo gradiente di pressione spiega come si abbia scambio di aria tra
ambiente esterno e polmoni. Il movimento della cassa toracica durante la ventilazione genera
ciclicamente condizioni di alta e bassa pressione all'interno dei polmoni. Comunque, la pressione
esercitata da un gas o da una miscela di gas in un contenitore chiuso è determinata dalla collisione
delle molecole di gas in movimento contro la parete del contenitore e una contro l'altra. Se la
grandezza del contenitore diminuisce, le collisioni tra le molecole di gas e le pareti divengono più
frequenti e la pressione aumenta. Questa relazione può essere espressa dalla seguente equazione,
denominata legge di Boyle:
P1V1 = P2V2
(in cui P rappresenta la pressione e V il volume)
Nell'apparato respiratorio, i cambiamenti di volume della cavità toracica durante la ventilazione
generano gradienti di pressione che determinano il flusso d'aria. Quando il volume del torace
aumenta, la pressione intratoracica diminuisce e l'aria entra nell'apparato respiratorio. Quando la
cavità toracica diminuisce di volume, la pressione aumenta e l'aria esce dai polmoni. Questo
movimento dell'aria viene detto flusso di massa, perché si muove l'intera miscela di gas, non solo
uno o due dei gas presenti nell'aria.

La ventilazione nell'attività fisiologica dell'apparato respiratorio

Il primo tipo di scambio che si realizza nell'attività fisiologica dell'apparato respiratorio è la


ventilazione, cioè lo scambio d'aria per flusso di massa tra l'atmosfera e gli alveoli. I fisiologi e i
clinici valutano la funzionalità polmonare tramite la misurazione del volume di aria che un soggetto
riesce a spostare durante la ventilazione a riposo, e in seguito durante la ventilazione forzata. Questi
test di funzionalità ventilatoria utilizzano lo spirometro, uno strumento che misura il volume di aria
spostato ogni atto ventilatorio. La quantità di aria spostata durante la ventilazione, in questo modo,
può essere suddivisa in quattro volumi polmonari:
 volume corrente, (Vr)
 volume di riserva inspiratoria, (VRI)
 volume di riserva espiratoria (VRE)
 volume residuo. (VR)
Questi volumi variano sostanzialmente in funzione dell'età, del sesso e dell'altezza. Quando si
respira tranquillamente, il volume di aria che si sposta durante una singola inspirazione o
espirazione è noto come volume corrente (VC). Il valore medio del volume corrente durante la
ventilazione tranquilla è circa 500 mL. Se, invece, al termine di un'ispirazione tranquilla inspiriamo
tutta l'aria che possiamo, il volume aggiunto inspirato oltre al volume corrente rappresenta il
volume di riserva inspiratoria (VRI), circa 3000 mL. Invece, se alla fine di un'espirazione
tranquilla, espiriamo tutta l'aria che possiamo, il volume d'aria eliminato forzatamente è detto
volume di riserva espiratoria (VRE) ed equivale a circa 1100 mL. Il quarto volume non può
essere misurato direttamente. Anche quando si elimina la maggior quantità di aria possibile, ne resta
ancora a livello polmonare e nelle vie aeree. Il volume d'aria presente nell'apparato respiratorio
dopo un'espirazione massimale, circa 1200 mL, viene definito volume residuo (VR).
La somma di due o più volumi polmonari è detta capacità.
Capacità inspiratoria = Vc + VRI
Capacità vitale = Vc+VRI+VRE
Capacità polmonare totale =Vc + VRI +VRE +Vr
Capacità funzionale residua= VRE + Vr

3
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

La capacità vitale (CV) è la somma del volume di riserva inspiratoria, del volume di riserva
espiratoria e del volume corrente. La capacità vitale rappresenta, quindi, il massimo volume d'aria
che può essere volontariamente spostata dentro e fuori l'apparato respiratorio durante un atto
ventilatorio.
La Capacità Totale (CPT) è la somma della capacità vitale e del volume residuo.
La capacità Inspiratoria è data dal volume corrente + volume residuo.
La Capacità funzionale residua è data dal volume di riserva respiratorio + volume residuo.

Comunque, nel corso della ventilazione, le vie aeree superiori e i bronchi assolvono funzioni
ulteriori rispetto a quelle di semplice via di passaggio dell'aria, svolgendo un importante ruolo nel
condizionare l'aria prima che raggiunga i bronchi. Il condizionamento dell'aria inspirata è
costituito di tre componenti:
(1) il riscaldamento dell'aria alla temperatura corporea (37 °C) in modo che la temperatura corporea
centrale non vari e gli alveoli non siano danneggiati dall'aria fredda;
(2) L'aggiunta di vapore acqueo fino a che l'aria raggiunga il 100% di umidità in modo che l'epitelio
di scambio, che è umido, non si disidrati;
(3) la filtrazione del materiale estraneo in modo che virus, batteri e particelle inorganiche non
raggiungano gli alveoli. Quest'ultima condizione viene garantita dall'epitelio cigliato, a livello della
trachea e dei bronchi, che secerne muco e soluzione salina diluita.
Il muco contiene immunoglobuline che possono inattivare diversi patogeni.
Il flusso d'aria dentro e fuori i polmoni è determinato da gradienti di pressione generati da una
pompa, proprio come il flusso di sangue è determinato dall'azione di pompa del cuore. Poiché la
maggior parte del tessuto polmonare è costituita da un sottile epitelio di scambio, nell'apparato
respiratorio sono i muscoli della cassa toracica e il diaframma a fungere da pompa. Il flusso aereo
nel tratto respiratorio obbedisce alla medesima regola rispettata dal flusso di sangue
nell'apparato cardiovascolare:
Flusso ∞ ΔP/R.
4
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

Questa equazione indica che il flusso aereo segue un gradiente di pressione e che il flusso decresce
quando la resistenza del sistema al flusso aumenta. Comunque, la pressione dell'apparato
respiratorio può essere misurata a livello degli spazi aerei polmonari (pressione alveolare, PA) o nel
liquido pleurico (pressione intrapleurica). Poiché la pressione atmosferica è costante, la pressione
all'interno dei polmoni deve essere superiore o inferiore a quella atmosferica per permettere il flusso
di aria tra ambiente esterno e alveoli. Infatti, perché l'aria fluisca nei polmoni è necessario che la
pressione nei polmoni divenga inferiore a quella atmosferica. Secondo la legge di Boyle, un
aumento del volume determina una riduzione di pressione. Durante l'inspirazione il volume del
torace aumenta in seguito alla contrazione di alcuni muscoli della gabbia toracica e del diaframma.
Quando il diaframma si contrae, perde la sua forma a cupola e si abbassa verso l'addome. Questo
movimento aumenta il volume della cavità toracica, appiattendone il pavimento. Inoltre, durante
l'ispirazione, i muscoli intercostali esterni e gli scaleni si contraggono esercitando una trazione sulle
coste verso l'alto e verso l'esterno. Gli scaleni contribuiscono all'inspirazione sollevando lo sterno e
le coste superiori. Il movimento delle coste durante l'inspirazione può essere paragonato al manico
di una pompa tirato in alto e lontano dalla pompa stessa (le coste si muovono verso l'alto e si
allontanano dalla colonna vertebrale) e al movimento di una coppia di manici di un secchio quando
sono sollevati lontano dai lati del secchio (le coste si muovono esternamente in direzione laterale).
La combinazione di questi due movimenti allarga la cassa toracica in tutte le direzioni. Quando il
volume della cavità toracica aumenta, la pressione diminuisce e l'aria fluisce nei polmoni.

Se seguiamo i cambiamenti della pressione alveolare durante una singola inspirazione avremo:
Tempo 0. Nella breve paura tra gli atti ventilatori, la pressione alveolare è uguale a quella
atmosferica (0 mmHg al punto A1). In assenza di un gradiente di pressione non si ha flusso;
Tempo 0-2 s. Inspirazione. Quando l'inspirazione comincia, i muscoli inspiratori si contraggono e il
volume toracico aumenta. Parallelamente all'aumento di volume, la pressione intrapolmonare si
riduce di circa 1 mmHg al di sotto della pressione atmosferica (punto A2) e l'aria comincia a
muoversi verso gli alveoli (dal punto C1 al punto C2);
Mentre l'aria entra negli alveoli, la pressione aumenta gradualmente fino a quando la cassa toracica
smette di espandersi, appena prima del termine dell'ispirazione. Il flusso d'aria continua per una
frazione di secondo, fino a quando la pressione all'interno dei polmoni è uguale a quella atmosferica
(punto A3). Al termine dell'ispirazione, il volume d'aria presente nei polmoni è al massimo valore
raggiunto nel ciclo ventilatorio (punto C2) e la pressione alveolare è uguale alla pressione
atmosferica. Al termine dell'inspirazione, i motoneuroni somatici cessano di stimolare i muscoli
inspiratori, che si rilassano. Il ritorno elastico dei polmoni riporta il diaframma e le coste alla
posizione di partenza. Poiché l'espirazione durante la ventilazione a riposo è causata da un ritorno
elastico passivo, piuttosto che da una contrazione muscolare attiva, è definita espirazione passiva.
Tempo 2-4 s. Espirazione. Mentre i volumi del polmone e del torace diminuiscono durante
l'inspirazione, la pressione dell'aria nei polmoni aumenta, raggiungendo un valore massimo di circa
1 mmHg sopra la pressione atmosferica (punto A4). La pressione alveolare ora è superiore a quella
atmosferica, quindi il flusso d'aria si inverte e l'aria esce dai polmoni;
Tempo 4 s. Al termine dell'espirazione, il movimento dell'aria si blocca quando la pressione
alveolare è nuovamente uguale a quella atmosferica (punto A5). Il volume polmonare raggiunge il
proprio valore minimo nel ciclo ventilatorio (punto C3). A questo punto, un ciclo ventilatorio
termina e inizia quello successivo.
Durante l'esercizio fisico o la ventilazione forzata, questi valori diventano proporzionalmente più
grandi, ma il meccanismo rimane il medesimo (30-40 atti/min contro i 12-20 atti/min della
respirazione tranquilla).
Come abbiamo visto, la ventilazione richiede che i polmoni, che non sono in grado di espandersi e
contrarsi da soli, si muovano in associazione con la contrazione e il rilasciamento del torace. Per
questo motivo, i polmoni aderiscono alla cassa toracica tramite la forza di coesione esercitata dal
liquido tra le due membrane pleuriche. In questo modo, se si muove la gabbia toracica, i polmoni si
5
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

muovono in concomitanza. La pressione intrapleurica nel liquido tra le membrana pleuriche è


inferiore di quella atmosferica. Infatti, la combinazione della spinta verso l'esterno della gabbia
toracica e del ritorno elastico polmonare verso l'interno genera una pressione intrapleurica di circa -
3 mmHg. Se si apre un passaggio tra la cavità pleurica chiusa e l'atmosfera, come nel caso di una
costa fratturata che perfora la membrana pleurica, l'aria che penetra in questa cavità rompe il
legame che mantiene il polmone adeso alla parete toracica. Il polmone collassa al proprio volume di
riposo come un pallone sgonfio, mentre la parete toracica si espande verso l'esterno. Questa
condizione, detta pneumotorace, determina il collasso del polmone e lo rende incapace di
funzionare normalmente. La correzione di uno pneumotorace richiede, quindi, due fasi: la
rimozione della maggiore quantità di aria con una pompa aspirante e la chiusura del passaggio per
impedire l'ulteriore ingresso di aria. Comunque, all'inizio dell'inspirazione, come dicevamo, la
pressione intrapleurica è circa -3 mmHg (punto B1). Mentre l'inspirazione procede, le membrane
pleuriche e i polmoni seguono il movimento della cassa toracica in espansione per via della
presenza del liquido pleurico. Il tessuto polmonare si oppone però all'azione di allungamento e i
polmoni tendono ad allontanarsi dalla parete toracica portando la pressione intrapleurica a valori
ancora più negativi (punto B2). Quindi al termine di un inspirazione, quando i polmoni sono
completamente espansi, la pressione intrapleurica scende attorno a -6 mmHg (punto B2). Durante
l'espirazione, invece, la cassa toracica torna alla propria posizione di partenza. I polmoni si
rilasciano dalla loro posizione di estensione forzata e la pressione intrapleurica torna al proprio
valore normale di circa -3 mmHg (punto B3). Si noti che la pressione intrapleurica non eguaglia
mai la pressione atmosferica, perché la cavità è un compartimento chiuso. Quindi, come ben si può
capire dai movimenti ventilatori, una ventilazione adeguata dipende dalla capacità dei polmoni di
espandersi normalmente. La maggior parte del movimento ventilatorio è utilizzato per vincere le
resistenze dell'elasticità polmonare e della cassa toracica all'estensione. Clinicamente, la capacità
dei polmoni di espandersi è definita complianza. Un polmone con elevata complianza si dilata
facilmente, mentre uno a bassa complianza richiede un lavoro maggiore dei muscoli inspiratori
per dilatarsi. La complianza, comunque, è diversa dall'elastanza (elasticità). Il fatto che un
polmone si espanda facilmente (elevata complianza) non significa necessariamente che riassuma
il proprio volume a riposo quando la forza che tende a dilatarlo venga meno (elastanza).
Comunque, la maggiore resistenza all'espansione dei polmoni è data dalla tensione superficiale,
determinata dal sottile strato di liquido tra le cellule alveolari e l'aria. In corrispondenza di qualsiasi
interfaccia tra aria e liquido, la superficie del liquido è sottoposta a una tensione, come una sottile
membrana sottoposta a stiramento. La tensione superficiale alveolare è simile a quella che insorge
in una bolla sferica. La tensione superficiale generata dalla sottile lamina di liquido è diretta verso il
centro della bolla e genera una pressione all'interno della bolla stessa. La legge di LaPlace descrive
questa pressione. Questa legge afferma che la pressione (P) all'interno di una bolla costituita da una
lamina di liquido dipende da due fattori: tensione superficiale del liquido (T) e raggio della bolla (r).
Questa relazione è espressa dalla seguente equazione:
P = 2T/r
Dunque, se due bolle hanno diametro differente, ma sono costituite da liquidi che hanno la
medesima tensione superficiale, la pressione all'interno della bolla più piccola sarà maggiore di
quella entro la bolla più grande. La bolla può essere, in questo modo, assimilata a un alveolo
ricoperto di liquido, anche se gli alveoli non hanno forma perfettamente sferica. Il liquido che
riveste tutti gli alveoli crea una tensione superficiale. Se quest'ultima fosse la medesima negli
alveoli piccoli e in quelli grandi, gli alveoli piccoli presenterebbero una pressione verso l'interno
maggiore e, dunque, maggiore resistenza allo stiramento. Come risultato, sarebbe necessario più
lavoro per espandere gli alveoli più piccoli. Normalmente, tuttavia, i polmoni secernano un
surfactante chimico che riduce la tensione superficiale. I surfactanti sono miscele contenenti
fosfolipidi e proteine che riducono la forza coesiva tra le molecole di acqua sostituendosi
all'acqua stessa in corrispondenza della superficie; infatti per definizione la tensione superficiale
si sviluppa proprio a causa dei legami idrogeno tra le molecole d'acqua. Il surfactante risulta
6
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

essere, per ovvi motivi, più concentrato a livello degli alveoli di minori dimensioni e rende la loro
tensione superficiale inferiore a quella degli alveoli di maggiori dimensioni. Il Surfactante riduce la
tensione superficiale del liquido che riveste gli alveoli impedendo così il collasso degli alveoli più
piccoli e facilitando l’ingresso di aria.

L'altro fattore, oltre alla complianza, che determina il lavoro ventilatorio è la resistenza
dell'apparato respiratorio al flusso d'aria. Questa resistenza è per molti aspetti analoga a quella
nell'apparato cardiovascolare. Tre parametri contribuiscono a generare la resistenza (R): la
lunghezza del sistema (L), la viscosità del fluido che scorre nel sistema (η) e il raggio dei condotti
del sistema (r). Le legge di Poiseuille mette in relazione questi fattori in modo simile a quello
relativo al flusso dell'apparato cardiovascolare:
R ∞ Lη/r4.
Essendo lunghezza e viscosità praticamente costanti nell'apparato respiratorio, il raggio delle vie
aeree è il principale fattore che determina la resistenza. Di solito, tuttavia, il lavoro richiesto per
vincere le resistenze al flusso delle vie aeree è piccolo se paragonato al lavoro necessario per
superare la resistenza all'espansione dei polmoni e della cassa toracica. Comunque, circa il 90%
della resistenza delle vie aeree può essere attribuito a trachea e bronchi, strutture rigide, in modo
che il loro diametro non subisca modifiche e la resistenza al flusso aereo è costante. Tuttavia,
l'accumulo di muco per allergie o infezioni può aumentare drammaticamente le resistenze. Poi
abbiamo i bronchioli, tubi che possono essere compressi, e una diminuzione del loro diametro può
trasformarli in una fonte importante di resistenza. La broncocostrizione incrementa la resistenza al
flusso aereo e diminuisce la quantità di aria che raggiunge gli alveoli. I bronchioli, come le arterie,
sono sottoposti al controllo riflesso dei sistemi nervoso ed endocrino, ma la maggior parte dei
cambiamenti minuto per minuto del diametro dei bronchioli si verifica in risposte a sostanze
paracrine. L'anidride carbonica nelle vie aeree è la principale sostanza paracrina che influenza il
diametro dei bronchioli. L'aumento della concentrazione di CO2 nell'aria espirata fa rilasciare
la muscolatura liscia dei bronchioli e determina la broncodilatazione. Comunque, il principale
controllo nervoso dei bronchioli è esercitato dai neuroni parasimpatici, che determinano
broncocostrizione; questo è un riflesso che protegge il tratto inferiore delle vie aeree dall'azione di
eventuali sostanze irritanti inalate.

Come l'efficienza dell'attività cardiaca è valutata tramite la gittata cardiaca, allo stesso modo, si può
stimare l'efficacia della ventilazione calcolando la ventilazione polmonare totale, cioè il volume di
aria spostato dentro e fuori dai polmoni a ogni minuto.

La ventilazione polmonare totale, definita anche volume minuto, viene calcolata nel seguente
modo:
Ventilazione polmonare totale = Frequenza ventilatoria x Volume corrente
La frequenza ventilatoria normale in un soggetto adulto è 12-20 atti al minuto. Con un volume
corrente di 500 mL e la ventilazione polmonare totale sarà:
Ventilazione polmonare totale = 12 atti/minuto x 500 mL/atto = 6000 mL/minuto = 6 L/min

La ventilazione polmonare totale va distinta dalla ventilazione alveolare:


Ventilazione polmonare alveolare = Frequenza ventilatoria x (Volume corrente - Spazio morto)

La ventilazione polmonare totale, quindi, rappresenta il movimento fisico dell'aria dentro e fuori il
tratto respiratorio. Comunque, una quota dell'aria che entra nell'apparato non raggiunge gli alveoli
poiché resta nelle vie aeree di conduzione, cioè trachea e bronchi. Poiché queste vie non riescono a
scambiare gas con il sangue, vengono chiamate spazio morto anatomico; questo spazio ha un
volume di circa 150 mL. Per illustrare la differenza tra il volume totale di aria che entra nelle vie

7
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

aeree e il volume di aria “fresca” che raggiunge gli alveoli, si consideri un tipico atto respiratorio
che determina il flusso di 500 mL di aria in un ciclo ventilatorio:
1. Al termine dell'espirazione il volume polmonare è massimo e l'aria recentemente inspirata
riempie lo spazio morto; Si definisce SPAZIO MORTO ANATOMICO il volume di aria inspirata
che non raggiunge gli alveoli, ma rimane nelle vie aeree di conduzione (bocca, laringe, trachea,
bronchi fino agli alveoli esclusi) E' quel volume di aria che non partecipa agli scambi
gassosi. Nell’adulto è di circa 150 ml. Lo spazio morto serve a scaldare e umidificare l'aria, prima
che raggiunga gli alveoli, in modo da non sottrarre loro calore e umidità. Lo SPAZIO MORTO
FISIOLOGICO è la somma di spazio morto anatomico + spazio morto alveolare (somma delle aree
degli alveoli funzionalmente inattivi).
2. Il volume corrente di 500 mL è espirato. Tuttavia, la prima parte di questi 500 mL che lascia le
vie aeree è costituita da quei 150 mL d'aria “fresca” che si trovano nello spazio morto, ed è seguita
da 350 mL d'aria “stantia” che si trova negli alveoli. Perciò, benché 500 mL di aria abbiano lasciato
gli alveoli, solo 350 mL di quel volume lasciano l'organismo. Il restante volume di 150 mL rimane
nello spazio morto;
3. Al termine dell'espirazione, il volume polmonare è minimo e l'aria “stantia” recentemente
espirata riempie lo spazio morto anatomico;
4. all'ispirazione successiva, 500 mL di aria entrano nelle vie aeree.

Ciò fa sì che negli alveoli entrino dapprima i 150 mL di aria “stantia” che riempivano lo spazio
morto, seguiti dai primi 350 mL di aria “fresca”. Gli ultimi 150 mL di aria “fresca” inspirata
rimangono nello spazio morto e non raggiungono gli alveoli.

La composizione dei gas alveolari cambia molto poco durante un ciclo ventilatorio normale.
L’iperventilazione aumenta la PO2 alveolare e diminuisce la PCO2 alveolare. L’Ipoventilazione
ha gli effetti opposti.

Scambio e trasporto dei gas nella cellula


La diffusione semplice di ossigeno e anidride carbonica attraverso strati di cellule (tra gli alveoli e i
capillari polmonari) obbedisce alle regole delle
diffusione semplice attraverso una membrana,
descritte dalla legge di diffusione di Fick:
Velocità di diffusione ∞ (area della superficie x
gradiente di concentrazione x permeabilità della
membrana) / spessore della membrana.
Se si assume che la permeabilità della membrana
sia costante, allora tre fattori determinano la
diffusione nei polmoni:
1. Area della superficie. La velocità di diffusione
è direttamente proporzionale all'area della
superficie disponibile;
2. Gradiente di concentrazione. La velocità di
diffusione è direttamente proporzionale al
gradiente di concentrazione della sostanza che
diffonde;
3. Spessore della membrana. La velocità di
diffusione è inversamente proporzionale allo
spessore della membrana.
In base alle regole generali della diffusione, si può
aggiungere un quarto determinante: la distanza di
8
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

diffusione, la diffusione è massimamente rapida su brevi distanze. Nella maggior parte dei casi, la
distanza di diffusione, l'area di superficie di scambio e lo spessore della membrana sono costanti
nell'organismo e massimizzate per facilitare la diffusione. Perciò, il fattore più importante implicato
nello scambio di gas in condizioni fisiologiche è il gradiente di concentrazione. Comunque, quando
un gas è posto in contatto con l'acqua e c'è un gradiente di pressione, le molecole di gas passano da
una fase all'altra. Se la pressione del gas è superiore nella fase acquosa rispetto alla fase gassosa,
allora le molecole di gas lasceranno l'acqua. Se la pressione del gas è superiore nella fase gassosa
che in quella acquosa, invece, allora il gas si discioglierà nell'acqua. Il passaggio delle molecole di
gas dall'aria nel liquido è direttamente proporzionale a tre fattori: (1) il gradiente di pressione del
gas, (2) la solubilità del gas nel liquido e (3) la temperatura. Essendo la temperatura relativamente
costante nei mammiferi, possiamo trascurare il suo contributo. La capacità di un liquido di
disciogliersi in un liquido è, appunto, la solubilità del gas in quel liquido. Se un gas è molto
solubile, molte molecole passeranno in soluzione anche in presenza di basse pressioni parziali. Per i
gas meno solubili, anche pressioni parziali elevate determinano la soluzione nel liquido solo di
poche molecole di gas. Questo è il caso dell'anidride carbonica che è circa 20 volte più solubile in
acqua rispetto all'ossigeno.

Lo scambio dei gas nei polmoni e nei tessuti

Le leggi dei gas stabiliscono che un singolo gas si sposta da regioni a maggiore pressione parziale
verso regioni a minore pressione parziale.
Questa regola governa lo scambio di ossigeno
e anidride carbonica a livello polmonare e
tissutale.
La PO2 alveolare normale è circa 100
mmHg, mentre la PO2 del sangue venoso che
raggiunge i polmoni è di 40 mmHg. Di
conseguenza, l'ossigeno si muove secondo il
proprio gradiente di pressione parziale
(concentrazione) dagli alveoli verso i
capillari. Il processo di diffusione raggiunge
l'equilibrio, e la PO2 nel sangue arterioso che
lascia i polmoni è pari a quella negli alveoli,
ossia 100 mmHg. Quando il sangue arterioso
raggiunge i capillari, il gradiente si inverte.
Le cellule impiegano continuamente ossigeno
per la fosforilazione ossidativa. In una cellula
a riposo la PO2 intracellulare è in media 40
mmHg. Il sangue arterioso che arriva alle
cellule ha PO2 di 100 mmHg. Poiché la PO2
è minore nelle cellule, l'ossigeno diffonde
secondo il proprio gradiente di pressione
parziale dal plasma alle cellule. La diffusione
raggiunge nuovamente l'equilibrio, e come
risultato il sangue venoso presenta la
medesima PO2 delle cellule che ha appena
irrorato. Al contrario, la PCO2 è maggiore
nei tessuti che nei capillari sistematici a
seguito della produzione metabolica di CO2.
La PCO2 cellulare in un soggetto a riposo è circa 46 mmHg, a fronte di una PCO2 nel plasma
9
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

arterioso di 40 mmHg. Il gradiente determina il trasporto netto dell'anidride carbonica dalle cellule
nei capillari. La diffusione raggiunge l'equilibrio e il sangue venoso sistematico ha PCO2 media di
46 mmHg. Al livello dei capillari polmonari, il processo si inverte. Il sangue venoso che trasporta
CO2 prodotta come catabolita dalle cellule ha PCO2 di 46 mmHg. La PCO2 alveolare è 40 mmHg.
Poiché la PCO2 è maggiore nel plasma la CO2 fluisce dai capillari agli alveoli. Quando il sangue ha
lasciato gli alveoli, esso ha PCO2 di 40 mmHg, identica alla PCO2 degli alveoli. Se la diffusione
dei gas tra gli alveoli e il sangue è significativamente compromessa insorge ipoossia (uno stato in
cui l'ossigeno è troppo scarso). L'ipossia si accompagna frequentemente all'ipercapnia, ossia
all'aumento della concentrazione di anidride carbonica. Comunque, il primo fattore necessario a un
adeguato apporto di ossigeno ai tessuti è l'assunzione adeguata di ossigeno dall'atmosfera,
rispecchiata dalla PO2 negli alveoli. Se la PO2 alveolare diminuisce si riduce la quantità di
ossigeno che diffonde nel sangue dai capillari alveolari.

Vi sono due cause possibili di una ridotta PO2 alveolare:


(1) l'aria inspirata ha un contenuto di ossigeno abnormemente basso , come nel caso dell'altitudine
(infatti la pressione parziale di ossigeno diminuisce proporzionalmente alla pressione atmosferica
totale se ci si sposta dal livello del mare) o
(2) la ventilazione alveolare è inadeguata. Infatti, in quest'ultimo caso, se la PO2 alveolare è bassa
ma la composizione di aria inspirata è normale, la causa sarà un disturbo della ventilazione
alveolare. Una bassa ventilazione alveolare è nota come ipoventilazione.
I fattori patologici di questa malattia sono una diminuzione della complianza polmonare
(fibrosi), l'aumento delle resistenze delle vie aeree (asma) e il sovradosaggio di farmaci (fra cui
alcool) che deprimono il sistema nervoso centrale e riducono la frequenza e la profondità degli atti
ventilatori. Se, invece, la composizione dell'aria che raggiunge gli alveoli è normale, ma la PO2 del
sangue arterioso che lascia i polmoni è bassa, è presente un qualche difetto del processo di scambio
di ossigeno tra gli alveoli e sangue, che come sappiamo, avviene attraverso la barriera costituita
dalle cellule alveolari di tipo I e dall'endotelio capillare.

Le alterazioni patologiche che compromettono questo scambio di gas includono: (1) la diminuzione
dell'area della superficie alveolare disponibile per lo scambio gassoso, (2) un aumento dello
spessore della membrana alveolare o (3) un aumento della distanza di diffusione tra alveoli e
sangue. La riduzione fisica dell'aria della superficie alveolare è drammatica nell'enfisema, una
patologia polmonare degenerativa prevalentemente causata dal fumo di sigaretta. L'effetto irritante
del fumo sugli alveoli attiva i macrofagi alveolari che rilasciano enzimi proteolitici. Questi enzimi
distruggono le fibre elastiche polmonari e inducono apoptosi delle cellule. Il risultato è un polmone
con complianza elevata ma ridotto ritorno elastico, con meno alveoli, ma più grandi, e con minor
superficie disponibile per lo scambi gassoso. Nella fibrosi polmonare, invece, la disposizione di
tessuto cicatriziale aumenta lo spessore della membrana alveolare, quindi la diffusione dei gas è
molto più lenta. Invece, nell'edema polmonare, la distanza di diffusione tra gli alveoli e il sangue
aumenta, in quanto vi è un eccessivo volume di liquido interstiziale nei polmoni.

Il trasporto dei gas nel sangue


L'ossigeno è trasportato nel sangue con due meccanismi: (1) soluzione nel sangue e (2) legame
all'emoglobina (Hb). Ciò può essere riassunto come segue: contenuto totale di ossigeno nel sangue
= quantità disciolta nel plasma + quantità legata all'emoglobina. L'emoglobina, la molecole che lega
l'ossigeno negli eritrociti, si lega reversibilmente all'ossigeno, come descritto dalla formula: Hb+
O2→HbO2. Nei capillari polmonari, dove la PO2 plasmatica aumenta per via della diffusione
dell'ossigeno dagli alveoli, l'emoglobina lega l'ossigeno. Invece, a livello delle cellule, dove
l'ossigeno è impiegato nel metabolismo e la PO2 plasmatica diminuisce, l'emoglobina libera
l'ossigeno. Gli eritrociti. La quota rimanente rimane disciolta nel plasma. Comunque, l'emoglobina
10
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

è una grande proteina complessa, la cui struttura quaternaria è caratterizzata da quattro catene
proteiche globulari, ognuna avvolta a un gruppo eme che contiene ferro. I quattro gruppi eme
presenti in una molecola di emoglobina sono identici. Ciascuno consiste di un anello porfirinico
costituito da carbonio, idrogeno e azoto con un atomo di ferro (Fe) al centro. Quest'ultimo in
ciascun gruppo eme si lega reversibilmente a una molecola di ossigeno. Poiché in una molecola di
emoglobina sono presenti quattro atomi di ferro, ogni molecola di emoglobina ha la potenzialità di
legarsi a quattro molecole di ossigeno. L'interazione ferro-ossigeno è un legame debole, che può
essere rotto senza alterare né l'emoglobina né l'ossigeno. Vi sono diverse forme di catene proteiche
globiniche nell'emoglobina. Le forme più comuni sono dette alfa, beta, gamma e delta in funzione
della struttura della catena. La maggior parte dell'emoglobina dell'adulto (detta HbA) presenta due
catene alfa e due catene beta. In generale, l'emoglobina legata all'ossigeno è detta ossiemoglobina,
abbreviata HbO2. Il legame ossigeno-emoglobina, come dicevamo prima, segue la legge di azione
di massa: Hb+O2→HbO2. Se la concentrazione di ossigeno aumenta, questa reazione di legame
ossigeno-emoglobina si sposta verso destra e aumenta la quantità di ossigeno legata all'emoglobina.
Se la concentrazione di ossigeno diminuisce, la reazione si sposta verso sinistra e l'emoglobina
rilascia una parte dell'ossigeno legato. A causa della legge di azione di massa, la quantità di
ossigeno legato all'emoglobina dipende principalmente dalla PO2 del plasma che circonda i globuli
rossi. Nei capillari polmonari l'O2 disciolto nel plasma diffonde negli eritrociti, ove si lega
all'emoglobina. Il processo rimuove dal plasma l'ossigeno sciolto, favorendo la diffusione
dell'ossigeno dagli alveoli. Quando il sangue arterioso raggiunge i tessuti, il processo di scambio
avvenuto nei polmoni s'inverte. L'ossigeno disciolto diffonde fuori dai capillari nelle cellule, e la
risultante riduzione di PO2 plasmatica altera l'equilibrio della reazione di legame ossigeno-
emoglobina rimuovendo ossigeno al lato sinistro dell'equazione. L'equilibrio si sposta a sinistra per
la legge di azione di massa e le molecole di emoglobina rilasciano i propri depositi di ossigeno. La
quantità di ossigeno legata all'emoglobina a una qualsiasi data PO2 è espressa in
percentuale:(quantità di O2 legata / quantità massima che può essere legata) x 100 = saturazione
percentuale dell'emoglobina. La percentuale di saturazione dell'emoglobina si riferisce alla
percentuale di siti di legame disponibili che sono legati all'ossigeno. Se tutti i siti di legame di tutte
le molecole di emoglobina sono occupati da molecole di ossigeno, il sangue è ossigenato al 100% o
saturato dall'ossigeno. Se metà dei siti di legame disponibili trasportano l'ossigeno, l'emoglobina è
saturata al 50% e così via. La relazione fisica tra PO2 e la quantità di ossigeno legato
all'emoglobina può essere studiata in vitro. I ricercatori espongono campioni di emoglobina a
diversi livelli di PO2 e determinano la quantità di O2 che si lega, attraverso le curve di
dissociazione dell'ossiemoglobina (HbO2). La forma della curva di dissociazione dell'HbO2 riflette
le proprietà della molecola di emoglobina e la sua affinità per l'ossigeno. Osservando la curva, si
nota che al livello della normale PO2 alveolare e arteriosa (100 mmHg), il 98% dell'emoglobina è
legata all'ossigeno. In altre parole, al passaggio del sangue attraverso i polmoni in condizioni
normali, l'emoglobina si carica con quasi tutta la quantità di ossigeno che è in grado di legare. Si
noti che la curva è quasi piatta (cioè la sua pendenza tende a zero) a livelli di PO2 maggiori di 100
mmHg. A questa pressione, variazioni anche ampie di PO2 determineranno solo piccole variazioni
della percentuale di saturazione. Di fatto, l'emoglobina non raggiunge mai il 100% di saturazione.
Tuttavia, quando la PO2 scende sotto 60 mmHg, la curva di dissociazione diviene più rapida.
Questa pendenza ripida indica che una piccola diminuzione di PO2 determina un rilascio
relativamente ampio di ossigeno. Comunque, il significato fisiologico della cura di dissociazione, ci
fa notare come nel sangue che lascia i capillari con PO2 di 40 mmHg (la pressione normale delle
cellule a riposo), l'emoglobina è ancora saturata al 75%, indicando che essa ha rilasciato alle cellule
sono un quarto della quantità massima di ossigeno che può trasportare. L'ossigeno che resta legato
funge da riserva che le cellule possono utilizzare quando il metabolismo aumenta. Di fatto, se i
tessuti metabolicamente attivi utilizzano più ossigeno, la loro PO2 cellulare diminuisce ed è
rilasciato più ossigeno dall'emoglobina a livello di queste cellule. A una PO2 di 20 mmHg (un
valore medio del muscolo in esercizio), la percentuale di saturazione dell'emoglobina scende a circa
11
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

il 35%. Con questo calo di PO2 di 200 mmHg (da 40 a 20), l'emoglobina rilascia una quota
addizionale del 40% dell'ossigeno che è in grado di trasportare.
Bisogna ricordare, che qualsiasi elemento in grado di cambiare la configurazione proteica
dell'emoglobina ne può modificare la capacità di legare l'ossigeno. Nell'uomo, i cambiamenti
fisiologici di pH, PCO2 e temperatura del plasma modulano l'affinità di legame dell'emoglobina per
l'ossigeno. Le modificazioni dell'affinità di legame si rispecchiano in modificazioni della forma
della curva di dissociazione ossigeno-emoglobina. Un aumento della temperatura, un aumento della
PCO2 o una riduzione del pH diminuiscono l'affinità delle molecole di emoglobina per l'ossigeno e
spostano la curva di dissociazione verso destra. Ad esempio a livelli di PO2 di 40 mmHg
(equivalenti a quelli di una cellula a riposo) e pH di 7,4 (normale), l'emoglobina è saturata per circa
il 75%. Alla medesima PO2, se il pH scende a 7,2, diventando leggermente più acido, la percentuale
di saturazione diminuisce fino a circa il 62%. Una situazione del genere può avvenire quando sotto
sforzo fisico, le cellule sono spinte in anaerobiosi. Il metabolismo anaerobico delle fibre muscolari
sotto sforzo produce acido lattico, che rilascia H+ nel citoplasma, facendo scendere il pH. Di
conseguenza l'affinità dell'emoglobina per l'ossigeno diminuisce e la curva di dissociazione della
HbO2 si sposta verso destra. Lo spostamento della curva di saturazione dell'emoglobina derivante
dal cambiamento del pH è noto come effetto Bohr. Un altro fattore che influenza il legame
ossigeno-emoglobina è il 2,3-bifosfoglicerato (2,3-BFG), che è un composto derivato da un
prodotto intermedio della glicolisi. Un aumento dei livelli di 2,3-BFG diminuisce l'affinità di
legame dell'emoglobina e determina lo spostamento a destra della curva di dissociazione di HbO2.
L'elevata altitudine e l'anemia sono
due fra le più comuni situazioni che
determinano un aumento della
produzione di 2,3-BFG. Anche le
variazioni della struttura
dell'emoglobina ne modificano
l'affinità di legame all'ossigeno. Per
esempio, l'emoglobina fetale presenta
isoforme gamma delle catene in due
delle sue subunità. La presenza di
catene gamma aumenta la capacità
dell'emoglobina fetale di legare
l'ossigeno nell'ambiente placentare,
che è a basso tasso di ossigeno. La
differente affinità di legame si riflette
nella differente forma della cura di
dissociazione di HbO2 fetale, che
differisce da quella dell'adulto.

Il trasporto dei gas nel sangue, come


sappiamo, include la rimozione
dell'anidride carbonica e l'apporto di
ossigeno alle cellule. La CO2 è un
prodotto di scarto della respirazione
cellulare ed è molto più solubile
dell'ossigeno nei liquidi corporei, ma
le cellule producono una quantità di
anidride carbonica assai superiore a
quella che può essere disciolta nel
plasma. La rimozione della CO2
dell'organismo è molto importante, in
12
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

quanto l'elevata PCO2 causa un disturbo del pH noto come acidosi. Valori estremi di pH
interferiscono con i legami idrogeno delle proteine e possono denaturarle. Inoltre, livelli abnormi di
PCO2 deprimono anche l'attività del sistema nervoso centrale, causando confusione, coma e persino
la morte. Comunque, circa il 70% delle molecole di CO2 che entrano nel sangue sono trasportate ai
polmoni sotto forma di ioni bicarbonato (HCO3-) disciolti nel plasma. La conversione di CO2 a
HCO3- ha due finalità: (1) costituire un meccanismo ulteriore mediante il quale la CO2 può essere
trasportata dalle cellule ai polmoni e (2) rendere disponibile il bicarbonato come tampone per gli
acidi metabolici, aiutando quindi a mantenere la stabilità del pH corporeo. La rapida conversione da
anidride carbonica in ioni bicarbonato dipende dalla presenza dell'anidrasi carbonica (AC), un
enzima concentrato nei globuli rossi. La CO2 disciolta nel plasma diffonde nei globuli rossi, dove
reagisce con l'acqua in presenza di anidrasi carbonica formando acido carbonico. Successivamente,
quest'ultimo si dissocia in ione idrogeno e ione bicarbonato: CO2 + H2O → H2CO3 → H+ +
HCO3-. Per mantenere attiva la reazione, i prodotti (H+ e HCO3-) devono essere rimossi dal
citoplasma del globulo rosso. Per effettuare questo scopo vi sono due meccanismi. Nel primo, il
bicarbonato esce dal globulo rosso tramite una proteina antiporto. Questo processo di trasporto,
definito scambio dei cloruri, scambia uno ione HCO3- con uno ione Cl-. Lo scambio uno a uno
mantiene la
neutralità
elettrica,
perciò il
potenziale di
membrana
della cellula
non è
modificato. Il
secondo
meccanismo
rimuove gli
ioni H+ liberi
dal
citoplasma
degli
eritrociti.
L'emoglobina
entro gli
eritrociti
agisce come
tampone e
lega ioni
idrogeno (H+
+ Hb →
HbH). L'effetto tampone dell'emoglobina sugli ioni H+ è una tappa importante che previene ampie
variazioni del pH dell'organismo. Comunque, quando il sangue venoso raggiunge i polmoni, il
processo verificatosi a livello dei capillari procede in senso inverso. La PCO2 alveolare è inferiore a
quella del sangue venoso nei capillari polmonari. Perciò, CO2 diffonde secondo il proprio gradiente
di pressione (ossia, fuori dal plasma ed entro gli alveoli) e la PCO2 plasmatica inizia a diminuire.
La diminuzione della PCO2 permette alla CO2 disciolta di diffondere all'esterno dei globuli rossi.
Quando i livelli di CO2 dei globuli rossi scendono, è alterato l'equilibrio della reazione CO2-
HCO3-, con spostamento verso la produzione di CO2. La rimozione di CO2 fa sì che gli ioni H+
lascino le molecole di emoglobina, e lo scambio di cloruri si inverte: il Cl- ritorna nel plasma
scambiandosi con HCO3-, che torna all'interno dei globuli rossi. Gli ioni HCO3- e quelli H+ appena
13
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

rilasciati si riconvertono in acido carbonico, che a sua volta è convertito in acqua e CO2. La CO2 è
quindi libera di diffondere fuori dai globuli rossi negli alveoli.

Riassumendo, quindi, tutto il trasporto combinato di CO2 e O2 nel sangue avremo: a livello
alveolare l'ossigeno diffonde secondo gradiente di pressione, fluendo dagli alveoli nel plasma e
quindi dal plasma ai globuli rossi. L'emoglobina lega le molecole di O2 aumentando la quantità di
ossigeno che può essere trasportata verso le cellule. A livello cellulare il processo si inverte. Poiché
la PO2 nelle cellule è minore che nel sangue arterioso, O2 diffonde dal plasma alle cellule. La
diminuzione di PO2 plasmatica determina il rilascio di O2 dall'emoglobina. Contemporaneamente,
l'anidride carbonica prodotta dal metabolismo aerobico lascia le cellule ed entra nel sangue,
dissolvendosi nel plasma. Da qui, la CO2 entra nei globuli rossi dove per la maggior parte è
convertita in ioni HCO3- e H+. Gli ioni bicarbonato tornano al plasma scambiandosi con Cl-,
mentre H+ si lega all'emoglobina. Una frazione della CO2 che entra negli eritrociti si lega
direttamente all'emoglobina (formando carbaminoemoglobina). Nei polmoni, il processo si inverte
con la diffusione di CO2 fuori dai capillari polmonari ed entro gli alveoli.

14
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

15
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

La regolazione della ventilazione

La ventilazione è un processo ritmico che si verifica normalmente in assenza di pensiero cosciente o


di consapevolezza. Da questo punto di vista, essa assomiglia quindi al battito cardiaco. Tuttavia, i
muscoli scheletrici, diversamente dalle fibre muscolari cardiache autoritmiche, non sono in grado di
contrarsi spontaneamente. Al contrario, la contrazione del muscolo scheletrico deve essere
innescata dai motoneuroni somatici, a loro volta controllati dal sistema nervoso centrale. La
ritmicità intrinseca della ventilazione è sottoposta a modulazione da una varietà di fattori, che
includono i riflessi chemocettivi, l'interazione con il centro di controllo cardiovascolare, le
emozioni e il controllo conscio e inconscio da parte di centri encefalici superiori. Nell'apparato
respiratorio, la contrazione del diaframma e dei muscoli intercostali è indotta da gruppi di neuroni
localizzati nel ponte e nel bulbo del tronco encefalico. Questi neuroni costituiscono una rete che
comprende un generatore centrale di ritmi respiratori, che ha attività ritmica intrinseca. Quest'ultimo
è caratterizzato dal funzionamento automatico per tutta la vita del soggetto, eppure può essere
controllato fino a un certo punto volontariamente. Nonostante ancora non si conosca tutto del
generatore centrale, si sa che i neuroni ventilatori sono concentrati in due nuclei del bulbo. Il
gruppo ventilatorio dorsale (DRG) di neuroni contiene principalmente neuroni inspiratori che
controllano il diaframma. Il gruppo ventilatorio ventrale (VRG) controlla i muscoli utilizzati per
l'espirazione attiva e alcuni muscoli inspiratori, particolarmente quelli attivi nell'ispirazione più
profonda del normale. Fibre del VRG innervano anche i muscoli della laringe, faringe e della lingua
per mantenere le vie aeree superiori pervie durante la ventilazione. In dettaglio, all'inizio dell'inizio
dell'inspirazione, i neuroni inspiratori sono attivi e innescano l'attivazione di altri neuroni con un
meccanismo di retroazione positiva. Man mano che più neuroni sono attivati, è reclutato un
maggior numero di fibre muscolari scheletriche. La cassa toracica si espande progressivamente
mentre il diaframma si contrae. Al termine dei 2 secondi, i neuroni inspiratori repentinamente
terminano la propria scarica e i muscoli inspiratori si rilasciano. Nei 3 secondi successivi, si ha
l'espirazione, che è un fenomeno passivo determinato dal ritorno elastico dei muscoli inspiratori e
del tessuto elastico polmonare. È tuttavia presente attività dei motoneuroni durante l'espirazione
passiva, suggerendo che forse i muscoli delle vie respiratorie superiori si contraggono per rallentare
il flusso aereo in uscita dell'apparato respiratorio. Le informazioni sensoriali provenienti dai
chemorecettori centrali e periferici modificano la ritmicità del generatore centrale di ritmi
ventilatori. L'anidride carbonica è lo stimolo principale che provoca modificazioni della
ventilazione, mentre ossigeno e pH plasmatico svolgono un ruolo minore. I chemorecettori
periferici localizzati nelle arterie carotidi (corpi carotidei) e aorta (corpi aortici) rilevano i
cambiamenti di PO2, pH e PCO2 nel plasma. Mentre, i chemorecettori centrali nell'encefalo
rispondono ai cambiamenti della concentrazione di CO2 nel liquido cerebrospinale. In dettaglio, nei
chemorecettori periferici, quando le cellule specializzate dei glomi sono attivate da una diminuzione
di PO2 o pH, o da un aumento di PCO2, esse evocano un aumento del riflesso di ventilazione. Il
meccanismo segue il seguente schema: uno stimolo inattiva dei canali per il K+, causando la
depolarizzazione della cellula recettrice. La depolarizzazione induce l'apertura di Ca2+ causando
l'esocitosi del neurotrasmettitore in prossimità del neurone sensoriale. Nei corpi carotidei e aortici,
la dopamina evoca dei potenziali d'azione nei neuroni sensoriali afferenti ai centri ventilatori del
tronco dell'encefalo, segnalando loro di aumentare la ventilazione. I chemorecettori centrali, invece,
riescono a rilevare i cambiamenti della PCO2. Questi recettori stabiliscono la frequenza
ventilatoria, fornendo continue informazioni al generatore centrale di ritmi ventilatori. Quando la
PCO2 arteriosa aumenta, l'anidride carbonica attraversa la barriera emato-encefalica piuttosto
rapidamente, provocando l'attivazione dei chemorecettori centrali. Questi recettori segnalano al
16
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

generatore centrale di ritmi ventilatori di aumentare frequenza e profondità della ventilazione,


aumentando la ventilazione alveolare e rimuovendo l'anidride carbonica dal sangue. Nonostante i
chemorecettori centrali rilevino l'anidride carbonica, in realtà quello che essi avvertono sono i
cambiamenti di pH nel liquido cerebrospinale. Infatti l'anidride carbonica che diffonde attraverso la
barriera emato-encefalica nel liquido cerebrospinale è convertita con aggiunta di acqua, in ioni H+ e
ioni bicarbonato. Quindi, se la PCO2 plasmatica aumenta, i chemorecettori centrali dapprima
rispondono intensamente aumentando la ventilazione. Tuttavia, se la PCO2 plasmatica resta elevata
per diversi giorni, la ventilazione diminuisce tornando ai propri valori normali a causa
dell'adattamento dei chemorecettori. Questo adattamento avviene perché nel corso del tempo i
plessi coroidei trasportano HCO3- nel liquido cerebrospinale. Questi ioni agiscono da tampone,
rimuovendo H+ dal liquido cerebrospinale e diminuendo la stimolazione del generatore centrale di
ritmi ventilatori da parte di H+. Comunque, i chemorecettori centrali rispondono anche a una
riduzione di PCO2 arteriosa oltre che ad un suo aumento. Se la PCO2 alveolare diminuisce, per
esempio a causa di un iperventilazione, la PCO2 nel plasma e quella nel liquido cerebrospinale
diminuiscono. Di conseguenza, l'attività dei chemorecettori centrali declina e il generatore centrale
di ritmi ventilatori rallenta la frequenza ventilatoria, l'anidride carbonica comincia ad accumularsi
negli alveoli e nel plasma. Infine, la PCO2 arteriosa supera il livello soglia dei chemorecettori. A
questo punto, i recettori si attivano e il generatore centrale di ritmi ventilatori aumenta nuovamente
la ventilazione.

Che cos’è la spirometria?

Un esame spirometrico è un test semplice e veloce da eseguire. Misura il grado della capacità
respiratoria di una persona. La spirometria è fondamentale per la diagnosi di diverse affezioni
polmo- nari e malattie delle vie respiratorie. In particolare, possono essere diagnosticate con
un semplice esame spirometrico la BPCO e l’asma bronchiale, due malattie polmonari
ostruttive. In presenza di tali malattie si nota un restringimento delle vie respiratorie che
costringe le persone colpite a espirare contro una forte resistenza, rendendo difficoltosa la
loro respirazione.

La spirometria misura la quantità (il volume) dell’aria che viene inspirata ed espirata, come
pure la forza del flusso respiratorio. I risultati sono anche rap- presentati graficamente con
una curva. Una misura importante è il cosiddetto volume espiratorio forzato in 1 secondo
(FEV1) che indica la quantità di aria emessa durante il primo secondo dopo un’inspirazione
massimale. Nei soggetti sani questo valore si attesta a oltre l’80 per cento della quantità d’aria
introdotta dopo un’inspirazione massimale. Nei malati di BPCO, in cui è presente un
restringimento permanente dei bronchi, il FEV1 è inferiore.

Dopo una profonda inspirazione, l’aria viene espirata il più velocemente possibile allo
spirometro.

17
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

Chi deve sottoporsi al test della funzionalità respiratoria?


Un esame spirometrico è raccomandato per le persone
– con tosse frequente
– fumatrici/fumatori sopra i 45 anni,
– con mancamento di fiato a un’andatura sostenuta
– che si preoccupano della salute dei loro polmoni
– già in cura per una malattia polmonare.

La spirometria, un semplice test della funzionalità respiratoria, è svolto di solito dal medico di
famiglia.

In cosa consiste un esame spirometrico?


Si tratta di un esame molto semplice, indolore, che dura in genere meno di 10 minuti. Con un
piccolo strumento, lo spirometro, viene misurata la funziona- lità respiratoria. Il soggetto
soffia nel boccaglio collegato allo spirometro. Dopo una profonda inspirazione, l’aria viene
espirata, svuotando il più possibile i polmoni, con tutta la forza e il più velocemente possibile
– ossia in modo esplosivo e per almeno sei secondi – nello spirometro. Di solito, l’esame va
ripetuto due – tre volte di seguito per ottenere valori attendibili.

Cosa rivelano i risultati? Grazie alla spirometria è possibile valutare la funzionalità


respiratoria e diagnosticare malattie polmonari come l’asma o la BPCO. Inoltre, la spirometria
serve a monitorare l’evolversi e l’efficacia della terapia applicata alle affezioni polmonari
croniche. Tuttavia, altri disturbi della funzionalità respiratoria, come la diffusione di ossigeno
dai i polmoni, non possono essere valutati dalla spirometria.

Per essere in grado di giudicare lo stato dei polmoni e delle vie respiratorie, il medico curante
richiederà un altro genere di esami presso un medico specialista.

La curva flusso/volume mostra la differenza tra una persona sana e una paziente o un
paziente afflitto da BPCO. Una persona afflitto da BPCO non può più espirare la stessa quantità
d’aria come una persona sana.

18
Apparato Respiratorio | Giulia Scarcella

19

Potrebbero piacerti anche