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L’immaginazione attiva di C. G.

Jung | Átopon 2/28/18, 1:53 AM

INDICE
DEGLI
ARTICOLI

PSICOANALISI, SEMINARI E CONVEGNI

L’IMMAGINAZIONE ATTIVA DI
C. G. JUNG Per una nuova
consapevolezza etico-psicologica
del mondo

Dagli atti del Convegno "Figure


archetipali - Tracce sui sentieri
dell'uomo"
Bracciano 3-4 ottobre 2009
Federico de Luca Comandini

A
l culmine di un lungo percorso di civilizzazione, l’umanità ha ormai
consolidato una posizione di predomino assoluto rispetto al proprio
universo mondo. Ma non sono di poco conto i problemi che restano in
sospeso. Al dominio della specie, attuato su base tecnica, fortemente indirizzata
in senso estroverso nei riguardi del contesto socio-ambientale, non corrisponde
una consapevolezza interiore adeguata. Troppo grave è lo squilibrio tra la forza
decisionale accumulata dall’Uomo in rapporto al mondo esterno e la sostanziale
incapacità di rapportarsi alla propria intima natura; un gap che si manifesta ad
ogni livello della condizione umana quale debolezza etica. Sotto ogni profilo,
sociale, politico ed ambientale, in ambito scientifico e culturale, religioso e
spirituale, ovunque la questione etica emerge come emergenza primaria del
mondo attuale. A dispetto di ciò, tuttavia, l’orizzonte del dibattito al riguardo è

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sconsolatamente piatto, gli approcci ideologici appaiono sterili; le


profezie nihilistiche sembrano inverate. Da questo scenario oscuro,
apparentemente senza via d’uscita, è difficile staccare lo sguardo; simile ad un
televisore sempre acceso, esso anestetizza l’attenzione e produce svuotamento.

Staccandosi da
questo circolo
vizioso di
passività ed
impotenza, la
psicologia del
profondo
consente di
guadagnare
prospettiva,
rivolgendo lo
sguardo proprio
dove il
disorientamento
del mondo
attuale ha
origine:
nell’interna
costituzione
Carl Gustav Jung
dell’essere
umano.

In via particolare, la concezione e la prassi della psicologia dell’inconscio


promossa da C.G.Jung consentono di guardare attraverso la crisi di visione di
cui l’umanità attuale soffre e, sul piano etico e conoscitivo, incoraggiano la
sperimentazione di nuove forme di consapevolezza. Infatti, rispetto ad altri
orientamenti psicoanalitici con i quali, a partire dal paradigma storico di Freud,
condivide le finalità basilari della psicoterapia, la visione junghiana si distingue
per l’enfasi con cui pone al centro della propria ricerca l’esperienza di senso e
la trasformazione della coscienza.

Per Jung, l’atteggiamento analitico della mente caratterizza solo un primo


gradino del processo psicologico. Costituisce una premessa basilare per ogni
sviluppo futuro, volta come è al ridurre i sintomi di disturbo ed a promuovere un
miglior adattamento complessivo, nel riequilibrio del rapporto tra le

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componenti consce ed inconsce della personalità. Ma, allorché gli obiettivi


concernenti la tutela della salute ed il riassetto esistenziale siano
soddisfacentemente raggiunti, là dove per altri il compito terapeutico inteso in
accezione ordinaria finisce, per Jung comincia il vero e proprio cammino
dell’individuazione psicologica. L’incremento della coscienza e l’integrazione
dell’inconscio rappresentano un’opera inesauribile cui sempre occorrerà star
dietro; ma, per quanto ampia sia la visione che in tal modo si può guadagnare,
per quanto eccellente sia l’educazione psicologica raggiungibile nel quadro della
costruzione egoica, non di meno va affrontato il grande problema di come
relazionarsi alla radice inconscia della personalità umana, alla quale nel fondo il
destino di ciascuno individuo come dell’intera specie restano vincolati. La radice
vitale dell’Uomo è propriamente inconscia per natura, non per un difetto
colmabile di costruzione; è istinto psichico che ispira l’enorme tensione
progettuale che qualifica la specie umana. Perciò essa è irriducibile ai termini
della coscienza egoica che, nella sua attuale configurazione antinomica,
vanamente cerca d’ingabbiarla. Dei fenomeni della coscienza rappresenta
piuttosto il potenziale creativo, agendo, quale matrice archetipica, sulla
complessa progettualità della psiche umana.

Con l’idea di inconscio collettivo, distinto dal livello personale-biografico, Jung


pone al centro dell’opus psicologico il compito di dar forma ad un diverso tipo di
relazione con il fondamento psichico, al di là delle pretese razionalistiche
d’assoggettarlo alle ragioni dell’Io. Se nel fondo della psiche, in analogia con la
radice animale-biologica, l’essere umano è per sua natura inconscio, se la
dimensione archetipica della psiche non potrà mai tradursi nei termini del
conscio, la mente umana dovrà apprendere ad ispirarsene e, anziché ostinarsi a
possederla, dovrà rispondere al compito di relazionarsi ad essa creativamente
configurando un nuovo senso di consapevolezza. La nozione corrente di
coscienza egoica resta ancorata al mito eroico della conquista. Guarda
all’inconscio come terreno predatorio e, in definitiva, lo concepisce solo quale
limite negativo alle proprie ambizioni di controllo. Lo spirito occidentale,
specialista della vocazione onnipotente dell’Ego, è da Jung invitato ad
abbracciare prospettive diverse, già presenti in altri contesti culturali. La storia
stessa della psicologia del profondo rispecchia questo passaggio cruciale: non fu
Freud, il grande iniziatore, a sintetizzare il senso della sua opera con lo slogan di
sapore imperialistico: “là dove è l’Es dovrà essere l’Io”? Lo slogan di Jung suona
diverso, come metafora di eros e sentimento: tra conscio ed inconscio dobbiamo
adoprarci al “Misterium Coniunctionis”.

Nella visione junghiana, la ricerca e la prassi terapeutica rivolte ai fenomeni

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dell’inconscio psichico rilevano come la coscienza dell’Io non vada intesa quale
fine assoluto ma solo mezzo, per quanto prezioso sia, per avvicinarsi ad una mèta
più elevata: il compito di dar forma e vita ad un atteggiamento psicologico della
mente che abbracci l’insieme della personalità psicologica, includendo tanto
quel che attualmente si definisce conscio che quel che ci appare quale
manifestazione dell’inconscio. Mèta che coincide con la trasformazione della
coscienza in senso simbolico: si tratta di fare esperienza di un piano d’incontro
tra gli opposti nel quale possano convergere tanto le caratteristiche gestionali
dell’Io che le ispirazioni originarie del nostro istinto psichico. Un piano di
consapevolezza immaginale, né unilateralmente conscio, né inconscio, né più
concreto che psichico, a cui concorrano, con disposizione aperta alla
sincronicità, tanto le finalizzazioni dell’Io che le mozioni ordinatrici della natura
inconscia.

In questa prospettiva si colloca il metodo junghiano di immaginazione attiva che,


a sviluppo del processo psicologico-terapeutico, rappresenta per chi vi si
dedichi un laboratorio personale tendente all’individuazione psicologica.
Attraverso di esso, nel dialogo immaginale tra l’Io e le figure dell’inconscio, nella
trama dei percorsi individuali, prende forma e coraggio un nuovo atteggiamento
etico e conoscitivo capace di affrancarsi dalla depressione costellata nella
coscienza collettiva. Qui di seguito, tra breve, proporremo una descrizione
essenziale del metodo immaginativo evidenziandone l’articolazione rispetto ai
punti chiave del processo psicologico-analitico junghiano.

Intanto, è valso accennarvi per suggerire una prima idea di come la cura della
dimensione psichica della relazione umana possa contribuire all’impasse
ideologica del nostro tempo. Infatti, la responsabilità etica di cui il mondo
contemporaneo ha disperato bisogno naufraga sempre nell’antinomia egoica tra
onnipotenza ed impotenza: l’Io, nello scenario collettivo, come nel piccolo di
ogni caso individuale, è sovraccarico in modo inflazionato e velleitario di
responsabilità. Si atteggia a padrone del mondo, infallibilmente dimostrandosi
inferiore al compito e rivelandosi inattendibile. Non è la coscienza solipsistica
dell’Io che può decidere per il mondo. Apprendendo invece a dialogare con le
voci della natura inconscia, come con i sogni ma anche in condizione di veglia, la
coscienza umana può guadagnare attendibilità e misura in rapporto ad altri ed
altro. Se di fronte ai problemi ed ai misteri della vita saremo capaci di
interrogarci e rispondere con tutta la nostra realtà, esprimendo, anche solo per
approssimazione, una qualche consapevolezza d’insieme, conscia ed inconscia,
forse, saremo capaci di un rapporto più valido e sano con la realtà del mondo di
cui l’essere umano s’è posto alla guida. Ed il mondo contemporaneo ha più che

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mai bisogno di una guida prudente, di un conducente non ubriaco e di


passeggeri più attenti al paesaggio.

Disegno di C.G. Jung tratto dal “Libro Rosso”

onsiderato sotto il profilo generale, il metodo immaginativo introdotto da


C.G.Jung attiene alla sfera spirituale della meditazione di cui può essere
considerato una variante specifica. In larga misura, infatti, il procedimento
ripropone passaggi tipici presenti nelle più antiche tradizioni, come: lo
svuotamento della coscienza, l’atteggiamento di ricettività e di concentrazione
della mente, l’attenzione rituale, l’oggettivazione, ecc. Rispetto a tale sfondo
comune, l’immaginazione attiva junghiana si differenzia tuttavia per la qualità
psicologica di relazione all’immagine che essa introduce. Il metodo non si limita
infatti a lasciare emergere l’inconscio o, come lo si voglia considerare, l’evento
interiore che trascende l’ordinaria percezione della realtà. Rispetto a quel che si
esperimenta richiede anche che si prenda posizione attiva, suscitando una sorta
di confronto etico con l’immagine.

Per comprendere meglio la questione e prima di entrare di più nel merito del
procedimento immaginativo, occorre però fare un passo indietro e riconnetterci
ad alcuni punti qualificanti della psicologia analitica sulla cui base poggia la
possibilità dell’immaginazione attiva. Questa ultima, infatti, non è nemmeno
concepibile al di fuori del contesto da cui origina. Dell’analisi psicologica
junghiana rappresenta anzi il frutto più specifico sulla via del percorso
d’individuazione psicologica.

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Domandiamoci, allora: che cosa caratterizza essenzialmente la modalità di


relazione con la psiche introdotta da C.G.Jung? Tanto a livello terapeutico che, in
senso più ampio, quale tendenza individuativa, come si accennava nelle
considerazioni iniziali, la prospettiva junghiana guarda alla trasformazione della
coscienza in senso simbolico, al di là
dell’antinomia conscio/inconscionihilismo imperante nella visione del mondo
attuale. Quando gli veniva chiesto quale fosse il tratto distintivo del suo modo
d’intendere la psicoanalisi rispetto ad altri, Jung amava rispondere che, dal
punto di vista strettamente analitico, non esisteva un suo proprio orientamento
particolare ( ad es., cfr. Scopi della psicoterapia,1929). Per quel che concerne la
fase analitica della terapia, Jung dichiara che nessuna teoria o opzione tecnica lo
contraddistingue in modo speciale. A seconda del caso, poteva ricorrere a
riferimenti e strumenti freudiani, piuttosto che adleriani o viceversa. Se
l’obiettivo a tale livello è bilanciare la prepotenza dell’irrazionalità psichica
riconducendo il vissuto personale a migliori ragioni, con l’effetto di ridurre i
sintomi e ricalibrare l’adattamento esistenziale, la concezione psicosessuale di
Freud o la visione centrata sui conflitti di affermazione e riconoscimento da
parte di Adler (per stare ai grandi termini di raffronto, del tempo) potevano
funzionare per il meglio. Magari con atteggiamento più fluido e qualche variante
di spirito, Jung vi si adattava benissimo. tipica del

Non è a questo livello che la specifica originalità della sua concezione


psicologica emerge e si differenzia in modo esplicito rispetto alle altre.

“Se i risultati terapeutici [ottenuti mediante il metodo riduttivo dell’analisi] sono


soddisfacenti – sostiene Jung – probabilmente ce ne possiamo accontentare; in
caso contrario, la terapia deve conformarsi, bene o male, ai dati irrazionali del
malato, lasciandosi guidare dalla natura: e il medico, più che curare, contribuirà
allo sviluppo delle potenzialità creative del paziente. Quel che ho da dire
comincia là dove ha inizio questo sviluppo e fine la cura.” (ivi, C.G.Jung, Opere,
ed. it., vol. XVI°, pag. 50).

Giù, di seguito, Jung sottolinea esplicitamente che il suo contributo originale


allo sviluppo del processo analitico emerge dai casi nei quali il trattamento
razionale della psicoanalisi riduttiva non basta, risultando inadeguato rispetto
alla domanda di fondo da parte dei pazienti di trovare senso e scopo alla vita.

L’elaborazione del senso rappresenta dunque il motivo specifico


dell’opus psicologico junghiano e qualifica una modalità di relazione con
l’inconscio profondamente diversa da quella della psicoanalisi tradizionale che

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si trattiene in un orizzonte culturale ancorato ai lumi della ratio, e ad un


approccio medicalizzante che non pone in discussione senso e valore della
coscienza in rapporto al potenziale archetipico dello psichismo inconscio.

Jung chiama sintetico-costruttivo questo sviluppo del procedimento psicologico


che si profila oltre i limiti della terapia analitica. Dopo aver cercato di ridurre
l’inconscio a ragione e d’integrarlo nel panorama della coscienza dell’Io, il nuovo
compito consisterà nel creare una prospettiva simbolica, espressione comune
delle componenti consce ed inconsce della personalità. Dunque, un nuovo senso
di consapevolezza, frutto non più di un lavoro sull’inconscio ma, in senso
proprio, con l’inconscio.

A
ben vedere, checché ne dica Jung, nel condurre il processo psicologico,
pur nella prevalenza del metodo analitico, lo stile junghiano di
confronto con la psiche si differenzia

fin dall’inizio da altri per il ruolo guida che l’elaborazione dei sogni ha e mantiene
sempre nel contesto della terapia.

Se sul
piano
storico fu
Freud ad
indicare

Alchimista in meditazione allo stato di Nigredo, al principio dell’opera.


Jamsthaler, Viatorium spagyricum (1625)

l’interpretazione dei sogni come la via regiaper accedere all’inconscio, tuttavia fu


Jung a valorizzare e praticare con coerenza la geniale intuizione del maestro. La

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questione, naturalmente, è assai complessa e meriterebbe molto più spazio, ma


qui basterà accennarvi. Freud, attraverso il metodo di libera associazione,
partiva dal sogno come spunto per una ricognizione dei conflitti del paziente e
finiva per allontanarsene privilegiando l’analisi delle fantasie e dei vissuti
personali. In tal modo, il momento centrale della terapia diveniva l’analisi di
questo materiale composito proiettato sulla relazione analitica, la così detta
analisi del transfert. Le immagini oniriche, in buona sostanza, sono intese da
Freud come espressione oscura di conflitto tra livelli psichici diversi, un testo
criptato da decodificare al fine di portare alla luce il loro vero significato; il quale
consisterebbe nella sua traduzione nei termini ragionevoli di una sana coscienza
dell’Io. In questa visione, il sogno appare in definitiva come uno dei
materiali nevrotici su cui l’analista opera. Spesso compare come il primo,
cronologicamente, ma non per questo è il più importante; né, per niente affatto,
rappresenta il perno della terapia. Per Jung, le cose stanno in tutto un altro
modo: le immagini oniriche sono viste come espressione della realtà psichica nel
suo insieme e non quale risultante di un compromesso con le istanze egoiche;
visione junghiana che riconosce la profonda alterità ed autonomia della psiche
inconscia rispetto ai desideri ed i timori dell’Io. L’Io stesso anzi

Nella trama onirica si ritrova compreso, quale parte rispetto al tutto che lo
avvolge ed, in quanto figura del sogno, vi è rappresentato per quel che è e per
quel che vale dal punto di vista dell’inconscio. In tal modo, la realtà inconscia
può rapportarsi al campo alla sfera del conscio in funzione compensatoria
rispetto al punto di vista dell’Io, relativizzandone l’unilateralità e le fissazioni
complessuali.

Riflettere intorno alle immagini oniriche significa molto di più che non una
semplice analisi del contenuto che si prefigga di tradurle e contestualizzarle nei
termini della coscienza egoica. Su questa base, ma al di là di ciò, la terapia
junghiana concepisce le espressioni dell’inconscio come fonte di ispirazione per
l’attività conscia, immagini con funzione d’orientamento proposte dall’istinto
psichico. Restare fedeli alle figure del sogno, non allontanarsene in via
definitiva, come sarebbe per il metodo di libera associazione, ma ritornarvi a
girare intorno in una sorta di circoambulatio psicologica, è la via praticata da
Jung, sempre attento a non deprivare di senso le immagini oniriche mediante
astrazioni e concettualizzazioni.

Una penna, una candela o un coltello, sono tutte figure oblunghe che nello
studio della Bergstrasse di Vienna, facilmente, verrebbero apparentate in
carattere fallico; beninteso, se il contesto associativo del paziente lo suggerisse

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potrebbero bene arricchirsi di tale valenza. Tuttavia, per Jung, la penna


manterrà sempre la sua qualità specifica di strumento connesso al significare; la
candela all’illuminare, il coltello al taglio. Ed a questa specificità si farà sempre
riferimento puntuale per non snaturare l’influsso psichico ma accoglierne la
modalità ed il senso peculiare di progetto. La relazione che così può prendere
luogo tra la coscienza riflessiva e la sua matrice immaginale esprime il senso di
un confronto tra livelli psichici opposti che dialogano in una configurazione
d’insieme.

Lo stile rigoroso di lavoro con i sogni, filo conduttore fin dagli esordi del
trattamento analitico, è l’alveo in cui prende forma e si rende possibile lo
sviluppo sintetico-costruttivo dell’interazione con l’inconscio che Jung riconosce
quale suo originale contributo alla psicologia del profondo. Se è dunque vero
che, per quel che riguarda la fase analitica del processo psicologico, intesa
in strictu sensu, l’approccio junghiano può utilizzare strumenti teorici e tecnici
comuni ad altre impostazioni, senza pregiudizi né alternative di principio, non
rivendicando alcun proprio sistema esplicativo del fatto psichico, è d’altra parte
inconfutabile che la sua diversità di spirito abbia radici profonde, evidenziabili
fin dalle premesse del procedimento. La differenziazione psicologica della
coscienza e la relativa integrazione delle porzioni assimilabili dell’inconscio
procedono, dalla prima seduta all’ultima, di pari passo ad una mutua influenza
tra le parti; una reciproca opera di contaminazione affettiva, per così dire,
di familiarizzazione, che sul piano simbolico corrisponde alla crescita del
sentimento intrinseco della personalità.

Il ruolo cruciale del sentimento, quale funzione psicologica di orientamento, è


forse il tratto che più distingue lo spirito junghiano di rapporto con l’inconscio
dalle concezioni razionalistiche che adombrano la psicologia del nostro tempo,
anche in psicoanalisi, colludendo in modo perverso con la perseverazione
razionalistica del conscio collettivo.

Questo è un motivo determinante che riguarda l’umanità attuale nel suo


complesso, ben al di là dei problemi di tipologia personale dei singoli. Infatti, dal
punto di vista psicologico, la funzione del sentimento dà il senso del rapporto,
tanto in direzione estroversa, con gli altri e l’altro, tanto per via introversa con
se stessi e le nostre proprie istanze interiori.

Il sentimento dà la misura di quanto è possibile nella comunicazioni tra le parti. In


quanto tale, è funzionalmente connesso all’eros, al fattore di coesione e
d’interscambio tra diversi: quel che più necessità al recupero di una

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consapevolezza adeguata per una umanità in sconnessione, rispetto a sé ed al


proprio contesto.

La questione, ovviamente, è enorme e non può certo liquidarsi per accenno; qui
ci limitiamo a porla a sfondo, dolente, ma anche pregnante, di quel che l’impegno
alla trasformazione psicologica delle coscienze può contribuire al rinnovamento
etico della visione del mondo.

La familiarizzazione tra l’Uomo ed i suoi sogni è la pietra angolare di questo


impegno di raccordo tra natura e civiltà, tra l’istinto interiore disatteso
dall’umanità contemporanea e la coazione ansiosa che la sospinge, alla cieca, in
direzione estroversa tra onnipotenza ed impotenza, sensi di colpa ed
irresponsabilità.

S
e il nesso psicologico tra l’Io e le immagini psichiche, tra la riflessività
della coscienza e la sua matrice archetipica, si annoda portando avanti
con rigore e devozione l’interpretazione dei sogni quale disciplina, un
salto di qualità di consapevolezza simbolica può essere raggiunto mediante il
metodo d’interazione diretta con le figure dell’inconscio che Jung pone al centro
della propria visione psicologico-individuativa: l’immaginazione attiva.

Giungiamo così, alla prospettiva sintetico-costruttiva in cui la specifica originalità


della psicologia junghiana esplicita tutto il suo potenziale. Il lavoro con i sogni,
che ne costituisce la base, configura una sorta di dialogo a distanza tra l’Io e le
personificazioni dell’inconscio: lo spirito è di interscambio,
parimenti sentito quale reciproca influenza tra i livelli psichici. Ma si tratta di un
dialogo, appunto, che si tiene a distanza: quando il sogno accade l’Io dorme
inerme ed, anzi, vi si trova sognato; quando poi il sogno verrà ricordato e riflesso
nelle ipotesi dell’analisi sarà già scomparso, sarà altrove e se ne darà
un’interpretazione. Su tale distanza poggia, in effetti, la possibilità stessa
dell’interpretazione, tradizionalmente intesa, la quale, per sua natura, richiede
un margine di distacco tra il soggetto indagante ed il testo indagato.

Il metodo immaginativo prospettato da Jung, invece ed a sviluppo dell’analisi dei


sogni, prevede che tra le parti si stabilisca un incontro ravvicinato. L’Io e le
personificazioni della psiche autonoma (non diverse da quelle esperimentate a
livello onirico), reciprocamente, devono incontrarsi su un piano intermedio di
confronto immaginale, né del tutto conscio, né solo inconscio, per dar luogo ad
una sorta di sogno ad occhi aperti.

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Daremo ora una breve essenziale descrizione del procedimento junghiano,


ponendo in evidenza innanzitutto il senso propriamente attivo che lo qualifica.

Jung, in
età
avanzata,
osservò
come

Pallade Atena nasce dalla testa di Zeus – incisione su lastra di rame –


1618

l’importanza da lui attribuita fin dagli esordi della sua opera alla facoltà
immaginativa, quando lui stesso era pressoché il solo a indicarla quale terreno
privilegiato della elaborazione psicologica, fosse stata recepita dalla comunità
scientifica in maniera sempre crescente. Oggi, a noi stessi appare scontato,
tanto ingente è la varietà di approcci che nel corso degli anni si sono delineati.
Ma ciò è avvenuto -commentava Jung- solo sotto un certo riguardo :
l’attenzione allo sviluppo della fantasia è rimasto confinato al favorire
l’emersione delle immagini psichiche, al fine di prenderne coscienza o,
semplicemente, ottenere un effetto catartico. Per quel che riguarda il
dialogo attivo tra la coscienza dell’Io ed i contenuti inconsci che affiorano dalla
fantasia, lo spirito dei tempi ha completamente glissato. La proposta junghiana,
in tal senso, è rimasta in piena solitudine ed, a dire il vero, salvo rare eccezioni,
risulta persino trascurata nell’ambito della stessa psicologia analitica. Per Jung,
invece, promuovere il confronto etico tra l’Io e l’inconscio è in definitiva la
questione cruciale, in favore di un atteggiamento simbolico della mente capace
di trascendere l’accentuata antinomia costellata tra gli opposti psichici
(razionale/irrazionale, conscio/inconscio, ecc.) nella visione attuale del mondo.

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Dunque, nell’approccio psicologico all’immaginazione, per la prospettiva


junghiana è fondamentale che non ci si limiti ad una fruizione contemplativa e/o
interpretativa (nell’accezione ordinaria del termine) di quel che emerge
dall’inconscio; ma che corrispondentemente vi sia partecipazione attiva dell’Io
nello sviluppo della vicenda.

Per avere un’idea del procedimento, è possibile distinguerlo in quattro fasi


principali (il che ovviamente, non andrà inteso letteralmente, né in senso logico,
né cronologico, avendo solo utilità espositiva):

Lo svuotamento della mente.

Si tratta di una condizione di partenza comune a molte tradizioni meditative


che, in linea generale, corrisponde al mantenere la concentrazione
sull’immagine che si sta prendendo a riferimento o sullo stato affettivo, l’umore,
da cui un evento psichico può scaturire. In questa fase è importante evitare ogni
interferenza con il mondo esterno e lasciarsi scivolare ogni tendenza propria
alla distrazione. E’ opera di tenacia e di pazienza, nel patire le tentazioni
divaganti e svalutative dell’Io, il quale non cede facilmente la sua posizione di
controllo.

Lasciare accadere l’evento psichico.

Se la prima condizione è soddisfatta, nel corso del tempo (mai quantificabile a


priori, come del resto per una psicoterapia) si potrà apprezzare una
modificazione che dà il senso dell’evento psichico. Impossibile generalizzare, per
ciascuno sarà diverso, in funzione della sua personalità e della rispettiva
tipologia psicologica. Jung diceva che mantenere l’attenzione profonda
sull’immagine, per così dire, la ingravida (dal tedesco betrachten, che rende l’idea
di una gravidanza animale). Se il punto di partenza è un’immagine già formata
(ad esempio, una figura di un sogno), si noterà una sua qualche variazione; se,
invece, si è partiti da uno stato affettivo, ci potrà essere magari una
modificazione di questo stato o, a partire da ciò, la formazione di un’immagine
visiva, acustica o sensoriale. E’ sempre importante continuare a tenere
l’attenzione desta perché il processo non interrompa la sua fluidità ; ad esempio,
fissandosi in forma statica o, viceversa, accelerandosi in modo eccessivo, come
nel saltare da un’immagine all’altra, a mo’ di caleidoscopio. Ovviamente, anche a
questo livello le differenze tipologiche comportano attitudini e rischi diversi.

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Oggettivazione.

Rappresentare in qualche forma definita l’evento immaginale è un altro punto


importante. Non certo solo per fissarlo nella memoria, il che per altro è
indispensabile, come per i sogni del resto, i quali sembrano fatti di materiale
evaporabile. Ma, proprio come per i sogni, c’è un’altra ragione ancor più fonda: le
immagini dell’inconscio, perché si possa stabilire con esse un confronto reale,
hanno bisogno del nostro aiuto per personificarsi. Prestare loro un corpo
materiale, di parole, forme plastiche, colori, musica o altro, è un atto di devozione
che consente di rapportarsi alle figure della psiche come realtà distinte dal
nostro Io. Saremo così portati a prenderle più sul serio senza ridurle a nostro
capriccio; e, per altro verso, come nel pensiero magico di culture arcaiche è
attestato, se ne ricaverà anche una difesa dai rischi di possessione. Condizioni,
entrambe, indispensabili perché un vero dialogo alla pari tra le componenti
psichiche della personalità prenda fiducia.

Il confronto etico con l’inconscio.

Per le tre prime fasi che abbiamo finora distinto il metodo immaginativo
junghiano non si differenzia eccessivamente da altre più tradizionali vie della
meditazione. A ben vedere, fin dall’inizio, molte peculiarità preparono
l’esplicitazione della qualità propriamente psicologica dell’immaginazione attiva,
ma, nell’insieme, la specifica diversità si manifesta nella quarta fase.

Quando l’evento immaginale si è configurato -dice Jung- l’Io dovrà prendere


posizione al suo interno ed influire sul suo esito; ciò dà pieno risalto alla
valenza attiva del procedimento. Se così non fosse, l’atteggiamento egoico della
personalità resterebbe passivo rispetto allo svolgimento di una situazione
psichica che lo riguarda intimamente; il che evidenzierebbe, per via di fatto, che
la realtà psichica non è presa davvero sul serio. Nella realtà concreta, infatti,
potremmo mai essere indifferenti a come si evolve una situazione drammatica
nella quale ci troviamo a rischio? Resteremmo a guardare, senza darci da fare,
come va a finire se la nostra casa brucia? Nel confronto con la realtà interiore,
l’Io deve avere lo stesso atteggiamento d’impegno che avrebbe di fronte ad un
problema che nel mondo gli si ponga concretamente. Altrimenti sarebbe solo
finzione: un’evidente pseudo-relazione con l’inconscio psichico. Di tale
distinzione fondamentale, per come ci si relaziona rispetto alla realtà delle
immagini interne, era ben consapevole la tradizione alchemica, cui Jung fa
esplicito riferimento nella formulazione del proprio procedimento. L’alchimia,
infatti, distingueva con chiarezza la Phantasia, fruire passivo del fantasticare,

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L’immaginazione attiva di C. G. Jung | Átopon 2/28/18, 1:53 AM

dalla Vera imaginatio, l’impegno etico nel chiedere e dar risposta alle immagini
che si manifestano (vedi C.G.Jung, Opere, Mysterium Coniunctionis, vol.XIV°,
tomo II°).

Con l’immaginazione attiva la psicologia del profondo assume l’eredità del


compito che fu degli alchimisti di riattivare la funzione spirituale di relazione
con il fondamento inconscio della natura umana.

S
ia detto solo per accenno, poiché l’argomento è vastissimo e
meriterebbe una trattazione specifica, ma ciò non dimeno è
indispensabile farvi riferimento: il motivo simbolico dell’immaginazione
attiva è strettamente connesso con un tema fondamentale che Jung affronta
nella sua concezione dei Tipi psicologici: la questione della funzione inferiore.

L’idea dei Tipi Psicologici (cfr. C.G.Jung, Opere, vol.VI°,1921) contiene molti
aspetti di grande valore, sul piano storico ed attuale. Di certo, rappresenta uno
stimolo a relativizzare la psicologia dell’Io e l’unilateralità della sua forma di
coscienza. In questo senso il testo di Jung è di fatto psicologico e non solo un
libro di psicologia. Ne coglieremo qui un aspetto particolare che, nel suo essere
apparentemente piccolo, esprime la questione cruciale dello sviluppo
psicologico della personalità, appunto: l’inferiorità psicologica (che si può anche
definire con Hillman, dimensione infera).

Diamo solo schematico richiamo alla struttura base della tipologia psicologica
junghiana: quale segno grafico rappresentativo immaginiamo una croce greca a
braccia eguali. Al vertice superiore della linea verticale poniamo la funzione
superiore, ovvero, la modalità cosciente più specializzata ed efficace, attraverso
la quale una certa persona preferibilmente si relaziona al mondo; chiamiamo
questo, per esemplificare, il Nord della personalità.

Sulla linea orizzontale, disponiamo due diversi tipi di funzionamento che


possono essere in collegamento con il punto di vista conscio ma anche
appartenere allo sfondo psichico; sono zona di confine che delimita il campo
della coscienza egoica dalle espressioni dell’inconscio. Le
chiameremo Ested Ovest. Infine c’è il Sud: al vertice basso della linea verticale è
la funzione inferiore, ovvero quegli aspetti della nostra personalità che per
propria natura, e non per difetto, sono irriducibilmente inconsci. Abituati ad
identificarci col Nord, con il punto di vista unilaterale dell’Io, tendiamo per lo più
a svalutare la nostra funzione inferiore, a nasconderci, colpevolizzarci. Si tratta
infatti del lato di noi meno

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facilmente adattabile alle


circostanze; là dove più
spesso incontriamo
problemi e soffriamo.
D’altro lato, però, è in
questo ambito che viviamo
le più intense emozioni e, al
meno talvolta, incontriamo
la vera felicità. Tutto quel
che realmente ci sorprende
passa per di là. Jung amava
ripetere che la funzione
inferiore è la porta
attraverso cui passano il
nostro angelo ed il nostro
diavolo.

In corrispondenza di questi Disegno di C.G. Jung tratto dal “Libro Rosso”


punti cardinali, Jung
propone di considerare quattro funzioni psicologiche tipiche che rappresentano
dei punti di riferimento per comprendere le possibili diversità di funzionamento
individuali a livello di atteggiamento della coscienza. Due di esse, il pensiero ed
il sentimento, sono descritte da Jung come funzioni razionali, in quanto entrambe
esercitano una funzione ordinatrice sull’esperienza della vita, riconducendola a
dei criteri cognitivi o valutativi. In specie, il pensiero procede definendo la realtà
secondo un canone del tipo vero/falso; e, il sentimentoordina l’esperienza della
realtà mediante giudizi di valore del tipo buono/cattivo. Si tratta di modalità di
funzionamento razionale tra loro opposte, in quanto nella mentalità collettiva
appaiono scisse e difficilmente conciliabili. O prevale l’una o l’altra e la valenza
soccombente caratterizza la tendenza inconscia.

Le altre due modalità basilari prese in considerazione da Jung per descrivere le


possibilità del funzionamento cosciente sono la sensazione e la intuizione;
ovvero, rispettivamente: la facoltà di relazionarsi alla realtà per quel che è,
assumendola per come si presenta; e, viceversa, la facoltà di collegarsi al
potenziale di una situazione, cogliendone i possibili sviluppi. In buona sostanza,
il tipo di sensazione sta al dato di fatto; l’intuitivo guarda a quel che c’è dietro
l’angolo. Entrambe tali modalità di funzionamento della coscienza sono
dette irrazionali in quanto sintetizzano semplicemente delle percezioni, rispetto
alle quali non esercitano un particolare ruolo d’ordinamento.

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Il tutto è infine reso più complesso dalla distinzione ulteriore tra due tipi di
atteggiamento, introverso/estroverso, che tendono a caratterizzare il
funzionamento preferenziale della coscienza in una direzione piuttosto che
nell’altra. Il prevalere dell’introversione determina una maggior confidenza
nell’esperienza interiore e, viceversa, l’atteggiamento estroverso confida di più
nella relazionarsi all’esterno. Ciascuna modalità di funzionamento privilegiato
dalla coscienza si coniuga così con tratti specifici dati
dall’orientamento, introverso/ estroverso, che in prevalenza caratterizzano la
personalità.

Facciamoci bastare, per ovvia necessità, questo sintetico richiamo allo schema
della tipologia psicologica. La nostra attenzione cadrà in via particolare sul tema
della funzione inferiore in quanto, si è detto, essa rappresenta la radice inconscia
della personalità. Per analogia, possiamo paragonarla alla radice dell’albero, la
quale per sua natura appartiene al sottosuolo dando linfa al tronco ed alla
chioma, le parti visibili della pianta; né mai avrebbe senso portarla alla luce,
sradicarla, poiché ne andrebbe di mezzo la vita stessa dell’albero nel suo
insieme.

Il concetto junghiano di inconscio collettivo è intimamente connesso con la


realtà infera della psiche; in quanto esso consente di distinguere dalla
dimensione personale dell’inconscio una dimensione più profonda che
appartiene al potenziale psichico della specie, il quale di per sé stesso ha valore
transpersonale. L’inconscio personale cui essenzialmente si riferisce Freud
riguarda i meccanismi di formazione del conscio ed i suoi prodotti di scarto
nell’ambito dei conflitti d’adattamento alla realtà che ciascun individuo deve
affrontare come problema. Ovviamente, Jung mantiene l’attenzione a questo
livello che, in qualche modo, rappresenta il prius di ogni analisi psicologica. Ma
non si limita a questo. Jung guarda alla dimensione profonda della psiche
inconscia come alla radice archetipica propria del potenziale umano che
esercita funzione di stimolo e di rinnovamento sul campo della coscienza. Colto
secondo questa prospettiva, l’inconscio non appare più terra di conquista per
l’espansione dei progetti egoici, ma quale fonte infera d’ispirazione: matrice
archetipica della vita conscia.

Potersi relazionare psicologicamente in modo vitale alla dimensione inferiore


della nostra personalità è dunque il vero problema cui è connessa la possibilità
di sviluppo dell’umanità attuale.

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S
ul piano della psicoterapia, tutto il lavoro propedeutico dell’analisi è
orientato all’allargamento del campo della coscienza e, nella misura del
possibile, all’integrazione di porzioni di vita inconscia. Se guardiamo
attraverso le lenti della tipologia, ciò corrisponde al compensare e relativizzare
la prospettiva unilaterale della coscienza dell’Io e della sua tendenziale
identificazione con la funzione superiore nell’adattamento alla realtà, quel che
abbiamo designato come Nord. Le funzioni disposte sulla linea
orizzontale, Est/Ovest, rappresentano, più o meno, il limite dell’espansione della
coscienza e la soglia d’integrabilità dell’inconscio; in quanto tali, sono dette da
Jung ausiliarie.

Al punto più basso della verticale è il Sud, la funzione inferiore, con la quale si
gioca la possibilità di riformulare l’interscambio creativo con il potenziale
archetipico della psiche umana. A questo compito Jung ha legato il senso della
sua opera. Si configura così una mèta per la riflessione psicologica che trascende
le finalità medico-riparative della psicoanalisi tradizionale e tocca il tema
generalmente umano della trasformazione del rapporto con la realtà, del senso
stesso della coscienza e, in estrema sintesi, della visione che si ha del mondo.

A questo scopo, palesamente diverso dalla prospettiva analitica, sarà necessario


formulare uno stile di relazione con la psiche propriamente innovativa, intesa a
relativizzare la spinta eroica al controllo egoico dell’esperienza, all’interpretare
e gestire, che risulterebbe vana di fronte al nuovo compito di creare armonia tra
le parti, seppur sempre ce ne sarà bisogno.

Diviene essenziale ora stabilire un luogo d’incontro su cui tutte le componenti


della personalità, conscia ed inconscia, possano confluire. Su questo terreno, l’Io
potrà porre le sue domande ed avanzare le proprie ipotesi di significato
ascoltando ed interagendo con il punto di vista emergente dall’inconscio. L’Io
potrà così apprendere a sacrificare la propria vocazione solipsistica e la psiche
archetipica avrà canali in cui scorrere per irrigare la coscienza, senza
abbracciare l’alternativa secca dello sprofondamento o dello straripamento. Su
questo terreno immaginale di confronto e dialogo tra l’Io e le personificazioni
dell’inconscio matura una consapevolezza psicologica che può portare l’umanità
attuale oltre l’arido razionalismo che perdura nella dominante collettiva e la
precipita nel nichilismo.

Il modello dell’immaginazione attiva introdotto da Jung risponde in modo


specifico a queste esigenze, configurando una nuove attitudine etica alla

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responsabilità.

Come si è finora argomentato, infatti, esso rappresenta una via praticabile,


originata dal laboratorio psicologico che, individuo per individuo, analizza gli
scompensi della coscienza occidentale, divenuta ormai paradigma globale per
tutta l’umanità contemporanea. Non dunque una sua variante utopica,
assumibile per infatuazione ideologica, ma qualcosa che sorge proprio
dall’intimo della crisi di senso e valore che affligge la nostra condizione umana.
Questa via dell’immaginazione costituisce una disciplina di elaborazione
introversa, una cultura dell’interiorità, che aspira a riconnettersi alla visione del
mondo per arricchirla di un valore aggiunto inestimabile ed altrimenti
impossibile da guadagnare.

Se si leggono le considerazioni finali con cui Jung conclude il suo saggio dedicato
alla Psicologia del Transfert (C.G.Jung, Opere, vol. XVI°; sez.II°, 1946) si resta
impressionati nel constatare come la questione psicologica, e di quel che la
psicologia del profondo può dare alla collettività, travalica l’ordinaria
percezione. Molto al di là della funzione medica, volta al riadattamento dentro
gli attuali crismi, essa è riconosciuta come fulcro per la rianimazione del senso
spento ed inaridito del sociale, politico ed ambientale.

La necessità che la coscienza dell’Uomo contemporaneo si disidentifichi dal


totalitarismo morboso dell’Io è la vera priorità da affrontare. Nessuna speranza
possiamo avere se ciò non accade primariamente nell’interiorità dell’Uomo
stesso. Qui è la radice folle di ogni totalitarismo. Niente di davvero nuovo sotto
il sole… Culture e spiritualità antichissime, basti pensare a quella tibetana, da
sempre ne coltivano consapevolezza, ma appunto ciò ha da essere riscoperto in
termini propri ed autentici dalla mentalità dell’Occidente. Non basta che le sia
insegnato dall’esterno, da dove viene lo scompenso più grave di lì deve anche
venire la soluzione.

Sul piano psicologico, l’immaginazione attiva esprime una pratica, maturata


nell’alveo dell’analisi del profondo, che disciplina la relativizzazione del punto di
vista dell’Io nell’interazione con le figure interiori della psiche, aprendo alla
possibilità di percepire l’andamento sincronistico della realtà ; ovvero, di quel
sistema simbolico di corrispondenze tra eventi interiori ed eventi esterni, al di là
dei nessi causali che a noi risulti sensato stabilire. Attraverso di essa diviene
possibile aprirsi alla percezione responsabile dell’Unus Mundus, la connessione
intrinseca tra gli accadimenti che, nel via vai di trame interne o esterne,
governano le nostre esistenze, al di là della nostra capacità di darcene

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spiegazione.

I percorsi individuali che si muovono in tal senso sono per ora delle gocce nel
mare di fronte alle difficoltà oceaniche del mondo contemporaneo, ma che si
produca un nuovo movimento di consapevolezza etica, su base psicologica, per
quanto possa apparire poca cosa, confinato com’è in un piccolo insieme di
sperimentazioni individuali, è tuttavia di incomparabile valore. E comunque,
resta la sola via attendibile, poiché origina da dove proviene la scissione più
profonda nella visione attuale del mondo: l’interiorità psichica propria
dell’Uomo stesso.

Federico de Luca Comandini

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