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L’ascolto della Parola proposto

attraverso l’analisi retorica


nel Sud-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo
Echi di un’esperienza

Sono passati oltre venticinque anni da quando, nel 1984, sono giunta per la
prima volta nella Repubblica Democratica del Congo, nella sua provincia del
Sud-Kivu, a est. Allora il nome del Paese era ancora Zaire e, come sempre nella
sua storia, accolse anche me, dopo che non mi era più possibile continuare a
restare in un Paese vicino.
Le vicende della vita mi portarono poi negli anni ’90 a passare ancora alcuni
anni in Italia. Ebbi così l’occasione per riprendere gli studi e ottenere la licenza
in Teologia Biblica all’Università Gregoriana. Fu nel corso di tale triennio che in
un seminario sui Racconti della Passione, guidato dal P. Roland Meynet, s.j.,
ebbi l’opportunità di sentir parlare dell’Analisi retorica biblica e di esservi
pazientemente introdotta, insieme al piccolo gruppo dei miei compagni.
Credo che tale percorso sia stato per me uno dei più preziosi vissuti in questa
Università, che rivedo con un forte senso di riconoscenza. Il Professore non solo
ci dava i risultati dell’analisi di alcuni testi ma attraverso progressivi esercizi
cercava di trasmettercene l’arte. Rispondeva alle molteplici domande che gli
ponevano e condivideva la nostra meraviglia di fronte all’ingegno di una tale
organizzazione del pensiero.
Mi rendevo e mi rendo conto che un’adeguata conoscenza delle lingue
bibliche era uno strumento di base per riconoscere senza la mediazione della
traduzione e quindi con più certezza la composizione del testo. Tuttavia, pur
essendo sempre principiante in esse, non potevo ormai avvicinare i testi come
ignorando che erano dotati di una forma che era la porta del senso.
Così cercai di trovare la composizione di tutti i brani dell’Antico e Nuovo
Testamento che erano chiesti per la prova orale, e mi parve alla fine di riuscire a
trovarla per tutti, anche se qualcuno richiese giorni di ricerca – che dormissi o
che fosse sveglia, come dice il Vangelo – e anche se, tempo dopo, di certi testi
intuii una composizione diversa da quella primariamente intravista.
Terminati gli studi, mi trattenni ancora in Italia per qualche anno. La ricerca
della composizione diventava per me un passaggio obbligatorio ogni volta che
mi mettevo con più disponibilità di tempo di fronte a un testo biblico. Ed era in
questa forma che proponevo i testi anche alle mie sorelle missionarie e a pub-
blici più vasti quando ne avevo l’occasione. Non essendo esperta di tecniche
audiovisive ricorrevo all’antico sistema della carta: fogli distribuiti e cartelloni.
Rilevavo talvolta interesse, talvolta la stessa sorpresa di una scoperta che
avevo io stesso sperimentato; talvolta, in un pubblico più preparato, una certa
2 Teresina CAFFI

irritazione di trovarsi di fronte a una tecnica forse interessante ma che rimaneva


sconosciuta, dunque inutilizzabile autonomamente.
In effetti, se non potevo ormai ignorare questo passaggio nella comprensione
del senso, rimaneva la sfida di non poter trasmettere quel percorso che aveva
reso me stessa, in qualche modo, capace di cercare la composizione di un testo.
Avevo un bel dire: «Sono pronta a trasmettervi quello che anch’io ho imparato.
Facciamo dell’analisi retorica l’oggetto di un corso». Era troppo chiedere: altri
erano i programmi. Così facevo con queste persone un uso più discreto dell’ana-
lisi retorica. Ma come non mostrare il bel candelabro dell’inno della lettera ai
Filippesi?

1. IL CONTESTO CULTURALE DEL SUD-KIVU

LA GUERRA E LE SUE COMPAGNE


In questi anni sto tornando nella Regione dei Grandi Laghi, nel Sud-Kivu e
precisamente a Bukavu, Uvira e dintorni, sei mesi l’anno, da gennaio a luglio,
per dare corsi di Bibbia nel secondo semestre.
Do così un corso sui Vangeli Sinottici nella seconda classe di Teologia del
Seminario di Murhesa, e altri corsi nell’Istituto Superiore di Pastorale Familiare,
da alcuni anni dotato anche dell’opzione «Educazione alla Pace». Compatibil-
mente con questi impegni, ho anche la possibilità di incontrare per brevi sessioni
catechisti e animatori parrocchiali.
In un Paese segnato profondamente, soprattutto nella sua parte orientale, da
due guerre successive, iniziate nel 1996 e nel 1998, la Chiesa del Sud-Kivu ha
camminato spesso alle prese con imprescindibili questioni sociali e politiche,
data la latitanza delle autorità civili, e non ha potuto dare l’attenzione necessaria
alle questioni pastorali pur urgenti.
Vescovi straordinari, congolesi, la cui fama non è ancora all’altezza della loro
statura, hanno marcato il suo cammino. Mons. Christophe Munzihirwa, sj, è
stata la sentinella che ha inutilmente chiamato il mondo a intervenire perché
fosse evitata la guerra che si annunciava all’orizzonte. Fino alla fine, con altre
persone di buona volontà, ha orientato la popolazione della città di fronte alla
tragedia imminente, ha salvato quanti poteva salvare ed è caduto proditoriamente
ucciso da un colpo alla nuca da parte delle truppe che ormai invadevano la città
il 29 ottobre 1996. Mons. Emmanuel Kataliko, suo successore, aveva la sua
stessa tempra; il suo coraggio di parlare gli valse un lungo esilio, conclusosi con
la liberazione, cui però fece quasi immediatamente seguito la sua morte, il 4
ottobre 2000.
La società civile, organizzata e non, ha spesso espresso con coraggio il grido e
le attese della popolazione e ha raccontato la vera natura delle guerre e dell’in-
stabilità che permane: le ambizioni territoriali di Paesi vicini, la ricerca di
minerali, la corruttibilità di autorità del Paese e di una cerchia della popolazione
che ha trovato un dividendo nelle imprese guerresche.
L’ascolto della Parola nel Sud-Kivu attraverso l’analisi retorica 3

La guerra non viene sola, ma con un codazzo di ancelle che tendono a


installarsi nella popolazione: miseria, morte, sospetto reciproco, banalizzazione
della morte e di altre atrocità divenute moneta corrente in tempo di guerra, come
furti, saccheggi, stupri.
Le campagne, teatro delle cose peggiori, sono state depauperate non solo delle
loro ricchezze a cause dei saccheggi, ma anche delle popolazioni, venuta a sfol-
lare in città e a vivervi miseramente. Una pletora di organizzazioni cosiddette
umanitarie, internazionali e locali si è installata nella Provincia – se ne contano
tremila – generando spesso una mentalità di dipendenza e spesso entrando in un
circuito chiuso: disgrazia chiede l’aiuto e l’aiuto per continuare a essere dato,
necessita che la disgrazia continui.
La guerra ha devastato anche le tradizioni antiche, ha umiliato le figure
simbolo di clan e tribù: i «bami», che non hanno saputo difendere la loro gente,
che sono stati uccisi, o comprati e hanno perso il loro ruolo di custodi di una
tradizione. Le foreste dove avvenivano i riti dell’iniziazione, nel caso della tribù
Lega, sono ora popolate da militari o da rifugiati armati. Le statue e oggetti-
simbolo di tutta una storia vengono rivendute per bisogno di denaro. Che cosa
resterà alla fine di tutto un mondo? Forse qualche museo da visitare.
L’assenza di una reale politica sociale scoraggia i detentori di capitali a rea-
lizzare forme di produzione locale che diano occupazione alla numerosa popola-
zione giovane e limitino la dipendenza dai vari mercati esteri «a buon mercato»:
soprattutto Paesi vicini e Cina. Così, la città di Bukavu è tutta un moltiplicarsi di
case in costruzioni, a più piani, talora vere ville, dai tetti aguzzi come attendendo
nevicate nordiche... accanto a enormi quartieri dove si vive difficilmente.

QUALE DIO
In questo contesto sconvolto dalle guerre e dalle devastazioni anche interne da
esse provocate, le immagini del mondo del nord arrivano quotidianamente attra-
verso film e internet, come pure gli oggetti di seconda mano che testimoniano di
felicità lontane: abiti, scarpe, giocattoli...
Dopo tanti accordi di pace che non hanno dato che scampoli di pace, dopo
elezioni democratiche che non hanno cambiato lo stile di governo dei tempi di
Mobutu, anzi in qualche modo l’hanno peggiorato, l’atteggiamento che prevale
nella popolazione in questo cinquantenario dall’indipendenza, è quello dello
scoraggiamento: «Se ci saranno ancora elezioni, io non voterò!», diceva decisa
una donna, esprimendo il pensiero di tanti.
Tenuto conto poi di un contesto mondiale di fine delle ideologie, anche
nell’est del Congo la popolazione tende a mettere l’avere e l’avere personale e
quindi il godere come solo orizzonte possibile.
Dio però è di casa, è sulla bocca di tutti gli adepti delle centinaia di chiese e
sette – un vero supermercato del divino –, dell’uomo comune come del politico e
del militare. Frasi che lo evocano appaiono sui frontali dei camion, sul vetro
posteriore dei pulmini, danno nome ai negozi: «Tutto è grazia». «È Dio che dà».
4 Teresina CAFFI

«Signore, grazie!». In mancanza di spazio, si segnala una referenza da andare a


leggere, per es.: Rm 8,31.
La reperibilità e economicità della Bibbia fa sì che molti la posseggano e da lì,
per certi, il passaggio non è difficile al mettersela sotto braccio e a diventare
predicatori e fondatori di una nuova chiesa, che si dichiara migliore delle altre e
promette miracoli.
I miracoli, appunto. Le cosiddette «chiese del risveglio» abbondano in pro-
messe, attribuendo a Dio una serie di interventi che dispensano i fortunati
destinatari da ogni impegno, tranne quello di versare un tanto al Pastore. Come
si capisce l’ira di Marx!

UN POPOLO MIGLIORE DI COME SI CREDE


Il popolo congolese conosce i suoi mali e li dichiara senza reticenza, anche di
fronte allo straniero. Sa che la sua ricchezza è anche la sua disgrazia. Sa che i
primi a non amare e custodire il Paese sono proprio i suoi capi. Sa che la
corruzione si esercita a tutti i livelli. Ma sa anche che le cose si sono incan-
crenite per appoggi indebiti dell’Occidente al grande dittatore Mubutu. Ora si
trova un Paese malato e difficilmente guaribile. «Bisognerà che tutta la nostra
generazione passi», scriveva uno studente.
Il popolo congolese ha una straordinaria capacità di autoironia che esercita per
esempio trasformando le parole. Così la delusione per i «cinque cantieri» pro-
messi dal Presidente e scarsamente realizzati li fa chiamare le «cinque canzoni».
La presenza nell’esercito di forze ruandesi spinge la popolazione a chiamare le
FARDC (Forze armate della RD Congo) come «Forze armate del Ruanda
dispiegate in Congo»...
Il popolo congolese ha comunque acquisito una libertà di parola che solo par-
zialmente è contenuta dal sistema di sorveglianza e intimidazione. Se l’assassi-
nio di giornalisti e difensori dei diritti umani spinge molti a restare nei limiti
fissati dal potere, molte cose tuttavia sono dette e dichiarate apertamente. Situa-
zione nettamente diversa da quella del vicino Ruanda.
I giovani studiano quanto più possibile, cercando forse più un titolo che la
cultura, ma spesso con grandi sacrifici personali e familiari. Sta avanzando una
generazione meno abituata al lavoro della precedente, ma più consapevole,
informata e capace di reazione.
La compassione, pur con innumerevoli «tradimenti» nel corso di questi anni,
resta un tratto caratteristico del popolo dell’est della RD Congo.1 La parteci-
pazione al dolore altrui è immediata. È grazie ad essa che tanti rifugiati sono
sopravvissuti, per innumerevoli porte e spazi che sono stati offerti, per tanti
bicchieri di fagioli tesi al vicino da mani esse stesse prive del necessario.

1
Il racconto annuale della Passione è inevitabilmente accompagnato nell’assemblea che
ascolta da commenti che indicano dispiacere, partecipazione (un suono della voce impossibile a
trascrivere).
L’ascolto della Parola nel Sud-Kivu attraverso l’analisi retorica 5

2. MODALITÀ ESPRESSIVE LINGUISTICHE


DELLE POPOLAZIONI DEL SUD-KIVU

LA PRETESA DEL SISTEMA UNICO


La conoscenza dell’analisi retorica biblica mi ha fatto cosciente di un pre-
giudizio culturale tra i tanti che abbiamo assunto insieme al latte materno. E
m’ha portata a riconoscere che non esiste un unico modo di costruire i discorsi,
di comporre un testo. Non ci sono per la composizione regole immutabili e
universali che solo i grandi oratori latini avrebbero scoperto e alle quali tutti
dovrebbero adattarsi. Comprendere questo, durante i corsi sulla retorica biblica,
fu per me liberante. Gli Ebrei, i Semiti, avevano la loro modalità espressiva che
non era necessariamente la nostra.
Scoprire che non siamo i soli a occupare tutto l’orizzonte ridimensiona e libe-
ra. Così non potevo non «indignarmi» nel vedere esegeti, pur di grido, emettere
giudizi sul valore letterario degli autori biblici, nel ricostruire dei testi al modo in
cui avrebbero «dovuto» essere scritti, con un lavoro di taglia, elimina, incolla. Di
fronte alle forzature per costringere gli inni nelle maglie della poetica latina e le
lettere di Paolo nelle tappe obbligate della retorica di Cicerone. Salvo, di fronte
all’insuccesso, dichiarare l’incapacità dell’autore sacro...2
Per me che esercitavo un servizio in un contesto culturale diverso dal mio
d’origine era una bella opportunità per smantellare uno degli aspetti della pre-
sunzione culturale sempre dura a morire. E quando di fronte ai seminaristi
congolesi davo atto dell’ingiustizia di questa pretesa, vedevo i loro occhi brillare
di soddisfazione.

DOVE REPERIRE IL SISTEMA ESPRESSIVO CONGOLESE?


Ma qual era il sistema espressivo tipico delle popolazioni che incontravo?
Spesso era inquinato dal sistema occidentale: si tratta di imparare a dire le idee
«ordinatamente» per filo e per segno, come si deve, come i canoni ci sono stati
insegnati, correggendo disordinate modalità antiche. Non mi risulta che qualche
intellettuale locale abbia rivendicato una modalità espressiva propria al suo
popolo d’appartenenza.
Chi ha fatto ricerche sulla cultura tradizionale, chi ha recuperato antichi
racconti, ha pensato ai contenuti. Non mi risulta che qualcuno abbia anche
cercato di riconoscere la modalità espressiva usata e tanto meno di difenderne la
dignità.
Mi dicevo: ciò che è vero per il popolo ebreo, per i popoli semiti, è vero per
ogni popolo. Ogni popolo ha la sua modalità espressiva, capace di veicolargli, al
meglio per lui, i contenuti. Dove trovarla? Non vivevo nel villaggio, per andare
alla ricerca di vecchi raccontatori di storie. E i contatti quotidiani sono troppo

2
Difficoltà antica, se lo stesso Papia dichiarava che Marco “ha accuratamente messo per
iscritto tutto quello di cui si ricordava, senza tuttavia rispettare l’ordine di quanto fu detto o fatto
dal Signore” (EUSEBIO, Hist. Eccl. III, 39,15-16).
6 Teresina CAFFI

frammentati per riuscire a ricostruire un sistema. Del resto, in quanto insegnante,


ero più abituata a fare discorsi che ad ascoltarne.

TRACCE
Una traccia era la musica. La musica che piace ai Congolesi è ripetitiva. I bra-
ni sono per noi molto lunghi, e in essi le frasi e i ritmi musicali vengono ripetuti
innumerevoli volte. Una noia per noi, che, anche nelle canzoni, siamo alla
ricerca di un contenuto, di una storia che si sviluppa dall’inizio alla fine. Di che
cosa è segno questa musica cantata che mi accompagna quotidianamente nel
viaggio in tassì fino alla scuola?
Un’altra traccia, la danza. Un senso del ritmo fin dai primi mesi di vita,
acquisito danzando sulla schiena della madre coinvolta dal ritmo... Manine che
battono il ritmo prima ancora di saper afferrare degli oggetti. Una danza che
coinvolge l’intera persona in uno stato lirico o mistico che è liberante ed è forma
necessaria della gioia.3
Di questa danza mi colpiva un passo che mi sembrava stranamente simile a
una modalità di raccontare: quello dei chierichetti che dal fondo della chiesa
portano all’altare le offerte. I piedi compiono tre passi in avanti e uno indietro.
Ho pensato che forse questo può essere avvicinato al modo di raccontare, fatto di
ripetizioni e insieme di avanzamento. Faccio un esempio:
Un giorno un uomo si sentì vicino a morire. Giunto così alla fine della sua vita
chiamò attorno a sé i suoi figli. Quando i figli giunsero attorno a lui, egli mostrò loro
un rametto e disse loro: «Vedete questo rametto?». L’uomo l’afferrò con le due mani
e lo ruppe. Dopo averlo rotto disse loro: «Presi uno alla volta, voi siete come questo
rametto: chiunque può spezzarvi». Guardate invece ciò che faccio ora. Prese tanti
rametti quanti erano i suoi figli, li légò e cerco di spezzare il fascio. Ma nonostante
cercasse di spezzarlo, il fascio non si piegò né si spezzò. Allora l’uomo disse: «Così
sarà di voi. Se voi rimanete uniti, nessuno potrà spezzarvi».

Non era però che una piccola traccia.

UNA CONFERENZA NOIOSA


Era il giorno del ritiro delle religiose. Trattava il tema del giorno un sacerdote
locale. Sarà l’occasione per capire come funziona? mi dissi. Presi accuratamente
nota delle sue parole e al contempo cercavo di comprendere il movimento del
pensiero.
La conferenza superò l’ora, sembrava non procedere per punti precisi, come
se la costruisse al momento senza ben sapere dove andare. «È stato noioso e
ripetitivo», disse una mia connazionale. Lo avrei pensato anch’io se non fossi
stata presa dallo sforzo di capire qual era l’architettura del suo discorso.

3
Quante volte, in tempo di guerra, la chiesa è stato l’unico luogo per salvare la danza e dare un
soffio di vita a donne e uomini che poi uscendo tornavano nell’angoscia quotidiana. Dio era il solo
motivo per danzare in quegli anni, la sua casa l’unico posto degno.
L’ascolto della Parola nel Sud-Kivu attraverso l’analisi retorica 7

Finalmente un’idea mi venne. Non era un discorso disordinato. Era un’idea


centrale che ritornava progressivamente arricchita di elementi nuovi. Un ritorno
sull’idea ma non a cerchio chiuso, ma a spirale. Avevo forse capito qualcosa?
Tempo dopo, in Seminario, dopo aver spiegato la relatività delle modalità
espressive proprio a partire dalla «diversità» del racconto biblico, chiesi agli
studenti : «Qual è il vostro modo?». Erano ormai abituati a procedere per punti
progressivi, come si conviene a chi vuole avere idee chiare e distinte. Eppure
uno dal fondo della classe levò la mano e disse: «Noi procediamo per spirale».
Confesso che fui felice di sentirlo dire. Fu per me una conferma.
Un altro scrisse:
Da noi a Kalehe, la narrazione ha uno scopo. Quest’ultimo non si scopre immedia-
tamente. Occorre avere un’attenzione acuta per riconoscerlo in una serie di forme.
Tuttavia, queste ultime non sono solo pura ripetizione: al contrario, a ciascuna d’esse
s’aggiunge sempre un elemento nuovo. In breve, tutto comincia da un piccolo punto
che evolve a forma di spirale.4

Quanto è rimasto di questa modalità? Forse più di quanto si pensi, se un pre-


sbitero plurilaureato vi ritorna, probabilmente a sua insaputa. E quanto di impo-
sizione culturale c’è nell’esigere un diverso tipo di organizzazione del pensiero?

3. LA PROPOSTA D’ASCOLTO DELLA PAROLA


ATTRAVERSO IL MOMENTO DELL’ANALISI RETORICA

RAGIONI DELLA PROPOSTA


Quello che cercavo fin dai tempi della Gregoriana era un metodo di approccio
trasmissibile ad altri, che non richiedesse strumenti impossibili nel contesto
congolese.
L’analisi retorica mi apparve offrire la possibilità di un approccio diretto al
testo, senza bisogno di molte mediazioni. Scoprivo che pile di commenti, sfo-
gliati per vedervi l’analisi e l’interpretazione di un testo, ne davano un’interpre-
tazione spesso frammentaria, di un versetto o di un brano alla volta, senza la
ricerca del messaggio che sta dietro al passo o alla parte e tanto meno senza
considerarli nel loro contesto letterario.
Queste analisi e interpretazioni mi sembravano spesso scontate e banali,
formulabili da chiunque si fosse messo con una certa serietà a meditare il testo.

4
Imani Mutijima Innocent. Ecco le sue parole: «Chez nous à Kalehe, la narration a un but.
Celui-ci ne se découvre pas d’emblée. Il faut avoir une attention aigüe pour le cerner dans plu-
sieurs tournures. Toutefois celles-ci ne sont pas que pure répétition; au contraire, à chacune d’elle
s’ajoute toujours un élément nouveau. Bref, tout part d’un petit point qui évolue en forme spirale»
Lo studente aggiunse: «Une autre manière de nous exprimer, mais qui n’est pas fréquente, est celle
triadique. On part d’un fait à un deuxième. Celui-ci retourne au premier tout en le dépassant un
tout petit peu » (Un’altra maniera di esprimerci, che però non è frequente, è quella triadica. Si
parte da un fatto e si passa a un secondo. Questo secondo ritorna al primo, e al contempo lo supera
un po’).
8 Teresina CAFFI

E inoltre, a volte non giustificate altrimenti che dall’intuizione del commen-


tatore. Troppo poco per riposarvi la mente e il cuore. Gli aspetti che ritenevo dai
commenti sfogliati erano le analisi linguistiche, le note sul contesto storico e
culturale.
Così, l’analisi retorica biblica mi sembrò la modalità d’approccio al testo che
meritava non solo d’essere praticata ma anche condivisa. Anche perché inchio-
dava gli occhi all’unica cosa essenziale, il testo sacro.

METODO
Inoltre, la proposta di un testo biblico secondo l’analisi retorica non richie-
deva strumenti particolari. Quando possibile, un foglio dato in mano a ciascuno
con il semplice testo composto. Sempre, un grande foglio sotto gli occhi del
gruppo, scritto a grandi lettere, con il testo nella sua composizione. La lingua: lo
swahili negli incontri parrocchiali, il francese a scuola.
Nel corso degli anni ho ormai accumulato un cartone di grandi fogli che riuti-
lizzo, quando il passare del tempo non mi ha rivelato una composizione migliore
di quella primariamente trovata, obbligandomi a riscrivere il testo.5

SESSIONI E INCONTRI PARROCCHIALI


Nelle sessioni parrocchiali, si trattava in questi anni di presentare un Vangelo
all’anno. La parte introduttiva precedeva in parte, e in parte accompagnava,
l’approccio diretto ai testi. Dopo il richiamo al fatto che la comprensione è
grazia e dunque necessita di un approccio orante, davo qualche spiegazione di
elementi storico-culturali-letterari atti a rendere più comprensibile il testo, con
qualche aggancio appena accennato all’attualità per disporre a un ascolto più
attento.
Il testo era sotto i loro occhi, spesso anche sui fogli, sempre appeso al muro.
Uno dei presenti lo proclamava. Un altro lo rileggeva ad alta voce (ove possibile,
una donna, un uomo). A volte lo proclamavamo a più voci, al modo del Passio.
Ove possibile, lasciavo un tempo per le risonanze.
Poi cominciavo l’analisi degli elementi essenziali del testo, ignorando per il
momento la composizione. L’attenzione ad essa costituiva il momento succes-
sivo. A volte senza previa introduzione sull’analisi retorica, bastava semplice-
mente far parlare il disegno del testo così come appariva nella sua composizione.
La considerazione della composizione orientava all’idea centrale, al senso
delle parti a due a due parallele, preparando quel volo panoramico finale che
permetteva di sentirsi a casa nel testo e in ogni sua stanza, avendo colto il
disegno della casa. Evitavo di segnalare corrispondenze di cui non avevo colto il
senso profondo. Evitavo termini tecnici.

5
A volte, dopo aver percorso con un gruppo un testo fino a cogliere qualcosa del suo senso
profondo, mi lascio convincere da chi chiede di portarlo con sé per trasmetterne il messaggio nei
suoi contesti. Questo soprattutto nei posti più dell’interno. E allora alla volta successiva che
m’occorre, lo riscrivo.
L’ascolto della Parola nel Sud-Kivu attraverso l’analisi retorica 9

Dalla considerazione della composizione al contesto biblico e all’interpreta-


zione il passo era facile. Una volta capito il centro del messaggio, anche l’attua-
lizzazione si faceva facile. La lettura insieme della Parola terminava con un certo
senso di fatica ma anche di gioia profonda.
Di fronte al momento dell’analisi retorica del testo, la reazione dei parteci-
panti era in genere di attenzione, di gusto di una scoperta, senza incredulità.
Come davanti a qualcosa di reso ovvio dalla disposizione stessa del testo: era
chiaro che tale frase, tale domanda costituiva il centro. E trovavano interessante
cogliere i rapporti fra le parti per giungere insieme al senso dell’intero brano o
passo.
Mai mi è stato chiesto il perché di una tale disposizione del testo. Ho avuto
l’impressione che i presenti entrassero con naturalezza in un disegno che aveva
già una sua evidenza e che le parole servivano solo a meglio chiarire. Non era,
infatti, per loro un assioma che le cose dovessero necessariamente andare dall’A
alla Z. Sembrava semplicemente interessante e legittimo che l’antico popolo
ebreo si fosse dato modalità espressive sue.
Ove opportuno – ove cioè avevo un tempo abbastanza lungo a disposizione,
come durante le sessioni di tre giorni o più – facevo un previo, rapido accenno
alle due modalità essenziali della retorica biblica e semitica. E con cartoncini sui
cui avevo incollato strisce di diversi colori mostravo le diverse modalità in cui il
parallelismo e il concentrismo possono presentarsi e anche associarsi.

NELLA SCUOLA
Dove ho fatto une presentazione della retorica biblica è stato in Seminario, al
termine dell’introduzione ai Sinottici. Aver potuto dare il sito della RBS è stato
per me una notevole opportunità. Non si sa mai che nella vita quei giovani non
desiderino un giorno andare a vederlo e approfondire. Ora sarebbe troppo chie-
derlo, presi come sono da corsi e dalla fretta di finire l’anno.
Però, come dicevo, con la sensibilità critica acuta che hanno come giovani
intellettuali verso tutto ciò che può costituire une pretesa superiorità di una data
cultura, scoprivano con simpatia la relatività della modalità espressiva.
Nelle dispense date, le pericopi bibliche erano presentate anzitutto nella forma
classica, poi nella loro composizione, con qualche modifica di traduzione che le
rendeva più vicine alla lettera del testo. Seguivano eventuali indicazioni storico-
geografico-letterarie sul testo, il contesto biblico e l’interpretazione.
Anche nella scuola, ricorrevo ai cartelloni, benché ciascuno avesse già sotto
gli occhi la dispensa. Anche i Seminaristi manifestavano reazioni di stupore e di
ammirazione per una composizione non facile: «Come hanno fatto?», si chiede-
vano, come mi sono chiesta io.
Fra i vari «piani» dei Sinottici, ho privilegiato quelli che vi ritrovavano non
una successione da A a Z, ma una composizione di tipo semitico, come il piano
di P. Benoît per Matteo e quello di Ban Van Iersel per Marco; per Luca, il piano
essenziale dato dal P. Roland Meynet nel suo commento a questo Vangelo.
10 Teresina CAFFI

4. VALUTAZIONE DELL’ESPERIENZA

ASPETTI POSITIVI
Il ricorso all’analisi retorica nell’approccio dei testi biblici corrisponde anzi-
tutto a una scelta personale. Ho trovato nell’analisi retorica la possibilità di un
approccio diretto al testo che ne fa sgorgare il senso senza bisogno di ricorrere
alle stampelle dei commentari. Ho trovato modo di scoprire questo senso a
partire dalla composizione e quindi con una prova ben più solida delle intuizioni
di un autore. Ho trovato quel percorso d’oggettività che permette di uscire dal
soggettivismo del «che cosa mi colpisce».
Proponendo al popolo congolese questa modalità di approccio ho semplice-
mente condiviso quello che per me era una feconda scoperta.
Tenere per un’ora lo sguardo di un gruppo sul testo stesso è già un aspetto di
grande importanza se si crede al valore sacramentale della parola, di cui i com-
mentari partecipano solo in modo derivato.
L’analisi retorica s’è proposta non nei suoi contenuti teorici ma nel suo
aspetto visivo. Il testo composto parlava da sé. E ho rilevato una partecipazione
di gioia nella scoperta delle corrispondenze e del senso del centro.
I partecipanti alle sessioni parrocchiali come pure gli studenti sono partiti
con i loro fogli e le loro dispense, capaci, ritengo, di riprodurre il percorso
davanti ad altri.
Hanno visto che la Parola merita attenzione più che i nostri commenti ad essa,
i quali non sono necessari. I nostri corsi non sono stati l’elenco di una serie di
commenti fatti da altri, ma un navigare noi stessi nel lare dell’ascolto della
parola.
Mi è parso così che la creatività sia stata messa in moto, e incoraggiata dalla
convinzione che non siamo dipendenti e muti di fronte ai grandi che hanno
analizzato prima di noi e per noi queste pagine.
L’aspetto di relativizzazione del sistema espressivo occidentale è stato parti-
colarmente apprezzato dagli studenti, anche perché ho potuto meglio significarlo
davanti a loro.

LIMITI
Un limite dell’esperienza sta anzitutto nel fatto che resto io stessa una princi-
piante nella conoscenza dell’analisi retorica biblica. Non c’è dubbio che delle
composizioni da me ritrovate siano difettose, che delle corrispondenze cariche di
senso non siano state rilevate...
Inoltre, ho trasmesso esempi di approccio senza introdurre all’esercizio
personale della ricerca della composizione di un testo e del suo significato.
Certo, ho dato la pista essenziale: Trascrivete il testo, munitevi di colori,
osservate...». Troppo poco, però, perché siano davvero in grado di compiere un
tale percorso.
L’ascolto della Parola nel Sud-Kivu attraverso l’analisi retorica 11

Per questo ho chiesto loro di non provarci nei lavori pratici di esegesi che
chiedevo loro. Malgrado ciò, non pochi non hanno resistito alla tentazione di
provare a comporre». Mancando ogni esercizio al riguardo, le composizioni
erano spesso scorrette, tuttavia erano un segno che l’interesse per la composi-
zione era nato. Non mancavano del resto delle belle intuizioni, pur non
sufficienti.
Per quanto riguarda il Seminario, non ho osato chiedere alle Autorità accade-
miche di prevedere un corso facoltativo di apprendimento dell’analisi retorica
biblica, dati gli orari già pieni.6
Un’altra difficoltà, naturalmente, è la mancante o scarsa conoscenza delle
lingue originali, che fa sì che l’approccio sia mediato da una traduzione che può
disorientare riguardo alle corrispondenze.

CONCLUSIONE
Concludo con un ringraziamento e un sogno. Ringrazio la mia famiglia
missionaria che mi ha dato la possibilità di approfondire gli studi biblici e di
condividerli sia al suo interno che ad altri, in modo particolare al popolo
congolese.
Ringrazio il prof. p. Roland Meynet, che ha osato questo cammino arduo
perché da tanti non condiviso. Per l’enorme lavoro di rivalutazione della ormai
lunga storia degli studi di analisi retorica. Per averla esercitata nel confronto
diretto con i testi biblici. Per la sistematizzazione che gli ha permesso di darci il
Trattato e anche il libro degli esercizi, come ogni grammatica che si rispetti. Per
avere con noi studenti cominciato fin dai gradini elementari per condividerci
un’arte che potevamo noi stessi poi esercitare. E quindi per averci messo ali per
volare.
Ringrazio la Provvidenza che mi ha permesso quest’incontro e d’essere intro-
dotta a queste conoscenze. È stata un’esperienza di gioia, di liberazione, di
dignità nella consapevolezza della possibilità di un approccio personale, signifi-
cativo ai testi biblici. E di relativizzazione culturale, quanto mai importante nel
confronto quotidiano con le altre.
Un sogno: che l’analisi retorica biblica possa entrare come corso almeno
opzionale in tutti i seminari, le facoltà teologiche e bibliche. Personalmente
sogno di trovare una modalità semplice ed essenziale per fare di quanti incontro
non solo dei fruitori ma anche delle persone capaci di esercizio personale, come
è accaduto per me.

Bukavu, Sud-Kivu, Repubblica Democratica del Congo, 1° maggio 2010.

Teresina CAFFI

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Fino ad oggi, pochi anche tra i dottori in Scienze bibliche sono iniziati all’ARB. È difficile
riconoscere che essa non è uno dei metodi di esegesi, ma un momento dell’esegesi stessa, che
ciascuno potrebbe utilmente integrare nel proprio percorso di approccio ai testi.