Sei sulla pagina 1di 14

Difficile dire da quanti giorni fosse apparso, perché si trovava in

una zona poco trafficata alla periferia della città, a mezz’altezza su


un muraglione oltre il quale c’era un lido ormai abbandonato da
anni. Forse l’avevano già visto in tanti, ma nessuno ci aveva fatto
caso, trovandolo perfettamente ragionevole, quand’anche si fossero
presi la briga di leggerlo. Bisogna anche dire che la lettura non ri-
chiedeva particolare sforzo: si trattava infatti di un piccolo e mode-
sto avviso, una lastra di plastica bianca avvitata al muro nei quattro
angoli. In alto, al centro, lo Stemma Municipale. Subito sotto, in
piccolo, la scritta “Comune di Salsaredo” e poi, in un carattere
squadrato maiuscolo, l’avviso vero e proprio:

VIETATO
RIMUOVERE
QUESTO
DIVIETO

Una domenica di fine aprile, verso le tre del pomeriggio, passeggia-


vano lungo quel muraglione Aristide Bonelli, un professore di filo-
sofia in pensione da molti anni, e Socrate, il suo vecchio pechinese
(i professori di filosofia non hanno mai avuto grande fantasia
nell’imporre nomi ai loro animali). Socrate era logoro e spelacchia-
to più del suo padrone, e ormai perfino abbaiare (occupazione pre-
ferita dagli esemplari della sua razza) gli costava fatica. Quel giorno,
forse per l’aria finalmente tiepida che metteva energia, avevano de-
viato dal solito percorso allungandolo verso il mare. Giunti nei
pressi di un tenero alberello piantato al margine del marciapiede,
Socrate decise che era giunta l’ora di fare la pipì. Per la povera be-
stiola, sofferente di varie patologie, era sempre un’operazione lunga
e penosa. Come suo solito in quelle occasioni, Aristide distolse lo
sguardo, e volgendolo casualmente verso il muraglione, alzati ap-
pena un poco gli occhi, vide l’avviso: “VIETATO RIMUOVERE QUE-
STO DIVIETO”. Qualcosa nel suo cervello, per quanto intorpidito

1
dall’età e dal pranzo domenicale, gli suggerì che ci fosse in quel te-
sto qualcosa di incongruo. Rilesse, per accertarsi di non aver travi-
sato, e no, l’avviso diceva proprio così: “VIETATO RIMUOVERE
QUESTO DIVIETO”. Nient’altro, nemmeno in piccolo come nei
contratti truffaldini.
– Divieto di cosa? – disse Aristide, abituato com’era a parlare
con Socrate, ma non potendo sperare in una sua risposta su
quell’argomento, immaginò di rivolgersi a una delle sue classi.
“Dunque, ragazzi, chi mi sa dire qual è il tema del divieto?” Era un
cultore della maieutica, e questo può ben spiegare perché avesse
chiamato Socrate il suo cane.
“Quello di rimuoverlo dal muro!” rispose Caramanno, che era
convinto di essere un intelligentone e invece era solo un ciuccio
presuntuoso. O forse quello era Cascone? Ne aveva avuti tanti, in
quarant’anni! Ma non importa, Aristide si figurò di fronte a sé una
classe formata da studenti di ogni epoca, quelli che ricordava me-
glio, e pazienza per gli anacronismi.
Socrate, intanto, completata l’elaborata operazione, tirò leg-
germente il guinzaglio per farsi notare.
– Bravo, vecchia carogna: ce l’hai fatta anche stavolta! – disse
Aristide, e riprese la via di casa, ansioso di indagare con calma quel
bizzarro avviso, mentre proseguiva la sua lezione peripatetica, at-
torniato dai suoi studenti.
“Allora ditemi: se io mi armassi di una scala e di un cacciavite
e svitassi tutte e quattro le viti che tengono ancorato l’avviso al mu-
ro, staccandolo e buttandolo nel bidone dell’immondizia, quale
danno avrei procurato alla mia città o ai miei concittadini? Perché
badate, l’avviso riporta lo stemma del Comune, dovrà pur esserci
un interesse pubblico perché stia lì”.
Aristide restò a contemplare soddisfatto le facce sbigottite dei
ragazzi. Il suo cervello cominciava a recuperare un po’ dell’antica
brillantezza, era tempo che non gli capitava una tale fortuna.

2
“Dovrebbe prima stare attento a non cadere!” disse Savasta-
no, che era un bulletto della peggior specie, e tutti soffocarono le
risate. Savastano non si era mai permesso di prenderlo in giro in
maniera così sfacciata, ma forse si era accorto che il prof era invec-
chiato e non lo giudicava più un pericolo. Aristide stava per ripren-
derlo severamente, quando intervenne la Giordano.
“Ma Lei avrebbe disobbedito a un divieto. È la legge”. Essen-
do una gran bellezza, Antonella Giordano interveniva sempre con
disinvoltura, certa di intimidire qualunque interlocutore. Forse un
tempo era stato così, ma l’Aristide Bonelli che ora si trovava di
fronte si era ormai da tempo liberato dal giogo degli ormoni, e la
osservava come si osserva una qualunque ragazzina ingenua.
“Ogni legge deve avere una sua ragionevolezza e una sua utili-
tà, altrimenti sconfina nell’arbitrio. E in quali regimi politici è pos-
sibile confondere legge e arbitrio?”
“Dittatura”.
“Tirannia”.
“Monarchia assoluta”.
In tre avevano risposto prontamente, e Aristide era felice fin
quasi alle lacrime: qualcuno dei semi che aveva piantato in tutti
quegli anni cominciava, seppur tardivamente, a dare frutti.

Rientrato in casa, Aristide liberò Socrate dal guinzaglio. La bestiola


zampettò faticosamente verso la cucina, dov’era la signora Lidia,
moglie di Aristide, che certamente gli avrebbe dato qualcosa di
buono da mangiare, forse addirittura qualche rimasuglio del pran-
zo.
Aristide invece andò nel salone, sedette nella sua poltrona,
chiuse gli occhi e valutò il da farsi.

3
“Professore, ma cosa può fare il semplice cittadino in questi
casi?”
“Ottima domanda, Abate, davvero un’ottima domanda”. Di
sicuro bisognava denunciare pubblicamente il caso, ma come? Ari-
stide non aveva un computer né internet, figuriamoci se sapeva u-
sare i social network; però poteva scrivere una lettera ai giornali, quel-
lo sì, e magari contattare Gianluca Cavalli, consigliere comunale di
opposizione e figlio del suo vecchio amico Piero. Mentre pensava
queste cose si addormentò e si ritrovò in un sogno agitato: cammi-
nava stancamente sul corso in una giornata cupa e fredda; colleghi,
studenti, genitori di studenti gli si accostavano per incoraggiarlo,
deriderlo o minacciarlo, mentre i muri dei palazzi erano punteggiati
di piccoli rettangoli bianchi attraversati da indecifrabili scritte nere.
Si svegliò quando Socrate andò ad accoccolarsi ai suoi piedi, e
nell’agitazione quasi gli tirava un calcio, alla povera bestia.
– Socrate, cane sciocco! Lo sai che hai rischiato di morire? Ma
a te della vita non t’importa, vero? Come al tuo più illustre omoni-
mo, d’altra parte... – e gli fece una carezza per consolarlo. Poi gli
venne in mente il sogno e decise di tornare al muraglione per pro-
vare a capire se gli fosse sfuggito qualcosa.
Chiese a sua moglie se voleva uscire con lui. Lidia si stupì, non
tanto dell’invito (andavano spesso a passeggio insieme) ma che A-
ristide uscisse di nuovo poco dopo essere rientrato. Ad ogni modo
gli rispose che non aveva tempo: c’era una montagna di panni da
stirare e poi doveva preparare la cena.
– Portati Socrate – provò a suggerirgli.
– Non è la stessa cosa – replicò Aristide con sottile ironia.

L’avviso era sempre lì, a circa due metri e mezzo di altezza, come
per sfida a chi volesse rimuoverlo. Pareva solo un po’ più grigio,

4
ora che il sole stava calando. Mentre si guardava intorno, Aristide si
accorse di una piccola telecamera montata su un lampione, a un
metro circa dall’alberello che Socrate aveva usato per i suoi bisogni.
Era puntata verso il muro, e il primo pensiero di Aristide fu che
stava lì per riprendere eventuali trasgressori. C’era però qualcosa di
strano: l’obiettivo puntava verso il muro, è vero, ma non
sull’avviso; semmai a tre quattro metri di distanza, e leggermente
più in alto. In quel punto però non c’era nulla, se non il muro stes-
so, nero e ruvido, e qualche minuscolo ciuffo d’erba che ne spun-
tava. Era davvero un bell’enigma! Forse qualcuno, determinato a
rimuovere l’avviso, aveva spostato l’occhio della telecamera per
non essere inquadrato. Poi, per chissà quale motivo, il piano era
fallito, ma intanto la telecamera era rimasta in quella assurda posi-
zione, come un occhio strabico. Però, però...
Da buon filosofo, Aristide era abituato a indagare tutti i pos-
sibili aspetti di un problema, e bisogna dire che cominciava davve-
ro a compiacersi di quel suo ritrovato acume. Perché – si chiese –
chi controllava la telecamera non era intervenuto a ripristinare la
corretta angolazione? Certo, la manomissione poteva essere troppo
recente perché si fosse già provveduto a porvi rimedio. Coi tempi
di Salsaredo, poi! Considerò un’altra ipotesi, talmente perversa che
faceva fatica ad attribuirla alle menti semplici che a suo giudizio
governavano la città. Ed era questa, che la telecamera fosse stata
posizionata in maniera distorta per dare l’impressione che la zona
dell’avviso ricadesse al di fuori dell’inquadratura, e quindi invo-
gliando eventuali vandali all’azione; e invece la telecamera poteva
avere un angolo di ripresa insolitamente ampio, cosicché zac!, il
povero idiota era spacciato, come il topo che si ritrova col collo
spezzato dalla trappola nel momento stesso in cui addenta il for-
maggio.
Aristide poteva tornarsene a casa soddisfatto, aveva acquisito
nuovi e interessanti elementi su cui riflettere. Attraversò la strada e

5
si voltò un’ultima volta a osservare il muro nella sua interezza. Il
piccolo rettangolo bianco dell’avviso spiccava sulla massa scura, ma
c’era qualcos’altro di strano, come una mancanza. Aristide riprese a
camminare verso casa per lasciare a quella sensazione indefinita il
tempo di trasformarsi in qualcosa di comprensibile. L’intuizione ar-
rivò alla prima svolta, quando sul muro di un palazzo, bianco
d’intonaco fresco, lesse un cospicuo “W LA FIGA!” di vernice rossa.
“Quel muro è immacolato, non c’è nemmeno una scritta” pensò
finalmente Aristide. Com’era possibile, quando la città ne era infe-
stata, e scarseggiando ormai le superfici verticali si era cominciato a
scrivere sui marciapiedi e sulle strade? Poteva concedere che l’area
vigilata dalla telecamera tenesse alla larga i vandali, ma oltre metà
del muro era un’enorme lavagna da riempire di idiozie e oscenità
senza alcun rischio. Se nessuno osava farlo doveva essere a causa di
quell’avviso. Certo, non era un divieto di scrivere sui muri, non
c’erano richiami minacciosi ad articoli del codice penale, ma era pur
sempre un divieto, per giunta incomprensibile. Nel dubbio, meglio
andarsi a cercare un’altra lavagna.

Il mattino dopo, di buon’ora, Aristide chiamò Gianluca Cavalli, il


quale gli rispose con la deferenza che si deve a un anziano amico di
famiglia, ma anche con una punta di sospetto. Bisogna capirlo: era
alla sua seconda consiliatura, e dal giorno della prima elezione lo
avvicinavano persone di cui aveva perso le tracce da anni, quasi
tutte per sollecitare una pratica ferma, proporre un progetto inno-
vativo, lamentarsi di una sanzione ingiusta. Aristide gli spiegò il ca-
so e Gianluca subito si tranquillizzò, trattandosi di una bagattella
che non poteva in alcun modo dargli noia. Rispose che non ne sa-
peva nulla, che l’affissione di quell’avviso doveva essere stata decisa
in chissà quale delibera di giunta.

6
– Ma non Le pare, caro Gianluca, che la formula usata sia to-
talmente assurda?
– Non direi. Tra l’altro anche quando governavamo noi la
Giunta ha autorizzato un avviso del genere. Se non ricordo male
diceva: “VIETATO FOTOGRAFARE QUESTO DIVIETO”. Ora mi scusi
ma devo salutarla, ho un’importante riunione politica.
– Naturalmente... Solo un’ultima domanda: dov’era stato affis-
so l’avviso vostro?
– Qua e là... Ma ora non li troverà più. Sa com’è: cambiata la
maggioranza, si cancellano le tracce di quella precedente. È una
brutta cosa, ma è la politica, cosa vuol farci?
– Mi sta dicendo che anche del nuovo avviso ce n’è più d’uno
in città?
– Presumo di sì. Noi ne mettemmo uno in ogni quartiere, an-
che per una questione di equità. Ma ora devo proprio andare o farò
tardi.
Aristide rimase allocchito, non aveva proprio considerato una
cosa tanto ovvia, che l’avviso sul muro del lido non fosse l’unico.
Ma come mai non ne aveva visti altri? E quelli precedenti? “VIETA-
TO FOTOGRAFARE QUESTO DIVIETO”. Dio mio, che follia! Eppure
il divieto di fotografare era meno odioso perché più facilmente ag-
girabile. Si andava verso una sempre più grave riduzione delle liber-
tà dei cittadini? Ma che pensieri andava facendo? Mettere a con-
fronto due assurdità! Questa sua mania di analizzare nei minimi
dettagli a volte gli faceva perdere di vista le questioni generali...
Aristide trascorse l’intera mattinata a scrivere la lettera per i
due giornali locali. La rimaneggiò più volte, ma alla fine si rigirava il
foglio tra le mani come se fosse un rotolo del Mar Morto. Poi andò
alla scrivania, infilò due fogli nella macchina da scrivere, separati da
un foglio di carta carbone, e con tutta la cura e la lentezza delle sue
vecchie dita provvide a generare le due copie dattiloscritte. Poi le

7
ripiegò, le infilò in due buste e scrisse gli indirizzi con bella grafia,
sebbene leggermente tremolante.
– Socrate, andiamo – disse, e uscirono a imbucare. A Socrate
spettava il compito di leccare i francobolli.

Essendo un filosofo, Aristide era dotato di grande pazienza. Aspet-


tò due giorni, poi di buon mattino andò a comprare i giornali. Tor-
nato a casa spiegò prima l’uno poi l’altro sulla scrivania e li sfogliò
dalla prima all’ultima pagina, senza però trovare traccia della sua
lettera.
Il mattino dopo, finalmente, la trovò pubblicata su uno dei
due giornali, che simpatizzava per l’opposizione. Si dispiacque mol-
to nel notare che era stata tagliata di circa un quarto, ma ancora di
più si dispiacque della prolissa risposta del direttore che, incurante
delle sue puntuali osservazioni, gli si era scagliato contro con acre-
dine inattesa.
“Si chiede la rimozione di un divieto, come se la soluzione ai
problemi della nostra città fossero l’assenza di regole, l’anarchia, il
caos, mentre nessuno chiede la rimozione delle auto in sosta vieta-
ta, dei dirigenti incapaci, dell’immondizia che invade le strade. In-
somma, sebbene in questa città non manchino validi motivi per
protestare, lo stimato ex professore non trova un bersaglio migliore
di un innocuo avviso, che opportunamente richiama la cittadinanza
a non vandalizzare i beni comuni, fossero anche solo un umile car-
tello. A questo proposito, una critica va senz’altro mossa all’attuale
amministrazione: la delibera di Giunta prevedeva la stampa di ben
venti avvisi, eppure ne è stato affisso solo uno. Secondo fonti qua-
lificate il problema dipende dalla carenza di organico della Società
Comunale “Salsaredo Affissioni”. Peccato però che si sia trovato il
modo di rimuovere i venti avvisi affissi dalla precedente maggio-

8
ranza. Con lo stesso impiego di tempo e uomini si poteva rafforza-
re il senso civico dei nostri concittadini, invece di indebolirlo. Ma
tornando all’oggi, la domanda è: come si potrà mai avere cura delle
grandi cose se non si comincia dalle piccole? È questa la verità che
l’ex professore, forse troppo legato ai filosofi sofisti, si ostina a non
vedere.”
– Filosofi sofisti? Io? Io che sono un seguace di Socrate? –
disse Aristide ad alta voce, vibrando di scandalo, e in un attimo So-
crate fu ai suoi piedi col guinzaglio in bocca, pensando che il suo
padrone lo chiamasse per la passeggiata.
– Sì, ora andiamo – disse Aristide, che non voleva deludere la
cara bestiola; e poi un po’ d’aria avrebbe fatto bene anche a lui.

Il mattino seguente Aristide comprò l’altro giornale, che guardava


con favore alla maggioranza in carica. Lo sfogliò subito, perché
ormai la sua pazienza di filosofo cominciava a vacillare. La lettera
era stata pubblicata, ma si dispiacque molto notando che era stata
tagliata di circa un terzo; ancora di più si dispiacque della prolissa
risposta del direttore che, incurante delle sue puntuali osservazioni,
gli si era scagliato contro con prevedibile acredine. “Per insuperabi-
li motivi di spazio abbiamo dovuto rimandare a oggi la pubblica-
zione di questa lettera, che già ieri è comparsa su un giornale con-
corrente. Il mio collega direttore, evidentemente a corto di argo-
menti, prende a pretesto le parole del professore per un’intemerata
contro l’Amministrazione comunale, dipingendo una Salsaredo che
non esiste, devastata da auto in sosta vietata, dirigenti incapaci e
immondizia per strada. I nostri lettori conoscono bene i progressi
fatti dalla nostra città negli ultimi due tre anni, li hanno letti pun-
tualmente su queste colonne. L’intervento del professor Bonelli
appare quindi come una critica ingenerosa, che mortifica gli sforzi

9
di chi, rimboccandosi le mani* e senza paura di sporcarsi le mani-
che*, ha dato l’anima per il benessere della nostra comunità. Il pro-
fessore si è messo a cercare il pelo nell’uovo, ma non l’ha trovato.
Riprovi, sarà più fortunato.”
– Ma tu guarda che roba, che ignoranza! – esclamò Aristide,
mentre Socrate lo osservava scodinzolando con ottimismo, non
sapendo bene cosa aspettarsi da quelle parole. Aristide buttò il
giornale nel cestino lì accanto, conservando solo la pagina che lo
riguardava. In quel momento gli si accostò un uomo sulla quaran-
tina, facendogli certe feste che nemmeno Socrate.
– Professore! Professor Bonelli! Mi riconosce? – e gli strinse la
mano con troppa energia.
– Veramente no.
– Sono Capozzoli, Piero, un suo ex studente. Maturità 1995.
– Capozzoli, certo, mi pare...
– Prof, volevo dirle che Lei è diventato una celebrità. Ieri, do-
po la pubblicazione della sua lettera, il mio ex compagno di classe
Montanari Luca (ricorda?) ha creato un gruppo Facebook. Si chia-
ma “VIETATO VIETARE LA RIMOZIONE DI QUESTO DIVIETO” e in
poche ore aveva già più di cinquecento membri. Mi lasci controlla-
re... Ecco, ora siamo a ottocentoventicinque. Un successo, prof, un
successone!
– Ma io non so...
– Vedrà, l’avremo vinta noi! La Salsaredo migliore si sta mobi-
litando contro questi farabutti. Si parla già di una spedizione per
rimuovere l’avviso. E non si tratta di vandalismo: è solo disobbe-
dienza civile!
– Ma la questione non è tanto...
– S’iscriva anche Lei al gruppo. Di sicuro La faranno ammini-
stratore. E intervenga pure, vedrà quanti like! Lei ormai è la guida

*
[Sic] (NdA)

10
spirituale della rivoluzione! Ora La saluto, devo andare al lavoro,
ma ci teniamo in contatto, vero prof? Allora a presto! – e diede
un’altra occhiata allo smartphone. – Ottocentonovanta, prof! Otto-
centonovanta! Fra poco saremmo a mille, ed è solo l’inizio...
– Sì, certo. A presto, a presto – disse Aristide, piuttosto con-
fuso. Anche Socrate era perplesso, e come sempre in quei momenti
si leccava una zampa, per dare l’idea di essere impegnato.
– Dovrò decidermi a comprare un computer, ma ora andiamo
a casa, stamattina le nostre vecchie carcasse ne hanno già viste e
sentite troppe – disse Aristide, e Socrate si mise al passo, le piccole
zampe tutte fresche e pulite.

Passarono alcuni giorni, durante i quali Aristide andò dimentican-


dosi di quella ridicola faccenda. Forse avevano ragione i due diret-
tori: in fondo si trattava solo di un piccolo avviso; insensato quanto
si vuole, ma poco più rilevante dei pochi e radi ciuffi d’erba che lo
circondavano. Un’inutile escrescenza. Non era il caso di prenderse-
la tanto. E così tornò alle sue letture, con cui occupava tutto il
tempo che non dedicava a Lidia e a Socrate.
Una settimana dopo l’incontro con Capozzoli, nel corso della
passeggiata mattutina, Aristide s’imbatté in un altro suo ex-
studente. Fu quello a riconoscerlo, naturalmente. In realtà Aristide
pensò che gli avesse teso un agguato: se l’era ritrovato di fronte su-
bito dopo aver comprato la “Settimana enigmistica” per sua mo-
glie, e aveva uno sguardo che non gli piaceva per niente.
– Carissimo professor Bonelli! Savarese Antonio, Maturità
1986. Ricorda?
– Savarese... Sì, vagamente. Ottimo studente, se non sbaglio.
– Sempre voti alti con Lei, prof. Ma è tutto merito Suo, mi fa-
ceva appassionare alla materia.

11
– Ne sono lieto, davvero.
– Posso offrirle un caffè? Ne sarei onorato.
– Purtroppo non bevo più caffè da anni. Capirà, alla mia età...
– Prof, ma che fa, mi dà del Lei? Così fa sentire vecchio anche
me! Senza offesa, naturalmente...
– S’immagini, nessuna offesa. Ma se permette continuerò a
darle del Lei, non è più un mio studente, e per quanto certamente
non vecchio, non è più un ragazzino.
– Come vuole, prof, ma almeno una spremuta, un succo, una
granita...
Aristide accettò l’invito e andarono a sedersi al bar più rino-
mato del quartiere, che stava lì a due passi.
– Insomma, la Sua lettera ha fatto scalpore in città – disse Sa-
varese dopo aver ordinato. Socrate se ne stava accucciato accanto
al suo padrone senza osare intromettersi nella discussione. Aristide
fece un vago segno, come per schermirsi, ma in quel momento gli
tornò in mente la storia del gruppo Facebook: era curioso di cono-
scere gli sviluppi.
– C’è un certo Luca Montanari che sta cavalcando la protesta.
Sta mettendo in seria difficoltà l’Amministrazione, e di conseguen-
za anche me.
– Lei? – chiese Aristide, stupito.
– Già. Forse Lei non lo sa, ma dirigo il Settore Cultura del
Comune. È stata mia l’idea, qualche anno fa, del primo avviso.
Forse ricorderà: “VIETATO FOTOGRAFARE QUESTO DIVIETO”. Ve-
de, non ho mai dimenticato le Sue lezioni sulla filosofia della co-
municazione, sulla psicologia delle masse, sulle strutture ricorsive, e
non ho mai smesso di studiare certe materie, anche se poi mi sono
laureato in Storia moderna. Insomma, volevo farmi notare dalla
vecchia amministrazione, proporre qualcosa che avrebbe garantito
rispetto – di più: soggezione – a costo zero, e ha funzionato.
Quando sono arrivati questi altri, volevano anche loro qualcosa del

12
genere e li ho accontentati, anche se non sono stati capaci di affig-
gere tutti gli avvisi, che sono rimasti inscatolati in un magazzino.
Poi è intervenuto Lei, l’unico a dire “Il re è nudo”. Ora Montanari
– che è iscritto alla Terza Coalizione e ha ambizioni politiche – sta
provando a scatenare l’inferno. Intendiamoci, è un idiota in mala-
fede, non ha capito nulla della Sua protesta, ma il suo giochino sta
funzionando. Ha creato un gruppo Facebook con più di cinquemi-
la iscritti, che in una città come la nostra sono tantissimi. Già mi-
naccia di mandare qualcuno dei suoi a rimuovere l’avviso con la
forza, ma ho avuto un’idea che salverà capra e cavoli. Quel muro è
ormai inutile, fu costruito quando fu data la concessione al lido che
ora non esiste più. È anzi dannoso, uno scempio, perché toglie ai
cittadini la vista del mare in quel tratto. Insomma, è necessario ab-
batterlo. Di conseguenza, inevitabilmente e accidentalmente, anche
l’avviso scomparirà insieme al muro che lo sorregge. Non solo ci
libereremo di un problema senza dare l’idea di cedere alla piazza,
ma potremo anche vantarci di aver fatto qualcosa di buono per la
città. Un piccolo capolavoro, Le pare?
– Certamente. Un bel giochino anche il Suo, complimenti.
– Grazie, prof. Ad ogni modo, la Terza Coalizione è data vin-
cente alle prossime elezioni, e Montanari farà il sindaco. Allora do-
vrà vedersela con me, dovrà chiedermi aiuto per mantenere i suoi
consensi. E io ho già pronta un’idea. Vuole sentirla, prof? Una bel-
la serie di avvisi da esporre in tutta la città, con la scritta: “VIETATO
LEGGERE QUESTO DIVIETO”. Niente macchine fotografiche, niente
scale e cacciaviti: nel momento stesso in cui si legge, anche distrat-
tamente, anche senza volerlo, si è già colpevoli. Una città in preda
al senso di colpa, un sindaco pronto a perdonare purché non gli
mettano i bastoni fra le ruote. Un capolavoro, prof, vero? Che voto
mi dà, eh? Che voto mi dà?
– Che voto vuole che le dia, Savarese? Non posso darle meno
di dieci – disse Aristide, che vuotò la coppetta del suo sorbetto al

13
limone e si alzò. Socrate si riscosse dal suo torpore e si tirò su,
pronto a seguire il suo padrone.
– La ringrazio molto per la granita. Molto buona, tra l’altro: si
vede che la fanno con i limoni veri. Le auguro ogni fortuna, arrive-
derci.
Savarese si alzò e gli tese la mano in segno di saluto, ma Ari-
stide gli passò davanti facendo finta di non vederlo.
– Andiamo, Socrate, torniamo a casa e chiudiamoci dentro.
Socrate mugolò per uno strano presentimento, mentre Aristi-
de vedeva intorno a sé i suoi studenti che gli voltavano le spalle,
delusi. Fra gli altri riconobbe Abate, il più deluso di tutti. Avrebbe
voluto fermarlo, ma cosa poteva dirgli? Come gli avrebbe spiegato
che tutta quella brillantezza, quell’acume ritrovato non era servito a
nulla, che le cose della vita accadevano sopra la sua testa, dietro le
sue spalle? Si sentiva più vecchio e debole che mai, “un vaso di ter-
ra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”.
Queste cose le pensò soltanto, non voleva che Socrate
s’immalinconisse: anche la povera bestiola combatteva contro i do-
lori dell’estrema età. Arrivati a casa gli avrebbe servito una doppia
razione di croccantini più un biscotto. Di più, per lui, non poteva
fare. Ah, e non doveva dimenticarsi di dare un bacio a Lidia, le a-
vrebbe fatto piacere.

14