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XXVI Congreso de Lengua y Literatura Italianas de ADILLI “El poder en el

lenguaje, en la literatura y en la cultura italiana”. Organizado por la Asociación


Docentes e Investigadores de Lengua y Literatura Italianas, el Departamento de
Lenguas de la Facultad de Humanidades de la Universidad Nacional de Salta.
Salta, 16-18 de setiembre de 2010.

Bravo Herrera, Fernanda Elisa, “Anarchismo ed emigrazione in Argentina nella


scrittura di Pietro Gori e Maria Luisa Magagnoli” en Lisi, Fulvia Gabriela –
Gutiérrez, Rafael Fabián (comp.), El Poder en el Lenguaje, en la Literatura y en la
Cultura Italianas. Salta: Universidad Nacional de Salta, 2011, pp. 192-197. [ISBN.
978-987-633-083-1].

Anarchismo ed emigrazione in Argentina nella scrittura di Pietro Gori e


Maria Luisa Magagnoli.

Fernanda Elisa Bravo Herrera


CONICET - INSOC
Universidad Nacional de Salta.

Quando nel 1902, durante la Presidenza di Julio A. Roca, viene approvata


la Legge di Residencia N° 4144, proposta dal senatore e scrittore Miguel Cané,
prende corpo nella legislazione argentina una posizione di difesa delle strutture
sociali –rappresentate dai terratenenti e dai gruppi conservatori– indirizzata
contro i movimenti di resistenza al potere costituito e contro le organizzazioni
operaie, sostenute dai gruppi di lavoratori immigranti, specialmente spagnoli e
italiani. Otto anni più tardi è approvata, come complemento della precedente
Legge, la Legge di Defensa Social N° 7029 volta a reprimere l’anarchismo e i
movimenti operai di resistenza. In questo modo il processo di apertura nazionale,
organizzato con la Legge N° 817 di Inmigración y colonización approvata nel 1876
durante la Presidenza di Nicolás Avellaneda, sembrava essere arrivato alla sua
fine. La politica di organizzazione dell’immigrazione, nonostante la Legge di
Avellaneda, non era stata portata avanti come era stata programmata dai membri
della Generazione dell’80 e come viene rappresentata nella mitologia attorno
all’immagine del colono e dell’Argentina come “crisol de razas”. Gastón Gori
segnalò, appunto, nei suoi studi sul sistema agrario argentino, per esempio ne El
pan nuestro (1958), come la colonizzazione sia stata in realtà un’aspirazione
frustrata e tergiversata a causa del latifondismo che favorì l’oligarchia e il gruppo

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governante, provocando l’impoverimento progressivo del contadino e il
ristagnamento dell’agricoltura. Inoltre, per quanto riguarda l'apparentemente
pacifica integrazione sociale che seguì all’immigrazione di massa, le due leggi
citate distruggono tale mito, nato dall'idealizzazione di una società senza conflitti,
così come viene rappresentata da Florencio Sánchez ne La gringa (1904).
Nonostante l’idealizzazione utopica di un’integrazione e una pacificazione dei
contrasti sociali, il rifiuto dell'immigrante si registra in diversi testi che convalidano
la superiorità dell’argentino sullo straniero e giustificano la difesa delle strutture
sociali esistenti. Simili posizioni ideologiche sono rintracciabili nelle opere di
Eugenio Cambacères, ad esempio nei suoi romanzi di taglio naturalista Sin rumbo
(1885) ed En la sangre (1887), e di Manuel Gálvez ne El diario de Gabriel Quiroga
(1910) e Historia de arrabal (1922), solo per citare alcuni scrittori che
manifestavano l’opposizione all’immigrazione ritenendola una minaccia contro la
nazionalità e il nazionalismo. Ricardo Rojas in Blasón de plata (1910), d’altra
parte, criticò il cosmopolitismo e le diverse sfumature dell’individualismo, fra le
quali cita l’anarchismo, e propose la tradizione e l’indianismo come soluzioni
politiche di indipendenza culturale. La xenofobia si intrecciò con le preoccupazioni
per l’integrità dei valori tradizionali che sostentavano la costruzione dell’identità
nazionale. Il progetto di modernizzazione, che aveva promosso l’immigrazione,
entrava perciò in contraddizione con alcune idee politiche di conformazione della
nazione, che percepivano l’elemento straniero come dissociante, nonostante le
azioni di integrazione e nazionalizzazione portate avanti dal governo nazionale,
come la Legge N° 1420 del 1884 di Educazione gratuita, laica e obbligatoria, la
Legge N° 4301 del 1901 che istituì il servizio militare obbligatorio, la Legge N°
8871 di Sáenz Peña che impose il voto maschile, obbligatorio e segreto, a partire
del 1912 e l’inaugurazione dell’Hotel de Inmigrantes di Buenos Aires nel 1911.
L’ideologia di tutto questo apparato legislativo è espressa chiaramente da Manuel
Gálvez nel suo libro, bilancio del primo centenario della Rivoluzione di Maggio, El
Diario de Gabriel Quiroga, quando afferma che “la mejor medida de policía
espiritual sería expulsar del país a todos los apóstoles de religiones extranjeras y
de doctrinas sociales internacionalistas” (Gálvez, 2001: 96), e più avanti sentenzia
che “La República necesita que el extranjero se argentinice” (Gálvez, 2001: 96).
Per evitare questa disgregazione spirituale le misure politiche del governo

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nazionale argentino, specialmente durante le presidenze di Roca, cercarono, da
una parte, di “nazionalizzare”, vale a dire di “argentinizzare” gli stranieri –Gálvez
sostenne che “en la hora presente, gobernar es argentinizar” (Gálvez, 2001: 117)–
e, dall'altra, di espellere gli elementi disgreganti che contaminavano la società,
specialmente per le loro proposte e attività politiche di rivendicazione sociale. La
letteratura di immigrazione, come è stata chiamata da Gálvez, con le sue idee
socialiste e anarchiche, era valutata come pericolosa, “agresiva y demoledora en
sus comienzos, [...] luego, quizá por necesidad fundamental, conservadora y
oportunista; pero retiene cierta hostilidad envidiosa que puede leerse entre lìneas”
(Gálvez, 2001: 180). In questo modo, entrarono in contraddizione due posizioni
apparentemente opposte che, dietro la loro opposizione formale, conciliavano un
unico progetto di costruzione dello stato nazionale basato sui principi del
liberalismo. Il conflitto sociale sembrava appoggiarsi sul fenomeno
dell’immigrazione la quale veniva promossa come parte del programma di
miglioramento razziale e come forma di conquista del “deserto”, ma in alcuni casi
veniva anche rifiutata con metodi violenti perché associata, specialmente da alcuni
membri della classe dominante, alle cosiddette ideologie disgreganti come
l’anarchismo e il socialismo. Quindi l’apparente contraddizione e opposizione fra
l’inclusione e la repulsione verso l’immigrazione, soprattutto quella italiana e
spagnola, si risolveva attraverso l’imposizione di una politica di “argentinizzazione”
e pertanto si riaffermava il progetto di organizzazione e costruzione della Nazione
e dello Stato. Al di là del rifiuto della Legge di Residenza e della sua proposta di
riforma, Roberto Payró in Marco Severi (1905) propose appunto l’accettazione
dell’immigrante onesto che si integrasse, valorizzando l’azione di organizzazione
operaia purché questa non fosse violenta ma portasse progresso all’Argentina.
Insomma, purché non si trattasse di una rivendicazione di tipo anarchico. Si
impose, inoltre, una specie di didattica dell’identità per gli immigrati che determinò
finalmente l’argentinizzazione degli immigrati e dei loro figli, divenuti “hijos del
país”, cioè argentini figli di italiani e non italiani nati in Argentina. L'Italia,
d’altronde, aveva abbandonato i suoi figli e molti di questi, come scrisse Pietro
Gori, non cercavano una patria ma un pezzo di pane e, proprio per questo, le idee
dell’anarchismo e del socialismo prosperarono assieme al fenomeno
dell’immigrazione operaia.

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In questo contesto l’anarchismo costituì un movimento politico, sociale,
culturale e ideologico (Suriano, 2008) importante non solo fra gli immigranti italiani
e spagnoli ma all'interno della massa operaia, preminentemente urbana, in
generale. Sebbene l’anarchismo abbia avuto un vincolo diretto con il movimento
operaio durante il processo di modernizzazione, il legame con l’immigrazione è
intrinseco perché la divulgazione dell’anarchismo si svolse, appunto, fra i gruppi di
immigranti riuniti in Circoli culturali e centri di studi sociali, denominati
generalmente Le Casa del Popolo, che erano nuclei associativi di produzione e
organizzazione culturale, politica e ideologica, e diedero un grande impulso al
movimento anarchico. La diffusione dell'anarchismo e dei suoi ideali –libertà,
uguaglianza, solidarietà, rifiuto della società capitalista e dell’autorità dello Stato–,
con tutto il suo universo simbolico concentrato nell’identità libertaria, era la sua
arma principale, articolata attraverso diverse attività, che costituivano
un’alternativa ai modelli culturali e di socializzazione, “canalizadas
institucionalmente mediante los grupos o los centros culturales, la prensa y la
propuesta pedagógica racional” (Suriano, 2008: 37). Le attività svolte dai centri
erano, quindi, ampie –formazione di gruppi di studio e di svago, pubblicazione di
opuscoli e periodici (molti bilingui), organizzazione di conferenze, corsi, feste, balli
e rappresentazioni teatrali – potevano anche essere esportate ad altri centri urbani
e, fondamentalmente, cercavano di attirare un ampio gruppo di persone. Fra le
figure importanti dell’anarchismo italiano che parteciparono alle attività di
difussione in Argentina, in particolar modo a Buenos Aires, si possono citare
Ettore Mattei –fondatore del Círculo Comunista Anárquico, del Sindicato de
Obreros Panaderos e del settimanale El Socialista. Órgano de los Trabajadores–,
Enrico Malatesta –fondatore del Círculo de Estudios Sociales e del periodico La
Questione Sociale– e Pietro Gori, prestigioso avvocato criminalista, che rimase in
Argentina fra 1898 e 1902, portando avanti una forte diffusione dell’anarchismo
non solo fra gli operai ma anche esercitando una decisiva influenza su altri scrittori
anarchici come lo spagnolo Félix B. Basterra, autore dell’importante saggio El
crepúsculo de los gauchos. Situación de los inmigrantes en Argentina a principios
del siglo XX (1903). Inoltre Gori seppe trasformare l’immagine tabù
dell’anarchismo come spazio violento del “lumpenproletarier” e dei bombaroli
promuovendo l’affermazione della corrente non individualista e non violenta

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(Bayer, 2007: 146 - 147). Gori scrisse numerosi testi teorici, saggistici, commenti
sulla situazione dei lavoratori, racconti, canzoni, poesia, teatro. Fra le sue opere di
teatro più importanti si possono citare Primo Maggio (1896), Proximus tuus (1898),
Ideale (1902), Gente Onesta (1905). Senza patria, scritta nel 1892 e portata in
scena a Buenos Aires nel 1899, rappresenta il dramma dell’emigrazione come
unica soluzione per i poveri, che restano alla fine senza patria, perché “costretti a
guadagnarsi la vita frustro a frusto, per mantenere i parassiti di tutte le patrie”
(Gori, 1976: 361). Nell’edizione del 1899 pubblicata dalla Libreria Sociologica a
Buenos Aires, Gori dedica questo libro “ai lavoratori italiani d’America”. L’azione si
svolge durante la giornata di partenza di Giorgio, vecchio patriota garibaldino, e
della sua famiglia da un’isola toscana per l’America, costretti ad andarsene dalla
povertà e dal “rifiuto” della propria patria, rappresentata come una cattiva e ingrata
madre, nonostante l’amore dei suoi figli divenuti esuli. La perdita della propria
patria è provocata per Gori dalle ingiustizie non solo economiche ma anche
storiche, da lì la delusione per il progetto fallito dell’unità d’Italia. Tonio, un
compare di Giorgio, sintetizza queste ingiustizie con queste parole: “Avete fatto la
patria, e i furbi se la mangiano” (Gori, 1976: 363). La critica quindi va rivolta non
solo al governo, ma anche ad altre strutture e soggetti sociali, che vanno dalla
Chiesa, che condanna e terrorizza gli uomini umili e serve al potente, al piccolo
paese che spettegola, agli usurai che sfruttano la miseria altrui, al governo che
riconosce doveri ma non diritti ai cittadini e, soprattutto, alla patria che “rinnega i
suoi figli migliori” (Gori, 1976: 375), divenuti “fantasmi lividi sospinti dal bisogno”
(Gori, 1976: 375). Il testo, così, riprende il progetto garibaldino e lo smonta
attraverso la delusione di questi emigranti, costretti a lasciare tutto perché l’Italia
avrebbe dovuto essere e non lo è stata una buona madre che “deve non solo
partorire dei figli, ma anche allevarli amorosamente” (Gori, 1976: 371).
L’emigrazione offre, però, nonostante il dramma e il dolore dei reietti, “stranieri di
ogni patria” (Gori, 1976: 389), una “soluzione” ai “senza patria”, sia per l’amore,
sia per l’unione dei proletari, che diventano “patrioti del mondo”, di una “patria
nuova”, la terra intera “senza odi né frontiere” (Gori, 1976: 375), “patria grande e
benefica di tutti gli uomini” (Gori, 1976: 388). È questa l’utopia anche di Edmondo
De Amicis nel suo romanzo testimoniale Sull’oceano (1889), di fronte “alla miseria
errante” della sua patria, vale a dire, una terra aperta a tutti, fiorita “di messi e di

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villaggi sui passi d’un popolo operoso, libero e contento” (De Amicis, 1996: 137).
Questa critica all’Italia, patria o madre ingrata, denuncia la realtà sociale di questo
paese come responsabile dell’emigrazione, “che ha avuto cause molteplici:
all’eccedenza demografica (comune a diverse nazioni europee), si aggiunsero i
motivi sociali e politici (la mancata ‘rivoluzione sociale’ a compimento di quella
politica, l’astuto controllo di una ristretta classe dominante) e quelli economici (la
scarsità e povertà della terra da coltivare e le antiquate strutture agrarie)” (Grossi,
1976: 4).
La stessa critica sociale all’Italia si registra anche nel romanzo di Maria
Luisa Magagnoli, Un caffè molto dolce, pubblicato in Italia nel 19961, nel quale si
denuncia l’oppressione “in una terra fedele alla chiesa” (Magagnoli, 1996: 149), in
un periodo nel quale gli italiani “scappavano da campagne di povertà, monti di
paura e isole d’abbandono” (Magagnoli, 1996: 48) mentre “le campagne si
spopolavano e i contadini si incamminavano a migliaia verso mete incerte a
distanze siderali” (Magagnoli, 1996: 253) e “si confrontavano due Italie, una
aristocratica e innamorata del re, cresciuta nelle ville lustre di marmi dei laghi del
nord, l’altra sovversiva e stracciona, scampata alla miseria delle campagne”
(Magagnoli, 1996: 163). Un caffè molto dolce è la narrazione della ricerca e
ricostruzione della vita di Severino di Giovanni –anarchico italiano fucilato nel
1931 a Buenos Aires, durante il governo del General José Félix Uriburu– da parte
di una donna che ha visto la fotografia dell’anarchico in un libro di storia decenni
dopo la sua condanna. Il viaggio che realizza questa donna verso “una terra
remota” (Magagnoli, 1996: 55), “dall’altra parte del mondo, in un paese allagato”
(Magagnoli, 1996: 30), “strano, pieno di italiani che non erano più tali” (Magagnoli,
1996: 41), con “figli e nipoti degli antichi emigranti per i quali l’Italia era ormai un
paese mitico e straniero come per i loro padri e nonni lo era stata l’Argentina”
(Magagnoli, 1996: 51), è una ricerca non solo della verità nella memoria collettiva,
fatta di oblii, ma anche, e soprattutto, una ricerca della felicità, delle utopie,
dell’amore in un tempo magico e circolare nel quale però si rifiuta la violenza. Si
tratta, allora, di una diversa visione dell’anarchia presentata attraverso
un’interpretazione finzionale, non necessariamente “storica”, al contrario, per

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La traduzione in spagnolo di questo romanzo è di Guillermo Piro con l’editing di Luz Freire
e Pablo Pasturenzi, è stata pubblicata da Alfaguara nel 1997 a Buenos Aires.

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esempio, della biografia scritta da Osvaldo Bayer sulla vita di Severino Di
Giovanni. Una riscrittura quindi dell’anarchia e dell’anarchico, un’altra
rappresentazione di quest’uomo divenuto leggenda, fantasma, già presente
precedentemente in Los lanzallamas (1931) di Roberto Arlt, Sobre héroes y
tumbas (1961) di Ernesto Sabato e Escándalos y soledades (1970) di Beatriz
Guido. Tuttavia, nonostante questa presenza nella letteratura e nell’immaginario,
la figura di Severino Di Giovanni non ha le stesse caratteristiche di Bartolomeo
Vanzetti e Nicola Sacco, altri due immigrati italiani, giustiziati per le loro idee
anarchiche negli Stati Uniti nel 1916, perché l’immagine di Severino ha quasi
sempre avuto un’impronta negativa, mentre Sacco e Vanzetti sono ricordati come
le vittime di una persecuzione ingiusta (nell’ambito letterario argentino si può citare
Sacco e Vanzetti. Dramaturgia sumaria de documentos sobre el caso di Mauricio
Kartun, del 1991). L’utopia in questo romanzo di Magagnoli non risiede nella lotta,
nell’idealizzazione della violenza, caratteristica invece con cui Bayer sintetizza
l’azione di Severino Di Giovanni (2009), bensì nella redenzione, nella liberazione
delle colpe “nella pace chiara della campagna” (Magagnoli, 1996: 255), di “un
mondo più silenzioso e più saggio che non aveva condiviso la furia ansiosa della
sua vita” (Magagnoli, 1996: 255). La ricerca di una risposta alle cause e alle
giustificazioni delle azioni dell’anarchico è allora il filo che intreccia le storie della
donna e dell’anarchico stesso. La spiegazione, lontana dalle letture sociali e
politiche, si costruisce nell’individualità e nella serenità. Nella “confessione” del
suo “testamento”, Magagnoli fa dire all’anarchico: “la mia esistenza ribelle, in
realtà, è stata profondamente ubbidiente alla mia natura. Non sono un autentico
trasgressore perché non ho saputo trasgredire me stesso. Per me, era stato
tracciato un destino di violenza e l’ho assecondato senza oppormi” (Magagnoli,
1996: 198). L’emigrazione e l’anarchismo sono reazione e conseguenze di una
violenza esercitata dal potere politico e dalle ingiustizie sociali. Tragicamente la
“scelta” di Severino Di Giovanni, indirizzata verso la violenza, diviene inutile,
senza nessuna vittoria. La violenza quindi come risposta alla violenza è un “gioco
tremendo” e inutile. L’origine di questa violenza è narrata dallo stesso Severino:

Vedo uomini schiacciati da pesi invisibili intenti a combattere e a morire in


guerre che non li riguardano. Si odiano, si alleano, si fronteggiano,
vincono e perdono sprofondati in un sonno potente. Amici, nemici,

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vittime, assassini. [...] Un uomo, ferito sotto questo cielo, mima l’attesa
della sua morte, mentre gli altri devono circondarlo e maledirlo.
Guardo il mio sangue rosso che sgorga lentamente come se non mi
appartenesse. Una calma profonda è scesa su di me. Adesso so perché
sono dovuto venire a morire a Buenos Aires. (Magagnoli, 1996: 199 –
200)

Mentre Pietro Gori finisce il suo Senza patria con l’emigrante che pronuncia
con voce soffocata “Fuori... Fuori d’Italia!” lasciando la sua casa e sua madre nel
pianto, il romanzo di Maria Luisa Magagnoli chiude il “viaggio” dell’anarchismo,
facendo un movimento circolare, con il ritorno in Italia, al paese del anarchico
morto lontano dalla sua patria. Questa scelta è una forma di pacificazione, una
forma di chiudere un cerchio. Perciò, Un caffè molto dolce è, paradossalmente,
attraverso la rievocazione della voce di Severino, un incontro con “le sorgenti della
tolleranza e della compassione” (Magagnoli, 1996: 108), un’altra utopia, questa
volta non violenta e forse non tanto lontana da quella utopia della terra senza
pianti e senza egoismi che si augurava De Amicis con un “sentimento unico e
profondo d’una pietà dolorosa e piena di tenerezza” (De Amicis, 1996: 249), dalla
patria ideale che proponeva Gori e che, alla fine, probabilmente cercava lo stesso
Severino Di Giovanni. Forse...

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Bibliografia:
BAYER, Osvaldo (2007), Los anarquistas expropiadores y otros ensayos.
Buenos Aires: Booket.
BAYER, Osvaldo (2009), Severino Di Giovanni. El idealista de la violencia.
Buenos Aires: Editorial La Página.
DE AMICIS, Edmondo (1996), Sull’oceano. Milano: Garzanti.
GÁLVEZ, Manuel (2001), El diario de Gabriel Quiroga. Buenos Aires: Taurus.
GORI, Gastón (2002), El pan nuestro. Quilmes: Universidad Nacional de
Quilmes.
GORI, Pietro (1976), Senza patria in Savona, Virgilio E. – Straniero, Michele,
Canti dell’emigrazione. Milano: Garzanti, pp. 360 – 389.
GROSSI, Oreste (1976), Il pane duro. Elementi fotografici per una storia
dell’emigrazione italiana di massa, 1861 – 1915. Roma: Savelli.
MAGAGNOLI, Maria Luisa (1996), Un caffè molto dolce. Torino: Bollati
Boringhieri.
PAYRÓ, Roberto (1956), Marco Severi in Teatro completo. Buenos Aires:
Hachette, pp. 131 – 187.
SURIANO, Juan (2008), Anarquistas. Cultura y política libertaria en Buenos
Aires, 1890 – 1910. Buenos Aires: Manantial.