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Giacomo Di Ruocco

Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno


UN NUOVO APPROCCIO METODOLOGICO
AL RECUPERO DEI SOLAI IN LEGNO

Giacomo Di Ruocco

ISBN 978-88-97821-27-4
CUES Edizioni
CUES Edizioni
via Ponte don Melillo 1, 84084 – Fisciano (Salerno)
Tel. 089964500 – Fax 089964360

ISBN 978-88-97821-27-4
Finito di stampare nel mese di Ottobre 2012

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a mia madre

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Presentazione
(di Enrico Sicignano)

In un panorama nazionale ed internazionale, dominato e quasi


monopolizzato dall’High-Tech, l’acciaio, l’alluminio, il vetro, i materiali
fibrorinforzati, le leghe al titanio, il P.V.C. sono i nuovi protagonisti del
processo costruttivo.
Nuovi sistemi costruttivi, nuove tecnologie e nuovi materiali hanno
generato nuove opere e nuovi linguaggi di cui le città e l’ambiente
costruito, soprattutto nei Paesi altamente sviluppati ed industrializzati, si
stanno arricchendo e riempiendo.
In questo mondo che sembra guardare solo in avanti (basti dare uno
sguardo a quasi tutte le riviste di Architettura!) dimenticando la Storia ed
il passato, sembra paradossale non esserci più posto per i materiali
tradizionali, la pietra, il laterizio, il legno, tanto per citare solo quelli
essenziali e grazie ai quali è esistita e si è evoluta l’Architettura degli
ultimi 3000 anni.
Tuttavia, la particolare situazione italiana, dove la preesistenza è così
forte, la storia tanto presente e le leggi di tutela sul patrimonio edilizio
tanto cogenti, fanno oramai sì che gli interessi del mondo della
progettazione e degli addetti ai lavori siano rivolti, da molti anni, oltre
che verso un limitato “ex-novo”, anche e soprattutto verso il patrimonio
edilizio esistente.
Ma se consideriamo che negli ultimi decenni trascorsi, una ottusa e
miope “cultura modernista” ha pensato ed operato (sin dalla marinettiana
provocazione “a morte Venezia ed il chiaro di Luna!”) nei confronti della
Storia e della tradizione come una caccia alle streghe, molto della
conoscenza del passato è stato rimosso ed è andato perduto.
Molte volte il passato, soprattutto quello non aulico e monumentale, è
stato identificato come vecchiume, obsolescenza, scarto.
In un’epoca ed in una società che rischia di non avere più radici,
rimettere oggi, al centro degli studi e delle ricerche, le conoscenze di
5
tecniche costruttive e materiali tradizionali è quanto mai non solo utile ed
interessante, ma scientificamente e culturalmente indispensabile
nell’affrontare le complesse problematiche della tradizione.
La ricerca di Giacomo Di Ruocco affronta il tema del recupero dei
solai in legno nella loro unicità e complessità e con un’ampiezza di
vedute.
Dall’analisi delle essenze e delle caratteristiche fisico-meccaniche e
del comportamento del legno, passa a studiare le classificazioni dei solai
secondo la manualistica e secondo tipologie storiche e di appartenenza
geografica.
Certamente, per poter effettuare interventi appropriati e reversibili,
secondo metodologie scientificamente consolidate e condivise, assumono
un ruolo centrale e rilievi e le indagini diagnostiche.
Per completezza di trattazione la ricerca esamina anche il quadro
normativo di riferimento e le problematiche connesse ai cantieri di
restauro.
Così la tesi di Dottorato di Giacomo Di Ruocco, per la serietà posta
nella redazione, per il taglio ed il rigore scientifico, nonché per l’amore e
la dedizione profusa, ritengo sia di alto profilo ed un validissimo ulteriore
contributo nella disciplina.

Enrico Sicignano

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INDICE

Premessa ……...…………………………………………………. pag. 11

Capitolo 1°
IL LEGNO QUALE MATERIALE “ORGANICO”
1.1 Individuazione delle principali essenze ………………… pag. 18
1.2 L’igroscopicità del materiale …………………………… pag. 28
1.3 I difetti e le alterazioni del materiale …………………. .. pag. 29
1.4 Le fessurazioni da ritiro ………………………………... pag. 30
1.5 I nodi …………………………………………………. .. pag. 32
1.6 La cipollatura ………………………………….…….…. pag. 32
1.7 La vulnerabilità ai funghi e agli insetti ………………… pag. 34
1.8 Le caratteristiche chimiche, fisiche e
meccaniche …………………………………………… .. pag. 45
1.9 Il comportamento sismico ……………………………… pag. 54
1.10 Il comportamento al fuoco ………………………………pag. 56

Capitolo 2°
CLASSIFICAZIONE TIPOLOGICA STORICO-GEOGRAFICA
DEI SOLAI IN LEGNO
2.1 Cenni sulla manualistica storica ……………………….. pag. 57
2.1.1 Le teorizzazioni sul corretto
dimensionamento ……………………………… pag. 57
2.1.2 Gli studi sulle tecniche di ancoraggio
alla muratura …………………………………... pag. 69
2.2 Classificazione tipologica per ambiti geografici ……….. pag. 75
2.2.1 Solaio romano “rustico alla senese” ….……… .. pag. 79
2.2.2 Solaio “alla senese dipinto a cassettoni”……….. pag. 81
2.2.3 Solaio romano “a cassettoni” ……………….…. pag. 84
2.2.4 Solaio umbro-toscano
con impalcato in laterizio ……………………… pag. 87
2.2.5 Solaio umbro-toscano
con impalcato in legno ….……………………... pag. 89
2.2.6 Solaio umbro-toscano (edilizia minore) ……….. pag. 91
7
2.2.7 Solaio “di mezzane” (edilizia corrente umbra) ... pag. 94
2.2.8 Solaio marchigiano (edilizia rurale) …………… pag. 96
2.2.9 Solaio lombardo ……...………………………... pag. 97
2.2.10 Solaio napoletano “a panconcelli” ….…………..pag. 99
2.2.11 Solaio napoletano “con ginelle” …….…………. pag. 102
2.2.12 Solaio napoletano “con tavolato” ..….…………. pag. 104
2.2.13 Solaio “alla veneziana” ………………………... pag. 106

Capitolo 3°
IL QUADRO DELLE CONOSCENZE: LA FASE ANALITICA,
I RILIEVI E LE INDAGINI DIAGNOSTICHE
3.1 L’approccio diagnostico ……….……………………….. pag. 107
3.2 L’analisi del degrado strutturale ……………………….. pag. 109
3.2.1 La depressione dell’orditura portante dei solai:
localizzazione e tipo di manifestazioni …………pag. 111
3.2.2 Il cedimento degli appoggi: localizzazione
e tipo di manifestazioni ……………………….. pag. 117
3.3 L’analisi del degrado biologico - localizzazione
e tipo di manifestazioni ………………………………… pag. 122
3.3.1 Prove strumentali non distruttive
3.3.1.1 Prove igrometriche …………………………... .. pag. 126
3.3.1.2 Prove ultrasoniche …………………………… .. pag. 127
3.3.1.3 Prove penetrometriche ………………………… pag. 128
3.3.1.4 Prove endoscopiche …………………………… pag. 130
3.3.2 Prove strumentali distruttive
3.3.2.1 Microcarotaggi con succhiello di pressler……... pag. 132

Capitolo 4°
INDIVIDUAZIONE DEI MECCANISMI DI DISSESTO
E DELLE POSSIBILI METODOLOGIE DI INTERVENTO
4.1 Cause e metodologie possibili d’intervento connesse
al dissesto per depressione dei solai …………………… pag. 133
4.2 Cause e metodologie possibili d’intervento connesse
al dissesto per cedimento degli appoggi ……………… .. pag. 137
4.3 Cause e metodologie possibili d’intervento connesse
al degrado biologico del materiale …………………… .. pag. 145

8
Capitolo 5°
LE TECNICHE DI INTERVENTO
5.1 L’evoluzione, nella storia, delle tecniche di recupero
del solaio in legno ……………………………………… pag. 151
5.2 Il moderno approccio alla progettazione
dell’intervento di recupero ……………………………... pag. 170
5.3 Il corretto orientamento metodologico di intervento
in relazione agli obiettivi prefissati …………………….. pag. 174
5.3.1 Tecniche finalizzate al ripristino e miglioramento
della capacità portante del solaio ……………. .. pag. 175
5.3.1.1 Interventi agli appoggi ………………………. .. pag. 175
5.3.1.2 Interventi alle travi ……………………….….. .. pag. 189
5.3.2 Tecniche finalizzate al rinforzo del solaio
rispetto alle azioni nel piano ………………….. pag. 219
5.3.3 Tecniche finalizzate al ripristino
dell’efficienza degli elementi lignei
per effetto del degrado biologico ……………. .. pag. 245
5.3.4 Corrispondenza tra tipologie geografiche e
metodologie di intervento ……………………… pag. 277

Capitolo 6°
LE LINEE GUIDA E LE ATTUALI TENDENZE DEL
RESTAURO: LA REVERSIBILITÀ DELL’INTERVENTO
6.1 I moderni orientamenti sul restauro ……………………. pag. 283
6.2 Il principio della reversibilità dell’intervento
di restauro (estratti di convegni) ....……………..………. pag. 287
6.3 Tecniche appropriate di intervento compatibili con
l’esigenza di reversibilità ………………………………. pag. 293
6.3.1 Elaborazione di una metodologia per la valutazione
del grado di reversibilità dell’intervento di
consolidamento su solai in legno ……………… pag. 294
6.3.2 Applicazione della metodologia
a casi reali di consolidamento …………………. pag. 302
6.3.3 La necessità della reversibilità dell’intervento
su un solaio ligneo ……………………………... pag. 314

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Capitolo 7°
I RIFERIMENTI NORMATIVI …………………………… pag. 317

Capitolo 8°
L’ORGANIZZAZIONE DEL CANTIERE DI RESTAURO
8.1 I rischi lavorativi legati ad interventi sulle strutture
lignee …………………………………………………… pag. 339
8.2 Le fasi lavorative ……………………………………….. pag. 340
8.3 Rischi connessi alle attività di indagine ………………... pag. 342
8.4 Rischi connessi alle operazioni di trattamento del legno . pag. 348
8.5 Rischi connessi alle operazioni di consolidamento …….. pag. 350
8.6 Rischi connessi alle operazioni di sostituzione ………… pag. 353

BIBLIOGRAFIA
In ordine cronologico ….……………………………………… pag. 355
Fonti delle immagini …..……………………………………… pag. 359

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Premessa
“…il restauro architettonico consiste in una serie organica
di operazioni tecniche specifiche che devono tendere alla tutela
ed alla valorizzazione dei caratteri storico-artistici dei beni
architettonici ed alla conservazione della consistenza materiale,
in funzione della loro trasmissione al futuro…”

(Norme tecniche per la redazione di progetti di restauro


relativi a beni architettonici di valore storico-artistico in zona
sismica - 29 ottobre 1996 – cap.C3)

Il recupero di un organismo edilizio, secondo una strategia ormai


consolidata, è inteso quale insieme sistematico di opere finalizzate al
ripristino fisico e funzionale dell’opera nel suo insieme.
Infatti, anche nell’ottica del conseguimento di un miglioramento o
adeguamento antisismico (ormai problematiche attuali su tutto il
territorio italiano), potrebbe apparire riduttivo o parziale affrontare la
problematica del recupero di un singolo sub-sistema edilizio.
La ricerca, pur partendo dalla cognizione del ruolo strutturale svolto
dal sub-sistema “solaio” (ancorché decisivo in termini di risposta
antisismica globale dell’organismo edilizio) ha inteso affrontare la
problematica del recupero del solaio in legno secondo un approccio
analitico più approfondito e specifico. Secondo quest’ottica emerge
chiaramente, infatti, che ciascun solaio in legno possiede caratteristiche
peculiari intrinseche (tipologiche, costruttive, ecc.), testimonianze di una
particolare e distintiva cultura storico-geografica, avente una precisa
collocazione spazio-temporale; caratteristiche per cui il solaio ligneo
possa ragionevolmente essere annoverato tra i manufatti di interesse
storico-artistico meritevoli di conservazione.

Obiettivi ed aspetti innovativi della ricerca


L’obiettivo finale della ricerca consiste nell’individuare e proporre un
nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno. Non si è
inteso, quindi, proporre una manualistica sugli interventi di recupero dei
solai in legno, né rimarcare pedissequamente interventi (passati e recenti)
11
già eseguiti sull’esistente. La finalità che si è tentato di perseguire è stata
quella di proporre un criterio metodologico che tenesse conto di una serie
di informazioni, conoscenze e valutazioni che convergessero in un unico
obiettivo finale: la individuazione della tecnica di intervento appropriata
per il caso specifico oggetto di recupero.
Per la specifica natura dell’obiettivo, lo studio è quindi rivolto, in
modo particolare, ad interventi su manufatti edilizi di interesse storico-
architettonico e/o culturale-ambientale.
L’aspetto innovativo della ricerca è quello di aver definito un
approccio (diverso da quello tradizionale) al recupero, che tenga conto di
un più ampio spettro di informazioni (sull’esistente) e di valutazioni (in
fase progettuale).
I parametri innovativi (individuati con la presente ricerca) che
dovrebbero simultaneamente intervenire per un più corretto approccio
metodologico alla problematica del recupero dei solai in legno, sono stati
individuati nei seguenti punti:
1) la identificazione spazio-temporale (anche sulla base delle
conoscenze di tipo manualistico sia storico che contemporaneo) delle
tipologie dei solai in legno più diffusi nel territorio nazionale. Solo infatti
attraverso una profonda e specifica conoscenza della tipologia del solaio,
oggetto del recupero, è possibile individuare un’appropriata metodologia
di recupero che non ne stravolga i caratteri tipologici e costruttivi
originari;
2) la individuazione della corrispondenza tra tipologia di solaio e
tecniche di intervento compatibili (queste ultime da definirsi sia in base
alle caratteristiche tipologiche che allo stato di degrado del solaio da
recuperare);
3) la valutazione preventiva della invasività e dell’impatto visivo
dell’intervento, rispetto ad una rosa di interventi possibili, ai fini di una
corretta individuazione delle tecniche appropriate, secondo le più recenti
tendenze del restauro e del dibattito scientifico che, negli ultimi anni, si
sta tenendo sulla materia.
Lo studio, sinteticamente, si pone pertanto l’obiettivo di offrire nuovi
spunti critici, sia in fase analitica che in fase valutativa, per affrontare a

12
360 gradi (disponendo di uno spettro di conoscenze e di valutazioni più
ampio) le problematiche connesse al recupero dei solai in legno.
I nuovi parametri introdotti assumono, quale indispensabile
presupposto, la “conservazione” del manufatto architettonico. Una
conservazione da attuarsi però in maniera “attiva”, che quindi non sia
rivolta alla imbalsamazione del manufatto architettonico, ma sia tesa a
ripristinare il comportamento statico originario, anche in virtù delle
vigenti normative in materia e delle eventuali nuove funzioni, ma
contemporaneamente nel rispetto di eventuali nuovi interventi futuri,
anche secondo l’attuale esigenza di sostenibilità del bene culturale.
Riguardo alle tecniche di intervento, queste sono state raggruppate a
seconda degli specifici obiettivi da perseguire. Tuttavia, lo spettro di
soluzioni tecniche preso in considerazione (sia di tipo tradizionale che
innovativo) costituisce solo un riferimento metodologico, non rivestendo
carattere manualistico. Coerentemente a tale impostazione metodologica,
non si è ritenuto di dover entrare nel merito della verifica strutturale delle
soluzioni di intervento analizzate, attenendo, tali tematiche, ad una sfera
più strettamente attuativa anziché metodologica. Si è inteso quindi
soffermarsi all’aspetto metodologico dell’intervento, anche e soprattutto
in considerazione delle particolari specificità e molteplicità di variabili e
problematiche che, caso per caso, concorrono simultaneamente nella
progettazione di un intervento di recupero di un solaio ligneo.

Articolazione della ricerca


La ricerca ha inizio con un approccio conoscitivo del legno quale
materiale “organico”. Si passa quindi, inevitabilmente, ad un excursus
manualistico con riferimento sia alle tipologie storiche dei solai lignei sia
al corretto dimensionamento degli stessi, per poi individuare caratteri
tipologici distintivi di determinate aree geografiche italiane.
Attraverso un’approfondita indagine diagnostica, valutando le origini
del degrado (strutturale e biologico), si affronta quindi l’aspetto
metodologico di intervento, mediante la individuazione di una rosa di
possibili metodologie di recupero. Le tecniche di intervento proposte
come esempio (quale fase attuativa della strategia di recupero), vengono
vagliate compatibilmente con le esigenze e le indicazioni che
13
scaturiscono dal fervente dibattito scientifico contemporaneo, circa le
recenti tendenze del restauro.
Sinteticamente, la ricerca si articola nelle seguenti fasi:
1) approccio conoscitivo alle problematiche connesse al legno, quale
materiale “organico”, in riferimento alle caratteristiche e peculiarità
naturali delle essenze maggiormente utilizzate in edilizia;
2) inquadramento spazio-temporale dell’elemento architettonico ed
identificazione delle tipologie ricorrenti, partendo dalle tipologie di
tipo storico-manualistico, per poi arrivare alle tipologie dell’edilizia
corrente locale tipica, classificate per ambiti geografici, partendo
dall’epoca tardo-rinascimentale, fino all’età moderna, periodo
compreso tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900;
3) localizzazione e classificazione dei tipi di degrado (strutturale e/o
biologico) attraverso l’analisi delle manifestazioni visibili o delle
prove diagnostiche sugli elementi lignei;
4) individuazione delle cause e dei meccanismi del degrado;
5) partendo dai criteri di intervento attuati in passato e dall’evoluzione
delle tecnologie connesse al recupero dei solai in legno, sono stati
quindi individuati alcuni interventi “tipo”, ordinati per diversi
obiettivi e metodologie;
6) definizione di un criterio di valutazione per stimare il grado di
invasività e di impatto visivo di una alcune tecniche di intervento
“tipo”, compatibilmente con le attuali tendenze sul restauro e i
dibattiti scientifici sulla materia, emersi dagli atti di recenti convegni,
nazionali ed internazionali;
7) individuazione dei parametri e degli standard di riferimento, imposti
dalla normativa vigente, circa la valutazione delle caratteristiche
dell’essenza lignea, per quanto riguarda l’identificazione e la
quantificazione dei difetti, al fine di garantire le prestazioni fisiche e
meccaniche attese;
8) analisi delle problematiche connesse alla sicurezza di un cantiere di
restauro, con particolare riferimento ai potenziali rischi conseguenti
alle operazioni (diagnostiche e di intervento) e alle lavorazioni
specifiche per il recupero di un solaio in legno.

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Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Capitolo 1°
IL LEGNO QUALE MATERIALE “ORGANICO”

Premessa
Sin dagli primordi della civiltà il legno è stato utilizzato per i più vari
impieghi e con molteplici finalità, grazie alla sua facilità
d’approvvigionamento ed un’agevole lavorabilità.
Il legno ha dimostrato la sua peculiare utilità nelle costruzioni, per i
notevoli vantaggi che offre quali leggerezza e praticità di
movimentazione e posa in opera, a cui si aggiungono altri vantaggi quali
la possibilità d’impiego nelle più svariate situazioni strutturali
(soprattutto per gli elementi inflessi) e nella costruzione di strutture
mobili quali ponteggi, o strutture provvisorie come la prefabbricazione
abitativa; la facilità di riparazione e sostituzione degli elementi
ammalorati e deteriorati; la possibilità di essere recuperato e reimpiegato.
In ogni caso, il legno ha trovato, nel corso dei secoli, svariati utilizzi,
diversificati da cultura a cultura, passando dalle costruzioni più
elementari alle architetture più articolate e moderne. Basti pensare alle
palafitte costruite dall’uomo primitivo o alle complesse costruzioni
egiziane, per arrivare al sapiente utilizzo che questo materiale ha
incontrato presso Etruschi e Romani. In particolare, nell’architettura
romana, un significativo esempio è rappresentato dalle insulae (l’unità
abitativa del ceto medio urbano) costruite con un graticcio di legno ad
orditura regolare (il cosiddetto opus craticium o costruzione intelaiata)
riempito generalmente di muratura o calcina. Frequente è anche l’utilizzo
della capriata, soprattutto nei più importanti edifici del periodo
paleocristiano, estesosi poi all’architettura romanica e gotica nei secoli
successivi. Anche nel Medioevo il legno venne largamente impiegato per
la realizzazione di coperture, solai, ballatoi e ponti, sia per un fattore
prettamente economico sia per la leggerezza, la facilità e la rapidità di
lavorazione rispetto ad altri materiali quali la pietra o il laterizio.

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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Numerosi sono i pregi che fanno del legno uno del principali materiali
da costruzione e, in particolare per quanto riguarda la tradizione edilizia
del nostro Paese, per la realizzazione di orizzontamenti e coperture:
leggerezza, economicità, elevata resistenza a compressione e a trazione,
“stabilità” termica (essendo pressoché non dilatabile al variare della
temperatura), capacità termoisolante e facilità di lavorazione sono i punti
di forza del legno rispetto agli altri materiali.
Tra gli svantaggi possiamo invece annoverare la non omogeneità
costituzionale e l’anisotropia tridimensionale dovute l'una alla diversità
degli elementi costituenti e l'altra al loro orientamento; la sensibilità alle
variazioni di umidità ambientale (igroscopia); la sensibilità all’azione
deteriorante da parte di insetti, microrganismi o funghi; gli eventuali
difetti costitutivi del tessuto legnoso (nodi) e le deviazioni della fibratura,
che ne possono diminuire la resistenza e, infine, l'infiammabilità.
Il legno ha una struttura porosa, non omogenea e anisotropa composta
dalla sostanza della membrana cellulare e dalle cavità cellulari.
La struttura di queste cellule, la loro disposizione, i canali resinosi (in
alcuni tipi di legni) determinano le caratteristiche fisico meccaniche dei
vari tipi di legno. Grazie alla sua struttura, il legno reagisce bene alle
sollecitazioni meccaniche.
La massima resistenza è offerta dalle sezioni assiali del tronco, che
tagliano perpendicolarmente il
suo asse e perciò le fibre del suo
legno. La capacità di resistenza
diminuisce passando alle
sezioni trasversali e
longitudinali del tronco, a causa
della struttura allungata delle
fibre, adatte a sopportare il peso
di tutto l'albero piuttosto che le
sollecitazioni laterali.

La resistenza, ovvero il carico che il legno è in grado di sopportare


senza rompersi, è modificata dalla presenza di nodi o altri difetti
costituzionali.
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Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Le latifoglie dure, come noce e rovere, presentano i valori più alti di


resistenza, fino a 800 kg per centimetro quadrato; il valore scende a circa
600 per le conifere come pino e larice, e a circa 400 per le latifoglie
tenere come pioppo e salice.
Dalla struttura anatomica del legno dipendono anche caratteristiche
morfologiche, come le venature o la marezzatura, apprezzate nelle sue
lavorazioni.
La venatura dipende dalla particolare struttura a fibre che
periodicamente l'albero rinnova e di cui resta traccia nei cerchi di
accrescimento. Le venature sono parallele se il legno viene tagliato in
senso longitudinale e assumono invece forme diverse, spesso a fiamma,
se il taglio è inclinato o trasversale.
La marezzatura, che si può osservare sulla superficie di taglio di un
tronco segato, appare come una successione di sottili strisce lucide e
opache, molto vicine. Anch'essa dipende da una speciale disposizione e
delle fibre e dalla diversa compattezza del legno primaverile ed estivo, su
cui la luce batte con diversi angoli d'incidenza.
Nel legno lavorato ad assi non è infrequente osservare delle piccole
zone tondeggianti, circondate da venature deformate. Si tratta dei nodi,
cioè delle porzioni basali dei rami, intorno ai quali i tessuti del tronco,
mano a mano che le appendici crescono, si adattano modificando la
direzione delle fibre.
I nodi hanno proprietà meccaniche e tempi di essiccazione diversi dal
resto del tronco e possono perciò influire sia sulle sue caratteristiche di
resistenza che sulla durata della stagionatura. Sono in genere considerati
dei difetti.
Derivano invece dal concrescimento di un gruppetto di cellule
ipertrofiche avventizie, formatesi cioè in un punto anomalo, le
escrescenze legnose e globose da cui si ricava la radica. Possono essere
presenti sia nella radice che nel fusto e in questo caso le fibre danno
origine ad effetti particolari, molto decorativi. I fogli di radica, che
vengono ricavati da numerose essenze, come noce, olmo, rosa, tuja,
mirto, betulla, erica, olivo, sono utilizzati nella lavorazione di mobili ed
oggetti di pregio, come cornici e pipe.

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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.1 INDIVIDUAZIONE DELLE PRINCIPALI ESSENZE

Una prima classificazione delle essenze legnose è quella che distingue


le essenze resinose dalle latifoglie; un’altra raggruppa i legni di essenza
tenera, forte e resinosa; un’altra ancora distingue le essenze di origine
europea da quelli di origine esotica.
Di seguito si riporta una rassegna delle essenze legnose più diffuse
con le relative caratteristiche ed aspetto.

Sezione di un tronco di larice (sin.) e di abete rosso (des.)

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Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

ABETE ROSSO
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame chiaro: alburno e durame
da biancastri (giallognoli) a giallo
paglierino-rossastri; con
l'esposizione alla luce cambiamento
in giallastrobruno scuro
- anelli annuali ben distinti; legno
tardivo giallo-rossastro, legno
primaverile biancastro; transizione
prevalentemente graduale tra zona
primaverile e zona tardiva; tenero,
canali resiniferi poco numerosi
(caratteristica essenziale che lo
differenzia dall’abete bianco)
- le zone tardive formano venature
- struttura rigata

Durabilità e lavorazione:
- durame poco resistente agli
attacchi fungini
- buona essiccatura
- buon incollaggio
- abbastanza resistente agli acidi
deboli ed agli alcali

Impieghi principali:
- edilizia (come legno da costruzione, strutture di copertura, costruzioni di legno
incollato, ecc.) e come materiale per costruzioni ausiliarie (casseri e ponteggi)
- finiture di interni ed esterni (mobili, pannellature, porte, finestre, scale,
profilati, ecc.)
- in grandi quantità come legno per la produzione industriale di cellulosa, pasta
di legno e pannelli a base legno
- il legno di abeti delle zone di montagna, con anelli di crescita molto sottili è
impiegato per la produzione di strumenti musicali.

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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

ABETE BIANCO
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame chiaro: alburno e durame di
colore uguale biancastro-
giallognolo (come nell’abete rosso,
ma spesso con un luccichio da
grigio a grigiovioletto)
- anelli annuali ben distinti; legno
tardivo giallo-roseo opaco;
transizione graduale tra zona
primaverile e zona tardiva; senza
canali resiniferi e senza sacche di
resina (caratteristica essenziale che
lo differenzia dall’abete rosso)
- venature linguiformi
- struttura rigata
Talvolta durame scuro e “umido” (u
fino a 160%) con debole odore
acidulo

Durabilità e lavorazione:
- durame poco resistente agli
attacchi fungini
- buona essiccatura (a causa del
durame umido l'essiccatura insieme all'abete rosso può essere problematica, e/o
richiedere una essiccatura successiva)
- buon incollaggio
- abbastanza resistente agli acidi ed agli alcali

Impiego:
Generalmente impiegato come l’abete rosso (spesso nessuna differenza tra abete
bianco e rosso nell’utilizzo; in alcuni casi sono disponibili solo assortimenti
misti); preferibile laddove non è gradita la presenza di resina dell’abete rosso;
- legno da costruzione per finiture di interni e per costruzioni
- strumenti musicali (casse armoniche, canne d'organi)
- contenitori di sostanze chimiche
- industria della carta e della cellulosa
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Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

PINO SILVESTRE
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame bruno-rossastro distinto
nettamente dall’alburno giallo
chiaro
- anelli annuali ben distinti;
transizione da graduale fino a
piuttosto brusca tra zona
primaverile e zona tardiva; canali
resiniferi nettamente riconoscibili
(più grandi che nell’abete rosso e
nel larice)
- venature decorative; i canali
resiniferi appaiono come linee
sottili da gialle a brune
- fortemente rigato

Durabilità e lavorazione:
- durame da moderatamente a poco
resistente agli attacchi fungini
- buona essiccatura
- buon incollaggio (in caso di non
eccessiva presenza di resina)

Impiego:
- legno da costruzione per finiture di interni ed esterni, nell’industria mineraria,
nelle costruzioni navali e di carrozze
- legno di piallacci, legno compensato
- mobili e ristrutturazione di interni (con tocco “rustico")
- piloni e traversine
- Industria dei prodotti a base legno (soprattutto pannelli truciolari)

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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

LARICE
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame rossastro-bruno intenso,
diventa molto scuro; alburno
abbastanza sottile, da giallastro a
bianco-rossastro
- anelli annuali ben distinti;
transizione piuttosto netta tra zona
primaverile e zona tardiva;
nonostante l’elevata presenza di
resina i canali resiniferi sono non
particolarmente numerosi, molto
piccoli e si trovano primariamente
nella zona tardiva
- rilevanti venature decorative
- struttura ad evidenti rigature

Durabilità e lavorazione:
- durame da moderatamente a poco
resistente agli attacchi fungini
- buona essiccatura (in caso di
legno più resinoso eventualmente
più
difficile)
- buon incollaggio

Impiego:
- legno da costruzione per finiture di interni ed esterni o a contatto con il
terreno; industria mineraria, imbarcazioni, costruzioni idrauliche e di ponti (ad
es. pali infissi), sili e torri di raffreddamento
- finestre e porte
- scandole
- piloni e traversine
- mobili, rivestimenti interni ed esterni
- botti, tini e contenitori particolari per soluzioni chimiche

22
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

DOUGLASIA
Caratteri macroscopici:
Durame giallastro-bruno e
rossastro-bruno tendente ad
inscurirsi se esposto alla luce (molto
simile al legno di larice); alburno
chiaro, giallastro e sottile
- anelli annuali ben distinti da sottili
a molto ampi; transizione tra zona
primaverile e zona tardiva distinta o
non distinta; canali resiniferi distinti
- con venature decorative
- fortemente rigato

Durabilità e lavorazione:
- durame da moderatamente a poco
resistente agli attacchi fungini
- facile da essiccare
- buon incollaggio
- abbastanza resistente agli acidi
deboli ed agli alcali

Impiego:
- legno da costruzione per finiture di
interni ed esterni (balconi, portoni,
finestre)
- costruzioni idrauliche, di ponti,
navali, di carrozze, di imbarcazioni
- piallacci sfogliati per legno compensato
- botti, serbatoi, sili

23
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

FAGGIO
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame chiaro: durame ed alburno
da biancorossastri a bruno-rossastri;
- diffuso-poroso; anelli annuali ben
distinti per zone povere di pori
(legno tardivo più scuro); vasi
riconoscibili solo con una lente
d’ingrandimento; grandi raggi
midollari ben distinti e chiaramente
visibili ad occhio nudo
- grandi raggi midollari chiaramente
visibili ad occhio nudo come trattini
caratteristici, sottili, di colore bruno
- grandi raggi midollari chiaramente
visibili ad occhio nudo leggermente
rigato

Durabilità e lavorazione:
- durame non resistente agli attacchi
fungini
- essiccatura possibile senza
problemi, richiede comunque
particolare attenzione
- buon incollaggio

Impiego:
Specie legnosa locale dalle più molteplici possibilità di applicazione
- piallacci sfogliati per legno compensato e stratificato, piallacci tranciati per
mobili
- mobili e finiture per interni (anche quale legno piegato)
- costruzione di aeroplani e di macchine, attrezzi, piccoli apparecchi e giocattoli
di legno;
- traversine ferroviarie, costruzioni idrauliche
- prodotti a base legno (soprattutto legno compensato e stratificato, ma anche
pannelli truciolari e di fibre), cellulosa e carta carbone

24
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

QUERCIA
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame bruno-rossastro fresco,
bruno chiaro asciutto in seguito
tendente ad inscurirsi; alburno
sottile e bianco-giallastro
- poroso-zonato, perciò anelli
annuali distinti; vasi della zona
primaverile e grandi raggi midollari
chiaramente visibili ad occhio nudo
- struttura a venature; evidenti
venature da pori
- grandi raggi vistosi , rigature
molto evidenti

Durabilità e lavorazione:
- durame resistente agli attacchi
fungini
- tende a fessurarsi, ad imbarcarsi ed
a cambiare colore; necessaria
essiccatura lenta ed a bassa
temperatura
- incollaggio per usi strutturali
problematico
- reazione degli acidi tanninici con il
ferro in caso di contatto con il legno
di quercia “fresco” di metalli a base ferro (macchioline blu scuro)

Impiego:
- mobili e finiture per interni, soprattutto come piallacci tranciati
- legno per costruzioni edili, sottostrutture e costruzioni idrauliche (p. es.
fondazioni su pali di legno di quercia), traversine
- costruzioni navali, di macchine e di aeroplani

25
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

FRASSINO
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame chiaro: alburno e durame,
di regola, non sono distinti –
alburno giallo chiaro, durame dello
stesso colore, esposto alla luce tende
leggermente ad inscurirsi;
- anelli annuali distinti; i vasi nella
zona primaverile e la parenchima
longitudinale visibili ad occhio
nudo, i vasi nella zona tardiva ed i
raggi midollari visibili solo con una
lente d’ingrandimento
- con venature; evidenti venature da
pori nella zona primaverile
- rigato; evidenti rigature nella zona
primaverile; raggi midollari
riconoscibili anche senza una lente
d’ingrandimento

Durabilità e lavorazione:
- durame non resistente agli attacchi
fungini
- alburno e durame chiaro
moderatamente impregnabili,
durame facoltativo molto
difficilmente impregnabile
- buona essiccatura
- buon incollaggio

Impiego:
- mobili e finiture per interni (anche elementi di forma curva)
- attrezzature sportive (un tempo per produzione di sci), manici di utensili, scale
di legno

26
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

CASTAGNO
Caratteri macroscopici della
struttura:
Durame da bruno pallido a bruno
scuro; alburno stretto e da quasi
bianco a bianco giallastro.
- anelli annuali distinti e vasi nella
zona primaverile visibili ad occhio
nudo; raggi midollari e vasi nella
zona tardiva riconoscibili solo con
una lente d’ingrandimento;
- evidenti venature da pori
- struttura rigata

Durabilità e lavorazione:
- durame resistente agli attacchi
fungini
- essiccatura difficile e lenta;
tendenza marcata al collasso
cellulare, leggera tendenza ad
imbarcarsi
- incollaggio da soddisfacente a
buono
- in presenza di elevata umidità del
legno possibile corrosione dei
metalli e azzuramenti del legno

Impiego:
- legno da costruzione per finiture interne ed esterne, costruzioni idrauliche e
navali
- legno da arredamento per mobili rustici e rivestimenti (spesso come piallaccio
tranciato), parquet

27
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.2 L’IGROSCOPICITÀ DEL MATERIALE

Il legno allo stato naturale possiede un elevato grado di umidità


dovuto alla linfa circolante nel fusto. L'acqua nel legno può essere
contenuta allo stato libero, all'interno del lume cellulare, oppure può
essere legata alla parete cellulare. Una volta che l'albero viene abbattuto,
la circolazione si arresta e l'umidità contenuta nel corpo legnoso
comincia a diminuire in seguito al processo di evaporazione. Inizia in
questo momento il fenomeno di essiccazione, comunemente chiamato
stagionatura. A questo proposito occorre sfatare l'opinione per cui più
lungo è il tempo trascorso dal taglio minore è l'umidità residua nel legno.
In realtà il legno esposto all'aria non raggiunge mai, anche in tempi
lunghissimi, la secchezza assoluta (stato anidro) ma perviene soltanto a
un equilibrio igrometrico con l'ambiente. Inoltre il fenomeno di
adeguamento del legno all’umidità dell’ambiente esterno è in continuo
divenire.
In effetti, il legno manifesta un continuo interscambio di umidità con
l'aria e solo in presenza di uguaglianza delle pressioni tra i due mezzi si
ha l'equilibrio igroscopico e il legno raggiunge la cosiddetta "umidità di
equilibrio". Se l'umidità del legno è più elevata dell’umidità di
equilibrio, il legno trasferisce umidità all’ambiente (fenomeno di
essiccazione o desorbimento). Se l'umidità del legno è inferiore
all’umidità di equilibrio, l'umidità si trasferisce dall’ambiente esterno al
legno (fenomeno di inumidimento adsorbimento). Per cui, essendo
l'igroscopicità del legno una proprietà naturale permanente e non
eliminabile, il raggiungimento dell’equilibrio igroscopico del legno con
l'ambiente risulta inevitabile.
Si potrebbe, per assurdo, affermare che il punto debole del legno come
"materiale da lavoro" è quello di essere un "materiale organico", ossia
morto fisiologicamente ma fisicamente vivo e per questo strettamente
legato a quel sistema fisico "legno-acqua-aria" che ne genera i
"movimenti" a cui si deve la sua instabilità.
Per questo, durante l'essiccazione, il legno attraversa due momenti
critici di vulnerabilità dovuti a:

28
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

- attacco da parte di funghi e insetti, con conseguenti alterazioni


cromatiche, disintegrazione, gallerie;
- azione di ritiro, con il manifestarsi di tensioni interne, variazioni
dimensionali, deformazioni e fessurazioni.

È evidente, pertanto, che tanto in fase progettuale che costruttiva


occorre tenere in debita considerazione tutti questi aspetti al fine di
sfruttare al meglio le potenzialità di questo prezioso materiale.
L'umidità del legno utilizzato per la realizzazione di manufatti in
edilizia dovrebbe presentare, in linea di principio, uno stato di equilibrio
igroscopico con l'aria dell'ambiente in cui è posto in esercizio, altrimenti
l'interscambio di umidità potrebbe provocare ritiri, rigonfiamento o
tensioni con conseguenti fessurazioni, distacchi o deformazioni.
In realtà, il clima dell'aria cambia continuamente tra il giorno e la
notte, tra i periodi di diversi giorni e tra le stagioni, presentando oltretutto
notevoli differenze fra l'esterno e l'interno dei fabbricati. occorre quindi
avere ben presente qual è il livello di equilibrio igroscopico della specie
utilizzata e la dinamica dei suoi "movimenti" stimando quale sia quello
prevalente (ritiro o rigonfiamento).

1.3 I DIFETTI E LE ALTERAZIONI DEL MATERIALE

Da un punto di vista tecnologico i difetti possono essere indicati


come imperfezioni che, pur essendo una caratteristica costitutiva del
legno, ne riducono le proprietà meccaniche. Per gli impieghi strutturali, i
principali difetti sono indicabili nella presenza di fessurazioni da ritiro,
nodi e cipollature.
Le alterazioni sono invece dovute a modifiche della struttura del legno
causate dall'attacco di organismi quali batteri, funghi e insetti.
I tipi di intervento che possono essere attuati per contrastare queste
problematiche sono numerosi. Così per contenere i fenomeni di ritiro e di
rigonfiamento, occorre porre particolare attenzione al controllo
dell’umidità media del legname e alla sua corretta stagionatura.

29
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.4 LE FESSURAZIONI DA RITIRO

Se il legno non viene immerso subito in acqua subito dopo


l’abbattimento, ha inizio il processo di essiccazione a causa
dell’evaporazione dell’acqua libera dalla superficie del legno.
Il raggiungimento dell’umidità di saturazione delle pareti cellulari
negli strati periferici segna l’inizio della fase del ritiro e dell’apparire
delle fessurazioni che dalla superficie del legno penetrano verso il centro.
La stagionatura del legno è accompagnata da variazioni dimensionali
chiamate ritiri. Questi fenomeni si manifestano quando il legno ha perso
tutta l'acqua libera e il livello di umidità scende al di sotto del punto di
saturazione della parete cellulare (circa il 30% del peso secco). A
seconda delle direzioni in cui si manifestano, i ritiri possono presentare
differenze alquanto elevate.
Tre sono le diverse direzioni:
assiale, radiale, tangenziale.
La prima, indicata come
"direzione assiale", è quella
lungo la successione delle fibre,
disposte parallelamente all’asse
del fusto. In questa direzione il
ritiro è minimo e di regola non
avvertibile ad occhio. Assai
maggiore è il ritiro della sezione
trasversale del fusto e di entità
molto diversa a seconda se si
considera la direzione radiale o
trasversale, vale a dire dal midollo alla periferia, oppure la direzione
tangenziale, e cioè lungo gli anelli.
In linea di massima, il ritiro tangenziale (pari a circa il 7%) può anche
essere doppio rispetto al ritiro radiale (circa 3,5%). Questa diversità
determina la formazione di fessurazioni che assumono il tipico aspetto a
“V”.
Le fessurazioni da ritiro sono l'espressione della caratteristica
anisotropica dei ritiri del legno quando nel pezzo è presente il midollo.
30
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Si tratta di un fenomeno insito alla struttura del legno, cioè del tutto
naturale: non dipendente quindi né da un'erronea lavorazione né da una
stagionatura insufficiente o condotta in modo non corretto; ma soprattutto
la loro presenza non è indice di cedimento strutturale e, quando non
oltrepassano il midollo stesso, non devono essere considerate come un
grave elemento di indebolimento.
Quando vengono messe in opera, le travi, se sufficientemente
stagionate, presentano già le fessurazioni longitudinali. Se, viceversa, il
legno non ha ancora raggiunto una condizione di equilibrio igroscopico
con l'ambiente circostante, può darsi che le fessurazioni non compaiono
ancora. Tuttavia, il ritiro si verificherà con la successiva stagionatura, con
conseguente diminuzione delle misure di sezione e apertura delle
fessurazioni longitudinali.
Una tecnica per ridurre le fessurazioni consiste nel tagliare la pianta in
modo che da un singolo albero si ricavino due o più pezzi nel senso della
sezione.
Con questo sistema l'anello circolare è interrotto là dove si manifesta
il massimo ritiro (quello tangenziale), unito a una stagionatura ottenuta
anche con essiccazione da forno, offre ottimi risultati,
Esistono comunque implicite difficoltà legate alla massima
dimensione ottenibile dato che in questo modo le travi possono avere una
sezione massima di circa 16x25 cm.
Talvolta, sia per motivi prettamente estetici sia perché si teme che
possa diventare ricettacolo di polvere o di insetti, sì potrebbe essere
indotti a sigillare la fessurazione. Interventi di questo tipo però, oltre a
impoverire la valenza estetica naturale del legno, potrebbero provocare
seri danni. In seguito all'aumento o alla diminuzione dell’umidità del
legno, infatti, le fessurazioni tendono ad allargarsi o a restringersi. Una
stuccatura troppo rigida potrebbe quindi impedirne i naturali
"movimenti" di restringimento e provocare, di conseguenza, ulteriori
tensioni interne e l'apertura di nuove fessurazioni.

31
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.5 I NODI

I nodi sono parti di ramo incluse nel fusto principale dell’albero. Il


ramo laterale è collegato al midollo del fusto principale. Quando la
circonferenza del tronco aumenta, i successivi anelli d’accrescimento
ricoprono in modo continuo il fusto ed i rami: una sorta di cono di legno
di ramo (nodi sani o concresciuti) si sviluppa all’interno del tronco.
Questi nodi sono denominati nodi aderenti perché sono concresciuti al
legno circostante. In certi punti il ramo può morire o spezzarsi. Allora i
successivi anelli d’accrescimento che ricoprono il fusto semplicemente
inglobano il mozzicone di ramo e la parte morta di quest’ultimo diventa
un nodo morto. Quest’ultimo non è concresciuto e spesso presenta la
corteccia inclusa ed è chiamato per questo nodo cadente.
I nodi costituiscono il tipo di difetto di gran lunga più importante
nell’influenzare le proprietà meccaniche.

1.6 LA CIPOLLATURA

Si tratta di un tipo di fessurazione tangenziale che si manifesta tra due


anelli di accrescimento successivi oppure all'interno di uno stesso anello.
Il difetto - riscontrabile su diverse specie ma soprattutto su abete bianco,
castagno e quercia - può apparire prima della messa in opera, ma può
anche manifestarsi successivamente, e costituire quindi un serio pericolo
in quanto comporta una diminuzione della resistenza dell'elemento
strutturale. Pericolo reso ancor più insidioso dal fatto che questo difetto
rimane per lo più occultato all’interno, e risulta quindi invisibile a un
esame superficiale.

32
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Difetti riscontrabili in alcune essenze

essenze difetti tipici


abete nodosità, nodi cadenti, cipollatura, falso durame
bianco
abete contrafforti, sciabolatura, nodi cadenti, tasche di resina
rosso
acero contrafforti, sinuosità, nodosità
betulla sciabolatura, nodosità, tasche midollari
castagno rastremtaura, costolatura, cipollatura, fibratura ritorta o irregolare,
macchie di tannino
faggio contrafforti, costolature, nodosità, tensioni d’accrescimento, falso durame
frassino costolature, curvatura
larice rastrematura, sciabolatura, cipollatura, fibratura ritorta o irregolare
noce nodosità, cipollatura
olmo rastrematura, fibratura ritorta o irregolare
pino nodosità, tasche di resina
cembro
pino nero rastrematura, nodosità, tasche di resina
pioppo rasterematura, nodi cadenti, cipollatura, fibratura ritorta o irregolare,
tasche midollari
rovere rastrematura, contrafforti, nodosità, cipollatura
tiglio sciabolatura, nodi cadenti

mappatura dei difetti ricorrenti

33
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.7 LA VULNERABILITÀ A FUNGHI ED INSETTI

Il legno è facilmente soggetto agli attacchi biologici, principalmente


da parte di funghi e insetti, che rappresentano i maggiori responsabili di
degrado, sia per le strutture in opera da tempo che recenti. Può inoltre
essere soggetto a questo tipo di alterazione anche quando ha subito vari
trattamenti di trasformazione, come ad esempio nel legno lamellare
incollato o nei pannelli truciolari o compensati e in tutti i suoi derivati in
generale. Tutte le specie, in generale, presentano il durame più resistente
al biodegradamento, rispetto all'alburno, soprattutto quando il primo
risulta essere di colorazione diversa, in quanto le resine e i tannini in esso
contenuti lo proteggono da questo tipo di infestazioni, oltre che conferire
al durame la colorazione tipica. Il faggio e l'abete, che non presentano
questa divisione nella colorazione tra durame e alburno, risultano infatti
essere più soggetti ad alterazioni biologiche.

Funghi
La valutazione del rischio connesso ad attacchi fungini è generalmente
limitato alla infestazione dello strato superficiale del legno. L'umidità è
l'unico fattore ambientale necessario allo sviluppo del fungo; infatti,
generalmente, al di sotto del 20% di umidità il legno è attaccato molto
meno frequentemente. Nelle moderne classificazioni tutti i funghi sono
raggruppati in due tipi, quello dei Mixomiceti (o funghi mucillaginosi) e
quello degli Eumiceti. Gli eumiceti vengono divisi a loro volta in quattro
classi in base alloro modo di produrre le spore; per le prime tre classi è
stata accertata la riproduzione sessuata. In particolare si hanno:
- Ficomiceti, funghi che formano le spore all'interno di un organo
detto sporangio;
- Ascomiceti, funghi nei quali le spore si formano in numero di otto,
entro una cavità chiamata asco;
- Basidomiceti, funghi nei quali le spore sono portate da una struttura
claviforme, detta basidio. Ogni basidio produce generalmente quattro
spore;

34
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

- Deuteromiceti, classe che raggruppa tutti i funghi che non rientrano


nelle prime tre. Presentano caratteristiche simili agli ascomiceti ma si
differenziano da questi per il tipo di riproduzione che è asessuata.
I funghi responsabili dei danni del legno sono principalmente i
basidomiceti. Esistono tuttavia funghi xilofagi anche nelle classi dei
deuteromiceti cui appartengono alcune muffe (funghi con micelio
cotonoso e filiforme). Le più diffuse sono quelle appartenenti alle
famiglie Penicillium, Aspergillus, Diplodia e Ceratostomella. Questi
funghi, chiamati cromogeni a causa della variazione della colorazione
della superficie del legno che infestano, utilizzano quale nutrimento le
sostanze di riserva presenti nei raggi midollari e non attaccano le pareti
delle cellule del legno. La loro azione si risolve perciò nella sola
alterazione cromatica della superficie legnosa lasciando inalterate quelle
che sono le caratteristiche fisico-meccaniche del materiale (tabella che
segue).

BASIDOMICETI DEUTEROMICETI
Merulius lacrimans Phellinus megaloporus Penicillium
LEGNI ATTACCATI Si insedia preferibilmente Attacca le latifoglie, Attacca conifere e
sulle conifere e soprattutto la quercia e il latifoglie.
secondariamente sulle castagno.
latifoglie.
CARATTERISTICHE Si sviluppa su legni con Richiede un contenuto Presente in
DEL FUNGO umidità uguale oppure d’acqua nel legno di almeno ambienti molto
maggiore del 20% e a il 35% e una temperatura umidi, dove si
temperature tra 8 e 30°C più alta del Merulius hanno fenomeni di
può continuare ad lacrimans. L’attacco condensa.
accrescersi anche nel procede molto lentamente,
periodo invernale. Si trova partendo di solito nel punto
quasi esclusivamente nel di intersezione degli
legno collocato all’interno elementi lignei con le opere
delle abitazioni a causa della murarie.
sua scarsa attitudine a
resistere agli sbalzi di
temperatura e di umidità.
ASPETTO DEL LEGNO Carie bruna. Carie bianca. Alterazione delle
ATTACCATO Il legno presenta le Il legno attaccato presenta vernici e della
caratteristiche fessurazioni una colorazione bianco- colorazione del
longitudinali e trasversali. giallastra e assume una legno.
Ha una consistenza consistenza fibrosa e
gelatinosa e una colorazione molliccia.
arancione e bianca.
Molto friabile al tatto.
35
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Basidomiceti
Il micelio dei basidomiceti degrada i componenti della struttura
legnosa per mezzo di enzimi secreti da filamenti o ife che partono dal
micelio stesso. Il ciclo biologico di un fungo basidomicete ha inizio con
la diffusione nell'aria delle spore che, venendo a contatto con un legno la
cui umidità raggiunge o supera il 20%, germinano, dando origine alle ife
(filamenti che secernono sostanza che sciolgono alcuni componenti delle
pareti delle fibre del legno quali la cellulosa e la lignina).
L'accrescimento del fungo avviene attraverso la propagazione delle ife
nella struttura cellulare del legno. Le spore, una volta giunte a
maturazione, vengono diffuse nell'ambiente e danno luogo ad una nuova
colonizzazione. I funghi che si instaurano più di frequente nei legnami da
costruzione e che costituiscono un reale problema per il degrado del
materiale a causa della loro diffusione sono principalmente:

- Merulius lacrimans (merulio o merula), che si sviluppa su un legno


con una umidità del 20% e a temperature variabili tra 8 e 30 °C. Il legno
attaccato presenta un abbondante sviluppo delle ife che formano delle
superfici bianche e cotonose. Caratteristica del merulio è quella di
produrre degli organi specializzati (rizomorfe) che assicurano al micelio
un tasso di umidità costante indipendentemente dal reale tasso umido del
legno. La lunghezza delle rizomorfe può superare anche il metro e queste
si possono diramare anche su materiali diversi dal legno, come le
murature. Al variare delle condizioni di temperatura e di umidità
(aumento della prima e diminuzione della seconda), si ha la maturazione
dei corpi fruttiferi che contengono le spore. Il merulio provoca sul legno
attaccato la formazione della carie bruna o carie a cubetti che si presenta
di colorazione scura e con la superficie attraversata da microfessurazioni
ortogonali tra loro che dividono la superficie del legno in piccoli cubetti,
dando al legno l'aspetto di elemento carbonizzato. La carie bruna è il
risultato della digestione della cellulosa presente nella struttura cellulare
del legno da parte degli enzimi secreti dalle ife del fungo. Il residuo della
digestione, in cui prevale la lignina, è di colore bruno e il legno così
trasformato è molto friabile e si polverizza al minimo urto;
36
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

- Phellinus megaloporus, che è un fungo che necessita di un contenuto


di umidità molto alto (circa il 35%) e proprio per questo è tipico trovarlo
nei punti dove tale grado di umidità è più facilmente raggiungibile.
Infatti, accostando il legno al ferro o a materiali come quelli costituenti la
muratura, è facile realizzare una situazione in cui l'umidità presente
condensi sulla superficie di contatto tra i due materiali a causa della
diversa capacità termica che i due elementi presentano. Questo fungo
provoca nel legno la carie bianca, degradazione caratterizzata da una
colorazione giallastra e da una consistenza molle del legno che si spacca
molto facilmente ma non diventa friabile come nella carie bruna. Nella
carie bianca gli enzimi secreti dalle ife del fungo degradano sia la lignina
che la cellulosa. L'effetto principale dell'attacco fungino è la diminuzione
di peso, che avviene gradatamente e che è dovuta alla distruzione della
sostanza legnosa. Tale perdita della massa del legno porta alla naturale
perdita delle caratteristiche di resistenza fisico-meccaniche. Alcuni autori
riportano che la resistenza all'urto è una delle prime caratteristiche a
subire una riduzione; un attacco di fungo da carie bruna su legno di
conifera può portare alla perdita di resistenza all'urto per il 60% e la
rottura dovuta a flessione statica comporta un piano di frattura netto
molto differente da quello fibroso e irregolare che si presenta su un legno
sano.

Insetti
Precisando che non si intende restituire qui un'analisi scientifica da
trattato di entomologia, ma che ci si pone esclusivamente l'obiettivo di
offrire delle linee generali di inquadramento per la comprensione delle
problematiche, si espone, di seguito, una breve panoramica su quelli che
possono essere definiti i comportamenti di alcuni degli insetti
maggiormente responsabili del degrado del legno, rimandando il lettore
che intenda approfondire l'argomento alle numerose pubblicazioni
esistenti, citate in bibliografia e consultate per la stesure di queste note.
Gli insetti xilofagi sono di diversi tipi ma quelli di più comune
diffusione in Europa e in Italia possono essere ricondotti principalmente
a due ordini in particolare: coleotteri e isotteri. Sono riscontrabili anche
37
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

attacchi da parte di altri insetti, come gli imenotteri, ma questi sono


molto meno pericolosi rispetto agli altri, sia per la diffusione che per il
grado di infestazione che sono capaci di realizzare.

Coleotteri
Le specie di coleotteri che vivono nutrendosi delle sostanze presenti
nel legno appartengono a diverse famiglie: Anobidi, Cerambicidi, Lictidi
(tabella che segue).
L'insetto adulto pratica il foro di sfarfallamento per potersi allontanare
dopo essersi accoppiato e avere deposto le uova. Dalle uova deposte si
originano piccole larve che, per nutrirsi o per creare le condizioni
biologiche ottimali alloro sviluppo, penetrano nel legno scavandovi
gallerie che possono raggiungere lunghezze ed entità tali da rendere il
legno attaccato inutilizzabile a causa della perdita di ogni resistenza
meccanica. La larva rimane nel legno fino a che non si sia
completamente sviluppata; il suo sviluppo è variabile nel tempo a
seconda del tipo di insetto e dell'andamento stagionale della temperatura.
Il coleottero, in media, rimane nel legno due anni.
L'indicatore principale della presenza dell'insetto all'interno del legno,
oltre il caratteristico foro, è la presenza del rosume formato dalla
miscelazione degli escrementi della larva e della polvere di legno che
essa stessa produce con l'attività masticatoria. Alcune specie di coleotteri
(cerambicidi e lictidi) accumulano il rosume nella galleria provocando un
intasamento della stessa, altre specie (anobidi) espellono il rosume dalla
galleria tenendola sempre vuota, manifestando chiaramente all'esterno la
loro presenza.

38
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

COLEOTTERI ISOTTERI
ANOBIDI CERAMBICIDI LICTIDI
Tarli Capricorno Lyctus Termiti
Legni vecchi di tutte le Essenze resinose Unicamente latifoglie Tutte le essenze. Nelle
essenze, sia resinose (pino, abete,...) (quercia, castagno, regioni temperate non
ATTACCATI

che latifoglie. raramente quercia, frassino, noce, acero, vengono attaccate


LEGNI

faggio, pioppo. ciliegio). Legni solo due essenze:


tropicali. Le resinose sequoia e cipresso
non vengono mai calvo.
attaccate.
Presenza frequente di La larva emette un Dall'esterno non è Presenza frequente
numerose piccole rumore caratteristico percepibile alcun nelle murature di
protuberanze o una (dovuto alle mascelle rumore dovuto al piccoli tunnel più o
DELL’INFESTAZIONE

colorazione diversa durante il rosicchiamento del meno sinuosi, spesso


MANIFESTAZIONI

sulla superficie. È rosicchiamento del legno da parte verticali, che rivelano


percepibile una serie legno) decifrabile dell'insetto. Prima il nido sotterraneo al
di piccoli colpi secchi facilmente con l'aiuto della comparsa dei legno invaso.
e ritmici, dovuti al di un semplice primi fori di uscita si L'accesso al legno
fatto che l'insetto stetoscopio medico. può osservare talvolta avviene solitamente
colpisce con la testa le sulla superficie dei nei punti di
pareti della galleria legni infestati la connessione con la
come richiamo per presenza di piccole muratura, in punti non
l'accoppiamento. protuberanze coniche. visibili.

Le gallerie sono Reticolato di gallerie Gallerie parallele alle Le termiti rispettano la


orientate in tutte le di sezione ovale, fibre del legno, superficie esterna del
direzioni, comunicanti orientate per la ostruite dal rosume, legno che può essere
tra loro e danno al maggior parte in senso sovente così numerose ridotta allo spessore di
legno un aspetto e una longitudinale, striate che tutto l'interno del una pergamena.
ASPETTO DEL LEGNO ATTACCATO

consistenza simile a finemente (le striature legno è sminuzzato. Divorano l'interno del
quella di un biscotto. sono l'effetto del Verso l'esterno viene legno e di preferenza
Una pellicola esterna lavoro delle mantenuta una fine le parti più tenere
rispettata per molto mandibole) e riempite pellicola. degli anelli annuali di
tempo finisce per di segatura fortemente La segatura prodotta è accrescimento, dando
disfarsi compressa. Quando le fine e impalpabile. alle superfici esterne
meccanicamente. gallerie sono I fori di uscita delle del legno attaccato
La segatura si numerose, il gallerie sono circolari l'aspetto di una
presenta grossolana e legno diventa friabile. ed il loro diametro superficie fogliata.
non accumulata nelle La segatura è fine, di varia da 1 a 3 mm. Le gallerie sono libere
gallerie. colore chiaro, dalla segatura,
I fori di uscita delle compressa e mischiata generalmente parallele
gallerie sono rotondi e allo sterco dell'insetto. alle fibre del legno e
variano da 2-3 mm per I fori di uscita delle talvolta rivestite con
i tarli piccoli a 4 mm gallerie sono un miscuglio fatto di
per i tarli grossi. generalmente di forma saliva, escrementi e
ellittica con asse > 6 particelle di legno.
mm e < 3mm.

39
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Ogni femmina può deporre diverse decine di uova. Pare chiaro come
pochi anni siano sufficienti affinché si abbiano infestazioni di grossa
entità da parte di questi insetti.

- Anobidi: sono piccoli coleotteri (2-9 mm di lunghezza), di colore che


va dal rosso al bruno, che attaccano sia il legno massiccio che i suoi
derivati. La loro capacità di digerire il legno non è legata all'attività dei
secreti intestinali, che non sono idonei ad attaccare la lignina e la
cellulosa, ma all'azione di microrganismi di varia natura (funghi,
protozoi, batteri) che vivono in simbiosi con l'insetto e che si stabiliscono
nell'intestino di questo. Essi vengono ereditati di generazione in
generazione tramite pregnazione di secrezioni ghiandolari sull'uovo da
parte dell'insetto all'atto della deposizione. La larva, alla schiusa,
ingerendo parte del guscio, assume questi microrganismi. Le specie di
questa famiglia che attaccano il legno sono relativamente poche e le più
importanti di queste sono:
- Anobium punctatum (tarlo dei mobili): l'adulto misura dai 3 ai 5 mm,
è di colore rossastro e ha una fitta peluria giallastra sul corpo. Vive non
più di qualche settimana. L'uovo è piccolo, di forma allungata e di colore
chiaro: la larva che da esso ne deriva è anch'essa bianca con elementi
scuri nell'apparato masticatore. L'insetto adulto sfarfalla in primavera-
estate e la femmina depone fino a un massimo di 40 uova sulle superfici
scabre del legno o all'interno delle gallerie nei pressi dei fori di
sfarfallamento. La schiusa delle uova avviene dopo due settimane e le
larve che ne derivano cominciano la loro attività scavatrice fino al
raggiungimento dello stato di pupa. La pupa, dopo due settimane, si
trasforma in adulto che ricomincia il ciclo. Il ciclo completo (deposizione
delle uova, schiusa delle uova, larva, pupa, insetto adulto) si compie in
media nel giro di due anni. Negli ambienti riscaldati il ciclo può avvenire
anche in tempi molto ridotti rispetto alla media (sei mesi). La sua
diffusione interessa tutte le zone temperate in Europa e Nord America,
attaccando indifferentemente legni di conifere e di latifoglie;
- Xestobium rufovillosum (orologio della morte): l'adulto di questo
insetto è il più grande tra i tarli del legno. Esso misura dai 5 ai 7 mm. È
di colore bruno rossastro, con superficie dorsale chiazzata da ciuffi
40
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

irregolari di peli corti e di colore giallo oro. Le uova sono piccole,


ovoidali, biancastre. L'insetto adulto compare in primavera e ogni
femmina può deporre fino a un massimo di 200 uova. La larva comincia
a praticare gallerie soprattutto seguendo le zone primaverili degli anelli.
L'insetto adulto non esce subito dal legno se non l'inverno seguente,
attraverso un foro di sfarfallamento di 2-3 mm di diametro. Il ciclo
completo (uova, pupa, insetto adulto) dura mediamente tre anni. La sua
diffusione interessa principalmente l'Europa, ma può trovarsi anche in
altre zone quali Nord Africa e Nord America. Attacca principalmente
legni di quercia, castagno e faggio, anche se la sua presenza è stata
riscontrata anche in legni di olmo, noce, salice, pioppo e ontano.
L'umidità e la presenza di funghi agevolano l'insediamento di questo
insetto nelle strutture lignee. In Europa, l'Inghilterra, più di altri paesi,
presenta la maggiore diffusione di questa specie di anobide, favorita dal
clima umido e dall'uso del legno di quercia nella maggior parte delle
strutture lignee tradizionali. È proprio in questo paese che la fantasia
popolare ha dato il nome di orologio della morte a questo insetto a causa
del caratteristico picchietti o provocato dall'adulto dell'insetto quando
sbatte la testa ad intervalli regolari contro la parete della galleria quale
richiamo sessuale per la femmina.
- Cerambicidi: sono insetti di grossa mole; l'adulto raggiunge infatti la
lunghezza di diversi centimetri. A differenza dell'anobide, la capacità
digestiva del cerambicida è data dalla secrezione di un enzima capace di
digerire la cellulosa delle piante attaccate. Tra i coleotteri, i cerambicidi
sono i più pericolosi per la stabilità della struttura lignea attaccata. Infatti
le larve praticano delle gallerie che raggiungono anche il centimetro di
diametro e la loro azione si spinge molto in profondità nella trave. Ai
cerambicidi appartengono molte specie ma solo alcune sono quelle che
interessano le strutture lignee, tra queste:
- Hylotrupes bajulus (capricorno delle case): l'adulto di questo insetto
ha una lunghezza che varia dai 15 ai 25 mm, di colore dal giallo scuro al
nero. Le uova sono di forma allungata. L'insetto adulto compare nel
periodo primaverile e la femmina depone le uova a grappoli
raggiungendo anche il centinaio di unità. La larva scava le gallerie in
tutte le direzioni riempiendole con il rosume. La fase di pupa avviene in
41
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

prossimità della superficie del legno e due settimane sono sufficienti


affinché si formi l'insetto adulto che può rimanere all'interno del legno
per diversi mesi prima di praticare il foro di sfarfallamento e uscire
all'aperto. Il ciclo, dipendente anche in questo caso, dalla temperatura e
dall'umidità, avviene in un periodo variabile da 1 a 8 anni. La diffusione
di questo insetto è molto alta nelle zone del Centro Europa e della Gran
Bretagna ed è presente anche in Italia in misura sempre più massiccia. Le
specie legnose attaccate sono di preferenza le conifere, in modo
particolare abete, pino e larice. Si verificano attacchi anche sulle
latifoglie quali quercia, pioppo, salice e acero. Caratteristica di notevole
interesse per questo insetto è il fatto che gli attacchi decrescono
notevolmente fino a quasi arrestarsi nei legni che hanno raggiunto gli 80
anni di vita. Questo viene spiegato dal fatto che non avendo, come gli
anobidi, i microrganismi simbionti nel proprio apparato digerente, la
sopravvivenza di questi insetti dipende dal contenuto di sostanze azotate
del legno che con il passare degli anni viene sempre più a diminuire. Dal
punto di vista nutrizionale il legno diventa così povero per le larve che
non si sviluppano più in questo ambiente. I danni provocati dal
capricorno delle case sono molto gravi soprattutto per il fatto che è molto
difficile diagnosticarne la presenza;
- Hesperophanes cinereus: l'adulto di questo insetto ha una lunghezza
che varia tra i 15 ai 25 mm ed è di colore scuro. La femmina può deporre
fino a 100 uova. La schiusa delle uova avviene dopo due o tre settimane e
le larve rimangono nel legno e scavano gallerie per qualche anno prima
di trasformarsi in pupa e poi in adulto. Anche in questo caso,
naturalmente, il ciclo biologico dell'insetto è fortemente condizionato
dalle condizioni ambientai i di umidità e di temperatura. Questa specie di
cerambicide è diffusa in tutta Europa. Attacca quasi esclusivamente legni
di latifoglie: faggio, noce e castagno. Come per il capricorno, il suo
attacco si fa più manifesto per legni giovani per i motivi già evidenziati
in precedenza.
- Curculionidi: sono coleotteri dotati di un apparato boccale a forma
di rostro. Si conoscono varie specie, la più nota tra quelle xilofage è la
- Pentarthum huttoni: l'insetto adulto è di piccole dimensioni,

42
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

varia tra i 2 e i 4 mm di lunghezza ed è di colore bruno. Depone le


uova nel legno. Si possono avere diverse generazioni in un anno. La loro
infestazione è agevolata dalla presenza di forti tassi di umidità. Sia gli
adulti che le larve si nutrono delle sostanze del legno e la loro incapacità
al volo rende la loro presenza nelle strutture molto localizzata soprattutto
nelle parti più umide della struttura (caratteristico è l'attacco delle testate
delle travi non isolate dalla muratura). Attacca sia legno di latifoglie che
di conifere.
- Lictidi: sono coleotteri di piccole dimensioni, dai 3 ai 5 mm di
lunghezza e di forma allungata e schiacciata. La loro capacità digestiva
non è in grado di attaccare la cellulosa. Essi dipendono dalle sostanze
amide e zuccherine del legno che si degradano rapidamente; la loro
presenza, seppure massiccia e pericolosa, si riscontra per la maggior
parte in legni giovani. I danni causati da questi insetti sono sempre molto
gravi in quanto i lictidi riducono il legno in breve tempo ad un ammasso
di rosume. Attaccano legni di non resinose con la preferenza di quercia,
noce, acero, pioppo, castagno, ciliegio e robinia. Alla famiglia dei lictidi
appartengono diverse specie:
- Lyctus linearis: è la specie di lictide di origine europea più diffusa
nelle epoche passate in Europa. L'adulto misura dai 3 ai 5 mm di
lunghezza, compare in primavera e vive per alcune settimane durante le
quali depone le uova in numero di alcune decine.
A differenza degli anobidi, le gallerie scavate dal Lyctus linearis
seguono le fibre del legno. La larva completa il suo ciclo biologico
trasformandosi in pupa e poi in insetto adulto in un anno (anche in questo
caso le condizioni termoigrometriche sono fondamentali). La sua
diffusione interessa tutta Europa e attacca legni di latifoglia;
- Lyctus brunneus: l'adulto misura dai 3 ai 5 mm di lunghezza ed è di
colore bruno. Ha biologia simile a quella del Lyctus linearis: depone un
maggior numero di uova (oltre 70) e l'adulto vive per oltre due mesi. Di
origine tropicale, ha superato per frequenza di infestazioni il Lyctus
linearis. È presente ormai in tutti i continenti e attacca oltre che i legni
tradizionalmente appetiti dal Lyctus linearis, anche legni di origine
africana, asiatica e sudamericana.

43
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Isotteri
Gli isotteri (termiti) sono insetti sociali, vivono in colonie. Il loro ciclo
biologico comprende tre stadi (uovo, ninfa e adulto); la funzione
riproduttiva è riservata alla sola coppia reale mentre tutte le altre attività
sono riservate ai "soldati" e agli "operai". Devono il nome di isottero alla
forma delle ali che sono quattro e tra loro molto simili. Gli insetti
"riproduttori" sono di colore generalmente scuro. I "soldati" sono
biancastri con il capo marrone chiaro molto più grande del resto del
corpo; non hanno ali. Gli "operai" sono simili nel corpo e nei colori ai
soldati con la differenza della testa, che è piccola e dotata di apparato
masticatore; anch'essi sono privi di ali. Sono presenti anche altri
individui chiamati "riproduttori secondari" che sono termiti allo stadio
giovanile capaci di riprodursi nell'eventualità che la colonia perda la
coppia reale o che avvengano delle nuove colonizzazioni in altri luoghi.
Questi insetti nidificano nel terreno. In seguito all'accoppiamento la
femmina depone le uova che dopo due settimane danno origine a nuove
termiti che iniziano ad attaccare il legno per nutrire se stesse e i soldati.
Le termiti digeriscono la cellulosa grazie alla presenza nel loro apparato
digerente di protozoi e batteri capaci di attaccare e distruggere la struttura
molecolare della cellulosa. Hanno la capacità di infestare strutture lignee
anche in zone molto lontane dal nido, sono in grado di arrivare anche a
molti metri da terra scavando gallerie nelle murature o negli anfratti dei
giunti tra mattone e mattone. Nel caso in cui il materiale risulti troppo
duro, impastano con la saliva dei granelli di sabbia e terra creando delle
gallerie esterne alla muratura completamente riparate dalla luce che
collegano il nido al legno delle travi infestate. In Italia le infestazioni più
forti si hanno nelle zone mediterranee ad opera di due specie:
- Kalotermes flavicollis (famiglia Kalotermitidae): l'insetto adulto
misura dai 10 ai 12 mm, ed è di colore scuro mentre il soldato misura dai
5 agli 8 mm, ed è di colore grigio. Nella struttura sociale di questi insetti
non esistono degli individui che possano essere definiti operai; la
funzione di questi viene svolta da individui giovani di colore biancastro
(formiche bianche). Questo insetto nidifica, oltre che sul terreno, anche
nelle stesse strutture lignee di cui si nutre. Non raggiungono mai grosse
dimensioni. Vengono chiamate termiti dal collo giallo o termiti del legno
44
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

secco per la loro capacità di insediarsi anche su legni le cui condizioni


termoigrometriche sono ottimali per la conservazione del legno.
Attaccano il legno scavando delle ampie gallerie ed espellono gli
escrementi attraverso piccole aperture sulla superficie del legno;
- Reticulitermes lucifugus (famiglia Rhinotermitidae): l'adulto alato è
lungo 10-12 mm. E di colore scuro; il soldato ha una colorazione
giallognola ed è lungo 4-5 mm, mentre l'operaio è simile all'adulto.
Nidifica nel terreno o dove c'è la presenza di terra a sufficienza; la
popolazione è numerosissima tanto che raggiunge facilmente le molte
decine di migliaia di individui. Questa specie di insetto attacca le
strutture che presentano un alto tasso di umidità. A infestazione avvenuta
l'insetto riesce però a creare nelle gallerie le condizioni igrometriche tali
da poter attaccare anche legni vicini in condizioni di umidità considerate
ottimali per la loro conservazione. I danni provocati da queste termiti
sono molto gravi: l'erosione del legno. che avviene seguendo sempre la
direzione delle fibre, può interessare tutta la sezione della trave lasciando
la superficie del legno assolutamente intatta. Sono sufficienti pochi anni
perché si verifichino crolli nella struttura attaccata. Questa specie è molto
comune nelle regioni centro-meridionali dell'Italia.

1.8 LE CARATTERISTICHE CHIMICHE, FISICHE E


MECCANICHE

Chimicamente il legno è costituito in gran parte da cellulosa: le pareti


delle cellule vegetali sono costituite per oltre il 50% da questo
polisaccaride, oltre che da emicellulosa e lignina, presente per circa il
25%. Una maggiore quantità di lignina rispetto alla cellulosa determina
un legno più duro e compatto. Il legno fresco ha un elevato contenuto di
acqua (20-50%); dopo il taglio il contenuto si riduce fino a raggiungere
l'equilibrio con l'umidità ambientale (15-18%). La composizione
elementare del legno secco risulta quindi da carbonio 50-55%, ossigeno
40-45%, idrogeno 6-7%, azoto 0,5-1 %.

45
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Le caratteristiche fisiche del legno sono legate al suo peso specifico,


che varia a seconda della specie, e per la stessa specie in relazione al
contenuto di umidità: con la presenza del 15% di umidità si hanno
densità variabili da 350 a 1100 kg/m3. La porosità e l'imbibilità risultano
maggiori nei legni teneri rispetto a quelli duri, così come l'alburno
rispetto al durame e le superfici normali alle fibre rispetto a quelle
longitudinali. La conducibilità termica ha valori molto bassi, così pure la
conducibilità elettrica, mentre la resistenza varia a seconda delle
direzioni considerate, risultando minore nel senso delle fibre e dei vasi.

Per resistenza meccanica si intende il carico massimo oltre il quale il


campione di materiale, sottoposto a sforzo, si rompe. Nel caso del legno
questa resistenza risulta diversa non solo per legni di specie diverse ma
anche per legni della stessa specie e in alcuni casi per elementi
provenienti dallo stesso albero, quando questo presenta al suo interno
difetti che possano compromettere la resistenza del materiale. Sono
inoltre importanti il grado di stagionatura e la compattezza del materiale.
Altro fattore da tenere in considerazione è la direzione dello sforzo
che si applica al pezzo rispetto alla direzione delle fibre, cioè in direzione
assiale, tangenziale o radiale, il che comporta l'analisi dell'elemento o del
componente in opera e la determinazione delle relative resistenze
meccaniche.
Le caratteristiche meccaniche del legno variano entro limiti
amplissimi, che dipendono dall'essenza, dal peso specifico secco, dal
grado d'umidità, dalla direzione delle fibre rispetto alla sollecitazione e
dai difetti del legno stesso (nodi, cipollature, ecc.).
Il comportamento del legno dipende dal tipo e dalla durata di
applicazione del carico. In seguito si indicano i vari comportamenti del
legno sotto carichi brevi con diverse direzioni di applicazione del carico:
- compressione parallela alla fibratura: comportamento inizialmente
elastico-lineare, poi elastoplastico per un breve tratto fino a rottura;
- trazione parallela alla fibratura: comportamento elastico-lineare
fino a rottura, la quale avviene mediante frattura improvvisa e con forte
rilascio di energia;

46
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

- flessione: comportamento generalmente


elastico-lineare fino a rottura, raramente avviene
la plasticizzazione delle fibre compresse a causa
della presenza di difetti naturali (nodi);
- compressione ortogonale alla fibratura:
comportamento inizialmente elastico-lineare, poi
elastoplastico e infine plastico per un lungo tratto
prima della rottura.
Le prove vengono effettuate (come da norma
UNI 2853/57) su campioni ricavati da legno sano
e senza difetti.
Compressione assiale parallelamente alle
fibre. Il carico di rottura viene determinato su
provini di 2 x 2 x 3 cm, con umidità 12% risulta:
Φ r = P (kg/cm2)
4
Per ogni grado d’umidità in meno (o in più) il
valore così ottenuto aumenta o diminuisce del 4%
circa. L’influenza di eventuali nodi sul carico di
rottura è chiaramente evidenziata dalla figura
seguente.

47
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Compressione perpendicolare alle fibre. In questo caso i valori del


carico di rottura sono molto inferiori a quello assiale; in genere si
riducono ad un quinto, con variazioni notevoli in relazione al tipo di
legno.
Compressione inclinata rispetto alle fibre. I valori del carico di rottura
variano moltissimo in funzione dell’angolo ∀.

Fig. 1: Variazione della resistenza a seconda della direzione del carico

In generale la resistenza a trazione risulta più grande di quella a


compressione (almeno doppia), sempre riferita parallelamente alle fibre;
calcolando il rapporto tra il carico di rottura ed il peso specifico, si rileva
che il legno lavora quasi meglio dell’acciaio. Tuttavia la resistenza a
trazione è notevolmente ridotta dalla presenza dei nodi e dalle irregolarità
della fibratura.
Le prove si eseguono su provette che hanno le misure indicate nella
figura che segue.

48
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Una trave sottoposta a sollecitazione di flessione si deforma


elasticamente, producendo sulle fibre interne uno sforzo di compressione
ed uno di trazione.
Per il legno l’andamento delle tensioni è rappresentato in fig. 2.

Fig. 2: Comportamento del legno a flessione


a) Deformazione della trave
b) Diagramma teorico delle deformazioni
c) Diagramma per il legno

Nelle prove, eseguite su dei provini di 2 x 2 x 30 cm di lunghezza, la


rottura avviene prima sul bordi compresso, poi su quello teso.
Il carico di rottura si determina con la formula:
Φr= 3 Pr · 24
2 A · hn
dove n è un coefficiente di qualità proprio del legno, che in genere è
inferiore a 2. La resistenza a flessione è influenzata dall’umidità e dai
difetti del legname; è bene scartare le travi con spaccature longitudinali e
nodi posti nella zona tesa.
49
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 3a: Spaccature e nodi diminuiscono la resistenza del legno a flessione

Fig. 3b: La resistenza a flessione è influenzata anche dalla disposizione degli anelli
rispetto alla direzione del carico

Il legno sottoposto a flessione è soggetto al fenomeno del fluage 1.


Nel caso di sollecitazione di scorrimento lungo le fibre, i valori di
resistenza sono molto bassi da un minimo di 4 N/mm2 ad un massimo di
12 N/mm2. Per sollecitazione normale alle fibre la resistenza assume
valori notevoli, da un minimo di 12 N/mm2 ad un massimo di 40 N/mm2.
Le prove si eseguono su provini indicati in figura come da norme
UNI 4144/58.

1
Termine francese usato per indicare il fenomeno viscoso che genera un lento
scorrimento delle fibre del materiale, nel tempo, sotto l’azione di carichi di lunga
durata. Tale caratteristica è comune anche ad altri materiali, quali il ferro ed il
calcestruzzo. Il fluage provoca deformazioni tanto maggiori, quanto maggiore è
l’umidità dell’ambiente circostante. La valutazione di tale deformazione può essere
fatta in modo convenzionale moltiplicando le deformazioni elastiche istantanee, dovute
a carichi permanenti, per un opportuno coefficiente che tiene conto del fenomeno
viscoso.

50
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Fig. 4: Prova di resistenza al taglio

Una trave in legno che nel tempo è soggetta ad un alternarsi di


condizioni di carico, passando ciclicamente da un carico zero ad un
carico massimo, è sottoposta al fenomeno di rottura “a fatica” (fenomeno
tipico di molti materiali).
Per il legno la rottura a fatica si verifica dopo almeno un milione di
cicli; il materiale si rompe per un carico unitario pari a circa il 35% del
carico di rottura a flessione statica. È una caratteristica importante per
stabilire le difficoltà e le modalità di lavorazione del legno, che può
essere spaccato, segato, forato, piallato, raspato, lisciato, ecc. La durezza
è funzione diretta del peso specifico e dell’età del legno, mentre
diminuisce notevolmente con l’aumento dell’umidità.
Caratteristica importante per tutti i materiali legnosi impiegati nelle
pavimentazioni. La resistenza all’usura è notevole per le essenze forti ad
elevato peso specifico, come la quercia, il bosso, la robinia, il noce,
l’eucalipto, l’ulivo, il teak. L’usura si determina con una macchina
rotante a superficie fregante; dopo un numero fissato di giri si misura la
diminuzione di spessore del provino.
51
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Il coefficiente di proporzionalità E (modulo di elasticità) è ricavabile,


per il legno dalle prove di trazione o compressione ( si ottengono due
valori quasi simili) oppure dalle prove di flessione, misurando con
precisione le deformazioni dovute ai carichi. Il valore di E è influenzato
dall’umidità; in genere varia da legno a legno da un minimo di 7500 ad
un massimo di 15000 N/mm2.

Fig. 5: Andamento della resistenza a compressione di un provino in legno

Il progettista deve fissare, per i relativi calcoli statici, il carico che un


dato elemento in legno può sopportare con sicurezza. I valori medi delle
caratteristiche meccaniche del legno delle principali essenze sono tabulati
ed i carichi di sicurezza riportati si possono assumere se il legname è ben
stagionato, non sottoposto a gravose condizioni di lavoro in ambienti
sfavorevoli.
L’esperienza e la pratica hanno definito l’adozione dei seguenti
parametri:
-se i legnami sono posti in opera in ambienti molto umidi, si applica la
riduzione del carico di sicurezza di 1/3;
-se il legname non è stagionato si applica la riduzione di 1/3;
- per elementi inflessi, con carico costante nel tempo, si applica la
riduzione di 1/3;
- per le strutture sottoposte a carichi ripetuti si applica una
riduzione del 40%.
52
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

essenze plasticità elasticità flessibilità imbarcamento durezza fendibilità durabilità


Abete bianco ** * ** * *** ***
Abete douglas *** ***
Abete rosso ** * ** * *** ***
Acero *** ** ** *** * **
Betulla ** ** *** ** * *
Castagno * * * *** *** ***
Cerro ** *** ***
Ciliegio ** *** *** * *
Cipresso ** * *** ****
Faggio ** ** *** *** *** *
Farnia ** ** *** ****
Frassino **** *** ** *** *** ***
Larice **** ** * *** *** ****
Noce ** ** * *** ****
Olmo ** *** *** *** *** ****
Ontano ** ** ** *
Pino giallo ** ***
Pino silvestre * * * *** **
Pioppo **** ** ** * ** *
Platano ** ** ** **
Rovere *** ****
Quercia * ** ** **** *** ****
Legenda: *basso, **mediocre, ***buono, ****elevato

essenze peso resistenza a resistenza resistenza resistenza a modulo di


specifico compressione a flessione a trazione taglio elasticità
(N/mm2) (N/mm2) (N/mm2) (N/mm2)
abete bianco 440 40 9 9 2 72 10 85 9 6 0,8 15000
abete rosso 460 39 8 8 2 70 9 84 9 6,6 0,9 13000
acero 620 43 8 120 10 130 11 8,5 0,8 15000
betulla 640 23 5 60 6 60 6 5 0,5 12000
castagno 620 53 9 11 2 112 10 90 9 8 0,7 11000
cipresso 560 54 9 55 8 53 7 4,5 0,5 10000
faggio 720 52 10 9 105 10 82 8,5 8,2 0,8 15500
frassino 700 48 9 11 2 102 10 72 9 12,2 0,8 12000
larice 580 53 10 10 2 96 11 85 9,5 8,7 1 13000
noce 660 41 8 12 2 120 10 100 10 12500
olmo 650 41 9 10 2 72 10 80 9 6,5 0,7 11000
ontano 510 38 8 6,5 1,5 70 9 90 8 4 0,5 12000
pino silvestre 500 47 9 9,6 2 97 10 93 9 8 0,9 13000
pioppo 420 34 8 6 1,5 68 8,5 70 7 4 0,5 8500
quercia 680 58 10 12,5 2,5 110 11 90 10 11 1 13000

Tabelle riportanti le essenze più utilizzate in edilizia e le relative


caratteristiche meccaniche (fonte: Progettare il recupero delle strutture in
legno, MAGGIOLI Editore, Rimini 2005)
53
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.9 IL COMPORTAMENTO SISMICO

Le principali caratteristiche del materiale legno nei confronti delle


azioni sismiche sono la leggerezza, la resistenza, la deformabilità.

Leggerezza
Le strutture in legno, se confrontate con le strutture realizzate con
materiali da costruzione tradizionali, sono particolarmente leggere e
pertanto le sollecitazioni indotte dall’azione sismica sono notevolmente
inferiori.
Il rapporto peso specifico/resistenza è simile a quello dell'acciaio ed è
notevolmente inferiore (circa 5 volte) a quello del calcestruzzo.

Resistenza
La resistenza, nei confronti dell’azione sismica, degli elementi
strutturali lignei è dello stesso ordine di grandezza di quella del
calcestruzzo.
Il legno, però, a causa delle sue proprietà viscose (fluage), presenta
una spiccata dipendenza delle caratteristiche meccaniche in funzione
della durata del carico.
Le proprietà di resistenza sotto l’effetto di un carico istantaneo hanno
un incremento pari al 10% del valore corrispondente a carichi di durata di
5 minuti e al 50% del corrispondente valore riferito ai carichi di durata.

Deformabilità
Anche per quanto riguarda il valore del modulo elastico, a causa del
comportamento viscoso del legno (fluage), si ha un incremento per
carichi istantanei pari al 10%. Questo incremento comporta un indubbio
beneficio nell’aumento del carico critico per instabilità dell’equilibrio.
Il fatto che il legno sia maggiormente deformabile comporta bassi
valori di rigidezza e quindi un’alta flessibilità che si può tradurre in un
aumento del periodo proprio di oscillazione e, quindi, in una minore
suscettibilità della struttura nei confronti dell’azione sismica.

54
Capitolo 1° - Il legno quale materiale “organico”

Le strutture in legno, in definitiva, possiedono un buon


comportamento nei confronti delle azioni sismiche, sia per merito delle
caratteristiche peculiari del materiale in sé, sia per le caratteristiche di
duttilità delle unioni meccaniche in dipendenza del sistema costruttivo.
Tutto ciò a patto che:
- si ponga la dovuta attenzione nella progettazione e realizzazione dei
necessari particolari costruttivi, al fine di garantire la trasmissione degli
sforzi derivanti dall’azione sismica all’intero organismo strutturale;
- venga assicurata una sufficiente riserva di resistenza (duttilità e
dissipazione di energia).

55
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

1.10 IL COMPORTAMENTO AL FUOCO

Il propagarsi del fuoco nel materiale è determinato dalla conducibilità


termica del materiale stesso. Il formarsi, sulla superficie dell'elemento di
legno sottoposto all'azione del fuoco, di uno strato di carbone diminuisce
fortemente la conducibilità termica del legno avendo, il legno
carbonizzato, una conducibilità di circa 6 volte minore rispetto al legno
naturale. Questo strato, all'inizio del processo sottile, si forma all'incirca
tra i 100 e i 300 °C, quando con il diminuire dell'umidità all'interno del
legno si riscontra dapprima un aumento della resistenza e in seguito
l'accensione del pezzo con successiva carbonizzazione.
Tale processo di carbonizzazione rallenta il propagarsi del fuoco
all'interno della struttura. La resistenza al fuoco del legno può essere
incrementata ulteriormente aumentandone la sezione resistente
(realizzando cioè una sezione sovradimensionata rispetto alle richieste
strutturali), oppure trattando gli elementi con prodotti ignifughi, i quali
formano una pellicola protettiva che, come nel caso dello strato di
carbone, rallenta il propagarsi del fuoco all'interno della struttura.
A tal proposito è importante ricordare che questi prodotti non devono
risultare tossici sia alle basse che alle alte temperature, non devono
favorire l'attacco da parte d'insetti e non devono alterare eventuali
materiali metallici coadiuvanti la struttura (chiodi, caviglie, viti, ecc.).

56
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Capitolo 2°
CLASSIFICAZIONE TIPOLOGICA STORICO-GEOGRAFICA
DEI SOLAI IN LEGNO

2.1 CENNI SULLA MANUALISTICA STORICA

Preliminare alle problematiche connesse con il recupero vi è


senz’altro l’esigenza di approfondire, per quanto possibile, la conoscenza
tipologica e costruttiva del manufatto. Ciò è possibile collocandolo in una
precisa cornice storico-geografica. Tale collocazione risulta infatti
indispensabile al fine di escogitare una strategia mirata di intervento, che
preveda operazioni possibilmente puntuali e localizzate, e che si ponga
quale obiettivo prioritario quello di preservare le caratteristiche
tipologiche e costruttive originarie del manufatto ligneo.

La classificazione tipologica, dei solai in legno, tiene conto dei


modelli costruttivi proposti dalla manualistica presente in Italia
prevalentemente nell’800. Tuttavia, la realtà costruttiva italiana propone
anche solai in legno diversi da quelli descritti nei manuali, anche perché
le tecniche risultano spesso essere influenzate da tradizioni costruttive
locali.
Si è tentato, quindi, di individuare i modelli costruttivi dei solai in
legno caratterizzandoli nella loro evoluzione storica, con particolare
riferimento alla struttura portante e all'impalcato in quanto parti resistenti
del solaio su cui intervenire per il ripristino della funzionalità.

2.1.1 LE TEORIZZAZIONI SUL CORRETTO DIMENSIONAMENTO

I trattati antichi sui solai sono stati sviluppati essenzialmente nella


descrizione della natura delle parti strutturali, a volte verso il loro
57
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

dimensionamento e l'individuazione delle essenze più adatte e,


raramente, sulle cause di dissesti più ricorrenti.
I solai descritti da Vitruvio sono composti da "travi" poggiate sui
"palchi" e dai "tasselli, i piccoli morelli e le assi".
Leon Battista Alberti non si limita semplicemente a definire le parti
che formano un orizzontamento di legno ma entra nella sua specifica
tecnica di costruzione. Egli si raccomanda che le travi per sostenere un
solaio "vadano da parete a parete" affinché possano comportarsi "alla
stregua di colonne poste trasversalmente" in modo da far parte anch' esse
dell'ossatura dell'edificio. Questo concetto è fortemente lungimirante
perché identifica l'organismo strutturale generale come un sistema unico,
unitariamente reagente alle sollecitazioni, in particolare, sismiche.
Alberti inoltre ribadisce che per ottenere una rigidezza migliore della
struttura c'è necessità di "incatenare i muri alla travatura" con "grappe e
fermagli di rame e ganci sporgenti dalle mensole" che reggono le travi.
Le assi e le tavole di maggiori dimensioni hanno funzione di
tamponamenti, mentre le tegole e il pavimento corrisponderanno
all'involucro esterno, ciò in conseguente similitudine con un'ossatura
verticale. Egli consiglia inoltre di utilizzare assi di legno noti troppo
compatto perché non strappino i chiodi al momento della loro
deformazione. L'orditura è unita nelle parti con doppi chiodi, che avranno
l'onere di "sostenere pesi in direzione perpendicolare".
All'esterno delle murature portanti esterne l'Alberti consiglia di
utilizzare elementi di rame, per motivi di ossidazione, e alloro interno di
ferro e predilige i solai di legno alle volte, che considera molto più
vulnerabili ai terremoti anche se, a differenza dei primi, queste sono
resistenti agli incendi.
Vincenzo Scamozzi consiglia solai di legno per la copertura di
ambienti di luce molto ampia e indica questa preferenza anche in
funzione della coibentazione ai rumori da piano a piano.
Leonardo da Vinci per costruire un solaio "bello e con poca ispesa"
propone di realizzarlo con "correnti (travi) che sian larghi 1/4 alti 1/2 e
lunghi braccia dodici, e questi ferma in sù tua muri, e posti pel coltello a
ciò sian forti, e sian lontani l'uno dall'altro braccia uno (...) poi metti
sopra i correnti tavole e poi i quadrelli".
58
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

La proposta di Andrea Palladio per una prima regola pratica sul


dimensionamento delle orditure è che le travi debbono essere poste ad
una distanza tra loro pari ad una larghezza e mezza della trave stessa.
Vincenzo Scamozzi critica negativamente il solaio sostenuto da
"bordonali" (travi) intermedi usato frequentemente a Roma, perché questi
ultimi spezzano la continuità delle travi, creando una brutta
rappresentazione estetica senza conferire resistenza all'insieme.
L'esperienza di Alvise Cornaro porta alla formulazione delle seguenti
regole: l'altezza delle travi principali deve essere approssimativamente
pari ad 1/24-1/30 della sua lunghezza, lo spessore dovrà essere 1/3 o 1/4
dell'altezza e l'interasse tra le travi pari alla loro altezza, misura questa da
aumentare di una loro larghezza.
Molti trattati indicano tra le più ricorrenti cause del degrado delle
strutture di legno il loro contatto con la calce.
Di nuovo Vitruvio, per ovviare a questo inconveniente, suggerisce di
usare "del selice" o della paglia. Anche Leonardo da Vinci mette in
evidenza la difficile coesistenza di questi due materiali a contatto, ma le
sue perplessità sono indirizzate al loro diverso comportamento
meccanico e così dice: "(la calce) che sta sopra essi legni si dividerà
dall'altra calcina che veste i muri e appariranno fessure ed in poco
tempo il legname rimarrà discoperto. E questo deriva per il crescere del
legname quando dentro a sé incorpora l'umido e quando dicresce per
lasciare esso l'umido". Vitruvio invita a realizzare il piano di appoggio
sopra al solaio con tavolato di spessore sottile, cosicché deformandosi
non raggiungerebbe la forza per staccare le chiodature di collegamento.
Gli storici della tecnica delle costruzioni dell'inizio dell'Ottocento
hanno trasmesso attraverso i loro trattati metodi di esecuzione dei solai di
legno frutto dell'empirismo e della scienza provenienti dall'antichità che,
ancora nel periodo pre-industriale, mantenevano molti dei caratteri
primitivi.
Le tipologie storiche dei solai in legno si distinguono generalmente in
due categorie:
- i solai con orditura portante principale di lunghezza pari alla luce da
coprire (fig. 6);

59
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- i solai con orditura portante principale di lunghezza inferiore alla


luce da coprire (fig. 7).
Tale diversificazione risale al XVI sec., epoca in cui furono introdotti
i solai alla Serlio.

Fig. 6: Pianta di un ordito di un solaio, con orditura principale di lunghezza pari alla
luce da coprire, rappresentativa di vari modi di disposizione delle travi

La figura 6 rappresenta i vari modi di disposizione di un ordito delle


travi di un solaio. La parte "A" della pianta è l'ossatura di una tessitura
sorretta da tre pareti, anch'esse di legno, e dal muro M.
La superficie identificata con "B" contiene un' orditura compresa tra
quattro muri tutti portanti. È presente il vano di una scala a chiocciola
ottenuto con l'inserimento trasversale di un tronco di trave che poggia sul
muro M e sulla trave dell' ordito. Simile è la soluzione adottata per le
canne fumarie. Questo tipo di solaio è ad orditura semplice, con travi
vicine, sulle quali poggiano direttamente le pianelle o il tavolato.
Nell'esempio lo spazio tra le travi è uguale alla larghezza delle stesse e
la direzione della tessitura di questo solaio è stranamente parallela alla
dimensione più lunga del vano da coprire e ciò in contrapposizione ai
tradizionali concetti di funzionalità ed economicità. Nella zona "C" è
rappresentata un'orditura, che invece di poggiare sui muri portanti, insiste
su correnti trasversali che a loro volta poggiano su muri portanti. Anche
in questo caso un'apertura sul solaio è ottenuta con un tronco di elemento
trasversale che poggia su travi del solaio.

60
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

La zona individuata con la lettera "D" è coperta da travi che poggiano


su correnti, sorretti da mensole infisse nel muro. La zona "E" è uguale
alla zona "B".

Fig. 7: Pianta di un ordito di un solaio, con orditura principale di lunghezza inferiore


alla luce da coprire, rappresentativa di vari modi di disposizione delle travi

Nella figura 7 le travi secondarie poggiano, almeno per un'estremità,


sopra le travi maestre.
Nella zona "F" le travi sono sostenute per un'estremità dalla parete M
N e con l'altra insistono anch' esse su una trave maestra.
Nella prima metà dell'ottocento Francesco Milizia proponeva un
interasse delle travi pari alla loro larghezza.
Le motivazioni di certe scelte erano sostanzialmente di tipo estetico e
strutturale insieme. Nella seconda metà dell'ottocento la conoscenza del
comportamento di queste strutture si era ormai evoluta, cosicché
l'interasse delle travi raggiunse 40-50 cm, salvo il caso in cui si usavano
pianelle e quindi l'interasse rimaneva contenuto nei 30 cm circa.
Nel modo piemontese e del litorale ligure tale interasse divenne
ancora maggiore fino a raggiungere 70-80 cm, per motivazioni di ordine
economico e statico e soprattutto per avere acquisito una maggiore
conoscenza della resistenza dei materiali.

61
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Riguardo al dimensionamento delle strutture dei solai Rondelet


prevede un'altezza delle travi pari ad 1/24 della loro luce con interasse
uguale alla loro larghezza.

Cavalieri San-Bertolo a sua volta propone la formula:

A = 2(24)2 y2K ; z = A - x
2565000 q2

nella quale:
q = lunghezza delle travi;
z = distanza tra le travi;
y = altezza della trave;
x = larghezza della trave;
k = coefficiente di resistenza del legno utilizzato;
2565000 coefficiente di resistenza del legno di quercia.

Lenti e Rossi consigliano:


R ba2 = P dL2
6 8

in cui:
R = coefficiente di resistenza;
a = altezza della trave;
b = larghezza della trave;
p = peso per unità di superficie;
L = lunghezza della trave;
d = dimensione ed influenza del carico.

Sacchi indica un rapporto di 5/7 tra lunghezza e altezza della trave;


Donghi, ancora all'inizio del Novecento, consiglia x = L/30 e y = L/20 e
Marullier propone la seguente relazione:
__________
y = 0,138 3√ P d l2 1000 x = 5/7 y .

62
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

per la quale:
p = carico per unità di superficie;
d = dimensione di influenza del carico P;
l = luce della trave.

Per quanto attiene alle orditure composte, dopo la seconda metà


dell'ottocento, Lenti e Rossi suggeriscono un interasse pari a 3-5 m per le
travi maestre. Riguardo al loro dimensionamento, Milizia, Rondelet e
Cavalieri San-Bertolo utilizzano un'altezza di 1/8 della luce da coprire.

In quel periodo furono redatte anche tabelle per il ridimensionamento


delle travi principali formulate in funzione del prodotto Q x l nel quale Q
è il carico ed l è la luce della trave (Sacchi).
Alcuni manuali successivi (Donghi) riportano relazioni del tipo y =
1/18 L; x = 1/20 L, dove L è l'ampiezza della trave.
Marullier ritiene che il dimensionamento dell' orditura primaria sia
legato alle seguenti relazioni:
__________
y = 0,12 √ P d l2 1000 , x = 5/7 y
3

per l'orditura principale e


__________
x = 0,06 3√ P d l2 1000 , y=3x
__________
x = 0,05 √ P d l2 1000 ,
3
y=4x

per i solai a panconi, in cui P è il carico per unità di superficie, d è la


dimensione di influenza del carico P ed l è la luce della trave.
Riguardo agli appoggi delle travi dei solai Rondelet e Cavalieri San-
Bertolo, per evitare il deterioramento delle teste preferivano l'appoggio
su "filarole". Milizia, al pari dell'Alberti, prevedeva appoggi di pietra a
mensola per accogliere le travi e ciò per non indebolire la muratura
portante con forature.
63
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Figg. 8-9: Sistemi di appoggio


(a sinistra) Mensole in aggetto dalle murature, sormontate da una trave continua sulla
quale poggia la struttura portante
(a destra) Mensola continua, in aggetto dalle murature, sormontata da una trave sulla
quale poggia la struttura portante

Le figure 8 e 9 rappresentano sistemi di appoggio costituiti da


mensole formate da aggetti delle murature, sormontate da una trave
continua sulla quale poggiano le travi portanti. Questo sistema si era già
rilevato inefficace in antico, in particolare in ambito sismico, perché non
consentiva di ottenere alcun collegamento orizzontale delle pareti in
corrispondenza del piano del solaio. Ed è proprio per questi motivi che si
rese necessaria una "fortificazione" tra le travi e i muri portanti ottenuta
con chiavi di ferro.
Riguardo alla ricorrente alterazione del legno in corrispondenza degli
appoggi, l'Alberti consiglia di lasciare varchi per l'aerazione e, anche se
ciò oggi non sembra adeguato, di disporre sotto la trave, in
corrispondenza proprio dell' appoggio, "a mo' di guanciale" felci secche,
carbone o "morchia con nocciole di olive".
Milizia consiglia di fasciare la testa delle travi con lamine di piombo,
dopo averne bruciata la coltre ed Emy, che attribuisce la causa
dell'alterazione del legno all'umidità da questo stesso assorbita,
suggerisce di lasciare un vuoto attorno alla trave, da riempire solo dopo
l'avvenuta maturazione delle malte e dopo la "volatilizzazione" completa
di qualsiasi umidità residua.

64
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Donghi, per gli stessi motivi, rivestirebbe le estremità delle travi con
lastre di ardesia e fogli di sughero oppure le inserirebbe in scatole di
ferro, creando contemporaneamente un sistema di aerazione del vano di
appoggio attorno alla trave.
Riguardo alla lunghezza degli appoggi nelle murature, nessuno degli
studiosi, fino all'inizio del 1900, aveva mai tenuto in conto delle
caratteristiche meccaniche del tipo di muratura e del legno, nonché della
lunghezza delle orditure primarie e secondarie che avrebbero trasferito il
carico.
Nella seconda metà dell'Ottocento i manuali riportano che la
lunghezza di appoggio necessaria per le travi di un ordito di un solaio è
di 10-15 cm e per le travi principali di 25-30 cm. Al riguardo sono
indicate anche le molte soluzioni di capochiavi legati alle travi che hanno
l'onere di creare un collegamento orizzontale tra i muri portanti e di
consentire una reciproca collaborazione tra gli stessi in caso di sisma.
Per inchiodare i tavolati di poco pregio sopra le travi si impiegavano
chiodi detti "da tavolati" provvisti di fusti a sezione quadrata e con testa
schiacciata quasi rotonda. Sui solai di maggior valore erano messi in
opera chiodi chiamati "punte di Parigi" a fusto cilindrico, lunghi almeno
due volte e mezzo lo spessore delle tavole da inchiodarsi. Le loro teste,
che erano meno ampie di quelle precedentemente descritte, si facevano
penetrare nel legname spingendole oltre la superficie del tavolato e
riempiendo di mastice il vuoto da queste lasciato.
Interessante è il racconto delle finiture che venivano curate dopo la
chiodatura. Nel sito dove era inserito il chiodo, era praticata, con uno
scalpello, una piccola tacca profonda qualche millimetro per adattarvi la
testa. In seguito questo vano veniva riempito con un "tappo" di legno
infilato a forza.
Discorso a parte va fatto per le cosiddette "impalcature alla Sebastiano
Serlio"(figg. 10-11-12), celebre architetto nato a Bologna nel 1518 e
morto a Parigi nel 1532.

65
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Figg. 10-11-12:
Tipologie alla “Sebastiano Serlio”

Questo sistema era caratterizzato


dal fatto che le travi principali, corte,
tanto da non poter arrivare a poggiare
su entrambi i muri portanti perimetrali,
reggendosi solo con un'estremità su
questi ultimi e sostenendosi
mutuamente, esercitavano l'una
rispetto all'altra la funzione dei Fig. 10
traversi.
Nella maggior parte dei casi questa
disposizione assumeva anche una
gradevolezza architettonica, al punto
che l'orditura era lasciata in vista
previa squadratura delle travi.
La punteggiatura circolare sulla
pianta della figura 10 indica che questa
struttura poteva essere utilizzata anche
per coperture di spazi tondi.
La figura 11 rappresenta la pianta di Fig. 11
una tessitura portante che segue i
canoni alla "Serlio" ma secondo una
disposizione degli elementi a forma
triangolare. Questo metodo utilizzava
solo tre travi maestre corte con
appoggio sul muro per un estremo e
congiunte mutuamente tra di loro.
Anche qui le travi secondarie si
reggevano per un'estremità su quelle
principali e, per l'altra sui muri
portanti. Il triangolo centrale era
occupato da travicelli combinati nella Fig. 12
66
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

stessa maniera delle travi principali.


La figura 12 rappresenta ancora
un'orditura dello stesso genere della
precedente, nella quale cinque travi
convergevano verso il centro del solaio
dove si sostenevano mutuamente
formando un vuoto pentagonale
occupato da cinque travicelli. Questo
sistema poteva essere aumentato nel
Fig. 13: Rappresentazione attuale
numero degli elementi principali a
del solaio alla Sebastiano Serlio
seconda della necessità.
Per questo solaio venivano
adoperate travi con sezione di base
molto inferiore all'altezza e ciò per
eseguire buone congiunzioni che
evitassero l'uso di una staffatura di
ferro potente che avrebbe soprattutto
impedito la decorazione dei soffitti.
Rondelet propone il seguente
dimensionamento:
H = 1/18 L , se le travi portano uno
o due elementi di riempimento; Fig. 14: Solaio composto da due travi
H = 1/18 L , più tre linee (3x0,2 di spina che sorreggono ulteriori
cm) per i travetti portanti se su di essi orditure primarie ad esse ortogonali,
convergono più di due travi (figg. 13- con l’ausilio di collegamenti in ferro
14-15).
Per raggiungere un grado di
rigidezza maggiore Rondelet indica di
rinforzare le connessioni tra le travi
con fasce metalliche (incassate per
tutta la loro grossezza) e fermate con
viti a "testa increspata". Fig. 15: Particolare costruttivo di
Emy suggerisce di evitare incastri tra strutture primarie e
fasciature metalliche che potrebbero secondarie

67
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

inibire le decorazioni dei soffitti anche se poi non esclude l'uso dei chiodi
e delle viti.

Nella seconda metà dell'Ottocento, ormai in epoca di conferma


dell'uso del ferro nelle strutture portanti, i giudizi su questi tipi di solaio
cominciano a contenere dubbi (Rossi) in particolare riguardo alla loro
eccessiva elasticità, arrivando a giustificarne l'uso ai soli casi legati alla
indisponibilità di legname di lunghezza adeguata.

Proprio Rossi raccomanda di rinforzare l'estradosso dei solai con


doppio tavolato incrociato, fornito di scanalature e intensamente chiodato
alle strutture sottostanti.

68
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.1.2 GLI STUDI SULLE TECNICHE DI ANCORAGGIO ALLA MURATURA

I trattati scientifici della seconda


metà dell'Ottocento cominciano a
specificare con rigore dottrinale i
dettami costitutivi dei capochiavi di
ferro che formavano il collegamento
dell' orditura principale del solaio con
la muratura portante perimetrale.

Le figure 16-17-18 mostrano i


Fig. 16: Capochiave a piastra capochiavi e i diversi sistemi di
circolare con foro centrale fissata da ancoraggio: il primo a piastra
vite e bullone
circolare con foro centrale fissata da
vite e bullone; il secondo a forcella
che abbraccia la trave e fuori esce dal
muro con la chiave, posta in tensione
mediante cunei o biette; il terzo
rappresenta un ancoraggio di modesta
efficacia, ottenuto con un ferro piatto
posto sotto la trave e ad essa chiodato
e inserito nelle murature con una
Fig. 17: Capochiave a forcella grappa di limitata lunghezza.
ancorato alla trave del solaio e posto
in tensione mediante cunei o biette

Fig. 18: Ancoraggio di modesta


efficacia ottenuto con ferro piatto
posto sotto la trave e inserito nelle
murature perimetrali con una grappa
69
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Figg. 19-20: Tecniche di ancoraggio alle murature


(a sinistra) Ancoraggio delle travi principali alle murature portanti ottenuto con
capochiave inserito all’interno di queste ultime, collegato all’estradosso della chiave
(a destra) Capochiave esterno per ancoraggio della trave del solaio ad esso collegata
con un piatto di ferro fissato lateralmente

Un ulteriore modo di ancoraggio delle travi principali alle murature


portanti è riportato nelle figure 19 e 20. La prima propone un capochiave
immesso nella muratura e un ferro piatto posto all'estradosso della trave;
l'altra rappresenta il sistema con capochiavi collocato all'esterno e tesato
con i cunei.
Un modo per ancorare con
metodi più moderni le travi alle
strutture portanti è riportato
nelle figure 21-22-23-24-25: la
trave non era inserita
all’estremità ma poggiava su
mensole il cui scopo talvolta
era anche quello di ottenere un
collegamento tra
orizzontamento e muratura.

Fig. 21: Ancoraggio moderno delle travi alle


strutture portanti ottenuto con una piastra
fissata alla parete con quattro barre filettate e
altrettanti capochiavi
70
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 22: Riproduzione della tecnica di Fig. 23: Riproduzione della tecnica di
appoggio delle travi dei solai, mediante appoggio dei solai, ottenuta mediante
una trave continua fissata alla muratura una trave continua fissata alla
con ancoraggi di barre filettate e fasce muratura con ancoraggi di barre
di ferro. filettate e piastre di ferro.

Fig. 25: Particolare del sistema


Fig. 24: Riproduzione assonometria costruttivo di cui alla figura 23, con
della tecnica di appoggio di cui alla individuazione della piastra di
figura 23. ancoraggio esterna.

La figura 21 riguarda un sistema molto elaborato, ma efficace, basato


sulla posa in opera di una piastra, forse di ghisa, che veniva ancorata alla
parete per mezzo di quattro barre filettate e altrettanti capochiavi
costituiti ancora da piastre, quest'ultime messe sull'altra faccia della
muratura, una per ogni coppia di barre.

71
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Un tipo di ancoraggio ancor più evoluto è indicato nelle figure 26-27-


28: la trave veniva intagliata alle estremità per essere immessa in una
cuffia di ghisa ad essa resa solidale per mezzo di un perno o bullone.

Fig. 26: Riproduzione della tecnica di Fig. 27: Riproduzione della tecnica della
collegamento trave-muratura mediante tecnica di cui alla figura 26 – Spaccato
l’incapsulamento della testata della assonometrico
trave in una cuffia in ghisa.

Fig. 28: Riproduzione del sistema


costruttivo di cui alle figure 26-27 –
Assonometria esplosa

72
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

In questa sintesi dei tipi di collegamento delle travi alle murature non
poteva mancare una citazione allo studio di Leonardo da Vinci
sull'utilizzazione per il legno del sistema delle "ulivelle", sistema usato,
anticamente, per l'ancoraggio, il trasporto e la posa in opera dei blocchi
lapidei. Si ricorderà che le "ulivelle" erano apparati di ferro per
agganciare e sollevare i blocchi di pietra, la cui riscoperta moderna viene
attribuita dal Vasari al Brunelleschi che, in un viaggio a Roma, sarebbe
stato influenzato dalle buche sottosquadro lasciate sui blocchi. Leonardo
utilizzò lo stesso principio per realizzare efficaci dispositivi di
ancoraggio delle testate di travi di legno sottoposte a trazione.

Fig. 29: Dispositivi di ancoraggio delle testate di travi di legno, sottoposte a trazione,
ideati da Leonardo da Vinci, mediante l’applicazione del sistema delle “livelle” dal
lapideo al legno.

73
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Risultano interessanti, per il


collegamento delle travi nel
piano, le sezioni contenute
nelle figure 30-31-32.

Il primo tipo (fig. 30) è


costituito da staffe di ferro di Fig. 30: Collegamento tra una trave di solaio
prolungamento della trave, e una mensola di appoggio del solaio attiguo,
collegate con dado e piastra mediante staffe di ferro collegate con dadi e
piastre.
alla mensola di appoggio del
solaio attiguo.
Il secondo (fig. 31) prevede
il collegamento delle travi
portanti i solai limitrofi, se-
parati da muri, ottenuto per
mezzo di elementi di ferro
Fig. 31: Collegamento delle travi portanti ai
piatti. Ultimo tipo, quello in solai limitrofi, per mezzo di elementi di ferro
figura 32, è tradizionalmente piatti.
comune e riguarda il vincolo
della testa della trave al
capochiave esterno all'edificio.

Fig. 32: Ancoraggio della testata di una


trave al paramento esterno mediante
capochiave.

74
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2 CLASSIFICAZIONE TIPOLOGICA PER AMBITI GEOGRAFICI

La classificazione geografica, e quindi la collocazione spazio-


temporale delle tipologie più diffuse, costituisce un approccio analitico di
fondamentale importanza. Il riconoscimento tipologico del solaio da
recuperare consente, infatti, l’individuazione dello schema statico
corrispondente e quindi una corretta valutazione sulle metodologie di
intervento più appropriate, innescando una vera e propria corrispondenza
tra tipologia geografica e tecnica di intervento.
Entrando nel merito delle tipologie analizzate, si è tentato di
individuare una corrispondenza univoca tra “luogo” e “tipologia
costruttiva”. Tuttavia non è difficile incontrare, in regioni limitrofe,
tipologie costruttive analoghe e ciò in quanto venivano impiegati
architetti e/o maestranze non del luogo specifico in cui si effettuava
l’intervento, bensì provenienti dalle regioni confinanti. Per questo
motivo, in alcuni casi, veniva adottata la tecnologia abituale per il mastro
d'opera anche se estranea alle consuetudini strettamente locali. Ne è
dimostrazione, ad esempio, l'eterogeneità degli apporti esterni (culturali,
tecnologici, materiali) che finivano per confluire presso grandi città quali
Roma, portando con sé esperienze locali.
All’interno delle singole realtà locali, inoltre, si riscontrano ulteriori
sottocategorie dettate da diverse esigenze economiche e funzionali. Le
tipologie napoletane, ad esempio, variano dal rustico solaio “a
panconcelli”, a quello più elaborato “con tavolato”. Il solaio romano di
“mezzanino” documenta, ad esempio, una soluzione più economica
risolta in chiave strettamente funzionale, priva cioè delle attenzioni a
livello decorativo e della ricchezza materiale degli elementi componenti
che caratterizzano la riproposizione della stessa tipologia, aulica al piano
nobile, più essenziale nei piani destinati alla servitù. Il solaio “di
mezzane” inoltre, tipico dell’edilizia umbra-toscana, è presente anche a
Roma.

75
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Solai a orditura semplice e a orditura composta

Prima di prendere in esame alcune delle tipologie italiane più diffuse,


è opportuno sintetizzare in due macro-tipologie i solai tramandateci dal
passato. Da esse discendono tutte quelle poi adottate nei vari contesti
territoriali che in seguito si analizzeranno: i solai ad orditura semplice ed
i solai ad orditura composta. I solai a orditura semplice sono costituiti
dalla struttura portante (travi) che sostiene direttamente l’impalcato
(tavolato, laterizi, ecc.). Venivano realizzati nel caso in cui la luce
minore, dell’ambiente da coprire, era minore o uguale a 4 metri. Quando
si dovevano coprire ambienti la cui luce minore superava i 4 metri, si
ricorreva alla tipologia “a orditura composta”: si divideva la campata
maggiore in tratti minori (variabili a seconda della tipologia e delle
sezioni di trave disponibili). Sull’orditura principale venivano poggiati i
travicelli, posti in opera ad assi sfalsati oppure ad assi coincidenti. Su
questi ultimi veniva fissato l’impalcato.

Fig. 33: Solaio a orditura semplice Fig. 34: Solaio a orditura composta

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 35: Solai a orditura semplice

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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 36: Solai a orditura composta

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.1 Solaio romano: “rustico alla senese”


La tipologia analizzata si riferisce ad un solaio “alla senese” (tipico
dell’area romana) realizzato quale “mezzanino” di bottega (risalente al
XVII sec.).
Si tratta di un solaio a orditura composta, con una trave “maestra”
centrale, rustica, a sezione troncoconica, con diametro variabile dai 30 ai
20 cm circa ed una luce netta di circa 7,00 metri. L’orditura secondaria è
costituita da travicelli “riquadrati” (di recupero) e “rustici” a sezione
variabile (8x10÷12cm), con una luce netta di circa 2,50 metri ed un
interasse di circa 40cm. L’impalcato è costituito da “scempiato” in
mezzane di laterizio, con superiore massetto di allettamento e mattonato.

Fig. 37: Solaio rustico “alla senese” – pianta delle orditure


79
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 38: Solaio rustico “alla senese” – particolari costruttivi

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.2 Solaio romano: alla “alla senese dipinto a cassettoni”


La tipologia analizzata si riferisce ad un solaio di un palazzo nobiliare
romano (seconda metà del XV sec.). La struttura, a orditura composta, è
realizzata con travi principali di larice, squadrate, con sezione di
40x30cm circa, ed una luce netta di circa 8 metri. L’orditura secondaria è
composta da travicelli riquadrati (8x12 cm circa) ed una luce netta di
2,50 metri circa. Sono presenti inoltre travi di bordo, a sezione trapezia,
delle dimensioni di circa 40x20cm. Le travi di bordo sono sostenute,
nella mezzeria, da mensole rompitratta in pietra calcarea. La tipologia è
inoltre caratterizzata dalla presenza di modiglioni lignei intagliati e da
bussole (elementi inclinati che caratterizzano l’intradosso).
Il pavimento è realizzato in pianelle di laterizio, dipinte nella parte
inferiore, in modo da simulare un cassettonato. L'orditura principale è
costituita da quattro grosse travi di larice, riquadrate e prismatiche (non
rastremate), e da due travi di bordo lavorate a squadro solo sui lati in
vista. L'orditura secondaria è costituita da travicelli non proprio
ortogonali alle travi ma tutti paralleli tra loro e alle pareti lunghe. Infatti,
a tal riguardo, l'impiego dei laterizi vincola decisamente la disposizione
della piccola orditura.

Fig. 39: Solaio alla “senese dipinto a cassettoni” 81


Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

La presenza delle travi di bordo, abituale tra i solai toscani, si riscontra


anche a Roma in molti esempi, soprattutto in edifici di una certa
importanza, ma non è propria del solaio alla romana.
Ogni appoggio è corredato di mensola intagliata e decorata. Tutte
sono omogenee per forma e dimensioni con l'eccezione della mensola
passante, individuata nella pianta delle orditure.
Gli elementi di finitura del solaio sono costituiti solo dal bastone di
dimensioni assai ridotte, tali da farlo considerare quasi un coprigiunto, e
dalla bussola obliqua.
I laterizi sono disposti
con una discreta regolarità
ma con qualche sfalsamento
nella zona centrale; questa
osservazione avvalora
l'ipotesi che il manto
laterizio fosse fin
dall'origine destinato ad
essere stuccato e scialbato
all'intradosso. In effetti
questo solaio deve la
ricchezza del suo aspetto
oltre alle grandi dimensioni
dell' ambiente, le cui pareti
erano fastosamente
affrescate con prospettive
illusionistiche, soprattutto
alla decorazione pittorica
che ricopre sia i legni che lo
scempiato laterizio.

Fig. 40: Solaio alla “senese dipinto a cassettoni” – Particolari costruttivi

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 41: Solaio alla “senese” dipinto a cassettoni – Particolari costruttivi


83
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

2.2.3 Solaio romano: “a cassettoni”


Il solaio a cassettoni (seconda metà del XVII sec.), pur richiamando
per tipologia gli esempi precedenti, si caratterizza per una maggiore
ricercatezza delle rifiniture. Si evidenzia in tal modo la possibilità di
declinazioni particolari che, pur nell'ambito dello stesso tipo costruttivo,
caratterizzano e definiscono il modello in circostanze ed epoche anche
assai diverse. In altre parole, si intende evidenziare la possibilità di
personalizzazioni e particolarizzazioni che possono caratterizzare
l'elemento costruttivo e nel contempo si documenta la capacità di
permanenza temporale e di adattamento del tipo stesso che, pur
mantenendo il timbro, assume specifiche tonalità formali. Riflessione che
ne induce ulteriori sulle possibilità di scelte progettuali le quali, nell'
ipotesi di eventuali sostituzioni o riproposizioni, consentano, con
specifiche e attualizzate soluzioni del dettaglio della finitura, di
mantenere armonia col contesto e piena riconoscibilità formale.
L'orditura primaria del solaio analizzato, è costituita da una sola trave
portante foderata. I travicelli, piallati a spigoli vivi, hanno una sezione
tendente al quadrato.
La finitura formale appare piuttosto raffinata e completa di doppia
bussola, modanata sotto e squadrata sopra, bastone liscio, bastone
inferiore (ridotto a coprigiunto e conformato a fuseruoli), fascia verticale
rifinita con teoria di perline e controfascia. La stessa decorazione
applicata alla trave è estesa a tutto il perimetro senza soluzione di
continuità, grazie anche alla presenza della bussola squadrata che simula
il travicello. Sulla trave la controfascia diventa fodera verticale e la
commessura con la fodera orizzontale è nascosta dal regolo; la
modanatura di questo risvolta in corrispondenza dell'intersezione col
muro.
In sostanza il solaio a cassettoni riflette nella completezza dei dettagli
il gusto dell' epoca in cui è stato realizzato (seconda metà XVII secolo) e
l'evoluzione ormai raggiunta dal solaio alla romana, i cui elementi
componenti appaiono definitivamente risolti in un complesso
razionalizzato e canonizzato anche negli elementi di caratterizzazione
formale.

84
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

L’esempio analizzato è composto da travi principali rustiche e


foderate (30x20cm circa), con una luce netta di circa 4,50 circa.
Travicelli riquadrati (9x8cm circa) con un interasse di 52cm. Tavolato di
2,5x30 cm circa.

Fig. 42: Solaio “a cassettoni” - pianta delle orditure

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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 43: Solaio romano a “cassettoni” – Particolari costruttivi

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.4 Solaio umbro-toscano (con impalcato in laterizio)


L'edilizia umbra è caratterizzata da tipologie costruttive comuni a
tutta l'area del centro Italia e per quanto riguarda solai e tetti si distingue
per l'uso combinato di legno e laterizio.
L’esempio analizzato ha una tipologia a orditura composta,
caratterizzata da una doppia orditura di travi e travicelli; quella principale
prevede interassi variabili fra 1.20 e 1.80 m, mentre la struttura
secondaria è caratterizzata da un passo regolare di circa 33-35 cm,
corrispondente alla dimensione media dei laterizi sopra appoggiati;
questi, accoppiati con giunti di malta di spessore contenuto, costituiscono
il piano di posa della sovrastruttura.
Le dimensioni comuni dei laterizi utilizzati per la costruzione dei solai
sono di cm.32,5 x 16,5 x 4.00 , pertanto l’interasse del travicelli di 33 cm
garantisce un appoggio adeguato con un giunto di malta di circa 1 cm.
La sovrastruttura comprende il massetto, costituito tradizionalmente
da un battuto di detriti sciolti, lo strato di allettamento in malta di calce e
sabbia e la pavimentazione di pianelle.
I laterizi, che assumono la denominazione di «mezzane» (perché di
spessore intermedio fra quello delle pianelle utilizzate per le
pavimentazioni e quello dei mattoni ordinari adatti per la muratura), sono
sottoposti ad un significativo sforzo di flessione, essendo appoggiati alle
estremità sull' orditura lignea secondaria.
Nelle strutture dei tetti, sottoposti a carichi meno rilevanti, si
utilizzano invece le pianelle, più leggere e comunque in grado di
sostenere il peso del manto di copertura.

87
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 44: Solaio umbro-toscano, a doppia orditura con impalcato di mezzane in laterizio

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.5 Solaio umbro-toscano (con impalcato in tavolato di


legno)
È un’altra tipologia costruttiva tradizionale, molto diffusa in area
umbro-toscana, ma riscontrabile anche nell'edilizia romana, prevede
anch'essa una doppia orditura lignea, con la variante del tavolato in
sostituzione del manto in laterizi. Si tratta di una tipologia simile a quella
romana detta «a regolo per convento», cosiddetta perché l'intradosso è
caratterizzato da “regoli” che coprono le commessure fra le tavole.
In questo caso l'interasse dei travicelli varia dai 45 cm ai 50 cm e non
risulta condizionato dalla dimensione dei laterizi, quanto dallo spessore
delle tavole ordite in senso ortogonale.
La giuntura fra le tavole viene nascosta da regoli coprifilo che
caratterizzano il soffitto sotto l'aspetto estetico e proteggono l'intradosso
dallo sfarinamento del massetto sovrastante. I giunti di malta fra le
mezzane invece sono destinati a rimanere in vista e solo raramente viene
applicato l'intonaco sull' intradosso.
I solai di mezzane presentano generalmente un aspetto più rustico
rispetto a quelli di tavole, ma si prestano comunque ad ambienti di
pregio, con opportune varianti rispetto al tipo base caratterizzato da un'
estrema semplicità costruttiva.
Le soluzioni più raffinate mostrano travi con ricchi apparati decorativi
di cornici, fodere (spesso utilizzate per regolarizzare la forma delle travi
maestre, ma sono sconsigliate perché non ne permettono un facile
controllo ai fini della manutenzione) e modanature che ne migliorano
l'aspetto estetico, ma non sempre incidono sulle qualità statiche.

89
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 45: Solaio umbro-toscano, a doppia orditura con impalcato di tavole

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.6 Solaio rustico umbro-toscano (edilizia minore)


Nell'edilizia minore si riscontrano invece soluzioni più rustiche ma
con interessanti accorgimenti costruttivi, come le travi di bordo e le
mensole d'appoggio, che garantiscono una migliore configurazione
strutturale.
In particolare le travi di bordo permettono di evitare l'appoggio
precario dei travicelli sul muro, tuttavia presentano un difetto nel
mostrare il profilo della deformata a raso parete, richiedendo
l'inserimento di mensole rompitratta.
I solai di tavole e di mezzane evidenziano la stessa gerarchia
strutturale, ma i primi garantiscono migliori prestazioni nella ripartizione
delle azioni orizzontali, in relazione alle connessioni realizzabili tramite
il tavolato; il manto di laterizi invece presenta il vantaggio di una
maggiore compatibilità con le caratteristiche del massetto, comunemente
realizzato con battuto di detriti sciolti.

Nell'edilizia minore degli isolati a schiera questo tipo di


orizzontamento è molto diffuso; la dimensione media delle cellule
murarie, caratterizzate da fronti piuttosto stretti e da un prevalente
sviluppo in profondità, impone un sistema di orditura parallelo alla
facciata (nelle cellule d'angolo il solaio ordito parallelamente al fronte
trattiene la parete di testa ma non offre un vincolo efficace per quella di
facciata, dove sono i travicelli dell'orditura secondaria a contrastare il
ribaltamento).
Questa configurazione è svantaggiosa per le pareti esterne esposte al
rischio di ribaltamento, che ricercano negli orizzontamenti i vincoli
necessari a contrastare l'azione sismica ortogonale; con le travi maestre
ordite contro la parete di facciata sarebbe possibile realizzare connessioni
molto più efficaci.

91
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 46: Solaio umbro-toscano, tipo di solaio rustico


(l’esempio riportato si riferisce ad un intervento di consolidamento)

92
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Figg. 47-48: Solaio umbro-toscano, tipo di solaio rustico (oggetto di un intervento di


consolidamento) – particolare della mensola

93
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

2.2.7 Solaio “di mezzane” (edilizia corrente umbra)


I solai lignei dell'edilizia corrente umbra possono essere sia a orditura
semplice che a orditura composta. Nel primo caso, sono semplici
orizzontamenti costituiti da travi ed assito, in uso prevalentemente nelle
costruzioni rurali di servizio; in genere le travi sono rustiche, appena
sbozzate, di forma irregolare, fitte, non sempre disposte con il lato
maggiore verticale, come richiede la razionalità. Sono frequenti le
deformazioni delle travi e delle tavole.
I solai di maggiore diffusione sono costituiti invece da travi principali,
travi secondarie ed assito con o senza sottofondo di materiali di scarto
sciolti; si osserva talvolta la presenza di travi rompitratta, di legno
anch'esse, o, con maggiore frequenza, di profilato metallico (di più
semplice approvvigionamento e posa in opera, più leggero), da leggersi
sempre, salvo rare eccezioni, come intervento successivo di
consolidamento. Hanno massetto e pavimento in cotto o graniglia.
Quelli con sottofondo in materiali leggeri sciolti hanno listello
coprifilo intradossale sulla connessura delle tavole; sono denominati a
regolo di convento in area
romana. Sono anche
denominati, impropriamente, a
cassettoni, per la forma a
riquadro, di altezza irregolare
però, che si determina tra le
travi secondarie e i listelli.

Fig. 49a: Solaio di “mezzane”


(edilizia umbra)
- pianta dell’ordito

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 49b: Solaio di “mezzane” (edilizia umbra)


- particolari in sezione

95
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

2.2.8 Solaio marchigiano (edilizia rurale)


Il solaio intermedio aveva, originariamente, sempre un ordito
principale costituito da travi di legno, poco lavorate, disposte ad un
interasse di poco inferiore al metro; l'ordito secondario, invece, poteva
essere o con tavolato in legno oppure con "filetti" di legno e "pianelle"; i
"filetti" di legno, larghi in genere otto centimetri ed alti quattro, hanno un
interasse di circa trenta centimetri e sostengono le "pianelle" in laterizio
aventi dimensioni variabili da zona a zona, ma normalmente lunghe
trenta centimetri, larghe quindici e spesse tre.
Le pianelle, con una sigillatura spesso precaria, costituivano poi anche
il pavimento del piano superiore, mentre sul tavolato veniva quasi sempre
realizzato un pavimento in mattoni o pianelle; è evidente che il solaio con
tavolato garantiva una migliore separazione fra piano terra e primo piano
e quindi migliori condizioni igieniche.

96
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.9 Solaio lombardo


Appartenente alla tipologia “a orditura composta”, è caratterizzato da
grosse travi maestre (delle dimensioni di circa 30x40cm per una luce di
circa 7 metri) poggianti su mensole intagliate, e da una fitta orditura
secondaria di travicelli (delle dimensioni di circa 8x10cm) posti ad un
interasse di circa 40cm, anch’essi poggianti su mensole più piccole.
Sull’orditura secondaria sono apposti i regoli e i controregoli (per
sigillare le commessure), che danno l’idea di una decorazione a
cassettonato. Su questi ultimi poggia il tavolato.

Fig. 50: Solaio lombardo - schema dell’orditura


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Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 51: Solaio lombardo - veduta intradossale

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Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

2.2.10 Solaio napoletano “a panconcelli”


È un solaio ad orditura semplice. La tipologia analizzata (seconda
metà del XIX sec.) è particolarmente diffusa nel territorio napoletano e
campano ma che si riscontra frequentemente anche nell’edilizia rurale
dell’Italia Meridionale.
Il fattore principale, che conferiva particolare convenienza a tale
tipologia costruttiva (sia in termini economici che in termini di rapidità di
esecuzione), era costituito dalla minore lavorazione cui erano soggetti gli
elementi costitutivi del solaio (orditura principale e secondaria).
Le travi in legno castagno, infatti, venivano solamente scortecciate e
piallate superficialmente. Allo stesso modo, i panconcelli (che
costituivano la struttura secondaria), ricavati da travicelli di castagno
spaccati nella direzione longitudinale, venivano lavorati in maniera
alquanto grossolana, e dimensionati a seconda dell’interasse dell’orditura
principale. Direttamente sui panconcelli veniva realizzato il sottofondo
del calpestio, generalmente in battuto di lapillo.
Le travi, generalmente con sezione di circa 20÷24 cm di diametro,
avevano una forma tipicamente tronco-conica, a sezione leggermente
variabile; per questo motivo venivano disposte secondo direzioni
alternate, in modo da conferire al solaio una resistenza uniforme ed
omogenea. I panconcelli erano ricavati da travicelli di circa 8÷10 cm di
diametro.

99
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 52: Solaio napoletano “a panconcelli”


100
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 53: Solaio napoletano “a panconcelli” – Particolari costruttivi


101
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

2.2.11 Solaio napoletano “con ginelle”


È un solaio ad orditura semplice. Può essere considerato come una
rielaborazione più complessa del solaio “a panconcelli”. Il solaio “a
ginelle” si contraddistingue per la presenza di elementi “rompitratta” in
legno (detti appunto “ginelle”), disposti ortogonalmente all’orditura
principale delle travi in castagno. Le ginelle sono travicelli in castagno di
circa 10cm di diametro, sovrapposte alle travi principali. Sui panconcelli
viene disposta una ulteriore orditura (detta oscuramento) per impedire la
fuoriuscita di terriccio tra le sconnessure dei panconcelli stessi.

Fig. 54: Solaio napoletano “con ginelle” – Spaccato assonometrico

102
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 55: Solaio napoletano “con ginelle” – Particolari costruttivi


103
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

2.2.12 Solaio napoletano “con tavolato”


È una tipologia a orditura semplice. La tipologia si differenzia da
quelle esaminate in precedenza, per lo stesso ambito geografico, perché
gli elementi che compongono il solaio (travi principali ed elementi di
riempimento) sono squadrati. La sezione delle travi, sempre in legno
castagno, ha dimensioni di circa 15x20cm. Sono disposte ad un interasse
di circa un metro. Il riempimento è costituito da un tavolato, in legno
castagno, composto da elementi aventi dimensioni generalmente di
8x100x3 cm, che, grazie alla loro regolarità, garantivano una ottimale
aderenza fra le sconnessure, rispetto ai più “grezzi” panconcelli.

Fig. 56: Solaio napoletano “con tavolato”

104
Capitolo 2° - Classificazione tipologica storico-geografica dei solai in legno

Fig. 57-58: Solaio napoletano “con tavolato”


Particolari costruttivi 105
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

2.2.13 Solaio “alla veneziana”


Rientra nella tipologia “a orditura semplice”. Questo solaio è
caratterizzato dalla posa dell'assito in direzione parallela a quella dei
travetti portanti, posti ad un interasse di circa 25cm. Questo tipo di
solaio, caratterizzato da un tavolato regolare e squadrato, garantisce una
migliore conservazione dell'assito, senza la caduta di particelle di piccola
granulometria passanti tra gli interstizi delle tavole.
Rispetto alle tipologie del Centro-Sud, le travi principali (in questo
caso i travetti) sono più numerosi e ravvicinati e, pertanto, di dimensioni
inferiori (circa 6x10cm).

Fig. 59: Solaio alla veneziana

106
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Capitolo 3°
IL QUADRO DELLE CONOSCENZE: LA FASE ANALITICA, I
RILIEVI E LE INDAGINI DIAGNOSTICHE

3.1 L’APPROCCIO DIAGNOSTICO

Un corretto intervento di recupero non può prescindere da una idonea


ed esauriente indagine analitica, diagnostica e di rilievo, sia del
manufatto ligneo sia del sistema strutturale che lo ingloba.
La corretta valutazione dello stato di conservazione di un sistema
ligneo (degli elementi, delle loro connessioni, dei collegamenti alla
struttura portante, ecc.) consente una idonea valutazione circa le
metodologie di intervento più appropriate.
Obiettivo primario della fase analitica è la determinazione qualitativa
e quantitativa delle caratteristiche della struttura lignea, quale sub-
sistema interagente con le altre parti dell’edificio, attraverso un processo
di scomposizione delle sue parti costitutive e del corrispondente schema
statico-strutturale.
La fase determinante del processo di valutazione è quella della
diagnosi, grazie ai cui risultati si perviene ad un giudizio oggettivo ed
attendibile sullo stato della struttura.
L’attività analitica si articola nella fase di rilevamento e nella fase di
indagine diagnostica.
Nella prima fase vengono effettuati tutti i rilevamenti metrici tesi a
conoscere le caratteristiche dimensionali del manufatto ligneo nonché
della struttura portante di supporto, al fine di stabilire il corretto
dimensionamento dei singoli elementi in relazione ai carichi agenti ed
alle normative vigenti. Questa fase risulta determinante al fine di
comprendere ed individuare la tipologia “geografica” di appartenenza.
La seconda fase, “indagine diagnostica”, consiste nel complesso di
operazioni, che si effettuano direttamente sul materiale, preferibilmente
di tipo “non distruttivo”, cioè senza provocare danni alla struttura lignea

107
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

né alle strutture o alle altre parti non strutturali collegate (murature,


rivestimenti, decori, ecc.).
L’indagine diagnostica ha come scopo prioritario quello di conferire
validità scientifica ed affidabilità alla progettazione del restauro,
attraverso la determinazione oggettiva di molteplici caratteristiche quali:
- specie legnosa e qualità meccanica originaria del legno;
- localizzazione ed estensione del fenomeno di degrado, e sua possibile
evoluzione nel tempo;
- sezione resistente residua.

Notevoli progressi sono stati fatti in campo scientifico per quanto


concerne la valutazione degli elementi strutturali lignei in opera. Tuttavia
uno dei risultati più importanti emersi è che, nel caso del legno, a
differenza degli altri materiali tradizionali, nessuna tecnica di indagine
strumentale può attualmente sostituire l’osservazione visiva diretta. Le
tecniche di indagine strumentale vanno perciò considerate in funzione
complementare all’ispezione visiva e devono possedere come
prerequisito comune quello di essere non distruttive.
Numerose sono le tecniche di indagine strumentale proposte e studiate
a livello sperimentale ma solo una minima parte di esse ha dato
dimostrazione di pratica applicabilità nelle condizioni di cantiere.
L’approccio diagnostico si articola essenzialmente nelle seguenti fasi:
1) ispezione visiva
2) analisi strumentali
3) elaborazione e restituzione dei dati e dei risultati.

Tali fasi si succedono sia secondo un ordine logico sia secondo un


ordine temporale. Le fasi 1 e 2 sono le più critiche in quanto, svolgendosi
direttamente in cantiere, dipendono anche dalle condizioni di
accessibilità e visibilità delle strutture. La qualità e l’affidabilità
dell’indagine, la sicurezza degli operatori e i tempi di lavoro richiesti
dipendono infatti, oltre che dalla tipologia e dalle caratteristiche della
struttura, anche dalle condizioni di cantiere. Talvolta è necessario
realizzare idonee opere accessorie (ponteggi, puntellamenti, svellimenti,
108
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche
rimozioni, ecc.) per consentire il raggiungimento di ogni parte della
struttura, in condizioni di efficienza e sicurezza. Spesso, inoltre, è
richiesta anche una operazione preliminare di pulizia delle strutture, non
solo per motivi igienici ma anche per consentire la piena visibilità degli
elementi.
Di seguito viene fornita una breve descrizione di ciascuna delle fasi.

3.2 L’ANALISI DEL DEGRADO STRUTTURALE

L’ispezione diretta (visiva) costituisce il primo, indispensabile,


approccio diagnostico per valutare lo stato di conservazione delle
strutture lignee.
Dall’indagine diretta è possibile risalire ad una serie di informazioni
utili circa lo stato di conservazione del manufatto ligneo, quali:
a) l’identificazione della specie legnosa;
b) la individuazione dei difetti (nodi, cipollature, ecc.);
c) la diagnosi del degrado strutturale (rotture, deformazioni della trave,
ecc.);
d) la diagnosi del degrado biologico (attacchi di funghi, tarli, ecc.).

L’attività di diagnosi su un solaio in legno ha tra gli obiettivi prioritari


quello di fornire le necessarie informazioni per valutare il grado di
sicurezza della struttura nonché quello di stabilire i criteri più appropriati
per un intervento di conservazione.
L’identificazione della specie legnosa consente di risalire, una volta
individuata il tipo di essenza (conifera e latifoglia), agli standard di
resistenza previsti dalla normativa vigente in condizioni normali ed in
assenza di difetti e/o fenomeni di degrado.
Nel caso di presenza di fenomeni di degrado (di tipo strutturale e/o di
tipo biologico) l’intervento di recupero deve quindi mirare al ripristino
delle caratteristiche di resistenza iniziali dell’elemento ligneo.

109
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Le zone interessate alle possibili manifestazioni di degrado strutturale


sono:
- i pavimenti (l’estradosso dei solai);
- l’ordito (principale e/o secondario);
- i soffitti (l’intradosso dei solai).

L’analisi visiva dello stato di conservazione dell’estradosso del solaio


permette, infatti, di risalire, in maniera attendibile, alle cause di dissesto
in quanto le finiture estradossali (pavimenti, ecc.), in caso di dissesti del
solaio sottostante, si presenteranno esse stesse dissestate.

Dall’analisi delle manifestazioni di dissesto e/o degrado sui pavimenti


e sull’orditura portante del solaio, scaturisce la seguente macro-
classificazione (salvo poi individuare particolari manifestazioni in
relazione a casistiche specifiche):

- depressione dell’orditura portante;


- cedimento degli appoggi (delle travi e delle murature);
- degrado del materiale.

110
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche
3.2.1 La depressione dell’orditura portante dei solai:
localizzazione e tipo di manifestazioni

La depressione dell’orditura portante si manifesta con la perdita


(parziale o totale) di orizzontalità del piano del solaio e può interessare
sia l’orditura principale che quella secondaria (figg. 60-61).

Fig. 60: Depressione dell’orditura portante del solaio

111
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 61: Depressione dell’orditura portante secondaria (si nota la rottura del travetto)

Questo tipo di dissesto è riconducibile a fenomeni di tipo fisico


(fluage del legno) o di tipo meccanico. Il fenomeno del fluage del legno è
caratterizzato da notevoli deformazioni non elastiche della trave senza la
comparsa di lesioni. Gli effetti di tipo meccanico sono generalmente
riconducibili all’incremento dei carichi verticali permanenti gravanti sul
solaio, con la conseguente riduzione prestazionale, in termini di risposta
meccanica, delle travi. Queste ultime, caricate normalmente rispetto al
proprio asse, sono soggette a sollecitazioni di flessione e di taglio che le
deformano nel piano in cui agiscono i carichi.
La depressione dell’orditura portante dà luogo a manifestazioni lesive
sulle travi e sul pavimento. Le lesioni sulle travi possono essere
localizzate in mezzeria o sugli appoggi.

112
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche
a) Lesioni in mezzeria
Le lesioni in mezzeria sono generalmente caratterizzate da una tipica
manifestazione “a strappo” in corrispondenza delle fibre tese della trave.
Sono dovute al momento flettente “positivo” che pone in trazione le fibre
inferiori della trave. La frattura delle sezione della trave in mezzeria può
essere:
-ad andamento verticale, nello strato estremo delle fibre, per poi
seguire con un andamento longitudinale secondo il senso delle fibre;
-simile alla frattura di qualunque materiale fragile, ovvero la rottura in
corrispondenza delle fibre tese sino all’asse neutro.

Fig. 62: Esempio di rottura in mezzeria di una trave principale in legno


(si notano i segni dell’intervento successivo al dissesto, consistente nell’inserimento
di due travi affiancate)

113
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

b) Lesioni agli appoggi


Queste hanno generalmente un andamento verticale, decrescente
dall’alto verso il basso, per effetto di un momento flettente “negativo”
che pone in trazione le fibre superiori della trave; le lesioni sono
analoghe a quelle della sezione in mezzeria precedentemente descritte.
L’azione combinata dello sforzo di taglio e del momento flettente
“negativo”, dà origine a “fratture iniziali” all’estradosso della trave che
generalmente si propagano in senso longitudinale lungo le fibre.

Fig. 63: Lesione per sollecitazione di flessione e taglio all’appoggio di una trave
principale in legno

114
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Fig. 64: Esempio di lesione da taglio in prossimità dell’appoggio di travi in legno


rivestite da un cannicciato con intonaco in gesso decorato

Le manifestazioni di dissesto che si riscontrano sui pavimenti sono


dovute al cosiddetto “imbarcamento” causato dalla deformazione delle
travi. I pavimenti, nel seguire la deformazione delle travi, subiscono una
compressione che produce effetti quali la scheggiatura degli spigoli e la
sconnessione dei giunti.
Se alcune travi del solaio subiscono una deformazione maggiore di
altre, sul pavimento tale tipo di dissesto si manifesta con la comparsa di
lesioni parallele alle travi maggiormente deformate: queste lesioni hanno
generalmente un andamento decrescente dalla mezzeria delle travi verso
gli appoggi.
Quando il pavimento è realizzato in pianelle di laterizio (che
costituiscono anche l’impalcato del solaio) poggianti direttamente
sull’ordito, nelle zone di solaio maggiormente depresse può verificarsi la
loro fuoriuscita dalle sedi di appoggio.
115
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 65: Fuoriuscita di pianelle in laterizio dalle loro sedi di appoggio, a causa della
depressione dell’orditura portante del solaio

116
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche
3.2.2 Il cedimento degli appoggi: localizzazione e tipo di
manifestazioni

I tipi di dissesti causati dal cedimento degli appoggi possono


riguardare sia la testata della trave, sia le murature.
I dissesti degli appoggi delle travi sono direttamente legati alle
funzioni che questi devono espletare, ovvero:
-trasmettere i carichi delle strutture orizzontali a quelle verticali;
-realizzare un efficace collegamento tra i setti murari.

a) manifestazione del cedimento degli appoggi delle travi:


In prossimità degli appoggi le travi sono prevalentemente sollecitate a
sforzo di taglio; tale sollecitazione può causare lesioni a 45° visibili sui
lati della trave stessa. I controlli più immediati sullo stato e sulle
condizioni del materiale possono essere effettuati a vista (osservando se
ci sono macchie di colore diverso sul legno della trave) o percuotendo
con un martello diversi punti della trave. Qualora tali prove destino
incertezze, esistono prove strumentali scientificamente più attendibili
(resistograph, succhiello di pressler, endoscopia, ecc.).
Qualora ci fossero sospetti di umidità nelle murature o negli appoggi
(non sufficientemente areati) bisognerà rimuovere la muratura circostante
e controllare accuratamente le testate delle travi, avendo cura di
verificare l’ampiezza della sezione una volta rimosse le eventuali fibre
degradate. Anche qui, in caso di incertezza delle indagini visive, per una
maggiore attendibilità scientifica, può essere misurata l’umidità interna
del legno, tramite appositi rilevatori.

117
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 66: Esempio di lesioni iperboliche inverse dovute allo schiacciamento della
muratura a causa dei carichi concentrati trasmessi dalle travi dei solai in legno

118
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche
b) manifestazione del cedimento degli appoggi nelle murature:
La caratteristica manifestazione di questo tipo di dissesto è la lesione
“iperbolica inversa” dovuta allo schiacciamento del materiale murario
sotto l’appoggio della trave, causata da carichi concentrati.

Fig. 67: Esempio di lesioni iperboliche inverse

Un altro tipo di manifestazione, caratteristica del dissesto delle


strutture di elevazione, è causata dalla rotazione verticale degli appoggi
che fa seguire la traslazione anche alle travi portanti del solaio.
La traslazione verticale dei setti murari ed il relativo coinvolgimento
dei solai che su di essi poggiano, può manifestarsi in modi diversi:
- perdita di orizzontalità del solaio, quando la traslazione interessa tutta
la lunghezza del muro;
- lesioni longitudinali secondo l’orditura delle travi, visibili sul
pavimento del solaio, che risultano più larghe in prossimità del muro
traslato.

119
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 68: Lesione in


prossimità dell’apertura
di un arco di muratura

120
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Fig. 69: Lesione in prossimità dell’architrave di una finestra

Fig. 70: Lesione


in prossimità di un
controsoffitto in
“camorcanna” in
corrispondenza di
una finestra

121
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

3.3 L’ANALISI DEL DEGRADO BIOLOGICO - LOCALIZZAZIONE


E TIPO DI MANIFESTAZIONI

Le manifestazioni di degrado degli elementi lignei non sono


facilmente classificabili.
Tuttavia esse si possono classificare secondo il tipo di indagine che
viene effettuata per la loro valutazione e determinazione.
Le indagini per determinare il degrado biologico degli elementi lignei
possono essere di tipo:
- visivo;
- acustico;
- strumentale.

Il controllo visivo consiste nell’accertare se:


• vi siano fori di uscita di gallerie scavate da insetti;
• vi siano depositi di segatura che, al pari dei fori, indicherebbero un
attacco da parte di insetti;
• si rilevi la presenza di alterazioni cromatiche (generalmente grigio-
rosa), dovute alla distruzione delle sostanze cellulari del legno da
parte di funghi.

L’alterazione cromatica precede la formazione di tutta una serie di


fessurazioni ortogonali che danno origine al fenomeno della “carie a
cubetti”, così chiamato proprio per la struttura a parallelepipedi,
facilmente schiacciabili con la pressione delle dita, che la superficie del
legno assume.

122
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Fig. 71: Testata di una


trave in legno attaccata da
funghi

Fig. 72: Testata di una


trave in legno attaccata da
insetti

Il controllo acustico può essere effettuato tramite un martello: il


suono, in corrispondenza della zona eventualmente attaccata da parte di
insetti e/o funghi, risulterà sordo.
Se il martello penetra nel legno significa che si sono formate gallerie
superficiali, per cui si dovrà procedere alla rimozione della parte corticale
in più punti per accertarsi dell’effettiva area di sezione ancora sana.
123
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 73: Un altro caso di degrado ligneo è dato dalla cosiddetta cubettatura del legno
o carie bruna. In questo caso la causa è di origine fungina.

Fig. 74: Testata di una trave interessata da infiltrazioni dell’umidità trasmessa dalla
muratura circostante

124
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Qualora i risultati precedenti non siano sufficienti e/o attendibili a


definire con certezza lo stato di conservazione della struttura lignea, si
effettueranno indagini strumentali, non suscettibili di interpretazioni
soggettive:
- indagini non distruttive:
ƒ prove igrometriche
ƒ prove ultrasoniche
ƒ prove penetrometriche (resistograph)
ƒ endoscopia

- indagini distruttive:
ƒ prelievi di campioni eseguiti con carotaggi tramite strumenti a
mano (succhiello di pressler).

125
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

3.3.1 Prove non distruttive


3.3.1.1 Prove igrometriche

L'umidità del legno deve essere inferiore al 20%. Con valori più alti
si ha una perdita di resistenza e un carico di rottura inferiore che
diminuisce ulteriormente con l'aumentare del tasso d'umidità. Un tasso
d'umidità superiore vuol dire anche marcimento del legno, fungosi, carie,
azzurramento e disfacimento. Se il legno aumenta di volume vuol dire
che ha assorbito umidità. Se il legno
diminuisce di volume ha perso
umidità. Questa equazione vuol dire
anche mostrare le giunzioni delle
tavole, mettere in rilievo i tappi delle
viti e della chiodatura, fare
arrugginire - ossidare - corrodere la
chiodatura e viteria. Il contenuto
d'acqua percentuale esistente in un
manufatto in legno viene misurato
tramite un apposita attrezzatura
(igrometro) che rileva la conducibilità
elettrica del materiale. La prova non
arreca alcun danno al materiale in
quanto l’attrezzatura utilizzata
(igrometro) non possiede elettrodi a
Fig. 75: Igrometro penetrazione.

126
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche
3.3.1.2 Prove ultrasoniche

Queste prove si basano sulla misura del tempo di transito, impiegato


per attraversare un materiale, da un treno di onde di compressione
pulsanti con frequenze comprese tra i 20 e i 200 kHz. La misura può
essere eseguita in modo diretto (per trasparenza), indiretto o superficiale.
Conoscendo, infatti, la velocità di attraversamento delle varie essenze
legnose allo stato integro, è possibile individuare, in presenza di valori
molto bassi rispetto a quelli normali, eventuali anomalie interne
all’elemento ligneo.
Questo tipo di prova consente di acquisire conoscenze in merito a:
difetti (fessure, alveolature) all'interno dei materiali lapidei e cotto;
individuazione di attacchi diffusi da xilofagi e valutazione di stati
fessurativi nel legno.
Usando frequenze
molto basse (circa
20KHz) e incrociando i
risultati con altre prove
specifiche è possibile
dare la valutazione
dello stato generale di
elementi strutturali in
legno (travi, capriate).

Fig. 76: Misuratore ad


ultrasuoni

127
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

3.3.1.3 Prove penetrometriche

Questo tipo di prova viene


effettuata mediante un
penetrometro da legno
(resistograph).
Lo strumento è in grado di
misurare la resistenza alla
penetrazione nei materiali
lignei, individuando le
variazioni di densità tra legno
sano e legno decomposto ed
effettua una diagnosi delle
aree di decadimento interno
del materiale in esame.

La prova viene effettuata tramite un particolare trapano registratore


che, mentre provoca la rotazione di una punta a tagliente di piccolissimo
diametro (3mm), imprime un lento avanzamento della punta stessa
all'interno del legno. La resistenza incontrata dall'utensile nell'effettuare
il foro, viene registrata su un apposito diagramma. In tal modo sarà
possibile ottenere un grafico che riporta, in funzione della profondità, le
differenti densità del legno attraversato.
I risultati della prova consentono di identificare le condizioni interne
delle travi in legno (principalmente agli appoggi) per valutare presenze di
marcescenze, fessurazioni attacchi da xilofagi e diminuzione di sezioni
resistenti.
È comunque consigliabile non far fede solo alla prova con
resistograph quale unico strumento di misurazione. Infatti i risultati
ottenuti vanno valutati in relazione ad altri parametri quali: aspetto
esteriore del materiale (consistenza, colorazione, presenza di nodi, ecc.),
contenuto di umidità e risposta ad altre analisi eventualmente condotte.

128
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Fig. 78: Prove penetrometriche con resistograph

129
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

3.3.1.4 Prove endoscopiche

Le prove vengono eseguite in fori dal diametro da un minimo di 10 ad un


massimo di 20 mm, con apparecchi ottici rigidi a lenti e a prismi (di
norma allungabili fino ad alcuni metri), o con apparecchiature a fibre
ottiche. Possibilità di registrare immagini o filmati su supporti digitali.

Questo tipo di prova consente di acquisire:


-il rilievo delle caratteristiche geometriche e materiche di murature e
solai controsoffittati
-l’analisi dello stato di conservazione delle travi in legno
-il rilievo di difetti macroscopici dei materiali celati
-il rilievo della natura e della geometria di strutture nascoste

130
Capitolo 3° - Il quadro delle conoscenze: la fase analitica, i rilievi e le indagini
diagnostiche

Fig. 77:
Endoscopio

131
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

3.3.2 Prove distruttive

3.3.2.1 Microcarotaggi con succhiello di pressler

Questo tipo di prova consiste nel prelievo di carote (del diametro


di circa 3 mm) da elementi strutturali lignei per mezzo di un estrattore
metallico a mano.
La prova consente di acquisire le seguenti informazioni:
riconoscimento della specie del legno;
valutazione della condizione di strutture in legno in relazione a
xilofagi, marciumi, ecc;
valutazione dell'accrescimento di un albero e della qualità del legno;
misurazione della profondità di impregnazione;
È necessario, tuttavia, estrarre veri e propri cubetti di materiale, nel
caso si vogliano acquisire ulteriori informazioni quali:
la misurazione del peso specifico apparente ed assoluto, indice di
porosità, contenuto di umidità;
la misurazione della resistenza meccanica (compressione, trazione,
flessione, moduli elastici, abrasione, ecc.);
la misurazione di dilatazione dovuta all’influenza termica.

Fig. 79: Provino ottenuto tramite carotaggio con succhiello di pressler

132
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento

Capitolo 4°
INDIVIDUAZIONE DEI MECCANISMI DI DISSESTO E DELLE
POSSIBILI METODOLOGIE DI INTERVENTO

4.1 CAUSE E METODOLOGIE POSSIBILI D’INTERVENTO


CONNESSE AL DISSESTO PER DEPRESSIONE DEI SOLAI

Tra le principali cause di depressione delle travi dei solai si possono


citare:
• disomogeneità delle sezioni reagenti (può verificarsi per degrado
localizzato della trave portante);
• insufficiente sezione trasversale (può verificarsi per un errore
iniziale di progetto, oppure per successive sottrazioni di materiale,
oppure a causa di collegamenti trasversali insufficienti);
• impiego di materiale scadente, vetustà, cattiva esecuzione della
costruzione, producono una riduzione del carico di rottura del
materiale;
• aumento di carico (conseguente al cambio di destinazione d’uso o a
messa in opera di pesanti sovrastrutture);
• carichi di lunga durata (che possono provocare fenomeni di
scorrimento lungo le fibre – il cosiddetto “fluage”).

133
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 80: Perdita di orizzontalità localizzata del pavimento, causata dalla


depressione di una trave principale del solaio in legno

Metodologie
Fig. 81: Perdita did’intervento possibili nel
orizzontalità generalizzata caso dicausata
del pavimento, depressioni
dalla
dell’orditura
depressione portante
dell’orditura dei solai
portante del solaio in legno

134
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento
Riduzione dei carichi
Consiste nel rimuovere i sovraccarichi accidentali che sono la causa
del dissesto. Per definire l'intervento da effettuare occorre individuare e
conoscere quali elementi del sistema siano da rimuovere.
È da considerare, tuttavia, che ogni alterazione, degrado o dissesto in
atto, sia sui materiali che sul sistema, costituisce, in fase di demolizione,
un onere ulteriore in quanto impone l'adozione di opportuni accorgimenti
e cautele. È infatti da tener presente che, ad esempio, la rimozione di
elementi facenti parte del sistema costruttivo del solaio (come le travi)
comporta una modifica dello schema statico già durante l'esecuzione
della sostituzione.
Questo tipo di intervento può essere considerato di tipo “temporaneo”,
in quanto viene messo in atto durante l’applicazione di altri criteri di
intervento, oppure per garantire la sicurezza statica dei fabbricati nel
lasso di tempo che intercorre fra la diagnosi dei dissesti e l’intervento
risolutivo.

Ripristino o aumento delle capacità portanti


Questa metodologia di intervento mira a conferire all'elemento
costruttivo portante del solaio caratteristiche meccaniche decisamente più
conformi ed idonee alla funzione da assolvere.
Si possono distinguere tre criteri di intervento:
a) rigenerazione dell’elemento strutturale, conservando cioè la
struttura originale delle travature e intervenendo sui materiali in modo da
ripristinare le caratteristiche meccaniche originarie;
b) aumento della sezione resistente, conseguibile affiancando nuovi
elementi resistenti a quelli della struttura portante del solaio originale;
c) sostituzione di elementi degradati (dell’orditura principale o
secondaria) con altri elementi di identica conformazione.

Modifica dello schema statico


Tale metodologia può essere adottata nel caso in cui l’elemento da
consolidare non è più idoneo a sopportare le sollecitazioni indotte dai
carichi permanenti e/o accidentali.
Si articola in due criteri di intervento:
135
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

a) modifica dell’impostazione statica, mediante la realizzazione di


una nuova ossatura (nel caso in cui il solaio è molto degradato e quando
non esistono particolari vincoli di carattere storico-architettonico);
b) irrigidimento della struttura preesistente (nel caso in cui i vincoli
esistenti impongano la conservazione della struttura esistente).

RIEPILOGO DELLE PRINCIPALI CAUSE CONNESSE ALLA


DEPRESSIONE DELL’ORDITURA PORTANTE

Disomogeneità o insufficienza della


Cause legate ad una errata sezione reagente
progettazione e/o costruzione dei Uso di materiali scadenti
solai Mancanza di elementi di ripartizione
dei carichi
Cause legate alla modificazione Soppressione o modifica di alcuni
della impostazione statica (del elementi portanti
solaio o dei muri portanti) Aumento dei carichi di esercizio
Taglio fuori stagione
Degrado della fibra legnosa
Attacco del legname da parte di
Degrado dei materiali legnosi animali o vegetali
Marcescenza del legno per umidità e
infiltrazioni d’acqua
Fluage

136
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento
4.2 CAUSE E METODOLOGIE POSSIBILI D’INTERVENTO
CONNESSE AL DISSESTO PER CEDIMENTO DEGLI APPOGGI

Localizzazione e tipo di manifestazioni


I tipi di dissesti causati dal cedimento degli appoggi possono
riguardare sia la testata della trave, sia le murature.

Manifestazione del cedimento degli appoggi delle travi


In prossimità degli appoggi le travi sono prevalentemente sollecitate a
sforzo di taglio; tale sollecitazione può causare lesioni a 45° visibili sui
lati della trave stessa. I controlli più immediati sullo stato e sulle
condizioni del materiale possono essere effettuati a vista (osservando se
ci sono macchie di colore diverso sul legno della trave) o percuotendo
con un martello diversi punti della trave. Qualora tali prove destino
incertezze, esistono prove strumentali scientificamente più attendibili
(resistograph, succhiello di pressler, endoscopia, ecc.).
Qualora ci fossero sospetti di umidità nelle murature o negli appoggi
(non sufficientemente areati) bisognerà rimuovere la muratura circostante
e controllare accuratamente le testate delle travi, avendo cura di
verificare l’ampiezza della sezione una volta rimosse le eventuali fibre
degradate. Anche qui, in caso di incertezza delle indagini visive, per una
maggiore attendibilità scientifica, può essere misurata l’umidità interna
del legno, tramite appositi rilevatori.
Manifestazione del cedimento degli appoggi nelle murature
La caratteristica manifestazione di questo tipo di dissesto è la lesione
“iperbolica inversa” dovuta allo schiacciamento del materiale murario
sotto l’appoggio della trave, causata da carichi concentrati.
Un altro tipo di manifestazione, caratteristica del dissesto delle
strutture di elevazione, è causata dalla rotazione verticale degli appoggi
che fa seguire la traslazione anche alle travi portanti del solaio.
La traslazione verticale dei setti murari ed il relativo coinvolgimento
dei solai che su di essi poggiano, può manifestarsi in modi diversi:
• perdita di orizzontalità del solaio, quando la traslazione interessa
tutta la lunghezza del muro;

137
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

• lesioni longitudinali secondo l’orditura delle travi, visibili sul


pavimento del solaio, che risultano più larghe in prossimità del muro
traslato.
Riassumendo, i meccanismi di dissesto possono essere:
- lesione iperbolica inversa, in prossimità del punto di appoggio delle
travi, causata da un carico concentrato trasmesso alla muratura;
- cedimento degli architravi, dovuto a cause di dissesto e/o degrado
del sistema costruttivo dell’architrave stesso, oppure dovuto all’aumento
dei carichi trasmessi dal solaio;
- rotazione della muratura intorno a un asse orizzontale, causata da
carichi orizzontali trasmessi dal solaio (per esempio le azioni sismiche)
alle murature di appoggio, oppure dal loro cedimento fondale.

138
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento

Fig. 82: Lesione dovuta alla traslazione verticale relativa della muratura che ha
coinvolto parte del solaio in legno che poggia su di essa

Fig. 83: Lesione per traslazione verticale

139
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 84: Dissesto dovuto alla traslazione orizzontale delle muratura: sfilamento delle
travi dalle loro sedi di appoggio

Fig. 85: Lesioni dovute alla traslazione orizzontale delle muratura: sfilamento delle
travi dalle loro sedi di appoggio

140
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento

Fig. 86: Dissesto dovuto alla traslazione orizzontale della muratura: sfilamento delle
travi dalle loro sedi di appoggio

Fig. 87: Effetto della traslazione orizzontale di un muro perimetrale su un soffitto in


“camorcanna”

141
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Metodologie di intervento possibili per la eliminazione del cedimento


degli appoggi dei solai

Riduzione dei carichi


Così come nel caso precedente, della depressione del solaio, anche nel
caso di cedimento degli appoggi viene attuato il criterio di riduzione dei
carichi, al fine di garantire la sicurezza statica del manufatto e del
fabbricato, oggetto di intervento, per il periodo di tempo intercorrente fra
la diagnosi dei dissesti e l’intervento di recupero.
Questo criterio di intervento, pertanto, non assume carattere risolutivo
bensì costituisce la fase preliminare della metodologia di recupero del
solaio ligneo.

Pertanto, una volta messo in sicurezza l’impalcato strutturale oggetto


dell’intervento di recupero e, in senso più ampio, le parti strutturali
murarie interessate dai meccanismi di dissesto del solaio stesso, si può
procedere allo studio della metodologia di intervento più idonea per la
eliminazione di tale tipo di dissesto.

Ripristino della testata della trave


Il ripristino della testata della trave costituisce una metodologia di
intervento che può essere attuata con svariate tecniche, a seconda del
grado di reversibilità che si vuole ottenere. Interventi con un più alto
livello di reversibilità prevedono l’impiego di legno e metallo; interventi
con un minor grado di reversibilità possono essere invece eseguiti con
l’impiego di resine e conglomerati epossidici (tecnica che va
diffondendosi da una decina di anni a questa parte).

Ripristino dell’appoggio murario


Il dissesto degli appoggi nella muratura può essere imputato ad una
anomala e disomogenea azione dei carichi sulla muratura stessa.
Nel caso di cedimento degli appoggi murari, poiché tale tipo di
dissesto interessa sia l’elemento solaio che l’elemento muratura, occorre
adottare una metodologia di intervento di tipo più globale.
Questo tipo di dissesto, infatti, va ricondotto a due cause principali:
142
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento
- discontinuità della distribuzione dei carichi del solaio sulla muratura
di appoggio;
- cedimenti differenziali, per schiacciamento, di setti murari
maggiormente sollecitati (ad es. i cantonali).
Una corretta metodologia di intervento per il ripristino dell’appoggio
nella muratura, deve quindi conseguire la continuità dell’appoggio del
solaio (ovvero delle travi portanti) alla muratura, al fine di ottenere una
distribuzione più omogenea dei carichi agenti.

RIEPILOGO DELLE PRINCIPALI CAUSE LEGATE AL


FENOMENO DEL CEDIMENTO DEGLI APPOGGI PER
ROTTURA DELLE TESTATE DELLE TRAVI

Disomogeneità e/o insufficienza della


Cause legate ad una errata sezione della testata
progettazione e/o costruzione del Uso di materiali scadenti
solaio ligneo Insufficienza o assenza di elementi di
ripartizione dei carichi
Cause legate alla modifica della Soppressione e/o modifica di alcuni
impostazione statica del solaio elementi portanti
Aumento dei carichi di esercizio
Taglio fuori stagione del materiale
Degrado della fibra legnosa per la
presenza di eccessivi difetti iniziali
Degrado dei materiali legnosi (nodi, cipollature, ecc.)
Attacco da parte di animali o vegetali
Fuoco (usura della testata in
adiacenza di una canna fumaria)

143
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

RIEPILOGO DELLE PRINCIPALI CAUSE LEGATE AL


FENOMENO DEL CEDIMENTO DEGLI APPOGGI PER
DISSESTI DELLE MURTURE

Cause legate alla errata Elevata snellezza dei muri portanti


progettazione e/o costruzione
dell’organismo edilizio
Soppressione o modifica di alcuni
Cause legate alla modificazione elementi portanti
statica della muratura portante Apertura di vani murari
Vetustà (invecchiamento delle
Degrado del materiale murario malte)
Infiltrazioni d’acqua
Gelività
Rototraslazione dei muri di
Azioni orizzontali (sismiche, ecc.) appoggio
Scarsa o inesistente resistenza nel
piano

144
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento
4.3 CAUSE E METODOLOGIE POSSIBILI DI INTERVENTO
CONNESSE AL DEGRADO DEL MATERIALE

L’attacco biologico su manufatti lignei può essere prodotto sia da


insetti xilofagi che da funghi (muffe). Questo attacco porta ad una
parziale o totale distruzione delle fibre vegetali con formazione anche di
colorazioni non naturali.
Nel caso di insetti, il danno non è mai causato, ad eccezione delle
termiti, dall’organismo adulto, bensì dalla larva.
L’insetto adulto emerge dal legno, ed è solo allora che viene notato:
dal foro cosiddetto di sfarfallamento, che può variare di dimensioni a
seconda della specie interessata.
Le classi di insetti xilofagi di maggiore rilevanza sono: i coleotteri,
alla quale appartengono gli anobidi, ossia i comuni tarli; gli isotteri, alla
quale appartengono le termiti.
In Italia i maggiori danni sono causati soprattutto dagli anobidi,
mentre la presenza di termiti è localizzata maggiormente nelle zone
centro-meridionali.
Negli ultimi anni, tuttavia, tale presenza si è sviluppata in modo
preoccupante anche nel nord del paese.

I fattori che predispongono l’elemento ligneo all’attacco biologico


possono riassumersi essenzialmente in quelli di seguito elencati:
- l’umidità: un contenuto nel legno superiore al 18-20% favorisce lo
sviluppo degli insetti;
- la ventilazione: l’assenza o la carenza di ricambio d’aria, favorisce
l’accumulo di umidità;
- la temperatura: tutti gli insetti tendono ad avere maggiore attività e
cicli più frequenti a temperature miti (22-25°C);
- il valore nutritivo del legno: legni ad alto contenuto in sostanze
azotate ed amilacee, sono più facilmente colonizzati dalle larve.

Le cause di degrado degli elementi lignei, in definitiva, possono essere


riconducibili ai seguenti fattori:

145
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

a) attacco di funghi (ove sussistano condizioni ambientali idonee): i


funghi, nutrendosi delle sostanze cellulari del legno, danneggiano
irreversibilmente la struttura.

b) attacco di insetti xilofagi (noti comunemente come tarli, termiti,


ecc.): questi insetti scavano gallerie, a volte non visibili
esternamente, riducendo anche sensibilmente la sezione resistente
e di conseguenza le capacità portanti degli elementi lignei. I legni
preferiti da questi tipi di insetti sono quelli resinosi (l’abete, il
pino, il larice), ma anche legni duri come la quercia.

c) fuoco: aggredisce il legno più di ogni altro materiale, privandolo


delle sue caratteristiche meccaniche;

d) umidità: è il fattore ambientale che più di ogni altro influenza le


prestazioni di resistenza del legno. In condizioni di elevato tasso
di umidità il legno può presentare una riduzione dei valori di
resistenza meccanica.

Metodologia di intervento per la eliminazione del degrado biologico


del materiale
La metodologia varia a seconda che il degrado sia stato causato da
scarsa aerazione degli appoggi (con conseguente aumento del contenuto
di umidità), da attacco di funghi o insetti, o da infiltrazioni di acqua.
Una corretta metodologia di intervento per il ripristino di un elemento
ligneo degradato (per effetto di attacchi biologici o umidità) è
necessariamente subordinata alla stima della sezione resistente residua
dell’elemento portante ligneo.
In questa fase, pertanto, fondamentale importanza acquistano le prove
diagnostiche strumentali piuttosto che quelle visive.

La metodologia di intervento consiste nell’intervenire:


a) in maniera diretta (direttamente sugli elementi costruttivi);
b) in maniera indiretta (agendo sull’ambiente circostante).
146
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento

Nel primo caso la metodologia di intervento deve prevedere l’impiego


di idonei prodotti.
Il prodotto antitarlo deve poter essere steso sulla superficie lignea in
modo da garantire una penetrazione in profondità e quindi una efficace
protezione.
In particolare:
- deve sviluppare un’azione altamente tossica nei confronti degli
insetti rinvenuti, ma non tossica nei confronti di qualunque altro
organismo;
- non deve essere facilmente dilavabile né a base di composti volatili e
la sua azione si deve sviluppare il più possibile in profondità del legno,
senza però produrre corrosioni delle parti metalliche contigue né
presentare effetti negativi su colle o vernici di finitura;
- deve avere un colore neutro trasparente;
- deve poter essere applicato semplicemente, a pennello, spruzzo o per
iniezione con siringa;
- deve essere resistente alla radiazione ultravioletta e non deve
occludere la naturale porosità del legno né formare pellicole destinate ad
esfoliare;
- deve consentire di eseguire le normali operazioni di finitura a cui il
manufatto va sottoposto;
- deve esercitare un’azione sia curativa che preventiva.
La sua efficacia va però sempre accompagnata da interventi che
eliminino eventuali fonti di umidità ed assicurino una buona ventilazione
dell’ambiente.

Il secondo caso si verifica quando il degrado del materiale non ha


compromesso in maniera determinante gli elementi lignei portanti. È per
così dire una problematica che viene ‘presa in cura’ ad uno stadio
iniziale. Il fenomeno di degrado infatti, in questa fase, non ha ancora
compromesso le caratteristiche prestazionali degli elementi lignei.
In questo caso la metodologia di intervento deve agire sulla
regolazione igrometrica dell’ambiente.

147
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE CIRCA LE POSSIBILI STRATEGIE DI


INTERVENTO

In conclusione, le strategie da adottare in ordine al recupero dei solai


in legno (anche in virtù della vigente normativa antisismica), possono
riassumersi in due grandi categorie:

a) Ripristino dei comportamenti strutturali preesistenti,


alterati da fattori intervenuti successivamente alla
realizzazione del manufatto (cambiamento di destinazione
d’uso, errati interventi di restauro, attacco biologico, ecc.) ;
interventi che, per entità, possono essere considerati di
“miglioramento statico”;

b) Integrazione del funzionamento statico, anche in funzione


del comportamento globale del manufatto edilizio nei
confronti dell’azione sismica; interventi che, per entità,
possono essere considerati di “adeguamento antisismico”.

Pertanto, riassumendo tali strategie in una corrispondenza tra obiettivo-


metodologia-tecnica di intervento, scaturiscono le seguenti tabelle:

148
Capitolo 4° - Individuazione dei meccanismi di dissesto e delle possibili metodologie di
intervento

SCHEDA RIASSUNTIVA
DELLE STRATEGIE
D’INTERVENTO DI TIPO A)

Obiettivo da perseguire Metodologia Tecniche di intervento


d’intervento

sostituzione della testata


ripristino della lignea
resistenza degli
appoggi ripristino dell’appoggio
murario
Miglioramento
statico
(ex D.M. 16.01.1996 e
s.m.i.):
ripristino della integrazione delle travi lignee
Ripristino dei rigidezza flessionale mediante inserimento o
comportamenti strutturali delle travi accostamento di nuovi
preesistenti, alterati da elementi collaboranti
fattori intervenuti
successivamente alla
realizzazione del
manufatto (cambiamento trattamento del legno contro
di destinazione d’uso, l’aggressione di insetti e
errati interventi di funghi
restauro, attacco eliminazione delle aerazione degli appoggi delle
biologico, ecc.) cause del degrado del travi lignee mediante
materiale realizzazioni di camera d’aria
ai lati delle testate lignee
risanamento deumidificante
delle murature (taglio
chimico)

149
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

SCHEDA RIASSUNTIVA
DELLE STRATEGIE
D’INTERVENTO DI TIPO B)

Obiettivo da perseguire Metodologia Tecniche di intervento


d’intervento

miglioramento dei
Adeguamento collegamenti fra gli
antisismico elementi strutturali del
(ex D.M. 16.01.1996 e solaio e fra quest’ultimo e la
s.m.i.): irrigidimento cella muraria
dell’impalcato ligneo controventature in metallo o
Integrazione del rispetto ad azioni nel in materiale composito
funzionamento statico in piano
virtù, anche in funzione del realizzazione di una
comportamento globale del sovrastruttura collaborante
manufatto edilizio nei connessa al solaio
confronti dell’azione sismica isolamento delle appoggi scorrevoli
testate direzionali (dissipatori)
conseguimento di travi reticolari o stralli
solaio deformabile

150
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Capitolo 5°
LE TECNICHE DI INTERVENTO

5.1 L’EVOLUZIONE, NELLA STORIA, DELLE TECNICHE DI


RECUPERO DEL SOLAIO IN LEGNO

Precedentemente all'introduzione dei materiali industriali ed in


particolare dell'acciaio, raramente gli interventi sui solai di legno
risultavano realmente efficaci per rinforzare opportunamente le strutture
senza introdurre pesanti alterazioni formali. La tecnica più comunemente
diffusa prevedeva quasi sempre la sostituzione delle travature principali e
degli elementi secondari, eventualmente riutilizzando i vecchi elementi
messi di nuovo a dimora ma rovesciati, in modo da invertire la
deformazione dovuta alla cedevolezza viscosa sotto la sollecitazione
flessionale. Tali interventi venivano realizzati operando dall'alto, previa
rimozione delle orditure superiori e dei completamenti. Successivamente,
ma raramente, vennero anche realizzati interventi miranti al
rafforzamento complessivo del solaio o del singolo elemento, operando
dall'intradosso. Tuttavia la loro adozione, per il disturbo formale indotto,
era limitata ai solai destinati ad essere controsoffittati, ai casi in cui tale
soluzione era imposta dalla scarsità delle risorse economiche, ovvero agli
interventi a carattere provvisorio, se non provvisionale, in attesa di una
successiva ristrutturazione. Difatti, per ottenere risultati considerevoli,
era necessaria l’aggiunta di elementi di dimensioni analoghe a quelle
della trave originaria o almeno corposi monconi che difficilmente
potevano essere integrati nell'immagine complessiva del solaio, tanto che
Valadier descriveva come «Oggetti che occupano l'unione dei legni e
formano un fagotto che possono disgustare, o non essere compatibili nel
posto in cui i legni son destinati».
Una tecnica alternativa consisteva nell'affiancare agli originari
elementi altre travate lignee, disposte parallelamente a quelle principali o
sotto di esse in funzione di rompitratta. Raramente, però, tali interventi
condussero a risultati soddisfacenti, dal momento che l'alterazione
151
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

formale risultava piuttosto evidente e ‘considerata’ generalmente


negativa. Inoltre si doveva considerare l’elemento di disturbo costituito
dalla realizzazione di nuove sedi di appoggio nella muratura.
Alternativamente, invece di incrementare la capacità portante si
poteva migliorare il comportamento strutturale del solaio, realizzando
appoggi intermedi per ridurre, insieme alla campata, anche il regime di
sollecitazione. Gli appoggi intermedi aggiunti potevano essere rigidi,
pilastri o arcate, o relativamente cedevoli come nel caso delle travi
rompitratta.
Quest'ultimo intervento non risulterebbe praticabile qualora le
dimensioni nel senso normale all'orditura originaria risultassero troppo
lunghe: tecnicamente per l'eccessiva deformabilità dovuta al
comportamento elastico e ai cedimenti viscosi, formalmente per il
disagio estetico conseguente al fatto che in genere l'orditura primaria si
attende sulla luce breve dell'ambiente. Inoltre, se applicato alle travi
primarie, verrebbe a crearsi una terza orditura piuttosto sconveniente dal
punto di vista formale.
L'antichissimo uso delle incavallature lignee suggeriva il rinforzo con
puntoni diagonali la cui adozione, come quella delle travature doppie
connesse da saette diagonali, era però fortemente limitata, nell'ambito
degli orizzontamenti delle costruzioni ordinarie, a causa dell'eccessivo
ingombro e per la conseguente necessità di realizzare una
controsoffittatura. Tra l'altro, se la muratura d'appoggio non era
sufficientemente robusta, risultava opportuno l'inserimento di un tirante
per annullare la componente orizzontale delle spinte prodotte dai puntoni,
la cui posizione ottimale è ovviamente piuttosto ribassata ed
ingombrante.
D'altra parte, anche la realizzazione di sostegni intermedi con strutture
murarie presenta alcune difficoltà in ordine alla necessità di dover poi
scaricare il loro peso ed il carico sulle strutture inferiori. Quindi il loro
impiego era limitato ai piani bassi o, ai piani superiori, presupponeva
l'esecuzione di rinforzi delle strutture sottostanti interessate, quali la
realizzazione di nervature per le volte su cui i muri aggiunti si sarebbero
scaricati in falso, di ulteriori fulcri murari al piano inferiore, con una
conseguente riduzione della libera fruibilità degli ambienti (tavv. A-B).
152
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Si può quindi osservare che, generalmente, l'intervento migliorativo


delle capacità portanti dei solai di legno era caratterizzato da soluzioni
farraginose ed impegnative, di rado pienamente soddisfacenti, cui poteva
logicamente preferirsi il rifacimento del solaio, specialmente in
considerazione del fatto che la conservazione degli elementi costruttivi
non aveva ancora assunto il valore documentario e di autenticità che
attualmente le si riconosce.

Il consolidamento delle strutture lignee cominciò invece ad acquistare


una maggiore applicabilità, effetti più risolutivi e quindi una maggiore
diffusione, quando, per la sua realizzazione, si iniziò ad utilizzare un
materiale con caratteristiche meccaniche molto superiori a quelle del
legno; allorquando, cioè, alla fine del secolo scorso, si cominciò a poter
disporre, con una certa economicità, dell'acciaio ed in particolare dei
profilati. Effettivamente, grazie a questo materiale diveniva possibile
incrementare sensibilmente la capacità portante dei singoli elementi con
un limitato ingombro visivo.
Le possibilità di intervento prevedevano la sostituzione delle travi
primarie, l'aggiunta di strutture in parallelo a quelle esistenti o integrate
con esse per incrementarne le capacità portanti.
Talvolta l'intervento era celato perché realizzato all'estradosso o, se
eseguito all'intradosso, veniva nascosto con applicazioni posticce di
incamiciature. In altri casi, come preferiva lo stesso Valadier, l'aggiunta
era lasciata in vista, con soluzioni quasi di un gusto «brutalista» ante
litteram ma corrette dal punto di vista della riconoscibilità e
caratterizzate dal vantaggio del potersi constatare l'eventuale degrado sia
del legno che dell'acciaio.
Le nuove possibilità tecniche, messe a punto agli inizi del XIX secolo
per le innovative strutture destinate alle grandi luci e agli edifici per le
moderne funzioni, e soprattutto la moderna consapevolezza scientifica ad
esse correlata, suggerirono anche interventi di consolidamento per le
strutture tradizionali; in questo senso possono infatti considerarsi i
rinforzi realizzati non con travi aggiuntive indipendenti ma con elementi
integrati alla vecchia struttura in un sistema più articolato e resistente.

153
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Le travi armate, già note e pubblicizzate coi manuali ottocenteschi


nelle versioni completamente lignee (ad eccezione dei connettori),
vennero concepite anche con l'impiego di elementi di acciaio sottoposti
solo a trazione e perciò di sezioni particolarmente esili. È il caso, ad
esempio, del rinforzo ottenuto con ferri piatti applicati all'intradosso del-
le travi portanti. A tal riguardo si possono citare precedenti ottenuti
adottando elementi lignei come rinforzo intradossale, ma certo questa
soluzione raggiunse esiti interessanti, per il minimo ingombro visivo e la
ridottissima interferenza formale, solo quando si poterono applicare,
economicamente e sicuramente, delle aggiunte metalliche.
La portanza della travatura risulta ampliata per l'aggiunta della sezione
d'acciaio, destinata a sopportare le trazioni, mentre al legno sono riservati
gli sforzi di compressione. Ma la riuscita dell'intervento è subordinata
all'ottenimento di un comportamento unitario e quindi alla efficacia dei
collegamenti che devono impedire lo scorrimento reciproco e garantire
l'assunzione delle trazioni all'intradosso. Questo collegamento, ottenuto
dapprima con staffe verticali che fasciavano la trave di legno e con
chiodature all'intradosso, in seguito venne anche proposto con tirantini
diagonali passanti in prossimità degli appoggi; soluzioni che sembrano
replicare la disposizione delle staffe e dei ferri piegati del cemento
armato e che, come questi, incrementano la resistenza a taglio della trave.
Il legno risulta dunque destinato a sopportare sforzi di compressione
che non sono particolarmente congeniali al materiale ma, nel complesso,
l'intervento, per la chiarezza dello schema di funzionamento, l'espressa
riconoscibilità, la contenuta invadenza formale e la certa fattibilità,
rimane uno degli esempi più validi di rinforzo; idoneo nell'immediato a
contribuire alla resistenza almeno per gli incrementi di carico e, a
distanza di qualche tempo, a seguito degli immancabili cedimenti viscosi,
anche per i pesi propri.
Gli interventi di rinforzo che prevedevano l'aggiunta di tirante
metallico e contraffissi furono adottati preferibilmente per strutture
nascoste alla vista da controsoffittature. La tecnica sfrutta l'acciaio
impiegato per realizzare una sorta di fune (a volte doppia per ottenere
una maggiore stabilità trasversale) che assume la configurazione di una
spezzata. Essa sostiene con puri sforzi assiali i ‘colonnelli’ che
154
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

costituiscono appoggi elastici intermedi per la travatura. Il loro carico


viene riportato dal tirante alle teste della trave stessa ove sono ancorati
con opportuni capochiavi. In sostanza, trasformando la trave, soggetta
esclusivamente a flessione, in una struttura a comportamento misto,
flessionale ed assiale, si riducono sollecitazioni e oscillazioni elastiche
rendendo la struttura capace di assumere maggiori carichi.
Interventi di questo tipo, strutturalmente molto migliorativi,
guadagnarono col tempo maggiore considerazione poiché l'aggiunta,
anche se in vista, risultava poco invasiva e formalmente distinta
dall'elemento originario, risultando sempre più accettabile
nell'evoluzione del gusto.
Apparecchiature di ferro sono state spesso impiegate, anche molto
prima dello scorso secolo, per restituire alla trave di legno quella
compattezza originaria perduta con il sopraggiungere delle tipiche
fessurazioni longitudinali, prodotte dal naturale contrarsi del legno e
dalle sollecitazioni taglianti. Talvolta queste fessurazioni, innescate in
prossimità degli appoggi, si estendono per tutta la lunghezza della
struttura, approfondendosi nello spessore e trovando corrispondenza in
analoghe fessurazioni sul fianco opposto. Esse minano profondamente la
capacità portante della trave. Per restituire ad essa l'originaria
monoliticità e portanza venivano impiegate staffature che, cingendo la
sezione, riducessero la possibilità di scorrimento tra le parti distaccate
dalle fenditure.
Le staffe metalliche venivano adottate anche per unire elementi
distinti, così come per le incavallature di copertura, e soprattutto per
solidarizzare alla trave le mensole e gli elementi, lignei o metallici, di
rinforzo.
Nei particolari costruttivi che seguono2 sono riportati diversi interventi
di riparazione, consolidamento e rinforzo tradizionali, in uso prima
dell'introduzione delle tecniche più moderne. Allo scopo di ordinare la
casistica, sono stati separati gli interventi miranti alla riduzione delle
sollecitazioni (tavv. A) dagli interventi finalizzati all'incremento delle
capacità portanti delle strutture inflesse (tavv. B).

2
fonte: Manuale del Recupero del Comune di Roma – DEI, Roma 1989
155
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 88: Dalla metà del ‘700, con il sempre più frequente impiego di leghe di ferro in
combinazione con strutture di materiali diversi, la progettazione fu indirizzata verso
sistemi strutturali in legno rinforzati con cuffie, puntoni, tiranti.

156
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Addizione di mensole (tavola A-1)


L'impiego delle mensole, raccomandato nell'antica manualistica, era generalmente
già adottato in fase di costruzione ma poteva anche essere recuperato in seguito, nel
caso di ammaloramento delle teste delle travi. Esse costituivano il tramite verso la
muratura ma anche, se ben connesse con la trave, un rinforzo agli appoggi ed un modo
per ridurre la luce libera della travatura. Nei rilievi eseguiti si è riscontrato spesso un
uso solamente formale delle mensole. Infatti queste risultano non sufficientemente
inserite nel nucleo murario e collegate alla trave con una chiodatura inefficace; di
conseguenza, appaiono soggette a rotazioni relative rispetto alla trave stessa che
inficiano le possibilità di contribuire alla resistenza di quest'ultima. I mensoloni, lignei o
litici, erano inseriti sia al di sotto delle teste delle travi sia sui muri paralleli all'orditura
principale; in quest'ultimo caso essi costituiscono un sostegno intermedio capace di
ridurre l'inflessione delle travi di bordo, spesso di sezioni ridotte rispetto a quelle
centrali. Nell’esempio riportato, l’intervento consiste nell'inserimento di una mensola
passante lo spessore murario, destinata a sostenere su un paramento la trave di bordo,
quale appoggio intermedio, e sull' altro la testa di una trave centrale.

157
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Addizione di travi di bordo (tavola A-2)


Talvolta nuove travi venivano aggiunte in corrispondenza dei muri d'ambito,
introducendo così il bordonale, adottato tipicamente nell'area toscana, ma generalmente
omesso nel solaio romano. Con tale aggiunta si assicura l'appoggio dei travicelli,
soggetto sovente ad ammalorarsi e spesso approfondito solo pochi centimetri, e si riduce
la luce della passina. È opportuno rincalzare gli appoggi per assicurare la messa in
carico della trave aggiunta. Questa può anche essere sfruttata per connettere
diffusamente solaio e muro mediante appositi collegamenti metallici radicati nella
muratura.

158
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Addizione della trave rompitratta o «somaro» (tavola A-3)


In genere questo tipo di intervento comporta un certo impatto formale ma risulta ben
compatibile quando si configura come una sorta di trasformazione del tipo. Ad esempio,
si può pensare ad un solaio di travicelloni ordito su un ambiente pressoché quadrato per
il quale l'aggiunta dei rompitratta comporta il passaggio dal tipo del solaio semplice a
quello del solaio a doppia orditura, con migliore collegamento tra i muri e distribuzione
dei carichi su tutte le pareti perimetrali; in questo caso, adottando le finiture
abitualmente previste per la doppia orditura (bussole, bastoni, fasce), si rende il nuovo
insieme del tutto conveniente, anche dal punto di vista formale.

159
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Raddoppio dell'orditura primaria (tavola A-4)


Il raddoppio del numero delle travi, ottenuto mediante l'inserimento di travature
intermedie di legno, veniva realizzato per migliorare le condizioni strutturali sia
nell'orditura primaria che nella secondaria. Con tale sistema si ottiene infatti una
riduzione dei campi di influenza di ogni singola trave e, nel contempo, la riduzione della
luce dei travicelli. Il beneficio è ottimo per i travicelli sottodimensionati, poiché si
riducono le sollecitazioni e quindi le inflessioni e le oscillazioni. Anche le travi portanti
possono essere sgravate notevolmente del carico (che può ridursi alla metà o a un terzo
a seconda che si interpongano due o tre travi). Si deve però considerare la forte
anomalia formale introdotta con i rompitratta: i campi (o passine) generalmente
risultano infatti troppo ridotti e sproporzionati. Affinché le travi divengano
effettivamente portanti, dopo averne completato la posa in opera è necessario, anche in
questo caso, forzare i travicelli con piccoli spessori a cuneo da inserire in
corrispondenza degli appoggi. Spesso si osservano interventi eseguiti con la stessa
logica ma: impiegando putrelle d'acciaio come rompitratta. La distinzione dei materiali
generalmente conferisce a questo intervento una maggiore neutralità che ne migliora,
per quanto possibile, l'esito formale.

160
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Appoggi intermedi: puntello (tav.A-5), travata (tav.A-6), arcata (tav.A-7)


Gli appoggi intermedi potevano essere rigidi, pilastri o arcate, o relativamente
cedevoli come le travi rompitratta disposte ortogonalmente agli elementi da consolidare.
L'adozione di sostegni intermedi realizzati in muratura presenta complicazioni in ordine
alla necessità di scaricare il loro peso ed il carico su altre sottostanti strutture murarie.
L'esempio n.5, appoggio intermedio rompitratta, sovente adottato negli edifici storici
romani talvolta con esiti formali e strutturali piuttosto soddisfacenti, è limitato
normalmente al piano terra. In tal caso il pilastro, non particolarmente gravoso, scarica
su robuste volte contrastate oppure su appositi pilastri realizzati in corrispondenza nel
piano scantinato. L'introduzione di una trave perpendicolare all'orditura esistente,
accettabile solo per ambienti con lunghezza quasi pari alla larghezza, risulta comunque
formalmente sconveniente con l'introduzione della terza orditura, assai desueta.
Comunque, affinché la trave divenga effettivamente portante, dopo la posa in opera è
necessario procedere ad una forzatura che assicuri il passaggio dei carichi (n.6, trave
rompitratta per l'orditura primaria). Nel caso n.7, addizione di strutture laterizie per la
riduzione delle campate, la travata appare sostenuta da un tramezzo portante ad una
testa (nervato col pilastro a due teste) che a sua volta scarica su un'arcata appositamente
predisposta al piano sottostante, per riportare i carichi alle murature d'ambito.

161
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Raddoppio dell'orditura secondaria (tavola B-1)


Per le orditure di travicelli si è riscontrato l'uso, peraltro rarissimo, di un rinforzo
superiore ottenuto con il raddoppio dell'orditura nello stesso senso o, qualora le
dimensioni del- la stanza lo permettessero, nella direzione perpendicolare. È probabile
che tali interventi fossero proposti con lo scopo di evitare un eccessivo sovraccarico del
solaio (ad esempio, in occasione di una rifunzionalizzazione dell'edificio per la quale
fosse stata prevista una quota del calpestio superiore eccessivamente rialzata) unito alla
volontà di conservare il plafond originario. La presenza di un certo distacco tra le due
orditure e la non precisa corrispondenza degli interassi, nel caso considerato, farebbe
pensare infatti alla volontà di scaricare il solaio originario. Ciò non toglie che in altri
occasioni sia stata perseguita, appoggiando la nuova orditura a quella dei travetti
esistenti, una portanza ottenuta dalla somma di quelle delle due distinte orditure.

162
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Rinforzo della trave portante con ascellari (tavola B-2)


Consisteva nell' aggiungere, ai fianchi di quelle esistenti, travi di legno parallele
variamente connesse alle prime, in grado di offrire un appoggio più ravvicinato ai
travicelli e di assumersi, tutto o in parte, il loro carico. Raramente le travi aggiunte
venivano disposte all'intradosso di quelle esistenti, oltre che per l'ingombro visivo anche
per problemi di posa in opera (ad esempio, quelli connessi alla realizzazione degli
appoggi, per cui sarebbe stato necessario sospendere temporaneamente la trave
originaria, o alla precedente incurvatura di questa o, ancora, alla difficoltà di operare
con elementi più lunghi della luce stessa tra i muri d'appoggio). Sono stati anche
rinvenuti interventi di rinforzo della travatura esistente realizzati mediante
l'applicazione all'intradosso di una trave di legno, più corta della luce, connessa
all'originaria con staffe metalliche di collegamento e biette tra intradosso della trave
originaria ed estradosso della aggiunta. Lo scopo, evidentemente, consiste nell' ottenere
un maggiore momento resistente nella parte centrale della travatura, sollecitata dalle
massime sollecitazioni flessionali.
163
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

164
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Consolidamenti con putrelle d'acciaio (tavole B-3, B-4)


L'impiego di putrelle d'acciaio rappresenta ormai, a più di un secolo dalla loro
introduzione e diffusione, una possibilità di intervento storicizzata e quasi tradizionale.
Esse sono disposte, collegate o non, ai fianchi delle vecchie travi (in questo modo si
garantiva anche un nuovo appoggio ai travicelli) poste sotto di esse, con qualche
maggior problema dovuto alla realizzazione degli appoggi ed alla sagoma assunta dalla
vecchia trave, generalmente inflessa per il carico e il cedimento viscoso. Ovviamente
forzando con cunei di legno si faceva in modo che la vecchia trave scaricasse sulla
nuova. La fodera riusciva a nascondere l'intrusione ma con una certa difficoltà (n. 4,
aggiunta di travi metallici all'intradosso) e, forse per questo, si escogitò il particolare
intervento (n. 3, rinforzo della trave con ascellari metallici) in cui la trave originaria fu
intagliata per ricevere nel primitivo ingombro i nuovi profilati che potevano così essere
completamente nascosti dalla fodera. Certamente, in questo modo, si altera
irreversibilmente la trave originaria, ma il sistema consente di realizzare un ottimo
rinforzo senza strutture provvisionali, evitando di manomettere la parte soprastante del
solaio e gli appoggi. In altri casi, con soluzioni più decise, si estese l'intervento anche
alle parti superiori di completamento, rimosse le quali si poteva sostituire la trave di
legno con una putrella o due affiancate, destinate ad essere poi camuffate con la fodera.

165
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Staffature (tavola B-5)


La soluzione tradizionalmente proposta consisteva in una duplice staffatura, disposta
in prossimità degli appoggi, realizzata con robuste bandelle che cerchiavano la trave;
queste erano fornite di un dispositivo superiore che, mediante barre foggiate a cuneo
(zeppe) ed introdotte a forza negli anelli agli estremi della bandella, consentiva di
forzare l'intensità dell'abbraccio. Poiché le staffe venivano posizionate in relazione alla
presenza delle fenditure, non sempre esse risultano doppie ed anche la loro posizione è
variabile.

166
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Tirante inferiore collegato con perni e staffe (tavola B-6)


È il rinforzo ottenuto con ferri piatti applicati all'intradosso delle travi portanti. Se si
possono, a proposito, segnalare anche precedenti realizzati con elementi lignei,
certamente l'impiego di piatti metallici procurò a questa soluzione maggior fortuna, per
il minimo ingombro visivo e la limitata interferenza formale. La portanza della travatura
risulta ampliata per l'aggiunta della sezione d'acciaio, destinata a sopportare le trazioni
mentre al legno sono riservati gli sforzi di compressione; si ottiene, così, una trave
armata il cui comportamento unitario. è subordinato alla efficacia dei collegamenti che
devono impedire lo scorrimento reciproco e garantire la trasmissione delle trazioni alla
sezione d'acciaio. Questo collegamento, ottenuto dapprima con staffe verticali esterne e
con chiodature all'intradosso, in seguito, mutuando soluzioni tipiche della tecnica del
calcestruzzo armato, venne proposto con tirantini diagonali passanti. Attualmente si
usano barre filettate, inserite in fori passanti il corpo della trave nel piano verticale e
vincolati ad essa con basette di ripartizione e dadi regolabili. Con esse si ottiene minore
visibilità dell'intervento e maggior sicurezza ed efficienza.

167
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Rinforzo con contraffissi e tirante (tavola B-7)


Con questo intervento il legno risulta destinato a sopportare sforzi di compressione
che non gli sono particolarmente congeniali ma, nel complesso, l'intervento, per la
chiarezza dello schema di funzionamento, l'espressa riconoscibilità, la contenuta
invadenza formale e la certa fattibilità, rimane uno degli esempi più validi di rinforzo.
Idoneo, nell'immediato, a contribuire alla resistenza almeno per gli incrementi di carico
e, a distanza di qualche tempo, a seguito degli immancabili cedimenti viscosi, anche per
i pesi propri. Nell'immagine è riportato uno schema, con tenditore sulla testa della trave,
tratto dal Breymann. Ad esso è affiancato quello alternativo, in cui il dispositivo per la
tirantatura è al centro della fune. Collocazione che appare più razionale poiché consente
di eseguire facilmente, per l'immediata agibilità del tenditore, tirantature successive utili
per prevenire perdite di tensione. La fune, singola nel disegno, talvolta era raddoppiata
per ottenere una maggiore stabilità trasversale.

168
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Rinforzo con incavallatura lignea (tavola B-8)


Con i saettoni ed il puntone orizzontale si realizzava un telaio a quattro cerniere, stabile per la
connessione con la trave stessa, col quale si otteneva un appoggio distribuito nella zona centrale
della campata. Con una diversa interpretazione, si può anche considerare il puntone orizzontale
come rinforzo della struttura nella zona di massima sollecitazione. La trave, direttamente o
tramite il puntone, scarica sui saettoni con una notevole riduzione delle sollecitazioni flessionali.
Nel grafico, il telaio è considerato autonomo rispetto alla trave e per la forzatura è sufficiente
inserire delle biette a cuneo, di opportuno spessore, per seguire la deformata della vecchia trave.
Per evitare di inflettere troppo il puntone, i carichi devono essere trasmessi soprattutto vicino
all'intersezione coi saettoni, altrimenti potrebbe essere opportuno collegare con staffe il puntone
alla trave. Una variante consiste nell'inserire solo i due saettoni indipendenti, sfruttando la stessa
trave per stabilizzarli mediante opportuni incastri e collegamenti metallici nel nodo. Ovviamente
gli incassi non devono approfondirsi per non ridurre la sezione resistente della trave. In questo
senso possono adottarsi gattelli resi solidali con staffature o perni. In generale sembra però più
razionale l'intervento col puntone orizzontale. I saettoni producono spinte con componente
orizzontale che possono in genere essere assorbite dai muri; altrimenti, devono annullarsi con un
tirante metallico o sfruttando la stessa trave incatenata ai muri con i bolzoni.

169
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

5.2 IL MODERNO APPROCCIO ALLA PROGETTAZIONE


DELL’INTERVENTO DI RECUPERO

Come evidenziato anche negli esempi analizzati, pratica adottata


frequentemente in passato per il consolidamento delle strutture lignee era
l’uso dell’acciaio: elementi metallici venivano spesso impiegati per
sopperire all’inefficienza strutturale di componenti lignei, ai quali
venivano affiancati per “collaborazione”, “connessione” o “sostituzione
funzionale”. Sin dal Medioevo, l’impiego di catene, cerchiature, grappe
ed elementi metallici di connessione si è diffuso come soluzione
privilegiata per assorbire gli sforzi di trazione negli elementi strutturali,
oppure per migliorare collegamenti difettosi o per ripristinare quelli del
tutto mancanti.
Superato il pregiudizio della presunta incompatibilità dell’acciaio con
i materiali dell’edilizia storica (con riferimento alle questioni della
differente rigidezza e della ridotta durabilità nel tempo), è possibile
evidenziare come l’acciaio sia un materiale idoneo a risolvere, con
efficienza e talora con eleganza, gran parte dei problemi statici,
soprattutto con l’adozione di sistemi a barre o a cavo posti in contatto e
“forzati” ad agire in parallelo alla struttura esistente.
L’uso consapevole dell’acciaio per il consolidamento può essere
attuato con intenti e metodologie coerenti con la pratica della
conservazione, come parte di un processo più ampio che coinvolga il
manufatto storico.
Gli obiettivi a cui si può mirare sono molteplici: minimo intervento,
specificità della soluzione rispetto all’unicità del oggetto su cui operare,
adattabilità nel tempo, manutenibiltà, reversibilità, potenzialità
compositiva-distintiva dell’aggiunta, riconoscibilità all’interno della
connotazione testimoniale /valore documentario dell’esistente.
Il consolidamento, inteso come intervento singolo ed eccezionale,
oppure come parte di una ampia gamma di interventi pensati per un
edificio, deve essere organizzato con la premessa di un approccio
obiettivo dei fenomeni di degrado e dissesto per valutare se e dove si
riscontri una effettiva esigenza di intervento, con la convinzione che

170
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

l’oggetto dell’analisi costituisce un “unicum irrepetibile” da conoscere e


rispettare.
“[...] è possibile esercitare il massimo rispetto della conservazione,
limitando le operazioni al minimo indispensabile e fermandole “prima
del giusto” (Pratali, 1993) al fine di minimizzare l’impatto
dell’intervento, scegliendo la soluzione maggiormente compatibile e
rispettosa dello stato di fatto.
Il moderno approccio, nella formulazione di un progetto di
consolidamento, considera indispensabile il raggiungimento di alcuni
obiettivi che garantiscano il massimo rispetto dell’opera, essendo al
contempo coscienti che qualsiasi tipo di intervento è per sua natura una
modificazione dell’opera stessa.
Questi obiettivi possono essere riassunti nei seguenti concetti:
1. consentire la massima conservazione della materia autentica,
limitando le trasformazioni (demolizioni, sostituzioni, ripristini, etc.) allo
stretto necessario, in altre parole, “intervenire per necessità
comprovata”;
2. riconoscere la variabile tempo come un segno positivo capace di
aggiungere valore e non sottrarlo alla fabbrica, memoria storica di sé
stessa;
3. formulare decisioni esclusivamente sulla scorta di valutazioni
tecniche supportate da una conoscenza approfondita;
4. realizzare interventi riconoscibili e reversibili configurabili quali
aggiunte che affianchino l’esistente, al fine di rendere possibile, nel
tempo, il controllo, il monitoraggio, nonché ulteriori interventi
manutentivi ed, eventualmente, la loro rimozione;
5. stabilire un corretto programma di manutenzione nel tempo.
Sulla scorta di queste valutazioni, viene quindi effettuata la scelta
dell’intervento e della tecnologia che meglio soddisfino il
raggiungimento degli obiettivi.
In virtù delle recenti casistiche di interventi, l’acciaio,
opportunamente trattato nei confronti dell’ossidazione, consente
interventi capaci di affiancare l’esistente, permettendone la lettura. Senza
171
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

alcuna sostituzione e/o sottrazione si può intervenire con un aggiunta


riconoscibile, caratterizzante e facilmente rimovibile e quindi reversibile.
L’acciaio consente anche un utilizzo compositivo delle aggiunte,
permettendo tra l’altro ingombri minimi in ragione della notevole
resistenza a trazione.
Sta poi alla capacità e all’abilità progettuale ‘creare’ soluzioni
esteticamente non deturpanti il manufatto storico.

Impiego di resine e malte epossidiche


Da una decina di anni nuove tecniche sono state sperimentate per il
recupero dei solai in legno. Queste prevedono l’impiego di resine, e di
conglomerati a base di resine ed inerti, consentendo la realizzazione di
vere e proprie protesi, e quindi la ricostruzione pressoché fedele di testate
di travi irrimediabilmente compromesse. Le protesi in conglomerato
epossidico vengono rese solidali all’elemento ligneo originario mediante
barre metalliche o di vetroresina a loro volta sigillate, alla parte lignea
residua, mediante resina epossidica.
Tuttavia, poiché questi prodotti sono utilizzati per scopi strutturali da
relativamente poco tempo, in mancanza di dati sufficienti relativi a
sperimentazioni di lunga durata, è prudente non fare eccessivo
affidamento sulla loro durabilità (ovvero sulla garanzia che questa
tipologia di interventi assicura nel conservare le proprietà inalterate nel
tempo). Le resine epossidiche sono, inoltre, alquanto sensibili alla
temperatura e perdono parte della loro resistenza quando la temperatura
supera i 100°C.
Per questo motivo tale tecnica non è particolarmente indicata nel caso
di strutture portanti di edifici soggetti a prevenzione incendi.

Impiego di materiali polimerici fibrorinforzati


Pur essendo la sperimentazione nel campo delle strutture composte
legno-FRP attiva da una decina d’anni, l’applicazione di tali tecnologie è
ancora in corso di sviluppo e lo “stato dell’arte” è quindi in continua
evoluzione.
Gli impieghi più diffusi di tali materiali sono per il rinforzo di elementi
lignei prevalentemente inflessi, quali singole travi, putrelle di solai o
172
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

singoli elementi di sistemi strutturali più complessi, quali capriate e telai.


Il rinforzo può essere costituito da lamine o fogli di varia costituzione,
applicati secondo criteri tali da conseguire vantaggi in termini di
resistenza, di deformabilità oppure di duttilità.
Altro impiego è il rinforzo di strutture per azioni nel piano.
Un caso tipico è l’applicazione ai solai di legno o ai solai misti. Tali
strutture, piuttosto diffuse in molti Paesi europei e storicamente
dominanti sul territorio nazionale, pur presentando ottime caratteristiche
in termini di leggerezza, resistenza, isolamento acustico e
compartimentazione, offrono limitata rigidezza e modesta efficienza nei
confronti della trasmissione delle forze orizzontali nel piano. Il suddetto
requisito, peculiare di una corretta progettazione in zona sismica, può
essere facilmente conferito, senza particolari sacrifici in termini di peso o
spessore, solidarizzando il tavolato o la soletta esistente con un reticolo
di rapida esecuzione, costituito da due o più orditi di nastri di FRP
disposti ortogonalmente fra loro.
Un ulteriore campo di applicazione riguarda il rinforzo delle unioni fra
gli elementi lignei. Per tale scopo possono essere impiegati compositi con
diverso tipo di microstruttura a seconda delle funzioni che essi devono
svolgere. I risultati conseguibili sono principalmente i seguenti: riduzione
del rischio di rottura per trazione perpendicolare alle fibre, diminuzione
delle distanze fra i connettori e tra questi e il bordo, ecc.

Appoggi dissipatori
È di recente sperimentazione una soluzione tecnica che prevede
l’impiego di particolari appoggi dissipatori di energia (v. bibliografia:
Massimo Mariani, Consolidamento delle strutture lignee con l’acciaio).
Tale tecnica (descritta più dettagliatamente nel paragrafo 5.3) è stata
studiata per la riduzione degli effetti delle azioni nel piano (in particolare
le azioni sismiche).

173
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

5.3 IL CORRETTO ORIENTAMENTO METODOLOGICO DI


INTERVENTO, IN RELAZIONE AGLI OBIETTIVI PREFISSATI

Per una più chiara ed agevole consultazione degli interventi proposti,


di seguito si riporta il criterio di classificazione adottato, nonché la
simbologia di identificazione delle varie categorie di interventi.
Nell’analisi degli interventi esaminati ci si è soffermati principalmente
sull’aspetto metodologico degli stessi, evidenziando i benefici di natura
meccanica sull’elemento consolidato, ed elencando le principali fasi
realizzative. Si è inteso tralasciare volutamente gli aspetti di carattere più
puramente strutturali (verifiche statiche, dimensionamenti, ecc.)
attenendo, tale problematica, ad una momento più specificatamente
esecutivo, nel quale entrano in gioco numerose variabili, dipendenti dalle
peculiarità che caratterizzano sia il sub-sistema solaio sia il sistema
edilizio che lo ingloba. Ciascun orizzontamento ligneo, infatti, detiene
specifiche caratteristiche materiali (essenze), dimensionali e geometriche
(sezioni delle travi, ecc.) ed è a sua volta inglobato in un contenitore
adibito ad una determinata funzione (carichi agenti).
Le tecniche esaminate, quindi, proposte ed analizzate secondo un
taglio prettamente metodologico, andranno quindi, caso per caso, nella
fase esecutiva, verificate in riferimento alle prestazioni attese.
Di seguito viene riportato lo schema di classificazione adottato,
nonché i codici con i quali si è inteso raggruppare gli interventi per
“ambiti” metodologici:
5.3.1 Tecniche finalizzate al ripristino e miglioramento della
capacità portante del solaio
5.3.1.1 Interventi agli appoggi (testate delle travi /
dormienti) – APP n
5.3.1.2 Interventi alle travi lignee – TR n
5.3.2 Tecniche finalizzate al rinforzo del solaio rispetto alle
azioni nel piano – SIS n
5.3.3 Tecniche finalizzate al ripristino degli elementi lignei per
effetto del degrado biologico – BIO n

174
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - APP 01


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale e/o biologico
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Ripristino degli appoggi
TECNICA: Ricostruzione della testata con malta
epossidica

L’intervento consiste
nel sostituire la parte
degradata (testata ed
immediata adiacenza) con
un elemento costituito da
conglomerato epossidico,
gettato in una cassaforma,
e collegato alla trave
mediante barre di
vetroresina. Queste
ultime penetrano nelle
travi cui restano solidali
mediante sigillatura con
malta epossidica. Questo intervento si attua nel caso in cui la testata
della trave risulta gravemente deteriorata, non più in grado di garantire
un appoggio efficace, e quando la trave stessa non può essere sostituita, o
per motivi economici oppure nel caso di manufatti di particolare pregio
architettonico. Tale tecnica di intervento conferisce, all’appoggio della
trave, elevata resistenza meccanica, assenza di ritiro, durevolezza,
protezione della parte in legno impregnata dalla resina.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
conferisce monoliticità alla testata; l’elemento ricostruito è reso solidale
alla porzione preesistente della trave grazie all’attacco “a spinotto”
costituito dalle barre (generalmente quattro) iniettate con resina
epossidica. Le barre di vetroresina penetrano per almeno 1/10 della

175
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

lunghezza complessiva della trave lignea. La resistenza a sfilamento delle


barre è garantita dall’attrito laterale delle barre avvolte dalla resina
epossidica. L’intervento consente di ripristinare non solo le capacità
portanti dell’elemento strutturale, ma conferisce particolare protezione
della testata rispetto ad eventuali attacchi biologici futuri.
Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellamento della trave e della zona di solaio interessate
dall’intervento;
- smontaggio parziale del pavimento e del relativo sottofondo;
- smontaggio parziale dell’impalcato e dell’orditura secondaria;
- asportazione della porzione di testata degradata secondo un taglio
a 45°;
- esecuzione di fori di ancoraggio per l’inserimento di barre di
vetroresina;
- inserimento di barre di vetroresina;
- armatura di cassaforma per la ricostruzione della testata;
- getto di beton epossidico;
- rimozione della cassaforma;
- ripristino della muratura di appoggio e del pacchetto solaio;
- realizzazione opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

176
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - APP 02


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Ripristino degli appoggi alla muratura
TECNICA: Realizzazione di nuovi appoggi con mensole
metalliche

L’intervento consiste nel fissare


al muro di appoggio (all’intradosso
della trave) una mensola metallica,
dopo aver liberato la testata della
trave.
Tale tecnica è consigliabile nei
casi in cui:
- le sezioni di appoggio della
trave in legno non sono più in
grado di sopportare le
sollecitazioni indotte dai
normali carichi di esercizio;
- non è conveniente sostituire
la trave lignea.

L’intervento consente di
realizzare un appoggio sicuro per la
trave del solaio. Presuppone tuttavia
l’integrità della testata della trave
(altrimenti oggetto di intervento
puntuale di ripristino).
L’intervento mira a migliorare
l’appoggio alla muratura della trave lignea ed è adatto nel caso in cui i
dormienti (porzioni di muratura sui quali le travi poggiano) risultano

177
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

sfaldati o disgregati, o comunque oggetto di possibili cedimenti


differenziali.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
consente di migliorare ed uniformare la trasmissione dei carichi verticali
alla muratura di appoggio.
Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- rimozione parziale del pavimento relativo alla zona di solaio
interessata;
- svincolo della testata della trave dalla muratura di appoggio;
- fissaggio al muro della mensola metallica collegata tramite
spinotti iniettati e bullonati;
- ripristino del pacchetto solaio;
- opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

178
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - APP 03


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale e/o biologico
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Ripristino degli appoggi alla muratura e
della trave
TECNICA: Realizzazione di nuovi appoggi con scarpe
metalliche

L’intervento consiste nell’applicazione di una scarpa di acciaio che,


collegata saldamente alla trave del solaio, sostituisce le funzioni della
parte ammalorata o mancante.
Tale tecnica è consigliabile nei casi in cui:
- le sezioni di appoggio
della trave non sono più
in grado di sopportare le
sollecitazioni indotte dai
normali carichi di
esercizio;
- non è convenente
sostituire la trave.

L’intervento è realizzabile
dal basso e comporta sia la
riduzione della luce della trave
che l’alterazione dell’aspetto
dell’intradosso del solaio.
Tale tecnica è consigliata nel caso in cui le testate delle travi siano
particolarmente degradate.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
consente di migliorare la trasmissione dei carichi verticali alla muratura
di appoggio.
Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
179
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di


sicurezza;
- rimozione parziale del pavimento relativo alla zona di solaio
interessata;
- svincolo della testata della trave dalla muratura di appoggio;
- applicazione della scarpa metallica, fissata alla trave tramite
spinotti passanti e bullonati;
- ricostruzione della muratura circostante la testate;
- ripristino del pacchetto solaio;
- opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

180
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - APP 04


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale e/o biologico
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Ripristino degli appoggi alla muratura e
della trave
TECNICA: Realizzazione di cordolo in c.a., e ripristino
delle testate con scarpe metalliche

Questa tecnica consiste


nell’adozione combinata
dell’intervento di
miglioramento dell’appoggio
murario e di ripristino della
testata della trave.
L’intervento consiste
nell’inserimento di una
mensola, in profilato di
acciaio, posta a sostegno
dell’estremità della trave, dalla
quale sarà preventivamente
rimossa la parte danneggiata.
L’elemento in acciaio è a
sbalzo ed è fissato su un
cordolo in c.a. disposto nello
spessore della parete. Il nuovo
cordolo effettua una migliore
ripartizione dei carichi sulla
struttura muraria. È
consigliabile l’applicazione di
un sottile strato di malta epossidica (tra trave lignea e mensola metallica),
per conferire continuità di appoggio alla testata della trave. Tale
tecnica è consigliabile nei casi in cui la trave non può essere sostituita,

181
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

oppure le sezioni di appoggio della trave non sono più in grado di


sopportare le sollecitazioni indotte dai normali carichi di esercizio.
L’intervento è realizzabile dall’intradosso, riduce la luce della trave e
procura una modesta alterazione dell’aspetto dell’intradosso del solaio.
Riguardo al comportamento meccanico, l’intervento è volto a
ripristinare e migliorare la trasmissione dei carichi verticali alla muratura.
Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- rimozione parziale del pavimento relativo alla zona di solaio
interessata;
- smuratura delle testate delle travi e creazione dell’alloggiamento
del cordolo;
- eventuale ripristino della testata ammalorata;
- posa della cassaforma e dell’armatura del cordolo, compresi
tirafondi per il fissaggio della scarpa metallica della trave;
- installazione della scarpa metallica alla testata della trave;
- getto del cordolo;
- ricostruzione della muratura asportata;
- ripristino del pacchetto solaio;
- opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

182
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

ANALISI DI UNA METODOLOGIA DI INTERVENTO AGLI APPOGGI:


SOSTITUZIONE DELLA TESTATA DELLA TRAVE CON PROTESI LIGNEA
(tecnica sperimentata nel Corso integrato di “Progetto di Strutture e Riabilitazione
Strutturale” del Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università degli Studi di
Firenze)

Tale tecnica risulta idonea laddove non è presente una decorazione


superficiale, e quindi è ammissibile la parziale sostituzione con protesi di
legno. La sostituzione e/o l’affiancamento di elementi strutturali è
possibile solo quando viene dimostrata la completa inefficienza statica.
La tecnica consiste nel praticare un taglio a 45° per eliminare
completamente la parte degradata, mettere in opera una protesi di legno e
connetterla con barre di vetroresina opportunamente alloggiate in
fresature laterali fissate con malta epossidica.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
conferisce monoliticità alla testata: l’elemento ricostruito è reso solidale
alla porzione preesistente della trave grazie all’attacco “a spinotto”
costituito dalle barre di vetroresina iniettate con resina epossidica. Le
barre di vetroresina penetrano per almeno 1/10 della lunghezza
complessiva della trave lignea. La resistenza a sfilamento delle barre è
garantita dall’attrito laterale delle barre avvolte dalla resina epossidica.
Il tipo di connessione con barre in FRP è assimilabile a quello che
prevede l’impiego di barre di acciaio. I principali benefici legati
all’adozione dei materiali compositi fibrorinforzati sono:
- resistenza ad attacchi fisici e chimici per applicazioni in ambiente
aggressivo o in assenza di adeguata protezione (sono
particolarmente raccomandate le fibre di carbonio);
- lavorabilità agevole in cantiere, anche con utensili tradizionali;
- leggerezza;
- ampia gamma delle proprietà disponibili da parte degli FRP, con
riferimento a deformabilità, resistenza e comportamento a fatica.

Più in particolare la tecnica si articola nelle seguenti fasi operative:


fase a) : preparazione all’intervento: vengono eseguite tutte le opere
provvisionali di sostegno, puntellando la trave preesistente per il

183
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

trasferimento dei relativi carichi di esercizio; la trave viene quindi segata


alla sommità, al fine di rimuovere la testata degradata;
fase b) : preparazione della protesi lignea (in base alla lunghezza
della porzione rimossa) con materiale stagionato, della stessa essenza
della trave preesistente;
fase c) : realizzazione di idonei scassi ai quattro angoli della protesi e
della parte di trave adiacente, per il confinamento delle barre in
vetroresina, per l’ancoraggio;
fase d) : applicazione della protesi lignea, ancoranta alla porzione
preesistente mediante incollaggio con resina epossidica e barre di
vetroresina, sempre sigillate con resina epossidica;
fase e) : ricollocazione della trave rinforzata alla quota-solaio;
fase f) : ripristino dell’appoggio murario con mattoni e malta a base
di calce e pozzolana.

Fig. 89: Rappresentazione grafica dell’intervento

Fig. 90: Stato iniziale


dell’elemento ligneo

184
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Sequenza delle operazioni

fase a)

fase b)

185
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

fase c)

fase d)

186
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

fase e)

fase f)

187
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

188
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - TR 01
CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale e
della portanza delle travi
TECNICA: Inserimento di tiranti e puntoni metallici

La tecnica riprende uno degli antichi sistemi di rinforzo delle


strutture lignee, adottati sin dal ’700, che prevedevano l’impiego di
cuffie, puntoni, tiranti, in leghe di ferro. La collaborazione di questi due
elementi (legno e ferro) costituisce una soluzione stilisticamente accettata
anche ai giorni nostri.
La tecnica in questione permette di conseguire un maggior
irrigidimento dell’elemento ligneo e un miglior collegamento alla
muratura perimetrale.
La tecnica consiste nel posizionare il tirante metallico nella parte
inferiore della trave, avendo cura, in prossimità degli appoggi, di
imporgli un’angolazione verso l’alto. Il tirante viene collegato, alle
estremità della trave, tramite apposite cuffie metalliche, apposte alle
testate, che conferiscono, al tirante, l’inclinazione voluta. Tali cuffie sono
rese solidali alla muratura perimetrale tramite perforazioni armate oppure
perni passanti e capochiavi esterni.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, il pre-
tensionamento del sistema metallico innesca una sollecitazione opposta a
quella della deformazione naturale della trave. Tale pre-tensione consente
di recuperare, nel tempo, parte della depressione viscosa (fluage)
acquisita dall’elemento ligneo per effetto di carichi di lunga durata.

189
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 91: Particolari costruttivi della tecnica di rinforzo della trave lignea con tiranti
ancorati in testata su piastra collocata dentro l’appoggio

190
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Fig. 92: Rappresentazione grafica della tecnica di rinforzo delle travi lignee con
tiranti metallici

191
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 93: Schema statico del sistema di rinforzo con tirante e contraffissi
Il sistema reticolare che si ottiene rinforzando la trave con l’inserimento di un tirante
metallico all’intradosso e di due contraffissi, garantisce una significativa resistenza
flessionale in relazione alla maggiore altezza utile disponibile ed alla resistenza
assicurata dalla barra di acciaio. Lo sforzo di trazione assorbito dal tirante (catena)
viene scaricato sulle testate della trave generando una compressione equivalente sulla
struttura lignea, che pertanto risulta sottoposta ad una sollecitazione di presso-flessione.
Agendo sul manicotto di regolazione del tirante è possibile modificare la configurazione
della struttura riducendo gli stati deformativi a scapito di un incremento delle
sollecitazioni interne.
Questa tecnica di consolidamento, pur con i limiti determinati dal notevole impatto visivo,
ha permesso in passato di preservare molti soffitti lignei di pregio dal degrado strutturale.

192
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Fig. 94: Risultato estetico di un intervento di consolidamento con tirante e


contrafforti, eseguito in passato

193
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

194
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - TR 02
CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale e
della portanza delle travi
TECNICA: Aumento della sezione resistente tramite
apposizione di profili metallici all’estradosso

L’intervento consiste
nell’applicazione di un
profilato metallico
all’estradosso delle travi in
legno del solaio, all’interno
del pacchetto solaio. Il
profilato sarà assicurato alla
trave lignea mediante
fasciatura metalliche.
Tale tecnica è
consigliabile nei casi in cui:
- la sezione resistente della
trave risulta insufficiente,
provocando una eccessiva
deformazione della stessa;
- lo spessore del solaio è
tale da consentire la
realizzazione
dell’intervento;
- il pavimento superiore non riveste particolare interesse storico-
artistico e può essere rimosso per consentire la realizzazione
dell’intervento.
L’intervento consente di aumentare la portata del solaio senza
intervenire dall’intradosso. Volendo evitare trasformazioni all’intradosso,

195
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

il collegamento tra il profilo metallico e la trave lignea potrà


eventualmente essere realizzato mediante l’introduzione di tirafondi.
L’intervento, eseguibile dall’estradosso, non altera l’aspetto della
struttura del solaio e, pertanto, consente la totale salvaguardia del soffitto.
Inoltre non comporta modifiche dello schema statico originario del
solaio.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
determinerà l’aumento della sezione resistente, con il miglioramento
delle prestazioni meccaniche rispetto ai carichi verticali.
Tale tecnica risulta essere particolarmente idonea nei casi in cui
l’elemento ligneo portante (trave) presenta deformazioni viscose (fluage).
La pre-tensione stabilita dalle cravatte (tramite tensori regolabili)
consente di recuperare, nel tempo, parte delle depressioni viscose
acquisite dall’elemento ligneo per effetto di carichi di lunga durata.

Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- rimozione parziale del pavimento e del relativo sottofondo,
relativi alla zona di solaio interessata;
- taglio degli eventuali travetti di orditura secondaria che
attraversano la trave;
- predisposizione di idonei fori nella muratura per l’alloggiamento
delle testate dei nuovi profili metallici;
- posa in opera del profilato all’estradosso della trave lignea;
- collegamento dei due elementi (profilato metallico e trave lignea)
tramite cravatte metalliche regolabili, poste in tensione da cunei e
biette disposte tra i due elementi collaboranti;
- ricostruzione del pacchetto del solaio;
- esecuzione delle opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

196
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - TR 03
CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale e
della portanza delle travi
TECNICA: Aumento della sezione resistente tramite
applicazione di profili metallici in aderenza

L’intervento consiste
nell’inserimento di nuove travi
metalliche in aderenza alla
trave in legno esistente; le
nuove travi sono rese solidali a
quelle lignee mediante cravatte
metalliche.
Tale tecnica è consigliabile
nei casi in cui:
- la sezione resistente
della trave risulta
insufficiente,
provocando una
eccessiva deformazione
della stessa;
- non è possibile
intervenire
dall’estradosso del
solaio;
- è consentito di alterare,
in tutto o parzialmente, l’intradosso del solaio.
L’intervento, eseguibile dall’intradosso, consente di salvaguardare un
pavimento preesistente di particolare interesse storico-artistico.

197
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento


determinerà l’aumento della sezione resistente, con il miglioramento
delle prestazioni meccaniche rispetto ai carichi verticali.
Tale tecnica risulta essere particolarmente idonea nei casi in cui
l’elemento ligneo portante (trave) presenta deformazioni viscose (fluage).
La pre-tensione stabilita dalle cravatte (tramite tensori regolabili)
consente di recuperare, nel tempo, parte delle depressioni viscose
(fluage) acquisite dall’elemento ligneo per effetto di carichi di lunga
durata.
Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- predisposizione di idonei fori nella muratura per l’alloggiamento
delle testate dei nuovi profili metallici;
- posa in opera dei profilati lateralmente alla trave lignea;
- collegamento degli elementi tramite cravatte metalliche fissate ai
profilati e, successivamente, poste in tensione tramite tiranti
regolabili;
- ricostruzione della muratura agli appoggi delle travi;
- esecuzione delle opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

198
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - TR 04
CAUSA DEL DISSESTO: Degrado strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale
delle travi
TECNICA: Confinamento di barre di materiale
polimerico fibrorinforzato all’intradosso
travi lignee

Questa tecnica, la più recente tra quelle esaminate, consiste nel


placcaggio delle membrature lignee da consolidare con tessuti o lamine
di materiali fibrorinforzati (FRP). Fondamentale, per la buona riuscita e
la durabilità dell’intervento, è la solidarizzazione del materiale
polimerico alle membrature lignee, connessione effettuata mediante
chiodi, perni, bulloni, viti o colla. Ciascuno dei sistemi di connessione ha
effetti diversi sul comportamento della connessione e, in particolare, sulla
trasmissione degli sforzi, da cui dipendono la rigidezza dell’elemento
composto e la modalità di sfruttamento dei singoli materiali.
La modalità di connessione più frequente tra i rinforzi di FRP e le
membrature lignee è l’incollaggio: a tal riguardo è necessario curare
alcuni aspetti relativi all’interfaccia legno-colla, di peculiare importanza
per ottenere risultati ottimali. Infatti, una mancata o inadeguata
preparazione delle superfici potrebbe compromettere seriamente
l’efficacia dell’intervento di rinforzo.
Le modalità di applicazione (di seguito esaminate) di materiali
fibrorinforzati alle strutture lignee sono molteplici: quelle più diffuse
consistono nell’incollaggio di fasce di tessuto all’intradosso delle travi
portanti, oppure nel confinamento di lamine in appositi incassi realizzati
nelle travi.

199
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 95: L’intervento di rinforzo, necessario per l’eccessiva deformabilità delle travi, è
stato realizzato mediante il confinamento di lamine di CFRP nella zona tesa della trave,
rendendole solidali agli elementi lignei mediante resina epossidica.

200
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

ANALISI DI UNA METODOLOGIA DI INTERVENTO ALLE TRAVI:


PLACCAGGIO CON ELEMENTI FIBRORINFORZATI
(tecnica sperimentata dal CNR – Commissione incaricata di formulare pareri in
materia di normativa tecnica relativa alle costruzioni: Studi Preliminari finalizzati alla
redazione di Istruzioni per Interventi di Consolidamento Statico di Strutture Lignee
mediante l’utilizzo di Materiali Compositi Fibrorinforzati - CNR-DT 201/2005 - ROMA
21/07/05)

Le tecniche di consolidamento che utilizzano i materiali compositi


consentono di non rimuovere la sovrastante struttura, agendo quindi nello
spirito della conservazione del patrimonio edilizio storico, con
conseguente riduzione degli oneri economici e dei tempi di realizzazione
dell’intervento. Pur essendo il legno un materiale anisotropo nel senso
più generale, il suo comportamento può essere schematizzato, con
sufficiente approssimazione, come ortotropo nelle tre direzioni: assiale,
tangenziale e radiale.
Il rinforzo in zona tesa con materiali fibrorinforzati, caratterizzati da
notevoli proprietà di resistenza e rigidezza a trazione, consente di esaltare
la capacità portante di elementi lignei inflessi, aumentandone la duttilità.
In linea di principio, l’applicazione del materiale composito può essere
prevista in zona tesa o in zona compressa, o in entrambe. Il rinforzo in
zona tesa può essere realizzato in via preferenziale con barre e lamine di
FRP incollate alla superficie esterna della trave (con l’eventuale aggiunta
di connettori meccanici) o confinandole all’interno di appositi
alloggiamenti predisposti nel corpo della trave.

201
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Il rinforzo in zona compressa può essere realizzato con barre, lamine


e profilati pultrusi. Nel caso di utilizzo di elementi non adeguatamente
confinati all’interno della sezione, il collegamento del rinforzo con il
supporto ligneo deve essere garantito anche attraverso dispositivi
meccanici (chiodature o viti).
In assenza di tali dispositivi, vengono forniti suggerimenti, nel
documento CNR-DT 200/2004, circa le modalità di utilizzo di lamine di
FRP.
L’inserimento del rinforzo all’interno della sezione (soluzione da
preferire rispetto all’applicazione esterna all’elemento ligneo) mediante
la predisposizione di un intaglio, consente di raddoppiare la superficie di
incollaggio. Fenomeni di delaminazione alle estremità della trave sono di
fatto impediti quando il rinforzo è interamente inserito nella sezione
trasversale, che confina così il rinforzo stesso.
202
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

L’applicazione esterna di un rinforzo con tessuto o con lamine di FRP


può essere in grado di bloccare la propagazione di eventuali preesistenti
fessurazioni a partire da difetti (es. nodi, eccessive inclinazioni della
fibratura) da cui potrebbero conseguire significativi decrementi della
capacità portante di travi lignee.

Allo scopo di garantire efficacia all'incollaggio, devono essere


rispettati i seguenti requisiti fondamentali:
- il collante deve “bagnare” sufficientemente la superficie lignea e
deve presentare un comportamento reologico simile a quello degli
aderendi;
- la superficie lignea deve essere opportunamente preparata in modo
da presentarsi il più possibile uniforme e regolare;
- lo spessore della linea di colla deve essere quello ottimale con
riferimento alle indicazioni della casa produttrice.
Il soddisfacimento del primo requisito è di facile realizzazione se si
adotta un tipo di adesivo compatibile con il legno; il soddisfacimento del
secondo può invece comportare serie difficoltà, soprattutto
nell’applicazione di rinforzi ad elementi preesistenti, segnatamente se
questi ultimi risultano gravemente deteriorati e presentano superfici
fortemente irregolari.
La disomogeneità e l’anisotropia, caratteristiche peculiari
dell’elemento ligneo, condizionano sia la natura, sia la disposizione della
connessione in relazione agli sforzi che essa deve sopportare e
trasmettere. Poiché, infatti, le fibre del legno si presentano orientate
secondo una direzione (solitamente coincidente con quella assiale
dell’elemento, ma non sempre e non in tutte le zone di uno stesso
elemento), le membrature lignee esibiscono una limitata resistenza nei
confronti delle sollecitazioni di trazione e di compressione ortogonali alla
direzione delle fibre. Pertanto, in fase di progetto, tali sollecitazioni
vanno accortamente minimizzate. Sempre nella fase di progetto, non va
inoltre trascurata la puntuale conoscenza di caratteristiche quali la specie
legnosa, la difettosità, l’umidità, il tipo di assortimento e lo stato di
conservazione.

203
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

La schematizzazione dell’elemento ligneo come “trave omogenea di


sezione costante”, solitamente adottata ai fini dei calcoli di progetto, è
molto semplificativa e non può essere acriticamente estesa a quegli
elementi la cui difettosità supera determinati limiti. Inoltre, laddove si
presentino irregolarità gravi della fibratura, nodi di dimensione eccessiva,
evidenti difetti di forma, ecc., si potrebbero manifestare comportamenti
difficilmente prevedibili della connessione legno-FRP.
I profili resistenti degli elementi strutturali di legno sono descritti
nelle norme UNI EN 338, UNI 11035 e UNI 11119, alle quali si rimanda
per approfondimenti.
I compositi fibrorinforzati sono materiali realizzati con una struttura
microscopica ottimizzata per conseguire un ben preciso comportamento
costitutivo. Dal punto di vista tecnologico tali materiali sono
particolarmente adatti alla realizzazione di elementi sottili piani, detti
comunemente lamine. Elementi realizzati con fibre orientate in un’unica
direzione sono soprattutto idonei all’assorbimento di sforzi di trazione o
di compressione nella medesima direzione, mentre risultano inadeguati
ad assorbire sforzi ortogonali alla suddetta direzione.
Al contrario, composizioni con fibre disposte in più direzioni,
solitamente realizzate sovrapponendo più strati unidirezionali, risultano
idonee per assorbire ogni tipo di azione contenuta nel loro piano.
Un aspetto rilevante, strettamente ma non esclusivamente legato
all’incollaggio riguarda la durabilità dell’intervento: non sempre
l’adesivo, dotato delle migliori caratteristiche prestazionali al momento
dell’applicazione, conserva le medesime caratteristiche nel tempo,
soprattutto se le condizioni ambientali sono sfavorevoli. Poiché il legno è
soggetto a notevoli deformazioni legate alle variazioni di umidità, un
collante può essere considerato compatibile se si adegua alle suddette
deformazioni, evitando in tal modo, o limitando al minimo, il rischio di
delaminazione. Inoltre, nel caso di rinforzi pretesi, l’efficacia a lungo
termine dell’intervento presuppone la capacità da parte dei rinforzi
di mantenere lo stato tensionale imposto, requisito quest’ultimo
raggiungibile solo a fronte di un’adeguata realizzazione dell’incollaggio.
Indipendentemente dalla resistenza termica delle fibre, legata alla loro
composizione chimica, quella dei materiali compositi è sempre governata
204
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

dalla corrispondente resistenza della matrice. Le resine infatti tendono a


perdere gran parte delle loro caratteristiche meccaniche già intorno a 100
°C e quindi sono molto sensibili al rischio di eventuali incendi. In
aggiunta, a prescindere dal tipo di rinforzo, il collante utilizzato per il
collegamento composito-legno presenta temperature di transizione
vetrosa quasi sempre ben al di sotto di 100 °C. Ai suddetti inconvenienti
si può porre rimedio sfruttando le elevate capacità di isolamento termico
del legno e studiando soluzioni efficaci di protezione. Tra esse si segnala
ad esempio il ricorso a geometrie particolari che prevedano un’adeguata
copertura del rinforzo con un ulteriore strato di legno a protezione del
composito e a completamento dell’elemento ligneo, anche con funzione
strutturale o estetica. È bene ricordare che tanto maggiore risulta la quota
parte di sollecitazione affidata al composito, tanto più indispensabile
diventa la sua protezione, in quanto il cedimento della matrice o
dell’incollaggio comporterebbe una drastica e immediata riduzione delle
capacità resistenti dell’elemento rinforzato.

Requisiti per l’applicabilità del rinforzo in FRP


Condizione necessaria per l’applicabilità del rinforzo sull’elemento
strutturale, o anche soltanto per l’effettuazione della maggior parte delle
procedure preliminari di indagine, risulta essere l’accessibilità. La
situazione ideale corrisponde a quella in cui la struttura può essere messa
in sicurezza e l’elemento temporaneamente rimosso. Essa comporta non
trascurabili vantaggi, quali la possibilità di applicare metodologie di
indagine di tipo diretto non distruttivo e di procedere all’applicazione del
rinforzo secondo le modalità più consone, individuate nella fase di
indagine. Non è tuttavia escluso il successo dell’intervento nei casi in cui
gli elementi da rinforzare non possano essere temporaneamente rimossi,
purché se ne tenga conto in fase di progetto. Si rende quindi necessaria la
valutazione dell’accessibilità e delle modalità di intervento
effettivamente proponibili.
Per l’applicabilità del rinforzo va inoltre valutata attentamente la
condizione del legno a cui il composito trasmetterà gli sforzi. Essa
dipende dal volume ligneo coinvolto e dalla sua posizione, a seconda del
tipo di intervento da effettuare. Il volume di legno interessato deve essere
205
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

costituito necessariamente da materiale sano, esente da attacchi batterici,


fungini o da ogni altro tipo di attacco biotico o abiotico. Inoltre, l'umidità
di tale volume deve essere prossima all'umidità media dell’elemento in
opera, in equilibrio con le condizioni termoigrometriche ambientali di
esercizio, al fine di evitare il più possibile ritiri e rigonfiamenti del legno,
responsabili di anomali stati di coazione nella zona dell’intervento.
La trasmissione degli sforzi tra FRP e supporto deve essere tale da
evitare concentrazioni tensionali. A tale scopo si può eventualmente
ricorrere a dispositivi idonei a coinvolgere nella trasmissione volumi di
legno più consistenti.

Valutazioni sul tipo di rinforzo


Una volta completata la fase di valutazione preliminare e determinate
le condizioni operative che caratterizzano l’intervento, la scelta ottimale
del tipo di rinforzo rappresenta un momento decisionale di primaria
importanza nell’ambito del progetto di un intervento, sia esso di
adeguamento o anche solo di miglioramento di una struttura. Tale
valutazione, in generale, deve tener conto di molteplici aspetti, attinenti
ad ambiti diversi e non solo a carattere statico e tecnologico. Per brevità,
nel seguito si considererà già espletata la fase di valutazione della
compatibilità dell’intervento di rinforzo con gli aspetti inerenti la
conservazione dei valori artistici e storici del manufatto.
I fattori da prendere in esame sono:
- le caratteristiche geometriche della struttura lignea da rinforzare;
- le caratteristiche dei materiali;
- le caratteristiche geometriche e tipologiche del rinforzo;
- le condizioni statiche prima e dopo l’intervento.
Altri fattori da non trascurare sono:
- la visibilità o non visibilità del rinforzo;
- la compatibilità fra i materiali;
- la condizioni termoigrometriche di esposizione del rinforzo;
- l’esposizione ad ambienti chimicamente o fisicamente aggressivi.
Non da ultimo, vanno presi in considerazione aspetti economici e
fattori legati alla messa in opera del rinforzo, tra cui:
- la valutazione dei tempi di intervento;
206
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

- le opere provvisionali richieste;


- la disponibilità della manodopera qualificata;
- i costi relativi alla realizzazione dell’intervento.
Un aspetto importante consiste nella valutazione delle alternative
possibili e praticabili. La circostanza che un particolare tipo di intervento
possa essere portato a termine con l’utilizzo di materiali fibrorinforzati
non è, in generale, condizione sufficiente a garantire che esso rappresenti
la migliore soluzione possibile. Non è esclusa l’eventualità che
l’intervento ottimale possa prevedere l'utilizzo di solo materiale ligneo.
Secondo un approccio di validità generale, nel caso del rinforzo di
strutture lignee è sempre doverosa un’attenta valutazione dei vantaggi e
degli svantaggi che un qualsiasi intervento comportata.
A tal proposito, la già citata norma UNI 11138 prescrive l’obbligo di
valutare l’efficacia dell’intervento sia in sede di progettazione che ad
intervento effettuato, secondo la tempistica e le modalità appresso
specificate:
- nella fase di previsione progettuale, con le consuete metodologie di
verifica;
- nella fase di simulazione sperimentale, su tipologie di intervento simili
a quella da attuare;
- mediante l’opportuna estensione al caso in oggetto di risultati
sperimentali noti.
Con le suddette premesse, il presente documento può fornire le basi
teoriche per gli interventi di rinforzo che utilizzano materiali
fibrorinforzati.

Requisiti per la durabilità


In relazione alla durabilità dell’intervento, è fondamentale prestare la
massima attenzione alla differenza tra le proprietà deformative del
materiale ligneo esistente e quelle dei compositi e dei diversi tipi di
connettori e/o colle da utilizzare. Ad esempio, l’eccessiva rigidezza degli
incollaggi, con la conseguente incapacità di assecondare le deformazioni
del legno, soprattutto quelle causate dalle variazioni idrometriche, può
aggravare lo stato fessurativo preesistente, provocando addirittura nuove
lesioni.
207
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

A tal proposito vengono di seguito elencate alcune raccomandazioni


per garantire la massima durabilità ad un intervento di rinforzo eseguito
con tale tecnica.
- Limitazione delle tensioni in esercizio: la corretta valutazione, in sede
di progetto, delle condizioni statiche successive al rinforzo è necessaria
per garantire stati tensionali ammissibili per tutti i materiali coinvolti.
- Scelta accurata del materiale di rinforzo: le differenze fisiche e
meccaniche tra i diversi tipi di fibre, di resine e, in definitiva, di materiali
compositi non sono trascurabili. Nessun materiale può ritenersi ottimale:
se, infatti, le fibre di carbonio sono meno sensibili alle sollecitazioni
ambientali e ai fenomeni di creep, le fibre aramidiche sono più resistenti
ai carichi impulsivi; quelle di vetro, grazie ai bassi valori del loro modulo
di elasticità normale e ai valori elevati della deformazione a rottura,
assecondano invece meglio le deformazioni del legno, mitigando il
rischio di fenomeni di delaminazione e, quindi, di collasso prematuro.
- Corretta progettazione del collegamento fra i materiali: l’attenzione, in
sede di progetto e di esecuzione, alla realizzazione del collegamento deve
essere prioritaria, tenendo in debito conto il comportamento costitutivo
dei materiali interessati.
- Protezione dell’intervento di rinforzo: l’attenta scelta dei materiali può
garantire l’efficacia del rinforzo anche in condizioni eccezionali, ma non
è comunque sufficiente ad assicurare un’accettabile durabilità in assenza
di opportune precauzioni sulla sua protezione. Concorrono infatti al
degrado di un materiale fibrorinforzato fattori di tipo chimico-fisico,
meccanico (urti, atti vandalici, ecc.), termico (alte temperature, incendio).
Tuttavia, con l’adozione di particolari accorgimenti costruttivi, le
caratteristiche del legno possono consentire una facile protezione dai
suddetti fattori senza dover ricorrere all’uso di altri materiali.
- Corretta esecuzione: ad una corretta progettazione di dettaglio deve
necessariamente fare seguito una puntuale esecuzione. L’utilizzo di
materiali fibrorinforzati a scopi strutturali, in particolare per il
consolidamento di strutture lignee, richiede l’impiego di personale
specializzato. La realizzazione non a perfetta regola d’arte anche di una
sola delle fasi dell’intervento potrebbe vanificarne l’efficacia
complessiva.
208
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

- Idonea progettazione della collocazione ambientale: la presenza di


condizioni microclimatiche adeguate, come ad esempio una buona
ventilazione, è un requisito indispensabile per la durabilità
dell’intervento. Anche la limitazione delle escursioni igrometriche nel
legno favorisce una buona conservazione dell’interfaccia legno-rinforzo.

Il collegamento mediante incollaggio


L’efficacia di un collegamento che faccia uso di adesivi su legno è
funzione di vari fattori. Sempre che il giunto sia stato progettato e
realizzato correttamente, essi possono essere così sintetizzati.
- Capacità bagnante dell’adesivo nei confronti della superficie: dipende
dal supporto (lavorazione della superficie, tipo di trattamento
superficiale, ‘invecchiamento’ e in genere modificazione chimica della
superficie, porosità, ecc.), ma anche dall’adesivo (viscosità, densità,
affinità chimica con il supporto, ecc.).
- Proprietà di massa dell’adesivo a indurimento avvenuto: sono
importanti soprattutto quando lo spessore della linea di colla sia
apprezzabile, caso molto frequente negli interventi effettuati in situ e in
genere quando alle parti incollate non sia applicata una pressione; le
proprietà di coesione del prodotto adesivo sono infatti essenziali perché
l’intera superficie di incollaggio partecipi al trasferimento delle tensioni
attraverso l’interfaccia. A tal proposito lo spessore della linea di colla
deve essere quello ottimale indicato dal Produttore.
- Condizioni ambientali di particolare severità: possono consistere, ad
esempio, in distorsioni termiche particolarmente severe, quali quelle che
si producono in occasione di incendi, ovvero in rilevanti variazioni
igrometriche ripetute, che inducono deformazioni nel legno, cui non
seguono analoghe variazioni del volume di adesivo, causando l’insorgere
di stati di coazione addizionali all’interfaccia tra adesivo e legno.
Al fine di salvaguardare l’affidabilità di un giunto incollato nel corso
della sua vita utile, occorre quindi assicurare le opportune precauzioni
affinché le condizioni della superficie di incollaggio siano adeguate ed
inoltre occorre utilizzare prodotti adesivi idonei allo specifico uso
strutturale sul legno.

209
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Per quanto riguarda il primo aspetto, è necessario tener presente che


qualsiasi tipo di trattamento superficiale deve avere come obiettivo
primario il conseguimento di una superficie pulita, ossia non contaminata
da particelle estranee (es. polvere) o da residui (grassi, oli, ecc.). Inoltre,
eventuali trattamenti precedenti (impregnazione, uso di preservanti, ecc.)
devono essere rimossi o, comunque, di essi va verificata la compatibilità
chimica con l’adesivo. Trattamenti abbastanza comuni sono la
decontaminazione con solventi o la lavorazione delle superfici di
incollaggio (abrasione mediante sabbiatura, piallatura, levigatura, ecc.),
che consente di aumentare la rugosità di queste ultime.
È tuttavia necessario:
- evitare innalzamenti localizzati della temperatura (formazione di
bruciature dovute per esempio all’uso di attrezzi non idonei e/o non ben
mantenuti), poiché è noto che elevate temperature possono provocare la
disattivazione dell’incollaggio;
- rimuovere i trucioli e le polveri, preferibilmente mediante aspirazione
anziché soffiatura;
- ripulire le superfici da eventuali tracce di lubrificanti provenienti, ad
esempio, dai meccanismi di movimentazione o trascinamento degli
attrezzi da taglio (es. catene di motoseghe) mediante scalpellatura o
fresatura.
In alcuni casi, soprattutto per specie legnose a più elevata densità,
può essere utile o necessario applicare alla superficie un primer con
funzione compatibilizzante (spesso di natura chimica simile o affine a
quella dell’adesivo). È opportuno che ogni trattamento superficiale sia
effettuato immediatamente prima dell’applicazione del rinforzo, per
evitare ogni contaminazione da parte della polvere e dello sporco presenti
in cantiere.
Gli aspetti legati all’idoneità dei prodotti adesivi per l’incollaggio su
legno devono tendere all’individuazione delle relazioni tra le proprietà di
massa del prodotto e quelle del substrato ligneo, che comunque deve
essere in buono stato di conservazione o quantomeno in condizioni
affidabili. L’individuazione di tali relazioni viene normalmente condotta
attraverso la misura della resistenza a taglio dell’interfaccia tra l’adesivo
e il legno, valutata su giunti in condizioni normali di umidità.
210
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Tuttavia, nella valutazione complessiva di un adesivo, è necessario


verificare il giunto anche per effetto delle distorsioni igrometriche
prevedibili nel corso della sua vita utile.

Il collegamento mediante connettori meccanici


Il collegamento dei materiali fibrorinforzati al legno, oltre che per
incollaggio, può essere effettuato mediante dispositivi meccanici
tradizionali, ovvero mediante collegamenti di tipo misto. Nell’utilizzo di
collegamenti di tipo meccanico, il problema principale è rappresentato
dalla struttura dei compositi. Infatti, per loro natura, essi presentano
resistenze molto basse sia per carichi concentrati, sia per forze oblique
rispetto all’orientamento delle fibre. Le suddette circostanze si realizzano
entrambe nel caso di impiego di connettori meccanici. È buona norma
ricorrere a questi ultimi come integrazione di collegamenti incollati sia
per migliorare il comportamento allo SLU della connessione incollata,
sia per "cucire" il collegamento, assorbendo le trazioni perpendicolari al
piano di incollaggio.
Infatti, nei collegamenti che fanno uso di adesivi, l’incollaggio,
almeno finché è efficace, crea un giunto di tipo rigido, in grado di inibire
i movimenti relativi fra le due superfici a contatto. Tale circostanza si
vanifica con l’approssimarsi delle condizioni ultime dell’elemento
rinforzato. Al momento della crisi dell’incollaggio, la presenza di
connettori può rivelarsi determinante per garantire il trasferimento delle
tensioni dall’elemento ligneo al rinforzo, conferendo al meccanismo di
rottura caratteristiche di duttilità. Conseguentemente, il dimensionamento
dei connettori dovrebbe avvenire in modo indipendente dalla presenza
dell’incollaggio, affidando ad essi la completa trasmissione delle
sollecitazioni di progetto.
A differenza del legno, per il quale l’introduzione di connettori di
tipo meccanico non comporta problemi diversi da quelli già affrontati
dalle normative vigenti, per un materiale composito tale tipo di
connessione potrebbe comportare soluzioni di continuità a carico delle
fibre e la mobilitazione di stati tensionali localizzati. Se necessaria,
quest’ultima va verificata con prove specifiche e la sua azione va
rapportata alle caratteristiche di resistenza del composito fibrorinforzato
211
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

utilizzato. Infatti, mentre fogli e lamine sottili di FRP necessitano di una


distribuzione uniforme di sforzi, prerogativa delle connessioni incollate,
l’efficacia del collegamento di lamine spesse o di elementi pultrusi
potrebbe essere effettivamente migliorata mediante l’utilizzo di
collegamenti di tipo misto. I tipi di cucitura di collegamenti possono
essere molteplici; alcuni di essi, particolarmente frequenti, sono
schematizzati nella figura che segue.

Tipi di cucitura di collegamenti:


(a) con connettori; (b) fasciatura con nastri di FRP; (c) connettori applicati su elementi
secondari.

212
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

ESEMPIO DI INTERVENTO DI CONSOLIDAMENTO DELL’ORDITURA


PORTANTE MEDIANTE PLACCAGGIO CON MATERIALI FIBRORINFORZATI

Il solaio, oggetto dell’intervento di consolidamento preso in


considerazione, è costituito da travi di legno di abete di luce pari a 4,5 mt
e sezione di 18x22 cm. Nella fase diagnostica fu riscontrata, a seguito di
un intervento di rinforzo eseguito in passato, l’aggiunta, all’estradosso, di
un massetto in cls senza connessione alle travi del solaio. Le travi quindi
si trovavano a sostenere un carico maggiore di quello originario di
progetto e comunque dopo una prima verifica delle sollecitazioni anche
senza il peso aggiunto lo stato tensionale delle travi era superiore ai
valori ammissibili.

Inoltre le travi erano state raddoppiate, probabilmente allo scopo di


aumentare la sezione resistente e quindi la portanza.
L'intervento doveva essere eseguito dall’intradosso in quanto
l'appartamento del piano superiore era abitato e comunque non era

213
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

possibile adottare una tecnica con cappa all’estradosso e connettori, o


altre tecniche di intervento dall’estradosso.
La soluzione adottata è stata quella di applicare strisce di tessuto in
CFRP all'intradosso delle travi del solaio. Ogni trave è stata rinforzata
con una striscia larga 10 cm e lunga quanto la trave. Il tempo di
esecuzione del lavoro è stato di tre giorni lavorativi comprese le
operazioni di stuccatura delle travi per preparare le superfici alla
laminazione del carbonio con la resina. In questo intervento è stato scelto
di non scaricare il solaio, e quindi di non recuperare la freccia di
inflessione delle travi. Pertanto il rinforzo esplica la sua funzione “attiva”
soltanto all'aumentare del carico agente.

Caratteristiche dei materiali:

Legno di ABETE Carbonio U330


400
Resistenza a trazione Resistenza a trazione 47000 Kg/cm2
Kg/cm2
Resistenza a 300
Deformazione 1,5 %
compressione Kg/cm2

Modulo elastico 2.600.000 Kg/cm2

214
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Fasi esecutive dell’intervento:

Fase a): stuccatura delle travi;


operazione necessaria quando la
superficie da laminare non si
presenta liscia e continua, senza
asperità e/o fori.

Fase b): eseguita la lisciatura


della stuccatura tramite
levigatrice, si procede alla
laminazione. Le fasi a) e b) sono
molto delicate in quanto la
presenza di un difetto, seppur
minimo, potrebbe influire sul
risultato finale dell’intervento.

215
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fase c): applicazione del rinforzo. Ad ogni trave viene applicata, al suo
intradosso, una striscia di tessuto CFRP larga 10 cm e laminata con resina
epossidica.

216
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Fase d): laminazione del rinforzo. L’applicazione della resina e la successiva


apposizione della fascia di tessuto CFRP alla trave di legno avviene mediante
l'uso di rulli a spugna. Durante l'applicazione si ottiene in genere la fuoriuscita,
dai fori della fibra, della resina in eccesso: è necessario infatti che il tessuto
aderisca perfettamente allo strato di laminazione, fino al “rifiuto” della resina
attraverso i fori del tessuto stesso.

217
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Risultato finale dell’intervento

218
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

5.3.2 Tecniche finalizzate al rinforzo dei solai per azioni nel


piano

Sin dall’antichità, la leggerezza e la lavorabilità hanno contribuito a


rendere il legno il materiale preferito per la realizzazione di
orizzontamenti negli edifici: da quelli più economici, a destinazione
residenziale, spesso realizzati interamente di legno, fino ai più importanti
edifici pubblici con struttura muraria.
Grazie alle innovazioni tecnologiche, nel secolo scorso, tale primato
ha ceduto il passo a soluzioni più moderne, quali le solette di
conglomerato cementizio armato, i diffusissimi solai laterocementizi,
fino ad arrivare ai più recenti solai a predalles.
In effetti, il modesto grado di sicurezza offerto, in generale, alla
stabilità dell’insieme strutturale in caso di sisma è uno dei principali
fattori che hanno contribuito a limitare fortemente la diffusione dei solai
di legno, anche se la loro presenza nel panorama edilizio non è mai del
tutto scomparsa.
La vasta diffusione degli orizzontamenti di legno nell’edilizia
esistente ed in particolare in quella a carattere storico e monumentale
apre grandi prospettive allo sviluppo di nuove tecnologie per il loro
consolidamento. Tipologicamente, il solaio in legno può essere
scomposto in due parti principali, con struttura e funzioni diverse:
l’ordito e l’impalcato.
- L’ordito è costituito da uno o più ordini di travi, disposti in direzioni
fra loro ortogonali (in genere, un’orditura principale, costituita dalle
travi, e un’orditura secondaria, costituita dai travetti). L’ordito ha la
funzione statica di resistere alle azioni verticali dovute al peso proprio, al
peso degli elementi di impalcato e delle parti di completamento
all’intradosso e all’estradosso, nonché al peso di eventuali tramezzi ed
all’azione dei sovraccarichi variabili.
- L’impalcato è costituito, nella sua configurazione più semplice, da un
elemento piano realizzato da uno o più strati di tavole di legno tra loro
accostate (fig. 96) o anche realizzato da pianelle di laterizio appoggiate ai
travetti (fig. 97). L’impalcato ha la funzione statica di resistere ai carichi
verticali che gravano direttamente su di esso e di ripartirli tra gli elementi
219
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

dell’ordito; inoltre, svolge la funzione di irrigidimento trasversale


dell’ordito, trasmettendo le azioni orizzontali agli elementi verticali della
struttura.

Fig. 96: Tipologie di solaio con impalcato in tavolato di legno

Fig. 97: Tipologie di solaio con impalcato in pianelle di laterizio

220
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Uno degli obiettivi primari da perseguire, nei riguardi di un solaio


ligneo in zona sismica, è il miglioramento delle sue caratteristiche di
resistenza e di rigidezza.
Il ruolo del solaio, nel comportamento sismico di una struttura, è
quello di trasmettere le forze d’inerzia agli elementi portanti verticali. A
tale scopo, è necessario conoscere l’effettiva rigidezza del solaio nel
proprio piano. Da essa dipende infatti la valutazione delle forze
orizzontali agenti sui singoli elementi verticali, nonché quella del
comportamento deformativo della struttura.

Fig. 98: Configurazioni deformate di impalcati tipo (a), soggetti ad azioni nel piano,
nell’ipotesi di solaio infinitamente rigido (b) e di solaio deformabile (c).

La situazione di solaio "sufficientemente" rigido ai fini estensionali,


rispetto al comportamento flessionale, ha due obiettivi:
- consentire l’introduzione di alcune semplificazioni nel calcolo del
comportamento globale della struttura, preservando la validità dei
risultati ottenuti in termini di forze e deformazioni;

221
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- assicurare che le deformazioni del solaio siano sufficientemente


piccole, tanto da poterne trascurare gli effetti sulla distribuzione delle
forze tra gli elementi verticali.

Partendo dalla considerazione che un semplice solaio ligneo non è in


grado di garantire un’adeguata rigidezza estensionale, si rendono
necessari interventi di irrigidimento per azioni nel piano, allo scopo
anche di conseguire un miglioramento del comportamento deformativo
globale della struttura. L’efficacia dell’intervento deve essere valutata in
termini relativi, con riferimento alla situazione geometrica e costruttiva
di partenza.

Ai fini della eseguibilità di un intervento di rinforzo per azioni nel


piano, il solaio su cui si dovrebbe intervenire deve risultare
strutturalmente idoneo. Va precisato infatti che l’intervento di cui trattasi
non influenza in maniera apprezzabile né la rigidezza flessionale né la
capacità portante del solaio. Queste ultime devono quindi essere
esaminate a parte e, se del caso, adeguatamente migliorate.
Si rileva, inoltre, che l’intervento non altera i carichi permanenti e,
quindi, la capacità portante del solaio, a valle dell’intervento, è garantita,
se lo era già in precedenza.

222
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - SIS 01


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel
piano
METODOLOGIA: Irrigidimento del solaio
TECNICA: Apposizione di un nuovo tavolato,
incrociato, su quello preesistete

L’intervento consiste nel mettere in opera un nuovo tavolato in legno


su quello preesistente, previa demolizione della vecchia pavimentazione.
È possibile attuare tale tecnica quando il solaio si trova in un buono
stato di conservazione e sia in grado di sopportare i normali carichi di
esercizio. In ogni caso,
qualora si riscontrino
dissesti all’orditura
principale del solaio (travi
principali), occorre prima
intervenire localmente
ripristinando la capacità
portante degli elementi
dissestati (v. interventi APP
– TR).
È opportuno porre in opera
il nuovo tavolato
disponendolo secondo
un’orditura incrociata
rispetto a quello
preesistente, in modo da
conferire maggiore
omogeneità e ripartizione dei carichi di esercizio.
È una tecnica particolarmente adatta in zona sismica in quanto
conferisce un aumento della rigidezza del solaio. Risulta, inoltre,
particolarmente indicata quando si voglia porre in opera un tipo di
pavimento a secco (parquet, moquette, ecc.), senza sottofondo.

223
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Per quanto riguarda il comportamento meccanico, il nuovo tavolato,


disposto secondo un’orditura incrociata rispetto a quello preesistente,
conferisce all’impalcato un effetto “piastra”, ovvero una maggiore
rigidezza rispetto nei confronti delle azioni nel piano.
L’intervento si articola sinteticamente nelle seguenti fasi:
- puntellatura precauzionale del solaio;
- installazione di montacarichi, del ponteggio di servizio e di tutte
le opere provvisionali e di sicurezza necessarie;
- smontaggio del pavimento, previa numerazione degli elementi;
- rimozione del massetto di allettamento del pavimento;
- verifica della reale condizione dell’ossatura portante del solaio;
- posa in opera del muovo tavolato;
- riapposizione del pavimento, previa realizzazione del nuovo
massetto di allettamento;
- opere varie di finitura (ripristino intonaci, tinteggiature, ecc.);
- rimozione delle opere provvisionali e delle puntellature.

224
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 02


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Irrigidimento del solaio e miglioramento della
solidarietà con la cella muraria
TECNICA: Cerchiatura con angolari metallici

La tecnica è volta
a consolidare solai
preesistenti privi di
cordolature di piano
al fine di consentire,
in zona sismica in
particolare, un
comportamento a
piastra ed una
adeguata uniforme
ripartizione dei
carichi orizzontali
dovuti al sisma;
nonché ammorsare l’orditura principale del solaio alle murature di
perimetro realizzando un adeguato elemento di cerchiatura perimetrale.
L’intervento si articola nelle seguenti fasi operative:
- preparazione delle murature, previa adeguata puntellatura del
solaio;
- allineamento e livellamento travetti in legno mediante martinetti
idraulici;
- pulitura e livellamento con malta cementizia del paramento
murario interno;
- perforazioni di diametro Ø 30 mm orizzontali o inclinate in
relazione alla dimensione e durezza dei blocchi lapidei;
- inserimento delle barre filettate e sigillatura mediante pasta
cementizia o miscele sintetiche;

225
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- ammorsamento dell'angolare in ferro da collocare all'intradosso in


caso di solai caratterizzati da pavimentazioni di pregio da
salvaguardare o in estradosso, nel caso di solaio a cassoni o con
travature affrescate o comunque da conservare;
- in caso di angolare in ferro collocato all’estradosso, questo verrà
saldato all'armatura della caldana in cls da realizzare a
completamento dell' opera;
- incasso nelle travi di legno e saldatura delle gole in ferro al
cordolo in angolare metallico;
- bullonatura passante dei travetti in legno da fissare con vincolo a
cerniera alle gole in ferro.

Fig. 99: Particolare costruttivo dell’alloggiamento metallico ad “U” delle


travi lignee. Le travi sono collegate tra loro mediante la cerchiatura-cordolo
perimetrale, ottenuta con il profilo ad “L”, ancorato alla muratura tramite
perforazioni armate, e serrato esternamente alla cella muraria tramite
capochiavi.

226
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 03


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Irrigidimento del solaio e miglioramento della
solidarietà con la cella muraria
TECNICA: Ancoraggio delle travi alla muratura meditante
piatti in ferro

La tecnica è volta a migliorare la solidarietà tra il solaio e la muratura


perimetrale, e quindi ad ottenere una migliore risposta nei confronti
dell’azione sismica.
Queste le modalità di esecuzione:
- apposizione, lateralmente alle travi principali, di ferri piatti,
aventi una lunghezza pari allo spessore della muratura + 80 cm;
- collegamento dei ferri piatti alle travi principali mediante
chiodatura o bullonatura con spinotti passanti;
- bloccaggio dei ferri piatti all’esterno mediante appositi cunei in
ferro.

227
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 100: Tecnica di ancoraggio dell’orditura principale alla muratura portante


Particolari costruttivi

228
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Una variante dello stesso intervento prevede invece l’impiego di ferri


piatti sagomati a squadro, ed ancorati all’interno della muratura.

Fig. 101: Particolare costruttivo ancoraggio trave alla muratura


Legenda:
1. Rifacimento muratura di appoggio;
2. Tavolato di aerazione della testa trave;
3. Travi in castagno stagionato, squadrato, spigoli bisellati con fetta di 30
mm, trattate con sali di boro (antitarlo e antimuffa), dimensionamento
da calcolo; teste protette da cartonfeltro bitumato;
4. Coppia di piatti in acciaio, chiodati alle travi, con risvolti a squadro;
5. Tirante di piano;
6. Iniezione di malta per il consolidamento della muratura all’intorno del
tavolato avvolgente la testa trave. Accertare preventivamente la
geometria di orditura del solaio rispetto alla parete di facciata; valutare
di conseguenza il comportamento statico d’insieme e la conformità e la
disposizione di tiranti metallici e capochiavi; è preferibile lasciare
queste ultime a vista, disegnandone la forgiatura.
229
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fig. 102: Sezione

Fig. 103: Pianta

230
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Un’altra variante prevede invece il fissaggio dei piatti di ferro sopra


l’impalcato.

Fig. 104: Tecnica di ancoraggio dell’orditura principale alla muratura portante


Particolari costruttivi

231
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

232
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 04


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Irrigidimento del solaio
TECNICA: Realizzazione di controventatura mediante
l’impiego di tiranti e cravatte metalliche
all’intradosso del solaio

L’intervento consiste nell’applicare, all’intradosso del solaio, tiranti


metallici vincolati alla muratura perimetrale e alle travi in legno a mezzo
di idonee cravatte
metalliche ad ‘U’.
L’intervento consente
di conseguire una
maggiore rigidezza del
solaio sul proprio piano.
È particolarmente
indicato in zona sismica
in quanto permette una
migliore trasmissione
delle azioni orizzontali
alle strutture in
elevazione.
L’intervento può
essere effettuati
indifferentemente
all’intradosso o
all’estradosso del solaio.
Per quanto riguarda il
comportamento
meccanico, la controventatura, realizzata tramite i tiranti diagonali,
conferisce al solaio maggiore rigidezza nei confronti di azioni nel piano.
L’intervento si articola nelle seguenti fasi:

233
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- puntellatura delle travi estreme, corrispondenti ai fori per


l’ancoraggio delle controventature (tiranti);
- installazione di montacarichi, del ponteggio di servizio e di tutte
le opere provvisionali e di sicurezza necessarie;
- esecuzione delle perforazioni nella muratura e predisposizione
delle sedi di ancoraggio dei tiranti;
- posa in opera dei tiranti e chiusura dei fori di ancoraggio;
- collegamento dei tiranti al solaio mediante cravatte metalliche ad
“U”, chiodate in corrispondenza di ciascuna trave;
- esecuzione delle opere varie di finitura (ripristino intonaci,
tinteggiature, ecc.);
- rimozione delle opere provvisionali.

234
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 05


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Irrigidimento dell’impalcato
TECNICA: Realizzazione di controventatura in materiale
composito fibrorinforzato

Oltre agli impieghi sulle travi (come già visto in precedenza), altro
impiego efficace dei materiali compositi fibrorinforzati riguarda
l’applicazione per il rinforzo dell’impalcato ligneo nei confronti delle
azioni nel piano. L’intervento consiste nell’applicazione, sul tavolato di
impalcato, di croci di controvento, realizzate mediante strisce di
materiale composito fibrorinforzato.

Le principali caratteristiche dell’intervento sono:


- Disposizione del controvento in diagonale, con un comportamento
analogo a quello dei controventi metallici, sfruttando le sole
caratteristiche di resistenza a trazione.
- Il materiale composito deve essere unidirezionale, con adeguata
rigidezza assiale e sufficientemente sottile e deformabile per azioni fuori
dal piano.

235
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Ulteriori considerazioni possono derivare da aspetti pratici legati alla


realizzazione dell’intervento. Alcuni di essi sono qui di seguito elencati:
- I materiali più idonei a costituire il rinforzo sono quelli con fibra di
vetro, per il loro modesto modulo di elasticità normale, che consente loro
di assecondare i movimenti naturali del legno e quelli inevitabili del
solaio senza causare tensioni eccessive all’interfaccia incollata.
- I tipi di prodotto più adatti alle caratteristiche meccaniche richieste
sono sicuramente quelli disponibili in forma di tessuti, preimpregnati o
impregnati in situ, disponibili in pratici rotoli, da cui possono essere
ricavate con facilità strisce di lunghezza opportuna.
- Allo scopo di ostacolare i fenomeni di instabilità dei rinforzi
compressi, di rendere più uniforme il comportamento del solaio nelle due
direzioni principali, di proteggere l’intervento di rinforzo e di migliorarne
l’adesione è opportuno che, all’estradosso, l’intervento sia completato da
un secondo impalcato. Le tavole di quest’ultimo sono disposte
perpendicolarmente a quelle del primo impalcato, al quale devono essere
solidarizzate per mezzo di chiodi o viti. Preliminarmente alla posa in
opera del secondo impalcato, la superficie superiore dei rinforzi di FRP
può essere ulteriormente cosparsa di colla, in modo da migliorare la
solidarizzazione tra il rinforzo ed il solaio e quella tra i due ordini di
tavole. Ad operazioni ultimate, la superficie di estradosso del solaio
rinforzato sarà del tutto simile a quella in assenza di rinforzo, rendendo
possibili le comuni operazioni di finitura superficiale. Nel caso di
impalcato realizzato con pianelle di laterizio, il ruolo di protezione e di
contenimento dell’instabilità delle fibre del composito può essere assolto
da uno strato di malta di calce.

236
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 06


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Irrigidimento dell’impalcato
TECNICA: Realizzazione di cappa in c.a. all’estradosso
ancorata alla muratura con cordolo perimetrale

L’intervento consiste nel realizzare una cappa di calcestruzzo, armata


con rete elettrosaldata, all’estradosso del solaio in legno. La connessione
tra le travi portanti lignee e la nuova cappa in calcestruzzo può ottenersi
mediante l’ancoraggio, nelle travi, di connettori metallici (connettori tipo
TURRINI PIAZZA, o tralicci LPR, oppure ramponi filettati tipo
TECNARIA) in modo da consentire la collaborazione tra i due sistemi
costruttivi. L’ammorsamento della cappa armata nella muratura portante
perimetrale può essere
ottenuto mediante cordoli
in c.a. ancorati alla
muratura con apparecchi a
coda di rondine.

Questa tecnica di
consolidamento è indicata
quando il solaio
preesistente è in grado di
sopportare l’incremento
dei carichi, dovuti alla
realizzazione della cappa
in cls. L’intervento
consente di ottenere
l’irrigidimento del solaio
nel proprio piano ed una
migliore ed omogenea
ripartizione dei carichi sulla struttura muraria perimetrale. Per tali fattori
risulta particolarmente indicato in zona sismica.

237
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Per quanto riguarda il comportamento meccanico, la controventatura,


realizzata tramite i tiranti diagonali, conferisce al solaio maggiore
rigidezza nei confronti di azioni nel piano.
L’intervento si articola sinteticamente nelle seguenti fasi:
- puntellatura delle travi principali, all’intradosso;
- smontaggio del pavimento e relativo sottofondo;
- taglio della fascia perimetrale di muratura, a cantieri alterni, per
l’inserimento del cordolo e della cappa armata;
- disposizione delle armatura del cordolo;
- ancoraggio, sulle travi lignee, di connettori (barre tipo TURRINI-
PIAZZA o ramponi tipo TECNARIA);
- posa in opera della rete di armatura della cappa, opportunamente
connessa ai connettori;
- impermeabilizzazione dell’impalcato;
- esecuzione del getto di calcestruzzo;
- ripristino della muratura e finiture varie;
- rimozione delle puntellature e delle opere provvisionali.

238
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 07


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Isolamento delle testate
TECNICA: Installazione di appoggi scorrevoli multidirezionali
(dissipatori di energia) alle testate delle travi

Per la particolare natura dell’intervento, questa tecnica è applicabile


ad un orizzontamento integro (o già consolidato) al fine di migliorare la
risposta degli elementi portanti (travi) nei confronti dell’azione sismica.
L’obiettivo dell’intervento, infatti, è quello di contenere l’effetto di
“martellamento” cui sono soggetti tutti gli organismi edilizi con
orizzontamenti lignei.
Tale tecnica si basa sull’ideazione di un sistema di appoggio
scorrevole (staticamente assimilabile ad un carrello) che si comporta
meccanicamente come un dissipatore di energia3 da installare quale
appoggio di una delle due testate delle travi di un solaio.
Il sistema di appoggio scorrevole è costituito da una piastra di base
resa solidale alla muratura portante per mezzo di tirafondi costituiti da
barre di acciaio filettate, inserite in perforazioni armate, saturate con
resine epossidiche. Detto sistema accoglierà, all’interno della sua
bordatura perimetrale, il perno di appoggio.
La superficie superiore della piastra di scorrimento è rivestita con una
lamina di acciaio inox che è l’interfaccia di contatto con la superficie
inferiore del perno d’appoggio a sua volta ricoperta da teflon-PTFE.
Il perno è costituito da un cilindro di acciaio saldato di testa su una
piastra, anch’essa di acciaio, ricoperta con neoprene per mezzo della
vulcanizzazione. Il neoprene è armato con uno o più strati di lamierino
metallico che hanno lo scopo di contenere le dilatazioni laterali sotto
carico. Il perno deve essere inserito in una fascia o cuffia di acciaio sulla
trave, oppure, se non si tratta di struttura di grande luce, direttamente in
un foro in corrispondenza dell’appoggio. Una volta montato il sistema,
3
fonte: Mariani M., Consolidamento delle strutture lignee con l’acciaio

239
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

deve essere rimosso qualsiasi vincolo che collega il tavolato o l’orditura


secondaria al muro perimetrale (lato su cui sono stati installati gli
appoggi scorrevoli). Per quanto riguarda il comportamento meccanico, è
doveroso evidenziare che l’intervento in questione si pone l’obiettivo di
“sgravare” la muratura portante dall’effetto “martellamento” delle travi
sotto l’azione sismica, ma non garantisce alcuna solidarietà e
collaborazione statica tra il solaio e la cella muraria.

Fig. 105 : Particolare dell’appoggio scorrevole multidirezionale


(M.Mariani)
240
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO – SIS 08


OBIETTIVO: Miglioramento della risposta per azioni nel piano
METODOLOGIA: Conseguimento del “solaio deformabile”
TECNICA: Controventature mediante travi reticolari o stralli

Questa recente tecnica nasce dalla constatazione che, per effetto dei
danni conseguenti al terremoto del 1997 di Umbria e Marche, molti
edifici adeguati con la metodologia dell’irrigidimento del solaio tramite
cordolo perimetrale in c.a. ed ancoraggi alla muratura con innesti a coda
di rondine (in ottemperanza al D.M. 16/01/96), sono risultati seriamente
danneggiati. Ciò in quanto il cordolo del solaio, inserito solo
parzialmente nello spessore della muratura, sottoposto all’azione sismica,
innesca fenomeni di instabilità tra i paramenti murari (quello interno e
quello esterno, spesso scollegati tra loro), finendo col caricare solo i
paramento interno, ben vincolato al solaio. Inoltre, nel caso di geometrie
planimetriche non regolari, le nuove masse creano effetti torsionali
aggiuntivi.
Alla luce di tali considerazioni, questa tecnica mira a massimizzare la
capacità resistente della struttura muraria distribuendo le forze sismiche
anche nel piano delle pareti.
Gli elementi incaricati a realizzare il vincolo a livello di solaio e a
trasmettere i carichi sismici dai pannelli ortogonali a quelli paralleli
all’azione sismica, sono elementi resistenti a flessione (ad esempio travi
reticolari) oppure stralli in acciaio, con collegamenti progettati in modo
da avere la distribuzione isostatica delle forze tra le diverse pareti
sollecitate nel piano.
Intervento con elementi resistenti a flessione
La trasmissione alle pareti parallele alla direzione assunta per il sisma
si ottiene mediante la riquadratura delle celle murarie con l’inserimento
di elementi resistenti a flessione. Tali elementi, disposti in aderenza alle
pareti ed alloggiati nello spessore del pavimento oppure all'intradosso del
solaio, sono collegati tra loro, nell'ambito della cella di appartenenza,
mediante cerniere, ed alle pareti murarie mediante delle piastre di
241
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

ancoraggio in acciaio. Si realizza così un sistema di travi semplicemente


appoggiate, collegate alle pareti ortogonali alla direzione del sisma e
caricate con delle forze concentrate in corrispondenza delle piastre di
ritegno, e di tiranti che assorbono le azioni delle suddette travi in
corrispondenza degli appoggi e le trasmettono alle pareti parallele alla
direzione del sisma, alle quali sono collegate tramite delle piastre di
ancoraggio in acciaio.
Le travi reticolari in acciaio (figg. 106-107) permettono l'utilizzo di
spessori molto ridotti, con masse trascurabili ed ingombri che consentono
l'alloggiamento delle strutture nel pavimento, realizzato a secco.
Per evitare fenomeni di instabilità degli elementi compressi, i nodi
devono essere opportunamente collegati al solaio. La realizzazione del
pavimento a secco garantisce l'ispezionabilità delle strutture reticolari, in
modo da poter effettuare la necessaria manutenzione degli elementi.

Fig. 106: Riquadratura della cella muraria realizzata mediante travi


reticolari in acciaio
242
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Fig. 107: Particolare delle giunzioni

243
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Intervento a stralli
La trasmissione alle pareti parallele alla direzione assunta per il sisma
delle forze inerziali originate dalla massa di quelle ad esso ortogonali,
che tenderebbero a ribaltare, si può conseguire, oltre alla tecnica a “travi
reticolari” esaminata in precedenza, anche mediante tiranti posti in un
leggero stato di pretensione e realizzati con elementi di acciaio alloggiati
nello spessore del massetto oppure all'intradosso del solaio. I tiranti
collegano piastre in acciaio, vincolate alle pareti da trattenere, a piastre in
acciaio ancorate alle pareti parallele all'azione sismica considerata,
andando a realizzare un sistema di stralli nel piano del solaio.

Fig. 108: Ritegno di una parete muraria al di fuori del proprio piano mediante piastre e
stralli in acciaio

244
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

5.3.3 Tecniche finalizzate al ripristino dell’efficienza degli


elementi lignei per effetto del degrado biologico

Il degrado biologico, soprattutto se si sviluppa internamente agli


elementi strutturali e non presenta evidenti manifestazioni visive, è il tipo
di degrado più difficile da quantificare e valutare.
A seconda della estensione e della entità del degrado (da determinarsi
sulla base delle risultanze assunte in seguito alle indagini diagnostiche
effettuate sugli elementi lignei), si individuano due distinte strategie di
intervento:

- una strategia di intervento di tipo meccanico, attuabile nel caso


in cui (in seguito alle indagini diagnostiche effettuate) risulti
seriamente compromessa l’efficienza strutturale dell’elemento
ligneo. È il caso, ad esempio, di travi che pur conservando un
aspetto e una consistenza superficialmente integri, presentino
cavità interne non trascurabili (interventi BIO 1,2,3);

- una strategia di intervento di tipo fisico-chimico, per lo più a


carattere preventivo, attuabile nel caso in cui non risulti
definitivamente compromessa la resistenza dell’elemento
strutturale ligneo, ma sia comunque necessario adottare un
determinato trattamento per arrestare il degrado biologico in atto
e prevenire l’eventuale degrado strutturale futuro (interventi BIO
4-10).

245
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

246
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 01


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico (prevalente) e/o
strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale e
della portanza delle travi
TECNICA: Rigenerazione dell’elemento strutturale
mediante reticoli in vetroresina

L’intervento consiste nel praticare dei fori nella trave di legno,


mediante uno schema geometrico a reticolo, ove poi iniettare la
vetroresina. Data la particolare complessità dell’intervento, questo si
limita alle travi particolarmente degradate e/o danneggiate, che rivestono
particolare importanza dal punto di vista storco-architettonico.
L’intervento è realizzabile dal basso e consente la ricostruzione delle
parti asportate nella fase della perforazione. Inoltre, essendo eseguito
all’interno della trave, questa mantiene quasi inalterato l’aspetto esteriore
originario. L’intervento non comporta modifiche dello schema statico del
solaio. Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
tende ad assimilare il comportamento della trave lignea consolidata, ad
una trave in c.a.: la parte lignea ha il compito di assorbire gli sforzi di
compressione, e l’armatura in vetroresina di assorbire quelli di trazione.

247
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

248
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Tale tecnica risulta essere particolarmente idonea nei casi in cui il


degrado dell’elemento ligneo portante (trave) è determinato da cause di
natura biologica (insetti). La diminuzione della sezione resistente della
trave, dovuta ai vuoti e alle gallerie interne scavate dagli insetti, viene
compensata dall’inserimento di elementi rigidi all’interno della stessa.
Questa tecnica, non innescando un meccanismo di tipo “attivo” tra
l’elemento consolidante (barre di vetroresina) e l’elemento ligneo, non
consente il recupero (a lungo termine) della deformazione viscosa
(fluage) acquisita, nel tempo, dall’elemento strutturale ligneo per effetto
di carichi di lunga durata.
Pertanto, al fine di ripristinare la perfetta orizzontalità del sovrastante
pacchetto solaio, sarà necessario inserire cunei e zeppe per l’adesione
ottimale della trave all’orditura secondaria o al tavolato e consentire in tal
modo la trasmissione uniformemente distribuita dei carichi verticali
all’elemento strutturale.

Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- rimozione parziale del pavimento relativo alla zona di solaio
interessata;
- smontaggio della trave interessata all’intervento, mediante
rimozione della stessa dagli alloggiamenti murari;
- realizzazione dei fori con idonea incrinatura e secondo uno
schema reticolare;
- inserimento delle barre di vetroresina secondo uno schema
reticolare;
- iniezione dei fori con resina epossidica;
- riposizionamento della trave in quota e ripristino degli appoggi;
- ricostruzione del pacchetto del solaio;
- esecuzione delle opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

249
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

250
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 02


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico (prevalente) e/o
strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale e
della portanza delle travi
TECNICA: Inserimento, nelle travi portanti, di una
trave in legno lamellare o di un elemento
piatto metallico

L’intervento consiste
nell’inserimento di una trave di
legno lamellare incollata a quella
esistente, previa realizzazione di un
incavo longitudinale all’estradosso
della trave da consolidare. Il nuovo
elemento viene reso solidale con la
trave preesistente tramite incollaggio
con resina epossidica. In alternativa
alla trave in legno lamellare, è
possibile inserire, nell’incavo
praticato longitudinalmente alla
trave, un elemento piatto in
acciaio. Anche in questo caso la
solidarizzazione tra i due elementi
si ottiene mediante iniezioni di
resina epossidica (metodo noto a
livello internazionale come Wood
Epoxy Reinforcement System)5.

5
fonte: Progettare il recupero delle strutture in legno, Ed. Maggioli - Rimini 2005
251
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

L’intervento, eseguibile dall’estradosso, non altera l’aspetto della


struttura del solaio e, pertanto, consente la totale salvaguardia del soffitto.
L’intervento non comporta modifiche dello schema statico del solaio.
Per quanto riguarda il comportamento meccanico, l’intervento
determinerà l’irrigidimento della trave inflessa, con il ripristino ed il
miglioramento delle originarie prestazioni meccaniche.
Tale tecnica risulta essere particolarmente idonea nei casi in cui il
degrado dell’elemento ligneo portante (trave) è determinato da cause di
natura biologica (insetti). La diminuzione della sezione resistente della
trave, dovuta ai vuoti e alle gallerie interne scavate dagli insetti, viene
compensata dall’inserimento di elementi rigidi all’interno della stessa.
Questa tecnica, non innescando un meccanismo di tipo “attivo” tra
l’elemento consolidante (anima in acciaio o legno lamellare) e l’elemento
ligneo, non consente il recupero (a lungo termine) della deformazione
viscosa acquisita nel tempo (fluage), per effetto di carichi di lunga durata.
Pertanto, al fine di ripristinare la perfetta orizzontalità del sovrastante
pacchetto solaio, sarà necessario inserire cunei e biette per l’adesione
ottimale della trave all’orditura secondaria o al tavolato e la trasmissione
uniformemente distribuita dei carichi verticali.

Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- rimozione parziale del pavimento relativo alla zona di solaio
interessata;
- rimozione dell’impalcato e dell’orditura secondaria, relativamente
alla zona di solaio interessata;
- realizzazione, all’estradosso della trave, del taglio necessario per
l’alloggiamento della nuova “anima” lignea o metallica;
- ricostruzione del pacchetto del solaio;
- esecuzione delle opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.

252
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 03


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico (prevalente) e/o
strutturale
OBIETTIVO: Ripristino e miglioramento della capacità
portante (rispetto ai carichi verticali)
METODOLOGIA: Miglioramento della rigidezza flessionale e
della portanza delle travi
TECNICA: Aumento della sezione resistente mediante
accostamento di nuovi elementi lignei
collaboranti

L’intervento consiste nell’applicazione di una o due travi, affiancate


alla trave da consolidare. Le travi ausiliarie possono anche essere del tipo
normale, ovvero in legno lamellare incollato, con sezione rettangolare o a
‘elle’.
I nuovi elementi lignei
sono resi solidali alla trave
preesistente mediante
spinotti orizzontali passanti
bullonati. L’aderenza tra gli
elementi viene invece
assicurata da resina
epossidica.

L’intervento non
comporta modifiche dello
schema statico originario
del solaio.
Per quanto riguarda il
comportamento meccanico,
l’intervento determinerà l’aumento della sezione resistente, con il
miglioramento delle prestazioni meccaniche rispetto ai carichi verticali.

253
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Tale tecnica risulta essere particolarmente idonea nei casi in cui il


degrado dell’elemento ligneo portante (trave) è determinato da cause di
natura biologica (insetti). La diminuzione della sezione resistente della
trave, dovuta ai vuoti e alle gallerie interne scavate dagli insetti, viene
compensata dall’accostamento dei nuovi elementi lignei. Questa tecnica,
non innescando un meccanismo di tipo “attivo” tra l’elemento
consolidante (anima in acciaio o legno lamellare) e l’elemento ligneo,
non consente il recupero (a lungo termine) della deformazione viscosa
(fluage) acquisita, nel tempo, per effetto di carichi di lunga durata.
Pertanto, al fine di ripristinare la perfetta orizzontalità del sovrastante
pacchetto solaio, sarà necessario inserire cunei e biette per l’adesione
ottimale della trave all’orditura secondaria o al tavolato e la trasmissione
uniformemente distribuita dei carichi verticali.
Più nel dettaglio tale tecnica si articola nelle seguenti fasi lavorative:
- puntellatura della zona di solaio interessata all’intervento;
- installazione dei ponteggi e di tutte le opere provvisionali e di
sicurezza;
- predisposizione di idonei fori nella muratura per l’alloggiamento
delle testate ausiliarie nella muratura adiacente;
- posa in opera degli elementi lignei di rinforzo;
- esecuzione di fori trasversali per il passaggio degli spinotti di
collegamento;
- ricostruzione della muratura agli appoggi delle travi;
- esecuzione delle opere di finitura;
- rimozione dei puntelli e delle opere provvisionali.
254
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

STRATEGIE PER IL TRATTAMENTO DEL DEGRADO BIOLOGICO, TESE A


PREVENIRE, NEL TEMPO, INEFFICIENZE DI TIPO STRUTTURALE
DELL’ELEMENTO LIGNEO.

I prodotti utilizzati per la lotta contro le infestazioni biologiche di


funghi e insetti (comunemente denominati antisettici o preservanti del
legno) possono essere distinti in due gruppi, sulla base del loro utilizzo
per interventi preventivi oppure per interventi curativi degli elementi
lignei. Si comprende infatti che la differenza fra i due tipi di trattamenti è
notevole, non solo dal punto di vista della scelta dei prodotti da usare, ma
anche sotto l'aspetto dell'individuazione delle modalità applicative degli
stessi, che logicamente non sono sempre estensibili in modo
generalizzato ad elementi lignei nuovi e ad elementi già in opera e
bisognosi di interventi curativi. Per i primi si può infatti operare su scala
industriale, intervenendo sia sull'elemento ligneo grezzo (tronchi,
tavolame, ecc.), sia sul semilavorato (liste, lamelle, ecc.), sia infine sul
prodotto finito (travi squadrate, lamellare incollato, ecc.), impostando
lavorazioni su ampia scala, basate su procedimenti collaudabili e
ripetibili. Nel secondo caso invece gli interventi sono quasi sempre
puntuali, molto specifici e richiedono l'impiego di manodopera
specializzata, a fronte di un ridotto uso di macchinari e attrezzature di
tipo industriale.
Per quanto riguarda in modo particolare gli interventi di protezione e
cura di strutture lignee già in opera, è da tener presente che la maggior
parte dei trattamenti è del secondo tipo, in quanto si interviene su
elementi che già da tempo svolgono una specifica funzione, in un preciso
ambiente e in condizioni climatiche note e ricorrenti, e che del resto si
trovano in situazioni di conservazione e ammaloramento, dovuto agli
attacchi di funghi e insetti, che vanno studiate e verificate con cura prima
di ogni tipo di intervento.
Tuttavia talvolta ci si trova ad operare su elementi lignei il cui stato di
efficienza statica è fortemente compromesso e per i quali si è costretti ad
intervenire con sostituzioni e ricostruzioni a volte anche massicce. In
questi casi risulta allora di fondamentale importanza conoscere le cause
che hanno determinato questa situazione, per poter scegliere, fra i legni
255
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

trattati a livello industriale contro il degrado biologico di funghi e insetti,


quelli che possono dare le migliori prestazioni, una volta messi in opera
in quelle condizioni. Questo per sottolineare l'importanza di conoscere
caratteristiche e impieghi di prodotti e modalità operative negli interventi
di prevenzione e cura degli elementi lignei (sia nuovi che già in opera)
dagli attacchi di funghi e insetti.
Un primo punto da evidenziare riguarda allora i requisiti che i prodotti
antisettici devono soddisfare in maniera più o meno esplicita per poter
essere utilizzati nella protezione delle strutture lignee:
- devono essere tossici per funghi e/o insetti dannosi al legno, senza
esserlo contemporaneamente per gli esseri umani e altre specie animali
per i quali non sia previsto un danno anche solo accidentale;
- la loro azione deve durare nel tempo, ossia devono essere stabili a
contatto con l'aria e, generalmente, anche con l'acqua;
- non devono corrodere i metalli né qualunque altro materiale con cui
entrano in contatto;
- non devono presentare odore sgradevole, almeno negli utilizzi in
locali abitati o in cui l'uomo deve soggiornare per un certo periodo;
- non devono modificare il colore del legno e non devono inibire
l'azione di eventuali vernici o tinte usate per la colori tura e il trattamento
finale del materiale;
- devono essere compatibili con colle e adesivi da usare per le
necessarie unioni e giunzioni dei vari pezzi;
- non devono modificare in maniera negativa le caratteristiche e le
proprietà fisiche e meccaniche del legno;
- non devono incrementare (ma semmai contribuire ad abbassare)
l'infiammabilità e la combustibilità del legno;
- devono essere in grado di penetrare con facilità nei tessuti legnosi,
per potervi aderire intimamente e agire in profondità;
- devono essere facili da applicare in sito (soprattutto se si tratta di
operare su strutture complesse e in condizioni di manutenzione precaria);
- devono presentare un buon rapporto tra efficacia del loro utilizzo e
prezzo.

256
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Pertanto, tra i molteplici parametri, compete al progettista stabilire a


quali dare la priorità, sulla base della specificità di ogni singolo
intervento e delle condizioni in cui la struttura lignea si trova.

I prodotti per la lotta alle infestazioni di funghi e insetti


I prodotti comunemente più usati per proteggere il legno dall'attacco
di funghi e insetti possono essere raggruppati in tre categorie:
- oli naturali;
- prodotti sintetici in solventi organici;
- sali minerali in soluzioni acquose.
Questa suddivisione non ha valore definitivo, nel senso che la scienza
e la ricerca lavorano quotidianamente per mettere a punto tecnologie e
prodotti nuovi e sempre migliori dal punto di vista del soddisfacimento
dei requisiti di cui si è detto innanzi. Tuttavia si vuoi dare una
descrizione semplice e sintetica a puro scopo orientativo, rimandando a
testi più specifici per un maggiore approfondimento dell'argomento.

Gli oli naturali


I prodotti oleosi naturali provengono dalla distillazione del carbon
fossile, la quale al variare della temperatura fornisce i seguenti gruppi di
prodotti:
- oli leggeri (distillazione tra 70 e 170 °C);
- oli medi o oli di creosoto (distillazione tra 170 e 230 °C);
- oli pesanti (distillazione tra 230 e 270 °C);
- oli di antracene (distillazione tra 270 e 400 °C);
- pece (residuo solido della distillazione).
I prodotti più utilizzati per il trattamento del legno, tra quelli elencati,
sono gli oli di creosoto e talvolta quelli di antracene in aggiunta ad altre
sostanze. Questi derivati del carbone presentano, però, una serie di aspetti
negativi che recentemente ne hanno fortemente limitato l'utilizzo e che
vale la pena ricordare: la notevole viscosità a temperatura ordinaria (che
ne rende difficile l'applicazione), il colore molto scuro (che pregiudica
fortemente l'aspetto estetico del legno trattato), l'odore forte e persistente
di catrame che emettono anche a distanza di tempo, l'incompatibilità con
adesivi, vernici, ecc., la facile infiammabilità.
257
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Attualmente questi oli vengono utilizzati sempre più raramente in


interventi preservativi sull'esistente di dimensioni ridotte oppure nel
trattamento in autoclave delle traversine ferroviarie (che oggi sono
sempre più massicciamente sostituite con quelle in calcestruzzo armato
precompresso) e dei pali per linee elettriche.
Nonostante questi problemi di non secondaria importanza, è da tener
presente che gli oli naturali sono stati ampiamente utilizzati fino a non
molto tempo fa, per le loro notevoli prestazioni in termini di efficacia dei
trattamenti, grazie all'azione dell'acido fenico (di cui sono composti),
molto tossico per le crittogame, in collaborazione con la natlalina, le
aniline, ecc. Inoltre la loro notevole viscosità (unita alla stabilità chimica
e alla resistenza all'usura), se da un lato ne rende difficoltosa
l'applicazione, dall'altro, solidificando nei vuoti cellulari del tessuto
legnoso, blocca l'assorbimento dell'acqua, rendendo impossibile la vita di
funghi e batteri.
Uno dei prodotti più utilizzati di questa categoria è quello
comunemente noto con il nome di creosoto, parzialmente utilizzato ancor
oggi in interventi di restauro di parti di strutture lignee nascoste o
comunque non a diretto contatto con la presenza umana (testate di pali
infissi nel terreno, estremità di travi inserite nella muratura, ecc.).

Prodotti sintetici in solventi organici


Questa tipologia di sostanze, dalla composizione generalmente
complessa, proviene in maniera quasi diretta dall'agricoltura, dove
vengono utilizzati come insetticidi e antiparassitari.
I più utilizzati anche nel settore del trattamento del legno sono:
- i fenoli clorurati (pentaclorofenolo e ortofenilfenolo) e loro derivati
(pentaclorofenati e ortofenilfenati), fortemente tossici per funghi e insetti,
ma anche irritanti per l'uomo e poco stabili (facile dilavabilità, scarsa
resistenza ai raggi ultravioletti);
- i natlenati di rame (abbastanza stabili, ma irritanti e di odore
sgradevole) e di zinco;
- i derivati organici di rame, di zinco e di stagno (quest'ultimo molto
efficace contro funghi e insetti e non eccessivamente tossico per l'uomo).

258
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Questi prodotti, rispetto agli oli naturali, presentano diversi vantaggi,


fra cui la maggiore facilità di applicazione, che può essere effettuata
anche su elementi in opera (e quindi applicabile alle strutture lignee da
recuperare), facendo ricorso a tecniche semplici come l'immersione, la
spennellatura, la spruzzatura; la compatibilità con eventuali finiture
successive del legno (verniciature, incollaggi, ecc.) e con le proprietà del
materiale ligneo medesimo (non essendo a base d'acqua, non producono
rigonfiamenti e deformazioni dovute alla variazione di umidità del
materiale). Inoltre possono essere utilizzati in aggiunta a cere, paraffine e
resine idrorepellenti, per ridurre la capacità di assorbimento d'acqua del
pezzo, riducendo così la causa principale di ammaloramento del legno.

Sali minerali in soluzioni acquose


Sono prodotti salini la cui efficacia è condizionata dal veicolo di
trasporto delle sostanze preservanti nel tessuto legnoso, ovvero
dall'acqua. Essendo però questo veicolo una delle prime cause di rovina
del legno, si comprende come tali sali vengano utilizzati in maniera
limitata e con opportuni accorgimenti. I principali sali usati spesso
miscelati fra loro per migliorare l'effetto protettivo, riducendo
contemporaneamente gli aspetti negativi dovuti sostanzialmente
all'elevata dilavabilità dei prodotti, sono:
- il cloruro di zinco (discreta azione antisettica, poco corrosivo per i
metalli, economico, ma dilavabile);
- i fluoruri alcalini (buona azione antisettica, ma corrosivi e costosi);
- i bicromati e cromati alcalini (discreta azione antisettica e poco
dilavabili);
- il bicloruro di mercurio (forte azione antisettica, ma tossico per
l'uomo e corrosivo).
Altri sali hanno minori proprietà protettive nei confronti del legno, a
fronte di maggiori problemi applicativi, costi ed effetti collaterali.
L'uso di questa tipologia di prodotti è particolarmente indicato nel
caso in cui l’azione preservante è combinata con una tecnica di
consolidamento che preveda la momentanea rimozione delle travi lignee
dal loro alloggiamento. Ciò in quanto l'applicazione delle soluzioni saline

259
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

deve avvenire per immersione dei pezzi per un periodo di tempo variabile
dalle dodici alle ventiquattro ore.
Molteplici sono le modalità di trattamento per la preservazione e la
cura del legno, che si differenziano sia dal punto di vista tecnico, sia per
quanto riguarda le possibilità di applicarli ad una produzione industriale,
piuttosto che a singoli elementi o parti di essi. È infatti intuitivo cogliere
la differenza fra tecniche di trattamento per elementi in serie (di
dimensioni più o meno limitate) e interventi mirati su pezzi unici o
comunque particolari per condizioni di inserimento in un dato ambiente,
come sono le strutture di legno negli interventi di recupero o ripristino.
Nel breve excursus sulle varie tecniche di trattamento preservativo e
conservativo, si evidenzieranno le tecniche più facilmente applicabili al
campo del recupero strutturale, ribadendo comunque l'importanza di
conoscere anche quelle di tipo industriale, che vengono applicate al
legname nuovo. Quest’ultimo viene infatti utilizzato frequentemente nei
casi in cui risulta indispensabile intervenire con sostituzioni o
ricostruzioni più o meno puntuali, facendo ricorso a legno nuovo
preventivamente trattato contro funghi, insetti e parassiti.

formazione di catramazione
schermi protettivi
inerti o non
incorporati al legno carbonizzazione

trattamenti spennellatura
superficiali aspersione
tecniche di breve
preservazione prolungata
delle strutture immersione bagno caldo e
lignee dal degrado senza pressione freddo
biologico osmosi
applicazione di bendaggi
antisettici veri e diffusione cartucce o
propri iniezioni
con vuoto iniziale
a pressione
normale
con pressione in autoclave a pressione
superiore

260
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 04


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Applicazione di prodotto antisettico
TECNICA: Protezione mediante schermi non
incorporati al legno: carbonizzazione e
catramazione

La carbonizzazione e la catramazione sono due tecniche ancora


abbastanza diffuse (anche se non molto efficaci) per proteggere gli
elementi lignei e renderli inattaccabili da funghi e insetti. In effetti questi
sistemi, che consistono rispettivamente nel trattare l'elemento con
procedimenti che ne carbonizzano la superficie o mediante spalmatura di
catrame caldo o iniezione di creosoto in autoclave, si basano sul principio
per cui "se il legno, ancora sicuramente immune da spore o miceli di
funghi o da uova o larve di insetti, viene coperto da uno schermo
continuo di per sé non attaccabile e atto ad impedire ogni accesso dal-
l'esterno, esso dovrebbe in via teorica mantenersi indefinitamente senza
alterazioni, anche se lo strato protettivo è del tutto inerte".
Tuttavia si intuisce facilmente come nella realtà tale principio sia
praticamente inapplicabile, in quanto da un lato è assai difficile che un
legno sia assolutamente privo di spore o larve, dall'altro è quasi sicuro
che, anche ponendo le maggiori attenzioni possibili alla realizzazione
dello schermo protettivo di carbone o catrame, tale barriera non sarà mai
perfettamente continua, a causa delle fessurazioni sempre presenti nello
strato carbonioso o della perdita di elasticità della pellicola di catrame,
che nel tempo tende a screpolarsi, lasciando scoperti e quindi attaccabili i
tessuti legnosi.
In conclusione, quindi, questi procedimenti per la protezione del legno
sono oggi in via di abbandono, oppure utilizzati solo come ulteriore
protezione (in combinazione con altre tecniche) per elementi lignei a
contatto con ambienti particolarmente umidi (estremità di pali infissi nel
terreno, travi a contatto con murature umide, ecc.).
261
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

262
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 05


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Applicazione di prodotto antisettico
TECNICA: Trattamenti superficiali: spennellatura

I trattamenti superficiali consistono nell'applicare sulla superficie


delle specie legnose un preparato antisettico fluido, allo scopo di
proteggerle dagli attacchi di funghi e insetti. I problemi di questa
tipologia di interventi sono sostanzialmente dovuti da un lato alla
difficoltà di penetrazione dell'antisettico nel legno (a causa della
maggiore o minore fluidità del preparato e della struttura dei tessuti: le
conifere hanno legno meno permeabile delle latifoglie), dall'altro alla
facilità con cui queste sostanze possono essere dilavate.
La scelta di un trattamento preservativo superficiale deve quindi
essere vagliata con cura, in quanto alla facilità di applicazione e alla
possibilità di adottarlo anche per interventi particolari, mirati e di ridotte
dimensioni (come quelli di recupero, per i quali anzi sono forse
consigliati), corrisponde spesso una scarsa efficacia protettiva e quindi un
notevole dispendio di tempo, dovuto alla necessità di intervenire con più
passate sullo stesso elemento.
I trattamenti per spennellatura sono un esempio di trattamenti
superficiali, alquanto semplici ed economici, anche se richiedono tempi
abbastanza lunghi e scrupolosa cura da parte dell'operatore, il quale
spesso è chiamato ad intervenire nel sito in cui l'elemento da trattare è
collocato, in condizioni di lavoro talvolta disagevoli e precarie. Questo
tipo di trattamento (che deve essere effettuato con legno mediamente
stagionato, la cui umidità media si aggiri attorno al 25%) non dà risultati
sempre eccellenti, innanzi tutto perché col pennello non è semplice far
penetrare l'antisettico nelle fessurazioni del legno, e poi perché spesso la
notevole viscosità e la tensione superficiale del preparato (soprattutto se
si tratta di oli organici) possono rendere minima la quantità di sostanza

263
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

attiva assorbita. Si rendono allora necessarie più passate, con notevole


incremento dei tempi e spesso anche dei costi.

264
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 06


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Applicazione di prodotto antisettico
TECNICA: Trattamenti superficiali: spruzzatura e
aspersione

Il trattamento della spruzzatura può essere effettuato anche in loco,


mediante apposite pistole. A seconda della grandezza delle particelle
liquide prodotte, si parla di trattamento di polverizzazione (goccioline da
200 a 500 μ) oppure di atomizzazione o nebulizzazione (goccioline sotto
i 100 μ). In genere, il secondo tipo di trattamento si rivela più efficace, in
quanto consente al getto di penetrare più in profondità, offrendo risultati
migliori. I trattamenti per spruzzatura hanno generalmente finalità
curative (più che preventive) e vengono adottati per combattere il
capricorno o i lyctus in legname già in opera che non deve essere
rimosso, come le travature delle coperture o dei solai. Anche in questo
caso occorre che il legno sia abbastanza asciutto, con umidità media non
superiore al 25%.

265
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

266
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 07


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Applicazione di prodotto antisettico
TECNICA: Trattamento per immersione

I trattamenti per immersione consistono nel collocare gli elementi


lignei in una vasca, in cui viene immesso l'antisettico, in modo che
rimangano ricoperti dal prodotto per una quantità di tempo sufficiente al
trattamento. Esistono tre tipi di interventi per immersione:
- immersione breve;
- immersione prolungata;
- immersione in bagno caldo-freddo.
I primi due si differenziano fra loro per la durata del trattamento, la
quale dipende dal tipo di antisettico, dal tipo e dall'umidità del legno (i
legni teneri hanno bisogno di minor tempo di immersione) e dalle
dimensioni del pezzo. In linea di massima, la durata dell'immersione
breve varia nell'ordine dei minuti (da 3 a 15) con un'umidità media del
legno non superiore al 25%, mentre quella prolungata (in cui l'umidità è
maggiore) si estende per diverse ore (dalle 8-10 alle 12-15, con punte
fino a 22- 24 ore). All'immersione prolungata è necessario far seguire un
periodo di riposo (12-15 giorni in cataste coperte e poco ventilate), per
consentire il completamento dell'assorbimento dell'antisettico da parte
del legno e la saturazione delle pareti cellulari.
Il principio su cui si basa il procedimento di immersione in bagno
caldo-freddo è quello del far in primo luogo dilatare, per mezzo del
calore, l'aria contenuta nelle cellule, in modo che parte di essa fuoriesca
all'esterno; successivamente con l'immersione rapida in un bagno freddo
dell'antisettico si provoca una contrazione dell'aria rimasta, con
aspirazione di antisettico nell'interno delle cavità cellulari.
Trattandosi di applicazioni in cui si richiede l'inserimento degli
elementi lignei in un impianto di tipo industriale, il metodo in questione

267
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

non è adattabile in modo diretto all'ambito del recupero delle strutture


lignee. Tale trattamento è quindi indicato nei casi in cui l’intervento di
preservazione biologica è combinato con un intervento di
consolidamento strutturale che preveda la rimozione temporanea degli
elementi lignei dal loro alloggiamento.

268
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 08


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Applicazione di prodotto antisettico
TECNICA: Trattamento per diffusione

I trattamenti per diffusione si basano sul principio del passaggio di


una sostanza (l'antisettico) da un ambiente in cui è presente in
concentrazione maggiore (il contenitore del prodotto) ad uno a
concentrazione minore (il legno da trattare).
Anche in questo caso esistono diverse modalità applicative del
principio, fra cui:
- il trattamento per osmosi, nel quale l'antisettico penetra in profondità
diffondendosi dall'esterno all'interno del legno, facilitato dalla presenza
di elevata umidità nelle cellule;
- il trattamento con bendaggi, nel quale la diffusione del prodotto
trattante è limitata alla parte dell'elemento ligneo coperto dal tessuto
imbevuto della soluzione salina e protetto esternamente da un manto
impermeabile;
- il trattamento con cartucce e iniezioni, che consente di intervenire in
zone isolate, mediante la creazione di fori entro cui vengono inserite
apposite cartucce contenenti l'antisettico in forte concentrazione, oppure
semplicemente iniettando tali sostanze nel legno facendo uso di speciali
dispositivi.
A differenza del primo, che viene generalmente applicato su scala
industriale per il trattamento preventivo di legname nuovo, gli altri due
metodi sono applicabili anche ad interventi protettivi o curativi di
dimensione limitata su elementi in opera e quindi sono facilmente
estensibili al settore del recupero delle strutture lignee.
Inoltre i trattamenti per diffusione sono fra i più efficaci tra quelli
finora descritti, in quanto consentono di operare puntualmente,
risparmiando sull'impiego di antisettico e di manodopera, e in modo

269
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

efficace, evitando dispersioni di prodotto dovute allo scarso assorbimento


o al dilavamento. Diverse ricerche hanno infatti dimostrato che i migliori
risultati nel trattamento del legno contro funghi e insetti si ottengono con
le tecniche di riempimento dei fori (diffusione, immersione lunga),
seguite da quelle di spruzzatura e immersione breve e infine dalla
spennellatura, carbonizzazione e catramazione.

270
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 09


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Applicazione di prodotto antisettico
TECNICA: Trattamento a pressione

I trattamenti a pressione sono attualmente quelli più utilizzati su scala


industriale per la preservazione dei legni dagli attacchi di funghi e insetti.
Ne esistono parecchie tipologie, che si differenziano fra loro
sostanzialmente sulla base dei brevetti messi a punto a partire dalla prima
metà del 1800 e perfezionati in seguito. Il principio su cui si fondano è
comunque sempre lo stesso: far entrare l'antisettico nel legno sfruttando
le differenze di pressione (naturali o forzate) fra interno ed esterno
dell'elemento.
Interessante, sotto questo punto di vista, è uno dei primi brevetti,
messo a punto nel 1838, che sfrutta il principio della capillarità
(trattamento a pressione per spostamento dei succhi): “l'albero veniva
tagliato lasciandogli tutta la chioma; successivamente, mantenendolo in
posizione verticale, lo si sistemava con la base in una vasca contenente
l'antisettico, che per effetto sia della capillarità che della pressione
osmotica veniva assorbito dal legno (almeno per la parte di tronco ancora
effettivamente percorsa dai succhi)”. Il metodo era effettivamente molto
dispendioso in termini di tempo e lavoro, quindi nel breve periodo furono
messi a punto altri brevetti più raffinati ed efficaci.
Le recenti sperimentazioni hanno portato alla realizzazione di sistemi
in cui le variazioni di pressione sono realizzate in autoclave, in modo che
le cellule del legno vengano riempite di antisettico, al fine di ottenere le
condizioni migliori per la difesa dalle possibili cause di alterazione.

271
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

METODOLOGIA DI INTERVENTO - BIO 10


CAUSA DEL DISSESTO: Degrado biologico
OBIETTIVO: Conservazione della struttura lignea e
prevenzione del degrado strutturale
METODOLOGIA: Trattamento ignifugo
TECNICA: Applicazione di barriere termiche

La tecnica esaminata consiste nella formazione di cosiddetti "scudi


termici", cioè sistemi volti a ritardare l'estensione degli effetti prodotti
dall'incendio. Sotto questo aspetto, si distinguono tre possibili modalità
di intervento:

- applicazione di rivestimenti isolanti, che possono svolgere la loro


azione protettiva in maniera permanente (schermi inerti) oppure
solamente quando la temperatura raggiunge determinati livelli. Tra i
primi, i più diffusi in ambito edilizio, vi sono i sistemi di pannellature in
cemento, lana minerale, perlite, vermiculite, ecc., oltre alle schiume
sintetiche isolanti (poliuretano e polistirene espansi, applicati a spruzzo
con opportuni strumenti);

- applicazione di rivestimenti a protezione attiva, che intervengono


cioè nel momento in cui si verifica l'innalzamento della temperatura.
Possono agire in due modi: formando uno strato vetroso continuo che
ripara il legno dall'attacco del fuoco (silicati, borati, acetati usati anche
nella protezione degli elementi lignei dagli attacchi di funghi e insetti),
oppure sviluppando una schiuma porosa che ritarda l'innalzamento della
temperatura laddove è stata applicata. È da notare in ogni caso
l'importanza di una corretta applicazione delle suddette sostanze
ignifuganti, in modo da garantire una perfetta adesione delle stesse al
supporto ligneo, caratteristica indispensabile per la loro efficacia e per
evitare che si vengano a creare intercapedini d'aria fra isolante e legno
con un deleterio effetto-camino;

272
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

- applicazione di sostanze capaci di diluire i gas combustibili o


allontanare il calore dalle parti esposte all'incendio; tali prodotti, a
contatto col fuoco, si decompongono, sviluppando gas che avvolgono e
diluiscono i gas prodotti dalla combustione. Generano questi effetti
alcuni sali fortemente idratati (carbonati o bicarbonati alcalini, cloruri di
zinco, calcio, magnesio, ecc.), grazie alla presenza nella loro
composizione di molecole di acqua, i quali, tra l'altro, devono avere una
temperatura di attivazione inferiore a quella di innesco della combustione
attiva del legno, quindi minore di 260 °C;

- applicazione di sostanze in grado di modificare il decorso normale


della degradazione termica, funzionando come catalizzatori capaci di
modificare i processi di combustione del legno, sia abbassando la
temperatura di carbonizzazione, sia innalzando quella di innesco della
reazione esotermica. Fra questi ricordiamo la miscela borace-acido
borico e il fosfato d'ammonio.

Requisiti delle sostanze ignifuganti


Indipendentemente da quale tipo di azione svolgono nella protezione
degli elementi lignei dal fuoco, riteniamo opportuno elencare i principali
requisiti a cui devono soddisfare i prodotti ignifuganti, in modo da
fornire al progettista un quadro sintetico sulla base del quale definire i
criteri di scelta più appropriati al tipo di intervento (nuovo o di recupero)
da attuare:
- devono avere una notevole durata e un'ottima adesione al legno,
senza pregiudicarne comunque i movimenti di assestamento dovuti alle
variazioni di umidità;
- devono essere ben compatibili con eventuali altri materiali con cui il
legno entra in contatto (non devono essere corrosivi, ossidanti, ecc.);
- non devono avere effetti collaterali sulle caratteristiche fisiche e
meccaniche del legno;
- non devono favorire, ma semmai ridurre, gli attacchi di funghi e
insetti;
- devono essere facili da applicare e ad alto assorbimento da parte del
legno;
273
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- non devono essere tossiche per l'uomo, né a temperatura normale, né


in condizioni di stress termico;
- non devono alterare l'aspetto estetico dell'elemento ligneo trattato
(almeno a temperatura ambiente).
Naturalmente non è sempre facile trovare un prodotto che soddisfi al
meglio tutti questi requisiti; sta quindi alla competenza del progettista
valutare a quali dare la priorità, sulla base delle sue conoscenze e della
specificità di ogni intervento.

Criteri costruttivi per la protezione dal fuoco


Sinora si sono esposte le modalità di intervento sugli elementi lignei
per proteggerli dal fuoco, presupponendo la loro esistenza (gli interventi
sopra descritti sono adattabili anche ad interventi di recupero delle
strutture lignee) e la loro collocazione in un determinato ambiente, senza
tenere conto del fatto che un composto ignifugante, per quanto efficace,
non costituisce garanzia assoluta di protezione dai rischi e dai danni
provocati dagli incendi.
Coadiuvante, sotto questo punto di vista, è senz’altro una adeguata
progettazione costruttiva, che si ponga l'obiettivo di rendere meno
agevole la propagazione delle fiamme e di limitare l'innalzamento della
temperatura in caso di incendio.
È questo un argomento di forte attualità nel caso in cui si adottino
strategie di riuso e rifunzionalizzazione dell’organismo architettonico,
prevedendo, quindi, il cambiamento della destinazione d’uso originaria e,
di conseguenza, la modificazione dell’organizzazione degli spazi interni.
Tali modifiche (che spesso adibiscono l’organismo edilizio a funzioni di
pubblico interesse), nella maggior parte dei casi, necessitando di
adeguamenti strutturali, in funzione dei carichi apportati in virtù delle
nuove funzioni (ad es. scaffalature di libri o depositi di materiale cartaceo
nel caso di un biblioteca) richiedono quindi l’aggiunta di nuovi elementi
e quindi la conseguente valutazione dell'aumento del carico d'incendio
che graverà sul solaio con la nuova destinazione. Il medesimo solaio
dovrà quindi essere trattato con i prodotti per la protezione dal fuoco e la
progettazione degli spazi interni dovrà tenere conto degli opportuni
accorgimenti per ridurre al minimo i rischi in caso di incendio.
274
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

Tali accorgimenti in linea generale dovrebbero tener presente:


- le norme generali di progettazione antincendio, adottando criteri
costruttivi che limitino i problemi di trasmissione del fuoco agli ambienti
adiacenti (isolamento delle cucine, dei locali caldaia, delle stufe, delle
canne fumarie, dei condotti termici e degli impianti elettrici;
compartimentazione degli ambienti a rischio; predisposizione di muri e
porte tagliafuoco, ecc.);
- la scelta del materiale legnoso da usare: le latifoglie (soprattutto
quelle che hanno massa volumica più elevata e struttura più compatta)
bruciano più lentamente delle conifere, che contengono resina;
- la forma e le dimensioni delle sezioni degli elementi strutturali: le
sezioni massicce, circolari e piuttosto grandi garantiscono migliori
prestazioni in caso di incendio (anche se possono essere economicamente
meno vantaggiose);
- la scelta degli eventuali prodotti vernicianti o coloranti, che non
devono essere per conto loro infiammabili e tossici in caso di contatto
con le fiamme.

In conclusione appare quindi evidente che un corretto progetto di


recupero deve allora essere in grado di valutare quanto “il rischio
incendio” possa influire sulle scelte ad ogni livello (organizzativo,
economico, gestionale delle risorse), per prendere tutte le precauzioni del
caso e giustificare gli interventi di protezione delle strutture lignee alla
luce degli effetti concreti di conservazione delle stesse che questi
possono garantire in caso di incendio.

275
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

CONSIDERAZIONI FINALI CIRCA L’INFLUENZA DEI TRATTAMENTI SULLE


CARATTERISTICHE DEL LEGNO

I trattamenti di protezione o cura del legno nei confronti degli attacchi


di funghi e insetti possono determinare effetti collaterali sulle
caratteristiche e proprietà del materiale, a seconda del tipo di antisettico
e/o del metodo di applicazione utilizzato.
Sinteticamente si può affermare che gli oli di derivazione naturale
(creosoto, ecc.) non generano modificazioni significative sulla struttura
chimica delle pareti delle cellule legnose e anzi contribuiscono a
migliorare il comportamento igroscopico del materiale, concorrendo a
ridurre la ritenzione idrica. A differenza di questi, i preparati a base
salina (se in concentrazioni elevate) tendono a infragilire il legno
favorendo l’aumento di umidità interna. Lo stesso dicasi per l'uso di
soluzioni acide o alcaline, che portano facilmente a degradazioni, con
notevoli perdite di resistenza meccanica per gli elementi lignei.
Si intuisce pertanto, infine, come qualunque tipo di intervento su
elementi lignei necessiti di una conoscenza di base dei metodi e dei
prodotti, nonché delle condizioni ambientali e del contesto in cui questi
devono essere utilizzati.

276
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

5.3.4 Corrispondenza tra tipologie geografiche e


metodologie di intervento

Al fine di valutare la metodologia di intervento più appropriata, tra le


soluzioni possibili ed efficaci in relazione ad un determinato quadro
fessurativo, risulta fondamentale la conoscenza dei caratteri tipologici e
costruttivi del solaio ligneo.
Pertanto, in virtù delle tipologie costruttive (analizzate nel 2°
capitolo), individuate e classificate per ambiti geografici, nonché alla
luce delle possibili strategie da adottare in relazione anche allo specifico
quadro diagnostico (come negli esempi metodologici riportati nel
presente capitolo), si è propone un sistema di relazioni ovvero di
corrispondenze tra tipologia costruttiva e metodologia di intervento più
appropriata.

Le caratteristiche tipologiche, costruttive e formali dei solai (nonché


dei vari elementi che li caratterizzano) condizionano in maniera
determinante la scelta della metodologia di intervento più appropriata
(una volta determinato il quadro fessurativo).
Alla luce delle precedenti considerazioni, di seguito si riportano
alcune valutazioni critiche in riferimento a caratteristiche e peculiarità
costruttive delle tipologie di solai più diffuse, determinanti nella scelta
della metodologia di intervento.

1) Implicazioni legate alla conformazione geometrica delle travi


“maestre”.
I solai di tipo “rustico”, quali ad esempio il “rustico alla senese” ed il
napoletano “a panconcelli” e “con ginelle”, presentano travi maestre a
sezione troncoconica e con una superficie alquanto grezza ed irregolare.
Tali caratteristiche inducono a rivolgersi verso metodologie di intervento
eseguibili all’estradosso. La variabilità della sezione della trave, unita ad
una irregolarità, nella maggior parte dei casi, della superficie, sono
caratteristiche che non consentono l’adozione di tecniche di
consolidamento attuabili dall’intradosso, che prevedono, ad esempio,
l’affiancamento di elementi strutturali metallici collaboranti con le travi
277
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

lignee in quanto non si otterrebbe l’aderenza necessaria tra i nuovi


elementi e le preesistenti travi lignee. Le travi troncoconiche sono altresì
inadatte per l’adozione di tecniche che prevedano l’impiego di materiale
polimerico fibrorinforzato. Per queste tipologie di solai, proprio per le
caratteristiche geometriche e formali degli elementi portanti, risulta
alquanto ridotta la possibilità di adottare metodologie che prevedano
interventi locali alle singole travi. Sono invece da preferirsi metodologie
che prevedano interventi omogenei e più diffusi, dall’estradosso (come
ad esempio l’irrigidimento con cappa di calcestruzzo e connettori
metallici, oppure il raddoppio del tavolato).

2) Implicazioni legate alle caratteristiche e qualità


dell’impalcato.
Un’altra caratteristica tipologica che condiziona la scelta della
metodologia di intervento è la “qualità” dell’impalcato. Nel 2° capitolo
abbiamo già visto come l’impalcato possa essere costituito da:
- tavole in legno squadrate;
- elementi in laterizio;
- elementi lignei irregolari (panconcelli - ginelle);
L’impalcato in laterizio (presente ad esempio nel solaio romano “alla
senese” e nel solaio umbro-toscano), composto da elementi (pianelle)
poggianti direttamente sui travicelli del solaio (orditura secondaria), non
ha solidarietà strutturale con il solaio, essendo semplicemente appoggiato
a quest’ultimo. Tale limitazione esclude, ad esempio, la possibilità di
adottare metodologie di intervento che prevedano controventature con
fasce di materiale fibrorinforzato, o chiodatura di un ulteriore tavolato.
L’impalcato in panconcelli (tipico del solaio rustico campano e
dell’edilizia rustica Meridionale) presenta, all’estradosso, una superficie
sconnessa, disomogenea ed irregolare, tale per cui è impossibile adottare
metodologie di intervento che prevedano il rinforzo con materiali in
aderenza (è il caso ad esempio della tecnica di controventatura con fasce
di materiale fibrorinforzato). Il materiale fibrorinforzato, infatti, non
aderirebbe in maniera omogenea ed ottimale alla superficie interessate,
requisito questo indispensabile per il risultato finale di questo tipo di
tecnica.
278
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

3) Implicazioni legate alla tipologia: a orditura semplice / a


orditura composta.
I solai con tipologia a orditura semplice, come ad esempio il solaio
campano, presentano uno spessore del “pacchetto solaio” alquanto
esiguo, essendo l’impalcato direttamente appoggiato sulle travi maestre.
Tale caratteristica rende alquanto improbabile l’adozione di metodologie
di intervento che prevedano l’intervento dall’estradosso mediante
sovrapposizione di profilati metallici alle travi preesistenti, in quanto ciò
comporterebbe, evidentemente, la modifica di quota del calpestio
superiore.
Viceversa, i solai con tipologia a orditura composta (quali ad esempio
il solaio romano e quello umbro-toscano) presentano, in corrispondenza
delle travi principali, una maggiore altezza del “pacchetto solaio” dovuta
alla presenza dell’orditura secondaria (travicelli). Tale maggiore spessore
risulta conveniente per l’adozione di tecniche di intervento che
prevedano l’impiego di profilati metallici sovrapposti alle travi principali,
creando anche nuovi appoggi per l’orditura secondaria.

4) Implicazioni legate alla presenza del cassettonato.


I solai con cassettonato (come ad esempio quello romano) rendono
invece alquanto ardua l’adozione di metodologie che prevedano
interventi dall’intradosso. Ciò, oltre ad ovvi motivi estetici, soprattutto in
quanto il cassettonato è composto da elementi lignei di tamponamento
(non strutturali) che non aderiscono alle travi principali, per cui
risulterebbe vano l’eventuale affiancamento di nuovi elementi (lignei o
metallici) senza compromettere il rivestimento stesso del cassettonato.
Pertanto, in presenza di tali tipologie, è consigliabile intervenire
dall’estradosso, anche perché, i solai a cassettoni, presentando tipologie
“a orditura composta”, consentono, grazie al maggiore spessore del
pacchetto solaio, di poter inserire ulteriori elementi di irrigidimento (ad
es. profilati metallici).

279
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Pertanto, anche alla luce delle considerazioni sopra esposte, si è


redatto un quadro sinottico che pone in relazione i caratteri tipologici
ricorrenti di un solaio in legno e le metodologie di intervento possibili, in
relazione ad un determinato quadro fessurativo.
Il criterio adottato, per la valutazione delle metodologie di intervento
compatibili, è stato quello di tenere conto dei caratteri tipologici,
costruttivi e formali che caratterizzano ed individuano una determinata
tipologia di solaio.
Tali valutazioni, in fase attuativa, devono tuttavia essere verificate
caso per caso, a seconda delle implicazioni e delle peculiarità del
manufatto architettonico su cui si va ad intervenire. Una delle variabili
fondamentali, ad esempio, che incide in maniera determinante nella
scelta della metodologia di intervento appropriata, è rappresentata dalla
possibilità o meno di rimuovere il pavimento di calpestio all’estradosso.

280
Capitolo 5° - Le tecniche di intervento

QUADRO SINOTTICO DI CORRISPONDENZA TRA CARATTERI


TIPOLOGICI E METODOLOGIE DI INTERVENTO COMPATIBILI
Metodologie di intervento compatibili
Tipologie Ripristino portanza travi Rinforzo per azioni nel piano
TR TR TR TR SIS SIS SIS SIS SIS SIS SIS SIS
01 02 03 04 01 02 03 04 05 06 07 08
Solaio
romano X X X X X X
“rustico alla
senese”
Solaio
“dipinto a X X X X X X X X
cassettoni”
Solaio
romano “a X X X X X X X X X X
cassettoni”
Solaio
umbro- X X X X X X X X X X
toscano
con
Solai a orditura composta

impalcato in
laterizio
Solaio
umbro- X X X X X X X X X X X X
toscano
con
impalcato in
legno
Solaio
umbro- X X X X X X X X X
toscano
(edilizia
minore)
Solaio “di
mezzane” X X X X X X X X X X
(edilizia
corrente
umbra)
Solaio
marchigiano X X X X X X
(edilizia
rurale)
Solaio
lombardo X X X X X X X X
Solaio
napoletano “a X X X X X
Solai a orditura semplice

panconcelli”
Solaio
napoletano X X X X X
“con ginelle”
Solaio
napoletano X X X X X X X X X X X
“con
tavolato”
Solaio “alla
veneziana” X X X X X X X X X

281
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

282
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento

Capitolo 6°
LE LINEE GUIDA E LE ATTUALI TENDENZE DEL
RESTAURO: LA REVERSIBILITÀ DELL’INTERVENTO

6.1 I MODERNI ORIENTAMENTI SUL RESTAURO

Secondo l’accezione comune, al termine “reversibilità” si attribuisce


il significato generico di “attitudine ad essere reversibile”: la reversibilità
è la proprietà secondo la quale una trasformazione è invertibile.
Diverse sono le posizioni dei critici storici circa la opportunità di
effettuare interventi di restauro di tipo reversibile o irreversibile.
Nel recente passato, Camillo Boito (1836-1914) propone il rispetto
della storia, cioè delle successive stratificazioni formali indotte dalle
varie epoche. Egli critica l’arbitrarietà derivante dall’identificarsi con
l’architetto che ha progettato l’opera sostenendo che “… l’arbitrio è una
bugia, una falsificazione dell’antico, una trappola tesa ai posteri”. Gli
interventi di restauro dovrebbero quindi essere caratterizzati da una
distinzione tra le parti originali e quelle aggiunte, poiché “quanto meglio
il restauro è condotto, tanto più la menzogna riesce insidiosa e l’inganno
trionfante”.
Il pensiero di Boito, rifiutando per principio aggiunte e rinnovamenti,
sembra quindi sottolineare la necessità di interventi reversibili.
Del pensiero di Cesare Brandi, critico e storico dell'arte, si ritiene
significativo un passaggio nel quale l'autore sottolinea come l'intervento
di restauro debba essere riconoscibile senza inganni per l'osservatore, ma
soprattutto debba essere condotto in modo tale da non precludere altri
interventi futuri.
Brandi auspica quindi la reversibilità dell’intervento di restauro, anche
se non approfondisce quanto dichiarato; infatti questo è l'unico accenno
al concetto di reversibilità che l'autore esponga nel suo saggio (cfr.
Teoria del Restauro, Einaudi, Roma 1977).

283
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Anche le moderne linee guida e la corposa normativa in materia di


restauro, manifestano ed esprimono riferimenti critici nei riguardi
dell’intervento di restauro inteso come atto “conservativo” e quindi non
“manomissivo”, in termini di trasmissione del manufatto architettonico,
inteso quale bene culturale, al futuro, nella sua consistenza costruttiva
originaria. Tale principio fa riferimento, seppure in maniera implicita, al
concetto di reversibilità dell’intervento di restauro.
A tal proposito, la Carta Italiana del Restauro (emanata con
Circolare n° 117 del 6 aprile 1972, dal Ministero della Pubblica
Istruzione) all’art.4 afferma che … s'intende per restauro qualsiasi
intervento volto a mantenere in efficienza, a facilitare la lettura e a
trasmettere integralmente al futuro le opere e gli oggetti ...
L’art.7 dello stesso documento, inoltre, ammette, per gli interventi di
restauro, la esecuzione di … aggiunte di parti accessorie in funzione
statica e reintegrazione di piccole parti storicamente accertate, attuate,
secondo i casi, o determinando in modo chiaro la periferia delle
integrazioni, oppure adottando materiale differenziato seppure
accordato, chiaramente distinguibile a occhio nudo, in particolare nei
punti di raccordo con le parti antiche, inoltre siglate e datate ove
possibile.
L’art.8 raccomanda che …ogni intervento sull'opera … deve essere
eseguito in modo tale e con tali tecniche e materie da potere dare
affidamento che nel futuro non renderà impossibile un nuovo eventuale
intervento di salvaguardia o di restauro …

Le Norme Tecniche per la redazione di progetti di restauro


relativi a Beni Architettonici di valore storico-artistico in zona
sismica (29 Ottobre 1996) evidenziano come l’intervento di
miglioramento (così come definito dal D.M. 16/01/96) costituisce il
punto di incontro tra le esigenze della conservazione dei caratteri storico-
artistici del complesso edilizio da un lato, e quelle della sicurezza
dall’altro. Raccomanda, tra l’altro, che … l’incremento del livello di
sicurezza locale deve essere ottenuto senza prevedere interventi che
stravolgano o comunque modifichino sostanzialmente la concezione
originaria del complesso edilizio e delle successive fasi costruttive ad
284
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
esso organicamente connesse. Viene quindi evitato ogni intervento ove
l’impianto originario del manufatto venga radicalmente alterato.
Le stesse norme, al punto C.4.5. (solai) auspicano come … di norma i
solai con struttura in legno debbono essere conservati, anche in
considerazione del loro ridotto peso proprio …

Il D.P.R. 554/1999 (regolamento di attuazione della legge quadro in


materia di lavori pubblici, ai sensi dell’articolo 3 della legge 11 febbraio
1994, n.109 e s. m. i.) all’art. 212 definisce il concetto di restauro,
inteso come … una serie organica di operazioni tecniche specifiche
indirizzate alla tutela e valorizzazione dei caratteri storico-artistici dei
beni culturali e alla conservazione della loro consistenza materiale.

La Carta di Cracovia (2000) evidenzia come … l'obiettivo della


conservazione dei monumenti e degli edifici storici, in un contesto
urbano o rurale, è il mantenimento della loro autenticità ed integrità
[…] Dovrà essere stimolata la conoscenza dei materiali e delle tecniche
tradizionali e per la loro conservazione nel contesto della moderna
società, essendo di per se stesse una componente importante del
patrimonio …

Il Testo Unico sui beni culturali (Decreto Legislativo 22 gennaio


2004, n.42) all’art. 29 (Conservazione) stabilisce che … La
conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una
coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione,
manutenzione e restauro. …Per restauro si intende l'intervento diretto
sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all'integrità
materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla
trasmissione dei suoi valori culturali. Nel caso di beni immobili situati
nelle zone dichiarate a rischio sismico in base alla normativa vigente, il
restauro comprende l'intervento di miglioramento strutturale.

Contributi presentati al Convegno di Baia - 4 giugno 2004


“Manutenzione e recupero nella città storica” organizzato dall’ARCo
(Associazione per il Recupero del Costruito) denunciano come, in molti
285
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

casi, a circa vent’anni dalla sua enunciazione giuridica, il criterio del


miglioramento strutturale non viene interpretato correttamente:
-non si rispetta la concezione costruttiva del monumento;
-si persegue un cementificante consolidamento nel più assoluto
dispregio della storia materiale del costruito antico, e delle grandi
proprietà meccaniche e chimico-fisiche dei materiali tradizionali.

286
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
6.2 IL PRINCIPIO DELLA REVERSIBILITÀ DELL’INTERVENTO
DI RESTAURO - ESTRATTI DAI CONVEGNI:
- International Wood Committee: “Principles for the Preservation of
Historic Timber Structures” (Messico, 1999)
- Convegno Internazionale: “Reversibilità? Concezione ed
interpretazioni nel restauro” (Torino, 2002)
- XIX Convegno Internazionale di Scienza e Beni Culturali: “La
reversibilità nel restauro - riflessioni, esperienze, percorsi di ricerca”
(Bressanone, 2003)
- Convegno Nazionale: “Manutenzione e recupero nella città storica”
(Baia, 2004)
- Convegno Internazionale: “Conservazione delle strutture lignee
antiche” (Firenze, 2005)

Il Convegno “Principles For The Preservation of Historic Timber


Structures (Messico, 1999) ha definito, secondo linee generali, gli
obiettivi primari di conservazione e di salvaguardia dell'autenticità ed
integrità storiche dell'eredità culturale. Secondo le risultanze scientifiche
emerse da tale convengo, ogni intervento dovrebbe essere basato su
adeguati studi e valutazioni: le problematiche connesse all’intervento di
restauro dovrebbero essere risolte nel rispetto dei valori estetici e storici
nonché dell'integrità fisica della struttura.
Nella pratica, l'intervento di restauro dovrebbe:
a) essere eseguito con mezzi tradizionali;
b) essere reversibile, se tecnicamente possibile;
c) essere tale da non impedirne future opere di conservazione;
d) tale da non ostacolare la possibilità di accesso successivo alla
struttura originaria;
e) per le strutture storiche in legno deve essere privilegiato il
criterio del minimo intervento.

Uno dei principali obiettivi dell’intervento di restauro è di conservare


la struttura storica e la relativa funzione, ripristinare i relativi valori
culturali, facendo attenzione il più possibile alla leggibilità della
stratificazione storica.

287
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Le tecniche impiegate, dovrebbero, per quanto possibile,


corrispondere a quelle originarie. Tuttavia le parti integrate dovrebbero
essere distinguibili da quelle preesistenti.
I materiali e le tecniche innovative, come ad esempio l’impiego di
resine epossidiche, dovrebbero essere utilizzati solo nei casi in cui siano
stati dimostrati scientificamente la durevolezza ed il comportamento
strutturale dei materiali usati, su un periodo sufficiente lungo di tempo.

Nel Convegno di Torino (2002), interessante contributo al dibattito


sulla reversibilità, viene proposto da Lorenzo Jurina: “(…) La decisione
di consolidare un edificio storico mediante l’aggiunta di nuove strutture
esterne non è quasi mai facile da prendere in quanto il confronto con
l’esistente impone di risolvere prioritariamente il tema del rispetto e
dell’accostamento architettonico tra stili ed epoche, accanto al problema
sostanziale che ha originato l’intervento e che è tipicamente statico o
funzionale. Più semplice sarebbe un intervento mimetico, quello che non
si vede ma c’è, quello che funziona senza dare nell’occhio. Più semplice
ma tale da costituire un inganno, se non altro all’intuizione statica
dell’osservatore, e tale da rappresentare una negazione ingiustificata ,
un abdicazione al ruolo di proposta che nuovi materiali o nuove
concezioni strutturali hanno introdotto in questi decenni e che, sono
diversi ma non meno nobili e degni di visibilità di quelli passati. Certo
altro è manifestarsi discretamente all’osservatore che vuole vedere ed
altro è sovrapporsi prepotentemente a quanto c’era prima. Io credo che
una soluzione percorribile stia nella proposta di interventi che
accompagnino l’esistente senza negarsi ma senza prevaricarlo, che
dichiarino la specificità dei materiali utilizzati e la novità delle tecniche,
in una alternanza che ne nobiliti le differenze e le complementarietà. Con
un occhio di riguardo alla durabilità dei nuovi materiali e con un
ulteriore criterio in mente, quello della reversibilità, che lungi dal
rappresentare una sudditanza tecnico-progettuale o un atteggiamento di
scarso coraggio davanti all’esistente, aiuti il progettista, anzi meglio,
aiuti il gruppo dei progettisti a pensare in termini di manutenzione
programmata e di possibile verifica o di modifica futura delle strutture
aggiunte”.
288
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento

Nei convegni di Torino (2002) e Bressanone (2003) sono emerse


interessanti indicazioni circa le possibili valutazioni della reversibilità
dell’intervento di restauro, nonché circa i criteri fondamentali cui
attenersi nel consolidamento statico degli edifici storici.
Molti dei contributi puntano l’indice contro una errata filosofia (di
criteri e di obbiettivi) cui si è fatto riferimento, nel recente passato,
nell’approccio metodologico al recupero dei solai in legno e, più in
generale, al restauro dei manufatti di interesse storico-architettonico,
quando nell’ultimo ventennio si è andata diffondendo una particolare
sensibilità per la conservazione dei manufatti architettonici di particolare
pregio.
In buona sostanza si ritiene che i criteri condizionanti, nell’ultimo
ventennio, la scelta dell’intervento di restauro siano riconducibili alla
seguente elencazione, secondo una gerarchia strettamente connessa agli
obiettivi ritenuti prioritari nell’intervento di restauro:
1) la necessità;
2) la quantità;
3) la non nocività;
4) l’efficacia del metodo usato;
5) la compatibilità e la durabilità;
6) la ridotta invasività, la riconoscibilità;
7) la reversibilità;
8) la specificità della soluzione, la sua leggerezza, la migliorata
fruibilità del bene, ecc.

Si creava, pertanto, una netta scissione tra gli obiettivi ritenuti di


primaria importanza (quali l’aspetto necessario e quantitativo
dell’intervento) ed altri ritenuti (a torto) di secondaria importanza, quali
la reversibilità.
La reversibilità dell’intervento di restauro è un concetto che oggi, nel
panorama e nell’ambito del dibattito scientifico del settore, sta
assumendo sempre maggiore rilevanza e attenzione.
A proposito del concetto di reversibilità dell’intervento di restauro,
Antonio Rava ne parla come una “utopia utile”, in grado di condurre a
289
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

scelte responsabili all’interno di una pluralità di possibilità e che induce a


riflettere sulla qualità dell’intervento di consolidamento e non soltanto
sui suoi parametri quantitativi.
Appare accettabile il criterio della “reversibilità” non in termini
prescrittivi ma prestazionali, quale obiettivo da raggiungere al meglio.
Parafrasando una vecchia battuta sulla differenza tra ingegneri ed
architetti (in cui si affermava che gli architetti … “vivono”, mentre gli
ingegneri … “funzionano”), si può sostenere che la migliore soluzione di
consolidamento statico non deve accontentarsi di “funzionare” a supporto
della struttura antica, ma deve “con-vivere” con la struttura antica, con
pari dignità di progetto e con pari speranze di vita.
Il consolidamento strutturale è dunque progetto e quindi è modifica
della realtà, ma ogni modifica può essere più o meno rispettosa
dell’esistente, più o meno attenta al futuro.
Si richiede pertanto un’attenta e responsabile valutazione degli
interventi, capaci di tutelare le possibilità di interventi futuri sul bene,
tenuto conto dei margini di incertezza insiti in ogni scelta e quindi capaci
di essere modificati e migliorati in corso d’opera.
Nel dibattito sul tema della reversibilità è ricorrente l’affermazione
secondo cui l’intervento strutturale è uno di quelli che meno si presta ad
un approccio coerente con l’esigenza di reversibilità.
Tale affermazione può essere condivisa quando si fa riferimento ad
interventi in cui il contatto tra materiali vecchi e nuovi è di tipo diffuso e
sfumato e dà origine a processi di trasformazione (come nel caso di
iniezioni di materiali più o meno naturali nelle murature, ecc.).
Probabilmente non è altrettanto condivisibile nei casi in cui l’intervento
viene attuato impiegando elementi e connessioni nette e ben definite
(come ad esempio tiranti e puntoni metallici, o nuovi elementi lignei,
posti in opera a secco).
Può essere sicuramente considerata irreversibile anche ogni
sostituzione di elementi, ogni adeguamento acritico a norme pensate per
il “nuovo” ma inapplicabili all’antico (“cordoli” in cemento armato),
ogni mutamento ingiustificato delle condizioni al contorno.

290
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
Si può parlare, lecitamente, di reversibilità quando, invece,
l’approccio metodologico prevede interventi concepiti come semplice
accostamento, puntuale ed attivo, tra strutture antiche e strutture nuove.
Aggiungere, integrare, appoggiare, legare, cerchiare, tirare, spingere,
possono essere considerate azioni reversibili.
Sostituire, iniettare, incollare, demolire, sono certamente irreversibili.
Portando il concetto agli estremi, se ne può dedurre che solo il
puntone rappresenta il vero paradigma dell’intervento strutturale
reversibile, assieme al tirante, il suo duale.
Semplicemente accostato e quindi rimovibile, parallelo ma separato,
esterno e riconoscibile, nuovo ma così essenziale da essere anche antico,
racchiude la forma ed assieme la sostanza del suo modo di funzionare. Il
puntone riduce al minimo la superficie geometrica di interazione tra
vecchio e nuovo e quindi le possibili interferenze tra materiali e, se ben
progettato, è in grado di coniugare la minima invasività con il massimo
dell’efficacia e della durata, coadiuvando, senza esautorarla, la struttura
originaria. Il tirante e il puntone costituiscono soluzioni semplici, quasi
sempre di facile attuazione, esterne e visibili, manutenibili proprio in
quanto visibili, efficaci, rimovibili, ritrattabili (nel senso di controllabili e
regolabili nella loro efficacia), in una parola: reversibili.
Una soluzione alcune volte criticata perché potrebbe legittimare
interventi effimeri e provvisori, esteticamente inaccettabili, che al passare
degli anni si trasformano in definitivi perché poi non si ha il coraggio di
rimuovere. Il puntone e il tirante, invece, devono essere invece
considerate come aggiunte dichiarate e non mimetiche, integrazioni,
completamento, ma prima di tutto devono essere il risultato di un
progetto, e quindi idea, novità strutturale e materica, documento di una
cultura e di una tecnologia, firmato dal progettista e coerente con l’epoca
della sua realizzazione. Il nuovo deve essere visibile ma non deve
prevaricare l’antico, deve lasciare leggibili le preesistenze con cui esso si
confronta e si integra, ma non si contrappone. Apparente ma non
appariscente, visibile ma non ostentato, diverso ma non sfacciato.
B.Appelbaum suggerisce che occorra lasciare al futuro uno spettro di
scelte conservative così ampio come quello esistente prima
dell’intervento stesso.
291
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Ebbene, tiranti e puntelli soddisfano queste richieste, interrompendo o


comunque rallentando il processo di degrado meccanico dell’opera.
In conclusione, tra i molti atteggiamenti possibili di fronte al progetto
di consolidamento strutturale appare doveroso adottare una propensione
alla reversibilità, prudente e realistica, rispettosa, ma insieme capace di
scelte innovative, in cui sia prevista la possibilità di ritrattare la parte e la
rimozione delle integrazioni, condizionata al presentarsi di una soluzione
futura. La progettazione dell’intervento di restauro, concepita come
preservazione del bene, deve consentire la trasmissione del manufatto al
futuro. E quindi, contestualmente alla progettazione occorre progettare
anche la fase di manutenzione e quella del controllo, ossia gli interventi a
breve, ma anche quella della eventuale sostituzione o della rimozione,
quali interventi a lungo termine.
La metodologia di recupero, nell’ottica della facile rimovibilità
dell’intervento, deve considerare che ogni elemento aggiunto possa
servire a più funzioni. Nel caso dei solai, ad esempio, le eventuali
aggiunte devono essere progettate in virtù della molteplice valenza
strutturale del sistema solaio: ovvero sostenere i carichi di esercizio;
ripartire il carico in maniera omogenea ai muri perimetrali; collegare la
stessa muratura perimetrale conferendole l’effetto “scatola”.
Occorre senza dubbio tenere conto delle possibili interazioni
indesiderate: le reazioni chimiche tra materiali accostati, le coazioni
indotte dalla diversa deformabilità termica, le variazioni di volume
dovute a ossidazioni del nuovo, il fenomeno della viscosità.
Una corretta metodologia di intervento poco invasiva non consiste
nella modifica dei materiali o della geometria preesistenti ma nella
modifica dei carichi agenti, attraverso il conseguimento di una
ridistribuzione di compiti tra nuovo ed antico.
Tiranti, puntoni, cavi, stralli, contrafforti, barbacani possono essere di
valido aiuto in questa operazione, soprattutto quando vengano forzati
contro la struttura esistente, secondo una modalità di consolidamento
attivo, che è in grado di assumersi fin da subito una quota delle
sollecitazioni, senza attendere che si verifichino ulteriori spostamenti
della struttura originaria.

292
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
6.3 TECNICHE APPROPRIATE DI INTERVENTO, COMPATIBILI
CON L’ESIGENZA DI REVERSIBILITÀ

Gli interventi sugli elementi delle strutture in legno sono spesso


effettuati in conseguenza di un degrado (sia esso di tipo biologico che
strutturale), e possono essere realizzati con l’utilizzo di differenti sistemi
che consentono di ripristinare la funzionalità dell’elemento.
Talvolta il degrado riguarda una porzione limitata dell’elemento
stesso (per esempio nel caso di una trave soggetta a degrado biologico di
una delle due testate) per cui è possibile far ricorso ad interventi mirati e
circoscritti che evitino la sostituzione integrale dell’elemento, limitandosi
alla riparazione e al ripristino delle sole parti degradate.
L’intervento può essere condotto con svariati sistemi, più o meno
efficienti e più o meno reversibili, ma mentre risulta più agevole
quantificare l’efficienza (in senso meccanico), risulta spesso alquanto
arbitrario e soggettivo valutare il grado di reversibilità di sistemi di
intervento diversi.

Recentemente è in corso di sviluppo un dibattito scientifico sulla


corretta definizione ed applicabilità del concetto di reversibilità degli
interventi di restauro (convegni di Torino 2002, Bressanone 2003). In
questo contesto emergono posizioni concettualmente radicali secondo cui
un intervento o è totalmente reversibile oppure non lo si può in alcun
modo definire tale.
In occasione dell’International Council on Monuments and Sites
(ICOMOS, 1999), l’International Wood Committee ha emanato i
“principi per la conservazione delle strutture di legno antiche”. Tali
principi raccomandano, tra l’altro, che gli interventi sulle strutture in
legno dovrebbero avere i seguenti requisiti:
-essere reversibili;
-quantomeno non pregiudicare o impedire ulteriori lavori di
conservazione futuri nel momento in cui ciò sia nuovamente necessario.

Già da questi principi generali traspare il concetto generale di


reversibilità degli interventi, la necessità di definirlo con una certa
293
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

gradualità sia nell’approccio programmatico che nell’applicazione


pratica.

In questa sede si è inteso sintetizzare e rielaborare alcuni contributi


sulla reversibilità emersi nell’ambito del dibattito contemporaneo su tale
tematica.

6.3.1 Elaborazione di una metodologia per la valutazione del


grado di reversibilità dell’intervento di consolidamento
su solai in legno

Si è inteso elaborare una metodologia per la valutazione del “grado di


reversibilità” relativamente ad un caso di sostituzione di parti ammalorate
di elementi lignei.
Tale valutazione si basa sulla individuazione di parametri misurabili,
quale per esempio il volume di materiale che deve essere rimosso nel
caso in cui si volesse disassemblare la protesi, e consente pertanto di
quantificare l’ammontare dell’alterazione permanente apportata
all’elemento. Tale concetto, estendibile in linea di principio a qualsiasi
concetto, si potrebbe rilevare utile per esempio ai fini della previsione di
futuri interventi di manutenzione.

Nella tabella seguente è rappresentata schematicamente la


successione delle fasi realizzative dell’intervento preso come “modello”:
sostituzione di una testata di una trave degradata per un attacco
biologico, con una protesi in legno collegata con barre di acciaio alla
porzione residua originaria.

294
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
fase descrizione della fase schema grafico corrispondente
Stato di fatto al momento
0 iniziale

Preparazione
1 all’intervento: la trave
viene lavorata per poter poi
accogliere la protesi

Realizzazione
2 dell’intervento di
consolidamento, mediante
l’assemblaggio di protesi
lignea ancorata alla parte
preesistente mediante il
sconfinamento di barre di
vetroresina sigillate con
resina epossidica

Rimozione della protesi, per


3 preparare la trave al
successivo intervento

Ri-esecuzione
4 dell’intervento di cui alla
fase 2, con le stesse
modalità

La fase “0” costituisce lo stato iniziale, corrispondente allo stato


dell’opera prima dell’intervento. La fase “1” corrisponde alla fase di
preparazione, preliminare alla effettuazione dell’intervento vero e
proprio. La fase “2” corrisponde all’intervento finito. La fase “3”
corrisponde allo smontaggio della protesi. La fase “4” corrisponde infine
alla riesecuzione dell’intervento con modalità analoghe a quelle della
fase 2.
Le varie fasi sono state poi effettivamente attuate, su provini di
laboratorio che simulano l’intervento reale. Sulla base dei risultati

295
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

ottenibili è stato definito il “grado di reversibilità”, scaturente dalla media


della sommatoria dei seguenti parametri:

R (grado di reversibilità) = (Rvol + Rmecc + Restet + Rfatt) / 4


Rvol, costituisce l’incidenza volumetrica sulla reversibilità
dell’intervento. Tale valore misura in termini volumetrici la perdita di
materiale nel momento in cui si effettua lo smontaggio della protesi (fase
“3”) e si riporta l’elemento ligneo alla fase “1”, prima della effettuazione
dell’intervento di restauro.
Il valore Rvol viene fornito dal rapporto Vres/Vorigin , ovvero dal rapporto
tra il volume residuo misurato dopo lo smontaggio della protesi e quello
originario corrispondente alla fase “1”, cioè prima della esecuzione del
primo intervento.
In pratica, a parità di geometria della trave (presupponendo che il
distacco della protesi avvenga in modo netto) la differenza volumetrica
viene determinata dalle maggiori dimensioni degli scassi interni alla
sezione della trave stessa, per il confinamento dei connettori. È evidente,
infatti, che per effettuare il taglio della trave, necessario per ottenere lo
stato iniziale (fase “3”), occorre tagliare di conseguenza anche i
connettori interni apposti nel primo intervento. La rimozione delle
porzioni di connettori residui, rimasti infissi nella parte di trave
preesistente, comporta la effettuazione di scassi di diametro maggiore,
rispetto a quelli effettuati in occasione del primo intervento (fase “2”).
Il valore Rvol, considerando tutte le casistiche possibili, è sempre un
valore compreso tra 0 e 1.

Rmecc, rappresenta l’incidenza meccanica sulla reversibilità


dell’intervento. Scaturisce dal rapporto P2°interv/P1°interv, ovvero dal
rapporto tra la misurazione tra le prestazioni della trave lignea dopo il
secondo intervento (fase “4”), rispetto a quella misurata in occasione del
primo intervento (fase “2”). Nel caso specifico per prestazione meccanica
è stata presa in considerazione la pendenza della curva carico-
spostamento.

296
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
Il valore Rmecc, considerando tutte le casistiche possibili, è sempre un
valore compreso tra 0 e 1.

Restet, costituisce l’incidenza estetica sulla reversibilità


dell’intervento. Misura sostanzialmente di quanto le superfici
dell’elemento ligneo vengono irreversibilmente compromesse
dall’intervento. Tale coefficiente scaturisce dal rapporto Sres/Sorigin, dove
Sres rappresenta la superficie esteticamente rilevante dell’elemento
originario dopo lo smontaggio della protesi (fase “3”) e Sorigin quella
originaria presunta.
Anche in questo caso, come per i coefficienti precedenti, il valore Restet,
alla luce di tutte le casistiche possibili, è sempre un valore compreso tra 0
e 1.
Da quanto sopra, se ne deduce che il valore R (grado di reversibilità)
è un valore compreso tra 0 e 1.

Rfatt, costituisce la componente di fattibilità di un intervento, intesa


come possibilità di intervenire senza dover apportare modifiche o
rimozioni al calpestio dell’estradosso. Tale coefficiente, sostanzialmente,
penalizza (sotto l’aspetto della reversibilità) tecniche che prevedano
interventi dall’estradosso, che comporterebbero l’alterazione parziale o
totale del pavimento soprastante, e quindi la compromissione di
quest’ultimo qualora di interesse storico-artistico.
Appare logico, quindi, che tale coefficiente non potendo avere un
riferimento proporzionale (cioè se un pavimento per il suo particolare
interesse storico-artistico, non è rimovibile in toto, non lo è neanche
parzialmente), varia tra i due estremi opposti:
- tecnica che preveda la rimozione del pavimento superiore (Rfatt = 0)
- tecnica che conservi inalterato il pavimento superiore (Rfatt = 1)

Il valore finale che assume “R” (in tutta la scala di valori tra 0 e 1),
viene tradotto in percentuale: pertanto la scala dei possibili valori di “R”

297
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

sarà compresa tra lo 0% ed il 100%, che costituiscono la percentuale di


reversibilità dell’intervento adottato.

Nella valutazione complessiva di una tecnica di intervento, è utile


quantificare , oltre al suo grado di reversibilità, anche un altro parametro
che tenga conto di una considerazione prettamente estetica
dell’intervento adottato. Si è definito, pertanto, il “fattore di impatto
visivo” (FIV), che viene determinato dal rapporto tra Sinterv/Sorigin, dove
Sorigin costituisce la superficie originaria visibile (fase “0”), mentre Sinterv
costituisce la superficie totale visibile dopo la esecuzione dell’intervento.

Modalità di calcolo del parametro “R”.


Per procedere al calcolo del parametro “R” sono stati realizzati
provini analoghi a quelli di cui alla tabella precedente. Si è poi proceduto
a simulare l’intervento di restauro vero e proprio (fase “2”) , nonché allo
smontaggio della protesi (fase “3”).
Affinché lo smontaggio (fase “3”) venga effettuato correttamente
occorre:
-raggiungere e tagliare le barre metalliche interne, apposte in
occasione del primo intervento (fase “2”);
-riaprire gli scassi ed estrarre le barre asportando il minor quantitativo
possibile di legno dalla trave.

Valutazione del parametro Rvol


La corretta valutazione del parametro Rvol si ottiene effettuando una
stima del volume finale che si otterrebbe una volta smontata la protesi
(fase “3”) e la stima del volume iniziale su cui si effettua l’intervento
(fase “1”).
La stima del volume della trave dopo la fase 3 è abbastanza
immediata: la differenza volumetrica è costituita dalla differenza del
volume degli scassi, che nella fase “3” risultano evidentemente di
dimensioni maggiori rispetto a quelli della fase “1”.

298
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento

dimensione degli dimensione degli volume volume differenza valore


(cm3)
provino

scassi relativi alla scassi relativi alla scasso scasso medio


scasso

fase 1 (cm) fase 3 (cm) fase 3 fase 1 (cm3)


(cm3) (cm3)
b h z b h z
1 19 2,2 4 19,6 2,9 4,1 233 167 66
1 2 19,5 2,2 4 19,8 2,8 4,2 233 172 61 69,3
3 18,5 2,2 4 19 3,2 4 243 163 80
4 19,5 2,2 4 19,2 3 4,2 242 172 70
1 18,5 2,2 4 18,5 2,9 4,2 225 163 62
2 2 21,2 2,2 4 21 3,2 4,2 282 187 95 71
3 20 2,2 4 20 3 4 240 176 64
4 18 2,2 4 18 3 4,1 221 158 63

Valutazione del parametro Rmecc


Tale parametro viene calcolato, come già detto, sulla base del
rapporto tra una stessa caratteristica meccanica, considerata di
riferimento dopo un 1° e dopo un 2° intervento (fasi 2 – 4). Nel caso
specifico analizzato, come caratteristica meccanica di riferimento è stata
assunta la pendenza della curva carico-spostamento valutata in prossimità
della connessione tra la protesi e il resto della trave.
La valutazione è stata effettuata con una prova di flessione a 4 punti
appositamente realizzata per massimizzare le condizioni di taglio in
prossimità degli appoggi, simulando quindi in qualche modo le
condizioni reali. Lo schema di carico, riportato nella figura che segue,
riporta i punti in cui si è misurata la pendenza.
mezzeria

1 2 3

Schema di carico della trave di laboratorio per la misurazione delle caratteristiche


meccaniche riportate nella tabella che segue: conoscendo la pendenza della curva
carico-spostamento calcolata nella zona “2” è possibile calcolare il modulo elastico
della trave.
299
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

modulo elastico pendenza differenza % pendenza differenza % σ σ


(MPa) zona “1” zona “3” rottura media
provino

travetti di
rottura

1 1° intervento 19223 250247


-32,0 9,6 24,40
2° intervento 17339 274267
2 1° intervento 21503 230127 25,44
-7,1 9,9 26,49
2° intervento 20707 252952

La tabella riporta le caratteristiche meccaniche misurate a seguito


delle prove di laboratorio effettuate su due provini. La tabella dimostra
che non vi è sostanziale variazione tra i valori ottenuti per la trave dopo il
primo e dopo il secondo intervento, sia in termini di modulo elastico, che
di pendenza, nella zona “3”, mentre si è verificata una differenza di circa
il 30% in meno in un travetto tra il 1° ed il 2° intervento. Tale differenza
è da imputare, probabilmente, ad una non accurata sostituzione della
protesi nel 2° intervento: ciò è dimostrato anche dal fatto che il secondo
travetto, dopo un più attento posizionamento, ha mostrato praticamente
gli stessi valori di pendenza.
In virtù delle precedenti considerazioni, il parametro Rmecc,
acquisisce il seguente valore:
Rmecc = P2°interv / P1°interv

dove
P1°interv corrisponde alla media dei valori di pendenza misurati per i
due provini dopo il 1° intervento;
P2°interv corrisponde alla media dei valori di pendenza misurati per i
due provini dopo il 2° intervento.

Pertanto si ottiene:
Rmecc = 124578 = 0,79
157195

300
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento

Valutazione del parametro Restet


Tale parametro risulta significativo quando le superfici delle travi
sono particolarmente apprezzabili da un punto di vista estetico.
Per la quantificazione di tale parametro occorre stimare la superficie
originaria presunta esteticamente rilevante dell’elemento, e quella residua
originaria dopo la rimozione della protesi.

Valutazione del parametro Rfatt


Per la stima di tale parametro occorre valutare la possibilità di poter
eseguire l’intervento dall’intradosso, e comunque senza dover rimuovere
il pavimento superiore.

301
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

6.3.2 Applicazione della metodologia a casi reali di


consolidamento

Intervento 1:
Sostituzione della testata della trave con protesi ancorate con barre
confinate.

È una tecnica di intervento


oramai diffusa. Nel caso specifico
viene riportato l’esempio di un
intervento riscontrato presso l’ex
Convento di S.Anna alla
Misericordia, a Palermo.
L’intervento adottato per la
eliminazione di un degrado di tipo
biologico è stato quello della
sostituzione delle testate delle travi.
Di seguito viene riportato lo schema grafico ed i dati dimensionali
significativi relativi all’intervento, scaturiti dai grafici progettuali.

Dati dimensionali:
- trave: lunghezza = 560 cm; sezione = 24x16 cm
- singolo scasso = 22x3,8x1,6 cm
- protesi : lunghezza media (a vista) = 52 cm

302
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
I coefficienti per il calcolo del “grado di reversibilità”, risultanti dai
calcoli effettuati in virtù delle formule precedentemente enunciate,
assumono, in questo caso specifico, i seguenti valori:

Intervento 1: Sostituzione della testata della trave con protesi lignea


ancorata con barre in vetroresina.

Contributo volumetrico Contributo Contributo estetico Contributo di


meccanico fattibilità
Vorigin = 215 dm3 Sorigin = 4,00 m2
Volume protesi = 20,736 Superficie scassi =
dm3 calcolato come 0,014 m2 la tecnica non
Volume scassi (incremento illustrato Superficie visibile richiede
degli scassi tra il 2° ed il 1° precedentemente della protesi = 0,176 interventi
intervento) = 0,036 dm3 m2 dall’estradosso
Vres = 194 dm3 Sres = 3,81 m2
Rvol = 0,90 Rmecc = 0,79 Restet = 0,95 Rfatt = 1

Dai risultati ottenuti, scaturisce un valore medio di “R” pari a 0,91.


La reversibilità è quindi pari al 91 %.
Il FIV (fattore di impatto visivo) è invece pari ad 1, essendo
praticamente coincidenti la superficie visibile originaria con quella
complessiva dopo l’intervento.

303
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Intervento 2:
Miglioramento della rigidezza flessionale della trave mediante
l’aggiunta di supporti laterali.

Questo intervento, riscontrato


anch’esso presso l’ex Convento di
S.Anna alla Misericordia, a
Palermo (probabilmente quale
intervento provvisorio, ma poi
divenuto permanente) è stato
effettuato mediante
l’affiancamento, alle travi lignee
preesistenti, di nuove travi lignee,
connesse alle prime con
chiodature.
È sufficiente, quindi, per la quantificazione del grado di reversibilità,
adottare gli stessi coefficienti del modello iniziale, calcolati però sulla
base delle caratteristiche dimensionali specifiche di quest’intervento.
Per quanto riguarda la determinazione del coefficiente Rvol è stato
considerato ininfluente il volume costituito dall’estrazione della
chiodatura. Pertanto si è tenuto conto solo dell’asportazione delle parti
biologicamente degradate.
Anche per quanto riguarda il coefficiente Rmecc, è alquanto intuitivo
constatare che non dovrebbero esserci differenze di prestazioni
meccaniche una volta rimossa una delle nuove travi e poi riapposta allo
stesso modo.

304
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
Intervento 2: Miglioramento della rigidezza flessionale della trave
mediante l’aggiunta di supporti laterali

Contributo volumetrico Contributo Contributo estetico Contributo di


meccanico fattibilità
Vorigin = 215 dm3 Sorigin = 4,00 m2
Volume Superficie rimossa
valore inalterato
biologicamente dopo il 1° intervento la tecnica non
(tra il 1° e il 2°
degradato = 4,00 dm3 = 0,00 m2 richiede interventi
intervento)
Vres = 211 dm3 Sres = 4,00 m2 dall’estradosso

Rvol = 0,98 Rmecc = 1,00 Restet = 1,00 Rfatt= 1

Dalla tabella sopra riportata scaturisce che il valore medio di “R” è


pari a 0,99. L’intervento presenta, dunque, un alto indice di reversibilità
(99%).
Data l’estensione dell’intervento, invece, è alquanto intuitivo
constatare che il FIV (fattore di impatto visivo) non è trascurabile (14%).

305
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Intervento 3:
Quantificazione del grado di reversibilità di un intervento di
adeguamento antisismico mediante controventatura con tiranti e
cerchiatura perimetrale, con elementi metallici, all’intradosso del
solaio
L’intervento consiste nell’applicare, all’intradosso del solaio, tiranti
metallici vincolati alla muratura perimetrale e alle travi in legno a mezzo
di idonee cravatte metalliche ad ‘u’. La solidarietà tra solaio e muratura
portante perimetrale è assicurata da un profilo perimetrale ad “elle” posto
al di sotto delle travi e collegato ai tiranti. L’intervento consente di
conseguire una maggiore rigidezza del solaio sul proprio piano. È
particolarmente indicato in zona sismica in quanto permette una migliore
trasmissione delle azioni orizzontali alle strutture in elevazione.
Questo tipo d’intervento può essere effettuato indifferentemente
all’intradosso o all’estradosso del solaio ma, nel caso in esame,
supponendo di non poter rimuovere il pavimento soprastante, sarà presa
in considerazione la prima
soluzione (intervento
realizzato all’intradosso).
Questa tecnica di
intervento si articola nelle
seguenti fasi:
- predisposizione,
all’intradosso ed in aderenza
dell’orditura portante del
solaio, di tiranti metallici
disposti alle diagonali
dell’impalcato ed assicurati ai
cantonali murari mediante
piastre bullonate;
- ancoraggio dei tiranti
metallici alle travi lignee
mediante cravatte metalliche saldate al tirante ed ancorate alle travi
lignee mediante spinotti trasversali.

306
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
I coefficienti per il calcolo del
“grado di reversibilità”, risultanti dai
calcoli effettuati in virtù delle formule
precedentemente enunciate, assumono,
in questo caso specifico, i seguenti
valori:

Dati dimensionali:
- n°5 travi: lunghezza = 630 cm;
sezione = 25x25cm

Intervento 3: controventatura con tiranti e cerchiatura perimetrale


con elementi metallici
Contributo volumetrico Contributo Contributo estetico Contributo di
meccanico fattibilità
Vorigin = 1575 dm3 Sorigin = 33,00 m2
Volume Superficie
biologicamente impegnata per
degradato = 20,00 dm3 realizzazione fori
Valori inalterati passanti = 0,034 m2
Volume fori spinotti di (tra il 1° ed il 2° la tecnica non
ancoraggio delle intervento) richiede interventi
cravatte alle travi = Sres = 32,96 m2 dall’estradosso
11,30 dm3
Vres = 1544,00 dm3

Rvol = 0,98 Rmecc = 1,00 Restet = 0,99 Rfatt= 1

Dai risultati ottenuti, scaturisce un valore medio di “R” pari a 0,99.


Ne scaturisce pertanto un grado di reversibilità pari al 99%.

Il FIV (fattore di impatto visivo) è invece pari ad 1,12.

307
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Intervento 4:
Quantificazione del grado di reversibilità di un intervento di
adeguamento antisismico eseguito mediante placcaggio
dell’impalcato con controventi in tessuto di FRP, all’estradosso

Questa tecnica prevede l’irrigidimento del solaio nel proprio piano


mediante l’applicazione, sul tavolato di impalcato, di croci di
controvento, realizzate con strisce di materiale composito fibrorinforzato.
Data la particolare procedura, la tecnica richiede la realizzazione
dell’intervento dall’estradosso del solaio e quindi richiede il preventivo
smontaggio del pavimento soprastante.

Tavolato (2° ordine)

Nastri di FRP
Tavolato (1° ordine)

Orditura principale

Come già riportato, in maniera più dettagliata, nel repertorio di


interventi, le fasi dell’intervento si possono riassumere in:
- Rimozione del pavimento di calpestio, all’estradosso, ove possibile,
previa numerazione dei pezzi per il successivo corretto riposizionamento.
- Impiego di prodotto sotto forma di tessuto, preimpregnato o impregnato
in situ, del tipo a rotoli, da cui possono essere ricavate strisce di
lunghezza opportuna.
- Una volta effettuato l’incollaggio delle strisce in FRP, allo scopo di
rendere più uniforme il comportamento del solaio nelle due direzioni
principali, nonché proteggere l’intervento di rinforzo e migliorarne
l’adesione, all’estradosso viene applicato un secondo tavolato, le cui
tavole saranno disposte ortogonalmente a quelle del tavolato preesistente,
previo cospargimento di colla dei rinforzi di FRP in modo da migliorare

308
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
la solidarizzazione tra il
rinforzo ed il solaio e
quella tra i due ordini di
tavole.
- Ad operazioni ultimate,
sarà possibile riapporre il
pavimento di calpestio,
tenendo conto di un lieve
aumento della quota di
calpestio dovuta
all’apposizione del nuovo
tavolato. Nel caso di
impalcato realizzato con
pianelle di laterizio, il ruolo
di protezione e di
contenimento
dell’instabilità delle fibre
del composito può essere
assolto da uno strato di
malta di calce.

I coefficienti per il calcolo del “grado di reversibilità”, relativi a questo


specifico intervento si basano sulla considerazione che le fasce di FRP
siano rimovibili (a caldo) senza apportare danni permanenti al sottostante
tavolato preesistente (e quindi assicurando la conservazione, almeno
parziale, di quest’ultimo). Pertanto, dai calcoli effettuati in virtù delle
formule precedentemente enunciate, assumono, in questo caso specifico,
i seguenti valori:

309
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Intervento 4: controventatura dell’impalcato mediante placcaggio


con fasce di FRP
Contributo volumetrico Contributo Contributo estetico Contributo di
meccanico fattibilità
Vorigin = 4740 dm3 Sorigin = 40,00 m2
Volume rimozioni Superficie degli
dopo il 1° intervento = elementi rimossi per
0,00 dm3 effettuare il
2°intervento (si
considera il
valori inalterati
ripristino del 30% la tecnica richiede la
(tra il 1° ed il 2°
del tavolato rimozione del
intervento)
preesistente) = 6,00 pavimento superiore
m2
Volume rimozioni per
effettuare il 2° Sres = 34,00 m2
intervento = 0,00 dm3
Vres = 4740 dm3

Rvol = 1,00 Rmecc = 1,00 Restet = 0,85 Rfatt= 0

Dai risultati ottenuti, scaturisce un valore medio di “R” pari a 0,71.


Il FIV (fattore di impatto visivo) è pari ad 1, essendo praticamente
coincidenti la superficie visibile originaria con quella complessiva dopo
l’intervento.

310
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE CIRCA LA METODOLOGIA DI
VALUTAZIONE DELLA REVERSIBILITÀ DEGLI INTERVENTI.

Tale principio è stato elaborato sulla base di tre parametri, scelti in


quanto ritenuti variabili significative nel restauro di un solaio in legno.
Tuttavia si ritiene che tale applicazione possa essere generalizzata ed
estesa ad altri contesti, facendo ricorso all’espressione:
N

R= Σ pi Ri
i=1

dove i parametri Ri rappresentano i vari contributi correlati alla tipologia


di intervento presa in considerazione e pi i singoli pesi da assegnare ad
ogni contributo.
L’espressione si trasforma in quella sperimentata per il caso
precedentemente analizzato, se N=3 e p1=p2=p3=1/3

Affinché “R” sia compreso tra 0 e 1 occorre naturalmente che Σ


pi =1
Questo approccio quantitativo ha l’obiettivo di imporre al progettista
di pensare, fin dalla fase iniziale della progettazione, alle modalità con
cui “smontare” l’intervento, potendo stimare il grado di alterazione
permanente che l’intervento stesso apporterà al manufatto ligneo, anche
in funzione della sua gestione futura.
In tal modo la valutazione della tecnica di intervento più appropriata
(in ordine al grado di reversibilità che si vuole ottenere) può essere
effettuata su basi oggettive.
Allo stesso modo, nella fase progettuale, può essere stimato il fattore
di impatto visivo (FIV) che consente di valutare quanto l’intervento
scelto possa risultare esteticamente “ingombrante”.

Nei casi riportati come esempio, sono state analizzate le metodologie


relative a quattro interventi “campione” (1-2 : relativi ad interventi di
miglioramento strutturale; 3-4 : relativi ad interventi di adeguamento

311
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

antisismico). Per ciascuna di esse è stata applicata una metodologia per la


valutazione del grado di reversibilità del rispettivo intervento adottato.
Tale metodo propone anche la valutazione del fattore di impatto
visivo che ciascuno degli interventi determina rispetto alla
conformazione del solaio preesistente.
Dalle applicazioni precedentemente analizzate, e dai relativi risultati
ottenuti, si può dedurre che il grado di reversibilità di un intervento
risulta essere direttamente proporzionale all’impatto visivo dello stesso.
Tuttavia, l’applicazione di tale metodologia è vincolata
all’acquisizione dei dati dimensionali relativi allo specifico manufatto
ligneo sul quale si va ad intervenire.
Pertanto, volendo estendere i risultati soggettivi, desunti dai quattro
casi analizzati, a una gerarchia di valutazioni di tipo oggettivo,
estendibile anche ad altri interventi analoghi, si propone la seguente
corrispondenza tra risultati ottenuti e grado di valutazione:

per 0% < “R” < 80% grado di reversibilità basso


per 81% < “R” < 90% grado di reversibilità medio
per 91% < “R” < 100% grado di reversibilità elevato

Per quanto riguarda il Fattore di Impatto Visivo (FIV) si propone la


seguente scala di valori:

per “FIV” = 1 impatto visivo basso


per 1 < “FIV” < 1,10 impatto visivo medio
per 1,10 < “FIV” impatto visivo elevato

La tabella che segue riporta, per ciascuno degli interventi analizzati, le


relative valutazioni della reversibilità e dell’impatto visivo.
Da essa si evince come il grado di reversibilità di un intervento sia
inversamente proporzionale all’impatto visivo dello stesso. Bisognerà
pertanto, in fase attuativa, valutare, la tecnica di intervento più idonea per
il caso specifico, secondo una corrispondenza tra stato di degrado e
peculiarità tipologico-formali.

312
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento

FATTORE
GRADO DI
INTERVENTO TECNICA DI IMPATTO
REVERSIBILITÀ
VISIVO
APP 01 ricostruzione testata con malta medio basso
epossidica
APP 02 nuovi appoggi con mensole elevato medio
metalliche
APP nuovi appoggi con scarpe elevato medio
03-04 metalliche
TR 01 ripristino flessionale con tirante elevato medio
e contraffissi
TR 02 aumento sezione resistente con basso basso
profilato all’estradosso
TR 03 aumento sezione resistente con elevato elevato
profilato all’intradosso
TR 04 applicazione di materiali medio basso
fibrorinforzati
SIS 01 apposizione di doppio tavolato basso basso
SIS 02 cerchiatura con elementi elevato medio
metallici
SIS 03 collegamento travi/muratura basso basso
con piatti in ferro
SIS 04 controventatura all’intradosso elevato elevato
con controventi metallici
SIS 05 controventatura all’estradosso basso basso
con fasce di frp
SIS 06 apposizione di cappa in cls basso basso
all’estradosso
SIS 07 appoggi scorrevoli elevato medio
multidirezionali
SIS 08 controventature con stralli basso basso
all’estradosso
BIO 01 ripristino travi con reticoli di basso basso
vetroresina
BIO 02 ripristino travi con inserimento basso basso
di anima metallica
BIO 03 aumento sezione resistente elevato elevato
mediante affiancamento nuovi
elementi lignei

313
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

6.3.3 La necessità della “reversibilità” dell’intervento su un


solaio in legno

Alla legittima domanda che qualcuno potrebbe porsi: Perché


l’interevento su un solaio in legno deve essere reversibile ?, si risponde
riportando alcune argomentazioni che finiscono col rafforzare
ulteriormente la validità ed opportunità del dibattito contemporaneo su
tale problematica:

L’intervento di recupero di un solaio ligneo deve essere “reversibile”


per una serie di ragioni:

1) perché il manufatto “solaio ligneo”, in quanto testimonianza


storica, culturale e costruttiva, costituisce un bene architettonico
da tramandare ai posteri e, di conseguenza, da preservare quanto
più possibile nella sua integrità, nei suoi caratteri tipologici
originari e nelle sue peculiarità costruttive;

2) perché il concetto di reversibilità si sposa con l’altrettanto attuale


concetto della “sostenibilità” degli interventi: ripristinare lo stato
quo ante, rende flessibile il manufatto architettonico rispetto ad
eventuali riadattamenti e riutilizzi futuri, imposti dal continuo
divenire socio-culturale, ma che al contempo garantiscono la
permanenza in vita del manufatto stesso. La reversibilità di un
intervento eseguito “oggi” garantisce la possibilità di poter
intervenire, in un qualunque momento futuro, qualora si renda
necessario il riutilizzo del manufatto edilizio, e di conseguenza
del solaio in esso inglobato, adeguandolo alle nuove esigenze
funzionali;

3) perché intervenire in maniera permanente e definitiva su un solaio


ligneo significherebbe precludere qualsiasi tipo di intervento
futuro. Ciò in quanto più sono estese le superfici di connessione
tra elementi lignei ed i nuovi materiali d’intervento, minore è la

314
Capitolo 6° - Le linee guida e le attuali tendenze del restauro: la reversibilità
dell’intervento
possibilità, in caso di dissesti futuri, di ripristino e di recupero
degli elementi costruttivi originari;

4) perché un intervento di consolidamento potrebbe risultare presto


carente rispetto alle prestazioni attese, per l’entrata in gioco di
variabili intervenute successivamente alla realizzazione
dell’intervento, oppure, erroneamente, non tenute affatto in
considerazione in fase progettuale. È il caso, ad esempio,
dell’entrata in vigore di nuove normative che impongano nuovi
adeguamenti, ecc.

315
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

316
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Capitolo 7°
I RIFERIMENTI NORMATIVI

Premessa
A differenza delle costruzioni in muratura, acciaio e calcestruzzo, in
Italia non esistono norme di calcolo per le strutture in legno prescritte per
legge.
Ciò in quanto, soprattutto in Italia, nei primi decenni del ’900, con lo
sviluppo e la diffusione delle tecnologie in acciaio e in calcestruzzo
armato, il legno è passato in secondo piano, ritenuto (forse erroneamente)
materiale più vulnerabile e meno duraturo.
In realtà proprio in Italia, grazie alla conservazione di numerosi ed
manufatti architettonici, è evidente la dimostrazione che una corretta
progettazione del manufatto ligneo (sia esso solaio intermedio o capriata di
copertura) ne possa garantire la durata nei secoli.
Si possono citare come esempi emblematici le strutture di copertura
delle prigioni dei Piombi a Venezia, le travi di copertura e di solaio visibili
in numerosi edifici nel centro storico di Bologna, le capriate di Palazzo
Vecchio a Firenze, significativo campione di ingegneria del legno del
’500.
È proprio la sensibilizzazione per la conservazione del patrimonio
architettonico e lo sviluppo tecnico-scientifico hanno consentito la
rivalutazione del legno come materiale strutturale, focalizzando una
maggiore attenzione e considerazione da parte dei tecnici verso le strutture
lignee esistenti.

Quadro normativo di riferimento

In Italia indicazioni di norme di legge circa le strutture in legno si


limitano a indicare l’altezza massima dell’edificio e forniscono poche
317
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

indicazioni circa gli elementi portanti in legno, oltre a considerare la


possibilità di utilizzare solai o tetti in legno (DM LL.PP., in applicazione
della legge 64/1974).

Lo standard En 338 definisce un sistema di classi di resistenza con


relativi valori caratteristici di resistenza, rigidezza e massa volumica,
sistema applicabile a tutti i legni di conifere e latifoglie per uso strutturale.
Fornisce inoltre le regole per l’assegnazione alle classi delle combinazioni
specie/provenienza/categoria.
L’En 384, a sua volta, fornisce due metodi: uno per la determinazione
dei valori caratteristici delle proprietà meccaniche e della massa
volumica, per ben definite popolazioni di legname e di categorie di
resistenza meccanica e/o visuale. E un altro per controllare la resistenza
di un campione di legname in relazione al suo valore presunto. I valori
così determinati, per le proprietà meccaniche e per la massa volumica,
sono idonei per l’assegnazione delle categorie e delle specie alle classi di
resistenza dell’En 338.
L’En 408 specifica quindi metodi di prova per determinare i parametri
della scienza delle costruzioni quali i moduli di elasticità e le varie
resistenze. Mentre l’En 518 identifica le caratteristiche per le quali devono
essere imposti limiti nelle regole di classificazione a vista del legno
strutturale.
L’En 1912 elenca poi le categorie visuali di resistenza, le specie legnose
e loro origine, specificando le classi di resistenza assegnate dall’En 338.
L’Uni 11035, nella parte prima, specifica terminologia e metodi per la
misurazione delle caratteristiche rilevanti ai fini della classificazione a
vista secondo la resistenza meccanica del legname di provenienza italiana
destinato all’uso in strutture portanti. E nella parte seconda identifica i
più comuni tipi di legname strutturale italiani e, per ciascuno di essi,
indica le regole da adottare per effettuarne la classificazione a vista
secondo la resistenza, facendo riferimento anche alle prescrizioni
generali riportate nell’Uni 11035-1. Mediante la classificazione i singoli
segati accettabili sono assegnati a opportune categorie, a ognuna delle
quali sono associati valori caratteristici di massa volumica, resistenze e
moduli di elasticità.
318
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

L’En 13271, infine, specifica i rapporti per la determinazione delle


resistenze dei giunti realizzati con connettori nelle strutture di legno e le
condizioni di riferimento pertinenti, e fornisce inoltre raccomandazioni per
i valori caratteristici per i moduli di scorrimento per i giunti nel legno
massiccio in conformità alla En 338.

319
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Requisiti generali, regole per la classificazione a vista secondo la


resistenza e valori caratteristici per tipi di legname strutturale italiani
(stralcio norma UNI 8198)

Tipi di legname strutturale


La presente norma permette di classificare a vista secondo la
resistenza meccanica le combinazioni specie/provenienza italiane
riportate nel prospetto 1.
I tipi di legname strutturale italiani, ai quali è applicabile la presente
norma, sono definiti dalle combinazioni di specie/provenienza sopra
citate nonché dalle categorie a cui esse possono essere assegnate in base
alle regole di classificazione specificate di seguito.
Le sigle delle singole categorie, anch’esse riportate nel seguito, sono
strutturate in
modo da identificare univocamente ciascun tipo di legname strutturale
italiano definito in base alla presente norma.

Generalità
I segati classificati a vista sono assegnabili a una determinata
categoria resistente se soddisfano a tutti i requisiti previsti per quella
categoria. È pertanto il difetto peggiore, ovunque esso sia situato nel
segato, a determinare la categoria di appartenenza. Se il segato non
rientra in nessuna delle categorie di qualità strutturale previste, dovrà
essere scartato in quanto “non classificabile per l’uso strutturale”.
Laddove sia prevista la marcatura anche dei segati scartati (ad es. in
regime di assicurazione di qualità), si raccomanda l’uso della sigla “R”
(rejected = scartato).

Umidità di riferimento
I valori relativi a dimensioni, resistenze, difetti ecc. riportati nella
presente norma, salvo esplicita indicazione contraria, si riferiscono a
legname equilibrato al 20% di umidità, quest’ultima riferita alla massa
del legno allo stato anidro.

320
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Ai fini della presente norma un elemento ligneo si definisce


“stagionato” quando la sua umidità media è minore o uguale al 20%.
Per legname a umidità maggiore del 26%, e comunque in caso di
controversia, la verifica dell’umidità dovrà essere condotta con il metodo
per pesata previsto dalla UNI 9091-2.

321
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Determinazione dell’umidità media: a = 1m; umedia = (u1 + u2 +


u3)/3

Limitazioni per le caratteristiche che riducono la resistenza

- Nodi
Le prescrizioni di cui al presente paragrafo si applicano ai nodi isolati
e ai gruppi di nodi.
Per nodo si intende una qualsiasi porzione di ramo inclusa
nell’elemento ligneo. Per gruppo di nodi si intende un insieme di due o
più nodi pressappoco allineati, che insistono su uno stesso tratto avente
lunghezza pari a 150 mm dell’elemento strutturale, oppure - allineati o
meno - aventi dimensioni e disposizione tale da impedire che fra un nodo
e l’altro del gruppo la fibratura del legno, che aggira i nodi risultando
così localmente deviata, recuperi il suo normale andamento.
Nodi aventi diametro non maggiore di 5 mm non vengono presi in
considerazione.
Sono ammissibili tutti i tipi di nodi (aderenti, cadenti, sani, neri, ecc.).
Sono ammissibili nodi isolati nella misura in cui soddisfino a tutti i
requisiti previsti per il tipo di legname oggetto di classificazione.

322
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Sono ammissibili gruppi di nodi nella misura in cui soddisfino a tutti i


requisiti previsti per il tipo di legname oggetto di classificazione.
I limiti di ammissibilità per i diversi tipi di legname sono riportati
nelle regole di classificazione.

Inclinazione della fibratura


Per fibratura si intende la direzione o andamento generale prevalente
delle fibre legnose nell’elemento ligneo. Tipicamente, la direzione della
fibratura è grosso modo parallela all’asse longitudinale dell’elemento
salvo deviazioni localizzate, ad es. intorno ai nodi, che non devono essere
prese in considerazione.
La direzione generale della fibratura viene determinata su una base di
misura avente lunghezza minima pari a un metro. Essa può essere
determinata sulla base delle fessurazioni da ritiro eventualmente visibili,
oppure mediante l’appropriato uso del graffietto.
I limiti di ammissibilità per i diversi tipi di legname sono riportati
nelle regole di classificazione.

Nodi: n1 = nodo isolato; n2 = gruppo di nodi, in quanto nodi allineati a meno di 150
mm di distanza; n3 = nodi isolati, in quanto allineati a più di 150 mm di distanza; n4 =
gruppo di nodi, in quanto anche se a più di 150 mm di distanza la fibratura non recupera
la direzione originale fra i nodi; n5 = nodi isolati, in quanto anche se insistenti su un
tratto minore di 150 mm di lunghezza non sono allineati e la fibratura fra di essi
recupera la direzione originale; n6 = gruppo di nodi, in quanto presentano la fibratura
che non recupera la direzione originale.

323
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Fessurazioni longitudinali da ritiro


Si definiscono fessurazioni da ritiro le discontinuità longitudinali del
tessuto legno dovute al naturale ritiro del legno in seguito alla perdita di
umidità.
La lunghezza delle fessurazioni da ritiro è legata all’umidità, pertanto
i limiti assegnati per i diversi tipi di legname nelle regole di
classificazione sono di norma applicabili solo per legno equilibrato a
umidità del 20% o minore.
I limiti di ammissibilità per i diversi tipi di legname sono riportati
nelle regole di classificazione.

Cipollatura
Per cipollatura si intende la tipica fessurazione che segue l’andamento
di uno o più anelli di accrescimento e che può essere dovuta a cause
traumatiche oppure a una naturale predisposizione di certe specie legnose
quali il Castagno, l’Abete bianco e il Larice.
Non sono ammissibili cipollature affioranti su una qualsiasi faccia
dell’elemento.
Singole cipollature non affioranti sono ammissibili solo se si aprono
su una sola testata dell’elemento e se rispondono ai requisiti di diametro
massimo e di eccentricità precisati per i diversi tipi di legname nelle
regole di classificazione.
Se la classificazione avviene su legno avente umedia > 26% (limite
superiore di misurabilità dell’umidità del legno con il misuratore
elettrico), per i tipi di legname che la prevedono, dovrà essere considerata
anche una cipollatura probabile in corrispondenza di ogni anello di
accrescimento (visibile in sezione trasversale sulle testate dell’elemento)
avente spessore almeno doppio dello spessore del più stretto dei due
anelli immediatamente adiacenti (cioè rispettivamente quello che lo
precede e quello che lo segue nella sequenza degli accrescimenti). La
cipollatura probabile è assimilata a tutti gli effetti a quella effettiva, e per
essere ammessa deve soddisfare gli stessi requisiti di quest’ultima.

324
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Cipollatura: modalità di misurazione e valutazione. A = cipollatura affiorante; B =


cipollatura completa e inclusa; C = cipollatura multipla; D = cipollatura ammissibile; E
= cipollatura inammissibile per eccessiva eccentricità; F = cipollatura inammissibile per
eccessivo diametro

Limitazioni per le caratteristiche geometriche

- Smusso
Superficie arrotondata che raccorda due facce dell’elemento tra loro
perpendicolari.
Tipicamente si tratta della superficie originale del tronco, con o senza
corteccia, non toccata dalla lama della sega.
Lo smusso viene sempre riferito a una sezione di forma e dimensioni
pari alla sezione nominale dell’elemento, assimilando quest’ultima al

325
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

rettangolo o al quadrato. Non riduce la resistenza, ma viene limitato per


ragioni costruttive generali (lo smusso può essere indesiderabile nel caso
in cui vengano usati connettori o piastre di lamiera punzonata, oppure
quando il materiale sia sollecitato a compressione trasversale).
L’ampiezza dello smusso viene misurata obliquamente ed espressa in
rapporto al lato maggiore della sezione. Tale rapporto viene indicato con
s nelle regole di classificazione. Quando
gli smussi superano i limiti di
ammissibilità per la sezione rettangolare
o quadrata, l’elemento potrà essere
comunque classificato assimilando la
sezione nominale al cerchio inscritto
nella sezione dell’elemento che presenta
la massima smussatura.
I limiti di ammissibilità per i diversi
tipi di legname sono riportati nelle
regole di classificazione.
metodo di misurazione dello
smusso

Deformazioni
Variazioni della forma geometrica di un elemento rispetto a quella
ideale di prisma retto.
Sono da scartare tutti i pezzi che presentino arcuatura, falcatura,
svergolamento e imbarcamento eccessivi in relazione al loro impiego
finale. I metodi di misurazione di tali deformazioni sono illustrati nella
figura che segue.
I limiti di ammissibilità per i diversi tipi di legname sono riportati
nelle regole di classificazione.

326
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Metodi di misurazione delle deformazioni: base di misura a = 2m; A = arcuatura; F =


falcatura; S = svergolamento; I = imbarcamento

Limitazioni per le caratteristiche biologiche

- Degrado da insetti
Deve essere scartato ogni elemento soggetto ad attiva infestazione da
parte di Insetti in grado di proliferare anche nel legno stagionato (in
genere: Anobidi, Lictidi, Cerambicidi).
Se l’elemento è stagionato, sono ammessi fori di Insetti che attaccano
solo il legno fresco (fori tipicamente rotondi, con alone nerastro, aventi
diametro di circa 2 mm), fino a una presenza massima di 10 fori su un
qualsiasi tratto di 1 m di lunghezza (sommando i fori visibili sulle quattro
facce del pezzo). In caso di attacchi pregressi e comprovatamente
esauriti, sono ammessi in ciascun elemento ligneo fori di Anobidi
(tipicamente rotondi, senza aloni nerastri, aventi diametro non minore di
1,5 mm), fino a una presenza massima di 10 fori su un qualsiasi tratto di
1 m di lunghezza (sommando i fori visibili sulle quattro facce del pezzo).
Comunque, sommando i fori con alone nerastro ai fori praticati dagli
Anobidi, non è ammessa la presenza di più di 10 fori in totale su un
qualsiasi tratto di 1 m di lunghezza del segato.
Non sono ammessi fori prodotti da Lictidi (fori piccolissimi senza
alone, rotondi e tipicamente di diametro non maggiore di 1 mm) o da
327
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Cerambicidi (fori molto grandi senza alone, tipicamente ellittici e con


diametro minimo maggiore di 3 mm).
Non sono altresì ammessi segni di degrado dovuti all’attacco di altri
Insetti distruttori del legno (ad es. termiti).

- Degrado da funghi
Deve essere scartato ogni elemento che presenti segni di alterazione
da funghi della carie del legno, tranne il caso dei nodi neri che vengono
considerati altrove.

Altre caratteristiche

- Legno di reazione
La quota ammissibile di legno di reazione (legno di compressione o
“canastro” per le Conifere, legno di tensione per le Latifoglie), viene
determinata in rapporto all’area della superficie della faccia su cui
compare, oppure all’area di una delle sezioni di estremità del segato,
considerando sempre il valore peggiore.
I limiti di ammissibilità per i diversi tipi di legname sono riportati
nelle regole di classificazione.

Lesioni e danni meccanici


Non sono ammessi gli elementi che presentano lesioni del tessuto
legnoso causate nell’albero in piedi da gelo, fulmine, vento e traumi di
varia origine. Non sono altresì ammessi danni meccanici dovuti alle
operazioni in bosco e in segheria, i cui effetti possano pregiudicare la
resistenza del legname in opera.
Non è infine ammessa la presenza di lesioni derivanti dalla azione del
vischio (tracce degli austori).
Non rientrano in questa categoria né le fessurazioni da ritiro, né le
cipollature.

328
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Altri criteri
Potranno essere presi in esame, ai fini della classificazione,
unicamente criteri che influiscono direttamente sulla resistenza oppure
sull’uso del legname nelle costruzioni.
Qualora un pezzo presenti difetti non elencati nel presente documento,
essi dovranno essere valutati in relazione a quelli elencati; se tali difetti a
giudizio di chi esegue la classificazione, comportano effetti sulla
resistenza minori di quelli che comportano i difetti elencati nel presente
documento, essi possono essere considerati accettabili.

Applicabilità della norma agli elementi già in opera

La presente norma può essere applicata a elementi lignei già in opera,


purché siano soddisfatte tutte le seguenti condizioni:
1) l’elemento in opera deve appartenere a uno dei tipi di legname
previsti nella presente norma;
2) la visibilità e l’accessibilità dell’elemento deve essere estesa ad
almeno tre lati e a una delle due testate;
3) le regole di classificazione devono essere applicate all’elemento
resistente ottenuto defalcando la trave reale di tutte le zone
degradate da funghi e insetti e pertanto non più collaboranti;
4) le indicazioni così ottenute devono essere integrate e precisate da
un più vasto quadro di indagini tecnologiche che comprendano
almeno l’analisi strutturale e lo studio delle condizioni ambientali
e di rischio biologico.
I risultati devono inoltre tenere conto delle condizioni di limitata
visibilità e accessibilità dell’elemento classificato.

Regole di classificazione e valori caratteristici

Modalità di esecuzione della classificazione a vista

La classificazione visuale dovrà essere condotta con le modalità


seguenti:

329
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

a) esame a vista di tutte le facce e delle testate di ciascun segato;


b) applicazione a tutte le sezioni del segato di tutti i criteri di
classificazione previsti dal prospetto;
c) assegnazione del segato alla categoria di resistenza peggiore fra
quelle ottenute al punto b);
d) se il segato non rientra nella categoria di resistenza minima anche
per uno soltanto dei criteri di classificazione, deve essere scartato
in quanto “non classificabile per l’uso strutturale”.

Scelta delle regole di classificazione e dei profili di valori caratteristici


appropriati
La classificazione di segati di una delle combinazioni
specie/provenienza di cui al prospetto 1 dovrà essere condotta adottando
la regola di classificazione prevista nel prospetto 2.
Tale prospetto indica:
1) i tipi di legname cui il materiale può essere assegnato;
2) il numero dell’idoneo profilo resistente riportato nel prospetto 5,
dal quale si possono desumere i valori caratteristici di resistenza,
rigidezza e massa volumica.

330
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

331
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

332
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

333
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

334
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

Contenuto delle principali norme UNI.

UNI EN 338 Legno strutturale - Classi di resistenza


UNI EN 384 Legno strutturale - Determinazione dei valori
caratteristici delle proprietà meccaniche e della massa
volumica
UNI EN 408 Strutture di legno - Legno massiccio e legno lamellare
incollato - Determinazione di alcune proprietà fisiche e
meccaniche
UNI EN 518 Legno strutturale - Classificazione - Requisiti per le
norme di classificazione a vista secondo la resistenza
UNI 2853 Nomenclatura delle specie legnose che vegetano
spontanee in Italia
UNI 2853 FA 147-84
Foglio di aggiornamento n.1 alla UNI 2853 (Ott. 1973).
Nomenclatura delle specie legnose che vegetano
spontanee in Italia
UNI 2854 Nomenclatura delle specie legnose esotiche coltivate in
Italia
UNI 9091-1 Legno - Determinazione dell’umidità - Metodo elettrico
UNI 9091-2 Legno - Determinazione dell’umidità - Metodo per
pesata
UNI EN 1912 Legno strutturale. Classi di resistenza. Assegnazione delle
categorie visuali e delle specie
UNI 11035-1 Legno strutturale. Classificazione a vista di legnami
italiani secondo la resistenza meccanica: terminologia e
misurazione delle caratteristiche
UNI 11035-2 Legno strutturale. Regole per la classificazione a vista
secondo la resistenza e i valori caratteristici per tipi di
legname strutturale italiani
UNI EN 13271 Elementi di collegamento per legno strutturale. Valori
caratteristici delle resistenze e dei moduli di scorrimento
per giunti realizzati con connettori
UNI ENV 1995-1-1:1995
335
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Eurocodice 5 - Progettazione di strutture di legno - Parte 1-1: Regole


generali e regole per gli edifici. Versione in lingua
italiana della norma europea sperimentale ENV 1995-1-
1 (edizione dicembre 1993). Si applica alla
progettazione di strutture di legno, oppure di strutture
fatte di legno (legno massiccio, segato, squadrato oppure
tondo, e legno lamellare incollato) oppure di pannelli a
base di legno - assemblate con adesivi o con mezzi
meccanici. E' suddiviso in varie parti distinte. La
presente prende in esame soltanto i requisiti di resistenza
meccanica, comportamento in esercizio e durabilità
delle strutture. Non riguarda l'isolamento termico e
acustico.
UNI ENV 1998-1-1:1997
Eurocodice 8 - Indicazioni progettuali per la resistenza sismica delle
strutture - Parte 1-1: Regole generali - Azioni sismiche e
requisiti generali per le strutture. Versione ufficiale in
lingua italiana della norma europea sperimentale ENV
1998-1-1 (edizione ottobre 1994). Contiene i requisiti
fondamentali ed i criteri necessari per soddisfarli,
applicabili agli edifici e alle opere di ingegneria civile in
zona sismica e la sua combinazione con altre azioni.
Alcune particolari tipologie strutturali necessitano di
regole specifiche presentate nelle parti 2, 3, 4, 5 di
questo Eurocodice.
UNI ENV 1998-1-2:1997
Eurocodice 8 - Indicazioni progettuali per la resistenza sismica delle
strutture - Parte 1-2: Regole generali per gli edifici.
Versione ufficiale in lingua italiana della norma europea
sperimentale ENV 1998-1-2 (edizione ottobre 1994).
Contiene le regole generali per la progettazione degli
edifici in zona sismica e deve essere usata
congiuntamente con le parti 1-1 e 1-3. Indicazioni
relative ad edifici costruiti su fondazioni con dispositivi
isolanti non sono date in questo Eurocodice, il loro
336
Capitolo 7° - I riferimenti normativi

utilizzo non è vietato, a patto di condurre studi


dettagliati.
UNI ENV 1998-1-3:1998
Eurocodice 8 - Indicazioni progettuali per la resistenza sismica delle
strutture - Parte 1-3: Regole generali - Regole specifiche
per i diversi materiali ed elementi. Versione ufficiale in
lingua italiana della norma europea sperimentale ENV
1998-1-2 (edizione ottobre 1984). Contiene le regole
generali per la progettazione degli edifici in zona
sismica e deve essere usata congiuntamente con le parti
1-1 e 1-3. Indicazioni relative ad edifici costruiti su
fondazioni con dispositivi isolanti non sono date in
questo Eurocodice, il loro utilizzo non è vietato, a patto
di condurre studi dettagliati.
UNI ENV 1998-1-4:1999
Eurocodice 8 - Indicazioni progettuali per la resistenza sismica delle
strutture - Parte 1-4: Regole generali - Rafforzamento e
riparazione degli edifici. Versione ufficiale in lingua
italiana della normativa europea sperimentale ENV
1998-1-4 (edizione gennaio 1996). La norma,
sperimentale, tiene conto dei requisiti di base fissati
nelle parti 1-1, 1-2 e 1-3. Questa parte copre gli aspetti
relativi alla riparazione e al rafforzamento degli edifici e
dei monumenti (per quanto applicabili agli stessi)
considerando i materiali usualmente impiegati per
realizzare le strutture (calcestruzzo, acciaio, murature,
legno). Lo scopo è quello di dare i criteri per valutare le
prestazioni sismiche delle strutture esistenti, descrivere i
criteri per individuare le misure correttive, dare i criteri
di intervento.

Norme DIN 4074 – segati di Conifere

337
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Sintesi parziale di una regola di classificazione (per tavole e tavoloni


di Conifera, p.es. Abete rosso)
Categoria S13
• Smussi: almeno 2/3 di ogni lato privi di smussi
• Nodi isolati: “rapporto nodale” fino a 1/5
• Ampiezza anelli: fino a 4 mm
• Inclinaz. Fibratura: fino a 70 mm/m
• Fessurazioni radiali da ritiro: ammesse
• Altre fessurazioni, cipollature: non ammesse
• Midollo: non ammesso
• Ulteriori prescrizioni per: colorazioni anomale, canastro, attacchi di
funghi e insetti, vischio, deformazioni , ecc.

338
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

Capitolo 8°
L’ORGANIZZAZIONE DEL CANTIERE DI RESTAURO

Premessa
L'organizzazione del cantiere di restauro richiede di comporre in un
modello complesso, quasi contraddittorio, opposti sistemi gerarchici (di
tipo industriale) ed equilibrati (di tipo artigianale). Da un lato, in cantiere,
esigenze di produttività e di ottimizzazione delle lavorazioni
consiglierebbero una struttura rigida e disciplinata, quasi come in un
formicaio o in un alveare, dall'altro, nel restauro, esigenze di
comprensione richiederebbero all'opposto una atmosfera libera e pacata
che possa favorire la speculazione e la riflessione. Queste diverse
esigenze, tra gerarchia e servizio, possono comporsi solo in un clima di
solidarietà, di stima e di reciproca attenzione. In cantiere l'aiuto
vicendevole e l'azione di concerto possono trasformare l'accostamento tra
individui in un'occasione di incontro tra persone; infatti le più grandi
fabbriche, come ad esempio le cattedrali gotiche o le fortificazioni, sono
state realizzate da comunità piuttosto che da società. Adottando un rigido
mansionario i lavori saranno invece più lenti, più costosi, impersonali e
meno interessanti. È ben noto quanto queste considerazioni possano
apparire utopistiche, ma non si conoscono altre soluzioni per superare le
scoraggianti difficoltà tipiche delle situazioni complesse, gravose e
impreviste che si verificano in cantiere.
Nell'organizzazione del cantiere di restauro occorrerà tenere presenti
non solo gli schemi relativi all'organizzazione di ogni cantiere edilizio,
per garantire razionali dislocazioni, ma anche e principalmente la
concatenazione delle operazioni che si prevede di dover effettuare.
Rispetto al cantiere di costruzione, la pratica del restauro richiede
numerose accortezze aggiuntive per garantire il decoro dell'opera in
restauro ed evitare danni al manufatto, con un notevole impegno volto
alla previsione, alla vigilanza e all'attenzione continua. Mentre nella
nuova edificazione è possibile ordinare la successione delle lavorazioni
339
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

per contenere il rischio di danni ai materiali più delicati, nel restauro fin
dall'inizio ci si trova a operare in condizioni paragonabili alla finitura e
quindi non è infrequente che mentre si ripara una parte della costruzione
se ne danneggi un'altra. Anche la perdita o l'occultamento di
informazioni deducibili dall'esame del manufatto è un danno grave;
preliminarmente all'apertura del cantiere e durante i lotti di lavoro
occorre quindi condurre un'accurata campagna di rilevamento grafico e
fotografico e indagini stratigrafiche dell'elevato. Prima dei lavori, e in
corso d'opera, si dovrà continuamente aggiornare il repertorio delle
iscrizioni e dei graffiti rinvenuti sul monumento e, ancora, disporre tutte
le opportune protezioni temporanee da approntare per l'esecuzione dei
lavori. Frequentemente sono sufficienti cartoni, strati di pozzolana, tavole
di legno, imbottiture, fogli di nylon e nastro adesivo per evitare gravi
danni accidentali.
Al fine di non complicare e non incrementare le condizioni di
insicurezza nei cantieri di restauro, conviene già nella fase progettuale
ricercare la semplicità, l'essenzialità tra le soluzioni possibili. Le
soluzioni elementari – tutt'altro che banali – risultano quasi sempre essere
le più eleganti e garantiscono maggiore sicurezza, efficienza e
funzionalità.

8.1 I RISCHI LAVORATIVI LEGATI AD INTERVENTI SULLE


STRUTTURE LIGNEE

Nell’ambito del consolidamento delle strutture lignee, si possono


individuare diverse tipologie di intervento alle quali corrispondono
differenti rischi. In particolare le possibili attività possono essere distinte
nelle seguenti categorie:
- indagini diagnostiche,
- trattamenti curativi,
- interventi di rinforzo e di ricostruzione,
- interventi di sostituzione.

340
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

Tali interventi possono essere condotti separatamente oppure essere


realizzati all'interno dello stesso cantiere su strutture diverse o anche
sulla stessa struttura.
I rischi che possono verificarsi sono di varia natura e possono
interessare sia la fase di indagine che la fase di intervento. Bisogna
distinguere tra gli interventi da condurre in situ e gli interventi che
richiedono la rimozione di elementi e la loro sostituzione. L’importanza
dei lavori e anche il livello di rischio dipenderanno in buona parte dal
grado di compromissione degli elementi oggetto della lavorazione.
Nello specifico si possono manifestare:
- rischi fisici, in particolare meccanici, quali la caduta dall'alto, per
cedimenti della struttura;
- rischi derivanti da inadeguate posture per l'esiguità degli spazi entro cui
si è obbligati ad operare o per la scarsa accessibilità degli elementi su cui
bisogna intervenire;
- rischi da movimentazione manuale dei carichi, soprattutto laddove è
necessario effettuare interventi di sostituzione;
- rischi chimici, per le polveri che si producono durante le indagini e l'uso
di determinate sostanze necessarie per l'intervento;
- rischi biologici, molto rari, limitati a determinati casi, ma da non
escludersi.
Si tratta in ogni caso di lavorazioni complesse, che solitamente
comportano condizioni di lavoro difficili e che possono interessare per
differenti motivi le eventuali diverse imprese o squadre di lavoro.
L’opera del coordinatore in fase di progettazione prima e in fase
esecutiva poi assume in questi casi un particolare rilievo. In particolare, il
suo ruolo è quello di assicurare la trasmissione dell'informazione a tutte
le imprese, comprese a maggior ragione quelle di subappalto, sulle
differenti fasi di intervento, sulle modalità operative, sulla cronologia
delle fasi, sui prodotti messi in opera e sui rischi indotti.

341
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

Principali rischi Indagini Trattamenti Rinforzo Ricostruzione Sostituzione


diagnostiche curativi
caduta dall'alto alto alto alto alto alto
pasture medio medio alto alto basso
inadeguate
movimentazione basso basso medio medio-alto alto
manuale dei
carichi
rischi chimici basso molto alto alto- alto- basso
molto alto molto alto
rischi biologici medio medio medio medio basso

Probabilità di rischio in relazione alla tipologia di intervento

8.2 LE FASI LAVORATIVE

Indipendentemente dal tipo di intervento da compiere, sarà necessario


attuare una serie di operazioni che mostreranno alcune varianti a seconda
del caso considerato.
Particolare attenzione dovrà essere posta nell’allestimento del
cantiere, dotandolo di adeguate opere provvisionali, con appropriati si-
stemi di protezione collettiva.

8.2.1 Il layout di cantiere

I cantieri all'interno dei quali vengono realizzate opere di restauro,


recupero, ristrutturazione (in generale ed in particolare su strutture in
legno) sono solitamente problematici dal punto di vista della disponibilità
di spazi. Si tratta infatti, quasi sempre, di edifici ed opere di norma
ubicati nei centri storici, con assenza di pertinenze che consentano un
appropriato allestimento di cantiere e un agevole accesso da parte di
mezzi meccanici.
Nel caso particolare, spesso gli edifici ove è ubicato il cantiere
continuano ad essere utilizzati nel corso dei lavori di restauro, per cui si
342
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

stabilisce un uso promiscuo degli spazi comuni (androne, scale, ecc.) tra
gli addetti e i non addetti ai lavori. In ogni caso i percorsi (dei primi e dei
secondi) dovranno essere distinti e le rispettive vie di fuga non dovranno
intralciarsi vicendevolmente.
Il cantiere dovrà in ogni caso essere delimitato in modo appropriato,
stabilendo i percorsi e la viabilità interna, gli accessi pedonali per i
diversi operatori e quelli carrabili. Questi ultimi condizioneranno le
scelte circa l'uso delle macchine e degli impianti che dovessero rendersi
necessari per le lavorazioni.
All'esterno dovrà essere esposto il cartello di cantiere. All'interno
dovranno essere posizionati in modo accessibile e sicuro il quadro
elettrico, il telefono, gli estintori e una bacheca.
Dovranno essere individuati e allestiti specifici locali e spazi per:
- l’ufficio per l'attività dei tecnici e per la conservazione della
documentazione di cantiere;
- il locale deposito utensili ed attrezzature;
- il deposito di materiali e prodotti (con attenzione per i prodotti
deperibili e a rischio);
- il locale infermeria o, in alternativa, localizzazione della cassetta di
pronto soccorso;
- il locale spogliatoi e servizi igienici, commisurati al numero massimo di
operatori compresenti in cantiere;
- il locale mensa (se richiesto dalla particolare entità).
Poiché gli spazi necessari per allestire tali locali sono solitamente
difficili da reperire, soprattutto nei cantieri collocati nei centri storici, si
potrà provvedere, dove possibile, a individuare nella stessa struttura
oggetto dell'intervento degli ambienti da adibire, almeno
temporaneamente, a tali scopi. Per quanto riguarda la mensa ci si potrà
servire di locali di ristoro esterni.
Sarà opportuno infine stabilire in modo appropriato dove e come
allestire opere provvisionali, quali impianti e macchine dovranno essere
stabilmente o temporaneamente presenti in cantiere, quale sarà l'area
operativa. Fondamentale è anche la collocazione della gru (ove
necessaria), in posizione strategica per la conduzione corretta e sicura dei
lavori.
343
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

8.2.2 Opere provvisionali

Individuata la natura dell'intervento e la sua estensione è importante


stabilire quali opere provvisionali debbano essere allestite. Poiché
solitamente si tratta di intervenire su strutture posizionate in altezza (solai
e coperture), la soluzione più consueta consiste nella predisposizione del
ponteggio per consentire la formazione di un piano di appoggio e quindi
lo svolgimento del lavoro nei termini più corretti e per prevenire le
cadute dall'alto che in questi casi costituiscono, come già accennato, uno
dei problemi fondamentali dal punto di vista infortunistico. Il ponteggio
dovrà essere progettato tenendo conto degli interventi che dovranno
essere attuati e quindi prevedendo la migliore accessibilità ai punti
oggetto delle lavorazioni ed evitando di dover ricorrere a posture
incongrue. L’ancoraggio del ponteggio dovrà essere effettuato su
strutture murarie sane e comunque mai sulle parti in legno.
In luogo del ponteggio tradizionale, possono essere prese in
considerazione altre soluzioni, quali ad esempio ponti mobili o au-
tocestelli, sempre che ne sia possibile l'utilizzo all'interno del cantiere
specifico. I primi sono poco indicati nelle comuni lavorazioni per
problemi di instabilità e per l'impossibilità di utilizzo contemporaneo di
più operatori. I secondi, per i quali va comunque valutata l'opportunità di
adozione in relazione ai costi, non consentono l'utilizzo contemporaneo
di più operatori. Entrambe le tipologie possono comunque rendersi
convenienti e quindi utilmente sfruttate quando si è in fase di indagine o
quando l'intervento risulti di limitate dimensioni.
È necessario altresì stabilire, anche in relazione alla specifica tecnica
di intervento, se e dove installare puntellamenti localizzati, e quindi
effettuare tale operazione, anche per consentire alle maestranze, in caso
di bisogno, di poter accedere in determinati punti senza rischio di crollo e
quindi di caduta.
Qualora le caratteristiche del cantiere non consentano la installazione
di una gru, al fine di limitare la movimentazione manuale dei carichi ai
diversi piani del ponteggio, è utile prevedere uno o più castelli di tiro
appropriatamente localizzati, oppure idonei argani meccanizzati.
344
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

8.2.3 Dispositivi di protezione collettiva e gestione


dell'emergenza

Il cantiere dovrà essere dotato di tutti quei dispositivi di protezione


collettiva necessari per la corretta conduzione delle attività e per tutelare
la salute e la sicurezza degli operatori del cantiere e di coloro che
occupano le zone adiacenti.
In base alla natura del cantiere, dovranno essere presi adeguati
provvedimenti per gli eventuali casi di emergenza. In particolare
dovranno essere stabilite le possibili vie di fuga e la localizzazione e la
quantità degli estintori e/o degli idranti. Dovranno essere individuati gli
addetti preposti agli interventi necessari a prevenire un incendio, a
limitare le conseguenze nel caso in cui questo insorga, a permettere
l'evacuazione degli operatori presenti, a sollecitare in caso di necessità
l'intervento dei vigili del fuoco. Per questo gli addetti dovranno essere
adeguatamente informati e formati sull'uso delle attrezzature antincendio
per effettuare un primo efficace intervento. Tutti gli operatori dovranno
essere edotti circa le misure comportamentali da adottare in caso di
emergenza. Data la natura degli interventi è comunque bene prevedere
l'installazione di un impianto di rilevazione di fumo.
Nel caso siano previsti interventi e/o trattamenti facendo uso di
sostanze nocive, dovrà essere valutata la necessità di installare un sistema
di aspirazione di fumi, vapori e sostanze volatili che, se non eliminate,
renderebbero l'aria dell'ambiente in cui si svolgono i lavori poco
respirabile e tale da potere dare luogo a fenomeni indotti (incendio,
esplosioni, ecc.).
Soluzioni analoghe dovranno essere adottate per quanto riguarda le
polveri che sono sempre presenti in cantieri di questo genere, sia per le
caratteristiche proprie delle lavorazioni, sia per mancata o inadeguata
manutenzione, sia perché, qualsiasi sia l'attività che venga condotta sulle
strutture lignee, è necessario, preliminarmente a qualsiasi altra
operazione, provvedere alla rimozione dei depositi superficiali incoerenti,
anche per rendere igienicamente accettabile il lavoro che sarà condotto
nelle fasi successive. Potranno essere impiegati elettroaspiratori di
345
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

potenza adeguata, facendo attenzione alle strutture che presentano


eventuali particolari pregi dal punto di vista artistico. Si potranno così
evitare possibili effetti allergici e/o determinati da spore fungine, pollini,
acari della polvere.
La segnaletica di sicurezza, conforme a quanto prescritto dal decreto
legislativo 493/96, dovrà essere collocata in modo appropriato negli
appositi punti al fine di identificare e indicare i rischi specifici e
l'ubicazione dei luoghi di pericolo, degli ostacoli, delle attrezzature
antincendio, delle vie di fuga, del pronto soccorso.

8.2.4 Le schede di sicurezza

Tutti i prodotti utilizzati devono essere attentamente analizzati dal


punto di vista della prevenzione degli infortuni e delle malattie
professionali attraverso una consapevole lettura della scheda di sicurezza
che accompagna il prodotto stesso: saranno così prese in considerazione
tutte le precauzioni da adottare nella preparazione, nell'utilizzo, nello
smaltimento dei residui sia per quanto riguarda il lavoratore e i suoi
compagni, sia per quanto riguarda l'ambiente in generale.
Oltre ai rischi citati, bisogna tenere in considerazione gli effetti
derivanti dalla combinazione dei singoli prodotti con i solventi organici
che può creare un pericolo di incendio o di esplosione in presenza di una
sorgente di calore. Inoltre, è bene ricordare che la formazione di un
miscuglio omogeneo di aria, vapori di solventi e polvere di legno può, in
certe condizioni, dare luogo a una miscela esplosiva.
Per quanto riguarda questo aspetto è doveroso osservare che le
schede di sicurezza si riferiscono al singolo prodotto, quindi, nel caso di
prodotti bicomponenti, che necessitano di miscelazione al momento
dell'uso, non sempre risultano nitidamente chiari i comportamenti
derivanti dalla reazione tra le sostanze implicate.

8.2.5 Dispositivi di protezione individuale

I dispositivi di protezione individuale saranno conformi alle norme di


cui al decreto legislativo 475/92, adeguati ai rischi da prevenire, senza
346
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

comportare di per sé un rischio maggiore, e adeguati alle condizioni


esistenti sui luoghi di lavoro. I DPI dovranno essere contrassegnati con la
marcatura CE ed accompagnati dalle istruzioni fornite dal fabbricante.
In cantiere saranno messi a disposizione in numero adeguato e
saranno destinati ad uso personale; i DPI verranno mantenuti in
efficienza mediante la manutenzione e le sostituzioni necessarie.
Per i DPI appartenenti alla terza categoria e per i dispositivi di
protezione dell'udito verrà impartito adeguato addestramento.
In relazione alle lavorazioni effettuate nel cantiere e ai rischi connessi
dovranno essere utilizzati i DPI indicati nella tabella che segue.

Rischi lavorativi e impiego di DPI nelle diverse lavorazioni

Principali rischi DPI Indagini Trattamenti Rinforzo Ricostruzione Sostituzione


da utilizzare diagnostiche curativi
caduta cintura di se se se se se
dall'alto sicurezza necessario necessario necessario necessario necessario
urti casco sì sì sì sì sì
rumore otoprotettori se no se se no
- cuffie necessario necessario necessario
punture, tagli, guanti sì sì sì sì sì
abrasioni
produzione di occhiali sì se se sì no
schegge, necessario necessario
polveri
radiazioni UV occhiali sì no no no no
rischi chimici tute sì sì sì sì no
(da contatto) guanti
rischi chimici maschere sì sì sì sì no
(da inalazione:
polveri, vapori,
fumi, ecc.)
rischi biologici tute, guanti, sì sì sì sì sì
maschere

347
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

8.2.6 Modalità operative

Le procedure di intervento saranno dettagliate in fase di pro-


gettazione, in modo da consentire un regolare svolgimento dei lavori,
tenendo conto di tutti quei fattori che consentono di perseguire un
risultato di qualità abbinato a condizioni di sicurezza.
Dovranno essere stabilite le fasi lavorative con la definizione delle
relative squadre di lavoro e dei relativi tempi, la loro successione e, dove
necessario, la loro con temporaneità.
Prima dell'intervento, è necessario effettuare quei lavori preparatori
finalizzati, quando possibile, all'eliminazione del rischio o, in via
alternativa, al raggiungimento di un livello di rischio inferiore.
In particolare dovranno essere condotte le seguenti operazioni:
- diagnostica delle parti ammalorate per determinare la natura
dell'aggressione e la vastità del danno e per individuare la metodologia di
intervento, le tecniche e i prodotti più adatti;
- rimozione dei materiali di rivestimento della struttura (copertura, solaio,
ecc.);
- rimozione delle scaglie e della polvere di legno;
- pulizia delle parti degradate per eliminare, quando necessario, il legno
intaccato;
- intervento specifico (trattamento, rinforzo, ricostruzione, sostituzione)
secondo le decisioni di progetto.

8.3 RISCHI CONNESSI ALLE ATTIVITÀ DI INDAGINE

Le attività connesse alla valutazione dello stato delle strutture è il


primo atto che deve essere condotto. Le verifiche statiche devono essere
effettuate sulle strutture lignee sottoposte a carichi distribuiti o
concentrati. Le zone in cui verranno eseguite queste verifiche, ovvero
prove di carico, saranno quelle individuate a seguito delle ispezioni
visuali preliminari.

348
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

Si tratta di un'attività che pone dei rischi particolari, tanto che si


consiglia di intervenire con puntellamenti laddove si presuppone una
debolezza della struttura. Il rischio fondamentale è quello connesso ad un
eventuale crollo.
Dovranno essere effettuate verifiche sullo stato di conservazione e sul
funzionamento delle unioni e degli incastri legnolegno, legno-muratura,
legno-metallo a seconda della tipologia di connessione. Le verifiche
dovranno essere, per quanto possibile non distruttive e, al più, invasive.

È opportuno utilizzare strumenti specifici provvisti di sistemi di


autoalimentazione a bassissimo voltaggio:
- rilevamento con metodo elettrico, in tutti i punti in cui verranno
effettuate le successive indagini, dell'umidità relativa del legno e
dell'eventuale struttura in muratura corrispondente;
- rilevamento e fotografia mediante impiego di lampada di Wood;
- prelievo di campioni di legno da analizzare al microscopio in
laboratorio;
- prove resistografiche, consistenti nella determinazione della resistenza
di una sonda alla penetrazione nel legno;
- prove ultrasoniche, consistenti nella verifica della compattezza interna
del legno attraverso l'emissione di impulsi utrasonici emessi da una sonda
emettitrice e ricevuti da una sonda ricevente attraverso il legno;
- indagini endoscopiche, consistenti nell'introduzione di un sistema ottico
all'interno di discontinuità delle strutture o in perforazione
precedentemente realizzate al fine di rilevare le situazioni non visibili ad
un' osservazione superficiale;
- indagini radiografiche consistenti nel rilevamento di incastri legno-
legno in punti estremamente limitati delle strutture.
Ai rischi già citati si vanno a sommare in questi casi quelli derivanti
dall'uso di apparecchiature:
- per l'uso della strumentazione resistografica: punture, tagli, abrasioni;
- per l'uso del trapano elettrico: punture, tagli, abrasioni, polveri,
elettrocuzione, rumore;
- per la strumentazione fotografica, endoscopica, ultrasonica: punture,
tagli, abrasioni;
349
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

- per l'uso della lampada di Wood (indagine con raggi ultravioletti):


radiazioni UV, danni agli occhi e alla pelle;
- per l'uso di apparecchiature radiografiche: cancro.

8.4 RISCHI CONNESSI ALLE OPERAZIONI DI TRATTAMENTO


DEL LEGNO

Sulle strutture di legno in opera possono essere condotte delle


operazioni di trattamento curativo che pongono alcuni seri problemi in
materia di sicurezza e di salute. Infatti, contrariamente a quanto avviene
per i trattamenti preventivi del legno, di regola effettuati in laboratorio,
con apparecchiature generalmente automatizzate e comunque tali da
consentire il controllo del processo produttivo e i relativi rischi, i
trattamenti finalizzati al recupero e al consolidamento riguardano
materiali lignei in opera già attaccati da agenti biologici, quindi
generalmente compromessi dal punto di vista funzionale.
In questi casi, come già osservato precedentemente, è necessario
effettuare una seria e puntuale diagnosi da parte di personale
specializzato, al fine di mettere a punto un progetto adeguato per
realizzare nel modo più efficace le operazioni dovute.
A partire dallo stato di fatto, è indispensabile operare in fase di
progettazione per individuare, a parità di risultati attesi, i sistemi
procedurali meno rischiosi e meno nocivi, approntando nel contempo i
mezzi di protezione collettiva e individuale necessari.
Secondo la durata della fase d'intervento e delle condizioni di lavoro più
o meno difficoltose, può essere necessario mettere in opera dei dispositivi
di protezione collettiva, allestendo un vero e proprio cantiere con tutte le
caratteristiche di sicurezza necessarie.
In particolare bisogna installare dispositivi collettivi finalizzati a
rendere più respirabile l'aria durante il trattamento, che sottopone i
lavoratori a specifici rischi chimici. Questa risoluzione, raramente
attuata, può rendersi indispensabile, in relazione alle sostanze e ai
prodotti impiegati, anche per tutelare il personale delle imprese o delle
squadre che subentrano successivamente all'intervento. L’assenza di tale
350
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

risoluzione può essere all'origine di infortuni gravi: è quindi


indispensabile assicurare una protezione individuale efficace per i
lavoratori esposti e, se possibile, prefigurare l'impiego di prodotti meno
tossici.

8.4.1 I prodotti per il trattamento del legno

Come descritto nei capitoli precedenti, gli agenti nocivi per il legno
sono rappresentati da insetti e da funghi. I prodotti utilizzati per il
trattamento devono rispondere sostanzialmente a tre obiettivi:
- individuare il tipo di agente biologico annidato nel legno;
- distruggerlo, calibrando la quantità di sostanza da impiegare in
relazione al caso;
- impedire il rinnovarsi del fenomeno.
Questi obiettivi solitamente implicano l'impiego di sostanze e prodotti
che possono risultare rischiosi; in particolare si tratta di:
- sostanze attive , quali insetticidi e funghicidi, spesso associati nello
stesso prodotto, presenti sul mercato in grande quantità. Alcuni, come il
piretro, sono conosciuti per la loro efficacia e quindi utilizzati già da
secoli. I prodotti di sintesi chimica messi a punto nel nostro secolo sono
però molto più efficaci, anche se la maggior parte di essi è caratterizzata
da una nocività che solitamente è proporzionale alla loro incidenza. Non
risultano invece tossici i prodotti a base di piretro.
Le sostanze attive sono solitamente non volatili o poco volatili e, di
regola, non sono infiammabili.
Il capofila dei funghicidi è il pentaclorofenolo, raramente utilizzato
puro; può infatti contenere una buona percentuale (fino al 18%) di altre
sostanze dotate di una loro tossicità. Il principale insetticida è invece
l'esaclorocicloesano, largamente impiegato e spesso associato al
pentaclorofenolo. È estremamente tossico.
- vettori , rappresentati da un solvente o da un insieme di solventi
organici aventi il compito di veicolare in profondità la sostanza attiva.
Sono utilizzati con i prodotti che hanno lo scopo di preservare il legno
dai possibili attacchi, sia come solventi principali o diluenti per le
preparazioni in fase solvente, sia come cosolventi in debole quantità nelle
351
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

composizioni in emulsioni acquose; il cosolvente serve allora unicamente


a solubilizzare le sostanze attive.
Durante l'uso di questi prodotti è indispensabile assicurare una
ventilazione efficace del locale (apertura di porte e finestre) e, se
possibile, rimuovere parzialmente gli elementi di copertura. Bisogna
infatti evitare che si producano fumi e nebbie abbondanti e valutare le
condizioni di utilizzo con particolare attenzione alla concentrazione e alla
temperatura ambientale, perché questi prodotti sono "facilmente
infiammabili" o "molto facilmente infiammabili" e quindi risultano
responsabili del rischio di incendio o di esplosione. Dovranno essere
rigorosamente rispettate le regole imposte dalla casa produttrice, circa le
modalità di impiego.
I lavoratori dovranno essere adeguatamente formati al lavoro sicuro e
informati circa i rischi presenti nell'utilizzo di tali prodotti. Dovranno
essere inoltre dotati di dispositivi di protezione individuale appropriati e
in particolare di apparecchi di protezione delle vie respiratorie adatti alle
condizioni specifiche del lavoro condotto e del cantiere in cui questo si
svolge. Anche i lavoratori delle altre imprese o squadre che interverranno
successivamente dovranno essere allo stesso modo informati circa le
disposizioni da prendere prima di intraprendere qualsiasi lavoro nei locali
dove è stato effettuato il trattamento.
- additivi , che hanno generalmente lo scopo di fissare le sostanze attive
nel legno al fine di evitare nuove manifestazioni. Si tratta solitamente di
resine alchidiche e di colofonia che presentano un grado di tossicità
medio-basso.
Le misure di prevenzione derivano dalle proprietà del prodotto e devono
essere prese prima, durante e dopo il trattamento.

8.4.2 Procedimento per il trattamento curativo del legno

Vengono solitamente effettuati in sequenza due tipi di trattamento:


- trattamento in profondità mediante iniezione, in fori predisposti
appositamente, nella misura di tre per ogni metro lineare, con il rischio di
proiezione del prodotto in caso di posa in opera sotto pressione;

352
Capitolo 8° - L’organizzazione del cantiere di restauro

- trattamento delle superfici su tutte le facce dell' elemento in legno


mediante stesura del prodotto specifico oppure mediante polverizzazione
di pesticidi sotto debole pressione e in prossimità dell' elemento per
limitare !'importanza degli aerosol prodotti.

8.5 RISCHI CONNESSI ALLE OPERAZIONI DI


CONSOLIDAMENTO

I rischi connessi alle operazioni di consolidamento sono


essenzialmente di tipo meccanico e di tipo chimico e corrispondenti ai
sistemi di intervento descritti nei capitoli precedenti.
In molti casi, la tecnica di consolidamento adottata prevede la
preparazione degli elementi lignei all’intervento: ciò comporta la
produzione di polveri e schegge in grande quantità, con rischi di tipo
chimico e biologico. Inoltre le dimensioni e il peso degli elementi di
rinforzo possono provocare problemi nella loro movimentazione
manuale, mentre le resine e i diversi prodotti chimici sono responsabili di
rischi di dermatiti da contatto e inalazione di vapori. In questi casi sarà
estremamente importante la disponibilità di sistemi di protezione
collettiva (aspiratori) e di dispositivi di protezione individuali.

8.6 RISCHI CONNESSI ALLE OPERAZIONI DI SOSTITUZIONE

I rischi sono essenzialmente di tipo meccanico. Le attività prevedono


due fasi distinte consistenti in:
- rimozione dell'elemento deteriorato: sarà opportuno, se le
condizioni di cantiere, gli impianti e le opere provvisionali previste lo
consentono, rimuovere il componente, dopo aver effettuato un opportuno
rinforzo o una appropriata imbracatura. In via alternativa, si può
provvedere a sezionare l'elemento, soprattutto quando le dimensioni
siano tali da rendere problematica la sua rimozione o la sua
movimentazione. In questo caso il problema fondamentale che si pone è
quello della produzione di polveri e di rumore. Seguirà la pulizia accurata
353
Un nuovo approccio metodologico al recupero dei solai in legno

dei punti in cui il nuovo elemento dovrà essere connesso al resto della
struttura;
- posa del nuovo elemento: dovranno essere studiate le manovre per
portare in quota il nuovo elemento, servendosi, laddove necessario, di
appropriati mezzi meccanici. Seguirà la lavorazione di connessione del
nuovo elemento alla struttura esistente. I rischi che si manifestano sono
quelli di possibile caduta dall'alto, posture incongrue, danni da
movimentazione manuale dei carichi e quelli di tipo chimico, qualora
vengano adottati prodotti adesivi.

354
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MUNAFÒ P. (a cura di), Recupero dei solai in legno, Dario Flaccovio


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Documento CNR: Studi Preliminari finalizzati alla redazione di


Istruzioni per Interventi di Consolidamento Statico di Strutture Lignee
mediante l’utilizzo di Materiali Compositi Fibrorinforzati - CNR-DT
201/2005 - ROMA 21/07/05 :
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359
SANTORO L., Tipologie edilizie e interventi di miglioramento
strutturale. Valutazioni di sicurezza sismica e modalità di intervento
conformi all’ordinanza P.C.M. n°3274/2003, Dario Flaccovio Editore,
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NIGRO. E, SICIGNANO E., Progettazione edile antisismica,


MAGGIOLI Editore, Rimini 2001 :
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Editore, Avellino 2005 :
figg. 101-103

Gerardo Perillo, “Strategie e tecniche di intervento innovative su edifici


in muratura e opere provvisionali in zona sismica”, tesi di dottorato in
Ingegneria Strutturale, Università di Salerno – Dip.Ing. Civile - III Ciclo
2001-2005 :
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360

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