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Arthur

Schopenhauer
Filosofo tedesco

Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer (Danzica, 22


febbraio 1788 – Francoforte sul Meno,
21 settembre 1860) è stato un filosofo
tedesco, uno dei maggiori pensatori del
XIX secolo e dell'epoca moderna.

Firma di Schopenhauer

Il suo pensiero recupera alcuni elementi


dell'illuminismo, della filosofia di Platone,
del romanticismo e del kantismo,
fondendoli con la suggestione esercitata
dalle dottrine orientali, specialmente
quella buddhista e induista.[1]
Schopenhauer crea una sua originale
concezione filosofica caratterizzata da
un forte pessimismo, la quale ebbe una
straordinaria influenza, seppur a volte
completamente rielaborata, sui filosofi
successivi, come ad esempio Friedrich
Nietzsche, e, in generale, sulla cultura
europea coeva e successiva, inserendosi
nella corrente delle filosofie della vita.

Figlio di un ricco mercante e di una


scrittrice, si stabilì a Weimar con la
madre dopo il suicidio del padre. Qui
conobbe Wieland e Goethe. Con buoni
studi alle spalle, decise di dedicarsi alla
filosofia e frequentò i corsi tenuti da
Schulze a Gottinga e quelli di Fichte a
Berlino. Nei confronti di questi, ma anche
di Schelling ed Hegel, Schopenhauer nutrì
sempre, concorde in questo con
Kierkegaard, disprezzo e avversione,
definendo Hegel il gran ciarlatano.

Nel 1809 si iscrisse alla facoltà di


medicina a Gottinga e, nel 1811, si
trasferì a Berlino per frequentare i corsi di
filosofia. Ingegno molteplice, sempre
interessato ai più diversi aspetti del
sapere umano (frequentò corsi di fisica,
matematica, chimica, magnetismo,
anatomia, fisiologia, e tanti altri ancora),
si laureò nel 1813 a Jena con una tesi
Sulla quadruplice radice del principio di
ragion sufficiente e, nel 1818, pubblicò la
sua opera più importante, Il mondo come
volontà e rappresentazione, che ebbe
tuttavia scarsissimo successo tra i suoi
contemporanei e che cominciò a ricevere
qualche attenzione solo vent'anni dopo,
nonostante fossero giunti, da più parti,
persino riconoscimenti ufficiali.

Dal 1833 decise di fermarsi a Francoforte


sul Meno, dove visse da solitario
borghese, celibe per convinzione e
misogino, nonostante le molte relazioni
con donne che ebbe durante la sua
esistenza. La vera affermazione del
pensatore si ebbe solo a partire dal 1851,
con la pubblicazione del volume Parerga
e paralipomena, inizialmente pensato
come un completamento della
trattazione più complessa del Mondo, ma
che venne accolto come un'opera a sé
stante e fece conoscere al grande
pubblico anche le opere precedenti del
filosofo. Schopenhauer manifestò per
gran parte della sua vita un acuto disagio
nei confronti dei contatti umani -
atteggiamento che gli procurò, in città, la
fama di irriducibile misantropo - e uno
scarso interesse, almeno in via ufficiale,
per le vicende politiche dell'epoca, quali
ad esempio i moti rivoluzionari del 1848 -
sebbene si sia interessato, sul finire della
sua vita, alla questione dell'Unità d'Italia,
prendendo posizione favorevole.

I tardi riconoscimenti di critica e pubblico


attenuarono i tratti più intransigenti del
suo carattere, tanto che negli ultimi anni
della sua esistenza poté addirittura
raccogliersi attorno a lui una ristretta
cerchia di apostoli, come egli stesso
amava definirli, tra i quali il compositore
Richard Wagner, lo scrittore David Asher
e la scultrice Elisabet Ney. Benché
avesse sostenuto che il suo stile di vita
sano e la sua igiene avrebbero dovuto
consentirgli di vivere per un secolo[2],
morì di pleurite acuta nel settembre del
1860, a settantadue anni.[3]

Biografia
Infanzia (1788-1800)
La casa natale di Schopenhauer a Danzica

Arthur Schopenhauer nasce a Danzica,


città prussiano-tedesca, di lì a poco
annessa alla provincia della Prussia
Occidentale, il 22 febbraio 1788, figlio di
Heinrich Floris Schopenhauer (1747-
1805), ricco mercante appartenente a
una delle famiglie più antiche e ben in
vista della città, e da Johanna Henriette
Trosiener (1766-1839), donna vivace e
salottiera dalle evidenti velleità letterarie.
Il nome è scelto dal padre, uomo istruito
che intrattenne conoscenze in tutta
Europa, in quanto la sua pronuncia è
quasi uguale in francese come in inglese,
ed è dunque utile per il futuro erede di
un'impresa commerciale a carattere
internazionale.[4]

Nel 1793, la "città libera" di Danzica entra


nell'orbita dello stato prussiano, e
Heinrich Floris, liberale, decide di
trasferirsi con la famiglia ad Amburgo,
città sotto amministrazione imperiale,
ma più aperta e tollerante, ben accolto
dalla borghesia cittadina. Gli
Schopenhauer hanno relazioni
amichevoli con personalità fra cui il
pittore Tischbein, il poeta Klopstock e il
filosofo Reimarus.[4]

Nel 1797 nasce la sorella minore di


Arthur, Louise Adelaide detta Adele.
Heinrich esprime il desiderio di impartire
al figlioletto una cultura quanto più
cosmopolita possibile: «Mio figlio deve
leggere nel libro del mondo». Arthur
segue dunque il padre in un viaggio in
Francia e resta nella città di Le Havre, per
due anni presso la casa d'un amico di
famiglia, imparando così perfettamente
la lingua francese e acquisendo i primi
rudimenti di quella latina.[4]
Ritratto del giovane Schopenhauer

Nel 1799 ritorna ad Amburgo, dove


comincia a frequentare l'Istituto Runge,
compiendo studi a carattere
commerciale. Nel 1800, durante le
vacanze estive accompagna i genitori a
Weimar, (dove fa la conoscenza di
Schiller), e poi a Karlsbad, Praga, Berlino
e Lipsia.[4]

Giovinezza (1801-1821)
Il giovane Schopenhauer prosegue i suoi
studi, ma non è soddisfatto. Vorrebbe
iscriversi al ginnasio. Il padre lo convince
a non abbandonare gli studi: potrà
seguirlo in un lungo viaggio attraverso
l'Europa se deciderà di proseguire la sua
pratica commerciale. Arthur accetta e,
per il momento, rinuncia agli studi
umanistici.[5]

Tra il maggio 1803 e il dicembre 1804 gli


Schopenhauer sono in viaggio per
l'Europa, prima in Gran Bretagna, a
Wimbledon, dove il giovane Arthur
dimora presso il Rev. Lancaster e ha così
modo di approfondire la sua conoscenza
della lingua e soprattutto della letteratura
inglese: legge Shakespeare, Byron, Burns,
Sterne, Scott e altri ancora.[6] In una
lettera alla madre, anni dopo, deplorerà la
bigotteria inglese, un tema che spesso si
riscontra nelle sue opere. Da novembre il
viaggio prosegue verso Paesi Bassi e
Belgio, quindi Parigi e, fino all'estate
successiva, nelle altre regioni della
Francia. In estate gli Schopenhauer
sostano a Vienna, a Dresda e infine a
Berlino: da qui la madre e Arthur si
recano a Danzica. A fine anno i due fanno
ritorno ad Amburgo.[6]

Nel 1805 Schopenhauer inizia il tirocinio


commerciale presso la ditta Jenisch di
Amburgo. Il 20 aprile il padre muore per
un grave incidente: viene ventilata
l'ipotesi d'un suicidio, ufficialmente per
questioni economiche, ma molto più
probabilmente a causa dell'insofferenza
da parte della moglie, cosa che il filosofo,
anche in futuro, non le perdonerà mai.
L'anno seguente, la vedova Schopenhauer
si trasferisce a Weimar con la figlia Adele
dove, grazie alle sue qualità e al suo
fascino, riesce a guadagnare l'amicizia e
la frequentazione del suo salotto da
parte di personaggi importanti, primo fra
tutti Goethe, ma anche i due fratelli
Wilhelm e Friedrich Schlegel e Wieland.
Arthur intanto è rimasto ad Amburgo a
curare gli interessi dell'attività del
defunto padre: è combattuto tra
l'impegno promesso al padre di
proseguire la carriera commerciale e la
sua inclinazione umanistica. Non
trascura quest'ultima: legge Wackenroder
e Sulzer.[6]

A partire dal 1807, il giovane filosofo è


indeciso sul da farsi: è legato alla
promessa fatta al padre, anni prima, di
proseguire l'attività, ma vuole anche
intraprendere gli studi classici; teme però
sia troppo tardi per dare alla sua vita una
svolta così radicale. Nel dubbio un
soccorso gli viene dallo storico e
studioso Carl Ludwig Fernow, il quale lo
esorta a seguire le sue inclinazioni;
Arthur si reca dunque a Gotha e diviene
allievo dell'umanista Friedrich Jacobs e
del latinista Friedrich W. Doering, sotto la
cui guida si esercita nella composizione
in lingua tedesca e latina; ben presto
però è costretto a lasciare la città, a
causa soprattutto delle sue satire che gli
inimicano l'ambiente. A fine anno si
trasferisce a Weimar, ma rinuncia a
stabilirsi dalla madre, con cui sono
iniziati i primi contrasti, e preferisce
prendere alloggio dal grecista Passow.[6]
Arthur Schopenhauer ritratto da Ludwig Sigismund
Ruhl (1815-1818)

Dal 1808 al settembre 1809 studia sotto


la guida di Passow per quanto riguarda la
lingua greca, mentre Cr. Lenz lo segue
nel latino. Intanto Fernow (di cui Johanna
Schopenhauer ha nel frattempo scritto
una biografia) lo avvicina alla cultura
italiana e, in particolare, all'opera
petrarchesca, la sua preferita tra le
italiane. Gli studi non gli precludono però
la vita sociale: si reca a teatro e ai
concerti, e s'innamora di Karoline
Jagemann, un'attrice cui dedica una
poesia sentimentale. Al compimento del
ventunesimo anno riceve il suo terzo
dell'eredità paterna, circa 19.000 talleri.[6]

Il periodo dall'ottobre 1809 all'aprile 1811


vede nuovi studi: si iscrive alla facoltà di
medicina all'Università di Gottinga: segue
lezioni di fisiologia, anatomia,
matematica, di fisica, chimica e botanica;
segue anche storia, psicologia e
metafisica, ed è soprattutto la passione
per quest'ultima che lo spinge ad
abbandonare definitivamente gli studi
medici e a dedicarsi completamente alla
filosofia. Sotto la guida di Schulze studia
Leibniz, Wolff, Hume, Jacobi e, infine,
Platone e Kant, i filosofi che segneranno
il suo pensiero.[6]

Trascorre le vacanze del 1811 a Weimar,


dove incontra Wieland, che prevede per
lui un futuro di successo. In autunno è a
Berlino per ascoltare le lezioni di Fichte,
fino ad allora venerato come un grande
pensatore. Dallo studio dell'opera di
Fichte emerge però un certo disappunto,
che presto si tramuta in ostilità. Il filosofo
ripiega nuovamente sulle scienze, una
materia di studio che sarà sempre tra le
sue preferite: si interessa di
elettromagnetismo, di astronomia,
fisiologia, anatomia e zoologia; segue
con grande interesse i corsi di
archeologia e di letteratura greca, nonché
quelli di poesia nordica. Ha l'occasione di
ascoltare le lezioni di Schleiermacher nel
1812, che però non apprezza e, anzi,
contesta nei riguardi della teoria della
coincidenza fra religione e filosofia,
sostenendo che un uomo religioso non
ha bisogno di filosofia, mentre il vero
filosofo non cerca sostegni
(Schopenhauer paragonerà le religioni ad
una sorta di "stampella" per spiriti inetti)
ma procede libero da imposture
dottrinali, affrontando ogni pericolo.[6]
Nel 1813, in seguito alla ripresa delle
guerre napoleoniche (Napoleone sarà in
seguito aspramente criticato dal
filosofo), Schopenhauer abbandona
Berlino e si reca nuovamente a Weimar,
dove studia Spinoza; si trasferisce poi a
Rudolstadt, dove lavora a Sulla
quadruplice radice del principio di ragion
sufficiente, che manda poi all'Università
di Jena ottenendo con ciò la laurea in
filosofia in absentia. A fine anno ritorna a
Weimar, dove ha l'opportunità di rivedere
l'anziano Goethe, sicuramente il
personaggio a cui il filosofo sarà più
legato nel corso della sua esistenza,
citandolo spesso nelle sue opere. Nella
primavera 1814 assieme a colui che
veniva definito "l'eletto dagli Dei" e il
padre della cultura tedesca,
Schopenhauer approfondisce la teoria
dei colori in accesa critica
antinewtoniana. Nel contempo s'avvicina
alle culture d'oriente: legge con crescente
entusiasmo, su suggerimento
dell'orientalista Friedrich Majer, le
Upaniṣad indiane.[7]

Nel maggio 1814 si trasferisce a Dresda.


È un periodo di grande lavoro, interrotto
da alcuni viaggi estivi. Frequenta la
galleria d'arte e la biblioteca; legge
moltissimo, specie i classici latini
(Virgilio, Orazio e Seneca), gli scritti del
Rinascimento italiano (Machiavelli), della
letteratura tedesca contemporanea (Jean
Paul) e, in generale, della filosofia
(Aristotele, Bruno, Bacone, Hobbes,
Locke, Hume e, ovviamente, ancora
Platone e Kant). Il suo interesse per
l'ottica lo spinge a pubblicare, nel 1816,
un trattato Sulla vista e sui colori. Inizia la
stesura della sua opera principale, Il
mondo come volontà e rappresentazione,
che porta a termine all'inizio del 1818 e
che fa pubblicare, con la casa editrice
Brockhaus di Lipsia, nel dicembre dello
stesso anno. Questa prima edizione sarà
un totale insuccesso, e buona parte delle
copie andrà al macero.[6]
Nel settembre 1818 Schopenhauer lascia
Dresda e, dopo un breve soggiorno a
Vienna, varca le Alpi per raggiungere
l'Italia. A novembre è a Venezia, nello
stesso periodo in cui in città si trova il
grande poeta inglese Byron, fra l'altro
molto ammirato dal filosofo. Per una
serie di ragioni non ben chiare[8], i due
non si incontrano, nonostante
Schopenhauer abbia una lettera di
presentazione datagli da Goethe in
persona. Ha un'intensa relazione
amorosa con una nobile veneziana,
Teresa Fuga[9], che gli rimarrà nei
pensieri fino a vecchiaia inoltrata. Lo
stesso anno, mentre risiedeva ancora a
Dresda, ha una relazione con una
domestica; la donna avrà un figlio,
probabilmente di Schopenhauer, morto
poco dopo la nascita.[10]

Visita poi Bologna, Firenze, Roma e


Napoli: impara la lingua italiana, e
s'interessa sempre più ad altri autori del
panorama poetico della penisola, tra cui
Dante, Boccaccio, Ariosto e Tasso,
nonostante il preferito rimanga Petrarca.
Nel giugno del 1819 gli viene recapitata
una lettera della sorella che lo informa
dell'avvenuto fallimento della banca Muhl
di Danzica, cui le due familiari avevano
affidato la totalità dell'eredità e lui 8.000
talleri: Schopenhauer rientra in Germania
nella speranza di ottenere il capitale
versato, rifiuta di giungere a un accordo
con i curatori, che gli avrebbe permesso
di rientrare subito in possesso di almeno
una parte della somma perduta, e, per
due anni, ha difficoltà dal punto di vista
economico: nonostante sostenga
l'impossibilità dell'insegnamento
filosofico (così come l'assoluta inutilità
dell'apprendimento delle virtù, che egli
giudica innate, ovvero fornite a priori solo
ad alcuni eletti), vorrebbe ottenere una
cattedra di filosofia e dedicarsi alla
carriera universitaria a Heidelberg,
Gottinga o Berlino. Decide infine di
stabilirsi in quest'ultima città.[6]
Nella primavera del 1820 è libero
docente all'Università di Berlino: con
inverosimile precisione e audacia fissa
gli orari delle sue lezioni in concomitanza
con quelle dell'odiato Hegel[6], che era
considerato il maggior filosofo vivente.
Ciò gli procura, almeno in principio, un
pubblico esiguo ma relativamente fedele;
in seguito i suoi corsi saranno per lo più
disertati. Nel 1821 incontra Caroline
Richter, detta Medon, corista dell'Opera di
Berlino. La loro relazione, fra alti e bassi,
si concluderà definitivamente nel 1826.
Nell'agosto del 1821 è protagonista di un
evento spiacevole: disturbato e irritato
dai continui rumori che la sua vicina di
casa, Caroline Louise Marquet, continua
a fare davanti alla soglia della sua
abitazione, il filosofo litiga con lei e la
spintona facendola cadere dalle scale,
causandole leggere ferite. In prima
istanza Schopenhauer viene assolto, ma
è poi condannato in appello e costretto a
versare alla donna un'indennità di
cinquanta talleri al mese, fino alla morte
della stessa, circa vent'anni dopo.[6]

Maturità (1822-1850)

Il 26 maggio 1822 il filosofo riparte per


l'Italia. In agosto, dopo qualche tempo
sulle Alpi svizzere, si reca a Milano;
prosegue per Venezia, per Firenze e per
Roma. Nell'estate del 1823 fa ritorno in
Germania, passando per Monaco e per
Dresda, in cui si stabilisce. Le sue
condizioni di salute non sono delle
migliori, ma ciò non ostacola il suo
lavoro. Legge La Rochefoucauld e
Chamfort, vorrebbe tradurre Hume e
Bruno. Nel 1823, secondo alcuni,
Schopenhauer si sottopose ad un
trattamento contro la sifilide[11], che forse
aveva contratto negli anni precedenti,
effettuando una cura a base di mercurio
e altre sostanze, allora usate per
debellare questa malattia. Ad aprile 1825
è a Berlino con la speranza di tenere
nuovi corsi universitari. Conosce
Alexander von Humboldt; decide di
imparare lo spagnolo: nel 1826-27 legge
Calderón de la Barca, Lope de Vega,
Cervantes e s'appassiona per l'opera di
Baltasar Gracián.[6]

Progetta poi di lasciare Berlino e


trasferirsi, come docente, a Heidelberg. I
contatti del 1828 col rettore di filosofia di
quell'università, di posizione hegeliana,
non sono esaltanti. Si dedica ancora agli
studi scientifici e alle traduzioni:
completa la versione tedesca
dell'Oràculo manual y arte de prudencia di
Graciàn e lo propone nel 1829 all'editore
Brockhaus, che lo rifiuta; l'opera apparirà
soltanto postuma.[6] Nell'agosto del 1831
fugge da Berlino, colpita dal colera, e si
rifugia a Francoforte sul Meno, dove
resta fino al luglio dell'anno successivo.
Trascorre quindi un anno a Mannheim e,
dal giugno 1833, è nuovamente e
definitivamente a Francoforte, città che
non abbandonerà più fino alla morte. In
questo periodo la sua curiosità lo porta a
occuparsi di filosofia cinese,
magnetismo e letteratura mistica. Nel
1834-36 lavora a Sulla volontà nella
natura, opera che rappresenta una
summa dei suoi precedenti studi di
anatomia, fisiologia, patologia,
astronomia, linguistica, magnetismo
animale e sinologia. Secondo la
formulazione del sottotitolo, l'opera vuol
essere «un'esposizione delle conferme
che la filosofia dell'Autore ha ricevuto da
parte delle scienze empiriche, dal tempo
in cui è comparsa».[6]

Nel 1837 esprime la sua personale


opinione sul progetto della costruzione e
della dedica a Goethe - morto cinque
anni prima - di una statua da parte della
città di Francoforte; secondo il filosofo
dovrebbe trattarsi di un busto, come si
confà «ai poeti, ai filosofi e agli scienziati,
che hanno servito l'umanità solo con la
testa», e recare sullo zoccolo non il
nome, bensì la scritta «Al poeta dei
tedeschi - La sua città natale». I suoi
suggerimenti non vengono accolti. Più
successo riscuote invece il suo parere
sull'edizione delle Opere complete di
Kant, a cura di Karl Rosenkranz e Wilhelm
Schubert. Sostenendo che la Critica della
ragion pura, ormai introvabile, sia di gran
lunga superiore a tutte le altre opere
kantiane, scrive a Rosenkranz per indurlo
a ripubblicare il libro, cosa che avviene
nel 1838. Decide di partecipare a due
concorsi, banditi l'uno nel 1837 dalla
Reale Società delle Scienze di Norvegia e
l'altro l'anno successivo dalla Reale
Società delle Scienze di Danimarca per
saggi rispettivamente sui temi della
libertà del volere e del fondamento della
morale.[6]

Nel 1839 viene premiato dalla Società


norvegese per il suo saggio Sulla libertà
del volere umano: è il primo
riconoscimento ufficiale. Il 17 aprile
muore a Jena la madre Johanna. L'anno
successivo invia alla Società danese la
sua opera Il fondamento della morale, ma
non ha successo. Nel 1841 i due trattati
vengono pubblicati insieme sotto il titolo
I due problemi fondamentali dell'etica, ma
l'accoglienza della critica è come sempre
poco favorevole. Continua i suoi studi
sulle civiltà orientali. Nel 1843 Friedrich
Dorguth pubblica la sua opera La falsa
radice dell'ideal-realismo, dove parla con
ammirazione del filosofo di Danzica: è il
primo di una lunga serie di scritti con i
quali l'autore cercherà di rompere il muro
ideologico innalzato attorno a
Schopenhauer dalla "congrega dei
cialtroni", come il filosofo spesso avrà
modo di definire i seguaci della triade
Fichte, Schelling ed Hegel.[6]

Nel 1844 è pubblicata una seconda


edizione del Mondo, con l'aggiunta dei
cinquanta capitoli di Supplementi ai quali
Schopenhauer lavora già da una decina
d'anni: l'opera, tuttavia non riscuote
successo, ma rimane in commercio.
Durante i moti rivoluzionari del settembre
1848 il filosofo è turbato dall'idea che la
massa possa prendere il potere, tanto
che pensa di dover abbandonare
Francoforte. L'anno seguente muore la
sorella e Schopenhauer incontra il futuro
discepolo Adam Ludwig von Doß.[6]

Ultimi anni (1851-1860)

Nel novembre 1851 esce la prima


edizione dei Parerga e paralipomena,
opera alla quale lavora già dal 1845.
Finalmente arrivano il successo - tanto
che nel 1855 l'università di Lipsia mette a
concorso uno studio sulla filosofia
schopenhaueriana[12] - e con
soddisfazione di Schopenhauer i
complimenti più calorosi gli giungono
dall'amata Inghilterra.[6] Nel 1854 esce a
Francoforte la seconda edizione de La
volontà nella natura, che egli
accompagna con una trionfante
introduzione[2]. Si fa più stretta l'amicizia
con l'avvocato e romanziere Wilhelm
Gwinner, primo biografo del filosofo.
Wagner gli fa avere il libretto di gran
parte della tetralogia L'anello del
Nibelungo. Schopenhauer, che tra i
musicisti predilige Rossini, Mozart e
Bellini, apprezza di Wagner più i versi che
la musica.[6]

Nel 1858, a settant'anni compiuti, alla


morte dell'avvocato Martin Emder, uno
degli amici più cari che Schopenhauer
aveva nominato suo esecutore
testamentario, l'incarico passa a
Gwinner, che sarà la persona più vicina al
filosofo nell'ultimo periodo. La schiera
dei discepoli comincia a crescere: vi
entrano a far parte il giornalista Otto
Lindner, lo scrittore David Asher e il
pittore Johann Karl Bähr. La sua vita è
piuttosto ritirata: lunghe passeggiate[13],
da solo o in compagnia del cane
barboncino Butz, soprannominato poi
Brahmā (nome della divinità suprema
indù) e Atma[14] (= anima del mondo, in
sanscrito)[15], i pasti all'"Englischer Hof"
(sempre in compagnia del barboncino, a
cui talvolta si rivolgeva chiamandolo
"signore", o lo riprendeva dicendo "tu,
umano" quando il cane si comportava
male[16]; cambiò persino casa nel 1859
dopo un litigio con un vicino a causa
dell'animale), lavoro e letture: legge il
Times, il Frankfurter Postzeitung, riviste
scientifiche e letterarie tedesche, inglesi
e francesi.

In questo periodo scopre Giacomo


Leopardi, immergendosi «con molto
diletto» nella lettura delle Operette morali
e dei Pensieri. La seconda edizione del
Mondo si esaurisce.[6] Nel 1859 è la terza
edizione: da allora il libro che fu
snobbato dalla critica e dal pubblico al
suo apparire, è uno dei classici della
filosofia mondiale.[6] Negli ultimi anni di
vita, soddisfatto del successo letterario,
ammorbidisce la sua nota misantropia, e
alcuni discepoli frequentano la sua casa,
comprese alcune donne, con cui aveva
avuto sempre rapporti difficili.[17] Una di
esse, la giovane scultrice Elisabet Ney,
modella infatti un famoso busto di
Schopenhauer.[6] Dal mese di aprile 1860
si manifestano gravi problemi di salute
con difficoltà respiratorie e tachicardia. Il
9 settembre il filosofo si ammala di
polmonite, che degenera subito in
pleurite acuta: soffre di tosse e frequenti
sbocchi di sangue. Con Gwinner,
Schopenhauer continua però a
intrattenersi parlando di politica e della
questione dell'unità d'Italia. Il 21
settembre fu trovato morto seduto sulla
sua sedia[18].
Tomba di Schopenhauer a Francoforte

Nel testamento lascia il suo patrimonio


ad un fondo per aiutare i militari
prussiani rimasti invalidi durante i moti
del 1848, ma dà disposizioni anche per
occuparsi e provvedere al suo cane, alla
casa con i mobili e i documenti, con un
legato per la domestica Margaretha
Schnepp.[16][19] Viene seppellito cinque
giorni dopo nel cimitero di Francoforte,
alla presenza di pochi fedelissimi, senza
nessuna particolare cerimonia, per lui,
ateo, che disprezzava la gran parte delle
religioni, soprattutto quelle occidentali
(lanciando strali non solo contro il
Cristianesimo moderno, ma anche contro
l'Ebraismo e l'Islam).[20] Sulla lapide non
vengono posti né data né epitaffio, solo il
suo nome e cognome: Arthur
Schopenhauer.[6]

La filosofia di Schopenhauer
Lo stesso argomento in dettaglio:
Pensiero di Schopenhauer.
«La vita umana è come un pendolo
che oscilla incessantemente tra il
dolore e la noia, passando per
l'intervallo fugace, e per di più
illusorio, del piacere e della gioia.»

(Il mondo come volontà e


rappresentazione)

La filosofia di Schopenhauer è molto


articolata. Nella sua opera giovanile, Il
mondo come volontà e rappresentazione,
che contiene già gran parte del suo
pensiero, poi riedita con aggiunte,
Schopenhauer sostiene che il mondo è
fondamentalmente ciò che ciascun
uomo vede ("relativismo") tramite la sua
volontà, nella quale consiste il principio
assoluto della realtà, nascosto alla
ragione.[21] La sua analisi pessimistica lo
porta alla conclusione che i desideri
emotivi, fisici e sessuali, che presto
perdono ogni piacere dopo essere stati
assecondati, ed infine divengono
insufficienti per una piena felicità, non
potranno mai essere pienamente
soddisfatti e quindi andrebbero limitati,
se si vuole vivere sereni. La condizione
umana è completamente
insoddisfacente, in ultima analisi, e
quindi estremamente dolorosa.
Schopenhauer fotografato nel 1859

Di conseguenza, egli ritiene che uno stile


di vita che nega i desideri, simile agli
insegnamenti ascetici dei Vedānta e delle
Upanishad dell'induismo, del Buddhismo
delle origini, e dei Padri della Chiesa del
primo Cristianesimo, nonché una morale
della compassione, è quindi l'unico vero
modo, anche se difficile per lo stesso
filosofo, per raggiungere la liberazione
definitiva, in questa vita o nelle
successive. Sull'esistenza di Dio,
Schopenhauer è invece ateo, almeno per
quanto riguarda la concezione
occidentale moderna.

Egli non nutre né considerazione né


fiducia alcuna nella massa degli esseri
umani, fatto che lo conduce alla
misantropia.[22]

Schopenhauer e l'amore

Schopenhauer ha indagato a fondo il


mistero dell'amore, nella sua "Metafisica
dell'amore sessuale". Per il filosofo
tedesco l'amore, che ha la sua radice
solo nell'istinto sessuale, è un inganno
della natura, il cui unico scopo è la
conservazione della specie. La stessa
attrazione tra due innamorati è già la
volontà di vivere del nuovo individuo.
Dunque il matrimonio è sempre infelice
perché si preoccupa della generazione
futura e non di quella presente. La fedeltà
coniugale, invece, è naturale nella donna
e artificiale nell'uomo, questo perché la
natura mira a moltiplicare la specie il più
possibile. L'uomo, infatti, potrebbe
generare anche cento figli all'anno, se
avesse altrettante donne; mentre la
donna, anche con altrettanti uomini,
potrebbe mettere al mondo solo un figlio
all'anno (fatta eccezione per i parti
gemellari) ed è quindi spinta a rimanere
con colui che nutrirà e proteggerà la
prole. Di conseguenza l'adulterio
femminile è molto più imperdonabile di
quello maschile sia soggettivamente, per
la sua innaturalezza, sia oggettivamente
perché mette in dubbio la legittimità della
prole (legittimità che tuttavia non è uno
scopo della natura).

Schopenhauer e gli animali

Schopenhauer e il suo ultimo cane, Butz (noto anche


come Brahma o Atma), in un disegno di Wilhelm
Busch
Schopenhauer, anche se non era
vegetariano, limitandosi a consumare
però solo il minimo indispensabile di
carne, era un acceso sostenitore dei
diritti degli animali, che amava molto:
«Quando studiavo a Göttingen il
professor Blumenbach ci parlò
molto seriamente, nel corso di
fisiologia, degli orrori delle
vivisezioni e ci fece notare come
esse fossero una cosa crudele e
orribile. [...] Invece oggi ogni
medicastro si crede autorizzato a
effettuare nella sua stanza delle
torture gli atti più crudeli nei
confronti delle bestie [...] Nessuno
è autorizzato a effettuare
vivisezioni. [...] Si ha pietà di un
peccatore, di un malfattore, ma non
di un innocente e fedele animale
che spesso procura il pane al suo
padrone e non riceve che misero
foraggio. «Aver pietà»! Non già
pietà, ma giustizia si deve
all'animale!?»

(L'arte di insultare)

e ancora:

«La pietà per gli animali è talmente


legata alla bontà del carattere che
si può a colpo sicuro sostenere che
un uomo crudele verso gli animali
non può essere un uomo buono»

Nella cultura di massa


Oltre alla letteratura e all'arte anche la
cultura popolare cita spesso
Schopenhauer. Tre canzoni hanno per
titolo Schopenahauer, una dei Die Aerzte,
una dei Die Aumlrzte, l'altra del gruppo
Dopolavoro Ferroviario. Compare in una
battuta, assieme a Friedrich Nietzsche,
nel video della canzone Fino a qui tutto
bene del rapper Marracash, mentre in
ambito cinematografico è citato da
Roberto Benigni nel film La vita è bella, e
la sua opera principale, Il mondo come
volontà e rappresentazione, in Così è la
vita e in Immaturi, dove Ambra Angiolini
ne legge alcune frasi. Inoltre, viene citato
anche da Francesco Guccini, in un verso
della canzone "Il frate", contenuta nel
disco L'isola non trovata: "Dopo un
bicchiere di vino, con frasi un po' ironiche
e amare, / parlava in tedesco e in latino,
parlava di Dio e Schopenhauer".
Opere
Sulla quadruplice radice del principio di
ragion sufficiente (titolo originale: Über
die vierfache Wurzel des Satzes vom
zureichenden Grunde), 1813.
Sulla vista e i colori (titolo originale:
Über das Sehen und die Farben), 1816.
Il mondo come volontà e
rappresentazione (titolo originale: Die
Welt als Wille und Vorstellung),
1818/1819, secondo volume, 1844.
Sul volere nella natura (titolo originale:
Über den Willen in der Natur), 1836.
Sulla libertà del volere umano (titolo
originale: Über die Freiheit des
menschlichen Willens), 1839.
Il fondamento della morale (titolo
originale: Über das Fundament der
Moral), 1840.
Parerga e paralipomena (titolo
originale: Parerga und Paralipomena),
1851.

Traduzioni in italiano

La vista e i colori e Carteggio con


Goethe. Boringhieri, Torino 1959; SE,
Milano 1998; Abscondita, Milano 2002
I due problemi fondamentali dell'etica:
1. Sulla libertà del volere; 2. Sul
fondamento della morale, a cura di
Giuseppe Faggin, Torino, Boringhieri,
Torino 1961
Parerga e paralipomena, tomo 1, a cura
di Giorgio Colli, tomo 2, a cura di Mario
Carpitella, Adelphi, Milano, 1981 e
1983 (ed. nella collana "gli Adelphi"
1998 ISBN 88-459-1422-4 ISBN 978-
88-459-1422-5)
Il mondo come volontà e
rappresentazione, a cura di Ada
Vigliani, traduzione di Ada Vigliani,
Nicola Palanga e Giuseppe Riconda,
introduzione di Gianni Vattimo,
Mondadori, Milano, 1989.
La quadruplice radice del principio di
ragione sufficiente, a cura di Amedeo
Vigorelli, Guerini e associati, Milano
1990; a cura di Sossio Giametta, BUR
Rizzoli, 1995
Scritti postumi, testo stabilito da Arthur
Hübscher, I manoscritti giovanili, 1804-
1818, a cura di Sandro Barbera,
Adelphi, Milano, 1996. ISBN 88-459-
1253-1
La volontà nella natura, a cura di Icilio
Vecchiotti, Laterza, Roma-Bari 2000
ISBN 88-420-3367-7
Scritti postumi, testo stabilito da Arthur
Hübscher, I manoscritti berlinesi, 1818-
1830, a cura di Giovanni Gurisatti,
Adelphi, Milano, 2004. ISBN 88-459-
1946-3
Il mondo come volontà e
rappresentazione, Introduzione di
Marcella D'Abbiero, trad. di Gian Carlo
Giani, Newton Compton Editori, Roma
2011 ISBN 978-88-541-2383-0
Pubblicazioni postume (con
relative edizioni moderne)

Aforismi sulla saggezza del vivere


(scelti dai Parerga und Paralipomena)
trad. Oscar Chilesotti, Dumolard,
Milano 1885; Bocca, Torino 1909
a cura di Eugenio Battisti, Utet,
Torino 1952; TEA, Milano 1988
trad. Ervino Pocar, Silva, Bologna
1968; Longanesi, Milano 1980
trad. Carmelo Spinelli, Ferraro,
Napoli 1987
trad. Bettino Betti, BUR Rizzoli,
Milano 1993
trad. Maria Teresa Giannelli e
Claudio Lamparelli, Mondadori,
Milano, 1994
Consigli sulla felicità
(antologia dagli Aforismi),
Mondadori, Saperi - I
Sempreverdi, 2007, trad. M.T.
Giannelli, a cura di C.
Lamparelli
a cura di Leonardo Casini, Newton
Compton, Roma 1994
a cura di Silvia Fiorini, Rusconi,
Milano 2005
Come pensare da sé. Antologia
essenziale per chi vuole usare la
propria testa, a cura di Giulio Schiavoni,
Theoria, Roma 1995 ISBN 88-241-
0386-3.
Il giudizio degli altri, introduzione di
Anacleto Verrecchia, traduzione di
Bettino Betti, Rizzoli-Bur, Milano 1995,
2012ISBN 978-88-17-00271-4
Il mio Oriente, a cura di Giovanni
Gurisatti, Adelphi (PBA 556), Milano
2007 ISBN 978-88-459-2180-3
Il primato della volontà, a cura di
Giovanni Gurisatti, Adelphi (PBA 479),
Milano 2002 ISBN 978-88-459-1696-0
La filosofia delle università, a cura di
Giorgio Colli, con un saggio di Manlio
Sgalambro, Adelphi (PBA 296), Milano
1992 ISBN 88-459-0943-3
L'arte di capire le donne, a cura di Gian
Carlo Giani, Newton Compton, Roma
2014 ISBN 978-88-541-6979-1
L'arte di conoscere se stessi, Adelphi
(PBA 495), Milano 2003 ISBN 978-88-
459-1772-1
L'arte di essere felici esposta in 50
massime, a cura di Franco Volpi,
Adelphi (PBA 390), Milano 1997 ISBN
88-459-1295-7
L'arte di farsi rispettare esposta in 14
massime, a cura di Franco Volpi,
Adelphi (PBA 410), Milano 1998 ISBN
88-459-1374-0
L'arte di insultare, Adelphi (PBA 437),
Milano 1999 ISBN 978-88-459-1480-5
L'arte di invecchiare, Adelphi (PBA 542),
Milano 2006 ISBN 978-88-459-2059-2
L'arte di ottenere ragione esposta in 38
stratagemmi, a cura di Franco Volpi,
Adelphi (PBA 274), Milano 1991 ISBN
978-88-459-0856-9
L'arte di ottenere rispetto, a cura di Gian
Carlo Giani, Newton Compton, Roma
2014 ISBN 978-88-541-7129-9
L'arte di trattare le donne, Adelphi (PBA
457), Milano 2000 ISBN 978-88-459-
1576-5, estratti da varie opere
L'arte della musica, in appendice scritti
inediti di Richard Wagner; traduzione,
saggio introduttivo e cura di Francesca
Crocetti, Firenze, Clinamen 2003.

«La musica, intesa come


espressione del mondo, è una
lingua universale al massimo
grado, e la sua universalità sta
all'universalità dei concetti più o
meno come i concetti stanno alle
singole cose.»

Memoria sulle scienze occulte


Metafisica dei costumi. Lezioni
filosofiche
Metafisica dell'amore sessuale. L'amore
inganno della natura, Mondadori,
Milano 1993; a cura di Anacleto
Verrecchia BUR, Milano 2008 ISBN
978-88-17-16897-7
Sulla felicità e sul dolore
Sulla lettura e sui libri
Sulla lingua e sulle parole
Sulla religione (antologia da varie
opere)
Sul mestiere dello scrittore e sullo stile,
trad. di Eva Amendola Kuhn, con una
nota di Franco Volpi, Adelphi (PBA
315), 1993 ISBN 978-88-459-1013-5
Note
1. ^ Vedi Urs App: Schopenhauer's
Compass. An Introduction to
Schopenhauer's Philosophy and its
Origins. Wil: UniversityMedia, 2014 (ISBN
978-3-906000-03-9)
2. ^ a b Edouard Sans, Schopenhauer,
Xenia, Milano, 1999, p. 11.
3. ^ Arthur Hübscher, Vita di
Schopenhauer (1949), tr. Bruno Negroni,
Marzi, Urbino, 1975
4. ^ a b c d ibidem
5. ^ Zino Zini, Schopenhauer
6. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w
Arthur Hübscher, op. cit.
7. ^ Arthur Hübscher, op. cit. Per
l'importanza del pensiero indiano nella
genesi della filosofia di Schopenhauer
vedi il libro di Urs App: Schopenhauer's
Compass. An Introduction to
Schopenhauer's Philosophy and its
Origins. Wil: UniversityMedia, 2014 (ISBN
978-3-906000-03-9) ; versione tedesca
Schopenhauers Kompass. Die Geburt
einer Philosophie. Rorschach/Kyoto:
UniversityMedia, 2011 (ISBN 978-3-
906000-02-2)
8. ^ "La vispa Teresa" di A. Verrecchia
(2006)
9. ^ A questo proposito Anacleto
Verrecchia, nella sua introduzione ad
Arthur Schopenhauer, Metafisica
dell'amore sessuale, RCS MediaGroup,
ISBN 978-88-17-16897-7 (già pubblicata
in SJ, 1975, pp. 187-196), ci riporta una
lettera dalla "grammatica pittoresca" e
dalla "sintassi spericolata" inviata al
filosofo dalla Fuga:
"Caro amico,
con tanto piacere ricevei la tua letara
sentindo che non ti sei dimenticato di me
e che conservi per me tanta premura ma
credimi mio caro che ne meno io non mi
sono dimenticata di te anzi dicevo fra me
stesa (sic!) come mai si deve credere ai
omini perché tu per me mostravi premura
e io dicevo non mi a ne meno scrito adeso
poi che o ricevuta tua lettara conosco che
vero e quelo che mi avevi detto e che mi
disi e molto più ti sono grata sentindo che
ti sei ricordato di me ogni giorno o piacere
che ai fatto il tuo viagio felice da Napoli e
Roma e che stai bene di salute io ti amo e
desidero di vederti e vieni pure che ti
atendo per abraciarti e per pasare di
giorni asieme che gia io tengo uno amico
ma questo va sempre via di venezia e non
mi viene a trovare solo che qualche volta
e poi sai domenica va in campagna e
starà quindisi giorni e anche vinti e
dunque poi venire libaramente anzi ti
atendo con tutto il core. rapporto al
impresario non lo o più e sono molto
tempo che tengo questo altro e inglesi
scapati di nigelterra e venuti a venezia per
disparazione non ne o de quei per far la
amore io non o mancato di risponderti
subito perciò la mia lettara ti venga subito
io con la giulieta sono amica ma non
tanto come quando eri a venezia te che e
melio perché così siamo in più libarta e
vero che non pensi e ne meno io ma di
esa melio così a dunque mio caro ti
atendo stai bene o volia di vederti a dio
mio caro
La tua amica
Teresa Fuga"
10. ^ Fausto Pellecchia, Le donne di
Schopenhauer
11. ^ Schopenhauer and syphils
12. ^ Edouard Sans, op. cit., p. 10.
13. ^ Schopenhauer, nella sua
Eudemonologia, raccomanda almeno due
ore di moto continuo e vivace al giorno,
per meglio ossigenare tessuti e muscoli
14. ^ aveva avuto più di un cane barbone,
almeno due, che portavano lo stesso
nome; il primo Atma morì nel 1850, e lo
stesso anno Schopenhauer comprò un
altro barboncino; cfr. Alain de Botton, La
consolazione della filosofia, [1]
15. ^ Un cane e il suo filosofo:
Schopenhauer e Atma
16. ^ a b Note biografiche nell'introduzione
a: Consigli sulla felicità (antologia dagli
Aforismi), Mondadori, Saperi - I
Sempreverdi, 2007, trad. M.T. Giannelli, a
cura di C. Lamparelli
17. ^ Notoriamente misogino, in L'arte del
trattare le donne afferma la superiorità
maschile; a partire dalla madre e dalla
sorella, i suoi rapporti con le donne furono
sempre molto conflittuali; solo da vecchio
confidò a Malwida von Meysenbug: «Non
ho ancora detto la mia ultima parola sulle
donne: credo che, se una donna riesce a
sottrarsi alla massa, e quindi a sollevarsi
al di sopra di essa, è destinata a crescere
continuamente, molto più di un uomo».
18. ^ Simon Critchley Il libro dei filosofi
morti, 2009 Garzanti, p.219
19. ^ Nel caso la Schnepp avesse rifiutato,
il cane sarebbe stato affidato al Dr.
Emden. L'ultimo cane di Schopenhauer,
nato circa nel 1850, morirà qualche anno
dopo la scomparsa del padrone, ma
l'anno preciso della morte del barboncino
non è noto. Del secondo Atma ci sono
alcune immagini: una di Elisabet Ney,
realizzata mentre lavorava al busto di
Schopenhauer, e uno schizzo di Wilhelm
Busch; è inoltre protagonista di un
fumetto, Schopenhauer and Butz di Georg
Klein e Michael Jordan
20. ^ «Nel Corano troviamo la forma più
squallida e più povera di teismo.
Ammettiamo pure che molto sia andato
perduto nella traduzione, ma, in
quest'opera, io non sono riuscito a
scoprire nemmeno un pensiero dotato di
valore».
21. ^ Schopenhauer assimila tale principio
alla cosa in sé di Kant, e la sua
rappresentazione oggettiva all'idea di
Platone (Il mondo come volontà e
rappresentazione, § 31).
22. ^ Giuseppe Invernizzi, Invito al
pensiero di Schopenhauer

Bibliografia
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Stirner. Le radicalità esistenziali.
Controstoria della filosofia VI, Ponte
alle Grazie, 2013

Voci correlate
Pensiero di Schopenhauer
Rappresentazione (filosofia)
Volontà
Eudemonologia
Pessimismo
Buddhismo
Sofferenza (filosofia)
Ascesi
Morale
Arte
Scuola di Schopenhauer
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Collegamenti esterni
(EN) Robert Wicks, Arthur
Schopenhauer , in Edward N. Zalta (a
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Philosophy.
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