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2014 –PRIVATE RELEASE - FOR RESEARCH USE ONLY [ INDICE ]

Documento di studio

LA PISTA SARDA 2.0


Perché Barbara Locci doveva essere uccisa:
da Villacidro fino a Scopeti (e oltre)

Analisi critica e ragionata su identità, background,


genesi, psicopatia e azioni del Mostro di Firenze
(identificato nella persona di Salvatore Vinci)
Autore: HaZeT
Status: Private Release
Versione: V1.01
Data di stesura: dic.2013 / mar.2014
Data di pubblicazione: 27/03/2014

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INDICE

COPERTINA
Titolo
Licenza di Distribuzione
INTRODUZIONE
Dedicato a...
Ringraziamenti e crediti
Avvertenze
Sulla funzione e costo
Sulla “caccia alle streghe" e note al Rapporto Torrisi
Metodo
SINOSSI
Premessa e Tesi
Genesi di questo Documento di Studio
L’ipotesi di studio
Un ordine di sviluppo delle domande a cui rispondere
La pista sarda
La pista sarda 2.0
FONTI DOCUMENTALI
Le fonti documentali di riferimento
CORPO DI STUDIO PARTE I - nessun mostro, mezzo mostro, un mostro intero
I “numeri” del mostro
Tra Castelletti di Signa e Borgo San Lorenzo
Da Borgo San Lorenzo a Scopeti
Un mostro unico in tutti i sensi
Un arma unica per due assassini differenti
Addendum: Il faldone che non fu manomesso
Addendum: Sulle “impronte digitali” delle armi e le munizion
CORPO DI STUDIO PARTE II - una calibro 22 che passa di mano
Un'arma che passa di mano?
Arma sporca non si tiene, arma sporca si distrugge
Il passaggio di mano con l’inganno
CORPO DI STUDIO PARTE III - alla ricerca del profilo di un generico Mostro di Firenze
Un anonimo profilo pratico e psicologico
Excursus medico di carattere psicologico/psichiatrico
Addendum: sulla statura e la corporatura del mostro
CORPO DI STUDIO PARTE IV: - il lato pubblico e quello privato di Salvatore Vinci
Sardegna
Anni 50/60: dall’infanzia al militare
Stupro, botte, matrimonio e morte di Barbarina Steri
Villacidro non è Fordongianus
Un salto avanti di 30 anni
Toscana
Vizi privati e pubbliche virtù
Pubbliche virtù
Informazioni di carattere logistico-geografico ed economico
Informazioni sul carattere violento e dominante
Gli uomini innanzitutto, le donne come comparse
Equilibrio si, equilibrio no
Di caratteristiche fisiche e generali
Delle famiglie e dei fratelli e dei figli
Alibi, libertà, prigione, processi e fuga
Controlli e Investigatori
Perquisizioni: paraffina, straccio e biglietto

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Del biglietto
Del biglietto [in generale]
Del biglietto [quando venne scritto] e della lettera mai ricevuta
Del biglietto [e di come può essere venuto a conoscenza del Torrisi]
Dello straccio
Dello straccio [e della borsa]
Dello straccio [e delle macchie di sangue]
Dello straccio [e delle tracce di sparo]
Addendum: Sentenza Rotella e proscioglimento di Salvatore Vinci
Addendum: Sulla consequenzialità delle indagini ufficiali
CORPO DI STUDIO PARTE V: Castelletti di Signa 1968 – Perché la Locci doveva morire
La cornice per il quadro del 1968
L’importanza del delitto del 22 agosto 1968
I Vinci, il “Clan” e l'ape regina
I Vinci
Stefano Mele
La Locci
Il Clan – Palmerio Mele, Giovanni e le donne di famiglia
Castelletti di Signa, 21-22- 23 -24 agosto 1968
Un figlio di tanti padri, un nipotino per tanti zii, comunque un testimone
Tra le canne a spiare
Non c'è gruppo senza un piano, ma c'è un piano anche senza un gruppo
Soldi e debiti, consanguinei ed estranei
Auto segue auto, omicidio segue alibi
Perché Barbara Locci doveva morire – L'incastro dei moventi
L’unico che poteva convincere lo Stefano Mele
Il reperimento dell'arma – NOTA DI AVVERTENZA
Il momento dei ruoli, il momento dei nomi
Il mostro che non c'è e l'arma “sporca” che resta
Il mostro che non c'è e l'arma “sporca” che non c'è più
“La "scena primaria" vista da attraverso le canne
Il caso della casa del Vargiu
CORPO DI STUDIO PARTE VI: confronto pratico e psico attitudinale dei profili e degli indizi
Introduzione del lavoro post Castelletti di Signa
Confronto profili: un vestito che calza a pennello
Dell’infanzia, della famiglia e delle amicizie
Dei luoghi e dei rapporti con le vittime
Della cultura, del lavoro e della intelligenza
Dell’egoismo e dell'empatia
Del voyeurismo, della pornografia e della sessualità
Della violenza e dell’aggressività
Sullo stato di salute, l'agilità e la corporatura
Degli alibi e degli indizi
Delle interazioni con gli inquirenti e degli indirizzi
Del Norzetam
La chiave interpretativa: genesi e sviluppo della psicopatia del SV-MdF
CORPO DI STUDIO PARTE VII: da Signa fino a Calenzano: il percorso e l’evoluzione
Dal '68 al '74 - Silenzio e scintilla: alla scoperta del "catalizzatore esterno"
Borgo San Lorenzo, 1974: un mostro intero ma a metà
La mancanza di escissioni, coltellate, abiti, oggetti e tralcio in vagina
Il guardone molesto di Borgo San Lorenzo
Le divergenti opinioni ricostruttive
Dati dalla Perizia De Fazio e Zuntini
Della possibile conoscenza ed interazione
Le divergenti ipotesi ricostruttive nel dettaglio
Mezzo mostro ma già mostro intero
Dal 1974 al 1981: il mistero del secondo silenzio

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Le munizioni
Il Vargiu e il reperimento delle munizioni ? [nel dettaglio]
Mosciano di Scandicci, 1981: mezzo mostro + mezzo mostro, fanno un mostro intero
Il guardone che non guarda e il perché del delitto del 22 ottobre
Travalle di Calenzano, 1981 bis – Il delitto "fotocopia"
Su delitti sessuali, escissioni, odio coppia, omosessualità, assenza stupri
Delitti sessuali, ma senza violenza sessuale?
Odio per la coppia, ma delitti sessuali?
Omo-bisessualità , ma scempio escissorio solo sui corpi femminili?
CORPO DI STUDIO PARTE VIII: da Travalle di Baccaiano a Scopeti
Baccaiano, 1982
Baccaiano, ricostruzione e perizie
Baccaiano: i dettagli di contorno
Il 1982 come il 1968: gli anni chiave e i complessi intrecci
Baccaiano: magliette a righe e testimonianza della Pierini Ada
Baccaiano: stato d'animo e come si lega direttamente con Signa e i Mele
Baccaiano: differenza tra Spalletti e Francesco Vinci
Baccaiano: riepilogo e conclusioni
Giogoli, 1983
Giogoli: una maglietta a strisce anche qui
Giogoli: fretta causa di errori?
Giogoli e il biglietto “Magiore Toriso” - una ipotesi
Giogoli: una conferma in più
Vicchio, 1984
1984 – Mele, ancora Mele, sempre Mele [parte 1]
Vicchio 1984: del delitto e dell'odio
Vicchio, 1984: omicidio brutale per vittima casuale
Vicchio, 1984: affinità e differenze con la figura del SV
Vicchio, Giogoli, Travalle di Calenzano: nessun delitto per “scagionare”
Vicchio: da SV a Shakespeare [“alibi o non alibi, questo è il problema”]
Vicchio e le perquisizioni
Il pre Scopeti [di SV]
1985 – Mele, ancora Mele, sempre Mele [parte 2]
Scopeti, 1985
Scopeti: i francesi prima di Scopeti [e dopo]
Scopeti: bossoli, tenda, chiavi, acqua, cartina stradale, ricostruzioni
Scopeti: perché occultare i cadaveri?
Scopeti, una data molto controversa. Quale allora?
Scopeti una data controversa [citazioni e dati]
Scopeti una data controversa [calcoli diari e orari]
Scopeti, addendum di entomologia e genetica forense
Scopeti: dei controlli e delle intercettazioni a carico di SV
Scopeti: di SV, della perquisizione e della paraffina
Scopeti, il non alibi di SV
“Alibi” per venerdì 6 su sabato 7 settembre 1985
“Alibi” per sabato 7 su domenica 8 settembre 1985
“Alibi” per domenica 8 su lunedì 9 settembre 1985
“Alibi” e intercettazioni telefoniche
Scopeti nel post Vicchio: cal.22 non buttata, l'idea della lettera e il piano [salvezza]
Scopeti, la lettera alla Della Monica
Scopeti: il piano come conferma
Scopeti: un piano andato male? [dubbi e criticità]
Addendum - Scopeti: il secondo identikit
CORPO DI STUDIO PARTE IX: le “confessioni del colpevole” G. Lotti e la Pista Sarda 2.0
Lotti libera tutti?
CORPO DI STUDIO PARTE IX: sul dopo Scopeti
Il post Scopeti: dal 1985 al 1986

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500 milioni di assordante silenzio


Un SV in prigione, un 1986 senza delitti e l'equazione di Volterra
Il post Scopeti: dal 1986 al 1989
Il processo per uxoricidio
Stefano 1986 – 1989: Mele, ancora Mele, sempre Mele [parte 3]
Scarcerazione, nuovi guai e fuga
CONCLUSIONI: tirando le somme
Conclusioni
APPENDICI – possibili varianti e ulteriori informazioni di rilievo
EXTRAS - Ripensando il 22 agosto 1968; una variante sul passaggio d’arma
EXTRAS - Sugli omicidi collaterali e i delitti mancati

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Dedicato a...

Questo lavoro è dedicato a tutti i familiari, parenti, amici delle vittime, dirette ed indirette,
del Mostro di Firenze. Che la morte dei vostri cari vi possa essere lieve come un sussurro di
vento nelle prime luci dell’alba.

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Ringraziamenti e crediti

Questo documento non avrebbe potuto essere prodotto senza la costanza, l’impegno, la
caparbia di tutti coloro che, negli anni, hanno dedicato tempo e sforzi nel ricercare, produrre,
dibattere e rendere disponibile documentazione, ipotesi e materiale inerente il caso del MdF.

I miei ringraziamenti e crediti vanno, oltre alle ovvie figure istituzionali coinvolte di prima
mano nelle indagini, agli avvocati delle parti in causa, ai giornalisti e agli scrittori e a tutti
coloro che hanno dimostrato sensibilità ed interesse per la vicenda.

Un particolarmente sentito ringraziamento inoltre è rivolto a quei privati cittadini che hanno
dedicato/dedicano tempo impegno e passione mantenendo in piedi, frequentando,
informandosi e scrivendo su alcuni siti e forum di interesse.

Chiedendo preventive scusa per le involontarie omissioni, mi sembra più che corretto
ricordare, primo tra tutti per ordine di importanza per la nascita di questo documento, il
Forum “IL MOSTRO DI FIRENZE”, spazio di discussione e confronto sul quale parte delle tesi
qui esposte son state preventivamente pensate, dibattute e analizzate, pubblicamente (e/o in
private message).

A pari importanza, vanno inoltre segnalati i seguenti siti sui quali è disponibile una massiccia
mole di documentazione:
Forum “I DELITTI DEL MOSTRO DI FIRENZE”;
Blog INSUFFICIENZA DI PROVE;
Blog CALIBRO 22;
Blog “IL MOSTRO DI FIRENZE”;
Sito “CRONACA-NERA.IT / Mostro di Firenze”;
Blog CONFIDENTIALCRIMECASEBOOK / Mostro di Firenze.

Senza la loro esistenza e senza il lavoro svolto da chi ci sta dietro, questo documento non
avrebbe potuto essere realizzato.

Ulteriore materiale informativo e documentale è inoltre disponibile, caricato in rete da singoli


utenti, su siti di condivisione quali ad esempio: SCRIBD.

Un preciso e fondamentale ringraziamento va inoltre agli utenti che hanno partecipato con
consigli, discussioni, confronto, pratico aiuto documentale e quant'altro, alla stesura di questo
documento.

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Avvertenze

E’ bene precisarlo fin dall’inizio: trattasi di un documento di studio e lavoro su base


“indiziaria” e che per tanto può permettersi il lusso di ignorare gli esiti e le risultanze di
talune sentenze giuridiche, allo scopo di seguire e sviluppare un filone logico capace di
valutare e aggregare gli indizi secondo una chiave interpretativa differente rispetto a quelle
proposte nelle aule di tribunale o nelle varie indagini investigative ufficiali e/o amatoriali.
Del resto, siamo onesti, nessuno documento sulla vicenda del Mostro di Firenze, come
correttamente fece notare il Giudice Istruttore Mario Rotella, potrebbe mai essere considerato
probante a meno che venga ritrovata la calibro 22 L.R. assassina, e tale ritrovamento possa
essere legato incontrovertibilmente ad un nome “X” quale che sia.

Nel ribadire dunque cosa sia e cosa non sia questo studio e lo scopo che si prefigge, ci
affidiamo quindi proprio alle sue parole:
“Per tale ragione non è consentito nel processo dar per certo, e spesso neanche per
probabile, quanto si voglia stimare intorno al tipo d'autore. Nulla esclude, per via di
abduzione o intuitivamente, e insomma astraendo dalla logica dell'induzione, che è
sommatoria di fatti concordanti, che si possano combinare talune delle variabili accertate, per
aprire nuove piste d'indagine. Ma si tratta appunto di ipotesi di lavoro, la qual cosa impedisce
che, nel processo, possano essere utilizzate in pro o a favore di chicchessia” - [Sentenza Rotella]

Premettendo che non sono uno scrittore di professione, e già sapendo quanto ostica sia la
materia “Mostro di Firenze”, invito i lettori ad astenersi dal formulare giudizi su questo
documento, prima di averlo finito integralmente di leggere, soprattutto se da esso si
aspettano trattazioni su ogni singolo argomento. E' si questo un documento sul mostro, ma
più nello specifico è appunto un documento solo mirato a vedere quanto, e come, l'ipotesi
Salvatore Vinci, possa essere e/o sia calzante su e per tutta la storia del delitti della calibro
22 L.R., senza ricorrere ad “adeguare o ad aggiungere” né alla storia in sé, né al numero e
ruoli e motivazioni dei personaggi, ignote variabili al solo fine di far quadrare i conti.

AVVERTENZA SPECIFICA
Si avvisa inoltre il lettore che: in nessun modo e caso, le dichiarazioni riportate in virgolettato
e con fonte specificata, siano da intendersi come adesione da parte degli autori originali, ai
ragionamenti esposti in questo documento di studio.

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Sulla funzione e il costo

Questo documento non è un romanzo: è un documento di studio da leggersi come


l’esposizione di una tesi volta a esplicitare, tramite la documentazione ufficiale disponibile e
l’uso della logica e del buon senso, l’ipotesi e le congetture ad essa sottese che vedono, a
fronte di una serie di reali indizi, la persona del Salvatore Vinci come Mostro di Firenze.

Questo documento viene fornito gratuitamente:


Sia in quanto strumento didattico, ossia di supporto alle analisi storiche e critiche, con
esso in sintonia o meno, sviluppate da altri utenti, ricercatori, investigatori;

Sia in quanto a sensibilità personale dell’Autore, chiedere un qualsivoglia compenso


(pur a fronte degli sforzi e del tempo ad esso dedicati, per non parlare dell’abbondante caffè
e delle numerose sigarette), sarebbe, volenti o nolenti, chiedere un compenso derivante dallo
“sfruttare” disgrazie, dolore e morte di altrui persone; né terrebbe debitamente in conto la
comune condivisione di pensieri, documenti, idee sviluppata in rete da decine di differenti
individualità.

Sono applicate tutte le limitazioni, come da:


licenza Creative Commons
Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale

HaZeT
2013 -2014
Pianeta Terra
Private Release – Version 1.01
(scusate per gli errori di ortografia)

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Sulla “caccia alle streghe” e note al Rapporto Torrisi

Una obiezione di merito e principio che aleggia nell'aria da quando il Rapporto Torrisi è stato
reso pubblico, è quella che paventa la diffusione di un clima di "caccia alle streghe" essendo il
documento d'indagine del Torrisi incentrato unicamente sulle figure dei personaggi sardi ed in
particolar modo su quella del Salvatore Vinci. Lo stesso, quindi, sarebbe/potrebbe
essere/diventare focolaio di pregiudizio. Mi sento di dissentire da chi tale idea sostiene.
Trattandosi di un rapporto investigativo relativo ad un filone di indagine che proprio su
quell'ambito e quei soggetti puntava le sue attenzioni, più che altro sarebbe apparso strano il
documento facesse riferimento ad altri soggetti o li menzionasse solo di sfuggita.

Non è certo colpa del Colonnello Nunziato Torrisi e dei suoi uomini se, in merito al duplice
delitto di Castelletti di Signa, a verbale appaiono i nomi di quei soggetti attenzionati (anche a
causa di dichiarazioni e "confessioni"). E se investigare su quei nomi porta a dover informarsi
su una precedente morte (sospetta) e/o su “gusti” e “perversioni” sessuali di taluno o
talaltro, non è che si debba parlare di accanimento giudiziario o “caccia alle streghe”. E’
compito degli investigatori indagare e riportare al Giudice Istruttore gli esiti di tali
investigazioni.
E quand’anche, correttamente a mio avviso, si vogliano imputare al Rapporto Torrisi, alcune
frasi “sopra le righe” nel definire le “qualità umane” di un soggetto sospettato, come fece
notare l'avvocato Marongiu difensore del Salvatore Vinci nel processo che vedeva il suo
assistito imputato di uxoricidio, sarebbe bene a detta dello scrivente ricordarsi che dette
“frasi sopra le righe” erano parte integrante di un lavoro “più grande”, in particolar modo
mirato a determinare anche tratti della personalità e di devianza di un soggetto che,
nell'ottica della caccia ad maniaco serial killer, e non un comune delinquente che agisce su
movente specifico, erano da considerare di rilevanza.

Nessuno nega che a volte, il frasario a cui si è ricorso in quel documento sembra scadere in
giudizi di ordine morale, quindi giudizi che a quel punto possono trasformarsi in pregiudizi.
Così come nessuno nega che in quel documento alcune affermazioni sembrano non essere
state verificate appieno e dunque siano da prendere con le molle o addirittura da scartare,
come sempre rilevò e fece notare la difesa del SV.

• NOTA: In questo documento ho cercato il più possibile di evitare il ricorso di dette


affermazioni messe in dubbio. Ove il dubbio non poteva essere chiarito in un senso o in
un altro, ho ritenuto di poter utilizzare tali affermazioni, ma segnalandone la
problematica ogni volta che citate. Per quanto riguarda le frasi “di giudizio personale”
invece, ho scelto di evitarne completamente la riproposizione.

E' altresì importante ricordare che questo documento di studio, pur facendo e dovendo fare
massiccio ricorso ai Rapporti 311/1 e 311/1-1 stilati dal Ten. Col. Nunziato Torrisi, non solo su
questi si basa, e che al di là della univocità di soggetto sul quale le attenzioni di studio ed
investigazioni sono puntate, l'analisi presentata in questo documento si scosta, e di
parecchio, da quella proposta dal Torrisi e anche da quella proposta dal Rotella.

Nota altrettanto importante a proposito del Rapporto Torrisi 311/1, come fatto emergere dalla
difesa dell'imputato durante il processo del 1988 a carico di Salvatore Vinci, è che in tale
rapporto sono presenti informazioni che, alla prova dei fatti, non paiono essere confermate
né confermabili.
Ho evitato di fare ricorso a tali “informazioni non confermate” nel corso del documento, o ove
riportate, segnalandone il problema di fondo.
Per precisione inoltre, tali “magagne” assieme anche a citazioni di carattere valutativo, sono
riportate nel capitolo specifico che tratta del processo del 1988 [NdA: vedasi capitolo Il processo
per uxoricidio]

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Metodo

Per metodo di lavoro di questo documento, si intende la modalità con la quale si è


approcciata la maniera di reperimento delle informazioni e la loro conseguente analisi, logica
e di plausibilità, ed infine l'iter valutativo. Pur ovviamente avendo l'Autore già valutato il tutto
prima della stesura del documento, e conseguentemente aver maturato una solidità di
opinione rispetto a quanto troverete scritto nel documento, questo lavoro non vuole esserne
la banale e didascalica riproposizione in forma scritta delle conclusioni. Tutt'altro.
A causa di ciò, almeno ad una prima lettura, essa potrà anche risultare ostica al lettore.
Infatti, per quanto guidato passo passo il più possibile, la storia del MdF è come un percorso
ad ostacoli; affrontabili praticamente solo tramite la possibilità di non essere “contemporanei”
alle frazionate indagini sul MdF e relative vicende attinenti.

Compito dell'Autore è dunque quello di:


• mettere a disposizione del lettore dati “ufficiali”, con tanto di citazioni, per ogni
informazione indiziaria riportata, al fine di evitare per quanto possibile critiche che
partano da presupposti non “certificati” e/o puramente ipotetici e/o in contrasto con
quanto emerso nelle indagini investigative delle Autorità

• saper discernere tra dati “indeterminabili” e dati “determinabili”, ed evitare così di


perdere tempo in sterili lunghe analisi sui primi, preferendo dedicare sforzi ed
attenzioni su quelli che almeno a buon senso e/o logica, possono essere valutati con un
accettabile valore di coerenza.

• collegare le informazioni e le logiche ad esse sottese le une alle altre, secondo un


plurimo ordine di lettura:
▪ cronologico
▪ logico-plausibile
▪ valutativo

Tali operazioni, ancora purtroppo per il lettore occasionale e non già profondamente addentro
alla storia del MdF, potranno risultare in prima battuta “complicate o foriere di multiple
informazioni che possono anche apparire in contrasto tra loro”. Ciò è dovuto al fatto che
• lo scrivente non ha inteso proporre un'accusa automatica ed univoca, forzando incastri,
ma si è “limitato” a farsi accompagnare dai dati e dai ragionamenti, lungo un percorso
capace di modificarsi momento per momento.

• tali valutazioni “momento per momento”, attimo per attimo, sono proprio quelle che
vengono inquadrate sulle cronologie.
Ossia: mentre alcuni aspetti possono essere dati per assodati nel momento”X”, nel
momento “X meno 1” ancora non lo possono essere.

Inoltre, siccome non è un documento di “storia” in senso stretto, bensì un documento di


indagine, e visto che sovente le chiavi per comprendere un avvenimento pregresso si
possono trovare solo nel futuro e a quello bisogna far riferimento sapendosi muovere avanti
ed indietro come una molla, non me ne voglia il lettore, includere nel documento uno
specchietto cronologico introduttivo, si è ritenuto più che superfluo, fuorviante.

Inoltre, visto che si sostiene l'ipotesi (e i riscontri) di un MdF, affetto da una specifica
psicopatologia, ossia affetto da specifiche turbe trasformatesi in una manifesta azione
criminale, grande attenzione è stata posta proprio nell'individuare tale lato, indubbiamente
più “etereo”.

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Comprendere e capire la testa di serial killer maniacale, come spiegato da Douglas della FBI,
è condizione primaria al buon esito di una “caccia ad un mostro”, essendo la “testa” la vera
arma di un mostro stesso.

Si noti che questo documento si basa, inoltre, praticamente tutto su informazioni, dati,
indagini e testimonianze contemporanea dei tempi, e che quindi il “filone dipanato” non
abbia dovuto far ricorso, non solo alla introduzione di variabili esterne per spiegare posizioni
altrimenti inspiegabili, ma che nemmeno alla introduzione di testimonianze rilasciate a decine
di anni da fatti, cose che di per sé ne può intaccare la certezza dei informazioni comunicate

Si consiglia comunque, anche ai lettori più esperti, una doppia lettura del documento:
• la prima per aver il quadro generale [ NdA: cose che possono sembrare interpretata in un modo
in un capitolo precedente, con lo scorrere delle informazioni, possono cambiare quadro interpretativo]

• una seconda lettura di livello di dettaglio, una volta appresa la direzione e la specificità
della tesi qui esposta

Ultime due avvertenze:


a) come sempre non prendete per buona nessuna affermazione senza aver verificato le fonti
di prima mano [NdA: per questo indicare sempre i link è fondamentale all'evitare del propagarsi di bufale
mediatiche]

b) ma altrettanto non permettetevi critiche su fatti e citazioni, senza a vostra volta portare a
fonti documentali ufficiali [NdA: investigatori, giudici, perizie, testimonianze dirette e non de relato, frasi
quotate in virgolettato presenti all'interno di libri, e non opinioni altrui ad esempio ] con tanto di link ove
poter essere, a loro volta, verificate; perché anche i ragionamenti di critica devono essere
suffragati da “pezze di appoggio”.

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Premessa e tesi

Sul Mostro di Firenze [NdA: “MdF”, da qui in avanti] sono state ipotizzate, nel corso degli anni,
diverse e differenti ipotesi e teorie: dalle più balzane e complesse alle più semplici e lineari;
dalle più fumose ed ipotetiche alle più documentate.
In tutti questi casi però, ad una seria analisi critica la coperta è risultata essere sempre
essere troppo corta per abbracciarne ogni aspetto: alcuni legami logici e consequenziali, se
messi in una direzione ne lasciano comunque scoperte altre, obbligando a ricorrere o a voli
pindarici o ad introdurre variabili a catena, svincolate da reali possibili indizi esistenti, per
poter dare senso compiuto al tutto.

Questo documento di studio, permetteteci, ha invece la capacità di introdurre un grado


consequenziale di ordine logico e indiziario che non necessita l’introduzione di particolari e
molteplici variabili per poter camminare sulle proprie gambe; riuscendo di fatto a conciliare in
maniera “semplice” e “plausibile”, aspetti che secondo altri approcci e visioni restano invece
vincolati alla necessità di una maggior “complessità” o “scoperti per alcuni punti”.

Non ho certo la presunzione di dire che ogni singolo punto esposto corrisponda esattamente
alla reale dinamica e rappresentazione dei fatti accaduti ma, come il lettore scoprirà
leggendo, una differente interpretazione di singoli dettagli, capisaldi esclusi, non fa correre il
rischio di stravolgere la cornice di ambientazione che racchiude il quadro generale del campo
e del soggetto di studio.
Sovente inoltre, vengono anche proposte simultaneamente differenti chiavi interpretative di
risposta per gli stessi interrogativi: del resto, se è pur vero che ad azione corrisponde
reazione, è altresì vero, ed ancora di più nell’ambito che afferisce alle scelte e ai gesti degli
esseri umani, che in qualsiasi ambito le “cause” devono sovente intendersi come “concause”;
ossia un mix di differenti input, ognuno con un proprio grado e peso, che congiuntamente
concorrono tutti assieme a determinare un risultato dato.

Segnalo altresì come, pur fornendo indicazioni con tanto di nomi e cognomi di persone,
alcune ancora viventi, alcune già passate a miglior vita, l'intento di questo documento non sia
da intendersi in alcun denigratorio o caluniatorio nei confronti di nessuno: è un semplice
documento di studio, valido come strumento per investigatori ufficiali e semplici appassionati,
volto a cercare di fornire una interpretazione finora mai prima esposta, relativa
all'individuazione del cd. Mostro di Firenze.
In questo lavoro, per la dovizia di particolari e citazioni, per possibilità di comprensione del
lavoro stesso e perché tali nomi ormai risultano di dominio comune nelle documentazioni
ufficiali rese pubbliche, non avrebbe potuto essere scritto “camuffando” o omettendo
situazioni, nomi, rapporti, pena la sua incomprensione e dunque illeggibilità.
Non me ne vogliano dunque i nomi esplicitati, i loro parenti e amici, le Autorità.

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Genesi di questo Documento di Studio

Con la recente condivisione in rete del Rapporto Torrisi [NdA: Rapporto Torrisi. 311/1] e del
supplemento allo stesso [NdA: Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1], disponibile su Scribd solo dall’
Agosto 2013, è stata data ai ricercatori e agli “appassionati” della mistero MdF, la possibilità
di addentrarsi un po' più a fondo rispetto a “mezze parole”, “si dice” o “voci di corridoio”, su
quello che concerne la c.d. “Pista Sarda” ed in particolare la figura di Salvatore Vinci.
Una attenta lettura di tale Rapporto, abbinato a quello della Sentenza Rotella e di altra
documentazione (in parte disponibile pubblicamente in rete, in parte no), è stato il definitivo
“LA” per riprendere in mano in modo puntuale e mirato, precedenti opzioni di lavoro e
rielaborarle sotto una differente luce.

Da un dialogo e confronto iniziato in un thread di discussione, un pezzo alla volta, un incastro


del puzzle con l’altro, le parole e i ragionamenti han preso forma e corpo.
E, una volta messo a fuoco l’obiettivo, non restava altro da fare che trasporre il tutto in un
articolato unico documento.
Questo.

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L'ipotesi di studio

Dispiace togliere a chi legge il piacere della suspense, ma questo non è un romanzo, un giallo
o un libro didascalico: come detto e ripetuto si tratta di un documento di studio; e quindi, per
facilitare il lettore allo stimolo di una lettura critica che gli permetta di valutare
coerentemente i singoli passaggi così come l’insieme, già fin da questa pagina sono costretto
a svelarvi “la soluzione” del mistero MdF; o, in altre parole, esporre la premessa sottesa al
ragionamento che sta alla base di questo lavoro.

• Barbarina Steri: non si trattò di suicidio, bensì di uxoricidio (elevata probabilità)

• Delitto di Castelletti di Signa, 1968:


◦ delitto di “clan” (tramite subdola istigazione del Salvatore Vinci [NdA: SV in acronimo]
al Stefano Mele [NdA: SM in acronimo] e quindi al clan)

◦ arma reperita dal “clan” (non già in possesso del SV) [NOTA *1]

◦ duplice omicidio premeditato e pianificato a cui hanno partecipato più persone

◦ tra queste anche il SV


▪ ma solo nella qualità di autista, palo e incaricato della successiva distruzione
dell’arma (che però non distrusse)

• Pistola calibro 22 L.R.: sempre la stessa dal 1968 al 1985, “passata di mano” nel 1968
(con l’inganno) [NOTA *1]

• Pallottole calibro 22 (a piombo nudo): non acquisite contestualmente alla pistola [NOTA
*1]

• Serie maniacale: da datare come inizio in forma “incompiuta” nel 1974, e dal 1981 in
forma “compiuta”.
◦ Delitto del 1968 non facente parte di tale serie.

• MdF: soggetto unico, in azione criminale senza né mandanti né complici attivi al suo
fianco durante i delitti

• MdF: identificato nella persona di SV, sul quale convergono molteplici indizi:
◦ concreti, deduttivi, psicologici, di personalità
◦ mancanza di alibi sufficientemente validi per tutti i delitti dal 1960 al 1985
◦ con pregresso storico di traumi in giovane età, confacenti il profilo psicotico
attribuibile a quello della figura del MdF
◦ con una storia di rapporti omosessuali col SM, che da questi, fino all'ultimo, doveva
essere mantenuta segreta

Particolare attenzione è tenuta verso l'aspetto psicologico (e patologico), in quanto


trattandosi di delitti maniacali seriali, tale inquadrature è altamente significativa nella
comprensione della genesi, sviluppo e dipendenza di azioni, legate a delitti “non di scopo”.

[NOTA*1]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa” riguardo al
pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione alternativa, viene esposta
come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori. In entrambi i casi, ragione per la
quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante, questa versione alternativa non impatta
l’impianto generale.
[NdA: Vedasi Capitolo EXTRAS - Ripensando il 22 agosto 1968; una variante sul passaggio d’arma ]

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Un ordine di sviluppo delle domande a cui rispondere

Dato che il documento è giocoforza obbligato a dover coprire una vasta finestra temporale
ricca di eventi interconnessi tra loro anche a distanza di decine di anni; eventi pure afferenti
a campi e tematiche distinte eppure tra loro legate; e tenendo anche presente che per meglio
illustrare la tesi qui sostenuta è anche necessario seguire percorsi in cui la meta la si
raggiunge “per esclusione”:
• per cercare di rendere la lettura il meno intricata possibile tra i vari intrecci e rimandi,
ho innanzitutto cercato di fornire una suddivisione a capitoli la più consequenziale
possibile all'obiettivo che si vuole raggiungere; nel caso e ove questo non sia
comunque sufficiente (e probabilmente migliore concatenazione logica tra i capitoli era
possibile, chiedo venia nel caso), uso questo capitolo per dare al lettore un ordine di
domande e relative chiavi di risposta, che sono poi principalmente quelle sottese a
tutto il discorso. Questa scaletta, vagamente ma altrettanto precisamente, può essere
vista come le fondamenta generali iniziali allo sviluppo di tutta la teoria che sta alla
base di questa visione di lavoro.

Non pretendete ora, qui, che vi vengano fornite spiegazioni di dettaglio alle risposte;
incontrerete quelle necessarie al sostegno della tesi nel corso del documento (altre saranno
solo accennate o date per scontato, per non far deragliare il documento fuori dai binari della
possibilità di lettura).

Andiamo per gradi. Consequenziali, ponendoci delle domande e dandoci delle risposte. [NdA:
si noti che le risposte “negative” sono espresse in quanto gli elementi a supporto non sono sufficienti e/o non
rivestono valenza positiva, messi in raffronto con altri elementi; e/o sovente pur spiegando un dettaglio non
riescono a dimostrare coerenza con precedenti e/o successivi aspetti dell’arco di tutta la vicenda del mostro di
Firenze ]

D1: vi sono elementi significativi che possano far ipotizzare che il MdF non fosse un serial
killer, unico e singolo, affetto da qualche forma di psicopatia?
R1: NO

D2: vi sono elementi significativi che possano far ipotizzare che il MdF fosse un serial killer,
unico e singolo, affetto da qualche forma di psicopatia?
R2: Si

D3: Le ipotesi che vedono una sostituzione/manipolazione e dunque un depistaggio, dei


bossoli del delitto del 1968 (mettendo quindi in dubbio l’apparire della calibro 22 L.R. a
Castelletti di Signa), possono essere ritenute supportate da elementi concreti o almeno
fortemente plausibili?
R3: NO

D4: Anche a fronte delle precedenti domande, è possibile ritenere che a Castelletti di Signa
fu il MdF (già compiutamente mostro) ad uccidere?
R4: NO

D5: Anche a fronte delle precedenti domande, è possibile ritenere che a Castelletti di Signa
fu il futuro MdF ad uccidere?
R5: SI, anche se questo documento non avvalora questa ipotesi, pur non scartandola.

D6: Anche a fronte delle precedenti domande, è possibile ritenere che a Castelletti di Signa
non fu fu MdF (futuro o già mostro) ad uccidere?
R6: SI, questo documento avvalora questa ipotesi

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D7: A fronte del punto 6, è plausibile immagine che avvenne un passaggio di mano dell’arma
ormai “sporca”?
R7: SI, ma solo a condizione che il passaggio non fu volontario. Nello specifico il documento
sostiene che tale passaggio avvenne con l’inganno

D8: A fronte dei punti 5-6-7, è corretto ritenere che il delitto del 1968 è punto focale sul
quale concentrare le attenzioni per riuscire a “vedere” in che mani sia finita la calibro22 L.R.?
R8: SI

Quindi, per i punti su esposti, stiamo focalizzandoci su un soggetto singolo, che in un certo
momento della sua vita ha macabramente proiettato al di fuori sé gli effetti delle patologie
psicopatiche di cui era oggetto; e che tale soggetto, in un qualche modo, è connesso col
delitto del 1968.

Il campo di ricerca e analisi, è già quindi sensibilmente ridotto.


Per restringerlo ulteriormente, siamo a questo punto obbligati ad andare a puntare
l’attenzione proprio sul 1968 e sui nomi e le storie dei personaggi che entrarono di sfuggita
e/o a pieno titolo in quella indagine.

Il primo bandolo della matassa è a Castelletti di Signa; proseguiamo:

D1: chi sono i personaggi gravitanti attorno a quel delitto?


R1: principalmente i “sardi” della famiglia Mele [NdA: altrimenti detta in questo documento: “il clan”] , e i
“sardi” della famiglia Vinci

D2: Tra il delitto del 1968 e quello del 1974, sono identificabili differenze significative?
R2: SI, indubbiamente. Il primo non ha segni di maniacalità, il secondo invece sì.

D3: A fronte della risposta al punto 2, all’interno di tali significative differenze, è plausibile
ipotizzare anche differenze di “qualità” e/o “scelta” di sparo (ossia due differenti mani a
premere il grilletto, una per delitto)?
R3: SI, esistono marcate differenze qualitative

D4: Visto il punto 3, è plausibile immaginare che chi sparò a Castelletti di Signa, non fu la
stessa persona che sparò a Rabatta – Borgo San Lorenzo?
R4: SI

Come direbbe Sherlock Holmes (“Una volta eliminato l'impossibile, quello che resta, per
improbabile che sia, dev'essere la verità"), ne consegue, che ci piaccia o meno, che l’arma tra
il 1968 e il 1974 passò di mano. [NOTA*1]

[NOTA*1]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa” riguardo al
pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione alternativa, viene esposta
come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori. In entrambi i casi, ragione per la
quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante, questa versione alternativa non impatta
l’impianto generale. [NdA: Vedasi Capitolo “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968; una variante
sul passaggio d’arma”]

E anche se può sembrare strano, questo è un punto che non allarga affatto a dismisura il
campo di ricerca; ma anzi, in maniera significativa ci aiuterà nell'identificarne il possessore:
risultante l’unico che per deduzione ed esclusione logica, convergente con indizi documentali,
può essere.

Proseguiamo con le domande e le risposte:

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D1: E’ plausibile che un’arma “sporca”, passi volontariamente di mano?


R1: NO; e altrettanto suona fortemente implausibile che un assassino conservi l’arma, ormai
“sporca” anziché distruggerla; a meno che non in presenza di alcune specifiche ragioni

D2: Esiste un modo alternativo ad un passaggio consenziente, magari di vendita per esempio
per cui una pistola “sporca” possa passare di mano?
R2: SI. Alcune modalità esistono; ma singolarmente valutate, le uniche due opzioni che
rivestono una plausibilità generale e particolare relativamente al delitto di Castelletti di Signa,
entrambe “parlano” di acquisizione con inganno

Ora on queste carte in mano, per dipanare il bandolo della matassa, non possiamo fare altro
che focalizzarci ancora di più su Castelletti di Signa, per vedere se e come è possibile
determinare chi tale inganno potesse mettere in piedi; e perché.

Dalle documentazioni e dai rapporti ufficiali, sappiamo che:


• a) non fu un delitto maniacale, bensì un “normale” delitto “d’onore”, “soldi” e/o
“gelosia”, o almeno questo è quello che i documenti ufficiali dicono (scopriremo più
avanti ragioni più profonde e significative)

• b) fu un delitto a cui, parteciparono più persone

• c) fu pianificato e premeditato

Prima ancora di andare a conoscere dettagli ricostruttivi e personaggi, ci tocca porci altre
semplici domande su cosa significhi, per Castelletti di Signa, un delitto compiuto da più
persone,e quindi arrivare a determinare, almeno sulla carta, il gioco dei ruoli dei partecipanti
ed il numero degli stessi.
Proseguiamo:

D1: In un gruppo di fuoco che attua un premeditato piano omicida, è normale che ogni attore
sulla scena del delitto reciti un ruolo ben preciso, precedentemente pensato a tavolino, o è
lecito immaginarsi che una volta arrivati sulla scena del futuro omicidio, ognuno faccia un po'
quello che vuole, improvvisando?
R1: SI, è evidente che ogni attore deve e recita la sua parte, pena il rischio di insuccesso
dell’azione omicidiaria

D2: quale era il numero minimo di ruoli (e quali) necessario a compiere il delitto di Castelletti
di Signa?
R2: come minimo 3:
• a) “lo sparatore” (difficilmente può rivestire anche uno degli altri ruoli, per sicurezza e
praticità)

• b) “L’autista” (era necessaria un’auto come minimo perché si doveva seguire la coppia
che si spostava in auto; ma anche per altri motivi, non ultimo il numero stesso di
partecipanti all’azione)

• c) “la balia”, ossia qualcuno in grado di prendersi cura di Natalino (la sua presenza era
nota)

• d) Opzionale, “il controllore”, ossia una quarta figura incaricata di tenere sotto controllo
la coppia fino all’uscita dal cinema (per sicurezza è poco probabile che potesse trattarsi
di una delle figure su elencante con un doppio ruolo, ma la cosa non può essere
esclusa vista anche la “normale” tipologia di delitto)

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Ora, siccome sicurezza e prassi vogliono che dopo un omicidio l’arma sia saggio che venga
distrutta, a qualcuno di quel gruppo l’arma deve essere assegnata affinché si incaricasse di
“distruggerla”.

Siccome:
• a) non ha molto senso “distruggerla” sul luogo del delitto (se non rintracciabile, con
matricola abrasa, e priva di impronte digitali, può anche essere abbandonata sulla
scena del crimine, ma che lo si voglia o meno, comunque anche in questa maniera
rischia di fornire preziose indicazioni agli investigatori),

• b) né ovviamente è sano andarla a distruggere vicino a casa di chiunque dei


partecipanti al delitto o in posti ad essi facilmente ricollegabili.

Ne consegue che la scelta più logica, naturale, sicura, plausibile, di prassi, sia:
• 1) assegnare tale compito a chi è dotato di un mezzo di spostamento in grado di
portarlo in un breve lasso di tempo sufficientemente distante dal luogo del delitto e
dalle abitazioni dei partecipanti.

Ma siccome innanzitutto è mandatorio che i partecipanti all’azione abbandonino la scena del


crimine e ritornino ai loro domicili/luoghi di alibi il prima possibile una volta compiuto il
delitto:
• 2) il compito della distruzione dell’arma non può, per esclusione, che restare in capo a
chi guida il mezzo che ha portato il gruppo fin sul luogo del delitto prima e
riaccompagnato i partecipanti poi. Gesto da compiere appunto dopo aver portato in
salvo i complici.

La presenza necessaria di un’auto e dunque di un “autista”, in relazione al delitto di Castelletti


di Signa, è fuori di dubbio:
• a) non vi erano cellulari all’epoca, e per quanto la Locci e il Lo Bianco fossero soliti
imboscarsi nei soliti posti (pur con la preferenza magari proprio per Castelletti di
Signa), il gruppo degli assassini non poteva a priori né sapere esattamente in quale, né
rischiare che proprio quella sera scegliessero un altro luogo: dunque è escluso che gli
assassini li aggredirono facendo loro la posta in loco.

• b) Dovevano quindi obbligatoriamente seguirli. E un’auto la segui con un’altra auto,


soprattutto se sei in più di due, perché in tre in motorino... non va bene e dai anche
nell’occhio.

Domanda da 500 milioni di lire (come la taglia):


E l’auto chi ce l’aveva?
Chi era “quello ”auto-munito”?

Stabilita dunque questa connessione logica, lineare, semplice, che non necessità
l'introduzione di variabili esterne, ed avendo a questo punto già il “nome e cognome” come
servito su un piatto d’argento, non bisogna far altro che:

• - 1) Fare un ragionamento a ritroso per Signa:


▪ a) identificando il perché la Locci dovesse essere uccisa (concause a cui
assegnare i corretti pesi e modalità)

▪ b) chi avesse possibilità/fiducia/capacità/necessità di convincere il SM e il clan


ad una tale decisione.

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• - 2) Proseguire il ragionamento in avanti, per vedere:


▪ a) se esistono profili di incompatibilità che possono escludere il Salvatore Vinci
dalla scena del crimine del 1968

▪ b) se esistono indizi di incompatibilità che possono escludere il Salvatore Vinci


dalla scena del scene dei delitti del MdF

• - 3) Passato il punto 2)
▪ a) estendere lo studio ad indizi che invece lo possono vedere sulle scene dei
delitti del MdF

• - 4) Vista l’indiscussa maniacalità psicopatica per i delitti 1974//1985:


▪ a) tracciare un “profilo psicologico, fisico, caratteriale” generico e generale sulla
scorta delle risultanze dei sopralluoghi delle scene dei delitti e delle autopsie e
perizie varie, per l’anonimo mostro di Firenze

▪ b) reperire quante più informazioni documentate ufficialmente sul SV possibile,


al fine di poter tracciare sulla scorta di esse, un “profilo psicologico, fisico,
caratteriale” specifico del SV

▪ c) mettere a confronto i due profili al fine di rilevarne affinità e divergenze


qualitative

• - 5) Valutare la congruità dei legami e delle informazioni su esposte, su tutta la finestra


storica di riferimento (pre 1968, 1968, 1974/1985, post 1985).

Ecco, avete in mano anche voi il filo logico da seguire.

Su tutto questo, poi, indubbiamente a volte si rende necessario scrivere alcune digressioni su
specifici argomenti allo scopo di sgombrare il campo da possibili dubbi, da altre ipotesi, da
miti da sfatare. Altre volte tali digressioni sono necessarie per meglio avvalorare i
ragionamenti e le informazioni raccolte che li precedono o li seguono; altre ancora perché
“opzioni alternative” non possono essere scartate o preferite ad altre, e dunque necessitano
di essere esposte entrambe e le conseguenze delle une rispetto alle altre, anche.
In alcuni casi poi, è sembrato corretto all'Autore aggiungere a stimolo di riflessione altrui,
alcune ipotetiche chiavi di lettura che, per quanto solo ipotetiche, potrebbero comunque
rivestire una specifica funzione di “collante” tra argomenti diversi.

Come si vede, non si tratta di un lavoro di “taglia e cuci”, bensì di un lavoro “per scarto” e “a
molla”.

Per scarto, perché:


l’implausibile, l’illogico, il fuori dal buon senso, come da pregresse ponderate valutazioni
[NdA: a volte magari solo accennate per praticità di lettura del documento] viene escluso, lasciando così il
campo pulito da “voci” spurie che altro non fanno se non creare disordine che farebbe
diminuire la possibilità di focalizzazione.

A molla, perché:
ad azione corrisponde reazione. Ma se a volte è dall’azione che scopri la reazione, a volte
invece devi seguire il percorso inverso per poter arrivare ad avere la risposta; fino a che tutti
gli anelli della catena sono messi in fila.
Molto di questo lavoro, per certi aspetti ed in certe modalità, è già stato fatto ed è presente
nel Rapporto Torrisi, nella Sentenza Rotella e nel lavoro di singoli ricercatori. Lavori da usare

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come fonti da cui prendere informazioni e, ove sia il caso, ispirazione.


Ma a differenza del filo logico presente nel Rapporto Torrisi, ad esempio, andremo a vedere
come un “altro” disegno (o lo stesso ma con altre “sfumature”, se si preferisce), partendo dai
medesimi dati, sia non solo altrettanto proponibile, ma a nostro avviso addirittura meglio
calzante alla storia del MdF e del delitto di Signa.
A parere dello scrivente infatti, l’ufficiale “pista sarda” non giunse a conclusione proprio per
quella mal interpretata chiave di lettura sulla quale tale Rapporto fu imbastito, non per
mancanza di elementi indiziari portati a suo supporto.

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La Pista Sarda

Il 13 dicembre 1989, il Giudice Istruttore Mario Rotella, per motivi non trattati in questo
documento di studio in quanto non direttamente attinenti, chiuse “definitivamente” tale
opzione investigativa. Per quanto ufficialmente accantonata nonostante tale ipotesi di
indagine abbia rivestito ufficialmente un ruolo importante e praticamente sia stata la prima
organica e si può dire unica articolata ipotesi di lavoro degli inquirenti per anni, arrivare a
riproporla con le dovute variazioni sul tema oggi, nel 2013/14, può suonare come “stonato”,
fuori dal mondo e da tutto quel ambaradan promiscuo e ridondante di dati e testimonianze
che, nel corso degli anni e dei processi, son andate invece ad essere appiccicate sulla storia
“Mostro di Firenze”.
Eppure, senza l’apparire sulla scena del crimine nel 1968 della calibro 22 L.R. oggi
probabilmente non staremo nemmeno a parlare di “mostro di Firenze”, o quanto meno ne
parleremmo in riferimento a modalità distinte e differenti crimini; sarebbe insomma tutta
un’altra storia. Ma il delitto di Castelletti di Signa del 1968 in cui vennero privati della vita
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, delitto che vede come personaggi coinvolti o comparse
attorno, figure e famiglie di origini sarde per lo più, è e resta, almeno relativamente alla
pistola (ma non solo), il punto chiave e di snodo di quello che poi passerà alle cronache e alla
storia come “il mistero del MdF”.
Dovendosi scartare alcuni dei nomi dei soggetti coinvolti nelle indagini su tale delitto, in
quanto durante alcuni delitti del MdF in stato di detenzione e dunque impossibilitati
materialmente a compiere gli stessi, ma non potendo far finta di niente rispetto all’apparire
della calibro 22 L.R. e quindi dimenticarci del duplice omicidio del 1968 [NdA: solo perché una
sentenza definitiva ha visto riconosciuto come unico colpevole di tale delitto lo Stefano Mele - 25 marzo 1970 e
successivo processo d’appello a Perugia], andando a leggere quanto riportato dal Tenente Colonnello
dell’Arma dei Carabinieri Nunziato Torrisi e comunicato alle Autorità competenti [NdA: ossia al
Giudice Istruttore Mario Rotella e alla dottor Adolfo Izzo della Procura di Firenze, in data 22 Aprile 1986; e
successivamente con supplemento, in data 14 Ottobre 1986 sempre al Giudice Istruttore Mario Rotella e al
sopravvenuto dottor Paolo Canessa per la Procura di Firenze] , il nome di Salvatore Vinci, “sardo”, ritorna
invece di piena centralità: finendo al centro dei riflettori di questo documento di studio, non a
causa di quanto scritto dal Tenente Colonnello Nunziato Torrisi nel suo Rapporto 311/1, ma a
conferma di quanto lì scritto. Inoltre, è bene far notare che nessun puntuale contro-indizio, in
grado di mitigarne sospetti o addirittura completamente scagionarlo, sia mai
preponderantemente emerso (in base ovviamente alle documentazioni liberamente disponibili
e consultabili) nel corso della stesura di questo documento. Quindi, come non dirsi d’accordo
con le parole del Col. Torrisi quando scrive: “...imprescindibile la necessità di far luce sul
delitto di Signa, scoprirne il vero movente, al fine di individuare il primo possessore dell'arma
per poter risalire a quelli successivi...”? [Rapporto Torrisi 311/1]

In un’accezione ben più generale di quella che all’epoca paventavano inquirenti e giornalisti,
accezione in cui, qui, la connotazione geografica dei luoghi di nascita è pura casualità e non
sintomo di legame associativo, è lecito dire che questo studio ricalca e porta avanti, in un
certo qual modo, la cd. “pista sarda”. Scopriremo però assieme come questa classificazione
appunto sia, a nostro punto di vedere, se non errata per lo meno fuorviante, e abbia come
punto di svolta, una differente sfumatura interpretativa di quello che nel Rapporto Torrisi è
detto come: “...tipicità del delitto, certamente a sfondo sessuale e di vendetta per presumibili
motivi di onore...” [NdA: a proposito del delitto di Signa - Rapporto Torrisi 311/1].

Momentaneamente privo di fantasia però, in tempi di rivoluzione tecnologica delle reti e vista
la comune fonte investigativa, mi limito comunque a chiamare questa nuova direttrice
d’indagine, semplicemente: “pista sarda 2.0”

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LA PISTA SARDA 2.0

Non si giunge a formulare una ipotesi, dedicandoci tempo, passione, sforzo e fatica, così
perché tanto non si ha niente di meglio da fare ed una vale l’altra; questo è bene precisarlo.

Chi scrive, come tutti i ricercatori e gli appassionati della vicenda MdF, ha avuto modo di
leggere e/o confrontarsi sui libri, documenti, video e forum con le diverse teorie e approcci
che riguardano la vicenda.
Ci sono i paccianisti, i narducciani, chi sostiene l’idea di sette di potenti che ordinavano i
delitti, chi si “accontenta” del livello dei Compagni di Merende, chi vede depistaggi interni alle
stesse Forze dell’Ordine o anche il MdF direttamente come un “uomo in divisa”, uno degli
inquirenti addirittura; chi il Lotti “semplice” Compagno di Merende, chi estraneo e chi
direttamente come MdF; chi vede serial killer unici e solitari e chi persone che a rotazione si
incaricano di rivestire tale ruolo; chi sconosciuti e chi volti noti; chi una psicopatia, chi un
business di soldi che girano; etc.
Insomma, a seconda delle ipotesi che uno “preferisce” seguire, anche in base al proprio bias
di conferma (e io come chiunque non ne sono umanamente immune), trova pane per i propri
denti, cibo per i propri pensieri in questo gorgogliante arcipelago di indizi e supposizioni.

E’ però altrettanto vero, e importante da far notare, che per riconoscersi con coerenza e
onestà intellettuale in una ipotesi anziché in un’altra (o in nessuna delle esistenti), è
necessario anche e soprattutto sottoporle tutte a vaglio critico, andandone a pesare i pro e
contro e la capacità di poter abbracciare tutta e dicesi tutta, dall’inizio alla fine, la vicenda
MdF, meglio se senza introdurre troppe “variabili obbligatorie” che come in un gioco di
specchi si concatenano le une alle altre rendendo, a quel punto, “lapalissianamente logica”
qualsiasi tipo di “spiegazione” e di “risultato”.

Non avendo, nel passato, trovato basi sufficientemente dotate di forza interna propria nelle
altre ipotesi presenti sul campo, onestamente, ho sempre tenuto aperta come valida la più
ignota e misteriosa delle opzioni: quella che vuole nella figura del MdF un nome sconosciuto,
al limite più o meno mai entrato nelle indagini se non di puro passaggio.
Ma anche questa ipotesi, proprio a fronte del delitto di Signa, a mio avviso, presenta delle
evidenti crepe; e mostra in tutta la sua nudità come una coperta troppo corta non possa
coprire il letto da tutte le parti contemporaneamente. Pur non essendo compito di questo
studio in generale ed in particolare in questa sezione di presentazione mettere nero su bianco
i motivi per cui il “mostro sconosciuto” sia da ritenersi ipotesi infondata, almeno
relativamente al delitto del 1968, mi limiterò qui a fornirne un breve accendo al solo fine di
avvalorare, per esclusione, il discorso che questo documento porta avanti. Uno sgombrare fin
da subito un campo di obiezione che potrebbe, se no, distogliere il lettore.

Riassumendo, e molto, possiamo chiederci:

• - Se a Signa avesse agito un perfetto sconosciuto, già “mostro” di per se stesso, come
avrebbe potuto lo Stefano Mele [NdA: SM in acronimo], nelle immediatezze del delitto,
sapere del lampeggiante acceso, della scarpa sfilata, del numero di colpi esplosi?
Numero di colpi esplosi, “...appresi nella sua [NdA: loro] esattezza, solo a seguito
dell'esito delle autopsie sui due cadaveri, e che quindi nemmeno i verbalizzanti
conoscono...” [Rapporto Torrisi 311/1] dagli inquirenti?

• - Se SM lo avesse saputo, ad esempio, perché nascosto li vicino ad insaputa dello


sconosciuto mostro, come avrebbe fatto comunque ad arrivare fin lì quella notte?
Proprio lì? E con quale mezzo?

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• - Perché non avrebbe dovuto, una volta andatosene lo sconosciuto assassino, almeno
andare a riprendersi il figlio Natalino per riportarlo a casa con sé, o meglio ancora,
dalle Autorità per denunciare il delitto?

• - Perché poi non avrebbe né sporto volontariamente denuncia, né mai fornito


indicazioni in tal senso? In fin dei conti si trattava di far arrestare uno sconosciuto che
gli aveva ammazzato la moglie!? “Fedifraga” fin tanto che si vuole, ma pur sempre la
propria moglie.

• - Perché il “mostro” non avrebbe dovuto uccidere anche l’unica persona, benché
bambino, che poteva averlo visto e riconoscerlo?

Come si vede, immaginare “il perfetto sconosciuto”, il “mostro mai entrato nelle indagini che
colpisce (per la prima volta?) a Signa”, porta obbligatoriamente con sé conseguenze; ossia
domande.
Ma alle domande bisogna poter fornir risposte.
E se tali risposte fan sorgere altre domande, a cascata anche a quelle bisogna fornir risposte.
E devono essere plausibili e concatenabili con tutta la storia del MdF, che non è fatta di
momenti separati: la storia è unica, e qualsiasi opzione indiziaria che ne voglia identificare
l’autore, deve essere in grado di abbracciarla tutta, con coerenza, plausibilità e senza dover
ricorrere ad introdurre assiomi improbabili e mono uso a seconda delle comodità.

Tornando al “mostro sconosciuto che colpisce a Castelletti di Signa”,:


• - Possiamo accettare che fu solo per “incapacità” degli investigatori (che ricordiamolo
appreso del corretto numero di colpi esplosi solo dagli esiti delle autopsie), oltre che
per il ricorso al supposto utilizzo di sonori ceffoni [NdA: “Negli interrogatori mi hanno
picchiato. Alla fine riescono sempre a farti dire quello che vogliono”; Stefano Mele – Intervista a Panorama
Mese – Gennaio 1986], che il SM raccontò, nelle immediatezze, dell’esatto numero di colpi,
della freccia lampeggiante e della scarpa sfilata, ad esempio?

Se è giusto restare di mente aperta formulando ipotesi, è altresì giusto però non eccedere dal
lato opposto.
Imperizia nelle indagini certamente vi fu, ma da lì ad immaginare una “confessione
completamente imbeccata” come i particolari citati da SM in tal ottica si vorrebbe che
deponessero, che grado di plausibilità avrebbe viste tutte le altre dichiarazioni, reticenti,
ammissive, ritrattative, farraginose, bugiarde, contorte, cangianti, dello stesso?

• - E come si concilierebbe tale “imbeccata” e tale “mostro sconosciuto” con il famoso


biglietto trovatogli nel portafoglio a metà Gennaio del 1984 a Ronco D’Adige, dal G.I.
Mario Rotella [NdA: "RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDOLO ZIO PIETO. Che avesti FATO il nome
doppo SCONTATA LA PENA. COME RisulTA DA ESAME Ballistico dei colpi sparati ." - Sentenza Rotella]?

Per esempio, anche l’immaginare una correlazione diretta di conoscimento e dunque scelta
mirata e specifica delle vittime (delitto del 1968 a parte), è da ritenersi non suffragata da
indizi investigativi e/o tracce rinvenute in sede di sopralluoghi dei delitti sufficientemente
convincenti [NdA: “Non è neanche possibile ipotizzare ...SNIP... che l'esecutore avesse un interesse diretto
contro quelle persone e non altre, escludendo, in questo senso, le differenze tra i fatti, sotto il profilo del tipo
d'autore. “ – Sentenza Rotella].
Dovrebbe quindi essere buona norma, non lo scartarne l’idea a priori perché a livello di
ipotesi ci può stare, ma non costruirci su un castello globale, ossia non far poggiare tesi su
quel particolare.
Non si può e non si deve chiedere troppo agli sforzi di fantasia e di illazione se si vuole
restare, il più possibile, coi piedi per terra. Non si può tirare la stessa coperta, troppo corta,
di qui e di lì e far finta comunque di coprire tutto il letto.

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Quindi, mettendo dei paletti alla Pista Sarda 2.0:


• 1) Delitto di Castelletti di Signa, non commesso da un “già mostro”” sconosciuto né dal
futuro MdF in qualità di “già mostro”

• 2) Unicità del MdF, intesa come azione di una unica e solitaria mente, malata,
sviluppata concretamente nella serie 1974-1985

• 3) Ad eccezione del delitto del 1968, insussistenza di pregresso conoscimento e scelta


mirata delle vittime (almeno a livello omni-comprensivo della serie e in forma
bilaterale)

Prendetele almeno al momento, che le condividiate o meno, come “ragionamenti già


precedentemente discussi e sviscerati”, oppure, interrompete pure qui la lettura: in quanto
niente di quello che segue avrà per Voi mai sufficiente appiglio di coerenza. Ciò che conta, ai
fini della chiarezza di questo documento, è che il lettore ne sia a preventiva conoscenza, di
modo che, all’atto di formulare eventuali critiche/dubbi/rimostranze/variazioni sul tema, non
rischi di incorrere nell’errore di formulare giudizi appellandosi a “pre”-giudizi. Ogni critica è
ben accetta, ma deve innanzitutto essere “interna” al corpo di discussione, ossia basata
nell’individuare, ove ce ne fossero, disomogeneità ed incongruità interne alle informazioni, ai
legami tra le stesse e/o al ragionamento stesso qui presentato.

Lettore avvisato, lettore mezzo salvato...

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Le fonti documentali di riferimento

Tra le documentazioni disponibili, presente nei libri che trattano l’argomento, i documenti di
maggior interesse ed uso, su cui questo documento di studio poggia, sono:

• Sentenza Rotella (Sentenza – Ordinanza nei confronti di: Vinci Francesco, Mele
Giovanni, Mucciarini Piero, Chiaramonti Marcello, Vinci Salvatore, Pierini Ada)

• Rapporto Torrisi (Rapporto Giudiziario del 22 Aprile 1986, circa i duplici omicidi
perpetrati dal 21 Agosto 1968 al 9 Settembre 1985)

• Supplemento Rapporto Torrisi (Rapporto Giudiziario circa le ulteriori indagini svolte in


merito ai duplici omicidi commessi nella provincia di Firenze dall'Agosto 1968 al
Settembre 1985)

• Rapporto Matassino n°34/354, 21 settembre 1968 [NdA: Non disponibile pubblicamente in


rete]

• Sentenza Ferri (Sentenza Processo Pacciani)

• Perizia De Fazio (Perizia sui delitti del mostro di Firenze 1968-1984 - Prof. Francesco
De Fazio; Prof. lvan Galliani; Prof. Salvatore Luberto)

• Perizia Zuntini (del 18 ott. 1974) [NdA: trascrizione]

• Note sul rapporto giudiziario 22 aprile 1986 a cura del Comandante del Reparto
Operativo della Legione CC Firenze

• Relazione di consulenza balistica sul duplice delitto del 1974 [NdA: parte I]

• Relazione di consulenza balistica sul duplice delitto del 1974 [NdA: parte II]

• Profilo FBI del Mostro di Firenze [NdA: sul blog di Enrico Manieri e su “Insufficienza di Prove”, è
possibile trovarne versione tradotta in italiano]

• Dossier "Entomologia e genetica forense" [NdA: dossier presente sul blog di Enrico Manieri,
relativo alla datazione dei cadaveri in base al ciclo di vita delle larve. Analisi delle Relazione del Professor
Introna]

• “Delitto degli Scopeti” [libro di indagine a cura di Vieri Adriani – Francesco Cappelletti – Salvatore
Maugeri – si noti che Vieri Adriani “Fra il 2007 ed il 2008 ha rappresentato, quale difensore di parte civile,
alcuni familiari delle vittime del delitto degli Scopeti” ]

• “Storia del mostro di Firenze - volume I – l'esordio” [NdA: libro indagine scritto da “Frank
Powerful” .– NOTA dell'Autore: nella stesura di questo documento non ho potuto, non essendone ancora in
possesso, far riferimento alle informazioni presentate in questo lavoro di storia del Mostro di Firenze ]

• Fenomenologia del serial killer e dell'omicidio seriale [NdA: documento a cura del “Centro di
documentazione su carcere, devianza e marginalità – L'Altro Diritto”]

• Dossier "Processo Pacciani: le perizie balistiche" [NdA: dossier presente sul blog di Enrico
Manieri – Esperto balistico e Consulente Tecnico di Parte per la difesa nel processo d'Assise d'Appello
contro Pietro Pacciani – in riferimento a:]
▪ 1) Perizia Pelizza - Spampinato – Vassale
▪ 2) Perizia Benedetti – Spampinato
▪ 3) Perizia Mei

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▪ 4) Studio delle tracce del terzo settore del corpo di reato n.55357
▪ 5) studio della lettera "H" presente sul fondello

• "Numeri Assassini” [NdA: libro di Mariano Tomatis, a proposito dell'applicazione dell'equazione di


Volterra nei casi di omicidi seriali]

• “L’ordine nel caos: strutture semplici nei sistemi economici, sociali e individuali e loro
uso per la previsione” [NdA: documento scritto dal professore Cesare Marchetti; a proposito
dell'applicazione dell'equazione di Volterra ]

• “Dolci Colline di Sangue” [NdA: libro romanzo inchiesta di M. Spezi, D. Preston]

• Articoli di quotidiani dell’epoca e riviste (varie); si consiglia: EMEROTECA dal blog:


Insufficienza di Prove

• Siti di riferimento (varie discussioni ed articoli)


▪ Forum “IL MOSTRO DI FIRENZE”
▪ Forum “I DELITTI DEL MOSTRO DI FIRENZE”
▪ Blog CONFIDENTIALCRIMECASEBOOK / Mostro di Firenze
▪ Blog INSUFFICIENZA DI PROVE
▪ Blog CALIBRO 22
▪ Blog “IL MOSTRO DI FIRENZE”
▪ Sito “CRONACA-NERA.IT / Mostro di Firenze”

• Ricostruzione navigabile in 3D della scena del delitto di Baccaiano:


https://www.dropbox.com/s/ofdeabvf9a4z1ie/baccaiano.skp?m
[NdA: tale ricostruzione l'ho modellata un po' di tempo fa e contiene alcune imprecisioni per quanto
riguarda alcune didascalie. - Per precisione di ambientazione inoltre, le luci di ambiente vanno portate pari
a quelle di quella notte: “novilunio”, ossia oscuro praticamente totale. La scena è millimetrata per una
maggior facilità di comprensione delle distanze, ed è navigabile in prima persona ]

NOTA IMPORTANTE:
il fatto che vengano fatte citazioni, in virgolettato e con tanto di indicazione della fonte, non
implica in alcun modo che gli autori delle frasi citate supportino, o meno, quanto espresso in
questo elaborato di studio.

Nota a margine:
E’ consigliata la lettura del Rapporto Torrisi, del suo Supplemento di Indagine e della
Sentenza Rotella come pre-requisito alla lettura critica di questo documento di studio.
Una buona e approfondita conoscenza degli aspetti principali e temporali della storia del MdF
è inoltre di aiuto.

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I “numeri” del mostro

In merito al MdF, vi è chi sostiene l'esistenza di un mostro unico, dal 1968 al 1985.
Chi sostiene un mostro unico, dal 1974 al 1985; chi più mostri che agiscono assieme; chi
“vari e differenti” mostri, a seconda della data del delitto; chi ancora alcuni delitti non li
attribuisce al mostro; chi addirittura non vede alcun mostro, ma una congrega di “manovali
del crimine” che compiono efferati delitti su commissione.
Insomma, che lo si voglia o meno, differenti visioni che messele tutte sullo stesso piatto
storiografico, ci obbligano a doverci confrontare con la prima e più banale di tutte le
questioni: una domanda puramente numerica.
MdF: “uno, nessuno, centomila”, per citare, fuori contesto, il titolo di un famoso libro?

Affrontiamo questo punto, così da avere le idee già molto più chiare per il proseguo del
lavoro.

Dal 22 agosto 1968 al 14 settembre 1974 passano 2214 giorni di ostinato silenzio per la
calibro22 L.R. che uccise la Locci e il Lo Bianco. Poco più di 6 anni. Un tempo, lungo,
lunghissimo.
Il perché di un tale silenzio è affrontato in altro capitolo, così come più nel dettaglio è trattato
quello di Castelletti di Signa.
Qui, invece, andiamo a misurarci con un altro criterio, in parte più generale ma comunque
carico di significativa importanza, partendo da due punti:

– il primo serve a mettere in risalto affinità/differenze tra il duplice omicidio di Castelletti


di Signa e quello di Borgo San Lorenzo;

– il secondo segue lo stesso percorso ma parte da Borgo e arriva fino a Scopeti.

Tra Castelletti di Signa e Borgo San Lorenzo: per vedere se si trattò della stessa mano a
sparare (cosa che ci autorizzerebbe ad escludere un passaggio di arma “sporca”)

E da Borgo San Lorenzo fino a Scopeti: per vedere se il MdF fosse “UN” mostro unico, o
“PIU’”mostri accomunati dalla stessa psicopatia.

Ossia, ciò che dobbiamo arrivare a determinare, è se:


• a) A Borgo San Lorenzo “sparò la stessa mano” che sparò a Castelletti di Signa.

• b) Da Borgo San Lorenzo a Scopeti, sparò sempre la stessa mano.

• c) Se il MdF fosse “UN” mostro o “PIU’” mostri, uniti da una unica psicopatia.

Noi oggi siamo avvantaggiati dal “dal senno del poi”, potendo vedere la storia dall’inizio alla
fine, coglierne collegamenti e differenze in un batter d’occhio, cosa che gli investigatori il 15
settembre 1974, ad esempio, non potevano certamente [NdA: ma che a dire il vero non colsero
nemmeno per ancora un bel po' di tempo e di sangue, ossia fino al Luglio del 1982; con la calibro 22 L.R. già a
quota dieci morti ammazzati], ma non per questo possiamo eludere queste domande.
Andiamo ad affrontarle.

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Tra Castelletti di Signa e Borgo San Lorenzo

Pur racchiuso in una cornice di similitudine, tra il duplice delitto del 1968 e quello del 1974
come anche all’occhio meno accorto subito appare, svetta evidente una differenza che
potremmo anche chiamare “la” differenza [NdA: “Sono in sintesi insuperabili i dati obiettivi raccolti
subito dopo il fatto del 1968, per i quali esso ha caratteristiche tali da non poter essere assimilato, all'evidenza, ai
delitti successivi” – Sentenza Rotella ].

Dal confrontarsi con un duplice omicidio “di scopo” a ritrovarsi davanti invece, un duplice
omicidio “privo di scopo” [NdA: “a partire dal 1974, in quanto per ciascun caso, da quel momento in poi,
non si riscontra alcun indizio di movente In questo senso sono anche i periti già indicati” – Sentenza Rotella]; da
un comune duplice omicidio per ragioni tutto sommato banalmente umane, ad un brutale
duplice delitto che di umano si porta appresso solo i segni di una malattia a base psicopatica.

Castelletti di Signa:
• - “non si registrano lesioni di tipo traumatico diretto sul corpo della donna”
[Perizia De Fazio]

• - “Manca un qualsiasiinteresse per le parti sessuali”


[Perizia De Fazio]

• - “non sono state usate armi da taglio né ci sono segni di violenza di altro genere sui
corpi, in vita o in morte”
[Perizia De Fazio]

• - “Chi ha commesso questo delitto, dunque, anche nell'ipotesi che sia l'autore dei
successivi delitti, non sembra sia stato mosso da motivazioni sadico-sessuali, bensì da
motivazioni comuni”
[Perizia de Fazio]

• - “In definitiva, di per sè stesso considerato, il caso Locci/Lo Bianco si discosta


nettamente dai successivi fatti delittuosi sia per le dinamiche materiali che
psicologiche”
[Perizia de Fazio]

• - Cadavere della donna non “separato” con allontanamento da quello maschile

• - “...con riferimento all'ipotesi di un delitto per vendetta da parte del marito della
donna, va rilevato che mancano elementi che connotino in modo particolare l'uccisione
della donna rispetto a quella dell'uomo; ma soprattutto, in questo caso la presenza del
bambino, prefigurata o meno, potrebbe aver comportato delle remor e”.
[Perizia de Fazio]

Borgo San Lorenzo:


• - “lesioni da punta e taglio subite dalla donna ...SNIP... la donna con numerosissimi
colpi da arma bianca”
[Perizia de Fazio]

• - ”estrazione della Pettini dall'autovettura”


[Perizia de Fazio]

• - “...l'uso dell'arma da punta e taglio, con la quale l'omicida ha quasi circoscritta la


zona del ventre attorno all'ombelico e la linea superiore del pube, e ha descritto linee o
cerchi sulle cosce(o forse è più appropriato dire che ha inferto colpi indirizzati
casualmente, che nel loro insieme descrivono due linee e un cerchio sulle cosce);
questi colpi sembra siano stati inferti senza molta forza, o quasi per 'saggiare' la

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resistenza della cute all'arma da punta-taglio...”


[Perizia de Fazio]

• - “Il caso in questione presenta evidenti caratteristiche connotative, molte


delle quali lo differenziano notevolmente da quello precedente”
[Perizia de Fazio]

• - “...era presente prioritariamente, se non esclusivamente, l'intento di uccidere con


l'arma da fuoco”
[Perizia de Fazio]

• - “Una volta uccisa la donna e dopo aver contestualmente inferto due ferite da arma
da punta e taglio all'uomo”
[Perizia de Fazio]

• - “Emerge soltanto una ricerca, forse sostanzialmente inappagata, di qualche oggetto


che possa assumere un valore feticistico”
[Perizia de Fazio]

Già queste informazioni dovrebbero far suonare un forte campanello di allarme che ci avvisa
di un probabile cambio di mano; di sicuro di “testa”.

Ma non possiamo accontentarci, in quanto è possibile ipotizzare che in quei sei anni di
silenzio, lo sparatore di Castelletti di Signa, per “n” motivi a noi ignoti, avrebbe potuto da
semplice assassino evolvere un percorso psicopatico in grado di vederlo quindi anche a Borgo
San Lorenzo a sparare, seppur con differenti motivazioni.

Sapendo adesso cosa stiamo cercando, torniamo a dare uno sguardo più mirato

Castelletti di Signa:
Qui abbiamo un delitto “pulito”, con sparatore “preciso”, dotato di buona mira
equanimemente interessato ad uccidere a colpi di pistola entrambi i bersagli; che spara
almeno i primi 7 colpi attraverso il finestrino sinistro di poco abbassato (anteriore o
posteriore che fosse), senza infrangere il vetro. Non dando scampo alle vittime coi suoi colpi
di arma da fuoco.

• -“vetri alzati (salvo l'ant. sn. abbassato di 3 cm. ed il posteriore sn. abbassato a
metà)”
[Perizia de Fazio]

• -“Dal punto di vista necroscopico i colpi esplosi sui corpi delle vittime sarebbero quindi
complessivamente otto (4+4) con cinque proiettili ritenuti. In sopralluogo sono stati
reperiti cinque bossoli ed un proiettile (due bossoli ed un proiettile dentro l'auto), onde
è da pensare che l'omicida si sia progressivamente avvicinato al mezzo entrandovi poi
con la mano per esplodere gli ultimi colpi”.
[Perizia de Fazio]

• -“REPERTI NECROSCOPICI SU LO BIANCO ANTONIO:


A) Tre lesioni d'arma da fuoco (fori di ingresso) sulla faccia latero-anteriore del braccio
sx., con corrispondenti fori di uscita sulla faccia anteromediale ...SNIP... riferibili a tre
colpi d'arma da fuoco esplosi in rapida ...SNIP... La traiettoria è teoricamente dall'alto
verso il basso, da sx. verso dx
B) - Due lesioni, rispettivamente foro di entrata e foro di uscita sull'avambraccio sx.
riferibili a medesimo proiettile perché uniti da unico tramite con traiettoria da sx. a dx”
[Perizia de Fazio]

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• -“REPERTI NECROSCOPICI SU LOCCI BARBARA


In complesso si individuano quattro fori d'entrata tutti al dorso, corrispondenti ad
altrettanti colpi d'arma da fuoco; diverse però le traiettorie, nel senso che tre sono da
sx. a dx. e una da dx. a sx. ...SNIP... I tre tramiti da sx. a dx. sono stati tutti
intratoracici e di essi uno sicuramente mortale avendo provocato lesioni
cardiovascolari. Il quarto, da dx. a sx., ha interessato solo la spalla sx. (ritenuto)”.
[Perizia de Fazio]

• -“L'insieme dei colpi e delle traiettorie suggerisce l'ipotesi di un unico polo d'azione
dell'omicida (posto fuori dell'auto presso la fiancata sx...”
[Perizia de Fazio]

Non da ultimo, è importante anche tenere presente che nell'auto oltre ai due amanti intenti
nelle loro cose, vi era anche il figlio della Locci: il piccolo Natalino Mele.

• “dormiva sul sedile posteriore dell'autovettura” [Rapporto Matassino]

• “scalzo” [Rapporto Matassino], le scarpe da bambino verranno infatti ritrovate sotto i sedili

• “si trovava sdraiato sul sedile posteriore dell'autovettura, con il capo rivolto verso la
parte ove alloca il volante” [Rapporto Matassino], dunque con la testa dalla stessa parte
da cui vennero esplosi i colpi

Ma lo sparatore si guarda bene dal colpire anche il Natalino. Pone attenzione specifica, è
concentrato. Meticoloso, sistematico: ossia lucido.

Borgo San Lorenzo:


Qui abbiamo un delitto “cattivo”, con tutta una serie di colpi sparati sul bersaglio maschile,
quasi a disinteressarsi della donna, ma solo quasi. Ossia non è ravvisabile una scelta certa di
sparare solo all’uomo e risparmiare la donna: infatti anche a lei son riservati colpi di arma da
fuoco. Si noti che in merito, i giudizi possono essere divergenti; si analizzerà meglio la
situazione nell'apposito capito, al momento ci si limiti a vedere “solo” le macro differenze tra
questo delitto e quello del 1968.

Ma la mira è imprecisa, “sporca”, con colpi a vuoto. Pasticciata. E dire che rispetto a
Castelletti di Signa, la possibilità di tiro è addirittura semplificata: non attraverso una
porzione ridotta di finestrino abbassato, ma attraverso tutta una portiera aperta. Tutta
”l’esperienza e la capacità” riscontrabili nel 1968, qui sono assenti. [NOTA*1]
[NOTA*1: “Quanto ai reperti necroscopici, occorre preliminarmente precisare che le descrizioni che verranno di
seguiti riportate sono state tratte dall'esame dei soli verbali di esame esterno e di autopsia, non sempre ben
leggibili, a volte incompleti e privi anche della risposta ai quesiti usuali perchè rinviato alla relazione peritale, poi
non eseguita” – Perizia de Fazio; a proposito del duplice delitto del 1974]

• -“...sportello dx aperto...”
[Perizia de Fazio]

• -“Reperti necroscopici su Gentilcore Pasquale... Il cadavere è stato rinvenuto sul sedile


di guida dell’auto”
[Perizia de Fazio]

• -“Sono stadi repertati sei fori di entrata a sx. ed uno di uscita, al fiamco dx. che
deporrebbero per l'esplosione di sei colpi di arma da fuoco, alcuni dei quali certamente
mortali perchè hanno interessato il cuore ed il polmone sinistro ...SNIP...
Sull'emitorace dx., antero-lateralmente in zona media inferiore, due ferite da taglio
sovrapposte che non penetrano in profondità”
[Perizia de Fazio]

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• -“Reperti necroscopici su Pettini Stefania... Il cadavere è stato rinvenuto nudo, steso


per terra dietro l'auto in posizione supina e con gli arti inferiori divaricati. Presentava
numerosissime ferite da taglio, o da e taglio, nonchè alcune ferite da arma da fuoco,
verosimilmente una al ginocchio dx, tre al fianco dx, una al ginocchio sx...”
[Perizia de Fazio]

• -“b) – L’assassino si è presentato dalla parte destra dell’autovettura ove ha trovato la


portiera aperta ed ha subito aperto il fuoco sui due;”
[Perizia Zuntini – Trascrizione]

• -“un 6° colpo, mancando lo stesso bersaglio, ha colpito e rotto il vetro della portiera di
sinistra sull’autovettura”
[Perizia Zuntini – Trascrizione]

• -“altri colpi, mancando ugualmente il bersaglio, hanno colpito il sedile di guida (1


recuperato)”
[Perizia Zuntini – Trascrizione]

• -“d) – L’assassino ha allora avuto il libero bersaglio delle V.F. ancora indenne; aveva
ancora nell’arma 3 colpi ha abbassato la mira e ha colpito la base del sedile di destra
(sul quale si trovava la V.F.), il proiettile si è ivi frantumato in 5 piccoli schegge che
hanno colpito la donna al fianco destro”
[Perizia Zuntini – Trascrizione]

Se è pur vero che la vittima maschile, inizialmente, col suo corpo copriva la linea di tiro su
quello femminile [NdA “Il corpo della V.M., come bersaglio, copriva quasi completamente quello della sua
partner” - Perizia Zuntini – Trascrizione ] , è altrettanto vero però che pur quando tale linea di mira fu
sgombra, questa mano assassina, non è riuscita a colpire nemmeno il bersaglio che aveva
davanti (o comunque al limite solo con una delle ferite minori riscontrate sul corpo della
donna); sintomo,a tali distanze ravvicinate, di un imperizia [NdA: foss'anche solo da intendersi
causata dallo shock dell'uccidere persone... ma se avesse già ucciso a Castelletti di Signa, non sarebbe
ovviamente comprensibile tale shock emotivo].

Risulta dunque ben più che lecito ritenere che le differenze tra i delitti di Castelleti di Signa e
quello di Borgo San Lorenzo, non solo indichino una differenza di ordine motivazionale (la
prima non maniacale, mentre la seconda sì), ma che nonostante l’uso della stessa arma da
fuoco, questa fu utilizzata da due differenti mani.

Se questa fu dunque utilizzata da “due distinte persone”, possiamo escluderne altre? Al


momento no.
Quindi, prima di poter arrivare alla conclusione categorica che vi fu un passaggio di arma
“sporca” da un soggetto ad un altro [NOTA*2], dobbiamo ancora affrontare il dubbio che vede
il mostro non “UN” mostro, ma “PIU’” mostri assieme.

[NOTA*2]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa” riguardo al
pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione alternativa, viene esposta
come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori. In entrambi i casi, ragione per la
quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante, questa versione alternativa non impatta
l’impianto generale. [NdA: Vedasi Capitolo “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968; una variante
sul passaggio d’arma”]

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Da Borgo San Lorenzo a Scopeti

Senza necessità di appesantire ulteriormente il discorso con plurime citazioni brevi e lunghe,
possiamo con certezza [NdA: perizie e documenti alla mano; vedasi ad esempio Sentenza Rotella, Sentenza
Ferri, Sentenza Ognibene, Perizia De Fazio, etc] affermare che per i delitti successivi a quello del
1968, pur ognuno con le proprie specifiche particolarità e differenze sovente dettate dal
contingente, esiste invece un filo logico conduttore evidenziato dall’assenza di movente
eccetto che per la maniacalità psicotica; dalla presenza sempre della stessa arma che spara e
uccide; dal ripetersi nelle sue linee generali, di una modalità comune ed identificativa di
azione di assalto e di morte.

• -calibro22 L.R.,

• -proiettili, Winchester, col fondello marchiato “H”

• -lama mono-tagliente,

• -escissioni di parti del corpo femminile [NdA: in tutti i casi possibili per sicurezza e presenza
vittime femminili – unica eccezione Borgo San Lorenzo, ma lì ci sono le 90 coltellatine] ,

• -vilipendio dei cadaveri,

• -spostamento dei corpi femminili [NdA: in tutti i casi possibili per sicurezza e presenza vittime
femminili]

• -coppie di persone in intimità come bersagli

• -luoghi abbastanza isolati e/o noti come luoghi ove imboscarsi in cerca di intimità

• -notti possibilmente scure e con poca luna

• -periodi mai invernali e/o freddi e particolarmente piovosi [NdA: necessità di no lasciar
impronte?]

• -discreta precisione di tiro con l’arma da fuoco [NdA: viste le ridotte distanze e la sorpresa
negli agguati, tale dato è spurio. Pur dovendo far propendere per un graduale miglioramento di uso
dell’arma da fuoco rispetto allo sconclusionato delitto di Borgo San Lorenzo, che però è il primo della
serie]

• -assenza di impronte e tracce evidenti lasciate durante gli agguati mortali [NdA: guanti ?]

• -delitti commessi “mediamente di norma” in giornate pre-festive/festive

• assenza di interazione con le vittime negli istanti prima degli agguati

Su questo, ossia una unicità di serialità criminale che da Borgo San Lorenzo arriva fino a
Scopeti, direi che, a qualunque ipotesi ci si ispiri, tutti si sia tranquillamente d’accordo senza
necessità di ulteriori particolari citazioni e approfondimenti.

Siccome nel capitolo precedente abbiamo lasciato “in sospeso” l'interrogativo se i delitti erano
compiuti da “UN” singolo mostro, o erano “PIU’” mostri ad agire congiuntamente, accomunati
da una comune patologia e da una comune immagine pregressa che risaliva fino al delitto di
Castelletti di Signa (vista la accreditata comunanza di scenografia e trama), è tempo di
andare a sviscerare anche questo nodo.

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Un mostro unico in tutti i sensi

Pur avendo oggi il supporto di tutta la lapalissiana evidenza criminologica e psichiatrica che
una mente malata e maniacale fu all’opera dal 1974 fino al duplice delitto di Scopeti,
dobbiamo chiederci se dagli esiti di sopralluoghi e perizie svolte nel corso delle indagini,
emergano risultanze significative per ipotizzare il MdF come non “un” mostro, ma “più”
mostri; ossia più persone che si siano ritrovate assieme a compiere i delitti all’ombra di una
comune psicopatia, un comune modus operandi, una comune scena primaria condivisa.

E‘ cronistoria notare come una tale opzione “più mostri” [NdA: affetti dalla stessa psicopatia, visto il
reiterarsi delle modalità di scelta delle vittime, uccisione e vilipendio dei cadaveri] fino all’entrata sul
palcoscenico dei c.d. Compagni di Merende, non riscuoteva serio credito nemmeno negli
ambienti investigativi ufficiali. Esempio ne sia l’arresto il 26 gennaio del 1984 del Giovanni
Mele e del Piero Mucciarini e relativo titolone su La Nazione “Arrestati / I mostri sono due”,
che lasciò increduli molti, popolino in primis compreso, e che in parte fu anche in parte
ragione della successiva pietra tombale ufficialmente messa sulla Pista Sarda.

D1: E’ possibile immaginare con supportata coerenza che “IL” mostro fossero in realtà “PIU'”
mostri?
R1: NO
• -“...niente esclude che l'arma sia passata di mano e con essa la rappresentazione
scenica di ciascun fatto. Lo affermano implicitamente i periti intorno al tipo d'autore,
incaricati dal p.m. dopo il duplice omicidio del 1984, allorché suppongono che l'autore
dei crimini dal 1974 in poi potrebbe essere stato meramente presente a quello del
1968”
[Sentenza Rotella]

• -“nessun elemento è stato mai acquisito attraverso l'esame della dinamica del
delitto e dei dati rilevati nei vari sopralluoghi, che avvalori la partecipazione
di più persone: semmai, l'impiego della pistola e del coltello, in fasi susseguenti,
rafforza la validità dell'ipotesi secondo cui ad operare è sempre un solo
individuo”
[Rapporto Torrisi 311/1 ]

• -“...si tratta certamente di un soggetto di sesso maschile, che agisce da solo, con
tutta probabilità destrimane, con una destrezza semi-professionale nell'uso dell'arma
da taglio ed una conoscenza quantomeno dilettantistica nell'uso di arma da fuoco”
[Perizia De Fazio]

• -“Questi otto attacchi sono stati perpetrati, nell’opinione degli analisti che hanno
esaminato il materiale inviato, dal medesimo aggressore, che ha agito da solo.”
[Profiling stilato della FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• -“b) – L’assassino si è presentato dalla parte destra dell’autovettura ...SNIP... d) –


L’assassino ha allora avuto il libero bersaglio ...SNIP... e) – L’assassino deve essersi
reso conto che le cartucce erano terminate, mentre la V.F. era ferita gravemente, ma
non mortalmente, da n. 3 colpi e verosimilmente cercava disperatamente di difendersi
con le mani, ha estratto allora il coltello colpendo ...SNIP... Lo stesso ha voluto poi
completare l’opera con il tralcio di vita”
[Perizia Zuntini – Trascrizione]

• “Secondo le conclusioni dei periti, i delitti avevano caratteristiche comuni, salvo quello
Lo Bianco - Locci, ed erano attribuibili, sotto il profilo materiale e sotto il profilo
psicologico, allo stesso autore, salvo quello Lo Bianco - Locci; alla stregua delle
modalità dei fatti e della letteratura scientifica in materia, erano da escludersi sia

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l'azione di tipo collettivo sia l'azione di coppia” [Sentenza Ferri]

• P.M.: Volevo chiedere, allora, ancora questo. Non so se... forse il professor De Fazio.
Quella domanda che avevo già fatto relativa alla possibilità, come avete scritto nella
vostra relazione, di dire qualcosa sul fatto che si possa escludere che si tratti di azione
di più soggetti. È una conseguenza di questo che... Lo possiamo escludere per questo
o ci sono altri parametri?
F.D.F.: No, no, ci sono anche altre... abbiamo detto che la nostra affermazione, la
nostra conclusione, sulla quale ci giochiamo la nostra professionalità , che si
tratti di una sola mano, è basata su un quesito: se presumibilmente si tratta di una
sola mano. Noi diciamo che è più che presumibilmente, perché a un certo punto qui
abbiamo degli elementi di ancoraggio che possono - io ritengo, lo valuterà la Corte -
assumere proprio il valore di prove. Poi ci sono un sacco di altri elementi. Nella storia
criminale dei "lust murder", dei serial killer, non abbiamo la persona che sceglie le
coppie. Sceglie la donna, dove gli capita: per strada, in ascensore. Qui abbiamo una
scelta fissa, quindi abbiamo elementi, che verranno illustrati fra poco, e una dinamica
psicologica che concorrono anch'essi. Ma abbiamo anche altri elementi, “ex adiuvanti
bus”. Quali sono gli altri elementi? Ma nel delitto Mainardi, quando Mainardi cercava di
scappare, se ci fosse stato un complice, sarebbe costretto da uno spettatore, un
complice o uno che interveniva anche lui con un'arma. Abbiamo cioè espresso...
P.M.: Elementi circostanziali.
F.D.F.: ... gli elementi adesso che possono avere significato di prova. Ma poi ci sono
un sacco di altri elementi che concorrono a far ritenere che si tratta di un solo
soggetto.
[fonte: Deposizione del professor De Fazio -15 luglio 1994]

Rotella, Ferri, Torrisi, De Fazio, FBI, Zuntini... possiamo fermaci qui per quanto attiene al
“numero” del mostro?
Indubbiamente le informazioni in tal senso sono già più che sufficienti, ma c'è dell'altro che
pacificamente si può aggiungere, perché è necessario anche rispondere alla domanda:
“perché non cambiò mai l'arma?”

Siccome per rispondere compiutamente a questa domanda, specificatamente in relazione al


soggetto in attenzione, è necessario far riferimento anche a dati, informazioni, conclusioni
raggiunte che solo nel prosieguo di questo documento saranno trattate ed esposte in
dettaglio, rimando questo tema e questa risposta a specifico futuro capitolo: per
consequenzialità di ragionamento e fluidità di lettura, tale capitolo viene incluso nella parte di
studio che tratta del delitto di Vicchio del 1984 [ NdA: vedasi capitolo “Da Vicchio a Scopeti: la
calibro 22 non buttata, la lettera non spedita, il piano per la salvezza”]

Al momento, basti al lettore sapere che tale ragionamento non è stato né dimenticato né
escluso.
E altrettanto, al momento, al lettore basti sapere che forti di quanto prima esposto in questo
capitolo, si può già tranquillamente giungere alla conclusione che per quello che riguarda “i
numeri” del mostro, possiamo tranquillamente dire che il numero è:
Uno.
Singolo. Solo.

Per ora quindi, siamo arrivati ad assegnare valore ad alcuni punti di interesse.
Per brevità, riporto i principali:

• -Mostro singolo

• -Serie dal 1974 al 1985: maniacale, commessa dallo stesso soggetto [ NdA: dove il delitto

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del 1974, portando con sé alcune particolarità rispetto ai successivi, è da inquadrare proprio come primo
della serie patologica, e quindi facilmente soggetto a successivi “aggiustamenti”, come normale che sia
guardando il percorso delittuoso e patologico come una parabola o una escalation]

• -Delitto del 1968: non maniacale, non commesso da chi uccise nel 1974 (e fino al
1985)

• -Reiterazione di alcune significative ed identificative caratteristiche, modus operandi,


per tutta la serie 1974/1985

• -Assonanza scenico-operativa tra il delitto non maniacale del 1968 e quelli maniacali
veri e propri seguenti

• -Passaggio di mano dell’arma “sporca” tra il delitto del 1968 e il 1974 (e quindi i
successivi) [NOTA*1]

[NOTA*1]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa” riguardo al
pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione alternativa, viene esposta
come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori. In entrambi i casi, ragione per la
quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante, questa versione alternativa non impatta
l’impianto generale. [NdA: Vedasi Capitolo “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968; una variante
sul passaggio d’arma”]

Dobbiamo però spingerci più avanti, sia per conseguire ulteriori risultati sia per non rischiare
inutili ed immotivate critiche di omissione.
Proseguiamo.

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Un'arma unica per due assassini differenti

Sulla base di quanto acquisito, proseguiamo con l’analisi dei dati, determinando ulteriori
capisaldi:
1) Arma singola (nei delitti 1968/1985, venne usata una e una sola arma da fuoco)

• -In nessuna delle scene del crimine sono stati rinvenuti bossoli di differente calibro o
con differenti “segni identificativi”.

• Né, come da perizie autoptiche, sono state rinvenute ferite (o segni di impatto o palle
direttamente) ascrivibili a differente calibro o tipologia di munizionamento.

Immaginare dunque che sulle scene del delitto abbiano sparato più armi da fuoco
simultaneamente (due, dunque come minimo), oltre a dover ipotizzare l’obbligatoria presenza
di più soggetti sparanti, cosa mai palesata nei riscontri investigativi delle scene dei crimini,
obbligherebbe conseguentemente ad ipotizzare che i “due” sparatori:

• a) Fossero dotati di arma da fuoco stesso modello e stesso calibro

• b) riempissero i caricatori solo a metà (non risultano mai più colpi esplosi di quelli
caricabili in una arma singola, con colpo in canna e proiettile aggiuntivo forzato nel
caricatore al massimo),

• c) O prestassero attenzione nelle concitate fasi di fuoco a non sparare più di metà
caricatore a testa

• d) O che conclusa l’azione di fuoco, almeno uno dei “due” sparatori, si incaricasse di
recuperare, al buio dei noviluni, tutti senza eccezione, i bossoli, quindi li distinguesse
tra quelli esplosi da un ‘arma e quelli esplosi dall’altra, e ne riposizionasse,
coerentemente a terra, quelli di una arma solamente

• e) O, alternativamente, che una e una sola delle “due” armi da fuoco, fosse dotata di
un sistema di recupero automatico dei bossoli espulsi(di costruzione artigianale, si
immagina).

2) Identità dell’arma da fuoco

• -“L’identificazione dell’arma con una Beretta semiautomatica in calibro .22 L.R. della
serie 70 è stata possibile dall’identità di classe dei bossoli repertati nei vari omicidi,
mentre l’unicità dell’arma impiegata è stata riconosciuta da specifiche marcature che
questa lascia sui bossoli di risulta. ...SNIP... Allo stato dei fatti nessuno può però
escludere con certezza che la pistola del Mostro possa essere di fattura artigianale,
realizzata partendo dalla collaudata meccanica di questa fortunata serie di pistole”
[Enrico Manieri / Henry62]

Pur condividendo la precisione di analisi del Manieri, questo documento di studio, per
comodità concettuale, di ragionamento e discorso, tende a scartare la possibilità che la
calibro22 fosse di “costruzione artigianale”, ossia artigianalmente assemblata con differenti
pezzi.
E’ comunque importante notare come la possibilità che possa essere di “fattura artigianale”
(ossia che certezze assolute concrete in merito ad arma e modello non possano essere
circostanziate attraverso i segni lasciati sui bossoli di risulta), non va a supporto dell’ipotesi
che la vedrebbe “obbligatoriamente” in quella“scomparsa” del Franco Aresti. Vedasi anche il
punto successivo per ulteriori dettagli.

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3) Arma da fuoco, calibro22 L.R., unica per tutta la serie dal 1968 fino al 1985

• -“Si tratta sempre, a stregua dell'impronta di percussione sui bossoli, di una pistola
cal. 22 L.R” [NOTA*1] [Sentenza Rotella]

[NOTA*1] In merito all’ipotesi che vede una sostituzione dei bossoli, vedasi [NdA: vedasi anche:
Addendum: Il faldone che non fu manomesso]

• -“A partire dal 1983, le perizie disposte dopo ciascun nuovo caso hanno comparato i
reperti balistici rinvenuti con quelli del 1968. Si è riscontrata identità di tracce e perciò
di arma. “
[Sentenza Rotella]

• -“Altre comparazioni parziali, che dimostravano l'unicità dell'arma, erano state


effettuate nel 1982, tra i reperti di quell'anno e quelli del duplice delitto del 1968, del
quale si era appena scoperto il precedente, a cura dei periti Castiglione e Spampinato.“
[Sentenza Rotella]

• -“Ulteriore conferma si otteneva nel 1983/84, da Iadevito e Arcese, della Polizia


Scientifica di Roma, anche con riferimento ai casi sopraggiunti e a tutti i precedenti.“
[Sentenza Rotella]

“Nel 1987 è stata depositata una perizia comparativa globale, compiuta da Salza e
Benedetti del Banco Nazionale di prova, la quale in sintesi ha concluso : ...SNIP... 1)
che tutte da munizioni furono esplose in un'unica arma ...SNIP... 2) anche le pallottole
repertate in occasione dei predetti duplici omicidi, alcune delle quali si trovano in
condizioni tali da non poter essere comparate con le altre per il loro pessimo stato
d'integrità, devono ritenersi provenienti da un'unica pistola”
[Sentenza Rotella]

4) Cartucce 22 L.R., marca Winchester, "H" punzonata sui fondelli: non viaggiano di
pari passo con l’arma da fuoco (ossia: indimostrabilità del medesimo lotto
contestuale)

• -“Quanto alle cartucce adoperate, gli accertamenti peritali esperiti nel 1983 e nel 1984
non forniscono certezza...”
[Sentenza Rotella]

• -“Tali armi cartucce possono essere acquistate dalle armerie anche in zona (che ne
sono provviste come da noi controllato) dietro semplice esibizione del porto d’armi o
dell’autorizzazione delle Autorità di P.S.”
[Perizia Zuntini del 14 ottobre 1974]

Esiste dunque la possibilità di reperimento tramite vie legali, e anche la possibilità di


reperimento tramite canali illegali: acquisto sul mercato nero, furto presso abitazioni o
poligoni del TSN., etc.

• -“Sul fondello di tutti i bossoli considerati è presente la lettera "H", utilizzata a quel
tempo dalla Winchester per marcare le cartucce calibro 22 L.R.; per questo motivo,
impropriamente, si parlò di cartucce calibro 22 L.R. di produzione Winchester, "serie
H", anche se tale denominazione non ha alcun motivo di esistere ma è ormai entrata
nella prassi degli autori che a livello giornalistico o editoriale hanno trattato
l'argomento”
[Enrico Manieri / Henry62]

• -“Nell’omicidio Lo Bianco-Locci (1968) e Gentilcore-Pettini (1974) furono utilizzate

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cartucce con palla ramata tipo Lubaloy (probabilmente cartucce .22L.R.Winchester-


Western Super Speed); nel 1981 (omicidio Foggi-De Nuccio) cartucce Winchester con
palla in piombo nudo, così come nell’omicidio Baldi-Cambi avvenuto nel medesimo
anno ed in quello Migliorini-Mainardi dell’anno seguente. Nell’omicidio dei due ragazzi
tedeschi Meyer-Rusch (1983) furono utilizzate cartucce con palla in piombo nudo e con
palla ramata; nel 1984 (omicidio Stefanacci-Rontini) e nel 1985 (omicidio Mauriot-
Kraveichvili, i ragazzi francesi campeggiatori) palle in piombo nudo”
[Enrico Manieri / Henry62]

• -“E' del tutto evidente che le munizioni utilizzate dal cosiddetto Mostro di Firenze
dovessero quanto meno appartenere non solo a due diversi lotti di produzione, ma
anche a due diversi modelli di cartuccia Winchester del medesimo calibro 22 Long
Rifle”
[Enrico Manieri / Henry62]

Questa considerazione, visto il punto precedente, è evidente, trattandosi appunto di due


differenti tipi di munizionamento (palla ramata; palla in piombo nudo)

• -“la cartuccia si compone infatti di quattro parti fondamentali (bossolo, innesco, carica
di lancio e palla) e nasce dall'assemblaggio di diversi elementi prodotti separatamente.
...SNIP... Il fatto che una cartuccia appartenga ad un determinato lotto di produzione
significa che viene identificato commercialmente il prodotto finale che nasce
dall'assemblaggio delle parti componenti sulla linea di produzione, ma, dato l'elevato
numero di munizioni prodotte, è chiaro che i singoli componenti, in particolare il
bossolo, sono realizzati separatamente ed in modo indipendente dal lotto di
produzione finale della cartuccia.”
[Enrico Manieri / Henry62]

• -“La casa costruttrice Winchester informò che il processo di produzione dei bossoli
avveniva per il tramite di una macchina automatica, che imprimeva la lettera "H" su
numerosi bossoli in un'unica operazione di punzonatura (almeno 20 alla volta). I
punzoni utilizzati per colpire i fondelli dei bossoli venivano ricavati da un'unica matrice
e ogni singolo punzone aveva una vita operativa di svariate centinaia di migliaia di cicli
di punzonatura. Questi bossoli vengono utilizzati per assemblare cartucce i cui lotti, in
base alla normativa C.I.P., non avrebbero dovuto superare il numero di 1.500.000
pezzi ciascuno. Da queste considerazioni si ebbe la conferma che bossoli punzonati con
i punzoni generati da una medesima matrice venivano utilizzati per allestire lotti
diversi di cartucce e che, nello stesso lotto di cartucce, si potevano avere bossoli
prodotti da punzoni realizzati da matrici diverse”
[Enrico Manieri / Henry62]

Quanto con dovizia di precisione su scritto da Enrico Manieri, perito balistico che ha svolto il
ruolo di consulente tecnico durante il processo d’appello a Pietro Pacciani, rende evidente
come non esista alcuna certa connessione che indichi che le cartucce usate nel delitto di
Signa e nei delitti del MdF, abbiano tutte viaggiato di pari passo con l’arma stessa.
Ossia, per meglio precisare, non è possibile asserire che fin dal primo momento in cui la
calibro22 L.R. sparò a Signa nel 1968, il proprietario dell’arma fosse anche in possesso delle
altre munizioni.

Altresì, visto che sia a Signa 1968 sia a Rabatta 1974, le munizioni usate erano tutte a palla
ramata, è invece ipotizzabile che a Signa, sulla scena del delitto, non fossero presenti sia la
pistola sia entrambe le scatole da 50 colpi di munizioni [ NdA: cosa che comunque suonerebbe illogica
in quanto immotivata], ma solo l'arma e una manciata di colpi di riserva, forse un secondo
caricatore già carico e pronto all'uso.
Si noti infatti che dopo Rabatta, l'uso di pallottole ramate, diventerà minimo, con solo due o

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tre cartucce e solo nel 1983


Questo è un dato molto significativo: in quanto, cancella la certezza sovente data per
acclarata [NdA: specie nel caso in cui si ipotizzi come arma quella dell’Aresti Franco] di contestualità di
arma e munizioni per il proprietario.

5) Passaggio di mano dell’arma e dei proiettili non furono contestuali

Infatti, un passaggio di mano di arma “sporca” non volontario con contestualità di passaggio
del munizionamento (ad esempio: buttata e recuperata casualmente dal futuro mostro),
porta con sé solo:
• a) -Che assieme all’arma, a Signa, vennero portate anche addirittura due scatole di
proiettili (da 50 colpi presumibilmente, vista la commercializzazione dell’epoca) per
uccidere due persone, e che obbligatoriamente il munizionamento venne gettato
assieme alla pistola (in seguito recuperata dal futuro MdF).
Da notare poi, come lì accanto scorresse un corso d’acqua, dove come minimo,
sarebbe stata tirata (assieme alle munizioni) per disfarsene.
Resta a questo punto ancora più inimmaginabile che una soggetto esterno, al buio
quasi completo, avesse anche solo la minima possibilità di recuperare simile oggetto
dal fondo del corso d’acqua (e le due scatole di munizioni pure).
Tale ipotesi appare assolutamente non credibile, e dunque viene rigettata.

Invece, un passaggio di mano di arma “sporca” non volontario senza contestualità di


passaggio del munizionamento (ad esempio: buttata e recuperata casualmente dal futuro
mostro), prevederebbe:
• b) - Che per l’azione omicidiaria venne portata in loco, come logica e buon senso
vuole, l’arma con il solo caricatore carico [NdA: al limite con un secondo, altrettanto carico, di
riserva].
Al momento di “buttare” l’arma ormai “sporca” e ormai scarica [NdA: e l’ipotetico secondo
caricatore, pieno], chi ne fosse entrato in possesso ne sarebbe entrato in possesso senza
l’ulteriore munizionamento [NdA: o con anche il caricatore di riserva, anch’esso caricato con palle
ramate!].
Nell’ipotesi su citata, rivestire una maggior plausibilità rispetto al punto precedente, ha
valore di coerenza e dunque può essere accettato come ipotizzabile.

Importante notare che tale su accettata ipotesi, pur con la variante sostenuta in questo
documento di studio, ossia:
• - che passaggio di arma avvenne, contestualmente in Castelletti di Signa

• - che tale passaggio avvenne in modo non consapevole e per la precisione tramite
l’inganno

ben si sposa oltre che con la logica, anche con la storia documentata del tipo di
munizionamento usato per i delitti: palle ramate a Castelletti di Signa (primo caricatore) e a
Borgo San Lorenzo (secondo caricatore), e poi passaggio a palle a piombo nudo
1981/1981bis/1982 (probabilmente reperite in seguito su canali extra legali), pur con una
singola successiva estemporanea presenza di poche singole pallottole ramate nel 1983.

Ai fini dello sviluppo del ragionamento logico e ad esclusione, presentato in questo studio, i
cinque ultimi punti qui elencati, possono ormai essere assunti ad assioma.

Tratteremo comunque ben più nel dettaglio e nella logica, il passaggio di mano dell'arma in
apposito successivo capitolo

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Addendum: il faldone che non fu manomesso

Come per altri argomenti comunque brevemente trattati in questo documento, anche questo
esula da titolo e scopo dello studio, ma al fine di evitare fraintendimenti basati su differenti
ipotesi, è bene fare una digressione che analizzi l’idea che una “mano ignota” abbia, per fini
identificabili unicamente in un depistaggio, provveduto alla “sostituzione, manomissione,
manipolazione, aggiunta, sottrazione, scambio, etc”, di detti bossoli relativi al delitto del
1968, nella disponibilità delle Autorità Competenti.
Ovviamente una simile opera di depistaggio, se mai rivestisse oggettivo valore di verità,
obbligherebbe a riscrivere tutta o quasi la storia del MdF; quindi, anche se brevemente, ce ne
dobbiamo occupare proprio al fine di sgombrare il campo dal dubbio.

Tale ipotesi è supportata da due punti:


1) dalla dizione “Fiocchi” anziché “Winchester”, come scritto nel Rapporto Matassino

2) dalla frase “"vecchia, arrugginita e usurata"” come scritta dallo Zuntini nella sua
iniziale perizia (fotografia dello stato dell'arma che non apparirà in nessuna altra
perizia)

Per quello che riguarda il primo punto possiamo anche solo semplicemente “sbarazzarcene”
facendo notare come l'errore umano può sempre essere in agguato, senza nemmeno stare a
scomodare che il Matassino si limita a riportare una dato che gli è stato comunicato,e quindi
non è a lui che bisogna rivolgersi.

Per il secondo punto, è bene precisare che il Col. Zuntini parlò di “vecchia ed usurata” perché
i bossoli spenti mostravano un caratteristico rigonfiamento [ NdA:..rigonfiamento analogo trovato su
tutti i bossoli ritrovati nei vari delitti anche dall'esame successivo dell'Ing. Salza – fonte: citazione riportata nel
forum “il mostro di Firenze”] che secondo lui era dovuto ad un indebolimento della molla di
recupero dell'arma: quindi per proprietà transitiva se la molla era indebolita, doveva aver già
sparato molti colpi, ergo essere “vecchia e d usurata”.
Ragionamento puramente ipotetico e ai confini della pura dialettica.

Infatti:
• “su un'arma chiusura a massa come l'arma usata nei delitti il contributo alla chiusura
dell'otturatore durante lo sparo dato dalla molla di recupero e' praticamente
trascurabile...a fronte di una forza media esercitata sulla faccia dell'otturatore di un
migliaio di newton la molla in questione si oppone con una decina di newton. Quindi
che sia nuova od indebolita il suo effetto in merito alla distanza di arretramento
dell'otturatore quando le pressioni in canna sono ancora alte e' praticamente nullo”.
[Fonte: utente MK108 – forum: il mostro di Firenze]
▪ “ciò significa che la gonfiatura del bossolo ha poco a che fare con le condizioni
della sua molla di recupero” [Fonte: utente MK108 – forum: il mostro di Firenze]

• “una gonfiatura anomala del bossolo può essere dovuta ad una camera di cartuccia
non proprio perfetta o magari ad un eccesso di materiale non presente in
corrispondenza della rampa di alimentazione”. [Fonte: utente MK108 – forum: il mostro di
Firenze]
◦ “può essere dovuto ad una fabbricazione in origine non perfetta oppure a modifiche
avvenute in seguito quando già in mano al suo proprietario (..manutenzione fatta
male...ritocchi mal eseguiti..)” [Fonte: utente MK108 – forum: il mostro di Firenze]

◦ “Ciò non significa necessariamente che l'arma e' vecchia o mal tenuta”. [Fonte: utente
MK108 – forum: il mostro di Firenze]

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Si noti tra l'altro che la perizia del 1968 del Col. Zuntini, identifica l'arma in un modello (in
un range di modelli), che comunque non sono antecedenti alla data di molti anni, e quindi
questo avvalora il concetto che il termine “vecchia” sia stato utilizzato più che altro come
strumento dialettico a rinforzo concettuale, piuttosto che come evidenza periziale.

E comunque non bisogna mai dimenticare che ipotizzare per veritiera una tale sostituzione /
manomissione / aggiunta / etc dei bossoli, implica senza scarto possibile:

• 1- Sostituzione/manomissione dei bossoli (ovviamente)

• 2- Sostituzione/manomissione delle macrografie allegate (con nuove ed artefatte ma


così bene da risultare indistinguibile dall’originale, anche all’occhio dello stesso
estensore)

• 3- Sostituzione/manomissione della relazione fatta dal Colonnello dei Carabinieri


Innocenzo Zuntini [NdA: relazione che descrive e tratta dei segni del percussore sui bossoli, di
proiettili Winchester, di serie “H”, etc] con una nuova, artefatta ma così bene da risultare
indistinguibile dall’originale, anche all’occhio dello stesso estensore e delle altre
Autorità competenti

• 4- Sostituzione/manomissione delle palle rinvenute (deformate e intrise di sangue e


carne umana del Lo Bianco e della Locci), a fini di coerenza

• 5- Ipotizzare il silenzio-assenso alla sostituzione/manomissione da parte dello stesso


Col. Zuntini (su ricatto? su minaccia? su complicità?), vista la sua successiva perizia
comparativa

• 6- E in base a quella quindi ipotizzare che nel 1982 il Colonnello dei Carabinieri
Innocenzo Zuntini, abbia (volutamente?) dichiarato il falso

• 7- Ipotizzare che i vari procuratori ed investigatori, ad esempio Izzo, Canessa, Vigna,


Della Monica, etc, non abbiano fatto veri e propri riscontri incrociando le perizie; o che
l’abbiano fatto, ma a quel punto,, “incapaci nel loro mestiere”, non siano riusciti ad
accorgersi della sostituzione/manipolazione

A fronte di tutto ciò, allo scrivente tale ipotesi risulta troppo complessa, complicata, con la
necessità di troppe persone coinvolte (e pure di peso, a volte pure di ambiti distinti), per
risultare credibile o anche solo plausibile.
Pertanto, non si ritiene di avvalorarla né di avvalersene nemmeno a livello di mera ipotesi
indiziaria.

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Addendum: sulle “impronte digitali” delle armi e sul munizionamento

In base a quanto esposto, possiamo dire: “pistola unica, mostro unico” senza che questo
infici il ragionamento e l’esposizione sul passaggio di mano dell’arma nel 1968. Vale
comunque la spesa fare una digressione e fornire alcune informazioni di dettaglio per quello
che riguarda i segni che lasciano le armi da fuoco: mi si passi il termine semplificatorio, delle
vere e proprie “impronte digitali”.

Quando viene esploso un colpo in un’arma da fuoco, si producono delle “impronte” sia sul
bossolo sia sulle palle.

Sulle palle
diventano quindi riscontrabili (e riconoscibili) i cosiddetti “fasci di microstrie” [NdA: numero di
righe, passo di rigatura della canna e direzione della rigatura ], impressi principalmente della rigatura
della canna dell’arma. Tali “fasci di microstrie”, possono “cambiare” (è possibile la presenza di
altre microstrie) ad ogni sparo, in quanto impiombatura, affumicatura e stato di
pulizia/sporcizia della stessa possono essersi modificati con l’uso. La superficie di impatto può
inoltre deformare la palla, rendendo più complicata la comparazione.
Dalle palle è possibile risalire al calibro dell’arma.

Dalla comparazione delle palle


è possibile determinare se due colpi sono stati sparti dalla stessa canna (per le armi da fuoco
a canna sostituibile, come ad esempio per i modelli di pistole Beretta calibro22 attribuita al
MdF).
Si noti che solo con l'introduzione della Legge 110/1975 [NdA: ART.11. IMMATRICOLAZIONE DELLE
ARMI COMUNI DA SPARO] è diventato obbligo la punzonatura del numero di matricola sulle canne
di ricambio

Sui bossoli
restano principalmente e più stabilmente impressi i segni lasciati da percussore, estrattore ed
espulsore. Tali segni sono più marcati rispetto alle microstrie riscontrabili sulle palle, e meno
soggetti a deformazioni. Sui bossoli, inoltre, possono restare impresse anche microstrie
derivanti dall’azione di carico/scarico del colpo dal caricatore.
Siccome “forza e qualità” dei segni è direttamente connessa alla forza dello sparo [ NdA: che
può dipendere anche dalla forza con la quale l'arma viene impugnata ] e siccome le cartucce possono non
essere tutte uguali (anche a parità di lotto di produzione) per qualità di carica (mal
conservazione, o minima differenza di propellente interno, ad esempio), è doveroso ricordare
appunto che su alcuni bossoli le impronte ivi impresse possono risultare più o meno marcate,
anche se i colpi vengono sparati contestualmente. Anche la forza umana con la quale l’arma è
impugnata al momento dello sparo, può incidere sulla qualità/profondità di tali impronte.

Dalla comparazione dei bossoli


è possibile determinare se due colpi sono stati sparti dalla stessa arma da fuoco (in quanto
percussore, estrattore ed espulsore sono normalmente de facto parte integrante dell’arma
stessa, e comunque non di semplice sostituzione per l’utente medio e non dotato di appositi
strumenti di lavoro).

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Un'arma che passa di mano ?

Compiuta l’azione omicidiaria, la calibro 22 L.R., che fine fa?


Per poter fornire la risposta, siamo obbligati a porci le domande giuste nel giusto ordine,
pena il perseverare tra le nebbie delle congetture.

Se infatti ci appelliamo alle pure illazioni, possiamo dire che davanti a noi si apre una quasi
infinita pletora di opzioni, tutte accettabili escluso quella, ovviamente, che l’arma sia stata
effettivamente distrutta.

Siccome questo documento di studio invece vuole e cerca il più possibile di restare ancorato a
quanto emerso nei dati nel corso delle investigazioni, all’esperienza storica investigativa
maturata dalle forza di Polizia e Carabinieri in generale, e alla consequenzialità logico-
deduttiva che preferisce evitare di ricorre a ipotesi non suffragate da rimandi diretti e che
dunque necessitano di variabili esterne per aver gambe su cui reggersi; a fronte di quanto
precedentemente scritto non diventa più possibile a questo punto sottrarsi dal confrontarsi
con l’idea che:
• - Terminato il duplice omicidio di Castelletti di Signa, nel momento in cui l’arma doveva
essere distrutta [NdA: come buon senso e prassi delinquenziale vuole], chi ne aveva compito
invece non lo fece, ingannando i propri complici.

Ma non si arriva ad una simile deduzione, perché di deduzione e non congettura si tratta,
tirando i dadi e sperando nella buona sorte o nel colpo ad effetto. Ci si arriva appunto, come
scritto ad inizio capitolo, ponendosi le domande giuste nell’ordine giusto.

“Eliminato l'impossibile, tutto ciò che resta, per quanto improbabile è la verità”
Sherlock Holmes

Per meglio chiarire e sottolineare l’importanza di questo argomento, ho suddiviso il capitolo in


due parti tematiche:
• a. Arma sporca non si tiene, arma sporca si distrugge
• b. Il passaggio di mano con l’inganno

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Arma sporca non si tiene, arma sporca si distrugge

Pur con le eccezioni che confermano la regola (e sovente la stupidità umana) questa, come
da titolo, è la prassi: una comune, normale e logica norma di prudenza.

Un po' come il cercare di lasciare il meno indizi possibili: impronte digitali qua e là sulle scene
dei crimini, agire di giorno a volto scoperto in luoghi frequentati, vantarsi pubblicamente in
giro dei crimini compiuti, etc.. accorgimenti che, ad eccezione di delitti commessi sotto la
spinta momentanea ed illogica di un “raptus di follia”, è difficile al limite dell'impossibile non
vengono presi in considerazione quando si parla di crimini e omicidi predeterminati.

Insomma, tutti comportamenti marcatamente prudenziali semplicemente normali e


pienamente logici. Poi, certo “errare è umano” e le eccezioni sempre esistono, ma... ciò
nonostante, proprio non possiamo però evitare di notare come simili attenzioni mirate alla
propria salvaguardia, siano sempre state invece adottate dal MdF e anche da tutti i soggetti
attenzionati per il delitto di Signa del 1968. [NdA: Vero che abbiamo visto come risulti meno plausibile
che la mano che sparò a Castelletti di Signa fosse la stessa che firmò i successivi delitti maniacali, ma altresì vero
che abbiamo notato come la sua presenza sulla scene e nella partecipazione di quel delitto, sia comunque da
prendere per certa]

Escludendo dunque un fallace ricorso ai “due pesi e alle due misure”, capire e spiegare il
passaggio da “stupidità-non-prudenziale” a “normale-astuzia-prudenziale” trova logica
conferma proprio e solo capendo come alla base di questa differenza sia necessariamente
dovuto esistere “un perché” ed un modo pratico e plausibile affinché tale “perché” trovasse
appunto reale sviluppo.

Poniamoci dunque davanti alla domanda:

• -Se hai ucciso qualcuno, e non stai pianificando di uccidere qualcun altro a breve
termine, per quale motivo dovresti conservare un’arma sporca capace di mandarti
dritto filato all’ergastolo, se ritrovata?
[“Uno degli indiziati dei delitti [NdA: Salvatore Vinci], parlando fuori verbale con i carabinieri che gli
chiedevano cose ne avrebbe fatto lui se avesse avuto un'arma che aveva già ucciso, rispose una cosa di
estremo buon senso: "Me la sarie tenuta o l'avrei distrutta" “ - Alessandro Cecioni - Intervista su Il Tirreno
- 11 aprile 2002 ].

Notate che una finestra temporale di 6 anni (1968/1974), certo non ricade nel concetto
né di “immediatezza”, né di “a breve termine”, né di “a medio termine”.

Possiamo quindi formulare solo ed esclusivamente due risposte a questo dubbio:

• 1) O per piena “stupidità”(disinteresse/errore/etc) tua e dei tuoi complici;


Ma nel caso del MdF e di Signa, di tutto si può parlare ma non certo di “stupidità” viste
tutte le attenzioni nella pianificazione dei delitti e nella riuscita degli stessi senza
lasciare tracce,

• 2) O perché, per una ragione particolare, l’esserne in possesso ti garantisce qualcosa.


E questo “qualcosa” è così importante per cui vale la pena correre il rischio di
conservarla.

Non ci sono altre opzioni sul campo.

La domanda è chiara, e altrettanto chiara deve essere la risposta.


E’ un aut-aut imprescindibile.

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Infatti una tale “ragione particolare” non può che appartenere solo a ben pochi ordini
contingenti di interesse.
Osserviamone nel dettaglio le possibilità:

• 1) Ti serve per ricattare gli autori/complici del delitto.


Specie se tu non hai sparato pur avendo partecipato

• 2) Ti serve per evitare che gli autori/complici del delitto possano cercare di “fregarti”.
Specie se tu non hai sparato pur avendo partecipato

• 3) Ti serve per difesa personale, nel breve periodo, contro gli autori/complici del
delitto.
Che intendono farti fuori per eliminare una scomoda voce a loro contra

• 4) Non hai alcuna altra maniera di entrare in possesso di un’arma da fuoco [NdA: ormai
scarica, però], ma vuoi a tutti i costi possederne una (perché già hai pianificato di usarla
in altro momento a breve termine).

Possiamo scartare questa ultima opzione (la 4):


in questo caso, in quanto da rapporti investigativi sappiamo come tutti i soggetti
attenzionati per il delitto di Castelletti di Signa, gravitassero e/o avessero conoscenze
più o meno forti più o meno labili, con ambienti di mala o ad essi contigui.

Dunque l’impossibilità di riuscire a reperire un arma [NdA: oltretutto in una finestra temporale
di ben 6 anni] non può essere portata a supporto, né per impossibilità fisica, né per
“volontà” di non ricorrere a canali che avrebbero potuto portare ad un riconoscimento
dello stesso.
In più, vi è sempre l’argomento munizionamento da tener presente. Due scatole da 50
colpi non è assolutamente plausibile che siano state portate appresso per l’azione del
delitto di Castelletti di Signa, e dunque qualche forma “extra legale” di
approvvigionamento (“mercato nero”? “furto”?), sono comunque da tenere in conto.

Inoltre non risultano altri delitti commessi in breve lasso di tempo dalla stessa arma

E' significativo aggiungere che:


qui, delitto di Castelletti di Signa, non stiamo parlando di associazioni mafiose criminali e/o
terroristiche, per le quali l’arma fa comunque parte di uno stock di armi a disposizione del
gruppo, per finalità di gruppo.

Qui, delitto di Castelletti di Signa, non vi è necessità di accumularne il più possibile per portar
avanti (tetre, inutili e sanguinarie) “campagne”, “lotte di lunga durata”, “armare eserciti del
Popolo”, come se stessimo parlando di gerarchiche e organizzate strutture paramilitari con
finalità rivoluzionarie.

Le varie organizzazioni di mafia/criminalità organizzata, vista anche la loro più facile


possibilità di approvvigionamento, sovente non si fanno poi proprio alcun problema a
distruggere, ad esempio, le armi utilizzate per delitti, magari fosse anche solo per delitti
eccellenti o comunque ad alto impatto mediatico.
Discorso differente può essere fatto per le organizzazioni terroristiche, dove sia per una
maggior difficoltà di canali di approvvigionamento di armi da fuoco, sia per la valenza
comunitaria e rivendicativa insita nel concetto stesso di lotta rivoluzionaria e di gruppo, non
solo la necessità di scrollarsi di dosso una possibile imputazione precisa per un reato è meno
sentita vista la scelta comunque associativa, ma è proprio l’organizzazione stessa ad attivarsi
alla conservazione del parco armi comune e “bene, come potere di fuoco” del gruppo.

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Qui, Castelletti di Signa, 1968, duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, stiamo
parlando di un “classico”, “mediocre”, “normale” (scusatemi i termini in virgolettato) duplice
omicidio di provincia, a base di un mix di onore da riparare, vendetta, corna, male-voci di
paese, passione e forse anche una spicciola questione di soldi [NdA: ma non solo, come vedremo in
seguito.].

Qui, Castelletti di Signa, 1968, duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, i
soggetti gravitanti attorno al delitto, non sono i Totò Riina, i Mario Moretti, i Mario Tuti, la
Mafia, le Brigate Rosse o Ordine Nuovo. Non c’è Bin Laden, non c’è la Banda della Magliana, i
Corleonesi o quelli della famiglia di Brancaccio. Non c’è un Salvo Lima, un Vittorio Bachelet o
un Giudice Occorsio a finire come bersagli.

Ordini di grandezza completamente differenti.


Qui abbiamo i Mele, i Cutrona, i Chiaramonti, i Mucciarini, i Vinci. E la Locci e il Lo Bianco.

Non risulta che la famiglia Mele, a esempio, fosse da identificare come un coacervo
organizzato di malavitosi dediti ad efferati o remunerativi delitti. Lo stesso dicasi per gli altri,
fratelli Vinci inclusi, pure il Francesco. Certo, e per il Francesco Vinci si può affermare con
pezze di supporto, non tutti degli degli stinchi di santo, degli specchiati padri di famiglia
timorati di Dio, dei possibili Padri Costituenti. Nomi con magari qualche amicizia con un piede
più nella criminalità che nella santità. Tutti magari, e probabilmente, viventi in un sottobosco
felliniano e di degrado, se si vuole. Ma certamente non stiamo parlando né di pericolosi
delinquenti incalliti e di riconosciuto spessore, né di famiglie organizzate e di peso nel mondo
della malavita organizzata.

Non stiamo nemmeno parlando di un insieme di “stupidi” e masochisti, però.


Gente “normale” (per l’ambiente e gli anni) per un certo qual verso.

Questi son fattori che non vanno affatto dimenticati, come purtroppo pare che accada
seguendo alcune ipotesi qua e là proposte con troppa leggerezza.

Il discorso riferito a Castelletti di Signa, dunque deve essere quindi posto su un piano più
“quotidianamente banalmente normale” per essere inquadrato nei suoi corretti parametri.

Tutti sanno, anche il “più semplice” di cervello sa [NdA: anche chi affetto da “oligofrenia di medio
grado con caratteropatia" – [Perizia De Fazio] che essere denunciati perché trovati in possesso di
un’arma da fuoco detenuta illegalmente non sia una di quelle cosa di cui rallegrarsi (vale per
qualsiasi denuncia, aggiungerei io).

E altrettanto tutti sanno, anche il “più semplice” di cervello, che se tale arma da fuoco è stata
direttamente coinvolta in una attività illegale (rapina a mano armata, ferimento di qualcuno,
omicidio, minacce, etc), esserne trovato in possesso porta inevitabilmente sulle spalle del
momentaneo possessore, il logico rischio di vedersi affibbiati (almeno in fase investigativa)
anche i reati di cui quell’arma si è nel tempo macchiata [NdA: “... l’avrei distrutta.” – dichiarazioni di
SV ai Carabinieri, fuori interrogatorio - Alessandro Cecioni - Intervista su Il Tirreno - 11 aprile 2002] .

Scartata dunque l’organizzazione mafiosa e quella terroristica, è comunque possibile


identificare 5 e solo 5 distinte posizioni che vedano per il caso in oggetto il mantenimento
dell’esistenza dell’arma “sporca” , anziché la sua distruzione:

• - La prima: la piena stupidità del possessore, autore del delitto, che se ne frega dei
rischi

• - La seconda: la necessità di conservarla a fini di ricatto/pararsi la schiena, nei

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confronti di chi quell’arma l’ha sporcata (risultando però così anch’egli complice)

• - La terza: che il possessore, consapevole di quali reati l’arma si è sporcata, sia in


grado esaurientemente e in maniera incontrovertibile, di poter dimostarne la sua
estraneità, nel caso in cui gli venisse trovata

• - La quarta: che il possessore non sia minimamente a conoscenza che l’arma sia
“sporca”

• - La quinta: che fosse necessaria conservarla per compiere a breve, giro di tempo,
uno o più ulteriori crimini e/o omicidi (possessore indifferentemente omicida o
complice)

Dobbiamo analizzarle ad una ad una. E così facciamo:

• - La quinta:
non risultando altri delitti commessi imputati alla stessa calibro 22 L.R. nelle
immediatezze dopo il 22 agosto 1968 [NdA: “Il g.i. prosegue le verifiche minuziosissimamente,
senza tralasciare piste diverse... quella relativa a Trentacosti Ciro, ferito a colpi di pistola cal. 22, a Lastra
a Signa, tempo dopo i fatti, legato al Lo Bianco e non ignoto al Vinci” – Sentenza Rotella], dunque
questa opzione deve essere scartata.

Anche nel caso questi altri (ipotetici) delitti non fossero avvenuti per intercorsa
cessazione della necessità/volontà di essere compiuti, il fatto conclamato e certo è che
l’arma non venne affatto distrutta, obbligando il ragionamento a scartare tale opzione
n°5, o al limite facendola ricadere in una delle restante opzioni.

Resta dunque irrisolta la domanda “perché venne conservata e non distrutta ”

• - La quarta:
ovviamente, non può essere chiamata in causa per la notte del 22 agosto 1968. Chi
era lì, sapeva e ha visto benissimo di cosa e come si era sporcata quell’arma.

Resta dunque irrisolta la domanda “perché venne conservata e non distrutta ”

• - La terza:
anche questo caso, non è di pertinenza con il duplice delitto di Castelletti di Signa. Può
benissimo darsi che sull’arma non ci siano le sue impronte, non avendo magari lui
direttamente sparato, ma la sua complicità è indiscussa e la possibilità di dimostrare la
sua estraneità per nulla evidente o garantita. Al limite, a cascata, rientra nella prima
opzione.

Resta dunque irrisolta la domanda “perché venne conservata e non distrutta”

• - La prima:
questa opzione, se pur dotata già di una maggior confidenza rispetto alle precedenti,
proprio per la storia dei delitti del MdF, risulta anch’essa da prendere molto con le
molle, e alla fine scartarla.
▪ - Architettazione, sviluppo e conduzione dell’azione omicida del delitto di Signa
(e/o pianificazione, sviluppo e conduzione dei successivi delitti del MdF), non
lasciano trasparire un grado di così eclatante oggettiva “stupidità”.

▪ - Scelta di un gruppo di complici fidati, preparazione di alibi per ogni


partecipante, utilizzo di un mezzo di trasporto per pedinare l’auto del Lo Bianco,

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precauzione nel non lasciare impronte digitali o nel cancellarle, imbeccate al


Natalino affinché ritardasse la partenza delle indagini [NdA: ad esempio: avvisare il
De Felice alle due in punto; non dire come madre e zio siano morti; non dire “il suo cognome” -
Sentenza Rotella]: nulla di tutto questo depone a favore dell’ipotesi “manifesta
stupidità eclatante” in merito al conservare l’arma “sporca”.

Resta dunque irrisolta la domanda “perché venne conservata e non distrutta”

• - la seconda:
Per esclusione logica, non resta che prendere in considerazione, e per buona, tale
seconda voce: ossia la necessità di conservarla a fini di ricatto/pararsi la schiena, nei
confronti di chi quell’arma l’ha sporcata [NdA: risultando però così anch’egli complice]

Solo a questa condizione, che abbiamo visto essere l’unica sopravvissuta, possiamo adesso
affrontare il nodo del “passaggio” di arma [NOTA*1].

[NOTA*1]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa” riguardo al
pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione alternativa, viene esposta
come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori. In entrambi i casi, ragione per la
quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante, questa versione alternativa non impatta
l’impianto generale. E' bene sottolinearlo: che la calibro 22 LR sia rimasta in possesso del “primo” proprietario o
abbia “cambiato di mano” dopo il delitto della notte del 21 agosto 1968, non incide sulle dinamiche di scelta,
pianificazione e realizzazione del delitto del 1968.
[NdA: Vedasi Capitolo “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968; una variante sul passaggio d’arma”]

Ragioni specifiche per una tale funzione di “ricatto/premunirsi di parare la schiena”, vengono
dettagliatamente spiegate nell'apposita sezione e capitolo di riferimento a proposito del
delitto di Castelletti di Signa e nel capitolo “alternativo”. Portate pazienza, e le leggerete nel
dettaglio dei vari soggetti coinvolti; scriverne qui ora sarebbe fuorviante e di difficile
comprensione logica in mancanza di ulteriori dettagli.

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Il passaggio di mano con l'inganno

Senza necessità ormai di dover riprendere il discorso che vede due mani differenti tra quella
che sparò la notte del 22 agosto 1968 e quella che sparò la notte del 14 settembre 1974,
possiamo proseguire seguendo il filo logico precedentemente iniziato del “perché” l’arma
“sporca” non venne distrutta, ed in particolare la conclusione raggiunta.

Quanto su discusso analizzato e conseguito, abbiamo visto come implichi de facto un


passaggio di mano dell’arma “sporca” [NdA: molto probabilmente verso un soggetto non direttamente
sparatore a Castelletti di Signa, ma comunque attivamente lì presente come si vedrà nel dettaglio].

Che a Signa avesse poi anche sparato o meno, al momento possiamo dire che il dato risulta
ininfluente per adesso.

Infatti:
se l’arma “sporca” non fosse stata “sporcata” dal soggetto incaricato di distruggerla (dunque
senza su le sue impronte digitali)
• a) avrebbe avuto possibilità di utilizzarla a fini di ricatto verso altre persone, ancorché
complici (del resto, non essendo lui stato a sparare, sull'arma se non già ripulita,
sarebbero rimaste le impronte proprio dei complici);

• b) avrebbe comunque valido motivo di doversi “parare la schiena” dai suoi (ex)
complici.
Lui infatti sarebbe comunque quello:
▪ 1-che poteva rischiare di essere accusato dagli altri accomunati in sodalizio,
avendo così minori possibilità di difesa di fronte ad una accusa comune portata
avanti da più soggetti

▪ 2-era comunque un rischio per i suoi ex complici, avendo con loro partecipato e
dunque sapendo come erano andate le cose e i nomi dei partecipanti e non si
vede perché non avrebbe dovuto dirli alla Autorità competenti una volta tradito,
denunciato o preso

Ma anche:
se l’arma “sporca” fosse stata “sporcata” dal soggetto incaricato di distruggerla (dunque con
su le sue impronte digitali):
• a) avrebbe avuto possibilità di poterla utilizzarla a fini di ricatto verso altre persone,
ancorché complici (tramite previa cancellazione delle sue impronte dall'arma);

• b) avrebbe comunque valido motivo di doversi “parare la schiena” dai suoi (ex)
complici.
Lui infatti sarebbe comunque quello:
▪ 1-che accusato da altri accomunati in sodalizio avendo così minori possibilità di
difesa di fronte ad una accusa comune portata avanti da più soggetti, ed avendo
pure l'arma in suo possesso, avrebbe avuto minori possibilità di farla franca con
una spiegazione

▪ 2-continuava comunque a rappresentare un rischio per i suoi ex complici,


essendo lui sì in grado di incastrare i suoi complici, semplicemente ripulendo
l’arma dalle proprie impronte e facendola ritrovare con una banale telefonata
anonima, nascosta nelle pertinenze di uno dei complici, ad esempio

▪ 3-sarebbe comunque a conoscenza dei nomi dei partecipanti e non si vede

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perché non dovrebbe dirli alla Autorità competenti una volta denunciato dai suoi
stessi ex complici, essendo venuto a mancare anche il legame fiduciario di
complicità.

Siccome è importante valutare ogni pro e contro a supporto o meno di quanto esposto, per
fare questa verifica dobbiamo adesso elencare le possibilità/modalità con cui un passaggio di
un arma macchiata di un duplice omicidio possa avvenire.
Stiliamo dunque una serie di domande di senso omni-comprensivo, valutando ed inserendo
però le risposte nel loro reale contesto della notte del 22 agosto 1968 a Castelletti di Signa,
perché è sul quel momento e quel delitto e quei soggetti che il ragionamento va calibrato, se
non si vuole restare bloccati nell’illazione che tutto permette e nulla chiarifica.

Come macro-domanda, dobbiamo chiederci, e rispondere, sul grado di “consapevolezza”


dell'entrata in possesso dell'arma “sporca”.

Abbiamo quindi due e solo due possibilità:


• a) quella che analizza l’ “ entrata in possesso “consapevole” di un’arma “sporca” ”
• b) quella che analizza l’ “ entrata in possesso “inconsapevole” di un’arma “sporca” ”

• A) Nel caso di entrata in possesso “consapevole” di arma “sporca”


la modalità con la quale l’attuale possessore ne è venuto in possesso è riconducibile
solo ai seguenti casi:
▪ a1- Ne era in possesso già ai tempi dei reati (e ne era dunque il responsabile)
▪ -implicando direttamente che nessun passaggio di mano avvenne.
Scartato per quanto su dedotto per esclusione [NOTA*1]

• [NOTA*1]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa”
riguardo al pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione
alternativa, viene esposta come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori.
In entrambi i casi, ragione per la quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante,
questa versione alternativa non impatta l’impianto generale. E' bene sottolinearlo: che la calibro 22 LR sia
rimasta in possesso del “primo” proprietario o abbia “cambiato di mano” dopo il delitto della notte del 21
agosto 1968, non incide sulle dinamiche di scelta, pianificazione e realizzazione del delitto del 1968.
[NdA: Vedasi Capitolo “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968; una variante sul passaggio
d’arma”]

• a2 - Acquisto da terzi, che si prende la briga di mettere in guardia l’acquirente di


cosa si sta portando a casa, o acquirente che già sa.
▪ - una vendita (soldi per arma) contestualmente al duplice omicidio
la notte del 22 agosto 1968 suona altamente improbabile per non
dire impossibile.
Dunque opzione scartata

▪ - A priori non potrebbe invece essere scartata l’opzione che vede la


cessione della pistola come forma di pagamento, previo pattuito,
per la complicità nella realizzazione del delitto.
Ciò farebbe immediatamente pensare al fatto che la complicità sia
da intendersi come “mercenaria”, dunque con aspetti di estraneità
rispetto all’altro/i complice/i [NdA: non facente parte dello stesso legame di
sangue, ad esempio]; con alla base uno scambio vero e proprio,
tipo: tu metti a disposizione questo (auto) e in cambio ottieni
quello (pistola).
In base però a quanto precedentemente dedotto relativamente alla
non distruzione dell’arma, anche questa voce sarebbe da ritenere
scartata.

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MA letta invece all’interno di un pre-pianificato piano truffaldino di


una mente astuta [NdA: ossia come ufficiale richiesta di pagamento, già ben
sapendo che poi la si vuole usare come strumento di ricatto] , questo tipo di
“vendita/pagamento”, riveste criteri di plausibilità.
Opzione dunque accettata

• a3- Furto/inganno commesso dal momentaneo possessore, ai danni del precedente


già conoscendo la storia criminale di quell’arma da fuoco (confidenza/complicità col
precedente possessore)
▪ -questa ipotesi, nella visione di chi incaricato a fine azione
omicidiaria di distruggere l’arma, ed invece di distruggerla la
conserva per sé a probabile scopo “ricattatorio/di pararsi la schiena
dai complici”, in ragione di quanto esposto nel capitolo precedente,
ha ovviamente piena plausibilità.
Opzione dunque accettata.

• a4- cessione volontaria a titolo gratuito da parte del vecchio possessore al nuovo,
che si prende la briga di avvisarlo che l’arma è “sporca”
▪ -valgono in questo caso, tutti le risposte fornite al punto a2)
Dunque opzione scartata.

Passiamo adesso ad analizzare la seconda tipologia di casistica.

• B) Nel caso di possesso inconsapevole di arma “sporca”


la modalità con la quale l’attuale possessore ne è venuto in possesso, possono invece
essere:
▪ b1- Acquisto da terzi, che non si prende la briga di mettere in guardia
l’acquirente di cosa si sta portando a casa (perché non lo sa o non glielo vuol
dire)
▪ - In base a quanto dedotto al capitolo precedente, ed in base al fatto
che stiamo parlando della notte stessa del 22 agosto 1968, è da
ritenersi priva di ragione logica.
Opzione dunque scartata

▪ - inoltre immaginare che qualcuno venda un arma in grado di


incastrarlo e mandarlo all’ergastolo e che in più avvisi l’acquirente del
fatto sé riguardante, risulta fuori da ogni naturale logica umana.
Opzione dunque scartata

▪ b2- Furto/inganno commesso dal momentaneo possessore, ai danni del


precedente, non avendo la minima idea della storia criminale dell’arma
▪ - Per quanto dotata di logica coerente con quanto esposto nel capitolo
precedente, tale opzione non risulta plausibile appena la si cala nella
notte del 22 agosto 1968 a Castelletti di Signa.
Opzione dunque scartata

▪ b3- Reperimento casuale (arma abbandonata dal precedente possessore e


casualmente ritrova dall’attuale)
▪ - anche questa opzione, calata nel reale della notte del 22 agosto 1968
a Castelletti di Signa, non può rivestire alcuna plausibilità. I
partecipanti erano in possesso di ogni informazione circa l’uso che la
pistola aveva fatto. L’ “inconsapevolezza” per i partecipanti all’azione
non può essere tirata in ballo, facendo ritornare al la domanda del

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“perché non venne distrutta”.


Opzione dunque scartata

▪ - Lo stesso dicasi per un altamente improbabile “sconosciuto” che


casualmente si fosse venuto a trovare proprio lì, proprio quella notte, e
proprio senza che nessuno si accorgesse di lui [NdA: né la Locci e il Lo
Bianco prima, né gli assassini poi, e nemmeno il Natalino Mele nel suo peregrinare per
stradine e campi poi].
Comunque, anche in questo caso, “lo sconosciuto casualmente sul
luogo del delitto e fortunatamente per lui non notato da nessuno”,
avrebbe saputo benissimo che si trattava di un’arma sporcata con un
omicidio, duplice, e quindi si ritornerebbe alla domanda del perché la
raccolse e conservò.
Altrettanto Non riveste ovviamente alcuna plausibilità che si potesse
essere trattato di uno “sconosciuto qualsiasi” che arrivato nei pressi
della scena di un crimine, a lui ignoto, al buio senza luna, senza aver
visto dove ipoteticamente fosse stata tirata al suolo, avrebbe potuto
fortuitamente trovare l’arma (e le munizioni?).
Opzione dunque scartata

▪ b4- cessione volontaria a titolo gratuito da parte del vecchio possessore al


nuovo, che pur sapendo di cosa l'arma sia “sporca”, volutamente si guarda bene
dall’avvisarlo che l’arma sia appunto “sporca”
▪ - Per quanto questa sia una delle opzione da prendere in
considerazione, una volta calata nel contesto della notte del 22 agosto
1968, perde ogni significato.
Opzione dunque scartata.

▪ - Anche in un’ottica più vasta e generale, chi sporca l’arma, sa di


doversene disfare, distruggendola. Cedendola a terzi, se è pur vero
che se ne sbarazza fisicamente dalle mani, al contempo la assegna ad
altra persona sulla quale non ha possibilità di esercitare controlli di
sicurezza in merito a come userà, mostrerà, perderà, racconterà,
venderà, si farà trovare addosso l’arma che gli può valere una
denuncia per duplice omicidio. Ma essendo l’acquirente ignaro di tale
fatto, appena messo alle strette non avrebbe alcuna difficoltà a fare il
nome di chi gliela aveva venduta.
Opzione dunque scartata.

Siamo ormai prossimi alla conclusione di questo capitolo. Procedendo per esclusione, siamo
arrivati a restringere il campo a due sole opzioni plausibili, logiche, di buon senso, e dunque
in linea di principio accettabili.
Infatti, solo ed esclusivamente queste uniche due opzioni sono sopravvissute al vaglio critico.

Ed entrambe rimandano e sottendono un passaggio di mano di arma “sporca” consapevole e ,


avvenuto “inganno” (più o meno pianificato nel dettaglio che si voglia vedere):

• 1)- Passaggio/possesso consapevole di arma “sporca”


Furto/inganno commesso dal momentaneo possessore, ai danni del
precedente già conoscendo la storia criminale di quell’arma da fuoco.

Questa ipotesi vede chi, incaricato di distruggere l’arma, invece la conserva per sé, con
probabile intento ricattatorio/precauzionale verso il/i complice/i.

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• 2)- Passaggio/possesso consapevole di arma “sporca”


Cessione della pistola come forma di pagamento, previo pattuito, per la
complicità nella realizzazione del delitto.

Ciò fa immediatamente pensare che la complicità sia da intendersi come “mercenaria”,


dunque con aspetti di estraneità rispetto all’altro/i complice/i [NdA: non facente parte dello
stesso legame di sangue, ad esempio]; e con alla base uno scambio vero e proprio, tipo: tu
metti a disposizione quello (auto) e in cambio ottieni questo (pistola).

Questa opzione, può essere però letta solo ed esclusivamente nell’ottica di un pre
pianificato inganno [NdA: ossia arma come richiesta ufficiale di pagamento proprio perché “sporca”,
già ben sapendo che la si vuole usare a fini ricattatori/precauzionali] .

Ci poniamo, per dovere di obiettività, una ultima obiezione prima di chiudere il capitolo.

D1: E’ possibile immaginare che, il soggetto entrato in possesso dell’arma “sporca” a fine
delitto, ne abbia mantenuto la detenzione con l’espresso proposito di usarla 6 anni dopo?
R1: No. Certamente non nei termini maniacali in cui fu utilizzata, non essendo il soggetto
ancora manifestamente mostro.

E’ però corretto, se posta sotto altri termini, valutare l’opzione che:


• - il “nuovo” possessore potesse essere intenzionato a commettere delitti non maniacali
fin da subito dopo il delitto di castelletti di Signa (da lì la necessità di procurasi e
detenere la calibro 22 L.R.), ossia che comunque un briciolo di equilibrio mentale,
psichico o di altra natura, lo abbia invece trattenuto.

Innanzitutto è giusto dire che a ciò, risulta impossibile fornire risposta sicura.

Nel mondo reale, tutto è indubbiamente possibile fino a che avviene rispettando le Leggi della
fisica e della chimica. Ciò nonostante, a fronte di tutto il precedente ragionamento e di tutti
gli altri dati di supporto che verranno portati all’evidenza del lettore, non credo che questa
possa risultare l’opzione di maggior credibilità.
Difficile poter immaginare una persona, per quanto magari già affetta da “strane turbe”, che
a priori sappia che tali turbe, nel giro di qualche anno, si evolveranno in una conclamata
patologia criminale omicida seriale.

MA quello che deve essere ben chiaro fin da subito è che:


“l'inganno” ha il suo significato primario nell'ingannare i complici relativamente alla
distruzione della stessa
• menzogna che dunque risulta totalmente e “completamente svincolata” dalla
provenienza della arma stessa.

Ossia è dato di fatto svincolato dal sapere se l'arma sia stata messa a disposizione da
chi aveva anche il compito di distruggerla o da uno o più degli altri complici.
▪ Si noti che: Anche provando ad immaginare che l'arma fu messa a disposizione
[NdA: e anche usata al limite] dalla stessa persona che visto che era la sua a fine
azione omicidiaria ne rimase in possesso, non cancella la norma di comune
prudenza che il piano ed i complici chiedessero, immaginassero, pretendessero a
gran voce la distruzione della prova regina, ossia dell'arma stessa.
Quindi, anche a tale condizione, “inganno” ci fu.

Riassumendo:
che lo si voglia o meno, con più o meno dettagli certi, indizi univoci o assenti: nessuna altra
opzione eccetto quella dell’inganno [NdA: pensato sull’immediato o premeditato] resta sul piatto.

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Un anonimo profilo pratico e psicologico

Il termine stesso utilizzato per indicare il pluriassassino di coppiette vicino Firenze, il


“mostro”, già ci fornisce una prima indicazione: ossia che non stiamo parlando di un semplice
assassino qualsiasi, ma di un particolare ed abbastanza specifico tipo di criminale omicida: un
cd. serial killer.
Oggigiorno, in tutti i paesi del mondo, esistono sezioni e reparti specifici di investigatori che si
occupano di analizzare e dare la caccia a questo tipo specifico di criminali. All’epoca dei
delitti, in Italia, tale approccio logistico e investigativo ancora non aveva forma, concetto e
struttura a differenza che in America ad esempio.
E proprio in America, nel 1989, la Procura di Firenze si rivolse, contattando il Forensic
Behavioral Science Investigative Support Unit della FBI per farsi stilare un “profilo” del MdF
[Profilo FBI del Mostro di Firenze].

Risultato? Premettendo che ovviamente il “profiling” non può e non deve essere considerato
una “scienza esatta” (essendo più che altro basato su esperienza di indagine, casistica
storica, studi comportamentali), ecco alcuni estratti di tale lavoro:

• - “In quanto vittime a basso rischio, non è verosimile che esse fossero particolare
obiettivo di un attacco da parte di un aggressore, ma che esse fossero semplicemente
vittime dell’occasione di essere casualmente disponibili all’aggressore nel momento e
nel posto che lui scelse per portare i suoi attacchi”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Non è probabile che l’aggressore conoscesse o fosse personalmente in contatto con


alcuna delle vittime”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Piuttosto, le vittime gli erano sconosciute e divennero vittime semplicemente perché


erano a lui disponibili quando scelse il luogo per i suoi attacchi”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Questi otto attacchi sono stati perpetrati, nell’opinione degli analisti che hanno
esaminato il materiale inviato, dal medesimo aggressore, che ha agito da solo.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “E’ verosimile che l’aggressore abbia familiarità con le aeree in cui questi crimini sono
stati commessi”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “L’aggressore è sufficientemente familiare con queste aree da sapere che tali aree
sono frequentate in modo routinario da coppie che si possono impegnare in varie fasi
di attività sessuale nella privacy relativa che queste zone consentono loro”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Inoltre, queste aree sono piuttosto remote e in una natura rurale, verosimilmente
note solamente agli individui che hanno un’intima conoscenza dell’area di Firenze”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Si ritiene che l’aggressore divenne specificatamente familiare con i luoghi dei singoli
attacchi in seguito ad una sorveglianza e ad una selezione dei luoghi prima
dell’aggressione.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “E’ verosimile che l’aggressore abbia sorvegliato le sue vittime fino a che loro erano

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occupati e impegnati in qualche forma di attività sessuale. Era a quel momento che
l’aggressore sceglieva di colpire, utilizzando la sorpresa, la velocità e un’arma che
consentisse un’immediata incapacitazione.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Questo stile particolare di avvicinamento è generalmente indicativo di un assalitore


che ha dei dubbi sulla sua abilità nel controllare le sue vittime, che si sente
sufficientemente inadeguato nell’interagire con vittime “vive”, o che si sente incapace
di un confronto diretto.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Il “senso di dominio” e il rituale sono molto importanti per questo aggressore.Ciò
spiegherebbe perché le vittime femminili erano generalmente spostate a qualche
distanza dal veicolo contenente i loro compagni maschi.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• - “Nonostante l’assenza di penetrazione del pene/eiaculazione da parte


dell’aggressore, queste sono tutte offese motivate sessualmente.La mutilazione degli
organi sessuali della sua vittima rappresenta sia l’inadeguatezza sessuale
dell’aggressore, che la sua rabbia verso di loro.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

Non sentendoci per nulla intimoriti dall'autorevolezza degli esperti della FBI, e avendo un
quadro più ampio di dati aggiuntivi rispetto a quelli in loro possesso all'epoca, tocca
comunque anche a questo documento, fornire una propria propria chiave di lettura
interpretativa del possibile profilo psicologico, istoriale e caratteriale, di una persona, data per
generica e ignota in questo momento, che avesse compiuto la serie di delitti attribuita al MdF.

A questa, verranno affiancati stralci di letteratura scientifica medico-psichiatrica e


criminologica, al fine di poter meglio comprendere come patologie psichiatriche, specie in
ambito criminale, ma non solo, possano trovare radici e cause.

Base da cui partire quindi, è innanzitutto ricapitolare una serie di punti che servono
necessariamente ad inquadrare le scene e le scenografie dei delitti al MdF attribuiti. Come già
precedentemente espresso, non è scopo e dunque compito di questo lavoro né di questo
capitolo, entrare nei singoli dettagli che qui, per brevità, vengono proposti come già analizzati
e già “digeriti” ed accettati.

Ci troviamo dunque di fronte ai seguenti punti da mettere sulla bilancia:

• -Delitto 1968: estraneo e non facente parte della serie maniacale


▪ - Assenza tracce di “sfoghi” maniacali

▪ - Presenza plurima di soggetti sulla scena del crimine

▪ - Rispetto ai seguenti, riveste comunque un intrinseco valore di ispirazione


“scenografica di contesto” (per arma da fuoco, coppia, intimità,luogo, tempo,
etc)

▪ - Delitto dunque che lascia una impronta nell’immaginario del mostro, che infatti
tenderà poi a ripeterne la cornice di contesto negli altri delitti (nonché ricorrendo
alla medesima arma)

• -Serie dal 1974 al 1985 presenta direttamente i tratti tipici della azione seriale:

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▪ - Modus operandi
▪ - armi (calibro22, lama mono-tagliente)

▪ - ambiente d’azione (campagna, notte, festivo/per-festivo/ area


circoscritta attorno Firenze)

▪ - tipologia vittime (coppie; fondamentalmente distratte dall’intimità,


costrette in spazi angusti)

▪ - assenza di impronte lasciate (probabile uso di guanti e attenzione a


non lasciare impronte al suolo) [NdA: “...un coperchio in plastica che ne
copre parzialmente il capo e che da all'osservatore l'impressione di un
tentativo di occultamento accessorio (Il rilevamento dattiloscopico
su bidoni e coperchio dara' esito negativo )” - Fonte: Calibro22
Blogspot]

▪ - tipo d’azione (attacco a colpi di arma da fuoco, uso del coltello


sempre solo in un secondo tempo)

▪ - assenza di interazione con le future vittime prima degli spari

▪ - assenza di indizi significativi che indichino una pregressa conoscenza


tra mostro e vittime (almeno di tipo bivalente, ossia di reciprocità)

▪ - pregresso conoscimento dei luoghi da parte del Mostro (capacità di


muoversi al buio senza farsi notare, senza lasciare tracce, capacità di
orientamento al buio durante l’abbandono della scena del crimine)

▪ - velocità e rapidità d’azione

▪ - Escissioni di carattere prettamente sessuale, solo su corpi femminili


▪ - non in tutte le occasioni, ma quando assenti, logici motivi a tale
mancanza sono comunque presenti

▪ - Accanimento con colpi di armi da taglio sui cadaveri di entrambi i sessi


▪ - alcuni colpi inferti in limite vitae, probabilmente per accertarsi della
effettiva morte della vittima, altre volte inferti certamente post
mortem, dunque con volontario intento dispregiativo

▪ - Serial killer unico e solitario


▪ - Assenza di ogni tipo di indizio che faccia pensare a più persone sulla
scena del crimine (per l’esattezza sarebbe meglio addirittura parlare di
totale assenza di tracce in generale)

▪ - Ripetizione della manualità per i tagli escissori

▪ - Ripetizione delle modalità di aggressione di sparo

▪ - Ripetizione del “germe di follia” che spinge ad uccidere in quel modo


e compiere quelle escissioni

▪ - Per il tipo di attacco, fulmineo, e per il tipo di interazione coi


cadaveri, non risulta condizione “sine qua non“ la necessaria presenza

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di ulteriori soggetti

▪ - Per il numero di colpi sparati per azione, non si necessità di ulteriore


armi da fuoco (e teoricamente nemmeno di ulteriori caricatori di scorta
utilizzati)

▪ - Per i bossoli ritrovati, non si paventa la presenza di ulteriore armi da


fuoco

▪ - Premeditazione e autocontrollo
▪ - Sopralluogo dei posti (buon orientamento al buio, assenza di tracce)

▪ - Uscita di casa con appresso calibro22, munizionamento, lama mono-


tagliente, guanti (assenza impronte), luce portatile (pila, luce a
caschetto, etc), vestiti/saponi/stracci/etc. atti a potersi ripulire (?)
(almeno alla bell’e meglio dalle eventuali e probabili macchie di
sangue)

▪ - Scelta del periodo in cui colpire (possibile cadenzialità degli attacchi),


normalmente non nelle stagioni fredde e non in periodi
particolarmente piovosi, possibilmente vicino a notti di novilunio (più
scure), possibilmente a ridosso di giorni non lavorativi [NdA: “Tavola
comparativa condizioni Meteo”]

▪ - Assenza di pubblica rivendicazione dei delitti, assenza di tentativi di


mettersi in contatto con la stampa e/o con gli inquirenti [NdA: ad
eccezione della sicura lettera col macabro feticcio, inviato nel 1985 alla della Monica].
[NdA: si vedrà in seguito, parlando del soggetto in esame, come questo possa essere
considerato un punto molto controverso]

▪ - Capacità a gestire la cadenzialità temporale tra i delitti

▪ - Limitazione dei rischi, e/o insicurezza/codardia


▪ - Fase di attacco sempre a colpi di pistola (massimizzazione del danno
nel minor tempo possibile e con la minor interazione possibile con le
vittime)

▪ - Il bersaglio maschio sempre colpito e messo fuori capacità di risposta


per primo

▪ - Attacchi notturni, possibilmente a ridosso di noviluni (notti più buie)

▪ - Attacchi a persone che si trovano in costrette in spazi angusti e con


ridotte possibilità di manovre evasive o di reazione

▪ - Attacchi a persone che si trovano in stato di forte distrazione emotiva


e fisica

▪ - Assenza di comunicazione diretta con la stampa e con gli inquirenti


(eccezione solo nel 1985 con la macabra lettera con il brandello di
carne dentro)

▪ - Uso di guanti (assenza impronte digitali)

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▪ - Attenzione a non lasciare indizi

▪ - Pugnalate (solo alcune, per intendersi) date in limite-vitae, per


accertarsi dell’avvenuto decesso e/o comunque della impossibilità di
reazione

▪ - Componente feticista
▪ - Uso “rituale” della stessa arma (dal 1974 al 1985 risulta difficile
credere che non sarebbe potuto entrare in possesso di altra arma da
fuoco)

▪ - Uso della stessa lama (molto probabilmente)

▪ - Asporto delle parti escisse (quando le escissioni sono presenti)

▪ - Il rovistare tra gli oggetti personali delle vittime (ed il


possibile/probabile prelevarne alcuni), in alcuni casi

▪ - Componente narcisista
▪ - “Rivendicazione pubblica” dei delitti, in primis col tramite dei bossoli
(un semplice sacchetto di tela fissato all’arma, avrebbe potuto fungere
da sistema di recupero dei bossoli, ad esempio)

▪ - Lettera con parte di escissione inviata alle Autorità

▪ - Componente sessuale
▪ - Indubbia. Anche se non nella “solita” accezione che normalmente un
simile concetto si porta appresso, nel senso cercare nel sesso un’
appagamento fisico carnale, ancorché violento e/o in forme e schemi
fuori dai normali canoni di contesto sociale. Qui la componente
sessuale risulta evidente solo in quanto ad essere attaccate ed uccise
sono coppie in atteggiamenti “intimi”, e perché sul corpo della donna
vengono praticate escissioni di organi di tipica valenza sessuale (pube,
mammella).

▪ - Lo scopo primario auto-appagante, e dunque la fantasia psicotica ad


esso sottesa, pare risiedere solo ed esclusivamente nell'uccidere
coppie (minimo comune denominatore, e mancanza di reiterazione dei
delitti su breve finestra temporale quando le escissioni non vengono
compiute);

▪ - Lo scopo primario auto-appagante inoltre comunque può/deve essere


letto in concomitanza di ulteriori pulsioni, come ad esempio una
componente di “umiliazione”/ “massimo sfregio”/ “disprezzo” se non
per la parte escissa in sé, almeno per il ruolo femminile della dona in
quanto tale.

▪ - In nessun caso vi è traccia di stupro e/o violenza carnale (fa


eccezione il tralcio di vite, ma anche in questo caso è improprio parlare
di stupro e/o di violenza carnale [NdA: “E' stato invece rinvenuto un tralcio di
vite conficcato in vagina, e sui bordi della vulva, in posizioni simnietricamente
opposte, due escoriazioni non sanguinanti (una tra le ore 5 e 6; l'altra tra le ore 11 e
12), imputabili verosimilmente ad una semplice e superficiale azione abrasiva del
ramo. Non vi Sono elementi che consentono di dedurre se tale atto è stato compiuto

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precocemente (come per utilizzare un sostituto del pene per usare violenza alla donna
e procurarsi così piacere sessuaie) o tardivamente (come per un ultimo atto dì
disprezzo).Certamente l'atto non sembra sia stato compiuto con violenza, nè
reiteramente, come sarebbe per uno stupro simulato o di un atto compiuto con
rabbia: sarebbero certamente state descritte, in tal caso, lesioni più evidenti e
macroscopiche ” - Perizia De Fazio].

▪ - In nessun caso vi è traccia di eiaculazione (né sui corpi, sui vestiti,


oggetti, etc), e anche questo depone a formare la convinzione che i
mortali assalti non siano legati al conseguimento, hic et nunc, di un
appagamento sessuale, ma che scopo e fine risiedano proprio
nell’uccidere per uccidere, ossia:
▪ nel distruggere coppie, in quanto coppie principalmente e
solo secondariamente per conseguire i macabri “trofei” di
parti femminili connesse alla sessualità, alla fertilità, alla
coppia, alla famiglia

▪ - Assenza di componente sadica, piuttosto presenza di componente dispregiativa


umiliatoria
▪ - A differenza di quello che può sembrare a prima vista (sangue,
dolore, morte, escissioni), appare altamente improbabile che le ferite
con arma da taglio inferte in limite-vitae e post mortem, siano
l’espressione di una componente sadica del soggetto (le seconde in
particolare). Il sadico trae infatti appagamento e piacere dalla
sofferenza delle proprie vittime, spesso prolungandone la vita e
dunque la sofferenza. Nei casi del MdF invece, le vittime vengono
uccise nel giro di brevissimo tempo, a volte quasi sul colpo. In maniera
si può dire anonima da tanto l’attacco è veloce ed inaspettato.
▪ - Non vi sono segni di particolari interazioni coi corpi
(spostamenti di comodità e separazione dei corpi a parte);

▪ - non vi sono segni di volontarie e plurime percosse,

▪ - non vi è traccia di soggetti ridotti all’impotenza sotto


minaccia, quindi legati, poi torturati e solo alla fine uccisi, ad
esempio.

▪ - Le stesse escissioni, che afferiscono ad un’altra area


patologica di motivazione, vengono compiute post mortem,
dunque senza causare ulteriori sofferenze alla povere
vittime.

▪ - Oltre che magari uno sfogo in preda all’adrenalina del momento, le


ferite a colpi di lama inferte ai soggetti morenti e/o già morti, così
come per un verso le escissioni stesse [NdA: in minore tono rispetto alla
richiesta patologica interna del soggetto mostro] , rappresentano un segno di
sfregio verso “i nemici vinti”, “le prede uccise”, “il marchiare col
proprio nome l’animale sottomesso”. Vengono infatti inferte con
gratuità, cioè senza un vero e proprio modus che si ripeta per tutte le
vittime, e anche questo tende a far scartare il proposito di
appagamento di un desiderio prettamente sadico: è ipotizzabile che
più la vittima, sul momento, gli rappresentava qualcosa per cui provar
disprezzo, quanto maggiore fosse la possibilità di infierire con tale
tipologia di colpi

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• - Inattività dal 1974 al 1981


▪ - Considerando come primo della serie maniacale il delitto del 1974, tale periodo
di “silenzio e gestazione”:
▪ - appare del tutto coerente con gli aspetti psicologici del percorso a
parabola di certe patologie [NdA: Esiste copiosa documentazione medica,
scientifica, psichiatrica e criminologica in merito; la cosa dunque è da ritenersi
significativa più che altro a conferma dell’esistenza di una forma psicotica patologica in
atto], avvalorando tra l’altro così la tesi del serial killer unico.

▪ - Accelerazione 1981, 1981 bis


▪ - Anche questa evidente “fretta ed accelerazione”, rispetto alle più
calibrate finestre temporali dei successivi delitti, appare perfettamente
in sintonia con il percorso a parabola del manifestarsi pubblico di
determinate patologie seriali,[NdA: Esiste copiosa documentazione medica,
scientifica, psichiatrica e criminologica in merito; la cosa dunque è da ritenersi
significativa più che altro a conferma dell’esistenza di una forma psicotica patologica in
atto] avvalorando tra l’altro così la tesi del serial killer unico.
[NdA: differente spiegazione sarà invece rintracciabile una volta calata l'analisi sul
soggetto in esame]

• - Lettera con feticcio umano


[NOTA:per importanti approfondimenti, si veda capitoli : Scopeti, la lettera alla Della Monica
- Scopeti: il piano come conferma - Giogoli e il biglietto “Magiore Toriso” - una ipotesi ]
▪ - Al di là di alcuni aspetti più di valore contingente in merito alla simbologia
(sfida? scherno? addio? rivendicazione? etc) in tale gesto racchiusa, questo è
l’unico attimo di sicura e certa interazione del mostro con “l’esterno”, dove per
esterno non siano da intendere le sue vittime. Il significato che si porta appresso
è a mio avviso di valore plurimo
▪ -auto-celebrativo e dunque di rivendicazione [NdA: la lettera viene imbucata
a San Piero A Sieve, località distante appena circa 5 km da Borgo San Lorenzo: come
a dire “rivendico i delitti da Borgo San Lorenzo fino a Scopeti. A Castelletti di Signa
non sono stato io” - “La lettera risultò essere stata spedita da San Piero a Sieve con
un francobollo da lire 450. L'indirizzo era stato composto da un collage di caratteri
alfabetici ritagliati dalla rivista "Gente" ]

▪ -in parte di sfida

▪ -meno evidente trovo invece leggerci dentro un significato


canzonatorio e derisivo nei confronti delle Autorità preposte alla sua
cattura, che comunque rientrerebbe di diritto nella voce “sfida”

▪ come illustrato principalmente nei capitoli indicati nella NOTA, un


azione facente parte di un piano volto a crearsi un alibi

• - Post 1985, interruzione della serie


▪ - Non parlando al momento di alcun soggetto specifico, quasi ogni ipotesi può
suonare legittima per supportare il perché della fine della serie maniacale di
delitti: dal decesso del mostro (morte naturale. incidente, operazione sbagliata,
suicidio), all’impossibilità fisica di compierne altri (incidente e/o paralisi agli arti,
trasferimento, arresto, malattia, ricovero, sopravvenuta menomazione alla vista
o all’udito, etc). E’ inutile, qui e ora, stare a disquisire su questo.

▪ Ciò che invece sembra più appropriato far notare è che, raramente, molto
raramente, un serial killer patologico interrompe la propria auto-appagante serie

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delittuosa se non sopravvengono cause esterne a limitarne l’azione. E’


particolarmente difficile immaginare che una simile patologia regredisca fino a
scomparire, così, tutta di un colpo.

▪ E’ dunque lecito prioritariamente ipotizzare che, post 1985, solo alcune


situazioni possano essere avvenuta a ragione della fine dei delitti:
▪ - Sopravvenuta morte del soggetto

▪ - Sopravvenuta costrizione fisico-pratica del soggetto (che gli


impedisce de facto di poter agire)

▪ - Mutazione della patologia psicotica (cambio di desiderio interno da


appagare e cambio conseguente del modus operandi e della tipologia
di vittime e strumenti offensivi)

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Excursus medico di carattere psicologico/psichiatrico

Prima di giungere alle conclusioni e al riepilogo delle informazioni di questo già lunga sezione,
è necessario ancora fare un breve ma particolarmente importante excursus di carattere
medico psicologico/psichiatrico, al fine di meglio mettere in evidenza:
• - sia come determinate patologie schizoidi possano insorgere e svilupparsi

• - sia come poi gli effetti eclatanti pubblici ne possano, come e perché, scaturire

Non sono [NdA: purtroppo o per fortuna] né uno psichiatra né uno psicologo, quindi chiedo venia
se non utilizzerò termini medici particolarmente corretti ricorrendo invece sovente a citazioni
di parole altrui; ad esempio vale la spesa in merito leggersi, gli studi scientifici portati avanti
da Malamuth, Bernstein, Berkovitz [NdA: come citato in questo interessantissimo articolo sul MdF, scritto
da Andrea Mascia], o anche più semplicemente quanto scritto da Paul Pollard [NdA: University of
Central Lancashire, Preston, U.K.] nel suo “Pornography and Sexual Aggression”, in merito al
rapporto tra lettura/visione di scene pornografiche (a carattere violento sadomasochista) e
aumento di produzione di fantasie morbose e di aggressività in generale, anche in soggetti
privi di pregresse motivazioni quali traumi psichici vissuti durante le fasi dell’infanzia, la
pubertà, l’adolescenza, anche solo vissute mono-tematicamente idealmente.

Parlando del MdF, stiamo parlando senza ombra di dubbio di uno psicopatico.
Conoscere dunque risultati e metodi di identificazione/catalogazione validamente utilizzati
dalla scienza medica in tal campo, non è affatto di secondo piano; così come non sono affatto
così aleatorie le differenze riconosciute a seconda dei traumi vissuti dai soggetti prese in
esame.

In tale campo medico psichiatrico, vengono studiati e riconosciuti “patterns” e “steps” di


nascita e manifestazione di patologie “mentali”, così come in altre branche di altre scienze,
vengono identificati e riconosciuti altri concetti base. Ad ognuno il proprio. Qui, come su
detto, stiamo parlando di una “mente malata”, e dunque a quelli dobbiamo fare riferimento e
su di essi dobbiamo appoggiarci per inquadrare, comprendere, ricostruire, ipotizzare.

Quindi:
1. Si tenga dunque ben presente l’importanza che il ruolo delle “esperienze traumatiche
nello sviluppo di “carriere” criminali con particolare attenzione alla discussa diagnosi di
psicopatia” possa rivestire.

2. E, soprattutto, non si dimentichi che:


“La psicopatia è un disturbo mentale caratterizzato principalmente da un deficit di
empatia e di rimorso, emozioni nascoste, egocentrismo ed inganno. Gli psicopatici
sono fortemente propensi ad assumere comportamenti devianti e a compiere atti
aggressivi nei confronti degli altri, nonché a essere orientati alla criminalità più
violenta. Spesso sembrano persone normali: simulano emozioni che in realtà non
provano, o mentono sulla propria identità.
Fino agli anni ottanta, la psicopatia era riferita ad un disturbo della personalità
caratterizzato dall'incapacità di attaccamento e da un'anomalia del sistema di gestione
delle emozioni, mascherate dall'abilità di apparire come una persona normale. La
pubblicazione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-III) mutò
il nome utilizzato per definire questo disordine mentale in disturbo antisociale di
personalità e incrementò il criterio diagnostico verso le scienze comportamentali.”
[Wikipedia].

3. Si noti poi, che “Per abuso non si deve intendere necessariamente una violenza fisica,

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uno stupro, o un qualche tipo di prevaricazione sessuale, ma nella maggior parte dei
casi possono essere sufficienti l’assenza di contatto sociale, di affetto o di
considerazione genitoriale, la stessa non presenza costante di un genitore, oppure
delle punizioni che vengono vissute con severità dal soggetto pur non essendo per
tanti altri vessatorie, un educazione eccessivamente rigorosa, tutti elementi che
singolarmente e congiuntamente possono contribuire a formare o determinare, dei
disturbi di personalità di vario genere e natura. Da un punto di vista statistico, circa un
terzo dei SK ha un vissuto nelle cosidette “Broken Homes”, e un quinto ha avuto un
infanzia traumatica e/o inadeguata”
[Andrea Mascia – Confidentialcrimecasebook]

Ancora più nello specifico, si consiglia la lettura del “Capitolo 2 - La ricostruzione del profilo
psicologico - comportamentale del serial killer”, scritto e presentato da Gianluca Massaro,
consultabile online [NdA: fonte: “http://www.altrodiritto.unifi.it/”]

in esso, si legge e si apprende che:


1. “Diversi autori che si sono occupati dell'omicidio seriale hanno sottolineato
l'importanza delle esperienze traumatiche subite dal soggetto in ambito sia familiare
che extra familiare, durante l'infanzia e l'adolescenza, per spiegare il manifestarsi del
comportamento omicidiario seriale. (1)” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

2. “infanzia caratterizzata da violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali, perpetrate da uno


o da entrambi i genitori.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

3. “L'infanzia è un momento fondamentale per la salute fisica e mentale del futuro adulto
ed è molto importante la formazione di un buon "legame di attaccamento" fra il
bambino e chi si prende cura di lui. Con il procedere della costruzione del legame, il
bambino s'identifica e cerca attivamente il contatto con i genitori o con chi ne fa le
veci. La frantumazione o la mancata formazione del "legame di attaccamento", può
produrre un bambino - ed un futuro adulto- incapace di provare empatia, affetto o
rimorso per un altro essere umano, caratteristiche queste comuni anche agli assassini
seriali.”[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

4. “Spesso il futuro "mostro" è un bambino che maturato fantasie perverse, perché


trascurato, maltrattato o persino violentato; frustrazioni, stress, incapacità cronica di
affrontare e superare i conflitti generano nel bambino e, poi, nell'adolescente un
progressivo isolamento dalla società, percepita come entità ostile; e dunque anche
estraneità alle sue convenzioni etiche.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

5. “Questa situazione determina così una rottura dei tabù e una serie di pulsioni violente
dirottate su vittime che interpretano un bisogno vertiginoso di rivalsa.” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

6. “Gianfranco Pallanca, sessuologo di nota fama, afferma che il processo attraverso il


quale si diventa assassini seriali passa attraverso tre fasi. La prima è l'auto-
protezione; il bambino rifiuta di vivere la propria angoscia, nasconde i suoi sentimenti,
si isola. La seconda è la rimozione; le angosce vengono trasferite nell'inconscio, dove
giacciono dimenticate, ma attivissime. La terza è la proiezione; si addossa, cioè, ad
altri la colpa della propria angoscia. Il serial killer strazia ed uccide perché vede nella
vittima l'origine dei propri mali.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

7. “la personalità del fanciullo e le sue reazioni sociali si sviluppano proprio sullo sfondo

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del clima generale della famiglia. Esigenza fondamentale per lo sviluppo equilibrato
della personalità del bambino, sia in senso psicologico che sociale” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

8. “Il clima che caratterizza la vita del gruppo familiare assume toni drammatici quando
si aggiunge anche la violenza: la stragrande maggioranza dei serial killer è stata a sua
volta vittima di sevizie durante l'infanzia o, comunque, proviene da una "famiglia
multiproblematica" [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

9. “Roger L. Depue, agente dell'F.B.I., sostiene che i "fantasmi" nel bambino


cominciano a svilupparsi quando al sesso si unisce la violenza; quando questi
due concetti si legano, è praticamente impossibile separarli di nuovo.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

10. “Si possono individuare cinque tipi possibili di "famiglia multiproblematica".


...SNIP... Il padre, spesso, mette in atto comportamenti aggressivi contro la moglie o
contro i figli. In questo caso, il bambino ha due opzioni; o decide di assumere
comunque il padre come modello identificativo, anche se negativo ...SNIP... oppure
...SNIP... Entrambi i genitori sono presenti, ma, per immaturità psicologica o
incompetenza psicosociale, il sottosistema genitoriale non funziona adeguatamente. In
questa situazione, i due genitori tendono a rinunciare alle funzioni di tipo esecutivo e la
natura del loro rapporto si presenta confusa ed instabile” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

11. “il solo fatto di crescere in una famiglia di questo tipo non è, però, sufficiente
per stabilire una relazione causale con il comportamento omicidiario seriale. Quello
che, invece, si può dire è che esiste una correlazione diretta con la scelta del soggetto
di attuare un comportamento deviante, fra i quali l'omicidio seriale è solo una delle
opzioni possibili.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

12. “Le caratteristiche comportamentali e le influenze ambientali [NdA: dell'infanzia e


della gioventù] permettono ai successivi modelli, normali e patologici, di emergere
durante l'età adulta.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

13. “Stern elabora la teoria dei "sé multipli della prima infanzia" (5):
esperienze molto intense collegate ad un affetto (ad esempio, un abuso)
possono contribuire alla mancanza di integrazione fra le esperienze, che può
causare la suddivisione del sé in una parte buona e in una cattiva” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

14. “Sebbene diversi assassini seriali abbiano avuto relazioni anche di lunga
durata, nel loro interno c'è sempre un sé nascosto che evita ogni tentativo di
raggiungere una gratificazione e ciò è il frutto di modalità di relazione errate
apprese durante il periodo evolutivo.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

15. “Molti di loro sono stati abusati dai propri genitori e gli studi su questo tema
hanno dimostrato che tutti sono stati in qualche modo vessati nella loro infanzia.
Hanno subito una violenza, spesso sessuale, in un'età in cui non potevano ribellarsi e
questa brutalità “ [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

16. “Una nutrita serie di ricerche ha dimostrato la correlazione esistente tra


l'aggressività sessuale e la cattiva relazione bambino/padre. Questo dato è
particolarmente importante perché, spesso, si tende a focalizzare troppo l'attenzione

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sulle problematiche edipiche del maschio nel rapporto con la madre, relegando in un
angolo la figura paterna. Il legame con il padre è fondamentale perché il bambino
consolidi la sua identità di genere. Il problema non è tanto come si comporti il
padre, ma qual è la percezione che il figlio ha del comportamento del
genitore” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

17. “Gli studiosi che si sono occupati dell'omicidio seriale hanno cercato di elencare
una serie di sintomi che, se riscontrati durante l'infanzia e l'adolescenza, possono far
presagire un futuro comportamento omicidiario seriale (sempre, però, stando attenti a
non formulare ipotesi di causalità diretta)” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. “sintomi di danno neurologico. Questo danno può essere provocato da una
ferita o da una malattia ...SNIP.... In taluni casi, un forte trauma alla testa è
associato all'apparizione improvvisa di un comportamento aggressivo e/o di
una personalità eccessiva” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

2. “comportamento irregolare. È caratterizzato soprattutto da un bisogno


immotivato e cronico di mentire” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

3. “attività sessuale precoce e bizzarra. Molte volte, gli assassini seriali iniziano
a masturbarsi da bambini oppure manifestano dimostrazioni di sessualità
violenta e abusiva nei confronti di altri. Anche l'utilizzo di materiale
pornografico inizia in età precoce. In particolare gli assassini seriali fanno un
abbondante uso di pornografia” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

4. “in quanto sono vittime di violenze sia intra che extrafamiliari. Ciò li porta ad
una forma di attrazione-repulsione per il sesso, che inizia a diventare un
pensiero ossessivo nella loro mente” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

18. “Gli assassini seriali, inoltre, durante il loro periodo evolutivo, mostrano una
particolare attenzione nei confronti del sangue. Per alcuni di loro, ciò è legato ad un
vero bisogno fisico di avere un contatto col sangue.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

19. “furto e accaparramento. Vengono considerati sintomi del vuoto emozionale”


[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

20. “comportamento autodistruttivo” [Fonte: Gianluca Massaro su


http://www.altrodiritto.unifi.it/ ]

21. “gli assassini seriali sono molto diversi tra loro per quanto riguarda la
motivazione, il tipo di pianificazione, la scelta delle vittime ed il modus operandi.”
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

22. “Keniston parla, a proposito di ciò, di "sindrome dell'alienazione" ...SNIP... Gli


assassini seriali hanno avuto un'infanzia ed un'adolescenza traumatica ed anche la loro
vita da adulti è contraddistinta da una serie di frustrazioni che si accumulano ...SNIP...
I serial killer, pur essendo, in linea di massima, di intelligenza media hanno una cattiva
riuscita scolastica e il grado di istruzione della maggior parte di loro è medio-
basso...SNIP... L'universo degli assassini seriali è caotico, manca totalmente di

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organizzazione ed è come se il soggetto fosse sempre in bilico fra due mondi opposti
(reale ed immaginario) che lo trascinano ognuno dalla sua parte.” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

23. “Nella maggior parte degli omicidi seriali, la motivazione principale


dell'assassino è quella di ottenere il controllo del potere, anche in quegli
omicidi che, superficialmente, presentano altre motivazioni.” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

24. “mestieri esercitati dagli assassini seriali: si tratta di individui che, spesso,
hanno un titolo di studio basso o, al massimo, di medio livello e svolgono un lavoro
modesto.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

25. “Per tutti i serial killer, l'omicidio seriale è un modo per esercitare la
loro rivalsa sulla società e per liberare l'aggressività accumulata a causa delle
frustrazioni subite” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

26. “In generale, gli assassini seriali tendono a utilizzare le caratteristiche


intrinseche del proprio mestiere per la cattura delle vittime o per l'esecuzione
dell'omicidio; ad esempio, i medici e le infermiere possono scegliere di uccidere tra i
pazienti di cui si occupano. Si può dire, quindi, che, in diversi casi di omicidio seriale, la
scelta delle vittime è fatta in base all'opportunità che si presentano all'assassino ed
esiste un certo grado di correlazione con il tipo di lavoro svolto da questo.” [ Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

27. “Il mestiere di camionista presenta un tipo particolare di correlazione con il


comportamento omicidiario seriale. ...SNIP... La mobilità di questi assassini è
giustificata dal mestiere, per cui, come detto in precedenza, non è sempre facile
correlare omicidi avvenuti in luoghi distanti tra loro. Oltre a ciò, questo è un mestiere
che consente al serial killer di stare molte ore da solo e di lasciarsi assorbire dal suo
mondo di fantasie mentre guida.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

28. “Il problema dei rapporti tra sessualità ed omicidio è indubbiamente complesso,
in quanto risulta difficile configurare e circoscrivere la nozione di delitto sessuale, per il
fatto che non è neppure facile definire l'ambito ed i limiti del concetto di "atti sessuali"
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

29. “La sessualità, infatti, ben lungi dal rispondere a motivazioni solo di ordine
fisiologico, riflette una molteplicità di fattori consci ed inconsci, che coinvolgono
funzioni istintuali, erotiche ed affettive, esprimendosi in condotte complesse che ben
difficilmente possono essere delimitate nell'ambito degli atti sessuali e, quindi, dei
reati sessuali. Il comportamento sessuale dell'uomo, infatti, è un espressione
individuale soggetta ad un enorme molteplicità di variabili, tra cui i fattori fondamentali
sono riconducibili all'assetto genetico, alle influenze ormonali e culturali in momenti
critici dello sviluppo psicosessuale, alle esperienze di vita e ad aspetti transitori dati da
modificazioni ormonali, dall'attività ideativa, dallo stato dell'umore e da eventi esterni.
Le relazioni tra questi fattori ed il comportamento sessuale, sono spesso fonte di
confusione e di pregiudizi, tanto che lo stesso atto può assumere caratteristiche
penalmente rilevanti in un certo Stato, mentre può essere ignorato in un altro, o
essere considerato malattia a o meno a seconda della tassonomia psichiatrica in uso”.
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

30. “È bene sottolineare che ciascuna delle modalità di attuazione di comportamenti


sessuale devianti è solo l'estremo di un continuum che va dal nessun interesse per lo

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stimolo sessuale ad un'impossibilità assoluta di provare una qualsiasi forma di


interesse sessuale in assenza dello stimolo stesso. In psichiatria, questi disturbi, in
passato chiamati "deviazioni sessuali", attualmente sono definiti con il termine di
"parafilia": ciò indica che l'anormalità riguarda ciò da cui il soggetto è attratto.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

31. “La maggior parte dei serial killer presenta, infatti, dei problemi nella
sfera sessuale. Questo dato è valido anche per quei soggetti i cui delitti non
hanno una motivazione principalmente sessuale” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

32. “È proprio la modalità di attuarsi della pulsione sessuale che è importante


conoscere ed approfondire in relazione all'argomento di cui ci occupiamo, perché essa,
nelle sue infinite sfaccettature, è ciò che caratterizza la condotta di molti serial killer.
Questi soggetti, spesso, esternano la loro aggressività nella sfera sessuale, assaltando
e stuprando estranei in attacchi brutali o esaltandosi in azioni di sadismo sessuale sulle
loro vittime. In alcuni casi, le componenti sessuali possono rivelarsi con chiari
segni di violenza sessuale o di atti sessuali compiuti dall'omicida sulla vittima, oppure
possono essere denunciate dalla particolare sede e morfologia delle lesioni
inferte ad essa, quando queste consistono in ferite a parti sessuali del corpo o
in escissione delle stesse” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

33. “L'ossessione per il sesso del futuro serial killer ...SNIP... Possiamo concludere
affermando che in tutti gli assassini seriali si nota la presenza di problemi sessuali e di
esperienze di violenza nell'infanzia e nell'adolescenza e la presenza massiccia di
numerose fantasie sessuali.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

34. “Le perversioni sessuali (che, con termine più moderno, vengono
chiamate parafilie) difficilmente si riscontrano allo stato puro, mentre è molto
più comune che in uno stesso assassino seriale ci sia una combinazione
variabile di perversioni.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

35. secondo le teorie di Glover: “Quando alcune forme di angoscia infantile tornano
alla luce nella vita adulta, un mezzo per riuscire ad avere ragione della crisi, è il
rafforzamento dei sistemi primitivi di "libidinizzazione"; e questo dà luogo al sorgere
della perversione” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

36. “Quando l'angoscia è troppo forte, ecco che scatta il bisogno di ricorrere alla
perversione, che permette al soggetto di raggiungere una gratificazione, anche se
transitoria.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

37. “anche da adulto, il comportamento sessuale sarà orientato verso livelli


visuali e di autoerotismo, con gravi problemi nello stabilire relazioni intime
normali e nel raggiungimento dell'orgasmo in attività sessuali convenzionali.”
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

38. “Lo psichiatra Robert J. Stoller considera invece la perversione come:Forma


erotica dell'odio, una fantasia, che di solito viene messa in atto ma a volte rimane a
livello di un sogno diurno.”. [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

39. “Feticismo. Nel caso di questo disturbo ...SNIP... Diventa feticismo patologico
quando è totalmente assente lo stimolo a realizzare l'amplesso e l'impulso genitale
riguarda esclusivamente le attività sessuali nelle quali è implicato il feticcio. ...SNIP …
La maggior parte degli assassini seriali mostra manifestazioni di feticismo

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particolarmente spiccate. Il comportamento feticistico si presenta specialmente nella


"fase totemica", cioè nel momento in cui l'omicidio è già stato effettuato e l'assassino
sente il bisogno di rivivere l'eccitazione dell'azione omicidiaria. Quando i feticci
terminano la loro azione di soddisfazione, l'assassino entra in una "fase depressiva",
uscito dal quale si metterà alla ricerca di un'altra vittima” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

40. “Voyeurismo. È una delle perversioni predilette dagli assassini serial”


[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

41. “Molti individui, prima di iniziare ad uccidere, si sono dedicati per anni
al voyeurismo, di solito accompagnato dal feticismo, attività che richiedono
una forte partecipazione dell'immaginazione e il ruolo massiccio della
fantasia. Molto spesso, si verifica un processo in base al quale il soggetto non
è più in grado di soddisfare la propria eccitazione con l'attività voyeuristica,
per cui ha bisogno di stimoli sempre più forti.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

42. “Egger sostiene che le dinamiche motivazionali dell'omicidio seriale sembrano


molto simili a quelle riscontrate nelle ricerche sullo stupro. Il bisogno di esercitare
potere è una componente fondamentale di entrambi i crimini” [Fonte: Gianluca Massaro
su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

43. “Se è errato affermare che ci sia una correlazione causale tra
pornografia e violenza, è senz'altro giusto dire, invece, che quantità e qualità
degli stimoli pornografici possono facilitare il comportamento violento. “
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

44. “È un dato di fatto che molti assassini seriali affermano di fare uso frequente di
materiale pornografico. Va distinta, però, la pornografia normale dalla pornografia
sadomasochista, che sembra quella più direttamente coinvolta nell'omicidio seriale.
Gli stimoli provenienti da questo materiale, non fanno altro che rafforzare le
fantasie di dominio già presenti nella mente del soggetto e dargli, in un certo
senso, una giustificazione di essere nel giusto” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

45. “Un effetto sicuramente collegato a questo tipo di pornografia è quello di


desensibilizzare il soggetto alle manifestazioni del dolore e alla visione della sofferenza
di vittime reali.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

46. “Ferracuti evidenza l'esistenza di una assuefazione al materiale pornografico,


che egli chiama "effetto di sazietà", che fa si che, col passare del tempo, il soggetto
perda l'interesse per uno stimolo sempre della stessa intensità e abbia bisogno di
materiale che gli dia stimoli più forti per rafforzare le proprie fantasie” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

47. “Proprio la dimensione fantastica è un altro elemento fondamentale del


comportamento omicidiario seriale ed ha una fortissima valenza sessuale. Nella
maggior parte degli assassini seriali e in particolare in quelli sadici, le fantasie sono
strettamente collegate al sesso e alla violenza e rappresentano il motore scatenante
dell'omicidio ...SNIP... le fantasie, che, col tempo vengono perfezionate sempre di più,
diventando piene di dettagli ed estremamente vivide, aiutano il passaggio all'atto
omicidiario e, dopo ogni omicidio, si aggiungono nuovi elementi che incrementano la
dimensione fantastica, proprio perché le fantasie possono nutrirsi, a questo punto,

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anche dei ricordi dell'uccisione, diventando così sempre più cruente” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

48. “l'omicidio reale non è mai appagante come sa esserlo quello


immaginato nella mente del serial killer, per questo motivo il soggetto ripete più
volte l'atto omicidiario alla ricerca della perfezione che raggiunge soltanto nella sua
immaginazione. L'esperienza del ricordo, quindi, è di fondamentale importanza per
ogni assassino seriale, in quanto serve ad alimentare le sue fantasie: a questo
servono i feticci ed i "trofei" che molti soggetti conservano dopo ogni
omicidio.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

49. “fatto che organizzazione, controllo e pianificazione accompagnano e seguono il


comportamento del serial killer.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

50. “Cercare di conoscere la misteriosa ossessione che muove gli omicidi seriali,
significa cercare di comprendere i meccanismi psicologici dell'assassino seriale, il fine
del suo uccidere” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

51. “Colpisce, di solito, lo stesso genere di persone, che incarnano certe sue
fantasie ed è reso perciò riconoscibile proprio dalle sue vittime; le considera
non come esseri umani, ma come oggetti, ciò che conta, infatti, non è
l'identità del cadavere ma quello che rappresenta per l'assassino seriale.”
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

52. “Le vittime, quasi sempre, sono persone sconosciute, incontrate


casualmente, e se conoscenza c'è stata, è stata solo superficiale ed
estemporanea” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

53. “Gustavo Charmet, psichiatra e docente di psicologia dinamica a Milano, per


descrivere la volontà di controllo da parte del serial killer, parla di "controllo sadico ed
onnipotente attraverso il quale l'assassino rende cosa un essere e fa di tutto perché
non dia segni di vita". ...SNIP ...nel rigido schema del "mostro", non c'è spazio per un
rapporto affettivo.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

54. “John Douglas ha guidato per quindici anni il Behavioral Science Unit di Quantico
(Virginia), la centrale da cui si dipana la ricerca dei colpevoli di crimini violenti e,
soprattutto, dei serial killer....SNIP... L'unico modo per prendere i serial killer, secondo
Douglas, è imparare a pensare come loro; il comportamento riflette la personalità,
quindi ritiene che: "se vuoi comprendere l'artista, devi guardare il quadro; se vuoi
conoscere il colpevole, devi guardare il crimine; un assassino seriale pianifica il suo
"lavoro" con la stessa cura con cui un pittore elabora il soggetto e l'esecuzione di una
tela" [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

55. “L'arma del delitto, secondo Douglas, non è il coltello, non è la pistola, ma è la
mente: è lì che bisogna scavare per catturarli. Perciò è necessaria l'analisi psicologica
per identificare un assassino seriale: bisogna capire quali sono i gusti, le abitudini, le
fantasie; comprendere le motivazioni più recondite e i fantasmi che, di solito, si
traducono in un rituale elaborato, al momento dell'esecuzione del delitto o subito
dopo. L'importanza fondamentale è proprio il ruolo della fantasia” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

Impossibile a detta dell'Autore, scrivere un simile documento di studio senza tenere a mente
quanto indicato dal Douglas al punto 53.
Ecco spiegato dunque il perché di un documento di analisi tanto elaborato: non siamo alla

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ricerca solo di “prove”, fisicamente indiziarie ovviamente, ma dobbiamo anche capire come in
un certo momento e solo a partire da quello, “dal nulla”, che “nulla non è, appaia nel 1974 il
MdF.

Abbiamo adesso raccolto sufficienti “chiavi”, dobbiamo verificare quante e quali “porte” del
soggetto in attenzione, possano aprire. C'è apposita sezione e capitolo per seguire simile
ragionamento. Ma prima, come ovvio, dovremo incaricarci di recuperare quante più
informazioni possibili sul soggetto d'attenzione, scremarle, valutarle, vederne congruenze e
incongruenze. Insomma, fotografare la storia personale del SV.

Come anticipato, non sono uno psichiatra o uno psicologo e quindi, per ammissione di
personali limiti, mi fermo qui; rimarcando però ancora l'importanza e la validità che tali studi
e tali nomi hanno, al punto da non poter in nessun caso essere bollati di “stregoneria o di
robe da strizzacervelli” essendo ufficialmente utilizzati, con motivazioni e specificità differenti,
in una vasta casistica di attività: da quelle mediche vere e proprie, fino a quelle investigative
ufficialmente riconosciute.

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Addendum: sulla statura e la corporatura del mostro

Sopralluoghi e perizie, nonostante quanto ipotizzato nella Perizia “De Fazio-Galliani-Luberto


sui delitti 1968-1984” [NdA: antecedente sia il Rapporto Torrisi 311/1 sia la Sentenza Rotella] , non sono
state in grado di fornire elementi univoci e certi in grado di avvalorare fondata ipotesi
relativamente alla statura del MdF.
“Non pare che dallo studio dei vari delitti siano sin qui emersi altri elementi concreti e tracce
di sorta tali da poter delineare le caratteristiche fisiche dell'assassino.” [Rapporto Torrisi – 311/1]

E’ comunque ipotizzabile con buona confidenza, che il mostro sia un soggetto destrimane,
visto che in tal senso tutte le voci del coro risultano essere concordi per via della modalità di
taglio durante le escissioni: “con tutta probabilità destrimane” [Perizia De Fazio].

Per quanto riguarda la statura invece, bisogna ammettere che non esistono dati realmente
significativi in merito:
“Ci riferiamo all'impronta di una scarpa 44/45, che sarebbe stata rilevata da qualcuno sul
luogo del delitto a Scopeti, e di quelle ritenute impresse dalle ginocchia di una persona
all'esterno dello sportello dell'autovettura Fiat Panda, relativa alle vittime del delitto di
Vicchio del Mugello, entrambi attribuite all'assassino, non si sa sulla base di quali elementi.
Ciò che è più grave è il fatto che da tali elementi poco certi sono state ricostruite le
caratteristiche fisiche di un ipotetico individuo, molto alto, non meno di mt. 1,80 di
altezza e con scarpe n. 44/45. La verità è che in una indagine seria e coerente, da elementi
incerti ed approssimativi e privi di attendibilità, per una somma di motivi che non è il
caso qui di elencare, non è possibile avanzare ipotesi meritevoli di attenzione.”
[Rapporto Torrisi– 311/1]

“Quindi possiamo senz'altro affermare che allo stato delle indagini niente autorizza a
formulare ipotesi attendibili circa le caratteristiche fisiche del soggetto in esame, se non in
via del tutto ipotetica ed in senso generale, dovendogli attribuire, oltre alla determinazione,
alla freddezza, ed alla ferocia, solo una buona dose di agilità.” [Rapporto Torrisi– 311/1]

Ricordando che il delitto di Giogoli è del 1983 mentre il Rapporto 311/1 ufficiale dei
Carabinieri è del 1986 [NdA: delitto che più di ogni altro potrebbe essere chiamato in causa per indicare una
presunta statura del mostro in relazione all’altezza dei colpi sparati attraverso i finestrini oscurati del pulmino
Volkswagen], l’ultima affermazione su citata da tale Rapporto è dunque da ritenersi scritta con
cognizione nota e soppesata anche di tale particolare. Si noti inoltre che il Torrisi presenziò
proprio ai rilievi di detto delitto [NdA: fonte: Deposizione del maresciallo dei Carabinieri Giovanni
Leonardi, in merito al delitto di Giogoli (1983) - Deposizione del 29 aprile 1994 ]

Possiamo quindi anche noi affermare che niente autorizza a formulare ipotesi attendibili circa
le caratteristiche fisiche del MdF, se non in via del tutto ipotetica ed in senso generale,
dovendogli attribuire, oltre alla determinazione, alla freddezza, ed alla ferocia, solo una
buona dose di agilità, e una probabile destrimania.
Una indiretta conferma alle parole del Torrisi, ce la possiamo formare leggendo quanto
riportato in perizia in merito a tale duplice omicidio del 1983..

• - “...In sostanza, le due vittime con tutta probabilità non stavano ancora dormendo,
ma verosimilmente stavano ascoltando la radio, e forse leggendo. Specialmente se è
vera questa seconda ipotesi, l'interno della vettura era illuminato, e ciò avrebbe
facilitato l'omicida ...SNIP... nell'efficacía dell'azione delittuosa...” [Perizia De Fazio].

Se questo fosse il caso, e non si vede perché così non debba essere, diventa plausibile
corretto affermare che:

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• a) In presenza di illuminazione interna, anche attraverso vetri oscurati, le sagome dei


bersagli sarebbero risultate comunque visibili

• b) In considerazione del punto a) e visto l’angusto spazio nel quale al chiuso sono
costretti ciò può deporre, vista anche la rapidità dell’azione omicidiaria di sparo, per
una azione di tiro non necessariamente “mirata a braccio teso, altezza della spalla,
mirino allineato all’occhio”, come se ci si trovasse in una sessione di tiro in un poligono.

▪ -Infatti, la mancanza di tracce di polvere da sparo su carrozzeria (e vetri), [NdA:


"mancano segni di affumicatura e di polveri” Perizia De Fazio], avvalora l’ipotesi che il
braccio dello sparatore non fosse teso in posizione di tiro mirato, con posizione
quindi del corpo retrostante il braccio stesso, altrimenti lo sparatore si sarebbe
venuto a trovare ad una distanza troppo grande e scomoda comunque dal
veicolo per permettergli di mirare i bersagli attraverso i vetri.

▪ -Invece, la mancanza di tracce di polvere da sparo su carrozzeria (e vetri), [NdA:


"mancano segni di affumicatura e di polveri” Perizia De Fazio] favorisce un’ideale
ricostruzione che vede il braccio aperto verso l' esterno corpo in linea ed altezza
con la spalla destra; probabilmente leggermente rialzato rispetto alla linea della
stessa; con l'avambraccio spostato a rientrare verso il fronte testa dello
sparatore; e con la mano che impugnava l’arma ruotata di circa 90 gradi (pollice
grosso modo verso il terreno impugnando l’arma), a formare una specie di “L”
inclinata.

• c) come scritto nel secondo capoverso del punto b), una simile posizione permette
infatti di avvicinare il punto di vista dello sparatore (miglior visione del bersaglio) pur
mantenendo una buone collimazione di mira, il tutto senza dover immaginare una
posizione di tiro “innaturale”.
▪ - Tale posizione di tiro quindi, ben più naturale di una a braccio teso altezza
spalla [NdA: con colpi che lasciano il loro segno ad altezze variabili tra i 137cm-140cm e un
ipotizzato 145 cm per il vetro infranto in fase di recupero, ma senza lasciare tracce di polveri] è
plausibile spiegazione al perché l’ipotizzata altezza di “molto probabilmente
superiore, e non di poco, a cm.180” [Perizia De Fazio ], non possa essere ritenuta
probante, e al limite solo introdotta come una delle tante ipotesi sul campo.

Partendo da un altro punto di vista, più tecnico e meglio spiegato di quanto sia stato capace
io di fare: si consiglia la lettura dell'articolo a firma di Andrea Mascia, sull'argomento.
Come detto, pur partendo da un altro approccio, probabilmente migliore del mio, anche in
detto articolo si giunge a medesima conclusione relativamente alla statura del mostro: ossia
che non vi è alcuna prova a supporto di una statura di circa o almeno 1,80 mt.

Quindi, riassumendo:
• 1) Altezza dello sparatore indeterminata ed ignota.
▪ a1. I 180 cm e oltre, ipotizzati nella Perizia De Fazio, sono solo una ipotesi non
provata al di là di ogni possibile dubbio o ricostruzione alternativa; inoltre nella
Perizia non vengono proposte “posizioni alternative” di sparo, che avrebbero
potuto permettere visione, mira e utilità di tiro, benché ve ne possano essere di
altrettanto ragionevoli e in sintonia con l'assenza di tracce dei fumi di sparo,
come su esposto

▪ b1. Nel caso di esattezza dell’ipotesi di un MdF alto oltre i 180 cm, questo
porterebbe a scartare i soggetti sensibilmente inferiori a tale altezza [ NdA: troppo
fantasia ci vuole per immaginarsi che il MdF si portasse appresso, sempre o solo quella volta, una
scaletta, ad esempio]

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• 2) Normale corporatura, buona prestanza fisica (spostamento dei corpi di alcune


vittime.)

Per quanto dalle perizie comunemente si evinca che tali spostamenti siano
possibili/avvenuti fondamentalmente per “trascinamento”, nulla vieta immaginare il
MdF che in alcune (o tutte) occasioni, possa aver sollevato di peso alcune vittime.
Tale tipo di azione non è indice di un mostro dotato di particolare forza bruta. Allo
scopo di poter compiere simili sforzi, una normale corporatura, al limite robusta, è più
che sufficiente.

Inoltre, prendendo a spunto il delitto agli Scopeti, sappiamo che lì certamente vi fu un


tentativo di fuga, a piedi nudi, presumibilmente correndo, da parte della vittima maschile, il
giovane Kraveichvili [NdA: 25 anni, essendo nato nel 1960].

Il MdF per raggiungerlo e finirlo a pugnalate dovette obbligatoriamente andargli appresso, e


sarebbe prettamente illogico immaginare che il MdF non abbia cercato di raggiungerlo il più in
fretta possibile, dunque (a sua volta?) correndo.
Certo si trattarono di pochi metri, e certo è sempre bene ribadirlo il Kraveichvili era ferito ed
indubbiamente in stato di choc, ciò nonostante anche questo particolare è utile ad identificare
un certo tipo di prestanza fisica. Dunque:

• 3) Agilità e buona prestanza fisica (Correre dietro al fuggitivo, raggiungerlo e finirlo a


coltellate)
▪ nulla più che una “normale/buona” agilità e “normale/buona” forma fisica può
essere dedotto dall'inseguire e raggiungere un ferito, scalzo, in fuga, nel giro di
pochi metri.

Giunti alla fine anche di questa sezione del documento, possiamo procedere al consueto
riepilogo dei dati conseguiti.

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Anni 50/60: dall’infanzia al militare

Salvatore Vinci nasce a Villacidro l’1 dicembre 1935, Sardegna [NdA: ha quindi 25 anni nel 1960;
33 nel 1968; 39 nel 1974; 46 nel 1981; 47 nel 1982; 48 nel 1983; 49 nel 19984; 50 nel 1985].

Cresce e raggiunge la maggior età [NdA: all’epoca in Italia era quella dei 21 anni] , in quegli anni
‘50/’60 in cui in Italia tutta, e nella Sardegna rurale anche di più (visto il radicamento diffuso
della diffidenza verso i “colonizzatori” tutti, la struttura sociale familistica e i circuiti di
reciprocità), è ancora ben radicata la “cultura” dell’onore da far rispettare a tutti i costi e di
quel comodo maschilismo che vede l’uomo poter avere tutte le donne che vuole, e la donna
che invece, alla prima scappatella, viene etichettata come “puttana”.

Villacidro non è New York, la Sardegna non è l’America. La Sardegna è la Sardegna. Le


tradizioni hanno un peso nella vita comune: il paese, la vita rurale e al pascolo, la famiglia,
l’onore, l’immagine che gli altri hanno di te, il rispetto e la “balentia” o esibizionismo
socializzato [NdA: che ha un significato ed una valenza sociale e comunitaria molto più ampia di quanto si sia
soliti pensare], sono presenti e persistenti come l’aroma del mirto nell’aria quando fiorisce.

SV, secondo di quattro figli, trascorre i suoi anni di infanzia, tra pesanti botte ricevute in casa
da parte del padre [“è stato massacrato di botte dal padre all'età di dieci anni, rimanendo
per quindici giorni fasciato per le ferite riportate” – dichiarazioni di Rosina Massa ai Carabinieri - 21
giugno 1986 – Supplemento Rapporto 311/1-1 ] e lavori nel campo della pastorizia, feste al suono
della fisarmonica, costruzioni e ristrutturazioni edili [“Ma non sei tu la figlia di Pietro Massa?
La sorella di Giuseppe, il muratore, che abbiamo fatto le case insieme" ...SNIP.... e lui "Ma ti
ricordi nel '55 son venuto a suonar la fisarmonica a casa tua?" – Deposizione del 14 luglio 1991 di
Rosina Massa].

Vox populi recita e costrizioni lavorative impongono, il non troppo insolito costume che
pastori, magari troppo ormonalmente esuberanti, potessero trovare sui monti, lontani da ogni
donna, momentanea valvola di sfogo in rapporti omosessuali più o meno consenzienti tra
loro. Tali rapporti non venivano né visti né vissuti come relazioni omosessuali vere e proprie
(altrimenti osteggiate socialmente), ma come semplici e “naturali” valvole di sfogo
necessarie, dovute alle lunghe e solitarie giornate distante dal paese, in compagnia solo di
animali ed altri pastori dello stesso sesso. Non esiste documentazione che possa garantire
che, tra un pascolo ed un altro, rapporti simili siano stati vissuti da SV nella sua gioventù.
Così come non esistono fonti che possano escludere con certezza un qualcosa di simile. Tutto
quello che possiamo dire in merito, plausibilmente, è che se approcci (o atti) in tal senso
avvennero, SV consenziente o no, accettati o rifiutati, la cosa in quell’ottica non avrebbe fatto
sgranare gli occhi a nessuno, né sarebbe stata valutata come una mancanza di “mascolinità”.
In amplia accezione del binomio pastorizia/rapporti omosessuali, pur non espressamente
riferito al periodo sardo del titolo del capitolo, sappiamo comunque ad esempio che Silvano
Vargiu “fu l'amante ed il servo pastore di Salvatore Vinci” [“...Spartaco Casini, già dipendente
del Vinci, nei primi anni '80, riferiva di un'affezione singolare, del Vinci anche per Silvano,
insomma il Vargiu...” – Sentenza Rotella].

Sappiamo dalla deposizione resa dal figlio stesso del SV, Vinci Antonio, il 26 Giugno 1986, al
Mar. Congiu e al Col. Torrisi che: “durante il servizio militare [NdA: SV] ha subito un incidente
e che poi durante il ricovero in Ospedale [NdA: Ospedale Militare, come prassi vuole durante il servizio di
leva], per ottenere un periodo di convalescenza, avrebbe subito dei rapporti carnali via anale.”
[rapporto Torrisi – Supplemento 311/1-1].

Tenendo conto che all’epoca la maggior età, e dunque l’età per il servizio di leva obbligatorio,
erano i 21 anni, e visto che non risulta che il SV potesse aver titoli per chiedere ed ottenere
rinvii alla leva (studi universitari, ad esempio), tale episodio deve essere assegnato alla fascia

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di età 21-22 anni. Età non pre-adolescenziale, certo, ma comunque relativamente giovane.
E’ inoltre da notare che la frase dichiarata dal figlio Antonio [NdA:“...per ottenere un periodo di
convalescenza, avrebbe subito dei rapporti carnali via anale.”], potrebbe quasi lasciare intendere che il
SV fosse “consenziente”, pur se sotto pressione psicologica e/o ricatto (“o accetti i rapporti
anali, o niente licenza”).

Accettazione in cambio di una semplice licenza di qualche giorno (non certo di congedo!) che,
appunto, può essere vista come:
• a. Una accettazione estorta dalla forza del ricatto (dunque uno stupro)

• b. Una accettazione quasi complice (“per ottenere...”), come a dire che il soggetto già
sapendo cosa significava subire tale genere di penetrazione (pregresse esperienze ?),
valutò prioritaria la licenza e accettò la sottomissione.

La frase, per come è formulata, inoltre resta ambigua addirittura al punto che poco
vieterebbe di vederci pure una offerta proposta, e consumata passivamente, dallo stesso SV
ad altri soggetti in posizione avvantaggiata rispetto alla sua, al solo fine di ottenere la licenza.

Al di là della lettura appena enunciata, è e resta però possibile vedere questo significativo
particolare aneddotico (stupro anale subito), come una possibile “scena primaria”, futura
volta di un risentimento che travalica la “normalità” per scadere in una patologia. [NdA: “scena
primaria” di sicuro molto più impattante di quella del vedere il seno sinistro della Miranda]. O, almeno, tale
aneddoto, abbinato a quello delle violente botte paterne, non è scartabile a priori.

Sia come sia, sappiamo però per certo che, sempre in giovane età, sempre in quel del suo
paese, il SV aveva intratteneva rapporti di natura omosessuale, nello specifico con un suo
pressoché coetaneo: Steri Salvatore [“...manifestazioni omosessuali del Vinci Salvatore, i cui
segnali già provengono dall'epoca giovanile, risalente all'inizio della sua amicizia particolare
con il suo coetaneo e futuro cognato Steri Salvatore”. - Supplemento Rapporto 311/1-1].

Ad incrociato supporto di tali affermazioni relative alle “manifestazioni omosessuali” del SV, ci
sono anche le dichiarazioni rese al sostituto procuratore dottor Adolfo Izzo, in data 9 Ottobre
1985, da parte di Antonio Pili [“...non fa mistero delle voci allora correnti in tal senso nel loro
ambiente giovanile” – Antonio Pili - Supplemento Rapporto 311/1-1].

Rapporti omosessuali a parte, dalla deposizione della Rosina Massa, scopriamo che durante il
periodo di leva (21-22 anni), il SV subì un violento trauma cranico [“è caduto, battendo la
testa, durante il servizio militare” – dichiarazioni di Rosina Massa ai Carabinieri - 21 giugno 1986 –
Supplemento Rapporto 311/1-1].
Che tale trauma fosse stato violento, è più che logico dedurlo dal fatto che lo stesso SV ebbe
a raccontarlo, ad anni di distanza, proprio alla Rosina. Una semplice botta, non avrebbe avuto
motivo alcuno né per essere ricordata dal SV medesimo dopo tanti anni, né motivo di
racconto dal SV alla Massa, e tanto meno da parte della Massa ai Carabinieri.

“Trauma cranici”, detti anche traumi cerebrali e lesioni cerebrali, possono marciare di pari
passo, essendo uno dei due sottotipi generanti dette lesioni.
Le lesioni cerebrali infatti, sono di solo due tipi:

• - Di tipo traumatico (lesione chiusa alla testa o lesione penetrante alla testa)

• - Di tipo non traumatico (come ad esempio ictus, meningiti, etc)

Risulta ben plausibile immaginare che questo violento trauma cranico, conseguenza di una
caduta “durante il servizio militare” sia lo stesso che il figlio Antonio, indica col termine

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“incidente a militare”.
Trauma che poi sarà cagione specifica di sopruso sessuale con tanto di penetrazioni anali.

Nel caso in cui, detti rapporti anali, fonte di concessione di licenza, siano stati estorti con
sopruso e ricatto: ci troveremmo qui di fronte ad un binomio, insignificante o importante che
sia, che vede abbinato ad un violento trauma cerebrale (possibile fonte di lesioni cerebrali)
fonte diretta di sofferenza fisica anche uno trauma di natura sessuale disonorante: dolore,
umiliazione e sesso uno in conseguenza diretta dell’altro. In età comunque giovanile.

Ma c'è di più, infatti sempre nel caso di costrizione/imposizione di tali rapporti anali, al dolore
fisico del trauma, al disonore del tipo di sottomissione sessuale, è da abbinare anche la
possibile interpretazione cerebrale di “autorità” (i militari di grado più alto del suo) che causa
disonore sessuale al soggetto debole impossibilitato, per scala di comando, a ribellarsi ad una
simile imposizione.
Abbinamento non troppo dissimile da quello relativo alle violente botte paterne, col padre a
ricoprire il familiare ruolo di autorità).

Ricapitolando, al momento abbiamo ottenuto tutta una serie di informazioni, “ininfluenti”, ma


ininfluenti solo fino a che si vuole considerarle tali.
I “semi” sono piante che ancora devono sbocciare e crescere, e che per farlo hanno solo
bisogno delle condizioni climatiche e nutrizionali corrette. Gli esseri umani non sono dissimili
sotto alcuni aspetti.

Già solo fin qui, dunque solo per questo breve lasso di tempo (infantile, 10 anni e giovanile,
21 anni) siamo riusciti a portare a casa una serie di informazioni documentate, che
cominciano a descrivere un personaggio con un vissuto che può, e sottolineo può, essere
considerato fertile humus di coltura per successive mutazioni, deviazioni e sotto particolare
input diretto contingente, sbocciare in palesi manifestazioni di forma patologica.
Infatti, tracce di traumi psicologici come tipo di "danno" che in alcuni casi viene subito dalla
psiche a seguito di esperienze critiche vissute dall’individuo, sono indubbiamente presenti e
riconoscibili.

Non si tratta dunque qui di buttare un occhio morboso ai gusti, comportamenti e alle
preferenze sessuali di un uomo adulto, formato e libero, ma di collezionare una serie di
informazioni che anche, e casualmente, afferiscono alla sfera delle esperienze (e preferenze)
sessuali di un giovane; giovane che pure venne a trovarsi a vivere, oltre alle botte paterne
nell’alveo della famiglia, anche una serie di “umilianti” o “accettati/subiti/proposti come
merce di scambio” rapporti anali (nel senso di dettate dalla necessità di accettare/subire i
parametri di un insano scambio ai fini di conseguire una lecita e legittima licenza), in seguito
al dolore e alle ferite riportate battendo violentemente la testa (possibile causa di lesioni
cerebrali, vista la gravità della botta riportata).

Tutte informazioni relative ad “attimi” che possono essere definiti impattanti, traumatici o
quanto meno significativi e degni di nota, vista la giovane età in cui avvengono gli stessi.

Al di là degli anni specifici, anche l’ambito di degrado famigliare, botte e violenze paterne, le
varie denunce ed i precedenti penali dei fratelli Francesco e Giovanni, con quest’ultimo pure
finito a processo con una denuncia di incesto contro la sorella, Lucia Vinci [“...processo per
incesto con la sorella Lucia...” – Sentenza Rotella], possono essere viste e percepite, pur senza
classificarle come prove ovviamente, come humus e habitat fecondo, se non all’insorgere
come causa unica e diretta di una psicopatia, almeno alla formazione di una “differente idea”
di famiglia, morale e del sentire e vivere i rapporti interpersonali, rispetto a quelle
socialmente comunemente pubblicamente e privatamente accettate.
Che nella realtà esistenziale del SV, abbiano veramente creato dei veri e propri traumi

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psicologici e psicopatici, non è dato sapere con certezza, visto che non venne eseguita alcuna
perizia psichiatrica nei suoi confronti [NdA: la perizia psichiatrica chiesta nei suoi confronti non venne
autorizzata dalla Corte nel processo a suo carico, come presunto uxoricida della moglie Barbarina Steri] .
Il compito del ricercatore però, è e resta comunque quello di prenderne nota.

E nel momento in cui, a fine raccolta informazioni, arriva il momento di tirare le fila e dare
plausibile coerenza ad una ipotesi lavorativa indiziaria, se questi rientrano a pieno titolo, a
mezzo titolo o a nessun titolo, non è possibile non tenerne conto.

Riassumendo: ciò che al momento abbiano scoperto è che:

• - Nella sua infanzia e gioventù e prima maturità, il SV passò attraverso:


▪ - Padre violento e pesantemente manesco nei confronti del figlio (fasciato per le
percosse ricevute ben 16 giorni)

▪ - Rapporti consenzienti omosessuali

▪ - Stupro anale subito durante il periodo militare, come fonte di conseguimento di


una licenza (presunto nel senso che risulta indeterminata la sottomissione
costrizione/accettazione del rapporto)

▪ - Violento trauma cranico (a sua volta connesso, molto probabilmente, col punto
precedente)

▪ - Possibilità di lesione cerebrale (vedasi ricovero in Ospedale - in sintonia anche


con l’assunzione di Norzetam)

▪ - Plausibile concatenazione del binomio umiliazione/sesso o dolore/sesso, o


anche del trinomio dolore/umiliazione/sesso (identificabile idealmente come una
“scena primaria”, causa di successive patologia psicotiche)

▪ - Ambiente familiare degradato

Giovanissima e giovane età; violenze fisiche subite, anche gravi; forte trauma cranico;
rapporti di sesso anale volontario affettivo; rapporti di sesso anale sotto costrizione.

Questo non fa di una persona un mostro. E non fa di una persona un mostro, nemmeno una
volta aver avuto “una grandissima delusione” [Francesco Vinci - Intervista su La Nazione - 1 novembre
1984], come non fa di una persona un mostro che si accanisce contro le coppie di innamorati,
nemmeno esser nato e l’aver vissuto in un contesto famigliare condito di botte e violenze ai
figli, possibili incesti familiari, illegalità, violenze minacce e rapine, tradimenti, amanti comuni
che passano da un fratello all’altro, liti tra fratelli, figli di cui si dubita della paternità e che a
loro volta ne dubitano, omosessualità e bisessualità latente, nascosta e manifesta.
Del resto però, nemmeno il costringere a suon di minacce e botte le proprie mogli e amanti
allo scambismo, al sesso di gruppo, a rapporti pubblici e con sconosciuti, al provare piacere a
guardare le proprie compagne in tali situazioni, è comunque possibile inquadrarlo
nell’immagine alla “Mulino Bianco” della coppia e del nucleo famigliare felice. Son cose che
fanno a pugni.

Come se stessimo leggendo una ricetta, cominciamo già fin da subito qui, a trovarci tra le
mani alcuni di quegli “ingredienti” che mescolati ad altri, ognuno secondo il proprio peso e
importanza, necessiteranno poi solo più della/delle scintilla/scintille per accendere il fuoco per
essere cucinati portando al risultato finale della ricetta.

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Del resto come già fatto notare, se anche solo per un istante si è dato ufficialmente valore
alla visione del “seno sinistro della Miranda” [NdA: Miranda Bugli] come ancestrale causa
scatenante delle follie del mostro, non possiamo noi invece portare all’arco del nostro
ragionamento traumi, situazioni e comportamenti, ben più “pesanti” e “significativi”, che in un
qualsiasi libro di psicologia e psichiatria vengono segnalate come argomenti su cui porre seria
attenzione!?

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Stupro, botte, matrimonio e morte di Barbarina Steri

Per ciò che attiene strettamente alle vicende interconnesse tra la Barbarina Steri, lo Steri
Salvatore (fratello), lo Steri Francesco (padre), Salvatore Vinci, il Pili Antonio, corna, ricatti,
denunce, relazioni omosessuali e non, matrimonio civile, botte, abbandono tentato, e morte
della Steri stessa in Villacidro nel 1960, si potrebbe quasi addirittura fare a meno di scrivere
alcunché: la lettura delle informazioni e logiche riportate nella relazione scritta da Torrisi nel
1986, anche a fronte del Rapporto Giudiziario n. 7 del 19 gennaio 1960, e del Rapporto
Giudiziario n. 140 del 10 dicembre 1959, scritti dai Carabinieri della Stazione di Villacidro
prima, è più che sufficiente a farsi una chiara idea degli ambienti, dei legami di relazione e
soprattutto dei fatti intercorsi, in particolar modo per quelli inerenti la morte della Barbarina.

Alcuni spunti e note, però, è bene rimarcarli ed evidenziarli visto che, come per i passi
precedenti, anche questi partecipano/possono partecipare alla cornice ed al quadro proposti
in questo documento di studio.

Come prima, anche qui non è affatto una questione di “tipo d'autore” ad esempio capire se
una persona ne abbia precedentemente uccisa o meno un'altra. A sangue freddo e con
premeditazione. Non lo è perché, soprattutto in assenza di una ufficiale perizia medico-
psichiatrica del soggetto in questione [NdA: la perizia psichiatrica chiesta nei suoi confronti non venne
autorizzata dalla Corte nel processo a suo carico, come presunto uxoricida della moglie Barbarina Steri], diventa
compito del ricercatore riuscire ad individuare, informazioni attendibili che possano aiutare a
sopperire a tale mancanza, mettendolo in condizione di valutare nel pro e nel contro, legami
o l'assenza degli stessi, capaci di fornire una luce interpretativa non tanto o non solo a livello
caratteriale, ma anche di possibile anamnesi patologica.
L'ho già scritto e lo ripeto, si tratta qui, in questo studio sul MdF, di sviluppare un
ragionamento ed un filo logico su base indiziaria, in cui se volessimo invece restringere il
campo di discussione alle sole certificate prove fattuali e concrete, ben poco si potrebbe
scrivere su chiunque, non essendo mai stata ritrovata né la calibro 22 L.R. né altra prova
fisica in grado di inchiodare incontrovertibilmente un nome a quei tremendi e folli delitti.

Una breve cronistoria, morte della Steri Barbarina a parte, riporta che:

Finito il servizio militare, SV all'età di 23 anni, nel 1958, sposa Barbarina Steri, di 17.
• -“L'aveva presa con la forza, in campagna, forse per umiliare il ragazzo che lei amava
e dal quale era riamata, Antonio. E vero, Salvatore aveva "rimediato", l'aveva, cioè,
sposata“
[“Dolci Colline di Sangue” - M. Spezi / D. Preston]

• – ...dopo che lui l'aveva violentata in aperta campagna con l'intento di mortificare,
Antonio Pili, un giovane che lei amava e dal quale era riamata ” -
[citazione dal blog: Insufficienza di Prove]

• -“...essere stata obbligata e costretta a sposare il VINCI Salvatore per una serie di
motivi, tra cui quello di essere rimasta incinta” -
[Rapporto Torrisi 311/1 ].

• -“la Barbarina è stata violentata e messa incinta da VINCI Salvatore”


[Dichiarazioni di Anna Maria Tibet- Rapporto Torrisi 311/1]

Con la violenza e il disprezzo della donna, inizia dunque presto.


In ogni caso, il matrimonio, oltre che “riparatore”, è pure un matrimonio “combinato”, grazie
agli ottimi rapporti che intercorrono tra il SV e il padre di lei, ed in particolar modo quelli con

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il di lei fratello: Steri Salvatore


• -“...manifestazioni omosessuali del Vinci Salvatore, i cui segnali già provengono
dall'epoca giovanile, risalente all'inizio della sua amicizia particolare con il suo
coetaneo e futuro cognato Steri Salvatore”.
[Supplemento Rapporto 311/1-1].

• “l'atteggiamento dei due cognati, il loro modo di fare, il loro affiatamento, manifesta
chiaramente un tipo di rapporto diverso dalla comune amicizia, tanto che tra loro
giovani, più o meno seriamente, si è pensato che fossero omosessuali, soprattutto il
Vinci”
[Dichiarazioni di Antonio Pili ai Carabinieri – Rapporto Torrisi 311/1]

Che il sesso anale omosessuale fosse per il SV cosa antica (quindi di età ben giovanile per
non dire di post infantile) o debba esserne individuato l'inizio in quello stupro anale subito a
militare [NdA: “durante il servizio militare [NdA: SV] ha subito un incidente e che poi durante il ricovero in
Ospedale per ottenere un periodo di convalescenza, avrebbe subito dei rapporti carnali via anale.” - Rapporto
Torrisi – Supplemento 311/1-1] quando il SV aveva 21 anni, dunque appena un paio di anni prima
dello sposare la Steri Barbarina, non è dato di sapere con certezza; anche se è plausibile
immaginare che a tale tipo di rapporti anali fosse già uso [ NdA: “...manifestazioni omosessuali del
Vinci Salvatore, i cui segnali già provengono dall' epoca giovanile...”. - Supplemento Rapporto 311/1-1 - “...non
fa mistero delle voci allora correnti in tal senso nel loro ambiente giovanile” - Dichiarazioni di Antonio Pili, al
Maresciallo Congiu, 9 ottobre 1985].

Nel febbraio, del 1959 Barbarina dà alla luce il figlio Antonio [ NdA: “al quale, nel suo ricordo, ha
dato il nome di Antonio “ Rapporto Torrisi 311/1 ], così chiamato in scorno ed disprezzo al marito SV
[NdA: la “grandissima delusione” di cui parla Francesco Vinci nell'Intervista su La Nazione del1 novembre
1984 ?], in quanto oltre ad non aver mai smesso di amare il Pili, con lo stesso ha pure
riallacciato, di nascosto, la relazione interrotta [NdA: “La STERI Barbarina, sebbene sposata, coltiva da
tempo una relazione intima con un giovane del luogo, PILI Antonio, con il quale si incontra con frequenza in vari
luoghi convenuti del paese“, e “...rapporto giudiziario n. 140, datato 10.12.1959, redatto dalla stessa Stazione di
Villacidro, con il quale la STERI Barbarina è stata deferita all'Autorità Giudiziaria per rispondere del reato di atti
osceni, unitamente al suo amante PILI Antonio” - Rapporto Torrisi 311/1].

La Barbarina infatti, era fin da giovanissima età innamorata di tale Antonio Pili [ NdA: “...hanno
modo di conoscersi in Villacidro, sin dall'età di 15 anni lui, e 13 lei, e da quel momento i loro incontri sono sempre
più frequenti, però vengono subito avversati dai familiari di lei.. In una circostanza in cui il PILI osa manifestare le
sue serie intenzioni al padre della giovane, non solo riceve un categorico rifiuto ed un ammonimento a smetterla,
ma anche un colpo di frusta. Le liti subentrano anche con il fratello a nome Salvatore, e lui ed il padre fanno di
tutto, ricorrendo anche alle maniere forti, per allontanargli la figlia. Le ragioni di questa ostilità diventano palesi
allorché la Barbarina gli confida che i genitori vogliono darla in fidanzamento ad un intimo amico del fratello
Salvatore, VINCI Salvatore, assiduo frequentatore della loro abitazione. Anche tra il PILI ed il VINCI si verificano
delle liti con reciproco scambio di insulti e pugni, sempre per le medesime ragioni.... ” - Dichiarazioni di Antonio
Pili, rese al Maresciallo Congiu, in data 26 novembre 1984 – Rapporto Torrisi 311/1 ]

Risulta comunque agli atti dei rapporti investigativi, che il SV venne a conoscenza della
ripresa dei rapporti intimi tra i due amanti; e che a quel punto, sapendo ora e luogo di un
incontro tra i due “...organizza un piano ben architettato per far cogliere in flagranza i
due . Egli deve rimanerne al di fuori per allontanare eventuali sospetti con l'ausilio di due
amici fidati, ARESTI Mario, sordomuto, a cui affida la parte di un fantomatico postino
incaricato della consegna di bigliettini tra la moglie e l'amante ed un fotografo dilettante,
PILLERI Gesuino, pregiudicato, noto donnaiolo , il quale gode fama di ricattare giovani donne,
dopo averle ritratte in posizioni compromettenti, cui affida il compito di immortalare i due
mentre si congiungono carnalmente...” [Rapporto Torrisi 311/1]

Comunque, oltre alla articolata pianificazione, alla possibile “grandissima delusione” e ai


“rapporti omosessuali”, altrettanto ed ancor di più degno di nota è rilevare come il SV fosse

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solito trattare la Barbarina Steri, donna, moglie, nei pochi anni della loro “forzata” relazione:
• - “...la STERI, senza darsi per vinta, perché innamorata del giovane, continua a
coltivarla senza preoccuparsi delle botte e minacce ricevute” [Rapporto Torrisi 311/1]

• - “...continui litigi tra i due coniugi...” [NdA: Dichiarazioni del vicino di casa Steri Raimondo, ai
Carabinieri – Rapporto Torrisi 311/1]

• “miseria in cui era tenuta dal marito che le faceva mancare i mezzi necessari per sé ed
il figlio” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “La STERI racconta al PILI …SNIP... di subire maltrattamenti continui anche con
pugni al viso, da parte del suo marito” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “La STERI Annamaria, la sorella minore, che all'epoca dei fatti aveva circa 10 anni,
dichiara: di ricordarsi che la Barbarina aveva sofferto molto i maltrattamenti subiti dal
marito e molto spesso portava i segni delle percosse” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “...di aver saputo dal nipote VINCI Antonio, per averlo appreso dalla matrigna, di
forzose promiscuità sessuali, imposte ad entrambe le mogli, la prima e la
seconda, e che il padre ha accusato la madre di prostituirsi” [Dichiarazioni di Giuseppina
Steri ai Carabinieri – Rapporto Torrisi 311/1]

Verbali, dichiarazioni, alibi, ricostruzione nel dettaglio della morte della Steri, invece, per non
appesantire eccessivamente questo lavoro, non si ritiene il caso di trattarli con specifica
disanima. Per questo è già più che sufficiente quanto scritto nel Rapporto Torrisi [ NdA: capitoli
5-6-8-16 in particolare].
A fronte di quanto in merito esposto dal Tenente Colonnello Nunziato Torrisi, ci sentiamo in
sintonia col giudizio, ponderato, che vede il SV nei panni di uxoricida; diretto e/o in
complicità, responsabile omicida della moglie.
La versione dunque che vede il SV, congiuntamente al fratello di lei, Salvatore Steri,
contemporaneamente amante del SV medesimo, e probabilmente al padre di lei, Steri
Francesco, togliere la vita, alla giovane moglie del SV, appare a mio avviso e nonostante una
sentenza definitiva passata in giudicato, la più attinente e quindi correttamente ipotizzabile e
accettabile..

E’ un dato certo che SV uccise, in complicità o meno col suo amante dell’epoca e altri,
Barbarina Steri?
No; e lo sottolineiamo tranquillamente.
Eppure visti gli indizi convergenti, e valutata l’implausibilità degli alibi della fantasiosa
ricostruzione proposta, come ben illustrati nel Rapporto Torrisi, in questo documento di studio
l’ipotesi dell’uxoricidio può (e deve) essere accettata.

Del resto, quand’anche il SV non fosse responsabile diretto della morte della Barbarina,
questa resterebbe ugualmente l’immagine di sé che lo stesso aveva venduto al SM.

Già, perché anche se ci tocca fare momentaneamente salti in avanti, lo Stefano Mele marito
della Barbara Locci uccisa nel 1968 in Toscana, compare anche nella vicenda della Barbarina
Steri, morta nel 1960 in Sardegna. Legame comune e filo conduttore, ovviamente il Salvatore
Vinci.

Infatti:
• - Nel 1958: Stefano Mele si trasferisce da Fordongianus, Sardegna, in Toscana

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• - In data 14 gennaio 1960: Barbarina Steri viene trovata morta

• - In data 21 agosto 1968: Barbara Locci viene assassinata

• - in data 23 agosto 1968: Stefano Mele racconta ai Carabinieri di Castelletti di Signa la


partecipazione di Salvatore Vinci nell’omicidio della moglie Barbara Locci
(scagionandolo immediatamente pochissimo tempo dopo).
E’ altamente significativo notare che durante quella sua quasi prima confessione, il SM
fa mettere a verbale che: “ha paura del VINCI Salvatore perché questi gli ha detto di
aver ucciso la sua prima moglie, con la quale era sposato solo civilmente, lasciando di
proposito la bombola del gas aperta” [Rapporto Torrisi – 311/1]

• - in data 16 dicembre 1982: “il G.I., Dott. Vincenzo TRICOMI, a seguito di sua
specifica richiesta diretta al Nucleo Operativo, del 29.11.1982, acquisisce in data
16.12.1982, tramite la Tenenza Carabinieri di Villacidro, il Rapporto Giudiziario n. 7 del
19.1.1960, della Stazione omonima, relativo al decesso di STERI Barbarina” [Rapporto
Torrisi 311/1].

Ossia, almeno in questo caso non è assolutamente possibile che una simile informazione, SV
uxoricida, possa essere raccontata dal SM su imbeccata (volontaria o meno) o sotto l’effetto
di qualche “ceffone” degli investigatori dell’epoca [NdA: come invece alcuni, erroneamente come
altrove spiegato in questo documento e già anche nel Rapporto Torrisi, sospettano rispetto al conoscimento di
alcuni particolari del delitto di Signa].

Quindi:
• - Non risultando plausibile che il SM, trasferitosi in Toscana da Fordongianus, nel 1958,
potesse essere a conoscenza della ben poco nota morte, per suicidio, di una
sconosciuta Barbarina Steri in Villacidro, nel 1960

• - Non risultando plausibile individuare nel SM un cervello così acuto e sopraffino [ NdA:
“personalità piuttosto labile” – Rapporto Torrisi 311/1 - “...fu periziato nel 1970 affetto da “grave
oligofrenia”. In pratica ragiona come un bambino di 6 anni” - Confidentialcrimecasebook], capace di
inventare e pianificare prima e sostenere davanti ai Carabinieri poi, una simile
distorsione, specie, per un incensurato, durante i primi impatti con gli inquirenti che lo
interrogano.

E' quindi da ritenersi accertato che chi poteva fare allo Stefano Mele un simile racconto,
veritiero o millantato che fosse, non potesse essere altri che il SV stesso [ NdA: o al limite i fratelli
di lui; il Francesco con più probabilità rispetto al Giovanni, vista la durata e la frequenza dei rapporti con la Locci.
Non si capisce però a che pro e con quale confidenzialità qualcuno dei fratelli del SV, avrebbe potuto raccontargli
tali cose. La confidenzialità era certamente maggiore tra i due amanti SV e SM ].
Riuscire invece con altrettanta certezza a determinare con indubbie prove uxoricidio o
millanteria, sarebbe ovviamente utile, e per molteplici motivi, ma come detto, prove fisiche
nell’uno o nell’altro senso non sono presenti.
Non di meno per quanto su illustrato e soprattutto a fronte di ragionata lettura di quanto
contenuto in proposito nel Rapporto Torrisi [ NdA: o per essere più precisi, nella settantina di pagine
pubblicamente disponibili, rispetto alle quasi centottanta che includono anche gli Allegati ], è convinzione
dell’autore che le possibilità che la Steri si sia effettivamente suicidata, e proprio con quelle
modalità, appaiono minime e altamente improbabili.

Per dovere di cronaca e obiettività di studio, si noti però come l'avvocato del SV al processo
per uxoricidio, abbia, e con successo, messo in luce alcune pecche in quanto scritto dal
Torrisi, proprio relativamente a detto ipotizzato uxoricidio:
• “Nel suo rapporto, prosegue il difensore, lei accenna ad avvelenamento da monossido

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di carbonio' riguardo alla morte della Barbarina Steri. Nella perizia non se ne parla. Lei
da dove lo ha tratto?. Il Colonnello si agita. Non risponde” [Fonte: quotidiano La Città – 15
aprile 1988 ]

Accettando comunque queste conclusioni, abbiamo così da aggiungere tra gli “ingredienti”
citati nel precedente capitolo, anche quello della violenza omicida, e soprattutto pianificata e
premeditata. Su una donna. Pure di stretta conoscenza, e madre di un figlio.
E togliere la vita a qualcuno, per quanto meccanicamente possa essere una cosa basicamente
facile, psicologicamente invece è comunque qualcosa che difficilmente non lascia strascichi
interiori, siano essi “rimorsi” o “esaltazioni”, in cui si ripensa alle scelte e alle azioni e alle loro
conseguenze. Peggio addirittura ne sarebbe l'assenza, sintomo di una personalità così
autoreferenziale e priva di empatia da poter essere considerata ancora più pericolosa [ NdA:
abbiamo già letto come la mancanza di empatia sia una caratteristica tipica di psicopatici e serial killer ].

In ogni caso, concedendo il beneficio del dubbio, risulta comunque particolarmente


interessante notare che se anche il SV non fosse l’uxoricida che traspare dal Rapporto Torrisi,
il fatto che lui stesso così ne vendesse al SM la sua immagine, a livello conscio non si
discosterebbe troppo dall’esserlo a livello inconscio, dando evidenza del non dimostrar
riprovazione per un simile delitto, anzi da usarlo come “vanteria” per guadagnare livello
d'approvazione altrui.

Visto che, nella Villacidro 1960 siamo alla ricerca di possibili “ingredienti”, vale la spesa
quindi, come fatto nel capitolo precedente, di fare un breve riepilogo di quelli appuntati fin
ora:

• - Padre violento e pesantemente manesco nei confronti del figlio (15 giorni fasciato per
le percosse ricevute)

• - Rapporti omosessuali

• - Stupro anale subito durante il periodo militare, come fonte di conseguimento di una
licenza [NdA: “presunto” nel senso che risulta indeterminata la volontaria accettazione/volontaria
offerta di scambio/costrizione del rapporto]

• - Violento trauma cranico (a sua volta connesso, molto probabilmente, col punto
precedente)

• - Plausibile concatenazione del binomio umiliazione/sesso e/o dolore/sesso, o anche


del trinomio dolore/umiliazione/sesso, in relazione al conseguimento di un interesse
privato proprio da parte di una forma di autorità

• - Ambito familiare degradato

Quelli che possiamo aggiungere ora sono:

• - Probabile uxoricida
▪ - Tramite uso di gas, o probabilmente tramite “asfissia meccanica” [“Solo lo
STERI Francesco, poi dimostra di avere delle perplessità allorché riferisce di aver
notato nel viso della figlia alcuni segni forse dovuti a qualche graffio, e di
ricordarsi che la sera precedente al fatto, la figlia, trovandosi a casa sua, non
presentava in viso alcun graffio” e anche “non appare sufficientemente
evidenziata la morte per avvelenamento di ossidio di carbonio [NdA: la
frase incriminata contestata dall'Avvv. Marongiu, difensore del SV ], che potrebbe

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somigliare a quella prodotta per asfissia meccanica, in quanto le differenze più


evidenti riguardano la diversa colorazione che il sangue viene ad assumere” ed
in particolar modo “la donna effettivamente presenta delle escoriazioni al viso
prodotte verosimilmente dalle unghie della mano ed un leggero ematoma al
collo” - Rapporto Torrisi – 311/1 ]

• - Assenza conscia/inconscia di distinzione tra uxoricida e non, in quanto vende al SM la


sua immagine come tale [“ha paura del VINCI Salvatore perché questi gli ha detto di
aver ucciso la sua prima moglie, con la quale era sposato solo civilmente, lasciando di
proposito la bombola del gas aperta” - Rapporto Torrisi – 311/1]
▪ - mancata dimostrazione di riprovazione per un simile tipo di evento delittuoso,
di cui arriva a farsi addirittura vanto, pro domo sua, col SM

• - Compagna del SV che “manifesta la volontà di separarsi dal marito” [Rapporto Torrisi –
311/1].
▪ - Ossia donna che manifesta una propria autonoma volontà, rispetto a quella del
SV ulteriormente sminuendolo, nella sua testa, davanti agli occhi dei suoi
compaesani e amici.
▪ In questo caso, se il Torrisi fa riferimento esclusivo alla lettera che la
Barbarina Steri avrebbe ricevuto dal brefotrofio di Cagliari,, l'Avvocato
del SV ebbe da eccepire in tribunale: “Avete svolto indagini
sull'autencità della lettera? No, risponde con un minimo di imbarazzo il
Torrisi” [Fonte quotidiano La Città – 15 aprile 1988]

• - Capacità alla menzogna e alla pianificazione (nel caso di SV reale uxoricida)


▪ -“Bussai una sola volta e chiamai Barbarina, ma non ebbi nessuna risposta;
pensai immediatamente che mia moglie fosse in compagnia dell'amante e così
mi precipitai all'esterno della casa, temendo di essere aggredito...SNIP...
allungai il passo fuggendo per raggiungere quanto prima la casa di mio cognato”
[Testimonianza del SV ai Carabinieri, come da Rapporto Giudiziario n. 7, del 19 gennaio 1960;
riportato nel Rapporto Torrisi 311/1]

▪ Non si trattasse di una menzogna, da intendersi come alibi preparato a tavolino,


ci troveremmo di fronte ad un evidente caso di codardia, vigliaccheria e ben
poco senso di difesa dell’onore [ NdA: vigliaccheria comunque presente anche nel caso di
uxoricidio, perché uccidere una donna indifesa, da parte di un uomo forte e aitante, non è certo
che possa essere indicato come un atto di coraggio, specie se pure con la complicità di altri ].

▪ Codardia in quanto, immaginare un giovane, sardo, nel pieno delle sue forza,
che lavora nel campo dell’edilizia, che abbia “paura di essere aggredito”
dall’amante della moglie, in mutande o nudo data la situazione, praticamente
colto in flagrante nel letto e nella casa di lui, suona veramente difficile da
credere, anche perché, come il Pili stesso conferma, negli anni precedenti al
matrimonio, i due già erano venuti alle mani, sempre per oggetto la Barbarina
[“Anche tra il PILI ed il VINCI si verificano delle liti con reciproco scambio di
insulti e pugni” - Rapporto Torrisi – 311/1]

• - Nel caso di uxoricidio, almeno un complice con il quale intrattiene intimi rapporti in
senso omosessuale. E sempre nel caso di uxoricidio, alibi fornito da un suo amante col
quale intrattiene da tempo rapporti omosessuali.
▪ - Da notare come lo stesso “fotogramma” paia ripetersi per quanto riguarda il
delitto di Castelletti di Signa e lo Stefano Mele.

• - Omosessualità precedente al matrimonio [ “...manifestazioni omosessuali del Vinci

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Salvatore, i cui segnali già provengono dall'epoca giovanile, risalente all'inizio


della sua amicizia particolare con il suo coetaneo e futuro cognato Steri
Salvatore”, e “intimo amico del fratello Salvatore, VINCI Salvatore, assiduo
frequentatore della loro abitazione” - Supplemento 311/1-1 e Rapporto 311/1]

• - Solito usare la violenza, anche brutale, sulla donna


[“maltrattamenti continui anche con pugni al viso” e “...l'azione di pestaggio a cui è
sottoposta...” e “...botte e minacce ricevute...“ e “la Barbarina è stata violentata e
messa incinta da VINCI Salvatore” - Rapporto Torrisi 311/1]

• - Incapace di conquistare il cuore di una donna (la Barbarina Steri).


▪ a)- Matrimonio combinato [“...Barbarina gli confida che i genitori vogliono darla
in fidanzamento ad un intimo amico del fratello Salvatore...”]
[Rapporto Torrisi – 311/1]

▪ b)- Tradimento protratto da parte della moglie [“La Steri Barbarina, sebbene
sposata, coltiva da tempo una relazione intima con un giovane del luogo, PILI
Antonio, con il quale si incontra con frequenza in vari luoghi convenuti del
paese”]
[Rapporto Torrisi – 311/1]

▪ c)- figlio ufficialmente del SV (ma dubbi permangono addirittura al figlio stesso);
chiamato dalla Barbarina con lo stesso nome del suo vero amore: Antonio [ NdA:
“Voleva sapere se davvero era lui suo padre e non il primo amore della madre...” – Da “Dolci
colline di sangue” pag. 171 – M. Spezi – D.P Preston ]
[NdA: “...aver avuto un figlio al quale, nel suo ricordo, ha dato il nome di Antonio ” -Rapporto
Torrisi – 311/1]

• - Spirito di rivalsa, vendetta e sofisticata capacità di elaborata pianificazione [ NdA:


vedasi denuncia per atti osceni e simulazione di reato - rapporto giudiziario n. 140, datato 10
dicembre1959 – Rapporto Torrisi - per brevità: “I fatti, secondo una ricostruzione più aderente alla realtà,
si possono sintetizzare come in appresso indicato... ” e seguenti]
▪ - Da notare la complessa elaborazione del piano tramite il coinvolgimento diretto
dei parenti della vittima [ NdA: è possibile in seguito ritrovare lo stesso “fotogramma” per
quanto riguarda il delitto di Castelletti di Signa e il clan Mele ]

• - Soggetto non in condizioni di restrizione coercitiva che ne avrebbero impedito la


presenza sulla scena del delitto

• - Accertata presenza del SV sul/nei pressi del luogo del delitto. [NOTA BENE:luogo, non
scena]

Per ciò che riguarda Villacidro e la Sardegna, potremmo anche fermarci qui e passare alla
successiva sezione del documento; informazioni, indizi e valide supposizioni ne abbiamo
raccolte a sufficienza. Ma la morte della Barbarina Steri porta appresso con sé altri due punti
di specifico interesse che è bene analizzare:

il primo: in merito alla Beretta cal. 22 L.R acquistata dall’Aresti Franco

il secondo: in merito alla decisiva testimonianza dello Stefano Mele al processo a carico di
Salvatore Vinci per uxoricidio, nel 1988

Li andiamo quindi ad analizzare nei due prossimi capitoli.

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Villacidro non è Fordongianus

Nel Rapporto Torrisi e nella “originale” ipotesi della Pista Sarda, si ha nota a presupposto che
la famigerata Calibro 22 L.R., con buona probabilità sia/possa essere quella comprata ed
appartenuta al Aresti Franco.
I presupposti, come menzionati nel rapporto Torrisi, sono senz’altro congrui e certamente ben
fecero gli uomini del Colonnello ad attivarsi nella ricerca della medesima.
• che venga citato un “Aresti Mario, sordomuto” [Rapporto Torrisi - 311/1], amico fidato del SV,
in merito alla falsa aggressione alla Steri e al Pili

• che la Steri dica al marito, e quindi per interposta denuncia ai carabinieri, di essere
“sfuggita, per caso, ad un'aggressione da parte di tre individui, di cui uno armato di
pistola” [Rapporto Torrisi – 311/1]

• che l’ Aresti Franco, “lontano parente dei Vinci”, possa essere imparentato con l’ Aresti
Mario, “amico fidato” del SV [Rapporto Torrisi - 311/1]

• che l’Aresti Franco, abitante in Villacidro, e “deceduto in Olanda il 9.11.1963” [Rapporto


Torrisi - 311/1] avesse acquistato regolarmente una Beretta calibro 22 L.R. [“ Rapporto
Giudiziario n° 34/354-109-1968 del 20 novembre 1984” – Rapporto Torrisi 311/1 ]

• che l’Aresti Franco, “nel 1960, all’incirca quando Salvatore Vinci, insieme ai fratelli
Giovanni e Francesco, si trasferirono in Toscana, notò che la sua Beretta calibro 22,
regolarmente denunciata, era sparita”

• che “detta arma non risulta né denunciata [NdA: come smarrita o rubata], né venduta o
ereditata da qualcuno” [Rapporto Torrisi – 311/1]

• che “La Polizia olandese, interessata tramite l'Interpol, ha fatto conoscere in data
24.1.1986, di non aver trovato tracce negli atti d'ufficio dell'esistenza di una pistola tra gli
oggetti e gli effetti personali dell'ARESTI, restituiti ai suoi familiari in Sardegna” [Rapporto
Torrisi – 311/1]

Come si vede sono presupposti senz’altro congrui e quindi non stupisce, vista l’ipotesi di
indagine a cui stavano lavorando, che tale Beretta 22 L.R. acquistata in Villacidro, Sardegna,
e poi misteriosamente scomparsa, potesse essere vista come strettamente collegata a quella
ancor più misteriosa calibro 22 L.R. che tanta morte e disperazione aveva seminato nelle
colline attorno Firenze, in Toscana.
Nello stesso Rapporto però, ci tocca anche leggere che: “Le indagini in Villacidro per il
momento si concludono con l'acquisizione dei fascicoli processuali in argomento, nonché con
il completamento degli accertamenti sulle armerie del luogo e sulle pistole Beretta cal. 22
L.R. vendute nel periodo antecedente il 21 agosto 1968, il cui esito è stato riferito a codesti
uffici con R.G. n. 34/354-109-1968 del 20 novembre 1984 di questo Nucleo Operativo.
Pertanto, le ricerche per il rinvenimento dell’arma, proseguono.” [Rapporto Torrisi – 311/1].

Purtroppo il Rapporto Giudiziario n°34/354-109-1968 del 20 Novembre 1984, non è


disponibile pubblicamente né in conoscimento dell’autore; però dalla frase riportata, [ NdA: e
con il senso logico che dirigeva quella ipotesi investigativa che vedeva sì il SV nei panni del MdF ma anche autore
del delitto di Signa nonché come possessore dell’arma già per quel delitto ], la sensazione è che in tale
Rapporto non vi siano interessamenti altrettanto precisi e puntuali riscontri per le armerie e
le Berette calibro 22 L.R. di Fordongiànus [NdA: paese natale dei Mele], ad esempio.

E’ più che normale immaginare che indagini siano state svolte presso tutte le armerie, in

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Sardegna ed in Toscana almeno [“Pertanto, le ricerche per il rinvenimento dell’arma,


proseguono” – Rapporto Torrisi 311/1], ma il grado di verifica e approfondimento dedicato
appunto a quelle di Fordongiànus e paesi limitrofi, è al momento ignoto a chi scrive.

Va comunque notato che a Firenze e dintorni, nel novembre 1966, avvenne lo straripamento
dell'Arno e di altri fiumi vicini (il Sieve per esempio): “Diversamente dall'immagine che in
generale si ha dell'evento, l'alluvione non colpì solo il centro storico di Firenze ma l'intero
bacino dell'Arno, sia a monte sia a valle della città. Sommersi dalle acque furono anche
diversi quartieri periferici della città come Rovezzano, Brozzi, Peretola, Quaracchi, svariati
centri del Casentino e del Valdarno in Provincia di Arezzo, del Mugello (dove straripò anche il
fiume Sieve), alcuni comuni periferici come Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Lastra a Signa
e Signa (dove strariparono i fiumi Bisenzio ed Ombrone Pistoiese e praticamente tutti i
torrenti e fossi minori) e varie cittadine a valle di Firenze, come Empoli e Pontedera. Dopo il
disastro, le campagne rimasero allagate per giorni, e molti comuni minori risultarono isolati e
danneggiati gravemente. Nelle stesse ore, sempre in Toscana, una devastante alluvione
causò lo straripamento del fiume Ombrone, colpendo gran parte della piana della Maremma e
sommergendo completamente la città di Grosseto” [fonte: Wikipedia].

Tale alluvione inondò ovviamente oltre a case private, anche negozi, tra i quali armerie.
Centinaia di armi e migliaia di munizioni, “andarono perse”.

Ma è però inoltre importante notare che il Rapporto Torrisi 311/1, al di là della pura ipotesi
investigativa, non riesca significativamente a collegare la pistola dell’Aresti alle mani del
Salvatore Vinci; e, per la precisione, nemmeno a collegare un’altra pistola qualsiasi nelle
mani del SV [NdA: non si rintracciano ad esempio, dichiarazioni di vecchi compagni, amici o parenti del SV che
affermino, di averlo visto o di aver sentito dire che, in gioventù, maneggiava armi o “ che lui tirava ai fagiani con
una pistola”].

In merito, nel Rapporto, vi è addirittura una involontaria frase che sottintende la mancanza di
connessione diretta tra l’arma dell’Aresti e il Salvatore Vinci. Infatti, addentrandosi a parlare
nello specifico del delitto di Signa, il Col N. Torrisi, forse in involontario lapsus, scrive: “...Il
delitto viene organizzato dal VINCI Salvatore, che procura la pistola.” [Rapporto Torrisi – 311/1].

Nel caso il SV fosse stato in possesso dell’arma dell’Aresti [ NdA: da ben da 8 anni dunque e all'insaputa di
tutti], molto meglio avrebbe suonato, ad esempio, un “mette a disposizione la...” o almeno un
“...quella pistola”.
Come lapsus invece, il suono che si abbina alla frase è quello di “..che per poter potar a
termine il suo piano, deve prima, con successo, procurarsi un'arma da mettere a
disposizione...”. Forse solo un gioco semantico, direte voi, una sfumatura, ve lo concedo. Ma
resta il fatto che anche quando nero su bianco viene scritto il dettaglio della modalità di
pianificazione, l’arma torna vaga e generica, senza più alcun solido appiglio con Villacidro e
l'Aresti.

E se l’appiglio con Villacidro e l’Aresti perde colore, allora l’arma può arrivare da qualsiasi
parte.
E se può arrivare da qualsiasi altra parte, con lo stesso valore logico può arrivare tramite
mani differenti da quelle del SV.
Perché non provare a pensare che l'arma venne invece “procurata/messa a disposizione” dal
“clan” Mele? Del resto, i Mele [ NdA: lo Stefano Mele come minimo certamente ] con l'omicidio della
Locci, le mani in pasta ce l'hanno avute. E i Mele erano originari di Fordongiànus.

Inoltre, accettando per un momento la vulgata che vuole che il SV veramente fosse entrato in
possesso dell’arma dell’Aresti Franco, in Villacidro, nel 1960, cosa avrebbe fatto il SV con
questa pistola fino al 1968?

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Per quei 8 anni, non risultano a carico del SV denunce per reati commessi a mano armata, né
non risultano minacce a mano armata di pistola a nessuno e a nessuna; non risultano
testimonianze che vedano il SV con un’arma in mano per tutto tale periodo [ NdA: e comunque
nessuno avrebbe mai potuto sapere che quell’arma era quella rubata all’Aresti né che non fosse provvisto di
regolare porto d’armi] nemmeno per un banale ed innocente, che so, tiro a segno in mezzo ai
campi per passare un pomeriggio tirando colpi e bevendosi una birretta. Niente. Niente di
niente, con ovviamente l'eccezione delle dichiarazioni [NdA: a spizzichi e bocconi, dette e ritrattate,
depistatorie, ambigue, interessate] dello Stefano Mele, ben inteso!

Chiediamoci quindi in base a quale dato o indizio il più oggettivo possibile [ NdA: parole del SM a
parte per un momento], è solidamente ipotizzabile che il SV fosse in possesso di una calibro 22
L.R. (dell’Aresti Franco?) dal 1960 al 1968?
Nessuno.

Invece, pur smentita dalla Sentenza Rotella, in periodo successivo al 1968 almeno una
testimonianza che vede un’arma da fuoco nella mano del SV esiste: e sono le parole della
Pierini Ada [“minacce con una pistola” - Rapporto Torrisi 311/1].
• tali dichiarazioni della Pierini, si dimostreranno poi false o per lo meno non supportate
negli esiti e nei riscontri di una apposita duplice perquisizione [ NdA: perquisizione di cui il
SV era stato avvertito dei controlli di P.G. - Tale argomento verrà trattato nello specifico in successivi
capitoli maggiormente attinenti]

Ma tralasciando quelle dichiarazioni della Pierini che le costarono una accusa di falso ed un
periodo nelle patrie galere, c'è di più, perché: lo stesso straccio [ NdA: “straccio contenuto in una
borsetta di paglia da donna nascosta tra le coperte poste dietro l'armadio ubicato nella stanza da letto” - Rapporto
Torrisi 311/1] sporco di segni di sparo e/o pulitura arma da fuoco, ritrovato in un armadio in
casa del SV durante una perquisizione, è invece proprio concreto indizio e segno che almeno
da una certa data in avanti, il SV possedesse/fosse entrato in contatto/avesse maneggiato
una arma da fuoco.

Stiliamo quindi un breve riassunto a supporto della differenza di carico indiziario:


• prima del 1968 (data delitto): assenza di indizi e testimonianze che vedano il SV con un
arma da fuoco

• dopo il 1968 (data delitto): presenza di indizi e testimonianze capaci di collocare un arma
da fuoco in possesso del SV

Perché quindi allora non provare a vedere l’immagine da un altro punto di vista, ossia che:
• il SV non rubò affatto la pistola all’Aresti Franco;

• il SV non fosse in possesso di alcuna arma da fuoco negli otto anni che intercorrono tra la
sua emigrazione dalla Sardegna e l’omicidio della Locci

E dunque ipotizzabile che l'arma che uccise la Locci, non fosse affatto nella disponibilità del
SV prima del 1968.

Ma una calibro 22 L.R. a Castelletti di Signa, fu certamente in azione.


Così come certamente almeno un “membro del clan” Mele vi era in loco presente, così come
la vittima designata era la moglie di un “membro del clan” Mele, nonché ex amante del SV
poi ripudiato dalla stessa.

Perché mai quindi la pistola non avrebbe potuto essere stata reperita e messa a disposizione
per l'azione omicidiaria da uno o più soggetti interni al “clan” stesso?

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Ovviamente, la domanda e titolo del capitolo: “Villacidro o Fordongiànus?” non deve essere
presa alla lettera [NdA: non esiste al momento a disposizione dell'Autore, alcuna informazione relativa a
Berette calibro 22 L.R., scomparse in quel di Fordongiànus ], non deve essere intesa non come
affermazione prettamente e sterilmente “geografica”, ma come lecito dubbio sul quale
ragionare.

Infatti:
Attenzione che è assai importante fare notare che i Mele [ NdA: Palmerio e famiglia] si
trasferirono dalla Sardegna alla Toscana nel 1952, e che quindi anche avessero portato
contestualmente al trasferimento con loro un'arma da fuoco, questa non potrebbe essere la
famosa calibro 22 L.R, in quanto tale calibro 22 L.R. viene comunemente identificata con una
Beretta Mod. 70, che entrò in produzione solo a partire dal 1958. Infatti:“L’identificazione
dell’arma con una Beretta semiautomatica in calibro .22L.R. della serie 70 è stata possibile
dall’identità di classe dei bossoli repertati nei vari omicidi, mentre l’unicità dell’arma
impiegata è stata riconosciuta da specifiche marcature che questa lascia sui bossoli di risulta.
Il fatto che l’arma possa essere – molto probabilmente – una Beretta della serie 70 restringe
il numero di possibili modelli ma non ne identifica uno in particolare, perché nella serie 70
esistono diversi modelli entrati in produzione a partire dal 1958.” [Enrico Manieri]

Come vedremo in successivi capitoli e come abbiamo visto in capitoli precedenti a proposito
del “passaggio di arma sporca”, vi sono diverse buone ragioni comunque per prendere in
seria considerazione una simile ipotesi che vede il clan mettere a disposizione l'arma nel
1968. [NOTA*1]
Ciò nonostante, per correttezza di indagine [ NdA: e dichiarazioni del SM], questo documento di
studio non scarta, perché non può essere scartata a priori, l'ipotesi che invece vuole il SV
come “proprietario” della calibro 22 L. R. che uccise a Signa.
Una simile differenza di impostazione comunque, come si vedrà, non riserva alcuna
sostanziale differenza all'ipotesi lavorativa che individua il SV nella figura del MdF.

[NOTA*1]: Per quanto l'ipotesi principale di lavoro proposta in questo documento non riconosca dunque
particolare supporto indiziario all'idea che vede il SV già possessore della calibro 22 L.R., e dunque sviluppi il
proprio percorso non richiamandosi a tale ragionamento, all’interno del documento viene, a parte, anche proposta
una “versione alternativa” riguardo al pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “ sporca”
[NdA: Vedasi Capitolo: “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968; una variante sul passaggio
d’arma”].

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Un salto avanti di 30 anni

Ho già scritto di come questo studio si muova come una molla al fine di poter reperire le
informazioni che necessita per essere svolto: noi a differenza degli investigatori dell’epoca,
abbiamo la possibilità di accedere al “tutto” nella sua finestra temporale ampia, e non essere
costretti a fermarci ai “presente” dei singoli momenti degli anni passati. Questo, nell’ottica
della comprensione di “motivazioni ignote” causa però di “reazioni note” (e/o viceversa a
seconda dei casi), ci permette di trasformare il “senno del poi” in un valido strumento per
collezionare informazioni per capire.

Ci tocca quindi adesso, proprio per quanto su detto, fare un salto in avanti: dal 1960 fino al
18 Aprile 1988, giorno in cui, Stefano Mele, proprio lui, scagionò in aula Salvatore Vinci
dall’accusa di uxoricidio: “Nel confronto Stefano Mele un vecchio che da anni vive in uno
ospizio ha sempre parlato dell' uccisione di Barbarina Steri come di una disgrazia. Per un
attimo si è tradito quando, rispondendo al presidente ha accennato alla confidenza avuta da
Vinci. Ma subito s' è corretto e ha ripreso a parlare di disgrazia, avallando così la tesi del
suicidio con la quale, ventotto anni fa, il caso fu archiviato” [fonte: Repubblica].

Come possa la “non conferma” di una frase suppostamente riferita, intorno al 1968 in
Toscana, su di un fatto avvenuto nel 1960 a Villacidro Sardegna, dal al SM nato e vissuto non
a Villacidro ma bensì a Fordongianus, Sardegna, fino al suo trasferimento nel 1958 in
Toscana, avere maggior valore di tutte le altre informazioni e ricostruzioni raccolte sul campo
dagli uomini del Col. Nunziato Torrisi [ NdA: vedasi quanto puntualmente scritto nel Rapporto 311/1 ],
allo scrivente resta un mistero. Ma non è questo il mistero di cui ci occupiamo qui.

Quello di cui al momento ci importa segnalare e ricordare, è invece proprio e solo il fatto che
Stefano Mele, amante del SV ai tempi della relazione del Vinci con anche la Locci:
• - A quasi trentanni di distanza dal duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco

• - A condanna già pienamente scontata per il delitto del 1968 (fine pena aprile 1981).
Riarrestato nel maggio del 1985 per scontare la condanna per calunnia nei confronti di
Francesco Vinci, e scarcerato e concessigli gli arresti domiciliari nell’autunno del 1985

si incarica ancora una volta di “proteggere” il Vinci Salvatore dalla morsa della Legge e della
Giustizia.

Due sole possono essere e sono le ragioni che portano il SM a non danneggiare mai
compiutamente il SV, chiamandolo direttamente e reiteratamente in causa in modo puntuale
per il delitto del 1968 prima, e non confermando e ritrattando adesso al processo che vede il
SV coinvolto come artefice dell’uxoricidio della Barbarina Steri:

• 1)- Che il SV sia effettivamente completamente estraneo al delitto del 1968 e


all'uxoricidio della moglie e il SM sia a conoscenza certa di ciò

• 2)- Che il SM, per un fortissimo motivo che dal 1968 si protrae fino al 1988 (e oltre?),
non può apertamente e reiteratamente e direttamente accusare il SV; ossia per il SM
(e altri?) il SV è “nome” che deve comunque, in qualche e qualsiasi maniera, essere
protetto.

La differenza è, ovviamente, una differenza non da poco.


Vedremo più avanti come un tale “fortissimo motivo” possa plausibilmente esistere (e a dire il
vero, più d’uno). Per adesso, vi lascio un po' si suspense.

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Toscana

In questa sezione andiamo a collezionare informazioni ricercandole nel periodo di vita vissuta
in Toscana dal nostro soggetto in attenzione.
Il capitolo è diviso mediamente per tempi e/o specifiche aree di ricerca. Tali informazioni sono
propedeutiche a quello che successivamente sarà il lavoro di verifica delle attinenze e
divergenze con il precedentemente prodotto “profilo anonimo del mostro” (e non solo).

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Vizi privati e pubbliche virtù

Un po' come per quanto attiene al capitolo di riferimento per Villacidro, è necessario adesso
mettere sul piatto informazioni, pescandole stavolta negli anni toscani.
Suddivido il capitolo in sottoparti per argomento di interesse:

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Pubbliche virtù

Il “sottocapitolo” pubbliche virtù, parlando del SV immigrato in Toscana, può essere ridotto a
tre semplici elementi:
• a differenza dei fratelli: non dà nell'occhio alle Forze di Polizia; non frequenta il bar di
Piazza Mercatale di Prato; non viene ufficialmente coinvolto in rapine, sequestri o altri
reati.

• Lavora come muratore, prima dipendente e poi come titolare [ NdA: prendendo alle sue
dipendenza il Biancalani Saverio con il quale intratterrà una duratura relazione omosessuale - “il
BIANCALANI lavora alle dipendenze del suo inseparabile amico VINCI Salvatore”-
Supplemento Rapporto Torrisi ], e quindi in seguito apre la sua ditta di pronto intervento
riparazioni [NdA: “P.I.C. (Pronto Intervento Casa)” - Rapporto Torrisi]

• è un amante del ballo [NdA: “...amante del ballo, come VINCI Salvatore...” - Rapporto
Torrisi 311/1]

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Informazioni di carattere logistico-geografico ed economico

• Il SV nel 1960 si lascia alle spalle Villacidro e arriva in Toscana, “ ...e precisamente a
Lastra a Signa, in via Tracoleria n. 19, presso l'abitazione del fratello Giovanni, ivi
emigrato dal 1952. Dopo alcuni giorni egli fa conoscenza dei coniugi MELE Stefano e
LOCCI Barbara, abitanti a Scandicci, frazione Capannuccia ...SNIP... il primo amante
della LOCCI Barbara. Il VINCI Salvatore, accogliendo l'invito dei coniugi MELE, si
trasferisce nella loro abitazione anzidetta” [Rapporto Torrisi 311/1]
▪ questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Lastra a Signa (qui
avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R – agosto 1968.)

▪ Baccaiano (delitto firmato dalla calibro 22 L.R.- giugno 1982) rispetto Lastra a
Signa, dista nell'ordine di una quindicina di km. questo ci dà indicazione di
plausibile conoscenza dei luoghi

▪ questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Mosciano di


Scandicci (qui avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R. - giugno 1981

▪ questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Via di Giogoli (qui


avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R. - settembre 1983), che dista
meno di 5km dalla via Volterrana

▪ Via degli Scopeti (delitto firmato con la calibro 22 L.R. - settembre 1985)
rispetto a Scandicci, dista nell'ordine di appena poco più di una decina di km.
questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi

• il 23 aprile 1962 “...va a trasferirsi a Calenzano...” [Rapporto Torrisi 311/1]


▪ questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Travalle di
Calenzano (qui avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R – ottobre 1981)

• - “Il 28.7.1966 trasferisce la residenza da Calenzano a Vaiano” [Rapporto Torrisi 311/1]


▪ da Vaiano a Borgo San Lorenzo (delitto della calibro 22 L.R. - settembre 1974)
ci sono meno di una quarantina di km. Distanza abbastanza elevata per poter
plausibilmente immaginare una buona conoscenza dei luoghi

▪ da Vaiano a Vicchio del Mugello (delitto della calibro 22 L.R. - luglio 1984), ci
sono poco meno di una cinquantina di km. Distanza abbastanza elevata per
poter plausibilmente immaginare una buona conoscenza dei luoghi

• - “il 9.1.1969 va ad abitare in Prato” [Rapporto Torrisi 311/1]


▪ Anche per Prato, le distanze con Vicchio del Mugello e Borgo San Lorenzo,
risultano essere dell'ordine della cinquantina di km, rendendo abbastanza poco
facile dedurne una plausibile possibile conoscenza dei luoghi

• “il 1.9.1970, emigra a Firenze, sistemandosi in via Cironi n. 8, ove abita tuttora”
[Rapporto Torrisi 311/1]
▪ -Da Via Cironi, Firenze a Borgo San Lorenzo (delitto della calibro 22 L.R. -
settembre 1974) ci sono circa trenta di km. Distanza non troppo elevata per
poter non essere plausibilmente presa in considerazione;
all'epoca ancora svolgeva l'attività di muratore, in giro nei dintorni di Firenze,
dove c'erano costruzioni da fare, e nulla esclude che abbia partecipato a lavori
proprio in tale zona.
Tale distanza si riduce se si prende come punto di partenza le Cave di Maiano,

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nel comune di Fiesole [NdA: dove SV andava a seguire corsi di pre alpinismo ]: 28
chilometri di distanza che si coprono in mezz'ora abbondante.

▪ Da Via Cironi, Firenze a Vicchio del Mugello (delitto della calibro 22 L.R. - luglio
1984) ci sono meno di quaranta km. Distanza non troppo elevata per poter non
essere plausibilmente presa in considerazione;
anche in virtù dell'attività lì impiantata [NdA: PIC (Pronto Intervento Casa)], che lo
costringe a muoversi sulle esigenze dei clienti [ nota*1]. Lo stesso dicasi per le
sue “attività” da voyeur [Nota*2], che possono averlo spinto a percorre distanze
simili.
Tale distanza si riduce ancora se si prende come punto di partenza le Cave di
Maiano, nel comune di Fiesole [NdA: dove SV andava a seguire corsi di pre alpinismo ]: 32
chilometri di distanza che si coprono in mezz'ora abbondante.
“È da notare che Firenze dista da Vicchio km. 45, e tale distanza di sera, si può
percorrere in autovettura in 30-35 minuti” [Rapporto Torrisi 311/1]

Si può inoltre notare che Borgo San Lorenzo, e Vicchio, ossia la zona del Mugello, non
debbano essere considerate zone così lontane e remote in ogni caso, visto che ad esempio il
fratello del SV, “nei primi mesi del 1974 conobbe una donna che viveva con la madre a Borgo
San Lorenzo ed obbligò la sua famiglia ad accoglierla in casa”. E se il Francesco non aveva
problemi a raggiungere il Mugello, non si vede perché ne dovrebbe mai aver avuti il fratello
Salvatore.

[nota*1]: attività di “pronto intervento”, non soggetta a restrizioni tipo orari da ufficio, con
disponibilità di intervento anche notturna, anche nei giorni festivi; la percorrenza di una
cinquantina di Km, non appare fattore avverso alla possibilità della conoscenza dei luoghi.

[Nota*2]: per attività da voyeur, vedasi:


• - “per esempio gli oggetti pervenuti da un'ultima perquisizione tra cui un rullino
fotografico. Il processo di sviluppo/stampa ha rivelato le immagini di una giovane
coppia di sconosciuti in automobile“ - [Sentenza Rotella]

• “...le ha fatto capire di desiderare vedere lei congiungersi con altri uomini...” -
[Dichiarazioni di Ada Pierini – Rapporto Torrisi 311/1]

• “....di essere stata condotta di sera, molto spesso alle Cascine, ove il marito dopo aver
adescato gli uomini, li fa congiungere con lei in sua presenza, per avere anche lui
subito dopo il suo rapporto sessuale...” - [Dichiarazioni di Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

• “...è solito guardare lei quando fa all'amore con gli altri...” - [Dichiarazioni di Rosina Massa –
Rapporto Torrisi 311/1]

• “frequentatore delle Cascine, ove molto spesso conduce ...SNIP... la Barbara, per farla
congiungere con altri uomini in sua presenza...” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “Ne ho viste, io, di coppiette. Le guardavo dal cannocchiale, dopo essermi arrampicato
sugli alberi. Chiodi così c'avevo, e li piantavo nei tronchi per salire più in alto». Chiodi
d'acciaio, quaranta cinquanta centimetri di lunghezza. Gli inquirenti ne hanno trovato
una montagna in casa di Vinci nel corso della perquisizione seguita al suo arresto"
[Quotidiano L'Unione Sarda – Aprile 2006- Articolo trascritto sul Forum “Il Mostro di Firenze”]

Tali dati inerenti l'ubicazione di residenza, non rivestono ovviamente valore probatorio, ma in
considerazione del fatto che da più autorevoli fonti è stato espresso il giudizio [ NdA: e questo
studio a questo parere si aggrega] che almeno per la maggior parte dei delitti del MdF, sia da

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prendere in seria considerazione che il mostro avesse una conoscenza pregressa dei luoghi
dove avrebbe colpito (buona capacità di muoversi al buio senza farsi notare, conoscenza di
vie di fuga, etc, ad esempio), questi sono valori indicativi che non riescono a portare acqua al
mulino dell'impossibilità/implausibilità che il SV non potesse essere il MdF.

Tali dati esprimono freddamente e acriticamente un valore che tracima dalla non-possibilità,
alla possibilità. Lo stesso dicasi se guardati attraverso una chiave di lettura temporale: la non
elevata distanza, e dunque i ridotti tempi di spostamento necessari a raggiungerli e a
ritornare “a casa”, risultano non in contrasto e coerenti con la intrinseca plausibilità della tesi
espressa. In definitiva, tali informazioni non è possibile assumerle a “discolpa”, pur non
rivestendo, ovviamente, valore probante di “colpa”.

Prima di chiudere il capitolo, per scrupolo, andiamo anche a verificare la disponibilità di mezzi
atti a spostarsi:
• “...i militari dipendenti, allorché giungono di fronte alla sua abitazione per dare inizio al
servizio di appiattamento, notano che tra i mezzi di sua proprietà abitualmente parcati
nei pressi, risulta assente proprio il suo autofurgone” [Supplemento Torrisi 311/1-1]

• “Salvatore Vinci aveva la macchina a quattro ruote" [Sentenza Rotella – relativamente al


1968]

• “Quanto al veicolo aveva indicato l'automobile del fratello. Giovanni Mele ne possedeva
una, sin dai primi anni 70. Ma non poteva trattarsi di quella. E non ne aveva possedute
altre prima. ...SNIP.... Il primo a porre il problema è stato Mucciarini. Il 27 gennaio
1984 dichiara: "In questi giorni mi sono posto il problema del veicolo. Stefano dice che
si andò a commettere il delitto con la vettura, ma nessuno di noi tre aveva la vettura e
la patente.” [Sentenza Rotella – relativamente al 1968]

• “Era munito di più veicoli a motore ed in grado di spostarsi con sufficiente rapidità “
[Sentenza Rotella]

• “La sera, tutti e tre, VINCI, BIANCALANI e lui [NdA: Antenucci], si allontanano con i
rispettivi mezzi” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “...e successivamente, verso le ore 19,30 20,00, di aver accompagnato a Prato la


donna delle pulizie, la signora Antonietta, e di aver fatto rientro verso le ore 21,00”
[Rapporto Torrisi 311/1]

• portava la Locci alla Cascine; portava la Massa alle Cascine; portava la Pierini alle
Cascine: dunque ampia prolungata e continua finestra temporale che dimostra sempre
il possesso e/o la disponibilità di un mezzo

• mezzi necessari per espletare gli interventi, anche notturni, per le chiamate di lavoro
della P.I.C.

In merito ai mezzi con cui spostarsi, non si hanno dunque sorta di dubbi: ne era in piena
disponibilità, già a partire dal 1968.

Possiamo e dobbiamo invece ancora spendere due parole su una valutazione economica del
soggetto in attenzione:
• Dal suo arrivo in Toscana, risulta abbia praticamente sempre lavorato (come
dipendente e come lavoratore autonomo) [ NdA: “Mio marito prima era muratore, fino all'80 che
quando io sono andata via di casa lui ha cambiato mestiere, fa quello dei serramenti... ” Deposizione di
Rosina Massa del 14 luglio 1991]

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• Nel 1968 era certamente in possesso di una automobile [ NdA: “la macchina a quattro ruote”
Sentenza Rotella]

• Dal 1962 mantiene, anche se magari nelle ristrettezze, la moglie Rosina Massa e quindi
i tre figli che nascono da quel rapporto.

• Solito frequentare sale da ballo [NdA: “...amante del ballo, come VINCI Salvatore...” - Rapporto
Torrisi 311/1]

• può permettersi le donne delle pulizie [NdA: “di aver accompagnato a Prato la donna delle
pulizie, la signora Antonietta” - Rapporto Torrisi 311/1 – e “Infatti, agli inizi del 1980, Antonio ...SNIP...
viene da lui sorpreso in intimità con la giovane domestica, dopo che quest'ultima si è negata al padre ” -
Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• Apre un'attività in proprio: la “P.I.C. (Pronto Intervento Casa)” - [Rapporto Torrisi 311/1]

• “Disponeva anche di locali lontani dal luogo di abitazione, poi risultati in stato di
abbandono (periferia Nord di Firenze).“ [Sentenza Rotella]

• frequentava corsi di pre-alpinismo [ NdA: “Seguiva una scuola di alpinismo alle Cave di Maiano“
Sentenza Rotella]

• praticava la pesca subacquea in mare [NdA: “esercita in mare quella subacquea a livello molto
modesto” - Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

Ora, sarà anche vero che non navigava nell'oro, sarà anche vero che magari qualche soldo lo
raggranellava, come sosteneva la Pierini, svaligiando gli alloggi in cui andava a fare
riparazioni [NdA: “approfittando della possibilità offertagli dalla sua ditta, la P.I.C. (Pronto Intervento Casa), di
poter studiare gli appartamenti durante gli interventi e così procurarsi la copia delle chiavi ” - Rapporto Torrisi
311/1], sarà pur vero che il SM non pretese un affitto vero e proprio per il periodo passato a
casa sua [NdA: “«Vieni qui, abbiamo una camera libera». «E i soldi?», «dai pure quanto credi»”]; sarà pur
vero che la Locci offriva anche il cinema ai suoi amanti; e sarà anche pur vero che tra il SV e
il SM, qualche strano giro di piccoli debiti esistesse [ NdA: “Proprio il giorno del duplice omicidio era,
peraltro, scaduta una cambiale a favore di Salvatore Vinci. Mele, nella seconda metà di giugno del 1968 (due mesi
prima del fatto), aveva ritirato circa mezzo milione, a Prato, per un'assicurazione “ - Sentenza Rotella ]; resta
comunque il fatto che il SV non fosse, passatemi il gioco di parole inerente la storia del
personaggio, “alla canna del gas” per quanto riguarda le disponibilità finanziarie.

Se soldi gli entrassero anche tramite le reiterate attività di pseudo prostituzione delle mogli e
delle compagne, e/o direttamente delle sue, o altro come la Pierini sostenne: non ci è dato di
sapere.

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Informazioni sul carattere violento e dominante

Per “violenza” parlando del SV “pubblico”, si tratta fondamentalmente di coercizione e


imposizione a suon di botte e di minacce confinate all'ambito donne e/o della famiglia.

• “di aver dovuto congiungersi carnalmente con altri uomini conosciuti occasionalmente
e portati in casa da Salvatore con molta frequenza” [Dichiarazioni della Rosina Massa –
Rapporto Torrisi 311/1]

• “di essere stata frequentemente aggredita e picchiata tutte le volte che tenta di
sottrarsi a questa vita impossibile, senza riuscirvi, di essere stata minacciata in una
circostanza con un seghetto poggiato al collo, mentre è a letto al buio e di essersi
ricordata delle parole pronunciate dal marito in quella circostanza: "non lo ripetere la
terza volta perché tu sei mia ed io faccio di te quello che voglio e ricorda che
io quando faccio una cosa la faccio pulita" [Dichiarazioni della Rosina Massa – Rapporto
Torrisi 311/1]

• “di essere stata difesa tante volte dal figlio di Salvatore, a nome Antonio, ma che
anche questi le ha prese...” [Dichiarazioni della Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1 ]

• “di aver visto spesse volte la MASSA Rosina scendere in strada piangendo con i segni
delle percosse sul corpo...” [Dichiarazioni della Spartaco Casini – Rapporto Torrisi 311/1]

• “di aver intuito che il Salvatore costringeva la moglie a...” [Dichiarazioni della Spartaco
Casini – Rapporto Torrisi 311/1]

• “di essersi allontanata da casa, anche su invito categorico del Salvatore, a seguito di
una lite...” [Dichiarazioni della Ada Pierini – Rapporto Torrisi 311/1]

• “Si arrabbiò da far paura, mi afferrò per i capelli e mi costrinse a inginocchiarmi


davanti a quei due e a chiedergli scusa!” [Testimonianza di Rosina Massa - 15 Aprile 1985]

• “di aver ospitato nella sua abitazione, in occasione del loro anniversario di matrimonio
una coppia di conoscenti, e di aver sorpreso durante la notte il marito a letto con i
due; − di aver tentato di allontanarsi da casa la stessa notte con il bambino, ma di
essere stata subito ripresa dal marito e costretta a chiedere scusa agli amici”
[Dichiarazioni di Rosina Massa - Rapporto Torrisi 311/1]

• “Se protestavo, mi picchiava” [Testimonianza di Rosina Massa - 15 Aprile 1985]

• “Del resto, come riferisce lo stesso MELE Stefano, per averlo appreso dalla moglie,
questa ha paura del VINCI Salvatore, perché è stata minacciata più di una volta da
lui...” [Dichiarazione di Stefano Mele – Rapporto Torrisi 311/1]

Insomma, nessuna significativa differenza di comportamento rispetto quanto già visto per il
periodo sardo: botte, pressioni, minacce alla moglie/compagna di turno come prassi.

Se da un lato questo va a conferma di un'indole violenta del soggetto, è anche bene


rimarcare come “tale dimostrazioni di violenza”, sempre e solo vedano coinvolte vittime del
“gentil sesso” e mai maschi grandi, grossi ed in grado di reagire.

Non risultano nemmeno momenti di violenza fisica intercorsa col fratello Francesco, con il
quale non corre per nulla buon sangue.

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Il SV, la violenza, la forza, la coercizione pare in grado di esercitarla solo verso i soggetti di
sesso femminile; per tornaconto diretto evidentemente, ma anche, magari, perché soggetti
più deboli di quelli maschili dal cui confronto, magari, temeva non uscirne altrettanto facile
vincitore.
• Sarà un caso, ma nei duplici omicidi del MdF, il maschio è sempre il soggetto che viene
attinto ed incapacitato fino alla morte, per primo.

Si nota anche una forte componente comunque di disprezzo nei confronti del “femminile” in
generale, non è affatto facilmente escludibile, nonostante l'aura, molto immeritata come
vedremo nel prossimo capitolo, di focoso amatore di donne, che gli è rimasta
iconograficamente cucita addosso.
• Sarà un caso, ma nei duplici omicidi del MdF, le escissioni e dunque lo scempio e il
disprezzo all'ennesima potenza, nei casi in cui avviene, riguarda solo le vittime di sesso
femminile.

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Gli uomini innanzitutto, le donne quasi come comparse

La storiografia pseudo ufficiale dei documenti di indagine, articoli di giornale e libri, tende a
rendere l'immagine di un SV donnaiolo di successo, ma talmente amante del sesso, da
includere nei suoi giochi erotici anche figure maschili. Lungi da esprimere alcun giudizio
morale su gusti e scelte e modalità di fruizione [ NdA: con l'eccezione della costrizione tramite
violenza], anche il periodo toscano ci riserva alcune “sorprese” rispetto a tale pubblica
immagine. Abbinato a conferma di quanto già sappiamo dal periodo sardo, prenderà forma
una figura differente da quella alla quale siamo abituati a pensare.
Come consuetudine, prima raccogliamo una serie di dati e poi andiamo a tirar le file di cosa in
essi è leggibile.

• - Ad eccezione della Barbarina Steri, per tutto il periodo sardo, in relazione al SV mai
vengono menzionate altre figure femminili nel ruolo di amanti/moglie/fidanzate. Anzi,
pare che anche alla Barbarina Steri toccasse in sorte avere rapporti a tre [ NdA:
forzatamente incestuosi col fratello Salvatore, amante del SV ? ]
▪ “...di aver saputo dal nipote VINCI Antonio, per averlo appreso dalla matrigna,
di forzose promiscuità sessuali, imposte ad entrambe le mogli, la prima
e la seconda, e che il padre ha accusato la madre di prostituirsi” [Dichiarazioni di
Giuseppina Steri ai Carabinieri – Rapporto Torrisi 311/1]

• Non stupisce dunque che egli arrivi in Toscana non accompagnato da alcuna donna, né
con una donna come destinazione o ragione di emigrazione[“Nel 1960 raggiunse il
fratello Giovanni a Casellina, alle porte di Firenze”]

• - “Dopo alcuni giorni egli fa conoscenza dei coniugi MELE Stefano e LOCCI Barbara” e
“si trasferisce nella loro abitazione“ [Rapporto Torrisi 311/1]

• ma si trasferisce a casa loro su invito non della Locci , ma bensì proprio dello Stefano
Mele [“Fu il marito, dopo un pò che li frequentavo, a propormelo. «Vieni qui,
abbiamo una camera libera»” - Salvatore Vinci – La Nazione – 30 ottobre 1985]

• invito da parte del SM che addirittura gli dona il proprio anello di fidanzamento
“...risponde che l'anello che porta al dito gli è stato dato dal MELE nel primo
giorno della sua relazione , allorquando, uscendo con la LOCCI, il MELE gli ha detto
di mancargli solo l'anello per far coppia “ [Rapporto Torrisi 311/1]

• solo il “...Il 30 maggio 1985, Mele ...SNIP... Dichiara al g.i. di aver avuto insieme a sua
moglie rapporti omo-eterosessuali con Salvatore Vinci..” – Sentenza Rotella, ossia che tra
il SV e il SM, il legame non era solo dettato dall'assenza di gelosia del SM nei confronti
della Locci, sua moglie; infatti: “i due uomini, invertono reciprocamente fra loro due, le
parti dell'uomo e della donna, avendo rapporto di coito anale, anche in presenza della
donna” [Rapporto Torrisi 311/1]

• SV “convive con la coppia sino a metà del 1961” [Rapporto Torrisi 311/1] e non risulta che
abbia poi troncato con la coppia Locci/Mele. “Infatti, è proprio il MELE Stefano a
dichiarare il 23 agosto 1968, che il medesimo, durante il periodo del suo ricovero in
Ospedale, nel febbraio dello stesso anno [NdA:1968], è venuto a dormire in casa sua,
nel letto con la moglie” [Rapporto Torrisi 311/1]

• E' di questi anni il sospetto [NdA: particolarmente fondato a detta della dello scrivente ] che
Natalino Mele, non sia in realtà figlio di Stefano Mele, ma bensì proprio del SV; la
stessa futura moglie del SV arrivò ad avere dubbi in merito:

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▪ “R.M.: Gli ho detto sarà mica tuo? Presidente: E lui cos'ha risposto? R.M.: E lui
m'ha detto: -Ma che sei pazza? Quello è di suo marito. Non è mio.- Ma andavate
a letto insieme- ho detto io e poi nel '68 quando ho scoperto che la relazione
sua non era ancora finita con la Barbara, con la Locci, l'ho scoperto proprio
quando aspettavo.. A.F.: Ha scoperto anche quando era iniziata questa relazione
con la Locci? R.M.: No perchè io quando era iniziata non lo conoscevo, cioè no
non lo conoscevo, non lo avevo ancora incontrato”
▪ e anche:“Piero MUCCIARINI e la stessa MELE Teresa, sanno perfettamente a
chi riferire esattamente il senso dei loro discorsi, anche se non in modo così
esplicito come fa quest'ultima. Questa, infatti, il 21 agosto 1982, afferma alla
dott.ssa Silvia DELLA MONICA, Sostituto Procuratore, di aver sentito delle voci
secondo le quali sua cognata Barbara si è vantata in giro, dicendo che
Natalino non è figlio di Stefano, bensì del VINCI” [Rapporto Torrisi]

• SV, "Il 23 aprile del 1962 si sposò con Rosina Massa”, ma come abbiamo visto prima
dell'andare a letto con lei, già abbondantemente lo faceva con la Locci e soprattutto col
SM, che addirittura gli aveva regalato l'anello di fidanzamento.

• E' però da notare, come vedremo, che la Rosina Massa risulta essere la prima donna
conosciuta senza l'intercessione di figure maschili di contorno [NdA: “durante la prima
notte di matrimonio, dopo aver fatto all'amore con lei, è caduto inspiegabilmente in un
pianto dirotto, che è durato fino al mattino successivo ed a nulla sono valsi i suoi
tentativi di farsi spiegare i motivi” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• intorno agli anni 1969, 1970, pur stando con la Rosina Massa, il SV aveva rapporti
stabili omosessuali con il Saverio Biancalani “quando avevamo i bambini piccoli era
sottosposto, lavorava a Prato, a Calenzano dove ha conosciuto il signor
Biancalani che a me me lo ha fatto conoscere dopo tanto tempo. Biancalani era
giovanotto allora, quando l'ha conosciuto lui e si è sposato mentre” - e - “aver
conosciuto, dopo qualche tempo, BIANCALANI Saverio e subito dopo il loro matrimonio
anche la moglie di quest'ultimo” [Dichiarazioni della Rosina Massa - 15 aprile 1985 – Rapporto
Torrisi 311/1]
▪ “i rapporti omosessuali tra i due uomini [NdA: Salvatore Vinci e Biancalani Saverio],
divenuti a tre [NdA: con la moglie del Biancalani, Gina Acciaioli ] ed infine a quattro con
l'entrata nel sodalizio di MASSA Rosina” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• avendo “momentaneamente ufficialmente” sospeso i rapporti carnali con il duo Mele


Locci, benché col Biancalani e consorte tali rapporti invece non siano per nulla allentati,
anzi [“Feci per accendere la luce e sentii la voce di mio marito che mi disse di non
farlo, che non era successo niente. Passò un'altra oretta e mi sentii di nuovo toccare
sulla gamba, e questa volta mi alzai di scatto e accesi la luce. Bè, nel mio letto, oltre a
mio marito, c'era anche il suo amico, Saverio!” - Rosina Massa, deposizione del 14 luglio
1991], il SV vero mangiatore d'uomini, porta la moglie Rosina Massa “alle Cascine, ove
il marito dopo aver adescato gli uomini, li fa congiungere con lei in sua presenza, per
avere anche lui subito dopo il suo rapporto sessuale” [Dichiarazioni di Rosina Massa, del 15
aprile 1985 – Rapporto Torrisi]

• Il SV, sappiamo anche, intrattiene legami omosessuali con il Silvano Vargiu “originario
di Nuoro, si trasferì in Toscana negli anni '60 con il fratello Angelo. Fu l'amante ed il
servo pastore di Salvatore Vinci” - “...amici del Salvatore un certo Silvano, muratore,
che ha lavorato insieme a loro (BIANCALANI Saverio Silvano) ed un altro Silvano, di
origine sarda (VARGIU Silvano)” [Dichiarazioni di Spartaco Casini, del 15 aprile 1985 – Rapporto
Torrisi]

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• a ridosso del 1968, con la moglie Rosina incinta, il SV riallaccia la relazione in casa
Mele /Locci.
Ma, ma si badi bene, mentre lo Stefano Mele non si lamenta affatto di aver di nuovo la
figura del SV in casa e a letto, è alla donna Barbara Locci che la presenza del Salvatore
Vinci risulta indigesta. Indigesta al punto da interrompere la relazione. Infatti la Locci
“potendo disporre di amanti più giovani e meno complessati dal punto di vista
sessuale, preferisce ribellarsi a quella vita, andando a coltivare i piaceri del sesso con
gli altri, fuori di casa” [Rapporto Torrisi 311/1].
Barbara Locci, che "non era una statua. Quando faceva l’amore lo sapeva fare,
partecipava”, non sa cosa farsene di due mezzi maschi che a turno “interpretano
reciprocamente anche il ruolo della donna e dell'uomo” [Rapporto Torrisi 311/1]. Le sue
grazie vanno adesso ai Francesco Vinci, ai Piero Mucciarini, agli Antonio Lo Bianco.
Che il SV e il SM giochino soli tra di loro!
E infatti la Locci oltre ad estromettere il SV, addirittura si nega al proprio legittimo e
non geloso marito: “da circa due mesi gli nega i rapporti“ [Rapporto Torrisi 311/1].

• Il SV si mette in casa l'Antenucci Nicola, “suo dipendente al pari del BIANCALANI


Saverio” [Rapporto Torrisi], che però ne approfitta per comportarsi come il Pili Antonio
ai tempi della Barbarina Steri e della Sardegna: portarsi a letto sua moglie senza che
questa gli sia da lui offerta: “L'ANTENUCCI conclude affermando di essere divenuto in
quel periodo anche ospite in casa di VINCI, e di aver avuto dei rapporti intimi con la
moglie, in assenza del marito” [Rapporto Torrisi 311/1]

• il 21 agosto 1968 Barbara Locci viene uccisa, assieme ad Antonio Lo Bianco

• Il SV continua a riservare alla moglie i soliti trattamenti, stuoli di sconosciuti con cui
dover fare sesso per appagare le sue voglie di guardare, minacce, botte. Fino a che
“nella tarda primavera del 1974” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1] se ne va “via in
Sardegna con i figli nel 1974, con l'intenzione di abbandonare il marito per sottrarsi a
quel genere di vita impossibile, senza riuscirvi, per la miseria, la mancanza di lavoro”
[Rapporto Torrisi 311/1].
Purtroppo per lei, miseria e mancanza di lavoro la obbligheranno a ritornare; ma non
per molto tempo.

• “Sergio, il triestino, prima di andare via con la MASSA Rosina, ha dormito nello stesso
letto con i due coniugi, avendo con loro rapporti sessuali “ [Dichiarazioni di Pierini Ada –
Rapporto Torrisi 311/1]

• Infatti, “Il 7.10.1980 la MASSA Rosina emigra a Trieste e si separa dal marito”
[Rapporto Torrisi 311/1]

• via la Massa ecco immediatamente sulla scena la Pierini Ada [ NdA: molto probabilmente
conosciuta nella discoteca/balera “Il Poggetto”, di cui erano entrambi assidui: “La Pierini Ada è
rintracciata presso la discoteca "Il Poggetto", luogo abitualmente frequentato dal
VINCI Salvatore” e “la discoteca "Il Poggetto", da lei abitualmente frequentata” -
Rapporto Torrisi 311/1]: “di aver conosciuto il VINCI nell'estate del 1979 e di essere
andata a convivere con lui dal mese di ottobre 1980 ai primi di settembre 1983”
[Rapporto Torrisi 311/1]

• Nei primi anni ottanta, il SV conosce anche la Antonietta D'onofrio; prima in qualità di
sua donne delle pulizie [NdA: “la donna delle pulizie, la signora Antonietta“ - Rapporto
Torrisi 311/1] , con la quale poi inizierà una convivenza una volta andatesene [ NdA:
cacciata dopo una violenta lite ] anche la Pierini. Tale relazione, è anch'essa di breve durata:

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dal 1984 al 1986 (l' 11 giugno 1986 SV viene arrestato)

• per quello che riguarda “donne”, fine dell'elenco nella vita del “donnaiolo” SV.

• nell'arco dei medesimi anni però, dobbiamo invece annoverare, oltre a quelle già
citate, diverse presenze maschili:
▪ 1985: “nell'area di servizio di Firenze-Nord. Ivi giunto incontra un amico
camionista ...SNIP... sono visti entrambi salire nella cabina dell'autotreno,
introdursi nella cuccetta posta alle spalle del posto di guida e volare via gli
indumenti intimi, assieme a camicia e pantaloni” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ 1985: “passa molto del suo tempo a conversare sul sesso ...SNIP... con gli amici
"Italo", "Fabio" e "Mario” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ 1985: “Anche un suo vecchio amico, BRUNI Fabio, riprende a telefonargli


meravigliato del fatto che il Salvatore non si è fatto più sentire ed in una
occasione gli dice esplicitamente che ha voglia di vederlo” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ 1985: “Un altro personaggio che riprende a telefonare è CAPANNI Italo, ma si


intuisce che con questi si è incontrato di recente” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ 1985: “il 14 agosto 1985, alle ore 11,30, giunge all'utenza privata del VINCI una
chiamata da parte del cognato STERI” [Rapporto Torrisi 311/1]
▪ Attenzione: la telefonata dal Ten. Col. Torrisi, è attribuita al cognato
Salvatore Steri, fratello della Barbarina, e col quale in gioventù il SV
aveva intrattenuto una relazione sessuale; ma durante il processo per
uxoricidio, l'avvocato del SV, avv. Marongiu, contestò e mise
seriamente in dubbio che fosse stato proprio il Salvatore Steri a
telefonare:
Marongiu: come mai lei parla proprio di Salvatore Steri?

Torrisi: Abbiamo avuto questa impressione, la voce diceva


'cognato' e visto che il Vinci era circospetto su questo
particolare, pensavamo che fosse il cognato Steri Salvatore

Presidente: ma lei, Vinci, ha altri cognati?

Vinci: si, Antonio Steri, mi telefona spesso, ogni tanto viene


anche in vacanza
[Fonte: quotidiano La Città – 15 aprile 1988]

▪ 1962-1980: “[NdA: Rosina Massa] di essere stata condotta di sera, molto spesso
alle Cascine, ove il marito dopo aver adescato gli uomini, li fa congiungere con
lei in sua presenza, per avere anche lui subito dopo il suo rapporto sessuale ”
[Rapporto Torrisi 311/1]

▪ 1980-1983: “[NdA: SV alla Pierini Ada] le ha fatto capire di desiderare vedere lei
congiungersi con altri uomini, possederla mentre un altro si congiunge con lui
per via anale ed infine prenderlo in bocca, ossia "ciucciarlo" “ [Rapporto Torrisi
311/1]

• aprile 1988: SV viene assolto dall'accusa di uxoricidio

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• giugno 1988: a Villacidro SV compie un presunto assalto sessuale [NdA: “un pastore di 60
anni, il quale sostiene che Salvatore Vinci ...SNIP... avrebbe cercato di abusare di lui” - Fonte: La
Repubblica] ai danni di un vicino di casa.
Verrà accusato di libidine violenta ed atti osceni in luogo pubblico
▪ “a favore di Salvatore si è espresso il tribunale della libertà del capoluogo
sardo che ha revocato un mandato di cattura per atti di libidine, un
presunto tentativo di violenza nei confronti di un pastore commesso da Vinci
non appena uscito dal carcere” [Fonte: La Repubblica -20 ottobre 1989]

• novembre 1988: il giudice Lombardini ordina che SV venga sottoposto a perizia


psichiatrica [Fonte: L'Unità]
[NdA: quella che era stata revocata durante il processo per l'uxoricidio – Fonte: La Repubblica].

• 30 novembre 1988: i carabinieri che dovevano prelevare SV e condurlo a Cagliari per


la perizia non lo trovano. Da questo momento non si avranno più notizie di SV. [Fonte:
La Repubblica]
▪ “Vinci è scomparso da 10 giorni Deve essere sottoposto a perizia psichiatrica …
SNIP... si è reso irreperibile.”[Fonte: La Stampa -9 dicembre 1988]

Insomma, a conti fatti, dalla gioventù (1956) dei 21 anni fino al 1988, di “ donne” nella vita
del SV, si possono elencare solo:
• la Barbarina Steri
• la Barbara Locci
• la Rosina Massa
• la Pierini Ada
• la Antonietta D'Onofrio
• la Gina Acciaioli, moglie del Biancalani Saverio

Non male per un “dongiovanni del sesso”, contando che la finestra temporale copre un arco di
oltre trent'anni.

E soprattutto non male tenendo conto che proprio la prima notte di nozze [ NdA: con la Massa
Rosina]
• “durante la prima notte di matrimonio, dopo aver fatto all'amore con lei, è caduto
inspiegabilmente in un pianto dirotto, che è durato fino al mattino successivo ed a
nulla sono valsi i suoi tentativi di farsi spiegare i motivi; le ragioni di tale assurdo
comportamento non sono state chiarite nemmeno in seguito, in quanto la sua curiosità
si è sempre imbattuta nell'impenetrabilità del marito” [Dichiarazioni della Rosina
Massa, del 21 giugno 1986 – Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

Viene quasi da domandarsi che effetto gli facesse stare a letto con una donna, senza un
uomo accanto o un matrimonio combinato dietro.
Come vedremo in seguito, però, viene anche da domandarsi che effetto gli avesse potuto fare
“mettere in piedi, ufficialmente” una “vera” famiglia, una “vera” coppia, nata non da un
matrimonio combinato e con la “rassicurante” figura dell'amante maschio vicino.

Invece sia a livello di rapporti “effimeri” sia di lunga durata, i nomi di partners maschili,
rispetto alle presenze femminili che devono tra l'altro essere inquadrate nelle loro brevi
finestre temporali, appaiono di maggior numero, peso e “affinità” [NdA: unico rapporto di una certa
durata invece con una donna, risulta essere quello con la Rosina Massa, ma che come abbiamo visto è durato
tanto solo per la necessità di sopravvivenza della stessa ]:
• Salvatore Steri [NdA: ci si ricordi però di come l'avv. Marongiu abbia messo in dubbio l'identificazione
del Salvatore Steri come chiamante nel 1985 ]
• Stefano Mele

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• Silvano Vargiu
• Biancalani Saverio
• Sergio, il triestino
• “Italo”
• “Fabio”
• “Mario”
• il camionista
• lo stuolo di sconosciuti alle Cascine [Rapporto Torrisi], ai Motel Agip [Rapporto Torrisi], ai
cinema a luci rosse [Rapporto Torrisi], alla Stazione Ferroviaria di Santa Maria Novella,
etc.
Anche il fatto che i rapporti di legame omosessuale siano pre-esistenti a quelli con le donne
[NdA: prima Salvatore Steri, poi la Barbarina Steri; prima il Biancalani Saverio poi la Gina Acciaioli, ad esempio ],
fanno bene intendere come di “dongiovanni” non si possa proprio parlare.

Non è certo un problema di gusti o preferenze l'evidenziare questo punto.


Ma è importante saperlo, perché funzionale alla comprensione di alcuni “misteriosi perché”
annidati nella vicenda sia del delitto di Castelletti di Signa, sia nei successivi delitti del MdF.

Quindi, partendo dall'elenco su esposto, se andiamo ora a leggere citazioni come “...il quale,
senza alcun ritegno, porta persino il caffè a letto dei due amanti ” [Rapporto Torrisi 311/1],
possiamo offrire al lettore un differente angolo interpretativo di visuale che non traspare dalla
lettura del Rapporto né da altre fonti.

Infatti, si fa sempre un gran citare di questi “caffè portati a letto ai due amanti”, ma è difficile
incontrare un'analisi che effettivamente sul punto si soffermi approfondendo le varie
possibilità.
L’episodio, nella ormai comune vulgata, è citato a prova e riprova della non gelosia del SM nei
confronti né della Locci, né dei vari amanti di lei. [ NdA: gelosia che certamente ed effettivamente non
era presente].
Suona semplice. Lineare. Didascalico. Fa nota di colore e dunque con semplice innocenza si
passa avanti, e dunque si passa avanti dimenticandosi di ricordare che una tale affermazione
è, e di molto, antecedente l’ammissione da parte del SM dei rapporti carnali omosessuali col
SV [solo “...Il 30 maggio 1985, Mele ...SNIP... Dichiara al g.i. di aver avuto insieme a sua
moglie rapporti omo-eterosessuali con Salvatore Vinci..” – Sentenza Rotella ]

Sapendo ora che tra il SV e il SM esisteva una relazione carnale omosessuale, sapendo che il
SV addirittura sfoggiava al dito l’anello di fidanzamento datogli proprio dal SM stesso
[“...risponde che l'anello che porta al dito gli è stato dato dal MELE nel primo giorno della sua
relazione, allorquando, uscendo con la LOCCI, il MELE gli ha detto di mancargli solo l'anello
per far coppia “ – Rapporto Torrisi 311/1], e avendo visto come in un rapido flashback quali erano
i veri “interessi e gusti” sessuali e le abitudini di ricorrere alla violenza e alla sottomissione
delle donne del SV, nulla ma proprio nulla ci vieta di immaginare che “il caffè a letto ai due
amanti”, non fosse affatto il SM a portarlo al SV e alla Locci, ma bensì invece la Locci a
doverlo portare, ai due “mezzi maschi”, a suon di botte o di minacce, quando terminavano i
loro giochi sessuali in cui, a turno “uno faceva la donna e l'altro il maschio”.

Del resto, la Locci è morta, e non può né smentire né confermare, la vulgata ormai storia,
che il caffè fosse il SM a portarlo, come proprio il SM, prima dell'ammissione dei rapporti
sessuali col SV, aveva dichiarato.

Ma la citazione può/deve anzi essere presa anche in questa, più appropriata, inquadratura;
che come un' inaspettato colpo di evidenziatore, fa balzare agli occhi il reale peso del legame
omosessuale tra il SV e il SM.
Fino a prima dell'incontro con la coppia Mele, il SV si portava appresso solo una solida

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relazione omosessuale con lo Steri Salvatore, ed una breve storia con una singola donna.
Donna che pure lo disprezzava e tradiva quasi apertamente. Donna ritrovata morta, tra
l'altro.
La Locci sarà indubbiamente anche stata una “dea del sesso”, “l'ape regina”, desiderosa e
aperta a nuove esperienze, ma il punto di interesse, assai probabilmente, anello vuole, non
era lei.

Il punto per il SV; uso vivere il sesso anale, con legame consolidato già di anni con
l'inseparabile amore suo di gioventù, gli occhioni li sgranava di fronte al disponibile
“omosessuale represso in tempi in cui di outing ancora non si parlava” SM, e non solo alla
Locci.
Che poi la Barbara Locci sia stata/diventata anche un piacevole e ossessivo “contorno” è pure
facilmente comprensibile, avendo lei partecipato col suo quid alla realizzazione di particolari
orizzonti sessuali del SV, in una catena che negli anni divenne sempre più frenetica

Più avanti si vedrà meglio e nel dettaglio come nemmeno l'omosessualità o la bisessualità che
dir si preferisca, risulterà essere la ragione principale del cercare e vivere rapporti sempre
“allargati a più figure contemporaneamente”.

Il legame del silenzio, legame più forte di una taglia di 500 milioni di lire nelle mani di un
“povero manovale” [Rapporto Matassino] affetto da “oligofrenia di medio grado“ [Perizia De Fazio],
trova corpo e si avvalora non solo, ma anche, in questa ineludibile considerazione; così come
trova fonte di solido logico ragionamento e conferma dell'influenza del SV sul SM.
Influenza e legame, che al di là del segreto omosessuale che i due condividono, non avrebbe
alcun motivo di esistere altrimenti; soprattutto non ai livelli noti, con tanto di SM che si
inginocchia a chiedere perdono per averlo “ingiustamente” accusato

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Equilibrio sì, equilibrio no

Sopravvissuto alle botte, agli incidenti e agli stupri nel periodo giovanile, messo a frutto le
sue conoscenze e vissute molto liberamente le sue preferenze nel periodo toscano, viene da
chiedersi se almeno questo possa essere considerato, dal suo punto di vista, un lasso di
tempo di pace, armonia, gioia ed equilibrio.
Da quello che possiamo leggere nei documenti ufficiali, così non sembrerebbe proprio:

• “era molto riservato, teneva le cose per se, magari scoppiava dal nervoso o da qualche
cosa ma non confidava mai niente della sua vita privata” [Dichiarazioni di Rosina Massa –
Deposizione del 14 luglio 1991]

• “di essere stata frequentemente aggredita e picchiata tutte le volte che tenta di
sottrarsi a questa vita impossibile” [Dichiarazioni di Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

• “...Salvatore ce l'abbia con Francesco [NdA: suo fratello]” [Dichiarazioni di Rosina Massa –
Rapporto Torrisi 311/1]

• “di essere stata difesa tante volte dal figlio di Salvatore, a nome Antonio, ma che
anche questi le ha prese, per cui si è allontanato dal padre, per essere accolto dallo zio
Francesco“ [Dichiarazioni di Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

• “guida in maniera maldestra e nervosa, alternando un'andatura molto veloce ad una


lenta“ [Rapporto Torrisi 311/1]

• “ricovero [NdA: “il paziente si è ricoverato perché si sente "giù di nervi "] alla clinica per
Malattie Mentali dell'Arciospedale di S. Maria Nuova, dal 29 aprile al 17 maggio 1980”
[Rapporto Torrisi 311/1]

• “è soggetto a cambiamenti improvvisi di umore, con manifestazioni depressive”


[Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• “improvvisi stati di abulia” [Sentenza Rotella]

• “...la diagnosi trascritta nella cartella clinica del medico curante: "…scompenso ansioso
depressivo in personalità chiusa poco incline al colloquio …" [Supplemento Rapporto Torrisi
311/1-1]

• “...è al corrente dei continui litigi tra i due coniugi...” [Dichiarazioni di Steri Raimondo –
periodo sardo – Rapporto Torrisi 311/1]

• “...Nicola Antenucci ...SNIP... Era stato con lui per un paio d'anni. La convivenza era
bruscamente finita per un litigio...” [Sentenza Rotella]

• “Antonio VINCI [NdA: Antonio Vinci, probabile figlio di Salvatore Vinci, ma forse figlio di Pili Antonio ]
racconta un episodio molto significativo intercorso tra lui ed il padre, che storicamente
segna la rottura definitiva dei loro rapporti di lavoro, dato che quelli affettivi sono
venuti a mancare quando Antonio adolescente, ha iniziato ad odiare il padre”
[Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• “...agli inizi del 1980, Antonio, su espressa richiesta del padre, rientrato in famiglia da
Como dove si trova per motivi di lavoro, dopo qualche giorno di normale convivenza,
viene da lui sorpreso in intimità con la giovane domestica, dopo che quest'ultima si é

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negata al padre” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• “...delusione amorosa ...SNIP... la propria moglie MASSA Rosina, nella tarda primavera
del 1974, stanca delle continue sevizie a cui viene sottoposta, lo abbandona ...”
[Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• ”...di essersi allontanata da casa, anche su invito categorico del Salvatore, a seguito di
una lite ...” [Dichiarazione di Pierina Ada – Rapporto Torrisi 311/1]

• Barbara Locci, gli preferisce il fratello Francesco e il Lo Bianco Antonio [ NdA: “LOCCI, la
quale, potendo disporre di amanti più giovani e meno complessati dal punto di vista sessuale, preferisce
ribellarsi a quella vita, andando a coltivare i piaceri del sesso con gli altri, fuori di casa ” - Rapporto Torrisi
311/1]

• Barbarina Steri lo tradisce con Pili Antonio, ed in segno di amore per il Pili, chiama il
figlio Antonio [NdA: ad esempio: “...la STERI, senza darsi per vinta, perché innamorata del giovane,
continua a coltivarla senza preoccuparsi delle botte e minacce ricevute” -Rapporto Torrisi 311/1]

Di tutto si può vedere in una simile scaletta di situazioni, eccetto che quella della fotografia di
una vita improntata alla comprensione e all'equilibrio, e baciata dalle gioie di solidi e duraturi
rapporti affettivi.
Vi sono delusioni amorose, corna, litigi, sfoghi di violenza, nervi tesi, incomprensioni ed odi
familiari, alti e bassi di tono umorale. E ovviamente ci sono [ NdA: non citate nel capitolo in
questione, ma precedentemente ], appagamenti dei propri voleri e dei propri piaceri secondo i
propri particolari gusti e desideri, anche attraverso il ricorso all'uso della violenza e delle
minacce.
Vi sono diagnosi mediche che parlano di momenti di crisi, scompensi ansiosi, depressioni,
personalità chiusa e dunque non incline al dialogo e quindi al confronto paritario. Ricoveri
ospedalieri in strutture sanitarie dedicate alle “malattie mentali”.

Insomma, un'altalena di “bello” e “brutto”, dove il “bello” coincide coi momenti di


accondiscendenza ai propri personali desideri [ NdA: personalità chiusa non incline al dialogo e al
confronto, quindi costretta a poter far affidamento solo su se stessa ] e di “brutto” che sono invece
momenti che ricadono sotto l'ombrello della deficitaria gestione della umana normale
socialità; leggibile a fronte di altri dati noti, come indicatore di personalità autoreferenziale
incline ad assecondare i propri voleri anche a discapito di quelli degli altri, visti più come un
mezzo da usare che come dei veri compagni di viaggio terreno.
Un deficit di empatia, per dirla in breve.

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Di caratteristiche fisiche e generali

Per quanto non vi sia moltissimo da scrivere in questo caso, alcuni punti devono essere
considerati degni di nota, anche perché, pur senza particolare valenza univoca o indiziaria,
mentre alcuni potrebbero essere portati all'arco della “discolpa” nei confronti del SV, altri
invece sono di segno opposto.

• il SV ha lavorato, come abbiamo già visto, sia nel campo dell'edilizia sia in quello dei
serramenti e delle riparazioni; due tipi di attività che hanno ben poco di sedentario e
che necessitano di un normale/buono fisico e muscolatura per essere svolte.

• “il VINCI Salvatore usa la mano destra per inforcare il cucchiaio, il coltello, la
forchetta, quando mangia e così pure quando usa, nei suoi momenti di lavoro, il
mazzuolo, il flessibile” [Dichiarazioni di Pierini Ada – Rapporto Torrisi 311/1 ]; possiamo quindi
dire che sia destrimane.

• “egli si reca alle cave di Maiano del Comune di Fiesole, per assistere a dei corsi di pre-
alpinismo (secondo le sue motivazioni egli è interessato ad apprendere in modo
particolare le tecniche di discesa con la fune, per poterla poi applicare negli interventi”
[Rapporto Torrisi 311/1].
Da notare, che ciò avviene nel 1985, quando SV, nato nel 1935, ha già 50 anni.
Questo, a differenza di rubiconde pance da avvinazzato, pacemaker, bypass e infarti, è
sinonimo di buona forma fisica, buona muscolatura e buona agilità, nonostante l'età.

• “in seno a detta famiglia, il VINCI Giancarlo è solito praticare la pesca sportiva in
acqua dolce, mentre il padre [NdA: Salvatore Vinci], saltuariamente ed in modo
occasionale, esercita in mare quella subacquea a livello molto modesto” [Supplemento
Rapporto Torrisi 311/1-1]
Anche se a livello “molto modesto”, esercitare la pesca subacquea in mare, è sintomo
di buona forma fisica e agilità

• “di essere andata a trovare il VINCI alla Fortezza, ove lo incontra a fare del moto; − di
essere la prima volta che il predetto, di notte, si mette a correre e a fare ginnastica ”
[Dichiarazioni di Antonietta D'onofrio – Rapporto Torrisi 311/1]
Da notare che la D'onofrio fa ben presente come quella sia la prima volta che il SV
faccia ginnastica e moto “di notte”, e non in generale e in linea di tendenza.
In ogni caso, anche qui notiamo che trattandosi del 1985, il SV ha 50 anni, e che
ginnastica e moto indicano buona forma fisica piuttosto che pancia, bypass e
sovrappeso.

• Nelle foto scattate al tempo del processo per uxoricidio, il Salvatore Vinci porta gli
occhiali;
Questo, ammesso che ne avesse bisogno anche precedentemente, potrebbe deporre a
suo favore nel momento in cui si volesse sostenere l'idea che il MdF fosse un cecchino
così eccezionale, dotato di una vista così buona, da rendere incompatibile tale abilità
con il portare gli occhiali. Sappiamo però che:
▪ “di non averlo mai visto in possesso di armi da fuoco, ma di averlo notato
sparare bene e colpire il bersaglio durante le esercitazioni alle giostre”
[Dichiarazione di Spartaco Casini – Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “Tutto ciò, limitatamente all'uso dell'arma da fuoco, potrebbe far pensare ad un


soggetto non espertissimo, al più dedito al tiro occasionale, con discreta doti
naturali di tiro più che con esperienza consumata, che però ha poi ''appreso'',

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divenendo capace di valutare bene le potenzialità della propria arma, tanto da


sparare ai due giovani tedeschi nel 1983 attraverso la lamiera della carrozzeria
dei furgone, conseguendo effettivamente l'intento. Non sembra tuttavia che "il
miglioramento" raggiunga livelli particolarmente elevati, ovvero di tipo
"professionale, poiché l'omicida, nelle fasi iniziali delle sue azioni, esprime
costantemente un comportamento piuttosto disordinato: e mobile, non sfrutta
vantaggiosamente l' elemento sorpresa, tende a "sprecare" proiettili con tiro
rapido ed istintivo.”
[Perizia De Fazio]

▪ colpire con successo da distanze ravvicinatissime [ NdA: nell'ordine 30cm/100cm e


meno] non rende obbligatorio immaginare particolari qualità/abilità di tiro
▪ “un colpo sparato a contatto o comunque a distanza ravvicinata”
[Perizia De Fazio]

▪ “l'esplosione di questo colpo sia avvenuta a contatto o a distanza


molto ravvicinata”
[Perizia De Fazio]

▪ “esplosi due colpi a distanza molto ravvicinata, se non a contatto”


[Perizia De Fazio]

▪ “raggiunti da un proiettile sparato a contatto, o comunque da distanza


molto ravvicinata”
[Perizia De Fazio]

▪ “Dal 1981 in poi,invece, mira preferibilmente al capo, spara a volte


colpi a distanza”
[Perizia De Fazio]

▪ “Un secondo colpo avrebbe interessato l'avambraccio sinistro”


[Perizia De Fazio]

▪ “...uno dei quali a vuoto perchè ha danneggiato solo i pantaloni


appoggiati nell'auto”
[Perizia De Fazio]

▪ “scarica, avendo esploso almeno 10 se non 11 colpi (due o tre dei


quali a vuoto)”
[Perizia De Fazio]

▪ “Il Gentilcore sia stato colpito da numerosi colpi di pistola in regione


toraco-addominale sinistra”
[Perizia De Fazio]

▪ “L'uomo è stato quindi colpito da quattro colpi di pistola, due con


direzione trasversale da destra,a sinistra esplosi a livello dell'emitorace
dx”
[Perizia De Fazio]

▪ “Tre lesioni d'arma da fuoco (fori di ingresso) sulla faccia latero-


anteriore del braccio sx”
[Perizia De Fazio]

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▪ “il primo colpo sia stato sparato contro il parabrezza e possa essere
quindi uscito dal finestrino dello sportello di sx”
[Perizia De Fazio]

▪ “mentre l'altro,oltre tutto non certo, l'ha ferita solo ad un


avambraccio”
[Perizia De Fazio]

▪ “Due lesioni, rispettivamente foro di entrata e foro di uscita


sull'avambraccio sx. riferibili a medesimo proiettile”
[Perizia De Fazio]

▪ “Un altro colpo di arma da: fuoco alJ'avambraccio sx., trapassante,


con direzione lateromediale. Anche l'avambraccio dx. è interessato da
un colpo di arma da fuoco”
[Perizia De Fazio]

Dunque per quanto sia vero che il MdF sparava, almeno dal 1981 in
poi, preferibilmente a parti vitali quali testa e cuore è particolarmente
corretto far notare come diversi colpi manchino del tutto i bersagli e/o
li attingano in avambracci, braccia, e/o gambe, ossia in punti
assolutamente non vitali.
Inoltre è altrettanto bene rimarcare che né la testa né il torace [ NdA: il
cuore non è un organo a vista, ma occupa grossomodo una medesima posizione nel
torace], siano bersagli di dimensioni così ridotte da essere difficilmente
mirabili e colpibili, soprattutto quando ad essi si spara da distanze
ravvicinate [NdA: alcuni colpi vennero sparati da addirittura dentro le auto, come i
bossoli ritrovati all'interno delle medesime dimostrano inequivocabilmente ].
A fronte di ciò, ritenere che “il portare gli occhiali” [NdA: che comunque si
portano proprio per correggere gli scompensi di vista, annullandone o riducendone
sensibilmente gli effetti] possa essere considerato un handicap tale da
escludere dalla lista dei possibili MdF chi li porta, a mio avviso è da
considerarsi non accettabile sia come presupposto e sia come
deduzione.

• sappiamo, come il Salvatore Vinci non fosse “un gigante” di statura, ossia fosse ben
inferiore a quei “molto probabilmente superiore, e non di poco, a cm.180” di altezza”
[Perizia De Fazio], “Salvatore e Francesco fisicamente si somigliavano, bassi” [“Dolci Colline
di Sangue” - M. Spezi – D. Preston]
Ma Avendo già contro-analizzato questo punto, anche in questo caso l'unica cosa che
possiamo dire è che un mostro di statura indeterminata, non ha alcun obbligo di essere
alto almeno 1.80 cm, e anche una inferiore, pure sensibilmente, resta compatibile con
le risultanze peritali ed investigative

• “di aver notato che il VINCI è molto attaccato ad un coltello con lama monotagliente a
punta, della lunghezza di cm. 10 circa, con il manico in osso, di color marrone chiaro,
dalla forma ricurva all'estremità, che ha visto spesso affilare ad una mola” [Dichiarazioni
di Spartaco casini – Rapporto Torrisi 311/1 ]

• “Faceva uso di un elmo da minatore munito di lampada” [Sentenza Rotella]


Pur non avendo alcun richiamo diretto, è giusto far notare come per compiere, di
notte, al buio, le escissioni sui corpi femminili, il MdF dovesse essere dotato di una
fonte di luce. Fonte di luce che obbligatoriamente non poteva essere tenuta in mano
all'atto delle escissioni [NdA: per tale operazione è necessario l'uso di entrambe le mani -

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“verosimile sollevamento del pube con la mano sinistra, taglio con la destra tenendo la lama parallela e
leggermente obliqua, rispetto al corpo; operazioni tipiche dello scuoiamento di animali ” Rapporto Torrisi
311/1]

• “...amante del ballo, come VINCI Salvatore...”


[Rapporto Torrisi 311/1]
Ovviamente ballare non è certo una colpa, ed infatti l'informazione viene riportata al
fine di ulteriore conferma delle caratteristiche di agilità e coordinamento fisico del
soggetto in questione.
▪ SV amante del ballo, negli anni 80, ai tempi in cui stava con la Pierini Ada, era
solito frequentare discoteche e luoghi di ballo, come la discoteca “il Poggetto” di
Firenze [NdA: “luogo abitualmente frequentato dal VINCI Salvatore” - Rapporto
Torrisi 311/1]

▪ Pur non sussistendo agganci diretti, è giusto ricordare che i primi due duplici
omicidi del MdF, anche se in maniera molto sfumata soprattutto per il secondo,
hanno sullo sfondo un luogo di ballo. Il primo la discoteca “Teen Club” [NdA:
relativamente al delitto del 1974]; il secondo la discoteca “Anastasia” [NdA: ricollegabile
sullo sfondo del primo duplice delitto del 1981].
Se per la coppia De Nuccio – Foggi, si è fondamentalmente certi che la sera del
delitto non si intrattennero presso quei locali, è pur sempre vero che potrebbero
averlo fatto in altre occasioni anche senza essere degli abitueè. Per la “Teen
Club”, è invece giusto notare come Pasquale Gentilcore “Nella sera del 14
settembre 1974, prese l’auto del padre, una Fiat 127 blu, intorno alle 20:45
lasciò la sorella Maria Cristina davanti alla discoteca Teen club, in Via primo
maggio a Borgo San Lorenzo, con la promessa di rivedersi entro la
mezzanotte...”

• “soffre di sordità all'orecchio destro” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1].


Particolare di per sé che pare non molto significativo; oltre che l'incidente alla testa
subito a militare [NdA: se la sordità ne fosse connessa, avvalorerebbe la tesi che si trattò di “grave”
incidente con forte botta alla testa ], però che fa anche ricordare come il MdF sia da
identificare in un soggetto destrimane, e se l'arma viene impugnata con la mano
destra, l'orecchio destro è quello che più “risente” delle detonazioni dell'esplosione dei
colpi. Indubbiamente i colpi calibro 22 L.R. non possono essere paragonati ad
esplosioni così forti da ledere direttamente l'udito anche se esplosi senza cuffie di
protezione acustica, però allo stesso tempo, soprattutto se immaginata su una
pregressa patologia post traumatica [ NdA: il forte trauma alla testa a militare ], una tale
sordità all'orecchio destro, come per molti altri punti al SV riferibili, risulta ricadere
anch'essa all'interno di quella “zona grigia” di informazioni che, casualmente o meno,
mai risultano leggibili in una chiave di lettura favorevole al soggetto indicato.

• “Il VINCI Salvatore è alto mt. 1,65-1,70, ha carnagione scura, capelli neri brizzolati,
pettinati all'indietro, viso rotondo, corporatura media.” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “Vinci, secondo i carabinieri, avrebbe sangue di gruppo 0” [Sentenza Rotella], e per la


precisione “Il VINCI Salvatore ha il gruppo sanguigno "0" Rh positivo. L'accertamento
viene espletato il 2 maggio 1986 dal maresciallo CONGIU Salvatore presso l'unità
sanitaria locale (U.S.L.) n. 10 di Careggi” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• nell'aprile 1986, il SV subì una lesione alla mano destra, che lo costrinse a portare il
gesso per un mese [NdA: “L'accertamento viene espletato il 2 maggio 1986 dal
maresciallo CONGIU Salvatore presso l'unità sanitaria locale (U.S.L.) n. 10 di Careggi,
il Centro Traumatologico Ortopedico, ove l'interessato si è recato per togliersi il gesso

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applicatogli nel mese precedente, avendo subito una lesione alla mano destra, durante
il maneggio di un attrezzo di lavoro”. [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

Possiamo quindi dire che da un punto prettamente fisico, non emergano indizi che possano
permettere di escludere e/o ridimensionare la figura del SV come MdF.; vi si possono leggere
anzi, dati a pieno supporto della prestanza fisica, di agilità, coordinamento, muscolatura, mira
e destrimania.

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Delle famiglie e dei fratelli e dei figli

Tutta la storia del MdF che ruota attorno al mondo dei sardi e a SV in particolare, è una storia
costellata di figli e dubbie paternità.
E' una storia costellata di corna, amanti, rapporti a tre e quattro.
E' una storia costella di anonimi rapporti con sconosciuti.
E' una storia, in generale, di degrado famigliare.
E' una storia dove la “coppia”, la “famiglia” (ossia la coppia marito-moglie, padre madre)
sono qualcosa di vissuto secondo canoni più normalmente condivisi.

Più avanti, si vedrà nel dettaglio come l'analisi proposta in questo documento di studio,
analizzando i delitti del MdF, ponga l'evidenza su due punti :
1. il fatto che il MdF uccidesse coppie.
Non esistono infatti altri casi provati di uccisioni da parte del MdF che non siano riferiti
a contemporanei duplici omicidi. Nemmeno il caso di Giogoli fa eccezione: anche in
quel caso, di coppia si trattò

2. l'individuazione della motivazione / motivazioni, che stanno alla base per un feroce
odio assassino nei confronti proprio delle coppie, che nell'accezione larga ed inconscia,
rappresenta la famiglia sottesa al binomio padre-madre, marito-moglie, lui-lei.

Si è visto come esistano molteplici episodi, proprio a partire dalla prima infanzia, che
psichiatri, psicologhi e criminologi individuano come facili e probabili cause del formasi del
germe che può sbocciare in manifesta patologia deviante maniacale.

In seguito leggerete più nel dettaglio di come alcuni episodi del suo vissuto ben si sposino
con quanto detto da psichiatri e criminologi,e come le nozioni mediche e criminologiche che
ad esse possono essere direttamente legate, ben si sposino col profilo psicologico del mostro.
Per il momento accontentatevi di aver già in mano una chiave di lettura che vede nella figura
paterna (e materna), ossia nelle coppia-genitori, nella coppia-famiglia e dunque infine per
transfert nella coppia generica (coppia ossia unione di due persone / famiglia / lui lei), la
fonte dei suoi problemi e delle sue sofferenze, e dunque al contempo la fonte della sua
psicopatia e il bersaglio del suo odio.

Compito quindi di questo capitolo, è quello di rintracciare ulteriori dati inerenti il tipo di
rapporti coppia / famiglia / figli, come vissuti dal SV:

• “è stato massacrato di botte dal padre all'età di dieci anni, rimanendo per quindici
giorni fasciato per le ferite riportate” [ dichiarazioni di Rosina Massa ai Carabinieri - 21 giugno
1986 – Supplemento Rapporto 311/1-1]

• “durante il servizio militare [NdA: SV] ha subito un incidente e che poi durante il
ricovero in Ospedale, per ottenere un periodo di convalescenza, avrebbe subito dei
rapporti carnali via anale.” [rapporto Torrisi – Supplemento 311/1-1].
▪ il dato è qui riportato per l'evidente richiamo figura paterna / autorità e più alti
in grado / autorità, che inconsciamente possono essere abbinati

• SV detesta suo fratello, [NdA:“...Salvatore ce l'abbia con Francesco” -Dichiarazioni di Rosina Massa
– Rapporto Torrisi 311/1]

• Suo fratello è quello che “gli ha traviato il figlio Antonio e gli manca di rispetto”
[Sentenza Rotella]

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• Suo fratello è quello che la Locci aveva preferito a lui, [NdA:“LOCCI, la quale, potendo
disporre di amanti più giovani e meno complessati dal punto di vista sessuale, preferisce ribellarsi a quella
vita, andando a coltivare i piaceri del sesso con gli altri, fuori di casa” - Rapporto Torrisi 311/1]

• è proprio il SV, sia nel 1968 sia adesso nel 1982, che con le sue dichiarazioni fa di tutto
per metterlo in cattiva luce con gli inquirenti e raccontare, mentendo, che il Francesco
all'epoca possedesse una pistola (come in successivi capitoli si dirà nello specifico)

• esistono dubbi in merito alla reale paternità di suo figlio Antonio; forse figlio del Pili

• ha rapporti sessuali continuativi di gruppo con i coniugi Biancalani e la moglie Rosina


Massa; costringe e porta la Rosina Massa, come già faceva con la Locci Barbara, a
concedersi pubblicamente e alla Cascine.
▪ cosa che, vista la promiscuità, rende dubitativa anche la reale paternità dei tre
figli della Massa: “Dal loro matrimonio vengono alla luce tre figli: Marco,
Giancarlo e Roberto”.

• Né la Pierini, né la Massa, né la D'onofrio, né i fratelli Giovanni e Francesco, né il figlio


di primo matrimonio, né i due più grandi avuti dalla Massa, all'epoca dell'arresto del
SV, prendono le sue difese: “Infine, secondo notizie confidenziali riferite dal VINCI
Antonio, ripetutamente contattato dallo scrivente e dal maggiore ROSATI Vincenzo, i
due coniugi BIANCALANI, nel corso di una riunione, tenuta nella nota abitazione di via
Cironi n. 8, alla quale hanno partecipato tutti gli altri congiunti del VINCI, durante la
discussione relativa all'esame della posizione di quest'ultimo in relazione al suo
arresto, avvenuto qualche tempo prima, sono stati i soli, unitamente a Roberto, il figlio
convivente” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/-1].
▪ è corretto però inoltre specificare che a chiudere definitivamente e
categoricamente i rapporti col SV, risultano essere solo: “il figlio Antonio e la
moglie separata MASSA Rosina, i soli ad avere rotto definitivamente i rapporti
con l'uomo.” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/-1]

• “Il VINCI Antonio, che sa perfettamente dei rapporti sessuali che intercorrono tra il
padre ed i due, ha indicato allo scrivente ed al maggiore Vincenzo ROSATI, il
BIANCALANI Saverio [NdA: dunque un “estraneo” alla coppia/famiglia ] come l'unica persona di
cui il padre Salvatore si fidi molto”. [Supplemento Rapporto Torrisi 311/-1]

• “era molto riservato, teneva le cose per se, magari scoppiava dal nervoso o da qualche
cosa ma non confidava mai niente della sua vita privata” [Dichiarazioni di Rosina Massa –
Deposizione del 14 luglio 1991]

• “di aver dovuto congiungersi carnalmente con altri uomini conosciuti occasionalmente
e portati in casa da Salvatore con molta frequenza” [Dichiarazioni della Rosina Massa –
Rapporto Torrisi 311/1]

• “di essere stata difesa tante volte dal figlio di Salvatore, a nome Antonio, ma che
anche questi le ha prese...” [Dichiarazioni della Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1 ]

• “di aver ospitato nella sua abitazione, in occasione del loro anniversario di
matrimonio una coppia di conoscenti, e di aver sorpreso durante la notte il marito a
letto con i due; − di aver tentato di allontanarsi da casa la stessa notte con il bambino,
ma di essere stata subito ripresa dal marito e costretta a chiedere scusa agli amici”
[Dichiarazioni di Rosina Massa - Rapporto Torrisi 311/1]
▪ ATTENZIONE:
▪ si noti proprio l'attenzione a sminuire il matrimonio, dunque il

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concetto di coppia, scegliendo la data dell'anniversario di matrimonio


proprio per costringere la moglie ad avere rapporti con sconosciuti

• “durante la prima notte di matrimonio, dopo aver fatto all'amore con lei, è caduto
inspiegabilmente in un pianto dirotto, che è durato fino al mattino successivo ed a
nulla sono valsi i suoi tentativi di farsi spiegare i motivi” [Supplemento Rapporto Torrisi
311/1-1]
▪ si noti come per una volta che resta in intimità a due, e proprio nelle prima
notte di nozze, anziché scoppiare di gioia tutta notte, il SV, che proprio in quel
momento sta mettendo su “famiglia”, è diventato una “coppia”, cada in un
“ininterrotto pianto” a cui poi sempre si rifiuterà di dare spiegazione anche alla
sua consorte

• “...è al corrente dei continui litigi tra i due coniugi...” [Dichiarazioni di Steri Raimondo –
periodo sardo – Rapporto Torrisi 311/1]

• Barbarina Steri lo tradisce con Pili Antonio, ed in segno di amore per il Pili, chiama il
figlio Antonio [NdA: ad esempio: “...la STERI, senza darsi per vinta, perché innamorata del giovane,
continua a coltivarla senza preoccuparsi delle botte e minacce ricevute” -Rapporto Torrisi 311/1]

• “...agli inizi del 1980, Antonio, su espressa richiesta del padre, rientrato in famiglia da
Como dove si trova per motivi di lavoro, dopo qualche giorno di normale convivenza,
viene da lui sorpreso in intimità con la giovane domestica, dopo che quest'ultima si é
negata al padre” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

• “...la propria moglie MASSA Rosina, nella tarda primavera del 1974, stanca delle
continue sevizie a cui viene sottoposta, lo abbandona ...” [Supplemento Rapporto Torrisi
311/1-1]

• Barbara Locci, gli preferisce il fratello Francesco e il Lo Bianco Antonio [ NdA: “LOCCI, la
quale, potendo disporre di amanti più giovani e meno complessati dal punto di vista sessuale, preferisce
ribellarsi a quella vita, andando a coltivare i piaceri del sesso con gli altri, fuori di casa ” - Rapporto Torrisi
311/1]

Solo per brevità, non starò qui a riportare le tante citazioni che vedono il SV portare amanti
noti o sconosciuti alle proprie moglie e compagne.
Solo per brevità, non starò qui a riportare le tante citazioni che vedono il SV portare le
proprie moglie e compagne e concedersi alle cascine, nei cinema a luci rosse, ed in altri posti
simili.
Solo per brevità, non starò qui a riportare le tante citazioni che vedono il SV avere rapporti
omosessuali in giro, con o senza le proprie moglie e compagne.
Solo per brevità, non starò qui a riportare le tante citazioni che vedono il SV costringere le
proprie mogli e compagne, nel letto di casa loro, ad avere rapporti a tre o a quattro.

Quello che è importante, a questo punto, è notare come questi dati, dati che coprono tutto
l'arco di vita nota del SV, benché ufficialmente sposato due volte, per nessuno di questi si
possa vedere il SV come una persona propensa ad assegnare una valenza positiva né al
significato ed all'essenza della “coppia”, né a quello della famiglia o dell'attenzione alla stessa.

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Alibi, libertà, prigione, processi e fuga

Usiamo adesso questo spazio per verificare se, alle date dei delitti, per una qualsiasi ragione,
il SV risultasse o meno nelle condizioni di non aver potuto compiere fisicamente un delitto
(distanza eccessiva dal luogo del delitto, alibi certo e confermato, detenzione, ricovero, etc).

Questo perché se anche solo uno di questi punti risultasse a favore del soggetto in esame,
vorrebbe giocoforza significare che il suo nome dovrebbe essere scartato dalla lista dei
possibili sospettati di essere il MdF, mostro unico e uno.

Cronologia dei delitti:


14 gennaio 1960 – Villacidro
21 agosto 1968 – Castelletti di Signa
14 settembre 1974 – Borgo San Lorenzo
6 giugno 1981 - Mosciano di Scandicci
22 ottobre 1981 – Travalle di Calenzano
19 giugno 1982 - Baccaiano
9 settembre 1983 - Giogoli
29 luglio 1984 – Vicchio del Mugello
8 settembre 1985 - Scopeti

1)_Cronologia dei periodi di detenzione del Salvatore Vinci:


• A seguito della iniziale confessione del SM il 23 agosto 1968, SV viene arrestato; ma
solo per “poche ore”, e a seguito della successiva ritrattazione del SM, liberato.
[“durante la confessione del MELE Stefano ai Carabinieri nella caserma di Lastra a
Signa, in data 23 agosto 1968. Il VINCI Salvatore finisce in carcere per omicidio in
concorso, ma solo per poche ore, perché viene rimesso in libertà, in quanto è
scagionato” – Rapporto Torrisi 311/1]

• l' 11 giugno 1986 SV viene arrestato con l'accusa di uxoricidio della ex moglie
Barbarina Steri. Il 12 aprile 1988, dopo due anni di carcere a Tempio Pausania inizia il
processo che , il 19 aprile 1988 lo vedrà assolto e quindi scarcerato

Non risulta quindi essere stato costretto in stato di detenzione in periodi in cui avvennero i
delitti su elencati

2)_Cronologia dei periodi di ricovero del Salvatore Vinci:


• dal 29 aprile 1980 al 17 maggio 1980, è ricoverato presso un struttura ospedaliera
“ricovero [NdA: “il paziente si è ricoverato perché si sente "giù di nervi "] alla clinica per Malattie
Mentali dell'Arciospedale di S. Maria Nuova, dal 29 aprile al 17 maggio 1980” -Rapporto
Torrisi 311/1] e “è soggetto a cambiamenti improvvisi di umore, con manifestazioni
depressive, culminate, dietro suo espresso desiderio, con il ricovero presso la Clinica
Malattie nervose e mentali dell'Arcispedale di Santa Maria Nuova dal 29 aprile al 7
maggio 1980. Significativo in proposito, perché indice di una abnorme personalità, è la
diagnosi trascritta nella cartella clinica del medico curante: "…scompenso ansioso
depressivo in personalità chiusa poco incline al colloquio…" [Supplemento Rapporto Torrisi
311/1-1]

Non risulta quindi essere stato costretto in stato di ricovero durante periodi in cui avvennero i
delitti su indicati

3)_Cronologia dei periodi di abitazione del Salvatore Vinci:


Questi, già son stati elencati precedentemente [NdA: vedasi, Informazioni di caratterere logistico-

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geografico], vale comunque la spesa, riportare brevemente che in nessun atto, né da quotidiani
vari, risultino per il SV luoghi di abitazione/trasferimenti momentanei/etc. differenti da quelli
già noti: Villacidro (fino al 1960) - Lastra a Signa (nel 1960) - Scandicci (nel 1960) -
Calenzano (nel 1962) - Vaiano (nel 1966) - Prato (nel 1969) - Firenze, Via Cironi n°8 (dal
1970)

Per Villacidro e Castelletti di Signa, il discorso è più trasparente che per le altre località. E'
comunque da notare come da Firenze ai luoghi ove avvennero i delitti del MdF dal 1974 in
avanti, sempre si tratti di tragitti di breve/media distanza e percorrenza [ NdA: al massimo
intorno alla cinquantina di chilometri].

Ad eccezione diretta di Vicchio del Mugello e Borgo San Lorenzo, le altre località interessate
sono località presso le quali il SV ha inoltre avuto fattiva residenza nelle immediate vicinanze.

Per le due citate, Vicchio e Borgo, è doveroso invece evidenziare che fin dal suo arrivo in
Toscana, SV ha lavorato nel campo dell'edilizia, delle ristrutturazioni e poi dei pronti
interventi; tutte attività che ovviamente non implicano una sede fissa di lavoro, ma che
vengono svolte dove richieste.
Nel Rapporto Torrisi, così come in altre documentazioni, non è riportato l'elenco delle località
nelle quali abbia costruito/ristrutturato/eseguito interventi di riparazione a partire dal suo
arrivo in continente nel 1960, dunque così come non possiamo garantire che effettivamente il
SV abbia avuto per motivi di lavoro la possibilità/necessità di conoscere l'area del Mugello,
altrettanto non lo possiamo escludere, tenendo conto anche delle comunque ridotte distanze.

4)_Cronologia e veridicità degli alibi di Salvatore Vinci:


• 1960:
per la morte di Barbarina Steri, il SV fornì un alibi che, nonostante l'assoluzione in
Tribunale, è seriamente e dettagliatamente messo in dubbio nel Rapporto Torrisi.
Le indagini all'epoca furono “leggere” e di routine come il Rapporto stesso ci racconta,
e a così tanti anni di distanza, riuscire a portare alla luce fatti concreti e prove, non
poteva certo essere un lavoro con elevate possibilità di successo. La ricostruzione
logica fornita dal Tenente Colonnello Nunziato Torrisi e dai suoi uomini, a differenza del
risultato della sentenza, risulta però di gran lunga più plausibile e sensata.
Alibi Molto probabilmente Falso

• 1968:
per la morte della Locci e del Lo Bianco, il SV fornì un alibi che però, in seguito, si
appurò essere privo di alcun valore e falso [“L'alibi di Salvatore Vinci, dunque, non
regge obiettivamente, perché risponde ad un accadimento reale del giorno prima del
fatto. Non ne era riscontro la testimonianza del Vargiu, che, sentito a distanza di
tempo dai fatti, lo aveva confermato su richiest” - Sentenza Rotella]
Alibi dunque Falso

• 1983:
per la morte dei due giovani turisti tedeschi, il SV fornì un alibi che, per quanto non
smentito ufficialmente da alcuna evidenza particolare, non risulta essere nella pratica
un alibi vero e proprio. Infatti, il SV dichiara: “di aver eseguito un intervento con la sua
ditta verso le ore 16,00 in via della Chiesa n. 42, e successivamente, verso le ore
19,3020,00, di aver accompagnato a Prato la donna delle pulizie, la signora
Antonietta, e di aver fatto rientro verso le ore 21,0”, [NdA: Rapporto Torrisi 311/1], ma:
▪ il rientro alle ore 21.00, resta compatibile con la finestra oraria del delitto, così
come un tragitto Prato/Giogoli non risulta fuori possibilità

▪ a conferma che sia effettivamente rientrato a tale ora e che dopo la stessa non

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sia più uscito, non ha altre voci a supporto di quelle della moglie e dei famigliari,
che ovviamente sono testi di parte [NdA: anche per le soggezioni, botte e minacce che il
SV era solito elargire in seno al nucleo famigliare, convivente in testa ]

▪ che l'intervento svolto nel pomeriggio, risulta essere stato svolto nell'abitazione
di una prostituta fiorentina in seguito assassinata; delitto insoluto.
[“nell'abitazione della MEONI Luisa, prostituta, sita al primo piano dello stabile
contrassegnato dal civico 42 di questa via della Chiesa ...SNIP... l'appartamento
della donna si presenta nel più completo disordine, ed il corpo della vittima è
rinvenuto nella camera da letto, in posizione supina sul pavimento, con il capo
rivolto verso la finestra, ed in senso obliquo rispetto alla parete anteriore della
camera medesima, le braccia incrociate sull'addome ed accuratamente legate
con le maniche del maglione che indossa, il viso copert o da un batuffolo di
cotone idrofilo e da un lenzuolo arrotolato. Secondo le risultanze della perizia
medico-legale, la morte della donna ...SNIP... è dovuta ad asfissia meccanica,
per mancanza di ossigeno, mediante compressione delle prime vie respiratorie
L'ipotesi di un delitto a sfondo sessuale viene scartata, perché la donna non
presenta tracce di violenza, come stabilito dall'esame autoptico; anche l'omicidio
a scopo di rapina non trova alcuna spiegazione, nonostante il contenuto dei vari
cassetti dell'armadio, del comò e del comodino , è riverso sul letto e sul
pavimento, come a voler evidenziare che è stata effettuata una ricerca Infatti, la
somma di lire 400 mila in contanti contenuta in un borsellino ed alcuni oggetti di
scarso valore, vengono regolarmente rinvenuti . - Rapporto Torrisi 311/1]
▪ la modalità di soffocamento della Meoni, richiama alla mente quella di
agguato descritta nel giornaletto pornografico a fumetti “Jacula”, del
24 novembre 1976, rinvenuto in casa del SV durante la perquisizione
del 26 giugno 1985, in cui il personaggio “immobilizza le sue vittime,
proprio con un batuffolo di cotone imbevuto di sostanza narcotizzante”,
[Rapporto Torrisi 311/1]

▪ il soffocamento richiama anche alla mente la morte della Barbarina


Steri, [NdA: “che potrebbe somigliare a quella prodotta per asfissia
meccanica” - Rapporto Torrisi 311/1 in merito alla morte della Steri Barbarina ]

▪ il “rovistare” tra gli oggetti della vittima, richiama alla mente alcuni
comportamenti del MdF che, in alcuni dei delitti, ha “rovistato” tra gli
oggetti dei defunti, o meglio delle defunte, pur non portando via effetti
di valore e soldi [NdA: ad esempio: “C’erano innanzitutto parecchie cose
alla rinfusa” - Dichiarazioni del Maresciallo dei Carabinieri Michele Falcone, all'epoca
Comandante della stazione dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo in riferimento al
delitto del 1974]

▪ L'assenza di “tracce di violenza” carnale, richiama alla mente i delitti


del MdF, dove anche per questi, mai vi è traccia di violenza sessuale
vera e propria, intesa come stupro

▪ In casa della Meoni però, non è stata rinvenuta traccia di tale


intervento per tale data. L'unica ricevuta per un lavoro effettivamente
eseguito, proprio dalla P.I.C. Di SV, è invece datato 21 ottobre 1982
[Rapporto Torrisi 311/1]. Nessuno si stupisce per un mancato rilascio di
fattura, certo è comunque che questa non è presente, facendo
pendere la veridicità dell'alibi fornito verso l'altro piatto della bilancia
[NdA: “Né, peraltro, tra il materiale cartaceo prelevato è stata
rinvenuta alcuna traccia di questo intervento. Che il VINCI Salvatore

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sia un frequentatore della prostituta, lo si deduce anche dalle


dichiarazioni di CASINI Spartaco, rese in data 19.4.1985” - Rapporto
Torrisi 311/1]
Alibi come minimo non in grado di fornire valida garanzia – non verificabile

• 1985:
per la morte dei due turisti francesi, il SV fornì un alibi che possiamo certamente
definire falso: “Circa l'alibi fornito dal VINCI Salvatore agli inquirenti relativamente alla
sera dell'8 settembre 1985 ...SNIP... in cui il medesimo dichiara di essere uscito di
casa alle ore 21,30 per andare a comperare le sigarette al Bar-Pizzeria "IL
BIVIO",...SNIP... e di essere andato a far visita, subito dopo, ai coniugi
BIANCALANI ...SNIP... si può affermare, senza alcuna ombra di dubbio, che le sue
dichiarazioni appaiono meramente pretestuose ...SNIP... Infatti, da accertamenti
espletati e dalle dichiarazioni rese da DE MARCUS Roberto Giuseppe (Vedere allegato
n. 2), all'epoca titolare dell'anzidetta pizzeria, emerge che ...SNIP... Quella sera, però,
non ha venduto sigarette al VINCI. Peraltro, è da sottolineare che il VINCI Salvatore
non è uscito di casa alle ore 21,30, …SNIP... perché già alle ore 20,00 di detto giorno i
militari dipendenti, allorché giungono di fronte alla sua abitazione per dare inizio al
servizio di appiattamento, notano che tra i mezzi di sua propriet à abitualmente parcati
nei pressi, risulta assente proprio il suo autofurgone. La circostanza, poi, ove fosse
ancora necessario, è suffragata dalle dichiarazion i del figlio Roberto, il quale precisa
che il padre è uscito alle ore 20, facendo rientro alle ore 22,30” [Supplemento Rapporto
Torrisi 311/1-1]

E' importante, relativamente al duplice delitto degli Scopeti, mettere inoltre l'accento
sull'incertezza della reale data in cui la coppia venne assassinata. Infatti, senza una
sicura data precisa per il delitto, qualsiasi alibi resta incerto. Esattamente come a nulla
valgono i rapporti stilati in merito dei Carabinieri incaricati di controllarlo, se non si ha
precisa e certa conoscenza del giorno della morte. Qui, per coerenza espositiva, mi
limito a riportare quanto scritto dal Rotella nella sua sentenza: “Assai più complesso è
il problema dell'alibi fornito relativamente al delitto duplice di S. Casciano. Anche in
quella circostanza (supponendo che si tratti della domenica sera), a voler credere a
tutti i riscontri (forniti dall'intera famiglia Biancalani, di cui si è detto nel capo
precedente), gli restava il tempo sufficiente per recarsi a consumare il delitto e tornare
in luogo ove potesse esser fissato un orario (e riuscire quella stessa notte). Ma non
mette contro di parlarne, per la ragione semplicissima che non si è in grado di stabilire
con certezza l'ora e nemmeno il giorno esatto della consumazione (sabato o
domenica)” [Sentenza Rotella]
Alibi dunque Falso e/o inverificabile

• 1984:
“si dubitava anche dell'alibi” [Sentenza Rotella - CAPO IX — SALVATORE VINCI — 9.1 - LO
STRACCIO]. Vale la spesa riportare integralmente le parole del G.I. Mario Rotella: “Le
verifiche fatte intorno all'alibi fornito ai carabinieri da Salvatore Vinci, per la sera del
29 luglio 1984, effettuate dal p.m. e poi riprese dal g.i. conducono a conclusioni quasi
simili a quelle relative al duplice omicidio di Signa. Nella specie, sono emerse
discordanze tra quanto aveva dichiarato lui stesso (circa un'uscita alle 21,30 con la
D'Onofrio e la bambina per prendere un gelato, in un bar all'inizio di via Cerretani,
facendo rientro alle 22-22,30, una nuova estemporanea uscita sino alle 23,30 circa,
per riprendere il cane, ed un'ultima uscita notturna tra le 3 e le 3,30 del mattino per
fare esercizio di corsa, nonché gli interventi effettuati dal figlio quella notte, per conto
della ditta di 'Pronto Intervento Casa' di cui era titolare), e quanto rispettivamente
dichiarato dal figlio e dalla D'Onofrio. Il figlio quella sera ha fatto due interventi, ma
Vinci e la donna ne ricordano uno solo. Quanto a costei, probabilmente, come peraltro

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ha detto, da una cert'ora in poi dormiva in camera sua. L'unico segno, della sua
consapevolezza della presenza in Firenze dell'amante quella notte, per alcun tempo
prima di addormentarsi, sarebbe quello di averne visto dalla finestra [NdA:
erroneamente nella Sentenza si parla di "quarto piano", ma così non è, in quanto tale
edificio è costituito da un piano terra, un primo piano ed un secondo piano. Resta
comunque difficile vedere in tali condizioni] stando sul letto in camera, le gambe
attraverso la serranda semiaperta del laboratorio a livello strada, di fronte. La donna,
ha poi affermato che le uscite con Salvatore e la bambina sono state rarissime, che lei
non colloca quella di cui Vinci ha parlato, nella sera (prima parte) del 29 agosto 1984
(si sono comunque verificati, in istruttoria formale, i percorsi e i tempi con la stessa
D'Onofrio), ma in una data diversa e antecedente. Ha spiegato che al p.m. aveva dato
un'indicazione corrispondente a quella di Vinci, perché lui glielo aveva chiesto in
anticamera, ma non era, per parte sua, in grado di ricostruire proprio quella serata. Il
dettaglio di tutti gli accertamenti, degli orari, dei tempi di percorrenza è stato
minuziosamente ricostruito nel rapporto dei CC menzionato (22.4.86). A parte il
problema dell'attendibilità dei testi a riscontro , e di alcune inverisimiglianze
della narrazione dello stesso Vinci, è giusta l'osservazione circa il fatto che, quando
tutto combaci e non è così (in un certo lasso di tempo la donna dormiva ed il figlio
era fuori), Vinci avrebbe avuto il tempo di andare a Vicchio, commettere il
delitto e ritornare a Firenze” [Sentenza Rotella].

“si assiste al tentativo concorde e piuttosto evidente di tutti e tre i testi escussi di
riportare gli avvenimenti, ora procrastinandoli, ora anticipandoli, nell'arco di tempo che
va dalle 20,30 del 29 alle ore 00,15 del 30. Ed in questo tentativo si intuisce che
sia il figlio che la convivente sono stati adeguatamente addestrati a riferire
secondo le istruzioni ricevute, ma con risultati non convincenti” [Supplemento
Rapporto Torrisi 311/1-1]

Alibi dunque molto probabilmente falso, e comunque non in grado di fornire valida
garanzia di innocenza

• 1974 – 1981 -1981/bis -1982


Tenendo conto che i veri sospetti e le prime mirate attenzioni sul SV come MdF
nascono solo dopo il duplice omicidio del 1984 [ NdA: “i concreti sospetti su VINCI Salvatore
sorgono a partire dal duplice delitto di Vicchio del Mugello, del 29 luglio 1984 ” - Rapporto Torrisi 311/1 ],
non stupisce più di tanto che: Per gli alibi in riferimento a tali duplici omicidi, non sono
presenti né nella Sentenza Rotella né nel rapporto Torrisi, elementi che permettano di
esprime alcun giudizio in merito.

Anche in questo caso non ci troviamo di fronte a informazioni certe ed univoche di


colpevolezza, ma è significativo notare che:
• per nessuno degli alibi noti vi sia corrispondenza di innocenza

mentre, al contrario, su 5 noti:


• tre risultino falsi,
• uno altamente probabilmente falso
• uno privo di alcun valore o riscontro.

Esisteranno indubbiamente mille differenti fondate ragioni in base alle quali qualcuno decide
di fornire un alibi falso o non riscontrabile, ma al tempo stesso appare assai meno probabile
che lo stesso accada sempre alle stessa persona e sempre per reati di gravissima entità.

5)_Cronologia accuse, perquisizioni, arresti, scarcerazioni e fuga


• 23 agosto 1968: Stefano Mele si autoaccusa del delitto Locci-Lo Bianco chiamando in

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causa come correo Salvatore Vinci

• 24 agosto 1968: durante un confronto fra SM e SV, Mele ritratta ed accusa Francesco
Vinci

• 20 luglio 1982: viene segnalato il legame tra i delitti seriali 1974-1981-1981bis-1982


e quello del 1968 (identità d'arma e munizioni) [ Sentenza Rotella]. SV rientra dunque tra
le persone da sentire in quanto relazionato a quel delitto.

• 26 agosto 1982: durante un interrogatorio Piero Mucciarini racconta che SV aveva


ucciso sua moglie, Barbara Steri, a Villacidro nel 1960

• 30 agosto 1982: il SV viene sentito dalla dottoressa Silvia Della Monica e dal dottor
Pier Luigi Vigna [NdA: “il VINCI Salvatore, conosce perfettamente la dott.ssa Silvia DELLA MONICA,
per essere stato sentito da lei e dal dott. Pier Luigi VIGNA, Sostituto Procuratore, in data 30 agosto 1982,
proprio nel Momento in cui i magistrati riaprono le indagini alla scoperta della notizia che anche l'omicidio
di Signa” - Rapporto Torrisi 311/1].
▪ Salvatore Vinci, non si fa problemi né a mentire sui suoi rapporti con la Locci, né
a mentire tirando la croce addosso al fratello Francesco: “Conferma che Vitalia
Melis (gia Muscas), sua cognata, gli disse che il marito l'aveva minacciata
facendo riferimento ad una pistola” [Sentenza rotella]. [NdA: la Muscas smentirà le
parole del SV: “la MUSCAS, come vediamo, nega recisamente di aver detto al cognato che il
marito ha una pistola” - Rapporto Torrisi 311/1]

• 29 novembre 1982: Il Dottor Tricomi, a seguito delle dichiarazioni del Mucciarini, fa


richiesta alla Tenenza dei Carabinieri di Villacidro del Rapporto Giudiziario relativo al
decesso di STERI Barbarina [NdA: “...Dott. Vincenzo TRICOMI, a seguito di sua specifica richiesta
diretta al Nucleo Operativo, del 29.11.1982, acquisisce in data 16.12.1982, tramite la Tenenza Carabinieri
di Villacidro, il Rapporto Giudiziario n. 7 del 19.1.1960, della Stazione omonima, relativo al decesso di
STERI Barbarina e poi accantonato.” - Rapporto Torrisi 311/1]
▪ si noti quel “accantonato”. Bisognerà quindi aspettare poi anni (fino al 1984) son
altre dichiarazioni del SM, prima che vengano svolte indagini sul SV

• settembre 1983: dopo il delitto Rush - Meyer, viene effettuata una perquisizione
presso l'abitazione di Salvatore Vinci

• il 30 luglio 1984: in seguito al delitto Rontini - Stefanacci viene effettuata una


perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci [ NdA: repertato lo “straccio” con macchie
ematiche e di sparo – Sentenza Rotella – NOTA BENE: tale straccio non venne praticamente preso in
seria considerazione fino all'aprile 1985, quando finalmente le analisi stabilirono appunto la certa presenza
di macchie ematiche e di polvere di sparo – Sentenza Rotella]

• il 30 maggio 1985: Stefano Mele torna ad accusare Salvatore Vinci, per la prima
volta dal lontano 1968 [NdA: “nell'interrogatorio del 18 settembre 1985, il MELE, per la prima volta
in tutti questi anni, dichiara che ad accompagnare Natalino con l'autovettura, e forse anche un po' a piedi,
è stato Salvatore” - Rapporto Torrisi 311/1] [NdA: per maggiori informazioni, vedasi: ****]

• 26 giugno 1985: “26 giugno 1985 viene effettuata una perquisizione presso
l'abitazione di Salvatore Vinci, scaturita dalle dichiarazioni di Ada Pierini in merito ad
una pistola [NdA: repertati oggetti per uso di autoerotismo, il fumetto “Jacula” e un
biglietto con appuntato l'indirizzo, del Tenente Colonnello Torrisi “ Sign. Magiore Toriso
Via Colli n. 101 – 264261” – Rapporto Torrisi 311/1]
▪ detta perquisizione, darà esito negativo per l'arma da fuoco, viene ripetuta
anche la sera dello stesso giorno, visto che la Pierini insiste nel sostenere le sue
dichiarazioni [NdA: rivelatesi poi false, e la Pierini verrà anche arrestata per tale motivo ]

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• settembre 1985: in seguito alla scoperta dei cadaveri dei due turisti francesi viene
avviata una perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci

• 1985: il PM richiede la formale istruzione a carico di Salvatore Vinci per il delitto


Rontini – Stefanacci [NdA: “Il p.m., dubitando anche dei riscontri all'alibi di Vinci, intanto effettuati,
richiedeva, nell'autunno 85, la formale istruzione a suo carico per l'omicidio duplice del 1984 ” - Sentenza
Rotella]
▪ Si noti che “Così, nei confronti di Salvatore Vinci, è rimasto quanto bastava
per motivare un mandato di comparizione e poi di accompagnamento, visto che
non era comparso al confronto con la Pierini,da lui chiamata in causa circa
la borsa di paglia ed il suo contenuto.” [Sentenza Rotella]

• 1986, viene effettuata una perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci [ NdA:
repertato il “rullino fotografico ….SNIP... Il processo di sviluppo/stampa ha rivelato le immagini di una
giovane coppia di sconosciuti in automobile ” - Sentenza Rotella]

• l' 11 giugno 1986 SV viene arrestato con l'accusa di uxoricidio

• il 18 aprile 1988 viene assolto dall'accusa di uxoricidio, il SV lascia il carcere e torna


libero [NdA: “è stato assolto dall' accusa di uxoricidio con la formula più ampia perché il fatto
non sussiste” -fonte: La Repubblica – 20 aprile 1988]

• giugno 1988: a Villacidro SV compie un presunto assalto sessuale [NdA: “un pastore di
60 anni, il quale sostiene che Salvatore Vinci ...SNIP... avrebbe cercato di abusare di lui”] ai danni di
un vicino di casa. Verrà accusato di libidine violenta ed atti osceni in luogo pubblico
▪ “I carabinieri stanno svolgendo accertamenti per stabilire la veridicità del
racconto della presunta vittima, che appare, secondo gli inquirenti, non
completamente credibile”. [Fonte: La Repubblica – 5 giugno 1988]

▪ “a favore di Salvatore si è espresso il tribunale della libertà del capoluogo


sardo che ha revocato un mandato di cattura per atti di libidine, un
presunto tentativo di violenza nei confronti di un pastore commesso da Vinci
non appena uscito dal carcere” [Fonte: La Repubblica -20 ottobre 1989]

• novembre 1988: il giudice Lombardini ordina che SV venga sottoposto a perizia


psichiatrica [NdA: quella che era stata revocata durante il processo per l'uxoricidio ].
▪ “doveva sottoporsi ad una perizia psichiatrica ordinata dal Giudice Istruttore
Lombardini, che aveva emesso nei suoi i un mandato di comparizione. Il
Magistrato indaga su una presunta violenza subita da un e sessantenne” [Fonte :
L'Unità – 7 dicembre 1988]

• 30 novembre 1988: i carabinieri che dovevano prelevare SV e condurlo a Cagliari per


la perizia non lo trovano. Da questo momento non si avranno più notizie di SV.
Dunque è corretto far notare come:
▪ al momento della fuga ancora non fosse stato prosciolto da Rotella

▪ al momento della fuga ancora doveva sottoporsi a perizia psichiatrica

▪ al momento della fuga avesse sulle spalle una denuncia per molestie sessuali

▪ e che nessun altro dei nomi entrati nella vicenda MdF, in una maniera o in
un'altra, a qualsiasi titolo, in qualsiasi filone di indagine: nessuno eccetto che il

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SV abbia ad un ben determinato punto fatto volontariamente perdere le proprie


tracce

• 13 dicembre 1989 il G.I. Mario Rotella dichiara il non doversi a procedere nei
confronti del SV

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Controlli e Investigatori

Al di là di ogni considerazione sui possibili significati delle informazioni prima riportate,


abbiamo visto come, anche scartando le prime dichiarazioni subito ritrattate del SM, almeno
già dal 1982, con le parole del Mucciarini che spingono il Dottor Tricomi a richiedere il
fascicolo della morte della Barbarina Steri, il SV cominciasse, o meglio avrebbe dovuto
cominciare, a trovarsi in una posizione di attenzione da parte degli investigatori.

La richiesta del Tricomi, del 1982, esaudita, venne poi “accantonata”, probabilmente anche
per il cambio di G.I. e l'arrivo del Rotella, con le normali vicissitudini che succedono durante
un avvicendamento; in più le attenzioni erano puntate sul Francesco Vinci.

Risultato?
Qualche perquisizione, qualche sequestro di materiale “utile” alle indagini, qualche
interrogatorio, qualche alibi risultato fasullo e tutta una serie di vaghi controlli. Più ancora che
sulle carenza ed imperizie a livello investigativo e periziale che purtroppo non mancarono
specie nei primi anni, su tali “controlli” è giusto invece spendere qualche parola in particolare.

Se partissimo infatti ad esempio dalle parole di Ruggero Perugini [NdA: Deposizione del 15 giugno
1994], dovremmo semplicemente prendere e scartare il nome del SV quale possibile MdF... o,
forse più doverosamente, potremmo invece chiederci come e perché il Perugini, capo della
squadra anti mostro dal 1986 al 1992, non sapesse come tali attività venissero realmente
svolte, visto che la “poca attendibilità” di tali controlli venne addirittura messa nero su bianco
dagli stessi Carabinieri]

[Luca Santoni Franchetti, avvocato]: ...Ora le volevo fare alcune domande su questo. Lei
ha detto che per quanto riguarda - faccio riferimento alla sentenza di archiviazione del dottor
Rotella, del giudice istruttore - alcune posizioni, non indagaste più perché, ovviamente
mentre queste persone erano detenute, l'assassino ha colpito ancora, giusto?
[Ruggero Perugini, S.A.M.]: Erano detenute o erano sotto osservazione dei carabinieri.
[Luca Santoni Franchetti, avvocato]: Sotto osservazione.
[Ruggero Perugini, S.A.M.]: Perché non tutte erano detenute.
[Luca Santoni Franchetti, avvocato]: Una cosa diversa è essere detenuti durante un
omicidio.
[Ruggero Perugini, S.A.M.]: Salvatore Vinci non era detenuto.
[Luca Santoni Franchetti, avvocato]: Oh, io sto parlando apposta di Salvatore Vinci.
[Ruggero Perugini, S.A.M.]: Si.
[Luca Santoni Franchetti, avvocato]: Ecco, io volevo chiedere, appunto…
[Ruggero Perugini, S.A.M.]: No avvocato, io ho stima dei carabinieri.
[Ruggero Perugini, S.A.M.]: Se i carabinieri dicono che ce l'avevano sotto osservazione, io
devo dedurre…

Visto che i Carabinieri ce l'avevano sotto controllo, e visto che i Carabinieri non lo colsero sul
fatto mentre assaliva la coppia Kraveichvili – Mauriot, per proprietà transitiva: il SV doveva
essere innocente.
Peccato che non andò affatto così.

Infatti ben due punti son da tenere in particolare evidenza:

• 1) Che la data in cui avvenne il duplice delitto, per quanto se ne dica nelle aule di
tribunale, risulta a tutt'oggi incerta [ NdA: in apposito capitolo si tratterà di questo punto ] e
dunque quand'anche i controlli fossero stati accurati, precisi e puntuali, non avrebbero
comunque riferimento temporale certo

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▪ “per la ragione semplicissima che non si è in grado di stabilire con certezza l'ora
e nemmeno il giorno esatto della consumazione” [Sentenza Rotella]

▪ “né peraltro è da scartare la possibilità, salvo obiettivi elementi di riscontro, che


la morte dei due francesi risalga alla notte sul 7 settembre” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “non pare che dalle condizioni dei due cadaveri, da cui si notano segni
dell'incipiente fenomeno putrefattivo, la morte dei due possa risalire a poche ore
prima, ed è lecito ipotizzare, o quanto meno non poter escludere che i fatti si
siano potuti verificare anche 24 ore prima” [Rapporto Torrisi 311/1]

• 2) Che il servizio di pedinamento era un servizio, si passi il termine, “all'acqua di rose”.

▪ “Tutto il ragionamento effettuato nel rapporto dei Carabinieri menzionato, non è


verificabile“ [Sentenza Rotella]

▪ “Da un certo momento in poi i carabinieri attestano un controllo in talune ore


serali e in certi giorni della settimana, ma essi stessi (v. rapporto menzionato)
dubitano della continuità ed efficacia del controllo“ [Sentenza Rotella]

▪ “I pedinamenti hanno avuto il seguente andamento:


− prima fase, dal 1º novembre 1984, al 3 giugno 1985, con l'espletamento
di servizi saltuari a campione;

− seconda fase, dal 1º luglio 1985 all'8 settembre 1985, eseguiti nei giorni di
venerdì, sabato e domenica, dalle ore 20,00 alle ore 24,00;

− terza fase, dal 4 novembre 1985 al 12 febbraio 1986, in maniera


continuativa nell'arco delle 24 ore” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “Il VINCI si dimostra un tipo difficile da seguire anche nei pedinamenti. Infatti,
guida in maniera maldestra e nervosa, alternando un'andatura molto veloce ad
una lenta, ed in prossimità dei semafori, quando si accorge che il segnale
luminoso inizia a lampeggiare, rallenta la sua andatura, costringendo i mezzi
che lo seguono quasi a frenare la loro corsa, per poi partire di scatto non
appena il semaforo segna rosso” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “non aveva al momento dei fatti una vita scandita da orari (basta leggere i suoi
racconti) ed impegni fissi vuoi in famiglia che all'esterno. Il suo stesso lavoro
era ancorato ad attese di chiamate estemporanee e di uscite altrettanto
estemporanee, in qualsiasi ora del giorno e della notte. Era munito di più veicoli
a motore ed in grado di spostarsi con sufficiente rapidità ...SNIP... L'uomo,
difatti, è apparso dotato di notevole iniziativa, anche riguardo alle attività
motorie” [Sentenza Rotella]

▪ “Nel periodo posteriore alla perquisizione domiciliare effettuata come già detto,
il 26 giugno 1985 ...SNIP... egli dimostra di essere più cauto ...SNIP...
particolarmente controllato e guardingo, continua nel periodo successivo al
duplice omicidio degli Scopeti” [Rapporto Torrisi 311/1]
▪ “relativamente alla sera dell'8 settembre 1985 ...SNIP... già alle ore 20,00 di
detto giorno i militari dipendenti, allorché giungono di fronte alla sua abitazione
per dare inizio al servizio di appiattamento, notano che tra i mezzi di sua
proprietà abitualmente parcati nei pressi, risulta assente proprio il suo

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autofurgone” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1]

▪ quindi, quando la sera dell' 8 settembre 1985 i Carabinieri arrivarono


ad appostarsi vicino casa sua, il SV non c'era.
E non essendoci, nessuno poteva dire dove fosse, in qualsiasi luogo o
anche addirittura agli Scopeti, non sapendo con certezza né l'ora né il
giorno in cui avvenne il delitto;
infatti: “non è vero che il VINCI Salvatore sia uscito alle ore 21,30
dell'8.9.1985, perché era già fuori col pulmino prima dell'arrivo dei
militari stessi, alle ore 20,00” [Rapporto Torrisi 311/1]

Inoltre, è anche bene precisare che, ad esempio per la perquisizione, duplice, mattina
pomeriggio, indotta dalle dichiarazioni della Ada Pierini, perquisizione del 26 giugno 1985:
▪ Le perquisizioni effettuate nei suoi confronti (a partire da quella assai tardiva del
1968), e quella più rilevante suggerita da dichiarazioni della Pierini al p.m., sono
risultate vane per quanto concerne la pistola (circa quest'ultima, come risulta
da intercettazioni telefoniche, ed indirettamente da una vicenda in cui è
implicata la D'Onofrio, una sua amica ed un sottufficiale di Prato, l'uomo era già
avvertito dei controlli di P.G.” [Sentenza Rotella]

Quindi, senza al momento entrare nel merito di chi lo avesse “avvertito” dei controlli di P.G.,
in tema di “pedinamenti” e “esclusione dalla lista dei sospettati”, vale solo più la pena
ricordare che il Rapporto Torrisi scritto il 22 aprile 1986, venne inviato alle competenti
Autorità:
• Ufficio Istruzione del Tribunale di Firenze: G.I. Dott. Mario Rotella
• Procura della Repubblica di Firenze: Sost. Proc. Dott. Angelo Izzo

E che il Supplemento datato 14 ottobre 1986, venne inviato alla competenti Autorità:
• Ufficio Istruzione del Tribunale di Firenze: G.I. Dott. Mario Rotella
• Procura della Repubblica di Firenze: Sost. Proc. Dott. Paolo Canessa

Immaginare dunque che alla SAM, Squadra Anti-Mostro, il pool di forze dell'ordine che
indagava solo ed esclusivamente sugli omicidi seriali delle colline fiorentine dal 1984, dal 84
fino all'86 sotto il comando del Commissario Sandro Federico, non fossero pervenuti tali
Rapporti o che, pervenuti, siano stati valutati, straccio compreso, nelle modalità con cui i
controlli di pedinamento del SV vennero eseguiti, lascia l'amaro in bocca. E tanto.

Altrettanto infaustamente però, è necessario aggiungere il fatto che quando dopo il delitto di
Vicchio, le pertinenze del SV vennero perquisite e il famoso straccio macchiato di sangue e
tracce di sparo sequestrato ed inviato al P.M:, questi non desse seguito ad analisi sullo
stesso, compito al quale potrà porre rimedio solo il G.I. Rotella solo addirittura un anno dopo
• “Lo straccio rinvenuto in casa di Salvatore Vinci fu indicato dallo stesso giudice Rotella
come l'imbarazzante esempio di come furono condotte le indagini e quale una delle
conseguenze della spaccatura che ogni giorno si approfondiva tra gli inquirenti”. Dolci
Colline di Sangue – M. Spezi – D. Preston]

• “Il pubblico ministero, all'indomani del ritrovamento dello straccio, non informò il
giudice istruttore Rotella e non chiese alcun esame, perché, scrisse, era inverosimile
che un tipo che si sapeva nella lista dei sospettati tenesse in camera propria una prova
così evidente” [Dolci Colline di Sangue – M. Spezi – D. Preston], che detto con le più autorevoli
e pacate parole del G.I. Mario Rotella, suona:
“Tal cosa contrastava, a quanto risulta, con l'organizzazione interna dell'ufficio del
procuratore della Repubblica, perché lo straccio era connesso con le indagini

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preliminari — generiche — ancora in corso relativamente allo stesso reato. Per queste
ultime, pur trascorso l'anno, non era stata ancora disposta la conversione del
rito. Alla richiesta degli atti da parte di questo ufficio, il procuratore della Repubblica li
trasmetteva in blocco, in una con una missiva interna, che esprimeva riserve intorno al
valore sintomatico del corpo di reato“ [Sentenza Rotella].

Pur non essendo minimamente compito di questo documento entrare nel merito della
“qualità” dei rilievi, delle perizie e/o delle scelte investigative, è noto a tutti gli “addetti ai
lavori” e agli “appassionati mostrologhi”, che la vicenda del MdF è ricca di piccole e grandi
imperizie:
dalla scarsa attenzione alla conservazione delle scene dei crimini al mancato ritrovamento di
bossoli;
dalle impronte e orme lasciate durante i sopralluoghi, allo smontamento e riposizionamento
della tenda a Scopeti;
dalle scene del crimine non immediatamente interdette al “pubblico”, alle perizie redatte in
più tempi;
dai proiettili di “marca Fiocchi” in un rapporto, agli stracci insanguinati a cui non si prestava
attenzione;
dai pedinamenti saltuari, ai reperti necroscopici delle vittime non conservati;
dalle perizie eseguite basandosi su verbali incompleti, a relazioni peritali poi non eseguite.

Erano altri anni, gli strumenti a disposizione erano quelli di quei tempi e errare è sempre
profondamente umano; eppure, il retro gusto amaro che certe imperizie e certe scelte si
portano appresso: resta.

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Perquisizioni: paraffina, straccio e biglietto

Ben poco ci importa che durante alcune perquisizioni in casa del SV siano stati trovati oggetti
per autoerotismo che spaziano da vibratori a zucchini, da clisteri a cetrioli [Rapporto Torrisi];
non sono i gusti personali del SV ad interessarci.
L'unica cosa in merito che si può dire è che il loro ritrovamento durante le perquisizioni,
avvalora le testimonianze in merito, rese della Rosina Massa e della Pierini Ada ad esempio.

Ben più interessante, e già l'abbiamo citato, è invece il reperimento di un “rollino fotografico”
[Sentenza Rotella] che una volta sviluppato ha mostrato scatti di una coppia appartata in auto;
anche la copiosa giornalistica e fumettistica porno ed il fumetto “Jacula” del 24 novembre
1976 [Rapporto Torrisi] sequestrato in una perquisizione del 1985, a differenza di vegetali vari,
sono un punto degno di nota.

Di rilevanza decisamente maggiore sono due oggetti specifici anch'essi ritrovati e repertati
durante le perquisizioni, e la “condizione” in cui si trovavano le mani del SV al momento in cui
gli fecero la prova del guanto di paraffina dopo il delitto degli Scopeti.

Gli oggetti erano:


1) uno straccio
2) un biglietto

Mentre straccio e prova del guanto di paraffina sono due argomenti che almeno inizialmente
possono essere trattati assieme, per quanto riguarda il biglietto la trattazione risulta più
propriamente a se stante, in quanto in seguito soggetta a diversi richiami.

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Del Biglietto

Capitolo di alto interesse, suddiviso in sottocapitoli.

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Del biglietto [in generale]

Durante la perquisizione domiciliare effettuata il 26 giugno 1985 [Rapporto Torrisi 311/1]


“nell'appartamento di pertinenza del suddetto … SNIP... in camera da letto” viene trovato “un
foglietto rettangolare, tratto da un blocco appunti per telefono, con la seguente scritta a
penna, verosimilmente la calligrafia è del VINCI: "Sign. Magiore Toriso Via Colli n. 101 –
264261” [Rapporto Torrisi 311/1]

“Per quanto attiene all'appunto, il "Magiore Toriso", si identifica con lo scrivente, perché
all'epoca della verosimile trascrizione , nel grado di Maggiore, Comandante del Nucleo
Operativo; il numero di telefono è quello corrispondente al Centralino di questa Caserma,
mentre è inesistente a Firenze la via dei Colli.
Si precisa che il VINCI Salvatore ha avuto modo di conoscere lo scrivente per la
prima volta durante la perquisizione.
Da accertamenti espletati in proposito, in Signa è risultato esistere la ben nota via dei Colli,
così denominata nel tratto dalla strada statale 325, che dalla frazione Indicatore adduce alla
località "Colli Bassi", ed al n. 101 esistono n. 17 appartamenti condominiali” [Rapporto Torrisi
311/1]
• Si noti, con attenzione, che tale Via dei Colli, corre praticamente parallela a quella in
cui vennero uccisi la Locci e il Lo Bianco; che da essa non dista che circa un paio di
chilometri; e che sbocca in Via Vingone (la via della casa del De Felice, e
“ambiguamente” non essendo chiara in proposito la Sentenza Rotella, quella del
Vargiu)

“L'imputato ha da ultimo asserito che l'appunto concerne una chiamata ricevuta dai
carabinieri per entrare in un appartamento (ma quando?). Il rapportante afferma di non aver
mai conosciuto il Vinci prima della perquisizione in casa sua. Ed all'epoca non era maggiore
da un pezzo” [Sentenza Rotella]

Né la Sentenza Rotella, né il Rapporto Torrisi, si spingono oltre. Noi invece, qualche ulteriore
riflessione ci possiamo permetterla di farla:
• la “grammatica” del biglietto, richiama alla mente la lettera col macabro feticcio
spedita al sostituto procuratore Della Monica nel 1985 [ NdA: “Dott. Della Monica Silvia
Procura Della Republica Firenze”]

• tra la parola del Colonnello dei Carabinieri Nunziato Torrisi [ NdA: “mai conosciuto il Vinci
prima della perquisizione in casa sua”] e quella del SV [NdA: “chiamata ricevuta dai carabinieri”,che
come vedremo in seguito pare non aver alcun riscontro ], sinceramente non nutriamo dubbi su a
quale dare la nostra fiducia. E quindi abbiamo tutto il diritto di domandarci perché il SV
fosse in possesso di tale nome, qualifica, indirizzo e telefono.

▪ Sappiamo però che il SV, tramite chissà quali amicizie e chissà perché, fosse a
conoscenza delle perquisizioni (o per l'esattezza almeno di quella causata dalle
dichiarazioni della Pierini in particolare) a suo carico prima ancora che queste
venissero espletate “Le perquisizioni effettuate nei suoi confronti (a partire da
quella assai tardiva del 1968), e quella più rilevante suggerita da dichiarazioni
della Pierini al p.m., sono risultate vane per quanto concerne la pistola ( circa
quest'ultima, come risulta da intercettazioni telefoniche, ed indirettamente da
una vicenda in cui è implicata la D'Onofrio, una sua amica ed un sottufficiale di
Prato, l'uomo era già avvertito dei controlli di P.G.” [Sentenza Rotella]

Ma questo biglietto, è importante anche per la qualifica, il grado, che il SV si appuntò a


riguardo del Torrisi: “magiore”, ovvero sia “maggiore”.

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Del biglietto [quando venne scritto] e della lettera mai ricevuta

Innanzitutto è bene sapere che la scala gerarchica prevede l'ordine: ...“maggiore”, “tenente
colonnello”, “colonnello”...

E' altresì bene sapere che per comune prassi, oralmente, nelle gerarchie militari è normale
riferirsi al grado di “tenente colonnello”, semplicemente col termine “colonnello”.

Detto questo, possiamo proseguire con le informazioni a disposizione:

1. il Rapporto 311/1, è firmato in calce “IL TEN. COLONNELLO COMANDANTE REPARTO


OPERATIVO Nunziato Torrisi” [Rapporto Torrisi 311/1]

2. il Rapporto 311/1, è del “ 22 APRILE 1986” [Rapporto Torrisi 311/1]

Dunque, nel 1986, il Torrisi è sicuramente “tenente colonnello”. Grado con cui, oralmente,
può essere chiamato più semplicemente “colonnello”.
Dunque nel 1986, il Torrisi è il comandante del “nucleo operativo” [ NdA: di stanza in Via Borgo
Ognissanti, a Firenze]

• il 29 aprile 1994, il Maresciallo Giuseppe Storchi, interrogato a proposito del duplice


delitto di Giogoli, del 1983, in tribunale dichiara:
A.F.: Quando è arrivato lei, chi ha trovato sul luogo?
▪ G.S.: Mah, c'era una pattuglia della Radiomobile; mi sembra c'era il mio
Comandante di Gruppo colonnello Zocchi - e poi, dopo poco, è arrivato l'allora
maggiore Torrisi, personale del Nucleo Operativo e la Questura.
[Fonte: Deposizione del maresciallo Giuseppe Storchi in merito al delitto di Giogoli del 1983 ]

• la assoluta conferma di questo dato, ce la abbiamo attraverso il rapporto, o meglio la


sua firma in calce, letto in aula dal Ruggero Perugini [ NdA: che “diresse la squadra antimostro
dal 1986 al 1992”]:
▪ A.B.: Presidente io faccio sommessa istanza, poi la Corte deciderà sul punto, in
riferimento a quello che dice il testimone cioè di aver comunque letto questi atti
e siccome in questi atti si fa riferimento a ben 41 motorini di vario tipo e foggia
che sarebbero stati sottratti in quel periodo, siccome ce n’è uno particolarmente
significativo sul piano così indiziario, quello al numero 26, marca Beta di colore
azzurro asportato in Scandicci il 9.9.83 io faccio questa istanza perché venga
eventualmente utilizzato o comunque signor Presidente non tanto utilizzato
questo documento, mi rendo conto dell’ostacolo formale, che venga sentito sul
punto colui che ha redatto questa…
Presidente: Chi sarebbe?
R.P.: Eh io… aspetti… sicuramente il Maresciallo nucleo operativo dei
Carabinieri… glielo dico subito… Nunziato Torrisi… Maggiore Comandante del
nucleo Nunziato Torrisi.
[Fonte: Deposizione dell'ex capo della SAM, Ruggero Perugini - 13 giugno 1994 ]

Dunque nel 1983, il Torrisi era “maggiore”, o “magiore” come scritto dal SV
Questo dato è in accordo con quanto scritto sia dal Torrisi medesimo, sia dal Rotella:

• Nel Rapporto 311/1, in merito, lo stesso Torrisi scrive:


"Per quanto attiene all'appunto, il "Magiore Toriso", si identifica con lo scrivente,
perché all'epoca della verosimile trascrizione, nel grado di Maggiore,
Comandante del Nucleo Operativo; il numero di telefono è quello corrispondente al

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Centralino di questa Caserma" [Rapporto Torrisi 311/1]


▪ Infatti "perché all'epoca della verosimile trascrizione", è dicitura ben differente
da “perché all'epoca della perquisizione in oggetto” [NdA: frase ipotetica dell'autore]
▪ dunque, il Torrisi, parlando del suo grado di “maggiore”, coerente con
quanto appuntato dal SV sul biglietto

▪ dunque il Torrisi quando parla di “epoca della verosimile trascrizione”,


sta parlando di un tempo antecedente il 1985

• Nella Sentenza il G.I. Mario Rotella scrive:


“Il rapportante [NdA:Nunziato Torrisi] afferma di non aver mai conosciuto il Vinci prima
della perquisizione in casa sua. Ed all'epoca (1985) non era maggiore da un
pezzo” [Sentenza Rotella]
▪ ed un paio di anni possono tranquillamente essere considerati “da un pezzo”

Definitivamente chiarito l'arcano circa il grado del Torrisi, dobbiamo cercare di scoprire alcune
ulteriori informazioni relativamente al biglietto scritto dal SV.

Infatti, se già poteva suonare “strano” che il SV fosse in possesso delle informazioni riportate
sul biglietto avendole reperite nel 1985, ossia dopo che nel 1984 era entrato a pieno diritto
nell'occhio del ciclone delle indagini [NdA: nel 1985, queste avrebbero potuto essergli passate
contestualmente alle indicazioni sulla prossima e sicura perquisizione, come abbiamo visto e come certificato dalle
intercettazioni telefoniche sulla sua utenza ], ancora più “strano” è dunque scoprire che il SV ne fosse
invece già in possesso antecedentemente a quella data, ossia in una finestra temporale che al
momento possiamo genericamente attribuire al periodo 1981-1982-1983.-1984.

Ma quanto antecedentemente?

Sempre dalla frase del Torrisi, leggiamo che in quella “indeterminata” epoca, il Torrisi era:
“Maggiore, Comandante del Nucleo Operativo”.

Dalla dichiarazione giurata del Leonardi in merito al delitto di Giogoli, sappiamo che nel 1983
il Torrisi NON era “il più alto in grado dell'Arma”
• P.M.: Il più alto in grado era questo colonnello Torrisi? Il più alto in grado dal punto di
vista vostro dell'Arma era il colonnello Torrisi?
G.L.: Nossignore.
[Fonte: deposizione del Maresciallo Giovanni Leonardi - del 29 aprile 1994 ]

Come letto dal Perugini, sappiamo che era “comandante del nucleo operativo”, pur non
ricoprendo il grado più alto tra il personale dell'Arma di Firenze.

Dunque Torrisi nel 83 era Maggiore e comandante del nucleo operativo, invece il Dell'Amico,
Colonnello, comandante del reparto, cosa che ben si sposa con un grado inferiore a quello del
Dell'Amico appunto, in piena coerenza con l'affermazione del Leonardi che identifica, nel
1983, una figura di grado più alta di quella del Torrisi.

Questo porta dunque a pensare che quel “magiore” possa essere riferito ad una finestra del
1984, del 1983, del 1982, o 1981.

Per il 1981, si ritiene però altamente improbabile:


– sia per la lunghissima conservazione del biglietto [NdA: era un appunto scritto su un foglietto e
non dentro un agenda]

– sia perché al 1981 non abbiamo notizie dirette o indirette sul Torrisi in generale, e

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nemmeno in relazione ad alcuna sua attività investigativa sui delitti della calibro 22
L.R.

– sia perché è solo nel 1982 che viene fatto da parte degli inquirenti l'abbinamento col
delitto di Signa

– - sia perché è solo nel 1982 che SV viene sentito la prima volta dopo il 1968 [ NdA: si
noti che nel 1982, SV viene solo ascoltato e non interrogato. Il primo vero interrogatorio il SV lo subirà
solo dopo il delitto di Giogoli del 1983 ].

E soprattutto infatti la connessione con Signa quella da tenere presente, parlando di un SV


identificato, come ipotesi di studio, come MdF:
• "Questo filo sarebbe stato offerto dal ricordo del m.llo Fiori [NdA: nel 1982], in servizio
presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della
Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T. Col.
Dell'Amico..." [Sentenza Rotella]

Vi sono altri dati che possano fornire coerenza ad una simile deduzione?
Si.

Nella Sentenza Rotella, si legge:


“Il rapportante [NdA:Nunziato Torrisi] afferma di non aver mai conosciuto il Vinci prima
della perquisizione in casa sua. Ed all'epoca (1985) non era maggiore da un
pezzo” [Sentenza Rotella]

Il Rotella, come ben si legge, specifica che nel 1985, il Torrisi non era più maggiore “ da un
pezzo”.
Si noti che se ad esempio il Torrisi non fosse stato più maggiore da “un pezzo” identificabile
in un periodo di “mesi o un anno”, molto più normalmente il Rotella avrebbe probabilmente
appunto usato un simile “metro di tempo” per indicare tale lasso di tempo.
E' umano e normale, fuori dalla finestra dei 365 giorni, ricorrere a perifrasi per specificare,
appunto, lassi di tempo più lunghi.

Le parole del Rotella quindi a noi permettono, in maniera plausibile seppur non provata, di
escludere il 1984 come anno di scrittura del biglietto.

Infatti, se al 1985, anno in cui il Torrisi certamente non già era più maggiore, andiamo a
sottrarre un anno, otteniamo ovviamente il 1984; che è l'anno in cui il SV entrò
pesantemente nelle attenzioni dell'indagine.
Anno che però è da scartare per quanto su ragionato sulle parole del Rotella.

Dunque al 1984 l'appunto del SV non può essere fatto risalire.

Abbiamo così modo, empirico ed ipotetico ma comune, normale e dunque plausibile e di buon
senso, di restringere la finestra ai soli 1982 e 1983: ognuna a sua volta deve però essere
suddivisa nei pre e post relativi delitti.

Prima di ulteriormente restringere, per logica, tale finestra ad un solo anno, e possibilmente
ad un periodo temporale specifico, è però giusto analizzare la risposta che il SV diede in
merito alla scrittura e al possesso di tale biglietto.

A detta del SV, ovviamente interrogato in merito al reperto nel 1985, l'appunto farebbe
riferimento ad una chiamata da lui ricevuta da parte dei Carabinieri, per chiedere un suo
intervento quale titolare della ditta PIC (Pronto Intervento Casa), per entrare in un

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appartamento chiuso [NdA: in via Colli 101 ?], di cui lui doveva forzare la serratura.
• “L'imputato ha da ultimo asserito che l'appunto concerne una chiamata ricevuta dai
carabinieri per entrare in un appartamento (ma quando?)” [Sentenza Rotella]
▪ si noti come il G.I. Rotella sia il primo a porsi la ovvia, ma inevasa, domanda:
quando?
Quando i Carabinieri avrebbero contattato il SV?
In base alla domanda posta dal Rotella, dobbiamo dedurre che il SV non lo
specificò o se lo fece tale dato non risulti nei verbali a cui il G.I. aveva di sicuro
accesso di consultazione.

Si noti comunque come:


• né nella Sentenza Rotella, né nel Rapporto 311/1, né altrove vi sia cenno alcuno al
fatto che una simile chiamata sia stata mai effettivamente fatta dai Carabinieri [ NdA: e
se fatta, traccia scritta, da qualche parte ne dovrebbe esistere ed essere stata all'epoca verificata, o
almeno si spera]

• né si fa cenno a verifiche interne svolte dai Carabinieri, che dimostrassero che PIC o
non PIC, i Carabinieri avessero poi realmente svolto un intervento in via dei Colli 101,
con tanto di forzatura della porta o di una delle finestre

• come già fatto notare dal Rotella, non vi è menzione di “quando” tale telefonata i
Carabinieri avrebbero fatto al SV [NdA: dunque, in linea di principio, potrebbe anche trattarsi di
una chiamata ricevuta nel 1982/1983]

• soprattutto non si capisce perché i Carabinieri dovrebbero rivolgersi ad una semi


sconosciuta ditta di pronto intervento, per entrare in un appartamento, anziché forzare
loro stessi la serratura o rivolgersi al Corpo dei Vigili del Fuoco

• nemmeno si capisce per quale ragione, per una semplice e banale operazione, per
entrare in un appartamento dovesse essere dato dal chiamante [ NdA: che il Torrisi ha
categoricamente escluso poter essere lui stesso ] il riferimento non di un maresciallo, di un
brigadiere o del chiamante medesimo, ma addirittura del “comandante del nucleo
operativo” dei Carabinieri di Firenze.

• non risulta che al SV sia stata trovata documentazione a supporto di un simile


intervento fatto [NdA: nessuna fattura a riguardo, e se si può immaginare che alcune fatture non
venissero emesse, la cosa è assai meno immaginabile se il “cliente” sono le forze dell'ordine ]

• ancora più interessante è il fatto che la “via Colli 101”: non esiste.
O per lo meno, non esiste a Firenze.
▪ “Il numero di telefono corrisponde a quello che, all'epoca, identificava l'utenza
del gruppo Carabinieri di Firenze, presso il quale prestava servizio il ten. col.
Torrisi, autore del rapporto”. [Sentenza Rotella]

▪ “Via Colli non esiste a Firenze, perlomeno in questa denominazione, mentre


esiste una via dei Colli a Signa”. [Sentenza Rotella]

1. Se tale Via a Firenze non esiste, ma esiste a Signa: perché mai i


Carabinieri, di Firenze, avrebbero dovuto fare un intervento a Signa?

2. Se tale Via a Firenze non esiste, ma esiste a Signa: perché mai i


Carabinieri, di Firenze, avrebbero dovuto dare il telefono del centralino del
Nucleo Operativo di Firenze e non quello della caserma dei Carabinieri di
Signa?

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[NdA: come ben specifica il G.I. Rotella: “Il numero di telefono corrisponde a quello che,
all'epoca, identificava l'utenza del gruppo Carabinieri di Firenze, presso il quale prestava
servizio il ten. col. Torrisi, autore del rapporto”. -Sentenza Rotella]

Ma soprattutto, risulta interessante notare che:


• Via dei Colli, Signa, dista appena poco più di un paio di chilometri in linea d'aria dalla
strada del delitto del 1969 [NdA: praticamente le due strade corrono parallele, separate da campi]

• Via dei Colli, Signa, sbocca in Via Vingone [NdA: “Altra singolare circostanza è che Vargiu abbia
vissuto per alcun tempo intorno al '68, nell'edificio adiacente alla casa di De Felice, in via Vingone di S.
Angelo a Lecore (via Pistoiese), lì dove fu condotto Natalino Mele la notte del duplice omicidio (v. cap. 1 n.
1, retro)" – Sentenza Rotella ]
[Vedasi: mappa]

Quindi: a meno che: il Torrisi non avesse effettivamente dato quell'ordine a suo nome e il SV
non avesse scritto erroneamente sia la qualifica, sia la via e non avesse poi compiuto
l'intervento o non avesse emesso regolare fattura, e il Torrisi si sia sbagliato nel ricordare, e
che le ricerche interne alle documentazioni degli interventi dei Carabinieri siano andate
perdute o distrutte: nessuna plausibile ragione a supporto di quanto da lui asserito esiste.

Non abbiamo ancora ristretto la finestra 1982-1983, ma almeno abbiamo chiarito come la
“spiegazione” fornita dal SV risulti inattendibile, scartando così di fatto e definitivamente
l'opzione 1985, che già avevamo messo pesantemente in dubbio.

Proseguiamo, cercando adesso di restringere ancora quel campo temporale.


Per farlo dobbiamo come al solito porci alcune domande:

• Quanto è normale che un biglietto [ NdA: “un foglietto rettangolare, tratto da un blocco appunti
per telefono, con la seguente scritta a penna relativo ad un intervento non fatto” Rapporto Torrisi 311/1]
relativo ad un intervento non fatto [ NdA: visto l'assenza di fattura e la tipologia istituzionale del
cliente], venga conservata con cura per due/tre anni?

• Cosa ci faceva il SV con tali informazioni nel 1982/1983?

• cosa accadde nel 1982?

• cosa accadde nel 1983? (ed in sordina, cosa accadde nel 1984)

• quando il SV cominciò realmente ad entrare nelle attenzioni dei Carabinieri, e il Torrisi


era un Carabiniere e pure comandante del Nucleo Operativo ?

Se rispondere alla prima domanda è intuitivamente semplice, ossia la cosa non pare normale
né dettata da una speciale cura di “attenzione al cliente” [NdA: pure mancato come cliente] da
parte della P.I.C. e/o del SV, alla seconda si può rispondere solo dopo le altre tre. Dove, in
definitiva la domanda che conta e comanda, è poi proprio la ultima.

Mettiamo dunque in linea cronologica le pietre miliari:


1- 1982: delitto di Baccaiano = SV non viene minimamente sospettato. Gli investigatori
brancolano nel buio più completo. Danno la caccia a guardoni, non sospettano minimamente
dei sardi.

2 -1982: il Maresciallo Fiori, fa il collegamento con Signa. Tutti i sardi e le persone all'epoca
coinvolte, ovviamente vengono risentite in merito all'arma
3- 1982: il SV viene sentito dalla Della Monica e dal Pier Luigi Vigna [ NdA: non si tratta di un

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interrogatorio; a suo carico non vengono mosse nessun tipo di accusa o carico ].
Si noti che non è il Torrisi
ad ascoltare il SV, ma la della Monica e il Vigna che non appartengono all'Arma dei
Carabinieri.

4- 1982: i sospetti si appuntano sul Fratello del SV, Francesco, che in seguito verrà anche
arrestato [NdA: in altri capitoli si leggerà approfondita e d dettaglio analisi in merito; al momento questo è
quanto basta sapere per questo specifico capitolo. Si noti comunque, che in tali capitoli i dettagli esposti sono di
significativo interesse anche in relazione al fatto di come e perché il SV non entrò nell'occhio delle indagini come
sospetto fin dal 1982]

5- 1983: delitto di Giogoli

6- 1983: post delitto di Giogoli: a differenza che nel 1982, in questo caso il SV viene
perquisito ed interrogato specificatamente [ NdA: si noti poi, come ri-ascoltato nel 1984, parlando del
delitto del 1983, specificherà che quel giorno era andato a far un intervento in Via Chiesa 42 a Firenze, stesso
stabile dove viveva la Meoni, poi successivamente trovata assassinata: “La cosa che più sorprende è
l'accostamento tra la ricevuta fiscale sopra richiamata e l'esame del verbale di interrogatorio reso dal VINCI
Salvatore l'11 settembre 1984, a seguito del duplice omicidio dei due tedeschi in via dei Giogoli, in cui egli
puntualizza che proprio la sera dell'omicidio, verso le ore 16,00 ha effettuato un intervento in via della Chiesa n.
42, nello stesso stabile ove abita la MEONI” - Rapporto Torrisi 311/1]

7- nel 1983 NON venne scarcerato il detestato fratello Francesco [ NdA: uscì di galera il 26 ottobre
1984]

8- nel 1984: il delitto di Vicchio e la duplice mutilazione

In definitiva, quello che si può leggere da tutte queste informazioni è che:


• nel 1982: il SV, mostro o non mostro, non aveva alcuna ragione per appuntarsi una
simile informazione, non essendo che molto marginalmente scalfito da indagini che
nemmeno nel 1968 si erano seriamente appuntate su d lui.

• nel 1982, nemmeno si capisce da dove avrebbe potuto estrapolare i dati del Torrisi e
soprattutto il suo nome

• nel 1983: il SV, “non mostro”, aveva comunque almeno una ragione plausibile per
appuntarsi il nome del Torrisi: ossia quella “innocente” di sapere se stessero indagando
sul suo conto
▪ nel 1983, abbiamo visto come il Torrisi fosse presente a Giogoli,e dunque il suo
nome potrebbe essere stato noto al SV tramite mezzi di stampa o radiotelevisivi
[NdA: o tramite altri “mezzi e personaggi”]

• nel 1983: il SV, “mostro”, avrebbe avuto ben più di una ragione plausibile per
appuntarsi il nome di uno degli investigatori che gli sta dando la caccia, anche se gli
investigatori, o meglio i Carabinieri, ancora non hanno appieno puntato i riflettori su di
lui
▪ a priori il SV non può sapere quanto e cosa sanno e vogliono da lui, e quindi si
appunta il nome di uno degli ufficiali che indaga sul delitto di Giogoli, sperando
in qualche maniera di riuscire ad ottenere qualche informazione [ NdA: nel 1985,
come già accennato, “qualcuno” lo avviserà in anticipo della prossima perquisizione:
“era già avvertito dei controlli di P.G.” - Sentenza Rotella]

▪ visto l'indirizzo che richiama alla mente via Vingone e il delitto di Castelletti di
Signa, non risulta fuori contesto immaginare che questo potesse utilizzato come
espediente per
▪ cercare di “rivendicare una continuità di titolo”:

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▪ invio di una lettera con feticcio, come poi avverrà nel 1985
con lettera imbucata da una cassetta delle lettere di San
Piero a Sieve, che dista circa 5 chilometri da Borgo San
Lorenzo (delitto 1974), inviarne adesso una da una località
vicino Signa può essere letto come uno scopo di
“rivendicazione”.

▪ cercare di “influenzare” le indagini:


▪ invio di una lettera senza feticcio, ma con informazioni volte
a depistare le indagini, continuando a far puntare i riflettori
all'odiato fratello, come già aveva fatto nel 1968 e quando
sentito informalmente nel 1982 dopo il delitto di Baccaiano
[NdA: in entrambe le occasioni, tra le altre velate accuse, il SV sostenne
che suo fratello fosse in possesso di una pistola,come riferitogli dalla
moglie del Francesco stesso, Vitalia Melis. Affermazioni che la Melis smentì
categoricamente. Si tenga inoltre a mente che il Francesco verrà
scarcerato solo il 26 ottobre 1984]

▪ cercare di “minacciare” gli ex complici:


▪ l'invio di una lettera con feticcio (o senza) non sarebbe
sfuggita all'attenzione della stampa e nemmeno il nesso di
vicinanza con Signa. Una simile notizia, avrebbe avuto a
questo punto un evidente impatto su chi a quel delitto aveva
partecipato. Un po' come dire “attenti. Io cero. Io so. Io vi
posso inguaiare per quel delitto se voi inguaiate me per
questi” [NdA: frase dell'Autore]

Si noti comunque che: è errato scrivere che non vi sono “invii” di lettere nel 1982, 1983 o
1984, in quanto è corretto dire che non vi furono “consegne andate a buon fine”.
Ossia siamo certi che ad eccezione di quella del 1985, altre lettere autentiche del mostro non
vennero ricevute dagli inquirenti; non possiamo essere altrimenti certi invece che altre lettere
non siano state spedite ma che la consegna non andò a buon fine per disservizi vari.

Si noti inoltre che sia nel ottobre 1982 sia nel 1983, i delitti non permettono al mostro di
conseguire feticci. Per cui, anche ammettendo che il mostro avesse intenzione di spedire al
Torrisi una missiva contenente un brandello di carne umana, questo non sarebbe potuto
avvenire.

• Nel 1984: invece, immaginare l'invio di una lettera con feticcio o senza post delitto
del 1984, appare decisamente improbabile, rischioso e privo di senso logico.
▪ Nel 1984 il fratello viene Francesco scarcerato

▪ il SM tira in ballo proprio il SV con le sue dichiarazioni.

▪ Giovanni Mele e Piero Mucciarini vengono arrestati il 26 gennaio 1984

▪ inviare a questo punto un lettera con feticcio, proprio ai Carabinieri che


stanno indagando su di lui, e imbucandola proprio da Signa:
equivarrebbe ad attirarsi le manette in un batter d'occhio, viste le sue
pregresse relazioni con la Locci, l'esito della perquisizione, e il
procedimento ad esclusione della lista dei nominativi connessi con
Signa

▪ lo stesso “scopo di minaccia verso gli ex complici”, risulta essere di

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poco logico, visto che è proprio il SM a parlare, pur senza accusare


direttamente e con forza, il SV; che il Francesco è stato scagionato e
che il Giovanni Mele e il Mucciarini sono sotto accusa al posto suo.

In conclusione, a fronte di tutto quanto visto, a detta dello scrivente, l'appunto scritto dal SV
è da datare come scritto:
1. nel 1983.

2. nel 1983, in periodo post delitto di Giogoli (post 9 settembre)

3. nel 1983, post perquisizione relativa alle indagini sul delitto

4. e prima del delitto di Vicchio, 1984

A ragion di logica non si può comunque escludere che sia stato scritto dopo l'interrogatorio di
Agosto 1982, in cui il SV viene per forza a sapere che gli inquirenti stanno di nuovo
indagando sul delitto del 1968. Come abbiamo visto però, tale finestra temporale risulta
incongrua con il conoscimento del Torrisi (che forse alla data nemmeno era ancora Maggiore).

Ora, a prescindere che il SV abbia o meno pensato realmente di inviare una simile lettera
(con feticcio o senza); a prescindere che effettivamente la abbia inviata e questa non sia
stata consegnata con successo, resta indubbio che sia particolarmente significativo che:
1. un soggetto in attenzione agli inquirenti, fosse impossesso di tali informazioni: grado e
cognome del Torrisi

2. che l'indirizzo su riportato abbia/possa avere diretta attinenza col delitto del 1968

3. che l'indirizzo su riportato conduca direttamente a via Vingone, dove abitava il de


Felice, dove venne portato il Natalino quella notte; e dove per un certo periodo aveva
abitato quel Vargiu con il quale il SV intratteneva dei rapporti omosessuali e che, per il
delitto del 1968, era parte integrante dell'alibi, falso, offerto dal SV agli inquirenti

4. che vi si possa leggere connessione di similitudine con la lettera inviata alla Della
Monica contenente un lembo di carne umana
▪ vi è similitudine di “grammatica”

▪ vi è similitudine di “località”, ossia:


▪ San Piero a Sieve, richiama alla memoria Rabatta per la vicinanza
[NOTA *1]
▪ Via dei Colli, Signa, richiama alla memoria il delitto del 1968 e via
Vingone

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Del biglietto [e di come può essere venuto a conoscenza del Torrisi]

Affrontiamo anche questo argomento in quanto porta con sé informazioni di interesse.

Abbiamo prima visto come nel 1983, il SV si appuntò su un biglietto [ NdA: biglietto che conservò
fino al 1985, data del sequestro] qualifica e cognome del Torrisi.

Proviamo a vedere come avrebbe potuto entrare in possesso di tali informazioni:

a) secondo le modalità da lui descritte


• abbiamo visto però, con dovizia di particolari, come questo non sia suffragato da alcun
dato e anzi risulti del tutto inconsistente la sua spiegazione.
Dunque: scartato

b) Tramite stampa, radio, televisione, chiacchiere


• A Giogoli, il maggiore Torrisi era presente durante i rilievi. Nulla vieta dunque che sia
stato intervistato o il suo nome e grado citato in un qualche servizio giornalistico.
Servizio che letto o ascoltato dal SV avrebbe fornito occasione per entrare a
conoscenza di detto nome e grado
Ipotesi non scartabile

c) tramite una apposita soffiata (su richiesta?)


• Tale ipotesi, per quanto possa a prima vista suonare “strana”, ha invece anche lei
valide citazione e dati a supporto; sappiamo infatti che, almeno relativamente al 1985,
il SV aveva una fonte confidenziale che lo aveva avvisato in anticipo di una
perquisizione a suo carico.
▪ “Le perquisizioni effettuate nei suoi (del SV) confronti (a partire da quella
assai tardiva del 1968), e quella più rilevante suggerita da dichiarazioni
della Pierini al p.m., sono risultate vane per quanto concerne la pistola
(circa quest'ultima, come risulta da intercettazioni telefoniche, ed
indirettamente da una vicenda in cui è implicata la D'Onofrio, una sua
amica ed un sottufficiale di Prato, l'uomo era già avvertito dei controlli di
P.G.)” [Sentenza Rotella]

▪ si noti che: la D'onofrio non ha alcuna forma di accesso diretto al


materiale riservato di indagine dei CC di Firenze Via Borgo Ognissanti,
che ordinò la perquisizione

▪ si noti che: la sua amica non ha alcuna forma di accesso diretto al


materiale riservato di indagine dei CC di Firenze Via Borgo Ognissanti
che ordinò la perquisizione

▪ si noti che: il SV non ha alcuna forma di accesso diretto al materiale


riservato di indagine dei CC di Firenze Via Borgo Ognissanti che ordinò
la perquisizione

▪ si noti che: il classico “mario rossi”, non ha alcuna forma di accesso


diretto al materiale riservato di indagine dei CC di Firenze Via Borgo
Ognissanti che ordinò la perquisizione

▪ si noti che: il “sottufficiale di Prato”, non essendo della caserma di


Firenze via Borgo Ognissanti, non può avere accesso a quella
informazione, così per caso.

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Deve necessariamente, ed informalmente, informarsi sua sponte, per


poter aver qualche notizia

▪ si noti che: la conferma che il SV “fosse già avvertito dei controlli” è


duplice:
◦ le intercettazioni telefoniche in forma diretta e primaria

◦ e tramite una “vicenda”, indirettamente

▪ Solo ed esclusivamente una persona addentro al mondo delle istituzioni, o


meglio ai corpi delle forze dell'Ordine, avrebbe potuto fargli una simile
confidenza. La Sentenza Rotella, nero su bianco, parlando di questo, parla di un
“sottufficiale di Prato”. questo rende plausibile, credibile e soprattutto fattibile,
una simile mirata “fuga di notizie”
▪ ci si ricordi che il SV aveva vissuto a Prato, ed anche nei dintorni

▪ ci si ricordi che a Prato, in piazza Mercatale, c'è il “bar dei sardi” [ NdA:
frequentato specificatamente dal Francesco Vinci e all'epoca anche dalla Locci
Barbara]

• E' quindi possibile categoricamente escludere che, esattamente come nel 1985 quando
il SV venne avvisato che gli avrebbero fatto una perquisizione domiciliare alla ricerca
specifica di un'arma da fuoco, anni prima non gli siano state passate le informazioni
relative al “Magiore Toriso”? Magari proprio dalla stessa persona?
NO. Pur non essendo ovviamente provato, la cosa non può essere esclusa a priori.

C'è indubbiamente un alone di mistero ed una enorme differenza di significato interpretativo


di lettura tra la possibilità b) e quest'ultima. Ciò non di meno, non è possibile coi dati a
disposizione scartarla.

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Dello straccio

Capitolo suddiviso in tre parti analitiche di interesse

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Dello straccio [e della borsa]

Durante la perquisizione domiciliare effettuata il 30 luglio 1984 [Sentenza Rotella] a casa del SV,
“portava al rinvenimento in camera da letto, in un armadio secondario, sotto alcune coperte
invernali, di una borsa di paglia contenente tre stracci di tela, verosimilmente di cotone”
[Sentenza Rotella]; tali stracci sono ricavati “da lenzuola in disuso” [Rapporto Torrisi 311/1]

“La borsa, “custodita all'interno del guardaroba, ubicato nella camera da letto, e nascosta
sotto alcune coperte ivi tenute” [Rapporto Torrisi 311/1] è di forma “tonda come uno scudo e
foderata...SNIP... non offriva spunti per risalirne all'origine commerciale”. [Sentenza Rotella].

“Salvatore Vinci ha sostenuto, in astratto credibilmente, data la natura dell'oggetto, che la


borsa appartenesse ad una donna di casa. L'ha attribuita, con qualche incertezza, ad Ada
Pierini. Costei tuttavia non conviveva con lui, a quanto si è accertato, dal 1983 e cioè
dall'anno precedente al suo rinvenimento” [Sentenza Rotella].

Come i vari alibi forniti, anche questa spiegazione data dal SV non ha dato riscontro positivo.
Infatti:
• Pierini -“Vista la borsa, la donna ha detto che non è mai stata sua. Ha affermato
di averne posseduta un'altra, pure di paglia ma di foggia diversa, dandone una minuta
descrizione” [Sentenza Rotella]

• Massa -“La moglie del Vinci [NdA: Rosina Massa] si era allontanata ancor prima (1981)
[*NOTA] ed è apparsa altrettanto ignara” [Sentenza Rotella] – *NOTA: la data riportata dal
Rotella è errata; trattasi del 7.10.1980, quando la MASSA Rosina emigra a Trieste e si separa dal marito,
come riportato nel Rapporto Torrisi 311/1

• D'Onofrio -“Nulla sa, neanche la convivente di Vinci, all'epoca dei fatti,


Antonietta D'Onofrio” [Sentenza Rotella]

• Viggini -L'unica persona che vagamente ricorda di aver visto la borsa, certa comunque
che a lei non appartenesse, è la donna delle pulizia “Anna Viggini, afferma di aver
notato la borsa tra l'inverno e la primavera del 1984, ma non sa cosa custodisse”
[Sentenza Rotella].

Fatto comunque è che, quando il SV avrebbe dovuto comparire davanti agli inquirenti proprio
per un confronto con la Pierini, al fine di fornire ulteriori spiegazioni in merito alla “straccio”, il
SV non si presenta:
• "Così, nei confronti di Salvatore Vinci, è rimasto quanto bastava per motivare un
mandato di comparizione e poi di accompagnamento, vistocché non era comparso al
confronto con la Pierini, da lui chiamata in causa circa la borsa di paglia ed il suo
contenuto." [Sentenza Rotella]

Rimediando così un “mandato di comparizione e poi di 'accompagnamento”.

Il SV, trovatosi in difficoltà a fornire plausibili risposte, appena avuta l'occasione di perorare la
sua causa e mettere in dubbio le dichiarazioni della Pierini, cosa fa?
Decide di non presentarsi al confronto.
Sapendo, di sicuro noi adesso per certo, come certificato da perizie plurime che quello
straccio nascosto era macchiato di sangue e tracce di sparo, possiamo ipotizzarne un perché.

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Dello straccio [e delle macchie di sangue]

Ma la borsa [NdA: di paglia] da donna, di donna ignota, ha poca o nulla importanza rispetto al
contenuto della stessa [NdA: e al luogo e come era riposta: come nascosta].
Perché se è vero come è vero che la borsa estiva si trovava:
• dentro un armadio

• nascosta da alcune spesse coperte [NdA: coperte invernali]

è ancora più vero che all'interno della stessa erano conservati non indumenti [ NdA: femminili
come la borsa], non gioielli [NdA: da donna come per la borsa stessa ], non trucchi [NdA: da donna, come
la borsetta] e nemmeno documenti o oggetti di qualche particolare importanza o significato,
ma bensì
• due stracci “stracci, stampati in giallo a fiorellini da un lato” [Sentenza Rotella]

• che a loro volta racchiudevano, ulteriormente nascondendolo alla vista, il terzo:


“bianco, e quantomai sporco di grigio con macchie rosso-vinose e giallastre” [Sentenza
Rotella]. Ben 38 macchie apparenti di sangue. [Sentenza Rotella]

Diciamo, per essere magnanimi, che se proprio non lo si andava a cercare, non rischiava
certo di saltare esattamente alla vista.

Infatti riassumendo, lo straccio di cotone bianco, quantomai sporco di grigio con macchie
rosso-vinose e giallastre, si trovava:

1. nascosto alla vista

2. tra due stracci di cotone puliti

3. chiuso dentro una borsa estiva di paglia

4. nascosta alla vista sotto alcune coperte invernali

5. chiuso dentro un armadio

6. dentro la stanza da letto del SV

Gli uomini che sequestrarono il reperto, subito rapportarono “all'autorità giudiziaria ...SNIP....
Ma per diversi mesi nessuno prestava particolare attenzione al reperto” [Sentenza
Rotella].

“Lo straccio rinvenuto in casa di Salvatore Vinci fu indicato dallo stesso giudice Rotella come
l'imbarazzante esempio di come furono condotte le indagini e quale una delle conseguenze
della spaccatura che ogni giorno si approfondiva tra gli inquirenti”. Dolci Colline di Sangue – M.
Spezi – D. Preston]

“Il pubblico ministero, all'indomani del ritrovamento dello straccio, non informò il giudice
istruttore Rotella e non chiese alcun esame, perché, scrisse, era inverosimile che un tipo che
si sapeva nella lista dei sospettati tenesse in camera propria una prova così evidente” [Dolci
Colline di Sangue – M. Spezi – D. Preston], che detto con le più autorevoli e pacate parole del G.I.
Mario Rotella, suona:
“Tal cosa contrastava, a quanto risulta, con l'organizzazione interna dell'ufficio del
procuratore della Repubblica, perché lo straccio era connesso con le indagini preliminari —

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generiche — ancora in corso relativamente allo stesso reato. Per queste ultime, pur
trascorso l'anno, non era stata ancora disposta la conversione del rito . Alla richiesta
degli atti da parte di questo ufficio, il procuratore della Repubblica li trasmetteva in blocco, in
una con una missiva interna, che esprimeva riserve intorno al valore sintomatico del corpo di
reato“ [Sentenza Rotella].

Tralasciando in quanto non compito di questo documento di studio, beghe interne,


inverosimiglianze, e/o errati intendimenti a parte:
• “Finalmente [NdA: 16 maggio 1986], prima un accertamento ematologico a Firenze
(affidato nell'aprile 85 dal procuratore della Repubblica al dr. Marini), indicava
presenza di sangue umano di gruppo 0” [Sentenza Rotella]

• Poi, un secondo [NdA: perizia depositata nel dicembre 1987] sempre in Italia:
“un accertamento del C.I.S., a Roma, informava il p.m che sullo straccio oltre alle
macchie di sangue, vi erano tracce di polvere da sparo” [Sentenza Rotella]

Nella Sentenza scritta dal G.I. Mario Rotella, vi è corposa spiegazione in merito alla macchie
di sangue, ai gruppi sanguigni ivi identificati, alle differenti perizie che giunsero a questi
risultati, etc. Per chi fosse interessato alla lettura di tali dettagli, la lettura del “Capitolo 9.3 –
Le Tracce di Sangue”, di detta Sentenza è d'obbligo.
Noi ci accontentiamo, vedremo di seguito il perché, semplicemente della conclusione:
“Dalla sintesi degli accertamenti si traggono le seguenti conclusioni. Dal punto di vista
quantitativo, per i campioni in complesso analizzati, e i risultati ottenuti e non smentiti dal
progresso degli accertamenti, i gruppi sanguigni presenti sul panno sono
inequivocabilmente due” [Sentenza Rotella]

Degli altri “dettagli” possiamo farne a meno. Non perché non siano interessanti, ma perché si
tratta di dettagli ematici, come vedremo, che nulla tolgono e nulla aggiungono.

Infatti, qualunque realmente fossero i gruppi sanguigni identificati [ NdA: B e 0], purtroppo:
• nessun paragone [NdA: di DNA, ad esempio] sarebbe mai stato possibile con quello delle
vittime del MdF: “in quanto non essendo possibile il paragone con reperti delle vittime
dei duplici omicidi (non conservati dopo le autopsie)“ [Sentenza Rotella]

• “non potendosi disporre una verifica d'identità genetica (unica ad avere significato
probatorio)” [Sentenza Rotella].
▪ Tale verifica di identità non poteva essere svolta in Italia, in quanto i laboratori
non erano dotati di apparecchiature scientifiche sufficientemente
all'avanguardia.

▪ In seguito, 1987, lo straccio venne inviato in Inghilterra per analisi più di


dettaglio, ma ormai le tracce erano troppo deteriorate per poterne ricavare
preziose informazioni aggiuntive [ NdA: Nel 1987 fu fatto un ultimo tentativo. Lo straccio
fu inviato in Gran Bretagna per comparare le tracce di dna sul tessuto con il dna di Salvatore Vinci
ma "E' trascorso troppo tempo, i campioni sono inutilizzabili", dissero i periti inglesi ]

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Dello straccio [e delle tracce di polvere da sparo]

Mettiamo da parte dunque le tracce ematiche, che come abbiamo visto non possono esserci
di alcuna utilità identificativa, e concentriamoci invece su quello, che ad avviso di questo
documento di studio, è molto più importante: le tracce di polvere da sparo.

• Sullo straccio di cotone bianco, macchiato, infatti erano presenti anche


“inequivocabilmente tracce di polvere da sparo, come accertato più volte
pertialmente” [Sentenza Rotella]
▪ “un accertamento del C.I.S., a Roma, informava il p.m. che sullo
straccio oltre alle macchie di sangue, vi erano tracce di polvere da
sparo” [Sentenza Rotella]

▪ “nella perizia del 16.5.86 (la prima), i periti concludono:"allo stato


attuale delle conoscenze scientifiche non è possibile stabilire il tipo di
munizionamento dal quale [i residui di polvere da sparo] provengono"
[Sentenza Rotella]

Per quanto il P.M. Dell'epoca, magari non a torto, sostenga che “…chi mai potrebbe
ragionevolmente ritenere che quelle tracce derivarono dai residui della pistola Beretta cal. 22
usata per commettere i delitti?" [Sentenza Rotella], in questo documento di studio, ci dobbiamo
per forza porre anche la domanda inversa, ossia:
chi mai potrebbe ragionevolmente ritenere che quelle tracce derivarono dai residui della
pistola Beretta cal. 22 usata per commettere i delitti?

La domanda a prima vista può suonare retorica, ma così non è appena si prendono in esame
anche tutti gli altri elementi indiziari noti e collegati:

• 1) tutti gli indizi fino a qui portati sul SV, ad esempio e solo per citarne alcuni
▪ alibi fasulli o non comprovabili
▪ diretto legame con le vittime del delitto del 1968
▪ violento e dai comportamenti degradanti con le donne
▪ sospettato di uxoricidio
▪ conoscenza dei luoghi attorno alle scene dei delitti
▪ destrimane
▪ indicato dal SM come autore del delitto del 1968
▪ soggetto presente nella rosa degli indagati

• 2) “Il problema è stato avvertito dallo stesso imputato. Mentre è disposto a far
concessioni, per quanto concerne la provenienza delle macchie di sangue , nonostante
le emergenze peritali esclude apoditticamente che sullo straccio possano esservi tracce
di polvere da sparo. Il che lascia perplessi,vistocchè afferma di non aver nulla a che
fare con la borsa” [Sentenza Rotella].
▪ La colf Anna Viggini, dice di aver visto la borsa tra l'inverno e la primavera del
1984, ma non sa cosa custodisse, non certo gli stracci

▪ La Rosina Massa, la Pierini Ada e la D'Onofrio Antonietta non sanno nulla della
borsa che nemmeno riconoscono

• 3) A seguito del delitto degli Scopeti, nel 1985, il 9 settembre il SV viene sottoposto
all'esame del guanto di paraffina [NdA:ӏ accompagnato in caserma, ove il M/llo GASPERINI
Gianluigi, della Scuola Sottufficiali Carabinieri, abilitato ai rilevamenti tecnici, gli applica il guanto di
paraffina” - Rapporto Torrisi 311/1]

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▪ “Come è noto, il metodo consiste nel liquefare in un pentolino della paraffina


pura, che viene poi spalmata con un pennello sulle mani, allo scopo di
conglomerare al suo interno eventuali residui della combustione della polvere da
sparo” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “Le mani del VINCI, così come descrive il sottufficiale nella sua relazione di
servizio (allegato n. 6), si presentano arrossate nella zona dorsale e nelle
dita, con una elevata sensibilità e ad ogni applicazione l'interessato si
lamenta dell'eccessivo calore” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “Questo comportamento è sembrato strano al sottufficiale, in quanto prima di


applicare la paraffina egli prova la temperatura nella parte interna del suo polso.
Tuttavia, lasciata raffreddare la paraffina più del dovuto, fino a farla quasi
rapprendere” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “lamentandosi ancora il VINCI, il M/llo GASPERINI gli chiede con che


cosa si fosse lavato le mani, per ridurle con quell'arrossamento e stato
di sensibilità, ed il medesimo, senza rispondere o dare giustificazioni di alcun
tipo, da quel momento smette di lamentarsi” [Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “L'esame effettuato al Centro Carabinieri Investigazioni Scientifiche ha


consentito di rilevare solo apprezzabili quantità di antimonio nelle soluzioni
relative ai tamponi dorso e palmo della mano destra, e siccome non è stata
rinvenuta traccia di bario, l'altro elemento indispensabile per la determinazione
dei residui carboniosi della polvere da sparo, l'esame stesso ha dato esito
negativo, lasciando notevoli dubbi e perplessità” [Rapporto Torrisi 311/1]
[NOTA*1]

• 4) Ma soprattutto perché il Vinci Salvatore, nome tra la rosa dei sospettati, non
risulta essere mai stato legalmente in possesso di porto d'armi, né di aver
detenuto armi da fuoco di qualsiasi genere [NdA: con l'eccezione delle dichiarazioni
ambigue,e comunque non confortanti per il SV, del SM ], né di averne utilizzate anche solo
saltuariamente presso poligoni di tiro o con amici
▪ come abbiamo visto lo straccio si trovava tra altri due stracci, chiusi in una
borsa, messa sotto delle coperte, il tutto chiuso in un armadio, nella camera da
letto del SV stesso

A fronte di questi elementi, come si vede, la domanda su posta non risulta affatto retorica o
capziosa.
Nell'ottica proposta in questo documento di studio, che vede il SV entrare in possesso di
un'arma da fuoco, illegalmente, alla fine del delitto del 1968, la mancanza di qualsiasi
documentazione di possesso od uso legale di arma da fuoco e le tracce di sparo presenti sullo
straccio trovato a casa sua, possono invece tranquillamente trovare reciproco equilibrio e
plausibile sostegno.

[NOTA*1]: la tecnica del guanto di paraffina (nata nel 1914 e oggi superata), ha come inconveniente principale
che i reagenti utilizzati nella prova si comportano allo stesso modo con una molteplicità di altre sostanze
(fertilizzanti, saponi, solventi, ecc etc...), offrendo un troppo elevato rischio di rilevare un "falso positivo". Per tale
ragione questa metodica è stata soppiantata da una tecnica più specifica per la raccolta dei residui, denominata
stub (tampone). [Fonte: Wikipedia]

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Addendum: Sentenza Rotella e proscioglimento di Salvatore Vinci

Mentre da un lato si legge nella Sentenza Rotella (pag. 161-162):


“Dichiara non doversi procedere ... b) contro Mele Giovanni, Mucciarini Piero, Chiaramonti
Marcello, Vinci Salvatore, per non aver commesso il fatto, in ordine a tutti i reati loro
ascritti;”

È doveroso far notare che a pagina 157, è correttamente specificato, sempre dallo stesso
Giudice Istruttore Mario Rotella, che:
“... gli imputati... devono essere prosciolti con la formula ‘per non aver commesso il fatto’.
Alla luce della nuova normativa, è indifferente per il proscioglimento se si sia
pervenuti alla prova positiva di innocenza o se sia carente quella di colpevolezza, o
ancora se gli indizi di colpevolezza siano meramente insufficienti per un giudizio .”

E, cosa non di poco conto, nella precedente pag. 155, il G.I. faceva notare quanto segue:
“Non si è in presenza di indizi che possano evolversi in prova. E la prova, in processi che
hanno per oggetto eventi materiali di tale portata, non può essere che reale (nel
senso tecnico: ‘di cose’)”
Questo a significare come il G. I. Mario Rotella, ritenesse che per crimini di rilevanza tale
quali gli omicidi attributi al MdF, non fosse “eticamente e giuridicamente” sufficiente,
l’istruzione di un procedimento penale semplicemente su base indiziaria, ma che dovesse
invece basarsi su prove concrete e fattuali, come ad esempio ed in primis, il ritrovamento
dell’arma omicidiaria.

Senza il ritrovamento delle “cose”, gli indizi non possono definirsi prova: lo sappiamo. Ma
questo è un documento di studio e non un procedimento penale; ed indiziario fu il processo al
Pacciani.

Quello che ci preme è mettere in ordine gli indizi, portando pezze d'appoggio agli stessi,
soprattutto ed in particolare, abbracciando tutta la storia della vicenda.

Appellandoci alla differenza tra verità storica e verità processuale più che “alla clemenza della
Corte”: leggiamo, valutiamo, ragioniamo,scriviamo: proponiamo.
Lasciando ai posteri l'ardua sentenza.

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Addendum: Sulla consequenzialità delle indagini ufficiali

Quasi intesa come se fosse una pecca o un ragione sufficiente da valutare a favore
dell'innocenza del SV (o comunque come indizio di innocenza), è la vulgata che vuole nella
“sequenzialità” delle indagini [NdA: con arresti e successive scarcerazioni] l'identificazione del SV
come potenziale sospettato quasi per un mero motivo di certificata esclusione delle piste
investigative pregresse.
Ossia, visto che del “gruppo dei sardi”, altri accusabili non ve ne erano più, avendoli già
praticamente tutti passati al setaccio, sovente con tanto di arresti e successive scarcerazioni,
gli inquirenti che non avrebbero saputo più che pesci pigliare, avrebbero diretto a quel punto
le loro attenzioni sul SV.

Iniziamo facendo rilevare che, anche ammesso così fosse stato [ NdA: e non è vero più di tanto, nel
senso che non è leggibile un “accanimento extra lege” nei confronti della “pista sarda”], questo non andrebbe
minimamente ad intaccare il cumulo indiziario a carico del SV.

Che a livello investigativo un certo tipo di “sequenzialità investigativa” ci sia stata, è però
innegabile.
Ma se questo è vero, come è vero, non è possibile dimenticare che dal 1982 in avanti, anno
in cui i delitti seriali del mostro vennero riconosciuti e documentati come commessi con la
stessa arma che già aveva sparato a Castelletti di Signa nel 1968, gli investigatori erano
dovuti, obbligatoriamente e giocoforza, tornare ad investigare sul 1968 per riuscire a
sbrogliare la matassa.
Investigazioni, se vogliamo certamente compiute con pecche, ma investigazioni
comprovatamente ostacolate da reticenze, falsità, segreti e depistaggi messi in atto dai
personaggi, o almeno da buona parte di essi, che facevano da contorno al delitto di Signa.

Come vedremo, risulta quindi fuorviante porsi e rispondersi alla domanda:


• Perché i concreti sospetti su VINCI Salvatore sorgono a partire dal duplice delitto di
Vicchio del Mugello, del 29 luglio 1984 ?
• rispondendosi perché a quel punto tutti gli altri sardi già erano stati passati attraverso
le forche caudine degli investigatori e/o erano in galera

E più attinente e di maggior lucidità, probabilmente invece, dovrebbe essere porsi la


domanda:
• perché prima del 1984, i già esistenti punti di possibile sospetto sul SV, non vennero
presi in decisa attenzione dagli inquirenti?

Per rispondere a questo, vediamo dunque la situazione un po' più nel dettaglio al fine di
meglio chiarire le idee e sgombrare il campo da dubbi.

Partiamo con un semplice dato:


• fino al 1982, il delitto di castelletti di Signa, era da tutti visto come un puro e semplice
“banale delitto”, scatenato da un mix di onore, gelosia, crediti economici.
▪ Vie era un colpevole certo ed unico per la Giustizia: un marito “cornuto” e reo
confesso

▪ le indagini all'epoca svolte, sappiamo oggi, non furono svolte, diciamo, con una
particolare meticolosità ed approfondimento ed una volta acchiappato il soggetto
più “banalmente” evidente, come “banale” era stato il delitto, e reo confesso si
“accontentarono” del risultato. Caso chiuso; tutti felici e contenti. Non parve agli
investigatori necessario approfondire alcuni aspetti, alcuni particolari, alcune
“strane o ambigue” dichiarazioni e nemmeno alla verifica profonda degli alibi

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venne dato peso più di tanto. Lo stesso dicasi per il mancato ritrovamento
dell'arma, che già solo questo di per se stesso, avrebbe dovuto tenere acceso il
campanello d'allarme di una possibile e probabile presenza almeno di una altra
persona sulla scena del delitto. Ma agli investigatori e alla Giustizia, andava bene
così; ribadiamolo: era un delitto “semplice e banale”: corna, tradimenti,
ammanchi. Marito che spara e uccide. Nessuno nell'Italia di quegli anni si
stupiva di un simile movente. Nessuno del resto, nemmeno ancora sapeva tutti i
particolari che in seguito verranno a galla.

Ma noi qui adesso, non stiamo parlando del delitto di Signa in generale, stiamo cercando di
capire come e perché invece il nome del SV non venne incluso tra la lista dei “sospetti”
quando appunto nel 1982 le attenzioni su tale delitto ritornarono forzatamente in auge.

E noi, a differenza degli investigatori dell'epoca, abbiamo molti più dati in mano.

• SM e SV, intrattenevano una relazione omosessuale segreta a tutti, Locci esclusa, tra di
loro

• la famiglia Mele era all'oscuro di tale preferenza sessuale del SM. La sua mancanza di
gelosia era nota, ma non non la sua preferenza e disponibilità anche ai rapporti
sessuali con il SV

• sia nel 1968, sia negli anni a venire fino al 1985, il segreto rapporto omosessuale tra il
SM e il SV viene mantenuto segreto dal SM [ NdA: solo il “...Il 30 maggio 1985, Mele ...SNIP...
Dichiara al g.i. di aver avuto insieme a sua moglie rapporti omo-eterosessuali con Salvatore Vinci..” –
Sentenza Rotella, e “i due uomini, invertono reciprocamente fra loro due, le parti dell'uomo e della donna,
avendo rapporto di coito anale, anche in presenza della donna” - Rapporto Torrisi 311/1]

• di SV, fino intorno al 1984, era ignota agli investigatori lo stile di vita e le quotidiane
violenze che riservava alle sue compagne e mogli

• fino alla perquisizione a carico del SV del 1984, particolari specifici motivi diretti di
sospetto, anche in relazione al precedente punto, non erano mai emersi
▪ mentre, ad esempio ed importante, fin da subito erano noti i burrascosi passati
con la Legge da parte del fratello suo, Francesco.

• solo quindi quando iniziarono a scavare direttamente sul SV, gli inquirenti cominciarono
ad avere tra le mani elementi capaci di porre realmente le attenzioni su di lui.
▪ Ad esempio solo nel 1984 si avrà piena conferma della falsità dell'alibi del SV
relativamente alla notte del delitto del 1968

Purtroppo però, c'è di più: da lì il perché del dubbio e il perché della accusa di sequenzialità:
• 1) 23-24 agosto 1968: già nella quasi immediatezza del delitto del 1968, ossia
appena crollato visto tiratosi in ballo dal guanto di paraffina e dalle parole di Natalino
[NdA: appena il Maresciallo Ferrero lo redarguì che se non avesse raccontato la verità “questa notte, al
buio rifaremo la stessa strada, però senza scarpe come quella notte” [Rapporto Matassino], il NM, privo
delle indirizzanti familiari figure al fianco: cede e dice: “ “No! Quella notte mi portò il mì babbo”,
precisando “a cavalluccio”” -Rapporto Matassino], il SM fa proprio come primo nome quello del
SV.
▪ Per l'esattezza: in prima battuta lo accusa di essere l'assassino, poi rapidamente
cambia versione e lo indica come complice, e poi, ad appena poche ore di
distanza da queste “confessioni”, messo a confronto col SV stesso, il SM si
rimangia tutto e passa ad accusare direttamente e reiteratamente il Francesco
Vinci. Accusa che per anni non muterà, ribadendola specificatamente.

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▪ Si noti anche che il SM, tra le altre cose, quando sta accusando il SV, dice:
“questi gli ha detto di aver ucciso la sua prima moglie, con la quale era sposato
solo civilmente” [rapporto Torrisi 311/1], e che dunque, è fin dal 1968 che gli
inquirenti avrebbero la possibilità di indagare anche su quel delitto. Ovviamente
con la ritrattazione delle accuse del SM al SV, anche una tale “frase”, finisce
accantonata dagli investigatori. Si accorgerà di tale dato il G.I. Tricomi Vincenzo
solo nel 1982, ma anche lui, preso da altre questioni, finirà per “accantonare” i
rapporti dei Carabinieri di Villacidro che nel frattempo aveva ricevuto.

• 2) 27 luglio 1982: a fronte della scoperta di identità d'arma dal 1968 in avanti, i
magistrati escutono “Stefano Mele nel Veronese, prima della riapertura delle indagini
circa il duplice omicidio del 1968 (cfr. capo IV)” [Sentenza Rotella]
▪ in questo interrogatorio così come negli immediati successivi del 6 e 7 settembre
1982, il SM accusa reiteratamente il Francesco, e soprattutto, direttamente
scagiona il SV:
▪ nello specifico SM, ex amante del SV, precisa proprio che “Risponde
che è sicurissimo che oltre a lui e Francesco non ci fosse anche il
fratello, Salvatore Vinci.” [Sentenza Rotella], 7 settembre 1982

• 3) 25 agosto 1982: Giovanni Mele scrive il biglietto, ad evidente scopo depistatorio


per le indagini, per il fratello SM
▪ si noti che il biglietto verrà poi trovato e sequestrato solo in data: “24.1.1984”
[Sentenza rotella]

• 4) 30 agosto 1982: post scoperta di unicità d'arma dal 1968 al 1982 e post delitto di
Baccaiano ascoltato quasi informalmente dalla dottoressa della Monica e dal dottor Pier
Luigi Vigna, SV non perde occasione di, usiamo un eufemismo, “mettere in cattiva
luce” il fratello FV, praticamente accusandolo. In tale colloquio infatti, il SV riprende,
mentendo, le bugie che già aveva raccontato nel 1968:
▪ “conferma la relazione tra suo fratello e la Locci all'epoca dei fatti” [Sentenza
rotella]

▪ mentendo, nega di “invece di aver ripreso la sua con la stessa donna”. [Sentenza
rotella]

▪ mentendo, “Conferma che Vitalia Melis (gia Muscas), sua cognata, gli disse che
il marito l'aveva minacciata facendo riferimento ad una pistola” [Sentenza rotella].
[NdA: la Melis smentirà le parole del SV: “la MUSCAS, come vediamo, nega recisamente di aver
detto al cognato che il marito ha una pistola” - Rapporto Torrisi 311/1]

▪ “Il p.m gli rilegge i verbali di allora [NdA: interrogatorio del 24 agosto 1968] e
Salvatore ...SNIP... avalla le sue indicazioni di allora contro il fratello” [Sentenza
Rotella]

• 4) 29 novembre 1982: Il Dottor Tricomi, fa richiesta alla Tenenza dei Carabinieri di


Villacidro del Rapporto Giudiziario relativo al decesso di STERI Barbarina [ NdA: “...Dott.
Vincenzo TRICOMI, a seguito di sua specifica richiesta diretta al Nucleo Operativo, del 29.11.1982,
acquisisce in data 16.12.1982, tramite la Tenenza Carabinieri di Villacidro, il Rapporto Giudiziario n. 7 del
19.1.1960, della Stazione omonima, relativo al decesso di STERI Barbarina e poi accantonato.” -
Rapporto Torrisi 311/1], fascicolo che riceverà il 16 dicembre 1982.
▪ si presti alta attenzione a quel termine “poi accantonato”, che significa che già
nel 1982, era possibile per gli inquirenti fare un abbinamento con la morte,
questionata poi, della prima moglie del SV.

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▪ L'accantonamento può essere stato dettato da più ragioni:


▪ il fatto che il Francesco, alla data, fosse già in carcere e già accusato
anche per i delitti seriali [NdA: 7 novembre 1982] e che a carico del FV si
concentrassero indizi come l'auto infrattata, la possibilità di possedere
armi da fuoco illegalmente, le dichiarazioni mirate e reiterate del SM

▪ la necessità per gli inquirenti, in base all'organico, di concentrarsi sulla


verifica delle ipotesi di reato a carico del Francesco

▪ l'approssimarsi della data di sostituzione del G.I. Tricomi stesso


[NdA:con il Rotella]

Da questi esempi, è possibile dire che gli inquirenti procedevano in modo "sequenziale" ossia
che: elaborata un'ipotesi puntavano tutto solo su quella, lasciando da parte tutte le altre
alternative?
A mio modesto modo di vedere le cose, no. O meglio, e come molto sovente accade anche
per limitatezza di risorse umane da assegnare alle indagini, tale sequenzialità è da leggere
invece più che altro come una “scala di priorità”.
In maniera, forse ambivalente, questo può essere visto proprio nei termini usati dal Rotella a
proposito delle indagini sul SV, chiamato appunto “La pagina tralasciata” [Sentenza Rotella],
come a supporto della tesi “sequenziale e basta”.
Però scrive anche il Rotella: “Successivamente, prendendo le mosse da una pagina
tralasciata dell'istruttoria del gennaio 1984, si profilava un nuovo e diverso movente di Mele
per il duplice delitto del '68 e per la sua reticenza. Codeste ragioni, poi riscontrate, facevano
ulteriormente scemare gli indizi a carico dei congiunti.” [Sentenza Rotella]; come più che ad una
“sequenzialità e basta”, muovesse invece appunto più generico a come le indagini vennero
svolte, ossia avendo “dimenticato / tralasciato” di approfondire un aspetto di specifico
indirizzo, pur in presenza di alcuni “appigli” investigativi. Appigli investigativi che però, come
abbiamo visto, fino a prima del 1984 erano assolutamente labili e soprattutto erano smentiti
e con insistenza dal SM stesso.

E' infatti da tenere ben presente che la Sentenza Rotella è del 13 dicembre 1989 e quindi il
Rotella nel decidere il termine che meglio secondo lui si confà per indicare la “pagina” [NdA:
“tralasciata”], non può che non fare riferimento anche al fatto che:
• Durante la perquisizione domiciliare effettuata il 30 luglio 1984 [Sentenza Rotella] a casa
del SV, “portava al rinvenimento in camera da letto, in un armadio secondario, sotto
alcune coperte invernali, di una borsa di paglia contenente tre stracci di tela,
verosimilmente di cotone” [Sentenza Rotella];
▪ uno di questi, quello avvolto dentro gli altri, era quello “bianco, e quantomai
sporco di grigio con macchie rosso-vinose e giallastre” [Sentenza Rotella]. Ossia
con ben “38 macchie apparenti di sangue”. [Sentenza Rotella] e tracce di polvere
da sparo
▪ “Finalmente [NdA: 16 maggio 1986], prima un accertamento ematologico
a Firenze (affidato nell'aprile 85 dal procuratore della Repubblica al dr.
Marini), indicava presenza di sangue umano di gruppo 0” [Sentenza
Rotella]

▪ Poi, un secondo [NdA: perizia depositata nel dicembre 1987] sempre in


Italia:“un accertamento del C.I.S., a Roma, informava il p.m che sullo
straccio oltre alle macchie di sangue, vi erano tracce di polvere da
sparo” [Sentenza Rotella]

• e soprattutto che tale “straccio”, ossia tale indizio che gli uomini che sequestrarono il

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reperto subito rapportarono “all'autorità giudiziaria ...SNIP.... Ma per diversi mesi


nessuno prestava particolare attenzione al reperto” [Sentenza Rotella].
▪ “...pur trascorso l'anno, non era stata ancora disposta la conversione
del rito. Alla richiesta degli atti da parte di questo ufficio, il procuratore della
Repubblica li trasmetteva in blocco, in una con una missiva interna, che
esprimeva riserve intorno al valore sintomatico del corpo di reato“ [Sentenza
Rotella].
E questo di non inviare ad analizzare un reperto per un anno, più che un indizio di
“consequenzialità” è indice, a detta dello scrivente:
• di superficialità nel modo di indagare da parte di alcuni inquirenti ed investigatori[ NdA:
non venne inviato ad analizzare dal P.M., sostenendo che “ "…chi mai potrebbe ragionevolmente ritenere
che quelle tracce derivarono dai residui della pistola Beretta cal. 22 usata per commettere i delitti?". -
Sentenza Rotella, negando così con una frase, ogni qualsiasi valore ad ogni tipo di perquisizione in quanto
tale ragionamento potrebbe quindi essere applicato ad ogni tipo di reperto ritrovato e sequestrato durante
un un sopralluogo investigativo a casa di un sospetto ]

Proprio la motivazione addotta al mancato inoltro di analisi è sintomo, a detta dello scrivente,
di come almeno in alcuni casi il fatto che sul SV sia esistita una pagina tralasciata, non sia
dipeso da una precisa volontà prettamente sequenziale di indagine, che comunque nelle sue
linee principali nemmeno si nega, ma da imperizia e/o attimi di superficialità investigativa.

Ritorniamo allora adesso a quella che era la domanda per noi, per questo documento di
studio, è di interesse, ossia: se “nella maniera di svolgere le indagini” sia possibile vedere un
certo qual tenore di “caccia alle streghe nei confronti del SV, solo per il fatto che per ultimo,
quasi per esclusione, venne preso in stretto esame dagli inquirenti”, perché questo è il nodo
gordiano che dobbiamo sciogliere.

Adesso finalmente possiamo meglio vedere, quando anche sia innegabile una certa linearità
consequenziale di indagine che non permise la sagacia di tenere aperte ed investigare nel
dettaglio su più fronti, simili ma differenti allo stesso tempo, più nominativi legati al delitto di
Signa 1968, come l'inclusione di S come “ultimo” attenzionato non sia legata o per lo meno
non possa essere indissolubilmente legata ad una riduttiva “scelta” consequenziale e lineare
di indagine.

Purtroppo per le indagini, le attenzioni su SV si appuntarono tardi su di lui,


1. ma questo non è dovuto appunto solo ad una scelta di non includere nelle
investigazioni soggetti che nei singoli momenti non erano quelli di “interesse.

2. E soprattutto, quando SV finì al centro dell'attenzione, non finì nel mirino per mera
mancanza di altri nominativi: sul SV, si andavano concentrando sempre più, e
significativi, indizi
▪ riscoperta prime dichiarazioni già del 1968 del Mele

▪ sempre a piede libero durante tutta la sequenza dei delitti

▪ le dichiarazioni sfuggite allo Stefano Mele nel 1982

▪ le nuove dichiarazioni del SM che facevano luce sui rapporti omosessuali segreti
col SV

▪ lo stile di vita violento e perverso del SV

▪ la consapevolezza che i controlli su di lui relativamente al delitto degli Scopeti,


non erano stati fatti in modo tale da escluderne la figura [ NdA: controlli limitati e

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non in grado di escluderlo da nulla ]

▪ somiglianze tra il “suicidio” dell'adultera Barbarina e il delitto di Signa [ NdA:


"anche allora fu fatto salvo il bambino", come ebbe a dire il SM]

▪ gli esiti delle intercettazioni telefoniche

▪ l'inconsistenza e la falsità dell'alibi per il delitto del 1968

▪ lo straccio macchiato di sangue e tracce di sparo

Varrebbe poi forse anche far risaltare i contrasti che “in un determinato periodo e per
determinate ragioni” animarono la Procura di Firenze fino a produrne come una “spaccatura
al suo interno”; ma questo esula dal compito di questo documento e dunque non se ne ritiene
“necessario” l'argomentazione.

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La cornice per il quadro del 1968

Scopo di questo capitolo è quello di illustrare la cornice di ambientazione e focalizzazione dei


capitoli di questa sezione, di modo che il lettore non rischi di perdersi nella lunga disamina di
tutte le spigolature che afferiscono e gravitano intorno al delitto di Castelletti di Signa. La
comprensione di tale delitto è infatti una delle due principali chiave di lettura, che poi una
volta abbinate assieme ci daranno la soluzione del mistero del Mostro di Firenze.

Dunque:
1. SV e SM hanno una relazione omosessuale ignota a tutti eccetto che a loro due e alla
Locci

2. la famiglia, il Clan Mele, in particolare, è allo oscuro di questa “preferenza” sessuale


del figlio SM

3. la Locci, con la manifesta complicità del SM, ha numerosi amanti

4. la Locci, spende e sperpera con i suoi amanti, soldi del SM (dunque soldi di famiglia)

5. i Mele sono una famiglia povera ma fondamentalmente onesta

6. i Mele, eccetto SM, sono infastiditi delle relazioni extra coniugali della Locci e così
anche dello sperpero di denaro che fa coi soldi del figlio, ma mai e poi mai, in almeno 8
anni, si permettono alcunché nei di lei confronti. Tutto quello che fanno, è quasi
mettersi il cuore in pace cacciando, il figlio e lei dalla casa paterna, dopo il tentativo di
limitare gli amanti alla Locci ponendo grate alle finestre

7. il SM, in famiglia, non conta nulla: non è il primogenito; è un oligofrenico; un


sempliciotto; uno incapace a cui mai viene affidato alcun ruolo di responsabilità,
nemmeno sul lavoro

8. Il SM addirittura presenta il Lo Bianco alla Locci

9. il SM non ha alcuna ragione per uccidere la Locci, nemmeno quando questa per un paio
di mesi gli si nega, dopo aver rifiutato il rapporto a tre col SV

10. tra i Vinci e i Mele ci sono comunque piccole storie di debiti

11. La Locci si è imboscata, e forse già spesa, dei soldi in parte contesi tra i due
cognomi

12. La Locci, con disprezzo scarica il SV e in parte il SM, accusandoli di essere mezze
donne e mezzi uomini

13. Il SM se ne frega abbondantemente, ed infatti le presenta il Lo Bianco

14. il SV, memore di come si comportò la Barbarina Steri (fare le valige per
andarsene), mette sotto pressione il SM, mettendogli la (forse) falsa pulce nell'orecchio
che la Locci volesse andarsene di casa assieme al Lo Bianco

15. Persa per persa, il SV spiega al SM che con la morte di lei, almeno il SM
riguadagnerà stima da parte della famiglia, e lo esorta ad ottenere l'assenso del clan

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16. E soprattutto, lo avvisa e lo preoccupa dicendogli che la Locci, fuori dalla stretta
cerchia sarda, al Lo Bianco, siciliano, rischia di raccontare in giro che il SM è
omosessuale e va a letto con il SV medesimo

17. il SM, capisce il pericolo: la famiglia lo cancellerebbe completamente se


sapessero una cosa cosi. Al vecchio Palmerio gli verrebbe un infarto e alla sorella
Antonietta, pure. Non se lo può permettere

18. Il SM, su consiglio del SV, ne parla in famiglia, ovviamente non può parlare dell'
omosessualità e nemmeno delle corna. Il primo è il segreto da mantenere a tutti i
costi, e sul secondo punto, più di tanto non verrebbe creduto: la leva però può essere
quella economica (abbinata comunque a quella del riguadagnar un po' di onore verso
una moglie fedifraga)

19. il delitto viene quindi pianificato in casa Mele, con l'ausilio esterno e subdolo del
SV che parla tramite la bocca del SM

20. il delitto è quindi un delitto che da parte clan è volto a riguadagnare onore
familiare e riprendersi i soldi che la Locci ha sottratto (e infatti pare che l'auto verrà
perquisita alla ricerca di soldi), a cui gioco forza sono i sardi del clan Mele che devono
partecipare.

21. Ma il SV viene tirato in ballo, grazie alla perorazione del SM indotta dallo stesso
SV, in quanto il SV è l'unico che ha l'auto a quattro ruote quella sera

22. questo permette di vedere sulla scena del delitto:


1. SV nella qualità di autista e non in quella di assassino (è un delitto d'onore e non
può sparare chi ha altamente contribuito ad infangarlo)

2. il SM perché deve occuparsi del piccolo Natalino, rincuorandolo,


tranquillizzandolo e istruendolo su cosa dire e cosa no, nelle immediatezze del
delitto. Ma il SM, vista la scarsa fiducia di cui gode, e viste le evidenti incapacità,
non può essere la persona che spara: il rischio che mandi tutto a monte e faccia
arrestare tutti, è troppo elevato. Il suo compito può essere solo quello
dell'accompagnatore

3. almeno un'altra persona di fiducia del clan Mele, nel ruolo di sparatore: ossia
uno del clan, che ufficialmente si incarica di riscattare l'onore appunto del clan

Tenendo a mente questo riassunto logico consequenziale, proseguiamo

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L’importanza del delitto del 22 agosto 1968

A nessuno sfugge l'importanza del delitto di Castelletti di Signa nella vicenda del MdF. Lì
infatti ufficialmente per la prima volta parla il suo canto di morte la famosa calibro 22 L.R.
Tale prima apparizione, come abbiamo già accennato, porta con sé alcune logiche e dirette
domande:

• 1) siamo sicuri che si tratti sempre della stessa arma dal 1968 al 1985?
Si. A questo già si è data risposta nel capitolo Un'arma unica per due assassini
differenti

• 2) è rimasta in possesso del “primo” proprietario o ha cambiato di mano dopo il 22


agosto 1968 (ossia il 22 agosto 1968, a sparare e uccidere fu già il Mostro di Firenze)?
Cambiò di mano. A questo già si è dato risposta nel capitolo: Un'arma che passa di
mano

Ci resterebbero solo dunque come domande


• 3) di chi era l'arma?

• 4) chi rimase in possesso dell'arma (nome e cognome)

• Mentre alla seconda di queste due domande, abbiamo già anonimamente fornito l'unica
risposta accettabile [NdA: ossia rimase in carico a chi aveva il compito di distruggerla, cosa che
evidentemente non fece]: in merito vedasi il capitolo: Il passaggio di mano con l'inganno;

• per la prima, le indicazioni si trovano nel capitolo: Villacidro non è Fordongiànus.


Dove non si vuole a tutti costi dire che l'arma arrivasse da Fordongiànus, anzi, ma
semplicemente si spiega come sostenere che l'arma fosse quella dell'Aresti Franco sia
una pura illazione, senza vere frecce al suo arco.

Ciò nonostante, in questa sezione di studio, assieme ad altre, saranno in parte riprese in
oggetto e dove necessario approfondite.

Il delitto del 1968 infatti, si porta dietro anche altri punti che necessitano essere compresi e
dunque chiariti. Ma non speri il lettore di trovare in questa sezione di studio una completa
disamina di ogni aspetto relativo a questo duplice omicidio. Non ci incaricheremo di
determinare con nomi e cognomi gli autori dello stesso, usciranno se del caso, solo per
rimando; non analizzeremo nel dettaglio ogni particolare cronologico della vicenda da prima
del delitto fino al termine dell'espiazione delle condanne del Mele Stefano; non seguiremo
passo passo le varie dichiarazioni, ritrattazioni etc.
La ragione di tale scelta risiede nel fatto che questo non è un libro storiografico sulla vicenda,
ma uno studio mirato ad illustrare una tesi specifica relativa ad uno specifico soggetto
indissolubilmente legato ai nomi di Barbara Locci e Stefano Mele. Nome al quale si è arrivati,
tra l'altro ma anche principalmente, tramite esclusione logica.
Quindi anche questa volta, ci toccherà organizzare le domande a cui fornire le risposte,
secondo il corretto ordine, pena il continuare a navigare tra le nebbie.

Ovviamente almeno un minimo di introduzione degli attori è necessaria, e questo è compito


del seguente capitolo, anche perché è di primaria importanza avere a disposizione la cornice
entro la quale apparirà il quadro, per comprendere il perché la Locci dovesse essere uccisa,
perché una volta capito tale “perché”, diventa ovviamente più semplice capire chi la volesse
veramente morta e come potesse conseguire questo risultato.
Anche in questo caso, la logica e le esclusioni, ci verranno in aiuto.

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I Vinci, il “Clan” e l'ape regina

Dobbiamo adesso raccogliere informazioni sulla Famiglia Mele [NdA: che nel corso del documento
sovente chiamerò più semplicemente, “il Clan”, senza alcun intento offensivo, solo per brevità di linguaggio e a
sottintendere il forte legame consanguineo], Stefano Mele, la Locci e i Vinci.

Questo perché, come già detto, quello che è importante è porsi le domande giuste e
nell'ordine giusto; e ciò può essere fatto solo sfrondando il dispersivo, di modo da potersi
concentrare su ciò che realmente conta. E cosa è che realmente conta?

Conta che:
• il SM non fosse affatto un marito geloso [ NdA: ben di più, come vedremo aiutava lui stesso la
Barbara a trovarsi maschi con cui amoreggiare, gli piaceva stare a guardare, avesse una profonda
relazione omosessuale col SV]

• il SM, alla “sua” Barbara, alla sua maniera, le voleva veramente bene [ NdA: e del resto
poi uno come lui, dove mai l'avrebbe trovata un'altra donna, per di più giovane e disponibile come la
Locci]

• la Locci, per quanto “mal sopportata” nel Clan, non ebbe, neppure per situazioni
peggiori, nulla da temere dal Clan stesso [ NdA: vedasi addirittura le botte da lei date al
capofamiglia Palmerio: “Maria Mele dice, il 24 marzo 1984, che la Locci aveva picchiato il vecchio Palmerio
tre volte” - Sentenza Rotella]

• che il Clan, pur sapendo delle corna che il loro SM portava in testa, era all'oscuro che
oltre che cornuto, il SM fosse anche uno che andava a letto con SV

Questi sono, brevemente, i veri punti salienti su cui concentrarci. Una volta sciolto questo
nodo, e grazie a quanto già abbiamo visto in merito al passaggio di arma sporca, finalmente
potremo dare anche un nome ed un cognome a chi quella calibro 22 L.R. conservò dopo il
duplice delitto di Castelletti di Signa.

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I Vinci

Il fratello maggiore di SV , Giovanni, arriva emigrante in Toscana nel ottobre del 1952, a
Lastra a Signa.

Salvatore assieme al fratello Francesco, già lo sappiamo, arriva e di corsa dopo la morte della
Barbarina, invece nel 1960. 8 anni dopo.

Salvatore Vinci, conosce la coppia tramite l'intercessione di suo fratello Giovanni, che già
aveva approfittato delle grazie della Locci [ NdA: “a Lastra a Signa. Qui conobbe Barbara Locci di cui fu
amante”], e quindi “convive con la coppia sino a metà del 1961, ma non risulta che abbia
definitivamente troncato quei rapporti intimi. Infatti, è proprio il MELE Stefano a dichiarare il
23 agosto 1968, che il medesimo, durante il periodo del suo ricovero in Ospedale, nel
febbraio dello stesso anno, è venuto a dormire in casa sua, nel letto con la moglie” [Rapporto
Torrisi 311/1]

Una convivenza che ha come suo primo inizio, già sapete, non un “baccaglio” del SV alla
Locci, ma proprio un “invito” del SM al SV :”Fu lui che mi chiese se volevo andare a abitare a
casa sua” [dichiarazioni di salvatore vinci - Intervista su La città - 31 ottobre 1985 ]

Un invito del SM, “maschio”,, subito ben accettato dal SV, “maschio” che immediatamente si
corona con il SM, “maschio”, che dona e mette al dito del SV, “maschio”, l'anello di
fidanzamento: “l'anello che porta al dito gli è stato dato dal MELE nel primo giorno della sua
relazione” [Rapporto Torrisi 311/1]

Un SV che poi, complice anche il gusto del fare nuove esperienze della Barbara stessa, non
perderà occasione di portarla a concedersi pubblicamente con sconosciuti alle Cascine ad
esempio [NdA: “Salvatore Vinci, però, non è che limiti i suoi particolari rapporti in casa, perché sin da allora è
un abituale frequentatore delle Cascine, ove molto spesso conduce Stefano con il bambino e la Barbara, per farla
congiungere con altri uomini in sua presen” - Rapporto Torrisi 311/1], facendosi, ovviamente, anche
accompagnare del marito a cui comunque piace guardare [ NdA: “rientrando dal lavoro in casa,
spesse volte sorprende la moglie a letto, ora con Francesco VINCI, ora con Piero MUCCIARINI, ed anziché
meravigliarsi ed intervenire di conseguenza, si nasconde e si ferma a guardarli, perché questo, come lui stesso
ammette, è quello che piace“ - Rapporto Torrisi 311/1]

Dei Vinci sappiamo inoltre che il fratello Francesco, solito bazzicare i margini di ambiente di
malavita [NdA: e dunque senza alcun problema a reperire un'arma in qualsiasi momento ], non poteva in
nessun modo essere il MdF, in quanto si trovava in galera quando avvenne il delitto del 1983.

Sappiamo anche che per gli inquirenti e per il G.I. Rotella, il fratello Giovanni era da ritenersi
totalmente estraneo alla vicenda [NdA: e infatti non è presente n nemmeno tra i nomi dei imputati]

Scartando poi, anche il nome del [NdA ipotetico/possibile] figlio di Salvatore Vinci, Antonio, data
la giovanissima età nel 1968 e lo stesso per il 1974 [ NdA: “nacque in Sardegna a Villacidro il 15
febbraio del 1959”, e che dunque nel 1968 aveva 9 anni, e nel 1974, 15 ], della famiglia Vinci, ci resta a
portata di mano solo il nome del Vinci Salvatore [ NdA: mai in stato di detenzione, ricovero, lontananza
per tutta la serie dei delitti del MdF, e nemmeno mai entrato seriamente nelle indagini, nonostante indizi e
confessioni del SM, fino almeno al delitto del 1984 ]

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Stefano Mele

La Barbara Locci, sarda d'origine [Sentenza Rotella] e emigrata anch'ella in Toscana, nel 1960
conobbe e si sposò con Stefano Mele, un sardo più anziano di lei di circa vent'anni [Sentenza
Rotella], affetto da “oligofrenia di medio grado con caratteropatia" [Perizia De Fazio], non certo
nemmeno un adone di bellezza, e nemmeno un ricco [ NdA: “sia Mucciarini, sia altri familiari da parte
di Mele, riferiranno che di norma lui e la famiglia vivevano in condizioni di precarietà” Sentenza Rotella]
Secondo il SM: si conobbero e si sposarono nel 1959: “Ho conosciuto Barbara Locci a
Scandicci, in un bar dove si giocava al totocalcio. Ci sposammo nel '59” [NdA: Stefano Mele -
Intervista su La Città - 13 novembre 1982]

Un matrimonio comunque di “sopravvivenza” per la Locci; ma tutto sommato non le va


affatto male [NdA: “In Sardegna Barbara, ancora ragazza, era stata data in sposa allo stupido Stefano Mele,
perché, per quanto lui fosse povero, lei lo era ancora di più. Quell'uomo non sapeva badare a se stesso, ci
avrebbe pensato lei. Così fu presa in casa dai Mele e con loro era venuta in Toscana ” - Dolci Colline di Sangue -M
Spezi – D. Preston]

Alla sua maniera il SM è un “buon marito” nei suoi confronti [NdA: “Stefano Mele era troppo buono,
troppo gentile, troppo poco geloso” - Salvatore Vinci - Intervista su La città - 31 ottobre 1985 ]. Un tetto sulla
testa, alla “sua signora” [NdA: Stefano Mele interrogatorio del 17 agosto 1982 ] glielo dà, il cibo non
glielo fa mancare, non si lamenta troppo per le spese della moglie, non la abbandona
nemmeno quando la famiglia li caccia di casa, e soprattutto non è un tipo geloso. Anzi. E poi
è anche la madre di suo figlio [NdA: forse o crede].

Come si scoprirà post delitto e nelle varie confessioni, il SM:

• oltre al sapere degli amanti della moglie [NdA: “dichiara anche di andare d'accordo
con la moglie nonostante la differenza d'età, e nonostante fosse a conoscenza che la
moglie stessa ha sempre avuto un amante fisso” - Rapporto Matassino]

• oltre a non essere geloso: “Frangipani Emilio, dichiara di conosce il Mele da circa
quindici anni, di averlo avuto alle dipendenze, sin da quando era ancora celibe, in
qualità di operaio agricolo. Afferma di aver conosciuto bene la Locci Barbara, ma
esclude di aver avuto rapporti amorosi con la stessa. Esclude che il marito possa
essere geloso della moglie” [Rapporto Matassino]

• oltre ad avere relazioni omosessuali con il SV: “fra la LOCCI Barbara, il MELE Stefano
ed il VINCI Salvatore intercorre, sin dall'inizio della loro conoscenza, risalente all'estate
del 1960, un rapporto sessuale a tre, in cui i due uomini interpretano reciprocamente
anche il ruolo della donna e dell'uomo” [Rapporto Torrisi 311/1]
▪ abbiamo già visto e analizzato come però tale rapporto a tre sia da leggere
molto più probabilmente come un quasi preferenziale rapporto a due tra il SM e
il SV

• anche che gli piace guardare [ NdA: “rientrando dal lavoro in casa, spesse volte
sorprende la moglie a letto, ora con Francesco VINCI, ora con Piero MUCCIARINI, ed
anziché meravigliarsi ed intervenire di conseguenza, si nasconde e si ferma a guardarli,
perché questo, come lui stesso ammette, è quello che piace “ - Rapporto Torrisi 311/1]
▪ e del resto, con classico lapsus freudiano disse “'gli trombassero la moglie sotto
gli occhi' (v. r. 2.8)” [Sentenza Rotella]

• e, cosa non da poco, era anche direttamente lui a portare gli uomini alla moglie
▪ “Pietro Locci, insieme ad Antonietta Mele, gli aveva fatto visita e aveva
rinfacciato al Mele che era lui stesso a portar gli uomini da sua moglie alla

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Romola [NdA: Romola di San Casciano; seconda tappa abitativa della famiglia di SM, dopo
quella alla Casellina” - Sentenza Rotella]

▪ “Mucciarini narra anche di un aperto rimprovero del vecchio Palmerio al figlio,


per analoghe ragioni.” [Sentenza Rotella]

▪ “Per motivi di lavoro poi conobbi il Lo Bianco, e lo presentai a mia moglie,


diventarono amanti” [Stefano Mele - Intervista su La Città - 13 novembre 1982 ]

▪ “quando lessi sui giornali di quanti amanti aveva rimasi stupito. Mi chiesi come
aveva potuto conoscerli, come aveva potuto iniziare le relazioni. Lei così poco
affascinante, con virtù del tutto nascoste” [Salvatore Vinci - Intervista su La città - 31
ottobre 1985].

Di ancor maggior importanza è che non esista alcuna testimonianza verbale o scritta che in
famiglia Mele, alcuno si fosse mai dato conto proprio di come con il figlio andasse a letto con
il SV.

• Certo, gli era stato rinfacciato di procurare gli amanti alla Barbara,

• lo si accusava di sopportare il comportamento libertino della moglie e delle sottrazioni


di denaro, portando discredito alla famiglia

ma vista la completa assenza di accuse di omosessualità nei suoi confronti da parte del suo
stretto entourage di conoscenze [ NdA: famiglia Mele e famiglia Locci, colleghi di lavoro, datori di lavoro,
Francesco Vinci], c'è semplicemente da immaginarsi che vista l'età, l'oligofrenia di cui era
affetto, la insita bontà di cuore e accondiscendenza caratteriale, a parte qualche mezza
rampogna sottovoce per la totale mancanza di gelosia dimostrata nei confronti della moglie,
più che altro a difesa del “buon nome” della famiglia, i parenti fossero totalmente all'oscuro
della sua relazione sessuale - omosessuale col Salvatore Vinci.

Si noti che:
• Antonietta Mele “È gravemente ammalata di cancro e morirà poco più di un mese dopo
(20 settembre 1982)” [Sentenza Rotella]

• Nel 1968, Stefano Mele, “Era già anziano e con un figlio bambino... SNIP... e che il
vecchio Palmerio era attaccatissimo al nipotino maschio” [Sentenza Rotella]

• 1968, “al vecchio Palmerio Mele, di 92 anni” [Sentenza Rotella]

• solo il “...Il 30 maggio 1985, Mele ...SNIP... Dichiara al g.i. di aver avuto insieme a sua
moglie rapporti omo-eterosessuali con Salvatore Vinci..” – Sentenza Rotella

Ossia, si noti come il SM, pur se a malincuore, ammette la propria omosessualità, solo dopo
che ormai del Clan Mele, non esiste più vera famiglia (gli anni e le malattie, si son portati via
il capofamiglia e donna di polso della casa. Altri parenti nel frattempo sono entrati in lite.).

Il segreto così a lungo celato, può ormai svelarlo. Non prima. Ma adesso si.

Il SM ormai non più bisogno di nascondere un fatto che avrebbe gettato nel più totale
discredito i suoi genitori e la sua famiglia tutta.

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La Locci

“L'ape Regina” [Sentenza Rotella] accasata col SM, poteva dirsi contenta:
• Giovane d'età [NdA: nata nel 1937, nel 1960 aveva solo 23 anni, e nel 1968, 31]

• Un tetto sulla testa [NdA: benché, dopo la cacciata di casa della coppia da parte del vecchio Palmerio,
si trattasse di casa alluvionata e col tetto da riparare: “Stefano Mele, rimasto senza abitazione, con la sua
parte, comprava una casa già alluvionata e perciò assai malridotta nella primavera del '67 a Lastra a
Signa. Ancora nell'imminenza dell'omicidio, oltre un anno dopo, si proponeva di farne mettere a posto il
tetto” - Sentenza Rotella]

• spiccioli facili da sottrarre al marito ed in famiglia, per offrire cibo e cinema all'amante
di turno [NdA: “era stata la Locci a pagare i biglietti per il cinema” - e “Mucciarini dice che si era recato,
mesi prima del delitto, a saldare, a L. a Signa, debiti del Mele, per conto del suocero. Il negoziante gli
aveva chiesto anche il saldo del conto di 'quell'altro' e cioè dell'uomo che viveva, in quel periodo, in casa
Mele, e cioè Francesco Vinci. Tale ultima cosa era nota già durante la degenza ospedaliera di Stefano, nel
febbraio 1968, a Palmerio e Maria Mele, che avevano incontrato F. Vinci in ospedale. Gli amanti della Locci
erano perciò considerati in guisa di sfruttatori” - Sentenza rotella]

• un vasto stuolo di amanti “ufficiali” ed occasionali a soddisfare i suoi appetiti sessuali,


che per far l'amore con lei entravano pure dalle finestre
▪ ufficiali: Giovanni Vinci, Francesco Vinci, Salvatore Vinci Carmelo Cutrona,
Antonio Lo Bianco, Piero Mucciarini, etc

▪ “La vita sentimentale della Locci, a parte il Lo Bianco, come sostengono tutti, dal
marito al Vinci, non era difatti limitata ai personaggi di cui si è sin qui detto.
Persino Giuseppe Barranca, cognato di Lo Bianco e compagno di lavoro di Mele
era uscito di notte in macchina con lei (cfr. dichiarazioni in corte d'Assise, vol.
1A)” [Sentenza Rotella]

▪ occasionali:gli uomini alle Cascine, ad esempio

▪ “quando lessi sui giornali di quanti amanti aveva rimasi stupito” [Salvatore Vinci -
Intervista su La città - 31 ottobre 1985]

▪ “il vecchio Palmerio aveva sprangato le finestre” [Sentenza Rotella]

• stile e apparizioni modello prima donna nel “bar dei sardi” di Prato [NdA: “la
frequentazione di Barbara di un bar di piazza Mercatale a Prato che tutti chiamavano il "bar dei sardi".]

• vitalità e forza di volontà

Infatti: una Barbara Locci, carica di energie, capace a fare e godere di fare all'amore [ NdA:
“Non era una statua. Quando faceva all’amore partecipava. Lo sapeva fare. Era questo che conquistava” -
Salvatore Vinci - Intervista su La città - 31 ottobre 1985 ], scaltra e giovane, nonostante le non ricche
condizioni di vita, appare ed è una figura piena di vita, dotata di forza autonoma di volontà.

Una Barbara Locci così dotata di autonoma forza di volontà che, quando il SV tenta di
riallacciare i rapporti, lei, donna “ di facili costumi”, lo scarica e si nega perfino al marito per
un paio di mesi [NdA:”da oltre due mesi, gli nega i rapporti” - Rapporto Torrisi 311/1], non essendo più
interessata ad un rapporto con mezzi uomini che a turno giocano a fare il maschio e la donna
tra di loro [NdA:”in cui i due uomini interpretano reciprocamente anche il ruolo della donna e dell'uomo ” -
Rapporto Torrisi 311/1].

Si notino, ad esempio, le parole del Giovanni Vinci: “Giovanni Vinci, invece non fa mistero

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della sua antica relazione con la Locci (c. 50 s., ibidem) e afferma: "Anche Salvatore aveva
avuto una relazione con questa donna… io credo. La relazione di Francesco con la donna
iniziò in epoca successiva…i rapporti della Locci Barbara con Francesco non erano riservati,
ma palesi e chiari…" [Sentenza Rotella].
Parole innocenti, che a prima lettura paiono non comunicare nulla di nuovo o particolarmente
significativo, ma che lette col bagaglio di informazioni che adesso possediamo, suonano come
un:
“col Francesco, vero e tutto maschio, la Locci non si faceva problemi anche ad ostentare
pubblicamente la usa relazione extraconiugale, mentre (la mancanza di pari affermazioni in
merito ne è un significativo rafforzativo) non teneva lo stesso comportamento col Salvatore,
quasi a vergognarsene”. [NdA: virgolettato dell'Autore – dialogo ipotetico]

Una Locci quindi, che anche nei suoi primissimi rapporti in seno al clan Mele, ha la volontà del
coraggio di tenere testa al capofamiglia, il vecchio Palmerio, arrivando addirittura a picchiarlo
per ben tre volte: “Dalla Romola Stefano e famiglia erano tornati in casa del padre e con il
fratello Giovanni (che però era per lo più a Mantova) in quel di Scandicci. Ma la convivenza,
per il comportamento della Locci, era diventata impossibile, tanto che il vecchio Palmerio
aveva sprangato le finestre. Suocero e nuora erano arrivati a vie di fatto (Maria Mele dice, il
24 marzo 1984, che la Locci aveva picchiato il vecchio Palmerio tre volte)” [Sentenza Rotella].

Secondo il Giovanni Vinci, le botte erano dettate dal rifiuto di lei verso le molestie sessuali da
parte del vecchio Palmerio: “Tal cosa era nota anche a Giovanni Vinci, il quale testimonia (già
al p.m. nel 1982, v. r. 48) che la Locci si era detta insidiata dal suocero” [Sentenza Rotella]

Una Barbara Locci, però, che nemmeno per un minuto vide la sua vita messa a rischio in quei
8 otto anni che intercorsero dal matrimonio fino all'omicidio.

• Certo, il Palmerio mise inferiate alle finestre;

• certo cacciò di casa il figlio SM e lei di lui consorte;

• certo venia accusata di infangare il buon nome della famiglia.

• Certo non cedeva alle avances sessuali del vecchio Palmerio.

Eppure, per lunghi otto anni, anni in cui non si faceva mancare alcun uomo [ NdA: ad eccezione
proprio del vecchio Palmerio che violentemente lei stessa rifiutò, sembrerebbe ], in cui usava i soldi del
marito per i suoi amanti, in cui era arrivata pure a picchiare un vecchio e capofamiglia: nulla
le era mai successo: nemmeno ricevere qualche sonoro ceffone in faccia da parte di alcuno
del nucleo famigliare [NdA: non si ha traccia di dichiarazioni in tal senso in alcun documento noto ].

Per non parlare del marito stesso, che mai cercò di modificarne lo stile di vita amorosamente
libertario, anzi. Al SM, una Barbara Locci “puttana”, faceva molto comodo e molto piacere.
Se contiamo poi anche la differenza di età, la povertà del SM stesso, l'oligofrenia, il piacere di
guardare gli altri far sesso e possibilità di aver uomini nudi circolanti per casa, e, non è fine
ammetterlo ma anche quello conta, la poca bellezza dello stesso, diventa automatico
accettarne lo status di marito “cornuto e contento”.

Così contento e così incapace, che mai e poi mai il SM di sua iniziativa avrebbe potuto anche
solo pensare di uccidere la “sua signora”
• “ Il Mele è incapace di astrazioni, e poco versato in concatenazioni logiche di una certa
complessità, come tutti coloro che hanno avuto una scolarità assai modesta e
particolari limitazioni nell'acquisizione delle strutture logiche del linguaggio” [Sentenza
Rotella]

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• “Mele, per quel che appare, è stimato incapace del delitto” [Sentenza Rotella]

• “poco affidabile come è Stefano MELE” [Rapporto Torrisi 311/1]

• “incapace del delitto e che le armi sono del tutto estranee alla sua famiglia di onesti
lavoratori” [Dichiarazioni della Antonietta Mele – 1982 – Sentenza Rotella]

• “alle Murate, un detenuto le aveva detto: "Io so che non è stato lui, povero tonto!"
(cfr. c. 35, vol. loc. cit.)” [Sentenza Rotella]

Uno Stefano Mele poi, capace di procurarsi un'arma da fuoco, appare così improbabile non
solo allo scrivente oggi, ma addirittura già all'epoca ad uno come il Francesco Vinci, che
infatti dichiara: “…può capitare tra gente di mala che si chiede un favore che poi si rende. Ma
Stefano non conosce nessuno del giro, non aveva amici” [Rapporto Torrisi 311/1];
e pure allo SV medesimo: “Persino lo stesso VINCI Salvatore, da persona estremamente
abile ed accorta quale è, non può fare a meno dall'adeguarsi agli altri, allorché parla di
Stefano, ritenendolo incapace di qualsiasi azione delittuosa, del tutto inabile ad usare
un'arma e che ritiene abbia pagato per conto di un altro” [Rapporto Torrisi 311/1].

Eppure la Locci Barbara venne assassinata. Ci stiamo avvicinando al comprenderne il perché.

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Il Clan – Palmerio Mele, Giovanni e le donne di famiglia

E poi abbiamo il Clan vero e proprio, col vecchio Palmerio Mele, padre di Stefano Mele,
originario di Fordongiànus in provincia di Cagliari, che nel 1952 raggiunse il figlio Giovanni a
Casellina, vicino a Scandicci, con la moglie Pietrina ed i figli Stefano e Antonietta. Quando
Stefano Mele si sposò con Barbara Locci, si stabilirono presso l'abitazione di Palmerio.

Una famiglia, tradizionale, legata ai suoi avi e ai suoi capi-famiglia. Una famiglia sarda,
matriarcale, di onesti lavoratori, con tra i figli e le figlie, lo Stefano Mele.
Non un poco di buono, ma semplicemente un “mezzo incapace”. Un figlio maschio, non
primogenito, che non è capace a farsi rispettare. In grado di portare a casa il minimo per
sopravvivere. Non un lavativo, ma uno che non merita fiducia per lavori più impegnativi della
bassa, comune e ripetitiva manovalanza. Un figlio a cui la famiglia vuole bene, anche visti i
limiti. A cui combinano il matrimonio con la Barbarina, anche nella speranza che la giovane
donna sia d'aiuto in casa e possa badare al Palmerio che invecchia sempre di più [ NdA: Vedasi
Sentenza Rotella]. Una famiglia a cui, nonostante la cacciata di casa, il SM porta il suo rispetto e
la sua obbedienza.
Certo, li porta come può, ossia un po' da lontano, mescolati in mezzo alle corna e alle voci di
paese sui sempre più numerosi amanti della moglie. Ma Palmerio è suo padre e merita tutto il
rispetto che un figlio al padre può e deve dare; e poi ci sono la madre e le sorelle. E le
tradizioni son cose che entrano nel DNA. Insomma, è un bravo cristo lo Stefano Mele, pur
essendo una spina nel fianco dell'onorabilità della famiglia. E poi, lo Stefano, il “povero grullo
di famiglia” ha portato, forse inaspettatamente anche vista l'età, nuovo fresco sangue Mele in
famiglia: Natalino. Il nonno Palmerio ne è orgoglioso e affezionatissimo al piccolo.

Ma, già dai precedenti capitoli, si è visto come i comportamenti della Locci creassero tensioni
in seno a tale nucleo famigliare [NdA: forse anche perché la giovane Barbara, rifiutava le avances del
vecchio Palmerio, stando a quello che racconta il Giovanni Vinci ]. Lo stuolo di amanti coi quali cornificava
il marito, consenziente, non potevano certo passare inosservati né nel clan né nelle voci di
paese.
Il buon nome della famiglia è un onore da difendere. O almeno avrebbe dovuto.

Però, come già abbiamo visto, al di là del cacciare di case il figlio e la moglie fedifraga: il clan,
per lunghi otto anni: non fece assolutamente niente altro.
• “L'impossibile convivenza era sfociata in una decisione di Palmerio Mele, che
Maria giudica rovinosa per la famiglia. Il vecchio padre, stanco della convivenza
e bisognoso di un'assistenza che la nuora non gli assicurava, aveva venduto la
casa in cui abitava, a prezzo inadeguato, pur di far presto e suddividendo il
ricavato tra i figli, che pure vedevano disperse maggiori aspettative patrimoniali.
Palmerio Mele andava a vivere con una delle figlie (cfr.: anche le dichiarazioni di
Marcello Chiaramonti, marito di Teresa Mele). Stefano Mele, rimasto senza
abitazione, con la sua parte, comprava una casa già alluvionata e perciò assai
malridotta nella primavera del '67 a Lastra a Signa “ [Sentenza Rotella]

Non si ha notizia di “ri-educativi sonori ceffoni” rifilati alla Locci.


Non si ha notizia di denunce alla polizia per tradimenti.
Non si ha traccia di tentativi di estrometterla dal nucleo famigliare dello Stefano.
Nulla.

Solo un intervento di grate alle finestre [ NdA: “il vecchio Palmerio aveva sprangato le finestre.” -
Sentenza Rotella] e la più drastica, ma sempre pacifica, decisione di vendere casa per dare ai
figli e alle figlie la propria parte, di modo che il SM e la Locci andassero a vivere sotto un
tetto differente dal suo.

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Ma la spiegazione ben si intende:


• “il vecchio Palmerio [NdA: era nato il 13 gennaio 1919 – Rapporto Matassino] era attaccatissimo
al nipotino maschio” [NdA: il figlio, della Locci e forse del SM o forse del SV] – [Sentenza Rotella]
▪ nota a margine, il vecchio capo-famiglia Palmerio, aveva altresì grande fiducia
ed affetto per il Mucciarini; infatti “Palmerio Mele, che aveva assai stima di lui.
Gli affidava, lo si è visto, l'incombenza di andare a pagare per suo conto i debiti
della famiglia di Stefano.” [Sentenza Rotella]

• il SM comunque la difendeva [NdA: le voleva bene alla “sua signora”]

• il capofamiglia, è comunque ormai veramente vecchio [ NdA: nel 1982 “Palmerio Mele, di 92
anni, malfermo, ma lucido (pg. 40. loc. cit.).” - Sentenza Rotella], e sempre meno riesce a tenere
il polso della famiglia
▪ si noti infatti con la lettura della Sentenza Rotella, l'insistenza della presenza
delle voci femminili della famiglia e dei parenti acquisti, piuttosto di quella del
vecchio Palmerio, appunto [NdA: solo per comodità di scorrevolezza del documento, si evita
qui di riportare le abbondanti e numerose citazioni possibili in merito ]

• e, non per ultima cosa, i Mele, non risultano essere una famiglia di malavitosi; non
hanno diretti rapporti con i sardi della malavita dei sequestri, ad esempio. Non si
portano appresso denunce per rapine o quant'altro. Certo, sono sardi e al mondo degli
emigrati sardi in Toscana possono accedere; certo visto il tenore dei lavori che
svolgono hanno contatti con persone di basso livello sociale, gente che più che altro
magari si ingegna a sbarcare il lunario; ma a tutti gli effetti non risultano una famiglia
dedita al crimine, alla vendetta, al far scorrere il sangue come normale modo di lavare
onte all'onore. “Le armi sono del tutto estranee alla sua famiglia di onesti lavoratori”
[Dichiarazioni della Antonietta Mele – 1982 – Sentenza Rotella ].
Che non fosse una famiglia di incalliti delinquenti però, non è sufficiente ad escludere
in maniera totale e completa, ad esempio e per puro esempio, che il Palmerio, non
possedesse un arma da fuoco, a scopo di pura legittima difesa, acquistata al mercato
nero.
▪ Essendosi trasferito in Toscana nel 1952, quand'anche avesse portato con sé
un'arma dalla Sardegna, questa non potrebbe essere la famosa calibro 22 L.R, in
quanto tale calibro 22 L.R. Viene comunemente identificata con una Beretta
Mod. 70, che entrò in produzione solo a partire dal 1958. Infatti:
▪ “L’identificazione dell’arma con una Beretta semiautomatica in calibro .
22L.R. della serie 70 è stata possibile dall’identità di classe dei bossoli
repertati nei vari omicidi, mentre l’unicità dell’arma impiegata è stata
riconosciuta da specifiche marcature che questa lascia sui bossoli di
risulta. Il fatto che l’arma possa essere – molto probabilmente – una
Beretta della serie 70 restringe il numero di possibili modelli ma non
ne identifica uno in particolare, perché nella serie 70 esistono diversi
modelli entrati in produzione a partire dal 1958.” [Enrico Manieri]

Ma in famiglia vi sono anche i Giovanni Mele e i Piero Mucciarini [NdA: sposo della figlia di Palmerio,
Antonietta Mele], che poi “il magistrato Rotella su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Izzo,
spiccò i mandati di cattura per Giovanni Mele e Piero Mucciarini che furono arrestati il 26
gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti avvenuti dal 1974 al
1983”, che dunque risultarono ovviamente estranei ai delitti del MdF quando questi tornò a
massacrare persone nel 1985 a Scopeti.

Certo, sul Giovanni, a differenza del Palmerio, qualche cosa in più si può dire, specialmente
per quello che riguarda azioni, di vita, carattere ed abitudini:

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• autore del famoso biglietto trovato in tasca allo SM [ NdA: “RIFERIMENTO DI NATALE
riguaRDO LO ZIO PIETO. Che avesti FATO il nome doppo SCONTATA LA PENA. COME
DA ESAME Ballistico dei colpi sparati” - “chi scrive il biglietto (Giovanni Mele)” -Sentenza
Rotella]

• “Il 24 gennaio 1984 vien disposta perquisizione vuoi nell'abitazione attuale di Giovanni
Mele ...SNIP... Nel bagagliaio della sua autovettura sono rinvenuti taluni degli oggetti
indicati dalla Libbra [NdA: Iolanda Libbra, “di circa 60 anni, si presenta ai carabinieri di Scandicci il
21 gennaio 1984 e rilascia dichiarazioni a carico di Giovanni Mele, con il quale ha avuto un'amicizia intima ”
- Sentenza Rotella] (corde, disinfettante-solvente, riviste pornografiche). Un coltello,
tuttavia diverso da quello descritto dalla donna, anche se di dimensioni
apprezzabili ...SNIP... in casa è rinvenuto un ricco armamentario di strumenti da punta
e taglio, adattati o forgiati (secondo spiegazioni del detentore) per il lavoro sul sughero
(al quale risulta effettivamente dedito)...SNIP...Sono inoltre repertati blocchi di appunti
con singolari piantine, agende con annotazioni, del tipo "I dicembre, luna piena, giorno
favorevole.", di targhe di autovetture con indicazioni dei dati e del colore dei veicoli”
[Sentenza Rotella]. Nota: il Giovanni Mele fornì spiegazioni convincenti in merito agli
oggetti ritrovati, meno per gli appunti relativi alle targhe delle auto]

Nel corso del medesimo giorno, la perquisizione a casa del Mucciarini Piero diede invece esito
“infruttuosa“ [Sentenza Rotella]. Come vedremo in seguito, l'arma dopo il delitto non fu lasciata
in suo carico, e dunque non sarebbe stato possibile trovarla a casa sua.

I due, comunque, sappiamo con certezza assoluta che alla data del delitto degli Scopeti si
trovavano in stato di detenzione: dunque non potevano essere il MdF [ NdA: mostro unico e solo,
come visto in precedente capitolo].

Vi è poi il Marcello Chiaramonti [NdA: marito di Teresa Mele], che sappiamo essere stato poi
prosciolto con la famosa sentenza il 13 dicembre 1989, dal giudice istruttore Mario Rotella.

E poi ci sono le donne del clan:


• le sorelle di Stefano Mele: Teresa Mele (moglie del Chiaramonti), e Antonietta Mele
(moglie del Mucciarini), “che abita con la famiglia in una casa vicina a quella di Maria e
Palmerio Mele a Scandicci, è gravemente ammalata di cancro e morirà il 20 settembre
1982)” [Sentenza Rotella], e Maria Mele [NdA:“Lo zio Napolino è il marito (allora vivente) di Maria
Mele, sorella di Stefano, e i due abitano appunto alle Cinque Vie. La zia Maria è la sorella maggiore di
Stefano (germana, a differenza di Antonietta e Giovanni e ancora di Teresa) e non ha figli propri ” -
Sentenza Rotella].
• Pietrina Mele, moglie di Palmerio e madre di Stefano e Giovanni Mele e delle loro
sorelle.

Leggendo la Sentenza Rotella [NdA: anche in questo caso, si lascia al lettore il compito di tale lettura al
fine di non appesantire e deragliare il discorso presente in questo documento di studio ], è facile accorgersi
dell'importanza che tali figure femminili rivestivano all'interno del clan Mele; si vedano in
merito tutti i loro sforzi, logici e comprensibili dal loro punto di vista, volti ad “accudire ed
indirizzare” il piccolo Natalino [ NdA: figlio della Locci e del Mele Stefano, unico testimone del delitto di
Signa], a proteggere ”gli uomini”, mariti e parenti, del clan; ad esempio:
• “Dell'oggetto di questo interrogatorio, prima di essere sentito ho accennato
brevemente per telefono solo a mia zia Maria, la quale mi ha consigliato di dire che
quella notte dormivo e quindi di non essere in grado di riferire nulla" (c. 16 ss. vol. 5C,
escuss. Testi)” [Interrogatorio del Natalino Mele del 16 agosto 1982 – Sentenza Rotella]

• “Quella stessa sera, appena andati via i magistrati, Antonietta Mele Mucciarini telefona
a casa della sorella Maria ...SNIP... Sulla stessa linea di Antonietta, sarà il 21 agosto del

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1982, la sorella Teresa Mele ...SNIP... L'ascolto delle telefonate avrebbe consentito
d'intendere solo in qualche misura che, essendo la nuova inchiesta principiata da
Natalino, e avendo questi, nel 1968, accusato, oltre il padre, lo zio Pierino, marito della
zia Antonietta, le preoccupazioni delle sorelle Mele vertevano anche in una direzione,
che non aveva nulla a che fare con Vinci e i suoi fratelli ” [Sentenza Rotella]

Non stupisca dunque un simile atteggiamento; vi è a proposito della figura della famiglia
sarda (ed in particolare il ruolo della donna e dell'educazione), un interessante articolo dal
titolo: “il messaggio educativo della fiaba sarda”, ve ne riporto alcuni significativi estratti:

• Il padre era colui che in qualità di capofamiglia, spettava una funzione economica e
autoritaria. Capitava spesso che mancasse lunghi periodi dalla propria casa per motivi
di lavoro

• la madre badava alla casa ed all’educazione dei figli, non solo, anche a lei capitava di
lavorare come “srebidora” (serva) nelle case delle famiglie benestanti;

• il primo figlio maschio era il patriarca, e badava alla famiglia nei lunghi periodi di
assenza del padre dalla propria casa.

• le figlie femmine aiutavano in casa, badavano all’educazione dei fratelli più piccoli, ed
anche loro, giunte all’età di sei, sette anni, cominciavano a cercare lavoro come
“srebidorasa” nelle case dei più ricchi .

• La società sarda era una società matriarcale, ossia, basata sulla figura della donna.
Essa era colei a cui, alla fin dei conti, possedeva più responsabilità. L’assenza della
figura maschile comportava alla donna il compito di dover accudire la famiglia
completamente da sola.

• in passato non si aveva tanto tempo da dedicare ai bambini. Il periodo dell’infanzia non
era visto, come un periodo da salvaguardare, ma piuttosto come un peso per i genitori,
poiché un bambino, essendo piccolo, necessita di cure e di attenzioni, che tolgono
tempo al lavoro, quindi prima i bambini crescevano, prima potevano dare una mano in
casa.

• I processi educativi utilizzati da tutte le mamme per far sì che i propri figli obbedissero
ad un loro ordine prevedevano l’uso di una serie di spauracchi atti ad inculcare nel
bambino la paura del pericolo o di quant’altro potesse nuocerli. ...SNIP....Crescendo,
poi, tutte le mamme passavano dal raccontare le precedenti storie a quelle in cui si
narrava delle gesta degli eroi sardi come Iolao, Norax e Torco, ma soprattutto
narravano loro anche le grandi azioni dei banditi, che con il loro coraggio sfidavano la
giustizia quasi prendendola in giro; insomma, il loro scopo era che, crescendo, i loro
figli diventassero dei balenti.

• Si pensava così ad un bambino che doveva crescere in fretta, senza dargli troppo
affetto, perché l’affetto era un sentimento che non si addiceva ai giovani balenti, e
grazie alla paura inculcatagli dagli spauracchi che un tempo avevano fatto temere i
suoi stessi genitori, come lo spauracchio dell’orco e delle streghe, gli si insegnava le
buone maniere e la sottomissione a certi modelli di comportamento.

• I valori che si trovano all’interno di una fiaba, quali il ruolo della donna, la bellezza, il
potere, i rapporti e le figure sociali, la forza fisica, la felicità nel matrimonio, ecc. non
potevano trovare posto in una società come quella sarda presente sino al secondo
dopoguerra, proprio perché andava contro i capisaldi della vecchia educazione fondata

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sull’autoritarismo, sul ruolo della donna e sui compiti che una famiglia doveva
affrontare.

Il ruolo e la figura della donna, in Sardegna, così come la Locci, era ed è quello di figure
“Indipendenti, orgogliose, forti e tenaci… sono queste le donne sarde che nelle varie epoche
hanno costruito e trainato il destino di questa terra così bella e selvaggia. D’altronde la donna
in Sardegna ha sempre rivestito un ruolo primario nella società che l’ha resa fulcro e cuore
pulsante di ogni comunità. Dal neolitico al medioevo, passando per l’epoca del banditismo,
fino ad arrivare ai giorni nostri...” [Fonte: sito SardiniaIn.com]

Non stupisca dunque, ma nemmeno ce ne si dimentichi troppo in fretta.


Infatti, con un capofamiglia ormai vecchio, la moglie di lui altrettanto, ed con in famiglia un
oligofrenico, allegramente e liberamente coperto di corna, onta e vergogna del buon nome
famigliare di “onesti lavoratori” [Sentenza Rotella], anche la loro voce in capitolo non poteva che
contare.

Ovviamente, parlando della famiglia Mele, non possiamo evitare di parlare di Natalino... ma
lo faremo più avanti; adesso è il momento di verificare nel dettaglio cosa avvenne la notte del
21 agosto 1968.

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Castelletti di Signa, 21-22-23-24 agosto 1968

Investigatori, esperti mostrologhi, appassionati alla vicenda di cosa accadde il 21 agosto


1968 già hanno letto e già sanno tutto, o quasi. Ma siccome qualcosa può sempre essere
sfuggito o visto sotto una differente luce, e siccome scopo del documento di studio è anche
quanto più possibile porre dei punti di riferimento ufficiali alle informazioni, mi permetto di
riportare alcuni dati e note [ NdA: in parte già elencati in precedenti capitoli ], fondamentalmente a
titolo rafforzativo di concetti già noti.

• 1) Nella giornata del 21 agosto 1968, passano per casa Mele/Locci, il “Lo Bianco e un
tale “Virgilio”, giovane siciliano non meglio conosciuto, affermando che anche costui è
stato amante della moglie circa un anno prima” [Rapporto Matassino]

Tale “Virgilio”, sarà poi identificato nella persona di Carmelo Cutrona: “pseudonimo da
lui [NdA: Stefano Mele] adoperato per indicare Carmelo Cutrona” [Sentenza Rotella].

Interrogato il 22 agosto, e richiesto di fornire un alibi, il Cutrona dice che “la sera del
21 è stato al cinema a Lastra a Signa con lo zio Cannizaro Antonio, ed è rincasato
verso le ore 24 senza più uscire fino al mattino successivo” [Rapporto Matassino].
Alibi , come facilmente immaginabile visto il grado di stretta parentela, confermato dai
parenti e dai famigliari [NdA: vedasi Allegato numero 11, Rapporto Matassino].

“la perquisizione domiciliare eseguita nelle abitazioni di: Mele Stefano, Vinci Francesco
e Cutrona Carmelo, per la ricerca dell'arma del delitto, non rinvenuta sul posto, dà
esito negativo” [Rapporto Matassino]

La tristemente famosa calibro 22 L.R, come vedremo, si trova ormai già nelle mani di chi, 6
anni dopo, inizierà il percorso di “mostro”. Ma torniamo alla ricostruzione cronologica.

• 2) Il 21 agosto, la sera, “la moglie e il figlio Natalino ...SNIP... sono usciti in macchina
con tale “Enrico”...SNIP...sono andati al cinema a Signa” [Rapporto Matassino].
“Enrico” sarà identificato appunto nel Lo Bianco Antonio [ NdA: “cioè Lo Bianco” - Sentenza
Rotella].

Si tratta del cinema “Arena Michelacci” di Signa, “che il Mele indica come il cinematografo
posto davanti alla chiesa” [Rapporto Matassino], dove, quella sera, veniva proiettata la pellicola
“Nuda per un pugno di eroi” [Dichiarazioni ai Carabinieri di Elio Rugi, proprietario del cinema “Arena
Michelacci” – Rapporto Matassino; vedasi allegato numero 33]

• 3) I tre, Lo Bianco, Locci, Natalino, una volta usciti dal cinema “si dirigono verso il
cimitero di Signa, da lì imboccano la strada interpoderale Signa – Sant'Angelo a Lecore
e la percorrono per circa 150 metri, fino a fermarsi dove verranno in seguito rinvenuti
cadaveri dentro l'auto, la Alfa Romeo Giulietta TI, targata AR53442 del Lo Bianco; auto
che il Lo Bianco ha comprato facendosi fare un prestito, dal suo datore, di lavoro che
estingue con regolare trattenuta mensile”. [NdA: parafrasi della ricostruzione in vivo eseguita
dal SM il 22 agosto 1968 – Rapporto Matassino].

• 4) alle due di notte precise del 22 agosto 1968[ NdA: “il muratore, anche perché non aspetta
nessuno, istintivamente guarda l'orologio e constata che sono le ore 02,00 precise” - Rapporto Matassino]
Natalino Mele, senza scarpe e con ai piedi solo dei “calzini gialli” [Rapporto Matassino] fa
squillare “il campanello dell'abitazione del muratore De felice Francesco, posta in via
Campi Bisenzio – frazione Sant'Angelo a Lecore, Via Vingone numero 154/1”
[Rapporto Matassino]

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Le scarpe di Natalino, verranno poi ritrovate dentro l'auto: “Tra il sedile anteriore e
quello posteriore sono anche scarpe infantili, attribuite a Natalino” [Sentenza Rotella]

• “Nonostante l'ora tarda, il De Felice è sveglio, così pure la di lui moglie, ed ha la luce
della camera da letto accesa, perché un suo figliolo ha chiesto dell'acqua da bere”
[Rapporto Matassino]

• il De Felice, affacciatosi alla finestra, vede Natalino che subito gli dice: “Aprimi la porta
perché ho sonno ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché
c'è la mia mamma e lo zio che sono morti in macchina” [Rapporto Matassino]

• 5) Il De Felice, avvisa il vicino di casa, Marcello Manetti, che abita al piano superiore
[Rapporto Matassino], chiedono ulteriori informazioni al Natalino che tergiversa [ NdA: “si
limita a dire che la mamma e lo zio sono morti, ma non sa come” - Rapporto Matassino] e con il
Manetti si dirige alla Stazione dei Carabinieri di S. Piero a Ponti, dove avvisano del fatto
il carabiniere di servizio.
Quindi il Carabiniere di servizio, il De Felice e il Natalino, su indicazioni del Natalino
stesso, “dopo alcuni giri viziosi” [Rapporto Matassino] giungono “al bivio per Comeana
ove, a circa cento metri sulla destra, in una strada interpoderale, con la parte anteriore
rivolta verso Sant'Angelo a Lecore, è parcata una Giulietta Alfa Romeo TI targata
Arezzo, con il lampeggiatore destro in funzione” [Rapporto Matassino]

• 6) “alle 3,30 – sempre del 22 agosto 1968 – giunge sul posto il Comandante della
Tenenza di Signa” [Rapporto Matassino], che rileva che:
▪ “la freccia destra dell'autovettura è in funzione” [Rapporto Matassino]

▪ “le portiere sono tutte chiuse, all'infuori di quella posteriore destra che è semi
aperta” [Rapporto Matassino]

▪ “i cristalli sono tutti alzati, tranne quelli della fiancata sinistra che si presentano:
- l'anteriore abbassato di circa 3 centimetri, ed il posteriore abbassato circa a
metà” [Rapporto Matassino]

▪ “la zona è completamente al buio, il cielo è coperto, vi è una leggera foschia e


molta umidità” [Rapporto Matassino]

• 7) Terminati i rilievi, senza spostare i corpi, ed identificate le vittime, “alle 6,30 del 22
detto giunge sul posto il Sostituto Procuratore della Repubblica, Dr. Antonino
Caponnetto, il quale, resosi conto dell'accaduto, autorizza i rilievi fotografici” [Rapporto
Matassino]

Non sembra allo scrivente di grande utilità, perdersi in una dettagliata descrizione della
posizione dei corpi e/o delle ferite: per quello sono a disposizione il Rapporto Matassino e la
Perizia De Fazio. La scena, comunque, è “semplice” nella sua descrizione:
Il Lo Bianco sta sdraiato sul sedile anteriore destro, sedile passeggero, i calzoni mezzi
abbassati; la Locci sul sedile anteriore sinistro, lato guida per intendersi; “In ogni caso il
dorso non poteva essere appoggiato al sedile, sebbene reclinato in avanti o in parte nascosto
sotto al cruscotto. Ovvero, all'inizio dell'azione omicidiaria, la donna poteva essere in qualche
modo protesa dai sedile sx a quello dx, coi busto ed il capo, verso il corpo dell'uomo” [Perizia
De Fazio], è china sul basso ventre dell'uomo, intenta, forse, in un rapporto orale.

“Dal punto di vista necroscopico i colpi esplosi sui corpi delle vittime sarebbero quindi
complessivamente otto (4+4) con cinque proiettili ritenuti”. [Perizia De Fazio], “uniti da unico

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tramite con traiettoria da sx. a dx” [Perizia De Fazio] [NOTA*1]

“[NOTA*1]: Per la Locci, vi è anche un unico colpo con traiettoria dx – sx [ NdA: vedasi Perizia De
Fazio];
questo colpo può essere inteso come un colpo “sparato a se stante”, o più facilmente come
colpo con distinta traiettoria dovuta a un movimento di rotazione del corpo della donna.
Nel caso di colpo sparato a se stante, tale colpo risulterebbe ben difficilmente poter essere
stato sparato attraverso i soli 3 centimetri del finestrino anteriore, anche visti i due bossoli
ritrovati dentro l'auto, che significano che la mano che impugnava l'arma era dentro l'auto e
non più fuori. In tal caso, almeno due colpi avrebbero dovuti essere sparati o dal finestrino
posteriore sinistro, o successivamente all'apertura della portiera per frugare e ricomporre i
cadaveri, come si vedrà.
In una simile occasione, è pure possibile leggere gli ultimi due colpi come “colpi di grazia”,
magari sparati anche da mano differente da quella dello sparatore iniziale. A supporto di
questo, potrebbe esservi con coerenza la traccia di sparo identificata tramite il guanto di
paraffina, sulla mano destra del SM.
Come si vedrà, per ragionamento globale, la cosa comunque nulla aggiunge e nulla toglie
all'impianto logico vero e proprio.
Data dunque l'indeterminatezza e la mancanza di cambi nei risultati, si ritiene di
soprassedere ad ulteriore dettagliata disamina. A detta dello scrivente, ossia con valore
puramente soggettivo, i colpi possono anche essere stati tutti sparati attraverso il finestrino
posteriore sinistro, con la mano dell'assassinio che piano piano, poco alla volta, si avvicina ai
bersagli fino ad entrare dentro l'auto attraverso la porzione di spazio risultante tra il vetro e il
montante della portiera.

Quindi, le uniche cose di rilievo da far notare sono come:


• i colpi siano equamente suddivisi su entrambi i bersagli

• i colpi siano stati esplosi attraverso la porzione di finestrino aperto

• i colpi vanno tutti a bersaglio

• nessun colpo, volutamente, attinge il Natalino, sdraiato a dormire sul sedile posteriore

• 8) sempre il 22, alle 7 del mattino, i Carabinieri si presentano presso l'abitazione di


residenza del SM, ma “suonano al campanello dell'inquilino del piano di sotto” [Rapporto
Matassino]. Pur non essendo lui l'interessato della scampanellata, alla finestra si affaccia
proprio il SM, che dice: “aspettavo che mi portassero la notizia se del caso fosse
capitato qualche cosa” [Rapporto Matassino], e poi, ascoltato dai Carabinieri presso la
Stazione di Signa, dichiara che: “è rimasto tutta la notte sveglio, in attesa della moglie
e del figlio, e che non è uscito a cercarli perché si sentiva male” [Rapporto Matassino]

Alla notizia della morte della moglie, datagli dai Carabinieri, il SM ha una reazione
“relativa e poco genuina, non si preoccupa di sapere come è successo, bensì precisa
che lui per tutta la notte non si è mosso di casa” [Rapporto Matassino]

• Solo dopo aver fornito altre dichiarazioni e risposte, il SM “chiede infine notizie del
figlio, ma con tale fare che lascia chiaramente intendere che ne conosce di già le sorti )
vedasi allegato n°8)” [Rapporto Matassino]

• 9) sempre in data 22 agosto 1968, presso la caserma di Lastra a Signa, vengono


eseguite le prove del guanto di paraffina per Stefano Mele, Cutrona Carmelo, Vinci
Francesco [Rapporto Matassino]. [NOTA*1]
▪ Stefano Mele: mano destra - colorazione azzurra in zona di circa tre millimetri

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in corrispondenza della piega della pelle tra il pollice e l'indice [Rapporto Matassino]

▪ Francesco Vinci: mano destra – esito negativo [Rapporto Matassino]

▪ Carmelo Cutrona: entrambe le mani - colorazione azzurra di tipo puntiforme


estesa per quasi tutta la parte interna dei due calchi (destra e sinistra) [Rapporto
Matassino]

[NOTA*1]: la tecnica del guanto di paraffina (nata nel 1914 e oggi superata), ha come
inconveniente principale che i reagenti utilizzati nella prova si comportano allo stesso modo con
una molteplicità di altre sostanze (fertilizzanti, saponi, solventi, ecc etc...), offrendo un troppo
elevato rischio di rilevare un "falso positivo". Per tale ragione questa metodica è stata soppiantata
da una tecnica più specifica per la raccolta dei residui, denominata stub (tampone). [Fonte:
Wikipedia]

• 10) il giorno successivo, il 23 agosto, “alle 11,35” [Rapporto Matassino], interrogato


nuovamente il SM, “indica, tale Salvatore Vinci come autore del duplice omicidio”
[Rapporto Matassino], “per estinguere un debito di trecentomila lire con il Mele” [Rapporto
Matassino].
▪ Si noti come la cosa mal si concilia con le “lettere e documenti (taluni
riguardano il saldo di un debito in titoli, scaduto all'epoca del delitto, in favore di
Salvatore Vinci)”, rinvenuti a casa della Maria Mele [Sentenza Rotella]

▪ si noti anche come, subito a ridosso del primo duplice delitto, il nome del SV, sia
fin da subito “servito su un piatto d'argento” agli investigatori.

▪ si noti, come l'alibi [NdA: “la sera del 21 agosto era stato a giuocare a biliardo con due amici
(Silvano e Nicola)”- Sentenza Rotella] fornito dal SV a propria discolpa, per l'esattezza
alla chiamata di correità come raccontata dal SM ai Carabinieri in seconda
battuta lo stesso giorno, risulterà “non regge[re] obiettivamente, perché
risponde ad un accadimento reale del giorno prima del fatto. Non ne era
riscontro la testimonianza del Vargiu, che, sentito a distanza di tempo dai fatti,
lo aveva confermato su richiesta del Vinci. Non era riscontrato da Antenucci,
quanto piuttosto serviva a forzare costui ad una ricostruzione che ad esso
corrispondesse. A riscontrarlo, all'evidenza, si è voluto sempre sottrarre il
Biancalani, ancora chiamato in ausilio nel 1983 dal Vinci” - [Sentenza Rotella]

▪ si noti come il SM, oligofrenico di medio grado, ossia non una cima di
intelligenza ma nemmeno uno stupido completo; di carattere buono e
mediamente propenso ad obbedire ben più che a comandare [ NdA: vedasi i rapporti
in famiglia, quelli con la Locci e quelli coi suoi vari amanti, SV in primis]; mai invischiato in
problemi di mala o di reati; nato e vissuto in una famiglia di “onesti lavoratori”;
per nulla abituato a confrontarsi con un interrogatorio dei Carabinieri, e per di
più in un interrogatorio che lo vede primo attore per un reato grave come un
duplice omicidio, al primo impatto con tutto questo: appena messo alle strette
crolli e subito faccia il nome del SV.
▪ Ma tale “crollo e confessione”, come si vedrà il successivo 24 agosto
1968, sarà solo momentaneo. Inoltre, la stessa “confessione” del 23
agosto, appare per nulla completa e realmente descrittivamente
sincera. Come se un un alone di nebbia fosse intenzione spanderlo fin
da subito [NdA: nessuna conferma a ciò; più che altro allo scrivente appare come
possibile chiave interpretativa di lettura. Ma non essendoci particolari dati a supporto,
non viene introdotta come ipotesi nel documento di studio ]

▪ si noti anche quanto rimarca il Ten. Col. Torrisi a proposito del SM: “Da

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persona sempliciotta il quale egli è, Stefano è solo in grado di mentire,


ma non di inventare menzogne” [Rapporto Torrisi 311/1]

• 11) L'accusa è così maldestra, che sommata ad altre altalenanti dichiarazioni che tra
l'altro lo auto-accusano, porta i carabinieri a “interrogarlo nuovamente” [Rapporto
Matassino].

A detta dello scrivente, è facile notare come questa nuova ricostruzione, suoni ancora
più fasulla: Un SM “geloso” che decide così su due piedi di far fuori l'amata moglie,
sparando attraverso 3 centimetri aperti di finestrino; è ad esempio sintomo di poca
fantasia, e la quantità di banali particolari aggiunti, come la boxe del lo Bianco,
altamente sospetta. Il tutto poi, verrebbe inquadrato quasi come casualità: se
passando davanti al cinema non avessero visto l'auto del Lo Bianco? Che avrebbero
fatto? Avrebbero desistito o no? Comunque, eccone il sunto:

▪ alle 23,30 del 21 agosto, stanco di stare in casa da solo, sarebbe uscito e
avrebbe camminato fino in Piazza 4 Novembre
▪ SM abitava a Lastra a a Signa, a circa 5 km di distanza

▪ lì avrebbe incontrato il SV, con il quale inizia a chiacchierare, rispondendo alle


domande di lui su dove sia la Locci. Il SM gli dice che la Locci dovrebbe essere al
cinema a Signa [Rapporto Matassino]

▪ il SV lo consiglierebbe di farla finita con la donna ed ucciderla, e lui si


lamenterebbe di non poterlo fare non possedendo un arma, perché il Lo Bianco
avrebbe praticato la boxe. [Rapporto Matassino]

▪ Il SV, a questo punto, si offrirebbe lui volontario per fornirgli l'arma. [ Rapporto
Matassino]
▪ che già teneva in auto, visto che non passano da nessuna parte a
prenderla, secondo le parole del SM

▪ Montati entrambi nella “Fiat/600” del SV, si recherebbero a questo punto a Signa
fino davanti al cinema, dove vedrebbero l'auto parcheggiata del Lo Bianco.
[Rapporto Matassino]

▪ Li aspetterebbero, li seguirebbero con l'auto del SV, e quindi, messagli in mano


l'arma dal SV, il SM si avvicinerebbe di soppiatto all'auto e sparando dal
“finestrino anteriore sinistro” [Rapporto Matassino], ossia quello “ l'anteriore
abbassato di circa 3 centimetri” [Rapporto Matassino]

▪ Natalino a quel punto si sveglierebbe, lo riconoscerebbe e lui, preso dal panico,


lui scapperebbe lasciando lì Natalino, tornando invece dal SV. Restituendogli la
pistola e facendosi poi riaccompagnare in auto fino al ponte di Signa [ Rapporto
Matassino]

Ossia, già nello stesso identico medesimo giorno, comincia a sgravare le accuse contro il suo
amante SV: con questa seconda dichiarazione infatti, il SV da “duplice assassino”, passa solo
più a rivestire il ruolo di “complice”, addossandosi invece a lui stesso la materialità del delitto.
▪ Ma c'è di più, come vedremo il 24 agosto

▪ ma c'è di più, anche appena si andranno a vedere le dichiarazioni del Natalino

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• 12) Dopo aver chiamato in causa il SV, i Carabinieri ovviamente lo rintracciano,e come
già detto, il SV fornisce a propria discolpa un alibi che si scoprirà non reggere affatto

• 13) ““in data 24 agosto .68, presso le Carceri Giudiziarie di Firenze, Il Sig. Sostituto
Dr. Caponnetto procede all'interrogatorio del Mele Stefano e del Vinci Salvatore,
appositamente invitato a comparire in quegli uffici” [Rapporto Matassino]
▪ “Il Mele, dopo aver reso una piena confessione, raccontando i fatti in modo
minuzioso, caduto in contraddizione circa il correo, finisce col dichiarare che non
si tratta del Vinci Salvatore, bensì del Vinci Francesco, fratello di quest'ultimo”
[Rapporto Matassino]

▪ e con le parole del Ten. Col. Torrisi: “il MELE Stefano, nel ritrattare l'accusa
contro VINCI Salvatore, lo fa in un modo plateale: chiede al magistrato di avere
subito un confronto con il suddetto ed al suo cospetto, gli si butta ai piedi
piangendo, chiedendo perdono” [Rapporto Torrisi 311/1].

▪ e con quelle del G.I. Mario Rotella: “chiedendogli perdono piangendo (la qual
cosa è attestata a verbale del 24 agosto 1968, in vol. 1 A)” [Sentenza Rotella]

Il passaggio da accusa, a correità, a scagionamento, per quanto possa sembrare strano ha


invece una sua semplice comprensibilità logica come vedremo; ma prima bisogna ancora
mettere occhio alle dichiarazioni del Natalino, compito questo, del prossimo capitolo.

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Un figlio di tanti padri, un nipotino per tanti zii, comunque un testimone

Dei dubbi sulla reale paternità di Natalino Mele [ NdA: NM in acronimo], già si è sentito e letto
molto, in parte anche già in questo documento.
Adottando come al solito il ragionamento che vuole che i dati spuri e incerti vengano messi
da parte per poter arrivare al cuore del problema, non ci staremo a porre troppe domande in
merito; nel senso che se il NM fosse veramente fisicamente figlio del SV o del SM, a noi poco
interessa e, nemmeno volendo, lo potremo mai sapere in mancanza di un esame del DNA.

Interessa invece, perché questo non è più un dato incerto, ma una evidenza, che già
all'epoca, vi fossero dubbi su tale paternità. Ossia, in mancanza di un esame del DNA, mai
fatto, né il SV, né sua moglie o i suoi fratelli, né il SM, né nessuno della sua famiglia poteva
sapere con certezza chi il padre realmente fosse.
Il NM diventava così una sorta di “figlio elastico”, al quale ognuno a seconda del proprio cuore
e delle proprie convenienze o seconda delle proprie facciate di onorabilità da rispettare, lo
poteva tirare di qui o di lì: fregarsene o difenderlo; badargli o indirizzarlo.
• Giovanni Vinci, “Pensa che neanche la Locci sapesse a chi era figlio Natalino” [Sentenza
Rotella]

• “Teresa Mele aveva detto, fin dal 1982 al p.m. (v. r. 4.7 circa l'atto, reso il 21 agosto)
di aver sentito delle voci secondo le quali, la cognata Barbara 'vantava' in giro che
Natalino non era figlio di Stefano, bensì del Vinci” [Sentenza Rotella]

• “Alle voci non si può dare alcun credito. Senonché Stefano ha affermato (30 maggio
85) che i suoi fratelli gli dicevano che Natalino era figlio di Salvatore (quello tra i Vinci
che, all'epoca del concepimento, era con lui convivente)” [Sentenza Rotella]

• “Non si può escludere, quindi, che il bambino possa essere figlio del prevenuto”
[Rapporto Torrisi]

Chiarito questo aspetto e messo nel cassetto l'esistenza di un significativo dubbio che
aleggiava nelle menti dei soggetti di riferimento, torniamo ad occuparci della notte del 21-22
agosto.

Il Natalino, che a suonare il campanello sarebbe arrivato camminando da solo nella notte,
non convince i Carabinieri. Infatti
• dalla macchina alla casa del De Felice la distanza si aggira tra i due e i tre chilometri
[NdA: più tre secondo il Rapporto Matassino: “circa tre chilometri”; poco più di due secondo la Sentenza
Rotella “poco più di un paio di chilometri”]

• giunse “scalzo” [Rapporto Matassino], con ai piedi solo dei “calzini gialli” [Rapporto Matassino]

• che le scarpe del Natalino furono rinvenute nell'auto

• che “la zona è completamente al buio, il cielo è coperto, vi è una leggera foschia e
molta umidità” [Rapporto Matassino]

• “né i piedi presentavano segni di ferite o graffi” [Rapporto Matassino]

• la strada è incomoda da percorrere a piedi, e non è transitabile con i mezzi: infatti:


▪ “con fondo ghiaioso” [Rapporto Matassino]

▪ “ostacoli formati da mucchi di ghiaia” [Rapporto Matassino]

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▪ “grosse pietre taglienti” [Rapporto Matassino]

▪ “mucchi di massi e ghiaia di monte tagliente, appena scaricata in attesa di


essere cosparsa sul piano stradale” [Rapporto Matassino]

▪ “Il percorso era impossibile per un veicolo a quattro ruote, se non anche
a due, e disagevole per persone a piedi, pure ben calzate“ [Sentenza
Rotella]

La cosa non è cosa di poco conto, anzi! Per alcune ragioni:

La prima: il racconto iniziale di Natalino non poteva corrispondere al vero; dunque il


bambino, che già aveva prestato solerte attenzione a non comunicare alcuna informazione
realmente utile ai suoi soccorritori, ma anzi sembrava quasi avesse fornito volutamente una
versione atta a rallentare la possibilità che le Autorità si presentassero il prima possibile a
casa del Padre, non poteva essere giunto fin lì da solo. “qualcuno” doveva averlo
accompagnato.
• il NM: non dice il proprio cognome (“il bambino dice di chiamarsi Natalino e che è di
Lastra a Signa”)

• il NM non dice che son stati ammazzati a pistolettate, ma si limita ad un più banale
“son morti in auto” che pare quasi parlare di un incidente (“mamma e lo zio che sono
morti in macchina”)

• il NM non dice dove sia la “casa” alla quale poi dopo il sonno ristoratore vuole essere
portato (“Dopo mi accompagni a casa”... ma a quale indirizzo?)

• i Carabinieri infatti giungono a casa del SM solo tramite l'identificazione della Locci di
lui consorte, e non perché il NM gli abbia detto dove trovare il padre “malato”

Tutte cose che fanno molto ragionevolmente, anche a priori, pensare ad una imbeccata del
Natalino [NdA: con tutto quello che ne consegue, come vedremo ]

la seconda: conseguentemente, anche la chiamata di correo al SV fatta dal NM, conteneva


per lo meno delle macro inesattezze [NdA: per essere di manica larga, o altrimenti si potrebbe pensare
che fosse una versione di comodo pre-pensata]

la terza: chiunque abbia accompagnato Natalino, non può averlo fatto in auto [ NdA: e come
vedremo, un'auto era assolutamente necessari per poter compiere il duplice delitto; quindi chi accompagnò il NM
non poteva essere “l'autista”, che se non avrebbe dovuto lasciare l'auto nei pressi della scena del delitto per quasi
paio d'ore – andata e ritorno – cosa assolutamente implausibile ]; per o meno non secondo il tragitto che
il NM quella notte stessa, al buio, fu in grado di fare senza perdersi ed esaltandosi quando
incontrano “le montagne” , citazione dal rapporto Matassino, usata dal bambino alla vista dei
cumuli di ghiaia e rocce, a conferma della veridicità del tragitto [ NdA: tramite altra strada, la casa
del De Felice è ovviamente raggiungibile in auto ]

la quarta: discende principalmente dalla prima constatazione, ed in parte dalla terza e si


porta dietro importanti conseguenze; ed è quella della obbligatoria premeditazione del
delitto.
Infatti: il NM andava “istruito” sul come comportarsi, sul cosa dire che non fosse qualcosa di
compromettente.
Si può dubitare che il tempo della “passeggiata notturna” possa essere stato sufficiente per
“istruire” perfettamente in tal senso il NM, già assonnato e plausibilmente shoccato dalla vista
della mamma morta, ma altrettanto è corretto dubitare che proprio al bambino che passava

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tutto il suo tempo con la madre anche quando questa andava a far l'amore coi suoi amanti,
potesse essere stato “accennato” qualcosa antecedentemente. I rischi che il piccolo NM
qualcosa si facesse innocentemente sfuggire sarebbero stati troppo elevati.

Dobbiamo quindi accettare che l'accompagnatore misterioso potesse avere a disposizione


solo quella frazione di tempo per calmare, rincuorare ed “istruire” il NM, cosa che tra l'altro
contribuirebbe a spiegare almeno una parte del perché di una passeggiata così lunga e
soprattutto così distante dal luogo del delitto.
• Si noti che: In merito al perché dell'accompagnare il NM fin nei pressi della casa del De
Felice, è necessario anche analizzare una purtroppo “infelice” frase del G.I. Rotella, in
merito alla residenza del Silvano Vargiu. Data la portata del significato che
l'informazione può rivestire, ma data anche l'infelice mancanza di precisione della frase
del G.I. Rotella, tale argomento viene tratta in capitolo a se stante, a puro scopo di
conoscimento e non viene incluso con forza probante nel ragionamento sotteso in
questo documento di studio. Vedasi Capitolo “il caso della casa del Vargiu”

Il fatto stesso che il NM dovesse coi suoi silenzi garantire una finestra temporale almeno al
suo accompagnatore, porta con sé che l'accompagnatore del Natalino non gli poteva essere
sconosciuto [NdA: un altro motivo che con forza cancella l'ipotesi che a colpire a Castelletti di Signa nel 1968,
potesse essere stato un MdF già compiutamente MdF ], e anzi doveva godere della sua piena fiducia

La scena delittuosa poi, deve essere abbinata alla necessaria a presenza di almeno un'altra
figura in chiave almeno almeno di autista [ NdA: Più avanti nel dettaglio, vedremo come a queste due
figure, sia necessari affiancarne almeno ancora una, portando il numero degli assalitori ad almeno 3 distinte
persone.]. Autista che, percorrendo velocemente l'altro tragitto, ha tempo a disposizione per
compiere “quello che deve fare”, e poi anche passare a riprendere il suo complice SM,
avvicinandosi alla zona della casa del De Felice, pur mantenendosi a debita distanza, proprio
grazie alla velocità del mezzo a “4 ruote”.

Tutto questo ci dà un chiaro quadro di un pianificato agguato.


Ed il NM, ubbidiente bambino, anche se senza sapere a cosa stesse partecipando, regge bene
la parte. Inizialmente.

Ma il NM è solo un bambino appunto, adorato e venerato dal nonno Palmerio [NdA:il vecchio
Palmerio era attaccatissimo al nipotino maschio”], forse proprio per via proprio delle voci che
lo vedevano come possibile figlio di “padre ignoto”, o anche solo in quanto ufficialmente è il
bambino che porta continuità alla linea di sangue di famiglia

NM all'epoca ha circa sei anni, essendo nato il 25 dicembre del 1961.

E così, come normale che succeda ad un bambino, “la concentrazione” viene in fretta meno, e
di lì a poco, complice un autorevole “cazziatone” da parte del Maresciallo Ferrero che lo
redarguiva che se non avesse raccontato la verità “questa notte, al buio rifaremo la stessa
strada, però senza scarpe come quella notte” [Rapporto Matassino], il NM, privo delle indirizzanti
familiari figure al fianco: già cede.
• “Al che il Mele di scatto rispose: “No! Quella notte mi portò il mì babbo”, precisando “a
cavalluccio”” [Rapporto Matassino]
▪ cosa coerente coi piedi e i calzini non rovinati
▪ con l'impercorribilità della strada con un mezzo a 4, 3, o 2 ruote
▪ con la figura di un bambino di appena sei anni,
▪ al buio di notte,
▪ su una strada incomoda e a lui sconosciuta
▪ che non “vede” le altre case più vicine nei pressi del tragitto
▪ che giunge alle “due in punto” a casa del De Felice [NdA: casa prossima a quella

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dove in indeterminato periodo “intorno a quegli anni” ha abitato il Silvano


Vargiu. Si veda in merito la Sentenza Rotella e l'apposito capitolo]

Sarebbe quasi già la fine della storia per quanto riguarda Natalino, ma altri punti è ancora
bene chiarirli in quanto significativi e degni di attenzione.

Il primo, di minore importanza, ma che può sempre tornare utile archiviare come data
certezza, è che il NM, poteva arrivare a suonare il campanello [ NdA: “Il Mele istintivamente
alzò il braccio senza peraltro poter raggiungere il pulsante perché era troppo alto, ma egli
immediatamente mise il piede sinistro sul gradino della porta, si appoggiò allo spigolo del
muro, e con la mano destra, allungandosi, suonò il primo campanello partendo dal basso ” -
Rapporto Matassino]

Il secondo: per compiere il tragitto a piedi, di giorno alle ore 16.30 [Rapporto Matassino]
accompagnati dal Natalino, I carabinieri ci impiegarono “40 minuti” [Rapporto Matassino]; il che
significa che per percorrere la stessa distanza, lo stesso tragitto, nottetempo e al buio, il
tempo di percorrenza del tragitto possa essere correttamente valutato in almeno un'ora di
cammino, soprattutto se fatto da una persona con un bambino in spalle.
Il NM, sappiamo giunse a casa del De Felice alle 2,00 in punto, facendoci così spostare l'inizio
della camminata alla 1,00 di notte, cosa che trova congruenza temporale col fatto che i due
amanti, Lo Bianco e Locci, erano usciti dal cinema “dopo l'ultimo spettacolo” [Sentenza Rotella]

Sappiamo che “Vi sono circa cinque chilometri e mezzo dal cuore di Lastra a Signa a
Castelletti, dove è avvenuto il duplice omicidio” [Sentenza Rotella], e sappiamo che:
• “Poco meno della metà del percorso, dalla piazza del cinema ...SNIP... principia in
salita ed è assai disagevole.
Si stima probabile l'uso di un veicolo a motore per seguire la 'Giulietta' del Lo
Bianco. [Sentenza Rotella]

• "Non si pensa alla possibilità che l'omicida fosse già sul posto ad attenderla. [Sentenza
Rotella]

• "Ed in effetti le indagini successive non dimostrano che in quel luogo, a preferenza di
altri, la coppia fosse solita portarsi (salvo un'affermazione in contrario di Giovanni
Mele, fratello di Stefano, nel 1984)” [Sentenza Rotella]

E questo, congiuntamente alle parole di SM “Salvatore Vinci aveva la macchina a quattro


ruote” [Dichiarazioni dello Stefano Mele – escussione del 16 gennaio 1984 – Sentenza Rotella ], ci dà la
possibilità di affrontare con logica e serenità il futuri capitoli.

Sfortunatamente per il lettore però, prima di arrivarci, è necessario passare attraverso altri
gradini, sia perché con Natalino e le sue dichiarazioni non abbiamo ancora concluso [NdA: la
fatidica affermazione del “Salvatore tra le canne”, ha bisogno di essere analizzata prima di compiere il passo
successivo], sia perché è anche grazie alla sua storia che meglio si può leggere la
pianificazione, la premeditazione e l'organizzazione che sta dietro al delitto di Castelletti di
Signa.

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Tra le canne a spiare

Iniziamo col ricordare che nel corso dell'interrogatorio del 23 agosto 1968 del SM [ NdA: ossia
quando il Mele Stefano fa il nome del SV la prima volta ], “assiste il cognato del predetto, MUCCIARINI
Piero” [Rapporto Torrisi 311/1], lo stesso Mucciarini, ossia lo “zio Pieto”, che assieme al Giovanni
Mele vennero il “26 gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti
avvenuti dal 1974 al 1983”.
• avremo modo, nella sezione dedicata al delitto di Baccaiano, di meglio analizzare il
perfetto tempismo di questo biglietto; e come si appunto in seguito meglio si capirà,
come tale dato sia oggettivamente un dato a supporto della ricostruzione fornita in
questo documento di studio a proposito del delitto di Signa e dei partecipanti, ruoli e
motivazioni

Si tenga anche presente che il Giovanni Mele, autore del famoso biglietto ritrovato in tasca al
SM, “è il fratello gemello della morente Antonietta. E costei lascia tra l'altro una figlia minore.
Non si vuole correre il rischio che la ragazza, rimanendo orfana di madre, perda anche il
padre, Piero Mucciarini” [Sentenza Rotella]

“Al momento (agosto 1982) non solo non v'è dissapore, ma solidarietà tra i due cognati”
[Sentenza Rotella]

Finita la digressione e tornando adesso indietro nel tempo, dopo la morte della Locci, il
piccolo Natalino viene affidato alle amorevoli ed interessate [ NdA: interessate, come minimo perché
Natalino è l'unico testimone di un delitto che in un modo o in un altro, prima o poi, vede coinvolte persone del
nucleo familiare del clan] cure del Clan Mele; in particolare alla zia e al marito di lei [ NdA: Maria
Mele e Piero Mucciarini... lo zio Pieto, per intendersi ], “prima di essere rinchiuso presso l'Istituto
Vittorio Veneto di Firenze” [Rapporto Torrisi 311/1]

Significativo il riassunto fatto dal Ten. Col. Nunziato Torrisi per introdurre l'ultimo particolare
di rilievo di interesse per questo documento di studio, citato dal piccolo Natalino:
“Ma non è solo il MELE Stefano ad indicare il nome del VINCI Salvatore, perché nell'aprile del
1969 questo nome, anche se in modo indiretto, ed in un certo senso ancora più attendibile,
tenuto conto della persona che l'ha indottrinato e delle circostanze di tempo e di luogo
inerenti l'acquisizione della notizia, viene fatto dal figlio Natalino” [Rapporto Torrisi 311/1]

Ma Natalino, sottratto alle pressioni familiari del Clan e ricoverato presso l'Istituto Vittorio
Veneto, “posto a suo agio, mediante una costante ed appropriata azione psicologica
tranquillizzatrice, sentito dal magistrato Domenica 21 aprile 1969, dà presente sul luogo del
delitto il padre e lo zio Piero, da Scandicci (MUCCIARINI Piero)” [Rapporto Torrisi 311/1]
E “infine, aggiunge che: "LO ZIO PIERO MI DISSE DI AVER VISTO SALVATORE TRA LE
CANNE". [Rapporto Torrisi 311/1]

“Nel secondo interrogatorio di martedì 23 aprile 1969, il bambino, nell'indicare la stessa


persona di due giorni prima, che nella circostanza si accompagna al padre ed è proprio quello
che ha sparato, lo chiama questa volta Pietro. Il bambino, ulteriormente invitato a precisare
altri particolari che servono ad individuare e ad identificare Pietro , fornisce una dettagliata
descrizione di quest'ultimo, circa la sua attività lavorativa, le sue abitudini, la composizione
della famiglia, la residenza, le caratteristiche fisiche, che indicano in maniera inconfutabile il
Piero MUCCIARINI”. [Rapporto Torrisi 311/1]

“Infine, il bambino, ulteriormente sollecitato nel senso, dimostra di distinguere nettamente


uno zio Pietro ed uno zio Piero, che lo zio Pietro è quello di Scandicci, quello che ha sparato, il
marito della zia Antonietta, presso cui ha abitato dopo i fatti ...SNIP... mentre lo zio Piero
sarebbe il fratello della mamma, che abita in San Casciano Val di Pesa. Il bambino

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evidentemente ha scambiato i nomi, ma non le persone”. [Rapporto Torrisi 311/1]

Altrettanto illuminante il resoconto fatto dal G.I Rotella:


“A riscontro si legga ciò che, in corte d'Assise, il m.llo Ferrero ha riferito (18.3.1970, c. 57):
"Dopo qualche giorno" in casa del Mucciarini, il Mucciarini mi riferiva che anch'egli aveva
cercato d'indagare presso il bambino per apprendere la verità su quella sera, ma senza
risultato perché il bambino diceva di non aver visto nulla". Aggiunge il sott.le che, ricoverato
il bambino (n.d.s., a circa un mese dai fatti) presso il 'Vittorio Veneto', il direttore
dell'istituto, giorni dopo, lo avvertì che il bambino diceva qualcosa.
Egli si era recato a sentirlo e il bambino aveva narrato che, svegliatosi ai primi spari, aveva
visto la mamma immobile e sentito il Lo Bianco dirgli, appena prima di morire, che avevano
loro sparato.
Natalino, infine aveva detto 'di essere sceso dall'auto e di aver visto tra le canne Salvatore'.
Ferrero conclude: "Ho interrogato altre volte il bambino e il bambino fece il nome di uno zio
Pierino come autore del delitto, abbandonando la versione sul Salvatore e dicendo che questo
zio Pierino aveva una figlia a nome Daniela". Mucciarini è appunto lo zio Pierino, che ha una
figlia con quel nome. Il 21 aprile 1969 (1º esame) il g.i. interroga Natalino che, dopo aver
riferito di aver visto sul luogo del delitto suo padre e lo zio Pierino, al quale ne attribuisce
l'esecuzione, risponde a domanda di aver visto anche Francesco Vinci (che intanto, dopo una
ritrattazione, la chiamata in correità di Cutrona Carmelo, poi abbandonata, suo padre ha
definitivamente ripreso ad accusare). Il giudice gli fa ripetere il nome di tutte le persone
viste, ed il bambino 'non menziona Francesco Vinci'. Alla domanda perché non abbia ora
ricordato Francesco Vinci, il bambino risponde: "Me lo disse il babbo di dire di averlo visto". Il
giudice istruttore gli domanda se lo zio Piero, l'altra persona da lui data presente sul luogo
del reato, gli abbia detto di 'non dire nulla'. E Natalino risponde di no. Il giudice sospende
l'interrogatorio, 'per non stancare il bambino che appare commosso'. 'Prima di allontanarsi'
gli rinnova la domanda 'se lo zio Piero gli abbia detto di non dire qualcosa' e il bambino dice:
"Mi disse di aver visto Salvatore tra le canne". La risposta del bambino appare genericamente
attendibile.
È verosimile che un discorso relativo a 'Salvatore tre le canne' sia stato fatto proprio con lo
zio Pierino, a stregua di quanto si è osservato sopra, circa le indicazioni di Mele contro
Salvatore Vinci, presente il Mucciarini, e la testimonianza di Ferrero che quest'ultimo abbia
sondato il nipote, mentre lo teneva in casa. Natalino non riferisce che lo zio Pierino gli aveva
detto di 'Salvatore tra le canne' sul luogo del reato. La sua affermazione è parallela all'altra
che suo padre gli disse di dar presente Francesco Vinci, e si sa che tale imbonimento è stato
fatto da S. Mele, in casa, la sera successiva al delitto. Si evince che Natalino sta rivelando in
senso meramente oggettivo, e metastorico, i suggerimenti avuti, senza collegarli ad una
ragione d'opportunità o di interesse di chi glieli ha dati. Le sue risposte in questo limitato
contesto appaiono neutre.
E la sua attendibilità in merito non può essere messa in discussione”
[Sentenza Rotella – si consiglia inoltre la lettura del precedente capitolo di tale Sentenza, il “3.6 Possibili
cause della menzogna di Natalino”, per una più completa trattazione dell'argomento ]

Interessante ed illuminante questa parte di vicenda, non solo per la citazione di una presenza
“X” “tra le canne”, ma anche e soprattutto per il suo sintomatico indice di “attenzione” in seno
al clan Mele.
Ma un'attenzione, si badi bene, mai volta ad individuare il nome dell'assassino della moglie
del SM, ma sempre e solo direzionata a confondere le acque ora su un nome, ora su un altro.

Ma è interessante ed illuminante, anche proprio per la paventata presenza dell'ulteriore


signor “X” quale che sia, tra le canne.
Infatti, che se ne siano resi conto o no, indotte o meno le dichiarazioni del NM in tale senso,
altro non fanno che avvalorare l'idea [NdA: supportata anche da altri fattori, in seguito elencati in
apposito capitolo] che quella notte del 21 agosto 1968, a Castelletti di Signa, agirono in comune

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accordo più persone, sodali tra lo loro, al fine di uccidere la Locci [NdA: e il Lo Bianco con ella].

E più persone, sodali tra loro, significano: un gruppo e soprattutto un piano d'azione. E
questo, a sua volta, chiama a gran voce l'attenzione sulla premeditazione.

Ma se vi è premeditazione, e vi è, vi deve essere una ragione ben specifica per la quale


commettere un reato.

Che il delitto del 1968 non sia un delitto alla cui base si possa identificare un momento di
raptus, caso mai qualcuno lo credesse o lo abbia mai creduto: questo è un buon momento
per cancellare quella ipotesi. Del resto, già la Perizia De Fazio era stata solerte nello scartare
una simile ipotesi, così come solerte lo era stata nel vederlo come un delitto di scopo, a
differenza dei successivi della calibro 22 L R, “privi di scopo”.

Come da premessa non è scopo di questo studio però determinare nel dettaglio i nomi degli
autori tutti del delitto di Castelletti di Signa, eppure, come si vedrà qualche capitolo più
avanti, seguendo il ragionamento proposto e le informazioni a disposizione, tale
individuazione, essi verranno fuori da soli [NdA: i primi due, dati per certi, per il terzo nome, vi sono
indicanti motivi di alta plausibilità].
Questo è un documento che si interessa del MdF, e che solo perché la calibro 22 L.R. lì fece la
sua prima comparsa, di tale delitto si deve occupare, perché solo arrivando a capire, anche
attraverso le modalità e i possibili attori in gioco, la ragione di tale delitto, possiamo giungere
a determinare a chi tale arma rimase “in tasca”.

Quello che conta, come detto fin da inizio documento di studio, è che ogni risultato
conseguito, è conseguito senza introdurre alcuna “variabile pensata a parte pur di far
combaciare delle tessere di puzzle”.
Certo, una ipotesi di fondo è innegabile, e non viene negata, ma al fine del ragionamento e
dello svilupparsi del lavoro, l'importante è appunto che nessun dato sia stato “inventato di
sana pianta”, nessuna “variabile esterna” sia stata introdotta al fine di far quadrare punti che
se non non quadrerebbero” e che non si sia ricorsi a dei banali “secondo me deve essere....”.

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Non c'è gruppo senza un piano, ma c'è un piano anche senza un gruppo

Facciamo una specie di piccolo riepilogo, e vediamo cosa ci ritroviamo tra le mani fin ora:

Abbiamo un duplice omicidio, commesso:


• fuori da un centro abitato, al “buio completo” [NdA: Rapporto Matassino]

• in una località già di per sé scomoda da raggiungere, ma soprattutto che non risulta
essere, almeno fino al momento del delitto stesso, nota con matematica certezza ai
suoi autori [NdA: "Ed in effetti le indagini successive non dimostrano che in quel luogo, a preferenza di
altri, la coppia fosse solita portarsi (salvo un'affermazione in contrario di Giovanni Mele, fratello di
Stefano, nel 1984)” - Sentenza Rotella]

• abbiamo che siamo nel 1968, e in tale data non esistevano né cellulari né sistemi di
pronta comunicazione che non fossero i telefoni fissi di case e i telefoni fissi della
cabine pubbliche e dei bar [NdA: indubbiamente esistevano anche radio portatili, ma non è
segnalata traccia in nessun documento di indagine, che simili apparecchiature siano state rinvenute
durante nessuna delle svariate e ripetute perquisizioni svolte ]

• abbiamo un delitto “di scopo”, non maniacale

• abbiamo un testimone, sopravvissuto, che fin da subito indica la presenza del “proprio
padre” sulla scena del crimine.

• Abbiamo comunque la necessità che una figura di fiducia del piccolo, sia presente sulla
scena del delitto, proprio al fine di occuparsi del bambino stesso post delitto [ NdA: la
salvaguardia della vita del piccolo NM, oltre che logicamente plausibile visti gli attori e i legami in gioco, è
comprovata dalla sua stessa sopravvivenza ], dando per scontato che chiunque commetta un
delitto, se può, cerchi di non farsi riconoscere, fosse anche solo da un bambino

• le dichiarazioni “omissive e dilatorie” del NM dimostrano inoltre un chiaro


indottrinamento in tal senso, proprio da parte della figura di fiducia accompagnante il
bambino fin nei pressi della casa del De Felice; unica persona ad aver avuto circa
un'ora di tempo da sola col bambino nelle immediatezze del post delitto [ NdA: il NM
nemmeno dirà il cognome e i Carabinieri identificata la Locci, avvertivano “il Maresciallo Funari Filippo,
Comandante della Stazione di Lastra a Signa, affidandogli l'incarico di accertare la posizione del marito
della Locci” - Rapporto Matassino]

• abbiamo dei “bersagli” che devono essere seguiti fino in loco, affinché l'assassino/gli
assassini abbiano la possibilità certa di colpirli

• abbiamo il principale indiziato che dopo un primo tentativo di chiamarsi fuori dai
sospetti, a causa delle parole del figlio, unico sopravvissuto, confessa e si autoaccusa

• abbiamo il principale indiziato che conosce particolari che solo chi è stato presente
sulla scena del delitto al momento del delitto può sapere [ NdA: luogo, freccia, sedile
abbassato, scarpa, colpi, ricostruzione di sparo, vedasi Rapporto Matassino]; a meno che, ma no se
ne capisce né il senso né il quando, uno degli autori materiali del delitto non gli abbia
(Quando? Dove? Perché) raccontato tali particolari

• abbiamo il principale indiziato che si auto accusa, e che fa chiamate di correo

• abbiamo il bambino sopravvissuto che indica più soggetti sulla scena del crimine

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• abbiamo il bambino accompagnato “in salvo” presso la casa di uno sconosciuto


distante dal luogo del delitto

• abbiamo la coppia di future vittime che si sposta con una automobile

• avremmo anche, teoreticamente vista la mancanza di precisione della citazione del G.I.
Rotella nella sua sentenza, la casa di un amante [NdA: il Vargiu] di uno dei soggetti in
attenzione, nei pressi della anonima casa del de Felice [ NdA: “Altra singolare circostanza è
che Vargiu abbia vissuto per alcun tempo intorno al '68, nell'edificio adiacente alla casa di De
Felice, in via Vingone di S. Angelo a Lecore (via Pistoiese), lì dove fu condotto Natalino Mele la notte del
duplice omicidio” - Sentenza Rotella – dove il “per alcun tempo intorno al '68” significa tutto e niente.
Prima o durante è una cosa, dopo un'altra]

• il SM fosse incapace di sparare e uccidere

• il SM non possedesse un arma

• il SM comunque volesse bene a sua moglie nonostante i tradimenti e i soldi che lei
spendeva con gli amanti, visto che gli amanti alla Locci era proprio il SM a
presentarglieli, Lo Bianco compreso

• che il SM fosse “ufficialmente” a casa malato e tale scusa abbia usato come alibi coi
Carabinieri in prima battuta

• che il guanto di paraffina abbia rilevato sulla sua mano destra tracce [ NdA: si è già detto
della generica inaffidabilità di tale tecnica, ragione per la quale è stata poi successivamente sostituita con
la tecnica dello “stub”]

• gli alibi fasulli preconfezionati [NdA: a parte quello del SV, quello dello Stefano Mele risulta
contemporaneamente oltre che falso come alibi, anche diretto supporto che il Natalino ricevette preciso
suggerimento su cosa dire appena giunto a casa del De Felice e ai primi Carabinieri che lo incontrarono ]

Queste informazioni, ragionate, mostrano dunque come quella notte, al fine di uccidere la
Locci e il Lo Bianco con lei, fossero in accordo e presenti sulla scena del crimine più persone.

Al momento, prima del prossimo capitolo, le figure identificabili sono:


• l'accompagnatore del Natalino, nella figura certa del padre dello stesso

• l'assassino vero e proprio

Infatti la figura del SM risulta veramente indigesta vederla accoppiata a quella dell'assassino
che tira il grilletto, sia per motivi già esposti sia ad esempio perché:
• “Mele, per quel che appare, è stimato incapace del delitto” [Sentenza Rotella]

• “MELE Stefano non è mai stato ritenuto capace di perpetrare da solo il delitto, tenuto
conto sia delle esigenze organizzative che esso avrebbe comportato, e lo stesso non
possiede né i mezzi – autovettura e pistola –, né la determinazione per portare a ter ”
[Rapporto Torrisi 311/1]

• Mele è uno a cui “i suoi datori di lavoro si guardano bene da affidargli lincarichi di una
certa delicatezza” [Rapporto Matassino]

• “buon lavoratore anche se utile solo per lavori non impegnativi” [dichiarazioni di Casamento
Ignazio, datore di lavoro del SM – Rapporto Matassino ]

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• “Persino lo stesso VINCI Salvatore, da persona estremamente abile ed accorta quale è,


non può fare a meno dall'adeguarsi agli altri, allorché parla di Stefano, ritenendolo
incapace di qualsiasi azione delittuosa, del tutto inabile ad usare un'arma” [Rapporto
Torrisi 311/1]

• affetto da “oligofrenia di medio grado con caratteropatia" – [Perizia De Fazio]

• non è geloso della moglie

• il Lo Bianco glielo ha presentato lui stesso [NdA: “Per motivi di lavoro poi conobbi il Lo Bianco, e
lo presentai a mia moglie, diventarono amanti” - Stefano Mele - Intervista su La Città - 13 novembre
1982]

Ma il SM è indubbiamente presente sulla scena del crimine, valga solo il fatto che sa il
numero esatto dei colpi sparati prima ancora che le perizie necroscopiche vengano eseguite e
confermino tale numero [NdA: senza contare tutto il resto]
• [NdA: Numero di colpi esplosi, “...appresi nella sua [NdA: loro] esattezza, solo a seguito dell'esito delle
autopsie sui due cadaveri, e che quindi nemmeno i verbalizzanti conoscono...” -Rapporto Torrisi 311/1]

Quindi come minimo, abbiamo due persone che agiscono a Castelletti.


• E due persone che agiscono assieme per uccidere

• due persone che agiscono non in preda ad un raptus,

• due persone che si dividono compiti e ruoli,

• due persone che si preparano precedentemente un alibi [ NdA: il SM certamente con la falsa
malattia]

Significano una cosa sola: un gruppo, un piano ed una premeditazione.

A dire il vero, significa anche, definitivamente ed una volta per tutte, che a Castelletti di
Signa, il 21 agosto 1968, l'assassino non poteva essere un “mostro di Firenze” già
compiutamente mostro, sconosciuto, rimasto fuori dalle indagini, e che uccise in quella data
già come maniaco. Ma questo, lo avevamo già visto.
Resta comunque importante poter con forza ribadire come alcune ipotesi, a seguito della
letture delle informazioni ufficiali, non solo non abbiano alcun supporto alla loro esistenza, ma
vengano completamente smontate. Che non si venga dunque ancora più a postulare ipotesi
che vedano un MdF sconosciuto, colpire già nel 1968 a Signa: la cosa è completamente
infondata ed impossibile.

Ma, tornando a noi, due persone, pur essendo il numero minimo bastante, non sono
sufficienti a combaciare né con la logica, né con le dichiarazioni dell'unico testimone
sopravvissuto: il Natalino.

Vi è infatti come minimo il signor “X” nascosto tra le canne ancora da aggiungere, signor “X”
che non può essere lo sparatore, o per lo meno che vedremo come non lo sia.

Nulla vieta, lo sappiamo, di ipotizzare idealmente la “figura tra le canne” come quella dello
“sparatore”, lasciando così inalterato il numero dei partecipanti fin qui identificato, ma anche
in questo caso, qualcosa di indefinito lo sentiamo stridere come unghie sulla lavagna.

Infatti, adesso, non stiamo più ragionando astrattamente come fatto ad inizio documento di
studio; non stiamo più parlando di un generico delitto non maniacale.

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Adesso stiamo parlando precisamente del delitto dell 21 agosto 1968 in cui persero la vita la
Locci e il Lo Bianco, e conseguentemente stiamo parlando anche di tutti quei dati che
vennero repertati sulla scena del delitto e tramite le testimonianze.

E allora, costretti ancora ad una piccola ma utile digressione, dobbiamo momentaneamente


saltare a dare un'occhiata al prossimo capitolo: tornando ad occuparci del numero dei
partecipanti e dei loro ruoli, dopo.

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Soldi e debiti, consanguinei ed estranei

Questo capitolo si rende necessario perché, per quanto sia solo di contorno rispetto la
vicenda del MdF, risulta invece assai significativo per comprendere e dunque spiegare il
delitto di Castelletti di Signa.

Si badi bene, non si vuole minimamente sostenere che il movente di tale delitto, quello vero
e “tuttora misterioso”, sia di natura economica; ma secondo la tesi portata avanti da questo
documento di studio, non tutti i partecipanti che agirono quella notte erano mossi dallo
stesso motivo [NdA: a causa appunto del vero mistero del vero movente, che a tutti eccetto due persone
doveva restare segreto, venne astutamente messo sul piatto della bilancia degli altri partecipanti, anche il fattore
economico. Fattore che per loro aveva comunque anche un vero significato, rendendo dunque il tutto più plausibile
dunque accettabile]

Sappiamo che:
• già dalle immediatezze del delitto, “Il Mele, indicando il Salvatore Vinci come correo,
parla di una somma di lire trecentomila data a quest'ultimo” [Rapporto Matassino]

• che quindi, “si procede al sequestro, dietro ordine del Magistrato, della fotocopia del
conto bancario del Vinci ...SNIP... ma niente di particolare viene rilevato” [Rapporto
Matassino]

• “a casa di Maria Mele, quello stesso pomeriggio, i magistrati della Procura ottengono
lettere e documenti (taluni riguardano il saldo di un debito in titoli, scaduto all'epoca
del delitto, in favore di Salvatore Vinci).” [Sentenza Rotella]

• “Viene comunque accertato che il Mele Stefano, in data 21 giugno 1968, ha riscosso la
somma di Lire 480.000 (quattrocentottantamila) dalla Società Assicuratrice Tirrenia
sede di Firenze, quale rimborso per sinistro stradale” [Rapporto Matassino]

• “Immediatamente dopo i fatti in narrativa, l'unica somma rinvenuta è quella di Lire


24.625 -(ventiquatrromilaseicentoventicinque)- nel borsellino della donna, reperito a
bordo dell'autovettura” [Rapporto Matassino]

• Il SM “non fornisce chiare giustificazioni circa il modo in cui è stato speso il denaro,; si
limita a dire che i soldi venivano spesi dalla moglie” [Rapporto Matassino]

• “Si accerta, comunque, che le uniche spese da lui sostenute consistono in Lire
cinquantamila, pagate a Lisi Lionello, per un debito relativo ad acquisto di generi
alimentari” [Rapporto Matassino]

• si noti che per specifica ammissione [ NdA: riduttiva] del SM stesso, che i corpi sono stati
ricomposti, messi “a posto i cadaveri” [Rapporto Matassino]
▪ “ gli spari e poi l'apertura consecutiva delle portiere del veicolo per ricomporre i
cadaveri” [Sentenza Rotella]

▪ “Le dichiarazioni [NdA: del NM] relative allo zio Pietro sono inframmezzate dal
ricordo della madre che ripone il borsellino setto il sedile dell'autovettura, e
allo zio Pietro che fruga nel cassetto del cruscotto (dopo il delitto) e poi va via ”
[Sentenza Rotella]

▪ “il bambino è forse attendibile, avendo mostrato all'inizio di questo atto, tra gli
argomenti diversi, che sono serviti da introduzione, particolare attenzione al
denaro ed alle spese della madre ('comprava il caffè', 'aveva pagato il cinema':

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e in quest'istruttoria si è appreso, dalla voce dei cognati, che quella sera il Lo


Bianco non aveva denaro da spendere)“ [Sentenza Rotella]

▪ “A destra, tra il sedile del passeggero, dov'è l'uomo, e la battuta della portiera,
si rinvengono un borsellino da donna ed un fazzoletto” [sentenza Rotella]

Chiudiamo la raccolta informazioni per poter passare a ragionarci su, con un completo
riassunto sfruttando le parole del G.I. Rotella:

• “Il vecchio padre, stanco della convivenza e bisognoso di un'assistenza che la nuora
non gli assicurava, aveva venduto la casa in cui abitava, a prezzo inadeguato, pur di
far presto e suddividendo il ricavato tra i figli, che pure vedevano disperse maggiori
aspettative patrimoniali. Palmerio Mele andava a vivere con una delle figlie (cfr.: anche
le dichiarazioni di Marcello Chiaramonti, marito di Teresa Mele). Stefano Mele, rimasto
senza abitazione, con la sua parte, comprava una casa già alluvionata e perciò assai
malridotta nella primavera del '67 a Lastra a Signa. Ancora nell'imminenza
dell'omicidio, oltre un anno dopo, si proponeva di farne mettere a posto il tetto,
avendo avuto circa mezzo milione di lire, che era andato a ritirare a Prato in
compagnia di Mucciarini, nel giugno del '68 (si tratta di emergenze prevalentemente di
questo processo). La riparazione si sarebbe dovuta fare proprio dal Lo Bianco e da un
altro muratore. Durante il loro sopralluogo in casa Mele era comparso Francesco Vinci
(di qui forse la successiva discussione e scommessa al bar tra lui stesso e Lo Bianco
intorno alla Locci). È certo che del mezzo milione di lire, Mele all'epoca lavorava, non si
ha più traccia dopo il delitto. Nel borsellino della Locci sono rinvenute poche decine di
migliaia di lire. Mele dirà subito nel processo di aver prestato (v. interrogatorio del
mattino del 23 agosto, cap. I) 150.000 lire a Salvatore Vinci e che altre 150.000 le
aveva prestate al medesimo sua moglie. Risulterà poi lui debitore, per titoli scaduti
proprio nei giorni del delitto, di Salvatore Vinci e che forse aveva fatto un prestito,
tuttavia modesto (60.000 lire a F. Vinci). Nella sentenza della corte d'Assise, si
valorizzerà l'aspetto economico come movente del delitto.
Tutto il processo del '68 è pervaso dal sospetto che la Locci abbia speso il denaro, con
il quale Mele si riprometteva cose importanti (500.000 lire corrispondevano, nel 1968,
a più di quanto un manovale generico potesse portare a casa in cinque mesi), con gli
amanti. La sera del delitto, per concorde affermazione dei suoi cognati, Antonio Lo
Bianco non aveva un soldo (Colombo Antonino, il minore, afferma che gli aveva
chiesto un prestito di un migliaio di lire).
Nulla difatti gli si è trovato sul luogo del delitto, ed è palese che era stata la Locci a
pagare i biglietti per il cinema” [Sentenza Rotella]

E soprattutto, il proseguo sempre dello stesso Rotella:


• “Questo aspetto della vita coniugale di Stefano era ancor più rilevante per i
familiari del Mele, che non i tradimenti da lui subiti.
Mele non aveva un lavoro stabile e la moglie dilapidava quel poco che riusciva a
guadagnare. Era già anziano e con un figlio bambino: le prospettive non erano delle
più rassicuranti” [Sentenza Rotella]

Ossia,
a) da un lato abbiamo una famiglia Mele:
• le cui leve di comando stanno praticamente a dei vecchi (Palmerio e sua moglie vanno
sui novant'anni)

• con il vecchio padrone e capofamiglia Palmerio particolarmente attaccato al nipotino


Natalino [NdA: di cui esistono seri dubbi anche in seno alla famiglia sulle reali origini paterne ], e al
Mucciarini, sposo della figlia

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• con il figlio SM inetto, ormai già non più giovane, intorno ai cinquant'anni,
▪ incapace di uccidere

▪ inaffidabile sotto ogni punto di vista

▪ incapace pure di badare ai soldi di casa

• con la moglie di lui che, con lui consenziente, lo riempie di corna e disonora il nome
della onesta famiglia

• con un SM che comunque, qualsiasi cosa accada, alla “sua signora” vuole bene al
punto di continuare a presentargli gli amanti [NdA: ultimo della serie il recentissimo Lo Bianco]

• con la Locci che spende coi suoi amanti i soldi della famiglia di SM, soldi che
potrebbero essere spesi per migliorare le condizioni di casa e del piccolo NM [ NdA: a cui
il vecchio Palmerio vuole un bene dell'anima]

• una ambigua serie di prestiti, debiti, riscossioni, pagamenti, giri di soldi tra il SV e il
SM, tra la Locci e i suoi amanti, tra i Vinci e i Mele

b) dall'altro abbiamo, un duplice omicidio in cui a fine delitto:


• i cadaveri, vengono pietosamente ricomposti delle nudità

• il ninnolo della catenina, forse dono del clan ad inizio rapporti col SM a suggello del
matrimonio combinato [NdA: trattasi ovviamente di illazione; non esistono documenti in tal senso,
ma vista l'iniziale povertà della Locci, la cosa non stupirebbe affatto ] strappata via [NdA: “al collo
della donna è posta una catenina in oro giallo, spezzata in due punti ” - Rapporto Matassino], cosa che
oltrepassa la semplice e rispettosa interazione del ricomporre i cadaveri, e può invece
significare
▪ o disprezzo/punizione (a lavaggio dell'onore macchiato)

▪ o astio/arrabbiatura (per non averle trovato addosso la somma che ci si


aspettava portasse con sé)

• una somma di denaro, cospicua per i tempi e per l'ambito lavorativo del clan, non
trovata

• il piccolo Natalino, adorato dal vecchio capofamiglia, figlio ufficiale di uno dei
partecipanti al delitto, sopravvissuto, protetto, accompagnato, indottrinato e
salvaguardato

Possiamo, facendo nuovamente un passo indietro al precedente capitolo, chiedendoci se


anche la seconda seconda persona fisicamente presente sulla scena del delitto [ NdA: lo
sparatore, che per esattezza di ipotesi al momento ancora non abbiamo potuto escludere che fosse la stessa
percepita “tra le canne”], non sia logico individuarla proprio in una persona del clan.

Una persona che a differenza dell'inaffidabile SM, comunque portasse il sangue di famiglia
nelle vene, e che proprio il sangue di famiglia abbia lavato premendo il grilletto.

Ma non solo:
perché, sappiamo, c'era anche la questione “recupero soldi” di cui occuparsi, e nemmeno di
quella si poteva occupare l'inetto SM: lui doveva solo badare a tranquillizzare ed istruire il
Natalino [NdA: “Natalino ripete al magistrato quanto ha già detto al m.llo Ferrero. Il verbale è reso in forma
indiretta e offre dei dati che non risultano dal verbale di Ferrero: "Il bambino riferisce più volte che, quando si

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svegliò in macchina, vide suo padre seduto vicino a lui sul lato sinistro del sedile posteriore… suo padre lo fece
uscire dalla macchina dallo sportello posteriore destro e poi lo prese per mano, accompagnandolo fin presso la
casa dove poi da solo il bimbo suonò… per buona parte della strada lo portò a cavalluccio… ". Dichiarazioni di
Natalino Mele - Sentenza Rotella], e per farlo, si badi bene, aveva appena un'ora scarsa di tempo.

Il SM non poteva stare a perdere tempo in altre faccende: il suo compito era, se così si può
dire, il più “congelato”, quello con meno possibilità di variazioni.
Già gli si concesse il tempo per il pietoso compito di ricomporre le vesti della “sua signora”
probabilmente, altro a disposizione non gliene restava: doveva rassicurare Natalino e
d'incamminarsi il più in fretta possibile [NdA: doveva poi anche tornare a casa].
Doveva tra l'altro allontanare il Natalino dalla scena del crimine, di modo che il piccolo avesse
poche o nulle possibilità di vedere e riconoscere l'altro/gli altri partecipanti.
Si fece di tutto per salvaguardare la vita di Natalino, ma comunque, il Natalino restava o
poteva restare, un pericoloso testimone (vista soprattutto la giovane età)

Abbiamo visto come il clan Mele ormai il cuore in pace nei confronti dei comportamenti della
Locci, se lo fosse messo.
Abbiamo visto come in 8 anni, dal 1960 al 1968, mai alla Locci le venne alzata una mano in
faccia, e abbiamo anche visto come il SM alla “sua signora” le volesse bene.

Abbiamo visto ora che un ammanco cospicuo di soldi, soldi che dovevano servire a riparare il
tetto della casa dove viveva l'adorato nipotino del capo-bastone del clan Mele, a causa della
Locci era svanito [NdA: “Ancora nell'imminenza dell'omicidio, oltre un anno dopo, si proponeva di farne
mettere a posto il tetto, avendo avuto circa mezzo milione di lire, che era andato a ritirare a Prato in compagnia
di Mucciarini, nel giugno del '68” - Sentenza Rotella]

Abbiamo appunto anche letto di un ricomporre e frugare cadaveri e auto [ NdA: “ripone il
borsellino setto il sedile dell'autovettura, e allo zio Pietro che fruga nel cassetto del cruscotto ” - dichiarazioni d
Natalino Mele - Sentenza Rotella], di debiti.

• Visto che il SM era inaffidabile sia come sparatore, sia come “uomo” in grado di badare
ai soldi di casa [NdA: e infatti la Locci glieli sottraeva per spenderli coi suoi amanti, e il Palmerio li
affidava al Mucciarini]

• visto che il SM era comunque “indaffarato” a tranquillizzare il nipotino adorato di casa,


e ad istruirlo su cosa dire nelle immediatezze e sul non fare nomi [ NdA: cosa che il NM farà,
non rivelando nemmeno il cognome sue o quello del padre, come abbiamo visto ]

• visto che l'onore (e i soldi) di famiglia, giustamente alla famiglia appartengono, e se


qualcuno deve lavarlo deve ovviamente essere qualcuno della stessa famiglia, così
come per i soldi, che un estraneo potrebbe dire di non aver recuperato mettendoseli
invece in tasca [NdA: specie se tale “estraneo” fosse stato proprio uno con cui i Mele avevano storie di
debiti e con cui la Locci soldi assieme ne aveva sperperati ]

Si giunge alla ovvia ed unica conclusione che lo sparatore, obbligatoriamente sia da


individuare in un fidato membro del clan Mele.
Non poteva trattarsi di un soggetto estraneo al clan.

Era questo altro membro del clan Mele, la stessa figura presente “tra le canne”?

Al momento la risposta ancora ci sfugge, e per onestà intellettuale bisogna ammettere che a
nessuna prova conclusiva in merito si arriverà, ma tutta una serie di indizi e ragionamenti
logici, oltre che alle stesse parole di Natalino, ci fanno piuttosto pensare ad un'altra figura ed
un altro nome, come vedremo.

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Infatti, se è vero come è vero che al momento siamo giunti ad identificare due persone, dello
stesso gruppo familiare e di clan, sulla scena del delitto di Castelletti di Signa [ NdA: Natalino
Mele escluso], è altresì vero che già sappiamo della necessità di auto quella notte per poter
portare a termine il premeditato piano criminale.
Auto che nessuno del clan aveva a disposizione.

E così, finalmente, andiamo a scovare il terzo partecipante all'agguato.

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Auto segue auto, omicidio segue alibi

Dove i due amanti si vanno ad imboscare quella notte, al “buio completo” [Rapporto Matassino] e
fuori città.

• Un angolo di quiete amorosa ignoto a priori al commando di complici assassini;


▪ "Ed in effetti le indagini successive non dimostrano che in quel luogo, a
preferenza di altri, la coppia fosse solita portarsi (salvo un'affermazione in
contrario di Giovanni Mele, fratello di Stefano, nel 1984)” - Sentenza Rotella]

▪ e quindi correttamente ne consegue che "Non si pensa alla possibilità che


l'omicida fosse già sul posto ad attenderla. [Sentenza Rotella]

• la Locci e il Lo Bianco, si spostano, usciti dal cinema, in auto,


▪ sulla “Giulietta Alfa Romeo TI, targata Arezzo” [Rapporto Matassino] del Lo Bianco

• e per seguire chi velocemente si sposta con un mezzo, un mezzo è necessario per
seguirli. Auto segue auto. A piedi o in bici, proprio non si può fare
▪ “Poco meno della metà del percorso, dalla piazza del cinema ...SNIP... principia
in salita ed è assai disagevole. Si stima probabile l'uso di un veicolo a motore
per seguire la 'Giulietta' del Lo Bianco. [Sentenza Rotella]

Non è possibile immaginare un palo fuori dal cinema pronto ad avvisare i complici già
appostati sulla scena del futuro crimine [ NdA: che comunque implicherebbe anche in questo caso un a
“terza figura”]: siamo nel 1968 e i telefoni cellulari non esistevano ancora, e siccome sul luogo
del delitto non risulta che esistessero cabine del telefono, tale opzione non può che essere
scartata.
• Non è invece né inverosimile né implausibile, che almeno in un dato momento,
qualcuno del clan, abbia fatto, non notato, da palo fuori dal cinema onde avere la
certezza di quando i due amanti avrebbero iniziato a muoversi. Tale figura, in seguito,
potrebbe essere salita nell'auto degli assalitori (e dunque rientrare nel conto dei tre
partecipanti minimi) o aver terminato con la segnalazione il suo compito (portando così
almeno a 4 il numero del commando)

Ma che ci voglia una auto per seguire un auto, oltre ad essere una cosa banalmente logica da
vedere, ha fondamento anche su altre ragioni, quali ad esempio le stesse dichiarazioni dei
vari Mele, etc.

Infatti,
• “Il primo a porre il problema è stato Mucciarini., inquisito, “Il 27 gennaio 1984
dichiara: "In questi giorni mi sono posto il problema del veicolo. Stefano dice che si
andò a commettere il delitto con la vettura, ma
▪ nessuno di noi tre aveva la vettura e la patente.
▪ Perciò due sono le cose: ragioniamo
▪ o vi era uno al mio posto
▪ o vi era una persona che guidava la macchina"
[Sentenza Rotella]

abbiamo poi:

• il SM che, nelle immediatezze del delitto, dice ai Carabinieri della “Fiat/600 del Vinci”
Salvatore in piazza [Rapporto Matassino]

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• “ avendo Mele affermato di aver commesso il delitto in compagnia di altra persona e


munita di autovettura” [Sentenza Rotella]

• il SM che nelle immediatezze del delitto, dice ai Carabinieri “Aspettano l'uscita dal
cinema e li seguono ...SNIP... Il Vinci, che guida, notato il posto occupato dalla
Giulietta, ferma la sua macchina” [Rapporto Matassino]

• il SM che nelle immediatezze del delitto, dice ai Carabinieri “Raggiunge il Vinci che nel
frattempo è rimasto ad aspettarlo in macchina” [Rapporto Matassino]

• Giovanni Mele possedeva un automobile, ma solo “dai primi anni 70. Ma non poteva
trattarsi di quella. E non ne aveva possedute altre prima”. [Sentenza Rotella]

• Marcello Chiaramonti un auto la possedeva, ma in merito “udito quale teste, si è difeso


con tutta l'onestà e la limpidezza che gli ha concesso l'essere inquisito per un delitto
gravissimo, libero e con la paura di perdere la libertà.” [Sentenza Rotella]

• “MELE Stefano non è mai stato ritenuto capace di perpetrare da solo il delitto, tenuto
conto sia delle esigenze organizzative che esso avrebbe comportato, e lo stesso non
possiede né i mezzi – autovettura...” [Rapporto Torrisi 311/1]

• il 16 gennaio 1984, SM, cambiando argomento si mette a parlare del SV e dice: “ No,
non voglio dire niente contro Salvatore. Non c'è nessuna allusione. Salvatore Vinci
aveva la macchina a quattro ruote". [Sentenza rotella – dichiarazioni di Stefano Mele 16 gennaio
1984]

• “Il doppio viaggio in macchina, che ha descritto il 23 agosto, ai carabinieri in


confessione, su veicolo altrui, è più verosimile di quanto possa esserlo la versione che
concerne il ricorso al motorino del Vinci [NdA: Francesco, che possedeva un motorino]”
[Sentenza Rotella]

Ad eccezione della parte volta ad allontanare le accuse da se medesimo, comprensibile ma


ininfluente ai fini di questo documento, come non trovarsi in pieno accordo dunque con le
parole stesse del Mucciarini, “o vi era una persona che guidava la macchina” ?

Del resto, in conclusione:

• un mezzo per pedinare la coppia era necessario, obbligatoriamente, visto che la coppia
si spostava in auto.

• Il SM ed almeno un altro complice, dello stesso nucleo familiare, erano sulla scena del
delitto

• in motorino al massimo si va in due

• il Francesco Vinci il motorino l'aveva, ma non era dello stesso nucleo familiare e in più:
▪ era uno degli amanti della Locci e dunque uno che aveva partecipato ad
infangare il nome della famiglia e con cui i soldi erano stati spesi. In più, il
Francesco non aveva un segreto rapporto omosessuale con il Mele Stefano

• il Vinci Salvatore possedeva una “macchina a quattro ruote”


▪ mezzo dunque atto a seguire un'altra automobile

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▪ in grado di spostare più di due persone alla volta [ NdA: su una Fiat/600, 5 persone
possono trovare spazio, a differenza che su un motorino che al massimo ne ospita due ]

▪ il Vinci Salvatore condivideva con il SM (e con la Locci, morta) il segreto di una


intensa relazione omosessuale, in cui i due a turno prendevano il ruolo dell'uomo
e della donna

▪ il SV aveva avuto una relazione con la Locci, e quando lui, uomo che le donne le
comandava anche a suon di botte, aveva cercato di riprenderla, la Locci stessa,
donna, aveva scaricato e umiliato sia lui sia il marito accusandoli per i loro
rapporti omosessuali, preferendogli giovani uomini veri maschi

Si può dunque giungere tranquillamente alla conclusione del ragionamento, che oltre ad
identificare la necessità di una figura dotata di patente ed auto, riconosce in quella stessa
persona anche quella del soggetto in attenzione a questo documento di studio: il Salvatore
Vinci.

I conti a questo punto, vedono la scena del delitto popolata da:


– Locci Barbara, vera vittima designata

– Lo Bianco Antonio, vittima collaterale

– Stefano Mele, col compito necessario di tranquillizzare il Natalino ed istruirlo su cosa


dire e cosa tacere nelle immediatezze del delitto

– un altro membro del clan Mele col compito di sparare e cercare di recuperare i soldi

– un terzo soggetto, il Salvatore Vinci, fornitore di auto ed autista della stessa

– Natalino Mele, presenza “ingombrante” ai fini delittuosi ma la cui vita deve essere a
tutti i costi preservata:
– ufficialmente figlio del SM

– probabile figlio del SV

– adorato dal vecchio capo-famiglia in comando nel clan Mele

Non si venga a dire che queste sono solo “parole” e/o deduzioni e/o illazioni, perché di pari
passo ad un delitto premeditato e di gruppo, non compiuto sotto il momentaneo impulso di
un raptus, a riprova della su esposta conclusione in merito alla presenza del SM e del SV, vi è
anche, ed ovviamente, la necessità come per ogni delitto che si rispetti, degli alibi, fasulli, a
tenerli inchiodati alle loro responsabilità.
E fasulli gli alibi risultarono, infatti.

Non esiste infatti che al momento in cui si pianifica e premedita un delitto, non si pensi a
procurarsi alibi, ovviamente di comodo, validi a garantire agli autori del delitto stesso una
possibile impunità.

E così, andando a verificare quanto su appena esposto, ci troviamo con:


• uno Stefano Mele che inventa l'alibi della malattia [ NdA: che sia falso, lo si evince dalle
immediate dichiarazioni del Natalino a supporto della stessa menzogna - “Natale Mele, durante il
sopralluogo del 1985 (cfr. vol. 7 G, già cit.) ha ricordato e riferito che l'accompagnatore (è incerto se
fosse o non suo padre) gli diceva di ripetere che il babbo era malato a letto” Sentenza Rotella]

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• Falso risulterà anche quello, dato fin dalle immediatezze del delitto dal Salvatore Vinci,
che se non complice nell'agguato non avrebbe alcuna ragione per fornire un alibi falso,
chiedendo ad sue conoscenze [NdA: Antenucci, Vargiu, Biancalani, di cui con almeno due ha
accertati rapporti omosessuali] di mentire alle Autorità pur di coprirlo [ NdA: “L'alibi di Salvatore
Vinci, dunque, non regge obiettivamente, perché risponde ad un accadimento reale del giorno prima del
fatto. Non ne era riscontro la testimonianza del Vargiu, che, sentito a distanza di tempo dai fatti, lo aveva
confermato su richiesta” - Sentenza Rotella]

Per altri membri del nucleo familiare, e/o intorno ad essi gravitanti, bisogna innanzitutto
citare le parole riassuntive del G.I. Rotella:
• “Non si ha un accertamento esauriente della verità in materia di alibi , non che
non si voglia credere agl'inquisiti. Non è possibile dire che tutto sommato gli alibi
reggono (ordinanza del Tribunale della Libertà), quanto piuttosto che non sono
sicuramente caducati. ...SNIP... È infine da rimarcare che nel caso di G. Mele al più si
poteva ipotizzare che l'alibi fosse falso. Nel caso del Mucciarini, l'eventuale falsità,
per quanto si è osservato circa la documentazione scritta, fatta sulla scorta delle sue
stesse annotazioni, e lo scambio formale del giorno di riposo, avrebbe condotto a
ritenerlo addirittura precostituito” [Sentenza Rotella]

O, guardando più nel dettaglio:


▪ Stefano Mele: "Per quella notte Piero Mucciarini chiese e ottenne un turno di
riposo".[da “Dolci colline di sangue” - M. Spezi – D. Preston ] - [NdA: ma la fonte citata non è un
documento di indagine ufficiale, e dunque va presa con la dovuta cautela ]

▪ o, più interessante e documentato del precedente, sempre a proposito del


Mucciarini, che come abbiamo visto godeva della stima e della fiducia del capo-
famiglia Palmerio: “Più complesso è il tema dell'alibi di Piero Mucciarini per la
notte dal 21 al 22 agosto 1968. Si è appurato, documentalmente, che egli
risulta al lavoro, presso il forno Buti di Scandicci, nella zona di Casellina, quella
notte. Ma i compagni di lavoro, divisi in due squadre, non ricordano di averlo
visto nell'una o nell'altra. Il Mucciarini che riposava in quel mese, per lo più la
notte sul mercoledì, aveva, secondo, le sue ultime dichiarazioni scambiato il suo
giorno di riposo con quello di un compagno (Panicci Natale), che risultava,
secondo le registrazioni, assente proprio la notte successiva (giovedì). Il Panicci,
per parte sua, ha affermato che egli difficilmente si assentava dal lavoro, per
ragioni di bisogno e che le registrazioni sono meramente formali (per controllo
esterno del rispetto delle norme sindacali nel forno Buti) e non dicono il vero. Si
è peraltro appurato che in quella fine d'agosto 1968 è stato proprio il Mucciarini
a segnare le schede di presenza poi convertite sul registro. Mucciarini è stato
interpellato sull'alibi, formalmente in c. d'Assise, e si è limitato a dire che il suo
riposo cadeva di mercoledì. Nel 1984 ha affermato di non sapere in che giorno
fosse stato commesso il delitto (notte sul mercoledì o sul giovedì)” [Sentenza
Rotella]
▪ “Ciò è improbabile per due motivi. Natalino lo aveva accusato, a
quanto pare (e sostiene lo stesso Mucciarini, v. tra l'altro anche
l'interrogatorio già menzionato) anche in famiglia, il che imponeva una
semplice verifica sul calendario. In secondo luogo nell'ultimo
interrogatorio reso, Mucciarini ha dichiarato che l'alibi gli fu richiesto
quasi subito dai carabinieri, ed egli avrebbe detto di essere al lavoro,
perciò doveva sapere subito del rapporto tra l'alibi ed il giorno della
setti mana” [Sentenza Rotella]

▪ o i vari interessamenti, sempre dello stesso Mucciarini, lo zio Pieto del famoso
biglietto, verso le dichiarazioni del Natalino, anche se di fase successiva alla

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pianificazione vera e propria di un alibi [NdA: vedasi Sentenza Rotella]

▪ Giovanni Mele, non verificabile: “Quanto a G. Mele si è potuto appurare che, di


norma, l'azienda di Mantova in cui lavorava rispettava un periodo di chiusura
per ferie fino al 21 agosto (cfr. indagini dei carabinieri). G. Mele ha sostenuto
tuttavia di essere tornato al lavoro da Firenze subito dopo, ferragosto 1968 e
che aveva appreso la notizia del duplice omicidio, leggendola sui giornali
(Mucciarini dice di avergli telefonato). Le affermazioni di Giovanni Mele non
erano più riscontrabili documentalmente, nel 1984, presso l'azienda (indagine
dei CC. v. sopra). Sono stati fatti riscontri circa indicazioni della sorella Maria di
telefonate, attraverso una vicina di casa di Antonietta Mele, ma senza risultato.
Comunque il problema non è quello se Giovanni Mele fosse a Firenze in ferie,
all'epoca della divulgazione della notizia del duplice omicidio (che pure i suoi
congiunti affermano di aver appreso il 23 agosto), ma se potesse trovarvisi al
momento del fatto, atteso che Mantova, anche nel 1968, era raggiungibile in
poche ore da Firenze ...SNIP.... G. Mele non era stato richiesto di alibi nel 1968 ”
[Sentenza Rotella]

E' ormai tempo di andare a comprendere fino in fondo la ragione, anzi le plurime ragioni, per
la quale la Barbara Locci doveva essere uccisa.

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Perché Barbara Locci doveva morire – L'incastro dei moventi

Ormai dunque con in mano una nitida fotografia, è tempo di capire come questa sia stata
scatta; ossia illustrare al lettore il movente; la ragione per la quale la Barbara Locci doveva
morire.
Ragione che però è causa di motivi plurimi.

Infatti, se è vero come si sostiene che il motivo principe, quello segreto che sta alla base di
tutto, è fondamentalmente unico, anche se “aromatizzato” di una componente caratteriale
personale singola, è altresì vero, a detta dello scrivente, che non tutti i componenti del
commando assassino [NdA: ed altri che probabilmente parteciparono nella pianificazione o comunque
diedero il loro assenso al duplice omicidio ] fossero a conoscenza di tale ragione.
Anzi, nello specifico si ha fondato motivo certo per sostenere che realmente ne fossero
all'oscuro.

Salvatore Vinci, appena emigrato dalla Sardegna, bisex ma profondamente omosessuale, ha


“ufficialmente” una relazione sessuale con la Locci.
Ma cosa ignorata da tutti, tale relazione è ben più ampia: infatti vede coinvolta la figura
maschile del SM.: i due si scambiano tra loro il ruolo dell'uomo e della donna.

La Locci, desiderosa di nuove esperienze, sta al gioco col SV e il SM; così come sta al gioco di
essere portata alla Cascine per concedersi pubblicamente con degli sconosciuti (e se no, sono
minacce e botte, come il SV è solito elargire alle sue compagne).

Ma come dice il detto, “tutto ciò che è bello, deve finire”, così la relazione a due, e quella
“privata” a tre, col matrimonio del SV con la Massa nel 1962 e il trasferimento fuori casa dei
Mele, ufficialmente si interrompe, complice anche il fatto che la Locci, maturate un po' di
esperienze sessuali col SV e provati i suoi gusti, aveva preso a frequentare il fratello di lui,
Francesco Vinci, il maschio maschio, il duro e “balente”, che la portava ad “esibirla come
prima donna” al “bar dei sardi” in piazza Mercatale a Prato.
“La relazione di Francesco con la donna iniziò in epoca successiva…i rapporti della Locci
Barbara con Francesco non erano riservati, ma palesi e chiari…" [Sentenza Rotella]
“Il VINCI Francesco subentra al fratello Salvatore nella relazione con la LOCCI e continua a
mantenerla sino all'ultimo” [Rapporto Torrisi 311/1]

Il SV prosegue dunque la sua vita e la sua routine sessuale con la Massa Rosina, ossia
rapporti a tre con il Saverio Biancalani e altri; giri alle Cascine a cederla ad altri uomini con
cui poi accoppiarsi a sua volta; minacce e botte alla donna se osa rifiutarsi.

Ma come sappiamo, i rapporti tra il SV e il SM e la Locci o tra il SV la Locci e il SM, non sono
del tutto interrotti, o comunque vengono almeno brevemente riallacciati nel febbraio del
1968, allorquando, con il SM ricoverato in ospedale, il SV va a dormire in casa e nel letto
della Locci.

Il SM di un ritorno in casa dell'amante SV non può che esserne contento: i giochini e le


penetrazioni anali possono ricominciare, mica come con gli altri amanti della moglie, che si
dimostrano maschi tutto d'un pezzo.

Ma è un “ritorno di fiamma” che dura poco. La Locci ormai avendo a disposizione il balente
Francesco, e altri veri uomini, dei giochetti che la tengono ai margini dell'attenzione non ne
vuole più sapere più.

La “piccola donna” è cresciuta: è una ”ape regina” adesso.


E' lei che sceglie e che non si fa sottomettere. Non è più una ragazzina influenzabile [ NdA:

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anche pare non esserlo mai stata viste le botte che per tre volte lei, Barbara Locci, ha rifilato al vecchio Palmerio
quando la molestava]

Il più giovane e aitante Francesco la porta a fare la prima donna al bar dei sardi, il Salvatore
a prostituirsi alla Cascine con sconosciuti.
La differenza non è da poco.
La Locci ci impiega un minuto a scegliere.

Se poi ci si aggiunge che, senza andare fino alle Cascine, il menage che il SV propone è
quello di ritrovarsi a fare quasi la subalterna e la comparsa anche tra le lenzuola del letto di
casa propria, con i due maschi. SV e SM, che invece di dedicarle tutte le attenzioni,
preferiscono “giocare sessualmente tra di loro a fare l'uomo e la donna a turno”, si capisce e
bene come la Locci con orgoglio e carattere e disprezzo, tronchi col SV e addirittura per un
paio di mesi non vada più a letto nemmeno col legittimo marito.

Ma questa scelta di estromettere il SV dalle sue lenzuola, anche se lei ancora non lo sa, porta
con sé la sua condanna a morte.

Infatti, oltre all'offesa “personale” e al rancore per l'estromissione che la cosa può portarsi
dietro, la Locci col suo gesto fa anche un altro passo falso nei confronti del SV:
gli dimostra di essere autonoma nelle decisioni rispetto al volere di lui

Lo stesso errore che nel 1960 già aveva fatto la sua omonima, la Barbarina Steri.

Ma queste che sarebbero ragioni spicciole, quasi di poco conto, buone solo a tener viva una
fiammella di rancore, si inseriscono in una cornice, purtroppo per lei ben più ampia:
• il passato del SV [NdA: che abbiamo analizzato in pregresso capitolo]

• Il SV è in pessimi rapporti col fratello, attuale amante ufficiale della Locci.

• E soprattutto che lei e solo lei, è a conoscenza dei rapporti omosessuali che
intercorrono tra il SV e il SM

Dal punto di vista del SV:


non sarebbe affatto una bella cosa se le sue preferenze bisessuali e omosessuali andassero a
correre in giro di bocca in bocca; peggio ancora starebbero come accuse sulla bocca del
fratello col quale è ai ferri corti e che invece è in ottimi rapporti col figlio Antonio; gli stessi
Mele avrebbero qualcosina da rinfacciargli e magari anche chiudergli qualche rubinetto
economico.

E, non lo si può dimenticare, vi è quel precedente della Barbarina Steri.


Appena la donna ha provato a dimostrare nei fatti la sua autonomia decisionale, è finita
morta stecchita.
Noi lo sappiamo adesso, col senno del poi, che a questi “pochi” esempi dobbiamo invece
anche aggiungere anche tutti quegli altri che vedono il SV, picchiare, colpire, minacciare
moglie e compagne ogni volte che hanno tentato di sottrarsi alla sua volontà di comando, ad
esempio rifiutandosi di sottostare a rapporti di gruppo. All'epoca gli inquirenti non lo
sapevano invece.

Abbiamo così un SV, già maltrattato da piccolo a suon di botte paterne, violentato a militare
dopo un violento trama cranico per cui necessitò di degenza ospedaliera, già solito picchiare e
minacciare l'attuale moglie, già altamente probabile uxoricida della prima giovanissima
moglie, che ferito nell'orgoglio, denigrato per la sua mezza mascolinità, scavalcato nelle
preferenze e anche nel grado dal fratello [ NdA: “Il VINCI Salvatore, quando parla del fratello Francesco

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in sede di interrogatorio reso al P.M. in data 30 agosto 1982, è molto esplicito nell'affermare che "allora era
fratello minore, ed oggi è fratello maggiore" – Rapporto Torrisi 311/1], sente il sangue ribollirsi nelle vene
a sentirsi umiliato e cacciato dalle grazie di quella donna, di quella “puttana”.

Dall'ignaro punto di vista del “semplice” SM:


Se si scoprisse la tresca omosessuale col SV, per lui sarebbe peggio che per tutti.

Guai infatti se in famiglia Mele, nel clan, si venisse a sapere che il loro figlio, già portatore di
disonore sulla famiglia a causa della moglie è anche l'amante fedele del SM [ NdA: così fedele che
ancora quando nel 1988 il SV sarà a processo per l'uxoricidio della Steri, il vecchio amante accorrerà a
testimoniare a suo favore, scagionandolo].
Al vecchio Palmerio gli verrebbe immediatamente un infarto, gli scoppierebbe una coronaria.

Dall'ignaro punto di vista del clan:


Anche il clan, meglio se correttamente stimolato, motivi ne poteva avere. Ma bisognava
appunto “imbeccarlo un po”; compito perfetto per un ignaro “cavallo di Troia”.

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L’unico che poteva convincere lo Stefano Mele

Ma il SM, lo sappiamo, è una persona semplice al limite dell'oligofrenia di medio grado;


incapace di rendersi conto di cose troppo complicate, di arrivarci da solo a capire certe cose.
Ma con l'imbeccata giusta....

E noi sappiamo già quanto a differenza del SM, il SV sia un cervello fino, un buon
pianificatore, uno capace ad organizzare le cose, ma anche uno violento : “non lo ripetere la
terza volta perché tu sei mia ed io faccio di te quello che voglio e ricorda che io quando faccio
una cosa la faccio pulita” [Minacce del SV alla Rosina Massa – Deposizione della stessa del 15 aprile 1985 -
Rapporto Torrisi 311/1]

Ci troviamo dunque al punto in cui il SV, diciamo per “motivi suoi”, che spaziano dal rancore
alla presupponenza di sentirsi superiore alle donne [ NdA: delle quali effettivamente ha meno bisogno
di quello che sembra, essendo particolarmente interessato ai rapporti e ai legami omosessuali, come già abbiamo
visto], e al cercare comunque di evitare che si sparga in giro pubblicamente la sua preferenza
all'essere penetrato da persone del suo stesso sesso, anziché a quella del penetrare persone
del sesso opposto, voleva fortissimamente la Locci morta.
Una simile notizia, giunta in casa del clan Mele, infatti ed inoltre, gli avrebbe molto facilmente
causato anche la chiusura di quegli strani e mezzo illegali truschini economici che con il SM
aveva intrattenuto [NdA: la vicenda dell'assicurazione, ad esempio].
Inoltre, si può essere libertini fin che si vuole, ma negli anni sessanta-settanta in Italia,
l'omosessualità non era cosa di cui farsi vanto, pubblicamente, così facilmente. Soprattutto in
paesini fuori città. Meno che meno nel mondo dei “rudi e maschi” manovali dell'edilizia.

E il SV indubbiamente era un soggetto libero sessualmente, ma ricordiamoci appunto che


stiamo parlando di paesini e non di metropoli, e soprattutto che stiamo parlando dell'Italia
degli anni sessanta-settanta.
Se si pensa che ancora la giorno d'oggi, 2014, il tema omosessualità in Italia è da
considerarsi tabù al punto da avere ostruzionismi ed impasse legislativi pur di non legiferare
su questioni di parità di diritti civili in tal senso, ben si può immaginare cosa potesse
significare, soprattutto per un muratore, sardo, nel 1968, essere additato pubblicamente o
sul posto di lavoro o al bar, come “checca”.

Le cose si facevano, tra consenzienti, in posti per consenzienti. E il SV non sfuggiva a questa
regola.

Ma il SV non poteva uccidere la Locci, così, come se nulla fosse.


Per tanti motivi, primo tra tutti perché se avesse agito senza un preventivo assenso da parte
di qualcuno, ossia del SM, sarebbe finito nell'occhio del ciclone delle indagini in un istante.

Il SM voleva bene alla sua signora. Non avrebbe permesso, non fisicamente ovviamente, che
l'assassino la facesse franca. Anche senza farlo apposta, il SV lo avrebbe tirato in mezzo
raccontando di come, tra tutti gli amanti della moglie, proprio il SV e solo il SV ultimamente
fosse stato respinto. I fari della Giustizia si sarebbero subito appuntati su di lui.

No, il SV non poteva agire così, d'impeto, d'istinto.


E del resto non era nemmeno il suo stile, già si è vista la cura di pianificazione nei confronti
della Steri, che arriva addirittura a costringerla ad una falsa denuncia da poterle rivoltare
contro. Già si era visto come fosse riuscito a portare dalla sua i parenti stretti della Barbarina.
Come si può dubitare dei famigliari della vittima? La garanzia di impunità sale a livelli
esponenziali.

Ma il SV, che non è affatto stupido, sa di avere in mano un'arma più potente di una pistola

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per convincere il Mele Stefano; anzi, ne ha addirittura due.

La prima:
Se la Locci raccontasse in giro, e adesso sta pure uscendo con un “siciliano”, un “estraneo”
alle tradizioni e alla riservatezza sarda, della relazione omosessuale tra il SM e il SV, lo
Stefano Mele sarebbe è rovinato. E la famiglia con lui.

Già è il disonore della famiglia per il poco polso e le tante corna in testa, ma se i suoi, il clan,
sapesse anche che va a letto con uomini, cosa gli direbbero? Cosa gli farebbero? Come la
prenderebbero?

Al vecchio padre e capofamiglia, come minimo gli verrebbe un infarto.


Sulla famiglia tutta, sul buon nome della onesta famiglia di lavoratori, si abbatterebbe il
ciclone delle risa della gente. Il disonore sarebbe completo.
E il SM, questo proprio non lo potrebbe sopportare, nonostante la “cacciata” di casa,
nonostante l'età già avanzata, è pur sempre il secondogenito maschio, il padre del piccolo
Natalino gioia per gli occhi e per il cuore del vecchio Palmerio, che in lui vede il cognome di
famiglia continuare a sopravvivere.

Si noti in proposito come il Mele Stefano faccia le prime ammissioni dei suoi rapporti
omosessuali col Vinci solo a partire dal 30 maggio 1985, quando ormai il Palmerio è già
deceduto, la Antonietta pure e la famiglia ormai irrimediabilmente smembrata e quasi non più
esistente come tale.
Nemmeno Natalino si poteva quasi più chiamarlo figlio suo, e stavolta non per dubbi
cromosomici, ma per il semplice fatto che ormai il bambino era cresciuto tanti anni distante
dal padre che lo stesso Natalino poteva affermare in tribunale:
N.M.: Ah, io, mio padre non lo conosco neanche.
A.S.: Come suo padre non lo conosce neanche?
N.M.: Cioè, nel senso che io quand'ero piccino, l'ho conosciuto in carcere praticamente, l'ho
visto, come fisionomia, così era mia madre, perché io con loro non c'ero mai
[Natale Mele - Deposizione dell' 8 luglio 1994]

Il segreto che nel 1968 andava difeso con il sangue per preservare onorabilità e famiglia, a
famiglia non più unita ed esistente non ha più alcuna necessità di continuare ad essere
taciuto.

La seconda:
la seconda arma che ha in mano il SV è quella della passata esperienza e dell'astuzia.
Il SV sa che il SM è un “buono”, un pezzo di pane.
Sa che che il SM alla Locci, comunque le vuole bene. Sa che non è geloso di lei. Sa che il SM
può benissimo continuare a volerle bene anche se lei per qualche tempo gli si nega.

Ma il SV sa anche, perché ben se lo ricorda, che la Steri Barbarina stava per andarsene
fisicamente via.
E così, conseguentemente, sa che oltre allo spauracchio che la Locci racconti in giro delle
esperienze omosessuali del SM, allo Stefano Mele può anche vendere l'idea, vera o falsa che
sia non ha importanza in quanto comunque risulta plausibile anche a noi adesso, che la Locci
avesse intenzione di andarsene fisicamente. Di abbandonare il SM per il giovane e aitante
muratore siciliano, o per il fratello o per chissà chi altro.

A quel punto, persa fisicamente per persa fisicamente, perché non ucciderla e almeno
riguadagnare una fetta di rispetto ed onore familiare?

Il SM non ha scampo davanti a simili argomentazioni.

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Il SM non ha scampo davanti a simili argomentazioni raccontategli dal suo amante, SV.

Convincerlo è un gioco da ragazzi.


Quando realmente capirà di essere finito in una trappola, sarà troppo tardi.
E di questo, pur se ancora nascosto nelle pieghe della assoluta impossibilità di ammettere in
famiglia i suoi rapporti omosessuali col SV, il Mele Stefano ne parla.
E ne parla proprio con vecchio padre, comunque sempre suo padre e comunque ancora capo-
bastone del clan Mele, dice:
• “Palmerio Mele, di 92 anni, malfermo, ma lucido (pg. 40. loc. cit.). Egli dichiara: "Mio
figlio Stefano mi ha detto di essere innocente e mi ha fatto capire che è stato attirato
in una trappola da uno dei fratelli Vinci” [Dichiarazioni di Palmerio Mele, 16 agosto 1982 –
Sentenza Rotella]
Certo, il SM non poteva raccontare al vecchio padre che andava a letto col SV e che il
SV usò quello spauracchio come stratagemma nei suoi confronti. E certo, di suo, il SM
non voleva la morte della “sua signora”.
Cosa dire di più “veritiero” quindi al padre, se non di “essere innocente ed essere stato
attirato in trappola”, visto che al padre, proprio al padre, la reale motivazione doveva
restare segreta?

Ma convincere il SM ad accettare l'idea di ammazzare la Locci, fargli ben comprendere dei


rischi che corre lui e la sua famiglia nel caso “quella” vada in giro a raccontare a tutti di cosa
combina il SM sotto le coperte con gli uomini, non basta.
Il SV lo sa benissimo.
Sa che il SM è solo l'ultima ruota del carro della famiglia Mele, del clan.

Nel clan comandano i Palmerio, i Giovanni, i Mucciarini di fiducia del Palmerio, le zie. Non il
SM di sicuro.
Zie, tra l'altro che attivamente si attiveranno nei confronti del Natalino, non affinché
ricordasse se e chi avesse visto la notte del duplice omicidio, ma che si attivarono “al
contrario”, ossia perché il Natalino non raccontasse nulla di compromettente per la famiglia,
per i parenti:
• "Dell'oggetto di questo interrogatorio, prima di essere sentito ho accennato
brevemente per telefono solo a mia zia Maria, la quale mi ha consigliato di dire che
quella notte dormivo e quindi di non essere in grado di riferire nulla" (c. 16 ss. vol. 5C,
escuss. Testi)” [Dichiarazioni di Natale Mele , il 16 agosto 1982 – Sentenza Rotella ]

• “Una telefonata intercettata (ore 7,06 del 19.8.82, brogliaccio e perizia di trascrizione
loc. cit.) ….SNIP...Maria è preoccupata. Suo fratello Giovanni, in altra telefonata,
mostra di condividerne le preoccupazioni, e afferma che bisogna stare attenti a 'non
farsi le scarpe l'uno con l'altro' e sospetta che il telefono sia controllato (ore 19,52 st.
data, loc. cit.)”. [telefonata tra Maria Mele e Teresa Mele – Sentenza Rotella]

• “ Io non ho interesse alla revisione del processo e se c'è da firmare qualcosa sul punto,
non firmo ...SNIP... del resto il bambino stava dormendo e non ha visto nulla” [Maria
Mele – Sentenza Rotella]

Ma, e lo abbiamo già detto e visto, il SV non è uno stupido, lui non è un oligofrenico; lui è
uno che pensa e che quando agisce agisce pulito.
Lui sa che il SM non può ottenere l'assenso ad un simile estremo atto dalla famiglia [ NdA:
famiglia che in otto anni non ha mai alzato un dito contro le corna della Locci ] sfruttando la semplice scusa
che la moglie lo tradisce e dunque disonora lui e tutta la famiglia.
Nessuno gli crederebbe. Nessuno accetterebbe.

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Ma il SV sa che può manovrare il SM, e con lui di rimando l'intera famiglia Mele, con la scusa
dei soldi.

La Locci, oltre il disonore che porta tradendo il SM, sta anche prosciugando i soldi di casa;
soldi che se prima erano pochi spiccioli sottratti di soppiatto, adesso sono diventati addirittura
quasi mezzo milione di vecchie Lire del 1968. Una fortuna. E soprattutto sono soldi che
servirebbero a dare un degno tetto, nel senso vero e proprio della parola, alla casa dove vive
l'adorato nipotino Natalino.
• Buon nome della famiglia

• riscatto d'onore

• orgoglio

• un futuro migliore per il nipotino

• rientrare in possesso dei propri soldi

• il figlio Stefano che finalmente diventa uomo e accetta di fare quello che doveva fare
già da tempo

Impossibile rifiutare una simile offerta per il clan Mele.

I pesi sulla bilancia sono messi; il piatto si inclina, la morte della Barbara Locci si avvicina
inesorabilmente.

Ma perché muoia, c'è bisogno di ucciderla, e per ucciderla c'è bisogno di un piano, dei
partecipanti, dei mezzi per compierlo il delitto.
Il piano, ovviamente, non può che essere deciso, così come i partecipanti, che in casa del
clan per detti e logici motivi.
L'assassinio sarà un'opera di clan, per il rispetto che il clan merita.
Il clan dunque deve decidere.

MA il Salvatore Vinci, ha un asso nella manica: il più classico dei cavalli di troia: lo Stefano
Mele, compagno di giochini sessuali omosessuali che nessun altro deve conoscere, che come
un burattino si muove al comando di come lui agita i fili.

E così, senza che il clan sospetti nulla, quando il piano è praticamente pronto ma ci si scontra
con il problema di come e dove uccidere la Locci, nessuno eccepisce quando, su
suggerimento ed induzione dello stesso SV che non vuole essere tagliato fuori dalla sua
personale vendetta, fa il SM presente che:
• SM: “... un auto... c'è bisogno di un'auto...si imbosca in campagna, fuori casa... auto
che nessuno di noi ha... ma che io conosco una persona di cui m mi fido ciecamente,
un sardo come noi, uno che capisce, uno che in Sardegna a Villacidro mi ha
raccontato che già c'è passato in mezzo ad una situazione simile... lo conoscete anche
voi... si, è vero, è stato a letto con la Locci, ma come tanti... e poi lui non è come quel
poco di buono del fratello che sta nei giri di mala... lui è uno per bene, lavora, fa il
muratore, lavoro anche per lui ogni tanto... di lui mi fido, e poi ne abbiamo bisogno,
abbiamo bisogno dell'auto per seguirla quando si va ad imboscare chissà dove con il
suo amante.... anzi, magari così con lui chiudiamo anche quella storia del debito che
abbiamo con lui....” [NdA: dialogo fittizio, inventato dall'Autore]

Quasi tutto è in ordine ormai: è risolto il problema della decisione di uccidere, è risolto il

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problema di scegliere i partecipanti, è risolto il problema di assegnare i ruoli ed è risolto


anche quello di inventarsi degli alibi.

Si apprezzi tra l'altro, la sagace differenza di capacità organizzative e “delittuose”, tra il


Salvatore Vinci e i Mele in generale:

• dal lato SV, abbiamo un alibi, falso, ma vero e proprio; nel senso dell'unico alibi che
porta dei testimoni, fasulli, a suo favore a garantire la sua presenza in mezzo ad altre
persone.
Del resto, il SV, con l'esperienza maturata a Villacidro nel 1960, sapeva bene come
comportarsi

• dal lato clan:, gli sprovveduti di “onesta famiglia di lavoratori” dei Mele, che si riducono
ad inventarsi delle fasulle malattie per chiudersi in casa da soli o delle ferie per
allontanarsi da un luogo di lavoro per starsene a casa.

Resta il grande problema della pistola.


Lo analizziamo nel prossimo capitolo:

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Il reperimento dell'arma – NOTA DI AVVERTENZA

In merito alla fondamentale ed ineludibile domanda “Ma l'arma? Da dove arriva?”, come ben
illustrato nel capitolo “Villacidro non è Fordongianus”, bisogna innanzitutto dire non vi è
alcuna prova o univoco indizio che possa legare realmente la calibro 22 L.R. a quella
scomparsa all'Aresti Franco a Villacidro [NdA: l'unico legame è il nome del Paese, Villacidro comune con
quello del Vinci; per il resto non vi è altro ], e che dunque permetta di dire che l'arma fosse
inizialmente nella logica disponibilità del SV.

Non vi è alcuna indicazione che l'arma inizialmente fosse del SV [ NdA: solo le altalenanti
dichiarazioni del Mele Stefano stesso ], esattamente come non vi è alcuna seria indicazione che
l'arma inizialmente già non fosse nella disponibilità della famiglia Mele [ NdA: magari recuperata
durante l'alluvione di Firenze e dintorni, Lastra a Signa compresa, del novembre 1966 ] o che gli stessi, alla
bisogna, non se ne siano procurati una alla bisogna sul mercato nero o già ne fossero in
possesso.

E' dunque possibile, su questo punto seguire due distinti filoni:


• l'arma venne messa a disposizione dai Mele

• l'arma venne messa a disposizione dal Vinci Salvatore

Nessuno dei due può essere scartato a ragion di onestà intellettuale e di analisi.

Ma siccome:
1. non risulterebbe pratico sdoppiare i successivi capitoli per proporre entrambe le
versioni

2. visto il ragionamento logico sviluppato nel capitolo “il passaggio di mano con
l'inganno”, in grado di legare coerentemente e plausibilmente ogni aspetto della
vicenda fornendo supporto ad ogni successivo ragionamento senza la necessità di dare
per assodate informazioni che assodate non sono

3. scelta di valutazione personale di coerenza dell'Autore

si dà priorità espositiva alla ipotetica versione che vede il clan Mele farsi carico di mettere a
disposizione l'arma.... del resto, poi, è pure il “loro delitto”.

Non dimentichi comunque il lettore, che la versione che vede invece il SV quale personaggio
che oltre l'auto fornisce il commando assassino anche dell'arma con cui sparare, verrà tratta
a se stante a fine documento di studio in apposito capitolo.
E' infatti tenere bene presente che una tale differenza non risulta assolutamente significante,
se non in minimi dettagli, per l'impianto globale di questo documento di studio e nemmeno
influisce sull'impianto specifico della ricostruzione del delitto di Castelletti di Signa del 1968,
se non per dettagli di minore importanza.

Terminata l'avvertenza, a fondamento della versione di seguito esposta, al lettore si consiglia,


se del caso, di rileggere la sezione “CORPO DI STUDIO PARTE II - una calibro 22 che passa di
mano” ed i capitoli di cui è composto.
Vero che lì, in detta parte di trattazione, il discorso è sviluppato solo ed esclusivamente sul
piano logico e del buon senso, ossia non è strettamente calato nel contingente del delitto di
Signa e sui nomi e le storie dei personaggi che abbiamo poco alla volta analizzato e meglio
conosciuto, ma è altresì vero che una completa ripetizione degli stessi, semplicemente

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aggiungendo nomi e cognomi, sarebbe di per se stessa ripetitiva e sterile.


Ma visto che comunque non ci si può sottrarre dal fornirne una ricostruzione specifica, e
soprattutto visto quanto su detto come “AVVERTENZA”, possiamo andare ad esporre
comunque la fotografia che vede l'arrivo dell'arma.

Per i noti punti esposti già esposti, siamo arrivati a determinare che l'arma “non venne
distrutta per “necessità di conservarla a fini di ricatto/pararsi la schiena”, nei confronti di chi
quell’arma l’aveva sporcata uccidendo proprio la Locci e il Lo Bianco” [NdA: citazione dal capitolo:
“Arma sporca non si tiene, arma sporca si distrugge” e in parte anche in “il passaggio di mano con
l'inganno”].

Da qui, adesso, ragionando a ritroso ma sfruttando anche le informazioni che troverete


riorganizzate nei prossimi due capitoli, per coerenza logica, tale “necessità di conservazione a
fini di ricatto/pararsi la schiena” la possiamo vedere e comprendere appieno.

E comprenderla appieno significa solo ed esclusivamente che:


• solo chi NON era “parte integrante” del clan, ossia il SV, era l'unico che necessitava di
una simile forma di “futura copertura”

Lo stesso discorso, infatti, non può valere al rovescio:


se fosse stato il SV a sparare, addirittura con un'arma “sua”, nessuna forma di ricatto e
nessuna forma di “auto-protezione” avrebbe avuto bisogno, una volta sbarazzatosi
definitivamente di un'arma che lo avrebbe e inchiodato definitivamente.
Ma l'arma non venne affatto distrutta, dunque...

Non solo, infatti il conservare l'arma “sporca” che poteva mandarlo all'ergastolo, lasciando
piena possibilità agli “estranei” del clan di accordarsi e denunciarlo, avrebbe rappresentato se
non un atto di pura demenza, almeno almeno un rischio enorme e particolarmente
inopportuno, privo di alcuna ragione particolare. Inutile e tremendamente rischioso.

Mentre il clan era legato da una linea di sangue familiare, che come abbiamo visto ha dato
espressione comune di inquinamento indiziario, inquinamento ed indottrinamento del
Natalino, assenza di ricerca del colpevole, e dunque è strettamente e rigorosamente leggibile
come un pattern di reciproca e muta copertura; il SV, segreto deus ex machina del tutto ma
fisicamente partecipe all'azione, non avrebbe potuto godere delle stesse altrettante solerti
attenzioni di copertura, visto anche e principalmente le corna messe con la Locci al figlio SM.

Principalmente per tale ragione, capirete, si è scelta come versione prima espositiva, quella
dell'arma messa a disposizione dal clan e non dal SV.

Ovviamente, visto che non ci tengo ad “inventare-per-conseguire”, e visto ovviamente che


non posseggo né una sfera di cristallo né una macchina del tempo: non mi è possibile
indicare con certezza, dove/come/quando questa arma sia entrata in possesso del clan.

Ma la cosa, a detta dello scrivente e quindi del documento di studio, non ha la minima
importanza.
In mancanza di valida presenza indiziaria, è meglio “passare la mano”, si ritiene cioè più
corretto ammettere l'ignoranza; meglio dunque semplicemente attenersi al rigore logico che
obbliga a vedere “apparire magicamente” l'arma nella disponibilità del clan su interessamento
del clan, e prenderne atto. Semplicemente.

Questo è accettabile e ragionevolmente corretto come tipo di approccio, perché rispettoso


della “regola” seguita nello studio medesimo: ossia di non forzare l'introduzione di variabili ad
hoc per spiegare un problema, ma di attenersi a logica e coerenza di buon senso: cose

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entrambe presenti per questo punto.


Infatti questo “magico apparire” dell'arma nella disponibilità del clan, per quanto
assolutamente non provato, risulta certamente:
• determinato a seguito di logico e articolato ragionamento

• non impossibile

• ipotizzabile/spiegabile semplicemente, tramite plurimi esempi pratici

• e non per ultimo, a fine lavoro viene proposta una organica versione alternativa

Vediamo comunque come, ad esempio, tale arma potesse ipoteticamente essere stata
reperita dal clan. Lo faccio solo a fini di dimostrazione che la cosa non possa essere
considerata impossibile; come un a prova del nove al rovescio quasi.
Lo ribadisco, si tratta di pure ipotesi ed illazioni; a nessuna di questa viene attribuita patente
di certezza o maggior veridicità rispetto alle altre. Sono solo esempi che spiegano come la
cosa potrebbe essere avvenuta in mondo non difforme da esperienze pratiche di buon senso.

• Arma già in possesso precedente


▪ acquistata sul mercato nero negli anni che intercorrono tra l'anno di prima
produzione dei modelli di Beretta Mod. 70, e ad esempio, e l'anno di vendita di
casa e la cacciata del SM e della Locci dall'ex tetto paterno o successivamente
alla stessa.

▪ reperimento casuale post alluvione del 1966; alluvione che interessò anche
l'area di residenza della famiglia Mele

▪ acquisto sul mercato nero in generale, portata magari in Toscana tramite parenti
in successivi viaggi post trasferimento

▪ reperimento casuale durante attività lavorative [ NdA: ad esempio il SM aveva lavorato


sia nel campo agricolo sia in quello delle costruzioni, e il fratello Giovanni lavorava come
“guardiano notturno” - Sentenza Rotella]

• Arma acquista appositamente per il delitto


▪ acquisto sul mercato nero in zona. Pur essendo distanti dal mondo della mala
sarda, erano pur sempre sardi, e a qualche altro conterraneo con differenti
agganci, avrebbero potuto chiedere

▪ acquisto sul mercato nero, fuori dall'area di residenza Toscana [ NdA: ad esempio, il
Giovanni Mele, lavorava fuori da tale area - “luogo di lavoro, nei pressi di Mantova, ove da
ultimo faceva da guardiano notturno” - Sentenza Rotella]

Questo, per fare solo alcuni esempi a dimostrazione del fatto che la possibilità di
acquisto/possesso non è cosa così implausibile.

Come altrettanto invece implausibile sarebbe che, post-delitto, chi avesse venduto loro l'arma
si fosse presentato alle Autorità a dire “gliela ho venduta io” [NdA: virgolettato dell'Autore – trattasi
di citazione ipotetica]; cosa che non avrebbe avuto alcuna ragione di essere in quanto avrebbe
solo messo nelle grane il “venditore”, senza contare che praticamente fin da subito il SM
risultò indicato anche a mezzo stampa come l'unico colpevole di un banale delitto di gelosia e
vendetta per alcuni debiti.

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Il momento dei ruoli, il momento dei nomi

Fino a questo punto, abbiamo dunque ricostruito logicamente ed indiziariamente una scena
composta di:
• premeditazione e pianificazione

• movente (tre distinti che si amalgamano l'un con l'altro, di cui almeno uno indotto
artatamente)

• numero partecipanti

• ruoli dei partecipanti

• entrata in scena dell'arma da fuoco, la famigerata calibro 22 L.R.

Dobbiamo ancora riuscire ad illustrare nel dettaglio come tale arma, a fine delitto, resti in
possesso del SV.

Per farlo, è necessario passare attraverso la lettura sintetica dello specchietto riepilogativo dei
5 punti su accennati, visto che analizzandoli saremo quindi anche in grado di mettere
“ufficialmente” i cartellini dei nomi al loro posto, e quindi riallacciandoci a quando
ordinatamente esposto nel capitolo “il passaggio di mano con l'inganno”, trarre le dovute
conclusioni.

Pianificazione:
Avviene, come spiegato precedentemente, su due livelli:

Il livello personale del SV


che è quello del vero deus ex machina. . Pianificazione che comporta:
• lo spingere il SM ad accettare l'idea che la Locci debba essere uccisa

• lo spingere il SM ad agire come inconscio “cavallo di troia” in seno al clan al fine di:
▪ convincere il clan, la brava onesta famiglia di lavoratori, ad accettare e compiere
un duplice omicidio

▪ convincere il clan a “tirare dentro” il SV medesimo dentro il piano operativo

• preparazione dell'alibi del SV

il livello di clan
livello che vede coinvolte le figure di rispetto e comando, uomini o donne che siano, della
famiglia Mele
• è a tale livello che viene dato l'assenso al delitto

• è in tale livello che vengono scelti i partecipanti

• decisi i ruoli di azione

• individuata la necessità di avere un'arma e una macchina

• la preparazione degli alibi dei singoli partecipanti, vista l'inesperienza criminale del
gruppo, evidenziata ma lasciata ai singoli soggetti, che infatti non organizzano un alibi
comune e reciproco, tipo un banale “eravamo tutti assieme ad una cena di famiglia”,

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per intendersi. [NdA: frase virgolettata dell'Autore – Dialogo fittizio ed ipotetico]

Si presti particolare attenzione di conferma alle parole del SM; parole che devono essere
prese con il bene dell'inventario che caratterizza tutte le sue cangianti versioni, ma siccome è
dato certo la mancanza di capacità inventiva del SM [NdA “Il Mele è incapace di astrazioni, e
poco versato in concatenazioni logiche di una certa complessità” - Sentenza Rotella], la
dichiarazione in oggetto del SM del 1982, “l'accordo era stato preso una settimana
prima del delitto, con il fratello che allora, lavorando a Mantova, tornava a fine settimana,
a casa di Antonietta. Gli aveva detto che non ce la faceva più (a sopportare i tradimenti della
moglie) e che il fratello aveva preso la decisione di uccidere la moglie ed un amante sorpresi
in flagrante....SNIP... G. Mele lo confermerà, aveva ricevuto la visita di suo fratello. Rivela poi
che Mucciarini prese la notte di riposo (era fornaio a Scandicci, presso il forno Buti, dalle
parti di Casellina)” [Sentenza Rotella – Dichiarazioni dello Stefano Mele] , può e deve essere letta a
conferma dell'esistenza di un dialogo “pianificatorio” e dunque premeditato, entro i membri
del clan [NdA: anche se non come piena e completa confessione dei reali dettagli]

Movente:
come per la pianificazione, anche questo è su più piani. Tre in questo caso:
il SV vuole la Locci morta, fondamentalmente per due sue ragioni
• non sopporta di essere stato rifiutato
▪ perché disprezzato per essere mezzo uomo e mezzo donna

▪ perché a lui viene preferito il fratello

▪ perché, come con la Steri Barbarina, non è in grado di accettare che una
“semplice donna” possa non sottostare alla sua volontà ed ai suoi voleri

• non vuole correre il rischio che si sappia in giro, in ambiente che non sono quelli da lui
scelti, delle sue abitudini sessuali omosessuali (siamo nel 1968 e non nel 2014, siamo
a Lastra a Signa e non al Greenwich Village di New York City)

Il SM, “illuminato” su questo dal SV, accetta la decisione di uccidere la Locci perché
• non può correre il rischio che in famiglia si venga a sapere delle sue pratiche ed
esperienze omosessuali col SV

• viene convinto dal SV che la Locci stia per abbandonarlo fisicamente per fuggire via di
casa con qualcuno dei suoi amanti, come stava per succedere a lui stesso con la Steri
Barbarina

• in questo modo, può riguadagnare un po' di stima dal clan e contemporaneamente far
riguadagnare stima al clan

Il Clan, accetta e organizza l'uccisione della Locci, perché


• indotti subdolamente e per interposta persona, a recuperare i soldi di famiglia
(necessari a riparare il tetto della casa dove vive l'adorato nipotino Natalino)

• e un po' perché comunque così facendo, lavano l'onta dei continui tradimenti e quindi
del disonore, che la Locci porta al loro figlio e/o fratello e alla famiglia tutta

numero partecipanti
numero partecipanti fisicamente all'agguato assassino:

• minimo di 3 persone

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ruolo dei partecipanti


ogni singolo partecipante ricopre un ruolo specifico durante l'azione di fuoco:
• lo “sparatore”
(che si deve incaricare di avvinarsi alla coppia e, con massima attenzione, uccidere la
Locci e l'amante con lei appartato, facendo ben attenzione a lasciare incolume il
Natalino; ed in secondo tempo, incaricarsi di cercare e se possibile recuperare i soldi
alla Locci)
Questo è un compito di massima delicatezza ovviamente, non solo per l'uccidere in
quanto uccidere, ma anche e soprattutto (dal punto di vista degli assalitori), perché
Natalino, sangue del sangue del clan, deve restare illeso.
Un simile compito, NON può essere assegnato ad un estraneo del clan
▪ perché l'onore da riguadagnare è quello del clan stesso

▪ perché Natalino è considerato ufficialmente, membro della famiglia


(nonostante ci possano essere dei sospetti sulla reale paternità)

▪ perché i soldi sono quelli del clan, e non devono finire in mano ad un
“estraneo”, soprattutto un “estraneo” che ha approfittato sessualmente ed
economicamente proprio della Locci

• il “badante”
(che deve essere persona vicina ed di fiducia del piccolo Natalino)
▪ il suo compito è accertarsi di tranquillizzare il NM subito dopo il duplice omicidio

▪ istruirlo su cosa dire e cosa non dire alle prime persone e alle prime Autorità che
lo incontreranno, dato che nessuno può permettersi di riportare il NM
direttamente a casa, pena l'auto accusarsi indirettamente

• “l'autista”
(che deve avere e fornire l'auto): il suo compito è multiplo:
▪ deve mettere a disposizione l'auto

▪ deve, coi complici a bordo, seguire l'auto del Lo Bianco fino alla incerta
destinazione

▪ deve restare di guardia accanto alla macchina, di modo da poter rapidamente


intervenire per recuperare e portare in salvo il commando, nel caso qualcosa
andasse storto

▪ deve portare via dalla scena del crimine i partecipanti il più in fretta possibile

▪ deve riportare i partecipanti ai loro luoghi di alibi

▪ deve incaricarsi di andare a distruggere l'arma ormai indelebilmente“sporca”,


come illustrato nel capitolo: “Arma sporca non si tiene, arma sporca si distrugge
▪ questo compito gli spetta di diritto per le varie e specifiche ragioni,
illustrate nel capitolo: “il passaggio di mano con l'inganno”,

▪ anche perché una simile scelta è “sponsorizzata subdolamente” dal SV


stesso, tramite il suo “cavallo di troia” SM, al fine appunto di entrare in
possesso di uno “strumento” capace di garantirlo contro eventuali
ritorsioni e/o tradimenti da parte del clan
Adesso, girando al rovescio il filmino e partendo dalla fine dell'azione omicidiaria per andare a

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ritroso, ecco arrivato il momento di mettere i nomi ai ruoli:

• Autista, palo e incaricato della distruzione fisica dell'arma del reato:


Salvatore Vinci

• Badante e accompagnatore del Natalino fino alla distante casa del De Felice:
Salvatore Mele

• Sparatore e addetto al recupero dei soldi di famiglia:


è ipotizzabile con grado di plausibilità, ila figura dell'appartenente al clan: Piero
Mucciarini [NdA: trattasi ovviamente solo di pura ragionata deduzione logica, visti taluni indizi su di lui
convergenti]
• perché uomo di fiducia del clan, nella figura del padre-padrone Palmerio Mele
▪ “Palmerio Mele, che aveva assai stima di lui. Gli affidava, lo si è visto,
l'incombenza di andare a pagare per suo conto i debiti della famiglia di
Stefano.” [Sentenza Rotella]

• perché uomo di fiducia del clan, nella figura del consorte della Antonietta
Mele
▪ “Quanto a Natalino afferma di averlo tenuto in casa dopo il delitto”
[Sentenza rotella], partecipando così fattivamente all'inquinamento
delle dichiarazioni e dei ricordi del Natalino

• perché il suo alibi è indimostrato e/o reputato nullo, come spiegato nella
Sentenza Rotella: “Non si ha un accertamento esauriente della verità in
materia di alibi, non che non si voglia credere agl'inquisiti. Non è possibile
dire che tutto sommato gli alibi reggono (ordinanza del Tribunale della
Libertà), quanto piuttosto che non sono sicuramente caducati. ...SNIP... È
infine da rimarcare che nel caso di G. Mele al più si poteva ipotizzare che
l'alibi fosse falso. Nel caso del Mucciarini, l'eventuale falsità, per quanto si è
osservato circa la documentazione scritta, fatta sulla scorta delle sue stesse
annotazioni, e lo scambio formale del giorno di riposo, avrebbe condotto a
ritenerlo addirittura precostituito” [Sentenza Rotella]

• perché appena due mesi dopo il delitto, lui che fino a prima del 21 agosto
1968 era comunque una persona tranquilla, normale e felicemente sposato,
con un regolare lavoro e senza motivi di screzio in famiglia:
▪ cade nel “vizio di bere” [Sentenza Rotella]

▪ “In effetti risulta che nel 1968, in ottobre e insomma due mesi dopo
il duplice omicidio, abbandonò il forno Buti, per un altro, e si
diede al bere”. [Sentenza Rotella]

▪ “Condusse avanti il vizio per un decennio, andando anche in cure


psichiatriche e arrivando sull'orlo della separazione dalla moglie”
[Sentenza Rotella]

• della famiglia, era l'unico con una pregressa esperienza delinquenziale, anche
se assai giovanile e dunque considerabile “veniale”: “Risulta altresì che ha
un precedente per rapina, nell'immediato dopoguerra, che pare tuttavia, e
in quei tempi, un errore di gioventù ” [Sentenza Rotella]

• era in debito col capo-famiglia Palmerio, proprio per quella vecchia rapina:
“A riparare i danni di giustizia avrebbe provveduto il suocero

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Palmerio Mele, che aveva assai stima di lui” [Sentenza Rotella]

• è lo “Zio Pieto” del famoso biglietto: “Leggendo il nome quale Pietro, il


biglietto conserva assoluta coerenza con tutte le emergenze processuali, e
insomma con la storia retrostante, alla quale Mucciarini men di ogni altro può
dichiararsi estraneo.” [Sentenza Rotella]
▪ "Lo zio Pietro è quello di Scandicci ed è quello che ha sparato, marito
della zia Antonietta" presso il quale ha abitato dopo il delitto ed ha
ricevuto visita dal m.llo Ferrero.” [Dichiarazioni di Natalino Mele - Sentenza
Rotella]

• Dopo la morte della sorella Antonietta, nel 1983, Giovanni Mele tornato ad
abitare nella casa di cui era comproprietario con sua sorella, nascono litigi
(attribuiti ufficialmente) alla coabitazione, con Mucciarini: “Solo un anno
dopo la morte della sorella Antonietta, nel 1983, andato in pensione Giovanni
Mele, e tornato perciò ad abitare continuativamente (altrimenti era a
Scandicci solo per il fine settimana) nella casa di cui era comproprietario con
sua sorella, la questione della coabitazione di lui con Mucciarini e la figlia,
farà nascere dissapori tra i cognati” [Sentenza Rotella]

• "Lo zio Pietro è quello di Scandicci ed è quello che ha sparato, marito della
zia Antonietta" presso il quale ha abitato dopo il delitto ed ha ricevuto visita
dal m.llo Ferrero.” [Sentenza Rotella]

• Pianificatori
▪ Salvatore Vinci, come “segreto” deus ex machina

▪ ipotizzabili in questo ruolo i vari membri del clan Mele, quali ad esempio con
maggior fondamento ipotizzabili:
▪ Mucciarini Pietro
▪ Mele Giovanni [NdA: possibile fornitore dell'arma, acquistata sul mercato nero, in
area distante da quella fiorentina, quindi meno sospetta, anche grazie alle conoscenze
inerenti il suo tipo di lavoro: “guardiano notturno”]
▪ Mele Antonietta
▪ Mele Maria
▪ Mele Stefano (più che altro in versione “cavallo di troia” del SV)

Ci siamo spinti troppo in là? Può darsi.


Si noti comunque come una simile ragionata ricostruzione logica, in ogni caso, nemmeno
troppo si discosti da quella proposta dal Torrisi nel suo Rapporto 311/1; dove a differenza di
questa, sono aggiunti anche i nomi del Chiaramonti Marcello, del Giovanni Mele e che vede il
SM scappare in preda al panico [NdA: “scappato via impaurito “ - Rapporto Torrisi 311/1].
Personalmente, soprattutto in un SM che scappa, non riesco a ritrovarmici più di tanto;
mentre sul numero dei partecipanti, come detto, mi sono espresso sulla ricostruzione
minima necessaria.

Ci siamo spinti troppo in là? Può darsi.


Può darsi, ma la cosa non è nata da una specifica ed apposita mirata ricerca: è arrivata da
sola, si voglia per esclusioni di differenti logiche e indizi, si voglia per consequenzialità di
indizi e ragionamenti. E così la accettiamo e proseguiamo in quanto, come scopo del
documento recita, non è occuparci del dettaglio del delitto di Castelletti di Signa del 1968, ma
fornire un lavoro di studio sulla figura e la persona del MdF; e per quanto tanto lavoro
abbiamo fatto fino ad adesso, riuscendo, a detta dello scrivente, a collocare, senza eccessiva
sorta di dubbio, la famigerata calibro 22 L.R. post delitto “finalmente” nelle mani di un nome,

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dobbiamo ancora riuscire a spiegare come questo nome, il SV, scivoli poi nel ruolo completo
di “mostro di Firenze”.

Il capitolo Signa e delitto del 1968, può essere considerato chiuso, o meglio lo si potrebbe
considerare chiuso se volessimo sottrarci a rispondere ancora qualche domanda:

infatti ormai sappiamo:


• perché la Locci dovesse morire

• chi la voleva realmente morta

• a chi tornava comodo la sua morte

• chi pianificò il delitto

• chi vi partecipò

• i ruoli dei partecipanti

• chi mise a disposizione l'arma [NOTA*1]

• chi doveva distruggere l'arma ma non lo fece

• perché conservò l'arma

[NOTA*1]: All’interno di questo documento di studio, viene anche proposta una “versione alternativa” riguardo al
pregresso possesso della calibro 22 L.R. e passaggio di arma “sporca”. Tale versione alternativa, viene esposta
come risultante logica altrettanto plausibile, e dunque non escludibile a priori. In entrambi i casi, ragione per la
quale è inclusa in questo documento anche se in sezione a sé stante, questa versione alternativa non impatta
l’impianto generale. [NdA: Vedasi Capitolo “APPENDICI / EXTRAS/ “Ripensando il 22 agosto 1968;
una variante sul passaggio d’arma”]

Dobbiamo però ancora fornire alcuni particolari ed implementarne di già noti:


• approfondire le motivazioni che indussero il SV a non distruggere l'arma

• fornire il quadro della scena primaria nel dettaglio

• perché nessuno dei soggetti mai raccontò, a serie ufficiale dei delitti del mostro in
essere, che fine veramente quell'arma aveva fatto

• perché nessuno parlò nemmeno di fronte alla possibilità di incassare la taglia da 500
milioni di Lire

• perché Natalino dovesse essere accompagnato fino alla casa del de Felice

• affrontare il dubbio della incerta e vaga dichiarazione del G.I. Rotella, circa l'abitazione
del Vargiu, come nei pressi di quella del De Felice

• scrivere il Riepilogo di sezione di studio

Solo a questo punto potremmo passare ad interessarci del mostro vero e proprio, visto e
considerato che nel 1968, di “mostro” non vi è traccia alcuna, passando attraverso al
propedeutico passo del confronto dei profili precedentemente stilati.

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Il mostro che non c'è e l'arma “sporca” che resta

In definitiva, quindi, la notte tra il 21 e 22 agosto 1968 a Castelletti di Signa, non vi è nessun
mostro in azione: né praticamente, premendo il grilletto, né idealmente, fantasticando di
escissioni e spregi vari ai cadaveri.

Non vi è nemmeno un SV assassino diretto; occulto machiavellico ispiratore sì, ma non


diretto sparatore.
Non vi è nemmeno un SV sicuro uxoricida; vi è comunque però un SV che come tale, si
vende al SM.

Vi è indubbiamente un SV che si porta appresso dentro di sé tutto quello “strano” groviglio


dell'infanzia, della gioventù e degli anni di maturità vissuti fino a quel momento.
Anni e momenti, visti già nei capitoli “Sardegna” e “Toscana” [NdA: o meglio nei loro sottocapitoli],
che non sono scivolati via come una biglia su un piano inclinato, ma piuttosto come un piede
su una buccia di banana:
vi sono trami fisici anche con plausibili ripercussioni cerebrali; vi sono maltrattamenti
familiari; ambienti al limite del borderline; esempi certi di atteggiamenti di superiorità e
sopraffazione sulle donne e sulla donna; profonde relazioni omosessuali; modalità fuori dai
comuni canoni sociali di intendere e vivere il sesso e le relazioni; momenti di alto e basso,
amore e sconforto come con le lacrime con la Massa la prima notte di nozze; momenti di
cattiveria e violenza su soggetti comunemente intesi come “deboli”. Vi è un SV che con la
morte della Locci mostra anche il lato umano del basso istinto del rancore e della vendetta.
Ma vi è anche il SV che dimostra, o conferma a seconda di come si preferisca “interpretare” la
morte della Barbarina Steri, sagace e astuto pianificatore.

Non ci stupiamo quindi a vedere dispiegarsi davanti agli occhi a questo punto una più nitida
fotografia del perché e del come il SV, autista e palo la notte del delitto di Castelletti, a fine
azione non rispetti i patti [NdA: sempre ammesso che patti in tal senso fossero stati pensati e non che la
distruzione dell'arma sporca fosse stata lasciata al caso e alla lucidità di pensiero dei partecipanti ] e non
distrugge l'arma.

Il SV non ha sangue Mele nelle vene. Il SV era uno che con la moglie del Mele ci è andato a
letto. E' uno che ha contribuito a defraudare la famiglia [ NdA: vedasi il giro di soldi riferibile
all'incidente in motorino e al pagamento delle cambiali ].
Ma è un “socio” nel delitto, perché è quello che ha messo a disposizione l'auto per il
commando. E' quello che li ha guidati fino al luogo dell'agguato. E' uno per il quale il SM è
disposto a mettere la mano sul fuoco [NdA: e il corpo sotto le coperte].
Ma, contemporaneamente, il SM è anche “l'inaffidabile” per definizione. SV di lui comunque
ne ha bisogno a tutti i costi, perché è l'unico che possa lavorarsi la famiglia dall'interno, ma è
conscio della sua minima affidabilità.
E' conscio che il SM, quale marito, sarà comunque il primo sospettato, il primo ad essere
interrogato, e probabilmente a cedere sotto le domande “degli sbirri”.
Il SM è un inetto, non sa “vivere”, non ha la stoffa per tenere testa ai Carabinieri.
Ma il SM ha ascendente sul SM, con lui condivide il “segreto indicibile dei loro rapporti
omosessuali”, il SM lo ascolta.
Son tutte cose queste, che il SV sa a priori.

E si rende conto che il SM, per lui, non è un vero problema o vero rischio: gli basta anche
solo essere messo a confronto col SM per sapere già a priori che il SM sarà quello a crollare,
a ritrattare, nel caso dovesse cedere sotto interrogatorio [NdA: o altro, tipo il guanto di paraffina].

Gli basta un occhiata per metterlo a tacere: se il SM lo tira dentro, lui racconta della relazione

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tra i due, e addio onore appena riconquistato: la famiglia sarà coperta indelebilmente
dall'onta del figlio cornuto, assassino e pure omosessuale.
Il SM non è un problema.

Il problema è il resto della famiglia.


Loro sì che sono una famiglia, sono tanti, sono uniti, alla mal parata, possono spalleggiarsi
l'un l'altro, fare gruppo, concordare una difesa comune e scaricare su di lui o al limite
sull'inetto SM le colpe.

Lo sa già appena decide di fare pressione sul SM affinché capisca la necessità della morte
della Locci.

Lo abbiamo visto anche dagli alibi fasulli precostituiti: il SV è sveglio e vede lungo, a
differenza egli inesperti Mele.
Ma un “buon” alibi, avvalorato da più voci, non è sufficiente.
Deve essere sicuro che i complici non lo tradiscano in un secondo tempo.

E cosa c'è di più sicuro che essere in possesso di “un qualcosa” che sia una tangibile prova
della colpevolezza della famiglia?
Cosa c'è di più tangibile dell'arma assassina, con su le impronte dello sparatore?

Se i Mele, non SM quello non è un problema, gli vogliono rovinare la festa, tenerlo sulle spine
per il resto dei suoi giorni, ricattarlo o peggio ancora disfarsi di lui dandolo in pasto alle patrie
galere, un alibi per quanto buono sia non serve assolutamente a niente.
Quello va bene per buttare un po' di fumo negli occhi alla Polizia, ai Carabinieri, ma di fronte
ad un clan che lo vuole incastrare, SV lo sa benissimo, il suo alibi reggerebbe meno di un
minuto.

Deve essere sicuro che i Mele non gli possano mettere i bastoni tra le ruote, che non si
mettano in testa brutte idee, tipo ad esempio rifarsi su di lui per i soldi che la Locci spendeva
coi suoi amanti, e lui e il fratello suo, la Locci eccome che ci erano andati a letto.

Entrare in possesso dell'arma, arma procurata dal clan, arma con sopra le impronte dell'uomo
di fiducia del clan: ecco quella sì che è una buona garanzia. Di migliori non ce ne sono.

Certo, tenerla e non distruggerla è un grosso rischio.


Ma non è mica che se la deve tenere in casa, non se la deve portare in tasca tutto il giorno di
tutti i giorni.
Gli basta nasconderla in un posto sicuro, e lui, muratore che fa lavori in giro per tutto il
circondario, un “buco in muro” dove nasconderla, lo conosce di sicuro.
Il rischio vale la spesa.
Non solo, così sono i Mele a poter essere ricattabili alla bisogna.

E poi, se i Mele di armi ne avessero comprate due, e con l'altra avessero intenzione di far
scomparire lui, complice e testimone scomodo?
Si, il rischio vale decisamente la spesa da correre.

Gli basta semplicemente un'altra menzogna per potersi sentire con le spalle al sicuro:
convincere i Mele [NdA: tramite la voce “ventriloqua”del SM ], che l'arma ormai “sporca” deve essere
portata il più distante possibile dalla scena del crimine ed essere distrutta.
Una norma di così banale evidenza che nessuno nel clan osa opporcisi. Tutti sono d'accordo.
Lasciarla in loco significherebbe consegnarla immediatamente nelle mani delle Autorità e,
chissà, quindi permettergli di risalire alla fonte di acquisto o reperimento, dando così agli
investigatori buone possibilità di risalire al clan [NdA: in special modo se l'arma dovesse provenire

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dall'area mantovana, dove lavora il Giovanni Mele come guardiano notturno, ad esempio ].

L'arma non può altrettanto ovviamente essere buttata vicino a casa di nessuno dei
partecipanti, né nei pressi dei loro luoghi di lavoro.
L'arma “sporca” deve scomparire in un luogo che non porti a nessuno del clan e nemmeno al
SV, con loro “momentaneo” complice.

E l'unico modo per conseguire questo risultato, è quello che di portarla in un posto distante
da tutti quei luoghi.
Ma al contempo, è altrettanto giocoforza che tutti i partecipanti, terminata l'azione, ritornino
alle loro case o ai luoghi scelti per i loro alibi. Questo è mandatario.
E lo facciano nel minor tempo possibile.

Non resta che una possibilità, proprio quella che il SV vuole:


che chi ha l'auto, dunque un mezzo veloce in grado di percorre distanze in breve lasso di
tempo, si incarichi, una volta riportati i partecipanti dove devono essere portati, di fare
ancora una cosa: allontanarsi ancora un po', distruggere l'arma e ritornare il più velocemente
possibile al suo alibi.

Non stupirà dunque più il lettore sapere che:

• a) SV era quello con l'auto a quattro ruote [NdA: cosa già ormai nota]

• b) che l'alibi del SV era fasullo [NdA: cosa già ormai nota]

• c) che il SV quella notte NON fece proprio ritorno a casa:


A.F.: “Ecco, perché lei ha detto sicuramente, stavo cercando ma non lo trovo,
però, mi vuol confermare se nel '68, il giorno in cui c'è stato l'omicidio a Lastra a
Signa...”
R.M.:” Mio marito non era a casa, quello voleva sapere?”
A.F.: “Non era a casa. E quando è rientrato suo marito a casa?"
R.M.: “Io di preciso l'orario non me lo ricordo, però non era rientrato.”
[Dichiarazioni di Rosina Massa - Deposizione del 14 luglio 1991 ]

Quella notte, riaccompagnati a casa tutti i membri del commando, SV, automunito, ha avuto
tutto il tempo per allontanarsi sufficientemente da raggiungere un posto sicuro dove
nascondere accuratamente l'arma.
Chissà, magari pure nel Mugello, area distante dalle abitazioni di tutti.

Arma “sporca”, che se prendiamo per buoni gli “innocenti” spezzoni di dichiarazioni del SM
[NdA: “Il Mele è incapace di astrazioni” -Sentenza Rotella], a fine azione omicidiaria può benissimo
essere stata velocemente (ed incautamente senza essere stata ripulita dalle impronte digitali)
buttata in una “borsa” [NdA: “Salvatore trae la pistola da una borsa” - Dichiarazioni di SM – Sentenza
Rotella], tenuta aperta proprio dallo stesso SV, che così si ritrovava in mano, o meglio “in
borsa”, l'oggetto incriminante del clan, non inquinato dalla sue impronte e non ripulite da
quello dello sparatore.
E poi era pure agosto, faceva caldo, i guanti fanno sudare le mani o non ci si pensa ad usarli,
tanto poi l'arma verrà distrutta...

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Il mostro che non c'è e l'arma “sporca” che non c'è più

Sull'altro fronte, i Mele hanno bisogno del SV, non sanno realmente quanto si possano fidare
di lui, ma il “figliol prodigo e redento che finalmente si è deciso a voler far splendere il sole
dell'onore sul nome di famiglia” [NdA: frase dell'autore - fittizia], giura e spergiura a favore suo.
I Mele, onesti lavoratori, privi della malizia che necessiterebbero, pensano che il solo fatto
che il SV venga incluso nel commando d'azione sia sufficiente a garantire il suo silenzio: “se il
SV tira dentro qualcuno di noi, noi assieme lo inchiodiamo alla sue responsabilità” [NdA: frase
dell'autore - fittizia]

Tutti si sentono con le spalle coperte, anche il SM a cui, forse, è stato anche detto di lavarsi
[NdA: ingrassarsi] per bene le mani nel caso abbia poi effettivamente il coraggio di sparare
almeno il colpo di grazia, ammesso che il clan si fidi a mettere a repentaglio la vita di
Natalino anche solo con un proiettile sparato dalla mano meno esperta del gruppo [ NdA: l'esito
del guanto di paraffina, per via della soverchia quantità di falsi positivi che crea, non può essere preso in seria
certa considerazione oggi]
Il SM ovviamente non riuscirà a compiere questa semplice operazione con pieno successo,
visto l'esito del guanto di paraffina.

E' giusto però ricordare che ci tentò: infatti le sue mani risultarono sporche di grasso di
catena di bicicletta: “alcune macchie fresche di grasso, tipico grasso di catena di bicicletta,
che il Mele presenta su ambedue le mani al mattino del 22.8.68, quando viene accompagnato
in Caserma, e per le quali, a nostra richiesta, non sa dare alcuna giustificazione” [Rapporto
Matassino]

SM che ciecamente crede ad ogni parola del suo (ex?) amante, l'unico tra i vari amanti da lui
procurati alla Locci, che realmente lo abbia fatto sentire “partecipe”.

Il SM comunque sa che come marito tradito i sospetti, primi e più forti, gli arriveranno
addosso. Incrocia le dita e spera. E spera in Natalino.

Si raccomanda per bene con il figlio di dire che “il babbo è a casa malato”, e soprattutto di
non dire il suo cognome, di non dire dove abita, di non dire nulla di lui; di dargli almeno il
tempo di poter tornare al suo “alibi”, di potersi ripulire le mani [ NdA: nel caso abbia sparato. Gli
esiti del Guanto di paraffina, come visto, sono così incerti che tale tecnica è stata vietata e sostituta con quella
dello “stub”, visti i numerosissimi casi di falsi positivi ], di prepararsi e riprendersi.

Il SM sa che il clan non farà mai il suo nome: sono la sua famiglia. Per una volta sa che il suo
destino è nelle sue mani, che è compito suo, anello debole, proteggere loro. Qualcosa gli
deve per tutto quello che loro hanno sempre fatto per lui, per come lo hanno sopportato e
aiutato negli anni. Son sangue del suo sangue. Sa già che al limite toccherà a lui pagare.

La famiglia, a sua volta, sa dell'inaffidabilità del proprio figlio oligofrenico di medio grado, sa,
come il SV e come avrebbe potuto sapere chiunque altro conoscendolo, che il SM era l'anello
debole di tutta la catena.

Ma più ancora di SM il vero anello debole, per tutti, è Natalino.

Natalino è solo un bambino.


E Natalino è il nipotino adorato dal nonno Palmerio.
E Natalino è – forse – il figlio di SM.
E Natalino è – forse – il figlio di SV.
Nessuno vuole che Natalino si faccia del male.

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E poi è un bravo bambino ubbidiente. Non si lamenta nemmeno quando la mamma lo porta a
fare le ore piccole amoreggiando in macchina, o quando il SM lo intrattiene passeggiando
mentre il SV porta la Locci a concedersi agli sconosciuti alla Cascine [ NdA: “Dichiara al g.i. di aver
avuto insieme a sua moglie rapporti omo-eterosessuali con Salvatore Vinci e di essere stato con lui, la moglie ed il
figlio alle Cascine, dove Salvatore faceva congiungere la Locci con altri uomini. Mentre lui si allontanava con il
figlio, Salvatore restava ad assistere” - Sentenza Rotella].

Ma Natalino è solo un bambino.


Ai Carabinieri potrebbe raccontare di tutto. Lo Stefano, per quanto poco affidabile, è l'unico
che può tranquillizzarlo nelle immediatezze, indirizzarlo, istruirlo. E' il padre. E poi nessuno
vuole e può accollarsi il rischio di accompagnarlo fin sotto casa del De Felice. Il nome
dell'accompagnatore ci si immagina che salterà fuori, un bambino a camminare di notte per
un'ora... nessuno se la può bere. Può essere solo il padre a farlo.

E in quell'ora si passeggio, un padre, il padre, ha tutto e solo il tempo di “istruirlo per bene”,
mentre, sempre in quell'ora, l'autista ha tempo di riaccompagnare a casa i partecipanti del
commando, accompagnatore del Natalino, momentaneamente escluso.
Probabilmente, riaccompagnato il Mucciarini, il SV torna a riprendere il SM.
Nel caso in cui il Vargiu già abitasse o avesse abitato vicino al De Felice, la strada è ben nota
al SV., visto il legame tra i due.
Nel caso il Vargiu ancora non abitasse da quelle parti, il luogo gli può essere noto per mille
ragioni o può essere stato scelto a tavolino durante la pianificazione del delitto.
Comunque, il SM è meglio non lasciarlo solo a camminare nei campi di notte. E se cade e si
rompe una gamba o si perde strada facendo, ad esempio? Addio alibi fin da subito e grandi
rischi in più per tutti. La cosa è da evitare.
Con l'auto, ce la si può fare senza problemi, il tempo è stretto, ma non manca.

Quello che la famiglia non sa e non deve sapere, e in questo il SM dimostrerà grande
attaccamento proprio alla famiglia, è la storia dei suoi rapporti sessuali col SV.
Si farà la galera come assassino, pur non avendo sparato, pur di non confessarli e far venire
un infarto al padre e disonorare la famiglia tutta.

Infatti, li confesserà solo quando ormai del clan non esiste praticamente più traccia. Il capo
famiglia è morto, Antonietta pure, i cognati sono allo sbando tra alcol e liti, Natalino quasi
nemmeno lo riconosce più.

E nel mezzo, pur da dietro le sbarre, pur tirando in ballo ogni nome di persona conosciuta,
parenti compresi, si dimostra ubbidiente e fedele al clan: adegua le versioni a ciò che è
obbligato ad adeguarsi, rimescola in continuazione le carte, riceve e si adegua agli “ordini”
ricevuti tramite “pizzino”: insomma gestisce, come meglio può, una cortina fumogena il più a
lungo possibile.

Il primo momentaneo sbandamento che lo vede fare il nome del SV come sparatore, è
immediatamente mitigato declassandolo a correo, e quindi non esita a scagionarlo
completamente tra lacrime e inginocchiamenti vari.
Bisognerà aspettare anni, e anche in questo caso lo smembramento della famiglia, prima che
il SM tiri ancora fuori il nome di SV.

Ma anche in questo caso, non si tratterà di una accusa col dito puntato in piena forma
accusatoria in quanto se pur ormai superato lo scoglio dei rapporti omosessuali, il SV resta
comunque ancora quello in grado di regalare anni di galera ai “sopravvissuti” della sua
famiglia.

E come per le lacrime il 24 agosto 68, anche a queste ultime dichiarazioni metterà rimedio:

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testimoniando a favore del SV nel processo per uxoricidio. Testimonianza, la sua, che anche
in questo caso vale un'assoluzione per il SV.

E il Natalino, nel frattempo cresciuto, anche lui “tace” o “straparla”: vittima fin dai primi
istanti di un ripetuto e continuo lavaggio del cervello e inquinamento dei ricordi, portato
sistematicamente avanti in particolar modo dalle donne del clan.

Quindi, come si è appena visto in questi ultimi due capitoli, il “gioco dei ricatti incrociati” e del
“tutti hanno qualcosa da perdere dagli altri”, è l'unica chiave di lettura valida che permette di
dare un senso ai silenzi dei partecipanti tutti, anche quando poi diverrà di dominio pubblico
che l'arma che aveva ucciso a Castelletti di Signa nel 1968 era diventata nel frattempo l'arma
d'elezione e firma del Mostro di Firenze.
Il Mucciarini, ad esempio, potrebbe scrollarsi di dosso l'accusa di essere il MdF, solo
confessando di essere l'assassino della Locci: e galera continuerebbe ad essere.

Il legame e l'esistenza stessa di una “famiglia“, e la mancata voglia di mandare qualcuno dei
propri cari direttamente in prigione, vale più dei più di 500 milioni di Lire di taglia sulla testa
del MdF [NdA: Settantadue giorni dopo l' assassinio di Nadine Mauriot e Michel Kraveichvili, ultime vittime del
mostro di Firenze, l' inchiesta arriva al traguardo di una nuova scadenza, quella della taglia, senza alcun risultato
concreto. - Fonte : La Repubblica -20.11.1985]

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la “scena primaria” vista da attraverso le canne

Giunti alla fine di questo lungo viaggio dentro il delitto di Castelletti di Signa del 1968, non ci
resta altro da fare ritornare ancora un momento sulla famosa frase di Natalino: “"Salvatore
tra le canne" [Sentenza Rotella]

Infatti, “non è solo il MELE Stefano ad indicare il nome del VINCI Salvatore, perché nell'aprile
del 1969 questo nome, anche se in modo indiretto, ed in un certo senso ancora più
attendibile, tenuto conto della persona che l'ha indottrinato e delle circostanze di tempo e di
luogo inerenti l'acquisizione della notizia, viene fatto dal figlio Natalino” [Rapporto Torrisi 311/1]

Natalino, sottratto alle pressioni familiari del Clan e ricoverato presso l'Istituto Vittorio Veneto
“posto a suo agio, mediante una costante ed appropriata azione psicologica tranquillizzatrice,
sentito dal magistrato Domenica 21 aprile 1969, dà presente sul luogo del delitto il padre e lo
zio Piero, da Scandicci (MUCCIARINI Piero)” [Rapporto Torrisi 311/1]
E “infine, aggiunge che: "LO ZIO PIERO MI DISSE DI AVER VISTO SALVATORE TRA LE
CANNE". [Dichiarazioni di Natalino Mele , 21 Aprile 1969 -Rapporto Torrisi 311/1]

Ora, come precedentemente scritto: “la notte tra il 21 e 22 agosto 1968 a Castelletti di
Signa, non vi è nessun mostro in azione: né praticamente, premendo il grilletto, né
idealmente, fantasticando di escissioni e spregi vari ai cadaveri. Non vi è nemmeno un SV
assassino diretto; occulto machiavellico ispiratore sì, ma non diretto sparatore. Non vi è
nemmeno un SV sicuro uxoricida; vi è comunque però un SV che come tale, si vende al SM.”
[NdA: citazione dal documento]

E come precedentemente esposto anche questo, abbiamo identificato nel SV, la figura dotata
di auto a quattro ruote che ha il compito di pedinare l'auto della coppia, trasportando il
commando fino nei pressi della scena del crimine; fare il palo: riportare a “casa” i
partecipanti e provvedere a distruggere l'arma [NdA: cosa, quest'ultima, che ovviamente non farà].

E allora dobbiamo porci la domanda, anzi le domande:


• perché un palo

• E soprattutto, quale è il compito di un palo

Banalmente, rispondendo alla seconda domanda, si fornisce risposta anche anche alla prima
delle due.

Il compito di un palo, in generale, è quello di prestare attenzione alle cose che succedono
attorno e nelle vicinanze di dove realmente si svolge un azione criminale, questo al fine di
poter avvisare i sodali nel caso qualcuno, qualcosa, possa mettere a rischio l'azione che
stanno commettendo.
In tal maniera, avvisati in tempo utile, i compagni del progetto delittuoso, hanno la possibilità
di darsi alla fuga (o comunque prendere le dovute precauzioni).

Nel caso specifico di un “palo” che sia anche “l'autista”, il suo compito è un po' più specifico,
in quanto alle cose su citate, è normalmente e logicamente da aggiungere che la ipotetica
“fuga” sia da attuarsi proprio col mezzo “in consegna” al palo.

Ciò, ovviamente implica che il “palo” debba restare, se non in auto già al volante e col motore
acceso, almeno nelle immediate vicinanze del mezzo, pronto alla bisogna a recuperare i suoi
sodali e quindi, tutti assieme, ad allontanarsi il più rapidamente possibile.
Nel nostro caso specifico di Castelletti di Signa però, trattandosi di un area aperta e con

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un'unica strada, non è pensabile né immaginabile che il commando sia arrivato a ridosso
della Giulietta del Lo Bianco direttamente in auto.
La posizione dei cadaveri, ignari, ce lo conferma, non bastasse la ricostruzione all'epoca
mimata dal SM durante il sopralluogo.

L'auto guidata dal SV dunque, venne parcheggiata a debita distanza. Cosi “debita” che non
doveva essere scorta dalla coppia, distratta, di amanti. Il motore spento per non far rumore,
che di notte nella campagna silente si sarebbe potuto sentire.

Ma se i due non potevano vedere la Fiat del SV, altrettanto difficilmente dalla macchina o dai
suoi immediati pressi il SV poteva vedere, bene e con attenzione, ciò che succedeva sulla
scena del crimine.

Sappiamo però per precedente analisi, che il SV fu il vero deus ex machina nella decisione di
uccidere la Locci; fu lui a tutti i costi a mettere la pulce nell'orecchio al SM. Era lui che
provava anche rancore verso la Barbara Locci per come lei aveva osato dimostrarglisi dotata
di autonoma forza di volontà al punto da estrometterlo, irridendolo, dalle sue lenzuola
solitamente disponibili ai più. E non solo, pure preferendogli il fratello, più giovane e più
maschio.
Il SM, delle notti di amore negategli per due mesi dalla moglie, era così “ dispiaciuto” che
invece subito si affrettò a presentargli il Lo Bianco.
Ma il SV non è il SM.

Ora, è immaginabile che una persona come il SV, dopo tutto quello che aveva dovuto fare per
mettere in piedi il piano per l'uccisione della Locci, non ci tenesse a “vederla effettivamente
morire”? A “vedere coi suoi occhi il suo piano realizzarsi”?

A detta dello scrivente: NO.


A detta di tutte le informazioni che sul SV abbiamo raccolto in questa prima parte di
documento di studio: NO.
A detta di logica e ragionamento: NO

Dunque dovette avvicinarsi per meglio guardare. Del resto, “guardare” era una cosa che gli
piaceva, sappiamo.

Ma il suo compito ufficiale, era quello di stare accanto all'auto, per soccorrere e portare in
salvo i suoi complici in caso di pericolo.
I complici confidavano in questo, come normale che sia.

Inoltre, avvicinarsi camminando apertamente in mezzo alla strada, avrebbe fatto saltare
l'avvicinamento silenzioso dello sparatore.

Per vedere, per essere abbastanza vicino da vedere, e senza essere visto, il SV non aveva
che una possibilità: avvicinarsi sfruttando i ben pochi ripari naturali che c'erano.
I “cespugli” di canne.

A questo punto, la frase del Natalino, benché anche forse “inquinata” dalle parole che
venivano dette in casa dello Zio Pieto, assumono tutto un altro valore, rientrando a pieno
diritto, tra quelle capaci di assumere un significativo di peso.

Abbiamo quindi così anche il “passaggio di scena primaria”.


Infatti, oltre alla calibro 22 L.R., come già visto in mano al SV a fine azione omicida, l'attuale
“Salvatore tra le canne” infatti, fornisce pieno supporto di coerenza anche al “passaggio di
scena primaria” tra il delitto di “scopo” del 1968 e i successi, “non di scopo” e maniacali, dove

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pur con le dovute differenze, tale scena veniva “riprodotta” -”rivissuta”- ”ricreata” [ NdA: vedasi
in merito Sentenza Rotella e Perizia De Fazio, ad esempio].

Possiamo adesso affrontare il problema della “mancanza di precisione” della Sentenza Rotella
circa l'abitazione del Vargiu e quindi passare al riepilogo finale di sezione.

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Il caso della casa del Vargiu

Purtroppo, a causa di una infelice ambiguità della frase scritta dal G.I. Mario Rotella nella sua
Sentenza, non risulta confermato né in un senso né in un altro, che alla data del 21-22
agosto 1968, il Vargiu amante del SV, abitasse in una casa vicina a quella del De Felice, dove
venne accompagnato il Natalino Mele.

La frase in oggetto, è: “Altra singolare circostanza è che Vargiu abbia vissuto per alcun
tempo intorno al '68, nell'edificio adiacente alla casa di De Felice, in via Vingone di S. Angelo
a Lecore (via Pistoiese), lì dove fu condotto Natalino Mele la notte del duplice omicidio (v.
cap. 1 n. 1, retro).” [Sentenza Rotella].

La circostanza, fosse realmente iscrivibile ad un periodo anteriore e/o sovrapponibile a quella


del delitto, avrebbe ovviamente valore indiziario di enorme coerenza, visti i legami tra il SV e
il Vargiu stesso; e sarebbe di ottimo supporto a spiegare perché si decise di condurre il
Natalino proprio fin laggiù.

Sfortunatamente, come su detto, la formulazione usata dal Rotella risulta essere così
ambigua da perdere ogni significato utile.
Per evitare dunque gratuite ed immeritate critiche, non ricorreremo con confidenza ad usarla
a supporto o a negazione di alcunché.

E' però di doveroso interesse notare che il fatto di essere di per se stessa citata dal Rotella, a
detta dello scrivente stia a significare come per il Rotella stesso, tale periodo abitativo in loco
del Vargiu fosse antecedente e/o sovrapponibile proprio a quello del delitto.

Ma trattandosi questa di mera supposizione dello scrivente, al fine di restare il più possibile
aderenti ad informazioni certe come da documentazioni ufficiali, in questo documento di
studio non si ricorrerà ad appoggiarsi a tale informazione. Per suffragare altri ragionamenti.
Ove citata, lo è solo in forma ipotetica.
Del resto, poi, già abbiamo visto “abbastanza” per aver nozione di una buona plausibilità
logica ricostruttiva di quella notte.

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Introduzione del lavoro post Castelletti di Signa

La vulgata e la logica della storia del MdF vuole che chi restò in possesso di quell'arma, visto
il “tentativo di ricrearne la scena nei successivi delitti maniacali”, non possa che corrispondere
proprio al MdF stesso: la legge della “medesima arma + scena primaria” è insindacabile.
E già da ora il lettore ha in mano esattamente entrambi i dati.

Il documento di studio, ufficialmente, si chiuderebbe qui, se non fosse che per compiere
un'onesta ed equilibrata analisi, è necessario oltre che “portare dati a supporto” [NdA: e quello
è ciò che fino ad adesso è stato fatto], anche andare a fare tutti i controlli di coerenza degli stessi.
Non possiamo quindi accontentarci del significativo risultato fin qui conseguito, a meno che
non ci si voglia limitare a cosa/come/chi successe a Castelletti di Signa nel 1968.
Inoltre, è di fondamentale importanza potere esprime una possibile, la più plausibile, chiave
interpretativa della insania che mosse a certi tremendi gesti. Di essa sarà compito
individuarne genesi, sviluppo e specifiche temporali connessioni: per queste ragioni le
successive sezioni di documento, ed i successivi capitoli di indagine.

Confronto di profilo psicologico a parte, i “controlli” che andremo a fare sono in buona parte
già stati evidenziati, nel capitolo “Toscana” [NdA e relativi sottocapitoli], dove si è già provveduto
a percorre le tappe della vita del SV successive al 1968.

Adesso però dobbiamo andare a verificare se il “profilo” di SV, che abbiamo visto probabile
uxoricida nel 1960, colui che a fine delitto del 1968, per logica ed esclusione e per indizi resta
in possesso della famigerata calibro 22 L.R. nonché osservatore della “scena primaria”, possa
anche e come e quanto essere assoggettabile al “profilo” di un mostro, di un serial killer in
generale e quello del Mostro di Firenze in particolare.

E soprattutto, come su detto, dobbiamo riuscire a fornire una plausibile e valida e coerente
chiave interpretativa della genesi, dello sviluppo, degli stop e delle “ri-partenze” di tale
psicopatologia.

Iniziamo innanzitutto con un “confronto” area per area tra ciò che la scienza ci dice, i rilievi e
le deduzioni ci raccontano, e le informazioni storiografiche documentate raccolte sul SV, al
fine di proporre al lettore una ampia panoramica di coerenza.

Poi, prima del capitolo riepilogativo, verrà fornita ragionata interpretativa spiegazione a
genesi e sviluppo patologico.
Si tratterà di uno dei capitoli di maggior importanza di tutto il documento di studio, valido
pre-requisito per la successiva comprensione del delitto del 1974 e quello successivo, ad anni
di distanza, del 1981 di Mosciano di Scandicci.
Non tutti forse concorderanno, e ci mancherebbe altro, ma come al solito anche questo avrà
dalla sua parte pezze d'appoggio, “medico scientifiche” questa volta, e non solo pure
speculazioni logiche e di sensibilità personale.

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Confronto profili: un vestito che calza a pennello

Ecco, come al solito già dal titolo, si è tolta ogni suspance al lettore.
Pre-requisito alla lettura e comprensione di questo capitolo è l'aver assimilato quanto
presentato nella sezione “CORPO DI STUDIO PARTE III - alla ricerca del profilo di un generico
Mostro di Firenze”, e quanto presentato in quella “CORPO DI STUDIO PARTE IV: - il lato
pubblico e quello privato di Salvatore Vinci”, che viaggia di pari passo con quella appena
terminata relativa al delitto di Castelletti di Signa del 1968.

Innanzitutto, è bene specificare che:


in campo medico psichiatrico e medico psicoanalitico, quando si parla di patologie mentali, di
psicopatologie, di raptus, di follie, di caratteropatie e quant'altro annesso a quanto afferisce o
può afferire a problemi del inconscio e del subconscio, della psiche, dell'onirico e dell'umore
in generale, per quanto la scienza medica abbia fatto passi da gigante, si è obbligatoriamente
ristretti in un campo che sempre, pur accomunato da macro categorie sempre più mirate e
specifiche, resta nell'ambito del “indeterminato fattualmente”.
Non esiste e non può esistere “prova fisica tangibile” parlando delle alchimie che nutrono
mente e pensieri.
“Pattern, frame e step”, si, ma “prove fisiche” ovviamente no.

Ci limiteremo dunque solo a notare se alcuni atteggiamenti, alcune azioni, alcune componenti
caratteriali e alcune esperienze vissute, siano compatibili con quelle caratteristiche che, la
scienza medica e criminologica riconosce come significativi indici di comune alta probabilità
per la nascita/sviluppo e/o comportamenti di un serial killer in generale e/o del MdF in
particolare per la sua tipica modalità di azione.

Il capitolo è suddiviso in sottocapitoli di specifica area di confronto

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Dell’infanzia, della famiglia e delle amicizie

Iniziamo riproponendo un “breve” estratto” di alcune citazioni già riportate in questo stesso
documento nell'area di lavoro relativa all'anonimo profilo psicologico del mostro e dei serial
killer in generale:
• a) il ruolo delle “esperienze traumatiche nello sviluppo di “carriere” criminali con
particolare attenzione alla discussa diagnosi di psicopatia” possa rivestire. [Sito:
http://www.stateofmind.it/]

b) E “Per abuso non si deve intendere necessariamente una violenza fisica, uno
stupro, o un qualche tipo di prevaricazione sessuale, ma nella maggior parte dei casi
possono essere sufficienti l’assenza di contatto sociale, di affetto o di considerazione
genitoriale, la stessa non presenza costante di un genitore, oppure delle punizioni che
vengono vissute con severità dal soggetto pur non essendo per tanti altri vessatorie,
un educazione eccessivamente rigorosa, tutti elementi che singolarmente e
congiuntamente possono contribuire a formare o determinare, dei disturbi di
personalità di vario genere e natura. Da un punto di vista statistico, circa un terzo dei
SK ha un vissuto nelle cosiddette “Broken Homes”, e un quinto ha avuto un infanzia
traumatica e/o inadeguata” [Andrea Mascia – Confidentialcrimecasebook]

c)“Diversi autori che si sono occupati dell'omicidio seriale hanno sottolineato
l'importanza delle esperienze traumatiche subite dal soggetto in ambito sia familiare
che extra familiare, durante l'infanzia e l'adolescenza, per spiegare il manifestarsi del
comportamento omicidiario seriale. (1)” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• d) “infanzia caratterizzata da violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali, perpetrate da


uno o da entrambi i genitori.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• e) “L'infanzia è un momento fondamentale per la salute fisica e mentale del futuro


adulto” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• g) “La frantumazione o la mancata formazione del "legame di attaccamento", può


produrre un bambino - ed un futuro adulto- incapace di provare empatia, affetto o
rimorso per un altro essere umano, caratteristiche queste comuni anche agli assassini
seriali.”[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• h) “Spesso il futuro "mostro" è un bambino che maturato fantasie perverse, perché


trascurato, maltrattato o persino violentato; frustrazioni, stress, incapacità cronica di
affrontare e superare i conflitti generano nel bambino e, poi, nell'adolescente un
progressivo isolamento dalla società, percepita come entità ostile; e dunque anche
estraneità alle sue convenzioni etiche.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• i) “la personalità del fanciullo e le sue reazioni sociali si sviluppano proprio sullo sfondo
del clima generale della famiglia. Esigenza fondamentale per lo sviluppo equilibrato
della personalità del bambino, sia in senso psicologico che sociale” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• l) “Il clima che caratterizza la vita del gruppo familiare assume toni drammatici
quando si aggiunge anche la violenza: la stragrande maggioranza dei serial killer è
stata a sua volta vittima di sevizie durante l'infanzia o, comunque, proviene da una
"famiglia multiproblematica" [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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• m) “Roger L. Depue, agente dell'F.B.I., sostiene che i "fantasmi" nel bambino


cominciano a svilupparsi quando al sesso si unisce la violenza; quando questi
due concetti si legano, è praticamente impossibile separarli di nuovo.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• n) “il solo fatto di crescere in una famiglia di questo tipo non è, però, sufficiente per
stabilire una relazione causale con il comportamento omicidiario seriale. Quello che,
invece, si può dire è che esiste una correlazione diretta con la scelta del soggetto di
attuare un comportamento deviante, fra i quali l'omicidio seriale è solo una delle
opzioni possibili.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• o) “Le caratteristiche comportamentali e le influenze ambientali [NdA: dell'infanzia e


della gioventù] permettono ai successivi modelli, normali e patologici, di
emergere durante l'età adulta.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• p) “Stern elabora la teoria dei "sé multipli della prima infanzia" (5): esperienze molto
intense collegate ad un affetto (ad esempio, un abuso) possono contribuire alla
mancanza di integrazione fra le esperienze, che può causare la suddivisione del sé in
una parte buona e in una cattiva” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• q) “Sebbene diversi assassini seriali abbiano avuto relazioni anche di lunga


durata, nel loro interno c'è sempre un sé nascosto che evita ogni tentativo di
raggiungere una gratificazione e ciò è il frutto di modalità di relazione errate
apprese durante il periodo evolutivo.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• r) “Una nutrita serie di ricerche ha dimostrato la correlazione esistente tra


l'aggressività sessuale e la cattiva relazione bambino/padre. Questo dato è
particolarmente importante perché, spesso, si tende a focalizzare troppo l'attenzione
sulle problematiche edipiche del maschio nel rapporto con la madre, relegando in un
angolo la figura paterna. Il legame con il padre è fondamentale perché il bambino
consolidi la sua identità di genere. Il problema non è tanto come si comporti il
padre, ma qual è la percezione che il figlio ha del comportamento del
genitore” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• s) La frantumazione o la mancata formazione del "legame di attaccamento", può


produrre un bambino - ed un futuro adulto- incapace di provare empatia, affetto o
rimorso per un altro essere umano, caratteristiche queste comuni anche agli assassini
seriali.”[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• t) “Questa situazione determina così una rottura dei tabù e una serie di pulsioni
violente dirottate su vittime che interpretano un bisogno vertiginoso di rivalsa.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• u) “attività sessuale precoce e bizzarra.” [Fonte: Gianluca Massaro su


http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• v) “Gli studiosi che si sono occupati dell'omicidio seriale hanno cercato di elencare una
serie di sintomi che, se riscontrati durante l'infanzia e l'adolescenza, possono far
presagire un futuro comportamento omicidiario seriale (sempre, però, stando attenti a
non formulare ipotesi di causalità diretta)” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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• “sintomi di danno neurologico. Questo danno può essere provocato da una


ferita o da una malattia ...SNIP.... In taluni casi, un forte trauma alla testa
è associato all'apparizione improvvisa di un comportamento aggressivo e/o
di una personalità eccessiva” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “comportamento irregolare. È caratterizzato soprattutto da un bisogno


immotivato e cronico di mentire” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “in quanto sono vittime di violenze sia intra che extrafamiliari. Ciò li porta ad
una forma di attrazione-repulsione per il sesso, che inizia a diventare un
pensiero ossessivo nella loro mente” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• w) “anche da adulto, il comportamento sessuale sarà orientato verso livelli visuali e di


autoerotismo, con gravi problemi nello stabilire relazioni intime normali e nel
raggiungimento dell'orgasmo in attività sessuali convenzionali.” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

A fronte di quanto su citato, nella vita giovanile del SV troviamo:

• “è stato massacrato di botte dal padre all'età di dieci anni, rimanendo per quindici
giorni fasciato per le ferite riportate” – dichiarazioni di Rosina Massa ai Carabinieri - 21 giugno
1986 – Supplemento Rapporto 311/1-1]

• “durante il servizio militare [NdA: SV] ha subito un incidente e che poi durante il
ricovero in Ospedale [NdA: Ospedale Militare, come prassi vuole durante il servizio di leva] , per
ottenere un periodo di convalescenza, avrebbe subito dei rapporti carnali via anale.”
[rapporto Torrisi – Supplemento 311/1-1].

• “...manifestazioni omosessuali del Vinci Salvatore, i cui segnali già provengono


dall'epoca giovanile, risalente all'inizio della sua amicizia particolare con il suo
coetaneo e futuro cognato Steri Salvatore”. - Supplemento Rapporto 311/1-1].

• “l'atteggiamento dei due cognati, il loro modo di fare, il loro affiatamento, manifesta
chiaramente un tipo di rapporto diverso dalla comune amicizia, tanto che tra loro
giovani, più o meno seriamente, si è pensato che fossero omosessuali, soprattutto il
Vinci” [Dichiarazioni di Antonio Pili ai Carabinieri – Rapporto Torrisi 311/1 ]

• “...non fa mistero delle voci allora correnti in tal senso nel loro ambiente giovanile” –
Antonio Pili - Supplemento Rapporto 311/1-1].

• “è caduto, battendo la testa, durante il servizio militare” [ dichiarazioni di Rosina Massa ai


Carabinieri - 21 giugno 1986 – Supplemento Rapporto 311/1-1].

• “Trauma cranici”, detti anche traumi cerebrali e lesioni cerebrali, possono marciare di
pari passo, essendo uno dei due sottotipi generanti dette lesioni. Le lesioni cerebrali
infatti, sono di solo due tipi:
▪ Di tipo traumatico (lesione chiusa alla testa o lesione penetrante alla testa)

▪ Di tipo non traumatico (come ad esempio ictus, meningiti, etc)

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• Un fratello, Giovanni, “...processo per incesto con la sorella Lucia...” [NdA: “a proposito
del fratello Giovanni - Sentenza Rotella] e il fratello Francesco considerato un “balente” e un
“poco di buono” con svariate grane con la Giustizia e le “botte paterne”, sono indice di
ambito famigliare degradato

• “la Barbarina è stata violentata e messa incinta da VINCI Salvatore” [Dichiarazioni di Anna
Maria Tibet- Rapporto Torrisi 311/1]

• “La STERI racconta al PILI …SNIP... di subire maltrattamenti continui anche con pugni
al viso, da parte del suo marito” [Rapporto Torrisi 311/1]

• altamente probabile uxoricida già in giovane età [NdA: vedasi Rapporto Torrisi 311/1]

Prima di passare al capitolo successivo, si presti attenzione a questa frase:


• “Molti di loro sono stati abusati dai propri genitori e gli studi su questo tema hanno
dimostrato che tutti sono stati in qualche modo vessati nella loro infanzia. Hanno
subito una violenza, spesso sessuale, in un'età in cui non potevano ribellarsi e
questa brutalità “ [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

dove l'accento va posto sul “non potevano ribellarsi”, più ancora che sull'età, che è
esattamente quello che il SV dovette certamente vivere prima con le botte paterne ad appena
10 anni, e poi ai 21, post incidente particolarmente traumatico e doloroso durante il servizio
militare da parte di militari più alti in grado o funzioni di lui.

La figura del padre e della divisa sono infatti cerebralmente, consciamente ed inconsciamente
figure associabili, rivestendo entrambe i panni della autorità alla quale, anche solo
inconsciamente, si deve rispetto ed ubbidienza, e alle quali, per natura, si è umanamente
socialmente portati ad istintiva fiducia [ NdA: “Una nutrita serie di ricerche ha dimostrato la correlazione
esistente tra l'aggressività sessuale e la cattiva relazione bambino/padre. - Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/ ]

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Dei luoghi e dei rapporti con le vittime

Argomento “facile” e già pienamente noto al lettore:

• “In quanto vittime a basso rischio, non è verosimile che esse fossero particolare
obiettivo di un attacco da parte di un aggressore, ma che esse fossero semplicemente
vittime dell’occasione di essere casualmente disponibili all’aggressore nel momento e
nel posto che lui scelse per portare i suoi attacchi” [Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico
Manieri]
1. non sono emerse informazioni di pregressa conoscenza tra il SV e nessuna
delle vittime della serie 1974/1985

• “Non è probabile che l’aggressore conoscesse o fosse personalmente in contatto con


alcuna delle vittime”.[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]
1. non sono emerse informazioni di pregressa conoscenza tra il SV e nessuna
delle vittime della serie 1974/1985

• “Le vittime, quasi sempre, sono persone sconosciute, incontrate casualmente, e se


conoscenza c'è stata, è stata solo superficiale ed estemporanea” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. non sono emerse informazioni di pregressa conoscenza tra il SV e nessuna
delle vittime della serie 1974/1985

• “Piuttosto, le vittime gli erano sconosciute e divennero vittime semplicemente perché


erano a lui disponibili quando scelse il luogo per i suoi attacchi”. [Profilo FBI – traduzione dal
sito di Enrico Manieri]
1. non sono emerse informazioni di pregressa conoscenza tra il SV e nessuna
delle vittime della serie 1974/1985

• “E’ verosimile che l’aggressore abbia familiarità con le aeree in cui questi crimini sono
stati commessi”. [Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri ] - e pure “L’aggressore è
sufficientemente familiare con queste aree da sapere che tali aree sono frequentate in
modo routinario da coppie che si possono impegnare in varie fasi di attività sessuale
nella privacy relativa che queste zone consentono loro”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]
1. Il SV nel 1960 arriva in Toscana, “ ..e precisamente a Lastra a Signa
...SNIP... Dopo alcuni giorni egli fa conoscenza dei coniugi MELE Stefano e
LOCCI Barbara, abitanti a Scandicci, frazione Capannuccia ...SNIP... il primo
amante della LOCCI Barbara. Il VINCI Salvatore, accogliendo l'invito dei
coniugi MELE, si trasferisce nella loro abitazione anzidetta [Rapporto Torrisi
311/1]
1. Baccaiano (delitto firmato dalla calibro 22 L.R.- giugno 1982) rispetto
Lastra a Signa, dista nell'ordine di una quindicina di km.

2. questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Mosciano


di Scandicci (qui avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R. -
giugno 1981)

3. questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Via di


Giogoli (qui avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R. -
settembre 1983), che dista meno di 5km dalla via Volterrana

4. Via degli Scopeti (delitto firmato con la calibro 22 L.R. - settembre


1985) rispetto a Scandicci, dista nell'ordine di appena poco più di una

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decina di km. questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei


luoghi

2. il 23 aprile 1962 “...va a trasferirsi a Calenzano...” [Rapporto Torrisi 311/1]


1. questo ci dà indicazione di plausibile conoscenza dei luoghi di Travalle
di Calenzano (qui avvenne un delitto firmato dalla calibro 22 L.R –
ottobre 1981)

3. “Il 28.7.1966 trasferisce la residenza da Calenzano a Vaiano” [Rapporto Torrisi


311/1]
1. da Vaiano a Borgo San Lorenzo (delitto della calibro 22 L.R. -
settembre 1974) ci sono meno di una quarantina di km. Distanza
abbastanza elevata per poter plausibilmente immaginare una buona
conoscenza dei luoghi

2. da Vaiano a Vicchio del Mugello (delitto della calibro 22 L.R. - luglio


1984), ci sono poco meno di una cinquantina di km. Distanza
abbastanza elevata per poter plausibilmente immaginare una buona
conoscenza dei luoghi

4. “il 1.9.1970, emigra a Firenze, sistemandosi in via Cironi n. 8, ove abita


tuttora” [Rapporto Torrisi 311/1]
1. Da Via Cironi, Firenze a Borgo San Lorenzo (delitto della calibro 22
L.R. - settembre 1974) ci sono circa trenta di km. Distanza non troppo
elevata per poter non essere plausibilmente presa in considerazione;
all'epoca ancora svolgeva l'attività di muratore, in giro nei dintorni di
Firenze, dove c'erano costruzioni da fare, e nulla esclude che abbia
partecipato a lavori proprio in tale zona.

2. Da Via Cironi, Firenze a Vicchio del Mugello (delitto della calibro 22


L.R. - luglio 1984) ci sono meno di quaranta km. Distanza non troppo
elevata per poter non essere plausibilmente presa in considerazione;
anche in virtù dell'attività lì impiantata [ NdA: PIC (Pronto Intervento Casa)],
che lo costringe a muoversi sulle esigenze dei clienti

5. praticava attività di voyeurismo, e conseguente logico ipotetico conoscimento


di aree e zone dove poter “guardare”
1. “per esempio gli oggetti pervenuti da un'ultima perquisizione tra cui
un rullino fotografico. Il processo di sviluppo/stampa ha rivelato le
immagini di una giovane coppia di sconosciuti in automobile“ -
[Sentenza Rotella]

2. “...le ha fatto capire di desiderare vedere lei congiungersi con altri


uomini...” - [Dichiarazioni di Ada Pierini – Rapporto Torrisi 311/1]

3. “....di essere stata condotta di sera, molto spesso alle Cascine, ove il
marito dopo aver adescato gli uomini, li fa congiungere con lei in sua
presenza, per avere anche lui subito dopo il suo rapporto sessuale...” -
[Dichiarazioni di Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

4. “...è solito guardare lei quando fa all'amore con gli altri...” -


[Dichiarazioni di Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

5. “frequentatore delle Cascine, ove molto spesso conduce ...SNIP... la

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Barbara, per farla congiungere con altri uomini in sua presenza...”


[Rapporto Torrisi 311/1]

6. “Ne ho viste, io, di coppiette. Le guardavo dal cannocchiale, dopo


essermi arrampicato sugli alberi. Chiodi così c'avevo, e li piantavo nei
tronchi per salire più in alto». Chiodi d'acciaio, quaranta cinquanta
centimetri di lunghezza. Gli inquirenti ne hanno trovato una montagna
in casa di Vinci nel corso della perquisizione seguita al suo arresto"
[Quotidiano L'Unione Sarda – Aprile 2006- Articolo trascritto sul Forum “Il Mostro di
Firenze”]

• “Colpisce, di solito, lo stesso genere di persone, che incarnano certe sue fantasie ed è
reso perciò riconoscibile proprio dalle sue vittime; le considera non come esseri umani,
ma come oggetti, ciò che conta, infatti, non è l'identità del cadavere ma quello che
rappresenta per l'assassino seriale.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. vale riportare anche questa citazione qui, perché anche se non direttamente
correlata ai luoghi delle scene dei delitti, è comunque collegata
all'immaginario di luoghi di scambio coppie e sesso all'aperto.
Vedasi in merito le numerose dichiarazioni relative a momenti ripetuti e
continuativi di sesso avvenuti all'aperto e in automobile, ad esempio, alle
Cascine, o al rullino fotografico con immagini di una coppia amoreggiante in
auto rivenuto durante una perquisizione in casa del SV.

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Della cultura, del lavoro e della intelligenza

Si tenga in considerazione la voce:

• “mestieri esercitati dagli assassini seriali: si tratta di individui che, spesso, hanno un
titolo di studio basso o, al massimo, di medio livello e svolgono un lavoro modesto.”
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. Lavora come muratore, prima dipendente e poi come titolare [ NdA: prendendo
alle sue dipendenza il Biancalani Saverio con il quale intratterrà una duratura relazione
omosessuale -“il BIANCALANI lavora alle dipendenze del suo inseparabile amico
VINCI Salvatore”- Supplemento Rapporto Torrisi ], e quindi in seguito apre la sua
ditta di pronto intervento riparazioni [ NdA: “P.I.C. (Pronto Intervento Casa)” -
Rapporto Torrisi]

Si noti inoltre come l'attività lavorativa del SV, possa essere inoltre equiparata o comunque
messa in relazione con:

• “Il mestiere di camionista presenta un tipo particolare di correlazione con il


comportamento omicidiario seriale. ...SNIP... La mobilità di questi assassini è
giustificata dal mestiere, per cui, come detto in precedenza, non è sempre facile
correlare omicidi avvenuti in luoghi distanti tra loro. Oltre a ciò, questo è un mestiere
che consente al serial killer di stare molte ore da solo e di lasciarsi assorbire dal suo
mondo di fantasie mentre guida.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

Dove se è pur vero che il SV non abbia mai esercito l'attività di camionista, per le
particolarità del suo lavoro, privo di sede fissa, è idealmente accostabile il concetto, in
particolare modo per il periodo successivo all'apertura della ditta di pronto intervento, che
oltre al non implicare sede fissa, è attività che nemmeno ha orari fissi e dove gli interventi
notturni sono la regola.
E' altresì nota, tramite le dichiarazioni della Rosina Massa, ad esempio, come il SV non
mettesse a conoscenza nemmeno i suoi familiari più stretti di cosa facesse in generale:
“R.M.: Avvocato io non so di tutte queste cose perché le amicizie di mio marito oltre a quelle
di Biancalani io non le conosco altre e gli spostamenti che lui faceva da casa e le amicizie
fuori casa, neanche di quelle, e mio marito non era uno che veniva a raccontarle a me,
perché sapeva che prima o poi in un litigio o altro io gliele avrei rinfacciate. Capito? Quindi,
lui con me non si confidava, se c'è qualcuno che sa qualche cosa, ma io dubito anche di
questo, perché lui era molto riservato, teneva le cose per se, magari scoppiava dal nervoso o
da qualche cosa ma non confidava mai niente della sua vita privata” [Dichiarazioni di Rosina Massa
- Deposizione del 14 luglio 1991]

• “comportamento irregolare. È caratterizzato soprattutto da un bisogno immotivato e


cronico di mentire” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. capacità alla menzogna dimostrata nella mettere in piedi il piano contro la
Barbarina Steri

2. capacità alla menzogna, evidenziata dagli alibi falsi

3. capacità alla menzogna, anche se non riportate integralmente né in forma


comparativa in questo studio, le varie dichiarazioni a mezzo stampa [ NdA:
vedasi ad esempio: Intervista su La città - 31 ottobre 1985,e dichiarazioni in sede di
testimonianze e deposizioni]

• il grado di istruzione della maggior parte di loro è medio-basso.[Fonte: Gianluca


Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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1. non risulta che il SV sia in possesso di particolari ed elevati titoli di studio

• “un assassino seriale pianifica il suo "lavoro" con la stessa cura con cui un pittore
elabora il soggetto e l'esecuzione di una tela" [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. pianificazione, tra tutte le altre cose, implica intelligenza e SV non era uno
stupido. Anche solo a livello dialettico, dalle sue citazioni a mezzo stampa ed
in tribunale a Cagliari, si rileva una buona sagacia ed intelligenza

2. abbiamo notato la pianificazione sia per la denuncia della Barbarina Steri

3. abbiano notato la pianificazione nel delitto di Castelletti di Signa

4. abbiamo notato capacità e pianificazione, avendo egli stesso aperto una


attività in proprio [NdA: la P.I.C]

5. abbiamo notato intelligenza nella costruzione degli alibi falsi

6. in seguito noteremo anche intelligenza nella modalità di accertarsi di controlli


e perquisizioni o al fine di giustificare un plausibile alibi [NdA: al momento la cosa
solo è stata accennata], tramite “telefonate a vuoto” ad esempio

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Dell’egoismo e dell'empatia

• “La psicopatia è un disturbo mentale caratterizzato principalmente da un deficit di


empatia e di rimorso, emozioni nascoste, egocentrismo ed inganno. Gli
psicopatici sono fortemente propensi ad assumere comportamenti devianti e a
compiere atti aggressivi nei confronti degli altri, nonché a essere orientati alla
criminalità più violenta. Spesso sembrano persone normali: simulano emozioni che in
realtà non provano [fonte Wikipedia]
1. ad esempio, basti citare che abbiamo già visto come il SV si sia “venduto”
come uxoricida al SM, che lo sia stato veramente o meno, poco importa

2. “di aver visto l'ultima volta Salvatore VINCI per la via principale del paese a
passeggio con il bambino, circa 8-10 giorni dopo la morte della sorella e di
esserle sembrato che questi venisse meno alla riservatezza che si chiedeva a
quei tempi ad un vedov” [Dichiarazioni di Steri Giuseppina - Rapporto Torrisi 311/1 ]

• La frantumazione o la mancata formazione del "legame di attaccamento", può


produrre un bambino - ed un futuro adulto- incapace di provare empatia, affetto o
rimorso per un altro essere umano, caratteristiche queste comuni anche agli assassini
seriali.”[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. ad eccezione dei legami maschili omosessuali, legami di lunga durata, quelli
femminili sono tutti di breve durata. Il più lungo, in anni, è quello con la
Rosina Massa, rapporto però interrotto e ricominciato solo per la umana
necessità di sopravvivenza economico-alimentare della Massa stessa.
I legami di carattere omosessuale sono invece da leggere, come spiegato ad
inizio sezione di documento e come in seguito verrà meglio dettagliato, in
chiave inconscia sostitutiva della figura paterna

• “società, percepita come entità ostile; e dunque anche estraneità alle sue convenzioni
etiche.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. forse non si parla esattamente di “etica” ma bensì di “morale, ma le modalità di
scambio coppie, induzione alla prostituzione benché in forma gratuita, etc:
indicano una “convinzione ben personale” rispetto a quella più comunemente
accettata a livello di società. Lo stesso dicasi per il ricorso alla violenza e alle
minaccia alle sue compagne, al fine di soddisfare un suo proprio piacere.

• La terza è la proiezione; si addossa, cioè, ad altri la colpa della propria angoscia. Il


serial killer strazia ed uccide perché vede nella vittima l'origine dei propri mali.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. l'odio verso la coppia/famiglia, come spiegheremo nell'apposito capitolo di
questa sezione

• “è come se il soggetto fosse sempre in bilico fra due mondi opposti (reale ed
immaginario) che lo trascinano ognuno dalla sua parte.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. questa oltre ad essere un affermazione valida anche per il mondo “fisico”, lo è
ancora d più per tutto ciò che afferisce a mente, pensiero, onirico, carattere
ossia all'immateriale che si annida in una psiche umana. Una causa genera un
effetto, ma tale causa è composta, ognuna coi propri micro pesi e micro
posizionamenti, da precedenti motivazioni.

Ad eccezione delle lacrime la prima notte di nozze con la Rosina Massa [NdA: “durante la
prima notte di matrimonio, dopo aver fatto all'amore con lei, è caduto inspiegabilmente in un

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pianto dirotto, che è durato fino al mattino successivo ed a nulla sono valsi i suoi tentativi di
farsi spiegare i motivi” [Supplemento Rapporto Torrisi 311/1-1], incontrare altri esempi di empatia
nella storia pubblica investigativa del SV, appare praticamente impossibile.
Tali lacrime infatti, durano tutta la notte; un pianto ininterrotto. E se da un lato già piangere
è un qualcosa che normalmente sfugge al controllo del sistema nervoso volontario, ancora di
più questo è vero nel caso di pianti che non si riescono fisicamente proprio a gestire e
contenere.
Lacrime dunque che sboccano negli occhi al SV sotto incontrollato,e dunque sincero a livello
inconscio, rilascio emozionale.

Nella sua storia nota vi sono:


– botte e minacce e umiliazioni alle mogli e alle compagne

– indifferenza al fornire i mezzi di sussistenza alla famiglia [NdA: vedasi Barbarina Steri]

– sfruttamento degli altri, sia a livello sessuale [ NdA: Locci, Massa, Pierini, etc], sia
economico [NdA: vedasi il giro di debiti con i Mele]

– ricorso alla menzogna [NdA: vedasi alibi falsi ad esempio]

– liti e disprezzi col fratello e col figlio [NdA: vedasi i rapporti col Francesco e con l'Antonio]

Ossia, nulla che possa illustrare un quadro di particolare empatia verso il genere umano in
generale e verso persone specifiche in particolare.

Per le lacrime, si sa, specie un tipo di lacrime che non puoi fermare per un prolungato arco di
tempo: sono chiaro esempio che non erano “artefatte”, ossia erano sincere e provenivano,
come le lacrime provengono, da un rilascio subcosciente e non da una decisione voluta.

E' ipotizzabile, e si sottolinea solo ipotizzabile, che la particolarità della notte di nozze con la
Massa, ossia diventare lui stesso “capo famiglia,e quindi in seguito dover rivestire la funzione
di padre, gli abbia fatto tornare in mente:
– o la “notte di nozze con la Steri” e la fine a cui la Steri incorse;

– o ricordi della sua infanzia relativi ai genitori e alla loro modalità di gestire i ruoli
educativi di coppia con le conseguenti possibili idiosincrasia sviluppate dallo stesso SV.

Si ricordino in merito le parole del Pallanca: “le angosce vengono trasferite nell'inconscio,
dove giacciono dimenticate, ma attivissime” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/], soprattutto in relazione a “Una nutrita serie di ricerche ha
dimostrato la correlazione esistente tra l'aggressività sessuale e la cattiva relazione
bambino/padre. [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/].

Lacrime a parte, dunque, per restare in tema ci tocca ancora ricorrere ad un pezzo di
citazione: “è come se il soggetto fosse sempre in bilico fra due mondi opposti (reale ed
immaginario) che lo trascinano ognuno dalla sua parte.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/], o meglio ancora con le parole di Douglas, che ha guidato per
quindici anni il Behavioral Science Unit di Quantico (Virginia):
“L'arma del delitto, non è il coltello, non è la pistola, ma è la mente : è lì che bisogna
scavare per catturarli. Perciò è necessaria l'analisi psicologica per identificare un assassino
seriale: bisogna capire quali sono i gusti, le abitudini, le fantasie; comprendere le motivazioni
più recondite e i fantasmi” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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Del voyeurismo, della pornografia e della sessualità

• “E’ verosimile che l’aggressore abbia sorvegliato le sue vittime fino a che loro erano
occupati e impegnati in qualche forma di attività sessuale.” [Profilo FBI – traduzione dal sito
di Enrico Manieri]

• “Si ritiene che l’aggressore divenne specificatamente familiare con i luoghi dei singoli
attacchi in seguito ad una sorveglianza e ad una selezione dei luoghi prima
dell’aggressione.” [Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• “L’aggressore è sufficientemente familiare con queste aree da sapere che tali aree
sono frequentate in modo routinario da coppie che si possono impegnare in varie fasi
di attività sessuale nella privacy relativa che queste zone consentono loro”.
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

• “Voyeurismo. È una delle perversioni predilette dagli assassini serial” [Fonte:


Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “anche da adulto, il comportamento sessuale sarà orientato verso livelli


visuali e di autoerotismo, con gravi problemi nello stabilire relazioni intime
normali e nel raggiungimento dell'orgasmo in attività sessuali convenzionali.”
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “attività sessuale precoce e bizzarra. Molte volte, gli assassini seriali iniziano a
masturbarsi da bambini oppure manifestano dimostrazioni di sessualità violenta e
abusiva nei confronti di altri. Anche l'utilizzo di materiale pornografico inizia in età
precoce. In particolare gli assassini seriali fanno un abbondante uso di pornografia”
[Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Molti individui, prima di iniziare ad uccidere, si sono dedicati per anni al


voyeurismo, di solito accompagnato dal feticismo, attività che richiedono una
forte partecipazione dell'immaginazione e il ruolo massiccio della fantasia.
Molto spesso, si verifica un processo in base al quale il soggetto non è più in
grado di soddisfare la propria eccitazione con l'attività voyeuristica, per cui
ha bisogno di stimoli sempre più forti.” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Se è errato affermare che ci sia una correlazione causale tra pornografia e
violenza, è senz'altro giusto dire, invece, che quantità e qualità degli stimoli
pornografici possono facilitare il comportamento violento. “ [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “È un dato di fatto che molti assassini seriali affermano di fare uso frequente di
materiale pornografico. Va distinta, però, la pornografia normale dalla pornografia
sadomasochista, che sembra quella più direttamente coinvolta nell'omicidio seriale.
Gli stimoli provenienti da questo materiale, non fanno altro che rafforzare le
fantasie di dominio già presenti nella mente del soggetto e dargli, in un certo
senso, una giustificazione di essere nel giusto” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Un effetto sicuramente collegato a questo tipo di pornografia è quello di


desensibilizzare il soggetto alle manifestazioni del dolore e alla visione della sofferenza
di vittime reali.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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• “L'ossessione per il sesso del futuro serial killer ...SNIP... Possiamo concludere
affermando che in tutti gli assassini seriali si nota la presenza di problemi sessuali e di
esperienze di violenza nell'infanzia e nell'adolescenza e la presenza massiccia di
numerose fantasie sessuali.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Le perversioni sessuali (che, con termine più moderno, vengono chiamate
parafilie) difficilmente si riscontrano allo stato puro, mentre è molto più
comune che in uno stesso assassino seriale ci sia una combinazione variabile
di perversioni.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• La maggior parte degli assassini seriali mostra manifestazioni di feticismo


particolarmente spiccate. Il comportamento feticistico si presenta specialmente nella
"fase totemica", cioè nel momento in cui l'omicidio è già stato effettuato e l'assassino
sente il bisogno di rivivere l'eccitazione dell'azione omicidiaria. Quando i feticci
terminano la loro azione di soddisfazione, l'assassino entra in una "fase depressiva",
uscito dal quale si metterà alla ricerca di un'altra vittima” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Proprio la dimensione fantastica è un altro elemento fondamentale del


comportamento omicidiario seriale ed ha una fortissima valenza sessuale. Nella
maggior parte degli assassini seriali e in particolare in quelli sadici, le fantasie sono
strettamente collegate al sesso e alla violenza e rappresentano il motore scatenante
dell'omicidio ...SNIP... le fantasie, che, col tempo vengono perfezionate sempre di più,
diventando piene di dettagli ed estremamente vivide, aiutano il passaggio all'atto
omicidiario e, dopo ogni omicidio, si aggiungono nuovi elementi che incrementano la
dimensione fantastica, proprio perché le fantasie possono nutrirsi, a questo punto,
anche dei ricordi dell'uccisione, diventando così sempre più cruente” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “l'omicidio reale non è mai appagante come sa esserlo quello immaginato


nella mente del serial killer, per questo motivo il soggetto ripete più volte l'atto
omicidiario alla ricerca della perfezione che raggiunge soltanto nella sua
immaginazione. L'esperienza del ricordo, quindi, è di fondamentale importanza per
ogni assassino seriale, in quanto serve ad alimentare le sue fantasie: a questo
servono i feticci ed i "trofei" che molti soggetti conservano dopo ogni
omicidio.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “in quanto sono vittime di violenze sia intra che extrafamiliari. Ciò li porta ad una
forma di attrazione-repulsione per il sesso, che inizia a diventare un pensiero
ossessivo nella loro mente” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. “Il VINCI Salvatore vive solo per il sesso e ciò che rimane nulla conta per lui”
[Rapporto Torrisi 311/1]

• “Roger L. Depue, agente dell'F.B.I., sostiene che i "fantasmi" nel bambino


cominciano a svilupparsi quando al sesso si unisce la violenza; quando questi
due concetti si legano, è praticamente impossibile separarli di nuovo.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• quanto scritto da Paul Pollard [NdA: University of Central Lancashire, Preston, U.K.] nel suo
“Pornography and Sexual Aggression”, in merito al rapporto tra lettura/visione di scene
pornografiche (a carattere violento sadomasochista) e aumento di produzione di
fantasie morbose e di aggressività in generale, anche in soggetti privi di pregresse
motivazioni quali traumi psichici vissuti durante le fasi dell’infanzia, la pubertà,

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l’adolescenza, anche solo vissute mono-tematicamente idealmente.

Solo per brevità di scrittura, viste già le numerose citazioni, si evita di riportare, per
l'ennesima volta, ogni singola citazione che afferisce a gusti, modalità e comportamenti del
SV. Tale citazioni, possono essere facilmente consultate nella sezione: “CORPO DI STUDIO
PARTE IV: - il lato pubblico e quello privato di Salvatore Vinci”; si rimanda dunque ad essa il
lettore in caso di necessità di specifici paragoni.

Possiamo comunque manifestamente permetterci di notare come, a proposito del soggetto in


attenzione di questo studio, sia effettivamente presenti:
rapporti sessuali precoci già con lo Steri Salvatore, “contorta” sessualità a base di botte,
minacce, scambio coppie, rapporti a due, a tre a quattro, rapporti con sconosciuti, uso di
vibratori, cetrioli, zucchini, luoghi di incontro particolari, e della copiosa lettura di riviste
pornografiche, piacere del “guardare”, attività di voyeurismo.

Ci permettiamo quindi di rimarcare, visto che nello studio “La ricostruzione del profilo
psicologico-comportamentale del serial killer” massima attenzione a questo fattore giovanile
è posto, come le attività sessuali del SV siano effettivamente da leggersi come “precoci”
[NdA: e attive solo in ambito omosessuale; col maschio visto e vissuto non solo sessualmente, ma anche e
soprattutto in chiave sostitutiva della figura paterna come confermato sia dalla psicoanalisi sia dalla effettiva
profondità e durata dei legami]:
• “...manifestazioni omosessuali del Vinci Salvatore, i cui segnali già provengono
dall'epoca giovanile, risalente all'inizio della sua amicizia particolare con il suo
coetaneo e futuro cognato Steri Salvatore”. [ Supplemento Rapporto 311/1-1].

• “...non fa mistero delle voci allora correnti in tal senso nel loro ambiente giovanile”
[Antonio Pili - Supplemento Rapporto 311/1-1]

• “...manifestazioni omosessuali del Vinci Salvatore, i cui segnali già provengono


dall'epoca giovanile, risalente all'inizio della sua amicizia particolare con il suo
coetaneo e futuro cognato Steri Salvatore”. [Supplemento Rapporto 311/1-1].

• “l'atteggiamento dei due cognati, il loro modo di fare, il loro affiatamento, manifesta
chiaramente un tipo di rapporto diverso dalla comune amicizia, tanto che tra loro
giovani, più o meno seriamente, si è pensato che fossero omosessuali, soprattutto il
Vinci” [Dichiarazioni di Antonio Pili ai Carabinieri – Rapporto Torrisi 311/1 ]

Anche il connubio sesso/violenza [NdA: sia inflitta sia subita] è presente già in fase di gioventù;
due esempi su tutti:

• a 21 anni: “durante il servizio militare ha subito un incidente e che poi durante il


ricovero in Ospedale per ottenere un periodo di convalescenza, avrebbe subito dei
rapporti carnali via anale.” [Rapporto Torrisi – Supplemento 311/1-1]

• a 23 anni:“la Barbarina è stata violentata e messa incinta da VINCI Salvatore”


[Dichiarazioni di Anna Maria Tibet- Rapporto Torrisi 311/1]

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Della violenza e dell'aggressività

Vista la ridondanza di possibili citazioni sul ricorso alla violenza del SV soprattutto sulle sue
mogli e compagne, presteremo qui maggior attenzione invece nell'elencare i dati presi a
prestito dalla scienza medica, psichiatrica, psicologica e criminologica, integrandoli su alcuni
punti specifici con subitanee segnalazioni di merito, sia direttamente riferibili al SV, sia come
come ulteriori approfondimenti a livello psicologico/psicopatico.

• “Questo stile particolare di avvicinamento è generalmente indicativo di un assalitore


che ha dei dubbi sulla sua abilità nel controllare le sue vittime, che si sente
sufficientemente inadeguato nell’interagire con vittime “vive”, o che si sente
incapace di un confronto diretto.” [Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]
1. “Per tutti i serial killer, l'omicidio seriale è un modo per esercitare la
loro rivalsa sulla società e per liberare l'aggressività accumulata a
causa delle frustrazioni subite” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

2. “Spesso il futuro "mostro" è un bambino che maturato fantasie perverse,


perché trascurato, maltrattato o persino violentato; frustrazioni, stress,
incapacità cronica di affrontare e superare i conflitti generano nel bambino e,
poi, nell'adolescente un progressivo isolamento dalla società, percepita come
entità ostile” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

3. Limitazione dei rischi, e/o insicurezza/codardia


• Fase di attacco sempre a colpi di pistola (massimizzazione del
danno nel minor tempo possibile e con la minor interazione
possibile con le vittime)

• Il bersaglio maschio sempre colpito e messo fuori capacità di


risposta per primo

• Attacchi notturni, possibilmente a ridosso di noviluni (notti più buie)

• Attacchi a persone che si trovano in costrette in spazi angusti e con


ridotte possibilità di manovre evasive o di reazione

• Attacchi a persone che si trovano in stato di forte distrazione


emotiva e fisica

• “Il “senso di dominio” e il rituale sono molto importanti per questo aggressore.Ciò
spiegherebbe perché le vittime femminili erano generalmente spostate a qualche
distanza dal veicolo contenente i loro compagni maschi.”
[Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico Manieri]

1. ”di aver tentato di allontanarsi da casa la stessa notte con il bambino, ma di


essere stata subito ripresa dal marito e costretta a chiedere scusa agli
amici” [Dichiarazioni della Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

2. “di aver dovuto congiungersi carnalmente con altri uomini conosciuti


occasionalmente e portati in casa da Salvatore con molta frequenza”
[Dichiarazioni della Rosina Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

3. “di essere stata frequentemente aggredita e picchiata tutte le volte che tenta
di sottrarsi a questa vita impossibile" [Dichiarazioni R Massa – Rapporto Torrisi 311/1]

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4. “di aver intuito che il Salvatore costringeva la moglie a...” [Dichiarazioni della
Spartaco Casini – Rapporto Torrisi 311/1]

5. “Si arrabbiò da far paura, mi afferrò per i capelli e mi costrinse a


inginocchiarmi davanti a quei due e a chiedergli scusa !” [Testimonianza di
Rosina Massa - 15 Aprile 1985]

• - “Nonostante l’assenza di penetrazione del pene/eiaculazione da parte


dell’aggressore, queste sono tutte offese motivate sessualmente.La mutilazione degli
organi sessuali della sua vittima rappresenta sia l’inadeguatezza sessuale
dell’aggressore, che la sua rabbia verso di loro.” [Profilo FBI – traduzione dal sito di Enrico
Manieri]
1. “La maggior parte dei serial killer presenta, infatti, dei problemi nella sfera
sessuale. Questo dato è valido anche per quei soggetti i cui delitti non hanno
una motivazione principalmente sessuale” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

2. “In alcuni casi, le componenti sessuali possono rivelarsi con chiari segni di
violenza sessuale o di atti sessuali compiuti dall'omicida sulla vittima, oppure
possono essere denunciate dalla particolare sede e morfologia delle lesioni
inferte ad essa, quando queste consistono in ferite a parti sessuali del corpo
o in escissione delle stesse” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

3. secondo le teorie di Glover: “Quando alcune forme di angoscia infantile


tornano alla luce nella vita adulta, un mezzo per riuscire ad avere ragione
della crisi, è il rafforzamento dei sistemi primitivi di "libidinizzazione"; e
questo dà luogo al sorgere della perversione” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

4. “Nella maggior parte degli omicidi seriali, la motivazione principale


dell'assassino è quella di ottenere il controllo del potere, anche in quegli
omicidi che, superficialmente, presentano altre motivazioni.” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

5. “La maggior parte dei serial killer presenta, infatti, dei problemi nella sfera
sessuale. Questo dato è valido anche per quei soggetti i cui delitti non hanno
una motivazione principalmente sessuale” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• quanto scritto da Paul Pollard [NdA: University of Central Lancashire, Preston, U.K.] nel suo
“Pornography and Sexual Aggression”, in merito al rapporto tra lettura/visione di scene
pornografiche (a carattere violento sadomasochista) e aumento di produzione di
fantasie morbose e di aggressività in generale, anche in soggetti privi di pregresse
motivazioni quali traumi psichici vissuti durante le fasi dell’infanzia, la pubertà,
l’adolescenza, anche solo vissute mono-tematicamente idealmente.

• “Questa situazione determina così una rottura dei tabù e una serie di pulsioni violente
dirottate su vittime che interpretano un bisogno vertiginoso di rivalsa.” [Fonte: Gianluca
Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Gianfranco Pallanca, ...SNIP... La terza è la proiezione; si addossa, cioè, ad altri la


colpa della propria angoscia. Il serial killer strazia ed uccide perché vede nella vittima
l'origine dei propri mali.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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• “Roger L. Depue, agente dell'F.B.I., sostiene che i "fantasmi" nel bambino


cominciano a svilupparsi quando al sesso si unisce la violenza; quando questi
due concetti si legano, è praticamente impossibile separarli di nuovo.” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. vedasi quanto noto dell'infanzia e gioventù del soggetto in attenzione

• “Le caratteristiche comportamentali e le influenze ambientali [NdA: dell'infanzia e della


gioventù] permettono ai successivi modelli, normali e patologici, di emergere durante
l'età adulta.” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Le perversioni sessuali (che, con termine più moderno, vengono chiamate parafilie)
difficilmente si riscontrano allo stato puro, mentre è molto più comune che in uno
stesso assassino seriale ci sia una combinazione variabile di perversioni .” [Fonte:
Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. per il soggetto in attenzione, vedasi:
• stupro sulla Steri
• violenze e soprusi subiti nella giovane età
• violenza e botte a mogli e compagne
• induzione e costrizione a rapporti promiscui e con sconosciuti
• voyeurismo
• minacce
• letture pornografiche anche di stampo sadomasochista [ NdA: il già citato
fumetto “Jacula”]
• uso si vegetali a scopo di autoerotismo [NdA: zucchini e cetrioli]
• rapporti omosessuali e bisex, e di gruppo

• “Lo psichiatra Robert J. Stoller considera invece la perversione come:Forma erotica


dell'odio, una fantasia, che di solito viene messa in atto ma a volte rimane a livello di
un sogno diurno.”. [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]

• “Feticismo. Nel caso di questo disturbo ...SNIP... Diventa feticismo patologico quando
è totalmente assente lo stimolo a realizzare l'amplesso e l'impulso genitale riguarda
esclusivamente le attività sessuali nelle quali è implicato il feticcio. ...SNIP … La
maggior parte degli assassini seriali mostra manifestazioni di feticismo particolarmente
spiccate. Il comportamento feticistico si presenta specialmente nella "fase totemica",
cioè nel momento in cui l'omicidio è già stato effettuato e l'assassino sente il bisogno
di rivivere l'eccitazione dell'azione omicidiaria. Quando i feticci terminano la loro azione
di soddisfazione, l'assassino entra in una "fase depressiva", uscito dal quale si metterà
alla ricerca di un'altra vittima” [Fonte: Gianluca Massaro su http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. in relazione al modus operandi del MdF, ossia a patologia già conclamata

• “Egger sostiene che le dinamiche motivazionali dell'omicidio seriale sembrano molto


simili a quelle riscontrate nelle ricerche sullo stupro. Il bisogno di esercitare potere è
una componente fondamentale di entrambi i crimini” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. “Si arrabbiò da far paura, mi afferrò per i capelli e mi costrinse a
inginocchiarmi davanti a quei due e a chiedergli scusa !” [Testimonianza di
Rosina Massa - 15 Aprile 1985]

• “Se è errato affermare che ci sia una correlazione causale tra pornografia e violenza, è
senz'altro giusto dire, invece, che quantità e qualità degli stimoli pornografici possono
facilitare il comportamento violento. “ [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

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1. “di aver visto Salvatore comprare e tenere tantissime riviste pornografiche”


[Dichiarazioni di Pierini Ada – Rapporto Torrisi 311/1]

• “È un dato di fatto che molti assassini seriali affermano di fare uso frequente di
materiale pornografico. Va distinta, però, la pornografia normale dalla pornografia
sadomasochista, che sembra quella più direttamente coinvolta nell'omicidio seriale.
Gli stimoli provenienti da questo materiale, non fanno altro che rafforzare le
fantasie di dominio già presenti nella mente del soggetto e dargli, in un certo
senso, una giustificazione di essere nel giusto” [Fonte: Gianluca Massaro su
http://www.altrodiritto.unifi.it/]
1. “di aver visto Salvatore comprare e tenere tantissime riviste pornografiche”
[Dichiarazioni di Pierini Ada – Rapporto Torrisi 311/1]

Si noti che: appositamente ho tenuto fuori dai rimandi, le varie e molteplici voci e
ragionamenti che fanno riferimento alle motivazioni, strettamente collegate alla volontà di
dominio e all'incapacità di accettare che “soggetti inferiori che devono solo stare succubi”,
possano dimostrare una loro autonomia decisionale, come nel caso della Barbarina Steri e
della Barbara Locci.

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Sullo stato di salute, l'agilità e la corporatura

Qui usciamo dal discorso prettamente psicologico e psicoattitudinale, per verificare


semplicemente l'assonanza o meno sul piano fisco tra quanto a noi noto sul MdF e il soggetto
in attenzione.

• Destrimane
▪ il SV era destrimane

• Salute
▪ in buona forma fisica, come dimostrano allenamenti, tipo di attività lavorativa,
sport, ballo

• Forza
▪ in virtù dei lavori svolti [NdA: muratura e serramentistica], è possibile concludere in
senso affermativo per quanto necessario alla forza fisica per
trascinare/sollevare/spostare corpi esanimi

• Agilità
▪ anche in questo caso, il tipo di attività lavorativa, gli sport e gli allenamenti
praticati, il corso di pre-alpinismo, ballo, univocamente depongono a favore di
una buona agilità

• Vista
▪ non sono presenti indizi che possano essere letti in modo “escludente”, dato che
i colpi venivano sparati da distante particolarmente ravvicinate, nessun tipo di
“vista d'aquila” era necessario fattualmente

• Udito
▪ problemi di udito all'orecchio destro. E' da notare però come tali problemi non gli
abbiano mai causato problemi a livello lavorativo, sessuale e comportamentale
in generale. E' altresì da notare che tuttalpiù una simile menomazione, può
essere ipoteticamente associata , alla maggior vicinanza delle esplosioni dei colpi
visto l'uso della mano destra. [NdA: non risulta che le detonazioni degli spari di
una calibro 22 L.R. Siano così lesivi per l'orecchio umano, anche se esplosi senza
protezioni acustiche indossate. Va però ricordato che a militare subì un violento
trauma cranico che potrebbe aver leso tale senso del corpo umano Su un udito
debilitato, la vicinanza delle esplosioni dei colpi, non avrebbe certamente fornito
lenimento alla disfunzione, ma al limite avrebbe concorso al peggioramento
stesso del livello di percezione uditiva

• Corporatura/Altezza
▪ per quanto il SV non sia un “gigante” di statura, non sono presenti indizi che
possano essere letti in modo “escludente”, dato che non esiste alcuna certezza
supponibile tramite dati certi, in merito alla altezza del mostro [ NdA: Ciò che è più
grave è il fatto che da tali elementi poco certi sono state ricostruite le caratteristiche fisiche di un
ipotetico individuo, molto alto, non meno di mt. 1,80 di altezza e con scarpe n. 44/45. La verità è
che in una indagine seria e coerente, da elementi incerti ed approssimativi e privi di attendibilità,
per una somma di motivi che non è il caso qui di elencare, non è possibile avanzare ipotesi
meritevoli di attenzione.” - Rapporto Torrisi– 311/1]

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Degli alibi e degli indizi

• alla data in cui morì la Barbarina Steri, 1960


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ nei pressi della scena del luogo del delitto, ovvero in grado di poter raggiungere
tale luogo

▪ si trattò di un “delitto di scopo”, non maniacale

▪ aveva motivi per volerne la morte

▪ aveva pregressa conoscenza della vittima

▪ l'alibi fornito è, quantomeno, molto poco credibile e plausibile

• alla data in cui morì la Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, 1968


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ nei pressi della scena del luogo del delitto, ovvero in grado di poter raggiungere
tale luogo

▪ si trattò di un “delitto di scopo”, non maniacale

▪ aveva motivi per volerne la morte

▪ aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ l'alibi fornito è dimostrato falso e precostituito

• alla data in cui morì la Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, 1974


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

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▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ Tenendo conto che i primi seri sospetti e le prime mirate attenzioni sul SV come
MdF nascono solo dopo il duplice omicidio del 1984 [ NdA: “i concreti sospetti su VINCI
Salvatore sorgono a partire dal duplice delitto di Vicchio del Mugello, del 29 luglio 1984 ” -
Rapporto Torrisi 311/1], non stupisce più di tanto che: Per gli alibi in riferimento a
tali duplici omicidi, non sono presenti né nella Sentenza Rotella né nel rapporto
Torrisi, elementi che permettano di esprime alcun giudizio in merito.

• alla data in cui morì la Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, 1981


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ Tenendo conto che i primi seri sospetti e le prime mirate attenzioni sul SV come
MdF nascono solo dopo il duplice omicidio del 1984 [ NdA: “i concreti sospetti su VINCI
Salvatore sorgono a partire dal duplice delitto di Vicchio del Mugello, del 29 luglio 1984 ” -
Rapporto Torrisi 311/1], non stupisce più di tanto che: Per gli alibi in riferimento a
tali duplici omicidi, non sono presenti né nella Sentenza Rotella né nel rapporto
Torrisi, elementi che permettano di esprime alcun giudizio in merito.

• alla data in cui morì la Susanna Cambi e Stefano Baldi, 1981/bis


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

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▪ Tenendo conto che i primi seri sospetti e le prime mirate attenzioni sul SV come
MdF nascono solo dopo il duplice omicidio del 1984 [ NdA: “i concreti sospetti su VINCI
Salvatore sorgono a partire dal duplice delitto di Vicchio del Mugello, del 29 luglio 1984 ” -
Rapporto Torrisi 311/1], non stupisce più di tanto che: Per gli alibi in riferimento a
tali duplici omicidi, non sono presenti né nella Sentenza Rotella né nel rapporto
Torrisi, elementi che permettano di esprime alcun giudizio in merito.

• alla data in cui morì la Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, 1982


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ Tenendo conto che i primi seri sospetti e le prime mirate attenzioni sul SV come
MdF nascono solo dopo il duplice omicidio del 1984 [ NdA: “i concreti sospetti su VINCI
Salvatore sorgono a partire dal duplice delitto di Vicchio del Mugello, del 29 luglio 1984 ” -
Rapporto Torrisi 311/1], non stupisce più di tanto che: Per gli alibi in riferimento a
tali duplici omicidi, non sono presenti né nella Sentenza Rotella né nel rapporto
Torrisi, elementi che permettano di esprime alcun giudizio in merito.

• alla data in cui morì la Jens-Uwe Ruesch e Horst Wilhelm Meyer, 1983
▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ alibi che, per quanto non smentito ufficialmente da alcuna evidenza particolare,
non risulta essere nella pratica un alibi vero e proprio; non solo: “alibi” che lo
mette in diretta relazione con la Meoni Luisa, prostituta, assassinata proprio lo
stesso giorno

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• alla data in cui morì la Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci, 1984
▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ alibi molto probabilmente falso, non in grado di fornire garanzia di innocenza

• alla data in cui morì la Nadine Mauriot e Jean-Michl Kraveichvili, 1985


▪ si trovava in stato di libertà

▪ non in prigione

▪ non in ospedale

▪ non soggetto ad alcuna restrizione fisica particolare

▪ in grado di poter raggiungere tale luogo

▪ si trattò di un “delitto non di scopo”, maniacale

▪ non aveva diretti motivi per volerne la morte

▪ non aveva pregressa conoscenza delle vittime

▪ Alibi falso o inverificabile

• “ricovero [NdA: “il paziente si è ricoverato perché si sente "giù di nervi"] alla clinica per
Malattie Mentali dell'Arciospedale di S. Maria Nuova, dal 29 aprile al 17 maggio 1980”
[Rapporto Torrisi 311/1], dunque in un periodo antecedente il primo duplice delitto del
1981, e successivo al primo duplice delitto maniacale del 1974

• La moglie, Rosina Massa, “nella tarda primavera del 1974” [Supplemento Rapporto Torrisi
311/1-1] se ne va “via in Sardegna con i figli nel 1974, con l'intenzione di abbandonare
il marito per sottrarsi a quel genere di vita impossibile, senza riuscirvi, per la miseria,
la mancanza di lavoro” [Rapporto Torrisi 311/1], dunque a ridosso ed in periodo
antecedente il primo duplice delitto maniacale del settembre1974.

• il 30 luglio 1984: in seguito al delitto Rontini - Stefanacci viene effettuata una


perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci [ NdA: repertato lo “straccio” con macchie
ematiche e di sparo – Sentenza Rotella – NOTA BENE: tale straccio non venne praticamente preso in
seria considerazione fino all'aprile 1985, quando finalmente le analisi stabilirono appunto la certa presenza

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di macchie ematiche e di polvere di sparo – Sentenza Rotella]

• 26 giugno 1985 viene effettuata una perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci
[NdA: repertati oggetti per uso di autoerotismo, il fumetto “ Jacula” e un biglietto con appuntato
l'indirizzo, del Tenente Colonnello Torrisi “Sign. Magiore Toriso Via Colli n. 101 – 264261” – Rapporto
Torrisi 311/1] [NdA: per l'esattezza le perquisizioni son due, nella stessa data. La perquisizione del
mattino verrà ripetuta in serata]

• 1986, viene effettuata una perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci [ NdA:
repertato il “rullino fotografico ….SNIP... Il processo di sviluppo/stampa ha rivelato le immagini di una
giovane coppia di sconosciuti in automobile ” - Sentenza Rotella]

• l' 11 giugno 1986 SV viene arrestato con l'accusa di uxoricidio della ex moglie
Barbarina Steri, dunque grossomodo in una finestra temporale sovrapponibile a quella
in cui il MdF, d'estate, è solito colpire. Nel 1986 non si registrano duplici delitti
maniacali

• Nel 1987, SV è ancora in prigione in Sardegna. Quell'anno non si registrano duplici


delitti maniacali.

• Il 12 aprile 1988, dopo due anni di carcere a Tempio Pausania inizia il processo

• il 19 aprile 1988 verrà assolto con formula piena e quindi scarcerato.

• giugno 1988: a Villacidro SV compie un presunto assalto sessuale [NdA: “un pastore di 60
anni, il quale sostiene che Salvatore Vinci ...SNIP... avrebbe cercato di abusare di lui”] ai danni di un
vicino di casa. Verrà accusato di libidine violenta ed atti osceni in luogo pubblico. Nel
1988 non si registrano duplici delitti maniacali
▪ “a favore di Salvatore si è espresso il tribunale della libertà del capoluogo
sardo che ha revocato un mandato di cattura per atti di libidine, un
presunto tentativo di violenza nei confronti di un pastore commesso da Vinci
non appena uscito dal carcere” [Fonte: La Repubblica -20 ottobre 1989]

• novembre 1988: il giudice Lombardini ordina che SV venga sottoposto a perizia


psichiatrica [NdA:come quella che era stata revocata durante il processo per l'uxoricidio ].

• 30 novembre 1988: i carabinieri che dovevano prelevare SV e condurlo a Cagliari per


la perizia non lo trovano. Da questo momento non si avranno più notizie di SV.

Dunque è corretto far notare come:


▪ al momento della fuga ancora non fosse stato prosciolto da Rotella

▪ al momento della fuga ancora doveva sottoporsi a perizia psichiatrica

▪ al momento della fuga avesse sulle spalle una denuncia per molestie sessuali

▪ e che nessun altro dei nomi entrati nella vicenda MdF, in una maniera o in
un'altra, a qualsiasi titolo, in qualsiasi filone di indagine: nessuno eccetto che il
SV abbia ad un ben determinato punto fatto volontariamente perdere le proprie
tracce

• solo il 13 dicembre 1989 il G.I. Mario Rotella dichiara il non doversi a procedere nei
confronti del SV. Nel 1989 non si registrano duplici delitti maniacali

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Delle interazioni con gli inquirenti e degli indirizzi

Innanzitutto è bene specificare che qui per “interazione”, a meno che non diversamente
specificato, non mi riferisco ad una o più azioni del MdF volte a “manipolare-estorcere-
modificare-influenzare, etc” idee, pareri, opinioni, indizi in mano a inquirenti, giornalisti o
semplici cittadini. Per “interazione” faccio riferimento ad una voluta azione di contatto diretto
o indiretto tra il MdF e i soggetti su citati.

Certo è, esattamente come i duplici omicidi maniacali, che post delitto del 1985 il MdF
incontrovertibilmente inviò una missiva [NdA: contenente un lembo di pelle della vittima femminile ] alle
autorità, nella persona della (ex) sostituto procuratore Silvia Della Monica.

Un evidente e macabro modo del MdF di “diretta” interazione con le Autorità, effettuato con
una missiva però “intestata genericamente”.

Genericamente nel senso che l'indirizzo a cui la lettera doveva essere consegnato era un
indirizzo generico: alla “Procura Della Republica Firenze", ancor più “generico” tenendo
conto che la stessa già non seguiva più il caso del mostro direttamente come in passato.

Al di là della valenza di tale gesto e del suo significato [ NdA: che in apposito capitolo a se stante
verrà analizzato nello specifico] in questo momento preme segnalare come:

• il 26 giugno 1985, dunque in data antecedente il delitto di via degli Scopeti, effettuata
una perquisizione presso l'abitazione di Salvatore Vinci, viene trovato e sequestrato al
SV un biglietto recante nome e indirizzo del Te. Col. Nunziato Torrisi, che all'epoca il SV
già sapeva indagare sul suo conto: “Sign. Magiore Toriso Via Colli n. 101 –
264261” [ Rapporto Torrisi 311/1]

• che tale perquisizione, al SV, risultava nota in anticipo [ NdA: ““Le perquisizioni effettuate
nei suoi (del SV) confronti (a partire da quella assai tardiva del 1968), e quella più rilevante
suggerita da dichiarazioni della Pierini al p.m ., sono risultate vane per quanto concerne la
pistola (circa quest'ultima, come risulta da intercettazioni telefoniche , ed indirettamente da
una vicenda in cui è implicata la D'Onofrio, una sua amica ed un sottufficiale di Prato, l'uomo era
già avvertito dei controlli di P.G.)” - Sentenza Rotella]

Ossia abbiamo in casa del SV, di un indiziato, un indirizzo specifico [ NdA: per quanto errato in
qualifica, cognome e via] di riferimento di una persona delle Autorità che si occupa di indagare sul
caso del MdF.
Tale “preciso indirizzo”, viene sequestrato nel giugno 1985, sottraendolo così alla disponibilità
del SV stesso, prima del delitto degli Scopeti.

Mentre, successivamente al delitto degli Scopeti, settembre 1985, le Autorità vengono


indirizzate con una missiva, “generica come indirizzo”, ed ad un Sostituto Procuratore che
nemmeno segue più il caso.

Sul biglietto riportante il nome del Torrisi, già abbiamo visto in apposito capito [ NdA: vedasi:
“Del Biglietto”], e dunque non starò a riportare tutte quelle informazioni già scritte.

Ma per restare nel campo delle “assonanze” e dunque delle “ipotesi”, che a priori non possono
essere scartate, è importante notare alcune particolari affinità:

• San Piero a Sieve: [NdA: “Questa busta fu imbucata da San Piero a Sieve”] , da dove fu
imbucata la lettera alla Della Monica, dista appena 5 chilometri da Borgo San Lorenzo,
che automaticamente richiama alla memoria il duplice omicidio di Gentilcore Pasquale

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e Pettini Stefania.

• Via dei Colli 101, Signa, seguendo la strada, dista appena un chilometro e mezzo per
sboccare in Via Vingone, e circa tre e mezzo fino alla casa del De Felice. In Linea
d'aria, invece, dista circa due chilometri rispetto a dove venne compiuto il delitto di
Castelletti di Signa. Luoghi che automaticamente riportano alla mente il duplice
omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.

E altrettanto è da notare come:


– all'imprecisione sul grado del Torrisi, “magiore” e non Tenente Colonnello
segua

– “l'imprecisione” sulla Della Monica, che all'epoca già non seguiva più il caso [ NdA: “io
avevo già lasciato l'inchiesta” - Dichiarazioni di Silvia della Monica, ascoltabili in questa intervista video:
“mostro di Firenze - Silvia Della Monica - la lettera del mostro”]

E' altrettanto da notare che:


• il “30 agosto 1982” [Sentenza Rotella], SV aveva conosciuto la Dr. Silvia della Monica, che
lo aveva interrogato per la prima volta dopo il delitto del 1958

• il 26 giugno 1985 [Rapporto Torrisi 311/1], il Torrisi partecipa alla perquisizione a casa del
SV: soggetto che prima non aveva mai conosciuto (e quindi di rimando nemmeno il SV
prima aveva mai conosciuto il Torrisi) [ NdA: “Si precisa che il VINCI Salvatore ha avuto modo di
conoscere lo scrivente per la prima volta durante la perquisizione” - Rapporto Torrisi]
▪ e da quanto esposto nell'apposito capitolo, la datazione di quando il SV scrisse
quel biglietto, appare di probabile datazione intorno al 1982 altrettanto.

Altrettanto si noti:
• la sgrammaticature nel biglietto riportante il nome del Torrisi (“toriso” e “magiore”),
dove entrambe le doppie di consonante dura, son scritte in modo errato

• la sgrammaticatura nell'indirizzo della lettera inviata alla Della Monica (“Republica”),


dove anche in questo caso una consonante dura doppia, è scritta in modo errato

E' dunque adesso possibile, e solo possibile, ipotizzare, e solo ipotizzare, che:
• post delitto di Baccaiano, post interrogatorio, al SV fosse balenata in mente l'idea di
tentare una macabra interazione con gli inquirenti.

• Che in tal periodo [NdA: o post Giogoli dove il Torrisi fisicamente già anche si presento a comandare
i rilievi, si sia appuntato gli estremi del Torrisi ] e mentalmente quello della Della Monica, che è
bene sottolinearlo, era l'unica donna che lo abbia interrogato, dimostrandosi donna di
autorità e comando e il SV soggetto costretto ad ubbidire ad una donna e non a
comandarla

• che a causa della non cercata tipologia di vittime di Giogoli, entrambi maschili,
escissioni ne ne abbia potute compiere che quindi in quel frangente non abbia potuto
inviare alcuna lettera con feticcio (al Torrisi, probabilmente)

• che nel 1985, a biglietto con le coordinate del Torrisi ormai sequestrato, abbia
ripiegato sull'altro soggetto che gli si era appuntato nella mente: la donna, la
Dottoressa Silvia Della Monica, anche se ella nemmeno si occupava più delle indagini.

• resterebbe scoperto il delitto di Vicchio del Mugello, e perché in tal caso la lettera non
venne in quel frangeste spedita. Parleremo di questo in differente capitolo: sia in

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quello che analizzerà il duplice delitto di Vicchio del Mugello, sia, accorpando e
riprendendo discorsi, in quello specifico dedicato alla lettera alla Procura, spedita nel
1985.

Per chiudere il capitolo, dunque, cosa resta da dire se non che:


• almeno in un caso (1985) , una diretta interazione tra MdF e inquirenti

• che post delitto di Baccaiano [NdA: come avrete modo di leggere in quella sezione del documento
di studio], per quanto ipotesi non sposata dall'Autore, l'Alleganti ricevette una serie di
telefonate anonime dopo che tramite la stampa, proprio la Della Monica, aveva fatto
diffondere la falsa notizia che il Mainardi fosse riuscito a raccontare qualcosa prima di
spirare

• nel 1985, prima della data del duplice delitto degli Scopeti, e dunque prima dell'invio
della lettera autentica del MdF, al SV venne sequestrato in casa un appunto con il nome
e il grado (errato) del Ten, Col. Torrisi, e che il Torrisi mai prima di allora aveva avuto
modo di entrare in contatto diretto col SV

• che tale appunto è possibile datarlo ad una finestra temporale anteriore, circa del
periodo 1982-1983

e anche che:
• relativamente almeno proprio a quella perquisizione, il SV era “ era già avvertito dei
controlli di P.G” [Sentenza Rotella], come risulta da “ circa quest'ultima, come
risulta da intercettazioni telefoniche, ed indirettamente da una vicenda in cui
è implicata la D'Onofrio, una sua amica ed un sottufficiale di Prato [Sentenza Rotella]
▪ siccome le informazioni relative ad un prossima perquisizione NON possono
essere di dominio pubblico, ma sono di pertinenza e note solo a chi tali indagini
e perquisizioni deve compiere

▪ siccome non risulta che il SV facesse parte degli investigatori né che abbia
ricoperto un ruolo diverso da quello di “indiziato” in tale indagini

▪ siccome non risulta che il SV avesse accesso diretto ad informazioni riservate


degli investigatori, né si capirebbe a quale titolo

▪ siccome non risulta che la D'onofrio facesse parte degli investigatori né che
abbia ricoperto un ruolo simile nelle indagini

▪ siccome non risulta che la D'Onofrio avesse accesso diretto ad informazioni


riservate degli investigatori, né si capirebbe a quale titolo

▪ siccome non risulta che l'amica della D'Onofrio facesse parte degli investigatori
né che abbia ricoperto un ruolo simile nelle indagini

▪ siccome non risulta che l'amica della D'Onofrio avesse accesso diretto ad
informazioni riservate degli investigatori, né si capirebbe a quale titolo

▪ non fosse altro che per esclusione logica, visto il grado (sottufficiale), l'ambito
(sottufficiale), e dunque la ipotetica possibilità di aver accesso ad informazioni
riservate (magari perché comandato ad espletare compiti per essa), il fatto di
essere espressamente citato nella Sentenza Rotella documento ufficiale
(sottufficiale di Prato)

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Anche in assenza di prove dirette e fattuali, pur se non provabile come “interazione
MdF/inquirenti”, abbiamo oltre alla indubbia lettera alla Della Monica, almeno in un caso una
sicura “interazione SV/inquirenti”.

Nessuna figura estranea alle indagini o al mondo delle indagini avrebbe potuto aver accesso
ad una simile riservata informazione da passare al SV [ NdA: telefonicamente, come da intercettazioni
telefoniche come ben specificato nella Sentenza Rotella ]

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Del Norzetam

Incrociando informazioni che sembrano distanti anni luce, dall’infanzia in Sardegna fino al
delitto di Baccaiano del 1982, leggendo la Sentenza Rotella, in una piccola nota quasi a se
stante e stranamente non riferita a prima vista direttamente al SV, bensì a suo fratello
Giovanni, troviamo la seguente frase:
• “Maggior ambiguità postula il ritrovamento dell'involucro di ' Norzetam' (in luogo
prossimo, ma non sulla scena del delitto, ed a distanza di tempo), medicinale
indicato per persone che abbiano subito lesioni cerebrali . Vinci [NdA: Francesco
Vinci ] non risulta esserne affetto (lo è invece suo fratello Giovanni — cartella a fasc.
10. vol. 5/6), ma da ragazzo fu gravemente leso” [Sentenza Rotella]

Abbiamo approfonditamente visto come e quanto il periodo infantile e giovanile del SV sia
stato costellato di “botte che necessitano fasciature per 15 giorni” [NdA: su un SV bimbo di appena
10 anni], “traumi cranici”, “incidenti”, “ricoveri ospedalieri”... insomma tutta una serie di colpi,
sovente alla testa, che viaggiano paralleli a conseguenti plausibili “lesioni cerebrali” [Sentenza
Rotella]; infatti il “cerebro”, il cervello, proprio lì sta: dentro la scatola cranica. E “trauma
cranici”, detti anche traumi cerebrali e lesioni cerebrali possono marciare di pari passo,
essendo uno dei due sottotipi generanti dette lesioni.

Ora, come si legge, nel 1982 “nei pressi” della scena del delitto di Baccaiano del 1982, venne
ritrovato l’involucro di una scatola di medicinale: il Norzetam.

Medicinale che il Giudice Rotella si premura di precisare “indicato per persone che abbiano
subito lesioni cerebrali” - [Sentenza Rotella]
Il SV tale lesioni in gioventù subì.

• “Il principio attivo del Norzetam e' il piracetam, 2-Oxo-1-pyrrolidineacetamide,


appartenente alla classe dei nootropi pirrolidonici (racetam). Nella fattispecie
rappresenta un derivato ciclo lattamico dell'acido gamma ammino butirrico,
neurotrasmettitore inibitorio del CNS. Il probabile meccanismo d'azione risiede proprio
nel potenziamento della trasmissione colinergica, nonche' nella capacita' di migliorare
il metabolismo neuronale e favorire la comunicazione tra gli esmisferi
attraverso la via del corpo calloso”.[NOTA*1]

• “Il piracetam appare in letteratura a partire dal 1972 con studi sugli effetti protettivi
contro l'ipossia cerebrale. la senescenza. e l'eventuale uso in campo psichiatrico sia
adulto che infantile”. [NOTA*1]
▪ [Piracetam and senility - Graux P, Gallet Y.-Lille Med. 1973 Apr;18(4):487-8. French. No abstract
available. - PMID: 4753891 PubMed - indexed for MEDLINE]

• “Nel 1974 compare il primo studio sul recupero di funzioni corticali in soggetti
alcolizzati. A partire dal 76 iniziano gli studi nel campo che oggi viene definito delle
smart drugs, ovvero l'uso dei farmaci non a fine terapeutico ma di potenziamento di
funzioni in soggetti sani” [NOTA*1]
▪ [Usefulness of piracetam in intensive care. - Godard JP, Goerens C, Grelier C.- Acta Anaesthesiol
Belg. 1976;27 suppl:115-22. No abstract available. - PMID: 1015210 PubMed - indexed for
MEDLINE]
▪ [Increase in the power of human memory in normal man through the use of drugs.- Dimond SJ,
Brouwers EM. - Psychopharmacology (Berl). 1976 Sep 29;49(3):307-9.- PMID: 826948 PubMed -
indexed for MEDLINE]

Inoltre viene utilizzato anche nel trattamento delle schizofrenie [ NdA: “malattia psichiatrica
caratterizzata, secondo le convenzioni scientifiche, dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del
comportamento e dell'affettività, da un decorso superiore ai sei mesi (tendenzialmente cronica o recidivante), con

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forte disadattamento della persona”]


• “Nel 78 cominciano ad apparire indicazioni nel trattamento della schizofrenia, e si
comincia a vagliarne il potenziale ansiolitico non sedativo. Sempre nel 1978 i russi
cominciano ad interessarsi a questa molecola e ai suoi effetti sull'attenzione in
condizioni di stress, e nell 81 vengono pubblicat i primi risultati”[NOTA*1]
▪ [Tranquilizing effect of n-dipropylacetate and other GABA-ergic substances in conflict situations -
Article in Russian - Kharlamov AN, Raevskiĭ KS]

Pur non esistendo alcuna certezza che l’involucro della scatola di quel medicinale possa
essere stato usato in quell’occasione dal MdF, anzi sussistendo pure posologie che ne
evidenziano tale idea come poco plausibile:
• l’assenza di effetti immediatamente successivi all’ingestione (e dunque poco si
capirebbe la necessità di una ingestione nei pressi del luogo del delitto, pur nessuno
potendo dire quanto tempo prima sarebbe stato assunto) [ NdA: “L'effetto inizia tra i 30 e i
60 minuti dopo l'assunzione” ]

• la modalità di assunzione, che non risulta conforme con un “aprire la bocca ed


inghiottire” (va sciolto e diluito in acqua. Ciò non toglie che possa essere stato versato
in una bottiglia d’acqua, agitata e quindi bevuto)

nulla vieta di ipotizzare che il medicinale possa essere stato assunto dal MdF prima di
compiere la sua azione omicidiaria, e che solo in seguito, abbandonando la scena del crimine,
l’involucro ormai vuoto gli possa essere caduto da una tasca o essere stato buttato via dallo
stesso, ritenendo di essersi sufficientemente allontanato dal luogo del delitto o
semplicemente non pensandoci affatto o nemmeno accorgendosene.

Non vi è indubbiamente nulla di “probante” in questo e anche a livello “illazione” è corretto


che lasci il tempo che trova.
Però è altrettanto utile e corretto registrare il fatto che, per quanto lo si possa considerare
aleatorio e/o indeterminato, è comunque un indizio indiretto “contro” e non “a favore” del SV.

Ossia, per quanto assolutamente non provato né raggiunto per esclusione, porta con sé, pur
nella aleatorietà, un suo grado di plausibilità coerenza probabilistica, in quanto:

1. nel caso sia effettivamente stato assunto dal MdF, il dato non sarebbe in contrasto con
quanto abbiamo saputo circa i traumi (fisici e mentali) subiti dal SV; anzi ne
aggiungerebbe coerenza e riscontro

2. Nel caso non fosse stato assunto dal MdF, non sarebbe comunque interpretabile come
valore a “discolpa” del soggetto indicato

[NOTA*1]: le citazioni sono riprese dal blog “Calibro 22 – Il Mostro di Firenze” – che riporta i link alle
documentazioni consultate sul Norzetam:
SIGMA.Aldrich.catalog
http://www.sigmaaldrich.com/catalog/ProductDetail.do?N4=33895|FLUKA&N5=SEARCH_CONCAT_PNO|
BRAND_KEY&F=SPEC
PubMed
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/portal/utils/pageresolver.fcgi?log$=activity&recordid=1238425373088032

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La chiave interpretativa: genesi e sviluppo della psicopatia del SV - MdF

Prima di procedere, è bene soffermarsi su un termine: la parola “serial killer” e il suo


significato.

Prima ancora però è doveroso tener presente che questo è un documento che si muove a
molla, cioè che noi, adesso nel 2014, abbiamo in mano già anche le informazioni relative a
periodi successivi quelli di cui trattiamo. Sappiamo già ad esempio, dello straccio sporco di
polvere da sparo che verrà ritrovato in casa del SV, e degli alibi farlocchi successivi. Piaccia o
non piaccia, son dati che abbiamo e che non possiamo far finta di dimenticarli solo perché
temporalmente successivi: la storia del MdF è unica. Non c'è bisogno di citarli in un capitolo
specifico “fuori tema”, ma non possiamo far finta di non conoscerli e non saperli.
Così, quando anche ci troveremo costretti, per varie ragioni, a ragionare più in astratto
questo “astratto” non è comunque possibile scinderlo completamente da quanto avvalorato
dalle parti successive dell'unica storia dell'unico mostro. Non ve ne dimenticate.

Il “Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità” ci informa che”


“Con il termine serial killer non si vuole indicare neppure chi compie semplicemente più
omicidi, chi uccide più persone in uno stesso momento (pluriomicidi) o in tempi successivi
(assassini recidivi), alla stregua del significato che si è imposto nel linguaggio comune e dei
media; costoro non sono in senso stretto serial killer. Gli assassini seriali sono altra cosa e
chi è "del mestiere", cioè chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, ha,
tradizionalmente, usato questo termine per indicare soltanto coloro che hanno ucciso
più persone in momenti successivi, per il ripetersi di una particolare motivazione:
"la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte". [fonte: http://www.altrodiritto.unifi.it/]

Soprattutto quando specifica che: “Occorre, però, avvisare che il legame sesso-violenza
è si un movente fondamentale del meccanismo psicodinamico dell'assassino
seriale, ma è altresì soltanto una parte, seppur la più consistente, dell'ampio
ventaglio di motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.” [fonte:
http://www.altrodiritto.unifi.it/]

Parlando del SV, si è fatto un gran parlare e un gran citare di termini quali “omosessualità”
[NdA: che comunque è nei più della sfaccettature da intendersi come bi-sessualità ] e “violenza sulle donne”
[NdA: inteso nel senso di non aver remore a picchiare persone, anche strettamente, vicine di sesso femminile ].
Si è potuto vedere immagini di rancori e volontà di dominio maschile-padronale, su figure
“deboli” che, mala tradizione vuole debbano essere “mute ed obbedienti ai voleri dell'uomo
padrone”.
Dovessimo accontentarci di questo, dovessimo in questo leggere la gestazione o il parto della
follia maniacale: saremmo fuori strada.
Non che simili nozioni non abbiano relazione alcuna nel magma della psicopatia vinciana, ma
non possono essere queste né le uniche né le principali chiavi di accesso al mistero della
psiche del MdF.

Avrete già capito, visti i plurimi pregressi esempi, che sovente, molto sovente, non è la
“mancanza d informazioni” ad ostacolare il conseguimento del risultato, ma è la mancanza
del corretto ordine di sviluppo del ragionamento (acquisizione informazioni – corretta
domanda – risposta) a distrarci, ammantando il percorso cognitivo di grigia nebbia.

Prima di iniziare, permettetemi di esplicitare una AVVERTENZA.


Siccome qui adesso andremo a parlare scivolando dentro e fuori un campo presso che
immateriale, con agganci psicologici, psichiatrici e di privata sensibilità personale, si chiede al
lettore massima elasticità ed apertura mentale nel tener presente, soprattutto per quanto

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riguarderà la mia maniera di esprimermi, che sovente i termini sono da prendere in una
accezione relativa e non assoluta.

Passata questa doverosa segnalazione, anche per questo importantissimo argomento dunque,
dovremmo innanzitutto iniziare selezionando alcuni ineludibili punti fermi tra il mare di
informazioni già note, e quindi muoverci secondo l'ordine giusto delle domande da porsi e