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Bartolomeo Smaldone

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

Gente

Copertina: Giuseppe Incampo


Foto: Massimiliano Uccelletti

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A mia figlia Maddalena, opera prima e adamantina
A mio cugino Bartolomeo, eroe antidogmatico

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Prefazione
Rosso rubino
di Max Manfredi e Bartolomeo Smaldone

Dopo aver guidato per oltre trecento chilometri e aver


realizzato che non sarei riuscito a portare in parità il numero di
sigarette risucchiate con la quantità di asfalto eroso dalla mia
automobile, mi persuasi che avrei dovuto dire a Max quello che
avevo deciso.

“Non credo che pubblicherò il mio libro. Ho come la


sensazione che facendolo andrei verso qualcosa di irreversibile.
L'idea di non potervi mettere mano per rivedere, per cancellare;
l'dea di tutto ciò mi angoscia. E poi…. dichiararsi Max, attraverso
un libro, una canzone, dire di noi, non ci rende forse più
vulnerabili? Il successo, il fallimento, il disinteresse della critica
o l'accanimento violento. Credi che riuscirei a resistere a tutto
questo?A distinguere la vanità dall'amore per l'arte?”.
Fui come investito da un lucore penetrante, gelido. La mia
testa che, senza che me ne fossi accorto, si era fatta pesante,
si scrollò sotto i colpi degli anabbaglianti delle macchine che
provenivano di fronte. Misi a fuco il momento, la strada, il
volante, e sincronizzai i piedi ai pedali. Accostai. Scesi per lavarmi

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il volto con l'aria ombreggiata della notte. Infilai la mano nella
tasca interna della giacca e solo allora mi ricordai che avevo
smesso di fumare da poco più di un mese. Inspirai cercando un
punto nel cielo che sapesse di nicotina. Espirai con tutta la forza
di un centometrista. Sentii squillare il telefonino. Era Max.

“Ma dove ti sei cacciato? Fa’ presto ad arrivare. Mi è venuta


in mente un'idea per la prefazione del tuo libro.”

Stavo per raccontargli tutto, ma aveva già chiuso.


Guardai l'ora. Non mancava molto alle due. Ripresi la guida
e il mio cammino, certo che mi stesse aspettando, oltre che con
una buona idea, con una eccellente bottiglia di vino.

Bartolomeo Smaldone

Se Bartolomeo mi avesse fatto tutte queste domande… e


se io avessi risposto. Cosa gli avrei detto? Forse che scrivere libri
può essere pericoloso per la propria salute mentale. Non che si
diventi pazzi… semplicemente lo si rimane, e possono venire
fuori strani turbamenti. Un libro che si chiama “gente”, poi…
accollarsi il peso non dico dell’umanità, ma di frammenti di
umanità; che, appunto, possono essere bollati col termine (oggidì
gratificante in maniera insulsa) di “gente”.

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Non la gente che conta (che conta le palanche), ma la
gente che viene contata. Non il “who is who”, ma il “who is this
guy?”
Si è scippato a questa parola la sua nobile origine, da cui
l’ancor più nobile aggettivo “gentile”. Non mi viene in mente,
in italiano – ed è curioso – un sinonimo di gentile che non derivi
dallo stesso ambito semantico. Cortese. Appunto. Gli inglesi
dicono “kind”. Andrò a chiedere da dove deriva. Bisogna sapere
da dove vengono le parole… anche se non si scrive. Anche solo
per parlare. Ma ormai si parla come si mangia, e si mangia un
po’ di tutto, senza stare attenti alla provenienza. Il nostro
dizionario è un ipermercato. Mi fanno ridere quelli che dicono
“devi parlare come mangi”. Un misto di italiano genovese arabo
turco americano olandese senegalese tedesco?
E allora ci vogliono i presìdi, con l’accento sulla i.
Slow word.

…E insomma, Bartolomeo, che stai a ddi’? Qualcosa di


irreversibile? Tutto quello che si fa è irreversibile. Anche bere
questa bottiglia di vino. Anche andare a pisciare su quell’albero
lì. C’è gente che l’hanno morsa le vipere.
…Più vulnerabili a dichiararci? No.
Non siamo noi che ci dichiariamo, per quanti sforzi
facciamo. Mandiamo avanti qualcun altro. Vai avanti tu che a

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me viene da ridere. Magari dobbiamo cercare di non essere
vulnerabili nei confronti di noi stessi. Gli altri ci picchiano solo
se glie ne viene qualcosa in tasca. Noi ci picchiamo per la gioia
di farci male.
Alla domanda dopo, forse gli avrei tolto la bottiglia di vino.
Non sei mica Keats. E questi non sono i tempi di Keats.
Keats era un grande poeta inglese dell’Ottocento, e si
ammalò (anche) perché qualche critico stronzo, che non capiva
un cazzo, scrisse male di lui. Sì, ce n’erano anche allora, ci
sono sempre stati. Forse allora erano più velenosi e queruli.
Oggi ti stracciano col silenzio, si fa prima.
Forse sarà stato fragile. Tu non sarai mica fragile come lui,
Bartolomeo. Se hai queste paure, fai bene a non pubblicare nulla.
Sarebbe come voler fare una gita in alta montagna e aver le
vertigini. Anzi, nemmeno. Perché il poeta alle vertigini ci va
incontro.
Forse è questa la differenza. Se devi fare una cosa la fai.
Se devi pubblicare un libro che si chiama “gente”, lo pubblichi.
Perché avere paura? Tanto ti tocca farlo lo stesso. Se potessi
scegliere, non ne varrebbe la pena. O no?
Le anime belle non hanno cittadinanza. Però a imbruttirsi
ed abbrutirsi (attenzione alle “t”, o tu che stampi… vigilate
sempre, voi che trascrivete) l’anima non è niente di originale o
di eroico… Lo è, curiosamente, per le anime belle. Per loro

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l’abbrutimento è una figata. Chissà poi perché. Penso per la
legge del contrappasso. Già
La vanità…
La vanità ha per sé ambiti più gratificanti e remunerativi,
che non quello che chiamiamo arte. La vanità che bazzica l’arte
è povera e nuda come la filosofia di cui parla un antico poeta
italiano. Ama farsela con l’orgoglio. Tienili separati, Bart, sennò
è un casino. Cerca piuttosto di accoppiare l’orgoglio e l’umiltà,
intesa come contatto con le forze della terra. E poi, se azzecchi
qualcosa, hai solo due meriti: di aver ascoltato il tuo demone e
poi di aver fatto di testa tua. Entrambi meriti molto discutibili,
anche se i risultati possono essere prorompenti. E se non fossero
prorompenti, chi starebbe lì a fare arte prima di monetizzarla?
Sì, fra un rutto e l’altro – non per fare il beatnik, ma per
problemi di stomaco – gli avrei detto qualcosa di simile.
Ah… la bottiglia di vino ce l’aveva Bartolomeo, migliore di
quanto pensassimo. L’idea era fuggita, com’è giusto, come
devono fare le idee, a infestare altre foreste ed altre fabbriche
dismesse, e altra farina di cieli stellati .
Invece mi sa che non gli ho detto niente. Ci siamo
abbracciati come prima di partire per un viaggio.
Prima però abbiamo finito la bottiglia.

Max Manfredi

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Gente

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12 AGOSTO 2006
Così arrivi , come un sentiero
come il raccolto ed il buon cane
da qualche sorriso d’angelo
da tutte le pietre del mare
Per me arrivi uomo imperfetto
come piovesse acqua benedetta
come il giusto che bussa alla porta
se dietro una luce rimane accesa
Arrivi leggera e prendi il tuo posto
un angolo d’aria
un bicchiere, un fiore
un ricamo di vento e d’aghi d’abete
ornato sulla tua pelle sottile

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COME MI RICORDERAI
Mi piacerebbe che un giorno
annusando la mia cravatta postuma di sudore
tu pensassi a me come ad un padre degno
Che almeno una parola ti venisse in mente
delle tante che mi avrai sentito pronunciare
Che il gesto di un passante
un cappello che vola tra la folla
il tavolino di un bar
in una piazza
di una qualsiasi capitale
ti ispirassero brevi attimi di malinconia
Ed immediatamente dopo vorrei tu sorridessi
e te ne andassi libera
per cercare nell’alba
la quinta essenza dell’arcobaleno

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VERA
Sii sincera oltre ogni ragionevole dubbio
figlia della neve che giunge a notte fonda
persuasa dal silenzio degli pneumatici sull’asfalto
Avremo per certo occasioni migliori
poiché tutti discendiamo dalla seconda opportunità
Questo è quanto si può leggere tra le righe
Ma il vero canto ti segnerà per sempre le corde
e non potrai sfuggire al suo richiamo
dovrai ascoltarti come l’acuto di un eunuco
al quale si scarnerà la virilità per mondarne la voce
Ricevendo la tua confessione indulgerai verso ogni altro uomo
per solidale appartenenza ad una specie
e non per pietà

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LA PIANA DELLE ARANCE
Ho visto tuo padre salire la montagna
con il passo paziente del cacciatore esperto
su per il sentiero che attraversa gli ulivi
fino alla cima del Belvedere
L’ho visto stringerti la mano
coprirti i capelli con il suo cappotto
perché la pioggia non ti bagnasse
e il freddo non ti fosse ostile
Suonava per te il battere d’ali
del falco solitario sulla piana delle arance
l’estate impetuosa ti riempì le tasche
di spighe di grano e di pesche rosse
Ho visto tuo padre seduto su un masso
e tu al suo fianco a interrogare un fiore
e dal pontile ho scorto il pesce
e una moneta in fondo al fiume
Ho visto tuo padre salire la montagna
la neve cadere sulle ringhiere arrugginite
ho visto i tuoi occhi riflessi nel pozzo
cercare i suoi occhi tra i segreti dell’acqua
Suonava per te il frusciare dei rami
suonava per te l’ arpa e il violino

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raccolsi la moneta dal fondo del fiume
raccolsi i tuoi occhi dal profondo del pozzo

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STRALCIO DI CANTO A DUE VOCI
(una vera storia d’amore)

Lui - “Anni fa inseguivo le foglie e studiavo il moto della cenere


e delle maree. Non sapevo di storia né di filosofia; ero un
artigiano della pietra e dipingevo col carbone sulla carta del
pane e sulle cortecce degli alberi. Dipingevo foglie, cenere e
maree”
Lei - “Nel cuore della notte, spesso, mi coglieva un’angoscia
straniera. D’impeto mi frugavo gli occhi, mi strofinavo le
palpebre, alla ricerca della luce e poi delle mani di mia sorella
e di mio fratello. Non conoscevo le foglie e ignoravo il moto
della cenere, così come mi era sconosciuta ogni marea. Sapevo
di storia e parlavo di filosofia; mi intrecciavo i capelli con dello
spago sottile e scrivevo i miei pensieri su di un lenzuolo bianco”
Lui - “Sentivo il profumo del mondo sgusciare da un televisore
e, nei pomeriggi estivi, rigonfi d’afa e di indolenza, mi
giungevano suoni e accenti diversi dalle radio delle case vicine.
Sognavo di percorrere il mondo con i miei piedi; non temevo la
stanchezza perché più forte era l’avidità di andare al di là delle
città di cemento, dei muri scalcinati e delle fuliggini”
Lei - “Scrivevo senza sosta, frasi all’apparenza prive di senso
compiuto. Non c’era costruzione, né sintassi o logica. Solo
inchiostro su inchiostro come un fiore seminato sopra un altro

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fiore e su un altro fiore ancora e così fino all’infinito dove ogni
cosa riacquistava un ordine, dove anche il mio lenzuolo cessava
di essere lenzuolo per diventare idea e sogno”
Lui - “Un giorno di fine novecento vidi un’ombra e mi parve
familiare. Volli fortemente che quell’ombra divenisse corpo,
che avesse gambe e braccia, e all’estremità di quel corpo scorsi
uno spago sottile che raccoglieva capelli di inchiostro. Il mio
cuore si scosse e raggiunse le tempie. Fortunato cuore di un
artigiano della pietra! D’un tratto ti trasformasti nel cuore di
un poeta”
Lei - “Quel giorno giravo col mio cesto di frutta, sulla strada
che porta verso il viale alberato. Vidi le labbra del giovane
artigiano e volli con tutta me stessa che diventassero pesche.
Le colsi e me le portai al petto, perché quello era il posto loro.
Compresi l’angoscia che turbava il mio sonno, compresi
l’inchiostro e il lenzuolo bianco. Amato cuore di un giovane
poeta! Temevo
dormendo di non incontrarti più”
Lui - “Così ebbi il mondo e la sua conoscenza, appresi di storia
e di filosofia”
Lei - “Così ebbi il senso della frase perfetta, conobbi la cenere,
le foglie e le maree”

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COME UNA SAGOMA SOLA
Sono uscita indenne da due guerre
e ho attraversato un secolo intero
serate di gala e mendicanti prostrati
Ho portato il tempo suonando i fianchi
e ho raccolto i capelli nella crocchia più bella
come quando alla fonte si va per riempire l’otre
Prima ancora della speranza
ho dipinto il tuo volto sull’umido dei vetri
Ora lo senti quanto mi suda la mano
e come mi tormenta lasciarti andare dopo il tramonto?
Su questa linea che il tempo divide dal non tempo
ognuno di noi faccia un passo in alternanza all’altro
così da apparire una sagoma sola
Sono uscita indenne da due guerre
e un albero ricordo in particolare:
l’ombrosa quercia che ci guidava sulla via del ritorno
E un canto mi sembra di udire ancora:
quello del trebbiatore alla sera
Vieni a starmi tra le braccia prima che l’auto riparta
e si sollevi la polvere
Vieni
come la piuma si posa

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Stammi tra le braccia
sotto il portico
come una sagoma sola

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LUGLIO
Come tutto è al suo posto, in ordine
come tutto segue il rigore del protocollo
L’acqua, il comodino, la mosca incaponita
il labbro avvizzito della donna che ti amò
e che si porge con inerzia caritatevole alla tua fronte madida
Ti terge con il fazzoletto inumidito l’incavo delle guance
passando da uno zigomo all’altro
scendendo tra le pieghe pendule del tuo collo
sino a fermare sul tuo petto glabro l’amorevole intento
di donarti il sollievo all’altezza del cuore
La persiana verde rimanda alla stanza il bagliore occiduo
e confonde ogni oggetto
scrupolosamente disposto a scandire il tempo
Confonde la poltrona di vimini intrecciato
che abbraccia il corpo di Silvia
nello spazio invaso dal discreto fruscio
di una radio ad onde corte
La guardi con la malinconia del pescatore al largo
quasi temendo di poterla destare
e niente sembra insidiare quell’intesa finale
Il senso di una vita intera nel tenero lacciolo che unisce
un letto ad una sedia in vimini intrecciato

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Così tutto finisce anche a dispetto dell’estate
quando ogni cosa è al suo posto comprese le parole
odiate, invocate, sputate, cantate
per avvinghiare al cuore quanta più vita possibile
per tenerla stretta quando sta per andarsene
Lo senti nello stremo del male un brano suonato a tre quarti
il titolo che ti sfugge
l’ultima canzone che avresti voluto ascoltare

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MARIA GRAZIA
Mi era parsa un’ altra fredda giornata di novembre
desolata come una vecchia assorta nella sua preghiera
E invece era la morte stampigliata negli occhi
dell’ombra taciturna che ti passò accanto
Balla moglie mia contro la sorte funesta
Balla e alla finestra stendi il velo più lindo
E lanciami il diadema quando attraverserò la strada
Lanciami il diadema perché mi sia da guida

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IL GIOCATORE
Restituì gli occhi al cielo
perché quel miracolo gli sembrava poca cosa
e con il blu che gli era rimbalzato addosso
non avrebbe completato il cubo magico
che stringeva tra le mani
Non potendo scegliere il numero dei suoi anni
gli sembrò giusto disporre della sua anima
Per questo rinunciò all’argento ed alle lettere
Distrusse la sua casa
Si fece più uomo del suo cane
più verde dei suoi alberi
Nulla sarebbe rimasto di lui
nemmeno nella polvere del suo ciarpame
neppure nella parabola del suo prelato
Restituì gli occhi al cielo
in cambio di una scommessa e di un viaggio
Questo si dice di lui
specie nei giorni d’autunno
sebbene in molti credano
che non sia mai esistito

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IL SALTO
Perdonami quando starò per morire
con la clemenza con cui mi giudicasti da vivo
Perdonami per lo spettro che ho diffuso nel tuo sangue
Per la libertà che ti ho sequestrato
come un impostore , un rivoluzionario corrotto
Perdonami amore mio
per quella volta che non mi riuscì
allacciare le scarpe e correre per fermarti prima del salto
Perdonami come se tu fossi Dio
ed io l’angelo ripudiato, l’acqua stagnata e fetida
Perdonami perché non ebbi dignità
per stare alla tua destra
Non ebbi coraggio
per fermare la tua corsa

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EPPURE DONNA
Calpesto prima me stessa poi il fondo bianco
dove i miei passi si sovrappongono ai tuoi
So scolpire, scalfire il legno
così ho fatto un busto che ti somigliasse
e l’ho chiamato ceppo
Conosco le sue venature una ad una
Ma non conosco te
non come vorrei
Eppure sono donna e tu mi annusi
come l’esalazione di una bottiglia di rhum
e mi muovo con disinvoltura tra quello che vorrei
e quello che sai darmi
Possibile che tu non riesca a vedermi
nemmeno quando mi pettino davanti alle vetrine
prima di incontrarti nella stessa stanza
dove benedissi la nostra inverecondia?
Eppure sono donna e i miei seni sono parte di me
non la scala per giungere a me
e questo corpo pure sono io
e non muove un passo che non sia dettato dalla mia ragione
Abbandonami, abbandona questa idea delirante

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Un numero imprecisato di anni
mi farà ritornare quella che ero
o sarà il freddo di questa strada a svegliarmi
ad accendere il mio ventre, il mio respiro, la mia bocca

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REDENZIONE
La tua devozione fa di me un empio
Mi umilia, mi avvilisce
non mi lascia scampo
Potessi essere te senza rifugio
sarei lieto di accoglierti nell’oscura tana
tra le fiamme e i graffiti che la bardano
Potesse solcare il mio viso
la lacrima che riga il tuo
Sento di te tutta la purezza
mentre affondo di spalle nell’impossibile redenzione

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MASCHERE
Davvero di me non hai capito nulla
Di quanto poco mi importi della tua ambigua moralità
o che il tuo gatto bianco alabastro
abbia imparato a parlare la nostra lingua
Io ho appuntato con scrupolosa applicazione
ogni tua parola
L’ho fatto al mio rientro a casa
come una adolescente asessuata
distesa sul tappeto rivolto ad oriente
nell’ora della preghiera vespertina
Per questo so chi sei
più di quanto tu stesso possa averne consapevolezza
Perché ciò che a te pareva intuizione
per me era tessera di mosaico bizantino
luce del Bosforo mista ad afrore di salsedine
E la somma di quelle gemme viscerali
era la verità macchiata d’olio
per metà umana e per l’altra animale

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LA RAGAZZA VENUTA DAL MARE
La ragazza venuta dal mare
aveva al collo un collana di alghe
e una lunga poesia scritta sul petto
dall’uomo partito con la grande marea

La ragazza se ne andava distratta


tra le barche rientrate e le barche in partenza
come un sogno strappato alla notte
come un pesce che prova a nuotare la sabbia

Povero vento che non soffi abbastanza


per riportare indietro le sue onde
lei vide un giorno una nube così grande
che le sembrò ci si potesse coricare

E strinse in pugno l’anello scintillante


come una promessa per non farlo scivolare
perché fu il primo bacio sotto il mare
quello che fece di lei una sirena

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IL FARO
Non vedo nulla di te nel mare di Tokyo
Ricordo il tuo corpo genuflesso innanzi al tempio
ed il mio nome spuntare come un ideogramma
sulle tue labbra pudiche e amabili
Ma non saprò nulla di te nella baia all’alba
La strada che ti è riservata
la tenda che scosterai
per destare stupore nell’uomo in attesa
Perché io sono l’emisfero occidentale
dei tuoi pensieri sconfessati
e con un sopruso ho fatto incetta dei tuoi sorrisi
Con la nuda parola e un passo di tango
ho tentato di ammaliarti il cuore
ricevendone in cambio un beffardo malinteso

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SORRISO
Quando sfiorirà il tuo sorriso e nulla potrà restituirtelo
il nulla sarà la mia missione
La voragine folle dell’uomo che non si riconosce in se stesso
sarà il senso della mia scrittura
E se la mia scrittura non avrà senso alcuno
allora saranno i tuoi occhi la vera arte
così come il seme e la fonte sono principio di ogni cosa
Per la vita che c’è in te tu sei colore e movimento
Passione e fuoco è il calco del tuo corpo
esposto all’ingiuria del passare implacabile del vento
Risplendi senza pudore e senza timore dell’ombra
risplendi sino all’ultimo dei giorni
come l’iride che taglia il cielo
come il tuo chiarore di bluastra luce

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RACHELE
Parte piano il treno
e le mani all’unisono
cercano ognuna il volto familiare
e mandano fiori di baci e fazzoletti di capelli
Chi parte sa dove andare o prova a tracciare una rotta
ma chi resta non può che attendere che ogni cosa si compia
Segue sino al curvone che inghiotte i vagoni
i desideri della persona amata
e li accompagna verso quel viaggio
verso quell’ennesimo distacco
che nessuna consolazione potrà risarcire
Così sono lacrime i giorni, lacrime di pane
e di vita quotidiana ossidata dagli addii
dalle anime che vanno sulle rotaie
su quelle squame di acciaio parallele
Ma tu Rachele
tu che te ne stai nel sole del tuo sorriso
tu che sei sovrana delle parole più consolatrici
e dei silenzi più prodigiosi
tu non conoscerai partenza
non avrai dolore mai e nessuno mai ti avverserà
Sarai per sempre il cuore di questo mondo

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il centro dei desideri che infiammano
il brivido che ridona dignità alla carne

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IL TEMPO DI PAOLA
Paola che porti i segni dell’amore
come labbra posate sulla cera
Parole e carezze che si burlano degli anni
Abbracci strappati alle ore
e promesse mantenute con la fede nel cuore
Questo è il tuo tempo e ti danza galante
con un fiore dietro la schiena
che appare al cenno di un mago
Questo è il tempo di Paola
ed io lo guardo rapito
passare su un incrocio di vite
disseminate a caso

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LA VITA ALTROVE
Sognavo di essere un uomo
ma sono un filo di ferro
non ho che la coscienza di un metallo

Credevo derivasse dalla musica


il mio fare letterario, filosofico
eppure sono fumo soltanto
non ho la dignità dell’aria

Mi sono sentito padrone di un sentimento


protagonista del mio tempo
e ancora i miei occhi non riescono a scorgere
un albero dietro un masso

Sono solo attore, mio malgrado


su un palcoscenico posticcio
davanti ad una platea infreddolita
assorta nella lettura di un giornale

La vita è altrove
Oltre i neon pallidi
il cicaleccio dei mercati

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le camicie sudice

Oltre il silenzio criminale


sul genocidio quotidiano
sui giorni e sulle notti senza futuro

Oltre l ’omissione del gesto e l’oltraggio della parola


marcia, dissacrante, televisiva

La vita è dove
la negazione di se stessa
è regola, assuefazione

Oltre i templi occidentali


il dolore mediatico
i miti coloniali

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GAZA
Stanotte ho percorso un fiume al contrario
con un esercito di soli cinque mori
in fuga dalla cavalleria francese
Il fiume era la soglia della nostra libertà
Se non l’avessimo risalito
ci avrebbero atteso a valle ad armi spiegate
L’una e l’altra sponda
erano piene di cadaveri
tanti
più della vegetazione cresciuta smodatamente
Per quanta forza imprimessimo alle bracciate
la corrente rallentava la nostra fuga
e ci costringeva a guardare
i corpi sparsi dei nostri compagni e quelli dei nemici
L’espressione dei loro volti era la medesima
irrigidita in una smorfia di terrore
più umano delle barbare prodezze
e della gloria da arma da taglio
Quale ultimo pensiero aveva potuto albergare la loro mente
se non “sia fatta salva la mia vita”
mentre il gesto del colpire incrociava quello del parare
“Le sante parole rivolte a Dio non ci varranno il paradiso

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Per questa lunga striscia di sangue
non può esserci assoluzione”
ripetevano i cinque mori come in una litania molesta
Io dettavo i tempi per conquistare in fretta la sorgente
e portare in salvo le nostre vite
Stamane abbiamo aperto gli occhi
nel mezzo di una sconfinata pianura
fertile per la semina e paziente per la crescita
È atteso il giudizio della storia
Quello degli uomini conta davvero poco

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EVA LIBERA
Se un giorno leggerai il mio dissenso
sui muri bianchi della Ciudad
non dovrai temere per la mia vita
né per la confessione che mi verrà estorta
Dirò ogni cosa con fierezza
senza pensare alla prigionia o agli stenti
perché è assai più umiliante
passare tra la mia gente
con il peso di cento anni di schiavitù
legato ai piedi
Allora e solo allora
non vorrò lasciare più la mia isola
per essere clandestina e schiava
di altre umiliazioni
Quello sarà il giorno della vera rivoluzione
e tu potrai indicarmi con orgoglio
e come esempio potrai citarmi

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SUD
Vengo a te nel nome dei narcisi selvatici
vengo col gesto infantile del chiedere alla terra
il pegno di un fiore da portare al naso
Distogli lo sguardo dal palmo della tua mano
e portalo al cielo per soffiarne le nubi
Ne avrai bagliore nuovo e insolito benessere
una ricompensa per la tua vita, un credito mai riscosso
Soffia sui petali a sollevarne il profumo
perché tutto echeggi di narcisi selvatici
e le nostre parole siano dense dell’aria di campo
Ti stupirai serena di un mio bacio
nella culla di un tempo deviato dall’improvvisa burrasca
tra le dune di argilla benedette da pecore e pastori
nel sud dei pupi e delle crete
Come un dono del destino
ti amerai ancora una volta

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L’ALTRA METÁ
Sto acquattato in un angolo
a strofinarmi i ginocchi con il mento
e provo a decifrare le tue parole
ad indagarle come tracce di una divinazione
Credo di aver pianto per caso
ma mi sono bagnato tutto il corpo
perché ci sono dolori che non si comprendono
ed altri che si subiscono senza appello
È vero, non riuscirò a perdonarti
e tu mi biasimerai dal canto tuo
Questo fa di noi la metà di quello che saremmo stati
se solo ne avessimo compreso l’altra
Allora mi rifiuto di vivere pensando di esserti degno
piuttosto, mi spingo a scovare la tua meraviglia
al suono del primo, accidentale, vagito
Forse è là che tutto ha avuto inizio
quando sollevandomi con goffo orgoglio
ti stupisti della mia consistenza

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L’UOMO SENZA RAGIONE
(storia di una dipartita)

Si dileguò la primavera, come il fumo si dilegua


come le parole nella mente
Venne l’estate furibonda con un carico di siccità
“L’estate è un’abitudine”
pensò il padre raccogliendo il figlio
E la ragione si inabissò
“La morte puzza, la morte ha uno strano lezzo”
disse la madre scarmigliata
“Fosse la mia! Non avrei giorni davanti e soluzioni da trovare”
“Sono stato anch’io un uomo felice, una scommessa vinta”
“Rimani allora. Non era tutto scritto”
E la ragione si inabissò

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STORIA DI PIETRO E DELLA RIVOLUZIONE DI
PROVINCIA
Affannati a tagliare la caligine
alla rima preferimmo la libertà
alla fuga dalla solitudine
un amore sottocutaneo
Io scrivevo e tu recitavi i miei versi
con la postura dell’attore trafelato
come se entrambi avessimo vissuto
per il tempo di uno starnuto
la felicità più devastante
quella che ti fa biascicare le parole
quella che ti fa dire abbassando gli occhi
“Prima di te c’era il desiderio”
Che idea bislacca
affidare le nostre anime ad un angelo
come cercare le parole nel fondo di un barile
“All’ultimo degli ultimi!”
cantavi
sventolando sigarette come vessilli
“al cinema francese, al neorealismo,
ai presìdi davanti alle fabbriche
Ho provato anch’io a mangiare il cuore di una donna

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Ho sentito anch’io il freddo ed il grigio nel sangue
e per giorni interminabili mi sono interrogato
sul senso del rimanere e del partire
Che bisogno inappagato di bellezza!
Il solo per cui potrei rinnegare il mio passato”
Come faremo ad andare via
senza scambiarci nemmeno un abbraccio!
Ti scriverò un’ ultima volta
“in poesia tutto è concesso”

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TEMPO FINITO
Mi arrendo sul letto di tabacco
la cenere mi cade sul piede
Io sono un povero fumatore
non chiedo che cerchi da infilare coi pensieri
La mano l’ho tesa nel vuoto
e ho amato il mio corpo di notte
fumo per non sentire il rumore
fumo per capire la morte
Portati via la mia biografia
e lasciami un nome soltanto
di quelli che suonano bene
di quelli che è facile ricordare
Perché si compissero le parole
mostrai indulgenza ai miei sogni
come una devozione eretta
sopra un altare di miseri sterpi
Oggi lascio che mi danzi intorno
la parvenza della tua verginità
e dei tuoi talloni protesi
alle mie labbra voraci di saliva
E so che non sarà mai abbastanza
il tempo di Macramé

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l’ascesa carnale al suolo
dei nostri corpi di decoro urbano
Sentirsi a proprio agio in un abitacolo insulso
come in un tempio di musica sacra
Tutto questo, solo questo
è la firma di un discreto passaggio
Un colpo di tosse , un graffio nel cuore del mondo
Così mi arrendo e regno
per quanto rimane da regnare
diviso in giorni ed anni
Convenzionalmente
tempo finito

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POVERI RESTI
Mia tristezza , compagna fedele
mi strappi gli occhi e li porti a vedere
il sole buono e il sole cattivo
sul corrimano del porto lontano
Mia tristezza, che lo specchio distruggi
io prego il Dio del giorno passato
e tu ti prendi la carne e la veste
gli unici resti di un sogno gualcito
Bella tristezza, quando la musica ride
mi strappi il cuore e lo porti a ballare
sulla battigia del mare in tempesta
nella balera del tempo che resta

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QUEL CHE NON HO
Non so cosa sia felicità
Né cosa sia poesia
Questa pure non è poesia
Ma uno sciocco esercizio
Un artificio
Le mani mi tremano
Cammino al contrario
Non sono sensibile al caldo
Tanto meno al freddo
Che sia estate o inverno
Per me non fa differenza
Giungerò alla morte per inerzia
Fumando sigarette contro ogni ragionevole consiglio
Contro il buon senso e contro ogni campagna di dissuasione
Tutto è così strano
Non avere un’anima e desiderare di essere un uomo
Ben oltre l’esercizio delle funzioni vitali
Ben oltre l’istinto di sopravvivenza e quello sessuale
Il tempo passa senza criterio
Spesso accadono cose innaturali
Un padre e una madre che danno sepoltura al loro figlio
Io scruto tutto

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Dal terzo piano di una casa vecchia di vent’anni
Accanto al mio cane con la testa fuori dalla balaustra
Mi lascio affascinare dalla gente che scorre
Dal mistero che si nasconde dietro ogni volto
Dietro le parole e il gesticolare
So che un giorno anch’io non sarò e non saprò più niente
Sarà il giorno in cui cesserà di tramandarsi la memoria di me
Non una via né un teatro porteranno il mio nome
Anche questo scritto si decomporrà come il mio corpo
Ma non è la fine ad atterrirmi
Mi infiamma ciò che mi sfugge
La tenerezza e la stupidità di una vita normale

63
UN GIORNO QUALUNQUE
É martedì
e la mia anima è raccolta in un fazzoletto di lino
Anche gli angeli sanno che le giornate passano
per i comuni mortali
con la grazia della discesa e la pena della salita
É martedì
ma non chiedermi l’anno o l’ora
ché i pensieri non conoscono calendari
e non seguono indicazioni
I pensieri corrono
senza guardare avanti o girando la testa
Vanno nella direzione che l’anima indica
dal basso delle viscere umane
all’alto dei cieli stellati
É martedì
poveri noi che abbiamo vinto qualcosa
senza apprezzare l’opportunità della sconfitta
senza comprendere i cenni degli altri
e le loro buone parole

64
FOSSILI
Ti chiedi spesso che fine hanno fatto i tuoi cimeli
le acqueforti del genio vedutista
Io spero di cadere in una pozzanghera
con la camicia inamidata al sapone di marsiglia
e di starci quanto basta per diventare concavo
Una crepa sull’asfalto come tante
l’anticamera dei segreti della gente
inchiodati alle suole delle scarpe
Non vorrei emaciare l’orgoglio o la preghiera
per un supplemento aggiuntivo di vita dignitosa
Meglio essere un fossile
parte immanente della crosta
senza correre il rischio di accettare la resa
apostasia dell’intelletto e dell’umanamente piccolo
Fossili rimarremo per gli archeologi di domani
sicuri di ricostruire il nostro dna di pigmenti
la somma algebrica delle tirannie e dei soprusi
verso amori e miti derelitti e processati
Fossile
l’anacoluto dramma del dubbio e la finzione scenica
la cannula che attenua il lacero dolore
l’orlo di una veste che si perde per sempre

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IL BASTIONE
Quasi fu un sibilo
a destare il pescatore di stelle
disteso ai piedi del bastione
come un fiotto di luce balugina
prima della deflagrazione
Così gli passò accanto la foresta
quella che aveva attraversato in sogno
L’anima della volpe falcidiata
la donna canuta con la sàrcina in testa
Vide il simulacro di pioppo
scortato da ceri solenni
giungere sul crinale della collina
consacrata al miracolo del germoglio
Comprese che la morte era un refuso
nell’armonico dipanarsi del cosmo
e colse il battito impercettibile del cuore
quando stremato cede al rantolo il cammino
Si portò le mani agli occhi
a recuperare le sagome delle persone amate
la fisionomia dei brandelli di carne condivisa
lungo i solchi del proprio cammino
attraverso le impronte delle proprie dita

68 69
Ma non poté udirne le voci
che il tempo non aiuta a preservare
Solo odori di pelle lisa e di tabacco
soffiati dalla tramontana
gli investirono l’anima
I ceri arsero e con essi i libri
e le parole proclamate e poi abiurate
come si conviene alla natura umana
quando riconosce se stessa
nell’inevitabile distacco dalle cose

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IL VERSO PERFETTO
Lotto senza risparmiarmi
e lascio che la penna affondi i suoi colpi
che le mani si sporchino di inchiostro
alla ricerca del verso perfetto
Lo sogno intriso di tutto
di ere e di foto in bianco e nero
di gregari che imprecano sul Gavia
e di sdraio accatastate sulla sabbia
Giuro sopra ogni cosa con la destra e la sinistra
così che mi giunga infusa l’investitura
e l’afflato mi stani
anche nel mezzo del sonno o del camminamento
Non assumono i contorni del reale le parole
ma il riflesso dei corpi e dei volti
dei passi lasciati a caso sulle foglie
o delle miche di pane da convivio
Il linguaggio non è acqua o vino benedetto
eppure si può bere senza sosta
Non è lama di machete o di pugnale
eppure taglia e lascia il segno
Profondo è il solco
perfetto é il verso

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quando smette di appartenermi
per posarsi sulle tue labbra come il verbo creatore
come il sogno che lo ha ispirato

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IL TRENO DEI BAMBINI
Il treno dei bambini non conosce soste
è pieno di madri è pieno di provviste
di palle colorate e di matite monche
Non passa il controllore e c’è sempre un po’ di musica
il morso ad un biscotto, il drago ed il pompiere
la corsa al fazzoletto, un naso da pulire
Il treno dei bambini si burla del ritardo
perché prima che arrivi ne parte sempre un altro
Si burla dei musoni che si tolgono le scarpe
e scova sempre i buchi dove finiscono le calze
Madonna madonnina
non farmi scender presto
non voglio rinunciare a tutto questo chiasso
Madonna madonnina
se conto tutti i pali
ritrovo gatto, volpe e tutti i miei denari

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74 75
UN’ALTRA VITA

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I. San Luigi dei Francesi
Raggiunse l’albergo per inerzia, ripetendo movimenti
automatici, quasi fossero stati programmati per agevolargli il
viaggio. Aveva ripensato spesso, in macchina, alla prima volta
che l’aveva vista. Ne aveva tratto un piacere particolare; quel
piacere che sanno darti non le cose belle, ma quelle che non si
afferrano immediatamente. Le cose inscrutabili, misteriose.
Non c’era del torbido nella sua vita ed i suoi occhi lo
testimoniavano. Brillavano di luce propria. Brillavano di un
bagliore che può far male se ti attraversa mentre tu sei
imbottigliato in una sequenza di pensieri contorti. Tu, appunto:
e le tue ossessioni irrisolte; la disputa patologica tra rimpianti e
rimorsi. Le nevrosi, le manie, le fisime e gli incubi notturni
infestati da pensieri che non hai chiamato all’appello ma che
alzano la mano, chiedono la parola, per deviare il corso della
tua vita verso percorsi a ritroso. Tutto scorre. Ma in quale
direzione?
Lei no. Lei aveva il dono della semplificazione. E
dell’ascolto.
Sapeva prestare attenzione alle cose che le dicevano.
Un’attenzione interessata, quasi vorace.
Era affamata di vita, di esperienze altrui; forse perché
ognuna di esse le permetteva di aggiungere un tassello

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epidermico al suo corpo e di vivere una continua mutazione, un
continuo rinnovamento di pensieri, di battiti, di cicli terreni,
mortali.
Il loro incontro era stato qualcosa di sconvolgente. Non
per come era avvenuto ma per le conseguenze che aveva avuto.
Entrambi fermi davanti ad uno scaffale di dvd, in un grande
magazzino, di fronte alla stessa lettera, la B; immobili, ignari
l’uno delle intenzioni dell’altro, e pronti ad impadronirsi
dell’ultima copia di Sussurri e grida. Il gesto sincrono; le braccia
che si toccano. “Mi scusi. Non credevo che anche lei..”
“Si figuri”, aveva risposto lui, “io l’ho già visto; glielo cedo
volentieri”.
“È da tanto che lo cercavo. Me ne hanno parlato molto.
Un mio amico, in particolare. Uno di cui mi fido”.
“Lei sa a cosa va incontro guardando questo film?”
“No. È importante che io lo sappia?”
“Forse no. Ma sarebbe importante che, da questo
momento, ci dessimo del tu. Non capita spesso di incontrare
una persona disposta ad acquistare un film di Bergman”
“Mi chiamo Eva”.
“Il mio nome è Paolo. Ti va di passeggiare?”
Avevano camminato a lungo, spingendosi nei dedali della
città, senza una meta, quasi sospinti dalle parole. Non c’era
mai stato tra di loro alcun senso di estraneità; piuttosto la

80
sensazione di conoscersi da sempre, di essere cresciuti nello
stesso posto, di aver letto gli stessi libri, ascoltato la stessa
musica. Di essere stati amanti e complici di un destino che li
aveva divisi e ricongiunti nuovamente, servendosi di una
casualità, di un gioco obbediente a delle regole inaccessibili
alla mente.
Vivi e basta. Senza farti troppe domande.
Anche Dostoevskij aveva assolto gli uomini di azione e
condannato gli uomini di coscienza; quelli che si pongono troppi
interrogativi, sacrificando la passione insita negli eventi, la forza
che muove i corpi gli uni verso gli altri.
“Ho fame. Conosco un ristorante, non lontano da qui, dove
cucinano un ottimo branzino”.
“Non amo il pesce” aveva risposto Eva.
“Che strano. Non lo avrei mai detto. Mangeremo carne”.

Il posto era fantastico. Ai margini di una delle piazze più


belle della città. I tavolini fuori, riparati da eleganti ombrelloni,
evocavano atmosfere anni cinquanta.
Dal tavolo dove erano seduti si vedeva, chiaramente, la
sontuosa fontana in marmo bianco dominare il cuore della piazza
con il suo Nettuno circondato da putti e cavalli marini.
Paolo aveva acceso una sigaretta con la postura dell’attore
navigato nel momento della scena cruciale del film. L’aveva

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estratta dal suo pacchetto di Monterey , pretesto efficace per
raccontarle del suo ultimo viaggio a Cuba.
Da quel momento, nella testa di entrambi, aveva iniziato
a saltellare, impenitente, una canzone di Maria Teresa Vera:
Veinte anos. Lui l’aveva appena accennata, fischiettandola e
scommettendo una bottiglia di vino rosso che lei non l’avrebbe
mai indovinata.
Perse la scommessa.
Bevvero, bevvero molto, assaporando le molecole di alcoll
che si posavano sulle loro lingue, facendole rimbalzare sulle
pareti delle loro bocche, per poi spingerle nel tunnel
dell’esofago, consegnandole alla memoria, insieme a tutte le
parole che si rimandavano con la frenesia di chi teme che il
tempo a disposizione possa esaurirsi da un momento all’altro.
“Credi nell’anima?” gli aveva chiesto Eva, scrutandolo
attraverso le volute di fumo della sigaretta.
“Non credo si trovi in un posto diverso dalla nostra mente”
aveva risposto lui, pescando la risposta nel fondo del calice,
dopo aver fatto roteare quel che restava dell’ultima goccia di
Amarone.
“ Vorrei farti vedere una cosa. Un pezzo della mia anima.
Andiamo via da qui”.
Paolo chiese il conto e pagò. Intuiva che non avrebbe avuto
senso chiederle dove volesse andare. Sapeva che doveva seguirla

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senza fare domande. Si alzarono. Attraversarono la piazza.
Per la prima volta, da quando si erano conosciuti, Eva
avvertiva il desiderio quasi infantile di tenergli la mano, di
suggere, attraverso il contatto fisico, il calore del corpo di lui.
Non lo fece per timore o per pudore. O,forse, perché l’angoscia
di trovare chiuso il luogo dove voleva portarlo non le permetteva
di concentrarsi sui suoi desideri, ma soltanto sui movimenti delle
gambe. Perché fossero sempre più rapide. Per scongiurare il
rischio di dover rimandare, ad un giorno diverso da quello,
l’esperienza che voleva a tutti i costi vivere con quell’uomo.
La chiesa era ancora aperta.
Entrarono e percorsero la navata di sinistra. Paolo la seguiva
con aria ieratica; come un sacerdote che sta per celebrare il
rito liturgico e ripassa una ad una le parole ed i gesti solenni. La
luce era fioca. Il silenzio pervadeva ogni cosa e lo si poteva
avvertire quasi nelle narici, come il profumo di rose davanti
all’altare.
Raggiunsero l’ultima cappella, in fondo alla navata. Eva
estrasse dalla tasca una moneta. La inserì nella macchina
attaccata al muro. Lo chiamò a sé con un cenno della mano.
La cappella si illuminò.
Paolo ebbe un sussulto. Venne devastato da un brivido che
gli fece tremare le carni. Sentì il cuore accelerare il suo battito
e le gambe cedere al peso di tutti i pensieri che gli attraversarono

83
la mente in quella frazione di eternità.
Si trovava di fronte alla Vocazione di San Matteo del
Caravaggio.
Un taglio di luce proveniente dall’infinito, da una sorgente
che non si vedeva, che poteva solo intuirsi, illuminava la scena.
Seguiva la traiettoria tracciata dalla mano del Cristo per giungere
sino a Matteo che, basito, sembrava chiedersi se quella chiamata
fosse realmente rivolta a lui.
Come aveva potuto quell’uomo dipingere la luce sulla tela?
Paolo ed Eva non davano voce alle parole. Entrambi vicini,
partecipi di quella visione consumatasi secoli prima eppure così
attuale, così immota nel tempo da apparire contemporanea alla
loro presenza. Tutti i personaggi del dipinto erano veri, umani.
Veri nel colore della carne; veri nelle stupore, nei movimenti,
nel loro fare, nel loro chiedere.
L’ispirazione, da sola, non avrebbe potuto generare quella
meraviglia. E la creazione stessa non poteva essere partita solo
dalla mente del Merisi. Entrambe dovevano essere passate
attraverso la carnalità del corpo; dovevano aver attraversato
tutto il suo sangue per giungere in un luogo, al centro del suo
mondo interiore, nel quale egli doveva aver avuto la visione di
quel dipinto prima ancora di riportarlo sulla tela. E quel luogo
non poteva che essere la sua anima.
Il miracolo umano dell’arte. La trasposizione, in una

84
miriade di forme diverse, della nostra visione della vita. Del
passaggio dal caos all’ordine, dall’equilibrio all’instabilità, nella
tensione continua verso risposte che legittimino il nostro transito
terreno.
Paolo girò lo sguardo verso Eva. In quell’istante vide una
lacrima sul suo volto. Era il pezzo di anima che gli aveva
promesso.
Le strinse la mano come a dirle grazie. Lei si sentì felice
per quel contatto tanto sperato; per il calore che le era giunto
al cuore. Per quella estraneità che si era infranta definitivamente
nella chiesa di San Luigi dei Francesi, al cospetto del genio del
chiaro scuro, testimone universale della fragilità e della bellezza
degli uomini.
Si restituirono al mondo con la grazia e la consapevolezza
di chi ha scovato, nel sottoscala delle proprie convinzioni, i
preziosi cimeli di un’infanzia smarrita, di un sogno vivido e puro.
Il sogno di esistere come frammenti di un tutto, nella notte
come alla luce del sole. Esistere dentro se stessi e negli altri,
lasciandosi vivere come un prodigio.

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II. La stanza
L’albergo si trovava in uno storico quartiere della città in
quella che era stata una residenza nobiliare dei primi del
novecento.
Aveva conservato immutati i tratti architettonici del suo
fastoso passato.
L’atrio, ornato con piante grasse intervallate da fiori
policromi, era lastricato di pietre nere e sormontato da sculture
in ferro battuto. Lampade in ghisa si accendevano al crepuscolo,
immergendo l’ambiente in una luce discreta.
Era stato Paolo a volere che si incontrassero là. Le aveva
dato indicazioni precise, compreso il numero di stanza che
avrebbe dovuto chiedere al suo arrivo. Ed Eva aveva seguito
quelle indicazioni, giungendo per prima e attendendolo,
sopraffatta dal desiderio di vederlo.
Quando Paolo entrò in camera, Eva era rivolta alla finestra.
Aveva discosto appena la tenda e con un dito disegnava sull’umido
dei vetri una sinopia che sembrava esserle sconosciuta.
Non si voltò. Attese che lui si avvicinasse. Sentì il suo respiro
farsi più denso, imminente. E quando fu prossimo al collo, il
respiro di Paolo si tramutò in un bacio, lieve.
“Temevo non venissi più”, disse continuando a guardare
oltre la finestra.

86
“Io avevo paura di non trovarti” rispose Paolo, carezzandole
la testa.
Eva lasciò cadere la tenda. Si girò e, prima ancora che
potesse desiderarlo, si trovò stretta a Paolo in un abbraccio
tenero e totale.
“Grazie Eva”.
Quanta infinita bellezza può esserci nel suono di tre lettere
poste in sequenza se a pronunciarle è la voce di una persona a
te cara.
Eva aveva sempre considerato brutto il suo nome; lo avevo
subito spesso come una condanna ed era arrivata a detestarlo
quando si era imbattuta nella banalità e volgarità di taluni
uomini. Ma quella volta si sentì fiera di portarlo e le sembrò
dolce sentirsi chiamare così.
“Sediamoci, ti prego. Ho voglia di parlarti” disse Paolo
accompagnandola per mano sino al letto.
“Non è un caso che io ti abbia chiesto di incontrarci in
quest’albergo ed in questa stanza”.
“Lo avevo immaginato” rispose Eva. E avrebbe voluto
aggiungere che sentiva qualcosa di doloroso opprimere il suo
petto e quello stesso dolore lo aveva sentito incrinare il tono
della sua voce.
“Qui, ai piedi di questo letto, cinque anni fa, mio fratello
si tolse la vita”.

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In quel preciso istante in cui aveva pronunciato, con
sofferenza, quelle parole, doveva essersi squarciata la tela dei
ricordi ed il cielo dentro di sé doveva essersi addensato di nubi
oscure.
Sangue.
Fiotti di sangue che non si arrestano. Non conoscono
lenimento alcune pene. Non accettano la consolazione delle
parole o il conforto degli abbracci. Il distacco irreversibile dagli
affetti si impossessa della nostra lucidità e ci rende fragili.
Vorremmo smettere di essere uomini e subire inconsapevolmente
la morte come mosche posate sul davanzale, ignare del gesto
repentino della mano che sta per sopraffarle.
“Luca era più grande di me di qualche anno. La cosa, ai
più, appariva inverosimile. Quando eravamo insieme, quasi tutti
pensavano il contrario. Erano tratti in inganno dal suo fisico
esile e ignoravano che, in lui, la fisicità era solo il riverbero
della fragilità interiore. Aveva sofferto sin da piccolo del difficile
rapporto con nostro padre. Non riusciva ad opporre nulla al suo
modo gretto di trattare noi e nostra madre; alla sua arroganza e
prepotenza. Non riusciva ad opporre nulla che non fosse il pianto
e la fuga verso un mondo di sogni innocui e ovattati. Io no. Io
scaricavo tutta la mia rabbia guardandolo negli occhi, senza
proteggere la testa con le mani quando mi colpiva per punire la
mia irriverenza. E, ad ogni fendente ricevuto, cresceva in me il

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disprezzo per quell’uomo incapace di amare, per il suo meschino
desiderio di accumulare ricchezza”.
Le parole di Paolo echeggiavano amare nel vuoto della
stanza. Eva sapeva che il suo non era odio nei confronti del
padre. Semmai rimpianto per un rapporto mai avuto, per una
confessione mai fatta o ricevuta. Per una intimità negata.
Provava un’amarezza profonda, devastante, per quel corpo
alla deriva, sospinto da eventi che avevano come avvolto il suo
cuore di una patina di apparente livore nei confronti del genere
umano. E avrebbe tanto voluto rimuovere quella crosta che gli
impediva pulsioni e slanci fiduciosi verso gli altri.
“Da circa un anno Luca aveva una relazione con Giulia,
una donna bellissima, capace di fendere l’aria con il corpo e di
impadronirsi della scena senza fare null’altro che gesti naturali.
In lei l’intelligenza era pari alla bellezza ed il fascino carismatico
del suo parlare rapiva indistintamente uomini e donne: gli uni la
desideravano; le altre desideravano essere come lei e, spesso,
non riuscivano a dissimulare l’invidia che in loro destava la sua
presenza.
Giulia si era, probabilmente, innamorata della fragilità di
Luca. Aveva come avvertito l’onere di colmare il vuoto affettivo
che percepiva in lui. E Luca si era aggrappato a Giulia, al suo
modo energico di affrontare la vita, al sogno di un amore
impossibile”.

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“Perché impossibile?” chiese Eva.
“Giulia era sposata. Era la moglie di un facoltoso
imprenditore di diversi anni più grande di lei. Per questo erano
costretti ad incontrarsi furtivamente in questa stanza, due volte
a settimana. Luca aspettava con ansia quegli appuntamenti.
Quella donna gli era entrata nel sangue e, almeno agli inizi, non
gli era pesato molto il fatto di doverla dividere con un altro
uomo. Col passare del tempo, tuttavia, era cresciuta in lui la
speranza di poter emergere dalla clandestinità per vivere alla
luce del sole la loro relazione. Glielo aveva detto. Giulia si era
opposta a quell’idea. Non avrebbe mai rinunciato al suo
matrimonio. Era arrivata in città dalla periferia indigente. Il
marito era stato un buon partito. Il riscatto di una vita intera
fatta di stenti e di rinunce. Mio fratello mi aveva confidato
quanto fosse stato umiliante sentirsi dire quelle cose. Ne aveva
sofferto molto. Ma non avrebbe rinunciato a lei per nulla al
mondo. Così accettò le sue condizioni”.
Se Paolo non avesse predetto il drammatico finale, quella
storia le sarebbe parsa uguale ad altre centinaia. Intrighi
passionali e torbidi, consumati al di fuori del mondo, in alcove
rifugio dove un uomo ed una donna vivono, in poche ore, la
realtà che non hanno avuto il coraggio di vivere quotidianamente.
Ma l’epilogo sanguinoso imponeva altri atteggiamenti, diversi
stati d’animo.

90
“Un giorno Luca ricevette una telefonata da Giulia. Il tono
della sua voce non era il solito”.

“Ho bisogno di parlarti. Vediamoci tra un’ora al San


Lorenzo”.
“Giulia, mi spaventi. Cosa è accaduto?”
“Ti prego. Non farmi domande. Ti aspetto al San Lorenzo”.

“Giulia era incinta. Le analisi avevano confermato un


sospetto del quale, sino ad allora, non aveva voluto parlare. Era
al secondo mese di gravidanza. Luca pensò ingenuamente che
quella notizia potesse rappresentare una svolta positiva nel loro
rapporto. Era felice. Per la prima volta in vita sua sentiva di
poter progettare il proprio futuro; di poter essere protagonista
e non semplice spettatore della propria esistenza. Per la prima
volta sentiva di avere il potere di cambiare il corso delle cose.
Suo figlio avrebbe continuato a vivere dopo di lui, sarebbe stato
la sua memoria, e ciò lo rendeva partecipe del ciclo naturale
della vita. Si sentiva in pace con se stesso. Ma l’orrore del
quale siamo capaci noi esseri umani non conosce limite alcuno”.

“Io non ho nessuna intenzione di portare avanti questa


gravidanza. Dovrei raccontare tutto a mio marito e puoi
immaginare cosa accadrebbe. Non posso rischiare di perdere

91
quanto ho costruito sino ad ora”.
“E cosa hai costruito Giulia? Tu sei entrata nella vita di
due uomini per prendere dal primo quello che ti serviva ad
emancipare la tua condizione sociale e dare al secondo quello
che serviva alla tua coscienza per sollevarsi dai sensi di colpa”.
“Al secondo ho dato l’amore che non avevo mai dato
prima”.
“Ora! Ora hai l’occasione di compiere un atto d’amore. Io
ti scongiuro, Giulia! Non abortire. Diamoci la possibilità di una
vita diversa!”
“Hai idea di cosa significherebbe per me rinunciare a quello
che ho?”
“Ma lo faresti avendo in cambio qualcosa di straordinario”.
“Non farmi ridere, Luca. Io so cosa significa vivere
arrancando e l’idea di fare un salto indietro nel tempo mi fa
paura”.

“Sono sicuro che in quel momento Luca deve aver provato


pena per quella donna. E pena per se stesso perché, ancora una
volta, aveva dovuto subire il suo destino senza poter far nulla
per cambiarlo. Quella sera Luca camminò tanto, consumandosi
nella solitudine dei suoi pensieri, immaginando soluzioni che
potessero convincere Giulia a non compiere quel gesto scellerato.
Il giorno dopo le telefonò implorandola di ripensarci.

92
Raccontandole di come sarebbe stato bello crescere insieme
quella creatura. Fantasticando come un folle di un futuro che in
cuor suo sapeva essere irrealizzabile. Giulia gli rispose,
duramente, che non sarebbe ritornata indietro sui suoi passi e
minacciò di interrompere la loro relazione se le avesse chiesto
ancora di farlo. Ignorava che quella sarebbe stata la loro ultima
conversazione. Nei giorni seguenti nessuno di noi riuscì a mettersi
in contatto con Luca. Era come sparito. Una cosa addolorava
mio fratello in modo particolare: la facilità con cui taluni uomini
riuscivano a svilirsi, scendendo al di sotto della loro soglia di
dignità, abiurando qualsiasi forma di empatia con altri esseri
umani, soffocando e sacrificando i sentimenti più puri in cambio
di vacui piaceri e di glorie effimere. Luca trovava aberranti certi
comportamenti e, se questi provenivano dalle persone amate,
la ferita che si apriva in lui era così profonda che nessuna cura
riusciva a risanarla. Era accaduto con mio padre. Era successo
con Giulia”.
Quanto più il racconto di Paolo si faceva dettagliato e
intenso tanto più Eva avvertiva la presenza di Luca in quella
stanza e cresceva in lei la malinconica dolcezza per quel ragazzo
che le ricordava la fuggevole grazia di alcuni fiori di campo.
“Dopo diverse settimane Luca mi chiamò. Mi disse che era
stato a Spinazzola, nel paese dei nostri nonni materni. Aveva
ripercorso i luoghi della nostra infanzia, i vicoli nei quali d’estate

93
trascorrevamo intere giornate giocando con mezzi di fortuna,
recuperati per strada e assemblati in modo rudimentale. Mi
raccontò di quanto fosse rimasto stupito che a mezzogiorno si
sentissero ancora i meravigliosi effluvi di pomodoro fresco
provenire dalle case delle massaie. Quelle case basse dai muri
bianchi con fuori i panni stesi su un filo di spago che univa due
bastoni in legno incastrati alla parete. Mi era parso sereno.
Non aveva fatto nessun accenno a Giulia. Io, d’altro canto, non
gli avevo chiesto nulla. Solo se era passato dal forno, dove nostro
nonno comprava la focaccia che per noi, a fine giornata, era il
premio alla buona condotta.- Sì, Paolo, qui non è cambiato
niente. - mi aveva risposto, e poi - Ti racconterò meglio quando
ci rivedremo. Ti abbraccio. - e aveva chiuso.

La polizia trovò Luca ai piedi di questo letto, con un foro


nella tempia. La pallottola non era passata da una parte all’altra
della testa. Era rimasta dentro, beffarda ultima compagna di
viaggio. Dalla ricostruzione fatta sul posto era emerso che Luca
doveva essersi inginocchiato nell’atto del suicidio, come a voler
annusare un’ultima volta tutta la vita che era passata su questo
giaciglio. Quella vita che avrebbe voluto portare fuori, nella
legittima quotidianità degli uomini sognanti”.
Le immagini descritte da Paolo erano ora nitide negli occhi
di Eva. Il mondo intero avrebbe pianto per sempre la morte di

94
una creatura così fragile, il suo bisogno di considerazione, le
sue richieste di aiuto. Eva ripensò ad una canzone di Fabrizio De
Andrè. Preghiera in Gennaio. Non riuscì a trattenere le lacrime.
“Io non saprò mai cosa pensasse mio fratello un attimo
prima di premere il grilletto. Né cosa avrei potuto fare e non ho
fatto per impedire quello che è accaduto. Vivo da cinque anni
ossessionato dal pensiero della morte. Sono arrivato a credere
che sarebbe stato giusto che fossi morto anch’io ed ho sperato
che da un momento all’altro ciò potesse succedere. Ma quel
giorno, insieme a te, nella chiesa di San Luigi dei Francesi,
davanti alla Vocazione di San Matteo, io mi sono sentito di nuovo
vivo. Ho avvertito fremiti che credevo sopiti per sempre, come
un fondale marino smosso dalle onde. Quella luce dipinta sulla
tela. La lacrima sul tuo volto. L’idea di vivere abbandonandosi
alle passioni, agli impulsi che partono dalle nostre viscere ed
arrivano sino ai cieli stellati. In quel momento, in quel preciso
istante, ho pensato di venire qui con te per rivivere l’incubo
che mi opprimeva il cuore. Te ne ho parlato come non avevo
mai fatto prima perché attraverso la luce dei tuoi occhi io riuscissi
a liberarmi definitivamente da quell’angoscia. Non ti chiedo di
indicarmi la rotta, né di essere il sentiero sotto i miei piedi.
Vorrei soltanto che entrambi ci sentissimo liberi di credere nel
domani”.
“È giunto il tempo che io ti dica una cosa.” disse Eva

95
tenendogli la mano “Non mi trovavo per caso davanti a quel
film di Bergman, il giorno che ci siamo incontrati. Ero già in
quel grande magazzino quando tu sei arrivato. Ti ho seguito a
lungo con lo sguardo senza che tu te ne accorgessi. C’era qualcosa
in te, nella tua espressione malinconica, che inspiegabilmente
mi attraeva. Sentivo di dover entrare nel tuo mondo, di partire
con te per un viaggio. E Dio solo sa quanto ho sperato che tu ti
fermassi di fronte a quello scaffale, che mi rivolgessi la parola.
Io non potrei indicarti la rotta, né essere sentiero. Io vorrei
vivere attraversandoti e vorrei che tu mi attraversassi come se
fossimo luce pura”.
Dopo di allora né Paolo né Eva parlarono più di quella
stanza dell’albergo San Lorenzo, anche se, ogni volta che
passavano da lì, senza che se lo dicessero, il loro pensiero andava
a Luca e alla sua mano risoluta. Alla sua anima.

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III. Luca
Sono venuto a Spinazzola per due ragioni. Per immergermi
un’ultima volta nell’unica realtà che mi ha visto felice e per
recuperare la pistola che utilizzerò per suicidarmi.
Sono il solo a conoscere il posto dove mio nonno la
custodiva. Me lo aveva confidato qualche giorno prima di morire,
quando ancora non sapeva che sarebbe morto. Voleva la
conservassi io, che fosse mia. Spero non me ne vorrà per l’uso
improprio che ho deciso di farne.
Immagino che quando tutto si compirà molti penseranno
di me che sarò stato un vigliacco. A dire il vero ho paura, molta
paura, sebbene sia determinato a non tornare indietro. Ciò non
fa di me né un vile né un temerario. Semplicemente una persona
con un intento chiaro ed un piano preciso da portare a termine.
Tutto il resto non conta.
Non parlerò di Giulia. Lei non merita nessuno degli ultimi
pensieri in circolo nella testa di un uomo incline al suicidio.
Non parlerò del figlio che non avrò, né delle cose che non
ho mai avuto.
Che senso avrebbe, ora, svelare fragilità e motivazioni
che sfuggono a me per primo?
Vi dirò di quello che vedo dal punto esatto in cui mi trovo.
Sono seduto su una panchina di piazza San Sebastiano.

97
Alle mie spalle, trent’anni fa, c’era un chiosco con una
porta verde. Dentro, sopra un banco di tavole inchiodate alla
meglio, un’enorme blocco di ghiaccio coperto dal brandello di
un sacco di tela. Un uomo calvo, con degli enormi occhiali neri
dal doppio fondo e con indosso un grembiule in plastica marrone,
riusciva a trasformare il lastrone in meravigliose granite,
passandovi sopra un aggeggio simile ad una piallatrice. Il
capolavoro si compiva con l’abluzione dei frammenti di ghiaccio
negli sciroppi alla menta, all’amarena e all’orzata. La presenza
estiva dello strano personaggio suscitava il morboso interesse di
noi bambini, pronti ad ingegnarci nei modi più svariati per
recuperare le poche lire che ci garantivano l’acquisto della
granita e, soprattutto, il diritto di guardare la mano lesta
dell’uomo occhialuto affondare i suoi colpi nel blocco di ghiaccio
sino a renderlo perfettamente concavo.
Più in là, sulla destra, c’è il vicolo un tempo detto dei
profumi, per via delle esalazioni di crema chantilly che arrivavano
dal laboratorio di pasticceria sottostante alla strada.
Tre finestre, protette da griglie in ferro, offrivano visioni
celestiali di impasti lavorati ad arte che, come per miracolo,
assumevano le forme inconfondibili dei dolci che si potevano
trovare nel banco refrigerato. Io e Paolo percorrevamo ogni
giorno quella viuzza per raggiungere la casa dei nostri nonni ed
ogni volta non resistevamo alla tentazione di scrutare

98
furtivamente attraverso le grate, sino a sfinirci di inalazioni che
ci sconquassavano lo stomaco e ci facevano correre famelici
alla nostra meta dove, puntualmente, riuscivamo a strappare la
promessa che la domenica successiva avremmo fatto incetta di
bignè al cioccolato e di veneziane.
Il leggero declivio che ho di fronte porta fuori dal paese,
nei campi coltivati a grano.
Se ognuno di noi facesse l’esperienza di stare sdraiato,
con braccia e gambe divaricate, nel mezzo di un campo di grano
all’apice del suo rigoglio, con gli occhi puntati dritto verso il
cielo immacolato e nel fiore del caldo di una giornata di giugno,
si sentirebbe così appagato da quella condizione da non
desiderare altro che diventare egli stesso una spiga.
Così io me ne stavo per ore. Lusingato dal canto delle
cicale, al riparo da ogni pensiero, lontano da ciò che non potevo
capire per la mia natura di bambino puro. E solo il bisogno
crescente di bere mi persuadeva ad andare via, verso la sorgente
d’acqua condivisa da uomini ed uccelli, in perfetta democrazia.
Quel vecchio seduto tre panchine più in là si chiama Rocco.
Ho provato a salutarlo, ma non credo mi abbia riconosciuto.
Deve essersi ammalato dialzheimer perché ha iniziato a parlarmi
in modo sconclusionato di tessere annonarie e di bonifiche di
paludi.
Rocco era il capraio buono che, al mattino presto, passava,

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casa per casa, per consegnare il latte appena munto. Il suo arrivo
era preceduto dallo scampanellio della sua bicicletta, l’invito
rivolto alle massaie ad affacciarsi alla porta con le scodelle e il
compenso pattuito. Le donne, chiamate a raccolta dal quel rito
mattutino, non si lasciavano sfuggire l’occasione di scambiarsi
idee e suggerimenti sul pranzo e sulla cena, oltre ai soliti
pettegolezzi su preti e su perpetue. Attività, queste, che
decretavano solennemente l’inizio di un nuovo giorno.
Sembra assurdo che molte cose siano finite, che il tempo
abbia potuto portarle via, perché mi appaiono ancora presenti
ed ho la sensazione di poterle cogliere con gli occhi, di poterle
attraversare e toccare. È viva l’immagine di due bambini con i
calzoni corti e le ginocchia sbucciate, intenti a giocare con tre
noccioli di albicocca, lanciandone uno per aria e raccogliendo
gli altri due da terra, velocemente, per averli tutti nel palmo
della mano. È tanto viva che io posso vederli e sentirne le grida
di gioia. Suoni che restano nell’aria come particelle di eternità.
Credo che tutto ciò che mi sta intorno in questo momento
sarà per sempre la parte più bella della mia vita e, oltre questa
piazza e questi ricordi, io non vedo nulla.
La casa dei mie nonni è a cinquanta metri dalla panchina
su cui sono seduto.
So di dover andare e so dove cercare ciò che mi serve.

100
COMPAGNI DI VIAGGIO

Interpreti delle poesie:

Alberto Lori
Margherita Di Rauso

Interpreti del racconto:

Alberto Lori (voce narrante)


Margherita Di Rauso (Eva)
Paolo Salomone (Paolo)
Mimmo Strati (Luca)
Milvia Bonacini (Giulia)

Musiche di Rosella Clementi

Musicisti:

Andrea Santarsiere e Valerio De Bonis: marimba, vibrafono,


glokenspliel, rullante, piatti, timpani, grancassa

102 101
Nicola La Banca e Marcella Russo: clarinetto e clarinetto basso
Donatella Carriero: tromba
Giuseppe Cantisani: trombone
Rosella Clementi: flauto traverso, flauti dolci, chitarra e
elaborazioni strumentali midi

Registrato presso gli studi Mediavox and Sound di Roma nell’Aprile


2009
Missato presso gli studi Elefante Bianco di Roma tra Agosto e
Settembre 2009

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Finito di Stampare nel mese di Novembre 2009

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