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Cartografia critica dal topos alla chora

Capitolo 1
Il capitolo prospetta l’approccio semiotico quale potenziale punto di collegamento nella ricerca di
nuove configurazioni cartografiche. L’interesse rispetto alla carta passa da: una carta intesa come
mediazione del territorio, ad invece una carta intesa come operatore ossia, la carta determina le
azioni da attuarsi. La carta, intesa perciò come operatore, agisce su due ambiti cruciali:

 L’autoreferenza → cioè la capacità della carta di farsi accettare con la sua sola presenza
poiché la carta fa riferimento solo a sé stessa; essa interviene perciò nella comunicazione in
modo autonomo rispetto al cartografo.

 L’iconizzazione → questo secondo aspetto facendo leva invece sul concetto di


autoreferenza, e sui suoi esiti, fa in modo che la carta possa entrare in azione sul territorio
sostituendo la realtà ma, non rappresentandola. Questa sostituzione nell’epoca moderna è
stata attuata tramite l’utilizzo della carta topografica, che ha proposto il territorio come topos
cioè nel suo significato astratto. Per chora invece si intende la valorizzazione degli aspetti
culturali del territorio e la relazione che il soggetto instaura con il luogo in cui abita; la
semiosi cartografica si propone perciò come scenario di riferimento in grado di individuare
gli spazi su cui agire.
Tutti concordano sul fatto che l’apparato simbolico per rappresentare il mondo derivi dai valori sui
quali una data società si fonda inoltre, è emerso che ogni singola società produce delle particolari
visioni del proprio territorio sulla base di una specifica interazione che instaura con esso. Sono
passati oramai gli anni in cui si pensava che la carta rappresentasse tutto con evidenza rivendicando
un presunta oggettività; ora la carta non è più specchio della realtà ma manifestazione di un sapere
dell’uomo che mira a padroneggiare il mondo.
La cartografia ha perciò una doppia dimensione: è un prodotto sociale, in grado di dimostrare la
conoscenza territoriale di una data società, ed è, allo stesso tempo, un mezzo comunicativo che
consente la diffusione di tale conoscenza.
Che cosa si intende per interpretazione cartografica? Il termine cartografia è un neologismo di fine
Ottocento coniato per indicare la scienza che studia che studia e realizza le carte geografiche. Tale
termine tuttavia ha diversi significati forse anche a causa dall’assunzione di significato che diamo
alla carta geografica, da cui la cartografia deriva. La carta è infatti un sistema complesso che sposta
l’asse di interesse da ciò che essa produce a ciò che essa comunica sul significato del territorio.
Analizzare la carta significa insomma far riferimento a molte attività cognitive che implicano la
presenza di: un attore territoriale, che trasforma lo spazio in qualcosa di comunicabile, il territorio,
il cartografo, che riconosce tale ordine e lo interpreta in un linguaggio codificato simbolicamente,
ed infine il destinatario che, mediante una nuova interpretazione, ne ricava istruzioni per la propria
azione. Geografia e carta sono perciò legate da un rapporto inscindibile che costituisce il nucleo su
cui bisogna rivolgere l’attenzione per una riflessione sull’interpretazione cartografica.
Esistono diversi approcci interpretativi:
1. L’approccio oggettuale → tale prospettiva ha avuto il merito di aver liberato la carta
dall’approccio positivista (che riteneva l’attinenza con la realtà l’unico criterio
interpretativo) per una nuova prospettiva che focalizza l’attenzione sul ruolo della carta
come fonte documentale. Questo approccio perciò ha l’intenzione di studiare il valore ed il
significato della carta come documento che attesti il rapporto tra l’uomo e l’ambiente.
R. Almagià è stato uno dei primi, in ambito italiano, a giudicare la carta un documento il cui
valore non poteva essere ancorato alla resa metrica della realtà ma, se mai, all’importanza
del contenuto cui la carta rimandava. In qualunque caso l’idea dominante era quella di
considerare la carta avulsa dal contesto sociale e dalle pratiche territoriali correlate. In
conclusione possiamo perciò parlare di una prospettiva oggettuale d’interpretazione proprio
perché la sua centralità di “oggetto” diventa concezione condivisa.
2. L’approccio decostruttivista → nel dominio cartografico si abbandona l’idea che esista
un solo modo di studiare la carta e si configurano ambiti distinti; in tale prospettiva la carta
assurge così al ruolo di strumento in grado di creare connessioni con altre scienze. Si mette
quindi fine all’isolamento degli studiosi di cartografia. Questo ampliamento di visione porta
però ad una frammentazione infatti, l’intrecciarsi degli studi sulla storia della cartografia
con altri ambiti fa si che venga condivisa un’area comune con altre discipline (scienze
storiche, architettoniche, urbanistiche etc). L'esito finale sarà quindi il costituirsi di
molteplici approcci critici sulla cartografia. Harley, esponente di tale approccio, ritiene
necessaria una riflessione che pone le premesse per un processo di decostruzione in grado di
portare ad esiti differenti così da far emergere nuove problematicità. Harley rompe il legame
tra realtà e rappresentazione. Harley contestando il mito di una cartografia oggettiva, difatti
parte dal presupposto che lo studio delle carte subisca l'influenza di un insieme di dettati
sociali. La carta per lui è linguaggio. Tra le riflessioni di Harley comunque quella più
rilevante riguarda la crucialità del rapporto tra la cartografia e la geografia: la
rappresentazione del territorio non può essere ridotta alla mera registrazione di ciò che noi
vediamo poiché il paesaggio risiede nel rapporto tra uomo e ambiente, la sua consistenza è
data dalle dinamiche sociali. In conclusione l'aspetto innovativo delle sue teorie sta
comunque nell'essersi discostato dall'idea di carta come rappresentazione della realtà
riaffermando il suo potere come strumento di trasmissione del sapere.
3. L’approccio semiotico → questo tipo di approccio sposta la sua attenzione sulla carta. Si
parte dall'idea di carta come sistema comunicativo complesso: in primo luogo non è più
intesa come rappresentazione visiva della realtà ma come mezzo di rappresentazione del
tutto particolare, in grado di agire all'interno delle dinamiche sociali. In secondo luogo non
è soltanto mediazione simbolica del territorio, non si interpone soltanto tra la realtà e chi la
interpreta, essa esprime una particolare configurazione del mondo. La teoria semiotica si
dispiega lungo due direttrici: la prima concepisce la carta come strettamente legata alle
dinamiche territoriali, la seconda, invece, pone come presupposto il fatto che la semiosi,
cioè il processo tramite il quale l'informazione è prodotta e trasmessa, si attiva in presenza
di un interprete concepito con la doppia funzione di attore territoriale e di comunicazione
sociale.
La carta e il processo di territorializzazione
All'interno di quest'ultimo approccio il territorio è un processo dovuto all'insieme delle pratiche
sociali che trasformano lo spazio naturale caricandolo di valenze antropiche. L'agire territoriale può
essere schematizzato in tre grandi categorie all'interno del processo di territorializzazione: la
denominazione, la reificazione e la strutturazione. Quando si parla di denominazione si fa
riferimento ad una pratica complessa che si carica di significati in base al tipo di designatore usato;
tuttavia la comprensione del significato si rende possibile solo con il ricorso a differenti livelli di
lettura:
• Denotativo → è proprio del designatore referenziale poiché la sua codificazione è avvenuta
proprio con lo scopo di creare dei riferimenti e quindi rinvia ad un significato superficiale.
• Connotativo → si riferisce invece ai designatori simbolici e performativi poiché permette di
riconoscere le valenze culturali, tecniche e storiche che, per essere comprese, vanno ad
indagare ad un livello più profondo.
Concentrare l'attenzione sull'analisi della semiosi, vale a dire il processo in base al quale qualcosa
funziona da segno per qualcuno chiamato ad interpretarlo, permette di esaltare il ruolo
comunicativo della denominazione. Tutto questo assume particolare rilevanza nelle società nelle
quali la carta costituisce lo strumento privilegiato all'interno del processo di territorializzazione; la
carta è infatti assunta come dispositivo grazie al quale la denominazione si dirige, vale a dire, è
assunta come una manifestazione che l'uomo mette in atto al fine di costruire il mondo da un punto
di vista linguistico. La denominazione è perciò l'elemento principe nella comunicazione
cartografica ; la carta non è solo il luogo in cui ci si appropria del territorio ma diventa una
proiezione denominativa, poichè trasmette anche il significato racchiuso nel designatore mediante
l'icona.
La carta come campo semiotico
La carta deve essere messa in rapporto al processo di formazione e trasmissione dei suoi contenuti
ed è perciò a questo punto che assume rilevanza la figura dell'interprete, il quale si volge alla carta
per ricavare informazioni idonee a conseguire obiettivi. Perciò i segni all'interno della carta
diventano dei veicoli segnici, ossia quando assumono un significato che è interpretato da qualcuno.
Il veicolo segnico attiva tre tipi di rapporti che hanno a che fare con: la formazione del significato
(Dominio Semantico), la connessioni che si sviluppano tra i segni (Dominio Sintattico) ed infine
l'attività interpretativa del destinatario (Dominio Pragmatico). La carta è allora un sistema
comunicativo complesso la cui rilevanza non risiede solamente nelle informazioni che contiene ma
anche in quelle generate all'interno del processo attivato dall'interprete. La carta perciò oltre ad
essere uno strumento importante dell'appropriazione intellettuale del territorio, appare quale
cruciale mezzo per la territorializzazione; la cartografia si manifesta allora come il prodotto sociale
di una cultura che diventa essa stessa cultura proponendosi come mezzo comunicativo autonomo.
L'icona cartografica
E' cruciale considerare il rapporto tra carta e territorio. La prima è il modello del secondo, si può
rilevare che la funzione della carta è offrire la possibilità di scegliere l'informazione da evidenziare
e quella da dissimulare. Questa modellizzazione avviene, sotto il profilo tecnico, abbinando ai nomi
dei codici (figurativo, numerale, cromatico o la posizione) che comunicano le caratteristiche
particolari del designatore. La figura che riassume tale abbinamento è: l'icona. L'icona riveste un
ruolo importante nell'interpretazione perchè assume in carico il significato del designatore, lo
plasma e lo comunica. L'icona è una figura che prende in carico il designatore dotandolo di un
investimento in particolare in grado di stabilire in quale modo esso debba fungere da modello nella
pratica territoriale. Anche per l'icona compare un doppio livello di comunicazione:
• Denotativo → si rifà alla funzione referenziale che essa assolve cioè alla possibilità di
situare i designatori sulla carta così come si presentano nella realtà
• Connotativo → è la capacità di proporre aspetti che rinviano all'ambito sociale

Esempio: l'icona di Roma a livello denominativo rappresenta la città ma, a livello


connotativo, rimanda alla capitale della cristianità.
I sistemi comunicativi: analogico e digitale
La codificazione dei segni può appartenere a due sistemi:
1. Analogico → comunica secondo un rapporto continuo nel quale ciò che si prende in
considerazione è il campo delle differenze: differenze di grandezza, di frequenza, di
distribuzione, d'organizzazione. Si tratta di stabilire la posizione degli oggetti, la loro
attinenza rispetto alle dimensioni del supporto etc. la carta mira a prospettare gli oggetti
così come si trovano nella realtà differenziandoli in base al punto in cui si situano oppure in
base alla diversità dei caratteri.
2. Digitale → esso per trasmettere l'informazione di un oggetto geografico usa svariati codici
(cromatico, numerico o figurale) i quali mirano ad isolare solo alcuni aspetti già contenuti
nel significato del designatore. Il digitale mira perciò a creare delle distinzioni, ossia a
sottolineare ciò che costituisce la peculiarità dell'oggetto.
Essi sono i poli dello stesso processo comunicativo dove si può ritrovare la preminenza
dell'uno o dell'altro. Essi trasmettono le proprietà degli oggetti in modo differente cioè
facendo riferimento o al parametro della differenza o della distinzione.
3. Iconico → possiamo intenderlo come un sistema derivato dai due precedenti. Esso non
trasmette l'informazione sulla basa delle caratteristiche dei sistemi che lo compongono bensì
iconizza il mondo presentandolo non come veramente è piuttosto come appare in conformità
ad una teoria. Il sistema iconico in un certo senso rinvia alla possibilità della carta di
trasmettere i valori culturali del territorio, quelli connotativi.
L'autoreferenza cartografica
L'autoreferenza indica la capacità della carta, da un lato, di farsi accettare con la sua sola presenza e,
dall'altro, di intervenire nella comunicazione in modo autonomo rispetto alle intenzioni del suo
costruttore. Inoltre, mediante l'autoreferenza cartografica i nomi ed i simboli riportati sulla carta non
riproducono semplicemente dati di carattere fisico-naturale ma altri significati, messaggi ulteriori.
La carta in sostanza divenuta autoreferenziale perchè mostra la capacità di condizionare l'azione
sulle cose che rappresenta; la carta diventa un sistema segnico che, una volta creato, vive di vita
propria e sviluppa una relativa autonomia. L'autoreferenza è, dunque, la capacità della carta di
riferirsi a sé stessa circolarmente, come un sistema che non ha bisogno di apporti esterni per la
definizione della propria identità, la slega dal territorio facendo così in modo che diventi essa stessa
il territori, non duplicando la realtà ma solamente sostituendola.
L'iconizzazione
Questo è il processo comunicativo in base al quale la carta ci suggerisce come funziona il mondo.
L'iconizzazione organizza il significato prodotto dalla carta e lo fa circolare nella comunicazione.
Va ricordato che la carta è espressione di due bisogni fondamentali del mondo: descriverlo, cioè si
cerca di restituire le fattezze attraverso un'osservazione diretta della realtà, oppure concettualizzarlo,
ossia dicendo come funziona in conformità a categorie della rappresentazione. La carta è quindi
essa stessa un'icona: mediante un salto di prospettiva essa si sostituisce al territorio.
Dal topos alla chora
Il topos rimanda alla concezione spaziale astratta, che trova la sua legittimità in sé stessa e non in un
soggetto che la vive. La chora invece valorizza la relazione del soggetto con il luogo che abita e gli
aspetti culturali della realtà territoriale. Inoltre la chora viene intesa con una concezione territoriale
che non può essere che sociale poiché esprime beni, valori, interessi comuni. La teoria della semiosi
cartografica prevede l'abbandono della metrica topografica come condizione imprescindibile per
riscattare la chora: spostando l'interesse da ciò che la carta riproduce della realtà a ciò che essa
comunica sul significato del territorio. La consapevolezza dell'esistenza dell'iconizzazione
costituisce il punto di partenza per ripensare alla carta e renderla atta a suggerire la chora.
Capitolo 2
La massima espressione del topos è la cartografia coloniale poiché costituisce l'ambito primario per
svelare il potere della metrica che avvantaggia la materialità a scapito del valore sociale del
territorio. Le carte topografiche esibiscono l'annullamento del significato simbolico del territorio e
con esso la perdita del suo valore sociale, le carte tematiche avevano la necessità di comprendere
al meglio il territorio locale e, perciò, era impossibile applicare il protocollo tassonomico infine, le
carte scientifiche-divulgative attestano il ruolo nel costruire e far circolare le mitologie sull'Africa.
Va innanzitutto precisato che le carte topografiche non interessano solamente glie enti militari ma
bensì anche altri settori dell'amministrazione pubblica come quello dello sfruttamento minerario o
quello della valorizzazione delle risorse.
Esempio dello “schizzo della regione costiera ivoriana” → è uno schizzo del 1903 che mostra la
fase iniziale di rilevazione topografica di una regione interna alla Costa d'Avorio, in cui erano stati
concessi dei permessi di ricerca mineraria. Si organizza perciò una missione diretta da un
amministratore con lo scopo di ottenere i riferimenti da inserire nello schizzo. Senza tale carta
sarebbe impossibile per il servizio minerario dirimere contese ed evitare conflitti tra coloro che
intraprendo l'attività mineraria. Reperire però dei punti stabili sul terreno è molto difficile da
realizzare in un territorio ricoperto da vegetazione. In questa situazione ambientale i villaggi
vengono visti come punti geodetici poiché sono gli unici rintracciabili sul terreno e chiaramente
identificabili. Perciò agli occhi degli Europei rappresentano gli unici ancoraggi di rilevazione
topografica, e i designatori coniati dalle popolazioni locali sono utilizzati come marcatori. Tale
schizzo non ha alcun valore sociale dato dalla presenza dei nomi dei villaggi anzi, tali nomi
vengono piegati alla metrica ed utilizzati nella misurazione realizzano il topos. Il caso che stiamo
esaminando quindi azzera qualunque valore simbolico del designatore rendendolo estraneo alla
realtà territoriale. Si tratta di un efficace esempio d'impoverimento del valore culturale del territorio,
che viene mostrato come spazio vuoto sul quale si può esercitare legittimamente la conquista
coloniale.
Si passa poi alle carte di ricognizione che tentano di inserire nel documento informazioni sociali;
sono le prime rappresentazioni eseguite e mostrano icone che richiamano gli aspetti culturali del
territorio. Durante la prima fase del colonialismo tuttavia tale carta non mira a produrre
un'immagine estensiva del territorio, bensì a rappresentare le regioni considerate rilevanti.
Un documento interessante è la carta del tratto del fiume Niger in cui il suo interesse deriva
soprattutto da una doppia modalità di rappresentazione e da differenti tipologie informative. La
carta da un lato inserisce i nomi che si riferiscono alle città, ai villaggi ma aggiunge anche
informazioni che riguardano il regime idrico etc., per contro il resto del territorio è disseminato di
inserzioni scritte che ne evocano le caratteristiche fisiche ed antropiche. La carta mira: ad una
rappresentazione referenziale precisa del territorio mediante una semiologia propria della carta; una
rappresentazione scritta rivolta agli aspetti sociali e fisici del resto della regione.
Solo qualche decennio più tardi saranno stabilite nuove regole per la costruzione delle carte,
negando la possibilità di un intervento soggettivo del cartografo volto ad interpretare socialmente il
territorio. E' questo il caso carta redatta dal Service occidentale du governament de l'AOF che
raffigura lo stesso territorio precedente ( fiume Niger). La comparazione tra questi due documenti fa
emergere, anche ad uno sguardo superficiale, una netta differenza nel loro impianto tanto che, nella
nuova carta, gli inserti testuali sono scomparsi e il territorio è disseminato di numerosi nomi riferiti
agli insediamenti. Questi nomi però non forniscono informazioni utili alla comprensione del
territorio. E' evidente l'esito dell'iconizzazione di questa carta: l'Africa, rappresentata con le
categorie proprie dell'Occidente, assume le prerogative necessarie a essere inglobata nel progetto
metropolitano. Si trascurano anche quei pochi ma significativi tratti sociali che il primo documento
aveva cercato di trasmettere mediante le scritte. La grande quantità di nomi presenti sulla carta
incide negativamente sulla comunicazione cartografica eppure, l'eccessiva densificazione dei nomi,
pur non comunicando alcuna informazione, persuade di possedere una conoscenza esaustiva del
territorio. Infine, mentre nella prima carta troviamo la presenza di un cartografo che tenta di
restituire significato al territorio, nella seconda carta il topografo non compie nessuna valutazione
critica, ha perciò un ruolo passivo.
La carta della vegetazione dell'Africa Tropicale Francese redatta da Guy Roberty, direttore
dell'ORSTOM, aveva come obiettivo di produrre la quantificazione e la definizione qualitativa dei
territori africani. Essa è uno strumento in grado di rimandare alle dinamiche territoriali che creano i
paesaggi vegetali. Egli propone una sua metodologia tassonomica della vegetazione . La legenda ci
permette di valutare le scelte, tassonomiche e cartografiche, attuate, ma soprattutto di considerarne i
limiti comunicativi; appare però evidente che essendo costituita da 200 simboli sia difficile da
memorizzare. A questo punto è facile considerare che la bella carta colorata, di buona fattura, molto
minuziosa, e anche costosa, non serva a fornire alcuna informazione poiché si scontra con pretese
tassonomiche troppe elevate.
Nel momento in cui il colore fa il suo ingresso nella carta tassonomica, esso è svuotato dalle sue
implicazioni analogiche ed utilizzato in modo improprio diventando un codice che non sottostà ad
alcun legge percettiva; al colore si attribuiscono dei valori astratti. Questo comporta due tipi di
problemi: uno investe il piano della percezione, poiché attribuendo al colore significati performativi
si rende necessaria una legenda e si richiede all'interprete una capacità mnemonica immensa, in
secondo luogo il piano della comprensione, visto che assegnandogli concetti complessi e sintesi
intellettuali complicati riducono le possibilità comunicative.
L'eccessiva complessità dell'informazione da veicolare non consente che la legenda funzioni da
richiamo o da promemoria a una comunicazione che si compie attraverso il disegno. Insomma, in
una carta tassonomica, l'esito comunicativo dell'icona si esaurisce nella forma elencatoria proposta
dalla legenda.
Le carte che progettano l'esplorazione si riferiscono, ovviamente, a progetti economici.
La “ Carte de la region de Tombouctu” è un documento annesso ad un rapporto di missione ; il
documento prospetta una visione idilliaca della regione, sulla quale la Francia dovrebbe esercitare il
proprio dominio. Tutta la carta è disseminata da nomi disegnati con lo stesso carattere grafico che
rende l'idea, errata, di un'area densamente abitata invece, la carta più recente precisa che i villaggi
non sono tutti permanenti. La prima carta dà così un'informazione sbagliata sulla densità della
popolazione. Inoltre possiamo dire che la diversificazione delle icone (es: un certo tipo di carattere
per indicare la capitale) non ha l'intenzione di rimarcare il ruolo dell'organizzazione locale ma, se
mai, gerarchizzare l'importanza degli insediamenti in funzione della presenza francese. Anche in
questo caso perciò il grande numero di nomi non ha lo scopo di referenziare il territorio ma,
piuttosto, di dare attendibilità alla carta , convincendo che la regione riprodotta è perfettamente
conosciuta e sottoposta al controllo francese.
Nella carta dell'”Orographie de l'Afrique Occidentale”, che doveva riprodurre gli aspetti fisici del
territorio, si voleva dimostrare come il sistema montuoso non rappresentasse un ostacolo per la
mobilità e che dunque la sua morfologia non costituisse un problema per il progetto coloniale.
Semiosi e metrica topografica
L'esclusione del significato sociale del territorio non riguarda in egual misura tutte le carte ma, in
special modo, quelle geometriche, che adottano cioè una precisa metrica: quella topografica. Il
termine metrica può essere riconducibile al modo di misurare e trattare la distanza; per topografia
intendiamo invece un genere cartografico che prevede l'uso di un linguaggio astratto e codificato
che intende rappresentare un particolare concetto di spazio. La metrica topografica è perciò la
codificazione dei segni su impronta cartesiana e la preservazione delle qualità previste dallo spazio
euclideo. Essa è anche definibile come l'insieme di saperi tecnici che hanno contribuito a gestire la
misura dello spazio e la localizzazione di fenomeni geografici. Una delle più importanti
trasformazioni introdotte dalla metrica è stata l'aver annullato la terza dimensione e aver reso il
mondo piatto.
All'interno della comunicazione cartografica esiste una doppia figura dell'interprete, ossia, il
cartografo e il destinatario. Il cartografo è colui che costruisce il documento, mentre il destinatario è
colui che usa le informazioni provenienti dalla carta. Il cartografo è colui che comunica precise e
mirate informazioni, inoltre deve possedere una rappresentazione mentale del territorio e saperla
padroneggiare. Il destinatario invece attiva una pragmatica del segno in previsione di accogliere
l'informazione, per tale motivo a questa figura non vengono richieste particolari competenze ma
deve prefiggersi uno scopo per usare una carta o, perlomeno, informarsi. Entrambe le figure devono
però sottostare a delle norme sociali che vincolano ad esprimersi e ad interpretare la carta secondo
delle convenzioni date. Le figure degli interpreti subiscono però un profondo cambiamento con la
nascita della cartografia topografica. Per quanto riguarda il destinatario si riducono le sue possibilità
interpretative poiché il messaggio ha la pretesa di proporsi come univoco; il destinatario è così
posto nella condizione di dover accettare passivamente ciò che la carta mostra: è il trionfo
dell'autoreferenza cartografica. Il suo ruolo sociale viene quindi depotenziato. In primo luogo perde
qualsiasi possibilità di esprimersi in modo soggettivo, in secondo luogo la sua figura viene svilita
riducendolo ad essere un tecnico in grado di trasportare sulla carta ciò che è già stato stabilito
altrove.
Nasce così un sistema segnico autoconsistente che, tuttavia, ha bisogno di una legenda per essere
comunicato poiché si passa infatti da un sistema analogico ad uno digitale. Attraverso la legenda
ogni segno acquista un significato univoco e concluso che fa riferimento solo agli aspetti visibili
degli oggetti rimandando solo al livello denominativo. L'esito finale è che la codificazione e
l'astrazione del linguaggio cartografico provocano la perdita del significato connotativo e culturale
dell'oggetto.
Capitolo 3
Le due forme in grado di rendere figurativo il territorio- paesaggio e carta geografica- posso in
qualche modo incontrarsi; con la metrica topografica paesaggio e carta geografica diventano sistemi
figurativi dai caratteri differenti. Eppure questa scissione non era così evidente in passato, come
dimostrano le carte nel periodo medioevale, dove si notano le contaminazioni tra le due tipologie di
rappresentazione. Il paesaggio è la la forma visiva del territorio e, in tale veste, si esprime attraverso
le arti visive (pittura, fotografia, grafica, cinema). La carta geografica, a sua volta, si presenta come
forma figurativa del territorio che non solo descrive il mondo ma lo concettualizza.
Il paesaggio è la forma visiva del territorio. Come tale il paesaggio non può essere assunto
banalmente come l'immagine registrata del territorio ma, come una visione che organizza il suo
significato. Esso è l'esito della cultura vista come dispositivo sociale, cui si affianca una dimensione
soggettiva del corpo nella percezione e nella fruizione del luogo. Il paesaggio per tale motivo, per
essere comunicato, deve essere ordinato secondo iconemi, elementi paesistici che rendono
trasmissibile l'idea di paesaggio. Gli iconemi generano il concetto di paesaggio poiché riflettono la
qualità iconica del luogo; sono insomma segni in grado di rendere figurativamente la territorialità e
di orientare la comunicazione. Il paesaggio è perciò una costruzione mentale per la quale la
presenza dell'interprete risulta indispensabile.
Anche la carta geografica si presenta come una forma visiva del territorio, in grado non solo di
descrivere il mondo ma iconizzarlo; perciò se si privilegiano gli aspetti comunicativi della carta i
segni costituiscono i veicoli segnici per l'interprete, essa appare come la manifestazione di
un'appropriazione intellettuale della realtà che mira a costruire linguisticamente il mondo.
Paesaggio e carta appaiono così come due forme di comunicazione del territorio che s'incontrano
perchè:
• sono ambedue inseriti nella comunicazione

• contengono elementi comuni come un interprete e una teoria

• mirano allo stesso obiettivo, ossia proporre una precisa idea del mondo

• figurativizzano il territorio perciò si basano su sistemi di comunicazione visivi

Il paesaggio, siccome è forma visiva del territorio, è una figurazione prospettica. L'assunzione della
prospettiva rappresenta l'elemento cardine poiché permette di restituire l'immagine spaziale che
l'occhio elabora. La prospettiva è quindi lo strumento che permette di interpretare l'idea di
paesaggio. Nella cartografia la visione prospettica si scontra con la visione verticale basata cioè
sulla regolarità dei fenomeni che sono per questo motivo uniformemente allontanati e astrattamente
individuati, al fine di adempiere alla sua funzione descrittiva, ossia, restituire una fisionomia del
mondo. La carta dunque può essere definita come un documento che riproduce il mondo rispettando
i rapporti e le distanze tra gli oggetti e stabilendo il riconoscimento dei luoghi.
L'elemento cruciale nello studio della prospettiva è il punto di osservazione. Per quanto riguarda il
paesaggio il punto di osservazione è prospettico, perciò il mondo è visualizzato da un osservatore
che è situato in un certo luogo.
La proiezione zenitale costituisce il più astratto tra i modi di restituire il mondo. Essa elimina lo
sguardo umano producendo una perdita del suo significato iconico a vantaggio di quello descrittivo.
La proiezione zenitale prevede che ogni elemento del territorio rappresentato sia reso da un punto di
osservazione a esso perpendicolare inoltre, prevede l'esistenza di più punti di osservazione quanti
sono gli oggetti rappresentati. Tale cambiamento del punto di osservazione determina un territorio
reso quasi estraneo all'uomo proprio perchè viene escluso l'osservatore.
Nel periodo storico compreso tra il 1600 e il 1700 sono redatti dei documenti nei quali la
commistione paesaggio-carta si mostra in modi e gradi diversi. Essa può presentarsi all'interno dello
stesso disegno: congiunzione, in documenti distinti accomunati dal medesimo soggetto di
rappresentazione: disgiunzione e, infine, in figure disgiunte all'interno dello stesso documento:
congiunzione disgiunta.
Prendiamo allora in esame i documenti di Cristoforo Sorte:
1. “Disegno da adaquar il Trivisan” che riguarda un progetto di bonifica idraulica da attuarsi
nella pianura trevigiana. La particolare resa del paesaggio si gioca sull'uso della prospettiva
difatti egli varia la proiezione all'interno dello stesso documento secondo il tipo di territorio
da rappresentare, usando l'immagine verticale per i territori pianeggianti e la prospettiva a
volo d'uccello per i rilievi. La pianura trevigiana viene rappresentata con una proiezione
verticale grazie al quale l'andamento dei fiumi e la distribuzione degli insediamenti possono
trovare facile referenza; se si rivolge invece l'attenzione alla montagna si nota che questa è
rappresentata con una visione prospettica e largo spazio è assegnato al volume dei monti e
alla convessità delle valli. La seconda è perciò, senza dubbio, una figurazione paesistica
approssimativa. La pianura esprime perciò le caratteristiche cartografiche, mentre la
montagna è disegnata attraverso l'idea di paesaggio.
2. L'importanza del primo documento aumento se lo confrontiamo con il secondo, costruito
secondo finalità amministrative e basato sull'uso esclusivo della figurazione paesistica. In
questa seconda raffigurazione questo paesaggio e figurazione cartografica si compenetrano
nell'intero disegno. La carta non vuole descrivere ma concettualizzare il territorio e, a tal
scopo, rende pervasiva la figurazione paesistica. La carta riporta i segni che consentono
l'orientamento, presenta anche alcuni designatori (es: Treviso, Montello..) . La carta non
restituisce il paesaggio, inteso nella sua forma più banale, ma la dinamica territoriale
risultante del rapporto uomo-natura.
La carta appare allora come il prodotto di una cultura che genera a sua volta cultura; La carta
incrementa il sapere territoriale inoltre, è un mezzo comunicativo autonomo capace di indicare
efficacemente nuove strategie territoriali.
A livello di disgiunzione iconica abbiamo il caso di due carte, con due punti di osservazione
differenti.
1. La “Mappa del brenta magra” di Alberti → in visione prospettica. La carta restituisce i dati
tecnici quantitativi; essa si mostra come un disegno che è avulso dal valore sociale che l'area
rivestiva.
2. L'”Area delle porte dette Morozan tra brenta magra e brenta salsa” → prospettiva verticale.
I due documenti, pur presentando la centralità del nodo idrografico, forniscono non solo
informazioni differenti secondo la loro finalità ,ma, alternativamente rimandano al territorio o al
paesaggio mediante il punto di osservazione utilizzato. Nel primo caso, la figurazione verticale,
rilevando la natura processuale del territorio, richiama il rapporto che la società instaura con gli
elementi naturali; viceversa, la figurazione paesistica rimanda alla forma visiva del territorio e al
significato della reificazione che si mostra nella sua materialità.
Appare perciò evidente il recupero della chora e, dunque, del significato sociale del territorio passa
inevitabilmente attraverso il recupero del paesaggio come concetto in grado di esprimere tale
significato oltre che attraverso la capacità di rappresentarlo. Bisogna prospettare una metrica
corografica che recuperi in primo luogo il senso del luogo espresso dal paesaggio, la pluralità di
soggetti e, infine, le potenzialità pragmatiche offerte dalla tecnica informatica.

Capitolo 4
A metà degli anni '90 si è diffusa l'attenzione per dei sistemi cartografici in grado di recuperare il
ruolo delle comunità locali e realizzare carte geografiche che tengano conto dei loro interessi; si
tratta dei sistemi cartografici partecipativi che si distinguono secondo la tecnologia utilizzata ed il
livello di partecipazione in:
• Cartografia partecipativa, realizzata dalle comunità locali su richiesta di un interlocutore
esterno
• Sistemi GIS integrati di comunità, costruiti ed utilizzati da attori esterni alla comunità ma
comprendenti dati raccolti tramite metodologie partecipative
• Sistemi GIS pubblici e partecipativi, realizzati ed utilizzati direttamente dalle comunità
locali nel dialogo con la propria amministrazione o un ente che la presiede
L'irruzione in ambito cartografico delle tecnologie dell'informazione ha fortemente inciso sugli
interpreti e, in particolare, sulla figura del cartografo. In questi luoghi di produzione il cartografo
possiede allora un profilo professionale ibrido che coniuga competenze informatiche con una
conoscenza semiotica dei meccanismi comunicativi della carta. Il nuovo cartografo deve perciò
gestire l'intero processo costruttivo della carta.
Nella cartografia partecipativa il cartografo è costituito da una serie di soggetti appartenenti alla
comunità locale indirizzati da un proponente a costruire una carta su un tema i rilevanza
comunitaria; tale cartografia non intende infatti produrre una descrizione del territorio ma, piuttosto,
rendere figurativamente uno o più interessi territoriali di tale comunità.
La strategia SIGAP (= sistemi informativi geografici per le aree protette)
E' una metodologia dir ricerca adottata dal laboratorio cartografico Diathesis che grazie all'uso delle
cartografie partecipative e dei CIGIS ha prospettato un piano di gestione partecipato della periferia
delle aree protette perseguendo due obiettivi:
1. Recuperare l'organizzazione territoriale e i valori delle popolazioni locali
2. Creare una cartografia partecipata atta a comunicare il significato sociale del territorio
Il prodotto finale è un sistema multimediale interattivo GIS utile quale strumento per la ricerca di
terreno, per le strategie di intervento, per la capitalizzazione e la diffusione dei risultati conseguiti.
La strategia SIGAP recupera, mediante studi di terreno, le dinamiche territoriali delle comunità
locali quale premessa per attuare una cooperazione che innalzi l'ordine dell'abitare a presupposto da
cui ricavare le norme di cogestione. La partecipazione ha generato un insieme di riflessioni sul
ruolo che la cartografia può svolgere nel far emergere i multipli interessi degli attori coinvolti nella
progettazione territoriale dei paesi in via di sviluppo; l'unico modello percorribile era quello di una
cartografia partecipativa rivolta all'Africa subshariana. La redazione di tale cartografia è stata
preceduta da analisi territoriali, attuate mediante una lunga permanenza sul terreno, così da poter
esplorare l'architettura territoriale che fa emergere come la società si rapporta alle risorse naturali in
modo da favorire la mediazione tra gli interessi dei diversi attori coinvolti.
La strategia SIGAP è divisa in quattro moduli:
1. Il primo volto a creare una base di conoscenza dei sistemi territoriali delle popolazioni locali
provenienti da dati di terreno
2. Il secondo riguarda la creazione dei modelli per progettare la zonizzazione
3. Il terzo ha identificato le direttrici da cui partire e dalle quali far derivare le proposte
operative di partecipazione
4. Il quarto, infine, ha riguardato l'ideazione e la costruzione di un sistema di capitalizzazione e
di elaborazione cartografica dei dati → realizzazione del sistema MULTIMAP che coniuga
il significato del territorio e la prospettiva partecipativa.

Capitolo 5
La corografia è un nuovo modello volto a recuperare il senso sociale e culturale del territorio nella
relazione che il soggetto instaura con il luogo espresso dalla realtà paesistica. Per realizzare la
corografia serve: la resa del paesaggio ma, anche, il recupero del soggetto come attore sociale che
costruisce, rappresenta e comunica la funzione culturale del luogo in cui abita.
La corografia è opposta alla topografia poiché la prima si propone di sradicare i presupposti metrici
di quest'ultima.
La metrica corografica prospetta uno spazio topologico e una logica paesistica. Sul primo si assume
la tridimensionalità e ci si apre alla soggettività; per quanto riguarda la seconda le icone saranno
costruite richiamando dei valori paesistici prodotti socialmente.
Lo spazio topologico è determinato da alcuni criteri tra cui quello della scala, intesa come la soglia
di discontinuità nella misura della distanza e nella valutazione dei fenomeni, e quello della sostanza,
ossia il valore da attribuire a tali fenomeni. Con il termine scala si intende la produzione di una
soglia di discontinuità nella misurazione della distanza e nella valutazione dei fenomeni.
La cartografia realizzata ha consentito di far emergere gli aspetti culturali e le dinamiche sociali del
territorio in grado di promuovere il recupero del paesaggio e di includerlo nelle strategie di tutela. Il
paesaggio non costituisce esclusivamente una risorsa culturale ma rappresenta la totalità mediante la
quale la comunità si esprime e mostra l'organizzazione territoriale dei villaggi. Il paesaggio, dunque,
deve sottostare a misure di tutela e valorizzazione che lo immettano nell'ambito di una strategia di
sviluppo sostenibile. E' indispensabile però che qualsiasi progetto di sviluppo sia condotto con il
coinvolgimento delle popolazioni e avvalendosi di strumenti di partecipazione e concentrazione.