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INTERVISTA AD ANDREA SIRONI-STRAUßWALD.

Nell’anno del cinquantenario dalla morte di Mario Sironi (1885-


1961), il suo lavoro è ricordato in una retrospettiva itinerante
che, partendo da Bergamo, toccherà varie città italiane. La
mostra (organizzata dalla Galleria d’arte 56 di Bologna) è
curata dal nipote, lo storico dell’arte Andrea Sironi-
Straußwald.

Com’era suo nonno umanamente?


Ho ascoltato infiniti racconti sull’uomo, ma manca la testimonianza
diretta: per cause anagrafiche (avevo appena due anni quando
scomparve) e personali, poichè mia madre aveva fatto una precisa
scelta ed io ero nato fuori dal matrimonio. Oggi non ci sarebbe
nulla di eccezionale, ma all’epoca era considerato un pietoso
accidente.
Sironi intellettualmente era artista del Novecento; in realtà era un
uomo dell’Ottocento: prigioniero della sua data di nascita, il 1885. Si
adirò moltissimo: avvenne un putiferio terribile a cui seguì un lungo
momento di freddo. Poi morì e non ci fu nemmeno un incontro.

Parliamo dell’artista.
La sua poliedricità rende affascinante il parlarne, ma anche difficile.
Non si è limitato alla pittura; si è voluto “sporcare le mani” con
mezzi vicini alla “bassa cultura”, lontani dall’arte intesa come
sublime e assoluto pittorico. È stato illustratore, allestitore di
mostre, scenografo, pittore di quadri e -soprattutto negli anni ’30- di
grandi decorazioni murali (con strumenti tradizionali quali affresco,
mosaico, bassorilievo), ben lontane dalla decorazione ornamentale
ottocentesca da lui avversata. Il suo intento era portare lo stile
moderno sul muro: luogo deputato ad un’arte pubblica finalizzata
alla funzione sociale (a differenza del quadro, destinato al
collezionismo privato o al museo).
Non voleva confinarsi in un piccolo “hortus conclusus” di anime
elette. L’idea dell’assoluto pittorico e della pittura pura gli era
completamente estranea.

Sironi fu dunque un interprete multiforme.


Si; non solo per i mezzi espressivi, ma anche per tematiche,
periodi, stili. Tale poliedricità genera una letteratura vastissima. Il
mio rammarico è che gli studi sono recepiti da pochi specialisti e
difficilmente arrivano ad una platea ampia. Per questo sono
necessarie le antologiche, capaci di raggiungere il grande pubblico.

Qual è il nucleo della mostra per il cinquantenario?


Ottanta opere (fra il 1915 e gli anni ’60) ne testimoniano la
poliedricità, ma anche la profonda riconoscibilità nonostante la
produzione diversificata.
Sono lavori pertinenti ai differenti periodi e mezzi artistici:
illustrazioni, bozzetti destinati al teatro, schizzi per manifesti
pubblicitari, studi di opere monumentali. Alcuni grandi cartoni
rimangono l’unica testimonianza dell’originale (come per l’affresco
nell’Aula Magna all’Università di Roma, che -restaurato negli anni
’50- conserva oggi ben poco della stesura pittorica di Sironi).

La mostra viene allestita in una serie di spazi pubblici visitati


dalla folla dei grandi numeri. Si inizia da Bergamo Arte Fiera; si
prosegue con la Galleria 56 di Bologna; poi in altri luoghi di
intensa frequentazione.
A Bergamo è sepolto mio nonno. In questa città ci sono i due grandi
lavori realizzati per il Palazzo delle Poste (“L’architettura o il lavoro
in città” e “L’Agricoltura o il lavoro nei campi”).

Perché la scelta è caduta sulla Fiera?


Le fiere sono giornalmente più frequentate rispetto ad un museo.
Credo si debba arrivare al vasto pubblico: non sminusico
l’importanza delle mostre museali, ma queste sono in genere legate
ad un tema specifico (destinato agli esperti che già conoscono bene
l’artista) e richiedono lunghi tempi di realizzazione. In occasione del
cinquantenario dalla morte ritengo sia necessario fornire un’idea
della produzione complessiva. La medesima scelta fu fatta nel
1985, per l’antologica del centenario, curata insieme con Claudia
Gianferrari, al Palazzo Reale di Milano.

A proposito dell’arte pubblica inserita in contesti architettonici


(di cui il bergamasco Palazzo delle Poste fornisce una intensa
testimonianza): prima di dedicarsi agli studi artistici, Sironi si
iscrisse ad ingegneria. Era un primo segno del suo interesse
per la costruzione dell’opera monumentale?
Aveva iniziato con la facoltà d’ingegneria: l’aspetto urbanistico è
fondamentale per la monumentalità dell’arte pubblica, la cui
fruizione è legata all’architettura. Non possiamo pensare gli
affreschi di Assisi senza la Basilica: sarebbe terribile immaginarli
decontestualizzati.
Tuttavia questa monumentalità (che avrebbe dovuto essere
imperitura e sfidare i secoli), spesso è stata realizzata da Sironi in
contesti temporanei (come nel caso del Salone d’onore della V
Triennale, dove aveva dipinto un grande murale, con la
consapevolezza che non sarebbe stato conservato). È un
paradosso della modernità.

Tale paradosso pone la questione se attualmente gli artisti


riflettano su un’arte immortale.
Non è facile rispondere. Il moderno (come l’arte nel passato) ha
sempre un’aspirazione all’eterno; tuttavia ha ancor più insito il
transeunte. In alcuni lavori sironiani si manifesta questa
contraddizione (intensificata dalla modernità) fra l’idea di imperituro
e l’opera effimera.
Viviamo in un mondo in cui la velocità di cambiamento genera
profonda angoscia per la perdita di memoria e, conseguentemente,
di identità. Allora ci aggrappiamo alla conservazione delle grandi
testimonianze. Tuttavia in passato il nuovo si è fondato sulla
distruzione. Oggi chi penserebbe di abbattere San Pietro?
Bramante lo fece e non era un barbarico individuo incolto: era
Bramante.

Quale futuro prevede per le opere sironiane?


Esiste un fondo inalienabile (circa 10.000 fra appunti, schizzi,
bozzetti, prove) della vasta produzione, che gli eredi (mia madre e
Mimi Costa, compagna di Sironi) decisero di non inserire sul
mercato, in quanto rappresentava un archivio visivo fondamentale
per la sua conoscenza. Tuttavia non si accordarono mai sul
destinatario della donazione.
Questo fondo rimase per anni in un caveau bancario (mai
consultato o fotografato, né accessibile agli studi), finchè non le
convinsi a dividerlo in due parti. Ho intenzione di devolvere i 5000
fogli in mio possesso agli Archivi del Novecento a Milano (città di
elezione, a cui l’artista era profondamente legato e dove si trasferì
nel 1919, dopo aver sposato mia nonna). Inoltre l’Archivio del
Novecento è idealmente e spazialmente contiguo al Museo del
Novecento, le cui raccolte civiche accolgono molti capolavori
sironiani.

Un’ultima domanda personale. L’eredità intellettuale di suo


nonno la occupa a tempo pieno?
Per fortuna faccio anche altro! Sarebbe molto insano fare il nipote
di Sironi per professione. Mi dedico a diversi periodi della storia
dell’arte e dell’architettura. Non esaurisco il campo a questo legame
familiare, poichè mi sembrerebbe un gioco troppo facile. Bisogna
confrontarsi con cose in cui non ci sono né scorciatoie né premi. È
necessario mettersi in gioco, seguendo quello che si sa fare.