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Bilancio UE:

sulla minaccia (italiana) di porre il veto


settembre 2018

Nelle settimane scorse, il vicepremier Di Maio ha più volte minacciato di porre il veto al
bilancio dell’Unione Europea (UE) qualora non si trovasse una soluzione alla ripartizione
dei migranti tra i Paesi dell’UE.

Non è però ben chiaro se la minaccia riguardi il contributo italiano al budget annuale
dell’UE per il 2019 (che il Consiglio europeo discuterà nelle prossime settimane), oppure
il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (ancora in fase di negoziazione e che dovrà
essere approvato entro il 2020). Infatti, il 26 agosto scorso, il vicepremier ha dichiarato
che il governo metterà “il veto sul bilancio del prossimo Consiglio europeo”, dando
spazio a supporre che oggetto del veto sarebbe stato il budget del 2019. Tuttavia, il
giorno dopo, il 27 agosto, Di Maio ha pubblicato un post su Facebook nel quale
dichiarava che “non è un dogma l’approvazione del quadro finanziario pluriennale dei
prossimi sette anni”, aggiungendo che “se la situazione sull’immigrazione non cambierà
di qui a breve, il veto sarà certo”.
Si tratta quindi di una minaccia dai contorni confusi (come, d’altronde, è stata confusa
l’azione del Governo in questi mesi), ma è importante capire quali sarebbero i possibili
effetti del veto italiano e perché, in entrambi i casi, il nostro Paese avrebbe molto da
perdere.

Nel primo caso, ovvero per il budget del 2019, gli effetti di un veto sarebbero immediati:
l’Italia non verserebbe nelle casse dell’Unione europea la cifra fissata per l’anno a
venire, ma neanche riceverebbe i fondi europei che ci spetterebbero; inoltre, si
aprirebbe una procedura di infrazione che alla fine costringerebbe l’Italia a pagare la
somma dovuta, con l’aggiunta degli interessi (equivalenti a €55 mila al giorno) e di una
sanzione. La principale vittima di un veto sul budget 2019 sarebbe quindi l’Italia stessa,
che vedrebbe entrare in crisi numerosi progetti e investimenti pubblici, partiti negli anni
passati con la certezza che i fondi europei messi a bilancio sarebbero arrivati senza
intoppi. E parliamo di cifre ingenti, che non sarebbe facile reperire altrove, se pensiamo
che nel 2017 l’Italia ha ricevuto fondi per 9,8 miliardi di euro (pari al 0,6% del nostro
PIL).

Nel secondo caso, ossia quello di un possibile veto al quadro finanziario pluriennale
(QFP) 2021-2027, le conseguenze sarebbero addirittura più gravi e si trascinerebbero sul
medio-lungo periodo. A differenza del budget annuale, il QFP deve essere approvato
all’unanimità dagli Stati membri; un veto dell’Italia arresterebbe quindi l’erogazione
di fondi per i progetti finanziati dall’UE e forzerebbe gli Stati membri a lavorare, nel
periodo 2021-2027, con i fondi stanziati per il solo 2019, ovvero €148 miliardi, invece che
con i fondi previsti per tutto il settennio, equivalenti a €1.105 miliardi. Le implicazioni di
tale ridimensionamento sarebbero quindi gravissime, poiché limiterebbero
drasticamente le possibilità dell’UE di elaborare progetti ambiziosi. E impedire
all’Unione europea di agire non significa in nessun modo riconquistare sovranità
(qualunque cosa questa espressione voglia dire); significa solo condannare l’Italia ad
affrontare da sola problemi che avrebbero bisogno di risposte collettive. Perché,
ricordiamolo, le grandi sfide della nostra epoca potranno trovare una soluzione solo a
livello transnazionale.

Comunque le si interpreti, quindi, le minacce lanciate da Di Maio appaiono fuori luogo e


controproducenti. Un qualunque veto al budget europeo sarebbe solo una prova di
forza fine a se stessa, che non risolverebbe nessuno dei problemi sul tavolo, non
porterebbe nulla all’Italia e creerebbe inutili tensioni coi nostri più stretti alleati. E non
credo che lasciare il nostro Paese più povero, più debole e più isolato possa significare
fare il suo bene.

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