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Questo libro è un'opera di fantasia.

Nomi, personaggi, luoghi e


accadimenti sono prodotti dell'immaginazione dell'autore o
sono utilizzati in maniera fittizia. Ogni somiglianza a eventi,
luoghi o persone reali, vive o morte, è del tutto casuale.
È proibito qualsiasi utilizzo non autorizzato del materiale
presente in questo libro, sia totale che parziale.

Copyright © 2016 by Lucasfilm Ltd.


®
& TM where indicated. All rights reserved.

TITOLO ORIGINALE:
STAR WARS: LOST STARS

Published by Disney • Lucasfilm Press,


an imprint of Disney Book Group.

Edizione italiana a cura di: Multiplayer Edizioni


Coordinamento: Alessandro Cardinali, Francesco Giannotta
Traduzione: Christian La Via Colli
Revisione: Gian Paolo Gasperi, Vincenzo Lettera

Prima edizione italiana: Aprile 2016


ISBN-13: 9788863553826

http://edizioni.multiplayer.it

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www.starwars.com - www.lucasarts.com

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In memoria di Karen Jones, amica e fan straordinaria.
Conoscerti è stata una vera fortuna.

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PROLOGO

L'astronave squarciò il cielo grigio così velocemente da


assomigliare più a una scia luminosa, a uno stridio lontano e
confuso col vento.
"Quella era una navetta classe Lambda!", esclamò Thane
Kyrell saltellando per l'emozione col dito puntato verso il cielo.
"L'hai sentita? L'hai sentita, Dalven?"
Suo fratello gli diede uno scappellotto e sghignazzò. "Non sai
nemmeno come sono fatte quelle astronavi. Sei troppo piccolo".
"Non è vero. Ti dico che era una navetta classe Lambda. Si
capisce dal rumore dei motori..."
"Zitti, ragazzi". La madre di Thane non si voltò neppure a
guardarli, impegnata com'era a tener su l'orlo della gonna color
zafferano in modo che non si sporcasse. "Ve l'avevo detto che
dovevamo prendere l'hovercraft. Invece ora ce ne andremo in giro
per Valentia come dei poveracci".
"Gli hangar devono essere pieni", insistette il padre di Thane,
Oris Kyrell, con uno sbuffo sprezzante. "Migliaia di persone
staranno cercando di atterrare anche se non hanno prenotato.
Vuoi davvero passare la giornata a litigare per i diritti di attracco?
Meglio andare a piedi. I ragazzi terranno il passo".
Dalven poteva farcela tranquillamente: aveva dodici anni, le
gambe lunghe e torreggiava sul fratellino. Per Thane, invece, i
sentieri irregolari della montagna erano molto più difficili da
percorrere. Thane era più basso della maggior parte dei bambini
della sua età, e le mani e i piedi grandi, che lasciavano intuire

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quanto si sarebbe fatto alto, lo mettevano soltanto in imbarazzo.
Coi capelli rossi appiccicati alla fronte sudata, desiderava che i
suoi genitori gli avessero permesso di indossare i suoi stivali
preferiti invece di quelli nuovi: gli pizzicavano i piedi a ogni
passo. Tuttavia, avrebbe affrontato una scarpinata ancora
peggiore pur di vedere i caccia TIE, le navette e tutte le altre vere
astronavi... mica qualche vecchio e arrugginito V-171!
"Era una navetta classe Lambda", mormorò, sperando che
Dalven non lo sentisse.
E invece quello lo sentì eccome. Suo fratello maggiore si
irrigidì, e Thane si fece forza. Dalven non lo colpiva mai sul serio
in presenza dei loro genitori, ma spesso quelle gomitate e quelle
spinte anticipavano le botte che gli avrebbe dato più tardi. Quella
volta, però, Dalven non fece nulla. Forse perché distratto dallo
spettacolo che avrebbero ammirato: le acrobazie e la potenza di
fuoco delle navi della Flotta Imperiale.
O magari era solo imbarazzato perché Thane aveva
riconosciuto quella navetta e lui invece no.
Ripete sempre che entrerà nell'Accademia Imperiale, pensò
Thane. Lo dice solo per darsi delle arie. Dalven non conosce le
navi a menadito come me. Non studia i manuali e non si esercita
col glider. Non diventerà mai un vero pilota.
Io invece sì.
"Avremmo dovuto lasciare Thane a casa col droide
governante". Dalven sembrava imbronciato. "È troppo piccolo per
queste cose. Tra meno di un'ora comincerà a frignare per tornare a
casa".
"No che non lo farò", insistette Thane. "Sono grande
abbastanza. Vero, mamma?"
Ganaire Kyrell annuì con aria distratta. "Certo che sei grande.
Sei nato nello stesso anno dell'Impero, Thane. Non dimenticarlo

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mai".
Come avrebbe potuto dimenticare qualcosa che sua madre gli
aveva rammentato già cinque volte in quello stesso giorno? Thane
avrebbe voluto dirlo, ma Dalven gli avrebbe dato sicuramente un
altro scappellotto e suo padre, peggio ancora, lo avrebbe
ricoperto di insulti, e le sue parole erano sempre affilate come
pugnali. Thane poteva già sentire che lo fissavano; attendevano
che mostrasse qualche segno di debolezza o di sfida. E così, il
piccolo Kyrell si voltò a scrutare la loro destinazione, la città di
Valentia, in modo che né suo padre né Dalven potessero vedere la
sua espressione. Era meglio che non sapessero a cosa stava
pensando Thane.
Sua madre non lo preoccupava, invece. Del resto, a malapena
si accorgeva di lui.
Il vento scosse il suo mantello ricamato a fili azzurri e dorati,
facendolo rabbrividire. Esistevano pianeti ben più caldi, luminosi
e divertenti. Thane ne era sicuro, anche se non ne aveva mai
visitato nessun altro: era impossibile pensare che nella vastità
dello spazio non esistesse un pianeta migliore di quello.
Jelucan era stato colonizzato tardi, secondo la storia della
galassia, perché probabilmente nessuno era mai stato tanto
disperato da andare a vivere su una roccia inospitale ai confini
dell'Orlo Esterno. Quasi cinquecento anni prima, un gruppo di
coloni era stato esiliato da un altro pianeta non meno
sconosciuto. I suoi genitori gli avevano raccontato che quei primi
coloni erano finiti nelle valli, poverissimi, e a malapena capaci di
sopravvivere.
La vera civiltà era sorta in seguito, circa centocinquanta anni
prima, quando una seconda ondata di coloni aveva raggiunto il
pianeta in cerca di fortuna. Quei coloni erano riusciti a fondare
delle miniere, a stabilire una rete commerciale col resto della

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galassia e a condurre vite più moderne... a differenza delle
popolazioni delle valli, che continuavano a vivere come nomadi e
culture pre-tecnologiche. Ovviamente erano Jelucani anche loro,
ma erano ostili, orgogliosi e isolati.
Forse gli abitanti delle valli erano ancora arrabbiati perché
erano stati abbandonati su quella roccia gelida: in quel caso,
Thane non li biasimava affatto.
"Peccato che l'Imperatore non sia potuto venire", disse sua
madre. "Sarebbe stato fantastico conoscerlo di persona".
Come se all'Imperatore importasse di questo pianeta. Thane
sapeva che era meglio non dirlo a voce alta.
Tutti erano tenuti ad adorare l'imperatore Palpatine. Tutti
dicevano che era la persona più coraggiosa e intelligente della
galassia, l'unica che era riuscita a portare l'ordine nel caos
scatenato dalle Guerre dei Cloni. Thane si chiedeva se fosse vero.
Palpatine aveva sicuramente rafforzato l'Impero, diventandone il
capo assoluto.
A Thane non importava se l'Imperatore fosse una brava
persona oppure no. Il fatto che stesse arrivando l'Impero era una
buona cosa perché c'erano anche le sue astronavi. E tutto quello
che Thane voleva vedere erano le astronavi. In seguito avrebbe
imparato a pilotarle.
Poi, finalmente, sarebbe volato via da quel pianeta per non
farvi più ritorno.

"Ciena! Guarda dove cammini!"


Ciena Ree non riusciva a distogliere lo sguardo dal cielo
grigio. Poteva giurare di aver sentito una navetta classe Lambda,
e desiderava da morire vederne una coi suoi occhi. "Sono sicura
di aver sentito il rumore di una nave, mamma".

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"Pensi solo alle astronavi e a volare, tu". Sua madre, Verine,
ridacchiò fra sé e la prese in braccio per aiutarla a sedersi sul
morbido dorso del muunyak nero che stavano conducendo verso
Valentia. "Ecco... risparmia le forze per la parata".
Ciena affondò le dita nel manto del muunyak, che profumava
di muschio e di fieno. Di casa.
Scrutando il cielo, riuscì a scorgere una scia sottile che stava
già sparendo ma che dimostrava, senz'ombra di dubbio, che da lì
era passata una navetta. Per quanto fosse emozionata, non si
dimenticò del braccialetto di cuoio intrecciato che portava al
polso. Ciena lo accarezzò con le dita e sussurrò: "Guarda coi miei
occhi".
Ora poteva vedere quella scia anche sua sorella Wynnet.
Ciena aveva vissuto anche per lei, e non se lo sarebbe mai
dimenticato.
Suo padre dovette averla sentita, perché sul suo viso affiorò
quel sorriso triste che suggeriva stesse pensando a Wynnet anche
lui. Si limitò ad accarezzare la testa di sua figlia, tuttavia, e a
scostarle una ciocca di riccioli neri dietro l'orecchio.
Raggiunsero Valentia dopo ben due ore di viaggio in salita.
Ciena non aveva mai visto una città vera, prima di allora, se non
per ologrammi; i suoi genitori si allontanavano raramente dalla
loro casa giù a valle e quando lo facevano non la portavano mai
con loro. La bambina non poté fare a meno di sgranare gli occhi
di fronte agli edifici scavati nelle pallide rocce della montagna,
alcuni dei quali torreggiavano anche per dieci o quindici piani.
Parevano estendersi lungo la montagna a perdita d'occhio, e
tutt'intorno si ergevano tende e chioschi di tutti i colori possibili,
agghindati di fiocchi e festoni. Le bandiere dell'Impero
sventolavano appese ai pali da poco piantati nel terreno o nelle
rocce.

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Le strade erano affollate e Ciena non aveva mai visto così
tanta gente in tutti i suoi otto anni di vita. Alcuni stavano
comperando da mangiare o dei ricordini del grande evento, come
bandierine dell'Impero o piccoli ologrammi dell'Imperatore che
sorrideva, benevolo e traslucido, sopra gli olodischi iridescenti.
La maggior parte dei presenti, comunque, percorreva la stessa
strada di Ciena e della sua famiglia, tutti diretti alla cerimonia.
C'era anche qualche droide lì in mezzo, decisamente più nuovo e
lucente di quelli vecchi e ammaccati che avevano al villaggio.
Quella gente e quei droidi sarebbero stati molto più
affascinanti se l'avessero fatta passare.
"Faremo tardi?", domandò Ciena. "Voglio vedere le navi".
"Non faremo tardi", sospirò sua madre. Quel giorno aveva
ripetuto quella risposta allo sfinimento, e Ciena sapeva che era
meglio stare zitta. Verine Ree, comunque, le posò le mani sulle
spalle, e per quanto fosse delicato il suo tocco il muunyak capì di
doversi fermare. "So che sei emozionata, piccola mia", disse sua
madre, il mantello nero avvolto intorno al corpo troppo esile.
"Oggi è il giorno più importante della tua vita. Perché non
dovresti esserlo? Abbi fede, però. L'Impero sarà lì ad aspettarci
quando arriveremo. Va bene?"
Il sorriso di sua madre era come un raggio di sole. "Va bene".
Non importava quanto durasse il loro viaggio. L'Impero
l'avrebbe aspettata per sempre.
E così, proprio come le aveva promesso la mamma, Ciena e i
suoi genitori raggiunsero il recinto in tempo. Solo che Ciena udì
quella risata proprio mentre i suoi genitori stavano pagando
perché accudissero e sfamassero il loro muunyak.
"Sono venuti alla cerimonia dell'Impero con quel sudicio
muunyak!", gridò un ragazzino della seconda ondata. Il suo
mantello rosso vivo le ricordava una ferita sanguinante.

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"Sporcheranno tutto quanto".
Ciena arrossì, ma si rifiutò di degnare quei ragazzini di un
altro sguardo. Accarezzò invece il fianco del suo muunyak e
quello si voltò verso di lei, paziente come al solito. "Verremo a
prenderti più tardi", gli promise. "Non sentirti solo". Quegli
stupidi bambini non l'avrebbero fatta vergognare del suo
muunyak. Ciena adorava sia lui sia il suo odore. I discendenti
della seconda ondata non potevano capire cosa significasse amare
i propri animali o la propria terra.
Nonostante ciò, nel vedere tutte quelle centinaia di persone
della seconda ondata che indossavano lunghi mantelli di seta e
abiti finemente ricamati, Ciena non poté fare a meno di abbassare
lo sguardo sul suo vestito marrone chiaro e sentirsi in imbarazzo.
Quell'abito le era sempre piaciuto perché il tessuto era
leggermente più chiaro della sua carnagione e le donava. Adesso,
invece, cominciava a notarne gli orli cenciosi e i polsini
sfilacciati.
"Non farti influenzare", le disse suo padre. Aveva
l'espressione tesa, piccata. "Il loro tempo è finito, e lo sanno
benissimo".
"Paron", bisbigliò la madre di Ciena, prendendo suo marito
per il braccio. "Abbassa la voce".
Il padre di Ciena proseguì in tono più discreto ma non meno
fiero. "L'Impero rispetta l'impegno e la lealtà assoluta. I suoi
valori ricordano i nostri. Quei tizi della seconda ondata...
pensano soltanto a riempirsi le tasche".
Significava che guadagnavano un sacco di soldi. Ciena lo
sapeva perché suo padre lo ripeteva spesso quando parlava di
quelli della seconda che vivevano sulle montagne. A dire il vero,
non capiva che male ci fosse a guadagnare tanti soldi, ma c'erano
cose ben più importanti... come l'onore.

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Ciena e gli altri abitanti delle valli di Jelucan discendevano
dai lealisti che erano stati cacciati dal loro pianeta dopo che il
loro sovrano era stato spodestato. Avevano preferito l'esilio
piuttosto che tradire il loro re. Da allora, per quanto su Jelucan la
vita fosse dura, le fatiche incessanti e la povertà estrema, gli
abitanti delle valli avevano sempre e comunque rispettato la
scelta dei loro antenati. Ciena, come ogni altro bambino del suo
villaggio, era cresciuta convinta che la sua parola fosse sacra e
che il suo onore fosse l'unica cosa veramente importante che
possedeva.
Che quelli della seconda ondata sfoggiassero pure tutti i loro
abiti sgargianti e i loro gioielli luccicanti. Il vestito di Ciena era
stato cucito da sua madre, la lana filata dal manto del loro
muunyak; il suo braccialetto di cuoio era stato intrecciato di
nuovo e allargato perché potesse portarlo al polso per tutta la
vita. Ciena non aveva molto, ma tutto ciò che aveva -- tutto ciò
che faceva -- aveva un significato e un valore. La gente delle
montagne non l'avrebbe mai potuto capire.
"Da oggi in poi avremo tante nuove occasioni", proseguì suo
padre Paron, come se le avesse letto nel pensiero. "Le cose
andranno meglio. Sta già succedendo, no?"
La madre di Ciena sorrise e si avvolse la sciarpa grigio chiaro
intorno ai capelli. Appena tre giorni prima le avevano offerto un
posto da supervisore presso una miniera vicina, e di solito si
trattava di un incarico che quelli della seconda ondata tenevano
per loro. Ora, però, era l'Impero a comandare. E stava cambiando
tutto.
"Per te ci saranno molte più opportunità, Ciena. Potrai fare
molto di più. Diventerai importante". Paron Ree sorrise alla
figlia, il petto gonfio di orgoglio. "È opera della Forza".
Da quel che Ciena aveva capito dai pochi olovideo che era

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riuscita a vedere, nella galassia erano rimasti ancora in pochi a
credere nella Forza, l'energia che permetteva agli esseri viventi di
diventare tutt'uno con l'universo. A volte si domandava se i
Cavalieri Jedi fossero esistiti veramente. Tutte quelle storie
incredibili che gli anziani raccontavano a proposito di eroi
coraggiosi, armati di spade laser e in grado di piegare le menti e
spostare gli oggetti col pensiero... non potevano che essere
soltanto quello: favole.
La Forza, tuttavia, doveva esistere davvero, perché aveva
condotto l'Impero su Jelucan in modo che potesse cambiare il
loro futuro per sempre.

"Popolo di Jelucan, questo è un giorno che rappresenta al


contempo una fine e un inizio", esordì un alto ufficiale imperiale
durante la festa. Lo chiamavano Gran Moff Tarkin.
Ciena sapeva che era sia il suo titolo sia il suo nome, ma non
era sicura che il titolo fosse Gran Moff e il nome Tarkin, a meno
che non si chiamasse Moff Tarkin e fosse una persona veramente
importante. Se lo sarebbe fatto spiegare più tardi, lontana dai
bambini della seconda ondata che avrebbero potuto prenderla in
giro per la sua ignoranza.
"Oggi ha fine il vostro isolamento dalla galassia", proseguì
Tarkin. "Prendendo il posto che gli spetta in seno all'Impero, per
Jelucan si prospetta un futuro radioso!"
Gli applausi e le grida di giubilo riempirono l'aria, e Ciena
batté le mani insieme a tutti gli altri. Il suo sguardo attento, però,
colse le reazioni silenziose di alcuni presenti: gli anziani,
soprattutto, che avevano vissuto l'epoca delle Guerre dei Cloni.
Se ne stavano lì, immobili e scuri in volto, come fossero a un
funerale o stessero assistendo a una gogna pubblica. Una donna

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coi capelli grigi e la pelle chiarissima chinò il capo, una lacrima
che le scivolava lungo il viso. Ciena si domandò se per caso non
avesse perso un figlio o una figlia durante la guerra. Magari la
vista di tutti quei soldati le aveva ricordato la sua perdita,
facendola rattristire in quello che sarebbe dovuto essere un
giorno felice.
E di soldati ce n'erano a bizzeffe, tra ufficiali in uniformi
grigie o nere e assaltatori imperiali nelle loro armature bianche e
brillanti. Sembravano esserci anche altrettante astronavi: piccoli
caccia TIE neri come l'ossidiana, incrociatori d'assalto grigi come
il granito delle montagne e, in orbita, luccicanti come stelle al
mattino, si intravedevano le sagome di quelli che dovevano essere
dei veri Star Destroyer. Si diceva che fossero due o tre volte più
grandi di tutta la città di Valentia.
Il solo pensiero riempiva di orgoglio il cuore di Ciena. Non
solo il suo pianeta, ma anche lei, ora, faceva parte dell'Impero. E
quell'Impero governava l'intera galassia. La Flotta Imperiale era
più potente di qualunque altra forza militare della storia. Vedere
quelle navi che la sorvolavano in formazione perfetta, senza mai
deviare dalle rotte prestabilite, la faceva fremere d'eccitazione.
Era una dimostrazione di forza, di grandezza e di maestosità.
Era proprio il tipo di onore e di disciplina che le avevano
insegnato a rispettare, elevati a un livello che non si sarebbe mai
neppure potuta sognare. Ciena pensò che non esistesse nulla di
più bello.
Almeno fino al giorno in cui sarebbe stata lei a pilotare una
di quelle navi.
Il Gran Moff Tarkin menzionò i pianeti separatisti che
rendevano la vita difficile a tutti, ma poi tornò subito a parlare
della grandezza dell'Impero e di quanto tutti dovessero esserne
orgogliosi. Ciena applaudì insieme agli altri, ma ormai era del

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tutto concentrata sull'astronave più vicina, una navetta identica a
quella che aveva creduto di aver intravisto in cielo. Se solo fosse
riuscita a vederla più da vicino...
Magari dopo la cerimonia ci sarebbe riuscita.

Conclusi il discorso di Tarkin e la parata, i Kyrell si recarono a


un incontro con degli ufficiali molto importanti, e ordinarono a
Dalven di tenere d'occhio Thane. In quel preciso momento, Thane
calcolò mentalmente quanto ci sarebbe voluto prima che Dalven
lo scaricasse per andarsene a bighellonare coi suoi amici. Cinque
minuti, pensò. Cinque o sei minuti.
Per una volta, scoprì di aver sopravvalutato suo fratello, il
quale lo abbandonò dopo soltanto tre minuti.
Thane, dal canto suo, sapeva badare a se stesso. E soprattutto
poteva avvicinarsi molto di più all'hangar imperiale per conto suo.
Nonostante molte delle navi fossero già tornate ai loro Star
Destroyer, se non ai nuovi complessi costruiti nelle pianure
meridionali, alcune erano rimaste attraccate nell'hangar. La più
vicina era una navetta classe Lambda proprio come quella che
Thane era sicuro di aver visto poche ore prima.
Certo, i cartelli intimavano di stare alla larga, ma a volte gli
adulti pensavano che i bambini non sapessero leggerli, e Thane
ritenne di essere ancora abbastanza piccolo per potersela cavare
con quella scusa, nel caso qualcuno lo avesse beccato.
In fondo, voleva solo guardare quella navetta da vicino... e
magari toccarla, anche una volta soltanto.
Così, il piccolo Kyrell scivolò dietro il palco montato per i
discorsi del giorno e vi si infilò sotto. Benché dovesse camminare
a testa bassa, Thane riuscì a percorrerlo fino all'hangar, ma
quando uscì dall'altra parte, sorridendo soddisfatto, scoprì con

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disappunto che non era stato l'unico ad avere quell'idea. C'erano
anche tanti altri ragazzini della sua stessa scuola -- poco più
grandi di lui, e che non gli erano mai stati simpatici -- e una
bambina magrolina: i suoi abiti consunti lasciavano intendere che
venisse dalla valle. In confronto agli abiti cremisi e dorati degli
altri bambini, quelli marroni della ragazzina ricordarono a Thane
la foglia di un albero in procinto di cadere in autunno.
"Che cosa ci fai qui, feccia della valle?", le chiese Mothar
Drik, sogghignando più maliziosamente del solito.
Il sorriso stupefatto della bimba svanì all'improvviso quando
distolse lo sguardo dalla navetta per rivolgerlo ai suoi aguzzini.
"Volevo soltanto vedere la nave da vicino, proprio come voi".
Mothar le rivolse un cenno volgare. "Torna a rotolarti negli
escrementi nel tuo porcile. Il tuo posto è quello".
La bambina non si scompose. Strinse i pugni, piuttosto. "Se
dovessi farlo, comincerei sicuramente da te".
Thane scoppiò a ridere. In quel momento, lo notarono gli altri
ragazzini. "Ehi, Thane", disse uno di loro. "Ci aiuti a buttare
l'immondizia?"
Significava che stavano per prendere a botte la bambina della
valle. Erano in sei contro una: il genere di vantaggio che piaceva
tanto ai bulli.
Essendo il figlio di Oris Kyrell, Thane aveva imparato molte
cose. Aveva imparato quanto potessero essere severe le regole.
Aveva imparato che suo fratello era crudele con lui proprio
perché voleva assomigliare a suo padre. E aveva imparato che non
importava che cosa fosse giusto o sbagliato... perché le regole le
faceva chi era al comando.
E soprattutto aveva imparato a detestare i prepotenti.
"Sì", rispose Thane. "Butto l'immondizia". E con ciò caricò a
testa bassa Mothar.

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Quell'idiota non se lo aspettava, e cadde sul pavimento di
schiena e col fiato rotto. Thane riuscì a sferrargli un paio di
cazzotti prima che qualcuno li separasse e, quando vide che uno
dei bambini stava per afferrarlo per il colletto, Thane si preparò a
incassare l'inevitabile pugno in faccia. Tuttavia, la bambina magra
si scagliò verso il suo aggressore, afferrandolo per un braccio.
"Lascialo andare!", gridò.
In due contro sei restavano comunque in svantaggio, ma la
ragazzina combatteva con tutte le sue forze. Lo fece anche Thane,
soprattutto perché aveva imparato a incassare grazie a Dalven. In
ogni caso, i due bambini erano ormai all'angolo: a Thane avevano
già spaccato un labbro, e non sarebbe finita per niente bene...
"Che cosa succede, qui?"
Rimasero tutti paralizzati. Era arrivato il Gran Moff Tarkin,
circondato dai suoi ufficiali e da uno stuolo di assaltatori in
armatura bianca. Non appena li vide, Mothar se la diede a gambe,
e i suoi tirapiedi lo seguirono immediatamente, lasciando Thane e
la bambina da soli.
"Allora?", insistette Tarkin, avvicinandosi. I suoi lineamenti
sembravano scolpiti in una scheggia di quarzo.
La bimba si fece avanti per prima. "È colpa mia", disse. "Gli
altri bambini volevano picchiarmi ma lui ha cercato di fermarli".
"È stato molto sciocco, da parte tua", commentò Tarkin,
rivolgendosi a Thane. Pareva divertito. "Ti sei gettato in uno
scontro che avresti perso? Non si affrontano mai i nemici quando
sono più numerosi, ragazzo. Non finisce bene".
Thane pensò in fretta a una replica. "Invece oggi è finita bene,
grazie a lei".
Tarkin ridacchiò. "Sapevi che sarebbero arrivati i rinforzi?
Bella tattica. Bravo, ragazzino".
Ormai era acqua passata, ma la bambina della valle sembrava

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non essersene accorta. "Non sarei dovuta venire qui", disse a capo
chino. "Ho infranto una regola. Non volevo fare nulla di male,
però. Volevo solo vedere le astronavi".
"Certo", disse Tarkin, chinandosi verso di loro. "Da ciò
capisco che ti incuriosisce la galassia oltre Jelucan. Inoltre, voi
due siete rimasti anche se gli altri bambini sono scappati. E
questo significa che siete molto coraggiosi. Adesso voglio
scoprire se siete anche intelligenti. Che nave è, questa?"
"Una navetta classe Lambda!", risposero all'unisono i due
bambini, guardandosi poi l'uno con l'altra. La bambina abbozzò
un sorriso, e così fece anche Thane.
"Molto bene". Tarkin indicò la nave. "Vi va di vederla
dall'interno?"
Diceva sul serio? Eccome. Thane non riusciva neppure a
credere quanto fosse fortunato, mentre uno degli assaltatori
apriva il portello per loro. La bambina e lui salirono a bordo di
corsa. Era tutto nero e lucido, illuminato da centinaia di piccole
luci. Li fecero entrare nella cabina di pilotaggio e sedere al posto
dei piloti. Il Gran Moff Tarkin rimase dietro di loro per tutto il
tempo, rigido come l'asta di una bandiera, gli stivali che
scintillavano come il metallo lucido delle paratie.
"Qual è il sistema di controllo dell'altitudine?", chiese. I
bambini lo indicarono all'istante. "Eccellente. E il sistema della
guida d'attracco? Sapete anche questo. Sì, promettete bene. Come
vi chiamate?"
"Io sono Thane Kyrell". Thane si chiese se il Gran Moff
Tarkin avesse riconosciuto il suo cognome: i suoi genitori
ripetevano sempre che gli Imperiali di alto rango li conoscevano
benissimo. L'espressione di Tarkin, tuttavia, rimase soltanto
vagamente incuriosita.
"Io mi chiamo Ciena Ree, signore", disse invece la bambina.

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Signore. Avrebbe dovuto chiamarlo così anche Thane, anche
se Tarkin non pareva averci fatto caso.
"Non vi piacerebbe servire l'Imperatore, un giorno, e pilotare
una di queste astronavi? Potreste diventare il capitano Kyrell e il
capitano Ree. Che ne dite?"
Thane sentì il suo petto gonfiarsi di orgoglio. "Sarebbe un
sogno... signore".
Tarkin ridacchiò fra sé e si rivolse a uno dei sottufficiali
dietro di lui. "Visto, Piett? Non dovremmo mai esitare a mettere il
guinzaglio, se necessario... ma a volte sono meglio le esche".
Thane non sapeva che cosa significasse, e sinceramente non
gliene importava niente. Sapeva solo di non riuscire a immaginare
un destino più glorioso del diventare un ufficiale della Flotta
Imperiale. Dal sorriso stampato sul viso di Ciena capì che anche
lei stava pensando la stessa cosa.
"Dovremo studiare duramente", gli bisbigliò.
"E imparare a pilotare".
La sua replica la sbalordì. "Io non ho nessuna nave con cui
fare pratica, e l'unico simulatore che abbiamo è troppo vecchio".
Era ovvio che non avessero dei buoni simulatori, nelle valli, e
probabilmente soltanto una persona su cinquanta possedeva una
nave propria. Thane si sentì in colpa per qualche istante, finché
non gli venne un'idea geniale. "Vieni a fare pratica con me,
allora".
Ciena si illuminò. "Davvero?"
"Certo!". Un sacco di manovre richiedevano un secondo
pilota, e Thane avrebbe avuto bisogno di un compagno se avesse
voluto imparare a pilotare tanto bene da riuscire a entrare nella
Flotta Imperiale.
E poi Thane sentiva già che, nonostante le loro differenze, lui
e Ciena Ree sarebbero diventati amici.

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CAPITOLO 1

Cinque anni dopo

Mancavano ancora trenta minuti all'esercitazione di volo... a


malapena il tempo per raggiungere l'hangar. Eppure Ciena se ne
doveva stare seduta su quella stupida panchina...
No, pensò. Non è una stupidaggine. L'onore della famiglia
Nierre è stato messo in discussione. Hanno bisogno che i loro
amici li appoggino in questo momento di difficoltà, anche a
costo di saltare l'esercitazione.
Io, però, preferirei volare...
La rozza panchina di granito si trovava davanti all'abitazione
della famiglia Nierre, una di quelle che viveva nelle valli e che
confinava da generazioni con le terre della famiglia Ree. Di
fronte a essa si stendeva un lungo fossato pieno di sabbia in cui
erano state conficcate svariate bandiere: rappresentavano le
famiglie che avevano dichiarato la loro lealtà nei confronti di
Nierre durante quei tempi bui. Era una tradizione molto antica
che risaliva ai primi insediamenti su Jelucan e che non aveva
perduto il suo significato. Un membro di ogni famiglia leale
sarebbe rimasto insieme ai Nierre per tutto il tempo, finché le
nubi del sospetto che offuscavano il loro onore non si fossero
diradate.
Molte famiglie della valle avevano conficcato le loro
bandiere, ma non tutte. Alcuni ritenevano che il capofamiglia dei

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Nierre stesse abusando dei suoi poteri in qualità di supervisore
alle comunicazioni imperiali, riferendo messaggi e incontri che
sarebbero dovuti rimanere privati. Nonostante ciò, i genitori di
Ciena avevano affermato che nessuno avrebbe mai rischiato di
nascondere le informazioni più importanti all'Impero, e che erano
stati proprio coloro che avevano accusato i Nierre ad aver perso il
loro onore. In ogni caso, quelli sotto accusa erano i Nierre, e
toccava a loro sostenerne il peso.
I geni della famiglia si tramandavano attraverso i capelli
biondi e la carnagione bianca come il latte. Eppure i loro visi si
erano fatti ancor più pallidi, se possibile, al punto da sembrare
malati. Se la denuncia fosse stata inoltrata al governatore
imperiale in modo ufficiale e fosse stato nominato un nuovo
supervisore, i Nierre sarebbero caduti in disgrazia per sempre... e
quello era un pensiero davvero terribile. Ecco perché i loro amici
avrebbero dovuto appoggiarli e incoraggiarli.
Anch'io vorrei che qualcuno lo facesse con me, se fossi
accusata ingiustamente, pensò Ciena. Solo che i Nierre si
sentirebbero molto più incoraggiati se fossero qui anche i miei
genitori, come avevano promesso più di un'ora fa...
Perlustrò il cielo con lo sguardo quasi come se potesse già
scorgere il loro vecchio V-171. Dalla panchina Ciena poteva
scrutare in fondo alla valle, fino ai lontani luccichii argentati
dell'acqua che gorgogliava migliaia di metri sotto di lei. Era
circondata da un'infinità di picchi innevati che si estendevano
verso il cielo color pietra come artigli bianchi. Il suo mantello blu
scuro era abbastanza pesante da resistere alle raffiche di vento, e
nascondeva perfettamente la tuta di volo che aveva comprato
all'inizio dell'anno in una bottega e che stava indossando al posto
dei suoi soliti indumenti.
All'improvviso sopraggiunse il ronzio lontano di un

21
ridgecrawler, uno di quegli hovercraft che i mercanti appoggiati
dall'Impero avevano portato sul pianeta circa cinque anni prima.
Ciena non ricordava nemmeno più come avevano fatto a vivere
senza; benché adorasse ancora il loro vecchio muunyak, doveva
ammettere che ormai si era fatto un po' troppo lento. Quando il
ridgecrawler apparve dietro la curva, Ciena desiderò balzare in
piedi dalla gioia. Finalmente!
Tuttavia rimase seduta sulla panchina, seria in volto, finché
suo padre non fu sceso dal veicolo e l'ebbe raggiunta. Era da solo.
"Dov'è mamma?", domandò Ciena, alzandosi.
"Uscirà dalla miniera troppo tardi anche questa sera". Suo
padre scosse la testa. "Sapevamo che il suo ruolo di supervisore
sarebbe stato faticoso, e sono orgoglioso di lei... ma a volte mi
manca".
"Anche a me". Ciena lo pensava sul serio, eppure non riusciva
a staccare gli occhi dal ridgecrawler. Se suo padre glielo avesse
prestato, avrebbe potuto raggiungere l'hangar in tempo.
Suo padre si accorse della sua fretta e strinse le labbra,
formando una linea sottile che minacciava di diventare una
smorfia. "Vai a volare anche oggi?"
"Per favore, papà. Come farei a entrare in un'accademia
imperiale, altrimenti?"
"Dovresti esercitarti spesso. Nulla renderebbe tua madre e me
più orgogliosi del vederti diventare un ufficiale imperiale". Paron
Ree esitò. Qualche uccellino li sorvolò cinguettando. Ciena li
osservò volare via, perché ogni volta che suo padre sollevava
l'argomento diventava sempre più difficile guardarlo negli occhi.
"È solo che sarebbe meglio se ti esercitassi coi nuovi simulatori
di Valentia, piuttosto che passare tutto il tempo con quel
ragazzo", aggiunse infatti.
"Thane è mio amico", replicò Ciena, sottolineando l'ultima

22
parola.
"Non dovremmo chiedere nulla a quelli della seconda.
Dovremmo farcela soltanto con le nostre forze, senza ricorrere ai
loro regali".
A volte Ciena si imbestialiva a tal punto che cominciavano a
litigare... ma se l'avesse fatto quel giorno, l'hangar non l'avrebbe
visto neanche col macrobinocolo. E così trasse un respiro
profondo, prima di proseguire. "Thane e io ci aiutiamo a vicenda.
Collaboriamo. Nessuno dei due deve nulla a nessuno, e lui se lo
ricorda tanto bene quanto me".
Suo padre sospirò. "Quelli come lui hanno la memoria corta.
Comunque, vai pure. Prendi il ridgecrawler; io tornerò a casa col
muunyak. Tua madre e io faremo tardi, e per allora avrai finito di
studiare e di pulire la cucina da cima a fondo".
"Sissignore", confermò Ciena, sollevata. Forse quel giorno
avrebbe volato, dopotutto.
"Cerca di diventare più brava di quel Kyrell", aggiunse suo
padre, sistemandosi gli abiti per poi avviarsi verso l'ingresso della
casa dei Nierre. "Dovesse esserci un solo posto per un cadetto di
Jelucan, voglio che sia tuo".
Ciena scoppiò a ridere. "Ci andremo entrambi. La flotta
stellare imperiale non potrà fare a meno di noi!"
Persino suo padre dovette sorridere.

Thane si domandò se sarebbe riuscito ad allentare il bullone di


costrizione del suo droide tutore CZ-1. In quel caso, il droide
l'avrebbe lasciato andare anche se non aveva ancora completato
quello stupido compito di matematica.
"Non sei concentrato", disse CZ-1. "Questo riduce le tue
prestazioni".

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Thane indicò il crono più vicino. "Farò tardi all'esercitazione
di volo".
"Devi seguire tutte le lezioni per imparare l'argomento. In che
altro modo potresti entrare all'accademia imperiale? I tuoi
genitori sperano ardentemente che seguirai le orme di Dalven".
A volte Thane era convinto che CZ-1 fosse molto più subdolo
di quanto avrebbe dovuto. Non vi era nulla che facesse imbufalire
Thane più di sapere che Dalven, in qualche modo, era riuscito a
entrare in accademia, anche se non era una delle più importanti.
Thane sospettava che suo padre avesse corrotto il reclutatore del
posto in modo che ammettesse il suo primogenito per farne un
vanto di famiglia. Orys Kyrell, comunque, non si sarebbe mai
esposto a tal punto anche per Thane, il quale avrebbe dovuto
entrare all'accademia con le proprie forze.
E così Thane rifletté in fretta. "Non potrò andare
all'accademia imperiale se non avrò imparato a volare bene", fece
notare. "E come faccio a volare bene se non mi esercito?"
"La tua famiglia ha un hangar e un velivolo, perciò puoi
esercitarti quando vuoi".
"Però abbiamo anche te, CZ-1", replicò Thane con un gran
sorriso. "E questo significa che posso fare anche i compiti di
matematica quando voglio. Invece posso volare con un secondo
pilota solo quando Ciena non ha impegni, e dato che verrà oggi
non sarebbe meglio dare la priorità alle esercitazioni di volo?"
CZ-1 piegò la testa di lato. Thane riusciva a sentire il ronzio
sommesso dei suoi pensieri.
"Sai... potrei farti un gran bel bagno lubrificante, quando
torno", aggiunse in tono disinvolto. "Non ne fai uno da un po',
vero?"
Seguì un lungo silenzio. "In effetti, ultimamente i miei
accoppiatori di energia sono un po' troppo rigidi", commentò

24
CZ-1.
Thane spense l'oloproiettore con un sorriso e afferrò la giacca
della sua tuta di volo. "Rientrerò prima che i miei tornino da
quella loro stupida cena, va bene?"
"E domattina finirai i compiti di matematica!", gli gridò dietro
CZ-1 mentre Thane usciva di corsa.
La famiglia di Thane possedeva un hangar privato, ma come
molti altri abitanti di Jelucan il loro terreno si estendeva più in
verticale che in orizzontale. La loro abitazione dal tetto dorato
occupava quasi interamente la loro proprietà, soprattutto perché i
suoi genitori erano convinti che le persone della loro importanza
avessero bisogno di una casa più grande di quelle dei vicini. Se
c'era una cosa più fastidiosa del loro snobismo, era il fatto che
l'hangar si trovasse a trecento metri di distanza, in discesa per
giunta.
Almeno aveva trovato una soluzione al problema.
Sogghignando, Thane inforcò gli occhialoni di volo e corse verso
l'estremità opposta del crinale. Il manubrio era già pronto; tutto
quello che doveva fare era afferrarlo con forza, lasciare il freno e
saltare.
Un attimo dopo stava sfrecciando lungo il cavo che collegava
la casa all'hangar, appeso al manubrio che scorreva a tutta
velocità sopra il crinale roccioso. L'aria fresca della montagna gli
sferzava il viso mentre osservava la valle sotto di lui. Non era
come volare, ma ci andava molto vicino.
Thane frenò in prossimità della piattaforma di atterraggio, ma
un po' alla volta, perché gli piaceva mantenere una certa
accelerazione fino alla fine. Un attimo prima di schiantarsi,
Thane lasciò il manubrio e balzò a terra, ridendo a crepapelle.
"Prima o poi finirai col romperti l'osso del collo".
Thane si voltò per salutare Ciena, la quale era appena scesa

25
dal vecchio ridgecrawler della sua famiglia. Con quella tuta di
volo indosso sembrava ancora più bassa e magra del solito, e per
la sua età aveva ancora un viso molto giovane, le guance rotonde
e il nasino all'insù. Teneva le braccia incrociate sul petto,
cercando di apparire severa mentre nascondeva a fatica l'allegria
nei suoi occhi castano scuro.
Thane si raddrizzò e si strofinò le mani per spolverare i
guanti. "Sei solo invidiosa perché non lo lascio fare anche a te".
Ciena gli rivolse una linguaccia. "Sai benissimo che ci
riuscirei".
Certo che ci sarebbe riuscita. Thane non ne aveva mai
dubitato. Il cavo, tuttavia, partiva da casa sua, e i suoi genitori la
odiavano ancor più di quanto i genitori di Ciena odiassero lui. Le
poche volte che l'avevano incontrata, i suoi avevano trattato Ciena
in modo così sgarbato che Thane si era vergognato da morire.
Ciena, da allora, aveva preferito incrociare i Kyrell il meno
possibile.
Nonostante ciò, i due ragazzi fingevano che non vi fosse
alcuna ragione per cui non dovessero trascorrere insieme il loro
tempo. In fondo era molto più facile che discutere del fatto che le
loro famiglie si detestavano.
"E io che temevo di fare tardi", proseguì Ciena. "Invece sono
arrivata prima di te".
"Colpa della trigonometria". Thane fece una smorfia e Ciena
lo imitò. "Dai, cominciamo. Facciamo a lucertola, rospo e
serpente per decidere chi deve pilotare?". Contarono in silenzio
fino a tre prima di tendere le mani. Thane aveva giocato il
serpente, ma Ciena aveva optato per la lucertola, la quale
mangiava il serpente. Raggiante, la ragazza indicò il portello del
V-171. "Prima i piloti".
A Thane non dispiaceva fare da secondo pilota o da artigliere;

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i cadetti dovevano saper fare entrambe le cose, se volevano essere
ammessi all'accademia, anche se il posto di dietro della cabina di
pilotaggio era quello meno divertente.
Il V-171, tecnicamente, apparteneva a Dalven. Quando era
partito per l'accademia, aveva lasciato precise istruzioni perché
nessuno lo pilotasse in sua assenza.
Sì, come no.
Thane non si era mai lasciato sfuggire l'opportunità di
volare... né tanto meno di vendicarsi un po' del suo perfido
fratello maggiore.
In fondo, tra i Kyrell, Dalven era sempre stato quello più
sgarbato nei confronti di Ciena. Poco prima di partire, aveva
sghignazzato e aveva affermato che c'era un solo motivo per cui
valesse la pena scegliere una ragazza della valle... e se Thane ci
teneva così tanto, era meglio che se ne cercasse una a cui fosse
già cresciuto il petto. Thane era riuscito a spaccargli un labbro
poco prima che i loro genitori li separassero.
"Ehi", fece Ciena. Thane si accorse di essere rimasto fermo
sulla scaletta senza salire a bordo. "Ci sei ancora?"
"Sì", rispose l'altro, entrando in cabina mentre si sforzava di
non guardare la tuta di volo di Ciena. "Scusa. Andiamo".
I due ragazzi si infilarono i caschi, allacciarono le cinture di
sicurezza e chiusero il portello della cabina di pilotaggio. Ormai
quelle procedure erano una seconda natura per loro, e Thane
riusciva a svolgerle senza neppure pensarci. Conosceva il
momento esatto in cui Ciena avrebbe fatto scattare gli interruttori
per accendere il motore, nonché il ritmo delle sue dita che
battevano sui tasti. La sua console si illuminò per tutta risposta.
"Controllo sistemi eseguito".
"Ricevuto. Siamo pronti al decollo", confermò Ciena. "Motori
al massimo. Andiamo a prenderci un pezzo di cielo".

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Il vecchio V-171 si sollevò dalla piattaforma con un sussulto,
i motori che risplendevano di azzurro ai loro lati. Quindi Ciena
virò, si inclinò e sfrecciò via.
La giovane salì sempre più in alto, verso i picchi troppo gelidi
e troppo ostili perché qualcuno vi si insediasse. I droidi minatori
punteggiavano il panorama; si stagliavano scuri sullo sfondo
bianco delle montagne innevate e della pietra chiara, ma per il
resto lo scenario era immacolato. Per Thane era come se Ciena e
lui possedessero il mondo intero.
Mentre volavano accanto a uno degli archi del crinale
orientale, la voce di Ciena crepitò nel suo casco attraverso gli
altoparlanti. "Dovremmo dare una lezione a quelle stalattiti".
"Ricevuto".
L'arco apparve al centro della griglia sul suo schermo. Tre
stalattiti pendevano dalla volta di roccia, ciascuna grande quanto
un braccio. Per essere delle stalattiti erano grandi, ma come
bersagli erano decisamente minuscoli.
Thane prese la mira, aprì il fuoco e il ghiaccio si disperse
nell'aria a spruzzi. L'esultazione di Ciena lo fece sogghignare.
"Pensi di potermi trovare qualche altro bersaglio?", domandò.
Non sparavano mai a casaccio, perché a quell'altezza una
manciata di sassolini, cadendo, poteva trasformarsi in una
valanga e mettere in pericolo le abitazioni sottostanti. Ciena e
Thane, comunque, avevano imparato quali erano i punti migliori
del ghiaccio a cui sparare senza correre rischi.
"Certo", rispose quella. "Tieniti forte".
Thane sapeva benissimo come sarebbe scesa in picchiata.
Persino senza conoscere la loro destinazione, riusciva a intuire la
rotta di Ciena al minimo spostamento delle loro ali. Negli ultimi
cinque anni, Ciena e lui avevano volato insieme ogni volta che
era stato possibile. Ormai erano diventati le due mani dello stesso

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pilota.
Il V-171 si tuffò verso Stepson's Gorge, una gola stretta e
rocciosa che sfidava le navi a ogni tornante. Ciena virò
bruscamente con la chiara intenzione di offrire a Thane qualche
bersaglio con cui far pratica. Scendendo, superarono una delle
tante cascate che scrosciavano nella gola. Nonostante il gelo, la
cascata scorreva ancora, seppur a singhiozzi invece che
fluidamente. A quell'ora del pomeriggio, poi, l'acqua catturava la
luce a un'angolazione perfetta per formare un arcobaleno, e una
sporgenza ghiacciata nelle vicinanze rifletteva quel bagliore
prismatico in una decina di direzioni diverse
contemporaneamente. Pareva che ogni pietra e strato di neve
brillasse per conto proprio. Era un momento perfetto, reso ancor
più spettacolare dal fatto che, nel giro di pochi istanti, sarebbe
finito e non si sarebbe ripetuto mai più.
"Guarda coi miei occhi", bisbigliò Ciena.
Thane sapeva che lo avrebbe detto.
Forse era giunto il momento di scoprire perché.

Dopo essersi esercitati a volare, Thane e Ciena si recarono alla


Fortezza.
L'avevano chiamata così perché a otto anni tendevano a essere
particolarmente esagerati. In realtà non era altro che una grotta,
anche se ci avevano messo anni a sistemarla. Di settimana in
settimana, uno dei due si presentava con qualcos'altro da
aggiungere alla loro collezione. Le cose migliori -- come il
riscaldamento a protoni e i giochi olografici -- le aveva portate
Thane quando la sua famiglia aveva deciso di sbarazzarsene,
convinta di non avere più bisogno di quei lussi per divertirsi. Le
aggiunte di Ciena erano più umili, ma la ragazza si consolava

29
credendo che fossero anche più importanti. La Fortezza sarebbe
stata un posto incredibilmente scomodo se non fosse stato per le
lenzuola pesanti e i tappeti in pelle che aveva portato lei. Anche
quelle erano state gettate via, ma dagli abitanti della valle,
quando avevano cominciato a modernizzarsi secondo gli standard
imperiali. Restavano comunque morbide e calde, un rivestimento
ideale per il loro nido lontano dal mondo.
In effetti la grotta si trovava a meno di cinquanta metri
dall'hangar della famiglia Kyrell, ma l'ingresso era nascosto sotto
una sporgenza che, a sua volta, si trovava all'ombra di un'altra
ancora, e questo lo rendeva talmente segreto che a volte Ciena e
Thane avevano pensato di essere i primi Jelucani a esserci mai
entrati. In altre parole, era un nascondiglio perfetto.
A volte uno dei due vi si recava da solo, ma in genere
andavano alla Fortezza insieme per chiacchierare un po' di tutto e
per sognare il loro futuro tra le stelle.
"Mio padre dice che se ne sono andati almeno trenta
senatori", disse Ciena.
Thane si strinse nelle spalle. Era interessato alla politica
ancor meno di Ciena, e restò pigramente sdraiato sul tappeto
rosso, lo sguardo rivolto al tramonto. "Che importa se se ne sono
andati in venti o in trentasei? Non sono poi molti, dato che ci
sono centinaia di senatori".
"Si sono rifiutati di votare. Sarà l'Impero a sostituirli. È una
cosa importante, Thane".
"Sono solo dei politici vecchi e ricchi che si sentono troppo
importanti. Si divertono così".
"Ma come hanno potuto venire meno ai loro giuramenti?
Dov'è finito il loro onore?". Ciena non riusciva ancora a crederci.
"Lo sanno tutti che è stato il Senato a far scoppiare la guerra
civile nella galassia prima che l'Imperatore ristabilisse l'ordine.

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Perché dovrebbero dare la pace per scontata?"
Thane si strinse di nuovo nelle spalle. "Probabilmente si
stanno scannando per tutt'altro motivo e fingono che siano ideali
importanti. Quando capiranno di aver perso il potere, torneranno
strisciando dall'Imperatore e si scorderanno di tutte le
polemiche".
"A volte sei troppo cinico".
"Però ho ragione. Vedrai".
Ciena sospirò e si sdraiò sul vecchio tappeto di gundark nero,
pesante e caldo come un letto. Da quell'angolazione poteva
ammirare il tramonto che risplendeva magnifico dietro i crinali in
lontananza. La luce che raggiungeva la grotta tingeva di rosso i
capelli di Thane e dava un colorito più acceso alla sua
carnagione; in qualche modo, gli dava un aspetto un po' più
maturo.
Diventerà un ragazzo affascinante, pensò. Per quanto fosse
strano, Ciena riteneva che il suo giudizio fosse semplicemente
oggettivo. Non è che Thane e lei stessero insieme... insomma, non
sarebbe mai potuto accadere. Se i suoi genitori criticavano anche
soltanto il fatto che avesse per amico uno della seconda ondata,
che cosa avrebbero detto se si fosse innamorata di uno di loro? E
benché Thane non le avesse mai parlato esplicitamente del modo
in cui lo trattava suo padre, Ciena aveva notato i suoi lividi e
percepito nei suoi silenzi le cose non dette. Se avesse scoperto
che stavano insieme, il padre di Thane avrebbe reagito molto
peggio.
E poi, Thane e lei... forse erano troppo amici per innamorarsi
l'uno dell'altra. A volte Ciena si sentiva come se fossero una
persona divisa in due.
"Ehi", fece Thane in tono cauto. "Posso farti una domanda un
po', uh, personale?"

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Che avesse capito a cosa stava pensando? Ciena si mise a
sedere, le ginocchia strette al petto. "Certo che puoi. Non
garantisco di rispondere, però".
"Mi sembra giusto". Thane esitò qualche istante prima di
riprendere. "A volte, quando ci imbattiamo in qualcosa di
veramente spettacolare, ti sento bisbigliare: guarda coi miei
occhi. È un modo di dire che usate giù a valle? Che cosa
significa?"
Era una cosa davvero personale, ma Ciena scoprì che non le
dispiaceva che Thane lo sapesse. "Sì, è un modo di dire. È molto
raro. Vedi, quando sono nata... avevo una gemella".
"Una gemella?". Thane si mise a sedere a sua volta. Persino
uno della seconda ondata sarebbe stato curioso; in fondo, i miti e
le leggende di molti pianeti avevano a che fare con i gemelli.
"Davvero? Pensavo fossi figlia unica".
"Ora sì. Mia sorella Wynnet è morta poche ore dopo la nostra
nascita".
"Ah. Scusa".
"Non fa nulla. Non è che me la ricordi. È solo che vivo la mia
vita per tutte e due". Ciena alzò il braccio per mostrargli il
braccialetto di cuoio. "Non ti sei accorto che non me lo tolgo
mai?"
"Sì, be', ma pensavo che ti piacesse e basta".
Ciena fece scorrere un dito sul cordino. "Lo indosso perché
significa che sono ancora legata a Wynnet. Ogni cosa che farò...
ogni cosa che vedrò nella mia vita... sarà un po' come se la facesse
o la vedesse anche lei. Ecco perché quando vedo qualcosa di
bello -- di strabiliante, ma anche qualcosa di veramente brutto --
dico quella frase. Mia sorella lo vede coi miei occhi, e io le
mostro i momenti più importanti della mia vita".
Thane tornò a sdraiarsi sul tappeto. "È... fantastico. Dico sul

32
serio".
Ciena annuì. "A volte mi sembra una responsabilità enorme
vivere anche per Wynnet, ma perlopiù mi ricorda di cercare
qualcosa che sia davvero speciale. Probabilmente non riuscirei a
notare tante cose, se non stessi attenta anche per lei".
Il sole era ormai tramontato sotto l'orizzonte. Nonostante la
luce illuminasse ancora la parte inferiore del cielo, sopra di loro
si era fatto scuro e le stelle avevano cominciato a brillare.
"Un giorno, quando saremo entrati in accademia, le mostrerò
anche le stelle", sussurrò Ciena.

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CAPITOLO 2

A quattordici anni...

"Dai che lo sai", fece Thane. Era seduto a gambe incrociate


davanti a lei, nel cuore della loro Fortezza.
"Sicuro?"
"Questo tipo ha scatenato una guerra".
Ciena scosse la testa. Stavano ripassando la storia della
galassia ormai da tre ore. "Va bene. La banda criminale che
interruppe l'esecuzione su Geonosis e fece scoppiare le Guerre
dei Cloni era guidata da... da...". Chiuse gli occhi, trasalendo.
"Mace Windu?"
Quando Ciena riaprì gli occhi, Thane stava sogghignando.
"Visto che lo sapevi?"
Accanto a loro, il droide CZ-1 chiocciò in segno di
approvazione. "La tua conoscenza della storia è eccellente,
signorina Ree. A mio avviso, dovresti preoccuparti di più della
matematica".
L'espressione di Ciena si rabbuiò. Thane scoccò
un'occhiataccia a CZ-1. "Avrei dovuto aggiornarti il livello di
sensibilità".
"La sensibilità non serve a imparare", ribatté CZ-1
avvicinandosi a fatica. Le sue giunture si erano fatte vecchie e
poco mobili. "Quando mi avete caricato sul ridgecrawler per
portarmi qui, avete detto che dovevo assicurarmi che entrambi

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superaste gli esami. E non posso farlo se devo fingere che
conosciate certi argomenti quando non è così".
Ciena era disperata. Quelli non erano neppure gli esami
d'ingresso all'accademia: sarebbero serviti soltanto a farla
ammettere ai corsi propedeutici. "Se ho problemi con questi,
come farò a superare quelli veri e propri?", domandò in tono
scherzoso, ma la voce le si incrinò.
Thane se ne era accorto. "Ehi", le disse, avvicinandosi. "Tu sei
intelligente. E sei forte. Sai pilotare ogni astronave nella Flotta
Imperiale, e scommetto che se te ne dessero l'opportunità
riusciresti a cavartela pure con uno Star Destroyer".
L'altra ridacchiò. "Ne dubito".
"Io invece no". Le parole di Thane erano più ferme, più
convincenti. "Anzi, ne sono sicuro. Perciò smettila di
preoccuparti. Ce la faremo".
Ciena ripeté quelle parole quasi come se volesse
convincersene. "Ce la faremo".

A quindici anni...

"Kyrell!". L'insegnante di R&A -- Resistenza e Agilità --


torreggiava su Thane che, ansante, giaceva sul pavimento. "Datti
una regolata o togliti dai piedi!"
Ogni mese dovevano affrontare una nuova corsa a ostacoli
sulla pista di allenamento. Le corse diventavano sempre più
difficili, se non addirittura pericolose. Gli aspiranti cadetti
finivano col rompersi qualche arto o beccarsi una brutta cicatrice,
dimostrando molto semplicemente di non essere adatti
all'accademia.

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Se non si terminava la corsa non si veniva automaticamente
espulsi, ma si finiva pericolosamente in cima alla lista dei
bocciati.
La schiena e le spalle, però, gli facevano così male...
"Ehi". Ciena si chinò accanto a lui. "Alzati, su".
Thane scosse la testa. I muscoli gli tremavano dalla fatica. I
lividi e i tagli nascosti sotto la larga uniforme nera di R&A gli
bruciavano a ogni movimento. Aveva dormito un paio d'ore
scarse. Gli doleva ogni muscolo; le ossa gli sembravano più
pesanti della grafite. "Non ci riesco".
"Certo che ci riesci".
Il ragazzo sollevò il capo dal pavimento rosso della palestra e
la vide china su di lui. Nel preciso istante in cui incrociarono gli
sguardi, Thane capì che non sarebbe riuscito a nasconderle la
verità. "Ieri sera, mio padre..."
Non era raro che Oris Kyrell rimproverasse i suoi figli. A
volte li prendeva a bastonate, ma si trattava al massimo di qualche
colpo. La sera prima, tuttavia, era esploso di rabbia come mai
prima di allora. Thane si era reso conto che avrebbe dovuto
reagire quando era ormai troppo tardi. I pugni e i calci non si
erano fermati finché Thane non era crollato, sanguinante, sul
pavimento. Nessuno dei suoi genitori lo aveva aiutato ad alzarsi,
né si era preoccupato delle sue ferite il mattino seguente. A
quanto pareva, avevano tutta l'intenzione di far finta che non
fosse mai successo.
Tutto ammaccato e dolorante, Thane aveva dovuto portare il
peso della verità sulle sue sole spalle... almeno finché Ciena non
aveva capito tutto, sgranando gli occhi. "Puoi ancora farcela", gli
aveva bisbigliato. "Sei arrivato fin qui, no?"
"Ci proverò", disse Thane tra un rantolo e l'altro. "Tu però
devi tornare in pista. Stai perdendo tempo".

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"Sono la migliore in R&A, ricordi? Posso fermarmi qualche
minuto. E ti giuro, Thane Kyrell, che arriverai alla fine della
corsa, dovessi portarti in braccio io stessa".
"Apprezzo l'offerta, ma dubito che conti".
Gli altri studenti li superarono, saltando l'ostacolo successivo
tra i grugniti e i lamenti di quelli che avevano sbattuto contro i
bordi affilati. Erano i più lenti, o quasi. Ciena sarebbe arrivata
ultima, e Thane era convinto che non sarebbe arrivato affatto.
E così rotolò sulla schiena per guardarla in faccia, in modo
che Ciena vedesse la sua determinazione. "Vai".
Lei si limitò ad avvicinarsi a lui. "Thane... non lasciare che sia
tuo padre a vincere".
L'odio nei confronti di suo padre fece il miracolo al posto
della speranza. Alimentato dal più puro e semplice disprezzo,
Thane si alzò sulle ginocchia e poi in piedi. Pur barcollando,
riuscì comunque a riprendersi.
"Sei pronto?", gli domandò Ciena, mettendosi a saltellare e
preparandosi a ripartire.
"Sì". Thane trasse un respiro profondo. "Sono pronto".
In qualche modo riuscì a saltare l'ostacolo. Arrivò ultimo...
ma almeno completò la corsa.
In seguito, mentre erano da soli nello spogliatoio, Thane si
sedette su una panchina e si tolse piano piano la maglia, in modo
che Ciena potesse vedere le sue ferite. L'imbarazzo lo fece
avvampare. Pur sapendo di non essere lui a doversi vergognare...
era lì invece a mostrare a Ciena come si era fatto martoriare la
schiena da suo padre.
Se lei lo avesse compatito, Thane era convinto che non
l'avrebbe sopportato e che se ne sarebbe andato senza dire una
parola.
Ma fu Ciena a non dire nulla. In silenzio, la ragazza aprì la

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valigetta del pronto soccorso e prese a medicare le ferite
applicando un unguento curativo e chiudendo ogni taglio finché
Thane non stette meglio.

A sedici anni...

Solo in pochi tra i giovani abitanti del pianeta Jelucan sarebbero


riusciti a entrare nell'accademia imperiale. Sebbene i pianeti
dell'Orlo Interno contassero migliaia di candidati, i posti riservati
agli abitanti dei pianeti che un tempo erano stati separatisti erano
molti di meno. Erano gli stessi istruttori a selezionare gli studenti
e i candidati scoprivano in quale istituto erano stati ammessi e su
quale pianeta sarebbero andati a vivere entro due settimane
soltanto nel momento della verità.
A Ciena non interessava nessuna accademia in particolare. Le
sarebbe andato bene un pianeta qualsiasi. L'importante era
diventare una cadetta imperiale.
La loro intera classe si riunì nel cortile della scuola il mattino
in cui sarebbero stati annunciati i risultati. Ai genitori non era
permesso entrare nel perimetro della scuola -- erano ammessi
soltanto gli studenti e gli ufficiali dell'Impero -- perciò le famiglie
attendevano con ansia all'ingresso, pronte a festeggiare o
consolare i loro membri. In quel momento, Ciena, Thane e gli
altri candidati potevano contare soltanto su loro stessi.
"Non sono riuscita a chiudere occhio", confessò Ciena a
Thane. Se ne stavano in piedi sul lato sinistro del cortile a fissare
la porta da cui sarebbe uscito il supervisore per fare il grande
annuncio. "Neanche un po'".
"Neppure io". Thane le rivolse un sorriso sbilenco. "Così ho

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pensato a qualche piano di riserva".
Ciena alzò le mani per protestare. Si rifiutava persino di
considerare le alternative: temeva portasse sfortuna.
Thane sbuffò. "E dai, Ciena. Abbiamo fatto gli esami. Ormai
è deciso! A questo punto non possiamo fare più nulla".
Era vero. E poi, considerando il tono di Thane, Ciena aveva
capito che quei "piani" non erano affatto realistici. "E va bene.
Sentiamo".
"Primo. Diventeremo due acrobati famosi".
"Acrobati?"
"Acrobati famosi. Che senso avrebbe diventare acrobati
mediocri e sconosciuti? Tanto vale sfondare".
Il supervisore sarebbe uscito da un momento all'altro. Il
brusio della folla era aumentato e le voci si erano fatte più tese. Il
cuore di Ciena batteva all'impazzata; nonostante ciò, la ragazza
cercò di stare allo scherzo di Thane. "Lasciamo stare. Qualche
altra idea brillante? Hai detto che era il primo piano".
"Secondo. Gireremo per la galassia, ballando e suonando il
tamburo".
Ciena inarcò le sopracciglia. "Scusa, ma non voglio fare la
ballerina".
"E chi ha detto che ballerai tu? Ci penserò io. Tu suonerai il
tamburo".
Stavolta Ciena rise di gusto. "Basta che fai disegnare a me il
tuo costume".
"Be', forse dovrei passare al terzo piano..."
Ma in quel momento Thane si irrigidì e sgranò gli occhi. La
porta si era aperta ed era arrivato il supervisore. La sua uniforme
nera pareva assorbire la luce del giorno. Nonostante la morsa che
le stringeva lo stomaco, silenziosamente Ciena si mise subito
sull'attenti come tutti gli altri studenti.

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I droidi amplificatori fluttuavano vicino a loro, trasmettendo
la voce del supervisore. "Questo è l'elenco dei candidati che sono
stati ammessi alle accademie dell'Impero. Per l'accademia
imperiale di Arkanis..."
Ciena avrebbe voluto tanto grugnire. Volevano elencare le
scuole in ordine alfabetico? In quel caso, c'era il rischio di dover
aspettare la fine per sapere se erano stati ammessi oppure no. Si
immaginava lì, impalata, a trascorrere un minuto dopo l'altro
rendendosi sempre più conto di aver fallito. Alla fine sarebbe
stata costretta a scivolare via per l'umiliazione. Il fallimento non
era un'onta, ma in quel momento ne aveva tutto l'aspetto.
Qualche minuto dopo -- e sembrava già essere passata
un'eternità -- il supervisore raddrizzò la schiena. "Per l'accademia
imperiale reale di Coruscant..."
Non vi era scuola più prestigiosa in tutta la galassia.
Addestrarsi presso quell'accademia garantiva l'accesso alle più
alte cariche della Flotta Imperiale.
Ciena aveva sognato di essere ammessa all'accademia di
Coruscant, ragion per cui era convinta di essersi soltanto
immaginata che il supervisore avesse fatto il suo nome.
E invece no. L'aveva pronunciato sul serio. "Thane Kyrell e
Ciena Ree", aveva detto. Erano stati ammessi entrambi!
Ciena rimase sull'attenti, ma gettò un'occhiata di striscio a
Thane. Se l'aveva sentito anche lui, allora era proprio vero. E
Thane stava sorridendo... anche se era un sorriso stanco, come
quando aveva raggiunto il traguardo di quella corsa a ostacoli.
Thane chiuse gli occhi. "Ce l'ho fatta. Me ne vado", mormorò tra
sé.
Ciena sapeva per quali ragioni il suo amico desiderava
lasciare quel pianeta tanto ardentemente, anche se non le
condivideva. Lei adorava la grezza bellezza di Jelucan e il legame

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che univa gli abitanti delle valli, ma per quanto meraviglioso
fosse il suo mondo sentiva di poterselo lasciare alle spalle senza
alcun rimpianto.
In fondo, non stava scappando. Stava inseguendo il sogno di
diventare un ufficiale dell'Impero e di viaggiare felicemente nello
spazio.

Il giorno in cui Thane lasciò Jelucan fu... perfetto. Era come se


nulla potesse andare storto, come se tutte le costellazioni si
fossero allineate per guidarlo. I suoi genitori lo salutarono a casa
e non si presero neppure la briga di accompagnarlo allo
spazioporto. E anche quello fu un sollievo.
Salire a bordo dell'astronave per Coruscant fu ancora più
bello perché c'era anche Ciena, nonostante fosse rimasta sulla
rampa di imbarco ad abbracciare i suoi genitori così a lungo che
il capitano la minacciò di lasciarla lì. Ciena e Thane erano
diventati amici per entrare all'accademia, perciò era
semplicemente giusto che ci andassero insieme. Il momento
migliore in assoluto fu quando la nave entrò sussultando
nell'iperspazio. Era la prima volta che viaggiavano a velocità luce,
e i due ragazzi non poterono fare a meno di scambiarsi un sorriso
compiaciuto.
L'arrivo a Coruscant, tuttavia, fu un vero e proprio pugno
nello stomaco.
Thane sapeva che Jelucan era un pianeta arretrato. Dagli
olovideo aveva appreso che la galassia era un luogo ben più
grande e sofisticato di ogni altra cosa avesse visto in vita sua,
perciò era convinto di essere preparato a quello spettacolo. Ma
quando scese dalla nave e posò lo sguardo su Coruscant per la
prima volta...

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I palazzi erano alti tanto quanto le montagne di Jelucan.
Nonostante la luce solare filtrasse attraverso le strutture in vetro,
la sensazione di claustrofobia era opprimente. La superficie era
lontanissima e gli edifici tagliavano il cielo a strisce sottili.
Centinaia di velivoli sfrecciavano sopra di loro tra i grattacieli in
un continuo brusio di contrattazioni e scambi commerciali.
Sembrava che ogni abitante avesse una meta e uno scopo, ben
felice di vivere in quella specie di enorme gabbia metallica che
chiamavano città e che pareva aver fagocitato il pianeta intero.
Thane, comunque, cercò di non guardare fuori dall'oblò perché
temeva che il panorama lo avrebbe fatto sentire ancora più
piccolo.
Dapprima pensò che quel pianeta avrebbe sopraffatto Ciena
ancora di più. La ragazza era cresciuta all'aria aperta ed era
vissuta in una casa poco più sofisticata di una tenda.
Probabilmente per lei sarebbe stato un duro colpo.
Ciena, invece, era a dir poco eccitata. "Questo è il centro
della galassia", commentò mentre percorrevano insieme i corridoi
dello spazioporto, guidati dai droidi che li stavano conducendo
alla navetta per l'accademia. "È come... una scossa elettrica. Non
senti anche tu tutta questa energia?"
"Decisamente", rispose Thane. "È proprio una scossa".
Ciena lo guardò torva. "Ehi, ti senti bene?". In quel momento,
però, raggiunsero la navetta insieme agli altri cadetti, e furono
sopraffatti dal vortice di attività del loro primo giorno di
accademia: dovettero ritirare i data chip contenenti le
informazioni di cui avevano bisogno, prepararsi al ricevimento
della serata in onore dei cadetti e presentarsi ai loro compagni di
corso. Gli ufficiali imperiali, rigidi e in perfette uniformi,
giravano loro intorno mentre la navetta decollava e si immetteva
nel frenetico traffico aereo di Coruscant. Thane dovette sforzarsi

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di non trasalire ogni volta che si avvicinavano troppo a un altro
velivolo ma, a quanto pareva, su una metropoli planetaria come
quella i piloti erano abituati ai piccoli margini di errore.
Le cose si fecero ancora più frenetiche quando ebbero
raggiunto l'accademia. Mentre scendeva dalla navetta insieme agli
altri cadetti, Thane si rese conto che sul posto c'erano già
centinaia di studenti, e che altre centinaia sarebbero sbarcate
dalle navette che stavano arrivando. Fu un momento di grande
confusione che Ciena affrontò con un sorriso ancora più
raggiante. Nel giro di pochi minuti furono divisi dalla calca di
cadetti che stavano cercando di capire, a loro volta, cosa fare e
dove andare.
Nel data chip Thane trovò l'ubicazione del suo alloggio nel
dormitorio e scoprì che avrebbe avuto due compagni di stanza.
Non potranno certo essere peggio di Dalven, pensò, cercando di
essere ottimista.
In ogni caso, mentre allungava la mano per suonare il
campanello, Thane non poté fare a meno di sentirsi
incredibilmente piccolo.
La porta scorrevole si aprì e rivelò un giovane magro con
capelli neri, la faccia lunga e stretta e un portamento così preciso
che per poco Thane non lo confuse per un amministratore. Invece
era uno dei suoi compagni di stanza.
"Tu devi essere quello che viene da... com'è che si chiama?
Jelucan?". Quando Thane annuì, l'altro sbuffò. "Per quale motivo
hai suonato il campanello del tuo stesso alloggio? È ridicolo".
"Simpatico, vero?", fece un altro ragazzo. Era il più alto dei
tre, magrissimo e col viso allungato e i capelli castani lunghi
legati dietro la nuca. Aveva un accento aristocratico e un sorriso
contagioso. "Il signor Simpatia qui presente si chiama Ved Foslo
ed è di Coruscant..."

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"Esatto", lo interruppe Ved, alzando il mento. "Mio padre, il
generale Foslo, lavora per i servizi segreti".
"E come puoi vedere, è riuscito a parlare di suo padre dopo
neanche un minuto che ha conosciuto qualcuno". Mentre Ved lo
guardava di traverso, il ragazzo più alto si fece avanti per
stringere la mano di Thane. "Io invece sono Nash Windrider e
vengo da Alderaan. Mio padre fabbrica tappeti. Sei colpito?"
"Molto". Thane si accorse di stare sorridendo. "Il mio è un
contabile un po' disonesto".
"Niente male", commentò Nash. "Non si sa mai, potresti aver
bisogno che ti ritocchi qualche conto. Entra e accomodati... per
quanto sia comoda la brandina di sotto, ovviamente. Noi abbiamo
già occupato le migliori".
Saltò fuori che Nash aveva già girato almeno una decina di
pianeti e visitato Coruscant più di una volta. Non gli chiese
neppure se lo spettacolo l'aveva intimidito: Nash lo diede per
scontato, e lo rassicurò che Coruscant faceva quell'effetto a tutti
quelli che vi atterravano per la prima volta.
"Dovrebbero distribuire dei defibrillatori all'ingresso dello
spazioporto", disse mentre chiacchieravano sdraiati sulle
brandine e aspettavano l'inizio del ricevimento e del banchetto di
quella sera. "Oppure dei tranquillanti. Qualcosa che aiuti la gente
a sopportare lo choc, insomma".
"Non capisco che cosa ci sia di tanto strano in Coruscant".
Ved era sempre rigido ma tutto sommato sembrava un tipo a
posto. "Non avete mai visto una vera città o qualche altro pianeta
del Nucleo?"
Thane aveva capito che sarebbe stato meglio essere sincero.
"No", rispose, stiracchiandosi sulla brandina sotto quella di Ved,
mentre cercava di abituarsi al materassino duro. "L'unica città che
ho visto in vita mia è Valentia, e scommetto che la sua intera

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popolazione non basterebbe a riempire sette piani di questo
palazzo".
Nash intrecciò le mani dietro la nuca. "Ti ci abituerai, Thane.
Presto saremo ufficiali e per allora avrai visitato centinaia di
pianeti. Quando tornerai a casa, ne avrai le tasche piene come il
figlio del generale che dorme sopra di te".
Ved scoccò un'occhiataccia a Nash, ma Thane non poté fare a
meno di ridere.

Ciena era sicura che le sue compagne di stanza le sarebbero


piaciute e che il ricevimento sarebbe stato bellissimo, ma quella
sera stava superando le sue più rosee aspettative. In piedi davanti
allo specchio, si stava ammirando, stupefatta, nell'uniforme da
cadetta. Stivali neri, pantaloni e giacca scuri... sembrava un
sogno.
"Odio questi stivali", disse la sua compagna di stanza Kendy
Idele, guardandoli in tralice accanto a lei. "Anche perché detesto
le scarpe in generale. Sono cresciuta su un pianeta tropicale.
Preferisco camminare a piedi scalzi".
"Ti ci abituerai", le promise la loro compagna di stanza Jude
Edivon. Era alta come Kendy e aveva una carnagione molto più
chiara di quelle di Kendy e di Ciena. "Girare a piedi scalzi per
Iloh sarà anche bello, ma su Coruscant te li sporcheresti in un
attimo. Senza contare i graffi, i tagli e tutte le potenziali
infezioni. Non che questo pianeta manchi di igiene,
intendiamoci, ma ci vivono così tante persone che..."
"Stai ricominciando a parlare di percentuali?", borbottò
Kendy.
"Non ti preoccupare, Jude", intervenne Ciena. "Parla di tutte
le percentuali che vuoi. Kendy e io ci faremo il callo".

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L'espressione lentigginosa di Jude si illuminò. "Abbiamo due
personalità molto simili. Secondo me andremo molto d'accordo".
"Andrai d'accordo anche con me", la rassicurò Kendy. "Scusa
se ho brontolato. Il viaggio spaziale mi ha stancato, e sto
cercando di farmi queste dannate trecce".
Ciena portava le trecce da anni, praticamente da quando aveva
scoperto che per le cadette con i capelli lunghi erano
obbligatorie. "Aspetta, ci penso io". I capelli verde scuro di
Kendy erano lisci e setosi -- completamente diversi dai riccioli di
Ciena -- ma in fondo una treccia era pur sempre una treccia. "Non
ti sei mai esercitata a farti le trecce?"
"Proprio no. Credevo fosse una passeggiata!", sospirò Kendy.
"Grazie, a proposito".
"Figurati".
Jude si avvicinò. "Potresti semplicemente tagliarti i capelli
come ho fatto io. È molto più efficace".
Kendy fece una smorfia. "Su Iloh portano i capelli corti
soltanto i bambini. Gli adulti se li fanno crescere. Non esiste che
me li tagli proprio adesso".
"Imparerai a farti le trecce in un battibaleno", le promise
Ciena. "Dovrai per forza, anche perché non intendo fartele io
ogni mattina".
"Neppure se ti rifacessi il letto prima delle ispezioni?"
"No".
In qualche modo riuscirono ad arrivare alla cerimonia in
tempo e con le uniformi impeccabili. Nel corso di Ciena c'erano
più di ottomila studenti -- una cifra che le pareva incredibile --
ma vedendoli nelle loro uniformi imperiali, riuniti da uno scopo e
da un sogno in comune, si sentì come percorrere da una scarica di
energia. Quei cadetti venivano tutti da centinaia di pianeti diversi
solo per diventare i migliori ufficiali della Flotta Imperiale. Erano

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lì per servire l'Impero e per migliorare l'intera galassia. Il cuore le
batteva talmente forte che dovette premersi una mano sul petto
per calmarlo.
Chissà se Thane si era ripreso? Doveva esserci riuscito per
forza. Ciena lo cercò con lo sguardo nella folla, scoprendo il
piccolo svantaggio delle uniformi: i cadetti finivano col
somigliarsi un po' tutti.
Pur intenzionata a trovarlo il più presto possibile, Ciena fu
presa alla sprovvista dal discorso del preside.
"Non siete venuti qui soltanto per imparare le tattiche militari
o per imparare a pilotare i caccia stellari", disse scandendo ogni
parola il comandante Deenlark. "Certo, sono qualità molto
importanti, ma noi vogliamo di più. I nostri studenti diventeranno
cittadini dell'Impero. Dovrete pensare di essere patrioti e soldati,
prima di tutto. Riuscirete a smettere di pensare al vostro pianeta
natale per sentirvi prima di tutto degli Imperiali e soltanto degli
Imperiali? Riuscirete ad accettare che per proteggere e servire il
pianeta da cui provenite dovrete prima rendere più forte l'Impero
cui appartiene?"
Ciena non aveva mai pensato che per appartenere all'Impero
avrebbe dovuto lasciarsi Jelucan alle spalle. Per lei erano due
identità interconnesse. Alcuni cadetti, però, dovevano provenire
da pianeti rappresentati da senatori ribelli che non rispettavano
l'Imperatore. Avevano bisogno di sentirsi rassicurati, quindi, e di
sapere che potevano comunque frequentare l'accademia.
"Alcuni di voi sono giunti qui insieme ai loro amici o ai loro
fratelli e sorelle", proseguì Deenlark. "Penserete di rivolgervi a
loro a ogni occasione, facendo affidamento sui vostri rapporti.
Ma se è questa la vostra intenzione, forse era meglio restare a
casa... non trovate?"
Qualcuno ridacchiò. Ciena, invece, rimase colpita. Non

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avrebbe più potuto trascorrere del tempo insieme a Thane,
quindi?
Decise che forse la stava prendendo un po' troppo seriamente.
Gli istruttori non volevano che facessero troppo affidamento gli
uni sugli altri, tutto qui.
Eppure era proprio quello che Thane e lei avevano fatto negli
ultimi otto anni.
Dopo la cerimonia e il banchetto, gli studenti trascorsero un
po' di tempo insieme, chiacchierando e facendo amicizia, mentre
qua e là sorgeva già qualche rivalità. Ciena voleva trovare Thane,
ma qualcosa le diceva che non avrebbe dovuto farlo.
Fortunatamente fu lui a trovare lei.
"Serviremo l'Impero per il resto delle nostre vite", disse Thane
mentre si sedevano ad ammirare il panorama scintillante della
città. "Non torneremo mai più su Jelucan... quantomeno non per
viverci, perciò non dobbiamo preoccuparci di restare ancorati al
passato o qualunque cosa intendesse Deenlark".
A volte Thane sottovalutava un po' troppo le autorità, come se
non gli interessassero le regole, ma in quel caso Ciena pensò che
avesse ragione. "Pare che qualche lezione la seguiremo insieme e
qualche altra no, quindi faremo strade diverse".
"Questo posto all'inizio mi spaventava a morte", confessò
Thane. "Tu hai vissuto in campagna molto più di me, eppure non
ti ha sconvolto neanche un po'. Com'è possibile?"
Thane stava scherzando, ma Ciena gli rispose in tono serio.
"Ero pronta per Coruscant perché ho sempre sognato di vivere
qui. Tu invece non eri pronto perché... perché credo che volessi
soltanto andare via da Jelucan".
Thane tacque per qualche istante, e Ciena desiderò
rimangiarsi quel che aveva detto. Il ragazzo però annuì. "Hai
ragione", disse.

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"Almeno abbiamo condiviso la parte più importante di quello
stesso sogno", disse l'altra.
"Non solo. Ci siamo aiutati a vicenda. Non è un caso se
siamo stati ammessi entrambi all'Accademia Reale, sai? Abbiamo
volato insieme... studiato insieme... e ci siamo migliorati a
vicenda molto più di quanto avremmo fatto singolarmente".
"Sì, è vero", ammise Ciena con una stretta alla gola.
Thane sorrise, scuotendo la testa come se non riuscisse
ancora a credere quanto lontano si fossero spinti e quanta strada
ci fosse ancora da fare. "Adesso sarà l'Accademia a migliorarci".
"Diventeremo ufficiali, vedrai".
"Altroché".
La vetrata che si affacciava su Coruscant li rifletteva appena,
sovrapponendo le loro sagome ai palazzi e ai velivoli dall'altra
parte. Ciena riusciva a vedersi seduta accanto a Thane; entrambi
indossavano le uniformi nuove e rigide che erano state
consegnate loro qualche ora prima. Erano sempre stati molto
diversi: Thane, alto e pallido, indossava gli abiti eleganti e
sgargianti delle casate della seconda ondata, mentre Ciena, magra
e di carnagione scura, portava quelli semplici e artigianali degli
abitanti delle valli. Ora che indossavano le stesse uniformi, agli
occhi di chiunque sarebbero sembrati simili nei tratti più
importanti.
Rimasero seduti l'una accanto all'altro ancora qualche istante,
prima di alzarsi in piedi. Thane le sorrise. "Ce la farai", bisbigliò.
"Anche tu", disse Ciena di rimando. Non avrebbero più avuto
bisogno l'uno dell'altra. Ormai erano pronti a volare.
E così girarono entrambi i tacchi e si unirono alla folla di
cadetti per fare nuove amicizie e diventare i cittadini dell'Impero
che avevano sempre voluto essere.

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CAPITOLO 3

Paragonato al già difficile corso propedeutico per entrare nelle


accademie imperiali, quello dell'Accademia Reale di Coruscant
era semplicemente micidiale.
La serenità del primo giorno era durata, per l'appunto, un
giorno soltanto. Scienze, matematica, pilotaggio, educazione
fisica: ogni esame metteva alla prova i limiti estremi degli
studenti. Le classi si dimezzavano alla fine di ogni anno del corso
triennale. Si sarebbero diplomati in pochissimi e i superstiti
avrebbero continuato a competere accanitamente. Appisolarsi,
saltare le lezioni o anche soltanto chiacchierare sottovoce con i
compagni di classe era fuori discussione; chi non voleva essere
espulso e ambiva a diventare ufficiale in futuro non poteva
permettersi mai e poi mai di poltrire. Bisognava spingersi oltre i
propri limiti ogni giorno.
Erano passati soltanto due mesi da quando aveva cominciato
quella nuova vita, ma Thane aveva già deciso di non essersi mai
divertito tanto.
"Stai... scherzando", ansimò Nash mentre correvano il nono
giro intorno allo Sky Loop, una pista sul tetto dell'accademia che
svettava al di sopra del traffico di Coruscant. Una nuvola gelida
aveva avvolto l'edificio in una coltre di nebbia opaca. "Alzarsi
all'alba... fare i compiti fino a mezzanotte... allenarsi fino a
vomitare... ti sembra divertente?"
Thane sogghignò e si asciugò il sudore che gli imperlava la
fronte. "Accidenti, sì".

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"Se è così che vi divertite su Jelucan... allora mi sa che andrò
in vacanza da un'altra parte". Tagliato il traguardo, i due
rallentarono fino a fermarsi. Nash dovette appoggiare le mani
sulle ginocchia per riprendere fiato, prima di proseguire. "Prima o
poi devi proprio venire con me ad Alderaan. Credimi, ci
divertiremmo molto di più".
Nash non capiva. Non poteva. Mentre si dirigevano allo
spogliatoio, Thane cercò le parole per spiegarsi. "Ho passato gran
parte della mia vita a litigare coi miei genitori per quello che
volevo fare... compreso studiare qui. Ci credi che ho dovuto
allenarmi con Ciena di nascosto?"
"Davvero?". Nash scosse la testa, incredulo. La sua maglietta
grigia era fradicia di sudore. "Eppure Ciena Ree è uno dei
migliori piloti dell'accademia. Non avresti potuto trovarne uno
migliore nemmeno se avessi girato venti pianeti diversi".
Era il caso di spiegare a Nash anche le differenze tra gli
abitanti delle valli di Jelucan e i coloni della seconda ondata?
Thane decise di lasciar correre. Era proprio il genere di pensieri
che non piaceva ai loro istruttori. "Il punto è che questa è la
prima volta nella mia vita che riesco a fare qualcosa senza che
qualcuno mi metta i bastoni tra le ruote".
Nash sospirò. "Non deve essere stato facile. Gli abitanti di
Alderaan vengono incoraggiati a crescere e a imparare.
L'istruzione è gratuita e le persone si offrono volontarie per
insegnare agli altri le loro arti per puro e semplice divertimento.
Ovviamente, un giorno sarà così anche l'Impero". Thane scoppiò a
ridere, il che fece aggrottare la fronte a Nash. "Che cosa c'è di
tanto buffo?"
"Credi davvero che la galassia possa diventare un grande
giardino fiorito solo per merito dell'Impero?"
"Non è a questo che serve l'Impero, scusa?". Nash cercò di

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asciugarsi il sudore della fronte con la maglietta ma, notando
come quella fosse ancora più zuppa, fece una smorfia e lasciò
perdere. "L'Impero prende il meglio di ogni pianeta o cultura e lo
diffonde in tutti gli altri sistemi".
Thane si strinse nelle spalle. "Faceva così anche la
Repubblica. All'inizio, almeno. Poi è andato tutto a rotoli".
"Non farti sentire". Nash si guardò intorno, anche se nei
paraggi non c'era nessuno. "Potrebbero pensare che sei un
eversivo, anche se io, che sono tuo amico, so che sei soltanto
cinico".
"Mi dichiaro colpevole". Thane aveva imparato la lezione la
prima volta che i suoi genitori avevano adulato in pubblico le
stesse persone che criticavano in privato: le apparenze
ingannavano.
"Be', un giorno verrai su Alderaan con me e vedrai coi tuoi
occhi quanto è meraviglioso. Neppure tu riusciresti a essere tanto
cinico nei confronti del mio pianeta".
Thane aveva capito che Nash sentiva nostalgia di casa, così
decise di prenderlo in parola... almeno per il momento. "Sembra
un gran bel posto. Mi piacerebbe proprio visitarlo".
"Fidati, amico mio. Ti piacerà".
E così Thane aveva in programma un viaggetto su Alderaan,
ma a quel punto ogni pianeta che aveva studiato era diventato una
possibile destinazione; la sua voglia di lasciare Jelucan si era
trasformata, col tempo, nel desiderio sincero di esplorare la
galassia. Una carriera nella Flotta Imperiale gli avrebbe permesso
di affondare i piedi nelle nevi dei pianeti ghiacciati, di
sprofondare negli oceani infiniti dei mondi acquatici e di
abbronzarsi sulla spiaggia di qualche pianeta in un sistema
binario.
E poteva volare tutti i giorni, a volte anche per tutto il giorno.

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Certo, i cadetti perlopiù usavano dei simulatori... ma Thane non
ne aveva mai visti di più sofisticati di quelli dell'accademia.
Senza contare che qualunque simulatore avrebbe battuto il
vecchio V-171. Visti dall'esterno, sembravano delle semplici sfere
metalliche; all'interno, però, i cadetti trovavano delle cabine di
pilotaggio ricostruite meticolosamente, console lampeggianti e
schermi che proiettavano le immagini tridimensionali dei sistemi
stellari o delle atmosfere planetarie in cui si sarebbero esercitati
quel giorno.
Sembrava di volare davvero, e le sfide da affrontare erano
sempre più urgenti, terrificanti e complesse di quelle in cui si
sarebbero imbattuti nella vita reale... almeno fino a quel
momento. Un giorno Thane doveva provare a portare un caccia
TIE dallo spazio profondo nell'atmosfera di un pianeta soggetto a
un'attrazione gravitazionale capace di stritolare un essere umano.
Il giorno seguente, poteva trovarsi a pilotare uno snowspeeder
durante una tempesta di ghiaccio, coi venti che minacciavano di
farne a brandelli lo scafo. Alcuni studenti si irrigidivano,
pensando ai loro punteggi oppure a cosa sarebbe successo se
avessero dovuto affrontare davvero un'evenienza del genere.
Thane, dal canto suo, si sentiva molto più rilassato ai
comandi, e non vedeva l'ora di pilotare davvero quei velivoli. In
fondo, erano quelli i momenti più felici della sua vita.
Il suo entusiasmo e la sua fermezza si riflettevano nei suoi
risultati. A lezione di pilotaggio, Thane arrivava quasi sempre al
primo posto nelle classifiche...
E quando non succedeva, di solito era Ciena Ree a batterlo.
I due amici ne ridevano insieme, congratulandosi l'uno con
l'altra, e promettendo con fierezza che la volta successiva sarebbe
stato il perdente di turno a prevalere. Ciena era diventata
un'amichevole rivale. Thane e lei si vedevano quasi ogni giorno, a

53
lezione oppure a mensa. Sebbene fosse difficile restare amici e
diventare "cittadini dell'Impero", Thane era convinto che avessero
trovato il giusto equilibrio tra le due cose. Anche se trascorrevano
insieme poco tempo, riuscivamo comunque a incontrarsi un paio
di volte a settimana, e durante quelle ore lasciavano perdere le
sfide. Thane sapeva che erano riusciti a migliorarsi a vicenda nel
tentativo di superarsi l'uno con l'altra, perciò avevano continuato
a farlo anche all'accademia.
"È ridicolo", disse stizzito Ved Foslo una sera, dopo che
Ciena aveva battuto Thane per l'ennesima volta. "Ti ha fregato il
primo posto. Come fai a essere così contento che la vostra
competizione la stia migliorando? Dovresti cercare di superarla,
non di aiutarla".
"Possiamo diplomarci comunque tutti e due", replicò Thane
seduto sul bordo della sua branda, mentre lucidava gli stivali
dell'uniforme. "E poi, il punto non è forse quello di diventare i
migliori ufficiali in assoluto? In questo modo l'Impero avrà due
piloti eccezionali al prezzo di uno".
Ved scosse la testa. "Un giorno capirai".
Sotto la coperta grigia della sua branda, Nash scoppiò a
ridere. "Ammettilo, Ved: sei arrabbiato perché i punteggi di
Thane e di Ciena sono sempre più alti dei tuoi, anche se tuo
padre è un... aspetta, qual è il suo rango?"
"Lo sai benissimo", rispose Ved. Aveva scritto in faccia
quanto odiasse il fatto che a batterlo erano non uno ma ben due
ragazzini che arrivavano da un pezzo di roccia nell'Orlo Esterno.
Senza aggiungere un'altra parola, Ved si abbottonò il colletto del
pigiama come faceva ogni sera. Quel ragazzo non si rilassava
mai.
A parte quello, Ved non era poi un cattivo compagno di
stanza. Era pulito, non russava e non gli dispiaceva spiegare i

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dettagli della cultura militare di Coruscant. Al contrario, tra
un'ispezione e l'altra, Nash gettava la sua roba dappertutto e nella
confusione più totale, ma al di là di qualche battibecco sul perché
fosse disgustoso che i suoi calzini sporchi finissero sugli
spazzolini da denti dei suoi compagni di stanza, Thane e lui
erano diventati amici per la pelle.
Nonostante ciò, il momento migliore dei primi mesi trascorsi
all'accademia da Thane fu quando rivide Dalven per la prima
volta.
Da piccolo, Thane era sempre stato un ragazzino piuttosto
basso. A volte si disperava quando vedeva il fisico statuario di
sua madre, l'altezza imponente di suo padre e la corporatura
snella di suo fratello maggiore. Temeva che sarebbe andata così
anche all'accademia. Invece, pochi mesi dopo aver iniziato il
corso, il suo corpo aveva cominciato a recuperare il tempo
perduto. Le ossa delle gambe gli dolevano durante la notte, e
aveva continuamente fame... senza contare che aveva dovuto
cambiare uniforme soltanto tre mesi dopo il suo arrivo.
Mentre aspettava il suo turno allo spaccio di settore per
ritirare un paio di stivali più grandi, Thane udì la voce
inespressiva di un droide. "Guardiamarina Kyrell, H-J-Due-Nove-
Zero, il pacchetto è pronto".
Thane aggrottò la fronte. Lui era ancora un cadetto e il suo
codice di riconoscimento era AV547. Eppure era sicuro di aver
sentito pronunciare il cognome Kyrell...
Fu allora che Dalven sbucò tra gli ufficiali in attesa di ritirare
il pacchetto contenente la sua nuova uniforme. Sembrava di
fretta, ma quando si voltò per andarsene e notò suo fratello,
rimase come paralizzato.
"Dalven?". Thane non sapeva che cosa dire. "Sono contento
di vederti" sarebbe stata una bugia bella e buona per tutti e due.

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"Be'. Ancora non ti sei lavato, vedo. Non mi stupisce". Detto
ciò, Dalven alzò il mento e fece per andarsene... ma Thane si
frappose tra suo fratello e la porta, sbarrandogli il passo.
"Guardiamarina? Non avevi detto che ti avevano promosso a
tenente?"
Dalven arrossì. "Io... be'... mi promuoveranno da un momento
all'altro".
Thane annuì. "Certo. Come no. Ecco perché stai ritirando
un'uniforme nuova...". Si interruppe non appena notò la targhetta
sulla manica della camicia che Dalven teneva tra le mani: STAFF
AMMINISTRATIVO/TERZA CLASSE.
"Ciao". Dalven sgattaiolò via, chiaramente determinato a far
finta che Thane non si fosse accorto di nulla.
Per quanto fosse triste, se non addirittura meschino, scoprire
che quello spocchioso di suo fratello era stato ritenuto più adatto
a un ufficio che al comando di uno Star Destroyer migliorò
nettamente la giornata di Thane.
Quel pomeriggio, mentre saliva sul tetto dello Sky Loop per
fare un'altra corsa, Thane immaginò di raccontare del suo
incontro a Ciena. La ragazza disprezzava Dalven quasi quanto lui
e a Thane parve quasi di poterla già sentire ridere, di vedere i suoi
occhi scuri brillare di soddisfazione anche per lui.
Proprio in quel momento, Thane raggiunse la pista e notò che
tra i cadetti che stavano allenandosi c'era proprio Ciena.
La sua amica e rivale indossava gli stessi abiti degli altri
cadetti: una maglietta grigia, un paio di pantaloncini corti neri e
un paio di scarpe da ginnastica. Ciena era insieme ad almeno
un'altra ventina di persone in fondo alla pista, ma Thane la
riconobbe all'istante nonostante la distanza e il sole abbagliante
che picchiava sullo Sky Loop. La riconobbe dal modo in cui
correva, dal modo in cui aveva legato i riccioli neri dietro la

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nuca...
È bellissima, pensò, e rendendosene conto così,
all'improvviso, si sentì incredibilmente stupido. Come aveva fatto
a non accorgersene prima, quando l'aveva vista praticamente ogni
giorno per otto anni? Eppure era proprio così. Thane conosceva
troppo bene Ciena per essere obiettivo. Il suo viso gli era ormai
familiare tanto quanto lo era il suo ogni volta che si guardava allo
specchio... o almeno lo era stato fino a quel momento.
La sua cecità lo preoccupava. Era come se Ciena si fosse
trasformata e non glielo avesse detto. Nella sua mente
cominciarono a sbocciare delle possibilità che si era rifiutato
persino di considerare, in passato, ma che ora erano allo stesso
tempo entusiasmanti e terribili. Thane si sentì percorrere da
quello stesso brivido che aveva sempre associato al volo, lo
stesso che aveva provato ogni volta che era decollato verso il
cielo...
E così, Thane decise di non pensarci più. Si sarebbe messo a
correre, invece, e il più forte possibile, fino a perdere i sensi dalla
stanchezza. Quando avesse rivisto Ciena, sarebbe riuscito a
parlare con lei come aveva sempre fatto. Non doveva cambiare
assolutamente nulla.

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CAPITOLO 4

Ciena non aveva mai sognato veramente di imparare a sparare con


le armi da fuoco e i suoi primi voti al tiro a segno, per quanto
buoni, avevano finito con l'affossare il suo punteggio totale. E
così trascorreva la maggior parte del tempo libero al poligono con
il fucile laser finto per migliorare la sua mira.
Quel giorno, più esattamente, ci stava provando, ma le sue
compagne di stanza non erano di grande aiuto.
"Era solo un commento", disse Kendy, fingendo -- malissimo
-- un'aria innocente. Era nella cabina accanto a quella di Ciena, la
tuta d'addestramento bianca in netto contrasto con le superfici
metalliche nere del poligono di tiro. "Devi ammettere che Thane è
diventato proprio carino".
Ciena si concentrò sul bersaglio olografico in avvicinamento
e gli sparò tre colpi in testa. "Si è... uh, allungato", rispose solo
dopo che il bersaglio fu esploso in una miriade di particelle
luminose.
"È normale, a questa età". Jude era seduta sulla panchina alle
loro spalle e si stava esercitando a smontare e rimontare un fucile
laser il più rapidamente possibile. "Anche se devo ammettere che
Thane si sta sviluppando molto bene".
"Piantatela, ragazze. Non riesco a mirare se mi fate ridere".
Kendy, tuttavia, non aveva la minima intenzione di cambiare
argomento. "Davvero non ti interessa nemmeno un po'?"
"Le relazioni fisiche o sentimentali tra cadetti sono proibite",
le ricordò Jude in tono severo. "E poi Ciena conosce Thane da

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quando erano bambini. È logico pensare che ormai siano un po'
come fratello e sorella. Perciò è normale che non provino
attrazione l'uno per l'altra".
Thane non è mio fratello. Non lo è affatto. Ciena fece per
dirlo ma poi ci ripensò. Era meglio che le sue amiche
concludessero che fossero quelli i suoi sentimenti nei confronti
di Thane Kyrell, così che la smettessero di fare domande.
Il problema era che Ciena non era sicurissima di cosa
provasse nei confronti del suo amico. In passato avevano
trascorso tantissimo tempo assieme, e non si era mai fermata a
riflettere sul fatto che le cose, tra loro due, sarebbero potute
cambiare in qualche modo. Ormai le loro vite scorrevano allo
stesso tempo più parallele e separate di prima.
Ogni volta che Thane la superava -- o che Ciena superava lui -
- i due si guardavano fingendo di essere arrabbiati, ma non era del
tutto una finta. A volte Ciena aveva la sensazione di non riuscire
a sopportare il fatto che l'unica persona che potesse batterla fosse
Thane. Eppure, il giorno seguente, quando osservava gli ottimi
risultati del suo amico, non poteva fare a meno di sorridere,
felice. Ciena lo aveva visto fare il tifo per lei, e così aveva
ricambiato quando era stato lui ad aver bisogno di sostegno. La
loro rivalità generava un'energia che poteva avere conseguenze
disastrose, oppure...
Concentrati, si ricordò Ciena. Sei venuta qui per sparare.
Dopo gli ologrammi toccò ai droidi, una decina di sferette
che zigzagavano per il poligono, sfidandola a colpirle. Ciena aprì
il fuoco, il suo fucile blaster vomitò delle saette rossastre e lei
non si fermò finché non ebbe abbattuto ogni bersaglio.
"Niente male", commentò senza che ce ne fosse bisogno Jude,
osservando il punteggio di Ciena sullo schermo sopra di loro. "La
tua mira è già al di sopra della media della classe. Ancora un po' e

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riuscirai a entrare nel primo quartile".
"E allora ti troverai al fianco dei tiratori migliori
dell'accademia come me". Kendy fece roteare il suo blaster prima
di infilarselo nella fondina neanche fosse un contrabbandiere di
spezia uscito da un olofilm, e Ciena non poté fare a meno di
ridacchiare.
La ragazza era sicura che sarebbe diventata un'ottima tiratrice.
L'arroganza non c'entrava nulla: le pretese dell'Accademia
Imperiale la ponevano di fronte ai suoi limiti ogni giorno. La
fiducia di Ciena stava tutta nella felicità che provava a far parte
dell'accademia e a vivere su Coruscant. Benché amasse e sentisse
nostalgia delle valli di Jelucan, il suo universo si era espanso
enormemente e ogni sua nuova parte le sembrava sempre più
meravigliosa. Passeggiare per le strade insieme a decine di razze
diverse; ascoltare i suoni, i fischi e gli strani schiocchi delle
lingue che non conosceva; alzare lo sguardo per scorgere in cielo
diversi modelli di velivoli ogni volta... Ciena adorava quella vita.
A volte le sembrava di non fare altro che sussurrare alla sua
sorellina. Guarda coi miei occhi. C'erano infinite meraviglie da
ammirare, e finalmente aveva la possibilità di vederle tutte.
Di tanto in tanto si sentiva anche un po' in colpa. A volte
ricordava il passato... diversamente. Aveva vissuto una vita felice
nelle valli. No, non aveva mai posseduto alcun bene di lusso, a
differenza di quelli della seconda ondata, ma in effetti non lo
aveva neppure mai desiderato. E poi la difficile situazione
familiare di Thane l'aveva convinta che essere ricchi non
significava necessariamente essere felici. I beni materiali non
avevano mai avuto molta importanza, per Ciena, e non l'avrebbero
avuta neppure in futuro.
Non del tutto, almeno. Mai del tutto. Ciena non avrebbe mai
rinunciato al suo onore, all'assoluto rispetto nei confronti dei

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suoi giuramenti. Era qualcosa che faceva parte di lei tanto quanto
le sue stesse ossa. Avrebbe sempre portato con sé sua sorella, così
che Wynnet potesse guardare coi suoi occhi.
Nonostante ciò, le prospettive di Ciena erano cambiate per
sempre.
I suoi pensieri non erano più filtrati dal paragone tra gli
abitanti delle valli e i coloni della seconda ondata. L'enorme
differenza che un tempo percepiva tra Thane e lei stessa... non
significava più niente. Non esisteva più, e basta.
Ciena aveva creduto in quella spaccatura per così tanto tempo
che, ora che non c'era più, non sapeva proprio che cosa pensare.

Finalmente era giunto il momento di volare sul serio.


"Era ora", disse Ciena a Thane, il quale aveva raggiunto
l'hangar dei velivoli a bassa quota in anticipo proprio come lei.
La ragazza non poté fare a meno di notare che Thane le si
avvicinava più di qualunque altro cadetto, entrando effettivamente
nel suo spazio personale.
"Che cosa vuoi dire?", replicò subito l'altro, allontanandosi di
scatto quasi come se temesse di prendere la scossa. "Che ore
sono?"
"Intendevo dire che era ora che volassimo", ribatté Ciena,
scoccandogli un'occhiataccia.
Thane sorrise, un po' a disagio. "Ah, giusto. Certo. Hai
proprio ragione. Cioè... lascia perdere".
Perché si comporta così? In quel momento, Ciena si accorse
che si stava stringendo le braccia neanche fosse un gelido mattino
su Jelucan. Thane e lei andavano sempre d'accordo, ma ogni tanto
cominciavano ad avere questi momenti di imbarazzo.
Forse una delle sue amiche aveva riferito a qualcun altro della

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loro chiacchierata riguardo all'aspetto di Thane. Né Jude né
Kendy le avrebbero mai parlato alle sue spalle, ma la prima era
talmente ingenua che Ciena non si sarebbe stupita se avesse detto
qualcosa davanti a Ved o Nash. Sarebbe stato terribile...
soprattutto perché sembrava che Thane ora volesse prendere le
distanze.
Ho solo detto che tra noi non c'è nulla. Non dovrebbe
comportarsi così. A meno che non voglia che ci sia qualcosa tra
noi due. Ma tanto lui non lo vuole, vero?
E io, lo voglio?
Ciena si scrollò quei pensieri di dosso. Sua madre le aveva
sempre detto di non costruire castelli in aria. Era inutile saltare
alle conclusioni, specialmente ora che stavano per decollare.
"Avete fatto pratica più volte col simulatore di speeder bike",
esordì il comandante che avrebbe insegnato loro a portare i
velivoli di piccole dimensioni. I vari piloti nella classe di Ciena --
comprese le sue compagne di stanza, Thane e i suoi amici -- lo
ascoltavano dalla piattaforma d'attracco nella gigantesca struttura
dell'accademia. Fuori era calata la sera e le luci della città di
Coruscant brillavano nel buio. "Quello è il velivolo a bassa quota
più comune e anche il primo che dovrete imparare a pilotare
perfettamente. Ogni cadetto di questo corso dovrebbe già saper
pilotare una speeder bike".
Ciena cercò di nascondere il suo entusiasmo. Aveva passato
già troppo tempo ai simulatori. Ormai si sentiva pronta, e poi le
speeder bike erano così facili da pilotare...
"Allo scopo di rendere il vostro primo volo difficile e
memorabile al tempo stesso, abbiamo deciso di farne una gara",
proseguì il comandante, quasi come se le avesse letto nel
pensiero. "Una corsa".
"Si vince qualcosa?", domandò Nash Windrider, facendo

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ridere tutti gli altri. A differenza degli altri istruttori, il
comandante ogni tanto lasciava passare qualche leggerezza.
Secondo lui serviva a rinvigorire quello "spirito guerresco" che si
supponeva dovessero coltivare.
L'istruttore addirittura sorrise, prima di rispondere. "Proprio
così, cadetto Windrider, ma prima di cominciare è meglio sapere
cosa dovrete fare". Al centro della piattaforma si materializzò un
ologramma che riproduceva una mappa tridimensionale dell'area
intorno all'accademia. In una decina di zone diverse luccicavano
dei puntini colorati, a cominciare dal piano terra fin sopra lo Sky
Loop. "Quelle piccole luci rappresentano dei punti di controllo
abbastanza larghi perché possa attraversarli una speeder bike alla
volta. Abbiamo sgombrato lo spazio aereo circostante così che
possiate stabilire una rotta personale e badare soltanto ai velivoli
dei vostri compagni di corso".
Prima il più lontano, decise immediatamente Ciena. Gli altri
si accalcheranno subito su quello più vicino, perciò avrò la
strada libera. Dopodiché attraverserò gli altri sulla via del
ritorno.
"Il primo che attraverserà tutti e dieci i punti di controllo
guadagnerà cinquanta punti", concluse il comandante.
I cadetti fremevano per l'incredulità e l'impazienza. Cinquanta
punti! Non ne avrebbero guadagnati altrettanti neppure
prendendo il massimo dei voti in due o tre esami! I cadetti
peggiori sapevano che quella vittoria li avrebbe risollevati dal
baratro in cui erano precipitati. Cinquanta punti basteranno,
pensava invece Ciena. Dopodiché nessuno riuscirà più a
raggiungermi.
"Siete ansiosi di cominciare, vero?", fece il comandante.
"Allora saltate in sella e aspettate il mio segnale!"
Ciena scattò verso la sua speeder bike e la mise in moto.

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Mentre il motore prendeva vita con un brusio, la ragazza
controllò le fibbie del suo casco grigio e delle protezioni che
indossava alle braccia, ai polpacci e ai fianchi. La cosa più
importante di tutte era la cintura a repulsione, che si sarebbe
attivata nel caso in cui fosse caduta... solo che lei non aveva la
benché minima intenzione di cadere.
Vincerò io, si disse mentre stringeva le mani intorno alla barra
di comando e sentiva i controlli sotto il tessuto protettivo dei
guanti. Il motore le pareva vibrare per l'entusiasmo, quasi come
fosse un animale fremente invece che una macchina.
Le luci sopra di loro aumentarono lievemente d'intensità.
Ciena trattenne il respiro. Poi un lampo indicò loro il momento
della partenza.
Ciena scattò insieme a tutti gli altri come parte di un
gigantesco sciame di locuste dardanelliane... ma non appena fu
uscita dall'edificio, rallentò leggermente in modo che in pochi
potessero notare la sua rotta e intuire il suo vero piano. Mentre
quasi tutte le altre speeder bike sfrecciavano verso il punto di
controllo più vicino, Ciena invertì la marcia e si diresse verso
quello più lontano a tutta velocità.
Non era la sola, tuttavia. Una decina di cadetti aveva
elaborato la sua stessa strategia e, neanche a dirlo, uno di loro era
proprio Thane. Mentre si chinava sulla sua barra di comando, il
ragazzo la sorprese a guardarlo e sogghignò prima di virare.
Ciena scoppiò a ridere. Le cose, tra loro, erano tornate alla
normalità, e quella gara sarebbe stata un vero spasso.
La parte più difficile di quella prova non era tanto pilotare la
speeder bike, un velivolo leggero che rispondeva benissimo ai
movimenti del pilota, quanto scegliere la rotta migliore. Per
mantenere l'equilibrio bisognava volare a circa venti metri dal
terreno o da una superficie piana come un velivolo di dimensioni

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maggiori... o un edificio. Ciena sfrecciò verso la struttura più
vicina e raddrizzò la speeder bike contro la superficie brillante
del muro, volando perpendicolarmente al terreno in modo che, a
quella velocità, potesse sfuggire all'attrazione gravitazionale. Le
finestre illuminate sfrecciarono "sotto" di lei, baluginando come
la luce del sole che si riflette sul mare.
Vira! Ciena inclinò la speeder bike, proseguendo a spirale in
direzione del baratro che si era formato sotto di lei... finché non
fu distante soltanto pochi metri da un altro edificio più alto che
avrebbe sfruttato per riprendere l'equilibrio. In quel modo sarebbe
riuscita a volare più in alto e più velocemente, col vento che le
sferzava il viso. Meno male che porto gli occhiali, pensò...
E poi imprecò mentalmente quando le si accostò un'altra
speeder bike. A pilotarla, ovviamente, era Thane.
"Sarà dura!", le gridò quello, appena percepibile al di sopra
del brusio dei motori e del sibilo del vento.
"Per te sicuramente!", gridò lei di rimando, ridendo mentre
virava bruscamente intorno all'edificio. Il primo punto di
controllo risplendeva davanti a lei di un giallo brillante,
fluttuando a pochi metri dal tetto. Ciena accelerò in quella
direzione... e trattenne il fiato quando la sua speeder bike si
scontrò con quella di Thane.
Thane non l'avrebbe mai fatto. E neppure lei, ovviamente, ma
si erano talmente concentrati sulla meta che nessuno dei due
aveva prestato attenzione all'altra speeder bike. Il problema non
era stato l'urto, dato che in fondo le speeder bike erano costruite
per sopportare ben di peggio, ma il fatto che si fossero incastrate
le pinne direzionali dei due velivoli.
"Allontanati!", gridò Thane, cercando disperatamente di
strattonare la sua speeder bike verso destra. Ciena tentò di virare
verso sinistra, ma i due riuscivano soltanto a sbandare di qua e di

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là. Non sarebbero mai riusciti a separare le due speeder bike in
volo: avrebbero dovuto fermarsi, atterrare e arrendersi.
Ciena trattenne il respiro quando si rese conto di quanto
fosse vicino il punto di controllo. Era troppo vicino per
scansarlo; si sarebbero schiantati, e neppure il campo a
repulsione sarebbe riuscito a impedirlo.
E così, d'istinto, la ragazza puntò dritto alla meta. Accanto a
lei, Thane fece esattamente la stessa cosa nello stesso preciso
momento. Le due speeder bike sfrecciarono attraverso il punto di
controllo, distanti soltanto mezzo metro ai lati.
La prima cosa che pensò Ciena fu che erano fortunati a essere
vivi. Dopodiché si accorse che, nonostante le pinne direzionali
fossero ancora agganciate e rendessero più difficile virare, la loro
velocità e il loro equilibrio non ne avevano risentito.
Se si fosse trovata in quella situazione con un qualsiasi altro
cadetto, Ciena avrebbe spento il motore e si sarebbe arresa. Ma
era con Thane... e lei sapeva quanto bravo fosse a volare. E se ci
avessero provato?
"Finiamo la gara!", gridò.
"Come, così?". Thane allungò la mano verso il pulsante di
spegnimento del motore, ma poi esitò. Ciena lo vide di nuovo
sogghignare. "E va bene, facciamolo!"
La ragazza accelerò verso il punto di controllo successivo, e
Thane fece lo stesso: aumentarono la velocità entrambi nello
stesso momento, virando nello stesso istante. Non sarebbero
riusciti a ripetere quella manovra neppure se si fossero esercitati.
Le due speeder bike erano diventate una sola.
Per attraversare il secondo punto di controllo avrebbero
dovuto percorrere uno stretto passaggio tra due edifici che
sarebbe stato arduo per una speeder bike, figurarsi per due.
Insieme inclinarono i mezzi in modo che si appoggiassero

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all'edificio di sinistra -- ma come facevano a sapere che doveva
essere proprio quello di sinistra? -- e superarono a tutta velocità
un altro cadetto che lo aveva quasi raggiunto, per poi tuffarsi
verso il punto di controllo giallo incandescente.
Ciena e Thane raggiunsero anche il terzo punto di controllo,
scendendo fin quasi a terra, per poi attraversare un dedalo di
corridoi in direzione del quarto punto di controllo. Insieme
seguirono i canali di un grattacielo a spirale per raggiungere il
quinto. Ogni nuovo traguardo sembrava ancora più
irraggiungibile del precedente ma volare diventava sempre più
facile, perché lo stavano facendo insieme.
Ciena si rese conto che soltanto due persone che avevano
trascorso così tanti anni a imparare a volare insieme potevano
coordinarsi in quella maniera. Per reagire alle decisioni di Thane
-- così come lui reagiva alle sue -- non doveva neppure pensare.
Era soltanto una questione d'istinto da parte di entrambi. Le
innumerevoli giornate passate a sfrecciare sopra le valli di
Jelucan avevano insegnato loro a comprendersi senza parlare.
Il legame che si era instaurato tra loro era di un tipo che non
si sarebbe mai spezzato.
Una volta attraversato anche il decimo punto di controllo
sopra il tetto dell'accademia, Ciena e Thane virarono e scesero a
tutta velocità lungo il muro dell'edificio. Ciena si gettò
un'occhiata dietro le spalle e notò i bagliori dei fari delle altre
speeder bike che sfrecciavano verso l'hangar come uno sciame di
lucciole. Erano vicini... ma non abbastanza. Thane e Ciena
piombarono nell'hangar quaranta secondi prima del concorrente
più vicino.
La cosa più difficile, neanche a dirlo, fu atterrare. Mentre
barcollavano verso terra, le altre speeder bike cominciarono a
fermarsi dietro di loro, e Ved Foslo gridò sopra gli altri rumori:

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"Sono squalificati!"
"Per nulla!", replicò Ciena, togliendosi il casco e alzando gli
occhiali sopra la fronte. "Nessuno ci ha detto che cosa fare se due
speeder bike si fossero incastrate!"
"Volare in quelle condizioni sarebbe stato molto più
difficile", notò Jude, la quale non si era ancora tolta il casco
nonostante fosse arrivata prima di Ved. "Perciò non mi sembra
giusto penalizzarli per questo".
Gli occhi dorati di Ved erano pieni di rabbia. "Dovevamo
imparare come pilotare una speeder bike. Quello non mi sembra
il modo giusto, no?"
"Queste cose possono succedere anche in battaglia. Non
dovremmo imparare a gestire queste situazioni?". Ciena era
nauseata. Non aveva infranto nessuna regola -- quantomeno, non
lo aveva fatto di proposito -- eppure Ved Foslo stava mettendo in
dubbio il suo onore. La stava accusando di avere barato?
Intorno a loro si era riunita una piccola folla che si diradò
solo quando arrivò l'istruttore. "È stato... originale", si limitò a
dire quello.
Thane si appoggiò alla sua speeder bike come se nulla fosse
successo. "Vorrei solo dire che il regolamento non prevedeva un
vincitore soltanto. Lei ha detto che il "primo" a finire la gara
avrebbe vinto cinquanta punti. Noi siamo arrivati primi insieme".
"Non dovresti cercare dei cavilli nelle istruzioni dei tuoi
superiori, Kyrell", ribatté il comandante, scuotendo poi
lentamente la testa per l'esasperazione. "Ma non mi azzarderei
mai a criticare un volo come quello. Avete affrontato la sfida
insieme, perciò vi dividerete il premio. Venticinque punti a testa
per Ree e Kyrell".
Ved Foslo scagliò il suo casco sul pavimento, disgustato, ma
gli altri cadetti esultarono intorno a loro. Thane prese la mano di

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Ciena e la alzò in segno di vittoria. Ciena, dal canto suo,
scoppiava di felicità.
Prima del corso. Sono riuscita a entrare nell'Accademia
Reale di Coruscant e ora sono la prima del corso! Venticinque
punti erano più che sufficienti, ma Ciena si rese conto, in quel
momento, di aver vinto quel premio grazie a Thane.
E scoprì che non le dispiaceva dividerlo con lui.
Thane abbassò il braccio, ma non le lasciò la mano.
E non lo fece neppure Ciena.

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CAPITOLO 5

Per alcuni mesi non cambiò nulla. Poi arrivò il progetto del
cannone laser.
Anche le migliori strategie mettevano a rischio la vita dei
soldati; in qualsiasi momento ci si poteva ritrovare in pericolo e
separati dai compagni, i quali magari erano inchiodati altrove e
impossibilitati ad aiutare. In quei momenti capitava di scoprire
che il blaster si era danneggiato e che quella stessa arma, in ogni
caso, non sarebbe servita a nulla contro un'astronave nemica. Se
un soldato fosse stato in grado di costruire un'arma più grande,
però, avrebbe potuto continuare a combattere per conto proprio...
magari sopravvivendo fino all'arrivo dei suoi compagni, insieme
ai quali l'avrebbe fatta pagare cara al nemico. I soldati avrebbero
dovuto imparare a costruire un cannone laser impiegando i
componenti imperiali standard.
A Thane non piaceva la meccanica. Preferiva di gran lunga
volare e sparare, ma aveva comunque tutta l'intenzione di
prendere il massimo dei voti anche in quel progetto. Ciena e lui
avevano conseguito i voti più alti fino a quel momento, e restava
solo da scoprire chi sarebbe stato il primo alla fine del corso. Se
Ciena l'avesse battuto, Thane sarebbe stato il primo a
congratularsi con lei... ma sperava con tutto il cuore che dovesse
essere lei a congratularsi con lui.
"Guarda come sorride", disse Nash, sdraiato sotto il suo
cannone ancora incompleto a un paio di metri di distanza da
quello di Thane nell'enorme officina dell'accademia. "Stai già

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pensando al nostro giorno libero e a quanto ce la spasseremo nei
locali di Coruscant?"
Thane si strinse nelle spalle da dietro il suo tavolo, senza
distogliere lo sguardo dall'elmo da assaltatore che stava
smontando in cerca di una cella energetica. "Sto lavorando al mio
cannone, come dovresti fare anche tu. Dai, Nash... concentrati".
"Come faccio a concentrarmi se penso che potremo andare in
cafbar, taverne e centinaia di altri posti in cui conoscere
finalmente qualche bella ragazza?", protestò l'altro. "E saranno
ragazze che non ci sarà proibito frequentare, toccare... e magari
anche baciare".
"Ho capito, però io sto cercando di concentrarmi perché
voglio prendere un buon voto. Non sono l'unico ad aver dedicato
un sacco di tempo a questo progetto". Thane indicò il resto
dell'hangar con un ampio gesto.
Intorno a loro c'erano almeno venti cannoni laser che erano
già stati montati e chiusi all'interno di piccoli campi di forza
semisferici e brillanti. Ciascuno di quei congegni poteva essere
stato costruito meglio del suo, magari impiegando componenti
impensabili scovati in qualche spazioporto alieno. Tutti quei
cannoni erano veri e propri concorrenti.
Nash scivolò fuori da sotto il suo tavolo per scoccare a Thane
un'occhiata avvilita. "Ci stiamo lavorando da almeno un paio
d'ore. Non possiamo parlare dell'unico giorno in cui potremo
divertirci prima che comincino i prossimi esami?"
"Penso di sì".
"Eppure l'altro giorno mi sembravi entusiasta, quando Ved ci
ha indicato i migliori locali della città".
"Lo ero. Cioè, lo sono ancora. Sono entusiasta, dico sul
serio".
Sentito ciò, Nash si alzò in piedi e fissò Thane dritto negli

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occhi da dietro gli utensili e i componenti sparpagliati sul tavolo
da lavoro. "Eppure non mi sembri affatto entusiasta...
quantomeno di conoscere delle ragazze. Il che significa due cose.
O ti piacciono gli uomini... e non credo, considerando come hai
reagito quando hai visto quell'olovideo a luci rosse di Ved..."
Avere la carnagione chiara era una maledizione quando si
arrossiva anche soltanto un po'. Thane fece finta di essere ancora
concentrato sull'elmo da assaltatore.
"Oppure c'è già una ragazza che ti piace. Una ragazza che
conosci già". Nash si sporse sul tavolo, appoggiando il mento
sulle mani, gli occhi sgranati e un'espressione di finta innocenza
dipinta sul viso. "Possibile che il nome della ragazza in questione
faccia rima con lie-henna sii?"
"Non c'è niente tra noi due", insistette Thane. "Non c'è mai
stato niente".
Il sorrisetto di Nash si era fatto più malizioso. "Ma sospetto
che ci sarà".
L'argomento irritava Thane più del dovuto. Non era sicuro di
come stesse cambiando il suo rapporto con Ciena, e non voleva
che Nash ci ficcasse il naso. E poi, anche se Nash non lo faceva
con cattiveria, il suo tono inquisitorio gli ricordava troppo quello
con cui Dalven aveva parlato dell'unica cosa interessante nelle
ragazze delle valli.
Sentiva che, parlando di Ciena a quel modo, le mancava di
rispetto. In più, gli faceva frullare in testa dei pensieri su cui non
voleva neppure indugiare finché non si fosse diplomato.
"Su Jelucan prendiamo queste faccende molto sul serio",
disse in tutta onestà. "Non è il caso di... fare congetture".
"E lo dici proprio tu che hai guardato quell'olovideo ben
cinque volte!", scoppiò a ridere Nash. "Inoltre dovresti
cominciare a smettere di pensare da Jelucano e cominciare a

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comportarti come un cittadino dell'Impero, ricordi? Senza contare
che fare congetture è divertente".
"Stammi bene a sentire", replicò Thane, posando gli attrezzi e
guardando Nash dritto negli occhi. "Non voglio parlarne più,
chiaro? Non c'è niente tra Ciena e me. Siamo solo..."

"... buoni amici", disse Ciena mentre usciva dalla palestra con i
muscoli doloranti. "Lo siamo sempre stati e lo saremo sempre.
Non c'è altro da aggiungere".
Jude annuì in segno di approvazione per poi trasalire;
probabilmente la mano le faceva ancora male dopo l'ultima volta
che Kendy gliel'aveva schiacciata contro il materassino. "Molto
saggio. Considerando che ci è proibito frequentare gli altri
cadetti, è meglio che né Thane né tu compromettiate le vostre
carriere violando una regola così importante".
Kendy -- raggiante, sudata e trionfante -- si limitò a ridere.
"Non ci penserei due volte a violare quella regola per qualche bel
ragazzo".
Per un attimo, Ciena provò una punta di gelosia. Non era così
che voleva sentirsi quando pensava a Thane... eppure quel fuoco
le bruciava dentro e non accennava a spegnersi.
Kendy, però, aveva già cambiato argomento. "Allora, che
facciamo nel nostro giorno libero?"
"Per me è uguale", rispose Ciena. "Basta che andiamo a
mangiare qualcosa di vero".
Gli ufficiali a bordo delle astronavi imperiali erano
incoraggiati a bere dei composti nutritivi al posto del cibo solido
tradizionale: era più efficiente sia in termini di risorse sia di
tempo, e i medici insistevano che quelle sostanze nutritive
facevano anche bene alla salute. Non avevano un cattivo sapore,

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ma c'era decisamente di meglio. La mensa dell'accademia serviva
quelle stesse bevande nutritive e Ciena, come molti altri studenti,
aveva cominciato diligentemente ad assumerle per abituarsi.
Tuttavia, davanti all'opportunità di godersi qualche pietanza vera
e gustosa, avrebbe volentieri chiuso un occhio.
"Credo che riusciremo a trovare qualcosa di buono da
mangiare praticamente ovunque", intervenne Jude, esitando un
attimo prima di suggerire la sua idea. "Vi piacerebbe visitare il
museo delle Scienze Aliene?"
Kendy grugnì, ma Ciena la guardò in tralice. La loro
compagna di stanza era timida, paziente e non si lamentava mai:
ogni tanto si meritava che lo fossero anche loro nei suoi
confronti. "Potremmo andare al museo di mattina presto, ma di
pomeriggio preferirei fare qualcosa di meno" -- noioso? --
"intellettuale. Studiamo già così tanto, qui... Non sarebbe meglio
provare qualcosa di diverso come, non lo so, l'immersione
subacquea?"
"Immersione subacquea? Sì". Kendy era eccitatissima.
Essendo nata sul pianeta tropicale di Iloh, aveva imparato a
nuotare ancor prima di camminare. "Non faccio un tuffo da sei
mesi! E no, Jude, le vasche in piscina non contano".
Jude non replicò e insieme alle altre due salì sul
turboascensore. Stava già riflettendo. "L'immersione subacquea
sarebbe una sfida affascinante. Bespin è un gigante gassoso, il
che significa che non ci sono né oceani né laghi. Le piscine sono
rare e costose, perciò non ho molta esperienza in materia. Mi
piacerebbe molto ampliare le mie conoscenze e osservare la fauna
marina".
Mentre l'ascensore si fermava, Ciena fu costretta a scuotere la
testa e a sorridere. "Per te è tutto un progetto scientifico, Jude".
"La scienza studia l'universo materiale nel suo insieme,

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quindi ogni cosa è scienza... che vi piaccia oppure no". Dal
sorrisetto dipinto sulle sue labbra Jude capì che la stava
prendendo un po' in giro.
Ciena non parlò di quello che avrebbero fatto quella sera. Tra
sé sperava che avrebbero festeggiato perché aveva avuto i voti
migliori del corso, ma se lo avesse detto a voce alta sarebbe
apparsa davvero arrogante. C'era soltanto un'altra persona che
avrebbe potuto prendere il suo posto, e ovviamente era Thane... e
se fosse stato lui, il primo del corso, Ciena pensava che sarebbe
stata altrettanto felice.
Magari avrebbe festeggiato insieme a lui, brindando al suo
successo. Anche se avrebbe preferito di gran lunga brindare al
proprio...
"Ciena?". Kendy le lanciò un'occhiata mentre percorrevano il
corridoio che conduceva alla loro stanza. "Hai la testa tra le
nuvole".
"Scusa. Temo di non essermi ancora ripresa dopo l'ultima
volta che mi hai messo al tappeto". Ciena prese a slacciarsi la
cintura dell'uniforme d'allenamento mentre la porta si apriva,
sibilando, davanti a loro. "Potresti insegnarmi come si fa?"
"Neanche per sogno", rispose Kendy con una risata. "È una
delle poche cose in cui sono più brava di te".

Il mattino seguente fu il momento dell'ispezione dei cannoni


laser.
Ciena era sull'attenti davanti all'arma che aveva montato alla
perfezione, usando appositamente i componenti più logori in
modo che gli istruttori notassero che era in grado di costruire
un'arma del genere anche nelle situazioni peggiori. L'istinto le
aveva suggerito che Thane non si sarebbe complicato la vita, e

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quello era l'unico campo in cui Ciena avrebbe potuto superarlo
davvero.
Il comandante Harn stava passando in rassegna la fila di
cannoni, dietro ciascuno dei quali c'era un cadetto sull'attenti.
Nonostante l'officina fosse, per sua stessa natura, un luogo in cui
si lavorava sodo e ci si sporcava letteralmente le mani, le pareti e
i pavimenti coperti di gomma grigia erano perfetti, senza macchie
di grasso o bruciature. La disciplina imperiale pretendeva la
pulizia assoluta, in modo che non restasse traccia di alcun lavoro
non appena fosse stato compiuto. Solo il cannone del cadetto
Windrider era un po' sporco... come al solito.
Harn annuì in segno di approvazione quando Kendy accese il
suo cannone. Il comandante aprì il pannello di controllo, poi
annuì di nuovo, soddisfatto, dopo aver esaminato i componenti
che aveva utilizzato per costruirlo. Tuttavia non sorrise, né in
quel momento né durante le ispezioni successive. Mormorò
soltanto: "Originale", dopo aver esaminato l'opera di Ved.
Quest'ultimo fece un sorriso così compiaciuto che Ciena dovette
reprimere la voglia di sbuffare.
La giovane attese il suo turno, quindi accese il cannone e
aspettò che Harn esaminasse l'efficienza e la potenza dell'arma. Il
comandante non parlò, ma incrociò il suo sguardo mentre la
valutava. Ciena lo aveva impressionato. In qualche modo la
ragazza riuscì a mantenere un'espressione impassibile anche
quando Kendy mimò la parola "brava!" alle spalle del
comandante.
Quando Harn passò al cannone di Thane e premette il
pulsante per accenderlo, Ciena trattenne il respiro...
Ma il cannone laser non si accese affatto.
Thane sbiancò. Non si sentiva bene neppure Ciena: voleva
batterlo, sì, ma non voleva che il suo amico fallisse a quel modo.

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Com'è possibile?, pensò, stringendo i pugni dietro la schiena.
Thane non è un buon meccanico, ma lavora duramente ed è
molto preciso. Avrà controllato il suo cannone una decina di
volte, come minimo. C'è qualcosa che non va.
"Non è da te, Kyrell", commentò Harn, scrivendo qualcosa sul
datapad che portava con sé. "Vediamo che cosa hai sbagliato".
Harn aprì il pannello di controllo del cannone laser di Thane
e rimase di stucco; i lineamenti sul suo viso si indurirono in
un'espressione delusa, forse persino arrabbiata.
Doveva essersene accorto anche Thane, perché imprecò ad
alta voce nonostante fosse sull'attenti e il comandante fosse
proprio davanti a lui. Qualcuno trattenne il respiro.
Harn, però, non rimproverò Thane. Invece fece un gesto in
modo che tutti i cadetti potessero rilassarsi e avvicinarsi.
All'inizio Ciena non riuscì a vedere cosa fosse successo, ma dopo
essersi fatta largo tra i compagni gettò un'occhiata al pannello di
controllo del cannone di Thane e capì subito perché tutti avevano
cominciato a bisbigliare e a guardarsi intorno insospettiti.
Qualcuno aveva tagliato i fili all'interno. Il taglio era netto e
pulito: era evidente che non era stato un errore né un incidente.
Qualcuno aveva tagliato quei fili di proposito.
L'hanno sabotato. La competizione all'accademia poteva farsi
animata, ma fino a quel momento si erano comportati tutti
lealmente. Al pensiero, Ciena rabbrividì. Com'era possibile che ci
fosse qualcuno -- un cadetto, poi! -- talmente privo di onore? Era
quasi più offesa che dispiaciuta per Thane.
"Risolveremo questo problema in fretta", promise Harn in un
tono gelido e tagliente come una stalattite di ghiaccio. "Chiunque
abbia pensato che avrebbe preso un voto migliore così, se ne
pentirà amaramente". Il comandante si avvicinò a grandi passi al
pannello di controllo dell'ingresso principale, poggiò la mano su

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di esso e formulò una domanda. "Quanti altri cadetti sono entrati
in questa stanza, da soli, dopo l'ultima visita del cadetto Kyrell e
prima di questa ispezione?"
"Uno", rispose la voce sintetica in tono piatto e monocorde.
"Chi?", ringhiò Harn.
"L-P-Otto-Otto-Otto".
Ciena doveva aver sentito male per forza.
Ma poi il computer finì di rispondere. "Cadetto Ciena Ree".

"Non farei mai una cosa del genere", giurò Ciena nell'ufficio del
comandante Deenlark, sull'attenti davanti alla sua scrivania di
ossidiana. "Non lo farei a nessuno, specialmente a Thane".
"E perché no? Non era il tuo unico rivale per il posto di prima
del corso?"
"Sì, ma... è mio amico".
"L'amicizia sopravvive raramente all'ambizione".
Ciena dovette ignorare la stretta che sentiva allo stomaco con
tutte le sue forze per non vomitare sul posto. Era un vero e
proprio incubo. Non solo aveva incrociato lo sguardo sbigottito
di Thane, non solo aveva notato le occhiatacce scoccate da tutti i
suoi compagni mentre veniva scortata via, in tutta fretta,
dall'officina... ma il suo onore -- e questa era la cosa peggiore --
era stato messo in discussione, e non sapeva neppure se sarebbe
riuscita a difendersi.
Che cosa farò se dovessero espellermi? I suoi pensieri si
rincorrevano freneticamente anche se rimaneva sull'attenti e
faceva di tutto per restare impassibile. Non diventerò mai
ufficiale. Potrei lavorare come pilota, ma non potrò mai più
tornare su Jelucan. I miei genitori non mi farebbero nemmeno
più entrare a casa per la vergogna.

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No. Non poteva lasciare che sua madre e suo padre soffrissero
a causa sua. Se fosse stata espulsa, Ciena sarebbe partita e
avrebbe trovato un pianeta sconosciuto su cui ricominciare da
capo.
La porta dell'ufficio di Deenlark si aprì. "Non abbiamo ancora
finito", ringhiò il comandante.
"Signorsì, signore", fece Harn, mettendosi sull'attenti.
"Sembra che un altro cadetto abbia una prova importante".
Quando Jude entrò nell'ufficio con un datapad in mano, la
paura e la speranza inghiottirono Ciena, impedendole di
spiccicare parola. Quando il comandante Deenlark ebbe fatto
cenno a Jude di parlare, la ragazza si espresse con calma neanche
stesse leggendo un elenco di componenti meccanici. "Cadetto
Jude Edivon di Bespin, T-I-Otto-Zero-Tre, a rapporto, signore.
Un'attenta analisi dei dati rivela che il cadetto Ree era in
compagnia della sottoscritta e della nostra compagna di stanza,
cadetto Idele, nello stesso momento in cui si suppone che sia
entrata nell'officina per sabotare il progetto del cadetto Kyrell. Ho
scaricato i registri che dimostrano quando siamo uscite dalla
palestra, siamo salite a bordo del turboascensore e siamo entrate
nella nostra stanza, e non vi è alcun segno che il cadetto Ree sia
uscita da quel momento in avanti".
Ciena si sentì quasi mancare per il sollievo, ma Deenlark
aveva ancora la fronte aggrottata. "Si possono sabotare anche i
registri, cadetto Edivon".
Jude annuì. "Ritengo che il colpevole abbia sabotato non solo
il progetto del cadetto Kyrell, ma anche il computer dell'officina,
in modo che il cadetto Ree sembrasse colpevole. Per farla breve,
signore, ritengo che il cadetto Ree sia stata incastrata".
"Quello che credi non ha nessuna importanza se non hai delle
prove, cadetto Edivon", replicò il comandante. Ciena non aveva

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osato sperare che le testimonianze di Jude e di Kendy bastassero
a scagionarla. In quel caso, lo avrebbe già detto lei stessa.
"Signore... non ho nominato la persona che potrebbe aver
compiuto questo sabotaggio perché, nonostante i registri siano
chiari, come ha detto anche lei non sono una prova sufficiente".
Jude strinse le dita intorno al suo datapad, come se avesse paura
che qualcun altro potesse rubarle quell'informazione.
Perché ti stai trattenendo?, pensò Ciena. Voleva quasi
gridarglielo. Chi è stato?
Il comandante Deenlark si alzò in piedi e torreggiò sulla
sagoma esile di Jude. "Parla chiaramente".
Jude rivolse a Ciena un'occhiata mortificata. "Signore...
sembra che la persona che abbia incastrato il cadetto Ree... sia
proprio il cadetto Thane Kyrell".
No. Ciena si rifiutava di crederlo. Doveva esserci un'altra
spiegazione. Jude doveva aver frainteso.
Eppure nessuno era più brava di Jude coi computer. Thane era
il suo unico concorrente per il posto di primo del corso e non era
mai stato bravo in meccanica. Se non avesse preso un buon voto e
avesse temuto di fallire... avrebbe potuto tagliare i fili del suo
cannone laser per mascherare il fatto che non sapeva ripararlo.
Incastrando Ciena per il sabotaggio, non solo avrebbe evitato un
brutto voto, ma al contempo avrebbe impedito che anche lei ne
prendesse uno migliore, occupando il posto di prima del corso.
Il problema non è il primo posto, però. Potrebbero
espellermi! Thane non mi avrebbe mai giocato un tiro del
genere. Mai.
Eppure Jude era lì, e stringeva tra le mani la prova
inconfutabile della sua colpevolezza.

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CAPITOLO 6

"Che cosa ha detto il comandante?", domandò Nash a Thane.


"Soltanto di andare nel suo ufficio". Thane si riabbottonò la
giacca dell'uniforme per prepararsi all'incontro.
"Credi che ti permetterà di rifare l'esame del cannone laser?".
Ved era sdraiato sulla sua branda e non si stava neppure
sforzando di fingere che gliene importasse qualcosa.
In quel momento, a Thane importava del suo esame ancor
meno di quanto non importasse a Ved. "Penso che mi dirà che
cos'è successo veramente".
Nash alzò un sopracciglio. "Sei ancora convinto che non sia
stata Ciena a sabotare il tuo progetto? Eppure è evidente".
"Non è da lei", tagliò corto Thane, aprendo la porta.
Non era sicuro al cento per cento che Ciena fosse innocente:
la prova la incolpava e Thane sapeva che era difficile violare i
computer dell'accademia. Però si sentiva sicuro almeno al
novantacinque per cento. Thane si fidava di lei; sapeva che tipo
di persona era Ciena e come era cresciuta. Certo, molti cadetti
non ci avrebbero pensato due volte a barare per prendere un buon
voto. Ciena, però, era cresciuta nelle valli di Jelucan, e avrebbe
preferito morire piuttosto che macchiare il proprio onore. Non
avrebbe tradito nessuno, men che meno Thane. Tenevano troppo
l'uno all'altra per comportarsi così.
Nonostante ciò, restava pur sempre quel cinque per cento di
incertezza, anche se Thane non aveva mai dubitato di Ciena
neppure per un secondo.

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Quando Thane entrò nell'ufficio del comandante Deenlark, si
stupì di trovare Ciena sull'attenti. Sulle prime fu contento di
vederla -- "Ottimo, possiamo gettarci questa storia alle spalle",
pensò -- ma poi si rese conto di non riuscire a incrociare lo
sguardo della ragazza. Si sentiva in colpa o era soltanto una
questione di disciplina?
"Cadetto Kyrell. Cadetto Ree. Dobbiamo risolvere un
enigma". Il comandante non si alzò dalla poltrona, limitandosi a
squadrarli da dietro la scrivania mentre erano fianco a fianco,
sull'attenti. "I primi dati affermano che il cadetto Ree è l'unico
colpevole possibile del sabotaggio di oggi. I secondi, tuttavia,
suggeriscono che sia stato il cadetto Kyrell a sabotare il proprio
cannone laser per incastrare il cadetto Ree".
Thane non sapeva che si potesse provare fisicamente la
sensazione di impallidire. Era un po' come perdere la sensibilità
al tatto dopo una doccia gelida. "Signore! Io non ho
assolutamente... non avrei mai..."
"Risparmiami le proteste, cadetto Kyrell". Ormai Deenlark
sembrava più stufo che altro. "Ho consultato i nostri specialisti, i
quali mi hanno spiegato che quei dati potrebbero essere stati
falsificati. Uno dei due avrebbe potuto provare a sabotare l'altro,
nascondendo poi le proprie tracce. Forse non del tutto, ma
abbastanza da impedirci di scoprire chi è colpevole e chi è
innocente. A questo punto non possiamo fare altro che punirvi
entrambi".
Per quanto fosse un buon pilota, era capitato che Thane si
fosse "schiantato" durante una simulazione, e quando lo schermo
gli aveva mostrato le immagini dell'esplosione sulla superficie del
pianeta che lo riduceva in atomi, si era sempre chiesto come ci si
sarebbe sentiti a schiantarsi e a bruciare per davvero.
Probabilmente non doveva essere troppo diverso da come si

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sentiva in quel momento.
Il comandante Deenlark rivolse loro un sorriso sottile. "Avete
fallito entrambi l'esame del cannone laser. I vostri voti
diminuiranno di conseguenza".
I loro voti erano così alti che quella bocciatura non li avrebbe
comunque retrocessi al secondo quartile, ma era davvero
seccante.
"Di solito, una violazione del codice d'onore richiederebbe
una riunione disciplinare e l'eventuale espulsione", proseguì
Deenlark. "Sarebbe inutile, comunque, poiché non possiamo
scoprire la verità. E dato che vi ho puniti entrambi, non ho
intenzione di espellere due piloti tanto dotati sulla base di
informazioni nebulose. Proseguirete il corso da cadetti. Vi
assicuro, però, che se dovesse ricapitare un incidente come
questo, sarete sicuramente espulsi. Sono stato chiaro?"
"Sissignore", risposero all'unisono Thane e Ciena. La voce
della ragazza risuonò vuota tanto quanto quella dell'amico.
I due uscirono dall'ufficio di Deenlark senza proferire un'altra
parola. L'ufficio era situato in uno dei piani più alti
dell'accademia, e da lì ci si poteva affacciare su praticamente
mezza Coruscant da dietro alcune grandi vetrate verdastre.
C'erano alcune sedie e panchine così che i sottufficiali, gli
studenti e i visitatori potessero ammirare il panorama e intendere
il grande potere del comandante. Quella sera non c'era nessuno,
tuttavia; Thane e Ciena erano soli.
Si avvicinarono alle vetrate insieme e si voltarono l'uno verso
l'altra quasi come se l'avessero deciso in anticipo. Quando i loro
sguardi si incrociarono, Ciena tirò un sospiro di sollievo. "Non
sei stato tu".
"Neanche tu". Thane lo aveva sempre saputo. I due ragazzi si
sorrisero. Potevano ancora fidarsi l'uno dell'altra, ma restava

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comunque un problema. Thane si appoggiò a una delle colonne
metalliche che separavano le finestre. "Allora chi diamine è
stato?"
Ciena aggrottò la fronte. "Qualcuno che voleva prendere il
voto più alto. Probabilmente quella serpe di Ved Foslo".
"Non ne sarei tanto sicuro. Ved è un bravo meccanico. Non
avrebbe avuto bisogno di barare per prendere un buon voto. E poi
è molto ligio alle regole, anche se queste gli si possono ritorcere
contro".
"Allora chi potrebbe essere stato a incastrarci, nel tentativo di
metterci l'una contro l'altro?". Ciena era disgustata. "Non hanno
sabotato il cannone laser e i computer solo per il voto. Volevano
nuocerci".
Chi aveva dei rancori nei loro confronti? Per quel che ne
sapeva Thane -- e magari non era abbastanza -- non c'era nessuno
che li odiasse a tal punto. "Dev'essere successo perché siamo i
primi del corso".
Ciena borbottò. "Lo eravamo. Adesso, invece..."
"È momentaneo". Thane si accorse di aver stretto i pugni.
"Dobbiamo scoprire chi è stato. Una volta che lo avremo
dimostrato, riavremo i nostri voti e lo faremo espellere".
"Chi si comporta così non dovrebbe diventare un ufficiale
dell'Impero", affermò Ciena, alzando il mento. "Hai ragione.
Scopriamo la verità e facciamogliela pagare".
Thane annuì. Fuori, le astronavi e le hoverbike sfrecciavano
nel tramonto nebbioso. "Allora, da dove cominciamo?"

Jude accettò di aiutarli, ma quando si sedettero intorno a uno dei


terminali liberi, quella sera, la prima cosa che fece fu metterli in
guardia. "La mia prima analisi ha ingiustamente accusato Thane,

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perciò non potete fidarvi delle mie capacità".
"Lascia perdere", disse Ciena, posandole una mano sulla
spalla. "Sei giunta alla conclusione sbagliata perché qualcun altro
ha fatto in modo che accadesse. Adesso che lo sai, devi scavare
più a fondo, e sono sicura che risolverai subito il problema.
Giusto, Thane?". Ciena gli scoccò un'occhiata e quello annuì,
come se non avesse sollevato la medesima questione riguardo alle
capacità di Jude quando ne aveva discusso con lei fuori
dall'ufficio di Deenlark.
Ciena, tuttavia, credeva nella sua amica. Jude era la loro unica
speranza, se volevano davvero scoprire la verità.
Jude lavorò al terminale per parecchi minuti mentre nessuno
parlava o si muoveva. L'unico rumore che si sentiva nell'enorme
sala computer era il lieve ticchettio delle dita di Jude sulla
tastiera. L'unica fonte di illuminazione erano gli schermi bluastri
delle decine di terminali che a quell'ora della sera erano liberi.
Ciena gettò un'occhiata all'amico e scoprì che Thane la stava
guardando. Quando i loro sguardi si incrociarono, Thane si girò
dall'altra parte, imbarazzato.
Per qualche ragione, quella reazione la fece arrossire.
Ciena decise così di concentrarsi sui possibili colpevoli. In
molti avrebbero voluto abbassare i loro voti, ma metterli l'una
contro l'altro... era una mossa studiata per farli soffrire.
Li abbiamo fregati, però. Ciena si sentiva piena d'orgoglio e
di altre emozioni che non riusciva a identificare, mentre rivolgeva
a Thane un altro sguardo. Ci vuole molto di più per separarci.
"Mmm". Jude aggrottò la fronte, arricciando il naso
lentigginoso. "I sabotatori hanno fatto dei giri tortuosi. Ho
seguito i dati riguardanti Thane e... be', è come se volessero far
sembrare che sia stato un ufficiale superiore dell'accademia".
Ciena scosse la testa. "Una menzogna dopo l'altra. Quando

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scoprirò chi è stato, gli chiederò personalmente come gli sia
passato per la testa di incastrare un istruttore sperando di farla
franca".
"Non si tratta di un istruttore, ma di qualcuno dell'Ufficio di
valutazione degli studenti", precisò Jude.
E allora? Che fosse un istruttore, un funzionario
amministrativo o chiunque altro... restava pur sempre una mossa
stupidissima. Thane si raddrizzò sulla sedia, però, e assunse
un'espressione serissima. "Sapete che cosa fa l'Ufficio di
valutazione degli studenti?"
Ciena non ne aveva mai sentito parlare. "Valutano i risultati
degli studenti e suggeriscono agli istruttori dei metodi per
migliorarli ulteriormente", rispose invece Jude. "Tuttavia, non so
come ci riescano esattamente", aggiunse la ragazza stringendosi
nelle spalle.
"A quanto pare, ci riescono mettendoci in testa strane idee!".
Thane si allontanò di scatto dal terminale. Ciena non l'aveva mai
visto così arrabbiato.
Qualcuno doveva mantenere il controllo. "Rifletti, Thane",
disse Ciena. "Perché qualcuno dello staff dovrebbe volerci
mettere l'una contro l'altro?"
"Perché non vogliono che due cadetti di un pianeta minore
battano i marmocchi dei militari. Il generale Foslo o l'ammiraglio
Jasten o qualcuno come loro avrà ordinato di affossarci in modo
che i loro figli prendano i voti migliori". Thane si alzò in piedi,
cupo.
Nonostante comprendesse l'irritazione di Thane, Ciena si
sentiva comunque infastidita dal suo comportamento. "Non
capisco perché la stai facendo diventare una gigantesca
cospirazione".
"In effetti è una specie di cospirazione", intervenne Jude, la

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quale era rimasta seduta al terminale in silenzio. "Solo che non
sappiamo chi sia il responsabile".
"Nessuno sarebbe tanto stupido da incastrare un ufficiale
dell'accademia", biascicò Thane. "Non qualcuno così astuto da
aver organizzato tutta questa farsa. Il che significa che sono stati
proprio quelli dell'Ufficio di valutazione degli studenti".
"Non stai dicendo sul serio". Una gelida paura aveva
cominciato ad addensarsi nelle vene di Ciena; Thane, per quanto
fosse adirato, si stava spingendo in un territorio pericolosissimo.
Non si mettevano mai in discussione i metodi dell'accademia.
"Invece sì. Devono essere stati corrotti. Secondo te quanto
costa far diventare tuo figlio il migliore della classe? In ogni
caso, è quello che valiamo noi due per l'accademia".
"Ti rendi conto che stai facendo delle accuse gravissime,
vero?", ribatté Ciena.
"Vuoi denunciarmi?", replicò l'altro.
Jude, immobile davanti al terminale, si limitava a spostare lo
sguardo da uno all'altra. Ciena sapeva che sarebbe stato meglio
discuterne in un altro momento, da soli, ma era troppo adirata per
lasciar correre, e lo stesso valeva per Thane. "Non voglio
denunciarti, ma ti devi ricordare perché siamo qui e di chi siamo
al servizio".
"Sei veramente convinta che tutto quello che fanno
l'accademia e l'Impero sia perfetto!"
"E tu invece pensi che ogni persona importante sia cattiva
come tuo padre!"
Thane spalancò gli occhi. Ciena sapeva di averlo ferito. Il
ragazzo le si avvicinò. "Non nominare mai più mio padre. Non
sono affari tuoi. Hai capito?"
Thane non le aveva mai detto di farsi gli affari suoi riguardo
alla sua vita. Non avevano segreti l'uno per l'altra, si conoscevano

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fin troppo bene. Adesso Thane aveva eretto un muro che non c'era
mai stato prima, e a Ciena era sembrato di essercisi schiantata
contro alla massima velocità.
"Ti rendi conto che dovremo chiedere spiegazioni?", proseguì,
apparentemente così furibondo da aver perso la ragione.
"Vuoi accusare gli ufficiali dell'accademia di averci sabotato,
ora?"
"Sì! Voglio che lo ammettano e che si scusino! È l'unico
modo per riprenderci i voti che ci spettano..."
"Non succederà mai, se facciamo una cosa del genere! Ci
espelleranno talmente in fretta che non avremo neppure il tempo
di fare le valigie".
"Non vuoi neppure provarci? Davvero preferiresti subire
questa umiliazione piuttosto che ammettere che i tuoi preziosi
istruttori sono stati scorretti?"
Ciena voleva quasi prenderlo e scuoterlo. "Peggioreremmo
soltanto le cose, Thane".
"Quindi ti sta bene così. Secondo te dovrei semplicemente
accettare di aver sprecato il mio primo anno di corso".
Come se qualunque cosa avessero fatto, visto e imparato
fosse stata inutile solo per quegli stramaledetti voti. "Proprio
così!", replicò Ciena, infuriata. "Dovresti lasciar perdere, fartene
una ragione e crescere!"
Thane la fissò a bocca aperta, lo sguardo pieno di disprezzo.
"Non pensavo fossi così vigliacca", disse infine.
E quello la ferì. "E io non pensavo che non avessi la stoffa
per servire l'Impero. Ora, però, mi sto cominciando a ricredere".
"Risparmiami le tue conclusioni, va bene? Non abbiamo più
niente da dirci".
Detto ciò, Thane girò i tacchi e se ne andò. Ciena non voleva
avere più niente a che fare con lui, ma allo stesso tempo non

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voleva che le cose tra loro restassero così. "Non vuoi vedere
cos'altro ha trovato Jude?", gli domandò prima che uscisse.
"Non troverà nient'altro. Sappiamo già come stanno le cose. È
solo che tu sei troppo ingenua per crederci". Il tono sprezzante di
Thane fu come uno schiaffo in piena faccia, e Ciena non aggiunse
nulla mentre se ne andava.
Sembrava che fosse appena scoppiata una bomba. Ciena
sentiva che quella discussione aveva soltanto innescato un
cambiamento molto più drastico che era nell'aria da molto tempo.
Non aveva mai immaginato, però, che avrebbe condotto a una lite
tanto brutta. Nella loro amicizia si era aperta una frattura, e
Thane era rimasto dall'altra parte. Ciena non riusciva più a
credere che amasse l'Impero tanto quanto lo amava lei, ed era
sicura che non avrebbe più potuto confidare nel suo sostegno e
nella sua comprensione. In qualche modo, Ciena sapeva già che
tra loro le cose non sarebbero mai state più le stesse.
"Be'", proruppe Jude in tono un po' imbarazzato. "Allora... ho
continuato a scavare e sembra che la nostra pista finisca proprio
all'Ufficio di valutazione degli studenti. Il che non significa che
siano colpevoli; può darsi che i veri sabotatori abbiano
ricondotto i dati fin là di proposito. Neanche a dirlo, hanno
cancellato anche tutti i dati relativi all'officina. Temo di non poter
fare altro".
Ciena annuì. Il terminale davanti a lei si fece più sfocato,
mentre si asciugava le lacrime col dorso della mano.
"Ora dobbiamo concentrarci sui tuoi prossimi voti, così che
tu possa riprenderti da questo brutto colpo...". All'improvviso
Jude si alzò in piedi e, meno rigidamente del solito, abbracciò
stretta l'amica. Solo allora Ciena capì che finalmente poteva
piangere.

89
CAPITOLO 7

Per i cadetti dell'accademia, i due anni e mezzo che seguirono


sembrarono non finire mai e trascorrere in un baleno allo stesso
tempo. Mentre gli esami diventavano sempre più difficili, i voli
sempre più complicati e la disciplina ancora più severa, le brande
cominciarono a svuotarsi. Le formazioni cambiavano
continuamente. I corridoi apparivano meno affollati, man mano
che gli studenti venivano bocciati o semplicemente si
arrendevano e tornavano a casa.
Ciena Ree e Thane Kyrell, però, erano dei veri ossi duri.
Puntavano entrambi al primo posto del corso ogni volta che
dovevano sostenere un nuovo esame, il che significava che non
facevano altro che scontrarsi.
A lezione di Storia dei Pianeti del Nucleo: "Chi sa dirmi qual
è l'opera più famosa del compositore Igern?"
Ciena alzò la mano e rispose non appena l'insegnante ebbe
annuito. "Il calice e l'altare".
"Molto bene, cadetto Ree. Sai anche dirmi per via di quali
temi è così famosa quell'opera?"
Ahi. Ciena sapeva canticchiare varie melodie de Il calice e
l'altare, ma l'opera lirica non le piaceva, perciò non riusciva ad
associare bene la musica alla trama.
Dopo una breve pausa, l'insegnante si voltò dall'altra parte.
"Hai imparato la lezione a memoria, cadetto Ree? Peccato.
Qualcun altro?"
La voce di Thane, sopraggiungendo alle sue spalle, le si

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conficcò nella schiena come un pugnale. "L'opera parla
dell'importanza del sacrificio e del rifiuto dei desideri egoistici".
"Eccellente, cadetto Kyrell".
Ciena poteva quasi immaginare il sorrisetto beffardo di
Thane. Serrando i denti, decise che da quella sera in poi avrebbe
fatto il pieno di musica lirica in tempo per il prossimo esame.
Kendy e Jude avrebbero dovuto rassegnarsi.
A lezione di Operazioni a bordo di navi classe Destroyer:
"Non ci sono altre possibilità", intonò il professore dalla finta
poltrona da ammiraglio nella simulazione dello Star Destroyer.
"La nostra nave è stata abbordata, si combatte su ogni ponte e
non possiamo permettere che il nemico la conquisti. Possiamo
solo autodistruggerci. Quale dei tre sistemi di autodistruzione
dovremmo scegliere?"
Thane fece roteare la poltroncina della sua console.
"Dovremmo impostare l'autodistruzione automatica coi codici
affidati ai tre ufficiali maggiori. È il sistema che ci concede più
tempo prima che la nave esploda, il che significa che un maggior
numero di soldati riuscirà a raggiungere i gusci di salvataggio".
Il professore giunse le mani di fronte a sé. "Una scelta
interessante. C'è qualcuno che può mettere in discussione la
teoria del cadetto Kyrell?"
Ciena sollevò il capo da dietro il suo oloschermo. "Sì,
signore. Se la nave è stata invasa dal nemico a tal punto, è
plausibile che i tre ufficiali maggiori non siano in plancia o che
siano già morti. Come se non bastasse, il tempo necessario alla
detonazione consentirebbe di scappare anche ai nostri nemici".
"Molto bene, cadetto Ree. Tu che cosa proponi?"
"Escluderei il sistema del motore principale, poiché
implicherebbe un facile accesso alla sala motori... e non è detto
che sia possibile, in caso di schermaglie a bordo. Io opterei per

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l'ordine del capitano. Il capitano ordina la completa evacuazione
della nave, si chiude in plancia con una parola o una frase
d'ordine che solo lui conosce, e resta a bordo per aprire il fuoco
contro i nemici e coprire la fuga dei gusci di salvataggio.
Dopodiché, dirige la nave contro il pianeta, la stella o la
singolarità più vicina". Ciena sollevò il mento in una malcelata
dimostrazione di orgoglio.
"Stai suggerendo che il capitano dovrebbe affondare con la
sua stessa nave", commentò l'istruttore.
"Sì, signore", replicò Ciena. "Del resto, tutti gli ufficiali
dovrebbero essere pronti a sacrificare le loro vite per l'Impero".
"Eccellente, cadetto Ree". Il professore le sorrise. Quel
vecchio verme non sorrideva mai a nessuno. "La tua strategia è
quella che ritengo più opportuna sia dal punto di vista tattico, sia
dal punto di vista etico".
Thane strinse le mani intorno ai bordi del pannello di
controllo per evitare di fare un gesto che sulla maggior parte dei
pianeti sarebbe stato considerato osceno.
Etica. Che cosa c'era di etico nel farsi saltare in aria, invece
di ritirarsi e riprendere a combattere il giorno dopo? Thane ci
rimuginò tutto il pomeriggio, persino durante la lezione di
combattimento corpo a corpo, durante la quale si ritrovò a pestare
duramente Ved senza neanche accorgersene: ricevette una nota di
demerito e dovette offrire a Ved i dessert di tutta la settimana
soltanto per scusarsi.
Thane sapeva di aver sbagliato durante la lezione di
combattimento corpo a corpo, ma non riusciva a fare a meno di
pensare che fosse stato per colpa di Ciena.
A quanto pareva, era ancora convinta che l'Impero fosse
perfetto e che gli abitanti di ogni pianeta della galassia ne
tessessero lodi a non finire. Thane aveva cambiato idea. Anche se

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i canali ufficiali cianciavano di grandi progetti, riusciti negoziati
commerciali e incredibili miglioramenti in termini economici,
Thane si era accorto che non era tutto oro quel che luccicava.
L'Impero aveva costruito nuove basi soltanto per consolidare il
suo controllo. I "negoziati commerciali" sembravano concludersi
sempre a favore dell'Impero, che metteva le mani su tutto senza
che i pianeti in questione ne traessero alcun beneficio. E per
quanto riguardava l'umore della popolazione, persino i canali
d'informazione ufficiali avevano cominciato a sputare veleno
contro una cellula di terroristi che si definivano ribelli.
Thane disprezzava i terroristi, ovviamente, ma sapeva che
quelle fazioni dissidenti non potevano essere sbucate dal nulla.
Erano semplicemente una reazione al controllo che esercitava
l'Impero... una reazione esagerata, forse, ma che dimostrava che
non tutti accettavano le leggi dell'Imperatore.
Nonostante la disillusione, Thane non aveva intenzione di
lasciare l'accademia imperiale. In quale altro modo avrebbe
potuto pilotare le più grandi astronavi della galassia? Anche i
datori di lavoro meno importanti potevano essere corrotti, e non
c'era scritto da nessuna parte che avrebbe trovato un posto di
lavoro. Nella Flotta Imperiale, invece, Thane avrebbe ricevuto un
salario decente e sicuro, sarebbe salito a bordo delle migliori
astronavi esistenti e avrebbe ricevuto promozioni regolarmente.
Senza contare che non sarebbe mai dovuto tornare a vivere su
Jelucan.
Ecco perché non invidiò minimamente Ciena, quando quella
fu trasferita al corso di comando. Lui preferiva molto di più
quello da pilota. Il fatto che Ciena e lui avrebbero seguito
insieme molte meno lezioni, poi, era una vera liberazione. Thane
si sentì sollevato al pensiero che non avrebbe dovuto più vederla
ogni giorno. A volte lo feriva persino incrociare il suo sguardo...

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Anzi, non lo feriva. Lo irritava. Lo infuriava.
Almeno, era quello che si ripeteva. Thane sapeva soltanto
che, dopo la questione del finto sabotaggio di quasi tre anni
prima, Ciena e lui non avevano mai fatto pace. Il modo in cui si
era sentito umiliato quando Ciena aveva tirato in ballo suo padre
-- quando aveva insinuato che si comportasse così a causa sua --
gli bruciava ogni volta che incrociava Jude Edivon. E poi Jude, da
quel giorno, era sempre stata particolarmente cortese nei suoi
confronti, il che peggiorava persino le cose. Ciena aveva smesso
di confidarsi con lui, comportandosi in modo freddo e distaccato;
Thane si era domandato se non si fosse infatuata dell'Impero a tal
punto da essersi sentita personalmente offesa per il fatto che lui
non si fidava più al cento per cento dei metodi dell'accademia.
Che stupidaggine. Thane, dal canto suo, non si era scordato che
Ciena si era rifiutata di sfidare i loro superiori, lasciando che
affossassero i loro voti.
Non che Thane odiasse Ciena, beninteso, e non pensava
neppure che fosse vero il contrario. La realtà era che non
facevano più il tifo l'uno per l'altra, né si congratulavano a
vicenda ogni volta che superavano un esame. Non uscivano
neppure più insieme nel poco tempo libero che avevano a
disposizione.
Di tanto in tanto -- nei momenti più opportuni, in effetti -- il
legame che si era instaurato tra loro tornava prepotentemente a
galla, e le ceneri tornavano a scaldarsi.
Un giorno, pochi mesi prima che si diplomassero, Thane era
andato a ritirare una nuova uniforme, cosa che faceva
praticamente ogni anno. Ormai aveva finito di allungarsi, e
questo era un sollievo dato che era tra i tre più alti della classe,
appena sotto Nash. I muscoli del petto e delle spalle avevano
cominciato a gonfiarsi, però, e quindi aveva avuto bisogno di

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nuove giacche. Stava proprio pensando quanto fosse scomoda la
sua quando, girato l'angolo, notò Ciena in fondo al corridoio. La
ragazza indossava ancora i pantaloncini neri e la canottiera grigia
d'allenamento ma, invece di ostentare la sua fierezza come al
solito, era appoggiata alla parete e si copriva il viso con la mano.
Thane non ebbe bisogno di guardarla in faccia per capire che era
turbata.
In quel momento, si ricordò di una cosa a cui non aveva
ripensato da anni: il giorno in cui l'aveva incontrata per la prima
volta in quell'hangar. Allora gli altri ragazzi l'avevano offesa per i
suoi indumenti e Thane l'aveva scambiata per una fragile foglia
d'autunno appena caduta.
In seguito, aveva scoperto che Ciena Ree era tutt'altro che
fragile. Nonostante ciò, in quel momento riusciva a pensare
soltanto alle foglie d'autunno.
"Ehi", fece, e dopo aver esitato per qualche secondo le si
avvicinò. "Ti senti bene?"
Ciena trasalì, raddrizzandosi e ricomponendosi. Non stava
piangendo, ma Thane riconobbe nei suoi occhi il luccichio delle
lacrime che stava cercando di trattenere. "Sto benissimo", rispose
quella in tono rauco. "Grazie".
Le hai chiesto se stava bene. Sta bene. Hai fatto il tuo
dovere. Ora levati dai piedi. Thane esitò e fece per andarsene,
ma non ci riuscì. "A me non sembra che tu stia bene".
Ciena rispose a metà tra un singhiozzo e una risata. "È una
sciocchezza".
"Che cosa?"
"I miei genitori mi hanno mandato un olovideo. È morto il
nostro muunyak".
"Quello che cavalcavi fino alla Fortezza quando eravamo
piccoli?". Thane non menzionava la Fortezza da anni.

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Ciena annuì. "Già, quello. Era vecchio e, quando sono venuta
qui, sapevo che probabilmente non lo avrei più rivisto. Però...".
Roteo gli occhi, imbarazzata dai suoi stessi sentimenti. "Te l'ho
detto che è una sciocchezza".
"Invece non lo è. Quel muunyak era fantastico". Anche Thane
lo aveva cavalcato un paio di volte. Si ricordava di quando era
piccolo, in sella al suo dorso irsuto, le braccia strette intorno alla
vita di Ciena mentre il muunyak percorreva lentamente lo stretto
crinale della montagna e loro ridevano, divertiti e al contempo
spaventati.
Ciena sorrise. Era da tanto che Thane non la vedeva sorridere
per davvero. "Dici sul serio?"
"Certo".
I loro sguardi si incrociarono e, per un attimo, fu come se gli
ultimi due anni non fossero mai trascorsi...
Ma poi l'espressione di Ciena si fece di colpo più severa.
"Grazie per il tuo interesse", disse in tono formale. "Ora scusami,
ma devo andarmi a cambiare per il gruppo di studio sulle strategie
di combattimento anfibie".
Thane alzò le mani come per prendere le distanze. "Figurati",
disse.

Ciena faceva sempre così: si irrigidiva e lo respingeva. Thane era


convinto di essersi abituato e che non gliene importasse più
nulla. Nonostante ciò, sulla strada per lo spaccio, non poté fare a
meno di ripensare alla Fortezza che avevano eretto insieme e a
quando si sedeva là dentro ad aspettare la sua unica e vera amica.

Thane faceva sempre così: era gentile e Ciena per un po' si

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scordava di quando l'aveva aggredita verbalmente. A quel punto
cominciava a confidarsi con lui come aveva sempre fatto, poi si
riprendeva e si ricordava di come Thane l'avesse esclusa.
Seduta tra i suoi compagni del gruppo di studio a guardare gli
olovideo delle più famose invasioni anfibie della storia, Ciena
rimuginava su quell'incontro così strano e incerto. In effetti,
avrebbe preferito non essere tanto gelida... ma pareva che ogni
volta che provava a comportarsi naturalmente Thane facesse finta
di non accorgersene.
Che cosa aveva fatto di male? Era stato lui a dare in
escandescenze a causa di quello stupido progetto di due anni e
mezzo prima, convinto che ci fosse sotto chissà quale
cospirazione. Era stato lui a voler affrontare gli amministratori
senza uno straccio di prova, cosa che li avrebbe fatti sicuramente
espellere. Senza contare che, a volte, sembrava prendersela se
Ciena lo superava in qualche esame, come se non riuscisse a
credere che un essere inferiore come lei potesse farlo. Davvero la
considerava ancora una ragazzetta della valle?
Forse la loro amicizia, per Thane, era sempre stata un
semplice atto di carità. Tutti quei voli, tutte quelle ore passate a
studiare insieme a CZ-1... forse non le avevano condivise come
amici. Forse erano stati soltanto i doni di un bambino ricco a una
poverella dalla quale si aspettava di essere adorato.
Stava esagerando, e lo sapeva benissimo. Thane e lei erano
stati veri amici e in un certo senso lo erano ancora... anche se
Ciena non riusciva ad accettarlo.
Il capo del suo gruppo di studio continuava a parlare. Ciena
non lo stava a sentire per davvero, impegnata com'era a ricordare
le volte in cui Thane e lei si incontravano nella loro Fortezza per
condividere i propri segreti e sognare insieme le stelle.

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Alcune settimane dopo il diploma, il comandante annunciò che
alcuni tra i migliori cadetti sarebbero stati invitati al ricevimento
e al successivo ballo che si sarebbero tenuti al Palazzo Imperiale.
Ciena rimase senza fiato al solo pensiero. Era poco probabile che
l'Imperatore avrebbe presieduto il ricevimento; tuttavia, il Palazzo
Imperiale era una delle più imponenti ed eleganti strutture sul
pianeta. Si diceva che, in passato, fosse stato addirittura una
specie di tempio. Avrebbero partecipato centinaia di ufficiali di
alto rango, per non parlare dei membri del Senato Imperiale. I
cadetti che fossero stati invitati a una festa come quella non
avrebbero partecipato soltanto per i loro voti: significava che
erano stati notati, e che l'Impero voleva investire su di loro in
qualità di futuri ufficiali. Conoscere i più potenti esponenti
dell'esercito e della politica avrebbe cambiato per sempre le loro
carriere militari.
E così, quando Ciena scorse il proprio nome sull'elenco, non
poté fare a meno di esultare ad alta voce. Soltanto in seguito si
accorse di un altro paio di nomi oltre al suo.
"Thane Kyrell e Ved Foslo", disse, lasciandosi cadere sulla
sua branda. "Tra tutti i nostri compagni, dovevano invitare
proprio loro due?"
"Qualunque analisi oggettiva della nostra classe avrebbe
concluso che loro due erano i candidati più probabili". Jude non
alzò neppure lo sguardo dalla console del suo computer, le dita
che danzavano sullo schermo mentre finiva il suo ultimo progetto
per il corso di Informatica a Lungo Raggio. "Era inevitabile che
invitassero anche loro, oltre a noi".
"Adesso ti stai vantando", la canzonò Kendy dalla sua branda.
Ora che si erano diplomati -- e che le loro carriere erano ormai
una certezza -- sull'accademia era scesa la calma. Finita la

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spietata competizione, gli studenti potevano... rilassarsi era una
parola forte, ma almeno potevano smettere di preoccuparsi del
presente e cominciare a immaginare il futuro. "Ditemi che non
indosserete le vostre uniformi".
Ciena esitò. "Io... be'... le uniformi sono adatte a tutte le
occasioni".
"Però non sono obbligatorie quando si tratta di funzioni non
militari come il ballo in questione", la corresse Jude in tono
allegro. "È chiaro che vuoi indossare l'uniforme perché non hai
abbastanza crediti per permetterti un abito da sera normale".
Grazie al cielo la carnagione di Ciena era così scura che
nessuno poteva vederla arrossire. "L'uniforme mi starà
benissimo", ribatté in un tono che sperava fosse abbastanza
fermo.
Jude sospirò e finalmente alzò lo sguardo su Ciena. "Di solito
il tuo orgoglio è una gran bella spinta, ma in certi casi ti mette
proprio i bastoni tra le ruote. Lascia che ti compri un bell'abito da
sera".
"Neanche per sogno", protestò Ciena, piccata. Crescendo
nella valle, aveva imparato a essere fiera dei suoi stracci più di
quanto quelli della seconda ondata lo fossero dei loro bei vestiti
di seta... anche se lei stessa doveva ammettere che i vestiti di seta
erano molto più belli.
"Siamo amiche, Ciena", aggiunse Jude in un tono molto più
gentile. "Tu mi hai aiutato tantissimo in questi anni. Mia madre
possiede numerosi brevetti utilizzati negli impianti di estrazione
nebulare su Bespin, perciò abbiamo molti più crediti di quanti ce
ne servano. Perché non dovrei comprarti un vestito?"
"Per tradizione, la mia famiglia..."
"Anche la mia famiglia ha una tradizione", la interruppe Jude,
ed era una cosa che non faceva mai. "Apprezziamo la generosità e

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accettiamo educatamente i doni che ci vengono fatti".
Ciena cercò le parole per obiettare, ma se era una tradizione
anche quella di Jude... "Be'..."
Jude la fissava con uno sguardo pieno di speranza.
"Non ho bisogno di un vestito tutto mio, però... potresti
aiutarmi ad affittarne uno".
E così Ciena si presentò al ballo indossando il suo primo
abito da sera. Ovviamente ribolliva di vanità, oltre che di felicità,
ma che poteva farci? Il morbido tessuto azzurrino scintillava
fiocamente, mentre il suo mantello corto e la sua gonna lunga le
ondeggiavano intorno come mossi da un refolo invisibile.
Molte delle invitate -- per non parlare degli uomini --
indossavano abiti ancora più raffinati, completi in seta e velluto
ricamati, nonché voluminosi braccialetti o tiare, eppure Ciena si
sentiva elegante tanto quanto loro. Invece di annodare i capelli
dietro la nuca, aveva liberato i riccioli, ammorbidendoli con un
olio leggero e profumato. Kendy le aveva prestato un paio di
fermagli iridescenti ricavati dalle conchiglie di Iloh, per trattenere
i capelli all'altezza delle tempie, e dei semplici orecchini di perle.
Ciena era vestita perfettamente per l'occasione, ma al contempo si
sentiva se stessa, e non un'impostora, come sicuramente avrebbe
pensato di essere se avesse indossato uno di quegli abiti
sontuosi, ampi e complicati.
"Eccoti", fece Jude. Ciena si voltò per salutarla... e rimase di
stucco.
Dato che Jude non le aveva parlato del suo vestito, Ciena
aveva immaginato che l'amica avrebbe indossato qualcosa di
pratico come sua abitudine: forse un abito grigio o color avorio,
semplice e adatto a tutte le occasioni. Jude, invece, indossava un
abito arancione attillato, eccezion fatta per i ritagli strategici
pensati per mettere in risalto il suo ventre asciutto e la sua

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schiena flessuosa. La ragazza aveva unto i propri capelli corti a
mo' di aculei, e portava un paio di appariscenti orecchini dorati
che le pendevano lungo il collo, sfiorandole le spalle in modo
decisamente sensuale.
Dato che Ciena la guardava a bocca aperta, Jude aggrottò la
fronte. "Che cosa c'è?", le domandò in tono confuso.
"Io... è che sei magnifica".
Jude era raggiante. "Anche tu, Ciena".
Si unirono a una fiumana di invitati che stava confluendo in
un salone che doveva essere uno dei più ampi all'interno del
Palazzo Imperiale. Il corridoio pareva allungarsi all'infinito,
costeggiato da imponenti colonne. Dal soffitto pendevano
stendardi rossi, le cui estremità erano state appesantite in modo
che restassero immobili nonostante gli eventuali soffi di vento.
Droidi scintillanti si destreggiavano tra gli invitati con vassoi
pieni di antipasti e bevande. L'aria stessa era talmente profumata
che, sulle prime, Ciena dovette trattenere qualche colpo di tosse.
Sugli appositi piedistalli campeggiavano sculture cristalline e
luccicanti che da forme astratte mutavano negli emblemi
dell'Impero: le luci puntate su di esse facevano in modo che
scintillassero ogni volta che cambiavano forma.
"È stupefacente", commentò Jude. "Pensa a quanto deve
essere stato difficile organizzare questa festa".
"Chissà quanto è costata", replicò Ciena, supponendo che
tutto il denaro speso per quell'unica serata sarebbe bastato a
ricostruire una raffineria su Jelucan...
Rieccola a pensare da provinciale. I pianeti dovevano
ricostruirsi da soli. Sì, l'Impero doveva governarli, ma alla fine
Jelucan e tutti gli altri mondi dovevano rafforzarsi per conto
proprio.
Ciena stava per dirlo a Jude quando scorse Ved e Thane.

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Ved aveva approfittato dell'occasione per indossare gli abiti
tipici di Coruscant: un lungo mantello, un abito di seta aperto sul
petto e così via. Nonostante ciò, Ciena pensò che fosse
impossibile accorgersi di Ved finché Thane era al suo fianco.
Thane indossava l'uniforme come almeno altri duecento invitati,
eppure... tutti gli altri sembravano scomparire intorno a lui.
Benché lo avesse visto crescere negli ultimi due anni, soltanto ora
Ciena riusciva a vedere l'uomo che Thane era diventato.
La sua reazione la confuse, ma non tanto quanto il momento
in cui Thane la riconobbe e Ciena capì che, vedendola, anche lui
era rimasto altrettanto sbigottito. La guardava come se volesse
mangiarsela con gli occhi...
"Ehi", bisbigliò Jude, trascinandola via in un momento che le
parve il migliore e il peggiore al tempo stesso. "Ci sono i giovani
senatori di Alderaan... e la principessa Leia Organa!"
Ciena si sollevò sulle punte dei piedi, sperando di scorgere
quella persona tanto famosa. Vide la principessa per un attimo:
indossava un abito bianco molto semplice e portava i capelli
raccolti in trecce eleganti. Un istante dopo, la folla si accalcò
intorno alla senatrice Organa, nascondendola del tutto.
"Incredibile, vero?", disse Jude, mentre si univano agli invitati
per raggiungere la sala da ballo.
"È normale che ci sia anche lei". Ciena, tuttavia, era
impressionata dal fatto che una ragazza giovane come lei avesse
già un posto nel Senato Imperiale e riuscisse a essere anche tanto
posata, sofisticata e importante.
"Voglio dire... mi sorprende che si sia presentata,
considerando quello che ha detto ieri al Senato".
Ciena lo rammentò in quel momento: la principessa Leia
aveva annunciato, facendo da portavoce di suo padre, che le
"missioni di soccorso" degli Organa sui loro pianeti erano state

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ostacolate dalle leggi dell'Impero. "È stato ridicolo", farfugliò
Ciena. "Voleva soltanto mettersi in mostra. Le loro missioni di
soccorso sono inutili; l'Impero aiuterebbe subito i popoli in
difficoltà. A che servirebbe, altrimenti!"
Jude annuì. "Dovremmo essere più magnanimi", aggiunse poi.
"Gli Organa saranno pure vanitosi, ma sono sicura che vogliono
essere soltanto altruisti".
Poteva anche essere quello il caso, ma Ciena non poté
trattenersi dallo scuotere la testa, pensando che ci fosse qualcuno
di così arrogante da credere di saperne più di tutto l'Impero.
Prima di venire su Coruscant, Ciena aveva sempre creduto
che ballare fosse una cosa da colone della seconda ondata. Certo,
ballavano anche nelle valli, ma le danze facevano parte dei rituali
più importanti. Le lezioni di Storia dei Pianeti del Nucleo,
tuttavia, le avevano insegnato che le persone -- e soprattutto le
coppie -- ballavano anche soltanto per puro divertimento, senza
che ci fosse un motivo preciso. Ciena era felice di averlo
scoperto, ed era ancora più felice di aver imparato i passi di
danza più famosi. Gli appariscenti invitati in quella sala
gigantesca, opulenta e piena di specchi non la intimidivano più;
Ciena attraversò la pista con passo sicuro, raggiunse il suo posto
e attese il compagno che i computer avrebbero scelto per lei.
Inutile dire che scelsero proprio Thane.
Il giovane si portò davanti a lei tra le coppie che si riunivano
tutt'intorno a loro, senza incontrare il suo sguardo. "Suppongo
che abbiano voluto mettere insieme i vari cadetti", si affrettò a
dire.
"Già". Ciena si voltò dall'altra parte, cercando di non
guardarlo... ma a quel punto si accorse di qualcosa che la fece
sorridere. "Che tu ci creda o no, siamo fortunati".
Accanto a loro, Ved guardava Jude in tralice, dato che era

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molto più alta di lui. Jude stava cercando di mantenere
un'espressione seria, ma Ciena la conosceva bene e sapeva che, in
realtà, stava soltanto trattenendo una risata.
Doveva essersene accorto anche Thane, perché Ciena lo sentì
ridere. "Hai proprio ragione".
In quel momento l'orchestra prese a suonare il motivo
d'apertura. Una calenada, pensò Ciena, riconoscendola.
Conosceva i primi passi e alzò persino le mani, ma non si
aspettava che Thane la cingesse col braccio.
I loro sguardi si incrociarono e iniziò il ballo.
In migliaia, in quel salone, conoscevano i passi di danza; si
muovevano all'unisono, in un vortice scintillante di colori che
mutavano continuamente ma sempre in modo ordinato, come
fossero le schegge di vetro di un caleidoscopio. Nessuno sbagliò
un singolo passo. Per Ciena erano come gioielli incastonati in
una cornice metallica invisibile.
"Credevo che per te ballare fosse... come dicevi? Lascivo?
Scabroso? Una specie di peccato?", fece Thane.
E Ciena lo aveva creduto veramente, prima che Storia dei
Pianeti del Nucleo le insegnasse a essere meno ottusa. Ora la
infastidiva semplicemente che Thane glielo ricordasse. "Nei tuoi
sogni".
Il che lo fece scoppiare a ridere... ma per la sorpresa o per il
disprezzo? "Sembri convinta".
"Infatti lo sono".
Stavano battibeccando, ma non era una lite. Qualcosa in quel
momento cambiò. Ciena si accorse solo allora che stava
effettivamente mettendo in gioco la sua bellezza e il suo fascino,
dando a Thane la possibilità di non essere semplicemente
irritante, ma proprio crudele.
"E fai bene", disse invece quello.

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I loro sguardi si incrociarono di nuovo, e allora Ciena si
accorse chiaramente del calore delle mani di Thane che
stringevano le sue, della sensazione delle sue dita che le
sfioravano la schiena. Era da tanto tempo che non stavano così
vicini. Ogni passo della calenada imponeva che lui guidasse e che
lei lo seguisse, aggiungendo un altro livello di intimità. Lo
sgargiante vortice dei ballerini intorno a loro si dissolse finché
non sembrò che fossero rimasti soltanto loro due.
Ciena fece per parlare, anche se non sapeva che cosa dire... e
tutto a un tratto l'orchestra finì di suonare con una fiorettatura.
Thane e Ciena si fermarono di colpo e rimasero lì per qualche
altro istante, immobili, le mani intrecciate, finché tutti non
presero ad applaudire. Allora dovettero cambiare compagni, e
Thane si allontanò senza dire una parola.
Per tutta l'ora successiva Ciena continuò a recitare la sua
parte, ridendo e scherzando con i presenti, ma se le avessero
chiesto che cosa si erano detti, probabilmente non sarebbe
riuscita a ripeterlo. Ciena non avrebbe ricordato nessun ballo,
nessuna canzone e nessuno con cui avesse danzato. I suoi
pensieri si rincorrevano mentre rifletteva sulla frattura tra Thane e
lei, cercando di venirne a capo.
Infine, durante una pausa, Ciena si avvicinò a un droide
cameriere per prendere un bicchiere d'acqua fresca tra i vari calici
pieni di vino. "Eccoti", fece una voce mentre beveva un sorso.
Ciena non si voltò ad accogliere Thane. Sapeva che era
vicinissimo. "Eccomi", disse.
"Senti, avremmo dovuto parlarne molto tempo fa, e so che
questo non è né il posto né il momento giusto..."
Ciena si voltò di colpo. "Ti vuoi scusare?"
"E per che cosa dovrei scusarmi?". Lo sguardo di Thane era
rovente. "Per aver cercato di difendermi?"

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"Per avermi esclusa!"
"Sei tu quella che..."
In quel momento qualcuno si frappose tra loro: era Ved Foslo,
ubriaco fradicio per giunta. Scoppiò a ridere. "Voi due siete così
stupidi".
"Come hai detto?". Ciena arricciò il naso, facendo un passo
indietro. Ved puzzava di vino corelliano, e a quella festa non lo
stavano servendo neppure; doveva averne nascosto una fiaschetta
in qualche taschino della sua giacca.
"Ho detto che siete stupidi. Tu. Thane. Tutti e due. Siete
troppo stupidi". Ved li indicò come fossero due bambini.
"Continuate a frignare per quella storia del cannone laser. Ma chi
se ne importa? E poi non avete capito niente lo stesso".
Lì per lì, quel che stava dicendo non aveva alcun senso. Poi
Ciena capì tutto come se l'avesse colpita un fulmine. "Sei stato
tu?", domandò, arrabbiata e sconvolta al tempo stesso.
Ved si limitò a sogghignare ancora di più. "No! Io? Perché
dovrei essere stato io? Ancora non avete capito, vero? Siete solo
due bifolchi arrivati da una roccia ai confini della galassia... è
ovvio che non sappiate come funzionano davvero l'accademia e la
Flotta Imperiale..."
Thane afferrò Ved per la camicia. Anche se sembrava che
stesse aiutando un amico ubriaco a sorreggersi, Ciena intuì subito
il senso di quella velata minaccia e, a giudicare da come il sorriso
di Ved gli morì sul viso, anche lui doveva averlo capito. "Perché
non ce lo spieghi tu?", gli disse Thane a voce bassa.
Ved indietreggiò di qualche passo. "Andiamo all'accademia
per diventare cittadini dell'Impero", replicò una volta fuori dalla
portata di Thane. "Agli istruttori non piace che i cadetti
provenienti dagli stessi pianeti rimangano vicini gli uni agli altri:
rinforza i loro legami con i loro pianeti d'origine. Indebolisce la

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loro devozione nei confronti dell'Impero".
"Non è vero!", protestò Ciena, benché Ved non le prestasse
ascolto.
"Vi hanno incastrato". Ved scoppiò di nuovo a ridere. "Vi
hanno incastrato in modo che vi odiaste, e voi ci siete cascati".
Thane socchiuse gli occhi. "Quando ci hanno abbassato i voti
a causa di quel progetto... tu sei salito al primo posto. Finché
Jude Edivon non ti ha superato due settimane dopo, almeno".
"Sei ancora convinto che sia stato io? Ti sbagli di grosso. Io
non so modificare i dati in quel modo. Neppure Jude ci riesce.
Solo gli istruttori possono farlo. E se avessi voluto incolpare
qualcuno di qualche cosa, di sicuro non avrei pensato all'Ufficio
di valutazione degli studenti. Mio padre mi ha detto tutto sul loro
conto". Il sorriso di Ved era un po' sbilenco e un po' beffardo. "Se
ti riferisci al fatto che hanno pompato i voti del figlio di un
generale, sono sicuro che lo hanno fatto con piacere. Ma tutto il
resto è successo per impedire che continuaste a fare affidamento
l'uno sull'altra. E voi idioti di Jelucan avete reagito proprio come
si aspettavano... se non peggio. Loro volevano soltanto che
litigaste un po', non che...". Ved agitò la mano nell'aria. "Voi non
vi siete arrabbiati e basta. Praticamente avete cominciato a
odiarvi. Perciò suppongo che siate proprio i loro cadetti ideali".
A quel punto Ved parve disinteressarsi dell'intera questione, e
andò barcollando fino al droide cameriere più vicino per farsi un
altro bicchiere. Ciena si sentì come se stesse provando lei tutta la
vergogna che avrebbe dovuto provare Ved.
E in effetti si meritava di vergognarsi. Se l'era presa con
Thane perché lui pensava che dietro il sabotaggio ci fosse
l'accademia... quando invece aveva avuto ragione su tutta la linea.
Forse le ragioni dell'accademia erano diverse, ma Thane aveva
intuito quantomeno le basi, mentre Ciena aveva lasciato che la

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allontanassero dall'ultima persona da cui avrebbe voluto
separarsi.

Thane non sapeva neppure da che parte cominciare. "Ciena..."


L'altra scosse la testa, ma lui non capiva per quale ragione: se
era per la storia di Ved, per il fatto che fosse colpevole proprio
l'accademia, perché era stato lui a parlare per primo, e per chissà
cos'altro. Così le mise una mano sulla spalla, ma Ciena trasalì
quasi che il suo tocco le avesse fatto male. Che cosa doveva dire
o fare?
Proprio in quel momento l'orchestra riprese a suonare, e
Ciena ne approfittò per correre a ballare senza degnarlo di un
altro sguardo.
Thane non poté fare altro che tornare al ballo, ma per tutto il
tempo non riuscì a pensare ad altro. Ogni tanto gli veniva voglia
di tornare in accademia e bussare a ogni porta in ogni corridoio
finché non avesse trovato quella dell'Ufficio di valutazione degli
studenti; a quel punto, avrebbe guardato negli occhi tutti quelli
che ci lavoravano prima di prenderli a pugni. A volte sperava di
trovare una macchina del tempo che gli permettesse di tornare
indietro e dire al suo se stesso di tre anni prima di non fare
l'idiota. Soppesò persino il significato che avesse per l'Impero il
modo in cui l'accademia tramava contro i suoi stessi ufficiali.
In realtà, tutto quello che voleva fare era parlare da solo con
Ciena.
Alla fine del ballo, Thane si fece largo tra la folla cercando i
capelli scuri di Ciena o il peculiare colore azzurrino del suo abito
da sera. Non era facile districarsi tra tutti quei diplomatici
ipocriti, cortigiani ridanciani e ufficiali vestiti di nero...
soprattutto perché era così strano ricordarsi di essere uno di loro.

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Prima vide Jude. Era un po' più alta della maggior parte dei
presenti e il suo abito da sera arancione spiccava su tutti gli altri.
"Dato che questa sera non abbiamo il coprifuoco, sarebbe il
momento ideale per scoprire la famosa vita notturna di
Coruscant", stava dicendo Jude mentre Thane le si avvicinava. "I
locali del posto mi hanno sempre incuriosita, soprattutto il
Crescent Star..."
Soltanto Jude Edivon sarebbe riuscita a far assomigliare
una serata di bagordi a un esperimento scientifico. Thane fu
costretto a sorridere al pensiero, ma poi vide Ciena e non riuscì a
pensare ad altro. "A dire il vero, Jude", intervenne approfittando
dell'occasione, "speravo che Ciena e io potessimo, uh, passare un
po' di tempo insieme".
Jude spostò lo sguardo da uno all'altra, inarcando un
sopracciglio.
Ciena trasse un respiro profondo. "Thane e io dovremmo
parlare. Ti dispiace, Jude?"
"Niente affatto. Vado con gli altri". Jude indicò un gruppetto
di giovani ufficiali, sia maschi sia femmine, che parevano
aspettarla.
"Con chi esce?", domandò Thane quando Jude fu
sufficientemente lontana.
"Con tutti, se può". Ciena si voltò, le mani giunte in un gesto
che Thane riconobbe appartenere agli abitanti delle valli; non
sapeva cosa significasse esattamente, ma era sicuro che fosse
formale e molto importante. "Thane, non credevo che l'accademia
fosse responsabile di quanto è accaduto e, litigando con te, ho
messo in discussione il tuo onore. Una cosa del genere..."
"No. Smettila, Ciena. Non è stata solo colpa tua. Siamo stati
due idioti, è vero, ma i veri responsabili sono quei mostri
dell'Ufficio di valutazione degli studenti".

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Ciena sgranò gli occhi, stupefatta. "Non volevano che le cose
si mettessero così male, tra noi due. È stata colpa nostra".
Per quanto fosse duro ammetterlo, Ciena aveva ragione.
"E poi, riflettici", proseguì l'altra. "Il generale Foslo
probabilmente ha corrotto qualcuno e Ved sta mentendo solo per
coprire suo padre".
In effetti... era plausibile, ma Thane non ne era del tutto
convinto. E in quel momento non era neppure così importante.
"In ogni caso, avevi ragione quando non hai voluto affrontare gli
istruttori". Era difficile ammettere anche quanto avesse avuto
torto, ma era qualcosa che lo aveva tormentato per anni ed era
giunto il momento che sia Ciena sia lui ne prendessero atto. "Ci
avrebbero espulso di sicuro. Non avrei dovuto rimproverarti".
"E io avrei dovuto capire quanto eri arrabbiato".
Ciena voleva scusarsi a tutti i costi. Thane non voleva che lo
facesse. "Il fatto è che nessuno di noi due ha fatto qualcosa di
male. Sono stufo di avercela con te. Possiamo darci un taglio?"
Ciena raddrizzò la schiena. "Sono più che disposta a
riallacciare la nostra amicizia".
Pareva quasi che a quell'affermazione sarebbe seguito qualche
complicato rituale delle valli, ma Thane non ne era sicuro e,
francamente, non gliene importava granché. "Non possiamo
semplicemente... parlare? E dai, Ciena. Non importa chi dei due
avrebbe dovuto comportarsi meglio o perché l'accademia ha fatto
quel che ha fatto. Rivoglio solo la mia amica. Il resto non
importa".
Per Ciena non fu facile gettarsi tutto alle spalle, e Thane lo
sapeva, ma Thane notò anche l'ombra di un sorriso passarle sul
viso quando aveva detto di rivolerla. "Da dove cominciamo?"
"Da stasera".
Se fossero andati in qualche locale, avrebbero dovuto alzare

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la voce per sentirsi sopra la musica, e liquidare tutti quelli che ci
provavano con Ciena ora che indossava quell'abito da sera. Se
fossero tornati all'accademia, non avrebbero potuto approfittare
della serata. Né Thane né Ciena sapevano che cosa ci fosse da
fare nei dintorni e così, piuttosto che mettersi a cercare, si
sedettero su una panchina accanto alla fontana della terrazza
fuori dalla sala da ballo, e chiacchierarono per ore e ore mentre i
droidi di pulizia ronzavano intorno a loro.
Cominciarono dal ballo stesso e si raccontarono chi e cosa
avevano visto. "Ho ballato con la principessa di Alderaan", si
vantò Thane. "A Nash prenderà un colpo, quando verrà a saperlo.
Ha una cotta per lei da quando aveva nove anni".
"Parli della principessa Leia? Che tipo è?"
"È più bassa di te", replicò Thane, il che gli valse un calcetto
in uno stinco. "Non lo so", proseguì, fingendo un dolore
lancinante. "Abbiamo soltanto ballato e comunque non è che
fosse molto attenta. Non è stata scortese; più che altro, era
distratta. Suppongo che una come lei deve avere un sacco di altre
cose per la testa".
Ciena si sfogò un po' di più quando cominciarono a parlare
del loro futuro. "Per me sarà un grande onore seguire il corso di
comando. A volte immagino di avere un'astronave tutta mia, e
così...". Rabbrividì e non solo per fare scena; Thane notò che
aveva la pelle d'oca. "Significa che, almeno per i primi anni, non
trascorrerò molto tempo coi caccia monoposto".
"È terribile", disse Thane. Un droide dorato lì vicino stava
aspirando con le sue cinque braccia i cocci di un bicchiere rotto.
"Sei un pilota fenomenale, Ciena. Dovresti volare sempre".
Thane aveva dimenticato quanto fosse malizioso il suo
sorriso. "Lo farò. Ma su una nave molto più grande".
Giunta l'alba, avevano ripreso a confidarsi l'uno con l'altra

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come in passato. Ciena gli mostrò il braccialetto di cuoio che la
legava a sua sorella, e che aveva cominciato a conservare dentro
una piccola borsa. "Mi sono sempre chiesto che fine avesse
fatto", disse a bassa voce Thane, osservando il delicato intreccio
del braccialetto. "Secondo il regolamento non potevi portarlo, e
tu non violeresti mai le regole... però sapevo anche che non
saresti mai stata capace di sbarazzartene".
"Già". Ciena strinse delicatamente la borsa tra le dita. A
giudicare dal tessuto grezzo, Thane ritenne che l'avesse fabbricata
usando qualche scampolo di stoffa che si era portata da casa.
"Non l'avrei mai fatto".
Ormai il cielo aveva cominciato a tingersi di rosa. Il traffico
non era mai cessato durante la notte, ma ora i velivoli
cominciavano a susseguirsi più numerosi e più velocemente.
Ciena aveva posato i piedi nudi sulla panchina di pietra; le sue
scarpe scintillanti giacevano sul pavimento lastricato. I droidi
cameriere avevano offerto loro gli ultimi bicchieri di vino prima
di ritirarsi per la notte nelle loro postazioni di ricarica, e mentre
Thane finiva il suo, Ciena si lasciò sfuggire uno sbadiglio. Per
quanto fosse tardi -- e per quanto fossero stanchi entrambi --
Ciena era sempre bellissima.
Non avrebbe fatto nessun passo in quel momento. Magari non
lo avrebbe fatto mai, considerando che da lì a un paio di mesi
avrebbero potuto inviarli agli angoli opposti della galassia. E poi
erano tornati amici da così poco tempo che non gli sembrava
giusto chiedere qualcosa di più. Ci sarebbe stato un altro
momento, decise Thane. In seguito, avrebbe pensato a Ciena e al
loro futuro insieme. Per ora si sarebbe fatto bastare quella notte.
"Ci conviene andare alla navetta", disse, alzandosi in piedi.
"Vieni".
Quando Ciena si fu infilata di nuovo le scarpe, Thane le offrì

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il braccio, e lei lo prese e si alzò a sua volta. Erano stanchissimi,
e Thane pensava che avrebbero soltanto parlato di quanto
avrebbero o non avrebbero dormito. "Sono così felice di riaverti
con me", disse invece Ciena a voce bassa.
La prossima volta, si ripeté con forza Thane. "Anche io".

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CAPITOLO 8

"Questo giorno non rappresenta la fine, ma un nuovo inizio.


Tutto quello che avete fatto durante i vostri tre anni di accademia
-- e in un certo senso, anche tutto quello che avete fatto in vita
vostra fino a oggi -- è servito a un unico scopo: prepararvi a
diventare i migliori ufficiali dell'Impero. Siete sempre stati
cittadini dell'Impero, ma oggi entrate a far parte dell'Impero in un
modo che i civili non riusciranno mai a comprendere. Le uniformi
che indossate adesso rappresentano il potere dell'Impero e il
vostro servizio renderà quel potere ancora più grande".
Il petto di Ciena era gonfio di orgoglio, lì in mezzo a tutti
quei cadetti... anzi, in mezzo a tutti quei nuovi ufficiali. Ciena
indossava l'uniforme grigia e nera del corso di comando, le
placche rettangolari delle nuove mostrine che scintillavano sul
petto. Il suo nuovo incarico le era stato comunicato proprio
quella mattina, poco prima che cominciasse la cerimonia. Nel
cielo fosco di Coruscant brillava il sole, i giganteschi stendardi
rossi ondeggiavano delicatamente al vento, e Ciena sentiva che il
futuro era come un soffice tappeto di velluto steso ai suoi piedi.
I diplomati al corso di volo qualche fila dietro di lei
indossavano le tenute nere da piloti di caccia TIE. Thane lo
trovava abbastanza ridicolo. L'armatura era calda e pesante; era
stata progettata per lo spazio o gli strati più alti dell'atmosfera,
non per la superficie nei giorni di sole. E quel casco tanto
importante -- nonché appariscente -- che dovevano portare
quando volavano? A terra aveva un aspetto a dir poco assurdo. In

114
ogni caso, l'armatura che era costretto a indossare non lo irritava
tanto quanto le parole dell'oratore dell'accademia. Da quello che
dice, sembra quasi che l'Impero ci abbia inghiottiti. E poi non
sta zitto un minuto. Non vedo l'ora che chiuda il becco, così
potrò andare a cambiarmi.
A detta di Thane, la parte migliore della cerimonia fu la
conclusione, quando andò a cercare Ciena tra la folla. Una volta
toltosi il casco, la ragazza lo strinse in un forte abbraccio. A
causa della corazza, Thane non riuscì neppure ad avvertire le sue
braccia intorno al collo, ma sorrise lo stesso. "Allora, dove ti
hanno mandato?"
"A bordo di uno Star Destroyer, il Devastator".
"Accidenti! È uno dei migliori della flotta". Thane era
compiaciuto, ma tutt'altro che sorpreso. Non aveva mai dubitato
che Ciena avrebbe fatto strada.
Lo sguardo della ragazza brillava di felicità... e di speranza.
"E tu, invece? Dove andrai?"
"Sono stato assegnato alla flotta di difesa di una stazione
spaziale".
"Quale?"
"Ecco, la cosa strana è che non lo so. A quanto pare, è una
stazione spaziale nuova e segretissima".
"Sembra fantastico", commentò Ciena. "E scommetto che il
Devastator la visiterà prestissimo".
"Sembra proprio di sì". Almeno, era quello che Thane
sperava. Se fossero stati assegnati agli angoli opposti dell'Orlo
Esterno, avrebbe dovuto rassegnarsi al fatto che non avrebbe
potuto più rivedere Ciena nei periodi di servizio. Ciena, però,
sarebbe stata a bordo di una delle navi più importanti della
flotta... e da quel che aveva capito, quella nuova stazione spaziale
era super avanzata, di conseguenza le astronavi importanti

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avrebbero fatto porto spesso da quelle parti, e quindi era
plausibile che avrebbe rivisto Ciena prima di quanto pensasse. E
una volta che fossero stati di nuovo insieme, non come compagni
di gioco o cadetti ma come ufficiali e adulti... che cosa sarebbe
accaduto?
Thane non lo sapeva, ma non vedeva l'ora di scoprirlo.
"Tienimi aggiornato, mi raccomando".
"E tu vedi di mandarmi olovideo e messaggi continuamente",
disse Ciena in un tono apparentemente scherzoso ma velato di
speranza. "Chissà che non ci rivedremo quando tornerai a casa".
"Puoi scommetterci", disse Thane, e subito dopo si chinò a
baciarla sulla guancia. Ciena spalancò la bocca per la sorpresa...
e per la gioia. Thane si rese conto che avrebbe dovuto farlo molto
tempo prima. Voleva dirle qualcosa, ma non gli venne in mente
nulla di preciso, e così si limitò alle parole più banali possibili.
"Congratulazioni, tenente Ree".
"Congratulazioni anche a te, tenente Kyrell". Ciena sollevò
una mano e fece per andarsene, ma gli gettò un ultimo, lungo
sguardo prima di scomparire nella folla.
Thane la osservò andar via. Riusciva a riconoscere Ciena
persino tra tutte quelle centinaia di studenti che indossavano le
varianti della stessa uniforme. Si allontanò soltanto quando
l'ebbe persa definitivamente di vista.
Quando tornerò a casa, pensò. Nonostante sperasse di
rivedere Ciena prima del loro prossimo periodo di licenza, l'idea
di ritrovarsi con lei su Jelucan non gli dispiaceva affatto. Aveva
deciso di rimandare una visita alla sua famiglia il più a lungo
possibile dopo il diploma, se non addirittura per sempre, ma
adesso aveva una gran voglia di tornare anche soltanto per una
volta. Sarebbe stata un'esperienza diversa, se avesse fatto quel
viaggio insieme a Ciena. Magari sarebbero tornati a visitare la

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Fortezza. Di sicuro la polvere si era depositata in quel loro
vecchio nascondiglio, ma sarebbe stato un gioco da ragazzi
rimetterlo a nuovo. Magari sarebbero potuti andare a Valentia
insieme, come si erano ripromessi di fare tanto tempo addietro...

Tre settimane dopo aver preso servizio a bordo del Devastator,


Ciena finalmente smise di sentirsi un'impostora e cominciò a
comportarsi come un vero ufficiale dell'Impero. La trasformazione
avvenne la prima volta che dovette affrontare i ribelli.
Stanno rispondendo al fuoco? Non riusciva a crederci. Una
piccola nave forzablocchi stava sfidando uno Star Destroyer. Non
era impossibile: era del tutto pazzesco.
Ma in fondo i ribelli erano pazzi, no?
"Avviciniamoci", ordinò il comandante in plancia. "Le loro
riserve di energia dovrebbero essersi esaurite, ormai. Attiriamoli
nell'hangar e facciamola finita".
Ciena attivò il raggio traente, quindi alzò lo sguardo dalla
lucida console nera per osservare la scena coi suoi stessi occhi.
La piccola nave bianca sembrava quasi un puntino nello spazio,
specialmente in confronto al pianeta desertico sottostante. Gli
schermi trasmettevano molti più dettagli, ma ammirare la
sconfitta dei ribelli dal vivo era decisamente più appagante.
Un tempo, Ciena avrebbe dato quella vittoria per scontata. I
ribelli non erano che un'accozzaglia di scontenti che si erano
ridotti a compiere atti terroristici solo perché non avevano né
l'approvazione popolare, né la potenza militare adeguata... o così
avevano creduto fino a poco tempo prima, quando i ribelli
avevano lanciato un attacco dalla loro base segreta e avevano
vinto, coprendo di vergogna gli ufficiali dell'Impero che avevano
partecipato a quella battaglia. Non solo l'Impero aveva dovuto

117
sostenere quell'inconcepibile sconfitta, ma aveva anche perduto
informazioni importantissime. Sebbene non fossero stati resi
pubblici i dettagli, Ciena aveva intuito che quei dati avessero a
che fare con una nuova stazione spaziale segreta.
Doveva essere la stessa base cui era stato assegnato Thane. Se
quei ribelli fossero riusciti a scappare, forse avrebbero attaccato
quella stazione, mettendo a rischio la vita di Thane.
Ciena socchiuse gli occhi. Credevate davvero di poterci
attaccare e farla franca?, pensò, fissando la navetta dei ribelli.
Non avete proprio capito nulla.
La nave forzablocchi continuava a trasmettere un messaggio
di protesta, affermando di essere in "missione diplomatica", ma
Ciena lo ignorò come tutti gli altri in plancia. Soddisfatta, guardò
la nave scomparire dall'oblò e diventare un puntino verde sul suo
schermo.
"Lord Vader ha dato l'ordine di abbordare la Tantive IV,
signore", fece un ufficiale lì accanto.
Il capitano annuì. "Eccellente. Arrestate subito la principessa.
Abbassate i cannoni laser primari".
Ciena annuì ed eseguì immediatamente gli ordini del
comandante, nascondendo il suo stupore per aver scoperto che la
principessa Leia di Alderaan era una ribelle, una terrorista e una
traditrice. Suo padre, d'altra parte, dava da tempo non pochi
grattacapi al Senato Imperiale, confondendo l'importanza del suo
pianeta per la propria. Che peccato che sua figlia avesse ereditato
la sua arroganza.
Quel giorno avrebbero dimostrato alla principessa e a tutti gli
altri ribelli che non potevano opporsi all'Impero senza pagarne il
prezzo.
La Tantine IV espulse uno dei suoi gusci di salvataggio; i
sensori mostravano quattro forme di vita che cercavano di fuggire

118
verso il pianeta desertico sottostante, ma lo Star Destroyer
abbatté il guscio senza colpo ferire.
Ma che cosa pensavano di fare?, si chiese Ciena mentre
ritrasmetteva i rapporti delle squadre di abbordaggio. Come
potevano credere di sfuggire a uno Star Destroyer che li aveva
già intrappolati nell'hangar?
Evidentemente sono troppo spaventati per ragionare. Si
meritano tutto quello che sta per capitargli, ma non posso
biasimarli per essere terrorizzati...
Un altro guscio di salvataggio sfrecciò nello spazio,
distogliendola dai suoi pensieri. "Eccone un altro", annunciò
l'ufficiale accanto a Ciena.
"Non sparate. Non ci sono forme di vita. Avrà avuto un corto
circuito", disse il capitano in tono annoiato. Pochi istanti più
tardi, il guscio scomparve sullo sfondo delle sabbie giallastre del
pianeta.
Poco dopo, Ciena consegnò personalmente le copie dei dati
della plancia ausiliaria all'ufficiale degli affari interni dell'Ufficio
di Sicurezza Imperiale che era a bordo; l'ufficio teneva sotto
controllo tutte le interazioni coi sospetti ribelli per assicurarsi
che nessuno potesse tradire l'Impero coi fatti o con le parole.
Durante il tragitto, Ciena incrociò Nash Windrider mentre
scendeva dalla plancia. Nash era uno dei pochi studenti che erano
stati assegnati al Devastator, e anche se non erano mai stati
particolarmente amici ai tempi dell'accademia, soprattutto a causa
di quella stupida lite con Thane, Ciena e Nash ormai si
conoscevano abbastanza bene. Nash portava ancora i capelli
lunghi, anche se annodati dietro la nuca come da regolamento.
"Non me lo dire", sospirò mentre aspettavano che le porte
scorrevoli del turboascensore si aprissero. "Ti sei ridotta a fare da
fattorina pur di non essere spedita su quella palla di sabbia

119
laggiù".
"Tatooine", finse di correggerlo Ciena. Il turboascensore
prese a salire; attraverso le pareti di vetro potevano scorgere i
guizzi dei vari ponti dell'enorme Star Destroyer. "Mi sembra di
capire che dovrai andarci tu".
"No, grazie al cielo. Se dovessi girare per quel deserto dentro
una corazza da assaltatore, finirei arrostito vivo".
Il turboascensore avrebbe raggiunto la plancia nel giro di
qualche altro istante, e così Ciena ne approfittò per dire a Nash
una cosa che doveva restare tra loro due. "Senti, mi dispiace per
la tua principessa", esordì con delicatezza. "Devi sentirti...
tradito".
Il sorriso di Nash si spense all'istante, e quello si impettì in
tutta la sua statura, giungendo le mani dietro la schiena. "La
principessa Leia probabilmente è stata ingannata dai suoi
consiglieri. Sono certo che le indagini concluderanno che è
innocente".
"Certo. Avrei dovuto pensarci". Ciena non era sicura di poter
credere che fosse plausibile una spiegazione tanto semplice, ma
Nash conosceva la principessa molto meglio di lei. Poteva darsi
che avesse ragione.
Le porte scorrevoli del turboascensore si aprirono con un
sibilo. "A più tardi", disse Nash, uscendo, e poi girò i tacchi per
tornare alla sua postazione. Ciena avrebbe voluto che non avesse
detto nulla a proposito della principessa. Non era certo colpa di
Nash se uno dei senatori del suo pianeta natale era un traditore.
Poteva solo sperare che l'ufficiale degli affari interni la pensasse
allo stesso modo.
Ciena era salita sulla plancia principale soltanto una volta,
durante il breve giro di orientamento del suo primo giorno a
bordo. La scena l'ammaliava ancora con quei corridoi

120
incredibilmente lunghi, gli schermi giganteschi, le innumerevoli
console che ronzavano e lampeggiavano al piano inferiore mentre
gli ufficiali superiori lavoravano febbrilmente alle loro
postazioni. Era il cuore del Devastator, l'anima della macchina.
Ciena cercò in fretta il capitano Ronnadam, il quale se ne
stava seduto alla sua postazione, indossando la particolare
uniforme bianca dei Servizi di Sicurezza. "Ecco i dati che ha
richiesto, signore".
Ronnadam li prese senza neppure degnarla di uno sguardo;
era tutto concentrato sulle righe che scorrevano sul suo schermo.
Ciena non poteva andarsene senza essere prima congedata, e così
non poté fare altro che restare sull'attenti e aspettare.
"Il tuo protocollo lascia parecchio a desiderare, Ronnadam",
fece una voce tagliente alle spalle di Ciena. "Fortunatamente, il
giovane tenente qui presente conosce la procedura... e le buone
maniere".
Ciena si illuminò quando, voltandosi, riconobbe il Gran Moff
Tarkin in persona... anche se era soltanto un ologramma verdastro
e scintillante. Tarkin la osservò con grande interesse. "Sembri
conoscermi, tenente, ma non mi pare che abbiamo mai prestato
servizio insieme. Come ti chiami?"
"Sono il tenente Ciena Ree, L-P-Otto-Otto-Otto,
recentemente diplomata presso l'Accademia Reale. Vengo da
Jelucan, signore". Non vedo l'ora di dire a Thane che ho rivisto
Tarkin!
Il Gran Moff annuì. "Jelucan. È nell'Orlo Esterno, vero? Mi ci
sono recato quando è stato annesso all'Impero".
Non era necessario che Ciena replicasse... ma in fondo non
era neppure proibito, e la ragazza non riuscì a resistere. "Sì,
signore. L'ho incontrata proprio quel giorno, poco dopo la
cerimonia. Ero soltanto una bambina".

121
Il viso spigoloso di Tarkin la studiò per un altro, lungo
istante. "Per caso eri una di quei due bambini che si erano
intrufolati nell'hangar della navetta?", domandò all'improvviso,
con suo grande stupore.
Ciena aveva sentito parlare dell'eccezionale memoria di
Tarkin -- si diceva che non dimenticasse mai né i favori né gli
sgarbi -- ma quella dimostrazione le strappò un sorriso. "Sì,
signore. Quel giorno mi chiese se avrei voluto servire l'Impero da
grande, ed eccomi qui".
"Bene, bene", fece Tarkin, giungendo le mani dietro la
schiena con aria chiaramente compiaciuta. "Ecco il potere della
diplomazia in azione".
"Anche il bambino che era con me si è diplomato presso la
mia stessa accademia nel corso di volo d'élite. È il tenente Thane
Kyrell".
Tarkin le rivolse un sorriso sottile ma inconfondibile. "A
quanto pare, dovrei reclutare su Jelucan più spesso. Devo
ricordarmi di informarmi regolarmente sui vostri progressi".
Ciena si sforzò di restare impassibile come un bravo soldato,
ma si sentì arrossire per la gioia e il Gran Moff Tarkin non parve
esserne infastidito. L'ologramma svanì mentre la salutava con un
cenno, e quel gesto era quanto di più somigliante a un saluto
amichevole un ufficiale superiore avrebbe potuto rivolgere a un
semplice tenente. Se si era ricordato della storia della navetta
classe Lambda, dopo tutti quegli anni, allora probabilmente si
sarebbe ricordato anche di informarsi su di lei e su Thane.
Chissà, forse Tarkin sarebbe diventato qualcosa di più della
figura che li aveva semplicemente incoraggiati a entrare nella
flotta spaziale dell'Impero. Magari sarebbe diventato un vero e
proprio mentore.
Ciena aveva catturato una nave ribelle e ricevuto i

122
complimenti di un Gran Moff, e non era neppure ora di pranzo.
Sorrise: quella giornata stava prendendo una piega spettacolare.

Thane non si era reso conto di quanto fosse gigantesca la Morte


Nera finché non fu uscito per la prima volta di pattuglia col suo
caccia TIE. Fu subito costretto a correggere la propulsione per
decollare da una normalissima atmosfera planetaria anziché da
una stazione spaziale, proprio perché le dimensioni della Morte
Nera generavano una notevole attrazione gravitazionale.
Quel pensiero lo fece sorridere. Non aveva mai immaginato
che fosse possibile costruire una struttura tanto colossale. Quella
stazione spaziale era appena diventata la sua nuova casa, e lui già
temeva che lo mandassero da qualche altra parte. La Morte Nera
era stata progettata come un vero e proprio pianeta, il che
significava che disponeva di comodità che gli altri avamposti
militari potevano solo sognare: pasti decenti, aree ricreative,
taverne gestite dai migliori droidi baristi e spacci fornitissimi ma
un po' costosi. Sebbene Thane vivesse nella caserma comune, a
quanto pareva c'erano talmente tante camere private che la
maggior parte dei militari ne riceveva una nel giro di sei mesi. Di
solito bisognava essere un capitano per approfittare di un lusso
del genere, perciò Thane era a dir poco entusiasta di potersi
godere così tanti comfort e volare nello spazio profondo ogni
giorno.
E il messaggio che aveva ricevuto quel giorno andava oltre
ogni sua aspettativa.
"Stai venendo qui oggi", ripeté, guardando Ciena sul piccolo
schermo del comunicatore. "Cioè, adesso".
"Non vedi che comunichiamo praticamente in tempo reale? Il
Devastator attraccherà entro un'ora". Si vedeva da lontano un

123
miglio quanto Ciena fosse raggiante, e Thane era sicuro di avere
la sua stessa espressione. "Avrai un po' di tempo libero?"
"Sì. Sicuramente. Ho già fatto la mia ronda quotidiana". Per
quanto riguardava il giorno seguente... be', non era mica contro le
regole scambiarsi i turni, purché glielo approvassero. Avrebbe
preso il posto di chiunque altro, se gli fosse stato concesso di
trascorrere la giornata insieme a Ciena. "Potremmo andare in
qualche taverna a chiacchierare".
"Anche Nash non vede l'ora di rivederti", disse Ciena.
"Giusto. Ci scommetto". Nash era stato uno dei suoi migliori
amici, ma in quel momento Thane non aveva la minima voglia di
vederlo, e sperava che Nash fosse abbastanza perspicace da farsi
da parte.
"E vorrei rivedere Jude", proseguì Ciena. "È a bordo anche
lei, vero?"
"Sì, ho saputo che anche Jude Edivon è stata assegnata alla
Morte Nera, ma non l'ho ancora incontrata. Questo posto è
grande quanto una luna... è un po' come se fosse dall'altra parte
del pianeta". Ciena si rattristò. "Non ti preoccupare", si affrettò
ad aggiungere Thane. "Quando le dirò che stai arrivando, sono
sicuro che farà in modo di venirti a salutare".
"Ci sarai anche tu, vero?"
"Puoi giurarci", rispose Thane, sorridendo come uno scemo.
Forse non sono sembrato completamente scemo, pensò
Thane qualche ora dopo, mentre faceva il suo secondo turno da
meccanico della manutenzione. Ogni pilota doveva essere in
grado di manutenere e riparare tutti i velivoli mono e biposto, e
ormai Thane conosceva i caccia TIE come le sue stesse tasche,
perciò riuscì a controllare ogni dettaglio pur pensando ad altro.
Stava sorridendo anche lei. È un buon segno, no?
Non si domandò per quale motivo fosse un buon segno.

124
L'entusiasmo che provava al pensiero di rivedere Ciena era un
qualcosa cui non voleva mettere un'etichetta. Sapeva solo di non
aver mai neppure sognato di rincontrarla così presto, eppure
sembrava che quelle poche ore che li separavano stessero durando
un'eternità.
Il Devastator è arrivato. Ciena dev'essere a bordo della
Morte Nera, ormai. Perché devo fare questa stupida ronda? Ho
scambiato il turno in modo da aver la giornata di domani
libera, ma che farò se non si libererà pure Ciena?
Thane si disse di non preoccuparsi. Trasse un respiro
profondo e si rimise all'opera sul caccia TIE. Il pannello di
controllo aveva bisogno di un nuovo circuito elettrico, e questo
l'avrebbe tenuto impegnato per un bel po' di tempo. Tuttavia,
proprio mentre stava rimettendo a posto il pannello, udì un
annuncio. "Tutto l'equipaggio nel settore quarantasette è atteso ai
portelli d'attracco ausiliari".
Thane era nel settore quarantasette e, fortunatamente, si
trovava proprio vicino ai portelli ausiliari, perciò fu uno dei primi
a mettersi in formazione, proprio in prima linea. Aveva la tuta
sporca di macchie di grasso, ma era normale durante un turno di
lavoro. Nonostante ciò, si sentiva un po' trasandato rispetto a tutti
gli ufficiali intorno a lui nelle loro uniformi perfette o nelle
scintillanti armature da assaltatori.
Il comandante probabilmente non si sarebbe neppure accorto
della differenza. "Da oggi la Morte Nera è operativa al cento per
cento", annunciò mentre passava impettito davanti a lui.
"L'Imperatore vuole che ne dimostriamo la potenza a tutta la
galassia!"
Qualcuno esultò. Thane applaudì un paio di volte. Sospettò
che volessero portare la stazione nell'orbita di qualche pianeta per
metterla in mostra, il che sarebbe bastato a far spalancare non

125
poche bocche. I motori avevano già preso a ronzare, perciò la
stazione doveva aver raggiunto qualche pianeta importante come
Coruscant...
I portelli scorrevoli dell'hangar si aprirono. Anche se
comprendeva perfettamente il funzionamento dei campi di forza
che impedivano all'atmosfera e al gelo mortale dello spazio di
penetrare nella stazione, Thane restava comunque di sasso ogni
volta che scrutava nell'immensa oscurità all'esterno. Lentamente,
tra i portelli fece capolino un pianeta. Rotondo e azzurrino,
pareva quasi brillare di luce propria, e come sempre Thane si
ritrovò a pensare a quanto fossero belli e allo stesso tempo fragili
tutti i pianeti quando li si guardava da lontano.
"Ammirate il pianeta Alderaan", disse il comandante.
Il pianeta natale di Nash! Thane non poté fare a meno di
sorridere. Che fortuna che il Devastator fosse attraccato proprio
mentre la Morte Nera era vicina a quel pianeta. Nash aveva
promesso di mostrarglielo almeno un milione di volte. All'epoca
gli era sembrato un sogno, ma ora Thane sperava di poter visitare
Alderaan per conto suo se fosse riuscito a trovare un po' di
tempo. In quel momento gli sovvennero tutte le storie che Nash
gli aveva raccontato sui posti migliori da visitare e su tutti i suoi
incredibili panorami naturali. Dove potremmo andare, per
cominciare? Alle cascate di Cloudshape? Alla foresta pluviale
di Isatabith?
"Come alcuni di voi sanno sicuramente", proseguì il
comandante, "Alderaan è rappresentato in Senato da un membro
della famiglia reale degli Organa. Tuttavia, abbiamo scoperto che
la senatrice in questione e suo padre -- nonché tutte le sfere più
alte del governo alderaaniano, secondo le nostre fonti -- stanno
finanziando e sostenendo in gran segreto la causa dell'Alleanza
Ribelle".

126
Thane non comprese immediatamente quelle parole. Anzi, era
quasi sicuro di aver capito male. Com'era possibile che la
famiglia reale di Alderaan fosse in combutta coi terroristi? Lui
era abbastanza cinico da sapere che nessuno era troppo puro o
troppo nobile da non poter essere corrotto... ma sapeva anche che
nessuno era tanto folle da voler cambiare una situazione che gli
era favorevole.
Il comandante non si fermò lì. "Questa stazione è stata scelta
per mandare un messaggio a tutta la galassia. Oggi dimostreremo,
una volta per tutte, la suprema potenza dell'Impero. Lunga vita
all'Imperatore!"
"Lunga vita all'Imperatore!", gridarono tutti gli ufficiali
sull'attenti, Thane incluso. Thane non stava neppure più
prestando attenzione, dato che ormai quei discorsi gli erano
talmente familiari da essere diventati ridondanti. In quel momento
stava soltanto cercando di dare un senso alle parole che aveva
sentito.
Fu allora che un tremito profondo, come Thane non ne aveva
mai avvertiti prima, scosse tutti i piani della stazione: gli fece
accapponare la pelle, e non era sicuro che fosse per la paura o per
la ionizzazione dell'atmosfera.
Che cosa sta succedendo?, si chiese...
... e un attimo dopo la Morte Nera colpì Alderaan, e un intero
pianeta esplose davanti ai suoi occhi.

127
CAPITOLO 9

Guarda coi miei occhi, pensò Ciena scioccata, quasi come se non
provasse nulla.
Aveva giurato di mostrare a Wynnet non solo le cose più
belle, ma anche le più terribili. Ecco perché doveva mostrarle
anche quello.
L'oloschermo mostrava i frammenti di Alderaan che si
sparpagliavano in migliaia di direzioni diverse, brillando ancora
per il calore emesso dall'esplosione del pianeta. Ciena pensò ai
miliardi di persone che erano appena morte. Era sul punto di
scoppiare a piangere, quando notò l'ufficiale alla stazione
ausiliaria accanto alla sua.
Nash Windrider era talmente pallido che sarebbe potuto
svenire da un momento all'altro. Era nato su Alderaan. Tutta la
sua famiglia... tutti i luoghi in cui era vissuto... la sua casa...
erano appena stati disintegrati davanti ai suoi occhi per
tradimento.
Ciena capì subito che se Nash fosse davvero svenuto, se
avesse pianto o se avesse mostrato anche soltanto un'emozione,
qualcuno avrebbe potuto pensare a una protesta. In quel caso,
sarebbe stato accusato di tradimento tanto quanto gli Organa e
gettato in cella, se non privato dei suoi gradi seduta stante.
Dato che non poteva aiutare nessun altro, Ciena decise di
aiutare Nash: allungò una mano e lo prese per il braccio, come
per cercare di sostenerlo. Per tutta risposta, Nash le strinse le dita
della mano così forte da farle male, ma Ciena non la ritirò, e

128
guardò Nash che si sforzava di respirare a fondo, aggrappandosi
alla sua mano come fosse l'unica fune in grado di trascinarlo fino
a riva.
A casa, pensò Ciena, cercando di non piangere.
In seguito, Ciena accompagnò Nash fino al turboascensore
che lo avrebbe riportato all'hangar del Devastator, così che
potesse risalire a bordo, tornare in camera e magari stare un po'
per conto suo. Nash non proferì parola per tutto il tragitto. Non
guardò Ciena neppure prima di salire sul turboascensore. Un
attimo prima che le porte si chiudessero, Ciena lo vide
appoggiarsi alla parete per non cadere.
Dal canto suo, Ciena aveva ancora qualche ora di tempo per
mettere ordine nei suoi pensieri e parlare con una vecchia amica
di quel che era successo, anche se avrebbe preferito vedere subito
un altro amico.
"Sì, ero al corrente della potenza del cannone", disse Jude sul
ponte di osservazione. Ciena e lei si erano sedute davanti a una
lunga fila di oblò. "Il superlaser è alimentato da una schiera di
giganteschi cristalli Kyber in grado di generare una fonte di
energia pressoché illimitata. Credevo che lo avrebbero impiegato
per distruggere gli asteroidi o i pianeti disabitati ed estrarre i loro
minerali. Sono sorpresa anche io".
Ciena si guardò intorno per timore che qualcun altro fosse in
ascolto. "Senti, Jude... non pensi che quello a cui abbiamo
assistito oggi... quello che ha fatto la Morte Nera... Insomma,
come si può giustificare?"
Invece di rispondere subito, Jude rimase immobile e rifletté a
lungo. La calma e la ragionevolezza con cui Jude affrontava i
problemi erano le cose che Ciena apprezzava di più della sua
amica. Ai tempi dell'accademia, l'avevano presa spesso in giro per
la sua serietà, ma ora Ciena ne era grata.

129
"Anche se sono entrata in servizio da poche settimane, mi
sono resa subito conto che i ribelli sono molto più numerosi e
pericolosi di quanto non vogliano far credere i comunicati
ufficiali", disse infine Jude. "Noi non siamo una forza di pace.
Siamo stati preparati per affrontare una guerra".
Ciena aveva avuto la stessa sensazione, ma le parole precise
di Jude le diedero una prospettiva molto più chiara. Quella
dell'Alleanza Ribelle era una minaccia concreta.
"Gli Organa erano colpevoli di alto tradimento, ma lo stesso
non si può dire degli altri abitanti", proseguì Jude.
Almeno è stato rapido, pensò Ciena, ma quella
giustificazione parve vuota persino a lei. Immaginò di essere una
bambina, di alzare lo sguardo e di vedere il cielo azzurro
colorarsi improvvisamente di rosso, intuendo solo all'ultimo,
orribile momento che quella poteva essere soltanto la sua fine.
Chissà quanta paura dovevano aver provato i bambini di
Alderaan... quanto terrore...
"Comunque sarebbe sbagliato concludere che Alderaan è
stato distrutto per punire i suoi abitanti", aggiunse Jude in tono
più vivace. "L'unica ragione per cui è stato preso un
provvedimento tanto estremo deve essere che era l'unico modo per
schiacciare una minaccia ancora più grave. I ribelli sono talmente
sconsiderati -- per non dire sciocchi -- da sfidare addirittura la
flotta dell'Impero. Come si fa a ragionare con persone così? Come
possono comprendere i loro limiti e l'inevitabile vittoria
dell'Impero? Solo una dimostrazione di potenza come quella
poteva riuscirci. Adesso i ribelli sanno di non avere alcuna
speranza e che le loro strategie non servono a niente. Abbiamo
sventato la guerra. Oggi sono morti miliardi di persone perché
potessero essere salvate innumerevoli altre vite con il loro
sacrificio".

130
Doveva essere per forza così. Nessuna cellula terroristica in
tutta la galassia, per quanto fanatica o assetata di sangue, poteva
ancora credere di avere la forza per sfidare l'Impero. Nonostante
ciò, gli abitanti di Alderaan non avevano potuto scegliere di
compiere quel sacrificio.
Jude sospirò e abbassò lo sguardo sul suo bicchiere per un
lunghissimo istante. Per qualche ragione -- forse per via
dell'illuminazione o della sua espressione vacua -- Jude sembrava
molto più giovane di Ciena, quasi come quando si erano
incontrate più di tre anni prima. La sua uniforme immacolata
assomigliava a un costume per bambini per giocare a travestirsi.
Forse anche Ciena, in quel momento, appariva troppo giovane, e
troppo ingenua, per combattere una guerra.
Probabilmente si sentivano tutti così, all'inizio.
"Quindi stai dicendo che se oggi non fosse successo quello
che è successo, e non fossero morte tutte quelle persone, molte di
più ne sarebbero state uccise nel corso di una guerra galattica",
disse Ciena.
"Esatto", assentì Jude. "Pensa ai miliardi di persone che
hanno perso la vita durante le Guerre dei Cloni".
"E mettendo fine alla guerra adesso, prima che scoppi
davvero, la Morte Nera ne avrebbe salvate molte di più di quelle
che ha ucciso". Non era facile raccapezzarsene; era il tipo di
calcolo che Ciena non avrebbe mai voluto fare, se non a lezione
di Etica del Comando. Ora, però, doveva affrontarlo e fare il suo
dovere.
Se solo l'Impero non fosse stato costretto a prendere una
decisione tanto drastica. Se solo l'Alleanza Ribelle non fosse mai
sorta dal malcontento e dall'arroganza che alimentavano i suoi
capi. Quei terroristi avevano sfidato l'Impero, sicuri che non
avrebbe mai contrattaccato. Almeno adesso era chiaro che si

131
erano sbagliati, ma Ciena non poté fare a meno di chiedersi se i
capi dei terroristi si sarebbero mai presi la responsabilità degli
orribili rimedi che erano stati necessari per fermare la ribellione -
- e la guerra -- prima che l'intera galassia piombasse nel caos
assoluto. Probabilmente no.
Era stata l'Alleanza Ribelle, a cominciare. Aveva provocato
l'Impero.
Ora che aveva capito di chi era veramente la colpa, Ciena si
sentiva molto meglio.
In quel momento risuonò un annuncio dagli altoparlanti sopra
di loro. "Attenzione: il Devastator lascerà la stazione all'inizio
del prossimo turno. Tutto il personale deve salire a bordo e
attendere disposizioni".
"Oh, no". Ciena non voleva lasciare Jude proprio ora che la
sua amica la stava aiutando a dare un senso a quell'orrore.
L'ultima cosa di cui Nash aveva bisogno era di rientrare in
servizio senza aver avuto neppure il tempo di schiarirsi le idee. E
lei non aveva neppure rivisto Thane, né lo aveva...
"Dubito che il Devastator resterà via a lungo", commentò
Jude. "Si dice che Lord Vader intenda rimanere finché questa
crisi non sarà risolta una volta per tutte. Il Devastator è la sua
nave ammiraglia, perciò non dovrete affrontare molte missioni
senza di lui".
Era ovvio. Ciena si rallegrò. Senza Darth Vader a bordo, il
Devastator non avrebbe mai affrontato una missione più lunga di
un paio di settimane. "Ci rivedremo presto, allora".
Si abbracciarono frettolosamente e Ciena percorse a lunghi
passi il corridoio senza badare troppo a quello che le accadeva
intorno. In quel momento, le dimensioni della Morte Nera non
riuscivano a stupirla più di tanto. Stava già pensando al futuro:
nei giorni seguenti avrebbe dovuto sostenere Nash e attendere il

132
ritorno di Lord Vader. Probabilmente il Devastator avrebbe
visitato spesso quella stazione spaziale, perciò avrebbe rivisto
Jude molte altre volte. E sarebbe tornata da Thane così presto che
sarebbe stato come se non se ne fosse mai andata.

Thane stava fissando lo schermo del comunicatore, desiderando


con tutte le sue forze che si accendesse per trasmettergli un
messaggio di Ciena, ma quello restava nero e spento.
Thane sapeva che probabilmente Ciena era a bordo del
Devastator, in servizio. Come si poteva continuare a lavorare
dopo aver visto morire un intero pianeta? Eppure anche lui era
rimasto sull'attenti insieme a tutti gli altri, e la cosa lo stupiva di
più a ogni istante che passava.
Abbiamo assassinato miliardi di persone. Abbiamo
massacrato miliardi di persone e ora si aspettano che
applaudiamo.
Alderaan era stato il pianeta natale di Nash. Se Thane si
sentiva così nauseato, chissà come doveva sentirsi quello.
Probabilmente era svenuto. Thane, tuttavia, non lo aveva
contattato. Sapeva che gli ufficiali degli affari interni
monitoravano le comunicazioni, e qualunque chiamata inviata o
ricevuta da un Alderaaniano avrebbe destato automaticamente
qualche sospetto. Per quel che lo riguardava, Thane non aveva di
che temere. Sapeva scegliere con cura le parole, in modo che chi
lo ascoltava capisse cosa voleva comunicargli davvero: in fondo,
aveva imparato a farlo in accademia. Nash, però, doveva essere
furibondo, e per la rabbia o il dolore avrebbe potuto dire
qualcosa che avrebbero potuto usare contro di lui.
No, Thane avrebbe contattato Nash più tardi, quando fosse
stato più sicuro. E poi era con Ciena che doveva parlare. Lei era

133
sempre stata il suo punto di riferimento. Thane pensò che, se
fosse stato insieme a lei, non si sarebbe sentito così nauseato e
arrabbiato. Forse sarebbe riuscito a respirare di nuovo...
Lo schermo del comunicatore si accese, e Thane si rallegrò
giusto quel mezzo secondo che gli servì ad accorgersi che il
messaggio non proveniva da Ciena. Era il comandante della sua
compagnia, che gli ordinava di presentarsi immediatamente.
"Dantooine?", ripeté a uno degli altri ufficiali mentre salivano
a bordo del trasporto truppe. "Ma quel pianeta è nel bel mezzo
del nulla". Si trattava di un mondo sconosciuto quasi quanto
Jelucan.
"Il punto è proprio quello", disse l'altro, mentre saliva la
rampa d'imbarco. "I ribelli dove altro potrebbero nascondersi?"
E farebbero proprio bene a nascondersi, pensò Thane. Ora
che la galassia aveva scoperto di che cosa era capace quella
stazione spaziale, nessun altro avrebbe osato ribellarsi all'Impero.
Prima di imbarcarsi, fortunatamente, Thane ebbe il tempo di
registrare un messaggio che Ciena avrebbe potuto ascoltare tra un
turno e l'altro. "Ho delle brutte notizie: ci stanno mandando in
un'operazione di pattuglia dell'ultimo minuto. Ci vorranno un
paio di giorni al massimo, ma non so per quanto ancora il
Devastator resterà attraccato alla... alla stazione".
Era difficile pronunciare le parole Morte Nera, ora che c'era
davvero la morte in ballo.
"Spero di riuscire a incontrarti", disse, sperando che Ciena
capisse quanto realmente lo desiderasse. "In caso contrario, ci
rivedremo su Jelucan. Te lo prometto. Promettilo anche tu, mi
raccomando. Kyrell, chiudo".
Forse avrebbe dovuto mandare un messaggio anche a Nash,
ma ancora non sapeva che cosa dirgli e così, mentre il trasporto
viaggiava in direzione di Dantooine, Thane continuò a

134
domandarsi che cosa poteva fare per il suo amico, ma non
riusciva a pensare a niente di meglio che sedersi insieme a lui
davanti a un paio di bottiglie di vino corelliano.
Una volta raggiunto il pianeta, i sensori rilevarono presto le
tracce di una base ribelle. Prima che Thane potesse infilarsi
l'armatura, però, si scoprì che la base era completamente deserta.
Avrebbero dovuto fare soltanto un giro di pattuglia, e basta. A
quanto pareva, avevano fatto tutta quella strada per nulla.
Quando scesero sulla base abbandonata nel cuore delle
deprimenti terre desolate di Dantooine, Thane si rese conto che
non era un hangar fatiscente o il covo di qualche contrabbandiere
da strapazzo, ma la sede di una vera e propria organizzazione
militare.
Qui avrebbero potuto nascondere almeno una decina di
caccia stellari, pensò mentre esaminava coi sensori la gigantesca
struttura. I dati che scorrevano sul suo schermo indicavano la
presenza di decine di prese per la ricarica dei droidi, di una
sofisticata tecnologia per le comunicazioni in grado di
trasmettere dati istantaneamente da un punto all'altro della
galassia e di centinaia di brande. Inoltre, parevano esserci decine
di strutture identiche a quella. Avevano anche scavato in
profondità sotto terra, il che suggeriva che i ribelli, a un certo
punto, avevano deciso di ampliare la loro base.
Altro che una banda di scontenti: l'Alleanza Ribelle era un
esercito.
Certo, la loro potenza militare era di gran lunga inferiore
rispetto a quella dell'Impero, ma Thane aveva studiato abbastanza
a lungo le tattiche belliche in accademia da sapere che la forza di
un nemico non doveva essere necessariamente alla pari con quella
del suo bersaglio: bastava solo che raggiungesse una certa massa
critica, e sarebbe stato in grado di infliggere danni letali. A Thane

135
pareva proprio che la Ribellione fosse a buon punto.
Ecco che cominciava la sua solita catena di pensieri. Sono
terroristi. Sono criminali. L'Impero non sarà perfetto, ma non lo
è neppure la Repubblica che venerano tanto. Non ci si può fidare
del potere, punto e basta. Non importa chi sia al comando.
E lui che pensava di essere tanto saggio. Dopo aver visto
scoppiare Alderaan, Thane aveva capito quanto fossero vuoti i
suoi ragionamenti. Il terrorismo non sarebbe mai stato la via da
percorrere, ma l'Impero si era macchiato di un crimine orribile
tanto quanto l'Alleanza Ribelle, se non di più.
Dopo il diploma, Thane sarebbe dovuto restare in servizio per
almeno cinque anni. Dopodiché avrebbe potuto rassegnare le
dimissioni e fare qualsiasi altro lavoro, anche se la stragrande
maggioranza degli ufficiali imperiali restava in servizio finché
non moriva o arrivava alla pensione. Thane aveva sempre creduto
che avrebbe servito l'Impero per tutta la vita. Ora sentiva di non
poter indossare quell'uniforme cinque minuti di più.
Quante volte aveva ripetuto di voler entrare nella flotta
stellare dell'Impero solo per poter pilotare le migliori astronavi
della galassia? Quelle parole gli sembravano così immature,
adesso. Roba da bambini, proprio.
Non puoi svignartela adesso, si disse mentre continuava a
esaminare i dati dei sensori, mantenendo un'espressione
cautamente impassibile. Quello a cui hai assistito oggi dimostra
che siamo sull'orlo di una guerra galattica. Loro hanno bisogno
di te.
Solo che loro non erano l'Imperatore o gli ammiragli. Thane
stava pensando ai suoi commilitoni, alle persone che aveva
cominciato a considerare suoi amici. A Nash.
E a Ciena.

136
Sebbene il Devastator si fosse già lasciato la Morte Nera alle
spalle, l'equipaggio dello Star Destroyer era stato incaricato di
restare collegato ai terminali della stazione spaziale. Gli schermi
dedicati erano a sinistra della postazione di Ciena, e così la
ragazza poteva scorgere, con la coda dell'occhio, l'animata
superficie di Yavin, un immenso gigante gassoso rosso. Gli altri
schermi mostravano una delle sue lune, Yavin 4, che a quanto
pareva nascondeva la vera base dei ribelli.
E così hanno mandato Thane su Dantooine per nulla. Ciena
aveva sperato di poter parlare con lui degli orribili fatti di
qualche giorno prima. La sua chiacchierata con Jude era riuscita a
calmarla, ma Ciena non riusciva ancora a dormire. Ogni volta che
chiudeva gli occhi, rivedeva Alderaan esplodere.
Adesso stava per assistere alla distruzione di un altro pianeta.
Questo è un bersaglio militare, però, si rassicurò. Nessun
civile si farà male.
Prima o poi se ne sarebbe fatta una ragione. Al momento, si
sentiva stringere lo stomaco al solo pensiero che un altro pianeta
sarebbe stato disintegrato. Era passato troppo poco tempo da
Alderaan, e lei aveva ancora i nervi a fior di pelle.
I ribelli avevano capito di non avere scampo, e avevano
contrattaccato... nel modo più assurdo possibile.
"Incredibile", mormorò un comandante vicino alla sua
postazione. "I ribelli hanno mandato una manciata di caccia
stellari contro la Morte Nera. Devono essere proprio disperati".
Quel pianeta non è abitato, si ricordò Ciena. Laggiù ci sono
solo i membri della Ribellione, gli stessi che stanno cercando di
iniziare una guerra. È stata una loro scelta. È a questo che
conduce la guerra.
Eppure non poteva fare a meno di pensare a tutti gli animali

137
che vivevano su quella luna, piccoli e innocenti, e agli alberi...
Uno schermo mostrava i caccia Ala-X che percorrevano uno
dei canali, inseguiti dai caccia TIE. Ciena si domandò perché si
fossero disturbati a inviare i TIE contro una squadriglia tanto
penosa, ma in effetti sarebbero stati costretti a riparare anche il
minimo danno inflitto alla stazione spaziale. I caccia sfrecciavano
a una tale velocità che nel giro di qualche istante la battaglia non
era più visibile. Magari sarebbe riuscita a riprenderla un'altra
olocamera.
Invece, pochi minuti dopo, Ciena scorse un Ala-X e un
mercantile vecchio e malandato che sfrecciavano verso Yavin 4 a
velocità subluce. "Signore, le navi dei ribelli si stanno
allontanando dalla Morte Nera", fece rapporto.
"Seguitele", ordinò il comandante. "Dobbiamo fornire al Gran
Moff Tarkin il rapporto più completo possibile".
Ciena continuò ad analizzare ogni pacchetto di dati ricevuto
dalla Morte Nera, importante o no che fosse. Il brusio sulla
plancia ausiliaria proseguì ininterrotto, ma le voci si abbassarono
e il lavoro rallentò. Ciena sapeva che tutti aspettavano il
momento in cui Yavin 4 sarebbe esploso. Nauseata, la giovane
cercò di farsi forza e di prepararsi mentalmente all'improvviso
lampo di luce... ma a un tratto tutti gli schermi collegati alla
Morte Nera si spensero di colpo.
Tutti. Nello stesso istante. Ciena si accorse che era cessata
anche la trasmissione di dati dalla stazione spaziale.
"C'è stato un corto circuito?", domandò qualcuno,
controllando gli schermi. Forse pensava che fossero difettosi.
Ciena sapeva che non era così.
"Nessun segnale dalla Morte Nera, signore", disse al
comandante. "Non riceviamo più dati".
Il comandante le rivolse un'espressione stranissima, a metà tra

138
il confuso e l'adirato. "È impossibile, tenente. I ribelli devono
aver causato una specie di interferenza o mandato i loro caccia a
distruggere i sistemi di comunicazione della stazione".
Gli Ala-X non potevano riuscire in un'impresa del genere
contro una stazione spaziale grossa come la Morte Nera, vero?
L'unica alternativa, tuttavia, era... impensabile.

139
CAPITOLO 10

"Tutto qui? Non sanno altro?"


"Riprova a chiamare Coruscant".
"Tutte le reti sono disturbate..."
Le voci echeggiavano nella base ribelle abbandonata di
Dantooine che, per il momento, faceva da stazione provvisoria
per l'Impero. Gli ufficiali brancolavano nei dintorni; alcuni
indossavano ancora le armature da combattimento, ma la maggior
parte se n'era tolta vari pezzi. Benché il loro comandante fosse
ancora in carica, da ore gli unici a ricevere ordini erano stati gli
ufficiali addetti alle comunicazioni. Le uniche cose che potevano
fare tutti gli altri erano aspettare e temere il peggio.
Thane andava avanti e indietro nel corridoio, che sembrava
scavato nella roccia; per questo motivo, pareva quasi che si
fossero rannicchiati tutti insieme dentro una piccola grotta. I dati
che erano riusciti a ricevere fino a quel momento erano
contraddittori, confusi e preoccupanti. Secondo alcuni, la Morte
Nera era stata distrutta; secondo altri, era stata soltanto
danneggiata e non era in grado di comunicare; secondo altri
ancora, quelle notizie erano completamente fasulle ed erano state
diffuse per stanare i ribelli e sgominarli più facilmente.
La stragrande maggioranza dei soldati credeva all'ultima
ipotesi, e molti non facevano altro che cianciare di quello che
avrebbero fatto se fossero stati al comando, sicuri che avrebbero
avvertito gli ufficiali e le truppe in anticipo. Qualcun altro
protestava, avvertendo che potevano esserci spie ovunque. Se

140
persino una senatrice illustre come la principessa Leia Organa si
era rivelata una traditrice, allora potevano esserlo tutti. Ecco
perché c'era stato bisogno di mantenere il segreto fino all'ultimo
minuto.
Non tutti credevano a questa teoria, comunque. Thane si era
scambiato qualche occhiata con gli altri ufficiali che, come lui, se
ne stavano zitti e tesissimi.
La Morte Nera non può essere stata distrutta. Per
danneggiarla ci vorrebbero decine di Star Destroyer e di
incrociatori d'attacco. È chiaro che l'Alleanza Ribelle è molto
più potente di quanto ci abbiano fatto credere i nostri superiori,
ma ci avrebbe attaccato molto prima se avesse avuto una flotta
come quella. Thane era abbastanza convinto della sua analisi, ma
rimanevano non pochi punti oscuri. Quanto potrebbero essere
gravi i danni della Morte Nera? È grande quanto una luna,
perciò com'è possibile che abbiano messo fuori uso tutti i sistemi
di comunicazione? E perché non rispondono neppure le altre
navi che erano attraccate lì?
Se i ribelli avessero attaccato la Morte Nera con una flotta in
grado di metterla in difficoltà, il comando avrebbe schierato
subito le navi imperiali. Ci sarebbe stata una battaglia.
Thane si appoggiò alla parete di pietra grezza della base con
una lattina di latte nutritivo in mano. Ripensò al Devastator e a
tutta la sua maestosa potenza, e immaginò i suoi cannoni blaster
che facevano a brandelli la flotta dell'Alleanza Ribelle. Ripensò a
quella scena, più e più volte: le schegge di metallo, i detriti
fluttuanti, le esplosioni a intermittenza che venivano spente
subito dal vuoto dello spazio.
Se immaginava il Devastator che vinceva, non doveva
pensare a quello che sarebbe potuto accadere alla nave nel caso
contrario, a Nash Windrider... e a Ciena.

141
Dopo aver trascorso qualche ora alla sua postazione, Ciena aveva
nelle orecchie i fischi delle trasmissioni filtrate malamente. Nella
testa le ronzavano gli innumerevoli dati che aveva dovuto
esaminare in fretta e furia, ma per il momento era importante che
ce la mettesse tutta per la sua nave e per l'Impero.
Gli ufficiali superiori del Devastator erano in riunione da
ore, e se qualcuno di loro sapeva perché sulla Morte Nera era
sceso quell'improvviso e terrificante silenzio, si era ben guardato
dal parlarne con l'equipaggio.
Ciena non poteva fare altro che leggere e rileggere i pacchetti
di dati che la Morte Nera aveva trasmesso prima di cessare ogni
comunicazione. La maggior parte era inutile, ma finché non
avessero scoperto cos'era successo Ciena non poteva ignorare
neppure un dettaglio.
Quando riconobbe il codice identificativo di Jude su uno di
quei pacchetti, Ciena lo aprì all'istante. Non le importava se fosse
un'informazione cruciale oppure no; doveva sapere che cosa stava
facendo Jude prima che la Morte Nera fosse... danneggiata,
invasa o chissà cosa.
I dati di Jude, tuttavia, erano cruciali per davvero. Ciena lesse
un rapporto che Jude Edivon aveva inviato al suo diretto
superiore e a tutti gli altri comandanti, in cui spiegava che,
secondo le sue analisi, l'attacco dei caccia ribelli rappresentava
una seria minaccia nei confronti della Morte Nera. Jude aveva
scovato una falla di cui nessun altro aveva mai sospettato -- aveva
a che fare con una luce di scarico o qualcosa del genere -- e aveva
individuato un punto debole in una stazione spaziale che tutti
ritenevano invulnerabile.
Benché un attacco diretto sia molto improbabile, aveva

142
scritto Jude, le conseguenze per la stazione potrebbero essere
altamente distruttive, se non addirittura fatali.
Ciena non aveva ancora trovato l'eventuale risposta che aveva
ricevuto Jude.
Conseguenze fatali per la stazione? Cioè, per la Morte Nera?
No. Jude probabilmente intendeva che la detonazione avrebbe
messo a rischio la vita degli ufficiali. Aveva sicuramente più
senso dell'ipotesi che un caccia Ala-X avesse distrutto da solo
una base grande quanto una luna.
Eppure c'era ancora quel silenzio radio.
Poco dopo aver comunicato la sua scoperta al centro di
comando, Ciena ricevette l'ordine di fare rapporto nell'hangar
quarantasette. Nash le scoccò un'occhiata mentre usciva;
probabilmente era curioso di sapere per quale motivo fosse stata
convocata, e Ciena sperava di poterglielo raccontare al più presto.
Tuttavia, scoprì che volevano affidarle un nuovo incarico.
"Tenente Ree, tenente Sai: avete l'ordine di portare un
mercantile classe Gozanti nel sistema di Yavin per prendere
contatto con Lord Vader e riportarlo al Devastator", disse un
comandante dall'espressione granitica rivolgendosi a lei e a
un'altra pilota.
Fu come se qualcuno avesse improvvisamente sciolto le
catene d'acciaio che Ciena si era sentita stringere intorno al petto.
Darth Vader è vivo, pensò Ciena, cercando di non sospirare per il
sollievo. È riuscito a contattare la nostra nave, quindi alla
Morte Nera non dev'essere accaduto nulla di grave. Non che si
fosse concessa il tempo di immaginare che cosa intendesse per
"grave".
"Non potete parlare di questa missione con nessuno, né
durante il viaggio né in seguito", proseguì il comandante.
"Manterrete il silenzio radio a meno che Lord Vader non ordini

143
altrimenti, oppure nel caso in cui... le cose non vadano come
previsto".
E questo che cosa dovrebbe significare? Ciena gettò
un'occhiata di sbieco all'altra donna, la quale manteneva
un'espressione assolutamente impassibile.
Una volta che furono da sole nella cabina di pilotaggio, però,
il tenente Sai si rivelò tutt'altro che stoica. "Che cosa dobbiamo
fare?", domandò non appena ebbero compiuto il salto
nell'iperspazio. "Dobbiamo raggiungere la Morte Nera senza fare
alcuna domanda sul perché sta mantenendo il silenzio radio?
Come facciamo a chiedere il permesso di attraccare?"
"Lo scopriremo quando saremo arrivate", rispose Ciena.
"Come fai a esserne tanto sicura?"
"Perché ora come ora non possiamo fare altrimenti".
L'altra ridacchiò. "Hai ragione anche tu. A proposito, io mi
chiamo Berisse".
"Ciena".
Si scoprì che Berisse si era diplomata un anno prima presso
l'accademia di Lothal. Il suo sorriso brillante risplendeva in netto
contrasto con la sua carnagione scura. Berisse era snella come da
regolamento e portava i lunghi e lucenti capelli neri in trecce
ancora più strette di quelle di Ciena. Quando ebbe scoperto che
Ciena era stata assegnata al Devastator soltanto da poche
settimane, Berisse promise di mostrarle la nave da cima a fondo,
e si espresse anche nei confronti di Nash. "Dev'essere stato un
duro colpo scoprire che il tuo pianeta natale ha tradito l'Impero".
Credo sia stato molto peggio vederlo distrutto, fece per dire
Ciena... ma in quel momento i loro sensori presero a squillare.
"Siamo a Yavin", disse, tornando a concentrarsi sulla console.
"Usciamo dall'iperspazio".
"Usciamo dall'iperspazio", confermò Berisse. Anche lei era

144
tornata nei panni di un'ufficiale.
I timori che Ciena aveva tenuto a bada mentre chiacchierava
con Berisse tornarono a galla, più impetuosi di prima. Si disse
che almeno ora avrebbe visto coi suoi occhi l'entità dei danni. Si
disse che non avrebbe più dovuto preoccuparsi per Jude.
Qualunque cosa sarebbe stata meglio di continuare a brancolare
nel buio.
L'astronave uscì dall'iperspazio per tuffarsi in un vero e
proprio inferno.
Berisse emise un gemito. Ciena si sentì mancare il respiro.
Erano sbucate ai confini di un gigantesco campo di detriti
metallici che fluttuavano in tutte le direzioni. Alcuni erano grandi
quasi quanto un incrociatore leggero, altri erano più piccoli della
testa di un uomo. Le schegge colpirono gli oblò della loro nave,
conficcandosi nel vetro come aculei di ghiaccio.
"Non posso crederci", disse Berisse con voce tremula. "Non
c'è più".
La Morte Nera era stata distrutta.
L'avvertimento di Jude riecheggiò più forte nella mente di
Ciena. Conseguenze fatali. Adesso sapeva che Jude era morta.
Alla Morte Nera era stato assegnato qualche altro suo
compagno di corso e quel giorno erano state assassinate decine di
persone che Ciena aveva conosciuto. Migliaia di soldati, alcuni
dei quali non stavano neppure combattendo: magari in quel
momento stavano dormendo, mangiando o bevendo qualcosa in
una taverna, senza sapere che quegli istanti sarebbero stati gli
ultimi. Jude, però, sapeva che erano in pericolo. Aveva avuto
paura? In quegli ultimi, terribili secondi, aveva capito che era
giunta la sua fine? A quel pensiero, Ciena si sentì stringere la
gola in una morsa e gli occhi le si riempirono di lacrime.
"Ecco il segnale di Lord Vader". Berisse si riprese dallo choc

145
e si rimise a lavoro. "Andiamo".
Ciena virò senza neppur rendersene conto intorno al campo di
detriti. Voleva piangere. Voleva gridare. Gli ufficiali in comando
dovevano pur sapere che cosa era successo. Perché non avevano
avvertito la flotta? Perché non avevano avvertito tutta la galassia?
Forse lo avevano ritenuto impossibile proprio come lei. Ciena si
rese finalmente conto che la sua missione non era soltanto
recuperare Darth Vader, ma anche confermare che era accaduto il
peggio. Erano state inviate a prendere atto di un altro massacro.
Il dolore per quanto era successo a Jude le occupò la mente e
non fu più in grado di provare nulla. Ciena si avvicinò al caccia
TIE danneggiato di Lord Vader quasi automaticamente,
ringraziando l'addestramento che le aveva insegnato a mantenere
il controllo anche quando ogni altra cosa sembrava cadere a
pezzi.
Il caccia di Vader prese lentamente forma nell'oscurità. Ciena
notò per prima la bizzarra rotazione dei detriti respinti dai raggi
repulsori. Poi scorse il caccia e le sue ali angolari. Vader era
appena oltre il confine di quel campo di detriti in espansione.
"Avvio la sequenza di pressurizzazione", annunciò Ciena. Era
lieta che Berisse non la conoscesse ancora bene, perché
altrimenti si sarebbe accorta di quanto fosse innaturale la sua
voce. "Tre... due... uno".
Berisse premette una serie di tasti e rilasciò uno dei quattro
cavi ombelicali d'attracco collegati al ventre della loro nave; poi,
con cautela, estesero il tubo fino alla cabina di pilotaggio sferica
del caccia TIE.
"Hai già incontrato Lord Vader?", domandò Berisse in tono
pacato.
"Io... ah, no". Ciena riusciva a malapena a concentrarsi,
figurarsi a parlare.

146
"Allora lascerò a te il piacere di accoglierlo a bordo".
Di solito gli ufficiali dell'Impero non vedevano l'ora di
incontrare i loro superiori. In quelle occasioni potevano
finalmente distinguersi da tutti gli altri. A Ciena non era mai
importato granché dei gradi, eppure era abbastanza sicura che
Berisse non le stesse facendo una cortesia.
Dicono che sia un uomo molto potente, si ricordò davanti alla
camera di equilibrio, mentre aspettava il permesso di entrare
nell'hangar. Dicono che sia il braccio destro dell'Imperatore. E
che può piegare la Forza alla sua volontà. Ciena credeva nella
Forza, ma non era convinta che qualcuno potesse controllarla
completamente. Si chiese se Vader l'avrebbe smentita.
Ciena aveva bisogno di un superiore da rispettare. Qualcuno
che si prendesse le proprie responsabilità, qualcuno in cui poter
riporre la sua fiducia. Il portello pressurizzato si aprì con un
sibilo proprio mentre entrava nel corridoio della camera di
equilibrio, sicura di sé...
Fu allora che Ciena Ree vide Darth Vader per la prima volta.
Vader era coperto dalla testa ai piedi da un'armatura
nerissima. Non si trattava di un'uniforme da pilota di caccia TIE;
Ciena riconobbe immediatamente la tecnologia del più sofisticato
sistema di supporto vitale che avesse mai visto o immaginato. La
corazza scintillante nascondeva completamente il volto e ogni
altra parte del corpo di Vader, e un mantello nero gli scendeva
dalle spalle fino al pavimento. Solo quando quello si fece avanti,
Ciena si accorse di quanto fosse alto: per la precisione, era
l'essere umano più alto che avesse mai incontrato, e in un
corridoio stretto come quello la sua stazza era ancora più
inquietante. La cosa peggiore, comunque, era il suo respiro. Il
sibilo del suo apparato di respirazione echeggiava in tutto lo
spazio.

147
Che cosa è?, si domandò Ciena. La sua mente non riusciva ad
accettare che Lord Vader fosse umano. Sembrava più un incubo
ambulante o una creatura sbucata dalle storie di fantasmi che sua
madre raccontava quando si riunivano intorno a un falò. Vader
sembrava trasudare male puro, saturando lo spazio fino a privarlo
d'aria. Ciena, all'improvviso, si sentì stringere tremendamente il
colletto.
Pochi minuti prima, era pronta ad accogliere il suo superiore
con dignità. Adesso stava solo sperando di non svenire.
Quando Darth Vader uscì dalla camera d'equilibrio, Ciena udì
per la prima volta la sua profonda voce metallica. "Siete qui per
ordine dell'Imperatore?"
"Abbiamo ricevuto l'ordine dagli ufficiali in comando del
Devastator, signore", riuscì a rispondere Ciena, lottando contro
l'istinto di scappare a gambe levate. "Non siamo state informate
riguardo a eventuali contatti con l'Imperatore".
Vader parve riflettere a lungo sulla sua risposta. "Tu e l'altro
pilota resterete nella stiva per tutto il resto del viaggio", disse
infine Lord Vader, mentre Ciena si sentiva sempre più nervosa.
"Prenderò il comando di questa nave finché non saremo tornati al
Devastator".
"Sissignore".
Non le importava di tornare al suo Star Destroyer nella stiva
come un comunissimo pacco. Anzi, Ciena fu ben lieta di
accasciarsi contro la paratia, appoggiare la testa alle ginocchia e
respirare a fondo. Per un po' non avrebbe dovuto fare nulla,
nemmeno pensare. Provò a dimenticare di aver visto Darth Vader,
e per poco non vi riuscì. I suoi pensieri continuavano a tornare
alla devastazione cui aveva assistito e al suo dolore per la morte
di Jude.
Migliaia di ricordi della sua amica brillarono nella sua mente

148
come candeline: tutte le volte che avevano riso e chiacchierato
nelle loro brande fino a tarda notte; quell'occasione in cui Jude
era corsa a difendere Ciena quando era stata accusata di aver
sabotato il cannone laser di Thane, per poi confortarla dopo la
loro lite; la sera del ballo cui Jude aveva partecipato indossando
quello stravagante abito da sera. Una delle migliori amiche che
aveva mai avuto, se non la migliore che avrebbe mai avuto in tutta
la sua vita, era stata disintegrata. Ridotta in atomi.
Quando la raggiunse nell'hangar, Berisse si scusò con Ciena.
"Lord Vader sa essere un po'... spaventoso, la prima volta che lo si
incontra".
"Già", replicò Ciena con un filo di voce.
"Non credevo che sarei riuscita a sopportarlo. Questo non
vuol dire che per te sia stato più facile. Mi dispiace". Berisse si
appoggiò alla paratia come un burattino appena liberato dai suoi
fili. "So che si tratta soltanto di un'unità per il supporto vitale, ed
è sciocco avere paura di qualcuno solo perché è diverso da noi,
ma quel respiratore..."
"Potrebbe essere in ascolto", le fece notare Ciena, e Berisse
non aggiunse altro.

Una volta tornate al Devastator, Ciena fu ben felice di essere


congedata. La prima cosa che fece fu recarsi ai suoi alloggi, dove
poté rinfrescarsi un po'. Dopodiché, affondò il viso in un
asciugamano e pianse parecchi minuti per Jude. Infine si
ricompose e tornò alla sua branda... ma in quel momento esitò
alla vista di un altro giovane ufficiale che percorreva il corridoio
in direzione della plancia ausiliaria. "Nash?"
Nash Windrider annuì. Camminava ancora molto lentamente,
un po' come un sonnambulo, ma la sua uniforme era

149
perfettamente stirata e parlava in tono calmissimo. "Serve l'aiuto
di tutti".
"Sei sicuro di essere pronto?"
"Devo esserlo", si limitò a rispondere l'altro.
Ciena gli posò una mano sul braccio. "Dici davvero? Ne hai
passate tante". Com'era riduttivo. Il suo pianeta d'origine era stato
distrutto nella speranza di porre fine a una guerra, e non era
servito a nulla. Nash doveva essere disperato.
"Ora non mi resta altro che l'Impero", replicò Nash a voce
bassa. "Devo sentirmi utile. Voglio servire".
Ciena si chiese se Nash fosse davvero in grado di gestire la
situazione, ma decise che era meglio non contraddirlo. In fondo,
meritava la possibilità di provarci. "D'accordo. Ti accompagno".
Nash annuì, e il suo silenzio forse voleva confermare
tacitamente che era ancora sull'orlo di una crisi di nervi.
Ciena notò che si era tagliato i capelli; le lunghe treccine che
per tutta l'accademia aveva portato intorno alla nuca erano
sparite. Forse avevano un significato preciso per gli Alderaaniani,
oppure Nash le aveva tagliate simbolicamente... come a voler dire
addio al suo pianeta. In ogni caso, Ciena sapeva che non era il
caso di chiedere spiegazioni.
I corridoi del Devastator erano spaventosamente silenziosi;
soltanto pochi droidi e guardie ne percorrevano i pavimenti
metallici. Mancando il solito brusio, gli unici rumori rimasti
rimbombavano stranamente amplificati: l'eco dei loro passi, il
lieve sibilo del sistema di ventilazione. Nonostante tutta la loro
rabbia e la loro disperazione, Ciena non poté fare a meno di
provare un moto di sicurezza nel profondo.
La Morte Nera non distruggerà nessun altro pianeta.
Ciena avrebbe pianto per sempre Jude e gli altri che erano
morti a bordo della Morte Nera, e avrebbe continuato a

150
considerare la sua esplosione un semplice atto di terrorismo.
Nonostante ciò, non poteva fare a meno di sentirsi sollevata
quando pensava che nessun altro mondo avrebbe patito lo stesso
destino di Alderaan. La sua distruzione era stata l'ultima carta che
l'Imperatore aveva giocato per porre fine a una guerra sanguinosa
ancor prima che cominciasse, ma i suoi sforzi erano stati vani. La
guerra era scoppiata lo stesso. La devastazione che avrebbe
causato sarebbe stata terribile, non vi erano dubbi; Ciena
sospettava che avrebbero combattuto continuamente e per lungo
tempo. Avrebbe dovuto uccidere e rischiare di essere uccisa a sua
volta.
Così era la guerra. I combattenti si sarebbero preparati a
lottare. Era un concetto che Ciena poteva accettare.
Pochi minuti dopo raggiunsero la plancia ausiliaria. "Ciena?",
fece Nash.
"Vuoi che ci scambiamo il turno?". Per quanto fosse esausta,
Ciena avrebbe preso volentieri il posto di Nash per qualche ora,
se l'altro non se la fosse più sentita di farsi avanti.
"No. È solo che... prima di uscire dal mio alloggio, stavo
pensando a Thane. Volevo parlare con lui, così ho cercato il suo
trasporto per Dantooine". Nash esitò prima di proseguire. "Hanno
ricevuto l'ordine di tornare alla Morte Nera".
Il sangue le si gelò nelle vene. Ciena rimase paralizzata nel
corridoio, incapace di compiere un altro passo. Deglutì con forza.
"E Thane?"
"Sarebbe dovuto tornare a bordo. Sai se il loro trasporto ha
attraccato prima dell'esplosione?"
"No".
Per tutto quel tempo, Ciena aveva continuato a ripetersi che si
sarebbe sfogata con Thane, ricordando a se stessa che almeno il
suo migliore amico era sopravvissuto.

151
E se così non fosse stato? E se anche Thane fosse rimasto
ucciso?

Ci volle una settimana -- la più lunga e dolorosa della sua vita --


prima che la nave di Thane ricevesse ordini nuovi e più precisi.
Essendo un trasporto di piccole dimensioni, non era stato
caricato di provviste a sufficienza, e così erano stati costretti a
procurarsi da bere e da mangiare nella città più vicina. Le brande
e i lettini sulla nave erano stati montati più per i feriti nei casi
d'emergenza che per dormire, perciò Thane e gli altri si erano
sistemati negli alloggi in cui avevano vissuto i ribelli.
Era stranissimo sdraiarsi sul letto di un nemico e vedere che
qualcuno aveva scarabocchiato la sagoma di un caccia Ala-X
sulla parete, ben sapendo che era stato proprio un Ala-X a
distruggere la Morte Nera... e, con essa, forse anche Ciena.
Thane si sarebbe dovuto sentire sollevato a essere di nuovo a
bordo della sua nave, con indosso la corazza e il blaster in pugno.
Non vi era niente di peggio di brancolare nel buio, si era detto.
Una volta rientrato in contatto con la flotta, avrebbe finalmente
scoperto cosa ne era stato di tutti i suoi amici.
Tuttavia, ogni volta che provava a immaginare la reazione che
avrebbe avuto se gli avessero detto che Ciena era morta, la sua
mente si offuscava. Era come se il suo cervello si rifiutasse di
superare quel momento.
"Kyrell", fece il suo comandante mentre si preparavano al
salto a velocità luce. "Non hai avvertito la tua famiglia che sei
sopravvissuto? Il registro dice di sì, ma non abbiamo ricevuto
nessuna risposta".
"E non la riceverete", disse Thane in tono inespressivo. Non
credeva che la sua famiglia lo volesse morto per davvero -- anche

152
se per Dalven probabilmente non avrebbe fatto alcuna differenza -
- ma a quanto pareva non erano interessati neppure a rispondere
ai suoi messaggi.
Che cosa avrò fatto loro di male, a parte essere nato?, si
domandò per la milionesima volta.
Quel pensiero gli fece venire voglia di parlare con Ciena,
l'unica persona che sapeva quanto fosse veramente disastrata la
sua famiglia. La paura che gli attanagliava le viscere si fece
ancora più intensa, e Thane non riuscì a dire altro per tutto il
viaggio di ritorno.
Quando il trasporto sbucò dall'iperspazio, qualcuno mormorò
e qualcun altro si limitò a fischiare sommessamente. Nello spazio
sostavano molte più navi di quante Thane ne avesse mai viste in
un sol posto, Coruscant compreso. I caccia TIE sciamavano come
gnat sopra le astronavi più grandi. Un'infinità di trasporti e di
navette erano disposte in formazione intorno a una decina di Star
Destroyer che evidentemente volevano rappresentare il nuovo
fulcro della flotta spaziale imperiale.
Chissà se uno di quegli Star Destroyer era il Devastator.
Dall'esterno, quelle astronavi si assomigliavano tutte come le
fette della stessa torta.
Il loro comandante sbraitava gli ordini mentre il trasporto
saliva verso l'hangar principale. "N-O-Sette-Uno-Otto, fai
immediatamente rapporto al capitano Cherik presso lo Star
Destroyer Eliminator. N-Y-Uno-Uno-Due, stesso ordine. A-V-
Cinque-Quattro-Sette..."
Thane alzò la testa.
"Sarai trasferito alla nave trasporto truppe Watchtower diretta
a Kerev Doi".
Stavano per mandarlo su un pianeta dove si estraeva la
spezia? Gli ci volle qualche istante per comprendere l'assurdità di

153
quell'ordine. La spezia era particolarmente diffusa sui pianeti
dall'economia discutibile. E se qualcuno voleva nascondere del
denaro -- e si trattava di somme rilevanti, come quelle necessarie
a sostenere un'intera armata di ribelli -- era a Kerev Doi che
doveva rivolgersi. L'Impero li stava mandando laggiù per razziare
il pianeta e magari tagliare i fondi alla Ribellione. Aveva senso.
Nonostante ciò, Thane non poteva fare a meno di pensare a Kerev
Doi sotto un'altra luce. I pianeti da cui si estraeva la spezia erano
frequentati da una gran varietà di astronavi, sia regolari sia
criminali. Persino molte delle navi regolari non tenevano registri
accurati delle loro permanenze. Tutti i libri e gli olovideo che
raccontavano di fuggiaschi erano ambientati su uno di quei
pianeti e sfoggiavano le coloratissime immagini delle navi più
esotiche e dei mercanti di spezia che non vedevano l'ora di
cambiare la vita di chi si era stufato della solita routine.
Kerev Doi era il pianeta ideale in cui perdersi.
Thane si ricompose. Non che stesse pensando seriamente di
lasciare la Flotta Imperiale. Non ancora, perlomeno. Non prima
di aver scoperto che cosa era accaduto a Ciena, a Nash e a tutti
gli altri, e magari neppure dopo. Però quell'idea... lo stuzzicava. E
ci si stava abituando.
In fondo, se Ciena era morta, che cosa era rimasto per lui
nell'Impero? Niente.
"Signore?", fece al suo comandante, il quale gli rivolse uno
sguardo seccato. "Su che Star Destroyer ci troviamo?"
"È importante, tenente Kyrell?"
"Lo è per me, signore".
Il comandante non batté ciglio di fronte alla sua impertinenza.
"Sei a bordo del Devastator, ma se non sarai a bordo del
Watchtower entro un'ora potrai dire addio alla flotta".
Il Devastator. Thane trasse un respiro profondo. Allora Ciena

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è stata sempre al sicuro sulla sua nave.
A meno che non abbia ricevuto l'ordine di restare a bordo
della Morte Nera... o era insieme a Jude e il Devastator è partito
in fretta e furia, senza darle il tempo di tornare indietro...
Thane sbarcò con un comunicatore da polso che avrebbe
dovuto utilizzare per sapere dove era attraccato il Watchtower.
Per come si erano messe le cose, probabilmente non avrebbe
avuto molto tempo, ma magari sarebbe riuscito a fermarsi presso
una console per le comunicazioni. Se il sistema l'avesse
informato che Ciena era di turno, Thane avrebbe saputo che era
ancora viva. Come poteva prendere un'altra nave e lasciare il
Devastator senza scoprire la verità?
"Thane!"
Thane si voltò e vide Ciena all'altro capo dell'hangar affollato
e in quel momento fu come se il guscio in cui si era rinchiuso si
fosse sgretolato. Dimenticò Kerev Doi e la sua fuga. Era
impossibile concentrarsi su qualunque altra cosa che non fosse il
pensiero che Ciena era lì ed era ancora viva. "Ciena!"
L'unica cosa che contava era farsi largo a gomitate tra gli
assaltatori e gli ufficiali superiori per raggiungerla.

Ciena lo abbracciò al volo e Thane la strinse così forte a sé da


mozzarle il fiato. Non che a Ciena importasse, in quel momento.
"Sei vivo", disse lei con la voce spezzata. "Sei vivo. Non
sapevamo se il tuo trasporto fosse tornato alla Morte Nera..."
"Io non sapevo se il Devastator l'avesse scampata, e nessuno
sa niente di niente in generale..."
"È terribile..."
"Hai..."
Smisero di interrompersi a vicenda e si limitarono a

155
ridacchiare per qualche istante. Erano semplicemente felicissimi.
Ciena guardò Thane in viso e scorse l'uomo che era diventato, lo
stesso che, in qualche modo, stava appena cominciando a
conoscere... e che nonostante tutto era parte di lei tanto quanto le
proprie ossa e il proprio sangue.
"Devo fare rapporto al Watchtower entro un'ora", disse Thane.
"Hai tempo?"
Ciena si trattenne dallo sbuffare. Era già in ritardo per il
prossimo turno... ma in quel momento Berisse le rivolse un
cenno, come per dirle: Vai! Ci penso io! Ciena guardò Thane.
"Ho ancora qualche minuto".
Si fecero strada tra la folla nell'hangar fino a un corridoio
laterale che conduceva a un'area ricreativa quasi completamente
deserta. Sebbene ci fosse ancora un gran viavai a pochi metri di
distanza, lì dentro erano praticamente soli.
"Stai bene?". Thane le scostò un ricciolo dalla guancia e le
prese il viso tra le mani.
Ciena sapeva che Thane non si riferiva a ferite di battaglia.
"Nash Windrider è vivo. Non ha preso bene la faccenda di
Alderaan...". Era difficile persino pronunciare il nome di quel
pianeta. Thane trasalì soltanto sentendolo. "Comunque, è già a
lavoro. Jude è morta sulla Morte Nera, però".
"Mi dispiace". Thane la abbracciò di nuovo, e Ciena si
appoggiò al suo petto.
Non si erano mai toccati in quel modo, e Ciena era sicura che
anche Thane se n'era accorto. Eppure abbracciarlo, ed essere
stretta da lui a sua volta, le sembrava semplicemente naturale.
Giusto.
"Ho temuto di averti perso", sussurrò. "Ho sopportato tutto il
resto perché dovevo, ma quando ho capito che potevi essere
morto... mi sono resa conto che non sarei mai riuscita a

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superarlo".
Ciena si aspettava che Thane dicesse qualcosa come "ma
certo che ci saresti riuscita!" oppure "non preoccuparti per
me!". Invece, Thane l'abbracciò ancora più stretta. "Ho passato
una settimana intera senza sapere se fossi viva o morta. L'Impero
ha subito un duro colpo, stiamo per entrare in guerra e non me ne
importava assolutamente nulla. Riuscivo a pensare soltanto a te".
Ciena si sollevò sulle punte dei piedi per abbracciarlo più
forte. Le dita di Thane seguirono i suoi lineamenti mentre le
premeva le labbra contro la fronte. Le sollevò il viso, ma fu Ciena
ad allungarsi verso di lui per il loro primo bacio.
Ah, pensò mentre univa le proprie labbra alle sue. Non è il
mio migliore amico o qualcuno di cui sono innamorata. Lui è
entrambe le cose. Thane è sempre stato entrambe le cose, fin dal
primo momento.
Quello non era l'inizio di qualcosa. Era una scoperta;
l'ammissione di quello che c'era tra loro già da tantissimo tempo.
Quando si separarono, Thane trasse un respiro profondo. "È
stato... molto..."
"Già". Allora scoppiarono a ridere, anche se un po' più
sommessamente, e Thane la baciò di nuovo sulla fronte.
Ciena abbassò le braccia per prendere le sue mani nelle
proprie. Il sorrisetto sbilenco di Thane la fece sentire come se
qualcosa si stesse sciogliendo dentro di lei. Perché era dovuto
succedere proprio in un momento in cui non potevano essere
soli?
Purtroppo avevano soltanto pochi minuti in un hangar
rumoroso, e non aveva intenzione di sprecarli. "Ascoltami", disse
Ciena. "Per quanto possa sembrarti folle, sono sicura che ci
rivedremo. Non so dove né quando, ma succederà".
"Certo che succederà", replicò Thane, raggiante. "Ti ritroverò,

157
qualunque cosa accada".
Era un'affermazione decisamente bizzarra. Superato quel
periodo di confusione, i registri dell'Impero sarebbero riusciti a
ricollegarli l'uno all'altra in qualsiasi momento. Non che a Ciena
importasse. Era troppo felice e non vedeva l'ora di rivedere
Thane, benché non si fossero ancora salutati. "Com'è possibile
che mi manchi, se sei ancora qui?"
"Il problema è che mi manchi già anche tu. Non durerà per
sempre. Anzi, ci rivedremo prestissimo".
Thane la baciò di nuovo e Ciena, dopo tutti quei giorni
trascorsi a tener duro nonostante la paura e il dolore, finalmente
si abbandonò a quell'attimo di felicità.
Dopodiché lo accompagnò al suo trasporto, lo baciò
un'ultima volta sulla rampa mentre gli altri ufficiali fischiavano
sommessamente e, infine, corse come un fulmine verso la sua
postazione.
Raggiunta la sua console, Berisse le si portò accanto con la
stessa eleganza di un cameriere che voleva offrirle il dolce. "Ti
devo un favore", sospirò Ciena, cercando di ricomporsi.
"Me ne devi ben più di uno", ribatté Berisse.
Ciena le scoccò un'occhiata di traverso e un attimo dopo
entrambe sorrisero per quanto era folle tutta quella situazione.
Era incredibile pensare che, in momenti come quello, si poteva
diventare buoni amici nel giro di un paio di giorni. Ciena era
tornata al lavoro, ma su uno dei suoi oloschermi aveva richiamato
l'immagine dell'hangar per guardare il Watchtower che si
sganciava e partiva alla volta dello spazio infinito, portando
Thane con sé.

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CAPITOLO 11

Nei racconti e nelle serie olografiche di avventura che Thane


guardava da bambino, i pianeti delle spezie erano sempre dei
luoghi esotici popolati da splendide ballerine, banditi sbruffoni e
piloti coraggiosi alla guida di astronavi velocissime con cui
riuscivano sempre a seminare le autorità della Vecchia
Repubblica.
In quelle storie si intuiva che i contrabbandieri speravano un
bel giorno di poter commerciare legalmente, dopo che l'Impero
avesse liberato i pianeti delle spezie dalle minacce più colorite e
pericolose. Thane non credeva più che l'Impero potesse salvare
alcunché, e sapeva che tutte quelle storie erano favole per
bambini; eppure, il fascino di quei pianeti lo accompagnò fino al
momento in cui mise piede su Kerev Doi.
Si sarebbe aspettato di tutto, a dire il vero, ma non quello che
si ritrovò davanti.
I cieli rosati di Kerev Doi non si stendevano sopra una vasta
prateria; si erano inscuriti, piuttosto, e incombevano su una
popolazione cupa e sconfortata. Gli abitanti non indossavano
vestiti sgargianti mentre chiacchieravano argutamente; semmai si
nascondevano sotto mantelli pesanti e parlavano il meno
possibile. A dominare il panorama erano soprattutto le fabbriche
di spezia e tutto quello che era fuori dall'ordinario era
profondamente deprimente.
Insomma, i racconti che leggevi da bambino sono acqua
passata, si disse Thane con fermezza. Fattene una ragione: è

159
questa la realtà.
Sarebbe stato più facile se avesse avuto da fare qualcosa in
superficie, ma in realtà la funzione del Watchtower era
semplicemente di trasportare gli ufficiali incaricati di tartassare il
famigerato sistema bancario corrotto di Kerev Doi e mostrare il
pugno di ferro dell'Imperatore. E così Thane non dovette far altro
che uscire col suo caccia TIE ogni giorno, sorvolando le regioni
del pianeta che avrebbero fatto meglio a tenere a mente la portata
e la forza dell'Impero.
In passato, Thane si sarebbe fatto una grossa risata vedendo la
gente nascondersi e sparpagliarsi sotto il suo caccia. Dopo quello
che era successo ad Alderaan, però, il timore che incuteva
l'Impero... be', diciamo solo che non lo trovava più tanto
divertente.
Durante una serata libera, Thane si recò al Blue Convor, un
locale che ricordava dai suoi vecchi olovideo. Era lì che si
incontravano gli eroi e le eroine, scambiandosi sguardi intensi
sopra i bicchieri che brillavano alla luce dei riflettori, mentre
pianificavano i colpi che li avrebbero resi ricchi oltre ogni
immaginazione. Thane non nutriva grandi speranze nei confronti
di quel locale; probabilmente si sarebbe rivelato povero e
opprimente come il resto del pianeta. Nel migliore dei casi, era
soltanto l'ennesima trappola per turisti.
In realtà, scoprì che il Blue Convor non era poi così diverso
da come se l'era immaginato. L'atmosfera era rilassata, anche
perché le nuove leggi autorizzavano soltanto gli ufficiali
dell'Impero al porto d'armi. Le poltroncine erano basse e foderate
di tessuti arancione scuro o rosa sgargiante; le circondavano i
vasi che, appesi al soffitto, protendevano le grandi foglie delle
piante su di esse. I droidi fluttuanti sorreggevano delle candele
che illuminavano solo l'ambiente circostante, sprofondando il

160
resto del locale in un'accogliente penombra. Non era niente male
neanche la musica bassa e sensuale che suonava un alieno dal
naso lungo alla tastiera circolare. L'ordinazione di Thane gli fu
servita in un bicchiere alto; per fortuna, era abbastanza forte da
smorzare il suo malumore.
La prossima volta che contatterò Ciena, le racconterò di
questo posto, pensò. Anche a lei piacevano quegli olovideo.
Sono sicuro che le farà piacere scoprire che almeno questo
posto è esattamente come l'avevamo immaginato.
Thane si accorse di star sogghignando e non riuscì a darsi un
contegno. Ultimamente gli metteva allegria anche soltanto
pensare a Ciena.
Aveva cercato di ignorare il modo in cui sarebbe potuto
cambiare il suo rapporto con Ciena fin dal giorno della corsa
sullo Sky Loop. Quando si era infuriato con lei per quella
faccenda ridicola del cannone laser, aveva temuto che la loro
relazione mutasse definitivamente.
Eppure non era mai cambiata. Era incredibile. Erano sempre
appartenuti l'uno all'altra in un modo che non avrebbe saputo
descrivere e Thane sentiva che avevano finito semplicemente con
l'accettarlo.
Senza contare che anche Ciena stava prendendo in
considerazione l'idea di abbandonare la Flotta Imperiale.
Aveva senso. Ciena teneva tantissimo all'onore, e non c'era
alcun onore in quel che l'Impero aveva fatto ad Alderaan.
Ovviamente l'Alleanza Ribelle non era da meglio, dato che aveva
disintegrato la Morte Nera e i due milioni di persone che erano a
bordo. Non che un torto ne cancellasse un altro, beninteso.
Probabilmente Ciena aveva pensato di congedarsi ancor prima di
lui.
Thane si ritrovò a ricordare quei pochi, incredibili minuti per

161
l'ennesima volta: era stato l'unico momento in cui aveva potuto
finalmente stringere e baciare Ciena. Sono sicura che ci
rivedremo, aveva detto lei. Non so dove né quando, ma
succederà.
E Ciena non l'avrebbe mai detto se avesse pensato che
entrambi sarebbero rimasti nella Flotta Imperiale, i cui database
avrebbero permesso loro di rintracciarsi a vicenda. Voleva mollare
anche lei.
Ma c'era una gran bella differenza tra desiderarlo e riuscirci
davvero. Che cosa avrebbe fatto, se avesse lasciato la flotta?
Sarebbe diventato subito un criminale ricercato. Forse un
criminale di scarsa importanza -- specialmente ora che i ribelli
rappresentavano una minaccia ben più grave -- ma comunque
avrebbe rischiato di essere gettato in cella non appena un
Imperiale avesse eseguito un controllo su di lui e scoperto che era
un disertore. E poi per Ciena sarebbe stato terribilmente difficile
infrangere la sua promessa di servire l'Impero. Ciena era convinta
che fossero sacri sia l'onore, sia i giuramenti. Che cosa sarebbe
accaduto se il suo onore e quei giuramenti fossero entrati in
conflitto?
Immagino che dovremo aspettare, pensò stancamente.
Almeno cinque anni. Nel frattempo, cercheremo di farci
assegnare alla stessa stazione spaziale o alla stessa nave.
Magari riusciremo anche a schiacciare questa maledetta
ribellione e a vendicare Jude. Dopodiché potremo congedarci e
lasciarci l'Impero alle spalle.
E poi... chissà. Non sarebbero tornati su Jelucan, poco ma
sicuro. La galassia era immensa. Le possibilità, infinite. Tutto
quello che avrebbero dovuto fare sarebbe stato cercare un futuro
insieme.
Thane sorseggiò il suo drink e sognò a occhi aperti che quella

162
sera fosse una scena di qualche olovideo. Lui interpretava il ruolo
di un affascinante contrabbandiere di spezia. Ciena faceva la
parte della tipica seduttrice che, nel suo attillato abito da sera
rosso scuro, gli sussurrava nell'orecchio di star cercando un uomo
che non aveva paura di niente.
"Eccomi", le bisbigliava mentalmente. Immaginava di baciarla
di nuovo e quel sogno a occhi aperti durò finché non ebbe pagato
il conto, per poi uscire dal locale e tornare alla sua branda.

Il piano di Thane andò a rotoli appena otto giorni più tardi,


mentre stava sorvolando la provincia di Lower-Sea.
Thane eseguì qualche passaggio e picchiata per stupire gli
abitanti. Lo strillo acuto e caratteristico dei motori del suo caccia
TIE avrebbe echeggiato nei canyon. Chiunque lo avesse udito si
sarebbe ricordato che l'Impero era ancora una forza da temere in
tutta la galassia. Soddisfatto di sé, Thane atterrò per andare a
pranzo nel vicino quartier generale.
Fu allora che il sorriso gli morì sulle labbra.
Una fila di operai arrancava lungo il sentiero che usciva dalla
miniera. Fino a quel momento, Thane aveva visto lavorare
soltanto droidi e automi di scarsa qualità. Laggiù, invece, i
minatori erano tutti esseri viventi. Ne riconobbe anche la specie:
erano Bodach'i, rettiloidi dalla carnagione chiarissima. Il loro
pianeta si era opposto costantemente alle diposizioni imperiali --
lo sapevano tutti, dato che i Bodach'i si vantavano del loro
atteggiamento di sfida -- ma qualche mese prima si era sparsa la
voce che l'ordine era stato ripristinato e che erano state imposte
nuove sanzioni.
Thane aveva supposto che quelle "sanzioni" fossero multe o
penali commerciali. Non aveva capito che si trattava di schiavitù.

163
I Bodach'i avevano catene al collo e ai polsi. Quelle catene
non erano soltanto pesanti e ingombranti; se il prigioniero non
svolgeva i compiti che gli erano stati assegnati o non percorreva il
tragitto stabilito, veniva colpito da una forte scossa elettrica o
trafitto dagli aghi che gli si piantavano nella carne dall'interno
delle manette o del collare.
Credevo che mettessero in catene i criminali più violenti,
non la gente... comune, si disse Thane, sbigottito, mentre
percorreva lentamente il perimetro dell'avamposto imperiale. Più
in là, i Bodach'i barcollavano sotto il peso dei loro fardelli senza
potersi fermare per riposare. Li controllavano attentamente gli
assaltatori imperiali che punteggiavano quella fila
apparentemente senza fine. Gli abitanti della città li osservavano
senza dire una parola. Thane non riusciva a distinguerli dai
prigionieri.
La nausea gli strinse la gola e le viscere in una morsa. La
maggior parte di quei Bodach'i non era neppure in grado di
svolgere quei lavori. Alcuni erano così piccoli da non riuscire a
caricarsi sulle spalle i sacchi che erano costretti a portare. Lo
stesso valeva per i più anziani, le scaglie dei quali avevano perso
lucidità con la vecchiaia.
Era sbagliato. Anzi, peggio ancora... era malvagio. Se i
Bodach'i avevano sfidato l'Imperatore, era giusto che fossero
puniti, ma non schiavizzati. Non c'era nulla che potesse
giustificare quell'orrore.
L'Impero aveva ridotto in schiavitù un'intera specie.
Perché non li aiuta nessuno?, si chiese Thane mentre
scrutava le facce inespressive dei passanti. Qualcuno avrebbe
potuto liberarli durante la notte, coprendo la loro fuga...
Fu allora che Thane capì tutto.
Nessuno aiutava i Bodach'i perché gli abitanti di Kerev Doi

164
avevano paura dell'Impero. E quando Thane aveva sorvolato le
loro città, sfoggiando il suo caccia TIE coi motori che strillavano,
li aveva spaventati ancora di più.
Il peso schiacciante della verità gli mozzò il fiato.
Un bambino del posto stava schernendo i Bodach'i. "Ve lo
siete meritati! Pensavate di poter sfidare l'Imperatore? Ben vi
sta!". Uno degli assaltatori annuì e gli accarezzò la testa.
Quel bambinetto non poteva avere più di sette o otto anni, la
stessa età che aveva avuto Thane quando aveva deciso di entrare
nella flotta dell'Impero. Era proprio così che si manifestava il
male: si radicava nei più piccoli e cresceva nei loro petti. A ogni
generazione, i prepotenti diventavano sempre più crudeli.
Stiamo insegnando ai bambini che la schiavitù è giusta.
Stiamo insegnando loro che la crudeltà è una virtù.
La cosa peggiore era che Thane... era stato quel bambino. Si
era seduto al posto del pilota di una navetta e si era sentito
orgoglioso. Si era sentito importante. E soltanto perché un giorno
avrebbe potuto far parte dell'Impero. Poi aveva seguito quel
sentiero, e a che cosa era servito? Ora pilotava il suo caccia per
terrorizzare la gente, nel nome di un Impero che distruggeva interi
pianeti. Se fosse tornato indietro nel tempo, avrebbe avuto la
forza di scegliere un'altra via?
E adesso ce l'ho, quella forza?
Un altro assaltatore percosse una Bodach'i che era inciampata
fuori dalla fila. L'aliena aveva perso molte scaglie e la sua coda si
trascinava nella sabbia, nonostante il terreno irregolare l'avesse
graffiata una miriade di volte. La debolezza di quella creatura
trafisse Thane come un pugnale, soprattutto perché non vi era
nulla che potesse fare per aiutarla. Assolutamente nulla. Non
poteva affrontare un'intera guarnigione di assaltatori. L'unica cosa
che poteva fare era starsene lì impalato a guardare, ben sapendo

165
di aver fatto la sua parte in quella malvagità.

Quella sera Thane pagò una quantità di crediti esorbitante per


inviare un messaggio tramite l'HoloNet. Se Ciena non l'avesse
ricevuto in tempo, o non avesse potuto rispondere, avrebbe
riprovato il giorno seguente... ma con suo sollievo, Ciena rispose
praticamente all'istante. E così Thane si sedette nella sua buia
cabina olografica, mentre caldi raggi di luce gli scansionavano il
viso e il corpo...
E Ciena si materializzò davanti ai suoi occhi.
Il suo ologramma era quasi a grandezza naturale. La luce
azzurra ne riproduceva ogni dettaglio: i riccioli che le scendevano
liberamente lungo la schiena, le labbra carnose, il modo in cui gli
sorrideva. "Non me lo aspettavo", disse lei, la voce appena
disturbata dalla trasmissione. Indossava i pantaloni dell'uniforme,
ma si era tolta la giacca e così portava soltanto la maglietta che le
lasciava scoperte le spalle e le braccia. "Non riesco a credere che
tu stia usando l'HoloNet... ma sono davvero felice! È bello
rivederti".
"Anch'io sono contento di vederti". Era una sensazione ancora
intensa come il primo momento in cui l'aveva scorta a bordo del
Devastator. Thane era profondamente grato che fosse viva.
"Dobbiamo parlare. Non ti ho svegliato, vero?"
"No. Ho appena finito il turno, e la mia compagna di stanza
non c'è".
Quella frase lo colpì. "Una compagna di stanza soltanto?"
Il sorriso di Ciena illuminò la buia cabina dell'oloregistratore.
"Adesso stai parlando col capitano Ree".
"È fantastico". Per quanto poco importasse a entrambi dei
gradi, Thane era comunque felice che Ciena fosse stata promossa.

166
Se non altro, dimostrava che aveva svolto egregiamente il suo
lavoro. "Non mi sorprende, ovviamente. Sei troppo brava".
Nonostante ciò, Ciena fece una smorfia. "La bravura non
c'entra proprio niente. Sono stata promossa solo perché l'Impero
ha perso troppi ufficiali a bordo della Morte Nera".
Ah, era logico. La stazione ospitava la maggior parte degli
ufficiali maggiori nella flotta e i loro assistenti. Si era creato un
vuoto in cima alla scala gerarchica. "È cambiato tutto", disse in
tono cauto.
Ciena annuì. Una spallina della maglietta le scivolò giù, ma
l'ologramma era così realistico che Thane dovette reprimere
l'impulso di sporgersi per tirarla su... o per abbassarle l'altra.
Doveva concentrarsi. Doveva riflettere. Le comunicazioni via
HoloNet non erano monitorate, ma esistevano dei programmi
capaci di analizzarle in cerca di parole o frasi sospette.
E così Thane non riuscì a trovare le parole per esprimere
quello a cui stava pensando. Neppure Ciena, se per quello. Ma
forse sarebbero riusciti a capirsi lo stesso.

Seduta sul bordo della sua branda, Ciena stava godendosi


l'ologramma di Thane davanti ai suoi occhi. In quel buio, poteva
quasi far finta che fosse veramente lì, insieme a lei.
"Ti senti bene?", domandò, parlando a voce bassissima
nell'oloricevitore. "Per quanto sia felice che tu mi abbia chiamato,
sono certa che non lo avresti fatto in questo modo, se non avessi
avuto una buona ragione".
Il viso di Thane era incorniciato da una luce dorata appena
più chiara dei suoi capelli rossastri. In quei lineamenti, Ciena
riusciva a cogliere una preoccupazione e una sofferenza profonde.
"È difficile capire come andare avanti dopo una tragedia come

167
questa", disse.
Ciena ripensò a Jude e dovette trattenere le lacrime. "Non
riesco a togliermela dalla testa neppure io. Continuo a rivedere
l'esplosione ogni volta che chiudo gli occhi. Vorrei salvarli tutti
ma non posso. Non... ci riesco".
"Credi che dovremmo aspettare e vedere che cosa succederà
con la guerra?", domandò Thane, guardandola dritto negli occhi
così intensamente che sembrava essere davvero lì. "Forse
dovremmo ripensare alle nostre prossime mosse".
Ciena si sentiva spezzare il cuore al pensiero che Thane, in
un altro sistema stellare, stesse riflettendo sulla migliore strategia
da impiegare per vincere in fretta e impedire un altro bagno di
sangue. Era normale sognare a occhi aperti, ma tutto sommato
erano proprio quello: sogni.
"Non possiamo farci da parte e lasciare che si ripetano questi
orrori", gli ricordò Ciena. "Non quando possiamo fare la
differenza. Affronteremo ogni difficoltà, per quanti sacrifici possa
esigere. E lo faremo insieme".
"Insieme", ripeté Thane con un sorriso talmente triste che
Ciena poté intuire tutta la sua vulnerabilità, e la propria, quasi
come fossero una vera ferita.
Ciena fece per toccare la mano dell'ologramma; Thane la
imitò e la luce tremolante delle sue dita intrecciò delicatamente
quelle della mano vera di Ciena. "Mi manchi", disse Ciena, ma
erano parole inadeguate, incapaci di esprimere i suoi veri
sentimenti.
"Ci rivedremo presto", le promise Thane con un tono così
sicuro che Ciena non poté fare a meno di credergli. A dire il vero,
quel tono era talmente convinto che Ciena si domandò se Thane
non avesse già ricevuto nuovi ordini... o se non fosse al corrente
di qualcosa che lei ignorava.

168
Thane abbassò lo sguardo sulla mano fatta di luce azzurrognola
che si allungava verso di lui.
"Spero che tu stia bene", disse Ciena, e la sua voce echeggiò
appena nella cabina. "Come vorrei rivederti tra pochi giorni.
Anzi... dato che è soltanto un desiderio, vorrei che fossi qui con
me in questo stesso momento".
"Anch'io". L'indicatore cominciò a lampeggiare, informandolo
che il loro tempo era quasi scaduto. Thane avrebbe voluto
aggiungere qualche credito per guadagnare un paio di minuti in
più, ma ormai si erano detti tutto quello che c'era da dirsi, e ora
era più importante che mai che risparmiasse ogni singolo credito
per cose molto più importanti. "Devo andare. Mi dispiace che
questa chiamata sia durata così poco, Ciena..."
"Non fa niente! Sono contenta di averti rivisto". Ciena si
baciò le punte delle dita e le allungò verso le sue labbra, quasi
come a sfiorargliele. Thane immaginò di avvertire la calda scarica
elettrica dei raggi olografici. "A presto".
"A presto", fece eco Thane un attimo prima che l'ologramma
svanisse.
Uscito dalla cabina, Thane fece ritorno alla caserma
ripensando per tutto il tragitto alla loro conversazione,
sorprendendosi per il modo in cui erano riusciti a dirsi tutto e
niente allo stesso tempo. Ciena era d'accordo con lui sulla
tragedia di Alderaan e provava lo stesso desiderio futile e
disperato di salvare le vite che si erano spente. E soprattutto era
convinta che non potevano continuare a servire l'Impero, e che
dovevano agire immediatamente.
Thane aveva capito quale sentiero avrebbe dovuto percorrere,
ma adesso che sapeva di avere l'appoggio di Ciena, non c'era

169
nient'altro che potesse trattenerlo.
Il giorno seguente, Thane fece il suo solito giro mattutino,
dopodiché riuscì a scambiare il turno pomeridiano con quello
notturno. Approfittò del pomeriggio per prelevare quanti più
crediti possibile dal suo conto in banca, li scambiò con la spezia
e quindi scambiò la spezia con dei crediti che non erano stati
registrati. Con quel denaro acquistò degli abiti civili: una giacca
blu scuro, un paio di pantaloni e di stivali neri, e una maglietta
grigia che non avrebbe dato nell'occhio in nessun angolo della
galassia.
Solo allora si recò allo spazioporto in cerca di un mezzo di
trasporto indipendente.
"Vorrei un passaggio per il pianeta di transito più vicino",
disse, imitando il tono convinto e spavaldo degli eroi che aveva
ammirato nei suoi vecchi olovideo. "Non ti serve sapere
nient'altro. Se non mi farai domande, ti pagherò due terzi in
anticipo e il resto all'atterraggio".
Il pilota, un rettiloide falleen, scoppiò a ridere. "Sei proprio
uno stupido, umano. Io non faccio domande a nessuno. Sei
pronto a partire? Decolliamo entro un'ora".
Thane ripensò a Ciena ed esitò un istante. Avrebbe capito
dove cercarlo?
Certo che lo capirà. Forse ha lasciato l'Impero ancor prima
di me, ed è già lì. In fondo, seguiamo la stessa strada. Non c'è
niente che possa fermarci.
"Sì", rispose Thane. "Sono pronto".

Qualche sera dopo, Ciena era sdraiata sulla sua branda. "Non
credi che dovremmo fare qualcosa per Nash?", bisbigliò.
"Uuuh", fece Berisse nel sonno. "Lo sai che è il mio turno di

170
riposo?"
"Scusa. Sono solo preoccupata per lui. È come se lavorasse
da sonnambulo. Sembra solo mezzo vivo".
"Mi sembra normale, dopo quello che è successo". Berisse si
sporse dal bordo della sua branda e i suoi lunghi capelli neri le
caddero intorno al viso mentre guardava Ciena dall'alto.
"Ultimamente pensi a Nash solo per non pensare a Thane, vero?"
"Certo che no!". Ciena si girò su un fianco, gettando indietro
la coperta grigia per poter gesticolare. "Durante i miei turni ho
avuto a malapena il tempo di pensare. Ieri mi hanno pure affidato
la navigazione ausiliaria".
"Non parlavo del lavoro. In quello sei sempre impeccabile. Il
problema è che quando non lavori pensi solo a Thane".
"Mi prendi in giro solo perché non faccio altro che parlare del
suo olomessaggio dell'altra sera".
"Esatto. Perciò ora chiudi il becco e fammi dormire". Il viso
di Berisse sparì sopra la branda, e Ciena udì il fruscio delle
coperte e i cigolii del materasso.
Nonostante ciò, Berisse non si sarebbe riaddormentata
subito. "Comunque dovremmo fare qualcosa per Nash. Dico
davvero. Soffre da morire ma non lo vuole ammettere".
"Se la sta cavando meglio che può. Svolge turni in più e si
tiene impegnato. È la cosa migliore".
Probabilmente Berisse aveva ragione. "Magari potremmo
trovare qualche altro modo per distrarlo. Potremmo portarlo in
palestra o a giocare a gravball. Cose così".
"Perché no. Proviamo", farfugliò Berisse. Ormai si era
appisolata e l'ascoltava a malapena. Ciena era sicura che non
avesse capito mezza parola.
Gravball. Era un suggerimento così ridicolo che la
imbarazzava anche averlo soltanto proposto. Come avrebbe

171
potuto consolarlo per la perdita del suo pianeta? E che cos'altro
avrebbe potuto farlo, in fondo? Nash avrebbe dovuto ricostruire
la sua vita giorno dopo giorno, un'ora alla volta. Per adesso,
l'unica cosa che Ciena poteva fare, da amica, era aiutarlo in
qualcuna di quelle ore.
Voltandosi sull'altro fianco, Ciena afferrò il cuscino e lo
strinse forte. Eppure continuava a essere preoccupata per Nash e
infastidita dal fatto che Berisse l'avesse accusata di pensare
sempre e soltanto a Thane...
Ed era felice di ciò.
E poi era proprio quello il momento giusto per pensare a lui.
Non doveva lavorare, non doveva concentrarsi, ma solo
aggrapparsi al ricordo dello straordinario olomessaggio di
qualche giorno prima. Ciena sorrise al pensiero di tutto quel che
si erano detti con così poche parole. Thane era convinto che
Ciena dovesse continuare a fare il suo dovere, concentrandosi
sulla guerra al meglio delle sue capacità, mentre cercavano un
modo per stare insieme quando lo permetteva il loro lavoro.
Ciena si addormentò mentre un po' sperava e un po' sognava
che Thane venisse trasferito al Devastator come pilota di caccia
TIE per volare al fianco di Lord Vader in persona e tornare da lei
alla fine di ogni turno. Quel sogno la accompagnò per tutta la
notte, e fu per questo motivo che, il mattino seguente, la notizia
la scosse come un terremoto.
"Dev'esserci un errore", disse Ciena, fissando Nash. "Avrai
capito male".
"Sono stato suo compagno di stanza per tre anni. Fidati,
conosco bene il suo nome". Nash le mostrò lo schermo del suo
datapad. Erano davanti allo spaccio e nei dintorni non c'era
nessun altro, eccezion fatta per qualche pilota assonnato che
stava entrando a fare colazione. "Tenente Thane Kyrell, codice A-

172
V-Quattro-Sette. Ha disertato tre giorni fa su Kerev Doi".
Ciena si aggrappò alla manica dell'uniforme di Nash. "Non
avrebbe mai disertato. Il suo caccia deve essersi schiantato...
oppure è stato rapito da qualche malintenzionato del posto".
"Credo che i suoi superiori abbiano già controllato. Può darsi
che tu abbia ragione, comunque. Thane non è tipo da scappare".
Nash le si avvicinò e abbassò la voce. "Non te l'ho raccontato per
spaventarti. Uno degli ufficiali degli affari interni mi ha fatto un
sacco di domande sulla lealtà di Thane, sulle sue scelte politiche
e via dicendo. Gli ho assicurato che Thane non è un ribelle, ma
non mi è sembrato del tutto convinto".
Ciena capì che sarebbe stata la prossima a essere interrogata.
E così si diresse subito all'ufficio del responsabile degli affari
interni, il capitano Ronnadam, e si fece annunciare. Una volta
entrata, si mise sull'attenti. "Sono venuta di mia volontà per
fornirle tutte le informazioni che ho sul tenente Kyrell, signore".
"Ah, il nostro vagabondo di Kerev Doi. A meno che non sia
già partito". Ronnadam socchiuse gli occhi. "Credi che sia un
traditore o che abbia semplicemente disertato?"
"Non è un traditore", rispose Ciena con tutta la forza di cui
disponeva. Era importante che il capitano capisse che erano dalla
stessa parte, tutti e tre. "Thane... il tenente Kyrell ha
ripetutamente definito terroristi i ribelli, signore. L'ultima volta
che abbiamo parlato, ha espresso tutto il suo dolore per la
distruzione della Morte Nera".
"E allora perché ha abbandonato il suo posto, capitano Ree?"
"Credo solo che sia... disperato, signore. Ha perso molti
amici". Ciena esitò prima di proseguire. Era a un passo dal
rivelare i segreti di Thane, cosa che aveva già fatto in passato,
quando aveva parlato del rapporto con suo padre davanti a Jude.
Tuttavia, era disposta a tutto pur di salvare Thane e la sua carriera

173
militare. "Il tenente Kyrell è cresciuto in una situazione molto
difficile, signore. I suoi genitori non lo hanno mai sostenuto. La
sua vera famiglia siamo noi e gli altri ufficiali. Siamo tutto ciò
che ha. Quella perdita lo ha scosso profondamente".
"Non è stato l'unico ad aver perso qualcuno", sbottò
Ronnadam, benché la sua espressione si fosse fatta più
pensierosa. "E non è certo il primo ufficiale che abbia visto
vacillare. Due anni fa avremmo espulso chiunque per una
violazione come la sua, ma oggi esaminiamo questi casi molto più
attentamente. Almeno per il momento. Il tenente Kyrell dovrà fare
ammenda, naturalmente, ma se tornasse presto in servizio
potrebbe riprendere la sua carriera senza problemi".
Ciena sospirò per il sollievo. C'era ancora tempo per impedire
che Thane commettesse uno sbaglio terribile.
"Tu sai dove si trova, capitano Ree? In questo caso, dovresti
informarmi immediatamente".
"No, signore. Non so dove sia il tenente Kyrell. Però so dove
potrei cominciare a cercare: su Jelucan, il nostro pianeta
d'origine".
"Molto bene, capitano. Ti ordino di prendere il prossimo volo
per Jelucan".
Ciena sgranò gli occhi. "Io, signore?"
"Credi di essere troppo importante per questo incarico?",
ringhiò l'altro.
"No, signore! Pensavo solo che... gli ufficiali degli affari
interni..."
"I nostri agenti non sono mai stati così impegnati come
adesso. Tu invece conosci già quel pianeta, perciò è meglio che
sia tu a recarti là". Il tono del capitano si era fatto
pericolosamente severo. "A meno che, ovviamente, tu non abbia
idee migliori".

174
Ciena era quasi felice che il capitano l'avesse fraintesa e che
non avesse capito che desiderava con tutto il cuore essere lei a
cercare Thane. "No, signore. Partirò subito per Jelucan".
"Cercalo in lungo e in largo. Usa ogni risorsa". Ronnadam
socchiuse gli occhi. "E se dovessi scoprire che Kyrell si è unito
alla Ribellione... segui quella pista e riferisci ogni parola. Hai
capito?"
Ciena aveva l'occasione di salvare Thane solo perché l'Impero
voleva usarla come spia. Dal canto suo, non avrebbe mai voluto
informare nessuno e per nessun motivo. Per fare quel lavoro
doveva essere leale, ma doveva esserlo sia nei confronti dei suoi
amici, sia in quelli dei suoi superiori. Per la prima volta si rese
conto di quali pieghe orribili potesse prendere quella guerra.
D'altra parte, era disposta a pagare quel prezzo, pur di trovare
Thane.
"Sì, signore", disse, pensando: lo troverò a tutti i costi.

175
CAPITOLO 12

Thane si rese conto del suo errore mentre sbarcava dal quarto e
ultimo mercantile.
Aveva mantenuto un profilo basso, non aveva rivolto la parola
a nessuno e aveva lasciato Kerev Doi senza dare nell'occhio.
Neppure i vascelli su cui era salito in seguito gli avevano dato
problemi. Su una nave passeggeri aveva trovato poca tranquillità
e un equipaggio un po' troppo invadente. Sul trasporto
successivo, invece, vendevano le cuccette libere agli operai che
non avevano molto denaro ma che volevano viaggiare indisturbati.
In quel caso, non si era dovuto preoccupare di essere notato.
Quando l'ultima nave sbucò dall'iperspazio nel sistema di
Jelucan, Thane afferrò il suo borsone e si diresse all'area di
sbarco. Le panchine imbullonate alle paratie erano munite di
imbracature per i passeggeri che temevano una discesa
movimentata, e così Thane se ne infilò una e attese. Un altro
passeggero fece lo stesso e poi un terzo e un quarto lo imitarono.
Nessuno di loro si comportò in modo diverso da Thane.
Indossavano tutti dei vestiti comunissimi che si potevano
acquistare su un pianeta qualsiasi e non sembravano interessati a
nessuno degli altri passeggeri.
Eppure uno di loro poteva essere una spia dell'Impero.
L'idea colse Thane talmente alla sprovvista da lasciarlo senza
fiato. Quella donna coi capelli brizzolati... non lo aveva appena
guardato con la coda dell'occhio? E quell'Ottengano dagli occhi
larghissimi... chissà chi stava osservando veramente? E il Volpai

176
che muoveva agilmente le dita delle sue quattro mani sul suo
computer... non è che stava denunciando Thane alle forze
dell'ordine?
In qualunque altro posto, Thane sapeva di avere dalla sua il
vantaggio della sorpresa. L'Impero non avrebbe mai potuto
predire le sue mosse precedenti, ma magari aveva dedotto che
sarebbe tornato su Jelucan. Poteva darsi che qualcuno lo avesse
seguito fino a una nave da trasporto o che un intero plotone di
assaltatori lo stesse aspettando nell'hangar...
La nave, però, atterrò senza problemi. Gli altri quattro
passeggeri si allontanarono senza degnare Thane di uno sguardo
e lui, ridendo tra sé della propria paranoia, si gettò il borsone in
spalla. Adesso sei a casa. Presto sarai di nuovo in te.
Ma non accadde.
All'inizio Thane credette di soffrire di un caso di choc
culturale al contrario, per via della sensazione alienante che
provava per essere tornato a casa dopo così tanto tempo. Era
ovvio che, dopo aver trascorso tre anni su Coruscant, la grande
città di Valentia che aveva ammirato da bambino gli sembrasse
ora un po' troppo piccola e provinciale. I suoi abitanti avevano
l'aria diffidente e ostile, probabilmente perché ricordava il modo
in cui si comportavano con un bambino, mentre adesso lui era
cresciuto ed era diventato un uomo. Senza contare che non
abbassava mai la guardia. La sua ansia riusciva a rendere più buie
persino le ombre.
Più si guardava intorno, più si convinceva che il suo pianeta
era cambiato. E a cambiarlo era stato l'Impero.
Il palazzo del senato di cui erano stati tutti tanto fieri il
giorno in cui Jelucan era stato annesso all'Impero era stato
confiscato dalle forze militari. Thane si tenne a distanza, ma era
convinto che non si trattasse di una soluzione temporanea. Gli

177
ingegneri stavano già erigendo una muraglia intorno all'edificio, e
il campo di forza perimetrale scintillava ogni volta che la luce del
sole attraversava il cielo grigiastro del pianeta.
Forse Valentia non sarebbe mai stata sofisticata quanto
Coruscant, ma era sempre stata una città vivace e piena di energia.
Adesso sembrava vuota e affollata al tempo stesso. Accanto agli
edifici scolpiti nella pietra erano state costruite delle baracche
fatiscenti per gli operai pendolari che scendevano dalle montagne
alla vana ricerca di nuove occasioni.
A meno che non fossero stati cacciati. Thane non poteva
esserne certo. A giudicare dai loro abiti, era piuttosto sicuro che
si fossero ridotti al vagabondaggio sia gli abitanti delle valli sia i
coloni della seconda ondata, nonostante fosse più che mai
difficile distinguerli gli uni dagli altri. La gente aveva cominciato
a indossare gli indumenti prodotti in serie al posto di quelli in
seta sgargiante e di quelli cuciti a mano. Sembrava che quella
specie di vana e ottusa monotonia avesse inghiottito l'intera città.
Lo stesso valeva per gli svaghi. Thane affittò una camera
nell'attico di un edificio che ospitava una taverna al piano terra.
Suo padre lo aveva portato in quei locali quando era più piccolo,
promettendo che si sarebbe fatto "soltanto un bicchierino".
Inutile dire che Thane aveva trascorso ore e ore seduto in un
angolino a guardare le gare di sgusci e gli olovideo sui pianeti
delle spezie che gli piacevano così tanto.
Adesso le taverne si erano impoverite: più che dei locali di
quartiere, sembravano dei veri e propri covi per i contrabbandieri.
La maggior parte degli avventori non era della città e con ogni
probabilità proveniva da altri pianeti. Thane sorseggiò la sua birra
fissando lo schermo con aria incredula. Ogni programma
pubblicizzava l'Impero in un modo o nell'altro: passò da un
documentario sui discutibili successi della "pianificazione

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architettonica" dell'Impero su Thurhanna Minor (che in realtà non
era altro che fabbriche sparpagliate per tutta quella che un tempo
era stata una splendida campagna), a spot d'arruolamento per
futuri assaltatori ("Scoprite l'avventura al servizio del vostro
Impero!"), a un notiziario che raccontava di come l'imperatore
Palpatine stesse ricevendo i suoi ospiti tra un sorrisetto e un
cenno di assenso. La cosa peggiore fu indubbiamente la
pubblicità di un programma che sarebbe cominciato di lì a poco e
che avrebbe "svelato finalmente il famigerato tradimento del
pianeta Alderaan!"
Thane era convinto che avrebbe sentito parlare molto di
Alderaan, ma in realtà non ne parlò nessuno. Il silenzio in cui era
sprofondata la distruzione di uno dei pianeti più famosi del
Nucleo aveva detto a Thane molto più di qualunque pettegolezzo.
Ci pensano tutti. Hanno tutti paura. Se l'Impero era capace di
distruggere un pianeta importante e prospero come Alderaan,
allora non vi era un solo mondo al sicuro in tutta la galassia.
I notiziari imperiali erano vaghi sulla distruzione della Morte
Nera, riferendosi soltanto a un "attacco senza precedenti
dell'Alleanza Ribelle". Thane inizialmente aveva creduto che
avrebbero giocato la carta dell'atrocità, ma poi si era reso conto
che era meglio lasciar intendere che l'Impero fosse ancora in
grado di distruggere i pianeti in qualsiasi momento.
Uscito dalla taverna, scoprì che lo inquietava persino il colore
del cielo. L'atmosfera di Jelucan si palesava solitamente in un
colore più grigiastro che azzurro, ma l'aria era sempre stata pulita
e cristallina, e le nuvole avevano sempre brillato come pietre
preziose. Adesso il cielo appariva cupo persino da sgombro,
come se fosse imminente una forte tempesta. Che le estrazioni
minerarie avessero cominciato a influenzare persino l'atmosfera?
Al suo arrivo, Thane era stato indeciso se contattare o meno

179
la sua famiglia. Per quanto suo padre lo disprezzasse e sua madre
cercasse di ingraziarsi l'Impero, Thane dubitava che lo avrebbero
davvero denunciato. Anche quando non avessero voluto
proteggerlo, di certo non avrebbero rischiato una tale onta. A
casa, insomma, avrebbe potuto risparmiare i suoi crediti,
prendersi un po' di tempo e aspettare l'arrivo di Ciena.
Magari avrebbe potuto persino scendere con la sua vecchia
fune fino alla Fortezza, che avrebbe pulito e rimesso a nuovo. Gli
sembrava giusto rivedere Ciena laggiù...
Alla fine, comunque, Thane decise di non tornare dai suoi
genitori. Non aveva bisogno né delle prediche di quell'ubriacone
di suo padre, né dell'indignazione di sua madre, e soprattutto
l'ultima cosa che voleva era sentirli vantarsi di Dalven. Anche
perché, considerata la penuria di soldati imperiali, probabilmente
avevano promosso persino un idiota come Dalven, e lui
sicuramente non faceva altro che sbandierarlo.
Col passare dei giorni, però, l'umore di Thane si fece sempre
più nero. Ciena non si era ancora vista. E se avesse cercato di
disertare ma fosse stata catturata? Il pensiero di Ciena in cella,
disperata e coperta di vergogna, gli faceva venire la nausea.
Nonostante ciò, non si era ancora rassegnato; Ciena era troppo
intelligente per farsi beccare. Di sicuro stava aspettando il
momento buono, ma sarebbe potuto non arrivare presto. Thane
aveva già speso in viaggi quel poco che aveva messo da parte per
fuggire. L'affitto era piuttosto salato, e per mangiare era costretto
a ricorrere al cibo da strada di origine dubbia che arrostivano nei
chioschi davanti alle baracche o ai miseri "stufati" gonfiati coi
cereali.
Come tanti altri cadetti, anche Thane aveva sognato di
dormire fino a tardi, ignorare la disciplina militare e fare tutto
quello che voleva, ma ora che si era scrollato di dosso quella

180
severa struttura lavorativa non riusciva ancora ad adattarsi;
semmai si sentiva ancora più frustrato da tutto quell'eccesso di
libertà. E così, invece di prestare servizio e portare a termine gli
incarichi che gli venivano affidati, si ritrovava a... non fare niente.
Esaurito l'effetto degli inibitori, la barba aveva ricominciato a
crescergli regolarmente, e a Thane non sembrava proprio il caso
di sprecare crediti per comprarne di nuovi. Ogni notte sognava
Alderaan, la Morte Nera, suo padre o Ciena in mortale pericolo.
L'unica cosa che lo distingueva dagli altri abitanti della città era il
fatto che Thane non sperperava tutto il suo denaro in alcolici,
anche se cominciava a capire perché gli altri lo facessero, e ogni
giorno che passava si sentiva sempre più avvilito.
All'inizio aveva pensato che sarebbe stato facile trovare un
nuovo lavoro; in fondo, i piloti servivano sempre, anche quando
non avevano la licenza di volo. Tuttavia aveva capito che Jelucan
non era il posto adatto. In giro c'erano troppi Imperiali perché un
disertore potesse andarsene a zonzo in cerca di lavoro senza che
nessuno se ne accorgesse. Sicuramente sarebbe riuscito a
imbarcarsi su qualche astronave poco raccomandabile, dato che
non facevano mai domande sui passeggeri, ma a quel punto
sarebbe stato come fare un altro passo in direzione di una vita di
schiavitù.
Gli erano rimaste ben poche alternative. La vita sembrava
essersi cristallizzata nell'attesa che arrivasse Ciena. E se quella
non fosse mai arrivata, Thane non aveva proprio idea di che cosa
avrebbe fatto e, a dire la verità, poco gliene importava.
Thane toccò il fondo due settimane dopo, a notte fonda,
mentre era sdraiato sul suo letto in pigiama. Le pareti della sua
camera erano bianche, la coperta beige chiaro e senza alcun
disegno. Considerando quanto pagava, si trattava tutto sommato
di una sistemazione piuttosto comoda... ma Thane cominciava a

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pensare che quel vuoto lo stesse schernendo.
Alle lezioni di Protocolli di Sicurezza e Tecniche di
Interrogatorio gli era stato insegnato che uno dei metodi migliori
per far crollare un sospettato era quello di costringerlo a fissare
una parete bianca senza mai permettergli di addormentarsi. La
noia e l'insonnia sarebbero state molto più efficaci di qualunque
minaccia fisica. La mente del prigioniero si sarebbe spezzata e
quello avrebbe vuotato il sacco solo per sfuggire a quella
terrificante monotonia. Fino a quel momento, Thane non aveva
mai capito come fosse possibile.
Un rumore proveniente dall'esterno lo fece scattare in piedi
come una molla. Sembrava che i mercanti stessero portando via le
loro mercanzie non del tutto legali in fretta e furia. Thane si
avvicinò a una finestrella e scostò il telo: un mezzo di pattuglia
imperiale aveva appena accostato davanti all'edificio.
In quel momento udì un rumore di passi pesanti che si
dirigeva verso la sua camera.
E va bene, ora rifletti. Quel mezzo è monoposto. Hanno
mandato una persona soltanto. Puoi sbarazzartene senza
problemi. Non senza un'arma, però. Chissà se c'era qualcosa che
poteva usare per difendersi? I pochi oggetti nella sua camera,
tuttavia, erano troppo pesanti per essere sollevati o troppo piccoli
per infliggere danni significativi.
Può darsi che non sia qui per te. Nel vicinato ci sono
spacciatori, prostitute e persino contrabbandieri. Potrebbero
arrestare chiunque. Eppure avevano mandato un paramilitare del
luogo, non un ufficiale dell'Impero.
Thane trasse un respiro profondo e si passò le mani tra i
capelli corti. Avrebbe dovuto recitare bene la sua parte. Se avesse
negato di chiamarsi Thane Kyrell e fosse sembrato abbastanza
spaesato, magari sarebbe riuscito a guadagnare qualche secondo e

182
a prendere il blaster dell'ufficiale.
Ma poi avrebbe avuto il fegato di sparare a qualcuno che
stava solamente facendo il suo lavoro e che magari, fino a pochi
giorni prima, aveva prestato servizio insieme a lui?
Qualcuno bussò alla porta. Thane fece frusciare le lenzuola
come se stesse dormendo, si avvicinò alla porta e imitò il miglior
tono insonnolito di cui era capace. "Mmmmmh. Chi è?"
"Sono qui in missione ufficiale".
Thane conosceva quella voce.
Aprì la porta di scatto e si ritrovò Ciena davanti in uniforme.
Vedendola, fu come respirare di nuovo dopo giorni di apnea.
"Ce l'hai fatta". Thane la trasse all'interno della camera,
chiuse la porta a chiave e la strinse forte a sé. Mentre respirava il
profumo della sua pelle, non poté fare a meno di meravigliarsi per
la sua astuzia. Ciena non aveva disertato; era venuta su Jelucan in
missione ufficiale in modo che l'Impero pagasse il viaggio e
rimandasse ogni altra ricerca. "Sei un genio, lo sai? Ho aspettato
così tanto che ho cominciato a pensare che ti avessero scoperto, e
invece eccoti qui. Eccoti qui".
Thane la baciò a lungo e appassionatamente. Quella
maledetta uniforme grigia era troppo rigida sotto le mani, ma se
ne sarebbero preoccupati più tardi. Ciena rispose al suo bacio
con altrettanta passione, ma quando si separarono Thane si
accorse che aveva lo sguardo preoccupatissimo, e si domandò se
non avesse fatto qualcosa di sbagliato.
Magari Ciena stava solo temendo per le loro vite. "L'Impero
ha mandato qualcun altro?"
"No. Erano sicuri che saresti andato ovunque ma non su
Jelucan. Ho immaginato che lo avresti pensato, e che saresti
venuto subito qui..."
Thane fece un largo sorriso. Ciena gli leggeva praticamente

183
nel pensiero.
Ma l'altra lo stava fissando ancora più preoccupata di prima.
"Che cosa hai combinato, Thane?"
Fu allora che Thane cominciò a capire quanto fossero ancora
lontani l'uno dall'altra.

Un'ora dopo, Ciena e Thane erano scesi alla taverna di sotto.


Ciena temeva che qualcuno li avrebbe visti, sentiti e forse persino
denunciati, ma Thane aveva scosso la testa. "Fidati", le aveva
detto. "La gente che viene da queste parti si tiene a debita
distanza dagli ufficiali dell'Impero. Non ci conosce nessuno".
"È meglio non rischiare", aveva replicato Ciena.
Thane, dal canto suo, aveva serrato la mascella, un segno di
quanto fosse determinato o semplicemente testardo. "Se non esco
da questa camera, impazzisco. Fidati di me. Non ci succederà
nulla".
E in effetti si erano appartati in un intero angolo del locale.
La maggior parte degli avventori erano nuovi del pianeta, e si
erano riuniti davanti agli oloschermi, perciò Thane e Ciena
avevano un tavolino tutto per loro. Fino a qualche anno prima,
Ciena si sarebbe innervosita al solo pensiero di entrare in una
taverna come quella, ma ora pensava soltanto a come impedire
che Thane commettesse lo sbaglio più grande della sua vita.
"Puoi ancora tornare", ripeté Ciena. "Lo so che pensi che ti
arresteranno, e in passato lo avrebbero anche fatto, ma con quello
che è successo hanno bisogno di ufficiali in gamba come te".
"Io non voglio tornare", ribatté Thane, e non era la prima
volta.
Ciena non riusciva ancora a crederci. "Hai passato tre anni in
accademia... e ora mi stai dicendo che tutta quella fatica non è

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servita a niente?"
"Credi che questa situazione mi piaccia? Certo che no. Ma
dopo quello che ho visto, dopo quello che l'Impero ha fatto ai
Bodach'i... dopo Alderaan... quell'uniforme non riesco più a
indossarla". Thane si sporse sul suo bicchiere di birra,
appoggiando la testa a una mano come se avesse l'emicrania.
"Credevo che la pensassi come me".
"Io credevo che tu pensassi che dovessimo stare insieme, visto
quello che è successo ai nostri amici a bordo della Morte Nera. I
ribelli hanno ammazzato migliaia di ufficiali come noi. Hanno
ucciso anche il Gran Moff Tarkin..."
"Tarkin è stato buono con noi", ammise Thane. "Ha cambiato
le nostre vite".
"E hanno ucciso Jude", proseguì Ciena. "Come puoi far finta
di nulla?"
"Non ho intenzione di unirmi alla stramaledetta Ribellione,
Ciena. Non ho dimenticato quel che è successo alla Morte Nera e
neanche quello che è successo ad Alderaan. E tu? Ne dubito. Tu
non penseresti mai che distruggere un intero pianeta sia la cosa
più giusta da fare".
Ciena scosse la testa con aria triste. "No. Capisco le ragioni
che hanno condotto all'attacco contro Alderaan... ma non le
condivido. Il fatto è che non devo farlo". Ciena si avvicinò a
Thane e lo fissò negli gli occhi azzurri, sperando che capisse.
"Adesso l'Imperatore e i Moff capiranno che distruggere Alderaan
non è servito a niente. Non ha fermato la Ribellione; al contrario,
ha portato i ribelli alla disperazione".
"Quindi mi stai dicendo che sono morti invano due miliardi
di persone", replicò Thane.
"E quasi due milioni a bordo della Morte Nera". Ciena non
riusciva a dimenticare la morte di Jude. Continuava a sognare di

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percorrere i corridoi della stazione spaziale, gridando a Jude di
prendere una navetta di salvataggio senza mai riuscire a trovarla.
"Adesso la Morte Nera non c'è più. L'Imperatore non ha più i
mezzi per riprovare una soluzione così drastica. E poi Alderaan è
stato attaccato soltanto per impedire una guerra ancora più
devastante. La guerra, però, è scoppiata lo stesso. È troppo tardi
per salvare la galassia. Tutto quello che posso fare è battermi per
la legge, l'ordine e la stabilità".
Thane fece una risata aspra. "La galassia sta andando a pezzi,
Ciena. I nostri genitori hanno visto autodistruggersi la
Repubblica. L'Impero potrebbe durare ancora un altro anno o
forse dieci, ma prima o poi lo rimpiazzerà un nuovo ordine e una
nuova legge. E tu da che parte starai?"
"Non hai il diritto di essere così crudele solo perché io non
voglio... non posso disertare". Ciena non riusciva neppure ad
arrabbiarsi con Thane; era troppo dispiaciuta. Era ovvio che
Thane fosse ancora sconvolto per la distruzione di Alderaan, ma
non sarebbe cambiato nulla. Così come era ovvio che
disprezzasse la schiavitù -- la disprezzava anche lei, se per quello
-- ma non l'aveva certo inventata l'Impero. La posta in gioco,
ormai, era molto più grande di quei casi isolati. Era una vera e
propria questione di principio. "Abbiamo giurato. Abbiamo
giurato di servire l'Impero. Non possiamo infrangere quel
giuramento, né ora né mai".
Thane scosse la testa. L'illuminazione color ambra della
taverna gli tingeva di rosso i capelli e gli proiettava sul viso
ombre che mettevano in risalto il suo conflitto interiore. "Sei
ancora la ragazzina della valle che ho conosciuto. Non
mancheresti mai alla parola data, neppure se dipendesse da un
Imperatore e da una flotta che non ti meritano".
"E tu sei ancora il ragazzino della seconda ondata che

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preferisce infrangere le promesse piuttosto che mantenerle".
Ciena si pentì di quelle parole non appena le ebbe proferite. Era
come se a parlare al suo posto ci fossero suo padre e tutti i suoi
pregiudizi, ma anche la sua paura di perdere Thane per sempre.
L'altro non si offese. "Non è facile lasciarti", sussurrò Thane.
"È la cosa più difficile che abbia mai fatto in vita mia".
Ciena si voltò dall'altra parte. Non riusciva a guardarlo in
faccia.
Thane ebbe l'impressione che Ciena fosse più arrabbiata che
addolorata, perché assunse un tono molto più formale. "Mi
denuncerai?", domandò.
"Io...". Che cosa avrebbe potuto dire o fare? Era intrappolata
tra la sua lealtà nei confronti di Thane e la stessa nei confronti
dell'Impero. Per quanto fosse furiosa per la diserzione di Thane,
non riusciva neppure a immaginare di consegnarlo alle autorità.
Come avrebbe potuto fare una cosa del genere all'uomo che
amava? "Non lo so".
"Non lo sai. Fantastico". Thane si passò una mano tra i
capelli. "Sai almeno se mi denuncerai stanotte?"
Qualcosa si infranse dentro di lei. "Certo che no".
"Anche a costo di infrangere il tuo giuramento?", ribatté
Thane in tono tagliente. "E che mi dici del tuo prezioso onore?"
"A volte si può essere leali verso più persone. E quando
emerge un conflitto, bisogna scegliere quale onorare di più".
Ciena aveva preso a tremare. Si sentiva divisa in due. "Non so che
cosa farò domani. Stasera, adesso, scelgo la mia lealtà verso di
te".
La rabbia di Thane parve dissolversi in un baleno. Le
accarezzò il viso con la mano, e Ciena non riuscì più a trattenersi:
si sporse verso di lui e lo afferrò per la giacca in modo che non
potesse resisterle. In quel momento, quella notte, voleva solo che

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stesse insieme a lei per tutto il tempo che avevano ancora a
disposizione. Voleva credere che non se ne sarebbe andato.
Thane la baciò più appassionatamente di prima. Ciena chiuse
gli occhi, lo strinse tra le braccia e immaginò di poter fermare il
tempo e di riuscire a cristallizzare quell'istante per l'eternità: il
suo petto stretto al suo, la barba incolta che grattava contro le sue
guance, il suo sospiro mentre le accarezzava i fianchi.
Quando si separarono, respirando affannosamente, Ciena
appoggiò la fronte alla sua. "Andiamo di sopra", disse.
Thane dovette riprendere fiato, prima di rispondere. "Sei
sicura?"
In quel momento Ciena non si sentiva proprio sicura di
niente. Thane -- una delle poche costanti nella sua vita, la sua
stella polare -- stava per andarsene per sempre. Il mondo si era
capovolto, e lei sospettava che non sarebbe più riuscita a
raddrizzarlo.
Ecco perché era tanto determinata a prendere tutto quello che
poteva. Voleva vivere quel momento, quella notte insieme a
Thane. Voleva fermare il tempo.
"Sì", bisbigliò contro le sue labbra. "Sì".

Thane non riusciva a dormire.


Era notte fonda e si sentiva stanco morto, ma non aveva
alcuna importanza. Riusciva solo a guardare Ciena.
Lei riposava con la testa appoggiata alla sua spalla, ma non
dormiva davvero neppure lei. Aveva i capelli ricci finalmente
liberi e raccolti intorno alla sua testa sul cuscino come una specie
di aureola scura. Le si erano gonfiate le labbra carnose a forza di
baci. Nonostante Thane avesse trascorso le ultime tre ore a
conoscere ogni minimo dettaglio del suo corpo, non riusciva

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ancora a credere che fosse sdraiata accanto a lui e che indossasse
soltanto un angolo del lenzuolo.
In quel frangente, Thane si chiese -- per la prima volta -- se
avrebbe potuto fare ciò che Ciena gli aveva chiesto. Sarebbe
riuscito a tornare alla base per ammettere un momento di
debolezza e a tornare in servizio? Probabilmente Ciena aveva
ragione, e a causa della crisi in corso si sarebbe chiuso un occhio
sulle sue trasgressioni. L'anno prima sarebbe finito in prigione
per qualche mese, ma adesso si sarebbe ritrovato al massimo una
macchia nella sua carriera.
Se avesse fatto ritorno, sarebbe potuto restare con Ciena...
Ma non poteva tornare. Non dopo quello che aveva visto.
Aveva trascorso l'infanzia a soffrire per la crudeltà di un ipocrita e
si rifiutava di infliggere altro dolore per conto di un altro
ipocrita, anche se si trattava dell'Imperatore in persona.
Per Ciena la situazione era diversa. La sua parola, una volta
data, contava più di ogni altra cosa. L'Impero non la meritava,
eppure l'aveva stretta nella sua morsa per sempre. Ciena non
faceva parte della macchina dell'Imperatore perché era ambiziosa
o corrotta. No, l'Impero aveva trovato il modo di usare il suo
onore contro di lei. Ciena era al servizio del male proprio perché
aveva un carattere troppo forte.
Era un po' come se se ne fosse già andata per sempre, anche
se Thane riusciva a sentirne il respiro contro la propria pelle. La
strinse a sé, affondando il viso nel suo collo. Ciena sospirò
sommessamente, riprendendosi, e gli cinse la vita con un braccio.
"Sei sveglia?", mormorò Thane.
"Più o meno". Ciena si ricompose, prima di rispondere più
seriamente. "Ora sì".
"Ti amo". Thane non riusciva a credere di non averglielo mai
detto prima. Era un po' come affermare che le stelle stavano in

189
cielo: un'ovvietà così fondamentalmente vera che non c'era
neppure bisogno di esprimerla a parole.
Ciena avvicinò il suo viso a quello di Thane. "Ti amo anch'io.
Ti ho sempre amato, in un modo o nell'altro".
"Io ti amo in ogni modo possibile".
"Già". Ciena sorrise, ma la sua espressione era talmente triste
che Thane si sentì spezzare il cuore. "In ogni modo possibile".
"Non servirebbe a nulla supplicarti di restare con me, vero?"
L'altra scosse la testa. "E se io ti supplicassi di prendere la
prossima nave per Coruscant, tu non lo faresti. Vero?"
Thane non disse nulla. Conoscevano entrambi la risposta.
"Allora è finita". Le parole gli uscirono più aspramente di
quanto non avesse voluto, ma Thane confidò che Ciena capisse
che non ce l'aveva con lei. "L'Impero ci ha diviso per sempre".
"Se non fosse stato per l'Impero, non ci saremmo mai neppure
conosciuti. Pensaci. Credi davvero che saresti potuto diventare
amico di una bambina delle valli?"
Thane era così piccolo, quando Jelucan era stato annesso
all'Impero, che i suoi ricordi cominciavano a farsi sfocati. In un
certo senso, sentiva che la sua vita era cominciata proprio quel
fatidico giorno, quando aveva sognato di volare per l'Impero
insieme a Ciena. "No, non credo".
Ciena fece per alzarsi dal letto, ma Thane la trattenne. Sapeva
che non riusciva più a guardarlo in faccia. "Devo andarmene".
"Resta".
"Se restassi, poi sarebbe ancora più difficile".
"E andarsene adesso sarebbe più facile? Davvero?"
"No". Ciena incontrò finalmente il suo sguardo. "Thane, devi
lasciare Jelucan prima che finisca questa settimana, perché
quando finirà ti denuncerò alle autorità".
Fu come se gli avessero conficcato un pugnale tra le costole.

190
"Che fine ha fatto la lealtà nei miei confronti?"
"Questa notte ho scelto te. Vorrei tanto poterti scegliere di
nuovo. Ma se ti coprissi per sempre, la mia lealtà nei confronti
dell'Impero perderebbe ogni valore. Non succederà mai più, hai
capito?". La voce aveva cominciato a tremarle. "Questa è stata la
prima e l'ultima volta".
In qualche modo, nel profondo, Thane aveva sempre creduto
che prima o poi avrebbe rivisto Ciena. Desiderava con tutto il
cuore che sarebbero riusciti a ritrovarsi. Ora, però, si era reso
conto di quanto fosse stato sciocco quel sogno puerile.
"Hai capito?", ripeté Ciena.
"Sì", rispose con amarezza l'altro. "E così mi sbatteresti in
una prigione militare lo stesso, anche dopo questo". Thane indicò
il letto sfatto e i loro abiti sparpagliati sul pavimento. Le
mostrine di Ciena scintillavano fiocamente nella luce soffusa.
"Ti sto avvertendo per tempo proprio adesso! E poi dovrai
andartene da qui, prima o poi. Quanto tempo hai già sprecato?"
"Sprecato? Guarda che stavo aspettando te". Thane non
avrebbe mai creduto di poter essere tanto arrabbiato con qualcuno
che amava allo stesso tempo. "Immagino di averlo sprecato
davvero, a questo punto".
Ciena trasalì ma non desistette. "Non riuscirai a trovare un
lavoro qui su Jelucan. Prendi la prossima nave per qualche
pianeta indipendente... e non farti assumere da nessuno, intesi?
Cerca qualcosa da fare nell'Orlo Esterno, dove non andranno mai
a cercarti".
"Non ho bisogno dei tuoi consigli..."
"Eccome se ne hai bisogno. Fosse per te, resteresti qui a
Valentia a commiserarti per sempre".
L'affermazione lo colpì, ma Thane aveva già cominciato a
capire che Ciena non aveva tutti i torti. "Va bene, va bene. Me ne

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andrò via al più presto".
"Entro la fine della settimana".
Perché la settimana seguente Ciena lo avrebbe denunciato. La
donna che amava lo avrebbe denunciato all'Impero. "Sì", disse
con voce monocorde. "Entro la fine della settimana".
Ciena trasse un respiro profondo. "Non c'è altro da
aggiungere".
Nonostante ciò, Ciena non si alzò. Gli accarezzò il viso,
invece, seguendo col pollice la linea della sua mascella.
Thane voleva cacciarla. Voleva dirle che non riusciva più a
dividere il letto con qualcuno che amava l'Impero molto più di
quanto amasse lui. Sarebbero state parole crudeli come quelle che
pronunciavano spesso suo padre e suo fratello Dalven, come se il
male che aveva appreso da loro fosse annidato nel suo cuore,
pronto a emergere. Mi hai già dato tutto quello che volevo. È
stato facile, eh?
Ma Thane non disse nulla. Si chiese invece che cosa avrebbe
rimpianto di più, se lasciarla in quel momento o andare di nuovo
a letto con lei. Avrebbe sofferto in entrambi i casi.
I loro sguardi si incrociarono, e quando Ciena si sporse verso
di lui, Thane la prese delicatamente per la nuca e avvicinò il suo
viso al proprio per baciarla sulle labbra.
Erano rimaste loro poche ore. Non le avrebbero sprecate.

Ronnadam aggrottò la fronte mentre scorreva il rapporto sullo


schermo. "Ne sei certa, capitano Ree?"
"Per quanto possa esserlo senza aver trovato il suo cadavere.
Neppure i droidi di ricerca riescono a perlustrare i crepacci. La
sepoltura all'aperto si sbarazza dei morti in pochi giorni, signore".
"La sepoltura all'aperto?"

192
Ciena desiderò rimangiarsi quelle parole. I suoi pensieri
erano tutti rivolti a Jelucan e a tutto quello che aveva lasciato
laggiù. "Su Jelucan deponiamo i nostri morti su alti tumuli all'aria
aperta, signore. Gli uccelli ne divorano i corpi, portando in cielo
con loro per sempre sia le loro carni, sia le loro anime".
"Una tradizione barbara", commentò Ronnadam, sprezzante.
Ciena riuscì a non trasalire. "Suppongo che andrebbe così anche
nel caso di un incidente o di un... suicidio, a quanto pare".
Ciena annuì. "Il tenente Kyrell si sentiva devastato dopo aver
perso tutti i suoi amici a bordo della Morte Nera. Sulla base delle
mie indagini su Jelucan, ho concluso che aveva disertato ed era
tornato sul suo pianeta natale per ritrovare la voglia di vivere, ma
non ci è riuscito. Si è gettato da uno dei crinali più alti della
nostra capitale, lasciandosi alle spalle il suo ridgecrawler ancora
acceso".
Non avrebbe dovuto aggiungere tutti quei dettagli. Le bugie
semplici erano anche le migliori, a quanto pareva. Lei aveva
mentito così raramente, in tutta la sua vita. Quella mancanza di
onestà aveva un cattivo sapore.
Quando si era separata da Thane, Ciena aveva giurato di
mantenere la parola e di fare rapporto la settimana seguente.
Un'intera settimana sarebbe stata più che sufficiente perché Thane
si ricomponesse, trovasse un pianeta sconosciuto verso cui
scappare e sparisse per sempre dalla sua vita.
In quel modo aveva avuto anche il tempo di passare a trovare i
suoi genitori, i quali erano stati felici di rivederla, benché un po'
sorpresi. E sicuramente dovevano essersi sorpresi ancora di più
quando era scoppiata a piangere sulla loro soglia. Benché si fosse
ormai ripresa, da allora, e non avesse spiccicato una sola parola
riguardo a Thane con la sua famiglia, Ciena sapeva che i suoi
genitori avevano capito che c'era qualcosa di strano nella sua

193
visita improvvisa. Sua madre era rimasta in piedi fino a tardi,
senza fare domande, e si era limitata a rifarle le trecce proprio
come quando Ciena era una bambina. Le carezze di sua madre le
erano state di conforto, ma nulla sarebbe riuscito ad alleviare la
sua sofferenza quando avrebbe denunciato Thane all'Impero.
Alla fine, non ci era riuscita. Se l'Impero avesse cercato
seriamente Thane, probabilmente sarebbe riuscito a trovarlo e lo
avrebbe processato.
E così Ciena aveva scelto di essere di nuovo leale con lui,
proteggendolo con la migliore bugia che avesse mai inventato.
"Molto bene". Ronnadam firmò il rapporto senza neppure
finire di leggerlo. Se Thane avesse disertato in un momento meno
disperato per tutta la Flotta Imperiale, probabilmente avrebbero
sviscerato la storia di Ciena molto più a fondo. Ronnadam,
invece, voleva gettarsi la questione alle spalle il più velocemente
possibile. "Hai fatto un ottimo lavoro, capitano Ree".
Quel complimento le pesò come un macigno, una sensazione
che sarebbe peggiorata di giorno in giorno. Ciena provava
vergogna per essere stata elogiata da un ufficiale superiore per
avere infranto il suo giuramento di lealtà nei confronti
dell'Impero.
Non succederà mai più, si ripromise. Da quel momento in
poi avrebbe servito l'Impero con tutta se stessa: sarebbe stato
l'unico modo per espiare il fatto di amare una sola persona in
tutta la galassia molto più del suo stesso onore.

194
CAPITOLO 13

Sette mesi dopo la Battaglia di Yavin

Thane abbassò la fiamma azzurra della saldatrice, sollevò gli


occhiali e guardò storto il garbuglio di lamiere che stava cercando
di riparare. Il mercantile indipendente Moa era vecchio ancor
prima che lui nascesse, ma continuava a fare il suo lavoro grazie a
tutte le modifiche apportate nel corso dei decenni. In quel
momento stava cercando di far funzionare una cella energetica
vecchia di sessant'anni dentro un processore che di anni ne aveva
come minimo venti... e non ci stava riuscendo.
Imprecando sottovoce, Thane spense la saldatrice e percorse i
corridoi del Moa fino alla plancia. Non era il solito spazio buio e
spigoloso che Thane aveva imparato a conoscere a bordo delle
astronavi imperiali, ma una sala luminosa in cui le console
lampeggiavano di colori diversi, rivelando le loro origini più
disparate. Praticamente ogni parte della nave era composta da
componenti montate insieme per soddisfare le necessità del
Moa... anche se, per essere precisi, erano i membri
dell'equipaggio a chiamarla così. Moa era solo un acronimo che
stava per Mighty Oak Apocalypse, un titolo che, a quanto pareva,
piaceva particolarmente ai Wookiee come il loro capitano.
"Continuo a ricavare soltanto il sessanta per cento della
carica", informò Lohgarra. "Quando attraccheremo su Zeitooine,
dovremo per forza procurarci un'altra cella energetica".

195
Lohgarra domandò con un ringhio dove avrebbero trovato i
crediti necessari per acquistare la nuova cella.
"Lo so che siamo al verde". Tecnicamente, avevano assunto
Thane soltanto come secondo pilota e navigatore, ma Lohgarra
trattava col medesimo rispetto tutti i membri dell'equipaggio, in
quanto parte della stessa squadra. Thane poteva protestare.
Poteva parlare al plurale. "E poi non è che deve essere proprio
una cella nuova. Ne andrà bene anche una meno vecchia di
questa".
Lohgarra chiese a Thane se sapesse dove finiva tutta la roba
più vecchia. Era una battuta autoironica, visto che Lohgarra era
anziana persino per la famosa longevità dei Wookiee, tant'è che la
sua pelliccia si era ormai fatta quasi del tutto bianca.
Thane si appoggiò alla paratia e sorrise. "Non tutte le cose
invecchiano bene come te, Lohgarra".
Il capitano liquidò il complimento con un gesto della mano.
Accettò di dargli il denaro necessario per acquistare la nuova
batteria per il sensore di poppa, ma lo avvertì che Zeitooine era
un pianeta piuttosto costoso.
"Lo so, però non troveremo di meglio in questo settore. Forse
ci converrebbe cercare nell'Orlo Esterno".
Restare nell'Orlo Interno dell'Impero lo metteva fortemente a
disagio. Si era proposto al Moa proprio perché Lohgarra e il suo
equipaggio passavano la maggior parte del tempo nell'Orlo
Esterno o nella Regione di Espansione. Lavorare per lei sarebbe
stato il modo migliore per stare alla larga dall'Impero. Lohgarra
trasportava soltanto carichi legali, ma operava ai margini, dove gli
Imperiali erano meno scrupolosi. Benché Thane non avesse
rivelato subito di essere un disertore, era evidente che Lohgarra lo
avesse capito e che non le importasse minimamente. Anche se i
suoi occhi celesti si erano appannati per la vecchiaia, la sua

196
intelligenza era ancora formidabile.
Lohgarra assumeva non soltanto le persone più competenti,
ma anche quelle con cui sarebbe stato più facile andare d'accordo,
specialmente se non puntavano ad arricchirsi a tutti i costi. La
Wookiee sceglieva i loro incarichi in base ai suoi gusti, senza
badare troppo ai compensi, e così un giorno trasportavano beni di
lusso, e quello seguente dovevano consegnare dei generatori di
emergenza economici a qualche avamposto in difficoltà. Lohgarra
sosteneva che i membri del suo equipaggio dovevano essere
affidabili; Thane riteneva che il suo capitano si fidasse anche un
po' troppo, per i suoi gusti, ma in fondo la nave era sua ed era lei
a dettare le regole. Aveva fatto affari per almeno un paio di secoli
anche senza il suo aiuto, perciò era evidente che sapesse scegliere
bene il suo personale. E così, man mano che imparava meglio lo
Shyriiwook, Thane si rese sempre più conto di quanto fosse
astuto il capitano. Quando Lohgarra prendeva un membro
dell'equipaggio sotto la sua ala -- come aveva fatto con Thane --
ci si affezionava al punto da considerarlo come un figlio. Era un
po' assurdo, ma a Thane non importava. Se non altro lavorava
finalmente per qualcuno che poteva rispettare.
Perspicace come al solito, Lohgarra aveva colto la sua
apprensione. Gli ricordò che il pianeta Zeitooine era un'immensa
giungla punteggiata da pochissime città di grandi dimensioni, e
non un centro commerciale particolarmente vivace.
"Sì, lo so", ammise Thane. "Andrà tutto bene". Nonostante le
sue parole, continuava a essere preoccupato e a darlo a vedere.
In quel momento, l'unico altro "membro" dell'equipaggio in
plancia era il loro droide astromeccanico, un modello JJH2 viola
e nero. Thane si sentiva sollevato dal fatto che non ci fosse
nessun altro a notare quanto temesse di atterrare su un pianeta
controllato dall'Impero. Lohgarra doveva restare l'unica a

197
conoscere la verità.
Preoccupata per lui, la Wookiee si sporse per scrutare Thane
in viso, socchiudendo gli occhi celesti, e dopo aver commentato
che era dimagrito un po' troppo gli domandò se mangiava a
sufficienza.
Thane dovette sforzarsi per non roteare gli occhi. "Sì che
mangio".
Lohgarra, però, sapeva che non era facile trovare le razioni
adatte a rifocillare le varie specie che viaggiavano con lei...
"Sto benissimo, ti giuro. Non ti preoccupare", le disse Thane,
girando i tacchi.
Il portello della pancia non si era ancora aperto del tutto che
Lohgarra stava già ringhiando un rimprovero.
Thane ridacchiò per l'esasperazione. "La mia pelliccia è
pulitissima!"
Ho appena chiamato "pelliccia" i miei capelli, pensò mentre
percorreva il corridoio. Forse dovrei passare un po' di tempo con
altri esseri umani.
Di certo non aveva intenzione di tornare su Jelucan. Non ne
aveva motivo. Ogni tanto guardava gli olonotiziari del suo
pianeta, ma non provava mai neppure un briciolo di nostalgia.
Anzi, si sentiva più felice che mai al pensiero di non dover più
tornare a casa. Di certo la sua famiglia non sentiva la sua
mancanza, e Ciena -- dovette chiudere gli occhi per un attimo,
pensando a lei -- sicuramente non era lì nemmeno lei, soprattutto
con l'acuirsi della guerra tra l'Impero e l'Alleanza Ribelle. A dire
la verità, dubitava che Ciena si fosse presa anche soltanto tre
giorni di congedo da quando si erano lasciati.
Se Thane fosse mai tornato su Jelucan, avrebbe immaginato la
piccola Ciena che solcava i cieli a bordo di qualche piccola
navetta. I sentieri montuosi gli avrebbero ricordato di quando

198
avevano trovato la grotta che, in seguito, sarebbe diventata la loro
Fortezza. E Valentia non sarebbe mai stata una città qualunque,
per lui; sarebbe sempre stato il posto in cui avevano trascorso
insieme la notte, prima di lasciarsi per sempre.
Ormai è passato un sacco di tempo, si disse con decisione.
Dovresti averlo superato.
Era una menzogna. Non si dimentica mai il primo amore,
specialmente se è anche la tua migliore amica. Thane, tuttavia,
aveva pensato che col tempo avrebbe fatto meno male, rispetto a
quella terribile mattina a Valentia.
Fin lì si era sbagliato di grosso.

Zeitooine era un pianeta gelido; non era intrappolato in un


inverno perpetuo come tanti altri, ma era così freddo che quando
Thane e i suoi compagni sbarcarono furono investiti da un
terribile gelo. Lo spazioporto era ai margini della città, perciò in
lontananza riuscì a scorgere gli alberi caduchi della foresta. Ogni
suo respiro si condensava sotto forma di nuvolette.
"In questi casi fa comodo avere una bella pelliccia",
commentò Brill, il loro ingegnere tarsunt che si era tinta il manto
di rosa. "Non so proprio come facciate voi umani".
"A volte me lo chiedo anch'io". Thane si sollevò il colletto
della giacca. "Facciamo alla svelta, dai".
Methwat Tann, l'ufficiale ithoriano addetto alla
manutenzione, borbottò forte. Si era avvolto l'enorme testa
ricurva in una pesante sciarpa che Lohgarra aveva cucito apposta
per lui, eppure tremava lo stesso per il freddo.
La loro missione era piuttosto semplice: dovevano consegnare
un carico di droidi da costruzione. Thane aiutò Methwat e Brill a
scaricarli, poi si addentrò nello spazioporto in cerca di un

199
venditore di componenti usati. Di solito ce n'erano sempre
almeno un paio nei dintorni. Dopo pochi minuti, però, dovette
prendere il coraggio di chiedere a un passante, il quale gli indicò
il negozio più vicino, a soli dieci minuti a piedi. Thane corrugò la
fronte, gettò un'occhiata al crono e decise di fare un tentativo.
Meglio far tardi e beccarsi una strigliata, che tornare a mani vuote
e dover lavorare ancora su quella stramaledetta cella energetica
mezza rotta.
E così attraversò la città a passo svelto, finché non giunse in
una piazzetta affollata... e si fermò. Nessuno stava più
camminando. Anzi, nessuno muoveva più neppure un muscolo, e
si accorse subito del motivo.
"Siete in arresto", annunciò il capitano in tono annoiato,
circondato da una decina di assaltatori imperiali che stavano
puntando i blaster contro i presenti per tenerli a distanza, mentre
i loro commilitoni trascinavano alcune persone fuori da una casa.
Un'intera famiglia, dedusse Thane con un sussulto. Una
ragazzina di non più di tredici anni piangeva disperata mentre un
assaltatore la trascinava per i capelli così in fretta da non darle
nemmeno la possibilità di camminare.
"Vi prego", supplicò la madre, inginocchiandosi davanti al
capitano. "Pagheremo le tasse... potete vendere la nostra casa,
tutte le nostre cose..."
Il capitano sbuffò. "La ripetuta violazione delle leggi contro
le pubblicazioni indipendenti è punibile con il carcere a vita".
Un altro assaltatore uscì dalla casa stringendo sotto il braccio
una bimba ancora più piccola che non doveva avere più di cinque
anni. La bambina non piangeva: era troppo spaventata per farlo.
Si limitava a fissare i passanti con gli occhi sgranati, come se
sperasse che qualcuno si facesse avanti per aiutarli.
Nessuno fece nulla. I blaster degli assaltatori avevano messo

200
le cose bene in chiaro.
Meno di un anno fa, li ho visti picchiare degli schiavi, pensò
Thane, rammentandosi di quando solcava il cielo di Kerev Doi a
bordo del suo caccia TIE per spaventare gli abitanti.
La madre continuava a supplicare gli Imperiali. "Lasciate stare
i miei figli. Prendete mio marito e me, è stata colpa nostra. I
bambini non c'entrano niente. Perché avrebbero..."
Le parole le morirono in gola quando il capitano la colpì al
viso col calcio del fucile. La donna crollò a terra, in lacrime,
mentre un altro assaltatore provvedeva ad ammanettarla.
Fai qualcosa! Ma Thane era impotente. Non avrebbe risolto
granché contro così tanti uomini armati. Non poteva neppure
protestare. Avendo disertato la Flotta Imperiale, non poteva
permettersi di attirare l'attenzione o fare un passo falso. Si era
rinchiuso da solo in una gabbia invisibile.
Nauseato, girò i tacchi e tornò allo spazioporto. Brill lo vide
avvicinarsi al Moa. "Ehi! Hai preso la cella energetica?"
"Erano troppo care, va bene?", sbottò Thane.
"Scusa se ho chiesto", farfugliò Brill alle sue spalle.
Quello era un pessimo modo di farsi dei nuovi amici. Thane,
dal canto suo, di amici non ne voleva affatto. Voleva soltanto
chiudersi nella sua cabina, spegnere le luci e dimenticare tutto
quello che aveva visto e che era stato.

Ciena stava studiando quel panorama su Ivarujar pensando che


fosse l'inferno.
In lontananza, il vulcano continuava a vomitare cenere
nell'aria, e ormai era chiaro che ci sarebbero voluti anni prima di
rivedere il cielo. Il magma brillava arancione e minaccioso
all'orizzonte; la capitale era stata già sommersa del tutto. Col

201
quadrinocolo premuto contro gli occhi, Ciena scorse gli edifici
che si annerivano e crollavano, ridotti in cenere dal semplice
calore.
Essendo la nave più vicina nel settore, il Devastator aveva
inviato diverse navette per evacuare la guarnigione imperiale su
Ivarujar. La loro navetta era stata danneggiata dalla prima
eruzione, e così erano rimasti bloccati; se non li avessero
raggiunti alla svelta, per loro sarebbe finita. Ciena era stata messa
al comando della navetta più vicina al vulcano. Non era stato
facile, ma l'esperienza l'aveva rafforzata. Non che le dispiacesse la
plancia dello Star Destroyer... ma era da tanto tempo che non
posava i piedi per terra.
"Abbiamo un contatto visivo, capitano Ree", annunciò
l'assaltatore ai comandi della navetta. Ciena distolse lo sguardo
dall'oblò per guardare l'immagine degli assaltatori riuniti sul tetto
di un edificio. Erano in formazione, rigidi e immobili, in attesa
dei soccorsi, ma il caldo doveva già essere insostenibile.
"Ottimo lavoro", commentò. "Avvicinati".
Il pilota esitò, quindi controllò di nuovo la strumentazione.
Ciena sapeva perché era titubante; il caldo intenso stava
appiccando degli incendi, generando turbolenze e venti sferzanti
che avrebbero potuto destabilizzare navi persino più grandi della
loro.
A volte il vento si comporta in modo strano, in montagna.
"Ci penso io", disse Ciena, ordinandogli di lasciarle il posto.
"So pilotare questa navetta, signora..."
"Lo so benissimo, ma tu hai la forza per trasportare a bordo i
feriti, mentre io no". Be', non più di un paio, almeno.
Rassicurato che non sarebbe stato denunciato per codardia, il
pilota si unì agli altri assaltatori dietro. Ciena scese verso la
superficie, volando tra i palazzi mentre la lava divorava quelle

202
che un tempo erano state delle normalissime strade. Il bagliore
rossastro e infernale stonava col cielo nero sopra di loro. Era una
rotta difficile, ma Ciena riuscì a stabilizzare la navetta lo stesso.
Che pezzo di ferraglia, pensò, desiderando per qualche
attimo di avere il controllo di una navetta molto più agile.
L'importante, però, era che quella nave fosse in grado di resistere
al calore.
Ciena atterrò sul tetto della guarnigione, e non appena
aprirono il portello gli assaltatori confluirono all'interno della
navetta. La cenere vulcanica aveva ingrigito le loro corazze; molti
di loro barcollavano e tossivano. Sarebbero svenuti o morti nel
giro di mezz'ora. Ciena li ricordò in formazione -- disciplinati
fino all'ultimo -- e si sentì gonfiare il petto di orgoglio.
"Va bene", disse, e stava quasi per annunciare il decollo
quando notò un altro edificio in lontananza. Anche su quel tetto
si erano radunate delle persone, probabilmente degli abitanti di
Ivarujar che non erano riusciti a raggiungere in tempo la loro
navetta. Forse non c'erano stati abbastanza posti per tutti...
"Capitano?". Il pilota era tornato nella cabina di pilotaggio.
"Siamo pronti al decollo?"
"Sì", rispose. "Faremo un'altra fermata prima di tornare al
Devastator".
"Un'altra... fermata?"
Nessuno le aveva ordinato di salvare dei civili, ma d'altra
parte nessuno le aveva ordinato di non farlo. "Fate più spazio che
potete. Caricheremo qualche altro passeggero".
Quando Ciena decollò, avvertì subito le correnti d'aria
instabili intorno a lei. Mordendosi il labbro, volò più in alto che
poté per scendere verso il tetto solo all'ultimo momento possibile
ed evitare il peggio. Il vulcano ruggì nuovamente, facendo vibrare
l'intera nave; li avevano avvertiti che avrebbe potuto eruttare di

203
nuovo, e probabilmente sarebbe successo da un minuto all'altro.
Non hai il diritto di rischiare le vite di cui sei responsabile
per salvarne altre di cui non lo sei, pensò, rammentando i vecchi
insegnamenti dell'accademia. Ciena si scrollò quel pensiero di
dosso un attimo dopo. Le vite erano pur sempre vite... e poi era
sicura di farcela.
Atterrò sul tetto dell'altro edificio e uscì dalla cabina di
pilotaggio per aiutare i civili a salire a bordo. Quelli tossivano
ancora più forte degli assaltatori, poiché non indossavano elmi
dotati di respiratori, e alcuni di loro erano già svenuti. Ciena
prese in braccio un bambino, lo issò sulla nave e poi tese una
mano verso suo padre. Intorno a lei, gli assaltatori la imitarono e
seguirono i suoi ordini come sempre.
Quando anche l'ultimo civile fu salito a bordo, la navetta era
ormai stipata forse persino oltre i suoi limiti. Ciena dovette farsi
largo fino alla cabina di pilotaggio, dove l'assaltatore incaricato
di pilotarla non ci stava provando neppure. "Con questo peso non
credo che possiamo..."
"Possiamo, eccome", replicò Ciena in un tono più sicuro di
quanto si sentisse veramente. La navetta era in grado di
trasportare quel peso, a scapito della manovrabilità... e quello era
un rischio gravissimo da correre, considerando le correnti d'aria
surriscaldata in ballo.
Ciena accese i motori alla massima potenza e decollò a tutta
velocità. La navetta dapprima sobbalzò così violentemente che
per poco lei non cadde dal sedile. Gli Ivarujariani nella stiva
piangevano per la paura. I palazzi ormai bruciavano come cerini.
Nel giro di pochi minuti sarebbe scoppiata una vera e propria
tempesta di fuoco... e la loro navetta rischiava di essere presa nel
mezzo.
Ciena puntò direttamente verso il cielo. Stavano salendo più

204
lentamente di quanto avrebbero dovuto, ma ci stavano riuscendo.
All'orizzonte le fiamme si erano alzate ancor di più e stavano
cominciando a vorticare in correnti cicloniche. Se ne avesse
incrociata anche soltanto una, sarebbero morti all'istante.
Ciena, comunque, rimase impassibile, e lottò contro i venti
terribili per conquistare ogni centimetro, finché non furono fuori
pericolo. Solo allora sospirò di sollievo, mentre gli assaltatori e i
civili dietro esultavano.
Chi avrebbe potuto biasimarla se si fosse lasciata scappare un
sorriso?
Il capitano Ronnadam, ovviamente.
"Eri stata incaricata di evacuare i soldati della guarnigione",
le disse, andando avanti e indietro nel suo ufficio a lunghi passi
mentre Ciena se ne stava sull'attenti con l'uniforme ancora sporca
di cenere. "Non i civili".
"I miei ordini non lo proibivano, signore".
Ronnadam socchiuse gli occhi. "Stai cercando una
scappatoia, Ree? Non te lo consiglio".
"No, signore! Cioè... ho reagito d'istinto, dato che non c'era
niente che potesse impedirmelo".
"Hai reagito d'istinto", ringhiò l'altro. "In altre parole, non hai
comunicato i tuoi piani ai tuoi superiori!"
Non c'era tempo. Voleva protestare, ma sapeva che sarebbe
stato inutile. "Mi dispiace, signore. Avrei dovuto comunicare le
mie intenzioni prima di agire. Non commetterò più lo stesso
errore".
"Lo spero bene". Ronnadam la squadrò da capo a piedi. "La
tua carriera è ancora immacolata, perciò la punizione sarà più
clemente: soltanto cinque settimane di turni doppi. La prossima
volta, però, non saremo altrettanto indulgenti".
"Non ci sarà una prossima volta, signore". E cinque settimane

205
di turni doppi erano un piccolo prezzo da pagare per aver salvato
quaranta vite.
Fuori dall'ufficio, Ciena sospirò di sollievo. Inizialmente si
era infuriata al pensiero che volessero punirla per aver salvato
delle vite... ma adesso si rendeva conto di aver semplicemente
scavalcato la catena di comando. Non che, salvando quelle
persone, avesse fatto qualcosa di male. L'Impero non glielo
avrebbe mai contestato.
E poi, non aveva mai volato così bene in vita sua. Se solo
avesse potuto raccontarlo a Thane. Ciena riusciva a immaginare la
sua espressione mentre gli descriveva quei tornado
fiammeggianti. Sarebbe morto di invidia per non esserci stato
anche lui.
Ormai anche le cose che la facevano sentire fiera di sé
perdevano qualunque significato se non poteva condividerle con
Thane.

206
CAPITOLO 14

Diciotto mesi dopo la Battaglia di Yavin

La stiva del Moa era piena di forniture mediche da consegnare


alla penisola meridionale del mega-continente di Oulanne dopo
che un potentissimo terremoto, appena un mese prima, aveva raso
al suolo praticamente ogni città. L'Impero, tuttavia, non aveva
inviato nessun soccorso, dato che un pianeta economicamente
poco importante come quello non meritava certo la sua
considerazione. Gli Oulanni più ricchi che vivevano su altri
pianeti avevano offerto il loro aiuto. Le forniture che stavano
trasportando non sarebbero bastate, ma era comunque un inizio, e
Thane sospettava fortemente che Lohgarra avesse deciso di
lavorare gratuitamente.
Stavano attraversando gli strati più alti dell'atmosfera quando
Thane controllò i sensori climatologici ed emise un fischio
sommesso. "Accidenti".
Lohgarra gli chiese di essere più specifico.
"C'è una tempesta fortissima. Un mega-uragano sta coprendo
un buon quarto dell'area di atterraggio".
JJH2 confermò i dati, trillando un avvertimento. Methwat
emise un vibrante grugnito preoccupato.
"Al peggio non c'è mai fine", commentò Brill, scuotendo
l'irsuta testa rosa.
"Vale anche per noi", aggiunse Thane. Solitamente le

207
tempeste non rappresentavano un gran problema per le astronavi
proprio perché queste ultime, essendo in grado di viaggiare nello
spazio, potevano reggere tranquillamente un po' di pioggia.
Il problema era che una nave sovraccarica come il Moa in
quel momento diventava più difficile da pilotare una volta
superata l'atmosfera, e i venti più forti rischiavano di sopraffare
gli stabilizzatori anche soltanto per quei pochi minuti che
sarebbero bastati a farla precipitare.
Avrebbero pur sempre potuto atterrare nello spazioporto più
vicino. In quel caso, però, si sarebbero trovati a migliaia di
chilometri di distanza dal luogo del disastro. Non sarebbero
riusciti a consegnare le forniture mediche nel momento del
bisogno.
E così, quando Lohgarra chiese a Thane se fosse in grado di
atterrare in quelle condizioni, il ragazzo non esitò neppure per un
istante. "Certo che posso", rispose.
Methwat gli rivolse uno sguardo turbato; era troppo educato
per dubitare di Thane, ma era evidente che il piano non gli
piaceva neanche un po'.
L'oscurità dello spazio si schiarì tramutandosi in un cielo
azzurro che si sarebbe rabbuiato di lì a poco. Sotto di loro
infuriava la tempesta; i cicloni vorticavano come i tentacoli di un
gigantesco mostro marino. Il vento prese a scuotere l'intera nave.
Lohgarra avvertì con un ruggito l'equipaggio di prepararsi alla
turbolenza. JJH2 inviò alla postazione di Thane tutti i dati
atmosferici che avrebbero potuto essergli utili.
"Spero che tu sappia cosa stai facendo, Kyrell", mormorò
Brill.
"Anch'io".
Thane si tuffò nell'occhio del ciclone, l'unica regione di calma
nella tempesta. Con le ampie ali bianche del Moa che si

208
stendevano sopra il mare mosso, lo schermo trasmise
un'immagine surreale: la luce del sole si rifletteva sulle acque
mentre la nave sfrecciava verso le nuvole nere sotto una pioggia
così fitta da nascondere completamente l'orizzonte.
Thane avrebbe saputo dai sensori tutto quello che c'era da
sapere. Allineò la nave, rallentò e si abbassò così tanto che si
poteva scorgere la schiuma delle onde del mare e i detriti che
stavano trasportando fino a riva.
Il Moa sussultò pericolosamente come se un pugno
gigantesco l'avesse colpito in pieno. Dannazione! Il vento era
molto più forte di quanto Thane avesse immaginato. "E dai",
bisbigliò mentre virava in modo che il vento li aiutasse invece di
ostacolarli. "Possiamo farcela".
"Parli con me o con la nave?", gli chiese Brill.
Thane non rispose. "Hai già impostato le coordinate
dell'hangar?", domandò invece.
Brill arruffò la pelliccia rosa. "Vuoi inserire la navigazione
automatica?". Lohgarra ringhiò incredula dalla sua postazione di
comando e JJH2 emise uno strillo terrorizzato.
"Non solo quella!". Ormai il Moa stava sobbalzando così
violentemente che Thane fu costretto a urlare per farsi sentire
sopra gli stridii e i lamenti dello scafo. "Questa nave è così
vecchia che abbiamo dovuto collegare i sistemi computerizzati di
una decina di astronavi diverse. Se attivassimo la navigazione
automatica, non si disattiverebbe comunque quella manuale. Le
useremo tutte allo stesso tempo".
Brill premette i tasti della sua console, eseguendo gli ordini
di Thane. "Ti rendi conto che se non riesci a sincronizzare i tuoi
movimenti con il navigatore automatico, per noi è la fine?"
"Ce la farò".
Thane avvertì l'attivazione del navigatore automatico. Fu

209
come se un altro pilota cercasse di strappargli di mano la barra di
comando.
Lui, però, aveva trascorso gran parte della sua infanzia a
volare insieme a un secondo pilota, e non ci si litigava il
comando di una nave: lo si costruiva insieme.
Il navigatore automatico era agganciato sul suo bersaglio e
ignorava completamente le condizioni atmosferiche, costringendo
Thane a virare e a stabilizzare la nave in modo da contrastare il
vento e mantenere la rotta stabilita. A un certo punto il distacco
tra i due sistemi di controllo fece sussultare la nave così forte che
persino il sempre pacato Methwat si lasciò sfuggire
un'imprecazione. Thane, comunque, riuscì a riprendere il
comando nel giro di pochi secondi.
Quando l'hangar apparve all'orizzonte, Thane sospirò di
sollievo. Attivò gli smorzatori -- rallentando mentre si abbassava
-- e fece atterrare il Moa senza troppi problemi.
Mentre Brill e Methwat prorompevano in un applauso, Thane
incrociò le mani dietro la testa come fosse stato un gioco da
ragazzi. "Ve l'avevo detto", disse. "Sono troppo bravo".
"Sei solo fortunato!", insistette Brill, rivolgendogli un gran
sorriso.
"E va bene, sono fortunato. Come volete".
Non ci avresti creduto neppure se l'avessi visto coi tuoi
occhi, immaginò di dire a Ciena. Però sono sicuro che se ci fossi
stata, e avessi preso il comando al posto mio, saremmo atterrati
anche meglio.
Thane continuava a pensare a tutto quello che un giorno
avrebbe potuto raccontarle, ben sapendo che quel momento non
sarebbe mai arrivato. Aveva provato a smetterla, ma non vi era
riuscito.
Lohgarra disse a Thane di essere molto fiera di lui e lo strinse

210
in un forte abbraccio. Dopodiché fece un gesto che i Wookiee
consideravano il più affettuoso di tutti: gli lisciò i capelli.
Thane sospirò mentre quella glieli scompigliava con
decisione. Non era così che si facevano le cose, nell'Impero.

Il giorno dopo, la tempesta si era allontanata e l'equipaggio del


Moa poté finalmente distribuire le forniture. Thane scoprì, con
sua grande sorpresa, che pochi giorni prima alcuni piloti avevano
già consegnato medicinali e razioni di emergenza, e così si ritrovò
a lavorare fianco a fianco con loro.
"Sei tu che hai fatto atterrare quella nave, ieri?", domandò il
loro capo. Aveva i capelli neri e probabilmente qualche anno più
di Thane. "Ci sai proprio fare".
"Grazie".
"Vi capita spesso di correre in aiuto dei pianeti in difficoltà?"
"Più o meno. È tutto merito di Lohgarra", rispose Thane,
mentre scaricavano le casse. "Però sono contento che lo faccia".
"Immagino che non ti paghi molto".
"Non mi è mai interessato il denaro".
"Su quali altri pianeti sei stato?"
Thane non rispose immediatamente. Se l'altro avesse
sospettato che era un disertore dell'Impero, avrebbe potuto
denunciarlo... tuttavia, non sarebbe stato facile parlare delle
avventure che aveva vissuto negli ultimi mesi senza esprimere le
sue opinioni.
Aveva sempre sospettato che l'Impero fosse marcio, ma non
aveva mai capito fino a che punto. La faccenda dei Bodach'i lo
aveva disturbato profondamente, e ora sapeva che quella era
soltanto una delle centinaia di specie che l'Impero aveva
sottomesso. Aveva portato il Mighty Oak su pianeti in cui i

211
minatori avevano scavato così tanto che si erano formati dei veri e
propri mari dove un tempo vi erano state città e fattorie. Aveva
abbassato lo sguardo su paesi ridotti in cenere dai cannoni laser
soltanto perché si erano azzardati a sfidare l'Impero.
"Su Zeitooine", disse Thane. "Su Dinwa Prime. E su Arieli.
Poco tempo fa sono stato anche su Ivera X". Aveva risposto in
tono pacato, ma in effetti aveva elencato i crimini di guerra
dell'Impero.
L'altro lo fissò negli occhi. "Devi averne viste di tutti i
colori".
"Già".
"Tu e io dovremmo fare una chiacchierata, una volta finito
qui. Anche io ho visitato quei pianeti. Mi piacerebbe sapere che
cosa ne pensi".
Vuole denunciarmi? Thane sapeva che era possibile, ma
l'istinto gli disse che non era così. Pertanto annuì lentamente.
"Perché no? Mi chiamo Thane Kyrell, a proposito".
L'uomo coi capelli neri sorrise e gli strinse la mano. "Io sono
Wedge Antilles".
I due finirono col condividere un paio di razioni nell'hangar.
Ormai il peggio era passato. La pioggia cadeva ancora fitta e
argentata, ma il vento era calato e le palme e gli alberi della
giungla oscillavano dolcemente. Il fruscio delle foglie e il
ticchettio delle gocce di pioggia sul tetto metallico erano ancora
sufficientemente forti da smorzare la loro conversazione, nel caso
in cui qualcuno avesse tentato di ficcanasare.
"Sei stato molto coraggioso a disertare in quel modo", osservò
Wedge.
Thane si strinse nelle spalle. "Ho prelevato i miei crediti e me
la sono svignata. Non credo si possa parlare di coraggio".
"Hai sfidato l'Impero da solo. Hai rinunciato alla vita e alla

212
carriera che ti eri costruito solo per tenere fede ai tuoi principi.
Sei stato coraggioso, eccome".
"Smettila di adularmi e vai dritto al punto".
Wedge Antilles gli rivolse uno sguardo severo; a quanto
pareva, non era abituato a non essere preso sul serio. Forse Thane
era stato un po' troppo brusco. E allora? Doveva scegliere
attentamente di chi fidarsi. Lohgarra e l'equipaggio del Moa si
erano meritati la sua fiducia; Ciena l'avrebbe sempre avuta, fino a
un certo punto, anche se non l'avesse rivista mai più.
Quel tipo, però, doveva vuotare il sacco.
"L'Alleanza Ribelle ha bisogno di piloti come te", disse allora
Wedge, come se nulla fosse.
I ribelli? Qui? Thane non si sarebbe mai sognato che
potessero esporsi tanto solo per aiutare un pianeta in difficoltà.
Eppure sapeva che Wedge stava dicendo la verità. "No, mi
dispiace".
"Tu odi l'Impero. È normale, dopo quello che hai visto".
"È vero", ammise Thane. "Ma non mi importa granché
neppure della Ribellione".
"Noi lottiamo per liberare la galassia..."
"Voi avete cominciato una guerra che ucciderà moltissime
persone".
Gli occhi scuri di Wedge avvamparono di rabbia. "È stato
Palpatine a cominciare la guerra. Noi saremo quelli che vi
porremo fine".
La sicurezza di quell'uomo era irritante. "Credete davvero di
poter vincere contro l'Impero? Devo proprio ammetterlo: avete del
fegato. Però vi state illudendo, se credete di poter affrontare e
sconfiggere la Flotta Imperiale".
"Abbiamo distrutto la Morte Nera, no? Sono bastati pochi
caccia! A quella missione ho partecipato anche io, e sono ancora

213
vivo. Non credo possa dirsi lo stesso per molti Imperiali".
"Stai parlando anche dei miei amici", replicò Thane a bassa
voce. Non era mai stato in confidenza con Jude Edivon, ma
ricordava bene che persona allegra e gentile fosse stata. Si
sarebbe meritata una vita molto più lunga, e una morte molto più
serena. E per quanto riguardava gli ufficiali che aveva cominciato
a conoscere, ragazzi come lui che avevano appena iniziato le loro
carriere militari... a volte i loro visi lo tormentavano in sogno,
impedendogli di dormire. "Senti, capisco le vostre ragioni. Lo so
che la Morte Nera doveva essere fermata. Non prendiamoci in
giro, però. Avete le mani sporche di sangue".
"Lo so", ammise Wedge. "Come hai detto tu, la Morte Nera
doveva essere fermata. E l'Impero deve essere distrutto. Siamo
disposti a sporcarci le mani, pur di riuscirci. Siamo disposti a
uccidere e a morire. Non è facile e non lo sarà mai, ma lascia che
ti dica una cosa, Kyrell: è molto più facile che stare a guardare
senza fare niente".
A Thane tornò in mente quel giorno su Zeitooine e quella
famiglia che aveva visto trascinare in prigione. Allora si era
sentito impotente, inutile. Finché fosse stato in fuga dall'Impero,
non avrebbe mai potuto intervenire, e non sarebbe mai riuscito a
proteggere nessuno.
A meno che non avesse avuto qualcuno dalla sua parte.

Quella sera -- dopo aver lavorato per ore, dopo aver parlato a
lungo con Wedge ed essersi scolato un paio di birre corelliane --
Thane fece ritorno al Moa. Raggiunse la sua cabina in silenzio,
dato che Methwat e Brill dormivano già. Lohgarra, tuttavia, era in
cambusa a trangugiare un'enorme fetta di formaggio.
"Ehi", fece Thane. "Non riesci a dormire?"

214
Lohgarra ammise di essersi svegliata con un languorino, poi
notò la sua aria preoccupata.
"Preoccupato è una parola grossa". Poteva contare sulle dita
di una mano le persone con cui avrebbe potuto confidarsi, ma
Lohgarra fortunatamente era tra quelle. "Hai presente il capitano
Antilles di quel gruppo, ehm, indipendente che abbiamo
incontrato ieri? Vorrebbe che partissi con loro".
La Wookiee replicò con un ringhio indignato. Quell'uomo
aveva osato ingaggiare il suo miglior pilota! Era inammissibile
che volesse approfittarsi di quella crisi. Lohgarra era disposta ad
aumentare il compenso di Thane, pur di tenerlo con sé...
"No, no, Lohgarra, non capisci". Thane abbassò la voce.
"Fanno parte della Ribellione".
Lohgarra tacque. Ma era per lo stupore o per il disprezzo?
Thane si sporse verso di lei, cercando di mettere ordine nei
suoi pensieri anche per se stesso. "Non mi è mai passato per la
mente di unirmi alla Ribellione. Lo sai che secondo me l'Impero è
marcio, ma alla fine credo che lo fosse anche la Vecchia
Repubblica. E sono sicuro che lo diventerebbe anche qualunque
governo futuro. Non ho fatto altro che ripetermelo. Quello che ho
visto negli ultimi mesi, però... non dipende soltanto dalla
corruzione. L'Impero distrugge i pianeti, schiavizza intere specie
e se ne infischia di chiunque sia sotto il suo dominio. Insomma,
considerando quanto è ricco Coruscant, com'è possibile che non
abbia aiutato questo pianeta?"
Lohgarra concordò che Oulanne aveva bisogno di aiuto.
"Esatto. L'Impero non ha fatto niente. I ribelli invece sì.
Quella gente sta combattendo una guerra, è sempre in fuga...
eppure ha rischiato la pelle per prestare soccorso". Per Thane non
aveva nessun senso. La gente non faceva mai la cosa giusta
neanche quando non correva nessun pericolo...

215
Eppure Ciena gli aveva insegnato che nella galassia c'erano
ancora degli idealisti.
"Conoscevo una ragazza che si chiamava Ciena e che era
convinta che l'Impero non avrebbe mai distrutto un altro pianeta,
se la Ribellione fosse stata sconfitta, solo perché era così buona e
onesta da non riconoscere il male neppure se ce l'aveva davanti
agli occhi. Perché avrebbero dovuto costruire una costosissima
stazione spaziale in grado di distruggere interi pianeti, se non
avevano intenzione di usarla? E se l'Impero è capace di tanto,
sono certo che non c'è nulla che non farebbe". Thane raddrizzò la
schiena e trasse un respiro profondo. "Io non lo so che cosa
potrebbe sostituire l'Impero. Non lo so se chi prenderà il potere
sarà migliore dell'Imperatore... ma peggiore di certo non potrà
essere. È impossibile. E se c'è qualcosa che posso fare per
contribuire ad abbattere l'Impero, forse sarebbe giusto che lo
facessi".
Dopo un lungo istante, Lohgarra rivelò che anche la sua
specie era stata schiavizzata dall'Impero. Kashyyyk era stato un
pianeta bellissimo, quando lei era più giovane. Adesso era
diventato un inferno. Le era difficile parlare della tragedia che
aveva colpito il suo pianeta d'origine, ma era certa che non
l'avrebbe mai dimenticata.
Thane non riusciva a immaginare la violenza che doveva
essere stata necessaria per sottomettere una specie fiera e potente
come quella dei Wookiee. "Mi stai dicendo che ti unirai alla
Ribellione anche tu?"
L'altra scosse la testa. Il Moa poteva a malapena trasportare
un carico pesante, figurarsi andare in battaglia... e per Brill e
Methwat non era soltanto un'astronave, ma anche la loro casa. La
decisione di unirsi alla Ribellione avrebbe dovuto essere
unanime, e Lohgarra era sicura che Thane sapesse quanto lei che i

216
loro compagni di viaggio non erano ancora pronti.
Era verissimo. Tuttavia... "Potremmo andare da qualche altra
parte e rimettere a nuovo la nave. Parliamone con loro. Nessuno
di noi vede l'Impero di buon occhio. Scommetto che si unirebbero
a noi nel giro di un paio di mesi".
Lohgarra ammise che era probabile. Dopo una breve pausa, la
Wookiee gli chiese se intendeva unirsi davvero alla Ribellione, o
se stava soltanto prendendo tempo.
Thane arrossì. "Io non sono un vigliacco".
La Wookiee si batté una possente mano sul petto. Lohgarra
sapeva che Thane era coraggioso. Tuttavia, sospettava che stesse
esitando per un altro motivo.
Thane aveva cercato di tenere per sé il passato e i suoi
sentimenti. Avrebbe dovuto immaginare che il suo capitano era
così intelligente da aver intuito la verità. "Il fatto è che io facevo
parte della Flotta Imperiale. Molti dei miei amici e dei miei
compagni di accademia sono ancora con l'Impero, compresa una
persona che... mi sta molto a cuore. In un certo senso, attaccare
l'Impero sarebbe come attaccare loro".
Lohgarra gli fece notare che anche loro, proprio come lui,
conoscevano bene i rischi della guerra, quando erano entrati nella
flotta stellare.
"Sì, lo so". Thane si appoggiò allo schienale scricchiolante
del sedile e trasse un respiro profondo. "È che la Ribellione...
insomma, lasciare l'Impero è una cosa, ma affrontarlo sarebbe
completamente diverso. I miei amici non me lo perdonerebbero
mai. Soprattutto la ragazza di cui ti parlavo, Ciena. Se lo
scoprisse, non riuscirebbe mai più a rivolgermi la parola. Anche
se è piuttosto improbabile che succeda, comunque".
Lohgarra gli disse, con un lamento sommesso, che la Forza
riusciva sempre a riunire le persone al momento giusto.

217
Ah, fantastico. La Forza. Dovrei fare affidamento sulla
magia in cui credevano i vecchi delle valli. Thane, però, non
disse nulla, consapevole di quanto fosse importante la fede di
Lohgarra. "Insomma, stai dicendo che dovrei partire perché la
Forza, prima o poi, ci farà rincontrare?"
La risposta fu un forte abbraccio che lo avvolse in una soffice
pelliccia bianca. Thane strinse Lohgarra a sua volta, mentre
quella si faceva promettere che avrebbe mangiato bene.
Thane non poté fare a meno di ridere. "Starò attento, te lo
prometto".
Lo sto facendo davvero, pensò, nonostante gli sembrasse
ancora assurdo. Combatterò contro l'Impero. Mi unirò
all'Alleanza Ribelle.

218
CAPITOLO 15

"Il tuo servizio in questi ultimi due anni è stato impeccabile,


capitano Ree".
Ciena era sull'attenti davanti all'ammiraglio Ozzel, le braccia
immobili lungo i fianchi. I sottufficiali non dovevano mai
incrociare lo sguardo dei loro superiori durante le valutazioni,
perciò Ciena stava fissando con decisione la paratia metallica alle
spalle dell'ammiraglio.
"Ti sei offerta spesso volontaria per i turni straordinari o per
addestrare i nuovi ufficiali a bordo dello Star Destroyer. Eccezion
fatta per lo sfortunato caso di Ivarujar, non sei mai stata punita o
richiamata... e il fatto che tu non abbia commesso altri errori non
mi è certo sfuggito. Non sei mai stata ripresa neppure sulle
condizioni della tua uniforme".
Ciena nascondeva ancora nella piccola borsa di stoffa il
braccialetto di cuoio di Wynnet. Il regolamento non le vietava
certo di portare qualcosa in tasca.
"Sei stata trasferita dal Devastator all'Executor su richiesta di
Lord Vader in persona. Un grande onore, senza dubbio".
Ciena non disse nulla. Era convinta che la richiesta di Vader
fosse stata più una minaccia che un premio. In fondo lo aveva
visto alla deriva nello spazio, più impotente che mai, e Vader non
avrebbe mai voluto che qualcuno lo credesse vulnerabile. Ecco
perché aveva voluto che Ciena ricordasse che lei invece lo era
eccome.
"Nonostante i tuoi gradi, hai continuato a utilizzare il

219
simulatore di volo dei caccia TIE per affinare le tue qualità di
pilota", proseguì Ozzel.
Ciena decise di intervenire. "Non si sa mai quando potrebbe
presentarsi una crisi, signore".
Senza contare che adorava volare e che a volte sognava di
sfrecciare nelle gole di Jelucan per tutta la notte insieme a Thane.
Dopotutto, il regolamento non le vietava di amare il suo lavoro...
o di ricordare quel che aveva perduto.
"Ben detto". L'ammiraglio Ozzel abbozzò un raro sorriso. "In
altre parole, capitano Ree, le tue prestazioni a bordo
dell'Executor hanno superato ogni nostra più rosea aspettativa.
Continua così e presto sarai promossa a comandante".
Comandante. L'idea di una promozione non la rallegrava più
come avrebbe fatto tre anni prima, ma era comunque bello sapere
di aver svolto il suo incarico così bene. Benché le promozioni
piovessero letteralmente da quando la Morte Nera era stata
distrutta, diventare comandante in meno di cinque anni era senza
alcun dubbio un traguardo notevole. "Sì, signore. Grazie,
signore".
In seguito, mentre percorreva i corridoi scuri e metallici
dell'Executor, Ciena si ritrovò a pensare alla sua probabile
promozione. Avrebbe dovuto essere un buon motivo per
festeggiare; avrebbe dovuto raccontarlo subito a Nash e Berisse,
invitandoli a bere qualcosa insieme quella sera stessa. Invece i
complimenti del suo superiore non avevano fatto altro che
ricordarle che aveva deluso l'Impero già una volta, quando aveva
mentito per proteggere un amico.
Peggio ancora, Ciena sapeva che se avesse dovuto compiere
di nuovo quella scelta, avrebbe sicuramente preso le parti di
Thane.
Mentre percorreva uno dei ponti di osservazione, si volse a

220
guardare le stelle e si domandò dove potesse essere Thane.
Sicuramente aveva lasciato Jelucan, come gli aveva intimato di
fare lei stessa. Il loro pianeta d'origine era diventato un posto
pericoloso, per lui; quelle serpi della sua famiglia non ci
avrebbero pensato due volte a consegnarlo per raggranellare
qualche credito. Nonostante ciò, il ricordo dell'ultima volta che
aveva visto Thane continuava a perseguitarla: squattrinato in una
camera da quattro soldi sopra un locale malfamato di Valentia, gli
occhi azzurri vuoti e preoccupati.
Piantala, si disse. Thane è in gamba. È un pilota di grande
talento. A quest'ora avrà già trovato un lavoro e un bel posto in
cui vivere. Probabilmente è felice.
Non sei così meschina da augurarti che Thane non riesca a
vivere una bella vita senza di te, vero?
Ciena raddrizzò la schiena e si lisciò la giacca dell'uniforme.
La sagoma scura che vedeva riflessa sull'oblò, con le stelle a fare
da sfondo, era di nuovo quella di un perfetto ufficiale dell'Impero.
Ormai era da tempo che non svolgeva le sue mansioni in modo
impeccabile solo per onorare il suo giuramento. Per lei era anche
un modo di pagare il prezzo della libertà di Thane. E nessuno
avrebbe mai potuto affermare che non l'avesse pagato fino in
fondo.
Lo so, dirò a mamma e papà che potrei ricevere una
promozione. Molti ufficiali contattavano raramente le loro
famiglie proprio per dimostrare la loro devozione nei confronti
dell'Impero, ma Ciena sospettava che fosse più facile per chi era
nato sui pianeti del Nucleo, dato che riusciva a rivedere le
proprie famiglie più di una volta ogni cinque anni. Lei
comunicava coi suoi almeno una volta ogni dieci giorni e gli
raccontava tutto, dalle partite di gravball alle barzellette di
Berisse. Quelle che si potevano ripetere, almeno.

221
L'unico argomento di cui non aveva mai parlato coi suoi
genitori era proprio Thane Kyrell. Ciena non voleva mentire a sua
madre e a suo padre, poiché sapeva che se ne sarebbero accorti
subito; e meno persone sospettavano di Thane, meglio era.
I suoi genitori sembravano sempre molto felici di ricevere i
suoi messaggi, specialmente sua madre. Ultimamente, però, Ciena
si era accorta che parlavano più della sua vita, che della loro. Sua
madre e suo padre non conoscevano né si interessavano più ai
pettegolezzi della valle. A volte parlavano del lavoro di
sovrintendente alla miniera di sua madre, ma col passare degli
anni il suo tono aveva smesso di essere orgoglioso ed era
diventato semplicemente esausto. Anche se probabilmente era
normale, Ciena se n'era accorta lo stesso... così come si era
accorta che suo padre parlava raramente della propria vita o della
situazione della valle...
"Eccoti", fece una voce calma ed educata. Ciena si voltò e
notò che il tenente Nash Windrider le stava andando incontro con
un lieve sorriso. Nei tre anni che erano passati dalla distruzione
di Alderaan, Nash aveva lentamente ripreso il suo vecchio
fascino. Non sarebbe mai stato più lo stesso, ovviamente... ma
Ciena non riusciva più a scorgere quelle tremende occhiaie che
all'inizio l'avevano tanto preoccupata. Sia Nash sia la sua amica
Berisse Sai erano stati trasferiti dal Devastator all'Executor
insieme a lei, quando Darth Vader aveva scelto la sua nuova nave
ammiraglia, ed erano stati assegnati allo stesso quadrante dello
Star Destroyer, perciò li incontrava spesso. "Ti stavo cercando,
Ciena".
"Perché? Si tratta del compleanno di Berisse?". Ciena
incrociò le braccia e lo guardò storto. "Non dirmi che le hai
rovinato la sorpresa".
"Dovresti fidarti di più sia della mia bravura nell'organizzare

222
delle feste a sorpresa, che per inciso è considerevole, sia del fatto
che so quando è il caso di richiamarti in plancia anche se non sei
di turno".
Ciena provò un brivido di entusiasmo e apprensione al tempo
stesso. "Che cosa succede?"
"Uno dei nostri droidi sonda ha rilevato un segnale molto
interessante sul pianeta ghiacciato di Hoth", rispose Nash in tono
soddisfatto. "Forse abbiamo localizzato la base dei ribelli".
Ciena si sentì mancare il respiro. "E li attacchiamo?"
Il sorriso di Nash si allargò. "Con ben cinque Star Destroyer
classe Imperial".
Ciena immaginò Jude che le rivolgeva un sorriso smagliante.
Finalmente avevano l'occasione di vendicarsi dei ribelli che
avevano distrutto la Morte Nera e assassinato la sua migliore
amica... nonché di schiacciare la Ribellione una volta per tutte.

Stavano riaprendo i portelli dell'hangar quando una folata di aria


gelida li investì in pieno. "Mi si stanno congelando i gioielli di
famiglia", borbottò Thane.
Il ragazzo che era con lui -- Dak Ralter -- scoppiò a ridere
mentre dissellava uno dei tauntaun. "Ci sono modi più facili per
cambiare sesso, sai?"
"Non ho mica detto che mi sta bene. Insomma... fa un freddo
pazzesco". Thane era cresciuto sulle montagne di Jelucan ed era
convinto di saper tollerare il freddo... ma Hoth era tutt'altra storia.
"Non parlarne. Non pensarci neppure", disse in tono risoluto
Dak. "Stringi bene i pantaloni e concentrati sulla missione".
"Lo so, lo so. Abbiamo stabilito la nostra base su questa
roccia ghiacciata perché all'Impero non verrebbe mai in mente di
controllarla. In fondo, chi sarebbe mai così matto di sottoporsi a

223
questo strazio?". Thane indicò con un ampio gesto le pareti
ghiacciate della base, il freddo polare che penetrava fin dentro le
ossa e l'odore pungente dei tauntaun che stavano sfamando.
"Sfido chiunque ad affermare che ci siamo uniti alla Ribellione
per divertimento".
"Non avrebbero motivo di dirlo!". A giudicare dalla sua
espressione sprezzante, pareva quasi che qualcuno li avesse
davvero accusati di starsela spassando. "E sarebbe meglio per
loro. Chiunque pensi che non dovremmo opporci all'Impero..."
"Datti una calmata. Stavo solo scherzando".
Dak scoccò a Thane un'occhiata severa, come per dire che
quella guerra era troppo importante per scherzarci sopra. Alcune
delle nuove reclute erano così idealiste che trascorrere del tempo
con loro faceva venire il latte alle ginocchia.
Almeno, era quello che dicevano i veterani. Thane era entrato
nella Ribellione ben tre settimane prima di Dak, ma gli sembrava
di avere vent'anni più di lui, invece di due soltanto. Thane non era
mai stato un idealista; aveva accettato la proposta di Wedge
Antilles non perché credesse che la Ribellione fosse il bene
assoluto, ma perché aveva capito che l'Impero era il male
assoluto. Nonostante ciò, persino per lui non fu facile adeguarsi.
Per quanto fosse piccolo il Moa, ogni membro dell'equipaggio
aveva la propria cabina, e nemmeno quando prestava servizio per
l'Impero aveva mai dovuto condividere una camera con più di
sette commilitoni. Lì, invece, Thane era costretto a dormire in
giganteschi bunker insieme a centinaia di persone, molte delle
quali russavano per giunta. Le razioni erano scarse, i pronostici
terribili e i rischi ancor più grandi di quanto Thane avesse
immaginato... e fino a quel momento non aveva partecipato
neppure a una di quelle epiche battaglie che si era aspettato.
Tutt'al più aveva compiuto delle spedizioni di rifornimento,

224
stando attento a evitare le pattuglie imperiali. Aveva aiutato a
costruire la base su Hoth. E ora si era ridotto a liberare le loro
cavalcature in modo che fuggissero prima dell'arrivo dell'Impero,
poiché a quanto pareva erano già stati localizzati da un droide
sonda.
E si erano appena insediati, oltretutto. Gli era persino venuto
in mente di chiedere ai comandanti dei ribelli come credevano di
vincere la guerra, se l'Impero riusciva a individuare le loro nuove
basi nel giro di un mese.
Thane superò con lo sguardo il tauntaun più vicino e osservò
la base nella sua interezza. I meccanici lavoravano febbrilmente ai
caccia coi saldatori che illuminavano fiocamente d'azzurro
l'hangar sudicio. La principessa Leia stava discutendo col
generale Rieekan, e Thane pensò che la gravità della situazione si
intuisse persino da quella distanza. Si erano incrociati nei
corridoi almeno un paio di volte e Leia non si era mai ricordata di
aver ballato con lui, tanto tempo prima. I droidi ronzavano di qua
e di là mentre il personale civile correva alla prima navetta
d'evacuazione, per la quale era già cominciato l'imbarco. Thane
sapeva che non era ancora il turno del suo gruppo, la squadriglia
Corona. Per il momento doveva soltanto liberare quei tauntaun
puzzolenti.
Dak interruppe i suoi pensieri. "Non riesco a credere che farò
da artigliere per Luke Skywalker. Quel tipo ha distrutto la Morte
Nera tutto da solo!"
"Gli serviva comunque un artigliere. Sei stato fortunato".
Thane, dal canto suo, era felice che non fosse toccato a lui. Sì,
Skywalker aveva dimostrato un coraggio incredibile e aveva
centrato un bersaglio quasi impossibile -- per il quale meritava
tutto il suo rispetto -- ma si era trattato di un atto di eroismo che
Thane preferiva ammirare da lontano.

225
"Si dice che speri di diventare un cavaliere Jedi proprio come
nelle leggende", proseguì Dak con l'aria trasognata di un
ragazzino che parlava della sua prima cotta. "Lo sai che ha una
vera spada laser? Ha addirittura imparato a usare la Forza dal
generale Kenobi, l'ultimo Jedi a essere vissuto!"
Thane si trattenne con tutte le sue forze dallo sbuffare. Basta
con queste fesserie sulla "Forza", pensò. Secondo lui bisognava
motivare i ribelli con la dura verità della minaccia imperiale, non
con quelle superstizioni religiose.
Fu allora che gli tornò in mente la voce di Ciena in modo così
chiaro che per un attimo gli parve quasi che gli stesse
sussurrando nell'orecchio. Non c'è nulla di strano nel credere in
qualcosa più grande di noi. È vero il contrario. Guarda quant'è
vasta la galassia. Devi ammettere che potremmo anche non
essere noi gli esseri più potenti dello spazio.
Glielo aveva detto pochi giorni prima che lasciassero Jelucan
per andare all'accademia imperiale. Thane era scoppiato a ridere
perché dubitava che fosse grazie alla Forza che erano andati
entrambi su Coruscant e rimasti insieme. Ormai persino Ciena
doveva essersi resa conto che non erano stati poi così fortunati.
Ma allora perché il ricordo di Ciena gli sembrava più reale
della persona con cui stava lavorando ad appena un metro di
distanza?
"Sbrighiamoci, dai. Non voglio andarmene e lasciare queste
povere bestie a morire di fame". Thane accarezzò il muso di un
tauntaun prima di sfilargli la cavezza. L'animale zampettò via, in
cerca di un branco a cui unirsi e di una tana in cui scaldarsi.
"Rieekan ha detto che dobbiamo togliere il disturbo prima di
sera, e io di certo non voglio restare su Hoth solo perché non
abbiamo liberato tutti i tauntaun in tempo".
"Scusa", fece Dak in tono così sincero che Thane si sentì

226
persino un po' in colpa.
"Comunque devi proprio aver fatto colpo su qualcuno, per
essere stato assegnato a Skywalker", aggiunse quindi in tono più
cordiale. "Non credo proprio che sceglierebbero un artigliere
qualsiasi".
"Dici sul serio?"
"Assolutamente sì".
Thane gettò uno sguardo a Dak e si accorse che il ragazzo
stava sorridendo. Dopodiché si occuparono degli ultimi due
tauntaun, e mentre gli animali correvano via sotto la neve,
lasciandosi alle spalle soltanto il loro tanfo...
Tutte le sirene della base cominciarono a suonare.
Il loro stridio echeggiò tra le mura ghiacciate; Thane trasalì e
la sella gli cadde di mano. "Cosa succede?", gridò Dak.
Per quanto fosse ingenuo, anche Dak conosceva già la
risposta, solo che non ci voleva credere. "L'Impero è arrivato
prima di quanto pensassimo!", gridò Thane. "Ci hanno trovato!"

Dopo la breve riunione presieduta dalla principessa Leia, Thane


ci mise appena quattro minuti a infilarsi la tuta di volo e a
raggiungere il suo snowspeeder. E quattro minuti erano pure
troppi.
"Porta su quel grosso sedere jelucano!", gridò Yendor, il
Twi'lek della squadriglia Corona che faceva da secondo pilota a
Thane. Aveva già indossato il suo casco speciale che gli lasciava
liberi i lekku azzurri. "Stanno arrivando parecchi camminatori
imperiali".
"Ho imparato a pilotarli in accademia", replicò Thane,
saltando sul sedile e abbassando il tettuccio mentre si infilava il
casco. "Li conosco come le mie tasche".

227
"Dimmi quel che sai". Yendor fece scattare gli interruttori per
preparare il velivolo al decollo.
"Sono i mezzi terrestri più corazzati di tutto l'Esercito
Imperiale".
"In pratica mi stai dicendo che non abbiamo scampo".
"Più o meno", fece Thane. "Mettiamola così: se abbiamo
distrutto la Morte Nera, allora l'Impero non possiede nulla che
non possiamo far fuori".
Yendor sganciò le ganasce. "Scopriamo se è vero".
Thane strinse la barra di comando e avvertì i motori che
prendevano vita sotto di lui. "Si parte".
Lo snowspeeder sfrecciò fuori dalla base, diretto verso la
battaglia. I raggi laser striavano il cielo grigio, mentre le navi dei
ribelli si sparpagliavano in tutte le direzioni per affrontare
l'esercito invasore... perché era di quello che si trattava. Non era
una semplice schermaglia. Stavano affrontando praticamente tutto
l'esercito terrestre dell'Impero. Quanti assaltatori artici avranno
schierato?, si domandò Thane. Probabilmente manderanno i
soldati armati di lanciafiamme a bruciare tutto quello che è
rimasto nella base... comprese le persone. Peggio ancora, Thane
riusciva già a scorgere i cinque camminatori AT-AT all'orizzonte.
Ciascuno di essi trasportava decine di soldati e un'infinità di
armi, per non parlare dei cannoni mortali montati sul muso.
Se i ribelli fossero riusciti a salire a bordo delle navette
d'evacuazione, non sarebbe importata la distanza percorsa da quei
camminatori. Anzi, se avessero distrutto almeno uno di quei
mostri, sarebbe stato già un bel traguardo.
"All'accademia ti hanno insegnato pure a superare le difese
dei camminatori?", chiese Yendor. "Perché i nostri blaster non
serviranno a nulla contro quei cosi".
Thane scese in picchiata e sorvolò la superficie ghiacciata,

228
sollevando degli spruzzi di neve tutt'intorno. "Non possono
essere completamente corazzati. Rifletti. Le zampe devono essere
vulnerabili come quelle di qualsiasi altra creatura".
"Ricevuto", replicò Yendor. "Miro alle articolazioni".
Lo snowspeeder sussultò a ogni colpo diretto contro i
camminatori e, più precisamente, le loro "caviglie". Anche se i
loro blaster non erano sufficientemente potenti per distruggere
quelle enormi zampe, forse sarebbero bastati ad allentarne i
bulloni e a mandare in corto i circuiti.
Possiamo destabilizzarli. Rallentarli. Dobbiamo riuscire a
coprire la fuga delle navette.
Ciascuna di quelle navette poteva trasportare quasi un
centinaio di soldati ribelli, praticamente il cuore della loro flotta.
Se l'Impero avesse vinto... per la Ribellione sarebbe stata
veramente la fine.
La mira di Yendor, però, era ferma e sicura. Il suo artigliere
continuava a colpire le articolazioni dell'AT-AT negli stessi,
identici punti, infliggendo il massimo danno possibile. Zumando
coi sensori, Thane si accorse che potevano distruggere una delle
zampe, e se ci fossero riusciti avrebbero fermato il camminatore
completamente.
"Continua così!", gridò a Yendor. "Mi avvicino!"
"Posso sparare anche da questa distanza, sai?", lo rimbrottò
scherzosamente l'altro mentre sparava un colpo dopo l'altro.
Erano ormai sotto il ventre del camminatore. Thane alzò lo
sguardo verso l'AT-AT; dapprima desiderò non averlo fatto, dato
che quei mostri sembravano già abbastanza grandi dall'interno,
ma dall'esterno riuscivano a oscurare interamente il cielo.
Non sono grossi come le montagne di Jelucan, si disse
tuttavia Thane. E tra quelle tu hai volato. Puoi farcela anche con
questi camminatori.

229
Così Thane accelerò finché il panorama ghiacciato non si fu
tramutato in una chiazza sfocata. Yendor continuava a sparare a
più non posso e con la massima precisione, mentre si
avvicinavano a tutta velocità, e ogni colpo provocava uno sbuffo
di fumo nero o una pioggia di scintille.
Ormai erano a duecento metri di distanza... poi cento
soltanto...
E allora Thane prese una decisione. All'ultimo secondo,
quando avrebbe potuto virare, non lo fece.
Yendor trasalì -- senza cessare il fuoco -- e Thane puntò lo
snowspeeder dritto contro i piedi dell'AT-AT. Pochi secondi prima
dell'impatto, piegò lo snowspeeder su un lato in modo da volare
perpendicolarmente alla superficie, sfrecciando tra le zampe
dell'AT-AT e sbucando dall'altra parte, ancora tutto d'un pezzo.
Lo stesso non si poteva dire per i piedi del camminatore,
ormai ridotti a un ammasso di lamiere fiammeggianti. Una delle
zampe si sollevò lasciando il piede a terra e rimase immobile:
l'AT-AT non avrebbe più fatto un solo passo.
"Dimmi che quella non era una manovra suicida", commentò
Yendor.
Thane scoppiò a ridere e virò per un secondo attacco. "A casa
mia passavo tra le stalattiti delle montagne nello stesso modo.
Non mi sono mai fatto un graffio".
"Ricordami di non salire più a bordo con te".
Mentre sfrecciava di nuovo verso la battaglia, Thane si
accorse che qualcun altro era riuscito ad abbattere un
camminatore, il quale giaceva a terra, in mezzo alla neve. La testa
gli scoppiò in quel preciso momento, sollevando pennacchi di
fumo nero sopra il terreno bianco. Immaginò di essere dentro
quel mostro: poco prima dell'esplosione doveva esserci stato così
caldo che gli assaltatori probabilmente erano bruciati vivi dentro

230
le loro corazze...
Proprio così, si disse con rabbia. Siamo combattendo per
ucciderli proprio come loro vogliono ammazzare noi. E meglio
loro che te.
"Abbiamo un messaggio del comandante Skywalker. Hanno
avvolto un cavo intorno alle zampe di un camminatore".
"Mi sembra un metodo più veloce", commentò Thane. "E ci
farebbe risparmiare energia".
"Senza contare che eviteremmo di fare un altro giro della
morte..."
"Quel giro della morte ci ha appena salvato la vita", ribatté
Thane mentre virava in direzione di un altro camminatore.
"Prepara il cavo".
Con lo snowspeeder che correva verso la battaglia, Thane
scorse una navetta attraversare l'atmosfera e prepararsi a saltare
nell'iperspazio. Forse sarebbero riusciti a fuggire, dopotutto.
Alcuni di loro, almeno. Gli snowspeeder si erano schiantati a
terra e il vento stava soffiando sulle ceneri che li circondavano. A
prescindere da quante navette fossero riuscite a scappare, la
Ribellione avrebbe perduto comunque tantissime navi e provviste.
E tutta la fatica che avevano fatto per costruire quella base
sarebbe stata sprecata. Alla fine, avrebbero dovuto girovagare di
nuovo per la galassia in cerca di qualche pianeta ancora meno
conosciuto e vivibile di Hoth... purché esistesse davvero. Chissà,
forse la Ribellione aveva un piano a lungo termine che avrebbe
reso meno importante quella battaglia, ma nel frattempo l'Impero
gliela stava facendo pagare cara.
Thane serrò i denti. La strategia della Ribellione non era affar
suo. Lui aveva un compito e uno soltanto: coprire la fuga delle
navette.
Per un po' si concentrò unicamente sui bersagli, cercando di

231
avvicinarsi il più possibile in modo che Yendor potesse mirare
con precisione. I soldati sotto il loro speeder sembravano soltanto
ombre, nonostante le loro corazze bianche da assaltatori artici si
confondessero con la superficie ghiacciata. Quando anche
l'ultimo camminatore crollò a terra, i ribelli esultarono coi loro
comunicatori. Thane alzò lo sguardo sul cielo cupo. E ora con
che cosa ci attaccheranno?
Ma non arrivò nient'altro. Non scesero altre navi imperiali. E
questo significava che se ne stavano sopra l'atmosfera ad
aspettare di abbattere i caccia dei ribelli uno dopo l'altro.
Quando anche l'ultima navetta sparì nel cielo, Thane e Yendor
riportarono il loro snowspeeder alla base. Avevano ancora pochi
minuti per raggiungere i loro caccia e decollare.
Tutto quello che Thane dovette fare fu uscire dall'atmosfera
del pianeta e saltare nell'iperspazio... ma prima avrebbe dovuto
superare i caccia TIE che gli stavano volando contro.
Dannazione! Se fosse decollato cinque minuti prima, i caccia
TIE non l'avrebbero neppure intercettato. Adesso avrebbe dovuto
conquistare la libertà a colpi di blaster.
I caccia TIE, però, non erano robusti come i camminatori.
Anzi, non proteggevano i loro piloti in nessun modo, ed era per
questo che i piloti dei TIE erano tanto ammirati dalla Flotta
Imperiale. Per pilotare quelle trappole mortali bisognava avere un
gran bel fegato.
Pur sapendolo, non fu facile abbattere i caccia, ma Thane lo
fece comunque. Quando uno dei suoi colpi attraversò uno dei
TIE, una pioggia di scintille verdi si diffuse nell'aria, e la navetta
precipitò vorticando verso la sua fine.
Thane aveva vissuto quell'esperienza col simulatore. Sapeva
bene come ci si sentiva.
Erano in guerra. Avevano scelto loro da che parte stare. E così

232
Thane accelerò verso lo spazio, ignorando i sensori che
trasmettevano i dati del caccia TIE che si schiantava in superficie.
Non appena lo spazio intorno all'Ala-X si fu scurito e i
sensori non ebbero rilevato altri caccia ostili, Thane impostò le
coordinate del punto d'incontro e si preparò al salto a velocità
luce. Solo in quegli ultimi istanti si accorse della Flotta Imperiale
ammassata alla sua sinistra. Era così imponente da risaltare
persino nell'oscurità dello spazio. Non c'era tempo per studiarla
nel dettaglio, e Thane colse soltanto un lampo argentato quando
le stelle si tramutarono in scie luminose e i suoi motori
ronzarono, scagliandolo nell'iperspazio.
Thane non riusciva a respirare. Sapeva che cosa aveva visto
all'ultimo momento: un Super Star Destroyer.
Quando me ne sono andato, Ciena era stata assegnata al
Devastator. Non l'avrebbero assegnata a un'altra nave più
piccola di uno Star Destroyer. Probabilmente non esce quasi più
di pattuglia coi caccia TIE, ma potrebbe essersi persino offerta
volontaria soltanto per divertirsi un po'.
Era assurdo. Considerando tutti gli Star Destroyer sotto il
controllo dell'Imperatore, quante probabilità c'erano che Ciena
fosse stata assegnata proprio a quello e in quel giorno in
particolare?
Tuttavia, per quanto fosse improbabile, era comunque
plausibile. E Thane, terrorizzato, si era appena reso conto che il
caccia TIE che aveva appena abbattuto avrebbe potuto essere
quello di Ciena. A bordo poteva esserci lei come qualunque altro
pilota della flotta. Nel secondo caso, Thane non si sarebbe
nemmeno curato di guardarlo morire.
Il problema era che non lo avrebbe mai saputo.

233
CAPITOLO 16

Il respiro metallico di Lord Vader echeggiava nella plancia


dell'Executor. Ciena sapeva benissimo che era meglio non alzare
lo sguardo o dare il minimo segno di essere consapevole della sua
presenza, benché fosse al livello superiore e soltanto a un paio di
metri di distanza. Anche se non credeva nella famigerata
vendicatività di Darth Vader, Ciena aveva ormai imparato che non
era il caso di attirare mai la sua attenzione. I suoi attacchi d'ira
erano diventati leggendari.
E in quel momento doveva essere molto scontento.
Com'era possibile che fossero riuscite a fuggire così tante
navi ribelli? Erano usciti dall'iperspazio in anticipo, ma questo
non avrebbe dovuto indebolire il loro attacco. La forza d'attacco
inviata dalla Flotta Imperiale sarebbe dovuta riuscire a paralizzare
le difese nemiche. Invece di vincere, però, si era fatta demolire tre
AT-AT, danneggiare pesantemente un quarto, e aveva perso decine
di caccia TIE e centinaia di assaltatori. In confronto, il gran
numero di vittime tra i ribelli era una misera consolazione.
Ciena decise che, più tardi, avrebbe riguardato le registrazioni
della battaglia di Hoth e avrebbe studiato approfonditamente le
tattiche dei ribelli. L'Impero possedeva un netto vantaggio in
termini di potenza di fuoco e personale umano. Quel giorno
avrebbero dovuto sferrare alla Ribellione il colpo di grazia, e
invece non avevano neppure vinto. Se i ribelli erano capaci di
sopravvivere a un attacco a sorpresa condotto da ben sei Star
Destroyer, allora bisognava dedurne che superavano l'Impero in

234
strategia. Solo analizzando le loro tattiche sarebbero riusciti a
ricavare le informazioni necessarie per vincere quella guerra
sanguinosa.
Per il momento, però, Ciena e tutti gli altri membri
dell'equipaggio a bordo dell'Executor avevano un obiettivo molto
più importante: catturare il Millennium Falcon.
Se qualcuno, in plancia, sapeva perché fosse tanto cruciale
mettere le mani su quel pezzo di ferraglia, si guardava bene dal
dirlo. Lord Vader aveva dato ordine di portare la nave a bordo e
prendere vivi i suoi passeggeri. E così, invece di limitarsi a
distruggere il Millennium Falcon -- cosa che sarebbe stata molto
più facile -- dovevano semplicemente raggiungerlo e agganciarlo.
Sfortunatamente, chiunque fosse ai comandi del Falcon era
un pilota eccezionale. Si era infilato in un campo di asteroidi e a
quanto pareva aveva preferito il suicidio alla cattura. Nessuna
nave di piccole dimensioni sarebbe stata in grado di uscire intatta
da un campo di asteroidi. Almeno la nave dei ribelli possedeva gli
scudi deflettori; i caccia TIE non potevano dire di avere lo stesso
lusso.
Nonostante ciò, avevano inviato quattro caccia TIE. "Ree,
occupati della navigazione ausiliaria", ordinò il capitano Piett
mentre Ciena si interrogava sul senso di quella missione suicida.
Provò un tuffo al cuore. "Sì, signore".
Ciena prese posto alla console del navigatore ausiliario e
controllò i quattro schermi che indicavano le coordinate e gli
obiettivi dei caccia TIE. Non sarebbe stata granché utile... ma
avrebbe fatto tutto il possibile per aiutare quei piloti. Muovendo
agilmente le dita, triangolò le posizioni dei caccia e del
Millennium Falcon, quindi si infilò le cuffie che le avrebbero
permesso di comunicare direttamente coi piloti. "O-L-Sette-Zero-
Uno, correggi la rotta a dritta di trentasette gradi verso il basso...

235
N-A-Otto-Uno-Uno, segui O-L-Sette-Zero-Uno verso l'alto..."
NA811 in realtà si chiamava Penrie; Ciena aveva scambiato
con lui due chiacchiere ogni tanto e sapeva che si era diplomato
presso l'accademia di Lothal. Aveva una risata contagiosa e
poiché si sbellicava per ogni battuta, in sua compagnia non si
faceva altro che ridere. "Affermativo", rispose Penrie, che aveva
un paio di anni più di Ciena ma sembrava decisamente più
giovane.
"C-R-Nove-Sette-Otto, cabra... cabra!". L'ordine di Ciena,
però, giunse troppo tardi, e uno dei caccia TIE svanì dalla griglia.
Uno dei piloti era morto sotto i suoi occhi. Basta così, per
favore.
"O-L-Sette-Zero-Uno, sto trasmettendo una nuova rotta al tuo
computer di navigazione..."
"Ricevuto".
"J-A-Uno-Otto-Nove, il tuo computer non riesce a
collegarsi..."
"Non posso...". Una scarica statica accompagnò la frenetica
rotazione del caccia TIE sullo schermo. "Uno dei motori si è
guastato! Non posso virare... mi serve il raggio traente..."
Una scarica statica ancora più forte fu seguita dal silenzio
mentre svaniva anche il caccia TIE di JA189.
Ciena si sentiva l'uniforme grigia tutta appiccicata alla pelle
per il sudore. Senza distogliere lo sguardo dalla griglia, continuò
a parlare con naturalezza. "O-L-Sette-Zero-Uno, N-A-Otto-Uno-
Uno, vi state avvicinando a uno degli asteroidi più grossi..."
"Pare che il bersaglio stia cercando un nascondiglio. Gli
stiamo addosso", replicò OL701. Ciena poteva sentire il respiro
di NA811, ma era troppo affannato, e troppo corto. Penrie aveva
appena visto morire due piloti.
"Signore, se il Millennium Falcon atterrasse su un asteroide

236
di grandi dimensioni, potremmo spazzarlo via coi cannoni laser",
disse al capitano Piett. "Elimineremmo tutti e due in un sol
colpo. Posso richiamare i caccia TIE?"
Piett rimase immobile, evidentemente in attesa del
contrordine di Lord Vader. Vader, tuttavia, non disse nulla.
Neppure si voltò. "Molto bene, Ree", concesse infine Piett.
Ciena si sentì riempire di speranza: avrebbe potuto salvare
almeno due piloti. "N-A-Otto-Uno-Uno, O-L-Sette-Zero-Uno,
interrompere l'inseguimento. Seguite la rotta per la ritirata più
sicura..."
"Si è infilato in una gola", replicò OL701. "Ci siamo
quasi..."
Ciena attese il rapporto di Penrie, ma quello gridò e basta... e
fu un suono orribile, interrotto troppo presto. In quel preciso
momento, anche gli ultimi due caccia TIE scomparvero
completamente dallo schermo.
Erano morti quattro piloti, e Ciena ne era in parte
responsabile. Piett l'avrebbe ripresa? E che cosa avrebbe fatto
Vader?
E se fosse stato vero quello che si diceva sulla fine che
facevano quelli che deludevano Vader?
Tuttavia, nessuno badò troppo a Ciena Ree. Piett e Vader si
comportarono come se non li avesse delusi. Come se quattro
ufficiali a loro leali non fossero appena morti invano. Ciena non
poté fare altro che tornare alla sua postazione per monitorare la
situazione.
"Perché non stanno attaccando gli asteroidi?", domandò in un
sussurro al comandante seduto dietro di lei.
"Non abbiamo la visuale. Il bersaglio potrebbe aver cambiato
rotta. Non riusciamo più a individuarlo coi sensori".
Ciena si sentì cogliere da un improvviso senso di nausea.

237
Quei quattro piloti erano morti senza alcun motivo. Nessuno
avrebbe mai più sentito ridere Penrie. Al corso di comando
dell'accademia, gli insegnanti avevano consigliato loro di non
pensare ai soldati come a delle persone, perché in quel caso
avrebbero finito con l'esitare e farsi sconfiggere. Potevano
proteggere i loro compagni solo se dimenticavano che erano
persone; dovevano considerarli come le pedine di un gioco molto
più complesso. Fino a quel momento, quella filosofia le era stata
di consolazione. Ora sapeva che non sarebbe mai riuscita a
metterla in pratica, a differenza di Vader e Piett.
Vader, dal canto suo, non doveva essere poi del tutto
indifferente, poiché -- con grande sorpresa di tutti -- ordinò
all'Executor di entrare nel campo di asteroidi.
La nave cominciò a sussultare a ogni impatto. Ciena trasalì
come se gli asteroidi le stessero ferendo il corpo. Nonostante
tutta la loro potenza di fuoco, gli Star Destroyer erano navi poco
maneggevoli. Quella manovra avrebbe comportato un'infinità di
danni. I meno gravi, per un Super Star Destroyer come l'Executor,
si sarebbero potuti tradurre nella distruzione di almeno un paio di
ponti, per un totale di qualche migliaio di metri... e nella morte di
tutto l'equipaggio che li occupava. Centinaia di ufficiali e di
assaltatori avrebbero perso la vita senza ragione, soltanto perché
Lord Vader voleva catturare a tutti i costi quella vecchia nave
arrugginita...
No, si ricordò severamente Ciena. Tutti i piloti che erano
morti quel giorno, tutti i rischi inutili che avevano corso, tutti i
danni che avevano subito...
Non sarebbe mai successo, se l'Alleanza Ribelle non avesse
cominciato quella guerra.

238
Alla fine del suo turno, Ciena si alzò in piedi e trasalì. Durante
l'inseguimento dei caccia TIE nel campo di asteroidi aveva
irrigidito ogni singolo muscolo a tal punto che ora le pareva di
aver corso per una trentina di chilometri. Quando fece per uscire,
e le porte scorrevoli si aprirono davanti a lei... si ritrovò davanti il
capitano Piett.
Ciena si mise subito sull'attenti, supponendo che il capitano
l'avrebbe ripresa come meritava.
"Oggi hai fatto un ottimo lavoro, capitano Ree", si limitò a
dire Piett.
"Ma...". Possibile che l'avesse scambiata per qualcun altro?
"Ho perso quattro piloti, signore".
"Non avevano scampo. Tu sei riuscita a tenerli in vita molto
più a lungo del previsto".
Piett si stava congratulando con lei. Da un certo punto di
vista, Ciena riusciva anche a capirlo, ma faceva male comunque.
"Grazie, capitano", fu tutto quello che riuscì a dire.
"Ah, sì. Tu non eri in plancia quando... be'...", Piett si fece
forza, "sono stato promosso ad ammiraglio con effetto immediato
e ho preso il comando al posto dell'ammiraglio Ozzel".
Che cos'è successo all'ammiraglio Ozzel? La domanda le
morì sulle labbra. Nella flotta stellare imperiale, a volte era
meglio convincersi di non conoscere la risposta. "Capisco,
ammiraglio. Congratulazioni".
Piett aveva un'espressione tutt'altro che felice. "È tutto, Ree".
Detto ciò, tornò in plancia e le porte scorrevoli si chiusero alle
sue spalle.
Ciena si sentiva troppo esausta per muoversi, e di fare
qualche ora in più proprio non se ne parlava. E così, invece di
tornarsene nella sua cabina, si sedette a una postazione di analisi
libera e caricò i filmati registrati durante la battaglia di Hoth cui

239
poteva accedere il personale con il suo livello di autorizzazione.
Ciena aveva tutta l'intenzione di studiarne ogni singolo secondo
finché non fosse riuscita a capire come una banda di ribelli male
armati fosse riuscita a scamparla contro la più grande forza
militare che la galassia avesse mai visto in azione.
Era davvero poi così arrogante, se era convinta di scoprire la
risposta che aveva eluso persino il genio strategico degli
ammiragli? No. Semmai, era disperata. Voleva che quella guerra
finisse -- aveva bisogno che finisse -- perché non ne poteva più
di quelle tattiche sanguinarie e spietate. Per quanto fosse forte,
per quanto fosse determinata ad andare fino in fondo, Ciena
sapeva che non sarebbe più riuscita a sopportare la futilità di
tutta quella morte.
Non che Penrie e io fossimo amici, ma sicuramente era
qualcosa di più che un semplice codice di identificazione.
Ricordo bene la sua risata e la voglia che aveva sul viso. Non
posso dimenticare che anche lui era un essere umano come me, e
che anche lui aveva una madre e un padre che speravano
tornasse a casa da loro. La verità sulla sua fine li annienterà, e
sono certa che distruggerebbe anche mia madre e mio padre, se
fossi io a morire in servizio. E sarebbe una tragedia soltanto. Se
moltiplichiamo quella sofferenza per i miliardi di persone che
sono già morte in questa guerra, diventa inconcepibile.
Quando Ciena parlava tra sé, immaginava sempre di farlo con
la stessa persona. Se solo fosse riuscita a parlare con Thane... Lui
avrebbe saputo come consigliarla, come confortarla. E anche se
non fosse riuscito a risolvere tutti i suoi problemi, avrebbe potuto
sempre stringerla tra le sue braccia finché il peggio non fosse
passato. A volte Ciena non riusciva neppure ad addormentarsi
senza ricordare quella notte che Thane e lei avevano trascorso
insieme. E non si trattava del sesso (be', non solo di quello) ma di

240
quello che era venuto dopo, del modo in cui Thane l'aveva
abbracciata e le aveva dolcemente baciato i capelli. Ciena non
riusciva a ricordare di essersi mai sentita tanto in pace come
allora.
Ora concentrati, si disse. Ciena cominciò a esaminare i
filmati di Hoth, prendendo appunti sul suo datapad. Hanno
abbandonato gli snowspeeder... il che significa che hanno perso
delle navi e delle risorse preziose, quando sono fuggiti. Sarebbe
possibile inseguirli finché non esauriranno del tutto quelle
risorse? Una guerra di logoramento? Il filmato successivo
mostrava i cannoni laser dei ribelli. I loro armamentari erano più
o meno al livello di quelli dell'Impero, però... I soldati ribelli non
sembrano indossare delle corazze protettive adeguate. Le loro
armi espellono dei frammenti: che siano microdroidi
affilatissimi?
Il filmato seguente mostrava la distruzione dei camminatori
imperiali. Ciena dovette trattenersi dallo sbuffare quando notò
quanto fosse stato facile agganciare il primo AT-AT e abbatterlo
col cavo. Doveva sicuramente esserci un modo per difendere i
camminatori da quella strategia. Il secondo AT-AT parve esplodere
dall'interno, il che suggeriva che fosse stato colpa più degli
Imperiali che dei ribelli. Malfunzionamento? Sabotaggio?,
scrisse sul datapad. Un altro camminatore era stato sconfitto da
un pilota ribelle che sembrava conoscere i suoi punti deboli...
Ciena impallidì. I trilli e i ronzii dei computer tutt'intorno a
lei si tramutarono in rumore bianco. Lo stupore e lo sdegno la
investirono come un terremoto e le sue scosse d'assestamento.
Ciena scrollò la testa. Devo averlo immaginato. Per forza. È
impossibile.
Fece ripartire il filmato da capo e lo studiò di nuovo
attentamente. No, non se l'era immaginato. Lo snowspeeder aveva

241
puntato proprio le articolazioni inferiori delle zampe del
camminatore, sfrecciando verso di esso a velocità suicida... e poi,
all'ultimo momento, si era inclinato per fuggire attraverso lo
spazio tra le zampe.
Proprio come quando volavano tra le stalattiti di Jelucan.
Qualunque pilota della galassia poteva aver imparato quella
manovra. Ciena lo sapeva benissimo. Il che non cambiava il fatto
che fosse altrettanto sicura di quello che aveva appena visto.
Thane Kyrell si era unito alla Ribellione.

242
CAPITOLO 17

Thane si mosse in maniera meccanica e automatica, proprio come


il suo droide astromeccanico: raggiunse il punto d'incontro, inserì
i codici per conoscere il punto d'incontro successivo, saltò di
nuovo nell'iperspazio e infine raggiunse la loro nuova nave
ammiraglia, l'incrociatore mon calamari chiamato Liberty.
Il Liberty era molto più grande e sofisticato di tutte le altre
astronavi nella variegata flotta ribelle, ma era stato progettato per
i Mon Calamari, non per gli umani. Di conseguenza, la
temperatura era molto più alta e l'umidità era così intensa che a
Thane si raggrinzì la pelle nel giro di pochi minuti.
Thane decise che era meglio trovare qualcosa da fare per non
pensarci. E comunque aveva bisogno di distrarsi: continuava a
rivedere quel caccia TIE che precipitava, immaginando che Ciena
stesse morendo al suo interno... e doveva trovare un modo per
darci un taglio.
Prima di tutto, andò a cercare i suoi amici. Wedge gli diede
una gran pacca sulla schiena, e Thane abbozzò un sorriso mentre
si congratulavano a vicenda per i camminatori che avevano
abbattuto. Wedge, però, si rabbuiò quando Thane gli chiese di
Dak Ralter. "Dak è morto in battaglia", rispose l'altro. "Il suo
snowspeeder è stato colpito. È sopravvissuto solo Skywalker".
Soltanto poche ore prima, Thane si era preso gioco
dell'ammirazione che Dak nutriva nei confronti di Luke
Skywalker. Adesso il corpo di Dak giaceva abbandonato su Hoth
dopo che un AT-AT lo aveva schiacciato.

243
Quel ragazzo non doveva aver avuto neppure diciannove anni.
"Se ti può consolare, Luke ha detto che Dak è morto sul
colpo", disse Wedge, scrutando l'espressione di Thane. "Non ha
sentito niente".
"Se mi può consolare", ripeté Thane. "Come no".
Wedge sembrò sul punto di aggiungere qualcos'altro, ma
Thane non volle saperne, e così girò i tacchi e attraversò l'hangar,
studiando la scena come se non l'avesse mai vista prima. I piloti
ridevano e scherzavano perché era così che si affrontava un
pericolo mortale: facendo finta che non esistesse. Solo pochi
ribelli davano l'impressione di essere veramente addolorati o
sconvolti.
Probabilmente anche loro stavano immaginando le stesse,
terribili scene che si ripetevano nella mente di Thane: Ciena e
Dak, morti entrambi, i loro corpi spezzati che giacevano sulla
superficie ghiacciata di Hoth. Presto la neve li avrebbe sepolti, e
nessuno li avrebbe mai più rivisti.
"Ehi, come va?", gli chiese Yendor, sopraggiungendo con i
lekku azzurri che gli penzolavano dietro la schiena.
"Sto bene".
"Se è così che stai bene, sono proprio curioso di vedere
quando stai male".
"Dak Ralter è morto".
"Mi dispiace", disse Yendor. "Era un bravo ragazzo".
"Già".
"Non sapevo foste amici".
"Non lo eravamo". Il problema non è Dak. Oggi potrei aver
ucciso Ciena -- mi rendo conto che sicuramente non era lei, ma
avrebbe potuto essere lei e io non lo avrei mai saputo...
"Lasciamo perdere, va bene?"
Yendor era abbastanza sveglio da capire quando cambiare

244
argomento. "D'accordo. Vuoi darmi una mano con
l'equipaggiamento delle nuove reclute? Ne stavamo aspettando
una ventina su Hoth, quando è scattato l'allarme".
"Certo", disse Thane. Almeno si sarebbe tenuto impegnato.
Mentre consegnava i caschi, i blaster e i comunicatori alle
nuove reclute, Thane ebbe una bella sorpresa. "Guarda un po' che
cosa hanno portato i gundark", fece Kendy Idele con un gran
sorriso. Aveva raccolto i capelli verde scuro in una lunga treccia
che spioveva sopra la tuta di volo bianca, eccezion fatta per
qualche ciuffo che le sporgeva sopra la fronte sudata. "Thane
Kyrell. Non pensavo che ti avrei rincontrato qui".
"Kendy. Credevo che saresti rimasta nella Flotta Imperiale a
vita".
"Si vede che non mi conosci bene". Kendy rise di cuore;
sembrava più felice di averlo rivisto di quanto non lo fosse lui. In
un certo senso, era bello essersi ritrovati. Non erano mai stati in
confidenza, ai tempi dell'accademia, ma Thane l'aveva sempre
ammirata. In particolare, ricordava ancora quanto fosse letale al
poligono di tiro e come riuscisse a colpire tre bersagli al secondo
col suo blaster. La Ribellione aveva proprio bisogno di qualcuno
che sapesse sparare come lei.
Tuttavia, Kendy era stata una delle compagne di stanza di
Ciena, nonché una delle sue migliori amiche. Thane non riusciva
neppure a guardarla senza immaginare Ciena al suo fianco.
La giornata trascorse senza eventi di particolare rilievo;
Thane si limitò a trascrivere nomi, a consegnare
l'equipaggiamento e a sudare come un matto. Il centro di
comando della base Eco era stato attaccato, perciò avevano preso
il sopravvento il caos e l'incertezza. A quanto pareva, erano
scomparse svariate persone di una certa importanza. Luke
Skywalker non si era fatto vivo al punto d'incontro, e in più era

245
sparito anche il Millennium Falcon con la principessa Leia
Organa a bordo. Il generale Rieekan aveva convocato una
riunione di emergenza con gli ufficiali della sua flotta, Wedge
compreso, perciò tutti gli altri avevano dovuto riparare i loro
caccia, rimettere in ordine l'equipaggiamento e attendere nuovi
ordini e le coordinate della loro prossima destinazione.
Ecco perché nessuno si sorprese quando uno dei loro piloti
accennò al fatto che avevano distillato un liquore di bassa
qualità.
Solitamente era vietato bere alcoolici, ma i loro superiori
chiudevano un occhio se la loro distillazione e consumazione non
interferivano col lavoro. Per almeno un paio di giorni sarebbero
stati al sicuro, per quanto potesse essere al sicuro un esercito di
ribelli: del resto, se la Flotta Imperiale avesse scoperto il loro
punto d'incontro, li avrebbe subito attaccati. Ogni buon ufficiale
sapeva che i suoi soldati avevano bisogno di rilassarsi,
soprattutto dopo una battaglia difficile, e così nessuno disse
nulla quando cominciarono a passarsi i boccali di mano in mano.
Thane svuotò il primo così velocemente che gli si
inumidirono gli occhi. Qualunque cosa fosse quell'intruglio, di
sicuro non era "dolce". Nonostante ciò, appena finito di tossire
era già pronto a farsene versare un altro boccale.
"Ci stai andando giù pesante", notò Yendor perplesso, con un
lek che fremeva.
"E perché no?", replicò Thane, senza incrociare lo sguardo
dell'altro.
Non era mica la prima volta che beveva. Si era già fatto un
paio di bicchierini, di tanto in tanto, e non gli dispiaceva la birra.
Col tempo, aveva anche imparato ad apprezzare il vino andoano.
D'altra parte, non gli era mai piaciuto bere troppo neppure
quando viveva su Jelucan, da piccolo, e i suoi compagni di scuola

246
passavano le serate di festa a ubriacarsi.
La prima volta che si era preso una sbronza era stato una sera,
nella Fortezza, quando Ciena aveva portato una fiaschetta di vino
della valle che aveva rubato e nascosto sotto gli indumenti. Non
avevano più di quattordici anni. Quella roba densa e dolciastra
non gli era piaciuta per niente, e avevano finito col buttarla quasi
tutta. Ciena aveva risciacquato la fiaschetta, ridendo a crepapelle,
le labbra carnose macchiate di vino, e aveva detto che sarebbe
stato meglio non sentirne più neanche l'odore...
Ciena. Sempre e solo Ciena. Chissà se Thane possedeva
anche soltanto un ricordo importante senza Ciena? Se si fosse
ubriacato fradicio, magari, sarebbe riuscito a non pensare a lei.
E invece no. Tuttavia, valeva la pena tentare.
E così a un boccale ne seguì un altro. E poi un altro. La
serata si fece sempre più frammentata e surreale. Thane sapeva
che Kendy gli aveva raccontato di come la sua intera pattuglia si
fosse ammutinata su Miriatin, e di come soltanto un terzo di loro
fosse riuscito a mettersi in salvo. Ricordava di aver giocato una
partita a sabacc, ma non gli tornava in mente neppure una delle
carte che aveva tenuto in mano. Gli pareva che un tizio di Ord
Mantell avesse cantato una canzone piuttosto volgare sulle
piacevoli stranezze che ogni specie nascondeva sotto le lenzuola.
A un certo punto, Yendor gli aveva chiesto se non avesse preferito
andare a stendersi, e Thane aveva invitato il suo amico twi'lek a
badare ai fatti suoi. Quando l'hangar prese a girargli intorno,
Thane si limitò ad appoggiarsi all'Ala-X più vicino e continuò a
bere.
Fu così che si risvegliò nel cuore della notte. Si alzò e
girovagò da solo e spaesato per la nuova base, cercando di non
svenire.
E dai. Scommetto che lo sai dove sono le brande. Te l'hanno

247
detto prima. A causa della sua sbronza, però, gli strani corridoi
dell'astronave mon calamari erano diventati ancora più strani. Le
paratie continuavano a sostituirsi al pavimento e viceversa.
Thane, alla fine, decise che era molto meglio sedersi.
Dopo essersi appoggiato alla paratia, Thane si lasciò
scivolare sul pavimento. Con lo stomaco sottosopra, cominciava a
capire che cosa stava per succedere. Non aveva mai bevuto fino a
farsi venire i conati. Ecco un'esperienza che avrebbe preferito
evitare. C'è una prima volta per tutto, pensò distrattamente.
Poi qualcuno lo aiutò a rimettersi in piedi; era una donna che
non aveva mai visto prima -- o che credeva di non aver mai visto
prima -- e che fu così gentile da sorreggerlo. Quella, per Thane,
fu un'occasione come un'altra per raccontare la storia della sua
vita.
"Dico davvero, voglio parlarti solo di Ciena", biascicò mentre
la donna lo accompagnava al rinfrescatore più vicino. "Ma
praticamente sarebbe come parlare di tutta la mia vita. Della parte
migliore, comunque".
"Così sembrerebbe. Ecco, siediti".
La donna lo fece sedere e Thane piegò la testa all'indietro.
"Lo so che probabilmente non ho abbattuto lei, oggi. Però avrei
potuto. Oppure avrebbero potuto farlo gli altri, e loro ora stanno
dalla mia parte, sai? Sono miei amici. Odiamo tutti l'Impero, ma
se dovessi mai scoprire che uno di loro ha ucciso Ciena... ed è
pazzesco, perché, insomma, mi ha denunciato all'Impero. Riesci a
crederci? Mi ha dato qualche giorno di vantaggio e poi mi ha
denunciato. A volte ci ripenso e mi arrabbio così tanto che
potrei... però sto malissimo al pensiero che possa accaderle
qualcosa..."
"Parla piano". La donna gli appoggiò un asciugamano fresco
sulla fronte. Era una delle migliori idee che qualcuno avesse mai

248
avuto. Thane decise che quella donna era un genio.
Magari avrebbe potuto aiutarlo a capire cosa fare.
"Che cosa succederebbe se... un giorno rimanessi paralizzato
mentre combatto contro l'Impero? E se non riuscissi a sparare
perché so che Ciena potrebbe essere a bordo di uno di quei
caccia TIE? E se davvero sparassi a lei a bordo di uno di quelli?".
Thane si rese conto che stava per mettersi a piangere e riuscì a
frenarsi. Poteva anche essere sbronzo, ma mai e poi mai sarebbe
scoppiato a piangere. "Non voglio ucciderla. E non voglio che gli
altri muoiano solo perché ho paura di ferire la sola persona che
amo in tutta la Flotta Imperiale".
"Lo capisco", fece la donna, porgendogli un bicchiere. "Bevi
un po' d'acqua. Più tardi mi ringrazierai".
Dopodiché, tutto si fece ancora più fosco. A un certo punto,
Thane dovette aver trovato la sua branda, perché sentì vagamente
di starsi infilando sotto le coperte, completamente vestito e con
tanto di stivali ai piedi. E fu così che si svegliò, il mattino
seguente, con un gran mal di testa.
"A questo punto dovrei dire: te l'avevo detto", sogghignò
Yendor mentre Thane si sporgeva sul secchiello più vicino.
"Piantala, per favore".
"Prima devo avvisarti che la nostra squadriglia si riunisce coi
capi tra, oh, mezz'ora".
Thane roteò gli occhi per la sua stessa idiozia e trasalì. Non
sapeva che roteare gli occhi facesse così male. "Le vasche di
bacta ti fanno passare i postumi della sbornia?"
Yendor ci rifletté. "Ah. Lo sai che non è una brutta idea?
Prima o poi dovremmo fare una prova. Stavolta, però, non c'è
tempo".
"Fantastico. Dico davvero".
Fu uno sforzo sovrumano, ma Thane riuscì comunque a farsi

249
una doccia e a infilarsi l'uniforme. Per quanto riguardava le
occhiaie e la barba lunga, invece... be', alle riunioni si erano
presentate persone messe molto peggio di lui. Il droide chirurgo
2-1B gli iniettò una sostanza che avrebbe riportato i suoi valori
sanguigni a un livello ottimale nel giro di un paio d'ore. Non gli
restava che rimanere sveglio per tutta la riunione.
Quando l'intera squadriglia si fu radunata, il generale Rieekan
entrò nella stanza... ma non era da solo. Lo accompagnava una
donna coi capelli rosso scuro che indossava un vestito
completamente bianco e incedeva con passo composto e
maestoso.
"Non ci credo", bisbigliò Kendy.
"Neppure io", fece Yendor, accanto a Thane, mentre sfoggiava
un gran sorriso. "Stiamo per conoscere Mon Mothma in persona!"
Mon Mothma. Era una tra i pochi senatori ad aver contrastato
l'ascesa al potere di Palpatine. Una dei criminali più ricercati
della Flotta Imperiale. Una dei capi dell'Alleanza Ribelle.
Ed era anche la donna che aveva passato tutta la notte ad
aiutare Thane mentre vomitava l'anima sia letteralmente sia
metaforicamente.
Come aveva fatto a non riconoscerla? Doveva essere proprio
ubriaco. Ovviamente i rapporti dell'Impero mostravano delle
immagini di Mon Mothma che risalivano a qualche anno prima,
dato che era sparita già da parecchio tempo. Thane, però, era
stato troppo sbronzo per riconoscerla mentre lei gli teneva la
fronte sopra una tazza.
Fantastico. Davvero fantastico. Se solo avesse potuto
sprofondare nel pavimento e lasciare che si chiudesse sopra di
lui, cancellando ogni traccia della sua esistenza... Tuttavia, Thane
fu costretto a restare sull'attenti e a fingere che non fosse
successo nulla.

250
"Buongiorno", disse Mon Mothma nello stesso tono calmo e
fermo della notte precedente. "È un grande onore conoscere i
guerrieri che hanno aiutato l'Alleanza Ribelle ad affrontare questi
tempi bui".
Un moto di grande orgoglio scosse tutta la squadriglia e
persino Thane, nonostante il suo imbarazzo. E pensare che il
capo dell'Alleanza Ribelle aveva appena detto di essere onorata
di conoscerli. Dubitava che l'Imperatore avesse mai detto
qualcosa del genere ai suoi soldati.
"Probabilmente saprete che dovremo partire al più presto",
proseguì Mothma, studiando i piloti uno dopo l'altro. Thane si
chiese com'era possibile che una voce così gentile appartenesse a
una donna dallo sguardo tanto ferreo. "Tuttavia la squadriglia
Corona non accompagnerà il resto della flotta al nuovo punto
d'incontro".
Si scambiarono tutti delle occhiate. Li stava punendo per aver
gozzovigliato la sera precedente... o perché avevano commesso
qualche altro errore molto più grave? Eppure non avevano fatto
nulla di male, per quanto ne sapesse Thane; anzi, erano una delle
migliori squadriglie della flotta.
"Abbiamo degli incarichi... importanti da affidarvi", aggiunse
quindi Mon Mothma.
E non disse altro. Non ce n'era bisogno: si stava parlando di
spionaggio. Sarebbe stato pericoloso, ma Thane non si era certo
unito alla Ribellione per andarsi a nascondere.
"Vi abbiamo scelti, anche se siete relativamente nuovi nella
nostra Alleanza, perché le vostre capacità saranno fondamentali
per la riuscita di questa missione". Mon Mothma si sedette dietro
l'unica scrivania nella stanza. In qualche modo, la sua sola
presenza aveva trasformato quella saletta in una specie di camera
del senato.

251
Palpatine ancora non lo sa, pensò Thane, ma Mon Mothma è
già un'avversaria alla sua altezza.
"Per il momento, la squadriglia Corona resterà sul Liberty",
intervenne il generale Rieekan. "Nelle prossime ore vi
assegneremo ufficialmente le vostre brande".
"Oh, che meraviglia", ironizzò Yendor. "Ho sempre desiderato
vivere in una sauna".
Rieekan alzò un sopracciglio. "Puoi ripetere, soldato
Yendor?"
"Ho detto che ho sempre desiderato vivere in una sauna,
signore".
Gli altri ridacchiarono e persino Rieekan si lasciò sfuggire un
sorriso. L'espressione di Mon Mothma rimase impassibile... ma
non sembrò che disapprovasse. Per una battuta del genere, un
ufficiale dell'Impero sarebbe finito subito in cella; nella flotta
ribelle, invece, la disciplina coesisteva con l'umanità.
"Discuteremo i vostri incarichi personali di volta in volta",
proseguì Mon Mothma come se nessuno l'avesse interrotta. "Ma è
giusto che sappiate che correrete rischi ancora più grandi di
quelli che avete già affrontato. Può darsi che dovrete accettare
missioni da cui potreste anche non tornare. Se ritenete di non
poterlo fare, ditelo adesso. Non dovete vergognarvi".
Tutti rimasero sull'attenti, accettando silenziosamente il
pericolo. Thane non distolse lo sguardo e non incrociò quello di
nessun altro, anche se sentiva che Mon Mothma lo stava
guardando.
Fu Rieekan a rompere quel silenzio carico di tensione. "Bene.
Per adesso vi chiedo di aggiornare le nuove reclute sui nostri
protocolli", disse il generale, indicando con un cenno proprio
Kendy, l'ultima arrivata, "e di attendere istruzioni".
"Grazie per il vostro coraggio, signori", disse Mon Mothma.

252
"Potete andare". Stavano per andarsene tutti, e Kendy si era
appena rivolta a Thane per chiedergli qualcosa, quando Mothma
si fece avanti all'improvviso. "Tenente Kyrell? Vorrei parlarti in
privato".
E lui che credeva di averla fatta franca.
Thane si avvicinò a Mon Mothma e si mise sull'attenti. Con la
coda dell'occhio colse lo sguardo sorpreso del generale Rieekan.
A quanto pareva, Mon Mothma non aveva raccontato all'intero
comando dei suoi imbarazzanti piagnucolii della notte
precedente.
Non ancora, almeno.
Quando anche l'ultimo ufficiale fu uscito dalla stanza,
chiudendosi le porte scorrevoli alle spalle, Thane si ritrovò a tu
per tu con Mon Mothma. In quei casi, di solito, i subalterni
aspettavano che a parlare fosse prima il loro superiore. Thane
pensò di poter fare un'eccezione. "Vorrei scusarmi per il mio...
comportamento di ieri notte, signora. Credo di aver, ah,
festeggiato un po' troppo. Non capiterà più".
Mon Mothma si appoggiò allo schienale della poltrona con
un sorrisetto. "Se dovessi cacciare i nostri piloti ogni volta che
alzano un po' troppo il gomito, tenente Kyrell, ti assicuro che non
ci sarebbe nessuna Ribellione".
"Sì, signora". Perché aveva chiesto di parlargli in privato,
allora? Thane ricordò improvvisamente quello che aveva detto la
sera prima, a proposito del restare paralizzato in battaglia, e fu
colto dal panico. "Se teme che possa essere un peso nelle
missioni speciali della squadriglia Corona, signora, le assicuro
che non succederà".
"Quel che temo io non ha importanza", ribatté l'altra in tono
risoluto. "Il problema è che tu stai mettendo in dubbio te stesso.
La tua insicurezza potrebbe intralciarci molto più della paura. Ho

253
sentito dire che sei un pilota eccezionale, Kyrell. In questo
momento, sono sicura che svolgerai un lavoro eccellente.
Nonostante ciò, se continui a crollare dopo ogni missione, sarai
tu stesso ad autodistruggerti".
Thane non disse nulla. Sapeva che Mon Mothma aveva
ragione.
"In molti, nella Ribellione, hanno amici o parenti che
lavorano per l'Impero o che vivono su pianeti e astronavi che
potrebbero rimanere coinvolti nella nostra guerra", proseguì
l'altra. "Non sei l'unico ad avere questo problema".
A volte Yendor gli aveva parlato a bassa voce di suo figlio
Bizu, che aveva lasciato su Ryloth. Tutta la famiglia di Kendy
viveva su Iloh, e ora rischiavano la vita perché lei aveva disertato.
"Sì, signora. Me ne rendo conto".
Mon Mothma si alzò in piedi e, quando si avvicinò a lui,
Thane vide nella sua espressione la stessa gentilezza che aveva
vagamente percepito la notte precedente. "Non c'è nulla di
sbagliato nell'amare ancora qualcuno che sta dall'altra parte di
questa guerra. L'importante è amare di più ciò per cui si
combatte".
Thane non aveva mai pensato di stare lottando per qualcosa.
Si era unito alla Ribellione per combattere l'Impero, non certo per
restaurare la Repubblica o chissà che altro. Thane aveva concluso
che, una volta che fosse caduto l'Impero, tutto il resto sarebbe
venuto da sé. Ora, invece, si stava finalmente domandando perché
avesse compiuto quella scelta.
Combattere l'Impero significava lottare per l'unica autorità
nella galassia che riconosceva la giustizia e il valore più della
forza militare e che trattava con rispetto i cittadini, invece di
ingannarli e manipolarli continuamente. Combattere la schiavitù
cui erano sottoposti i Bodach'i e i Wookiee significava lottare per

254
l'autodeterminazione di ogni individuo. Combattere coloro che
avevano brutalmente distrutto Alderaan significava lottare per
ogni altro pianeta abitato della galassia.
Thane credeva in quei valori ed era disposto a morire per essi,
eppure sapeva che non era per questo che stava combattendo. Si
era unito alla Ribellione per sconfiggere l'Impero, ma la filosofia
della Nuova Repubblica che avrebbe dovuto seguirlo non lo
aveva neppure sfiorato. Il fatto che credesse che il prossimo
governo sarebbe stato migliore dell'Impero non implicava che
sarebbe stato comunque un buon governo. Alla fin fine sarebbe
stata soltanto un'altra burocrazia; l'ennesima società controllata
dai pianeti del Nucleo, mentre l'Orlo Esterno avrebbe dovuto
continuare a risolvere da solo i propri problemi. Dopotutto,
qualunque cosa sarebbe stata meglio dell'Impero.
E così Thane capì che non amava la Ribellione più di quanto
amava Ciena.
Tuttavia, sarebbe stato disposto a morire per una delle due, e
sapeva quale doveva scegliere... per quanto fosse doloroso.
"Credi che riuscirai a fare il tuo dovere, Kyrell?"
"Sì, signora", rispose Thane, percependo tutto il peso delle
sue parole. Aveva appena giurato di essere disposto a fare
qualunque cosa, persino uccidere Ciena.
E sapeva che la prossima volta non avrebbe esitato ad aprire il
fuoco.

255
CAPITOLO 18

Jude non le aveva mai detto che Bespin era così bella.
Ciena guardava sullo schermo le immagini degli edifici
stondati e grigi che sembravano fluttuare sopra le nuvole. Era
proprio da Jude non accorgersi del modo in cui i raggi del sole
tingevano di rosa quell'eterno cielo al tramonto, o di come le
eleganti strutture di Cloud City sbocciavano sopra cavi sottili a
mo' di ombrelloni sospesi a mezz'aria. Ogni volta che aveva
parlato del suo pianeta d'origine, Jude aveva elencato
dettagliatamente le ragioni per cui estrarre il gas Tibanna era così
difficile o le proprietà aerodinamiche dei glider con cui aveva
volato da piccola. Jude era sempre stata una scienziata, prima di
ogni altra cosa. Aveva cercato la verità con la stessa tenacia con
cui quei cacciatori di taglie stavano cercando il Millennium
Falcon. E quanto sarebbe stato irritante se quei furfanti fossero
riusciti là dove gli ufficiali dell'Impero avevano fallito! Le
astronavi dei civili, tuttavia, potevano viaggiare nello spazio
senza dare nell'occhio, mentre lo stesso certo non si poteva dire
per gli Star Destroyer.
Anche se avrebbe preferito scendere su Cloud City -- magari
per conoscere i genitori di Jude -- Ciena dovette restare a bordo
dell'Executor. La squadra d'attacco incaricata di catturare
l'equipaggio del Falcon era composta da pochi membri, anche se
includeva Lord Vader in persona, il quale solitamente preferiva
limitarsi a supervisionare le operazioni da lontano. Qualunque
cosa stesse accadendo, le migliaia di ufficiali assegnati

256
all'Executor non potevano fare altro che attendere.
Ciena avrebbe preferito fare qualcosa, in quel momento;
qualunque cosa, anche la più complicata e laboriosa, purché la
distraesse dalla sua rabbia nei confronti di Thane Kyrell.
Bespin peggiorava le cose, dato che quel pianeta le ricordava
Jude. Ripensando alla sua amica, Ciena non poté fare a meno di
rammentare il fatto che Jude l'aveva aiutata a scoprire la verità su
quello stupido cannone laser.
Quell'incidente aveva dimostrato che Ciena e Thane non
andavano sempre d'accordo... così come il fatto che Thane aveva
disertato la Flotta Imperiale. Per quanto fosse adirata con lui,
Ciena in un certo senso comprendeva la sua decisione, anche se
non l'avrebbe mai accettata.
Thane, però, si era unito alla Ribellione.
Come aveva potuto diventare un terrorista? Aveva sempre
disprezzato l'Alleanza Ribelle tanto quanto lei. Che cosa era
cambiato? Thane aveva veramente perdonato la distruzione della
Morte Nera e quella delle sue centinaia di migliaia di passeggeri?
Sì, prima Alderaan era stato distrutto nel tentativo di porre subito
fine alla guerra, anche se non era servito a nulla. Ma si era
trattato di una stazione spaziale, di un pianeta e di un giorno
particolarmente difficile. Gli attacchi contro le astronavi e gli
avamposti imperiali non erano mai cessati, e sembrava che tutto il
sangue versato non bastasse mai a placare la sete dei ribelli. Se
stavano davvero combattendo per un principio, invece che per un
insensato odio nei confronti dell'Impero, a quell'ora avrebbero già
dovuto proporre un trattato di pace, cercando magari di
conquistare un sistema stellare indipendente in cui avrebbero
potuto vivere in pace e scegliere il governo più opportuno. E
invece no. Continuavano a uccidere, continuamente. Nonostante
tutta la sua tenacia e la sua bravura, Thane non era mai stato un

257
uomo violento. Come poteva aver preso parte a quell'orrore?
Forse è colpa di suo padre, pensò Ciena mentre percorreva i
corridoi di Cloud City. Un paio di Ugnaught borbottanti la
superarono in tutta fretta, ma Ciena neppure se ne accorse: stava
ripensando al giorno in cui Thane era crollato durante la corsa ad
ostacoli e a quando, poco dopo, lo aveva aiutato a medicarsi.
All'epoca si era quasi commossa nel vedere la prova schiacciante
degli abusi che aveva subito, scoprendo che la crudeltà del padre
di Thane non era più soltanto emotiva, ma anche fisica... e
rendendosi conto di quanto coraggiosamente Thane avesse
sopportato quelle ferite fino al momento in cui era caduto.
Spesso le vittime di violenza diventavano violente a loro
volta. Forse Thane se la stava prendendo col mondo che lo aveva
ferito per primo?
No. Thane aveva giurato che non sarebbe mai diventato come
suo padre, e Ciena gli aveva sempre creduto. Il che non le
schiariva minimamente le idee.
"Non ci posso credere", disse Nash Windrider.
Improvvisamente distolta dai suoi pensieri, Ciena si accorse
di aver appena raggiunto la piattaforma di atterraggio e il suo
amico che stava ammirando il Millennium Falcon. Il loro
obiettivo era volato a Bespin, proprio come previsto da Lord
Vader. Allora perché ce lo ha fatto inseguire nel campo di
asteroidi?, si domandò Ciena. Potevamo venire subito qui e
tendergli una trappola.
Ciena si avvicinò a Nash, il quale se ne stava lì, con le mani
sui fianchi, a rimirare l'astronave appena catturata. "Quando l'ho
visto per la prima volta, non sono riuscito a capire come mai non
l'avessero gettato in qualche discarica. Ora che lo vedo da vicino,
mi rendo conto che nessuna discarica lo vorrebbe mai".
"È un miracolo che riesca ancora a volare". Ciena provò un

258
moto di ammirazione nei confronti del Falcon; avendo imparato a
volare con un V-171, di tanto in tanto provava una certa nostalgia
per le astronavi di vecchia data.
"Che cosa dobbiamo fare?"
"Dobbiamo disattivare l'iperguida".
"Perché dovremmo manomettere un'astronave che abbiamo già
catturato?"
"Ordini di Lord Vader", rispose Nash, alzando un
sopracciglio. Il significato era chiaro. Vuoi andarglielo a dire tu
che non ha senso?
Ciena annuì. "Ricevuto".
Nash e lei lavorarono insieme senza parlare. Benché la sala
macchine del Falcon fosse piuttosto minuscola, Ciena si accorse
che Nash le stava un po' troppo vicino. Forse se lo stava solo
immaginando, dato che preferiva starsene da sola mentre
rimuginava su Thane.
Disattivare l'iperguida fu un gioco da ragazzi. Nel giro di
poco tempo, Nash e Ciena erano già saliti sulla navetta che li
avrebbe riportati all'Executor e pronti al decollo, dato che un
altro pilota cui stava dando la caccia Darth Vader -- un'altra preda
caduta nella sua trappola -- era appena atterrato.
Quell'inseguimento si sarebbe finalmente concluso di lì a pochi
minuti. La principessa Leia sarebbe stata processata. Avrebbero
fatto di lei e dei suoi amici ribelli un esempio. Forse sarebbero
riusciti a stanare la Ribellione...
E Thane con essa.
Ciena raggiunse l'astronave col pilota automatico, facendo
rapporto in plancia nella speranza che le prossime ore fossero
meno movimentate. La sua speranza fu vana, a differenza dei
sospetti di Vader. Il Millennium Falcon decollò dalla piattaforma
d'atterraggio, per poco non fuggì... e poi, inspiegabilmente, fece

259
ritorno e si tuffò sotto Cloud City.
"Che cosa diamine hanno in mente?". Le dita affusolate di
Nash stavano puntando tutti i loro sensori sul Falcon.
"Chi lo sa?". Ciena riusciva quasi a compatire quei ribelli:
avevano creduto di essere liberi, quando invece Darth Vader aveva
sempre anticipato le loro mosse.
Benché la plancia dell'Executor stesse ronzando di rinnovata
vivacità, Ciena non poté fare altro che osservare sullo schermo gli
ultimi istanti della loro caccia. Nonostante ciò, si sentiva
stranamente distaccata da tutto quello che stava accadendo, e per
poco non si accorse che Lord Vader aveva fatto ritorno.
"Saranno a portata del raggio traente tra poco, milord", disse
l'ammiraglio Piett.
"I suoi uomini hanno disattivato l'iperguida del Millennium
Falcon?", chiese Vader con la voce rauca filtrata dal respiratore.
"Sì, milord".
"Bene", replicò Vader. "Preparate la squadra d'abbordaggio
con armi a colpi paralizzanti".
In un'altra occasione, Ciena avrebbe provato un fremito di
orgoglio al pensiero che fosse riconosciuto il suo operato.
Continuava a sentirsi distaccata, però, come se quella fosse una
semplice esercitazione o un ricordo... finché, tutto a un tratto, il
Falcon non saltò nell'iperspazio e scomparve.
Come diamine hanno fatto?
Nash era rimasto a bocca aperta per lo stupore. Ciena lo
avrebbe imitato, se non avesse colto l'espressione dell'ammiraglio
Piett: il suo superiore era impallidito, e persino da quella
distanza Ciena riuscì a vederlo deglutire con forza.
Moriremo tutti, pensò. L'ammiraglio, Nash e io. Vader ci
ucciderà. Abbiamo portato a termine il nostro incarico, ma non
ha alcuna importanza.

260
In tutti quegli anni, fortunatamente, non aveva mai visto le
famigerate "punizioni" di Vader. A quanto pareva, la prima cui
avrebbe assistito sarebbe stata proprio la sua.
Vader, invece, rimase immobile e in silenzio per alcuni istanti,
quindi girò i tacchi e uscì dalla plancia senza dire un parola.
Quando le porte scorrevoli si chiusero alle sue spalle, Piett parve
afflosciarsi quasi come se avesse portato sulle spalle un gran
fardello e, dopo essersene liberato all'improvviso, ne sentisse
ancora il peso. Nash si sporse sullo schermo, prendendosi la testa
tra le mani. Anche Ciena avrebbe voluto sentirsi sollevata, ma la
paura si fece soltanto più acuta e tagliente, finché non le sembrò
che le fosse penetrata nelle ossa.

"Secondo te, perché la gente si unisce alla Ribellione?", domandò


Ciena quella sera. Era seduta in un angolino dello spaccio coi
piatti già vuoti.
Berisse si strinse nelle spalle. "Per lo stesso motivo per cui la
gente ruba o si mette in affari con gli Hutt. Non riescono a
integrarsi nella società e odiano quelli che ce la fanno".
Thane era uno dei migliori piloti della flotta. Se fosse rimasto
in servizio, sarebbe stato sicuramente promosso a comandante.
Ciena avrebbe dovuto trovare un'altra spiegazione. "Tu cosa ne
pensi, Nash?"
"Chi se ne importa di quella feccia?", ribatté un po' troppo
alla leggera. "Io voglio solo vederli morti".
"Perché ce lo domandi?". Berisse bevve un altro sorso del suo
latte nutritivo. Benché fosse possibile ordinare dei pasti
"regolari", solo gli ufficiali superiori potevano permetterseli.
Ciena aveva mangiato il suo ultimo pezzo di pane quasi due anni
prima.

261
Ciena si strinse nelle spalle. "Così".
"Oggi sei strana", osservò Nash. La stava studiando coi suoi
caldi occhi castani. Rispetto a quando si erano diplomati, Nash
era dimagrito a tal punto da sembrare emaciato, ma almeno gli
occhi erano rimasti gli stessi. "Che cos'hai?"
Ciena non osò dire la verità, ma se c'era qualcuno che poteva
aiutarla a comprendere la decisione di Thane, quello era proprio
Nash. "Ultimamente sto pensando molto a Thane".
Berisse le passò un braccio intorno alle spalle; l'espressione
di Nash si fece più triste. "Non riesco ancora a crederci", disse
sottovoce. "È incredibile che Thane si sia suicidato".
"Quello che è successo alla Morte Nera ci ha cambiati tutti",
aggiunse Berisse, scuotendo la testa.
"Eppure aveva ancora tutta la vita davanti. Era uno dei nostri
migliori piloti, aveva una carriera, poteva vendicarsi dei ribelli... e
poi aveva te, Ciena". Nash quasi balbettò le ultime parole, ma
riuscì a ricomporsi in fretta. "Sarebbe bastato a chiunque altro".
Ciena non incrociò il suo sguardo. "Continuo a chiedermi
perché abbia perso la speranza".
Solo un uomo senza speranza sarebbe potuto passare
dall'Impero alla Ribellione. Una cosa era che Thane avesse
infranto il suo giuramento perché non riusciva più a rispettarlo;
un'altra, invece, era unirsi a un gruppo di guerriglieri nichilisti.
Thane non era un idealista, perciò era difficile pensare che lo
avessero convertito al loro bizzarro dogma politico.
Probabilmente Thane stava agendo senza riflettere.
"Per caso Thane aveva qualche confidente a bordo della
Morte Nera? Magari un amico o un'amica di cui non sapevi
nulla?". Berisse esitò; stava giocherellando con una ciocca di
capelli scivolata dalla sua treccia regolamentare. "Tipo... be'... una
ragazza dell'accademia? Magari l'aveva conosciuta prima di

262
innamorarsi di te! Può darsi che la sua morte l'abbia sconvolto".
Fu Nash a rispondere. "A quei tempi non stava con nessuno.
Magari era qualcuno di Jelucan".
"No". Ogni tanto Ciena lo aveva visto in giro con qualche
ragazza della seconda ondata, ma cambiava sempre.
"Forse è successo qualcosa sul vostro pianeta natale",
ipotizzò Berisse con una stretta di spalle. "La fine della Morte
Nera l'ha sconvolto, ha disertato solo per tornare a casa e
riprendersi... ma qualcosa è andato terribilmente storto".
"Ho sempre avuto l'impressione che non andasse molto
d'accordo con suo padre. Credo che fosse un tipo violento",
intervenne Nash. "Ah, non guardarmi in quel modo, Ciena. Thane
e io abbiamo condiviso la stessa camera per tre anni. Credi che
non abbia mai notato le cicatrici sulla sua schiena?".
L'espressione di Nash si fece più severa. "Scommetto che suo
padre l'ha provocato nel peggior momento possibile. Dev'essere
stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso".
"Non credo c'entri qualcosa suo padre". Almeno quello era
vero. Ormai Ciena aveva capito che Nash non le sarebbe stato di
nessun aiuto. Il motivo per cui Thane aveva deciso di unirsi alla
Ribellione sarebbe rimasto un mistero, una freccia piantata nella
carne che Ciena non avrebbe mai potuto estrarre e che avrebbe
tenuto aperta per sempre quella ferita.
Ciena rimase sovrappensiero per tutta la serata, finché Nash
non l'ebbe riaccompagnata al dormitorio. La camera di Ciena era
in fondo al corridoio più lungo della caserma perciò, quando
furono lontani da tutti gli altri ufficiali, Nash le posò una mano
sul braccio.
"Vai già a letto?", domandò con aria noncurante. Chiunque
avrebbe intuito il vero significato di quella domanda.
Ciena aveva immaginato che quel momento sarebbe giunto,

263
ma era stata così distratta da non aver capito che sarebbe arrivato
proprio quella sera. Ecco perché Berisse se n'era andata prima.
Ciena non glielo avrebbe permesso. "Nash... è una pessima idea".
"Secondo me è un'idea fantastica", ribatté l'altro, lo sguardo
che brillava di malizia e di trepidazione al tempo stesso. "Non
credi che ci meritiamo di spassarcela un po'?"
"Credo che tu voglia qualcosa di più di un po' di spasso",
rispose Ciena nel tono più gentile possibile. "E io non posso
dartelo".
Nash piegò il capo di lato, non perché non lo capisse, ma
perché non aveva intenzione di arrendersi. "Ti andrebbe di
trascorrere un po' più di tempo libero insieme? Potremmo
conoscerci meglio senza avere Berisse e gli altri tra i piedi.
Capisco che non sia facile passare dall'essere amici a, insomma,
qualcosa di più, però credo che valga la pena provare. E per te
sono disposto ad aspettare tutto il tempo che serve".
Ciena indietreggiò di un passo e sbatté la schiena contro la
paratia metallica. Era assurdo sentirsi imbarazzata e imbranata
come una scolaretta. "Non posso", disse infine in tono più deciso.
Nash impallidì, e Ciena si rese conto che era passato dal
corteggiamento allo sbigottimento in un battito di ciglia. "Che
idiota che sono. Stavamo parlando di Thane appena un'ora fa.
Avrei dovuto capire che non era il momento. Scusami, per
favore".
"Non ti preoccupare".
"Manca molto anche a me, sai". Nash aveva un'espressione
così ferita che Ciena si sentì in colpa. Aveva mentito sul suicidio
di Thane per salvargli la vita, ma allo stesso tempo aveva ferito
profondamente tutti i loro amici. "Non intendevo farmi gioco dei
tuoi sentimenti per lui".
"Lo so". Ciena abbozzò un sorriso. "Diamoci soltanto la

264
buonanotte".
Nash sospirò. "D'accordo". Le strinse la mano fugacemente, e
poi se ne andò via.
Quando le porte della sua cabina si furono chiuse alle sue
spalle, Ciena si lasciò crollare sul letto. Si sentiva così stanca che
le sembrava di aver fatto tre turni di seguito.
Ciena si convinse di aver rifiutato Nash perché non provava
nulla nei suoi confronti. E in un certo senso era vero.
Tuttavia, non poteva negare che, in realtà, provava ancora
qualcosa per Thane Kyrell.
Eppure dovrei odiarlo, adesso. Dovrei imparare a odiare da
lui. Però non ci riesco. Non ci riuscirò mai.
La piccola unità di comunicazione nell'angolo della sua
branda prese a lampeggiare di azzurro, il che significava che stava
per ricevere un messaggio da una fonte non associata con
l'Impero. Poteva essere soltanto un messaggio da casa. Stava
quasi per premere il pulsante per riceverlo, quando esitò. Devo
guardarlo subito?
Devo proprio guardarlo?
A Ciena mancava Jelucan. Anche se beveva il suo latte
nutritivo, desiderava ardentemente un bel pezzo di pane ogni
volta che andava allo spaccio. Si sentiva regolarmente con la sua
famiglia tramite olovideo, invece di comunicare ogni due mesi
come suggerito dall'ufficiale degli affari interni.
Ciena estrasse dal taschino la piccola borsa in cui conservava
il braccialetto di cuoio di Wynnet. Era passato molto tempo
dall'ultima volta che aveva chiesto alla sua defunta sorellina di
guardare coi suoi occhi.
Troppo tempo, pensò con un'intensità che le fece stringere
con forza la borsa. Non devo per forza scegliere se essere una
brava Jelucana o un bravo ufficiale dell'Impero. Posso essere

265
tutt'e due.
Ciena stava ancora sorridendo quando avviò l'olovideo che
aveva registrato suo padre. Pochi secondi dopo, il sorriso le morì
sulle labbra.

Ronnadam aveva alzato le sopracciglia così tanto che, nonostante


fosse ormai stempiato, avevano praticamente raggiunto
l'attaccatura dei capelli. "Mi stai dicendo che vuoi tornare sul tuo
pianeta d'origine per... un periodo di tempo imprecisato?"
"Ho accumulato circa sette settimane di licenza, signore.
Dubito che dovrò impiegarle tutte".
I veri ufficiali dell'Impero non andavano mai in licenza, a
meno che non dovessero riprendersi da malattie o ferite gravi.
Ciena non si era mai presa un giorno di permesso, fino a quel
momento.
Ronnadam si alzò in piedi e giunse le mani dietro la schiena.
I suoi occhi verdi erano sempre velati; sembravano quelli di un
uomo molto più anziano. "Sta a te decidere cosa fare dei tuoi
permessi. Non sto mettendo in discussione la durata della tua
licenza. Sto mettendo in discussione le ragioni per cui vuoi fare
ritorno sul tuo pianeta natale".
"Mia madre dovrà affrontare un processo per appropriazione
indebita dei fondi della miniera per cui lavora... cioè, lavorava
come supervisore". Quelle parole le sembrarono surreali. Sua
madre... aveva rubato? Era impossibile. A sua madre non
importava nulla dei possedimenti altrui, e la sua promozione alla
miniera li aveva resi tutti così orgogliosi di lei. "Nelle valli di
Jelucan, mettere in discussione l'onore di qualcuno è l'insulto più
grave che si possa perpetrare, signore. Coloro che credono
nell'onore dell'accusato devono sostenerlo nel momento del

266
bisogno. È un dovere sacro".
"Sacro, eh?". Ronnadam pronunciò quella parola in tono
sprezzante. "Ti rendi conto, capitano Ree, che ad accusare tua
madre è stata proprio l'autorità imperiale del tuo pianeta? Stai
dubitando del giudizio di qualcuno che è al servizio
dell'Imperatore proprio come te?"
"Certo che no, signore. Mia madre, tuttavia, potrebbe essere
stata incastrata, oppure potrebbe aver commesso uno sbaglio che
ha portato a questo... fraintendimento".
Ronnadam si inumidì le labbra come se volesse farsi beffe di
Ciena piuttosto che convincerla. "Sei proprio sicura dei tuoi
ragionamenti, Ree?"
"Non voglio trarre delle conclusioni basandomi su un quadro
incompleto della situazione, signore. Devo indagare per conto
mio". Ciena riuscì a guardare negli occhi il suo superiore.
"Affronterò la verità, qualunque essa sia".
Ronnadam annuì lentamente. "Sì. Potrebbe essere
un'esperienza istruttiva", disse, avvicinandosi a Ciena un passo
misurato dietro l'altro. "Permesso accordato, capitano. Puoi
assistere al processo di tua madre".
Ciena cercò di immaginare sua madre, ammanettata, di fronte
al giudice. Non ci riuscì.
Ronnadam abbozzò un sorrisetto. "Quando tornerai, dovrai
farmi subito rapporto. Voglio sapere se è stata assolta o
condannata... e se sei d'accordo con la decisione del giudice".
Non importava quale fosse la decisione in questione: Ciena
avrebbe dovuto appoggiarla, anche se sua madre fosse stata
mandata in un campo di prigionia...
Non succederà. Non può succedere. Alla fine, il giudice
prenderà la decisione giusta.
Ciena voleva crederlo con tutte le sue forze.

267
Per la prima volta, però, il giuramento che aveva prestato nei
confronti dell'Impero non la sostenne. Ciena non riusciva più a
trattenere quella sensazione che aveva tenuto a bada negli ultimi
tre anni... quella che non avrebbe mai dovuto prendere in
considerazione: il dubbio.

268
CAPITOLO 19

Thane scese in picchiata col suo Ala-X fin quasi a sfiorare la fitta
cupola di alberi che ricopriva la superficie di D'Qar. La fioca luce
dell'alba gli permetteva di scorgere le foglie che vorticavano
dietro gli altri caccia come fossero intrappolate in un ciclone. Se
ci fosse stato qualcuno, sotto di loro, si sarebbe accorto della
squadriglia Corona nel giro di pochi minuti.
Ce ne andremo prima, pensò Thane. Chiamò il canale
protetto. "Qui Corona quattro. Mi ricevi, Corona cinque?"
"Forte e chiaro", replicò Kendy. "Le mie letture sono negative.
Non sto rilevando nessuna fonte di energia artificiale".
"Neanch'io".
La squadriglia Corona era stata inviata su D'Qar in cerca di
eventuali avamposti dell'Impero. A quanto pareva, i loro agenti
segreti su Coruscant avevano scoperto un traffico di risorse
dirette alla Flotta Imperiale; nessuno sapeva quale fosse il loro
scopo, ma si diceva servissero a costruire una nuova, gigantesca
astronave...
Tuttavia, se l'Impero stava costruendo dei nuovi Star
Destroyer o qualche altra superarma, di sicuro non lo stava
facendo su D'Qar. Avevano esaminato coi sensori tutti gli
emisferi, ispezionato scrupolosamente l'orbita solare e quella
planetaria, e non avevano trovato assolutamente niente.
Thane avrebbe preferito di gran lunga trovare qualcosa.
Almeno avrebbero scoperto cosa stava tramando l'Impero e
sarebbero potuti intervenire subito, magari sabotando le

269
fabbriche, installando qualche droide di sorveglianza e così via.
Per adesso poteva soltanto aspettare.
"Letture negative anche per te, Corona due?"
"Affermativo. Non rilevo nessuna traccia di attività imperiali",
replicò Yendor. "Sempre che l'Impero non abbia cominciato a
fabbricare delle piccole creature pelose".
"Ne dubito". Thane rifletté per alcuni istanti. "Questo pianeta
potrebbe essere un'ottima base. All'Impero non interessa, lo
spazio è poco trafficato e c'è acqua in abbondanza".
"E poi è meglio di Hoth", disse Yendor.
"Pure la pancia di un sarlacc è meglio di Hoth". Thane
impostò le coordinate del navigatore per tornare al Liberty.
A quanto pareva, era d'accordo con lui anche il capo Corona.
"Andiamocene".
Una volta fatto ritorno alla nave, i piloti della squadriglia si
occuparono della manutenzione dei loro Ala-X nel caldo e umido
hangar, chiacchierando del più e del meno. "E dai", fece Yendor
al loro comandante di squadriglia, una donna imponente che si
faceva chiamare soltanto la Contessa e che era anche una dei
piloti più esperti del loro gruppo. "Stai veramente dicendo che ti
divertivi di più al castello?"
Quella lo guardò storto. "Si vede che hai visto pochi castelli".
"Mi sembra ovvio", convenne Yendor. "Potresti aiutarmi tu a
farmi una cultura".
"Te lo dico sinceramente", sbuffò la Contessa senza molta
allegria. "Potresti imparare due o tre cosine da Smikes. Almeno
lui non finge di divertirsi".
"Noi non ci divertiamo mai", disse Smikes da dietro il suo
Ala-X. Si era avvolto una bandana intorno alla fronte per
tamponare il sudore che gliela imperlava continuamente quando
erano a bordo dell'astronave mon calamari. "Siamo in guerra. Che

270
cosa c'è di tanto spassoso?"
"Che scontroso", commentò Yendor. "Prima o poi ti farai una
risata, e spero ci sia qualche droide protocollare nei paraggi per
registrarla".
"Non essere così severo con Smikes", intervenne Kendy,
gettandosi i capelli verde scuro dietro le spalle. "È solo un
brontolone".
"Non sono un brontolone, sono solo realista", insistette
Smikes. A dire il vero, era proprio un gran brontolone, ma anche
un pilota eccezionale.
Thane scosse la testa. Soffermandosi a guardarli, pensò che
fossero la squadra più strana che avesse mai visto. Nessuno di
loro avrebbe mai trascorso un solo minuto insieme agli altri, al di
fuori di quella squadriglia o di quella guerra. Nonostante ciò,
erano sempre pronti a guardargli le spalle.
Lo stesso non si poteva dire di certe altre persone.
"Devo proprio ammetterlo", esordì Kendy molto più tardi,
dopo che tutti gli altri ebbero finito le riparazioni. "Le missioni
segrete sono un po' meno avvincenti di come me le ero
immaginate".
Thane non alzò neppure lo sguardo dal pannello aperto del
suo caccia. "Suppongo che in quelle più avvincenti si tirino le
cuoia. Ci penseremo al momento opportuno. Sono disposto a
tutto, ma non ho intenzione di suicidarmi".
Kendy non gli rispose per un po', e nel frattempo Thane
proseguì coi suoi lavori. Si era quasi dimenticato che l'altra fosse
lì, finché quella non parlò a bassa voce. "A dire il vero, è proprio
quello che ha raccontato Ciena".
Thane rimase immobile, lo sguardo fisso sui cavi e sui
connettori che alimentavano la sua nave. La chiave che stava
impugnando restò sospesa sopra gli accoppiatori di energia che

271
intendeva avvitare. Non alzò lo sguardo. "Che cos'ha detto?"
"Che probabilmente ti eri tolto la vita su Jelucan. Ho sentito
che ne parlavano alcuni ufficiali, così le ho mandato subito un
olomessaggio perché non riuscivo a crederci. Ciena, però, non
voleva parlarne. Ho pensato che ne stesse soffrendo molto.
Quando ho scoperto che ti eri unito alla Ribellione, mi sono detta
che avevi coperto bene le tue tracce. Ripensandoci, però... credo
che saresti riuscito a ingannare chiunque altro, ma non Ciena. Voi
due vi conoscete troppo bene. Ti ha coperto, vero?"
"Già". Fu come tornare su Jelucan, la mattina in cui chiuse la
porta alle spalle di Ciena quando quella fu uscita dalla sua
stanza. All'epoca, aveva creduto che lo avrebbe denunciato a tutti
i costi. "Proprio così".
Kendy fischiò piano. "Ciena Ree che infrange un
giuramento?"
"A volte si può essere leali a più persone", ripeté a memoria,
un po' titubante ma ancora sicuro. "Nel caso di una guerra,
bisogna decidere a chi essere più leali. Suppongo... suppongo che
Ciena abbia scelto me".
Ciena lo aveva coperto. Aveva orchestrato una complicata
bugia -- e lei non mentiva mai -- soltanto per lui. Per come la
conosceva, sapendo com'era cresciuta, Thane capì che doveva
esserle costato moltissimo. Il nodo di pura rabbia che si era
portato nel petto negli ultimi tre anni si sciolse improvvisamente.
E fu peggio ancora, perché la sua rabbia era stata l'unico
scudo a proteggerlo dal pensiero di averla perduta.
Un rumore di passi nell'hangar lo distrasse dal suo Ala-X.
Kendy era balzata giù dal suo caccia stellare e gli andò vicino con
le mani sui fianchi. "Allora perché non è qui anche lei?"
"Vuoi dire Ciena?"
"Diceva sempre che i giuramenti sono sacri, che una promessa

272
è una promessa, che bisogna conservare il proprio onore", disse
Kendy in un tono improvvisamente più arrabbiato. "Non credevo
neppure che sapesse mentire. Ora scopro che continua a servire
nella Flotta Imperiale, nonostante abbia infranto il suo
giuramento per salvarti. Come può farlo? Se è riuscita a sfidarli
per proteggere te, perché non lo fa pure per proteggere l'intera
galassia?"
"Ciena non ha mai tradito l'Impero". Thane detestava quel
pensiero, ma era la verità. "In quell'occasione ha deciso di essere
leale nei miei confronti, ma questo non significa che abbia
infranto il suo giuramento nei confronti dell'Impero".
"Non capisco che differenza ci sia".
"Perché non sei di Jelucan". E non conosci Ciena come la
conosco io. Gli accoppiatori avrebbero dovuto aspettare. Thane
chiuse il pannello, ripose gli arnesi e scivolò da sotto il suo
caccia per guardare Kendy in faccia. "Ascolta. Anche tu e io
eravamo nella Flotta Imperiale, ricordi? Persino le persone
migliori possono finire al servizio del male".
Kendy scosse la testa e incrociò le braccia sul petto. L'aria
puzzava di olio per motori e metallo fuso; i capelli verde scuro di
Kendy luccicavano nella penombra dell'hangar. "Le persone
migliori possono finire al servizio del male, hai ragione. Ma se
continuano a fare il loro sporco lavoro, smettono di essere buone.
Cominciano facendo qualcosa che non pensavano avrebbero mai
potuto fare -- obbedendo a ordini che fanno venire il
voltastomaco -- e si dicono che non si ripeterà più. Che è stata
un'eccezione. Che le cose cambieranno".
A Thane tornò in mente quando aveva dovuto distogliere lo
sguardo dagli schiavi bodach'i. "Sì, lo so".
"Però continuano", proseguì Kendy. Il suo sguardo si era fatto
distante. Stava parlando più con se stessa, che con lui. "Scendono

273
a un compromesso dopo l'altro e quando finalmente si accorgono
di com'è fatto veramente l'Impero, ormai è troppo tardi per tornare
indietro. Io ci sono riuscita, ma se anche gli altri non si fossero
sentiti come me -- se avessi dovuto fuggire tutta da sola -- forse
sarei rimasta. E non mi piace la persona che sarei diventata".
Thane si rese conto che Kendy stava cercando di avvertirlo: la
Ciena che conosceva, quella che lo aveva salvato, forse non
esisteva più.
Probabilmente era vero. Ciena poteva aver già partecipato ai
massacri con cui l'Impero puniva i pianeti che si ribellavano.
Forse era stata a bordo di uno degli Star Destroyer in orbita
intorno a Hoth, a mirare freddamente contro i caccia ribelli che
non erano riusciti a scappare. L'Impero poteva averla corrotta,
tramutando il suo senso dell'onore in qualcosa di rigido,
sprezzante e spietato.
Il fatto che Thane lo sapesse non rendeva più semplice
accettarlo.
"Può darsi che non lo sapremo mai", si limitò a dire Thane.
"Nessuno di noi due la rivedrà mai più".
Un attimo prima di voltarsi per uscire dall'hangar, colse
l'espressione di Kendy: lo stava compatendo.
Pur avendo passato tutto il giorno a lavorare, Thane era così
imbronciato che Yendor finì col chiedergli chi fosse morto e
addirittura Smikes cercò di rallegrarlo. La squadriglia fece
rapporto riguardo a D'Qar, dopodiché Thane decise di non unirsi
ai suoi compagni per la cena e le solite partite a carte; preferì
trovare una postazione libera nell'hangar del Liberty per starsene
da solo coi suoi pensieri.
La solitudine era un vero e proprio lusso per i piloti ribelli,
così come lo era stata per i cadetti dell'accademia imperiale.
Thane riusciva raramente a stare per conto proprio. Da bambino

274
aveva potuto rifugiarsi nella Fortezza. A volte c'era anche Ciena,
ma la sua presenza non lo disturbava mai. Avevano imparato
quando starsene zitti ancor prima di compiere dieci anni, e
riuscivano a farsi compagnia senza parlare. Ben poche persone si
comprendevano a vicenda come loro.
Ora non ci comprendiamo a vicenda proprio per niente, si
rammentò. Ciena è al servizio dell'Impero da anni. Tutto quello
che c'era di buono in lei è marcito molto tempo fa. Se dovessimo
rincontrarci, Ciena non mi coprirebbe di nuovo. Garantito.
Devo dimenticarla.
Thane si stiracchiò, si fece forza e caricò i notiziari di
Jelucan. La vista del suo pianeta d'origine lo rendeva... be',
tutt'altro che "nostalgico". Jelucan peggiorava mese dopo mese;
non riusciva a reggere i rapporti senza accorgersi del fatto che il
pianeta aspro e primitivo su cui era nato non c'era più. La ragazza
che aveva conosciuto e imparato ad amare, la Ciena di un tempo,
non esisteva più proprio come il vecchio Jelucan.
E così Thane osservò le immagini che scorrevano davanti ai
suoi occhi, mentre la loro desolazione leniva paradossalmente il
suo dolore...
Finché non scoprì che stavano per processare Verine Ree.
Thane raddrizzò la schiena così velocemente che l'ologramma
si destabilizzò per qualche istante, non riuscendo a valutare la
distanza ideale tra la proiezione e il suo osservatore. Non è
possibile, si disse Thane. Devo averlo immaginato proprio
perché Kendy e io stavamo parlando di Ciena e la stavo ancora
pensando. Ma poi l'ologramma riprese la forma della madre di
Ciena. Sotto l'immagine c'era scritto L'IMPUTATA.
Appropriazione indebita? Impossibile. Quelli delle valli di
tanto in tanto perdevano le staffe e aggredivano o uccidevano
come tutti gli altri. I delitti passionali non erano certo una novità.

275
A volte erano preda di altri impulsi criminali, magari rubavano o
cose del genere. Tuttavia, un crimine premeditato e disonorevole
come quello dell'appropriazione indebita andava contro tutto ciò
in cui credevano.
Sicuramente c'erano degli ipocriti anche tra la gente delle
valli, ma non nella famiglia di Ciena. Gli era bastato conoscere
soltanto lei per esserne sicuro.
Thane serrò le labbra. Se era rimasto ancora qualcosa della
Ciena che conosceva, probabilmente non sarebbe sopravvissuto a
quell'oltraggio. Se Ciena avesse sostenuto la condanna e
l'incarcerazione di sua madre, allora sarebbe stata perduta per
sempre. Proprio come se Thane l'avesse uccisa davvero quel
giorno sopra a Hoth...
Addio, pensò, ricordando la bambina col vestitino marrone
che assomigliava alla foglia di un albero in autunno. Era giunto il
momento di dimenticarla per sempre.

Questo non può essere Jelucan, stava per dire Ciena al pilota
della sua navetta. Sono nel sistema sbagliato.
Eppure sapeva benissimo che quello era il pianeta giusto.
Peccato che fosse cambiato tutto.
La nebbia sembrava essersi insediata permanentemente sulla
superficie, e l'aria era caliginosa. Le miniere che avevano scavato
in profondità nelle montagne non si preoccupavano neppure più
di filtrare i loro sottoprodotti, perciò la gente aveva imparato a far
finta di nulla tra un colpo di tosse e l'altro, limitandosi a coprirsi
i volti con fazzoletti e mascherine.
Dapprima Ciena pensò che fossero proprio quelle maschere a
confonderla, poiché non riusciva a distinguere gli abitanti delle
valli dai coloni della seconda ondata. L'ultima volta che era stata

276
a casa aveva notato la diffusione degli indumenti prodotti in
massa, ma era riuscita comunque a distinguere le due
popolazioni. Adesso era diventato impossibile. Non aveva mai
pensato che le sarebbero mancate le vesti lunghe e sgargianti di
quelli della seconda ondata, ma d'altra parte non scorgeva più
neppure una chiazza di rosso o celeste. Gli irsuti muunyak non
percorrevano più le strade; la gente camminava o si spostava coi
ridgecrawler.
Tre anni prima aveva trovato Valentia molto diversa, ma
ancora riconoscibile. Ora le baracche degli operai emigranti si
erano moltiplicate fino a nascondere gli antichi edifici scavati
nelle montagne. Il palazzo del Senato, che nel frattempo era stato
convertito in una guarnigione imperiale, era stato completamente
militarizzato e un campo di forza verde brillante lo proteggeva
mentre gli ufficiali e gli assaltatori entravano e uscivano.
Ciena notò che i Jelucani allungavano il passo, nei pressi
dell'avamposto imperiale. Non volevano attirare l'attenzione. E
nessuno osava incontrare il suo sguardo.

"Non avrei mai dovuto chiederti di venire", ripeté Paron Ree,


sulla soglia della sua vecchia camera da letto. "Ho pensato solo a
me stesso. Che cosa diranno, i tuoi superiori?"
"Che è stato commesso un errore, poiché è quello che è
successo". Ciena gettò la giacca della sua uniforme sui pantaloni
e sugli stivali. I suoi vecchi abiti le stavano ancora bene,
nonostante fossero leggermente antiquati. I pantaloni e la tunica
color malva erano morbidissimi. Li aveva davvero indossati tutti i
giorni? Ciena aprì la porta ed entrò nella loro sala da pranzo,
dove suo padre la stava aspettando con le mani giunte dietro la
schiena, neanche si stesse preparando a recitare un rapporto

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formale. Gli posò le mani sulla spalle per fargli forza. "Andrà
tutto bene, papà. La verità salterà fuori".
L'espressione di suo padre rimase tesa e preoccupata. "Le
autorità non riusciranno a identificare il vero colpevole".
"Perché non l'hanno ancora trovato? Be', vedremo". Se solo
fosse stata un comandante! Quel grado sarebbe servito a
qualcosa, quando il giorno dopo avrebbe dovuto parlare col
giudice. "Scusa se te lo dico, papà, ma hai una brutta cera. Hai
mangiato?"
"Ora che tua madre non c'è, ho perso il... senso del tempo".
Ciena esitò. Non aveva capito fino a quella mattina che sua
madre era stata incarcerata, e non era riuscita a credere alle sue
orecchie quando suo padre le aveva detto che non poteva ricevere
visite. Ecco un'altra cosa di cui avrebbe dovuto discutere col
giudice. Aveva chiesto un'udienza quella stessa mattina, perciò
era sicura che sarebbe stata ricontattata al più presto.
Ne era assolutamente certa.
Suo padre aveva conservato delle radici e un po' di carne
nell'unità di raffreddamento, perciò Ciena cominciò a mettere
insieme una semplice zuppa. Era da tanto tempo che non
cucinava, ma ricordava ancora quali erbe tritare e il modo in cui
le profumavano le dita dopo averle preparate. Lo stomaco le
brontolava e non vedeva l'ora di gustare qualcosa -- qualunque
cosa -- che non fosse un prodotto nutritivo imperiale. Ciena si era
portata un paio di bottiglie di latte nutritivo ma... aveva deciso di
conservarle per il viaggio di ritorno.
Quando l'acqua prese a bollire, Ciena si allontanò dal
focolare e si sedette sui cuscini disposti sul pavimento davanti a
suo padre. Solo allora si rese conto che non le sembrava affatto
strano, nonostante avesse passato anni a pranzare e cenare seduta
su panchette e sgabelli più alti. La sua casa restava pur sempre la

278
sua casa.
Paron scosse lentamente la testa. "È bello rivederti, bambina
mia". Le sfiorò per un attimo la guancia.
"Sarei dovuta tornare prima".
"No. C'è una guerra. Devi fare il tuo dovere".
I capelli grigi alle tempie del padre la presero di sorpresa, ma
non tanto quanto il suo atteggiamento. Paron era sempre stato il
suo pilastro: irremovibile e spesso severo, ma comunque giusto.
Sempre forte. Adesso la sua risoluzione si era indebolita a tal
punto che Ciena riusciva a vederla come vedeva le rughe che gli
erano spuntate sul viso.
"Non ci sono bandiere nel cortile", disse Ciena. "Gli altri
abitanti della valle si rifiutano di riconoscere le accuse, vero?".
Sarebbe stato un gesto di sfida nei confronti del governo: per gli
abitanti delle valli si trattava di una reazione impensabile, ma di
tanto in tanto certe accuse se la meritavano.
"Le hanno riconosciute, invece", rispose suo padre con la
voce strozzata. "Non è venuto nessuno".
Impossibile. "Nessuno?"
Suo padre annuì.
Ciena rammentò quei giorni trascorsi a casa della famiglia
Nierre, quando li aveva sostenuti nel loro momento più buio.
Avevano festeggiato insieme quando gli accusatori avevano
ritrattato e avevano accettato la versione imperiale della
faccenda... Questo la fece riflettere. "Com'è possibile che
qualcuno che conosce mamma possa pensare che abbia rubato?"
"Lo sanno che non ha rubato!", sbottò suo padre. "Lo sanno
tutti, ma non hanno il coraggio di dirlo".
"Però... rifiutarsi di sostenere qualcuno che è stato accusato
ingiustamente..."
"È l'Impero ad accusarla. Noi abbiamo giurato lealtà

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all'Impero. Opporsi sarebbe disonorevole!"
"Non puoi metterti contro la mamma". Ciena fissava suo
padre, incredula. "Vero?"
"Tua madre sa cos'è l'onore come lo so io. Te ne sei
dimenticata, Ciena?". Lo sguardo penetrante di Paron la colse
alla sprovvista, e lei non osò aggiungere altro.
E la verità?, pensò. Com'è possibile che la verità non conti
più nulla? Che onore c'è nell'accettare le menzogne?
"Perdonami", fece suo padre in un tono ancora più stanco.
"Gli ultimi giorni sono stati difficili".
"Lo so. Mi dispiace. Ora ci sono io".
Trascorse un'ora. Ciena e suo padre consumarono la loro cena
in silenzio, e tutta la preoccupazione del mondo non riuscì a
impedirle di gustare il sapore del cibo vero. Seduta vicino al
focolare insieme a suo padre, coi falchi del sale che strillavano in
lontananza, Ciena immaginava di non essere mai diventata
un'ufficiale e di non aver mai lasciato Jelucan. Come se fosse
stato un lungo sogno.
Eppure non poteva più sognare a occhi aperti. La realtà
pesava di più a ogni minuto che passava, perché il giudice non
rispose mai... e nessuno dei loro amici delle valli accorse a
sostenerli. Neppure uno. Nessuna famiglia conficcò il suo
vessillo nel fosso in cortile per condividere con i Ree la loro
onta.
Il cielo, nel frattempo, si era completamente scurito. "Perché
sei così sicuro che nessuno scoprirà chi è stato veramente,
papà?", si azzardò a chiedere Ciena.
"Lo sai benissimo. Non farmi rispondere a questa domanda.
Insulterei entrambi".
Ciena aveva già tratto la conclusione più logica: il colpevole
era un ufficiale dell'Impero di grado così alto da poter falsificare i

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registri. "Il giudice non dovrebbe interrogare anche gli ufficiali
dell'Impero? In quel caso, la condanna di mamma..."
"Ascoltami, Ciena. Tu fai parte della flotta stellare imperiale,
e io sono fiero di te. Tutto ciò che c'è di buono nell'Impero è
merito tuo e di tutti quelli come te". Le accarezzò la mano. "Ma le
regole e chi governa hanno sempre due facce. Qui su Jelucan
abbiamo visto soprattutto la faccia peggiore. Nonostante ciò, la
nostra lealtà non deve vacillare".
Ciena ripensò al cielo grigio, alle miniere che avevano
scavato nelle montagne delle voragini tanto profonde da sembrare
le artigliate di qualche mostro gigantesco. Suo padre rifiutava di
arrendersi persino quando tutto ciò che aveva intorno trasudava
corruzione e rovina.
Jelucan è vittima di un governatore disonesto. Gli ufficiali
maggiori non sanno la verità, perché se la sapessero sarebbero
già intervenuti.
O almeno era quel che si diceva Ciena. Inconsciamente, però,
sapeva che quella giustificazione era talmente ridicola che
neppure lei riusciva a crederci, figurarsi ripeterla a voce alta.
Ripensava all'espressione di Ronnadam quando le aveva dato il
permesso di partire e a quanto fosse sicuro che il giudice
imperiale avrebbe preso la decisione giusta. E ne era certo perché
quella decisione non sarebbe stata presa dopo aver perseguito la
verità; sarebbe servita soltanto a giustificare le azioni degli
ufficiali imperiali. L'apparenza contava molto più dei fatti.
Il tempo passava. "Non è venuto proprio nessuno, papà?"
Paron indicò il fosso in cortile senza vessilli.
E da quel momento in poi fu chiaro che non vi era molto altro
da aggiungere. Ciena girò per casa quasi come fosse in trance,
mettendo via la zuppa che era avanzata e lavando i piatti. Ancora
una volta, le pareva di vivere a metà tra il sogno e la realtà, ma

281
ormai era la sua stessa casa a esserle diventata surreale. Come
poteva trovarsi lì e soffrire ancora così tanto? Aveva quasi voglia
di tornare all'Executor, dove l'aria riciclata puzzava di ozono e
nessuno disobbediva mai agli ordini.
L'ultima tappa del viaggio verso Jelucan era durata dieci ore;
Ciena era stata così in ansia da non riuscire a chiudere occhio per
tutto il tempo. Erano passate altre dieci ore e la stanchezza stava
prendendo il sopravvento. La testa le pesava e le facevano male
gli occhi. Durante i momenti di crisi come quello, però, qualcuno
doveva restare sempre sveglio a casa dell'accusato. Di solito erano
gli amici leali e i membri della famiglia che facevano la veglia, a
turno, durante la notte, ma Ciena e suo padre erano soli. Per
quanto fosse stanca, Ciena sapeva che suo padre lo era ancora di
più.
"Vai a letto", gli suggerì sottovoce. "Resterò sveglia io".
"Devi riposare".
"E tu no?"
"Hai fatto un lungo viaggio...". Suo padre si interruppe. Non
aveva più neppure la forza per controbattere.
Dall'esterno sopraggiunse il ronzio di un ridgecrawler. Ciena
aveva così tanto bisogno di sostegno che la sua mente doveva
averle giocato un brutto scherzo, e così si rimproverò tra sé. Da
queste parti passano molte persone. Non sono venuti per noi.
Ma poi il ridgecrawler si fermò. Seguì un rumore di passi e --
la Forza sia lodata -- l'inconfondibile rumore di un'asta che
veniva conficcata nella sabbia.
Sorridendo trionfante, Ciena batté la mano sulla spalla di suo
padre e corse alla porta. C'era ancora qualcuno di leale. Qualcuno
aveva risposto alla loro chiamata. Che fosse uno dei Nierre, con
la carnagione chiarissima che si sarebbe scurita per l'imbarazzo
quando si fosse scusato per il ritardo? O magari uno degli

282
anziani, disposto a correre il rischio di sfidare l'Impero in nome
di tutta la valle?
Ciena spalancò la porta ancor prima che il loro visitatore
bussasse... e rimase di stucco. Non riuscì a muoversi, né tanto
meno a pronunciare un'altra parola oltre al suo nome.
"Thane?", disse con un filo di voce.

283
CAPITOLO 20

Thane sarebbe rimasto sempre una parte di lei e Ciena lo aveva


pensato spesso, ma era anche stata piuttosto sicura che non
l'avrebbe mai più rivisto. Eppure era proprio lì, di fronte a lei, gli
occhi azzurri imperscrutabili. Probabilmente si stava chiedendo
quale sarebbe stata la loro reazione.
Fu il padre di Ciena a parlare per primo. "Chi sei?"
"Mi chiamo Thane Kyrell, signor Ree. Ho saputo della madre
di Ciena e... vorrei fare la veglia insieme a voi. Se volete". Thane
indicò il mucchio di sabbia dal quale sbucava un vessillo
solitario. "Una volta Ciena mi ha spiegato che gli estranei che
non vivono nelle valli possono piantare un vessillo rosso, dato
che non abbiamo quelli di famiglia. Mi pare avesse detto così".
Esitò per la prima volta e il barlume d'insicurezza che Ciena colse
nel suo sguardo le fece sembrare Thane molto più familiare, come
il ragazzo che amava ricordare. Quel momento durò pochi istanti,
però; il ragazzo svanì, lasciandosi alle spalle un perfetto estraneo.
"Ricordo bene il rituale?"
"Sì". Ciena gli rispose più freddamente di quanto si sarebbe
aspettata.
Thane annuì come se avesse appena ricevuto un ordine.
"Allora posso restare? Oppure preferite che me ne vada?"
Il significato implicito di quella domanda era ovvio. Mi
consegnerete all'Impero?
Ciena aveva giurato che lo avrebbe fatto. Aveva dato la sua
parola, soprattutto dopo aver scoperto che Thane si era unito

284
all'Alleanza Ribelle.
D'altra parte, quello della veglia era un rito sacro. Chiunque
mettesse in gioco il proprio onore per il loro meritava di essere
protetto. E così, quando suo padre la guardò con le sopracciglia
alzate, Ciena annuì e si fece da parte così che Thane potesse
varcare la soglia.
Evidentemente le aveva prestato più ascolto di quanto non
avesse creduto quando avevano passato le loro giornate nella
Fortezza con Ciena che cercava di spiegargli i rituali e le usanze
del suo popolo. Thane si rivolse a suo padre come si confaceva,
chinando appena il capo in segno di rispetto. "Io credo nell'onore
della sua famiglia, signor Paron Ree".
"Ti ringrazio per aver deciso di fare la veglia insieme a noi".
Suo padre esitò; aveva incontrato Thane pochissime volte e aveva
sempre creduto che fosse soltanto un ricco ragazzino viziato che
si approfittava della bravura di Ciena. Non gli aveva mai stretto la
mano, prima di allora.
Ciena chiuse la porta; con le mani ancora intorpidite dallo
stupore, girò la chiave a fatica. Erano passati tre anni da quando
si erano detti addio. Allora era scesa al piano terra della locanda
prima di scoppiare a piangere, ma era sicura che Thane avesse
ceduto molto prima.
Gli ho detto che, se lo avessi rivisto, lo avrei consegnato alle
autorità. Gli ho detto che se fosse tornato su Jelucan, sarebbe
stato arrestato. Lo avrebbero imprigionato e probabilmente
ucciso. Negli ultimi anni persino i crimini meno importanti
venivano considerati alto tradimento.
Thane, però, era tornato lo stesso.
"Bene". Thane entrò in sala da pranzo, alto e imponente sotto
un soffitto a cupola che sembrava troppo basso per lui. "Che cosa
volete che faccia?"

285
Suo padre indicò il tavolo. "La tua compagnia è sufficiente.
Hai fame? Ciena ha preparato la cena".
"Non voglio disturbare..."
"Stai facendo la veglia", lo interruppe Ciena. Ancora una
volta, parlò in tono più severo di quanto avesse voluto. "Sostieni
la nostra famiglia. Questo significa che hai diritto alla nostra
ospitalità e alla nostra protezione... finché sei sotto il nostro
tetto".
"Allora non mi dispiacerebbe mangiare un boccone. Grazie".
Thane si sedette a gambe incrociate sotto il tavolino, non senza
qualche difficoltà.
Paron Ree si occupò del pasto di Thane, sia perché così
prevedeva il rituale di benvenuto, sia perché aveva intuito che
Ciena e Thane volevano parlare in privato. E parlare dovevano,
poco ma sicuro. Solo che Ciena non sapeva da che parte
cominciare.
Così optò per la più importante. "Grazie per aver deciso di
sostenere la mia famiglia", disse.
Thane indicò il cortile con un cenno del capo. "Dove sono gli
altri vessilli?"
"Il popolo delle valli ci ha abbandonato", ammise Ciena con
una smorfia amareggiata. "Non è venuto nessuno. Soltanto tu".
"So che tua madre è innocente", disse Thane dopo aver esitato
per qualche istante. "Nessun abitante delle valli farebbe mai una
cosa del genere, men che meno un membro della tua famiglia".
I loro sguardi si incrociarono per un lungo istante, prima che
entrambi li distogliessero.
Ciena notò la lentezza con cui suo padre servì la cena a
Thane. Probabilmente non chiudeva occhio da quando sua moglie
era stata arrestata una settimana prima. "Questa sera faccio la
veglia io", gli disse Ciena, posandogli una mano sul braccio. "Vai

286
a dormire".
"Ci penso io", intervenne Thane. "Qualcuno deve stare sveglio
fino all'alba, vero? È giusto che lo faccia io".
Il padre di Ciena doveva aver pensato che avessero risolto i
loro problemi, perché baciò sua figlia sulla guancia e si ritirò
nella sua camera senza dire un'altra parola. Ciena sperò che si
addormentasse subito, un po' perché aveva bisogno di riposare ma
anche e soprattutto perché non voleva che sentisse quel che
avrebbero detto Thane e lei.
E così i due tacquero finché Paron non ebbe chiuso la porta
della sua camera. Ciena si sedette accanto a Thane con le
ginocchia che le tremavano; stargli così vicino le ricordava la
notte che avevano trascorso insieme tre anni prima. Thane aveva
perduto quel poco di giovinezza che gli era rimasto, e si era fatto
molto più virile: aveva le spalle larghe, i muscoli compatti e
l'ombra della barba rossiccia che gli scuriva la mascella. Ciena si
voltò in modo che non potesse guardarla in viso. "Lo sai che sei
in pericolo?"
"Sono stato attento", replicò lui. "Sono sceso dalla mia nave
solo dopo che si è fatto buio. Ho noleggiato il ridgecrawler con
un nome falso e sono venuto subito qui. Me ne andrò di notte. In
questo modo dovrei riuscire a evitare chiunque non sia diretto
qui. Sono al sicuro... se non mi denunci tu".
"A questo punto dovresti aver capito che non lo farò".
"Perché la vostra famiglia ha il 'dovere' di proteggermi?",
chiese Thane. Oppure c'è un'altra ragione?, era la domanda
sottintesa.
Ciena non rispose. "Questa notte farò la veglia io", disse
invece, stringendosi le braccia intorno al corpo per riscaldarsi.
"Sei stanca morta", osservò Thane con un tono che le sembrò
più che altro una critica. "Ho dormito durante il viaggio, perciò

287
sono riposato".
"Non posso lasciartelo fare".
"Il rituale non c'entra, vero? Tuo padre lo avrebbe detto. Qual
è il problema?"
Ciena era così stanca che in quel momento preferì essere
schietta. "Non voglio avere debiti nei tuoi confronti".
Thane rise di cuore più per la sorpresa che per altro. Forse
non si aspettava che Ciena fosse tanto arrabbiata con lui perché,
evidentemente, non sapeva che aveva scoperto il suo
collegamento con l'Alleanza Ribelle, ma ormai doveva averlo
intuito. Nonostante ciò, sembrava proprio che non fosse
altrettanto adirato. E dire che l'ultima volta che si erano visti
avevano dovuto lasciarsi.
"Mettiamola così", fece Thane a bassa voce. Ciena, pur a
malincuore, non poté fare a meno di voltarsi. "Sono io in debito
con te, dato che hai detto che mi sono suicidato, invece di
denunciarmi. Se faccio la veglia, saremo pari. Niente debiti,
d'accordo?"
Da piccola, Ciena aveva letto gli orribili racconti delle
punizioni barbare e crudeli inflitte nell'antichità, prima che la sua
gente abbandonasse il proprio pianeta d'origine e scoprisse che
non era l'unica civiltà della galassia. Ce n'era uno, in particolare,
che le faceva venire gli incubi. Si legavano gli arti di una persona
a quattro animali che venivano poi istigati a correre in quattro
direzioni diverse finché il corpo della vittima non si smembrava.
Quella tortura l'aveva perseguitata nei suoi sogni, e Ciena era
sempre stata grata che non fosse mai accaduto a lei.
Adesso, però, stava accadendo. Non al suo corpo, ma alla sua
anima.
Ciena aveva giurato fedeltà all'Impero, aveva conosciuto degli
amici che le sarebbero stati accanto per tutta la vita e si era

288
distinta in maniera esemplare. Nonostante ciò, le ombre che aveva
scorto tanto tempo addietro si erano allungate e fatte ancora più
scure: le inutili morti di così tanti piloti, la pressione costante di
dover mettere da parte tutto ciò in cui aveva sempre creduto, la
corruzione e la devastazione che affliggevano Jelucan.
Soprattutto, Ciena non riusciva a dimenticare Alderaan, un
pianeta distrutto per evitare una guerra che era scoppiata lo
stesso.
Eppure, nulla di tutto ciò era riuscito a dividerla come l'essere
semplicemente insieme a Thane. Questi non solo aveva infranto il
suo giuramento -- e abbandonato lei -- ma si era addirittura unito
alla Ribellione, alle stesse persone responsabili della morte di
Jude e di quella guerra assurda. Ciena non riusciva a immaginare
un tradimento peggiore di quello.
Tuttavia, quando tutti l'avevano delusa, Thane era stato
l'unico a rischiare la propria vita per starle accanto.
Ciena si alzò in piedi. "Buonanotte, Thane". Non lo ringraziò
per aver deciso di fare la veglia. Se ne tornò semplicemente in
camera e chiuse la porta senza gettarsi neppure un'occhiata alle
spalle. Stanca com'era, Ciena era sicura che si sarebbe
addormentata immediatamente; invece, rimase sveglia per un'altra
ora ad ascoltare i rumori sommessi di Thane che si muoveva per
casa. Sapeva che non sarebbe entrato in camera sua, e lei stessa
non voleva che lo facesse, ma non riusciva a smettere di
ascoltarlo. Voleva sapere dov'era, e assicurarsi che fosse vicino.

Il mattino seguente, quando Paron Ree si fu alzato, Thane andò a


schiacciare un pisolino. A quel punto era così stanco da poter
dormire nonostante le domande che gli assillavano la mente, le
stesse che lo avevano perseguitato per tutta la notte.

289
Per esempio: Perché Ciena ce l'ha tanto con me? Thane
sospettava avesse scoperto che si era unito alla Ribellione, il che
sarebbe stata una pessima notizia. Voleva forse dire che l'Impero
aveva aperto un fascicolo su di lui? Allora c'era una talpa tra gli
agenti segreti dell'Alleanza Ribelle. Forse Ciena era stata punita
per aver coperto la sua diserzione; in quel caso, era comprensibile
che non riuscisse neppure a guardarlo in faccia.
E ancora: Al mio ritorno, potrò tornare nella mia
squadriglia? Thane aveva informato il generale Rieekan della
sua assenza, ma non aveva condiviso nessun dettaglio e quello
aveva fatto altrettanto. Probabilmente avrebbe trovato il Liberty
esattamente dove l'aveva lasciato, ma se la Ribellione avesse
anche soltanto sospettato che l'Impero aveva localizzato
l'incrociatore, sarebbero partiti subito. A quel punto Thane
avrebbe dovuto ricominciare a cercare l'Alleanza Ribelle da capo,
sondando i piloti negli spazioporti, raggiungendo i pianeti
simpatizzanti nella speranza di cogliere le voci giuste, e così via.
Sarebbe stata un'impresa lunga e difficile.
C'era un'altra domanda, però, che lo stava divorando: cosa ci
faccio qui?
Thane si era ripetuto che Kendy aveva ragione quando diceva
che l'Impero non voleva solo la loro lealtà, ma anche le loro
anime. Tutti quegli anni trascorsi a obbedire e a mettere in
discussione la propria morale dovevano aver spogliato Ciena di
tutto quello che lo aveva fatto innamorare, lasciando al suo posto
una patetica creatura di Palpatine.
Thane aveva visto un notiziario che parlava della signora Ree
e in quel momento si era reso conto che Ciena sarebbe tornata su
Jelucan. Allo stesso tempo aveva capito che sarebbe dovuto
tornare anche lui, se voleva rivederla almeno un'altra volta.
Se l'Impero l'aveva spogliata di tutto, lasciando di lei soltanto

290
un guscio freddo e vuoto, allora Thane se ne sarebbe fatto una
ragione. Se invece fosse stata ancora la stessa ragazza di cui si era
innamorato, allora avrebbe fatto i salti mortali pur di reclutarla
nella Ribellione.
Ormai aveva capito che quelle due prospettive non avevano
alcun futuro; nonostante ciò, non riusciva più a scrutare
nell'animo di Ciena, la quale era diventata un vero e proprio
enigma che non sapeva come risolvere.
Quando Thane si alzò, doveva essere ormai mezzogiorno.
Non ne era sicuro; era diventato difficile capirlo con l'aria ormai
così satura di inquinamento. Ciena era in sala da pranzo e, al suo
ingresso, levò lo sguardo su di lui. Era seduta su uno dei cuscini
sul pavimento, e indossava una tunica bianca sopra un paio di
pantaloni aderenti. Non si era fatta le trecce, e così i riccioli le
incorniciavano il viso come una nuvoletta. Li aveva portati così
anche la sera in cui avevano ballato insieme al Palazzo Imperiale.
Thane aveva creduto che tutti quegli anni di servizio
l'avessero temprata. Aveva cercato di immaginarla come un rigido
e severo ufficiale qualunque. Ciena, invece, era rimasta garbata e
gentile... persino delicata, anche se Thane sapeva che era tutta
apparenza. Ricordava bene la compattezza dei muscoli delle
braccia, delle gambe e della schiena, così come ricordava la
sensazione che aveva provato a guardare nei suoi occhi castani
mentre giaceva sopra di lei...
Dacci un taglio, si disse.
Dato che Ciena non lo salutò, non lo fece neppure lui. "Dov'è
tuo padre?", domandò invece.
"È andato a lavorare", rispose l'altra, indicando il pezzo di
pane e il formaggio che dovevano essere la sua colazione. "Papà
fa l'amministratore alla guarnigione. Non ha diritto ad assentarsi
solo perché sua moglie è in pericolo e il suo cuore è infranto.

291
Non può nemmeno fare tardi".
Che Ciena fosse adirata con l'Impero? Thane lo sperava di
cuore, ma lei era imperscrutabile tanto quanto la sera precedente.
Preso un pezzo di pane, Thane riuscì a sedersi incrociando le
gambe sotto quel tavolino dannatamente basso. "Oggi che cosa
prevede il rituale?"
"Niente di che. Qualcuno dovrebbe restare qui a fare la
guardia, ma è una regola che non conta dato che ci sei solo tu".
Ciena esitò. "Ieri ho chiesto di vedere il giudice", aggiunse poi.
"Ho chiesto di nuovo stamattina. Non mi hanno risposto. Non
credo che lo faranno".
"In pratica, mi stai dicendo che potremmo andarcene, ma non
abbiamo dove andare".
Ciena non replicò. Si ostinava a fissare la finestra rotonda di
fronte e il vessillo rosso improvvisato che sventolava nel cortile.
L'aria sporca lo avrebbe imbrattato presto. Thane aveva seguito
l'involuzione di Jelucan anno dopo anno, eppure non era facile
vederla di persona. Se solo avesse potuto viaggiare nel tempo e
tornare bambino, quando quel pianeta era ancora la loro casa e
riuscivano a capirsi senza parlare...
In quel momento capì che cosa voleva fare, proprio come lo
avrebbe capito se quella fosse stata ancora la sua Ciena.
"Vola con me", disse.
Ciena gli scoccò un'occhiata. "Vuoi volare? Adesso? Oggi?"
"Possiamo raggiungere l'hangar della mia famiglia coi
ridgecrawler. Scommetto che il vecchio V-171 è ancora lì".
"Se i tuoi genitori ti vedessero..."
"Ho controllato prima di uscire dallo spazioporto. Sono
dall'altra parte del pianeta per affari. Non avremo problemi".
Ciena era perplessa. "Il V-171 potrebbe non funzionare più.
Sono passati molti anni".

292
"Andiamo a controllare. Se non vola... pazienza, lasciamo
perdere. Magari funziona ancora".
Thane osservò Ciena mentre quella cercava un motivo per
rifiutare. Alla fine, fu costretta a cedere. "E va bene", sospirò.
Thane si infilò la giacca blu e il cappello più impaurito che
ottimista. Ciena non si era ancora aperta, e Thane non era certo
che fosse il caso di insistere. Tuttavia, solo quando avevano
volato insieme erano stati davvero vicini. Solo in quei momenti
avevano appreso l'uno dell'altra e avevano esplorato il loro
pianeta insieme. Ecco perché era l'unico modo per capire se
potevano ancora comunicare.
Il viaggio verso l'hangar fu più angosciante di quanto Thane
avesse previsto. I sentieri che un tempo erano stati deserti erano
diventati di uso comune. Si sentiva mancare il respiro ogni volta
che incrociavano un altro ridgecrawler: temeva sempre che ci
fosse a bordo un assaltatore pronto a sfoderare il blaster. Nessuno
li degnò di uno sguardo, però; Ciena e Thane erano gli ennesimi
passanti diretti in montagna, avvolti in una densa nebbia
mattutina fatta di cenere e polvere. Il suo ridgecrawler seguiva
quello di Ciena come fosse la sua ombra.
Dalven non era a casa, e di sicuro non entrava nel loro hangar
da anni. La serratura della porta era completamente arrugginita e,
quando Thane e Ciena riuscirono ad aprirla, sollevarono delle
nuvolette di polvere che li fecero tossire. Thane non si sorprese
quando accese il vecchio V-171 e il pannello di controllo si
illuminò con un bagliore verdastro.
"Sembra tutto a posto", disse dando una pacca sulla fiancata
della navetta con un assurdo moto di orgoglio.
"Decolliamo". Ciena tese la mano per giocare a lucertola-
rospo-serpente ancor prima di rendersene conto, e arrossì
immediatamente per l'imbarazzo. Thane si limitò a tendere la

293
propria mano. Un, due, tre: lui giocò il rospo, ma Ciena scelse il
serpente, il quale mangiava il rospo.
"Sei sempre stata più fortunata di me", bofonchiò.
Ciena gli rivolse un sorriso debole ma sincero. "Mi spiace,
Kyrell". Sembrava di nuovo lei. "Oggi ti tocca farmi da secondo
pilota".
I familiari ritmi di preparazione al decollo furono una specie
di balsamo. Avevano ricominciato a parlare. Nel giro di pochi
minuti, il V-171 si sollevò dal suolo. "Facciamo un giro", disse
Ciena mentre lo dirigeva fuori dall'hangar.
"Ricevuto", replicò Thane, e insieme sfrecciarono verso il
sole.
Si erano di nuovo sincronizzati alla perfezione. Thane sapeva
quando lei avrebbe virato prima ancora che lo facesse e reagì a
ogni suo movimento senza neppure riflettere. Thane si stupì di
constatare quanto poco fossero cambiati da quel punto di vista,
nonostante le loro vite fossero state tanto sconvolte. Riuscivano
ancora a volare come fossero una sola persona.
A migliaia di metri di altitudine, l'inquinamento finalmente si
dissipò abbastanza da circondarli con la stessa luminosità che
Thane ricordava di aver ammirato da piccolo. Le nuvole
brillavano bianchissime; le cime irregolari delle montagne più
alte svettavano tra di esse come isolette in un oceano di neve.
Non si poteva scavare lassù in alto e il cielo restava limpido e
cristallino.
Da quell'altezza si poteva credere che Jelucan fosse ancora un
pianeta bellissimo.
Ciena volle gustarsi il cielo il più possibile. Thane non aveva
bisogno che glielo dicesse. Un'acrobazia dopo l'altra, fecero il
giro delle loro amate catene montuose e si lasciarono accarezzare
dalle brezze che soffiavano intorno a Waver's Peak. Quando

294
Ciena virò per cogliere una folata di vento, Thane si era già
sporto da un lato insieme a lei, scoppiando a ridere. "Ti piace,
vero?"
"Anche a te". Poteva quasi vederla sorridere.
Questa non è una tregua. Tu sei ancora un ribelle, e lei è
ancora un'ufficiale dell'Impero. Non potremo mai più
condividere nient'altro che un'ora di volo.
Era quello che Thane continuava a ripetersi, pur senza
riuscire a crederci.
Rimandarono il viaggio di ritorno persino dopo che fu
scoppiata una tempesta. Quando i venti si furono alzati troppo,
però, capirono entrambi che era giunto il momento di scendere.
Nel piccolo V-171 riuscivano addirittura a percepire il modo in
cui i loro corpi reagivano a ogni turbolenza.
Thane ricordava perfettamente ogni movimento di Ciena.
"E dai!". Avevano dieci anni e Ciena voleva volare tra le
stalattiti per la prima volta. "Possiamo farcela!". Thane aveva
descritto una spirale in direzione del loro bersaglio e
l'improvviso disorientamento li colse entrambi di sorpresa,
facendoli ridere di gusto.
Le loro speeder bike si erano incastrate mentre sfrecciavano
tra i palazzi di Coruscant, sporgendosi l'uno verso l'altra nel
tentativo di attraversare l'ultimo punto di controllo e vincere la
gara.
"Così?". Sentiva il respiro caldo di Ciena sulla sua spalla
nuda. Troppo preso per rispondere, Thane aveva potuto soltanto
annuire.
Riportarono il V-171 nell'hangar poco prima che cominciasse
a piovere. Ciena lo aveva spento senza dire una parola; qualunque
cosa ci fosse stata tra loro lassù in cielo, era di nuovo scomparsa.
Se qualcuno li avesse visti uscire dall'hangar, li avrebbe scambiati

295
per due operai dello stesso spazioporto.
Ciena, però, non tornò al suo ridgecrawler. Raggiunse invece
il bordo della piana su cui si ergeva l'hangar e si affacciò sullo
stretto sentiero roccioso che deviava dalla strada principale... e si
dirigeva alla Fortezza. Esitò un secondo per gettarsi un'occhiata
sopra la spalla, quasi sfidando Thane a seguirla.
E quando mai lui era riuscito a resistere a una sfida?
Nessuno di loro parlò finché non si furono arrampicati nella
Fortezza. Quando Ciena riaccese le vecchie lampade che avevano
lasciato lì, Thane si guardò intorno con aria sorpresa. Si era
aspettato che il posto fosse disastrato e pieno di polvere, invece
le superfici erano pulitissime, le coperte immacolate. Le loro
astronavi giocattolo erano ancora appese al mobile che avevano
montato a nove anni. "È invecchiata bene", commentò.
"Sono venuta ieri", disse Ciena. "La mia astronave è atterrata
prima che papà tornasse da lavoro, ma... non sono riuscita a stare
a Valentia un minuto di più. Questo era l'unico posto in cui avrei
voluto trovarmi. Ho dovuto dare una pulita, ma non c'è voluto
molto". Ciena si voltò a guardarlo. All'ombra della tempesta in
arrivo, Thane non riusciva a decifrare la sua espressione. "È
rimasto quasi tutto come allora".
Thane si avvicinò. "Senti, Ciena..."
"Ti sei unito alla Ribellione". Ciena proruppe come una diga
che aveva sfondato gli argini. "Come hai potuto? Sono terroristi!
Hanno ucciso Jude!"
"Non siamo terroristi. Se c'è un terrorista, quello è Palpatine,
visto che governa con la paura..."
"Avevi detto che non ti saresti unito ai ribelli, me lo hai detto
in faccia..."
"Poi mi sono reso conto di quanto è malvagio l'Impero. I
ribelli non sono perfetti, ma qualcuno deve pure fare qualcosa!"

296
"E così hai deciso di odiare l'Impero. Sei disposto a uccidere
le persone con cui hai studiato... gli altri ufficiali, i tuoi amici".
Ciena gli si avvicinò, i pugni stretti lungo i fianchi. "Sei disposto
a uccidere anche me".
"Non capisci che il pensiero mi distrugge ogni volta che vado
in battaglia? Lo sai che preferirei morire prima io? È solo che non
posso starmene in disparte e non fare niente, Ciena. Non ci
riesco".
L'altra scosse la testa. "Dovevi smettere di fare il cinico
proprio adesso?"
Thane voleva stringerla e scuoterla. Voleva supplicarla di
ascoltarlo. E più di ogni altra cosa voleva volare di nuovo insieme
a lei, lassù dove potevano ancora comprendersi a vicenda. La
tempesta, però, era già scoppiata. "È tutto quello che hai da dire?
Mi hai trascinato qui soltanto per rimproverarmi?"
"No".
"Allora perché..."
Ciena gli afferrò il viso con entrambe le mani e lo baciò
appassionatamente.
Gli istanti successivi trascorsero come in un sogno. Le sue
piccole mani che gli accarezzavano il petto sotto la camicia. La
sensazione di stringerla di nuovo tra le sue braccia. Il sapore
delle sue labbra. Thane non sarebbe più riuscito a starle vicino
come un tempo. Persino in quel momento, stretti l'uno all'altra,
erano troppo distanti.
Thane la strinse così forte da sollevarla dal pavimento, quindi
la spinse contro la parete e si appoggiò a lei con tutto il suo peso
mentre le restituiva il bacio.
"Non azzardarti a smettere", bisbigliò Ciena quando si
separarono per riprendere fiato.
E Thane non si azzardò a farlo.

297
CAPITOLO 21

Qualche ora dopo, Ciena era seduta all'ingresso della Fortezza e,


avvolta in un lenzuolo, stava osservando gli ultimi strascichi della
tempesta. Il vento aveva smesso di soffiare da un po', ma la
pioggia continuava a cadere sulle praterie come un sudario
d'argento. Come aveva fatto a dimenticarsi di quel meraviglioso
panorama?
In fondo, era quello il posto in cui si ritirava a sognare. La
carriera militare nell'Impero non concedeva il tempo libero per
sognare a occhi aperti e lasciare spazio all'immaginazione.
Ciena si alzò in piedi e rientrò nella Fortezza, le gambe che le
tremavano piacevolmente. Avevano ammucchiato le coperte e le
lenzuola in un angolo, vicino alla vecchia stufa che avevano
portato lì dieci anni prima, dove la luce riusciva a penetrare a
malapena. Thane sonnecchiava a pancia in giù, quasi
completamente nudo.
Ciena esitò per un attimo e si appoggiò alla parete. "Guarda
coi miei occhi", sussurrò.
La sua voce doveva averlo svegliato, perché Thane si girò su
un fianco e le rivolse un sorriso stanco. "Fai vedere a tua sorella
anche questo?"
"Dovrei mostrarle i momenti più belli e straordinari della mia
vita. Questo è uno di essi".
Thane tese un braccio e Ciena si rannicchiò contro di lui,
coprendo entrambi col lenzuolo. Nonostante la presenza della
stufetta, l'aria nella Fortezza era ancora fresca... ma Thane la

298
riscaldava a sufficienza. Ciena voleva tanto dimenticare il mondo
all'esterno; lì dentro sarebbero potuti restare insieme per sempre,
inseparabili.
"Ti amo ancora", disse. "Anche se probabilmente lo avrai
capito".
"E io amo te. Non smetterò mai, qualunque cosa accada".
Ciena si girò a guardarlo. Non sarebbe stato facile parlarne
senza arrabbiarsi, ma doveva farlo. "Se hai deciso di unirti alla
Ribellione, sei cambiato più di quanto credessi".
"Sei ancora convinta che siano 'terroristi' come sostiene
l'Impero? Più che altro, sono idealisti. Credono che la Nuova
Repubblica, a differenza della Vecchia, sarà grande e gloriosa. Io
non sono così sciocco. Non lo sarò mai. Ma l'Impero deve
cadere".
"Hai fatto un giuramento..."
"E basta coi giuramenti, Ciena!". Thane ci mise qualche
istante a riprendere la calma. "Scusa. So quanto ci tieni all'onore.
Il problema, però, non è essere leali nei confronti dell'Impero. È
l'Impero che dovrebbe essere leale nei nostri".
Quelle parole rafforzarono i dubbi di Ciena, facendola
ripensare agli ufficiali morti invano, all'ultimo grido di Penrie,
all'esplosione di Alderaan. Adesso doveva soffrire anche sua
madre.
Ciena nascose il viso nel petto di Thane. Era più facile
confidarsi tra le sue braccia. "Ho visto coi miei occhi l'oscurità
che si cela nell'Impero. Come potevo non accorgermene?"
Thane prese a giocherellare con uno dei riccioli di Ciena,
nonostante la serietà della conversazione. "Se te ne sei accorta,
allora non capisco come tu possa continuare a servire l'Impero
solo perché lo hai giurato anni fa, quando ancora non conoscevi
tutta la verità".

299
"Nessuno conosce tutta la verità. È per questo che le
promesse sono importanti. Se così non fosse, sarebbe troppo
facile dare la propria parola, no? Affrontiamo il futuro ignoto e
giuriamo di essere fedeli a qualunque costo". Ciena sospirò. "Per
quanto mi importi del mio giuramento, non è certo l'unica ragione
per cui sono rimasta".
"Che cosa vuoi dire?"
"L'Impero non è fatto soltanto di... corruzione e violenza".
Non le fu facile pronunciare quelle parole, ma Thane la obbligava
a essere sincera con se stessa. "È anche l'unica struttura che
impedisce alla galassia di ripiombare nel caos come è accaduto
durante le Guerre dei Cloni. Per ogni schifoso burocrate che si fa
ricco a spese degli altri, c'è qualcuno come Nash Windrider che
sta cercando di fare la cosa giusta. Non credi che andrebbe tutto a
rotoli se cominciassero a disertare anche i migliori? Abbiamo la
responsabilità di imporci e cambiare l'Impero".
"Sei sempre la solita ottimista". Thane esitò. "Come sta
Nash?", domandò qualche attimo dopo.
"Meglio, ora. I primi mesi dopo la distruzione di Alderaan
non sono stati facili, ma li ha superati. Credo che a volte si senta
molto solo". Ciena ripensò alla notte in cui Nash si era fatto
avanti davanti alla sua camera... ma dato che si era rifiutata, non
vi era alcun motivo di raccontarlo a Thane. "Ogni tanto parla di
te. Non è giusto che continui a credere che sei morto".
"Lo so".
Giacquero in silenzio per un po'. Con la testa appoggiata al
petto di Thane, Ciena ripensava ai primi mesi che avevano
trascorso all'accademia, così sicuri del loro posto nella galassia.
Ed erano passati soltanto sei anni. Le sembrava praticamente
un'altra vita.
"Ciena?", fece Thane in tono preoccupato. "Vorrei farti una

300
domanda che potrebbe non piacerti. Stammi a sentire, per favore".
Ciena pensò che se non aveva ancora ucciso Thane per essersi
unito ai ribelli, difficilmente avrebbe trovato un altro motivo per
farlo. "Dimmi".
"Tutta questa storia di tua madre... non pensi che potrebbe
essere una specie di prova? Un altro giochetto psicologico di
quelli che piace tanto fare agli Imperiali?"
Ciena avrebbe tanto voluto che quelle "prove" servissero a
temprarli o che avessero uno scopo importante. E pensare che una
volta si era persino arrabbiata con Thane perché aveva insinuato
il contrario! Il ricordo della sua ingenuità la metteva in
imbarazzo. Col passare degli anni, Ciena aveva scoperto che
l'Impero sottoponeva davvero i suoi ufficiali a delle vere e proprie
prove di lealtà. E per chi doveva occupare qualche carica
particolarmente importante, potevano anche avere senso. Ma
giocare con l'amicizia fra due cadetti, soltanto per istigarli a
tagliare ogni ponte col loro pianeta d'origine... Quello era stato
quasi infantile, nella sua crudeltà.
Forse l'Impero voleva metterla veramente alla prova,
sottoponendo sua madre a un processo, ma Ciena ne dubitava.
Sua madre era rimasta coinvolta in un puro e semplice caso di
mediocre corruzione provinciale. Lo sapevano tutti, ma nessuno
osava dirlo perché avevano troppa paura degli ufficiali
dell'Impero.
Quante cose erano cambiate, a cominciare dall'Imperatore per
arrivare all'amministratore meno rilevante. Da dove poteva
cominciare?
"Non credo che mia madre sia al centro di qualche
cospirazione in particolare", disse infine, senza ricamarci troppo
sopra. "Tu ti fidi dei capi dell'Alleanza Ribelle?"
Ciena credeva che Thane avrebbe risposto immediatamente di

301
no, dato che si fidava di pochissime persone, ed era piuttosto
certa che non comprendessero quei farabutti della Ribellione. "Di
alcuni sì. Di quasi tutti, a dire il vero", rispose però l'altro,
cogliendola di sorpresa. "Lo sai che non ho dovuto neppure
chiedere il permesso di venire qui? Confidano che me ne sia
andato per un buon motivo, e sono sicuri che farò ritorno. Certo,
sono proprio matti a sognare una galassia perfetta... ma almeno
rispettano le persone che stanno dalla loro parte".
Ciena non riusciva a credere alle proprie orecchie. Una volta
che Thane aveva finalmente trovato delle autorità che riusciva a
rispettare... si trattava di ribelli? Sicuramente ne stava parlando
in quei termini per convincerla a disertare, e Ciena era piuttosto
convinta che Thane ne avrebbe sparate di ancora più grosse, se
fosse servito a persuaderla. "Da quanto tempo stai con loro?"
"Da qualche mese". Thane le accarezzò delicatamente il
mento con il pollice. "All'inizio mi limitavo a trasportare
provviste di qua e di là, ma ora che la guerra si è fatta più difficile
mi trovo spesso a combattere".
"Ti ho riconosciuto su Hoth, a proposito".
"C'eri anche tu?". Thane parve impallidire. "Mi sono detto...
la flotta è così grande... pensavo che il rischio di combattere
contro di te fosse... non credevo che sarebbe successo".
"Non ho corso nessun pericolo", disse Ciena, mettendosi a
sedere e coprendosi la schiena col lenzuolo. Non riusciva a
sopportare l'espressione di Thane, la sua paura di ferirla. "Ti ho
visto fare quella manovra intorno alle zampe dell'AT-AT. Ho
capito subito che eri tu".
"Sei l'unica persona in tutta la flotta che potrebbe
riconoscermi soltanto da come volo..."
"Può darsi che ci stia guidando la Forza. Ci unisce anche
quando dovremmo essere divisi".

302
Thane fece una smorfia. A quanto pareva, non era cambiato
così tanto da diventare un tipo religioso. "Ho usato un codice di
identificazione falso per attraversare la galassia e venire qui. La
Forza non c'entra nulla".
Ciena alzò una mano. "E va bene. Va bene".
Thane si sedette accanto a lei e le passò un braccio intorno
alla vita. Il cielo sopra la Fortezza si era fatto quasi
completamente scuro. "Ascolta", disse. "Lo so che non sei ancora
pronta per venire con me. E non credo che prenderai mai in
considerazione l'idea di unirti alla Ribellione".
"Scordatelo".
"Tuttavia, se decidessi di lasciare l'Impero, prima o poi...
anche soltanto per venire a vivere qui o per ricominciare su un
altro pianeta..."
Thane le stava forse promettendo di lasciare i ribelli per stare
con lei, se solo avesse disertato? Ciena non voleva saperlo. "Non
lascerò l'Impero finché non avrò concluso il mio mandato. Se
esiste la minima possibilità che quel che c'è di buono nell'Impero
possa offuscarne il marcio, allora è nostro dovere fare del nostro
meglio per proteggerlo".
"L'Impero è marcio fino al midollo, Ciena. Il nostro dovere è
distruggerlo".
Erano ancora agli antipodi, e a quanto pareva lo sarebbero
sempre stati. Ciena lo sapeva. Nonostante ciò, la dura verità le
sembrò un pensiero lontano quando Thane la riabbracciò e lei
posò la testa sul suo petto. Thane e Ciena non erano mai stati
tanto innamorati... né tanto lontani l'uno dall'altra.

Il processo alla madre di Ciena cominciò il giorno seguente.


Processo. Quella parola era fin troppo ufficiale e importante

303
per la frettolosità e lo squallore con cui fu condotto. Ciena prese
posto sul podio semicircolare che circondava l'aula; sull'uniforme
pulita sfoggiava le mostrine rosse e azzurre che ne attestavano il
grado di capitano di corvetta. Suo padre si sedette accanto a lei
col capo chino, quasi come se non riuscisse a sopportare la vista
di sua moglie alla sbarra con le manette ai polsi.
L'avvocato dell'accusa -- un uomo con le mani minuscole e i
capelli unti -- lesse le testimonianze riga per riga, accertandosi
che fosse messa a verbale ogni parola. Non possedeva uno
straccio di prova che non potesse essere confutata da un
ingegnere informatico qualsiasi, e l'avvocato della difesa lo
avrebbe sicuramente fatto notare, se solo sua madre avesse avuto
il diritto di assumerne uno.
Peccato che non si potesse più fare nei processi per crimini
contro l'Impero, ma solo nei comunissimi casi civili.
Ciena si sentiva rimbombare la voce di Thane nella testa che
le chiedeva se l'Impero fosse stato leale nei suoi confronti, e non
osava rispondergli neppure col pensiero.
Thane era partito la notte precedente per prendere una navetta
che lo avrebbe portato chissà dove. Aveva salutato suo padre
rispettando la tradizione formale, e quello aveva lasciato che
Ciena lo accompagnasse da sola al suo ridgecrawler. Si erano
baciati talmente a lungo e con una tale passione che Ciena aveva
le labbra ancora gonfie, ma era felice che lo fossero perché
significava che non se l'era sognato.
"Al di là di quello che ne sarà di noi, volevo ringraziarti per
aver sostenuto la mia famiglia", gli aveva detto. "Hai corso un
rischio tremendo per starmi vicino quando avevo bisogno di te.
È stata la più grande... prova di lealtà e di amicizia che io abbia
mai avuto".
Thane le aveva rivolto un sorriso terribilmente triste. "Pensa

304
che ero venuto qui nella speranza di dimenticarmi di te una
volta per tutte. Sono stato uno stupido".
Ciena provò ad attirare l'attenzione di sua madre, sperando
che si sentisse incoraggiata dalla sua mera presenza. Quella, però,
non riusciva neppure a guardarla. Era come se si vergognasse,
nonostante tutti i presenti sapessero che le accuse erano
completamente false.
In quel momento, un pensiero trafisse Ciena come un pugnale
affilato: sua madre non la guardava perché aveva paura che
sarebbe stata in pericolo, se avesse mostrato compassione nei
confronti di qualcuno che era stato accusato dall'Impero.
Rispetto a molti altri pianeti, su Jelucan la legge dell'Impero
si era rivelata particolarmente severa. Ciena lo aveva scoperto
durante i suoi viaggi. Tuttavia non aveva alcuna importanza,
perché quella crudeltà stava distruggendo la sua famiglia e la sua
casa proprio in quel momento.
"Non ci rivedremo mai più", aveva detto a Thane mentre
quello la stringeva forte a sé. Aveva già acceso il suo
ridgecrawler, il cui ronzio quasi si confondeva col forte soffiare
del vento.
"Ce lo siamo detti anche l'ultima volta".
"Le cose sono cambiate. Non saresti dovuto tornare, questa
volta, mentre io... non so se tornerò più".
"Non facciamo altro che dirci addio", le aveva bisbigliato
Thane nell'orecchio. "Prima o poi finirò per crederci sul serio".
Ciena non era riuscita a replicare. Se Thane e lei non si
fossero mai più rivisti, avrebbe saputo che il loro legame sarebbe
perdurato in un modo o nell'altro. Ormai faceva così tanto parte
di lei che non avrebbe mai potuto perderlo, almeno finché non
fosse morta.
Non era una gran consolazione, ma era pur sempre

305
qualcosa.
Il giudice non osò neppure alzare lo sguardo dallo schermo,
mentre leggeva il verdetto. "Dichiaro l'imputata colpevole di frode
e appropriazione indebita nei confronti dei rappresentanti
dell'Impero. La pena è di sei anni di lavori forzati in miniera".
Ciena si sentì come se le avessero appena iniettato una dose
di veleno direttamente nelle vene: le facevano male persino le
ossa. Lavori forzati? Quella pena era stata bandita da Jelucan
quasi un secolo prima, e già all'epoca era la condanna riservata
soltanto ai colpevoli dei crimini più efferati. Sua madre era una
donna di mezz'età che non era né alta né robusta: come avrebbe
fatto a trascorrere intere giornate trasportando minerali pesanti?
Grazie ai droidi minatori più moderni, non vi era alcun bisogno
di quel tipo di massacrante manodopera. Quella condanna era sia
sadica sia primitiva... e il giudice doveva sapere di aver
condannato una donna innocente.
Mentre veniva condotta fuori dall'aula, Verine Ree non rivolse
lo sguardo né a suo marito, né a sua figlia. Ciena capì che non
avrebbero avuto neanche la possibilità di salutarsi.
"Non è possibile", mormorò mentre i presenti uscivano
dall'aula, lasciando soli suo padre e lei. "Questa non è
giustizia..."
"Non dire altro".
"Hai ragione". Probabilmente c'erano delle microspie nascoste
da qualche parte. "Meglio evitare altri problemi".
"No, Ciena. Tu non dovresti mai parlare male del tuo governo,
in nessuna circostanza".
"Come puoi dire una cosa simile proprio oggi, papà?"
Paron Ree incrociò le mani come il più solenne dei capi
villaggio. "Abbiamo giurato fedeltà all'Impero il giorno in cui
Jelucan vi è stato annesso, e noi non infrangiamo i nostri

306
giuramenti neppure quando ci sentiamo traditi. Se lo facessimo,
non saremmo migliori di loro". Nei suoi occhi ardeva una
fiamma, benché il suo tono di voce fosse basso e controllato. "La
vita non è mai né giusta né equa. Noi non sopravviviamo e
prevaliamo nel corpo, ma nello spirito".
Ciena era cresciuta credendo ciecamente in quei principi, ma
adesso quelle parole le sembravano vuote. Non poteva trovare
conforto nella rabbia o nella fede; tutto quello che poteva fare era
abbracciare suo padre e sperare con tutto il cuore che le sue
convinzioni lo sostenessero più di quanto non facessero con lei.

"È stata fatta giustizia, capitano di corvetta Ree?"


"Sì, signore".
Ciena era sull'attenti nell'ufficio di Ronnadam e fissava
ostinatamente il cerchietto di stelle che brillavano dietro l'oblò
alle sue spalle. Teneva le mani incrociate con forza dietro la
schiena, i palmi sudati.
Il capitano Ronnadam la fissò per quella che le parve
un'eternità. I suoi baffi sottili fremettero, anche se Ciena non
sapeva se fosse divertito o irritato. "Allora tua madre era
colpevole".
"Sono state presentate prove schiaccianti, signore".
"Mi sorprendi, Ree". Dal tono non si capiva affatto se era una
cosa buona, e come se non bastasse Ronnadam aveva gli occhi
socchiusi. La stava disprezzando per aver fatto esattamente quello
che voleva. Non si rendeva conto di quanto fosse ipocrita?
Probabilmente no. "Molto bene. Hai usato due settimane di
permesso. A parte questo, il tuo profilo è immacolato. Credo che
tu possa aspettarti una promozione molto presto".
Ronnadam era seriamente convinto che Ciena avesse tradito

307
sua madre solo per fare carriera. Ciena dovette conficcarsi le
unghie nei palmi delle mani per mantenere il controllo. "Grazie,
signore".
Fai il tuo dovere. Continua così. Al servizio dell'Impero ci
sono anche delle brave persone. Devo tenere fede al mio
giuramento nei loro confronti e scoprire come posso salvare
l'Impero dalla sua stessa corruzione.
Ciena credeva sinceramente in quei pensieri tanto nobili,
eppure immaginava di confidarsi con Thane e di vederlo scuotere
mestamente la testa.

308
CAPITOLO 22

Thane tornò al Liberty appena in tempo. La squadriglia Corona si


stava preparando a partire; non avevano la stessa fretta che
imponeva la minaccia di un attacco imminente, ma se Thane ci
avesse messo qualche ora in più li avrebbe mancati per un soffio.
"Gentile da parte tua unirti a noi, signor Kyrell", fece la
Contessa quando lo incrociò nell'hangar in cui i piloti stavano
dividendo le razioni e caricando i droidi astromeccanici sui
caccia. Thane la salutò con un cenno del capo, ma non rallentò il
passo e proseguì direttamente verso il generale Rieekan.
"Kyrell", disse quello senza distogliere lo sguardo dal suo
datapad. Era proprio nel bel mezzo di tutta quella confusione, a
pochi centimetri dalla pioggia di scintille azzurrognole di un
saldatore. L'aria puzzava di gomma e di carburante. "Eccellente.
Si parte tra due ore".
Thane rimase sull'attenti col mento leggermente alzato,
proprio come aveva imparato a fare in accademia. Il suo
addestramento gli era tornato in mente nello stesso momento in
cui si era reso conto di aver combinato un guaio. "Devo fare
rapporto sulle mie attività durante la mia assenza, signore".
"Siamo volontari, ricordi? Puoi andare e venire quanto ti pare,
l'importante è che rispetti i protocolli di sicurezza".
"Sono tornato sul mio pianeta d'origine, Jelucan, per aiutare...
un'amica in difficoltà", insistette Thane. Rieekan non alzò lo
sguardo finché Thane non aggiunse un altro piccolo dettaglio.
"La mia amica è un'ufficiale della Flotta Imperiale".

309
Ecco. Rieekan sgranò gli occhi e nell'hangar piombò il
silenzio. Thane sapeva che lo stavano guardando tutti, neanche
fosse sotto i riflettori.
Il generale Rieekan alzò percettibilmente il tono di voce. "Hai
contattato un ufficiale nemico?"
"Sì, signore", si limitò a rispondere Thane. Era suo dovere
avvertire il generale, ma non si sarebbe mai scusato per aver
rivisto Ciena.
"È davvero insolito, Kyrell", commentò Rieekan. "Presumo
che tu le abbia nascosto la tua affiliazione all'Alleanza Ribelle".
"Il capitano di corvetta Ree sapeva già che mi ero unito alla
Ribellione, signore".
I mormorii tutt'intorno cominciarono a farsi più insistenti;
ormai la loro conversazione aveva attirato non pochi spettatori.
Thane colse le espressioni scioccate di Yendor, Smikes e Kendy
con la coda dell'occhio, ma non osò mai voltare le spalle a
Rieekan.
"Come diamine faceva a saperlo?". L'apprensione di Rieekan
era tangibile. "Abbiamo una talpa tra le nostre file?"
"No, signore. Non in questo caso, almeno. La mia amica mi
ha riconosciuto da... un filmato della battaglia di Hoth". Nessuno
avrebbe mai creduto che Ciena potesse riconoscerlo soltanto da
una manovra. Loro erano gli unici che riuscivano a comprendersi
l'uno con l'altra a quel livello.
Rieekan parve credere alla sua spiegazione, e quello fu un
sollievo, ma Thane era ancora nei guai. "Sei assolutamente sicuro
che questo ufficiale non abbia attaccato a te o al tuo velivolo un
dispositivo tracciante?"
"Sì, signore". Thane non aveva la benché minima intenzione
di raccontare tutto quello che gli aveva fatto Ciena. "Glielo
garantisco. Inoltre non ho condiviso con lei nessuna

310
informazione riguardante i membri della Ribellione, le nostre
basi o le nostre attività. E lei non mi ha chiesto nulla. Si è trattata
di una questione esclusivamente personale".
"Personale", ripeté Rieekan, scuotendo la testa.
"Esamineremo coi sensori sia te sia la tua nave, e se non
troveremo nulla faremo finta di niente".
"Grazie, signore".
"Puoi garantirci anche che non entrerai mai più in contatto
con nessun ufficiale dell'Impero?"
Thane rammentò gli ultimi minuti che aveva trascorso insieme
a Ciena davanti alla sua casa, il modo in cui gli aveva stretto le
dita intorno al colletto della giacca come se volesse tenerlo con
sé con la sola forza della volontà. "Sì, signore".
"Molto bene. A proposito, Kyrell: sappi che la galassia è
piena di donne che non stanno dalla parte dei nostri nemici".
E detto ciò, Rieekan girò i tacchi e se ne andò. Un paio di
droidi si affrettarono verso l'Ala-X di Thane per esaminarlo coi
sensori. A quel punto non gli restava che affrontare la squadriglia
Corona. Gli altri piloti gli si erano già radunati intorno e lo
squadravano increduli e furibondi al tempo stesso. Fu Smikes a
parlare per primo. "Fammi capire: davvero te ne sei andato solo
per farti la tua ex? La stessa ex che ora fa il capitano di corvetta
nella Flotta Imperiale?"
Thane non si sarebbe fatto intimidire. "Presto la
promuoveranno a comandante".
Qualcuno sbuffò. Era evidente che per un bel po' di tempo
sarebbe stato il pilota meno popolare della squadriglia Corona, la
mina vagante capace di correre rischi enormi per un nonnulla.
Pazienza. A Thane non importava che cosa pensassero di lui,
purché non mettessero in discussione la sua lealtà.
"Tutti noi dobbiamo lasciarci il passato alle spalle. Tutti. E se

311
questo vale per i nostri compagni di battaglia, figuriamoci per i
lealisti dell'Impero". Nessuno aveva mai visto la Contessa tanto
arrabbiata.
"Non significa che dobbiamo dimenticarci delle persone che
amiamo", ribatté Thane.
"Ah, fantastico", sbuffò Smikes. "Adesso si parla di amore.
Questa storia sta già prendendo una strana piega".
Yendor si era appoggiato al montante del caccia stellare più
vicino. "Ti rendi conto che, se potesse, l'Imperiale di cui sei
innamorato ci ucciderebbe tutti, vero?", domandò in tono molto
più pacato degli altri.
Thane ne aveva abbastanza. "Voi non conoscete Ciena, ma io
sì", sbraitò in faccia a Yendor. "È proprio perché la conosco che
mi sono comportato in questo modo. Nessuno di voi ha corso il
benché minimo rischio, perciò fatevi i fatti vostri".
Nel silenzio che seguì, Thane indietreggiò da Yendor, il quale
aveva alzato le mani nel linguaggio dei segni universale che
significava: Ehi, amico, datti una calmata. Thane capì che la
cosa migliore che poteva fare in quel momento era trovare il 2-1B
per farsi controllare coi sensori. Tuttavia, quando fece per
andarsene, si ritrovò Kendy davanti. "Finirai soltanto per
soffrire", gli disse quella sottovoce.
Non aveva tutti i torti.
"Si tratta pur sempre di Ciena", fu l'unica cosa che riuscì a
ribattere prima di allontanarsi.
Kendy probabilmente lo avrebbe capito, ma lo stesso non
valeva per tutti gli altri. Non che a Thane importasse. In fondo
sarebbero stati soltanto fatti suoi se avesse deciso di attraversare
l'intera galassia, farsi spezzare il cuore o tuffarsi col suo Ala-X
nel cuore pulsante di una stella.

312
La nuova base della flotta ribelle era un pianeta disabitato così
piccolo e insignificante da non avere neppure un nome, ma
soltanto un codice numerico: 5251977. Il pianeta ruotava
lentamente sul suo asse, perciò i giorni e le notti duravano
settimane e, in quel momento, la Ribellione si stava nascondendo
nel buio.
Quando Thane atterrò col suo Ala-X, la prima cosa che pensò
fu che quella volta avevano costruito un hangar molto più
capiente. La struttura gli ricordava più gli impianti imperiali che
le basi di ripiego su cui faceva spesso affidamento l'Alleanza
Ribelle. Una volta superate le porte di difesa, però, si rese conto
del perché quell'hangar fosse tanto spazioso: doveva esserlo per
forza, dato che nell'ultimo paio di mesi la flotta ribelle era
praticamente raddoppiata.
"Che cos'è successo?", domandò col casco sotto il braccio,
mentre la squadriglia Corona si apprestava a fare rapporto. Si
chiese se l'Impero non avesse distrutto un altro pianeta o
compiuto qualche altro massacro così orribile da portare
all'esasperazione il resto della galassia.
Lo ignorarono quasi tutti, a parte Yendor, che fu l'unico a
rispondergli. "Di solito non riuniscono l'intera flotta. Almeno un
paio di divisioni rimangono sempre in disparte, non si sa mai.
Questa volta no. Dicono che ci sia in ballo qualcosa di veramente
grosso".
"Abbiamo anche delle nuove reclute", disse la Contessa,
indicando le numerose navi irregolari intorno a loro. Le astronavi
di quel tipo avevano sempre fatto parte della flotta, ma
ultimamente si erano moltiplicate, e tra loro gironzolavano ribelli
senza uniformi che si erano semplicemente cuciti gli stemmi della
Ribellione sulle tute. Nonostante la guerra si fosse fatta sempre

313
più intensa e mortale, ogni giorno si facevano avanti nuove
reclute. Thane pensò che, se fosse continuata così, forse
sarebbero riusciti a vincere. Riusciva a vedere svariati caccia
stellari, un paio di cannoniere dorneane e una nave mercantile
che sembrava composta dai pezzi di almeno una decina di velivoli
diversi...
Sul suo viso si allargò un enorme sorriso. "È il Mighty Oak
Apocalypse!", gridò.
Gli altri membri della squadriglia Corona si voltarono a
guardarlo come se avesse perso definitivamente le rotelle. A
Thane non importava, perché i passeggeri del Moa erano sbarcati
e gli stavano già correndo incontro: Brill sogghignava nella sua
pelliccia rosa, JJH2 rotolava nella sua direzione e fischiettava,
Methwat col sorriso tutto suo e, dietro di loro, c'era Lohgarra a
dargli il benvenuto con un gran ruggito.
"Era ora che vi faceste vivi!", esclamò Thane, ridendo e
facendosi abbracciare dalla possente Wookiee. Lohgarra ringhiò
una protesta, e Thane riuscì a stento a trattenersi dal roteare gli
occhi. "Non sono dimagrito".
"Abbiamo rimesso a nuovo la nave", dichiarò Brill con
orgoglio. "Nuovi scudi deflettori, nuovi smorzatori. Per contare
tutte le armi che abbiamo montato non ti basterebbero le mani.
Gli artigli. I tentacoli. Insomma, hai capito".
"Siete pronti a combattere, eh?". Ripensandoci, il fatto che
Lohgarra e l'equipaggio del Moa si fossero finalmente uniti alla
Ribellione non era affatto strano. Nonostante ciò, era una gran
bella sensazione sapere di avere al proprio fianco i suoi migliori
amici. Quel pensiero gli ricordò quando e perché aveva scelto di
unirsi all'Alleanza Ribelle nel momento in cui ne aveva più
bisogno.

314
Gli ufficiali e gli assaltatori a bordo del Super Star Destroyer
Executor dovevano mantenere le capacità di combattimento
sempre al massimo, tuttavia i requisiti diminuivano a mano a
mano che si saliva di grado. Ora che era diventata comandante,
Ciena non doveva più esercitarsi almeno un'ora a settimana nel
combattimento corpo a corpo. Ecco perché trascorreva più tempo
a migliorare le altre sue competenze.
"Spero di non dover mai usare quest'affare", brontolò Ciena
mentre si caricava in spalla il lanciafiamme per le esercitazioni.
"Il giorno che dovesse servire in plancia, non credo proprio che
avremmo scampo".
"Ciena Ree che si lamenta del regolamento?". Berisse scosse
la testa per lo stupore. "Guarda che se non ti va, possiamo sempre
fare qualcos'altro. Ti ricordo che siamo nel bel mezzo del nulla, e
che tu hai ancora un bel po' di giorni di permesso". A dire il vero,
la nave stava ancora viaggiando nell'iperspazio, ma era davvero
diretta nel bel mezzo del nulla, perciò Berisse non aveva tutti i
torti. Da quando avevano ricevuto l'ordine di recarsi in un sistema
disabitato e di aspettare, tutti i sottufficiali si erano ritrovati con
molto più tempo libero del solito. "Potremmo chiedere a Nash e
agli altri se sono liberi, andare in qualche taverna e rilassarci un
po'..."
"Io resto qui. Nessuno ti vieta di andare a divertirti".
"Va bene, va bene. Sono tre settimane che sei di cattivo
umore. Non sarebbe il momento di darci un taglio?"
Berisse non conosceva le ragioni del comportamento di
Ciena, e a quanto pareva non aveva capito che era il suo modo di
nascondere il dolore. Ciena si confidava spesso con Berisse, e
ora più che mai aveva bisogno dei suoi consigli. Berisse era una
persona estremamente pratica; avrebbe ascoltato tutto quello che

315
lei aveva da dire senza battere ciglio e poi, probabilmente,
avrebbe trovato le parole giuste per tirarla su.
Il problema, però, era proprio quello: probabilmente.
Berisse sapeva essere irriverente e non si faceva scrupolo ad
aggirare il regolamento, ma Ciena era sicura che fosse
profondamente leale nei confronti dell'Impero. Se Ciena si fosse
espressa sull'ingiusta condanna di sua madre, Berisse forse
l'avrebbe consolata, ma forse sarebbe andata di filato da
Ronnadam a riferire la loro conversazione.
Ovviamente Ciena non poteva raccontare a nessuno di Thane.
Le spezzava il cuore, ma doveva tenerselo per sé. Se solo avesse
potuto condividere quel fardello con qualcuno, forse si sarebbe
sentita meno angosciata.
Invece si era resa conto, una volta per tutte, di non potersi
fidare di nessuno dei suoi amici.
"Bruciamo un po' di bersagli, d'accordo?". Ciena si infilò la
maschera da assaltatore incendiario e si preparò a far fuoco.
Berisse, chiaramente consapevole che non era il caso di
interromperla, si limitò ad avviare il simulatore olografico. Gli
aggressori di luce verde scuro presero a correre nella loro
direzione, e Ciena puntò l'arma e premette il grilletto.
Il fuoco scaturì dalla canna all'istante, incenerendo i suoi
nemici, più e più volte. A Ciena non piaceva combattere --
preferiva di gran lunga volare -- ma quel giorno aveva deciso di
sfogare tutta la sua rabbia e la sua sofferenza a colpi di
lanciafiamme. Terminata la prima simulazione, fece subito cenno
a Berisse di avviarne un'altra e poi un'altra ancora. Gli ologrammi
verdi e indefiniti si limitavano a svanire ogni volta che infliggeva
loro un colpo mortale; Ciena si ritrovò a desiderare che il
simulatore fosse più realistico e violento. Voleva vedere le sue
vittime, per una volta.

316
"Sono proprio contenta che non dividiamo più la stessa
camera", mormorò Berisse quando scomparve anche l'ultimo
ologramma. "Non vorrei proprio essere la prossima persona con
cui ti arrabbierai".
"Fai bene". Ciena si tolse la maschera e si asciugò il sudore
dalla fronte con la mano. Si sentiva esausta anche se non si era
mossa per tutta la simulazione e il lanciafiamme non pesava
neppure granché. Da quando era tornata a bordo dell'Executor
non era praticamente riuscita a chiudere occhio.
Nonostante la stanchezza, avrebbe volentieri ripetuto la
simulazione, se solo non avesse avvertito l'impercettibile
vibrazione del pavimento. "Siamo usciti dall'iperspazio", disse a
Berisse.
"Non riuscirò mai a capire come fai ad accorgertene", sospirò
l'altra. "E così, addio tempo libero".
Anche se erano nel bel mezzo del nulla -- a dire il vero si
trattava del sistema di Hudalla, famoso più che altro per un
gigantesco pianeta circondato da anelli -- dovevano comunque
tornare alle loro postazioni. Ciena si sentì sollevata al pensiero di
avere qualcosa da fare che la distraesse.
Mentre uscivano dalla sala di simulazione, però, Ciena gettò
un'occhiata fuori dall'oblò triangolare... e rimase di stucco. Invece
del pianeta Hudalla, nello spazio erano sospese innumerevoli
astronavi dell'Impero. Star Destroyer, incrociatori leggeri, navi
d'assalto, quasi tanti caccia TIE quante le stesse stelle...
"Che storia è questa?", proruppe Berisse. "Non ci avranno
mica richiamato a Coruscant?"
Ciena scosse la testa. Soltanto i capitani, gli ammiragli e Lord
Vader in persona conoscevano i piani di battaglia con così largo
anticipo, perciò non aveva idea del perché il sistema di Hudalla
fosse improvvisamente diventato il punto di incontro di

317
praticamente ogni nave nella flotta spaziale.
Le bastò una sola occhiata, tuttavia, per capire che qualunque
cosa stesse succedendo, era veramente qualcosa di grosso... che li
avrebbe cambiati tutti per sempre.

La squadriglia Corona aveva ricevuto i nuovi ordini appena dieci


ore dopo aver raggiunto 5251977. Per la prima volta non era stato
Rieekan a istruirli, ma l'ammiraglio Ackbar dei Mon Calamari.
"I sensori a distanza hanno rilevato un'attività imperiale
insolita nel sistema di Hudalla", aveva detto, passandoli in
rassegna uno dopo l'altro. Ackbar era un tipo imponente -- più
alto di qualunque altro essere umano, gli occhi spalancati e
sporgenti -- perciò l'intera squadriglia era rimasta sull'attenti
più silenziosamente del solito. "In quel sistema non vi è nulla
che potrebbe interessare l'Impero o chiunque altro. Allora
perché l'Impero è tanto interessato a quel settore di spazio?
Andrete nel sistema di Hudalla, squadriglia Corona. Spierete le
navi dell'Impero e raccoglierete più informazioni possibile".
In altre parole, avrebbero dovuto raggiungere un sistema
isolato, analizzare la Flotta Imperiale e tornare indietro vivi.
Thane non sapeva dire se Ackbar era un ottimista senza
speranza o un ammiraglio al quale non importava nulla di
mettere a rischio le vite dei suoi piloti.
Dopodiché Ackbar li aveva congedati dicendo soltanto una
frase. "Che la Forza sia con voi". Insomma, era un'ottimista
senza speranza.
Thane ringraziò i giganteschi anelli del pianeta Hudalla
mentre impostava i sensori del suo Ala-X. Sfumato di rosso e di
viola, il gigante gassoso era famoso soprattutto per i suoi anelli,
tra i più ampi della galassia. Erano composti soprattutto da

318
milioni di detriti; la maggior parte era più piccola di un asteroide
di medie dimensioni...
Quelle giuste per nascondere un caccia come il suo.
Anche Thane, come tutti gli altri membri della squadriglia
Corona, aveva agganciato la sua nave a una delle rocce più grandi
che orbitavano intorno al pianeta Hudalla. I loro Ala-X
galleggiavano grazie alla graduale rotazione dei detriti nel campo
anulare, mentre la lontana stella violacea nel cuore del sistema
proiettava strane ombre. La lenta orbita dell'anello aveva
permesso loro di posizionarsi a una distanza sufficiente a non
attirare l'attenzione. Ormai erano nel raggio di scansione e
potevano registrare tutti gli olovideo e i dati che volevano, senza
doversi preoccupare di essere analizzati a loro volta. Quasi
nessuno sarebbe riuscito a individuare i loro caccia, nascosti
com'erano dietro i detriti e alimentati alla potenza minima.
Quasi. Thane odiava quella parola. E sapeva benissimo
quanto fossero precisi gli ufficiali dell'Impero. Per una volta,
però, la fortuna era dalla loro parte.
"Questa flotta è grande quasi quanto quella che hanno
mandato a Hoth", commentò Yendor, la voce che crepitava nel
comunicatore. "Secondo voi, credono ci sia una delle nostre basi
su qualche luna di Hudalla?"
"A quest'ora dovrebbero essersi già accorti del loro sbaglio",
rispose Thane. "Invece sono qui da giorni e continuano ad
arrivare altre navi".
Cosa avevano in mente? Thane non riusciva proprio a
immaginarlo. Se gli Imperiali avevano scoperto una nuova rotta
iperspaziale, i loro sensori avrebbero dovuto già rilevarla. Se
l'Impero stava progettando un nuovo attacco, non avrebbe avuto
bisogno di tutto quel tempo per radunare la flotta. I pianeti e le
lune di quel sistema non possedevano nessun minerale

319
importante da estrarre. Era un vero e proprio mistero.
Thane aveva chiesto di analizzare coi sensori i caccia uno per
uno; essendo un incarico lento e snervante, i suoi compagni di
squadriglia erano stati ben lieti di lasciarglielo. In quel modo si
era tenuto impegnato abbastanza da non pensare al fatto che
Ciena poteva far parte di quella flotta ed essere a bordo di uno di
quegli Star Destroyer.
È come se avessero radunato tutte quelle navi solo per
mettersi in mostra, pensò amaramente Thane mentre eseguiva i
calcoli, sommando ogni nuovo dato rilevato dai sensori. Ma
perché avrebbero dovuto mettersi in mostra nel bel mezzo del
nulla, dove non vi era nessuno spettatore? Per quale recondito
motivo avrebbero voluto sfoggiare la potenza di fuoco dell'Impero
in un sistema dove non sarebbe servita a nulla?
Fu allora che le mani gli si paralizzarono, facendo scorrere i
dati sullo schermo. Thane imprecò sottovoce.
L'Impero si metteva in mostra spesso e con una teatralità che
aveva ritenuto assurda anche quando ne aveva fatto parte lui.
Tuttavia, non lo faceva mai senza motivo. Spesso quegli sfoggi
servivano a intimidire i pianeti sotto il controllo dell'Impero, ma a
volte gli Imperiali ostentavano navi e ufficiali per fare colpo sui
loro superiori. E più numerosi erano gli uomini e i velivoli a
disposizione di un comandante, più era importante il comandante
in questione.
Quella flotta era stata radunata per dimostrare l'importanza di
qualcuno. E c'era soltanto una persona in tutta la galassia per cui
valesse la pena riunire così tanta potenza di fuoco.
"L'Imperatore", disse Thane con un filo di voce.

320
CAPITOLO 23

Ciena non pilotava un caccia TIE da quasi due anni, perciò fu


sorpresa e compiaciuta al tempo stesso quando le fu ordinato di
presentarsi nell'hangar principale. Forse sarebbe riuscita a
trascorrere un po' di tempo tra le stelle e lì, con un po' di fortuna,
si sarebbe sentita di nuovo se stessa.
Una volta indossata l'uniforme nera, Ciena entrò nell'hangar
col casco sotto il braccio e incontrò i tre piloti con i quali
avrebbe volato: due sconosciuti e Nash Windrider. Quest'ultimo
le rivolse un sorrisetto infantile, non appena la ebbe riconosciuta.
"Che onore volare di nuovo con lei, comandante Ree. Non
credevo che si sarebbe mai più abbassata al nostro livello".
"Ma smettila". Ciena azzardò un sorriso; sembrava che Nash
stesse scherzando da amico, e non da potenziale amante. Sarebbe
stato meglio lasciarsi alle spalle quella faccenda il prima
possibile. "Sai che mi sono sempre chiesta come fai a pilotare i
TIE? Insomma, come fai ad entrarci?"
"Sappi che sono più basso di un solo centimetro rispetto
all'altezza massima consentita ai piloti di TIE. Ammetto che su
quei caccia si sta più stretti che a bordo di una nave da guerra, ma
c'è di peggio. Tu invece sei così bassa che non devi farti questi
problemi".
"Non sono poi così bassa!", protestò Ciena per l'ennesima
volta. Non le credeva mai nessuno, e anche lei stessa faticava a
convincersene.
Nash fece per replicare, ma si ricompose subito all'arrivo

321
dell'ammiraglio Piett. I quattro piloti si misero sull'attenti, i
caschi rivolti verso di lui.
Piett non fece tanti preamboli. "I nostri sensori hanno rilevato
strani segnali ai confini dell'anello di Hudalla, incluse delle
forme di vita. È possibile che siano soltanto leghe metalliche e
mynock. In ogni caso, se dovessero esserci delle spie... be'.
Sapete che cosa fare".
"Sì, signore", risposero all'unisono. I quattro piloti salutarono
e si voltarono verso i loro caccia. "Ree, devo parlarti", disse però
Piett.
Ciena si rimise sull'attenti. Perché Piett voleva parlare
soltanto con lei? La sua immaginazione prese il volo, facendole
venire in mente gli interrogatori psicologici. Girava la voce che
gli Imperiali riuscissero a percepire il momento esatto in cui si
diventava traditori. Che avessero colto i suoi dubbi?
"Ti è stato assegnato un incarico in più", disse invece Piett.
"Sì, signore?"
"Non ci sono mynock negli anelli del pianeta. Sono
sicuramente spie ribelli".
Ciena annuì, celando la sua costernazione. Non aveva senso
che Piett ne parlasse soltanto con lei e non con Nash e gli altri
due piloti. "Ce ne occuperemo noi, signore".
Piett alzò un dito con fare intimidatorio. "Lasciate fuggire
uno dei ribelli. Il tuo compito è assicurarti che almeno uno dei
loro piloti raggiunga l'iperspazio. Non importa se gli altri vivono
o muoiono".
Dapprima l'ordine la confuse, ma Ciena capì subito il senso
del suo incarico. I comandanti volevano che l'Alleanza Ribelle
venisse a sapere che stavano radunando la Flotta Imperiale. Il
motivo, però, le sfuggiva. Non che importasse: le era stato
affidato un compito difficile... e segretissimo. Il che significava

322
che i suoi superiori non dubitavano di lei; anzi, la stimavano più
che mai.
Tutto quello che doveva fare era continuare a negare che sua
madre fosse innocente.
Ciena tentò di scrollarsi quel pensiero di dosso. "Lo consideri
fatto, ammiraglio Piett".
L'altro annuì e la congedò, dopodiché Ciena salì a bordo del
suo caccia con un senso di sollievo. Non avrebbe dovuto
ripensare più a sua madre e i dubbi sull'Impero non l'avrebbero
più assillata. Doveva soltanto controllare i sensori, chiudere la
cabina di pilotaggio e preparare le armi. Presto sarebbe decollata
e, facendo quel che sapeva fare meglio, avrebbe potuto
dimenticare tutti i suoi problemi.
"Pronta al decollo, L-P-Otto-Otto-Otto?", fece la voce di
Nash nel comunicatore.
Ciena si infilò il casco nero, perdendo il suo volto e la sua
identità. Adesso non restava più niente di lei, a parte il suo
dovere nei confronti dell'Impero. "Pronta".

Uno dei tanti problemi di volare alla potenza minima era la


temperatura: dentro la cabina di pilotaggio si gelava, magari non
da lasciarci le penne ma sicuramente da starci male. I respiri di
Thane avevano cominciato a congelare i bordi del visore del suo
casco.
"Avremmo dovuto indossare le uniformi invernali", disse
Smikes al comunicatore, quasi come se gli avesse letto nel
pensiero.
"Ricevuto, Corona tre", replicò Yendor. "In questo momento
vorrei tanto il mio vecchio parka di Hoth".
"E io le mie pellicce", aggiunse la Contessa. "Tenete duro,

323
gente. Entro un'ora ci allontaneremo dal convoglio imperiale
abbastanza da poter togliere il disturbo".
"Teniamo duro, capo Corona", disse Thane. Non aveva ancora
discusso i suoi sospetti sulla presenza dell'Imperatore con gli altri
membri della squadriglia Corona; se aveva ragione,
quell'informazione era troppo importante per essere comunicata
attraverso il loro canale. Nel giro di pochi minuti, oltretutto, si
era piuttosto convinto della sua ipotesi. Il fatto che l'Impero
avesse radunato un convoglio appositamente per l'Imperatore
sollevava non pochi interrogativi. Prima di tutto, erano passati
anni dall'ultima volta che Palpatine era stato a Coruscant. Che
cosa l'aveva tenuto lontano dal suo trono... e perché?
Se la maggior parte delle navi imperiali si erano radunate in
quel sistema, allora da qualche altra parte della galassia la flotta
doveva essere in netto svantaggio, se non dispersa letteralmente ai
quattro venti. L'idea che quell'inutile sfoggio di potere avesse
indebolito l'Impero altrove era quasi esaltante. La Ribellione
avrebbe potuto approfittarne...
I sensori di Thane presero a lampeggiare, facendolo
imprecare. "Caccia TIE in avvicinamento. Ne conto quattro".
"Magari sono solo di pattuglia", propose Kendy.
Era possibile, ma improbabile. I caccia TIE continuavano ad
avvicinarsi.
"Ho un brutto presentimento", commentò Thane.

"Vedete anche voi quello che vedo io?". Nash aveva la stessa aria
contenta di qualcuno che stava andando a una festa, invece che in
battaglia.
Ciena studiò i dati mordendosi il labbro. "Conto cinque navi,
probabilmente sono caccia stellari. Non riesco a identificarne i

324
modelli, ma presumo siano Ala-X o Ala-Y". Quei modelli di
caccia a uso civile erano anche i più usati dall'Alleanza Ribelle.
Gli informatori di Piett avevano visto giusto; la pattuglia di
caccia TIE avrebbe attaccato da un momento all'altro.
E almeno una di quelle cinque navi doveva sopravvivere.
Sarebbe stato molto più facile se avessero evitato lo scontro e
a sopravvivere fossero stati tutti e cinque. Nash e gli altri piloti
non erano così stupidi da scambiare quei caccia per chissà
cos'altro perciò, al fine di evitare la battaglia, Ciena avrebbe
dovuto aiutare i ribelli a scappare.
"I nostri sensori lavorerebbero meglio se distruggessimo uno
degli asteroidi più grandi dell'anello", disse.
"Ma così si accorgeranno di noi!", obiettò uno dei piloti.
"Dieci a uno che già se ne sono accorti. I loro sensori sono
sofisticati tanto quanto i nostri". Ciena strinse la barra di
comando e sfiorò il grilletto rosso col pollice.
"È una pessima idea", intervenne Nash. "Non ci servono altri
dati e da questa distanza riuscirebbero a fuggire nell'iperspazio
prima che riusciamo a raggiungerli".
E tanti saluti al suo piano.
Ora uno dei caccia ribelli -- se non tutti e cinque -- sarebbe
stato sicuramente distrutto, e solo per mantenere le apparenze.
Senza contare che avrebbe potuto fare una brutta fine anche uno
dei suoi caccia TIE.
Sarebbe stata l'ennesima morte inutile. Un vero e proprio
spreco.

I caccia TIE stavano indubbiamente puntando su di loro.


Avrebbero dovuto combattere.
"A tutti i caccia, sganciarsi e motori alla massima potenza",

325
ordinò la Contessa.
"Non credo che riusciremo a scappare, capo Corona", disse
Yendor, anche se i sensori indicavano che stava obbedendo
all'ordine.
"Non possiamo. Stanno per ingaggiarci". Thane premette un
pulsante e il suo caccia riprese vita, la cabina di pilotaggio che si
illuminava di luci rosse e dorate. "Siete pronti?"
Yendor fu il primo a rispondere. "Corona due, pronto".
"Corona tre, pronto", confermò Smikes.
"Corona quattro, pronto", fece eco Thane senza distogliere lo
sguardo dallo schermo dei sensori, nel caso i TIE accelerassero in
modalità di attacco.
"Corona cinque, pronta", concluse Kendy.
"Abbiamo l'elemento sorpresa dalla nostra", disse la
Contessa, mentre Thane si faceva forza. "Facciamoli fuori".

Ciena aveva pensato che i caccia stellari dei ribelli sarebbero


rimasti nascosti il più a lungo possibile nella speranza di passare
inosservati, perciò si sorprese quando i cinque Ala-X sbucarono
dall'anello planetario e puntarono dritti sui loro caccia TIE.
"Manovra evasiva!", gridò, virando per uscire dal raggio
d'azione delle loro armi. I ribelli erano in superiorità numerica, e
non vi era alcun dubbio che Piett avesse pianificato anche quello:
almeno un caccia ribelle avrebbe avuto maggiori possibilità di
farla franca. Era insostenibile pensare che avessero chiesto ai
piloti dei TIE di rischiare le loro vite nel tentativo di uccidere gli
stessi ribelli che l'Impero voleva tenere in vita.
Come avrebbe potuto rimandare una schermaglia che stava
per scoppiare da un momento all'altro?
Ciena impostò il comunicatore a banda larga: il segnale

326
multifrequenza avrebbe sostituito ogni altro segnale nelle
vicinanze e trasmesso la sua voce a ogni astronave abbastanza
vicina da sentirla, compresi quegli Ala-X. "A tutti i velivoli non
identificati", disse. "Non siete autorizzati a volare in questo
settore. Siete pregati di comunicare i codici di identificazione
delle vostre astronavi e i permessi dei vostri sistemi, altrimenti
dovremo prendervi in custodia. Non opponete resistenza o sarete
distrutti".
Ciena poteva già immaginare l'espressione sconcertata di
Nash, ma in fondo non aveva violato nessun protocollo. Anzi,
aveva seguito la corretta procedura da usare nei casi in cui ci si
imbatteva nei velivoli sconosciuti dei contrabbandieri o negli
incrociatori da diporto fuori rotta. Se i ribelli avessero avuto il
buon senso di mentire, Ciena sarebbe riuscita a rimandare quella
schermaglia per almeno un paio di minuti, concedendo loro la
possibilità di ritirarsi.
Il problema era che Nash stava già facendo il giro col suo
intercettore TIE per tagliare agli Ala-X ogni via di fuga,
mandando all'aria il suo piano.
Dannazione, pensò Ciena... e un attimo dopo un'altra voce
sopraggiunse nel comunicatore, tramutando la sua rabbia in puro
terrore.
"Certo che la galassia è davvero piccola", disse Thane.

Forse Ciena aveva ragione. Forse era proprio la Forza a farli


continuamente rincontrare.
Se era così, allora Thane concluse che la Forza aveva un
pessimo senso dell'umorismo.
Non sapeva in che modo avrebbe reagito Ciena: forse avrebbe
seguito il protocollo ufficiale o forse lo avrebbe trattato

327
umanamente, proprio come avrebbe fatto lui al suo posto.
Quando il comunicatore crepitò, Thane si fece forza, ma la voce
che proruppe non fu quella di Ciena.
"Thane Kyrell?", fece Nash Windrider forte e chiaro e
assolutamente incredulo. "Sei vivo?"
"Ciao, vecchio mio". Thane cercò di mantenere il controllo a
tutti i costi. A bordo di uno dei caccia TIE diretti verso di lui c'era
Ciena e in un altro c'era Nash; quella era proprio l'ultima
battaglia cui avrebbe voluto prendere parte. Anche Kendy doveva
essere stata presa alla sprovvista, ma a differenza di loro ebbe il
buon senso di tenere la bocca chiusa.
Thane era piuttosto sicuro che lo pensasse anche Ciena.
Forse anche Nash. Con un po' di fortuna, tutta quella confusione
avrebbe concesso alla squadriglia Corona il tempo necessario a
tagliare la corda.
Il suo visore rimise a fuoco l'immagine e un attimo dopo
Thane sgranò gli occhi: uno dei caccia TIE stava sfrecciando
verso di lui alla massima velocità.
"Pensavo fossi morto", disse Nash in tono sempre più basso e
rabbioso. "Sarebbe stato meglio per te".
Alla faccia della rimpatriata.

Uno dei ribelli deve sopravvivere.


Ciena si aggrappò a quell'ordine come fosse un salvagente.
Risparmiando la vita di Thane non avrebbe violato gli ordini
perché erano quelli i suoi ordini. Uno dei ribelli doveva riuscire
a scappare e Ciena avrebbe fatto tutto quello che era in suo
potere perché quel ribelle fosse Thane.
Il che significava fermare Nash senza che lui se ne accorgesse.
Nash aveva violato il protocollo ingaggiando i bersagli senza

328
attendere il suo ordine, tuttavia nessuno lo avrebbe mai ripreso
per aver aperto il fuoco contro i caccia ribelli. Anche gli altri due
TIE avevano accelerato dietro di lui. Ciena accelerò alla massima
velocità a sua volta.
Se scendessi dall'alto, sembrerebbe che lo stia facendo per
triangolare le nostre linee di fuoco. Seguendo la traiettoria
giusta, potrei impedire a Nash di prendere la mira.
A Ciena non venne in mente che Thane potesse essere
abbattuto prima ancora che lei avesse modo di intervenire.
L'unica cosa che poteva tenere in vita i piloti durante le
schermaglie era la loro bravura ai comandi... e nessuno era più
bravo di Thane. Nessuno, eccetto lei...
Il fragore del motore riempì la cabina di pilotaggio,
penetrando nel suo casco. Ciena salì così tanto che il suo visore
le mostrò gli Ala-X e i detriti dell'anello planetario come puntini
luminosi sullo schermo... ma non appena si tuffò verso di loro, i
caccia ripresero forma. Gli Ala-X stavano compiendo una
manovra evasiva, ma uno di essi si muoveva molto più agilmente
degli altri, roteando perfettamente tra i detriti lungo il bordo
dell'anello planetario. Ciena trasse un respiro profondo e si fece
forza. Ora che aveva identificato il caccia di Thane, sapeva che
cosa fare.
Il problema era che lo aveva identificato anche Nash.

Thane zigzagò attraverso l'anello planetario, confidando che gli


asteroidi intercettassero i colpi dei TIE al suo posto. "In arrivo
dal vettore otto-uno-due-otto...". Smikes sembrava disperato.
"Armi pesanti!"
Un raggio verde mandò in frantumi un asteroide così vicino a
Thane che i detriti schizzarono sulla cabina di pilotaggio del suo

329
Ala-X; per un attimo immaginò che sarebbe andato a pezzi,
esponendolo al mortale vuoto dello spazio. Invece tenne botta.
"Raggiungete tutti le coordinate prestabilite dell'iperguida!",
ordinò la Contessa.
"Al diavolo le formazioni, raggiungetele come potete!",
aggiunse Thane. Volare in formazione difensiva solitamente
aiutava, ma in una situazione come quella sarebbe stato meglio
sparpagliarsi, se almeno un paio di loro voleva portare a casa la
pelle.
I raggi laser verdastri lo circondarono, e un sussulto fece
capire a Thane di essere stato colpito. Trattenendo il fiato, gettò
uno sguardo allo schermo: il danno non era critico. Al prossimo
colpo probabilmente non sarebbe stato altrettanto fortunato.
"Feccia ribelle", ringhiò Nash. "Non riesco a credere che tu
sia caduto così in basso".
"E io non riesco a credere che tu stia ancora dalla parte
dell'Impero", ribatté Thane. "Hanno disintegrato il tuo pianeta,
Nash! Hanno assassinato la tua famiglia! Come fai..."
"Non azzardarti a nominare Alderaan!". Ormai la rabbia
distorceva la voce di Nash trasformandola in urla. "Non ti
azzardare!"
Sullo schermo di Thane, gli altri membri della squadriglia
Corona stavano affrontano due dei caccia TIE... ma stavano
avendo la meglio sugli Imperiali, dato che gli altri due TIE
stavano inseguendo proprio lui. Evidentemente dovevano averlo
scambiato per il capo della squadriglia.
Quale di quei puntini verdi era Ciena? L'avrebbe uccisa lui, o
sarebbe stato qualcun altro a farlo proprio sotto i suoi occhi?
Poteva darsi, invece, che quel giorno Ciena avrebbe finalmente
scelto l'Impero e lo avrebbe ucciso lei stessa.
All'improvviso un caccia TIE piombò su di lui e si avvicinò a

330
tal punto che Thane riuscì a vedere dentro la sua cabina di
pilotaggio coi suoi stessi occhi. Subito dopo, il TIE si interpose
tra lui e Nash.
Tutto a un tratto, Thane capì che Ciena stava cercando di
salvarlo, e quella consapevolezza lo colpì così forte da fargli male
al cuore.

"Togliti di mezzo!", gridò Nash a Ciena.


"Non prendo ordini da te, tenente". Ciena sparò una raffica
nella direzione di Thane, ma lo mancò.
Sul suo schermo vide uno degli altri due TIE svanire
all'improvviso -- un altro pilota morto inutilmente -- e il lampo di
almeno due caccia ribelli che schizzavano nell'iperspazio. Nello
stesso momento scomparve anche uno degli Ala-X: l'Impero aveva
abbattuto il primo nemico della battaglia.
Thane si sarebbe diretto verso le coordinate in cui erano
spariti nell'iperspazio i due Ala-X. Ciena cambiò rapidamente
traiettoria, simulando un angolo d'attacco credibile che allo
stesso tempo avrebbe interferito col sistema di mira di Nash. In
un attimo si ritrovò di nuovo tra i due a proteggere Thane col suo
stesso caccia TIE.
Nash aprì il fuoco comunque.
Non la colpì, ma le raffiche le sfrigolarono così vicino da
innescare ogni sistema d'allarme. Le luci nella cabina di
pilotaggio presero a lampeggiare di rosso. Ciena imprecò.
Che Nash fosse così furioso da voler uccidere Thane a costo
di passare sul cadavere di Ciena?

Thane colse al volo l'opportunità che gli aveva offerto Ciena e

331
sfrecciò alla massima velocità verso le coordinate di fuga,
preparandosi al salto a velocità luce mentre anche l'ultimo Ala-X
balzava nell'iperspazio.
Avrebbe voluto dire qualcosa a Ciena prima di andarsene.
Qualsiasi cosa. Ciena doveva sapere che Thane aveva capito e che
cosa significava per lui.
Se lo avesse fatto, però, Nash e il pilota dell'altro caccia TIE
avrebbero scoperto tutto. Ciena lo aveva protetto; ora toccava a
lui proteggerla, tenendo la bocca chiusa.
Le raffiche degli Imperiali colpirono di striscio il suo Ala-X,
infliggendo dei danni questa volta, senza però compromettere il
supporto vitale o l'iperguida. Perciò Thane non vi badò più di
tanto; impostò le coordinate, strinse la barra di comando e
sfrecciò nell'iperspazio.
Le stelle si trasformarono in filamenti luminosi tutt'intorno a
lui, mentre si lasciava Ciena alle spalle un'altra volta.
Thane si concesse soltanto pochi attimi di silenzio prima di
ricontattare la squadriglia Corona. "Qui Corona quattro.
Situazione?"
"Ti ricevo, Corona quattro", rispose la Contessa in tono grave.
"Abbiamo perso Smikes".
Smikes era sempre stato un tipo diffidente e pessimista, ma
anche coraggioso. Thane si rese conto di non avergli mai fatto
capire quanto lo ammirasse, nonostante il suo carattere burbero, e
adesso non ne avrebbe mai più avuto occasione.
"Ehi", disse Yendor a bassa voce. "Quella era la tua amica
Ciena, vero?"
"Già".
"Ho visto che cos'ha fatto per aiutarti. Adesso capisco perché
sei tornato a Jelucan".
"Avevi ragione, Thane", aggiunse Kendy. "È pur sempre

332
Ciena".
Quella era la cosa più simile a delle scuse che avrebbe mai
ricevuto per come lo avevano trattato i suoi compagni, ma era
anche più di quel che si meritava.
Chissà se Ciena era nei guai. E se l'avessero sottoposta a
un'indagine? Il pensiero di Ciena che affrontava gli interrogatori
dell'Impero era agghiacciante.
Tuttavia, se esisteva qualcuno abbastanza intelligente da
trovare una spiegazione per salvarsi la faccia, quella era Ciena.
Thane non poteva fare altro che credere in lei.

Ciena riportò il caccia TIE nell'hangar senza rivolgere più la


parola a Nash Windrider. Era sicura che fosse furibondo, e che
avrebbe fatto subito rapporto all'ammiraglio Piett.
Ciena, dal canto suo, avrebbe affermato di stare eseguendo i
suoi ordini, e Piett non avrebbe mai saputo la verità. Era pur vero
che Piett avrebbe potuto fingere di non saperne assolutamente
nulla. Forse sarebbero stati disposti a sacrificare anche lei, pur di
tenere segreto l'obiettivo della missione. L'Impero avrebbe
davvero giustiziato un ufficiale leale come lei solo per
raggiungere i suoi scopi?
Ciena stava scendendo dal suo caccia TIE, quando notò Nash
che marciava nella sua direzione a passo svelto, gli occhi
fiammeggianti d'ira. Per un attimo, Ciena desiderò di avere un
blaster sottomano, ma poté solo farsi forza finché Nash non
l'ebbe raggiunta, guardata dritta negli occhi e abbracciata con
forza.
"Come ha potuto farti questo?", disse Nash. "Sapeva che lo
amavi, eppure si è finto morto e ti ha lasciato soffrire per anni. È
allucinante".

333
Ciena si limitò a restituirgli l'abbraccio, nonostante l'impaccio
delle loro corazze. Se non altro poteva nascondere il viso nel suo
petto.
"Scusa se ho alzato la voce. Ho capito soltanto dopo quanto
dovevi essere scossa e disperata. In questi casi è normale
sbagliare manovra, persino per una brava come te. E pensare che
volevi uccidere Thane persino più di quanto lo volessi io". Nash
sospirò e la guardò negli occhi. La rabbia che Ciena aveva colto
nei suoi occhi si era tramutata in compassione. "Avrei dovuto
lasciarti il piacere. Se non avessi esagerato, probabilmente lo
avrei fatto".
"Non riesco a crederci", disse Ciena. Era una risposta vera e
sicura al tempo stesso.
"Che bastardo. E noi che credevamo di conoscerlo". Nash si
impettì. "Non ci resta che fare rapporto. Sarà dura".
Invece non lo fu affatto. Furono rimproverati per non essere
riusciti ad abbattere tutti i caccia ribelli e Piett approvò il segreto
successo di Ciena con un semplice cenno di assenso quando
nessun altro lo stava guardando. Alla fine Ciena si tolse
l'armatura, si fece una doccia veloce e cercò di calmarsi.
Thane sarebbe potuto morire. Nash ha cercato di ucciderlo.
Per quanto l'avesse scossa affrontare Thane in battaglia, il
fatto che fosse riuscito a fuggire la rincuorava di più. Se non si
fossero mai più incontrati, l'ultimo ricordo che Thane avrebbe
avuto di Ciena sarebbe stato quello del momento in cui gli aveva
salvato la vita. Sotto l'acqua calda e scrosciante, le mani
appoggiate alla paratia metallica, Ciena decise che se lo sarebbe
fatto bastare.
Nash, però, era tutt'altra storia. Com'era possibile che fosse
tanto furioso con Thane? Ciena sapeva che si era sentito tradito;
in fondo, si era sentita tradita anche lei, quando aveva scoperto

334
che Thane si era unito all'Alleanza Ribelle. Anche se aveva quasi
finito per odiarlo, non poteva negare di continuare ad amarlo.
Nash, invece, aveva pianto la morte di Thane per anni, ma quando
aveva scoperto che era ancora vivo aveva cercato di ucciderlo
senza battere ciglio.
Quella non era lealtà nei confronti dell'Impero. Era...
fanatismo.
I motori presero di nuovo a ronzare, alterando in modo
impercettibile la vibrazione del pavimento sotto i suoi piedi.
Erano appena usciti dall'iperspazio. Con suo grande stupore,
Ciena scoprì di essersi persa nei propri pensieri a tal punto da
non essersi neppure accorta che avevano compiuto il salto a
velocità luce.
Tolto l'asciugamano, si infilò la tuta di volo e uscì dalla sua
cabina per dare un'occhiata. La fila di oblò triangolari che
costellava il corridoio dello Star Destroyer le avrebbe permesso
di guardare all'esterno. A quanto pareva, la loro era l'unica nave a
essersi staccata dalla flotta, ma perché lo aveva fatto?
La risposta più ovvia era che dovevano preparare qualcosa per
l'arrivo dell'Imperatore. Ma che cosa? Ciena si voltò per studiare
lo spazio e in quel momento si accorse che si stavano avvicinando
a un pianeta che orbitava intorno a una grande luna verde e
coperta di nubi che suppose fosse ricca di vita boschiva. Eppure
c'era qualcos'altro che orbitava intorno a quella luna, qualcosa di
gigantesco e scuro...
Quando capì di che cosa si trattava, Ciena si sentì mancare il
respiro.
Non può essere. Non possono averla ricostruita.
Invece lo avevano fatto, eccome. Ciena non poteva negare ciò
che stavano guardando i suoi occhi...
La seconda Morte Nera.

335
CAPITOLO 24

Ciena non si sentiva più le braccia, eppure se ne stava lì, in piedi,


con le mani appoggiate alla vetrata dell'oblò, e fissava la nuova
Morte Nera.
Perché ne hanno costruita un'altra? La prima doveva servire
a mettere fine alla guerra prima che cominciasse, e non ci è
riuscita. Allora, perché ce n'è un'altra?
Conosceva la risposta, anche se non poteva accettarla. Così
non poteva far altro che fissare con gli occhi spalancati la
gigantesca stazione spaziale sospesa nello spazio che diventava
sempre più grande man mano che l'Executor vi si avvicinava.
Ciena si era sempre domandata come avessero fatto a costruire
una struttura del genere; persino per l'Impero non doveva essere
stato facile assemblare una stazione spaziale grande quanto una
luna. Ora poteva osservarne la costruzione coi suoi occhi, poiché
la nuova Morte Nera non era ancora finita. Mancavano ancora
intere sezioni, e Ciena si ritrovò a fissare le viscere di quella
bestia meccanica: un orribile intreccio di travi e lamiere che ne
circondava il nucleo buio e vuoto.
Tornarono a tormentarla le stesse parole che aveva
pronunciato in una taverna di Valentia: Adesso l'Imperatore e i
Moff capiranno che distruggere Alderaan non è servito a niente.
Non ha fermato la Ribellione... Alderaan è stato attaccato
soltanto per impedire una guerra ancora più devastante. La
guerra, però, è scoppiata lo stesso. È troppo tardi per salvare la
galassia.

336
Niente avrebbe mai potuto giustificare la distruzione di un
intero pianeta e la morte di miliardi di persone. L'Impero avrebbe
potuto riscattarsi soltanto riportando la pace nella galassia.
Solo che ora sarebbero stati distrutti altri pianeti senza
motivo, se non per quello di seminare dolore e terrore.
Forse sono giunti a questo punto perché vogliono mettere
fine alla guerra, pensò Ciena. Ma era una scusa troppo debole
perché vi potesse credere anche soltanto per un attimo. Se la
distruzione di Alderaan non aveva frenato la Ribellione, non vi
sarebbe riuscita quella di nessun altro pianeta. Semmai avrebbe
incitato ancora più dissidenti a unirsi alla causa dei ribelli.
Quella Morte Nera non avrebbe messo fine alla guerra: l'avrebbe
peggiorata oltre ogni immaginazione.
Ogni volta che Ciena rivedeva in un incubo la fine di
Alderaan, si scrollava di dosso i dubbi ripensando a Jude. La
perdita della sua amica l'aveva aiutata a riequilibrare le cose,
ricordandole che entrambi i fronti di quel conflitto avevano
causato morte e distruzione ovunque. Oggi, però, Ciena non
poteva fare a meno di pensare che se Jude avesse visto la seconda
Morte Nera, sicuramente si sarebbe tirata indietro.
Non avrebbe mai voluto fare parte di questo orrore. Mai.
Ciena si sentiva gelare persino le ossa. Solo allora staccò le
mani dall'oblò ghiacciato e le sfregò nel tentativo di scaldarle; ma
per quanto ci provasse, ogni suo sforzo in quel momento era
perfettamente inutile.

Quando la navetta decollata dall'Executor ebbe attraccato alla


Morte Nera, Ciena poté constatare di persona il livello di
completamento della stazione spaziale. Dall'esterno si scorgeva
quasi del tutto l'emisfero ancora in costruzione. Dentro, invece, la

337
sua navetta fu agganciata da un raggio traente perfettamente
funzionante; i passeggeri sbarcarono poi in un hangar non solo
completo, ma anche rifinito e, infine, percorsero i corridoi di una
stazione spaziale sofisticata come qualunque altra nella Flotta
Imperiale. Ormai avevano ultimato i preparativi per l'arrivo
dell'Imperatore.
"A quanto pare siamo diventati così importanti che
incontreremo l'Imperatore di persona". Berisse si coprì la bocca
con una mano, sperando di nascondere un sorrisetto. "Non so
perché mi sento così allegra. Ci saranno migliaia di ufficiali,
insieme a noi. Probabilmente lo vedremo da lontano come se
fossimo all'ultima fila di una gara di sgusci".
Nash le aveva raggiunte e le seguiva come al solito. Dopo la
schermaglia nel sistema di Hudalla, era diventato particolarmente
protettivo nei confronti di Ciena. "Almeno potremo raccontare ai
nostri nipoti di aver visto Palpatine coi nostri occhi. E poi ci sarà
una grande cerimonia... be', non capita tutti i giorni, no? Hai
proprio bisogno di qualcosa che ti distragga, Ciena".
Aveva già sentito almeno un migliaio di varianti di quella
frase da quando erano tornati da Hudalla. Il bello era che Ciena
aveva davvero il cuore spezzato, ma per un motivo
completamente diverso.
In ogni caso, in quel momento quello era l'ultimo dei suoi
pensieri. Come fanno a parlare tanto tranquillamente della
cerimonia per l'arrivo dell'Imperatore? Nessuno dei due si è
accorto che siamo a bordo di un'altra Morte Nera?
Ciena fece mente locale. Sì, erano a bordo di una Morte Nera,
circondati da centinaia di ufficiali come loro: alcuni erano di
stanza lì, altri erano appena arrivati a bordo delle sofisticate
astronavi inviate per preparare la cerimonia di accoglienza per
l'Imperatore. Probabilmente qualcuno di loro nutriva gli stessi

338
dubbi di Ciena, ma molto altri no. Se avesse dato voce ai suoi
pensieri, sarebbe finita dritta in cella. In altre parole, avrebbe
fatto meglio a prendere esempio dall'autocontrollo dei suoi amici.
E così Ciena non aprì bocca finché tutti e tre non furono
saliti miracolosamente da soli su un turboascensore. Al corso di
comando aveva imparato che le microspie venivano installate
raramente sugli ascensori militari a causa dei repentini cambi di
frequenza, perciò lì dentro sarebbe stata relativamente al sicuro.
"Non riesco a credere che abbiano costruito un'altra Morte Nera",
disse quindi non appena le porte scorrevoli si furono chiuse.
Berisse si strinse nelle spalle e si appoggiò alla paratia,
gettandosi alle spalle il protocollo militare. "Io non riesco a
credere che ci abbiano messo così poco. Quanto tempo ci vorrà a
costruire una di queste stazioni? Devono aver cominciato subito
dopo la battaglia di Yavin. Hanno fatto bene".
Ciena non riusciva a credere alle sue orecchie. "... hanno fatto
bene?"
"Be', dovevamo ricostruire la Morte Nera. Insomma, guardati
intorno!". A giudicare da come aggrottava la fronte, Berisse
proprio non riusciva a comprendere la reazione di Ciena. "Quei
dannati ribelli sono riusciti a distruggere la più grande e potente
stazione da battaglia mai costruita. Solo ricostruendo la Morte
Nera potevamo onorare i nostri compagni che sono morti a Yavin.
Se non l'avessimo fatto, i terroristi avrebbero vinto".
"Non mi sembri d'accordo, Ciena". Nash aveva usato un tono
scanzonato, ma lei aveva notato il modo in cui la stava
guardando. "Che cosa ne pensi?"
In quel momento Ciena si rese conto che stava sudando.
"Penso... penso che abbiamo costruito un'altra Morte Nera per
usarla. E penso che un altro pianeta farà la stessa fine di
Alderaan".

339
Berisse sbuffò. "Ma per favore. Sai che cosa succederà
quando questa stazione sarà completata e si sarà sparsa la voce
della sua esistenza? Nessuno oserà mai più sfidare l'Imperatore.
La Ribellione si scioglierà in un batter d'occhi. Aspetta e vedrai".
Nonostante tutti i suoi dubbi dolorosi riguardo alle strategie
dell'Impero, Ciena aveva sempre creduto che l'ordine fosse
migliore del caos... anche quando bisognava usare le maniere
forti per imporlo. Il futuro descritto da Berisse, tuttavia, non
aveva nulla a che fare con l'ordine. Era un futuro governato dalla
paura e, quindi, dalla tirannia. Persino le più oscure atrocità delle
Guerre dei Cloni non erano nulla in confronto alla distruzione di
un pianeta abitato.
E perché mai aveva paura di parlarne proprio coi suoi migliori
amici?
Ciena scelse con cura le parole, sperando che capissero la sua
posizione. "Quando Alderaan è stato distrutto, abbiamo creduto
che sarebbe bastato per convincere la Ribellione ad arrendersi.
Eravamo convinti di prevenire una guerra. Eppure siamo in guerra
già da tre anni". E se una persona cinica come Thane ha trovato
tra i ribelli dei capi da seguire e da ammirare, potete stare
tranquilli che l'Alleanza Ribelle non si scioglierà facilmente
come pensate. "Non capite? Queste strategie non funzionano. E
se questa stazione non è stata costruita per proteggere l'Impero
dalla guerra, a che cosa serve?"
Nash raddrizzò la schiena, gli occhi socchiusi. Quando le
rispose, il suo tono le fece venire i brividi. "Stai forse dicendo
che Alderaan è stato distrutto invano? Che non è servito a nulla?"
Ciena alzò le mani. "Nash, calmati. Non intendevo..."
"Ascoltami bene", la interruppe l'altro. "Alderaan è stato
distrutto perché l'Impero potesse dimostrare la sua potenza. La
fine del mio pianeta ha segnato anche quella del Senato

340
Imperiale, mettendo fine alle infinite e meschine lotte per il
potere che hanno appestato i primi tempi di regno di Palpatine
per anni. Solo allora l'Impero ha potuto mostrare la sua vera
forza".
Lo sguardo di Nash si era fatto vitreo, sfocato. Sembrava
febbricitante. Probabilmente aveva avuto la stessa espressione
durante la schermaglia a Hudalla.
"Questa guerra non è altro che la conseguenza di tutti i
conflitti che hanno devastato la galassia nell'ultimo secolo, il
rantolo di morte di tutti coloro che vorrebbero opporsi
all'Impero", proseguì Nash. "I ribelli sono riusciti a distruggere la
prima Morte Nera grazie a un colpo di fortuna. Ricostruendola, e
usandola tutte le volte che sarà necessario a ripristinare l'ordine,
dimostreremo loro che la fortuna non basta, e che l'Impero è e
sarà sempre l'unica autorità che conta nella galassia".
Le porte del turboascensore si aprirono sul ponte del piccolo
hangar che presto avrebbe accolto l'Imperatore. Centinaia di
ufficiali si accalcavano nei corridoi e in quel marasma sarebbe
stato impossibile parlare apertamente. Ciena si sentiva più
vulnerabile che mai. Chiunque, lì, avrebbe potuto -- e avrebbe
dovuto -- denunciarla per tradimento. Persino i suoi due migliori
amici.
In quel momento Nash le posò delicatamente le mani sulle
spalle. "Non ti sei ancora ripresa", disse. "È normale che tu non
sappia di chi fidarti, né a chi credere, dopo aver scoperto la
menzogna di Thane".
"Quella battaglia è stata uno dei peggiori momenti della mia
vita", disse Ciena. Quello, almeno, era assolutamente vero.
"Fidati dell'Impero. Fidati di noi. E fidati soprattutto del
giuramento che hai prestato quando ti sei diplomata
all'accademia. È la tua integrità a definirti, Ciena. Non puoi

341
sbagliare se credi in te stessa". Nash le sorrise in un modo che di
solito le faceva pensare subito a una scusa per congedarsi. I
sentimenti che provava nei suoi confronti, e che Ciena aveva
cercato di scoraggiare, erano diventati la sua miglior protezione
da un'accusa di alto tradimento.
Berisse, nel frattempo, li aveva già superati. "Che cosa stiamo
aspettando? La navetta dell'Imperatore arriverà da un momento
all'altro. Andiamo!"
Nel paio d'ore che seguirono, tra istruzioni e formazioni,
Ciena si tenne in disparte dai suoi amici; i comandanti avevano
posti relativamente migliori, benché sempre tra centinaia di
capitani, ammiragli e artiglieri. Ciena fece il suo dovere
distrattamente, spostandosi ogni volta che lo esigevano gli
organizzatori. Almeno si teneva impegnata. Cercò di distrarsi
osservando i giochi di potere tra gli alti ufficiali, anche se non
servì a molto. Le loro meschine preoccupazioni e la paura dell'ira
di Lord Vader che trasudavano servirono solo a ricordarle che la
Flotta Imperiale di cui era al servizio non era la stessa in cui
aveva creduto per tutti quegli anni.
Infine giunse il momento tanto atteso. Lord Vader si fece
avanti, il mantello nero che gli ondeggiava dietro la schiena. Da
lontano, la navetta bianca assomigliava a una stella. Quando si fu
avvicinata a sufficienza, Ciena ne notò la peculiare striscia grigia
sulla prua, segno che quello che stava per attraccare era
veramente l'Imperatore.
Ciena si sorprese quando Lord Vader si inchinò davanti alla
rampa di sbarco, mentre gli ufficiali scendevano nell'hangar. A
nessuno di loro era stato ordinato di imitarlo. Che cosa
significava? La domanda perse ogni importanza non appena
l'imperatore Palpatine fu sbarcato dalla sua navetta.
Il volto di Palpatine appariva ogni giorno in migliaia di

342
olovideo. Da brava Imperiale, Ciena avrebbe potuto descriverlo
nei minimi dettagli come un membro della sua famiglia. Aveva i
capelli quasi del tutto grigi ma ancora folti, i lineamenti che
tradivano appena la sua età; camminava ben dritto e aveva uno
sguardo acuto. L'immagine diffusa nella galassia non poteva
essere più distante dalla realtà. Ciena spalancò gli occhi
scorgendo il viso che il pesante cappuccio dell'Imperatore non
riusciva a celare completamente: il pallore innaturale della sua
carnagione, le rughe e le grinze disumane. Ingobbito, l'Imperatore
attraversò l'hangar senza degnare di un solo sguardo o di una sola
parola le centinaia di ufficiali a lui leali che si erano riuniti ad
accoglierlo.
Non essere così meschina. È vecchio, e allora? È normale! E
poi l'Imperatore avrà sicuramente ben altro a cui pensare che a
una stupida cerimonia di accoglienza...
Era un ragionamento che non tornava. A sconcertare Ciena
non era stato l'aspetto dell'Imperatore, ma la sensazione di
profonda malvagità che la sua persona emanava e che per poco
non la fece vacillare. Persino a quella distanza, l'imperatore
Palpatine aveva risvegliato in Ciena l'istinto primordiale che la
esortava a combattere o a fuggire a gambe levate.
Soltanto un'altra persona l'aveva fatta sentire così: Darth
Vader. Ciena si era sempre ripetuta che Vader era un abominio
unico nel suo genere. Finora non era stata smentita. La cosa più
terrificante, però, era che Vader emanava costantemente una
sensazione di malvagità e di pericolo... e lo stesso valeva per la
persona più potente della galassia, l'Imperatore.
Ma chi ho servito per tutto questo tempo?

Deve essere un incubo.

343
Magari lo fosse stato. Thane poteva sentire il freddo acciaio
della panchina su cui era seduto, la puzza di grasso e di ozono
nell'officina dell'hangar. I dettagli della quotidianità mettevano
bene in chiaro che era perfettamente sveglio.
Deve essere un test. Una specie di esercitazione. I capi
dell'Alleanza vogliono vedere come reagiremmo nella peggior
situazione possibile.
Impossibile. Non avrebbero rischiato di radunare l'intera
flotta ribelle per una semplice esercitazione.
Ma se quello non era un incubo e non era nemmeno
un'esercitazione, allora era tutto orribilmente vero: l'Impero aveva
costruito un'altra Morte Nera.
Thane pensò a come poteva descrivere le sue sensazioni in
almeno una trentina di lingue diverse, ma ogni parola si faceva
più scurrile della precedente. In ogni caso, gli mancava persino il
respiro per pronunciarle. Riusciva a malapena a fissare
l'ologramma che roteava davanti alle squadriglie degli Ala-X
mentre il generale Madine li aggiornava sulla situazione.
"E come dovremmo fare a distruggere il generatore dello
scudo?", domandò Kendy. "Sulla superficie della luna boscosa di
Endor ci saranno decine di assaltatori, forse centinaia..."
"Il generale Solo sostituirà il maggiore Lokmarcha, dato che è
stato ucciso in combattimento. La squadra di Solo si occuperà del
generatore sulla luna di Endor. Ciascun membro di questa
squadra è già abbastanza occupato; non è il caso di pensare agli
incarichi degli altri, Corona cinque", ribatté con fermezza
Madine.
"Chi diamine è il generale Solo?", bisbigliò Thane a Yendor.
"Scherzi? Han Solo! Il capitano del Millennium Falcon!"
Il nome di quella nave era vagamente familiare, ma Thane non
riusciva a ricordare dove l'aveva già sentito.

344
Yendor sgranò gli occhi, incredulo. "E dai! È il tipo che ha
salvato la principessa Leia sulla Morte Nera. Non ti ricordi
manco quello?"
"Non mi ero ancora unito alla Ribellione. Sono arrivato poco
prima di Hoth".
"Ah. Mi pare che il capitano Solo sia stato catturato da un
cacciatore di taglie proprio poco dopo Hoth", raccontò Yendor, i
lekku che gli penzolavano lungo la schiena. "Dev'essere per
questo che non lo hai mai incontrato... comunque è uno dei
migliori, te l'assicuro".
"Proprio così", li interruppe il generale Madine, che a quanto
pareva aveva sentito tutta la conversazione. Sia Thane sia Yendor
si voltarono, raddrizzando le schiene. "La principessa Leia
Organa e Luke Skywalker si uniranno alla missione del generale
Solo sulla luna boscosa per disattivare lo scudo".
Ancora quel Luke Skywalker. Thane si trattenne dal roteare
gli occhi. Ammirava la principessa Leia, però. Se c'era qualcuno
di cui poteva fidarsi, quella era lei.
"Nel frattempo, il generale Calrissian guiderà i caccia stellari
nel cuore della Morte Nera", proseguì il generale Madine. La
dispersione della Flotta Imperiale ci ha concesso un'occasione
senza precedenti. La stazione spaziale non è ancora completa, e il
suo reattore principale è esposto e vulnerabile. Una squadra
d'attacco dovrà penetrare nella Morte Nera e distruggere il
reattore, innescando una reazione a catena che distruggerà la
stazione prima che diventi operativa".
E chi è il generale Calrissian? Thane decise di non chiederlo
a voce alta. In fondo non erano fatti suoi se l'Alleanza Ribelle
aveva deciso di affidare due delle missioni più importanti di tutti
i tempi a un paio di generali senza esperienza...
"Squadriglia Corona, voi dovrete coprire il Millennium

345
Falcon del generale Calrissian e gli altri caccia stellari delle
squadriglie Oro, Rossa, Verde e Grigia mentre cercheranno di
infiltrarsi nella Morte Nera", aggiunse Madine. "Meno caccia TIE
dovranno affrontare sul tragitto, maggiori saranno le possibilità di
distruggere quel reattore e di fuggire insieme alla flotta. Questo
significa che dovrete vedervela con i caccia TIE sia dentro sia
fuori la stazione spaziale, senza contare il fuoco a lungo raggio
delle astronavi che l'Impero potrebbe schierare".
Thane immaginò che, presto o tardi, avrebbe dato di matto al
pensiero di dover combattere contro la Morte Nera. In quel
momento, riusciva a malapena a comprendere la sua esistenza.
In passato aveva detto che Ciena era stata ingenua a credere
che l'Impero non avrebbe mai cercato di distruggere un altro
pianeta. Solo allora Thane si rese conto che, in un certo senso, se
n'era convinto anche lui. Il pensiero che potesse ripetersi un'altra
tragedia come Alderaan era sconvolgente. La Ribellione doveva
attaccare a tutti i costi. Quella non era la battaglia più importante
che avrebbero dovuto combattere: era l'unica che contava
veramente.
Dopo la riunione, Thane tornò nell'hangar brulicante di
attività. Sebbene molti piloti fossero impegnati a controllare le
loro navi, altri stavano abbracciando i loro amici. Si stavano
dicendo addio, perché chissà come sarebbe andata a finire.
Thane passò prima dal Moa, dove strinse la zampa di Brill e
la mano dalle dita lunghe di Methwat per poi abbracciare
Lohgarra quasi più forte di quanto lo stesse abbracciando lei. Un
membro del Moa, tuttavia, era entrato nella squadriglia Corona.
"Era da un po' che mi serviva un nuovo droide
astromeccanico", disse Yendor mentre caricavano JJH2 a bordo
del suo Ala-X. "Non avevi detto che questo era il migliore?"
JJH2 fischiettò una domanda, e Thane non poté fare a meno

346
di rivolgergli un sorriso. "L'ho detto e lo ripeto. Abbiate cura di
voi, mi raccomando".
Thane salì a bordo del suo caccia mentre Yendor e JJH2
controllavano i loro sistemi. Aveva già revisionato il suo Ala-X
dopo lo scontro nel sistema di Hudalla, perciò non gli restava che
sedersi nella cabina di pilotaggio e aspettare l'ordine di decollare
alla volta della Morte Nera. Il che, in effetti, sembrava proprio un
suicidio.
L'Alleanza Ribelle era riuscita a distruggere la prima Morte
Nera, ma sapevano benissimo di aver avuto un colpo di fortuna.
Quante possibilità c'erano che la luce di scarico fosse difettosa?
Thane scosse la testa. In quanto ex ufficiale dell'Impero, sapeva
benissimo che una svista del genere era stata punita severamente.
Nessuno degli ingegneri che avevano lavorato alla seconda Morte
Nera avrebbe commesso un altro sbaglio come quello. La nuova
stazione spaziale doveva essere ancora più potente della
precedente.
Rammentò fugacemente quando, appena diplomato
all'Accademia Reale di Coruscant, stava andando in volo a
prendere servizio presso la prima Morte Nera. Quando l'aveva
vista per la prima volta, era rimasto a bocca aperta. Era ancora
difficile credere che la prima Morte Nera fosse stata distrutta, e
che anche la seconda potesse essere abbattuta.
Lo sai che potresti svignartela anche adesso, vero?, gli
sussurrò la sua vecchia voce cinica. Ricordati che sei un
volontario.
Thane, però, non dava più retta a quella voce. Gli altri membri
della squadriglia Corona e l'equipaggio del Moa erano l'unica
famiglia che avesse mai avuto veramente. Forse non condivideva i
loro ideali, ma non li avrebbe mai abbandonati nel giorno della
loro battaglia più difficile.

347
E se l'Impero avesse vinto, la galassia sarebbe stata
condannata per sempre.
Thane avrebbe preferito di gran lunga morire combattendo.

Erano passati solo due giorni da quando Ciena aveva visto per la
prima volta la nuova Morte Nera e l'Imperatore, ma erano bastati
a devastarla.
Ogni presa di coscienza l'aveva colpita in momenti diversi, e
non appena aveva pensato di poterne sopportare una, ecco che
un'altra la coglieva alla sprovvista. La terrificante presenza
dell'Imperatore... l'ingiusta condanna di sua madre... Nash e
Berisse che accettavano senza batter ciglio la strategia del
genocidio... i piloti che erano morti senza motivo, sacrificati da
cinici comandanti... e Thane, che giorno dopo giorno rischiava la
vita per combattere l'Impero.
Aveva ragione su tante cose, pensò distrattamente mentre si
sottoponeva alla visita medica mensile. I freddi sensori del droide
medico avrebbero scambiato i suoi tremori per brividi. Come
vorrei poterglielo dire.
Ciena non aveva ancora perdonato la Ribellione per la morte
di Jude, né credeva che fosse in grado di offrire un governo
efficace. Nonostante ciò, per quanto fosse sicura che non si
sarebbe mai unita ai ribelli, cominciava a capire perché Thane lo
avesse fatto.
"Il problema non è essere leali nei confronti dell'Impero", le
aveva detto Thane mentre la stringeva al suo petto nella
Fortezza. "È l'Impero che dovrebbe essere leale nei nostri".
Un giuramento restava pur sempre un giuramento, anche se
era stato fatto nei confronti di qualcuno che non se lo meritava.
Diventava semplicemente più difficile da mantenere.

348
L'allarme risuonò in tutta la nave proprio mentre Ciena finiva
di indossare l'uniforme. "A tutti i piloti, recarsi immediatamente
ai caccia TIE".
Che cosa stava succedendo? Ciena non credeva che i ribelli
avessero già saputo della stazione spaziale, soprattutto se quel
segreto era stato mantenuto così bene da non essere giunto
neppure alle orecchie degli ufficiali di alto grado a bordo
dell'Executor. Doveva essere un'esercitazione o un altro sfoggio
di potenza per Palpatine. Non faceva alcuna differenza: Ciena
doveva esserci. In quel momento, aveva bisogno di volare più di
qualunque altra cosa.
Ormai era sempre più raro che le fosse ordinato di pilotare
qualcosa di più piccolo di una navetta da trasporto, ma Ciena
aveva continuato a esercitarsi e avrebbe potuto farsi avanti per
pilotare i TIE in qualsiasi momento.
E così andò dritta dal comandante, il quale aveva un'aria
stranamente... compiaciuta. "Capisco, comandante", disse quello
con un sorrisetto. "È logico che voglia esserci anche tu. Sarà una
gran bella storia da raccontare ai tuoi nipoti, eh?"
Proprio così, una volta ho volato per un Imperatore vile e
schifoso che faceva saltare in aria interi pianeti, pensò Ciena. "Il
mio prossimo incarico è soltanto tra sei ore, signore. Se
necessario, sono pronta a partire anche adesso", disse invece.
"Ci ricorderemo del tuo coraggio, comandante Ree. Fai subito
rapporto all'hangar numero nove".
Mentre si infilava la tuta di volo nera dei piloti TIE, Ciena si
disse che sarebbe andato tutto meglio non appena fosse decollata.
Quando volava si sentiva sempre felice, quasi come fosse una via
di fuga. Non appena fosse sfrecciata nello spazio, si sarebbe
scrollata di dosso ogni dubbio. Di lì a pochi minuti sarebbe stata
di nuovo se stessa.

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Nel trambusto dei preparativi vide di sfuggita Nash, il quale
le rivolse un sorriso spavaldo. Nash credeva ancora in lei. Ciena
dimenticò quel senso di colpa ancor prima di essersi seduta nella
cabina di pilotaggio. Qualunque cosa fosse successa in futuro, si
sarebbe tenuta sempre e comunque a distanza da tutti quelli che
aveva conosciuto. Aveva anche pensato di farsi assegnare a
qualche avamposto isolato -- magari per fare qualche lavoretto di
cui non importava niente a nessuno -- dove, con un po' di fortuna,
avrebbe potuto fare qualcosa di buono.
Col casco allacciato e i motori alla massima potenza, Ciena
attese il segnale della sua squadriglia, quindi decollò dall'hangar.
La circondavano centinaia di caccia, perciò avrebbe dovuto volare
con estrema precisione. Nonostante ciò, le vibrazioni della cabina
di pilotaggio e il ruggito dei motori la stavano già calmando.
Quando decollava, era un po' come se stesse spezzando le catene
che la separavano dalla libertà.
Per un attimo tornò con la mente alle montagne di Jelucan,
mentre le sorvolava a bordo del vecchio V-171, pilotandolo con
Thane alle sue spalle, come fossero un'unica persona...
Solo allora, dopo aver acceso i sensori a lungo raggio, si sentì
mancare il respiro.
Ciena aveva visto decollare centinaia di caccia TIE, ma non si
sarebbe mai aspettata quell'immenso schieramento di astronavi
imperiali nelle vicinanze, compresi parecchi Star Destroyer. Non
aveva mai visto nulla del genere neppure quando avevano
attaccato Hoth.
E fu in quel momento che capì tutto.
Stiamo aspettando un attacco da un momento all'altro, il
che significa che i ribelli stanno per arrivare.
Se i ribelli stanno per arrivare, allora sono venuti a sapere
della Morte Nera e dell'Imperatore. E se abbiamo radunato una

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flotta del genere, è perché volevamo che lo venissero a sapere.
Ecco perché Piett mi aveva ordinato di lasciar fuggire uno
di quegli Ala-X. Voleva che qualcuno comunicasse alla
Ribellione i movimenti dell'Imperatore. Era una trappola fin dal
principio.
In un certo senso lo aveva sempre saputo: perché lasciar
fuggire i ribelli, dopotutto, se non dopo averli depistati? Tuttavia,
aveva creduto che fosse soltanto una tattica per nascondere la
posizione dell'Imperatore. La trappola ordita dall'Impero, però,
doveva essere stata molto più sofisticata; lei ne era stata soltanto
un ingranaggio microscopico. Quella non era una manovra
militare come le altre. Quel giorno l'Impero aveva deciso di
annientare la Ribellione una volta per tutte.
Mentre stringeva la barra di comando, Ciena notò che il suo
schermo era impazzito e che stava vomitando righe su righe di
informazioni senza darle nemmeno il tempo di leggerle. Tutto a
un tratto, nello spazio intorno alla Morte Nera e alla luna di
Endor si erano materializzate migliaia di astronavi.
L'Alleanza Ribelle era arrivata, e l'Impero era pronto ad
accoglierla.

351
CAPITOLO 25

"CHE LA FORZA SIA CON NOI".


La voce dell'ammiraglio Ackbar proruppe crepitando
dall'unità di comunicazione, mentre la flotta ribelle si dirigeva
verso la Morte Nera. Ora che Thane poteva vederla coi suoi
occhi, era costretto a credere che esistesse davvero... benché
chiaramente incompleta. Non stavano affrontando la Morte Nera,
ma soltanto un suo guscio. Mettendola su quel piano, era un po'
più facile.
Anzi, no, non lo era affatto. Ma in quel momento Thane si
sarebbe accontentato di qualunque cosa.
Il generatore dello scudo dovrebbe essere già stato distrutto,
si disse mentre controllava i sensori. Da un momento all'altro ci
daranno l'ordine di attaccare.
Ma l'ordine non arrivò.
In più, non stava ricevendo nessun dato riguardo allo scudo...
che fosse ancora attivo oppure no. Thane aggrottò la fronte
mentre batteva i tasti della console. Era davvero un pessimo
momento per un guasto.
"Sospendere l'attacco! Lo scudo è ancora attivo!", proruppe
improvvisamente la voce del generale Calrissian.
Thane imprecò sottovoce. Che cosa stava combinando la
squadra sulla luna di Endor?
"Tornare indietro!", aggiunse Calrissian. "A tutti i caccia:
sparpagliatevi!"
Stavano facendo dietrofront, e Thane si stava preparando a

352
fuggire nell'iperspazio, per quanto fosse umiliante ma necessario,
quando l'ammiraglio Ackbar parlò di nuovo al comunicatore.
"Azioni evasive!"
"Settore quarantasette... sono qui", intervenne Kendy.
Thane rimase di sasso nello scoprire che praticamente metà
della Flotta Imperiale e decine di Star Destroyer li stavano
aspettando al varco.
L'Alleanza Ribelle stava per essere annientata.

Almeno sarà una cosa rapida, pensò Ciena.


Il suo caccia TIE sfrecciò insieme agli altri in direzione della
flotta ribelle. L'incredibile disparità tra le due flotte la convinse
che l'Impero avrebbe vinto quella battaglia nel giro di pochi
minuti. Nonostante ciò, mentre prendeva di mira la fregata
medica secondo gli ordini, Ciena si accorse che gli Star
Destroyer non si stavano minimamente muovendo. Perché
avevano ammassato tutta quella potenza di fuoco, se poi la
stavano trattenendo?
La risposta sopraggiunse quando vide il bagliore verdastro
emesso dal cannone laser della Morte Nera.
Ciena si irrigidì, aspettandosi di vedere esplodere Endor o la
sua luna. Il cannone, invece, centrò uno degli incrociatori ribelli,
disintegrandolo all'istante.
Perché ci hanno mandato a combattere, se la stazione è
operativa?
Ancora una volta, era tutta una messinscena. Uno spettacolo.
Sarebbero morte decine di piloti di caccia TIE, se non centinaia,
benché non vi fosse bisogno di nessuno di loro. La Morte Nera
avrebbe potuto eliminare i ribelli da sola. Palpatine, però, voleva
che ogni ammiraglio e ogni generale assistesse a quella battaglia

353
e si convincesse che il loro Imperatore era inarrestabile.
Moriremo per la sua gloria, pensò con amarezza Ciena. Il
che significa che moriremo inutilmente. Di nuovo.

A quanto pareva, il segreto per dare del proprio meglio in


battaglia era perdere completamente la speranza.
Grazie a quel modo di pensare, Thane era riuscito a
mantenere il controllo anche dopo aver capito che il generatore
dello scudo era ancora operativo e che l'Impero aveva radunato
quasi tutta la flotta solo per annientare l'Alleanza Ribelle. Thane
aveva mantenuto il sangue freddo anche quando la Morte Nera
aveva distrutto il Liberty, la stessa astronave che la squadriglia
Corona aveva chiamato casa per mesi. Thane ricordò tutti i Mon
Calamari che li avevano accolti così amichevolmente e che erano
stati appena uccisi in un battito di ciglia.
Non che lui avesse più possibilità di sopravvivere. Per come
la vedeva Thane, quel giorno l'Impero lo avrebbe ucciso in ogni
caso, perciò il suo obiettivo era diventato quello di farla pagare
cara a più Imperiali possibile.
Sul loro canale di comunicazione, il generale Calrissian stava
ordinando ai caccia di avvicinarsi agli Star Destroyer,
probabilmente per ripararsi dagli attacchi della Morte Nera.
Thane dovette trattenersi dal ridere. E secondo Calrissian
sarebbero stati più al sicuro vicino a uno Star Destroyer? In ogni
caso, avrebbe avuto la possibilità di osservare più da vicino i
danni che aveva inflitto.
"Mi avvicino ai motori", annunciò la Contessa. "Chi viene
con me?"
Thane si fece forza. "Qui Corona quattro, arrivo".
"Qui Corona cinque, sono con voi!", esclamò Kendy col tono

354
allegro di qualcuno che stava andando a far baldoria.
Yendor non rispose alla chiamata, ma i sensori rilevarono che
il suo caccia stava accelerando per raggiungere il Destroyer prima
di Thane. E ci sarebbe riuscito, se Thane non avesse spinto i
motori al massimo per tuffarsi dietro la nave.
I potenti scudi deflettori di uno Star Destroyer erano in grado
di proteggere la nave dal fuoco pesante. I motori, invece, erano
scoperti; erano custoditi all'interno dello scafo impenetrabile e
quasi impossibili da distruggere, ma in una battaglia sarebbe
stato d'aiuto anche soltanto rallentare lo Star Destroyer o
impedire al suo equipaggio di raggiungere la massima potenza.
Vediamo se vi piace restare alla deriva nello spazio. Thane
sogghignò e fece il giro della poppa, seguito dalla squadriglia
Corona.
Riaffiorarono i ricordi del suo addestramento; fu come se i
progetti olografici del corso di progettazione astronavale
brillassero di nuovo davanti ai suoi occhi, mostrandogli i punti
esatti in cui colpire. Thane prese la mira e aprì il fuoco più e più
volte. Così facendo, avrebbe esaurito l'energia necessaria a
compiere la ritirata nell'iperspazio, ma non aveva più alcuna
importanza. Sembrava proprio che quel giorno sarebbe stata la
fine per tutta la Ribellione, e Thane desiderava soltanto morire
combattendo.
Fece centro, ma Kendy lo superò di gran lunga. È sempre
stata la miglior tiratrice del corso, pensò mentre una vampata di
scintille esplodeva nello spazio da uno dei motori dello Star
Destroyer, spegnendosi istantaneamente nel vuoto.
Un nugolo di caccia TIE fendette la loro formazione così
vicino che Thane ne vide uno di sfuggita attraverso la cabina di
pilotaggio. Non trasalì neppure, e continuò a premere il grilletto.
L'Impero non si degna nemmeno di proteggere i suoi piloti.

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Quei caccia non hanno scudi. Basta un colpo per spazzarli via.
Thane sparò due volte e ammirò lo spruzzo di scintille azzurre
emesse dal caccia TIE che vorticava fuori controllo.
E adesso? Forse avrebbe dovuto piombare sulla plancia,
schiantarsi con tutto l'Ala-X e sacrificare la sua vita per prendere
quella di un ammiraglio dell'Impero...
"Il generatore dello scudo è stato distrutto! Ripeto, il
generatore dello scudo è stato distrutto!"
Thane aveva dato per morta la squadra sulla luna di Endor.
Dannazione, pensò. Ci sono riusciti! Si ritrovò a immaginare che
la principessa Leia fosse stata l'unica a sopravvivere. Gli
sembrava quasi di vederla, mentre faceva esplodere il generatore
dello scudo con un sogghigno.
"Tutti i caccia mi seguano!", ordinò il generale Calrissian alla
flotta.
"Andiamo!", gridò la Contessa. Il tono della sua voce non
aveva nulla di glaciale adesso: era assetata di sangue.
"Squadriglia Corona, avviciniamoci".
"Corona quattro, pronto", sogghignò Thane mentre
ricomponevano la formazione e puntavano dritti alla gigantesca
stazione spaziale. Sembrava di tuffarsi in un mare scuro di cavi
metallici. "Ricordatevi che quell'affare è così grosso che dovrete
compensare l'attrazione gravitazionale!"
Thane virò bruscamente lungo il fianco della Morte Nera,
appena sotto la voragine presa di mira dall'attacco del Millennium
Falcon. Sotto di lui si stendeva una superficie solida, nera e
metallica interrotta qua e là dalle aree ancora in costruzione;
sopra, invece, le esplosioni si susseguivano come fuochi
d'artificio alle feste di Jelucan.
Tre caccia TIE apparvero da dietro l'orizzonte della Morte
Nera, ma Thane non si curò nemmeno di schivarli. Accelerò,

356
prese la mira e fece fuoco... schizzando letteralmente attraverso
tre palle di fuoco.
Non si domandò neppure se Ciena fosse a bordo di uno di
quei caccia. Sarebbe stata più astuta di lui, e avrebbe sparato per
prima. E di sicuro non li avrebbe lasciati colpire i motori di uno
Star Destroyer. Probabilmente era al sicuro sulla plancia di
qualche Destroyer, ma in un certo senso Thane desiderò che fosse
lei a dargli il colpo di grazia. In quel modo, almeno, sarebbero
stati insieme fino alla fine.
"Siamo dentro!", avvertì la Contessa. "La squadra d'attacco
del Millennium Falcon si è introdotta nella Morte Nera!"
Solo allora Thane si rese conto che avevano buone possibilità
di vincere la battaglia.

"Perché non state proteggendo i motori?", gridò Ciena a quegli


idioti sui caccia TIE che avevano permesso a quegli idioti dei
ribelli di danneggiare il Subjugator. "Tornate indietro! Subito!"
I ribelli sapevano di essere in trappola, ma evidentemente
puntavano a uccidere più Imperiali possibile prima di morire. Lo
spazio si era già riempito dei resti degli incrociatori stellari presi
di mira dalla Morte Nera. Ciena fumava di rabbia al pensiero dei
piloti che avevano perso la vita a causa dei loro spietati
comandanti, ma adesso stava reindirizzando tutta la sua furia
contro il comandante ribelle che aveva trascinato Thane in quella
battaglia.
La verità, però, è che ce l'aveva soprattutto con se stessa.
Thane sarebbe stato soltanto uno dei ribelli che sarebbe morto
nella trappola che lei stessa aveva contribuito a tendere. Sia
Thane sia lei erano le vittime dei piani malefici dell'Imperatore e
del terribile massacro cui aveva dato inizio.

357
Ciena diresse il suo intercettore TIE sopra la plancia
dell'Annihilator, casomai a qualche ribelle fosse venuto in mente
di schiantarsi contro di essa per avere una fine gloriosa. Gli altri
TIE si attennero rigidamente ai loro piani d'attacco, ma il grado di
Ciena le concedeva la libertà e la responsabilità di valutare la
battaglia per conto proprio e di dirigersi dove riteneva ci fosse
più bisogno di lei. Dopo aver sorvolato lo Star Destroyer, fece
dietrofront e controllò i sensori per individuare i bersagli
successivi... e rimase di sasso.
La loro guarnigione sulla luna di Endor era stata sbaragliata.
Il generatore dello scudo era stato distrutto.
I suoi sensori rivelavano che la flotta ribelle stava
approfittando di quel colpo di fortuna. I vettori di volo erano
mutati all'istante, e il nugolo di caccia che la circondava stava
puntando dritto alla sezione più vulnerabile ed esposta della
Morte Nera: il condotto che conduceva al reattore principale.
Che cosa avevano in mente? Sì, avrebbero potuto
danneggiarla dall'interno, ma il labirinto di travi e di cavi avrebbe
fatto a pezzi qualunque invasore; in quello stesso momento,
Ciena vide i caccia TIE dirigersi verso la stazione spaziale e la
stessa sezione incompleta, all'inseguimento dei piloti ribelli che
intendevano abbattere. Era uno spreco assurdo e privo di
significato.
Ciena rivolse la sua attenzione allo Star Destroyer più vicino,
il suo Executor. Stava cominciando a ingaggiare battaglia proprio
in quel momento, poiché tutti gli ammiragli avevano atteso che
fosse la Morte Nera ad attaccare per prima, dimostrando per
l'ennesima volta quanto Palpatine tenesse più alla teatralità che
alla strategia.
Solo allora si accorse di un caccia ribelle danneggiato che
stava precipitando fuori controllo verso gli scudi deflettori che

358
proteggevano la plancia dell'Executor. Imprecando, Ciena cercò
di agganciarlo, ma il caccia era troppo lontano e troppo veloce...
Una vampata arancione segnò il punto dell'impatto e Ciena,
con orrore, si rese conto della portata dei danni. Né l'incidente in
sé né i danni inferti ai motori della nave potevano fermare uno
Star Destroyer, ma la loro combinazione si rivelò fatale. A bocca
aperta, Ciena vide l'Executor perdere potenza e piegare verso il
corpo più vicino in grado di attirarlo nel suo campo
gravitazionale: la Morte Nera.
Neppure uno Star Destroyer può distruggere la Morte Nera
da solo, rammentò a se stessa. Resta concentrata.
Ma se l'Executor fosse esploso, Berisse sarebbe morta...
Resta concentrata!
Ciena respirava così in fretta e faticosamente da annebbiare il
visore del suo casco. Cercò di calmarsi, concentrandosi sul volo.
Se avesse considerato i suoi attacchi delle prove di abilità, ci
sarebbe riuscita.
E così, impostate le coordinate di un gigantesco incrociatore
stellare mon calamari, Ciena decise di abbatterne gli scudi
deflettori per pareggiare i conti.
Potrei schiantarmici contro proprio come ha fatto quel
caccia stellare ribelle, anche se di proposito. Metterei fine a
questa battaglia. Forse persino alla guerra.
Era un pensiero... invitante.
Eppure, mentre si preparava alla manovra, sopraggiunse un
ordine attraverso il comunicatore. "A tutte le navi, riorganizzarsi
alle coordinate precedenti alla battaglia. Riorganizzarsi
immediatamente".
"Che diamine sta dicendo?". Ciena non riusciva a capire come
qualcuno avesse potuto dare un ordine del genere. Le coordinate
precedenti alla battaglia erano lontanissime dai ribelli e dalla

359
Morte Nera. Le sue dita sfrecciarono sui sensori, espandendone il
raggio d'azione così che potesse capire cosa stava succedendo.
Quel che vide, però, era la flotta ribelle che si allontanava
dalla Morte Nera. Si stavano ritirando, oppure...
Ciena non concluse quel pensiero. Tutto quello che doveva
fare era eseguire gli ordini. Doveva sgombrare la mente. Smetti di
pensare. Reagisci!
Allontanandosi dall'Annihilator con una virata, notò un paio
di caccia TIE più lenti degli altri; erano stati danneggiati ma
riuscivano ancora a volare. Durante l'addestramento, le era stato
insegnato che l'ultima priorità dei piloti di caccia TIE era aiutare i
loro compagni, e che dovevano farlo solo nel caso in cui non
avevano altri ordini da eseguire. Ciena decise di ignorare
l'addestramento. Si posizionò dietro di essi, proteggendoli dal
fuoco dei ribelli mentre volavano verso la Flotta Imperiale e la
salvezza.
Ben presto, però, si rese conto che erano rimasti troppo
indietro. Ormai i ribelli si erano ritirati nella direzione opposta;
la sopravvivenza aveva preso il sopravvento sul conflitto.
"E dai", mormorò ai lenti TIE davanti a sé. Dovevano
assolutamente sbrigarsi...

Spinto al limite, il motore di Thane non faceva che lamentarsi.


Lui e il resto della squadriglia Corona si erano uniti al nugolo di
caccia al seguito del Millennium Falcon che si allontanava dalla
Morte Nera alla massima velocità. Se solo fossero riusciti a
raggiungere il lato opposto di Endor per ripararsi...
"Prepararsi all'impatto!", gridò la Contessa nel canale di
comunicazione.
Ci siamo. Nonostante l'irresistibile desiderio, Thane si

360
costrinse a non voltarsi. Se la stazione fosse esplosa, il lampo
sarebbe stato accecante, e non voleva che la Morte Nera fosse
l'ultima cosa che avrebbe visto. Perciò Thane afferrò la barra di
comando e concentrò lo sguardo sulle navi davanti a lui. La
poppa curva e luminosa del Millennium Falcon si alzò poco
sopra la placida superficie verdastra della luna di Endor. Ci
hanno salvato loro? Oppure li abbiamo salvati noi?
"Ce l'abbiamo fatta!", esclamò entusiasta Kendy. "Siamo fuori
pericolo".
Ce l'abbiamo fatta? Thane era convinto che sarebbe morto.
Non riusciva a credere a quelle parole. Abbiamo vinto?
In quel momento lo spazio si illuminò come il cielo in una
giornata di sole e Thane, all'inizio, pensò che fosse uno
spettacolo stupendo. L'onda d'urto non lo aveva ancora raggiunto.

L'onda d'urto generata dall'esplosione della Morte Nera fu come


un gigantesco proiettile. Il caccia TIE di Ciena sfuggì al suo
controllo, gli stabilizzatori completamente fuori uso. Disperata,
Ciena tentò di dirigersi verso l'hangar della nave più vicina: se
fosse riuscita ad attraccare, forse se la sarebbe cavata.
La Morte Nera non c'era più. Che l'Impero fosse stato
distrutto con essa? Non c'era tempo per pensare, men che meno
per fare congetture. I sensori di Ciena e il pianeta sottostante si
confondevano in un'unica macchia sfocata. Il senso di nausea la
assalì mentre roteava vorticosamente in direzione del rettangolo
luminoso che rappresentava la sua unica speranza di salvezza.
L'impatto successivo fu persino peggiore. Ciena sapeva che la
sua nave stava strisciando contro il metallo solido per andare a
schiantarsi contro l'acciaio, ma all'improvviso un dolore atroce la
trafisse e il mondo svanì di colpo.

361
Dalla superficie della luna di Endor, l'esplosione della Morte
Nera sembrava una supernova dorata nel cielo notturno.
Tutt'intorno a Thane si cantavano e si suonavano inni di vittoria;
la gente rideva, beveva e abbracciava gli amici che credeva non
avrebbe più rivisto. In lontananza, Thane vide Kendy che ballava
insieme al generale Calrissian alla luce di un falò. Yendor e Brill
stavano riparando JJH2, il quale fortunatamente si era fatto solo
qualche graffio. Lohgarra stava alzando il gomito più di tutti. A
giudicare da come stava gesticolando, Methwat stava descrivendo
a Wedge Antilles qualche manovra particolarmente complicata.
Thane si accomodò poco lontano dalla festa, la schiena
appoggiata al tronco di un albero, nella penombra.
Molte astronavi imperiali erano sfuggite alla battaglia di
Endor... ma molte altre no. L'Executor, la nave ammiraglia di
Lord Vader, era stata distrutta. Ora sapeva che era stato proprio
quello Star Destroyer a schiantarsi contro la Morte Nera. Forse
Ciena non era a bordo, si disse... anche se era un ufficiale
superiore. Sicuramente avevano avuto bisogno di lei. Ciena non
si sarebbe mai tirata indietro, perciò probabilmente aveva
accompagnato l'Executor nel suo ultimo, fiammeggiante viaggio.
In quel caso, il bagliore dorato che si stava lentamente
dissipando nel cielo della notte sarebbe stato l'unica lapide che
Ciena avrebbe mai avuto.
Thane si consolò pensando a come Ciena doveva aver reagito
quando aveva scoperto che l'Impero aveva costruito un'altra Morte
Nera. Solo una cosa del genere avrebbe potuto spezzare la sua
lealtà e infrangere il suo stoico giuramento. Thane immaginò
quanto dovesse essersi sentita tradita, scoprendo che l'Imperatore
aveva in mente di distruggere altri pianeti e che Alderaan non era
stato annientato per porre fine alla guerra ma per rimarcare il
potere dell'Impero.

362
L'Impero non ti ha mai meritato, pensò.
In quel momento, un'altra scia di stelle cadenti rigò il cielo,
probabilmente i resti della battaglia che entravano nell'atmosfera
della luna di Endor. Quando erano bambini e si sdraiavano a
guardare le stelle, Ciena diceva sempre che avrebbero dovuto
esprimere un desiderio per ogni stella cadente. Thane non lo
aveva mai fatto; in fondo, non era uno che credeva nei desideri.
Quella sera, però, fece un'eccezione.
Thane non desiderò che Ciena fosse sopravvissuta: era
qualcosa che era stato già deciso e nessuno poteva fare nulla per
cambiarlo. Desiderò allora che la Nuova Repubblica si
dimostrasse giusta almeno la metà di quello che sostenevano i
ribelli. Se aveva contribuito a distruggere l'Impero perché fosse
sostituto da qualcosa di meglio, allora forse era valsa la pena
combattere quella guerra. Anche se era costata la vita di Ciena.
Lo avrebbe voluto anche lei, del resto. E in un certo senso,
quella era la cosa più triste.

Ciena non ricordava praticamente nulla di quando l'avevano


estratta dalle lamiere del suo caccia TIE, se non la vaga
sensazione dello stridio del metallo e della luce accecante che
l'aveva investita quando le avevano tolto il casco.
Ricordava soltanto il dolore lancinante che la trafiggeva.
A un certo punto, mentre i droidi spingevano la sua barella a
repulsione verso l'ala medica, Ciena aveva allungato il collo per
guardarsi l'addome. "È meglio non guardare la ferita", aveva detto
uno dei droidi in un tono piatto ed elettronico. "I rapporti
psicologici suggeriscono che il paziente possa restare scioccato".
Ciena aveva abbassato lo sguardo. Una lastra di metallo
protrudeva dal suo addome; aveva perforato la sua tuta di volo e

363
si era conficcata in profondità, appena sotto la gabbia toracica.
Era una scena così raccapricciante da sembrare surreale. Aveva
pensato distrattamente che nessuno poteva sopravvivere a una
ferita del genere.
I droidi chirurghi stavano facendo del loro meglio,
occupandosi dei feriti in ordine di importanza. I soldati di rango
inferiore avrebbero dovuto aspettare. Mentre giaceva sulla
barella, ansimando e aspettando che l'antidolorifico facesse
effetto, Ciena vide qualcuno avvicinarsi con ancora addosso parte
della tuta da pilota di TIE.
"Ciena", fece Nash in un sussurro. Le prese la mano e Ciena
fu grata che portasse i guanti, perché così non avrebbe potuto
toccarla davvero. "Tieni duro. Tra poco tocca a te".
"Prima... tocca agli ammiragli... ai capitani e ai generali". La
voce le si spezzò.
"Sì, ma pochi di loro sono rimasti feriti. Tu sei uno dei
comandanti più gravi, perciò ti opereranno da un momento
all'altro".
Ciena si sentì mancare all'improvviso. Forse era
l'antidolorifico, o forse stava morendo dissanguata. Si sforzò di
guardare Nash negli occhi. "Devo... mio padre... di' a mio
padre..."
Nash scosse la testa e si strinse la sua mano al petto. "Non
dirlo. Mi hai sentito? Ce la farai".
Ciena insistette. Era troppo importante. "Di' a papà... che gli
voglio bene... e che sarei dovuta stare... dalla parte di quello...
che è stato dalla nostra".
Suo padre sarebbe riuscito a trovare Thane e glielo avrebbe
riferito. In quel modo, Thane avrebbe capito che anche lei,
finalmente, aveva visto l'Impero per ciò che era veramente, e che
nei suoi ultimi istanti di vita aveva pensato a lui.

364
Nash le rispose qualcosa, ma Ciena non sentì nulla. Quella
sensazione di stordimento ebbe la meglio su di lei, rubandole la
luce e i suoni.
Presto, forse, avrebbe rivisto Wynnet.

"Ciena?"
Perché volevano parlarle? Lei non voleva parlare con
nessuno. Voleva soltanto dormire.
"Riesci ad aprire gli occhi, Ciena? Provaci, per favore".
Ciena obbedì e sbatté le palpebre controluce. Schiarita la
vista, riconobbe Nash accanto al suo letto: indossava una tuta
semplice e aveva la fronte fasciata. Intorno ai piedi del suo letto
c'erano tre droidi medici che trillavano, ronzavano e studiavano i
dati.
"Bene". Nash sorrise come si fa solitamente quando si
trattengono le lacrime. "Sei tornata".
"Perché sono...". Ciena cercò di alzarsi a sedere per guardarsi
l'addome, ma quel movimento scatenò un dolore atroce.
Respirando a denti stretti, fu costretta a rimettersi sdraiata.
"Hai superato l'intervento chirurgico, anche se hanno detto
che hai rischiato grosso", disse Nash in tono basso, cercando di
tranquillizzarla neanche fosse un animale ferito. "Hanno dovuto
rimuoverti il fegato. Era troppo danneggiato".
Ormai si potevano sostituire quasi tutti gli arti e gli organi
con protesi robotiche, ma il fegato era una delle poche eccezioni,
poiché era troppo difficile da replicare.
"Per adesso ti hanno collegata a una cintura di supporto
vitale, invece di infilarti in una tuta come quella di Lord Vader,
ma dovrai indossarla intorno al bacino. Ti aspetta una terapia
intensiva di bacta. Passeranno dei mesi prima che ti ricresca il

365
fegato -- quasi tutto l'anno -- ma te la caverai". Abbozzò un
sorriso. "Solo tu potevi trovare un modo per prenderti dei mesi di
permesso senza rischiare una ramanzina".
Ciena deglutì, anche se aveva la bocca e la gola troppo
secche. "Che cos'è successo alla flotta?"
Il sorriso di Nash svanì di colpo. "La Morte Nera è stata
distrutta. L'imperatore Palpatine, Lord Vader e il Moff Jerjerrod
sono morti... così come Berisse". Pronunciò il nome della loro
amica a fatica. "La Ribellione sta comunicando a tutta la galassia
di aver vinto la guerra. La Flotta Imperiale si sta radunando per
discutere il prossimo attacco e nominare un altro imperatore".
"Un altro imperatore?"
"Puoi immaginare che lotte per il potere si stiano scatenando
in tutta la galassia. Persino su Coruscant. Alla fine vincerà il più
forte, comunque, e noi avremo il leader di cui abbiamo bisogno in
questi tempi bui".
Prenderà il potere il più spietato dei Moff o degli ammiragli.
Nessun nuovo imperatore sarà capace di sistemare le cose.
Finiremo soltanto per sprofondare nel fango.
"Non piangere", le disse Nash. "Sei stanca. Non dovresti
sforzarti di parlare. Torna a dormire. Devi riposare".
Ciena non lo salutò, e si limitò a girare la testa dall'altra
parte, appoggiandola sul cuscino.
Non si rese conto di aver perso i sensi finché non si fu
risvegliata. A giudicare dalle luci soffuse e dall'assenza di
personale umano, nell'ala medica doveva essere scesa la notte. La
cintura per il supporto vitale era scomoda e pesante, i tubi che le
si conficcavano nella carne come aghi nella pancia;
probabilmente avrebbero continuato a far male finché avesse
indossato quell'arnese. Ciena alzò una mano, e un droide accorse
a portarle dell'acqua da bere.

366
Dopo averne sorseggiata un po' dalla cannuccia, si rivolse al
droide. "Quando mi hanno tolto la tuta... avevo una piccola
borsa... dentro c'era un braccialetto di cuoio..."
"È stato distrutto", disse il droide. Era uno di quei modelli
senza occhi. "Contrario al regolamento".
Il regolamento non vieta di tenere qualcosa in tasca!, voleva
protestare Ciena. Non lo fece. In quel momento si rese conto che
quel braccialetto era sempre stato il suo silenzioso grido di sfida
contro l'Impero, grazie al quale si era rifiutata di diventare del
tutto una sua creatura. Adesso glielo avevano portato via.
Avevano chiuso l'unica finestra attraverso cui Wynnet poteva
affacciarsi sull'universo. Ciena non avrebbe potuto più vivere la
vita anche per sua sorella; Wynnet era sprofondata per sempre
nell'oscurità.
Ciena non aveva più fede nell'Impero, né aveva amici o
qualcuno a cui essere leale o anche soltanto un legame col suo
pianeta d'origine. La galassia stava piombando nel caos e
nell'anarchia. E non avrebbe mai più rivisto Thane. Ormai poteva
soltanto giacere su quel lettino, inerme, mentre le macchine si
affannavano a guarirla perché potesse servire nuovamente una
forza militare con cui non voleva avere più niente a che fare.
Ciena chiuse gli occhi e scivolò in quel bizzarro spazio tra il
sogno e l'immaginazione. Lì riprendeva il volo col suo caccia TIE,
ma questa volta puntava dritta contro la plancia della nave. Se
fosse riuscita a schiantarvisi contro, il suo caccia sarebbe esploso
e lei avrebbe smesso di preoccuparsi e di soffrire. Avrebbe smesso
di esistere, punto e basta.

367
CAPITOLO 26

Gli ufficiali in congedo per malattia non avevano assolutamente


nulla da fare, soprattutto perché l'Impero non li riteneva adatti a
servire l'esercito se non potevano riprendersi alla svelta. Si diceva
persino che i droidi medici si occupassero dei feriti gravi per
ultimi proprio per dedicare ogni risorsa a quelli che sarebbero
potuti tornare prima in servizio.
E così Ciena si era trovava a dover trascorrere parecchi mesi
in congedo senza più nessuna responsabilità. Fu assegnata alla
stazione spaziale Wrath solo perché c'era posto per un'estranea in
più. Secondo Nash, era un'occasione d'oro per leggere qualche
oloromanzo o guardare i vecchi olospettacoli ambientati sui
pianeti delle spezie, ma Ciena non voleva avere troppo tempo
libero. Era una cosa che la costringeva a pensare.
Se non altro aveva ancora la terapia a base di bacta. La
immergevano in quella sostanza gelatinosa per almeno un paio
d'ore ogni giorno, e qualche volta un po' di più. Prima le
somministravano qualche sedativo per placare l'intensa
claustrofobia che ogni tanto mandava i pazienti nel panico, col
rischio che si ferissero nuovamente. Ciena attendeva con ansia il
momento in cui le rimuovevano quella dannata cintura per il
supporto vitale, ma soprattutto quello in cui le affondavano l'ago
nel braccio, sprofondandola nell'oscurità dell'incoscienza. Quella
sensazione di torpore a volte perdurava per ore.
Nei brevi momenti in cui era sveglia e cosciente, però, si
sforzava di lavorare.

368
Non poteva rendersi utile in plancia, e di volare non se ne
parlava proprio, così Ciena si propose per i problemi più
complicati che la Flotta Imperiale dovette risolvere dopo la
sconfitta nel sistema di Endor, incarichi che non le pesava affatto
svolgere. La sua missione consisteva nel confermare i decessi
degli ufficiali imperiali, trovare i superstiti e avvertire le famiglie
delle loro perdite.
In teoria, l'ultimo incarico era quello meno importante. Ciena,
dal canto suo, aveva passato più tempo a contattare quelle
famiglie che a cercare i superstiti scomparsi che probabilmente
avevano disertato. Gestendo meticolosamente i dati e prestando
quanta più attenzione possibile, era persino riuscita a non
individuare neppure uno di quei potenziali traditori.
Dopo la morte dell'Imperatore, la galassia era precipitata nel
caos più di quanto Ciena avesse creduto possibile. Coruscant era
in subbuglio; il gran visir Mas Amedda stava cercando di tenere
unito l'Impero anche se altre forze minacciavano di farlo a pezzi
dall'interno. Le risorse umane erano la loro ultima priorità.
Pertanto gli Star Destroyer potevano basarsi unicamente sui loro
stessi registri e il quadro generale rimaneva vago anche dopo aver
raccolto ogni informazione disponibile.
A complicare ulteriormente la situazione c'era anche il fatto
che nessuno sapeva chi era veramente al comando. Ogni giorno si
autoproclamava un nuovo imperatore, ma nessuno di loro riusciva
a consolidare il proprio potere. Gli olonotiziari parlavano già di
"schermaglie" e "ammutinamenti". La verità era che tutti quei
sedicenti imperatori costringevano i loro soldati a combattere gli
uni contro gli altri, versandone il sangue non certo per il
ripristino della legalità, quanto per le loro stesse ambizioni.
Sembrava proprio che preferissero ridurre l'Impero in pezzi,
piuttosto che rinunciare ai loro privilegi. Ciena li disprezzava. Il

369
settore di Anoat aveva già tagliato i ponti con l'Impero: quale
sarebbe stato il prossimo pianeta che l'avrebbe abbandonato?
I ribelli, dal canto loro, avevano stabilito la loro autorità sui
pianeti simpatizzanti. Le notizie che erano giunte alle orecchie di
Ciena sembravano così belle che non faticava a credere che si
trattasse di pura e semplice propaganda.
Almeno adesso ci sono interi sistemi in cui Thane sarà al
sicuro, le veniva in mente ogni tanto. Non c'è più nessuno a
dargli la caccia. Chissà se faceva ancora parte dell'esercito
ribelle? Ciena non ne era sicura. Tutto dipendeva da quanto
confidasse in quella "Nuova Repubblica", considerando che si era
unito alla Ribellione.
Sempre che non fosse morto nella battaglia di Endor.
I ribelli avevano vinto quello scontro, ma anche loro avevano
subito enormi perdite. Per quanto le sembrasse illogico e
inconfutabile al tempo stesso, Ciena era fermamente convinta che
avrebbe riconosciuto Thane durante la battaglia. In fondo, sapeva
come volava: praticamente era un suo tratto somatico tanto
quanto l'impronta digitale o il codice genetico.
In ogni caso, significava semplicemente che non era stata lei a
uccidere Thane.
Poteva darsi che lo avesse abbattuto qualunque altro caccia
TIE. Magari era troppo vicino a uno degli incrociatori stellari,
quando la Morte Nera li aveva distrutti. O forse era uno di quei
piloti che si erano schiantati contro la stazione spaziale nel
tentativo di entrare o di uscire da essa.
Non ci pensare, si ripeteva mentre lavorava al terminale,
appoggiata allo schienale della poltroncina medica. Quando si
sdraiava riusciva a sopportare meglio la stretta della cintura per il
supporto vitale che sostituiva il fegato ancora danneggiato. Devi
convincerti che è sopravvissuto. Anche se non credi più in nulla,

370
puoi ancora credere in Thane.
Eppure ogni tanto sentiva che era morto davvero. La galassia
poteva essere così vuota e priva di significato solo se Thane non
c'era più.
Quando succedeva, Ciena si concentrava totalmente sul
lavoro, sciogliendo pazientemente ogni nodo burocratico,
cercando le astronavi alla deriva e le guarnigioni isolate, aiutando
le famiglie a piangere i loro cari. Nel suo piccolo, cercava di
mantenere anche soltanto un minimo di ordine in tutto quel caos,
anche perché non le pareva che valesse la pena fare altro. Si
sentiva meglio solo quando dormiva o quando la sedavano per la
terapia nella vasca di bacta. In quel modo, Ciena era riuscita a
ignorare ogni altra cosa per giorni e giorni.
Finché i giorni non erano diventati settimane.
E le settimane, mesi.

Thane non si era certo aspettato che l'Impero crollasse dal giorno
alla notte. I più ottimisti della sua compagnia si erano svegliati il
mattino dopo la distruzione della Morte Nera affermando di
vivere finalmente in una galassia libera, di respirare un'aria
completamente diversa e altre stupidaggini del genere. Thane, dal
canto suo, aveva riparato il suo Ala-X e aveva atteso che lo
convocassero per una nuova battaglia.
Allo stesso modo, non aveva creduto che avrebbero
continuato a combattere quella guerra senza quartiere addirittura
un anno dopo la battaglia di Endor.
"Arrivano!", gridò Yendor al comunicatore. Thane virò col
suo Ala-X per affrontare la falange di caccia TIE che stava
sfrecciando nella loro direzione da dietro le montagne di Naboo.
Dovevano essere gli ultimi rimasugli della forza d'attacco che era

371
piombata sul pianeta il giorno prima. Fortunatamente, la flotta
della Nuova Repubblica aveva ricevuto una soffiata dai disertori
e, quando le navi imperiali erano sbucate dall'iperspazio, la
squadriglia di Thane e decine di altri caccia le stavano già
aspettando al varco. Da allora aveva continuato ad abbattere un
nemico dopo l'altro. Thane aprì il fuoco mentre il suo caccia
scivolava di lato, e con cupa soddisfazione osservò esplodere altri
tre TIE.
Gli altri piloti della squadriglia Corona si occuparono dei
nemici rimasti. Ormai avevano sgombrato il pianeta, o quasi.
Kendy era stata colpita all'ala sinistra, ma era riuscita comunque
ad atterrare accanto agli altri caccia sulla grande piattaforma
davanti al palazzo reale di Theed. La ragazza era scesa dalla
cabina di pilotaggio imprecando ferocemente, facendoli scoppiare
a ridere. "E dai", fece Thane. "Hai visto di peggio".
"Sì, infatti sono stufa marcia!", replicò Kendy, quindi afferrò i
suoi attrezzi e si mise a lavoro.
Gli altri stavano riprendendo fiato. La squadriglia Corona era
cambiata; la Contessa era tornata sul suo pianeta d'origine per
candidarsi alla presidenza, e tutti quanti avevano promesso che
sarebbero andati a festeggiare con lei se avesse vinto le elezioni.
Yendor aveva preso il comando della squadriglia, alla quale si
erano uniti nel frattempo due piloti: un novellino di Nea Dajanam
e un esule di Coruscant. Thane li trovava simpatici ed era
soddisfatto della squadriglia che avevano messo insieme.
Appoggiato alla fiancata del suo caccia, si stava godendo la luce
del sole che gli riscaldava il viso. I momenti di calma come quello
erano molto rari.
Palpatine era nato su Naboo, perciò quel pianeta era
diventato il punto d'incontro preferito dei simpatizzanti
dell'Impero. Oltre ad avere un'importanza simbolica, Naboo era

372
anche un prospero pianeta dell'Orlo Intermedio con un ambiente
naturale e un'economia molto più stabili rispetto alla maggior
parte dei mondi che erano stati governati dall'Impero, ragion per
cui era uno dei settori più contesi della galassia.
L'Impero aveva già cercato di invaderlo almeno tre volte, e per
tre volte era stato respinto. Thane si domandò quanto tempo
sarebbe passato prima che ci riprovasse.
"Ehi", fece Yendor mentre aiutava JJH2 a scendere dalla sua
nave. "Stasera andiamo a Otoh Gunga... se non succede
qualcos'altro, ovviamente. Mi hanno detto che fanno un dolce che
non bastano quattro umanoidi per mangiarlo. A quanto pare, ti si
scioglie in bocca e ti manda in coma diabetico. Scommetto che ti
piacerebbe assaggiarlo".
"No, grazie", rispose Thane con un gran sorriso. I suoi amici
cercavano sempre di tirarlo su di morale, ma c'erano delle cose
che bisognava superare per forza da soli. "Voi divertitevi pure. Io
farò il turno di guardia all'hangar".
Yendor scosse la testa, i lekku azzurri che seguivano i
movimenti, ma si allontanò senza aggiungere un'altra parola.
I riti funebri di Jelucan erano molto particolari. Quelli delle
valli, quantomeno. Thane li aveva imparati da Ciena -- anche se
non era sicuro di ricordarli alla perfezione -- ma stava facendo
del suo meglio. Jelucan era rimasto nelle grinfie dell'Impero,
perciò Thane non era riuscito a chiedere consiglio a Paron Ree,
né tanto meno a fargli le condoglianze. Avrebbe voluto fabbricare
e portare al polso un braccialetto perché Ciena potesse guardare
la vita coi suoi occhi, ma sapeva che si trattava di un onore
riservato soltanto alla sua famiglia. Per quanto ricordasse
vagamente i riti funebri per gli amici, era sicuro che fossero
abbastanza complicati e durassero un anno intero; nel frattempo,
avrebbe dovuto portare un drappo di stoffa legato intorno al

373
braccio. Trascorsi sei mesi, aveva preparato un pasto tradizionale
a base di pane e di vino che aveva lasciato fuori, durante la notte,
per saziare gli spiriti. Sperando che non servisse qualche tipo di
pane speciale o un vino in particolare, aveva fatto il possibile con
quello che aveva a disposizione. Da quel che aveva capito, non
era necessario che rinunciasse a ogni tipo di intrattenimento, ma
doveva trascorrere parecchie ore della settimana a meditare.
Certo, doveva ammettere di non essere poi così bravo in
quell'ultima parte, ma ci aveva provato.
I gesti simbolici non erano nello stile di Thane, ma dopo
quello che era successo a Endor aveva sentito il bisogno di
aggrapparsi a qualcosa, pur non sapendo proprio da che parte
cominciare. Ecco perché si era dedicato disperatamente ai rituali
della famiglia di Ciena e, con sua grande sorpresa, aveva scoperto
che lo avevano aiutato a guarire.
Thane aveva pianto tutti gli amici che avevano perso la vita:
Smikes, Dak Ralter, i generosi Mon Calamari della Liberty, gli
innumerevoli piloti con cui aveva volato... ma anche Jude Edivon
e tutti gli altri cadetti che aveva conosciuto all'accademia e che
erano morti a bordo delle Morti Nere o in qualche altra battaglia.
L'Impero aveva preteso che sacrificassero le loro anime, ma a un
certo punto nessuno di loro era stato migliore degli altri. Tutto
quello che c'era stato di buono in loro era stato distrutto
dall'Impero e dalla guerra, e sicuramente era qualcosa per cui
valeva la pena dolersi.
Le sue meditazioni lo avevano anche messo in una posizione
in cui non si sarebbe mai aspettato di finire: aveva capito che era
valsa la pena combattere per la Nuova Repubblica.
La transizione non era stata certo facile. La guerra continuava
a infuriare e Mon Mothma, la principessa Leia Organa, Sondiv
Sella e tutti gli altri ufficiali maggiori non erano ancora riusciti a

374
creare una certa stabilità. Nonostante ciò, il Senato della Galassia
provvisorio era composto unicamente dai rappresentanti scelti dal
popolo, e le prime leggi che aveva promulgato avevano
raddrizzato i peggiori torti dell'Impero. Erano bellissimi
addirittura i battibecchi durante gli olonotiziari in merito ai pro e
ai contro di ogni proposta, perché voleva dire che le persone
potevano finalmente esprimere le loro opinioni senza temere le
rappresaglie degli Imperiali. Il Senato non stava impiegando le
sue risorse solo nelle forze militari, e anzi aveva già cominciato a
purificare i pianeti più inquinati e ad aiutare le specie
schiavizzate durante il regime imperiale. Lohgarra, per esempio,
avrebbe speso la sua parte per acquistare il nuovo motore del
Mighty Oak Apocalypse. Per quanto imperfetta, la galassia era di
nuovo sulla via della giustizia e forse, in futuro, anche della pace.
Thane non aveva mai provato a fare l'idealista prima di allora,
ma doveva ammettere che stava cominciando a piacergli.
Kendy scese dal suo Ala-X mentre Thane si preparava a
trascorrere la serata nell'hangar. "L'hai aggiustato?", le domandò.
"Più o meno. Mi serve una morsa Louar per finire, ma posso
farmene prestare una da Yendor domattina", rispose quella,
appoggiandosi alla parete, le braccia incrociate sul petto. I capelli
verde scuro le scendevano liberamente lungo la schiena. "E così
stasera resti qui?"
"Come al solito".
"Dovrai passare parecchie ore da solo".
"Lo so. Me ne starò comodamente seduto a leggermi un
bell'oloromanzo sotto uno dei cieli più belli che abbia mai visto,
su un pianeta dove l'aria è pulita e gli uccelli riescono ancora a
cantare. Nessuno mi punterà contro un blaster. Dopo anni di
battaglie, direi di essermi meritato una serata tranquilla come
questa".

375
"Buon compleanno, vecchietto".
"E dai", le sorrise Thane. "Devi ammettere che non ho tutti i
torti".
Kendy rise di cuore. "È vero. È solo che... be', è strano che tu
sia diventato così spirituale".
"Non è così". Molti rituali gli erano sembrati fin troppo strani
e finti, ma Thane era sicuro di essere cambiato un po' anche
soltanto provandoci. "È una cosa che devo fare".
"Lo capisco. Però... posso farti una domanda?". Thane annuì.
"Per quanto ancora intendi portarlo?"
Kendy stava indicando la fascia di stoffa azzurra che Thane si
era stretto intorno al braccio destro. Era il colore del lutto su
Jelucan, lo stesso del cielo cui affidavano i corpi dei loro defunti.
"Per un anno", le rispose. "Poi me lo toglierò".
"Mancano poche settimane all'anniversario della battaglia di
Endor. Credi davvero di superare la morte di Ciena in tempo?"
Kendy non aveva capito niente. "No. Quello sarà soltanto il
giorno in cui si concluderanno i riti funebri. Io non supererò mai
la morte di Ciena".
"Be'... sei più melodrammatico di quanto non credessi, Thane
Kyrell".
Thane si strinse nelle spalle. "Non sono melodrammatico. È
solo la verità". Come poteva superarla? "Noi eravamo... quando
ho perso Ciena, ho perso una parte di me", aggiunse lentamente.
"Non si può superare, una cosa così. Si continua a sentirne la
mancanza per sempre".

Tenendosi una mano sull'addome, Ciena sussultò. Nonostante i


droidi medici l'avessero finalmente autorizzata a tornare in
servizio, il dolore era rimasto. E forse non sarebbe mai passato.

376
Raddrizzò la schiena e si lisciò la giacca. Ne aveva ordinata
una nuova della solita taglia, ma si era appena resa conto che le
stava un po' troppo larga. Nel corso dell'anno aveva perso
parecchio peso. Almeno il cappello era della misura giusta.
Secondo i suoi programmi, la prima cosa che avrebbe dovuto
fare sarebbe stata incontrare il Gran Moff Randd sulla plancia
della stazione Wrath. Ciena era piuttosto sicura che l'avrebbe
aggiornata sui suoi nuovi incarichi, anche se era piuttosto
insolito che un comandante ricevesse ordini direttamente da un
pezzo grosso come il Gran Moff.
Ormai si rispettava poco il vecchio protocollo. Ciena avrebbe
fatto meglio a non dare nulla per scontato.
E così raggiunse la plancia, attese che mancassero un paio di
minuti al suo appuntamento ed entrò. Agli ufficiali maggiori
piaceva che i loro sottoposti fossero in anticipo, ma non troppo.
La plancia della stazione Wrath era diversa da quella di uno Star
Destroyer; i sottufficiali lavoravano alle console allineate lungo
la sala ottagonale, piuttosto che nelle loro postazioni. Ponemah,
il pianeta intorno a cui orbitavano, non si vedeva da nessun oblò;
Ciena aveva trascorso quasi un anno su quella stazione, e ancora
non conosceva minimamente né quel mondo, né l'aspetto che
aveva dallo spazio. Il suo unico panorama era stato l'oscurità
punteggiata di stelle fuori dall'enorme e trasparente soffitto a
cupola. Nondimeno, in quella sala c'era qualcosa di familiare,
come il tenue bagliore rossastro emesso dalle luci sul pavimento,
le lastre metalliche sotto i suoi stivali e la tensione nell'aria.
Anzi, la paura. Niente che fosse piacevole, insomma.
Il Gran Moff Randd se ne stava in fondo alla plancia,
riconoscibilissimo dalla sua postura rigida e imponente. Stava
spiegando i suoi piani di battaglia ad alcuni ufficiali, indicando
le immagini trasmesse da uno schermo bidimensionale che

377
ricopriva una delle paratie più piccole. Ciena pensò che sarebbe
dovuta restare sull'attenti finché il Gran Moff non si fosse accorto
della sua presenza, ma all'improvviso qualcuno esclamò:
"Comandante Ciena Ree a rapporto, signore".
Randd si voltò, così come tutti i presenti in plancia. Ciena
spalancò gli occhi quando si accorse della presenza di Nash, il
quale sorrideva come ai vecchi tempi. Perché si trovava proprio
lì? Perché si erano alzati tutti in piedi?
"Be', comandante Ree", sorrise Randd. "Finalmente è tornata
in servizio".
"Sì, signore". Ciena sperò che la sua espressione non tradisse
la sua perplessità. Il cuore, intanto, le batteva all'impazzata,
poiché si stava chiedendo se non fosse caduta in trappola. Forse
avevano capito che aveva perso la sua fede nell'Impero, e
volevano che la sua fine fosse d'esempio...
"Ascoltatemi tutti", disse Randd ai presenti. "Durante la
battaglia di Endor, Ree ha combattuto coraggiosamente e ha
quasi sacrificato la sua vita nel tentativo di salvare il compianto
imperatore Palpatine. Se avesse riposato durante il suo congedo
per malattia, nessuno avrebbe potuto dirle nulla. Ree, invece, ha
svolto gli incarichi più difficili e complicati che ci hanno aiutato
a ripristinare l'ordine nella Flotta Imperiale. Mentre gli altri
complottavano per i loro interessi, Ree condivideva le
informazioni con tutti e non chiedeva mai nessun favore in
cambio".
Non vi era nulla di eroico in quello che aveva fatto. Aveva
semplicemente svolto il suo lavoro. Tutti gli altri membri della
Flotta Imperiale avevano davvero abbandonato le loro
responsabilità nei confronti degli altri ufficiali? Nonostante il
suo disincanto, Ciena non poteva fare a meno di nutrire un
profondo disprezzo nei confronti degli ufficiali che si erano

378
egoisticamente sottratti alle loro responsabilità per la loro
ambizione o la loro vigliaccheria.
"Di questi tempi, in pochi si sono dimostrati degni del loro
grado, Ree". Randd si avvicinò allo schermo. "Sono sicuro che tu
voglia conoscere il tuo nuovo incarico. Be', eccolo", aggiunse.
Sullo schermo alle sue spalle i piani di battaglia scomparvero
per lasciare il posto all'immagine di uno Star Destroyer. La
legenda lo identificava come l'Inflictor.
"Ti presento la tua prima astronave, capitano Ree", disse
Randd.
In plancia si scatenò un applauso, e Nash addirittura le
fischiò. Ciena si coprì la bocca con una mano; era così stupefatta
che non sapeva che cosa dire.
Il suo primo pensiero fu anche il più sincero. La Flotta
Imperiale è messa peggio di quanto credessi.
Aveva prestato servizio in modo esemplare, ma in circostanze
normali un giovane ufficiale come lei non sarebbe mai stato
considerato all'altezza di comandare uno Star Destroyer. Seppur
promossa al grado di capitano, non avrebbero dovuto affidarle
una nave come quella. I giochi di potere e i tentati colpi di mano
hanno assottigliato le file della flotta. Tutti gli ufficiali con una
lunga anzianità di servizio si sono uniti alle flotte canaglia o
sono stati eliminati.
La parte della sua anima che ancora amava l'Impero avrebbe
voluto sentirsi orgogliosa di quella nomina. Capitano ancor
prima di compiere venticinque anni! Comandante di uno Star
Destroyer! Erano onori che non si era mai neppure azzardata di
sognare quando era ancora una cadetta idealista.
Adesso, tuttavia, quella promozione non era altro che
l'ennesimo fardello.
"Signore", riuscì a dire. "Grazie, signore".

379
Il Gran Moff Randd parve compiaciuto del suo teatrino. Era
ovvio che volesse dimostrare ai suoi sottoposti che tutto era
possibile se solo fossero stati leali e avessero lavorato duramente.
Un tempo, lo aveva creduto anche Ciena. Quanto era stata
stupida.
Seguì con distacco il corteo fino all'hangar, dove sarebbe
salita a bordo della sua nuova nave. Randd non fece che cianciare
per tutto il tempo. "Il comandante Brisney sarà il tuo ufficiale dei
servizi segreti... il comandante Erisher si occuperà dei sistemi di
bordo... per quanto riguarda il comandante, credo che tu conosca
già il comandante Windrider".
Ciena si girò e si accorse che Nash camminava accanto a lei,
solo un po' più indietro, ma sempre raggiante. In quel momento si
accorse che aveva cambiato mostrina, ed era sicura che la sua la
aspettasse sulla plancia dell'Inflictor.
"Congratulazioni, Ciena", le disse Nash. "Non ho avuto più
tue notizie da quando sono stato assegnato al Subjugator".
"Scusami, io..."
"Non essere sciocca. Ti capisco perfettamente. Tra le
difficoltà della tua guarigione e tutto il tuo duro lavoro, mi
sorprende che tu abbia trovato il tempo per dormire". Nash non
sembrava invidiarla, né sospettare alcunché. Sotto certi aspetti,
non era facile sopportare la sua fiducia cieca. "Intendevo dire che
sono contento che ci vedremo più spesso".
"Ogni giorno", precisò Ciena, impassibile.
Al termine di un'ennesima cerimonia a bordo dell'Inflictor,
Ciena si affisse la nuova mostrina all'uniforme e presenziò a una
riunione riservata col Gran Moff Randd. Non appena si furono
accomodati, Randd smise di sorridere. Era tornato a essere un
freddo stratega.
"Stiamo per affrontare un'importante battaglia contro i

380
ribelli", disse. "Impegneremo gran parte della flotta, e quella
stramaledetta Ribellione dovrà fare lo stesso, se intende tenersi
quel settore. Si prospetta come il più grande scontro dopo
Endor". Muovendo le lunghe dita sulla console, richiamò
sull'oloproiettore l'immagine di un pianeta color ruggine e oro.
"Questo è il pianeta desertico di Jakku. Anche se adesso è
totalmente inutile, presto diventerà famoso per essere il pianeta
su cui l'Impero ha sconfitto la Ribellione una volta per tutte".
Forse sarebbe successo davvero. Forse sarebbero fuggiti con
le code tra le gambe. Ciena non sapeva che cosa sarebbe
accaduto, né le importava granché. Sapeva solo che doveva
combattere anche se l'Impero l'aveva delusa. In alternativa avrebbe
potuto arrendersi ai ribelli, ma dubitava che fossero clementi coi
loro prigionieri. E se anche avesse disertato, soprattutto dopo
essere stata promossa a comandante di uno Star Destroyer, solo la
Forza sapeva che cosa ne sarebbe stato della sua famiglia... e
specialmente di sua madre, la quale stava ancora scontando la sua
condanna ai lavori forzati. Ciena non aveva avuto il tempo di
pensare a come fuggire durante la sua guarigione, e adesso era
troppo tardi. Per lei non c'era più scampo.
Tutto ciò per cui aveva lottato duramente tutta la vita si era
rivelato una frode. E ora doveva continuare a combattere quella
guerra perché non aveva altra scelta.
Jakku, pensò guardando il pianeta e immaginando la battaglia
che la attendeva. E sia.

381
CAPITOLO 27

A Thane proprio non piaceva la prospettiva di affrontare una


battaglia senza il suo fidato Ala-X. Il generale Rieekan, però,
aveva insistito.
"Ci servono persone che sono già state a bordo delle astronavi
imperiali, come te e il tenente Idele", aveva detto Rieekan a
Thane, a Kendy e agli altri soldati che stavano salendo a bordo
del trasporto. "È semplice: ci servono altre navi e non possiamo
aspettare che finiscano di costruirle, soprattutto perché l'Impero
controlla ancora la maggior parte delle fabbriche più importanti.
Ecco perché dobbiamo rubarle all'Impero".
Thane fece appello a tutto il suo autocontrollo per non
rispondere in tono sprezzante. "Con tutto il dovuto rispetto,
signore, ma nessuno è mai riuscito a rubare uno Star Destroyer. E
non mi dica che dipende dal fatto che non ci hanno mai provato.
Sì, è vero, in passato siamo riusciti a sbarazzarci del Destroyer di
un governatore sopra Mustafar, ma da allora gli Imperiali hanno
rafforzato le loro difese contro gli intrusi. Oggi gli Star Destroyer
sono praticamente invulnerabili".
"I loro equipaggi non sono più tenaci come una volta",
insistette Rieekan. "È già capitato che navi grandi come
incrociatori cambiassero fazione nel bel mezzo della battaglia,
no?"
"Sì, ma parliamo di migliaia di membri di equipaggio. Non
decine di migliaia".
"Abbiamo solo bisogno che i simpatizzanti ci aiutino a

382
spegnere i sistemi. Solo gli ex ufficiali dell'Impero come te e
Idele possono condurci alle sezioni più vulnerabili della nave".
Thane doveva ammettere che Rieekan non aveva tutti i torti.
Se fossero riusciti a conquistare una delle plance ausiliarie, la
sala motori e un paio di postazioni d'artiglieria, la Nuova
Repubblica sarebbe effettivamente riuscita a fermare uno Star
Destroyer. Per farlo avrebbero dovuto combattere per giorni -- se
non settimane -- a bordo della nave stessa... ma potevano
riuscirci.
Era un azzardo, a dir poco. Però era possibile.
"Mi sembra di essere in un pollaio", bofonchiò Kendy mentre
prendevano posto nella stiva e si allacciavano le cinture di
sicurezza di quegli scomodi sedili più adatti a una hoverbike che
a un viaggio spaziale. "Da qui non riusciremo neppure a vedere la
battaglia".
Anche per Thane era stranissimo avere tutt'intorno le paratie
lisce e marrone chiaro del trasporto truppe al posto dello spazio
infinito e sentire i mormorii nervosi degli altri soldati invece del
ronzio dei suoi motori e lo stridio delle sue armi. "Forse è meglio
così", disse senza pensarlo veramente. "Possiamo concentrarci sul
piano d'abbordaggio".
Kendy si sporse verso di lui, guardandosi intorno come per
assicurarsi che nessuno potesse sentirla. "Nessuno di noi due ha
mai prestato servizio a bordo di uno Star Destroyer. Io ne ho visto
uno solo tre volte, e non ci sono rimasta a bordo per più di mezza
giornata".
"Abbiamo studiato i progetti in accademia", replicò Thane nel
tono più sicuro che gli riuscì. "Ricordiamo i dati più importanti,
soprattutto per quel che riguarda i sistemi di difesa. Basterà".
Kendy sospirò. "Che la Forza sia con noi".
Di nuovo la Forza. L'anno che Thane aveva dedicato alla

383
meditazione non lo aveva comunque convinto che esistesse
un'unica, onnipossente Forza che controllasse tutto quanto.
Nonostante ciò, lasciò che Kendy traesse coraggio da quel che
poteva.
Forse Thane non si sarebbe sentito tanto a disagio se almeno
una parte di quella missione gli fosse stata familiare, ma non era
così. La parte peggiore era l'assenza del suo Ala-X; si sarebbe
sentito molto più al sicuro ad abbattere i caccia TIE che a
infiltrarsi nel cuore di uno Star Destroyer. Il problema erano
anche i più piccoli dettagli. Invece del suo solito, robusto casco
di volo, portava un elmetto allacciato sotto il mento con una
piccola quanto scomoda cinghia nera. E poi, al posto della sua
tuta di volo arancione, indossava un'uniforme semplice composta
da camicia, giacca e pantaloni che sembrava più adatta a una
passeggiata che a una battaglia. Sul braccio portava sempre la
fascia a lutto bluastra.
A dire il vero, avrebbe dovuto togliersela quattro giorni prima,
per l'anniversario della battaglia di Endor, ma già allora aveva
saputo di dover affrontare la missione su Jakku, e gli era
sembrato giusto portarla con sé nella mischia.
Me la toglierò dopo questa battaglia, si ripromise. La
brucerò come da rituale, e ne conserverò le ceneri fino al giorno
in cui farò ritorno su Jelucan.
S'immaginò di entrare nella Fortezza per l'ultima volta.
Avrebbe deposto le ceneri là dentro, insieme ai giocattoli e ai loro
vecchi stivali, e al mucchio di lenzuola e coperte su cui Ciena e
lui avevano fatto l'amore. Dopodiché, finalmente, avrebbe potuto
ricominciare a vivere.
"Come si chiama questo Destroyer?", domandò Thane,
chiedendosi se fosse uno di quelli che aveva già visto.
"Inflictor", rispose qualcuno. Thane non l'aveva mai sentito

384
nominare.
"Almeno ci hanno dato i blaster", mormorò Kendy. "Me la
cavo meglio coi blaster che coi cannoni laser".
"Allora ti starò attaccato", disse Thane, strappandole un
sorriso.
"A tutti i passeggeri", fece una voce all'intercom in un tono
innaturalmente calmo. "Prepararsi all'impatto".
Thane strinse le cinghie della sua imbracatura. Ci siamo.

Ciena era molte cose, ma non una traditrice. Nelle poche


settimane che aveva guidato l'Inflictor, aveva svolto l'incarico al
meglio delle sue possibilità. Benché non provasse più alcuna
lealtà nei confronti dell'Impero, sapeva perfettamente che
centinaia di migliaia di vite dipendevano da lei, e così aveva dato
il meglio di sé anche nella battaglia di Jakku.
Se gli altri ufficiali imperiali avessero fatto lo stesso, forse
ora non sarebbero stati sul punto di essere annientati tutti.
"Rapporto!", esclamò Ciena, avvicinandosi alle stazioni di
controllo.
"Il motore tre è sceso al sessantasei per cento di potenza,
capitano". Il giovane guardiamarina alzò lo sguardo su di lei,
rosso in viso per il panico. "I motori uno e cinque sono
completamente fuori uso. Rimangono alla massima potenza
soltanto i motori tre e sette. I motori due, quattro e sei sono scesi
sotto il trenta per cento".
Dannazione. Se i tecnici fossero riusciti a riportare il motore
due sopra l'ottantacinque per cento, avrebbero potuto saltare
nell'iperspazio e sfuggire a quella disfatta. In caso contrario -- o
se anche il motore tre fosse stato colpito -- l'Inflictor non avrebbe
avuto via di scampo. Solo ritirandosi avrebbero potuto

385
sopravvivere.
Lo schermo principale trasmetteva uno scenario catastrofico.
Centinaia di navi si affrontavano sopra la superficie ramata di
Jakku, sia ribelli sia imperiali, dalle fregate agli Star Destroyer,
passando per un infinito numero di caccia stellari. Nel frattempo,
gli schermi più piccoli intorno a lei mostravano la battaglia in
superficie, e quella stava prendendo una piega ancora più
drammatica. Un camminatore subì un colpo di troppo proprio
sotto i suoi occhi, barcollò sulle lunghe zampe e crollò su un
fianco con una tale violenza da sollevare un'onda anomala di
sabbia. I ribelli attaccavano ovunque, costringendo l'Impero a
difendersi invano. Gli Imperiali erano stati in svantaggio sin
dall'inizio, al punto che Ciena si era chiesta con amarezza se non
fossero caduti in una trappola. Forse i loro piani di conquista
erano stati traditi da qualche ammiraglio o Gran Moff che aveva
perso all'ennesimo gioco di potere.
"Dobbiamo cambiare tattica", disse più a se stessa che ai suoi
sottoposti. Le strategie dell'Impero contemplavano quasi sempre
l'interazione di tutte le navi coinvolte nella battaglia, guidate con
fermezza da un comando centrale. Erano strategie che avevano
avuto senso quando l'Impero possedeva ancora il vantaggio dei
numeri e della forza militare. Adesso Ciena cominciava a pensare
che si stessero ancora aggrappando alle regole di una partita che
era finita più di un anno prima.
I ribelli avevano dimostrato che le forze d'attacco più piccole
potevano rivelarsi efficaci, se non addirittura letali. Spesso
colpivano più fronti allo stesso tempo, dividendo le loro forze.
Era un approccio rischioso, ma su Jakku stava dando degli ottimi
risultati.
L'Inflictor sussultò. Benché si fosse trattata di
un'impercettibile vibrazione sotto la sua poltrona, Ciena sapeva

386
che avevano incassato un danno significativo ancor prima che gli
schermi di controllo prendessero a lampeggiare di rosso.
"Decompressione esplosiva a poppa sulla dritta!", gridò un
guardiamarina. "Stiamo perdendo atmosfera..."
"Sigillate tutti i ponti colpiti!". Così dicendo, Ciena sapeva di
aver salvato la sua nave... condannando centinaia se non migliaia
di membri dell'equipaggio a morire asfissiati.
Non possiamo più combattere secondo le vecchie regole.
Non ha senso.
Ciena richiamò una proiezione olografica tridimensionale
della battaglia su uno schermo tattico. Se fosse riuscita a
convincere il Gran Moff Randd a dividere la flotta per attaccare
gli incrociatori stellari dei ribelli da più direzioni
contemporaneamente, e magari a mandare una cannoniera a dare
man forte ai caccia TIE che combattevano vicino alla superficie
del pianeta, forse sarebbero riusciti a mettere in scacco i ribelli.
In quel momento avevano bisogno di ogni piccolo vantaggio
possibile.
Randd le avrebbe dato retta? Ciena era al comando di uno
Star Destroyer, ma Randd era pur sempre un Gran Moff, senza
contare che aveva lasciato intendere in modo sibillino che era
tutto merito suo se Ciena era stata promossa...
Ancora una volta, era assurdo -- sciocco, rischioso,
terribilmente stupido -- che nella Flotta Imperiale i gradi
contassero più delle idee. Era una cosa che la faceva infuriare. E
che Ciena disprezzava profondamente. Ormai odiava l'Impero di
cui era al servizio, detestava i valori che rappresentava, e la
disgustava il modo in cui tutti parlavano di Palpatine, neanche
fosse morto da martire. Ciena odiava se stessa per averci creduto.
E soprattutto odiava se stessa perché non aveva altro a cui
aggrapparsi.

387
In quel momento, però, tutt'intorno a lei vide gli ufficiali che
si davano da fare per svolgere i loro incarichi nella speranza di
sopravvivere. Ciena doveva fare del suo meglio per rispetto nei
loro confronti. E se non c'era nient'altro per cui valesse la pena
combattere, avrebbe cercato semplicemente di riportarli a casa.
"Chiamatemi il Gran Moff Randd...", cominciò, ma poi tutta
la nave sussultò violentemente, facendo perdere l'equilibrio a un
paio di analisti e cadere i berretti a tutti gli altri ufficiali. Ciena si
sorresse alla paratia. "Cos'è stato?"
"Rilevo una falla nello scafo, capitano. A sinistra, tra il ponte
RR e il ponte ZZ". L'espressione della giovane ufficiale tradiva la
sua confusione. Alzò lo sguardo su Ciena, il volto tinto di rosso
dalle luci di emergenza. "Però i sensori non rilevano alcun segno
di depressurizzazione".
L'Inflictor sussultò di nuovo. E poi di nuovo. E ancora una
quarta volta. E ogni volta i dati dei monitor si facevano sempre
più strani: nello scafo si erano aperte delle brecce che non
avevano depressurizzato i locali. Poteva esserci soltanto una
spiegazione.
Ciena avvertì una stretta allo stomaco. Non le era mai capitato
di essere a bordo di una nave in un'evenienza del genere, ma
l'aveva studiata in accademia e qualche volta ne era stata
tormentata nei suoi incubi peggiori. "Siamo stati abbordati".
Abbordati. Al culmine della battaglia, significava soltanto
una cosa: la sua nave doveva essere distrutta.

"Raggiungete il centro di controllo del motore tre", ordinò Thane


col suo comlink mentre percorreva un corridoio pieno di fumo.
"Se riusciamo a fermare anche l'ultimo motore in funzione,
possiamo farcela".

388
Il compito di Thane era più semplice ma anche molto più
importante: doveva scollegare i sistemi di autodistruzione il più
velocemente possibile. Nessun ufficiale imperiale avrebbe esitato
a ordinare un suicidio di massa per impedire alla Nuova
Repubblica di mettere le grinfie sul suo prezioso Star Destroyer.
In fondo al corridoio perpendicolare che si stagliava di fronte
ai suoi occhi, Thane colse i lampi dei colpi di blaster, l'eco di
ciascuno di essi che gli rimbombava nelle orecchie. Nonostante
gli girasse la testa, riuscì comunque a sentire i rapporti degli altri.
Contrariamente a quanto aveva previsto Rieekan, l'equipaggio
dell'Inflictor stava dando loro filo da torcere. Gli Imperiali a
bordo di quella nave parevano essere molto più tenaci di tanti
altri. La sua solita sfortuna.
Il fuoco dei blaster cessò, e Kendy comparve da dietro
l'angolo. "Vi ho sgombrato la strada, ragazzi. Andiamo!"
Thane corse in testa al plotone, sperando di raggiungere in
tempo la plancia ausiliaria di sinistra. Se fossero riusciti a
prenderne il controllo, avrebbero potuto aiutare tutti gli altri
soldati della Repubblica a bordo della nave.
Proprio mentre avanzavano nella sezione successiva, un'altra
ondata di assaltatori imperiali sbarrò loro il passo a colpi di
blaster. Thane si appiattì contro la paratia. L'aria puzzava di
ozono e di fumo. Sembrava non ci fosse una via d'uscita. Che
cosa posso fare?
Non sarebbero riusciti a raggiungere i sistemi di
autodistruzione.
E questo significava che l'Inflictor sarebbe esploso da un
minuto all'altro, uccidendoli tutti.
Devi passare, si disse. Coraggio!

389
"Non può farlo, capitano Ree!", protestò una guardiamarina.
Doveva avere a malapena diciassette anni. La flotta stava
svuotando le accademie rimaste, reclutando i cadetti benché
fossero ancora troppo giovani.
"Posso e devo". Ciena si sedette alla sua poltrona e si preparò
mentalmente a quello che stava per fare. "Non temere,
guardiamarina Perrin", aggiunse in tono più gentile. "Riusciremo
a raggiungere i gusci di salvataggio in tempo. Ciascuno di essi
possiede un navigatore che imposterà la rotta per l'astronave
imperiale più vicina".
Perrin abbozzò un sorriso incerto; tutt'intorno a lei parvero
calmarsi anche gli altri ufficiali. Perché mai il regolamento
vietava tassativamente di assumere toni moderati o
compassionevoli, quando poteva capitare che facessero così
bene?
La spietatezza dell'Impero le sarebbe stata d'aiuto dopo la
battaglia, almeno. Se non fossero finiti in qualche prigione della
Nuova Repubblica, Ciena avrebbe dovuto giustificare la sua
scelta di distruggere quello Star Destroyer, una delle navi più
preziose e potenti della Flotta Imperiale. Sapeva benissimo che
qualunque spiegazione avesse fornito non sarebbe servita
assolutamente a nulla. Prima di Endor sarebbe stata gettata in
qualche lurida prigione di Kessel; adesso, invece, sarebbe stata
radiata o giustiziata sul posto. Ciena scoprì che non le importava
quale sarebbe stato il suo destino.
"Al mio segnale", disse. "Prepararsi all'autodistruzione. Avvio
tra dieci... nove... otto..."
L'Inflictor sussultò di nuovo. Per quanto disprezzasse
l'Impero, Ciena era un capitano e non poté fare a meno di
avvertire il dolore della sua nave.
"Tre... due... uno", concluse. "Avviare".

390
La guardiamarina Perrin abbassò la leva che avrebbe avviato
la sequenza di autodistruzione. Ciena attese che si accendessero
le luci rosse e lampeggianti, che la sirena cominciasse a suonare e
che la registrazione automatica ordinasse a tutti i membri
dell'equipaggio di raggiungere i gusci di salvataggio, così che a
quel punto potesse sigillare le porte... ma non successe nulla.
Quando quel silenzio durò un minuto di troppo, Ciena si alzò
dalla poltrona e richiamò i progetti della nave. I segnali di
emergenza lampeggiavano nei punti sbagliati, soprattutto in uno
poco lontano dalla plancia ausiliaria di sinistra.
"Hanno preso di mira i sistemi di autodistruzione", disse in
tono incredulo. "Li hanno spenti".
Soltanto un ex ufficiale imperiale poteva sapere come fare. Le
parve quasi di sentire una frase che suo padre le aveva detto
quando era ancora una bambina. Tutti i traditori sono dannati.
"Attendiamo i suoi ordini, capitano", disse un tenente da una
delle console. Ciena si rese conto che tutti i presenti in plancia --
e forse tutti gli altri a bordo della nave -- non avevano la benché
minima idea di cosa fare.
Lei sì, invece.
Fu un'illuminazione che sorse nel suo cuore come l'alba del
più bel giorno che avesse mai visto. Avrebbe potuto portare a
termine il suo incarico, tener fede al suo giuramento e liberarsi da
quella follia una volta per tutte.
Ciena tornò alla sua poltrona e premette il pulsante che
avrebbe trasmesso la sua voce a tutte le stazioni e a ogni caccia
stellare a bordo dell'Inflictor. "A tutto l'equipaggio, abbandonare
la nave. A tutti i caccia stellari, raggiungere l'astronave imperiale
più vicina. A tutto l'equipaggio, abbandonare la nave. Avete dieci
minuti".
Gli ufficiali tutt'intorno a lei la stavano fissando con gli occhi

391
spalancati. Fu la prima volta che Ciena urlò contro di loro. "Che
cosa state aspettando?", gridò. "Correte ai gusci di salvataggio!
Sbrigatevi!"
Tutti gli ufficiali corsero via, tra i crepitii e i ronzii dei
comunicatori. Ciena sapeva che solo una persona avrebbe osato
mettere in discussione il suo ordine, e aspettava di sentire la sua
voce da un momento all'altro.
"Sei completamente impazzita?", gridò Nash.
"Non so di che cosa stai parlando, comandante Windrider".
"Lascia perdere le formalità, dannazione. Se il sistema di
autodistruzione fosse attivo, avremmo sentito la registrazione
automatica. Questo significa che hai in mente di distruggere la
nave... in qualche altro modo..."
Ciena si rimise a sedere sulla sua poltrona nera di pelle,
stremata come se non dormisse da giorni. "Dillo e basta".
"Vuoi far schiantare l'Inflictor sul pianeta".
Ciena aveva già cominciato a impostare le coordinate che
avrebbero diretto lo Star Destroyer contro la superficie di Jakku.
Riusciva già a immaginare il fuoco, il calore, la fine.
Solo allora avrebbe portato a termine il suo incarico e, allo
stesso tempo, si sarebbe liberata per sempre dei vincoli che la
legavano all'Impero.
"Devo impedire che i ribelli si prendano l'Inflictor, a
qualunque costo". Ciena immaginò di stare rivolgendosi al
ragazzo che aveva conosciuto in accademia, lo stesso ragazzo che
aveva portato i capelli lunghi intrecciati come si faceva su
Alderaan e che faceva sempre ridere tutti quanti col suo malizioso
senso dell'umorismo. "Non c'è altro modo, Nash".
"Certo che c'è. Imposta le coordinate e abbandona la nave".
"Dovrei abbandonarla ai ribelli? Si prenderebbero la plancia,
cambierebbero rotta e volerebbero via col loro nuovo Star

392
Destroyer". Ciena si appoggiò allo schienale della poltrona e alzò
lo sguardo sul soffitto metallico che si stagliava altissimo sopra
di lei. Che le dimensioni della plancia rappresentassero
l'importanza del suo comandante? A lei pareva che rendessero
quello spazio soltanto più freddo e più vuoto.
"Ti prego, Ciena". Nonostante il ruggito lontano dei caccia
TIE, poteva sentire la voce di Nash che si spezzava. "Dimmi
almeno che ci proverai".
Era proprio l'ultima cosa che Ciena aveva in mente. Ora che
aveva trovato una via d'uscita, si sentiva semplicemente sollevata.
Fino a quel momento aveva sofferto semplicemente per essere
esistita, giorno dopo giorno, e finalmente non avrebbe dovuto
tollerare quello strazio un'ora di più.
"Devo bloccare le porte, adesso", ribatté. "Addio".
Detto ciò, scollegò il comunicatore dai canali dei caccia TIE.
Non avrebbe dovuto sentire mai più la voce di Nash.
Mentre eseguiva la procedura per chiudere le porte della
plancia con i blocchi di sicurezza, Ciena si ritrovò a pensare a
tutte le esperienze che non avrebbe mai vissuto. Non avrebbe mai
più rivisto i suoi genitori. Non avrebbe più pilotato un caccia
stellare, e neppure il V-171 con cui adorava sorvolare le
montagne di Jelucan. Non avrebbe più riso alle barzellette sconce
di Berisse. Non avrebbe più potuto svegliare Jude al mattino,
sentendola lamentarsi con la faccia nel cuscino nonostante fosse
sempre così razionale. Non avrebbe mai più cavalcato il suo
muunyak lungo i sentieri montuosi. Non avrebbe più attraversato
i punti di controllo in sella a una speeder bike. Non avrebbe più
mangiato le torte gelato del signor Nierre. Non avrebbe più corso
sullo Sky Loop mentre Coruscant scintillava sotto di lei.
E non sarebbe più stata con Thane. Non avrebbe più fatto
l'amore con lui. Non avrebbe più volato con lui.

393
"Addio", ripeté sottovoce, congedandosi da ogni cosa.

L'ordine trasmesso dall'intercom aveva paralizzato Thane. Aveva


cercato di convincersi che la voce che aveva sentito echeggiare
nei corridoi dell'Inflictor, ordinando a tutti i membri
dell'equipaggio di abbandonare la nave, non fosse quella di
Ciena...
Non c'era alcun dubbio, però. Era proprio la sua.
"Abbiamo appena spento il sistema di autodistruzione!",
gridò Kendy. A quanto pareva, lei non aveva riconosciuto la voce
trasmessa dagli altoparlanti. "Come faranno a distruggere la
nave?"
Thane sapeva che cosa aveva in mente Ciena come fosse un
piano elaborato da lui stesso. "La farà schiantare". Afferrò
immediatamente il comlink e chiamò Rieekan. "Dobbiamo fare
uscire tutti subito. Se non possono raggiungere le nostre navette,
devono prendere i gusci di salvataggio degli Imperiali. Devono
seguire le luci di emergenza".
Kendy e tutti gli altri sulla plancia ausiliaria danneggiata dai
blaster stavano già correndo a perdifiato ancor prima che Rieekan
diramasse l'ordine suggerito da Thane. Stava ancora scendendo le
scale, diretta alla porta, quando si rese conto che Thane non la
stava seguendo. "Che cosa fai? Non hai sentito? Abbiamo meno
di dieci minuti".
"Vi raggiungo", mentì. "Vai". Kendy gli rivolse un'occhiata
perplessa, ma seguì gli ordini di Rieekan e corse a mettersi in
salvo, lasciando Thane da solo.
Ciena era ancora viva. Era viva, era là, e Thane doveva
raggiungerla prima che uccidesse entrambi.
Thane corse a perdifiato in direzione dell'angolo più lontano

394
della plancia ausiliaria, dove avrebbe trovato -- sempre se
ricordava bene il corso di progettazione astronavale -- un
condotto di riparazione. E infatti uno dei pannelli metallici venne
via, rivelando un semplice e freddo cunicolo che puntava verso
l'alto. Thane premette con forza il pulsante sul portello,
richiamando la piattaforma antigravitazionale che lo avrebbe
portato a una plancia di sua scelta nel giro di pochi secondi.
Arrivata la piattaforma, Thane salì a bordo... e per poco non
perse l'equilibrio, aggrappandosi di colpo alla maniglia di
sicurezza. Non era mai salito su una piattaforma come quella, la
quale si rivelò molto più precaria di quanto sembrasse a lezione.
Un paio di centimetri in più, e sarebbe precipitato per chilometri
e chilometri verso morte certa.
Tirò un respiro profondo e inserì il codice che lo avrebbe
portato al ponte da cui avrebbe potuto raggiungere la plancia
principale.
Mentre sfrecciava verso l'alto alla massima velocità, le
raffiche d'aria gli strattonavano l'elmetto e Thane dovette
toglierselo e lasciarlo cadere. Si chiese quanto tempo fosse già
trascorso. Tre minuti? Quattro? Ormai i motori dell'Inflictor non
dovevano fare più alcuno sforzo; il campo gravitazionale di Jakku
si sarebbe occupato del resto. Il pianeta stava già attirando lo Star
Destroyer verso la sua fine.
E dai, pensò, aggrappandosi saldamente alla maniglia di
sicurezza. Sbrigati!
Finalmente raggiunse il ponte selezionato, divelse il pannello
di sicurezza con un calcio e sbucò in un corridoio. Dopo qualche
istante di disorientamento, gli venne voglia di prendersi a
schiaffi. Avrebbe dovuto aspettarsi che salire in plancia non
sarebbe stato altrettanto facile. Thane corse verso le porte e fu
costretto a fermarsi quando si rese conto che non si sarebbero

395
aperte automaticamente.
"Ciena!", gridò, sbattendo i pugni contro il metallo. Lo fece
solo per sfogare la propria frustrazione, dato che sapeva
benissimo che Ciena non poteva sentirlo dall'altra parte delle
porte antiblaster. Erano troppo spesse, e non sarebbe riuscito a
sfondarle con un detonatore termico, figurarsi con un blaster o un
laser qualsiasi. Ciena aveva chiuso fuori ogni possibile intruso,
Thane compreso.
Tuttavia i capitani potevano chiudere le porte antiblaster in
vari modi.
Thane si rese conto di sapere come aveva fatto Ciena proprio
perché una volta glielo aveva spiegato proprio lei. Aveva
sicuramente usato la parola d'ordine. Quelle porte non si
sarebbero mai aperte per qualcuno che non conoscesse la parola o
la frase scelta dal capitano che si era chiuso in plancia.
Thane appoggiò la fronte alla superficie metallica e posò la
mano sul pannello di controllo manuale. "Parola d'ordine", fece
una voce elettronica.
Thane si sporse sull'altoparlante. "Guarda coi miei occhi",
bisbigliò.

396
CAPITOLO 28

Ciena si chinò sulla console di navigazione, con una mano


appoggiata ai controlli mentre con l'altra si teneva l'addome
dolorante. Il sistema di navigazione automatico aveva
ripetutamente cercato di escludere i suoi comandi, ma alla fine
era riuscita comunque a spegnerlo. Adesso non le restava che
aspettare.
Dopo essersi allontanata dalla console, Ciena si lasciò
sprofondare nella sua poltrona. Le stelle erano sparite dallo
schermo e al loro posto si stagliava unicamente la superficie
sabbiosa di Jakku. L'immagine del pianeta si faceva più nitida a
ogni secondo che passava. Osservò le ombre tramutarsi in deserti
e montagne. I sensori cominciarono a lampeggiare di rosso,
avvertendola che l'astronave era appena entrata nell'atmosfera. Li
ignorò.
Tutto a un tratto, le si offuscò la vista. Ciena si passò una
mano sul viso, e si accorse di avere le dita bagnate. Dovette
sforzarsi di ricacciare le lacrime; quando la sua fine sarebbe
giunta, l'avrebbe affrontata senza batter ciglio. Non avrebbe
distolto lo sguardo. Sarebbe stata la sua ultima esperienza, e
aveva intenzione di viverne ogni singolo istante, anche se
significava soffrire.
Sarebbe morta con onore... nessuno avrebbe potuto chiedere
di meglio...
Le porte antiblaster della plancia si aprirono.
Ciena balzò in piedi. Cercò istintivamente il suo blaster con

397
la mano, ma i capitani degli Star Destroyer non portavano mai
armi in plancia. Com'era possibile che qualcuno fosse riuscito a
entrare?
E poi vide Thane.
C'era una sola persona nella Ribellione -- in tutta la
galassia -- che poteva indovinare la parola d'ordine, pensò
stupefatta. Ed eccola qui.
Forse era un sogno o un'allucinazione. Il suo cervello le stava
mostrando un'immagine di Thane per convincerla che non sarebbe
morta da sola. Thane portava addirittura una fascia a lutto sul
braccio; la piangeva già come un vero abitante della valle.
In quel momento, però, Thane sospirò di sollievo, e quello fu
un suono così impercettibile e familiare al tempo stesso che fugò
ogni dubbio. Thane era reale. Stava succedendo davvero.
"Ciena". Thane si fece avanti, ma si fermò quando vide Ciena
indietreggiare. Esitando, alzò le mani per mostrarle di essere
disarmato... anche se portava il blaster al fianco. "Va tutto bene.
Ti porterò via di qui".
"Io non me ne vado". Fu come se qualcun altro avesse
pronunciato quelle parole al posto suo, tanto suonarono distanti.
"Voglio restare con la mia nave".
"Sai una cosa? Parleremo del dovere e dell'onore più tardi.
Fra poco saremo in pieno rientro atmosferico, perciò dobbiamo
andarcene subito".
I gusci di salvataggio potevano atterrare sui pianeti, ma era
pericoloso espellerli all'interno dell'atmosfera. La temperatura
fuori dallo scafo stava già salendo vertiginosamente. Il cuore di
Ciena batteva all'impazzata per la paura... ma non per se stessa.
"Raggiungi il guscio di salvataggio più vicino, Thane".
L'altro alzò il mento proprio come faceva quando era ancora
un ragazzo ostinato e pieno d'orgoglio. "Non senza di te".

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Ciena si sentì avvampare di rabbia. "Ti rendi conto che dovrei
arrestarti? Forse dovrei proprio spararti".
"Credo che il regolamento non conti più nulla, ormai". Thane
le tese una mano, ma Ciena indietreggiò di un altro passo. Li
separava a malapena un paio di metri. Intorno a loro, sugli
innumerevoli schermi e sensori della plancia, gli allarmi
lampeggiavano furiosamente alternandosi alle riprese sfarfallanti
della battaglia.
"Devi andartene! Non capisci che sto cercando di salvarti la
vita?"
"E io sto cercando di salvare la tua!". Thane la stava
guardando con quella stessa espressione supplichevole e
disperata che le aveva rivolto quando aveva cercato di convincerla
a disertare l'Impero insieme a lui. Forse per Thane non era
cambiato niente, in quegli ultimi cinque anni. Ciena, dal canto
suo, si sentiva molto più vecchia. Molto più triste. Svuotata.
Eppure Thane era ancora lì, la mano tesa, convinto che avrebbe
potuto salvare entrambi. "E dai, Ciena. Non ci resta più molto
tempo".
Thane non sembrava aver capito che il tempo di Ciena era già
scaduto.

Che cosa le hanno fatto?


Ciena era dimagrita così tanto che un uomo avrebbe potuto
stritolarla con una mano. Sembrava tutt'uno con la sua uniforme,
e a causa delle luci d'emergenza che brillavano furiosamente
tutt'intorno a loro Thane si sentì come se fosse appena entrato
nella versione grottesca di una plancia imperiale. Quel che lo
spaventava di più, però, era lo sguardo vuoto di Ciena. Il suo
spirito non splendeva più attraverso i suoi occhi; al suo posto

399
Thane coglieva soltanto rabbia e disperazione.
Ciena, comunque, era ancora lì. E Thane lo sapeva perché lei
preferiva morire piuttosto che continuare a servire l'Impero.
"Ascoltami", le disse, cercando di mantenere la calma
nonostante l'Inflictor stesse sussultando al primo, vero contatto
con l'atmosfera di Jakku. Da quel momento in poi la situazione
sarebbe solo peggiorata. "Non devi proprio nulla all'Impero. Loro
non si meritano la tua lealtà, né tanto meno la tua vita".
"Tu non sai nemmeno che cosa significhi essere leali".
"Invece credo proprio di sì! Sarei qui se non ti fossi leale,
Ciena?"
La nave tremò di nuovo. Thane barcollò di lato, e Ciena
dovette aggrapparsi alla poltrona per mantenere l'equilibrio. "Te
ne devi andare, Thane!", gli gridò. "Devi prendere subito un
guscio di salvataggio!"
"Non ti lascerò qui". Thane si rese conto che avrebbe potuto
accettarlo: sarebbe morto al fianco di Ciena, lì, quel giorno,
piuttosto che mettersi in salvo.
Thane voleva sopravvivere. Per quanto l'amasse, nell'anno che
era appena trascorso aveva scoperto di poter superare la morte di
Ciena, di poter guarire e trovare la pace.
Tuttavia non avrebbe potuto continuare a vivere, sapendo di
averla lasciata a morire.
"Non ti lascio", ripeté.
"Ti prego!". Ciena aveva cominciato a tremare. "Ti prego, non
voglio essere responsabile della tua morte. In tutte quelle
battaglie, non ho fatto altro che pregare di non ucciderti".
"Io invece volevo che a uccidermi fossi proprio tu, perché tu e
io siamo sempre stati legati, Ciena... nella vita e nella morte. Lo
sai benissimo. Ecco perché dobbiamo andarcene da questa nave
insieme".

400
Ciena tacque per un lunghissimo momento. La nave si inclinò
su un lato, mentre la gravità artificiale e quella vera lottavano per
trascinarlo verso Jakku. Sugli schermi, le immagini della
superficie del pianeta presero lentamente a vorticare; lo Star
Destroyer stava precipitando a spirale.
Fu allora che Ciena fece un passo verso Thane, seguito da un
altro. Thane stava per scoppiare a piangere per il sollievo. "Bene.
Brava. Vieni via con me".
Ciena finalmente lo raggiunse. I loro sguardi si incontrarono.
E poi gli sferrò un cazzotto nello stomaco.

Thane era ancora disteso sul pavimento, quando Ciena gli prese il
blaster dalla fondina. Lei lo fissò dall'alto mentre Thane la
guardava con gli occhi spalancati e il fiato rotto. "Ah, è così?", le
disse. "Vuoi spararmi?"
"Certo che no", ribatté l'altra. "Ti stordirò e ti trascinerò fino a
un guscio di salvataggio con le mie stesse mani. Prima, però,
voglio che tu sappia che sto facendo tutto questo per salvarti, e..."
Thane le sferrò un calcio alla gamba con una forza tale che
Ciena capitombolò quasi un metro all'indietro. Il blaster scivolò
sul pavimento inclinato, lontano da entrambi, e Ciena dovette
fare appello a tutte le sue forze per rimettersi in piedi.
A quel punto si era alzato anche Thane, in posa da
combattimento, gli occhi azzurri che ardevano. "Vuoi usare le
maniere forti? D'accordo. Usiamo le maniere forti".
Il ricordo di quando si erano conosciuti da bambini balenò
alla mente di Ciena. Allora avevano lottato l'uno per l'altra.
A quanto pareva, sarebbero morti nello stesso modo.
Ciena lo caricò, ma Thane non riuscì a schivarla del tutto e
l'altra lo inchiodò sul pavimento, facendogli sbattere la testa.

401
"Porta quel tuo culo ribelle fuori dalla mia plancia!", gli gridò.
Thane se la scrollò di dosso, spingendola da una parte.
"Riuscirò a salvarti, che tu lo voglia o no", le disse mentre l'altra
ruzzolava contro la paratia.
Thane non riusciva a capire? Com'era possibile? Perché
voleva privarla della sua unica possibilità di sfuggire a
quell'inferno col suo onore intatto? Sembrava quasi che Thane
non la conoscesse per nulla.
Ciena gli sferrò un calcio poderoso, colpendolo alla mascella
col tacco, e Thane dovette arretrare. Fu solo quando si fu rimessa
in piedi che Ciena notò lo schermo con la coda dell'occhio: la
superficie di Jakku era spaventosamente vicina, ma aveva
cominciato a sfocarsi e ad annerirsi. Il calore del rientro
atmosferico stava bruciando i sensori esterni. Gli oblò, ormai
oscurati, erano arancione brillante; la nave era avvolta nelle
fiamme. Le fazioni in lotta nell'atmosfera e in superficie
avrebbero visto l'Inflictor precipitare dal cielo come una meteora
infuocata.
Thane afferrò Ciena per una gamba e la trascinò sul
pavimento; fu come se le avessero piantato una coltellata nella
ferita all'addome. Mentre Ciena cercava di riprendere fiato, Thane
approfittò di quell'istante di vantaggio e le bloccò i polsi con le
mani. "Vieni con me", le disse, ansimando. "Andiamocene
adesso".
Ciena gli sferrò una ginocchiata nel fianco, liberandosi le
mani. Voleva dirgli di smettere di fare l'idiota, di correre a
prendere un guscio di salvataggio, perché presto sarebbe stato
troppo tardi, se già non lo era... ma tutto quello che riuscì a dire
fu: "Lasciami andare".
E allora lo colpì alla mascella con tutti e due i pugni. Lo
avrebbe fermato anche a costo di tramortirlo a mani nude.

402
Nonostante il dolore al volto, Thane vide gli schermi sfocarsi e
spegnersi. Il loro tempo era scaduto.
E così fece qualcosa che pensava che mai avrebbe fatto. Colpì
Ciena in piena faccia.
Ciena, però, era una donna di bassa statura, e lui un uomo
grande e grosso. Lo stesso pugno che lo aveva fatto barcollare
fece stramazzare sul pavimento Ciena. Thane si sentì subito in
colpa, ma non poteva fermarsi, non adesso...
Ciena si tirò su, dandogli una spallata appena sotto l'addome
e mozzandogli il fiato. Se qualcuno ci vedesse, penserebbe che
stiamo cercando di ammazzarci, mica di salvarci, pensò Thane
mentre cadevano tutti e due sopra un pannello di controllo.
Coi sistemi che prendevano fuoco al rientro atmosferico,
l'energia aveva già cominciato ad andare e venire. Thane udì un
grugnito metallico profondo e terribile: il calore stava
deformando e fondendo l'enorme struttura dello Star Destroyer.
Attraverso gli oblò non si vedevano più né Jakku né il cielo,
soltanto le fiamme.
Ciena lo spinse via mentre la nave si inclinava di nuovo.
Erano distesi sul pavimento e nessuno dei due riusciva a rialzarsi.
Thane cercò di aggrapparsi a una delle poltrone, a un montante o
a qualunque altra cosa gli permettesse di mantenere l'equilibrio...
E in quel momento vide di sfuggita qualcosa di nero e
metallico che scivolava lungo la paratia.
Thane vi si gettò sopra. Mentre rotolava, sentì i passi di
Ciena e capì che in qualche modo era riuscita a rimettersi in
piedi. Gli stava correndo incontro; il rumore dei suoi stivali si era
fatto più veloce, ma Thane aveva ormai raggiunto la pistola
blaster.

403
Leva la sicura, imposta il colpo stordente e... spara!
Thane notò l'espressione terrorizzata di Ciena un attimo
prima che il lampo azzurro la colpisse in pieno, facendola
crollare esanime sul pavimento con talmente tanta forza che per
poco non temette di averla uccisa. Quando strisciò sul pavimento
inclinato per raggiungerla, però, notò che il suo petto si alzava e
si abbassava regolarmente.
"Mi scuserò più tardi", bisbigliò. Dopo essersi messo in
ginocchio, riuscì a rotolare verso Ciena e a caricarsi in spalla il
suo corpo. Mentre si tirava in piedi, barcollando, e si metteva a
correre verso il guscio di salvataggio più vicino, Thane sentì il
sapore del sangue in bocca.
Quando aveva percorso a tutta velocità i corridoi di servizio
della nave, aveva cominciato a ricordare meglio il corso di
progettazione astronavale, perciò aveva un'idea piuttosto precisa
di dove si trovassero i gusci. Tuttavia non sapeva se sarebbe
riuscito a espellerne uno. Se il calore del rientro atmosferico
aveva già liquefatto le ganasce metalliche, il guscio sarebbe stato
soltanto un inutile nascondiglio in cui attendere la morte.
Senza contare che gli Imperiali e i soldati della Nuova
Repubblica potevano aver già usato tutti i gusci di salvataggio...
Vai, vai, vai, vai, vai, si ripeté mentalmente mentre correva a
perdifiato lungo i corridoi dello Star Destroyer. L'alloggiamento
del primo guscio era vuoto; doveva essere stato espulso nello
spazio già da parecchio tempo. Col panico che già gli
attanagliava la mente, Thane corse verso il secondo e scoprì che il
guscio c'era ancora e aspettava soltanto loro.
Colpì il pannello di controllo col ginocchio, facendo aprire i
portelli a spirale. Era un guscio piccolo, ma sarebbero riusciti a
starci tutti e due. Thane depose Ciena al suo interno, quindi
strisciò nella navetta proprio mentre tutte le luci si spegnevano

404
intorno a lui. La nave era sprofondata nel buio; le uniche luci a
lampeggiare erano quelle scarlatte del portello del guscio di
salvataggio che si riflettevano sul corpo di Ciena.
Non c'era più energia. I portelli si sarebbero chiusi? La
navetta sarebbe stato espulsa? Se gli agganci esplosivi si fossero
fusi invece di scoppiare, per loro sarebbe finita.
Thane premette con forza il pulsante di lancio, e pensò di non
aver mai visto niente di più bello di un portello che si chiudeva a
spirale. Un grugnito profondo percorse l'intera nave proprio in
quel momento, e fu come se un'enorme bestia stesse esalando il
suo ultimo respiro.
E poi il guscio fu espulso e sfrecciò via dall'Inflictor.
Il sobbalzo scagliò Thane contro la paratia concava della
capsula e Ciena rotolò su un fianco. Thane si accovacciò accanto
a lei e strinse il suo corpo a sé. I motori a repulsione e i
compensatori di accelerazione dei gusci di salvataggio non erano
molto potenti, perciò il loro viaggio sarebbe stato tutt'altro che
tranquillo; Thane non era sicuro neppure che quel guscio fosse in
grado di atterrare normalmente a una distanza tanto ravvicinata
dalla superficie. Attraverso il minuscolo oblò vedeva soltanto un
alternarsi di lampi azzurri e dorati: erano il cielo e la sabbia che
roteavano intorno a loro. Da un momento all'altro si sarebbero
schiantati.
Thane affondò il viso nel collo di Ciena e la strinse forte,
preparandosi all'impatto.
Il guscio si schiantò in superficie con un violento scossone,
seguito da molti altri. Thane capì che stava slittando sulla sabbia.
Ciena e lui furono schiacciati contro la paratia, non tanto forte da
morire ma abbastanza da farsi male. Alla fine, dopo un ultimo
impatto, il guscio prese a rallentare piano piano, scavando una
specie di trincea nel deserto di Jakku.

405
Ce l'abbiamo fatta? Forse sì...
All'improvviso, il guscio schizzò verso l'alto con una tale
forza che Thane credette fosse scoppiato qualcosa. Un ruggito
profondo e lontano, però, gli rivelò la verità. L'Inflictor si era
appena schiantato sul pianeta, e il loro guscio di salvataggio era
stato appena travolto da un'onda anomala di polvere e di sabbia.
Thane strinse più forte Ciena tra le braccia mentre la navetta
ruzzolava all'impazzata; attraverso l'oblò si vedeva soltanto la
sabbia ramata. E se fossero rimasti sepolti sotto di essa? E se il
guscio non avesse più retto e si fosse spaccato in due? Thane non
voleva certo morire in quel modo, bruciato o sepolto vivo insieme
a Ciena...
Lentamente, però, il guscio rotolò fino a fermarsi una volta
per tutte.
Dopo un lunghissimo istante, Thane osò credere che erano
sopravvissuti all'atterraggio. Ma cosa sarebbe successo se fossero
stati sepolti sotto la sabbia? Il suo localizzatore sarebbe riuscito a
chiamare i soccorsi della Nuova Repubblica?
Thane lo accese e trattenne il respiro... quindi lo vide
illuminarsi di verde. Stava trasmettendo.
"Ce l'abbiamo fatta", sussurrò a Ciena, la quale giaceva
ancora priva di sensi accanto a lui. Forse il suo subconscio lo
aveva sentito e le stava dicendo che sarebbe andato tutto bene.
Sulla sua fronte si era aperto un taglietto insanguinato. Thane
sciolse la fascia a lutto e la usò per bendarla mentre, meravigliato,
la guardava in viso.
Di tutte le navi che ci sono nella galassia, sono salito
proprio a bordo della sua, pensò.
Forse... forse Ciena e Luke Skywalker e tutti gli altri
tradizionalisti avevano ragione riguardo alla Forza. Forse esisteva
davvero un potere che univa tutta la galassia e che decideva il

406
destino di ciascuno di loro. La Forza doveva averlo guidato da
Ciena in modo che potesse salvarla e ricominciare a vivere
insieme a lei.
Fu come scrollarsi di dosso tutta la rabbia e il cinismo che
aveva provato nella sua vita. Ora seguiva dei leader che riteneva
buoni e giusti; aveva combattuto una guerra importante che
stavano per vincere; aveva lottato a fianco di persone che
ammirava e rispettava. Ciena era stata liberata dalle catene che
l'avevano legata all'Impero e da quel momento in poi avrebbe
potuto fare qualunque cosa volesse. Avrebbero potuto farla
entrambi. Com'era possibile che uno come lui -- senza speranze,
senza fede -- fosse arrivato a quel traguardo?
Thane appoggiò la fronte a quella di Ciena. Nonostante i
lividi che aveva sul viso e sul corpo, nonostante il sapore del
sangue che sentiva ancora in bocca, nonostante le terribili
condizioni di Ciena e il calore asfissiante dentro il guscio di
salvataggio, Thane pensò di non essere mai stato più felice di
così in vita sua.
In quel momento sopraggiunsero dei rumori da sopra di loro.
Thane alzò lo sguardo e vide i portelli del guscio tremare. Un
attimo dopo si aprirono, facendo piovere una cascatella di sabbia
sui suoi piedi e rivelando le sagome in controluce della squadra
di soccorso della Nuova Repubblica.
"Che bello vedervi, ragazzi", disse, prendendo Ciena in
braccio. "Mi date una mano?"
"Certo, Corona quattro". Uno dei soccorritori si sporse a
prendere Ciena e la estrasse dal guscio; Thane strisciò fuori e si
accasciò sulla sabbia accanto a lei.
"Stai bene?", domandò un medico, chinandosi su di lui.
"Prima occupati di lei", disse Thane.
Pensava che il medico avrebbe visitato subito Ciena. Invece,

407
tutti gli altri soccorritori avevano estratto i blaster e il loro capo
si era inginocchiato accanto a Ciena per ammanettarla.
"Ma che diamine...?". Le parole gli morirono in bocca,
quando si rese conto che i soldati della Nuova Repubblica
stavano facendo esattamente quello che dovevano: stavano
arrestando un ufficiale di alto rango dell'Impero, che sarebbe
stato giudicato per i suoi crimini.
Aveva pensato di averla salvata, aveva creduto che la Forza
era miracolosamente intervenuta per proteggerli, e invece tutto
quello che Thane aveva fatto era stato consegnare Ciena alla
giustizia.

408
CAPITOLO 29

In piedi nella sua cella, le mani giunte davanti a sé, Ciena stava
osservando il campo di forza che la separava dal resto della
prigione: era quasi del tutto trasparente e tingeva il mondo di una
strana patina argentata. Per la maggior parte del tempo, durante la
sua prigionia, non si era neppure disturbata a guardare fuori dalla
sua cella; a volte si era sentita così depressa da non avere voglia
neppure di alzarsi dalla branda.
Quel giorno, però, aveva una visita.
Capì che era Thane non appena udì il rumore dei suoi passi,
anche se forse si era trattato soltanto del suo desiderio di
rivederlo. Ciena aveva teso le orecchie al minimo rumore per tutto
il giorno, anche quando non era ancora l'ora del loro incontro.
Quella era la volta buona, comunque.
Thane sorrise non appena la vide, benché fosse evidente il
dispiacere nel suo sguardo. Si sentiva in colpa per averla messa in
cella? Meglio così, pensò Ciena. Probabilmente lo addolorava di
più vederla con quell'aria sciupata e la tuta da prigioniera poco
più scura della sua stessa carnagione.
"Come una foglia d'autunno", disse Thane, rivolgendosi più a
se stesso che a lei, per poi ricomporsi subito. "Ciao, Ciena.
Grazie per aver deciso di ricevermi".
Ciena si limitò ad annuire. Non aveva senso ammettere che,
quando si era arresa dopo neppure una settimana, le avevano
detto che Thane era fuori in missione. Quello era stato un
momento di debolezza. Adesso, invece, era pronta a parlare.

409
"Abbiamo tante cose da dirci", disse. "Non so davvero da che
parte cominciare".
"Dimmi perché non hai voluto vedermi fino a oggi".
Ciena si voltò dall'altra parte. Non poteva guardarlo negli
occhi mentre rispondeva. "Vorrei che tu mi avessi lasciata
sull'Inflictor".
"Se ti aspetti che io mi scusi per averti salvato la vita, temo
che dovrai aspettare un bel pezzo". Thane esitò qualche istante.
"Capisco perché ti senti così, comunque", aggiunse.
"Davvero?"
"Volevi compiere il tuo dovere e lasciare l'Impero al tempo
stesso. L'unico modo per equilibrare le cose era suicidarti.
Secondo me, non dovresti metterti a confronto con l'Impero. Tu
vali più di tutti loro messi insieme".
Ciena alzò lo sguardo su di lui, commossa nonostante tutto.
Thane si era fatto ancora più affascinante di quanto avesse
immaginato. I capelli si erano scuriti e ora erano più rossi che
biondi. Qualcuno che non lo vedeva dall'infanzia probabilmente
non lo avrebbe riconosciuto.
Ciena, dal canto suo, pensò che lo avrebbe sempre
riconosciuto, che fosse per il rumore dei suoi passi, per il modo
in cui volava o semplicemente per il suo sguardo. C'era qualcosa,
nel suo sguardo, che non cambiava mai.
"Hai ragione", ammise sottovoce. "Tuttavia, vorrei che avessi
rispettato la mia decisione.
"Sei contenta di essere ancora viva, giusto?". Thane si
avvicinò al campo di forza. "Vero?", aggiunse in tono un po'
costernato.
Ciena non rispose subito. "È troppo presto per dirlo", riuscì a
dire alla fine.
A quanto pareva, Thane non sapeva cosa replicare. Non

410
poteva biasimarlo.
C'erano stati dei momenti in cui Ciena aveva desiderato
veramente di essere morta piuttosto che affrontare quella
vergogna. Qualche altra volta, invece, aveva scoperto di riuscire
ancora a godere dei piccoli piaceri della vita... o perlomeno di
quelli che poteva provare nella sua cella. Si sentiva come se non
fosse stata ancora pronta a morire.
Guardando Thane, si rese conto che quello era proprio uno di
quei momenti.
"È dura", disse. "Tutto ciò per cui ho faticato tanto nella mia
vita non c'è più. Non ho fatto altro che lottare per una menzogna".
"Non direi. Alla fine, hai combattuto per me". Thane le
rivolse un sorriso sbilenco. "Dovrà pur valere qualcosa".
Ciena si sentì soffocare dalle stesse lacrime che non voleva
assolutamente versare. "Quella è l'unica parte che abbia mai
contato qualcosa".
"Ciena..."
"Era la trappola perfetta, sai?". Ciena dovette stringere i pugni
con così tanta forza da conficcarsi le unghie nei palmi delle mani;
concentrarsi sul dolore era l'unico modo per non scoppiare. "Ero
così presa dal mio onore che sono diventata una criminale di
guerra".
"Esistono tanti tipi di trappole. Per un attimo mi ero convinto
che avessimo aggiustato la galassia, che la verità e la giustizia
avessero prevalso, e via discorrendo... avevo cominciato persino a
credere nella Forza, pensa un po'...". Thane rise della sua
ingenuità. "E così avevo sperato con tutto il cuore di salvarti, ma
alla fine è servito soltanto a questo. Adesso sei intrappolata qui,
dove non possiamo neppure toccarci..."
"Smettila. Ti prego, smettila". Ciena distolse di nuovo lo
sguardo, ma sapeva che lo aveva fatto anche Thane.

411
Tacquero per alcuni istanti, cercando entrambi di riprendere il
controllo. Ciena aveva creduto di non avere la forza per
sopportare il proprio dolore, e ora doveva farsi carico pure di
quello di Thane. Era troppo per entrambi, ma non avevano scelta.
Se uno era ferito, l'altra sanguinava. Thane sarebbe stato per
sempre una parte di lei.
In qualche modo Ciena riuscì a ricomporsi e a respirare con
più calma. Quando sollevò lo sguardo, scoprì che si era
tranquillizzato anche Thane. "Allora... come stai? Ti trattano
bene?". Thane si stava guardando intorno come se stesse
ispezionando la sua cella.
Ciena dovette ammettere la verità. "Sì. Mi hanno dato degli
oloromanzi e qualche giochino. Posso uscire a fare ginnastica
sette ore a settimana -- sotto sorveglianza, ovviamente -- anche se
i medici dicono che non dovrei faticare troppo, almeno finché
non sarò guarita un altro po'". Si portò una mano all'addome,
proteggendolo senza pensarci.
Thane trasalì. "Sarei stato molto più cauto, se avessi saputo
che eri stata ferita gravemente".
"Sì, lo so", disse Ciena, pur pensando che sarebbe potuta
essere la fine di entrambi, considerata tutta la forza che Thane
aveva dovuto metterci per tramortirla. In un certo senso, si sentiva
stranamente orgogliosa di sé. "A ogni modo... dormo molto. La
brandina non è il massimo, ma è abbastanza comoda. Gli ufficiali
della Ribellione... cioè, della Nuova Repubblica, mi hanno
trattata con umanità". Si scostò un ricciolo dagli occhi,
consapevole di quello che stava per aggiungere. "Temevo che
sarei stata interrogata e torturata. L'Impero mi aveva insegnato che
i prigionieri non dovrebbero aspettarsi nulla di diverso. Invece
sono stata curata e informata dei miei diritti".
"Hai riferito qualcosa di importante? Non voglio farti

412
pressioni", si affrettò ad aggiungere Thane. "Non sono venuto qui
per conto della Nuova Repubblica e non lo farò mai, chiaro? Non
dovrai mai pensare che mi abbiano mandato qui per prenderti in
giro".
Ciena aveva fatto quella cupa ipotesi non di rado, mentre se
ne stava sdraiata sulla branda a tarda notte. Ora, però, era sicura
del contrario. "Ti credo", disse.
Thane era visibilmente sollevato. "Te l'ho chiesto perché...
insomma, sarebbero molto più clementi, se lo facessi".
Come se quello potesse convincerla. "Ho fatto un giuramento,
Thane. Benché debba ammettere di vedere la Nuova Repubblica
sotto una luce diversa, non ho intenzione di comportarmi da
traditrice. Né accetto il loro governo. Da quanto ho capito, la
guerra non è finita e la galassia è precipitata nel caos..."
"È normale, ora che i pianeti stanno cercando di ricostituire i
governi dopo anni di...". Thane sospirò. "Lasciamo perdere.
Ormai conosciamo le nostre battute a memoria".
"Comunque è inutile", ribatté Ciena. "Non importa quel che
dirò; non saranno 'clementi' con me. Sono una criminale di
guerra, ricordi? La Nuova Repubblica me la farà pagare cara".
E forse non si meritava nulla di meno.
Thane la fissò per un lungo momento, ma poi Ciena si stupì
di vederlo sorridere e scuotere la testa. "Uscirai da quella cella
molto presto anche se non parli. Scommetto che non ti
processerebbero neppure, se lo facessi".
"Di che cosa stai parlando?". Il suo difensore d'ufficio le
aveva mostrato l'elenco delle accuse a suo carico: era lungo
parecchie schermate e descriveva in gran dettaglio il suo
coinvolgimento nelle battaglie di Hoth, Endor e Jakku. Ciena non
aveva potuto negare di essere stata responsabile di ogni punto in
quella lista. "Sappiamo entrambi che sono colpevole. La Nuova

413
Repubblica vorrà farne un caso esemplare. Devono dimostrare
che la legge e l'ordine possono prevalere proprio perché ci sono
una nuova legge e un nuovo ordine. L'ago della bilancia si è
spostato, e io sono sul piatto sbagliato". E poi Ciena ammise la
sua paura più grande. "Forse resterò in questa cella per il resto
della mia vita".
"Ne abbiamo già discusso, mi pare". Thane si avvicinò un
altro po' al campo di forza. "Ho smesso di fare l'idealista. Ora so
bene come gira il mondo. La verità, Ciena, è che le cose vanno a
rotoli. Non possiamo arrestare tutti quelli che hanno servito
l'Impero. Stiamo parlando di centinaia di miliardi di persone,
senza contare tutti i soldati che sono spariti nel nulla insieme alla
Flotta Imperiale. Credi davvero che la Nuova Repubblica possa
punire ognuno di loro?"
"Potrebbero scagionare gli impiegati e gli addetti alle pulizie,
non certo il capitano di uno Star Destroyer".
Thane, dal canto suo, restava scettico. "Tu sei in gamba,
Ciena. E presto la Nuova Repubblica cercherà persone in gamba
come te. E poi hai amici importanti... o perlomeno li ho io, e ho
tutta l'intenzione di farmi una lunga chiacchierata con tutti quelli
che potrebbero aiutarti".
"Non voglio che tu chieda dei favori per me", protestò Ciena.
"Peccato", replicò Thane. "La partita è sempre aperta, Ciena.
L'unica cosa che possiamo fare è volgerla a nostro favore".
Ciena ricordò la prima volta in cui ne avevano parlato. Erano
in una taverna di Valentia e, mentre il destino cercava di dividerli
a tutti i costi, avevano litigato e discusso e alla fine avevano
ceduto e fatto l'amore. Da quando si era coricata accanto a lui e
aveva appoggiato la testa al suo petto pareva passata un'eternità e
un giorno soltanto al tempo stesso. Ciena non poteva dimenticare
che cosa aveva provato nei confronti di Thane, quel giorno, e non

414
avrebbe mai voluto farlo.
"Rieccoci, insomma, a discutere dell'ordine e del caos", disse
con un sorrisetto.
"Chissà, può darsi che sarà il destino a decidere chi di noi
due abbia ragione. Se hai ragione tu, allora, sì, ti aspettano degli
anni difficili. Ma se ho ragione io -- e se la Nuova Repubblica
sceglierà la libertà invece della vendetta -- uscirai da questa cella
prima di quanto credi". Attraverso il campo di forza brillante e
argentato, lei riuscì a scorgere la tenerezza nello sguardo di
Thane. "Sia come sia, lo sai che ti aspetterò, vero?"
Ciena avrebbe dato tutto pur di poterlo riabbracciare. "Non
dovresti", disse invece.
"Tu lo faresti, se fossi al mio posto".
"... sì, lo farei".
Lentamente, Ciena alzò una mano e appoggiò il palmo alla
superficie del campo di forza. Thane fece lo stesso. L'una il
riflesso dell'altro, potevano quasi toccarsi anche se divisi per
sempre.

"È passato un mese dalla battaglia di Jakku, ma l'Impero non ha


tentato altri attacchi su larga scala. Le nostre fonti ci
riferiscono che le astronavi imperiali del Nucleo e dell'Orlo
Interno rimangono tuttora all'interno dei confini sanciti dal
trattato di pace". La donna dell'olonotiziario sorrideva. "Alcuni
tra i membri più importanti del Senato Provvisorio hanno
dichiarato che la guerra tra la Nuova Repubblica e i resti
dell'Impero potrebbe essere infine giunta al termine e che la resa
potrebbe essere imminente. Nonostante ciò, durante il suo
discorso di oggi, il cancelliere ha consigliato a tutti i pianeti di
restare in allerta, e ha affermato che nell'immediato futuro la

415
Flotta Stellare della Nuova Repubblica resterà comunque sul
piede di guerra. Sono qui con noi per discutere la questione..."
Nash spense di colpo il messaggio di propaganda ribelle
registrato nel sistema di Hosnian. Ormai sapeva tutto quello che
doveva sapere, e cioè che la cosiddetta Nuova Repubblica era
convinta di aver sconfitto l'Impero. Che idioti.
Che ingrassino e si impigriscano pure, pensò. Che si
scambino le congratulazioni. Che poltriscano.
Il comandante Nash Windrider uscì dal suo ufficio e percorse
l'hangar della sua nuova nave, l'incrociatore d'assalto Garrote.
Ogni sottoposto s'irrigidì non appena udì il rumore dei suoi passi
sul pavimento metallico; nessuno di loro distolse l'attenzione dal
proprio lavoro se non per lanciargli un'occhiata furtiva. Bene. Era
già riuscito a ristabilire la disciplina.
Per qualcuno che aveva trascorso anni a bordo di uno Star
Destroyer, un incrociatore d'assalto poteva sembrare un passo
indietro... ma all'Impero di Star Destroyer non ne erano rimasti
poi tanti. Alla fin fine, Nash era comandante su una nave
strategicamente importante, il che significava che ben presto
avrebbe comandato una nave tutta sua. Per adesso poteva
accontentarsi della soddisfazione di preparare il Garrote alla
prossima fase della guerra e alla prossima battaglia.
Una battaglia che avrebbe colto i ribelli di sorpresa.
Nash percorse il corridoio che separava due file di caccia TIE,
mentre i tecnici li stavano riparando e approntando con armi
nuove di zecca in grado di penetrare facilmente gli scudi
deflettori e gli scafi dei caccia stellari. Questo significava che
l'unico vantaggio che i caccia dei ribelli avevano rispetto ai TIE --
gli scudi deflettori -- sarebbe sparito in un sol colpo. Con un
cambiamento del genere si poteva vincere la guerra.
Era quasi insopportabile pensare che fosse stato Ved Foslo a

416
inventarsi quelle armi. Nash aveva sempre pensato che Ved avesse
fatto carriera solo grazie a suo padre, invece sembrava proprio
che il suo ex compagno di stanza sapesse il fatto suo. D'altra
parte, non vi era alcun dubbio che la sua arroganza giovanile
fosse diventata completamente insopportabile da adulto.
Nash sospirò ricordando che Ved Foslo era probabilmente il
migliore dei suoi due vecchi compagni di accademia.
Il solo pensiero che Thane Kyrell fosse sopravvissuto alla
guerra e che magari fosse là fuori, da qualche parte, a festeggiare
il temporaneo vantaggio della Ribellione... lo disgustava. Ciena
era morta, ma Thane era sopravvissuto. Perché?
Era inutile sperare che fosse il destino a fare giustizia.
L'Impero gli aveva insegnato che la punizione era qualcosa che
bisognava infliggere con le proprie mani.
"Signore? Comandante Windrider, signore?". L'assistente di
Nash lo stava tallonando come al solito. "Posso farle una
domanda, signore?"
"Puoi farla, tenente Kyrell", rispose voltandosi.
Dalven Kyrell stava stringendo un datapad tra le mani con
l'aria visibilmente nervosa. Non aveva idea del fatto che suo
fratello si fosse unito alla Ribellione; Nash aveva deciso di
tenerlo all'oscuro e di trattarlo come se non avesse nulla a che
fare con Thane. Gli sembrava giusto. Tuttavia, Dalven era un
debole e un leccapiedi, incapace di svolgere incarichi più
complessi di quelli che gli venivano affidati. Per fortuna il suo
ruolo di assistente non esigeva chissà quali sforzi. "Riguarda
l'elenco di ufficiali nominati per gli encomi più importanti".
Dalven voleva forse chiedergli come mai non ci fosse anche il
suo nome? Se lo avesse fatto, Nash glielo avrebbe detto chiaro e
tondo. "Che cosa vuoi sapere?"
"Ha nominato il capitano Ciena Ree per la medaglia d'onore

417
al merito, signore. Forse intendeva la più comune medaglia
d'onore..."
"So precisamente che cosa intendevo, tenente Kyrell". A Nash
piaceva pronunciare quel cognome in tono di scherno. "La
medaglia d'onore al merito è l'encomio più importante che si può
ricevere, e non conosco nessuno che possa meritarla più di Ciena
Ree. È rimasta a bordo della sua nave quando il sistema di
autodistruzione non ha funzionato, facendola schiantare
personalmente contro la superficie di Jakku per impedire che
cadesse nelle mani dei ribelli, sacrificando la sua stessa vita. Il
capitano Ciena Ree merita di essere ricordata".
"Sì, signore", disse a bassa voce Dalven, pur insistendo.
"Volevo solo dire che... si tratta di un encomio molto importante
e qualcuno potrebbe pensare che ci sia qualcosa sotto".
"E di solito è così. In questo caso, tuttavia, sono sicuro che
non pochi capitani, generali e ammiragli sarebbero d'accordo con
me. Compreso il Gran Moff Randd. L'Impero continua a essere
straziato dalle guerre intestine, ma su una cosa siamo tutti
d'accordo: il capitano Ree è morta da eroe".
"Assolutamente sì", convenne Dalven. "Deve essere stata una
morte terribile", si affrettò poi ad aggiungere.
"Terribile? Io direi gloriosa. Vorremmo tutti che fosse ancora
qui con noi, ma questo non cambia il fatto che non esiste un
modo migliore per morire in nome dell'Impero. Spero di poter
fare altrettanto, un giorno".
"Certo, signore. Sì, signore", disse Dalven, prima di strisciare
via.
Thane gli aveva raccontato che Dalven si era preso gioco di
Ciena, quando erano piccoli, perché era povera e si aggrappava
alle tradizioni... come se tutti gli abitanti di Jelucan non fossero
dei bifolchi. A volte Nash immaginava Dalven intento a schernire

418
una piccola e indifesa Ciena e desiderava con tutto il cuore
affidargli qualche missione particolarmente suicida.
Tuttavia non poteva più essere sicuro che Thane gli avesse
detto la verità. A quanto pareva, Thane Kyrell era un bugiardo
patentato.
Nash raggiunse l'ingresso dell'hangar che si spalancava sullo
spazio. Poteva sentire la pelle formicolargli, segno che era troppo
vicino al campo di forza che manteneva la pressione atmosferica.
Nonostante ciò, rimase sul bordo ad ammirare il panorama.
La Flotta Imperiale era in attesa dentro la gigantesca
Nebulosa di Queluhan, nascosta nelle spire luminose di gas
ionizzato che confondevano i sensori dei nemici. Mentre gli
esperti dei ribelli predicevano con arroganza la scomparsa e la
resa dell'Impero, credendo che le lotte di potere lo stessero
distruggendo dall'interno, la Flotta Imperiale si stava
riorganizzando per diventare più forte che mai.
Secondo Nash, ci avevano messo persino troppo tempo a
unire le forze; se avessero fatto fronte comune fin dall'inizio, i
ribelli non sarebbero riusciti a conquistare un terreno sul quale
non avrebbero mai potuto sperare di mettere le grinfie. Ora,
tuttavia, la Flotta Imperiale aveva ristabilito una gerarchia di
comando. Avevano sviluppato una strategia a lungo termine.
Messe da parte le questioni personali, erano di nuovo uniti e
pronti a combattere.
A Nash piaceva pensare che in qualche modo fosse merito di
Ciena Ree. Forse era troppo sentimentale, da parte sua, ma non vi
era alcun dubbio che il suo coraggio e il suo altruismo fossero
stati di grande ispirazione.
Ci hai ricordato che cos'è veramente la disciplina, pensò
Nash. Ci hai ricordato che la vittoria non ha prezzo.
Sotto i suoi occhi, nel baluginio violaceo della nebulosa, si

419
stagliavano una decina di Star Destroyer e un numero maggiore di
incrociatori leggeri. Ciascuna nave trasportava un'infinità di
caccia TIE che sarebbero stati pilotati dai loro nuovi coscritti. Li
addestravano più velocemente e più duramente che in passato, ma
i nuovi piloti si stavano dimostrando all'altezza. Forse la Flotta
Imperiale non era imponente come un tempo, ma Nash era
convinto che sarebbe diventata persino più forte.
E la prossima volta non si sarebbero fermati di fronte a nulla
pur di schiacciare la Ribellione una volta per tutte. Thane e gli
altri avrebbero pagato per aver costretto Ciena a sacrificare la sua
vita. Avrebbero pagato per tutto.
"Aspetta solo che l'Impero risorga, Ciena", sibilò Nash a
bassa voce. "Giuro che ti vendicheremo".

FINE

420
Tavola dei Contenuti (TOC)
Colophon
Dedica
Prologo
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Capitolo 19
Capitolo 20
Capitolo 21
Capitolo 22
Capitolo 23
Capitolo 24

421
Capitolo 25
Capitolo 26
Capitolo 27
Capitolo 28
Capitolo 29
Tavola dei Contenuti (TOC)

422