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LA CRITICA SOCIALE

NICOLÒ BELLANCA
www.rosenbergesellier.it

LE POSSIBILITÀ DEL FUTURO


Perché le persone scelgono di vivere in situazioni che esse stesse valutano negativamente e
che provocano loro disagio e sofferenza? Perché accettano le regole e i comandi dettati da
soggetti e organizzazioni con cui non sono in sintonia, e che spesso disprezzano?
In breve: perché le persone si rassegnano e obbediscono, anche quando non vorrebbero?
Di fronte a questa domanda, il libro argomenta che ognuno affronta sempre soltanto i
problemi che crede di poter risolvere. I modi con cui immaginiamo il mondo plasmano
i valori e le preferenze, i vincoli e le aspettative che orientano le nostre azioni.
Sono i modelli mentali (gli schemi interpretativi del mondo), le credenze collettive
(le convinzioni su com’è fatto il mondo) e le identità sociali (le convinzioni su chi siamo
nel mondo) a determinare le nostre scelte. Quando smarriamo il significato delle nostre
attività e della nostra presenza nel mondo, inventiamo futuri possibili, per meglio vivere in
una società nella quale quei mondi inventati hanno efficacia. Tuttavia, se immaginare mondi
LE POSSIBILITÀ DEL FUTURO
è lo strumento fondamentale con cui interveniamo su noi stessi e sul contesto, non tutte Economia e politica dell’immaginario
le simulazioni sono uguali. Alcune reificano i processi sociali e riproducono le asimmetrie
di potere, assegnando a qualcuno la responsabilità del cambiamento;

NICOLÒ BELLANCA
altre si aprono a progettualità inclusive ed egualitarie. È sul terreno conflittuale
delle immaginazioni del futuro che si gioca la possibilità di sradicare la servitù volontaria.

Nicolò Bellanca insegna Economia dello sviluppo ed Economia politica all’Università


di Firenze. È tra i fondatori dello Yunus Social Business Centre University of Florence
e del Laboratorio ARCO (Action Research for CO-Development).
Tra i suoi libri: L’economia del noi. Dall’azione collettiva alla partecipazione politica (2007);
Isocrazia. Le istituzioni dell’eguaglianza (2016).

ISBN 978-88-7885-577-9
ISSN 2421-4140

€ 16,00 9 788878 855779


la critica sociale
collana diretta da Rino Genovese
Una serie interdisciplinare di testi originali e traduzioni, tra filosofia,
sociologia e analisi delle produzioni culturali, con un riferimento forte
al problema della costruzione di una teo­ria sociale critica adeguata ai
tempi, senza chiudersi in un’unica prospettiva e aprendosi a contributi
diversi. Non solo per comprendere il presente e non dimenticare il
passato, ma anche per non rassegnarsi all’ingiustizia dominante.
Nicolò Bellanca

Le possibilità del futuro


Economia e politica dell’immaginario
copertina di Tiziana Di Molfetta

immagine in copertina: Sergi Barnils, Visió des de les cel.les del nivell inferior, 1998;
tecnica mista su carta
Courtesy Torino

Con il contributo della Fondazione per la critica sociale

© 2018 Rosenberg & Sellier

Pubblicazione resa disponibile


nei termini della licenza Creative Commons
Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0

www.rosenbergesellier.it
è un marchio registrato utilizzato per concessione della società Traumann s.s.

prima edizione italiana, aprile 2018

isbn 978-88-7885-577-9

LEXIS Compagnia Editoriale in Torino srl


via Carlo Alberto 55
I-10123 Torino
rosenberg&sellier@lexis.srl

INDICE

7 Introduzione

15 Capitolo 1. Modelli mentali: gli schemi interpretativi del


mondo

49 Capitolo 2. Credenze personali e collettive: le convinzioni su


com’è fatto il mondo

87 Capitolo 3. Identità sociali: le convinzioni su chi siamo nel


mondo

121 Capitolo 4. La natura delle scelte umane

155 Capitolo 5. Futuri possibili?

183 Glossario

187 Indice dei nomi


Ringraziamenti
Rino Genovese ha discusso con me le principali tesi di questo libro,
e ha deciso di ospitarlo nella collana della Fondazione per la critica
sociale. Molti colleghi e studenti si sono confrontati con me – non
soltanto in occasioni formali e accademiche – sui problemi e sulle
risposte qui delineate. Tra di loro, ricordo in particolare Angelo
Antoci, Hervé Baron, Ilaria Bilancetti, Luigino Bruni, Giulio Galdi,
Stefania Innocenti e Benedetto Rocchi. Le riviste MicroMega e Il
Ponte (così nell’edizione cartacea, come nella versione online) sono
state sedi sulle quali ho potuto far circolare stesure provvisorie e par-
ziali della riflessione qui esposta. Accanto a questi ringraziamenti,
esprimo gratitudine a Lili e alla mia famiglia, che contribuiscono a
riempire di significato anche il mio lavoro di ricerca.

INTRODUZIONE

L’immaginazione del futuro, così come quella del passato,


sono dispositivi per vivere nel presente.
James G. March1

Futuro aperto e chiuso

Il capitalismo è, nella storia umana, il primo sistema economico


incessantemente orientato al futuro. Il banchiere, per finanziare i
processi produttivi, emette diritti di credito, offrendo promesse di
pagamento. L’investitore scommette sui rendimenti che incasserà.
L’imprenditore innovatore si dedica a iniziative che nemmeno esi-
stono, e per le quali è quindi impossibile calcolare le prospettive. Il
consumatore, nelle società opulente, valuta nei beni sempre più le
qualità simboliche, che immagina possano conferirgli senso e distin-
guerlo dagli altri2. Infine, negli anni più recenti va aumentando la
centralità del knowledge professionist, poiché la facoltà della mente
umana di progettare oggetti appare una risorsa strategica nel gene-
rare valore economico e vantaggi competitivi: dopo il periodo in cui
macchine, automatismi e tecnostrutture incorporavano il sapere,
adesso conta sempre più l’abilità soggettiva nell’esplorare il possibile
e nello scoprire le alternative percorribili3.
Soltanto nell’epoca capitalista il futuro è suscitatore di novità
e di sorprese. In altri periodi storici il futuro era la continuazione
oppure la conseguenza del passato. Nel primo caso esso proseguiva

1
J.G. March, The future, disposable organization and the rigidities of imagination,
“Organization”, n. 2, 1995, p. 427.
2
  Vedi J. Beckert, Imagined Futures. Fictional Expectations and Capitalist Dynamics,
Cambridge (Ma), Harvard University Press, 2016.
  Vedi E. Rullani, Economia della conoscenza, Roma, Carocci, 2004.
3
8 le possibilità del futuro

una tradizione consolidata; nel secondo costituiva uno scenario che


l’assetto presente rendeva prevedibile. In entrambe le situazioni,
il futuro appariva addomesticabile, e talvolta perfino pianificabile,
o perché dipendente dal già avvenuto, oppure perché anticipabile
mediante aspettative che diventavano tanto più corrette, quanto più
aumentava l’informazione. Al contrario, evocando le celebri parole
di Marx ed Engels, «il continuo rivoluzionamento della produzione,
l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e
il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte
le altre»4. Nel capitalismo il futuro è aperto, poiché le opportunità
decisive sono immerse nell’incertezza ontologica, e non sappiamo
quale forma assumeranno5. L’avvenire si manifesta mediante eventi
finora non immaginati, e dunque finora né possibili né impossibili (o
a probabilità iniziale zero). Questa radicale indeterminatezza mette
all’ordine del giorno il cambiamento (quello che potrebbe succe-
dere), anziché la stabilità (quello che si riproduce identico a se stesso).
Attività come la creazione di credito, l’investimento, l’innovazione,
il consumo simbolico e il lavoro della conoscenza, forgiano diretta-
mente quello che accadrà, poiché i nuovi scenari sociali si formano
sulla base delle opzioni che emergono dall’immaginazione6.

4
 K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista (1848), Roma, Editori
Riuniti, pp. 60-61. Questa tesi è ripresa da Schumpeter in un passaggio altrettanto
famoso: «L’impulso fondamentale che aziona e tiene in moto la macchina capitalisti-
ca viene dai nuovi beni di consumo, dai nuovi metodi di produzione o di trasporto,
dai nuovi mercati, dalle nuove forme di organizzazione industriale, che l’intrapresa
capitalistica crea. […] Questo processo di distruzione creatrice è il fatto essenziale
del capitalismo, ciò in cui il capitalismo consiste, il quadro in cui la vita di ogni com-
plesso capitalistico è destinata a svolgersi» (J.A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo,
democrazia (1942), Milano, Etas, 1967, pp. 78-79).
5
 Si ha «incertezza ontologica» quando qualunque attore sociale, anche quello
«esperto», ignora quali alternative affioreranno e soprattutto quali interdipendenze
esse avranno tra loro. Così, se confrontiamo una situazione sociale precedente con una
successiva, l’incertezza nasce dal fatto che l’azione umana, perfino nel caso del tutto
ipotetico in cui le opzioni in campo siano rimaste esattamente le stesse, ha suscitato
un’alterazione delle relazioni tra esse, aprendo alla possibilità di eventi nuovi, inattesi
e imprevedibili: vedi D.A. Lane e R.R. Maxfield, Ontological uncertainty and innova-
tion, “Journal of Evolutionary Economics”, vol. 15, n. 1, pp. 3-50.
6
  Vedi J. Wiseman, The black box, “Economic Journal”, vol. 101, n. 404, p. 153;
J.M. Buchanan e V.J. Vanberg, The market as a creative process, “Economics and
Philosophy”, n. 7, 1991, pp. 167-186; E. Esposito, The Future of Futures, Cheltenham,
Edward Elgar, 2011.
introduzione 9

Il «futuro aperto» funziona come l’orizzonte per lo sguardo: non


inizia da un punto preciso, non può essere toccato, né afferrato, né
oltrepassato, eppure definisce le nostre possibilità7. Entro quest’oriz-
zonte gli eventi non ancora accaduti sono concepiti, ricevono il loro
significato e diventano praticabili. Ma il futuro aperto non abbraccia
ogni attività economica capitalistica. Accanto alle figure funzionali
appena evocate – banchieri, investitori, imprenditori innovatori,
consumatori di beni simbolici e lavoratori cognitivi –, incontriamo
gruppi sociali, numericamente maggioritari, per i quali il futuro ri-
mane chiuso. Tutti coloro le cui scelte economiche hanno ridotti
margini di autonomia – lavoratori dipendenti, disoccupati, piccoli
risparmiatori, pensionati, commercianti al dettaglio, imprenditori a
conduzione familiare, membri di comunità rurali, banchieri locali, e
così proseguendo –, sono sì influenzati dall’avvenire, nella loro vita
quotidiana e nelle loro azioni economiche, ma non sono, da parte
loro, in grado di influenzarlo. Le decisioni, i piani, le speranze e i
sogni riguardanti la qualità e la quantità delle attività economiche
sono prese, per conto di questi gruppi, dai gruppi che disegnano il
futuro8. Il mondo sociale è diviso tra quelli che delineano gli scenari,
e quelli che si adoperano per rendere concrete tali possibilità; tra
quelli che plasmano il non-ancora (o che almeno possono provarci!),
e quelli che ne sono plasmati: si manifesta anche così la fondamen-
tale asimmetria di potere della nostra epoca.
I gruppi sociali subalterni possono riappropriarsi del futuro – dal
quale sono espropriati in ambito economico – nelle sfere della cul-
tura e della politica. Ma intravedere altre possibilità, significa aprirsi al
conflitto. Non basta. Prima ancora di scontrarsi sulle varie prospettive
future, i gruppi sociali lottano sulla possibilità del futuro come tale. I
gruppi per i quali il futuro è aperto, tendono a diffondere verso gli altri
soggetti sociali «un’ideologia dell’avvenire avvenuto, che paralizza il

7
 N. Luhmann, The future cannot begin: temporal structures in modern society,
“Social Research”, vol. 43, n. 1, pp. 139-140. Vedi anche, dello stesso autore, Theory of
Society (1997), vol. 2, Stanford, Stanford University Press, 2013, pp. 251-263.
8
  «La domanda su come vogliamo vivere è equivalente alla domanda su come vo-
gliamo trascorrere il nostro tempo, ma le qualità del “nostro” tempo, i suoi orizzonti e
le sue strutture, la sua sequenza e i suoi ritmi, non sono a nostra disposizione (o lo sono
in misura molto limitata)»: H. Rosa, Social Acceleration. A New Theory of Modernity
(2005), New York, Columbia University Press, 2013, p. xxxviii.
10 le possibilità del futuro

pensiero del futuro»9. All’opposto, i gruppi che subiscono la nega-


zione del futuro propugnano, in una lunghissima serie di varianti,
l’idea del progresso: la convinzione che la traiettoria percorsa da una
società possa essere modificata, e, in particolare, migliorata. Come au-
torevoli storici hanno documentato, il progresso in quest’accezione è
esso stesso – come lo è l’indeterminatezza del futuro – un frutto della
modernità capitalistica10. Ed è un frutto capace di trasformare, attra-
verso le generazioni, la concezione del mondo di miliardi di persone,
che dal Rinascimento all’Illuminismo, dai movimenti libertari e socia-
listi a quelli anticolonialisti, fino ai post-globalisti degli ultimi anni,
contestano il futuro in corso d’opera per coltivare futuri alternativi. In
tal senso la nostra epoca è caratterizzata dalla «compresenza di possi-
bili ad alto tasso di conflittualità potenziale»11.
Perché questa conflittualità rimane, in larga misura, potenziale?
È la domanda centrale su cui questo libro riflette. Per fornire una
risposta, dovremo indagare alcune delle più rilevanti modalità con
cui le persone immaginano il futuro: i modelli mentali, le credenze e
le identità sociali.
Ma iniziamo formulando meglio la domanda.

Perché siamo spesso rassegnati e obbedienti?

Perché le persone scelgono di vivere in situazioni che esse stesse va-


lutano negativamente e che provocano loro disagio e sofferenza? Perché
accettano le regole e i comandi dettati da soggetti e organizzazioni con
cui non sono in sintonia, e che spesso disprezzano? In breve: perché le
persone si rassegnano e obbediscono, anche quando non vorrebbero?
È questa la domanda di fondo che il libro discute. Essa non riguarda gli
stratagemmi cui ricorrono i dominatori per soggiogare i dominati, bensì
le «strane attitudini, che inducono i soggetti a lavorare per la propria ser-
vitù, a lavorare per forgiare le proprie catene»12. Si tratta di un tema che

 M. Augé, Futuro, Torino, Bollati Boringhieri, 2012, p. 14.


9

Vedi, per tutti, J.B. Bury, Storia dell’idea di progresso (1920), Milano, Feltrinelli,
10

1964; P. Rossi, Naufragi senza spettatore. L’idea di progresso, Bologna, il Mulino, 1995.
11
 R. Genovese, Trattato dei vincoli, Napoli, Cronopio, 2009, p. 274, corsivo nostro.
 M. Abensour, Per una filosofia politica critica (2009), Milano, Jaca Book, 2011,
12

p. 117. Abensour fa riferimento alla fondamentale domanda formulata da É. de La


Boétie, Discorso sulla servitù volontaria (1552 circa), Milano, Feltrinelli, 2014. Essa non
introduzione 11

sta al centro di tante indagini di scienze sociali. La risposta più diffusa


è probabilmente quella che insiste sulla percezione d’immodificabilità
che, agli occhi delle persone, presenta la situazione in cui sono immerse.
Se lo stato di cose non può essere cambiato, perché protestare e agi-
tarsi? Se chi comanda non può essere spostato o spodestato, a che vale
dissentire e contrastarlo?13 Tuttavia, una simile risposta si avvita su se
stessa, poiché riconduce gli atteggiamenti di rinuncia e sottomissione
a una condizione d’impotenza, la quale non può che esprimere… ri-
nuncia e sottomissione. In altri termini, nulla avremmo da spiegare se le
persone fossero convinte che nulla può essere cambiato.
Una seconda risposta consiste nel sostenere che le persone, nella
persuasione che lo status quo sia preferibile al cambiamento, vi si
abbarbicano per star meglio. Anch’essa è però poco soddisfacente,
poiché i casi nei quali le persone credono opportuna l’immobilità
sono soltanto una parte delle situazioni esistenziali importanti. La
vita presenta a ciascuno, di tanto in tanto, occasioni di mutamento.
Quando il soggetto si accorge di una di queste occasioni, e quando
l’interpreta come un miglioramento, dovrebbe afferrarla: il fatto che
talvolta ciò non accada, è quello che va spiegato.
Un terzo schema esplicativo sta nell’invocare il ruolo della pres-
sione ambientale, la quale spinge le persone a interiorizzare norme
sociali e ordini individuali, fino ad aderirvi passivamente, pensando
e agendo come se fossero loro stesse ad averli formulati. Tuttavia,
è facile rendersi conto che questo approccio può delucidare i fe-
nomeni della rassegnazione e dell’obbedienza soltanto finché assu-
miamo la sostanziale omogeneità dei membri della collettività esami-
nata. Finché i membri sono tra loro simili, è plausibile immaginare
che tutti aderiscano, in forza della pressione ambientale, alle stesse
norme e agli stessi ordini nello stesso momento. Qualora invece i
soggetti siano eterogenei e, in aggiunta, coltivino tra loro rapporti

«si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la
maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non scio-
pera»: W. Reich, Psicologia di massa del fascismo (1933), Milano, Sugarco, 1971, p. 51.
13
Vedi, tra i tanti, S. Eidelman e C.S. Crandall, A psychological advantage for the
status quo, in J.T. Jost, A.C. Kay e H. Thorisdottir (a cura di), Social and Psychological
Bases of Ideology and System Justification, Oxford, Oxford University Press, 2009,
pp. 85-106; P.C. Rosenblatt, Why people might be reluctant to alleviate the suffering of
others, in R.E. Anderson (a cura di), Alleviating World Suffering, New York, Springer,
2017, pp. 181-195.
12 le possibilità del futuro

conflittuali, allora il percorso dell’interiorizzazione di rassegnazione


e obbedienza gira a vuoto e risulta essere una spiegazione inadeguata.
Una quarta posizione si presenta vicina alla terza, ma insiste, anziché
sulla pressione ambientale che si subisce, sulla libera accettazione: il
soggetto accoglie una norma sociale per il piacere di trovarsi d’accordo
con quelli che sente simili. «Io non riconosco solo la mia pretesa, ma
anche quella dell’altro, che riconosce la mia. Poiché riconosco l’altro io
sono dalla parte del diritto; poiché l’altro mi riconosce, è dalla parte del
diritto. Poiché l’altro mi riconosce come io lo riconosco, e io riconosco
lui come lui me, le nostre pretese sono fondate sul nostro diritto. La va-
lidità della legittimità si forma dunque […] prima di tutto in una linea
sociale orizzontale, come reciproca attestazione tra eguali, come con-
senso dei privilegiati sulla validità dell’ordinamento che li privilegia»14.
Tuttavia, come l’ultima parte del brano chiarisce, questo meccanismo
vale quando si tratta di formulare, diffondere e mantenere un ordine
legittimo, da parte di quelli che in esso ricoprono ruoli paritari e di
rilievo; non spiega l’adesione dei subalterni e degli sconfitti.
Una quinta tesi fa appello al concetto di alienazione: le persone
non vogliono realmente ciò che stanno realizzando, anche se la loro
azione dipende esclusivamente dalla loro libera decisione. Siamo da-
vanti a una tesi che ha senso soltanto se sta in piedi la possibilità di
distinguere quello che le persone “veramente” desiderano, rispetto
a quello che fanno volontariamente. Una simile distinzione poggia o
sull’autovalutazione delle persone, oppure su qualche confronto tra
l’autentica natura umana e i comportamenti effettivi. Tuttavia, l’au-
tovalutazione incappa nel paradosso per cui chiediamo agli alienati
se sono alienati, mentre il confronto – pretendendo d’individuare
che cosa gli esseri umani sono, per valutare come agiscono – intro-
duce una concezione non più analitica, bensì normativa.
Una sesta impostazione sostiene che le grandi organizzazioni tecniche
e burocratiche moderne frammentano, spersonalizzano e rendono rou-
tinari i compiti delle persone. Ciò offusca la comprensione di che cosa
ognuno fa e potrebbe fare. Ne segue che ciascuna persona, davanti a
possibili miglioramenti, è bloccata da una miopia che non dipende da
scarsità d’informazioni e riflessioni, bensì dal funzionamento stesso
dell’organizzazione nella quale è inserita. Tuttavia, questa risposta vale,

14
 H. Popitz, Fenomenologia del potere (1992), 2a ed., Bologna, il Mulino, 2001,
pp. 160-161.
introduzione 13

se vale, soltanto per i grandi apparati, e non delucida quello che accade
in molte altre situazioni. Essa ha inoltre il difetto di spiegare troppo,
essendo applicabile tanto a casi estremi come l’obbedienza di numerosi
tedeschi nel perpetrare il genocidio nazista degli ebrei, quanto a casi
più banali, come «la disponibilità di un odierno burocrate a imporre
una politica sulla qualità dell’aria che pure ritiene sbagliata»15.
Una settima diffusa spiegazione richiama la debolezza della vo-
lontà: le opportunità di miglioramento possono essere viste, ma non
colte, quando la persona non crede abbastanza nella propria abilità
a realizzare un comportamento. Una modesta opinione sulla pro-
pria efficacia nel raggiungere l’opportunità, diventa la ragione della
propria limitata capacità di mettersi in gioco. Tuttavia, l’idea che, in
molte circostanze, le persone non riescano a finalizzare le loro azioni
per una carenza di self-control o di self-efficacy, colloca la risposta
esclusivamente su un terreno individualistico e psicologistico. Da
quel terreno non si esce, poiché nessuno saprebbe indicare cosa sia
un self-control o una forza di volontà di gruppo. Rimangono dunque
senza spiegazione i fenomeni collettivi di rassegnazione e di obbe-
dienza, che sono centrali in questo libro.
Infine, un’ottava risposta rileva che molti sistemi di potere hanno
la capacità di premiare selettivamente, articolando e dividendo la
massa dei sottoposti. Se alcuni individui e gruppi hanno qualcosa da
perdere, tenderanno a difendere lo status quo. Se altri possono aspi-
rare a qualche pur circoscritto vantaggio, tenderanno ad allinearsi
con i sostenitori, o quantomeno a non opporsi. Il risultato è che relati-
vamente poche risorse, accortamente distribuite come premi effettivi
o attesi, riescono spesso a preservare l’ordine costituito. Tuttavia,
questa spiegazione è efficace sotto tre premesse: che il sistema di
potere abbia risorse da ripartire tra i subalterni; che l’élite voglia ri-
partirle; che siano stabilmente confermate le attese intorno alle posi-
zioni sociali che, riscuotendo i premi selettivi, si possono mantenere
oppure migliorare. Basta che una delle premesse inizi a scricchiolare,
affinché il meccanismo degli «incentivi selettivi» non sia una stam-
pella sufficiente16.

 D.J. Goldenhagen, I volenterosi carnefici di Hitler (1996), Milano, Mondadori,


15

1997, p. 407.
16
  Il concetto degli «incentivi selettivi» è centrale in M.L. Olson, Logica dell’azione
collettiva (1965), Milano, Feltrinelli, 1971.
14 le possibilità del futuro

Il percorso espositivo

Se dunque le otto risposte più comuni non soddisfano, occorre in-


traprendere un percorso argomentativo differente e non privo di diffi-
coltà. Esso prende le mosse da una rivisitazione del processo della scelta
umana. Oggi è di moda criticare l’homo oeconomicus. Stentano però a
essere adeguatamente elaborate delle concezioni radicalmente alterna-
tive. Il tentativo che qui proponiamo è sintetizzato dalla figura 1.

Figura 1. Lo schema teorico

Mentre nel tradizionale approccio della scienza economica, i com-


portamenti umani dipendono dalle preferenze, dai vincoli e dalle
aspettative degli individui, suggeriamo che queste determinanti ri-
mandino a, e siano spiegate da, un livello più profondo e ampiamente
sovraindividuale – il livello dell’immaginario –, nel quale contano i
modelli mentali (gli schemi interpretativi del mondo), le credenze col-
lettive (le convinzioni su com’è fatto il mondo) e le identità sociali (le
convinzioni su chi siamo nel mondo). Dedicheremo il capitolo primo
ai modelli mentali, il secondo alle credenze personali e collettive, il
terzo al nesso tra identità sociali e narrazioni, e il quarto a una rifor-
mulazione del processo della scelta umana. Questi capitoli, sebbene
scritti con il linguaggio più chiaro e meno tecnico che siamo riusciti a
usare, costituiscono una lettura impegnativa. Essi preludono al capi-
tolo quinto, nel quale, tornando sulla domanda teorica qui introdotta
(perché siamo spesso rassegnati e obbedienti?), riassumeremo l’intero
percorso espositivo e tenteremo di focalizzare i nodi propriamente po-
litici del ragionamento.
LA CRITICA SOCIALE

NICOLÒ BELLANCA
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LE POSSIBILITÀ DEL FUTURO


Perché le persone scelgono di vivere in situazioni che esse stesse valutano negativamente e
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Di fronte a questa domanda, il libro argomenta che ognuno affronta sempre soltanto i
problemi che crede di poter risolvere. I modi con cui immaginiamo il mondo plasmano
i valori e le preferenze, i vincoli e le aspettative che orientano le nostre azioni.
Sono i modelli mentali (gli schemi interpretativi del mondo), le credenze collettive
(le convinzioni su com’è fatto il mondo) e le identità sociali (le convinzioni su chi siamo
nel mondo) a determinare le nostre scelte. Quando smarriamo il significato delle nostre
attività e della nostra presenza nel mondo, inventiamo futuri possibili, per meglio vivere in
una società nella quale quei mondi inventati hanno efficacia. Tuttavia, se immaginare mondi
LE POSSIBILITÀ DEL FUTURO
è lo strumento fondamentale con cui interveniamo su noi stessi e sul contesto, non tutte Economia e politica dell’immaginario
le simulazioni sono uguali. Alcune reificano i processi sociali e riproducono le asimmetrie
di potere, assegnando a qualcuno la responsabilità del cambiamento;

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delle immaginazioni del futuro che si gioca la possibilità di sradicare la servitù volontaria.

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Tra i suoi libri: L’economia del noi. Dall’azione collettiva alla partecipazione politica (2007);
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