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P-GRUPPE ARTCOMMITTEE

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CONTRIBUTI

I DENTI DEL DRAGO

Tavola rotonda sulla scrittura collettiva


WU MING / P-GRUPPE / 48ORE

Mole Vanvitelliana, Ancona. 6 Luglio 2008.

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L’AMORE TRE PUTTANE E LA BIGIOTTERIA SOTTO LA SABBIA

Di Ugo Coppari

Quando l’amore si fa vivo non puoi farci niente. L’unico amore che
può servirti è quello morto e opacizzato, che non sogna i cavalli
bianchi.

Alfonso non sa andare a cavallo, ma si è innamorato di Stefania. Me


l’ha confidato l’altro giorno al mare, mentre Bino cercava le cose
sotto la sabbia col metal detector. Siccome c’aveva le cuffie alle
orecchie non ascoltava i nostri discorsi. Eravamo io, Bino e Alfonso.
Camminavamo dove la sabbia è più asciutta, dove le persone si
perdono gli oggetti prima che il mare se li porti via. E allora Alfonso
comincia a dire che Stefania è la sua unica ragione di vita, l’unico
motivo per andare avanti. E che senza di lei la vita non avrebbe più
significato. Ho chiesto ad Alfonso di andare a prendermi una birra,
ché nel frattempo avrei fatto un giro col suo metal detector.

Così Bino accompagna Alfonso al bar sulla litoranea. Il cielo era


luminoso, il sole pieno e bello, delle nuvole non mi sono neanche
accorto. Ricordo soltanto che la sabbia coceva, che era bianca e che
alle mie spalle la montagna frastagliata mi ossigenava con le sue
piante verdi appiccicate in faccia. E poi non c’era nessun’altro. Io
tenevo le cuffie alle orecchie mentre scrutavo l’orizzonte, sensazione
già vista e rivista. Ma ora che adoperavo un metal detector avevo
una sorta di senso ulteriore. Venivo cioè avvisato di qualcosa che
non potevo vedere, né ascoltare, né toccare, né odorare, né
assaggiare. Mi indicava la presenza di quanto era nascosto nel
mondo. E allora mi sono chiesto quante cose ci sono sotto il mare e
quante ne potremmo ancora scoprire. Ma lì sotto il metal detector
non ci arriva, né ti può aiutare. Per vedere cosa c’è sotto il mare ti ci
devi immergere e dopo un po’ respiri a fatica.

Quando Alfonso ritorna in spiaggia gli dico che secondo me stava per
affogare e che avrebbe dovuto tornare a riva. Mi chiede cosa
significhi e allora gli lancio uno schiaffo, per spiegargli cosa significhi

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essere un metal detector. Ché se mi avesse inteso non ci sarebbe


stato bisogno dello schiaffo, né di Stefania.

Andiamo a cena da Mario, ché stasera fa le linguine ai frutti di mare.


Bino Alfonso Mario ed io seduti allo stesso tavolo, con una tovaglia
squallida a scacchi rossi, ché tanto i clienti non ci sono. E’ lunedì
sera e si sbiascica noia, la bocca s’impasta. Prendiamo il giornale e
chiamiamo tre puttane, che poi sono Lorenza, Monica e Luisa. Loro
sono molto gentili con noi, perché ci fanno ballare fino al termine
della notte. E prima di andare via gli regaliamo tutta la bigiotteria che
abbiamo trovato sotto la sabbia.

Ci sono le cose emerse e le cose che vivono nel buio. Tutto dipende
da come respiri, non puoi farci niente.

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L’ESTETICA DEL RIBELLE E ALTRE ESTETICHE


TESTO SITE SPECIFIC

Di Leeza Hooper

! Credo che ognuno di noi si sia trovato più volte ad essere un


insubordinato, a lavorare con il proprio ingegno, con la propria mente
e con la propria forza per cambiare la propria condizione, per
ridisegnare il proprio contesto e, perché no, creare a propria volta
una sintassi e una struttura di ordine.
! L’oggetto di questo saggio è il rapporto tra le varie forme di
insubordinazione, una indagine sulle varie modalità e peculiarità di
cambiamento, ridescrizione e ribaltameno dell’ordine costituito.
! Penso che ogni persona, nei propri momenti di lucidità e di
appercezione di sé, sia stata in grado durante la propria vita/
esperienza di riconoscere momentaneamente una propria estetica,
un proprio modo peculiare di muoversi e progredire rispetto al senso
e in relazione all’esperienza stessa. L’estetica di una persona è il
modo proprio della stessa di progredire, di cambiare direzione o di
continuare dritto, di fare inversioni repentine, di variare velocità,
accelerare, frenarsi, dirigersi volontariamente contro un muro per
cercare un impatto frontale o schivarlo all’ultimo istante.
! L’estetica di una persona è quindi un muoversi di punto in
punto, il guadagnare o perdere durante una ipotetica linea del tempo
vecchie o nuove postazioni. Ognuno di noi durante questo percorso,
che ci vede impegnati al contempo sia in una attività pratica (il
muoversi) che in un’attività teoretica (il leggere la mappa per capire
dove si trova l’oggetto verso il quale ci vogliamo muovere), subisce
sia delle fasi di incremento che di perdita, avanza e retrocede,
conquista e viene respinto, soggioga e viene soggiogato fin quando è
vivo, fin quando non subentra la morte che consiste appunto
nell’impossibilità sia fisica che mentale di un ulteriore movimento.
! Fin tanto che siamo vivi e singoli, quindi, il nostro movimento
in linea di principio è un movimento estetico, dove per estetico si
intende non un movimento meramente sensoriale, dettato soltanto
dai sensi, ma un movimento che è localizzato, territorializzato, che
vede la propria possibilità di senso in relazione ad un certo ordine o
mappa di segni.

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! All’interno degli infiniti modi di procedere e di caratterizzare il


nostro percorso estetico credo possiamo individuare delle forme più
o meno comuni di progressione, delle modalità più o meno simili di
determinare, attraverso il movimento, la relazione dei segni. Quando
parlo di movimento sia dal punto di vista fisico che mentale, intendo
dire che il movimento, lo spostamento di un individuo, si attua tanto
su di un piano fisico-materiale che su di un piano mentale-
immateriale. Da questo punto di vista la fenomenologia di Husserl ha
dato un colpo, secondo me, mortale alla visione del modo fornita dai
materialisti. Il percorso di individuazione fenomenologica della
proprietà e della inseità degli oggetti mentali, quali appercezione
pura dell’io, appercezione del mondo come insieme di leggi ecc,
schiudendo la proprietà e rendendo evidente intuitivamente la
presenza di uno spazio immateriale dove trovano collocamento e
possibilità gli oggetti della mente, ha reso pressoché impossibile la
riduzione del senso di ciò che è realtà, vita o mondo a materia. La
nostra mente è in grado di transitare e di spostarsi in uno spazio
completamente immateriale e di relazionarsi a degli oggetti
altrettanto reali quanto quelli fisici ma non altrettanto dotati di un
supporto materiale. Per questo sostengo che il movimento si articola
sia sul piano della realtà fisica che sul piano immateriale degli oggetti
della mente.
! All’interno del concetto di estetica così inteso rientrano a pieno
titolo anche le tattiche e le modalità di insubordinazione radicale.
L’estetica del ribelle, del rivoltoso, dell’insubordinato, nel proprio
rapporto ad una più generica definizione di estetica, non differisce da
altri tipi di estetica, quali ad esempio quella del padrone o del gerarca
o della casalinga o del bambino o dell’uomo mimetico. La distinzione
tra le varie forme di estetica, e questo è il punto cruciale della
questione, si trova sul piano della volontà di chi la compie e la attua,
non sul piano della forma “estetica”. In quanto movimento su di un
piano spaziale in relazione ad un insieme di segni individuati, le varie
estetiche costituiscono di per sé solamente delle permutazioni
interne al piano dei segni.
! Di per sé questa constatazione costituisce la fine dell’utopia
rivoluzionaria classica e il trionfo della statistica e della tecnica sulla
prassi rivoluzionaria. E’ purtroppo lo stesso rivoluzionario che porta in
sé l’antidoto per la propria rivoluzione. Lo stesso rivoluzionario sarà
costretto, in funzione della propria capacità di reinterpretare e creare
nuove mappe di segni, a dissolvere la pretesa escatologica della

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propria prassi rivoluzionaria. Anche l’estetica rivoluzionaria e


insubordinatrice è comunque una prassi locale che localizza e viene
localizzata continuamente, e nel proprio essere localizzata, resa
locale e parziale ad una certa porzione del piano dei segni è
costretta ad ammettere l’illusorietà delle proprie pretese
escatologiche. La storia non finisce, non può finire neppure con le
rivoluzioni fin quando la mappa dei segni può essere ridisegnata. La
Rivoluzione seppure dovesse trovare attuazione, troverebbe al
contempo e subito dopo localizzazione, territorializzazione,
avvenimento che la condannerebbe immediatamente ad una
parzialità, poiché ogni luogo, ogni porzione locale dello spazio, sia
fisico che materiale, nel suo essere locale, rimanda alla porzione di
spazio contigua.

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L’IO EVERSIVO DI SPINOZA


TESTO SITE SPECIFIC

Di Lorenzo Cataldi

! Il tentativo compiuto dal Luther Blisset project solleva il


problema di una critica fondamentale al concetto di “io”. I’”io”
della cultura occidentale è una idea che si radica fortemente
nella eredità greca. L’origine della idea di “io” possiamo
trovarla, ad esempio, in Aristotele. Aristotele pensò un concetto
molto interessante e, allora, innovativo: il concetto di sostanza.
La definizione aristotelica suona più o meno così: la sostanza è
ciò che permane al variare degli accidenti. Ossia la sostanza è
un ente, così come l’individuo o una candela di cera sono enti,
che permane nel tempo al variare dei suoi attributi, dei suoi
effetti, ecc. L’idea naturalmente fu molto proficua, del resto era
capace di dare una definizione delle cose estremamente
funzionale, almeno sul piano del discorso razionale. Se, per
esempio, due soggetti giuridici stipulano un contratto, essi
faranno certamente affidamento al concetto di sostanza.
Questo poiché è necessario, in un contratto, pensare che
entrambi i firmatari restino gli stessi identici firmatari anche a
distanza di anni e dunque che siano permanenti così come è
permanente ciò che esprime il concetto di sostanza.

! L’accostamento, implicito in questo esempio, tra l’idea di


sostanza e l’idea di “io”, non fu però di Aristotele, ma di un altro
grande personaggio filosofico della nostra cultura: Cartesio. Fu
Cartesio infatti ad accostare in modo categorico l’idea di
sostanza a quella di “io”. Chi lo ricorda sa infatti che il fulcro
fondamentale della sua filosofia era la nozione di res cogitans.
La res cogitans è propriamente quel residuo performativo del
dubbio iperbolico che Cartesio aveva messo in atto nella
convinzione e nella speranza di poter fondare una nuova
scienza. In breve Cartesio decide che solo attraverso una
messa in dubbio radicale di tutta la realtà fosse possibile
trovare qualcosa di nuovo e assolutamente certo, e così fu.
Cartesio scoprì la certezza assoluta della propria esistenza
nell’atto del pensare, scoprì che tutto poteva essere messo

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ragionevolmente in dubbio fuorché appunto il gesto stesso del


porre in dubbio, e dunque, con esso, l’esistenza di una attività
pensante. Cartesio aveva scoperto il soggetto moderno,
propriamente ciò contro cui il progetto Luther Blisset, che è
un’identità non sostanziale per definizione, solleva la sua
critica più radicale.
!
! Ci si può chiedere a questo punto quale altro “io” sia
possibile dal momento che, in fondo, questo “io” sembra
funzionare, e di fatto funziona. Sospendere questa idea di “io”
farebbe crollare d’un colpo tutti i sistemi giuridici esistenti,
nonché l’intero sistema economico dal momento che esso si
fonda sulla proprietà privata ed essa è tale finché c’è un
soggetto, e deve essere un soggetto sostanziale e permanente,
che la rivendica. La posta in gioco è quindi molto alta e un
gesto che scardinasse l’”io” come sostanza risulterebbe
assolutamente rivoluzionario e al limite eversivo. Ovviamente la
nuova idea non tardò a venire e venne per bocca di uno dei
pensatori più rivoluzionari della storia.
! A pochi anni di distanza da Cartesio, una ventina circa, e
a poco spazio di distanza da lui, accade che un altro grande
personaggio filosofico della nostra cultura produca una
concezione dell’”io” diametralmente opposta a quella
sostanziale. La figura in questione è quella di Spinoza. Come
alcuni sapranno per Spinoza non ci sono più sostanze come
per Cartesio, per il quale ve ne erano almeno due
fondamentali: la res cogitans e la res exstensa, ma ve ne è
una sola: la natura o Dio. Con una sola sostanza possibile tutto
il resto, compreso l”io”, non diventa altro che accidente, un
modo di questa sostanza assoluta. Spinoza evira il concetto di
sostanza dalla realtà empirica e lo porta in una dimensione
assoluta, sebbene non per questo meno immanente. In tutto ciò
dunque l’”io” perde la sua cittadinanza dal mondo delle realtà
oggettive, dall’insieme delle realtà fisse, stabili, politicamente e
socialmente garantite. Lo spartiacque con Cartesio è dunque
enorme, addirittura insanabile. In queste due filosofie si assiste
a due concezioni opposte della vita, della soggettività e persino
della morte.

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! In cosa consiste questo “io” rivoluzionario di Spinoza? Se


tutto ciò che cade sotto i nostri sensi e con esso anche noi
stessi, cioè l’”io”, non è altro che una modificazione
(un’espressione) di un’unica sostanza infinita la quale appunto
si esprime, pur sempre nella sua unità, in questi elementi finiti
che sono gli elementi del reale; allora, questo, comporta che il
soggetto di Spinoza di per se stesso non sia nulla se non una
affermazione o una negazione di una idea nella sua autonomia
dalla coscienza. Tale idea, che risulta diversa di volta in volta a
seconda di ciò che si pensa, è si un idea che appartiene al
pensiero, ma non all’individuo inteso come soggetto cartesiano.
Il pensiero per Spinoza è qualcosa di decisamente più
universale e meno vincolato al singolo individuo, è una
espressione della sostanza, direi una prospettiva attraverso la
quale la sostanza si esprime (l’altra prospettiva fondamentale è
appunto l’estensione). Nel Breve Trattato Spinoza dice
testualmente questo: “Non siamo noi che affermiamo o
neghiamo alcunché di una cosa, ma è essa stessa che in noi
afferma o nega qualcosa di se stessa” (BT, II, 16, 5). Spinoza
opera una fondamentale svalutazione della coscienza rispetto
al pensiero e, in ciò, fa un’altra scoperta fondamentale:
l’inconscio. Se cerchiamo stavolta nell’Etica, il capolavoro
assoluto di Spinoza, troviamo infatti questa affermazione: “[...]
neanche la conoscenza della mente si riferisce a Dio (alla
sostanza) in quanto egli costituisce l’essenza della mente
umana: e perciò la mente umana, in questo senso, non
conosce se stessa.” (E, II, 23, dim.).
! La svalutazione della coscienza rispetto al pensiero e
rispetto alla natura in quanto assoluto, passa attraverso il
mancato riferimento, mancato perché impossibile, della mente
umana a Dio; solo la natura o Dio nel suo insieme possono
avere la coscienza completa di sé, all’uomo è dato
semplicemente partecipare al grande flusso del pensiero, e in
ciò accontentarsi di una conoscenza parziale di sé. La scoperta
dell’inconscio e la coscienza accidentale sono dunque due
grandi scoperte di Spinoza
!
! Interessante a questo punto è porsi la seguente
domanda: può il soggetto accidentale spinoziano dichiarasi
come autore singolare? Naturalmente la questione è assai

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complessa. Il concetto d’autore, dal punto di vista spinoziano,


cela una enorme occultamento, l’occultamento del pensiero. Il
concetto d’autore nasconde una operazione dell’”io”
sostanziale intesa a minare la presenza del pensiero collettivo,
ossia del pensiero così come lo intende Spinoza, all’intero
dell’opera di cui l’”io” è autore. Per Spinoza non è possibile
l’autore singolare. Il concetto di autore singolare richiede infatti
l’idea di un “io” sostanziale che possa arrogarsi tale diritto di
proprietà sulla propria opera. L’”io” sostanziale del resto, dal
suo punto di vista, è legittimato in questa operazione, poiché
egli si considera il punto assoluto del pensiero e del reale.
Tutto si origina a partire dal cogito e, finito il cogito, tutto cessa
(in questo senso si apre la questione della morte cartesiana
come la morte tragica, la morte assoluta). Dunque per l’”io”
sostanziale non solo è legittimo il concetto di autore ma anche
quello di copyright e con esso anche quello di proprietà privata.
Tutto è suo perché fuori di lui non vi è assolutamente nulla.
Tutto il contrario è ciò che invece accade nel soggetto
accidentale di Spinoza. Se esso veramente non è altro che un
momento partecipativo del pensiero inteso in senso assoluto,
allora esso, per sé, ha ben poco da rivendicare. Il soggetto
accidentale sa di essere parte di un soggetto collettivo ed
universale, che è la sostanza e dal quale non può prescindere.
Con Spinoza crolla dunque anche l’idea di autore e con essa
l’idea di copyright. I prodotti dello spirito umano sono proprietà
esclusiva della sostanza assoluta, della natura, e dunque del
mondo della cultura; il singolo autore non ne è altro che una
manifestazione particolare che può vantare sulla propria opera
solo un diritto parziale.
! Con ciò non voglio dire che Luther Blisset abbia copiato
da Spinoza, il quale del resto non mise mai in atto una pratica
in tale senso, ma intendo dire che, in Spinoza, si possono
trovare delle ragioni valide a sostegno della tesi blissettiana.
! Del resto dalla teoria Spinozistica dell’”io” accidentale
segue anche un’altra interessante osservazione. L’”io” di
Spinoza non è, infatti, un nulla, esso è comunque qualcosa,
esso vanta comunque i diritti propri della sua esistenza finita.
Ogni “io” infatti è un potenziale incremento del pensiero, ogni
“io” particolare, proprio perché particolare rappresenta un punto
di originalità. Un punto di originalità ossia un momento in cui il

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pensiero può subire un incremento semantico, accrescere se


stesso. Tutto ciò, ovviamente, con una clausola: che ogni forma
di originalità singolare sia data solo esclusivamente in un
processo di ripetizione. Vale a dire che ogni prodotto culturale
rappresenta un momento innovativo solo attraverso l’utilizzo di
mezzi già presenti nel pensiero, e direi nel linguaggio innanzi
tutto. È interessante notare dunque come, per questo tipo di
soggetto, ogni originalità sia una forma di ripetizione.
! Il soggetto accidentale spinoziano è dunque un soggetto
fortemente eversivo che mette in crisi non solo l’idea di autore
ma anche quella di proprietà privata e di persona giuridica,
sebbene in quest’ultimo caso il pensiero di Spinoza apra a
soluzioni interessanti, Soluzioni che mettono in campo l’idea di
etica contro quella di morale, come ha ben visto Deleuze nelle
sua analisi, ma questo è un altro problema.

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CONSIDERAZIONI DI UN TIZIO CHE VUOLE SCRIVERE SENZA


IMPAZZIRE, E MAGARI CAMPARCI.
TESTO SITE SPECIFIC

Di Davide W. Pairone

3 giorni fa.

Al bar, bevo il mio primo, cisposo caffè della mattina.

In TV passano le immagini del TG. Intervistano PG, Paolo Giordano,


fresco, freschissimo vincitore del Premio Strega con il romanzo
d’esordio, “La solitudine dei numeri primi”.

Già dal titolo mi sembra arrogante, come se gli altri numeri non
soffrissero di altrettanta solitudine. Però, mi dico, già che c’era
poteva dedicare il romanzo agli asintoti, o ai frattali,o al principio di
indeterminazione di Heisenberg. Le scienze si prestano con facilità
alle metafore banali. Ma queste sono osservazioni barocche, grevi,
che non mi appartengono. Un po’ me ne vergogno.

Ciò che mi appartiene, invece, è un pizzico di invidia: questo tizio già


vende migliaia di copie ed è più giovane di me di due anni.

Mi appartiene anche un’altra considerazione: allo Strega non vincono


mai i capolavori, ma i midcult. Né troppa qualità, né troppa zozzeria
da classifica.

Finisco il caffé e mi accorgo di volere assolutamente scrivere un


romanzo midcult, anzi, voglio essere io stesso un midcult.
Chissenefrega dei capolavori, a me basterebbe una fama
underground a medio-breve termine, non voglio mica essere come
quelli che vengono scoperti a distanza di anni, o addirittura post
mortem.

Un po’ me la voglio godere la vita, ecchecacchio.

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2 giorni fa.

Uno fra i miei contatti messenger pubblica come aforisma del giorno
la seguente frase: “Ho scaricato un I-Doser!!!!! (cinque punti
esclamativi, qui l’entusiasmo è poderoso) Ora lo provo, ma mi sa che
è una bufala!! (due punti esclamativi, l’entusiasmo si è già un po’
smorzato)”.
Mi chiedo cosa sia un I-Doser e faccio qualche ricerca. Si tratta di un
file mp3 che, ascoltato in cuffia e al buio, provoca gli effetti di una
droga.
Sul mulo si trovano I-Doser Alcool, Cocaine, Peyotl, Ecstasy ma
anche i più borghesi Antidepressive e Viagra, addirittura Heroin,
ovviamente Orgasm.

I-Doser funziona emettendo frequenze sonore che obbligano il


cervello a sincronizzarsi con una data onda, con effetti psichedelici. Il
paradosso è che nessuna cuffia o auricolare in commercio può
riprodurre quelle particolari frequenze. Insomma, si tratta di una
clamorosa bufala.

Sono certo che da questo episodio dovrei trarre preziosi


insegnamenti sul marketing culturale e virale, sul post-umano, sulla
natura dell’arte e del bello.

Invece non faccio che registrare questa potenziale genialata, e passo


oltre.

Come quando ho notato, sul cruscotto di un’utilitaria parcheggiata, la


severa e prestigiosa copertina di un Adelphi: “La marcia di
Radetzky”, di Joseph Roth.

Per una mente sovraccarica di informazioni, per l’erudito che cerca


con ansia segni di intelligenza e di intelligibilità del mondo, sarebbe
come una rivelazione. O almeno una momentanea iniezione di
vitalità. Uno squarcio sul velo di ottusità che loda senza sosta prugne
secche e numeri primi.

Ma saggezza ed erudizione sono solo altre facce della follia.

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Così, onore all’anonimo lettore di Roth, ma nulla più. Niente


entusiasmo.

E onore agli anonimi pusher di droghe virtuali.

Io intanto devo scrivere un testo entro domani. E ci devo mettere


entusiasmo.

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1 giorno fa.

Ho bisogno di un testo da leggere ad un talk show cui parteciperanno


i Wu Ming. Ecco, devo fare come loro. Scrivere in modo fluido,
accattivante senza sacrificare i temi che mi stanno a cuore.

Se solo avessi temi che mi stanno a cuore! Se ne avessi, poi,


leggerezza, rapidità, esattezza e quant’altro sopraggiungerebbero
senza difficoltà, con naturalezza.

Allora, è meglio concentrarsi sulla trama o sull’introspezione?


Psicologie o intrecci?

Inventio, dispositio, e quella roba là.

Devo scrivere qualcosa di politico, blandamente insurrezionalista?


Scuotere le coscienze sopite? Fare leva suu quanto c’è di nobile
nell’animo umano? Mi scappa da ridere, ma mi ricompongo.
Non è questa la lezione dei Wu Ming.
Loro sono prima di tutto dei grandi narratori di storie. Ed è questo
che devo fare, raccontare una storia. Breve, che mica possiamo
stare qui tutta la notte. Ma una storia che non sia fine a se stessa,
che valga come spunto per delle riflessioni. Citazioni colte, ma non
troppo.

Qualche passaggio sottilmente autobiografico, ma senza enfasi. Ci


vuole cinismo.

Ma, soprattutto, devo curare lo stile! Non posso presentarmi come


uno straccione della parola. Devo fare bella figura.

Ritmo sincopato, lessico ricercato, allitterazioni, melodia. Il ritmo,


prima di tutto. Uno due, uno due.

Magari, utilizzare la forma moderna e dinamica del blog, che poi è la


forma ancestrale del diario e della confessione.

Struttura circolare, che fa figo.

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E la giusta dose di riflessioni metanarrative, perchè bisogna essere


consapevoli del gioco della scrittura.

Ma poi lo devo firmare?


Oppure deve essere anonimo?
Oppure lo firmo a otto mani con gli altri del Pgruppe? Dopotutto è un
dibattito sulla scrittura collettiva.

Vabbé, vedremo. Intanto è meglio cominciare la stesura.

Metto le cuffie e carico un I-Doser all’assenzio, per calarmi nella


parte dello scrittore che ci crede.

Come potrei cominciare?

Ecco, forse così:

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3 giorni fa

Al bar, bevo il mio primo, cisposo caffé della mattina...

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