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SANGUE E SUOLO

Le radici esoteriche del Nuovo Ordine


Europeo nazista
Paolo Lombardi – Gianluca Nesi

All’Insegna del Giglio s.a.s.

In copertina: Walther Darré a Goslar (13 dicembre 1937)

ISBN 978-88-7814-770-6
e-ISBN 978-88-7814-771-3
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Firenze, dicembre 2016
Stampa, Tecnografica Rossi
Introduzione
«Nessun popolo può perdurare se non nella misura in cui ammette che una
cosa sola è eterna: sangue e suolo»
Anton Emmerich Zischka (1938)

Nel 1938, il giornalista Anton Zischka richiamava il tema caro alla temperie nazista
del “sangue e suolo” (Blut und Boden), individuando nel rapporto tra il sangue del
popolo tedesco e il suolo della madrepatria, e nel suo armonioso dispiegarsi, la fonte a
cui avrebbe dovuto ispirarsi la dottrina politica, giuridica e sociale del Terzo Reich.
Questo rapporto, nelle teorizzazioni predilette da molti esponenti del regime, tra cui il
ministro dell’alimentazione Walther Darré e il suo successore Herbert Backe, il capo
delle SS Heinrich Himmler, il comandante di Auschwitz Rudolf Höss, solo per citarne
alcuni (e lo stesso Hitler non era immune al fascino di queste teorizzazioni), aveva un
carattere sacrale. Vi era un legame mistico tra il sangue posseduto dal popolo tedesco, e
la terra destinatagli per nascita. Questa mistica affinità, se alimentata, avrebbe prodotto
una fioritura della nazione tedesca, che avrebbe così conservato le proprie radici
contenute nel sangue; viceversa, lo spezzarsi di questo legame avrebbe condotto a un
deperimento della nazione germanica. Non c’è dubbio che molti esponenti del
movimento nazista interpretassero il Trattato di Versailles, che aveva amputato territori
ritenuti di diritto appartenenti al sangue tedesco, alla luce di questa dottrina.
Non si trattava tuttavia di una concezione sorta con il movimento nazista, ma di una
visione del mondo precedente ad esso, spesso connessa a idee legate all’esoterismo
diffuse in Germania sin dalla fine del XIX secolo, e che il nazismo fece proprie. Il tema
della rigenerazione del sangue, della purificazione del sangue inquinato, fu centrale
nella visione di Richard Wagner che influenzò Adolf Hitler fin da giovanissimo. In altri
esponenti dei movimenti occultistici tedeschi, come Rudolf von Sebottendorff, ritornava
invece la visione della riscoperta del vero, autentico io, dell’antica stirpe ariana, come
recupero del proprio sangue primevo. L’antica, divina condizione della razza ariana,
che godeva di doni eccezionali grazie alla purezza del proprio sangue, simboleggiata
nel sistema di scrittura delle rune, e in particolare dal “segno solare” della svastica, è
andata perduta a causa delle degenerazioni del sangue che a loro volta hanno
determinato contaminazioni culturali. É tuttavia possibile per l’ariano, in una sorta di
ascesi mistica, riscoprire se stesso, se riconosce il proprio sangue. Si trattava di idee
diffuse, deliranti e incoerenti, e tuttavia ben presenti nel settarismo völkisch (etno-
nazionalista) da cui nacque il partito nazista.
La storia che segue narra il modo in cui queste idee si diffusero e si svilupparono, pur
senza giungere mai a formare un sistema coerente e unitario, e percolando attraverso il
nascente movimento nazista, vennero a determinare la credenza che la nazione si
basasse sulla razza, e che l’appartenenza al popolo coincidesse con l’appartenenza per
nascita alla razza; e che l’appartenenza alla razza, a sua volta, fosse legata per via
mistica all’appartenenza a un suolo. Questa certezza allignò in particolar modo nelle
SS, le quali fecero proprie le idee di Darré secondo cui il legame con il suolo avrebbe
determinato il sorgere di un’aristocrazia del sangue. All’interno dell’organizzazione
delle SS nacquero appositi uffici che si impegnarono a scegliere le fattorie per le
famiglie dei propri militi, in modo che si sviluppasse una classe di contadini-guerrieri
destinati a divenire quella nuova aristocrazia. Significativamente, questi uffici furono in
un primo tempo affidati proprio a Darré, il cantore di una visione secondo la quale
erano i contadini l’espressione migliore della vitalità della razza nordica.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, questa visione si ampliò, si
radicalizzò e si modificò perdendo certe caratteristiche e acquisendone altre, fino a
diventare un piano per l’intero continente europeo. Grazie alle vittorie guadagnate sui
campi di battaglia della Polonia, della Danimarca, della Norvegia, dell’Olanda, della
Francia, dei Balcani e della Russia tra il 1939 e il 1942, il Terzo Reich si ritrovò
padrone di un immenso territorio che andava dalla Manica fino al Volga. Per questo
impero le SS, mettendo a frutto la visione che si compendiava nella formula “sangue e
suolo”, elaborarono un enorme piano, conosciuto come Generalplan Ost, che aveva al
centro la costituzione di un vasto impero nell’Est, ma che in realtà coinvolgeva anche
ampie parti dell’Europa occidentale. Esso prevedeva la formazione di un forte impero
centrale dei tedeschi corrispondente più o meno alla Mitteleuropa; e la creazione di un
territorio coloniale germanico esteso fino all’Ucraina e alla Bielorussia, comprendente
anche i Paesi Baltici e la regione di Leningrado. Le popolazioni autoctone di questi
territori sarebbero state evacuate coattivamente (termine che dall’inizio del 1942
assunse sempre più connotati sinistri) e sostituite da coloni di stirpe germanica che
avrebbero ripristinato l’unità di sangue e suolo su territori che una volta, in un mitico
passato, erano già stati sotto il dominio delle popolazioni germaniche, come ad
esempio, al tempo dei Goti e dei Cavalieri Teutonici. Una fitta rete di fattorie tedesche
avrebbe dovuto costituire una sorta di muro del sangue contro le orde asiatiche che
avevano un tempo minacciato l’Europa. Una parte delle popolazioni autoctone sarebbe
tuttavia rimasta nei territori colonizzati, in modo da fornire la necessaria forza lavoro al
servizio dei colonizzatori; una classe di schiavi che avrebbe avuto il permesso di
rimanere agli ordini della razza padrona. Il resto dell’Europa sarebbe stato integrato in
un’unica economia sotto la supremazia tedesca. In tal modo l’unità dell’Europa sarebbe
stata fatta e il continente, libero dal pericolo di ulteriori contaminazioni del sangue
grazie all’allontanamento di tutti i nemici razziali, avrebbe conosciuto una nuova età
dell’oro grazie al fiorire del sangue puro e alla libertà dalla dipendenza dall’estero.
La nuova, purificata unità europea avrebbe fornito, nel volgere di poche generazioni, la
potenza necessaria per la competizione mondiale contro altri blocchi, come gli Stati
Uniti.
La storia narrata in questo libro è articolata su due parti: nella prima il lettore troverà
le concezioni razziste pre-naziste relative al sangue e alla sua purezza; nella seconda
parte sarà contenuto lo sviluppo di quelle teorie razziali sul sangue che, percolando
attraverso il nazismo, divennero la spina dorsale di un grandioso piano che le SS
concepirono per l’Europa dopo la vittoria bellica, e che fu vicino ad essere realizzato;
solo la straordinaria resistenza dell’Armata Rossa a Stalingrado, l’alleanza militare tra
le Nazioni Unite, ed enormi distruzioni, sofferenze, tragedie poterono impedire che il
piano delle SS divenisse realtà. Esso rimase, in gran parte, sulla carta; e ancora oggi
autorevoli storici ritengono che il Generalplan Ost sia stato poco più che una chimera
nazista; persino uno studioso del calibro di Max Mazower ha reputato che il piano delle
SS altro non fosse che «an exercise in utopianism»1. In realtà, le terribili sofferenze
delle popolazioni polacche ed ebraiche espulse dalle regioni annesse al Reich dopo la
sconfitta della Polonia, e degli abitanti del distretto di Zamosc, oggetto tra il 1942 e il
1943 del tentativo delle SS di far partire la prima fase di attuazione del Generalplan
Ost, imporrebbero maggior cautela. Per tutti costoro, il piano delle SS non fu un mero
esercizio retorico, ma una terribile realtà. Inoltre, il gigantesco sforzo compiuto da
Himmler per costituire un apparato che pianificasse e mettesse in atto quel piano che
altro non mirava che alla purificazione razziale d’Europa e allo stringere dei legami tra
sangue e suolo, non fu il mero inseguire un sogno. Himmler costituì appositamente
uffici, organizzazioni burocratiche e apparati, nei quali si dispiegavano possibilità di
carriera e di potere. Queste strutture reclutavano personale ed esercitavano un’autorità
sui territori di propria competenza e sulle popolazioni che vi vivevano, e non è
possibile obliterarle relegandole nei depositi dei folli sogni nazisti. Tra di esse ve ne
erano alcune che si occupavano esplicitamente di selezione razziale, e che operavano
nei territori conquistati in guerra identificando i soggetti dotati di valore razziale e
quindi utilizzabili ai fini di una germanizzazione del continente rispetto a quelli
biologicamente inutili e quindi da far sparire dai territori da germanizzare oppure da
utilizzare, in condizioni di sicurezza razziale ossia di segregazione, come schiavi.
Al lavoro di progettazione e di realizzazione del piano di unificazione razziale ed
economica dell’Europa concepito dagli uomini di Himmler presero parte architetti,
agronomi, economisti, pianificatori urbani, demografi, antropologi, (presunti) esperti
razziali, sociologi. Un’intera fascia dei migliori cervelli usciti dalle università tedesche
si arruolò nelle SS e prese parte a questo immane lavoro pianificatorio il cui risultato
ultimo doveva essere nientemeno che la costruzione di un nuovo assetto continentale da
realizzarsi nel volgere di venti-trenta anni dopo la conclusione della guerra. In taluni
casi, ad aderire furono persino personaggi di formazione accademica che non erano
neppure nazisti della prima ora, come Konrad Meyer, che tanta parte ebbe nella storia
che segue. Non c’è dubbio che il Generalplan Ost, lungi dall’essere semplicemente un
innocuo esercizio intellettuale per il dopoguerra (come in effetti fu giudicato durante i
processi di Norimberga), fu un elemento importante per la costruzione del consenso al
regime tra le classi intellettuali.
È nostra opinione che il segreto di quel consenso si trovi appunto nelle correnti
intellettuali precedenti al nazismo, al quale il nazismo si rifece abbeverandosi:
l’insistenza sull’identificazione della nazione con la razza; l’importanza del tema della
purificazione del sangue; e soprattutto il legame tra l’appartenenza alla stirpe germanica
e la proprietà del suolo. Ciò che contraddistinse il piano delle SS fu infatti la relazione
tra il nazionalismo e la germanizzazione dei territori. A differenza di altre posizioni, pur
presenti all’interno del regime, come quelle di Walther Funk sulla necessità di un Nuovo
Ordine Europeo che prevedesse l’unità economica dell’Europa sotto l’egemonia
tedesca, le tesi delle SS prevedevano che tale unità si realizzasse sotto il segno della
germanizzazione e della purezza razziale. In un nazionalismo vivamente tinto di venature
razziste, le SS proponevano un’Europa che non solo fosse dominata dall’economia
tedesca, ma che al contempo avesse realizzato il progetto di uno spazio vitale tedesco
completamente riempito di sangue germanico, in cui i nemici razziali fossero scomparsi
o convenientemente ridotti di numero e quindi facilmente tenuti a bada tramite la
segregazione. Era questo il Nuovo Ordine cui le SS pensavano per il dopoguerra; e a
quanto pare, era proprio questo l’elemento che maggiormente attirava le classi
intellettuali che si riunivano attorno alla bandiera del Generalplan Ost arruolandosi
nelle SS. E tuttavia questo passaggio non sarebbe comprensibile senza tenere presente il
lascito costituito dalle teorie pre-naziste legate alla völkische Weltanschauung e alla
teoria del legame tra sangue e suolo. Per ammissione dello stesso Konrad Meyer
durante il processo che subì a Norimberga, fu per il tramite di Walther Darré, il maggior
sostenitore del legame Blut und Boden, che egli entrò nelle SS; e il caso di Meyer non
fu certo isolato.
Ci corre tuttavia l’obbligo di fare una precisazione; ripercorrere i fili che portarono
dalle dottrine esoteriche pre-naziste alle idee che sostanziarono la preparazione (e
anche la prima attuazione) di un piano per unire, dal punto di vista razziale ed
economico, il continente europeo allo scopo di aprire una nuova età dell’oro della razza
ariana (o, come preferiva esprimersi Hitler, un eden), non significa sostenere che quella
nazista fosse una crociata di occultisti alla conquista del mondo. Altri lo hanno
sostenuto, ma non è questa la nostra opinione.
Occorre fare qui una puntualizzazione riguardo all’alluvione di scritti che si occupano
del cosiddetto “esoterismo nazista”, e che si lasciano affascinare dai presunti misteri
del nazismo cadendo facilmente nella fantastoria. Si tratta nella maggior parte dei casi
di una paccottiglia occultista che indugia su potenze oscure, superiori incogniti, centri
segreti di potere, e altre amenità di questo genere, finendo in molti casi per condividere,
più o meno consapevolmente, l’orizzonte mitologico nazista2. Di questo filone non
fanno parte studi più seri come quello di Giorgio Galli che si mantiene entro la
narrazione storica, e tuttavia con il limite di esibire rimandi che rimangono fini a se
stessi, e affastellando fatti che non hanno relazione tra loro, dagli assassini di Jack lo
squartatore ai presunti contatti tra Hitler e il mago Aleister Crowley. Il rischio degli
scritti che si occupano di questa materia sta nell’assumere uno specifico aspetto
ideologico come l’unica lente attraverso cui guardare l’intera storia del nazismo guidati
più dalla fascinazione dell’argomento che da un serio impegno storiografico con il
risultato di generare un climax orrido-tenebroso in cui gli eventi vengono trasfigurati in
una dimensione sovra umana, e Hitler in una figura demoniaca tale da avallare la
fisionomia sovrastorica che il nazismo pretese di possedere3. Le credenze esoteriche
devono invece essere comprese per quello che furono, ovvero moventi irrazionali di
azioni criminali. I nazisti avevano ben poca conoscenza della mitologia germanica e
scandinava, e il loro apparato mitologico era un’accozzaglia aberrante dominata dal
balbettio terrorizzato, e terrorizzante, di una cerchia di sradicati giunti improvvisamente
al potere con l’assenso di un’ampia parte della società tedesca provata dalla recessione
economica. È alla realtà della Germania degli anni Trenta e Quaranta che occorre
guardare piuttosto che alla “terra dell’ombra” cui si rivolgono gli pseudo storici
dell’esoterismo nazista, consapevoli che dietro l’aura del segreto non vi è nulla se non
l’aura stessa che il segreto pretende di emanare. Sono ben poco esoterici i testi nazisti,
così monotoni e ripetitivi fino alla nausea di uno stesso schema: gli ebrei cattivi che
hanno distrutto l’eden originario, e i nazisti buoni che devono risalire verso quell’eden.
Questo è lo schema ripetuto fino all’ossessione e, senza farsi prendere troppo la mano
dalle configurazioni ideologiche, va piuttosto rivolta l’attenzione alla paura e all’odio
che in esse vennero ad espressione, così come alle conseguenti decisioni e azioni che
da esse presero corpo. Il contenuto dell’ideologia è in fondo meno importante della
forma. Ciò che va colto non sono chissà quali “verità metafisiche” celate in
quell’ideologia quanto la modalità con la quale quest’ultima venne espressa tramite il
ribaltamento del significato delle parole, lo stravolgimento della lingua tedesca fin nella
sintassi, la destrutturazione del linguaggio sotto la spinta di una irrefrenabile volontà di
potenza che si spinse fino al delirio omicida4.
Non c’è inoltre motivo alcuno di pensare che gli intellettuali che aderirono al progetto
delle SS per l’Europa post-bellica lo facessero in nome di quelle strampalate idee
esoteriche. A differenza dei nazisti della prima ora, come Himmler e Darré, che si
erano formati nell’epoca in cui andavano per la maggiore le associazioni, le società
segrete, le conventicole esoteriche della destra völkisch, i nuovi membri delle SS, come
ad esempio Alexander Dolelazek, venivano dall’università, dalla Hitlerjugend, se non
dall’apparato educativo che le SS si erano date nel corso della loro crescita. In questi
spazi educativi, le idee di cui si discuterà nella prima parte di questo lavoro trovarono
poco spazio. Ciò che trovò spazio, persino nelle università tedesche, fu l’idea della
purezza del sangue, che a sua volta apriva a un diritto al suolo. Le concezioni
stravaganti dei vari Bünde, ridotte e addomesticate con lo sviluppo delle SS e delle
politiche del regime, divennero il nucleo di un piano che non si rifaceva più a un
glorioso passato fantastico fatto di Germani, puri e schietti abitanti delle foreste, ma
prevedeva una globalizzazione economica su scala continentale. Ciò che convinse ad
aderire alle SS i nuovi membri non furono i retaggi di un passato medievale grandioso,
innocente e puro da un punto di vista razziale a cui tornare (e a cui lo stesso Hitler non
credeva), quanto invece il progetto di un futuro spazio continentale a disposizione della
stirpe germanica, da costruire e da inventare. Fu una forma di nazionalismo razziale
quello che emerge dalle carte relative al Generalplan Ost, non la continuazione su scala
planetaria di una segreta dottrina esoterica. A sedurre questi uomini fu l’attrattiva di
poter rifare le carte geografiche europee, in cui intere nazioni venivano cancellate, e
uno immenso spazio vuoto veniva a disposizione perché potesse essere riempito dal
sangue tedesco. Non c’è dubbio che la dottrina che legava la fioritura del suolo alla
purezza del sangue fosse alla base di molta della cultura esoterica pre-nazista; ma
questo non significa che gli architetti, gli urbanisti e i demografi che lavoravano a
questo progetto sposassero questa cultura in toto. Forse ciò può essere detto a livello di
qualche personalità del regime, come Himmler5 e Darré, ma certo non è vero per altri
protagonisti di queste pagine. La diffusione delle dottrine occultistiche pre-naziste fu
importante nel preparare questo terreno, ma non coincide del tutto con questo terreno.
Questo non va dimenticato.
Su questo punto, è opportuno richiamare l’articolo che nel maggio 1941 Konrad
Meyer pubblicò sulla rivista Raumforschung und Raumordnung, e in cui ripercorreva i
principali presupposti teorici che sottostavano all’elaborazione del piano per l’Est e il
suo significato. All’epoca, una prima versione del piano già esisteva, e ulteriori lavori
di ampliamento e approfondimento fervevano; Meyer parlava dunque di un progetto in
pieno sviluppo, anche se limitato ancora ai territori polacchi conquistati dal Reich.
Meyer parlava della colonizzazione dei territori a Est come di una delle grandi epoche
della storia tedesca, da realizzare attraverso i principi della pianificazione nazista: il
Führerprinzip; il servizio nei confronti del popolo inteso come comunità razziale (im
Dienste am Volk), e soprattutto l’affidarsi alle forze del sangue e del suolo6. Per
raggiungere questo scopo, nelle parole di Meyer, la pianificazione nazista avrebbe
dovuto ispirarsi a nuove modalità di pensiero; non si trattava più di utilizzare i vecchi
schemi del colonialismo tedesco, ma di fare appello alle forze creative
(Gestaltungskräfte) che si esprimevano nella razza e nello spazio. La forza creativa
contenuta nel sangue di un popolo, si esprimeva nella modellazione dello spazio che
quel popolo abitava; il piano per l’Est altro non era che un tentativo di delineare lo
sviluppo dello spazio, del paesaggio e del territorio come futura patria dei tedeschi.
Germanizzazione dell’Est non significava solo trasposizione di coloni tedeschi nei
territori conquistati dall’esercito tedesco, ma significava trasformazione di quel
territorio perché diventasse l’espressione del sangue tedesco, nel quale ogni tedesco
avrebbe potuto riconoscere la propria patria7. Meyer non faceva più riferimento ai miti
esoterici cari alla destra nazionalista pre-nazista, ma l’idea di una forza creativa legata
al sangue che avrebbe dovuto modellare lo spazio e renderlo tedesco era in lui assai
forte. Si trattava pur sempre di un modo di pensare mitico, che però permetteva di
abbozzare la possibilità di una grande epoca tedesca, nella quale pianificatori e
architetti sarebbero stati chiamati a rappresentare il nuovo spazio vitale a partire dalla
purezza del sangue.
Né si trattava di un tema caro al solo Meyer; in uno scritto del suo collaboratore e
sottoposto Erhard Mäbling, si affermava che «le popolazioni che hanno un rapporto
interiore più ristretto con il suolo e con la sua vegetazione, con una disponibilità più
debole o una minore inclinazione alla sua cura, con una protezione insufficiente del ceto
contadino o con una minor comprensione per le esigenze vitali in ambito organico…
tramite il proprio operato effettuano uno sfruttamento eccessivo, attraverso cui la
sostanza biologica diminuisce oppure va del tutto perduta»8. Se il rapporto tra popolo e
suolo è meno cogente, la biologia vegetale finisce compromessa, in una conclusione che
avrebbe persino un sapore ecologico se non si fondasse sulla dottrina razzista del Blut
und Boden. Uno dei corollari di questa dottrina era che le popolazioni slave, inferiori
per razza, non avrebbero mai potuto condurre il suolo che abitavano ad una produzione
efficiente; toccava al popolo tedesco germanizzare quelle terre e condurle alla loro
piena fecondità, allontanandole dall’arretratezza in cui versavano.
Quest’inciso rende inevitabile affrontare il problema del rapporto tra nazismo (e
genocidio) e modernità, su cui molti autori, come Hannah Arendt e Zygmunt Bauman,
hanno attratto l’attenzione. Non c’è dubbio che ciò che la storia del Generalplan Ost
insegna, é che la pianificazione nazista, che albergava in sé un’intenzionalità genocida,
non fosse la semplice espressione delle vecchie prese di posizione della destra
nazionalista pre-nazista. Il nazismo non si concepiva come un ritorno al passato, ma
come una rivoluzione. Lo stesso impressionante apparato burocratico allestito da
Himmler per la concezione e per la realizzazione del Generalplan Ost appare a prima
vista un’impresa terribilmente moderna, che in uno stato pre-moderno non sarebbe stata
neppure concepibile. E tuttavia sembra lecito domandarsi se quest’aspetto terribilmente
moderno non sia, dopo tutto, che un carattere accidentale dell’impresa nazista, lo
strumento che i nazisti forgiarono ma che obbediva a logiche mitiche. In fondo, per
compiere un genocidio non è neppure necessario un grande apparato burocratico e
neppure un sistema integrato di polizia, trasporti e campi di sterminio; la storia recente
del XX secolo, ad esempio in Rwanda, si è incaricata di farci sapere questo. Il moderno
apparato di sterminio rischia quindi di essere il carattere meno essenziale del
genocidio; più essenziale sembra essere la convinzione legata alla necessità della
purezza del sangue, da proteggere dalle contaminazioni dovute al sangue estraneo, senza
la quale il legame con il suolo e con lo spazio avito si perde e si disgrega,
compromettendo così quella forza creatrice che a tale legame è indissolubilmente
connessa. Era questo il mondo ideale nel quale si aggirava la mente di Konrad Meyer,
quando pianificava fin nei minimi particolari il tipo di vegetazione da trapiantare nei
territori a Est; acribia che a noi pare (e ai giudici di Norimberga parve) pignoleria nata
da una mente contorta, ma che invece obbediva alla segreta e totalizzante forza che si
esprime nel sangue e a cui il suolo fa necessariamente eco. Era il mito politico
nazionalista e razziale nato dalla vecchia mitologia esoterica che sosteneva e dava
corpo allo sforzo di pianificazione del nuovo spazio vitale tedesco a Est e alla violenza
nazista.
Il partito nazista del resto era stato tenuto a battesimo da una setta esoterica, la Thule-
Gesellschaft, e si era formato all’interno di quella mitologia, e sulla base di essa aveva
intrapreso l’attività terroristica a fianco dei Freikorps contro i comunisti e i
socialdemocratici negli anni convulsi dell’immediato dopoguerra. La mitologia
esoterica non costituì però la causa della violenza, bensì fu semmai la configurazione
che quella violenza assunse, e i cui risvolti più esoterici non furono certo accessibili
alla base del partito. Inoltre quella mitologia neppure rimase uguale a se stessa, ma si
modificò così come si modicarono le condizioni dello scontro politico. Una volta che il
partito giunse al potere nel gennaio del 1933 la violenza venne istituzionalizzata, e alle
aggressioni teppiste delle Sturmabteilung si sostituì la più efficace repressione da parte
dell’apparato poliziesco passato gradualmente in mano alle SS, mentre l’intera società
tedesca, non senza un ampio consenso, fu nazificata e mobilitata contro le minoranze e
le nazioni confinanti. La violenza nazista si estese così all’Austria e alla
Cecoslovacchia, e quindi con l’invasione della Polonia scatenò una guerra che in cinque
anni ha provocato circa settanta milioni di morti e più del doppio di feriti, cambiando
irrimediabilmente il volto di intere nazioni con lo sradicamento di intere comunità e la
distruzione di centinaia di città e di paesi che hanno perduto per sempre la fisionomia
lentamente acquisita nel corso dei secoli.
Le ragioni di questa violenza e le decisioni cruciali che condussero a tale immane
massacro e distruzione possono in parte essere fatte risalire al nazionalismo, al
razzismo e alle mire di conquista imperialiste che hanno condotto le potenze coloniali a
non meno terribili stermini di interi popoli nelle Americhe, in Africa, Asia, e Australia.
Ma se tale paragone può essere appropriato finché si bada solo al numero delle vittime,
esso è del tutto fuorviante per la comprensione dello sterminio nazista; e ciò non tanto,
come viene comunemente sostenuto, per le sue modalità attuative tramite la
pianificazione burocratica e l’industrializzazione. L’utilizzo di tecnologie avanzate di
sterminio non può costituire un elemento che lo spiega sia perché di fatto la maggior
parte degli eccidi furono compiuti con le armi da fuoco, sia perché di principio i fini
non sono determinati dai mezzi, bensì è vero semmai il contrario: quando vi è
l’intenzione e la volontà di uccidere il raggiungimento di quel fine viene portato a
compimento anche se i mezzi sono di fortuna. Tantomeno si può considerare la
burocratizzazione del processo di sterminio come un suo elemento determinante, e non
solo perché anche qui si scambierebbe la forma con la sostanza, ma perché la
burocrazia nazista fu assai poco efficiente. Il regime nazista fu ben lontano dall’essere
una struttura monolitica e burocratizzata; esso, al contrario, si contraddistinse per un
pullulare di agenzie in conflitto tra di loro in un’anarchia decisionale che lasciò ampia
libertà nell’intrapresa delle scelte più radicali; e fu quindi semmai l’assenza di regole e
di vincoli burocratici a determinare un incremento di violenza nei processi decisionali a
fronte di un intento omicida condiviso a vari livelli9. Se vi fu un carattere specifico
dello sterminio nazista che lo distinse da tutti gli altri, questo risiede a nostro avviso in
un tipo particolare di fanatismo che attingeva a un modo mitico di pensare che univa in
maniera mistica il sangue al suolo; una modalità di pensiero, ma soprattutto delle
concrete linee politiche, e un imponente lavoro di pianificazione e di imprese militari e
genocide, che nelle pagine che seguono abbiamo provato a ricostruire.
Non c’è dubbio tuttavia che, pur connesso a un modo mitico di pensare, il Generalplan
Ost avesse un importante versante moderno; in pianificatori come Meyer era forte
l’intenzione di superare la vecchia economia contadina familiare basata
sull’autosufficienza, e sul tentativo di realizzare un equilibrio tra industria e agricoltura,
tale da evitare tutti i pericoli degenerativi legati all’iperindustrializzazione avvenuta in
Germania. Un gigantesco piano per la costruzione di un’economia contadina moderna,
dotata di infrastrutture al passo con i tempi (il che significava smisurati interventi su
strade, ferrovie, canalizzazioni, ecc.), avrebbe condotto a un’economia ordinata, priva
degli squilibri della disordinata industrializzazione liberista, che estesasi su tutta
Europa dopo la vittoriosa fine della guerra, avrebbe condotto a una nuova età dell’oro.
Questa finalità era appunto il vero nucleo moderno della pianificazione nazista, ma fu
anche la parte del programma che rimase sulla carta mentre più spesso la parte che fu
realizzata fu lo stupro e la spoliazione delle economie dei paesi conquistati allo scopo
di procurarsi le risorse necessarie. Questa è, o almeno ci pare, la storia che racconta il
Generalplan Ost; e che ci porta a concludere che i nodi tra nazismo, genocidio e
modernità siano ancora da sciogliere. Senza dubbio gli storici dovranno interrogarli
ancora a lungo.
Se il punto di convergenza tra politiche del regime e ceti intellettuali fu costituito dal
nazionalismo razziale, che convinse tutta una serie di studiosi e professionisti a lavorare
a un progetto di germanizzazione di ampia parte del continente europeo ai fini del
trionfo del sangue tedesco, allora quella convergenza divenne ancora più stringente
quando il progredire della guerra fece intravedere l’opportunità del genocidio. Ci sono
pochi dubbi sul fatto che la dottrina Blut und Boden, nella sua declinazione da parte
delle SS all’interno del Generalplan Ost, fosse intrinsecamente genocida. In fondo tale
piano prevedeva la germanizzazione dell’Est, e quindi la sparizione dei nemici razziali,
senza la quale il piano sarebbe rimasto insensato in quanto sarebbe rimasta
perennemente in piedi la possibilità di una futura corruzione del sangue tedesco. I
nemici razziali, per definizione, erano gli ebrei, che, come ricordò Himmler, recavano il
pericolo di dissolvere il sangue ariano e inquinarne la razza. In quanto dissolutori
razziali, gli ebrei non potevano non sparire da tutti i territori che fossero germanici.
Questa sparizione totale e irredimibile il Generalplan Ost la sussumeva in sé, proprio
perché non poteva non avere luogo se non in uno spazio vuoto da ebrei che sarebbe
stato riempito da coloni di stirpe germanica. Anzi, come si vedrà in seguito, era
previsto che i beni degli ebrei fatti sparire dallo spazio coloniale tedesco fossero
utilizzati dai nuovi coloni che si sarebbero insediati al loro posto. Il genocidio degli
ebrei era in qualche modo il presupposto di realizzabilità del Generalplan Ost, e quindi
ne costituiva l’orizzonte preliminare.
Le potenzialità genocide contenute nella dottrina del sangue e del suolo, tuttavia, non
si limitavano a quelle dispiegate nel piano delle SS per il dopoguerra. Herbert Backe,
dapprima vice di Darré al Ministero per l’alimentazione, poi suo successore quando
Darré cadde in disgrazia con Himmler, fu incaricato alla vigilia dell’attuazione del
Piano Barbarossa (l’attacco all’Unione Sovietica del giugno 1941) di preparare un
progetto per estrarre il massimo delle risorse alimentari dai territori russi che via via la
Wehrmacht avesse occupato. L’idea era che i tre milioni di uomini dell’esercito tedesco
invasore avrebbero vissuto delle risorse russe, senza gravare sulle scorte alimentari del
Reich. Backe preparò dunque quello che sarebbe passato alla storia come lo Hunger
Plan, il piano della fame, che divideva la Russia in due zone; la prima, detta zona di
surplus, comprendeva i territori ad alta produzione agricola (Ucraina, Caucaso, Russia
meridionale); la seconda, la zona di deficit, (Bielorussia, Russia settentrionale)
riguardava regioni a bassa produzione agricola e alta vocazione industriale. Il piano
prevedeva che le zone di deficit fossero tagliate fuori da ogni fornitura alimentare, così
che le eccedenze prodotte nella zona di surplus fossero tutte inviate nel Reich. E in
effetti tra il 1941 e la fine del 1943, oltre 7 milioni di tonnellate di grano, 600.000
tonnellate di carne, 0,75 milioni di tonnellate di semi da olio presero la via di Berlino.
Ciò naturalmente significava destinare alla morte per fame gli abitanti della zona di
deficit, dove si calcola che siano decedute dai 4 ai 7 milioni di persone10. Questa
politica coinvolse anche i prigionieri di guerra russi, che neppure ci si preoccupò di
nutrire, e che alla fine del 1942 avevano già superato i 3,3 milioni di morti. Non c’è
dubbio che la scelta di riservare al sangue tedesco i prodotti del suolo avesse chiare
conseguenze genocide. Eppure anche Backe condivideva l’idea che la conquista
dell’URSS avrebbe permesso all’Europa di superare i limiti delle politiche liberali, e
avrebbe gettato le basi per la creazione di un unico mercato continentale che avrebbe
condotto a un aumento vertiginoso della produzione agricola. Grazie alle politiche
naziste di unificazione del continente, l’Europa non avrebbe più sofferto la fame, come
invece era accaduto alla Germania nel 1918. Per la raccolta degli alimenti russi, Göring
istituì il 22 luglio 1941 un apposito ente, la Zentralhandelsgesellschaft Ost (ZHO).
Eppure il piano fallì, perché il tentativo di fiaccare la resistenza russa impedendo
l’accesso al cibo si scontrò con il fatto che i russi non intendevano minimamente cedere;
nonostante un milione di morti per fame, Leningrado resistette. La zona di deficit
resistette. L’unica parte del piano che ebbe successo fu quella che prevedeva
l’eliminazione delle bocche inutili, gli ebrei. C’è motivo di ritenere che la politica di
eliminazione dei ghetti obbedisse anche alla politica nazista di ridurre il consumo delle
risorse alimentari.
I sostenitori della teoria Blut und Boden si aggiravano insomma in un orizzonte dagli
sfondi improntati al genocidio. Eppure ciò nonostante, o forse proprio per questo, intere
file dei migliori cervelli usciti dalle università tedesche corsero sotto le bandiere di
Himmler per partecipare alla stesura del Generalplan Ost. Non c’è dubbio che sotto
l’unicità della sigla del piano si nascondessero idee diverse e dissensi; non c’è dubbio
che Helmut Schubert nutrisse forti dubbi sul fatto che esistesse un numero di coloni
germanici sufficiente a riempire i territori da colonizzare né c’è dubbio che altri enti
ritenessero il piano delle SS del tutto irrealistico e campato per aria. Indipendentemente
da ciò, tuttavia, non va sottovalutato il valore del piano nel costruire consenso intorno
al regime. Può darsi che il piano delle SS fosse poco più che una fantasticheria; eppure
la forza di questa fantasticheria assassina fu tale da convincere professionisti ben
preparati e intelligenti a mettere i propri talenti al servizio di un’utopia genocida. Né
l’eredità che essa ha lasciato all’Europa del dopoguerra, che scopriva attonita l’entità
dei crimini di questa visione, andrebbe sottovalutata. La spinta all’integrazione delle
economie europee è proseguita anche dopo la fine del Reich nazista, anche se non è
andata nel senso di un continente autarchico e ripulito da un punto di vista razziale.
Eppure alcuni degli uomini che si sono in seguito distinti tra gli architetti del Mercato
Comune Europeo sono stati al servizio del regime nazista, come ad esempio, Hans-Peter
Ipsen11. Ma non si tratta solo di questo. La vaghezza dei progetti nazisti, che
prevedevano un’unificazione del continente ma senza veramente saper dire come, e
senza avere una cognizione esatta dei mezzi necessari che esulassero dalla semplice
imposizione delle regole del vincitore, sembra un’eredità duratura in un’Europa che si
vuole unificata in una sorta di super-nazione ma la cui integrazione è ancora tutt’altro
che certa, e in cui le politiche nazionali e persino i confini nazionali ribaditi a forza di
filo spinato risorgono alla più piccola delle crisi. La solidarietà europea e
l’armonizzazione restano una chimera dichiarata necessaria per salvare l’unione
monetaria; eppure la prima, nonostante la sua necessità, non si realizza e la seconda
resta un presidio a difesa delle nazioni più forti mentre danneggia quelle più deboli.
L’unificazione dell’Europa a suon di successi della Blitzkrieg e di leggi razziali non
riuscì, e per buona fortuna; ma anche l’integrazione successiva mostra limiti
preoccupanti, su cui occorre attentamente riflettere perché dopotutto il Generalplan Ost
rischia di non essere l’unico tentativo di unificazione del continente a rivelarsi «an
exercise in utopianism».
Si avvisa il lettore che, data la ovvia presenza di numerosi termini tedeschi, si è
deciso, al fine di non appesantire il testo, di mettere in corsivo solo la prima occorrenza
di ciascun termine ricorrente lasciando in carattere normale tutte le successive.
Gli autori desiderano ringraziare il professor Paolo Fonzi e la dottoressa Doris
Digeser per il loro aiuto, che in nessun modo li rende complici di errori e omissioni, da
imputare a noi soli.
Il libro è invece dedicato alla cara memoria del professor Paolo Rossi.
Firenze, dicembre 2016

1 M. Mazower, Hitler’s Empire. Nazi Rule in Occupied Europe, Penguin, London, 2009, p. 314.
2 Il filone fantastorico sull’occultismo nazista è stato inaugurato da Louis Pauwels e Jacques Bergier con Le matin
des magiciens nel 1960. Tra i testi più noti di questa vulgata vi è Hitler e la lancia del destino di Trevor Ravenscroft;
ma non pochi sono quelli scritti da ex nazisti o neonazisti, come ad esempio: Götzen gegen Thule dell’occultista e
membro delle SS Wilhelm Landig; Wolf Zeit um Thule dell’ex tenente colonnello delle SS francesi Marc Augier, alias
Saint-Loup, o la trilogia su Hitler di Miguel Serrano.
3 G. Galli, Hitler e il nazismo magico, Rizzoli, Milano, 1989; ID., Hitler e la cultura occulta, Rizzoli, Milano, 2013.
Tra le opere dello stesso genere segnaliamo: P. Levenda, Satana e la svastica. Nazismo, società segrete e
occultismo, Mondadori, Milano, 1995; M. Dolcetta, Il nazionalsocialismo esoterico, Cooper & Castelvecchi, Roma,
2003; P. Tombetti, I grandi misteri del nazismo. La lotta con l’Ombra, Sugarco, Milano, 2005; F. King, Satana e la
svastica. Il nazismo e l’occulto, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino, 2008.
4 V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina, Firenze, 1975. Johann
Chapoutot ha notato la torsione impressa dai nazisti alla lingua tedesca negli ordini militari relativi all’Operazione
Barbarossa, in quanto «il discorso nazista ha già esaurito le risorse della lingua tedesca». Cfr. J. Chapoutot, La legge
del sangue. Pensare e agire da nazisti, Einaudi. Torino, 2016, p. 235.
5 È ben accertato che all’inizio degli anni Venti Himmler si dedicasse a letture su argomenti come lo spiritisimo, la
trasmigrazione delle anime, la comunicazione con i defunti, l’astrologia, l’antisemitismo. Cfr. P. Longerich, Heinrich
Himmler, Oxford University Press, New York, 2012, pp. 77-80.
6 C. Madajczyk (a cura di), Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, Saur, München, 1994, p. 402
(l’intero articolo di Meyer è alle pagine 399-416).
7 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 412.
8 Cit. in O. Linets, Der neue deutsche Osten. Aus umwelthistorischer Perspektive und mit besonderer
Beachtung des Generalplan Ost, Grin Verlag, München und Ravensburg, 2012, p. 13.
9 Vale la pena ricordare che la sopravvalutazione della burocrazia nell’esecuzione dello sterminio e l’immagine del
nazista come grigio burocrate fu avvalorata dalla filosofa Hannah Arendt che prese sul serio la deposizione di
Eichmann nel processo tenutosi a Gerusalemme nel 1961 il quale, per deresponsabilizzarsi dalle scelte compiute, cercò
di mascherarle dietro l’anonimia del ruolo burocratico e della necessità di obbedire agli ordini. Cfr. H. Arendt,
La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano, 2015.
10 Su Backe, che sopravvisse alla guerra ma si suicidò prima di essere processato a Norimberga, e sull’Hunger
Plan, è da vedere G. Gerhard, Nazi Hunger Politics. A History of Food in the Third Reich, Rowman and Littlefield,
Lanham, Boulder, New York and London, 2015; per la politica di sterminio per fame della popolazione di Leningrado,
cfr. H.E. Salisbury, I 900 giorni. L’epopea dell’assedio di Leningrado, Il Saggiatore, Milano, 2001.
11 M. Mazower, Hitler’s Empire, cit., p. 769.
Parte prima
Il sangue
1. L’ideologia del sangue di Adolf Hitler
Con l’arresto di Adolf Hitler, e la messa al bando del partito nazista, per il fallito
Putsch del 9 novembre 1923, terminava la sanguinosa stagione del terrorismo avviata
dall’esercito e dai corpi paramilitari contro le forze politiche che erano state
all’avanguardia nella costituzione della repubblica esattamente cinque anni prima, il 9
novembre 1918. Nel 1923 la destra nazionalista era ormai saldamente al potere in
Baviera, e non aveva alcuna intenzione di farsi guidare in sconsiderate avventure
dall’ex caporale che essa stessa aveva allevato per combattere i soviet degli operai e
dei soldati di matrice comunista. Furono perciò sufficienti alcuni plotoni di polizia per
disperdere i duemila disperati che si erano messi in marcia sulla Residenzstraße di
Monaco con l’obiettivo di raggiungere il Ministero della Guerra. Tale mala parata non
segnò però la loro definitiva sconfitta. Hitler trasformò il processo a suo carico in
un’occasione di propaganda, e la detenzione in quella che lui stesso definì «una
università a spese dello stato». Nella prigione di Landsberg, in cui trascorse meno di un
anno rispetto ai cinque inflittigli, Hitler ebbe a disposizione un comodo alloggio dove
riunirsi con i suoi camerati, ricevere la visita di influenti personaggi della vita politica
e culturale bavarese, e mettere per iscritto un proprio manifesto politico. Il libro, dal
titolo Eine Abrechnung (Una resa dei conti, 1925), che avrebbe poi costituito il primo
volume del Mein Kampf (1930), è un testo di difficile lettura per il suo stile ampolloso,
privo di un filo logico e pieno di ripetizioni; tuttavia, se affrontato con una certa
pazienza, rivela tutto l’impegno del suo autore nel proporre il partito nazista come
l’avanguardia della destra völkisch, e lui stesso come il Führer di quell’area politica1.
Hitler presenta un’autobiografia in parte mistificata con la quale tenta di accreditarsi
come una guida “politico-spirituale” inviata dal destino, secondo quelle che erano le
aspettative della destra etno-nazionalista che, da almeno quattro decenni, auspicava la
venuta messianica di un Führer capace di inaugurare un Reich coincidente con la
Volksgemeinschaft (comunità di popolo) di puro sangue tedesco. Hitler considera come
un segno del destino il fatto di essere nato a Braunau am Inn, paese di confine tra
Austria e Germania, poiché in questo modo egli ha potuto, fin da adolescente, prendere
consapevolezza della tragica separazione del sangue tedesco, e intraprendere il
cammino verso la sua riunificazione. In maniera altrettanto precoce egli fu condotto alla
scoperta che gli ebrei erano di ostacolo a quella missione. Essi erano presenti ovunque
come «una pestilenza spirituale, peggiore della morte nera di una volta, con la quale si
infestava il popolo»: nella finanza come nella stampa, nella politica come nell’arte.
«Perfino nella lingua cominciava a sentirsi l’eco di un popolo straniero […].
Il significato complessivo mi si chiarì così avverso al germanesimo che non poteva non
essere programmatico. Era soltanto una combinazione? Il dubbio sorgeva in me sempre
più angoscioso». La presa di consapevolezza di questa terribile presenza si faceva
sempre più drammatica. Gli ebrei si materializzavano come gli occulti artefici
dell’intera storia umana, tanto da rendere legittimo l’inquietante interrogativo se il loro
dominio sul mondo non fosse stato voluto dallo stesso destino. Ma ecco che questo
interrogativo fu fortunatamente sciolto allorché egli scoprì, come per miracolo, che
ebrei erano anche i fondatori e i capi del marxismo, un movimento volto non alla
creazione del mondo, bensì alla sua distruzione:
Mentre approfondivo la dottrina marxista, e sottoponevo così a un esame pacato e chiaro
l’attività del popolo ebraico, ecco che il destino mi diede la risposta. La dottrina semita del
marxismo rifiuta il principio aristocratico della natura, e pone al posto dell’eterno diritto della
forza e della potenza il numero, col suo peso morto.

Con i toni ispirati del profeta Hitler rivela, nel capitolo XI dal titolo «Popolo e
razza», la legge suprema che governa la natura, ovvero la «lotta per la sopravvivenza»;
una legge implacabile che interessa tutti gli enti, e che vede la sconfitta di quelli che non
sanno mantenere integro il proprio sangue: «Ogni bestia si accoppia soltanto con una
femmina della stessa specie», e quando ciò non si realizza «la natura vi reagisce con
tutti i mezzi rifiutando ai bastardi un’ulteriore capacità procreativa», e privandoli della
forza di resistenza contro le malattie e gli attacchi dei nemici. I popoli che rinunciano
alla purezza del proprio sangue sono destinati alla stessa sorte; e ciò è quanto è
accaduto anche agli ariani che sono decaduti dalla loro originaria condizione di
pienezza divina.
L’ariano rinunciò alla purezza del suo sangue, e perse il suo soggiorno nel paradiso che lui stesso
si era costruito. Si degradò con la mescolanza delle razze, perdette gradualmente le sue qualità
culturali, finché cominciò ad assomigliare ai sottomessi, non solo spiritualmente ma anche
fisicamente.

Se l’ariano ha dimenticato la legge del sangue, non così l’ebreo. Questi si è installato
come «parassita nel corpo di altri popoli», e spacciando una religione che «è in primo
luogo un metodo per mantenere puro il sangue del giudaismo», ha avvelenato il sangue
delle altre razze. «L’ebreo è un autentico vampiro» che persegue da tempi immemori un
occulto piano di conquista, che richiede un grosso impegno per essere smascherato:
«per conoscere a fondo l’ebreo, conviene studiare bene le vie lungo le quali ha
camminato nel corso dei secoli in mezzo agli altri popoli». Egli arrivò in Germania a
seguito dei romani come mercante, e si installò presso le corti principesche al fine di
giudaizzare l’Europa centro settentrionale. Da allora egli ha sempre incrementato il suo
potere con una successione di conquiste avvenute senza che i popoli se ne potessero
avvedere. La recente sconfitta bellica non è che l’ultima tappa del suo cammino
millenario che potrà essere interrotto solo muovendo da quella parte di sangue rimasto
puro, e che Hitler lascia intendere essere incarnato dal partito nazista al quale dedica
l’ultimo capitolo del suo libro.
Hitler qui racconta del suo incontro con la Deutsche Arbeiterpartei (DAP), e della
sua intraprendente attività per trasformarla da minuscola associazione a «movimento di
rinascita nazionale». Grazie a lui la DAP, rinominata Nationalsozialistische Deutsche
Arbeiterpartei (NSDAP), è divenuta una agguerrita «comunità di lotta» in grado di
combattere il marxismo, che dell’ebraismo costituisce l’avanguardia militante. Per
riuscire a creare questa organizzazione egli ha dovuto emanciparla dal settarismo
völkisch animato da quelli che lui chiama «i parrucconi della tradizione germanica», e
verso i quali non risparmia parole di disprezzo.
Queste mummie, che sognano ancora l’età degli antichi germani e non parlano che di asce di
pietra, di scudi e di tempi preistorici sono poi in realtà degli incommensurabili vigliacchi.
La stessa gente che va in giro cinta di spadoni di latta egregiamente imitati, e magari mettendosi in
testa la pelle d’orso con le corna di toro, predica invece, per l’oggi, la lotta con armi spirituali, e
scappa come la lepre di fronte al primo manganello comunista. Ho conosciuto troppo bene questa
genìa, per non provare il più profondo ribrezzo di fronte ai loro mistici scenari.

Hitler sottolinea come «l’amicizia di simili profeti non aveva alcun valore per il
nostro giovane movimento, anzi, gli fu sempre dannosa; in ciò sta il motivo principale
per cui abbiamo deciso di darci il nome di partito» così da guadagnare l’adesione degli
operai e respingere quei politicanti che «non sanno fare nulla, ma danno a intendere agli
altri di possedere abilità misteriosissime». Egli chiudeva così il suo manifesto con il
resoconto del comizio, tenuto il 24 febbraio 1920 alla Hofbräuhaus di Monaco,
presentandolo come l’evento fondativo che rompeva i legami con le cerchie nazionaliste
per inaugurare il «movimento di rinascita nazionale». Quel comizio, in cui egli espose i
venticinque punti del programma di fronte a circa duemila partecipanti, segnò la sua
decisiva affermazione come oratore, e consacrato nel sangue dei comunisti intervenuti
per contestarlo, decretò la trasformazione di «una piccola associazione in un partito
volto a risvegliare la nazione». E con queste parole concludeva:
Si era acceso un fuoco, dalla cui fiamma doveva uscire la spada destinata a riconquistare al
germanico Sigfrido la libertà; e alla Nazione tedesca, la vita. E accanto all’imminente rinascita,
sentivo approssimarsi la dea della tremenda vendetta per lo spergiuro del 9 novembre 1918. La sala
si vuotava lentamente. Il movimento cominciava il suo corso2.

Con Una resa dei conti Hitler presentava un quadro in parte mistificato della sua
biografia. La sua ascesa politica non nasceva dal nulla, ma doveva moltissimo alle sette
etno-nazionaliste da lui tanto bistrattate. Il cospirazionismo antisemita, la visione di una
mitica razza ariana, la credenza nel sangue come fonte del diritto, erano gli articoli di
fede di quella völkische Weltanschauung che animava il terrorismo nell’immediato
dopoguerra quando Hitler ancora languiva in caserma incerto sul da farsi. Una sintetica
esposizione di alcune tappe principali dello sviluppo della destra razzista, affiancata
dalla parallela ricostruzione della sua ideologia, rende possibile comprendere il
contesto in cui Hitler si muoveva, e quali fossero i caratteri identitari più profondi del
nazismo, facendo emergere alcuni motivi ideologici che gettano luce sul suo successivo
piano di espansione a Est, e forse addirittura su quello che potrebbe essere stato il ruolo
dello sterminio degli ebrei all’interno di quel piano.

2. Le origini della destra etno-nazionalista


La völkische Weltanschauung di cui Adolf Hitler nel 1924 si proclamò erede e
innovatore, fu un insieme confuso di convinzioni che iniziarono a delinearsi durante gli
anni della recessione economica che seguì il crack finanziario che coinvolse l’Europa
nel 1873. Un’area della destra ritenne che il crollo delle borse europee fosse stato
provocato ad arte da una fantomatica finanza ebraica per imporre il suo dominio
sull’economia tedesca. Tale credenza fu rafforzata poi dalla massiccia immigrazione
dall’Europa dell’Est di una massa di poveri, in gran parte ebrei, che furono percepiti,
nonostante fossero diretti verso il nord America, come degli invasori il cui aspetto
miserabondo li faceva assimilare a degli esseri subumani apportatori di virus e
malattie. Fu così che andarono costituendosi i primi völkische Vereine (Associazioni
etno-nazional-populiste) che attaccarono i partiti democratici e socialisti come forze
politiche al servizio degli ebrei, questi ultimi a loro volta qualificati non più come una
comunità religiosa, bensì come un’etnia in grado di decidere del destino della nazione.
Agli ebrei vennero attribuiti tutti gli impetuosi cambiamenti politici e sociali degli
ultimi decenni, interpretati come il risultato di una inarrestabile degenerazione della
razza: dalla diffusione del parlamentarismo all’emancipazione delle classi lavoratrici,
dall’urbanizzazione ai fenomeni migratori, dallo sviluppo di relazioni più emancipate
tra uomo e donna fino alla diffusione dei centri commerciali.
L’antisemitismo fece la sua prima apparizione sulla scena politica tra il 1878 e il 1879
durante la svolta antiliberale impressa da Otto von Bismarck, e il suo primo sviluppo
avvenne all’interno della destra nazionalista di matrice fondamentalista protestante.
Il primo partito antisemita fu fondato da Adolf Stoecker, consulente spirituale del
Kaiser Guglielmo II, e la prima formulazione ideologica venne sviluppata
dall’orientalista e integralista luterano Paul Anton de Lagarde che, in Deutsche
Schriften (1878), qualificò il popolo germanico come il vero popolo eletto che
disponeva di un rapporto con Dio e la natura più originario di quello degli ebrei. I
promotori di questa svolta antisemita qualificarono la loro posizione come
“metapolitica”, ma la loro critica alla modernità ebbe in realtà precisi e radicali
obiettivi politici. Con la fondazione del Christlich-soziale Partei Stoecker inaugurò
infatti all’interno della destra conservatrice una inedita posizione anticapitalista che
veniva ad attaccare i partiti di sinistra sul terreno delle rivendicazioni sociali deviando
nello stesso tempo il conflitto sociale verso un facile capro espiatorio. Ancora più
radicali furono i partiti antisemiti di tipo laico che, abbandonati gli argomenti
parareligiosi, si misero a qualificare gli ebrei come una razza di cui era lecito dubitare
persino l’appartenenza al genere umano. I pionieri di questo filone razzista furono
Wilhelm Marr e Karl Eugen Dühring, il primo un ex seguace di Feuerbach, e il secondo
un ex hegeliano di sinistra. Fu dalle loro idee, e dal loro ulteriore sviluppo, che sorse
una miriade di formazioni di estrema destra: dall’Antisemitenliga fondata dallo stesso
Marr al Soziale Reichspartei di Ernst Heinrici, dal Deutscher Volksverein di Max
Liebermann von Sonnenberg e Bernhard Förster, all’Antisemitische Volkspartei di Otto
Böckel. Nonostante tale proliferare di gruppi, nel complesso l’estrema destra raggiunse
il suo massimo risultato nel 1893 portando sedici deputati in parlamento, dopodiché
iniziò un declino che la condusse ad essere pressoché riassorbita nell’alveo della destra
tradizionale.
L’ideologia völkisch ebbe però maggiore fortuna. Essa non rimase confinata tra gli
estremisti, ma trovò diffusione anche nella destra più istituzionale. A ciò contribuì
soprattutto la Alldeutscher Verband (Lega pangermanica), fondata nel luglio 1894 da
Heinrich Class, Alfred Hugenberg, e dal dirigente del movimento colonialista tedesco
Carl Peters. La Lega funzionò da cinghia di trasmissione tra la destra radicale e quella
istituzionale per il tramite di numerose associazioni corporative, tra cui quella del
commercio, quella degli insegnanti, e il Bund der Landwirte, la potente associazione
degli agricoltori guidata da Böckel, assicurando la diffusione delle idee dalle cerchie
intellettuali verso i militanti, e viceversa. Il principale personaggio che fece da ponte
tra tutte queste organizzazioni fu l’ingegnere Theodor Fritsch, che per circa mezzo
secolo si dedicò a diffondere l’odio verso gli ebrei con molteplici iniziative, tanto da
essere onorato da Adolf Hitler nel 1933 come «il grande vecchio dell’antisemitismo
tedesco».
Fritsch semplificò e divulgò il cristianesimo germanico di Lagarde, la pseudo-
mitologia germanica di Richard Wagner, il vitalismo anticristiano di Friedrich
Nietzsche, e l’antisemitismo razziale di Marr e Dühring; coinvolse il circolo
wagneriano, con l’avallo non reso pubblico dello stesso musicista, nella firma della
prima petizione antisemita, e tentò, anche se con minore fortuna, un avvicinamento a
Nietzsche per il tramite del suo attivo collaboratore Paul Förster, che del filosofo era il
cognato. Suo è l’Antisemiten-Katechismus (1887), una sorta di manuale per agitatori
che ebbe decine di edizioni che si arricchirono ogni volta di nuovo materiale:
vademecum con strategie e consigli operativi per la diffamazione degli avversari
politici, comprensivi di liste e indirizzi di persone da perseguitare, manifesti, volantini,
e gadget commerciali. Il libro pubblicato a partire dal 1907 con il titolo Handbuch der
Judenfrage, comprese persino un capitolo del romanzo Biarritz dell’agente dei servizi
segreti prussiani Hermann Goedsche che più tardi sarebbe stato utilizzato per comporre
i Protocolli dei Savi di Sion. Nel 1930 Hitler scrisse una lettera a Fritsch in cui
sottolineava l’importanza del suo libro:
Già nella prima giovinezza a Vienna ho studiato in modo approfondito il Manuale della
questione ebraica. Sono convinto che proprio quest’opera ha contribuito in modo particolare a
preparare il terreno per il movimento antisemita nazionalsocialista.
Fritsch rilevò inoltre il catalogo della casa editrice Schneitzer, titolare della
pubblicazione delle opere di Nietzsche; e sponsorizzò l’uscita di Varuna di Willibald
Hentschel che negli anni Venti sarebbe divenuto il manifesto dell’Artamanenbund in cui
avrebbero militato Heinrich Himmler, Walther Darré, e il futuro comandante di
Auschwitz-Birkenau, Rudolf Höss. Nel 1904 Fritsch entrò a far parte del Deutschbund,
una sorta di loggia massonica interna alla Lega pangermanica, e l’anno successivo
chiamò a collaborare alla sua rivista Der Hammer l’ariosofo Jörg Lanz von Liebenfels
e l’eugenista Alfred Ploetz, ponendo così le basi per la fusione delle visioni occultiste
con quelle pseudo-scientifiche, centrate entrambe sulla purificazione del sangue3.
Questo coacervo ideologico costituì la völkische Weltanschauung a cui i nazisti
avrebbero conferito un ulteriore sviluppo.

3. Il misterioso potere del sangue germanico


Una lettura approfondita dei materiali ideologici della destra völkisch non può non
riscontrarvi la costante presenza di un ossessivo richiamo alla qualità del sangue
germanico. Per gli ideologi antisemiti il sangue è una sostanza che contiene un principio
spirituale capace di dare forma all’intera civiltà umana se non addirittura alla
“creazione cosmica”. Si tratta di un articolo di fede che ricorre in maniera non casuale
dato che molti esponenti völkisch erano dei fondamentalisti protestanti dediti a una
mistica incentrata sul culto del sangue quale sede del Geist (spirito) di origine divina.
Ai loro occhi, il popolo tedesco era il portatore di un sangue superiore in quanto
custode di quello spirito, e tramite quello spirito era in grado di proseguire l’opera di
Dio. La forza creatrice (Schöpferkraft) celata nel sangue era però stata minata dal
giudaismo con l’introduzione di un diverso principio spirituale; questo, avvelenando la
preziosa fonte del sangue tedesco, aveva quindi anche messo a rischio la la sacra unione
con la terra natale e la sua missione civilizzatrice. Secondo Lagarde, il Volk germanico
è il custode del «principio creativo della vita», e a lui è riservata «una comunicazione
col demiurgo più efficace di quella di altri popoli», perciò l’unica azione politica
autentica è quella che mira a realizzare uno stato che sia adeguato alla sostanza
spirituale del suo popolo. Attualmente però lo stato è solo un meccanismo politico che
non corrisponde alla realtà del popolo poiché è fondato su di un ordine giuridico che ha
le sue lontane origini nel legalismo ebraico, e quindi se vuole trovare corrispondenza
con la volontà del popolo incarnata nella nazione non potrà farlo che tramite la
preservazione della «forza vitale» del popolo minacciata dal giudaismo.
Questa concezione fu trasformata in una vera e propria visione messianica da Julius
Langbehn che, da iniziali posizioni luterane, si convertì al cattolicesimo4. Secondo
Langbehn, la triade popolo-natura-Dio non costituisce un dato di fatto, ma è il risultato
di un’attività creatrice immanente alla natura stessa, e pertanto deve essere
costantemente rianimata. Come egli sostiene in Der Geist des Ganzen:
Colui che connette il termine di una cosa col principio di essa, chi in tal modo concorre a
reintegrare la circolazione della vita, promuove e accelera l’evoluzione dell’umanità. Esso è
effettivamente un sostenitore della civiltà. Poiché esso conserva e mantiene l’accrescimento
organico dello spirito del mondo.

A disporre di tanto potere è l’artista che, quale incarnazione del genio del suo popolo,
porta avanti l’opera creatrice del Salvatore venendo ad ingaggiare una lotta contro il
demonio che lo ricongiunge alle supreme altezze. L’arte è l’antidoto contro il
razionalismo astratto: «qui lo splendore dell’occhio significa lo spirito creatore»,
Cristo, ovvero la compiutezza dell’essere. La politica spirituale deve avvalersi
dell’arte per avvicinare il popolo ai sacramenti, e in particolare a quello
dell’Eucarestia, in cui si celebra il sacrificio di Dio, «vero nucleo vivente di vita
spirituale»: «L’arte cattolica nel suo più ampio e più profondo significato, l’arte
superiore, e pur ancella, costituisce un termine medio tra il mondo dell’Eucarestia e il
mondo della cultura vagante». Dare forma vivente alla liturgia con l’arte «è un compito
molto difficile ad effettuarsi, quasi difficile quanto quello di voler cacciare il diavolo
dall’inferno», ma non impossibile. A questo fine Langbehn propone un «cattolicesimo
atletico» che dovrà essere in grado di custodire e difendere la gerarchia spirituale
contro il dogma diabolico dell’eguaglianza tra gli uomini. Questa impostazione
spirituale che sola garantisce l’evoluzione del cosmo poggia sulle figure medievali del
monaco e del cavaliere.
Monaco e cavaliere stanno tutti e due sotto una stessa bandiera, ma il monaco è più custode e
difensore, il cavaliere più protettore e assalitore. Monaco e cavaliere debbono essere tradotti in
termini moderni in e con una nuova organizzazione, particolarmente per dare di nuovo, di fronte
allo spettro comunista, una civiltà positiva. E una volontà e una forza creatrice, fondata su Cristo,
un alito divino debbono permearla5.

Questa stessa visione fu sostenuta da Richard Wagner nei suoi molteplici scritti, e da
lui trasformata in un vero e proprio mito politico tramite le sue opere drammaturgiche
ricche di richiami antisemiti.
Wagner esordì nel 1850 come un oscuro autore di testi in cui identificava Cristo con
Wotan, e per il resto della vita si dedicò a mettere in musica la mitologia germanica.
Nella tetralogia Der Ring des Nibelungen portò a rappresentazione le gesta degli eroi
nordici che, sostenuti dalle loro divinità, lottavano contro le forze del male fino
all’estremo sacrificio, per poi risorgere nel Valhalla come semidèi con tanto di
contorno di bionde valchirie. Nel corso degli anni i drammi wagneriani andarono
trasformandosi sempre più in sacre celebrazioni per le quali il compositore fece
costruire un vero e proprio tempio nella cittadina di Bayreuth che divenne presto meta
di fanatici nazionalisti. Nel 1876 nel corso del primo festival nacque il Bayreuther
Kreis, che nel 1878 si dotò della rivista Bayreuther Blätter alla quale Wagner chiamò a
collaborare Lagarde su cui Nietzsche aveva attirato la sua attenzione. Profondamente
misogino, Wagner identificava ebraismo e seduzione femminile, riteneva che le pratiche
rituali degli ebrei costituissero la ripetizione di un atavico rito cannibalesco, e che il
cibarsi di carne fosse all’origine della decadenza degli ariani, tanto che divenne un
rigoroso vegetariano. Fu lui a coniare il termine Verjudung (giudaizzazione), e quando
Stoecker fondò il suo partito, gli garantì il suo sostegno, e ugualmente fece, ma in
maniera più defilata, con l’ala più radicale del movimento antisemita6.
In Religion und Kunst (1880) il compositore sostiene, al pari di Langbehn, il carattere
sovra umano della facoltà artistica chiamata a proseguire il processo creativo della
natura portato avanti dal Salvatore. Secondo Wagner, il martirio di Cristo riassume il
dramma della degenerazione razziale. «Le più nobili stirpi e razze ariane raggiunsero la
grandezza di semidei», e «come Ercole e Sigfrido, esse sapevano di avere origine
divina»; ma persero la loro superiorità, allorché divenute «le dominatrici del grande
impero semita-latino», mescolarono il loro sangue con le razze inferiori. La loro
sofferenza che attraversa i secoli costituisce un segno di elezione: «la capacità di
dolore consapevole è una speciale peculiarità del sangue della cosiddetta razza
bianca»; e la stessa venuta del Salvatore è in relazione con quella sofferenza elettiva:
«Il sangue nelle vene del Redentore potrebbe allora essere sgorgato, quale divino
sublimato della specie stessa, dallo sforzo estremo della volontà che vuole la
Redenzione in vista della salvezza del genere umano rimasto soccombente nelle sue
razze più pure». Il rito eucaristico rientra all’interno di questa economia di salvezza
centrata sul sangue:
Il consumo del sangue di Gesù, quale si verifica simbolicamente nell’unico vero sacramento
della religione cristiana, potrebbe giovare alle razze inferiori come purificazione divina. Questo
antidoto si contrapporrebbe perciò alla decadenza delle razze dovuta al loro incrocio, e forse
questo globo terrestre produsse creature viventi soltanto per servire a quel progetto salvifico.

Il mistero della carne e del sangue di Cristo che si trasformano in spirito deve essere
messo al centro dell’attività artistica per liberarlo dall’inversione simbolica operata
dall’ebraismo che, con la sua «smania di dominio» ha ricondotto il «divino crocefisso»
al suo «Dio-irato-e-punitivo»: «là dove la religione diventa artificiosa, tocca all’arte
salvare il nucleo della religione cogliendo nel loro valore simbolico i simboli mitici».
Solo così sarà possibile compiere l’opera di redenzione e abbattere il «regno
dell’antinatura» costituito dall’inarrestabile progresso della modernità che altro non è
che il frutto avvelenato dell’ebraismo7.
Wagner portò ad espressione queste idee in un vero e proprio mito con il Parsifal, un
capolavoro sinfonico che ha innovato certamente la musica occidentale, ma che nelle
intenzioni del suo autore doveva soprattutto liberare il cristianesimo dalla presa del
giudaismo per ricondurlo al suo originario messaggio di salvezza. Scritto tra il 1877 e il
1882 dopo una lunga gestazione, il compositore lo definì una «azione scenica sacrale»,
e come tale volle che fosse rappresentato nel tempio di Bayreuth8.
Il dramma narra, come ogni concezione gnostica che si rispetti, la caduta da un
superiore stadio di pienezza divina e il percorso iniziatico da intraprendere per
risalirvi. Questo è lo schema entro cui si svolgono le vicende dell’ordine dei cavalieri
del Graal, il sacro calice con cui Cristo celebrò l’Eucarestia e nel quale fu raccolto il
suo sangue sulla croce. Nel monastero di Montsalvat l’ordine dei cavalieri, guidato dal
re Amfortas, viveva in armonia con la natura grazie alla periodica celebrazione del rito
del Graal, ma esso decadde dopo che Amfortas venne privato della sacra lancia di
Longino, e con essa ferito al costato così come il soldato romano aveva fatto con Cristo.
L’autore di tale misfatto è il malvagio Klingsor, un oscuro personaggio che, dopo essere
stato rifiutato dall’ordine per la sua smisurata bramosia di potere, si è votato alla
vendetta sprofondando nel lato oscuro della fede. Klingsor si è così impossessato delle
arti magiche, e ha dato vita a un giardino di delizie; ha plagiato la bella Kundry, e grazie
alla sua opera seduttrice, ha irretito Amfortas riuscendo a privarlo della lancia e ferirlo.
Il rito del Graal è così messo in pericolo, e i cavalieri languiscono nell’impotenza e
nella disperazione. Ma ecco che arriva Parsifal, «il puro folle», che resistendo alle
seduzioni di Kundry, recupera la sacra lancia, e tracciando con essa il segno della
croce, fa svanire nel nulla il falso mondo magico, sconfigge Klingsor, e viene a guarire
la ferita di Amfortas tra le lodi dei cavalieri che lo proclamano loro nuovo re.
Wagner delinea un percorso gnostico antisemita, che si può provare così a sintetizzare.
Il sangue raccolto nel Graal rappresenta la sede di una vita spirituale che va oltre la
morte, e che anzi nella morte trova la sua fonte di rinascita; la lancia incarna il simbolo
della forza creatrice, e il rito del Graal l’atto che rinnova la creazione. Klingsor
rappresenta l’ebreo che ha malcompreso il mistero della Creazione, e dominato dal
desiderio di conquistare il potere sulla natura, cerca di appropriarsi del segreto del
sangue, ma così compie un cattivo sacrificio che riduce Amfortas in uno stato di
prostrazione, che è lo stesso in cui languisce il cristianesimo giudaizzato costretto in un
senso di colpa che non porta a vera redenzione. La vita è avviluppata in un eterno
ritorno senza la possibilità di ritrovare la via verso la salvezza, mentre il sangue malato
minaccia di avvelenare le radici più profonde dell’essere. Come annuncia con sgomento
il re ferito: «L’onda del mio proprio sangue peccatore in fuga folle, deve allora in me
stesso refluire, nel mondo delle peccaminose mie brame con terrore selvaggio
traboccare». Il sangue chiede redenzione, e ad Amfortas non rimane che implorare di
essere ucciso. Ai cavalieri che gli ingiungono di adempiere al rito, egli così risponde:
«Eccomi qui, – ecco la ferita aperta! Il sangue che m’avvelena, ecco ne scorre: fuori
l’armi! Le spade vostre piantate a fondo – a fondo, fino all’elsa! Su, eroi: uccidete il
peccatore e il suo tormento, – per se stesso allora il Graal vi splenderà!». Ma il messia
ariano Parsifal, che si è mantenuto puro presso la natura, vera fonte originaria del sacro,
intraprende un altro percorso di salvezza, che passa attraverso lo smascheramento del
mago malvagio, e il recupero del principio creatore. Il giorno del Venerdì Santo,
Parsifal sale al castello, e tocca con la punta della lancia la ferita di Amfortas che
subito rimargina, dopodiché sale sull’altare, e ordina lo scoprimento del Graal
finalmente liberato da ogni impuro sortilegio, mentre i cavalieri riuniti attorno a lui
proclamano: «Redenzione al Redentore!»9.
La visione gnostica del Parsifal fu ulteriormente sviluppata in senso esoterico
antisemita dal circolo wagneriano, e giunse attraverso vari canali fino ai circoli
ariosofici protonazisti. Tra i suoi principali divulgatori vi furono Ludwig Schemann e
Houston Stewart Chamberlain. Il primo diresse i Bayreuther Blätter sui quali
pubblicarono i principali leader antisemiti; collaborò alla stesura dell’Antisemiten-
Katechismus di Fritsch; tradusse l’Essai sur l’inégalité des races humaines (1853) di
Joseph Arthur de Gobineau, e fondò nel febbraio 1894 la Gobineau-Gesellschaft, che
ancora nel 1914 era sostenuta da almeno cinquanta istituzioni ed esercitava una vasta
influenza nella politica e nella cultura tedesca. Il secondo svolse un’intensa attività
culturale presso il Neuer Richard Wagner-Verein zu Wien a fianco del leader del
pangermanismo austriaco Georg von Schönerer; nel 1908 sposò la figlia di Wagner, e
l’anno successivo si trasferì a Bayreuth divenendo il capofila della Weltanschauung
antisemita. In Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts (1899) Chamberlain
sostenne che il cristianesimo originario era portatore di una concezione cosmogonica
opposta al dualismo giudaico che opponeva Dio alla Creazione. Tale concezione non
aveva il carattere di una dottrina metafisica, bensì consisteva in una «figurazione
intuitiva e spontanea di un’esperienza cosmica generale, al contempo fisica e
metafisica» che l’ebreo era incapace di comprendere. La caratteristica principale della
spiritualità ario-germanica era da cercarsi nell’immanenza del processo creativo del
cosmo, mistero che l’ebreo aveva occultato introducendo con il suo Dio un principio
alieno nel cuore dell’Io germanico: «Sulle breccie – non voglio dire sulle rovine –
della nostra individualità egli ha piantato il drappo di quest’altra individualità che ci
resta eternamente estranea». Il Kaiser Guglielmo II accolse il libro di Chamberlain
come un nuovo vangelo, e scrisse al suo autore una lettera in cui lo ringraziava per
averlo liberato dalle false credenze della gioventù mostrandogli il cammino verso la
salvezza: «Così dunque l’arianesimo germanico originario che sonnecchiava nelle
profondità della mia anima doveva affermarsi al prezzo di una dura lotta». Chamberlain
divenne amico del Kaiser, e nel 1916 ottenne da lui il conferimento della Croce di
Ferro. Sia Schemann che Chamberlain terminarono la loro parabola creativa nelle
braccia del nazismo. Nel 1920 Schemann appoggiò il Putsch di Wolfgang Kapp, e nel
1933 i nazisti gli affidarono una cattedra all’università, e lo insignirono della medaglia
Goethe «per i servizi resi alla nazione e alla razza»; mentre Chamberlain ricevette
addirittura la visita di Hitler alla vigilia del suo Putsch, e ne ricavò una così buona
impressione che si iscrisse al partito e venne a collaborare al suo giornale10.
L’influenza di Wagner su Hitler non ebbe tuttavia bisogno di tanti intermediari. Egli
stesso riconobbe in più occasioni il compositore come l’unico precursore della propria
Weltanschauung. Fin da giovanissimo, come è noto, frequentò assiduamente la Hofoper
di Vienna assistendo a decine di repliche delle sue opere e identificandosi con i suoi
eroi. Appena diciannovenne leggeva e citava a memoria interi passi di Das Kunstwerk
der Zukunft, e si diletteva ad abbozzare scenografie di opere wagneriane, che a partire
dal 1933 poté permettersi di far allestire nei teatri tedeschi. Le scenografie di Wagner
furono di ispirazione per le imponenti adunate del partito a Norimberga, e la sua musica
introduceva l’ingresso di Hitler durante i raduni notturni secondo una precisa liturgia,
così come accompagnò l’uscita e il rientro dai lager dei prigionieri per le massacranti
corvé di lavoro11. Nel Mein Leben (1928) Hitler definì Wagner come il fondatore di
una nuova confessione religiosa12; e in un celebre dipinto del 1935, Hubert Lanzinger
raffigurò il Führer come un nuovo Parsifal, a cavallo, con indosso l’armatura, e stretta
nella mano destra la bandiera con la croce uncinata. Il dipinto, una grottesca parodia de
Il cavaliere, la morte e il diavolo di Dürer, è dominato da tre colori – il rosso, il nero e
il bianco –, che sono anche i colori della bandiera nazista; ma anche gli stessi che
dominano la scena finale del Parsifal wagneriano quando il “puro folle” fa scoprire il
Graal affinché si proceda alla celebrazione del rito.
Quanto di questo sapere esoterico, trasfigurato in un’ideologia del sangue, sia giunto
fino ai nazisti, non è facile da stabilire; ma se ciò è possibile farlo, non è certo tramite
le speculazioni che albergano nella vasta letteratura sull’esoterismo nazista, bensì
seguendo lo sviluppo dei mitemi esoterici nel contesto delle sette che dettero vita
all’ariosofia. Per intraprendere questo viaggio è però necessario soffermarsi su di un
aspetto dell’ideologia völkisch che sembra determinarne la forma prima ancora che i
contenuti; perché è da questa che occorre muovere se non si vuole appiattire una cultura
esoterica che è stata assai multiforme nel corso dei secoli su quella wagneriana, pregna
di un cupo pathos antisemita, e quest’ultima a sua volta sulla sua sinistra parodia che la
corte nazista venne a trasformare in realtà.

4. L’accusa del sangue


Nella ricostruzione dei miti della destra tedesca non si può fare a meno di rilevare
accanto alla credenza nel sangue come fonte di generazione cosmica, anche un’altra
credenza che sembra costituirne la matrice. La reiterata rivendicazione di un’elezione
del popolo tedesco, che va di pari passo con l’attacco alle radici giudaiche del
cristianesimo, sembra essere debitrice più dell’immagine negativa del nemico che
brillare di luce propria. Nell’immaginario völkisch non sembra dominare la figura del
Sigfrido nordico quanto piuttosto il volto pauroso di un nemico immaginario ritenuto per
davvero il depositario di un potere sovrannaturale; ed è in questo volto terribile, così
evocato, che occorre guardare per cogliere i tratti più profondi dell’ideologia del
sangue che verrà poi trasformata in pratica omicida dai nazisti. L’elezione divina del
popolo tedesco si configura sul fondo di paurose visioni cui l’ideologia völkisch
sembra essere la risposta difensiva, se non addirittura l’espressione sintomatico
patologica. Il richiamo da parte degli ideologi nazionalisti a un principio creatore
riposto nella natura non ebbe il carattere sereno che contraddistinse, ad esempio, la
cultura classica, ma assunse la forma di una ossessione propria di una cerchia di
decadenti borghesi tardo ottocenteschi in difficoltà con la loro rigida formazione
luterana. Langbehn negli ultimi anni della sua vita giunse ad abbracciare la teosofia con
i suoi miraggi di un recupero dei poteri extrasensoriali13; l’attività compositiva di
Wagner fu costellata da morbose crisi depressive e da accessi di megalomania che
trovarono sfogo in imbarazzanti attacchi ai colleghi ebrei fatti oggetto di insulti e
umiliazioni; per non parlare dell’ossessivo manicheismo di Nieztsche verso il giudeo-
cristianesimo che lo condusse a identificarsi con i fantasmi da lui stesso evocati fino a
precipitare in una grave forma di schizofrenia. Nei miti völkisch la rivendicazione di
una primogenitura del popolo tedesco, e di un suo legame organico con la natura, è
dominata in maniera inestricabile dalla visione terrorizzata, e terrorizzante, del giudeo-
cristianesimo come una figura talmente potente da manomettere la vitalità e il sangue di
un intero popolo. Gli ebrei avrebbero dato vita a un falso mondo dell’aldilà al fine di
occultare al popolo tedesco il proprio legame organico con la natura, e in questo modo
avrebbero avvelenato il suo sangue quale fonte della creazione cosmica. Ora, questa
credenza non può che richiamare alla mente il mito più profondo e oscuro che ha turbato
i sonni degli integralisti cristiani di tutti i tempi, ovvero la cosiddetta “accusa del
sangue”.
Secondo quest’accusa gli ebrei sarebbero dediti all’omicidio rituale dei cristiani al
fine di procurarsi il loro sangue per occulti scopi magici14. Si tratta di una credenza
che fu formulata la prima volta nell’antica Roma dai pagani contro i cristiani accusati di
compiere con il rito dell’Eucarestia un’oscura pratica cannibalesca. A loro volta i
cristiani, nel corso del medioevo, ribaltarono questa credenza sugli ebrei accusandoli di
aver malcompreso il mistero eucaristico della carne e del sangue che si trasformano
nello Spirito, e di aver creduto di poter accedere all’immortalità procurandosi il sangue
dei cristiani per impastarvi il pane durante la loro Pasqua. Nell’immaginario degli
integralisti cristiani, che ripresero questa leggenda nella seconda metà del XIX secolo,
si agitava però anche lo spettro che gli ebrei, essendo comunque il popolo eletto del
comune monoteismo, potessero per davvero disporre di segreti a loro sconosciuti, e che
quei loro rituali di sangue avessero in qualche modo una efficacia sul piano magico. Da
ciò ne derivava la credenza che gli ebrei fossero sì una stirpe eletta, ma perché legata al
demonio, e come il demonio creata forse appositamente da Dio per un fine di salvezza.
L’accusa del sangue fece la sua prima apparizione in Europa, in epoca moderna, a
seguito del clamore suscitato dal processo tenutosi a Damasco a carico di un ebreo
ritenuto colpevole di un efferato delitto a scopo rituale. Tra la fine del XIX secolo e il
1913 si tennero tra l’Impero austro-ungarico e la Russia ben dodici processi dello
stesso genere che si conclusero per lo più con l’assoluzione degli imputati per
mancanza di prove, o comunque senza riscontrare nei delitti implicazioni magico-
religiose. Essi innescarono però una ripresa e una rielaborazione del mito che ebbe esiti
drammatici per le comunità ebraiche. Già nel 1868 Hermann Goedsche, con lo
pseudonimo di Sir John Retcliffe, nel romanzo Biarritz mise in relazione l’accusa di
omicidio rituale con l’idea di un complotto da parte degli ebrei presentati come degli
stregoni fuori dal tempo. Il capitolo, stralciato dal romanzo, fu fatto circolare come un
documento storico, e divenne una delle fonti su cui furono costruiti i Protocolli dei Savi
di Sion. L’anno successivo in Francia il cavaliere Gougenot des Mousseaux dava alle
stampe, con l’approvazione del papa Pio IX, Le Juif, le judaïsme et la judaïsation des
peuples chrétiens in cui qualificava gli ebrei come vampiri che si alimentavano del
sangue dei cristiani. Des Mousseaux portava a sostegno della sua tesi i risultati
‘scientifici’ del fondatore della statistica medica Jean-Christian Boudin il quale riteneva
di aver dimostrato che «l’ebreo non nasce, non vive e non muore per nulla come gli altri
uomini in mezzo a cui abita». Se questo popolo non era ancora scomparso dopo millenni
era perché il suo sangue disponeva di una maggiore forza rispetto a quello degli altri
popoli. Boudin non lamentava però l’atavismo degli ebrei bensì la loro laicizzazione, e
concludeva profetizzando che «il popolo per sempre eletto, il più nobile e il più
augusto dei popoli, il popolo uscito dal sangue di Abramo» sarebbe stato sottoposto
alle prove più crudeli che lo avrebbero indotto a fare ritorno alla casa paterna per
assumere il suo ruolo originario «per la salvezza e la meraviglia del mondo»15.
A questa visione dette un ulteriore supporto ‘scientifico’ il teologo August Rohling con
Der Talmudjude (1871) sostenendo che il testo ebraico di commento alla Sacra
Scrittura conteneva dei precetti per l’omicidio rituale dei cristiani trasmessi nella loro
interezza solo per via orale. Questa visione trovò un impulso decisivo da parte
soprattutto dei gesuiti per iniziativa di Giuseppe Oreglia che, sulle pagine de La Civiltà
Cattolica, la fuse con quella del complotto giudaico-massonico-liberale e socialista.
Ne nacque così una visione cospirazionista che venne rilanciata da numerose riviste,
giornali e pamphlet con l’assenso del papa Leone XIII, della Segreteria di stato della
Santa Sede, e del collegio degli scrittori cattolici. Tra i tanti autori che si fecero
portatori di quella visione alcuni andarono anche cercando i significati esoterici dei
presunti sacrifici ebraici, e qualcuno ritenne persino di averli trovati; come, ad
esempio, il sacerdote cattolico Justinas Pranaitis, che interpretò la Qabbālāh come un
insieme di precetti sacrificali volti ad accelerare la venuta di un messia ebreo.
L’approccio esoterico più radicale fu sicuramente sviluppato da Léon Bloy in Le Salut
par les Juifs (1892).
Secondo Bloy, gli ebrei non sono semplicemente coloro che hanno sacrificato Cristo
sulla croce, bensì sono anche gli inventori dello «spirito della croce» che mantiene i
popoli sospesi in eterno. «Il rifiuto di quel canagliume immobilizzava nel tempo,
spaventosamente, ogni minuto e ogni secondo anche degli episodi più trascurabili e di
tutte quante le peripezie della Passione» costringendola a ripetersi all’infinito così
come all’infinito la ferita di Cristo doveva sanguinare. «Niente aveva fine, perché
niente poteva aver fine, e perché le cose, quando stavano per finire, subito rinascevano
in ogni dove […], e perfino i bambini non ancora nati avevano un trasalimento d’orrore,
nel ventre delle loro madri, quando si udiva il Martello del Venerdì Santo». Ma gli
ebrei sono qualcosa di più dei carnefici di Cristo; essi sono la sostanza stessa del
sacrificio poiché il sangue del messia è il loro stesso sangue, «così come quello
invisibile versato ogni giorno nel calice del Sacramento sull’Altare, è naturalmente e
soprannaturalmente sangue ebraico – l’immenso fiume del Sangue Ebraico, che ha la
sua fonte in Abramo». Qui sono all’opera «indecifrabili disposizioni di Dio» che i
cristiani non sono in grado di comprendere. Essi neppure si accorgono che il loro stesso
Padre è Geova, «la cui funzione divina sembra davvero essere, da seimila anni, quella
di nutrire i porci cristiani dopo aver pascolato i maiali della Sinagoga». Ma se il Dio
dei cristiani è ebreo, allora il vero Dio non può che essere il suo opposto. Attraverso
una furiosa parodia dei richiami divini al popolo di Israele nella Bibbia, Bloy lancia un
criptico messaggio volto a svelare il ruolo misterioso che gli ebrei avrebbero
nell’economia della salvezza. Bloy invoca contro il cristiano «Vangelo di Sangue»
l’avvento di un nuovo messia, il «Visitatore inaudito» che i cristiani da sempre temono
e odiano. «Egli è a tal punto il Nemico, a tal punto coincide con quel LUCIFERO che fu
detto Principe delle Tenebre, che separarli – foss’anche nell’estasi beatifica è quasi
impossibile … Chi può capire, capisca». Attingendo a una tradizione gnostica che fa
dell’angelo ribelle il demiurgo creatore, Bloy propone Lucifero come il vero messia, e
la sua venuta come coincidente con qualcosa di terribile e di meraviglioso, un «ardente
solstizio dell’estate del mondo» che vedrà «l’Essenza stessa del Fuoco» tuonare «nei
bracieri dell’Amore vittorioso», e così conclude:
Allora sarà davvero semplice per il Crocefisso scendere dalla Croce del suo obbrobrio, poiché
essa è appunto, all’infinito, a immagine e somiglianza del Liberatore vagabondo che egli invocò per
19 secoli – e forse si capirà pure che sono anch’io, dalla testa ai piedi, quella Croce! … Giacché la
SALVEZZA DEL MONDO È INCHIODATA SU DI ME, ISRAELE, e da Me deve “scendere”16.

Questa concezione esoterica deve avere in qualche modo lasciato traccia anche
nell’estrema destra tedesca, se lo scrittore Ernst Jünger, ancora nel 1997 accennava
all’opera di Bloy in questa maniera:
Fu Carl Schmitt a consigliarmi la lettura di questo “chatolique intolérant”, come fu definito. Ho
letto i suoi diari e almeno un paio di volte il libello Dagli ebrei la salvezza. È un testo che
introduce negli arcana di un potere magico, sacrale, in cui Bloy mi sembra un elettrotecnico che
maneggia troppo disinvoltamente i cavi dell’alta tensione. Si ha l’impressione che in qualsiasi
momento possa partire una scarica e mandare tutto in fiamme. Tra le sentenze di Bloy che mi
hanno più profondamente impressionato ce ne è una stupenda che ho ripreso e commentato in
Al muro del tempo: “Dieu se retire”. È un’affermazione che descrive in maniera concisa ma
efficace ciò che accade con l’avvento del nichilismo, con l’allontanamento dell’uomo moderno da
Dio. È una sentenza che va letta insieme all’affermazione di Nietzsche “Dio è morto”17.

Cosa Jünger intendesse con questo sibillino richiamo può forse chiarirsi nel prosieguo
della nostra storia. Per intanto non può essere ignorato il ruolo che l’accusa del sangue
svolse nella propaganda e nella politica antidemocratica, antisocialista, e più tardi
anticomunista, portata avanti dalla destra in tutta Europa. Essa trovò la sua più
drammatica applicazione in Russia, dove venne utilizzata dal governo zarista per
fomentare i pogrom contro gli ebrei al fine di contrastare i moti rivoluzionari. Il primo
pogrom avvenne nel 1903 a Kišinev, capoluogo della Bessarabia, nel giorno di Pasqua,
e ad esso ne seguirono fino al 1907 altri quarantuno, tra cui i più sanguinosi furono
quelli di Kiev e di Odessa, con un bilancio finale di circa novemila vittime. I pogrom
attuati in Russia costituirono un passaggio importante nell’evoluzione
dell’antisemitismo in Europa. Fu infatti la polizia segreta russa a elaborare tra il 1894 e
il 1899 i primi documenti che andarono a costituire i Protocolli dei Savi di Sion, la cui
prima pubblicazione avvenne in seguito al pogrom di Kišinev, così come la successiva
edizione definitiva fu realizzata in contemporanea con i moti di San Pietroburgo, a cura
del fanatico prete ortodosso, nonché occultista, Sergej Nilus18.
Il racconto della cospirazione ebraica dispensato nei Protocolli ci dice molto
sull’immaginario degli antisemiti. Gli ebrei sono presentati come una cerchia di
«sanhedrin cabalistici» che attraversano i tempi sempre uguali a loro stessi, come
attesta la presenza tra di loro di Aasvero, «l’eterno ebreo» che, non avendo
riconosciuto la divinità di Cristo, è costretto a vagare nel deserto per l’eternità senza
riuscire a morire. Ai piani di conquista del mondo raccontati in presa diretta da tali
stregoni, fa da compendio la postfazione di Nilus che spiega come questi «agenti
diabolici» stiano tramando fin dai tempi di Salomone contro l’umanità per la conquista
del mondo usando l’oro per alzare i prezzi, e avvelenando il sangue di tutti i popoli.
Il simbolo del loro piano è il serpente, la cui testa rappresenta la setta iniziatica che
governa il corpo costituito dal popolo: «Questo serpente, penetrando a mano a mano nel
cuore delle nazioni che incontrava, scalzò e divorò tutto il potere non Ebraico di questi
stati». La sua ultima tappa è stata San Pietroburgo a cui seguiranno i «principali centri
della razza Ebraica militante» di Mosca, Kiev, e Odessa; a quel punto «il Re nato dal
sangue di Sion, l’Anticristo» terminerà il suo anello intorno all’Europa, e verrà a
insediarsi «al trono della potenza universale»19.
Questo era il fantasma che si aggirava nelle fantasie della destra antisemita europea,
compresa quella tedesca. Il fondatore dell’ideologia völkisch Paul Anton de Lagarde fu
anche colui che per primo rispolverò in Germania l’accusa del sangue attingendo al
libro di Rohling; e lo stesso fece Theodor Fritsch che per primo pubblicò in Germania i
Protocolli20. Non è dunque peregrina l’ipotesi che l’accusa agli ebrei di avere
interrotto il legame originario tra il sangue germanico e la natura sia stata concepita
come una moderna riedizione dell’accusa del sangue. Agli occhi degli antisemiti,
Wagner compreso, l’invenzione di un Dio universale e di un mondo dell’aldilà
costituisce un atto rituale volto a occultare al popolo tedesco il proprio legame con la
natura divina così da gettarlo nelle fauci di una terribile stirpe di avvelenatori e
vampiri. Con l’introduzione del monoteismo, gli ebrei hanno interrotto il flusso del
sangue che, venendo dagli avi giunge fino ai più lontani discendenti, per poi risalire
verso le origini, in un eterno ciclo da cui il Volk trae la sua forza vitale.
La rivendicazione dell’unione organica tra il Volk tedesco e un cosmo divinizzato, la
tensione verso fonti più originarie del sacro rispetto a quelle rivendicate dagli ebrei, e
l’elaborazione di una pseudo-mitologia germanica, sono tutti sintomi di un tentativo di
difendersi da un immaginario complotto giudaico attingendo alla rinfusa alle fonti più
disparate di un sapere non contaminato dagli ebrei. L’invenzione di una ‘tradizione
ariana’ rispose alla drammatica esigenza di stabilire un ‘prima’ più originario di quello
ebraico, e attorno a tale ‘tradizione’ si coagulò un’area politica impegnata nella
missione salvifica della rigenerazione delle fonti vitali del popolo tedesco.

5. Visione e progetto di un’aristocrazia del sangue


I circoli che si costituirono attorno al mito del sangue come sede del Geist germanico
si ritennero le cellule di una nuova aristocrazia che avrebbe dovuto rifondare il Reich
su basi razziali. Questa concezione si alimentò delle idee pseudo-religiose di Lagarde,
Langbehn e Wagner, ma soprattutto della visione di una nuova razza di superuomini
profetizzata da Friedrich Nietzsche. Fu quest’ultimo a fornire la più sofisticata
elaborazione teorica della caduta di un’originaria razza di signori ad opera del giudeo-
cristianesimo, a profetizzare la morte del Dio giudaico-cristiano, e l’avvento di una
rinnovata schiatta di superuomini guidata dall’occulto principio cosmico della “volontà
di potenza”.
Secondo Nietzsche nell’epoca immemorabile della Grecia presocratica, una razza di
signori esercitò il proprio dominio sul resto dell’umanità ridotta in schiavitù tramite un
sereno e distaccato uso della violenza che faceva tutt’uno con l’attività creatrice del
cosmo. Questa beatifica condizione fu però sovvertita dagli schiavi che, nel tentativo di
sottrarsi al dominio dei signori, attribuirono alla natura, caratterizzata esclusivamente
dall’innocenza del divenire, un senso morale che essa non possiede. Fu così che
nacquero i concetti di peccato, colpa, e pentimento, e quindi l’istituzione di un’aldilà
ultraterreno nel quale gli schiavi speravano di trovare compensazione ai propri mali,
demandando a un essere superiore quella vendetta, spacciata per giustizia, che essi non
erano in grado di realizzare. Da questa visione, sviluppata in Zur Genealogie der
Moral (1887), che faceva seguito all’annuncio della “morte di Dio” declamata in Also
sprach Zarathustra (1885), il filosofo giunse quindi a prospettare in Der Wille zur
Macht la nascita di una nuova aristocrazia di «esseri superiori, al di là del bene e del
male» che avrebbe finalmente ripreso la via verso la «grande salute»:
Diventiamo di giorno in giorno più Greci – dapprima come è giusto, nei concetti e nelle
valutazioni, in un certo senso come degli spettri grecizzati; ma un giorno come è sperabile,
diventeremo tali anche nel nostro corpo! Qui risiede (e sempre risiedette) la mia speranza per
l’essenza tedesca!
Tale razza dovrà forgiarsi seguendo gli istinti naturali, attorno all’occulto principio
cosmico della volontà di potenza: «Ciò che determina il rango, ciò che toglie il rango,
sono unicamente delle quantità di potenza: e nient’altro»; «la guerra e il pericolo sono
premesse perché un livello gararchico conservi le sue condizioni di esistenza».
Una razza dominatrice può crescere soltanto da inizi terribili e violenti. Problema: dove sono i
barbari del XX secolo? Evidentemente, si mostreranno e si consolideranno soltanto dopo enormi
crisi socialiste: saranno gli elementi capaci della massima durezza verso se stessi, quelli che
possono garantire la massima durata della volontà21.
Queste idee trovarono calorosa accoglienza presso gli antisemiti, nonostante
Nietzsche li ripagasse con espressioni di disprezzo per il loro spirito piccolo borghese.
Fritsch riprese dalla sua opera molti articoli di fede già prima che la sorella del
filosofo la spurgasse dei meno apprezzati passaggi contro il cristianesimo germanico; e
la visione nicciana entrò a far parte della mitologia dei Bünde giovanili così come di
molti circoli artistico letterari. Tutte queste conventicole ritennero di incarnare una
nuova aristocrazia che avrebbe posto fine alla società borghese, ed inventarono persino
dei rituali atti a cementare la comunione tra i loro membri. Una di queste cerchie fu il
Kosmischer Kreis, fondato e animato da Alfred Schuler, Ludwig Klages e Stefan
George i quali si dedicarono alla celebrazione di culti misterici di adorazione della
“Madre Terra”, talmente benefici che Schuler tentò di farli praticare anche a Nietzsche
per guarirlo dalla schizofrenia. Nel 1903 Klages e Schuler impressero alla mistica del
sangue una svolta antisemita, che condusse il primo a divenire una figura di riferimento
dello Jugendbewegung, e il secondo il “maestro spirituale” degli artisti del quartiere
Schwabing di Monaco, proprio nello stesso periodo in cui Hitler, da fallito bohémien,
ne percorreva le vie cercando di vendere i suoi bozzetti di paesaggi e architetture
tedesche22.
La visione nicciana di una nuova razza di superuomini iniziò ad apparire un progetto
realizzabile quando, agli inizi del Novecento, lo sviluppo delle tecniche eugenetiche
fece intravedere alla destra etnicista la possibilità di manipolare le qualità biologiche
degli esseri umani, e dunque di poter incidere su quella degenerazione del sangue che
essa riteneva inficiasse la salute della nazione. L’antesignano dell’eugenetica razzista fu
Ernst Haeckel, biologo, zoologo, filosofo, nonché fondatore dell’ecologia, e principale
esponente dell’evoluzionismo in Germania. A partire da Die Welträtsel (L’enigma
dell’universo, 1899), Haeckel elaborò una concezione pseudo-scientifica, denominata
“Monismo”, secondo la quale i processi fisici che governano l’universo sono anche alla
base dell’evoluzione della società umana. Questa visione venne a configurare l’unione
tra il Volk e l’universo in termini ancora più radicali di quelli prospettati dai fautori del
cristianesimo germanico. In un cosmo concepito come un complesso organico
sussistente di per sé, e privo di intervento divino, era la legge della sopravvivenza a
governare l’esistenza dalla più remota stella fino al più infimo organismo vivente. Nella
catena degli enti che andava dall’inorganico all’organico era naturalmente il Volk
tedesco a costituire l’incarnazione dello stadio più alto dell’evoluzione, e quando
Haeckel si convertì all’antisemitismo, fu facile porre gli ebrei al polo opposto del
processo evolutivo identificandoli con lo stadio del caos e dell’informe. I sacrifici
della guerra convinsero infine Haeckel che era in atto una contro-selezione che faceva
morire i forti e sopravvivere i deboli, e per invertire tale tendenza egli propose
l’istituzione di un comitato che stabilisse periodicamente una quota di malati da
condurre alla morte23.
Haeckel dette vita nel 1906 al Deutscher Monistenbund, e iniziò a tenere una serie di
conferenze in cui metteva in scena una sorta di “sacra rappresentazione darwiniana” con
tanto di macabre esposizioni di scheletri umani. La Lega monista fu la prima
organizzazione a elaborare i principi e le tecniche dell’eugenetica razzista. Tra i suoi
fondatori vi fu, ad esempio, il botanico e biologo Raoul Heinrich Francé che teorizzò le
cosiddette Lebensgesetze (Leggi della vita) alle quali si sarebbero in seguito richiamati
i giuristi nazisti come fondamento per la legislazione del nuovo Reich. Ma non solo, le
concezioni socialdarwiniste di stampo razzista sviluppate dai seguaci di Haeckel
trovarono anche una fusione con la visione gnostica antisemita, dando così la stura
all’elaborazione di progetti di purificazione del sangue che prefiguravano persino il
recupero della facoltà demiurgica posseduta dagli avi primordiali. Nel 1904 il biologo
e medico Alfred Ploetz, anch’egli tra i fondatori della Lega monista, iniziò a editare la
rivista Archiv für Rassen- und Gesellschafts-Biologie, che ebbe come collaboratori
non solo esperti di biologia ma anche ispirati visionari del legame occulto tra il sangue
e la terra come Fritsch e Liebenfels. L’anno dopo Ploetz fondò la Deutschen
Gesellschaft für Rassenhygiene al cui interno furono elaborati i principi della “scienza
razziale” su cui si formò la successiva generazione di esperti che avrebbe collaborato
ai crimini nazisti. La necessità di rafforzare il legame di sangue con la terra veniva
adesso sostenuta non più con speculazioni astratte ma con argomenti che, nonostante
fossero altrettanto irrazionali, presentavano una parvenza di scientificità. Fu così
inaugurato un approccio progettuale alla rigenerazione della razza che coinvolse medici
come Ludwig Wilser, antropologi come Karl Penka, e biologi come August Weismann o
Willibald Hentschel. Il progetto eugenetico di quest’ultimo, che prevedeva la creazione
di insediamenti rurali concepiti come colonie di allevamento razziale, avrebbe avuto in
seguito una notevole fortuna.
Hentschel era stato assistente di Haeckel all’università di Jena, faveva parte della
direzione del partito antisemita di Sonnenberg, ma soprattutto era il principale
collaboratore di Fritsch fin dal 1887. Con Varuna (1901) Hentschel formulò una visione
razzista che metteva assieme la teoria cosmogonica biologico razziale di Haeckel con la
profezia nicciana di una stirpe di superuomini attingendo persino alla mitologia
induista. Secondo Hentschel, il millenario cammino della razza ariana poteva essere
ricostruito tramite i miti dell’induismo. Gli dèi di quella religione, naturalmente ario-
germani, erano stati i capi della stirpe eletta, e tramite l’ordinamento castale avevano
impedito la minaccia della contaminazione del sangue. Nel 1904 Hentschel però
aggiustò il tiro. Con Mittgart. Ein Weg zur Erneuerung der germanischen Rasse i
fondatori e i dirigenti della stirpe ariana erano adesso le divinità nordiche; e il loro
regno, il Mittgart, doveva divenire il modello del futuro Reich. Questo regno sarebbe
stato costituito, al pari di quello originario, da insediamenti rurali denominati «villaggi
di allevamento» (Züchtungsdörfer), e sotto la guida di esperti razziali, ogni ariano
avrebbe avuto a disposizione dieci donne appositamente selezionate per la
riproduzione, mentre gli esseri inferiori dovevano essere macellati. Due anni dopo
Hentschel tentò di mettere in pratica il suo progetto dando vita a una colonia in bassa
Sassonia denominata Mittgartbund, che però non decollò e fu abbandonata nel 191424.
Nel corso degli anni antecedenti il primo conflitto mondiale questo approccio
eugenetico alla questione della razza maturò trovando una nuova formula organizzativa.
Un nuovo ciclo di sviluppo e di benessere economico aveva costretto le leghe
antisemite a rifluire nell’alveo della destra tradizionale, sostituendo all’attività politica
quella cospirativa in forma semiclandestina. Si erano poste così le condizioni per la
nascita di una sorta di massoneria antisemita che portò alla trasformazione della
völkische Weltanschauung in una dottrina iniziatica con tanto di apparato mitico rituale.

6. Gli ordini iniziatici antisemiti


Le prime sette che vennero a elaborare una teosofia ariana, detta ariosofia, nacquero
in Austria nell’ambito della Alldeutsche Vereinigung, fondata e diretta dal 1896 da
Georg von Schönerer che riuscì a raccogliere fino a centomila simpatizzanti suddivisi in
160 associazioni. I principali ariosofi che trasformarono l’ideologia etno-nazionalista
in una dottrina iniziatica furono Guido von List e Lanz von Liebenfels, artefici
rispettivamente nel 1907 della fondazione dell’Armanenschaft e del Neuer Templer-
Orden (NTO)25.
List fu il principale mitologo della Lega pangermanica austriaca. Dopo aver iniziato la
carriera di giornalista divenne autore di opere teatrali nel solco della mitologia
germanica wagneriana, quindi germanizzò la liturgia cattolica con il plauso del vescovo
cattolico della Boemia, e infine si auto elesse discendente di una immaginaria casta di
sacerdoti ario-germanici. List si calò talmente nella parte che finì per dotarsi di una
lunghissima barba e di un presunto abbigliamento antico germanico, e prese a ‘divinare’
le rune convinto di far riemergere un’antica sapienza perduta. A quanto pare fu preso sul
serio, poiché almeno un centinaio dei più influenti personaggi della vita politica e
culturale austriaca, per sostenere le sue ‘ricerche’, fondarono a Vienna nel 1905 la
Guido-von-List-Gesellschaft, al cui interno due anni dopo nacque persino una cerchia,
l’Armanenschaft, che si ritenne per davvero l’erede dell’antica casta sacerdotale
immaginata da List. Nel 1908 l’ariosofo dette alle stampe Das Geheimnis der Runen
vantando la dottrina ivi presentata come una suprema sapienza che gli antichi sacerdoti
avevano tramandato di nascosto, per sfuggire alle persecuzioni giudaico-cristiane, lungo
una catena iniziatica che andava dagli alchimisti ai rosacroce, ai templari, e ai cabalisti,
per giungere fino a lui; e come se non bastasse, sosteneva di poter attingere ai più
profondi segreti del cosmo tramite una ‘divinazione’ delle rune ispirata nientemeno che
dal dio Wotan.
Das Geheimnis der Runen consiste di fatto in una confusa e logorroica divagazione
che salta di palo in frasca pretendendo di affrontare tutto lo scibile umano; ma con una
certa attenzione è possibile rinvenire al suo interno quello che ci sembra il nucleo
centrale della völkische Weltanschauung, ovvero una misteriosofica concezione
cosmogonica posta in antagonismo a quella giudaico cristiana. Scrive List:
Il punto fondamentale della visione del mondo ario-germanica primordiale (Weltanschauung
alt-arische-germaniche) deposto nelle rune e nei segni di salvezza, e il suo riconoscimento
teosofico-metafisico, si basa sul chiaro riconoscimento di un Essere spirituale più alto – Dio –
che coscientemente e con intenzione ha creato la materia da se stesso per mezzo della forza della
sua volontà e della propria potenza, nella quale si è rinchiuso (materializzato) inseparabilmente
fino alla propria morte, continuando a dominarla e a formarla inseparato da essa, affinché la stessa
non compia il proprio fine determinato e si disintegri di nuovo e l’Essere superiore – Dio – dopo
essersi smaterializzato tornerà ad essere l’origine che fu prima della creazione del mondo26.

Secondo List la stirpe ario-germanica costituisce lo stadio più avanzato


dell’evoluzione cosmica legata in maniera organica al Dio che in essa si è ritratto. Due
sono le modalità con cui si realizza questa unione: una «eroterica», espressa dalla runa
Ge; e una esoterica, simboleggiata dalla runa Fyrfos, ovvero la croce uncinata. «La runa
Ge, simbolo dell’altare di Gibor – Dio, il Creatore dell’Universo!» insegna che
l’unione con Dio si mantiene conservando la purezza del sangue seguendo una rigida
disciplina matrimoniale e riproduttiva; ben altro è invece l’insegnamento della runa
Fyrfos, riservata solo agli iniziati: «la spiegazione della Fyrfos cerca – e trova – la
conoscenza della divinità in maniera esoterica nel più profondo dell’uomo stesso; e
tramite la comprensione della dualità quale unione-nella-separazione viene a
riconoscersi come spirito umano unito con Dio». Mentre la runa Ge pone l’immortalità
come un traguardo al termine della vita, la croce uncinata insegna a riconoscere
l’immortalità nella vita stessa:
Mentre l’eroterica insegnava che l’uomo è uscito da Dio e tornerà da Dio, l’esoterismo
riconosceva la connessione inseparabile dell’uomo con la Divinità come contemporanea dualità di
unione-nella-separazione e poteva dire in maniera cosciente: uomo sii uno con Dio!

La croce uncinata incarna in maniera simbolica e materiale «la legge ariana della
trinità» (das arische Gesetz der Dreiteilung), che si articola negli stadi del nascere-
essere-tramontare verso il rinascere, e nel contempo simboleggia anche l’atto creativo
da cui quel processo trinitario scaturisce.
List sembra dunque attribuire alla élite ario-germanica il potere di omologarsi alla
ritrazione divina che ha fatto sorgere il mondo, e così facendo di promuoverne la sua
evoluzione. Questo potere creativo l’ariosofo lo attribuisce ad una particolare pratica,
espressa dalla runa Tyr, simbolo di Thor, il dio della guerra. Scrive List: «La Tyr era
incisa su spade e lame come segno che concede la vittoria. Significava: non temere la
morte, non ti può uccidere!». Il guerriero germanico iniziato al mistero della morte
intraprendeva la guerra come un’imitazione del sacrificio di Wotan: «Tyr è il sole
giovane che risorge di nuovo, […] simbolo del ritorno di Wotan nel corpo rinnovato
dopo il suo autosacrificio». Ciò non significa che il guerriero non muoia, bensì che egli
riesce, votandosi alla morte, a porsi nella dimensione del sacrificio originario. Grazie a
tale disposizione egli viene a far parte della schiera degli Einherjer, gli eroi che
muoiono cadendo «vittime delle loro idee nella convinzione del martirio» trovando
nell’oltretomba «quella beatitudine che […] assicura loro una maggiore consapevolezza
nel determinare la prossima reincarnazione in una nuova missione da eroe per la
conquista della vittoria finale». Il guerriero iniziato alla comunione mistica con la morte
viene così a riconoscersi tutt’uno con Dio: «Il wotanismo assicura ai caduti nella
battaglia il Valhalla, chi trova la morte nella battaglia si unisce eternamente con la
divinità senza più tornare ad essere un uomo»27.
Un altro fortunato erede dei saperi primordiali si ritenne Lanz von Liebenfels che
arricchì la gnosi antisemita di un fondo biologico razziale. Liebenfels aveva esordito
come monaco cistercense nel convento di Heiligenkreuz da cui fu cacciato nell’aprile
1899 per “condotta disdicevole”. Egli si legò allora al movimento Los von Rom di
Schönerer, e venne a collaborare con le riviste di Fritsch, Ploetz, e della Lega monista.
La visione del sangue come sostanza creatrice raggiunge nei suoi scritti un livello
ancora più delirante che in List. In Theozoologie (1905), l’ex monaco cistercense
sostiene che gli ariani decaddero dall’originario stato divino perché contaminarono il
loro sangue con orribili pratiche di sodomia condotte con gli esseri scimmieschi da essi
utilizzati come schiavi. Nel sangue della discendenza ariana è però rimasta una
«scintilla divina elettrica» che può essere risvegliata. «Gli dei dormono in questi corpi
umani imbastarditi, ma verrà il giorno in cui essi si desteranno nuovamente. Noi
eravamo elettrici, noi saremo elettrici: elettrici e divini è la medesima cosa!».
Dio vive in noi, ma vive sotto la pelle della scimmia antropomorfa, avvolto dal lino sodomita,
come un cadavere nella bendatura di una mummia. Egli non è morto, dorme, ma sta arrivando il
giorno, e non è lontano, che ancora una volta resusciterà, come Cristo, e allora sventura per le
rocce sodomite che romperà e frantumerà per la costruzione della sua Chiesa. Dio è la razza pura!

La liberazione sarà intrapresa dalla «nuova razza sacerdotale dell’elettrone e del


Santo Graal» che metterà la scimmia sodomita in catene, ricondurrà i raggi elettrici
verso la «Grande Pentecoste dell’umanità», e farà risorgere il castello del Graal.
Il giorno del giudizio verrà a inaugurare l’era della selezione razziale, e il regno dei
cieli sarà compiuto come «istituzione razzialmente igienica». Per realizzare quest’opera
occorrerà costruire «un profondo fossato che circonderà il Valhalla in modo che
nessuna scimmia lo possa scavalcare». A questo fine si dovrà regolare la vita sessuale
e riproduttiva, eliminare le creature degenerate tramite castrazione e sterilizzazione, e
infine eseguire esperimenti sugli esseri inferiori per carpire nel loro corpo il modo in
cui si è resa possibile la commistione del sangue.
Per l’estrema importanza dell’argomento, converrebbe oggi tentare esperimenti con diversi
bastardi (naturalmente sotto la direzione di scienziati esperti) al fine di verificare i racconti degli
antichi. Tali esperimenti potrebbero essere più difficili oggi di quanto non lo fossero in passato
per l’assenza di forme intermedie e di transizione. Comunque una maggiore possibilità di successo
si potrebbe avere con l’incrocio tra le più alte forme di scimmie antropomorfe e il più basso tipo
di umani (dove sia possibile dello stesso territorio), poiché dove sono presenti le scimmie
antropomorfe si osserva che sia i nativi che i parenti rifiutano di mangiare la carne dei primati28.

Sulla base di queste fantasie Liebenfels fondò il Neuer Templer-Orden istituendone il


primo priorato il 14 febbraio 1907 nel castello di Werfenstein, da lui definito «luogo di
sacrificio dei germani», e dotato sulla sua torre più alta di una bandiera con la svastica.
Fino al 1937 fondò altri sei priorati tra Austria e Ungheria che accolsero almeno
trecento adepti i quali, abbigliati con tonache bianche con la croce rossa al centro,
furono dediti a ricerche sulla razza ariana, ricostruzione di alberi genealogici,
celebrazioni di matrimoni razziali, ricerca di adepti e fondazione di asili, fattorie, e
centri di istruzione per la formazione e la guida dei coloni. Al pari di List, Liebenfels
fece della gnosi antisemita una dottrina da apprendere tramite riti iniziatici che
dovevano liberare gli affiliati dai veli dell’ebraismo per condurli alla riscoperta nel
proprio sangue del principio creatore, qualificato in questo caso come «scintilla
elettrica». Attorno a queste dottrine prese corpo in Germania un analogo ordine
iniziatico che nell’immediato dopoguerra avrebbe tenuto a battesimo il partito nazista.

7. Dai rituali di morte all’omicidio rituale


Il 21 giugno 1911, in occasione della celebrazione del solstizio, List fondò l’Höher
Armanen-Orden (HAO), un ordine segreto che avviò fin da subito stretti legami in
Germania con il circolo wagneriano di Bayreuth e con le Hammer-Gemeinden di
Fritsch. Grazie al supporto di Philipp Stauff, presidente della Guido-von-List-
Gesellschaft di Berlino, Fritsch ristrutturò la sua organizzazione sul modello di quella
di List. Una prima Wotanloge (loggia Wotan) sorse a Magdeburgo sotto la direzione
dell’avvocato Hermann Pohl, seguita poco dopo dalla fondazione di una Gran Loggia
con Fritsch nella carica di Gran Maestro. Il 24 maggio 1912, in seguito alla vittoria
elettorale dei socialdemocratici, una ventina di influenti pangermanisti si riunirono nella
casa di Fritsch a Lipsia, e decisero la formazione di due organizzazioni: il
Reichshammerbund, che federava tutti i gruppi Hammer, e il Germanenorden (GO) che
riuniva le logge segrete sorte nel frattempo in varie città tedesche. Il primo era guidato
da Fritsch, ed era rivolto ai militanti meno edotti sul fondo ariosofico
dell’antisemitismo, mentre il secondo, affidato a Pohl con la carica di Maestro, era
invece riservato ai personaggi di più alto rango della società tedesca, che vi
accedevano previa iniziazione al lato esoterico della völkische Weltanschauung29.
Il rito iniziatico consisteva in una messa in scena di presunte celebrazioni antico
germaniche. Il Maestro impugnava la lancia di Wotan davanti all’iniziato con contorno
di svastiche e fiamme votive mentre un coro nascosto dietro i tendaggi cantava alcuni
brani delle opere di Wagner30. Alla luce del ‘mistero cosmogonico’ illustrato da List, si
può ipotizzare che il rito di iniziazione simulasse un passaggio attraverso la morte.
Il rito veniva ad abolire la vita profana dominata dall’ebraismo per introdurre alla
‘vera vita’ del mondo sacro incarnato dalla loggia. Se si considera che, per List, il vero
mondo era il risultato della ritrazione di Dio in se stesso, ne consegue che la loggia era
assimilata al corpo di Dio, e il rito all’atto che ripeteva quello cosmogonico. Il rituale
doveva probabilmente condurre l’iniziato a identificarsi con una realtà superiore
costituita dal sangue della stirpe, e a impegnarlo in una lotta contro un nemico che si
presumeva stesse avvelenando quel sangue. Credenze e pratiche di questo genere
vennero a definire una modalità identitaria particolarmente fanatica, che all’epoca si
espresse in attività di lobbying, diffamazione degli ebrei, e nel sostegno
all’ideologizzazione della guerra come crociata antisemita.
Nell’aprile del 1916 il ramo bavarese dell’ordine, denominato Germanenorden
Walvater vom Heiligen Graal, fu preso in mano dal barone Rudolf von Sebottendorff
che, nel giro di pochi mesi a partire dall’autunno del 1917, riuscì ad affiliarvi
millecinquecento tra i più importanti esponenti della politica, dell’economia e della
cultura della Baviera. Sebottendorff era uno scaltro faccendiere: aveva lavorato per la
Nestlé, e per le società impegnate nella costruzione della ferrovia da Istanbul a Bagdad;
era stato segretario del latifondista turco Hussein Pasha, che lo aveva iniziato al
sufismo, e poi dei Termudi, una famiglia di possidenti ebrei di Salonicco, che lo
avevano affiliato a una loggia massonica del rito di Memphis-Misraïm al cui interno
aveva malamente appreso i ‘segreti’ della Qabbālāh. Convinto di una parentela tra
l’islamismo e la mistica germanica, Sebottendorff fu attratto dal sistema runico
elaborato da Pohl al quale si era rivolto per consulenze legali relative alla tutela del
suo ingente patrimonio, e da lui aveva acquisito la direzione del ramo bavarese del GO.
Durante le fasi finali della guerra l’ordine fu impegnato in attività cospirative per
contrastare l’avanzata delle forze di sinistra, e per meglio occultare la sua attività, il 18
agosto 1918 Sebottendorff fondò nel lussuoso Hotel Vier Jahreszeiten di Monaco una
loggia segreta denominata Thule-Gesellschaft, dal nome della mitica dimora degli
Iperborei che le sette völkisch identificavano con gli avi ario-germanici.
La sconfitta bellica, la fine dell’impero, e la proclamazione della repubblica
travolsero il fronte etno-nazionalista, che si convertì prontamente alla lotta armata.
La Thule si trasformò in un centro di coordinamento dei Freikorps costituiti da militari,
ex militari e avventurieri di ogni genere che si dedicarono all’impari combattimento
contro gli insorti guidati dai socialisti indipendenti e dai comunisti nelle città assediate
dalla fame e dalla prostrazione. La pratica terroristica fu concepita all’interno di una
visione della guerra che aveva indubbiamente caratteri rituali. Così infatti il 9
novembre 1918, poche ore dopo la proclamazione della repubblica, Sebottendorff
spiegava agli affiliati la natura della lotta da intraprendere:
Nostra divinità suprema è Walvater, il cui simbolo runico è l’aquila. La triade Wotan, Wili, We,
procede dall’unità triadica e la costituisce. A causa della sua elementare e grossolana struttura
nervosa, il cervello di un essere razzialmente inferiore non sarà mai in grado di percepire siffatta
concezione di unità triadica, in cui Wili e We sono visti come proiezioni polarizzate di Walvater,
mentre Wotan impersona la Legge divina immanente. La runa Ar assume il molteplice significato
di ariano, fuoco primordiale, sole, aquila. L’aquila è stata assunta dagli ariani quale simbolo della
loro identità etnica […]. Compagni di sangue, d’ora in avanti eleggeremo a nostro simbolo l’aquila
vermiglia, affinché ci rammenti incessantemente che assurgere alla pienezza della vita non è
possibile se non a condizione di passare attraverso la morte31.

Il 21 febbraio 1919 il conte Anton Arco-Valley assassinava il presidente della


repubblica della Baviera Kurt Eisner volendo con quest’atto guadagnare l’adesione alla
Thule-Gesellschaft. Nello stesso tempo la Lega pangermanica, assieme alla Thule,
sosteneva la nascita del Deutschvölkischer Schutz-und Trutzbund (DVST) che,
muovendo dai militanti del Reichshammerbund, riunì l’intero fronte antisemita. Tra i
suoi affiliati vi furono esponenti della Thule come Dietrich Eckart e l’influente editore
Julius Friedrich Lehmann, così come futuri personaggi di vertice del partito nazista
quali Reinhard Heydrich, Werner Best, Philipp Bouhler, Leonardo Conti, Bernhard Rust,
e Julius Streicher. Quando ad aprile i Consigli degli operai e dei soldati insorsero e
proclamarono una repubblica di matrice comunista, la Thule divenne il centro di
coordinamento tra il governo socialdemocratico riparato a Bamberga, l’esercito, e i
corpi paramilitari. Con una propria milizia, il Kampfbund Thule, sabotò le attività degli
insorti e facilitò l’entrata in città dei controrivoluzionari, che repressero in un bagno di
sangue il tentativo di governo dell’estrema sinistra. Da quel momento i corpi
paramilitari assunsero una funzione d’ordine tenendo in scacco la repubblica, e lo
stesso Kampfbund Thule si rese responsabile di altri trecentocinquanta omicidi.
Nel corso del 1919 la Thule proseguì nel tentativo di creare una formazione politica in
grado di infiltrarsi in quelle dei lavoratori per legarli alla propria causa. Già nel
dicembre 1918 Sebottendorff si era recato a Berlino per definire la costituzione di
quella che poi sarebbe divenuta la Deutsche Sozialpartei (DSP) sotto la direzione di
Julius Streicher. Ma l’iniziativa che alla lunga ebbe più fortuna fu la fondazione della
Deutsche Arbeiterpartei a partire da un circolo politico interno organizzato da Anton
Drexler e Karl Harrer, entrambi membri della Thule. Hitler venne in contatto con la
DAP il 12 settembre 1919, vi si iscrisse, e nel giro di due anni riuscì a prenderne la
guida: escluse Harrer dalla presidenza, rinominò il partito, e impose il Führerprinzip
avocando a sé tutte le decisioni in merito alla linea e alla strategia politica da seguire.
Il ruolo della Thule venne progressivamente meno fino a ridursi del tutto quando la DSP
di Streicher rifluì nella NSDAP. Essa aveva però svolto fino ad allora un ruolo
fondamentale. Tra i suoi affiliati vi furono importanti esponenti della società
monacense, e alcuni giovani che avrebbero fatto carriera nel partito: Rudolf Hess, che
fu segretario di Hitler dal 1925, e suo vice nella carica di Führer dal 1933; Alfred
Rosenberg che ebbe l’incarico della custodia della Weltanschauung nazista con il
compito di estenderla allo stato; Hans Frank che nel 1940 fu a capo del Governatorato
Generale in cui venne attuato lo sterminio degli ebrei; Wilhelm Frick, dal 1933 ministro
dell’interno; Max Amann, all’epoca direttore della società detentrice del Völkischer
Beobachter, e dal 1933 presidente della camera delle finanze per la stampa nazista; e
molti ufficiali dei Freikorps e futuri quadri delle SA.
Gli affiliati al GO si ritennero impegnati in una lotta contro gli ebrei che presentava
indubbiamente dei caratteri rituali. Secondo Sebottendorff la fucilazione da parte dei
comunisti di sette membri della sua loggia era stato un sacrificio rituale: «Non come
ostaggi, in verità, sono stati soppressi, ma sacrificati a Giuda nell’intento di precludere
adesioni al movimento di riscossa nazionale, essi sono caduti per il trionfo della croce
uncinata». Si tratta di un sacrificio che gli ebrei praticano fin dai primordi tramite un
collaudato rituale portato a perfezione dalla massoneria; e contro il quale è necessario
opporre un rituale più originario e quindi più potente:
Con avveduta lungimiranza costoro hanno incentrato riti e cerimonie intorno al precetto
mosaico, in ottemperanza al quale il Massone è tenuto ad arrecare il suo contributo alla
costruzione del Tempio di Sion, “reggendo la spada con una mano ed il martello di legno con
l’altra”. Noi impugniamo la spada di ferro ed il martello di ferro e dedichiamo il nostro impegno
all’edificazione del Halgadom Germanico32.

Il GO ebbe un ruolo nella costituzione e nella copertura dell’Organisation Consul, un


gruppo clandestino costituito da ex appartenenti della Marine-Brigade Ehrhardt, che si
rese responsabile di vari omicidi, tra cui quelli del ministro delle finanze Matthias
Erzberger e del ministro degli esteri Walther Rathenau. Poco prima che Rathenau
venisse ucciso, l’ariosofo Ellegaard Ellerbek, seguace di List e Schuler e figura di
riferimento del Bund der Landwirte, scrisse un articolo in cui interpretava in maniera
esoterica un fregio della casa dello statista come un presagio di morte. Ma fu lo stesso
Erwin Kern, uno dei sicari che uccise il ministro, a fornire al proprio complice Ernst
von Salomon, una dichiarazione di fede omicida che rinviava al significato esoterico
della morte come atto creatore.
Il nove novembre 1918 mi sono sparato, come ordinava l’onore, una pallottola alla testa. Sono
morto; quello che vive in me non sono io […]. Sono morto per la Nazione e dunque ogni cosa in
me vive solo per la Nazione […]. Poiché tutto quello che faccio è dedicato a quell’unica forza,
tutto quel che faccio viene da quella forza. Quella forza chiede distruzione e io distruggo […]. Chi
viene a patti con la Morte deve poter dire compare al Diavolo […]. Non mi rimane che
consacrarmi al mio destino implacabile […]. Dobbiamo ritrarci nell’attimo in cui il nostro
compito sarà assolto33.

Il partito nazista nacque e si sviluppò nel contesto di questa fede omicida. Dalla Thule
riprese il simbolo della svastica e dell’aquila, e il saluto Heil und Sieg (salute e
vittoria), poi trasformato in Sieg-heil. Per quanto Hitler figuri nei registri della Thule
solo come “ospite”, il suo apprendistato politico avvenne interamente all’interno di
questo contesto, ed è quindi assai probabile che conoscesse e condividesse anche gli
aspetti più esoterici della lotta contro gli ebrei.

8. Adolf Hitler e la nuova fede del sangue


Durante il periodo trascorso a Vienna Hitler si era familiarizzato con le idee
pangermaniste e antisemite di Schönerer, e persino con quelle ariosofiche leggendo
Geheimnis der Runen di List e la rivista Ostara di Liebenfels34; ma ancora nel
dopoguerra le sue idee non avevano trovato una forma precisa. La sua prima formazione
politica fu quella che ricevette nel corso organizzato dal 5 al 12 giugno 1919 dal
comando militare di Monaco presso la locale università. Fu lo storico Karl Alexander
von Müller, che insegnava nel corso, a far notare Hitler a Karl Mayr, capitano nello
stato maggiore e dirigente della sezione Ib/P per la stampa e la propaganda del
Gruppenkommando 4 della Reichswehr. La sezione era incaricata del controllo dei
partiti, e Mayr agiva di concerto con il capitano Ernst Röhm che era addetto alla
sezione Ib per l’armamento e l’equipaggiamento della brigata fucilieri del colonnello
Franz Ritter von Epp, a sua volta comandante di un proprio corpo paramilitare.
A decidere per il trentenne Hitler fu il capitano Mayr, che ne notò le qualità oratorie nel
gruppo dei suoi commilitoni sui quali si imponeva con un eloquio dittatoriale che non
lasciava possibilità di replica. Mayr prese Hitler sotto la sua protezione, e il 12
settembre 1919 lo inviò ad assistere alla riunione della DAP presso la birreria
Sternecker. Quella sera i venticinque membri del partito, tutti colleghi di lavoro di
Drexler, erano impegnati nel seguire la lezione del membro della Thule, Gottfried
Feder, sulla “schiavitù del tasso di interesse” che la finanza ebraica stava utilizzando
per distruggere la Germania. Feder aveva già tenuto la stessa lezione nel corso seguito
da Hitler, e quella sera sostituiva l’indisposto Dietrich Eckart, anch’egli affiliato alla
Thule. Considerati gli stretti legami tra l’esercito e la Thule, probabilmente la missione
di Hitler non ebbe solo un carattere spionistico, come è comunemente noto, ma potrebbe
essere stata volta a mettere alla prova la sua abilità oratoria valutando nel contempo la
possibilità di ingrossare le fila della DAP con l’afflusso dei suoi commilitoni.
Comunque sia il trentenne caporale si fece presto notare per il suo talento oratorio;
prese pratica con gli aspetti organizzativi lavorando a fianco di Drexler, e fece propri
gli argomenti di Feder sulla cospirazione finanziaria; ma a contribuire più di tutti alla
sua formazione fu Dietrich Eckart, che ne riconobbe le potenzialità, e lo prese sotto la
sua protezione trasformandolo nel giro di tre anni in un leader politico.
Eckart fu a tutti gli effetti quello che potremmo chiamare il “maestro politico-
spirituale” di Hitler. Divenuto famoso come drammaturgo, Eckart si affermò nel
panorama völkisch con la fondazione e direzione del giornale Auf gut Deutsch, il cui
lavoro di redazione fu però svolto, a causa della sua dipendenza dalla cocaina e
dall’alcol, dal suo fidato assistente Alfred Rosenberg. Al giornale collaborarono anche
Fritsch, Ellerbek, e Feder per la sezione economica. Eckart abbandonò il giornale
quando la Thule gli affidò la direzione del Münchener Beobachter che, rinominato in
Völkischer Beobachter, divenne nel 1920 il quotidiano del partito nazista, e tale
sarebbe rimasto fino al 1945. Anche in questo caso Rosenberg dovette sbrigare la gran
parte del lavoro: adesso Eckart era soprattutto impegnato nel formare l’ancora
sprovveduto ex caporale, che neppure aveva concluso le scuole medie, e che ancora in
tarda età avrebbe avuto problemi a scrivere in un corretto tedesco. Da drammaturgo gli
insegnò le arti della retorica e i gesti da teatrante, e da ideologo consolidò il suo
antisemitismo; tra il 1920 e il 1923 gli organizzò i comizi e gli fu accanto nelle
declamazioni oratorie; nel novembre del 1920 lo accompagnò a Berlino per partecipare
al Putsch di Kapp con un aereo privato, all’epoca cosa piuttosto rara; e quindi lo
introdusse nei circoli dell’alta società tra cui quelli dell’editore Hugo Bruckmann e
dell’industriale Edwin Bechstein. Eckart coniò il motto Deutschland erwache!
(risvegliati Germania!) che entrò a far parte dei canti e degli stendardi nazisti; e la
stessa scelta di Hitler di stabilirsi a Berchtesgaden fu probabilmente legata alla sua
assidua frequentazione della pensione sulle pendici dell’Obersalzberg dove Eckart si
era rifugiato nel 1921 per sfuggire alla giustizia, e dove morì il 26 dicembre del
192335. Hitler gli espresse la sua gratitudine citandolo a chiusura del Mein Kampf
come «l’uomo che consacrò la vita al risveglio del suo, del nostro popolo […] con la
penna e col pensiero e, in ultimo, con l’azione»36.
Nell’autunno del 1923 Eckart aveva scritto Der Bolschewismus von Moses bis Lenin.
Zwiegespräche zwischen Hitler und mir, un testo rimasto incompiuto e pubblicato
postumo a cura di Rosenberg nel 1924. Il libro consiste in un dialogo tra maestro e
allievo che attualizza la Weltanschauung nazionalista rispetto agli eventi in corso, e
sembra sollecitare il passaggio a un nuovo genere di iniziazione sostituendo ai riti in
costume la mobilitazione terrorista, e alle “spade di latta”, così chiamate da Hitler nel
Mein Kampf, le pistole, i pugnali, e le mazze delle Sturmabteilung.
Il libro è incentrato sull’occulta lotta per il sangue che gli ebrei conducono tramite
immani sacrifici fin dalla notte dei tempi. Hitler sostiene che gli ebrei sono «una forza
nascosta che fa in modo che tutto vada verso una determinata direzione», una forza che
«c’è fin da quando è iniziata la storia». A Eckart che gli chiede un maggiore
approfondimento del tema, Hitler risponde prendendo in mano l’Antico Testamento, e
dopo aver gridato: «qui sta la ricetta con cui i Giudei cucinano da sempre la loro
minestra infernale!», passa a citare una lunga serie di passaggi che spiegherebbero la
rivoluzione in Baviera. Hitler proietta la rivoluzione del 1918 entro la cornice mitica
dell’antica civiltà ariana – dall’Egitto alla Persia, dalla Galilea a Roma –, e viceversa
trasfigura le vicende di quelle antiche civiltà nella Germania post bellica, con esiti a dir
poco grotteschi: «L’assassinio di 75 mila persiani, nel Libro di Ester, ha senza dubbio
lo stesso retroscena bolscevico»; «il fatto che ancora oggi, anno dopo anno, dopo tutto
questo tempo, essi celebrino nelle sinagoghe, durante le festività di Purim le loro gesta
eroiche dei 75.000 Persiani massacrati lo trovano del tutto in regola». Alla domanda di
Eckart se gli ebrei siano nazionalisti o internazionalisti, Hitler risponde che non sono né
l’uno né l’altro. «Cosa sono allora?» chiede Eckart; e Hitler risponde: «sono una sorta
di escrescenza su tutta la terra, che talvolta procede lentamente, e talvolta si riproduce
velocemente, a grandi balzi. Dovunque, succhia e succhia ancora». «Del resto», rincara
Eckart, «da sempre il giudeo si è mosso a quattro zampe». A suo tempo il Faraone,
Cristo e Lutero lo avevano già smascherato come «agente del diavolo». «Egli fu
omicida fin dal principio», ammette Hitler, ricordando l’uccisione dei bambini egiziani
e di quelli della pagana Galilea. «Quello fu un atto religioso», precisa Eckart, «un
omicidio rituale su vasta scala […]. L’Antico Testamento è pieno di sacrifici umani e di
prede di guerra vergini che servivano per il loro sangue puro». Hitler sottolinea che
niente è cambiato da allora. Il tempo sotto il dominio degli ebrei sembra sempre
ritornare su se stesso:
Il gran maestro dei conti […] si trova interiormente ancora nello stesso posto di allora […]. E
ciò che allora accadde in Egitto – ovvero, la lotta contro le sue orde bolsceviche accade anche
oggi; nel frattempo, ci sono soltanto delle pause apparenti. Quando verrà presa la decisione?».
Hitler si accarezzò pensieroso la fronte, e aggiunse: «Peccato che non si possa dire queste cose
durante le riunioni. Certo, molti riuscirebbero a percepirlo, ma pochi riuscirebbero a rifletterci
sopra. Non è ancora arrivato il momento per giungere a ciò».

Il dominio ebraico ha dimensioni tali che per combatterlo non è sufficiente bruciare le
sinagoghe, ma va colpito più a fondo: «La volpe giudea ha costruito di proposito tutti i
buchi della sua tana sia ricurvi sia rettilinei. Soltanto quando saranno stati tutti otturati
la si potrà uccidere». A tal fine è inutile indugiare sulla mitologia germanica come
fanno gli eccentrici che abbandonano Cristo per Wotan, quando invece in Cristo è già
dispiegata per intero «la quintessenza dell’umanità». Allorché Eckart gli racconta degli
orrori della rivoluzione bolscevica, Hitler lo interrompe. «Il deserto russo – egli gridò
– è sulla profetica carta geografica che i Giudei avevano pubblicato già 25 anni fa! Su
di essa ogni cosa è esattamente come è oggi», con i francesi sul Reno, le repubbliche
tedesche, «e per quanto concerne la Russia, una chiazza marrone con la scritta: “deserto
russo!”». Il giudeo-bolscevismo ha sterminato 30 milioni di nemici razziali con l’aiuto
della «plebaglia di origine mista», e dopo la Russia toccherà alla Germania, per
condurre infine all’annientamento del mondo. Certo, questo furore distruttivo finirà per
distruggere anche l’ebreo, poiché essendo egli un parassita, una volta che avrà ucciso la
sua vittima, sarà anche lui costretto a perire. E tuttavia non può sottrarsi, deve farlo,
perché il suo bisogno di distruggere è più forte «in questo sta la causa. Se preferisci, è
la tragedia di Lucifero».
«A questo punto lo scritto di Dietrich Eckart si interrompe», faceva rilevare l’editore
in data primo marzo 1924, perché Eckart in custodia cautelare per il tentato Putsch, con
problemi cardiaci, morì poco dopo la sua scarcerazione, e così non poté completare la
sua opera; «ma» – aggiungeva l’editore – «possiamo sperare che Adolf Hitler, dopo la
fine del processo per alto tradimento attualmente in corso contro di lui a Monaco, avrà
la gentilezza di assumersi il compito di portare a compimento quest’opera interrotta,
riprendendola da dove essa si è per ora conclusa»37.
Giunto al potere meno di dieci anni dopo, Hitler fece ritirare tutte le copie reperibili
del libro e ne impedì ogni ulteriore circolazione. Tra l’aprile e il dicembre del 1924,
durante la detenzione nella fortezza di Landsberg, egli aveva ormai tracciato una
propria autobiografia che, se letta in continuità con il libro del suo maestro, si rivela
come il resoconto di un apprendista che ha concluso la propria iniziazione per prendere
in mano il testimone della lotta. Il resoconto che egli fornisce della propria biografia si
svolge infatti all’interno dello stesso quadro mitico che domina il libro di Eckart. Gli
ebrei conducono in maniera occulta una battaglia millenaria contro i tedeschi, che
l’aspirante Führer è però riuscito a smascherare fino a che, percorrendo la via
indicatagli dal destino, non ha preso nelle proprie mani la DAP per trasformarla in un
«movimento di rinascita nazionale».
Nel dicembre 1924 Hitler uscì dal carcere, ed entro il mese di febbraio del 1925, ne
riprese il comando in Baviera. Nel corso di quell’anno scrisse un secondo libro
intitolato Die nationalsozialistische Bewegung che, riunito assieme al primo, sarebbe
venuto a costituire il Mein Kampf. Qui Hitler ribadiva con forza il ruolo della NSDAP
nella lotta contro il «centro supremo del marxismo» grazie all’operato delle SA.
Queste, al pari dei Freikorps, sono addestrate militarmente e dirette da quadri
provenienti dall’esercito, ma da questi ultimi differiscono perché il loro obiettivo è
quello di sostenere un partito volto a conquistare la massa e rivoluzionare lo stato. Le
SA sono preparate fisicamente alla lotta a differenza del DVST il quale ha comunque il
merito di fornire un’organizzazione all’antisemitismo, che il partito nazista saprà
condurre ad uno sviluppo più avanzato grazie alla sua più efficace azione di propaganda
e di reclutamento presso le masse che le sette non sono in grado di attrarre:
Solo pochi gruppi sono in grado, dopo selezioni durate anni, di organizzarsi in sette segrete: ma
il loro esiguo numero non servirebbe per la causa del movimento nazional-socialista. Ciò di cui
abbiamo bisogno non sono cento o duecento arditi settari ma migliaia di fanatici combattenti per la
nostra Weltanschauung.

L’innovazione che Hitler apportava alla natura, agli obiettivi e all’organizzazione


delle sette völkisch si estendeva anche alla loro concezione del mondo cui egli
imponeva una analoga svolta radicale. L’ideologia etno-nazionalista non doveva essere
più un oggetto di culto per i «sognatori dell’antichità germanica», ma la fede di una
milizia impegnata in una lotta coincidente con la legge di natura. «La Weltanschauung
che risponde al primordiale significato delle cose», ed è «fondata su principi eterni e di
capitale importanza deve divenire la fede attiva di una risoluta comunità di lotta».
La dottrina etno-nazionalista doveva insomma trasformarsi da “concezione metafisica”
in una pratica terroristica attorno alla quale cementare una nuova élite di combattenti:
La Weltanschuung è valida solo se viene organizzata e resa idonea al combattimento, cioè se
riesce a trasformare l’ideale di una concezione del mondo esattissima in una comunità di credenti
e di combattenti delimitata con precisione, rigidamente organizzata, univoca di spiriti e di volontà.

La trasformazione dei deliri ariosofici in assassinio politico, già avvenuta ad opera


della Thule e dei corpi paramilitari, trovava ora espressione in una fede omicida
comprensibile anche alla teppa da strada, che Hitler qualificava come «materiale
umano» da reclutare e addestrare all’interno di un’organizzazione anch’essa, al pari
delle sette ariosofiche, rigidamente verticistica. Non tutto infatti doveva essere detto
alle nuove leve: «Non è necessario che ciascuno dei combattenti per questa concezione
abbia una visione completa e una conoscenza precisa delle idee e dei pensieri ultimi dei
dirigenti del movimento». Tuttavia, a ben cercare, non mancano nel Mein Kampf
riferimenti al fondo esoterico della Weltanschauung. Lo stesso emblema del partito del
resto era la svastica, simbolo di quell’atto creatore cosmico che il terrorismo di
estrema destra aveva ormai già connotato di una valenza omicida. I termini con cui
Hitler ne illustrava il significato non potevano che rimandare, pur in maniera
eufemistica, a quel significato:
Come nazionalsocialisti noi riconosciamo nel vessillo la nostra linea di azione. Nel rosso,
riconosciamo l’idea sociale del movimento, nel bianco l’idea nazionalista, nella croce uncinata,
l’impegno a combattere per l’affermazione dell’uomo ariano e per il diffondersi della tendenza al
lavoro creativo, che fu e sarà sempre antisemita [il corsivo è nostro].
La convinzione di portare avanti un’attività creatrice su scala planetaria, e che essa
fosse interrotta dagli ebrei, comportava la necessità di una lotta mortale che non
lasciava alcuno spazio per una restaurazione del vecchio ordine, come pretendeva la
destra tradizionale, bensì apriva una dimensione di guerra permanente destinata a non
trovare mai soddisfazione e quindi a radicalizzarsi progressivamente. Nella «lotta
titanica contro i tiranni avidi di sangue», che intendono instaurare «la sovranità
dell’eterno impero ebraico», è richiesto un impegno del tutto particolare se si vuole
riprendere «la via della salvezza dell’umanità ariana».
La purezza del sangue conserva l’ebreo meglio di ogni altro popolo della Terra. Quindi egli
proseguirà il suo fatale cammino finché non si opponga a lui un’altra forza la quale, in una
formidabile lotta, respinga a Lucifero colui che dà l’assalto al cielo. Oggi la Germania è il
prossimo campo di battaglia del bolscevismo, contro il quale occorre sollevare ancora il nostro
popolo, scioglierlo dalle spire di quel serpente internazionale, e mettere fine all’intossicazione del
nostro sangue38.
La profezia di Hitler non si limitava alla lotta contro il marxismo in patria, ma
prefigurava anche la visione di una futura battaglia che avrebbe visto la Germania
andare alla conquista dei territori dell’Est caduti nelle mani del cosiddetto “giudeo-
bolscevismo”. La genesi di quella visione, che quindici anni più tardi scatenerà la più
grande guerra di sterminio della storia dell’umanità, va cercata nei sogni di conquista
dei pangermanisti prima e durante il primo conflitto mondiale, ma soprattutto nella
sanguinosa repressione in patria dei moti comunisti nell’immediato dopoguerra.
9. La visione dello spazio vitale a Est
L’idea di colonizzare l’Europa dell’Est faceva parte dei sogni pangermanisti almeno
dal 1912 quando il presidente della Lega pangermanica Heinrich Class, in Wenn ich der
Kaiser wär (Se io fossi il Kaiser), invocò, assieme all’abolizione dei diritti civili agli
ebrei, la necessità di una guerra contro gli slavi, la conquista delle loro terre, e la loro
messa in schiavitù. Durante il primo conflitto mondiale questa visione sembrò farsi
largo presso il governo e gli alti comandi dell’esercito tedesco. Nel 1916 l’intellettuale
liberale Max Sering formulò il progetto di insediare duecentocinquantamila contadini
tedeschi in Curlandia, una regione agricola della Lettonia; e nel 1917 nacque un ente
denominato Vereinigung für deutsche Siedlung und Wanderung che a partire dal marzo
1918, dopo l’annessione di un terzo della Russia europea e l’istituzione del protettorato
sull’Ucraina, iniziò per davvero a programmare i duecentocinquantamila insediamenti
previsti39. La vasta annessione territoriale a Est illuse i generali e i nazionalisti più del
dovuto sulla reale forza dell’esercito, dimenticando che essa era il risultato di una
cessione di territori che la Russia era stata costretta a fare per affrontare la più urgente
situazione interna. Tali annessioni erano inoltre tanto più effimere a causa del
drammatico esaurimento delle risorse, comprese quelle alimentari, che avevano portato
la Germania sull’orlo della guerra civile. Ma i vertici militari e il fronte nazionalista
ritennero, proprio in virtù dell’enorme estensione assunta dal Reich, di essere stati
vicini alla vittoria, e videro nel trattato di Versailles, siglato il 28 giugno 1919, lo
smacco più clamoroso ai propri sogni di grandezza, e la prova più evidente della
“pugnalata alla schiena” da parte del “fronte interno” democratico-socialista.
Nell’immediato dopoguerra l’Est costituì per la destra il centro da cui proveniva la
messa in pericolo della propria stessa esistenza; e non solo con la minaccia posta ai
propri confini dal di fuori, ma soprattutto con i moti insurrezionali e con la repubblica,
dall’interno. I gruppi paramilitari che combatterono contro i secessionisti in Alta Slesia,
e al confine con la Polonia, così come contro l’estrema sinistra dal novembre 1918 fino
al 1923, videro nella Russia sovietica il centro del giudaismo mondiale.
Questa visione fu alimentata dai rifugiati politici russi e tedesco baltici che avevano
assistito alla rivoluzione, e in alcuni casi avevano partecipato alle attività
controrivoluzionarie. Molti di loro furono attivi nel partito nazista, e fecero parte di
circoli esoterici; oltre al già ricordato Rosenberg, si possono citare: Pavlo
Skoropadsky, ex capo del governo fantoccio tedesco in Ucraina; Georg Schwartz
Bostunitsch, che da agitatore nella controrivoluzione russa divenne un importante
pubblicista antisemita; e il nobile tedesco baltico Max Erwin von Scheubner-Richter,
che procacciò al partito nazista ingenti finanziamenti grazie ai suoi legami con
industriali, autorità ecclesiastiche, e membri della ex casa regnante dei Wittelsbach. Fu
merito della sua intermediazione con la casata di Sassonia-Coburgo-Gotha imparentata
con gli ex zar, che Hitler venne invitato alla manifestazione della “Giornata tedesca” a
Coburgo nell’ottobre del 1922, trasformando quella che doveva essere la solita parata
völkisch in una feroce spedizione contro i militanti di sinistra. Le aggressioni delle
ottocento SA piombate su Coburgo segnarono una svolta decisiva nella lotta di strada e
avviarono l’ascesa della NSDAP all’interno della destra nazionalista. Tutti questi
personaggi condivisero senza dubbio la gnosi antisemita: Rosenberg era membro della
Thule; Schwartz Bostunitsch lo era della Ariosophische Gesellschaft nata dallo NTO; e
Scheubner-Richter frequentava il circolo esoterico di Mathilde von Kemnitz, la moglie
dell’ex capo di stato maggiore dell’esercito Erich Ludendorff40. Tra i molti testi nei
quali si può trovare traccia della gnosi antisemita, uno particolarmente interessante è
Tiere, Menschen und Götter (Bestie, uomini e dèi, 1923) dell’ex ufficiale dei servizi
segreti del governo controrivoluzionario russo, Ferdynand Ossendowski.
Ossendowski si era distinto nel trasferimento dei compromettenti documenti che
dimostravano il sostegno dato dal governo tedesco ai bolscevichi durante la guerra;
dopodiché era passato a fianco del barone russo di origine tedesca Roman von Ungern-
Sternberg, un ufficiale dell’Armata Bianca che guidò una feroce campagna militare nelle
steppe dell’Asia. Il “barone sanguinario”, così come fu chiamato, reclutò cosacchi e
milizie tibetane, adorne di svastiche, che sottoposero le popolazioni locali a efferatezze
di ogni genere concentrandosi in particolare su ebrei e commissari bolscevichi.
Ossendowski offre un compiaciuto resoconto dei suoi massacri sullo sfondo di una
visione apocalittica della guerra, configurata ancora una volta come uno scontro tra le
forze cosmiche della creazione contro quelle della distruzione. Secondo Ungern-
Sternberg, che si riteneva un nobile discendente dei Cavalieri Teutonici, la
«Maledizione sconosciuta» vuole privare il mondo del suo principio creativo: «Durante
ogni rivoluzione, l’intelligenza creatrice che si fonda sull’esperienza del passato, viene
sostituita dalla giovane forza bruta del distruttore», gli istinti prendono il sopravvento e
«l’uomo viene allontanato da tutto ciò che è divino e spirituale». La guerra contro il
bolscevismo è necessaria per «proteggere il processo evolutivo dell’umanità […],
perché sono convinto che l’evoluzione conduce a Dio e la rivoluzione alla bestialità».
Contro le forze del male soccorre però «il Re del Mondo», una sorta di oscura divinità
che domina il regno sotterraneo di Agarthi, dove in epoca primordiale si ritirarono le
genti di Atlantide scampate al diluvio universale. Qui il Re del Mondo attende
l’adempimento delle antiche profezie che prevedono la completa distruzione
dell’impero del male: «La Russia dovrà lavare l’onta della rivoluzione, purificarsi con
il sangue e la morte; e tutti coloro che accettano il comunismo devono perire con le loro
famiglie affinché anche la loro discedenza sia annientata!». A quel punto il Re del
Mondo potrà finalmente riemergere dal sottosuolo, il regno della luce sarà ristabilito, e
potra nascere «una nuova vita purificata»41.
Visioni di questo genere erano condivise nei circoli che appoggiavano la
controrivoluzione, e naturalmente dai nazisti. Nel 1919 Rosenberg pubblicò una nuova
edizione dei Protocolli; e in Totengräber Russlands (I becchini della Russia, 1921),
scritto assieme ad Eckart, presentò una rassegna di caricature dei leader sovietici con i
volti deformi denunciandoli come efferati carnefici dell’aristocrazia russa di
ascendenza germanica. A quelle stesse visioni Hitler dava forma nei suoi comizi. Nel
brogliaccio degli appunti tenuti come promemoria per quelle declamazioni ricorrono
infatti, accanto a citazioni di passi biblici che trattano delle punizioni inferte ai nemici
di Israele, scritte del tipo: «Bolscevismo», «L’ebreo sanguinario», «La casa dei morti
russa (il Soviet. XDietrich EckartX)»42. Hitler iniziò a sviluppare l’idea di una
crociata antibolscevica probabilmente già durante la lotta armata contro i comunisti nei
primi anni Venti, ma il passo decisivo per la sua formulazione teorica e programmatica
lo fece durante la detenzione a Landsberg con il contributo di Rudolf Hess, che fu suo
segretario personale fino al 1941.
Rudolf Hess era stato affiliato alla Thule, aveva combattuto nella sua milizia, e poi
nella prima SA, aveva partecipato al tentato Putsch di Hitler, e quindi era finito ad
alloggiare insieme a lui a Landsberg, sobbarcandosi l’ingrato compito di scrivere sotto
dettatura i suoi estenuanti monologhi per poi rielaborarli fino a dargli una forma
sensata. Fu lui ad apportare a Hitler l’idea di Lebensraum (spazio vitale), che aveva
appreso dal suo professore di geopolitica Karl Haushofer di cui era l’allievo prediletto.
Secondo Haushofer, ogni nazione dispone di un suo spazio vitale che è dato dal
rapporto tra popolazione, estensione del territorio e risorse disponibili. Siccome la
Germania è sovrappopolata e povera di risorse, affinché essa possa sopravvivere,
dovrà muovere verso un ampliamento del proprio spazio vitale a spese degli ampi
territori dell’Est, che sono fertili e malamente sfruttati dagli slavi. Hitler aveva
probabilmente già conosciuto Haushofer, ma fu tramite Hess che ebbe modo di
approfondire le sue idee43.
L’esperienza di cinque anni di guerra, e di altri cinque di lotta armata contro i
comunisti, tra la frustrazione dei sogni imperialisti e i racconti da incubo degli esuli
dalla Russia, condussero Hitler a formulare la visione di una futura alleanza con
l’Inghilterra contro l’Unione Sovietica. Già in Una resa dei conti Hitler aveva
lamentato come il governo tedesco dell’anteguerra avesse erroneamente perseguito lo
sviluppo della Germania tramite miglioramenti economici che costituivano solo dei
vani «tentativi di colonizzazione interna», mentre invece sarebbe stato più opportuno
intraprendere la conquista dell’Est:
Se si volevano territori in Europa, ciò non poteva avvenire che a spese della Russia, perciò il
nuovo Reich avrebbe dovuto riprendere la marcia degli antichi Cavalieri dell’Ordine per aprire con
la spada la strada all’aratro, e dare così alla Nazione il suo pane quotidiano.

A questo fine la Germania avrebbe dovuto potenziare l’esercito e guadagnarsi nel


contempo il consenso dell’Inghilterra con la rinuncia al predominio commerciale, alle
colonie extraeuropee, e persino alla flotta. Nella visione di Hitler il sangue tedesco
disperso nelle varie regioni europee avrebbe dovuto essere riunito in un forte impero
centrale, che avrebbe visto la sottomissione delle potenze occidentali, in primo luogo la
Francia, e quindi la conquista dello spazio vitale a Est. Questa è la visione che Hitler
sviluppa nel libro scritto nel 1925, che costituisce il secondo volume del Mein Kampf.
Qui appare per la prima volta la connessione tra l’ideologia del sangue, e
l’individuazione dell’Unione Sovietica sia come il centro supremo del nemico da
distruggere che come lo spazio vitale da conquistare. Scrive Hitler:
Noi nazional-socialisti tiriamo una riga sulla politica estera tedesca dell’anteguerra, e la
cancelliamo. Noi cominciamo là dove si terminò sei secoli fa. Poniamo termine all’eterna marcia
germanica verso il Sud e l’Ovest dell’Europa, e volgiamo lo sguardo alla terra situata all’Est.
Chiudiamo finalmente la politica coloniale e commerciale dell’anteguerra, e passiamo alla politica
territoriale dell’avvenire.

L’Unione Sovietica, secondo Hitler, è ormai una nazione in ginocchio dopo che gli
ebrei hanno sopraffatto l’aristocrazia germanica che fondò la civiltà russa. La Russia fu
forte fino a che sopravvisse l’elemento germanico che modellò la Nazione, ma da
quando al suo posto è subentrato l’ebreo, il colossale impero orientale è diventato
maturo per il crollo. «Noi siamo eletti dal destino a essere testimoni di una catastrofe
che sarà la più poderosa conferma della teoria nazional-socialista delle razze».
Il popolo tedesco dovrà riprendere la sua originaria missione civilizzatrice, e mettere
salde radici sul suolo dell’Europa dell’Est tramite «l’alacre lavoro dell’aratro tedesco
al quale la spada deve dare il terreno»44.
La visione delineata da Hitler era erede dei sogni imperialisti del pangermanismo di
inizio Novecento, e fatti propri dai comandi militari durante la prima guerra mondiale,
ma da essi si discostava radicalmente. Non si trattava più di uno scontro di
nazionalismi, che poteva comportare inevitabili carneficine di civili come aveva
insegnato il recente conflitto, ma di una guerra ideologica dai caratteri apocalittici, che
opponeva gli eredi di una primordiale stirpe di esseri superiori a degli occulti artefici
di enormi sacrifici umani. Secondo questa visione, il Drang nach Osten (la spinta
a Est) si connotava come una missione che doveva riconquistare le terre appartenute
agli avi germanici strappandole al bolscevismo ebraico, e quindi rivivificarle con il
sangue germanico da legare alla terra tramite il lavoro contadino.
La prospettiva di una futura alleanza con la Gran Bretagna contro l’Unione Sovietica
fu dirimente per la stessa sopravvivenza del partito. Nel 1925, i fratelli Gregor e Otto
Strasser, e il capo della propaganda Joseph Goebbels, che detenevano la guida del
partito nei distretti occidentali e settentrionali della Germania, erano orientati in senso
anticapitalista, dileggiavano “il piccolo borghese Hitler”, e sostenevano l’alleanza con
l’Unione Sovietica, tanto che Rosenberg paventava il pericolo di un cedimento ai
comunisti. Ma il 14 febbraio del 1926 Hitler riunì il partito a Bamberga, e mise ai voti
la propria direzione e la linea politica riuscendo ad avere la meglio, e a conquistarsi la
fiducia incondizionata di Goebbels. Furono così poste le basi per la riorganizzazione
del partito ponendo tutte le sue componenti sotto la volontà del capo45. Hitler sapeva
bene che l’anticomunismo e la visione del Lebensraum a Est non erano solo al centro
dei pensieri dei völkische Bünde antisemiti, ma anche delle cerchie nazionaliste
istituzionali che vedevano nei nazisti un utile strumento per combattere i “nemici della
nazione”. A partire dalla seconda metà degli anni Venti il partito nazista assorbì i primi
e venne legandosi sempre più ai secondi guadagnandosi così il sostegno delle élite
intellettuali nazionaliste che dotarono l’ideologia nazista di un maggiore spessore
intellettuale declinandola in progetti auspicabili per il futuro.

10. La nobilitazione della Weltanschauung


Nella seconda metà degli anni Venti il partito guidato da Hitler non riuscì mai a
raggiungere il 3% alle elezioni nazionali, e nessuno lo prese più in considerazione.
Esso realizzò però proprio in quegli anni una poderosa ascesa nell’ambito del
frammentato e rissoso fronte etno-nazionalista; ne prese la direzione, e nello stesso
tempo si guadagnanò il consenso dei circoli dell’alta società. La Weltanschauung
nazista era condivisa naturalmente dalle leghe etniciste, entro cui il partito era nato.
La svastica come simbolo dell’atto creatore, con le sue valenze omicide, era stato infatti
l’emblema della Thule, e di molti Freikorps come la Brigata Ehrhardt, così come del
DVST che riunì tutte le leghe razziste fino al 1923. Nella seconda metà degli anni Venti
l’intero fronte dell’estrema destra venne a essere assorbito dal partito nazista, e le
stesse conventicole ariosofiche persero ruolo politico. Molti affiliati di quelle sette,
come Rosenberg, Hess, Frank, Frick, Amann, erano divenuti importanti esponenti
politici, e quanto restava di quelle cerchie costituiva persino ai loro occhi poco più che
un fenomeno parareligioso di kitsch völkisch. Il partito avviò a stringere legami con i
circoli nazionalisti frequentati dai membri delle classi dirigenti tedesche, e si crearono
così le condizioni per un connubio intellettuale che avrebbe condotto all’egenomia
culturale dell’estrema destra. Come ha sostenuto lo storico Ian Kershaw: «Le
fondamenta di una levigata ideologia antidemocratica, antitetica a Weimar, non si
crearono nelle rozze discussioni da birreria di “pensatori” e “filosofi” völkisch, ma
furono poste da scrittori, giornalisti e intellettuali neoconservatori come Wilhelm
Stapel, Max Hildebert Boehm, Moeller van den Bruck, Othmar Spann e Edgar Jung»46.
Filosofi, storici, giuristi, antropologi, etnologi, archeologi, biologi, genetisti, e molti
altri membri della cultura tedesca, che in molti casi erano già su posizioni razziste e
antisemite, vennero a piegare il sapere in direzione del nazionalsocialismo mantenendo
durante la repubblica una sorta di doppia identità: da una parte sostenevano le
istituzioni e si limitavano ad avversare gli ebrei tramite una critica ‘culturale’
dell’ebraismo, e dall’altra ampliavano la rete dei consensi alla NSDAP all’interno del
proprio ambito sociale e professionale. La presenza dell’ideologia del sangue con il
suo schema gnostico manicheo si può così rilevare, non solo nelle settantatre leghe
völkisch allora esistenti, ma anche in molti circoli che afferivano alla destra
conservatrice. Uno tra i più influenti fu quello patrocinato dalla moglie dell’editore
Hugo Bruckmann, all’epoca una delle principali sostenitrici di Hitler. Tra le tante
iniziative da lei organizzate vi fu nel 1922 il ciclo di conferenze tenute da Alfred
Schuler. Dai testi di quelle conferenze è possibile farsi un’idea di quanto la
Weltanschauung etnicista, comprensiva del suo fondo esoterico, avesse ormai ampliato
il suo ambito di diffusione nell’alta società.
Secondo Schuler l’esistenza si divide in due periodi: quello primordiale in cui
l’intero mondo è compenetrato di splendore – l’Urzeit dove Ur=Ar=Luce – e quello
attuale dominato da un processo di svuotamento verso l’oscurità. Da una parte la «vita
aperta ricolma di luce», e dall’altra la «vita chiusa» che ne è priva. «Nella vita aperta
non c’è nessuna religione, perché la vita in quanto tale è il fatto religioso»; nella vita
chiusa domina invece la religione, ovvero l’ebraismo che, manipolando il sangue, ha
«separato lo splendore reincarnante», rubato l’anima, confuso i linguaggi, scisso il
tempo originario in cielo e inferno, reso trascendente lo spirito, diviso i sessi, e
«condannato la cellula nella carne offrendola nelle mani di una potenza oscura».
Il millenario lavoro di annientamento dell’ebreo finirà però per rivolgersi contro lui
stesso, poiché nulla può ostacolare la forza del sangue. Il sangue è la «pietra psichica»
che «nell’avvolgente oscurità reca in grembo l’ermafroditico focolaio di elettroni dello
splendore», la cui forza squassa continuamente l’ordine per condurlo a un nuovo
equilibrio. Tale forza opera tramite il sacrificio, inteso come «fenomeno di assassinio»,
che costituisce un «atto conscio di autofecondazione creativa»; come ben sapevano gli
antichi, che offrendo la loro vittima agli dei, «si fecero partecipi dello splendore del
sangue dell’ucciso»47.
Analoghe concezioni animavano il Sera-Kreis di Jena i cui adepti praticavano esercizi
spirituali e messinscene ispirate all’antichità greco romana, e il Tat-Kreis di Eugen
Diederichs, l’influente editore del cosiddetto “neoromanticismo” ispirato a Nietzsche,
alla mistica tedesca medievale e alle saghe nordiche. Diederichs sosteneva che una
nuova élite custode del Geist germanico avrebbe dovuto guidare il Volk lungo «il
sentiero che porta al centro cosmico-metafisico» dove è celata la forza creatrice;
sentiero che però è stato interrotto da «un sentimento che muove da un centro di
irradiazione statico» rappresentato dalla legge ebraica. All’interno del suo circolo si
formarono vari ideologhi nazisti tra cui il filosofo Alfred Bäumler, che nel 1933
sarebbe stato tra i primi a promuovere i roghi dei libri, e il principale avversario di
Martin Heidegger nella lotta per divenire il Führer della Weltanschauung nazista.
Queste suggestioni trovarono spazio, pur senza cadere nelle immagini sanguinolente di
Schuler, anche nei circoli legati a Alfred Hugenberg, deputato della Deutschnationale
Volkspartei (DNVP), consigliere di amministrazione delle acciaierie Krupp, e titolare
di un grosso colosso mediatico. Gli intellettuali aristocratici luterani come Wilhelm
Stapel, e cattolici, come il dottrinario del corporativismo Othmar Spann, che facevano
parte della sua cerchia, disprezzavano i parvenu nazisti, ma non si tirarono indietro
nello sposare il proprio nazionalismo con la “rivoluzione spirituale” auspicata da
Hitler, inaugurando un filone politico ideologico che più tardi sarà denominato
“rivoluzione conservatrice”48. Così mentre i circoli della destra ‘rispettabile’ si
preoccupavano di formulare l’ideologia del sangue in termini acconci al loro livello
culturale, le SA si incaricavano di metterla in pratica sul sangue degli avversari. I due
piani andavano di pari passo, e sicuramente i primi avendo maggiore influenza politica,
disponibilità economiche e risorse intellettuali, furono maggiormente responsabili della
deriva antidemocratica inferta alla repubblica di Weimar. Fu da questi ambienti che
prese corpo anche un filone ideologico pseudo-scientifico, denominato “nordicismo”,
che istituì una sorta di connubio tra la Weltanschauung nazista e il sapere scientifico.
Questo filone sostituì alle confuse speculazioni sugli ariani della precedente
generazione völkisch un’indagine ‘oggettiva’ sull’essenza del Dasein (esistenza), della
razza e dello spirito germanico, contribuendo alla nazificazione delle élite tedesche.
I pionieri del nordicismo furono lo psichiatra neuropatologo Alfred Hoche,
l’antropologo eugenista Fritz Lenz, il medico eugenista e antropologo Eugen Fischer, e
il botanico Erwin Baur. Hoche scrisse nel 1920, assieme allo studioso di diritto Karl
Binding, Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens (L’autorizzazione alla
distruzione delle vite che non meritano di essere vissute) che costituì il testo da cui si
sarebbe sviluppata la legislazione sulla sterilizzazione dei disabili, e successivamente
la pratica della loro eliminazione. Lenz, Fischer e Baur scrissero Grundriß der
menschlichen Erblichkeitslehre und Rassenhygiene (1921), un testo che affrontava lo
studio della cosiddetta “razza nordica”: dalla sua storia alle sue caratteristiche
psicofisiche, dalle sue conquiste di civiltà fino all’eredità lasciata nelle varie regioni
del pianeta, compresa la selezione dei semi, delle piante, e la costruzione del
paesaggio. Secondo i tre studiosi, la razza nordica, in seguito alla rigida selezione
affrontata durante l’era glaciale, avrebbe forgiato qualità morali superiori a tutte le
altre, e ciò le avrebbe permesso di avviare la civilizzazione dell’intero globo terrestre
partendo dall’estremo Nord per raggiungere l’India, l’Iran, il Tibet, la Grecia, l’Italia,
per poi risalire verso la Germania. La visione di fondo non era molto diversa da quella
del razzismo anteguerra, ma l’approccio adesso era scientifico: la questione del sangue
veniva posta sul piano della biologia e dell’eugenetica; si potevano individuare in
maniera sperimentale delle costanti fisiche e spirituali dei vari popoli, si potevano
ricostruire precise tassonomie razziali, e soprattutto si potevano prospettare interventi
di miglioramento.
Il loro libro fu edito da Julius Lehmann, e da questi consegnato personalmente a Hitler
durante la sua detenzione come supporto ‘scientifico’ per la redazione del Mein Kampf,
e dieci anni più tardi sarebbe divenuto il testo di riferimento per la legittimazione
scientifica delle leggi razziali. Tutti e tre i suoi autori fecero carriera nel corso degli
anni Venti presso il prestigioso Kaiser Wilhelm Institut per l’antropologia,
l’ereditarietà, e l’eugenetica (KWI), finanziato all’epoca dalla Fondazione Rockfeller.
Erwin Baur detenne la cattedra di botanica, mentre Fischer vi fondò e diresse a partire
dal 1927 l’Istituto di igiene razziale, divenendo poi nel 1933 direttore dell’intero KWI,
e rettore dell’università di Berlino. Fritz Lenz occupò la prima cattedra di igiene della
razza all’università di Monaco nel 1923, e nel 1933 divenne direttore del Dipartimento
di antropologia del KWI, lavorando alla definizione e all’attuazione delle politiche
razziali del regime assieme a Fischer, allo psichiatra e genetista Ernst Rüdin, e ai più
giovani Otmar von Verschuer e Hans Günther. Tutti questi studiosi furono vicini ai
nazisti fin dai primi anni Venti. Rüdin fu tra i fondatori con Fischer dell’Istituto per
l’igiene della razza, e nel 1931 divenne direttore dell’Istituto di psichiatria presso il
KWI di Monaco. Verschuer, che era il pupillo di Fischer, nel 1935 venne a dirigere
l’Istituto di biologia ereditaria e igiene della razza di Francoforte, ed ebbe come suo
principale allievo Josef Mengele a cui fece avere i fondi dell’ente nazionale di ricerca
per condurre i suoi criminali esperimenti nella clinica di Auschwitz49.
Il principale centro dell’ideologia nordica negli anni Venti fu l’università di Friburgo
dove furono attivi oltre a Fischer e Alfred Hoche, anche il filosofo Martin Heidegger.
Questi era stato affiliato in gioventù al Graalbund, una setta cattolico integralista vicina
agli ordini di List e Liebenfels; durante la guerra aveva collaborato alla rivista
Deutschlands Erneuerung di Lehmann, e nell’immediato dopoguerra aveva costituito
una Stosstrupp (truppa d’assalto) con una dozzina di suoi allievi affiliati alla Deutsche
Studentenschaft, l’organizzazione studentesca delle SA. Il suo Sein und Zeit (1927)
costituisce un documento prezioso per ricostruire il percorso verso la nobilitazione
della mistica nazista. Heidegger vi si propone come l’ispirato maestro della «domanda
originaria dell’Essere» che una malvagia tradizione starebbe occultando da almeno due
millenni. Tale tradizione ha imposto la questione dell’Essere a partire dall’ente inteso
come «semplice presenza», e così ha condannato all’oblio la conoscenza del legame
originario tra il Sein (Essere) e il suo Da inteso come Mondo quale si offre nel Dasein
(Esistenza). Il Dasein gode di uno statuto ontologico superiore a tutti gli altri enti. Esso
«non deriva da alcun sommo ente», bensì è radicalmente un «essere-nel-mondo». Le sue
determinazioni originarie sono l’angoscia e la colpa per l’oblio del progetto originario,
ma anche l’appello e la chiamata della coscienza, così come il risveglio e la ripresa del
progetto per ristabilire la Cura (Sorge) come totalità dell’Essere. Al fondo di tutte
queste determinazioni vi è la «decisione anticipatrice della morte», che il filosofo
sembra qualificare come una ritrazione creatrice.
La morte per il Dasein non ha niente a che fare con la «cessazione della vita» a cui
sono sottoposti gli altri «enti semplicemente-presenti o semplicemente viventi»: «Il
finire proprio del Dasein non significa un essere alla fine del Dasein ma un esser-per-
la-fine». Se per la dottrina iniziatica völkisch il combattente che si decide per la morte
ripete l’atto creatore di ritrazione in se stesso, per il filosofo: «nella decisione
anticipatrice della morte, il Dasein si riporta “immediatamente” innanzi a ciò che è
già stato prima di esso, e ciò in modo temporalmente estatico»; «La Cura è l’essere-
per-la-morte che richiama il Dasein a ripetere le possibilità esistenziali autentiche a
partire dall’eredità»; decidersi per la morte significa allora venire a far parte di una
schiera di eroi determinata alla lotta con la massima fermezza.
La ripetizione autentica di una possibilità d’esistenza essente-stata (il fatto che l’Esserci si
scelga i suoi eroi) si fonda esistenzialmente nella decisione anticipatrice; infatti è in essa che
viene primariamente scelta quella scelta che rende liberi per la lotta successiva e per la fedeltà a
ciò che è da ripetere50.

L’idealismo tedesco, la rivoluzione spirituale, la concezione metapolitica del Dasein


germanico, erano tutte formule che identificavano la posizione politico ideologica non
più del solo movimento bündisch di estrema destra, ma anche dei circoli intellettuali
che favorirono l’avanzata del partito nazista. Vi sono due organizzazioni in particolare
che sembrano aver avuto un ruolo importante nello sviluppo della Weltanschauung
nella direzione di un progetto che, ulteriormente sviluppato, sarebbe venuto a mettere a
ferro e fuoco l’Europa e il mondo intero: l’Artamanenbund e il Nordischer Ring51.
L’Artamanenbund fu fondato nel 1923 a Monaco da Willibald Hentschel, che tentava
così di riproporre il precedente progetto abortito prima della guerra. Esso arrivò a
contare fino a duemila giovani, e funzionò, pur con molte difficoltà, nel fornire un
servizio di manodopera volontaria nelle fattorie della Sassonia e della Prussia orientale
contrastando l’immigrazione dei lavoratori polacchi e facendo propaganda völkisch
presso i contadini. Le prospettate fattorie autogestite che avrebbero dovuto costituire gli
avamposti della “spinta a Est” non decollarono, ma il Bund fu il luogo di incontro e di
formazione di alcuni personaggi che a quelle fantasie avrebbero dato nuovo slancio. Qui
si conobbero infatti Walther Darré, l’ideologo di una “nuova nobiltà di sangue e suolo”;
Heinrich Himmler, che improntò su quell’idea l’organizzazione delle SS; Horst
Rechenbach, che sarà uno degli esperti razziali impegnati sul Generalplan Ost; e Rudolf
Höss, il futuro comandante del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Nel
1927 la Lega degli Artamani passò sotto il controllo del partito nazista, e trovò il
sostegno di facoltosi circoli finanziari per il tramite di Wilhelm Schiele, che era
l’esperto di politica agraria della DNVP. Quando i nazisti andarono al potere, essa fu
l’unica organizzazione giovanile a non essere sciolta, e a godere del privilegio di essere
aggregata alla Hitlerjugend.
La natura e gli obiettivi della Lega furono esplicitati da Ernst Jünger, che ad essa fu
vicino, in un articolo del novembre 1926, intitolato “Il movimento giovanile
dell’azione”. Così scrive Jünger: «Negli organi dei soldati del fronte si dovrà ancora
parlare a lungo del movimento giovanile armato come di un importante fattore di
configurazione del futuro. Oggi è un gruppo particolare – quello degli Artamani – a
distinguersi. Artamani, vale a dire “protettori della terra”. È una parola antica e fiera».
Essi hanno fuso l’idealismo con il servizio del lavoro mettendo i loro salari a
disposizione di «un fondo comune di battaglia, tramite il quale andrà acquistato del
terreno per la colonizzazione dell’Est». Gli Artamani costituiscono una nuova
aristocrazia che «ha trovato una grande via, una via ardua che passa attraverso il
sacrificio», e che lo Stato dovrà valorizzare istituendo un anno di servizio obbligatorio
per tutti i giovani affinché nasca «lo Stato dei soldati del fronte, che dovrà essere uno
Stato di operosità e sacrificio. Dimostreremo così non solo di saper fare piazza pulita
di quanto si è guastato, bensì di volerlo rimpiazzare con qualcosa di nuovo.
Impadroniamoci dei migliori tra i giovani, e creiamoci una discendenza di cui nessun
altro movimento potrà disporre!»52.
Assai più influente della lega degli Artamani fu il Nordischer Ring, un club politico
intellettuale fondato nel maggio 1926 dal funzionario ministeriale Henno Konopacki-
Konopath e da lui animato assieme alla moglie, la principessa Marie Adelheid Reuss
zur Lippe. Presso questo circolo si incontrarono tra gli altri: Hans F. K. Günther, il
primo antropologo nazista; l’editore nonché ex membro della Thule, Julius Lehmann; gli
intellettuali Jünger e Heidegger; l’allora funzionario ministeriale per l’agricoltura
Walther Darré, e l’allora vicecomandante delle SS Heinrich Himmler. Qui si conobbero
anche alcuni di coloro che avrebbero avuto un ruolo di primo piano come esperti
razziali nella attuazione del Generalplan Ost: Horst Rechenbach, già militante degli
Artamanen; Rudolf Jacobsen, egli stesso esperto razziale prima di diventare un
comandante delle Waffen-SS; Lothar Stengel von Rutkowski, più tardi medico del
RuSHA a Praga; e il celebre antropologo Bruno Schultz, già membro della Thule-
Gesellschaft.
L’opera di Günther ha un peso rilevante nella genesi dell’ideologia Blut und Boden di
cui le SS divennero paladine. Egli era stato allievo di Fischer durante la prima guerra
mondiale, e poi era divenuto professore in un liceo di provincia, finché nel 1919
pubblicò Ritter, Tod und Teufel. Der heldische Gedanke. Il libro fu notato dall’editore
Julius Lehmann il quale ne rimase talmente affascinato che prese l’autore sotto la sua
tutela, e lo incoraggiò a divenire un antropologo razziale inaugurando per lui una
apposita collana. Nel suo primo articolo, dal titolo “La razza nordica e il sangue misto
dei nostri vicini orientali”, Günther sostenne che la razza creatrice per eccellenza si era
originariamente propagata in Asia dove aveva dato vita a tutte le antiche civiltà, per poi
decadere in seguito allo sciagurato accoppiamento con le razze inferiori. Günther
dedicò decine di volumi a sostenere questa tesi; ma sia che proponesse una tipologia
razziale basata su costanti psicofisiche, come in Rassenkunde des deutschen Volkes
(1922), o una formulazione dei caratteri del “pensiero nordico”, come in Der Nordische
Gedanke unter den Deutschen (1922), al fondo vi era sempre lo stesso schema gnostico
con gli ario-germani, ora ribattezzati razza nordica, che erano caduti dalla loro pienezza
originaria, e che dovevano lottare per la riconquista del potere53. Günther tuttavia
mostrava una nuova sensibilità rispetto alla precedente generazione völkisch, in sintonia
con quella guidata da Hitler di cui anch’egli faceva parte: non si trattava più di
contemplare le antichità germaniche, ma di dare attuazione pratica alla
Weltanschauung. Come egli scriveva: «la questione non è tanto se noi uomini
dell’epoca attuale siamo o meno nordici; la domanda da porsi è piuttosto se abbiamo
sufficiente coraggio da preparare alle generazioni future un mondo capace di purificarsi
razzialmente ed eugeneticamente»54. Günther, e molti altri suoi colleghi, portarono
nelle istituzioni universitarie la “scienza della razza” che i vari Ploetz e Hentschel,
avevano già fuso con la gnosi antisemita a partire dagli inizi del Novecento, e che il
movimento bündisch aveva fatto propria, e trasformato in pratica terroristica
nell’immediato dopoguerra. Questa ideologia circolò nelle università, e negli ambienti
culturali, in maniera circospetta fino a tutti gli anni Venti, e poi sempre più scoperta e
aggressiva dopo i successi elettorali del partito nazista a partire dal settembre 1930.
Tra i molti testi in cui si può registrare la fisionomia assunta alla fine degli anni Venti
dalla visione di una aristocrazia del sangue, Platon als Hüter des Lebens (1928) è
forse uno dei più illuminanti.
Secondo Günther, Platone era un nobile di origine nordica che dovette lottare contro la
degenerazione razziale che affliggeva la sua stirpe nella Grecia repubblicana. Per
contrastare la commistione del sangue, Platone risvegliò gli ideali nordici, formulando
una dottrina teorico pratica atta a rifondare una nuova nobiltà in grado di risvegliare il
popolo alla consapevolezza della sacralità del proprio sangue. Il filosofo individuò il
bacino di questa nuova nobiltà nel «ceto rurale che oggi appare come uno strato
inferiore», ma che all’epoca era il più vicino alla terra e il più puro di sangue: «la
massima prosperità, cioè il massimo grado di virtuosità e di sostegno al vigore, Platone
se l’attende da uno Stato autosufficiente costituito da agricoltori, il quale manterrà la
pace essendo fondato sul mantenimento della misura di tutte le cose». Platone rinnovò la
dottrina dello stato fondandola sull’ideale della purificazione del sangue e definì anche
le misure atte a perseguirlo: dal controllo delle nascite alla politica matrimoniale
selettiva, dall’allevamento razziale all’eliminazione dei soggetti degenerati. Grazie alla
sua opera furono così poste le basi per la rinascita della nobiltà rurale perfezionata
secondo l’ideale psicofisico della razza nordica, «la più nobile e creativa».
La rigenerazione della stirpe «custode dell’ordine cosmico», tentata da Platone, fu però
infranta dal cristianesimo, una sorta di seconda ondata del giudaismo, il quale rimosse
le ascendenze nordiche dell’originario pensiero greco ed impose una concezione
dell’uomo come «animale razionale» degradandolo così al fondo della gerarchia degli
enti55.
L’antropologo autodidatta proiettava su Platone la propria ambizione al ruolo di
istitutore di una nuova classe dirigente, e di fatto egli aveva all’epoca le carte per
diventarlo essendo il leader del Ring nordico. La sua visione di una nobiltà di sangue
fondata sulla terra trovò l’apprezzamento di due neofiti frequentatori del circolo,
entrambi agronomi: Walther Darré e Heinrich Himmler. Il primo sviluppò quella visione
in un progetto che il secondo riprese per farne il modello per le nuove SS.

11. Walther Darrée la nuova nobiltà di sangue e suolo


La figura di Richard Walther Darré come ideologo non è tra le più studiate dalla
storiografia nonostante il suo contributo alla Weltanschauung nazista sia stato
rilevante56. La sua carriera fu inizialmente piuttosto accidentata. Nato a Buenos Aires
in una facoltosa famiglia di immigrati tedeschi, Darré abbandonò diverse scuole.
All’inizio del 1914 sembrò aver trovato la sua strada iscrivendosi alla scuola coloniale
di Witzenhausen, che preparava amministratori di piantagioni e agricoltori specializzati
per le colonie, ma scoppiò la guerra, e Darré scelse di partire volontario per il fronte.
Quando tornò quattro anni dopo era decaduto economicamente e privo di un ruolo
sociale. Si arruolò allora nei Freikorps e prese parte alla repressione dei moti
insurrezionali. Nel frattempo si diplomò alla scuola commerciale di Wiesbaden, e si
iscrisse di nuovo alla scuola coloniale di Witzenhausen, ma ne fu presto espulso per
cattiva condotta. Durante l’apprendistato come direttore agricolo si familiarizzò con le
dottrine di Haeckel e con la teoria dell’ereditarietà; nel 1922 si iscrisse alla facoltà di
agraria dell’università di Halle-Wittenberg, e nel febbraio 1923 aderì alla
Deutschvölkische Freiheitspartei (DVFP) tra i cui leader vi erano Fritsch e
Ludendorff. Risale a questo periodo il suo interesse per l’idea di nobiltà razziale
delineata da Günther, tanto da consigliare alla moglie il suo Rasse und Stil come guida
per «allevare i nostri figli nordicamente». Laureatosi in agronomia con specializzazione
nell’allevamento di animali, Darré affrontò la ricerca di dottorato sulla riproduzione dei
cavalli facendosi nello stesso tempo una cultura sulle teorie di igiene razziale. La sua
prima pubblicazione del febbraio 1925, “Migrazioni animali, sulle tracce della patria
ariana”, testimonia già dal titolo quale fosse l’indirizzo delle sue ricerche. Nel corso
dello stesso anno aderì all’Artamanenbund, e nella primavera del 1926 conseguì il
dottorato in riproduzione animale presso la cattedra di eugenetica ed ereditarietà
dell’università di Giessen. Tramite i suoi contatti universitari divenne rappresentante
per la Società prussiano orientale dei cavalli di razza Trakehner, e in tale veste lavorò a
stretto contatto con il settore agricolo dell’ambasciata tedesca a Helsinki, che lo
coinvolse nelle trattative per guadagnare l’alleanza della Finlandia contro i sovietici.
Dal 1926 al 1928 pubblicò numerosi articoli sulla rivista Deutschland Erneuerung di
Lehmann sottolineando le possibili applicazioni alla società tedesca delle misure di
carattere eugenetico apprese in ambito zootecnico. Con la pubblicazione di “Walther
Rathenau und das Problem des nordischen Menschen” gli si aprirono le porte del Ring
nordico: scrisse sulla sua rivista Nordische Blätter e avviò una intensa attività di
conferenziere. Qui fece la conoscenza di affermati teorici impegnati nel definire i
principi del “diritto nordico”, come ad esempio, Evd Prinz zur Lippe von Vietinghoff-
Scheel; ed ebbe modo di conoscere giovani in carriera come Johann von Leers, la cui
moglie, convinta di essere una sacerdotessa dell’età del bronzo, si contornava di una
cerchia di ariosofi capitanati da Karl Maria Wiligut, il futuro ‘consulente spirituale’ di
Heinrich Himmler.
Nel maggio 1928 Darré venne nominato rappresentante per il Baltico del Ministero
prussiano dell’Agricoltura, e nell’estate fu a Riga come rappresentante della Camera
agricola prussiano orientale. Nel frattempo era membro di otto organizzazioni agricole
ed eugenetiche, e lui stesso tentò di fondarne una. Lehmann gli propose allora di
promuovere la sua iniziativa presso Hitler, ma poiché il partito nazista era ancora
minoritario, Darré che non intendeva danneggiare la propria carriera, preferì rimanere
nell’area della DNVP. A partire dall’aprile del 1928 il Ring nordico si spostò però
decisamente su posizioni antisemite: e quando nel dicembre 1929 il Ministero lo
trasferì, a causa di sue malversazioni in un traffico illegale di sementi, Darré decise di
puntare sui nazisti. Si dimise dal suo incarico, e iniziò a frequentare l’architetto del
paesaggio Paul Schultze-Naumburg, principale sostenitore del ripristino della fattoria a
trasmissione ereditaria, attorno al quale si riunivano personaggi come il leader degli
Artamanen, Hans Holfelder; il suo vice Georg Kenstler, direttore della rivista Blut und
Boden; il drammaturgo Hanns Johst; e gli intellettuali Jünger e Heidegger. Nel marzo
del 1930 Darré pubblicò Neuadel aus Blut und Boden (Nuova nobiltà di sangue e
suolo), uno scritto che formulava il progetto di una nuova nobiltà germanica in maniera
tanto efficace da procurargli nel giro di poche settimane un incontro con Adolf Hitler, a
cui seguì subito dopo l’affidamento dell’incarico per la creazione dell’ufficio politico
agrario della NSDAP.
Nel suo libro Darré riformula l’ideologia del sangue della tradizione völkisch
individuando nel mondo contadino il centro propulsore di un nuovo ceto dirigente. Con
sorprendente sicurezza Darré vanta la superiorità del suo progetto rispetto «ai piani e ai
progetti che ovunque sorgono attualmente», e che egli passa in rassegna, compreso
quello di Hentschel, rilevando per ciascuno di essi i punti di forza, ma cassandoli tutti
per la mancanza di rilievo data al sangue come principio fondativo. Solo Nietzsche,
nota Darré, comprese questo principio quando sostenne in Der Wille zur Macht che
«non c’è nobiltà che per nascita e per sangue […]. Lo Spirito da solo non nobilita, gli
manca ancora ciò che nobilita lo spirito: l’ascendenza nobile!»57. Ora,
quest’ascendenza nobile è decaduta con l’introduzione del precetto giudaico cristiano
della «eguaglianza di tutti gli esseri d’aspetto umano»; l’uomo nordico è stato sviato
dalla legge naturale e vincolato a una vita conforme alle esigenze del Dio cristiano. «Il
germano nobile si era fino allora considerato il custode dell’ordine divino, nato dalla
forza, perpetuata in lui, delle azioni del suo antenato divino», ma la nuova religione gli
impose il sacrificio di questa vita per conquistarne una illusoria nell’aldilà. La radice
dell’antica nobiltà era costituita dal mondo contadino, e rimase salda finché il podere fu
inalienabile e legato al ceppo razziale, come nell’antica Sparta, ma con l’insorgere
dell’impero romano la trasmissione ereditaria del podere venne meno, e con essa cadde
anche la separazione tra le etnie. Fu così che nacque il liberismo economico che ridusse
la terra a fonte di guadagno avviando un parallelo processo di degenerazione razziale.
Questa concezione mina le fondamenta stesse dell’esistenza tedesca: «Si tratta di una
concezione che, con noncuranza e con dissennata leggerezza ucciderebbe quanto rimane
della cultura tedesca, perché ogni cultura trae origine dal sereno sviluppo di una forza
creativa radicata nel suolo». Ciò che garantisce il legame con il suolo, e dunque la
disponibilità di questa forza creativa, è il «senso interiore» che possiede «la madre
autentica», e che da sempre ha guidato tutti i grandi condottieri «con una sicurezza da
sonnambuli».
Il dono più divino dell’umanità, sembra svilupparsi solo a contatto con la Madre Terra […] in
mezzo all’irraggiamento cosmico che la natura incontaminata distribuisce con tanta abbondanza
[…]. Il paesaggio agreste agisce così sull’anima, per ricevere a sua volta l’influenza della forza
creatrice dell’uomo, quando quest’ultimo ha conservato il senso della razza.

L’indebolimento di questo legame ad opera del giudeo-cristianesimo può essere


sanato solo muovendo dal ripristino della triade originaria popolo-contadinato-nobiltà,
che i recenti sviluppi dell’igiene razziale rendono finalmente realizzabile. Darré
riprende l’idea di «feudo contadino» come centro di fondazione del «ceppo razziale»,
formulata da Fritz Lenz nel libro del 1921, e prospetta una riforma agraria che
ridefinisca la tipologia e la dimensione dei poderi a fini eugenetici. Nuclei di contadini
selezionati, ricchi di sangue puro, dovranno essere insediati su una unità di suolo
anch’essa selezionata, denominata Hegehof (podere di conservazione o difesa) sul
quale dovrà essere impiantata l’Edelhof, ovvero la fattoria nobile ideata dall’architetto
Schultze-Naumburg. Ciascun podere sarà retto da un nobile, e tutti i nobili costituiranno
una federazione che, affiancata a quella dei contadini, costituirà il nerbo del futuro
Reich. Il loro compito non sarà solo quello di coltivare piante e allevare animali, bensì
quello di coltivare e allevare tedeschi: «l’idea di Hegehof ha significato soltanto se si
considerano gli Hegehöfe come il serbatoio del migliore sangue tedesco, in maniera che
essi divengano nel corpo del popolo le sorgenti di un sangue di elevata qualità».
La selezione dei cadetti atti a dirigere i centri di fondazione agricolo-razziali dovrà
essere condotta valutando la purezza del loro sangue, e utilizzando i test attitudinali in
forza presso la Reichswehr e la polizia. L’obbligo più importante dei cadetti è quello di
procreare una nuova generazione liberata dal sangue impuro. A questo fine il
matrimonio deve essere sottratto al cristianesimo che ne ha fatto un «atto legale di
mercimonio sessuale», e ricondotto alla sua natura originaria di atto di eterna fedeltà al
ceppo razziale: «la parola Ehe (matrimonio), è in relazione diretta, sotto il profilo
linguistico, con ewig (eterno) nel senso di ohne Ende (senza fine)». Pertanto la scelta
della sposa è di rilevante importanza. Purtroppo la salute delle donne in Germania non è
delle migliori. Come risulta dallo studio di Gifhorn Winkel, Frauenkunde, solo il 14%
ha organi sessuali che sono in grado procreare, e tra di esse tra l’altro ve ne sono di
slavo polacche e di affette da cattive disposizioni ereditarie. A tale disperata situazione
soccorrono però i dati sperimentali sull’allevamento dei cavalli. Nel XVIII secolo la
qualità razziale dei cavalli era ugualmente degradata, ma grazie a due secoli di
oculatate selezioni, questa è stata completamente recuperata. La premessa per avviare
un analogo lavoro con il Volk germanico sta dunque nella preparazione di esperti di
selezione: «quello di cui abbiamo bisogno, è una nuova classe di specialisti, la cui
preparazione sia affine a quella dei medici». Tali specialisti, attualmente denominati
eugenisti, ma che meglio sarebbe chiamare Zuchtwart (custodi di selezione), dovranno
collaborare con i medici in un ufficio centrale del Reich, con articolazioni a livello
regionale e locale, nella tenuta di un quadro genealogico aggiornato per ciascun membro
del popolo, inventariarne il protoplasma, e sulla base di questo concedere i diritti di
cittadinanza. A fini riproduttivi le donne dovranno essere divise secondo quattro
categorie: quelle per cui è auspicabile il matrimonio sotto ogni punto di vista; quelle
per le quali non vi sono elementi di opposizione in via di principio, ma che sono di
livello inferiore; quelle di ridotta qualità che si possono sposare solo se sterili; quelle
che non devono procreare e neppure sposarsi. I nobili a capo dei poderi di custodia e
difesa dovranno sposarsi solo con donne della prima classe, e al limite con quelle della
seconda, previa approvazione della federazione dei nobili.
L’elemento di forza del progetto di Darré, rispetto agli altri che erano allora diffusi,
stava nell’istituire con la felice formula “nobiltà di sangue e suolo”, uno stretto legame
tra la visione di un’aristocrazia da creare tramite misure eugenetiche e un concreto
progetto di riforma agraria che veniva incontro alle esigenze di un ampio ceto di
agricoltori schiacciato tra i latifondisti e la concorrenza del mercato. Ma non solo, quel
progetto si poneva come modello per la costituzione di una élite in termini botanici, che
Himmler condivise e adottò per le sue SS. Scrive Darré:
La nobiltà supera la Razza in quanto la Razza rappresenta per essa solo la materia elementare
indispensabile all’estrema selezione delle capacità ed alla preparazione dei Führer […]. La nobiltà
si comporta verso la Razza da cui essa è nata come la parte gemmifera innestata nei riguardi del
soggetto dell’innesto. La Nobiltà si situa, in ogni caso, all’interno della Razza, esprimendone una
capacità particolarmente selezionata.

Darré stabiliva la superiorità della nobiltà sulla razza in virtù di «qualità spirituali»
come l’amore per la responsabilità, la disposizione creativa, e la capacità di comando.
Queste erano le virtù che dovevano essere poste alla base del nuovo Reich impostato
sui «principi platonici» già formulati da Günther. Lo stato prussiano, rilevava
l’agronomo specializzato in zootecnia, dispone già di alcune caratteristiche che fanno
ben sperare per la sua trasformazione in senso razziale: la qualità organizzativa,
l’efficienza e il rigore dei suoi funzionari. Coloro che criticano la sua impersonalità
burocratica come un ostacolo per la realizzazione della comunità di sangue, non
conoscono da vicino i meccanismi dello stato, e soprattutto ignorano la capacità di
autonomia decisionale del funzionario prussiano che può facilmente essere
implementata grazie al «nuovo umanesimo germanico». «Insieme con l’idea nordica di
Günther, potrebbe così nascere un’idea tedesca di Stato e formarsi un umanesimo
tedesco di perfezione spirituale e materiale. Da questo umanesimo, integrato nel
servizio del popolo, nascerebbe lo stile del Tedesco futuro». Questa è l’unica strada da
percorrere affinché «il tedesco possa compiere verso l’umanità la missione che egli
ritiene di avere. Altrimenti, verrà posta un giorno sul suo cadavere la pietra
tombale»58.
Nel marzo 1930 Kenstler e Naumburg proposero a Hitler di dare vita a un istituto di
politica agraria all’interno del partito sotto la direzione di Darré. Hitler aveva letto di
quest’ultimo, su segnalazione dei Bruckmann, Das Bauerntum als Lebensquell der
Nordischen Rasse (1929), e lo aveva apprezzato nonostante la mancanza di una
esplicita posizione antisemita. Poche settimane dopo i due si incontrarono per il tramite
di Frick e della moglie di Schultze-Naumburg. A maggio Darré si iscrisse al partito, e a
giugno si trasferì a Monaco dove fondò l’Istituto di politica agraria con il supporto di
Lehmann e dell’ideologo agrario nazista Hans Severus Ziegler. Il Ring nordico divenne
a quel punto un centro di attività naziste, e ospitò conferenze a cui presero parte Darré,
Goebbels, Rosenberg, Frick, Göring, Günther, Baldur von Schirach, e Konopath, il
quale però poco dopo scomparve dalla scena mentre la sua rivista Die Sonne venne
rilevata dallo Skald, un ordine esoterico vicino al partito. A Monaco Darré frequentò
l’editore Bruckmann, e lavorò con Gregor Strasser alla fondazione dell’Amt für
Agrarpolitik nell’ambito del Dipartimento del Lavoro della NSDAP. Essendo il solo
competente in materia di politica agraria, e non avendo concorrenti, Darré poté godere
di ampia autonomia avvalendosi di collaboratori di estrazione socioculturale superiore
alla media dei membri del partito. La sua linea politica teneva insieme statalismo e
liberismo: da una parte appoggiava la divisione dei latifondi per creare nuovi
insediamenti, regolare il sistema degli affitti, e limitare le fluttuazioni del mercato; e
dall’altra apriva alla possibilità di sfruttare il podere senza concessioni statali per
stimolare il mercato interno, guadagnando così il sostegno di una intraprendente giovane
generazione di agricoltori a discapito dei vecchi latifondisti rappresentati dalla DNVP,
da Hugenberg, e dal circolo di Diederichs.
Darré iniziò il sodalizio con Himmler probabilmente nello stesso periodo. Entrambi
avevano frequentato l’Artamanenbund, il Ring nordico e il circolo di Schultze-
Naumburg. Nel 1930 Darré scrisse a Konopath riguardo a Himmler, che all’epoca era
anche ufficiale di collegamento tra il partito e gli Artamanen: «Molta gente ride di lui,
ma la sua influenza su Hitler è più grande di quanto non si creda». Maggiore di sette
anni su Himmler, e più competente in materia agraria, Darré divenne il suo principale
alleato. Agli inizi del 1931 fu lui a istituire all’interno delle SS il Rasse und
Siedlungshauptamt (RuSHA), ovvero l’Ufficio Centrale per la Razza e l’Insediamento.
L’ufficio aveva il compito di definire i criteri di selezione per l’ammissione delle
reclute delle SS, ma come lasciava intuire il termine Siedlung (insediamento) vi era già
l’idea di insediare le famiglie SS nei poderi e nelle fattorie modello da lui prospettate.
Dal 31 dicembre dello stesso anno l’ufficio divenne competente per l’indagine sulle
origini razziali delle aspiranti spose dei militi SS, comprese le visite mediche e la
valutazione del patrimonio genetico. Nel giugno del 1933, grazie probabilmente al
sostegno di Himmler, Darré scalzò Hugenberg come ministro dell’agricoltura e divenne
Reichsbauernführer (Capo dei contadini del Reich). Una volta insediatosi al rinominato
Ministero dell’Alimentazione e dell’Agricoltura, Darré reclutò i suoi ex colleghi del
Nordischer Ring, e avviò la promozione della trasmissione ereditaria dei poderi,
portando avanti nello stesso tempo il piano di Himmler per fare delle SS una
organizzazione improntata secondo i principi di Blut und Boden. Il 21 settembre 1934
Himmler emanò un decreto che abilitava il RuSHA all’educazione ideologica delle
Schutzstaffeln in contatto con il mondo contadino, e dispose che ogni suo reparto
avesse al proprio interno un rappresentante dei contadini. Le SS che facevano parte di
questo settore sarebbero in seguito state riconoscibili per la presenza della runa Odal
sulle mostrine della divisa, simbolo esoterico del legame di sangue che univa i membri
di uno stesso clan, e Odal fu anche il nome della rivista del Consiglio contadino del
Reich diretta da von Leers.

12. Heinrich Himmler e le nuove SS


Nell’aprile del 1925 Hitler, dopo aver ripreso in mano le sorti del partito, era
preoccupato dall’autonomia delle SA, gestite da militari che non rispondevano a lui, ma
a Ernst Röhm. Egli ordinò allora a Julius Schreck di formare una nuova organizzazione
che sostituisse le SA nella protezione dei comizi e che funzionasse da sua guardia
personale. Fu così che nacque la Schutzstaffel (Milizia di protezione), composta da
squadre di dieci uomini tra i 23 e i 35 anni, guidati da un comandante e dediti al culto
della violenza59. Il 4 luglio del 1926 Hitler affidò in custodia alla SS lo “stendardo
insanguinato” che aveva sventolato alla testa dei putchisti il 9 novembre 1923, ed essa
ne fece una reliquia ritenuta capace di trasmettere il potere del sangue dei martiri alle
nuove schiere di combattenti. Fino al 1928 le SS tuttavia non superarono i trecento
effettivi, e rimasero subordinate alle SA, finché il 6 gennaio 1929 Hitler nominò alla
loro dirigenza Heinrich Himmler, che le trasformò in breve tempo in una milizia atta a
sorvegliare le attività del partito, e punire coloro che si discostavano dalla linea
ufficiale.
Himmler riversò nel suo nuovo incarico tutte le energie che stavano al fondo dei suoi
sogni infantili. Figlio del precettore del principe Enrico di Wittelsbach, Himmler fu
attratto fin da giovanissimo dagli ordini cavallereschi medievali e dal desiderio di
avventura nei vasti spazi dell’Est europeo. Quando era ancora adolescente aveva
seguito con morbosa attenzione l’andamento della guerra sul fronte orientale, e nel
luglio 1919, terminati gli studi liceali, si era iscritto alla facoltà di agraria con
l’intenzione di prepararsi a colonizzare l’Oriente come contadino guerriero. Ma nel
settembre del 1919, dopo solo due settimane di apprendistato come agricoltore in una
fattoria, contrasse il paratifo e fu ricoverato in ospedale. A fine ottobre, sempre animato
dalle stesse fantasie, Himmler si trasferì a Monaco per frequentare l’indirizzo agrario
presso la Technische Hochschule. Come annotava nel suo diario l’11 novembre 1919,
a un anno esatto dalla capitolazione tedesca: «Lavoro perché è mio dovere, perché nel
lavoro trovo la pace, e lavoro per il mio ideale di donna tedesca con cui, un giorno,
trascorrerò la vita nell’Est e combatterò le mie battaglie da tedesco lontano dalla bella
Germania». E ancora nel dicembre 1921: «Se all’Est scoppia di nuovo la guerra, ci
vado anch’io. L’Est è il settore più importante per noi. L’Ovest morirà presto. È all’Est
che noi dobbiamo combattere e colonizzare»60. Durante gli studi frequentò il Bund
Apollo i cui iscritti erano giovani nazionalisti dediti alla pratica del Mansur, una
parvenza di duello, che con lievi ferite permetteva di vantare l’appartenenza ad antiche
tradizioni cavalleresche. Nel 1922 conseguì il titolo di agronomo e fu assunto in una
ditta di fertilizzanti di Schleissheim presso Monaco; nel frattempo si iscrisse alla
NSDAP e alla Reichsflagge di Röhm, prese parte al Putsch della birreria, e dopo il suo
fallimento, fu costretto a darsi alla clandestinità. A quel punto la sua situazione era
talmente disperata che all’inizio del 1924 scrisse all’ambasciata sovietica per
informarsi delle prospettive di lavoro in Ucraina. Ma a giugno dello stesso anno
avvenne la svolta. Il farmacista di Landshut, Gregor Strasser, a quel tempo il più
intraprendente Gauleiter del partito, lo assunse come suo segretario, e Himmler si
installò nel suo ufficio sopra la farmacia. Strasser si occupava tra le altre cose della
politica agraria del partito, e Himmler mise a frutto le sue competenze di agronomo
scorrazzando in lungo e in largo con la sua moto nelle regioni rurali a tenere comizi ai
contadini. Nello stesso tempo entrò a far parte degli Artamanen, e consolidò la sua
formazione völkisch leggendo le opere di Chamberlain, Eckart, i libri di Rudolf Bartsch
sui feudatari tedeschi nelle terre slave, e Il cavaliere, la morte e il diavolo di Günther.
Nel 1926 conobbe Hitler che lo mise a capo delle SS della bassa Baviera, l’anno dopo
lo nominò vicecomandante a livello nazionale, e il 6 gennaio del 1929 Reichsführer-SS.
Nel successivo mese di aprile Himmler presentò a Hitler un progetto che prevedeva che
l’arruolamento fosse basato su criteri razziali. Era un’idea che si era consolidata con la
frequentazione del Ring nordico, e che di lì a poco avrebbe trovato una fortuna del tutto
inaspettata.
Nell’ottobre del 1929 le borse crollarono, e gli investitori esteri reclamarono i
capitali prestati alla Germania, il marco divenne carta straccia, e la recessione investì il
paese. Per molti sbandati della media e alta borghesia, in particolare ex ufficiali
laureati rovinati dall’inflazione e disoccupati, le SS, che si presentavano come una
nuova nobiltà di sangue, divennero a quel punto una attraente opportunità di redenzione
per il prestigio sociale perduto. Queste nuove reclute cambiarono profondamente il
volto dell’organizzazione, fino ad allora costituito da una base piccolo borghese, e
portarono al suo interno un atteggiamento più duro e aggressivo. Mentre le SA erano
composte da proletari disoccupati reclutati nelle code degli uffici di collocamento, che
avrebbero fatto ritorno alla vita civile appena le condizioni lo avrebbero permesso, le
SS formarono un ordine militare i cui quadri erano costituiti dagli uomini dei Freikorps,
i quali fin dal dopoguerra avevano abbandonato la vecchia disciplina militare, e dato
vita ai tribunali della Vema fucilando «i traditori della patria come forma di autodifesa
giuridica». Il loro motto «dare la morte e sottrarre alla morte» divenne quello delle
SS61.
Himmler organizzò le nuove leve facendone una milizia fondata sull’idea di Darré, e a
quest’ultimo affidò la definizione dei criteri per la loro selezione. Considerato che nel
1930, oltre al libro di Darré, fu pubblicato anche il Mein Kampf, è probabile che
Himmler venisse già allora a fondere la visione di una nobiltà feudale fondata sul
contadinato con la visione di Hitler dello spazio vitale a Est. Comunque sia nel giugno
del 1931, con l’ascesa del partito e l’aumento degli effettivi SS, Himmler non temette di
esporre ai suoi Führer la visione del legame tra sangue e suolo, e la connessa lotta
contro il bolscevismo, facendo ricorso a un paragone con la piantumazione. Non si
trattava però di una metafora: i termini di paragone si sviluppavano su di un identico
piano simbolico inteso in senso letterale:
Per noi, che ci innalziamo sublimi al di sopra di ogni dubbio, è la carriera del sangue la sola
capace di fare la storia; la razza nordica è decisiva non soltanto per la Germania, ma per il mondo
intero. Se riusciremo a insediare di nuovo questa razza nordica proveniente dalla Germania e dai
suoi dintorni e a indurla a mettere radici nella terra, e da questo semenzaio a produrre una razza di
200 milioni di uomini, allora il mondo sarà nostro. Se vincerà il bolscevismo, sarà la distruzione
della razza nordica … la devastazione, la fine del mondo … Noi siamo pertanto chiamati a gettare
le fondamenta sulle quali la prossima generazione potrà costruire la storia62.

Il 14 giugno Himmler conobbe Reinhard Heydrich, e gli chiese di abbozzare un


progetto per la creazione del servizio segreto delle SS, cosa che questi realizzò seduta
stante63. Heydrich aveva militato nella DVSP e nella Marina nera del Reich,
un’organizzazione terrorista diretta dall’ex capo di stato maggiore della flotta imperiale,
Adolf von Trotha. Himmler rimase folgorato dal suo aspetto fisico, che corrispondeva
all’immaginario dell’uomo nordico: alto, biondo, e con gli occhi azzurri; e trovò nella
sua determinata capacità di sintesi il perfetto complemento alla sua altrettanto tenace
capacità di analisi. Tra i due iniziò una proficua collaborazione che li portò nel giro di
cinque anni a prendere il controllo dell’intero apparato poliziesco, e nel giro di altri tre,
alla vigilia dell’invasione della Polonia, alla disponibilità di un corpo addestrato sul
piano ideologico e militare per la conduzione di un nuovo genere di guerra.

13. Verso un nuovo Reich di sangue e suolo


Con la presa del potere nel gennaio del 1933 i nazisti avviarono, parallelamente alla
brutale eliminazione degli avversari politici, una frenetica nazificazione dell’apparato
burocratico in gran parte già su posizioni ultranazionaliste. Non si trattò però di
un’occupazione delle istituzioni guidata da un intento programmatico per farne i bastioni
di un monolitico regime totalitario, quanto piuttosto di un assalto scomposto da parte di
settori e Führer del partito in competizione gli uni contro gli altri, che determinò
semmai una destrutturazione delle già malconce istituzioni repubblicane. Ministeri, enti,
e uffici, si trasformarono così in veri e propri feudi personali ai quali si affiancò la
nascita scomposta di nuove agenzie della NSDAP che surrogarono le funzioni dello
stato. L’apparato burocratico nazista vide quindi la coabitazione della vecchia
burocrazia, che si allineò prontamente al nuovo corso, con un pullulare di nuovi
organismi del partito in cui imperava il pressappochismo e l’improvvisazione, ma
anche la determinata volontà di fare dello stato lo strumento per creare una
Volksgemeinschaft legata al suolo. L’instaurazione del Führerprinzip
nell’amministrazione pubblica incoraggiò le iniziative dei singoli verso quest’obiettivo
generando un crescendo di misure sempre più radicali. «Lavorare incontro al
Führer»64 significò anticipare le decisioni di Hitler per fare del proprio settore di
competenza la punta più avanzata della lotta razziale. Baldur von Schirach si adoperò
per istituire tramite la Hitlerjugend uno stato della gioventù; Robert Ley, il capo
dell’organizzazione politica della NSDAP e del Deutsche Arbeitsfront (DAF), si
impegnò nel trasformare il corpo dei suoi funzionari in un ordine nazionalsocialista; e
Alfred Rosenberg puntò a fare del sistema educativo un apparato capace di formare i
futuri Führer del Reich. Un partito che si identificava con una mitica nobiltà nordica di
sangue puro non poteva limitarsi a instaurare un regime totalitario. Il suo obiettivo era
assai più ambizioso: costruire una comunità di sangue e suolo in grado di riprendere la
via civilizzatrice della razza nordica che l’ebraismo aveva interrotto in un lontano
passato. Le linee guida di questa missione, prefigurate dalla destra völkisch da inizio
Novecento, e poi rafforzate attraverso le violenze della guerra civile, prevedevano:
l’istituzione di una rigida disciplina sessuale e matrimoniale volta a impedire la
commistione del sangue, la sterilizzazione dei soggetti di sangue indesiderato,
l’eventuale eliminazione degli elementi degenerati, e la lotta contro gli avvelenatori
ebrei. Tutto ciò non faceva parte di un piano definito, ma neppure si trattava di una
visione utopistica come lo era stato per la destra dell’anteguerra.
La prospettiva di dare vita a un nuovo Reich improntato su questi principi attirò una
nuova generazione di funzionari ed esperti di ogni ambito del sapere e delle professioni
che si iscrissero in massa alla NSDAP per occupare posizioni dirigenziali nei nuovi
enti che nascevano a questo scopo. Il 7 aprile 1933 fu varata la legge per
l’arianizzazione dei pubblici uffici, che veniva ad escludere gli ebrei dalla pubblica
amministrazione; e il successivo 14 luglio furono emanate la “Legge del Reich sulle
nuove forme del contadinato tedesco” ad opera dell’ufficio ministeriale per la politica
agraria di Darré, che istituiva il podere ereditario; e la “Legge per la prevenzione della
discendenza affetta da malattie ereditarie”, che istituiva la sterilizzazione dei disabili e
dei malati di mente. Come affermò uno degli estensori di quest’ultimo provvedimento, il
medico eugenista delle SS Arthur Gutt:
Poiché la scienza dell’ereditarietà ci permette di conoscere le leggi della trasmissione ereditaria
naturale […], noi dovremmo avere il coraggio di fare quello che, per semplice intuizione di razza,
era apparso come un’evidenza ai nostri antenati germanici durante i millenni che hanno preceduto
l’era cristiana65.

Per i nazisti adesso il diritto poteva essere fondato su basi scientifiche. La scienza
veniva a statuire ciò che era stato intuito, non certo dai mitici abitanti del nord Europa
(giusto qualche sparuto gruppo di homo sapiens a stare ai tempi rivendicati dai nazisti),
quanto piuttosto dalla precedente generazione völkisch, giusto qualche decennio prima.
Secondo questo nuovo filone “metapolitico”, la scienza della natura, finalmente liberata
dai mascheramenti dell’ebraismo, riportava adesso alla luce il legame tra il sangue e il
suolo come principio su cui impostare una nuova giurispudenza. Si trattava quindi di
avviare la rimozione della tradizione liberaldemocratica del diritto quale espressione
esteriore della dottrina ebraica del sangue. Il primo passo da compiere non poteva che
essere nella direzione di una statuizione dei diritti di cittadinanza sulla base del sangue
tedesco, e nella contemporanea esclusione dalla comunità degli elementi indesiderati,
primi fra tutti i suoi avvelenatori.
Una prima legislazione antisemita era stata proposta già nel 1930 quando la
rappresentanza nazista al Reichstag, guidata da Frick, tentò di far passare un disegno di
legge che distingueva tra tedeschi ed ebrei come due razze distinte. Una bozza circolava
al Ministero degli Interni fin dal 1933, e quando con la presa del potere ogni Ministero
si dotò di uno Judenreferat (ufficio ebraico), le proposte di provvedimenti anti-ebraici
si moltiplicarono a tutti i livelli. Ogni agenzia governativa si fornì di esperti che
studiarono l’impatto della legislazione anti-ebraica emanata dalle altre agenzie, e si
riunirono in conferenze inter-governative per chiarire il punto di vista della propria
struttura di appartenenza. Agli inizi di maggio del 1934, presso l’archivio Nietzsche di
Weimar, fu istituita la Commissione per la filosofia del diritto che condusse
all’elaborazione dei principi della nuova giurisprudenza del Reich legando tra loro i
concetti di Führer, stato e razza. Questo istituto, che faceva parte della Akademie für
Deutsches Recht diretta da Hans Frank, aveva come suoi intellettuali di punta Carl
Schmitt, Alfred Rosenberg, Julius Streicher, Martin Heidegger, Erich Rothacker, e Hans
Freyer66. Il loro compito non era indifferente. Si trattava, nella loro ottica, di ribaltare
un ordine giuridico di durata millenaria, che aveva la sua origine nei precetti biblici
resi universali dal cristianesimo e quindi dal diritto romano. Come aveva infatti
dichiarato già nel 1931 il giurista nazista Helmut Nicolai:
Da una parte, paragrafi giuridici rigidi, dall’altra, il diritto della vita. Da una parte lo Stato,
dall’altra, il popolo. Da una parte, la lettera, dall’altra, la coscienza. Da una parte, un diritto statico,
dall’altra, un diritto dinamico […]. Il giorno in cui la NSDAP prenderà il potere non segnerà solo
l’ascesa al potere di un nuovo governo. Quel giorno vedrà il rovesciamento della concezione
ebraico-romana del diritto. L’idea tedesca del diritto, conforme alle leggi della vita, sarà ristabilito
nel suo diritto67.

Tutte queste iniziative giunsero a maturazione nel settembre del 1935 con le leggi di
Norimberga, composte da tre provvedimenti: la legge sulla bandiera, quella sulla
cittadinanza, e quella per la protezione del sangue tedesco. La prima stabiliva che solo i
tedeschi avevano il diritto di tenere la bandiera; la seconda divideva gli abitanti della
Germania in Reichsbürger (soggetti dello stato), e Staats-angehöriger (estranei allo
stato); la terza disciplinava i rapporti sessuali e i matrimoni tra ebrei e persone di
sangue tedesco. Hitler accelerò la redazione di queste leggi in modo da annunciarne la
promulgazione durante il congresso del partito a Norimberga che quell’anno fu
denominato Reichsparteitag der Freiheit (raduno della libertà) perché celebrava la
reintroduzione della leva obbligatoria, e la creazione della Wehrmacht istituita il
precedente 16 marzo in violazione del trattato di Versailles. Nell’ottica nazista la
contemporanea promulgazione delle leggi antisemite dovette probabilmente costituire un
passo decisivo verso la creazione di una Volksgemeinschaft finalmente impostata sui
principi di Blut und Boden. Già la scelta come sede dei propri raduni della città di
Norimberga, in cui per secoli si erano tenute le diete imperiali, attestava la volontà di
porsi in continuità con il sacro impero germanico. Ma era la modalità stessa della
celebrazione dell’evento conclusivo che lascia intuire la portata storica che i nazisti
attribuivano alla promulgazione della normativa antisemita.
Il 15 settembre, a conclusione del congresso del partito nella Luitpold Arena, Hitler
marciò tra decine di migliaia di militi delle SA e delle SS schierati in assoluto silenzio
e, giunto presso l’Ehrenhalle (sala dell’onore) dove erano sepolti i caduti del fallito
Putsch del 9 novembre 1923, sostò in silenzio davanti alla fiamma che ne incarnava il
sacrificio. Quindi, riattraversata in senso inverso la spianata, salì sul podio, e da qui
scagliò le sue urla contro il nemico responsabile del millenario avvelenamento del
sangue germanico. La battaglia che quelle urla evocavano richiedeva una disposizione
per la morte che l’intero apparato mitologico rituale era volto a sostenere e rafforzare:
dalle aquile stilizzate e dalle bandiere con la svastica alla rigida liturgia di gesti,
formule, e richiami che si chiudeva con l’urlo collettivo di Heil, ripetuto tre volte in
risposta alla Sieg gridata dal palco. La notte, nell’enorme spianata dello Zeppelinfeld,
tra decine di migliaia di fiaccole, fu effettuata per la prima volta l’esecuzione, e sarebbe
divenuta una consuetudine, de I maestri cantori di Norimberga di Wagner mentre
potenti riflettori lanciavano per dieci chilometri la loro luce verso il cielo trasformando
il podio nazista, costruito su modello dell’altare di Pergamo, in una spettrale
costruzione di ghiaccio68.
La grande opera di fondazione passava attraverso la disponibilità di un principio
creatore strettamente legato alla guerra contro gli avvelenatori del sangue. Come
sostenne Heidegger in un ciclo di conferenze iniziato due mesi dopo:
Il principio generatore (ciò che produce lo schiudersi) ma (altresì) la predominante custodia fa
apparire gli uni come dèi, gli altri come uomini, fa essere gli uni schiavi, gli altri liberi. Ciò che
viene qui denominato πόλεμος è un conflitto che emerge prima di ogni cosa divina e umana. Non si
tratta di una guerra di tipo umano69.

Per questa guerra di tipo non umano, ricca di potenzialità creatrici, si stava giusto
allora preparando una schiera di combattenti adeguatamente addestrata. Il 9 novembre
1935 fu istituito il nuovo cerimoniale del giuramento delle SS che riprendeva quello
adottato l’anno prima dalla Wehrmacht. Il milite alzava la mano destra con le prime tre
dita rivolte in alto ad imitazione del gesto in uso nella tradizione cristiana per indicare
la Trinità. Il gesto delle SS non alludeva però a quel tipo di trinità, bensì molto più
probabilmente a quella triade ariana che gli ariosofi avevano concepito come ciclo
cosmico di nascita-morte-resurrezione racchiuso nell’atto creatore di cui la svastica
costituiva, ai loro occhi, il simbolo vivente. Entrare a far parte delle SS implicava
necessariamente consacrarsi a quell’atto creatore: una disposizione alla morte capace
di ristabilire l’immacolato ciclo del sangue interrotto dagli ebrei; una decisione per la
morte capace di attingere alle fonti originarie dell’Essere.

14. I fondatori di un nuovo inizio


Quando i nazisti conquistarono il potere nel gennaio 1933 le SS erano giunte ad avere
cinquantamila effettivi. Gli ambiti di intervento che adesso si aprivano richiedevano
però una nuova selezione, che Himmler concepì ancora una volta in termini botanici:
«Come un giardiniere, che in un vivaio cerchi di riprodurre una buona, vecchia specie,
adulterata e degradata, noi siamo partiti dai principi di selezione delle piante e abbiamo
proceduto, senza remore, a tagliare gli uomini che ritenevamo di non poter utilizzare per
potenziare le SS»70. A partire dal 1933 la fisionomia delle SS cambiò radicalmente
con l’afflusso di una nuova leva di giovani nati nel Novecento che non avevano fatto la
guerra, e che erano quasi tutti laureati, per lo più in legge, seguiti da economisti e
ufficiali dell’esercito; i primi e gli ultimi cresciuti nel movimento giovanile e
maggiormente ideologizzati rispetto ai secondi, ma tutti animati da grandi ambizioni di
carriera. Queste nuove leve, socialmente sradicate e lontane dal socialismo di trincea e
dal nazionalismo piccolo borghese, costituirono il modello del freddo tecnocrate che
trovò una perfetta coniugazione con gli ambiziosi obiettivi e la meticolosa
organizzazione portata avanti da Himmler. L’organizzazione delle SS veniva così
improntata secondo criteri di efficienza tecnocratici, e tuttavia manteneva al suo fondo
un aspetto irrazionale che rinviava a principi, concezioni, e credenze assolutamente
antimoderne.
Himmler strutturò le SS come un ordine secondo i principi di sangue e suolo. Gli
aspiranti dovevano presentare un albero genealogico che attestasse le origini nordiche,
che per i graduati si spingeva fino al 1800, e per i Führer fino al 1750. Il RuSHA
diretto da Darré elaborò i criteri per l’arruolamento dei candidati ed effettuò la
conseguente selezione valutando l’aspetto somatico, le condizioni fisiche e il
comportamento, basandosi sulla classificazione dei gruppi razziali di Günther: il gruppo
nordico puro, quello prevalentemente nordico, quello composto dagli individui formati
dalla fusione dei primi due, il gruppo con prevalenza di caratteri di origine alpina, e il
gruppo dei misti di provenienza extraeuropea. Nella SS entravano solo i candidati
compresi nei primi tre gruppi, ma Himmler auspicava «che nel giro d’un paio d’anni i
posti di responsabilità nello stato avrebbero potuto ricoprirli soltanto uomini biondi, e
nel giro di 120 anni al massimo il popolo tedesco sarebbe ritornato al tipico aspetto
germanico-nordico di sangue puro»71. Himmler scelse come modello organizzativo la
Compagnia di Gesù, e per la costruzione dell’apparato mitologico rituale si servì della
consulenza di Karl Maria Wiligut, un ex colonnello in pensione dell’esercito austro
ungarico, con un curriculum quanto mai bizzarro.
Terminata la guerra, Wiligut aveva avviato un’attività di faccendiere per la Cassa di
risparmio di Hallein rendendosi responsabile dell’ammanco di 235 milioni di corone.
Prima di essere chiamato in giudizio, la moglie che da anni ne subiva le violenze, lo
denunciò, e Wiligut venne arrestato e interdetto. Il tribunale di Salisburgo lo riconobbe
affetto da “psicosi parafrenica” e ne stabilì il ricovero in ospedale psichiatrico. Qui
Wiligut trascorse tre anni dal novembre 1924 fino al gennaio del 1927 rivendicando di
essere l’ultimo degli atlantidi della stirpe di Thor, il maestro di Chamberlain, l’ideatore
dei Freikorps, e di aver tenuto un comizio davanti a ventimila contadini nel paese natale
di Hitler. Appena dimesso dall’ospedale, Wiligut, che era stato seguace di List e
Liebenfels, riprese i contatti con il Neuer Templer-Orden, e nell’autunno del 1932 entrò
clandestinamente in Germania con il supporto del “fratello” dello NTO Friedrich
Schiller e di sua moglie Emma Schiller-Dellbruck, all’epoca impiegata nel RuSHA.
Wiligut fu riconosciuto come “maestro spirituale” da vari circoli, tra cui la Società
dell’Edda, la principale setta erede del Germanenorden; e a lui si rivolsero decine di
occultisti e strampalati ricercatori, come ad esempio: Herman Wirth, che tra il 1935 e il
1937 diresse il centro di ricerca Ahnenerbe delle SS, e che lo consultò per avere lumi
sul “regno di Uralinda”; o come Werner von Bulow e Ernst Rudiger della Società
dell’Edda, che si recarono a Goslar in cerca del “Krist germanico” dopo che il
“Maestro” ebbe visualizzato quella cittadina come la “Gerusalemme nordica”
primordiale.
Himmler conobbe Wiligut nel 1933 tramite il “fratello” dello NTO Richard Anders, e
rimase affascinato dai suoi ‘poteri medianici’ con i quali faceva riemergere l’antico
passato germanico. Nel settembre dello stesso anno entrò nelle SS, e Himmler gli affidò
la direzione del Dipartimento di preistoria e protostoria del RuSHA con sede a
Monaco. Qui Wiligut, che assunse lo pseudonimo di Weisthor (il sapiente Thor), svolse
numerose ricerche, ma soprattutto elaborò l’apparato mitologico rituale delle SS: dai
rituali del battesimo, del matrimonio e del funerale, comprensivi delle relative
iscrizioni runiche, fino all’anello con il teschio per i comandanti delle SS, e alla spada
per gli Obergruppenfürhrer-SS, nonché un decalogo con “i comandamenti di Got”, e
diversi manuali di esercizi spirituali. Le visioni di Wiligut erano prese per buone sia da
Darré che da Himmler. Il primo fece di Goslar la sede del Consiglio contadino del
Reich con l’intenzione di trasformarla nel “centro della rinascita contadina germanica”;
mentre il secondo decise di fare del castello di Wewelsburg la sede della Hohe Schule
(alta scuola) dei Führer-SS dopo che l’ariosofo gli ebbe vaticinato il suo ruolo
difensivo in una futura battaglia contro le orde dell’Est. Nella primavera del 1934
Wiligut, alias Weisthor, ricevette il grado di Standartenführer-SS, e a giugno iniziò a
collaborare come consulente alla ristrutturazione del castello assieme all’architetto
Hermann Bartels e alla sorella di Darré, il cui marito, Manfred von Knobelsdorff, era
stato nominato da Himmler direttore della fortezza. I lavori di ristrutturazione, finanziati
da Darré, furono realizzati dai prigionieri di un campo di concentramento appositamente
costruito a Niederhagen.
Il castello di Wewelsburg costituisce una rappresentazione materiale della
Weltanschauung e dell’universo mentale nazista. Himmler vide nella sua forma
triangolare, e nella sua posizione al termine di uno sperone di roccia rettilineo, la
riproduzione su grande scala della punta della lancia di Longino/Parsifal, e fece
costruire alla sua sommità, ovvero laddove nel suo immaginario la lancia affondava nel
costato di Cristo bagnandosi del suo sangue, una torre circolare con all’interno una
grande sala. Qui i dodici Obergruppenführer delle SS si sarebbero riuniti per praticare
esercizi di addestramento spirituale attorno a una “ruota solare” incastonata nel
pavimento, denominata Schwarze Sonne (Sole Nero). Al piano sottostante, in
corrispondenza della sala, Himmler fece ricavare nella roccia una cripta concepita
come l’occulto «centro del mondo» dando disposizione di esservi seppellito alla sua
morte. I sinistri richiami al sacrificio presenti nell’architettura del castello trovarono fin
da subito una corrispondenza nella realtà dato che circa milleduecento prigionieri
impiegati nei lavori di ristrutturazione vi persero la vita. L’applicazione di quella
simbolica omicida si sarebbe estesa ben oltre le colline della Vestfalia72.
Nel dicembre del 1935, tre mesi dopo la promulgazione delle leggi razziali, Heydrich
scrisse in Wandlungen unseres Kampfes (Trasformazioni della nostra lotta), che la
battaglia aveva preso il giusto indirizzo. Nel corso dei sei mesi successivi Himmler
riorganizzò le forze di polizia in due settori: la Sicherheitspolizei (Si.Po.) e la
Ordungspolizei (Or.Po.), portando uomini del partito nella polizia, e viceversa
funzionari di quest’ultima nelle SS. Nello stesso tempo attirò nella propria orbita coloro
che si dimostrarono più determinati ad intraprendere la guerra razziale: dal gruppo
della polizia criminale di Berlino guidato da Arthur Nebe, a quello della polizia
criminale di Monaco guidato da Heinrich Müller e Reinhard Flesch. Heydrich intanto
era stato nominato capo della Si.Po, e avviò una parallela riorganizzazione dello SD,
elevato da Hitler a servizio segreto del Reich, facendovi affluire giovani e preparati
funzionari di polizia con grandi ambizioni di carriera, come Otto Ohlendorf, Franz Six,
e Walter Schellenberg. Il processo di selezione così avviato dall’alto, ma assecondando
le spinte dal basso, condusse nel giro di un paio di anni a definire la catena di comando
che avrebbe gestito le prime operazioni di sterminio in Polonia, e poi quelle più ampie
in Unione Sovietica.
Nel giugno del 1936, terminata la ristrutturazione dell’apparato poliziesco, Heydrich
pubblicò su Deutsches Recht un articolo dal titolo «Die Bekämpfung der Staatsfeinde»
(La lotta contro i nemici dello stato) in cui sosteneva che la fusione tra SS e polizia
inaugurava una cesura storica che segnava la fine del liberalismo, e la trasformazione
dello stato in uno strumento della comunità popolare secondo gli obiettivi del Mein
Kampf. Adesso poteva finalmente iniziare la lotta contro il nemico principale: «Costui è
sempre lo stesso, eternamente uguale a se stesso. È l’avversario della sostanza razziale,
nazionale e spirituale del nostro popolo». La polizia rivoluzionata secondo gli ideali
nazionalsocialisti poteva finalmente divenire una comunità di lotta: «Gli uomini della
polizia di stato devono quindi avere tutti il medesimo atteggiamento spirituale. Devono
sviluppare la consapevolezza di essere un corpo fatto per combattere»73. Con
l’affidamento allo SD della preparazione ideologica e dell’addestramento delle forze di
polizia si realizzò una ulteriore tappa verso l’avvio della missione fondativa del nuovo
Reich di sangue e suolo. Himmler illustrò i futuri compiti della polizia a un convegno
dell’Accademia per il diritto tedesco con questi termini:
Noi nazionalsocialisti – sembrerà strano che vi dica questo qui, davanti all’Accademia per il
diritto tedesco, ma voi comprenderete –, noi ci siamo messi al lavoro, non senza rispettare il
diritto, perché noi lo portiamo in noi, ma senza rispettare le leggi. Ho deciso subito che se un
paragrafo della legge si metteva di traverso alla nostra strada, non ne avrei tenuto alcun conto e che
per adempiere il mio compito al servizio del Führer e del popolo, avrei fatto ciò che la mia
coscienza e il buon senso popolare mi dettavano. C’erano persone che in questi mesi e in questi
anni in cui in gioco era la vita o la morte del popolo tedesco, si lamentavano della “violazione delle
leggi”: ciò mi era totalmente indifferente. All’estero […] si parlava naturalmente di uno stato di
non diritto. Parlavano di non diritto, perché ciò che facevamo non corrispondeva a ciò che essi
intendevano per diritto. Ma in verità, tramite il nostro lavoro, noi ponevamo le fondamenta di un
nuovo diritto, il diritto alla vita del popolo tedesco, altrimenti detto il diritto più elementare più
antico, dimenticato da secoli […]. Noi ci limitiamo semplicemente a rimettere in vigore il più
antico diritto del nostro popolo: ecco ciò che fa la polizia74.

Si era ormai messo in moto un meccanismo che, pur senza un vero piano, anzi forse
proprio in virtù della sua assenza, conduceva a scelte sempre più radicali. A fare da
guida era uno smisurato desiderio di potere incarnato nel progetto di una
Volksgemeinschaft che assumeva dimensioni sempre più sinistre. Quella visione si era
molto evoluta da quella delle leghe e delle sette razziste di inizio secolo. Tra il 1937 e
il 1939 il regime recise gli ultimi legami con gli ariosofi, mise al bando le sette
neopagane, ed emarginò i loro esponenti. Le SS disponevano adesso di dipartimenti di
ricerca sulla protostoria e la runologia dotati dei migliori esperti provenienti dalle
università che non sapevano che farsene dei visionari völkisch. Lo stesso Wiligut perse
il suo incarico presso il RuSHA, nonostante avesse intanto acquisito il grado di
Brigadeführer-SS, e fu costretto a una sorta di esilio. Darré, con la sua politica di
ruralizzazione che prefigurava un ritorno alla Germania preindustriale, veniva intanto in
conflitto con molti ministri del Reich, e nel settembre del 1938 dopo aver espresso il
suo dissenso a Himmler rispetto ai piani per l’Est, dovette dimettersi dalla dirigenza del
RuSHA. Alla vigilia dell’invasione della Polonia, ai vertici delle SS operava ormai
una generazione di giovani e preparati tecnocrati desiderosi di contribuire alla
creazione di un Nuovo Ordine Europeo. Quell’ordine andava realizzato secondo i
principi di Blut und Boden, ma questi non erano più espressi con il linguaggio
dell’occultismo völkisch, bensì con un dettato che faceva uso di ben altre risorse
intellettuali. Tale dettato segnava anche il nuovo corso che quella missione fondativa
andava assumendo: aprire un nuovo spazio in terre lontane tramite il ricorso a una
violenza che, per alcuni iniziati, coincideva con la disposizione di un oscuro principio
creatore.
Un grande errare dovrà sopraggiungere per creare ancora spazio contro la piattezza e l’assenza di
spazio. Coloro che errano, che si lasciano alle spalle, a uguale distanza, tutte le esattezze e le
inesattezze, sono i soli capaci di misurare il gioco di spazio e di tempo dell’Essere con quella
passione e continuità e risolutezza che sono necessarie affinché l’Essere diventi affatto la radura
nella quale, aperto, esso si nega e così, tramite questo urto del ritrarsi, colpisce i creatori là dove
per essi si dischiude l’ente in quanto custodia dell’Essere.

Coloro che errano sono i «frantumatori dell’ente», dalla cui essenza scaturisce
l’essenza della lotta; a essi è affidato il compito di subire l’urto dell’Essere, e di lasciar
vibrare il suo tremore attraverso l’ente affinché «nella nobiltà dell’appartenenza-
appropriazione all’evento», la storia si ricongiunga al suo inizio. Essi sono i fondatori
che, sottomessi alla morte, si pongono oltre l’umano.
I fondatori. – Essi devono essere persino superiori agli dei; perché a costoro e alla loro
infaticabile buona riuscita l’abisso (l’Essere) resta negato. Solo quelli che lo conoscono, che ne
hanno insistentemente conoscenza, sono in grado di essere fondatori e lo sono anche solo
fintantoché si mantengono in una simile posizione di superiorità rispetto agli dei […]; soltanto per
loro il tramonto è conservato75.

1 Sulla carriera di Hitler da agitatore di birreria a tamburino della destra etno-nazionalista, cfr. I. Kershaw, Hitler.
1889-1936, Bompiani, Milano, 1999, pp. 197-319. Per un maggiore approfondimento sulla farsa del Putsch della
birreria, cfr. R. Hanser, Putsch! L’ascesa di Hitler, Odoya, Bologna, 2015.
2 Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler. Le radici della barbarie nazista, a cura di G. Galli, Kaos, Milano, 2006,
passim.
3 M. Ferrari Zumbini, Le radici del male: l’antisemitismo in Germania da Bismarck a Hitler, Il Mulino, Bologna,
2001, passim; P. Pulzer, M. Ferrari Zumbini, German Antisemitism Revisited. Il problema delle origini: il caso
Fritsch, Archivio Guido Izzi, Roma, 1999, pp. 35-61; G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore,
Milano, 1997, pp. 50-76, 323-44.
4 G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., pp. 50-76. Su Langbehn, cfr. V. Pinto, Apoteosi della
germanicità. I sentieri di Julius Langbehn, critico della cultura tedesco di fine Ottocento, I libri di Icaro, Lecce,
2009.
5 J. Langbehn, Lo spirito del tutto, Morcelliana, Brescia, 1935, pp. 46, 87 sgg., 307, 313-16.
6 M. Ferrari Zumbini, Le radici del male, cit., pp. 561-66; L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, La Nuova Italia,
Firenze, 1976-1991, 4 voll., III, pp. 493-524.
7 R. Wagner, Religione e arte, Il melangolo, Genova, 1987, pp. 47 sgg., 141, 145-48.
8 Tra i vari studi sulla “dottrina della redenzione” di Wagner con il suo fondo antisemita si può vedere C. A. Defanti,
Richard Wagner. Genio e antisemitismo, Lindau, Torino, 2013.
9 R. Wagner, Parsifal, a cura di G. Manacorda, Le Lettere, Firenze, 2003, pp. 55, 149-53.
10 G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., pp. 135-44; B. Hamann, Hitler: gli anni
dell’apprendistato, Corbaccio, Milano, 1998, p. 243; L. Poliakov, Il mito ariano. Storia di un’antropologia
negativa, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 357-62.
11 B. Hamann, Hitler: gli anni dell’apprendistato, cit. pp. 28-32, 62, 80-86.
12 A. Hitler, La mia vita, Pegaso, Bologna, 1970, p. 238.
13 G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., pp. 63-67.
14 Sul mito dell’accusa del sangue, e la sua fortuna, cfr. F. Jesi, L’accusa del sangue. Mitologie
dell’antisemitismo, Morcelliana, Brescia, 1993; R. Taradel, L’accusa del sangue: storia e politica di un mito
antisemita, Editori Riuniti, Roma, 2002.
15 L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, cit., vol. IV, p. 40; ID., Il mito ariano, p. 317.
16 L. Bloy, Dagli ebrei la salvezza, Adelphi, Milano, 1994, passim. Sul multiforme universo delle dottrine gnostiche
cfr. A. Magris, La logica del pensiero gnostico, Morcelliana, Brescia, 2012.
17 A. Gnoli, I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, Milano, 1997, p. 91.
18 L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, cit., vol. IV, pp. 98 sgg. Sui protocolli si veda C. De Michelis,
Il manoscritto inesistente. “I Protocolli dei savi di Sion: un apocrifo del XX secolo”, Marsilio, Venezia, 1998; S.
Romano, I falsi protocolli. Il «complotto ebraico» dalla Russia di Nicola II ai giorni nostri, TEA, Milano, 2008.
19 L’internazionale ebraica. i “Protocolli” dei “Savi Anziani” di Sion, La Vita Italiana, Roma, 1938, pp. 156-59.
20 M. Ferrari Zumbini, Le radici del male, cit., pp. 166-69; R. Taradel, L’accusa del sangue, cit., p. 240.
21 F. Nietzsche, La volontà di potenza, Rcs Libri, Milano, 2008, pp. 230, 469-70, 477-78. Per una puntuale
ricostruzione dell’opera e dell’impegno intellettuale di Nietzsche nella lotta politica del suo tempo, cfr. D. Losurdo,
Nietzsche, il ribelle aristocratico, Bollati Boringhieri, Torino, 2002. Sui rapporti tra il filosofo e la destra völkisch, e
l’uso che quest’ultima fece delle sue idee, cfr. anche M. Ferrari Zumbini, Le radici del male, cit., pp. 553-610.
22 G.L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., pp. 253-78, 310 sgg.; I. Kershaw, Hitler, cit., p. 120 sgg.
23 G. L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Editori Laterza, Roma-Bari, 1980, pp. 96-98;
M. Ferrari Zumbini, Le radici del male, cit., pp. 526-27
24 M. Ferrari Zumbini, Le radici del male, cit., pp. 544-52, 605-8.; G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo
Reich, cit., p. 165 sgg.; ID., Il razzismo in Europa, cit., pp. 88-91; H. Friedländer, Le origini del genocidio nazista,
Editori Riuniti, Roma, 1997, pp. 15-17.
25 Su List, Liebenfels, e le loro organizzazioni esoteriche, cfr. N. Goodrick-Clarke, Le radici occulte del nazismo,
Sugarco, Carnago, 1992.
26 Das Geheimnis der Runen von Guido List, Arktos, Carmagnola, 1992, p. 64. Diversi anni or sono, il germanista
Furio Jesi, pur non disponendo dei testi ariosofici, rilevò in alcuni materiali mitologici della destra una serie di elementi
che lo condussero ad intuire la presenza di una concezione cosmogonica di questo tipo. Sviluppando tale intuizione, Jesi
giunse addirittura ad avanzare l’ipotesi che lo sterminio degli ebrei fosse stato concepito dai nazisti come la ripetizione
di un atto cosmogonico che aveva le caratteristiche di una ritrazione creatrice. Cfr. F. Jesi, Cultura di destra, Garzanti,
Milano, 1993.
27 Ibid., passim.
28 Lanz von Liebenfels, Teozoologia ovvero la scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino,
Thule Italia, Roma, 2008, passim.
29 Sulle vicende del Germanenorden e sul suo ruolo nella nascita del partito nazista, cfr. N. Goodrick-Clarke, Le
radici occulte del nazismo, cit., pp. 183-222; I. Kershaw, Hitler, cit., pp. 207-10.
30 N. Goodrick-Clarke, Le radici occulte del nazismo, cit., pp. 191-93.
31 R. von Sebottendorff, Prima che Hitler venisse: storia della Società Thule, Delta-Arktos, Torino, 1987, pp. 58-
59.
32 R. von Sebottendorff, Prima che Hitler venisse, cit., p. 31.
33 E. von Salomon, I proscritti, Baldini & Castoldi, Milano, 1994, p. 55. Il corsivo è nostro.
34 B. Hamann, Hitler: gli anni dell’apprendistato, cit., p. 240 sgg.; N. Goodrick-Clarke, Le radici occulte del
nazismo, cit., pp. 275-92.
35 I. Kershaw, Hitler, cit., pp. 180-89, 207-10, 229-31; J. H. Tyson, Hitler’s Mentor: Dietrich Eckart, His Life,
Times, & Milieu, iUniverse Inc., New York Bloomington, 2008.
36 Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, cit., p. 521.
37 D. Eckart, Il bolscevismo da Mosé a Lenin. Un dialogo tra Hitler e me, in Dietrich Eckart. Una vita
tedesca, Editrice Thule Italia, Roma, 2008, pp. 85-154, passim.
38 Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, cit., passim. Il corsivo è nostro.
39 R. Rhodes, Gli specialisti della morte: i gruppi scelti delle SS e le origini dello sterminio di massa,
Mondadori, Milano, 2007, p. 83.
40 R. Cecil, Il mito della razza nella Germania nazista. Vita di Alfred Rosenberg, Feltrinelli, Milano, 1973, pp. 44-
49; I. Kershaw, Hitler, cit., pp. 266-67, 404; L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, cit., vol. IV, pp. 361-63.
41 F. A. Ossendowski, Bestie, uomini, Dei. Il mistero del Re del Mondo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2000,
passim. Il corsivo è nostro. Su Ungern-Sternberg, cfr. W. Sunderland, The Baron’s Cloak. A History of the Russian
Empire in War and Revolution, Cornell University Press, Ithaca-London, 2014.
42 W. Maser, Hitler segreto: lettere e appunti inediti, Garzanti, Milano, 1974, pp. 242, 251, 279.
43 I. Kershaw, Hitler, cit., pp. 371-72.
44 Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, cit., pp. 170-71, 497-98.
45 I. Kershaw, Hitler, cit. pp. 411-16; H. Höhne, L’ordine nero: storia delle SS, Odoya, Bologna, 2008, pp. 62-64.
46 I. Kershaw, Hitler, cit., pp. 205-06. Sui legami tra il nazismo e il movimento intellettuale neoconservatore cfr. E.
Collotti, La Germania nazista. Dalla repubblica di Weimar al crollo del Reich hitleriano, Einaudi, Torino, 1962, pp.
19-32.
47 A. Schuler, Dell’essenza della città eterna, Edizioni di Ar, Padova, 2007, passim.
48 G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., pp. 79-98, 115.
49 B. Müller-Hill, Scienza di morte: l’eliminazione degli ebrei, degli zigani e dei malati di mente, 1933-1945,
ETS, Pisa, 1980, pp. 45-60; É. Conte, C. Essner, Culti di sangue. Antropologia del nazismo, Carocci, Roma, 2000,
pp. 57-82; H. Friedländer, Le origini del genocidio nazista, cit., p. 15 sgg.; E. De Cristofaro, C. Saletti (a cura di),
Precursori dello stermino. Binding e Hoche all’origine dell’”eutanasia” dei malati di mente in Germania,
Ombre corte, Verona, 2012.
50 M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1976, passim. Per una ricostruzione della portata ideologica
del pensiero heideggeriano cfr. E. Faye, Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, L’Asino d’oro, Roma,
2012; e il nostro P. Lombardi, G. Nesi, Cercarsi nel buio. Cinque storie di nazisti, Le Lettere, Firenze, 2015, pp. 91-
146.
51 Sull’Artamanenbund, cfr. G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., pp. 133, 171 sgg.; M. Ferrari
Zumbini, Le radici del male, cit., pp. 878-80. Sul Ring nordico, cfr. A. Bramwell, Ecologia e società nella
Germania nazista. Walther Darré e il partito dei verdi di Hitler, Reverdito, Trento, 1988, p. 74 sgg. Il libro della
Bramwell è ben documentato, ma la sua tesi del nazismo come movimento ecologista e portatore di un ruralismo
romantico è chiaramente revisionista.
52 E. Jünger, Scritti politici e di guerra 1919-1933, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2005, pp. 110-14.
53 É. Conte, C. Essner, Culti di sangue, cit., pp. 57-82; H. Friedländer, Le origini del genocidio nazista, cit., p. 15
sgg.
54 C. Hale, La crociata di Himmler: la spedizione nazista in Tibet nel 1938, Garzanti, Milano, 2009, p. 134.
55 Hans F. K. Günther, Platone custode della vita. La concezione platonica della selezione e della educazione:
la sua importanza per la nostra epoca, Edizioni di Ar, Padova, 2007, passim.
56 Su Darré cfr. A. Bramwell, Ecologia e società nella Germania nazista, cit.; G. Corni, H. Gies, “Blut und
Boden”: Rassenideologie und Agrarpolitik im Staat Hitlers, Schulz-Kirchner, Idstein, 1994; A. D’Onofrio, Razza,
sangue e suolo. Utopie della razza e progetti eugenetici nel ruralismo nazista, Clio Press, Napoli, 2007.
57 Il passo citato da Darré è il 942, che così recita: «C’è soltanto una nobiltà di nascita, una nobiltà del sangue. (Qui
non parlo della particella “von” e dell’Almanacco di Gotha: osservazione parentetica per gli asini). Là dove si parla di
“aristocrazia dello spirito”, di solito non mancano motivi per celare qualcosa: come è noto, questa è una locuzione
comune fra gli ebrei ambiziosi. Lo spirito da solo, infatti non nobilita; ci vuole piuttosto, prima, qualcosa che nobiliti lo
spirito. Di che cosa c’è bisogno a tale scopo? Del sangue». F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., p. 508.
58 W. Darré, La nuova nobiltà di sangue e suolo, Ritter, Milano, 2010, passim.
59 Su Himmler e le SS, cfr. P. Longerich, Heinrich Himmler, cit.; H. Höhne, L’ordine nero, cit.; R. Rhodes, Gli
specialisti della morte, cit.
60 R. Rhodes, Gli specialisti della morte, cit., pp. 83-84.
61 H. Höhne, L’ordine nero, cit., p. 57.
62 R. Rhodes, Gli specialisti della morte, cit., p. 93.
63 Su quest’episodio, cfr. P. Longerich, Heinrich Himmler, cit, p. 125; É. Husson, Heydrich e la soluzione finale.
La decisione del genocidio, Einaudi, Torino, 2010, pp. 22-23.
64 Per l’espressione “lavorare incontro al Führer”, cfr. I. Kershaw, “Working Towards the Führer: Reflections on
the Nature of Hitler’s Dictatorship”, Contemporary European History, 2, 2, 1993, pp. 103-18; I. Kershaw, Hitler e
l’enigma del consenso, Laterza, Bari-Roma, 2006.
65 J. Chapoutot, La legge del sangue, cit., p. 36.
66 Sull’iter che condusse alla redazione delle leggi razziali, cfr. P. Lombardi, G. Nesi, Cercarsi nel buio, cit. p. 25
sgg.
67 J. Chapoutot, La legge del sangue, cit., p. 40.
68 C. Rossetti, “Lo Stato-teatro. Il rituale politico del nazionalsocialismo”, Intersezioni, XX, 2, 2000, pp. 229-60; É.
Conte, C. Essner, Culti di sangue, cit.
69 M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano, 2010, p. 72.
70 R. Rhodes, Gli specialisti della morte, cit., p. 94.
71 H. Höhne, L’ordine nero, cit., p. 126
72 N. Goodrick-Clarke, Le radici occulte del nazismo, cit., pp. 255-74; C. Hale, La crociata di Himmler, cit., pp.
93-109. Sui rituali delle SS, cfr. É. Conte, C. Essner, Culti di sangue, cit., pp. 145-54.
73 É. Husson, Heydrich e la soluzione finale, cit., pp. 28-29.
74 P. Longerich, Heinrich Himmler, cit., p. 205.
75 M. Heidegger, Quaderni neri 1938/1939 (Riflessioni VII-XI), a cura di P. Trawny, Bompiani, 2016, pp. 46-47,
76.
Il dipinto di Hubert Lanzinger, Der Bannerträger (1935).
Jörg Lanz von Liebenfels, fondatore del Neuer Templer-Orden.
Giuramento dei cadetti delle SS in adozione dal 9 novembre 1935.

Pianta dell’area del castello di Wewelsburg con indicate le aree di intervento che mostrano in
maniera evidente la forma di un lancia.

L’ariosofo Karl Maria Wiligut (primo a sinistra) accanto a Heinrich Himmler nel castello di
Wewelsburg.
Parte seconda
Il suolo
«I nazionalsocialisti sognano di conquistare il mondo un giorno. Sono assolutamente
favorevole… ma sono convinto che dobbiamo farlo per tappe. Al momento non
avremmo i numeri per popolare neppure un’altra provincia, una zona o un paese grande
metà della Germania. Dovrebbe essere ovvio che non possiamo semplicemente
rilevare una popolazione, che se dobbiamo prendere il controllo di una provincia che
non sia etnicamente tedesca, allora dovremmo eliminare sino all’ultima nonna e
all’ultimo bambino e senza misercordia alcuna. Spero che non ci siano dubbi al
riguardo. Spero anche che non ci siano dubbi sul fatto che avremmo bisogno di una
popolazione di alta qualità razziale, allo scopo di essere in grado di insediarla e di
nutrirla, così che possiamo iniziare a circondare la Germania di cento milioni di
contadini tedeschi. Questo ci metterà allora in grado di avviarci ancora una volta verso
il dominio del mondo, e organizzare sul serio la Terra in base ai principi ariani»
Heinrich Himmler, 18 febbraio 1937

1. Ostraum.Presupposti di un impero coloniale a Est


Con la rapida vittoria bellica sulla Polonia, il regime nazista si trovava, nella seconda
metà del 1939, padrone di un ampio territorio e di oltre venti milioni di persone.
Sull’impiego di questo vasto bottino di guerra, tuttavia, non esistevano direttive
precise. Tutto ciò che i nazisti avevano a disposizione, erano una serie di linee generali
abbozzate da Hitler nel Mein Kampf: un forte impero centrale di tutti i tedeschi, riuniti
in un’unica comunità razziale grazie alla comunanza del sangue; una sottomissione delle
potenze occidentali (Francia in primo luogo) deprivate della loro forza militare; la
costituzione di uno spazio vitale a Est. L’Est, come territorio che una volta era stato
sottoposto al dominio dei popoli di stirpe germanica, costituiva il futuro serbatoio della
grandezza tedesca, la vasta zona nella quale i tedeschi, ormai troppi per la loro patria,
si sarebbero riversati come un tempo, colonizzando e portando civiltà. Queste vaghe
linee però potevano nella migliore delle ipotesi essere considerate un programma
politico di massima; altra cosa era l’attuazione pratica di quel programma, che si
scontrava con mille difficoltà, non ultimo il fatto che la conquistata Polonia costituiva
un mosaico di gruppi etnici; oltre ai polacchi e agli ebrei, che costituivano comunque
una forte componente degli abitanti della Polonia, vi erano anche rappresentanti di etnie
minori, come i Kashubi, i Gorali, i Bielorussi nonché una minoranza ucraina non
trascurabile. Per trattare questo mosaico, il regime aveva come propria risorsa la
filosofia legislativa messa in pratica nel Reich a partire dalla presa del potere nel 1933;
ossia il fatto che, stante la disuguaglianza razziale esistente tra persone di discendenza
diversa, il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge doveva essere abbandonato.
Persone di lignaggio e di sangue tedesco non potevano né dovevano essere equiparate a
persone di discendenza aliena; i non-tedeschi non potevano essere ricondotti a una legge
comune con gli appartenenti alla comunità tedesca, ma dovevano essere sottoposti a una
legge speciale1.
L’applicazione del principio della disuguaglianza razziale, e la sottoposizione di tutti i
soggetti ritenuti a vario titolo non tedeschi a una legge diversa da quella in vigore per i
cittadini della comunità razziale, comportava in primo luogo l’annullamento dei diritti
di tali soggetti dal punto di vista della legge tedesca. Era il percorso che aveva
riguardato in primo luogo gli ebrei del Reich, che l’implemento della legislazione
aveva via via privato non solo dei diritti, ma anche di buona parte delle basi
dell’esistenza materiale. Questo percorso non si era ancora del tutto concluso nel 1939,
ma indicava con chiarezza la direzione che avrebbe portato il regime nazista a
imboccare senza ripensamenti la strada del genocidio; e indicava ancora una possibile
bussola nel trattamento delle persone residenti nello stato polacco, che ora si trovavano
improvvisamente e in circostanze drammatiche nelle mani dei nazisti. In realtà, nelle
alte sfere del regime non vi era la tendenza a considerare quella slava una razza a sé
stante, come invece erano ritenuti gli ebrei. Come aveva chiarito Heinrich Himmler in
un opuscolo del 1937 (ma originato da un discorso tenuto a Goslar nel novembre 1935 e
che attinge con abbondanza alle pagine di Dietrich Eckart) intitolato Le SS quali
organizzazione di lotta antibolscevica, vi è un conflitto che risale a tempi molto antichi
tra ebrei e popolazioni ariane, nel quale gli ebrei si sono spesso appoggiati a
popolazioni inferiori quale proprio strumento di guerra. Tale lotta, che Himmler
riteneva un fatto naturale, iscritta nella natura razziale in modo ineliminabile, così come
il bacillo combatte per istinto naturale contro un corpo sano, si esprime in primo luogo
con l’indebolimento e la dissoluzione dei caratteri razziali ariani. In questo senso, le
stirpi inferiori sono uno strumento nelle mani del complotto ebraico, che se ne serve per
decomporre l’unità degli ariani e solverne la fibra razziale indebolendola.
La pericolosità degli ebrei, osservava Himmler, sta in questo complotto contro tutti i
popoli; per i popoli di livello più basso, come appunto gli slavi, essi non costituiscono
un pericolo in sé e per sé, eccezion fatta per la tendenza a lasciarsi dominare e a
costituire una potenziale fonte di inquinamento razziale. Nelle mani degli ebrei, che
mirano a dominare queste popolazioni e a servirsene come arma biologica, queste stirpi
rappresentano una minaccia; nelle mani degli ariani, e con le opportune misure di
segregazione, esse possono costituire una potenziale riserva di forza-lavoro a
disposizione della creatività di cui è dotata la razza ariana.
Nel discorso della fine del 1935 e poi nell’opuscolo del 1937, Himmler dava voce a
parecchie delle idee che avrebbero poi dato corpo al tentativo nazista di costruire un
impero a Est; l’identificazione tra ebraismo e bolscevismo, come dominazione di
popolazioni inferiori volte contro le etnie ariane allo scopo di cancellare queste ultime;
la necessità di imporre severe misure di segregazione e isolamento nei confronti delle
potenziali minacce biologiche contro il popolo tedesco; l’identificazione degli slavi
come persone di minor valore razziale da utilizzare come lavoro ridotto in schiavitù.
Himmler non era certo l’unico rappresentante delle idee che circolavano nella
leadership nazista; ma non c’è dubbio che molte delle idee che poi vennero a
sostanziare e a dare corpo all’implementazione di un impero coloniale a Est datassero
ben prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.
Le prime decisioni di Hitler a proposito della Polonia annunciarono la direzione
verso cui si doveva andare; nel suo discorso al Reichstag del 6 ottobre 1939, il Führer
annunciò la dissoluzione dello stato polacco. Ciò lasciava i suoi abitanti in uno stato
ibrido; essi non erano cittadini di nessuno stato, né dunque difesi da alcuna delle
convenzioni internazionali che riguardavano cittadini e soldati delle nazioni occupate da
potenze nemiche. La perpetuazione di questa strana zona grigia del diritto continuò con
la sistemazione del territorio operata dal regime nazista; parte dei territori polacchi, la
regione di Posen, Danzica, la Gdynia e la Prussia Orientale vennero direttamente
annessi dal Reich e diventarono Gaue sotto la formale autorità di dirigenti del partito
nazista in qualità di capi regionali (Gauleiter) e governatori del Reich
(Reichsstatthalter), ben oltre i vecchi confini tedesco-polacchi del 1914. Ciò
corrispondeva al programma del Mein Kampf di ricostituire il territorio un tempo
abitato da popolazione di sangue tedesco e poi mutilato dal Trattato di Versailles, anche
se le annessioni furono più abbondanti. Queste regioni vennero dunque incorporate nel
Reich, quella di Posen sotto il nome di Warthegau. Il resto della Polonia costituì il
cosiddetto Governatorato Generale affidato a Hans Frank, l’ex avvocato di Hitler, che
restò in una situazione di sospensione; non fu mai formalmente considerato un territorio
del Reich, e tuttavia innegabilmente si trovava in una condizione di sottomissione alla
Germania nazista. In questo senso, rispetto ai nuovi Gaue costituiti e di solito chiamati,
nella fraseologia nazista, i “territori annessi a Est”, il Governatorato Generale era più
simile a una colonia, pur non attingendo mai a uno status coloniale. Si trattava di una
formazione ibrida, un territorio che doveva essere considerato, come chiarì Hitler, la
piattaforma per l’attacco all’Unione Sovietica e uno spazio a totale disposizione della
Germania e del suo sforzo bellico, principalmente come riserva di forza-lavoro. Hitler
non aveva nessun interesse per la definizione di uno status costituzionale per il
Governatorato Generale; si trattava di un territorio che era lì per esserne disposto per
quanto occorresse e basta. Quale doveva essere dunque il destino che attendeva i non-
cittadini dello scomparso stato polacco?
A decidere di questo destino, oltre alle direttive generali del Führer, concorrevano le
decisioni di molte autorità che, nel consueto caos amministrativo nazista, erano spesso
in lotta tra loro. Vi erano in primo luogo i Gauleiter dei territori annessi a Est, autorità
del partito, che ritenevano comunemente i territori che amministravano come propri
feudi personali, e che erano di solito pochissimo inclini a prendere direttive o anche
solo a collaborare con altre autorità. Vi era naturalmente il Ministero degli Interni,
formalmente competente per tutte le questioni riguardanti la cittadinanza; il Ministero
della Giustizia per quanto riguarda gli adempimenti giuridici e la legislazione civile e
penale; e il governatore generale Hans Frank. Nella proliferazione delle autorità,
ognuna delle quali lottava per espandere le proprie competenze ai danni altrui, si
aggiunse, il 7 ottobre 1939, un giocatore assai temibile e tale da non poter essere
ignorato. Nel discorso del 6 ottobre 1939, Hitler aveva annunciato la volontà di
riorganizzare le relazioni etniche in Europa attuando trasferimenti di popolazione. Si
trattava dell’attuazione delle vecchie idee del Mein Kampf; la costruzione di una zona
corrispondente più o meno alla Mitteleuropa saldamente in mano a popolazione di
sangue tedesco e la costituzione di uno spazio vitale a Est. Anche l’idea di un
trasferimento delle popolazioni non era un’idea nuova; provvedimenti del genere erano
già stati adottati durante la prima guerra mondiale, così come l’idea di colonizzare
territori a Est era stata accarezzata dal comando tedesco durante la Grande Guerra.
Ripercorrere la vecchia fraseologia pangermanica e coloniale, tuttavia, velava appena
la novità e la radicalità delle intenzioni del Führer, come fu chiaro fin da subito,
quando a interpretare quelle intenzioni fu chiamato Heinrich Himmler, nominato, con il
decreto del 7 ottobre 1939, Commissario del Reich per il Rafforzamento del Popolo
Tedesco (RKFDV).
Himmler, che già assommava la carica di capo delle SS e di tutte le polizie, titolare di
un servizio segreto proprio (il Sicherheitsdienst, o SD, affidato a Heydrich), veniva
quindi ad assumere una nuova e importante posizione di potere. Si trattava dell’uomo
scelto da Hitler per l’attuazione di quei trasferimenti di popolazione ventilati dal
Führer nel discorso al Reichstag del 6 ottobre; allo scopo di attuare quell’impero
centrale delle popolazioni di sangue tedesco, occorreva che tutte le popolazioni di
lignaggio tedesco della diaspora, che in seguito alle vicissitudini storiche e alle
conseguenze del trattato di Versailles si erano trovate tagliate fuori dal corpo centrale
del popolo tedesco in regioni come la Volhynia, i Paesi Baltici, la Galizia, fossero ora
riunificate alla madrepatria e riportate nel Reich opportunamente ampliato grazie ai
territori annessi a Est, e quindi in grado di accogliere i tedeschi perduti, i “tedesco-
etnici” (Volksdeutsche). Una circolare del 29 marzo 1939 del Ministero dell’Interno
definiva i tedesco-etnici come «persone che si riconoscevano appartenenti al popolo
tedesco», purché tale riconoscimento fosse supportato da fatti come uso della lingua
tedesca, familiarità con la cultura tedesca, ecc. Di converso, le popolazioni di sangue
non-tedesco non potevano mai essere riconosciute come parte della comunità
germanica; esse dovevano essere deportate dai nuovi territori del Reich per far posto
all’arrivo dei tedesco-etnici, in particolare quelli provenienti da quelle regioni che,
secondo il protocollo segreto al patto Molotov-Ribbentrop, dovevano entrare dopo la
spartizione della Polonia nella zona di influenza sovietica, come i Paesi Baltici. Il luogo
di deportazione scelto da Himmler era il Governatorato Generale, sorta di discarica
biologica nel quale far rifluire dal Reich tutti coloro che erano razzialmente
indesiderabili. Il decreto del 7 ottobre 1939 autorizzava il Commissario del Reich per
il Rafforzamento del Popolo Tedesco a riportare definitivamente nel Reich tutti i
Volksdeutsche residenti nei paesi stranieri; ad eliminare l’influenza nociva degli
individui “alieni” (ossia non-tedeschi) che potessero rappresentare una minaccia per il
Reich; e infine a promuovere la formazione di nuovi stanziamenti tedeschi nei territori
annessi tramite il cosiddetto “insediamento” (Ansiedlung). Per lo svolgimento di un tale
incarico, il Commissario era autorizzato a intraprendere tutte le misure che riteneva
necessarie. Questo era il compito affidato a Himmler dal Führer, ciò che nella
terminologia nazista costituiva la “politica delle popolazioni”, la Volkstumspolitik.
Himmler era l’uomo che avrebbe guidato la Volkstumspolitik nazista.
L’esecuzione di questo incarico comportava tuttavia due ordini di problemi. In primo
luogo, occorreva riempire il Commissariato affidato a Himmler di strutture che
permettessero di eseguire il compito. In secondo luogo, occorrevano chiare direttive e
criteri per stabilire chi fosse di sangue tedesco e dunque meritevole di essere riportato
nei territori del Reich; e, di conseguenza occorreva anche un criterio chiaro per
stabilire chi non fosse di sangue tedesco e dunque meritevole di deportazione fuori dai
confini del Reich. Trovare criteri univoci in un territorio come la Polonia, dove
minoranze etniche convivevano da generazioni, e dove gli incroci genetici si erano
moltiplicati senza remissione, sembrava, dal punto di vista nazista, un compito
estremamente arduo. Himmler applicò a entrambi i compiti il suo talento organizzativo.
L’organizzazione del Commissariato si sostanziò nella creazione di strutture
burocratiche nuove e nel riadattamento di alcune esistenti. Tra le strutture nuove,
Himmler previde la creazione di un apposito quartier generale di staff (Stabshauptamt),
che fosse il centro di coordinamento dei vari uffici ma che avesse anche il compito
specifico di insediare i tedesco-etnici giunti nel Warthegau e negli altri territori annessi
a Est. Almeno, secondo l’interrogatorio di Konrad Meyer a Norimberga condotto il 26
giugno 1947 dall’investigatore alleato Fred Rodell (Meyer ricoprirà un ruolo di primo
piano in questa storia), tali erano i compiti dello Stabshauptamt, la cui direzione fu
affidata da Himmler a Ulrich Greifelt, un uomo delle SS. Greifelt fu poi tra gli imputati
a Norimberga durante il processo detto “del RuSHA”, ossia dell’Ufficio Centrale per la
Razza e l’Insediamento (Rasse und Siedlungshauptamt). Il RuSHA era uno degli uffici
già esistenti per il quale Himmler previde una nuova funzione. Originariamente, questa
struttura si occupava di accertare le origini razziali dei candidati SS, per stabilire se
coloro che presentavano domanda di iscrizione alle SS incontrassero i requisiti genetici
necessari per entrare a far parte di quella che Himmler voleva l’“aristocrazia razziale”.
A causa di questo compito, questa modesta struttura della SS si era accreditata di una
expertise razziale. In quanto (presunti) esperti accertatori delle caratteristiche razziali
degli individui, i membri del RuSHA erano i periti di cui Himmler aveva bisogno per le
ispezioni sull’appartenenza (o non-appartenenza) al sangue germanico delle persone da
reinsediare nel Reich o da espellere. In realtà, il RuSHA aveva anche un altro compito,
come indicava chiaramente il titolo dell’ufficio: si occupava anche di insediamenti.
Nell’ideologia razziale appresa da Darré, Himmler, che in fondo era un agronomo, si
era convinto che l’appartenenza all’aristocrazia razziale andasse di pari passo con
l’appartenenza alla terra e la coltivazione del suolo. Il contatto con il suolo,
l’appartenenza alla terra segnava la parte migliore del sangue tedesco, così come
espressa dal motto Blut und Boden, di contro alla popolazione urbana, molle e
decadente, già marchiata dalla degenerazione. Grazie all’influenza delle teorie razziali
di Darré, Himmler era giunto a desiderare che le SS fossero una sorta di ordine di
contadini guerrieri, che traevano la loro forza dalla vicinanza con quel suolo che
manteneva mistici legami con la continuità del sangue. Ovviamente ciò non esauriva la
totalità delle convinzioni di Himmler riguardo alle SS, che furono assai più esaustive e
complesse. Eppure, l’istituzione di un ufficio come il RuSHA, destinato a occuparsi
dell’insediamento dei membri delle SS, ossia di provvedere fattorie nelle quali questi
membri, assieme alle loro famiglie, potessero vivere e ritrovare la continuità del Blut
und Boden, acquisendo al contempo qualità marziali, dice qualcosa sulla forza che
queste suggestioni giocarono sulla mente di Himmler. Del resto, il primo capo del
RuSHA fu proprio Walther Darré, poi caduto in disgrazia presso Himmler nel 1938, e
rimpiazzato tra il 1940 e il 1943 da Otto Hofmann, Obergruppenführer delle SS. Anche
Hofmann fu tra gli imputati di Norimberga. È appena il caso di sottolineare come gran
parte dei beni con i quali l’Ufficio Siedlung del RuSHA si sforzava di provvedere alle
famiglie SS provenissero dal saccheggio dei beni appartenenti agli ebrei viennesi e
praghesi. L’ex-capo dell’ufficio Siedlung, von Gottberg, diventato capo del Bodenamt
(l’Ufficio delle Registrazioni Terriere) a Praga, che doveva espellere ebrei e cechi
dalle fattorie per sostituirli con famiglie SS, compì un tale efferato saccheggio nel 1938
(ma non senza l’ausilio del Ministero degli Interni del Reich), che Himmler stesso fu
costretto a sospenderlo e a inviare alcuni dei suoi uomini in campo di concentramento.
Dunque fin dall’inizio, nell’ideologia razziale di Himmler, insediamento e
affermazione della razza ariana facevano un tutt’uno. Vi era qualcosa, in questa
mentalità intrisa del concetto di un legame mistico tra il sangue e il suolo, che rendeva
l’idea di colonizzazione un orizzonte invalicabile, un proposito inevitabile. Il passaggio
del RuSHA da semplice ufficio che si occupava di controllare l’albero genealogico
degli aspiranti SS e che trovava loro sistemazioni in fattorie rubate agli ebrei o agli
slavi, a ufficio centrale di attuazione della Volkstumspolitik all’interno del
Commissariato di Himmler, segna non soltanto un’ascesa burocratica, ma anche lo
svolgimento di un programma che, nato da piccoli inizi, trovava via via motivi che lo
alimentavano e lo spingevano in direzioni inizialmente forse neppure previste. Tuttavia,
se nel RuSHA Himmler aveva trovato gli esperti razziali necessari al suo programma di
reinsediamento, occorrevano ancora altri strumenti perché quel programma diventasse
pienamente operativo. Ulteriore anello della catena che Himmler stava forgiando nel
suo Commissariato, fu un terzo ufficio, la Volksdeutsche-Mittelstelle (o VO-MI), che in
origine non era neppure un ufficio delle SS, bensì del partito nazista. Si trattava di un
ufficio fondato nel 1937, che doveva occuparsi delle necessità delle popolazioni di
etnia tedesca che, dopo la conclusione del trattato di Versailles, erano rimaste separate
dal corpo del popolo tedesco. Con le vittorie conseguite nella Blitzkrieg, tuttavia,
l’obiettivo di una riunificazione dei popoli germanici divisi si avvicinava, e l’ufficio
poteva venir adibito a nuove funzioni. Himmler lo rese suo infiltrandolo con membri
delle SS, fino a che non riuscì a controllarlo pienamente. Il VO-MI, guidato
dall’Obergruppenführer delle SS Werner Lorenz (imputato a Norimberga assieme a
Greifelt e a Hofmann) era organizzato in nove uffici; nell’Ufficio I, Direzione Generale,
militarono soltanto membri delle SS. Il nuovo scopo del VO-MI era occuparsi del
reinsediamento dei tedesco-etnici provenienti dai Paesi Baltici, dalla Volhynia, dalla
Bessarabia, ecc. o insediandoli in fattorie un tempo possedute da ebrei o polacchi
espulsi nel Governatorato Generale, oppure ospitandoli in campi di raccolta in attesa
che il reinsediamento diventasse possibile. Nel frattempo, per il personale tedesco-
etnico ospitato nei campi, il VO-MI aveva anche compiti di educazione ideologica; in
fondo si trattava di persone che, benché tedesche, erano vissute divise dal resto della
comunità germanica e che potevano essere state corrotte ideologicamente. Un periodo di
rieducazione ideologica non era dunque fuori luogo. Tuttavia, il VO-MI non fu l’unico
agente di controllo dei campi in cui veniva raccolto il personale da reinsediare;
nell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) fu costituito un apposito
dipartimento, l’Ufficio III, detto Inland (Interni), incaricato di processare le persone da
reinsediare affidandole al Centro per l’Immigrazione (Einwandererzentralstelle, o
EWZ) che era stato costituito dapprima in Gdynia, poi nel dicembre 1939 a Posen e
infine, con l’aumento delle persone da reinsediare, con un terzo centro a Lodz. Anche
Himmler, come Hitler, credeva nella competizione tra uffici e nella creatività derivante
dalla disorganizzazione amministrativa; la tendenza del regime nazista a creare un
proprio apparato burocratico per svolgere le finalità prefisse ma confuso dal punto di
vista delle competenze e in perenne competizione si affermò anche nel campo del
reinsediamento.
L’apparato burocratico che Himmler stava creando per attuare le disposizioni di
Hitler sulla sistemazione razziale dei territori annessi a Est, tuttavia, non sarebbe stato
completo senza il controllo incondizionato della polizia. La deportazione delle persone
da espellere nel Governatorato Generale richiedeva infatti azioni di polizia. Nella
prima metà del 1939, tuttavia, benché Himmler riunisse in sé le cariche di capo di tutte
le polizie del Reich e di capo delle SS, l’integrazione tra polizia e SS non era completa,
e anzi le due entità vivevano tra loro una forma di competizione. A titolo di esempio,
l’SD, il servizio segreto delle SS affidato a Heydrich, si trovava in chiara posizione di
soggezione rispetto alla polizia politica, la Gestapo, a favore della quale aveva perso il
diritto di fare arresti all’interno del Reich. Persa questa potestà, l’SD si era ridotto alla
compilazione di rapporti e dossier sulla situazione interna tedesca, sulle possibili
sacche di resistenza al regime, e sullo stato del morale della popolazione rispetto allo
sforzo bellico. La Gestapo, a sua volta, non era completamente fusa con le SS; Robert
Koehl ha calcolato che, su 20.000 agenti della Gestapo, solo 3000 fossero
contemporaneamente membri delle SS2. Questa situazione era però destinata a cambiare
con le opportunità che si aprivano a Est, dove l’SD era lo strumento adatto a infiltrarsi
nelle comunità dei tedesco-etnici. Nella costruzione dello strumento organizzativo
destinato ad essere il dispositivo a servizio delle ambizioni imperial-coloniali
tedesche, con la quale le SS uscivano, per così dire, dalla funzione mitizzante
improntata alle idee di Darré come guardiani della continuità tra sangue e suolo, per
diventare membri attivi e proponenti dell’istituzione di un nuovo ordine razziale
continentale in Europa (che però rimase legato alla tradizione “sangue e suolo”), si
segnava anche una trasformazione organizzativa che non sarebbe stata senza
conseguenze dal punto di vista del compimento di un altro tratto sulla via del genocidio.
I nuovi uffici istituti da Himmler, e quelli vecchi e trasformati, avrebbero svolto un
ruolo essenziale nel tentativo di imporre il nuovo “ordine nero” europeo che prevedeva
da un lato l’eliminazione di tutti gli ebrei d’Europa; dall’altro l’eliminazione di buona
parte delle razze inferiori (per la maggior parte, popolazioni slave) o tramite
l’annientamento o tramite l’assorbimento all’interno della comunità costituita dal
popolo di sangue tedesco, e la riduzione in stato di schiavitù della restante quota a
vantaggio della “razza padrona”.
Tutto ciò non era però ancora avvenuto nel 1939, quando Himmler varò una riforma
delle SS che aveva lo scopo di fondere opportunamente SS e forze di polizia.
La riforma previde la creazione dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich
(Reichssicherheitshauptamt, o RSHA), avvenuta il 27 settembre 1939, cui afferivano
come singoli uffici il personale della Gestapo (che divenne l’ufficio IV dell’RSHA e fu
affidato a Heinrich Müller), quello della polizia criminale (ufficio V dell’RSHA, con a
capo Arthur Nebe), e dell’SD, che confluì nell’Ufficio VI e che fu affidato a Walther
Schellenberg. L’intero RSHA fu posto sotto la guida di Reinhard Heydrich.
La riorganizzazione delle varie forze di sicurezza e la loro riunificazione in un’unica
catena di comando non fu tuttavia l’unica mossa di Himmler; la fusione piena di SS e
forze di polizia fu infatti completata con la creazione degli HSSPF (höherer SS und
Polizeiführer, o Comandante supremo delle forze di SS e polizia), comandanti regionali
che riunivano in sé il comando tanto sulle SS quanto sulla polizia3. Il sistema fu esteso
ai territori a Est; gli HSSPF furono assegnati alle nuove regioni del Reich create con
l’annessione dei territori polacchi, e anche al Governatorato Generale. L’esatta
collocazione degli HSSPF all’interno della catena di comando delle varie autorità era
quanto mai problematica. Istituendone la figura, Himmler aveva emesso un decreto
datato 25 agosto 1939 che ordinava loro di fare rapporto ai Governatori nominati dal
Reich – quindi ai Gauleiter dei territori annessi a Est e al governatore generale Hans
Frank –; ma in realtà, più spesso gli HSSPF agivano come autorità indipendenti sul
territorio di loro competenza, tra le proteste delle autorità civili. Ciò fu particolarmente
vero per l’HSSPF della regione di Lublino, Odilo Globocnik, che ebbe frequenti e vasti
scontri con il governatore civile di Lublino, Ernest Zörner. Questi conflitti
preoccupavano Himmler in maniera soltanto parziale; egli non esitò alla fine del 1942 a
fare di Globocnik lo strumento di un piano importante, la prima realizzazione dei
progetti per la costituzione di un impero coloniale a Est, su cui torneremo con ampiezza.
La forgiatura degli strumenti burocratici necessari alla realizzazione degli scopi del
Commissariato di Himmler, tuttavia, non era di per sé sufficiente. I tempi andavano in
fretta; l’8 ottobre 1939 fu decretata l’annessione dei nuovi Gaue (Warthegau, ecc.) al
Reich; il 12 ottobre fu istituito il Governatorato Generale, e nella seconda metà di
ottobre cominciarono a giungere le prime navi che portavano dall’Estonia i tedesco-
etnici da reinsediare all’interno dei nuovi confini del Reich, cui sarebbero seguite le
ondate provenienti dalla Galizia e dalla Volhynia. Come identificare i tedesco-etnici
meritevoli di reinsediamento? Come scegliere coloro da deportare nel Governatorato
Generale per far posto ai nuovi venuti? Le cifre erano immense; il 25 novembre 1939,
l’ufficio di politica razziale del partito nazista inviò a Himmler un memorandum, che
prevedeva che, nei territori annessi a Est, fossero presenti 6,6 milioni di polacchi oltre
a 530.000 ebrei, e che di questi fossero da deportare nel Governatorato Generale 5,3
milioni di polacchi oltre, ovviamente, all’intera popolazione ebraica. Himmler aveva
tuttavia idee proprie sui criteri razziali che dovevano accompagnare quest’operazione
di trasferimento di quote massicce di popolazione.
Durante una celebrazione tenuta a Monaco l’8 novembre 1938 assieme ai
Gruppenführer delle SS, Himmler aveva espresso la convinzione che il compito storico
del regime nazista fosse quello di riunificare l’Europa dietro la Germania e quella del
recupero del sangue tedesco perduto4. La Germania era impegnata in una lotta razziale
senza quartiere contro il nemico storico, gli ebrei. Se essa non avesse vinto questa lotta,
non ci sarebbe stato alcun futuro per i tedeschi. La vittoria sarebbe stata però sicura, se
la Germania fosse riuscita a riunire tutto il sangue tedesco, perché quest’ultimo creava
guerrieri. Di qui la necessità di rimettere assieme tutto il sangue tedesco disponibile in
Europa, attingendo anche a quello di nazioni che, benché formalmente non tedesche,
avevano nelle proprie vene sangue nordico; compreso quello dei tedeschi che erano
emigrati oltremare. La riunificazione di questo sangue, disperso per tutto il mondo, era
la precondizione per la vittoriosa lotta contro gli ebrei e il compito che Himmler, in
quell’incontro di novembre 1938, demandava ai suoi Gruppenführer.
Le idee di Himmler sulla riunificazione del sangue tedesco, che in fondo obbedivano
alla visione hitleriana espressa nel Mein Kampf dell’accorpamento di tutti i popoli
germanici in un’unica entità comunitaria, la Volksgemeinschaft, si evolvevano nel
confronto con quel mosaico etnico che era la Polonia. Himmler era convinto che un
tempo le stirpi germaniche, in un passato mitico e favoloso, ad esempio quello
dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, avevano dominato l’Est con le loro virtù militari e
razziali. Dunque popolazioni di sangue germanico avevano popolato l’Est, e tracce di
quella preziosa eredità razziale dovevano essere ancora presenti, al di là del fatto che si
erano mischiate, con il passare dei secoli, con il sangue slavo. Tuttavia per inquinato
che fosse, quel sangue germanico doveva ancora esistere almeno in tracce; e doveva
essere recuperato. Allo scopo di rintracciare le vestigia dell’antica dominazione
germanica a Est, Himmler aveva fondato nel 1935, assieme a Darré, un’apposita
fondazione, la Forschungsgemeinschaft Deutsches Ahnenerbe (Società di ricerca per
l’eredità ancestrale), meglio nota come Ahnenerbe, la cui missione consisteva
nell’approfondire da un punto di vista antropologico e razziale il passato della razza
ariana. Le ricerche pseudo-scientifiche dell’Ahnenerbe, uno degli organi delle SS,
consistevano nel ritrovare tracce della presenza della razza ariana ovunque fosse
possibile, anche se non è probabile che alcune delle missioni più stravaganti
commissionate dalla fondazione, come la spedizione del 1938 di Ernst Schäfer in Tibet
alla ricerca delle origini della razza ariana, fossero, al contempo, missioni di
spionaggio nei confronti di territori facenti parte dell’impero britannico5. Alcune
spedizioni dell’Ahnenerbe, specie dopo l’invasione dell’Unione Sovietica del giugno
1941, si muovevano assieme alle truppe di occupazione con il compito specifico di
recuperare le tracce dell’originaria dominazione ariana nei territori dell’Est. A titolo di
esempio, nel luglio del 1942, l’archeologo Jankuhn, Karl Kersten e il barone Wolf von
Seefeld, tutti membri della fondazione, si recarono in Crimea sulle orme della divisione
SS Viking per cercare i “tesori dei Goti”, che nelle fantasie di Himmler erano stati un
tempo i padroni della Crimea. Non di rado, queste spedizioni si concludevano in una
razzia e in un colossale saccheggio dei cosiddetti “beni ancestrali”, che gli esploratori
si dedicavano a ‘recuperare’ in nome del popolo ariano. Restava il fatto che il
ritrovamento degli antichi territori di insediamento a Est delle popolazioni germaniche
(Siedlungsgebiete) furono una delle priorità delle SS.
In questa visione, Himmler maturava le sue decisioni per la sistemazione razziale dei
territori. In un discorso tenuto nel marzo del 1940 ai capi delle armate del fronte
occidentale e della Luftwaffe, parlò apertamente della politica polacca da attuare,
consistente nello sterminio di tutta la classe dirigente polacca, così che i polacchi
fossero ridotti alla condizione di masse senza cultura e senza capi; e al recupero e alla
ri-germanizzazione (Eindeutschung) del sangue tedesco tralignato a causa dei contatti
con le popolazioni slave, o “polonizzato”, ma ancora recuperabile. A ciò si aggiunse un
decreto del 9 maggio 1940, che fu citato tra i documenti di accusa a Norimberga nel
processo a Greifelt e ai suoi accoliti, in cui Himmler parlava apertamente della
“rigermanizzazione” del sangue tedesco perduto. La rimozione degli ebrei e delle
persone di razza aliena dai nuovi territori del Reich annessi a Est, decretava Himmler in
qualità di Commissario del Reich, era uno dei compiti più importanti da adempiere,
anzi il compito centrale della politica delle popolazioni (Volkstumspolitik) intrapresa
dal regime. Allo scopo di adempiere a tale compito, lo strumento da utilizzare era
quello della selezione razziale, così da individuare gli individui razzialmente
indesiderabili e impedire loro di vivere accanto ai portatori di sangue tedesco.
Al contempo, tuttavia, era indispensabile riguadagnare alla comunità germanica il
sangue tedesco che esisteva in questi territori, anche nei casi in cui la persona in
questione fosse “polonizzata” quanto al linguaggio e alla religione (ossia, persone di
ascendenza tedesca che però non erano più in grado di parlare il tedesco e che
appartenevano alla chiesa polacca). Himmler si riferiva qui a individui che,
originariamente appartenenti alla stirpe germanica, avevano finito, con il passare dei
secoli, per mischiarsi alle popolazioni slave e “polonizzarsi”. L’ordine di Himmler era
quello di passare al setaccio razziale gli interi territori annessi a Est (e, più tardi, anche
il Governatorato Generale) allo scopo di rendere di nuovo il sangue tedesco disponibile
per la comunità germanica. Era possibile, e Himmler teneva di conto questa ipotesi, che
individui di sangue tedesco, ma “polonizzato”, fossero diventati rinnegati, ossia non
volessero rientrare nel seno della comunità germanica cui appartennero un tempo i loro
ascendenti. In tal caso, almeno i loro figli non dovevano più appartenere alla Polonia;
Himmler ordinava di deportarli in Germania e affidarli a famiglie tedesche perché
fossero ri-germanizzati6.
Assieme al decreto sulla ri-germanizzazione, Himmler sintetizzò ulteriori idee sulla
questione in un breve memorandum del maggio del 1940 intitolato Riflessioni sul
trattamento delle popolazioni aliene all’Est. In una lettera di accompagnamento del 28
maggio 1940, Himmler stesso racconta di averlo sottoposto al Führer, il quale lo trovò
“buonissimo e corretto”7. Il Commissario del Reich iniziava ammettendo il mosaico
etnico costituito dalle popolazioni residenti nel Governatorato Generale, e riteneva che
il maggior interesse tedesco fosse nel suddividere questi gruppi etnici in particelle
frammentandole il più possibile. Non risiedeva nell’interesse del Reich ricondurre tali
gruppi a unità dotate di coscienza nazionale, ma anzi isolarli sciogliendo così quel
conglomerato di popoli. Himmler fissava in 4-5 anni il tempo con il quale ogni singolo
gruppo etnico avrebbe perso il proprio concetto di sé, così che in Polonia si sarebbe
addirittura perso il ricordo di un popolo Kashubo, Gorale, ecc. Ciò che valeva per
questi frammenti di popolo, doveva valere, anche se su scala enormemente più vasta,
anche per i polacchi. La prima arma in quest’opera di frammentazione delle popolazioni
polacche doveva essere l’impedimento all’educazione; per tali popolazioni non doveva
essere previsto alcun ciclo di studi oltre una scuola elementare quadriennale, che non
doveva andare oltre capacità matematiche e alfabetiche rudimentali. Eventuali
supplementi educativi, per i bambini meritevoli, dovevano essere decisi dal locale
HSSPF, l’autorità di SS e polizia. Qualora l’alunno meritevole soddisfacesse ai criteri
genetici richiesti dalla comunità di sangue tedesco, sarebbe stato avviato ai successivi
studi in Germania, purché, come scrisse Himmler, sia da noi «riconosciuto come un
bambino del nostro sangue». Ciò avrebbe comportato un ulteriore vantaggio; privati dei
propri figli più promettenti, prontamente germanizzati, questi «subumani dell’Est»
(Untermenschenvolk des Ostens) non avrebbero dato origine a una classe dirigente
pericolosa per il Reich. Allo stesso modo, Himmler raccomandava un vaglio razziale
per tutti i bambini del Governatorato Generale in età tra i 6 e i 10 anni in maniera da
distinguere i “valutabili per sangue” da quelli privi di valore. In tal modo, concludeva il
Commissario del Reich, entro il lasso di tempo detto si formerà una popolazione priva
di leadership e anonima, tale da fornire ogni anno alla Germania la necessaria
manodopera da impiegare per la costruzione di strade, cave, lavori edili
despecializzati. Eccezion veniva fatta per la popolazione ebraica, che Himmler non
prendeva in esame in quanto riteneva che entro breve tempo sarebbe stato possibile
liberarsene deportandola in blocco in qualche colonia africana. Erano quelli i tempi in
cui SS e Ministero degli Esteri si baloccavano ancora con l’idea di deportare tutti gli
ebrei d’Europa nell’isola di Madagascar8.
Hitler, che si rendeva conto del carattere estremo delle misure proposte da Himmler,
suggerì che il documento in questione restasse segreto e circolasse in pochissime copie
tra i Gauleiter dei territori annessi a Est, il capo della cancelleria del Reich Lammers, e
il capo dell’ufficio principale di staff dello stesso Himmler, Greifelt, il quale a sua
volta doveva darne copia ai cinque HSSPF dell’Est e ai capi degli uffici centrali delle
SS, secondo una complicata procedura di notifica che mostra quale fosse l’importanza
che Himmler annetteva a questo documento. In tal modo, Himmler aveva ricevuto la
sanzione del Führer all’applicazione della Volkstumspolitik a Est, in posizione di forza
persino rispetto al governatore Hans Frank, che Hitler aveva consigliato Himmler di
incontrare al più presto per informarlo dell’approvazione ricevuta. Ciò che restava ora
era una questione di dettagli. A Himmler occorreva avere la disponibilità su terreni e
proprietà nei territori annessi a Est e nel Governatorato Generale per poter controllare
pienamente l’insediamento dei tedesco-etnici provenienti dai Paesi Baltici, dalla
Galizia, dalla Volhynia e dalla Bessarabia. In effetti, in una lettera del 15 febbraio 1940,
Himmler annunciava di essere stato delegato per l’amministrazione dei beni fondiari
requisiti a polacchi ed ebrei9. Dunque anche questa difficoltà era stata risolta, dal suo
punto di vista.
Secondo la testimonianza di Ulrich Greifelt a Norimberga, il decreto del 9 maggio
1940 di Himmler non era stato l’inizio della procedura di germanizzazione, né il
Commissario del Reich aveva atteso l’esplicita approvazione del Führer per procedere
alle operazioni di espulsione e reinsediamento. Le direttive sulla germanizzazione
esistevano già a marzo, mentre a gennaio del 1940 Himmler aveva già ordinato la
deportazione dal Warthegau al Governatorato Generale di 40.000 tra ebrei e polacchi,
allo scopo di far posto ai tedeschi provenienti dai Paesi Baltici. Quest’ordine fu oggetto
di una conferenza tenutasi a Berlino il 30 gennaio 1940 sotto la presidenza del capo
dell’RSHA, Heydrich, alla presenza di Arthur Seyss-Inquart in rappresentanza del
governatore generale Hans Frank e dell’HSSPF del Governatorato Generale Krüger.
Il verbale dell’incontro, cui prese parte anche Adolf Eichmann, fu tra i documenti di
accusa mostrati a Norimberga. Scopo della conferenza era coordinare l’espulsione in
questione, cui doveva seguire un’ulteriore operazione riguardante circa 120.000
polacchi più 30.000 zingari da deportare dall’inizio di marzo 1940 per fare spazio alla
successiva ondata dei tedesco-etnici provenienti dalla Volhynia. Di fronte alle
resistenze dell’amministrazione del Governatorato Generale, si decise che il numero dei
deportati sarebbe stato ridotto in quanto una parte delle persone trasferite sarebbe stata
avviata al lavoro agricolo forzato in Germania o negli altri territori annessi a Est.
Decisioni del genere, secondo la testimonianza di Greifelt a Norimberga, a metà del
gennaio 1942 avevano coinvolto più di mezzo milione di persone; 507.000 tedesco-
etnici erano infatti stati reinsediati nei nuovi confini del Reich alla data del 15 gennaio
1942, di cui 289.000 nel solo Warthegau. Altri 92.480 erano stati inviati in Germania
come lavoratori coatti. Il resto si trovava nei campi gestiti dal VO-MI.
Un’ulteriore disposizione assunta da Himmler riguardava la pratica della registrazione
dei tedesco-etnici da reinsediare e quella delle popolazioni non-germaniche tra le quali
poteva annidarsi qualche goccia di sangue tedesco da ri-germanizzare. Già nel
Warthegau vi erano state pratiche di registrazione secondo criteri di disuguaglianza
razziale; la medesima pratica fu adottata dagli uomini di Himmler, tanto che alla fine la
situazione fu sanata con un decreto del Ministero degli Interni del 4 marzo 1941 che
altro non era che una legalizzazione di attività già ampiamente utilizzate: l’istituzione
della Lista di classificazione etnica tedesca (Deutsche Volksliste o DVL). La lista
veniva compilata dagli esperti razziali del RuSHA e distingueva gli esaminati in quattro
categorie: gli appartenenti alla categoria I e II erano tedesco-etnici che già prima
dell’occupazione tedesca erano conosciuti come filo-germanici e attivi nel mantenere un
legame con la cultura tedesca; nel gruppo III venivano ricompresi coloro che erano
“polonizzati” ma ancora germanizzabili. Al gruppo IV, infine, appartenevano coloro che
erano in qualche modo di ascendenza tedesca, ma che erano ritenuti ostili alla Germania
e portatori di elementi anti-tedeschi, dunque in qualche modo inaffidabili. Ai membri
dei primi due gruppi venivano concessi documenti blu e la cittadinanza tedesca ai sensi
delle Leggi di Norimberga del 1935; i membri del terzo gruppo ricevevano documenti
verdi ma non la piena cittadinanza. I membri del quarto gruppo non ricevevano niente,
ma erano rivedibili ai fini di un’eventuale riclassificazione. Coloro che non
appartenevano alla DVL, in primo luogo gli ebrei, erano ovviamente non-tedeschi e
dunque di nessun interesse ai fini del reinsediamento. La posizione nella lista non
obbediva a criteri puramente razziali, ma anche a valutazioni politiche, in particolare
nei confronti di un atteggiamento favorevole nei confronti del Reich anche prima
dell’invasione avvenuta nel settembre 1939. L’iscrizione nella DVL in una categoria
particolare era dunque di grande importanza ai fini delle selezione delle famiglie
polacche capaci di ri-germanizzazione, dell’inserimento nelle liste dell’Ufficio
Immigrazione (EWZ), e tuttavia, dato che i criteri di appartenenza a un gruppo rispetto
che a un altro erano variabili, oscillando da criteri puramente etnici a criteri etnico-
politici, esisteva un certo grado di confusione. La questione era importante anche dal
punto di vista della concessione della cittadinanza tedesca ai sensi delle Leggi di
Norimberga del 1935, e quindi esisteva, oltre che un’indiscussa competenza del
personale delle SS, anche una pertinenza da parte del Ministero degli Interni. Dunque
l’intero processo rimase fluido e contribuì all’ampio caos che caratterizzava
l’amministrazione nazista.
Il destino di coloro che erano stati dichiarati come “germanizzabili” veniva deciso in
seguito, di solito nell’Ufficio Immigrazione (EWZ) di Lodz, il più attivo, ove le persone
in questione venivano raccolte e sulla base di ulteriori esami, venivano classificate in
liste contraddistinte da singole lettere a seconda della destinazione finale: la lettera O
accomunava tutti coloro da insediare nei territori annessi a Est; la lettera K coloro che
erano destinati a reinsediarsi in Carinzia; le tre lettere Ost riguardavano coloro che
sarebbe stati inviati nella Stiria superiore. Alla A di Altreich, restavano coloro cui,
trovati privi di valore razziale o che, pur provvisti di opportuna ascendenza tedesca,
erano considerati politicamente inaffidabili, toccava l’avvio al lavoro coatto in
Germania10. Era appunto qui che veniva a saldarsi la prassi dello stato nazista con le
correnti ideologiche pre-naziste. La necessità di impedire l’inquinamento del sangue
ariano, tema caro alla Thule-Gesellschaft e tramite essa recuperato da Hitler nel
secondo libro del Mein Kampf, diventava inversione della tendenza storica alla
contaminazione, tramite il riscatto e la ripulitura del sangue ariano contaminato ma
ancora esistente.
L’operazione di recupero e depurazione di questo sangue equivaleva a invertire la
propensione al meticciato e a riportare i caratteri germanici, laddove esistenti, alla loro
primitiva purezza. Tutto ciò però non poteva avvenire senza un’attenta opera di
decifrazione dei caratteri razziali per identificare quelli ariani e una ripulitura da quelli
acquisiti dai tedesco-etnici durante la loro vita fuori dal Reich e dunque tra popolazioni
non-germaniche. Le strutture burocratiche dell’RKFDV e le procedure amministrative
da loro effettuate, così come Himmler le aveva volute, obbedivano esattamente a questa
logica mitica del sangue e del suolo. Scelta delle destinazioni, trattenimento nei campi
del VO-MI (dove i tedesco-etnici venivano sottoposti ad opportuni corsi di
rieducazione ideologica) avevano il compito di far decantare i tratti razziali non-
germanici e di eliminare comportamenti e peculiarità apprese durante la vita in territori
dove si praticava il meticciato. È noto che i tedesco-etnici della Slovenia che
chiedevano di aderire al partito nazista venivano sottoposti preventivamente a un
periodo di osservazione da scontare in organizzazioni politiche locali come l’Unione
patriottica in Stiria o l’Unione popolare in Carinzia11. Dislocazioni, classificazioni
razziali, assegnazioni e identificazioni non avvenivano in modo casuale ma obbedivano
a una precisa logica mitica del sangue, della sua purezza e del suo tralignamento.
Questi criteri, creati per la germanizzazione dei territori annessi a Est e la gestione del
mosaico etnico costituito dal Governatorato Generale, restarono validi anche dopo che
il 1940 ebbe portato ulteriori conquiste territoriali con la vittoriosa campagna sul fronte
occidentale. L’estensione della DVL ai territori occidentali conquistati e ritenuti
germanizzabili, come l’Alsazia-Lorena e il Lussemburgo, fu solo il primo passo. Nel
luglio del 1941, Himmler ordinò a Lorenz, capo del VO-MI, di prendere tutte le misure
necessarie per registrare i tedesco-etnici presenti nei territori invasi della Wehrmacht
durante Barbarossa, in modo da gettare le basi della futura germanizzazione. Con le
ulteriori conquiste nei Balcani, prima del lancio dell’Operazione Barbarossa e l’attacco
all’Unione Sovietica, ampie possibilità di recuperare sangue tedesco si aprivano anche
nella Stiria superiore e nella Carniola. Il 4 gennaio 1941, Himmler firmò il decreto n.
34/I riguardante la germanizzazione delle popolazioni di ascendenza tedesca in Stiria e
Carinzia. Ormai la germanizzazione dell’Ostraum andava ben oltre i territori dell’Est, e
comprendeva anche vaste regioni poste a Ovest. I presupposti giuridici erano stati
creati, e le strutture amministrative destinate a gestire questo processo rodate e
approntate. Era ormai tempo che le misure prese in un primo momento per alcuni,
limitati territori dell’ex stato polacco, diventassero ora un ampio piano continentale.

2. Il Generalplan Ost e le sue trasformazioni


Il primo documento che indica l’esistenza di una vivace attività pianificatoria da parte
delle SS nei confronti di una sistemazione post-bellica dei territori annessi a Est è un
memorandum databile intorno ad aprile-maggio 1940 e intitolato Fondamenti di
pianificazione per la costruzione dei territori a Est. Si tratta di un documento non
firmato, ma opera del Reparto pianificazione del Commissariato del Reich per il
Rafforzamento del Popolo Tedesco che faceva capo a Himmler. Il Reparto
Pianificazione era uno delle quattro divisioni in cui era articolato lo Stabshauptamt (A,
B, C e Z). La divisione B, Ufficio di direzione, era affidata a Greifelt. Il Reparto
pianificazione costituiva la divisione C, e la gestione ne toccava al professor Konrad
Meyer, sopravvissuto alla guerra, e imputato al processo di Norimberga che aveva
coinvolto anche Greifelt. Interrogato a Norimberga dall’investigatore Fred Rodell,
Meyer aveva rievocato i propri trascorsi.
Nato nel 1901, docente di economia agraria a Göttingen, Meyer si era iscritto al
partito nazista nel 1932 ed era entrato nelle SS nell’inverno 1933. Sarebbero stati i
contatti con il Consiglio Agricolo del Reich a porre in relazione Meyer con le SS, come
egli disse in una testimonianza d’aula a Norimberga nel novembre 1947, e in particolare
Walther Darré ad aprirgli la strada che lo avrebbe condotto a Himmler. Non è
inverosimile che Meyer, che si occupava di economia agraria, avesse contatti con
Darré, il teorico del mistico legame tra Blut und Boden. Con Himmler, però si attuava
un passaggio da questa mistica alla pianificazione razionale, alla progettazione di un Est
conquistato e da disporre secondo i bisogni e le esigenze del Reich. L’incontro con
Himmler avvenne nel dicembre 1939, e il Commissario del Reich offrì a Meyer la
possibilità di mettere a frutto le sue competenze nella disciplina della pianificazione,
nella Planungswissenschaft. Scopo generale del Reparto pianificazione era infatti
sviluppare criteri generali per la progettazione del dopoguerra. Secondo Meyer, il
Reparto pianificazione era a sua volta diviso in sei sottoripartizioni, ognuna con un
compito specifico; si andava dall’ordinamento etnico alla pianificazione dello spazio,
dalla costruzione dei villaggi a quella del paesaggio. Date le competenze, e la direzione
del reparto, gli studiosi che si sono occupati della materia hanno considerato
unanimemente il documento della primavera del 1940 come il primo Generalplan Ost di
Konrad Meyer12. Che dal 1940 cominciasse a esistere una pianificazione complessiva
per la sistemazione dell’Est conquistato, lo prova il documento della primavera del
1940; ma che tale pianificazione fosse solo agli inizi, è palese dall’esame stesso del
memorandum, in cui, in ogni caso, il termine Generalplan Ost non compare mai. Meyer,
a Norimberga, negò che quel termine fosse suo, e ne attribuì il conio allo stesso
Himmler13, avanzando anche rimostranze circa la denominazione.
Meyer fu uno degli intellettuali tedeschi che si pose al servizio delle SS e dei fini di
Himmler. Allo Stabshauptamt del Commissariato vi erano l’architetto Udo von
Schauroth; all’Ufficio pianificazione dell’Ufficio di staff per l’Insediamento aperto
dalle SS a Lodz c’era Alexander Dolezalek, tenente colonnello delle SS; ancora
nell’Ufficio Umsiedlung dello Stabshauptamt vi era Helmut Schubert. Si trattava di
uomini che avrebbero ricoperto un ruolo importante nello sviluppo del Generalplan Ost
e che, al pari di molti altri colleghi, avevano abbracciato le SS, attratti dalla fama di
queste ultime di reclutare solo il meglio, e dalla vastità dei compiti (e, di converso,
delle opportunità) che esse proponevano. Si trattava nientemeno che di ridisegnare la
carta d’Europa, di spostare popolazioni a piacimento, di porre le basi di un grande
impero coloniale. Questo enorme disegno eccitava le ambizioni degli intellettuali che,
sedotti dai piani di Hitler e di Himmler, avevano l’emozionante impressione di stare
aprendo una grande e nuova pagina di storia. Nè l’impegno che le SS chiedevano loro
era soltanto di tipo intellettuale; molti di loro, come avvenne ad esempio a Schubert,
dovettero completare turni di servizio sul fronte orientale dopo l’inizio dell’Operazione
Barbarossa e del conflitto con l’Unione Sovietica. In una lettera del 21 giugno 1942,
Schubert confessava il proprio sollievo per essere stato riportato dal fronte russo
all’Ufficio di Staff del Commissariato di Himmler14. Il vincolo che Himmler
demandava ai suoi studiosi non era dunque solo quello riguardante i compiti
pianificatori; essi dovevano anche fisicamente contribuire alla realizzazione di quei
piani. Allo stesso Meyer, più attempato, fu richiesto di compiere sopralluoghi e
ispezioni in Ucraina nel 1943. Ricordare ciò è importante sia per capire le motivazioni
che spinsero molti intellettuali tedeschi ad aderire alle finalità delle SS, sia per tenere
conto del fatto che i piani delle SS non erano mere esercitazioni a tavolino; nel loro
dispiegare progetti e piani di ogni tipo, alcuni dei quali, come il favoloso progetto
Madagascar, possono apparire ampiamente velleitari al lettore moderno, si esprimeva
una caratteristica tipica del nazismo; quella di considerare possibile ogni cosa se la
bussola ideologica indicata dal capo e una volontà d’acciaio sostenevano lo sforzo. Nel
discutere i possibili intrecci tra genocidio e formazione della burocrazia dello stato
totalitario, va tenuto presente che i burocrati che, per ordine di Himmler, lavorarono al
Generalplan Ost, furono veramente di un tipo particolare15.
In realtà, capi del RuSHA ed esperti razziali che poi operarono realmente le selezioni
razziali di cui si parla in questa storia, non provenivano dagli stessi percorsi né da
ambienti omogenei. Laddove i vertici del RuSHA, come Darré e Hofmann, erano
esponenti della generazione nata prima del 1900, che aveva avuto l’esperienza della
Grande Guerra e dei Freikorps, e che si era legata alle organizzazioni della destra
nazionalistica völkisch, una seconda generazione, nata tra il 1900 e il 1910, era stata
reclutata via via che le SS si sviluppavano e i loro uffici giungevano lentamente al loro
assetto definitivo. Circa una cinquantina di nuovi aderenti era arrivata al RuSHA
intorno alla metà degli anni Trenta, e molti di costoro avevano una formazione
universitaria; alcuni erano antropologi o medici, oppure erano studiosi delle Scienze
dello spirito, anche se in buona misura erano contadini o periti agrari. Questi ultimi
arrivati non avevano preso parte alla guerra, ma spesso avevano frequentato gli
ambienti delle sette esoteriche völkisch: Horst Rechenbach, che fu uno degli esperti
razziali del RuSHA, fu membro dei Freikorps e della Lega degli Artamani; Rudolf
Jacobsen, egli stesso esperto razziale prima di diventare un comandante delle Waffen-
SS; Lothar Stengel von Rutkowski, medico del RuSHA a Praga; Bruno Schultz, il
celebre antropologo, furono tutti collaboratori nel Nordischer Ring (e Schultz anche
della Thule-Gesellschaft). Anche Horst Bartholomeyczik, per un periodo capo del
Bodenamt di Praga, proveniva dal mondo delle volkische Bünde. Per tutti costoro, la
temperie della destra esoterica era l’ambiente di formazione, anche se l’appartenenza
alle SS li stava volgendo verso una diversa direzione; il succo del Generalplan Ost,
come si vedrà, stava nella progettazione e, in seguito, nella realizzazione di un nuovo
ordine continentale razziale ed economico, più che nell’attuazione di un sogno di sapore
reazionario come quello di una nuova aristocrazia del sangue e della terra vagheggiato
da Darré. Eppure ancora in questi esponenti della seconda generazione qualche eco del
vecchio sogno di Darré era ancora avvertibile; nel Generalplan Ost del maggio 1942 di
Konrad Meyer, che non era passibile di simpatie verso le dottrine esoteriche della
destra nazionalista dell’inizio del secolo, tornava la visione delle istituzioni feudali
nella proprietà della terra.
Questi echi erano ormai del tutto sbiaditi nella terza generazione di esperti, nati dopo
il 1910, che si erano uniti al RuSHA alla fine degli anni Trenta o all’inizio dei
Quaranta. Costoro avevano una formazione universitaria, oppure si erano formati
all’interno del sistema educativo che le SS avevano ormai ampiamente sviluppato. Lo
sviluppo delle strutture delle SS andava di pari passo con il reclutamento di nuove leve
sempre più lontane dalle esperienze dei vecchi combattenti. Un tipico rappresentante di
questa generazione fu Alexander Dolezalek, che aveva compiuto studi di filosofia, e che
diventò capo dell’Ufficio Pianificazione delle SS a Posen nel marzo 1940. Quest’ultima
generazione si era ormai affrancata dalle vecchie idee della generazione di Darré, che
ormai le SS consideravano paccottiglia ideologica, e si volgeva allo sfruttamento
sistematico delle proprietà contenute nel sangue puro e incontaminato. Con il passaggio
da una generazione all’altra, e con lo sviluppo dell’impalcatura burocratica delle SS, la
vecchia dottrina del Sangue e del Suolo perdeva i suoi connotati ‘romantici’ e si
radicalizzava nella pratica delle selezioni razziali e dello scarto di tutti coloro che
erano etichettati come “razzialmente indesiderabili”16.
Di questo sviluppo è testimone la successione dei vari piani etichettati come
“Generalplan Ost”. Il documento della primavera 1940, considerato il primo
Generalplan Ost, si riferiva perlopiù ai territori annessi a Est (Warthegau, Prussia
orientale, ecc.) per una superficie complessiva di 87.000 chilometri quadrati con una
popolazione, all’ingrosso, di 9 milioni e mezzo di persone. Le finalità che il documento
assumeva riguardavano, in primo luogo, la germanizzazione del territorio; poiché nelle
province di Posen e della Prussia orientale la quota di popolazione tedesca, nel 1914,
era al 50%, si prevedeva che, nel volgere di pochi anni, fosse necessario raggiungere
nuovamente quella percentuale, il che avrebbe innescato una “germanizzazione
crescente” dell’intero territorio. Ciò significava aumentare la popolazione tedesca dagli
attuali 1,1 milioni fino a 4,5 milioni di abitanti. Allo scopo di creare lo spazio
necessario per questi coloni tedeschi, il piano del 1940 proponeva di deportare tutti gli
abitanti polacchi che vi si fossero stabiliti dopo il 1918. Per sviluppare e aumentare una
tale quota di popolazione, era necessaria la costruzione di un’economia, che nel piano
veniva proposta come un’economia mista agricolo-industriale. Il piano prevedeva
l’insediamento di 1,46 milioni di agricoltori di ascendenza tedesca, da distribuire sul
territorio non casualmente; a costoro non solo dovevano essere riservate le terre
migliori, ma essi dovevano essere dislocati secondo opportuni criteri razziali. In
particolare, lungo il confine con il Governatorato Generale, doveva essere edificato un
vero e proprio “muro di popolazione”, nella forma di una profonda cintura di fattorie
tedesche. La formazione di questo muro di confine aveva lo scopo dichiarato di
dividere definitivamente dall’entroterra i polacchi che vivevano ancora nei territori
annessi al Reich17. A questo muro di popolazione da costituire a Est, doveva seguire
l’edificazione di un’ulteriore “ponte di popolazione” tedesca sull’asse Est-Ovest dal
confine con il Governatorato Generale e il Reich. Lo scopo di questi movimenti di
popolazione e di organizzazione del territorio obbediva a uno scopo razziale ben
preciso: la separazione della popolazione polacca, che si sarebbe così trovata isolata e
frammentata, la riduzione dei polacchi a “isole di popolazione”, a comunità separata
senza un retroterra comune e quindi facilmente travolta dalla germanizzazione. Non può
qui non venire in mente il convincimento di Himmler espresso nelle Riflessioni sul
trattamento delle popolazioni aliene sulla necessità di frammentare le popolazioni
polacche. Evidentemente la prima stesura del Generalplan Ost si preoccupava di
obbedire con scrupolo ai desiderata del Commissario del Reich.
Nel documento si trovano ampi riferimenti alle concezioni coloniali del passato
tedesco, eppure veniva messa bene in chiaro la novità della pianificazione nazista; non
si trattava semplicemente di ampliare il Reich, ma di costituire un «retto ordinamento
della terra e del suo possesso», in modo che i territori annessi a Est non fossero il
semplice luogo in cui una popolazione contadina, degenerata e succube nell’impari
confronto con la città, riproduceva un’esistenza sfibrata e residuale. Al contrario, quei
territori dovevano essere il cuore di una nuova classe contadina, nucleo centrale di una
vera comunità di popolo (Volksgemeinschaft). La costruzione di un impero coloniale
a Est, per quanto ancora geograficamente ristretto, rimandava al sogno segreto di una
rinascita e di un rinnovamento del popolo tedesco. Questa dimensione di rinascita del
popolo tedesco era fortemente presente nel Generalplan Ost fin dalle sue origini. Non si
trattava soltanto di conquistare nuovi territori, sottometterli e sfruttarli, ma di gettare le
condizioni storiche perché il destino della razza ariana fosse compiuto. Forse era questo
senso dell’adempimento di un gigantesco compito storico che seduceva intellettuali
come Meyer. Una forte rivendicazione della nobiltà dell’agricoltura e della sua
centralità, in cui è facile riconoscere l’impronta delle idee di Darré, non significava
tuttavia che i pianificatori nazisti fossero dei fautori dell’abbandono dell’industria.
Al contrario, l’agricoltura delineata dal documento della primavera 1940 è
un’agricoltura moderna, che ha bisogno di una forte industria edile, di una moderna rete
di trasporto. In nessun senso la densa progettazione agricola contenuta nel primo
Generalplan Ost deve essere letta come il ritorno a un nostalgico passato arcadico.
I successivi documenti noti riguardanti la pianificazione a Est, risalgono a un periodo
posteriore all’inizio dell’Operazione Barbarossa. Non c’è dubbio qui che parte della
documentazione sia andata perduta; una nota di Alexander Dolezalek del 19 agosto
1941, fa riferimento al Piano generale di insediamento n. 3 (Generalsiedlungsplan)
della Bessarabia e della Bucovina, territori non ricompresi nel primo piano di Konrad
Meyer. Oltre a ciò, secondo la nota di Dolezalek, gli insediamenti dei tedesco-etnici
provenienti dalla Galizia e dalla Volhynia erano stati attuati in modo così precipitoso,
che non era stato possibile completare del tutto il piano generale. La nota di Dolezalek
testimonia della confusione in cui avvenivano gli spostamenti di popolazione, e del
corrispondente stato di disordine nella pianificazione, tanto che l’autore segnalava la
necessità di integrare il Generalsiedlungsplan18. Il termine Generalplan Ost non era
ancora in uso tra i collaboratori di Himmler, o forse Himmler non lo aveva ancora
inventato. Esisteva però una riflessione nazista sul Nuovo Ordine Europeo, ora che le
prime vittorie sul fronte orientale avevano moltiplicate le possibilità che si
dispiegavano di fronte al Reich.
Tracce di questa riflessione si colgono nel discorso che Reinhard Heydrich tenne a
Praga il 2 ottobre 1941. Heydrich non nominò mai il Generalplan Ost nel suo discorso;
tuttavia, egli era ben informato su quanto gli uffici di pianificazione di Himmler
venivano elaborando per il grandissimo spazio che ora il Reich aveva occupato nel
continente. Heydrich indicava una via: dominare i territori conquistati e fonderli
assieme al Reich. Per fare ciò, occorreva recuperare le popolazioni di ascendenza
germanica vissute a Est, che sviate da cattive guide e dalla perniciosa influenza ebraica,
si erano piegate ed erano tralignate dalla loro eredità razziale. Heydrich disegnava un
anello centrale, corrispondente alla Germania, alla Norvegia, all’Olanda e Fiandre,
dominato dalla razza germanica e dai suoi alleati, a cui, in prospettiva, si sarebbero
unite Svezia e Danimarca. A questo forte nucleo centrale, si associavano i territori
annessi a Est, in gran parte popolati da slavi, spazio da dirigere e conservare tramite la
riduzione in condizione di schiavitù dei popoli (o, come diceva Heydrich con
reminiscenza classica, di iloti) da parte dei coloni tedeschi. Non si trattava secondo
Heydrich di una mera colonizzazione, ma di un grande “compito di civiltà”
(Kulturaufgabe), isolando l’Europa dall’assalto asiatico mediante un “muro di difesa”
costituito da una milizia contadina; una volta assicurato il perimetro difensivo orientale,
si trattava di suddividere trasversalmente l’intero Est in modo da travolgere
gradualmente le popolazioni aliene che vi abitavano. La filosofia era ancora quella dei
“ponti di popolazione” del primo Generalplan Ost; isolare le comunità di sangue non-
tedesco per dominarle e soffocarle lentamente.
Questa opera di germanizzazione doveva essere totale fino ai confini dei territori
annessi a Est. Fin qui Heydrich concordava con il piano della primavera 1940. Tuttavia,
soggiungeva il capo dell’RSHA, a questo spazio germanico dovevano essere uniti i
Paesi Baltici; era opportuno valutare, presso i lettoni, gli estoni e i lituani, quanti di
costoro fossero passibili di un ritorno alla razza germanica. Su quest’ultimo punto,
Heydrich aveva le sue idee; il popolo di minor valore razziale, ai fini della costituzione
del nuovo ordine europeo, erano senz’altro i lituani. Restava il Governatorato Generale,
territorio anch’esso da germanizzare gradualmente, e infine l’Ucraina, che
nell’esposizione di Heydrich doveva essere staccata dallo spazio geopolitico granrusso,
ed essere attratta nell’orbita tedesca. Heydrich non era uno dei pianificatori del
Commissariato di Himmler, e non aveva intenzione di scendere nei particolari.
È tuttavia chiaro dal suo discorso praghese che sebbene i canoni ispiratori della
pianificazione delle SS non mutassero, gli obiettivi si erano enormemente ampliati; si
trattava di costituire in Europa un nucleo centrale di stati dominati dalla razza tedesca e
dai suoi alleati per sangue, cui corrispondeva un secondo blocco di territori a Est
germanizzati ed estesi ben oltre i confini tedeschi, entro quelli russi. Che gli orizzonti si
ampliassero e che occorresse uno sforzo supplementare che eccedesse i limiti del piano
del 1940, lo prova un documento del 18 ottobre 1941 dell’Ufficio pianificazione di
Posen, firmato da Dolezalek, che delineava un progetto di lavoro pianificatorio
distinguendo tra le priorità e gli scopi di medio termine; dava indicazioni pratiche sul
lavoro da compiere (ad esempio tramite un uso più esteso della cartografia); indicava le
riserve di coloni da impiegare sui territori a Est per ottenerne la germanizzazione. Su
quest’ultimo punto, il documento indicava la possibilità di attingere anche ai popoli
olandesi e fiamminghi, facendo rinascere in loro lo spirito coloniale19. Si accennava
qui a uno dei problemi che graverà sempre più sull’intero processo pianificatorio; via
via che lo spazio coloniale si ampliava grazie alle conquiste belliche, la possibilità di
riempirlo con coloni di ascendenza puramente tedesca diventava sempre più
impalpabile. Semplicemente, non esistevano abbastanza tedeschi per riempire spazi
così immensi. Di conseguenza, i criteri razziali dovevano venir meno stringenti; non
solo si trattava di aumentare la quota di elementi dichiarati germanizzabili, ma anche di
allargare lo spazio coloniale a popolazioni che, per quanto non abitanti in Germania,
potevano essere dichiarate affini per sangue, come appunto olandesi e fiamminghi.
Questa tendenza ad aumentare il più possibile i coloni tedesco-etnici condusse a esiti
paradossali; si verificarono casi in cui si teorizzò la necessità di dislocare minoranze
etniche tedesche presenti in altri paesi (ad esempio in Tirolo) come possibili coloni
adatti alla germanizzazione, ad esempio, della Crimea; o altri casi in cui come indici di
una ascendenza germanica da parte di individui “polonizzati”, oltre alle caratteristiche
fisiche che la RuSHA ricercava (come gli occhi blu, i capelli biondi o la forma del
cranio) venivano valutati anche la tendenza alla pulizia o persino la geometria della
costruzione della casa di abitazione.
Che esistessero opinioni diverse, conflitti di competenze, rivalità burocratiche a
complicare la strada dello sviluppo del Generalplan Ost, lo mostra anche la riunione
che fu tenuta il 4 febbraio 1942 al Ministero per l’Est, istituto nel luglio del 1941 e
affidato a Alfred Rosenberg (futuro imputato a Norimberga). Per riempire le caselle del
suo Ministero, Rosenberg aveva arruolato SS scontente, esperti veri e presunti in
materie razziali, e così via, probabilmente nel tentativo di affermare le proprie
competenze di fronte alla macchina di potere costituita da Himmler. Tra i funzionari
arruolati da Rosenberg, c’era Erhard Wetzel, nato a Stettino nel 1903 ed entrato nel
partito nazista nel 1933 (non proprio un nazista della prima ora, quindi), ove aveva
dapprima fatto parte dell’Ufficio per la politica razziale, per poi passare alla struttura
di Rosenberg. Fu proprio Wetzel, che assistette alla riunione del febbraio 1942, assieme
a Bruno Peter Kleist per il Ministero di Rosenberg, Helmut Schubert per il RKFDV di
Himmler, a delegati del RuSHA e al professor Eugen Fischer, antropologo del Kaiser
Wilhelm Institut, a redigere una sorta di verbale della riunione, nel quale cita per la
prima volta il termine Generalplan Ost20. Oggetto della riunione era il problema della
germanizzazione dei Paesi Baltici, al cui proposito emersero due linee: quella più
blanda del Ministero di Rosenberg, che riteneva che i criteri razziali stabiliti per la
patente di germanizzabilità fossero troppo stretti; e quella più severa di Schubert in
nome del Commissariato di Himmler, che riteneva che solo il 3% dei polacchi fin lì
esaminati aveva rivelato un qualche valore razziale ai fini del recupero del sangue
tedesco. Ai rappresentanti del Ministero, che protestavano che solo una piccola
percentuale di polacchi era stata esaminata per determinarne il valore razziale, Schubert
replicò che era ben possibile evacuare in Siberia tutti gli individui indesiderabili dal
punto di vista razziale; e che una presa di possesso della terra resasi disponibile dopo
la deportazione dei non-tedeschi non sarebbe stata impossibile. Alle obiezioni del
Ministero che una simile politica nei territori conquistati a Est avrebbe reso impossibile
mantenere l’ordine pubblico e la sicurezza, Schubert replicò con sicurezza che la
competenza sulla politica delle popolazioni spettava al RKFDV di Himmler; e che il
Führer aveva già approvato le deportazioni.
Il verbale di Wetzel dimostra due cose; da un lato lo sviluppo del Generalplan Ost era
oggetto di discussione tra agenzie diverse; dall’altro, il piano espandeva i nuovi confini.
Non si parlava più di deportazione nel Governatorato Generale ma addirittura in
Siberia, con una vaghezza che gettava inevitabilmente sul progetto l’ombra del
genocidio21. L’esistenza di una discussione non deve tuttavia far concludere che
esistesse una forma di nazismo ‘moderato’; se è vero che i membri delle strutture che
facevano capo a Himmler cercavano di imporre una linea più severa sulla questione
razziale, ciò non significava che i membri delle varie agenzie non fossero d’accordo sui
fini ultimi, ossia la germanizzazione del territorio conquistato dal Reich. Le varianti
riguardavano al massimo le svolte tattiche per arrivare nel modo più rapido alla
realizzazione di quei fini. Non a caso, con il mutare delle condizioni belliche e della
disponibilità di riserve di coloni, variarono anche le posizioni dei partecipanti alla
discussione. Furono talora le stesse SS chiamate a partecipare al Generalplan Ost a
richiamare la necessità di allargare i criteri di germanizzabilità della popolazione
polacca. In una lettera del presidente della provincia della Slesia superiore, datata 9
giugno 1942 e mostrata a Norimberga, venivano specificati i principi cardine della
scelta razziale: erano da ritenersi di ascendenza tedesca tutti coloro che erano eminenti
per operosità, pulizia personale, portamento e salute. Inoltre erano tali anche coloro che
davano un’impressione equilibrata dal punto di vista mentale, anche se non parlavano
tedesco22. Dunque i criteri su cui si fondava la presunta ri-germanizzabilità erano
quanto mai elastici, e finivano per alimentare un curioso paradosso; se il segno di una
sicura discendenza nordica era l’attività, la capacità di distinguersi, la fermezza morale
e la capacità di agire con prontezza, i polacchi più impegnati nella resistenza contro
l’invasore erano i più probabili portatori di sangue tedesco…
Che tuttavia Himmler, nonostante una ferrea volontà di mantenere saldamente nelle
proprie mani la direzione del lavoro pianificatorio (e ovviamente della successiva
esecuzione a vittoria ottenuta), dovesse mantenere una sorta di equilibrio con le altre
agenzie governative e con le altre autorità sul territorio, lo mostra la sua agenda; il 13 e
il 14 marzo 1942, Himmler si recò a Cracovia per incontrarsi con Hans Frank, cui
presentò i piani delle SS che prevedevano una preparazione per la germanizzazione
prevista per l’anno successivo della regione di Lublino e in particolare della
circoscrizione di Zamosc, dove Himmler progettava di insediare i tedesco-etnici
provenienti dalla Transnistria, la regione al confine occidentale dell’Ucraina. Himmler
si era impegnato a promuovere quest’operazione senza turbare il raccolto (la prima
preoccupazione di Frank). Ancora una volta i piani di germanizzazione di Himmler
sottoposti a Frank riguardavano l’isolamento delle comunità polacche, da rinserrare in
una sacca circondate dagli insediamenti tedeschi. Questo modo di accerchiamento, nelle
idee di Himmler, avrebbe condotto nel modo più rapido all’assorbimento degli elementi
desiderabili da un punto di vista razziale23. La stessa terminologia impiegata e relativa
alla chiusura in una sacca (eingekesselt) delle popolazioni non-tedesche rimandava alla
fraseologia militare della Blitzkrieg, fondata appunto sull’accerchiamento di ampie
forze nemiche in una sacca e la loro successiva distruzione24. Il lettore di queste pagine
trae veramente l’impressione che Himmler intendesse la germanizzazione come la
prosecuzione e il completamento delle operazioni militari sul campo, e che la guerra
guerreggiata fosse soltanto il primo tempo di un confronto che, una volta conseguita la
vittoria sul campo, avrebbe visto il definitivo consolidamento del trionfo tedesco dal
punto di vista della colonizzazione. Era questo il compito di civiltà cui aveva alluso
Heydrich nel discorso di Praga del 2 ottobre 1941.
In ogni caso, nel 1942, c’erano altre strutture assieme all’Ufficio pianificazione diretto
da Konrad Meyer a lavorare alla progettazione del Generalplan Ost. Il 14 aprile 1942,
l’architetto Udo von Schauroth, membro dell’Ufficio II dello Stabshauptamt del
RKFDV assolveva con un proprio memorandum al compito affidatogli da Himmler di
effettuare un calcolo dei costi economici della progettata colonizzazione dell’Est. Von
Schauroth aveva fatto i conti per i territori ex-polacchi annessi al Reich, ma, come egli
stesso avvertiva, era possibile ampliare la contabilità per ricomprendervi anche la
Crimea e l’Ingermanland (come i pianificatori delle SS chiamavano la regione di
Leningrado, oggi San Pietroburgo). Come territori un tempo dominati dai tedeschi, in
particolare la Crimea, antico possedimento dei Goti, anche questi territori conquistati
potevano venir ricompresi nella progettata colonizzazione dello spazio tedesco.
Secondo le memorie di Felix Kersten, il massaggiatore di Himmler, fu quest’ultimo a
suggerire a Hitler il 6 luglio 1942, subito dopo la caduta di Sebastopoli in mani
tedesche, un progetto per l’insediamento dei coloni tedeschi in Crimea, osservando: «I
tedeschi, una volta, erano un popolo di agricoltori, e devono diventarlo di nuovo. L’Est
aiuterà a rafforzare il lato agricolo della nazione germanica»25. E, in effetti,
nell’ottobre 1942, un insediamento di coloni tedeschi, secondo Kersten, ebbe luogo
davvero. Più di 10.000 ucraini furono cacciati dalle loro case, e al loro posto vennero
insediati coloni tedesco-etnici che ricevettero 14 acri di terreno ciascuno dagli
specialisti agricoli delle SS.
La sconfitta subita dalla Wehrmacht alle porte di Mosca nel dicembre 1941 sembrava
non aver lasciato traccia sui piani delle SS, che fidavano nel buon esito della nuova
offensiva tedesca (che in effetti avrebbe portato la Wehrmacht fino alla riva del Volga e
a Stalingrado) e nella conquista definitiva di ampi territori una volta russi; e il
Generalplan Ost sembrava uscire dalla vaghezza per entrare in una nuova fase
operativa, bisognosa di conoscere esattamente sia i costi di una simile operazione, sia
le fonti di finanziamento disponibili. Di questa nuova fase operativa, c’è traccia nella
lettera scritta il 14 aprile 1942 da Konrad Meyer all’Oberführer delle SS Hans
Kammler, membro dell’Ufficio centrale delle SS per l’amministrazione economica, in
cui Meyer annunciava l’intenzione di Himmler di calcolare i costi per la
germanizzazione entro il decennio successivo alla guerra, dei territori annessi a Est; dei
nuovi territori di insediamento a Occidente (Lussemburgo, Alsazia-Lorena, alta
Carniola e Stiria), oltre che alla Crimea e all’Ingermanland, dove sarebbero state
costitute due “marche territoriali”26. Si trattava di un territorio coloniale che
abbracciava, secondo i calcoli delle SS, 364.231 chilometri quadrati, che, unito ai
583.408 km² di estensione del Reich costituiva un territorio enorme, che andava dai
confini con la Francia fino alla Crimea.
Questo intenso lavoro deve aver prodotto un piano, che disgraziatamente non ci è
pervenuto. È tuttavia possibile farsene un’idea grazie a un ampio memorandum redatto
da Erhard Wetzel e datato 27 aprile 1942. Grazie ai suoi contatti con Hans Ehlich, capo
dell’ufficio IIIB dell’RSHA, che si occupava della politica delle popolazioni
(Volkstumspolitik), Wetzel aveva avuto modo di vedere l’esito delle elaborazioni che
evidentemente l’RSHA stava conducendo (dunque anche uffici di questa struttura erano
al lavoro su questo piano) e di relazionare ampiamente in merito al Ministero cui
apparteneva27. Secondo la testimonianza di Wetzel, le carte esaminate riguardavano
ormai la deportazione di 31 milioni di persone, benché i nuovi piani non
comprendessero anche Ingermanland, Crimea e Tauride. Queste parti, tuttavia,
sarebbero state aggiunte; e Wetzel notava che il personale addetto alla pianificazione
della colonizzazione era in aumento. Ciò corrispondeva a un aumento delle risorse
impiegate da Himmler per la stesura dei piani coloniali, la cui estensione si allargava
ormai a un orizzonte trentennale dopo la fine del conflitto. Secondo Wetzel, adesso le
SS prevedevano che 14 milioni di non-tedeschi rimanessero comunque nel Lebensraum
germanico; e che il resto del territorio fosse riempito di coloni tedeschi e tedesco-
etnici. Proprio qui iniziavano i dubbi di Wetzel, il quale riteneva (a ragione) che la
disponibilità dei tedeschi a insediarsi a Est fosse assai scarsa; che il tasso di natalità
dei tedeschi fosse di gran lunga inferiore rispetto alla mostruosa forza biologica
riproduttiva delle popolazioni slave28; che la cifra totale dei coloni tedeschi, prevista
dai pianificatori delle SS di circa 10 milioni di coloni allo scadere del trentennio, fosse
irrealistica. Nemmeno le più favorevoli prospettive demografiche facevano pensare che
fosse possibile raggiungere una quota simile (Wetzel riteneva più verosimile una quota
di 8 milioni). Restava il fatto che questi 8 milioni di tedeschi si sarebbero trovati di
fronte una realtà di 45 milioni di slavi, di cui 31 milioni da deportare. Prendendo in
esame come territori coloniali anche le province russe, la popolazione saliva a 51
milioni di persone, e inevitabilmente anche la quota di persone da deportare sarebbe
salita di svariati milioni di unità (Wetzel calcolava fino a 45 milioni); senza contare il
fatto che nel trentennio previsto come orizzonte temporale di sviluppo del piano
coloniale, queste cifre sarebbero salite ancora, dato che ucraini, bielorussi e polacchi
erano tra i popoli con l’indice di natalità più alto d’Europa. Wetzel calcolava che alla
fine la popolazione slava nei territori dello spazio coloniale tedesco sarebbe ammontata
a 60-65 milioni di persone. Le previsioni del Generalplan Ost sembravano dunque del
tutto erronee, e di conseguenza le difficoltà per la realizzazione del piano sarebbero
state enormemente maggiori di quanto preventivato.
Wetzel riteneva come campati in aria anche i calcoli relativi alle quote di individui
dotati di valore razziale, e dunque germanizzabili. Per essere dotati di valore razziale,
questi individui (ragionava Wetzel) devono avere qualche caratteristica, o nella loro
conformazione fisica o nella loro complessione del carattere e del morale, che sia
distintiva della razza nordica. Per sapere quanti individui siano portatori di questi
caratteri, sarebbe necessario uno screening razziale delle popolazioni che vivono a Est,
che però non è stato eseguito se non in piccolissima percentuale. Ma del resto, quale
criterio adottare per decidere sull’appartenenza o meno alla razza nordica? Se si
dovevano prendere come vincolanti i criteri stabiliti nel Gau di Danzica e Prussia
orientale per identificare i tipi appartenenti alla razza nordica, si poteva essere certi che
nemmeno una parte della popolazione del Reich avrebbe superato la prova. Le verifiche
razziali del RuSHA venivano dunque derise da Wetzel, che ribadiva come le
deportazioni della parte di popolazione razzialmente indesiderabile avrebbero
comunque sollevato i turbamenti e le resistenze anche di quella quota di popolazione
ritenuta germanizzabile. Wetzel profetizzava appunto quest’esito nei Paesi Baltici, così
come derideva i piani delle SS per la deportazione dei polacchi non-germanizzabili
nella Siberia; a prendere per buone le cifre fornite dall’RKFDV nei territori annessi
a Est, secondo cui solo il 3% della popolazione era germanizzabile, ciò significava che
i polacchi da deportare in Siberia si sarebbero aggirati tra i 19 e i 23 milioni di
persone. Una tale massa di popolazione, deportata in territori spopolati come quelli
siberiani, avrebbe facilmente assorbito le etnie locali, e costituito una grande Polonia
nella Siberia29. Lo stesso valeva per la popolazione ucraina, da deportare secondo i
pianificatori SS nella misura del 65%.
Nella relazione di Wetzel, il Generalplan Ost si stava ampliando fino a raggiungere
dimensioni gigantesche. Gli spostamenti di popolazione contenuti in esso si gonfiavano
fino ad abbracciare cifre misurabili in decine di milioni di persone. Dai suoi modesti
inizi nel 1940, quando non aveva nemmeno un nome preciso, il Generalplan Ost era
ormai un piano ambiziosissimo, cui lavoravano numerosi uffici e addetti, e per il quale
erano state create apposite strutture burocratiche di sostegno. Né Himmler temeva le
conclusioni critiche delle agenzie governative rivali, come appunto il Ministero dell’Est
cui apparteneva Wetzel, dato che i suoi piani godevano senz’altro dell’appoggio del
Führer. La profondità di quest’appoggio è rivelata da una fonte terza, l’ex ministro
degli armamenti del Reich Albert Speer, che nel 1947, durante la prigionia nel carcere
di Spandau seguita alla condanna a vent’anni inflittagli a Norimberga, rievocava un
episodio avvenuto a metà agosto 1942, quando Hitler discusse con lui i piani per la
costruzione di un impero coloniale tedesco dopo la vittoriosa conclusione della guerra.
Hitler avvisò Speer che Russia e Ucraina sarebbero state riempite di coloni tedeschi
(dopo tutto, nel momento in cui Hitler parlava con Speer la Wehrmacht avanzava
trionfante verso il Caucaso), e che a tale scopo si sarebbero spostate 100 milioni di
persone. Tra i coloni tedeschi, Hitler annoverava anche i norvegesi; gli abitanti del
Lussemburgo e dell’Olanda; parte degli svizzeri, dei danesi, dei fiamminghi e degli
alsaziani e lorenesi. A loro si sarebbero uniti gli individui di ascendenza tedesca del
Tirolo, della Slovenia, dei Balcani e dei Paesi Baltici. Mentre Speer prendeva
faticosamente appunti, Hitler gli spiegava che tramite la riunione di tutti gli individui di
sangue tedesco si sarebbe arrivati alla fatidica soglia dei 100 milioni di coloni, per i
quali Speer avrebbe dovuto costruire autostrade, linee di trasporto, infrastrutture, case,
in modo che essi potessero prendere possesso dei territori che il Reich avrebbe loro
assegnato30. Era, a ben vedere, la dimensione gigantesca dei piani delle SS, che
evidentemente Hitler conosceva e appoggiava. Lo stesso riferimento a norvegesi,
olandesi, lussemburghesi e fiamminghi come popolazioni di sangue germanico da
impiegare come coloni nello spazio vitale tedesco rimandava con chiarezza alle
pianificazioni degli uffici del RKFDV, che Hitler a quanto pare sosteneva contro le
critiche delle agenzie rivali.
Pur con il sostegno del Führer, Himmler era molto attento a muoversi nel groviglio
burocratico di competenze sui territori conquistati in guerra. Ben sapendo che alcune
competenze relative alla pianificazione rurale toccavano anche al Ministero per
l’alimentazione e all’Ufficio del Reich per la politica agraria, Konrad Meyer si incontrò
nel giugno del 1942 con Herbert Backe, segretario di stato di quel Ministero, per
discutere di un incarico unitario relativo alla pianificazione coloniale. Meyer ne dette
notizia in una lettera del 5 giugno 1942 a Greifelt, mentre a sua volta Backe scrisse il
giorno successivo a Himmler per sottoporgli una bozza di decreto che avrebbe messo
Meyer stesso a capo della ricostruzione dell’agricoltura nei territori coloniali. In questo
modo le SS si sarebbero assicurate la posizione dominante nei piani per l’Est rispetto a
questi uffici, da cui non avrebbero dovuto temere intralci. Stante la deferenza con la
quale le agenzie rivali si adeguavano ai desiderata di Himmler, non c’è da stupirsi che
il 1942 vedesse un fiorire delle attività pianificatorie dell’RKFDV che si allargavano
sempre più. Ne dà un esempio il memorandum vergato l’11 gennaio 1942 da Alexander
Dolezalek su carta intestata dell’Ufficio Pianificazione Südmark di Posen, con il titolo
Allegato al Piano generale di insediamento della zona di confine della Stiria
inferiore (verosimilmente, si tratta di un allegato al piano visto da Wetzel e
scomparso)31. L’ampio documento ripercorreva i fini fondamentali dei piani della SS,
che Dolezalek fissava in due punti: indagare la struttura biologica, sociale ed
economica dei gruppi da insediare nei territori coloniali; stabilire la zona coloniale più
adatta alle caratteristiche razziali di ciascun gruppo di coloni.
Secondo Dolezalek, tutti gli spostamenti compiuti nel 1940 e 1941 erano stati effettuati
senza tener conto delle esigenze dei coloni là insediati. Di qui l’assoluta necessità, ai
fini di un riordino economico dei territori conquistati e della costruzione in essi di una
società funzionante, di scegliere con cognizione di causa chi inviare come colono in
quale territorio. Dolezalek prendeva in esame i coloni provenienti dalla città di
Kočevje (Gottschee nella denominazione tedesca), che erano stati insediati in Slovenia
nell’ambito di una delle operazioni di germanizzazione pianificate dagli uomini di
Himmler. Per fare posto a questi coloni, 34.000 sloveni erano stati deportati nel Reich;
un memorandum del 26 giugno 1942 e indirizzato allo Standartenführer delle SS
Ellermeier del VO-MI per la consegna di questi deportati agli HSSPF di diversi
distretti del Reich, fu citato con il numero di registrazione NO-5306 tra i documenti di
accusa al processo di Norimberga contro il RuSHA32. L’esame di Dolezalek
riguardava l’aspetto biologico e razziale, le caratteristiche economico-sociali della
zona di insediamento in Stiria (il 40% del territorio della zona era coperto da boschi),
la qualità della terra. Tutte queste indagini erano necessarie per stabilire quali abitanti,
inquinati da un punto di vista razziale, era necessario deportare nel Reich come
lavoratori coatti; quali tipi di colono era preferibile impiegare nell’insediamento da
realizzare (Dolezalek notava che la struttura del suolo era più simile a quella della
Bessarabia, e ciò poteva incidere sulla scelta dei gruppi di coloni per costituire
l’insediamento in Stiria). Allo stesso tempo, Dolezalek valutava la qualità dei tedesco-
etnici di Kočevje come possibili coloni per altre zone.
Non è necessario scendere nei particolari del lungo testo di Dolezalek, per farsi
un’idea del tipo di progettazione che le SS stavano effettuando nel 1942. Non si trattava
più, come nel 1940, di una semplice germanizzazione dei territori ex-polacchi annessi
al Reich. Ormai il lavoro abbracciava una sorta di antropologia razziale, una pseudo-
scienza nazista (ciò spiega la presenza dell’antropologo Fischer alla riunione del
febbraio 1942 di cui aveva riferito Wetzel), l’attento esame degli elementi agricoli
presenti e quelli da inserire durante l’insediamento; la tenuta di conto della
composizione sociale che sarebbe risultata dopo l’arrivo dei coloni designati per una
zona; il bilanciamento tra le attività agricole e quelle industriali nella nuova colonia in
modo che essa raggiungesse l’autosufficienza senza dover dipendere dal Reich; lo
stabilire le quote di popolazioni da deportare nel Reich quali lavoratori coatti, dove
comunque sarebbero stati sottoposti a segregazione per impedire che potessero
inquinare il pool genetico ariano. Tutto ciò costituiva ciò che le SS chiamavano la
costruzione dei territori a Est (Ostaufbau): un’opera colossale, gigantesca, di
riprogettazione di ampie zone dell’Europa da ricostruire secondo criteri razziali ed
economici, in cui le popolazioni (in qualche modo) di ascendenza tedesca sarebbero
state germanizzate, e quelle ritenute non-tedesche sarebbero state in parte asservite per
il lavoro coatto, mentre il resto sarebbe scomparso dal continente tramite una vaga
deportazione in Siberia, sul cui esito non si approfondiva mai e che si ha ragione di
considerare l’anticamera del genocidio. Per realizzare questo gigantesco compito,
Himmler aveva costruito un’enorme struttura burocratica, che faceva capo agli uffici
centrali del RKFDV, ma che era sparsa sul territorio tramite le sue propaggini
soprattutto in Polonia. Ciò indica il carattere particolare della burocrazia nazista, che
era sui generis; i vari capi del regime tendevano a costituire i propri uffici allo scopo
di realizzare i propri fini, spesso in competizione tra loro, e adeguavano strutture e
organici via via che l’attuazione di quei fini cambiava secondo le condizioni sul
campo33. In ogni caso, il piano di colonizzazione pensato dalle SS non riguardava più
esclusivamente l’Est, ma abbracciava anche regioni occidentali, come il Lussemburgo:
secondo una lettera a Himmler di Friedrich Wilhelm Krüger, l’HSSPF del
Governatorato Generale di stanza a Cracovia, lettera che fu mostrata a Norimberga, 133
famiglie provenienti dal Lussemburgo furono deportate in Polonia, 36 capifamiglia
delle quali furono inviati in campi di concentramento come prigionieri politici, e 11
giustiziati immediatamente per ragioni politiche34
Il prodotto più importante di questo ampio sforzo di pianificazione fu senz’altro il
Generalplan Ost prodotto da Konrad Meyer nel giugno del 194235, probabilmente la
variante nota del piano di colonizzazione più completa ed esauriente. Anche solo le
dimensioni del piano di Meyer, un centinaio di cartelle dattiloscritte rispetto alle poche
pagine del piano del 1940, mostrano quanto il progetto coloniale fosse lievitato in un
biennio. Lo stesso progetto di Meyer era assai ambizioso: il sottotitolo recava
“Fondamenti giuridici, economici e spaziali della costruzione dell’Est”; e il
presupposto era che questi territori, ormai definitivamente sottomessi al dominio del
Reich, dovessero essere trasformati in regioni all’altezza degli standard tedeschi. Né
mancava un riferimento all’istituzione in essi di una “sana tradizione agricola”, spia del
fatto che il legame mistico tra sangue e suolo e il suo mantenimento, indispensabile ai
fini della nascita di una popolazione tedesca pienamente sviluppata in senso spirituale
oltre che economico, era ancora la bussola che guidava il lavoro pianificatorio delle
SS. Meyer rivendicava apertamente per Himmler la completa competenza per la
costruzione dell’Est, che, come abbiamo visto, abbracciava quasi ogni aspetto della
pianificazione e dunque il documento rappresentava l’aperta rivendicazione delle SS
del monopolio nella costituzione del Nuovo Ordine Europeo. I coloni per l’Est
avrebbero dovuto essere scelti secondo i criteri razziali stabiliti dalle SS; la terra da
conferire loro sarebbe appartenuta al Reich, rappresentato appunto dal Commissario
Himmler, che l’avrebbe conferita al colono con una sorta di investitura feudale
settennale, mediante la quale il colono avrebbe contratto un debito di insediamento, da
ripagare tramite il raccolto. Allo scadere del settimo anno, il terreno concesso sarebbe
stato trasformato in un feudo a vita, oppure sarebbe stato disdetto se il colono si era
dimostrato incapace o inaffidabile. Assieme a una colonizzazione rurale, Meyer
prevedeva tuttavia anche una colonizzazione urbana, per quanto pur sempre collegata
alla terra. Il piano abbracciava la costituzione di marche di insediamento come compito
speciale del Reich, ossia territori che costituivano lo spazio di insediamento tedesco in
un ambiente completamente alieno. Queste marche, oltre che assicurare la sicurezza
delle frontiere del Reich, avevano dunque il compito di difendere i coloni tedeschi e
permettere loro di consolidarsi impedendo inquinamenti genetici da parte delle
popolazioni non-tedesche che le circondavano. Meyer prevedeva che durante tutta
l’opera di colonizzazione, queste marche, costituite dalla Crimea (che Meyer chiamava
Gothengau), dall’Ingermanland e dalla regione di Memel in Lituania, fossero sottoposte
all’autorità dell’RKFDV e solo dopo la completa germanizzazione fossero assorbite nel
corpo del Reich.
Per la costituzione di queste colonie a Est, Meyer prevedeva un particolareggiato
piano di interventi: una codifica del paesaggio tramite un’ampia riforestazione; la
creazione di un’ampia rete che permettesse la circolazione; la costruzione di
un’economia agricola e di una urbana, oltre che interventi di rimodellazione delle città.
Il piano scendeva in minuti particolari; Meyer calcolava che circa il 40% delle
superfici agricole patisse il ristagno delle acque, e dunque progettava tutta una serie di
interventi idraulici (costruzioni e regolazione di canali, ecc.) nonché la costruzione di
circa un milione di nuove abitazioni tra costruzioni ex novo e ristrutturazione di edifici
già esistenti. Non si trattava di pedanteria; Meyer scendeva nei particolari anche più
minuti della progettazione perché Himmler gli aveva chiesto una stima dei costi di tale
impresa. Su un orizzonte temporale trentennale dalla fine della guerra, nel quale sarebbe
avvenuta la colonizzazione, Meyer stimava un onere totale di oltre 45 miliardi di
marchi, da ripartire tra il bilancio statale e gli investimenti privati. Per quanto
riguardava la germanizzazione del territorio, Meyer proponeva che il collegamento tra
le varie colonie e marche di insediamento fosse mantenuto costituendo 36 punti di
sostegno (Stützpunkte) delle SS e della polizia, a circa 100 km di distanza tra di loro
lungo le vie di comunicazione, fino a coprire un territorio di 2000 km². In tal modo, le
SS sarebbero diventate la spina dorsale dell’impero coloniale tedesco. Meyer chiariva
che, nelle intenzioni dei pianificatori, il Nuovo Ordine Europeo sarebbe stato l’ordine
delle SS.
Il piano di Meyer fu inviato da Greifelt a Himmler il 2 giugno 1942. Himmler rispose
il 12 giugno, giudicando il piano assolutamente buono e rivelando l’intenzione di
sottoporlo al Führer; tuttavia riteneva il lavoro di Meyer ancora troppo settoriale. Si
doveva approntare un piano complessivo (Gesamt-Siedlungsplan)36 che comprendesse
tutti i territori annessi al Reich, Boemia e Moravia oltre che i nuovi Gaue ex-polacchi,
così come l’Alsazia-Lorena, l’Ucraina e la Stiria. Anche l’orizzonte temporale del
nuovo piano globale doveva essere ridotto a vent’anni dai trenta precedenti. Né la
proposta dei punti di sostegno incontrava i favori di Himmler. Ciò innescò un nuovo,
intenso lavoro pianificatorio in cui gli uomini di Himmler si gettarono ognuno secondo
le proprie competenze; Helmut Schubert calcolando il fabbisogno di coloni necessari e
indicando i mezzi per trovarli; Udo von Schauroth chiarendo le questioni relative alla
germanizzazione dei territori, e così via. In una nota del 28 luglio 1942, furono ripartiti
esattamente i temi che ciascun ufficio doveva svolgere per arrivare al nuovo piano
globale richiesto da Himmler: SD, RuSHA, VO-MI, oltre che ovviamente le strutture
dell’RKFDV, furono tutti pienamente coinvolti37. Alla fine di luglio 1942 era già pronta
una prima bozza del piano, nella quale si discuteva l’impiego dei prigionieri di guerra
come lavoratori schiavi e che distingueva una nuova zona di costruzione (i territori ex-
russi) dove l’edificazione delle colonie tedesche esigeva un intervento radicale di
riassetto territoriale; una zona di ricostruzione, e una zona di integrazione (per i territori
più avanti nella colonizzazione, che soltanto dovevano essere integrati nel Reich),
diversificando il lavoro da svolgere già a livello di progettazione.
La situazione a metà di agosto 1942 fu discussa nel Quartier generale del Führer in
una riunione cui presenziarono Himmler, il generale delle SS Karl Wolff, Ulrich
Greifelt, il segretario di stato agli Interni Stuckart e Konrad Meyer. Al momento, in
Ucraina si trovavano 45.000 tedesco-etnici sparsi su 486 villaggi presi in carico dal
VO-MI38. Tuttavia, la progettata colonia ucraina stentava a partire, a differenza della
Transnistria. Ciò che preoccupava di più Himmler era l’attività dei partigiani, che
prendevano di mira le colonie tedesche e contro i quali alcune comunità tedesco-etniche
aveva cominciato a formare una milizia difensiva; il Commissario del Reich suggeriva
di concentrare i coloni in 100 villaggi, abbandonando quelli più isolati e meno
facilmente raggiungibili, in maniera che ne fosse più facile la difesa.
Nonostante le crescenti difficoltà sul campo, Himmler credeva ancora nella
possibilità di realizzazione del piano coloniale. In un discorso tenuto il 16 settembre
1942 agli HSSPF, i capi regionali delle SS e delle forze di polizia, a Hegewald, egli
tuonò:
Il problema: terra e suolo per gli uomini! In questi 20 anni, noi dobbiamo colonizzare le attuali
province tedesche a Est, dalla Prussia orientale fino alla Slesia superiore, e l’intero Governatorato
Generale; noi dobbiamo germanizzare e colonizzare la Bielorussia, l’Estonia, la Lituania,
l’Ingermanland e la Crimea.

Nelle parole di Himmler, le colonie sarebbero state spinte sempre più avanti, via via
che la Wehrmacht avanzava, fino al Don e al Volga, e forse, un giorno, sino agli Urali39.
Alla fine dell’intero percorso, il destino storico del popolo tedesco (Schicksal
Europas), che le SS erano chiamate ad adempiere, si sarebbe avuta l’intera Europa
sotto il dominio del sangue germanico, i cui rappresentanti sarebbero passati, nel
volgere di 4-5 secoli, dai 120 milioni di individui attuali, a 500-600 milioni di persone.
Oramai dagli inizi modesti del 1940, gli orizzonti del piano globale voluto da Hitler e
progettato da Himmler si dipanava su scala continentale e su tempi secolari. Era il
sogno del Reich millenario nazista, un blocco continentale che andava dalla Francia agli
Urali interamente omogeneo dal punto di vista razziale, in cui già si prevedevano future
guerre con gli altri continenti per il dominio del mondo…
Una nuova bozza di quello che di lì a breve si sarebbe chiamato Piano Generale per
l’insediamento, abbandonando la vecchia denominazione di Generalplan Ost (si era
ormai andati oltre) fu elaborata nello Stabshauptamt del Commissariato di Himmler in
data 5 ottobre 1942. Grande importanza in queste elaborazioni era data alla materia
economica, sotto la direzione di Udo von Schauroth, il che, come vedremo, non era
senza significato. Il piano tuttavia era in ritardo; si era previsto per la fine di ottobre
1942 di sottoporlo a Himmler, ma ancora il 21 ottobre l’Ufficio III dello Stabshauptamt
sollecitava gli uffici inadempienti ad affrettarsi; il 22 ottobre Konrad Meyer ordinava a
tutti gli addetti alla pianificazione di sospendere tutte le altre attività per concentrarsi
sulla redazione del piano richiesta da Himmler, e sospendeva tutte le licenze, le
aspettative e le missioni. Il 9 novembre 1942 veniva redatto l’indice definitivo del
piano. Il 12 novembre, l’aiutante personale di Himmler sollecitava di nuovo Greifelt
circa l’invio del piano a Himmler. Il 18 novembre la parte del piano relativa alla
Volkstumspolitik era ormai pronta. Nella nuova impostazione di fine 1942, la politica di
insediamento era sempre più legata all’analisi economica; mentre in precedenza, e fino
al piano di Meyer del giugno 1942, si era molto insistito, pur all’interno del
riconoscimento che la futura economia coloniale doveva avere un carattere misto
agricolo-industriale, sul valore della pianificazione agricola per lo sviluppo di una
società sana e fiorente; nelle elaborazioni di fine 1942 il carattere preminente era dato
da una pianificazione economica a trecentosessanta gradi, che entrava nel dettaglio
dello sviluppo dei commerci e delle industrie, nonché di un ceto di professionisti
indigeno e non semplicemente da trasferire dal Reich alle colonie. Questa attenta e
capillare pianificazione economica attraversò i mesi di novembre e dicembre 1942,
finché, il 23 dicembre 1942, Ulrich Greifelt poté finalmente inviare a Himmler i
materiali preparatori del piano e le cartine allegate predisposte dai pianificatori delle
SS. L’incontentabile Himmler non accolse il piano come definitivo. In una lettera del 12
gennaio 1943, scrisse a Konrad Meyer che nel piano dovevano essere ricomprese
esplicitamente Lettonia, Estonia, Bielorussia e Ingermanland, così come l’intera Crimea
e la Tauride40.
La richiesta di un nuovo e più ampio piano richiese un convegno a Bernau, organizzato
dall’Ufficio IIIB dell’RSHA, il 31 gennaio 1943, di tutte le agenzie interessate. Di
questo convegno ci sono rimasti gli appunti per una relazione vergati da Hermann
Krumey, tra il 1940 e il 1943 capo dell’Ufficio Emigrazione (UWZ) di Lodz e in seguito
membro del Sonderkommando Eichmann che provvide alla deportazione degli ebrei
ungheresi ad Auschwitz. Si tratta solo di frammenti ma utili per capire in che direzione
si orientava la discussione:
Razza e popolo (caratteristiche estranee). Spirituali – psicologiche – peculiarità del carattere.
Scolarizzazione degli uomini per le questioni relative alle popolazioni. I problemi relativi alle
popolazioni non devono essere risolti durante la guerra… Due possibilità: 1) assimilazione
2) sterminio41.

Lo stesso Meyer, il 15 febbraio 1943, scrisse a Himmler, accusando ricevuta


dell’incarico di ampliare quello che ormai era diventato il Piano Generale di
Insediamento (Generalsiedlungsplan) e chiedendo precisazioni su come effettuare le
aggiunte richieste degli elaborati del Piano, inviati il 23 dicembre 1942 a Himmler.
Solo che, comicamente, gli elaborati non si trovavano più. Una fitta corrispondenza tra
uffici accompagnò la primavera 1943, nella vana ricerca degli incartamenti (ogni ufficio
negava di esserne in possesso). Ancora il 10 giugno 1943, Meyer non aveva ricevuto
risposta da parte di Himmler sulla maniera di rielaborare il piano, mentre i preziosi
incartamenti continuavano a non ricomparire. Era ormai chiaro che l’interesse di
Himmler per la pianificazione stava venendo meno; la tremenda sconfitta subita dalla
Wehrmacht a Stalingrado forse non aveva fatto venire meno nel Commissario per il
Reich la fiducia nella vittoria finale, ma era chiaro che l’esercito tedesco non era più
all’offensiva nella campagna di Russia, né lo sarebbe stato mai più con esiti vittoriosi;
e che i piani per l’espansione coloniale erano ormai alquanto compromessi. Non si
trattava più di espandere i piani, come Himmler aveva richiesto a Meyer, ma di
difendere, se possibile, i territori conquistati. In secondo luogo, l’attenzione di Himmler
era ora diretta, più che alla produzione di piani da attuare, all’attuazione pratica di
quanto pianificato.

3. Il territorio II/10/I GG
Durante il processo subito a Norimberga, gli imputati che avevano in qualche modo
avuto a che fare con il Generalplan Ost tesero a minimizzare in ogni modo la portata di
quel piano. Su questo tema, in particolare, insistette Meyer, sia durante l’interrogatorio
subito da Rodell, sia durante il dibattito processuale in aula. Meyer si dipinse come un
mero studioso, un accademico il cui unico interesse era la preservazione della classe
contadina tedesca e della base rurale della Germania42. Lo scopo del suo lavoro
all’Ufficio Pianificazione dell’RKFDV era piuttosto sviluppare criteri generali per la
pianificazione della costruzione dei territori annessi al Reich nel dopoguerra. Nulla
sapeva dello sterminio delle popolazioni non-tedesche, né ciò riguardava le sue
competenze. Del resto, il suo lavoro si limitava a fornire limitazioni di zone e a
occuparsi della questione, ancora non chiara all’epoca della redazione del piano, di che
cosa fare con le popolazioni tedesco-etniche in Ucraina, e se fosse necessario
trasferirle oppure no. Per il Governatorato Generale invece Meyer rifiutava di assumere
alcuna responsabilità, e neppure sulla germanizzazione dei polacchi, tanto più che,
come disse a Rodell, i suoi compiti erano puramente teorici, senza alcuna applicazione
pratica (praktischen Ausführung). L’accusa aveva idee confuse sul Generalplan Ost; ne
identificava la prima parte con le Riflessioni sul trattamento dei popoli stranieri di
Himmler del 1940, e fu ulteriormente disorientata dal gioco di squadra degli imputati e
dei testimoni nazisti. Hans Ehlich, amico di Erhard Wetzel e capo dell’Ufficio IIIB
dell’RSHA, riuscì a rendere la situazione ancora più confusa quando distinse il
Generalplan Ost in due sottopiani distinti, uno a breve e uno a lungo termine, e datò la
compilazione del piano al 1940, con ciò revocando in dubbio la genuinità delle
elaborazioni del 1942, ricondotte a un mero esercizio teorico. In tal modo egli oltre a sé
protesse Meyer, cui Himmler aveva invece affidato il coordinamento dei vari uffici per
la redazione di un piano globale.
Meyer aveva tutto da guadagnare, nel processo, a ritrarsi come un tranquillo
accademico. Eppure, le sue pianificazioni andrebbero viste nel contesto delle dottrina
razziale che Himmler aveva già cominciato a delineare a metà degli anni Trenta e che
qui abbiamo chiamato con la formula Blut und Boden e che riuniva in sé il concetto di
Razza e quello di Insediamento. Prima della guerra, l’idea di una colonizzazione e di
una germanizzazione dell’Est poteva essere solo un’idea, per quanto assai ben
sviluppata. Come si trova scritto nel numero 6 del 1940 dei libretti-guida pubblicati
mensilmente dalle SS principalmente per i propri ufficiali, i cosiddetti SS-Leitheft,
«Nei nuovi villaggi, e nelle nuove fattorie crescerà un ceto contadino, che nella propria
successione delle generazioni, sarà una sorgente inesauribile di sangue tedesco e
pertanto un sostegno del Reich»43. Il sogno di un’Europa colonizzata e germanizzata
a Est esisteva già ben prima di Barbarossa; il compito degli esperti razziali del RuSHA,
tra cui Meyer, era quello di far uscire tale sogno dalla sua dimensione teorica e avviarlo
a una fase operazionale, come ha giustamente rilevato Isabel Heinemann. Meyer riuscì a
far credere ai suoi giudici che questo ruolo operazionale non era mai esistito; e salvò la
pelle.
Non riuscendo a dar corpo alle accuse di genocidio mosse a Meyer per il suo ruolo
nella redazione del Generalplan Ost, le autorità di Norimberga non poterono che
abbozzare; Meyer uscì assolto da tutte le accuse e condannato per la sola partecipazione
alle SS, condanna per la quale aveva già scontato la pena durante la carcerazione
preventiva (Greifelt, invece, su cui c’erano più abbondanti fonti di prova, fu condannato
all’ergastolo). Tuttavia, il Generalplan Ost era stato ben più di un’esercitazione teorica.
Non c’è dubbio che esso avesse l’approvazione di Hitler; il 12 novembre 1942, un
ordine segreto di Himmler avviava la realizzazione della prima fase del piano coloniale
nel Governatorato Generale. Il territorio scelto era la circoscrizione di Zamosc, che
Himmler dichiarava come primo nucleo tedesco di insediamento nel Governatorato
Generale. Il territorio, nelle mappe tedesche, era indicato come zona II/10/I GG; ivi
sarebbero state trasferite popolazioni tedesco-etniche provenienti dalla Bosnia e dal
Governatorato Generale. L’operazione avrebbe dovuto essere compiuta entro il termine
temporale dell’estate 1943, periodo in cui la città di Zamosc e il suo distretto dovevano
diventare una colonia tedesca. Le popolazioni polacche evacuate per fare posto ai
coloni sarebbero state affidate all’Ufficio Emigrazione di Lodz
(Umwandererzentralstelle o UWZ), che si occupava dell’espulsione degli
indesiderabili che dovevano lasciare il posto ai coloni tedeschi. L’attuazione pratica
dell’operazione era affidata all’HSSPF di Lublino, Odilo Globocnik44, che iniziò le
operazioni di deportazione il 6 dicembre 1942. Le SS arrivavano all’alba nei villaggi
da evacuare, li circondavano, radunavano tutta la popolazione del villaggio in una
piazza centrale. L’intera operazione di deportazione durava più o meno fino a
mezzogiorno, dopo di che i deportati polacchi venivano di solito avviati all’Ufficio
Emigrazione di Lublino, che ne decideva la destinazione finale. Nel frattempo
arrivavano le colonne dei coloni, trasportate su autocarri, che prendevano possesso
delle abitazioni e dei beni lasciati dai polacchi. Questa procedura riguardò circa
120.000 polacchi. La scelta di Zamosc come luogo in cui avviare il Generalplan Ost
non era sorprendente. Lo stesso Hitler, come svela una trascrizione dei Discorsi a
tavola datata 5 aprile 1942, aveva acconsentito a scegliere la regione di Lublino
assieme a Cracovia come luogo ove far partire la prima fase della germanizzazione
della Polonia:
Secondo Himmler, la storia prova che i polacchi hanno nel sangue la loro nazionalità. Bisogna
dunque tenerli a bada inquadrandoli col maggior rigore possibile e tentando di farli travolgere dagli
elementi tedeschi. È stato convenuto con Frank, governatore generale della Polonia occupata, che
tanto il distretto di Cracovia (con la sua capitale puramente tedesca) quanto il distretto di Lublino
verrebbero popolati da tedeschi. Saldamente assicurati questi due punti strategici, dev’essere
possibile respingere lentamente i polacchi45.

Quando si riferiva all’assenso prestato da Frank, mentre conversava con i suoi ospiti,
Hitler alludeva all’incontro tenutosi a Cracovia il 13 e il 14 marzo 1942 tra Frank
stesso e Himmler, per discutere l’inizio della colonizzazione tedesca nel Governatorato
Generale, del quale è sopravvissuta una sintesi compilata da Friedrich Siebert, capo del
reparto Amministrazione interna nell’amministrazione centrale di Frank ed egli stesso
membro delle SS. Si era effettivamente parlato dei lavori di ristrutturazione degli
edifici che, a Lublino e a Zamosc, avrebbero dovuto ospitare i coloni tedesco-etnici al
loro arrivo, e dell’arrivo dei coloni provenienti dalla Transnistria, una regione della
Moldavia, che si sarebbero installati a Zamosc. Himmler si era impegnato a non turbare
l’esito dei raccolti con questi spostamenti di popolazione, da effettuare entro il 194246.
La tattica era dunque quella già stabilita nel primo piano della primavera del 1940; si
trattava di travolgere gli elementi polacchi tramite l’inserzione di colonie tedesche che
spezzettassero il territorio abitato dalle comunità polacche e le isolassero. Già
nell’aprile 1942, Hitler condivideva l’idea che la regione di Lublino, dove Zamosc si
trovava, rivestisse un ruolo strategico in tale gioco. A Norimberga, citando un rapporto
di Helmuth Müller indirizzato al generale delle SS Hofmann, datato 15 ottobre 1941 e
relativo alle attività del RuSHA nella regione di Lublino, fu avanzata l’idea che
Globocnik, HSSPF di Lublino che agiva con una forte autonomia, quasi fosse uno stato
nello stato (con gran dispetto delle autorità del Governatorato), e che aveva costituito
organi di pianificazione propri a Lublino47, avesse suggerito egli stesso a Himmler di
iniziare a Zamosc l’applicazione pratica del Piano per l’Est. Globocnik aveva
l’intenzione di germanizzare l’intera area di Lublino, a iniziare da un’unica porzione,
stabilendo una connessione da Lublino fino alla Transilvania (i famosi ponti di
popolazione del primo Piano del 1940) e ai Paesi Baltici, a loro volta germanizzati. In
tal modo, fu sostenuto a Norimberga, i polacchi che rimanevano nel Governatorato
sarebbero stati isolati e lentamente spezzati dal punto di vista economico e razziale.
Himmler avrebbe assentito a quest’idea, così come avrebbe assentito all’intenzione di
Globocnik di riempire la zona di Zamosc di contadini di ascendenza tedesca48.
La scelta di Zamosc come punto di partenza della germanizzazione della Polonia era
insomma stata caldeggiata già in precedenza, e forse suggerita dallo stesso Globocnik a
Hitler e a Himmler.
Secondo un calcolo effettuato nell’ottobre 1942 da Hermann Krumey, il capo
dell’Ufficio Emigrazione (UWZ) di Lodz, l’intera operazione doveva riguardare
140.000 persone da deportare, da dividere in quattro gruppi, seguendo i criteri razziali
già stabiliti per l’appartenenza alla DVL; i primi due gruppi sarebbero stati in gran
parte costituiti da individui dotati di valore dal punto di vista biologico e
germanizzabili, che però, nei conteggi di Krumey, avrebbero coperto solo una quota del
5% della popolazione da espellere dalla regione di Zamosc. La maggior parte dei
140.000 individui da deportare sarebbe rientrato nella terza categoria, da avviare come
forza lavoro coatta alla deportazione nel Reich, nei territori annessi a Est o anche ad
altre regioni del Governatorato Generale. Il restante 21% della popolazione, circa
17.000 persone, avrebbe dovuto essere registrato nella quarta categoria, ossia gli
individui senza alcun valore biologico o politicamente inaffidabili. Costoro avrebbero
dovuto finire (e infatti ci finirono) in campi di concentramento49.
L’ovvio esito dell’avvio della prima fase del Generalplan Ost fu la fuga di decine di
migliaia di famiglie contadine polacche, che scappavano sia per scansare la
deportazione, sia per evitare la propria dispersione (nei campi dell’UWZ a Lodz spesso
le famiglie venivano smembrate e i vari componenti avviati a destini diversi), sia per
scongiurare la perdita di tutti i loro beni; le autorità tedesche permettevano infatti ai
deportati nell’azione in svolgimento a Zamosc di portare con loro soltanto un bagaglio a
mano di 30 kg e 30 Zloty (in seguito sia peso del bagaglio che somma di argent de
poche furono diminuiti). I fuggiaschi cercavano di raggiungere i distretti confinanti,
riparando da parenti e conoscenti, e si portavano dietro tutto il possibile, compreso il
bestiame. Le fughe avvenivano persino durante il trasporto in colonna verso Lodz, ed
erano facilitate dal fatto che i nazisti, per mancanza di personale, impiegavano quali
agenti di sorveglianza poliziotti ausiliari spesso di nazionalità non-tedesca. Un altro
esito fu l’intensificarsi della resistenza polacca, soprattutto a partire dal dicembre 1942.
Ovviamente parte dei contadini fuggiti o deportati non ebbero altra scelta se non
diventare partigiani e andare a ingrossare le fila della resistenza. Tra il novembre 1942
e il marzo 1943 erano già stati espulsi 41.000 polacchi da 116 villaggi. Non mancarono
i tentativi dei deportati di ritornare indietro; secondo un rapporto dell’HSSPF del
Governatorato Generale di stanza a Cracovia, Krüger, datato 28 gennaio 1943, alcuni
contadini polacchi avevano cercato di rioccupare il villaggio di Ciesyn. Tutto ciò andò
a vantaggio delle bande partigiane. In alcuni casi, le bande partigiane erano più
numerose e meglio armate delle forze di polizia a disposizione di Globocnik, ciò che
costrinse SS e poliziotti ad operare in gruppi concentrici, e spesso a richiedere anche
l’aiuto della Wehrmacht, che fu coinvolta nelle operazioni di deportazione. Quando
l’attività dei partigiani, che giungevano a attaccare i villaggi coloniali e i tedesco-etnici
che vi si erano insediati, divenne un reale pericolo, a Globocnik non restò altro che
varare un’azione di pacificazione del territorio, chiamata operazione Lupo mannaro
(Wehrwolf), cui seguì poi una Lupo mannaro due. All’operazione presero parte circa
16.000 uomini, con lo scopo dichiarato di spingere le bande partigiane nei boschi di
Bilgoraj, e ad essa concorse anche la Luftwaffe con operazioni di bombardamento dei
“villaggi dei ribelli”, assieme a gendarmi, prigionieri di guerra russi passati ai nazisti,
squadroni di cavalleria SS, reggimenti di polizia. La dottrina razziale SS non venne
meno durante quest’azione di “pacificazione” del territorio; i figli dei partigiani
catturati durante le razzie nei villaggi venivano, se ritenuti germanizzabili, avviati nel
Reich e adottati da famiglie tedesche50. Gli attacchi della resistenza e le rappresaglie
naziste durarono fino a tutta l’estate 1943 e comportarono un prezzo spaventoso per la
popolazione; nel giugno 1943, 16.000 persone erano state inviate nei campi di
Majdanek e Auschwitz in seguito agli esiti dell’operazione Lupo mannaro. Tuttavia, gli
sforzi di Globocnik non valsero ad eliminare i gruppi della resistenza. Al contrario: il
risultato fu quello di precipitare la regione in un caos ancora peggiore. Fin dall’inizio,
all’azione di insediamento di Zamosc aveva preso parte la nutrita minoranza ucraina
della regione di Lublino. Blanditi dai tedeschi, gli ucraini immaginavano che i nazisti
avrebbero permesso loro di realizzare una sorta di autonomia se non di riunirsi
all’Ucraina stessa. Di qui il contributo ucraino allo sforzo tedesco; dalle fila ucraine
uscivano le guardie dei campi di Treblinka e Majdanek. Del coinvolgimento della
minoranza ucraina nell’operazione Zamosc parlava, in un rapporto citato a Norimberga,
anche il governatore civile del distretto, Ernst Zörner, protagonista di furiosi scontri con
Globocnik:
Gli ucraini che vivono perlopiù nelle aree di insediamento delle regioni nordorientali e orientali
della circoscrizione di Zamosc sono stati provvisoriamente reinsediati nella parte occidentale…
del distretto di Hrubieszow. Al momento, si trovano insediati in 35-40 villaggi razzialmente misti
che diventeranno ucraini al 100% attraverso l’espulsione dei polacchi51.

Zörner, che era molto critico nei confronti dell’operato delle SS a Zamosc,
concludeva così il suo rapporto: «Zamosc è dunque diventata un inferno che allunga le
sue ombre ben oltre i confini della zona di insediamento e della circoscrizione».
Un partito filo-ucraino era ben presente nelle prime file del regime nazista. In un
incontro tenuto il 16 luglio 1941 presso il quartier generale del Führer, di cui sono
rimaste le minute realizzate da Martin Bormann, e al quale presero parte Hitler,
Lammers, Keitel, Göring e Rosenberg, Hitler annunciò la propria determinazione nel
non esitare di fronte a nessuna misura, fucilazioni, deportazioni, ecc., pur di fare propri
i territori conquistati militarmente nell’Operazione Barbarossa, in particolare nella
germanizzazione della Crimea. Hitler riteneva che i territori conquistati a Est dovessero
essere per il Reich una sorta di “giardino dell’eden”. Rosenberg, però, parteggiava per
un trattamento più mite verso l’Ucraina, la cui coscienza nazionale e la cui cultura
riteneva in qualche modo più favorevoli alla causa tedesca. L’opinione di Rosenberg
non trovò sponde in quest’incontro; alla sua osservazione, subito Göring ribatté che in
primo luogo veniva solo l’interesse tedesco, e che ogni altra considerazione era
secondaria52. L’incontro del 16 luglio serve a informare il lettore di due cose; che
Hitler conosceva e approvava i massacri a Est in corso con l’inizio dell’Operazione
Barbarossa; e che ai vertici del regime, almeno Rosenberg pensava di staccare
l’Ucraina dallo spazio politico russo e di inserirla in un’orbita culturale filotedesca.
Che la posizione del Ministero per l’Est di Rosenberg fosse filo-ucraina, lo mostra
anche il già citato memorandum di Wetzel dell’aprile 1942, nel quale si ventilava la
possibilità di operare una divisione nel corpo del popolo russo ripartendo le varie
regioni in veri e propri organismi politici autonomi. Wetzel dedicava molte pagine ad
analizzare la situazione razziale delle popolazioni siberiane, suggerendo di fomentare
uno spirito nazionalista in quelle popolazioni tramite l’introduzione di un’autorità
tedesca, un Commissariato degli Urali53 che fosse diverso dall’autorità imposta alle
popolazioni di ceppo russo. Il frazionamento amministrativo dello spazio sovietico era
dunque l’arma con la quale i nazisti pensavano di impedire un rafforzamento del popolo
russo. Gli altri frammenti territoriali cui Wetzel pensava in funzione anti-russa erano lo
spazio caucasico e quello ucraino. Con questo tuttavia si toccavano i limiti della
politica filo-ucraina proposta da Rosenberg e dai membri del suo Ministero; come
chiariva Wetzel, sviluppare le aree siberiane, caucasiche e ucraine doveva servire ad
arginare e indebolire la grande forza biologica del popolo russo, che i nazisti temevano
molto, ma in nessun senso si trattava di sostituire la potenza biologica russa con una
ucraina. L’Ucraina sognata come territorio dell’eden dai nazisti non doveva diventare
una terra ad alto tasso di natalità per il popolo ucraino. Su questo Wetzel era molto
chiaro.
Le idee e le proposte provenienti dal Ministero di Rosenberg erano però vissute con
molto fastidio da Himmler, il quale si riteneva l’unico depositario della competenza
sulla politica delle popolazioni. Come scrisse in una lettera a Lammers dell’agosto del
1942, nella quale rigettava il verbale di un incontro tenuto con Rosenberg il 7 luglio
1942, egli ribadì come la questione dell’insediamento, e in particolare quella relativa
alla scelta dei territori da colonizzare, fosse una propria prerogativa54. Himmler
insomma non intendeva cedere posizioni di fronte ai tentativi di Rosenberg di inserirsi
nel grande gioco che si teneva a Est. In altre occasioni, la tattica di Himmler per
depotenziare il rivale Rosenberg fu più sottile; alla fine del gennaio 1942 offrì al vice
di Rosenberg, Lohse, la carica di proprio vice al Commissariato per il Rafforzamento
del Popolo Tedesco. Lohse preferì tuttavia raccontare tutto a Rosenberg, e la cosa finì
lì. In ogni caso, la politica di Himmler di coinvolgere gli ucraini nella questione
dell’insediamento di Zamosc testimonia del cinismo della Volkstumspolitik nazista; gli
attacchi dei ribelli polacchi agli ucraini insediati sfociò in un conflitto etnico che fu, per
certi versi, una sorta di guerra dentro la guerra. Erano gli esiti tragici del gioco nazista
sul destino delle popolazioni.
All’insediamento di Zamosc dovevano prendere parte anche i deportati sloveni
ritenuti germanizzabili, e che in attesa di essere trasferiti all’Est erano stati presi in
consegna dal VO-MI in alcuni campi del Baden. In vista della prima fase della
realizzazione del Generalplan Ost a Zamosc, questi futuri coloni erano stati trasferiti
nell’area di Lublino, ma gli attacchi armati polacchi avevano forzato la sospensione
dell’operazione, e si era aperto il problema di che cosa fare di questi deportati. Greifelt
riteneva che si dovesse disperdere questa massa di presunti coloni nei campi esistenti
nell’area di Lublino e di impiegarli nella costruzione di una serie di trincee e di
fortificazioni che i nazisti chiamavano Ostwall. Questa soluzione spiaceva però a
Globocnik, il quale riteneva di avere una sorta di prerogativa speciale sulle opere
difensive. Non poteva essere Greifelt a spiegare a Globocnik come operare per le opere
difensive a Lublino e con quali maestranze. L’operazione Zamosc fu funestata quindi da
rivalità personali tra gli stessi membri delle SS, oltre che da quelli tra Globocnik e le
autorità civili del Governatorato Generale. Le cattive premesse sotto le quali
l’operazione Zamosc era iniziata peggiorarono ancora quando, il 28 gennaio 1943, la
telescrivente di Krüger, l’HSSPF di Cracovia, annunciò che il villaggio di Citszyn era
stato attaccato da polacchi che erano stati espulsi da Zamosc, e che 45 coloni erano stati
uccisi. Himmler ordinò un’immediata rappresaglia, ma questa fu soltanto l’inizio della
storia. Nonostante gli attacchi, alla fine del gennaio 1943, circa 8000 coloni erano stati
insediati, anche se in realtà molti di costoro provenivano da circoscrizioni vicine e
alcuni perfino dalla stessa circoscrizione di Zamosc. Ciò indica come i piani per un
impero coloniale tedesco, benché attentamente stesi, faticassero anche durante le prime
fasi di realizzazione; persino nelle regioni polacche annesse al Reich, benché (all’inizio
del 1943) vi fossero stati insediati circa 400.000 coloni tedesco-etnici a fronte di circa
un milione di ebrei e un altro mezzo milione di polacchi deportati, i non-tedeschi
costituivano ancora una maggioranza di tre ad uno rispetto ai tedeschi e ai
“germanizzati”.
Le difficoltà relative all’insediamento aumentarono ancora nella seconda metà del
1943, non solo per i continui attacchi polacchi nella regione di Zamosc, ma anche a
causa dei rovesci di guerra. Le popolazioni tedesco-etniche dell’Ingermanland, infatti,
erano ora sotto la minaccia dell’avanzata dell’Armata Rossa, e dovevano venire
spostate in zone più sicure al riparo dell’Ostwall. Himmler stesso scrisse a Frank nel
luglio del 1943 chiedendo di reinsediare i tedesco-etnici evacuati dall’Ucraina nella
circoscrizione di Bilgoraj e di fare di Lublino una città tedesca deportando 20.000
polacchi altrove nel Governatorato Generale. Nel frattempo, Globocnik lavorava
alacramente alla realizzazione delle strutture previste nel Generalplan Ost di Meyer del
2 giugno 1942 a iniziare dai famosi “punti di sostegno” delle forze di polizia. Nel
febbraio del 1943, furono requisite ampie tenute, e nel corso dell’anno furono realizzati
dodici punti di sostegno (alla fine del gennaio 1944, ce n’erano diciassette).
Analogamente, per la città di Zamosc venivano messe in atto le idee di Himmler circa la
strategia globale della colonizzazione; l’abitato, opportunamente ribattezzato con nomi
tedeschi (la città stessa avrebbe dovuto infine prendere il nome di Pflugstadt oppure di
Himmlerstadt), era previsto senza quartieri separatati tra loro, che potessero essere
occupati da gruppi etnici diversi, ma doveva costituire un agglomerato unitario. Furono
costruiti un nuovo ospedale, due scuole tedesche e un’estensione del palazzo comunale.
La situazione dei continui attacchi dei partigiani polacchi fu aggravata anche dalle
conseguenze inattese della Volkstumspolitik nazista; l’avere messo a disposizione dei
tedesco-etnici i territori più fertili e produttivi della regione, spossessandone gli
originari proprietari, determinò una caduta nella produzione agricola, appesantita dal
fatto che vi era la necessità di provvedere anche ai coloni che si trovavano ancora nei
campi attorno a Lublino e che non si era ancora riusciti ad insediare. La soluzione
escogitata dalle autorità naziste fu quella di gravare sulla popolazione polacca, tramite
la confisca dei seminativi, degli accessori agricoli e così via. Ben presto la
diminuizione dei raccolti e il conseguente malcontento divennero intollerabili e
minacciarono di andare oltre i confini della circoscrizione di Zamosc, estendendosi ad
altre zone del Governatorato Generale. Ciò convinse Hans Frank a rivolgersi
direttamente ad Hitler; il 25 maggio 1943 egli scriveva un lungo rapporto indirizzato al
Führer, in cui accusava l’insicurezza della popolazione rurale nel Governatorato
Generale dovuta alle politiche di insediamento quale causa di una futura caduta
verticale nei raccolti, ciò che avrebbe causato un grave problema anche nelle forniture
di derrate alimentari al Reich. Frank riteneva di non poter escludere una carestia nel
Governatorato, tale da causare una situazione che si sarebbe ben presto rivelata
ingovernabile. La situazione era aggravata dal fatto che le terre maggiormente fertili
erano state concesse ai coloni, e tolte all’economia polacca. Inoltre, Frank lamentava il
fatto che le rappresaglie di Globocnik non avessero avuto altro esito che rafforzare il
movimento di resistenza. Frank richiedeva che ulteriori esperimenti di trasferimento
fossero posposti al dopoguerra.
La reazione di Frank produsse i suoi effetti a Berlino. Con la situazione sul fronte
orientale che era ormai in continuo peggioramento, non si potevano certo auspicare
problemi di natura militare nelle retrovie. Il 3 luglio 1943, Himmler stesso scrisse a
Frank, concedendo che ogni tentativo di insediamento, attuato prima della fine del
conflitto, non poteva avvenire che in un modo tale da non pregiudicare la produzione
agricola. Himmler ribadiva la scelta della regione di Lublino e della Galizia come
luoghi di germanizzazione; e che le fattorie “liberate” durante l’attuazione
dell’operazione Wehrwolf (l’operazione di “pacificazione del territorio” condotta da
Globocnik) sarebbero state comunque oggetto di insediamento da parte di nuovi coloni.
Quest’insediamento avrebbe però avuto carattere amichevole, e anzi sarebbe stata una
forma di compenso per la buona condotta delle minoranze ucraine. In tal modo, scriveva
Himmler, si sarebbe colto un doppio risultato; la collera dei polacchi si sarebbe volta
contro gli ucraini anziché contro i tedeschi; e in secondo luogo, la maggioranza polacca
si sarebbe annacquata grazie a massicce dosi di coloni ucraini. Ciò avrebbe finito per
dare alla regione un assetto razziale misto, e l’avrebbe resa più facilmente dominabile
da parte dei tedeschi. Con il consueto cinismo, Himmler non rinunciava ai propri scopi
razzisti neppure nella difficoltà della situazione, usando coloni e popolazioni come
pedine nel suo grande gioco di costruzione di una Ordensland dominata dall’ordine
“nero” delle SS. Nelle fattorie rimaste vuote dallo spostamento di ucraini e polacchi, si
sarebbero insediati pacificamente i tedesco-etnici provenienti dall’Alsazia-Lorena e
dalla Stiria (i famosi coloni sloveni parcheggiati intorno a Lublino)55. Nella medesima
lettera, Himmler annunciava i suoi piani per la germanizzazione della città di Lublino,
che nell’intenzione del Commissario del Reich avrebbe dovuto raggiungere, nella
primavera del 1944, una quota di popolazione tedesca tra il 30% e il 40%.
La necessità di Himmler di trovare un abboccamento con Frank non significava
dunque la rinuncia alla colonizzazione e alla germanizzazione della zona. Vi fu
effettivamente un’interruzione temporanea degli insediamenti a partire dal marzo del
1943, ma ciò può essere interpretato come un espediente tattico per tranquillizzare i
polacchi, più che come una rinuncia agli scopi previsti dalla realizzazione della prima
fase del Generalplan Ost, visto il tenore della missiva di Himmler del successivo 3
luglio. O forse si trattava di un modo del tortuoso Himmler di salvare la faccia di fronte
a Frank; il Commissario per il Reich non poteva prendere le distanze da un progetto
come quello di Zamosc, che egli aveva espressamente ordinato di mettere in esecuzione;
e fingeva di dettare le future linee di realizzazione di un’operazione che, nell’estate del
1943, era chiaramente arrivata al capolinea. Nel luglio 1943, gli attacchi partigiani in
Galizia si erano estesi agli oleodotti e alle ferrovie e si rendeva necessario spostare
truppe da Zamosc a queste zone di intensa attività partigiana. Dall’agosto 1943, gli
insediamenti furono definitivamente sospesi e nel novembre 1943 anche Globocnik, per
ordine di Himmler, abbandonò Lublino per un nuovo incarico quale comandante della
lotta anti-partigiana a Trieste. Con la partenza dell’uomo scelto da Himmler per
l’operazione Zamosc (così come Hitler aveva scelto Himmler come uomo destinato alla
realizzazione della politica delle popolazioni voluta dal Führer), la prima fase della
realizzazione del Generalplan Ost si chiudeva, con un bilancio a dir poco tragico. Dei
giardini dell’eden previsti da Hitler nel luglio 1941 e fedelmente registrati da Bormann,
nulla si era realizzato. Al contrario, il Generalplan Ost, persino in questa sua primitiva
e parziale realizzazione, si era rivelato una grandiosa macchina per cospargere di lutti e
di immani sofferenze le infelici terre oggetto delle attente pianificazioni delle SS.
Persino coloro che si limitavano a perdere i beni e non anche la vita nella costruzione
dell’eden nazista, finirono nei campi attorno a Lublino dove furono classificati dagli
esperti razziali del RuSHA. Qui genitori e figli venivano separati e avviati a destini
diversi: alcuni vennero avviati al lavoro coatto nel Reich; altri furono deportati fuori
dalla regione di Zamosc; i bambini ritenuti germanizzabili furono inviati nel Reich per
essere adottati da famiglie tedesche (si calcola che questo destino sia toccato a circa
4500 bambini polacchi nell’operazione Zamosc). Questo fu l’esito della volontà nazista
di costruire un “muro razziale”, il primo della lunga serie che doveva costituire
l’attuazione del Generalplan Ost. Alcuni ebbero persino un destino peggiore. Almeno
due trasporti delle persone cacciate dalla circoscrizione di Zamosc furono indirizzati ad
Auschwitz. Nel volgere di un anno, l’intera zona era caduta nelle mani dei partigiani
polacchi.

4. Il piano. Genocidio e globalizzazione europea


a) Genocidio
Molte delle energie degli imputati nel processo di Norimberga al RuSHA, in
particolare quelle di Konrad Meyer, furono indirizzate al tentativo di prendere le
distanze dalla spiacevole faccenda del genocidio. Meyer attuò come strategia
processuale quella di presentarsi come un tranquillo accademico, un difensore del
carattere agricolo radicato nella storia tedesca, che si era limitato a rispondere ad
alcune domande che gli venivano poste da Himmler sul modo di sistemare il paesaggio,
di sviluppare un’economia misto agricolo-industriale che fosse rispettosa del legame
con la terra, e di costruire i villaggi. Tenuto conto del nesso mistico con il sangue,
Meyer si era limitato a dire come doveva essere organizzato il suolo. Era questa l’unica
responsabilità che Meyer si era addossato a Norimberga. Durante l’interrogatorio
condotto da Rodell, Meyer negò di sapere qualcosa dello “sterminio delle popolazioni
straniere” (Ausrottung der fremden Völker), cosa che non rientrava nelle sue
competenze; negò che quello che le SS avevano pianificato fosse un annientamento delle
popolazioni a Est; negò persino di essere a conoscenza della deportazione di ampie
parti delle popolazioni polacche e comunque di averla pianificata. L’intero Generalplan
Ost (Meyer negava anche di avere preso parte alla creazione del termine, che attribuiva
totalmente a Himmler) era stato, almeno per quanto riguardava Meyer, soltanto una
discussione accademica sulla questione dei tedesco-etnici, se dovessero essere
trasferiti e come. Ad esempio, i tedesco-etnici del Mar Nero dovevano essere lasciati
nelle loro regioni storiche, sparsi sul territorio, o dovevano essere accorpati e
reinsediati in modo da formare un corpo compatto di popolazione? Ma anche questo,
era avvenuto solo a livello teorico; l’ufficio guidato da Meyer non aveva competenza
sullo spostamento dei tedesco-etnici, parte dei quali (qui Meyer si riferiva ai tedeschi
del Baltico e della Volhynia) era già stata trasferita nel Warthegau quando il lavoro di
pianificazione era iniziato.
La strategia difensiva di Meyer consisteva dunque nello staccare le diverse parti
dell’attuazione della politica delle popolazioni nazista, in maniera da ridurre al minimo
le proprie responsabilità. Le deportazioni e i reinsediamenti avvenuti fin dal 1939 nelle
nuove province annesse al Reich non avevano, nella difesa di Meyer, nulla a che vedere
con le pianificazioni iniziate nel 1940 (quasi che queste ultime non fossero invece la
logica conseguenza delle idee maturate nel periodo precedente circa la creazione di un
Reich concorde dal punto di vista razziale e di una vasta zona coloniale da
omogeneizzare). La corte probabilmente non sapeva che Meyer non si era limitato a
compulsare testi nelle biblioteche e a redigere pareri per Himmler, che egli aveva
compiuto almeno un viaggio di ispezione nel territorio coloniale ucraino
(Siedlungsgebiet Ukraine) tra il 28 giugno e il 10 luglio del 1943, dove si era
preoccupato di trattare con le autorità locali per far valere gli ordini di Himmler circa
la politica delle popolazioni che gli uomini del Commissariato del Reich per l’Ucraina
intendevano ignorare. In alcune zone di insediamento la deportazione della popolazione
ucraina non era stata soddisfacente (ad esempio nel territorio di Kalinowka); in altre le
eccessive mire delle autorità locali, che prevedevano di germanizzare al cento per cento
i villaggi di propria competenza, anziché passare attraverso una fase intermedia di
progressiva germanizzazione, ritardavano la partenza delle operazioni di
reinsediamento (era questo il caso dell’Hegewald)56. Dunque a metà dell’estate del
1943, mentre si profilava il fallimento dell’operazione Zamosc, gli sforzi per la
prosecuzione del Generalplan Ost erano ancora in corso; e sembra difficile poter
credere che Meyer non sapesse nulla delle deportazioni in atto. Il contenuto del
rapporto di questo viaggio di ispezione lo prova.
Più difficile era la posizione di Greifelt, per il quale la corte aveva in mano
documenti che lo legavano ai crimini di guerra attuati tramite la deportazione delle
popolazioni nei territori occupati dai nazisti. Egli aveva difeso più volte la politica del
suo capo, Himmler, ad esempio in un opuscolo intitolato Il rafforzamento del carattere
germanico come compito principale all’Est (che, purtroppo per Greifelt, era ben noto
alla corte di Norimberga) in cui si esprimeva in questo modo sulla questione dello
spazio vitale a Est:
Senza queste aree di insediamento, il nostro popolo, già affollato per lo spazio vitale, non
avrebbe potuto continuare ad esistere, perché tramite l’annessione di queste aree abbiamo ottenuto
il necessario spazio vitale per insediare centinaia di migliaia di compatrioti tedeschi che un tempo
vivevano nella Germania pre-bellica. Assicurare per sempre questi territori alla Germania non è
soltanto un urgente problema nazionale, ma anche una necessità europea… Tra gli altri, due
compiti principali ne nascono come conseguenza: 1) deve essere attuata senza compromessi una
netta segregazione tra il popolo germanico e quello di sangue straniero; 2) è necessario insediare
senza eccezione questi territori di antica civiltà, che erano una volta appartenuti alla Germania,
insediarli ancora una volta di tedeschi – e con i tedeschi migliori, per giunta57.

La difesa di Greifelt si imperniò sul fatto che, come funzionario statale, egli operò
nell’ambito delle politiche stabilite dallo stato; la politica che egli attuò era quella
dello stato, non la sua, e dunque fu lo stato nazista a essere responsabile di quei crimini.
Inoltre Greifelt si disse innocente, sostenendo di non essere a conoscenza del vasto
quadro della politica delle popolazioni attuata sotto il comando di Himmler; la
segretezza imposta dal regime, e la rivalità tra i vari uffici fecero sì che molti fatti
rimasero nascosti a Greifelt, ed egli li scoprì soltanto durante il processo.
Evidentemente la corte non gli credette: Greifelt fu condannato all’ergastolo. Più
successo egli ebbe tuttavia nel sostenere che non vi erano basi legali per sostenere che
egli avesse preso parte a «un programma sistematico di genocidio»58. Il Generalplan
Ost non fu considerato tale a Norimberga; nella sentenza che mandò assolto Meyer, si
legge che un esame del Generalplan Ost non rivela nulla di natura incriminatoria, tanto
più che il piano non fu mai adottato, né alcuno sforzo fu mai fatto per realizzarlo
concretamente59. La conclusione raggiunta dalla corte di Norimberga ha forse avuto un
ruolo nello stabilire una convinzione che è comune a molti degli studiosi che si sono
occupati del Generalplan Ost; che si trattasse di una sorta di fantasticheria, un folle
piano nazista pensato per il dopoguerra, quando la vittoria bellica avrebbe messo a
disposizione del Reich il desiderato spazio vitale a Est. Questa vittoria non venne mai,
e il piano rimase confinato a livello teorico, il parto di cervelli infettati da idee razziste
e ingolositi da vittorie straordinarie, finché la macchina della Blitzkrieg non si era
infranta contro l’ostinata resistenza russa e l’intero piano era evaporato come un sogno
strano e malvagio. In fondo, anche esponenti del regime la pensavano così, in
particolare al Ministero per l’Est di Rosenberg. Si sono già viste le irrisioni di Wetzel
contro il cosiddetto piano dell’RSHA; il direttore generale dello stesso Ministero,
Bruno Peter Kleist, ebbe a dire che «Al momento, la vittoria bellica è più importante
delle utopie, che pongono in pericolo la vittoria bellica»60.
La conclusione raggiunta a Norimberga, secondo cui il Generalplan Ost non costituì un
“programma sistematico di genocidio”, resta valida per molti autori. La storia del
genocidio perpetrato dai nazisti contro la popolazione ebraica d’Europa e contro gli
zingari, così come fu attuata dapprima in maniera “selvaggia” durante le prime fasi
dell’Operazione Barbarossa, e poi in maniera coordinata tra le varie agenzie naziste
dopo la conferenza di Wannsee del gennaio 1942, non coincide con quella del
Generalplan Ost, che restava un piano per il dopoguerra e che dopotutto non ha molto a
che vedere con quanto accadeva nei campi di sterminio. Se genocida fu il piano, si
trattò di un genocidio pensato, e non di un genocidio attuato. Questa la conclusione
raggiunta dai giudici di Norimberga. Eppure quei giudici non sapevano tutto, e forse non
avevano una comprensione piena di quale fosse il significato pieno di quella
pianificazione. Resta il fatto che Himmler, dietro diretto ordine di Hitler, non lesinò
sforzi immensi per giungere al Generalplan Ost, costituendo appositi organismi
burocratici, strutture di comando, arruolando professionisti e intellettuali, attuando
ristrutturazioni urbane e rurali, costruendo campi di transito per i presunti coloni. Si
trattò di un’impresa gigantesca, dai costi colossali anche solo nella fase di
progettazione, che non può essere liquidata semplicemente come il parto di cervelli
oppressi da sogni deliranti. Forse quei sogni erano deliranti, ma vi era certamente del
metodo in quella follia. Il regime mirava a qualcosa, che andava oltre la semplice
produzione di documenti.
Nelle prove documentali di Norimberga erano tuttavia già presenti tracce che
legavano, in maniera sottile ma ferma, la pianificazione delle SS al genocidio. In primo
luogo, come ha opportunamente ricordato Mark Roseman, Ulrich Greifelt fu tra coloro
che erano stati invitati alla Conferenza di Wannsee; non vi prese parte, forse perché era
in missione in Tirolo, ma resta il fatto che la sua presenza era prevista61. L’ufficio B
dello Stabshauptamt del Commissariato di Himmler, quello diretto da Greifelt, era una
delle agenzie la cui collaborazione era stata ritenuta necessaria per il varo del
genocidio coordinato. Vi era tuttavia una seconda, significativa coincidenza che avrebbe
dovuto mettere sull’avviso la corte di Norimberga. Gli uomini chiamati ad attuare le
prime fasi di realizzazione del Generalplan Ost erano i medesimi che ebbero un ruolo
chiave nell’attuazione del genocidio. Odilo Globocnik, oltre a recitare un ruolo chiave
nella tentata colonizzazione della circoscrizione di Zamosc, fu l’uomo scelto da
Himmler per avviare l’Aktion Reinhard, ossia l’assassinio degli ebrei della regione di
Lublino per compiere il quale furono costruiti i campi di Belzec, Sobibòr e Treblinka.
Anche altri personaggi che ebbero un ruolo sinistro nella realizzazione del genocidio
svolsero una funzione importante nella storia del Generalplan Ost, in primo luogo
Hermann Krumey, l’Obersturmbannführer delle SS che, dopo aver diretto l’Ufficio
UWZ di Lodz, fu uno dei membri del tristemente noto Sonderkommando Eichmann che
si occupò dello sterminio degli ebrei ungheresi nel 1944. Certo, la pianificazione delle
SS per l’Europa del dopoguerra non aveva relazione diretta e immediata con l’attività
dei campi della morte nazista; ma resta il fatto che, allorché si decise il passaggio dalla
fase teorica a quella realizzativa, le persone chiamate all’attuazione furono le stesse che
operarono con un posto di rilievo nella realizzazione del genocidio.
Altri legami erano meno impalpabili, a patto di tenere conto del fatto che il
Generalplan Ost non era un unico documento compatto e diviso in parti uguali.
La pianificazione delle SS si era sviluppata nel tempo, e aveva seguito le dinamiche del
regime nel suo tortuoso approdo finale al genocidio. Ripercorrere i passaggi e le
trasformazioni del Generalplan Ost, nel suo diventare da piano regionale per i soli
territori annessi a Est a progetto globale per una colonizzazione a livello continentale,
che andava dal Lussemburgo e dall’Alsazia-Lorena fino agli Urali, significa in una certa
misura cogliere gli spostamenti e le traslazioni attuate nelle politiche del regime nazista
via via che la strada verso il genocidio veniva compiuta. Ciò scontava il fatto che
ancora nel 1940 non esisteva l’idea di un’azione coordinata tra tutte le strutture del
Reich per l’assassinio degli ebrei europei; la prima versione del Generalplan Ost,
quella della primavera del 1940, rispecchia questo stato di cose. In questa versione, il
destino della popolazione ebraica del Warthegau, di Danzica, della Prussia orientale,
ecc., che ammontava, secondo i calcoli di Meyer, a 560.000 persone circa, non veniva
preso neppure in considerazione. Tutta la popolazione ebraica si supponeva già espulsa
da queste regioni; Meyer si augurava anzi che tale popolazione abbandonasse nella
totalità i territori annessi a Est già nel corso dell’inverno 1940-4162. I metodi da usare
per facilitare l’abbandono ‘spontaneo’ dei territori da parte degli indesiderati ebrei
erano quelli, collaudati, usati da Eichmann a Vienna nel 1938. Su questo punto, Meyer
non si esprimeva, ma due cose erano chiare; che l’orizzonte entro il quale fin dai
primordi la pianificazione nazista si situava era quello di uno spazio razzialmente puro,
un Volksraum abitato solo da popolazioni di sangue germanico, entro il quale non c’era
posto per i soggetti di scarso o nessun interesse razziale, che anzi avrebbero costituito
una minaccia per il popolo tedesco. La preoccupazione, segnalata già dal 1940 e
costante in tutte le fasi di sviluppo del Generalplan Ost, per una possibile minaccia
razziale costituita dalla presenza di individui appartenenti a una razza inferiore e
passibili di un potenziale inquinamento del sangue puro tedesco, attraversò tutti gli
scritti legati in qualche modo al piano. Persino quando si trattava di ri-germanizzare
soggetti dotati di una qualche ascendenza tedesca, la strategia indicata dai pianificatori
delle SS verteva sempre sulla separazione e sulla segregazione. Lo stesso valeva per i
lavoratori coatti importati all’interno del Reich, dei quali non si poteva fare a meno
dato l’alto numero di maschi tedeschi reclutati ai fini militari. L’esistenza di individui
“polonizzati” o addirittura di razza non-tedesca era possibile e prevista all’interno del
Reich, date le esigenze belliche, ma solo in condizioni di sicurezza; identificazione,
separazione e segregazione costituivano le circostanze entro le quali costoro potevano
essere tollerati all’interno del Volksraum. Si trattava, in fondo, delle stesse condizioni
che improntavano la legislazione del Reich verso i non-tedeschi, e non può sorprendere
che questi principi informassero di sé anche il Generalplan Ost.
L’eliminazione della popolazione ebraica dai territori annessi a Est, ancora nel 1940,
si poteva pensare di effettuarla tramite l’emigrazione ottenuta con i metodi alla
Eichmann, o tramite l’attuazione del favoloso piano Madagascar, che nell’estate 1940
era ancora ritenuto realizzabile. Il piano di Meyer della primavera 1940 non ha ancora
esplicitato una piena scelta genocida, nel senso dell’assassinio sistematico quale iniziò
a essere realizzato dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa e, in maniera coordinata,
dopo la conferenza di Wannsee del gennaio 1942. Il successivo piano, esaminato dal
funzionario dell’Ostministerium di Rosenberg, Wetzel, nell’aprile del 1942 e chiamato
il Generalplan Ost dell’RSHA, annunciava per la popolazione ebraica una più sinistra
novella. Wetzel derideva questo piano, che annunciava una disponibilità di 10 milioni
di coloni tedeschi. Ammesso e non concesso che vi fossero milioni di tedeschi
disponibili ad abbandonare la madrepatria e a stabilirsi in regioni come il Warthegau, il
Governatorato Generale, la Bielorussia, l’Ucraina occidentale, e che questi tedeschi
raggiungessero la sbalorditiva cifra di 10 milioni, restava il fatto che, per realizzare la
germanizzazione prevista dalle SS, occorresse deportare verso la Siberia da quei
territori, i cui abitanti originari ammontavano a 45 milioni di persone, almeno 31
milioni di slavi, altrimenti la percentuale di popolazione tedesca sarebbe rimasta
sempre minoritaria di fronte ad ampie masse slave dotate del tasso di natalità più alto
d’Europa. Ma anche qui, osservava Wetzel, le cifre fornite dalle SS erano false e
peccavano di ottimismo. Come ritenere, difatti, che l’intera popolazione dello spazio
coloniale previsto dal Generalplan Ost ammontasse a soli 45 milioni di persone,
laddove la sola popolazione polacca superava i 30 milioni di persone? Wetzel
calcolava che il numero di persone da deportare arrivasse infatti a 51 milioni di
persone. Come spiegare la differenza rispetto a quanto calcolato dalle SS? La risposta
di Wetzel era agghiacciante; evidentemente dal calcolo effettuato dalle SS erano rimasti
fuori 6 milioni di ebrei, abitanti di queste regioni, che a quanto pareva non si pensava
minimamente di deportare in Siberia63, proprio perché sarebbero scomparsi prima che
il piano, che aveva un orizzonte trentennale, fosse realizzato.
Wetzel non osservava nulla più su questo punto, ma era chiaro che il nuovo piano
dell’RSHA aveva introiettato al proprio interno la decisione di liquidare l’intera
popolazione ebraica prima della fine della guerra. Era questo il motivo per cui milioni
di persone non venivano calcolate nei trasferimenti di popolazione da effettuare a
guerra finita e dopo la vittoria tedesca; quei milioni di persone sarebbero stati eliminati
nei campi di sterminio prima della fine della guerra e quindi non sarebbe stato
necessario deportarli altrove. I calcoli dei pianificatori delle SS possono sembrare
ambiziosi piani basati sul nulla, giochi fine a se stessi, ma la logica genocida su cui si
basavano veniva facilmente decostruita da Wetzel. Se nel 1940 non è detto che il
Generalplan Ost avesse assunto su di sé lo sfondo di un genocidio su scala continentale,
il piano esaminato da Wetzel aveva senza dubbio sussunto la prospettiva del genocidio.
Lo spazio che le SS avevano il compito di ricostruire dopo la fine del conflitto sarebbe
stato privo di sangue alieno, se non nella misura in cui ciò era necessario per assicurare
una classe di schiavi al servizio della razza padrona. E questa liberazione non sarebbe
stata rimandata alla fine della guerra, ma avrebbe dovuto essere realizzata prima di tale
fine; mentre i conti con la popolazione slava, meno pericolosa in quanto non costituiva
una razza a sé stante, sarebbero stati definitivamente regolati alla fine della guerra. Nel
1942, come ha giustamente notato Christian Ingrao, il genocidio non solo era ormai
integrato con la pianificazione, ma era diventato la condizione stessa della
germanizzazione64. Non c’è dubbio che se la corte di Norimberga avesse conosciuto
questi testi, il suo giudizio sul Generalplan Ost avrebbe potuto essere diverso.
Nel 1942, dunque, genocidio e piano coloniale delle SS non erano più su binari
distinti, uno per l’attuazione durante la guerra, l’altro riservato per la messa in atto entro
trent’anni dalla fine del conflitto. Essi non coincidevano in senso materiale, ma si
connettevano sempre più strettamente, in maniera che l’uno diventava la precondizione
dell’altro e non era più possibile comprenderli se non nella loro stretta interdipendenza.
Considerato al di fuori di quest’intreccio, il Generalplan Ost diventava una chimera,
un’utopia prodotta da cervelli balzani, una stranezza della storia, come in fondo fu
giudicato a Norimberga. Per le martoriate popolazioni di Zamosc, della Slovenia,
dell’Ucraina, del Warthegau, questa chimera diventava invece una realtà letale. Ciò
spiega tra l’altro la strategia che prese corpo nella testimonianza di Ehlich a
Norimberga; facendo risalire la stesura del Generalplan Ost al 1940, egli spostava la
pianificazione a un momento in cui l’intreccio con il genocidio non era ancora così
stringente. Interrogato durante l’ottavo processo di Norimberga del 1947, Ehlich, che
era stato capo dell’ufficio IIIB dell’RSHA, quello da cui, come abbiamo visto, uscì il
piano esaminato da Wetzel nell’aprile del 1942 e che aveva carattere chiaramente
genocida, definì così le proprie competenze: insediamento, espulsione, ri-
germanizzazione, questioni relative alla Deutsche Volksliste, e questioni relative alla
cittadinanza e alla ri-naturalizzazione. Ehlich ammise i rapporti con Greifelt,
responsabile principale della classificazione razziale operata dagli esperti di Himmler,
ma sfumò molto quelli con Meyer, sostenendo che l’RSHA era interessato al lavoro di
Meyer, e che quindi occasionalmente vi dette un’occhiata, ma che non vi fu alcuna
negoziazione con lui65. Ehlich era anche l’uomo che, l’11 dicembre 1942, aveva tenuto
a Salisburgo una conferenza sul trattamento delle popolazioni straniere, di cui si era già
occupato Himmler, e durante la quale si era dilungato sull’atteggiamento da tenere verso
le popolazioni che vivevano nei territori da germanizzare. Ehlich aveva descritto
quattro possibili modalità di trattamento: con i popoli più simili da un punto di vista
razziale, una possibile convivenza; l’assimilazione per gli individui che presentano
tratti nordici; l’espulsione o lo sterminio per le etnie razzialmente indesiderabili.
Queste etnie Ehlich non riteneva che potessero convivere con i tedeschi; non restava che
espellerle dallo spazio tedesco, oppure sterminarle. L’ombra sinistra del genocidio si
era dunque già allungata sulle formulazioni dell’ufficio IIIB dell’RSHA, capitanato da
Ehlich.
Eppure Ehlich riuscì a confondere la corte di Norimberga. Quando gli fu chiesto se
era a conoscenza del Generalplan Ost, egli ne ammise la conoscenza; e come avrebbe
potuto negarla? Ehlich distinse però un piano a breve termine da uno a lungo termine, il
primo correlato ai territori annessi all’Est, ossia alle ex province polacche incorporate
nel Reich (Warthegau, Prussia orientale, ecc.); il secondo ai territori conquistati a Est
dopo l’avvio dell’Operazione Barbarossa. Solo il piano a breve termine fu secondo
Ehlich attuato, mentre tutte le misure prese nel Governatorato Generale furono eseguite
non nell’ambito della realizzazione del Generalplan Ost, bensì come misure speciali.
Qui ci si stava avvicinando pericolosamente alla questione di Zamosc e all’evidente
correlazione con il genocidio che emergeva, come vedremo, nelle azioni di Globocnik;
quindi Ehlich scelse, con una strategia difensiva impeccabile, di distinguere le due
cose; gli avvenimenti polacchi sono avvenuti, ma non nell’ambito dell’azione del
Generalplan Ost. Su questo punto la corte, che evidentemente non aveva le idee chiare
sull’accaduto, non replicò. Dopo avere coperto le proprie basi e dato una mano alla
difesa di Meyer, affermando che a sua conoscenza l’ufficio di Meyer non aveva avuto
nulla a che fare con la questione dell’insediamento, Ehlich sfoderò la sua carta
migliore, affermando che il Generalplan Ost fu concepito nel 1940, suscitando su questo
punto la sorpresa della corte, che era stata evidentemente colta in contropiede. Ehlich
proseguì affermando che la realizzazione del piano del 1940 era stata effettuata
dall’ufficio IV dell’RSHA, mentre oggi si attribuisce generalmente tale piano a Meyer.
Certo erano esistiti altri piani, ma erano stati redatti da altre agenzie, soprattutto negli
uffici del Commissariato di Himmler, e in ogni caso avevano carattere meramente
teoretico. La strategia processuale di Ehlich fu efficace; la corte si perse nel labirinto
costituto dalle varie versioni del Generalplan Ost e rimase con l’impressione che
l’RSHA, cui l’imputato apparteneva, fosse responsabile del solo piano del 1940. Ehlich
aveva avuto successo nel distaccare la propria posizione dal pericoloso piano
esaminato da Wetzel nel 1942, e fu ricompensato: la corte non ritenne di imputare
Ehlich nello stesso processo, nel quale era entrato da testimone. Nonostante le sue
colpe, Ehlich non fu imputato in nessun processo se non in quelli della denazificazione,
dove ebbe una condanna molto mite, un anno e nove mesi, pena che peraltro aveva già
scontato agli arresti preventivi in attesa del processo.
Tuttavia, la corte di Norimberga aveva pur avuto a disposizione le carte di Globocnik,
citate come prova durante il processo. In un rapporto di Globocnik, non datato ma
esibito come prova con il numero di registro NO-059, l’uomo di Himmler a Lublino
faceva un rapporto completo sullo “sviluppo amministrativo” dell’Aktion Reinhard.
Tra il 26 settembre 1942 e il 9 dicembre 1943, Globocnik aveva accumulato un
favoloso bottino tratto dal patrimonio rubato agli ebrei assassinati a Sobibòr e
Treblinka. Il rapporto riguardava appunto le cifre di questo bottino; solamente i vestiti
delle vittime di Globocnik avevano richiesto più di 1900 vagoni ferroviari per essere
trasportati nel Reich. La cifra può sembrare sbalorditiva eppure non comprendeva tutti
gli abiti degli ebrei assassinati. Quelli di maggior valore e in stato migliore erano stati
trattenuti dagli uomini di Globocnik, assieme alle scarpe in condizioni migliori e, su
ordine di Himmler, tutto ciò era stato messo a disposizione dei tedesco-etnici
(Volksdeutsche)66. In altri termini, i beni degli ebrei assassinati diventavano la
fornitura dei nuovi coloni. Come aveva scritto Wetzel nell’aprile 1942, era difficile
credere che milioni di tedeschi sentissero sorgere in sé l’ardore coloniale a meno che
non vi avessero trovato un’ampia convenienza economica. Grazie alle fattorie, agli
appartamenti, ai vestiti, alle scarpe, ai beni rubati alle proprie vittime ebree, Himmler
aveva trovato una soluzione al problema della convenienza senza gravare sulle casse
del Reich. Del resto, era stato Himmler stesso, in una direttiva agli HSSPF dell’Est
emanata il 15 dicembre 1942, a ordinare che tutti i beni immobili sequestrati agli ebrei
durante l’esecuzione dell’Aktion Reinhard, dovevano essere messi a disposizione dei
coloni tedeschi67 Il genocidio diventava la gamba economica sulla quale si poteva
appoggiare il programma coloniale. La pulizia del sangue alieno diventava il sostegno
grazie al quale si poteva avviare la ricostruzione del suolo. Non si trattava più, come
era stato nel piano del 1940, di mettere in sicurezza le popolazioni tedesche, minacciate
dal proprio isolamento all’interno dei confini stabiliti dal trattato di Versailles,
invertendo il processo storico e mettendo le comunità polacche esse stesse in uno stato
di isolamento, in maniera che non potessero più minacciare il corpo del Volk; con il
crescere degli appetiti coloniali, con il gigantismo che ormai affliggeva il Generalplan
Ost diventato Generalsiedlungsplan, la logica omicida era diventata l’unico scenario
possibile per la realizzazione di un piano che ormai identificava il predominio
continentale con la salvezza del prezioso sangue tedesco. L’unità di sangue e suolo
poteva essere salvaguardata soltanto sulle salme di milioni di persone.
A legare la sistemazione razziale, sociale ed economica del continente europeo
prevista dai pianificatori delle SS al genocidio in atto dopo l’inizio dell’Operazione
Barbarossa, vi era anche un altro filo, anch’esso rimasto involuto durante i processi di
Norimberga. Gli uomini del VO-MI e del RuSHA erano a seguito degli Einsatzgruppen
che, dopo l’invasione della Russia, si muovevano nelle retrovie dell’esercito tedesco
ripulendo il territorio dai nemici rimasti, in primo luogo gli ebrei. Gli uomini del
Commissariato di Himmler, riuniti in Sonderkommandos, in squadre speciali, avevano
il compito di effettuare le necessarie classificazioni razziali per la sistemazione del
territorio e l’evacuazione dei tedesco-etnici che sarebbero stati utilizzati come coloni
secondo i piani voluti da Himmler. Christian Ingrao ha recuperato il diario di uno dei
questi esperti razziali, l’Untersturmführer Wallrabe, un antropologo che fu assegnato
dietro precisa richiesta al Sonderkommando R nella regione dell’Ingermanland68, e che
esprimeva per la propria missione un significato morale assai elevato nel ricostruire, in
maniera salvatrice, lo spazio della Volksgemeinschaft. Tutto questo (l’assegnazione di
Wallrabe iniziò nel gennaio 1942) in un momento in cui il genocidio all’Est procedeva a
pieno ritmo69. La coincidenza temporale tra l’esecuzione del genocidio e la
preparazione del terreno per la colonizzazione dell’Est è un chiaro indizio che ripulitura
del territorio dai nemici razziali e costruzione del nuovo spazio tedesco non erano
operazioni distinte. Esse erano complementari nella realizzazione di un’egemonia
razziale su scala continentale; solo, le scale temporali erano diverse. Il genocidio, come
fu reso chiaro alla conferenza di Wannsee doveva essere attuato prima della fine della
guerra; la costruzione dello spazio di insediamento a Est non poteva che essere
compiuto che anni dopo la fine del conflitto, data la vastità dell’operazione. Nessuna
delle due cose aveva però senso senza l’altra. La coincidenza temporale tra
l’approntamento del piano dell’RSHA e la preparazione della conferenza di Wannsee
era già stata sottolineata da Czeslaw Madajczyk70, l’editore dei documenti
sopravvissuti e relativi al Generalplan Ost; a tenersi alla scansione cronologica,
l’RSHA dovette finire i propri lavori alla fine del 1941 o all’inizio del 1942, più o
meno in sincronia con la proposta per una soluzione finale standardizzata di sterminio
della popolazione ebraica avanzata da Heydrich alla citata conferenza (in un primo
momento, occorre ricordarlo, programmata per il 9 dicembre 1941). Certo, resta il fatto
che si trattava di due piani che presentavano pur sempre differenze sostanziali tra loro;
la soluzione finale coordinata così come attuata nel dopo Wannsee era una strada senza
ritorno, messa in atto comunque al di là di tutte le esigenze belliche (ma del resto
l’eliminazione definitiva dei nemici del sangue tedesco era essa stessa un’esigenza
bellica), mentre la realizzazione di un piano definitivo per la colonizzazione dell’Est
era di là da venire, visto che ancora Himmler, il 12 gennaio 1943 (un anno dopo
Wannsee) chiedeva a Meyer un supplemento di pianificazione. Eppure, nonostante le
differenze che vi sono e che restano, genocidio e pianificazione coloniale obbedivano
a un unico orizzonte politico e ideologico seppur attuato in momenti diversi; erano piani
non coincidenti, ma complementari. L’ordine nero previsto dalle SS per l’Europa non
avrebbe mai potuto sorgere senza l’eliminazione radicale dei nemici del sangue tedesco
e senza la diffusione di quel sangue, trionfante sui propri avversari, in tutto lo spazio
a Est nuovamente germanizzato.

b) Globalizzazione europea
L’orizzonte genocida non era l’unico a dare senso al Generalplan Ost. Hitler si era più
volte espresso sull’importanza di riunificare l’economia europea come mezzo di
liberazione di capitali immensi e di forze economiche gigantesche. Quando parlavano
della conquista dello spazio vitale a Est come condizione per la rinascita dell’Europa e
come apertura di un nuovo giardino dell’eden, i vertici nazisti non stavano dando vita a
sogni puerili e ubbie infantili; avevano invece ben presente quale fosse la posta in
gioco. Hitler stesso, nelle conversazioni tenute con i suoi ospiti durante i pasti comuni,
scrupolosamente fatte registrare da Bormann, tornò più volte sull’argomento, a
dimostrazione di quanto la questione della creazione di un impero coloniale a Est gli
stesse a cuore e quanto, in fondo, la forza propulsiva dietro gli sforzi pianificatori
dell’apparato creato da Himmler fosse la volontà del Führer. Nella conversazione della
notte tra il 5 e il 6 luglio 1941, Hitler, che credeva ancora che l’Operazione Barbarossa
potesse spingersi fino agli Urali, magnificava il ruolo delle autostrade nell’abolizione
delle frontiere, annunciando la decisione di costruire un’autostrada fino in Crimea,
come la prima ad abolire i confini tra le nazioni europee71. La conversazione del 27
luglio 1941 faceva invece riferimento all’Ucraina, da costituire come «colonia
esclusivamente tedesca». Per raggiungere questo fine, Hitler si disse pronto «a
scacciare la popolazione che vi si trova», come si disse pronto a utilizzare negli Stati
Baltici olandesi, norvegesi e persino svedesi quali coloni, in quanto popolazioni dotate
di sangue tedesco. Il colono tedesco perfetto, nelle parole del Führer sarebbe stato il
soldato-contadino. Ciò è sufficiente a mostrare come l’impostazione data dalla
convinzione del mistico legame tra sangue e suolo fosse radicata anche in Hitler, e a
indicare l’origine delle scelte pianificatorie dell’RSHA esaminate poi da Wetzel
(aumento della popolazione da deportare, dei territori da germanizzare, ecc.). Non c’è
dubbio che la visione di Hitler fosse la forza motrice dietro alla gigantesca impresa del
Generalplan Ost. Nelle conversazioni verso la fine dell’estate 1941, il Führer rivelava
quanto fosse grande in lui il vigore della convinzione razzista; ancora nella notte tra il 3
e il 4 agosto 1941, si disse convinto che l’Europa fosse un’entità non geografica ma
razziale, da costruire mediante la realizzazione di un muro umano che proteggesse il
continente contro le masse asiatiche. Si tratta di concetti che accompagneranno tutte le
varie redazioni del Generalplan Ost, e che traevano la propria origine dai desiderata
hitleriani. Accanto alla preoccupazione razziale, di un’Europa che finalmente si fosse
liberata dai propri nemici biologici che ne arrestavano lo sviluppo e che tramavano
contro di essa nell’ombra, in Hitler si rivelava anche l’assillo di giungere a
un’economia continentale riunificata, quale contrappasso del raggiungimento di una
comunità di sangue purificata e ripulita: «Non avremo più la preoccupazione di cercare
in Estremo Oriente sbocchi commerciali per i nostri prodotti. Perché il nostro mercato è
nei territori dell’Est. Dobbiamo assicurarcelo. Forniremo cotonati, utensili domestici,
tutti gli oggetti di uso corrente. Il bisogno ne è tale, che non riusciremo da soli a
produrre tutto quanto sarà necessario. Scorgo qui le più grandi possibilità di un impero
di importanza mondiale…» – discorreva il Führer la sera del 25 settembre 1941 –
«Assoceremo i paesi che lavoreranno in comunità con noi a tutto ciò che quelle regioni
ci forniranno di positivo»72. E qualche giorno dopo, discorrendo con Funk la sera del
13 ottobre 1941, «I paesi che inviteremo a partecipare al nostro sistema economico
dovranno avere la loro parte delle ricchezze naturali delle regioni dell’Est, e ivi trovare
un mercato di consumo per la loro produzione industriale… Non avremo che da farne
intraveder loro le prospettive perché esse si vincolino al nostro sistema». Si trattava di
concetti che ritornarono nel già citato discorso praghese tenuto da Heydrich il 2 ottobre
1941 e che trovavano la propria scaturigine dalle convinzioni di Hitler. La creazione di
un grande impero coloniale a Est era per Hitler la precondizione per attrarre i paesi
nordici e occidentali in un sistema economico dominato dall’economia tedesca. Grazie
alle ricchezze conquistate a Est e ai mercati aperti in quelle regioni, le economie
europee avrebbero trovato il loro vantaggio nell’unirsi a una compagine economica
continentale imperniata sul predominio tedesco. Era questa la “nuova Europa” la cui
nascita Hitler annunciava a Sepp Dietrich nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 1942.
Ancora nella conversazione avuta durante il pranzo del 26 febbraio, il dittatore tedesco
espresse la convinzione che «i piccoli Paesi cominciano a vedere in noi i garanti
dell’ordine». Hitler sembrava fermamente persuaso del fatto che attorno alla Germania
si sarebbe formata una coalizione di nazioni unite dalla convenienza dello sfruttamento
delle risorse dell’Est, e che in tal modo si sarebbe formata una potenza continentale che
avrebbe potuto rivaleggiare con gli Stati Uniti per potenza economica e demografica.
Come Hitler ebbe a dire a Himmler stesso nella conversazione durante la cena del 5
aprile 1942, «Di fronte agli Stati Uniti, la cui potenza è di poco superiore alla nostra, la
nostra forza risiede nel fatto che i quattro quinti dei nostri sono di razza germanica». Vi
sono motivi per ritenere che, una volta conquistato il continente, Hitler meditasse una
competizione con gli Stati Uniti per conseguire il potere mondiale. Eppure, non si
trattava di una chiara visione politica di quello che avrebbe dovuto essere l’Europa
dopo la vittoria bellica. Si trattava solo di riconquistare all’Europa tutte quelle risorse
e quelle materie prime che si trovavano a Est, e che finora erano state usate, nel giudizio
di Hitler, contro l’Europa dalla “minaccia asiatica”. Queste ricchezze sarebbero dovute
andare, in primo luogo, a beneficio del Reich, in virtù del suo sacrificio di sangue nel
conquistarle, e solo le briciole sarebbero toccate alle altre nazioni sotto la guida
tedesca. Nella convinzione del Führer non c’era posto per un vero progetto politico per
l’Europa che sarebbe dovuta sorgere dalla guerra, al di là del dominio tedesco, con le
proprie priorità, su tutto il continente.
Le riflessioni dei pianificatori SS su quello che doveva essere il futuro del continente
dopo la vittoriosa conclusione del conflitto non restavano uniche. Nel 1940, soprattutto
dopo la caduta della Francia, erano in atto numerose valutazioni su quale dovesse
essere il nuovo ordine europeo. Così, ad esempio, lo definiva Walther Funk, capo della
banca centrale del Reich, in un saggio uscito in quell’anno e intitolato Il nuovo ordine
economico d’Europa (Wirtschaftliche Neuordnung Europas)73, in cui veniva
auspicato un consolidamento dei vincoli economici tra i popoli europei. Grazie alla
rinnovata collaborazione economica, i popoli continentali avrebbero saputo vincere la
dipendenza dall’estero e sarebbero ritornati al centro della scena politica mondiale.
Alla crisi seguita alla depressione e al fallimento delle politiche liberiste, naufragate
nella grande inflazione e nella disoccupazione dei primi anni Trenta, il nazismo
additava una via d’uscita nella politica di autarchia fondata sul predominio tedesco, una
nuova, possibile pratica che avrebbe reso ancora una volta grande l’Europa. Funk non
era il solo a ragionare così; Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Reich,
non si stancava dalle colonne della rivista Das Reich di sottolineare come la guerra
fosse la ribellione dei popoli europei contro la politica economica dell’impero
britannico e delle potenze extraeuropee, Stati Uniti in testa74. Il senso della guerra in
corso, per alcuni dei vertici nazisti, aveva il senso di un rovesciamento delle posizioni
di forza sullo scenario internazionale; la Germania, maltrattata e umiliata dal trattato di
Versailles, rovesciava il piano e si poneva a capo di un ordine economico fondato su
principi del tutto diversi da quelli precedenti. Il nuovo grande spazio (Großraum) nato
dalle ceneri del trattato di Versailles, doveva essere appunto ristrutturato e riformato
secondo gli intendimenti nazisti. Era questo ciò che Funk intendeva per Nuovo Ordine
Europeo; la riforma di uno spazio che andava oltre i confini geografici nazionali
secondo le nuove regole annunciate dalla dottrina nazista75.
Nella discussione in corso in Germania su come questo Nuovo Ordine dovesse venir
attuato in Europa, come ha mostrato Paolo Fonzi, vi era spazio per opinioni diverse.
Eppure è difficile sottrarsi all’impressione che al di là di un orientamento generale, non
vi fossero idee completamente chiare su come attuare e come far funzionare il previsto
nuovo ordinamento. È noto il fatto che Goebbels riteneva che fosse addirittura meglio
non dire esattamente in che cosa questo Nuovo Ordine dovesse consistere76. Se, come
ha sostenuto Pierpaolo Barbieri, vi era divergenza tra le idee di Hjalmar Schacht,
predecessore di Funk alla Reichsbank, e quelle di Funk stesso, il dibattito restava però
nel vago; se la guerra avesse portato all’unione dell’Europa sotto l’egida tedesca, come,
esattamente, ciò sarebbe avvenuto?77. Che sarebbe accaduto degli stati neutrali
indispensabili ad integrarsi? E del resto, anche la discussione sul Nuovo Ordine
Europeo rimase a un livello teorico; una volta che le sorti della guerra iniziarono ad
essere avverse, tutta la discussione sulla confluenza delle varie economie si ridusse alla
realtà di un massiccio sfruttamento da parte della Germania ai propri fini bellici,
avvenuto di solito tramite la formula dei costi di occupazione che la Wehrmacht metteva
in conto alle nazioni occupate. Si trattava insomma di formule vaghe, la cui traduzione
in atti resta ampiamente problematica. Come ha notato Mazower, ciò che Funk
realmente intendesse per Neuordnung, per un’economia europea unificata sotto la
leadership nazista, restava nell’ambiguità; e forse ciò in fondo era in conformità ai
desideri di Hitler, cui non piaceva l’idea di legarsi le mani su questi temi con annunci
vincolanti78.
Proprio qui si inseriva il progetto delle SS, per le quali l’unione europea non avrebbe
dovuto essere semplicemente una convergenza di economie sotto le condizioni di una
vittoria bellica, ma una ricostruzione razziale del continente che avrebbe a propria volta
generato i presupposti per una rinascita economica. Il fallimento di Versailles, prima di
essere un fallimento economico, era una catastrofe razziale, in quanto aveva fatto
sorgere nuove nazioni e creato minoranze minacciate da un punto di vista etnico.
Il riassorbimento delle minoranze, ora riportate nell’alveo della nazione tedesca, e
l’allontanamento di tutte le minacce biologiche avrebbe consentito al continente di
ripristinare le condizioni per un felice sviluppo sociale ed economico. Il Generalplan
Ost, nelle intenzioni dei pianificatori delle SS, non era il semplice processo di
avvicinamento di economie diverse, una sorta di Gleichschaltung su scala paneuropea,
ma l’epifania del principio della purezza del sangue che a sua volta garantiva
l’esistenza di una comunità compatta e duratura. Tra le varie idee di Nuovo Ordine
Europeo, quello delle SS era quello che aveva più probabilità di spuntarla, sia perché
si rifaceva con coerenza alle visioni di Hitler, sia grazie alla potenza che Himmler
aveva assunto a Est nella sua veste di Commissario del Reich. Come avevano con
estrema nettezza indicato i pianificatori delle SS, non c’era dubbio che il nuovo, grande
spazio fornito dalla vittoria bellica mettesse la Germania trionfante di fronte a enormi
compiti economici; questi ultimi erano però sussunti come strumento della politica delle
popolazioni. Era questa preminenza degli obiettivi razziali su quelli meramente
economici che dava per le SS legittimità alla loro visione per il nuovo ordinamento
dell’Europa. Ancora una volta, anche l’economia era di per sé una variabile il cui
valore dipendeva da quello del sangue. Ciò non significa che la politica della
germanizzazione fosse coerente e compatta. È noto che gli standard razziali utilizzati nel
Warthegau per l’iscrizione alla DVL erano più severi (e proprio per questo furono
derisi da Wetzel) di quelli in uso in altri Gaue, ad esempio nella Prussia orientale.
Tuttavia, non c’è dubbio che la preferenza di Himmler per una Germania estesa ben
oltre i vecchi confini del 1914 e resa coesa da una comunità razzialmente solidale
incontrasse, in fondo, i desiderata hitleriani prevalendo sulle teorizzazioni che si
limitavano confusamente a intravedere nel Nuovo Ordine Europeo una convergenza
economica di paesi diversi. Nell’ottobre del 1941, si era svolta a Posen una mostra
intitolata “Pianificazione e Costruzione nell’Est” (Planung und Aufbau im Osten), ove
erano esposti i plastici dei villaggi e delle fattorie destinate ai coloni tedeschi, chiaro
indizio del consenso del regime all’operazione di conquista e germanizzazione dei
territori orientali. E nel luglio del 1942, secondo la testimonianza di Felix Kersten,
Himmler gli annunciò che il Generalplan Ost aveva ricevuto l’approvazione di Hitler.
In effetti, molte delle indicazioni buttate là da Hitler durante le conversazioni a tavola
furono fedelmente tradotte nei piani per l’Est. In un documento datato 22 ottobre 1942,
redatto dall’Ufficio II dell’Ufficio Principale di Staff del Commissariato di Himmler e
intitolato Generalplan Ost, si identificavano gli attori della futura politica mondiale
(dopo la fine del conflitto) in un blocco continentale europeo, un blocco grandasiatico e
un blocco panamericano79. Grande parte del documento era dedicata alla politica
economica come mezzo di attuazione della politica delle popolazioni e ai mezzi per
arrivare alla formazione di questo blocco continentale europeo, che consentisse uno
sviluppo che fosse al contempo razziale-biologico (völklich-biologische Entwicklung)
e produttivo. Le due cose, nelle intenzioni dei pianificatori delle SS, erano collegate; la
condizione dello sviluppo economico era la purificazione razziale. Ad esempio, per le
industrie a basso tasso innovativo e bisognose di una forza-lavoro a basso livello
salariale, come l’industria tessile, si poteva prevedere uno spostamento dai territori del
Reich a quelli dell’Est, ad esempio da Berlino a Lodz. Ciò avrebbe permesso
un’industrializzazione anche dei territori a Est, in maniera però condizionata dalle
necessità dell’economia tedesca, giacché, come il documento sottolineava, «lo spazio
economico europeo continentale che è in gestazione, richiede la guida dell’economia
tedesca»80. La convinzione delle SS, condivisa con il Führer, era che il passaggio a
un’economia continentale, mettendo a disposizione le enormi risorse naturali dell’Est e
un’inesauribile riserva di manodopera a bassissimo livello salariale, priva di cultura e
di leadership (opportunamente eliminata dagli Einsatzgruppen) e quindi incapace di
lottare per i propri diritti, avrebbe liberato enormi energie economiche. In ciò risiedeva
il particolare legame su cui i pianificatori insistevano con particolare puntiglio tra
Volkstumspolitik ed economia; finora, gli interessi economici delle regioni germaniche
sono rimasti confinati a zone particolari del continente europeo, in parte collegandosi ai
Paesi Bassi, in parte ai paesi marittimi o interessati all’export oltremare (Danimarca,
Svezia). Per attuare invece una vera politica delle popolazioni, e arrivare all’unità
auspicata di sangue e suolo, era necessario che le tendenze economiche non
contrastassero una tale unità, ma che anzi fosse attuata una politica economica che
favorisse l’espansione razziale del miglior sangue disponibile nel continente; quello
tedesco.
Le SS chiamavano l’attuazione di questa politica economica con finalità razziale come
i “compiti relativi al grande spazio”81 (grossräumige Aufgaben) che la Germania
avrebbe dovuto attuare con la fine del conflitto di integrare sotto di sé l’intera economia
e la vita del continente. I presupposti di questa integrazione erano i seguenti: la
convinzione che il ciclo economico di ciascun territorio corrispondesse al livello di
sviluppo razziale della popolazione che lo abitava; l’idea che la vita economica di
ciascuna popolazione europea potesse migliorare, a condizione di rimanere integrata
nell’economia del Reich; il desiderio che il territorio economico europeo-continentale
fosse autosufficiente e indipendente dall’estero per le forniture fondamentali (alimenti,
vestiario, armamenti), e che fosse dunque al contempo impermeabile alle influenze
straniere e alla possibile contaminazione razziale. Molto del citato documento datato 22
ottobre 1942, e a dire il vero molti degli elaborati di questo periodo, si fondavano su
questi principi per delineare la costruzione di un’economia articolata a livello
continentale. Una simile costruzione doveva strutturarsi su tre ampli cerchi; il primo
cerchio, costituito dal Volksraum, lo spazio nazionale, corrispondeva più o meno allo
spazio dei tedeschi nella Mitteleuropa, così come lo aveva delineato Hitler nel Mein
Kampf; la riunione di tutte le popolazioni tedesche in un unico bacino territoriale in cui
i nemici razziali erano stati banditi, salvo quelli meno pericolosi cui era permesso di
rimanere quali classe di servitori ma in condizioni di sicurezza razziale (e quindi di
chiusura e di segregazione). Il secondo cerchio era invece designato come spazio di
insediamento (Siedlungsraum); il territorio un tempo appartenuto ai tedeschi e ora di
nuovo colonizzato grazie alla ri-germanizzazione del sangue tedesco perduto e agli
opportuni spostamenti. Non era un mistero per nessuno che Hitler stesso, durante la
conversazione del 2 luglio 1942, avesse apertamente approvato il progetto del Gauleiter
Frauenfeld di utilizzare i tedeschi del Tirolo come coloni in Crimea82. Ovviamente, le
colonie progettate dai nazisti nulla avevano a che vedere con le colonie vecchio stampo.
Come aveva osservato lo stesso Hitler, «Non appena arriviamo in una colonia, vi
istituiamo asili di infanzia, ospedali per gli indigeni. Tutto questo mi rende
furibondo!»83. Per territori di insediamento, nel Generalplan Ost si intendeva un tipo
nuovo di colonia, razzialmente omogeneo e tale da essere annesso, alla fine, al territorio
del Reich. Himmler stesso si era preoccupato di mettere in rilievo che il nuovo piano
coloniale nazista nulla aveva a che vedere con il colonialismo del vecchio tipo, quale
quello praticato dalla Germania del Kaiser84; sul Deutsche Arbeit del giugno/luglio
1942 ebbe a dire: «È nostro compito germanizzare l’Est non nel vecchio senso – ossia
insegnare a quelle popolazioni la lingua tedesca e il diritto tedesco –, ma provvedere a
che solo popoli di sangue puro germanico vivano all’Est».
Il terzo cerchio era lo spazio economico di influenza tedesco (Wirtschaftsraum),
costituito dalle nazioni che sarebbero state attratte nell’orbita tedesca grazie al
Generalplan Ost, come l’Ucraina, e da quelle che si sarebbero volontariamente integrate
all’economia tedesca attratte dalla distribuzione del bottino di un continente. Era questo
il Reich millenario cui pensava Himmler osservando che di lì a quattro-cinque secoli
l’Europa sarebbe stata popolata da centinaia di milioni di tedeschi. E questa era la base
con la quale Hitler già progettava future espansioni: «Di fronte alle innumerevoli
popolazioni dell’Est, possiamo sussistere alla sola condizione che tutti i Germani siano
uniti. Essi devono costituire il nucleo intorno il quale si federerà l’Europa. Il giorno in
cui avremo organizzato solidamente l’Europa, potremo volgerci verso l’Africa. E, chi
sa?, un giorno forse potremo avere altre ambizioni»85. Al contempo, Hitler escludeva
che il Nuovo Ordine Europeo, razziale ed economico, potesse essere un ordine tra pari:
«È da escludere che si conservi con metodi democratici ciò che si è conquistato con la
forza… Sottomettere un paese indipendente con l’intenzione di restituirgli in seguito la
libertà, è una cosa che non sta in piedi. Il sangue versato conferisce un diritto di
proprietà»86. Ancora una volta, il legame tra sangue e suolo diventava dirimente. È il
sangue che si è versato che conferisce il diritto al suolo e a disporne secondo i propri
divisamenti. L’unione tra il miglior sangue e il miglior suolo non è possibile che non
generi una prosperità mai vista prima, quella potenza continentale che poi potrà
contendere per il dominio del mondo. Non sarà un caso che tra le industrie che i
pianificatori delle SS ritenevano indispensabili e vitali, ci fosse, anche dopo l’attesa
fine del conflitto, quella degli armamenti.
Tuttavia, era il sangue a rendere un popolo quello che è; è il suo sangue a rendere
eroici e conquistatori, cosa che Hitler credeva fortemente del sangue germanico e,
curiosamente, non di quello del popolo statunitense87. Il valore connesso al sangue è
quello fondante una supremazia sul suolo; il suolo diventa ciò che il sangue è, se viene
ricostruito attorno ai valori che il sangue esprime. In questa affinità tra sangue e suolo
stava la radice dell’ispirazione che spinse i pianificatori delle SS, sulla scorta delle
suggestioni del Führer, a disegnare il percorso verso una globalizzazione
dell’economia europea e, in prospettiva, mondiale. L’unità del sangue richiedeva
l’abbattimento delle frontiere, e l’unificazione dei mercati. Non si trattava di semplici
parole, o di teorie. I nazisti si erano volti veramente in questa direzione. Nel 1940,
l’economia della Boemia-Moravia era stata totalmente integrata in quella tedesca
tramite l’abolizione delle barriere doganali. Dall’ottobre del 1939 iniziò anche
l’integrazione dell’economia polacca, in gran parte mirata non a distruggerla del tutto,
ma a ridurre la popolazione locale a una massa di forza lavoro a buon mercato a
disposizione del Reich. Il primo provvedimento adottato in questo campo fu il decreto
del 26 ottobre 1939 sul lavoro coatto, che aboliva il vecchio sistema polacco dei salari
per stabilire una nuova struttura salariale variabile e del tutto priva di elementi di
welfare. Quindi impresa e produzione polacche furono rilocalizzate secondo le esigenze
del Reich, e le frontiere economiche abbattute. Rimase in piedi soltanto la differenza
salariale e dei prezzi; la manodopera polacca, ope legis, aveva salari di gran lunga più
bassi di quelli tedeschi88.
È possibile che i piani economici di Hitler per l’Est fossero addirittura anteriori alla
guerra; Richard Overy ha sostenuto che Hitler aveva già nel 1936 manifestato scopi di
conquista su scala continentale, e che la tendenza a costruire un’economia in grado di
sostenere la guerra che fu avviata in quell’anno fosse una scelta irreversibile in tale
senso89. La politica nazista indirizzata alla creazione di un sovvertimento dell’ordine
globale a favore della Germania tramite una guerra di aggressione, era una scelta
economica e al contempo legata ad un’ideologia razziale basata sulla purezza del
sangue. La guerra scatenata dalla Germania a Est con l’Operazione Barbarossa e
l’attacco all’Unione Sovietica non era una semplice campagna militare: era una guerra
genocida per attuare la soluzione definitiva, a livello continentale, di un nuovo ordine,
basato sull’integrazione di tutti gli stati nello spazio tedesco, il loro conseguente
spopolamento di tutti i nemici del sangue, e il ripopolamento con coloni di sangue
tedesco. Questo piano razziale era tuttavia al contempo un progetto economico, che
prevedeva massicci investimenti per quella che Meyer aveva chiamato la ricostruzione
dell’Est e che avrebbe gettato le basi per lo sviluppo e la fioritura economica
dell’intera Europa. L’attuazione del piano si sarebbe basata su un doppio genocidio:
quello delle popolazioni ebree d’Europa, da far definitivamente sparire dallo spazio
tedesco in quanto nemici razziali; e delle popolazioni slave, il cui numero doveva
essere convenientemente diminuito e i cui superstiti dovevano essere avviati al lavoro
schiavo a vantaggio della razza padrona. Quest’ultimo genocidio era già probabilmente
partito, nelle sue prime fasi, già nella seconda metà del 1941; dei tre milioni e mezzo di
prigionieri di guerra russi catturati durante le prime fasi di Barbarossa, alla fine del
1941 solo poco più di un milione sopravviveva, gli altri essendo stati sterminati per
fame. L’attuazione del piano economico delle SS, che prevedeva l’utilizzo di tutti i beni
disponibili a Est, in primo luogo delle derrate alimentari del suolo, ad esclusivo
vantaggio del sangue tedesco, esitava necessariamente in un genocidio per fame90.
L’insistenza degli uomini di Himmler sull’attenta pianificazione economica, la discesa
nei dettagli di ogni singola progettazione dell’economia futura (sin dal Generalplan Ost
della primavera del 1940, Meyer aveva persino quantificato quanti fossero i capi di
bestiame necessari ai coloni previsti, divisi secondo le specie ovine, bovine, suine,
ecc., distinguendo persino tra gli animali adulti e quelli cuccioli91), colpisce il lettore
della documentazione relativa alla progettata colonizzazione nazista. È questa
precisione maniacale, questa acribia sconfinata, su territori che in fondo i nazisti
neppure controllavano pienamente (come la vicenda di Zamosc si incaricò di far
comprendere a Globocnik), che avvolge l’intero Generalplan Ost e pressa il lettore a
respingerlo nel regno delle chimere naziste. Tuttavia questa cura persino morbosa nel
disporre i dettagli della organizzazione del suolo conquistato non si comprende davvero
(e si finisce per ritenerla un’utopia insensata) se non si tiene conto della legge del
sangue cui essa, in fondo, obbediva. Se le SS si sentivano in dovere di pianificare nel
più piccolo dettaglio la futura composizione della popolazione che avrebbe abitato il
Siedlungsraum; l’esatta quota degli appartenenti alle diverse classi sociali che
avrebbero dovuto costituire la cittadinanza delle future colonie; l’esatto numero degli
addetti all’economia agricola e silvestre e degli addetti a commercio e industria in
ciascuna provincia dell’impero coloniale a venire, ciò non era in loro il segno di una
tendenza ai sogni utopici e al piacere classificatorio fine a se stesso, ma costituiva
l’attuazione di un preciso compito razziale e biologico che la storia aveva posto di
fronte al popolo tedesco. In fondo l’attrazione che portò tanti intellettuali, professionisti
e accademici a prendere parte e a dare vita all’intento di Himmler, fu questo preciso
senso di stare facendo la storia. Le teorie discusse nelle aule universitarie, gli abbozzi
tracciati sulla carta, le dispute astratte sembravano ora sul punto di diventare
l’attuazione reale di quella nuova Europa come entità razziale che Hitler aveva
promesso, così come il centro della città di Zamosc veniva rifatto secondo i divisamenti
urbanistici dei conquistatori. La stessa cura maniacale nella progettazione della futura
economia delle colonie obbediva allo stesso impulso; la politica economica era infatti
concepita come lo strumento principe con cui attuare la politica delle popolazioni92.
La globalizzazione dell’economia europea era, da un lato, il risultato del trionfo del
sangue tedesco sul continente, dall’altro la promessa di ulteriori, futuri trionfi, dato che
in tal modo, come aveva osservato il Führer nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1941,
sarebbero state resuscitate le forze che sonnecchiano nel sangue tedesco93.
L’unificazione dell’economia europea, ciò che i nazisti chiamavano creazione di un
blocco economico continentale, era al centro di un altro documento, datato 18 novembre
1942 e intitolato anch’esso (Parte del) Generalplan Ost, che era stato dedicato al
futuro ordinamento economico dal punto di vista della politica razziale. Nel documento
si leggeva:
Il livello produttivo dei restanti popoli europei [ossia quelli che non erano compresi né nel
Volksraum né nel Siedlungsraum, dunque i paesi europei indipendenti ma presenti nello spazio di
influenza economica tedesca] deve essere sviluppato in conformità al loro posto nei confronti del
popolo tedesco e alla collocazione del loro spazio rispetto al Volksraum. I popoli che aderiscono
volontariamente alla guida del popolo tedesco, e gli spazi che confinano con il territorio del Reich,
devono essere sviluppati più degli altri, che possono essere pericolosi per l’unità europea e che si
trovano ai margini del blocco. Tramite una simile strutturazione, sarà incentivata l’unità del blocco
e un suo allineamento alla guida del popolo tedesco94.

Dunque l’intero blocco faceva pernio sul nucleo centrale di stirpe tedesca, attorno al
quale i paesi confinanti sarebbero stati più integrati, mentre i paesi meno filo-tedeschi
sarebbero stati quelli geograficamente più distanti. Questi ultimi erano destinati a
svilupparsi meno da un punto di vista economico, proprio per non pregiudicare l’unità
del blocco continentale. Tra gli spazi più sviluppati nel documento venivano
apertamente citati la Francia settentrionale, la Svezia meridionale, l’Italia del Nord, i
territori danubiani; questi territori avrebbero dovuto essere congiunti tutti all’economia
del Reich, così da costituire il mezzo con cui il regime tedesco avrebbe indirizzato la
propria influenza sui popoli europei, costituendo un forte baricentro. Ciò può sembrare
curioso; l’idea di un’Europa a due velocità, che oggi noi ben conosciamo, trovava una
sorta di precursore nelle teorie dei pianificatori delle SS. Vi sarebbero stati un nucleo
di territori ben integrati nell’economia del Reich, che avrebbero costituito un centro di
gravità economico destinato a diffondersi e a imporsi; e un resto di paesi periferici, che
costituivano un qualche pericolo per l’unità continentale, e che erano destinati a restare
ai margini di questo movimento. Questa riunificazione delle economie e dei popoli
europei attorno alla Germania era descritto nel documento in questione come una
comunità di destino (Schicksalsgemeinschaft):
Il popolo tedesco può prosperare soltanto a condizione che tutte le popolazioni europee siano
riunite ad esso nel collegamento in una comunità di destino, in un unico blocco sotto la guida
tedesca. Questo fine sarà sostenuto da parte dell’economia, che anch’essa vi aspira, riunendo le
economie popolari europee in un’unica struttura economica continentale95.

L’appartenenza a questa comunità era dunque sentita come l’attuazione di una sorta di
destino. Essa rispecchiava la naturale superiorità del sangue tedesco, che dominava
l’intera economia continentale ma a vantaggio di tutti, anzi i vantaggi sarebbero stati
maggiori per coloro che più strettamente aderivano al modello tedesco. Trattandosi di
un legame voluto dal destino e con un’orizzonte comune, ritirarsi non era possibile. Non
si trattava di aderire volontariamente a una comunità di pari tra loro; si trattava piuttosto
di abbandonarsi al destino che si adempiva nelle forze che scaturivano dal sangue
tedesco, oppure di opporvisi e venire travolti. In nessun modo i nazisti concepivano
questo blocco continentale come una costruzione costituzionale; il linguaggio stesso di
questi documenti testimonia il fatto che i concetti ispiratori della globalizzazione nazista
erano mitici. Lo stesso destino che accomunava la nuova Europa era il destino del
sangue, il destino nascosto nel sangue tedesco che, per adempiersi, richiedeva il suolo
necessario all’espansione della stirpe germanica e il coagularsi attorno ad esso delle
restanti popolazioni europee; beninteso quelle restanti, perché quelle nemiche del
sangue tedesco sarebbero state spazzate via, mentre quelle che minacciavano la purezza
di quel sangue sarebbero state convenientemente ridotte di numero e mantenute in uno
stato di schiavitù a vantaggio della razza padrona. L’attuazione di un’unica economia su
scala continentale era appunto l’attuazione di questo disegno.

5. La fine
Alla fine del 1942, i lavori pianificatori ancora fervevano. In un documento del 30
novembre 1942, l’architetto Udo von Schauroth aveva preparato uno studio per il
fabbisogno di coloni necessari a realizzare i piani coloniali a Est. Schauroth calcolava
che al momento in cui scriveva lo spazio nazionale (il Volksraum) contenesse 80
milioni di persone. Per i prossimi trent’anni, egli prevedeva una crescita demografica di
circa 700.000 unità per anno fino all’anno 1960. Proiettate su uno spazio temporale di
ottanta anni, ciò permetteva di ipotizzare una popolazione nello spazio nazionale e in
quello di insediamento, di 88 milioni di persone, così suddivise: 77,05 milioni nello
spazio nazionale di cui 5,88 nei territori annessi a Est, ora chiamati zona di
ricostruzione (Umbauzone), e 10,95 milioni in quello coloniale. Schauroth valutava che
la popolazione nei territori di insediamento sarebbe stata, per la regione di Lodz e di
Cracovia, al 40% rurale e al 60% urbana, mentre per la regione di Varsavia, inadatta al
pieno sviluppo di un’economia agricola, le percentuali sarebbero state invertite96.
Migliori prospettive per l’economia rurale si dipingevano nei distretti di Lvov e di
Lublino, per cui la prevista quota di popolazione rurale saliva in questi distretti al 45%.
Nei successivi materiali per la redazione del Generalsiedlungsplan richiesto da
Himmler, che furono approntati a dicembre 1942, veniva proposto un calcolo del
numero di coloni necessari per riempire lo spazio di insediamento al netto dei Paesi
Baltici. La popolazione attuale di quei territori ammontava, secondo i calcoli delle SS,
a 36 milioni e 323.000 persone e doveva essere ridotta (con i mezzi noti) a 23 milioni e
149.000 abitanti. Le SS computavano che la Germania avrebbe potuto avere a
disposizione, nel giro di venti anni, 8.291.000 possibili coloni, a fronte di un
fabbisogno di 12.407.000. Ciò lasciava un saldo negativo di 4.116.800 coloni richiesti
ma non disponibili, che però sarebbe stato recuperato e quasi azzerato nel decennio
successivo. Tutti questi dati danno un’idea delle scale sia temporale che di popolazione
sulla quale lavoravano gli uffici di Himmler. L’orizzonte temporale del
Generalsiedlungsplan, tuttavia, era ventennale, come richiesto da Himmler, anziché
trentennale come nell’originario piano del 1940 e in quello dell’RSHA esaminato da
Wetzel nell’aprile 1942. Nel ventennio, il piano prevedeva che le province ex-polacche
ora annesse al Reich, sarebbero state germanizzate al 100%, Cracovia solo all’80%,
Lublino al 60% e Bialystok al 38%.
Come già detto, Himmler apprezzò il piano ma chiese a Meyer una sua estensione che
tenesse conto anche dei paesi Baltici, della Russia Bianca, della Crimea,
dell’Ingermanland e della Tauride. Tuttavia, nonostante la volontà di Himmler di tenere
fede alla pianificazione della futura, nuova Europa, le difficoltà per questa stessa
attività pianificatoria aumentavano. Lo stesso gruppo di fedeli di Himmler che aveva
costituito il nucleo di direzione del Commissariato del Reich per il Rafforzamento del
Popolo Tedesco si sgretolava sotto la pressione delle difficoltà belliche e delle rivalità
interne. Otto Hofmann, il capo del RuSHA, fu rimosso dal suo incarico nella primavera
del 1943; lo stesso Greifelt, che iniziava a incorrere nello stesso sfavore di Himmler
che travolse Hofmann, ebbe una lettera di biasimo da quest’ultimo il 3 dicembre 1942. I
motivi di insoddisfazione di Himmler erano molti; nonostante gli ordini dati da
quest’ultimo sull’inizio della prima fase di realizzazione del Generalplan Ost a Zamosc,
ancora alla fine del 1942, poco era stato realizzato. I 27.000 coloni che dovevano
costituire la prima ondata di insediamento non erano ancora disponibili, quelli
disponibili che erano di origine urbana non erano entusiasti dell’idea di diventare
coloni agricoli e resistevano al reinsediamento, mentre gli esperti del RuSHA, che non
erano in numero sufficiente, non riuscivano a far fronte a tutte le richieste di screening
razziale. Il 30 dicembre 1942, Greifelt si presentò a rapporto da Himmler a Berlino;
nell’incontrò sorse una disputa così accesa, che Greifelt ebbe un attacco di cuore e fu
ricoverato a Dresda fino al maggio del 1943. Con Greifelt incapacitato, Hofmann
rimosso e Heydrich assassinato a Praga il 4 giugno del 1942, dell’originario nucleo
stretto di collaboratori del Commissario per il Rafforzamento del Popolo Tedesco
restava solo il capo del VO-MI, Werner Lorenz.
A queste difficoltà interne, corrispondevano anche le difficoltà sul campo.
L’inversione delle fortune belliche dopo la gravissima sconfitta di Stalingrado,
segnavano un punto di non ritorno per le aspirazioni coloniali naziste. Le fortune del
Generalplan Ost erano dipese dalle vittorie conseguite e dal continuo allargamento dei
territori conquistati, che diventavano oggetto di futura colonizzazione. Ancora a gennaio
1943 Himmler pensava di allargare i piani coloniali rispetto a quelli già redatti. Eppure
già nel 1943 il problema non era più quello di pianificare nuove colonie, ma di
concentrare i tedesco-etnici minacciati dall’avanzata dell’Armata Rossa che non era
possibile difendere se si trovavano sparsi sul territorio. Talora non bastava nemmeno
concentrarli, ma era necessario spostarli a Ovest, verso la Germania, per allontanarli
dalla linea del fronte. Tra i primi tedesco-etnici che fu necessario spostare vi furono
quelli dell’Ucraina, di cui il Commissario del Reich per l’Ucraina, Koch, rifiutava di
occuparsi se ciò significava sottomettersi all’autorità di Himmler. Al VO-MI non restò
che trasferirli alla regione al confine occidentale dell’Ucraina, la Transnistria; ma ben
presto fu necessario spostarli ancora più a Ovest, in Galizia, quando nel maggio del
1944 fu la regione della Crimea a cadere, e si rese necessario evacuare tutta la
Transnistria. Il 23 marzo 1944, il Ministero degli Esteri, nella persona di Wilhelm
Stuckart, richiese l’evacuazione da Lublino di tutte le persone di ascendenza germanica,
cosa che indispettì enormemente Himmler, geloso delle proprie prerogative. I sogni
coloniali tedeschi finivano nella confusione e nel caos; tra l’estate 1943 e l’inverno
1943/44, l’intera popolazione tedesco-etnica dell’Ucraina fu in continuo movimento. I
coloni tedesco-etnici che, come abbiamo visto, nel luglio 1943 Himmler chiese a Frank
di poter collocare a Bilgoraj, erano appunto quelli provenienti dall’Ucraina.
Con una serie ininterrotta di sconfitte sul fronte orientale, il compito delle strutture del
Commissariato di Himmler non era più preparare la base delle future colonie, ma
occuparsi della messa in sicurezza delle popolazioni tedesco-etniche via via che il
fronte si spostava ad occidente, anche se in realtà in gran parte fu la Wehrmacht ad
occuparsi dell’evacuazione dei coloni; le strutture del VO-MI li prendevano in carico
una volta spostati in una zona in cui esse potevano operare. Ormai la Germania si
preparava a dichiarare la guerra totale e a reinviare ogni lavoro di pianificazione per il
periodo post-bellico. A giudicare dai documenti sopravvissuti alla guerra, l’interesse di
Himmler per la realizzazione del nuovo piano commissionato a Meyer declinò
rapidamente. Se le fortune del piano erano in chiaro regresso, quelle di Himmler invece
erano in salita; nell’agosto 1943 fu nominato nuovo ministro dell’Interno al posto di
Wilhelm Frick (più tardi impiccato a Norimberga), mentre al Ministero per
l’Alimentazione l’ex amico e adesso rivale Darré fu sostituito dall’amichevole Herbert
Backe, Obergruppenführer delle SS. L’ascesa personale del Reichsführer delle SS
aveva però come contrappasso la riduzione del suo potere come Commissario per il
Reich per il Rafforzamento del Popolo Tedesco. Un tempo, Himmler aveva potuto
affermare una enorme autorità sui territori dell’Est proprio grazie alla sue competenze
come Commissario, dando filo da torcere alle autorità rivali, come il Ministero per
l’Est di Rosenberg, il Commissario per il Reich dell’Ucraina Erich Koch, il
governatore generale Hans Frank. Ora, via via che quei territori venivano evacuati, il
potere di Himmler si allargava, ma su un territorio più piccolo. Il 12 aprile 1944 fu
iniziata l’evacuazione di tutto il personale non combattente dalla Crimea, un altro dei
territori di insediamento; nel giro di un mese l’intera Crimea sarebbe caduta in mani
russe. Pochi altri mesi, e di tutto l’orgoglioso piano di una nuova Europa saldamente
dominata dal sangue della razza padrona, non sarebbe rimasto nulla, tranne le ampie
distese di cenere umana intorno ai campi di sterminio, le immani sofferenze delle
popolazioni deportate, il dolore delle famiglie separate (quelle che erano ancora vive,
almeno), un saccheggio di beni di proporzioni mai visto prima, distruzioni che
avrebbero richiesto anni per la ricostruzione. L’eden preconizzato da Hitler era svanito,
lasciando una scia di enormi sofferenze, ferite aperte e un’eredità problematica che
vincitori e vinti avrebbero dovuto affrontare.
1 Per un primo orientamento sul trattamento della popolazione polacca durante l’occupazione, indispensabile E.
Collotti, “La politica di occupazione nell’Europa centro-orientale: lo statuto dei polacchi”, in ID., L’Europa nazista.
Il progetto di un nuovo ordine europeo (1939-1945), Giunti, Firenze, 2002, pp. 113-87.
2 R. L. Koehl, The SS. A History, 1919-45, The History Press, The Mill, 2012, p. 262.
3 La nomina del primo HSSPF avvenne il 12 marzo 1938; cfr. P. Longerich, Heinrich Himmler, cit., p. 249.
4 Sull’incontro di Monaco del novembre 1938, cfr. R. Breitman, The Architect of Genocide. Himmler and the
Final Solution, The Bodley Head, London, 1991, pp. 50-52.
5 Sulle attività dell’Ahnenerbe, cfr. H. Pringle, The Master Plan. Himmler’s Scholars and the Holocaust,
Hyperion, New York, 2006.
6 Il testo del decreto si trova in Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals under Control
Council Law n. 10, XV voll., IV, The Einsatzgruppen Case. The RuSHA Case, Nuernberg, 1946-1949, pp. 762-765.
7 Il testo completo di Himmler si trova in Vierthelhefte für Geschichte, 2, 1957, pp. 194-98.
8 Sul favoloso Progetto Madagascar, uno dei passi avanti sulla via dell’attuazione del genocidio, cfr. P. Lombardi,
G. Nesi, Cercarsi nel buio, cit., pp. 174-79.
9 Cfr. D. Majer, “Non-Germans” under the Third Reich. The Nazi Judicial and Administrative System in
Germany and Occupied Eastern Europe, with Special Regards to Occupied Poland, 1939-1945, Texas Tech
University Press, Lubbock, 2013, p. 229.
10 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals under Control Council Law n. 10, cit., XV
voll., IV, The Einsatzgruppen Case. The RuSHA Case, cit., p. 655.
11 Su questo punto, cfr. Y. Durand, Le nouvel ordre européen nazi. La collaboration dans l’Europe allemande
(1938-1945), Complexe, Bruxelles, 1990, pp. 99-101.
12 C. Madajczyk, “General Plan East. Hitler’s Master Plan for Expansion”, in Polish Western Affairs, 1962, III, 2,
pp. 391-442; G. Aly, S. Heim, Les architectes de l’extermination. Auschwitz et la logique de l’anéantissiment,
Calmann-Lévy, Paris, 2006; C. Ingrao, Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS, Einaudi, Torino, 2012; S.
Dahmen, Die Entwicklung des Generalplan Ost, Grim Verlag, München und Ravensburg, 2013.
13 Mimeografia, Interrogation No. 1245, Institut für Zeitgeschichte, München, Archiv, s. 1948/56, fol. 5.
14 Il documento si trova in Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., pp. 137-38. Alla raccolta edita
da Madajczyk si farà riferimento per i documenti relativi al Generalplan Ost, salvo se diversamente indicato.
15 A questa conclusione era già pervenuta I. Heinemann, Rasse, Siedlung, deutsches Blut. Das Rasse- und
Sielungshauptamt der SS und die rassenpolitische Neuordnung Europas, Wallstein, Göttingen, 2003, che aveva
rilevato che gli esperti razziali del RuSHA non erano giuristi come Werner Best, né assassini degli Einsatzgruppen, né
tecnocrati del genocidio come la cricca di Eichmann, e neppure uomini ordinari nel senso proposto da C. Browning, ma
teorici del razzismo e praticanti della selezione razziale.
16 Il tema della radicalizzazione degli esperti razziali con il volgere delle generazioni che entravano nelle strutture del
RuSHA è già stato sottolineato con vigore da C. Ingrao, Credere, distruggere, cit.; I. Heinemann, Rasse, Siedlung,
deutsches Blut, cit., pp. 561-88.
17 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 5.
18 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 19.
19 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 33.
20 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., pp. 38-41.
21 Nel verbale superstite della conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, un passo importante sulla via del
genocidio, si parlava, altrettanto genericamente, di evacuazione degli ebrei a Est. Sulla conferenza di Wannsee, cfr.
C. Browning, The Origins of the Final Solution. The Evolution of Nazi Jewish Solution, September 1939 –
March 1942, University of Nebraska, Yad Vashem, Lincoln and Jerusalem, 2004; C. Gerlach, Sur la conférence de
Wannsee. De la décision d’exterminer les Juifs d’Europe, Liana Levi, Paris, 1999; M. Roseman, The Villa, the
Lake, the Meeting. Wannsee and the Final Solution, Penguin, London, 2003.
22 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., IV, pp. 766-67.
23 Vom Generalplan Ost zum Generalplanungsplan, cit., p. 44. Himmler parlava anche di accerchiamento
(Umschliessung). C’è da credere che la politica delle popolazioni proposta da Himmler fosse appunto la prosecuzione
della guerra con altri mezzi; o, per meglio dire, i rapporti espressi nella politica delle popolazioni erano appunto di natura
bellica.
24 Sulle tattiche belliche tedesche in Russia, cfr. C. Bellamy, Guerra assoluta. La Russia Sovietica nella seconda
guerra mondiale, Einaudi, Torino, 2010; D. M. Glantz, Operation Barbarossa. Hitler’s Invasion of Russia 1941,
The History Press, Brimscombe Port, 2011.
25 H. Pringle, The Master Plan, cit., Kindle edition, pos. 4424.
26 Vom Generalplan Ost zum Generalplanungsplan, cit., p. 47.
27 Vi è chi, come S. Dahmen, Die Entwicklung des Generalplan Ost, cit., ha chiamato questo “il Generalplan Ost
dell’RSHA”.
28 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 52.
29 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 62.
30 A. Speer, Spandau. The Secret Diaries, Pocket Books, New York, 1977, p. 53.
31 Copia mimeografica del dattiloscritto di 23 pagine di Dolezalek si trova sul sito www.gotschee.de.
32 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., IV, pp. 897-98.
33 Cfr. ad esempio le conclusioni di Z. Bauman, Modernità e olocausto, Il Mulino, Bologna, 2010, dove l’olocausto
è un prodotto della società moderna e della sua burocrazia. Tuttavia, a seguire la storia delle strutture burocratiche che
produssero il Generalplan Ost, si ha l’impressione che i rapporti siano invertiti e che sia piuttosto la burocrazia ad essere
un prodotto dell’olocausto progettato; le strutture burocratiche nascevano dove c’era un disegno già prefigurato e per
mettere quest’ultimo in atto.
34 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., IV, p. 660.
35 Il dattiloscritto di Meyer è conservato al Bundesarchiv di Berlin-Lichterfelde con segnatura R 149 e numero
d’archivio 157a.
36 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlusngsplan, cit., p. 134.
37 Ibid., pp. 156-59.
38 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlusngsplan, p. 164. Sulla situazione bellica in Crimea e sugli spostamenti
di popolazione che ne derivavano, cfr. R. Forczyk, Where the Iron Crosses grow. Crimea, 1941-44, Osprey, Oxford,
2014.
39 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlusngsplan, cit., pp. 172-73.
40 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlusngsplan, cit., p. 256.
41 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlusngsplan, cit., p. 262.
42 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., V, p. 75.
43 cit. in I. Heinemann, Rasse, Siedlung, deutsches Blut, cit., p. 29.
44 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlusngsplan, cit., pp. 211-12. Sull’attuazione di questo ordine, cfr. J.
Poprzeczny, Odilo Globocnik, Hitler’s Man in the East, Mc Farland and Co., Jefferson, N.C. and London, 2004; H.
Mentzel, Die erste Realisierungsphase der GPO in der Zamojszczyzna, Grin Verlag, München und Ravensburg,
2003.
45 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, prefazione di Hugh Trevor-Roper, Goriziana, Gorizia, 2010, p. 377.
46 Von Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., pp. 43-44.
47 In particolare, nel 1941, Globocnik aveva creato a Lublino il Forschungsstelle für Ostunterkunfte, che si
occupava della germanizzazione dell’Est e che aveva a sua volta preparato un piano che prevedeva piazzeforti di polizia
e delle SS che si sarebbero sviluppate assieme agli insediamenti, una sorta di antesignani degli Stützpunkte.
48 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., V, p. 865.
49 Ulteriori considerazioni di Krumey sulle deportazione dei polacchi dalla circoscrizione di Zamosc e datate
novembre 1942 si trovano in Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungplan, cit., pp. 493-95.
50 Si trattava di una pratica non limitata alla sola Polonia. Per la testimonianza della figlia di un partigiano ritenuta
germanizzabile e deportata dalla Slovenia, cfr. I. von Oelhafen and T. Tale, Hitler’s Forgotten Children. My Life
inside the Lebensborn, Elliott and Thompson, London, 2015.
51 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., IV, p. 657.
52 La minuta di Bormann si trova in Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., pp. 15-18. Per un
esame delle posizioni filo-ucraine presenti all’interno del nazismo, cfr. M. Mazower, Hitler’s Empire, cit., pp. 231-240.
53 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 69. Come nota opportunamente il curatore del volume,
un simile commissariato non era mai stato previsto da Hitler; si trattava di farina del sacco del Ministero di Rosenberg.
54 Ibid., p. 85.
55 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 276.
56 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., pp. 277-78.
57 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., IV, p. 651.
58 Ibid., IV, p. 701.
59 Ibid., V, p. 156
60 H. Mentzel, Die erste Realisierungsphase, cit., p. 24.
61 M. Roseman, The Villa, the Lake, the Meeting,, cit., p. 66.
62 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 3.
63 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 54.
64 C. Ingrao, Credere, distruggere, cit., p. 181.
65 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 315.
66 Trial of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, cit., IV, p. 727.
67 D. Majer, “Non Germans” Under the Third Reich, cit. p 296. Ciò causò la furiosa indignazione di Frank, che
reclamava la propria competenza su quei beni e che non sopportava l’idea di lasciare tutto il bottino nelle mani di
Himmler.
68 C. Ingrao, Credere, distruggere, cit., pp. 186-88. Wallrabe fu il destinatario di un ordine inviato tramite
telescrivente dal VO-MI di Berlino all’Einsatzgruppe B il 3 marzo 1943, poi mostrato a Norimberga con il numero di
protocollo NO-5332, nel quale si chiariva che alla base del reinsediamento delle popolazioni non stava una adesione
volontaria, ma un ordine di Himmler. Pertanto l’esame razziale e la classificazione nella Deutsche Volksliste erano di
carattere compulsivo. Se un tedesco-etnico classificato secondo la DVL si opponeva alla germanizzazione (o ri-
germanizzazione) e al successivo trasferimento doveva essere immediatamente privato dei documenti di identità.
69 Per le attività delle Einsatzgruppen, cfr. R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, II voll. Einaudi,
Torino, 1995, I, pp. 289-416; C. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e soluzione finale in Polonia, Einaudi,
Torino, 2004; D.J. Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, Mondadori, Milano,
2006, pp. 193-294; C. Browning, The Origins of the Final Solution, cit.
70 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. XV, ove Madajczyk parla di zeitliche
Übereinstimmung.
71 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit., p. 43 (a questa edizione si farà riferimento per le
conversazioni successive di Hitler).
72 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit., p. 75.
73 Sul saggio di Funk, cfr. P. Barbieri, L’impero ombra di Hitler. La guerra civile spagnola e l’egemonia
economica nazista, Mondadori, Milano, 2015, p. 285 sgg.
74 Sulla posizione di Goebbels, cfr. E. Collotti, “Goebbels, Das Reich e il Nuovo ordine europeo”, in ID., L’Europa
nazista, cit., pp. 79-112. Per l’Europa sotto il Nuovo Ordine nazista, cfr. anche Y. Durand, Le nouvel ordre européen
nazi, cit. In ogni caso, il concetto di autarchia rimase problematico e vago per il regime nazista; cfr. P. Fonzi,
La moneta nel grande spazio. Il progetto nazionalsocialista di integrazione monetaria europea 1939-1945,
Unicopli, Milano, 2011.
75 Sul concetto di Großraum e sulle relative discussioni, da vedere l’importante lavoro di P. Fonzi, “Nazionalismo e
Nuovo ordine europeo. La discussione sulla Großraumwirtschaft in Germania durante la seconda guerra mondiale”, in
Studi storici, XLV, 2, 2004, pp. 313-65; mentre sul concetto di Nuovo Ordine Europeo, cfr. P. Fonzi, “Il Nuovo Ordine
Europeo nazionalsocialista. Storia e storiografia”, in M. Fioravanzo, C. Fumian, 1943. Strategie militari,
collaborazionisti, resistenze, Viella, Roma, 2015, pp. 101-19.
76 Goebbels espresse quest’opinione sulla stampa tedesca il 5 aprile 1940. Cfr. M. Mazower, Hitler’s Empire, cit.,
p. 198.
77 P. Barbieri, L’impero ombra di Hitler, cit., pp. 286-87.
78 M. Mazower, Hitler’s Empire, cit., pp. 201-02.
79 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 188.
80 Ibid., p. 194.
81 Ibid., p. 197.
82 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit., p. 496.
83 Ibid., p. 306. Per analogie e differenze tra il vecchio colonialismo guglielmino e quello del Terzo Reich, cfr. B.
Kundrus, “How Imperial was the Third Reich?”, in B. Naranch and G. Eley (editors), German Colonialism in a
Global Age, Duke University Press, Durham and London, 2014, pp. 330-46.
84 Sui vecchi piani coloniali tedeschi a Est prima del nazismo, oltre al testo di Naranch e Eley citato alla nota
precedente, cfr. B. Martelli, “La Shoah e il suo contesto. Riflessioni critiche sui danni di astigmatismo e ipermetropia in
materie storiche”, in D. D’Andrea, R. Badii (a cura di), Sterminio e stermini: Shoah e violenze di massa nel
Novecento, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 227-44.
85 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit., p. 313. Il centro dell’attenzione nazista si fissava sull’Est;
nondimeno, progetti coloniali per l’Africa esistevano. Su questi ultimi, cfr. M. Mazower, Hitler’s Empire, cit., pp. 192-
98.
86 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit., p. 335.
87 «Non crederò mai che un soldato americano possa battersi come un eroe», disse Hitler a Sepp Dietrich e Fritz
Todt al pranzo del 5 gennaio 1942. Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit. p. 192.
88 I livelli salariali dei lavoratori tedeschi e di quelli non-tedeschi si trovano pubblicati in quadro sinottico in E. Collotti,
La Germania nazista, cit., pp. 271-72. Sull’integrazione dell’economia polacca, cfr. S. Lenstaedt, “The Incorporation
of General Government in the German War Economy”, in M. Boldof, T. Okazaki (edited by), Economies under
Occupation. The hegemony of Nazi Germany and Imperial Japan in World War II, Routledge, Abingdon, 2015, pp.
147-60.
89 R.J. Overy, War and Economy in the Third Reich, Oxford University Press, Clarendon Press, 1995.
90 Le cifre sullo sterminio dei prigionieri russi vengono da A. Tooze, The Wages of Destruction. The Making and
Remaking of the Nazi Economy, Penguin, London, 2007, che sottolinea come per Hitler la conquista dell’Est
equivalesse alla conquista dell’America in cui una civiltà superiore aveva soppiantato una inferiore generando una
società più moderna e ricca.
91 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 12.
92 “Politica economica quale mezzo della politica delle popolazioni” (Wirtschaftpolitik als Mittel der
Volkstumspolitik), si intitolata un intero paragrafo del documento del 22 ottobre 1942 già citato; cfr. Vom Generalplan
Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 193.
93 189 Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944, cit., p. 68. E, poco oltre: «Il popolo tedesco si innalzerà al
livello di questo impero».
94 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 216.
95 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., p. 220.
96 Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan, cit., pp. 226-27.

Polacchi espulsi dai Territori annessi a Est.


20 marzo 1941: Konrad Meyer (primo a destra) con Reinhard Heydrich (terzo da destra),
Rudolf Hess (primo a sinistra), Franz Todt (quarto da sinistra) e Heinrich Himmler (secondo a
sinistra).
1941: Himmler mostra a Rudolf Hess e Franz Todt (a sinistra di Himmler) un plastico delle
nuove fattorie coloniali previste per l’Est.
La famiglia Gliebe, proveniente da Kočevje (Gottschee) viene sottoposta all’esame razziale per
l’inserimento nella Deutsche Volksliste.
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Indice dei nomi
A
Aly, G., 131n., 198
Amann, M., 61, 75
Anders, R., 103
Andresen, S., 198
Arco-Valley, A., 60
Arendt, H.. 15, 18n., 198
Augier, M. alias Saint-Loup, 12n.

B
Backe, H., 7, 19, 20 e n., 145, 146, 195
Badii, R., 187n.
Barbieri, P., 182n., 183 e n., 198
Bartels, H., 103
Bartholomeyczik, H., 133
Bartsch, R. , 93
Bauman, Z., 15, 149n., 198
Bäumler, A., 77
Baur, E., 78
Bechstein, E., 64
Bellamy, C., 141n.
Bergier, J., 12n.
Best, W., 60, 132n.
Binding, 78, 79n., 198
Bismarck, von O., 30, 32n., 199
Bloy, L., 43, 44 e n., 45, 197
Böckel, O., 30, 31
Boehm, M.H., 76
Boldof, M., 188n.
Bormann, M., 161 e n., 166, 179
Bostunitsch, G.S., 70
Boudin, J.-C., 42, 43
Bouhler, P., 60
Bramwell, A., 80n., 81n., 84n., 198
Breitman, P., 122n., 198
Browning, C., 132n., 139n., 178n., 198
Bruck van den, M., 76
Bruckmann, H., 64, 76, 90
Burgio, A., 198

C
Cecil, R., 71n., 198
Chamberlain, H.S., 37, 38, 93, 102
Chapoutot, J., 13n., 97n., 98n., 198
Class, H., 30
Collotti, E., 76n., 112n., 182n., 188n., 198
Conte, É., 79n., 83n., 99n., 104n., 198
Conti, L., 60
Corni, G., 84n., 198
Cristofaro de, E., 79n., 198
Crowley, A., 12
D
Dahmen, S., 131n., 143n., 198
D’Andrea, D., 187n.
Darré, R. W., 2, 7, 8, 11, 13, 14, 19, 31, 81 e n., 82, 84 e n., 85, 86, 87n., 88, 89, 90 e n., 91, 94, 97, 102, 103, 106, 117,
119, 122, 130, 132, 133, 135, 195, 197, 198
Defanti, C.A., 36n., 198
De Michelis, C., 45n., 199
Diederichs, E., 77, 91
Dietrich, S., 181, 188n.
Dolcetta, M., 12n.,
Dolezalek, A., 131, 133, 135-137, 146 e n., 147, 197
D’Onofrio, A., 85n., 199
Drexler, A., 60, 63
Dühring, K. E., 30, 31
Durand, Y., 129n., 182n., 199
Dürer, A., 39

E
Eckart, D., 60, 63, 64 e n., 65, 66 e n., 72, 93, 112, 197, 201
Eichmann, A., 18n., 126, 132n., 154, 171, 172, 198
Eisner, K., 60
Ehlich, H., 142, 155, 174-176
Eley, G., 186n., 187n., 200
Ellerbek, E., 61, 63
Epp von, F. R., 63
Essner, C., 79n., 83n., 99n., 104n., 198

F
Faye, E., 80n. 199
Feder, G., 63
Ferrari Zumbini, M., 32n., 35n., 46n., 48n., 50n., 51n., 80n., 199, 200
Feuerbach, L., 30
Fioravanzo, M., 182n.
Fischer, E., 78, 79, 82, 139, 147
Flesch, R., 105
Fonzi, P., 182 e nn., 199
Forczyk, R., 152n., 199
Förster, B., 30
Förster, P., 31
Francé, R. H., 50
Frank, H., 61, 75, 98, 113, 114, 120, 126, 140, 141, 157, 164-166, 177n., 195, 196
Frauenfeld, A., 186
Freyer, H., 98
Frick, W., 61, 75, 90, 97, 195
Friedländer, H., 51n., 79n., 83n., 199
Fritsch, T., 31, 32n., 37, 46, 48, 50, 51, 55, 57, 58, 63, 85, 200
Fumian, C., 182n.
Funk, W., 11, 180, 181, 182 e n., 183

G
Galli, G., 12 e n., 28n., 197
George, S., 49
Gerhard, G., 20n., 199
Gies, H., 84n., 198
Gerlach, C., 140n.,
Glantz, D., 141n.
Gliebe, famiglia, 148
Globocnik, O., 120, 121, 157 e n., 158 e n., 160, 163-166, 171, 175, 176, 190, 200
Gnoli, A., 45n., 199
Gobineau de, J. A., 37
Goebbels, J., 74, 90, 182 e n., 183 e n.
Goedsche H., alias Retcliffe, J., 31, 42
Goldhagen, D., 178n.,
Goodrick-Clarke, N., 52n. 58nn., 62n., 104n., 199
Göring, H., 20, 90, 161
Gottberg von, C., 117
Greifelt, U., 116, 118, 123, 125-127, 130, 146, 151-153, 156, 163, 168, 169, 170, 171, 174, 194
Guglielmo II, (F.W.V.A. von Hohenzollern), 30, 38
Gutt, A., 97

H
Haeckel, E. , 49-51, 85
Hale, C., 83n., 104n., 199
Hamann, B., 38n., 39n., 62n., 199
Hanser, R., 25n., 199
Harrer, K., 60
Haushofer, K., 72, 73
Heidegger, M., 77, 79, 80n., 82, 86, 98, 99, 100n., 107n., 197, 199
Heim, S., 131n. 198
Heinemann, F., 199
Heinemann, I., 132n., 134n., 156 e n., 199
Heinrici, E., 30
Hentschel, W., 31, 50, 51, 81, 83, 86
Hess, R., 60, 72, 73, 75, 138, 146
Heydrich, R., 60, 95 e n., 104, 105, 106n., 115, 119, 120, 126, 136-138, 141, 178, 180, 194, 199
Hilberg, R., 178n., 199
Hillgruber, A., 199
Himmler, H., 5, 7, 10, 13, 14 e n., 16, 19, 20, 31, 81, 82, 83n., 84, 86, 89, 91, 92 e n., 93, 94, 95 e n., 101-103, 104 e n.,
105, 106 e n., 107, 109, 112, 113, 115, 116-119, 120 e n., 121, 122 e n., 123 e n., 124 e n., 126-132, 135-140, 141 e n.,
142, 143, 145-158, 162-171, 174-176, 177 e n., 178n., 179, 181, 184, 186, 187, 189, 190, 193-200
Hitler, A., 5, 7, 9n., 11, 12 e nn., 13, 21n., 25 e n., 26, 27, 28 e n., 29, 31, 32n, 38 e n., 39 e nn., 49 e n., 58n., 59n., 60,
61n., 62 e n., 63, 64 e nn., 65, 66 e n., 67, 68 e n., 69, 70, 71n., 72 e n., 73 e n., 74 e nn., 75, 76 e n., 77, 78, 81n., 83,
84n., 86, 90-94, 96 e n., 98, 99, 102, 105, 111, 113-115, 118, 119, 125, 126, 128, 131 e n., 141n., 142, 145, 152, 156, 157
e nn., 158, 160n., 161 e n., 162n., 164, 166, 170, 178n., 179 e n., 180, 181, 182n., 183 e nn., 184, 186 e n., 187 e nn.,
188 e n., 189n., 190, 191n., 196-201
Hoche, A., 78, 79 e n., 198
Hofman, O., 117, 118, 132, 158, 194
Höhne, H., 74n., 92n., 94n., 102n., 199
Holfelder, H., 86
Höss, R., 7, 31, 81
Hugenberg. A., 30, 77, 91
Husson, É., 95n., 106n., 199

I
Ingrao, C., 131n., 134n., 174 e n., 177 e n., 199

K
Kapp, W., 38, 64
Keitel, W., 161
Kemnitz von, M. , 70
Kenstler, G., 86, 90
Kern, E., 61
Kershaw, I., 25n., 49n., 58n., 64n., 71n., 73n., 74n., 75, 76n., 96n., 199
Kersten, F., 142, 184
Kersten, K., 123
King, F., 12n.
Klages, L., 49
Kleist, B. P., 139, 170
Klemperer, V., 13n., 199
Koehl, R. L., 119 e n., 200
Koch, E., 195, 196
Konopacki-Konopath, H., 82, 91
Krüger, F. W., 126, 149, 159, 163
Krumey, H., 154, 159 e n., 171
Kundrus, B., 186 n.

J
Jacobsen, R., 82, 133
Jankuhn, H., 123
Jesi, F., 41n., 53n., 199
Johst, H., 86
Jung, E., 76
Jünger, E., 44, 45 e n., 81, 82 e n., 86, 197, 199

L
Lagarde de, P.A., 30-32, 34, 46, 47
Lammers, H., 125, 161, 162
Landig, W., 12n.
Langbehn, J., 33 e n., 34 e n., 35, 41, 47, 197, 200
Lanzinger, H., 39, 40
Leers von, J., 86, 91
Lenstaedt, S., 188n.
Lenz, F., 78, 79, 88
Leone XIII, papa, 43
Levenda, P., 12n.
Ley, R., 96
Liebenfels von, J. L., 32, 52 e n., 50, 55, 56 e n., 57, 62, 79, 102, 197
List von, G., 52 e n., 53 e n., 54, 55, 57, 58, 61, 62, 79, 102, 197
Lohse, H., 162
Lombardi, P., 80n., 98n., 125n., 200
Longerich, P., 14n., 92n., 95n., 106n. 120n., 200
Lorenz, W., 118, 129, 194
Losurdo, D., 48n., 200
Ludendorff, E., 71, 85
Lutero, M., 65

M
Mäbling, E., 15
Madajczyk, C., 14n., 131n., 132n., 178 e n., 197, 200
Magris. A., 44n., 200
Majer, D., 126n., 177n., 200
Manacorda, G., 37n.
Marr, W., 30, 31
Martelli, B., 187n.
Maser, W., 72n., 200
Mazower, M., 9 e n., 21n., 161n., 183 e n., 187n., 200
Mayr, K., 62, 63
Mengele, J., 79
Meyer, K., 10, 11, 14 e n., 15, 16, 18, 116, 130-133, 135, 138, 141, 142, 145, 146, 149 e n., 150, 151, 153-156, 164, 167,
168, 171, 172, 174-176, 179, 189, 194, 196, 197
Mentzel, H., 157n., 170n., 200
Mosse, G. L., 32n., 33n., 38n., 41n., 49n., 50n., 51n., 77n., 80n., 200
Mousseaux des, H-R. G., 42
Müller, H., 105, 120
Müller-Hill, B., 79n., 200
Müller von, K. A., 62

N
Naranch, B., 186n., 187n., 200
Nebe, A., 105, 120
Nesi, G., 80n., 98n., 125n., 200
Nicolai, H., 98
Nietzsche, F., 31, 34, 45, 47, 48 e n., 49, 77, 86, 87n., 98, 197, 200
Nilus, S., 45, 46

O
Oelhafen von, I., 160n.
Ohlendorf, O., 105
Okazaki, T., 188n.
Oreglia, G., 43
Ossendowski, F., 71, 72n., 197
Overy, R., 188, 189n., 200

P
Pasha, H., 58
Pauwels, L., 12n.
Penka, K., 50
Peters, C., 30
Pinto, V., 33n., 200
Pio IX, papa, 42
Ploetz, A., 32, 50, 55, 83
Pohl, H., 57-59
Poliakov, L., 35n., 38n., 43n., 45n., 71n., 200
Poprzeczny, J., 157n., 200
Pranaitis, J. B. , 43
Pringle, H., 123n., 142n., 200
Pulzer, P., 32n., 200

R
Ravenscroft, T., 12n.
Rechenbach, H., 81, 82, 133
Reuss zur Lippe, M. A., 82
Rhodes, R., 69n., 92n., 93n., 94n., 101n., 200
Rodell. F., 116, 130, 155, 167, 197
Röhm, E., 63, 92, 93
Romano, S., 45n., 200
Roseman, M., 140n., 170 e n., 201
Rosenberg, A., 60, 63, 64, 70, 71n., 72, 74, 75, 90, 96, 98, 138, 139, 161, 162 e n., 170, 172, 196, 198
Rossetti, C., 99n., 201
Rothacker, E., 98
Rüdin, E., 79
Rust, B., 60

S
Saletti, C., 79n., 198
Salisbury, H.E., 20n., 201
Salomon von, E., 61, 62n., 198
Sassonia-Coburgo-Gotha, casata di, 70
Schacht, H., 183
Schauroth von, U., 131, 141, 151, 153, 193
Schäfer, E., 123
Schellenberg, W., 105, 120
Schemann, L., 37, 38
Scheubner-Richter von, M., 70
Schiele, W., 81
Schiller, F., 102
Schiller-Dellbruck, E., 102
Schirach von, B., 90, 96
Schmitt, C., 45, 98
Schönerer von, G., 38, 52, 55, 62
Schreck, H., 92
Schubert, H., 20, 131, 139, 151
Schuler, A., 49, 61, 76, 77 e n., 198
Schultz, B., 82, 133
Schultze-Naumburg, P., 86, 88, 90, 91
Sebottendorff von, R., 7, 58, 59 e n., 60, 61 e n., 198
Seefeld von, W., 123
Sering, M., 69
Serrano, M., 12n.
Seyss-Inquart, A., 126
Skoropadsky, P., 70
Siebert, F., 157
Six, F., 105
Sonnenberg von, M. L., 30, 51
Spann, O., 76, 77
Stapel, W., 76, 77
Stauff, P., 57
Stengel von Rutkowski, L., 82, 133
Stoecker, A., 30, 34
Strasser, G., 74, 90, 93
Strasser, O., 74
Streicher, J., 60, 98
Stuckart, W., 152, 195
Sunderland, W., 72n., 201

T
Tale, T., 160n.
Taradel, R., 41n., 46n., 201
Termudi, famiglia, 58
Todt, F., 138, 146, 188n.
Tombetti, P., 12n.
Tooze, A., 189n., 201
Trawny, P., 107n., 197
Trotha von, A., 95
Tyson, J.H., 64n., 201

U
Ungern-Sternberg von, R., 71, 72n.

V
Verschuer von, O., 79
Vietinghoff-Scheel von, E. P. L., 86

W
Wagner, R., 7, 31, 34, 35, 36 e nn., 37n., 38, 39, 41, 46, 47, 58, 99, 198
Wallrabe, dr., 177 e n., 178
Weismann, A., 50
Wetzel, E., 139, 142-147, 155, 161, 162, 170, 172-174, 176, 180, 184, 194
Wiligut, K. M., alias Weisthor, 86, 102, 103, 105, 106
Wilser, L., 50
Winkel, G., 88
Wirth, H., 103
Wittelsbach, casata dei, 70
Wittelsbach, E. von, 92
Wolff, K., 152

Z
Ziegler, H. S., 90
Zischka, A., 7
Zörner. E., 120, 160, 161
Glossario e abbreviazioni
Akademie für Deutsches Recht (Accademia per il diritto tedesco)
Amt für Agrarpolitik (Ufficio per la politica agraria)
Antisemitische Volkspartei (Partito popolare antisemita)
Alldeutsche Vereinigung (Associazione pangermanica)
Alldeutscher Verband (Lega pangermanica)
Ariosophische Gesellschaft (Società ariosofica)
Armanenschaft (Associazione degli Armanen)
Artamanebund (Lega degli Artamani)
Bayreuther Kreis (Circolo di Bayreuth)
Bund der Landwirte (Lega degli agricoltori)
Christlich-soziale Partei (Partito cristiano sociale)
DAF (Deutsche Arbeitsfront), Fronte tedesco del lavoro
DAP (Deutsche Arbeiterpartei), Partito tedesco dei lavoratori
Deutschbund (Lega tedesca)
Deutsche Studentenschaft (Associazione degli studenti tedeschi)
Deutschen Gesellschaft für Rassenhygiene (Società tedesca per l’igiene della razza)
Deutscher Monistenbund (Lega monista tedesca)
Deutscher Volksverein (Associazione popolare tedesca)
DVST (Deutschvölkischer Schutz-und Trutzbund), Lega etno-nazionalista tedesca di difesa-offesa
DNVP (Deutschnationale Volkspartei), Partito popolare nazional-tedesco
DSP (Deutsche-Sozialpartei), Partito social-tedesco
DVFP (Deutschvölkische Freiheitspartei), Partito della libertà del popolo tedesco
DVL (Deutsche Volksliste), Lista di classificazione etnica tedesca
EWZ (Einwandererzentralstelle), Centro per l’Immigrazione
Forschungsgemeinschaft Deutsches Ahnenerbe (Società di ricerca per l’eredità ancestrale)
Forschungsstelle für Ostunterkunfte (Centro di ricerca per gli alloggi nell’Est)
Freikorps (Corpi franchi, o volontari)
GO (Germanenorden) Ordine dei germani
Germanenorden Walvater vom Heiligen Graal (Ordine dei germani di Walvater del sacro Graal)
Gobineau-Gesellschaft (Società Gobineau)
Graalbund (Lega del Graal)
Guido-von-List-Gesellschaft (Società Guido-von-List)
Hammer-Gemeinden (Comunità del martello)
HAO (Höher Armanen-Orden), Ordine superiore degli Armani
Hitlerjugend (Gioventù hitleriana)
HSSPF (höherer SS- und Polizeiführer), Comandante supremo delle forze di SS e polizia
Kampfbund Thule (Lega di lotta Thule)
Kosmischer Kreis (Circolo dei cosmici)
KWI (Kaiser Wilhelm Institut), Istituto Kaiser Wilhelm
Judenreferat (Ufficio ebraico)
Jugendbewegung (Movimento giovanile)
Marine-Brigade Ehrhardt (Brigata di marina Ehrhardt)
Neuer Richard Wagner-Verein zu Wien (Nuova associazione Richard Wagner di Vienna)
Nordischer Ring (Circolo nordico)
NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori
NTO (Neuer Templer-Orden), Nuovo ordine templare
Or.Po. (Ordungspolizei), Polizia d’ordine
Reichsbauernführer (Capo dei contadini del Reich)
Reichsbauernrat (Consiglio contadino del Reich)
Reichsflagge (Bandiera del Reich)
Reichshammerbund (Lega del martello del Reich)
Reichsparteitag der Freiheit (Raduno della libertà)
RKFDV (Reichskommissar für die Festigung deutschen Volkstums), Commissario (o Commissariato) del Reich per il
Rafforzamento del Popolo Tedesco
RSHA (Reichssicherheitshauptamt), Ufficio Centrale per la Sicurezza dello Stato
RuSHA (Rasse und Siedlungshauptamt), Ufficio Centrale per la Razza e l’Insediamento
SA (Sturmabteilung), Reparti d’assalto
Schutzstaffel (Milizia di protezione)
SD (Sicherheitsdienst), Servizio di sicurezza
Si.Po. (Sicherheitspolizei), Polizia di sicurezza
Soziale Reichspartei (Partito sociale del Reich)
Tat-Kreis (Circolo-azione)
Thule-Gesellschaft (Società di Thule)
UWZ (Umwandererzentralstelle), Centro per l’emigrazione
VO-MI (Volksdeutsche Mittelstelle), Direzione generale per i tedeschi etnici
ZHO (Zentralhandelsgesellschaft Ost), Società commerciale centrale per l’Est
Tavola dei Contenuti (TOC)
Sangue e suolo
Le radici esoteriche del Nuovo Ordine Europeo nazista
Introduzione
Parte prima
Il sangue
1. L’ideologia del sangue di Adolf Hitler
2. Le origini della destra etno-nazionalista
3. Il misterioso potere del sangue germanico
4. L’accusa del sangue
5. Visione e progetto di un’aristocrazia del sangue
6. Gli ordini iniziatici antisemiti
7. Dai rituali di morte all’omicidio rituale
8. Adolf Hitler e la nuova fede del sangue
9. La visione dello spazio vitale a Est
10. La nobilitazione della Weltanschauung
11. Walther Darrée la nuova nobiltà di sangue e suolo
12. Heinrich Himmler e le nuove SS
13. Verso un nuovo Reich di sangue e suolo
14. I fondatori di un nuovo inizio
Il dipinto di Hubert Lanzinger, Der Bannerträger (1935).
Jörg Lanz von Liebenfels, fondatore del Neuer Templer-Orden.
Giuramento dei cadetti delle SS in adozione dal 9 novembre 1935.
Pianta dell’area del castello di Wewelsburg con indicate le aree di
intervento che mostrano in maniera evidente la forma di un lancia.
L’ariosofo Karl Maria Wiligut (primo a sinistra) accanto a Heinrich
Himmler nel castello di Wewelsburg.
Parte seconda
Il suolo
1. Ostraum.Presupposti di un impero coloniale a Est
2. Il Generalplan Ost e le sue trasformazioni
3. Il territorio II/10/I GG
4. Il piano. Genocidio e globalizzazione europea
a) Genocidio
b) Globalizzazione europea
5. La fine
Polacchi espulsi dai Territori annessi a Est.
20 marzo 1941: Konrad Meyer (primo a destra) con Reinhard Heydrich
(terzo da destra), Rudolf Hess (primo a sinistra), Franz Todt (quarto da
sinistra) e Heinrich Himmler (secondo a sinistra).
1941: Himmler mostra a Rudolf Hess e Franz Todt (a sinistra di
Himmler) un plastico delle nuove fattorie coloniali previste per l’Est.
La famiglia Gliebe, proveniente da Kočevje (Gottschee) viene sottoposta
all’esame razziale per l’inserimento nella Deutsche Volksliste.
Bibliografia
Indice dei nomi
Glossario e abbreviazioni
Table of Contents
Sangue e suolo 3
Le radici esoteriche del Nuovo Ordine Europeo nazista 3
Introduzione 4
Parte prima 16
Il sangue 16
1. L’ideologia del sangue di Adolf Hitler 16
2. Le origini della destra etno-nazionalista 18
3. Il misterioso potere del sangue germanico 21
4. L’accusa del sangue 26
5. Visione e progetto di un’aristocrazia del sangue 30
6. Gli ordini iniziatici antisemiti 33
7. Dai rituali di morte all’omicidio rituale 36
8. Adolf Hitler e la nuova fede del sangue 39
9. La visione dello spazio vitale a Est 45
10. La nobilitazione della Weltanschauung 48
11. Walther Darrée la nuova nobiltà di sangue e suolo 55
12. Heinrich Himmler e le nuove SS 60
13. Verso un nuovo Reich di sangue e suolo 62
14. I fondatori di un nuovo inizio 66
Il dipinto di Hubert Lanzinger, Der Bannerträger (1935). 74
Jörg Lanz von Liebenfels, fondatore del Neuer Templer-Orden. 75
Giuramento dei cadetti delle SS in adozione dal 9 novembre 1935. 76
Pianta dell’area del castello di Wewelsburg con indicate le aree di
76
intervento che mostrano in maniera evidente la forma di un lancia.
L’ariosofo Karl Maria Wiligut (primo a sinistra) accanto a Heinrich
77
Himmler nel castello di Wewelsburg.
Parte seconda 78
Il suolo 78
1. Ostraum.Presupposti di un impero coloniale a Est 78
2. Il Generalplan Ost e le sue trasformazioni 91
3. Il territorio II/10/I GG 108
4. Il piano. Genocidio e globalizzazione europea 116
a) Genocidio 117
b) Globalizzazione europea 125
5. La fine 134
Polacchi espulsi dai Territori annessi a Est. 141
20 marzo 1941: Konrad Meyer (primo a destra) con Reinhard Heydrich
(terzo da destra), Rudolf Hess (primo a sinistra), Franz Todt (quarto da 142
sinistra) e Heinrich Himmler (secondo a sinistra).
1941: Himmler mostra a Rudolf Hess e Franz Todt (a sinistra di
143
Himmler) un plastico delle nuove fattorie coloniali previste per l’Est.
La famiglia Gliebe, proveniente da Kočevje (Gottschee) viene sottoposta
144
all’esame razziale per l’inserimento nella Deutsche Volksliste.
Bibliografia 145
Indice dei nomi 149
Glossario e abbreviazioni 156