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Michele Neri

FANTARCHEOLOGIA

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SAGGI

Michele Neri

Fantarcheologia

Manuale di sopravvivenza per l’interpretazione della storia e dell’evoluzione umana

Michele Neri Fantarcheologia Manuale di sopravvivenza per l’interpretazione della storia e dell’evoluzione umana

.

. © 2013 SOVERA MULTIMEDIA s.r.l. Via Leon Pancaldo, 26 - 00147 Roma Te. (06) 5585265w.soveraedizioni.it e-ma il : i n f o @ soverae di zioni.it Released by fagiolo I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamente, totale parziale (compresi i microilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i paesi. " id="pdf-obj-4-4" src="pdf-obj-4-4.jpg">

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I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamente, totale parziale (compresi i microilm e

le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i paesi.

Ringraziamenti

Scrivere è un’esperienza personale che richiede abnegazione e isolamento, ringrazio quindi i miei igli per la bontà del rinunciare alla mia presenza e Chia- ra per il supporto. Ringrazio Maria D’Aulerio che ha creduto subito in questo progetto. Scrivere questo libro ha principalmente richiesto una raccolta di dati scientiici per i quali devo assolutamente ringraziare Luca Menichelli, l’entusia- smo che ha dimostrato per la Fantarcheologia è stato di grande aiuto. Ringrazio

Anna Rita Longo per la veriica scientiica del testo e Stefania Marcello, Massimo Polidoro per la disponibilità. Un grazie particolare va al CICAP. Ringrazio il Prof. Antonio Gottarelli dell’Università di Bologna per avermi fatto vedere nuove pro- spettive nell’archeologia.

A Marcello Giuseppe. Gentile, percettivo, ironico. Un uomo veramente buono.

Prefazione

È veramente esistita Atlantide? È vero che a Palenque, nello Yucatan,

un rilievo che risale alla civiltà Maya ritrae un astronauta al suo posto di

pilotaggio? Le piste di Nazca nel deserto del Perù sono i resti di un anti- chissimo aeroporto frequentato da astronavi spaziali? Le piramidi sono state costruite dagli extraterrestri? Da anni su questi argomenti è in atto uno scontro tra sostenitori di teorie “popolari”, spesso sensazionalistiche, e tra coloro che sostengono l’auto-

revolezza della “cultura uficiale”. A portare un contributo nella direzione

della chiarezza in questo campo arriva il libro di Michele Neri che state leggendo. Dopo avere affrontato la cultura fantarcheologica e le sue caratteristiche,

mettendole anche a confronto con la cultura accademica, il libro affronta una serie di casi celebri, tra cui Atlantide, l’Uomo di Piltdown, la stele di

Palenque, i disegni di Nazca, la mappa di Piri Re’is, la Pila di Baghdad,

l’archeologia “marziana”, le piramidi, i racconti biblici e un interessante

approfondimento sulle diverse interpretazioni legate ai manufatti fossili. L’approccio è quello di confrontare i fatti del passato - i dati reali del- la storia e della preistoria - con le fantasiose interpretazioni elaborate da pseudoscienziati e romanzieri a caccia di best-seller. Per capire il passato, infatti, è fondamentale inserirlo nel suo contesto. Per esempio, nella quarta parte, si demoliscono le affermazioni sempre

di gran moda sulle “reali” origini delle piramidi egizie. Come avrebbero

potuto dei semplici esseri umani, si chiede infatti una schiera di autori

amanti del mistero a buon mercato, progettare e costruire simili capolavo-

ri? E, continuano costoro, quali segreti sono codiicati nelle misure della

Grande Piramide di Giza? Quali sono le reali connessioni tra le piramidi

egizie e quelle mesoamericane? Inine, esiste un potere misterioso nelle piramidi capace di preservare intatti i cibi e afilare le lame?

Michele Neri presenta le risposte della scienza a queste e ad altre do-

mande. Esistono prove dirette (pietre, strumenti da taglio, slitte, rampe) e indirette (dipinti e resoconti scritti) che confermano come gli antichi egizi avessero sviluppato da soli eficienti tecniche per la costruzione delle pira- midi; le nozioni sulle misteriose misure della piramide di Giza sono dovute

a calcoli errati fatti nell’Ottocento e a tanta suggestione; le similarità tra

le piramidi che si trovano in continenti diversi sono dovute largamente a

supericialità, in quanto le differenze nelle tecniche di costruzione e nelle funzioni di tali piramidi rendono minima la possibilità che possa esistere

una connessione storica. Per quanto riguarda il “potere delle piramidi” ri- petute prove sperimentali hanno dimostrato che la forma piramidale non

ha affatto alcun potere speciale nel conservare il cibo o nell’afilare le la- mette da barba. Ma, per capire quelli che sembrano misteri, occorre rifarsi sempre al corretto contesto in cui gli episodi vanno collocati. Perché gli egiziani co- struivano le piramidi? Sono gli stessi egizi a rispondere, per mezzo dei

gerogliici rimasti, svelandoci che le piramidi rappresentavano per quel

popolo una «scala offerta al faraone per raggiungere il paradiso». E cosa dire del famoso “astronauta di Palenque”, un’incisione su pietra che decora il coperchio di una tomba Maya e che secondo alcuni rafigure- rebbe un uomo seduto in una sorta di navicella spaziale? Potrebbe davvero essere che il coperchio della tomba di Palenque ripro- duca effettivamente un uomo che pilota un razzo? La teoria diviene meno plausibile una volta che i vari elementi che compongono l’intero disegno vengono esaminati separatamente in dettaglio. Prima di tutto va notato che l’uomo non indossa una tuta spaziale ma è scalzo e seminudo, a eccezio-

ne di un perizoma decorativo e alcuni gioielli. In altre parole, è vestito in

un modo tipico, caratteristico della nobiltà Maya come si pensa che fosse attorno al 700 d.C. Infatti si tratta della tomba del re Maya Lord-Shield Pacal, che morì nel 683 d.C. Inoltre, la igura non va guardata in orizzontale ma in verticale, al che

si può notare che il “razzo” è in effetti una forma di arte composita, che in-

corpora il disegno di una croce, di un serpente a due teste e di alcune grandi foglie di granturco. L’intera scena, dunque, è un’illustrazione religiosa, non tecnologica, ma ciò lo si comprende bene solo all’interno del giusto

contesto dell’arte Maya.

Al contrario, i vari Von Daniken, Kolosimo e Hancock, presentano og-

getti di questo tipo come prove del fatto che nel passato la Terra sarebbe stata visitata dagli extraterrestri e, furbescamente, ignorano il contesto sto- rico, religioso, geograico o ambientale che potrebbe rischiare di ricondur- re alla normalità le supposte “anomalie” archeologiche.

L’amico e storico Sergio De Santis si interrogava tempo fa sui motivi del successo delle teorie fanta-archeologiche e si chiedeva se avesse dav- vero senso combatterle. «La fantascienza», scriveva De Santis nell’introduzione di Antichi astronauti di William H. Stiebing Jr., un caposaldo della letteratura scettica

sulla fanta-archeologia, «è il sale della nostra piatta epoca, il recupero del

nostro sacrosanto diritto a fantasticare, l’immaginazione inalmente giunta

al potere nella carta stampata se non nella mitica “stanza dei bottoni”. Quel che importa è non confondere la fantascienza con la scienza, il virtuale con il reale, quello che è con quello che potrebbe essere, il “fatto” con lo

stuzzicante giuoco intellettuale dell’if

only...

Apparentemente si potrebbe

anzi pensare che non valga neanche la pena di scaldarsi tanto. Ma la verità

è che questi sconinamenti dalla science-iction alla science-faction (misto di fantasia e realtà presentato non come pura immaginazione ma come

ipotesi se non addirittura come realtà) è più pericoloso di quanto si pensi.

È un processo che partendo dal banale “di che segno sei?”

...

inisce poi

per snodarsi fra energie sconosciute, medicine esoteriche, fenomeni para-

normali, civiltà superiori, tarocchi, sedute spiritiche, incontri ravvicinati di chissà quale tipo, inluenze astrali, presenze aliene nella nostra storia, gua- rigioni inspiegabili, amuleti, maghi e altro ancora, inendo per provocare

l’abbandono anche del più elementare senso critico». Ecco perché chi diffonde pseudo-misteri non è poi così innocuo come

potrebbe sembrare a prima vista e perché libri come quello di Michele Neri

andrebbero letti da chiunque si avvicini, con ingenuità, a questi argomenti.

Massimo Polidoro

Introduzione

La fantarcheologia, servendosi di abili escamotage interpretativi,

ha cercato nell’ultimo cinquantennio di screditare il mondo scientiico

e di imporre la diffusione delle proprie teorie riguardanti il passato dell’Uomo. Uno studio analitico delle teorie fantarcheologiche è la ri- sposta dell’archeologia al crescente interesse, di un pubblico non spe- cializzato, per i vecchi e nuovi ritrovamenti. Archeologi, antropologi, paleontologi e storici sono invitati a confrontarsi con quesiti sempre nuovi sulla presunta presenza nella preistoria di astronauti o con le teorie creazioniste. Atlantide mantiene nel tempo il suo fascino sma- gliante, anche il “mistero” delle piramidi diffuso dalla Piramidologia

rimane inalterato. Un’insuficiente chiarezza riveste la Stele di Palen- que, i gerogliici dell’altopiano di Nazca, e ancora domande sulla Pila di Baghdad o su altri presunti ed enigmatici reperti archeologici. Scopo

principale del presente lavoro è la confutazione di teorie fantarcheolo- giche. La divulgazione dei metodi di ricerca adottati dall’archeologia Accademica, l’esortazione allo sviluppo di una nuova poetica narrati- va da parte degli archeologi, possibile solo se ancorata ad un metodo scientiico, sono un’importante arma di difesa contro le frodi archeolo- giche. In Italia si sente la mancanza di uno strumento di difesa contro le maliziose ricostruzioni archeologiche, purtroppo largamente diffuse

a scapito degli autorevoli lavori condotti dagli esperti. Fonte d’ispira- zione del presente lavoro è stato il contributo di G. Pucci 1 . Per l’analisi e la confutazione delle teorie fantarcheologiche ho potuto usufruire di

pubblicazioni che recano irme di autori stranieri, per ogni singolo caso è stata utilizzata una bibliograia specialistica. Muovendo i primi pas- si dalla deinizione della fantarcheologia ho proseguito nel tracciare i fondamenti storici e gli sviluppi ino alle più recenti pubblicazioni. Le

teorie fantarcheologiche presentano dei tratti comuni riscontrabili nelle opere analizzate. Una scheda di approfondimento permette la consul- tazione della bibliograia completa degli autori della letteratura fantar-

1 Pucci G. 2000, La Fantarcheologia, in R. Frankovich e D. Manacorda, Dizionario di Archeologia, Editori Laterza, Roma-Bari. p. 145.

cheologica pubblicati in italiano. Autori come William H. Stiebing Jr.

e Kennet L. Feder hanno il merito di avvicinare la gente alle metodo- logie archeologiche, necessarie alla smentita dei più famosi casi. Un supporto per affrontare i casi fantarcheologici futuri è l’analisi che mi ha permesso di deinire il problema tecnico-scientiico delle metodo- logie, delle prove e delle argomentazioni che portano alla formazione delle teorie. Accanto a quest’acquisizione di sapere è indispensabile, per procedere alla confutazione, una sistematica raccolta di dati arche- ologici, geologici, antropologici e storici. Opportunamente confrontati

permettono una ricostruzione scientiica il cui fondamento logico deve

tollerare un confronto oggettivo con le prove delle teorie fantarcheo-

logiche. La portata e la signiicatività dei risultati ottenuti non sono

individuabili solo nella messa in discussione delle teorie fantarcheolo- giche, ma anche nella possibilità divulgativa dei metodi di ricerca adot-

tati dall’archeologia. Risultati di questo tipo sono ravvisabili nel Cap. III dove si sono analizzati i reperti fuori tempo. Sia per i reperti litici che per le evidenze fossili, diversi autori ipotizzano che siano prodotti di esseri anatomicamente moderni ma appartenenti al Miocene o ad ere precedenti: speculazioni teoriche sviluppate sulla base della teoria cre-

azionista. L’insuficienza di dati e prove scientiiche e la frammentaria

documentazione di scavo negano a questi reperti un riconoscimento da

parte della comunità scientiica. Nello stesso capitolo è stato presentato

il caso di Piltdown, famoso caso di frode paleontologica, capace, con

soli pochi frammenti di cranio, di sconvolgere la storia dell’evoluzione umana. Seguono le confutazioni dei sensazionali casi di fantarcheolo-

gia come Atlantide, la Piramidologia, la Stele di Palenque, i gerogliici

dell’altopiano di Nazca, la carta di Piri Re’is, la Pila di Baghdad e la

rilettura di miti, leggende e brani biblici. Gli argomenti sono supportati

da riferimenti bibliograici che hanno permesso un approfondimento degli argomenti trattati. Con questo manuale, nato in seguito alle espe-

rienze dirette di scavo e ricerca archeologica e di lettura di testi di fantarcheologia, mi sono preposto di offrire un approccio all’analisi

della storia e all’evoluzione umana. Come ogni opera simile, anche

questa aspetta di essere smentita e superata da nuove scoperte, dal pro-

gresso scientiico o da studi futuri. A dispetto di tale consapevolezza

ho cercato di lasciare, in particolare alle nuove generazioni, un meto- do di indagine, di approccio all’interpretazione della Storia e dei dati archeologici. Nella speranza che saranno le basi per nuove ricerche e smentite, perché è bene sapere che le teorie fantarcheologiche non

scompariranno, dobbiamo rassegnarci visto che v’è sempre chi sarà

disposto a credere ad ogni costo nonostante le confutazioni. Quale sarà la risposta del mondo scientiico?

Nel campo delle scienze archeologiche l’improvvisazione non è am-

messa, solo un lavoro metodico porterà a risultati ed è quello che si

chiede alle nuove generazioni.

Michele Neri

Capitolo primo

La fantarcheologia

Deinizione, Storia e Sviluppi

Si deinisce Fantarcheologia l’insieme di teorie che spiegano, su as- sunti fantascientiici o semplicemente fantasiosi, i monumenti e gli eventi di civiltà del passato. Esistono altre denominazioni: pseudoarcheologia, para archéologie, cult archaeology, psychic archaeology, tutte, inevitabil-

mente in contrasto con l’archeologia uficiale e tendenzialmente incom- patibili con la razionalità propria di ogni discorso storico. La divulgazione scientiica innanzi al sensazionalismo di cui può godere la Fantarcheolo- gia, nascente dall’abile azione dei mass media, trova spesso una minore

risonanza. La sua popolarità nasconde interessi economici e commerciali

ma anche altri risvolti soggettivi, come ad esempio la facile ricerca di

riconoscimenti e notorietà; si possono nascondere motivazioni naziona- listiche, religiose, il desiderio di un passato più romantico e, inine, cosa

che non possiamo non prendere in considerazione, dietro tali affermazioni

folli vi possono essere menti davvero malate. Ciò signiica che il grosso

pubblico non sempre riesce a fare una distinzione tra le acquisizioni della

ricerca storico-archeologica a carattere scientiico condotta dagli studiosi

e le ipotesi avventurose proposte come grandi soluzioni dai fantarcheo- logi. L’idea che un outsider possa dare scacco alla scienza tradizionale piace e il caso di Schliemann è frequentemente citato in proposito. Ha facile presa sul profano che, per lo stesso motivo, è incline a simpatizzare con quanti denunciano di essere ingiustamente ignorati, se non ostaco-

lati o perino perseguitati dagli addetti ai lavori a causa delle loro idee

non conformiste. Il favore della fantarcheologia dipende anche dal fatto

che, mentre le spiegazioni fornite dall’archeologia uficiale sono parziali

e incerte, essa al contrario ha per ogni mistero una risposta esauriente e perentoria, seppure indimostrabile. L’origine della fantarcheologia mo-

derna può essere ricondotta all’opera dell’americano Charles Fort (1874- 1932). Nel volgere dell’intera sua esistenza Charles Fort ordinò migliaia

e migliaia di eventi strani, tutti accertati e citati nelle più disparate riviste

(da quelle di astronomia a quelle di zoologia). Si citano solo alcuni esem-

pi:

...

2

Novembre 1819: pioggia rossa su Blankemberg

14 Novembre

... 30 Giugno 1892: pioggia di rane a

1902: pioggia di fango in Tasmania

Birmingham ...

... 24 Gennaio 1891: iocchi di neve grandi come sottocoppe

a Nashville

...

5 Luglio 1853: un iceberg volante si abbatte a pezzi su Rou-

en

...

30 Novembre 1880: esseri alati nel cielo di Palermo a ottomila metri

di

altezza

...

22 Novembre 1821: urli echeggiano sul cielo di Napoli

”.

E

ancora: caravelle di viaggiatori celesti, ruote luminose nel mare, aeroliti, piogge di carne e di zolfo, bare di piccoli esseri venuti da altrove fra le

rocce di Edimburgo, sfere di fuoco, impronte di un animale favoloso nel Devonshire, impronte di ventose su montagne, macchine nel cielo, stra- ni movimenti di comete, cataclismi inspiegabili, iscrizioni su meteoriti, neve nera, lune blu, temporali di sangue, precipitazioni di materia viven-

te, città volanti ...

Il numero delle annotazioni si aggira attorno ai 25.000

eventi. Nei suoi scritti aleggia prorompente un grande scetticismo nei confronti della scienza. Non furono certo elogi e onore ad accompagnare

la presentazione dei suoi libri. Alcuni dichiararono che era il ramo d’oro 2 dei matti, altri dissero che erano mostruosità letterarie, pochi si espresse- ro favorevolmente. In effetti, la visione fortiana del mondo è inquietante. Secondo Fort, l’impossibilità di spiegare molti fenomeni dipende dalla

prospettiva che si ha delle cose, canonizzata e convenzionale, quindi non

pronta a percepire il reale signiicato di questi avvenimenti. Riguardo

alle relazioni tra noi e i visitatori dello spazio, Fort spiega perché loro non comunicano con noi.

Se potessimo, educheremmo, civilizzeremmo maiali, oche, mucche? Saremmo così intelligenti da stabilire relazioni diplomatiche con una galli- na che faccia uova per trarre soddisfazione dal senso della sua compiutez- za? Io credo che siamo dei beni immobili, accessori, bestiame.

Per Fort la terra non è che una frontiera, una no man’s land, che altri coloni hanno esplorato, colonizzato, e poi si sono disputata fra loro. Forse

per Fort siamo proprietà di qualcuno di questi colonizzatori, addirittura

  • vi potrebbe essere tra noi qualcuno che conosce la verità e che, all’oscu-

ro di tutti, ci dirige, secondo precise istruzioni, verso misteriose funzioni. Persino la politica nasconde complotti come e quanto la scienza uficiale. Appare chiaro che la versione fortiana del non siamo soli non è iduciosa, e questo appare evidente dagli scritti, ma per molti suoi seguaci è più vicino

2 Con esplicito riferimento all’omonima opera dell’antropologo James Frazer, ricchissima raccolta di dati sulle pratiche e i riti magico/religiosi delle società antiche. Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione è un saggio scritto dall’antropologo James Frazer, pubblicato inizialmente nel 1890 e poi ripetutamente ampliato ino alla stesura deinitiva del 1915. In questo voluminoso libro, l’autore si occupa di studi sulle culture primitive, correlati tra loro grazie al ilo conduttore della teoria evoluzionistica della storia.

alla realtà di quanto vogliano far credere tanti esperti delle svariate disci- pline scientiiche 3 . Fort afferma:

Abbiamo una serie di fatti che la scienza ha escluso. Una schiera di maledetti, capitanati da pallidi dati che sono stati esumati, marceranno. Leggeteli o vi sommergeranno.

Oggi, volendo individuare una collocazione per l’archivista dell’im-

possibile, possiamo dire che tra i profeti delle assurdità e gli scettici ad

ogni costo, troviamo proprio lui, Charles Hoy Fort. In Italia le sue opere

non sono mai apparse per la totale assenza di pubblicazioni e risultano

pressoché sconosciute 4 . A di là di ogni problematica editoriale 5 é cosa certa che egli consacrò la propria vita alla raccolta e alla catalogazione

di tutto ciò che, dalle scienze naturali all’archeologia, passando con in

troppa disinvoltura attraverso la paleontologia e l’astronomia o la zoolo-

gia, risultava a suo parere oscurato dalla scienza uficiale. Fort raggiunse alla ine la certezza che tutta la storia dell’evoluzione umana e della terra

sia stata e sia tuttora pilotata da un misterioso potere alieno. Per questo lo si può considerare l’ideatore sì della fantarcheologia moderna ma, so- prattutto, di una nuova chiave interpretativa. Un metodo eccellente, ca-

pace di dare risposte ad ogni reperto o evento archeologico e scientiico. È il padre dell’illusionismo scientiico. Rallentiamo, prendiamo iato e

non facciamoci prendere da inutili sentimentalismi. È bene aver presente

sin da subito che è cosa diversa dimostrare le proprie ipotesi tramite la

logica formale. Come ricorda l’archeologo Giuseppe Pucci:

L’idea di un’unica chiave cui far risalire in ultima istanza la spiegazione di ogni mistero archeologico (o presunto tale) si ritrova alla base di gran parte della fantarcheologia 6 .

Alla morte di Fort l’inconsueta catalogazione fu acquisita dalla Fortean

  • 3 Vedi Peter Kolosimo, Non è terreste, Arnoldo Mondadori Editore, 1991, pp. 22-29, prende in esame le fantasiose teorie di Gorge Adamski: arriva a chiedere ai seguaci denaro da versare per far procedere le ricerche a favore della Crociata della Verità.

  • 4 Alla Biblioteca Nazionale di Roma non v’è niente sui suoi lavori. Esiste inoltre una Società Fortian Italiana, ma per mancanza di fonti non è stato possibile parlarne dettagliatamente.

  • 5 I testi consultati sono Le opere di Charles Fort, edito in inglese dalla Pam, e II Mattino dei maghi di Pauwels e Bergier, Mondadori.

    • 6 Pucci G. op.cit. p. 145.

Society 7 (di cui fu promotore anche lo scrittore Theodor Dreiser) che anco- ra oggi promuove la divulgazione dei testi fortiani oltreoceano. Spostando- ci in Europa, e in particolar modo in Francia, è possibile constatare come nei decenni successivi prendeva piede un movimento denominato Planète che, nell’opera di Jacques Bergier e Louis Pawels, Le matin des Megiciens (1960), vedeva il suo manifesto. Da non sottovalutare le idee proposte da

Velikovsky, unico a non affrontare la problematica sulle origini dell’uomo, e inine Fell, anche se la lista potrebbe estendersi includendo un numero

maggiore di plagiari e venditori di fumo. A partire dalla ine degli anni Cinquanta la nuova corrente letteraria italiana possiede un promotore rico- nosciuto a livello internazionale: queste teorie fantarcheologiche portano

la irma di Peter Kolosimo. La nascita uficiale della paleoastronautica la si

fa risalire invece al 1960 con la pubblicazione di un articolo dello studioso

russo Matest Agrest 8 . Peter Kolosimo fu il primo in Italia a proporre audaci ipotesi sul passato della Terra e dell’uomo e, pur inseguendo dati scientiici,

molte delle sue teorie sono state confutate. Autore di numerosi best-seller, tra i quali vale la pena di menzionare Il pianeta sconosciuto (1959), Non è terreste (1968), Civiltà del mistero (1978), oltre ad essere stato uno scrit- tore di fama internazionale con milioni di libri venduti in tutto il mondo, viene considerato il massimo rappresentante dell’archeologia spaziale. Una rilettura dei testi va ripensata anche per le sue teorie antievolu-

zionistiche. In Italia scrive articoli di carattere scientiico publicati su

riviste di tutto il mondo, la sua carriera di giornalista si intensiica e pro- duce un numero impressionante e non facilmente identiicabile di pubbli- cazioni. Negli anni Sessanta avviene la deinitiva rottura, Peter Kolosimo

si distacca dal mondo accademico con l’esperienza della divulgazione scientiica e, con il libro Non è terrestre, vince il premio Bancarella. Negli anni Settanta Kolosimo si interessa ai temi di antropologia ma il lascito più consistente riguarda certamente gli studi condotti sull’arche- ologia spaziale. La paleo-astronomia moderna nasce anche da ipotesi archeo astronautiche condivise col russo Matest M. Agrest e con lo sviz- zero Erich von Daniken. L’opera di quest’ultimo, Erinnerungen an die Zukunft (1967), è stata tradotta in ventisei lingue e ha avuto anche una

  • 7 Fondata, con sede a New York, il 26 gennaio 1931 da Tiffany Thayer, la quale curò la successiva pubblicazione, in un solo volume, delle Opere Complete di Fort. Sono stati scritti

pochi libri su Fort, la sua vita e le sue opere sono state quasi completamente ignorate dal mondo

accademico e i libri scritti sono principalmente esposizioni biograiche della vita e delle idee. La collezione di lavori del Fort è pubblicata da Dover Book.

  • 8 Malini-Campaniolo, UFO. Il dizionario enciclopedico, Giunti, Firenze, 2006.

trasposizione cinematograica 9 . Secondo i sostenitori di questa teoria, visitatori provenienti dallo spazio sono presenti nella mitologia e nella

letteratura di quasi tutti i popoli, a cominciare dalla Bibbia. Tali creature

dalle cognizioni superiori avrebbero ispirato e reso possibile l’esecuzio-

ne di ediici e monumenti connessi alla loro memoria e al loro culto.

Numerose sono le testimonianze archeologiche ignorate dalla scienza uf-

iciale e non catalogabili nei modelli da questa adottati. Esistono diverse

idee ed ipotesi sul paleocontatto:

  • 1. L’uomo sarebbe il risultato di creazione guidata o esperimenti genetici condotti da extraterrestri sugli ominidi (che ino a quel punto si sareb- bero evoluti naturalmente sulla Terra in concordanza con la Teoria di Darwin e dunque senza nessuna apparente contraddizione) al ine di farli evolvere in tempi rapidi: adattamento evolutivo e neocreazioni- smo, dunque, sarebbero veri entrambi. Il principale argomento a soste- gno di questa idea è il tempo relativamente breve impiegato dall’Homo sapiens (300.000 anni) per giungere al livello mai raggiunto da altri organismi che esistono da centinaia di milioni di anni.

  • 2. L’uomo avrebbe avuto contatti con extraterrestri sin dalle ere più anti- che. Questi esseri sarebbero le divinità delle società antiche e sarebbero stati rafigurati nell’antichità in diversi dipinti ed opere d’arte (egizi, maya, aztechi, popoli della Mesopotamia, romani). Gli extraterrestri si sarebbero manifestati anche in epoche successive: dipinti medievali e rinascimentali, specie a carattere religioso, rafiguranti Dio, il Figlio e gli angeli, mostrerebbero in cielo delle navicelle spaziali, a volte addi- rittura con degli angeli guidatori. Altri indizi della presenza di extrater- restri in epoche passate sarebbero celati in testi religiosi, come la Bibbia e il Rāmāyaṇa, o in opere di carattere storico.

  • 3. Il ritrovamento di OOPArt, ossia “oggetti fuori posto”, in quanto “fuori dal tempo”, vedrebbero l’uomo e la sua tecnologia molto più antichi rispetto a ciò che l’archeologia canonica afferma.

Molti sono i casi relativi al problema dell’origine dell’uomo. Anche qui abbiamo chi se ne è occupato con grande impegno per la raccolta di prove, ma con scarso metodo scientifico sono state analizzate. Pos- siamo parlare quindi di M. Cremo e R. Thompson che nel volume Ar- cheologia Proibita scrivono che non si intende affermare che esista un complotto per ingannare il pubblico, ma che ormai è un normale pro-

9 Gli extraterresti torneranno, del tedesco Harald Reinl, 1969.

cedimento sociale di filtraggio della conoscenza e questo è profonda- mente ingiusto nei confronti delle nostre origini e della nostra storia. Da un’osservazione dei molti particolari che ancora sfuggono ad una ri- sposta, e cercando di mantenere una posizione quanto più possibile ogget- tiva nell’altalena tra scienza e fantarcheologia, tra accademico e alternati- vo, sembra doveroso un chiarimento onde evitare ulteriori speculazioni: il primo piccolo elenco di reperti che andremo a conoscere nel Capitolo III,

lungi dal voler essere esauriente, ha quanto meno la pretesa di riportare al-

cuni dei più diffusi esempi sui quali rilettere lucidamente per comprendere

come vengono ideate e formulate le teorie fantarcheologiche. Tali reperti saranno osservati con una lente scientiica e senza sottintendere né relazio-

ni con esseri e creature con conoscenze superiori 10 , né precipitose e incerte spiegazioni pseudo-scientiiche. Dobbiamo capire che la fantarcheologia possiede un’inesauribile quantità di risoluzioni modellabili magicamente ai più svariati problemi sulle tecniche di produzione, sulla funzionalità e

sulla cronologia per reperti archeologici e monumenti di eclatanti dimen- sioni. La scienza invece ha un difetto comunicativo perché non sempre di

facile lettura sono i testi speciici e poi, diciamo, non ha una risposta per tutto. Ci limiteremo ad osservarne alcuni dei casi più signiicativi, per dif- fusione e risonanza, ma di fronte alla vastissima quantità di ritrovamenti a

disposizione è stata effettuata necessariamente una cernita. Questi oggetti vengono denominati oggetti fuori tempo, in inglese Out Of Place Artifact, perché non avrebbero motivo di esistere all’epoca in cui vengono fatti risa- lire. Proprio sull’aspetto anacronistico, primo elemento di continuità nella selezione optata da appassionati autodidatti che interpretano i reperti ar- cheologici, cercheremo di rilettere. Di fronte a tali oggetti mi sono limitato a prendere atto che essi esistono, optando per una sola presentazione; viste le minori implicazioni archeologiche, i casi valutati come fantarcheologi- ci saranno analizzati dettagliatamente nel Capitolo III poiché rimandano a

problematiche archeologiche, antropologiche e storiche ben più complesse, basti pensare alla piramidologia o all’Uomo di Piltdown. La scelta nasce dal

massimo rispetto per chiunque affronti la ricerca delle origini con serietà e impegno scientiico e, soprattutto, in modo disinteressato. Ritengo di aver

agito rispettosamente anche nei confronti di chi ha cercato di porre spiega- zioni con asserzioni fantasiose e persuasive. Per gli esempi riportati sono evidenti le relazioni non del tutto sottointese con esseri portatori di cono- scenze. Il lascito della loro scomparsa sono le conoscenze testimoniate da oggetti di natura avanzatissima rispetto alla cultura alla quale le si fa rife-

10 R. Frankovich e D. Manacorda op.cit., p. 145.

rire. Naturalmente queste civiltà avanzatissime non sono giunte a noi ma

è possibile individuarle, restando in questo ambito d’analisi, negli oggetti fuori tempo. Come abbiamo detto, è possibile affermare che le speculazio- ni fantascientiiche si basino sul fondamento teorico che vede i visitatori

come portatori di conoscenza. Saperi necessari all’uomo per la produzione tecnica di opere monumentali: monumenti questi che naturalmente risulta-

no strettamente connessi alle creature dalla mente e potenzialità intellettive superiori. Si pensi alle piramidi egiziane e centro-americane, ai gerogliici

dell’altopiano di Nazca e a altri esempi di opere monumentali. Risulta- no solo una porzione del vastissimo repertorio a disposizione, la maggior

parte di loro è stata analizzata e possono essere facilmente spiegati con la prospettiva fantarcheologica che offre risposte assolute ma sempre in rela- zione alle conoscenze pervenuteci da diverse epoche o contesti archeologi- ci. Lo stupore di chi crede nella fantarcheologia deriva dall’idea, sbagliata, che gli uomini del passato non avrebbero mai potuto realizzare monumenti come le piramidi, data la loro incapacità ad affrontare e risolvere i proble-

  • mi che tali costruzioni comportavano. Queste idee derivano evidentemente

dalla totale ignoranza della storia della civiltà, ma anche dall’idea che solo

l’uomo moderno sia capace di realizzare qualcosa di notevole. Giuseppe Pucci ci ricorda che

Ora, per quanto teoricamente non si possa escludere che creature aliene abbiano visitato la Terra nel passato, ciò non può nemmeno ritenersi dimo- strato dalle prove addotte dalla fantarcheologia. Queste ultime poggiano invariabilmente sull’interpretazione distorta di oggetti di culture lontane nel tempo e nello spazio estrapolati dal loro contesto culturale 11 .

Un caso esemplare di revisione e distorsione applicata dalla fantarcheo- logia su reperti archeologici anacronistici risulta essere quello dell’Uomo

  • di Piltdown o dell’astronauta di Palenque, per i quali la fantascienza ha

necessariamente annullato fattori come il tempo e lo spazio. Fattori che, se

accuratamente studiati, permetterebbero all’archeologia uficiale di smen- tire supposizioni sì suggestive ma decisamente erronee. Per questi e altri casi fantarcheologici agli attenti ricercatori e archeologi è bastato estrapo- larli dal comodo isolamento cronologico per far dissolvere nel nulla ipotesi

  • di caschi e tute spaziali. La divulgazione di teorie fantascientiiche, che

per i meno esperti rappresentano le uniche soluzioni alle problematiche di reperti archeologici, avviene attraverso la pubblicazione di libri. A copri-

11 Pucci G. op.cit., p. 145.

re questo settore dell’editoria non sono solo le case editrici specializzate,

ma seguono anche le riviste rivolte ad un vasto pubblico e, con maggiore diffusione grazie alla sua facile fruizione, internet. Pubblicazioni che pre- sentano un numero annuo crescente di vendite e vanno a occupare una sostanziosa fetta del fatturato dell’editoria. Che si tratti o meno di specu- lazione fatta su di un pubblico assetato di magia e facili risposte, questo rimane comunque un parere soggettivo. Indubbiamente l’approdo nella ricerca archeologica di metodologie sempre più specializzate e in sinfo-

nica collaborazione con le nuove discipline scientiiche ha apportato un

linguaggio necessariamente più complesso e questo ha potuto allontanare i probabili lettori. Senza soffermarci su tale problematica di target, risulta

sicuramente evidente la necessità di porre l’accento su uno dei principali

caratteri della letteratura fantarcheologia che, oltre a renderla facilmente vendibile, le dona quel ittizio volto di credibilità. Il malizioso segreto del- la letteratura fantarcheologia risiede nella capacità di mascherare le caren- ze logiche per le argomentazioni ino ad arrivare a nascondere le prove, per loro mancanti a causa della rivoluzione epistemologica 12 che nell’ultimo ventennio avrebbe rinnovato il volto della ricerca a scapito delle cosiddette scienze esatte. Queste ultime hanno in effetti superato il determinismo ot-

tocentesco e la isica della materia, per esempio, oggi si basa più su teorie

probabilistiche che su fatti provati. Ma v’è un’altra caratteristica della fan- tarcheologia che l’allontana inconfondibilmente dalla convalidata scienza

e che diviene grave difetto per le pubblicazioni fantascientiiche: si tratta

dell’autoreferenzialità. In questo tipo di pubblicazioni mancano le note e

quando sono riportate fanno riferimento ad altre fonti secondarie, ossia ad

altre pubblicazioni fantarcheologiche o più facilmente a teorie che lo stes- so autore presenta in altri suoi testi. La presenza delle note nei testi scien-

tiici determina la possibilità di veriica che il lettore può avere tramite la

bibliograia e, con la privazione di una tale possibilità di controllo, non si può parlare di testo scientiico. L’archeologia risulta perfettamente capace

  • di dare risposta a quei pretesi misteri che sia l’uomo di strada che quello

  • di cultura solitamente possono ritenere inspiegabili. Sorprendente è il caso

del trilithon del tempio di Iuppiter e Baalbek. Risultava apparentemente impossibile per le conoscenze e i mezzi che avevano gli antichi la messa

in opera di tre enormi blocchi di pietra dal peso di 800 tonnellate ciascuno. Jean-Pierre Adam, architetto e archeologo francese, ha perfettamente di-

mostrato le possibilità di trasporto dei blocchi con una tecnica facilmente

12 Michael Cremo & Richard L. Thompson Archeologia proibita: la vera storia della razza umana, Gruppo Editoriale Futura Srl, Grassabbio 1997, p.8.

padroneggiata dagli antichi ma, nonostante ciò, rimane inascoltato e le so- luzioni fantarcheologiche, legate necessariamente agli extraterresti, hanno maggiore riscontro. In effetti anche in questo caso la risposta stava nell’u- tilizzo dei blocchi come piattaforma d’atterraggio. È innegabile che dalla scienza arrivino constatazioni attendibili, come è certo che risultano trop- po spesso assenti di sensazionalità e, quindi, con un trascurabile impatto emozionale per il lettore. Questo spiega la facilità per molti di avvicinarsi alla fantarcheologia ma, allo stesso modo, anche la dificoltà di abban- donarla. La fantarcheologia è essa stessa a porsi a riconferma di quel suo carattere autoreferenziale, entrando quasi in una dimensione religiosa. Alla domanda sul perché di tale scelta possiamo trovare risposta analizzando proprio la materia della religione costituita prevalentemente di convinzioni o di credenze. E queste nella fantarcheologia valgono più delle prove, delle quali si fa volentieri a meno. Ciò comporta dei vantaggi facilmente riscon-

trabili ma fragili. Si presenta come una fede e cerca di rispondere ad un bisogno intrinseco dell’uomo, a quello del soprannaturale che, non dimen-

tichiamolo, mal si coniuga con la ricerca scientiica. Ad un confronto con le risposte scientiiche sono le convinzioni fantarcheologiche a sbriciolar-

si, ma basta al lettore? Certo che no. Eppure nell’analisi delle principali

tecniche produttive del passato (caccia, agricoltura, lavorazione dell’osso,

del legno, delle pelli, delle ceramiche, dei metalli, dei tessuti) sono le con- statazioni provenienti dall’archeologia sperimentale a prevalere contro le teorie fantarcheologiche, sempre e inesorabilmente. Proposito di un raggio di pratiche sperimentali così ampio è, nelle parole dell’archeologo inglese

J. Coles, quello di fornire

[

...

] la pratica che sostiene la teoria 13

La replicazione in laboratorio di processi semplici o complessi, a breve

o lunga durata dell’archeologia sperimentale, è oggi pratica diffusa presso università e centri di ricerca di tutto il mondo. Signiicativi sono i sugge- rimenti che hanno permesso i progressi delle discipline archeologiche 14 e aumentato le possibilità di comprensione del passato. La fantarcheologia

deve invece accontentarsi delle sue convinzioni. I suoi tentativi di voler essere riconosciuta dall’archeologia istituzionale risultano inevitabilmente vani. Altra solida componente presente nella fantarcheologia è la pretesa

13 Vidale M., 2000, Archeologia Sperimentale, in R. Frankovich e D. Manacorda, op.cit., p. 281. 14 Vedi esperimenti condotti dall’archeologa S.A. Semonev 1964, Prehistoric Technologv, Londra.

di

possedere una certezza riguardante gli Antichi Popoli, affermando che

questi possedessero profondissime conoscenze scientiiche andate poi ca- sualmente dimenticate senza lasciare traccia. Possibile? Ma ancora una

volta Adam ha dimostrato come questo tenet della fantarcheologia sia fa- cilmente superabile o per lo meno basti avere un po’ di buona volontà.

Adam ha rilevato tutte le misure di un chiosco di biglietti di lotteria di Parigi riuscendo con varie combinazione ad ottenere la misurazioni della distanza Terra-Sole, del pi greco, e la formula della naftalina. Signiica che il chiostro è stato progettato dagli alieni?

Volendo potremmo trovare misteriosi segni dai più svariati signiicati

per ogni reperto archeologico. Inseguendo faticosamente le teorie fantar-

cheologiche qualsiasi oggetto o struttura architettonica rinvenuta in sca-

  • vi archeologici potrebbe passare attraverso simili analisi e portare solo a

fantasiose interpretazioni. Innanzi ad una simile rilessione, l’archeologia

istituzionale non ha bisogno di prendere posizione alcuna ma ha un dove-

re, continuare le sue ricerche. Allora diviene lecito chiedersi se i cultori della piramidologia smetteranno di credere fermamente che la piramide

  • di Cheope sia in un trattato di astroisica. Ancora per quanto gli occulti

signiicati architettonici e magico-religiosi di qualsivoglia ediicio antico

potranno giustiicare delle conoscenze scientiiche possedute dagli antichi e a noi inaccessibili? Certo è che la fantarcheologia presenta i caratteri di

una religione, ma di contro possiamo osservare come l’esistenza di religio- ni siano strettamente connesse all’elemento archeologico. Il mormonismo erompe in questo tipo di analisi conquistandosi un’imprescindibile impor-

tanza, legata alla disponibilità di interpretazioni grazie alle quali risulta

facile convalidare le teorie più fantasiose sulla storia delle popolazioni del Nord America. È il caso della religione fondata negli Stati Uniti da Joseph Smith, denominata mormonismo dal titolo del suo testo sacro, Il libro di Mormon. L’aspetto religioso della fantarcheologia diviene ai ini oppugna- tivi un pretesto che ci permette di analizzare l’esistenza di religioni nel mondo strettamente connesse all’elemento archeologico. Si propone quin-

  • di un’analisi di tale carattere muovendo i primi passi da un caso, forse il

più eclatante vista la popolarità riscossa negli Stati Uniti, da quello della

religione mormonica. Il mormonismo nasce impetuosamente conquistan- dosi un’imprescindibile importanza per la sua capacità di interpretazioni, grazie alle quali è risultato facile convalidare le teorie più fantasiose sulla storia delle popolazioni del Nord America. A parere di Smith, il profe- ta Mormon aveva riassunto la storia sacra delle più antiche nazioni che avevano popolato l’America su delle lamine d’oro sepolte all’interno di una cista di pietre. Le indicazioni precise del luogo in cui scavare gli

rono dettate, sempre a detta di Smith, da un angelo manifestatosi in sogno nel 1823. Gli scavi condotti da Smith portarono alla luce le lamine d’oro scritte in egiziano. È noto, specialmente ai critici, che egli era una persona poco istruita, specie quando scrisse, o meglio tradusse il Libro di Mormon, pare che abbia avuto bisogno di diversi scrivani ma non é prova attendibile

  • di questa sua deicienza. Gli scrivani hanno dichiarato di essere consapevoli

  • di almeno due cose: 1) che Joseph Smith usava la Pietra del Veggente, per

la sua opera di traduzione delle lamine d’oro, che undici dei suoi fedelissimi giurano di aver visto prima che un angelo la nascondesse altrove; 2) che Smith tradusse il testo in inglese ispirato da Dio in quarantacinque giorni

e avvalendosi di una sorta di lente rinvenuta assieme alle lastre. Il 6 aprile

1830 nasceva uficialmente negli Stati Uniti la chiesa mormonica sulla base

della dottrina religiosa e sociale di Joseph Smith. Nello stesso anno avviene la prima pubblicazione sostenuta economicamente da Martin Harris, un libro

che da allora in poi sarebbe stato, come lo é tuttora, regalato a chiunque lo volesse leggere. Il testo sostiene che il popolamento dell’America avesse origine in stirpi ebraiche provenienti dal Vicino Oriente con distinte migrazioni: la

prima avrebbe avuto luogo all’epoca della Torre di Babele, una seconda

sarebbe partita da Gerusalemme intorno al 600 a.C. Gli sviluppi e la pre- senza dei numerosi mounds nel Nord America erano ricollegabili secondo Smith ai colonizzatori provenienti dal Vecchio Mondo. A dare conferma furono i risultati di uno scavo pionieristico condotto da Thomas Jefferson nel 1784. Sulla natura dei tumuli funerari, associati ai colonizzatori attorno agli inizi dell’Ottocento, si andava raccogliendo l’interesse degli antiquari. Gli Indiani rappresenterebbero l’unica tribù scampata alle violente guer- re che erano scoppiate tra le tribù di stirpe ebraica e che portarono alla reciproca distruzione. Le lamine d’oro scavate da Smith erano scritte in egiziano, Smith le tradusse, come sappiamo, in inglese e le pubblicò nel

1830; nessuno contestò, nemmeno Ethan Smith (nessuna parentela con Jo- seph). Questi fu l’autore di un testo pubblicato pochi anni prima, e oggi si è potuto dimostrare che quasi tutto il quadro storico proposto da Joseph era ripreso palesemente dal suo libro, Views of the Hebrews, e che a sua volta non esponeva nulla di nuovo, visto che riproponeva teorie vecchie di se- coli, come per l’appunto la trasmigrazione in America delle Tribù Perdute

  • di Israele. Di suo Smith aggiunse una serie di madornali anacronismi (che

ancora oggi la chiesa mormonica si sforza di difendere) per cui l’America sarebbe stata piena di cavalli, maiali, elefanti, grano, monete e altro mate- riale della cultura materiale del Vecchio Mondo, assai prima dell’arrivo di

Colombo. Nella sua ignoranza Smith era affascinato dall’archeologia, ma

la interpretava a suo modo: da giovane il suo mestiere era quello di aiutare

i contadini locali a trovare tesori sepolti con l’aiuto di pietre magiche e subì anche un processo per truffa. Non si accontentò certo di aver decifrato le lamine di Mormon, e infatti nel 1838 Joseph Smith tradusse dall’egi- ziano dei rotoli di papiro che a suo dire erano stati scritti da Abramo di

proprio pugno. Benché Champollion avesse fornito, già dal 1822, la vera chiave per la lettura dei gerogliici, nessuno in America mise in dubbio

il risultato del lavoro di traduzione svolto da Smith. I rotoli andarono in seguito perduti ma furono fortunosamente ritrovati nel 1967. A quel punto gli egittologi poterono constatare, con grande imbarazzo dei fedeli, che si trattava di banali testi funerari, che nulla avevano a che fare con Abramo e che Smith aveva inventato la traduzione di sana pianta.

Capitolo secondo

Regole del procedimento fantarcheologico

La scienza non è stata e non sarà mai un libro terminato.

Ogni risultato importante suscita nuovi interrogativi.

Einstein

2.1. La letteratura Fantarcheologica: diffusione di nuove teorie

La letteratura fantarcheologica ha un’origine normalmente accettata. La sua apparizione la si fa corrispondere alla data di pubblicazione del li- bro di Louis Pauwels e Jacques Bergier, Il mattino dei maghi, Francia, era il 1960. L’ufologia, nata tredici anni prima con il fatidico crash di Roswell,

aspetterà poco più di un decennio per essere chiamata a prestare l’ipotesi

  • di un intervento dallo spazio esterno nello sviluppo dell’umanità e passare

quindi all’interpretazione di reperti archeologici. Il libro, titolo originale

Le matin des magiciens, tratta vari argomenti: alchimia, nazismo magico, terra cava, misteri delle cattedrali, mummie tibetane e angeli di Mons, ma, al suo interno contiene una parte dedicata all’ipotesi che il nostro pianeta in passato abbia ospitato alieni. Immediatamente iniziano le imprudenti

incursioni nella storia delle origini dell’umanità, dalla preistoria ino ad

arrivare ad interpretare le scoperte ultime. Pioniere riconosciuto a livel-

lo internazionale é Peter Kolosimo, va ricordato, e non solo per spirito patriottico, che nel 1959 pubblicava Il pianeta sconosciuto, anticipando su tutti il tema. Il genere decolla deinitivamente con l’entrata in scena, prima pubblicazione 1968, dello svizzero Erich von Daniken. Con i suoi

libri che raggiungono milioni di vendite, diviene il profeta dell’ufologia preistorica. Trionfa con le sue indagini nel passato anche con i successivi venti libri, trascinandosi dietro una schiera di adepti. Lettori, ma soprat-

tutto scrittori di varia nazionalità, seguirono la scia senza mai eguagliare

il suo successo 15 . Ho ritenuto necessario ricordare, con buona pace per gli omessi, solamente i nomi più rappresentativi: tra gli inglesi Rayamond Drake e Brinsley Le Poer Trench, gli americani facevano riferimento ai

connazionali Robert Temple e Alan Landsburg, Macel Hornet e Robert

15 La popolarità delle teorie di Von Daniken può essere considerata sulla base del numero

  • di copie vendute in tutto il mondo, una cifra straordinaria che si aggira tra i trentaquattro

milioni di copie. Ora, volendo considerare Von Daniken un autore di “noniction” o un autore

  • di fantascienza, quello di cui possiamo esser certi è che siamo di fronte a uno degli autori che

riscontra maggiore successo di pubblico.

Charroux sono francesi, gli allora sovietici Alexarder Kazantsev e Vya- cheslav Zaitsev. Contemporanei come Adrian Gilbert, Graham Hancock, Robert Bauval, Maurice Cotterel, Murry Hope rilevano la mancanza di autori italiani. Solo a Peter Kolosimo era stata riconosciuta la notorietà

internazionale per i suoi volumi dai titoli accattivanti ma al contempo gli era stato negato il reale riconoscimento, quello di antesignano della Paleo- astronautica e, a causa della prematura morte avvenuta nel 1983, non potè assistere alla ioritura di quel suo genere. L’archeologia spaziale a partire dagli inizi degli anni Novanta prende piede anche in Italia 16 , in coincidenza con la rinascita dell’Ufologia classica. Accanto al CUN (Centro Ufologia Nazionale) che pubblica tre mensili (Ufo contact, Ufo Notiziario e Alien) nascono riviste e periodici a carattere New Age. L’argomentazione princi- pale è naturalmente l’archeologia spaziale (Misteri, Il giornale dei misteri, Oltre la conoscenza e Nexus, solo per citarne alcuni). I sostenitori di me- eting ravvicinati di antichissimo tipo strizzano l’occhio ai propugnatori di scoperte ingannevoli, si citano a vicenda nelle note di testo e accusano il mondo scientiico di ottusità. Così facendo realizzano il ine d’incrementa- re la diffusione e la vendita delle teorie fantarcheologiche.

2.2. 1 tratti comuni nelle teorie fantarcheologiche:

identikit dell’improbabile

Nei capitoli che seguiranno saranno presentati i casi che hanno ricevuto maggiore attenzione e suscitato accesi dibattiti nel pubblico. Si presente-

ranno i processi di formazione di un’ipotesi scientiica per confrontarla poi con le teorie fantarcheologiche. Libri come quelli di Velikovsky, Von Dani-

ken e altri hanno contribuito non poco alla diffusione di queste teorie che,

inesorabilmente, si sono radicate nel pubblico nonostante la contrarietà del mondo scientiico. Per rispondere alla domanda sul perché della persuasivi- tà delle teorie fantarcheologiche ho ritenuto necessario procedere all’iden- tiicazione dei tratti comuni nelle ipotesi dei libri sinora proposti. Solo dopo saranno analizzati separatamente. È stato così possibile enucleare quindici dei tratti distintivi presenti nei testi e nelle teorie analizzate per giungere in ine a risolvere il fatidico dilemma sulle regole di formazione del procedi- mento fantarcheologico. L’identikit venutosi a creare non vuole avere altro ine se non quello di permettere una quanto più immediata individuazione

16 Per una consultazione della bibliograia completa dei testi di Fanta-Archeologia pubblicati in italiano dal 1959 ino agli ultimi aggiornamenti vedi ine testo, Scheda di approfondimento:Bibliograia della Fantarcheologia in italiano.

delle accattivanti teorie presentate nei libri del genere fantarcheologico. Nonostante le teorie propongano diverse soluzioni per i diversi casi trattati, come pure per l’intera storia dell’uomo, esse esibiscono chiaramente dei tratti collettivi, che sono di seguito esposti:

I vari autori procedono implacabili nella struttura dei libri di archeolo-

gia spaziale mantenendo costante la natura antologica e la ripetitività.

Espletano un elenco frettoloso delle prove del paleocontattismo senza

mai analizzarle criticamente in modo da non fare emergere la fragilità

delle teorie. Gli argomenti elencati si ripetono mascherati e giustiicati

sempre dagli stessi riferimenti. Le citazioni sono rigorosamente autore- ferenziali. Per ottenebrare il senso critico del lettore gli argomenti vengono proposti senza seguire nessuno schema tematico o cronologico. In questo modo troviamo gli accostamenti più disparati: la stele di Palenque accanto alle

pile di Baghdad per passare poi alle piramidi egiziane; inutile elencare,

inutile sarebbe ostentare, ulteriori accostamenti per capire l’effetto fra-

stornante che possono causare le epoche, i luoghi e gli scenari diversi.

Sapientemente assemblati giustiicano le teorie troppo spesso risolutici

universali e semplicistiche. Quando invece l’argomento viene trattato in modo speciico il contesto storico, geograico e ambientale scompare deinitivamente, mettendo così

da parte anche la più normale analisi archeologica.

La decontestualizzazione dipinge lo scenario necessario e senza il quale non è possibile procedere alla omologazione dei casi. Questi sono asso-

ciati per esteriorità, o per caratteristiche facilmente fruibili, senza dare la possibilità di riconoscere le diversità di fondo che vengono omesse. In

questo modo le piramidi egiziane e quelle azteche, trattate senza conside-

rare origine, cronologia, struttura architettonica e destinazione funziona- le, diventano la prova, a conferma della teoria popolare, che vede l’unica

origine atlantideo-spaziale per entrambe e per tutte le civiltà successive.

Segue un uso disinvolto delle fonti classiche. A parte la noncuranza per le origini generatrici dell’opera, queste si prestano pericolosamente ad una

interpretazione letterale o simbolica, in base a come si voglia o per come più conviene al caso. La fantarcheologia si muove a braccetto con la retorica antiaccademica. Quando la comunità scientiica nega la validità delle teorie fantarcheolo- giche proposte dagli autori nei propri libri di archeologia spaziale, la rea-

zione è sistematica: si scagliano contro di loro. Deiniscono gli scienziati ciechi, ottusi dal dogmatismo accademico, incapaci di vedere la verità.

Nel dare spazio alla citazione che segue spero di non aver limitato o, al contrario, ampliato più del dovuto l’argomentazione. Tra i tanti autori che si abbandonano deliberatamente ad accuse verso il mondo accademico era inevitabile scegliere tra loro il più rappresentativo, Von Daniken afferma:

Scrivere questo libro ha richiesto coraggio e anche leggerlo ne richie-

derà. Le sue teorie e le sue prove infatti non si inquadrano nel mosaico

dell’archeologia tradizionale, così laboriosamente costruita e cementata. Gli studiosi lo troveranno inconsistente e lo metteranno nell’elenco dei libri di cui è meglio non parlare 17 .

Il paradosso a questo punto lascia cadere gli autori, sempre pronti a lamentarsi, nel ridicolo atteggiamento di accettazione se non addirittura di vanto nel caso di appoggi ricevuti da parte del mondo accademico. Le contraddizioni anche in questi casi sono facilmente superabili dagli autori. Ma la ridicolizzazione attuata nei confronti della scienza uficiale appare più come una puerile difesa psicologica, come il riiuto arrivato da chi invece avrebbe voluto sconsolata- mente sostegno più che una coscienziosa protesta. Il più delle volte l’archeo- logia spaziale si arricchisce di numerosi scienziati presi in prestito e presentati come luminari universalmente riconosciuti. Altre volte si avvale di articoli di dubbiosa provenienza (solitamente le fonti principali sono le riviste amatoriali, i quotidiani locali o di provincia che tanto avidamente leggeva Charles Fort). Per la presentazione delle teorie fantarcheologiche si ricorre solitamente ad una scrittura sensazionalistica dove le prove fornite sembrano tenute nascoste dagli accademici e, al contempo, le argomentazioni soggettive impressionano il lettore, unite alla libera interpretazione di miti e leggende. A domande com- plesse gli autori di teorie fantarcheologiche trovano risposte semplici e univer- sali, ma si calano nella parte dei perseguitati dalla scienza uficiale. Un aiuto essenziale per proporre prove convincenti a favore delle teorie paleoastronautiche arriva dalle immagini. Vengono usate con estrema disinvoltura e in grandissima quantità, accostate tra loro in modo im- proprio e anacronistico, evidenziando particolari utili al ine di oscurare indizi che porterebbero a differenti interpretazioni. Gli oggetti, ma soprattutto le immagini venute alla luce a seguito di scavi archeologici, vengono riletti con una particolare lente capace di trasfor- mare elmi in caschi spaziali, corna preistoriche in antenne, per non parla- re di tutte le interpretazioni possibili che hanno ricevuto le ali. Anche se dubbiosi gli accostamenti possono essere accertati da semplici

17 Von Daniken E. (1968), Gli extraterresti torneranno, Ferro editore, Milano (1968).

interventi sintattici: la regola è bandire dubbi. Come? L’elmo non sembra e non richiama ma è un casco spaziale. L’indicativo viene spesso messo da parte, improrogabilmente si passa a parlare alla ine di igura con ca- sco. Prima di passare ad esaminare le località scelte dai visitatori preistorici vorrei riporre un’asserzione nota in questa tipologia di analisi. Anche il

Colosseo potrebbe essere gabellato per il primo stadio di astronave con

i suoi oblò, perché nessuno ci prova? Ma perché i suoi archi li troviamo

nelle strutture delle case, le colonne nella chiesa del centro storico e le iscrizioni riportano il nome del vicino di casa 18 . Meglio ambientazioni esotiche e misteriose, meglio nomi poco conosciuti. Il massimo lo si può ottenere con l’ambientazione in un continente fantasma. Altro tratto comune nelle regole di creazione delle più svariate teorie fan-

tarcheologiche è possibile individuarlo andando ad osservare come, dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che rimane nei libri è la verità. Ma in re- altà nel setaccio troviamo il possibile, divisibile a sua volta in probabile e improbabile. Per i promotori di teorie paleoastronautiche la verità è nelle

risposte sì semplici, ma a scapito questa volta di un elemento di cui non si è ancora discusso, l’evoluzionismo. Considerare il progresso come una serie di bruschi salti in avanti, e respin- gere il lento processo evolutivo, porta a ricercare immediatamente delle ragioni misteriose che hanno permesso la creazione di Piramidi comparse naturalmente dal nulla. È inevitabile per un autore usare questo escamo- tage se vuol far entrare in scena esseri con conoscenze e menti superiori,

ed è possibile farlo non solo per civiltà con epoche buie nella loro storia,

ma anche dove il lento progresso ha lasciato attestazioni cronologiche. Altra componente diffusa è il considerare i popoli antichi possessori di conoscenze tecniche profondissime che nei secoli sono andate perdute. È

un’età d’oro atlantidea quella che compare e scompare misteriosamente

lasciandosi alle spalle monumenti ciclopici, per i quali la domanda-chiave

non ha in sé il come ma il chi ha permesso di realizzarlo. L’ipotesi che si- ano esistiti popoli con conoscenze tecnologiche avanzate non può essere smentita a livello scientiico e questo ha permesso che diventasse un as- sioma per gli autori. Per cui non v’è nulla da dimostrare al proposito se è la scienza stessa a non poterlo fare. E allora come resistere alla tentazione

di introdurre concetti come la mitica antigravità per rispondere a quesiti

relativi alla Grande Piramide, ai giganteschi monumenti di Tiahuanaco o del Gran Tempio del Machu Pichu? Perché limitarsi e non assecondare

18 Vedi De Santis S. (1998).

l’idea che l’energia atomica, i modelli di potenti aerei contemporanei, gli

studi genetici e tanto altro non siano già stati utilizzati dagli antichi? Da

ciò appare evidente che l’evoluzione delle teorie fantarcheologiche ha se- guito necessariamente quella della scienza, dell’archeologia, dell’antro-

pologia, della ricerca storica e ilologica. Un mondo accademico aperto e

dal quale vengono trafugate conoscenze innovative per farne trampolini di lancio di teorie atte all’interpretazione di ciò che l’uomo ha prodotto

in milioni di anni. Ma queste interpretazioni si basano su ciò che l’uomo

oggi riesce a produrre nella ricerca scientiica. Immaginate una futura scoperta scientiica, immediatamente per i fantarcheologi è da ricercare nel passato. Sarà un giorno rinvenuto in uno scavo un oggetto che, dovu- tamente interpretato dagli autori, potrà spiegare come già qualche antico popolo conoscesse la vostra futura scoperta scientiica. Il tutto sarà giu- stiicato dal pretesto che certe conoscenze saranno considerate perdute. Sulla base di quanto detto sinora si mostra evidente che la supposizione

è il punto di partenza per la costruzione di teorie. Il paradigma si basa

su indizi supposti e sul riiuto dei risultati della moderna archeologia.

La cronologia e i metodi di datazione del radiocarbonio non sono pre- si in considerazione perché incapaci di dare risposte a domande sul Di- luvio Universale, Atlantide e sui viaggiatori Fenici, Greci e sui popoli provenienti dal Vecchio Mondo e diretti verso l’America, sulle Origini

dell’uomo. Generici confronti culturali, iscrizioni fasulle e impressioni soggettive sui Miti sono gli indizi che diventano prove per la validità del- le teorie e, quindi, dati di fatto. Il seducente procedimento è però sorretto da fondamenta instabili come il vento, pronte a cadere in un qualsiasi momento. Qual è la risposta dei promotori di teorie fantarcheologiche? • Innanzi alle nuove scoperte scientiiche, capaci di smentire le teorie, esi- ste l’ultimo rifugio per la fantarcheologia: è il non confessare mai. Mai smentire quanto sostenuto, mai dichiarare di aver sbagliato. È solito inve- ce rifugiarsi nel silenzio e riattaccare a distanza di tempo il mondo scien-

tiico e accademico accusandolo di faziosità e di aver fatto il possibile

per reprimere le proprie teorie. Quando ormai le critiche sono ricordi è possibile riproporle.

L’individuazione e l’analisi dei quindici tratti comuni presenti nei libri della letteratura fantarcheologica ci forniscono, in modo inequivocabile, la regola del procedimento di formazione delle teorie fantarcheologiche. Quest’analisi vuole essere un sostegno per tutti coloro che incappano in libri di archeologia spaziale o in misteriosi enigmi del passato. Libri in cui

non una delle tesi esposte è trattata in modo speciico, dove le prove sono

decontestualizzate e omologate sulla base di caratteristiche esteriori; le ci- tazioni sono cani che si mordono la coda e girano interminabili su se stes- se. I pareri sono esposti da sconosciuti ricercatori e le notizie sono desunte da giornali locali e riviste amatoriali. Se le immagini evidenziano partico- lari a scapito di una osservazione totale, se la scenograia è una geograia di paesi lontani o esotici, se l’improbabile si assume a verità senza veriica del probabile, se la storia dell’umanità è una corsa epilettica, se gli antichi usavano tecniche avveniristiche, se il punto di partenza è la supposizione del potrebbe essere e se, in caso di avvenute smentite balzano fuori accu- se di faziosità, cospirazione, insomma, in presenza degli elementi sopra elencati, tutti assieme o diversamente combinati tra loro, possiamo esser certi di avere a che fare con un libro fazioso. Un libro che espone teorie fantarcheologiche ma da cui, sempre a predilezione soggettiva, è possibile preservarsi 19 .

2.3. Le teorie popolari sono popolari?

Smascherare le architettate teorie dell’archeologia spaziale non è cosa facile. Credere che possa bastare difidenza e intuizione è cosa errata, in- fatti, controllare le citazioni fasulle richiede continui confronti come per

individuare le incongruità spazio-temporali, smontare i salti logici richiede

tempo, ma nel caso della fantarcheologia le bugie come tutti sappiamo

possono avere le gambe corte. Un esempio che risuona lampante è quello

di Von Daniken. Chiedersi perché compare nuovamente lui, l’ex direttore

d’albergo svizzero, è lecito ma la risposta la troverete tra le pagine dei suoi libri, visto che:

È uno degli scrittori più letti di tutti i tempi. Merita questo riconosci- mento per aver venduto circa trentasei milioni di libri, riuscendovi per il solo fatto di essere andato vergognosamente incontro al diffuso interesse per le idiozie e le insensatezze. Nei suoi primi quattro libri, Chariots of the Gods?, Gods from Outer Space, The Gold of the Gods, In Search of Ancient Gods, gli unici dati certi sono costituiti dal numero delle pagine 20

.

Ha propinato delle assurdità davvero impressionanti. Racconta che in

  • 19 De Santis Sergio (1998); Stiebing Jr. W.H. (1998); Federe K.L. (2004)

  • 20 Randi Ј. (1999), Flim-Flam!, Fandonie, Avverbi Edizioni, Roma (1982), pp. 140-141.

un tempio di Dehli esiste una colonna composta da elementi metallici di

una lega sconosciuta e che i 4000 anni trascorsi all’aperto non hanno com- promesso il suo stato visto che non presenta ruggine. La colonna non ha

saldature, è un pezzo solo. Il metallo in realtà non è sconosciuto perché

è interamente di ferro purissimo e quindi non arrugginisce. E, in ultimo,

fu eretta nel V sec. d.C. come tributo al Re Chandragupta II. Il lettore at- tratto dal sensazionalismo della notizia riesce a individuare la verità? Ma soprattutto, vuole individuare la realtà effettiva della teoria proposta? O

meglio, saprebbe accontentarsi dell’immaginario a facile portata di mano negli scaffali delle librerie? Ci sono aspetti che ci permettono di non consi- derare sommariamente il fenomeno e di non condannarlo senza tener conto d’importanti risvolti psicologici e culturali. Le argomentazioni e le teorie sono consegnate ad un lettore che le ac-

cetta perché non riesce a valutarne in modo critico la veridicità. Non avere familiarità con l’archeologia e con la terminologia di altre discipline scien- tiiche può indurre a trovarne in Velikovsky, Von Daniken e altri, le cui

rivelazioni sono costruite per apparire all’uomo comune accurate e docu-

mentate, delle verità. Uno studio approfondito sulla fantarcheologia vuole

essere un aiuto non solo per chi non riesce ad individuare il falso, ma vuole

assurgere ad un compito ancor più laborioso, quello di tentar di redimere

i quanti vogliono credere a tutti i costi, nonostante le prove di smentita. Arduo compito. Il forte attaccamento emozionale per una teoria fantar-

cheologica può accecare al punto da far vedere le prove scientiiche come

menzogne, dato che l’importante non è la verità ma credere. Ci sarà sem- pre qualcuno che crederà nel Diluvio Universale, nell’ottavo continente 21 o negli Astronauti preistorici purché sia la scienza ad esser messa da parte. È la natura religiosa, mistica delle teorie a richiamare facilmente adepti.

Aiutano a risolvere i conlitti psicologici e riempiono il vuoto dell’ignoto, intrinseco nell’animo umano. L’oggettività della scienza disorienta perché non dà risposte risolutrici e assolute. Coloro che hanno un basso livello di tolleranza per i conlitti psicologici causati da questioni non risolte si

schierano prima contro la scienza e, solo poi, a favore della nuova teoria paleo-archeologia spaziale. Diventa facile stringere la prima mano magi-

ca che passa a donar miti apparentemente gratuiti. Come ricordava John Keats, è l’esperienza a determinare la realtà delle cose. Ma per coloro che

sono già pronti a credere, una teoria diffusa non ha bisogno di prove par- ticolarmente convincenti. È facile capire come la retorica antintellettua- le e antisistemica, che è alla base delle teorie fantarcheologiche, faccia

21 Berlitz C. 1987, Atlantide. L’ottavo continente, Edizioni Mediterranee, Roma (1984).

breccia tra l’uomo comune e in particolare tra chi si sente, in un modo o nell’altro, tradito dalla scienza. Tradito anche dalla politica e da un sistema che complotta contro certe teorie perché altrimenti perderebbe il potere, non riuscirebbe a controllare le popolazioni. Si schierano dalla parte di chi condanna la scienza per non aver risolto dei problemi o perché simpatiz- zano, tipico del mondo occidentale, per coloro che sono perseguitati dalla

comunità scientiica. Ma per l’uomo comune la tentazione di accedere a

delle conoscenze riservate all’ambito di gruppi speciali è forte. È l’aspetto antiaccadernico delle teorie fantarcheologiche maggiormente preoccupan- te. Nelle organizzazioni i rituali segreti, le mistiche simbologie e gli arcani

saperi sono condivisi per fornire un senso di identità. Per il nuovo speciale

membro si aprono conoscenze, con i libri di fantarcheologia riesce a ve-

dere prove che dall’archeologia e dal mondo scientiico gli sono negate.

Ma il negare le loro teorie non farà altro che aumentare l’onore di essere

a conoscenza di teorie che aprono a nuove visioni sull’origine dell’uomo.

Negarle non farà altro che aumentare la convinzione di essere nel giusto

e che la persecuzione inlittagli dal mondo scientiico non potrà fare altro che incrementare la superiorità interiore. Pur non potendo conoscere con

esattezza il reale numero, possiamo azzardare una distinzione, quella tra

le due grandi tipologie: le persone incapaci di individuare gli errori nelle teorie, per loro un valido aiuto arriva dall’analisi dei tratti comuni, e i se- condi che invece indossano le vesti degli adepti, di coloro che agiscono per fattori inconsci, psicologici, semireligiosi e semipolitici. Naturalmente

i primi si aprono a un diverso dialogo con il mondo scientiico, i secondi

vanno a confermare l’esistenza di gruppi che non si arrenderanno mai alla

ragione e, nonostante le continue prove fornite dall’archeologia uficiale,

la sentenza rimane invariata: credere. Sembrerebbe che ad aumentare la

popolarità delle teorie fantarcheologiche, deinite anche popolari, ci sia il

ridimensionamento del limite che separa l’archeologia dalla fantascienza. È un conine, una frontiera che va facendosi ogni giorno sempre più verti- ginosa, da luogo di confronto a luogo di scambio con il costante pericolo di un’accozzaglia caotica. Le teorie fantarcheologiche che presentano in- gredienti pescati in una fantascienza sempre meno fantastica e sempre più

direzionata verso l’anticipazione di scoperte scientiiche, supera il conine

per entrare nell’ambito dell’archeologia e propone soluzioni. Perché l’an-

tigravità, le modiicazioni genetiche e tracce di vita nello spazio oggi sì e

ieri, nel passato dell’uomo o nella preistoria no? Ora, senza nulla negare alla libera espressione della fantasia, è necessa- rio individuare e tracciare il conine per evitare di far confusione tra scien- za e fantascienza, tra quello che potrebbe essere e quello che è, tra quello

che si riesce a sapere da un reperto archeologico e quello che vorremmo vedere. È un invito a fare attenzione, a non sottovalutare gli sconinamen- ti, è un processo che porta all’abbandono anche del più elementare senso

critico 22 . Possiamo affermare che al momento la propaganda di teorie fan- tarcheologiche non deve essere considerata poi tanto inoffensiva. Bisogna

fare attenzione e recuperare credibilità invertendo il metodo di divulgazio- ne scientiica. Con un repentino cambiamento nell’atteggiamento del mon-

do accademico e scientiico per le teorie fantarcheologiche si può sperare

  • di poter recuperare il sacrosanto diritto, caro a tutti, di fantasticare.

2.4. Comparazioni tra Fantarcheologia e Cultura Accademia

A chi spetterebbe se non agli studiosi il compito di riportare ordine nella frontiera?

Quanto segue si offre come un’analisi delle responsabilità attribuite

alla scienza per il suo atteggiamento che emerge ad un confronto con la

divulgazione di teorie fantarcheologiche. E cioè quando, ed è proprio il

caso di dirlo, le smentite sono troppo rare. Delle molteplici ragioni che

possono essere prese in considerazione al ine di spiegare l’atteggiamento

restio degli studiosi a scendere in campo, ho evitato quanto più possibile

  • di farne un arido elenco, visto anche il proposito: l’esortazione a scendere

in campo con studi di confutazione. In Italia non esistono pubblicazioni

scientiiche disposte alla veriica su tutti i fronti delle teorie fantarcheo- logiche o dell’archeologia spaziale; le uniche confutazioni ci arrivano da

autori d’oltreoceano e sono in alcuni casi anche incomplete. I motivi di tale riluttanza sono principalmente due. Il primo s’individua nell’imbarazzo che l’archeologia mostra davanti a qualcosa che non riesce a spiegare, o a far rientrare in un ragionamento scientiico e di conseguenza lo catalo- ga come oggetto di culto. È una categoria residuale di un inventario per reperti con troppi interrogativi e, quindi, troppo invitanti per non essere manipolati dagli ingordi profeti della fantarcheologia. Occasione ghiotta e gratuitamente offerta per essere accusati di oscurare la conoscenza, di non esplorare la frontiera della ricerca, di non ricordare al pubblico gli inesistenti limiti della scienza. Attenzione, l’archeologia interviene ma lo

fa solo quando il caso fantarcheologico è esploso, quando sapere la realtà

dei fatti diventa dominio di tutti, rischiando così di confrontarsi con un

22 Domenico V. 1977, Relazioni pericolose con l’alieno: fanlarcheologia in tv, in Scienza & Paranormale, n. 14. pp. 24-26.

sensazionalismo fantarcheologico che riceve facili acclamazioni e, nono- stante le smentite, rimangono in voga teorie assolutamente fantasiose. Pas-

siamo alla seconda ragione. Che la confutazione di teorie senza attendi- bilità comporti un’enorme fatica e spreco di tempo è vero, che in questo modo si rischi di incrementare la credibilità di certe teorie fantasiose

anche è innegabile, ma che non si voglia elargire disponibilità scientiica nei confronti di sconosciuti ricercatori possiamo considerarlo giusto; ma quest’affermazione presenta un rischio che necessita di una precisazione:

si rischia così facendo l’accusa di arroganza scientiica, di essere vinco-

lati a vecchie idee per mancanza di argomentazioni valide e necessarie a

fronteggiare le novità rivoluzionarie che la ricerca propone. L’etichetta

lascia che ai mercenari delle teorie fantarcheologiche si aprano ininite strade per propinare le loro scoperte. Considerando che sono sorretti da

una stampa a grande tiratura, dalla televisione che propone l’archeologia

come talk-show o sapere “usa e getta”, per non parlar poi della pubbli- cistica divulgativa, possiamo dire che per l’archeologia si prospetta su

questo fronte una grande quantità di lavoro.

2.5. Divulgazione scientiica e pubblico: un vuoto da colmare

Il divario comunicativo tra ricercatori specialisti e pubblico si amplia con l’aumentare della forte specializzazione che la disciplina archeologica ha avuto negli ultimi decenni. Passi in avanti sono stati possibili anche grazie alle egregie collaborazioni avute e provenienti dai vari settori scien- tiici. Oggi l’archeologia si presenta perfettamente capace di confutare teorie fantarcheologiche. A fronte di questa capacità sappiamo che ogni giorno la ricerca scientiica e archeologica presenta nuove interpretazioni dei dati esistenti: le ipotesi proposte sono dibattute, criticate in accese di- spute riscontrabili sulle pubblicazioni accademiche e poi messe alla prova per essere modiicate e afinate. L’approvazione di una tesi arriva quando si riesce a chiarire i dati e a dimostrare le ipotesi, incrociando dati prove- nienti da diversi settori di studio. In deinitiva, gli studiosi di archeologia riconoscono valide le nuove teorie proposte solo quando i dati lo confer- mano. Respingono le teorie fantarcheologiche non per dogmatismo acca- demico ma perché non sono accertate da dati scientiici. Ma ciò che risulta davvero dificile per gli archeologi, antropologi e storici è raggiungere il grande pubblico, il più delle volte all’oscuro delle metodologie utilizzate dagli specialisti. I profani pensano al passato in termini di fatti e poco si curano di comprendere il laborioso percorso metodologico seguito da un archeologo per giungere alla decodiicazione de fatto.

È in questo percorso che si inseriscono un Von Daniken o un Berry

Fell e quanti altri. Quando presentano una nuova teoria fantarcheo- logica stabilita su una base di studi e interpretazioni personali, per la persona media è difficile esporre critiche, dibattiti, mettere alla prova e confutare. Più facile è accettare la validità delle teorie. Sicuramen- te più difficile è acquisire le conoscenze tecniche necessarie per una confutazione. Il grande pubblico non sembra in attesa di una messa in discussione da parte del mondo accademico: in una parte di loro cresce l’esigenza di avere a disposizione i mezzi metodologici per analizzare e contestare in primis le teorie fantarcheologiche, una seconda fetta attende le confutazioni per criticarle. Ad ogni modo appare necessario un avvicinamento tra il mondo accademico dell’archeologia e il grande pubblico, cosa possibile solo con un’azione proveniente da ricercatori e autori che si dedichino alla pubblicazione scientifica di opere scritte in un linguaggio divulgativo. Un linguaggio che non descriva solo i fatti archeologici ma espleti al meglio la metodologia usata per giun- gere alle conclusioni proposte. In questo modo è possibile diffondere

nel pubblico un senso critico fondato su basi scientifiche e che permet- ta un’analisi soggettiva delle teorie popolari, ma capace al contempo, di una diretta collaborazione con l’archeologia ufficiale. Le pubblica- zioni d’interventi di specialisti nei vari convegni di archeologia, o le

riviste capaci di informare tempestivamente la comunità scientifica,

sono insostituibili mezzi di comunicazione per la crescita della disci-

plina. Bisogna però riconoscere che falliscono miseramente se messe

a disposizione del grande pubblico. Vorrei concentrare invece l’atten- zione sull’incredibile fatica e impegno che richiede il progetto e la re-

alizzazione di un’edizione definitiva: il problema della scelta dei dati da pubblicare, il tipo di documentazione grafica per la localizzazione

ed estensione del sito, se usare piante e sezioni, immagini dei reperti, fotografie, se inserire il contributo di specialisti come antropologi, ge- ologi, paleobotamici, zooarcheologi. Per il futuro si prospettano inno-

vazioni, il sistema di reti informatiche velocizzerà la comunicazione tra specialisti e pubblico; adeguarsi significherà riuscire a modificare

come prima cosa il linguaggio impiegato. Un linguaggio troppo spesso caratterizzato dalla logica da archivio che riduce gli scritti archeo- logici a testi illeggibili, pieni di termini tecnici, specialisti, schede

e descrizioni minute, di tempi e costi e, allo stesso tempo, privi di

spessore narrativo, da cui sono banditi ambiguità o possibili opzioni alternative in nome di una pretesa scientificità. Si potrebbe sostenere, con buone ragioni, che la fruizione delle ricerche archeologiche da

parte del grande pubblico non ha bisogno degli specialisti, bensì di

giornalisti, di scrittori in grado di elaborare testi con linguaggio ac- cessibile 23 . A fronte di un’incredibile quantità di dati rimasti inediti, la scelta di riadattare il linguaggio archeologico diverrà sempre più in- combente e, ad ogni modo, con le loro pubblicazioni Michael Shanks

e Christopher Tilley tendono la mano ad un futuro ormai prossimo,

e perché no, anche al grande pubblico. Impossibile non citare a tal

proposito le pubblicazioni di Massimo Polidoro 24 e del CICAP 25 . Altro importante, quanto sottovalutato, aiuto arriva dalle nuove tecnologie mutuate a favore delle ricostruzioni grafiche di strutture, abitati, se-

polture o intere città. Un mezzo di comunicazione davvero invidiabile se si considerano le possibilità che offre. Non dimentichiamo che le

ricostruzioni scientifiche hanno un grande potere divulgativo. Le ri- costruzioni parlano, possiedono la capacità di superare le barriere dei linguaggi specialistici e arrivare alla gente e alle nuove generazioni, le quali presentano esigenze linguistiche differenti. È evidente il grande ritorno dell’immagine.

Alla scrittura lineare e rigorosa, si afianca l’immagine che rafforza la percezione gestaltica e parallela e che corrisponde forse a un ritorno a tra- dizioni antiche, a lungo represse o dimenticate della nostra civiltà [ ] ... La povertà linguistica dei giovani, spesso denunciata dagli insegnanti, è in parte dovuta a questo ritorno all’immagine: alla lingua tradizionale si afianca questa nuova e robusta lingua iconica, con i suoi codici e le sue convenzioni di rapidità e immediatezza 26

.

La ricerca archeologica se sorretta dai nuovi mezzi comunicativi e dalla ricerca di una nuova poetica narrativa, da afiancare alla tradizionale e

  • 23 Guidi A. 1994. pp. 101-103.

  • 24 Massimo Polidoro, scrittore e giornalista, ha pubblicato oltre trenta libri e il gruppo Repubblica-L’Espresso ne ha mandati in edicola sei allegandoli ai suoi quotidiani. È considerato uno dei maggiori esperti internazionali nel campo del mistero e della psicologia dell’insolito: co-fondatore e segretario del CICAP (Comitato Italiano per il controllo delle

affermazioni sul paranormale) è stato per oltre tre anni il primo e unico docente italiano di un

corso universitario (alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca) dedicato alla

psicologia dell’insolito.

  • 25 Il CICAP è un’organizzazione educativa e senza inalità di lucro, fondata nel 1989 per promuovere un’indagine scientiica e critica sul paranormale. Fa parte dell’European Council of Skeptical Organizations.

  • 26 Longo G.O. 1998, Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Laterza, Roma-Bari, p. 86.

necessaria documentazione, sarà certamente pronta ad affrontare le side

del futuro e della divulgazione fantarcheologica ne resterà solo un ricordo

o un agile svago per la nostra fantasia.

Capitolo terzo

Analisi dei principali casi fantarcheologici

Scimmia turpissima bestia, ma ahimè quanto simile a noi! Ennio, 240-169 a.C.

A mo’ di premessa: vorticose origini

L’Antichità dell’uomo e la preistoria trovarono nella seconda metà del secolo scorso un basamento teorico nelle prime istanze evoluzioniste. L’allora diffuso pensiero scientiico naturalistico, dominato dalle teorie di Carlo Linneo e Georges Cuvier, riteneva che le specie, sin dalla loro com- parsa, non avessero avuto modiicazione alcuna. Concezione che rendeva ostili al mondo accademico anche le ipotesi proposte da Jean-Baptiste de Monet de Lamarck con la sua opera, Philosophic zoologique. Questi affer-

mava che l’essere vivente si adattasse all’ambiente mediante l’acquisizio- ne di caratteri che riceve in eredità. Un colpo decisivo per il superamen- to delle vecchie concezioni fu assestato dall’opera di Charles Darwin del

  • 1856 27 . L’evoluzione diventa conseguenza della selezione naturale, intesa

come conservazione delle variazioni favorevoli ed eliminazione delle va- riazioni sfavorevoli. Nonostante le avversità si andava affermando la teoria evoluzionista, anche grazie a molte opere di ricercatori contemporanei e all’opera dello stesso Darwin The descente man (1871). Altro aspetto rile- vante fu l’impulso che diede la ricerca sull’Uomo fossile. Si susseguirono in tutta Ia seconda metà del secolo, ino agli inizi del novecento, scoper- te d’importanti evidenze fossili in Europa e fuori del Vecchio Mondo. I fossili soddisfacevano le speranze di coloro che avevano abbracciato la teoria evoluzionista: furono infatti individuati in Asia e altri luoghi resti fossili e una grande quantità di manufatti. Sensazionale fu il ritrovamen- to in Africa della più antica specie di Homo, chiamata da Louis Leakey

Homo habilis, e datato a circa due milioni d’anni 28 . Le attuali conoscenze paleontologiche non si basano certo su pochi frammenti ritrovati, gli sce-

nari evoluzionistici sono avvalorati da una grande quantità di resti fossili

  • 27 L’idea che l’uomo, come lo conosciamo oggi, abbia avuto una evoluzione a partire da altre forme di primati rientra nel più ampio quadro della teoria evolutiva dei viventi. Prospettata

da Giulio Cesare Vanini ilosofo pugliese (1585 - 1619) implicitamente contenuta nelle vedute della biologia evoluzionistica del Sec. XVIII con Buffon Lamarck, trovò in C.Darvwin un aperto sostenitore, F.Facchini, Antropologia, Utet, 2005, p.63.

  • 28 Broglio A. 1998, Introduzione al paleolitico, Laterza, Roma, pp. 3-6.

di individui che vanno dall’Australopithecus anamensis all’Homo sapiens sapiens. Ciononostante in molti libri della letteratura fantarcheologica si riscontrano ipotesi avverse alla teoria evoluzionista. Per alcuni autori le teorie sulle origini dell’uomo non spiegano esattamente dove, quando o come l’Australopithecus abbia dato origine all’Uomo habilis, o l’Uomo

habilis all’ Uomo erectus, o l’Uomo erectus agli esseri umani moderni 29 . A parere degli stessi autori esistono prove, rintracciate da scienziati profes- sionisti nei decenni successivi alla diffusione della teoria evoluzionista, ca- paci di contraddire il quadro Darwiniano e per questo oggi messe al bando

dall’archeologia Accademica. Così dicendo hanno cercato di mettere sotto i rilettori dell’archeologia analitica utensili in pietra ed evidenze fossili che, a loro parere, sono prove volutamente sepolte della scienza uficiale.

In effetti, l’archeologo deve porre molta attenzione nello studio dei ma- nufatti e, in particolar modo, per quelli riguardanti il Paleolitico Inferiore. Il dibattito verte soprattutto sugli eoliti, frammenti di pietra rinvenuti in contesti del Pleistocene Inferiore in Inghilterra (nell’altipiano del Kent) e

Francia (Clermont, Oise), per alcuni ritenuti prodotti di uomini primitivi,

per altri, il risultato di fenomeni naturali come pressioni geologiche. Le

tracce dell’azione dell’uomo seppur minime sono rintracciabili nei bulbi di percussione, come anche le fratture provocate da fattori quali il calore, il gelo o una caduta. Su questa base fu deciso che gli eoliti avessero un’o- rigine naturale 30 . Tali affermazioni non bastarono certo a placare la pole- mica che ancora oggi infuoca i dibattiti per quei casi in cui non è possibile fare una netta distinzione tra l’intervento dell’uomo e quello naturale. Gli autori di teorie anti-evoluzioniste prendono in considerazione i contesti di ritrovamento degli oggetti litici in maniera troppo soggettiva. Gli oggetti insolitamente antichi sono stati classiicati in tre diverse categorie, qui in- tenzionalmente riprese perché organizzate secondo ere e periodi geologici riconosciuti dall’archeologia scientiica. Sono così suddivisi: eoliti, paleo- liti di fabbricazione rozza, paleoliti soisticati e neoliti.

1. Per i primi si suppone che siano strumenti con bordi naturalmente af-

ilati dove l’uomo ha apportato minime modiiche al ine di un loro utilizzo. Dificili da essere individuati, ma nel caso siano stati utilizzati

dall’uomo portano inevitabilmente dei segni d’uso. 2. Per la seconda categoria, i paleoliti rozzi, il riconoscimento potrebbe

essere facilitato dal tentativo dell’uomo di trasformare la totalità della

  • 29 Cremo M. Thompson R.L. 1997, pp. 7 e 8.

  • 30 Renfrew C. e Bahn P. 1995, pp. 275.

pietra originale in utensile con forma riconoscibile. I reperti qui pre- sentati pongono problemi riguardanti la loro datazione e arrivano a vo- ler sconvolgere la cronologia uficiale. Basta citare il caso del sito di Calico Hills, California. Approvare le aspettative degli scopritori dei migliaia di frammenti di pietra (risalenti a 200.000 anni fa) signiiche- rebbe confermare che si tratti di strumenti litici prodotti dall’uomo.

L’occupazione del Nuovo Mondo andrebbe issata a circa 160.000 anni

prima rispetto ai dati indicati dagli altri siti. 3. La terza categoria di reperti fuori tempo sono i cosiddetti paleoliti so- isticati e i neoliti, utensili in pietra inemente scheggiati dall’uomo e

prodotti nel tardo Paleolitico e Mesolitico. Saranno analizzate anche le diverse interpretazioni delle evidenze fossili che appartengono a questo

lungo periodo geologico. Michael Cremo e Richard Thompson rilevano

che

Per la maggior parte dei ricercatori, gli eoliti rappresentano gli strumen-

ti più antichi, seguiti dai paleoliti e poi dai neoliti. Noi useremo questi ter-

mini soprattutto per indicare il grado di abilità riscontrata nella lavorazione

della pietra [

...

]

È impossibile attribuire delle datazioni ad attrezzi di pietra

solo sulla base della loro forma.

Ora, prima di passare alla presentazione e all’analisi dei casi, è neces- sario soffermarsi sull’ultima affermazione per fare alcune precisazioni, chiariicazione che si ritiene fondamentale al ine di mantenere al meglio l’oggettività nei confronti dei reperti. È ragionevole stimare che l’80-90% del tempo e dell’energia di un ar- cheologo è speso nella classiicazione del suo materiale 31 . L’archeologia possiede diversi metodi di studio per la deinizione tipologica, funzionale e cronologica dei manufatti, ma sono applicabili solo alla presenza di una corretta documentazione, graica e fotograica. La confutazione dei casi fantarcheologici può essere a prima vista dificoltosa perché basata sulla conoscenza dei metodi della ricerca archeologica 32 e, in modo particola- re, si richiede la conoscenza dei principali orientamenti nello studio del Paleolitico 33 . Ciò che si propone è una sintesi dei metodi utilizzati dall’ar-

  • 31 Chang K.C. 1964, Rethinking Archaeology, Academic Press, New York, p. 4.

  • 32 Guidi A. 1994, Metodi della ricerca archeologica, Laterza, Roma-Bari; Carandini

A. 1991, Storie dalla terra, Einaudi, Torino, pp. 21-134; Leonardi G.,

1982, Lo scavo

archeologico: appunti e immagini per un approccio alla stratiicazione, in Corso di Propedeutica

archeologica, Crezzola.

  • 33 Broglio A. 1998, pp. 6-50.

cheologia per classiicare, datare e inquadrare i manufatti rinvenuti, nella

speranza che diventi un valido aiuto a favore di una migliore compren-

sione degli eoliti, paleoliti di fabbricazione rozza e dei paleoliti rafinati

o neoliti. L’intenzione rimane quella di avvicinare quanti trovano impervi i percorsi che portano gli archeologi a determinare tipologie, funzioni e

cronologie, primi elementi chiave per una possibile confutazione. Il ine

ultimo vuole essere un aiuto a mantenere uno sguardo oggettivo su tutti quei casi presentati in libri sostenitori di teorie paleo-astronautiche, qua- si tutte originate dalla tradizione creazionista. La concezione darwiniana fu applicata nell’opera Ancient Society dall’americano Lewis Morgan agli studi etnologici: nasceva un modello di sviluppo dei fenomeni sociali da stadi primitivi a stadi sempre più complessi, indipendentemente dalle con-

dizioni ambientali. Orientamento che indusse Oscar Montelius a teoriz- zare il metodo tipologico: la forma dei manufatti si sviluppa nel tempo consentendo di stabilire delle sequenze veriicabili con criteri stratigraici. Criteri tipologici associati ad osservazioni stratigraiche furono applicati

per determinare un sistema di periodizzazione della preistoria. Nel 1919

il danese C. Thomsen proponeva il sistema delle tre età, E. della Pietra,

E. del bronzo, E. del ferro. Seguirono negli anni varie proposte per la pe- riodizzazione del Paleolitico, Mesolitico e Neolitico sulla base dei cicli

culturali individuati nei complessi litici. Ad inluenzare l’orientamento di Alberto Carlo Blanc furono le concezioni evoluzionistiche che diedero ori- gine a modelli di evoluzione per lisi, capaci di spiegare sia l’evoluzione biologica che l’evoluzione culturale 34 . Anticipando, possiamo dire che i manufatti possono essere classiicati in base alla funzione. È inopinabile

che davanti a strumenti litici di culture paleolitiche decifrare la funzio- ne non è cosa facile, al contrario basta pensare a quanti oggetti in uso

ino a pochi secoli fa risultano familiari (per le industrie litiche un aiuto

arriva dall’archeologia sperimentale che propone una reduplicazione del manufatto). Per rispondere all’affermazione sopra citata, è in uso una clas- siicazione basata sulla forma, ossia, sugli attributi metrici (quantitativi:

altezza, larghezza e spessore) e attributi nominali (qualitativi). Bisogna riconoscere che lo studio dell’origine e dello sviluppo delle industrie liti- che del Paleolitico presentava notevoli dificoltà; G. Laplace cerca rispo- ste nei complessi musteriani locali. Sempre attorno alla metà del secolo F. Bordes introduce il metodo sperimentale per i procedimenti di lavora- zione dei materiali litici, la formulazione delle prime liste tipologiche e l’introduzione di metodi statistici nello studio degli insiemi di manufatti.

34 Blanc A.C., 1956, Origine e sviluppo dei popoli cacciatori e raccoglitori, Roma.

Dieci anni dopo, nel 1960, L. Binford interpreta le liste tipologiche di F. Bordes, di D. de Sonneville Bordes e J. Pierrot, applicandovi una nuova prospettiva, quella funzionale; di certo non mancarono critiche. In quegli stessi anni furono proposte anche altre liste tipologiche, ricordiamo quella

  • di A. Bohmers e A. Wouters del 1958 che introdusse l’analisi tipologica su

criterio morfometrico. G. Laplace individuò un sistema tassonomico inno- vativo perché prese in esame le tecniche di produzione dei supporti, carat-

teristiche dei ritocchi, morfometria e morfologia, si basò sulla deinizione

  • di categorie tassonomiche gerarchizzate: tipo secondario, tipo primario,

classe, gruppo, famiglia. Il metodo Bordes è stato utilizzato per lo studio

degli insiemi litici del Paleolitico inferiore e medio. Una parte degli insie-

  • mi litici del Paleolitico Superiore venne analizzata con il metodo de Son-

neville Berdes-Parrot e, un’altra parte, con il metodo Laplace. Possiamo

affermare che le tecniche utilizzate per la lavorazione della pietra e delle

materie dure di origine animale, come osso e avorio, hanno subito nel tem- po un’evoluzione, archeologicamente accertata perché riscontrabile nella

variazione (morfometrica e morfologica) dei manufatti e nella stratigraia.

Appare consequenziale che la deinizione delle entità tassonomiche del Pa- leolitico e del Mesolitico si basi sulle tecniche e sulla forma dei manufatti.

Coloro i quali non accettano i metodi scientiici utilizzati dall’archeologia

sono naturalmente invitati a proporne di nuovi. La scienza non assurge a

dogma né tanto meno pretende di dare risposte a tutto, la scienza cerca

  • di avvicinarsi quanto più possibile alla verità basando le sue teorie sulle

leggi immutabili che esistono in natura; se così non fosse anche l’arche- ologia, e in particolare quella preistorica, produrrebbe fantastiche ipotesi presumibilmente divertenti e ben lontane dalla realtà storica. Ecco perché nel procedere ad un confronto scientiico tra i reperti presentati nei casi fantarcheologici e i manufatti delle industrie litiche del Paleolitico e Me- solitico, diviene necessario un metodo scientiico per poter individuare e riconoscere le varianti della scheggiatura, del ritocco e della tipologia. Esistono ulteriori strategie di indagine proposte dall’archeologia speri- mentale, queste permettono anche ai più curiosi di dipanare qualsiasi dubbio. La riproduzione degli strumenti litici prevede la realizzazione di copie precise di diversi strumenti usati dall’uomo 35 tramite l’applicazio- ne delle probabili tecniche di lavorazione da lui utilizzate. Il tutto basato su leggi immutabili nel tempo e nel luogo. Le fasi di lavorazione posso- no essere seguite passo passo grazie alla ricomposizione degli strumenti litici, questa tecnica la si fa risalire a F.C.J. Spurrell. Lo studio delle

35 Renfrew C. e Hahn P., 1995, pp. 280-287.

microusure osservabili tramite microscopio elettronico permette di cono- scere la destinazione d’uso degli strumenti. L. Keeley riuscì a stabilire le differenze tra le tracce lasciate da legno, osso, pelle, carne, corno e piante non legnose e ad identiicare la parte attiva dello strumento e, quindi il modo in cui era stato impugnato e utilizzato. Non dimentichiamo che qualsiasi tipo di ricostruzione di attività produttive preistoriche è possi- bile, solo se garantito dalla presenza di una corretta documentazione. Il risultato non produce sempre risposte universali 36 . Non è sempre chiaro a cosa servissero i vari strumenti litici: la terminologia utilizzata richiama quella di utensili attuali ma non è detto che essi servissero al medesimo scopo, o non solo a quello. È probabile che molti arnesi, man mano che si degradavano, venissero “rinfrescati” tramite ritocco, cambiando anche di funzione 37 . Klein, nel 1989 affermava che

La scarsa conoscenza del modo o dei modi in cui erano usati molti ma- nufatti litici è ancor oggi di fondamentale ostacolo alla piena comprensione del comportamento umano più antico.

Piacerebbe avere risposte adeguate ad ogni domanda ma bisogna ri-

conoscere senza viltà che la scienza non riesce sempre ad accontentare i

superstiziosi. La confutazione dei casi non nasce da posizioni ideologiche

o avversità personali verso le ipotesi creazioniste o paleo-astronautiche. Nessuno vuole negare la possibile validità di tali teorie, semplicemente mancano i dati suficienti per sostenerle. Se fossero dimostrate scientiica- mente non avrei nessuna incertezza nell’affermare la validità di tali teorie,

ma i dati, o meglio, la documentazione di scavo a sostegno delle ipotesi che vedono la presenza di esseri anatomicamente moderni nel Pliocene, se non addirittura risalenti a epoche geologiche precedenti, è a dir poco incerta se non inesistente. A scanso d’equivoci prenderemo in esame i casi con maggiore docu-

mentazione e, una volta analizzati in rapporto ai dati scientiici, saremo

liberi di scegliere la posizione da prendere. Sorprendentemente, per alcuni casi mi sono limitato ad elencare i dati, cosa che ho ritenuto di estrema im- portanza per una corretta analisi. In effetti non possiamo sottovalutare tale aspetto: i dati raccolti sullo scavo rappresentano lo strumento principe per

36 M. Gemo S.R.L. Thompson; Il fatto che la nostra formulazione teorica si basi sulla

letteratura vedica non dovrebbe togliere validità alle nostre ipotesi

Quel che veramente

... importa non è la fonte di una teoria, ma la sua capacità di spiegare i patti osservati.

37 Laura Seragnoli, L’uomo e l’utensile, Scienze e Tecnologie dei beni culturali Unipr.

l’interpretazione del record archeologico 38 e come abbiamo visto in pre- cedenza, esistono precise indagini anche per i manufatti litici. Ci si sono dedicati negli ultimi anni diversi studiosi, nella consapevolezza che solo la disamina approfondita del record archeologico possa costruire la base per la costruzione di teorie interpretative 39 . Sulla base dei reperti fossili si indaga sul processo dell’ominizzazione, si cercano risposte in un passato

lontano ma carico di interesse perchè permette di comprendere l’umanità

di oggi; stiamo parlando dell’evoluzione umana. Nessuno fugga. Fermi lì

immobili, non abbiate paura se vi rivelo che eravamo parte dell’ordine dei

Primati ma con un’inconindibile originalità. Quale? Provate ad osservare

meglio un passante! L’evoluzione umana viene considerata in relazione

all’ambiente naturale e ai suoi cambiamenti [

...

]

Man mano che tali co-

noscenze progrediscono, è possibile formulare ipotesi sempre più fondate sul fenomeno dell’ominizzazione , sui rapporti iletici con i primati non umani, sulla comparsa della prima forma umana, sulla sua diffusione e sui processi che hanno portato ai gruppi umani attuali. Le teorie fantascientiiche non rendono possibile uno studio sul feno- meno evolutivo. Sono pericolose? A voi la risposta. Di certo non si può comprendere l’umanità di oggi se non alla luce della sua teoria evolutiva 40 . Dopo tale premessa possiamo passare dunque all’analisi degli utensili di seguito proposti e per i quali torno instancabile a ricordare che mancano importanti dati per una corretta decodiicazione.

  • 38 Binford L.R. 1977, General Introoduction, in Id

..

Academic Press, New York, pp 1-10.

  • 39 Guidi A., 1994, p.93.

For Theory Building in Archaeology,

  • 40 Facchini F. Antropologia, Evoluzione, uomo, ambiente, Utet, 2005, p.5.

Capitolo quarto

Il silenzio scheggiato dalle pietre

Paleolitico e Neolitico. Diverse interpretazioni degli utensili e delle evi- denze fossili.

4.1. Eoliti: pietre o manufatti?

È inevitabile citare il caso dei reperti trovati ad Ightham, nel Kent, da

un certo Benjamin Harrison. A suo parere s’era imbattuto in utensili che risalivano al Pliocene e questi avrebbe indicato un’età di 2 o 4 milioni

d’anni. Tra gli oggetti ve ne erano alcuni che sembravano appartenere ad un livello tecnologico ancora più antico: gli eoliti (vedi Fig.1 e 2). V’era- no naturalmente altri pareri che li ritenevano semplici pietre con fratture naturli. Nasceva la controversia per il caso delle pietre dell’altopiano del

Kent. Prima di tutto bisognava accertare la loro origine: poteva trattarsi sia del risultato di un’azione d’agenti naturali o, se pur grezzo, di un in- tervento dell’uomo per trasformare la pietra in utensile. Per le più antiche industrie litiche, la cui lavorazione è molto semplice, occorre essere molti rigorosi nell’attribuire all’intervento antropico la morfologia degli oggetti che, in realtà, potrebbero essere stati prodotti da cause naturali 41 . Tra co- loro che consideravano autentici gli utensili di Harrison v’era Hugo Ober-

maier, paleoantropologo, L.W. Petterson, A.M. Bell, membro della Società

Geologica, Alfred R. Wallace e John Prestwich. Quest’ultimo lanciò una

sida a chiunque fosse stato in grado di mostrargli un oggetto che affermas- se il suo parere contrario, era il 1895. Oggi vi sono autori che ipotizzano per gli eoliti in questione un intervento da parte di esseri umani di tipo moderno durante il medio o tardo Pliocene. 42 Gli strumenti di Harrison sono stati spesso confrontati con gli utensili in pietra trovati in una delle più antiche industrie liriche africane, nel giacimento di Olduvai, Tanziana, per quest’importante industria litica, attribuita a Ominidi, è possibile rico- noscere uno stadio antico e uno stadio evolutivo. 43 La possibilità di identiicare una possibile evoluzione tecnica negli

utensili rinvenuti, accompagnata da dati provenienti solo da una buona documentazione stratigraica del sito, ci permette di individuare funziona-

  • 41 Broglio A. 1998, p. 62.

  • 42 Cremo M. Thompson R.L. 1997, pag 40-46.

  • 43 Leakey M.D. 1971, Dklat ui Gorge: excavations - in Beck I and II, Cambridge University Press, Cambridge.

lità, tipologie e relativa cronologia. Per gli eoliti dell’altopiano del Kent

mancano chiaramente i dati per uno studio analitico. Manca una corretta documentazione di scavo ma, ciononostante, un confronto tra i due mate- riali, ossia tra quelli di Harrison trovati in detriti databili al Pliocene e gli utensili degli strati inferiori I e II della Gola di Olduvai, è possibile. Ipo-

tizzando che per alcuni degli eoliti siano riscontrabili effettive tracce di un intervento umano, questo non implica necessariamente che debbano essere attribuiti al Pliocene. Assai più ragionevole è invece l’ipotesi che vede implicate le pressioni geologiche: potrebbero essere caduti in strati conte-

nenti detriti del Pliocene ma in tempi più recenti. Com’è noto, altri studi

hanno cercato di dimostrare che per i pezzi di selce l’azione dell’uomo era accertata dalla presenza del bulbo di percussione; nel caso le fratture siano invece provocate da agenti naturali o da caduta, sulle schegge sono rintrac- ciabili segni irregolari e nessun bulbo. Una delle prove fornite dal rapporto

redatto da H. Breuil riteneva che gli eoliti europei si sarebbero formati a

seguito di pressioni geologiche nella formazione dell’Eocene in Francia, a

Clermont (Oise). A.S. Barnes, che aveva redatto il secondo rapporto, parte

invece da un’analisi statistica degli angoli d’incidenza delle faglie geolo-

giche e giunge ad escludere che i manufatti eolici europei abbiano origine dall’azione umana.

Henri Breuil ha dato diversi contribuiti alla conoscenza del Paleolitico,

nel 1912, nell’opera Les subdivisions du Paleolithique superieur et leur si- gniicato, proponeva uno schema evolutivo lineare del Paleolitico superio- re dell’Europa Occidentale. Era fondato su precise conoscenze stratigrai- che e per le quali descriveva i tipi di manufatti litici e d’osso. Affermava anche di aver trovato delle schegge somiglianti ad utensili in pietra nel-

la formazione Tanetiana di Belle-Assise, nei pressi di Clermont, Francia (vedi Fig.3). Una formazione che risale ad un’età che si aggira tra i 50-55

milioni d’anni. Gli effetti osservabili erano il risultato di pressioni geolo-

giche, la tesi di Breuil è contestata e, concentrando l’attenzione sul fatto

che non aveva trovato le schegge mancanti, fu accusata di avere una natura insoddisfacente. Osservando un altro degli oggetti che Breuil aveva pre- sentato come prova dell’esistenza di pseudo-eoliti (ved. Fig.4) è possibile osservare la somiglianza con un raschiatoio appuntito attribuito all’Ho- mo sapiens sapiens presente in Europa nel tardo Pleistocene. Malgrado ciò le prove sono inadeguate e molti autori di teorie fantarcheologiche, da allora non hanno mai smesso, e ancora oggi continuano ad affermare, che le scheggiature degli strumenti non possono esser spiegate dalla teoria

di Breuil. Bandita l’ipotesi delle pressioni geologiche ne propongono una

che si adatta perfettamente a questo e anche agli altri casi che vedremo: è

l’ipotesi che vede necessariamente l’intervento di un essere umano anato- micamente moderno. Altro protagonista della contesa polemica degli eoliti

è stato Alfred S. Barnes. Le teorie da lui espresse nel libro dal signiicativo

titolo Le differenze tra le scheggiature naturali e quelle umane su utensili di pietra preistorici, sferrarono un duro colpo a sfavore di quanti sostene- vano che le pressioni geologiche non sarebbero state capaci di produrre

quel tipo di scheggiatura. A conferma della sua teoria, Barnes chiamò in

causa quella che lui stesso chiamava cicatrice dell’angolo della piattafor- ma, in altre parole: l’angolo tra la piattaforma, o supericie, che ha ricevuto il colpo o la pressione che ha generato il distaccamento della scheggia e la cicatrice (il segno rimasto sull’attrezzo nel punto in cui la scheggia si è staccata). La lavorazione umana produce un angolo acuto a differenza delle fratture naturali che lasciano angoli ottusi. L’azione dell’uomo è rav- visabile tramite l’attenta osservazione dei bulbi di percussione e concoide su pezzi di selce scheggiati intenzionalmente 44 . Le pressioni geologiche o altri fattori naturali producono segni irrego-

lari, non bulbi. In conformità a tale osservazione si sono distinti gli eoliti

con fratture naturali. Barnes considerava un oggetto fuori tempo in pietra

d’origine umana se meno del 25% delle cicatrici d’angolo di piattafor-

ma erano ottuse. Basandosi su questi criteri tutti gli eoliti inora presentati

non possono essere considerati di produzione umana. Ancora una volta la controversia era stata solo apparentemente sedata o appariva conclusa;

naturalmente, questo era solo il parere della comunità scientiica. Nel 1986

la questione torna alla ribalta con l’intervento di un antropologo canadese,

Alan Lyle Bryan che asserì

la questione del come distinguere gli effetti della natura da quelli dell’o- pera umana è ancora lontana dalla soluzione e richiede maggiori ricerche.

[

...

]

applicando il metodo statistico di Barnes che consiste nel misurare gli

angoli delle cicatrici di supericie, non è generalmente applicabile a tutti i problemi in cui bisogna distinguere tra gli effetti naturali e manufatti. 45

La rivendicazione posava questa volta le sue ragioni sulla scelta dei manu-

fatti analizzati da Barnes, sui suoi criteri di selezione; infatti, secondo Cremo M. e Thompson R. L., esistono utensili riconosciuti dalla comunità scientiica come prodotti dall’uomo ma che non si confanno ai canoni previsti da Barnes.

  • 44 Renfrew C. e Bahn P., 1995, pp. 275.

  • 45 Bryan A.L. 1986, Paleoamerican prehistory as seen from South America. In Bryan A.L., New Evidence for the Pleistocene Peopling of the Americas. Orono, Maine, Center for the Study of Early Man. (traduzione p. 1-14 di Cremo M e Thompson R.L. 1994 p. 61).

L’esempio preso da questi autori sono gli utensili scavati da Louise Leakey

nella Gola di Olduvai, esempio che diviene pretesto per accusare la comunità scientiica di sostenere l’autenticità al solo ine di affermare la propria teoria

evoluzionista, senza però prendere in considerazione la documentazione su cui gli specialisti erigono le proprie teorie interpretative. Ma d’altra parte lo stesso

Leakey raccolse durante gli anni Sessanta nella località di Calico Hills, nel deserto Mojave della California, delle pietre che contribuirono ad accendere

il dibattito. Gli scavi, condotti da Ruth D. Simpson, portarono alla luce una

quantità notevole di materiale da depositi geologici risalenti a circa 200.000

anni fa. I padri della scoperta ritengono che si tratti di strumenti litici, se que- sta teoria fosse confermata richiederebbe una revisione dell’attuale cronologia per l’occupazione umana del Nuovo Mondo. L’eccessiva distanza temporale tra le due ipotesi, la mancanza di una documentazione attestata in altri siti, la rozza natura dei frammenti litici di Calico portano gli archeologi a riiuta- re che si tratti di veri e propri strumenti. Le domande sugli eoliti certamente

non iniranno, ci sarà sempre chi vorrà credere nell’esistenza di esseri umani

anatomicamente moderni capaci di lavorare la pietra, e solo la pietra per mi-

lioni di anni per poi scomparire senza lasciare nessuna altra traccia della loro

presenza se non reperti di dificile identiicazione. Per alcuni casi, pur volendo

accertare non solo azioni d’agenti naturali ma anche una possibile presenza d’intervento umano, mancano quelle conferme che possono arrivare solo da una documentazione del relativo contesto e riscontrata in altri contesti. Appel-

larsi come molti autori fanno all’attuale presenza in Africa, nell’Ova Tjimba,

  • di popolazioni che utilizzano le schegge non ritoccate e non fornite di mani-

  • ci per scuoiare e tagliare la selvaggina, può suscitare forti emozioni ma non

conferma scientiicamente e su dati basati su leggi assolute e immutabili nel

tempo, che sia esistito un essere umano anatomicamente moderno, lo stesso

che ancora oggi produce una varietà di utensili litici nel mondo, e quello che

credono molti autori creazionisti.

Si potrebbe anche ipotizzare che questi esseri umani coesistessero con altre creature umanoidi più primitive che fabbricavano anch’esse strumenti di pietra 46 .

4.2 I Paleoliti rozzi

Rispetto agli eoliti i paleoliti rozzi sono scheggiati da nuclei di pietra e presentano trasformazioni più sostanziali, ma sono pur sempre utensili

46 Cremo M. e Thompson R.L., 1997, p. 76.

rozzi. I casi presentati rimandano entrambi al territorio francese. La scel- ta di escluderne altri, come i paleoliti primitivi rinvenuti in Portogallo in depositi del Terziario, verte in seno alla limitata documentazione per essi

accertata. Le scoperte di L. Bourgeois a Thenay e di A. Roujou di Aurillac

risultano davvero sorprendenti per le caratteristiche degli oggetti rinvenuti. Paleoliti che, sebbene siano meno sensazionali di utensili litici riconosciu- ti, risultano avere delle chiare e proprie particolarità. Era 19 agosto 1872 quando si svolse a Bruxelles il Congresso Internazionale d’Antropologia e Archeologia Preistorica; L. Bourgeois presentò in quell’occasione nume- rosi esemplari d’ utensili nel suo intervento. Per il primo esemplare affer-

mava che si trattasse di una punta di freccia ritoccata sui bordi (ig.5, da

sinistra). Per un nucleo trovato tra i suoi reperti dichiarava.

II bordo più sporgente è stato scheggiato con una serie di colpi artiicia- li, probabilmente per dare maggiore comodità alla mano che doveva impu- gnare l’attrezzo. L’altro bordo rimane afilato, il che dimostra che queste scheggiature non sono dovute a rotolamento. 47

Nella ig. 5 troviamo un confronto tra un oggetto in pietra del primo Mio- cene, in alto a destra, e un utensile uficialmente riconosciuto del tardo Plei- stocene. Al congresso si accese una diatriba sull’autenticità degli utensili

esibiti. Le selci presentavano segni di ritocco ma solo su un bordo, mentre

l’altro era intatto; poteva attestare una volontà, una scelta precisa per un suo

utilizzo? Il secondo elemento che sosteneva la tesi a favore di L. Bourgeois

era che i segni erano disposti in modo parallelo. Queste le motivazioni che

sostenevano l’intervento umano su pietre risalenti al miocene, ossia, per un periodo che va da 5 a 25 milioni di anni. Il numero degli oggetti rimaneva in ogni caso troppo basso per poter confermare la teoria. In seguito ad altre indagini si diffuse l’ipotesi che sulle selci vi fossero dei segni che indicavano l’esposizione al fuoco, si aggiunse poi la notizia che nelle Isole Andamane si

lavorasse la selce attenendo afilatoi o raschiatoi identici a quelli di Thenay

e, come se non bastasse, utilizzando anche la tecnica del fuoco per spezzare

le pietre e meglio lavorarle. Un intervento polemico, al solo ine di screditare la veridicità, non si ritiene necessario, piuttosto si richiede un atteggiamento

costruttivo, che è invece l’invito a presentare in futuro altre prove avvalorate da corretta documentazione archeologica, visto anche il numero esiguo di

47 Bourgeois L. 1972, Sur les silex considerès tomnie portant les marques d’un travail Humain et dècauverts dons le terrain miocène de Thenay. Congrès international d’Antropologie et d’Archéologie Préhistoriques, Bruxelles. Compte Rendu, pp. 81-92.

manufatti per contesto o sito. Possono pochi reperti trovati in stratigraie inquinate, non documentate non accertabili cambiare la storia umana? E poi, per amor d’imparzialità, non si possono nascondere gli interrogativi che sal-

tano fuori alla luce delle molteplici scoperte che si susseguono in tutto il

mondo. Le nostre conoscenze, ediicate su metodi d’indagine tradizionale,

possono essere messe in discussione. È indubbio che l’accusa non può cade- re sui risultati ma principalmente sui metodi d’indagine utilizzati. Le cono- scenze sulla nostra origine non smettono di sfuggirci di mano e c’indirizzano

verso un passato sempre più remoto, ma ino ad ora non ancora attestato scientiicamente. Al termine della presentazione dei reperti avremo certa- mente la possibilità di approfondire il tema, qui solo accennato, dell’origine

dell’uomo. Altri utensili rinvenuti occasionalmente o frutto di ricognizioni ad Aurillac, Francia meridionale, in attesa di giudizio sono stati rinvenuti dal

geologo C. Tardy. Si trattava a suo parere di un coltello di selce risalente al

Pleistocene (ved. Fig.6). Il dubbio principale che accolse la scoperta riguar- dava, naturalmente, la sua origine. Che non si trattasse di un’opera umana ne era sicuro anche un certo J.B. Rames, in seguito avrebbe però preso le parti di parere contrario scoprendo egli stesso, e nella stessa regione, a Puy Courny, utensili in sedimenti vulcanici del tardo Miocene. Alcuni dei reperti ritrovati mostravano segni di scheggiatura in una sola direzione e proprio su quei bordi furono individuate, come ci aveva ricordato l’antropologo francese S. Laig 48 , delle sottili striature che apparivano come

dei segni d’usura, e che mancavano nei bordi non scheggiati. I reperti di Puy Courny, presentati al congresso di Grenoble, furono riconosciuti autentici. Nel frattempo, un’altra indagine di scavo iniziava in una località poco lonta- na da Puy Courny. A scavare era Max Werworn, dell’Università di Gotingen in Germania. Fu rinvenuta della selce con bordi afilati e riuniti in piccoli

gruppi, questo fece ipotizzare la presenza di un laboratorio. Werwon indivi- duava l’intervento umano su un oggetto sulla base di tre elementi:

  • 1. segni di percussione derivanti dal colpo principale che distacca la scheggia da un nucleo di selce;

  • 2. segni di percussione causati dalla scheggiatura secondaria dei bordi sul- la scheggia;

  • 3. segni di usura sul lato afilato.

In realtà, da sola, nessuna di queste tre caratteristiche poteva accertare

nulla.

48 Laig S. 1894, Human Origins, London, Chapman and Hall.

Applicando tale metodologia analizzò il materiale rivenuto nello sca- vo che riteneva indiscutibilmente lavorato dall’uomo. Era la prova della

presenza di un essere capace di lavorare la pietra nel Miocene (il Miocene è un’epoca geologica iniziata circa 25 milioni di anni fa e termina circa 5

milioni di anni fa). I raschiatoi a punta (ved. ig.7) mostravano la volontà

di ottenere una determinata forma a punta. Per Werwom a produrre gli utensili di Aurillac era stata una popolazio- ne capace di realizzare strumenti adatti anche alle dimensioni delle nostre mani; affermava che tanti oggetti rinvenuti si dimostrano perfettamente comodi alle nostre impugnature e verrebbe da credere che siano stati co- struiti per noi, arriva ad affermare che

Anche se è possibile che queste razze del Terziario siano state più vici- ne agli antenati animali degli esseri umani moderni di quanto lo siano gli uomini di oggi, nessuno può affermare con sicurezza che non presentassero invece le stesse caratteristiche degli umani moderni e che in realtà lo svi- luppo di un razza tipicamente umana risalga ino al tardo Miocene 49 .

A sostegno della tesi anti-evoluzionista si offrono altre prove costituite da resti di scheletri umani fatti risalire al Miocene o Eocene. Una prospetti-

va creazionista espressa in due libri da due autori afiliati agli Hare Krishna dei Bhaktivedanta Istitute, Cremo e Thompson, parla di cospirazione del silenzio da parte degli scienziati. Loro raccontano la storia segreta della razza umana e, nel tentativo di screditare la prospettiva evoluzionista, si associano ai cristiani fondamentalisti. L’uomo esisterebbe da miliardi di anni senza nessun processo evolutivo. Inseguendo il mito della creazione

s’ignora il principio della scienza e la veriica costante dell’ipotesi, si pre- tende di descrivere la realtà in modo obiettivo, ma ciò che può fare il mito

dei creazionisti è indicare solo un’etica di vita, che può essere accettata o

riiutata. Insomma vale sempre la stessa regola: non è vero ma ci credo.

4.3 I Paleoliti rafinati

Gli oggetti che seguito a presentare sono deiniti progrediti dai due au-

tori creazionisti, il motivo è da ricercare nel fatto che sono stati considerati

prodotti di manifattura più rafinata. Sono state analizzate le scoperte fatte risalire dal Pliocene ino al Neolitico e avvenute sull’isola Manitoulin del lago Huron e nella contea di Tuolunne, in California.

49 Cremo M. Thompson F.L., 1997, p. 93.

Questi oggetti rinvenuti tra il 1951 e il 1955 si preiguravano come punte

  • di freccia moderne; ulteriori scavi portarono alla luce utensili in un giaci-

mento di argilla morenica che attestavano la presenza umana prima e duran- te l’ultima era glaciale. Altri strati d’argilla morenica contenevano utensili. Furono datati a 30.000 anni, ma Thomas E. Lee, scopritore del sito, soste-

neva fossero del periodo interglaciale. Lee accusa il mondo scientiico di

non aver dato nessuna importanza alla sua scoperta, di aver causato il suo licenziamento, dell’impossibilità di pubblicare il suo materiale, della scom- parsa degli utensili nei depositi del magazzino del museo Nazionale. Accusa lo stesso direttore J. Rousseau di aver trasformato il sito in area turistica,

insomma, accusava il mondo scientiico di aver fatto il possibile per evitare

che i libri sull’origine dell’uomo fossero riscritti e di aver distrutto le prove.

Si deinisce cane sciolto o che non appartiene al branco. Il iglio sostiene

le posizioni del padre e assieme ritengono si tratti di giacimento d’argilla morenica dell’era interglaciale. Le ipotesi contrarie parlano di slittamento di

fanghi postglaciali e sono sostenute da molti geologi (Vedi ig.8).

Nel sito sono presenti una gamma d’attrezzi vari e di scorie, mancano

resti animali, non sono stati condotti studi sui pollini o materiale macrobo- tamico, mancano resti di scheletri umani e non è stata accertata la datazio-

ne con il metodo del radio-carbonio. In realtà l’archeologia non si esprime

con dei canoni così rigidi, non necessitano obbligatoriamente tutti i requisiti. L’indagine prosegue passo passo: da una prima analisi si possono trarre con-

clusioni su cui creare poi ipotesi ino a quando se ne trova una veriicabile,

che permette nuove conclusioni e nuove ipotesi. Per un sito le varie tipologie d’indagini per una decodiicazione non si possono considerare separatamen- te, ma correlate tra loro. Altro oggetto è un mortaio in pietra fabbricato da

mani umane tra i 33 e i 55 milioni d’anni fa, datazione che arriva per la sabbia che v’era contenuta. La pietra è andesite, una roccia vulcanica che solo perché rara si presume fosse, sempre nel Terziario, commercializzata da

esseri umani di livello culturale piuttosto alto (Vedi ig.9).

Questo pestello con mortaio in pietra è stato ritrovato a oltre 60 metri

sotto la supericie e sotto uno strato di lava solidiicata. A denunciarne la scoperta fu J.H.Neale, sovrintendente della Montezuma Tunnel Com- pany nel Table Mountaine di Tuolumne, California. Il pezzo fu rinve- nuto in un tunnel orizzontale che penetrava all’interno di giacimenti del Terziario. In una miniera della stessa zona fu ritrovato anche un pezzo

  • di cranio umano fossilizzato e nello stesso Tavoliere. Esistono opere

  • di esseri umani intelligenti capaci di rimandare le sue origini a epoche

ancora più remote (vedi ig.10), e tutto ciò senza nessun riferimento

stratigraico.

4.4. Inconsuete evidenze fossili in Italia: Castenedolo e Savona

Come per gli eoliti e i paleoliti anche resti di scheletri di esseri anatomi- camente moderni si presentano numerosi. Rinvenuti tra il XVIII e l’inizio del secolo successivo, hanno contribuito non poco a dar credito alle teorie

anti-evoluzioniste e riacceso i dibattiti sull’origine dell’uomo. Creazione

o generazione spontanea? Il mito della generazione spontanea degli orga- nismi viventi è una sorta di araba fenice che sempre risorge dalle proprie ceneri. 50 L’interesse per la polemica rispecchia l’orientamento spirituale e scientiico dell’epoca che la ospita, non è soltanto un’aspra diatriba cultu- rale, pare che coinvolga inevitabilmente tutti. Le evidenze fossili dei casi

analizzati sono state scoperte attorno alla metà del diciannovesimo scolo,

l’elemento di continuità che mi ha guidato nella selezione è l’inconsueto contesto geologico in cui sono state rinvenute. Casi introversi si sono ve- riicati anche in Italia. Il primo analizzato riguarda gli scheletri rinvenuti a Castenedolo, protagonista della vicenda è il professor Giuseppe Ragaz- zoni, geologo dell’Istituto Tecnico di Brescia. Verso la ine dell’estate del

1869 Ragazzoni raccoglieva conchiglie fossili negli strati del Pliocene

esposti in una fossa ai piedi di una collina, Colle del Vento, a sud-est di

Brescia, quando improvvisamente incappò in un frammento di cranio tutto

pieno di pezzi di corallo cementati dall’argilla azzurro-verde, caratteristica della formazione. Seguirono i rinvenimenti di altri frammenti appartenenti

al torace e agli arti. I pareri del geologo A. Stoppani e G. Curioni indussero

Ragazzoni a considerare le ossa appartenenti ad una sepoltura recente. Nel frattempo, e sotto consiglio di Ragazzoni, nel ’75 il terreno era stato

acquistato da Carlo Germani. Il geologo fece notare al nuovo proprietario

  • di fare attenzione durante i lavori. Difatti, nel dicembre vennero alla luce

delle ossa a quindici metri dal posto dove erano stato trovate le prime. Il 2

gennaio furono scavate, presente sullo scavo anche l’assistente Vincenzo Fracassi. Il 25 dello stesso mese Germani portò a Ragazzoni alcuni fram- menti di mascella e di denti, trovati poco distante dall’ultima scoperta; re- catosi sul posto riuscì ad individuare altri frammenti di cranio, di mascella,

  • di spina dorsale e costole e denti sparsi. Ragazzoni afferma:

Erano completamente coperti esternamente dall’argilla e da piccoli fram- menti di coralli e conchiglie, il che mi permise di eliminare il sospetto di una se- poltura recente, confermando invece il trasporto da parte delle onde del mare. 51

  • 50 Omodeo P.1984, Creazionismo ed Evoluzionismo, laterza, Roma-Bari, p. 3.

  • 51 Ragazzoni G. 1880, La collina di Castenedolo, sotto il rapporto antropologico, geologico

Le scoperte non erano ancora inite: il 16 febbraio Germani informò Ragazzoni del rinvenimento di uno scheletro intero, che risultò poi esse- re di una femmina anatomicamente moderna. Si trovava nel mezzo dello strato di argilla azzurra, spessa più di un metro, e a suo parere aveva man- tenuto la stratiicazione uniforme; la mancanza di ferretto, sabbia gialla e argilla rossa, che si trovava al di sopra faceva escludere la possibilità che

si trattasse di una sepoltura. Ragazzoni al riguardo dichiarò

Lo scheletro trovato il 16 febbraio era a una profondità di oltre un me- tro nell’argilla azzurra, che sembrava averlo ricoperto depositandosi len- tamente. 52

La mancanza di mescolamenti tra gli strati e la posizione dello scheletro della femmina

quasi completamente conservato, non era stato trovato in una posizione che poteva indicare una normale sepoltura, ma girato. 53

Sergi accettava l’ipotesi che le evidenze fossili rinvenute da Ragazzo-

ni a Castenedolo fossero resti di esseri umani vissuti durante il Pliocene,

nel Terziario. Dopo aver studiato le ossa, concluse che appartenevano a quattro individui differenti: un maschio adulto, una femmina adulta e due bambini. Per quanto riguarda la datazione era dello stesso parere anche Ar-

mand de Quatrefages che, con il libro Races Humaines, prese le posizioni di Ragazzoni. Il clima d’incertezza che attanagliava i resti fossili di Colle

del Vento evaporò con un’ennesima scoperta avvenuta nel 1889: a Caste- nedolo venne trovato, in un antico giacimento di ostriche, un altro sche- letro umano. Sergi e A. Issel dopo un’analisi giunsero ad una conclusione comune, la considerarono una recente intrusione negli strati del Pliocene ma, mentre per Issel anche le scoperte precedenti erano riferibili alla stessa problematica stratigraica, Sergi rimase fermo sulle sue idee. Nel Trattato di Archeologia Europea del professar R.A.S. Macalister, scritto nel 1921, è evidente l’invito a screditare le scoperte di Castenedolo e accettare le

ipotesi di Issel. Anche altri ricercatori prendono questa mediata posizione,

Bouble e Vallois. Per la datazione delle ossa si sono usate analisi chimiche

e radiometriche: il contenuto d’azoto nelle proteine tende a diminuire nel

ed agronomico, in Commentari dell’Ateneo di Brescia, 4 aprile, pp. 120-128.

  • 52 Ragazzoni, 1880.

  • 53 Sergi G. 1912, Intorno all’uomo pliocenico in Italia, in Rivista di Antropologia, Roma. n. 17, pp. 199 -216.

tempo, le ossa di Castenedolo erano associabili a quelle di insediamenti italiani del Pleistocene e Olocene, si trattava quindi di ossa recenti. I soste- nitori d’ipotesi contrarie negarono la validità delle analisi appellandosi al fatto che le ossa erano contenute in uno strato d’argilla, che ha la capacita di conservare la quantità di proteine e di azoto. Il test del carbonio 14 rive-

lò una datazione di 958 anni, i metodi di allora erano inafidabili e oggi non

è certo possibile compiere altre analisi per via della contaminazione da car- bonio recente che hanno potuto assorbire, questa è la seconda attenuante a loro favore che cercano i sostenitori dell’ipotesi formulata da Ragazzoni. Il caso di Castenedolo non dimostra i limiti della scienza e della paleon- tologia, gli strumenti tecnici hanno permesso invece di indagare al meglio

sia a Ragazzoni che agli altri studiosi coinvolti nella vicenda, ma di non

poter giungere ad una conclusione assoluta e deinitiva. Naturalmente chi

vuol credere creda in ciò che ritenga più opportuno, ma tenga presente la documentazione disponibile. È proprio il caso di dire che le ossa di Caste- nedolo sono un’argomentazione ancora aperta. Altro reperto osseo enig- matico é quello rinvenuto a Savona attorno al 1850. Durante i lavori per la costruzione di una chiesa in una fossa profonda tre metri, è stato trovato una scheletro umano anatomicamente moderno. Arthur Issel considerava lo scheletro appartenente ad un essere umano contemporaneo degli strati in

cui era stato trovato, e quindi 3-4 milioni d’anni. Padre Deo Gratis al Con- gresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistorica di Bologna

del 1871 presentò un rapporto, sulla base del quale voleva dimostrare che non si trattava di una sepoltura intrusiva, per la mancanza di strati superiori mescolati agli inferiori. De Mortillet riteneva, basandosi sull’osservazione delle ossa di mammiferi contenute nello strato del Pliocene a Savona, che si trattava di una sepoltura e non di un essere umano annegato nelle acque

del Pliocene. Ipotesi questa che nasceva vista la posizione dello scheletro, che aveva le braccia allungate ed era a faccia in giù. Il ritrovamento d’ossa

animali terresti nello stesso strato, che in realtà dovrebbe contenere fossili

marini, non viene però spiegato dai sostenitori delle ipotesi creazioniste.

4.5. L’Uomo di Piltdown

4.5.1. Il contesto storico

I concetti evoluzionistici diffusi con la memorabile pubblicazione del libro di Darwin, L’origine della specie del 1859, furono accettati dalla gran parte degli studiosi di allora ma, al contempo, diedero vita ad accesi dibatti tra gli scienziati. Non tutti accettavano l’idea di vedere nelle specie animali

e vegetali il risultato di uno sviluppo di antiche forme primitive, ma Dar-

win, a sostegno della sua tesi aveva a disposizione una enorme quantità di

dati raccolti in tutto il mondo. Proponeva, di fatto, un meccanismo di cre- scita e di sviluppo autonomi. Esponeva l’ipotesi evoluzionistica della sele- zione naturale. In un’altra opera cercò di applicare la teoria della selezione naturale all’uomo, era il 1871 quando fu pubblicato L’origine dell’uomo. Il concetto di evoluzione umana non venne accettato necessariamente da tut- ti, tant’è vero che ancora oggi esistono testi in cui si nega la prova dell’e- sistenza di quel famoso anello evolutivo che lega il quadrupede peloso e munito di coda all’uomo. Per Michael Cremo e Richard Thompson è un’affermazione ardita, ma purtroppo scarsamente dimostrata. Mancava il tipo di prova più convincente: i fossili di una specie che potesse costituire l’anello di congiunzione e di transizione tra le antiche scimmie e gli esseri umani moderni. 54 I paleontologi erano accusati, e lo sono ancora oggi, da chi contesta la teoria evoluzionista. Per le ricostruzioni delle fasi evolutive dell’uomo devono rispondere dell’accusa di utilizzare singoli reperti ossei o unici frammenti. Un antropologo di Harvard, David R. Pilbeam afferma.

Per lo meno in paleoantropologia, i dati sono ancora cosi scarsi che

la teoria inluenza profondamente le interpretazioni. In passato, le teorie hanno chiaramente rilettuto le nostre ideologie correnti piuttosto che i dati attuali. 55

L’eco dei sostenitori del creazionismo aleggia ino ai nostri giorni. Si

dichiarano semplici scienziati ma con ipotesi alternative sull’universo, sul- la vita e sull’umanità. In realtà il creazionismo non fu un modello scienti- ico alternativo, quanto piuttosto il rilancio di un’ideologia religiosa. 56 Di contro Giuseppe Sermonti scrive

L’evoluzionismo, particolarmente quello neo-darwiniano, nonostante

troppe volte smentito seguita a sedere tranquillo sugli scranni del sapere e a far mostra di sé sulle targhe di molti illustri istituti in tutto il mondo.

Con esso è invalso negli ambienti scientiici uno stile accademico elusivo e manicheo, che è andato a detrimento di tutta la scienza. 57

  • 54 Cremo M. Thompson R.L., 1997, Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana, Gruppo Editoriale Futura (1996), p. 4.

    • 55 David R. Pilbeam, Rearranging Our Family Tree, Nature, June 1978, p. 40.

    • 56 Feder KL 2004, pp. 323-324.

    • 57 Sermonti G., in Il Domenicale, anno 2 n. 40 del 04/10/2003.

Il riiuto che seguì la proposta di Darwin sull’origine biologica dell’u- manità, fu placato dai numerosi ritrovamenti che si andavano facendo in

Europa e in Asia. Nel 1956 nella valle di Neander, in Germania, fu rin-

venuta una calotta priva di ossa facciali e mandibole; si esclusero subito le possibilità che appartenesse sia ad una scimmia che ad un essere uma- no moderno per la caratteristica ossatura, insolitamente spessa e pesan- te. Inoltre presentava una massiccia cresta ossea nell’arcata sopraciliare.

Contemporaneamente in Belgio e Spagna venivano individuati altri fossili

con caratteristiche simili, ma contrassegnati da un marcato prognatismo:

fronte inclinata in avanti e bassa come per il fossile tedesco. Dificili da

catalogare s’iniziò a prendere in considerazione la possibilità che erano

delle anomalie patologiche. Ben presto gli scienziati si dovettero ricrede- re, si resero conto che queste creature, chiamate da allora neandertaliane dal nome della vallata di Neander, rappresentavano una forma primitiva

e antica dell’umanità. 58 I ritrovamenti di fossili primitivi ma con caratte- ristiche evidentemente umane erano in aumento, con eguale proporzione la teoria evoluzionistica acquistava larghe approvazioni, e non solo dal

mondo scientiico. Legate alle scoperte era cresciuto anche uno sfavillante

orgoglio nazionalistico: i tedeschi affermavano che il primo essere umano doveva essere tedesco mentre i francesi, forti dello scheletro del Cro-Ma- gnon asserivano, nonostante fosse meno antico dell’Uomo di Neandertal ma più somigliante all’uomo moderno, che il vero antenato progredito era necessariamente francese. Reclamavano un posto nel quadro dell’evolu-

zione umana anche la Spagna, il Belgio e l’Olanda grazie a importanti

scoperte. Nel 1981 vennero alla luce i resti fossili nella colonia di Giava,

nel Paciico occidentale. In Italia, a Ponte Mammolo (Roma), è stata rinve- nuta nel 1864 da L. Ceselli la diaisi femorale destra, senz’altro posteriore

ai 350.000 anni da oggi 59 . Ma l’attesa per un ritrovamento di resti cranici durerà ino al 1929; questi frammenti, rinvenuti in due diversi momenti in

una cava di ghiaia a Saccopastore, sono datati a circa 130.000 anni da oggi.

Nei dibattiti sui reperti fossili dell’Europa a cavallo tra ine Ottocento e

inizio Novecento, mancava l’Inghilterra, ma ancora per poco. L’evidenza fossile Europea attestava crani non somiglianti a quelli delle scimmie, ma che al tempo stesso non permettevano di rintracciare tracce umane. Ef- fettivamente l’Uomo di Giava aveva un cranio piccolo con un volume di circa 900 centimetri cubi - quello moderno è all’incirca di 1450 cc - e ossa frontali spesse da sembrare una scimmia. Anche le caratteristiche dell’Uo-

  • 58 Feder L.K. 2004. p. 89.

  • 59 Guidi A. e Piperno M., 1992, Italia preistorica, Laterza, Roma-bari, p. 109.

mo di Neandertal, fronte proiettata in avanti e spesse arcate sopracilia- ri, propendevano a confermare l’esatto contrario delle idee allora diffuse sull’evoluzione degli antichi progenitori umani. Entrambi presentavano un cervello simile a quello delle scimmie ma il corpo era, anatomicamente,

vicino a quello di un essere umano moderno (Vedi ig.11). Le evidenze

fossili dimostravano chiaramente che l’evoluzione era partita dal corpo e,

solo dopo, era seguita quella del cervello. Conclusioni scomode per tutti

coloro che credevano fermamente nell’intelligenza umana e la vedevano

come elemento distintivo dal regno animale. Si riteneva che la capacità di

inventare e comunicare doveva aver fatto sviluppare prima il cervello e poi il resto del corpo. A sostenere questa ipotesi v’erano molti ricercatori evoluzionisti, e tra loro ricordiamo Grafton Elliot Smith e Arthur Smith Woodward, i quali andavano alla ricerca di prove fossili a sostegno della loro tesi. Cercavano un cranio con cervello di essere umano ma con un cor- po da scimmia. Da questa premessa può partire l’analisi dell’enigmatico caso di Piltdown.

4.5.2. All’inseguimento della scoperta

Charles Dawson, avvocato del Sussex, una regione meridionale

dell’Inghilterra, era conosciuto come un uomo intelligente ma, per il suo

interesse alla storia naturale, come scienziato dilettante. Era membro del-

la Società Geologica nonché amico di Arthur Smith Woodward, ittiolo- go e paleontologo al British Museum of Natural History; proprio a lui

si rivolse Dawson nel febbraio del 1912 quando, dopo essere venuto in possesso, tramite gli operai di una cava, di un frammento d’osso parietale umano insolitamente spesso. Decisero di proseguire i lavori di scavo a Piltdown. La dedizione diede i suoi frutti, nel 1911 vennero alla luce altri

pezzi della scatola cranica, un osso fossile di animale e un dente. Con una

lettera Dawson informava Woodward della scoperta che lui considerava davvero molto importante, tanto che una parte del teschio umano poteva competere con l’Homo Heidelbergensis. Era un reperto rinvenuto in Ger-

mania l’anno precedente. Contemporaneamente e senza sosta prosegui- vano i lavori a Piltdown, dove fossili d’ippopotamo e denti di elefanti al- lungavano la lista delle evidenze fossili documentate. I cinque frammenti di teschio furono immersi da Dawson in una soluzione di dicromato di potassio in modo da renderli più solidi e presentarli inalmente a Wo- odward. L’ittiologo e paleontologo del British Museum aveva formulato

una sua personale teoria sull’evoluzione umana e la voleva confermata da reperti fossili. I frammenti di Piltdown, anche se limitati, esaudivano

le sue attese. Potevano essere la prova della sua teoria. Il cranio di colore scuro presentava caratteristiche moderne ma lo spessore rimandava ad una certa origine primitiva. Se associato alle ossa di animali estinti sot- tintendeva che un antico progenitore era esistito anche in terra inglese. Decise di mettersi all’inseguimento di quelle prove. I lavori iniziarono il 2 giugno 1912. Woodward e Dawson furono afiancati da Pierre Teilhard de Chardin, studente in un seminario gesuita locale, appassionato di pa- letnologia ed evoluzionismo, e da un operaio, Venus Hargreaves. Dawson nella prima giornata di scavo portò alla luce un altro frammento di cranio, mentre il giovane studente recuperò un dente d’elefante. Ma l’entusia- smo era destinato ad aumentare: nelle settimane successive furono trovati quattro grossi frammenti di cranio e una grande varietà di fossili animali e utensili in pietra. Alcuni degli utensili e dei fossili di mammifero, in base ad un confronto con altri siti archeologici, furono datati da Dawson e Wo- odward, e molti scienziati si dichiararono d’accordo sull’ipotesi che i fos- sili dell’Uomo di Piltdown appartenessero alla stessa epoca dei fossili di mammifero del primo Pleistocene e fossero, quindi, contemporanei della ghiaia di Piltdown 60 . L’Uomo di Piltdown non solo era il fossile umano più antico dell’Inghilterra, ma rappresentava potenzialmente il più antico progenitore umano conosciuto nel mondo, con un’età stimata di 500.000 anni. 61 Woodward sin dall’inizio classiicò l’evidenza fossile di Piltdown come morfologicamente umana. La sua teoria vedeva i primi antenati con cranio umano e mascella scimmiesca (Vedi ig.12). Per lo scienziato professionista signiicava che la linea evolutiva si era divisa. Un ramo aveva cominciato a sviluppare crani spessi con massicce arcate sopracciliari, mentre l’altro aveva mantenuto la forma della scatola cranica ma con l’arcata sopraciliare liscia; la mascella evolveva alla tipo- logia dell’essere umano moderno. Questa linea è quella in cui sarebbero poi apparsi gli esseri umani anatomicamente moderni. 62 A conferma della teoria evolutiva di Wo- odward comparve incredibilmente una mandibola: fu rinvenuta sullo scavo da Dawson. Era incompleta e, nonostante mancassero i due ele- menti distintivi mento, e condilo e il fatto che il cranio con la mandibola fossero stati rinvenuti nello stesso deposito geologico, si dedusse che appartenessero allo stesso essere vivente. Deduzione approssimativa con cui non tutti concordavano, tra gli scettici v’erano Sir Ray Lanke-

  • 60 Cremo M. Thompson R.L., 1997, pp. 252.

  • 61 Feder K.L, 2004, pp. 94.

  • 62 Cremo M., Thompson R.L., 1997, pp. 253.

ster del British Museum e David Waterston, professore d’anatomia al

King’s College. Celebre il suo parere, disse che collegare la mascella al cranio era

come cercare di collegare un piede di scimpanzé ad una gamba umana. La mascella presentava la parte superiore o ramus troppo larga e l’osso

troppo spesso per essere incastrata con il cranio, ma fatto davvero strano era che l’usura dei molari era tipica della masticazione umana e diversa da quella dei primati. Durante l’attesa di nuove scoperte si poteva atte- stare nella mascella di Piltdown la mancanza di canini, di dimensioni maggiori nella scimmie, ma la presenza di molari umani. Insomma, vo- lendo sommare gli elementi sinora raccolti, una ricostruzione dell’Uomo

  • di Piltdown appare possibile, certo vicina a quella apparsa e qui ripresa

da Illustrated London News. L’11 gennaio 1913 sul New York, gli elementi caratterizzanti sono:

mancanza delle spesse creste frontali tipiche dell’Uomo di Giava e dell’Uomo di Neandertal; la faccia non angolata verso l’esterno ma piatta; una scatola cranica rotonda e non piatta come per l’Uomo di Giava o l’Uomo di Neandertal con dimensioni del cervello che, secondo Wo-

odward, arrivava a 1070 d.C. e, quindi, vicine a quelle di un moderno

essere umano; la mandibola era simile a quelle delle scimmie ma con molari umani.

Mancavano i canini solitamente più afilati e proiettati in avanti. Nella

ricostruzione si nota l’interesse del disegnatore nell’evidenziare la parte inferiore della faccia con un marcato prognatismo, un cranio simile a quel-

lo moderno ma con caratteristiche subcraniali primitive (vedi ig. 16).

Stessa evidenza riscontrabile anche nella ricostruzione della mandibola

  • di Piltdown, se confrontata con quella di un giovane scimpanzé o di un

essere umano moderno. Dawson e Woodward conclusero che l’Uomo di Piltdown, chiamato Eoanthropus dawsoni, non era altro la prova che molti paleontologi cercavano e nel marzo del 1913 venne pubblicato il resoconto

del lavoro ino ad allora condotto e capace di dare un duro colpo alle tradi- zionali teorie evoluzionistiche.

Possibile che l’intera storia dell’umanità dovesse essere riscritta? Ad infuocare deinitivamente gli animi dei paleontologi inglesi che seguivano

il caso di Piltdown fu un’ennesima scoperta avvenuta solo sei mesi dopo

dalla prima pubblicazione. Teilhard de Chardin rinvenne un canino destro

che si adattava alla mandibola. La punta del dente presentava la stessa

tipologia d’usura di un canino umano. Come ci ricorda Kennet L. Feder, George Grant MacCurdy, professore dell’Università di Yale affermò:

se un anatomista avesse dovuto scegliere, fra una serie di canini, quello piú adatto per l’Eoanthropus, nessuno sarebbe risultato più appropriato di quello scoperto. 63

A spazzar via i pochi dubbi rimasti sull’ipotesi, ormai famosa, che ve- deva la mascella e il cranio appartenenti ad una stesa creatura non furono

certo i manufatti e utensili in osso trovati l’anno seguente, ma una grande e spettacolare scoperta, quella che tutti aspettavano perché conferma de-

initiva della precedente. Erano due frammenti fossili di un cranio e un

dente molare rinvenuti da Woodward a circa tre chilometri da Piltdown

nella località di Netherhall Farm. Mancava la mandibola, in compenso il

proilo della scatola cranica corrispondeva alle caratteristiche della pre- cedente scoperta, rotonda e piuttosto spessa. Inoltre il molare, sulla base

dell’usura, si poteva deinire simile a quello umano. Era il 1915, l’anno

successivo Dawson sarebbe morto per una grave e improvvisa malattia. La notizia della seconda scoperta, chiamata Piltdown II, fu divulgata in ritardo anche a causa di problemi familiari di Woodward. Ma proprio tutti

erano convinti che il cranio e la mascella di Piltdown II appartenessero allo

stesso individuo? I difidenti ritenevano puramente casuale il ritrovamento

dei due fossili e improbabile la loro associazione. Le smentite non erano

però accertate da dati scientiici, molti scienziati condussero indagini sui fossili di Piltdown I senza riuscire ino allora a presentare prove concrete.

Interessante fu la comune conclusione: la mandibola apparteneva o ad uno

scimpanzé o ad un orangutan, mentre il cranio ad un uomo moderno. Tali ipotesi furono suffragate dalle scoperte che contemporaneamente i paleon- tologi nel mondo andavano facendo e parevano contraddire sempre più la

validità dei fossili di Piltdown I. Altro ambiguo elemento da aggiungere

alla storia di Piltdown è che a seguito della morte di Dawson, nei due

famosi siti, non ci furono più ritrovamenti. La paleontologia, grazie alle numerose scoperte, allargava il proprio orizzonte conoscitivo sull’evolu-

zione umana riducendo la veridicità dell’uomo di Piltdown. Le scoperte

dell’Homo Erectus, sia cinese che giavanese, contrastavano con la teoria nata attorno ad un cranio sviluppato ma con corpo primitivo. Le nuove scoperte sostenevano un antenato fossile con spesse sporgenze sopracci-

63 Feder L.K. 2004. pp. 98 Mc Curdy G. 1913, Ancestor hunting: The signiicance of the Piltdown skull, in American Antropologist, n.15, pp. 248-256.

gliari, calotta cranica piatta e ossa facciali proiettate in avanti, mentre dal collo in giù mostravano una forma anatomica moderna. L’Uomo di Giava e l’Australopiteco confermavano l’eccessiva singolarità dell’Eoanthropus dawsoni. O era l’unico vero antenato dell’uomo e le altre scoperte erano rami estinti, o il risultato di una strana coincidenza. Entrambe le ipotesi risulteranno errate. Kenneth Oakley del British Museum of Natural Hi- story condusse i test per calcolare la quantità di luorina nelle ossa anima- li trovate nel sito, questa risultò dieci volte superiore a quelle del cranio e della mandibola. L’Uomo di Piltdown non doveva avere più di 50.000

anni. Nel 1953 furono condotte analisi speciiche su campioni più grandi e la frode venne inalmente fuori: il cranio e la mandibola appartenevano a due epoche e a due individui completamente diversi. Il cranio era quello di un uomo moderno, i prodotti chimici utilizzati l’avevano fatto apparire più vecchio, lo spessore delle ossa poteva rimandare ad una qualche pato- logia (Spencer 1984). 64 Nonostante i risultati siano suffragati da elementi probanti di analisi scientiiche, oggi, dell’intera truffa, vengono messi in discussione i due esami eseguiti da Oakley pur di perpetrare atteggiamenti diffamatori nei confronti della comunità scientiica.

Questo genere di cose accade abbastanza spesso in paleoantropologia:

i ricercatori continuano a fare esami su esami, o a rafinare i loro metodi, inchè raggiungono dei risultati accettabili. 65

Coloro che avevano sostenuto le caratteristiche scimmiesche della mandibola non si erano certo allontanati dalla verità, infatti si trattava di una mandibola di una scimmia o probabilmente di un orangutan. L’impossibilità di essere ricongiunta alla base di un cranio umano era stata abilmente superata con l’eliminazione del condilo. I molari era- no stati limati per creare un’usura tipica della masticazione umana, il canino invece era stato anche tinto. I frammenti di Piltdown II erano parte del primo ed erano stati collocati volontariamente nel sito. La frode di Piltdown aveva lasciato insolute due domande fondamentali:

chi n’era stato l’artefice? E soprattutto, perché? Rispondere al gial- lo della prima domanda risulta davvero difficile vista la mancanza di prove decisive capaci di incolpare qualcuno, ma in realtà diventa irri-

  • 64 Spencer F. 1984, The Neandertals and their evolutionary signiicance: A brief history and historical survey, in The origins of Modern Humans: A World Survey of the Fossi! Evidence, (a cura di) Smith F. Spencer F., Liss Alan R., New York, pp. 1-50.

    • 65 Cremo e Thompson 1997, p. 258.

levante se paragonato al problema sollevato dalla seconda domanda. Le intenzioni possono essere ricollegate sia ad un singolo soggetto,

uno scienziato in cerca di successo, o viceversa, a persone che inten- devano danneggiare la reputazione di uno scienziato. Responsabili-

tà si possono dare ad associazioni o a rappresentanti di associazioni

pseudoscientifiche. I propositi sembrerebbero quelli di ingannare gli archeologi e paleontologi al fine di accusarli d’incapacità o di elimi- nare prove che non rientrino nella categoria prefissa della sequenza evolutiva. Un abile tentativo di affermare ipotesi antievoluzioniste. In

realtà molti scienziati considerarono le evidenze fossili di Piltdown

false sin dall’inizio. Al contrario furono accetate come vere solo per-

ché si confacevano all’ipotesi allora in voga in Inghilterra e perché

faceva comodo. Ma non solo la comunità scientifica, anche il pubblico

desiderava vedere una prova rassicurante dell’evoluzione umana. Alla luce degli studi attuali della paleontologia e degli attuali mezzi tecnici per la analisi risulterebbe davvero difficile ricostruire la storia dell’e- voluzione umana con solo pochi frammenti. Le testimonianze fossili a conferma di uno scenario evoluzionistico sono in aumento e, anche se si continua a metterle in discussione, difficilmente si riuscirà a ingan- nare la scienza. Le conoscenze attuali sull’origine dell’uomo possono variare in base ai nuovi dati raccolti con tecniche sempre più sofistica- te e certamente muteranno in futuro. Potremo sviluppare opinioni che

oggi ci appaiano stabili, ma ciò che non sarà possibile è il riproporsi

di un nuovo caso Piltdown.

4.6. Prospettive e interrogativi per un futuro preistorico.

La presenza di evidenze fossili e di oggetti di dificile interpretazione

ma facilmente associabili a utensili fabbricati ancor oggi da popolazioni in Africa o Australia, non accerta che siano stati prodotti da esseri umani nel Pliocene, nel Miocene o nell’Eocene, se non addirittura in periodi anteriori. I reperti che rappresenterebbero le prove sono stati rinvenuti separatamente, mai associati come in molti contesti archeologici rico- nosciuti. Un esempio sempre citato come confronto dai creazionisti è la Gola di Olduvai. La nostra conoscenza sulla preistoria non si basa sull’e- sclusione di reperti non decifrabili o sull’accettazione dell’unica ipotesi possibile per mancanza di dati di veriica. Gli studi della preistoria sono regolati da metodi scientiici, sicuramente discutibili, ma le leggi utiliz- zate sono naturali e ripetibili, immutabili nel tempo come ad esempio la

forza di gravità.

Una legge che ha agito nel passato deve agire anche nel futuro. [

] Le

... leggi che possiamo studiare direttamente oggi sono infatti quelle stesse che operavano nel passato, quando gli strati geologici hanno cominciato a for- marsi. Charles Lyell, geologo del XIX secolo, ha affermato che il presente è la chiave per capire quel passato che non abbiamo potuto osservare 66

La scienza e la preistoria non avrebbero motivo di esistere se non aves-

sero modo di trarre legittimità dal passato, non possono essere prigioniere

del presente, non possono basarsi sul passato d’oggetti d’incerta interpre- tazione, ma neanche eluderlo a priori. Le ipotesi anti-evoluzioniste pro- poste dai creazionisti, le teorie paleo-astronautiche o fantarcheologiche devono essere prese in seria considerazione dalla scienza e in particolar

modo dall’archeologia. Le ipotesi per comprendere i misteri del passa- to devono essere veriicate con metodo rigoroso: devono essere prima di tutto veriicabili. L’archeologia, e ancor più la preistoria, dopo un’attenta

osservazione dei dati a disposizione formula ipotesi generali o spiegazioni dalle quali vengono dedotte implicazioni speciiche che devono dimostrar- si anch’esse veriicabili, ma tramite sperimentazioni, come per l’ipotesi

iniziale. In caso contrario l’ipotesi viene scartata e non verranno accettate

neanche tutte quelle che non danno previsioni che non permettano pro-

ve sperimentali della loro validità. Le teorie fantarcheologiche proposte

per un misterioso reperto fossile o litico non possono essere accettate solo

perché sono le uniche ipotesi non prese in considerazione, devono essere

veriicabili. La scienza non sceglie l’ultima ipotesi rimasta avendo scartato

tutte le altre. L’ipotesi della presenza di tracce umane in eoliti e paleoliti e

di fossili umani nel Miocene può apparire in molti casi come l’ultima solu- zione a disposizione e quindi accettabile, ma non è così. Le ipotesi devono

rispettare i parametri scientiici per essere riconosciute, non vengono certo

scartate a priori. E poi, nel futuro, possono nascere tante altre possibili ipo-

tesi che l’archeologia dovrà prendere in considerazione. Per essere accetta- ta un’ipotesi deve essere veriicata scientiicamente: da essa devono essere dedotte implicazioni speciiche anch’esse vere. La prova dell’utilizzo del

fuoco nella produzione della selce o della presenza di popolazioni che an-

cora oggi usano utensili simili non sono dati adeguati al ine di una veriica

dell’ipotesi iniziale e cioè della presenza di esseri umani anatomicamente moderni che lavoravano con diversi livelli tecnici la pietra. Non sono im-

plicazioni che permettono una veriica scientiica, mi chiedo: cosa ne sarà

dell’ipotesi iniziale se nel tempo quelle popolazioni che oggi producono

66 Feder 2004, p. 42.

utensili in pietra modiicheranno i loro usi? Bisogna dubitare delle ipotesi

che necessariamente implicano altri elementi, di dati o teorie che cercano risposte in altre domande anziché in una e semplice risposta. L’archeologia e l’antropologia affrontano lo studio del passato dell’uo-

mo con metodo scientiico, le loro ipotesi sono veriicate, ma ciononostante

sono vittime di speculazioni fantasiose. Per l’archeologia è innegabile il bi- sogno di una nuova poetica narrativa su base scientiica e di facile fruizione per quanti vogliano avvicinarsi. Lo studio della preistoria non pretende di rispondere a tutte le domande sull’origine dell’uomo, ma di accumulare co- noscenze migliorabili da parte delle generazioni future. 67 Una teoria espleta- ta oggi non viene distrutta domani, anzi, è ciò che l’archeologia, in possesso

delle nuove forme comunicative, si troverà a fronteggiare. L’archeologia,

l’antropologia e gli studi della preistoria si presentano come una costruzio-

ne logica e armoniosa, frutto di uno sforzo costante durante un secolo intero

  • di ricerche. Oggi questa costruzione ha delle incrinature che minacciano

  • di destabilizzare le sue fondamenta. Ad essere rimesse in discussione sono

non tanto le conclusioni quanto i metodi e i fondamenti stessi della ricerca

scientiica. Ad essere rimesso in gioco è il signiicato del genere Homo con

la sua origine basata solo su dati isici e biologici. Sempre più smaniosa si fa

la ricerca dei possibili antenati dell’uomo in livelli geologici inammissibili per le conoscenze degli studiosi di preistoria, come ad esempio nel Mioce- ne. Mai come oggi per il futuro si prospetta una preistoria vertiginosa, si continua a far retrocedere l’antichità dell’uomo. La preistoria è una discipli-

na che, assieme all’antropologia e all’etnologia, acquisterà sempre maggio- re importanza a fronte dei numerosi quesiti che intercorrono con le nuove scoperte. Non si tratta solo di fronteggiare la concezione che pone la genesi della realtà in relazione con un atto creativo 68 , le interrogazioni arrivano dagli stessi apparati di studi scientiici, dalla crescente passione che il pub- blico mostra per la paleo-archeologia e per la fantarcheologia. Dalle nuove scoperte d’evidenze fossili o pseudo-utensili studiati con metodo quantitati- vo arrivano ipotesi capaci di rivoluzionare le tradizionali teorie fondate sul

determinismo scientiico. Che ine farà l’idea tradizionale del nostro antico

antenato? Insomma, ciò che appare evidente è la messa in discussione della

igura dell’uomo preistorico, ricostruito sì su dati archeologici ma che ri- lette inevitabilmente noi stessi. Come rintracciare allora il nostro antenato? Come non cadere vittima di fantasiose speculazioni?

  • 67 Feder 2004, pp. 38-64.

  • 68 Creazionismo, da Dizionario di Antropologia, a cura di Fabietti U. e Remoti F., p. 209, Morris 1974; Godfrey 1981; Spuhler 1985.

Il Ramapithecus sarebbe il primo rappresentante degli ominidi 69 ; circa l2 milioni d’anni fa, il nostro lontano antenato avrebbe abbandonato la foresta per affrontare la savana. Senza difesa alcuna riuscì a sfuggire ai predatori adattando il proprio sguardo all’immensa distesa. Doveva essere vigile e guardare in lontananza, doveva migliorare la visione stereoscopi- ca, assumere una posizione eretta: l’andatura bipede fu una conseguenza invitabile. I naturalisti spiegano le principali modiicazioni morfologiche degli ominidi in rapporto al modello driopitecino attraverso le coercizioni sorte dal nuovo ambiente 70 . La teoria meccanicista, condivisa da antropo- logi come R. Leakey e R. Lewin 71 , non è stata certo accettata in totale concordanza, diversi sono stati i pareri divergenti. Concordi che per i pos- sibili discendenti del Ramapithecus la bipedia sia stata favorita dal cam- biamento di ambiente naturale, rimane da spiegare come mai il nostro lon- tanissimo antenato presentasse caratteristiche in senso scimmiesche, in modo particolare per la dentatura, e come mai i babbuini, tipiche scimmie della savana, siano quadrupedi. Genet-Varcin E. riiuta di vedere nel Ra- mapithecus il nostro antenato, esso viene catalogato dall’autrice come scimmia antropomorfa e propone un’antichissima individualizzazione in due linee: una umana e l’altra scimmiesca, entrambe anteriori al Ramapi- thecus. 72 Per E. Genet-Varcin il ramo umano si sarebbe staccato dal tronco delle scimmie 40 milioni di anni fa, per Coppens e Leakey 15 milioni di anni fa e solo 5 milioni di anni fa secondo le ipotesi proposte da Sarich e Wilson. Quale metodo di datazione scegliere? L’ipotesi dei biologi ameri- cani Sarich e Wilson nasce dallo studio delle afinità proteiniche tra i pri- mati. I risultati fanno risalire la separazione dell’uomo dai gorilla e dagli scimpanzé a solo un milione di anni prima della comparsa dei primi uten- sili scheggiati. In effetti, tale ipotesi sottintenderebbe un’accelerazione dell’evoluzione mai più veriicatasi nell’evoluzione dell’uomo. Pur accet- tando la datazione tradizionale degli illustri antropologi Leakey e Lewin non possiamo ignorare la presenza di un vuoto nella documentazione pale- ontologica del Pliocene. Una carenza riferita sia ai resti delle grandi scim- mie che dei primi ominidi e che si concentra tra i 12 e i 15 milioni di anni. Nel punto di giunzione del Plio-Pleistocene manca quel fatidico anello di congiunzione tra noi e la scimmia, tra il Ramipithecus e gli Australopite- chi. Cosa signiicherebbe? Autori creazionisti e non solo insistono sull’esi-

  • 69 Leakcy R. Lewin R. 1979, Origini. Nascita e possibile futuro dell’uomo, Laterza, Roma-

Bari.

  • 70 Camps, 1985, p. 44.

  • 71 Ibidem, p. 72.

  • 72 Genet-Varcin E., 1979, Les Hammes fossiies. Qubéc, Paris, p. 24.

stenza di esseri anatomicamente moderni in ere geologiche inverosimili. Basano la propria teoria proprio sull’assenza dei primi discendenti del Ra- mipithecus. Questo signiicherebbe che gli antenati nei quali ci riconoscia- mo, gli Australopitechi, avrebbero potuto avere a loro volta un antenato differente che rimanderebbe ad un genere autonomo di ominidi che si per- de nel vortice del tempo. Ammettendo che questo sia possibile, si andrebbe fatalmente ad ammettere che una qualche specie di Australopiteco avesse avuto la conoscenza della scheggiatura della pietra e, circa 2 milioni di

anni fa, avrebbe dato origine alla specie di Homo Habilis, da cui discende- rebbero le tre specie di Homo del Pleistocene: l’Homo Erectus (Pitecantro- pini), l’Homo Sapiens Neandertalensis e l’Homo Sapiens Sapiens. La do- manda da porre ad archeologi e antropologi per la futura interpretazione di evidenze fossili riguarda proprio il metodo per individuare la distinzione degli uomini dagli altri primati. Gli elementi distintivi dell’uomo sono la stazione eretta, la liberazione della mano e la marcata cerebralizzazione. In

realtà sono gli stessi archeologi e antropologi a richiamare l’attenzione

sull’incertezza di tali regole. Altri elementi tipicamente umani presi in con- siderazione sono il linguaggio, la parola e l’espressione di concetti in frasi.

Le scimmie non possono parlare sia per l’inferiorità del sistema nervoso

centrale, sia perché la laringe e la lingua di dimensioni troppo grandi con- sentono loro di articolare solo dei suoni. Per capire quali dei nostri antena-

ti non abbiano usato grida ma organizzato un linguaggio per comunicare, sono stati osservati i resti fossili, e in particolar modo la parte anteriore del cranio, la forma della mandibola, delle nasali e del palato. Ma se é possibi- le rintracciare tale possibilità di elocuzione nell’Homo Erectus e nell’uo- mo di Nandertal diventa ardua impresa stabilire una capacità di linguaggio parlato per gli Australopitechi e l’Homo Habilis. È cosa dificile e tale re- sterà se i canoni di ricerca resteranno limitati ai soli fatti materiali. 73 Tra vari millenni neurologi o anatomisti saranno capaci di individuare, solo

tramite le mie evidenze fossili, la capacità di parlare e scrivere o stabilire il mio grado d’intelligenza? Certamente potrebbero utilizzare per una veri- ica delle prove indirette, come ad esempio gli strumenti utilizzati e tra- mandati di generazione in generazione tramite l’utilizzo di un linguaggio

parlato. Appare dificile credere che tradizioni tecniche, stili degli utensili, si possano tramandare solo tramite la muta osservazione. Comunicazione

orale e tecnologia procedono di pari passo. Negli studi sulla preistoria l’uomo e le culture da lui prodotte furono associate alle fasi climatiche. Le correlazioni di tutte le prove cercate furono il carburante che permise di

73 Camps, 1985, pp.46-54.

mettere in moto la sensazionale macchina che procedeva verso il nostro passato e verso le nostre origini con rigidi ritmi temporali a cui furono fatte corrispondere fasi di manifestazioni culturali e dati anatomici. Esatte correlazioni tra le componenti umane e naturali-geologiche hanno portato ad

un irrigidimento della nostra capacità di vedere la realtà della preistoria, e se

vogliamo a renderla semplicistica. Al contrario però, la mancanza di reperti e di correlazioni, tipica delle teorie fantarcheologiche, non serve a nessuna

dimostrazione scientiica. Per il futuro della preistoria e per difendersi da

volgari speculazioni delle pseudo-scienze è necessario salire su quella sensa- zionale macchina costruita dall’archeologia e procedere verso le nostre ori- gini, ma prendendo in seria considerazione la possibilità di riconsiderare i rigidi schemi preissi. La cultura dei ciottoli scheggiati deve necessariamen- te rimandare alla cultura degli Australopitechi? E quella del Sapiens Sapiens è rintracciabile solo ed esclusivamente nell’industria del Paleolitico superio-

re? Sarà possibile sganciasi da affermazioni che vedono la nascita dell’arte

nel Paleolitico superiore? Tutte perfette equazioni, ma le nuove scoperte cre- ano contraddizioni da prendere in considerazione. La scienza e l’archeologia sono inevitabilmente aperte alle nuove scoperte, ma queste devono essere

sostenute da veriica scientiica, in caso contrario, devono essere prese diver- samente in considerazione e bisognerà rendere tutte le ipotesi in qualche

modo utili. Solo così le teorie fantarcheologiche potranno aiutare la fantasia. Ignorarle è sbagliato, anche quando nascono dalla fantasia o dal puro fanati-

smo perché in qualche modo non fanno la storia ma possono formare la memoria. Nascono in concorrenza con altre idee, creano una dialettica deci-

siva per le speculazioni scientiiche a favore di una corretta interpretazione

del passato dell’uomo. Ed è anche avvenuto che impennate della fantasia sorrette da intransigente rigore logico e da geniale intuito apparissero nel

futuro come profetiche 74 . I tradizionali studi di preistoria hanno cercato di mantenere inalterata la concezione di progresso verticale e, non prendendo in considerazione le nuove scoperte e i diversi studi, hanno attribuito all’e- voluzione tecnica ed economica delle agevolazioni eccessive. I marxisti del-

la scuola di G. Childe parlano di rivoluzione neolitica. Tant’è vero che il

grande salto in avanti delle società umane lo si fa risalire, giustamente, al

Neolitico. È possibile prendere in considerazione altri pareri che non vedo- no nel passaggio dalla vita nomade di raccolta e caccia alla sedentarietà con economia agricola e di allevamento, alcun progresso sia per gli indivi- dui che per le società. Le provocatorie ipotesi di M. Sahlins 75 riaccendono

  • 74 Omodeo P. 1984.

  • 75 Sahlins M. 1980, L’economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano; Camps, 1982, p. 57.

i rilettori sull’immaginario preconcetto del livello di vita delle popolazio- ni del Paleolitico. Vivendo di raccolta e di caccia, questi uomini erano in balia della scarsità di cibo e di un ambiente totalmente ostile a causa dell’i- nadeguatezza tecnica. La nostra superbia ha dipinto un mondo di patimen- ti e di immensi sforzi per il raggiungimento di miglioramenti. Molti etno- logi della nuova scuola, interessati ai dati quantitativi e non più alle osser- vazioni qualitative e soggettive, giungono alla conclusione che i gruppi più

miseri, i più primitivi, dedicano ai divertimenti, agli ornamenti, al gioco una quantità di tempo maggiore dei civilizzati condannati alla produzio- ne 76 . Cosa riserverà il futuro ai vantaggi di quel progresso tanto acclamato dal determinismo scientiico?

76 Camps, 1985, p.57.

Capitolo quinto

Il sensazionalismo prende in prestito l’archeologia

L’uomo deve credere che sia possibile capire l’incomprensibile,

altrimenti non vi riletterebbe.

J.W. Goethe

5.1. A mo’ di premessa: invito alla smentita

Le teorie fantarcheologiche sono fondate su prove a sostegno di visite nel mondo preistorico e protostorico d’extraterrestri. Inutile ricordare le

ininite possibilità che offre un’ipotesi del genere: si riesce a trovar risposte

a domande alle quali l’uomo ha cercato in ogni tempo e luogo di rispon- dere a partire dalle interpretazioni di miti e leggende. Negli Astronauti ri- siedono le risposte che gli autori della fantarcheologia ridistribuiscono nei loro libri da quasi mezzo secolo. La maliziosa e quanto meno persuasiva idea era stata suggerita da due libri scritti attorno agli anni Cinquanta 77 , ma il divulgatore per eccellenza, capace di trasformare le teorie fantarche- ologiche in best seller è Erick von Daniken. Il suo primo libro, Chariots of the Gods (Carri degli Dei, del 1968), ha avuto esiti inaspettati sia di pubblico che di numerosi altri autori che hanno semplicemente continuato a sostenere la tesi che vede l’intervento di popolazioni provenienti dallo spazio con conoscenze superiori messe a disposizione dell’uomo. Le teorie fantarcheologiche sono state sintetizzate in quattro punti pnncipali:

  • 1. Esseri dello spazio hanno visitato la Terra.

  • 2. I visitatori si sono accoppiati con i popoli primitivi.

  • 3. La mitologia, le leggende e i testi antichi parlano dei viaggi sul nostro pianeta.

  • 4. Gli esseri hanno lasciato tracce nel passato dell’uomo e sulla Terra.

Tutte le teorie proposte si intrecciano tra loro tessendo una itta trama

capace di suggestive interpretazioni di reperti. A sostegno delle tesi vi sono dati concreti o, a detta di von Daniken, le prove. Di queste ne sono state individuate fondamentalmente due:

77 Story R. 1976, The Space-Gods Revealed: A Close Look at the Theories of Erick von Dartiken, Harper and Row, New York.

1.

La prima prova sono gli enigmi archeologici. Sono manufatti di qualsiasi

materiale e dimensione, di dificile decifrazione cronologica o storica e scientiica. Sono i reperti apparentemente inspiegabili denominati anche

oggetti fuori tempo. 2. L’altra prova proviene dalla rilettura di miti, leggende e brani biblici

che testimoniano esseri volanti e divinità provenienti dal cielo, nonché

rapporti sessuali tra esseri umani e dei.

Com’è possibile notare, le prove non hanno nessun riscontro scienti- ico ma solo carattere circostanziale, malgrado ciò, le teorie hanno conti- nuato a diffondersi anche quando v’erano smentite su delle prove che si ritenevano decisive. Delle prove a sostegno della lontana presenza d’ex-

traterrestri sul nostro pianeta e considerate decisive sembrano risiedere, per quanto riguarda la prima categoria, nelle evidenze fossili e nei peseu-

do-manufatti litici, nella stele di Palenque, nei gerogliici di Nazca, nella

carta di Pin Re’is, nei misteriosi segreti della Piramidologia e persino sul pianeta Marte. La seconda categoria di prove è facilmente individuabile grazie all’abbondante utilizzo che gli autori di teorie fantarcheologiche

ne hanno fatto; queste sono state ricercate nella Bibbia e nei testi antichi.

Vengono in questo capitolo elencati i risultati degli studi condotti dagli ar-

cheologi che, per ogni singolo caso proposto, il più delle volte si sono av- valsi d’egregie collaborazioni provenienti dalle diverse discipline. Il loro lavoro è stato un invito a ragionare criticamente su monumenti e reperti archeologici, ma anche un modo per avvicinare la gente comune all’ar- cheologia, farle acquisire una prospettiva critica necessaria per procedere ad una smentita. Molti reperti o monumenti sono divenuti famosi grazie alle teorie archeoastronautiche o paleoastronautiche, altre interpretazioni si basano su concezioni creazioniste. I casi fantarcheologici riacquistano il loro totale valore archeologico e storico-scientiico se sono riconsegna- ti alla loro meritata grandezza. Un loro critico confronto vuole fornire i mezzi per un’interpretazione quanto più possibile oggettiva della storia

dell’umanità. Le confutazioni alle quali sono giunto non possiedono la

pretesa di essere accettate con carattere assoluto da tutti. Al contrario, si ritiene necessaria una costruttiva contestazione per un continuo confronto con i nuovi dati che verranno alla luce in futuro. Onorato dalla speranza che le mie conclusioni possano essere spunti per il loro superamento, in-

vito a valutare i dati da me utilizzati per confrontarli con le prove addotte a sostegno delle teorie fantarcheologiche. Solo così una confutazione non

sarà pilotata da interessi o affezioni soggettive ma guidata da veriiche scientiiche basate su leggi immutabili nel tempo.

5.2. La stele di Palenque

Su una pietra tombale ritrovata nel Tempio delle Iscrizioni di Palenque,

nello stato messicano del Chiapas, è ritratta una igura umana. La posa ricor- da quella di un viaggiatore spaziale intento a pilotare un veicolo a razzo. In effetti, l’uomo sembra impugnare i comandi di guida e nella parte posteriore dei veicolo compare una struttura da cui fuoriescono quelle che sembrano essere iamme. Altri dettagli suggeriscono la presenza di un sedile, di un ap- parato di respirazione e di una struttura esterna affusolata che ben si concilia con l’aspetto di un veicolo a razzo. L’immagine è stata portata all’attenzione del pubblico dallo scrittore svizzero Erich von Daniken. Nel suo libro Ricor-

  • di del futuro (1968) è stata interpretata come una testimonianza della visita

all’umanità da parte di viaggiatori extraterrestri. Sarebbe avvenuta, sempre

a parere dell’autore, in tempi remoti e dei quali si sarebbe in seguito persa la

memoria e con essa anche le conoscenze loro trasmesse dagli extraterrestri.

Secondo le teorie dello scrittore, in Italia criticate e ampliate da Peter Kolo-

simo, gli antichi contatti con civiltà aliene avrebbero tuttavia lasciato traccia

in alcuni manufatti; tra questi la pietra di Palenque costituirebbe uno degli

esempi più convincenti. A chi appartenevano quei resti? Era la domanda che poneva Peter Kolosimo, meno chiara la risposta, altalenante tra le afferma-

zioni scientiiche da lui deinite prudenti e soluzioni fantasiose. Le seconde

prendono però il sopravvento. Parla di ricettari che accumulano energia, di un motore suddiviso in quattro parti, del sistema a propulsione e di un pilo- ta 78 . Von Daniken, considerato da Kolosimo un epigono, viene fortemente contestato e accusato dallo stesso autore italiano di appropriarsi di scoperte

e teorie altrui 79 , anche se in questa occasione le loro posizioni non appaiono poi così distanti. Nonostante l’aspetto dell’immagine tombale si presentava piuttosto incantevole, possiamo dire che von Daniken si ferma all’interpreta- zione che può derivare dalle prime sensazioni e tralascia l’approfondimento

  • di aspetti decisivi fra cui l’abbigliamento del pilota, non certo adatto a un

volo spaziale. Altri studiosi come l’archeologo statunitense William H. Stie-

bing documentano come nella stessa località di Palenque vi siano diverse

pietre tombali Maya, come nel Tempio della Croce e nel Tempio della Croce

Fronzuta, sulle quali compaiono simboli che si ritrovano anche nell’immagi-

ne dell’astronauta. Che cosa rappresenta quell’immagine scolpita nella lastra

tombale di Palenque?

  • 78 Kolosimo P., 1968, Non è terresrre, SugarCo, Milano, pp. 62-66.

  • 79 È l’estratto di una risposta a una lettera pervenuta alla rivista PiKappa (n. 5, anno 11, maggio 1973), edita dalla Sugar.

È la seconda domanda che incontriamo ed è posta da Massimo Menca-

glia, il quale segue un’ipotesi per l’interpretazione della stele di Palenque. Per lui il mistero è itto e naturalmente scienziati, archeologi o storici anco- ra brancolano nel buio alla ricerca di risposte o di un signiicato plausibile.

Egli racconta che nel 1948 l’archeologo messicano Alberto Ruz Lhuillier,

esplorando la foresta dello Yucatan, scoprì lo stupendo sito Maya di Pa- lenque. Nel corso di pochi anni palazzi, piramidi e tesori riemersero dalla vegetazione, e tra le varie meraviglie, anche una gigantesca lastra tombale. Lhuillier affermò l’esistenza di un bassorilievo dal signiicato incompren- sibile. Ovviamente l’immagine rafigurava un alieno nella sua navicella. Sotto il monolite si nascondeva un pertugio. Con la rimozione, il risultato dell’ispezione fu il ritrovamento di un sacello datato 692 d.C., contenente

le ossa di un uomo alto 1 metro e 73 che, per l’ipotesi presentata, risultava essere un gigante rispetto alla popolazione indigena. Venne proposto un parallelismo senza alcuna base cronologica, o scientiica, e la sagoma di- venta del tutto simile alle tipiche statue funebri egizie. L’articolo termina senza che l’autore prenda una posizione in merito all’interpretazione ma,

alla ine, si congeda dal lettore con un’ennesima interrogazione.

Fin dall’inizio ha generato grande suggestione la teoria che si trattasse della tomba di un alieno disceso tra i Maya con la sua astronave: il bassori- lievo lo testimonierebbe così come le dimensioni abnormi di cranio e sche- letro. Oggi invece qualcuno sostiene che sia l’immagine del Re Quetzalco- atl dotato di poteri straordinari, altri giustiicano il tutto ipotizzando rela- zioni culturali tra i Maya e gli Egizi, altri ancora molto più realisticamente

dicono che altro non sia se non un’immagine metaforica del viaggio umano verso il mondo ultraterreno. E se invece si trattasse della semplice rap- presentazione di un episodio della vita dell’estinto che gli scienziati non riescono a decifrare? 80

L’enigma della lastra tombale del Tempio delle Leggi o delle Iscrizio- ni di Palenque ha prodotto numerose interpretazioni e teorie fantarche- ologiche. Di seguito ho cercato di restituire una nota pubblicazione del CUSI (Centro Ufologico della Svizzera Italiana) apparsa sul sito uficia- le. 81 Dopo una larga presentazione del caso in questione si passa alla sco- perta del tempio delle Leggi o Delle Iscrizioni ripercorrendo passo passo

80 Vedi articolo di Mencaglia Massimo riportato su http:llwww,nvo.it/nvo.html tra luglio e novembre 2004. Per gli articoli e documenti successivi se non precisata altra data si faccia riferimento a quella indicata. 81 Vedi http://www.ricino.com/cusilrcdazion.htm.archeologia spaziale.

l’individuazione del sito da parte dell’archeologo messicano, Alberto Ruz Lhuillier. Durante una campagna di scavo e restauro fra le rovine di Palen- que, egli poté scendere all’interno della costruzione per giungere inalmen- te al rinvenimento della stele e alla relativa descrizione.

Al centro della cripta l’enorme monumento composto dalla pietra se- polcrale e da un blocco monolitico sostenuto da sei supporti anch’essi mo-

nolitici, di cui quattro interamente scolpiti. La lastra, ben proilata, aveva

una misura di metri 3,80 di lunghezza per 2,20 di larghezza e uno spessore

di 25 centimetri, e ne fu calcolato anche il peso (intorno alle 5 tonnellate).

Pone poi i seguenti quesiti:

In un attimo per i membri della spedizione sembrò che il passato, il pre- sente ed il futuro, fossero divenuti un unico momento, ma come potevano

dunque i Maya descrivere ciò che soltanto oggi ci è dato conoscere? Chi

era dunque quello strano individuo che sembrava pilotare a tutti gli effetti un’astronave? Per saperne di più non rimaneva a questo punto che aprire quel sarcofago per osservarne il contenuto con grande attenzione.

La descrizione sembrerebbe davvero particolareggiata se il tutto poi non andasse a trasformarsi in dati per sostenere magicamente la conclusio- ne a sostegno di una teoria quanto meno fantarcheologica.

Qui il discorso ci porterebbe ancora pia lontano complicandosi oltremi- sura; ci basti tener presente che il nostro non è certo l’unico e il più signi-

icativo esempio di un’arte che sembra testimoniare non solo un passato

ma anche un futuro, il nostro. Se prima di concludere ci voltiamo per un

attimo a guardare di nuovo il bassorilievo ci viene spontanea un’altra con-

siderazione: e cioè il fatto che in questo, come in altri casi la spiegazione

data dalla scienza uficiale, nella fattispecie l’archeologia, sembra in effetti

non solo meno credibile, ma anche più curiosamente divertente e forzata di

quella dei sostenitori della cosiddetta archeologia spaziale. Concludendo,

non possiamo non aggiungere, schierandosi per un momento con questi ultimi, che Palenque, è solo il nome dato dagli spagnoli durante il. loro

dominio alla località, ma che il nome antico della città era No Chan Coon, letteralmente La Casa del Serpente Celeste. Una coincidenza? Ma conclu- diamo con una unica doverosa citazione. Come rileva G. Mondalesi nel suo

Palenque ...

20 tonnellate di mistero: perché un’idea venga uficializzata

occorre tempo, ma ci pare estremamente contraddittorio il comportamento

che porta l’uomo a spedire nello spazio una sonda con sopra la targhetta

messaggio alla ricerca di una civiltà extraterrestre, quando non si riesce a

vedere quelle che si hanno in casa propria.

Che esseri provenienti dallo spazio abbiano visitato il pianeta lo con-

fermerebbe, a detta di Von Daniken, il coperchio di un sarcofago, parte di

una tomba rinvenuta in una piramide Maya nello stato del Messico. Altre prove sono rintracciabili in Perù, sulla supericie della pianura costiera nei pressi della città di Nazca. Aiuti per realizzare le opere monumentali del

passato sono chiaramente arrivati da popolazioni provenienti dallo spazio,

oltremodo ritratte dagli uomini dell’Età della Pietra in incisioni rinvenute

in Sahara, Australia, California, Russia, Italia e Perù. Tutti rigorosamente

indossavano tute spaziali e caschi o presentavano antenne o altri accessori.

Tracce di una tecnologia avanzata poi scomparsa sembrerebbero nume- rose 82 : pile elettriche a secco, funzionanti secondo il principio galvanico sono esposte nel museo di Baghdad. A Delhi si erge un’antica colonna

realizzata con un ferro che non è intaccata né dal fosforo né dallo zolfo e tantomeno dagli agenti atmosferici. Ma la prova determinante presentata

da Von Daniken sembrerebbe arrivare dal Chapas, Messico, ed è proprio

la stele di Palenque.

Oggi anche un bambino identiicherebbe il suo veicolo come un razzo. Ha una forma anteriore a punta: poi si modiica, con tacche stranamente

incavate che sembrano portelli di immissione, e si allarga, per inire poi con una iammata terminale. L’essere inclinato manipola una serie di inde- inibili controlli e il tallone sinistro del piede preme su una sorta di pedale.

I suoi abiti sono appropriati: calzoni corti con una lunga cintura, una giacca con apertura moderna in stile giapponese e strette fasce sulle braccia e sulle gambe. Sulla base delle nostre conoscenze a proposito di simili igure sa- remmo sorpresi se mancasse un’apparecchiatura complessa sulla testa. Ed

eccola, con i soliti incavi e tubi e qualcosa come una antenna alla sommità.

Il nostro viaggiatore spaziale (perché è ritratto come tale) non solo è rigi-

damente piegato in avanti, ma sta anche issando un apparecchio appeso davanti al suo viso 83 .

Le prove sulle quali si reggono le affermazioni sono, inutile ricordarlo, circostanziali, molti elementi sono stati volutamente omessi dall’autore o co-

82 Von Daniken E., 1969, op.cit., pp. 27-28. 83 Von Daniken E., 1969, op.cit., pp. 100-101.

munque mal commentati; si fa riferimento ad una illustrazione non completa e non si considera il contesto storico. Si evita la descrizione dell’uccello, elemento simbolico, mentre il resto è ciò che realmente l’artista ha visto nel realizzare la stele. L’abbigliamento non è poi cosi adatto ad un viaggio spa- ziale se si considera che indossa un casco che non copre il viso, non indossa scarpe, guanti o pantaloni o camice.