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Arthur Schnitzler

La novella dei sogni


1.

“Ventiquattro schiavi mori spingevano remando la sontuosa galera che doveva


condurre il principe Amgiad al palazzo del Califfo. Il principe tuttavia,
avviluppato nel suo manto purpureo, se ne stava da solo sul ponte sotto il cielo
notturno, blu e cosparso di stelle, ed il suo sguardo ...” <Le mille e una notte>
Fin qui la piccola aveva letto a voce alta, ora, quasi di colpo, le si chiusero gli
occhi. I genitori si guardarono sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, la baciò
sulla chioma bionda e chiuse il libro che si trovava sulla tavola ancora
apparecchiata. La bambina parve come sorpresa.
“Sono le nove”, disse il babbo, “è il momento di andare a letto”, e, poiché
anche Albertine si era chinata verso la bambina, le mani dei genitori si
toccarono sulla diletta fronte e, con un dolce sorriso che non valeva ora più solo
per la piccola, i loro sguardi s'incontrarono. Entrò la signorina, ricordò alla
bambina di dare la buonanotte ai genitori, lei si alzò obbediente, porse le labbra
al babbo e alla mamma e si lasciò tranquillamente condurre fuori dalla stanza.
Fridolin ed Albertine, però, ora rimasti soli sotto il bagliore rossastro della
lumiera, avevano da riprendere la loro conversazione iniziata prima di cena a
proposito delle impressioni sulla redoute del giorno prima.
Era stata quell'anno la loro prima festa danzante a cui avevano deciso di prender
parte proprio prima del Martedì Grasso. Per quel che riguardava Fridolin, era
stato salutato subito all'entrata nella sala come un amico atteso con impazienza
da due dominos rosse le cui persone lui ignorava, per quanto fossero
palesemente informate sui suoi trascorsi di studente e di medico ospedaliero.
Dal palco in cui lo avevano invitato con molto promettente benevolenza si
erano allontanate con la promessa di far ritorno presto, logicamente senza
maschera, però erano rimaste via tanto a lungo che lui, fattosi impaziente, aveva
preferito andare nel parterre dove sperava d'incontrare di nuovo entrambe le
improbabili apparizioni. Per quanto si sforzasse di scrutare intorno non era
riuscito a vederle da nessuna parte; al loro posto però gli si era attaccata al
braccio d'improvviso un'altra creatura di genere femminile, sua moglie, sfuggita
velocemente per l'appunto ad uno sconosciuto il cui essere tra malinconico,
imperioso, straniero, e l'accento polacco, evidentemente all'inizio l'aveva
incantata però di colpo una parola uscitagli inaspettata, spiacevolmente
sfacciata, l'aveva ferita, anzi spaventata. E così marito e moglie si erano seduti,
in fondo contenti di essere sfuggiti ad una deludente, banale messinscena, e
presto come due innamorati tra altre coppie come loro si erano confidati in
modo scherzoso, presso il buffet tra ostriche e champagne, quasi che avessero
fatto conoscenza solo allora, in una commedia di galanteria, di opposizione, di
seduzione e di cedimento; e, dopo un rapido tratto di carrozza attraverso la notte
invernale bianca, a casa erano affondati l'uno tra le braccia dell'altra, in un
momento d'amore di gran lunga non più vissuto come tanto bollente. Un
mattino grigio li aveva svegliati troppo presto. Già la professione chiamava il
marito, in quelle prime ore, al letto dei suoi malati; i doveri di donna di casa e
di madre avevano permesso ad Albertine di riposare appena più a lungo. Così le
ore, sobrie e normali, erano trascorse tra i doveri quotidiani ed il lavoro, e la
notte passata era sbiadita, così l'inizio come il suo termine; ed ora soltanto,
soddisfatta la giornata di lavoro di entrambi, la bambina andata a dormire e
senza aver da attendersi da nessuna parte un disturbo, le figure fatte d'ombra
della redoute, il malinconico sconosciuto e le rosse dominos, erano risalite alla
realtà; e quelle impressioni trascurabili si erano diffuse, magicamente e
dolorosamente, in una volta sola, dallo stato di apparenza illusoria a quello di
possibilità mancate. Da una parte e dall'altra innocenti eppure insidiose
domande avevano avuto in cambio risposte scaltre, da interpretare in modo
duplice; a nessuno dei due sfuggì che l'altro mancasse di vera sincerità, e così
entrambi si sentirono disposti a vendicarsi un poco. Esagerarono la quantità di
attrazione che dai loro partner di redoute si sarebbe irradiata su di loro, si
presero gioco dei moti di gelosia che l'altro mostrava, e negarono i propri. Però,
fuor dalle facili chiacchiere sull'avventura a vuoto della notte passata,
incapparono in un discorso più serio su quei desideri nascosti, a stento
presentiti, che anche nell'anima più chiara e netta sono in grado di dar luogo ad
un vortice torbido e pericoloso, e parlarono dello spazio segreto da loro appena
bramato ed in cui però il vento incomprensibile della sorte una volta avrebbe
potuto, e sia pure solo come sogno, spingerli. Infatti, per quanto essi
reciprocamente si appartenessero in termini di ragione e sentimento, sapevano
che il giorno prima non era stata la prima volta che un alito di avventura, libertà
e rischio li aveva toccati; trepidi, tormentandosi, impuramente curiosi,
cercarono di far venire fuori ammissioni in serie e, approssimandosi angosciosa,
ogni ammissione ricercava in sé una qualche concretezza, un che di vissuto, per
quanto indifferente, vano, che potesse valere come espressione dell'ineffabile e
la cui sincera confessione potesse liberare loro due da una tensione e da una
diffidenza che poco a poco iniziava a diventare insopportabile. Albertine, fosse
tra i due la più impaziente, la più leale, o la più buona, per prima trovò il
coraggio di una comunicazione schietta, e con voce un poco indecisa chiese a
Fridolin se si ricordava di quel giovane che l'ultima estate, passata al mare in
Danimarca, si era seduto insieme a due ufficiali al tavolo vicino, aveva ricevuto
un telegramma durante la cena e quindi si era in fretta congedato dai suoi amici.
Fridolin annuì e chiese: “Cos'avvenne con lui?”
“L'avevo già visto la mattina”, rispose Albertine, “quando con la sua borsa
gialla saliva in fretta le scale dell'albergo. Mi aveva presa fuggevolmente in
considerazione, ma pochi gradini più in alto si fermò, si voltò verso di me ed i
nostri sguardi ebbero occasione di incontrarsi. Non sorrideva, anzi, mi sembrò
invece che il suo viso s'incupisse ed anche a me successe lo stesso, infatti ero
agitata come mai prima. Per tutta la giornata stetti sulla spiaggia in sognante
abbandono. Se mi avesse chiamato – così ritenni di sapere – non avrei potuto
resistere. Mi credevo pronta a tutto; a rinunciare a te, alla bambina, al mio
avvenire, in pratica mi credevo decisa, ed insieme – lo capirai, questo ? - tu mi
eri più caro che mai. Proprio in quel pomeriggio, devi ancora ricordartelo,
successe che, come da tempo non facevamo più, chiacchierassimo così in
intimità di mille cose, anche del nostro avvenire in comune, anche della
bambina. Al tramonto sedemmo sul balcone, tu ed io, quando lui passò giù
lungo la spiaggia senza sollevare lo sguardo, ed io fui felice di vederlo. Ti
sfiorai tuttavia la fronte e ti baciai sui capelli, ed insieme nel mio amore per te
c'era molta dolente compassione. La sera ero molto bella, tu stesso me l'hai
detto, portavo una rosa bianca alla cintura. Forse non era un caso che lo
straniero sedesse con i suoi amici vicino a noi. Non guardava dalla mia parte,
ma io mentalmente finsi di alzarmi, di andare al suo tavolo e di dirgli: eccomi a
te che mi attendi, amore mio – prendimi. Fu allora che gli portarono il
telegramma, lui lo lesse, impallidì, mormorò qualche parola al più giovane dei
due ufficiali e sfiorandomi con un'occhiata enigmatica lasciò la sala.”
“E poi?”, chiese Fridolin seccamente, quando lei tacque.
“E poi niente, so solo che la mattina dopo mi svegliai con una certa
trepidazione. Di che cosa avevo più timore, che potesse esser partito o che ci
fosse ancora, non lo so, né allora l'ho saputo. Però quando anche a mezzodì lui
era assente, respirai di sollievo. Non mi chiedere oltre, Fridolin, ti ho detto tutta
la verità. Ed anche a te su quella spiaggia è successo qualcosa, lo so.”
Fridolin si alzò, percorse la stanza in su e in giù un paio di volte, e poi disse:
“hai ragione.” Stava alla finestra, il viso al buio. “Di mattina”, iniziò con voce
velata, un poco ostile, “talvolta molto presto, prima che ti fossi levata, avevo
l'abitudine di percorrere lungamente la riva, oltre il paese, e per quanto fosse
presto il sole era già luminoso e forte sul mare. Là sulla spiaggia c'erano delle
casette, lo sai, ognuna costituiva un piccolo mondo a sé, alcune con il giardino
recintato da assi, alcune avevano attorno anche solo il bosco, ed i capanni per i
bagni erano separati rispetto alle case dalla strada e da un pezzo di spiaggia.
Tanto presto, di gente ne incontravo appena, e mai erano visibili bagnanti,
soprattutto. Una mattina però notai d'improvviso una figura di donna che, un
attimo prima invisibile, sulla stretta terrazza di uno dei capanni impiantati nella
sabbia andava muovendosi cauta mettendo un piede davanti all'altro, le braccia
allargate sul legno della parete. Era una ragazza giovanissima, forse
quindicenne, con i capelli biondi sciolti che le fluivano sulle spalle e sul piccolo
seno. Guardò davanti a sé verso l'acqua, lentamente scivolò lungo la parete
verso l'altro angolo, gli occhi bassi, e d'improvviso mi si trovò proprio davanti;
si aiutò, con le braccia molto allargate, come volesse afferrarsi meglio, alzò gli
occhi e di colpo mi vide. L'attraversò un fremito come dovesse afflosciarsi, o
fuggire, ma siccome sullo stretto assito avrebbe potuto muoversi solo molto
lentamente, decise di fermarsi e stette lì, prima con la faccia spaventata, poi
adirata, infine imbarazzata. D'un tratto però sorrise, fece un sorriso
meraviglioso, c'era un cenno di saluto, nei suoi occhi, anzi un ammiccare – ed
insieme una sommessa ironia, quando sfiorò fuggevolmente con i piedi l'acqua
che mi separava da lei. Poi stirò in alto il suo giovane corpo slanciato come lieta
della sua bellezza e, com'era facile notare dalla luce del mio sguardo che lei
sentiva su di sé, fiera e dolcemente emozionata. Così restammo forse per dieci
secondi, le labbra semi aperte, gli occhi che brillavano. Senza volere allargai le
braccia verso di lei, nel suo sguardo c'erano gioia ed abnegazione, ma d'un
tratto scosse con violenza il capo, staccò un braccio dalla parete ed accennò
imperiosamente che io mi allontanassi. Non riuscendomi di obbedirle subito,
nei suoi occhi di bambina apparve una tale preghiera, una tale supplica che non
mi rimase altro che voltarle le spalle. Svelto quanto potevo mi allontanai e non
la ricercai neppure una volta, in effetti non per riguardo, per obbedienza, per
cavalleria, ma piuttosto perché sotto il suo ultimo sguardo avevo provato un
fremito che andava tanto oltre ogni altra mia esperienza che mi sentii prossimo
a perdere i sensi.”
“E quante volte”, chiese atona Albertine guardando davanti a sé, “hai fatto in
seguito lo stesso cammino?”
“Ciò che ti ho raccontato”, rispose Fridolin, “avvenne guarda caso l'ultima
giornata del nostro soggiorno in Danimarca. Nemmeno io so che cosa sarebbe
successo in altre circostanze. Non mi chiedere di più, Albertine.”
Continuava a stare alla finestra, immobile. Albertine si alzò, andò da lui, gli
occhi umidi e oscurati, la fronte leggermente corrugata. “Dobbiamo
raccontarcele sempre, queste cose, in futuro”, disse.
Lui annuì.
“Promettimelo”.
Lui la tirò a sé. “Ma sì”, disse, però la sua voce continuava ad essere dura.
Lei gli prese le mani, le accarezzò e lo guardò con occhi velati nel cui fondo lui
poté leggere i suoi pensieri. Lei pensava ora alle sue altre, o meglio alle sue
varie esperienze giovanili cui era stata iniziata dacché lui, troppo disposto a
cedere alla curiosità gelosa di lei, nei primi anni di matrimonio le aveva
rivelato, anzi, come a lui spesso era parso, lasciato in balia ciò che avrebbe
dovuto piuttosto tenere per sé. In quest'ora trascorsa, lui lo sapeva, molto le si
era imposto, necessariamente, in fatto di memoria, e si stupì appena allorché lei,
come uscendo da un sogno, fece il nome d'un amore giovanile di lui, quasi
dimenticato, che però gli suonò come un rimprovero, anzi come una leggera
minaccia.
Si portò le mani di lei alle labbra.
“In ogni essere – credimi, anche se può suonare scontato – in ogni essere che ho
ritenuto di amare ho sempre cercato solo te, lo so meglio di quanto tu possa
capirlo, Albertine.”
Lei sorrise con tristezza. “E se anche a me fosse piaciuto andar cercando?”,
disse. Le mutò lo sguardo, divenne freddo e impenetrabile: Lui fece scivolare
via le mani di lei dalle sue come se l'avesse colta a negare la verità, a tradirlo;
ma lei disse: “ah, se voi sapeste”, e di nuovo tacque.
“Se noi sapessimo? Cosa intendi dire?”
Con insolita durezza lei rispose: “è approssimativo ciò che vai pensando, mio
caro.”
“Albertine – c'è dunque qualcosa che tu mi hai taciuto?”
Lei annuì e guardò davanti a sé con uno strano sorriso.
In lui si destò un'incontenibile, insensata disperazione.
“Non capisco bene”, disse, “avevi appena diciassette anni quando ci siamo
fidanzati.”
“Sedici compiuti, per l'esattezza, Fridolin, eppure”, lo guardava fisso negli
occhi, “non dipese da me che divenissi tua moglie ancora vergine.”
“Albertine!” E lei raccontò:
“Fu al Woerthersee poco prima del nostro fidanzamento, Fridolin, c'era, durante
una bella sera estiva, un giovane molto attraente alla mia finestra davanti al
grande vasto prato, stavamo chiacchierando ed io, nel corso di quella
conversazione pensavo, ecco cosa pensai, ascolta: però, che ragazzo simpatico,
piacente, gli basterebbe una parola, ora, quella giusta, ed io andrei da lui, sul
prato, e passeggerei con lui ovunque gli piacesse, magari nel bosco, o meglio
ancora sarebbe uscire in barca insieme sul lago, e da me stanotte lui potrebbe
avere tutto, gli basterebbe chiederlo. Ecco cosa pensai. Ma la parola non la
disse, quel piacente giovane, si limitò a baciarmi delicato la mano, e la mattina
dopo mi chiese se volevo diventare sua moglie. Ed io dissi di sì.”
Fridolin lasciò andare seccato la mano di lei. “E se quelle sera”, disse, “per caso
alla finestra ci fosse stato un altro e gli fosse venuta da dire la parola giusta, per
esempio ...”, pensava a quale nome dovesse fare, quando lei iniziò a mettere
difensivamente le braccia avanti.
“Un altro, chiunque fosse stato, avrebbe potuto dire quel che voleva, gli sarebbe
servito a poco. E se non ci fossi stato tu davanti alla finestra” - gli sorrise, “
anche la serata estiva non sarebbe stata davvero tanto bella.”
Storse ironico la bocca. “Dici così in questo momento, lo credi ora, però...”
Bussarono. La domestica entrò annunciando che la governante della
Schreyvogelgasse era venuta a chiamare il signor dottore dal consigliere aulico,
che stava di nuovo molto male. Fridolin andò in anticamera, seppe dalla
governante che il consigliere aulico stava avendo un attacco cardiaco e che le
sue condizioni erano pessime; e promise di andarci subito.
“Hai intenzione di uscire?” gli chiese Albertine, quando in fretta lui stava
preparandosi ad andare, con un tono così arrabbiato quasi che stesse
deliberatamente facendole un torto.
Fridolin rispose quasi con meraviglia: “per forza!”
Lei sospirò leggermente.
“Non andrà speriamo tanto male”, disse Fridolin, “finora tre centimetri cubi di
morfina sono bastati a superare l'attacco.”
La cameriera aveva portato la pelliccia, Fridolin baciò Albertine abbastanza
distrattamente sulla fronte e sulla bocca, quasi che il discorso fatto nell'ora
trascorsa fosse già eliminato dalla sua memoria, e se ne andò in fretta e furia.

In strada fu costretto ad aprire la pelliccia. D'improvviso era iniziato il disgelo,


la neve s'era sciolta quasi, sul marciapiede, e nell'aria c'era un alito della
prossima primavera. Dall'abitazione di Fridolin nella Josefstadt vicino
all'ospedale generale c'era un quarto d'ora scarso fino alla Schreyvogelgasse,
per cui Fridolin salì presto le tortuose e mal illuminate scale della vecchia casa
fino al secondo piano, e tirò il campanello; però prima che il suo patriarcale
suono si facesse percepire, lui notò che la porta era solo accostata; entrò nel
soggiorno passando dall'atrio non illuminato e subito vide che era arrivato
troppo tardi. La lampada a petrolio coperta di verde appesa al basso soffitto
gettava una luce fioca sulla coperta sotto cui giaceva immobilmente steso nel
letto un corpo magro. Il volto del morto era in ombra, ma Fridolin lo conosceva
così bene che credette di vederlo in tutta nettezza – smilzo, grinzoso, con la
fronte alta, la barba corta e bianca, le orecchie piuttosto sgradevolmente piene
di pelame bianco. Marianne, la figlia del consigliere aulico, sedeva ai piedi del
letto tenendo le braccia abbandonate in basso come per una gran stanchezza.
C'era un sentore di vecchia mobilia, di farmaci, di petrolio, di cucina, ed anche,
un poco, di acqua di Colonia e di sapone alla rosa, e Fridolin ebbe qualche
contezza anche dell'odore dolcemente stantio di quella ragazza pallida che era
ancora giovane e che dopo mesi, anni di pesante lavoro casalingo, di faticosa
dedizione al malato e di veglie notturne, lentamente sfioriva.
Quando il medico era entrato, lei aveva volto lo sguardo su di lui, però con la
luce avara che c'era lui a stento vide se le guance le erano arrossite come ogni
volta che lui faceva la sua comparsa. Intendeva alzarsi, un cenno della mano di
Fridolin glielo impedì, lei gli rivolse un saluto con gli occhi, fartisi grandi, ma
tristi. Lui andò al capezzale, rituale toccò la fronte del morto, le cui braccia
giacevano, rimboccate le maniche della camicia, sulla coperta, poi
compassionevole s'ingobbì appena, infilò le mani nelle tasche della pelliccia,
vagò con lo sguardo nella stanza, ed alla fine lo fermò su Marianne. La sua
capigliatura era abbondante e bionda, ma secca, il collo ben fatto e snello, però
non del tutto privo di rughe e un tantino giallognolo, le labbra strette, come a
causa di troppe parole non dette.
“Ebbene”, disse in un sussurro, quasi con imbarazzo, “mia cara signorina, non
eravate certo impreparata a questo.”
Lei gli tese la mano, lui sollecito la prese, doverosamente le chiese com'era
stato l'accesso definitivo, lei breve ed oggettiva riferì e poi parlò degli ultimi
giorni relativamente buoni durante i quali Fridolin non aveva più visto il
malato. Fridolin aveva preso una sedia, si sedette davanti a Marianne e
consolatorio le diede da considerare l'ipotesi che suo padre nelle ultime ore
avesse sofferto appena; poi chiese se i parenti erano informati. Sì, la governante
stava già andando dallo zio e comunque il signor dottor Roediger, “il mio
fidanzato”, aggiunse lei non guardando Fridolin negli occhi, ma sulla fronte,
presto sarebbe venuto.
Fridolin si limitò ad annuire. Il dottor Roediger, in un anno, lui lo aveva
incontrato due o tre volte lì in casa. Il giovane, magrissimo, pallido, barba
bionda corta ed occhiali, docente di storia all'università di Vienna, gli era
piaciuto abbastanza, ma niente di più. Certo Marianne avrebbe un aspetto
migliore, pensò, se fosse sua amante. I suoi capelli sarebbero meno secchi, le
sue labbra più rosse e piene. Che età può avere?, si chiese poi. Quando fui
chiamato per la prima volta dal consigliere aulico, tre o quattro anni or sono, lei
aveva ventitré anni. Sua madre era ancora viva. Era più allegra, allora. Non
aveva preso per un po' lezioni di canto? E dunque sposerà questo docente,
perché? Certo non ne è innamorata e lui inoltre non dovrebbe avere molto
denaro. Che matrimonio sarà? Bah, uno come mille altri. Che m'importa? E' ben
possibile che non la riveda più, dato che in questa casa non ho più nulla da fare.
Oh, le persone non ho rivisto più e che mi premevano più di lei!
Mentre lui pensava queste cose Marianne aveva iniziato a parlare del defunto –
con una certa insistenza, quasi che fosse diventato, a causa del semplice fatto di
esser morto, un uomo degno di nota. Veramente aveva cinquantaquattro anni?
Senza dubbio le molte preoccupazioni e delusioni, la moglie sempre sofferente
– e il figlio, che gli aveva procurato tanta pena! Come, aveva un fratello? Certo.
Lo aveva detto già al dottore, una volta. Viveva da qualche parte all'estero, in
camera sua Marianne aveva un quadro che lui aveva dipinto quando era
quindicenne. Rappresentava un ufficiale balzante giù lungo un declivio. Il padre
aveva sempre finto di non vederlo, il quadro, ma era buono. Il fratello avrebbe
potuto continuare, in circostanze propizie.
Che emozione nelle sue parole, pensò Fridolin, e che luce nei suoi occhi!
Febbre? Possibilissimo. Ultimamente è dimagrita. Probabile catarro apicale.
Lei seguitava a parlare, ma a lui parve che non si rendesse nemmeno conto di
chi fosse il suo interlocutore; o era come se parlasse a sé stessa. Il fratello era
via da dodici anni, anzi, era ancora un ragazzino, quando di colpo era
scomparso. Quattro o cinque anni prima per Natale, l'ultima volta che se ne
avevano avute notizie, da una cittadina italiana. Stranamente lei ne aveva
scordato il nome. Poi parlò ancora un poco di cose banali, senza che ce ne fosse
bisogno, quasi senza correlazione tra loro, fin quando d'un tratto tacque e
rimase senza parole, la testa tra le mani. Fridolin era stanco, e annoiato anche di
più, aspettava bramoso che venisse qualcuno, parenti o il fidanzato. Il silenzio
pesava nella stanza, a lui parve che il morto partecipasse al loro silenzio, mica
perché, ovviamente, non poteva più parlare, ma con intenzione e gioia maligna.
Con uno sguardo di lato verso di lui, Fridolin disse: “Comunque, per come
stanno le cose, signorina Marianne, voi non siete tenuta a restare più troppo a
lungo in questa abitazione”, e, poiché lei aveva sollevato un poco la testa, senza
però guardarlo, “il vostro promesso sposo prestissimo avrà la cattedra, nella
facoltà di filosofia certamente in relazione a ciò ci sono condizioni più propizie
che nella nostra.” Pensava che anni prima aveva aspirato anche ad una carriera
accademica, ma che data la sua inclinazione a vivere in modo più agiato alla
fine s'era deciso all'esercizio pratico della professione; e d'improvviso si sentì,
in confronto all'egregio dottor Roediger, come quello più scarso.
“In autunno ci trasferiremo”, disse Marianne senza muoversi, “lui ha una
nomina a Goettingen.”
“Oh”, fece Fridolin, intenzionato a congratularsi in qualche modo, ma la cosa
gli parve poco appropriata, in quel momento e in quella situazione. Lanciò uno
sguardo alla finestra chiusa e senza prima chiedere il permesso, come
esercitasse un diritto medico, aprì entrambe le imposte e lasciò che entrasse
l'aria, nel frattempo divenuta ancor più calda e primaverile, che sembrava portar
con sé un lieve profumo dai risvegliati boschi lontani. Quando si voltò verso
l'interno della stanza vide gli occhi di Marianne diretti su di lui, come
interrogativi. Le si avvicinò osservando: “l'aria fresca spero che vi farà bene. E'
diventata piuttosto calda, eppure ieri notte” - stava per dire: siamo tornati a casa
dalla redoute tra turbini di neve, ma riformulò rapido la frase e la concluse: “ieri
sera c'era ancora mezzo metro di neve nelle strade.”
Ascoltava appena quel che lui diceva, gli occhi le si bagnarono, grosse lacrime
le scesero sulle guance, e di nuovo nascose il viso tra le mani. Meccanicamente
lui le mise una mano sulla testa e le sfiorò la fronte. Sentì che lei iniziava a
tremare, a singhiozzare prima appena appena, un po' alla volta con più forza,
infine senza freni. D'un tratto era scivolata giù dalla sedia ai piedi di Fridolin, e
gli abbracciava le ginocchia premendovi il viso. Poi lo guardò ad occhi
spalancati, selvaggia e dolente, con calore mormorando: “non voglio
andarmene, anche se voi non tornate più, anche se non devo più vedervi, voglio
vivere vicino a voi.”
Fu più che stupito commosso, infatti aveva sempre saputo che era innamorata di
lui, o si figurava di esserlo.
“Su, alzatevi, Marianne”, disse piano, si chinò su di lei, la sollevò con dolcezza
e pensò: naturalmente c'entra anche l'isteria. Lanciò un'occhiata al padre morto.
Non è che sente tutto, pensò, magari si tratta di morte apparente, magari ognuno
in queste ore che seguono al commiato è morto solo in apparenza. Teneva
Marianne tra le braccia, ma insieme un po' a distanza e quasi meccanicamente
le baciò la fronte, cosa che a lui stesso sembrò un po' ridicola. Di sfuggita si
ricordò di un romanzo letto anni prima in cui accadeva che un uomo
giovanissimo, quasi un fanciullo, venisse, al letto di morte della madre, sedotto
da un'amica di lei, ed in pratica violentato. Nello stesso momento, non sapeva
perché, fu costretto a pensare a sua moglie. In lui crebbe dell'animosità contro
di lei, ed una sorda ostilità contro quel signore, in Danimarca, sulle scale in
albergo, con quella borsa da viaggio gialla. Attrasse Marianne a sé, ma senza
provare la minima eccitazione; prima della vista dei capelli secchi e senza luce,
l'odore dolce/stantio del suo abito, bisognoso di prendere aria, gli suscitò una
leggera ripugnanza. Poiché da fuori suonò il campanello, si sentì salvo, rapido
baciò la mano di Marianne, quasi riconoscente, e andò ad aprire. Alla porta c'era
il dottor Roediger in havelock <cappotto d'un certo rango> grigio scuro e
soprascarpe, in mano un parapioggia, con sul viso un'espressione seria, di
circostanza. Entrambi i signori si salutarono con un cenno più familiare di
quanto corrispondesse al loro effettivo rapporto, poi entrarono nella stanza,
Roediger manifestò, dopo un timido sguardo al morto, le sue condoglianze a
Marianne; Fridolin passò nella stanza accanto per redigere la dichiarazione
medica di morte, alzò la luce a gas sulla scrivania ed il suo sguardo cadde
sull'immagine dell'ufficiale in uniforme bianca che, brandendo la sciabola,
balzava giù per il pendio d'una collina contro un nemico invisibile. Era
incorniciata in oro vecchio e non faceva un effetto molto migliore d'una
mediocre oleografia.
Fridolin rientrò con la dichiarazione compilata nella stanza dove, presso il letto
del padre, i fidanzati sedevano con le mani tra loro intrecciate.
Suonò di nuovo il campanello, il dottor Roediger si alzò e andò ad aprire;
mentre avveniva ciò Marianne, quasi inudibile, disse “ti amo” guardando in
direzione del suolo. Fridolin si limitò a rispondere, non senza tenerezza,
pronunciando il nome di Marianne. Roediger rientrò insieme a due anziani
coniugi, lo zio e la zia di Marianna; vennero scambiate alcune parole di
circostanza con l'imbarazzo che la presenza lì d'una persona appena morta usa
diffondere. La piccola stanza apparve di colpo strapiena di presenti in lutto,
Fridolin ebbe l'impressione di essere di troppo, porse i suoi ossequi e venne
accompagnato alla porta da Roediger, che si sentì obbligato ad alcune parole di
ringraziamento ed espresse la speranza d'un nuovo incontro.
3

Fridolin, davanti al portone della casa, guardò verso la finestra che lui stesso
aveva prima aperto; le imposte tremavano appena al vento annunciante la
primavera. Le persone che erano rimaste lì, sia i vivi che il morto, erano per lui
irreali come fantasmi. Aveva l'impressione di essersela svignata, non tanto da
un'esperienza reale, quanto piuttosto da una magia triste che non doveva
acquistare alcun potere su di lui. Come unica conseguenza effettiva provò una
consistente avversione per il ritorno a casa. La neve nelle strade era sciolta, a
destra e a sinistra c'erano monticelli bianco sporchi, le fiammelle dei lampioni a
gas ondeggiavano, da una chiesa vicina suonarono le undici. Fridolin decise,
prima di andare a dormire, di trascorrere ancora una mezz'ora in un caffè nei
pressi della sua abitazione, e s'incamminò per il parco comunale. Su panchine in
ombra sedevano qua e là coppie serrate tra loro quasi ci fosse già davvero la
primavera e l'aria, ingannevolmente calda, non fosse foriera di rischi. Disteso
per il lungo su una panchina, il cappello sulla fronte, giaceva un uomo piuttosto
cencioso. Se lo svegliassi, pensò Fridolin, e gli regalassi i soldi per un posto
dove dormire stanotte? Bah, a cosa servirebbe, andò riflettendo, allora dovrei
preoccuparmi di un posto anche domani, o non avrebbe alcun senso, e alla fine
verrei sospettato anche d'una relazione disdicevole con lui. Accelerò il passo
come per sfuggire ad ogni tipo di responsabilità e di tentazione, il più svelto
possibile. Perché proprio quello?, si chiese, a Vienna soltanto ci sono migliaia
di poveri diavoli così. Se ci si preoccupasse di tutti, della sorte di ogni
sconosciuto! Gli venne in mente il morto appena lasciato, e con un certo
brivido, anzi non senza schifo, pensò che nel magro corpo disteso sotto la
coperta marrone putrefazione e decomposizione avevano iniziato secondo leggi
eterne la loro opera. Si rallegrò di essere ancora vivo e del fatto che con ogni
probabilità per lui tutte quelle cose disgustose erano ancora lontane; anzi, che si
trovava ancora nel pieno della sua giovinezza, disponeva d'una incantevole ed
amabile donna, e di un'altra, o di svariate ancora, per giunta, se proprio gli fosse
piaciuto. Al che sarebbe servito è ovvio più tempo libero di quanto ne aveva lui,
e gli venne in mente che il giorno dopo alle otto di mattina doveva trovarsi in
reparto, dalle undici fino all'una visitare i pazienti privati, nel pomeriggio dalle
tre alle cinque fare ambulatorio e che la sera lo aspettavano anche alcune visite
a malati. Beh, sperabilmente, almeno non sarebbe stato chiamato di nuovo nel
cuore della notte com'era successo stavolta.
Attraversò la piazza del Municipio, pareva emanare una luce quasi fosse uno
stagno scuro, e prese per il natio distretto della Josefstadt. Da lontano udì passi
grevi, regolari, e vide, ancora ad una certa distanza, appena svoltata da un
angolo di strada, una squadretta di appartenenti ad un'associazione studentesca
che, sei, forse otto, gli veniva incontro. Quando i giovani capitarono sotto la
luce d'un lampione egli ritenne di riconoscere in loro gli Alemanni Azzurri. Non
aveva mai fatto parte d'una associazione, ma ricordava di aver portato fino in
fondo un paio di duelli alla sciabola tra studenti. In collegamento con tal ricordo
gli vennero in mente le dominos rosse che lo avevano attirato nel palco e tanto
presto lo avevano piantato in asso. Gli studenti erano vicinissimi, parlavano a
voce alta e ridevano - non è che ne conosceva magari uno o un altro presso
l'ospedale? Comunque dalla illuminazione incerta non era possibile cavare
fisionomie certe. Fu costretto a fermarsi tutto addossato al muro per non urtare
su di loro; passati che furono, solo quello che camminava in coda, uno alto,
soprabito invernale aperto, l'occhio sinistro bendato, parve quasi apposta
indugiare un pochino e dargli una gomitata. Per niente casuale. Cosa gli viene
in mente?, pensò Fridolin di fatto fermandosi; dopo due passi anche l'altro si
fermò e così essi si guardarono un momento negli occhi a moderata distanza. Di
colpo però Fridolin si voltò e andò oltre. Dietro di sé udì una breve risata – si
sarebbe di nuovo voltato per affrontare quel soggetto, ma provò uno speciale
batticuore – proprio come una volta dodici, quattordici anni prima, quando
avevano picchiato con tanta violenza alla sua porta mentre era da lui
quell'avvenente ragazza cui sempre piaceva chiacchierare d'un fidanzato, forse
inesistente, che viveva lontano. In realtà era solo il portalettere, ad aver bussato
in modo tanto minaccioso. Si sentiva battere il cuore proprio come quella volta .
Arrabbiato si chiese che cosa mai avesse, e fece caso a quel punto alle
ginocchia, che un po' gli tremavano. Pusillanime? Sciocchezze, replicò a se
stesso. Mi devo misurare con uno studente ubriaco, io che sono un uomo di
trentacinque anni, medico, sposato, padre di una bambina? La lite, i testimoni, il
duello! E per finire, a causa d'uno stupido spintone, una sciabolata nel braccio?
Un paio di settimane di inabilità alla professione? E perché no la perdita d'un
occhio? Magari un'infezione! E in otto giorni eccomi come il signore della
Schreyvogelgasse sotto la coperta di flanella marrone! Pusillanime lui? Aveva
sostenuto tre duelli alla sciabola, una volta era stato disposto anche a duellare
con la pistola, e non su sua richiesta la faccenda era stata composta in modo
amichevole. E la sua professione? Rischi da ogni parte ed in ogni momento – ci
se ne scorda sempre. Quanto tempo era trascorso da quando quel bambino
malato di difterite gli aveva tossito in faccia? Tre quattro giorni, mica di più.
Era pur sempre un qualcosa di più serio di un misero combattimento alla
sciabola, eppure lui non ci aveva più pensato. Ora, se avesse di nuovo
incontrato quel tipo, la faccenda si sarebbe sempre potuta chiarire. Non era
affatto obbligato, a mezzanotte sulla via del ritorno da un malato, o all'andata,
infine avrebbe potuto certo essere anche quello il caso – no, davvero non era
obbligato a reagire all'assurdo spintone d'uno studente. Se in quel momento per
esempio gli fosse venuto incontro il giovane danese con cui Albertine –
accidenti, no, ma cosa gli veniva in mente? Ebbene, non era mica diverso che se
fosse stata la sua amante. Anche peggio. Ma sì, doveva venirgli davanti ora,
quello. Che somma gioia sarebbe stata stargli davanti da qualche parte in una
radura e puntare alla sua fronte, con su quei capelli biondi lisciati, la canna
d'una pistola.
Si trovò improvvisamente già oltre la sua meta, in una stretta viuzza per la quale
si aggiravano solo un paio di misere prostitute. Come fantasmi, pensò lui.
Anche gli studenti in cappa azzurra gli si trasformarono di colpo in fantasmi,
nel ricordo, ed anche Marianne, il suo fidanzato, lo zio e la zia, che lui si figurò
tutti allineati, mano nella mano, attorno al letto di morte del vecchio consigliere
aulico; anche Albertine, che nel pensiero gli fu dinnanzi come la bella
addormentata, le braccia incrociate sotto la nuca – perfino la sua bambina, che
in quel momento se ne stava acciambellata nel suo lettino di ottone, e la
signorina dalle guance rosse e con la voglia alla tempia sinistra – tutti erano
passati allo stato di fantasmi. Ed in tale sensazione, per quanto un po' lo facesse
rabbrividire, c'era insieme qualcosa di calmante che sembrò liberarlo da ogni
responsabilità, anzi, da ogni legame umano.
Una delle ragazze che passeggiavano in giro lo invitava ad andare con lei. Era
una creatura passabile, ancora giovanissima, molto pallida, labbra rossettate. La
morte non è esclusa, pensò, ma non così in fretta! E la viltà? In fondo non è
esclusa. Sentì i passi di lei dietro di sé, e presto la sua voce: “Dottore, non vuoi
venire con me?”
Si girò automaticamente: “Com'è che mi conosci?”, le chiese.
“Non vi conosco”, rispose lei, “ma in questo distretto son tutti dottori.”
Dai tempi del ginnasio non aveva avuto a che fare con donne simili. Era di
colpo ricaduto nell'adolescenza, per farsi eccitare da quella creatura? Si ricordò
d'una conoscenza transitoria, un giovane elegante di cui si favoleggiava la
fortuna con le donne, insieme al quale da studente era stato dopo un ballo in un
locale notturno e che, prima di allontanarsi con una delle clienti professioniste,
aveva risposto, a un'occhiata un po' stupita di Fridolin, con queste parole:
“Resta sempre la cosa più piacevole – e non sono mica le peggiori.”
“Tu come ti chiami?”, chiese Fridolin.
“Ma come vuoi che mi chiami? Come tutte, Mizzi, è naturale.” E già aveva
girato la chiave nel portone, era entrata nell'atrio e aspettava che Fridolin la
seguisse.
“Dai!”, disse, dato che lui esitava. Fu presso di lei d'un tratto, il portone gli fu
alle spalle, lei lo chiuse, accese una candelina e gli fece luce. Sono ammattito?,
si chiese, è ovvio che non la toccherò.
In camera di lei ardeva una lampada a olio. Lei ne alzò lo stoppino, era un
ambiente molto piacevole, carino, comunque l'odore era molto più gradevole
che per esempio nell'alloggio di Marianne. Ovvio - lì non c'era stato malato per
mesi un vecchio. La ragazza sorrise, si avvicinò senza sfacciataggine a Fridolin,
che dolcemente la respinse. Allora lei indicò una sedia a braccioli nella quale lui
si lasciò affondare volentieri.
“Sei molto stanco, certo”, osservò lei. Lui annuì. E lei, intanto che si svestiva
senza fretta, disse:
“Ma sì, ma sì, il nostro è un uomo che ha da fare tutto il giorno. Ed ecco che ora
si rifà.”
Lui notò che le labbra di lei non erano rossettate, ma avevano un colore rosso
naturale, e le fece in merito un complimento.
“E perché dovrei darmi il rossetto?”, chiese lei, “quanti anni credi che abbia?”
“Venti”, tirò a indovinare Fridolin.
“Sedici”, disse lei, e gli sedé in grembo mettendogli un braccio attorno al collo,
come fosse una bambina.
Chi potrebbe immaginarsi, pensò lui, che ora io mi trovo in questa stanza qui?
L'avrei ritenuto possibile, io stesso, un'ora fa, dieci minuti fa? E perché? Lei gli
cercò le labbra con le sue, lui si tirò indietro, e con aria stupita, un po' triste, lei
scivolò via da dov'era. Quasi gli dispiacque, perché nel suo abbraccio c'era stata
molta ed incoraggiante tenerezza.
Prese una vestaglia rossa appesa al di sopra della spalliera del letto, ch'era
pronto aperto, se la infilò e si strinse le braccia sul petto, per cui l'intera sua
figura risultò coperta.
“Va bene ora?”, disse senza scherno, come intimorita, quasi si desse la pena di
capirlo. Lui non seppe quasi cosa rispondere.
“Hai indovinato”, disse poi, “sono veramente stanco e trovo molto piacevole
seder qui sulla sedia a dondolo e starti semplicemente a guardare. Hai una voce
così amabile, morbida. Parla e basta, raccontami qualcosa.”
Lei si sedé sul letto e scosse la testa.
“Hai solo paura”, disse a bassa voce – e poi, appena percepibile, a se stessa,
“peccato!”
Quest'ultima parola produsse un'onda di calore nel sangue di lui. Andò per
abbracciarla, le spiegò che lei gli ispirava piena fiducia, in questo era perfino la
verità a parlare. La tirò a sé, cercò di accattivarsela come fosse una ragazza, una
donna, che amava. Lei fece resistenza, allora lui provò vergogna e alla fine
smise.
Lei disse: “mica si può sapere, magari una volta o l'altra deve succedere. Hai
proprio ragione, ad aver paura. Se succede qualcosa potresti maledirmi.”
Rifiutò le banconote che lui le offriva, con tale fermezza che gli fu impossibile
insistere. Si mise uno scialletto di lana azzurro, accese una candela, gli fece
luce, lo accompagnò, ed aprì il portone. “Per oggi resto in casa”, disse. Lui le
prese la mano e gliela baciò meccanicamente. Lei lo guardò stupefatta, quasi
spaventata, poi rise imbarazzata e contenta. “Come a una signorina”, disse.
Il portone si chiuse dietro di lui. Prese nota con uno sguardo del numero della
casa per potere il giorno dopo mandare alla povera cara ragazza del vino e dei
dolciumi.
4

Nel frattempo il calore era aumentato. Il vento mite portava nella viuzza un
alito di prati madidi e di primavera montana. E ora dove si va?, pensò Fridolin,
quasi non fosse evidente la definitiva andata a casa, e a dormire. Ma a ciò non
sapeva decidersi. Dopo l'antipatico incontro con gli Alemanni lui appariva a se
stesso come apolide, come espulso … O dopo la confessione di Marianne? No,
già da prima assai, dopo le cose dette con Albertine la sera, lui stava
approssimandosi ad un qualche altro, lontano, mondo straniero, sempre più
distante dall'abituale terreno della sua esistenza.
Camminò qua e là per le strade notturne, lasciò che il leggero scirocco gli
alitasse sulla fronte, infine a passi decisi, quasi avesse raggiunto una meta a
lungo agognata, entrò in un modesto caffè che, accogliente genere vecchia
Vienna, non molto spazioso, poco illuminato, a quell'ora tarda era poco
frequentato.
Da una parte tre signori giocavano a carte; un cameriere che fin lì era stato a
guardarli aiutò Fridolin a togliersi la pelliccia, prese l'ordinazione e gli mise sul
tavolo riviste illustrate e giornali della sera. Fridolin ebbe l'impressione di
essere al sicuro ed iniziò a sfogliare i giornali. Il suo sguardo si fermò qua e là -
in una città boema erano state buttate giù targhe stradali in lingua tedesca, a
Costantinopoli era in corso una conferenza sulla costruzione d'una ferrovia in
Asia Minore, vi prendeva parte anche lord Cranford, la ditta Benis &
Weingruber era in stato di insolvenza, la prostituta Anna Tiger aveva per motivi
di gelosia attaccato con il vetriolo la sua amica Hermine Drobizky,
degustazione di aringhe quella sera stessa nel Sophiesaal, una giovane, Marie
B., domiciliata Schoenbrunner Hauptstrasse 28, si era avvelenata con il
sublimato – nell'insieme, sia indifferenti che tristi, erano fatti che, nella loro
secca quotidianità, in qualche modo rimisero in sesto Fridolin e lo placarono.
La giovane Marie B. lo addolorò, sublimato, che sciocchezza, in quel momento
lì, mentre lui confortevolmente stava nel caffè e Albertine dormiva placida con
le braccia incrociate dietro la nuca, e il consigliere aulico aveva già superato
ogni dolore terreno, lei, Marie B., si contorceva in spasimi senza senso.
Guardò oltre il giornale e vide un paio di occhi diretti su di lui dal tavolo di
fronte; possibile? Nachtigall? Lo aveva già riconosciuto, alzò con gioia e
sorpresa le braccia, andò da Fridolin, era un uomo ancora giovane, alto, ampio,
un po' in carne, capelli lunghi leggermente ricci, biondi, già un po' ingrigiti, e
un pizzo lungo al modo polacco. Portava un havelock grigio aperto e sotto un
frack un po' sporco, una camicia spiegazzata con tre brillanti fasulli come
bottoni, un colletto gualcito e una cravatta di seta bianca svolazzante. Aveva le
palpebre arrossate, come se avesse passato sveglio molte notti, però i suoi occhi
azzurri riflettevano allegria.
“Sei a Vienna, Nachtigall?” , così gli si rivolse Fridolin.
“Non lo sai, ma come?”, disse Nachtigall nel suo morbido accento polacco con
certe influenze ebraiche, “Eppure sono sempre in giro.” Rise forte, bonario, e si
mise seduto di fronte a Fridolin.
“In che modo?”, chiese Fridolin, “forse come professore di chirurgia in
incognito?”
Nachtigall rise ancor di più: “Non mi hai sentito ora? Stasera?”
“Sentito? Ah già!” E solo allora Fridolin si rese conto che mentre entrava, anzi
già prima, nell'avvicinarsi al caffè, aveva sentito suonare il piano da un qualche
posto in basso, da una cantina. ” Dunque eri tu?”, esclamò.
“E chi sennò?”, rise Nachtigall.
Fridolin annuì. Naturale, quel tocco particolarmente energico, quelle speciali
armonie della mano sinistra un poco arbitrarie, ma gradevoli, gli si erano
presentate subito come note. “Così ti sei dato a tutt'altro?”, concluse. Si ricordò
che Nachtigall aveva rinunciato definitivamente a Medicina già dopo aver
superato il secondo esame preliminare in zoologia, che era perfino andato bene,
per quanto con un ritardo di sette anni. Eppure si era ancora aggirato a lungo
all'interno dell'ospedale, nella sala d'anatomia, nei laboratori, e nelle aule, dove
con la sua testa bionda da artista, con il suo colletto gualcito, la sua cravatta già
bianca svolazzante, aveva rappresentato una figura considerevolmente
benvoluta, popolare in senso buono e non solo per i colleghi, ma anche per
diversi professori. Figlio di un commerciante ebreo di acquavite da qualche
parte in Polonia, era venuto dal luogo natale a Vienna per studiare medicina. Gli
esigui sostegni dei genitori non erano stati all'altezza ed inoltre presto erano
cessati del tutto, cosa che non gli aveva impedito di farsi vedere, al Riedhof, a
un tavolo riservato agli studenti di medicina e frequentato anche da Fridolin. Il
conto delle sue sbornie era stato sostenuto, da un certo momento, ogni volta da
uno o dall'altro dei colleghi benestanti. Aveva avuto in regalo più di una volta
anche capi di abbigliamento, cosa che lui aveva tollerato ugualmente volentieri
e senza falso orgoglio. Già nella sua cittadina d'origine aveva imparato, presso
un pianista fallito, i fondamenti dell'esecuzione pianistica, e a Vienna, Studiosus
Medicinae, aveva frequentato anche il conservatorio, dove sembrava che
passasse per un talento molto promettente. Tuttavia anche lì non era stato
abbastanza serio e diligente da sviluppare correttamente la sua formazione, e
presto si era pienamente accontentato dei suoi successi musicali tra i
conoscenti, anzi del diletto che procurava loro suonando il piano. Per un
periodo di tempo aveva operato in una scuola di danza di periferia come
pianista. I colleghi ed i compagni del Riedhof avevano cercato di introdurlo in
case migliori, però nonostante tale opportunità lui aveva continuato a suonare
solo a modo e gusto suo, aveva intrattenuto con le giovani dame relazioni che
non sempre erano state da parte sua gestite in modo innocente, bevendo anche
più di quanto potesse sopportare. Una volta s'era prodotto in una festa da ballo a
casa di un direttore di banca. Dopo aver messo in imbarazzo già prima di
mezzanotte con osservazioni tra il galante e lo scurrile le signorine, ed aver
scandalizzato i loro cavalieri, gli era venuto in mente di suonare uno sregolato
cancan e di cantarci su, con la sua gagliarda voce di basso, un equivoco couplet.
Il direttore di banca lo aveva biasimato con veemenza, Nachtigall come in un
empito di beata allegria s'era alzato e lo aveva abbracciato; questi, indignato,
ancorché ebreo gli aveva soffiato un'imprecazione tipicamente locale in faccia,
cui Nachtigall aveva dato tempestiva ricevuta nella forma d'un potente schiaffo
– con il che la sua carriera nelle case migliori era apparsa definitivamente finita.
In situazioni più ristrette sapeva comportarsi di solito come si deve, anche se in
occasioni del genere a tarda ora talvolta era necessario allontanarlo
vigorosamente dal locale. Tali incidenti il giorno dopo comunque erano
perdonati e dimenticati da chi vi aveva assistito. Un giorno, i colleghi da molto
avevano tutti terminato gli studi, era all'improvviso sparito dalla città senza
congedarsi. Per alcuni mesi erano arrivate sue cartoline da svariate città
polacche e russe, e una volta a Fridolin, che aveva a cuore in modo speciale
Nachtigall, era stata richiamata alla memoria l'esistenza di lui non solo con un
saluto, ma anche con la richiesta di un modesto prestito di denaro. Fridolin
glielo aveva spedito subito senza poi ricevere da Nachtigall né un grazie né un
segno che era vivo.
In quel momento però, all'una e quarantacinque, dopo otto anni, Nachtigall era
pronto a rimediare immediatamente a tale dimenticanza, prese le banconote
corrispondenti al suo debito da un portafogli piuttosto logoro eppure
discretamente pieno, per cui Fridolin si sentì di acconsentire senza rimorsi alla
restituzione...
“Dunque le cose ti vanno bene”, osservò sorridendo come per rassicurare se
stesso.
“Non mi lamento”, rispose Nachtigall, e mettendo una mano sul braccio di
Fridolin chiese: “però ora me lo dici da dove vieni così nel cuore della notte?”
Fridolin spiegò la sua presenza ad ora così tarda con il bisogno, dopo una visita
notturna ad un malato, di prendersi ancora una tazza di caffè, ma omise, senza
sapere bene perché, il fatto che aveva trovato il paziente non più in vita. Quindi
fece considerazioni generiche sulla sua attività di medico al Policlinico e su
quella privata, ed accennò che era sposato, felicemente sposato e padre di una
fanciullina di sei anni.
Poi fu il turno di Nachtigall, s'era guadagnato da vivere tutto l'anno come
pianista in tutte le possibili città e cittadine polacche, rumene, serbe e bulgare, a
Lemberg <Leopoli> aveva una moglie e quattro figli, ci fece una franca risata,
quasi fosse una cosa molto divertente, aver quattro figli, tutti a Lembreg e tutti
dalla stessa donna. Dall'autunno passato s'era di nuovo stabilito a Vienna. Il
varieté, che lo aveva ingaggiato, era fallito subito, ora lui suonava in svariati
locali, anche in due o tre nella stessa notte, per esempio lì sotto, nella cantina –
per nulla un etablissement elegante, segnalò, in effetti era una sorta di pista per
il gioco dei birilli, e quanto al pubblico ...” Ma quando si ha la preoccupazione
di una moglie e quattro figli a Lemberg”, e di nuovo rise, non più del tutto lieto
come prima. “Capita che abbia da fare anche in privato”, aggiunse in fretta, e
avendo suscitato un sorriso memore sul viso di Fridolin precisò: “non nelle case
di direttori di banca e simili, no, in tutti i possibili circoli, anche di qualità,
aperti o segreti.”
“Segreti?”
Nachtigall distolse lo sguardo, tra il fosco e l'astuto. “Mi vengono a prendere
ora.”
“Cosa, suoni ancora, stanotte?”
“Certo, voglio dire, lì cominciano solo alle due.”
“Ma è squisito”, disse Fridolin.
“Sì e no”, rise Nachtigall, ma subito si fece di nuovo serio.
“Sì e no?” replicò Fridolin curioso.
Nachtigall si chinò sopra il tavolo verso di lui.
“Suono in una casa privata, di chi sia non lo so.”
“Ci suoni per la prima volta stanotte?”, chiese Fridolin con crescente interesse.
“No, è la terza, ma la cosa si rifarà è probabile in un'altra casa.”
“Non capisco.”
“Io nemmeno”, rise Nachtigall, “meglio che tu non me lo chieda.”
“Mmm”, fece Fridolin.
“Ti sbagli, non è quel che pensi, ne ho già viste tante da non credere, in quelle
cittadine, specie in Romania, se ne fanno, di esperienze. Ma qui ...” Aprì un
poco le imposte, guardò in strada e disse, come a se stesso: “no ancora non c'è”,
poi rivolto a Fridolin, chiarì, “voglio dire, la carrozza, mi viene sempre a
prendere una carrozza, mai la stessa.”
“Stai lì a farmi incuriosire, Nachtigall”, osservò Fridolin freddamente.
“Senti”, disse Nachtigall dopo qualche esitazione, “se permettessi a qualcuno
mai – ma come fare?”, e d'improvviso: “du courage, ne hai?”
“Domanda stramba”, disse Fridolin col tono d'un membro, offeso, di una delle
associazioni studentesche.
“Nooo, non in quel senso lì.”
“E allora cosa vuoi dire in pratica? A che serve un particolare courage, in
quest'occasione? Cosa gli può succedere a uno?”, chiese con una risatina
sprezzante.
“A me nulla, al massimo mi succede che è l'ultima volta, questa – ma forse è
proprio così.” Tacque e dette un'altra occhiata fuori tra le imposte.
“E dunque?”
“Come dici?”, chiese Nachtigall come se si svegliasse da un sogno.
“Dimmi di più, visto che hai cominciato già … Una manifestazione segreta? Un
ricevimento riservato? Partecipanti solo su invito?”
“Non lo so. Di recente erano in trenta, la prima volta solo sedici.”
“Un ballo?”
“Certo, un ballo.” Pareva pentito di aver parlato, soprattutto.
“E tu ci aggiungi la musica?”
“Come sarebbe a dire “ci aggiungo”, mica lo so a che scopo suono. Davvero
non lo so. Suono - suono con gli occhi bendati.”
“Nachtigall, Nachtigall, mi prendi in giro?”
Nachtigall sospirò piano. “Purtroppo però non completamente bendato. Non
tanto da non vedere nulla, voglio dire che vedo nello specchio attraverso il
fazzoletto di seta che ho sugli occhi ...” E tacque di nuovo.
“Cioè”, disse Fridolin impaziente e spregioso, però sentendosi molto eccitato …
“donnine nude.”
“Non dire donnine, Fridolin”, replicò Nachtigall quasi dispiaciuto, “donne così
non le hai mai viste.”
Fridolin tossicchiò. “E l'entrée costa quanto?”, chiese come per caso.
“Vuoi dire il biglietto e simili? Ma cosa ti viene in mente?”
“E allora come si fa a entrare?”, chiese Fridolin sarcastico tamburellando sul
piano del tavolo.
“Devi sapere la parola d'ordine, che ogni volta cambia.”
“E quella di stanotte'”
“Non la so, è il cocchiere a darmela.”
“Portami con te, Nachtigall.”
“Impossibile, troppo pericolo.”
“Un attimo fa però avevi intenzione tu stesso di ... 'ammettermi'. Sarà ancora
possibile.”
Nachtigall lo esaminò. “Così è impossibile, cioè, sono tutti in maschera, signore
e signori. Ce l'hai una maschera eccetera? Impossibile, magari la prossima
volta. Vedrò cosa inventare.” Tese le orecchie, dette un'altra occhiata in strada e
facendo un sospirone disse: “è la carrozza. Adieu.”
Fridolin lo bloccò. “Non mi molli in questo modo. Devi portarmici.”
“Ma collega...”
“Risparmiati il resto, lo so già che è 'pericoloso' – magari è proprio questo che
mi attira.”
“Te l'ho già detto – senza costume e maschera -”
“Ci sono noleggi di maschere.”
“A quest'ora!”
“Senti, Nachtigall, all'angolo della Wickenburgstrasse c'è un negozio così, passo
un paio di volte al giorno davanti all'insegna.” E in fretta, con eccitazione
crescente: “tu resti ancora qui un quarto d'ora, Nachtigall, che io intanto ci
provo. Il proprietario del noleggio è probabile che abiti nello stesso edificio.
Sennò – allora rinuncio. Deve decidere la sorte. Sempre in quell'edificio c'è un
caffè, si chiama credo Caffè Vindobona. Tu dici al cocchiere che ci hai
dimenticato qualcosa, entri e io aspetto accanto alla porta, alla svelta mi dici la
parola d'ordine e risali nella tua carrozza; io, se m'è riuscito di procurarmi un
costume, ne prendo velocemente un'altra e ti vengo dietro – il resto si vedrà. I
tuoi rischi Nachtigall, parola d'onore, in ogni caso li coprirò io.”
Nachtigall aveva cercato più volte di interrompere Fridolin, seppure invano.
Fridolin buttò sul tavolo i soldi delle consumazioni compresa una mancia
esagerata, quasi che ciò gli sembrasse lo stile di quella nottata, e andò. Fuori
c'era una carrozza chiusa, immobile a cassetta stava un cocchiere tutto in nero e
con un cappello a cilindro alto, come fosse un cocchiere di un carro funebre,
pensò Fridolin. In pochi minuti a passi di corsa fu alla casa d'angolo che
cercava, suonò, s'informò presso il portinaio se il noleggiatore di maschere
Gibiser abitava lì, segretamente sperando di no. Invece Gibiser viveva davvero
lì, al piano sottostante il noleggio - il portinaio non sembrò particolarmente
stupito dell'ora della visita, invece, ben disposto dalla bella mancia di Fridolin,
osservò che non era raro durante il carnevale che ad ore simili venisse gente a
noleggiare costumi. Fece luce da sotto, con la candela, finché Fridolin non ebbe
suonato al primo piano. Il signor Gibiser, quasi fosse stato in attesa alla porta,
aprì di persona, era smilzo, privo di barba, calvo, con addosso una vestaglia a
fiorami passata di moda e un berretto turco con la nappa, per cui aveva l'aspetto
del Vecchio Ridicolo, a teatro. Fridolin fece la sua richiesta accennando che non
era in questione il prezzo, al che il signor Gibiser piuttosto altezzoso fece
notare: “esigo quanto mi spetta, non di più.”
Condusse Fridolin per una scala a chiocciola nel magazzino, che odorava di
seta, velluto, profumi, polvere e fiori secchi; dall'oscurità imprecisati brillavano
del rosso e dell'argento; di colpo luccicarono una quantità di piccole lampade
tra armadi aperti su un lungo corridoio stretto che si perdeva nel buio. A destra e
a sinistra erano appesi costumi d'ogni tipo, da una parte cavalieri, paggi,
contadini, cacciatori, scienziati, orientali, pazzi, dall'altra dame di corte,
cavallerizze, contadine, cameriere, regine della notte. Al di sopra dei costumi
erano visibili i corrispondenti copricapi, e Fridolin ebbe l'impressione come di
camminare lungo un viale di impiccati in procinto di invitarsi reciprocamente a
ballare. Il signor Gibiser gli camminava dietro, “avere, signore, un desiderio
particolare? Luigi quattordici? Direttorio? Tedesco antico?”
“Mi serve un saio da monaco scuro e una maschera nera, nient'altro.”
In quel momento da dove terminava il corridoio risuonò un tintinnio di
bicchieri. Fridolin guardò spaventato in faccia il noleggiatore di maschere,
quasi che fosse tenuto a un'immediata spiegazione. Tuttavia anche Gibiser s'era
irrigidito, toccò un interruttore nascosto da qualche parte e subito una luce
accecante si diffuse fino in fondo al corridoio, dove si poté vedere un
tavolinetto apparecchiato con piatti, bicchieri e bottiglie. Da due sedie a destra e
a sinistra si levarono, prima uno poi un altro, due giudici ecclesiastici medievali
in abito talare rosso e, nell'attimo stesso, si nascose una graziosa creatura
bionda. Gibiser si lanciò a grandi passi in quella direzione, afferrò sul tavolo
una parrucca bianca intanto che, sbucata da sotto il medesimo, una ragazza
incantevole, giovanissima, quasi ancora una bimba, in costume da pierrette <v.
pierrot> e calze di seta bianche, corsa lungo il corridoio venne dov'era Fridolin,
che fu costretto ad accoglierla tra le braccia. Gibiser aveva lasciato cadere la
parrucca bianca sul tavolo e stringeva a destra e a sinistra i giudici ecclesiastici
medievali per i lembi dei loro abiti talari, nel contempo gridando a Fridolin:
“Signore, vogliate bloccarmi la ragazza.” La piccola si stringeva a Fridolin
come se lui dovesse proteggerla. La sua faccina minuta era incipriata di bianco
ed abbellita da alcuni nei finti, dal grazioso seno saliva un profumo di rose e
cipria, dai suoi occhi sorrideva furfanteria e diletto.
“I signori”, disse Gibiser, “restano qui fin quando li avrò consegnati alla
polizia.”
“Ma che idea vi viene?”, dissero i due, e come a un voce: “ci siamo attenuti ad
un invito della signorina.”
Gibiser li lasciò e Fridolin udì che diceva loro.”Su questo avranno da dare una
più dettagliata spiegazione. O non l'hanno visto subito, che avevano a che fare
con una pazza?”, e rivolto a Fridolin: “Vogliate perdonare, signore, l'incidente.”
“Oh, non importa”, disse Fridolin. Gli sarebbe andato benissimo di restar lì, o
meglio avrebbe subito portato con sé la piccola ovunque - e qualunque cosa ne
fosse sortita. Lo guardava seducente e infantile, come ammaliata. I giudici
ecclesiastici medievali in fondo al corridoio discutevano tra di loro eccitati.
Gibiser si rivolse con fare pratico a Fridolin: “Desiderate un saio, signore, un
cappuccio, una maschera?”
“No”, disse la pierrette, cui luccicavano gli occhi, “a questo signore devi dare
un mantello d'ermellino e una giubba di seta rossa.”
“Tu non ti allontanare da me”, disse Gibiser e indicò un saio appeso tra un
lanzichenecco e un senatore veneziano. “Questo è della misura vostra, ecco il
cappuccio giusto, prendeteli, presto.”
A quel punto si fecero sentire di nuovo i giudici ecclesiastici medievali. “Voi ci
lascerete uscire immediatamente, signor Chibisier”- pronunciarono Gibiser alla
francese, con sorpresa di Fridolin.
“Non se ne parla”, replicò il noleggiatore di maschere, altezzoso, “per il
momento i signori avranno la gentilezza di attendere qui il mio ritorno.”
Intanto Fridolin indossava il saio, annodava le estremità penzolanti del cordone
bianco, Gibiser, ritto su una stretta scala, gli porse il largo cappuccio nero,
Fridolin se lo mise, però fece tutto ciò come se fosse costretto, infatti sentiva
sempre più forte come il dovere di restare e di adoperarsi per la pierrette,
minacciata da un pericolo. La maschera che Gibiser gli mise in mano, e che lui
subito provò, aveva un profumo strano, un poco selvatico.
“Tu mi precedi”, disse alla piccola Gibiser indicando imperioso la scala.
Pierrette si volse, guardò verso il fondo del corridoio e vi diresse un addio caldo
e malinconico. Fridolin ne seguì lo sguardo, non v'era più alcun giudice
ecclesiastico medievale, ma due snelli giovani signori in frack e cravatta bianca
però entrambi con sulla faccia ancora la maschera rossa. Pierrette scorse giù per
la scala a chiocciola, Gibiser dietro, e Fridolin li seguì. Nell'anticamera di sotto
Gibiser aprì una porta che portava nei locali interni e disse a Pierrette: “Tu vai
immediatamente a letto, creatura depravata, ne parliamo non appena ho fatto i
conti con i signori di sopra.”
Bianca e graziosa stette sulla porta scuotendo triste la testa con uno sguardo a
Fridolin, che in un grande specchio sulla parete di destra vide uno smilzo
pellegrino che non era nessun altro che lui stesso, e si stupì che succedessero
effettivamente cose tanto naturali.
Sparita Pierrette, il vecchio noleggiatore di maschere chiuse a chiave la porta,
poi aprì la porta dell'abitazione e spinse Fridolin nel locale delle scale.
“Perdonate”, disse Fridolin, “non ho ...”
“No no, signore, il pagamento avviene alla restituzione, ho fiducia in voi.”
Eppure Fridolin non si muoveva da dov'era. “Mi giurate di non fare nulla di
malvagio alla povera piccina?”
“Di che v'impicciate, signore?”
“Ho sentito come prima avete segnalato che è pazza – ed ora la chiamate
creatura depravata. Una sorprendente contraddizione, non lo negherete.”
“Ebbene, signor mio”, replicò con tono teatrale Gibiser, “non è forse il pazzo,
dinnanzi a Dio, un depravato?”
Fridolin scosse la testa schifato.
“Si trova sempre una qualche scappatoia”, sottolineò. “Io sono medico, domani
ne riparliamo.”
Gibiser rise altezzoso, senza voce. Nel locale delle scale si fece d'improvviso
luce, la porta tra Fridolin e Gibiser si chiuse e subito venne messo il
chiavistello. Fridolin intanto che scendeva le scale si liberò del cappuccio, del
saio e della maschera, mise il tutto sotto un braccio, il portinaio aprì il portone,
il carro funebre si trovava lì davanti con il suo immobile conducente a cassetta.
Nachtigall stava uscendo dal caffè e non parve molto piacevolmente toccato dal
fatto che Fridolin fosse puntualmente sul posto.
“Ti sei procurato un costume adatto?”
“Lo vedi, no? E la parola d'ordine?”
“Sei dunque deciso?”
“Assolutamente.”
“Va bene, la parola è Danimarca.”
“Sei fuor di senno, Nachtigall?”
“E perché?”
“Nulla nulla. Vedi il caso, sono stato l'estate scorsa sulla costa danese; dunque
sali, ma non subito, dammi il tempo di prendere una carrozza, là.”
Nachtigall annuì, si accese una sigaretta tranquillo, Fridolin attraversò veloce la
strada, prese un fiacre ed indicò candido al suo cocchiere, quasi fosse uno
scherzo, di seguire il carro funebre che stava mettendosi in movimento davanti
a loro.
Percorsero la Alserstrasse, passarono sotto un viadotto ferroviario, si diressero
verso un sobborgo ed oltre, lungo vicoli male illuminati e vuoti di persone.
Fridolin, valutando che il suo cocchiere potesse perdere le tracce dell'altra
carrozza, continuava a sporgere la testa dal finestrino all'aria stranamente calda,
ma se la vedeva sempre davanti a una distanza ragionevole, con quel cocchiere
dall'alto cappello nero seduto immobile a cassetta. Potrebbe anche mettersi
male, pensava Fridolin sentendo ancora l'odore di rose e di cipria che era salito
a lui dal seno di Pierrette. In quale romanzo strano mi trovo infilato?, si chiese.
Non avrei dovuto insistere, forse non avrei dovuto permettermelo. Dove mi
trovo, di fatto?
Si saliva lentamente tra ville di poche pretese, Fridolin a quel punto ritenne di
orientarsi, anni prima talvolta passeggiando ci era arrivato, doveva essere la
Galitzinberg quella che lui saliva, in basso a sinistra confusa nella foschia vide
la città con le sue mille luci. Udì alle sue spalle un rumore di ruote e guardò
dietro dal finestrino. Erano due carrozze, ciò gli fece piacere, in nessun caso il
cocchiere del carro funebre poteva dunque parergli sospetto.
D'improvviso con uno strappo assai brusco la carrozza si spostò e, tra
cancellate, muri e dislivelli, calò come in una gola. A Fridolin venne in mente
che fosse quello il momento giusto per mascherarsi, si tolse la pelliccia, entrò
nel saio proprio come ogni mattina in reparto aveva l'abitudine di infilare le
maniche del suo camice, e pensò come a qualcosa di liberatorio che già dopo
poche ore, se tutto andava bene, come ogni mattina avrebbe fatto il giro dei letti
dei suoi malati – da medico premuroso.
La carrozza si fermò. E se non scendessi nemmeno, pensò Fridolin, e tornassi
indietro subito? Ma dove? Dalla piccola Pierrette? O dalla tipetta in
Buchfeldgasse? O da Marianne, la figlia del defunto? O a casa? E leggermente
rabbrividendo sentì che in nessun posto meno che lì bramava di andare. Era
forse perché tale percorso gli pareva il più lungo? No, indietro non posso
andare, pensò. Avanti per la mia strada, dovessi morire. Rise tra sé del parolone,
ma con ciò non si sentì rincuorato.
Un cancello era spalancato, il carro funebre che lo precedeva calò ancor più
dentro la gola, se non, apparentemente, nel buio, comunque Nachtigall era già
sceso. Fridolin saltò svelto dalla carrozza, istruì il cocchiere di aspettare il suo
ritorno, per quanto esso dovesse tardare, su, in corrispondenza della curva, e per
maggior sicurezza lo pagò profumatamente in anticipo promettendogli per il
viaggio di ritorno una somma uguale. Le carrozze che avevano seguito quella di
lui vennero avanti, dalla prima Fridolin vide scendere una figura femminile
celata, allora entrò nel giardino e mise la maschera. Un viottolo esiguo
illuminato a partire dalla casa conduceva al portone, due battenti si schiusero e
Fridolin si trovò in un'anticamera stretta e bianca, suoni di harmonium gli
vennero incontro, ed ecco a sinistra e a destra due servitori in livrea scura, il
volto mascherato in grigio.
“Parola d'ordine?”, gli mormorarono entrambi, “Danimarca”, rispose lui; l'uno
prese in consegna la pelliccia e con ciò scomparve in un locale adiacente, l'altro
aprì una porta e Fridolin entrò in una sala alta, crepuscolare, quasi buia,
tappezzata di seta nera all'intorno. Mascherati senza eccezione da religiosi si
aggiravano dai sedici ai venti personaggi, monaci e monache. I suoni dell'
harmonium morbidamente crescenti parevano calare dall'alto una melodia
ecclesiastica italiana, in un angolo della sala si trovava un piccolo gruppo, tre
monache e due monaci, che si era voltato verso di lui, prima per caso, poi con
intenzione. Fridolin si accorse di essere l'unico con il capo coperto, si tolse il
cappuccio e si mosse, candido quanto poteva, per la sala; un monaco gli sfiorò
un braccio ed accennò un saluto, però dietro la maschera trasparì pungente uno
sguardo lungo un secondo negli occhi di Fridolin. Lo avvolse un singolare
profumo, opprimente, come di giardini del sud, di nuovo un braccio lo sfiorò,
stavolta apparteneva a una monaca. Come le altre anche lei aveva un velo nero
che le cingeva la fronte, il capo e la nuca, mentre sotto i pizzi neri della
maschera spiccava una bocca rosso sangue. Dove sono?, pensò Fridolin, tra
matti? Tra congiurati? Sono capitato nell'adunata di una qualche setta religiosa?
Che a Nachtigall fosse stato comandato, a pagamento, di portare con sé un
qualche non iniziato che s'intendeva canzonare? Eppure per una burla in
maschera tutto gli pareva troppo serio, troppo uniforme, troppo strano. Una
voce di donna s'era accompagnata alle note dell'harmonium, un'aria religiosa
italiana, antica, risuonò nella sala. Tutti si fermarono, parvero ascoltare, anche
Fridolin fu catturato per un poco dalla melodia, montante in modo
meraviglioso. D'improvviso una voce di donna mormorò dietro di lui: “non
voltatevi verso di me, fate ancora in tempo ad allontanarvi, non siete della
partita, se vi si scoprisse, per voi sarebbero guai.”
Fridolin ne fu spaventato, per un secondo pensò di obbedire all'avvertimento,
ma la curiosità, l'attrazione e prima di tutto l'orgoglio furono più forti di ogni
riflessione. Arrivato a questo punto, pensò, che finisca come vuole. E scosse la
testa in segno di rifiuto, senza voltarsi.
E la voce mormorò dietro di lui: “mi dispiace per voi.”
A quel punto si girò, vide la bocca rosso sangue brillare attraverso i pizzi, ed
occhi scuri affondare nei suoi. “Resto”, disse con un tono eroico che non si
conosceva, e voltò la faccia altrove. Il canto salì meraviglioso, l' harmonium
suonava in modo nuovo, non più affatto religioso, mondano, piuttosto,
esuberante, impetuoso come un organo, e guardandosi attorno Fridolin notò che
le monache erano tutte scomparse, che nella sala oramai c'erano solo monaci.
Anche la voce cantante intanto era passata, gorgheggiando abile, dalla sua scura
serietà all'esultanza ed alla luce, dopo che però un pianoforte era subentrato all'
harmonium, mondano e sfacciato. Fridolin subito riconobbe il tocco scatenato e
provocatorio di Nachtigall, e la voce di donna fin lì tanto nobile era per così
sbucata, attraverso il suo paludamento, con un ultimo acuto voluttuoso grido,
nell'infinità. A destra e a sinistra porte s'erano spalancate, da una parte Fridolin
riconobbe al piano i contorni in ombra della figura di Nachtigall, mentre lo
spazio di fronte scintillava di chiarità accecante; vi si trovavano immobili donne
tutte velate di scuro sul capo, la fronte e la nuca, con il viso mascherato in nero,
per il resto invece completamente nude. Gli occhi di Fridolin vagarono assetati
su forme da rigogliose a snelle, da graziose a vistose; che ognuna delle
denudate restasse tuttavia un segreto e che, come enigmi insolubili,
splendessero fino a lui dalle maschere nere occhi scintillanti, ciò gli trasformò
l'immenso piacere di guardare in un quasi insopportabile tormento di
desiderare. Ma non era il solo a provare ciò. I primi respiri incantati si mutarono
in sospiri il cui suono seguisse come ad una profonda pena, da qualche parte
proruppe un urlo, e d'improvviso quasi di corsa tutti si precipitarono fuori dalla
crepuscolare sala, non più coperti dai loro sai da monaco, ma in splendidi
costumi bianchi, gialli, azzurri, rossi da nobiluomo, sulle donne, là dove li
accolse una risata grottesca, quasi malvagia. Fridolin fu l'unico a rimanere
travestito da monaco e si spinse, in certo qual modo impaurito, nell'angolo più
lontano, dove si trovò presso Nachtigall, che gli voltava le spalle. Vide bene che
portava una benda sugli occhi, ma gli parve di accorgersi che i suoi occhi sotto
la benda esploravano l'alto specchio che aveva davanti, nel quale i variopinti
nobiluomini roteavano con le loro ballerine.
D'improvviso una donna gli fu accanto mormorando, dato che nessuno, quasi
che anche le voci dovessero rimanere segrete, parlava a voce alta: “perché così
senza compagnia? Perché ti escludi dal ballo?”
Fridolin vide che da un altro angolo due nobiluomini avevano preso a guardarlo
fisso e immaginò che la creatura al suo fianco – androgina e snella – gli fosse
stata inviata per indagare su di lui e per tentarlo, ciò nonostante protese le
braccia verso di lei per attirarvela, quando un'altra di quelle si liberò del suo
ballerino e si mosse svelta verso Fridolin. Lui si accorse subito che si trattava di
colei che in precedenza lo aveva avvisato. Agì come se lo vedesse per la prima
volta, e mormorò, eppure in modo tanto percettibile che la si dovette udire
anche dall'altro angolo: “alla fine sei tornato?”, e ridendo allegra, “è tutto
inutile, sei riconosciuto.” Rivolta poi all' androgina: “lasciamelo solo due
minuti, dopo puoi tenertelo, se vuoi, fino a domani.” E, come giuliva, a voce
più bassa: “è lui, sì, lui.” “Davvero?”, disse l'altra stupita, e scivolò via
nell'angolo dov'erano i nobiluomini.
A quel punto quella rimasta parlò a Fridolin, “Non fare domande, non ti
meravigliare di nulla. Ho cercato di metterla fuori strada, ma ti dico lo stesso
che alla lunga non può durare, fuggi, prima che sia troppo tardi, ed in ogni
momento può esserlo, e fa' attenzione che non ti si segua. Nessuno può sapere
chi sei, con la tua pace, con la tua felicità sarebbe finita per sempre, va'!”
“E ti rivedo?”
“Impossibile.”
“Allora resto.”
Un fremito, che si comunicò a lui quasi offuscandogli la ragione, le percorse il
corpo nudo.
“In gioco non può esserci più che la mia vita”, disse lui, “ed in questo momento
tu la vali.” Le prese la mano e tentò di attirarla a sé.
Come disperata, lei mormorò ancora: “va'!”
Lui rise e sentì se stesso, come uno si sente in sogno, dire: “Lo vedo bene, dove
sono. Non siete mica solo qui attorno, voi, a confonderci la vista! Tu stai solo
prendendoti gioco di me per farmi impazzire del tutto.”
“Si fa troppo tardi. Va'!”
Non aveva intenzione di ascoltarla. “E qui non ci sarebbe nessuna stanza
riservata, in cui si ritirino le coppie che si sono formate? Tutti quelli che sono
qui si congederanno reciprocamente con cortesi baciamano? Non pare proprio.”
Ed indicò le coppie che al suono frenetico del pianoforte continuavano a ballare
nel rischiaratissimo risplendente locale attiguo, ardenti, bianchi corpi serrati a
sete azzurre, rosse, gialle. Secondo lui a nessuno importava in quel momento di
lui e della donna che gli era vicina, loro erano completamente soli nella sala
centrale quasi buia.
“Speranza vana”, mormorò lei, “non c'è alcuna stanza come tu la immagini.
Siamo all'ultimo minuto, fuggi!”
“Vieni con me.”
Lei scosse la testa come disperata.
Lui rise di nuovo senza riconoscere la sua risata. “Mi prendi in giro, questi
uomini e queste donne sono venuti fin qui solo per eccitarsi a vicenda e per poi
rifiutarsi? Chi può proibirti di venir via con me, se lo desideri?”
Lei sospirò profondamente e chinò la testa.
“Ah, ora capisco”, disse lui, “si tratta della punizione che avete stabilito per chi
s'è infilato qui senza invito, non ne avreste potuto escogitare una più spietata.
Risparmiamela, graziami, infliggimi un'altra pena, ma non questa, che io debba
andarmene senza di te!”
“Tu vaneggi, posso andarmene da qui con te così poco come con un altro
qualsiasi. E chi volesse cercare di seguirmi, perderebbe la sua e la mia vita.”
Fridolin era come ubriaco, non solo di lei, del suo corpo profumato, della sua
bocca accesa di rosso, non solo dell'atmosfera di quella sala, dei segreti
voluttuosi che lo circondavano, era anche ebbro e assetato per via di tutte le
esperienze di quella notte, delle quali nessuna aveva avuto un compimento, per
via della sua audacia, della trasformazione che sperimentava in sé. E portò le
mani al velo che cingeva la testa di lei, come se volesse tirarlo giù.
Gli afferrò le mani, “vi fu una notte che ad uno venne in mente di strappare il
velo a una di noi, durante il ballo. Gli fu strappata la maschera dal viso e fuori
fu frustato.”
“E lei?”
“Forse hai letto di una bella fanciulla … sono trascorse solo poche settimane, si
avvelenò il giorno prima del suo matrimonio.”
Si ricordava anche del nome, lui, lo disse, non era una ragazza di una casata
principesca fidanzata con un principe italiano?
Lei annuì.
D'improvviso fu lì uno dei nobiluomini, il più elegante di tutti, l'unico in
costume bianco, e con un breve, cortese, è vero, eppure imperioso inchino
invitò la donna con cui parlava Fridolin, a ballare. Parve a Fridolin che lei
esitasse un momento, ma l'altro l'aveva già afferrata per volteggiare con lei
verso le altre coppie nella parte illuminata della sala.
Fridolin si trovò solo, e tale abbandono lo assalì come gelo. Si guardò attorno,
in quel momento pareva che nessuno si occupasse di lui, forse c'era ancora
un'ultima possibilità di allontanarsi impunemente. Quel che nonostante ciò lo
tenne come bandito nel suo angolo, dove poteva sentirsi non visto né osservato
– il timore di un'ingloriosa ed un po' ridicola ritirata, il desiderio inappagato,
doloroso, di quel meraviglioso corpo di donna il cui profumo era ancora
presente attorno a lui; o la supposizione che tutto ciò che era accaduto fin lì
forse avesse il significato d'una messa alla prova del suo coraggio, e che come
premio gli sarebbe toccata quella stupenda donna – nemmeno lui lo sapeva.
Comunque gli era chiaro che quella tensione non era più sopportabile e che lui
doveva por fine a quella situazione, ad ogni costo. Qualunque cosa decidesse,
non poteva costargli la vita. Forse si trovava tra folli, forse tra libertini, certo
non tra ragazzi o tra criminali, e gli venne l'idea di presentarsi a loro, di
confessare di essere un intruso e di mettersi a loro disposizione in modo
cavalleresco. Solo in uno stile del genere, con un accordo tra gentiluomini,
poteva terminare quella notte, qualora essa dovesse significare più di una
sequela vagamente dissoluta di avventure fosche, malinconiche, scurrili e
lascive, nessuna delle quali era stata però portata a termine. E sospirando forte
si dispose all'uopo.
Tuttavia in quel momento udì un sussurro accanto a sé: “parola d'ordine!” Un
nobiluomo nero gli si era improvvisamente avvicinato, e poiché Fridolin non
rispondeva subito pose di nuovo la domanda. “Danimarca”, disse Fridolin,
“Giustissimo, signore, questa è la parola d'ordine d'ingresso, e, mi permetta,
quella di casa?”
Fridolin tacque.
“Volete avere la bontà di dirci la parola d'ordine di casa?”, la domanda aveva un
suono tagliente.
Fridolin alzò le spalle, l'altro andò nel centro della stanza, sollevò le mani, il
piano ammutolì e il ballo s'interruppe. Altri due gentiluomini , uno in giallo,
l'altro in rosso, si avvicinarono a Fridolin e gli chiesero all'unisono la parola
d'ordine.
“L'ho dimenticata”, rispose Fridolin sorridendo vacuo ed in piena calma.
“Che sfortuna”, disse il signore in giallo,” che voi l'abbiate dimenticata o non
l'abbiate saputa mai, qui vale lo stesso.”
Le altre maschere maschili confluirono, le porte laterali si chiusero, e Fridolin si
trovò il solo vestito da monaco in mezzo a nobiluomini multicolori.
“Giù la maschera!”, gridarono alcuni. Mille volte peggiore gli sarebbe parso
starsene lì con il volto scoperto tra persone tutte in maschera che essere nudo in
mezzo a persone vestite, e con voce ferma disse: “se uno dei signori si dovesse
sentire ferito nell'onore dalla mia comparsa, mi dichiarerei pronto a dargli
soddisfazione come è dovuto, ma io mi toglierò la maschera solo se tutti loro
fanno lo stesso, signori.”
“Qui non è in questione di dare soddisfazione”, disse il nobiluomo vestito di
rosso che fin lì non aveva parlato, “ma di pagare il fio.”
“Giù la maschera!”, ordinò di nuovo un altro con una voce nettamente sfrontata
che ricordò a Fridolin il tono di comando d'un ufficiale. “Si dirà in faccia a voi
quello che vi aspetta, e non alla vostra maschera.”
“Non me la tolgo”, disse Fridolin in tono ancora più netto, “e guai a chi osa
toccarmi.”
Un braccio lo colse al volto come per strappargliela giù, quando di colpo si aprì
una porta ed una delle donne – Fridolin non poté dubitare chi fosse – fu lì in
abito da monaca, come lui all'inizio l'aveva vista. Dietro di lei però, in quella
stanza piena di luce, si potevano vedere le altre, nude e con il volto velato,
pigiate, mute, un gruppo intimidito. La porta però si richiuse subito.
“Lasciatelo”, disse la monaca, “sono pronta a riscattarlo.”
Breve profondo silenzio, come fosse accaduto qualcosa di enorme, quindi il
nobiluomo nero che aveva chiesto prima a Fridolin la parola d'ordine si rivolse
alla monaca: “lo sai di che cosa ti carichi.”
“Lo so.”
Fu come che nella stanza si sospirasse profondamente.
“Voi siete libero”, disse il nobiluomo a Fridolin, “lasciate questa casa senza
indugio e guardatevi dall'indagare oltre i segreti su cui vi siete affacciato di
nascosto. E se tentaste di indirizzare qualcuno sulle nostre tracce, sia che ciò
riuscisse, o no, sareste perduto.”
Fridolin restò immobile. “In che modo questa donna deve riscattarmi?”, chiese.
Nessuna risposta. Alcune braccia indicarono la porta segnalandogli di
allontanarsi immediatamente.
Fridolin scosse la testa. “M'infliggano, signori, ciò che preferiscono, non
sopporterò che un altro essere umano paghi al posto mio.”
“Alla sorte di questa donna”, disse il nobiluomo nero, a quel punto con grande
calma, “non potreste sostituire più niente. Quando qui viene fatta una promessa
non si torna indietro.”
La monaca annuì lentamente come a confermare. “Va'!”, disse a Fridolin.
“No”, replicò Fridolin alzando la voce, “la vita per me non ha più alcun valore,
se devo andar via da qui senza di te. Da dove tu venga, chi tu sia, non
m'importa. Né di che cosa può significare per loro, miei sconosciuti signori,
recitare fino in fondo o no questa carnevalata, anche nel caso che essa sia
avviata ad una conclusione seria. Chiunque loro si compiacciono di essere, miei
signori, in ogni caso conducono anche un'esistenza diversa da questa. Ma io non
recito nessun genere di commedia, nemmeno qui, e se finora per necessità l'ho
fatto, ora ci rinuncio. Sento che la sorte mi ha immesso in qualcosa che non ha
niente a che fare con questa mascherata, intendo dir loro il mio nome, togliermi
la maschera ed assumerne tutte le conseguenze.”
“Guardatene!”, gridò la monaca, “ti rovineresti, e senza salvarmi! Va'!” E
rivolta agli altri: “Sono qui, a disposizione di tutti!”
Come per magia il costume nero le cadde giù, lei restò nello splendore del suo
corpo bianco, afferrò il velo che le avvolgeva la fronte, il capo e la nuca, e con
un movimento mirabilmente circolare se ne liberò. Il velo si abbassò al suolo,
una scura capigliatura le cadde sulle spalle, sul seno, sui lombi – ma prima che
riuscisse a cogliere l'immagine del suo viso Fridolin fu ghermito da braccia
irresistibili, tirato via di lì e spinto alla porta; un momento più tardi si trovò
nell'anticamera, la porta gli si chiuse dietro, un domestico mascherato gli portò
la pelliccia, lo aiutò a metterla, ed il portone della casa si aprì. Spinto come da
un potere invisibile egli corse oltre, si fermò sulla strada, la luce si spense alle
sue spalle, si guardò attorno e vide la casa che era silente, e le finestre chiuse
non lasciavano passare alcun bagliore. Che prenda buona nota mentale di tutto,
come prima cosa, pensò, devo ritrovare la casa, ne dipende tutto il resto.
Attorno a lui c'era la notte, a qualche distanza, in alto, là dove la sua carrozza
doveva aspettarlo, riluceva rosso opaca una lanterna. Dal basso avanzò il carro
funebre, quasi lui lo avesse chiamato. Un servo aprì la portiera.
“Ho la mia”, disse Fridolin. Il lacchè scosse la testa. “Pare che se ne sia andata,
così dovrò tornare in città a piedi.”
Il servo rispose muovendo le mani in modo così poco confacente al suo ruolo
che fu esclusa ogni obbiezione. Il cilindro del cocchiere si erse nella notte con
quella sua ridicola lunghezza. Il vento tirava forte, in cielo volavano nuvole
viola. Dopo le esperienze fatte fin lì Fridolin non riuscì a pensare altro che
questo: non gli restava che montare nella carrozza, che si mise in movimento
immediatamente con lui.
Fridolin si sentì subito determinato a cominciare ad ogni costo a trovare una
spiegazione all'avventura. Gli pareva che la sua esistenza non avesse più il
minimo senso, se non gli fosse riuscito di ritrovare l'inafferrabile donna che
stava in quel momento pagando il prezzo della salvezza di lui. Quale prezzo, era
troppo facile indovinarlo. Ma che motivo aveva, lei, di sacrificarsi per lui?
Sacrificarsi? Era poi una donna per la quale ciò che l'aspettava, ciò che lei
subiva, significava un sacrificio? Se prendeva parte a quelle occasioni sociali –
e non poteva quella notte essere la prima volta, dato che lei si mostrava tanto
iniziata ai costumi della casa – che cosa poteva importarle di essere a
disposizione di uno di quei nobiluomini, o di tutti loro? Cioè, poteva esser poi
qualcosa d'altro che una prostituta?
Tutte quelle lì potevano essere altro? Prostitute – senza dubbio, anche se
conducevano una seconda vita per così dire borghese accanto all'altra, che era
appunto da prostitute. E tutto ciò che lui aveva appena vissuto non era
probabilmente stato soltanto un scherzo infame che ci si era concessi con lui?
Uno scherzo che, in vista del caso di intromissione d'un non invitato, era già
previsto, già predisposto, anzi forse già provato? Eppure, se lui ripensava a
quella donna che dall'inizio lo aveva messo in guardia, che in quel momento era
pronta a pagare per lui - nel suo portamento, nella regale nobiltà del suo corpo
non velato, c'era stato qualcosa di nient'affatto menzognero. Oppure, forse, solo
la comparsa improvvisa di Fridolin, come un prodigio, aveva indotto la
trasformazione di lei? Dopo tutto quello che in quella notte gli era successo, lui
non riteneva un tal prodigio impossibile – e nel fare una riflessione simile non
era consapevole di alcuna sua fatuità. Forse ci sono ore, notti durante le quali
una magia così strana ed irresistibile promana da uomini nei quali in circostanze
abituali non è insito alcun particolare potere sull'altro sesso?
La carrozza continuava il suo percorso scosceso, da molto avrebbe dovuto,
stranezze a parte, piegare nella strada principale. Cosa s'intendeva fare con lui?
Dove doveva portarlo, la carrozza? La commedia doveva forse ancora
seguitare? Ed in che modo? Con una spiegazione, forse? Con un lieto ritrovarsi
in altro luogo? Con la ricompensa, dopo il fiero superamento della prova, d'una
ammissione nell'associazione segreta? Con l'indisturbato possesso della
bellissima monaca?
I finestrini della carrozza erano chiusi, Fridolin cercò di guardare all'esterno -
erano opachi. Cercò di aprirli a destra, a sinistra, fu impossibile, ed altrettanto
impenetrabile e ben chiusa era la lastra di vetro tra lui e il posto del cocchiere.
Bussò, chiamò, urlò, la carrozza seguitava ad andare. Cercò di aprire la portiera
di destra, quella di sinistra, non cedevano ad alcuna pressione, il suo richiamo si
perdeva nel rumore delle ruote, nel sibilo del vento. La carrozza iniziò a
sobbalzare, andò in discesa, sempre più rapida, Fridolin, preso dall'inquietudine,
dalla paura, stava per fracassare uno dei finestrini ciechi quando di colpo la
carrozza si fermò. Contemporaneamente si aprirono entrambe le portiere come
per mezzo d'un congegno, quasi che a Fridolin fosse offerta ironicamente la
scelta tra destra e sinistra. Saltò dalla carrozza, le portiere si chiusero, e senza
che il cocchiere si curasse minimamente di Fridolin, la carrozza ripartì nella
notte per i campi.
Il cielo era coperto, le nuvole correvano, il vento fischiava, Fridolin si ritrovò
nella neve, che diffondeva in giro un pallido chiarore. Solo, con la pelliccia
aperta sul suo saio da monaco, con il cappuccio in testa, Fridolin si sentì
davvero sbalestrato. A una certa distanza correva ampia la strada. Una
processione di lanterne fiocamente accese indicava la direzione verso la città,
ma Fridolin andò diritto, accorciando il percorso, sul campo innevato che
declinava un poco in basso, allo scopo di arrivare prima possibile tra i suoi
simili. Con i piedi bagnati giunse in una viuzza stretta e quasi priva di
illuminazione, camminò prima tra alte staccionate che scricchiolavano nella
burrasca; girato il primo angolo prese una via un po' più larga dove rare casette
ed aree fabbricabili si alternavano. Da un campanile suonarono le tre. Qualcuno
venne incontro a Fridolin, era in giacca ed aveva le mani nelle tasche dei
calzoni, teneva la testa affondata tra le spalle ed il cappello ben calato sulla
fronte. Fridolin si dispose come per affrontare un assalto, ma inaspettatamente il
vagabondo fece dietrofront e scappò. Che significa?, si chiese Fridolin, poi si
ricordò che lui stesso doveva avere un aspetto abbastanza insolito, si tolse il
cappuccio e abbottonò il cappotto, sotto cui ciondolava l'abito da monaco fin
sopra alle caviglie. Di nuovo svoltò un angolo ed entrò in una vera strada di
periferia, un uomo vestito da campagnolo gli venne incontro e lo salutò come si
saluta un sacerdote. La luce d'una lanterna cadde sopra la targa stradale che
stava sulla casa d'angolo. Liebhartstal – dunque non così distante dalla casa che
aveva lasciato da appena un'ora. Per un secondo fu attratto dall'idea di tornare
indietro e di aspettare in prossimità di quella casa lo sviluppo delle cose, ma se
ne distolse subito considerando che si sarebbe esposto ad un grave pericolo e
che la soluzione dell'enigma sarebbe venuta presto. Immaginarsi quel che
proprio in quel momento poteva accadere nella villa lo riempiva di rabbia,
disperazione, vergogna ed angoscia. Tale stato d'animo era così insopportabile
che Fridolin quasi rimpianse di non essere stato aggredito dal vagabondo che
aveva incontrato, anzi quasi rimpianse di non giacere accoltellato alle costole
presso una staccionata. Così a quella notte insensata, con le sue avventure
balorde, interrotte, alla fine sarebbe stato tuttavia dato un tipo di senso.
Rincasare così, come stava per fare, gli sembrava addirittura ridicolo. Ma
ancora nulla era perduto. L'indomani era un altro giorno. Giurò a se stesso di
non darsi pace prima di ritrovare la bella di cui l'abbacinante nudità lo aveva
inebriato. E a quel punto soltanto pensò ad Albertine – ma come se dovesse
guadagnarsela, come se lei non potesse, non le fosse consentito di essere di
nuovo sua prima che lui la avesse tradita con tutte le altre di quella notte, con la
donna nuda, con Pierrette, con Marianne e con la piccola prostituta del vicolo. E
non avrebbe dovuto anche sforzarsi di trovare lo studente sfrontato che lo aveva
spintonato, per sfidarlo alla sciabola, meglio, alle pistole? Che gl'importava
della vita d'un altro, della sua propria? La si doveva sempre mettere in gioco per
responsabilità, per spirito di sacrificio, e mai per capriccio, per compassione o
semplicemente per misurarsi con la sorte?
E di nuovo ebbe l'idea di essere forse già portatore di una malattia mortale in
embrione. Non sarebbe troppo stupido morire perché un bambino malato di
difterite ci ha tossito in faccia? Forse lui era già malato, non aveva la febbre?
Non si trovava in quel momento a letto, a casa, e tutto quello che credeva di
aver vissuto non era stato altro che deliri?
Fridolin spalancò gli occhi al massimo, si fregò la fronte e le guance, si sentì il
polso. Appena accelerato. Tutto in ordine, era pienamente sveglio.
Proseguì sulla strada verso la città. Alcuni carri da trasporto per i mercati che gli
erano dietro lo superarono rumorosi, vide gente vestita poveramente che stava
iniziando la giornata. Dietro la finestra di un caffè, a un tavolo su cui faceva
luce una lampada a gas sedeva un uomo grasso che aveva uno scialle attorno al
collo, la testa tra le mani, e dormiva. Le case ancora erano al buio, poche
finestre isolate erano illuminate. Fridolin credette di sentire come un po' alla
volta le persone si svegliavano, gli pareva di vederle stirarsi e prepararsi alla
loro povera, aspra giornata. Davanti lui ne aveva una che però non era misera e
triste, e con strano batticuore ebbe lieta la consapevolezza che entro poche ore
avrebbe girato in camice bianco tra i letti dei suoi malati. C'era al primo angolo
un calesse, il cocchiere dormiva a cassetta, Fridolin lo svegliò, gli dette il suo
indirizzo e salì.

Erano le quattro quando salì le scale della sua abitazione. Prima di tutto andò
nella stanza dove riceveva i pazienti, chiuse con cura in un armadio il costume
e, dato che era intenzionato a non svegliare Albertine, si tolse scarpe e abito
prima di entrare in camera da letto. Con cautela accese la luce sul suo
comodino. Albertine giaceva serena con le braccia intrecciate dietro la nuca e le
labbra semiaperte, tese da un'ombra dolente che Fridolin non conosceva. Si
chinò sulla sua fronte che subito, come fosse toccata, si corrugò, ed i suoi
lineamenti si contrassero in modo particolare; d'improvviso, sempre nel sonno,
si mise a ridere con tale acutezza che Fridolin si spaventò. La chiamò senza
pensarci per nome e lei rise di nuovo, quasi a rispondergli, in un modo
totalmente estraneo, quasi sinistro. Fridolin la chiamò ancora una volta a voce
più alta, ed a quel punto lei aprì gli occhi lentamente, a fatica, e lo guardò fisso
come se non lo riconoscesse.
“Albertine!”, chiamò lui per la terza volta. Solo allora parve che rientrasse in sé.
I suoi occhi esprimevano difesa, timore, anzi terrore. Tese in alto le braccia
insensatamente e come disperata, la bocca restandole aperta.
“Che hai?”, chiese Fridolin respirando a stento, e poiché lei continuava a
fissarlo come terrorizzata, continuò come rassicurandola, “sono io, Albertine.”
Lei sospirò profondamente, tento di sorridere, lasciò che le braccia si
abbassassero sulla coperta, e come da lontano chiese: “è già mattina?”
“Tra poco”, rispose Fridolin, “le quattro passate, sono appena tornato a casa.”
Lei tacque, e lui continuò: “il consigliere aulico è morto, lo era già al mio arrivo
– naturalmente non potevo lasciare i parenti subito da soli.”
Lei annuì, pareva tuttavia che lo avesse appena udito o compreso, guardava nel
vuoto come attraversandogli il corpo, e lui ebbe l'impressione – per quanto
insensata nello stesso momento gli sembrasse l'idea - che le fosse noto quel che
lui aveva vissuto durante quella notte. Si chinò su di lei e le toccò la fronte. Lei
ebbe un leggero tremito.
“Che hai?”, le chiese ancora.
Lei si limitò a scuotere lentamente il capo. Lui le accarezzò i capelli.
“Albertine, che hai?”
“Ho sognato”, disse lei distante.
“Ma che cosa hai sognato?”, chiese lui con dolcezza.
“Ah, una tale quantità di cose, non mi ricordo bene.”
“Magari però ...”
“Era un sogno molto confuso – sono stanca, tu non dovresti essere stanco?”
“Per niente, Albertine, dormirò appena, lo sai, voglio dire, che quando torno a
casa così tardi – la cosa più ragionevole sarebbe in effetti che mi mettessi subito
alla scrivania – proprio in queste ore mattutine ...” S'interruppe. “Ma non vuoi
raccontarmi piuttosto il tuo sogno?” E rise un po' forzatamente.
Lei rispose: “ma dovresti sdraiarti un po' anche tu.”
Lui indugiò un attimo, poi fece come lei desiderava e le si distese accanto,
senza però toccarla. Tra noi c'è una spada, pensò ricordando un'osservazione
semi scherzosa dello stesso tipo che una volta in un'occasione del genere aveva
fatto. Tacquero entrambi, giacevano ad occhi aperti, sentivano reciproca
vicinanza e distanza. Dopo un po' lui reggendosi la testa con un braccio la
osservò a lungo, quasi cercasse di vedere più che non il solo profilo del suo
viso.
“Il tuo sogno!”, disse d'improvviso ancora una volta, e fu come se lei non
avesse atteso altro che quest'invito. Gli tese una mano, lui la prese e, secondo la
consuetudine più distratto che tenero, le strinse come per gioco le dita sottili.
Lei comunque iniziò:
“Ti ricordi della stanza che c'era nella villetta sul Woertersee dove ho abitato
con i miei genitori l'estate che ci siamo fidanzati?”
Lui annuì.
“Voglio dire, il sogno inizia così, che entravo in questa stanza non so da dove –
come un'attrice entra in scena. Sapevo solo che i genitori erano in viaggio e mi
avevano lasciato sola. Questo mi stupiva, perché il giorno dopo dovevamo
sposarci. Però l'abito da sposa ancora mancava. O forse stavo sbagliandomi?
Aprivo l'armadio per controllare, invece dell'abito da sposa c'era appesa una
vera massa di altri abiti, costumi veri e propri, da melodramma, sfarzosi,
orientali. Ma per sposarmi e basta quale devo indossare?, pensavo. In quel
momento l'armadio d'improvviso si richiudeva o spariva, non lo so più. La
stanza era molto illuminata, ma fuori dalla finestra era notte fonda … Di colpo
c'eri anche tu, condotto lì da schiavi rematori d'una galera, li vedevo appunto
scomparire nel buio. Eri vestito in modo assai prezioso, seta, oro, avevi sul
fianco un pugnale con una cintura d'argento, mi sollevavi fuori dalla finestra.
Anch'io adesso ero magnificamente vestita, come una principessa, entrambi
eravamo all'aperto in penombra, nebbia fine e grigia ci arrivava alle caviglie. Il
luogo era quello con cui abbiamo buona dimestichezza, là c'era il lago, davanti
a noi il paesaggio montano, vedevo anche le case di campagna, era come se
uscissero da una scatola di giocattoli. Però noi due, tu ed io, scivolavamo, no,
volavamo sopra la nebbia, ed io pensavo: così è questo il nostro viaggio di
nozze. Presto tuttavia non volavamo più, percorrevamo un sentiero nel bosco,
quello che porta alla cima Elizabeth, e d'improvviso ci trovavamo molto in alto
sulla montagna, in una luce che era racchiusa da tre parti dal bosco, mentre da
dietro si ergeva in altezza una ripida parete rocciosa. Sopra di noi tuttavia c'era
un cielo stellato così blu ed esteso come nella realtà non esiste, che era il
soffitto della nostra camera nuziale. Mi prendevi tra le braccia e mi amavi
molto.”
“Anche tu, si spera”, osservò Fridolin celando un sorriso maligno.
“Molto di più, io credo”, replicò Albertine seria. “Ma, come spiegarti,
nonostante il tenerissimo abbraccio la nostra tenerezza era triste come se
avessimo il presentimento d'una pena prestabilita. D'improvviso era mattina, il
prato era splendente e gaio, il bosco attorno impreziosito dalla rugiada, e sulla
parete rocciosa tremava la luce riflessa del sole. Noi dovevamo far ritorno in
società, tra gli uomini, era il momento. Però era accaduto qualcosa di terribile, i
nostri abiti erano spariti, mi afferrava uno spavento senza uguali, una vergogna
che mi bruciava fino all'annientamento intimo, ed insieme una rabbia contro di
te, come se fossi tu solo il colpevole di tale sventura; e tutto ciò, spavento,
vergogna, rabbia, era senza paragoni, quanto a violenza, come da sveglia mai
ho provato. Tu però, consapevole della tua colpa, nudo com'eri ti precipitavi a
scendere a valle ed a procurarci vestiti. Sparito te, mi sentivo completamente
libera, tu non mi affliggevi né io mi preoccupavo di te, ero solo contenta di
essere sola, correvo beata in giro sul prato e cantavo: era la melodia d'un ballo
che abbiamo ascoltato alla redoute. La mia voce aveva un suono meraviglioso,
io desideravo che giù in città mi si sentisse. Non vedevo questa città, la sapevo.
Si estendeva molto sotto di me ed era circondata da un'alta muraglia; una città
completamente fantastica che non so descrivere, non orientale, nemmeno
un'antica città tedesca, eppure ora l'una, ora l'altra cosa, comunque era una città
sommersa da lungo tempo e per sempre. Io tuttavia d'improvviso mi stendevo
sul prato al sole – molto più bella di quanto nella realtà sia mai stata, e mentre
giacevo così usciva dal bosco un signore, un giovane vestito in abito chiaro,
moderno, era, come ora so, di aspetto simile al danese di cui t'ho raccontato ieri.
Andava per la sua strada, passandomi davanti salutava con gran cortesia, ma
non insisteva a guardarmi, andava senz'altro verso la parete rocciosa e la
osservava con attenzione, quasi riflettesse a come avrebbe potuto superarla.
Insieme però vedevo anche te, correvi all'interno della città sommersa di casa in
casa, di bottega in bottega, ora sotto pergolati, ora attraverso una specie di
bazar turco, ed acquistavi le cose più belle che riuscivi a trovare per me, abiti,
biancheria, scarpe, bellurie; e mettevi tutto in una piccola borsa di pelle gialla in
cui però tutto trovava posto. Tuttavia eri inseguito senza tregua da una folla di
persone che io non vedevo, udivo solo le sue cupe grida minacciose. Di nuovo a
questo punto appariva l'altro, il danese, che prima era rimasto davanti alla
parete rocciosa. Di nuovo veniva dal bosco verso di me – ed io sapevo che nel
frattempo aveva viaggiato per tutto il mondo. Aveva un aspetto diverso da
prima, ma era lui. Restava come la prima volta davanti alla parete rocciosa, di
nuovo scompariva, poi rispuntava dal bosco, scompariva, riusciva dal bosco, lo
faceva due o tre volte, o cento. Era sempre lo stesso e sempre un altro, ogni
volta salutava, quando passava davanti a me, ma alla fine mi si fermava davanti,
mi guardava indagatore, io ridevo seducente come nella mia vita mai ho riso, lui
mi tendeva le braccia, allora io volevo scappare, però non mi riusciva – e lui si
lasciava cadere su di me nel prato.”
Tacque, a Fridolin si seccò la gola, nel buio della camera vide che Albertine
teneva il viso, diciamo, nascosto tra le mani.
“Un sogno notevole, è già finito?” E, dato che lei fece segno di no, “allora
continua il racconto”, disse.
“Mica facile”, ricominciò lei, “le parole non bastano davvero ad esprimere
queste cose. Dunque – era come se vivessi innumerevoli notti e giorni, non c'era
il tempo né lo spazio, neppure più la luce circondata dal bosco e dalle rocce
nella quale mi ero trovata, si trattava d'una estensione fiorita di molti colori,
estesa senza fine, che da ogni lato si perdeva all'orizzonte. Inoltre io da un bel
po' – strano dire così – non ero più su quel prato soltanto con quell'uomo.
Tuttavia se oltre a me c'erano anche tre o dieci, o anche mille, coppie, se le
vedevo o no, non potrei dirlo. Ma, come quel senso di spavento e vergogna
precedente si prestava benissimo ad essere rappresentato da sveglia, così nella
nostra esistenza consapevole certo non c'è niente che uguagli l'abbandono, la
libertà e la felicità che provavo in sogno. Eppure in nessun momento io cessavo
di sapere di te, anzi, ti vedevo, vedevo che venivi afferrato, credo da soldati,
oltre ai quali c'erano religiosi; chissà chi, un uomo gigantesco, ti incatenava le
mani, e sapevo che saresti stato giustiziato, lo sapevo senza provare
compassione, senza agitarmi, del tutto distante. Ti portavano in un cortile, in
una sorta di castello. Stavi là nudo con le mani incatenate dietro la schiena.
Come io vedevo te, anche se ero altrove, così tu vedevi me ed anche l'uomo che
mi teneva tra le braccia, e tutte le altre coppie, questo infinito flusso di nudità
che mi circondava, e di cui io e l'uomo che mi teneva stretta in un certo modo
rappresentavamo solo un'onda. Mentre dunque tu stavi nel castello appariva da
un'alta finestra ad arco, tra cortine rosse, una giovane donna con un diadema sul
capo ed un mantello purpureo. Era la principessa regnante del Paese, guardava
giù verso di te in modo severo ed interrogativo. Tu eri solo, gli altri, per quanto
numerosi fossero, si tenevano in disparte, addossati ai muri, udivo perfidi,
minacciosi mormorii e sussurri. Allora la principessa si sporgeva al davanzale,
si faceva silenzio, e lei ti faceva un segno come se ti indicasse di salire da lei, ed
io sapevo che era decisa a graziarti. Tuttavia non ti accorgevi del suo sguardo o
non volevi accorgertene, ma d'improvviso, sempre con le mani incatenate, però
coperto da un mantello nero, le stavi di fronte, non in una stanza, diciamo, ma
in qualche modo per aria, sospeso. Lei aveva in mano una pergamena, la tua
condanna a morte, nella quale erano indicati anche la tua colpa ed i motivi
della condanna. Ti chiedeva – non sentivo le parole, ma lo sapevo – se tu fossi
pronto a diventare suo amante, in questo caso la condanna a morte era
condonata. Tu scuotevi la testa rifiutando. Non mi stupivo, infatti era totalmente
scontato, e non poteva essere altro che così, che tu mi dovessi essere fedele ad
ogni costo ed in eterno. Allora la principessa alzava le spalle, faceva un cenno
nel vuoto e tu ti trovavi improvvisamente in uno scantinato sottoterra, addosso
ti sibilavano frustate, ma io non vedevo chi brandiva la frusta. Il sangue ti
usciva come ruscellando, io lo vedevo, ero consapevole della mia crudeltà,
senza meravigliarmene. A quel punto la principessa veniva da te, aveva sciolti i
capelli sul corpo nudo, ti teneva il diadema davanti con entrambe le mani – io
sapevo che era la fanciulla della spiaggia in Danimarca che avevi una mattina
visto nuda sulla terrazza d'un capanno. Non diceva verbo, ma il senso del suo
esser lì e del suo tacere stava nel tuo accettare o no di diventare il suo marito e
il principe regnante del Paese. E dato che rifiutavi di nuovo, lei era
d'improvviso sparita, eppure io vedevo che innalzava una croce destinata a te,
non giù nel castello, no, nell'interminabile prato coperto di fiori dove io, tra
tutte le altre coppie d'innamorati, me ne stavo tra le braccia d'un amante. Ti
vedevo tuttavia da solo, camminavi per viuzze d'altri tempi senza alcun
controllo altrui, eppure sapevo che la tua strada era segnata e che non potevi
fuggire. Ora salivi per il sentiero montano, io ti aspettavo intenta, ma senza
compassione. Avevi il corpo striato di ferite che però non sanguinavano più.
Salivi sempre, il sentiero si allargava, il bosco dai due lati si ritirava, ed ora
stavi al margine del prato, tu enormemente, misteriosamente, distante. Eppure
mi salutavi con uno sguardo sorridente, come significando che avevi esaudito il
mio desiderio, e mi portavi tutto quello di cui avevo bisogno, vestiti, scarpe e
bellurie. Tuttavia io trovavo il tuo contegno smisuratamente sciocco e insensato
ed avevo la tentazione di deriderti, di riderti in faccia – ed esattamente perché,
per essermi fedele, avevi respinto la mano d'una principessa regnante, avevi
sopportato torture ed ora venivi quassù stremato per patire una morte orribile.
Ti correvo incontro, anche tu prendevi un'andatura sempre più rapida – iniziavo
a scorrere in aria, ed anche tu, eppure d'improvviso ci perdevamo
reciprocamente, ed io sapevo questo, che c'eravamo volati via a vicenda. Allora
desideravo che almeno tu udissi la mia risata mentre ti crocifiggevano, e così
iniziavo a ridere tanto squillante, tanto forte quanto potevo. Era il ridere,
Fridolin, con cui mi sono svegliata.”
Tacque e rimase del tutto immobile. Nemmeno lui si mosse né disse verbo, ogni
parola sarebbe sembrata in quel momento debole, ingannatrice e vile. Ad ogni
nuova ripresa del racconto di lei le esperienze che lui aveva avuto gli erano
sembrate tanto più ridicole ed futili , per come fin lì erano maturate, e si
ripromise di viverle tutte fino in fondo e di riferirgliele fedelmente così
rendendo la pariglia a quella donna che nel suo sogno s'era svelata per quello
che era, infedele, spietata e traditrice, e che in quel momento lui credeva di
odiare più profondamente di quanto l'avesse mai amata.
S'accorse allora di aver continuato a tenerle strette le dita tra le mani e che, per
quanto tendesse anche ad odiarla, quella donna, per quelle dita sottili, fredde,
così intimamente familiari provò un'immutata tenerezza, divenuta solo più
dolente; e senza volere, anzi, controvoglia, prima di liberare quella mano
familiare dalle sue, la toccò con dolcezza con le labbra.
Albertine continuava a non aprire gli occhi, Fridolin credette di vedere che la
bocca di lei, la fronte, l'intero suo viso sorridevano con un'espressione incantata,
illuminata, innocente, e provò un impulso a lui stesso incomprensibile a
chinarsi su Albertine ed a imprimerle un bacio sulla fronte pallida. Tuttavia si
contenne, riconoscendo che ciò era solo debolezza, anche troppo comprensibile
dopo i fatti conturbanti della nottata trascorsa, che si era mascherata,
nell'atmosfera ingannevole della camera coniugale, da smania di tenerezza.
Tuttavia in quel momento c'era da decidere cosa fare nel corso delle ore
successive, e l'imperativo urgente del momento era evadere almeno un poco nel
sonno e nell'oblio. Anche la notte dopo la morte di sua madre lui aveva dormito,
era riuscito a dormire profondamente e senza sognare, e stavolta no? Si distese
dunque accanto ad Albertine, che già sembrava assopita. Una spada tra noi,
pensò ancora lui, ed anche: siamo distesi qui come nemici reciprocamente
mortali. Era solo un modo di dire, però.

Il leggero bussare della domestica lo svegliò alle sei. Guardò velocemente


Albertine, talvolta quel bussare svegliava anche lei, quel giorno invece dormiva
ancora immobile, troppo. Fridolin si preparò alla svelta. Prima di andar via
volle vedere la sua figliolina. Dormiva tranquilla nel suo letto bianco, con le
mani strette come piccoli pugni, al modo dei bambini. La baciò sulla fronte ed
ancora una volta sgattaiolò in punta di piedi fino alla porta della stanza da letto,
dove Albertine continuava a riposare, immobile come prima. Poi se ne andò
portando con sé, nella sua borsa da medico nera, ben al riparo, il costume da
monaco ed il cappuccio. Aveva accuratamente, anzi un po' pedantemente, ideato
il programma della giornata, come prima cosa c'era una visita nei paraggi ad un
giovane legale gravemente malato. Fridolin lo visitò scrupolosamente, trovò
che stava un po' meglio, espresse la sua soddisfazione, genuina, e rinnovò una
vecchia ricetta con il solito repetatur. Quindi si recò direttamente all'edificio nel
cui scantinato la sera prima Nachtigall aveva suonato. Il locale era ancora
chiuso, ma, nel caffè sovrastante, la cassiera sapeva che Nachtigall abitava in un
piccolo albergo nella Leopoldstadt. Un quarto d'ora dopo Fridolin c'era arrivato
davanti. Era una misera locanda nel cui atrio c'era aria pesante di letti non
arieggiati, di lardo scadente e di caffè fatto con la cicoria. Un portiere male in
arnese, occhi scaltri cerchiati di rosso, avvezzo ad essere interrogato dalla
polizia prontamente informò Fridolin del fatto che il signor Nachtigall quella
mattina alle cinque era arrivato in compagnia di due signori che gli avevano,
forse intenzionalmente, reso quasi irriconoscibile il viso imbacuccandolo con
dei foulard. Mentre Nachtigall era nella sua stanza quei signori gli avevano
pagato il conto delle ultime quattro settimane; dato che dopo mezz'ora non era
ricomparso, uno di quei due signori era andato a prenderlo di persona e poi tutti
e tre erano andati alla stazione nord. Nachtigall era apparso molto turbato, anzi
– perché non si doveva dire tutta la verità ad un signore tanto affidabile? - aveva
cercato di passare al portiere una lettera, cosa che quei due signori avevano
subito impedito. Le lettere per il signor Nachtigall, avevano spiegato poi quei
due, sarebbero state ritirate da una persona autorizzata. Fridolin varcando il
portone per uscire valutò la positività di avere con sé la borsa da medico, in tal
modo non lo si sarebbe preso per un ospite di quell'albergo, ma per una persona
che era stata lì per motivi d'ufficio. Quanto a Nachtigall, intanto, niente da fare.
Ogni cautela precedente aveva avuto il suo bravo motivo.
Andò quindi dal noleggiatore di costumi. Aprì il signor Gibiser in persona.
“Sono qui per restituire il costume noleggiato, disse Fridolin, “e desidero
saldare quanto devo.” Il signor Gibiser menzionò una certa cifra, prese il
denaro, registrò l'incasso in un librone contabile ed alzò la testa dalla scrivania
del bureau in certo modo meravigliato per il fatto che Fridolin non intendeva
andarsene.
“Sono qui anche”, disse Fridolin in tono da giudice istruttore, “per parlare un
poco della signorina vostra figlia con voi.”
Un qualcosa si contrasse attorno alle nari del signor Gibiser; disagio, scherno,
rabbia, difficile distinguere.
“Come dice, signore?”, chiese in tono comunque indefinibile.
“Avete osservato ieri”, disse Fridolin, con una mano appoggiata sulle dita alla
scrivania del bureau, “che la signorina vostra figlia non è psichicamente del
tutto normale. Il modo come l'abbiamo colta consigliava questa supposizione, e
dato che il caso, dunque, ha voluto che fossi partecipe, o quanto meno
spettatore, di quella particolare scena, vorrei consigliarvi, signor Gibiser, di
consultare un medico.”
Gibiser, rigirando tra le dita il cannello d'una penna lungo oltre ogni dire
squadrò Fridolin sfrontatamente. “Ed il signor dottore sarebbe tanto benevolo
da intraprendere lui stesso il trattamento?”
“Prego, non fraintendetemi”, replicò Fridolin tagliente, ma un poco rauco, “non
ho detto questo.”
In quella si aprì la porta che portava nell'appartamento, e ne uscì un giovane
signore con il soprabito aperto sul frack. Fridolin seppe subito che non poteva
essere nessun altro che uno dei giudici ecclesiastici medievali della notte scorsa:
Non c'era dubbio, veniva dalla camera della Pierrette. Questi sembrò confuso
nello scorgere Fridolin, ma subito si ricompose, salutò di sfuggita Gibiser con
un cenno della mano, si accese una sigaretta servendosi di un accendino che si
trovava sulla scrivania del bureau, e lasciò l'abitazione.
“Ah, è così”, osservò Fridolin, moto sprezzante della bocca, gusto amaro sulla
lingua.
“Come, signore?”, chiese Gibiser calmissimo.
“Ci avete dunque rinunciato, signor Gibiser”, disse lasciando vagare con aria di
superiorità lo sguardo dalla porta dell'abitazione a quella da cui era andato via il
giudice ecclesiastico medievale, “ad informare la polizia.”
“Ci siamo accordati per un diverso percorso, signor dottore”, disse Gibiser
freddamente, e si alzò, quasi che fosse finita un'udienza. Fridolin si dispose ad
andare, Gibiser aprì sollecito la porta, e con un'espressione del viso rigida disse:
“se il signor dottore dovesse di nuovo avere bisogno … Mica dev'essere proprio
un costume da monaco.”
Fridolin si chiuse la porta dietro. Orbene, questa sarebbe fatta, pensò con un
senso di rabbia che sembrò a lui stesso irragionevole. Scese velocemente le
scale, si recò senza affrettarsi troppo al Policlinico e per prima cosa telefonò a
casa per sapere se un paziente avesse mandato a chiamarlo, se c'era posta o
qualche novità. La domestica aveva appena risposto a quelle domande che
Albertine stessa venne all'apparecchio per salutare Fridolin. Ripeté tutto quello
che la domestica aveva già detto, poi disinvolta riferì che si era appena alzata e
che stava per fare colazione con la bambina. “Dalle un bacio da parte mia”,
disse Fridolin, “e buon appetito a tutte e due.”
La voce di lei gli aveva fatto bene, e fu proprio per questo che interruppe la
comunicazione velocemente. In effetti avrebbe voluto anche chiedere che cosa
aveva intenzione di fare Albertine in mattinata, ma che cosa gliene importava?
Se nel profondo dell'anima aveva chiuso, con lei, la sua vita esteriore doveva
continuare come sempre. La suora bionda lo aiutò a levarsi la giacca e gli porse
il camice bianco, insieme sorridendogli un poco come aveva l'abitudine di fare
quasi con tutti, che ci si curasse o no di lei.
Pochi minuti dopo Fridolin era in camerata dai malati, il primario aveva fatto
annunciare che a causa d'un consulto lui era stato costretto a partire, e che i
signori assistenti avrebbero dovuto fare le visite senza di lui. Fridolin fu quasi
contento di passare, seguito dagli studenti, di letto in letto, di esaminare i
malati, di scrivere prescrizioni, di discutere con semplicità con gli aiuti e le
infermiere. C'erano novità d'ogni tipo, l'apprendista fabbro Karl Roedel nella
notte era morto, autopsia nel pomeriggio alle quattro e mezzo, nella camerata
femminile s'era liberato un letto ed era già stato occupato di nuovo, la donna del
diciassette s'era dovuta trasferire nel reparto chirurgia. In corso d'opera vennero
toccate anche questioni inerenti il personale, doveva venir deciso entro due
giorni il nuovo assetto del reparto oculistico; Huegelmann, al presente
professore a Marburg, quattro anni prima secondo assistente con Stellwag
<K.Stellwag, 1823-1904, oftalmologo>, aveva le chances migliori. Carriera
rapida, pensò Fridolin, io non verrò mai preso in considerazione per la dirigere
un reparto, anche perché mi manca la docenza. Troppo tardi. In effetti, perché?
Si dovrebbe ricominciare a far lavoro scientifico, o riprendere con maggior
serietà diversi lavori cominciati. L'attività privata lascia ancora abbastanza
tempo.
Pregò il dottor Fuchstaler di dirigere l'ambulatorio, e fu costretto ad ammettere
che ci sarebbe rimasto più volentieri lui, piuttosto che andare fino alla
Galitzinberg, eppure era necessario, non solo per l'obbligo, verso se stesso, di
approfondire la faccenda; quel giorno c'era da sbrigare un groviglio d'altre cose,
quindi decise per ogni evenienza di affidare al dottor Fuchstaler anche le visite
della sera. La giovane con il sospetto catarro apicale, là nell'ultimo letto, gli
sorrise. Era quella che di recente, in occasione d'una visita, gli aveva premuto la
guancia con il seno in modo così intimo. Fridolin le rispose poco benignamente
e le voltò le spalle aggrottando la fronte. Eccone un'altra, pensò con amarezza, e
Albertine è uguale a tutte loro – la peggiore di tutte. Mi dividerò da lei. E'
impossibile che vada di nuovo bene.
Per le scale scambiò ancora qualche parola con un collega del reparto chirurgia.
Come andavano in realtà le cose, con la donna che quella notte era stata
trasferita a chirurgia? Da parte sua non riteneva che ci fosse la necessità d'una
operazione, glielo avrebbero riferito, il risultato dell'esame istologica?
“Va da sé, collega.”
Prese una carrozza all'angolo. Consultò l'agenda, ridicola commedia davanti al
cocchiere, come se dovesse decidere in quel momento. “A Ottakring”, disse poi,
“la strada verso la Galitzinberg. Vi dirò io dove dovete fermarvi.”
In carrozza fu sgradevolmente ripreso dall'eccitazione, smaniò, anzi, quasi si
sentì in colpa per averci appena pensato, nelle ultime ore, alla sua bella
salvatrice. Gli sarebbe riuscito, di ritrovare quella casa? Insomma, non poteva
essere particolarmente difficile, la questione era una sola: e dopo? Denuncia
alla polizia? Ciò avrebbe potuto comportare, proprio per la donna che forse si
era sacrificata per lui, o era stata pronta a farlo, brutte conseguenze. Oppure
doveva rivolgersi ad un investigatore privato? Questo gli sembrò abbastanza
assurdo e non del tutto degno di lui, ma cos'altro gli restava? Non aveva né il
tempo né probabilmente il talento per eseguire con abilità le indagini
necessarie. Una società segreta? Sì, segreta, senz'altro, ma tra loro quelli si
conoscevano? Aristocratici, forse membri della Corte? Pensò a certi arciduchi
sospettabili di combinarne, di simili scherzi. E le signore? Presumibilmente …
raccattate nei postriboli; bah, questo non era affatto sicuro. Comunque merce
selezionata. Ma la donna che si era sacrificata a lui? Sacrificata? Ma perché
seguitava ad immaginarsi che fosse stato davvero un sacrificio? Una commedia.
In effetti doveva esser contento di essersela cavata così a buon mercato. Ma sì,
aveva mantenuto un contegno valido, quei gentiluomini avevano ben potuto
notare che lui non era il primo venuto, ed anche lei lo aveva notato.
Probabilmente le era piaciuto più di tutti quegli arciduchi o quel che si
compiacevano d'essere.
Alla fine della Liebhartstal, dove la via andava più decisamente in su, scese e
per prudenza mandò la carrozza oltre. Il cielo era azzurro pallido con nuvolette
bianche, il sole brillava caldo come in primavera. Guardò indietro – non era
visibile alcunché di sospetto, nessuna carrozza, nessun pedone. Pian piano
iniziò a salire, il cappotto gli era gravoso, se lo tolse e se lo buttò sulle spalle.
Arrivò dove la stradetta doveva piegare a destra in quella lungo la quale c'era la
casa segretissima. Non c'era da sbagliarsi, portava in giù, ma non era per niente
così ripida come gli era parso durante la notte. Una stradina tranquilla, in un
giardino rosai accuratamente coperti di paglia, in un altro un carretto da
bambini e un piccolino vestito completamente di azzurro che correva qua e là;
dalla finestra del pianterreno una giovane donna lo guardava sorridendo. Poi
c'era uno spazio non edificato, quindi un giardino selvatico con attorno uno
steccato, poi una modesta villa, poi un prato, quindi, nessun dubbio, ecco la
casa che lui cercava. Non aveva affatto un'aria imponente o sfarzosa, era una
villa ad un piano in stile impero, semplice e palesemente restaurata da non
troppo tempo, le persiane verdi erano tutte abbassate, nulla indicava che potesse
essere abitata. Fridolin si guardò attorno, nella strada non si vedeva nessuno, a
parte che più in basso camminavano allontanandosi due ragazzi con dei libri
sottobraccio. Restò davanti al cancello. Che fare, limitarsi a tornare indietro?
Gli sarebbe sembrato assolutamente ridicolo. Provò a suonare il campanello
elettrico. E se aprivano che cosa doveva dire? Semplicissimo, chiedere se quella
graziosa casa di campagna era affittabile per l'estate. Ma il portone stava già
aprendosi; un anziano servitore con una semplice livrea da mattina ne uscì e
lentamente percorse lo stretto viottolo fino al cancello. Aveva una lettera che
porse senza parole, facendola passare tra le sbarre del cancello, a Fridolin, cui il
cuore palpitò.
“E' per me?”, chiese Fridolin a stento. Il servitore annuì, si volse, se ne andò ed
il portone gli si chiuse dietro. Che significa?, si chiese Fridolin. Viene da lei?
Forse la casa le appartiene? Veloce risalì la strada, solo allora si accorse che
sulla busta era maestosamente scritto in caratteri verticali il suo nome. Aprì da
un lato la lettera, ne trasse un foglio e lesse: “Cessate di far ricerche, esse sono
completamente inutili, e considerate queste parole come un secondo avviso. Noi
speriamo nel vostro interesse che non ne servirà un altro.” Abbassò il foglio.
Quel messaggio lo deludeva da ogni punto di vista, comunque era diverso da
quello che aveva ritenuto stoltamente possibile. Tuttavia il tono era molto
moderato, del tutto privo di severità, faceva intuire che la gente che mandava
tale messaggio non si sentiva affatto sicura.
Secondo avviso? Cioè? Ah ecco, il primo gli era stato dato nella notte, ma
perché secondo, e non ultimo? Volevano ancora mettere alla prova il suo
coraggio? Aveva un esame da superare? E il suo nome, come lo sapevano? Be',
questo non era poi strano, probabilmente avevano costretto Nachtigall a
svelarlo, inoltre – e sorrise senza volere della sua distrazione – nella fodera
della sua pelliccia c'era cucito il suo monogramma ed esattamente il suo
indirizzo.
Eppure, anche se non aveva fatto passi avanti, la lettera nel complesso lo aveva
tranquillizzato, senza che lui potesse dir bene perché. In particolare era convinto
che la donna, sulla cui sorte lui aveva temuto, si trovava ancora in vita e che
dunque stava solo a lui cercarla, qualora ci si fosse messo con prudenza ed
abilità.
Quando un po' stanco, in uno stato d'animo bizzarramente leggero ed insieme,
lui sentiva, fasullo, arrivò a casa, Albertine e la bambina avevano già pranzato,
ma, mentre mangiava anche lui, gli tennero compagnia. Eccola seduta lì
davanti, lei, che quella notte lo aveva lasciato crocifiggere tranquillamente,
sguardo angelico da madre e casalinga, e lui a non provarne nessun odio,
stranamente. Mangiò con gusto, si sentiva un po' agitato, ma in effetti sereno, e
secondo la sua natura parlò con vivacità delle cosucce accadute sul lavoro quel
giorno, in particolare della questione del personale medico, su cui aveva
l'abitudine di rendere edotta per filo e per segno Albertine. Raccontò che la
chiamata di Huegelmann era tanto positiva come certa, e parlò del suo proposito
di riprendere con un po' più di vigore il suo lavoro scientifico. Albertine la
conosceva, quella tendenza, sapeva che non era solita durare troppo a lungo, ed
un leggero sorriso rivelò i suoi dubbi. Fridolin si accalorava, per cui lei gli
accarezzò i capelli rassicurante. Allora lui ebbe uno scatto e si rivolse alla
bambina ritraendo la fronte da un ulteriore, spiacevole, tocco della moglie.
Prese la piccola in grembo e stava appunto per farla saltellare sulle sue
ginocchia allorché la domestica annunciò che c'erano già dei pazienti in attesa.
Fridolin si alzò come liberato, accennò di sfuggita che però Albertine e la
bambina dovevano sfruttare quel bel pomeriggio di sole per una passeggiata, e
andò nel suo ambulatorio.
Durante le successive due ore Fridolin ebbe da occuparsi di sei pazienti vecchi e
di due nuovi, in ogni singola occasione fu presente in pieno a quanto faceva,
prese appunti, dette prescrizioni e si compiacque della sua stupefacente
freschezza e chiarezza mentale, dopo le due ultime nottate passate quasi senza
dormire.
Sbrigate le ore di ambulatorio andò a vedere come al solito la moglie e la
bambina, ed appurò non senza soddisfazione che Albertine aveva sua madre in
visita e che la piccola studiava francese con la signorina. Solo per le scale
riebbe consapevolezza che tutto quell'ordine, tutta quell'armonia, tutta quella
sicurezza della sua esistenza per forza significavano solo apparenza e inganno.
Nonostante che avesse disdetto le visite del pomeriggio, non poté fare a meno
di trascinarsi fino al reparto. Vi erano due casi, lì, che erano in special modo da
considerare per il lavoro scientifico che lui progettava prima di tutto, e se ne
occupò per qualche tempo più accuratamente di quanto avesse fatto fino a quel
giorno. Poi ebbe da compiere un'altra visita ad un malato nel centro città, e così
erano le sette allorché lui si trovò davanti al vecchio edificio nella
Schreyvogelstrasse. Solo allora, guardando la finestra di Marianne, l'immagine
di lei, che nel frattempo era completamente impallidita, gli si fece di nuovo
ancor più viva di quella di tutte le altre. Orbene, lì non poteva fallire, senza
sprecare particolare fatica poteva iniziare lì la sua vendetta, lì non c'era alcuna
difficoltà, alcun pericolo, per lui, e quello al cui cospetto altri sarebbero
indietreggiati, la perfidia ai danni del fidanzato, per lui significava quasi più un
incentivo. Ma sì, tradire, raggirare, mentire, fingere a destra e a manca, con
Marianne, con Albertine, con quel buon dottor Roediger, con il mondo intero;
condurre una sorta di doppia vita, essere il bravo, affidabile, promettente
medico, il buon marito e padre di famiglia, ed essere insieme un libertino, un
seduttore, un cinico che secondo l'estro giocava con le persone, con gli uomini e
con le donne, ciò gli sembrava in quel momento squisito; e la cosa più squisita
era che in seguito, quando Albertine si fosse creduta al sicuro in una tranquilla
vita matrimoniale e famigliare, una volta lui le voleva confessare con un sorriso
gelido tutte le sue trasgressioni, a mo' di rappresaglia per ciò che lei aveva fatto,
di crudele ed infame, in un sogno.
Nell'atrio si trovò di fronte al dottor Roediger, che gli porse, tranquillo e
cordiale, la mano.
“Come sta la signorina Marianne?”, chiese Fridolin, “si è un poco
tranquillizzata?”
Il dottor Roediger alzò le spalle. “Era da tempo preparata alla fine, signor
dottore, solo oggi, quando sono venuti verso mezzogiorno a prendere la
salma...”
“Ah, è già avvenuto?”
Il dottor Roediger annuì, “domani pomeriggio alle tre avrà luogo la
sepoltura...”
Senza guardarlo, Fridolin chiese: “ma ci sono i parenti, dalla signorina
Marianne?”
“Non più”, rispose il dottor Roediger, “adesso è sola, sarà certo contenta di
vedervi ancora, signor dottore, voglio dire, domani mia madre ed io la portiamo
a Moedling”, e, ad uno sguardo cortesemente interrogativo di Fridolin, “voglio
dire, i miei genitori lì hanno una casetta. Arrivederci, signor dottore, ho ancora
da curarmi di un mucchio di cose, quanto c'è da fare in casi del genere, non è
vero? Spero di incontrarvi ancora, quando torno.” E già stava uscendo in strada.
Fridolin esitò un momento, poi salì lentamente le scale. Suonò e fu Marianne
stessa ad aprirgli. Era vestita di nero, aveva una collana di giaietto che lui
ancora non le aveva mai visto. Arrossì leggermente.
“Mi fate aspettare molto”, disse con un debole sorriso.
“Perdonate, signorina Marianne, oggi avevo una giornata particolarmente
sovraccarica.”
La seguì dalla stanza del defunto, in cui il letto era vuoto, in quella accanto,
dove il giorno prima aveva scritto la dichiarazione di morte del consigliere
aulico sotto il quadro con l'ufficiale in uniforme bianca. Marianne gl'indicò un
posto sul divano nero, lei gli si sedette davanti, alla scrivania.
“Ho appena incontrato nell'atrio il signor dottor Roediger. Dunque già domani
andate in campagna?”
Marianne lo guardò come stupita della freddezza di quella domanda, e le si
abbassarono le spalle, quando con voce quasi indurita disse: “Lo trovo molto
ragionevole.” E lui si diffuse, oggettivo, su quanto l'aria buona del nuovo
ambiente le avrebbe fatto bene.
Lei sedeva immobile, sulle sue guance scorrevano lacrime, lui la guardò senza
simpatia, con impazienza, l'immagine di lei ancora ai suoi piedi magari entro un
minuto, a rifargli la confessione del giorno prima, lo angosciava, e, dato che lei
taceva, si alzò bruscamente. “Mi duole che piangiate, signorina Marianne”,
disse, e guardò l'orologio.
Lei alzò la testa, guardò Fridolin e di nuovo versò lacrime. Le avrebbe
volentieri detto una qualche parola buona, e non ne era capace.
“Penso che ci resterete qualche giorno, in campagna”, iniziò sforzandosi, “spero
che mi diate notizie … Il signor dottor Roediger mi dice del resto che le nozze
avranno luogo presto. Permettetemi già oggi di di farvi gli auguri.”
Lei non si muoveva, quasi che non avesse affatto contezza degli auguri e del
fatto che lui si congedava. Le tese la mano, lei non la prese, e lui quasi in tono
di biasimo riepilogò: “dunque, spero con fiducia che voi mi diate notizie su
come state. Arrivederci, signorina Marianne.” Sedeva come impietrita, lui si
mosse, rimase un secondo sulla porta come concedendole ancora il tempo di
richiamarlo, sembrò che lei volgesse invece il capo da un'altra parte, allora lui
chiuse la porta dietro di sé. Nell'andarsene provò qualcosa come del rimorso,
per un momento pensò di tornare, ma sentiva che ciò sarebbe stato ridicolo in
sommo grado.
E ora? A casa? Sennò dove? Quel giorno non poteva più intraprendere alcunché,
ed il giorno dopo? Cosa? Come? Si sentiva goffo, impotente, tutto gli si
disfaceva tra le mani, tutto diventava ... irreale, perfino casa sua, la moglie, la
bambina, l'impiego, anzi, lui stesso, intanto che meccanicamente nella sera
ripercorreva le strade in compagnia di pensieri tanto vagolanti.
L'orologio del Municipio suonò le sette e mezzo, comunque era indifferente che
ora fosse, il tempo gli stava dinnanzi pienamente inutile. Non gl'importava di
nulla e di nessuno. Provò una lieve compassione per se stesso, transitoria assai,
mica del genere proposito, gli venne l'idea di andare in una qualche stazione
ferroviaria, di partire non importava per dove, di sparire da tutti quelli che lo
conoscevano, di ricomparire da qualche parte all'estero e di ricominciare una
nuova vita come un altro, un nuovo uomo. Richiamò alla memoria certi strani
casi di malattia che conosceva dai libri psichiatrici, cosiddette esistenze doppie:
una persona si eclissava improvvisamente da relazioni ben ordinate, era
scomparso, ritornava dopo mesi o anni, non si ricordava nemmeno lui dov'era
stato durante quel tempo, ma in seguito lo riconosceva qualcuno che da qualche
parte in un paese straniero si era incontrato con lui, e quello che era ritornato in
patria non ne sapeva nulla. Cose del genere naturalmente avvenivano di rado,
eppure erano segnalate, e lui ne aveva vissute parecchie, in forma attenuata.
Quando si usciva da un sogno, per esempio, ovviamente lo si ricordava … Ma
certo c'erano anche sogni che si dimenticavano completamente, dei quali non
restava nulla, se non uno stato d'animo oscuro, uno stordimento segreto, o si
ricordavano solo in seguito, molto dopo, e non si sapeva più se si era vissuto
qualcosa o si era sognato soltanto. Soltanto … soltanto ..!
Seguitando a camminare in quel modo, eppure senza volere dirigendosi verso la
sua abitazione, lui capitò nei pressi della buia e certo malfamata stradetta in cui
meno di ventiquattro ore prima aveva seguito una creatura perduta nel suo
povero eppure accogliente alloggio. Lei era davvero perduta? E davvero la
stradetta era malfamata? Ma come si continua, con le parole, a guastare vie,
destini, persone, pigramente denominandoli e giudicandoli! Non era stata in
fondo, quella ragazza, di tutti quelli coi quali la notte prima bizzarri casi lo
avevano fatto incontrare, la più amabile, anzi senz'altro la più pulita? Lui sentì
una qualche commozione, pensando a lei, e si ricordò del suo proposito; rapido
si decise a comprare nel primo negozio svariate cibarie, e nel camminare lungo
il muro della casa, un pacchetto in mano, si sentì addirittura felicemente
cosciente di star per fare qualcosa di ragionevole, per lo meno, forse perfino di
lodevole. Comunque si alzò il bavero, entrando nell'androne della casa, salendo
fece diversi gradini alla volta, ed il campanello dell'appartamento gli fece nelle
orecchie un trillo che lui non gradì; quando poi, da un persona di sesso
femminile male in arnese, fu informato del fatto che la signorina Mizzi non era
in casa, tirò un sospiro di sollievo. Prima però che la donna potesse prendere in
consegna il pacchetto entrò in anticamera un'altra prostituta non male, ancora
giovane, con addosso una sorta di accappatoio, che disse: “Chi cerca il signore?
La signorina Mizzi? Non sarà a casa tanto presto.”
L'anziana le fece segno di tacere, ma Fridolin, quasi desiderasse una conferma a
ciò che in qualche modo aveva già subodorato, disse semplicemente: “E'
all'ospedale, non è vero?”
“Eh, allora il signore lo sa di già. Ma io son sana, grazie a Dio”, esclamò tutta
contenta e s'avvicinò a Fridolin a labbra dischiuse, provocando, con uno scatto
sfacciato del suo rigoglioso fisico, l'apertura dell'accappatoio. Fridolin se ne
distolse dicendo: “passavo di qui solo per portare qualcosa alla Mizzi”, con ciò
facendo, improvvisa, la figura da ginnasiale. Con tono invece pratico chiese:
“ma in che reparto si trova?”
La giovane gli fece il nome d'un professore nella cui clinica Fridolin alcuni anni
prima era stato assistente, poi aggiunse alla buona: “Datelo a me, il pacchettino,
che glielo porto domani, fidatevi, che non mi mangio nulla. La saluterò da parte
vostra e le dirò pure che non le siete stato infedele.”
Nel contempo gli si avvicinò, anche, e gli rise in faccia, ma quando lui
retrocesse un po' lei smise subito e a mo' di consolazione disse: “tra sette otto
settimane, ha detto il dottore, torna a casa.”
Uscito in strada Fridolin si sentì le lacrime in gola, ma sapeva che ciò non
significava tanto emozione, quanto un graduale cedimento nervoso. Prese
intenzionalmente a camminare più svelto e brioso di quel che si sentiva.
Quell'esperienza era un segno ulteriore, ultimo, che ogni cosa gli andava storta?
Perché? Che lui fosse sfuggito ad un pericolo tanto grave poteva anche essere
un segno buono. Ed era proprio sfuggire ai pericoli, ciò che contava? Un
mucchio di altri pericoli gli stavano dinnanzi. Non pensò affatto di rinunciare a
indagare sulla splendida donna, a cominciare da quella notte, ma a quel punto
non era più il momento, inoltre doveva esser valutato bene in qual modo quelle
indagini erano da portare avanti. Magari aver qualcuno con cui potersi
consigliare! Ma non conosceva alcuna persona che lui avrebbe iniziato
volentieri all'avventura della notte passata, da anni non era davvero in
confidenza con nessuno, se non con sua moglie, però con lei in quel caso
poteva difficilmente consigliarsi, non in quel caso ed in nessun altro, difatti gira
e rigira lei quella notte l'aveva fatto crocifiggere.
Seppe allora perché i suoi passi invece che verso casa involontariamente
seguitavano a portarlo nella direzione opposta. Non voleva, non poteva
affrontare Albertine, in quel momento. La cosa più ragionevole era cenare fuori
da qualche parte, poi, in reparto, vedere i suoi due casi, ed in nessun caso
esserci, a casa - “a casa!” - prima di aver la sicurezza di trovare addormentata
Albertine.
Entrò in un caffè, uno dei più distinti, tranquilli, nei pressi del Municipio,
telefonò a casa che non lo aspettassero per la cena, interruppe la comunicazione
alla svelta perché Albertine non venisse al telefono, poi sedette vicino a una
finestra e tirò la tenda. In un angolo distante prese posto vedi caso un signore,
soprabito scuro, ed anche per il resto vestito con cura. Fridolin si rammentò di
averla vista durante in giornata, quella faccia, da qualche parte. Poteva essere
anche un caso, com'è naturale. Prese un giornale della sera e lesse qua e là,
come aveva fatto la notte prima in un altro caffè, qualche riga: resoconti di
eventi politici, teatro, arte, letteratura, piccoli e grandi incidenti d'ogni genere.
In una qualche città americana il cui nome lui non aveva mai sentito, era
bruciato un teatro. Lo spazzacamino Peter Korand s'era gettato dalla finestra.
Parve a Fridolin in certo modo sorprendente che anche gli spazzacamini talvolta
si ammazzassero, e gli venne da chiedersi se quello, prima, si fosse lavato come
si deve, o se si fosse gettato nel nulla, nero com'era. In un aristocratico albergo
del centro, all'alba di quel giorno, s'era avvelenata una donna, una signora che
era scesa in quell'albergo da pochi giorni registrandosi sotto il nome d'una certa
baronessa D., una signora di avvenenza sorprendente. Fridolin si sentì
immediatamente toccato e pieno di presentimenti. La signora, attorno alle
quattro di quella mattina era tornata in albergo accompagnata da due signori che
si erano congedati da lei all'ingresso. Le quattro, proprio all'ora che era tornato
a casa anche lui. E verso mezzogiorno era stata trovata nel suo letto priva di
coscienza – così si continuava a dire – con i sintomi di un grave avvelenamento
… Una giovane signora di avvenenza sorprendente … Ma ce ne sono di giovani
signore così … Non c'era nessuna ragione di supporre che la baronessa D., anzi
la signora che era scesa nell'albergo registrandosi sotto il nome di baronessa D.,
ed un'altra, fossero la stessa ed unica persona, eppure a lui palpitava il cuore ed
il giornale gli tremava in mano. In un aristocratico albergo … quale? Perché
tanta segretezza, tanta discrezione?
Abbandonò il giornale sul tavolino e vide che nel contempo quel signore là
nell'angolo lontano si spostava una rivista davanti al viso, una grande rivista
illustrata, a mo' di cortina. Subito anche Fridolin riprese il giornale in mano ed
in quel momento seppe che la baronessa D. non poteva certo essere nessun altra
che la donna della notte prima … In un aristocratico albergo … Non ce n'erano
così tanti da prendere in considerazione, per una baronessa D. … e dunque
poteva succedere quel che voleva, ma quella traccia bisognava seguirla. Chiamò
il cameriere, pagò e se ne andò. Sulla porta si voltò ancora verso quel sospetto
signore, che però sorprendentemente era già scomparso …
Grave avvelenamento … però era viva … Nel momento in cui l'avevano trovata
era ancora viva. E in definitiva non c'era alcun motivo per supporre che non
fosse salva. Comunque, viva o morta che fosse, lui l'avrebbe trovata e l'avrebbe
vista in ogni caso, viva o morta. L'avrebbe vista, nessuno al mondo glielo
avrebbe impedito, di vedere la donna che a causa di lui, anzi, per lui, era andata
a morire. Lui era responsabile della sua morte, lui solo, se lei era morta. Ma sì,
lo era. Verso le quattro, tornata in albergo in compagnia di due signori, magari
degli stessi che un paio di ore dopo avevano portato in stazione Nachtigall!
Mica ci avevano la coscienza particolarmente netta, quei signori.
Si fermò nella vasta piazza davanti al Municipio e guardò da ogni parte. Solo
poche persone si trovavano alla portata della sua vista, il signore sospetto del
caffè tra loro non c'era. Eppure - quei signori erano intimoriti, lui era al primo
posto. Fridolin si mosse svelto, arrivato al Ring prese una carrozza, per prima
cosa si fece portare all'Hotel Bristol e dal portiere s'informò, quasi ne avesse
l'autorizzazione, o l'incarico, se la signora baronessa D., che quella mattina
come noto si era avvelenata, avesse abitato in quell'albergo. Il portiere non
parve molto stupito, forse aveva preso Fridolin per un signore della polizia o
magari per un funzionario, comunque rispose cortese che il triste accadimento
non era avvenuto al Bristol, ma nell'Hotel Erzherzog <arciduca> Karl …
Fridolin si recò subito all'albergo indicato, dove ottenne l'informazione che la
baronessa D. subito dopo il suo ritrovamento era stata portata presso l'ospedale
generale. Fridolin s'informò su com'era avvenuta la scoperta del tentato
suicidio. A che titolo darsi pena, già attorno al mezzodì, per una signora che
aveva fatto ritorno alle quattro del mattino? Orbene, era molto semplice, due
signori (di nuovo!) avevano chiesto di lei alle undici di mattina, ma, dato che lei
non aveva risposto a ripetute chiamate telefoniche, la cameriera aveva bussato
alla sua porta; dato che di nuovo nulla n'era risultato e la porta era chiusa da
dentro, non era restato altro che forzarla, e la baronessa era stata trovata priva di
coscienza distesa sul letto. Subito erano stata avvertiti il pronto soccorso e la
polizia.
“E i due signori?”, chiese Fridolin puntiglioso, sentendosi come un agente
segreto.
Sì, quei due signori, ciò dava certo da pensare, erano intanto spariti senza
lasciar tracce. D'altra parte non poteva affatto trattarsi d'una baronessa
Dubieski, questo il nome con cui la signora s'era presentata nell'albergo. Vi era
scesa per la prima volta, e soprattutto non c'era alcuna famiglia con quel nome,
in ogni caso nessuna nobile.
Fridolin ringraziò per le informazioni, se ne andò abbastanza alla svelta dal
momento che uno dei direttori dell'albergo, avvicinatosi, iniziava a guardarlo
con spiacevole curiosità, risalì in carrozza e si fece portare all'ospedale. Pochi
minuti dopo in accettazione apprese non solo che la pretesa baronessa Dubieski
era stata ricoverata nella seconda clinica di medicina interna, ma anche che alle
cinque del pomeriggio, nonostante tutti gli sforzi medici, era morta.
Fridolin riprese fiato, così credé, era invece un gemito ad essergli uscito;
l'impiegato in servizio lo guardò con una certa meraviglia. Fridolin si
ricompose, si congedò cortese e pochi minuti dopo era all'aperto. Il giardino
dell'ospedale era quasi vuoto di persone, in uno dei vialetti, sotto la luce di una
lanterna, c'era un'infermiera in grembiule a righe blu e bianche e cuffia bianca.
”Morta”, disse Fridolin guardando davanti a sé. Se è lei. E se non lo è? Se è
ancora viva come faccio a trovarla?
Dove si trovava in quel momento la salma della sconosciuta? A questa domanda
lui poteva rispondersi con facilità. Dato che era morta solo da poche ore,
giaceva nell'obitorio a solo cento passi da lì. Come medico, è naturale, non
c'erano per lui difficoltà ad accedervi anche a quell'ora tarda, ma che cosa
voleva, lì? Conosceva solo il corpo di lei, non ne aveva mai visto il volto, se
non un suo barlume carpito nell'attimo in cui aveva lasciato la sala da ballo, lui,
o, per meglio dire, ne era stato cacciato fuori. Però che tale circostanza fin lì lui
non l'avesse neppure considerata derivava dal fatto che in quell'ultima ora,
trascorsa dopo che aveva letto il giornale, la suicida, di cui non conosceva il
volto, lui se la era rappresentata con i lineamenti di Albertine, anzi, dal fatto che
sua moglie, come in quel momento rabbrividendo seppe, gli era
ininterrottamente scorsa davanti agli occhi come la donna cercata. Ed ancora
una volta si chiese che cosa voleva nell'obitorio. Ma certo, l'avesse ritrovata in
vita quel giorno, il giorno dopo – negli anni, in qualsiasi circostanza di tempo e
luogo – lui l'avrebbe incontrovertibilmente riconosciuta dall'andatura, dal
portamento, dalla voce prima di tutto, tanto lui ne era convinto. Va bene,
tuttavia lui doveva rivederlo quel corpo, un corpo di donna ed un volto di cui
non conosceva se non gli occhi – occhi che a quel punto erano - vinti. Sì, quegli
occhi li conosceva, ed i capelli, che in quell'ultimo momento prima che lui fosse
cacciato dalla sala d'improvviso s'erano sciolti ed avevano velato la sua figura
nuda. Sarebbe stato sufficiente a fargli sapere senza fallo se era lei o no?
Lento dunque prese, esitando, la via che attraverso il ben noto cortile portava
all'Istituto di Anatomia patologica. Trovò il portone socchiuso, per cui non ebbe
bisogno di suonare. Il pavimento di pietra risuonò sotto i suoi passi mentre lui
camminava per il corridoio debolmente illuminato. Un familiare, per dir così
intimo odore d'un mucchio di sostanze chimiche, che copriva quello originario
dell'edificio, avvolse Fridolin. Bussò alla porta del gabinetto di Istologia, dove
era possibile supporre ancora al lavoro un assistente. Ad uno sgarbato “avanti”
Fridolin entrò nella stanza, alta, illuminata in modo addirittura splendido, nel
cui centro, come all'incirca Fridolin si aspettava, l'occhio appena allontanato dal
microscopio, si alzò dalla sedia il suo vecchio compagno di studi, l'assistente
dell'Istituto, dottor Adler.
“Caro collega”, lo salutò il dottor Adler ancora un po' di contraggenio, ma
insieme incuriosito, “che cos'è a procurarmi l'onore ad ora tanto inconsueta?”
“Perdona il disturbo”, disse Fridolin, “vedo che sei immerso nel lavoro.”
“E cos'altro si dovrebbe aver da fare in queste sacre sale, a mezzanotte?”,
rispose Adler in quel tono brusco che gli era proprio fin da quando era un
giovanotto. “Ma naturalmente tu non mi disturbi affatto. Che cosa posso fare
per te?”, aggiunse con più delicatezza.
Fridolin non rispose subito, allora Adler aggiunse: “Quell' Addison che oggi ci
avete mandato giace ancora benignamente intatto di là. Autopsia domattina alle
otto e mezzo”.
Ad un cenno di diniego di Fridolin, l'altro aggiunse: “No? Il tumore alla pleura,
allora! Dunque, l'indagine istologica ha dimostrato un sarcoma
incontrovertibile, per cui non serve proprio che vi facciate scrupoli.”
Fridolin scosse ancora il capo, “non si tratta mica di una faccenda di lavoro.”
“Tanto meglio”, disse Adler, “credevo che ti portasse qui a quest'ora di notte la
cattiva coscienza.”
“Con la cattiva coscienza, o almeno con la coscienza in genere, c'entra già di
più”, rispose Fridolin.
“Ehilà!”
“Per farla breve”, disse cercando un tono tra l'asciutto e il tranquillo, “mi
piacerebbe avere ragguagli su una persona di sesso femminile che stasera è
morta per avvelenamento da morfina nella seconda clinica, e che ora dovrebbe
trovarsi qui, una certa baronessa Dubieski.” E continuò più svelto: “Voglio dire,
ho ipotizzato che questa presunta baronessa Dubieski sia una persona con cui
anni fa ho fatto breve conoscenza. Mi interesserebbe sapere se l'ipotesi è
giusta.”
“Suicidium?”, chiese Adler.
Fridolin annuì. “Si è uccisa, certo”, tradusse, come se desiderasse con ciò ridare
alla faccenda il suo carattere privato.
Adler puntò verso Fridolin l'indice, scherzoso. “Un amore infelice capitato a
voi, illustrissimo?”
Fridolin, un po' arrabbiato, negò: “Che questa baronessa Dubieski si sia uccisa
non ha niente a che fare con me.”
“Prego, prego, non voglio essere indiscreto. Anzi, possiamo sincerarcene subito.
A quanto ne so stasera non è pervenuta alcuna richiesta da Medicina legale.
Comunque ...”
Gli guizzò nel cervello, a Fridolin, l'autopsia giudiziaria. Poteva esserne il caso,
chissà, magari il suicidio di lei era stato forzato. Gli tornarono in mente quei
due signori che erano spariti tanto alla svelta dall'albergo dopo aver saputo del
tentato suicidio. La faccenda avrebbe potuto aver certo anche uno sviluppo di
tipo criminale. Magari lui – Fridolin – sarebbe stato chiamato non solo a
testimoniare, ma anche sarebbe stato proprio tenuto a presentarsi in giudizio,
no?
Seguì il dottor Adler per il corridoio fino alla porta di fronte, che era mezzo
aperta. La fredda ed alta stanza era debolmente illuminata dalla fiamma un po'
tenuta bassa di due lumi a gas dotati di due bracci. Dei dodici o quattordici
tavoli mortuari era occupato solo un numero minimo. Alcuni corpi vi giacevano
nudi, sugli altri erano distese lenzuola. Fridolin si avvicinò al primo tavolo
vicino alla porta e cauto tirò via il lenzuolo dal capo della salma. Un'
improvvisa e abbagliante luce della lampadina tascabile del dottor Adler vi si
diresse. Fridolin vide un volto maschile ingiallito con barba grigia e lo ricoprì
subito. Sul tavolo successivo giaceva un giovane corpo smunto e nudo. Da un
altro tavolo il dottor Adler disse: “Una tra i sedici e i diciassette, magari anche
meno.”
Fridolin però, come spintovi d'improvviso, andò in fondo alla sala, da dove il
chiarore pallido di un corpo di donna gli si era imposto. Aveva il capo reclinato
su un lato, lunghe ciocche di capelli scendevano fin quasi al pavimento.
Meccanicamente Fridolin protese le mani per raddrizzarlo, ma con una
riluttanza che altrimenti a lui, medico, era estranea, esitò. Il dottor Adler,
arrivatogli accanto, osservò per se stesso: “non si tratta di nessun' altro, se non
di lei”, ed illuminò con la sua lampadina tascabile la testa di donna che Fridolin,
superando la sua riluttanza, aveva stretto con entrambe le mani e sollevato un
poco. Un volto bianco lo fissava con le palpebre semichiuse. La mandibola era
cascante, il minuto labbro superiore spinto in su mostrava le gengive bluastre e
una fila di denti bianchi. Se quel volto una volta, o forse il giorno prima, fosse
stato ancora bello, Fridolin non avrebbe saputo dirlo, era vuoto, vano, era un
volto morto. Avrebbe potuto appartenere tanto ad una diciottenne quanto ad una
trentottenne.
“E' lei?”, chiese il dottor Adler.
Fridolin meccanicamente si chinò ancora di più, quasi potesse, il suo sguardo
penetrante, strappare a quei lineamenti irrigiditi una risposta. Eppure insieme
seppe che, anche se fosse stato davvero il viso di lei, i suoi occhi, gli stessi che
il giorno prima avevano sfavillato con tanto ardore in quelli di lui, di non
poterlo – in definitiva neppure di volerlo sapere. Con delicatezza rimise quella
testa sul piano del tavolo e fece vagare lo sguardo lungo il corpo morto, guidato
dalla mobile luce della lampadina elettrica. Era il corpo di lei? Quello
meraviglioso, fiorente, che il giorno prima esprimeva brama tanto crudamente?
Lui vide un collo giallastro, raggrinzito, vide due piccoli seni di fanciulla,
eppure un po' afflosciati, tra i quali, come se l'opera di decomposizione fosse
già all'opera, lo sterno si mostrava sotto la pelle pallida con chiarezza spietata;
vide la rotondità del basso ventre bruno smorto, vide come oltre una scura
ombra, divenuta segreta ed insensata, si aprivano fredde le cosce ben tornite,
vide le cupolette delle ginocchia lievemente girate all'esterno, le strisce sottili
delle tibie, i piedi slanciati dalle dita rivolte in dentro. Tutto ciò ricadde
nell'oscurità, infatti il cono di luce della lampadina elettrica fece il percorso
inverso a lente riprese, finché alla fine si fermò con lieve tremito sul pallore del
volto. Meccanicamente, anzi come costretto e guidato da un invisibile potere,
Fridolin toccò con entrambe le mani la fronte, le guance, le spalle, le braccia
della morta; poi intrecciò le sue dita come in un gioco amoroso con quelle di
lei, così tese, gli parve, quasi cercassero di muoversi per afferrarsi alle sue; anzi
gli sembrò che uno sguardo distante ed incolore errasse, sotto le palpebre
semichiuse, verso il suo; e come attirato per magia vi si piegò sopra.
Ci fu allora improvviso dietro di lui un mormorio: “ma cosa mai stai facendo?”.
Fridolin si riprese subito. Sciolse le dita da quelle della morta, strinse i suoi
polsi sottili e rimise con cura, anzi con una certa pedanteria, quelle braccia
gelide ai lati del busto. Fu per lui come se solo allora, proprio solo in quel
momento, quella donna fosse morta. Poi si voltò, diresse i suoi passi verso la
porta e per il corridoio che ne risuonava, rientrò nel laboratorio prima lasciato.
Il dottor Adler lo seguì in silenzio e chiuse la porta alle loro spalle.
Fridolin andò al lavandino. “Permetti”, disse, e si pulì accuratamente le mani
con del sapone disinfettante. Pareva intanto che il dottor Adler intendesse
senz'altro riprendere il lavoro interrotto, aveva riacceso l'apposito dispositivo
luminoso, regolò il micrometro e guardò nel microscopio. Quando Fridolin gli
si accostò per prendere congedo, il dottor Adler era pienamente all'opera.
“Non lo vuoi guardare, il preparato anatomico?”, chiese.
“Perché?”, chiese Fridolin assorto.
“Be', per placarti la coscienza”, rispose il dottor Adler, però con l'assunto che la
visita di Fridolin avesse uno scopo puramente medico-scientifico.
“Ti ci orienti?”, chiese, quando Fridolin guardò nel microscopio, “voglio dire, si
tratta di un metodo di colorazione piuttosto nuovo.”
Fridolin annuì senza allontanare l'occhio dalla lente. “Senz'altro ideale”,
osservò, “si potrebbe dire che è un'immagine sgargiante.”
E s'informò delle svariate particolarità della nuova tecnica.
Il dottor Adler gli dette le spiegazioni desiderate e Fridolin espresse il punto di
vista che quel metodo nuovo gli sarebbe stato prevedibilmente molto utile per
un lavoro che aveva in mente di fare entro poco tempo. Chiese di poter tornare,
l'indomani o il giorno seguente, per avere ulteriori chiarimenti.
“Sempre a tua disposizione”, disse il dottor Adler, accompagnò Fridolin lungo il
percorso piastrellato di pietra che risuonava, fino al portone, che nel frattempo
era stato chiuso, e lo aprì con la sua chiave.
“Resti ancora?”, chiese Fridolin.
“E' naturale”, rispose il dottor Adler, “queste sono le ore migliori per lavorare,
da mezzanotte all'alba, perché si è quasi certi di non essere disturbati.”
“Mica vero”, disse Fridolin con un sorriso appena accennato di consapevole
colpevolezza.
Il dottor Adler mise una mano rassicurante sul braccio di Fridolin e poi gli
chiese con un po' di ritegno: “era lei, dunque?”
Fridolin esitò un momento, poi annuì senza dir nulla, rendendosi appena conto
che quell'assenso poteva non significare il vero. Che infatti la donna distesa là
nell'obitorio fosse la stessa che ventiquattro ore prima lui aveva tenuto nuda tra
le braccia al suono scatenato del piano di Nachtigall, o che quella morta fosse
qualche altra, una sconosciuta, una totale estranea mai incontrata prima, lui
seppe che, anche se quella che aveva cercato, desiderato, forse amato per
un'ora, era ancora viva, lei seguitava a fare la solita vita; ciò che là alle sue
spalle giaceva nella sala a volta alla luce delle lampade a gas, ombra tra altre
ombre, scure, non pensanti e prive di segreti, per lui significava, non poteva
significare più altro che la pallida salma della notte passata, destinata ad
irrevocabile disfacimento.

Si affrettò verso casa per stradine buie e vuote e pochi minuti più tardi, dopo
essersi svestito nel suo ambulatorio come ventiquattro ore prima, il più
possibile piano entrò nella camera da letto coniugale. Udì l'uniforme e
tranquillo respiro di Albertine e vide i contorni della sua testa disegnati sul
soffice cuscino. Un senso di tenerezza, anzi di protezione, come non se li
aspettava, pervasero il suo cuore, e si propose di raccontarle presto, forse già
l'indomani, la storia della notte passata, ma come se tutto quel che aveva vissuto
fosse stato un sogno – e dopo, solo quando avesse sentito e riconosciuto l'intera
inconsistenza della sua avventura, voleva confessarle che essa era stata vera.
Vera?, si chiese, e in quel momento si accorse di qualcosa di scuro che si
trovava vicinissimo al volto di Albertine sul cuscino accanto, sul suo, qualcosa
di distinto, come le linee ombreggiate d'un viso umano. Solo per un attimo gli si
fermò il cuore, già subito dopo seppe di cosa si trattava, allungò la mano sul
cuscino e prese la maschera che aveva portato la notte prima, sfuggitagli
quando quella mattina aveva impacchettato il costume, e che poteva esser stata
trovata dalla cameriera o dalla stessa Albertine. E non poté dubitare che dopo
quella scoperta Albertine immaginasse diverse cose, forse più e peggio di quel
che era successo. Eppure il modo come lei glielo dava da capire, la sua trovata
di mettersi accanto la maschera scura sul cuscino come fosse stata di lui, del
marito, di significare il suo volto divenuto enigmatico, quel beffardo, quasi
insolente modo nel quale insieme sembravano espresse una delicata
ammonizione e la disponibilità al perdono, dettero a Fridolin la speranza certa
che lei, ben ricordandosi del suo proprio sogno, fosse propensa a non farla
troppo difficile – qualunque cosa potesse essere anche accaduto. Tuttavia
Fridolin però, finite tutte insieme le sue forze, fece scivolare la maschera al
suolo, iniziò a singhiozzare, lui stesso non aspettandoselo, forte e dolente, e
messosi giù vicino al letto pianse piano nel guanciale.
Dopo pochi secondi sentì una mano morbida accarezzargli i capelli. Allora
sollevò il capo e dal profondo del cuore gli eruppe: “voglio raccontarti tutto.”
Prima lei sollevò la mano, come leggermente esitasse, lui la strinse, la trattenne
nella sua, guardò interrogativo ed insieme supplicante lei, che gli fece cenno di
sì, e lui iniziò.
Grigio albeggiava attraverso le cortine quando Fridolin ebbe finito. Albertine
non l'aveva mai interrotto con domande curiose o impazienti, sentiva bene che
lui non poteva né voleva tacere alcunché. Se ne stette distesa con le braccia
dietro la nuca e tacque ancora a lungo quando Fridolin aveva finito da un bel
pezzo. Infine lui, che le giaceva accanto, si chinò su di lei e guardando quel viso
immobile dai grandi occhi chiari nei quali anche il mattino pareva sorgere
chiese dubbioso e speranzoso insieme: “che cosa dobbiamo fare, Albertine?”
Lei sorrise e dopo una breve esitazione rispose: “essere grati al caso, io credo,
perché siamo usciti salvi da tutte le avventure, da quelle vere e da quelle
sognate.”
“Ne sei proprio certa?”, chiese lui.
“Tanto certa da indovinare che la realtà di una notte, anzi quella di un'intera
vita, non indica, allo stesso tempo, anche la sua più profonda verità.”
“E nessun sogno”, sospirò lui piano, “è un sogno e basta.”
Lei gli prese la testa con le mani ed affettuosa se l'adagiò sul seno. “Ora siamo
ben svegli”, disse, “e per molto tempo.”
Per sempre, voleva aggiungere lui, ma, prima che lo dicesse, lei gli pose un dito
sulle labbra e, come parlasse per sé, mormorò:”mai affidarsi al futuro.”
Così stettero distesi in silenzio entrambi quasi dormicchiando un poco, senza
sogni, fin quando, come ogni mattina, alle sette fu bussato alla porta e con il
solito rumore dalla strada, con una luce che filtrava dalle cortine ed una
squillante risata di bambina accanto a loro la nuova giornata iniziò.

Titolo originale: Traumnovelle (1926), traduzione di Nicola Spinosi (2018).


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