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GEOGRAFIA E COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

Temi e prospettive per un approccio territoriale


Riassunto libro Bignante, Dansero, Scarpocchi

1. Geografia e cooperazione allo sviluppo. Prospettive di ricerca


1.1. Introduzione
Il volume si propone di indagare il rapporto tra sviluppo, territorio e cooperazione e in particolare l’apporto che la
prospettiva geografica può dare alla costruzione di una riflessione critica sulla e per la cooperazione allo sviluppo.
Questo verrà schematizzato come l’incrocio tra due differenti percorsi analitici: il primo percorso è orientato ad
una geografia della cooperazione allo sviluppo, nelle sue diverse forme (bilaterale, multilaterale, decentrata, non
governativa), esplicitandone le logiche spaziali e i rapporti con il territorio alle differenti scale geografiche. Il
secondo percorso va nella direzione di una geografia per la cooperazione allo sviluppo, proponendo cioè analisi dei
contesti territoriali alle diverse scale come conoscenza indispensabile ai programmi e progetti di cooperazione,
nelle diverse fasi del loro ciclo di vita. L’ipotesi centrale del libro è infatti che nel dibattito sulla cooperazione allo
sviluppo, gli studi geografici possano fornire un importante contributo alla costruzione di una riflessione critica,
anche alla luce del rilevante ruolo che essi occupano a livello internazionale all’interno del vasto campo
dei development studies, così come nel lavoro sul campo e nelle pratiche di cooperazione allo sviluppo.
Nel primo capitolo vengono presentate le principali chiavi di lettura che sorreggono il volume, inquadrando la
cooperazione allo sviluppo in una prospettiva geografica.
Il capitolo 2 ripercorre il dibattito sul ruolo che i concetti di spazio e territorio hanno assunto nell’evoluzione delle
principali teorie sullo sviluppo, da concezioni a-spaziali all’affermazione della centralità del territorio nella recente
attenzione allo sviluppo locale e territoriale.
Il capitolo 3 parte dalla centralità dello sviluppo locale nelle odierne pratiche della cooperazione allo sviluppo, per
esplorarne i presupposti teorici e ideologici, proponendo un modello interpretativo parzialmente verificato
attraverso ricerche sul terreno in Senegal.
Il capitolo 4 si sofferma sulla cooperazione decentrata, uno degli ambiti del mondo della cooperazione che ha
conosciuto una notevole dinamica negli anni recenti. Se confrontata con il peso della cooperazione bilaterale e
multilaterale, la cooperazione decentrata presenta un notevole interesse nella nostra prospettiva, perché trova la
sua ragione proprio nella capacità di mobilitazione del territorio e di costruzione di reti e partenariati territoriali, al
Nord come al Sud, secondo direttrici diverse e più complesse da quelle classiche della cooperazione Nord-Sud.
Il quinto e sesto capitolo affrontano la questione della partecipazione, che ha assunto una posizione centrale nelle
politiche di cooperazione. Il tema della partecipazione gioca un ruolo determinante in una prospettiva che non
riduce il territorio a mero supporto fisico, con un ruolo passivo, ma lo concepisce come complesso intreccio di
risorse e attori territoriali, pienamente attivabile solo attraverso processi di coinvolgimento e appropriazione degli
esiti, degli obiettivi e dei processi di sviluppo.
Nel capitolo 7, attraverso le riflessioni teoriche e le esperienze operative di un operatore esperto del mondo della
cooperazione, l’attenzione si sposta sul ruolo del progetto nelle politiche di cooperazione, ripercorrendone le
diverse filosofie di intervento.
1.2. Di che cosa stiamo parlando? Uno sguardo introduttivo alla cooperazione allo sviluppo
1.2.1. L’aiuto pubblico allo sviluppo
La cooperazione allo sviluppo ha conosciuto una grande evoluzione a partire da quella che viene generalmente
riconosciuta come la sua nascita ufficiale, vale a dire i piani di ricostruzione post-bellica e la creazione del sistema
delle Nazioni Unite, alternando momenti di notevole espansione in quantità e forme, a momenti di forte crisi e
ridefinizione, fase che sta attualmente vivendo la cooperazione internazionale e quella italiana in particolare.
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La maggior parte dei flussi di cooperazione è rappresentata dal cosiddetto “aiuto pubblico allo sviluppo” (APS) che
il DAC (o Comitato per l’aiuto allo sviluppo, che con oltre 100 miliardi di dollari e 22 membri, erogano attualmente
circa il 95% dell’APS), istituito presso l’OCSE definisce come risorse finanziarie pubbliche, sotto forma di doni o di
prestiti a tasso agevolato, e/o assistenza tecnica con il principale obiettivo di promuovere lo sviluppo economico e
il benessere dei PVS. In base al volume di APS fornito, ai primi posti figurano USA, Germania, Francia e in % di PNL
Norvegia, Svezia, Lussemburgo, Olanda, Danimarca.
Tra i paesi destinatati, nel 2007 il 44% dell’APS è stato indirizzato ai paesi meno sviluppati. L’Africa sub-sahariana è
la macro regione che riceve i maggiori flussi (32% nel 2007), seguita dal Medio Oriente (13%). Tra i paesi
destinatari per volume di APS spiccano i paesi teatro di conflitti e di aiuti alla ricostruzione (ai primi due posti
troviamo Iraq e Afghanistan).
1.2.2. Diverse tipologie di cooperazione
Oltre alla destinazione geografica, APS può essere distinto sulla base del tipo di risorsa trasferita con la
cooperazione. Essa può essere materiale (es. aiuti alimentari), finanziaria (doni e crediti di aiuto) o tecnica (con il
trasferimento di capacità operative in termini di attrezzature ed esperti). Un’ulteriore distinzione deriva dal canale
attraverso il quale si svolge la cooperazione: bilaterale (rapporto diretto tra paese donatore e
beneficiario), multilaterale (dal paese donatore a un organismo multilaterale come il FMI, UE, ONU),
e multibilaterale (l’intervento deciso e finanziato a livello bilaterale, è affidato a un organismo multilaterale). La
componente bilaterale è la prevalente in termini di flussi (2/3 circa). Infine si opera una distinzione tra la
cooperazione allo sviluppo in senso stretto, la cooperazione in situazioni di emergenza (vale a dire gli interventi di
solidarietà in occasioni di crisi e disastri ambientali, conflitti ecc.), e l’aiuto alla ricostruzione dopo eventi
catastrofici, anche se recentemente i confini tra i tre insiemi di attività si fanno sempre più sfumati.
Oltre all’APS occorre sottolineare il peso e il crescente ruolo dei trasferimenti privati ai PVS, composti dalle
donazioni e dagli interventi a fine non-lucrativo effettuati da ONG e altre associazioni no-profit. A partire dagli anni
Cinquanta, le ONG hanno giocato un ruolo crescente nella promozione delle politiche di sviluppo, privilegiando un
approccio “dal basso”, diventando progressivamente un attore chiave nelle politiche di cooperazione, con
modalità di intervento che nel tempo si sono sempre di più intrecciate con la cooperazione governativa e
internazionale. In ogni caso la relazione Stato- ONG varia a seconda dei paesi e dei loro orientamenti nelle
politiche di cooperazione.
Un ruolo crescente hanno assunto gli enti locali, in particolare laddove le politiche di sviluppo e di cooperazione
sono state a lungo monopolio statale, che hanno assunto una posizione centrale nella cooperazione decentrata,
affermatasi con forza negli anni Novanta, in uno stretto intreccio con ONG e altri soggetti della società civile.
1.3. Development studies e geografia
Dal punto di vista geografico, la cooperazione allo sviluppo disegna una complessa serie di relazioni che legano
paesi sviluppati e i cosiddetti PVS.
La riflessione sul rapporto tra geografia e cooperazione allo sviluppo si colloca necessariamente su un piano
“tattico” e su un piano “strategico”. Sul piano tattico non vengono messi in discussione i fondamenti della
cooperazione, pur evidenziandone limiti e ambiguità. Sul piano strategico, occorre invece confrontarsi con le
contraddizioni tra interessi geopolitici e geoeconomici nazionali, logiche del capitalismo transnazionale, processi
locali e regionali al Nord e al Sud e le attività di cooperazione.
La cooperazione allo sviluppo non può mai essere ridotta a un fatto di tecnica progettuale, ma ha un valore
essenzialmente politico.
In questo primo capitolo, come nel resto del testo, prenderemo soprattutto in considerazione quello che abbiamo
chiamato “piano tattico”.
1.3.1. Gli studi sullo sviluppo, tra dimensione positiva e dimensione normativa

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Il tema dello sviluppo ha da tempo ricevuto una notevole attenzione da parte dei geografi. Il contributo della
geografia è stato contraddistinto per lungo tempo da un approccio di tipo funzionalista. Ad esempio, già negli anni
’50 e ’60 la geografia quantitativa aveva contribuito agli studi sullo sviluppo, soprattutto nell’analisi degli squilibri
regionali e dei divari tra aree urbane e rurali. È però a partire dagli anni ’70 e ’80 che la geografia dello sviluppo ha
iniziato ad apportare un contributo specifico agli studi sullo sviluppo, concretizzatosi nell’impiego di chiavi
interpretative utilizzate per comprendere gli squilibri nella distribuzione e accumulazione delle risorse. Ulteriori
riflessioni critiche sullo sviluppo si consolidano compiutamente negli anni ’90, le quali hanno portato alla
riscoperta di una molteplicità di fattori contestuali (etnia, cultura, genere, relazioni di potere ecc.), che influenzano
tanto le dinamiche dello sviluppo quanto la sua concettualizzazione. È opportuno introdurre un’importante
distinzione tra due modi diversi di intendere gli studi sullo sviluppo, spesso confusi.
Essa riguarda la distinzione tra lo “studio dello sviluppo inteso come l’espansione immanente di sistemi di
produzione, scambio e regolazione, generalmente di tipo capitalista” e lo studio dello sviluppo inteso come
interventi organizzati di promozione dello sviluppo stesso, con obiettivi impliciti ed espliciti, proposta introdotta
dal geografo inglese A. Bebbington. Questa distinzione va a sovrapporsi con quella proposta da Hettne, il quale
distingue le diverse teorie di sviluppo incrociando due chiavi di lettura: la dimensione positivo-normativa e la
dimensione formale-sostanziale.
La prima attiene alla distinzione tra lo studio dello sviluppo così com’è realmente (dimensione positiva) e lo studio
di sviluppo come dovrebbe essere (dimensione normativa). Hettne sottolinea che la teoria dello sviluppo
dovrebbe essere esplicitamente normativa e valutare criticamente i fini e i mezzi, invece che cercare nella realtà
un’occulta conformità alle leggi teoriche.
La seconda dimensione, quella formale-sostanziale, richiama la fondamentale distinzione tra crescita e sviluppo,
ormai consolidata nel dibattito teorico, ma sempre rinvenibile come problematica ambigua nelle concrete scelte di
trasformazione economica, sociale e territoriale.
A un approccio, quello formale, che concepisce lo sviluppo in termini universali e con indicatori quantificabili
(modello Harrod-Domar), si contrappone un approccio dove lo sviluppo comporta cambiamenti sociali di natura
più qualitativa, meno prevedibile e come tale meno misurabile formalmente.
1.4. Geografia, sviluppo e cooperazione: due prospettive di studio
Questo volume si focalizza sull’apporto degli studi geografici nelle teorie e prassi di cooperazione e sviluppo, pur
non potendo ignorare l’inscindibilità di queste ultime da una riflessione critica sullo sviluppo, sulle sue implicazioni
politiche e culturali.
Sul piano della ricerca  rapporto tra geografia e cooperazione si può indagare attraverso due prospettive di
studio strettamente legate: 1. orientata alla costruzione di una geografia della cooperazione allo sviluppo; 2.
focalizzata alla costruzione di un sapere geografico per la cooperazione allo sviluppo.
1.4.1. Per una geografia della cooperazione allo sviluppo
Nella prima prospettiva di studio si tratta di contribuire alla costruzione di un sapere critico sull’aiuto allo sviluppo,
attraverso un’analisi geografica della cooperazione, nelle sue diverse forme e distinzioni.
La cooperazione allo sviluppo può essere descritta come un’ampia e diversificata gamma di azioni da parte
di attori che intervengono con modalità e razionalità differenziate per promuovere lo sviluppo di una
data popolazione in determinati luoghi e tempi. Al pari di ogni altra attività umana, la cooperazione allo sviluppo
ha evidentemente anche una geografia, con dei luoghi di partenza dei flussi e di arrivo, e un insieme di relazioni
piuttosto complesse che legano tra loro tali punti nello spazio. Si tratta infine di una geografia cangiante, quanto a
flussi, attori e logiche di azione e come tale richiede di essere continuamente costruita e aggiornata, cambiando il
punto di vista con cui osservare e interpretare la cooperazione allo sviluppo. Il carattere spaziale delle relazioni tra
i diversi punti dello spazio, in una prospettiva geografica, si intreccia con i molteplici aspetti che la cooperazione
può assumere a partire dalla definizione generale riguardo a:

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- tipologia di attori, differenziati quanto a natura (pubblica e privata), scala di competenza (nazionale,
internazionale, regionale e locale) e scala di azione (es. BM lavora su scala internazionale, le piccole associazioni su
scala locale);
- tipologia di azioni, tra doni, assistenza, tecnica, crediti di aiuto, ma anche azioni dirette e indirette, attività di
sensibilizzazione;
- modalità e razionalità di intervento, tra interventi diretti e indiretti, dall’alto o dal basso, settoriali o integrati;
- filosofia di intervento e ragioni profonde che riguardano i presupposti politici e valoriali dell’intervento, le
motivazioni, sottolineando nuovamente il rapporto inscindibile tra cooperazione e ideologia di sviluppo, la scelta
dei partner e della popolazione obiettivo, ovvero chi sono i beneficiari, come si scelgono e selezionano ecc.
- ed infine riguardo i tempi (brevi, progetto annuale, o lunghi, progetto pluriennale) e soprattutto i luoghi di
intervento (come vengono scelti, quali le scelte di governo ecc.).
La costruzione di una geografia della cooperazione allo sviluppo, riguarda soprattutto i rapporti uomo e società,
quanto a ambito di sintesi spaziale. Tali rapporti sono in stretta relazione con le dinamiche ambiente-società e le
dinamiche ambientali.
Si tratta di ricostruire le complesse reti dei flussi della cooperazione, tra luoghi di origine e luoghi di destinazione
delle catene dell’aiuto, incrociando tale prospettiva con i modi geografici di guardare il mondo. Tale prospettiva
può riguardare sia l’integrazione locale, sia l’interdipendenza tra luoghi e tra scale. I linguaggi con cui
rappresentare queste relazioni spaziali possono essere differenti (es. costruzione di cartografie tematiche). È
opportuno focalizzare l’attenzione sugli attori della cooperazione con l’obiettivo di esplicitarne le logiche spaziali e
i rapporti con il territorio alle differenti scale geografiche, adottando anche altri linguaggi (es. documenti).
Ad esempio, la decisione di scavare o meno un pozzo in un villaggio africano può essere ricondotta alle decisioni
strategiche degli organismi sovra e internazionali; tuttavia alcuni di essi fermano la loro azione ad una scala
sovralocale, altri sono attori operativi nel locale. Ciò dipende dalle caratteristiche dell’organizzazione. La stessa
struttura si presenta nel mondo delle ONG, dove assistiamo a differenti strategie dal punto di vista spaziale.
Individuiamo ONG “rete”, che lavorano sostanzialmente a scale sovra-nazionali, delegando ad altri attori
l’operatività sul terreno, e ONG “territorio” che sia al Nord sia al Sud scelgono articolate forme di radicamento
territoriale.
In sostanza, ogni differente tipologia di cooperazione ha una sua spazialità, che dipende dalle caratteristiche
dell’attore, dalla sua razionalità e dal più generale contesto culturale, economico e politico in cui si colloca.
1.4.2. Una geografia per la cooperazione allo sviluppo
Nella seconda prospettiva di studio, si tratta di costruire una geografia per la cooperazione allo sviluppo,
proponendo cioè analisi dei contesti territoriali alle diverse scale, come conoscenza indispensabile ai programmi e
progetti di cooperazione, nelle differenti fasi del loro ciclo di vita (ex ante, in itinere ed ex post). L’analisi
geografica si propone, di fornire una conoscenza utile alle attività di cooperazione allo sviluppo, con un maggiore
coinvolgimento nell’attività stessa di programmazione e progettazione di interventi, in una logica orientata alla
ricerca-azione.
La storia dei progetti di cooperazione offre un’ampia casistica di insuccessi e fallimenti legati ad una sotto
considerazione dell’importanza del contesto territoriale di intervento.
Parlando di contesto territoriale non ci si riferisce ovviamente soltanto allo spazio fisico, ma a un concetto di
territorio come spazio trasformato dall’azione umana e carico di valore antropologico.
Non bisogna pensare che il mondo della cooperazione allo sviluppo non abbia saputo nel tempo apprendere dai
propri fallimenti e cercato di introdurre approcci e protocolli finalizzati alla scelta e all’analisi dei contesti di
intervento.

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Possiamo sottolineare l’attenzione per l’analisi partecipativa del contesto, codificata in pratiche più o meno
standardizzate di “diagnostica partecipativa”, che si pongono il duplice scopo di raccogliere informazioni su un
contesto territoriale oggetto di intervento, stimolando così il coinvolgimento della popolazione sia nella
produzione e selezione dei dati territoriali, sia nella definizione stessa del progetto.
1.5. Conclusioni e aperture
Questa esigenza di analisi dei contesti territoriali di intervento, è oggi una necessità abbastanza consolidata nel
mondo della cooperazione. Il sapere geografico può offrire un ampio bagaglio teorico e metodologico composto
da diversi approcci, dall’analisi regionale, agli approcci dell’analisi spaziale, a quelli della geografia umanistica, al
complesso insieme di studi geografia sistemica e critica. Chi opera sul terreno nel mondo della cooperazione allo
sviluppo, conosce bene l’esigenza di quel sapere che proprio un approccio geografico, in stretta connessione con
gli altri saperi, può fornire.
2. L’ideologia dello sviluppo e le scritture della terra: ovvero della spazialità dello sviluppo
2.1. Introduzione
2.1.1. Le trappole spaziali dello sviluppo
Per affrontare il tema dei rapporti tra teorie dello sviluppo e spazio, è necessario affrontare tre questioni astratte:
1. Il primo equivoco da dissipare è la credenza che possano esistere teorie aspaziali dello sviluppo. Anche quando
lo sviluppo è concettualizzato e teorizzato senza un esplicito riferimento alla sua dimensione spaziale possibile
tracciarne una geografia. Pensare lo sviluppo =pensare lo spazio.
2. Al tempo stesso deve essere evitata la trappola per certi versi opposta e simmetrica,
ovvero sovrastimare l’importanza dello spazio nei processi di sviluppo. Questa trappola è particolarmente
evidente negli approcci locali (o localistici) allo sviluppo. Dagli anni ’80 si è formata un’ampia famiglia di approcci
(come sullo sviluppo rurale), che in modi diversi sembrano affermare la centralità della scala locale nei processi di
sviluppo. (enfasi sul locale = LOCAL TRAP)
La scala locale non implica automaticamente una maggiore “territorialità” rispetto ad altre scale e incentrare
l’attenzione sul locale non garantisce ipso facto una maggiore sensibilità spaziale. Soprattutto, l’inclusione dello
sviluppo locale tra le parole chiave di istituzioni e organismi di chiara ispirazione neoliberale ha contribuito no a
spogliare i temi del locale e del territorio della loro aura alternativa allo sviluppo capitalista e liberista,
trasformandoli in meri strumenti per garantire l’efficienza dei progetti di cooperazione.
3. L’eccesso di ricchezza semantica che hanno i concetti come sviluppo, crescita, territorio, spazio,
È lecito interrogarci su cosa accade se incrociamo le nozioni di crescita e sviluppo con termini quali spazio,
territorio o luogo, i cui significati non sono a loro volta universali nella letteratura geografica.
2.1.2. Quale spazio per quale sviluppo?
Da questa premessa possiamo valutare quale ruolo abbia giocato lo spazio nella formulazione di teorizzazioni sullo
sviluppo.
Per quanto riguarda lo sviluppo prendiamo principalmente in considerazione il processo di sviluppo economico
industriale.
A partire dagli anni ’70, la nozione di sviluppo  revisione critica che ha reso insostenibile l’equazione sviluppo =
crescita economica. La crescita del PIL non è più considerata come una garanzia di sviluppo. Tuttavia rimane
innegabile che lo sviluppo economico e industriale costituisce un elemento centrale nel valutare il grado di
sviluppo di una nazione, di una regione, di una città.
Levy, un geografo francese, nel delineare un modello fondativo che metta in relazione tra di loro i principali
concetti della geografia umana, introduce una prima distinzione fondamentale tra due concezioni di spazio (area e
luogo), a seconda di come viene valutata la distanza/prossimità all’interno di quello spazio.

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Luogo: uno spazio dove i diversi punti presentano delle caratteristiche comuni che al tempo unificano quello
spazio e lo distinguono da altri. In questo caso la distanza non è una caratteristica che aiuta a comprenderlo
Area: uno spazio dove esistono diversi luoghi separati da una distanza. La distanza prevale sulla prossimità al fine
di comprendere quello spazio
Intendere spazio come luogo o come area cambia in maniera considerevole il modo con cui ci interroghiamo sullo
sviluppo economico e industriale.
2.1.3. Struttura del capitolo
Il capitolo si propone di muovere i primi passi da una nozione areale di sviluppo, considerando come la riflessione
sullo sviluppo si è confrontata storicamente con l’evidenza che lo spazio è differenziato, e come diversi luoghi
separati da una distanza di diverso tipo e di diversa natura presentano livelli di sviluppo differenti. In questa
prospettiva prenderemo in considerazione sia il filone dello sviluppo regionale con i suoi principali esponenti
(Perroux, Myrdal, Hirschmann e Friedmann), sia l’interpretazione marxista che viene normalmente intesa come
“teoria dello scambio ineguale”.
Successivamente l’attenzione si incentrerà sulle conseguenze che discendono dal passaggio da una nozione areale
dello spazio come successione di centri e periferie “distanti” tra loro a una visione dello spazio come luogo. In
quest’ultimo caso, l’idea è che determinati spazi possiedano delle caratteristiche proprie che li distinguono da altri
spazi (ne fanno cioè dei luoghi) e che queste caratteristiche svolgano un ruolo importante nell’orientare e
nell’influenza i processi di sviluppo.
Le teorie di sviluppo locale saranno qui declinate quasi esclusivamente con riferimento alle nozioni di cluster e di
distretto industriale.
Infine, valuteremo come sia possibile ipotizzare teorizzazioni, ma anche pratiche, circa il rapporto tra sviluppo e
spazio che vadano oltre la dicotomia tra area e luogo.
2.2. Lo spazio come area: lo sviluppo ineguale e i modelli centro-periferia
Il primo gruppo di teorie dello sviluppo può essere riconducibile ad una nozione areale dello spazio. Si tratta di
valutare come l’esistenza di “distanze” in termini di sviluppo tra diversi luoghi (regioni, nazioni, continenti) è stata
teorizzata all’interno di diverse narrative sullo sviluppo. Si tratta di una delle questioni centrali della geografia
economica, e normalmente va sotto l’etichetta di sviluppo ineguale (uneven development). Meno ovvio è
comprendere quali sono le dinamiche che conducono verso, ed eventualmente fuori da, lo sviluppo ineguale.
Se consideriamo i modelli neoclassici, sappiamo che in presenza di uno spazio isotropico, indistinto, geometrico e
uniforme, i fattori di produzione “capitale” e “lavoro” sono perfettamente mobili e quindi si spostano nello spazio
finché esistono dei differenziali nella remunerazione di questi due fattori (rendimenti e salari). In particolare il
capitale si sposterebbe verso le regioni meno sviluppate, dove più basso è il costo del lavoro e quindi più alti sono i
rendimenti, mentre il lavoro si sposterebbe dalle aree meno sviluppate a quelle maggiormente industrializzate,
attratto da salari più elevati. Nel lungo periodo, questi spostamenti incessanti di lavoro e capitale finirebbero con
l’annullare le differenze tra i luoghi in termini di rendimento dei fattori, ponendo quindi allo stesso fine
all’ineguaglianza spaziale dello sviluppo e della ricchezza. In altri termini, il raggiungimento del punto di equilibrio
sul mercato dei fattori garantirebbe anche una qualche forma di “equilibrio spaziale”. Ovviamente questo
meccanismo non rende giustizia alla complessità dell’economia marginalista. Soprattutto non la rende alla
complessità del reale, dove lo spazio non è isotropico e dove i fattori di produzione non sono perfettamente
mobili, dove cioè il funzionamento del mercato non è sufficiente a garantire l’eguaglianza spaziale, dove
conseguentemente sono necessarie politiche di sviluppo. In questo contesto considereremo due orientamenti di
pensiero, che si pongono la questione della natura dello sviluppo ineguale e di quali politiche possano ovviare a
questa condizione: le teorie della modernizzazione di Rostow e dello sviluppo regionale, e la teoria dello scambio
ineguale.
2.2.1. Modernizzazione e sviluppo regionale

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modernizzazione: la stretta relazione tra sviluppo, crescita economica e industrializzazione.
Si riteneva che attraverso la modernizzazione il dualismo economico (tra economia arretrata e economia avanzata,
aree urbane e aree rurali) e gli squilibri sociali che ne derivavano sarebbero stati eliminati e con essi anche le
ineguaglianze spaziali.
L’adozione di questo paradigma è strettamente legata alla riflessione concettuale e teorica sullo sviluppo che
caratterizza gli anni ’50. Questi approcci condividono una visione dello sviluppo dei PVS come di un processo
discontinuo che necessita di un consistente afflusso di investimenti (di capitali e di tecnologie) da indirizzare verso
i settori moderni dell’economia (principalmente l’industria) e quindi le aree urbane. In questo contesto, viene ad
assumere un ruolo predominante il settore industriale cui veniva assegnato il ruolo dinamico, in esplicito contrasto
con l’agricoltura che era tipicamente interpretata come un settore passivo da essere sfruttato e discriminato.
Su questo milieu intellettuale si innesta una seconda famiglia di riflessioni, le cosiddette teorie dello sviluppo
regionale, che comprende tra i suoi rappresentanti maggiormente significativi, economisti di primaria importanza
come Perroux, Hirschman, Myrdal, Friedman. Tra i diversi autori esistono alcuni elementi che accomunano i diversi
approcci allo sviluppo regionale. Il primo è la consapevolezza che la polarizzazione e l’ineguaglianza spaziale dello
sviluppo non sono un fenomeno occasionale, correggibile semplicemente attraverso la modernizzazione. Più
autori ipotizzano che lo sviluppo economico è in sé un processo che produce squilibri, che polarizza lo spazio e che
crea distanze, in termini di benessere e ricchezza, tra i diversi punti di quello spazio. L’ineguaglianza dello sviluppo
non è più quindi un effetto collaterale dell’arretratezza sociale, economica, infrastrutturale e produttiva, ma è un
prodotto stesso dello sviluppo. Il secondo elemento è la visione dello sviluppo circolare e cumulativo, che cioè le
aree maggiormente sviluppate incrementino ulteriormente il loro tasso di crescita e che di conseguenza
l’ineguaglianza dello sviluppo sia destinata a crescere, invece che diminuire. La terza caratteristica è la sfiducia
nella capacità del mercato libero lasciato a sé stesso di correggere tali ineguaglianze e, conseguentemente, l’enfasi
posta sulla necessità di definire e applicare politiche di sviluppo ad hoc.
2.2.1.1. Perroux e il polo di sviluppo
Nella prima metà degli anni ’50, l’economista francese François Perroux introduce nella propria riflessione sullo
sviluppo la nozione di “spazio astratto”, ovvero “un campo di forze centripete e centrifughe nell’ambito delle quali
soggetti e mezzi di produzione vengono attratti e respinti in maniera selettiva da e verso diversi luoghi”. In questo
spazio vengono a localizzarsi, per ragioni essenzialmente storiche e/o casuali, dei “poli di crescita” in grado di
esercitare un effetto di dominazione, di influenzare i comportamenti di consumo. A partire da questa
polarizzazione si innescano altri processi di polarizzazione, di natura sociale e demografica, attraverso l’attrazione
di residenti e di forza-lavoro da altre regioni dello stesso paese o dall’estero, e la creazione di una base urbana
solida, ricca di servizi. In questa prospettiva i “poli di crescita” si rivelano veri e propri “poli di sviluppo”. Negli anni
’60 e ’70 la sua influenza sulle politiche di sviluppo fu importante. Non solo la creazione “artificiale” di poli di
sviluppo rappresentò una delle linee guida per l’industrializzazione del Mezzogiorno, ma soprattutto nei PVS le
teorie di Perroux furono adottate come un vero e proprio “manuale per lo sviluppo industriale” di zone “vergini”,
di territori che ancora non avevano conosciuto alcuna forma di sviluppo industriale capitalistico e che per questa
ragione assomigliavano allo spazio astratto dove innescare processi di polarizzazione sotto il diretto controllo delle
autorità statali.
Gli studi di Perroux tuttavia sono essenzialmente di natura storica e analitica, mentre la fortuna normativa dei poli
di crescita e di sviluppo si fonda sulla credenza che la teoria della polarizzazione possa applicarsi in qualunque
luogo e tempo, al di fuori cioè del contesto originario in cui è stata sviluppata.
2.2.1.2. Myrdal e la causazione circolare e cumulativa
Sul finire degli anni ’50 la teoria della polarizzazione dello spazio viene ripresa da A. Hirschmann e da G. Myrdal.
Hirschmn concentra l’attenzione su un processo moltiplicatore che a partire da una “scintilla” di sviluppo genera
un nuovo sviluppo, da un lato attraverso l’attrazione di forza-lavoro e dall’altro tramite l’attrazione di imprese
produttrici di input e semilavorati per le imprese motrici, riducendo così i costi della produzione.

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Myrdal, in maniera analoga, mantiene l’idea che lo spazio sia economicamente polarizzato, facendo sì che una
volta che un differenziale nei libelli di sviluppo si è formato, l’economia non ritorni in una condizione di equilibrio
spaziale, ma assista ad un incremento dell’ineguaglianza. Egli identifica una serie di rapporti causa effetto che
fanno si che lo sviluppo abbia una natura cumulativa (i processi di sviluppo creano ulteriori possibilità di sviluppo)
e circolare (i processi di sviluppo migliorano le condizioni iniziali attraverso una serie complessa di azioni e
retroazioni). Myrdal osserva soprattutto come questo processo abbia luogo nelle località centrali a discapito dello
sviluppo nelle regioni maggiormente periferiche. Si creano effetti di riflusso che spostano ulteriormente risorse
dalle regioni periferiche verso quelle centrali e solo in un secondo momento si possono verificare effetti di
diffusione che possono stimolare la domanda nelle regioni
2.2.1.3. Friedmann e l’integrazione funzionale
John Friedmann esercita un grande influsso sulla rivoluzione quantitativa in geografia economica.
Con lui la spazialità dello sviluppo si contestualizza nell’evoluzione del sistema delle relazioni fra i centri che
compongono l’armatura urbana e le aree a essi circostanti: a ogni stadio dello sviluppo economico corrisponderà
uno specifico modello di organizzazione spaziale. Friedmann identifica quattro stati attraverso cui un’economia
passa: da uno stato di elevata polarizzazione spaziale, per giungere nell’ultima fase, grazie a opportune politiche di
riequilibrio spaziale, a una elevata integrazione funzionale tra diverse aree metropolitane. Friedmann appare
fortemente debitore del pensiero di Rostow, tuttavia la sua prospettiva si muove ben oltre la mera diffusione
spaziale del modello economico capitalistico e occidentale, per intraprendere un’impresa più radicale e ambiziosa
di ridisegno e ristrutturazione dello spazio. A differenza di Perroux che sviluppò il proprio modello su un terreno
principalmente analitico, egli sviluppò le proprie teorie attraverso la loro applicazione a un caso concreto di
riequilibrio spaziale del polo minerario in Venezuela.
2.2.2. Accumulazione capitalistica, dipendenza e scambio ineguale
Accanto alle teorie dello sviluppo regionale, occorre introdurre una seconda famiglia di teorizzazioni: le “teorie
della dipendenza”, accomunate dalla consapevolezza che l’ineguaglianza spaziale dello sviluppo è funzionale allo
sviluppo delle aree maggiormente ricche e industrializzate. Mentre le principali riflessioni sullo sviluppo regionale
ammettevano che il mercato produceva “spontaneamente” polarizzazioni e quindi ineguaglianze sociali, i teorici
della dipendenza introducono una dimensione della politica alla comprensione del rapporto tra spazio e sviluppo:
il sottosviluppo sarebbe una condizione necessaria per lo sviluppo dei paesi del Nord del mondo. Inoltre queste
teorie condividono la stessa interpretazione areale dello spazio, declinando il rapporto tra spazio e sviluppo in
termini di rapporti tra punti (luoghi) separati da una distanza (ovviamente espressa in termini di livelli di sviluppo).
La prima concettualizzazione di questi approcci la si deve all’economista argentino R. Prebisch, che nella sua
analisi sulla Grande Depressione, mette in evidenza la struttura dello svantaggio di lungo periodo delle economie
periferiche rispetto ai paesi maggiormente industrializzati. In particolare egli delinea questa debolezza in termini
di “dipendenza dalle esportazioni primarie”, poiché l’economia agricola latinoamericana si rivela svantaggiosa a
causa di termini di scambio sfavorevoli. Alla sua opera viene ricondotta la diffusione dell’approccio della import
substitution industrialization (ISI), ovvero la credenza che i PVS dovessero attuare politiche di protezione delle
proprie industrie nazionali contro la concorrenza dei paesi maggiormente industrializzati –
letteralmente sostituire le importazioni con beni durevoli prodotti internamente.
A partire dagli anni ’70, l’idea centrale che accomuna i differenti approcci alla teoria della dipendenza è che i PVS
rappresentano mercati importanti per le merci prodotto nei paesi industrializzati del Nord del mondo i quali,
attuano strategie per mantenere i Paesi de sud del mondo in una condizione di dipendenza quasi coloniale.
2.3. Lo spazio come luogo: l’impossibilità di modelli universali di sviluppo
A partire dai primi anni ’80, lo scetticismo nei confronti delle teorie della crescita venne progressivamente
condiviso da un più ampio schieramento di analisti e organizzazioni tradizionalmente legate agli approcci
mainstream. Si pensi ad esempio alla commissione di Brundtland, nella cui sede, nel 1983, fu coniato il
fortunatissimo termine di “sviluppo sostenibile”, per sottolineare la necessità di coniugare la crescita economica
con il mantenimento delle risorse naturali e dell’ambiente. In particolare, gli ultimi 30 anni hanno messo in

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discussione l’idea che esista un modello universale e generale di sviluppo applicabile in ogni tempo e in ogni luogo
indipendentemente dalle condizioni locali. Quello che maggiormente ci interessa nella crisi del paradigma della
modernizzazione sono le implicazioni sul rapporto tra concettualizzazione dello spazio e riflessione sullo sviluppo.
Solamente in presenza di una nozione generale di sviluppo, è infatti possibile focalizzare la
propria analisi sull’ineguaglianza spaziale, vale a dire sul fatto che alcuni luoghi abbiano conosciuto quel tipo di
sviluppo e altri no (o non ancora), ed incentrare le politiche di sviluppo sulla diffusione spaziale di quell’unico
modello di sviluppo. Dalla critica al modello egemone di sviluppo, emergono nuovi modi di intendere lo sviluppo,
dettati dalla consapevolezza che esistono molteplici percorsi di sviluppo, sensibili alle specifiche condizioni
storiche.
Nella prospettiva del nostro ragionamento, ciò che ci interessa è abbandonare una nozione di spazio come area
caratterizzata da livelli ineguali di sviluppo da colmare per introdurre una concezione dello spazio come luogo, vale
a dire come spazio caratterizzato da un insieme di caratteristiche che lo rendono unico ed esercitano un’influenza
sui suoi modi di sviluppo.
Si tratta di valutare come la riflessione contemporanea sullo sviluppo abbia contribuito a dare protagonismo al
concetto di luogo e, in ultima analisi, alla scala locale. Il percorso dell’unicità del luogo nel dibattito sullo sviluppo
segue storicamente due strade principali: la prima è la ripresa e la radicalizzazione in un contesto post-
strutturalista delle critiche radicali allo sviluppo introdotte negli anni ’70 dalla letteratura marxista e femminista; il
secondo percorso fa invece riferimento all’elaborazione di una serie di approcci allo sviluppo economico e
industriale che vanno sotto l’etichetta di “sviluppo economico locale”.
2.3.1. Le critiche radicali sul modello universalistico di sviluppo
Considerando il modello interpretativo dello scambio ineguale, già a partire dalla fine degli anni ’70 si diffuse una
prima ondata di critiche radicali allo sviluppo quale modello unico, regolato da leggi universali e astratte.
Seguendo Lawson possiamo ricondurre la diffusione di un pensiero critico in un triplice mutamento di
contesto, politico (con l’emergere dei movimenti di protesta studenteschi e operai nel Nord e Sud del
mondo), economico (con il fallimento delle politiche ortodosse “sviluppiste” e la conseguente riflessione sullo
squilibrio tra risorse impiegate e risultati conseguiti) e culturale (con il rifiuto della cultura alta e la riscoperta delle
diverse forme di arte e cultura popolari, soprattutto musicali). Questa riflessione si riflette nell’emergere di una
riflessione sullo sviluppo di origine marxista e/o femminista, in particolare possiamo distinguere quattro filoni:
1. gli studi sullo sviluppo di matrice marxista, e su temi quali le crisi del capitalismo, il declino urbano e regionale
delle aree di antica industrializzazione, la gentrificazione degli spazi urbani;
2. la riflessione sull’imperialismo e la diffusione geografica del capitalismo;
3. le analisi sulle società capitalistiche periferiche e gli studi rurali, incentrati sull’interpretazione dei cambiamenti
degli spazi agricoli in termini marxiani, con specifico riferimento a temi legati al rischio ambientale (come quelli
della fame, dell’erosione del suolo, delle catastrofi naturali) riletto in relazione alle relazioni di produzione e
consumo;
4. l’economia politica femminista dello sviluppo, in cui l’enfasi originaria sui rapporti di classe viene declinata a
come i rapporti di genere influenzano i processi di sviluppo.
Queste riflessioni a partire dagli anni ‘80 culminano in una “riflessione post-“, intendendo i 4 filoni del post-
strutturalismo, post-modernismo, post-colonialismo e post-sviluppo. Questi approcci sono accomunati da una
critica più o meno estrema della modernità occidentale, e devono essere mantenuti concettualmente distinti. I
primi due approcci investono maggiormente la modernità, mentre gli ultimi due contestualizzano le proprie
critiche nel campo specifico dello sviluppo e dei rapporti Nord-Sud. Anche dal punto di vista temporale, questi
diversi filoni non sono riconducibili a unità. Il post-strutturalismo si sviluppa a partire dagli anni ’60 e ’70, il post-
modernismo dalla fine dell’800 in campo pittorico, passando per la critica all’architettura modernista del primo
dopoguerra. Gli studi post-coloniali e post-sviluppo emergono negli anni ’80, incentrandosi su una riflessione
critica del rapporto tra Nord e Sud del mondo.

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Questi approcci si differenziano anche dal punto di vista geografico, in termini di provenienza dei loro principali
esponenti. Post-strutturalismo e post-modernismo sono essenzialmente prodotti della cultura occidentale ed
europea (soprattutto francese), post-sviluppo e studi post-coloniali invece sono stati largamente determinati nella
loro nascita ed evoluzione dall’affermarsi di studiosi proveniente soprattutto da paesi del Sud, in particolare dal
subcontinente indiano, America Latina e Medio Oriente.
Infine, questi approcci differiscono tra loro anche rispetto alla posizione e all’attitudine nei confronti della
possibilità di un intervento “attivo” nell’indirizzo dei processi culturali, sociali, politici ed economici.
2.3.2. Lo sviluppo economico locale
Più o meno nello stesso periodo in cui si delineava l’emergere di una geografia critica dello sviluppo, un quinto
“post-“ segnava la storia dei rapporti tra sviluppo e spazio, il post-fordismo…
In questo contesto si afferma l’idea che lo sviluppo non consiste semplicemente nel ridurre le disparità e le
ineguaglianze tra i luoghi e che, piuttosto, le caratteristiche proprie dei luoghi giocano un ruolo fondamentale
nell’orientare i processi di sviluppo, offrendo opportunità e contribuendo a ridurre i rischi.
Storicamente la formulazione delle teorie dello sviluppo locale possiede sin dalle sue origini una chiara matrice di
tipo relazionale, la cui comprensione è fondamentale per evitare gravi malintesi, pena la ricaduta negli approcci
considerati in precedenza.
Le caratteristiche proprie dei luoghi che influenzano lo sviluppo e differenziano i modi e i tempi dello sviluppo di
luogo in luogo sono anche di tipo immateriale, ovvero relazioni che legano tra loro i diversi soggetti (imprese ma
non solo), che contribuiscono a innescare e mantenere processi di sviluppo.
2.3.2.1. Il ruolo della relazionalità
Nelle prime interpretazioni dello sviluppo economico locale, questa enfasi sulla relazionalità concerneva
principalmente le relazioni economiche, come per esempio le relazioni input-output e la divisione locale del lavoro
tra le imprese appartenenti alla medesima agglomerazione. Per molti di questi approcci la radice prima dei
processi di sviluppo locale risiedeva nelle c.d. economie esterne marshalliane, vale a dire dai vantaggi che derivano
alle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, dall’agglomerarsi in prossimità le une delle altre. In questo
contesto, la riflessione incentrata sulla teoria dei costi di transazione e sulla riflessione circa l0emergere del
paradigma della specializzazione flessibile, ha giocato un ruolo fondamentale nel dimostrare come le piccole e le
medie imprese (PMI) possano conseguire produttività e superare i limiti insiti nella propria dimensione
specializzandosi in poche attività ed entrando in relazioni input-output come altri PMI. Questo lavoro di
concettualizzazione sui rapporti tra spazio, innovazione, organizzazione della produzione e sviluppo industriale
svolto in seno alla geografia anglo-americana era a sua volta ispirato dalla riscoperta dei distretti industriali italiani
a opera di Becattini, nonché dalla successiva generalizzazione di Porter attraverso il concetto di cluster.
Progressivamente l’interesse nella dimensione relazionale dell’economia è andato ampliandosi, spostandosi dalla
mera razionalità economica (i rapporti input-output e le economie esterne) verso una comprensione
maggiormente “sociale” e “culturale” di tale razionalità, assumendo come temi i legami non-economici tra le
imprese. L’idea sottostante è che per stabilire un rapporto di collaborazione tra un’impresa e un centro di ricerca
sono necessarie delle condizioni normalmente trascurate dall’economia: conoscenze personali, fiducia,
condivisione di valori ecc.
Lo snodo centrale è che queste caratteristiche sono strettamente legate alla natura di luogo che uno spazio può
assumere. La prossimità geografica deve essere assunta in quanto condizione vitale per la creazione di prossimità
organizzazionale.
2.3.2.2. Il mondo della varietà e delle differenze è anche il mondo della scelta
Il rifiuto dei modelli standard, universali ed egemonici di sviluppo e la fiducia che molteplici sentieri di sviluppo
siano possibili sono a loro volta radicati nella consapevolezza che il luogo – o territorio, come spesso viene
caratterizzato nella geografia continentale –, è lo spazio della complessità. In questa prospettiva il campo dello

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sviluppo locale viene definito come “il mondo della varietà e delle differenze”, in opposizione allo spazio
geometrico e astratto, dominato dalla distanza. Il ruolo centrale è giocato dall’apertura alla relazionalità quale
fattore essenziale di sviluppo: luoghi differenti, anche in caso di dotazioni simili in termini di risorse,
avranno verosimilmente differenti architetture relazionali, istituzionali e quindi, differenti percorsi di sviluppo. Se
lo sviluppo non è più il prodotto dell’applicazione meccanica di un modello generale e universale, ma è piuttosto
l’esito di combinarsi di diverse relazionalità, allora necessariamente il mondo della varietà e della differenza è
anche il mondo della scelta. Perseguire obiettivi di sviluppo economico locale implica l’onere di compiere delle
scelte. Deve essere specificato il senso che assume un’espressione largamente usata nelle teorie sullo sviluppo
locale la path democracy, ovvero l’idea che lo sviluppo segua sì una molteplicità di percorsi, ma comunque sempre
in continuità conquanto accaduto nei periodi precedenti. Il permanere di un’influenza più o meno marcata della
storia di un luogo è uno snodo centrale per ogni riflessione sul rapporto tra luogo e sviluppo, ma occorre dedicare
almeno altrettanta attenzione a non cadere in quello che Krugman definisce lock-in, ovvero un incatenamento al
passato che si esprime nell’attaccamento a specializzazioni, istituzioni, architetture che derivano dal passato, ma
che hanno perso la loro capacità di definire e illuminare nuovi sentieri di sviluppo.
Lo “sviluppo economico locale” è legato ad una nozione più ampia di “sviluppo locale”, che trascende la mera
creazione di ricchezza economica: la partecipazione comunitaria, la difesa dei valori e delle identità locali, il
miglioramento della qualità della vita, sono alcuni degli obiettivi non strettamente economico che lo sviluppo
locale persegue. Importante infine è la questione della scelta circa gli strumenti e le politiche di sviluppo che non
possono più essere ricondotti alla loro dimensione materiale e quantitativa. Sebbene la letteratura sullo sviluppo
economico locale insista su quattro ambiti di intervento (infrastrutture, attrazione di investimenti, capitale umano
e imprese locali) che non sono troppo dissimili rispetto a quelli in cui si dispiegavano le politiche di sviluppo
regionale, la filosofia è radicalmente differente. Lo sviluppo e il successo di un’economia locale infatti, non
dipendono dal raggiungimento di una “massa critica” in ciascuno di questi quattro ambiti, ma dalle relazioni che
uniscono tra loro questi quattro elementi e che li legano alle specifiche condizioni culturali, sociali, politiche e
economiche che fanno di un dato spazio un luogo unico, un prodotto storico e geografico. Ogni processo di
sviluppo locale è l’espressione di un progetto di territorio, esplicito o implicito.
3. Sviluppo locale e cooperazione internazionale. Una proposta teorico- metodologica?
La ricostruzione del rapporto tra teorie dello sviluppo e spazio, ha evidenziato lo sviluppo locale come un orizzonte
teorico e politico su cui a partire dagli anni ’90 si sono indirizzate le politiche in diversi paesi industrializzati. In
questo capitolo approfondiremo le modalità con cui teorie e pratiche ispirate ad un approccio riconducibile allo
sviluppo locale si sono affermate nei PVS, in stretto rapporto con i cambiamenti di orientamento della
cooperazione internazionale. Proponiamo un modello interpretativo di tipo territoriale elaborato dalla “scuola
geografica torinese”. Di questo approccio, tentiamo di verificare la capacità interpretativa e i limiti applicativi
rispetto al contesto dei PVS e al Senegal in particolare. Infine, vengono sviluppate alcune riflessioni sui contenuti
della ricerca sullo sviluppo locale tanto al Nord quanto nel Sud del mondo.
3.1. Una nuova moda della cooperazione allo sviluppo?
Nel corso degli anni ’90 lo sviluppo locale entra progressivamente nelle politiche di sviluppo nei PVS. Esso appare
strettamente legato al mutamento di strategie della cooperazione internazionale nelle sue diverse forme (multi,
bilaterale, non governativa) in molti PVS, in Africa, America Latina e Asia. Questo ci fa notare come sviluppo locale
sia diventato progressivamente una delle parole chiave dell’ultimo decennio della cooperazione allo sviluppo.
Paradossalmente ciò avviene nel momento in cui nei paesi del Nord del mondo sembra volgere al termine la
stagione dello sviluppo locale. Molti luoghi simbolo dello sviluppo locale, ad esempio in Italia, appaiono in crisi
irreversibile di fronte alle sfide della globalizzazione produttiva, commerciale e finanziaria. Concetti come locale,
territorio, partecipazione sembrano essere ormai divenuti patrimonio di amministratori locali, tecnici, rischiando
di essere svuotati della loro forza innovativa.
Ci si chiede quanto lo sviluppo locale derivi da logiche autocentrate o quanto prevalgano invece le logiche
eterodirette veicolate dalla cooperazione. Nel secondo caso si tratta di capire se esso possa essere considerato
una “tecnica appropriata” (culturalmente, economicamente e politicamente) al contesto dei PVS o se non sia

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piuttosto una nuova moda del sistema internazionale degli aiuti, un ennesimo modello da seguire legittimato
attraverso retoriche come quelle della governance, del decentramento, della partecipazione.
3.2. Globalizzazione economica e sviluppo locale
Analizzare i presupposti dello sviluppo locale nella cooperazione internazionale richiede una riflessione sul ruolo
giocato dal livello “locale” in un contesto mondiale caratterizzato dalla globalizzazione. A questo proposito, più
voci hanno rilevato una graduale prevaricazione dello spazio sui luoghi: le interazioni di lunga distanza e il
progressivo abbattimento delle barriere fanno sì che capitali, merci, persone diventino sempre più mobili e liberi
da ogni tirannia spaziale, con un conseguente sradicamento delle attività economiche dai territori. Il sociologo M.
Castells sostiene che le forze della globalizzazione, soprattutto quelle guidate dalle nuove tecnologie
dell’informazione e della comunicazione (ICT), stiano rimpiazzando uno spazio dei luoghi con uno spazio dei flussi,
il cui carattere essenziale è costituito dalla discontinuità. Quello che viene messo in evidenza, è che la
globalizzazione comporta tanto fenomeni di frammentazione territoriale, quanto fenomeni di “aderenza e
radicamento territoriale”. Infatti, le reti lunghe dell’economia e della politica hanno bisogno di ancorarsi, per
perseguire i propri obiettivi, a specifici luoghi per utilizzarne le risorse. Tali processi portano a fenomeni di
ridefinizione e riarticolazione delle scale territoriali, il cui esito è l’indebolimento della capacità di controllo dello
Stato nazione ed un suo parziale svuotamento verso l’alto e verso il basso. Traggono vantaggio da questo processo
le reti globali, come quelle della cooperazione multilaterale ad esempio, che agiscono indipendentemente dai
confini statuali o di livelli sovra-nazionali, come l’UE, o infra-nazionali, come città e sistemi regionali. Pensiamo ad
esempio al fenomeno della cooperazione decentrata che mobilita partenariati transnazionali tra sistemi urbani e
regionali del Nord e del Sud del mondo, dando protagonismo alle istituzioni locali. In questa prospettiva, Pierre
Veltz evidenzia come le relazioni a grande distanza contino quanto quelle di prossimità. Lo sviluppo è sempre più
legato a una dialettica locale-globale: imprese, attori, sistemi locali si trovano immersi tanto in rapporti di
prossimità quanto in legami sovralocali di varia natura; il territorio come attore socioeconmico continua a
rappresentare la base del vantaggio competitivo.
Una nuova centralità viene ad essere attribuita a quei fattori considerabili “immobili” non solo perché incorporati
in certi luoghi, e quindi non trasferibili altrove, ma anche perché in molti casi non fungibili, in quanto difficilmente
o per nulla reperibili altrove con le stesse qualità.
Nella fase odierna, viene riconosciuta come risorsa la capacità auto-organizzativa dei soggetti locali, così come il
fatto che molte risorse specifiche dei territori locali divengano tali solo attraverso il riconoscimento, i saperi
contestuali, la capacità di apprendimento e la progettualità collettiva propria di tali soggetti.
La nuova attenzione allo sviluppo locale da parte della cooperazione internazionale va inserita in questo quadro
problematico: locale e globale non rappresentano concetti antitetici, per cui ciò che è globale assimila tutto ciò
che è locale, e viceversa il locale deve rinunciare alla sua specificità per divenire globale.
3.3. Sviluppo locale e organismi internazionali
Non esiste una definizione univoca di sviluppo locale cui fare riferimento. Elementi propri dello sviluppo locale
entrano nella prassi degli organismi internazionali attraverso altri percorsi, che vanno dallo sviluppo partecipativo
a quello di genere, dal post-development al sostegno al decentramento e alla governance, sino allo sviluppo rurale.
In altri termini, ciascuno di questi approcci condivide un certo numero di caratteristiche con lo sviluppo locale, a
seconda di quale si consideri, conferisce diversa direzione al percorso di affermazione di quest’ultimo presso gli
organismi internazionali. In primo luogo, considereremo in che termini e a quali condizioni la diffusione dei temi
dello sviluppo locale presso gli organismi internazionali si discosti dalle caratteristiche dell’ispirazione originaria;
dall’altro, valuteremo attraverso quali trasformazioni in termini di significato e di prassi lo sviluppo locale ha
potuto fare il suo ingresso nella cooperazione internazionale allo sviluppo.
3.3.1. Sviluppo locale: dall’antagonismo al mainstream
Gli organismi internazionali sono, per loro natura, legati all’esigenza di proporre modelli di sviluppo, generalizzabili
e adattabili ai diversi contesti in cui sono chiamati ad operare. In un’opposizione più o meno esplicita all’ideologia
di libero mercato, lo sviluppo locale andava incentrando l’attenzione sulla dimensione sociale e culturale dello

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sviluppo. Lo sviluppo locale è funzionale all’impostazione neoliberista mainstream che caratterizza tuttora l’azione
degli organismi internazionali. La dottrina dei principali organismi internazionali, in primis la Banca Mondiale, è
improntata alla difesa dell’economia di mercato. In seguito ai fallimenti dei Programmi di aggiustamento
strutturale degni anni ’90, le politiche di cooperazione allo sviluppo sono state fortemente marcate dalla svolta
definita come Post-Washington Consensus, esplicitamente influenzata dall’approccio dell’economia neo-
istituzionalista. L’approccio neo-istituzionalista si basa sull’individuazione di quelle istituzioni che, pur non essendo
necessariamente legate in maniera diretta al funzionamento di mercato, appaiono in grado di correggere i
malfunzionamenti del mercato stesso. Nonostante l’apparente pluralismo, l’approccio neoistituzionalista affonda
le sue radici nell’economia mainstream neoclassica. Nei PVS, l’adesione alle nuove regole dell’economia
internazionalizzata, è stata soggetta a due tipi di condizionalità: da un lato politico-economica e dall’altra più
squisitamente politica. In questo contesto, la cooperazione allo sviluppo ha incorporato progressivamente le
politiche di sviluppo locale, proprio come strumento privilegiato per coniugare azioni volte influire tanto sulla sfera
economica quanto su quella politica. Il legame tra la presa in carico del locale nelle strategie della cooperazione
allo sviluppo e il progressivo ampliamento degli obiettivi stessi dello sviluppo, certamente è emblematico del
rapporto tra la prospettiva politica ed economica dello sviluppo locale. Sono note le riflessioni basate sul right
based approach, ovvero sulla difficoltà di riconoscere a determinati attori la legittimità ad intervenire, attraverso
l’imposizione di modelli e processi di democratizzazione forzata. La critica nei confronti di questi processi di
omologazione ha investito l’azione degli organismi politici sopranazionali preposti all’elaborazione di una sorta di
“politica globale” basata sull’universalità dei principi democratici.
3.3.2. Esperienze di riferimento
Organismi internazionali come l’OCSE e la Banca Mondiale sono più di altri coinvolti nella missione neoliberista di
ampliare globalmente gli spazi dell’economia di mercato. Dalla International conference on local development,
organizzata dalla BM nel 2004, emergono due elementi:
1. non viene offerta una definizione positiva e diretta di che cosa sia lo sviluppo locale, ma solamente una
definizione strumentale, riflettendo su a che cosa serva lo sviluppo locale;
2. Lo sviluppo locale appare come uno strumento per garantire un’offerta di servizi pubblici alle comunità locali
che sia più efficace ed efficiente. La proposta di integrazione dei diversi approcci allo sviluppo locale si articola
infatti in tre momenti empowerment, local governance e local service provision, in cui i primi due sono
sostanzialmente funzionali al conseguimento dell’offerta locale di servizi da cui dipende, in ultima istanza,
l’impatto dello sviluppo locale.
Si noti come l’empowerment e la governance locale intervengano esclusivamente nel definire le priorità della
comunità in riferimento a bisogni materiali di urgente soddisfazione. La dimensione relazionale dello sviluppo
locale non ha ricadute dirette quindi sulla definizione e sull’orientamento sostanziale del sentiero di sviluppo. Per
contro, si osservi come sia lo sviluppo economico, sociale e umano, definito dall’esterno del contesto locale, ad
avere delle relazioni di feedback sull’empowerment. Il modello ci suggerisce che l’empowerment è effettivamente
tale nella misura in cui è coerente con una più ampia ed esogena nozione di sviluppo che non compete alle
comunità locali definire.
La riflessione sull’importanza della scala locale si presenta ricca di spunti: la considerazione della complessità dei
processi di sviluppo porta alla necessità di tarare localmente le politiche di cooperazione allo sviluppo i quanto il
locale si sviluppa secondo pratiche e processi che non necessariamente sono percepiti compiutamente dagli
organismi centrali di governo.
3.4. Le dicotomie dello sviluppo locale: alcune chiavi di lettura
Sotto l’etichetta di sviluppo locale rientra una molteplicità complessa di approcci, per questo è opportuno
esplicitare una serie di dicotomie, entro cui oscillano le diverse accezioni teoriche ed operative di sviluppo locale.
3.4.1. Tra processi e politiche

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Ci sono diverse accezioni teoriche ed operative di sviluppo locale. Abbiamo due coppie di sviluppo: positivo-
normativa e formale-sostanziale. Per quanto riguarda l’ultima, la riflessione sullo sviluppo locale è sin dal principio
collocata sull’aspetto sostanziale e quindi che lo sviluppo non può essere pensato in termini astratti e
universalistici. Pensando alla storia dell’affermazione dello sviluppo locale in Italia possiamo individuare il
passaggio da una fase in cui dominava sostanzialmente una visione positiva dello sviluppo locale, a una fase in cui
prevaleva quella normativa, coincidente con lo sviluppo locale nelle politiche. Questa logica normativa appare
forte nei PVS, in quanto lezione appresa dalle buone pratiche del nord del mondo.
3.4.2. Tra dimensione politica e dimensione economica
Lo sviluppo locale viene spesso declinato in termini di politiche, cioè di meri strumenti per conseguire gli obiettivi
di sviluppo che ci si pone. Questo atteggiamento “strumentale” è particolarmente evidente nella
istituzionalizzazione dello sviluppo locale da parte degli organismi internazionali. L’enfasi sulla dimensione
economica dello sviluppo ha spesso contribuito a mettere in ombra la dimensione più politica dei processi di
sviluppo, che attiene alle modalità con cui vengono regolati localmente i conflitti tra i diversi soggetti. Proprio le
dinamiche attoriali legate ai conflitti rivestono una notevole rilevanza per il mondo della cooperazione, laddove
nel perseguire approcci improntati ad una logica di sviluppo locale, vi è l’obiettivo di facilitare l’attuazione di
programmi e progetti. Se la “grande cooperazione” lega strettamente lo sviluppo locale con il decentramento,
finendo per confondere un movimento tendenzialmente ascendente (sviluppo locale) con un processo
discendente (il decentramento), così anche la piccola-media cooperazione, quella delle ONG, si deve misurare con
scelte di fondo tra il sostegno a processi di democratizzazione attraverso l’appoggio ad attori rappresentativi della
società civile (ad esempio associazioni di base nei PVS), che in realtà spesso non offrono alcuna garanzia
democratica. In questa prospettiva, soprattutto nei PVS, si ripropone una questione sul rapporto tra gestione
politica dello sviluppo, democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa che ritroviamo nei contesti europei
e italiani in particolare.
3.5. Per un approccio territoriale allo sviluppo locale
Generalmente il territorio è presentato come una delle categorie costitutive dello sviluppo locale. Tuttavia esso
passa dall’essere considerato un semplice supporto passivo dell’azione, all’essere ridotto ad uno spazio d’esercizio
di competenze politico-amministrative definite. Per promuovere uno sviluppo pensato per e con il livello locale è
necessario che la cooperazione internazionale rinvenga nel territorio in cui interviene un supporto dinamico per la
propria azione, con cui instaurare un rapporto delle specifiche dinamiche di contesto (risorse territoriale presenti e
modalità di utilizzo delle stesse attori locali e loro organizzazione sul territorio, conflittualità presenti e/o latenti,
rapporto con i livelli sovralocali, vantaggi competitivi). Al fine di stimolare una riflessione su come sostenere un
ruolo pro-attivo del territorio nello sviluppo locale, al Nord e al Sud, presentiamo di seguito un approccio
territorialista allo sviluppo locale elaborato nel corso degli anni ’90 da alcuni geografi torinesi. Questo approccio,
noto come modello dei sistemi locali territoriali (SLoT), si propone di descrivere e interpretare la realtà
esaminando i modi specifici in cui il livello locale e il livello globale interagiscono tra loro. Il nodo centrale del
modello, che considera ciascun luogo come un sistema dinamico di relazioni intersoggettive, capaci di sedimentare
risorse relazionali, cognitive e di sviluppo. In una prospettiva geografica, un sistema locale può essere descritto
come un insieme di relazioni tra soggetti (pubblici, privati e loro partnership) che condividono in modo esplicito o
implicito alcune visioni di sviluppo per la messa in valore di risorse territoriali di vario tipo (materiali e non) di cui
dispongono. Questi attori, in virtù di una conoscenza del territorio in cui operano e per via del coinvolgimento e
dei legami (di fiducia, identitari ecc.) che hanno con esso riescono ad avviare e gestire dinamiche di cambiamento
in modo autonomo e localmente specifico. In questo processo, la società locale e le risorse territoriali (ad esempio
attività produttive, infrastrutture, risorse ambientale, conoscenze e competenze) riescono ad essere valorizzate in
modo più efficace di quanto non avverrebbe con interventi maggiormente eterodiretti rispetto al contesto locale.
Nell’approccio della scuola geografica torinese l’interazione tra soggetti risorse e potenzialità del territorio locale e
sviluppo viene studiata ricercando la presenza di una serie di indizi e condizioni che favoriscano, opportunamente
sostenute da interventi di governance, la costruzione di un sistema locale territoriale (SLoT) in grado di dare
impulso a un proprio sentiero di sviluppo.

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Il modello concettuale SLoT è una prima componente del modello che è la rete locale, formata dall’insieme delle
relazioni tra soggetti (individuali e collettivi, pubblici, privati, misti, locali e sovralocali) presenti in un luogo. Il trait
d’union tra questi attori è rappresentato dall’impegno della programmazione di progetti di trasformazione,
sviluppo e riqualificazione del proprio territorio. Una seconda componente è il milieu locale, ossia l’insieme di
risorse territoriali materiali e immateriali (dotazioni infrastrutturali, specializzazioni produttive ecc.) specifiche del
contesto territoriale in cui opera una certa rete locale dei soggetti, così come da questi percepite. Riguarda cioè
quell’insieme di proprietà che la rete locale dei soggetti considera come potenzialità per trasformare e migliorare
il proprio ambiente di vita.
Queste due componenti (rete locale e milieu) interagiscono tra loro e con l’ecosistema in cui sono inserite,
traducendo in questo modo le potenzialità del milieu valori – di tipo ambientale, culturale, estetico, sociale ed
economico – e trasformando a livello simbolico e materiale l’ambiente. La rete locale inoltre, entra in relazione
con reti e istituzioni di livello sovralocale (provinciale, regionale, nazionale, europeo, mondiale). Attraverso il
confronto e lo scambio con l’esterno muta il rapporto con l’ambiente locale in quanto vengono “importati” valori
esogeni (cognitivi, culturali, sociali, economici) ed esportati analoghi valori prodotti dal sistema locale. Questi
valori a loro volta modificano le reti e gli ambienti sovralocali in cui circolano.
Il punto di partenza per individuare uno SLoT è rappresentato dalla ricerca di dinamiche che riflettano un ruolo
attivo dei soggetti territoriali, assumendo come indizi la presenza di aggregazioni territoriali di soggetti pubblici e
privati che hanno prodotto progetti e azioni di sviluppo territoriale nei diversi settori (produttivo, ambientale,
turistico ecc.). Utilizzando apposite griglie di analisi della progettualità vengono ricostruite le relazioni di
interazione tra soggetti locali, il rapporto di questi ultimi con le risorse territoriali, le relazioni con i livelli
sovralocali e gli obiettivi ed esiti delle azioni promosse. In questa direzione, particolare attenzione è prestata
all’analisi:
- delle tipologie di progetti attivati (settori più dinamici, estensione dell’ambito di ricaduta dei progetti, tipologia di
strumenti normativi ricorrenti);
- dei soggetti coinvolti (natura dei soggetti, tipologie di partnership, ricorrenza delle relazioni nel tempo, modalità
di organizzazione dei rapporti);
- delle risorse territoriali (caratteri e tipologia, settore di riferimento, modalità di utilizzo delle risorse mobilitate
dai progetti);
- delle immagini del territorio attuale e delle visioni al futuro che emergono esplicitamente o implicitamente,
dall’analisi dei progetti.
Queste dinamiche relazionali vengono poi raffrontate con altri elementi dell’organizzazione territoriale al fine di
ricostruire un quadro territoriale il più completo possibile delle dinamiche in atto a livello locale. In questo modo
l’approccio tenta di valutare la sostenibilità dei processi in atto nel sistema locale esaminando la coerenza tra
competenze dei soggetti, progetti in corso e potenzialità del milieu locale. L’identità dello SLoT viene definita
pertanto non solo in termini di senso di appartenenza, cioè di qualcosa che si basa sulla memoria del passato, ma
anche in termini di organizzazione del sistema, cioè di senso di continuità proiettata nel futuro.
Questo approccio intende evidenziare come lo sviluppo locale sia un fenomeno territoriale, non settoriale, in
quanto parte dalla presa d’atto che in uno spazio le varie componenti sono legate le una alle altre, e che proprio la
trasversalità e l’integrazione sono fonti di creazione di nuovo sviluppo. Si tratta dunque di un processo che per
innescarsi ha bisogno della costituzione e mobilitazione di una rete locale di attori (locali e non) che “guarda” al
territorio, ne individua le potenzialità e limiti e definisce obiettivi.
3.6. Il modello SLoT nel contesto dei Pvs: riflessioni a partire dal contesto senegalese
Il modello SLoT è uno strumento analitico nella costruzione di una geografia delle capacità auto-organizzative
locali, pertanto consente di muoversi lungo l’asse della dimensione positiva e normativa dello sviluppo,
riprendendo la distinzione di Hettne.

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Il modello è stato oggetto di numerose verifiche empiriche, soprattutto nel contesto italiano, che ne hanno
permesso la falsificazione, evidenziando alcuni limiti e problemi.
Non essendo ancora stato adottato in contesti in via di sviluppo, ci pare utile soffermarci sulle sue potenzialità
applicative nei PVS. Utilizzeremo come caso di studio il Senegal, paese in cui stiamo conducendo indagini rispetto
a come lo sviluppo locale sia diventato uno degli assi e degli approcci privilegiati nelle politiche di promozione
dello sviluppo da parte del governo senegalese e dei diversi attori della cooperazione internazionale.
Quanto alle finalità generali del modello, esse trovano piena rispondenza anche nel contesto di un PVS come il
Senegal. La promozione del dinamismo economico e sociale locale è uno degli obiettivi delle politiche di sviluppo
locale nel contesto senegalese, in stretto rapporto con i processi di decentramento-politico amministrativo. La
prospettiva del modello SLoT evidenzia tuttavia che tale capacità auto-organizzativa sia presumibilmente più
densa in certe aree, in altre rarefatta a “macchia di leopardo”, in altre sostanzialmente assente.
Spostiamo ora l’attenzione sulle valenze analitiche di un modello come quello SLoT, cioè sulla capacità
di individuare quelle particolari risorse che sono le capacità auto-organizzative locali e di conseguenza come
definire operativamente le stesse. Nell’approccio SLoT si è partiti da alcune precondizioni che riflettono un ruolo
attivo dei soggetti territoriali, confrontandole con altre dinamiche legate all’organizzazione territoriale (flussi
commerciali, partizioni politico- amministrative, pendolarismo lavorativo ecc.). Un’indagine sul territorio
senegalese con questa prospettiva analitica si deve confrontare con progetti di sviluppo nei quali il ruolo e l’azione
di soggetti sovralocali (es. le ONG senegalesi) è molto forte, e diventa difficile comprender e il dinamismo dei
soggetti locali, se non in termini di capacità/opportunità di attrarre nel territorio le risorse della cooperazione.
Un’analisi della progettualità nel contesto senegalese deve dunque confrontarsi con l’azione di attori sovralocali
che giocano un ruolo rilevante a livello locale, spesso oscurando altri soggetti, non organizzati o meno
rappresentati. Tuttavia ciò non significa che non vi siano altre reti di attori sottostanti: un esempio è
rappresentato dalle forme associative che si diffondono in Senegal negli anni ’90, parallelamente al FMI. La
cooperazione internazionale, in partenariato con il governo senegalese, ha tentato di sostenere, attraverso la
promozione di diversi interventi di sviluppo locale, queste forme di associazionismo, segnando un passaggio verso
la sperimentazione di forme più o meno esplicite di governance locale, che tenta di integrare criteri di efficienza
economica con il rafforzamento delle capacità locali.
3.7. Prospettive su teorie e pratiche di sviluppo locale
Cercheremo di evidenziare alcuni elementi su cui la riflessione sullo sviluppo locale, tanto al Nord quanto al Sud
del mondo, dovrebbe soffermarsi.
3.7.1. Tra dimensione patrimoniale e dimensione relazionale
In una prospettiva che non sia di semplice valorizzazione territoriale ma di promozione dello sviluppo locale, è
necessario che le dimensioni patrimoniale e relazionale dello sviluppo locale siano co-presenti. La dimensione
patrimoniale riflette
il fatto che i processi di sviluppo locale attingono a una sedimentazione di fattori materiali (ambiente naturale,
beni culturali, risorse fisiche) e immateriali (valori, istituzioni, competenze, istituzioni), che viene attivata per
l’innesco o il mantenimento di processi di sviluppo. La dimensione relazione del territorio riguarda la capacità degli
attori locali di costruire collettivamente delle rappresentazioni che, a partire dal patrimonio sedimentato,
definiscano i modi dello sviluppo. L’ingresso dello sviluppo locale nel mainstream avviene con la disgiunzione tra
elementi patrimoniali ed elementi relazionali. Questa scissione è visibile nel fatto che gli organismi internazionali
affrontano il tema dello sviluppo locale scindendolo concettualmente in due tempi principali – la governance e
il local economic development –. Questa scissione tra governance e sviluppo economico locale equivale a spezzare
le due dimensioni fondamentali dei processi di sviluppo locale, vale a dire il momento relazionale (l’insieme di
processi di governance che sarebbero atti a garantire maggiore efficacia alle politiche di sviluppo) da quello
patrimoniale (l’insieme di fattori localizzati utilizzabili all’interno di processi di sviluppo economico locale).
Dal punto di vista geografico, separare la dimensione patrimoniale da quella relazionale equivale a causare una
sua parcellizzazione: il termine locale, a quel punto, non indica più l’unicità del territorio con la sua storia e la sua

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geografia, ma semplicemente la localizzazione delle risorse degli strumenti utilizzati per conseguire obiettivi che
sono invece generali e universalistici. Le conseguenze politiche sono particolarmente evidenti: la governance non
vale più come fattore di riequilibrio delle relazioni di potere circa le strategie di sviluppo, per diventare uno
strumento di controllo necessario a garantire efficienza ai progetti di cooperazione.
3.7.2. Per una geografia delle capacità auto-organizzative locali
Occorre, soprattutto in una prospettiva geografica, muoversi con cautela sulla dimensione “positiva” dello
sviluppo (locale). Questo è necessario da un lato per cogliere quei dinamismi locali che possono essere considerati
quali processi relativamente spontanei di sviluppo locale, e come tali sostenuti da politiche di cooperazione ad
hoc. Dall’altro è importante per criticare un’applicazione di logiche di sviluppo locale a territori che forse
richiedono politiche differenti, dove le capacità auto-organizzative e auto-rappresentative del locale sono assai
deboli.
Qui si inserisce l’approccio SLoT, che per il fatto di avere una sia specifica organizzazione e un proprio dominio
cognitivo, va riconosciuto come sede di elaborazione (anche conflittuale) di razionalità locali che si esplicano poi in
regole specifiche di uso e di organizzazione del territorio.
Allo stesso tempo è necessario esplicitare la dimensione normativa presente in qualunque accezione di sviluppo,
anche in quella dello sviluppo locale, per non rimanere prigionieri di visoni ideologiche che rischiano di appiattire
la società locale. Ciò è tanto più importante tanto più l’attenzione allo sviluppo locale pone in primo piano
questioni come le specificità e identità locali, spesso interpretate come statiche eredità storiche anziché come
progetti in costruzione attraverso pratiche che nella realtà dei fatti possono essere molto esclusive. La questione
dello sviluppo locale non è soltanto economica ma anche politica, in quanto riguarda le modalità con cui vengono
regolati localmente i conflitti tra i diversi attori dello sviluppo.
4. Cooperazione decentrata: una prospettiva territoriale.
4.1. Genesi e affermazione della cooperazione decentrata
La cooperazione decentrata ha assunto un rilievo crescente a partire dagli anni ’90. Si tratta di una forma di
cooperazione che coinvolge direttamente gli enti locali e diversi soggetti della società civile dei paesi
industrializzati con l’obiettivo di realizzare progetti di sviluppo nei PVS mettendo in relazione soggetti omologhi. La
cooperazione decentrata non sostituisce la cooperazione attuata dai soggetti tradizionali (governi, organizzazioni
internazionali, ONG), ma piuttosto si aggiunge a questa seguendo modalità di attuazione in parte differenti.
Questa forma di cooperazione nasce negli anni ’80, in stretta relazione con l’intensificarsi dei rapporti di
gemellaggio tra comuni del Nord e del Sud del mondo, che erano stati avviati in seguito al processo di
decolonizzazione, principalmente nel continente africano.
A stimolare questa evoluzione contribuiscono più elementi:
1. Lo schema tradizionale di cooperazione allo sviluppo, essenzialmente governativo e centralista, viene messo in
discussione alla fine degli anni ’80, dovuto anche da un primo bilancio per molti aspetti negativo della
cooperazione stessa.
2. Inoltre, il consolidamento del processo di decentramento e la progressiva devoluzione dei poteri dagli organismi
centrali dello Stato verso gli enti regionali, rafforza le relazioni trasversali e la stessa scala di azione delle
amministrazioni regionali e locali.
I percorsi di decentramento amministrativo vengono promossi negli anni ’80 e ’90 in diversi paesi dell’Africa e
dell’America Latina e disegnano nuove possibilità di protagonismo per le istituzioni regionali e locali del Sud del
mondo, rispetto alle quali la cooperazione decentrata legittima come interlocutori ufficiali le amministrazioni locali
di recente creazione e l’attuazione delle politiche da un approccio di tipo top-down all’adozione di pratiche
promosse dal basso (bottom-up).
Il capitolo approfondisce il percorso di affermazione della cooperazione decentrata, in Europa e in Italia,
concentrandosi in particolare sui seguenti interrogativi: quali sono, nello specifico, i caratteri che
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contraddistinguono la cooperazione decentrata? Come viene definita e attuata dai suoi differenti promotori? In
che modo si differenzia da altre forme di cooperazione? Quali i limiti e le sfide che si trova oggi ad affrontare?
Si tenta poi di approfondire come si definisce e si articola il rapporto che lega la cooperazione decentrata ai
contesti territoriali in cui, al Nord e al Sud, si definiscono soggetti, risorse, obiettivi del partenariato.
4.2. Definire la cooperazione decentrata
Le diverse definizioni di cooperazione decentrata si articolano essenzialmente attorno a due approcci, che
riguardano in larga misura gli attori di riferimento:
il primo identifica come requisito essenziale nella realizzazione delle iniziative di cooperazione il fatto che i
soggetti promotori siano, al Nord e al Sud, gli enti regionali e locali con il concorso di diversi soggetti della società
civile;
il secondo approccio enfatizza la partecipazione della società civile annoverando le amministrazioni locali tra i
diversi attori coinvolgibili nelle iniziative di cooperazione.
La Banca Mondiale definisce la cooperazione decentrata come un insieme di accordi formali tra autorità locali di
paesi diversi, con l’obiettivo di avviare progetti per migliorare le condizioni economiche e sociali e rafforzare le
competenze delle rispettive comunità coinvolte nei diversi settori di intervento. Nel caso italiano l’attenzione
viene posta sul ruolo giocato dagli enti locali, cui si affianca l’apporto di altri soggetti della società civile
organizzata attivi sul territorio. Il Ministero degli Affari Esteri italiano definisce la cooperazione decentrata
“l’azione di cooperazione allo sviluppo svolta dalle autonomie locali italiane, singolarmente o in consorzio tra loro,
anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata del territorio di relativa competenza
amministrativa, attuata in rapporto di partenariato prioritariamente con istituzioni omologhe dei PVS favorendo la
partecipazione attiva delle diverse componenti rappresentative della società civile dei paesi partner nel processo
decisionale finalizzato allo sviluppo sostenibile del loro territorio”.
Per quel che riguarda il secondo approccio, lo UNDP sottolinea la componente territoriale, definita come un
processo di collaborazione tra territori amministrati da autorità locali. Tuttavia riconosce il ruolo di altri soggetti
quali ad esempio le ONG, le scuole o le associazioni che operano alla scala locale nel medesimo contesto
geografico. L’Unione europea di focalizza in maniera equanime sugli attori coinvolti, tralasciando viceversa di
soffermarsi sulle modalità di intervento.
4.3. La cooperazione decentrata in Italia
La cooperazione decentrata si afferma in Italia negli anni ’80 e ’90 e si rafforza durante la guerra nella ex Jugoslavia
e la crisi mediorientale, quando la società civile esercita una pressione sulle amministrazioni locali affinché
sostengano iniziative umanitarie e solidaristiche.
Le motivazioni che spingono gli enti locali italiani (in particolare le Regioni) a intraprendere iniziative in ambito
internazionale, tra cui quelle nel settore della cooperazione allo sviluppo sono molteplici.
Gioca un ruolo rilevane la crescente internazionalizzazione delle imprese presenti sul territorio nazionale, con un
crescente flusso di investimenti diretti esteri destinati alla decolonizzazione di impianti produttivi di piccole e
medie dimensioni.
Una seconda ragione riguarda il flusso migratorio, sia in entrata, che porta a privilegiare i rapporti di cooperazione
con i principali paesi di provenienza, sia in uscita, favorendo invece le relazioni con i paesi che tradizionalmente
hanno ospitato migranti italiani. In questo contesto le Regioni, svolgono un ruolo fondamentale di connessione tra
le comunità di italiani all’estero e le regioni di origine. Con riferimento all’immigrazione straniera in Italia,
un’attenzione specifica è posta sul concetto di co-sviluppo, e cioè sul riconoscimento ai migranti del ruolo di
“attori dello sviluppo sia nel paese di destinazione che in quello di origine”.
In terzo luogo, l’intrecciarsi di questi processi conduce alla nascita di un nuovo fenomeno, definito come
“paradiplomazia”, che si è concretizzato in un ruolo sempre più rilevante sulla scena internazionale delle Regioni e

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dei sindaci italiani, come conseguenza di nuove reti di relazioni economiche, culturali e politiche che coinvolgono
differenti attori non più esclusivamente omologhi.
In ultimo, non sono da trascurare le ragioni legate al fin umanitario e solidaristico della cooperazione, che conduce
alcune Regioni e delle grandi città italiane a impegnarsi in interventi legati ai grandi temi della lotta alla povertà.
Della sicurezza alimentare ecc. In questo ambito rientrano gli obiettivi legati all’utilizzo del canale della
cooperazione decentrata come strumento di divulgazione delle iniziative di cooperazione e di promozione di
attività legate all’educazione allo sviluppo, volto a creare maggiore consenso e partecipazione della società civile
nei confronti della cooperazione alo sviluppo. Rispetto alla tipologia di interventi finanziati, la tendenza negli ultimi
anni è quella di finanziare iniziative settoriali volte a creare reti che mettano collegamento in maniera durevole i
diversi attori allo scopo di attivare processi di sviluppo che si dispieghino nel medio periodo con l’obiettivo di
superare una logica di progetto spesso episodica.
Per quel che concerne i riferimenti normativi, la Legge 49/1987, che regola la cooperazione allo sviluppo italiana,
riconosce il ruolo che può essere assunto dalle autonomie locali e dalle espressioni organizzate della società civile
(ONG, associazioni) nelle attività di cooperazione internazionale. Il concetto di cooperazione decentrata viene
compiutamente definito solo nel marzo 2000 nelle “Linee di indirizzo e modalità attuative” presentate dalla
Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo – Ministero Affari Esteri. Oltre ai settori di intervento, il
documento definisce le modalità di attuazione di progetti incardinati in massima parte sulla fornitura di assistenza
tecnica alle Amministrazioni locali omologhe con l’obiettivo di rafforzarne capacità di intervento nella gestione dei
servizi di base ai cittadini e a rispondere alle esigenze dell’ambito territoriale o settoriale di competenza.
Passando alla scala regionale, l’analisi delle diverse leggi regionali in materia di cooperazione decentrata mette in
luce dei tratti comuni, incentrati sulla volontà di coordinare le attività promosse dai dversi enti presenti sul
territorio regionale e di gestire le relazioni con il Governo creando appositi uffici adibiti a queste attività. Il
Ministero degli Affari Esteri è riconosciuto come l’unico soggetto incaricato di indagare le aree geografiche
prioritarie per la cooperazione allo sviluppo, esplicitamente definita dalla normativa come uno strumento della
politica estera italiana. A questo proposito è opportuno notare che in due casi il Governo ha sottoposto delle leggi
regionali sulla cooperazione decentrata alla Corte Costituzionale per verificarne la legittimità costituzionale. La
medesima sorte è toccata alla Valle d’Aosta, poiché la Corte Costituzionale, con sentenza 285/2008, ha dichiarato
illegittima la legge della Valle d’Aosta 6/2007 riguardante gli “interventi di cooperazione allo sviluppo e di
solidarietà internazionale”, in quanto la Regione avrebbe legiferato in una materia, quale quella della
cooperazione internazionale, parte integrante della politica estera dell’Italia, e dunque in un campo di competenza
esclusiva dello Stato.
L’obiettivo delle normative regionali è soprattutto quello di sostenere e coinvolgere le associazioni locali, gli enti
pubblici e privati, le ONG, le università e i cittadini che operano con i rispettivi omologhi un vero e proprio
rapporto di partenariato e di scambio di conoscenze tecniche, in grado di attivare il grado di responsabilità
rispetto alla riuscita e dunque alla pertinenza del progetto.
4.4. I caratteri e il valore aggiunto della cooperazione decentrata
Della cooperazione decentrata emergono importanti tratti comuni. Questi si concretizzano nella volontà di avviare
dei rapporti di scambio in grado di promuovere un mutuo beneficio per i diversi soggetti e per i territori nella loro
interezza. Autorità locali e società civile sono individuati come nuovi attori della cooperazione in grado di
mobilitare risorse aggiuntive rispetto alle tradizionali forme di cooperazione. Uno dei vantaggi della cooperazione
decentrata viene infatti esplicitamente individuato nella funzione complementare delle risorse messe a
disposizione dagli enti locali rispetto a quelle mobilitate dagli organismi centrali.
Nonostante i finanziamenti destinati alla cooperazione decentrata siano decisamente marginali rispetto alla
cooperazione bilaterale e multilaterale (alla scala italiana è indubbio il ruolo trainante svolto dalle Regioni, sia per
la consistenza e la continuità delle risorse mobilitate sia per il concreto tentativo di sistematizzare il
coinvolgimento degli uffici competenti nei diversi settori di intervento e le associazioni e ONG locali. Per quel che
riguarda la ripartizione regionale delle risorse mobilitate dalle sole Regioni per iniziative di cooperazione
decentrata, dai dati più recenti si evince che, a partire dal 2002 (da quando si dispone una raccolta sistematica dei

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dati relativi a tutte le Regioni impegnate in attività di cooperazione decentrata), un generale incremento delle
risorse destinate dalle Regioni alla cooperazione decentrata), le autonomie locali diventano portatrici di un nuovo
modello di cooperazione allo sviluppo diverso rispetto a quello della cooperazione bilaterale, in quanto basato
soprattutto sull’attivazione di processi, lo scambio di esperienze e l’assistenza tecnica in settori in cui vi sia una più
o meno specializzazione. La cooperazione decentrata si pone come intervento complementare in grado di
apportare un valore aggiunto alla cooperazione governativa tradizionale e mai, proprio per la sua definizione,
alternativo. Queste risorse sono essenzialmente riconducibili a tre dimensioni, che definiremo come
politico/amministrativa, territoriale/partecipativa e reticolare/sistemica.
4.4.1. La dimensione politico/amministrativa
Nel tentativo di delineare i caratteri che conferiscono valore aggiunto della cooperazione decentrata, Stocchiero
individua come innesco dei processi di cooperazione decentrata temi quali lo sviluppo umano sostenibile ed anche
rapporti internazionali di cooperazione tra territori, sia essa sotto forma di relazioni che si articolano attorno a una
sorta di specializzazione settoriale dell’esperienza dei gemellaggi, o di partenariati territoriali, che coinvolgono
cioè più soggetti di uno stesso territorio. Negli ultimi anni, si assiste ad una tendenza generale non solo da parte
dei governatori delle Regioni, ma anche dei sindaci e delle amministrazioni locali, a potenziare il proprio
coinvolgimento nella cooperazione decentrata e una generale attenzione a tematiche legate alla pace, allo
sviluppo internazionale nell’ambito della globalizzazione e ai rapporti trans-locali. All’impegno politico si
accompagna un impegno tematico orientato soprattutto verso processi di democratizzazione e di decentramento
e che si realizza tramite il rafforzamento e l’ampliamento dei rapporti con le città gemellate; l’avvio di un rapporto
sistematico con i soggetti del proprio territorio, invitati a partecipare alla definizione e alla realizzazione delle
iniziative di cooperazione attraverso i comitati e i tavoli di progetto attivati da numerosi Comuni e Regioni;
l’adesione a reti internazionali che si sviluppano intorno ai temi dello sviluppo e della pace; la focalizzazione su
alcune azioni sulle quali investire le risorse disponibili; la realizzazione di eventi mediatici e politici di grande
impatto, che raggiungono il doppio scopo di dare visibilità agli organizzatori e di sensibilizzare la cittadinanza.
Oltre al sostegno politico, la realizzazione di iniziative legate alla cooperazione decentrata fa leva sulla
mobilitazione di specifiche competenze legate all’apparato burocratico dell’amministrazione locale. Il fattore
politico/amministrativo che influenza la decentrata può essere descritto come la capacità “dell’amministrazione di
mettere in atto le principali funzioni cui è preposta: la programmazione, le relazioni internazionali e con il
territorio, i rapporti con le istituzioni pubbliche secondo la filiera della sussidiarietà verticale e la mobilitazione
delle proprie competenze tecniche”. Inoltre, queste forme di competenza amministrativa e/o tecnica nella
gestione dei processi organizzativi rappresentano non solamente degli strumenti per la gestione del processo di
cooperazione, ma possono divenire oggetto esse stesse di progetti di cooperazione volti al trasferimento di
queste good practices per rafforzare il potere amministrativo degli enti locali nei PVS. Spesso i progetti dei governi
locali, regionali e metropolitani, sono improntati ad una cooperazione tecnica volta al rafforzamento istituzionale
del partner attraverso il coinvolgimento nelle attività di programmazione di interventi di sviluppo locale o per la
gestione dei servizi pubblici. In questa direzione si muove peraltro la stessa recente politica di vicinato della UE. In
questa prospettiva, la cooperazione decentrata assume u ruolo centrale in coincidenza con la riflessione sui
rapporti tra la sfera economica e quella politica e la conseguente inclusione della dimensione politica nelle
pratiche di cooperazione allo sviluppo che è alla base dell’enfasi posta sui processi di decentramento nei PVS.
Gli interventi di cooperazione costituiscono dunque le basi per stabilire un rapporto di reciproca legittimazione tra
gli attori della cooperazione internazionale che operano alle diverse scale. Alla scala sovranazionale, la
cooperazione decentrata viene infatti incoraggiata dagli organismi internazionali, in quanto funzionale rispetto al
rafforzamento e alla legittimazione degli organi locali di governo, al processo stesso di decentramento, mentre alla
scala nazionale il rafforzamento delle amministrazioni locali consente una migliore gestione dei servizi pubblici,
con un conseguente decongestionamento degli organi istituzionali centrali.
4.4.2. La dimensione territoriale/partecipativa
Secondo carattere fondamentale della cooperazione decentrata il coinvolgimento del sistema territoriale, in
particolar modo dei soggetti portatori di competenze eccellenti. Il diretto coinvolgimento degli uffici degli enti

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locali nella progettazione, è in grado di garantire un collegamento più solido con enti omologhi nei paesi
beneficiari rispetto a progetti elaborati da agenzie o da servizi interni di progettazione europea e realizzati da
associazioni esterne (spesso ONG). Il territorio, tuttavia, svolge una funzione più complessa che conferisce alla
cooperazione decentrata una specifica dimensione inclusiva e partecipativa.
“È il territorio a tracciare i limiti e i contenuti della concertazione ed è rispetto ad esso che si definiscono gli
strumenti operativi, il piano di sviluppo e i singoli progetti che lo compongono”. Su temi analoghi, il carattere
distintivo della cooperazione decentrata allo sviluppo sta innanzitutto nella territorialità, da non intendersi
soltanto come una frammentazione su base territoriale della cooperazione internazionale, bensì come
“un’impostazione teorica e pratica finalizzata allo sviluppo equilibrato di un ambito territoriale nel suo insieme, e
non alla crescita di un settore specifico all’interno dello stesso”. Naturalmente collegata alla dimensione
territoriale è la visione partecipativa, che si esplicita alla scala locale nelle decisioni da prendere rispetto
all’individuazione dei bisogni e delle priorità dei beneficiari, alla selezione dei soggetti coinvolti nella realizzazione
degli interventi e alla pertinenza stessa dei progetti. Uno degli strumenti più idonei per valutare la sostenibilità
degli interventi consiste proprio nel valutare quanto le relazioni di partenariato siano effettivamente in grado di
dispiegare i loro effetti nel lungo periodo al di là del completamento del progetto. La cooperazione decentrata
infatti, inserisce solidarietà spontanea “all’interno di un rapporto di cooperazione tra comunità organizzate,
strutturato e collegato alle politiche locali e nazionali e conferisce a essa progettualità, spessore, continuità e
strategia”.
Queste nuove concezioni dello sviluppo si esplicitano nella creazione di un partenariato caratterizzato dalla
pluralità, conseguenza della varietà di attori che interagiscono in modo di volta in volta diverso,
dalla multidimensionalità, che dipende dai diversi collegamenti esterni (orizzontali e verticali) creati tra Nord e Sud
e da quelli interni al Nord e al Sud e dalla processualità, che mira a innescare circoli virtuosi potenzialmente in
grado di superare le asimmetrie tra i diversi partner, dando origini a circoli virtuosi empowerment dei soggetti
marginali e disempowerment di quelli dotati di maggiore potere strategico e di azione.
4.4.3. La dimensione reticolare/sistemica
L’obiettivo della cooperazione decentrata consiste nell’attivazione e nel potenziamento della dimensione
patrimoniale e relazionale legata al territorio, attraverso la formalizzazione di approcci partecipativi, sia nella fase
della progettazione sia nella fase della realizzazione del progetto, allo scopo di mobilitare le risorse latenti nei
contesti di intervento. A questo proposito, i comitati locali che sorgono nei paesi di origine degli interventi, ad
esempio, svolgono proprio la funzione di ricercare, aggregare e attivare le potenzialità contestuali, mentre il
partenariato ha come obiettivo quello di garantire un continuo scambio e confronto tra i contesti locali del Nord e
quelli del Sud. Questo rapporto di scambio permette la creazione di una rete transnazionale volta a stimolare
l’integrazione dei gruppi marginali all’interno dei partenariati locali e, al tempo stesso, favorire la sperimentazione
del ruolo positivo che possono svolgere in questo campo le comunità transnazionali. Il coinvolgimento delle
amministrazioni locali, inoltre, conferisce maggiore visibilità agli amministratori locali, che possono quindi
assumere un ruolo più incisivo nella creazione di reti stabili in un percorso di legittimazione istituzionale
potenzialmente in grado di dare concretezza ai processi di decentramento e democratizzazione nei PVS e a
consolidare la propria legittimazione politica nei contesti di origine. In questo contesto, gli attori coinvolti nella
cooperazione decentrata, siano essi pubblici, privati, sociali o imprenditoriali, sono organizzati in reti, che vanno
oltre la tradizionale divisione tra cittadini e istituzioni o tra pubblico e privato, intessendo delle relazioni più o
meno durevoli secondo una logica tendenzialmente inclusiva. Queste reti di cooperazione decentrata si realizzano
anche grazie alla costituzione di Enti volano comprendenti l’insieme degli attori locali e dotati di personalità
giuridica propria (nel caso italiano gli Enti volano si costituiscono generalmente in comitati cittadini o territoriali.
Dopo il riconoscimento da parte dell’Ente pubblico tramite delibera, i comitati “divengono degli spazi di
concertazione autonomi per la programmazione partecipata dei programmi di sviluppo e fungono da volano per la
canalizzazione delle risorse umane, tecniche e finanziarie necessarie alla realizzazione degli stessi”, attraverso la
promozione di programmi integrati e a carattere intersettoriale. Importante elemento della cooperazione
decentrata è infine il suo carattere riflettente, che deriva dall’effetto che l’azione dell’ente volano riesce ad avere

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anche sul territorio del paese donatore, ad esempio tramite le attività di educazione allo sviluppo o interculturale
che coinvolgono comunità di immigrati provenienti dalle aree interessate dai progetti.
I caratteri distintivi precedentemente descritti (territorialità, dinamiche partecipative, pluralità e diversa natura
degli attori coinvolti, esistenza degli enti volano, focalizzazione su programmi integrati a carattere intersettoriale,
lungo periodo delle relazioni di partenariato e carattere riflettente), delineano quella che viene
definita cooperazione decentrata organica, ossia quella che maggiormente rispecchia il cambiamento di
paradigma rispetto alla cooperazione tradizionale. Tuttavia esistono numerosi programmi difficilmente
identificabili con questo modello, che però non rientrano neanche nei modelli tradizionali: per questa ragione è
necessario individuare un insieme di caratteristiche che rappresentino una sorta di minimo comune denominatore
per cui un determinato progetto possa essere considerato un esempio positivo di cooperazione decentrata.
Partendo dalle caratteristiche distintive appena descritte, le prime quattro sono condizioni necessarie ma non
sufficienti se prese singolarmente, ma possono rappresentare il minimo comune denominatore di riferimento se
considerate nel loro insieme. Il tipo ideale rappresentato da questi quattro caratteri distintivi viene definito
cooperazione decentrata settoriale, ed è caratterizzato da un tipo di approccio settoriale di breve periodo,
dall’assenza di una programmazione di lungo periodo e da una pianificazione progettuale partecipata.
Integrando il modello con altri due caratteri distintivi, quali la programmazione integrata e il lungo periodo, si ha la
cooperazione decentrata coordinata, caratterizzata da un approccio integrato di lungo periodo, dalla
strutturazione dall’alto della programmazione e dalla pianificazione progettuale partecipata. Queste tipologie
ideali rappresentano degli stadi “che possono anche essere percorsi da uno stesso progetto nella sua
trasformazione/espansione in programma; stadi i cui confini sono spesso sovrapposti e sfumati”.
4.5. Alcune problematiche e sfide della cooperazione decentrata
Dagli anni ’90 a oggi si è assistito, in particolare in Italia, ad un incremento del numero di progetti attivati e una
proliferazione di attori coinvolti (autonomie locali, scuole, università, enti parco, ospedali, ONG, associazioni del
terzo settore), in assenza di un efficace coordinamento generale e una conseguente dispersione di risorse
finanziarie. Tutto questo continua a determinare una forte frammentazione dei riferimenti legislativi a livello
regionale.
Questi aspetti concorrono a produrre in molti casi un distacco tra quella che è l’accettazione formale (scambio di
competenze, processi di lungo periodo ecc.) e la concreta realizzazione degli interventi. Così non di rado la
cooperazione decentrata si concretizza nella concessione da parte di enti locali di contributi a ONG e associazioni
di volontariato del Nord che sono attive nei PVS, con funzione di intermediazione presso le comunità locali del
Sud. Questa scelta è spiegabile attraverso una serie di considerazione:
1) le ONG sono spesso attori che hanno una consolidata esperienza sia nei contesti di origine sia in quelli di
realizzazione dei progetti e sono dunque in grado di rispondere ai requisiti posti dalla cooperazione decentrata;
2) proprio il radicamento, la conoscenza del contesto territoriale del Sud e l’esperienza offrono delle garanzie
rispetto alla realizzazione degli interventi secondo modalità e tempi previsti, assicurando in questo modo una
visibilità positiva all’ente finanziario. Ne discende tuttavia un limite al coinvolgimento di soggetti alternativi che
non siano in grado di offrire le medesime garanzie. In questo modo inoltre, l’ente del Nord si limita a rivestire un
ruolo di promotore/finanziatore di interventi, venendo meno una più attiva partecipazione nel partenariato; ne
risulta che i contesti coinvolti al Sud siano più beneficiari che non protagonisti degli interventi. A ciò va aggiunto
che il principio di co-progettazione Nord-Sud delle attività viene a volte sacrificato da una realizzazione degli
interventi con un peso prevalente del partner del Nord. Ciò può dipendere da uno scarso coinvolgimento degli
attori del Sud nelle fasi di progettazione (per mancanza di tempo/volontà da parte dell’ente del Nord), che non di
rado provoca disinteresse e scarsa partecipazione nei partner del Sud, soprattutto quando non sono percepiti
come adeguati rispetto alle proprie priorità.
Va ricordato che gli attori coinvolti in interventi di cooperazione decentrata non sono nella maggior parte dei casi
“cooperanti di professione”, bensì soggetti che operano in altri settori, spesso anche molto lontani dalla
cooperazione. Il partenariato rischia così di ridursi a incontri formali e scambi di visite tra delegazioni o a interventi

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portati a termine nel corso di brevi missioni che gli stessi protagonisti definiscono inadatte per procedere a
un’adeguata conoscenza reciproca.
Un altro nodo problematico che la cooperazione decentrata si trova ad affrontare, è legato al mantenimento dei
rapporti tra i soggetti a vario titolo coinvolti nel partenariato. Coordinare le relazioni tra chi partecipa al progetto
al Nord e stimolare l’associazione con la comunità partner al Sud richiede un notevole dispendio sia in termini di
tempo che di risorse finanziarie. Creare “reti progettuali” significa investire nella costruzione di rapporti di fiducia,
confrontandosi con posizioni e istanze che spesso riflettono schemi culturali profondamente differenti. Così non di
rado la costituzione di reti locali si riduce al coinvolgimento formale di alcuni soggetti nelle sole fasi di definizione
progettuale. Non va infine dimenticato che al Sud la cooperazione decentrata si trovare a interloquire con enti
locali ancora deboli, per via di un decentramento amministrativo recente e ancora in larga parte incompiuto,
nonostante i numerosi tentativi di rafforzamento istituzione da parte dei programmi della cooperazione
internazionale.
4.6. Cooperazione tra territori
Cooperare “in rete” attraverso la promozione di partenariati tra territori del Nord e del Sud del mondo
rappresenta una delle principali innovazioni che la cooperazione decentrata tenta di perseguire.
Costruire un partenariato tra territori è indubbiamente un obiettivo di non immediato raggiungimento, che
implica il coinvolgimento di più soggetti, al Nord e al Sud, in uno stesso percorso di cooperazione, che si sviluppa
nel tempo, in un processo lento e progressivo. La realizzazione del partenariato avviene attraverso la creazione di
una rete territoriale di attori locali (individuali, collettivi, istituzionali, privati) che apportano, producono,
scambiano determinate risorse territoriali.
Nel contesto italiano capofila di tale rete è un ente locale, responsabile del coinvolgimento del coordinamento di
altri attori. L’obiettivo è coinvolgere i diversi portatori di interessi (economici, politici, sociali, culturali) presenti sul
territorio. Questa organizzazione a livello locale permette a ciascuno degli attori di vedersi riconosciuto e
legittimato dagli altri sulla base di competenze attribuite dalla legge o riconosciute socialmente.
La novità del partenariato tra territori risiede nel protagonismo dato non a un unico soggetto, ma alla volontà di
cooperare di più attori, portatori di istanze analoghe, complementari o divergenti e proprio per questo
espressione di una complessità territoriale che si costruisce nel suo agire.
La realizzazione di attività di cooperazione, interventi, scambi tra reti locali del Nord e del Sud dovrebbe favorire il
progressivo consolidarsi di una rete inter-locale (e transnazionale) di relazioni tra il sistema (o i sistemi) del Nord e
quello/i del Sud, con la funzione di discutere strategie di sviluppo e coordinare le azioni e gli investimenti. Il
consolidarsi di tale rete va interpretato come un obiettivo verso cui tendere piuttosto che un presupposto
dell’attività di cooperazione decentrata. Pensiamo ad esempio ad una rete locale di attori composta da un
Comune, supponiamo quello di Torino e altri enti, istituzioni, ONG, imprese, associazioni torinesi che concertato
determinati interventi di cooperazione decentrata in cambio ambientale ed educativo in Senegal, nella città di
Louga. Il partenariato sfocerà nel consolidamento di una rete inter-locale se tra la rete locale torinese e la rete
locale di Louga (composta da Comune, associazioni, consorzi, comitati locali), si stabilirà un rapporto di
cooperazione duraturo e continuativo sulla base di specifici obiettivi definitivi congiuntamente.
4.6.1. Alcune chiavi di lettura
Le reti ora descritte assumono logiche diverse. Possono strutturarsi in reti monocentriche, in cui le relazioni sono
mediate prevalentemente da un unico attore che dirige/coordina le attività, oppure policentriche, quando sono
presenti più relazioni di scambio tra i nodi di una stessa rete e più soggetti interagiscono nella conduzione del
processo, dialogando tra loro. Di ciascuno è tuttavia possibile cogliere un orientamento prevalente.
È possibile distinguere reti a carattere monotematico, che si concentrano in maniera preponderante su un unico
ambito di Intervento (ad esempio il settore educativo), e reti politematiche, che viceversa operano parallelamente
in più settori (educazione, ambiente, salute) appoggiandosi alle differenti competenze degli attori coinvolti.

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La struttura assunta da una rete dipende in stretta misura dal percorso attraverso cui le relazioni si istituiscono e
in particolare:
- dalle modalità di selezione dei partner (tramite conoscenze personali, contatti istituzionali, altri canali ecc.);
- dal soggetto/i responsabile/i di tale selezione (soggetto proponente, finanziatore, partner ecc.);
- dalla fase in cui diversi partner fanno il loro ingresso nel processo (nella fase istruttoria, a progetto già avviato);
- ai ruoli ricoperti da ciascuno (finanziatore, promotore, partner);
- dalla tipologia di risorse apportate (denaro, beni, competenze specifiche ecc.).
Sia le reti locali sia le reti transnazionali sono caratterizzate da un certo grado di flessibilità, sono soggette cioè a
un avvicendamento più o meno elevato di alcuni partener, con conseguente riconfigurazione dei rapporti
all’interno delle reti stesse. Se alcuni soggetti sono presenti in tutte o in gran parte delle fasi del processo e ne
costituiscono i capisaldi, o soggetti pivot, altri partecipano a determinate fasi o interventi puntuali al termine dei
quali si distaccano, per rientrarvi eventualmente in fasi successive. Parallelamente nuovi soggetti possono fare il
loro ingresso nella rete in momenti diversi, quando si rendono necessarie, ad esempio, nuove competenze o altre
tipologie di risorse.
All’interno della rete si disegnano inoltre più tipologie di legami tra soggetti: possono essere classificati sulla base
della loro intensità in termini di frequenza (da legami stabili e ricorrenti, a saltuari e occasionali, in funzione di uno
specifico progetto), o sulla base del livello di formalizzazione del legame (formalizzati in qualche modo
o informali). Possiamo avere relazioni stabili e ricorrenti tra soggetti che interagiscono con continuità nell’ambito
della rete locale, della rete inter-locale o di entrambe. Essi possono strutturarsi tra soggetti diversi: tra
finanziatore e coordinatore, tra coordinatore e più partner, tra partner diversi. I legami saltuari caratterizzano
viceversa rapporti discontinui che legano alla rete soggetti che entrano ed escono dal processo intervenendo in
una o più fasi specifiche. Nelle relazioni di partenariato hanno inoltre rilevanza i legami deboli, che sono meno
strutturati e regolati da accordi definiti rispetto alle altre due tipologie. Si tratta di rapporti di amicizia, di
conoscenza o di collaborazione che intercorrono tra membri di gruppi diversi (associazioni, ONG, istituzioni,
imprese), che condividono/hanno condiviso interessi o attività o tra cui si sono stabiliti rapporti di fiducia. Ciascun
soggetto appartenente alla rete locale porta con sé il bagaglio di legami deboli in cui è inserito e quest’ultimo può
diventare patrimonio della rete stessa stimolando la nascita di canali comunicativi trasversali, arricchendo,
innovando e stimolando le dinamiche della rete locale.
Dai legami deboli dipende in misura rilevante l’apertura/chiusura delle reti. Possiamo distinguere tra reti chiuse e
aperte.
-Le reti chiuse sono caratterizzate da rapporti che si esauriscono prevalentemente all’interno della rete stessa. Gli
interventi coinvolgono i soli partner del progetto e i risultati vengono condivisi in prevalenza all’interno della rete.
-Le reti aperte sono percorse da un insieme di legami che le collegano maggiormente con i territori in cui agiscono
e con i livelli sovralocali. Questi legami possono acquisire nel tempo una maggiore strutturazione e trasformarsi in
strumenti di coordinamento come reti, agenzie e consorzi. Obiettivo di queste reti è in generale creare maggiori
canali di collaborazione e promuovere il coordinamento con enti e organismi diversi (Regioni, Governi, UE ecc.).
Qualora riescano a costituirsi, reti locali e inter-locali agiscono utilizzando risorse di provenienza diversa (presenti
in loco, apportate dalla cooperazione ecc.), e producono a partire da queste nuove risorse che rappresentano
l’output del processo di cooperazione.
Può essere utile operare una distinzione tra risorse che vengono immesse nelle reti (risorse in entrata) e risorse
prodotte dall’interazione tra i soggetti della rete, creando un insieme più ampio di risorse materiali e immateriali
di cui i partecipanti alla rete possono beneficiare (risorse in uscita). Le risorse condivise all’interno della rete
vengono apportate da ciascun partner (risorse in entrata) e possono essere risorse finanziarie o beni (macchinari,
manufatti, manuali, ecc.), risorse tecniche (capacità legate a specifiche competenze), risorse relazionali (in termini

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di rapporti, contatti, che divengono patrimonio condiviso dalla rete), o risorse progettuali (conoscenze tecniche
progettuali, identificazione di ruoli ecc.).
La condivisione di queste risorse genera ricadute positive nel momento in cui ciascun attore coinvolto vede
accresciuto il proprio bagaglio conoscitivo, progettuale e relazionale.
Le risorse prodotte dalla rete sono a loro volta di natura sia materiale, sia immateriale. Così ad esempio un
progetto in ambito educativo potrà dare vita alla produzione di più risorse: la costruzione di una scuola, la
fornitura di libri (output materiali prodotti dal progetto), ma anche la formazione di insegnanti, lo scambio tra
studenti del Nord e del Sud, cui vanno sommarsi altre risorse (la produzione di nuove conoscenze e tecniche di
costruzione). A queste si aggiungono infine, le risorse scambiate nell’atto di costruzione del partenariato, come la
progressiva condivisione di convenzioni sociali, politiche, storiche e la costruzione di una conoscenza e fiducia
reciproche tra partner.
4.7. Il radicamento della cooperazione decentrata
La costruzione di partenariati territoriali rappresenta una sfida complessa dal punto di vista politico, finanziario,
organizzativo, sociale e culturale. Attraverso tali partenariati si dispiegano tentativi di costruzione di uno spazio
pubblico in cui istituzioni pubbliche del Sud definiscono interventi e azioni di breve, medio e lungo periodo,
coinvolgendo altri soggetti locali e, con il supporto del partenariato di cooperazione, delineano le misure politiche
e amministrative necessarie al loro raggiungimento. Si mettono così in atto processi di ownership (ovvero di
appropriazione del progetto e di assunzione di responsabilità da parte degli attori coinvolti), e vengono
riconosciute la multidimensionalità e multi- attorialità dello scambio, nonché l’interdipendenza tra territori e la
reciprocità e continuità delle relazioni. Le reti inter-locali di cooperazione decentrata, mettendo in relazione i
territori, divengono in questo modo veicoli attraverso cui circolano flussi di risorse finanziarie, umane, tecnico-
progettuali e relazioni. Tuttavia, affinché tali flussi favoriscano la costruzione di legami tra territori, e la
cooperazione decentrata non agisca su un territorio ma rappresenti un sistema di attori inserito in un territorio, è
necessario pervenire ad un radicamento territoriale della stessa nei contesti coinvolti, al Nord e al Sud.
Se al Nord il radicamento territoriale della cooperazione decentrata va interpretato soprattutto come un esito
della cooperazione, al Sud la capacità di perseguire gli indirizzi disviluppo individuati, la continuità dello scambio,
gli esiti del partenariato sono collegati in maniera rilevante al legame di conoscenza che si instaura con l’ambito
territoriale in cui la cooperazione decentrata interviene.
Molte istituzioni e organizzazioni del Nord portano avanti le proprie azioni di cooperazione allo sviluppo
affermando di non voler essere vettore di trasferimento del proprio modello di organizzazione “occidentale”. Ma
se la cooperazione decentrata non si impadronisce di una conoscenza contestuale del territorio e non riesce a
penetrare i meccanismi di funzionamento della società locale, la cooperazione tra “società e società”, tra
“territorio e territorio”, rischia di portare al trasferimento di modelli e interventi destinati contemporaneamente a
mettere in crisi le dinamiche locali e ad essere messi in crisi dalle stesse. L’oggetto del processo di radicamento è
dunque il territorio, inteso come insieme di soggetti, risorse materiali (strutture abitative, vie di comunicazione,
produzioni locali, risorse naturali ecc.) e immateriali (la capacità istituzionale, il capitale sociale ecc.) e delle
relazioni tra questi.
5. Partecipazione allo sviluppo e sviluppo locale: una lettura parallela
5.1. Introduzione: la partecipazione come fine o strumento
La partecipazione intesa come coinvolgimento a diverso titolo dei beneficiari nei processi decisionali legati alle
attività di cooperazione allo sviluppo, ha assunto una notevole importanza nel dibattito sullo sviluppo al punto da
venire addirittura annoverata tra i diritti umani. Il dibattito sulla partecipazione si snoda intorno a due dibattiti: da
un lato gli approcci partecipativi sono promossi dai maggiori attori della cooperazione per migliorare l’efficacia
degli interventi, dall’altro lato tali approcci vengono interpretati come gli strumenti più idonei per far emergere
nuove visioni dello sviluppo alternativo al mainstream occidentale: in parole povere si tratta di distinguere tra
partecipazione come fine o partecipazione come strumento. Seguendo questa visione incontriamo due approcci:

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1. lo sviluppo alternativo (alternative development), ovvero lo sviluppo inteso come crescita economica;
2. posizioni per le quali la partecipazione viene intesa come uno strumento per migliorare le performance dei
progetti.
Tuttavia, nel primo approccio, la partecipazione risulta intrappolata in un apparato ideologico che la definisce
come desiderabile a priori; nel secondo caso, la teoria si esaurisce in mera metodologia, definendo attraverso
quali tecniche sia possibile incorporare la partecipazione nel quadro di riferimento esistente.
5.2. La genesi del concetto di partecipazione
Pare opportuno dedicare alcuni ceni all’evoluzione del concetto di partecipazione nei processi di sviluppo. Il punto
di partenza coincide con la polisemia che il termini “partecipazione” ha assunto rispetto alle diverse formulazioni
del concetto di sviluppo. Dall’analisi di Chambers (1983) e di Cernea (1985) emerge come sin dagli anni ’40 fosse
già diffuso nella letteratura sullo sviluppo un richiamo alla partecipazione. In particolare, la formalizzazione degli
approcci legati alla c.d. Participatory action research (PAR) ha esercitato una notevole influenza sulla progressiva
inclusione delle pratiche partecipative nei processi di sviluppo.
L’esperienza PAR è particolarmente significativa per comprendere l’ambiguità presente negli approcci al tema
delle teorie e pratiche di sviluppo. Oggi il PAR rappresenta una delle poter portanti del c.d. approccio
managerialista allo sviluppo (New management development) che, ponendo enfasi sul fatto che un’élite di
manager sia il promotore principale della globalizzazione e dello sviluppo, esplicitamente sostiene un’integrazione
delle esperienze radicali dello sviluppo alternativo.
Tuttavia, la PAR appare sotto una diversa luce se consideriamo che la sua teorizzazione sia stata sviluppata in un
contesto intellettuale fortemente influenzato dalla pratica coloniale dell’Indirect rule (che consisteva in una serie
di pratiche che prevedevano l’esercizio del potere coloniale indirettamente, mantenendo forme della legittimità
basica, precedente all’affermazione delle strutture di legalità imposte dall’adozione di un sistema giuridico di
matrice europea).
La pubblicazione dei saggi di Chambers e Cernea ha posto le basi per una saldatura tra teorie dello
sviluppo mainstream e le teorie alternative dello sviluppo emerse già negli anni ’70. A partire dalla constatazione
del fallimento delle politiche mainstream, la partecipazione dei beneficiari alla gestione dei progetti è stata
presentata come uno strumento per conferire ai progetti stessi maggiore efficienza. Proprio in virtù della sua
apparente tecnicità, l’approccio della “partecipazione ai progetti” è stato accolto a partire dai primi anni ’90 delle
maggiori organizzazioni internazionali.
Nel 1994 il concetto di PRA (Participatory rural appraisal) è stato elaborato da Chambers in parziale antitesi
rispetto a quello di Rapid rural appraisal (RRA). Se il RRA era principalmente uno strumento tecnico affermatosi
negli anni ’70 e successivamente declinato, il PRA si poneva l’obiettivo di definire che tipo di sviluppo i beneficiari
desiderassero. Mentre nel decennio 1983-1993 l’adozione di approcci partecipativi sembra riguardare
prevalentemente il miglioramento tecnico della qualità di progetti che erano coerenti con una nozione di sviluppo
definita dal donatore (participation in project), l’elaborazione del concetto di PRA si pone l’obiettivo di espandere
la partecipazione alle nozioni dello sviluppo stesso (participation in development).
Il decennio successivo è stato caratterizzato da un progressivo affermarsi dell’approccio partecipativo; il
ripensamento in corso negli ultimi anni appare fertile nei tentativi di valutare una possibile convergenza tra il tema
della partecipazione e alcuni concetti (agency, empowerment, governance) emersi con forza nel corso degli anni
’90.
5.3. Partecipazione e agency: l’aporia della partecipazione
La questione della partecipazione non può essere disgiunta dal tema dell’agency, vale a dire la capacita di un
attore di definire obiettivi e strategie e mettere in atto azioni per perseguirli. In altri termini non è possibile
scindere la comprensione dei processi partecipativi dall’analisi delle relazioni di potere tra i diversi soggetti
coinvolti.

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La prima questione che si pone è il riconoscimento della natura politica (intesa come mediazione tra interessi
distinti) di ogni processo di sviluppo, cosa che non sempre avviene.
La seconda questione, va tenuto conto di come l’azione dei soggetti interagisca con la formazione di strutture,
ovvero insiemi di relazioni sociali stabili.
La terza questione riguarda il territorio e la territorializzazione. Qui troviamo una visione restrittiva del territorio
come supporto materiale dell’azione umana con valutazione dei costi e benefici di un’azione, ed una visione in cui
il territorio in toto diviene una cartina per analizzare i processi di sviluppo.
Queste tre questioni sottendono una sorta di contraddizione tra partecipazione e agency, che possiamo definire
come “aporia della partecipazione”. “Quando nei PVS le persone fanno cose per la loro sopravvivenza personale,
in quel momento stanno esercitando la loro agency umana”. L’esercizio dell’agency diventa partecipazione solo
quando la motivazione o il contesto di un’attività di sviluppo è posto al di fuori dei mondi dove la vita delle
persone si svolge.
Il cortocircuito è dato essenzialmente dal riconoscimento che parlare di partecipazione implica necessariamente
che in precedenza si sia verificata una perdita originaria di agency e che un ripristino di agency attraverso politiche
di partecipazione comporterebbe in teoria il superamento della nozione stessa di partecipazione.
5.4. Partecipazione e sviluppo locale: elementi di convergenza
La partecipazione e le teorie dello sviluppo locale fanno riferimento a una condizione pre-moderna in cui la
comunità possedeva forme di agency collettiva fondate su valori condivisi e in cui ancora non si era consumata la
scissione tra attore e struttura che caratterizza il pensiero liberale. La posta in gioco, tanto per l’approccio
partecipativo allo sviluppo nei PVS quanto per l’elaborazione dello sviluppo locale nei paesi industrializzati è stata
la rivalutazione di modi di organizzazione delle relazioni sociali ed economiche alternativi rispetto alla razionalità
economica che identifica crescita e sviluppo.
Sorprendente è osservare come entrambi questi filoni di pensiero si siano evoluti nella medesima direzione
attraverso processi analoghi di critica delle proprie basi fondative. Entrambi questi approcci, tuttavia, hanno finito
con il considerare la partecipazione come uno strumento per conseguire in un caso la maggiore efficienza dei
progetti e, nell’altro, la competitività delle attività produttive.
Tre punti critici hanno attraversato negli ultimi vent’anni entrambi gli approcci:
1. una rappresentazione semplificata della comunità, come unità omogenea che ha portato a sottostimare le
relazioni di potere al suo interno
2. un’enfasi eccessiva sulle dinamiche che hanno luogo alla scala locale, tralasciando fenomeni che hanno luogo a
scale superiori (nazionale e globale)
3. in ultimo il privilegio accordato a prassi “imminenti” di sviluppo, a forme cioè di intervento immediato.
Il merito principale delle critiche post-development consiste nel superamento di alcuni limiti che erano evidenti
nelle prime riflessioni critiche sul tema della partecipazione. In particolare, il tema della partecipazione è
esplicitamente declinato lungo una scala di valori, che va dalla manipolation al citizen control, tra i quali esiste una
zona grigia di quello che viene chiamato tokenism (con questo termine si fa riferimento a un insieme di pratiche e
di politiche che prevedono l’inclusione di alcuni rappresentanti di una minoranza all’interno di un gruppo al fine di
ottenere il consenso della minoranza).
La letteratura post-development sottolinea come la nozione stessa di politiche partecipative sia pervasa da
contraddizioni e non esista una netta linea di demarcazione tra un gruppo minoritario-insider che viene incluso e
manipolato a fine di consenso e un gruppo-outsider dominante, esplicitamente manipolatore, mentre invece le
critiche post-development mettono in evidenza la possibilità la possibilità di un ventaglio di situazioni in cui le
pratiche di partecipazione vengono “piegate” al rafforzamento delle strutture di potere (di legittimità) esistenti
all’interno della comunità stessa.

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Mohan e Stokke hanno incentrato l’attenzione su quattro filoni di riflessione attraverso cui si è affermata l’idea
che la riscalizzazione verso il locale possa consentire un superamento dei limiti delle politiche di sviluppo dall’alto:
decentramento, governance (indica una forma di gestione dell’interesse collettivo in cui le decisioni di pubblica
utilità non sono più delegate esclusivamente alla rappresentanza politica, ma divengono l’espressione
dell’interazione tra più attori, portatori di diversi interessi [stakeholder]), capitale sociale (si intende quel capitale
di rapporti, conoscenze personali, valori condivisi che si forma attraverso l’interazione sociale tra soggetti e che
non è totalmente appropriabile dai singoli. Dal momento che per essere creato ha bisogno di interazione sociale
continuativa, viene spesso associato alla scala locale: in letteratura si fa riferimento alla necessità del radicamento
territoriale da parte degli attori come precondizione per poter avere accesso al capitale sociale prodotto
localmente), e movimenti sociali (ovvero il ruolo che i c.d. grassroot movements e le ONG locali possono svolgere
nel favorire l’innesco di processi di sviluppo maggiormente inclusivi e partecipativi). In tutte e quattro queste
prospettive, il locale viene abitualmente valorizzato in antagonismo con la scala nazionale e con il ruolo che lo
Stato può svolgere nel sostenere e orientare i processi di crescita e sviluppo.
Analogamente, anche nelle esperienze di sviluppo locale nei paesi industrializzati, le dinamiche tra scale diverse –
in particolare tra quella locale-regionale e quella nazionale – non sono riducibili a un dualismo così marcato.
5.5. Depoliticizzazione e ripoliticizzazione del locale
Il punto principale diventa la contrapposizione tra locale e nazionale (o globale), tra comunità e Stato. Occorre
riflettere su due passaggi fondamentali e strettamente legati tra loro: la depoliticizzazione e ripoliticizzazione che
negli ultimi anni ha investito tutte le forme di sviluppo dal basso (anche le prassi di sviluppo locale e
partecipativo).
5.5.1. La depoliticizzazione
Il primo momento è quello della depoliticizzazione, vale a dire la separazione tra processi di sviluppo e politica, per
ridurre la gestione del bene comune all’applicazione di tecniche rappresentate come oggettive e aconflittuali. A
questo proposito, nel 2004 Glyn Williams identifica tre ambiti privilegiati in cui si è consumata la depoliticizzazione
dello sviluppo partecipativo. Il primo è rappresentato dalla individualizzazione dei processi di empowerment, vale
a dire dall’idea che lo sviluppo dipenda da forme di volontarismo individuale, che devono essere liberate da
strutture sociali oppressive (di natura tradizionale e gerarchica). Il secondo punto insiste sulla rappresentazione
della comunità quale ambito privilegiato dove avrebbero luogo i processi di empowerment. La comunità è spesso
rappresentata come uno spazio coeso e omogeneo, dove il conflitto è attutito in virtù di misteriosi processi di
concertazione.
La contraddizione tra comunitarismo e individualismo è solo apparente, perché non solo la rappresentazione della
comunità come luogo di incontro di comuni intenti è costruita in maniera tale da minimizzare i rischi e potenziali
conflitti innescati da una visione individualistica del processo di sviluppo, ma l’integrazione tra comunitarismo e
individualismo precede attraverso dispositivi più sofisticati di convergenza tra gli opposti.
L’adozione di metafore economiche per interpretare i comportamenti dei territori (competitività territoriale,
capitale sociale), è in qualche maniera un indice di questa convergenza tra opposti tra azione individuale e
struttura, di trasformazione della comunità locale che, una volta personalizzata e dotata di agency, può essere
coerentemente integrata nel processo di individualizzazione, diventando essa stessa un soggetto in relazione con
altri soggetti. Già dalla metà degli anni ’80 a questo proposito, viene usato il concetto di spatial fetishism, pe
criticare le ricerche imperniate sul concetto di locality, uno dei principali antesignani del dibattito sullo sviluppo
locale, improntato a una forte personificazione e reificazione dello spazio e del territorio.
Il terzo elemento fa riferimento alle dinamiche di potere sottese ai processi di partecipazione e
di empowerment, cioè come le strutture di potere si riarticolano in un quadro di anti-politica fittizio e costruito,
mentre sarebbe più opportuno parlare di affiliazione e/o sottomissione dei gruppi precedentemente
marginalizzati all’interno di strutture di potere che mantengono la loro presa sul territorio e sui processi di
sviluppo. In questa direzione vanno le critiche mosse alle ONG, descritte come “bureaucratic non-state power”.

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Al di là di questo, il tema che si propone e che si può definire come la questione del ruolo degli esperti, è più
ampio e investe direttamente la nostra riflessione sullo sviluppo locale. Da un lato infatti, tanto la letteratura sullo
sviluppo partecipativa che quella su quello locale prendono le mosse da una prospettiva critica sul ruolo di esperti
esterni al sistema locale, come accade nelle prospettive dall’alto. Dall’altro, vengono ad assumere un ruolo
centrale i c.d. facilitatori, ovvero attori spesso esterni – e comunque formatisi in un contesto sopra-locale –
rispetto alla comunità di beneficiari, che svolgono il ruolo di mediare tra la comunità stessa e un referente più
marcatamente sovra-locale. Nel caso dei PVS, questo ruolo di facilitatore è spesso assunto da esperti degli
organismi internazionali o da ONG, mentre nei paesi industrializzati può assumere la veste dell’esperto o delle
agenzie di sviluppo locale. Ancora, in entrambi i casi, il facilitatore finisce con il normalizzare le istanze che
provengono dalla comunità, inquadrandole all’interno di strumenti fortemente standardizzati. In un caso si
tratterà probabilmente di tecniche di Rapid rural appraisal (RRA) o di Participatory rural appraisal (PRA), mentre
nell’altro caso si tratterà di analisi Swot, o di altri strumenti partecipativi.
5.5.2. La ripoliticizzazione
Per quanto riguarda l’analisi tra sviluppo partecipativo e sviluppo locale, al fine della nostra analisi va osservato
come questo ruolo assunto da attori intermedi tra scala locale e sovralocale tendono a mantenere un certo grado
di tecnicizzazione delle politiche di sviluppo partecipativo e locale, che di fatto occulta la dimensione politica insita
in ogni processo di sviluppo. Ferguson ci conduce al secondo momento della nostra analisi, vale a dire la
ripoliticizzazione del locale all’interno della anti-politics machine (si intende l’insieme dei discorsi e degli apparati
retorici che valgono a sostenere e diffondere l’idea che la politica si un ostacolo allo sviluppo. L’anti-politics
machine si fa poi portatrice di una visione meramente tecnocratica dello sviluppo). Il legame tra depoliticizzazione
e ripoliticizzazione si fa più esplicito con l’introduzione dei temi del decentramento locale e della governance. Il
dibattito sulla governance e sul decentramento definisce una posta in gioco esplicitamente politica, vale a dire la
convinzione che esiste un rapporto virtuoso e positivo tra politica locale e sviluppo locale. Sebbene non esista una
fondata evidenza di questo rapporto nei PVS, la fiducia nel decentramento amministrativo gode di un credito
universale.
Se il locale viene rappresentato come lo spazio comunitario della condivisione, diventa facile passare dalla sua
valorizzazione tecnica (il locale come strumento per gestire in maniera più efficace i progetti), alla sua promozione
ideologica e politica (il locale come scala che deve formare il consenso politico circa le politiche di sviluppo).
Questo passaggio è concettualizzato nella distinzione tra community participation e citizen participation: mentre la
prima fa riferimento a una partecipazione che non oltrepassa i limiti di un intervento finanziato da un donatore
che coinvolge i beneficiari nel processo decisionale al fine di migliorare la fornitura di un servizio, la seconda forma
di partecipazione supera i confini del progetto per chiamare in causa un ripensamento delle istituzioni di
governance.
Questi approcci spesso non tengono conto del fatto che i costi del decentramento possono essere molto elevati,
non solo in termini finanziari, ma anche di inefficienza e impiego di risorse umane, politiche, e intellettuali.
Seguendo questa tipologia, possiamo individuare almeno tre fonti di costo sociale: la competizione, il
coordinamento e lo sfasamento.
Il decentramento implica che si crei un certo grado di concorrenza tra le diverse scale sub-nazionali per
l’assunzione di responsabilità amministrative e politiche. L’aumento della competizione territoriale all’interno
dello Stato, implica che si attuino forme di negoziazione idonee a garantire un adeguato coordinamento tra le
diverse scale investite dai processi di decentramento. Il terzo ordine di problemi riguarda lo sfasamento che si può
creare tra le scale amministrative del decentramento e le scale dove nel tempo si sono di fatto formate le
dinamiche economiche e urbane localizzate. La letteratura maggiormente critica nei confronti dello sviluppo
partecipativo ha sottolineato come spesso la partecipazione della comunità alla definizione e alla gestione dei
progetti di cooperazione si sia tradotta in appropriazione dei benefici da parte delle élite locali e dei loro affiliati.
La medesima questione si pone anche nei paesi industrializzati, dove le strutture di legittimità possono dar luogo a
vere e proprie discriminazioni, delle donne o delle minoranze ad esempio.

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Un secondo aspetto che occorre tenere in considerazione nei processi di ripoliticizzazione del locale riguarda il
rapporto che l’autorità statuale continua a giocare sia nel gestire, spesso depotenziandoli, i processi di
decentramento amministrativo e decisionale, sia nel cooptare le élite locali all’interno delle strutture di potere
consolidate. Brenner sostiene che il processo di selezione dei luoghi su cui lo Stato fonda il proprio
riposizionamento nelle gerarchie globali avviene coerentemente con i dettami e le pratiche dell’ideologia
neoliberista.
Questa questione ci conduce alla terza questione irrisolta dei processi di depoliticizzazione e ripoliticizzazione della
partecipazione e dello sviluppo locale, vale a dire il legame con l’ideologia economica del Washington Consensus,
riportandoci a una delle principali accusa che vengono rivolte allo sviluppo partecipativo, ovvero quella di essere
uno strumento per l’estensione dell’organizzazione capitalistica dei rapporti di produzione.
5.6. Conclusioni
L’ipotesi che si è cercato di sostenere si incentra sull’analogia tra quanto avvenuto negli ultimi anni nel dibattito
sullo sviluppo locale e la corrispondente riflessione sullo sviluppo partecipativo. In questo senso, la dialettica tra
partecipazione e governance può rappresentare il punto di incontro tra teorie dello sviluppo e teorie dello
sviluppo locale. Soprattutto il confronto tra l’esperienza dei PVS e quella dei paesi industrializzati dovrebbe
contribuire a “sfrondare” le narrazioni su partecipazione, governance e sviluppo locale da quella che, riferendosi
alla PRA, chiamano “approccio populista” alla partecipazione, vale a dire una focalizzazione su aspetti localistici e
“imminenti”, separando il processo di partecipazione locale dai più ampi processi di trasformazione economica,
sociale, politica e culturale. Al tempo stesso occorre tenere presente che quella che abbiamo definito “aporia della
partecipazione”, è al tempo stesso un’aporia dello sviluppo locale.
Parlare di partecipazione e di sviluppo locale implica riconoscere che la distinzione tra insider e outsider ha perso
gran parte delle proprie capacità esplicative. Da un lato, non è dato processo di sviluppo senza la partecipazione di
“esperti”, dall’altro è ormai ben chiaro come qualsiasi strategia di empowerment sconti una conoscenza
necessariamente limitata della situazione locale. In questo senso non esiste probabilmente nessuna teoria né
alcuna prassi che possano definire un concetto di sviluppo immune dai limiti che caratterizzano le teorie ortodosse
dello sviluppo.
6. Gli approcci partecipativi applicati nella cooperazione allo sviluppo
6.1. La ricerca azione partecipativa
Il presente capitolo mostra una presentazione degli approcci di ricerca azione partecipativa applicata nell’ambito
dei paesi in via di sviluppo. I metodi che si sono sviluppati all'interno dell'approccio di ricerca azione sono sempre
più numerosi e si differenziano a seconda dei contesti, dei settori di intervento e delle specifiche dinamiche locali.
Questi metodi sono accomunati dal mutato ruolo del ricercatore che si relaziona con le popolazioni locali con
l’intento di “interagire per far interagire”, abbandonando la veste dell’esperto ed assumendo una posizione il più
possibile neutra.
6.2. Gli approcci partecipativi nei PVS
Le pratiche partecipative conoscono le prime fasi applicative su vasta scala e vengono progressivamente integrate
nelle strategie operative dei principali attori della cooperazione dalla seconda metà degli anni '80. All'interno dei
progetti che operano nei PVS e fanno uso di metodologie inclusive, le popolazioni beneficiarie vengono
progressivamente coinvolte nelle diverse fasi del ciclo di progetto.
Fine ultimo degli approcci partecipativi nei PVS è quello di ottimizzare il funzionamento e la gestione degli
interventi, attraverso la responsabilizzazione dei beneficiari. I vantaggi di questo approccio sono:
1. efficienza nelle pratiche progettuali: attraverso i processi inclusivi è possibile identificare con più chiarezza le
esigenze della comunità,
2. efficacia degli strumenti di analisi e pianificazione: è necessaria se si vogliono individuare le effettive necessità
della popolazione locale,

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3. empowerment: ossia il consolidamento delle capacità e dei saperi delle comunità locali per consentire loro di
raggiungere il pieno controllo del proprio percorso di sviluppo,
4. sostenibilità: si realizza attraverso il coinvolgimento diretto dei beneficiari nella gestione del progetto e nella
valutazione delle risorse disponibili al fine di garantirne la continuità nel tempo,
5. auto sviluppo: implica una profonda trasformazione sociale e un cambiamento radicale di mentalità (necessità
di diminuire la dipendenza dagli aiuti esterni e di acquisire fiducia nelle proprie capacità),
6. auto responsabilità: si verifica quando i beneficiari arrivano a sentirsi protagonisti del progetto venendo
incoraggiati a prendere l’iniziativa.
Il concetto di partecipazione secondo una logica bottom-up è dunque associato all’esigenza di realizzare uno
sviluppo il più possibile AUTOSOSTENIBILE.
6.3. Il Participatory rural appraisal (PRA)
Il Pra è un metodo di ricerca azione partecipativa che si afferma nei paesi del Sud del mondo negli anni 90, in
particolare in ambito rurale. Obiettivo del Pra è raccogliere dati e informazioni utili all’elaborazione di soluzioni
condivise dalle popolazioni locali.
Si tratta di un processo di apprendimento che consente alle popolazioni di analizzare, condividere e potenziare la
conoscenza del proprio territorio al fine di pianificare un intervento progettuale. In tal senso esso stimola la
capacità di progettazione comunitaria e quindi di auto sviluppo.
Esso trae origine dela Rra (Rapid rural appraisal) ma presenta caratteristiche più inclusive. Il Rra mantiene ancora
un approccio top down, dove gli esperti ricoprono ancora un ruolo preminente rispetto ai beneficiari. Permette
quindi una rapida raccolta di dati per agevolare le analisi esterne. Il Pra, al contrario, consente maggiore
intervento e partecipazione da parte delle comunità locali, spostando l'epicentro decisionale verso le loro priorità.
Elementi base di ogni Pra che vanno definiti:
1. Il contesto di applicazione (ambito rurale o urbano)
2. i soggetti che applicano il metodo (outsider - esperti esterni – e comunità locale)
3. quando si utilizza (valutazione del contesto territoriale e costruzione collettiva del progetto)
4. i settori di applicazione (educazione, salute, agricoltura, gestione risorse idriche)
5. le attività (svolte in gruppo con il coinvolgimento diretto dei membri della comunità e utilizzo dei diversi
strumenti applicativi)
Da un punto di vista operativo il Pra si struttura in 5 fasi principali:
1. Preparazione. Fase propedeutica al processo partecipativo vero e proprio in cui si contattano le autorità locali,
si scelgono i villaggi in cui intervenire e si costituiscono i gruppi di lavoro.
2. Diagnostica. Rappresenta la prima tappa del processo partecipativo. Le sue finalità sono di identificare il
contesto territoriale e le principali problematiche che lo interessano.
3. Pianificazione. Ha lo scopo di tradurre i problemi prioritari in obiettivi e azioni concrete.
4. Esecuzione. In questa fase è fondamentale creare un comitato di coordinamento al cui interno viene
rappresentato ciascun gruppo socio-professionale. I suoi compiti saranno quelli di organizzare lo svolgimento delle
attività, comunicare con i villaggi vicini, con le amministrazioni locali e con i diversi partner esterni.
5. Valutazione. Può essere svolta periodicamente o al temine delle attività come una sorta di bilancio finale. È
utile per modificare e/o correggere il rpogramma d'azione.
I principi metodologici del PRA:

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 Facilitare i processi: è importante semplificare i processi di analisi
 Feedback: processo di riflessione critica, necessario per migliorare le prestazioni degli esperti.
 Assunzione del concetto di “ignoranza ottimale”: non è pensabile entrare in possesso di tutte le informazioni e
bisogna accettare che non si può conoscere tutto. Focalizzarsi su ciò che è realmente utile sapere.
 Flessibilità: i facilitatori esterni sono tenuti a mantenere un atteggiamento di apertura (no posizioni rigide o
troppo critiche). Devono interagire senza dominare il dibattito, incoraggiando uno scambio orizzontale di opinioni.
 Ricerca sulle diversità: dalle divergenze e dalla diversità di opinioni si possono raggiungere soluzioni innovative.
Importante favorire la libertà di espressione, essere creativi e curiosi.
 Partecipazione attiva: partecipazione di tutti i gruppi che compongono la comunità coinvolta. Importante
coinvolgere soggetti marginali e evitare che si creino rapporti gerarchici.
 Triangolazione delle unità di osservazione: esame di una determinata situazione da almeno tre punti di vista
differenti (prima indagare da una fonte, poi rivolgersi ad un'altra ed infine incrociare le esperienze delle varie unità
di osservazione)
 Condivisione: assicurare una piena condivisione e passaggio dei concetti, delle informazioni e delle esperienze
realizzate durante i lavori a tutti i componenti dei gruppi.
 Attitudini e comportamenti: importante scegliere gli strumenti più adeguati al contesto sociale in cui si
interviene, mantenendo le strutture sociali esistenti.
6.4. Gli strumenti del PRA
Gli strumenti del Pra sono molteplici e variano in base agli obiettivi, alle condizioni di lavoro e alle caratteristiche
del contesto di applicazione. Essi sono:
1. La carta del villaggio: una rappresentazione grafica del villaggio che consente di organizzare le conoscenze che
gli abitanti posseggono del loro territorio e di favorire un confronto tra le diverse percezioni che ciascun gruppo
socio-professionale possiede dell’ambiente e delle risorse presenti nel proprio villaggio. È importante far emergere
la modalità di gestione dello spazio e di controllo delle risorse esistenti. Obiettivo della carta è fornire un supporto
visivo complesso sulla quale organizzare le successive riflessioni sulle problematiche più rilevanti, sui limiti e sulle
potenzialità del territorio e sulle possibili soluzioni e azioni da intraprendere.
2. La carta delle risorse: è una rappresentazione grafica delle risorse naturali, materiali ed immateriali presenti nel
villaggio. Rispetto alla carta del villaggio ha un carattere più specifico e circoscritto.
3. La passeggiata: si tratta di organizzare passeggiate con i membri del gruppo di lavoro nel villaggio e nei
dintorni. Questo permette di osservare direttamente la realtà di cui si discute, ascoltare i racconti, evidenziare i
problemi e cercare possibili soluzioni e opportunità.
4. Il profilo storico: permette di ricostruire la storia del villaggio, individuando quegli avvenimenti che ne hanno
mutato l’aspetto, le abitudini, le attività economiche e agricole, le strutture politico-amministrative. Può essere
delineato attraverso un disegno (linea del tempo) o attraverso un racconto scritto.
5. Il transect. Complementare alla carta del villaggio, fornisce una visione di taglio, e non aerea, del territorio, Il
transect, sezione trasversale di una porzione di terreno, mette in luce le principali variazione dell’ecosistema del
villaggio e di meglio comprenderne le problematiche. Si compie una passeggiata del territorio con un gruppo di
abitanti per potersi confrontare su elementi e attività che si incontrano. Il risultato è un diagramma-disegno che
rappresenta su un asse l'itinerario seguito e sull'altro gli elementi osservati. Il valore aggiunto di questa
passeggiata è di mettere in luce aspetti ed attività marginali spesso ignorate dagli stessi abitanti del villaggio.
6. Il calendario stagionale o giornaliero: nello stagionale vengono indicate le diverse attività che si svolgono
durante l’anno (colture stagionali, attività pastorali, quantità di piogge ecc.); nel giornaliero vengono indicate le
attività svolte quotidianamente dai gruppi di abitanti.

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7. L’albero dei problemi: è uno schema grafico che permette di visualizzare la complessità delle problematiche
rilevate e di analizzarne più facilmente cause ed effetti. Per risolvere un problema bisogna scoprire le cause, le
radici. Si parte dall'identificazione di un problema specifico e se ne identificano le cause e gli effetti. Ogni causa
può rappresentare un nuovo problema centrale che ha ulteriori radici: l'albero dei problemi può espandersi e
complessificarsi notevolmente nel orso dell'analisi. È compito dei membri dell'assemblea identificare il problema
più rilevante e urgente da affrontare, selezionando le cause su cui agire in base alle possibilità economiche, umane
e di tempo a disposizione.
8. Il brainstorming: è uno strumento per far emergere idee su un tema o problema preciso attraverso la libera ed
immediata espressione dei propri pensieri associati a quell’argomento. Le idee devono fluire senza essere
giudicate o valutate poiché quelle più improbabili spesso si rivelano le più efficaci per risolvere dei problemi.
9. Le interviste semi strutturate: possono essere individuali o di gruppo e si basano su una serie di argomenti
individuati precedentemente dall’intervistatore. Permettono di conoscere e approfondire meglio le attività dei vari
gruppi socio-professionali, l'organizzazione del villaggio, la gestione delle risorse, il ruolo delle istituzioni e delle
organizzazioni presenti nel villaggio.
10. Il diagramma di Venn: permette di descrivere ed analizzare il ruolo e le relazioni che intercorrono tra diversi
soggetti presenti nel villaggio. Permette di ricostruire la struttura sociale del villaggio, i rapporti di potere e la
qualità delle relazioni esistenti tra i vari soggetti, sia interni che esterni.
6.5. Limiti e potenzialità nell’applicazione del PRA
Tra i vantaggi del Pra si segnalano:
1. Il trasferimento delle competenze e responsabilità di gestione: aumenta la fiducia dei membri della collettività
nelle proprie capacità, aumentandone la responsabilità,
2. l’impiego e il miglioramento delle risorse locali: permette alle comunità di imparare a gestire e a valorizzare le
risorse del proprio territorio
3. il coinvolgimento di lavoratori locali: stimola la motivazione e l'impiego dei lavoratori locali nei progetti. Ciò
dipende anche dalle capacità di coinvolgimento degli esperti esterni
4. L’individuazione dei bisogni primari: permette alle comunità locali di far emergere i propri bisogni, si riduce così
il rischio di strategie imposte dall'alto senza il consenso della comunità
5. il rafforzamento dei rapporti tra le popolazioni e le istituzioni di sviluppo; contribuisce a migliorare le relazioni
tra comunità e agenzie di sviluppo, riducendo diffidenze e incomprensioni
6. la mobilitazione della comunità come risorsa-collettiva: consente di ridurre la necessità di appoggiarsi a
strutture esterne nella gestione delle risorse locali
7. l’aumento delle attività sostenibili: il PRA favorisce la realizzazione di attività di sviluppo endogene, adeguate
alle condizioni locali e sempre meno dipendenti da contributi esterni.
I rischi/limiti insiti nel Pra sono:
1. Abuso delle attività da parte degli interessi locali: quando vi sono gruppi di interesse e di potere più forti che
tendono a monopolizzare la scelta delle attività da perseguire e i loro benefici.
2. Mancanza di presa di coscienza dell’eterogeneità delle popolazioni locali: quando prevale la visione della
comunità come un tutto omogeneo, in cui non si tiene conto delle differenze e dei diversi livelli sociali
3. Attese non attuabili: quando si creano aspettative che non possono essere realizzate a causa del contesto
politico- istituzionale o a causa di problematiche relative alla struttura sociale locale
4. Piani di sviluppo che le agenzie non possono sostenere: quando le agenzie non possono soddisfare le priorità di
sviluppo identificate dalle comunità con conseguente calo di interesse e partecipazione

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5. Perdita di fiducia: quando le popolazioni perdono fiducia nella possibilità di realizzare un dato progetto e ciò
spesso avviene con progetti di lungo periodo che non tendono ad un'azione immediata
6. Aggravamento dei conflitti: quando l’allargamento della partecipazione tende ad aggravare conflitti esistenti,
latenti o potenziali.
6.6. PRA e territorio: esperienze a confronto
Si tratta innanzitutto di esaminare quali dinamiche territorializzanti vengano innescate dall’applicazione del Pra e
come esse si rapportino con le strutture territoriali preesistenti. È opportuno poi collocare le delicate relazioni tra
partecipazione, progetto e territorio.
Bertoncin (1999), attraverso un’analisi delle problematiche emerse dalla realizzazione di un progetto partecipativo
delle Alte Terre in Tunisia, giunge ad individuare due potenziali rischi legati alle nuove strutture territoriali
prodotte. Da un lato, vi è il rischio che esse siano eccessivamente semplici, monofunzionali e distruttrici di
complessità rispetto alla multifunzionalità delle strutture simbolico-tradizionali. Dall’altro, può accadere che esser
risultino troppo complesse rispetto alle reali necessità della popolazione locale e alle sue capacità di gestione. In
questo secondo caso, si rischia di alterare l’equilibrio tra efficienza ed efficacia nella gestione delle risorse,
risolvendosi solo a favore della prima. Da questo esempio emergono alcune delle potenzialità operative del Pra,
così come diversi suoi limiti.
Un importante contributo dalla geografia è dato da uno studio di caso di Binns, Hill e Nel (1997), adottato dalla
Provincia di Eastern Cape, in Sud Africa. La ricerca parte dal presupposto che il fallimento dell’applicazione delle
strategie di sviluppo top-down, in contesti territoriali fragili e marginali quali i Pvs, derivi dall’adozione di
metodologie di ricerca “inopportune”, che non giungono ad apprezzare l’immagine della comunità locale nella sua
totalità. In particolare, esse faticano a cogliere le percezioni, i bisogni, le conoscenze e le competenze delle
comunità indigene coinvolte nel processo partecipativo. La geografia potrebbe quindi concorrere in modo
significativo all’interpretazione della relazione uomo- ambiente, dove il Pra rappresenta luogo privilegiato di
ricerca.
Similmente al caso del Sud Africa, anche Coomes, Takasaki e Barham (2000) portano le loro riflessioni a favore
dell’attendibilità applicativa delle tecniche partecipative del Pra rispetto ad uno specifico contesto territoriale. In
questo caso però, l’interesse si rivolge più direttamente al metodo, per il quale i ricercatori s’interrogano su
quanto possa costituire uno strumento affidabile e aderente ad una comunità locale, oppure diventare strumento
di potenziali margini di errore. Il focus della loro ricerca, sulla Riserva Nazionale della Pacaya-Samiria (Psnr)
dell’Amazzonia peruviana, si centra sull’utilizzo del metodo Rra allo scopo di classificare efficacemente la ricchezza
delle popolazioni rurali (tradizionalmente divisi tra agricoltori e pescatori) dei villaggi limitrofi alla Psnr. Dai risultati
della ricerca si evince che l’attendibilità di un metodo di ricerca azione come l’Rra, rispetto al contesto territoriale
in cui viene applicato, è sotteso al suo margine di errore.
Il geografo cinese Yi-fu Tuan (1974) propone di guardare al contesto in cui viviamo attraverso alcuni concetti
chiave quali percezioni, visioni, valori e attitudini. Le percezioni rappresentano la nostra reazione agli impulsi che
provengono dall’esterno, le visioni costituiscono lo sguardo al mondo in cui viviamo, i nostri ideali rispetto alle
relazioni, alla società, alla cultura. I valori costituiscono l’importanza che associamo a quello che percepiamo nel
mondo (basandoci su una scala di principi personali), mentre le attitudini rappresentano le modalità con cui ci
rapportiamo al mondo (prendendo come riferimento la nostra esperienza). La sua analisi riporta l’attenzione al
valore del contesto territoriale anche in quanto “contesto socio-culturale”, con la necessità di realizzare un
processo di apprendimento reciproco (tra esperto e comunità locali), l’analisi dello spazio in quanto parte di una
società di individui.
Chambers (1994) sintetizzava questa posizione quando descriveva il Pra come una famiglia di metodologie che
consentono agli individui (o a gruppi di individui), di esaminare, sviluppare e condividere le proprie esperienze e
condizioni di vita, allo scopo di poter agire attraverso un’attività pianificatoria. Sotto questo punto di vista, la
geografia viene ad assumere un ruolo di fondamentale importanza. I concetti di territorio, di scala geografica, di

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attore locale e di struttura territoriale rappresentano gli strumenti analitici chiave nell’interpretazione delle
dinamiche locali, generate dall’attuazione di diversificati processi di sviluppo.
7. La cooperazione e i suoi progetti: un’analisi fra tecnica e politica
In questo capitolo si analizza lo strumento “progetto” all’interno del complesso mondo della cooperazione allo
sviluppo.
Infine, si formulano delle indicazioni per collocare l’intervento all’interno di un “piano strategico globale”
articolato
considerando che, solo in questo modo, un progetto di cooperazione può acquisire una reale efficacia.
7.1. La cooperazione internazionale: perché e per chi?
7.1.1. La reale capacità di risolvere il problema del “malsviluppo” planetario da parte della cooperazione
internazionale Basta soffermarsi su alcune percentuali per mettere a fuoco la capacità reale che può avere la
cooperazione internazionale nel risolvere i problemi per i quali è stata creata. La quantità delle risorse destinate
alla cooperazione internazionale infatti, è circa 106 miliardi di dollari all’anno, pari allo 0,33% del PIL dei Paesi
donatori. Si comprende facilmente come la cooperazione internazionale non abbia certamente la capacità di
risolvere i problemi di “malsviluppo” planetario. Se paragoniamo la quantità di denaro impiegata dagli stessi paesi
donatori alle percentuali ben consistenti del loro Pil dedicate a creare o favorire condizioni di malsviluppo e
instabilità (debito estero, vendita di armi, mantenimento di governi corrotti, sostegno a fazioni interne,
sfruttamento non equo delle risorse naturali, sfruttamento della manodopera a basso costo, controllo geopolitico
di intere regioni, dissesto idrogeologico, sovvenzione ai propri prodotti, dazi ai prodotti proveniente dai Pvs),
capiamo che la battaglia della cooperazione internazionale contro la povertà è decisamente impari. Non ci si può
aspettare dunque che la cooperazione internazionale risolva, da sola, il problema della povertà.
Per risolvere il problema del malsviluppo sicuramente bisognerà adottare un approccio di “piano globale” (o
“patto globale”) e allo stesso tempo un approccio locale.
Il piano globale non deve essere pensato unicamente per i paesi “sottosviluppati”, ma anche per i paesi donatori.
Con delle responsabilità chiare di de-sviluppo, decrescita, riduzione di consumi, diminuzione dei fabbisogni
energetici ecc.
Per questo motivo è preferibile usare il termine di “malsviluppo” al posto di “sviluppo” o “sottosviluppo”: non ci
sono paesi “da sviluppare”, ma si tratta di rimescolare le carte delle opportunità per rendere più giusta e sicura la
vita di tutti gli abitanti del pianeta. Sarebbe miope accontentarsi dell’aumento delle risorse destinate alla
cooperazione. A livello locale, i governanti non possono esimersi dall’assunzione delle loro responsabilità, e anche
la comunità internazionale deve contribuire a smontare un meccanismo perverso di “corruzione utile” forgiato nei
decenni.
Rispolverando la vecchia teoria della sand box utilizzata in politica durante gli anni ’60, possiamo anche renderci
conto che lo scopo della cooperazione internazionale magari è un altro. (“scatola di sabbia” in cui si lasciavano
giocare i bambini per tenerli occupati e così al sicuro, ma comunque lontano dal tavolo dove gli adulti possono
discutere indisturbati).
In quest’ottica, anche la cooperazione internazionale potrebbe essere intesa come una bella sand box che
permette, nel caso dei paesi donatori, di intrattenere e distrarre le loro forze sociali, evitando così che esse
possano inserirsi nei meccanismi decisionali creando disturbi al sistema cui appartengono. Allo stesso modo, le
forze sociali dei paesi beneficiari dell’aiuto, potrebbero essere “intrattenute” nelle loro sand box invece di andare
ad occupare i ruoli decisionali delle politiche locali.
In conclusione possiamo affermare che né la cooperazione internazionale né i progetti possono risolvere il
problema del malsviluppo e l’ingiustizia planetaria. Ciò non vuol dir essere “contro” i progetti di sviluppo, ma
piuttosto ridimensionare l’attesa e l’importanza che si crea attorno ai progetti stessi.

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Vediamo adesso le due ideologie su cui poggia la cooperazione internazionale, quella dell’aiuto e quella dello
sviluppo.
7.1.2. L’ideologia dell’aiuto: si aiuta?
Perché l’uomo bianco si è caricato di questo fardello dell’aiutare i più bisognosi?
La cooperazione internazionale ha radici che vengono da lontano, la sua motivazione è stata fortemente marca da
avvenimenti storici importanti.
Si è partiti da radici umanitarie e religiose nel 1100 per poi ispirarsi a ragioni religiose e colonia dal ‘500 fino
all’inizio del ‘900. Da questo punto in poi le motivazioni appaiono più di carattere politico e si protraggono fino alle
due guerre. In questo periodo, si passa dalla volontà di “civilizzare” i poveri a quella di volerli “sviluppare”. Dalla
seconda guerra mondiale, son quindi le motivazioni di sviluppo economico ad affermarsi stabilmente. Durante gli
anni ’70 nasce un nuovo filone motivazionale di giustizia ed uguaglianza (internazionalismo). Nel 1995 e dopo il
conflitto nei Balcani si trasforma in pacifismo. Prende il sopravvento l’umanitario a partire dalla caduta del muro di
Berlino, negli anni ’90, e si trasforma in sicurezza nel 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle fino ad oggi. Le agenzie
e gli operatori dell’aiuto attingono a queste ultime facendo dei mix specifici che finiscono per caratterizzare la
propria tipologia d’aiuto.
In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un altro importante cambiamento, per cui si è passati dalla solidarietà
internazionale e, quindi, dal benessere altrui forgiato negli anni ’70, alla priorità data alla propria sicurezza. Si fa,
cioè, cooperazione internazionale con sé stessi. Ad esempio, i progetti per migliorare le condizioni di vita e
controllare le popolazioni fuori dai confini che hanno di fatto lo scopo di prevenire flussi migratori non controllati
nel proprio paese. I fatti dolorosi di questi ultimi anni hanno favorito una sensibilità pubblica in questa direzione
che non può non condizionare le scelte dei politici, e quindi dei finanziamenti e delle stese organizzazioni di aiuto.
Infine, c’è da dire che i diversi attori dell’aiuto tendono a sovrapporsi nelle loro reciproche azioni, facendo
diventare i paesi beneficiari delle arene dove il c.d. beneficiario non è che uno dei soggetti coinvolti, sicuramente il
meno forte e il più “utile”.
7.1.2. L’ideologia dello sviluppo: si sviluppa?
Dal PIL degli anni ’50 ci sono voluti quarant’anni perché lo UNDP maturasse un’idea di sviluppo un po’ diversa:
l’indice di sviluppo umano (Isu). Con questa definizione, si esce dalla “dittatura del PIL” per la quale gli economisti
si sentivano gli unici in grado di misurare il benessere umano. Certo è che l’ideologia dello sviluppo è diventata
uno dei pilastri della cooperazione internazionale e la “giustificazione apparente” per aiutare i paesi poveri.
Proponiamo una definizione che vede lo sviluppo come il processo di miglioramento delle condizioni di vita di una
comunità in termini economici, educativi, sanitari, spirituali, culturali, infrastrutturali, dei suoi diritti umani
fondamentali, ecologici e di tempo libero, senza condizionare negativamente altre comunità, né al momento
attuale né per le generazioni future. Sono due le questioni importanti: perché quella dello sviluppo è diventata
un’ideologia che non va messa in discussione? E qual è il modello di sviluppo veicolato dalla cooperazione
internazionale attraverso progetti dal momento che nessuna delle quali definizioni possiamo affermare sia
universalmente riconosciuta? Uno dei punti nevralgici della cooperazione internazionale rimane il confronto tra
soggetti portatori di idee di sviluppo differenti basate su storie, culture e cosmogonie diverse.
La gran parte dei progetti di aiuto è portatrice del modello di sviluppo occidentale ed è altrettanto chiaro che
spesso sono gli stessi beneficiari dei progetti a volere proprio questo. L’informazione, l’emigrazione,
l’occidentalizzazione del mondo, stanno provocando un’omogeneizzazione del concetto di benessere abbastanza
pericolosa, che sopprime le culture autoctone le quali, invece di arricchirsi, soccombono. Cosa fare? È giusto
negare loro questa possibilità?
Per poter affermare che si sta aiutando a “sviluppare” qualcuno, bisogna innanzitutto definire in che cosa consiste
lo sviluppo per ciascuno degli attori del progetto e dove si trova la mediazione cui il progetto deve fare
riferimento.

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Siamo giunti qui a uno dei paradigmi della cooperazione internazionale. Troppo spesso attraverso la stessa
cooperazione si vuole “aiutare” altri popoli a “svilupparsi” senza chiarire bene quali siano le motivazioni evidenti,
senza nemmeno avere chiaro cosa sia in realtà lo sviluppo e se il nostro modello sia in effetti da “esportare” al
resto del pianeta attraverso i progetti.
7.2. I progetti: si progetta?
Un progetto può risolvere un problema puntuale e circoscritto nel tempo, ma non può certamente risolvere il
problema dello sviluppo. Anzi, a volte lo rallenta. Ci vogliono mezzi ben diversi da un progetto per favorire il vero
sviluppo.
Affinché il progetto possa giungere a creare non soltanto delle “isole felici” di risoluzioni puntuali e temporanee di
problemi all’interno di un mare vasto di difficoltà, dovrebbe essere collocato all’interno di un piano strategico.
Un esempio è un progetto dell’Unione Europea per “riparare” le privazioni che hanno subito delle popolazioni
durante i governi precedenti. Un progetto di quattro milioni di euro. Ci si chiede se davvero sia possibile che
questa cifra investita nell’arco di 36 mesi sia in grado di “riparare” ai danni e alle privazioni subite per decenni da
parte di una percentuale consistente della popolazione locale. Questa semplice domanda è servita per capire che
in nessun modo un progetto da solo può risolvere i problemi cui va incontro se non è pensato all’interno di un
processo di dimensioni temporali, economiche e politiche molto più vaste e all’interno del quale il governo locale
deve giocare un ruolo forte e “visibile”, e non semplicemente accettare il progetto di cooperazione internazionale.
7.3. L’approccio
Il pensiero occidentale si basa sulla progettazione attraverso la modellizzazione e il successivo passaggio alla
messa in pratica del modello. Nel pensiero cinese invece si ragiona in termini di “processo”, di una situazione che
evolve continuamente, mutando. Sui limiti della modellizzazione, già Aristotele diceva che tra la teoria e la pratica
c’era la “prudenza”. Ecco un’altra parola importante nella progettazione: prudenza. Significa tener presente i
fattori esterni, gli scenari e tutto quello che ci può deviare dal nostro piano o modello e che raramente può essere
pianificato. Sono questi i fattori che i cinesi vedono all’interno del processo e gli occidentali invece identificano
come esterni al progetto. Una differenza sostanziale per chi fa progettazione.
L’approccio cinese ci offre alcuni spunti interessanti per relativizzare il nostro modo di progettare, come ad
esempio: accompagnare i processi, cercando di intuirli e comprenderli, guardando le potenzialità presenti all’inizio
più che gli obiettivi raggiunti alla fine, provando a far emergere le spontanee energie interne. Facendo inoltre
meno piani e provando ad entrare nelle dinamiche locali. Sapendo aspettare tempi lunghi. Collegando il locale con
il globale. Cogliendo il particolare, ma capendo l’insieme.
7.4. Il ruolo dell’operatore esterno
Un progetto è un catalizzatore, un agente reattivo che accorcia i tempi entro i quali quei cambiamenti potrebbero
essere realizzati.
Un dilemma fondamentale dell’operatore della cooperazione internazionale è la definizione del suo ruolo rispetto
ai c.d. beneficiari, cioè le collettività presso cui lavora e che dovrebbero, da questo rapporto, trarre beneficio.
Possiamo considerare l’operatore come un terapeuta, uno psicologo di comunità, intesa come soggetto sociale. Il
rapporto tra operatore e gruppo non deve essere assistenza o soddisfazione dei bisogni, ma piuttosto
consultazione, analisi, una contrattazione che spinge verso l’autonomia. Non è vero quindi che un progetto debba
realizzare quello che i beneficiari desiderano.
7.4.1. Lasciarsi cambiare
Spesso si dà per scontato che il ruolo dell’operatore sia di “dare” e quello della comunità “ricevere”. Questo è un
comportamento anti evolutivo che crea dipendenza e va contro il principio dell’auto sviluppo.
7.4.2. L’elemento nuovo

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La teoria dei sistemi (nata negli anni ’60, considera come “sistema” un gruppo di elementi aventi almeno un
carattere comune, ci insegna che per migliorare un sistema bisogna cambiarlo, e un cambiamento vero di un
sistema si produrrà solo con l’introduzione al suo interno di un elemento nuovo appartenente al meta-sistema. Ed
è precisamente questo il ruolo della cooperazione internazionale, introdurre l’elemento nuovo in un contesto.
Nell’aiuto allo sviluppo quindi, non si tratta semplicemente di rispondere alle richieste dei beneficiari e nemmeno
di inventare le soluzioni al loro posto. Bisogna creare questo percorso a partire da un “contratto terapeutico”,
ovvero un accordo tra beneficiario e operatore di un progetto di sviluppo (come in psicoterapia, l’accordo tra
paziente e terapeuta). In questo accordo, il primo esplicita la sua fiducia al secondo, mentre quest’ultimo si
impegna a usare tutti i mezzi a sua disposizione per aiutarlo.
7.4.3. Depressione per guarire
Quanto più un popolo è oppresso, tanto più sarà difficile fargli esprimere i propri bisogni e farlo partecipare al
proprio sviluppo. Il lavoro del buon terapeuta-operatore di sviluppo è questo: portare il beneficiario-paziente a
scavare in sé stesso e cercare di metterlo nella condizione di risolvere il problema da sé.
7.4.4. Neutralità e imparzialità?
Neutralità e imparzialità sono due concetti utilizzati nell’ambito umanitario per spiegare che le azioni non devono
essere viste come supporto a una parte in conflitto e che l’aiuto non è dipendente dalle influenze politiche.
Possiamo chiederci perché queste dottrine sono state raramente applicate nel campo dell’aiuto allo sviluppo.
Può darsi che semplicemente questi concetti non siano applicabili alle interazioni di lungo periodo come quelle
che caratterizzano la cooperazione allo sviluppo. Il solo fatto di essere in un specifico contesto significa una scelta
e automaticamente avere una posizione. È poi sempre vero che la cooperazione internazionale deve agire in
armonia con le politiche del governo locale, le posizioni dei leader religiosi e altri gruppi locali di potere? Il più
delle volte, per gli attori esterni, essere contro le strutture locali del potere rappresenta la vera ragione per la
quale di interviene in un contesto specifico. Di conseguenza l’attore esterno può avere un apparente
comportamento cooperativo, o di semplice coordinamento o addirittura coabitativo, come si spiega all’interno
della teoria delle 5C.
Possiamo dire quindi che attraverso un progetto si entra in un contesto per forzarne la struttura e le relazioni
esistenti, rompendo equilibri e favorendone la creazione di nuovi, auspicabilmente migliori. Evidentemente non si
può parlare di neutralità e imparzialità della cooperazione allo sviluppo e allo stesso tempo promuovere
l’empowerment.
7.4.5. Il partner locale
Uno degli accorgimenti metodologici dell’aiuto è il partenariato con le istituzioni locali. La scelta del partner locale
dipende dalle caratteristiche dell’agente esterno, dal tipo di approccio adottato e quindi dalla filosofia dell’aiuto
oltre che dalle caratteristiche del progetto e del contesto.
Dal punto di vista dell’agente esterno, possiamo considerare che un partner-risorsa sarà quello incaricato degli
aspetti tattici del progetto. Ci si rivolge a lui per la realizzazione di azioni. Un partner-metodo è colui che, in quanto
agente sociale locale di sostegno (ONG), agisce a favore dell’emergere dei corpi sociali intermedi. Un partner-
obiettivo è colui che è già un corpo sociale intermedio e che va sostenuto direttamente (associazione di base).
Per i tipi di partenariato più impegnativi quali metodo e obiettivo, si richiedono tempi lunghi. Di conseguenza
l’approccio non può essere a contratto, ma basato su un’intesa che si consolida nel tempo. Vedremo più avanti
che il fattore umano è uno degli elementi di successo o fallimento di un progetto, ragion per cui la relazione
di partnership va definita e curata in maniera particolare.
7.4.6. Il dosaggio delle risorse esterne
L’argomentazione è quella che bisogna ritirarsi subito dopo il progetto, per lasciare spazio al protagonismo locale
ed evitare così la dipendenza dall’esterno. Da parte nostra noi suggeriamo piuttosto di accompagnare nel lungo
periodo un contesto e quindi sosteniamo l’aiuto “al di là del progetto” (poiché abbiamo affermato che non esiste
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lo sviluppo di un contesto in 24-36 mesi, durata media di un progetto). Nel sostegno esterno, le risorse esterne
devono esser e intese come complementari e non alternative a quelle interne. Il dosaggio e l’accompagnamento
nel tempo serve a responsabilizzare gli attori locali, veri protagonisti dello sviluppo.
7.5. I beneficiari
Chi istruisce un progetto si trova sempre davanti ad un dilemma: scegliere un numero di beneficiari reali
all’interno di un numero maggiore di beneficiari potenziali. Le risorse sono sempre insufficienti per risolvere il
problema nella sua totalità e quindi bisogna scegliere. Ma scegliendo, automaticamente si creano i “non
beneficiari” del progetto. Cosa succede con le persone che abitano “a fianco” del beneficiario, che hanno gli stessi
problemi e che, per limiti progettuali, diventano non beneficiario? È raro vedere in un progetto una descrizione dei
non beneficiari e le cause del perché lo siano.
Un progetto riuscito dal punto di vista dei beneficiari, può comportare risultati nefasti per i non beneficiari
rimandando a volte a loro il problema che prima avevano i beneficiari del progetto. Spesso risulta importante
parlare con i non beneficiari per soppesare o conoscere meglio i beneficiari. I non beneficiari sicuramente daranno
informazioni sui beneficiari che i beneficiari stessi non daranno, perché “intrappolati” nel meccanismo dell’aiuto.
A questo punto bisogna pensare come la riuscita di un progetto sui beneficiari possa avere una ricaduta positiva
fra i non beneficiari. Lo sforzo deve andare quindi nella direzione di incidere su un gruppo di persone in modo tale
che queste creino un effetto positivo sul resto degli abitanti del contesto che hanno lo stesso tipo di problematica.
Nasce quindi un problema di “targetizzazione”.
7.5.1. La targetizzazione
«Un progetto UNICEF in Africa inizialmente trattava la problematica della denutrizione infantile, considerando
come beneficiari diretti i bambini. Il progetto forniva cibo direttamente ai bambini. Con il tempo si è capito che era
meglio avere come target le madri dei bambini e come beneficiario diretto il bambino. Il progetto in questo caso,
consisteva nell’insegnare alle mamme a preparare dei cibi più nutrienti per i loro bambini facendo un uso migliore
degli alimenti disponibili localmente».
Sulla base di questo esempio, possiamo distinguere 4 tipi di soggetti interessati da un progetto:
- Target: soggetti coinvolti nelle attività del progetto e che produrranno e/o beneficiano dei risultati.
- Beneficiari diretti: soggetti che, grazie alla relazione esistente con il target, vengono raggiunti dall’obiettivo
specifico.
- Beneficiari indiretti: soggetti che, grazie alla relazione esistente con i beneficiari diretti, vengono raggiunti
indirettamente dall’obiettivo specifico o direttamente dall’obiettivo generale.
- Non beneficiari: soggetti che abitano lo stesso contesto specifico e che pur avendo le stesse problematiche dei
beneficiari, non appartengono a nessuna delle categorie precedenti.
Nell’esempio proposto sopra, il target è la madre; il beneficiario diretto è il bambino; il beneficiario indiretto è il
padre e il non beneficiario la famiglia accanto non toccata dal progetto. La sequenza logica con cui pensare questa
targetizzazione sarebbe: bambino-madre-padre-vicino e quindi beneficiario diretto, target e beneficiario indiretto.
Per comprendere l’importanza strategica di una corretta targetizzazione è necessario essere consapevoli che
esisteranno sempre dei non beneficiari: il problema è ragionare per capire come evitare gli squilibri locali.
7.5.2. La “ratio” della targetizzazione
La ratio della targetizzazione rappresenta le relazioni numeriche che intercorrono da una parte tra il target e i
beneficiari diretti e dell’altro tra i beneficiari diretti e i beneficiari indiretti. Risulta evidente che queste due ratio o
moltiplicatori sono importantissimi. Quanto più alte sono queste ratio, tanto più il pensiero strategico alla base è
maggiore e quindi l’efficienza progettuale aumenta. In effetti, formare un presidente di una cooperativa perché
abbia una ricaduta su cento membri della cooperativa, i quali a loro volto possano diffondere gli insegnamenti
presso i dieci vicini ci porta ad un totale di mille beneficiari indiretti partendo da un solo membro che riceverà
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l’azione di formazione. Le proporzioni, vale a dire la ratio, sono rispettivamente uno-cento e uno-dieci. Va da sé
che per adottare delle proporzioni efficienti bisogna conoscere bene il contesto.
7.5.3. Gli aspetti invisibili
In tema di progettazione si presta molta, a volte troppa, attenzione agli aspetti visibili lasciati dai progetti. La cosa
fondamentale è attivare la parte “invisibile” dello sviluppo, come rendere evidente in un villaggio ad esempio, chi
impedisce agli altri di migliorare le proprie vite. Si tratta di un passaggio fondamentale per provare a modificare la
realtà in maniera autonoma e sostenibile.
7.6. L’iceberg dello sviluppo
Possiamo immaginare un iceberg all’interno del quale ci sono almeno cinque componenti fondamentali per il
miglioramento del benessere umano: l’Avere (unica parte visibile), il Sapere, il Potere, il Desiderio, e il Volere.
Vediamo in dettaglio questi cinque elementi:
- Avere: insieme di risorse e servizi (umani, finanziari e materiali) a disposizione degli abitanti di un determinato
contesto.
- Sapere: conoscenze teoriche, saper fare (capacità pratiche), saper essere (comportamenti). Il sapere può indurre
un bisogno (e quindi la richiesta di un “avere”) che fino a quel momento non esisteva.
- Potere: la capacità di decidere e di operare cambiamenti da parte di un settore o dell’insieme di beneficiari di un
contesto.
- Desiderio: si tratta del miglioramento del contesto “senza limiti” da parte dei beneficiari.
- Volere: rappresenta il “bisogno” vero. Quest’ultimo è l’impegno effettivo che una persona mette per produrre i
cambiamenti dettati dal proprio desiderio.
Mentre l’Avere e il Sapere possono essere “iniettati” all’interno di un sistema attraverso il meccanismo di aiuto
progettuale, il Potere a volte può essere anche indotto dallo stesso meccanismo di aiuto.
Un progetto produce nuovo Potere in un contesto. Bisogna vedere chi se ne appropria e ci ne fa uso. Un progetto
deve quindi aiutare a ricostruire le reti di potere locali. Creare alleanze, neutralizzare chi opprime l’oppresso.
Desiderio e Volere invece fanno parte della natura umana e riguardano la capacità di immaginare e desiderare una
società diversa.
Non bisogna però confondere Desiderio con Volere. Il bisogno nasce dall’individuo, il desiderio viene indotto dalla
socializzazione.
Questo meccanismo è fondamentale e non va trascurato nei processi di aiuto. Bisogna quindi evitare l’approccio
“standard” con i beneficiari e “dosare” l’Avere il Sapere esterno con il loro Volere manifesto ossia con la loro
capacità di fare uno sforzo che sia all’altezza del contributo esterno.
Uno degli errori che vengono commessi spesso in termini di progettazione è quello di proiettare i Desideri e non il
Volere reale del beneficiario. Ne risulta un carico eccessivo portato dal progetto che il beneficiario finirà per
abbandonare perché superiore alle proprie capacità, al proprio Volere. Peggio ancora quando l’agente esterno
proietta i propri Desideri sui beneficiari.
7.7. Il bisogno
I progetti iniziano, in teoria, a partire da ciò che viene chiamato “il bisogno” espresso dai beneficiari. Un progetto
mira a soddisfare un bisogno di una determinata popolazione. Nella scheda 1 vengono riepilogati alcuni quesiti per
comprendere la profondità del bisogno e di alcuni suoi elementi costitutivi, di fondamentale importanza
nell’individuazione degli obiettivi che determinano il successo dell’azione esterna.
7.8. I fattori di successo di un progetto: T-U-F-S

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La tecnologia progettuale, di strategia, di pianificazione, gestione e controllo si è molto evoluta negli ultimi 35
anni. Stiamo parlando di attrezzatura di natura “tecnica”, per l’appunto quello che chiamiamo fattore T. nella
riuscita di un progetto giocano anche altri fattori, quali il fattore “umano” o fattore U, il fattore “fortuna” o fattore
F e il fattore opposto ossia “sfortuna” o fattore S. I fattori F e S sono parzialmente contemplati nelle tecniche di
progettazione.
7.9. La conoscenza di un contesto
La presenza continuativa di un’agenzia in un contesto garantisce una progettualità di qualità crescente.
Una progettualità che risponde ad uno spostamento continuo del teatro operativo da parte dell’agenzia esecutrice
difficilmente può avere un’efficacia reale. Le dinamiche che intercorrono in un contesto sono tutte informazioni
che raramente si possono mappare durante uno
studio di fattibilità realizzato in pochi giorni. La conoscenza del contesto serve poi a definire i rischi e le misure che
potranno accompagnare l’esecuzione di un progetto.
7.10. I limiti dello strumento progettuale
7.10.1. Il limite economico
L’orizzonte economico proposto dall’esterno, tramite il progetto, va modulato in funzione dell’orizzonte specifico
riscontrato nel contesto. Si deve procedere quindi per “gradini”, fornendo ai beneficiari non solo le risorse
economiche (es. microcredito), ma anche la capacità di gestire quelle risorse. I gradini vanno definiti di volta in
volta dalla popolazione beneficiaria, in funzione delle maggiori conoscenze e capacità acquisite durante il processo
di sviluppo. Essi andranno quasi sicuramente negoziati con gli attori esterni al contesto, ma certamente non
imposti da questi ultimi.
7.10.2. Il limite temporale
Uno dei problemi dell’aiuto allo sviluppo risiede nell’incapacità da parte della maggior parte delle culture
beneficiarie dei progetti, di ragionare in termini temporali futuri più o meno lunghi. L’orizzonte temporale è infatti
legato a innumerevoli fattori che hanno radici culturali profonde. Allungare l’orizzonte temporale vuol dire
spingere una popolazione a rivedere l’organizzazione della propria esistenza. Uno dei plusvalori apportati da un
progetto di sviluppo può dunque essere l’allungamento dell’orizzonte temporale dei beneficiari e, perché no,
anche l’accorciamento del nostro.
7.10.3. Il limite culturale dello sviluppo
Ognuno di noi ha dei limiti oltre i quali ritiene non valga la pena fare degli sforzi ulteriori perché i benefici ottenuti
non compensano detto sforzo. Esiste una sorta di equilibrio che ciascun individuo o cultura ha nel desiderare e
volere.
7.11. I livelli strategici del progetto
Bisogna pensare che le problematiche trattate dai progetti agiscono su diversi piano logici all’interno dei quali
sono attivi attori diversi, che intervengono sostenendo delle proprie “verità”. Ma queste verità a volte sono
proprio le cause degli effetti che si cercano di risolvere con i progetti.
7.11.1. I tre livelli logici di incidenza di un progetto
Un progetto dovrebbe poter agire a tre livelli: il piano locale degli effetti, il piano locale delle cause, il piano
globale delle cause. Abbiamo quindi tre piani logici sui quali agire:
il superiore rappresenta il livello globale all’interno del quale una rete di organizzazioni di aiuto può incidere sulle
cause globali di un problema che si manifesta in un contesto.
L’intermedio rappresenta il livello locale rispetto al quale una rete di organizzazioni di aiuto può incidere sulle
cause locali del problema steso.

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L’inferiore rappresenta il livello locale sul quale una rete di interventi di aiuto allo sviluppo può incidere
effettivamente sugli effetti del problema.
A livello locale è necessario operare su due piani. Da un lato attraverso la realizzazione di una rete che possa
influenzare le cause dei problemi che si vogliono risolvere nei contesti specifici. Dall’altro attraverso la
realizzazione di progetti sul terreno, che possa influenzare il resto del contesto nel quale la problematica trattata è
attiva.
7.11.2. Progetto – programma – processo
Altro dilemma importante della cooperazione internazionale: si deve mitigare o rallentare con i progetti puntuali
l’insoddisfazione generalizzata dei beneficiari?
La risposta i trova nel sapere inserire un progetto all’interno di un “puzzle programmatico” e all’interno di una
“terapia” che sia in grado di attivare processi nei quali forze vive della società finiranno per rivolgersi a coloro che
localmente devono rispondere alle esigenze dei c.d. beneficiari. Questo significa far emergere e crescere i corpi
sociali intermedi, quello che nella letteratura sullo sviluppo viene definito empowerment. Lo sviluppo pensato a
colpi di bandi o di progetti senza respiro strategico rappresenta l’altra possibile risposta che abbiamo dato al
dilemma: rallentare o narcotizzare i “veri” processi locali.
7.11.3. La strategia politica
La strategia politica generale definisce il ruolo dell’organizzazione d’aiuto del Nord di fronte al binomio Stato-
popolazione locale. L’aiuto esterno risponde ad una rottura dell’equilibrio tra popolazione e Stato; cioè esso
sopperisce all’inefficacia dello Stato nella fornitura di beni e servizi alla popolazione. La strategia politica generale
definisce quindi se, nel ripristinare questo equilibrio, si sostiene direttamento lo Stato o la popolazione. Sono
essenziali a tale livello concetti quali: decentramento, governance (lo Stato è uno degli attori locali), governement
(strutture organizzative delle istituzioni che governano un paese), empowerment (facoltà di scleta e di decisione
da parte della popolazione).
Si possono ipotizzare 5 tipi di approcci di strategia politica generale:
1) top-down cooperazione bilaterale, multilaterale, multi-bilaterale;
2) decentrata discendente modello applicato alla cooperazione decentrata del Nord;
3) decentrata neutra strategia politica delle Ong che va dalla bottom-up, attraverso la decentrata ascendente e
arrivando anche alla decentrata neutra;
4) decentrata ascendente;
5) bottom-up.
La definizione della strategia politica inizia dalla scelta di uno dei 5 modelli proposti completata con la strategia
politica specifica, che è la sua applicazione all’interno di uno spazio geografico definito.
Quanto ai modelli di strategie politiche bottom-up e decentrata ascendente e al concetto di empowerment,
un’organizzazione dia iuto può definire un progetto insieme al partner, o appoggiare un progetto “politico” con
una propria strategia volta alla creazione di un contro-potere locale e cioè al sostegno di un gruppo particolare di
soggetti all’interno di un sistema o paese determinato.
7.11.4. La grande strategia
Se prendiamo in condierazione l’occidentalizzazione del mondo e la diffusione del marcato e della democrazia, le
grandi strategie possibili possono essere schematizzate come segue:
- Complementare: includere coloro che sono esclusi dall’occidentalizzazione nel mondo degli inclusi. Questo vuol
dire posizionare le proprie attività nella periferia della mondializzazione, arrivando là dove questa non arriva da
sola. In sintesi: proporre ed allargare l’Occidente.

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- Cooperazione: favorire la diffusione dell’Occidente creando però in parallelo una rete di resistenza all’interno
degli inclusi. In sintesi: proporre l’Occidente e trovare soluzioni alternative al suo interno.
- Coabitazione: isolamento degli esclusi per difenderli dall’avanzata dell’Occidente. In sintesi: resistere
puntualmente, creando alternative fuori da esso.
- Coordinamento: partecipare come parte dell’Occidente nel contenere i danni da esso provocati.
- Competizione: creare un mondo parallelo mettendo in rete quelli finora esclusi.
Gli operatori dello sviluppo vengono chiamati a definire a quali di queste strategie intendono contribuire con il
proprio operato e i propri progetti, sulla base della propria identità (mission) e del modello di mondo al quale si fa
riferimento (vision).
7.12. Conclusioni
Abbiamo potuto riflettere su come i progetti di cooperazione allo sviluppo possano essere visti in tanti modi
diversi. Dipende dalle capacità progettuali, dalle intenzioni, dall’onestà intellettuale, dalle risorse e dagli spazi di
manovra glocale di cui dispongono gli attori che adoperano questo strumento pieno di potenzialità ma anche di
rischi e che può diventare la “culla” o la “tomba” dello sviluppo locale.

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