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L'approccio di genere nella cooperazione allo sviluppo

il drammatico caso delle donne Afghane

di
Beatrice Gagliardo
802543
Comunicazione interculturale
III anno
Coorte 2014

Corso di Cooperazione Internazionale: spazi, approcci, politiche


Professore Egidio Dansero
Anno accademico 2016/2017

Indice

1. Introduzione
2. L'uguaglianza di genere
2.1. Millennium e sustainable development goals incontrano le tematiche di genere
2.2. L'empowerment femminile come processo necessario per la cooperazione allo sviluppo
2.3. Il gender mainstreaming come strategia nella cooperazione allo sviluppo
3. Il caso delle donne in Afghanistan
3.1 Il diritto all'istruzione
3.2 Il progetto: “Afghanistan: la cultura come sfida per la ricostruzione”
3.3. La tutela giuridica delle donne in Afghanistan
3.4. Un progetto di Cooperazione per l'effettiva tutela giuridica delle donne Afghane
4. Conclusioni
Breve premessa

In questa relazione intendo parlare della necessità globale di un approccio di genere all'interno dei
progetti di cooperazione internazionale, entrando poi nel caso specifico della condizione della
donna in Afghanistan, considerato ad oggi il posto peggiore in cui nascere donna. Si intende mettere
la lente d'ingrandimento in primo luogo sul suo livello d'istruzione e sulle reali possibilità di
emancipazione; e poi anche sull'effettiva tutela giuridica della donna, costantemente minata da una
contraddizione di sottofondo tra le disposizioni di principio (shariatiche) e le prassi quotidiane. Per
l'analisi di queste due problematiche prendo ad esempio due progetti di cooperazione
internazionale, entrambi con l'attiva partecipazione da parte di associazioni di Torino (SSF
Rebaudengo) o dalla città stessa.

Bibliografia
-Action Aid, 2015, L’Italia e la lotta alla povertà nel mondo. Un'agenda a 360°, Carocci, Roma
-De Lauri A., 2012, Afghanistan, ricostruzione, ingiustizia, diritti umani, Mondadori Università,
Milano
-Ministero degli Affari Esteri, 2010, Linee guida per uguaglianza di genere ed empowerment delle
donne
-Claudia Chiavarino, 2015, L'educazione a servizio della ricostruzione sociale: una ricerca in
territorio Afghano

Sitografia

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-
umani/2015/06/08/news/il_posto_peggiore_al_mondo_per_essere_una_donna-116395018/

http://www.osservatorioafghanistan.org/

https://adozioneadistanza.actionaid.it/magazine/donne-afghanistan-oggi/

http://pz.rawa.org/it/wom-view_it.htm

http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2016/

http://www.zeroviolenza.it/component/k2/item/6614-donne-afghanistan

https://www.eda.admin.ch/deza/it/home/temi-dsc/uguaglianza-donna-uomo.html

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2015/06/15/violenza-donne-afghanistan-corsi-formazione-
tutela-giuridica_Z7Lf2WrwSKLrM9GD0EeVpK.html?refresh_ce
1. Introduzione

Ormai è diventato all'ordine del giorno parlare di genere in svariati contesti, concetto elabrato sin
dai primi anni '70 e con il tempo divenuto sempre più importante soprattutto quando si parla di
cooperazione allo sviluppo, ambito nel quale questo tema ha acquisito una centralità notevole dagli
anni '90 in poi a causa delle copiose violenze subite dalle donne durante la guerra in Rwanda e nei
Balcani.
Dalla seconda metà degli anni '90 vi è stata una crescita di sensibilità da parte degli enti locali e
delle Regioni verso la dimensione di genere nelle attività di cooperazione. Questa realtà si è
accompagnata con la crescente attività delle associazioni delle donne, che hanno in molti casi
stimolato l’intervento delle istituzioni locali, Comuni, Province e Regioni, insieme all’impegno
dell’Unione europea per il finanziamento di iniziative rivolte alle donne, in particolar modo nelle
aree colpite da conflitti.
Nascere donne implica praticamente sempre, per un motivo o per un altro, una condizione di
svantaggio, che era percepibile nei secoli scorsi, ma lo è ancora oggi nonostante l'era del progresso
e dell'universalismo; parlo di un universalismo che appiattisce e senza eliminare le differenze si
preoccupa di nasconderle abilmente.
Ad esempio, si può parlare di estensione di diritti giuridici alle donne facendola passare come una
pari opportunità concessa, quando invece potrebbe proprio essere il trattamento di queste ultime
secondo i parametri del genere maschile a generare disagio e svantaggio a queste ultime.
Nel caso dell'Afghanistan la questione si fa più complessa poichè lo scenario giuridico può essere
descritto in termini di pluralismo in cui coesistono, spesso in maniera conflittuale, più sistemi di
riferimento di ordine normativo: le consuetudini, i principi shariatici, la legge statale e i principi
derivati dagli standard internazionali di diritto.

2. L'uguaglianza di genere

Risulta costante il parallelismo tra tematiche di genere e povertà, è quindi fondamentale da parte dei
progetti di cooperazione allo sviluppo adottare un approccio basato sull'empowerment femminile,
ma soprattutto focalizzando sempre come streategia su quella del gender mainstreaming.
Temi come l'empowerment delle donne e l'equità di genere sono dal 2006 parte della più ampia
Riforma delle Nazioni Unite per la definizione di una nuova "architettura di genere" basata su
un'unica gender entity al fine di assicurare una maggiore efficacia delle risorse destinate al 3°
Millennim Development Goals. Inoltre dal 2008 l'empowerment delle donne e le tematiche di
genere sono tornate ad essere uno degli obiettivi primari della cooperazione italiana.
L'affermazione dei diritti della donna anche in territori dove questo risulta maggiormente difficile
per il contesto economico, politico e sociale, è fondamentale per ottenere risultati positivi nell'ottica
della cooperazione allo sviluppo.

Gender Gap Index 2015, da World Economic Forum


Come possiamo notare dalla mappa qui sopra sono ancora rari i casi di equità tra i generi, che sono
stabiliti secondo i parametri della condizione economica, dell'accesso all'istruzione, del livello di
salute e di partecipazione alla vita politica. Ad eccezione appunto dei Paesi Scandinavi, dove la
partecipazione delle donne alla politica è quasi uguale a quella degli uomini, sono nella media i casi
in cui, nonostante questo obiettivo non sia stato ancora raggiunto, si hanno comunque pari
opportunità a livello di accesso alla sanità e all'istruzione. Purtroppo però esistono ancora anche
posti come l'Afghanistan, lo Yemen o la Nigeria, dove si è ancora lontanissimi da questa
prospettiva.

2.1. Millennium e sustainable development goals incontrano le tematiche di genere

Tra le aree prioritarie per la realizzazione del 3° Millennim Development Goal, che si preoccupa di
promuovere la parità tra i sessi e l'autonomia delle donne, compaiono:
• occupazione e attività economiche;
• governance e diritti umani;
• parità di accesso all'istruzione primaria e secondaria da parte di uomini e donne;
• lotta alla violenza contro le donne;
• proporzione dei posti occupati dalle donne nei parlamenti e nei governi nazionali.

Il 5° Millennium Development Goal invece si preoccupà di mortalità materna concetrandosi su


tematiche quali:
• tasso mortalità materna e percentuale di nascite seguite da personale medico preparato;
• diffusione dei metodi di contraccezione;
• tasso di maternità giovaile;
• accesso universale alla salute riproduttiva.

Nel 2015, allo scadere degli accordi per gli Obiettivi di sviluppo del Millennio (MDG), l'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite ha adottato l'Agenda 2030, con la fissazione di 17 obiettivi che vanno
sotto il nome di Sustainable Development Goals (SDG).

L'incontro tra tematiche di genere e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile è anche qui inevitabile, al 4°
SDG si parla di parità di diritti all'istruzione menzionando:
• alfabetizzazione e abilità di calcolo per tutti gli uomini e le donne;
• parità di accesso all'istruzione a tutti i livelli per uomini e donne;
• educazione ai diritti umani e all'uguaglianza di genere.

Il 5° Sustainable development Goal parla propriamente di uguaglianza di genere e emancipazione di


tutte le donne, citando:
• eliminazione di discriminazioni e stigmatizzazioni;
• eliminazione di ogni forma di violenza contro le donne;
• eliminazione di tutte le pratiche dannose (matrimoni forzati e mutilazioni genitali);
• effettiva partecipazione e pari opportunità di accesso alla vita politica del proprio paese;
• accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva;
• adozione di politiche e leggi per l'uguaglianza di genere e l'empowerment femminile;
• pari diritti di accesso alle risorse economiche.

Per quanto siano questi i punti in cui principalmente compaiono tematiche di genere, è significativo
come queste ultime attraversino in maniera trasversale tutti gli obiettivi posti.
Per raggiungerli risulta necessario, prima di preoccuparsi che ci sia un'equa distribuzione delle
risorse, analizzare e valutare l'impatto che certe disuguaglianze hanno sulle donne e sugli uomini.
I settori di intervento del DCGS sono stati il dialogo tra società civile e istituzioni per una
programmazione condivisa; l’empowerment delle donne, inteso come capacità di agency,
soprattutto a partire dal contesto locale; la lotta alla violenza, sessuale e di genere, contro le donne;
la salute, in particolare quella riproduttiva, e il sostegno alle donne nei paesi in situazione di
conflitto; adottando per questi temi programmi specifici.

2.2. L'empowerment femminile come processo necessario per la cooperazione allo sviluppo

In questo scenario le donne stesse non sono sicuramente degli attori passivi, e sebbene necessitino
in molti casi di un aiuto, da parte dell'APS, parlando di empowerment delle donne si tratta pittosto
di un aiuto a promuovere la capacità delle donne di articolare la loro visione e di esercitare un ruolo
decisionale nei processi di sviluppo.
Letteralmente empowerment significa acquisire potere, processo che avviene sì con una maggiore
fiducia di sè, che però può essere acquisita solo grazie all'educazione e all'informazione, due di quei
fondamentali diritti che in molti paesi alle donne vengono negati.
Come definito sopra, la capacità di agency femminile di cui si parla è quella che renderebbe le
donne fiduciose in sè stesse, a livello sia individuale che collettivo, criticando la tendenza a
considerare in modo omogeneo le donne dei paesi in via di sviluppo come delle vittime. Questa
dimensione di protagonismo femminile necessita di fuoriuscire per l'esercizio di una cittadinanza
piena e attiva, trasformando la società e realizzando i diritti umani.
Questo perchè per il raggiungimento di pari opportunità da parte delle donne, c'è bisogno che esse
siano le protagoniste di questa battaglia, e che l'adozione di nuove politiche avvenga tramite
processi bottom-up e tramite la riappropriazione, da parte della categoria femminile, della loro
stessa essenza; e non tramite paternalistiche concessioni dall'alto di diritti che già apparterrebbero
all'essere umano.

2.3. Il gender mainstreaming come strategia nella cooperazione allo sviluppo

Mentre con il termine empowerment delle donne si intende un processo che ha come obiettivo
quello di rendere la figura femminile in grado di partecipare ai processi decisionali in ambito
politico, sociale ed economico, il gender mainstreaming è piuttosto una strategia trasversale che si
riferisce ad aspetti diversi e problematiche specifiche, comprendendole tutte.
Il concetto di gender mainstreaming viene definito dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni
Unite come un obiettivo primario in tutte le aree di sviluppo. Si tratta di una strategia a livello di
sistema che esprime una più precisa volontà politica e la cui efficace applicazione si esplicita
nell'allocazione di risorse adeguate e se necessario aggiuntive per quanto riguarda l'aiuto umanitario
e finanziario.
Il gender mainstreaming non sostituisce assolutamente la necessità di azioni legislative o di pratiche
e programmi specificatamente dedicati alle donne, ma è uno sfondo di comprensione sempre
necessario. La partecipazione paritaria di donne e uomini a tutti i livelli della società, svolge un
ruolo essenziale nel garantire sviluppo e democrazia.
Nonostante molte iniziative siano innovative e portino benefici alle donne che vi prendono parte
direttamente, non riescono tuttavia ad avere un impatto sufficiente sulla distribuzione dei servizi o
delle risorse e pertanto non risultano sufficienti per ridurre le disparità tra uomini e donne.
Il mainstreaming di genere mette in discussione tali politiche ed il modo in cui vengono assegnate le
risorse. Riconosce la forte correlazione tra lo svantaggio relativo delle donne ed il vantaggio
relativo di cui godono gli uomini. Si concentra sulle differenze sociali tra uomini e donne,
differenze apprese, modificabili nel tempo, e variabili da cultura a cultura
La causa fondamentale del problema risiede nelle strutture sociali, nelle istituzioni, nei valori e nelle
convinzioni che danno vita e perpetuano lo squilibrio esistente tra uomini e donne. Il problema non
è solo quello di “aumentare” il numero di donne in una serie di processi, ma di modificarli per dare
spazio al coinvolgimento sia delle donne che degli uomini.
3. Il caso delle donne in Afghanistan

Per quanto le condizioni di vita delle donne Afghane siano migliorate rispetto ai tempi del regime
Talebano, grazie agli aiuti da parte di ONG e varie forme di associazionismo femminile, c'è ancora
molto da fare soprattutto per quanto riguarda la libertà delle donne, a cui viene spesso impedito di
andare a scuola o all'università o al lavoro.
Secondo l'Osservatorio Afghanistan del C.I.S.D.A. (Coordinamento Italiano a sostegno delle donne
Afghane), questa terra viene definita il posto peggiore in cui nascere donna.
Secondo i dati del 2015 del Human Rigts Watch l'85% delle donne afghane è senza istruzione, la
metà si sposa prima dei 16 anni, ogni due ore muore una donna dando alla luce un figlio, i casi di
violenza sono cresciuti del 25% solo nel 2014, e sempre nel 2014, 120 donne si sono date fuoco.
Con la conferenza di Bamako "Donne protagoniste in Africa Occidentale" del 2007 sono
incrementati notevolmente gli interventi della DCGS per la realizzazione del Terzo Obiettivo del
Millennio, ovvero l'uguaglianza di genere e l'empowerment delle donne, con l'avvio di UTL (Unità
tecniche locali) per un dialogo politico sulle tematiche di genere in territori in cui vi è un forte
Gender Inequity Gap, come ad esempio l'Afghanistan.
Rilevante è inoltre la presenza di esperti di genere e sviluppo all’interno delle Unità Tecniche
Locali, principalmente in Africa Subsahariana e in: Afghanistan, Libano e Palestina. La presenza
delle gender advisor facilita il mainstreaming delle tematiche legate all’empowerment delle donne e
all’uguaglianza di genere, nei singoli paesi, e certamente è degno di rilievo come in molti paesi
(Libano, Senegal, Palestina) l’Italia abbia raggiunto il livello di capofila per queste tematiche.
C'è uno stretto legame tra la violenza che le donne afghane sono costrette a subire e i diritti che
vengono loro sistematicamente negati, quali l'obbligo a sposarsi precocemente e spesso con uomini
più grandi, spesso al fine di sanare i debiti dei loro familiari, e il diritto all'istruzione.
Spesso accade che, come nel caso dell'Afghanistan, l'affermazione dei diritti delle donne e del loro
ruolo nei contesti di sviluppo, è reso particolarmente difficile dal contesto culturale, economico e
sociale. E nonostante siano molte le donne che stanno lavorando per raggiungere una propria
indipendenza, l'obiettivo è ancora lontanissimo. Per ottenere l'indipendenza serve
l'autosostentamento economico, per avere il quale serve un buon lavoro, che non è possibile trovare
senza una buona istruzione.

3.1. Il diritto all'istruzione

Accade all'ordine del giorno in questo Paese che qualcuno prenda di mira i diritti delle donne
appellandosi alla Sharia, la legge islamica, non solo i talebani o i fondamentalisti, ma tutti gli
islamisti, che si proclamano avvocati difensori di un sistema politico islamico.
Durante il periodo del governo talebano il diritto delle donne di partecipare alla vita sociale,
economica, culturale e politica del Paese è stato ridotto e poi negato. Le donne sono state
completamente private del diritto all'istruzione, al lavoro, alla salute, di spostarsi se non
accompagnate da un parente stretto di sesso maschile e moltissime altre privazioni che hanno reso
la vita disumana a questa categoria.
La guerra del 2001 ha tolto il potere ai talebani, portando un miglioramento per le 4 donne in alcune
parti del Paese, dove esse sono libere di andare a scuola e a lavorare. Tuttavia, la situazione resta
molto difficile in altre zone, dove l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla vita sociale rimangono
preclusi alle donne (la percentuale della alfabetizzazione tra le ragazze attualmente non supera il
7%).
Gli indicatori del sistema educativo in Afghanistan sono tra i più bassi al mondo, con uno tra i
massimi gap tra l’accesso all’istruzione della popolazione maschile e quella femminile e una
marcata disparità tra la zone urbane e rurali. Vi è inoltre un altissimo tasso di abbandono della
scuola: più della metà dei bambini in età scolare non termina il primo ciclo di istruzione.
3.2. Il progetto: “Afghanistan: la cultura come sfida per la ricostruzione”

Un ruolo importante nel processo di ricostruzione del sistema scolastico afghano è svolto dalle
organizzazioni non governative (ONG), ciò tuttavia non sembra ancora sufficiente a garantire un
reale diritto all’istruzione. Gli interventi di sostegno esterno, pur dando un contributo sostanziale al
miglioramento delle condizioni del Paese, richiedono tuttavia ulteriori sforzi per favorire
l’attivazione di un processo di cambiamento che scaturisca dall’interno, direttamente dalla
popolazione, per potersi radicare sul territorio. A tal fine occorre innanzitutto approfondire la
conoscenza relativa alla percezione della popolazione su tali temi per poter individuare adeguate
strategie di intervento.
Sulla base di questa consapevolezza, nel 2010 è stato avviato il progetto internazionale
“Afghanistan: la cultura come sfida per la ricostruzione”, realizzato in collaborazione con la
University of Herat (Afghanistan), la Strathclyde University – Glasgow (Scozia), l’associazione
Peacewaves International Network (Roma, Torino) e la SSF Rebaudengo (Torino), affiliata all’UPS
di Roma. La University of Herat ha ad oggi 14 facoltà e più di 40 dipartimenti ed è uno dei centri
universitari più importanti dell’Afghanistan: nel 3 suo complesso si dedica a generare conoscenza e
condurre ricerca per costruire una società prospera e attenta all’importanza dell’educazione.
Il progetto “Afghanistan: la cultura come sfida per la ricostruzione” si propone di esplorare,
attraverso un questionario e alcuni focus group da realizzare in più province afghane, la percezione,
le opinioni e i suggerimenti da parte della società civile afghana, su alcuni temi di attualità
importanti per il Paese, anche legati ai Millennium Development Goals sanciti dalle Nazioni Unite
nel 2009, in particolare la diffusione della presenza attiva della donna nella società afghana e la
costruzione di percorsi di educazione aperti a tutti.
Obiettivo generale del progetto è favorire la ricostruzione pacifica del tessuto sociale
dell’Afghanistan, attraverso un fattivo coinvolgimento delle donne e degli uomini e attraverso
l’investimento nella formazione e nell’istruzione, in particolare delle donne. La promozione della
partecipazione attiva al processo di cambiamento dei ruoli nella società afghana è inteso come
restituzione di un ruolo attivo ai cittadini/e, attraverso l’espressione delle proprie idee e opinioni.
Per quanto riguarda l’impatto sociale del sistema educativo, la condizione dell’istruzione viene
percepita come migliorata rispetto alla situazione precedente, con una diffusa consapevolezza
dell’importanza per lo sviluppo del paese di riuscire a garantire il diritto all’istruzione a tutti i
cittadini.
Per quanto riguarda la parità di genere nell’educazione, si riconosce che l’educazione è altrettanto
importante per entrambi i sessi, ma a livello operativo emerge come non ovvio il metodo per
implementare questa consapevolezza nelle modalità e nelle strategie di gestione del sistema
educativo. La popolazione ritiene, infatti, che allo stato attuale femmine e maschi non abbiano
ancora uguale possibilità di accesso all’istruzione e che il problema della sicurezza renda difficile
l’accesso alla scuola per le bambine e le ragazze; è ritenuto problematico anche il fatto che le
ragazze frequentino scuole in cui insegnano anche degli uomini. Ad esempio, l’89.4% dei cittadini
ritiene che l’educazione sia ugualmente importante per i maschi e per le femmine, ma solo il 67.2%
pensa che sia corretto che le ragazze frequentino scuole in cui fra gli insegnanti ci sono degli
uomini.
La differenza tra i generi è piuttosto sensibile su questo argomento, con un atteggiamento più
favorevole da parte delle donne sia verso il diritto all’istruzione per tutti, sia verso la possibilità da
parte delle donne di essere educate da insegnanti uomini. Si evidenziano delle differenze anche
rispetto al luogo in cui gli intervistati vivono, con un atteggiamento più conservatore da parte delle
persone che vivono nelle zone rurali rispetto a coloro che vivono nelle aree cittadine.
È doveroso evidenziare che questi dati provengono da un campione che, per quanto ampio e
rappresentativo della popolazione afghana per genere, etnia e area di residenza, è tuttavia
relativamente giovane e dotato di un buon livello di istruzione. Dunque, è possibile che il quadro
che emerge sia in qualche modo più “ottimistico” rispetto alla situazione reale del Paese.
3.3. La tutela giuridica delle donne in Afghanistan

Il pluralismo giuridico citato al punto 1. ha una valenza analitica perchè nella quotidianità i sistemi
di riferimento normativo tendono a fondersi, innescando spesso dinamiche conflittuali. Dal punto di
vista normativo si tratta di macrolivelli che è possibile scindere, ma nella quotidianità questi
agiscono simultaneamente, e anche i giudici agiscono negoziando fra le influenze dei modelli di
giustizia e i riferimenti alla sfera consuetudinaria.
Una sorta di confusione relativa all'intreccio fra consuetudini e principi islamici è spesso evidente
anche nei rapporti delle agenzie internazionali. Un esempio di discrasia fra consuetudini e
disposizioni di principio (shariatiche) è rappresentato dal reato di zina, la relazione
extramatrimoniale che, se commessa in determinate circostanze, è soggetta alle pene hudud (pene
molto severe, quasi sempre corporali, come ad esempio la flagellazione). Studiosi di diritto coranico
affermano che la shari'a prevede che tale reato debba essere confermato dalla testimonianza oculare
di quattro uomini considerati sani di mente dal giudice, onesti e maggiorenni. Il rigido rispetto di
queste condizioni rende il reato di zina pressochè impossibile da confermare.
In Afghanistan ciò che generalmente accade, nei tribunali o nelle assemblee, è che le donne
accusate vengono punite per il reato di zina anche senza il rispetto delle condizioni previste. E
queste punizioni non vengono legittimate mediante il riferimento a un preciso sistema normativo,
ma si inscrivono in una economia delle relazioni sociali governata da meccanismi di compensazione
e riparazione.
Da un intervista al giudice Arif del Provincial Office di Kabul del 10 ottobre 2006:

"Quando parlo di legge parlo delle leggi che sono in forza in Afghanistan. Oltre alla Costituzione il
punto di riferimento nel mio lavoro è la shari'a. Il lavoro di un giudice deve sem're essere in armonia
con i sacri insegnamenti dell'islam. [...] Io so che le persone non sono libere di fare denuncia,
soprattutto le donne. Pensa per esempio ai casi di scioglimento del matrimonio. Ci sono diverse
possibilità. [...] Quale che sia il caso, il giudice ha il difficile compito di valutare le intenzioni degli
sposi e di capire quali siano i reali motivi per cui uno o entrambi chiedono lo scioglimento del
matrimonio. Può succedere che una donna chieda lo scioglimento per un certo motivo, ma la vera
ragione è che il marito la picchia.
Però molti giudici riconoscono lo scioglimento del matrimonio solo se è il marito a chiederlo, e così
non rispettano la shari'a. E' una questione controversa nel diritto musulmano, il ripudio, con cui si
ottiene il divorzio. Per questo molte donne non vogliono neanche correre il rischio di fare denuncia
quando il marito è molto violento. [...]
Io credo che i due principali problemi del sistema giudiziario siano la mancanza di professionalità di
molti giudici e la mancanza di strutture. E poi è necessario aumentare lo stipendio dei giudici: io
guadagno circa sessanta dollari al mese. Quando non hai i soldi per mantenere la tua famiglia è facile
abbandonare ogni senso del dovere [...].
La Coorte Suprema dovrebbe impedire a giudici impreparati di decidere il destino della gente. Ma
anche nella Coorte Suprema ci sono giudici senza formazione in legge assunti per motivi politici [...].
Se un giudice non può fare il suo lavoro in maniera corretta, come fanno le persone a credere nel
sistema giudiziario?" (De Lauri A., 2012)

Queste parole sollevano sicuramente diverse questioni, tra cui l'ineguaglianza e la corruzione. I
giudici risultano comunque tendenzialmente orientati a non turbare l'ordine sociale di gerarchie e
prassi consolidate.
In Afghanistan come possiamo vedere non è alquanto scontato per una donna il diritto a ricorrere
alla legge, la sua testimonianza vale la metà di quella di un uomo, una donna non può far ricorso a
un tribunale direttamente, ma solo attraverso un membro scelto della sua famiglia.
Nel marzo 2009 e stata approvata dal parlamento dell’Afghanistan e firmata dal presedente Hamid
Karzai, una nuova legge. Questa legge regola lo status personale di minoranza in Afghanistan dei
membri della comunità Scia, comprese le relazioni tra uomini e donne, il divorzio e diritti di
proprietà.
La legge, fortemente criticata dai gruppi per i diritti umani e dai paesi occidentali, come dicono (le
Nazioni Unite) "legalizza lo stupro coniugale". Questa legge dice che le donne non possono lasciare
le loro case senza il consenso dei loro mariti, un marito può avere rapporti sessuali con la moglie
ogni volta che vuole, dà il diritto di divorzio all’uomo, non alle donne, permette la poligamia e
legalizza l'età del matrimonio a 16 anni per le ragazze e 18 per i ragazzi.

3.4. Un progetto di Cooperazione per l'effettiva tutela giuridica delle donne Afghane
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Il progetto "Rendere effettiva la tutela giuridica delle donne in Afghanistan" nasce con l'obiettivo di
creare una nuova cultura della legalità per contrastare la violenza sulle donne, in un Afghanistan
nuovo e democratico, nel quale l'affermazione di un nuovo Stato di diritto garantisca il rispetto di
ogni uomo e ogni donna.
Si tratta di un progetto che è stato promosso dalla Città di Torino nel 2015 con il sostegno della
direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Affari esteri, in
collaborazione con Minerva, Law International e l’organizzazione afgana "Ssspo" e finalizzato
totalmente all'empowerment femminile in una situazione di completa oppressione. Si tratta di una
priorità a livello globale la capacità di formare magistrati, procuratori, operatori di polizia;
rappresenta un passaggio fondamentale per prevenire discriminazioni e violenze contro le donne.
Ghazalan Koofi, rappresentante di Ssspo, ha illustrato il lavoro svolto nel corso degli anni in
Afghanistan contro la violazione dei diritti delle donne e a sostegno del delicato processo di pace,
sottolineando in particolare,come il progetto "aumenterà le competenze giuridiche col fine di
rafforzare gli strumenti per combattere l’attuale stato di impunità, assicurando alle donne una
effettiva tutela Considerazione altrettanto importante è che i benificiari diretti saranno 50, ma in
realtà ne beneficerà l’intera provincia del Badakhshan".
Si tratta del primo progetto italiano di cooperazione decentrata sul tema della tutela giuridica delle
donne in una provincia difficile come quella del Badakhshan. Questo a dimostrazione del fatto che
il problema della violenza sulle donne è un problema trasversale che riguarda l'Afghanistan e tutto il
mondo e che, il reale sviluppo di un paese in trasformazione passa anche attraverso la tutela
effettiva e la garanzia della dignità delle donne.

4. Conclusioni

Ad oggi è sempre più evidente il costante intreccio tra le tematiche di genere e quelle legate allo
sviluppo, siamo arrivati alla consapevolezza del fatto che le donne sono necessarie con una
partecipazione attiva per lo sviluppo e il reale progresso del sistema economico sociale.
Per questo motivo risulta fondamentale per una buona analisi l'adozione del gender mainstreaming
come strategia osservativa e poi d'azione. Implementare l’approccio di genere non è una scelta
politica o ideologica, è prima di tutto una scelta di efficienza, che riguarda tutte le organizzazioni, le
azioni di sviluppo, umanitarie o in aree di conflitto.
Un esempio come l'Afghanistan dove il ruolo di uomini e donne è declinato in modo molto diverso
dalle aree di provenienza dei cooperanti, se non ci sono competenze di genere si possono non solo
non raggiungere gli obiettivi del programma, ma anche causare danni gravi. Ad esempio se un
operatore maschio prende contatti con una operatrice locale donna in un contesto sbagliato si rischia
non solo di fallire ma anche di mettere a rischio l’incolumità della donna in un paese dove una
percentuale altissima di donne è in carcere per reati morali.
L’approccio di genere è fondamentale per operare nel modo giusto nel contesto relativo, ed evitare
errori grossolani. Le donne, marginalizzate dai poteri forti, hanno spesso sviluppato pratiche
alternative nell’ambito del peacebuilding o dei processi di sviluppo, per questo conoscere e
valorizzare queste pratiche può fare la differenza.