Sei sulla pagina 1di 3

5.

ENTRARE NELLA TOTALITÀ DELLA REALTÀ

Da questa concezione di cultura e di ecumenismo nasce la necessità di una educazione totalmente


diversa. Il compito di una formazione cristiana è di educare l'umano in tutte le sue dimensioni. La
compagnia cristiana, intesa come dimora dell'umano, introduce persuasivamente,
pedagogicamente e sistematicamente nel paragone con la realtà fino ai suoi estremi confini,
ridestando e sostenendo l'insieme di domande e di evidenze originarie che costituiscono il nostro
cuore. Essa ci insegna a vagliare tutto e a trattenere ciò che è buono: ci educa. Che significa
educare? Educare significa aiutare l'animo dell'uomo ad entrare nella totalità della realtà.

C'è un punto di partenza che rende più facilmente comprensibile questa definizione. Esso consiste
nel fatto che la ragione è coscienza della realtà, emergente nell'esperienza, secondo la totalità dei
suoi fattori. 89 Se non si trattasse della totalità non si potrebbe parlare di razionalità. Se la ragione
diviene un definire la realtà a prescindere dalla totalità, allora essa è presunzione, pretesa,
dilatazione impropria di quel che si conosce, riduzione, strozzatura, premessa per l'ostruzionismo
alla libertà. Rendere conto del reale secondo la totalità: per questo l'uomo si deve sempre sentire,
sinceramente e umilmente, in ricerca. Quanto più viva e umile è questa ricerca, tanto più
intelligente sarà anche il risultato, perché l'uomo implicherà nel suo impegno, nella sua opera,
tutto ciò che trova di positivo e di consentaneo. Chi si illude di avere già trovato tutto, di non avere
più nulla da scoprire, rischia di abbandonare al nulla, lungo la sua strada, proprio gli incontri che
possono essere più significativi. Per questo, uno che « sa già » che la sua religione è sufficiente non
incontrerà mai Gesù Cristo, anche se gli si presentasse a casa, bussando alla porta, sedendosi al
tavolo e parlando, come con Giovanni e Andrea, per due o tre ore. Non capirà mai! Educare è
aiutare a capire i fattori della realtà nel loro moltiplicarsi fecondo fino a una totalità che resta
sempre il vero orizzonte della propria azione. Non occorre essere Leopardi e scrivere l'inno Alla
sua donna 90 per comprendere che la donna amata è l'inizio di un cammino verso un orizzonte che
sta dentro il rapporto con lei, ma è più grande, va oltre essa. La donna è così segno di un ideale più
grande di bontà, di bellezza, di amore. Questo orizzonte più grande deve presiedere a ogni attività
dell'uomo, altrimenti l'attività stessa è coartata, come gestione del reale e, quindi, come offerta alla
società e utilità per tutti. Parlare di « totalità » sembra astratto; ma chi non ha percepito
l'amorevolezza con cui questa parola gli giunge e la concretezza in cui essa può e deve tradursi, è
ben lontano da quella « realtà » di cui créde di esser maestro. Per esempio, un uomo potrebbe dire
ai suoi figli: « Guardate me, guardate come io lavoro! » . Ma i figli, avendo magari incontrato una
certa compagnia che li ha risvegliati in una educazione adeguata, rispondono o pensano, se non
riescono a dirlo: « Eh, papà! Tu non puoi fare diversamente, perché sei stato educato così, ti sei
educato così, ma le cose richiederebbero un'altra impostazione, vorrebbero altro! » . Educare
significa mantenere viva questa ricerca di « altro » . L'orizzonte per cui l'uomo si muove, qualsiasi
cosa faccia, è infatti l'infinito. L'uomo, agendo, si apre a un orizzonte che sta dentro a ciò che egli
individua come suo scopo, fino a oltrepassarlo, fino all'oltre; tutto è, così, « sfondato » dal rapporto
costitutivo del cuore dell'uomo, che è il rapporto con l'infinito. Un'azione, qualsiasi azione ( san
Paolo dice: « il mangiare e il bere » , l'esempio più banale che poteva utilizzare; « il vegliare » , che
complessità!, e « il dormire » , che semplicità, fin quasi a raggiungere il nulla; « il vivere e il morire
» ), è per la gloria umana di Cristo. 91 L'uomo è rapporto col Mistero eterno della Trinità, che noi
conosciamo attraverso l'umanità di Cristo. È il rapporto con l'umanità di Cristo che ci permette di
tenere l'occhio e il cuore aperti al vero scopo per cui nostro padre e nostra madre ci hanno
concepito, per cui nostra madre ci ha fatto nascere: vivere il rapporto con l'Infinito. Per questo,
diceva Dante, « ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si quieti l'animo, e disira; / per
che di giugner lui ciascun contende »

L'uomo tende a verificare nella sua vita tutte le implicazioni dell'Infinito stesso, secondo la
pienezza che questa Presenza suggerisce al cuore. Educare alla libertà Non si può educare se non
rivolgendosi alla libertà, impegnandola alla responsabilità e all'azione. La libertà definisce l'io: è
già tutta presente quando l'uomo dice « io » , è tutta in questo dire « io » . Ma la libertà è anche ciò
a cui si deve educare. 93 Normalmente si pensa — amaramente, tristemente - alla libertà come
assenza di legami. È una tentazione che hanno avuto gli uomini di tutti i tempi. Gli apostoli,
quando hanno sentito Gesù affermare che il matrimonio era indissolubile, per bocca ancora di
Pietro hanno detto: « Ma se è così, non conviene più all'uomo sposarsi! » . 94 Se la libertà è assenza
di legami, allora vuol dire, per esempio, che il rapporto con la donna è alla mia mercé, e viceversa.
Oppure si pensa alla libertà come fare quel che pare e piace. Ma esistenzialmente verifichiamo che
non è così: come ci si allarma quando i figli, ancora bambini o quasi, pretendono di battere le
strade che vogliono, di usare il tempo come vogliono, di scegliere secondo i loro interessi! È questo
aspetto che sant'Agostino coglie osservando che l'uomo segue sempre la delectatio victrix, 95
l'attrattiva vincente, l'attrattiva più forte. Ma, per la mentalità dominante, seguire questa attrattiva
significa di solito seguire l'istinto. Normalmente infatti l'istinto è più forte, la reazione è più forte,
sempre favorita dalla scelta che l'intelligenza compie in funzione del proprio comodo o del proprio
interesse. Libertà è dunque fare quel che pare e piace? No! La libertà non è questo.
Sperimentalmente, anche psicologicamente, l'uomo si sente libero, veramente libero, non quando
fa quel che gli pare e piace, ma, più acutamente, quando è soddisfatto, quando una cosa lo
soddisfa ( satis facit), lo compie. Ma che cosa può compiere l'uomo? « Quid animo satis? » , 96 si
chiedeva san Francesco d'Assisi. Che cosa può bastare all'anima? Solo il rapporto con l'infinito! La
libertà non è ciò che giustifica l'agire dell'uomo entro i termini con i quali misura la realtà. Quando
l'uomo diventa « misura di tutte le cose » , quello che non sa misurare è come se non ci fosse. La
libertà non è l'esercizio di una misura che restringe il reale tra quattro mura, siano esse piccole
come quelle di una stanza o grandi come quelle dell'universo; perché l'universo è sempre una
stanza, allargata indefinitamente, se si vuole, ma è una stanza, « la terrena stanza » 97 di Leopardi.
E come uno soffoca stando in una stretta stanza sempre a letto ammalato per giorni e giorni, così
soffoca nel guardare il cielo, la terra e il mare, se li guarda come limitati. La morte è il simbolo di
tutto questo: limite supremo. La libertà non è l'attività che l'uomo svolge prendendo se stesso come
misura delle cose, come spazio in cui essere padrone, ma è adesione a una realtà che non ha mai
finito di essere inquisita, in cui l'occhio non finisce mai di penetrare, vivessimo anche mille anni.
Anzi, dopo mille anni saremmo ancora più pervasi dal senso di timore che viene pensando alla
nostra limitatezza di fronte all'immensità dell'origine delle cose, all'incommensurabilità del
Mistero - delle cose e dell'universo come mistero.

La libertà è quel livello della natura in cui la natura diventa capace di rapporto con l'infinito, dice «
Tu » a questa ineffabile, incomprensibile, inimmaginabile presenza senza la quale non è
concepibile nulla, perché nulla si fa da sé. Non c'è nessuna evidenza più imponente di questa. In
questo istante, la cosa più evidente a me, secondo la mia maturità, più evidente ancora del fatto
che io ci sia, che io esista, è che non mi faccio da me. L'aspetto più vivo della percezione del mio
esistere è che non mi faccio da me: 98 non mi do neanche un capello del capo, come diceva Gesù."
La libertà vera è dunque la capacità che l'uomo ha di aderire all'essere: non solo di decidere, ma di
approvare l'essere e di aderirvi. 100 Nasce così un connubio, uno sposalizio profondo, come
concezione del rapporto fra l'io e tutto ciò che lo circonda, fra l'io e tutto l'universo: è una
immagine sponsale universale. Ora, proprio questa libertà, tesa ad abbracciare sempre più la
realtà, diventa fattore di ripresa nel momento in cui si blocca la conoscenza delle cose e quindi
l'impostazione della propria opera entro l'angustia di una propria misura del mondo, quando cioè
l'azione avviene senza il senso di quell' « oltre » che sta dentro e dietro tutto ciò che l'uomo
brandisce. La libertà infatti ci rende più attenti a ogni richiamo e a ogni correzione, nel senso
etimologico sottolineato ( reggersi insieme). Quanto più uno ama la perfezione nella realtà delle
cose, quanto più ama le persone per cui fa le cose, quanto più ama la società per cui realizza la sua
opera, di qualunque genere, tanto più è per lui desiderabile essere perfezionato dalla correzione. È
questa la povertà nel possedere le cose, che rende l'uomo attore, artefice, protagonista.

Ma libertà, oltre che fattore di ripresa continua, è anche impeto creatore. Se è rapporto con
l'infinito, infatti, essa mutua dall'infinito come una « inesausta » volontà di creare. Come tutto è
correggibile, così tutto deve essere creabile nella obbedienza a Dio. Quest'istinto creatore è ciò che
qualifica la libertà in un modo ancor più positivo e sperimentalmente affascinante: una società è
fatta dall'imporsi di questa creatività di cui la libertà dell'uomo è capace. Possiamo segnalare ora i
fattori nei quali si verificano una educazione attuata dell'adulto e una libertà dell'uomo conclamata
con serietà, una educazione e una libertà concepite secondo il loro significato profondo, originale.

Educare alla vita sociale

L'educazione alla libertà compiuta giunge fino a esprimersi come educazione alla vita sociale,
nell'approssimazione del rischio di ogni momento contingente. Una educazione alla vita sociale
implica quattro punti fondamentali: l'educazione al lavoro e alle opere, la libertà di educazione,
l'educazione alla giustizia e l'educazione alla vita politica. a) Il lavoro e le opere La compagnia
cristiana ci educa a entrare nella realtà totale attraverso la manipolazione della realtà stessa,
attraverso il lavoro ( il lavoro della casalinga e della madre col bambino, del grande manager o di
chi detiene il potere più corposo e copioso). È soprattutto nell'affrontare le circostanze quotidiane
implicate nel suo lavoro che l'uomo approfondisce la dinamica originale che, dall'impatto continuo
con la realtà, fa emergere le esigenze costitutive del suo io ( l'esigenza di bene, di verità, di
bellezza). Questa dinamica, come continua scoperta, è un ve-