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SESTA COMMISSIONE

ORDINE DEL GIORNO

INDICE

RISOLUZIONI......................................................................................................................... 1

1) Fasc. 51/RI/2016 – Risoluzione in materia di attività degli uffici giudiziari nel settore della
criminalità minorile nel Distretto di Napoli. (relatori Consigliere BALDUCCI, Consigliere
ARDITURO, Consigliere CANANZI)......................................................................................... 1

I
Odg. 1407 – Ordine del giorno dell’11 settembre 2018

RISOLUZIONI

1) Fasc. 51/RI/2016 – Risoluzione in materia di attività degli uffici giudiziari nel


settore della criminalità minorile nel Distretto di Napoli.
(relatori Consigliere BALDUCCI, Consigliere ARDITURO, Consigliere
CANANZI)

La Commissione propone al Plenum di adottare la seguente delibera:

«1. Le ragioni dell’intervento del Consiglio Superiore della Magistratura.


Il Consiglio Superiore della Magistratura ha riservato ampia attenzione alle attività
svolte dagli Uffici minorili, richiedendo al Legislatore di non procedere alla ipotizzata
soppressione come attestato dalla delibera del 13 luglio 2016, nonché valorizzandone le
specificità sia sotto il profilo organizzativo, come testimoniato dalla Risoluzione del 18
giugno 2018 sull’organizzazione degli uffici requirenti presso i Tribunali per i minorenni (art.
23 della circolare sull’organizzazione delle Procure del 16 novembre 2017), sia sul piano
delle potenzialità degli interventi a tutela dei minori, tema oggetto della recente Risoluzione
del 31 ottobre 2017 in materia di tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità
organizzata.
Il focus di questo intervento è costituito invece dall’analisi delle varie forme di
criminalità minorile, che richiedono l’elaborazione di nuove e più adeguate strategie di
contrasto, implicanti un’osmosi tra i diversi Uffici Giudiziari e tra di essi e le altre istituzioni
a vario titolo coinvolte, nonché una riflessione sull’adeguatezza dello speciale sistema
normativo che regola il settore minorile.
Tutti gli Uffici Giudiziari operanti in questo ambito devono confrontarsi sia con forme
più moderne di criminalità e speculari, talvolta inedite, manifestazioni di devianza minorile
(così il bullismo e il cyberbullismo), sia con fenomeni delinquenziali tradizionali (così i reati
di tipo predatorio, quelli di offesa alle persone e quelli di partecipazione, con ruoli per lo più
esecutivi, a sodalizi malavitosi organizzati). Sussiste, dunque, sotto questo profilo una
sostanziale omogeneità tra le plurime realtà giudiziarie minorili presenti sul territorio
nazionale, anche se la situazione minorile partenopea presenta peculiarità e caratteristiche che
ne fanno un osservatorio privilegiato per l’intervento consiliare, in considerazione

1
dell’evidente virulenza del fenomeno, derivante dalla sua diffusività, favorita dal disagio
sociale e dalla difficoltà economica che affligge ampi settori della popolazione, dalle gravi
carenze educative genitoriali, che spesso favoriscono il diffondersi della sottocultura
dell’illegalità, dall’innestarsi di questi fattori su un territorio caratterizzato dall’endemica
presenza di un’agguerrita criminalità in diversi settori, oltre che dalla presenza capillare delle
organizzazioni camorristiche che controllano il territorio urbano e della provincia.
I recenti allarmanti episodi avvenuti nell’area metropolitana di Napoli, nell’ambito di
un fenomeno che presenta connotazioni allarmanti già da alcuni anni, gli indici demografici
significativi di una popolazione giovane, con elevato tasso di disoccupazione, l’elevato
numero di minori a “rischio devianza”, le rilevanti dimensioni degli Uffici Giudiziari, anche
minorili, e i rimarchevoli sforzi organizzativi effettuati dagli stessi e dagli altri interlocutori
istituzionali, suggeriscono di focalizzare il momento di analisi su tale territorio, con la
prospettiva di elaborare soluzioni organizzative che possano costituire modelli anche per altri
distretti, nonché di testare l’adeguatezza del sistema normativo a prevenire la devianza e a
consentire un’efficace azione di contrasto rispetto alla sua progressione in allarmanti forme di
criminalità.

2. Il metodo.
Nella consapevolezza che il fenomeno in esame interseca più piani di intervento, per la
raccolta del materiale, s’è proceduto con l’audizione sia dei Dirigenti degli Uffici Giudiziari
coinvolti (Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, Procuratore della Repubblica,
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, Presidente della Corte
d’Appello, Presidente del Tribunale e Presidente del Tribunale per i Minorenni), sia di
soggetti esterni all’ambito strettamente giurisdizionale (Prefetto, Questore, Comandante
Provinciale della Guardia di Finanza, Comandante Provinciale dell’Arma dei Carabinieri1,
Direttore Regionale Scolastico, esponenti del mondo associativo, religioso e sportivo, Garante
per l’Infanzia e Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità).
Per una più diretta osservazione della realtà penitenziaria minorile, nella data dell’8
aprile 2018, la Sesta Commissione referente, in composizione allargata e con la
partecipazione del Vice Presidente e di altri Consiglieri, ha tenuto, presso l’Istituto Penale per
Minorenni di Nisida, una seduta straordinaria, nel corso della quale sono state effettuate

1
Il Colonnello Ubaldo Del Monaco, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Napoli, impossibilitato a essere
audito per ragioni di servizio, ha fatto pervenire, al riguardo, alla Sesta Commissione una nota scritta.

2
audizioni di soggetti istituzionali e di appartenenti al mondo del volontariato, laico e religioso,
e si è proceduto all’incontro con una rappresentanza di giovani detenuti e detenute.
Sono stati poi acquisiti i dati forniti nel corso delle audizioni, nonché quelli richiesti dal
Consiglio, afferenti al numero dei minori detenuti o affidati ai servizi e alle comunità, quelli
relativi ai controlli di polizia e quelli attinenti alla dispersione scolastica, alla presenza sul
territorio dei servizi sociali e ai progetti di quartiere o scolastici in corso.
Sono stati infine acquisiti i provvedimenti giudiziari maggiormente significativi in
relazione al fenomeno oggetto di analisi.

3. L’analisi del fenomeno criminale.


Il coinvolgimento di minori in fatti criminali di rilevante allarme sociale non costituisce
un fenomeno nuovo nel territorio del napoletano, documentando la cronaca giudiziaria la sua
risalenza nel tempo, con caratteri da sempre allarmanti.
Negli anni, tuttavia, il fenomeno si è sempre più chiaramente strutturato, assumendo
connotazioni che ne consentono la classificazione in tre differenziate tipologie: una
criminalità che potrebbe indicarsi come “fisiologica”, sostanziantesi in condotte devianti
occasionali, prevalentemente motivate da finalità predatorie, spesso generate dalla condizione
di tossicodipendenza, e attuate non di rado con modalità violente; una criminalità “
patologica”, che include sia i casi di affiliazione di minori a consorterie tradizionali di
camorra, anche in ragione della pregressa adesione del nucleo familiare al sodalizio, sia la
formazione di nuovi gruppi giovanili, recanti i caratteri tipici dei sodalizi camorristici, con
consistente presenza di minori; da ultimo, una criminalità “epidemica”, i cui tratti distintivi
sono costituiti dall’operare in gruppo degli autori dei reati, anche se al di fuori dei contesti di
criminalità organizzata, e dal tasso di violenza utilizzato nei confronti delle vittime,
generalmente elevato (dalle lesioni all’omicidio) e, comunque, del tutto sproporzionato
rispetto al movente, futile (la sottrazione di beni di modesto valore) e persino degradante a
mero pretesto (così come quando vengono evocati atteggiamenti – anche solo sguardi –
asseritamente provocatori)2.

2
La tipizzazione riportata è quella sostanzialmente riferita, in termini più generali, dalla dott.ssa Gemma
Tuccillo, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, nel corso dell’istruttoria condotta dalla
VI Commissione referente presso l’Istituto Minorile di Nisida. In senso sostanzialmente analogo si è espressa
anche il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli, dott.ssa Patrizia Esposito, che, nel corso della
propria audizione, dinanzi all’anzidetta articolazione consiliare, ha rimarcato che, per una corretta comprensione
del fenomeno, vanno tenute distinte due tipologie di criminalità minorile: l’una collegata a contesti di malavita
organizzata, in cui risultano inseriti in maniera stabile minori appartenenti a famiglie affiliate ad associazioni di
tipo camorristico; l’altra riguardante, invece, giovani provenienti per lo più da ambienti caratterizzati da elevata
deprivazione educativa

3
Gli ambiti di criminalità minorile collegati a contesti di malavita organizzata sono
quelli meglio descritti e analizzati nei provvedimenti giudiziari.
Sulla base di questi, il fenomeno dell’affiliazione dei minori a gruppi camorristici
tradizionali deve ritenersi una costante della loro operatività, consentendo di lucrare un
duplice vantaggio: il minor costo della “manodopera” e la sua impunità o ridotta punibilità.
Rappresenta, invece, un dirompente elemento di novità l’avvento, sulla scena criminale
partenopea, di gruppi organizzati, spesso contrapposti a consorterie tradizionalmente radicate
nei medesimi territori, strutturati attorno a figure apicali minorenni o da poco maggiorenni,
provenienti per lo più da contesti familiari o relazionali collegati o intranei a organizzazioni
camorristiche.
La novità del fenomeno spiega il fatto che, solo di recente e in pochi provvedimenti,
esso ha formato oggetto di analisi in sede giurisdizionale, ove si è posto in rilievo che il suo
manifestarsi è ascrivibile a due fondamentali e diverse eziologie: da un canto,
all’avvicendamento, con funzione di “reggenza” del gruppo, a figure apicali adulte,
momentaneamente detenute o comunque lontane dai territori di riferimento per ragioni di
latitanza; dall’altro, al vuoto di potere verificatosi in alcuni contesti territoriali per effetto
della disarticolazione di gruppi ivi in precedenza egemoni, dovuta all’azione repressiva dello
Stato.
I sodalizi protagonisti del fenomeno da ultimo indicato sono quelli affermatisi con
l’utilizzo di strategie in parte innovative rispetto alle metodologia d’ordinario impiegata dalla
criminalità organizzata campana.
Il modus operandi si è caratterizzato, infatti, per il rifiuto di gerarchie fondate sulla
risalenza della militanza criminale, in attuazione del progetto di realizzare un radicale
ricambio generazionale, con la “rottamazione” dei vecchi esponenti di vertice, per un uso
smodato della violenza, ritenuto indicatore di caratura delinquenziale, nonché per il ricorso a
modalità di affermazione del potere attuate innanzitutto con l’eliminazione di appartenenti a
clan contrapposti.
Una dettagliata e approfondita descrizione della guerra di camorra che ha interessato
taluni quartieri del centro storico della città di Napoli e che ha visto contrapposto al clan
Mazzarella un cartello malavitoso, comprendente plurime consorterie, dedite, tra l’altro,
anche al traffico di stupefacenti, una delle quali (il clan Sibillo) con a capo minori o
maggiorenni di giovanissima età, resisi autori di efferati delitti fine (omicidi, tentati e

4
consumati, estorsioni, tentate e consumate, illecita detenzione e porto in luogo pubblico di
armi da sparo, comuni e da guerra, detenzione e cessione di sostanze stupefacenti), è
contenuta nella sentenza n. 2030/16, emessa il 15 giugno 2016 dal G.U.P. del Tribunale di
Napoli, oltre che nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. del medesimo
Tribunale in data 8 maggio 2017 3.
Sul versante esterno, detti gruppi si sono caratterizzati per l’esecuzione di eclatanti
azioni armate sul territorio, con finalità eminentemente dimostrative (le cosiddette “stese”4) e
definite, in alcuni contesti giudiziari, di natura sostanzialmente terroristica, in tal modo
introducendo un elemento di rottura rispetto ai modelli comportamentali della tradizionale
malavita partenopea, sempre attenta a celare la propria presenza e a mimetizzarla tra le pieghe
dell’esistente tessuto sociale5.
Le descritte modalità operative di tali gruppi associati, con numerosi affiliati di
giovanissima età, hanno consentito, in esordio, la loro rapida ascesa sulla scena criminale, ma
sono divenute, al contempo, elementi che ne hanno minato la tenuta, traducendosi nei fattori
determinanti il loro rapido declino.
Per un vero, infatti, si è elevato il livello di scontro interno agli ambienti criminali, il
che ha determinato perdite, anche di figure di vertice, conseguenti sia a fatti di sangue sia
all’avvio di percorsi collaborativi; per altro verso, l’efferatezza dei metodi ha finito col
catalizzare l’attenzione delle forze dell’ordine, dal che è conseguita un’efficace risposta
repressiva dello Stato, non ostacolata, come purtroppo d’ordinario avviene nei contesti
territoriali di riferimento, dal tessuto sociale circostante, spaventato dai metodi sanguinari.
Di diversa natura è invece quel tipo di criminalità minorile operativa, per lo più, nel
settore dei reati di natura predatoria: in tal caso, le aggregazioni, pur frequenti, non
assurgono, di norma, al rango di gruppi associati, essendo piuttosto frutto di accordi
occasionali ed estemporanei, funzionali al buon esito dell’azione programmata.

3
L’ordinanza cautelare riguarda l’omicidio di Emanuele Sibilio ed il ferimento di alcuni minorenni a lui legati:
in data 8 marzo 2018 con sentenza n. 404/18 quattro imputati dei delitti predetti venivano condannati
all’ergastolo dal G.U.P. presso il Tribunale di Napoli all’esito del giudizio abbreviato.
4
Con il termine stese si intendono le scorribande poste in essere a bordo di scooter, armi in pugno, per sparare
in aria o contro finestre e saracinesche dei <nemici>, tese ad affermare la supremazia sul territorio e ad incutere
il terrore. Il termine <stesa> ha la sua origine proprio nella reazione che provoca in quanti, di fronte a queste
manifestazioni violente, per garantirsi l'incolumità sono costretti, appunto, a stendersi a terra. Una delle prime
vittime delle stese fu Petru Birladeanu, rumeno suonatore di fisarmonica, ucciso il 26 maggio 2009 nel quartiere
Pignasecca, al centro storico di Napoli .
5
In tal senso si è pronunciato altresì il Questore di Napoli, dott. Antonio De Iesu, nel corso dell’audizione
avvenuta in data 19 aprile 2018 dinanzi alla VI Commissione referente del Consiglio Superiore della
Magistratura.

5
La genesi di detto fenomeno prescinde, inoltre, nella quasi totalità dei casi, da velleità
di controllo del territorio, dovendo piuttosto rinvenirsi nel desiderio di soddisfare bisogni
materiali, per emulare modelli veicolati dai mass media.
Con riferimento a questo specifico ambito, gli accertamenti giudiziali hanno consentito
di acclarare che gli autori dei reati provengono prevalentemente da periferie degradate e da
contesti familiari caratterizzati da deprivazione culturale, economica e affettiva, mentre teatro
delle azioni predatorie è di norma il centro cittadino, preferito perché serbatoio di facili
obiettivi, spesso individuati in giovani di classi sociali abbienti, detentori dei beni di consumo
maggiormente ambiti.
Nell’attualità si va infine diffondendo, con sempre maggior frequenza, una terza
tipologia di criminalità minorile, per vero già conosciuta in molte realtà metropolitane: quella
che associa a fenomeni predatori una violenza sproporzionata in danno delle vittime o che si
estrinseca in condotte efferate a fronte di moventi futili, se non inesistenti, o in
danneggiamenti con finalità vandaliche6.
La specificità di questo fenomeno è costituita dal carattere disomogeneo degli ambienti
di provenienza degli autori – non sempre appartenenti ai contesti di cui si è detto – e
dall’insussistenza di motivazioni fondanti le azioni criminose, frutto del desiderio incoercibile
di trasgressione e della mancata ponderazione delle conseguenze del proprio agire.
I dati statistici relativi al settore penale minorile del territorio campano sono stati forniti
dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Napoli, dott. Luigi Riello, dapprima in
occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, poi all’atto dell’audizione dinanzi alla
Sesta Commissione referente.
Nel periodo 1 luglio 2016 – 30 giugno 2017, pur a fronte di una diminuzione del 24%
delle iscrizioni di procedimenti a carico di minorenni, è risultato superiore il numero di quelli
iscritti per reati di associazione di stampo camorristico (10 a fronte degli 8 del periodo
precedente) e finalizzata allo spaccio di stupefacenti (14 a fronte degli 8), nonché per reati

6
Un’efficace analisi di questo specifico aspetto della criminalità minorile è stata effettuata dal Colonnello
Ubaldo Del Monaco, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Napoli, il quale, nella relazione inviata, ha
evidenziato come autori di questi fatti siano sovente “gruppi di minorenni che, accomunati da uno stile di vita
improntato all’aggressività, alla prevaricazione e all’assenza di valori etici, adottano le logiche del “branco”
per imporre la propria “supremazia” nei confronti di coetanei ricorrendo alla violenza, all’uso di armi da
taglio e, segnatamente nel capoluogo partenopeo mediante l’utilizzo di armi da fuoco in quelle che vengono
definite le cosiddette“stese”. Vere e proprie “spedizioni” durante le quali vengono esplosi in aria o contro
edifici, numerosi colpi di arma da fuoco, dimostrazioni che possono avere scopi di varia natura: ora atti di mera
esibizione di forza, anche per “vanità” o con la sola finalità di affermare la propria “credibilità” in specifici
ambiti sociali, ora vere e proprie intimidazioni rivolte a gruppi avversari o persone “a vario titolo” invise”.

6
contro il patrimonio (235 procedimenti per furto a fronte di 201 e 46 procedimenti per
estorsione a fronte di 20).
Le segnalazioni relative alle cd. “stese” commesse da giovanissimi, negli anni
2016/2017, sono state 52; il modus operandi ricorrente in occasione delle rapine è quello di
azioni condotte a volto scoperto, con l’uso di armi e in danno di banche, supermercati e uffici
postali.
Il dato più recente è stato fornito tuttavia dal Procuratore della Repubblica presso il
Tribunale dei Minorenni, dott.ssa Maria De Luzenbergher Milnernesheim, nel corso
dell’audizione dinanzi alla Sesta Commissione referente.
È stato precisato infatti che alla riduzione delle iscrizioni, attestata dalle statistiche, non
corrisponde un calo effettivo degli episodi criminosi, essendo la flessione attribuibile alla
mancata denuncia delle vittime, anche in vicende gravissime, nonché a una diminuzione delle
segnalazioni da parte delle forze dell’ordine; inoltre, nel recentissimo periodo, è stata
registrata un’intensificazione senza precedenti dei reati contro la persona (tra novembre 2017
e gennaio 2018, sono state registrate 14 aggressioni, delle quali 7 con accoltellamenti, le altre
con calci e pugni, in un caso, con l’uso di pistole, di tirapugni e di altri strumenti atti a
offendere), con peggioramento del trend, già negativo, riscontrato, negli ultimi due anni, in
questo settore e in quello delle violenze sessuali.
In un’ottica che travalica i confini della criminalità minorile campana, va poi dato conto
dei dati forniti dalla dott.ssa Gemma Tuccillo, elaborati dal particolare osservatorio costituito
dal Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità: tutti i reati contro la persona hanno
visto, nell’ultimo anno, un incrudelimento delle modalità di esecuzione; l’atteggiamento di
aggressività e di violenza è ritenuto quasi fisiologico nella perpetrazione dei delitti predatori;
sono più numerose le aggressioni rivolte ai singoli rispetto alle risse occasionali; rimane
molto elevato il numero di reati legati alla tossicodipendenza.
Convergenti sono, inoltre, le informazioni relative al profilo personale dei minori
coinvolti nelle diverse tipologie di criminalità descritte: contigui agli ambienti della
criminalità organizzata, per ragioni di appartenenza familiare o per la provenienza da quartieri
ad alta densità criminale, quelli autori di delitti riconducibili alla categoria della “criminalità
patologica endemica”; provenienti da zone periferiche e degradate e inseriti in contesti
familiari disgregati, con deprivazione economica e culturale, quelli autori di delitti
riconducibili alla categoria della “criminalità epidemica”.
Gli aspetti afferenti al vissuto e alla personalità dei minori autori di condotte delittuose
costituiscono materia di approfondimento di discipline specialistiche; nondimeno, essi non

7
trascendono l’ambito dell’apprezzamento giudiziario, ove si considerino, da un canto,
l’importanza che in esso assume il movente, dall’altro la rilevanza che riveste
l’individuazione dei fattori da cui scaturisce la devianza, sia per l’adozione delle più adeguate
strategie di contrasto, sia per meglio calibrare l’intervento giurisdizionale, che, nello specifico
settore di interesse, deve tendere non solo alla punizione, ma altresì alla rieducazione, alla
responsabilizzazione e al reinserimento del minore.
Anche con riguardo a questo profilo conserva specifica rilevanza la già illustrata
tripartizione delle forme di criminalità minorile.
Di norma, i minori affiliati alle consorterie criminose con ruoli di importanza
diversificata (talvolta impiegati nello spaccio di droga o nel compimento di atti estorsivi e
vandalici, talaltra coinvolti nelle dinamiche associative anche per la commissione di omicidi)
e quelli che, unitamente a giovanissimi adulti, costituiscono nuovi sodalizi provengono, per
estrazione familiare o per contiguità relazionali, da ambienti permeati da disvalori
camorristici, tramandati di generazione in generazione acchè ne sia assicurata la perduranza.
E anche quando diversi sono i contesti di provenienza, i minori che aderiscono a queste
specifiche realtà criminali hanno, per la gran parte, maturato esperienze di vita difficili,
segnate da disgregazione o disagio familiare, da difficoltà economiche, da gravi forme di
precarietà abitativa, da carenze culturali derivanti da discontinuità o abbandono scolastico e
dalla totale mancanza sul territorio di presenze istituzionali o di centri di aggregazione
sociale7.
Per i minori che subiscono la negativa influenza di tutti gli indicati fattori l’attrazione
per i disvalori espressi dalla subcultura camorristica (l’importanza delle gerarchie, il facile
arricchimento, l’ostilità verso le istituzioni, il rifiuto delle regole di legalità e di civile
convivenza) è pressochè invincibile, consentendo essi il rapido conseguimento del potere,
della leadership tra coetanei e di disponibilità economiche, spesso investite non per realizzare
un effettivo miglioramento delle condizioni di vita, ma per l’acquisito di beni di consumo da
ostentare in funzione di una crescita sociale solo apparente.

7
In tal senso si esprime il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Napoli nel
documento in data 27/02/2017 “L’inserimento in associazioni criminose per molti giovani costituisce, infatti,
l’unica strada per sollevarsi da condizioni di deprivazione ed affermarsi. Per altri, invece, appare una scontata
conseguenza dell’affiliazione dell’intero nucleo familiare, che li porta a crescere con un forte senso di potere e
in un benessere economico che inibisce ogni possibilità di riflessione critica”.

8
Per questi giovani, inoltre, l’ingresso nel circuito penale e l’esperienza carceraria, lungi
dal costituire un fatto negativo, rappresentano spesso motivi di crescita del prestigio personale
e del peso criminale all’interno dei contesti associativi di riferimento.
Rappresenta, invece, come anticipato, un elemento di discontinuità rispetto alla
tradizionale subcultura camorristica l’allarmante propensione delle nuove leve camorristiche a
un uso indiscriminato e dimostrativo della violenza, con abbandono, quindi, di quella
“prudenza” che, d’ordinario, caratterizzava l’agire delle vecchie leve.
Una plastica raffigurazione dei giovani camorristi è quella tracciata nella citata sentenza
del G.U.P. del Tribunale di Napoli, di cui, per la particolare pregnanza, si riporta il passo che
segue.
“Essi si mostrano indifferenti al tradizionale concetto di “prestigio”, scaturente
soprattutto da una lunga permanenza in carcere (magari al 41 bis), dall’appartenenza a
famiglie tradizionalmente camorriste e dall’esperienza di vita.
I valori in cui credono i nuovi rampolli sono quelli della capacità e dell’efficienza, non
necessariamente collegate ad un’età matura, all’esperienza carceraria o alla tradizione
familiare.
Perfino il “look” si distingue da quello del classico camorrista, e assomiglia piuttosto
ai modelli che i media sociali hanno reso “virali” in tutte le periferie lei globo, quelli – per
intenderci – delle gang giovanili o dei cartelli sudamericani della droga.
Modelli e stili di comportamento che hanno preso qualcosa anche dall’emergere
impetuoso dell’estremismo islamico, sebbene si tratti di una influenza che si è manifestata
solo nell’aspetto esteriore (diversi imputati per un certo periodo hanno esibito una folta
barba “alla talebana”, non certo sul terreno dell’ideologia e della religione. Frutto anche
questo, probabilmente, del lavoro dei media sociali, seppure non possa forse escludersi un
qualche filo più sottile ed esistenziale, che lega i giovani che scorrono in armi nelle vie del
centro storico di Napoli (le “stese”), per uccidere e farsi uccidere, e i militanti del jihad.
Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano,
quasi fosse l’unica chance per dare un senso alla propria vita e per vivere in eterno”.
Se la “criminalità minorile patologica” appare ispirata da una “progettualità”,
diversamente, la “criminalità minorile fisiologica” e la “criminalità minorile epidemica”
risultano motivate, d’ordinario, dalla necessità di soddisfare bisogni contingenti, resi ancor
più impellenti dal contesto di deprivazione già descritto o – il che è ancor più grave – da
vacuità esistenziale.

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Le motivazioni alla trasgressione minorile generate dalla condizione da ultimo indicata
costituiscono oggetto di particolare attenzione da parte di numerosi esperti di discipline
sociologiche e psicologiche, concordi nel ritenere che i delitti costituiscono una forma di
rappresentazione del disagio giovanile e che, in relazione alla genesi della spinta criminale, il
concetto di movente acquista nuovi significati e valenze, alternandosi ragioni di necessità,
desiderio di arricchimento, esigenze contingenti da soddisfare ma, sempre più spesso,
motivazioni legate alla noia esistenziale, alla rabbia nei confronti degli adulti o dei coetanei
più agiati, al bisogno di rendere visibile la propria presenza a una società distratta, che li
considera solo se e quando fanno del male8.
La risposta di medio periodo a tale realtà non può che essere quella della prevenzione,
data la diffusività del fenomeno.
Il patto fra le istituzioni deve tendere a ridurre il diffuso abbandono educativo (evocato
dal Presidente del Tribunale di Napoli nel corso della sua audizione), nel quale oggi versano
molti minori – e non solo in specifiche aree di disagio sociale – e che è indotto spesso dalla
crisi della famiglia e delle agenzie scolastiche e sociali.

4. Gli interventi istituzionali.


Si è già detto che i minori che fanno ingresso nel circuito giudiziario provengono, per la
gran parte, da contesti familiari segnati da disgregazione o da gravi forme di disagio affettivo,
economico o abitativo e vivono in periferie o in centri degradati, con alti tassi di
disoccupazione e di dispersione scolastica, privi di presenze istituzionali deputate al sostegno
delle famiglie e alla cura delle problematiche giovanili e persino di strutture che possano
favorire momenti di aggregazione tra i minori.
Ampia è l’estensione del territorio campano connotato da queste caratteristiche.
Nel circondario numerose e vaste aree di disagio sono presenti, oltre che nelle “enclavi
storiche” della delinquenza (tra le altre, i Quartieri Spagnoli, Forcella, la Sanità, il Vasto, il
Mercato, il Pallonetto di Santa Lucia), nei numerosi quartieri della periferia urbana (Scampia,
Secondigliano, Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, Rione Traiano, Pianura),
sviluppatisi a seguito di fallimentari politiche urbanistiche, come quella del decentramento
delle famiglie disagiate del centro storico nel periodo del dopo-terremoto, non accompagnate
da adeguate misure di sostegno sociale e territoriale.

8
Sul tema dei rapporti fra minori e camorra, nonchè sul più generale rapporto fra criminalità e minori nel
napoletano, si veda anche la Relazione Conclusiva 2018 - Doc. XXIII N. 38 della Commissione Parlamentare di
Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, ed in particolare il
capitolo 4.6.2.

10
Non dissimili, anche se geograficamente più distanti, sono parti di territorio di taluni
comuni dell’area nord di Napoli (Casalnuovo di Napoli, Afragola, Acerra, Caivano, Casoria,
Qualiano, Giugliano in Campania): “non luoghi” di una nuova e asfittica cittadinanza
metropolitana, nei quali le famiglie multiproblematiche (perché disoccupate, monoparentali,
“adolescenziali”, coinvolte nel circuito giudiziario) sono destinate a una ineluttabile
esclusione sociale, dovuta alla lontananza da opportunità di aggregazione virtuosa e da
riferimenti culturali.
Come emerso dall’istruttoria della Sesta Commissione referente, in tali aree, alla
struttura fortemente deficitaria del contesto urbanistico ed economico si aggiunge una ridotta
presenza dei servizi e delle agenzie pubbliche.
Il numero totale di assistenti sociali in servizio presso o per conto dei comuni nell’anno
2018 ammonta a 1.042 unità, per una popolazione di 5.839.084 abitanti, di cui 3.117.000
insediati nella Città metropolitana di Napoli e 966.425 nel comune di Napoli, vale a dire un
assistente sociale per 5600 abitanti9.
Secondo i dati ufficiali forniti dalla Regione alla Sesta Commissione referente,
fortemente disomogenea è la presenza di assistenti sociali nei diversi territori: nel comune di
Giugliano, terza città della Campania, vi sono 6 assistenti sociali (a tempo determinato), per
una popolazione di 124.139 abitanti (un assistente sociale per 20.600 abitanti circa ), mentre il
comune di Napoli, con le sue 10 municipalità, ne conta 359, di cui 358 a tempo indeterminato
(un assistente per 2600 abitanti circa).
Ancor più allarmante è la condizione dei comuni della Provincia di Napoli appartenenti
alla fascia vesuviana.
Quasi l’intero territorio compreso nel circondario del Tribunale di Torre Annunziata, a
eccezione dei comuni della costiera sorrentina, risulterebbe privo di assistenti sociali: Torre
del Greco, Torre Annunziata, Pompei, Castellammare di Stabia, Trecase, Boscoreale,
Boscotrecase, Gragnano, Agerola, Pimonte, Lettere, Casola di Napoli, Santa Maria la Carità,
Sant’Antonio Abate, stando a tali dati, sono del tutto sprovvisti di assistenti sociali10.
Nella medesima condizione si trovano altresì i comuni di Arzano, di Casavatore e di
Casoria, appartenenti all’area geografica a nord di Napoli.
Negli altri comuni opera, comunque, un numero di assistenti sociali del tutto inadeguato
all’effettivo fabbisogno: il Questore di Napoli ha segnalato, al riguardo, che, presso le

9
Dati forniti alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni dalla Regione Campania.
10
A titolo esemplificativo si consideri che presso il comune di Ercolano, secondo i dati ufficialmente trasmessi,
ne sono in servizio 9.

11
municipalità di Caivano e di Afragola, sui cui territori rispettivamente insistono il “Parco
Verde” e il “Rione Salicelle”, insediamenti caratterizzati da altissima densità criminale e con
elevatissimo numero di famiglie multiproblematiche, opera un solo assistente sociale.
Ne consegue la necessità che le istituzioni comunali e centrali, anche con l’adozione di
misure straordinarie che comportino il superamento dei limiti finanziari, implementino gli
organici del personale destinato a una funzione così rilevante, allo stato assolutamente
insufficienti a fronte delle descritte emergenze, nonostante l’encomiabile impegno
professionale e la dedizione di molti.
A fronte del quadro delineato, icasticamente descritto dal Procuratore della Repubblica
di Napoli come di vera e propria “dissolvenza” della Pubblica Amministrazione, appare
evidente che ampio è lo spettro degli interventi necessari ad arginare il fenomeno della
criminalità minorile e che molte sono le istituzioni coinvolte: la scuola, gli enti e gli organi,
centrali e locali, con competenze nel settore delle politiche sociali, del lavoro, dell’ordine
pubblico e della sicurezza, nonchè la magistratura.
Se i contesti descritti costituiscono condizioni predisponenti i minori a scelte di
devianza o addirittura di adesione alla criminalità organizzativa, ne consegue che il primo
versante dell’intervento istituzionale dev’essere quello incidente sulla “prevenzione”, da
attuarsi con la “mappatura” delle aree in cui più alto è il disagio minorile e la successiva
strutturazione di progetti e iniziative volti a rimuovere, o quantomeno ad attenuare,
l’influenza esercitata sulla scelta criminale dei singoli dai plurimi fattori indicati.
Una strategia di successo, nel contesto attuale e con le limitate risorse a disposizione, è
possibile solo se le diverse istituzioni sapranno operare costantemente in modo coordinato,
attivando strutture di rete funzionali allo scambio reciproco di informazioni utili a intercettare
il disagio giovanile in vista della successiva adozione di misure idonee ad approcciarlo.
In questa prospettiva, la scuola assume il ruolo di principale “sentinella” del disagio
giovanile, potendo precocemente intercettare quegli indici che preludono spesso all’ingresso
dei minori in contesti criminali11.

4.1. Monitoraggio e strategie contro la dispersione scolastica.

11
Anche per tale ragione va condivisa la considerazione per la quale <<la dispersione, in tutte le sue forme, è
una emergenza nazionale e come tale deve essere trattata; (…) è un fenomeno multifattoriale e va affrontato
con una politica di ampio respiro che veda l’impegno attivo, costante e concordemente indirizzato e
accompagnato nel tempo, di tutti gli attori in campo, istituzionali e non>>Analogamente è stato affermato che
<<La dispersione scolastica rappresenta una prima e fondamentale spia del disagio giovanile e delle carenze
educative di determinati nuclei familiari>> (Stati Generali della Lotta alle Mafie Tavolo 10 Minori e mafie).

12
Il primo indicatore significativo di devianza, come rilevato dal M.I.U.R., è quello
dell’abbandono e della discontinuità scolastica: “L’evasione scolastica è la punta dell’iceberg
di percorsi scolastici e formativi incompleti, insufficienti, inadeguati, che portano diverse
condizioni di esclusione educativa, oltre che di abbandono vero e proprio, di Early school
leaving, Neet, Acheviement gap, assenteismo, condizioni che portano a incubare fattori di
emarginazione, devianza, esclusione lavorativa, assenza di prospettive, reclutamento precoce
da parte della criminalità organizzata”.
Dalle audizioni svolte dalla Sesta Commissione referente è emerso, ancorchè in
maniera empirica, che molti dei giovani coinvolti in eclatanti episodi di criminalità urbana
hanno abbandonato la scuola o l’hanno frequentata in modo irregolare, dal che è logico
desumere l’esistenza di un nesso tra l’abbandono scolastico e la devianza giovanile, dato
ancor più significativo se letto unitamente a quello della coincidenza delle aree di maggiore
dispersione scolastica con quelle che registrano più elevati tassi di criminalità minorile.
Pur a fronte dell’accertata relazione tra la dispersione scolastica e la devianza, il flusso
informativo dalla scuola verso le altre istituzioni, compresa la magistratura minorile, risulta ad
oggi fortemente insoddisfacente, se non deficitario.
I Dirigenti degli Uffici Giudiziari partenopei hanno segnalato, infatti, che i dati relativi
alla dispersione scolastica loro forniti sono incompleti e frammentari; d’altra parte, i dati a
livello regionale, pur essendo stati espressamente richiesti dal Consiglio, non sono pervenuti,
la qual cosa conforta l’opinione degli operatori, che reputano insufficiente l’analisi
complessiva del fenomeno e ritengono peraltro sottostimato il dato della dispersione reale, in
ragione dell’inadeguatezza delle procedure di rilevamento e di segnalazione.
Solo alcuni comuni, tra i quali quello di Napoli, pubblicano on line tali dati.
Sulla base di essi, la dispersione scolastica risulta avere un’elevata incidenza in
molteplici municipalità12; studi specifici relativi all’Ottava Municipalità (comprendente i
quartieri di Scampia, di Piscinola, di Chiaiano e di Marianella) hanno posto in rilievo che, nel
periodo 2010-2012, solo il 36% degli alunni è stato ammesso al terzo anno della scuola

12
Le diverse municipalità vedono un numero di iscritti alla scuola primaria oscillante tra i 3.394 (1^ Munic.) e i
5.094 (6^ Munic., San Giovanni Barra, Ponticelli). Nella 8^ Municipalità (Scampia, Piscinola, Chiaiano,
Marianella), per la scuola primaria, si sono registrate 78 inadempienze, a fronte di 155 complessive (pari
all’1,85%, rispetto al dato medio cittadino dello 0,37%; per contro, vi sono casi n. 9 casi (0,18%) nella 6^
Municipalità., pur essendo quella con maggiori iscritti e caratterizzata da un territorio comunque difficile. Quasi
inesistente, invece, la dispersione nelle municipalità 1^ (Chiaia, San Ferdinando – Posillipo) e 5^ (Arenella –
Vomero). Occorre anche evidenziare che i dati relativi alla dispersione vanno analizzati accuratamente in quanto,
accanto a 155 minori segnalati, ve ne sono 148 “rientrati” e, come tali, non bocciati, sebbene essi possano,
almeno in parte, essere comunque considerati “a rischio” per l’iniziale evasione scolastica e la non assidua
frequenza alla scuola dell’obbligo primaria.

13
superiore, mentre gli altri implementano le fila degli “early school leavers”,
diciottenni/ventiquattrenni che hanno conseguito la sola licenza media.
È quindi evidente che la realtà campana è drammaticamente lontana dal raggiungimento
degli obiettivi, per l’anno 2020, dell’Unione Europea di ridurre gli abbandoni scolastici sotto
la soglia del 10% e di elevare la percentuale di laureati alla soglia del 40%13.
Avuto riguardo alle finalità della segnalazione dell’evasione scolastica, appare inoltre
non adeguata l’identificazione dei casi d’inadempimento o di dispersione.
Gli auditi hanno concordemente riferito che, ai fini della rilevazione, costituisce
“evasione” la sola assenza prolungata per cinque giorni continuativi14, sicchè risultano escluse
dalla rilevazione altre discontinuità didattiche gravi, quali le frequenze “a singhiozzo” (F.a.S.)
e irregolari o l’inizio tardivo dell’anno scolastico.
A ciò aggiungasi che il farraginoso iter previsto dal Decreto Ministeriale n. 489/200115
(iter, peraltro, non sempre rispettato nel distretto del Tribunale per i Minorenni di Napoli16)
determina comunque ritardi nelle segnalazioni e nel successivo intervento dei servizi sociali,
nella denuncia all’Autorità Giudiziaria (spesso effettuata solo a fine anno scolastico) e
nell’ammonimento dei genitori.

13
Nel rapporto del 2016 l’Istat segnala il forte legame in Italia tra processi di mobilità sociale e disuguaglianza:
<<Nel nostro paese le diseguaglianze si tramandano di padre in figlio, si riproducono cioè tra generazioni.
Numerosi studi hanno messo in luce, infatti, come il reddito da lavoro dei figli sia correlato positivamente con
quello dei padri. Questo implica che il reddito individuale sia il risultato, oltre che del talento, dell’impegno e
dell’ambizione, anche delle opportunità in termini di condizioni patrimoniali e di capitale umano e sociale
offerte dalla famiglia di origine>> (ISTAT, Rapporto annuale 2016.) Le variabili considerate dall’Istat sono di
diversa natura e indicano una correlazione tra reddito, possesso di una casa, titolo di studio dei genitori e dei
figli. L’incidenza del titolo di studio dei genitori sul reddito è particolarmente discriminante e significativa.
<<Nonostante la povertà educativa sia presente anche tra i minori che vivono in famiglie che non sono
particolarmente svantaggiate dal punto di vista economico, sociale e culturale, il fenomeno rimane
sostanzialmente “ereditario”. Come in un circolo vizioso, la povertà economica ed educativa dei genitori viene
trasmessa ai figli, che a loro volta saranno, da adulti, a rischio povertà ed esclusione sociale.>> D’altra parte,
come riportato dal rapporto dell’OCSE Education at Glance del 2016, l’Italia si caratterizza come uno dei paesi a
più bassa mobilità educativa in Europa. Soltanto l’8% dei giovani italiani tra i 25 e 34 anni con genitori che non
hanno completato la scuola secondaria superiore ottiene un diploma universitario (la media OCSE è del 22%).
La percentuale sale al 32% tra i giovani con genitori con un livello d’istruzione secondario, e raggiunge il 65%
tra coloro i quali hanno genitori con diploma universitario. Sono dati allarmanti, che ci parlano, secondo
l’ISTAT, di un Paese nel quale <<è la “lotteria della natura”, e non il talento, a determinare i percorsi educativi e
di vita dei ragazzi>>.
14
Oltre i cinque giorni scatta l’obbligo di presentazione del certificato del medico (art. 42 D.P.R. 1967 n. 518),
15
Decreto Ministeriale 13 dicembre 2001, n. 489, “Regolamento concernente l'integrazione, a norma
dell’articolo 1, comma 6 della legge 20 gennaio 1999, n. 9, delle norme relative alla vigilanza sull'adempimento
dell'obbligo scolastico”, definisce modalità di vigilanza per l'adempi mento dell’obbligo di istruzione. L’art. 2,
comma 3 esplicita che “i responsabili delle istituzioni scolastiche che ricevono le iscrizioni al primo anno
dell’istruzione obbligatoria, entro il ventesimo giorno dall’inizio dell’anno scolastico provvedono a darne
comunicazione ai comuni di residenza degli obbligati per i necessari riscontri”.
16
Ad esempio, l’Istituto scolastico segnala al comune, ma vi sono scuole superiori ove afferiscono studenti di
una pluralità di comuni, con maggiori difficoltà di controllo da parte degli assistenti sociali.

14
In definitiva, ad oggi, il raccordo tra la scuola e la magistratura minorile sconta ancora
quelle criticità denunciate dal Tribunale per i Minorenni di Napoli nel lontano 1993,
allorquando furono segnalati (Prot. n. 1278 Napoli, 24 settembre 1993) i frequenti
inadempimenti degli obblighi di segnalazione dell’evasione scolastica e fu evidenziata
l’incapacità della scuola di intercettare, con l’osservazione dei comportamenti e l’ascolto delle
confidenze dei minori, i maltrattamenti, gli abusi e le altre situazioni di pericolo cui i predetti
sono esposti nel contesto familiare17.
Nell’auspicio che in futuro siano adottate politiche di adeguamento dei programmi
educativi valevoli a renderli includenti e attrattivi per i minori e che la scuola possa divenire
realmente competitiva rispetto alle più facili e allettanti sollecitazioni provenienti
dall’ambiente criminale esterno, il Consiglio, in ragione dell’importanza che la conoscenza
dei dati relativi alla dispersione scolastica presenta ai fini del monitoraggio e della
prevenzione del fenomeno della devianza minorile, rimarca la necessità che le istituzioni
scolastiche assolvano con tempestività agli obblighi di segnalazione.
Ciò che è emerso dalle audizioni è innanzitutto la necessità di poter disporre, oltre che
dei dati complessivi, di segnalazioni tempestive e personalizzate in relazione a ogni singolo
studente che frequenti con difficoltà il circuito scolastico, e tanto al fine di poter operare con
interventi specifici in ordine al contesto familiare di riferimento. Inoltre, è emersa la necessità
di un’offerta formativa a misura di studente, anche con programmi di formazione
professionale che abilitino alla scoperta della manualità e all’inserimento del mondo del
lavoro18.
Opportunamente, quindi, il Procuratore per i Minorenni di Napoli ha di recente
sollecitato la Direzione Scolastica Regionale a innovare le metodologie di rilevamento della
dispersione scolastica, evidenziando che un elevatissimo numero di ragazzi abbandona
precocemente gli studi e che “… questo dato, se valutato unitamente a quelli che pongono in

17
Che “i Servizi Sociali territoriali e i Direttori e Presidi di scuole elementari e medie segnalano
discontinuamente e con ritardo fatti di evasione scolastica, totale o parziale ed episodi di irregolarità nella
condotta da parte di minori, attuando a volte, di loro iniziativa” accortamente ammonendo che la scuola è in
grado di registrare “situazioni c.d. a rischio in cui versino i minorenni, per non dire di tutte le fattispecie di
maltrattamenti, sottrazione e abusi in danno di minori (…) Spesso proprio nella scuola molti di tali fatti
emergono o si rivelano attraverso il comportamento o gli scritti o le confidenze dei minori o dei loro genitori e
parenti e troppo spesso, per non dire quasi sempre, non vengono rappresentati all'Autorità Giudiziaria,
ordinaria e minorile, anche in presenza di vere e proprie ipotesi di reato, in palese violazione dell'obbligo di
denuncia previsto per i Pubblici Ufficiali e per gli incaricati di un pubblico servizio dall'art. 331 del codice di
procedura penale. Anche la tardiva segnalazione delle evasioni, totali o parziali, dall'obbligo scolastico vanifica
gli interventi dell'Autorità Giudiziaria Minorile, rendendoli tardivi o addirittura impossibili e
controproducenti”.
18
Tali indicazioni sono state fornite da Cesare Moreno, in rappresentanza dell’Associazione Maestri di Strada, e
da Don Tonino Palmese, ora presidente della Fondazione Polis, già responsabile di Libera Campania.

15
stretta correlazione devianza giovanile ed evasione dell’obbligo scolastico, non può non
allarmare i responsabili delle Istituzioni impegnate nel difficile compito educativo…”, che
“… è di tutta evidenza come la disaffezione per l’istruzione e la scuola siano spesso
manifestazione di problemi familiari più profondi e della scarsa capacità dei genitori
nell’esercizio della loro responsabilità sui figli…”, che “… le segnalazioni discontinue e
tardive degli episodi di evasione scolastica totale o parziale da parte dei dirigenti scolastici
vanificano gli interventi dell’Autorità Giudiziaria Minorile, rendendoli talvolta del tutto
inutili se non addirittura controproducenti…” e che “… l’azione precoce… consente di
predisporre percorsi di sostegno per la famiglia e per i genitori mentre quella tardiva rischia
di essere percepita come meramente sanzionatoria a fronte di condizioni di pregiudizio per i
minori ormai irreparabili…”.
Di qui la proposta dell’anzidetto Dirigente di attuare e di promuovere una più
incisiva e costante collaborazione delle Istituzioni scolastiche “… anche diffondendo
l’invito a tutti i dirigenti scolastici delle province del distretto (Napoli, Avellino, Benevento e
Caserta) a trasmettere… , per i minori ancora in età di obbligo scolastico, quanto segue: 1)
entro fine novembre gli elenchi degli alunni che risultano iscritti ma non hanno mai
frequentato le lezioni e per i quali non sia stato concesso nulla osta per il trasferimento ad
altro istituto; 2) entro fine maggio, gli elenchi degli alunni che si prevede non verranno
ammessi alla classe successiva a causa del numero di assenze accumulate…”.
Per un serio contrasto dei fenomeni dell’evasione e della dispersione scolastica è,
inoltre, necessaria un’effettiva responsabilizzazione dei genitori, cui di certo non può
contribuire la mite sanzione prevista per la contravvenzione di cui all’art. 731 c.p., integrata
dall’inottemperanza al dovere di impartire, o fare impartire, ai figli un’adeguata istruzione,
limitata peraltro alla scuola primaria19.
Sia con riferimento a quest’ultimo profilo che con riguardo a quello di una più ampia
definizione del concetto di evasione scolastica appare necessario un intervento normativo, del
quale si dirà in seguito.
A normativa vigente, invece, la soluzione alle criticità evidenziate può essere ricercata
solo attraverso l’implementazione di forme di collaborazione della magistratura minorile con
le istituzioni scolastiche e con i servizi sociali comunali, in una triangolare condivisione di
informazione e di coordinamento di iniziative che, anche a mezzo dell’elaborazione di
protocolli, miri a individuare, per un verso, modalità di comunicazione tempestiva della

19
Come ribadito di recente dalla Corte di Cassazione (cfr. Cass. Pen., III^ Sez. sent. n. 4520 del 6 dicembre 2016
– 31 gennaio 2017).

16
dispersione e metodologie di rilevazione dell’abbandono scolastico più complete (quindi
inclusive anche delle altre gravi forme di discontinuità didattiche) e, per altro verso, forme
immediate di intervento in ordine alle ragioni che determinano la discontinuità scolastica.
Tutto ciò per consentire di realizzare fattivamente un’azione preventiva mirata, come
sollecitato, nel corso dell’audizione, dalla Presidente del Tribunale dei Minorenni, dott.ssa
Patrizia Esposito, la quale ha rappresentato che la conoscenza tempestiva dei contesti familiari
in crisi e delle carenze educative dei genitori nei confronti dei figli, se segnalate per tempo,
possono consentire una gradualità delle misure amministrative, così da limitare gli effetti
traumatici dell’intervento nei confronti dei minori.
Un’efficace politica di prevenzione della devianza giovanile richiede, inoltre,
l’intensificazione degli sforzi di inclusione del minore in attività ulteriori rispetto a quelle
scolastiche, in particolare, culturali, sociali e sportive.
Coerente con tale impostazione è la possibilità di stipula di protocolli tra istituzioni e
associazioni che offrano a bambini e a ragazzi di età compresa tra i 6 e i 16 anni, nonchè alle
loro famiglie la possibilità di svolgere una serie di attività gratuite, tra cui l’accompagnamento
allo studio, i laboratori artistici e musicali, le attività motorie, la promozione della lettura,
l’accesso alle nuove tecnologie, l’educazione alla genitorialità e le consulenze pedagogiche,
pediatriche e legali, così come indicato anche nel Tavolo 10 del Ministero.
A tal fine è auspicabile che siano sfruttate le opportunità offerte dalla previsione di cui
all’art. 11 del D.L. 20 giugno 2017, n. 91, recante “Disposizioni urgenti per la crescita
economica nel Mezzogiorno”, conv. in L. 3 agosto 2017, n. 123, secondo la quale, onde
realizzare specifici interventi educativi urgenti nelle regioni del Mezzogiorno, il Ministro
dell’istruzione, individuate, di concerto con i Ministri dell’interno e della giustizia, le aree di
esclusione sociale, caratterizzate da povertà educativa minorile e da dispersione scolastica,
nonché da un elevato tasso di fenomeni di criminalità organizzata, indice una procedura
selettiva per la presentazione di progetti recanti la realizzazione di interventi educativi di
durata biennale, finalizzati al contrasto del rischio di fallimento formativo precoce e di
povertà educativa, nonché alla prevenzione delle situazioni di fragilità nei confronti della
capacità attrattiva della criminalità.
Si tratta di bandi cui possono partecipare le reti di istituzioni scolastiche presenti nelle
aree individuate e i partenariati con enti locali, soggetti del terzo settore, strutture territoriali
del C.O.N.I., delle Federazioni sportive nazionali e degli enti di promozione sportiva e servizi
educativi pubblici per l’infanzia, operanti nel territorio interessato.

17
D’altra parte, anche nel corso delle audizioni svolte dalla Sesta Commissione referente,
in linea con le proposte formulate dal Tavolo 10 del Ministero della giustizia su Mafie e
Minori, è emersa l’importanza di uno sforzo comune e coordinato da parte delle diverse
Istituzioni, volto a realizzare centri di aggregazione culturale o polifunzionali, per contribuire
a una crescita sana del minore, attraverso la sua educazione allo sport, alla condivisione degli
spazi, alla gestione dei conflitti anche per mezzo della mediazione e per fornire, al contempo,
sostegno alle famiglie bisognose o supplire alle carenze delle stesse.
Tale impegno tuttavia non può essere realisticamente assolto dalle sole istituzioni
pubbliche.
Le audizioni di esponenti del C.O.N.I. e dell’associazionismo laico, nonché di
appartenenti al mondo religioso hanno evidenziato che molti dei centri di aggregazione e di
pratica sportiva fruibili nelle realtà caratterizzate da maggior disagio sono oratori o strutture
essenzialmente private, queste ultime accessibili solo a una minoranza dei giovani.
L’impegno delle società sportive professionistiche e i finanziamenti previsti da leggi
regionali per la promozione delle strutture sportive di base per i minori – sia laiche che
religiose – sono molto diffusi nel nord del paese e del tutto carenti al sud20.
Dal che la necessità di interventi pubblici a sostegno delle famiglie bisognose, volti a
favorire l’accesso dei minori alle anzidette opportunità ricreative, in un’ottica di indirizzo
verso forme di impegno che distolgano dalla frequentazione di contesti criminogeni.
Per intervenire sulla totalità dei territori caratterizzati da problematicità, evitando zone
d’ombra o sovrapposizioni e adoperando al meglio le risorse pubbliche e private esistenti, si
richiede, in uno alla mappatura del rischio, un censimento ragionato di tutte le iniziative e gli
interventi volti a favorire il coordinamento e lo scambio di informazioni e di esperienze.

20
Gli esponenti religiosi auditi hanno indicato come la condizione di degrado accomuni il 70/80% della diocesi
di Napoli, ad eccezione di tre o quattro quartieri. Anche la condizione degli oratori e dell’accesso allo sport
appare preoccupante, ha affermato don Rosario Accardo, responsabile della pastorale dello sport della diocesi di
Napoli. Gli oratori censiti sono una quarantina; sebbene si ritenga che esistano 50-60 strutture “anonime” su 289
parrocchie della diocesi. Solo il 30% circa di questi oratori hanno un piccolo campetto sportivo. Nel Nord Italia
le opportunità sono molto più numerose; ad esempio, le società di serie A, non solo nel mondo del calcio, ma
anche nelle altre discipline sportive, finanziano lo sport di base per i ragazzi. Inoltre, le legislazioni regionali
favoriscono la costruzione di impianti. La legge regionale sullo sport della Campania, n. 18/2013, riconosce il
ruolo delle parrocchie e gli oratori, ma non risultano stanziati significativi finanziamenti. Peraltro, non vi è un
assessore regionale dedicato allo sport. I progetti sostenuti con l’iniziativa privata non possono, però, da soli
risolvere problemi che necessitano di interventi sistematici, anche in ragione del costo degli spazi da destinare a
strutture sportive. Le stesse visite mediche sportive non risultano più fornite gratuitamente dall’A.S.L., mentre le
assicurazioni sportive contro gli infortuni sono costose, senza alcuna distinzione di reddito. D’altro canto sono
ben noti alla cronaca i casi di scuole sportive di eccellenza, che versano continuamente in condizioni di difficoltà
economiche e che rischiano la chiusura, pur seguendo ed educando centinaia di minori, alcuni dei quali affidati
in esecuzione penale con misure alternative (come la Judo Star di Scampia, guidata dal maestro Maddaloni e la
scuola di pugilato, di antichissima tradizione e di caratura internazionale, Excelsior Boxe di Marcianise).

18
Iniziative e progetti virtuosi, come quello in corso di attuazione nel quartiere Sanità, del
quale ha dato conto nel corso della audizione il Prefetto di Napoli, devono, quindi, essere
opportunamente devono, quindi, essere opportunamente estesi alle periferie suburbane e
all’hinterland, ai quartieri difficili di tutti i comuni metropolitani, così come già s’è fatto per i
cd. “Punti luce”.

4.2. Gli interventi sul piano della sicurezza urbana.


Agli interventi volti alla cura del disagio dei minori, onde prevenirne la devianza,
devono però accompagnarsi rigorose ed efficaci misure di controllo del territorio da parte
delle forze dell’ordine, rese tanto più indispensabili dalle gravi e preoccupanti dimensioni che
il fenomeno va, da ultimo, assumendo e dai connessi rischi cui si trova inevitabilmente
esposta la collettività.
Va evitato, in particolare, che le più agevoli modalità di accesso al centro cittadino,
lungi dal rappresentare un’opportunità d’integrazione, di confronto, di svago e di apertura
sociale e culturale, si traducano di fatto in occasioni per rendere lo stesso teatro di scorribande
da parte di gruppi delinquenziali minorili e di scontri violenti interni a questi ultimi.
Risulta pertanto indispensabile un controllo capillare del territorio, onde evitare il
ripetersi di episodi di criminalità minorile, come quelli verificatisi nell’ultimo periodo, tanto
nel centro cittadino (in particolare, nella zona del lungomare e della “movida”, con scontri
violenti tra minori nelle ore notturne, anche con uso di armi da sparo, o con aggressioni
repentine e del tutto gratuite, che hanno messo a repentaglio l’incolumità di vittime per lo più
anch’esse giovanissime, come nei casi assurti di recente agli onori della cronaca nazionale),
quanto nelle periferie (è il caso dell’uccisione della guardia giurata avvenuta presso la
stazione della metropolitana di Piscinola)21.
È essenziale inoltre evitare che, nei quartieri a rischio, al controllo pubblico del
territorio, si sostituisca quello delle organizzazioni criminali, con tutti i negativi effetti che ne
conseguono, non solo sul piano generale della compromissione delle regole di legalità, ivi
comprese quelle che governano le iniziative economiche, ma, ancor più, sul piano simbolico,
instillandosi nelle nuove generazioni – soprattutto nei contesti in cui preponderante è la
presenza di soggetti marginali – un’idea di supremazia fondata sulla prevaricazione, sul senso

21
Iniziative in tal senso risultano già assunte dalle forze dell’ordine, che, secondo quanto riferito dal Colonnello
Ubaldo Del Monaco, hanno individuato, sulla base di un’analitica elaborazione statistica, le aree maggiormente
sensibili in relazione al tasso di criminalità, suddividendo il territorio in tre macroaree, delle quali due assegnate
al controllo alternato dei Carabinieri e della Polizia di Stato e una a quello della Guardia di Finanza.

19
di impunità e di onnipotenza, richiamato dalla Presidente del Tribunale per i minorenni di
Napoli, e sul facile successo economico, assicurato dalle attività illecite.
Sotto questo profilo, deve segnalarsi l’importanza delle iniziative di cui ha fatto
menzione il Prefetto di Napoli, quali la destinazione di 100 unità di appartenenti alle forze di
polizia, deputate esclusivamente al piano Sicurezza giovani, da impegnarsi anche a presidio
delle stazioni della metropolitana, nonché la proposta di utilizzare gruppi di “operatori di
strada”, ognuno composto da 8/10 elementi, allo scopo di avvicinare in modo rassicurante i
giovani e di disinnescare atteggiamenti diffidenti o di sfida dei predetti22.
Opportuna risulta, altresì, l’iniziativa del Procuratore della Repubblica di Napoli, che ha
istituito un apposito pool di magistrati per il contrasto dei reati commessi da bande giovanili
violente e che, in aggiunta e d’intesa con il Procuratore per i Minorenni, ha promosso
l’istituzione di un gruppo interforze, specializzato in tale settore, pronto ad operare grazie al
diretto intervento organizzativo del Capo della Polizia.
Di grande utilità nelle strategie di controllo del territorio sono poi i sistemi di
videosorveglianza delle aree a rischio.
Per superare le difficoltà nel sostenerne i costi vanno considerate le nuove opportunità
di finanziamento previste per i comuni che hanno sottoscritto i «patti» per la sicurezza urbana,
offerte dal recente decreto del Ministro dell’interno del 31 gennaio 2018, emesso in attuazione
del D.L. 20 febbraio 2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 aprile 2017, n. 48.
Ancora, a rendere maggiormente incisiva l’azione nei confronti della criminalità e del
degrado nelle aree metropolitane possono valere anche gli ulteriori istituti previsti dal citato
D.L. n. 14/2017, convertito nella L. n. 48/2017, che persegue la finalità di una maggiore
sicurezza urbana23, da assicurarsi mediante iniziative di sicurezza integrata24.
L’art. 5 prevede, infatti, la sottoscrizione, da parte del Prefetto e dei Sindaci, di patti per
l’attuazione della cd. “sicurezza urbana”, volti al perseguimento di taluni obbiettivi definiti
prioritari, quali: a) la prevenzione e il contrasto alla criminalità e ai disordini; b) la

22
Per i quali è indicata la possibilità di accedere, mediante fondi PON da destinarsi alle Regioni PON obiettivo
1.
23
Esplicitamente definita come << bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da
perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione, anche urbanistica, sociale e culturale, e recupero
delle aree o dei siti degradati, l'eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione
della criminalità, in particolare di tipo predatorio, la promozione della cultura del rispetto della legalità e
l'affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile>>.
24
Intesa, come l'insieme degli interventi assicurati da soggetti istituzionali, al fine di concorrere, ciascuno
nell'ambito delle proprie competenze e responsabilità, alla <<promozione e all'attuazione di un sistema unitario
e integrato di sicurezza per il benessere delle comunità>> (art. 4)

20
promozione e la tutela della legalità; c) la promozione e il rispetto del decoro urbano; d) la
promozione dell’inclusione, della protezione e della solidarietà sociale.
In questo nuovo assetto, oltre a essere istituito il “Comitato Metropolitano”, sono
previsti: forme di cooperazione tra Polizia locale e altre forze, incentivi per il recupero delle
aree urbane degradate, inasprimenti sanzionatori nei confronti dei soggetti coinvolti nei cd.
“disordini urbani”, nonché l’estensione del potere sindacale di emanazione di ordinanze
contingibili e urgenti in funzione di prevenzione e di contrasto di fenomeni criminosi o
d’illegalità, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione o
l’accattonaggio con impiego di minori e disabili, oltre che di fenomeni di abusivismo, quale
l’illecita occupazione di spazi pubblici, o di violenza, anche legata all’abuso di alcool o
all’uso di stupefacenti.
Poiché le dinamiche delinquenziali giovanili sono, nell’attualità, esponenzialmente
alimentate dall’uso distorto dei social network, strumenti capaci di un coinvolgimento
immediato di un numero elevato di persone, appare utile che le forze dell’ordine si dotino di
strutture investigative specializzate, deputate a operare anche su questo piano.
In questa direzione risultano efficaci le iniziative promosse congiuntamente dal
Dipartimento per la Giustizia Minorile, dalla Polizia di Stato, dalla Polizia Postale e dal
M.I.U.R. per realizzare, nelle scuole, progetti di informazione, di sensibilizzazione e di
prevenzione rispetto a fenomeni di bullismo e di cyberbullismo.

5. La risposta giurisdizionale: le sollecitazioni provenienti dagli uffici giudiziari e


le proposte consiliari.
5.1. Il settore penale.
Se il versante di un impegno istituzionale ampio, con finalità di prevenzione della
devianza e di recupero dei minori che hanno già fatto ingresso nel circuito giudiziario
costituisce il terreno privilegiato d’intervento, nondimeno le esigenze di salvaguardia della
collettività, ormai costituenti un’emergenza sociale, impongono un doveroso bilanciamento
tra il primario interesse statuale al recupero del minore autore di reato e quello, contrapposto,
alla tutela dei beni violati dalla condotta deviante dallo stesso tenuta.
In quest’ottica, è necessario calibrare con attenzione l’intervento giurisdizionale,
tenendo conto della concreta gravità del reato e, ancor più, della personalità del minore,
poiché la doverosa esigenza di rieducazione cui il processo minorile è informato non può
prescindere dalla necessità di assicurare effettività all’intervento di contrasto, né può
obliterare la specifica pericolosità di cui il soggetto agente risulta portatore.

21
Nel pieno rispetto dell’autonomia dei singoli magistrati in ordine alle scelte da
compiere con riferimento alle specifiche vicende processuali, appare tuttavia ineludibile la
considerazione che, a fronte di una pericolosità elevata, una troppo blanda risposta giudiziaria
non sortirebbe effetti deterrenti, né esplicherebbe funzione rieducativa di sorta, contribuendo,
anzi, a rafforzare nel minore autore di reato e nel comune sentire il convincimento di una
sostanziale impunità.
Nell’ottica di potenziare l’efficacia dell’intervento giurisdizionale, è necessario
innanzitutto modulare interventi, in primis giudiziari, capaci di far comprendere ai minori che
alla commissione di gravi reati consegue una seria ed efficace risposta delle Istituzioni.
I minori, in sostanza, devono costantemente percepire la credibilità e l’autorevolezza
dello Stato, non solo nella fase della prevenzione e in quella dell’assistenza e del recupero
rispetto a condizioni devianti endogene, ma anche e soprattutto nel momento del contatto con
la polizia giudiziaria e con la magistratura.
Da questo punto di vista la magistratura minorile calibra la propria azione, valutando la
gravità dei fenomeni in atto e dei singoli reati attraverso un’attenta e rigorosa utilizzazione
degli strumenti a disposizione, siano essi di natura cautelare o quelli peculiari del settore
minorile, con l’obiettivo di contrastare il senso d’impunità sempre più diffuso nel mondo
giovanile25, che rischia di rappresentare un volano e un moltiplicatore di condotte delittuose,
di sottovalutazione delle conseguenze e di generale adesione a semplificazioni sempre più in
voga, icasticamente rappresentati dalla spiazzante locuzione “Tanto che mi fate”, che sempre
più spesso i giovani violenti rivolgono agli operatori di polizia giudiziaria.
Inoltre, è assolutamente necessario, specialmente in contesti, come quello partenopeo,
in cui è sempre più labile il confine tra la delinquenza ordinaria o mafiosa e quella minorile,
che l’intervento in quest’ultimo settore si inquadri nell’ambito di un’azione giudiziaria più
ampia, riguardante tutti gli uffici del distretto, che quindi devono essere prioritariamente

25
Nel corso dell’audizione la Presidente Esposito ha chiarito come, per un verso, siano stati adottati
provvedimenti organizzativi interni tesi a garantire una risposta di giustizia celere ed efficace, quali la variazione
tabellare con incremento di un’unità del numero di magistrati destinati all’ufficio G.I.P. (accresciuto da tre a
quattro, al fine di garantire una ancor più celere decisione), l’indicazione di prioritaria trattazione, pur a fronte
dell’assenza di arretrato e al netto della priorità stabilite ex lege per i casi in cui risultano adottati presidi
cautelari, dei procedimenti a piede libero, comunque sintomatici di ribellione, di sopraffazione e di
prevaricazione da parte del minore (es. ricettazioni, resistenze nei confronti di p.u., lesioni personali, ecc.), così
da consentire un’immediata presa in carico, se del caso da parte del sistema dell’esecuzione penale minorile, del
giovane condannato o, infine, l’assegnazione ai giudici del settore penale della competenza interna in tema di
misure amministrative.
Quanto al tema, a volte evocato nel dibattito mediatico, dell’eccessiva indulgenza del giudice minorile, la
Presidente Esposito ha chiarito che, nel corso dell’anno 2017, sono state irrogate pene severe e adeguate nei
confronti di minori condannati per i delitti di associazione a delinquere di stampo mafioso e finalizzate al traffico
di stupefacenti, nonchè per omicidio.

22
supportati dalle istituzioni con adeguate dotazioni di mezzi e di organico, costituenti risorse
indispensabili per fronteggiare, con efficacia, fenomeni criminali che presentano caratteri di
rilevante complessità e pericolosità.
Nella direzione di favorire azioni coordinante tra gli uffici ed evitare separatezze fra il
settore giudiziario minorile e quello “ordinario” è, infine, necessario, per un verso,
salvaguardare il valore della specializzazione dei magistrati minorili e, per altro verso, porre
in essere ogni iniziativa utile a favorire una costante osmosi tra saperi, tra metodologie
investigative e orientamenti giurisdizionali.
La percezione diffusa nella collettività dell’impunità dei minori e l’“affidamento” che
costoro ripongono su tale condizione per sottrarsi alle conseguenze del proprio agire sono
favoriti soprattutto dall’impossibilità, per la polizia giudiziaria, di operare con misure
precautelari; ciò rende doveroso un ripensamento in ordine all’adeguatezza dell’attuale
disciplina della materia cautelare, in ordine alla quale sono state evidenziate non poche
criticità nel corso delle audizioni.
È stata infatti da più voci stigmatizzata la ridotta incisività degli istituti dell’arresto in
flagranza e del fermo, la portata applicativa dei quali sconta la previsione di limiti edittali di
pena troppo elevati, tali da precludere l’adozione delle anzidette misure precautelari con
riferimento a un ventaglio di reati, anche di non lieve gravità, di per sé sintomatici di
un’allarmante proclività a delinquere.
La soglia sanzionatoria di nove anni, computata tenendo conto della diminuente per la
minore età, è stata ritenuta tanto più irragionevole in considerazione del carattere sempre
facoltativo dell’arresto nel processo minorile e dell’inadeguatezza, in punto di deterrenza,
dell’alternativo l’istituto dell’accompagnamento del minore sorpreso in flagranza di reato (art.
18 bis D.P.R. 448/98).
Con riferimento a quest’ultimo si è posto in rilievo: che l’affidamento del minore ai
genitori o all’eventuale affidatario risulta privo di ogni effetto deterrente, risultando
addirittura controproducente nelle ipotesi, tutt’altro che infrequenti, in cui la devianza sia
conseguenza anche dell’inosservanza degli obblighi di vigilanza gravanti sugli esercenti la
potestà genitoriale; che le restrittive condizioni in presenza delle quali è consentito far ricorso
all’opzione alternativa dell’accompagnamento presso un centro di prima accoglienza ovvero
presso una comunità pubblica o autorizzata rende la stessa ingiustificatamente residuale,
tenuto conto della sua oggettiva efficacia dissuasiva; che comunque anche per procedere
all’accompagnamento presso gli uffici di Polizia sono richiesti limiti edittali di pena troppo

23
elevati e, perciò, escludenti un ampio catalogo di reati, soprattutto contro la persona,
indicativi dell’indole violenta e trasgressiva dell’autore.
Per altro verso, non si è mancato di rilevare che le defaillances complessive del sistema,
a ridosso della consumazione del reato, oltre a generare nel minore autore di reato il
convincimento di una sostanziale impunità per le azioni, pur gravi, commesse, producono
l’ulteriore effetto di indurre gli adulti a ricercare la complicità dei primi nella perpetrazione
dei reati.
Sul piano dei presidi cautelari, oltre alle rilevate criticità, concernenti gli elevati limiti
edittali di pena, valevoli anche per l’applicazione delle misure, sono state, inoltre, evidenziate
quelle ulteriori, correlate allo speciale regime dei termini di durata: a norma dell’art. 23 del
D.P.R. n. 448/88, i termini di cui all’art. 303 c.p.p. sono ridotti, per la custodia cautelare, per
il collocamento in comunità e per la permanenza in casa, della metà per i reati commessi da
minori di anni 18 e dei due terzi per quelli commessi da minori di anni 16.
Tale previsione – s’è rimarcato – contrae eccessivamente la durata delle anzidette
misure, vanificandone la funzione, in special modo quella preventiva e quella di acquisizione
o conservazione della prova; inoltre, in ipotesi di procedimenti collegati ad altri pendenti
presso Procure ordinarie, nei confronti di indagati maggiorenni, il P.M. può trovarsi di fronte
all’alternativa di esercitare l’azione penale per evitare che i termini scadano, in tal modo
determinando la discovery anche con riguardo ai coindagati maggiorenni o di procrastinarne
l’esercizio, con possibilità di scadenza di quelli previsti per la fase delle indagini preliminari.
Per ovviare a tali criticità è stata auspicata da più parti una novellazione della normativa
che introduca nel procedimento a carico di minori, come ulteriore ipotesi in cui è prevista la
proroga (rectius la sospensione) dei termini di custodia, il caso della sua connessione con
altro procedimento pendente a carico di soggetti maggiorenni, onde rendere simmetrica la
durata delle misure ed evitare che, per effetto dell’esercizio dell’azione penale, si verifichi
un’anticipata discovery di atti comuni.
Tale opzione non appare tuttavia in linea con i principi che informano l’istituto di cui si
è invocata la modifica, non potendo l’ipotizzata causa di sospensione sussumersi in alcuna di
quelle tipizzate all’art. 303 c.p.p. e non presentando analogie con queste.
E ciò rende, a parere del Consiglio, la modifica non condivisibile: essa si tradurrebbe,
innanzitutto, nell’introduzione di un’ipotesi di sospensione connotata da un evidente carattere
di sfavore per i minori, con effetti d’irragionevole diversificazione rispetto al trattamento
cautelare previsto per i maggiorenni; inoltre, la sospensione dei termini di custodia in vista
dell’adozione di un atto incerto nel quando e relativo peraltro a un diverso procedimento

24
frustrerebbe quelle esigenze di speditezza (sottese alla minor durata dei termini di custodia
cautelare), costituenti declinazione del principio di “minima offensività” del processo
minorile, funzionale a preservare il minore dall’impatto negativo che un’eccessiva durata
della vicenda giudiziaria potrebbe arrecare al suo sviluppo psicofisico ed esistenziale, nonché
all’attivazione precoce di percorsi rieducativi.
Va qui ribadito che l’intervento giurisdizionale in ambito minorile è ispirato ai principi
della “minima offensività del processo”, della sua “finalizzazione rieducativa” e della sua
“attitudine responsabilizzante”.
Coerentemente all’opzione culturale sottesa a tali principi, l’asse portante del vigente
assetto processuale minorile, consacrato nel D.P.R. n. 448/88, è costituito dalla
differenziazione del trattamento riservato al soggetto minore autore di reato, differenziazione
che trova fondamento nella convinzione che la risposta istituzionale all’illecito in grado di
produrre i migliori risultati per esso non sia quella meramente sanzionatoria, ma quella
finalizzata al suo recupero e alla sua risocializzazione.
L’indicato scopo assegnato al processo minorile – riconosciuto in numerose pronunce
nelle quali la Corte Costituzionale26 ha vagliato la legittimità di norme sostanziali, processuali
e dell’ordinamento penitenziario, di cui s’ipotizzava l’incompatibilità con la finalità
consacrata nell’art. 31, comma 2 (norma che prevede l’obbligo per lo Stato di proteggere la
gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo) – informa l’intero assetto del rito e
costituisce la ratio sottesa a tutti gli istituti che consentono il dirottamento del caso criminale
fuori dal binario della trattazione giudiziaria, affinchè sia gestito con uno strumentario diverso
da quello processuale e punitivo.
Ciò sul presupposto che per il deviante di minore età l’attivazione immediata di
interventi di risocializzazione e di supporto può realizzare, pur in un ambito processuale,
quella funzione educativa che normalmente si affida alla pena e che, ove attuata
precocemente, può addirittura consentire di prescinderne.
Con particolare riguardo alla materia cautelare, gli aspetti maggiormente qualificanti
sono costituiti dalla previsione di misure esclusive (nel doppio significato che mancano
misure corrispondenti per gli adulti e che le cautele previste per i minori non possono essere
affiancate o sostituite con altre misure), nonché dal principio della “residualità” della custodia
cautelare.

26
Vedansi, ex pluribus, Corte Cost., sent. n. 46 del 20/04/78, nonché Corte Cost., sent. n. 323 del 26/07/2000.

25
Da sempre detta misura è stata riservata a delitti puniti con pena edittale assai elevata
(in origine per i delitti non colposi puniti con la pena dell’ergastolo o con quella della
reclusione non inferiore, nel massimo, a dodici anni; attualmente e per effetto della novella di
cui al D.L.vo n. 12/91 ai delitti non colposi puniti con la pena dell’ergastolo o con quella della
reclusione non inferiore, nel massimo, a nove anni), nonché a specifiche tipologie di delitti
espressamente previste dal Legislatore (segnatamente quelle di cui all’art. 380, comma 2, lett.
e), f), g) e h), c.p.p.).
La scelta restrittiva originariamente effettuata, ritenuta coerente con le indicazioni
contenute nella normazione sovranazionale27, è stata modificata con L. n. 12/91, col
dichiarato intento di ampliare il ventaglio dei reati legittimanti l’adozione di misure cautelari,
in ragione del riscontrato intensificarsi del fenomeno delinquenziale minorile.
In detta prospettiva s’è ritenuto, per la prima volta, di privilegiare, in uno al criterio
quantitativo, correlato al limite edittale di pena, quello qualitativo, in forza del quale si è
attribuito rilievo a tipologie di reato che, pur attestandosi su massimi edittali inferiori ai nove
anni, sono stati ritenuti concretamente gravi28.
Sulla base delle argomentazioni riportate deve, pertanto, ritenersi compatibile con il
menzionato principio di residualità della custodia cautelare una possibile conformazione dei
suoi presupposti applicativi che consenta di conferire rilevanza a fattispecie di reato che,
seppur sanzionate con pene inferiori al limite edittale previsto in via generale, presentino
connotazioni di allarmante gravità in concreto e risultino, in un determinato contesto storico,
endemiche nell’ambito della devianza minorile (si pensi in proposito alle ipotesi delittuose
della detenzione e del porto in luogo pubblico di una singola arma comune da sparo,
dell’incendio, del riciclaggio e delle lesioni gravi e gravissime), con conseguente necessità di
arginarle e di apprestare più incisive forme di tutela alla collettiva.

27
Si vedano, in specie, la Raccomandazione – REC (2003) 20 del Comitato dei Ministri agli Stati membri
concernente le nuove modalità di trattamento della delinquenza giovanile ed il ruolo della giustizia minorile,
l’art. 37 della Convenzione di New York del 20/11/89 sui “Diritti del fanciullo” e il § 13 delle cd. Regole di
Pechino (“Regole Minime sull’Amministrazione della Giustizia dei Minori”, adottate dall’ONU. il 29/11/85).

28
L’opzione ha formato oggetto di censura di legittimità costituzionale, in specie nella parte in cui s’è fatto
richiamo all’art. 380, comma 2, lett. e), c.p.p., ma la Consulta, con sent. n. 44/93, ha ritenuto infondata la
questione sul rilievo che la Legge delega “… nel limitare il potere del Giudice di disporre la custodia in carcere
solo per i delitti di maggiore gravità…, evoca un concetto di gravità relativa i cui termini, inferiore e superiore,
non possono certo circoscriversi all’interno di un rigido paradigma quantitativo fondato sulla pena edittalmente
prevista,… dovendosi quindi saldare la gravità del reato anche a parametri di tipo qualitativo che facciano leva
sulla specificità delle singole condotte criminose e sul correlativo disvalore, nonché sulla incidenza che tali
condotte presentano in un determinato contesto storico e sociale e sulle peculiarità che indubbiamente
caratterizzano la devianza minorile e il connesso regime processuale…”.

26
Peraltro, l’assenza di automatismi e la natura facoltativa dell’applicazione della misura
cautelare impongono, in ogni caso, un apprezzamento in concreto del pericolo di recidivanza,
nell’ambito del quale assumono rilievo quelle connotazioni attinenti sia alla gravità del fatto
che alla personalità del suo autore, nonchè dei processi educativi in atto, da non interrompere,
che potrebbero eventualmente orientare alla scelta di misure meno afflittive.
Le auspicate modifiche all’art. 23 sortirebbero l’ulteriore effetto di consentire
l’adozione delle misure precautelari dell’arresto e del fermo per le medesime tipologie di
reato, in tal modo ampliando la portata applicativa dell’art. 18 e così restituendo alla
previsione normativa in esso contenuta una più pregnante efficacia dissuasiva, ove si tenga
conto della maggior forza d’impatto che tal genere di presidi, per la loro immediatezza, hanno
d’ordinario su autori di reato minorenni, anche per tal via indotti, da subito, a un utile
ripensamento sulle conseguenze del proprio agire.
L’evidenziata esigenza di rendere maggiormente incisivo l’intervento giurisdizionale
suggerisce, nel contempo, modifiche analoghe anche all’art. 18 bis e all’art. 19, apparendo il
limite di pena ivi stabilito troppo elevato e perciò inidoneo a ricomprendere tipologie di reato
sintomatiche di personalità altamente trasgressive o comunque denotanti l’inserimento in
contesti di devianza (si pensi, a titolo esemplificativo, alle lesioni con armi da taglio o
improprie e alla resistenza a pubblico ufficiale).

5.2. I settori civile e amministrativo.


La positiva esperienza degli uffici giudiziari minorili italiani ha evidenziato l’efficace
applicazione, nelle ipotesi di esercizio della responsabilità genitoriale in maniera
pregiudizievole per il minore, dei diversi rimedi che l’ordinamento mette a disposizione,
primi tra tutti i tradizionali provvedimenti de potestate ex art. 330 c.c., consistenti nella
decadenza dalla responsabilità genitoriale, laddove la violazione dei doveri relativi all’ufficio
o l’abuso dei relativi poteri arrechi un grave pregiudizio al minore; ovvero, ex art. 333 c.c.,
nell’adozione di provvedimenti quali l’allontanamento del minore o del genitore dalla
residenza familiare, quando la condotta dei genitori risulti pregiudizievole per il minore anche
se non tale da giustificare un provvedimento di decadenza.
I provvedimenti cd. de potestate hanno l’obiettivo fondamentale di assicurare ai minori
coinvolti adeguate tutele e, nel contempo, di dare loro l’opportunità di sperimentare orizzonti
sociali, culturali, psicologici e relazionali diversi da quelli di provenienza, favorendo l’uscita
dall’area del rischio di devianza e evitandone la possibile strutturazione criminale.

27
Anche la legge n. 184/83 sulle adozioni persegue la medesima primaria finalità,
prevedendo la possibilità di interventi di correzione da parte del giudice minorile: si delineano
all’uopo una serie di istituti che trovano applicazione quando la famiglia non è in grado di
provvedere in maniera adeguata alla crescita e all’educazione del minore.
Un ulteriore strumento di natura amministrativa è previsto dall’art. 25 del R.D.L. 20
luglio 1934, n. 1404, nei confronti di minori “irregolari per condotta o per carattere” e
risulta esteso dai successivi artt. 25 bis e 26:
a) ai minorenni che esercitano la prostituzione o che sono vittime di reati a carattere
sessuale (art. 25 bis);
b) ai minorenni sottoposti a procedimento penale quando non si ritenga o non si possa
chiedere misura cautelare o quando sia intervenuto proscioglimento per incapacità di
intendere e di volere, senza applicazione di misura di sicurezza (art. 26, comma 1);
c) ai minorenni nei confronti dei quali sia stata pronunciata sentenza di condanna a pena
sospesa o di proscioglimento per concessione del perdono giudiziale (art. 26, comma 2);
d) ai minorenni il cui genitore serbi condotta pregiudizievole (artt. 26, comma 3, e 333
c.c.).
Con riguardo a quest’istituto, ritenuto assai utile nella prevenzione dei reati, soprattutto
nei confronti dei minori non imputabili, per i quali difettano strumenti di contenimento della
pericolosità diversi dalle misure di sicurezza (art. 36 D.P.R. n. 438/88), è stata evidenziata
l’opportunità di prevederne l’applicazione secondo una procedura che rispetti il
contraddittorio e garantisca i diritti di difesa, in ossequio al precetto di cui all’art. 111 Cost.
Inoltre, è stata rappresentata l’opportunità – nei casi in cui si renda necessario il
distacco dal contesto socio-ambientale di provenienza perché criminogeno o deviante – che il
collocamento avvenga in comunità ubicate in luoghi da esso lontani.
Sempre con riguardo alle comunità, è stata rimarcata l’inopportunità della contestuale
presenza di minori allontanati in base a un provvedimento civile di protezione, di minori
sottoposti a procedimento penale (in misura cautelare o ammessi a un programma di messa
alla prova, con collocamento in tal genere di strutture) o assoggettati a misura amministrativa
ex art. 25 del R.D.L. n. 1404/34.
Ciò perché ai primi dev’essere riconosciuto un margine di libertà, sia di movimento che
di comunicazione con l’esterno, anche mediante utilizzo di personal computer o di telefono
cellulare, che, invece, non è accordato a coloro che risultano sottoposti a procedimento
penale, con la conseguente evidente difficoltà di gestire differenziati regimi nell’ambito della
medesima struttura.

28
Per queste ragioni si è sollecitata una modifica dell’art. 10 del D.L.vo 272/89, che
impone l’indicata promiscuità.
Recependo le indicazioni offerte dai Dirigenti degli Uffici auditi, si rileva che appaiono
effettivamente necessarie talune modifiche dei criteri di assegnazione dei minori e, ancor più,
una maggiore attenzione nell’individuazione delle comunità di accoglienza cui destinare i
predetti.
La denunziata promiscuità all’interno delle comunità pregiudica, infatti, la concreta
praticabilità di percorsi riabilitativi individualizzati, generando inoltre un’inopportuna
contiguità tra soggetti bisognosi di ausilio in quanto destinatari di un mero provvedimento
civile di protezione e soggetti sottoposti a procedimento penale o alla misura amministrativa
di cui all’art. 25 del R.D.L. n. 1404/34, da indirizzare pertanto verso percorsi rieducativi
finalizzati al recupero dalla devianza.
Appare quindi prevalente sulle ragioni della non emarginazione del minore collocato in
comunità proveniente dall’area penale, la necessità che i minori provenienti dall’area civile o
amministrativa, già particolarmente vulnerabili, non siano limitati nelle opportunità educative
dalle restrizioni necessariamente imposte ai primi.
Una particolare attenzione deve essere poi riservata alla scelta della comunità cui
destinare il minore, poiché, come segnalato, la sua ubicazione, nei casi di cui si è fatto cenno,
potrebbe incidere negativamente sul percorso educativo per l’influenza di sfavorevoli fattori
esterni.
Deve inoltre rilevarsi che, almeno per quel che concerne la situazione campana, la gran
parte delle comunità sono di natura privata, il che deve indurre a una costante vigilanza sulle
stesse riguardo alle modalità di esercizio del delicato servizio pubblico offerto.
Sotto altro profilo, deve poi rilevarsi che, allo stato, non sono previsti rimedi per i casi
di rifiuto del minore di sottoporsi alle misure amministrative, di violazione delle prescrizioni
impartite dai servizi sociali o di allontanamento dalla comunità.
E ciò depotenzia l’efficacia di tali misure, che, potendo essere prorogate fino al
ventunesimo anno di età, diversamente da quelle di natura civilistica (che perdono efficacia
con il raggiungimento della maggiore età del soggetto sottopostovi), sono, come da prassi
seguita in alcuni uffici giudiziari minorili, attivate in sostituzione di queste ultime, quando il
giovane impegnato in un percorso formativo sia prossimo al raggiungimento della maggiore
età.
Appare opportuno, pertanto, il rafforzamento dell’obbligatorietà alle misure
amministrative, prevedendo l’inasprimento delle modalità esecutive in caso di violazione

29
delle prescrizioni e includendo nel novero delle condotte punite dall’art. 388 c.p., come
fattispecie perseguibile d’ufficio, quella del genitore che ometta di vigilare sull’osservanza, da
parte del minore, delle prescrizioni imposte dal Tribunale per i Minorenni con l’adozione di
tal genere di misure.
Incisivi strumenti per il contrasto al fenomeno della devianza giovanile si rinvengono
anche in ambito civile.
La commissione di reati da parte di minori impegna, infatti, le competenti Autorità
Giudiziarie, non solo nell’accertamento della responsabilità e nel successivo trattamento
sanzionatorio del reo, ma anche nella verifica dell’adeguatezza delle responsabilità genitoriali,
tanto nei confronti del predetto quanto, eventualmente, nei confronti di altri minori,
appartenenti allo stesso nucleo familiare.
Ne consegue che, pur senza automatismi, è da incoraggiarsi, nell’elaborazione dei
documenti organizzativi delle Procure minorili, l’esemplificativa individuazione di fattispecie
per le quali è opportuna, in uno all’iscrizione della notizia di reato, l’apertura di un fascicolo
civile, al fine di consentire al Tribunale di valutare l’eventuale ricorrenza delle condizioni per
interventi a sostegno della famiglia o a tutela dei minori, con adozione di misure che, pur con
diversa gradualità, possano incidere sull’esercizio della genitorialità.
Le suddette misure civili o amministrative possono trovare fondamento e impulso
anche nelle informazioni acquisite, nell’ambito del processo penale, ex art. 9 D.P.R. n. 448/88
(“accertamenti sulla personalità del minorenne”).
I provvedimenti possono essere adottati anche contemporaneamente all’applicazione di
una misura di sicurezza (ex artt. 37, 38, 39 D.P.R. n. 448/88) per un minore prosciolto perché
non imputabile in quanto infraquattordicenne (art. 26 D.P.R. 448/88) o in caso di revoca della
stessa ai sensi dell’art. 40 medesimo D.P.R. o nei casi di proscioglimento per irrilevanza del
fatto (art. 27 D.P.R. n. 448/88).
Ancora, come già evidenziato nella Risoluzione consiliare del 31 ottobre 2017 in tema
di tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata, è a dirsi che va
consolidandosi negli Uffici Giudiziari minorili, sia pure quale extrema ratio, l’efficace prassi
applicativa, nei casi di pregiudizievole esercizio della responsabilità genitoriale, di
provvedimenti de potestate ex art. 330 c.c. (decadenza dalla responsabilità genitoriale) ovvero
ex art. 333 c.c. (adozione di provvedimenti quali l’allontanamento del minore o del genitore
dalla residenza familiare), con “l’obiettivo fondamentale di assicurare ai minori coinvolti
adeguate tutele e, nel contempo, di dare loro l’opportunità di sperimentare orizzonti sociali,

30
culturali, psicologici e relazionali diversi da quelli di provenienza, nella speranza di evitarne
la strutturazione criminale”.
Con la citata Risoluzione il Consiglio ha condiviso la valutazione secondo cui la
famiglia mafiosa, inserita nel circuito della criminalità organizzata con affiliati appartenenti a
più generazioni o comunque caratterizzata da un continuativo vissuto delinquenziale
coinvolgente genitori e figli, sia considerata come “famiglia maltrattante” in virtù del
significativo elemento dell’indottrinamento criminale dei minori, con conseguente legittima
adozione, in via di extrema ratio, di provvedimenti drastici volti a scongiurare la trasmissione
“ereditaria” dei valori criminali.
Di tali principi è stata fatta applicazione anche da parte del Tribunale per i Minorenni di
Napoli in casi di abbandono scolastico o d’irregolarità della frequenza, rilevati con riguardo a
minori appartenenti a nuclei familiari in cui entrambi o uno solo dei genitori risultavano
appartenenti a sodalizi camorristici, strutturati su base familiare; ciò in ragione della ritenuta
ricorrenza di condizioni di totale assenza di controllo da parte di figure adulte, con correlato
indottrinamento camorristico attuato attraverso la continuativa esposizione ad attività
delinquenziali (in tal senso il decreto Trib. Min. Napoli del 31 gennaio 2017).
In continuità con tali misure si pongono anche le previsioni dell’art. 34 c.p. che
consentono al giudice penale, in uno alla pena principale, di infliggere quella accessoria della
sospensione della responsabilità genitoriale per i delitti commessi con abuso della
medesima29.
De jure condendo il Consiglio valuta positivamente alcune sollecitazioni provenienti
dai magistrati minorili, riguardanti aspetti processuali dei giudizi civili de potestate che
appaiono incerti o deficitari.
In primo luogo, ritiene apprezzabile la prospettata esigenza di evitare che, nei
procedimenti de potestate aperti a seguito di segnalazioni di maltrattamenti in danno di minori
o del coinvolgimento dei predetti in attività delittuosa da parte dei genitori, possa
determinarsi, con la nomina dei difensori, ai quali è riconosciuta ex lege la facoltà di accesso
agli atti, un’anticipata discovery degli accertamenti compiuti.
Nell’art. 336 c.c. difetta, infatti, un esplicito riferimento alla necessità di una preventiva
autorizzazione del magistrato perché i difensori nominati dalle parti possano prendere visione
ed estrarre copia degli atti.

29
Il G.U.P. del Tribunale di Napoli, con sentenza del 12 marzo 2018, ha disposto la sospensione della
responsabilità genitoriale per il relativo abuso in ordine a genitori che avevano coinvolto i figli minori
stabilmente nella logistica per il funzionamento della “piazza di spaccio”.

31
Per ovviare a tale inconveniente sarebbe opportuna una modifica del testo dell’art. 336
c.c., con l’introduzione di una previsione esplicita, analoga a quella contenuta nell’art. 10,
comma 2, della L. 4 maggio 1983, n. 184, in materia di adozione, a termini del quale ai
difensori delle parti è consentito “di prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti
nel fascicolo previa autorizzazione del giudice”, con richiesta di parere all’autorità requirente
procedente, in ordine alla sussistenza delle ragioni di segretezza.
Interventi a tutela di minori che versino in situazioni di trascuratezza o abuso, con
l’apertura di un procedimento ex art 330 c.c. o ex art. 333 c.c., richiedono l’effettuazione di
un’istruttoria il più possibile completa e approfondita, anche mediante l’espletamento di una
consulenza tecnica d’ufficio.
Per ovviare al problema derivante dall’attuale impossibilità di porre tali spese a carico
dell’Erario sarebbe, pertanto, opportuno estendere ai procedimenti de potestate l’istituto del
gratuito patrocinio di cui all’art. 143 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo Unico sulle
spese di giustizia), oggi consentito solo per i procedimenti di adottabilità.
A ben vedere non v’è ragione che giustifichi un diverso trattamento in ordine alle spese
di giustizia fra i minori in stato di abbandono e quelli in situazioni di grave degrado educativo
e socio-familiare.
Sempre al fine di garantire massima celerità alle attività a tutela del minore trascurato o
maltrattato, appare poi auspicabile che, in analogia a quanto previsto dall’art. 10, comma 3,
della citata L. 4 maggio 1983, n. 184, sia esteso ai procedimenti de potestate il potere del
Tribunale per i Minorenni di designare un tutore provvisorio, nelle more della nomina del
tutore da parte del Giudice tutelare, regolando espressamente la prassi adottata da alcuni
tribunali i quali, in caso di adozione di provvedimenti sospensivi della potestà genitoriale in
via di urgenza e inaudita altera parte, hanno applicato analogicamente tale norma prevista
esplicitamente per l’adozione.

6. La collaborazione tra i diversi Uffici Giudiziari.


L’attuale quadro della criminalità partenopea, come riferito dal Procuratore della
Repubblica di Napoli, non è interpretabile riduttivamente sotto il segno della scomposizione
dei vecchi cartelli malavitosi e della conseguente assunzione di posizioni direttive da parte di
giovani spregiudicati, votati all’esercizio gratuito della violenza.
Con la delinquenza “ordinaria”, organizzata e non, che ha radici in ambiti segnati da
disagio ed emarginazione sociale, coesistono infatti fenomeni criminali, strutturati in forma di
costellazioni di imprese, finanziate con proventi illeciti e che si mimetizzano spesso nel

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circuito economico; in tali contesti imprenditori e professionisti con funzioni consulenziali
hanno spesso ruoli direttivi e organizzativi nelle holding criminali, soprattutto quando
chiamati a garantire la continuità gestionale rispetto ai capi detenuti.
Sovente i minori non sono estranei neanche a tali dinamiche delinquenziali di maggior
complessità, anche se vi partecipano per lo più in veste di appartenenti a gruppi o sottogruppi
operanti nei settori che tradizionalmente alimentano le imprese illecite (spaccio di
stupefacenti, usura, estorsione), con ruoli esecutivi, di ausilio nel controllo del territorio o di
manovalanza armata; è pertanto inevitabile che, rispetto a fenomeni così strutturati, l’attività
investigativa si concentri prevalentemente in capo alla Procura ordinaria e, in specie, alla
relativa articolazione competente in materia di macrocriminalità (Direzione Distrettuale
Antimafia e Antiterrorismo), avente dotazioni, sul piano delle risorse umane e tecnologiche,
senz’altro maggiori.
Ciò nondimeno, risultano necessari una sinergia e un coordinamento tra magistratura
inquirente ordinaria e minorile per l’ottimale gestione delle attività investigative che vedono
coinvolti anche soggetti minorenni30.
Dai magistrati auditi sono state evidenziate le difficoltà che emergono, a normativa
vigente, sotto il profilo di un utile coordinamento, con riferimento alla trasmissione di atti di
rilevanza investigativa e alla loro successiva utilizzazione in vista della programmazione di
interventi soprattutto nel settore cautelare.
Ancor più delicata appare poi l’azione di coordinamento tra la Procura ordinaria e
quella minorile nelle ipotesi in cui dalle indagini svolte non emerga il coinvolgimento di
minori nell’attività criminosa, ma condotte maltrattanti in danno di essi, in forma
d’indottrinamento e d’istigazione a pratiche delittuose o di mancato accudimento educativo da
parte di genitori costantemente dediti ad attività illecite.
In tali eventualità la difficoltà di un efficace raccordo tra le attività dei diversi Uffici
scaturisce dalla preclusione all’utilizzo, da parte della Procura minorile, degli atti trasmessi
dalla Procura ordinaria per l’attivazione di procedimenti a tutela del minore: ciò in ragione del
fatto che la proposizione di ricorsi al competente Tribunale per i Minorenni determinerebbe il
necessario versamento nel fascicolo civile da inoltrare degli atti ricevuti dalla Procura

30
Sul punto va positivamente segnalato il protocollo stipulato in data 17 luglio 2018 fra il procuratore della
Repubblica presso il Tribunale ed il procuratore per i minorenni di Napoli con il quale, oltre a ribadire la
reciproca collaborazione ed azione in sinergia, i dirigenti degli uffici requirenti formulano direttive investigative
comuni alle forze di polizia per i primi interventi e per l’attivazione delle prime investigazioni dopo la
commissione di fatti delittuosi che coinvolgono i minori, richiedendo la massima collaborazione fra le forze
dell’ordine anche attraverso l’utilizzazione di gruppi investigativi specialistici ed interforze all’uopo istituiti.

33
ordinaria, con conseguente discovery di questi in una fase in cui risultano ancora coperti da
segreto investigativo nel correlato procedimento in carico alla Procura ordinaria.
Sotto questo profilo, se in una prospettiva de iure condendo potrebbe valutarsi
l’opportunità d’introdurre limiti al diritto di accesso agli atti per le parti – peraltro già in parte
indicati nel paragrafo che precede quanto alla necessità di condizionare tale diritto nei
procedimenti de potestate all’autorizzazione del giudice, previo parere del P.M. procedente –
a normativa vigente merita di essere segnalata la buona prassi di inserire gli atti trasmessi
dalla Procura ordinaria in un “fascicolo di richiamo”, non ostensibile, utilizzando le
informazioni in essi contenute al limitato fine di attivare un monitoraggio sui minori a rischio
di pregiudizi da parte degli organi competenti, così acquisendo aliunde gli elementi
conoscitivi su cui fondare il ricorso al Tribunale per i Minorenni per l’adozione di misure di
protezione.
Si raccomanda pertanto il consolidamento di un efficace circuito comunicativo tra tutti
gli Uffici Giudiziari, formalizzato eventualmente attraverso l’adozione di Protocolli ed esteso
anche a quelli giudicanti, finalizzato a rendere quanto più tempestivi gli interventi a tutela di
minori esposti a situazioni di rischio e/o pregiudizio e realizzato concordando le modalità
d’immediata e sintetica segnalazione al P.M. minorile, onde consentire allo stesso di
formulare ricorso al Tribunale per i Minorenni e di attivare, se del caso di concerto con
l’Autorità Giudiziaria ordinaria, i servizi sociali.
In particolare, analogo raccordo dovrà instaurarsi specialmente nei rapporti tra Procura
ordinaria e Tribunale civile, nonché in quelli tra quest’ultimo e il Tribunale per i Minorenni,
onde risolvere le criticità derivanti dal riparto di competenze in materia di interventi a tutela
dei minori a norma degli artt. 330 e 333 c.c., attratti, per le ipotesi in cui tra i genitori pendano
giudizi di separazione o divorzio, nella competenza del Tribunale ordinario.
Quello indicato rappresenta infatti uno snodo fondamentale, sia per il recupero di
informazioni utili nei diversi settori di intervento giudiziario, sia per l’opportuna anticipazione
di interventi a tutela del minore, da operarsi previa segnalazione di dati in ipotesi
immediatamente acquisibili dai giudici che si occupano di famiglia nei Tribunali ordinari del
Distretto.
Al riguardo va segnalata la virtuosa collaborazione stabilita, sia con riguardo ai casi di
concorso di persone maggiorenni e minorenni, sia con riguardo a quelli di reati commessi in
danno di minori, tra gli Uffici Giudiziari partenopei e, segnatamente, tra la Procura Generale
presso la Corte d’Appello, la Procura per i Minorenni e le diverse Procure ordinarie del
distretto, che hanno sottoscritto all’uopo un apposito Protocollo.

34
Va da ultimo richiamato quanto prescrive, per ogni autorità giudiziaria, l’art. 4 del
D.P.R. 22 settembre 1988, n. 488: al fine dell’eventuale esercizio del potere di iniziativa per i
provvedimenti civili di competenza del Tribunale per i minorenni, l’autorità giudiziaria penale
e quella civile sono tenute a informare, nell’interesse del minore, anche con una segnalazione
sintetica e con i necessari omissis, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i
minorenni delle situazioni meritevoli di attenzione.
Alla disposizione occorre dare puntuale attuazione ed è altresì auspicabile che, in sede
distrettuale, i dirigenti sollecitino i magistrati al rispetto di tale obbligo e predispongano intese
per le modalità più opportune di trasmissione di tali segnalazioni.
Va visto con favore, nell’ottica della cooperazione fra Uffici giudiziari e fra questi e la
pubblica amministrazione, il protocollo “Invertiamo la rotta”, in via di definizione al
momento delle audizioni e del quale si auspica la rapida sottoscrizione.

7. Conclusioni.
Per fronteggiare il fenomeno della criminalità minorile e il suo progressivo dilagare
secondo forme diverse, ma tutte egualmente allarmanti, il Consiglio conclusivamente ritiene
che il forte impegno degli uffici giudiziari debba essere supportato da un intervento più ampio
che valorizzi appieno le esperienze, le metodologie e le buone prassi già in atto e che
coinvolga le istituzioni tutte in un disegno organico, teso a trovare soluzioni per una
rimozione efficace di quei fattori predisponenti, ottimizzando l’uso delle risorse umane e
materiali esistenti attraverso la pianificazione condivisa degli interventi pubblici e del privato-
sociale, l’istituzione di tavoli e protocolli tra le istituzioni.
Nel ribadire le proposte e i criteri di indirizzo formulati con la Risoluzione in data 31
ottobre 2017 in tema di tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità
organizzata, il Consiglio ritiene utili e opportuni, quanto alle attività di prevenzione:
1. la rilevazione accurata e tempestiva della dispersione scolastica, da effettuarsi
secondo modalità concordate tra le varie istituzioni;
2. la mappatura del rischio di devianza per i minori, avendo particolare riguardo alle
condizioni di disagio presenti nelle aree di provenienza degli stessi e tenendo conto di tutti i
fattori di rischio noti alle istituzioni didattiche, di polizia, degli enti locali, nonché giudiziarie,
attraverso un lavoro di rete che aggreghi informazioni ed esperienze per evitare zone d’ombra
e sottovalutazioni;

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3. la promozione, da parte di tutte le istituzioni coinvolte, di iniziative didattiche,
sociali, culturali, sportive, religiose e di educazione alla legalità, nei quartieri a rischio,
secondo piani integrati e con interessamento anche della magistratura minorile;
4. la proficua utilizzazione delle risorse finanziarie previste per il contrasto al disagio
sociale e alla marginalità, nonché per il recupero delle aree di esclusione sociale, favorendo lo
scambio di notizie sulle nuove opportunità di finanziamento e lo snellimento delle procedure
burocratiche per il loro conseguimento;
5. la pianificazione integrata tra le varie istituzioni e il privato-sociale che assicuri
l’accesso dei minori alla pratica sportiva, quale momento di crescita personale e di
aggregazione e quale strumento di contrasto al pericolo di esclusione sociale;
6. l’incremento degli organici relativi agli assistenti sociali, previa ricognizione degli
effettivi fabbisogni e con particolare riguardo alle aree caratterizzate da elevato disagio
sociale;
7. l’individuazione, in attuazione della “Legge quadro per la realizzazione del sistema
integrato di interventi e servizi sociali (legge 8 novembre 2000 n. 328)”, dei servizi essenziali
nel settore minorile, con regolamentazione della loro strutturazione e dei rapporti con
l’Autorità giudiziaria minorile;
8. l’istituzione, per mezzo di leggi regionali attuative della L. n. 328/2000 o di
protocolli d’intesa stipulati a livello regionale, di un ufficio di coordinamento dei servizi
socio-assistenziali dei minori, con il compito di assicurare un intervento integrato al loro
interno e nei rapporti con il servizio sanitario e di fungere, al contempo, da referente unico per
la magistratura;
9. il controllo capillare del territorio mediante tavoli istituzionali, gruppi specializzati
dedicati al ridimensionamento dei fenomeni di devianza minorile, sistemi integrati di
videosorveglianza, anche in esecuzione del D.L. n. 94/2017, convertito in L. n. 48/2017;
10. il consolidamento, anche attraverso l’introduzione di normativa specifica, di un
circuito informativo tra gli uffici giudiziari, che consenta, senza compromettere gli esiti delle
indagini, l’attivazione tempestiva di rimedi a protezione dei minori, con rispetto del
contraddittorio tra le parti.
Sollecita, al contempo, interventi normativi finalizzati a prevedere:
a) l’obbligo, per il giudice penale, di trasmettere all’autorità giudiziaria minorile la
sentenza di condanna per i delitti di cui agli artt. 416 bis c.p. e 74 del D.P.R. n. 309/90, nei
casi in cui risulti il coinvolgimento di un minore, affinchè sia valutata la possibilità di adottare
provvedimenti civili nel superiore interesse del minore stesso;

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b) limiti edittali di pena meno elevati per l’adozione, nei confronti dei minori, di misure
cautelari e precautelari;
c) la necessità, anche con riguardo ai procedimenti di competenza del Tribunale per i
minorenni, in analogia con quanto disposto dall’art. 10, comma 2, della L. n. 184/83 in
materia di adozione, che ai difensori delle parti sia consentito “prendere visione ed estrarre
copia degli atti contenuti nel fascicolo previa autorizzazione del giudice”, acquisito il parere
del pubblico ministero procedente;
d) l’estensione ai procedimenti de potestate dell’istituto del gratuito patrocinio, con
particolare riferimento alla previsione di cui all'art. 143 Dpr 115/2012;
e) l’estensione anche a tali procedimenti del potere del Tribunale per i minorenni di
nomina del tutore provvisorio, in attesa della nomina del tutore da parte del giudice tutelare;
f) l’inasprimento della modalità di esecuzione della misura amministrativa nei confronti
del minore infraquattordicenne che ne abbia violato le prescrizioni;
g) l’inclusione espressa, tra le condotte punite dal novellato art. 388 c.p., dell’omessa
vigilanza, da parte del genitore, sull’osservanza delle prescrizioni imposte al minore con le
misure amministrative disposte dal Tribunale per i minorenni.
h) la ridefinizione del concetto di evasione scolastica, ricomprendendovi anche i casi di
frequenza “a singhiozzo” o irregolare per presenza non continuativa o anomala, con
pubblicazione dei relativi dati, semplificazione del procedimento di segnalazione e denuncia
dell’inadempimento dell’obbligo scolastico;
i) l’espressa rilevanza penale della condotta del genitore che ometta di impartire al
minore l’istruzione obbligatoria;
l) l’assegnazione dei minori a comunità differenziate in ragione della natura della
misura che ha determinato il collocamento in esse, superando la promiscuità oggi prevista
dall’art. 10 del D.Lvo n. 272/89.
Al Ministro della giustizia l’invito ad attivare percorsi di assistenza psicologica e di
valutazione/recupero delle competenze genitoriali di soggetti detenuti, nell’ambito delle
competenze affidate al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria;
al Ministro dell’istruzione l’invito a promuovere l’attivazione di tavoli tecnici inerenti
alla dispersione scolastica, in modo da addivenire a metodi condivisi tra tutte le istituzioni, di
rilevamento e valutazione del fenomeno;
alla Regione Campania perché si renda promotrice di interventi finalizzati
all’assunzione di assistenti sociali da parte dei comuni con carenze di organico, al
finanziamento di opere relative alle strutture sportive, all’attivazione di convenzioni, anche

37
con previsione di finanziamenti, con società sportive che operano, con requisiti di qualità, in
favore dei minori a rischio;
al Comitato Olimpico Nazionale (CONI), perché si adoperi per la pianificazione di
strutture sportive, diversificate per disciplina, in tutte le aree a rischio di esclusione sociale e
perchè solleciti le federazioni sportive nazionali e le società professionistiche a investire in
strutture in favore dei minori a rischio, sovvenzionandone le relative attività;
al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione e ai Dirigenti degli Uffici
giudiziari per le valutazioni in ordine alle proprie determinazioni in materia di
organizzazione e di condivisione di scelte operative, nell’ambito dell’attuale quadro
ordinamentale, che impone, per un verso, il rispetto delle specifiche competenze di ciascun
ufficio e, per altro verso, una costante e proficua collaborazione all’insegna di una dirigenza
partecipata e coordinata, su cui il Consiglio ha investito con la normazione secondaria e di cui
opera una stabile promozione;
alla Scuola superiore della magistratura l’invito a fare dei temi, delle proposte e delle
questioni affrontate nella presente risoluzione, l’oggetto di specifiche iniziative di formazione
centrale e decentrata.
Tanto premesso,
il Consiglio delibera l’approvazione della presente “Risoluzione in materia di attività
degli uffici giudiziari nel settore della criminalità minorile nel Distretto di Napoli” e la sua
trasmissione:
1) Al Presidente del Senato della Repubblica ed al Presidente della Camera dei
Deputati;
2) Al Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia;
3) Al Ministro della giustizia;
4) Al Ministro dell’istruzione;
5) Alla Regione Campania;
6) Al Comitato Olimpico Nazionale;
7) Al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ai Dirigenti degli Uffici
giudiziari;
8) Al Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo;
9) Alla Scuola Superiore della Magistratura.
Impegna la Sesta commissione a proseguire il monitoraggio delle iniziative dei diversi
protagonisti istituzionali nell’attività di contrasto alla criminalità minorile, anche attraverso le
più utili iniziative di collaborazione con le autorità competenti e con gli uffici giudiziari,

38
nonché le altre articolazioni consiliari a tener conto delle esigenze organizzative e delle
risorse umane necessarie agli uffici del Distretto di Napoli.»

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