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Vienna,

1971. In un appartamento nel cuore della città una giovane donna sta
per incontrare sua madre. Non si vedono da trent’anni. Helga era bambina
quando, in una Berlino già sventrata dalle bombe, la madre aveva
abbandonato il marito e i figli per entrare volontaria nelle SS. Ora, dopo pochi
formali abbracci, la conduce verso un armadio dentro al quale è riposta una
perfetta uniforme nazista. Sospira, nostalgica. E Helga scappa, corre per le
scale, si allontana per sempre da lei e da quella implacabile fedeltà.
Passeranno altri vent’anni prima che Helga Schneider si decida a ripercorrere
la sua infanzia. Ne è nato un libro diversamente implacabile, dove la memoria,
anziché stendere un velo di pietà o di perdono, sembra liberare una rabbia
troppo a lungo taciuta; un libro che ci fa rivivere i morsi della fame, la
solitudine dei collegi, le angherie di una matrigna, la paura dei
bombardamenti, la voce del Führer che echeggia nel bunker della Cancelleria,
la lunga reclusione in una cantina: fino al giorno in cui i primi soldati russi
avanzano in una Berlino ormai completamente distrutta.
Helga Schneider è nata in Polonia e ha vissuto in Germania e in Austria. Dal
1963 risiede in Italia.
«Dopo la nascita di mio fratello Peter mia madre scoprì di aver sbagliato
carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Führer fosse più
onorevole dell’allevare i propri figli; così ci abbandonò entrambi in un
appartamento di Berlino-Niederschönhausen e si arruolò nelle SS. Era
l’autunno del 1941 e le forze tedesche se la passavano male sul fronte russo».
In copertina: Berlino, 1945. Foto Keystone.
Helga Schneider
Il rogo di Berlino
Prima edizione: maggio 1995

Il rogo di Berlino

Adolf Hitler è solo un bohémien vanitoso che viene dalla strada. Che alcuni lo
temano, ecco una cosa che va al di là della mia comprensione.
Stralcio di un discorso pronunciato dal Presidente del Reich, Hindenburg, in
occasione di una riunione con il generale Schleicher e il vescovo di München,
il 4 febbraio 1931.

Vienna, primavera 1971


Salimmo in fretta le scale del vecchio palazzo viennese e il cuore mi batteva
così forte che non fui capace di suonare il campanello. Lo fece Renzo, mio
figlio.
L’avevo cercata a lungo e ora, a distanza di trent’anni da quando mi aveva
abbandonata in una Berlino già molto scossa dalla guerra, avevo ritrovato mia
madre; viveva a Vienna, nella sua città.
Io, invece, nata in Polonia, vissuta nella Germania nazista e rimpatriata in
Austria (paese natio anche di mio padre), ormai mi ero stabilita in Italia;
avevo un marito e un figlio.
Quando la porta si aprì, vidi una donna che mi somigliava in modo
impressionante. L’abbracciai piangendo, sopraffatta da un’incredula felicità e
pronta a comprendere, a perdonare, a mettere una pietra sul passato.
Lei iniziò subito a parlare, a parlare di sé. Nessun tentativo di giustificare il
suo abbandono, nessuna spiegazione.
Raccontava. Molti anni addietro l’avevano arrestata nel campo di
concentramento di Birkenau, dove faceva la guardiana. Vestiva un’impeccabile
uniforme «che le stava così bene». Non erano ancora passati venti minuti che
già apriva un maledetto armadio per mostrarmi, nostalgica, quella stessa
uniforme. «Perché non te la provi? Mi piacerebbe vedertela addosso». Non la
provai, ero confusa e turbata. Ma ciò che disse subito dopo fu anche più grave
dell’aver rinnegato il proprio ruolo di madre. «Sono stata condannata dal
Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, ma
ormai non ha più nessuna importanza. Col nazismo ero qualcuno, dopo non
sono stata più niente».
Mi raggelò. E se lei, nel 1941, aveva deciso di non volere questa figlia, ora ero
io a non volere questa madre! Io e mio figlio tornammo in Italia col primo
treno. Renzo piangeva deluso. Come avrei potuto spiegargli il motivo per cui
io non avevo trovato una madre né lui una nonna? Aveva solo cinque anni.
Perdetti mia madre per la seconda volta.
Non so se sia ancora viva. Ogni tanto qualcuno mi chiede se l’ho perdonata.
Berlino, autunno 1941
Mia madre era una signora bionda che gridava «Sieg Heil!» quando Adolf Hitler
si esibiva nei suoi comizi. Talvolta portava anche me, e un giorno mi smarrì
tra la folla, ritrovandomi solo quando la piazza si fu svuotata. Mia nonna me lo
raccontava molto spesso, caricando le parole di tutto l’odio che nutriva per
quella nuora.
Dopo la nascita di mio fratello Peter, mia madre scoprì di aver sbagliato
carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Führer fosse più
onorevole dell’allevare i propri figli; così ci abbandonò entrambi in un
appartamento di Berlin-Niederschönhausen e si arruolò nelle SS. Era
l’autunno del 1941 e le forze tedesche se la passavano male sul fronte russo.
Ci accolse zia Margarete, la sorella di mio padre, partito da tempo per il
fronte. Lei viveva in una villa a Berlin-Tempelhof e aveva una figlia, Eva. Era
sposata con un conte, anch’egli in guerra.
Nella villa di mia zia si ignorava che cosa fossero gli alimenti razionati; sulla
tavola c’era sempre una grande abbondanza di tartine al fegato d’oca, salumi
assortiti, succo di mela e pane fresco. Spesso mi abbuffavo a più non posso,
per poi vomitare subito dopo sotto gli occhi costernati della zia. Io avevo
quattro anni, mio fratello Peter diciannove mesi.
Un giorno zia Margarete spedì due cablogrammi: uno a mio padre, con cui lo
informava della fuga della moglie, notizia questa che gli causò un’itterizia;
l’altro alla nonna paterna che, seduta stante, affidò il proprio già malridotto
podere alla sorella maggiore per precipitarsi dalla travagliata Polonia
nell’altrettanto travagliata Berlino.
Mia nonna arrivò col suo odore di pollaio e di biscotti ai semi di anice, posò
la borsa da viaggio e l’ombrello sul bordo della piscina vuota, gettò uno
sguardo sprezzante al maggiordomo in livrea coi baffetti alla Hitler che
ossequiava la zia con ridicolo zelo, e si mise a imprecare come uno stalliere.
Definì mia madre una Nazihure, una troia nazista, e cominciò a discutere del
nostro destino. Aveva le idee chiare.
Zia Margarete era disposta ad allevare me e Peter insieme alla figlia Eva, ma
la nonna non voleva. Temeva che la figlia ci avrebbe trasformati in due
manichini impettiti e insisté per portarci in Polonia. Discussero aspramente
sul bordo della piscina. Ben presto partì un altro cablogramma verso il fronte,
ma mio padre dispose di lasciarci a Berlino. Così la nonna si stabilì con me e
Peter nell’appartamento di Niederschönhausen in attesa di nuovi sviluppi.
Cancellò ogni traccia di mia madre, come se la casa fosse stata infestata dalla
peste. Ma trovò il modo di rinnovarne ogni giorno il ricordo parlandone in
termini irripetibili, aggiungendo nuovo odio a vecchi rancori. Quella nuora, in
realtà, non le era mai piaciuta.
La nonna era affettuosamente severa. Mi puniva senza indugi ogni qualvolta
dicevo delle bugie, e io ne dicevo spesso. Mi piaceva raccontare in giro, ad
esempio, che mio padre era un famoso generale, mentre in realtà non era che
un soldato della contraerea, per di più convinto antimilitarista. La carriera
nell’esercito era sempre stata l’ultima delle sue ambizioni: lui era un artista. La
sua presenza a Berlino era strettamente legata a quella della sorella Margarete,
che con le sue conoscenze avrebbe dovuto aprirgli le porte del successo. La
guerra lo aveva coinvolto suo malgrado, a causa dell’annessione dell’Austria
alla Germania; lui era nato a Vienna, e dover indossare l’uniforme della
Wehrmacht lo irritava, anche se a quei tempi non era cosa da rivelare. La mia
bugia sul padre generale nacque per un bisogno di compensazione. Ero
rimasta senza calore materno e, benché volessi molto bene alla nonna, avevo
concentrato tutta me stessa su mio padre; lui però era lontano, per cui tanto
valeva che mi costruissi un modello su misura! Così creai la leggenda del
padre generale, una fantasia che mi consolava molto, soprattutto quando gli
altri esprimevano la loro ammirazione per «quell’eroe della patria»! D’altronde,
quale personaggio poteva suscitare maggiore considerazione di un valoroso
generale che combattesse al fronte per salvare il popolo dal bolscevismo?
A Niederschönhausen c’era un cortile acciottolato che si chiamava Böllerhof.
La nonna ci accompagnava là a giocare. Tutti i bambini la adoravano perché
era allegra. Possedeva una fervida fantasia e un certo fare fanciullesco. Si
inventava sempre nuovi giochi, riuscendo a farci dimenticare la guerra almeno
per un po’. Cantava in lingua polacca, e anche se non capivamo nulla
continuavamo ad ascoltarla estasiati. In quel cortile spoglio cantava e ballava
muovendosi con garbo, con una spontaneità innocente e popolana; tutti le
volevano bene e io talvolta ne ero gelosa. Ma spesso, nel bel mezzo della sua
esibizione, urlavano le sirene ed eravamo costretti a correre in cantina; così
l’incantesimo si spezzava di colpo.
La nonna era grassa, poetica e dotata di una lucida intelligenza. Ascoltava di
nascosto le trasmissioni della BBC e ci informava sull’andamento della guerra,
anche se Peter e io non ne capivamo nulla. Capivamo solo che guerra
significava fame, allarme, paura e bombe. Per farci addormentare ci
raccontava le fiabe della Foresta Nera in un misto di tedesco e polacco. La sua
voce ci rasserenava.
All’inizio dell’estate del 1942 mio padre venne a Berlino in licenza e zia
Margarete diede un piccolo ricevimento in suo onore. Fra gli invitati c’era
anche una giovane donna di nome Ursula. Al ricevimento Peter e io facemmo
una scorpacciata di tartine. Peter vomitò due volte; a me venne solo il
singhiozzo. Mia cugina Eva ci guardava come se fossimo due Cenerentole di
cui doversi vergognare. La spocchia infantile di Eva mi faceva sentire
inferiore, ed ero ben contenta che non ci toccasse di crescere insieme a lei.
Quella sera, fra un boccone e l’altro, mi accorsi che mio padre stava sempre
vicino a quella Ursula. Lei lo guardava con certi occhi e lui rispondeva con
certi sguardi! Mi sentivo imbarazzata e al tempo stesso incuriosita. Che cosa
stava succedendo? Ursula era giovane e bella e mio padre faceva il galante.
L’unico motivo per il quale fui contenta che il ricevimento finisse era la
speranza che mio padre si congedasse da Ursula per non rivederla mai più.
Nei giorni che seguirono riuscii a stare un poco in sua compagnia; ma c’era
qualcosa che non andava. Lo sentivo chiuso, lontano, e mi metteva
soggezione. La licenza durò solo tre giorni e alla fine lui ripartì per il fronte.
Ero confusa.
Mio padre, bello, slanciato, fronte alta e capelli ondulati, lo sguardo profondo
di un artista che si imbeve di colori, suoni, emozioni; mio padre, con i suoi
gesti misurati, con la voce bassa e seducente, non aveva proprio nulla
dell’eroico generale della mia fantasia, per cui faticai parecchio a tornare al
mio modello ideale.
Nel frattempo la guerra si era fatta più dura; man mano che aumentavano le
incursioni aeree diminuivano i generi alimentari. Molto spesso la nonna
tornava a mani vuote dallo spaccio, e allora per pranzo non c’era che un
bicchiere d’acqua. Per farci dimenticare la fame ci raccontava delle favole o ci
cantava le canzoni dei contadini polacchi.
Una mattina si mise a imprecare con forza, rompendo di proposito una bella
caffettiera dal bordo dorato. La scaraventò sul pavimento della cucina
gridando diverse volte: «Che stupido! Che somaro!». Mio padre le aveva scritto
che si era fidanzato con Ursula. Dopo il loro incontro nella villa di zia
Margarete erano rimasti in contatto epistolare e ora avevano deciso di
sposarsi. Mia nonna era fuori di sé. «Ma come!» gridava «solo un anno fa
vostro padre sembrava annientato per l’abbandono di quella poco di buono di
vostra madre e ora è già pronto a risposarsi?! Che stupido! Che somaro!».
Non riusciva a rassegnarsi. Diceva che Ursula era troppo giovane per
assumersi la responsabilità di due figli non suoi, e se in passato aveva definito
mia madre con i termini più orribili, ora criticava mio padre per essersi così
rapidamente consolato. Tutta la sua indignazione non servì a nulla, perché i
due colombi in realtà avevano già fissato la data del matrimonio.
Quando la nonna capì che non c’era più niente da fare, riempì la borsa da
viaggio, impugnò l’ombrello del nonno come una baionetta e ripartì per la
Polonia, non senza aver giurato che non avrebbe mai più voluto rivedere il
figlio e tanto meno la nuova nuora. Povera nonna, aveva tanto sperato di poter
essere lei ad allevarci. E forse le sarebbe riuscito meglio di quanto riuscì poi
alla nostra matrigna!
Partita la nonna, mi sentii perduta. Lei ci aveva dato amore e allegria e,
nonostante la guerra, perfino un certo senso di sicurezza; ora se n’era andata.
Ero inconsolabile e detestavo zia Margarete che aveva favorito l’incontro fra
mio padre e Ursula. Venimmo nuovamente parcheggiati nella villa di
Tempelhof per permettere ai due sposini di trascorrere una breve licenza di
matrimonio nell’appartamento che Ursula aveva allestito a Berlin-Steglitz,
nella Friedrichsruher Strasse. Tentai di arginare il dolore per la separazione
dalla nonna rimpinzandomi di cibo. Mangiavo e vomitavo, mentre Eva
continuava a guardarmi con disgusto.
Era settembre e nella villa la vita scorreva come sempre. Il giardiniere
sordomuto continuava a potare le siepi, e sembrava che la guerra riguardasse
solo la gente che si trovava oltre il grande cancello in cima al quale svettava il
nobile stemma di famiglia.
Mia cugina Eva era insopportabile. Era gelosa delle sue bambole e non voleva
assolutamente che le toccassi. Inoltre ostentava maniere aristocratiche così
affettate da scatenarmi risate a non finire.
Zia Margarete era alta, slanciata, austera e bellissima. Aveva capelli magnifici
di un rosso naturale e una splendida pelle, bianca e trasparente, costellata di
pallide efelidi. Era elegantissima e portava cappelli con la veletta. Quando ci
dava il bacio della buonanotte sentivo un profumo lieve, che rimaneva nella
stanza fino al mattino. Purtroppo, di lì a tre anni si sarebbe suicidata col
Veronal, non seppi mai per quale motivo. Alla nonna non dissero la verità; le
fecero credere che la figlia fosse morta di polmonite fulminante.
Peter era un bambino terribile e teneva tutti col fiato sospeso. Per due volte
minacciò di gettarsi nella piscina vuota e un’altra inghiottì un cioccolatino di
porcellana che, dopo un gran mal di pancia, espulse con le feci. Ne combinava
una al giorno!
Terminata la breve luna di miele, mio padre tornò al fronte, e noi dovemmo
andare a vivere con la matrigna nella Friedrichsruher Strasse. Io ero
angosciata e preoccupata: quella donna era per noi una perfetta estranea.
Nello stesso periodo la guerra rapidamente si inasprì. Le incursioni aeree
crescevano di frequenza e di intensità e la matrigna lamentava la scarsa
sicurezza della nostra cantina. Inoltre diventava sempre più difficile reperire
dei viveri: il tesseramento non funzionava e i negozi erano vuoti. Non si
riusciva più a trovare nemmeno un rocchetto di filo. I vecchi morivano sia
perché il cibo era sempre più scarso sia per la quasi assoluta mancanza di
medicinali, soprattutto quelli per le malattie più gravi.
Nei primi tempi zia Margarete inviava ogni tanto l’autista con un pacco di
viveri, ma in poco tempo smise di farlo: anche nella villa le cose non
andavano più bene come prima. Ursula manteneva un aspetto giovane e
spigliato nonostante stesse dimagrendo a vista d’occhio. Aveva capelli di un
bel biondo cenere e due occhi perfino più azzurri di quelli di Peter! Mio
fratello le annusava le calze o la baciava sul mento e lei rideva e gli pizzicava
le natiche. In un batter d’occhio lui aveva imparato a chiamarla Mutti, cosa di
cui io non ero proprio capace. Peter e Ursula si erano conquistati a vicenda.
Ursula insisteva affinché anch’io la chiamassi Mutti, ma quella parola mi
rimaneva in gola. Non riuscivo ad accontentarla. Mi veniva da dire Wutti o
Lutti o Butti, ma Mutti era impossibile. Questa fu la prima di una lunga serie
di incomprensioni.
Mi accorsi subito che Ursula usava con Peter e me due pesi e due misure.
Quando sbagliava lui, trovava sempre una scusante, che spesso era la sua
tenera età. Quando sbagliavo io, mi definiva la degna figlia di mia madre.
Criticava il metodo di educazione che la nonna aveva adottato con noi
giudicandolo permissivo. Io non ero d’accordo, la nonna era stata tutt’altro che
permissiva. Materna ed equa ma mai debole. Materna e giusta.
Alcuni atteggiamenti di Ursula mi sconcertavano. Se succedeva che sbagliassi,
talvolta balbettavo: «Io pensavo che…», ma lei mi interrompeva gridando: «Tu
non devi pensare, tu devi solo ubbidire!». Mi raggelava. Ubbidire senza
pensare: non potevo accettare un simile ordine da nessuno!
Inoltre, non tollerava di essere contraddetta. E quando insistevo, mi puniva. La
cieca sottomissione tedesca per lei era un valore assoluto.
Come luogo di punizione aveva scelto lo studio dove mio padre teneva tutte le
sue cose: i libri, la macchina da scrivere, le tele e i colori. Quello studio col
tempo mi diventò odioso nonostante traboccasse delle tracce di mio padre.
Oltre alla reclusione in quella stanza, mi toccavano altre punizioni, alcune
delle quali erano delle vere e proprie angherie. Ad esempio, Ursula pretendeva
che raccogliessi i peluzzi dal prezioso tappeto persiano che aveva portato in
dote; esigeva che rimanessi carponi finché non fosse scomparso anche l’ultimo
pelo. Talvolta quell’operazione si prolungava al punto che io venivo assalita
dalla tosse a causa della polvere.
Un’altra cosa che non tollerava era la mia ingenua bugia del padre generale.
Un giorno mi sorprese mentre la stavo ripetendo a una sua amica che abitava
sul nostro stesso pianerottolo e che veniva spesso da noi a fare due
chiacchiere; si chiamava Frau Gerlinde. La matrigna era andata a prendere un
bicchiere d’acqua per lei, e rientrando nella stanza mi sorprese mentre
raccontavo la mia favola. Mi interruppe brutalmente e gridò: «Ancora quella
frottola! Allora sei proprio incorreggibile! Sei tale e quale tua madre, falsa e
bugiarda!». E scandì, autoritaria: «Tuo-padre-è-nella-contraerea, ripeti
“contraerea”, zuccona!».
«Non è vero!» urlai, tremante di umiliazione «mio padre è un famoso
generale!».
«Contraerea, ti ho detto!» strillò, rossa dall’ira.
«Generale!».
Allora mi prese a schiaffi davanti a Frau Gerlinde, ripetendo che ero identica
a mia madre, e alla fine mi relegò nello studio stabilendo tassativa: «Stasera
niente cena!». Il pasto sarebbe stato molto frugale in ogni caso!
Ma c’era un’altra cosa che lei non sopportava, ed era il fatto che a cinque anni
compiuti mi succhiavo ancora il pollice. Aveva provato a togliermi il vizio con
tutti i mezzi: cospargendomi il dito col sale, poi col profumo, infine con
l’acquaragia, di cui aveva trovato una mezza bottiglia nello studio di mio
padre. Non sapendo più a quale sostanza ricorrere, aveva poi cominciato a
picchiarmi il pollice con gli oggetti più svariati: cucchiai di legno, la costa di
un tagliacarte, infine il manico del battipanni.
Un giorno mi diede dei colpi così violenti che quasi svenni dal dolore, ma
prima che mi si oscurasse la vista le morsi il polso e fuggii nel bagno, dove mi
chiusi a chiave. Lei prese a bussare furiosamente alla porta minacciando una
serie di punizioni nel caso non avessi immediatamente aperto; ma io mi
guardai bene dal farlo, temendo che mi ammazzasse. Mi accoccolai sotto la
finestra in attesa degli eventi.
Lei continuò a bussare e a minacciare, ma alla fine fu costretta a chiamare
qualcuno che forzasse la porta. Sentii armeggiare a lungo intorno alla
serratura, finché questa cedette e la matrigna irruppe all’interno come una
furia. Mi sollevò per i capelli e mi percosse davanti all’uomo che l’aveva
aiutata ad aprire, un vecchio smunto e curvo dalla testa pelata che mi lanciò
uno sguardo di impacciata solidarietà.
Quando il vecchio se ne fu andato, la matrigna mi spedì a suon di calci nel
sedere nel solito studio, negandomi la consueta razione di cibo. Verso sera,
ormai idrofoba per la fame, fui colta da un raptus. Cominciai a guardarmi
intorno alla ricerca di qualcosa su cui sfogare la mia rabbia. Finalmente il mio
sguardo cadde su una serie di tubetti di colore allineati su un tavolino di
vimini; contemporaneamente notai una tela sistemata su un cavalletto.
Raffigurava un interno con una fruttiera ricolma di mele, pere, uva e altri
frutti che non conoscevo.
Afferrai un tubetto, ne svitai il cappuccio e distribuii con le dita tutto il
contenuto sulla tela cancellando pere, mele, uva e frutti esotici e riducendo il
tutto a una melma informe color testa di moro. Quando la matrigna vide
quello scempio, quasi mi strangolò. Mi ruppe una gruccia di legno sul sedere
nudo e gridò: «Che cosa ci si può aspettare dalla figlia di una troia nazista?».
Questo non doveva dirlo! Da quel giorno il nostro rapporto si trasformò in
aperta ostilità. Cominciai a meditare su come vendicarmi di lei.
Una mattina uscì per andare allo spaccio: qualcuno aveva detto che
distribuivano miglio, patate e melassa. Ci lasciò in custodia alla sua amica,
Frau Gerlinde.
Frau Gerlinde era una giovane donna, dolce e gentile, il cui marito era al
fronte; non aveva avuto figli.
Si sedette sul divano del salotto e cominciò a leggerci una favola; Peter
ascoltava con gli occhi sgranati. Ma mentre era in atto una scena fra la strega
cattiva e non so quale innocente creatura, io annunciai di dover andare in
bagno. Frau Gerlinde annuì sorridendo, Peter invece mi lanciò uno sguardo
incollerito perché gli avevo rovinato la suspense. Io uscii, ma anziché andare
in bagno mi infilai nella camera matrimoniale e cominciai a frugare nei
cassetti del comò. E trovai qualcosa di molto interessante.
Era un mazzo di lettere legato da un nastro rosso; intuii subito che si trattava
delle lettere che mio padre aveva scritto a Ursula dal fronte. Presi il pacchetto,
lo nascosi nelle mutande e mi rintanai nel bagno. Dovevo agire in fretta
perché, da quella volta in cui mi ci ero rinchiusa, la matrigna aveva fatto
sparire la chiave. Stracciai rapidamente le lettere e ne gettai i pezzetti nel
cesso, tirando poi lo sciacquone. Tornai nel salotto in tempo per godermi il
finale della favola.
La matrigna si accorse del misfatto solo un paio di giorni dopo e nemmeno
per un attimo pensò che potesse essere stato Peter. Mi picchiò senza pietà con
la solita gruccia, che anche questa volta si spezzò di netto sul mio sedere. Poi
mi spedì nello studio di mio padre e mi legò le braccia a una sedia. Stetti lì al
buio per tutto il giorno, senza mangiare. Quando, verso sera, la matrigna
finalmente mi slegò, svenni ai suoi piedi.
Ripresi i sensi che ero sdraiata sul divano del salotto. Ursula mi guardava
senza parlare. Aveva un’espressione irritata, quasi minacciosa. Vedevo il suo
giovane volto nel debole alone che emanava una lampada a stelo; i suoi occhi
erano freddi.
«Come ti senti?» domandò infine senza alcuna tenerezza.
«Bene…» mormorai. Lentamente riemerse il ricordo: lo studio di mio padre, il
buio, la sedia e le corde intorno alle braccia.
«Puoi alzarti?».
Saltai su dal divano con un tale impeto che mi si annebbiò la vista. Vacillai.
«Piano, signorina,» mi disse «come sempre sei esagerata!». E mi spinse su una
sedia. «Torno subito» aggiunse, e uscì dalla stanza. Rimasi sola con Peter che
mi incalzò con una serie di domande:
«Perché sei caduta? Perché Mutti ti ha portata sul divano? Perché Mutti è
uscita? Perché non ti alzi?».
La matrigna tornò con una tazza di qualcosa che doveva essere latte ma che in
realtà era solo una brodaglia gessosa fatta con una strana polvere e nemmeno
zuccherata.
«Bevi!».
Scossi la testa.
«Bevi!» ripeté, spazientita. Allora buttai giù quell’intruglio disgustoso, mentre
Peter scimmiottava le mie smorfie.
Dopo un poco la matrigna annunciò: «Ti devo parlare, Helga».
La guardai, provai a intuire che cosa avesse da dirmi.
«Così non si può andare avanti,» esordì «non ce la faccio più, credimi. Tu mi
costringi a mandarti in collegio».
Peter strillò: «Anch’io coegio! Anch’io!».
«Tu resti con Mutti,» lo zittì Ursula «tu sei un bravo bambino». Al che lui
socchiuse le palpebre, lusingato.
La matrigna mi fissò in attesa della mia risposta. Che non venne. «Non hai
niente da dire?» domandò, un po’ stupita.
«No».
«Allora non ti importa nulla che ti mandi in collegio?» insistette, disorientata
dalla mia indifferenza.
«No».
Il suo viso tradì un guizzo di indispettito sconcerto: «Capisci quello che sto
cercando di dirti?».
Annuii.
«Ho deciso di mandarti in collegio! Perché sei una bambina ribelle, cocciuta
e…». Ma il resto fu inghiottito dal suono delle sirene. «Ancora!» esclamò la
matrigna, e null’altro ebbe più importanza. Corremmo in cantina e
l’argomento collegio venne accantonato per qualche tempo.
La situazione andava peggiorando. Avevamo sempre fame e sempre più
spesso si andava a letto senza cena. Il razionamento non copriva nemmeno le
più elementari esigenze. Ma nonostante il nostro ormai grave stato di
denutrizione, Peter manteneva il suo visino tondo da angioletto. Era un
bambino davvero bello: boccoli biondi, lineamenti delicati, occhioni azzurri;
chi poteva resistergli? Il buon Dio aveva invece dotato me di capelli dritti
come spaghi e occhi che non potevano certo competere con quelli di Peter.
Una mattina Ursula mi inferse un altro duro colpo. Per strada avevamo
incontrato alcune sue amiche che lavoravano in un ospedale militare, e lei
presentò tranquillamente Peter come suo figlio e me come la figliastra. Ciò mi
convinse definitivamente che lei aveva accettato solo mio fratello; io ero
semplicemente un’appendice, e per di più sgradita. Il messaggio era chiaro,
l’avevo capito da tempo. Mi sentivo sola e indesiderata, e avrei voluto morire.
Un pomeriggio - eravamo appena ritornati dal rifugio dopo un attacco aereo
piuttosto pesante - la matrigna suonò alla porta di Frau Gerlinde per chiederle
qualcosa in prestito. Fui colta da un impulso fulmineo. Infilai l’uscio, scesi le
scale e, arrivata in fondo, sgusciai nel cortile. Era uno di quei tipici cortili
berlinesi all’interno di un grande isolato, folto di vegetazione.
Cominciai a gironzolare per i vialetti asfaltati cercando di sottrarrai alla vista
delle nostre finestre. Alla fine mi fermai nel luogo in cui le donne erano solite
battere i panni, ma non incontrai nessuno. Sui fili della luce si dondolavano i
passeri, che al mio arrivo si alzarono con uno schiamazzo sdegnato. Mi appesi
a una trave con le gambe in su e la testa in giù, e osservai il mondo alla
rovescia; ma ben presto mi girò la testa, così saltai di nuovo in piedi.
Il luogo era tranquillo, circondato da alberi altissimi, e l’intreccio di rami e
foglie mi nascondeva il cielo. Nell’aria stagnava un forte odore di autunno e di
muffa che mi stordiva.
Avvertivo il mio isolamento, e a un tratto una profonda sensazione di
solitudine mi invase con una tale violenza da lasciarmi attonita, senza fiato.
Ondate di angoscia mi percorrevano la schiena come brividi gelati.
Cominciai a piangere con singhiozzi forti e dolenti. Piansi a lungo, e più il
pianto mi scuoteva più si infiammava in me una stizza ribelle: perché
nemmeno Dio mi amava? La nonna mi aveva insegnato a pregare, ma ormai
era tutto inutile: Dio non mi stava a sentire! Continuava a punirmi. Prima mi
aveva tolto mio padre, poi mia madre; infine anche la nonna. Perché non
eravamo rimasti con la nonna? Lei ci amava, era equa e giusta. Perché dovevo
stare con la matrigna? Lei non mi voleva bene! Mi faceva sentire indesiderata
e mi rendeva insicura, ribelle e vendicativa. Cominciai a scalciare contro il
tronco di un albero, ma in realtà scalciavo contro Dio. Quel Dio che non c’era!
«Se ci sei,» pensai rabbiosa «dammi un segno, Dio!». Mentre continuavo a
infierire contro l’albero con furia cieca, vidi un gatto spuntare da sotto un
cespuglio. Era grigio con striature bianche e aveva gli occhi gialli. Mi fissava
attento. Alla fine si avvicinò e si strusciò contro le mie gambe con una
dolcezza quieta e familiare. Quel contatto così solidale mi commosse fino alle
lacrime e ricominciai a singhiozzare, ma questa volta di gratitudine. Mi illusi
che fosse un segno di Dio, che Dio mi volesse consolare rassicurandomi sulla
sua presenza.
Dopo qualche tempo sentii la matrigna chiamarmi ripetutamente dalla finestra
della cucina. Anche se non poteva vedermi, mi ritrassi di scatto rifugiandomi
dietro il grosso tronco di un albero. «Heeeelgaaaaa!» gridava.
Non risposi. No, non volevo tornare da lei, non volevo tornare mai più in
quella casa! Allora mi spinsi dentro a un cespuglio i cui rami spinosi mi
graffiarono braccia e viso. Sentii uno strappo a un sopracciglio e subito un
rivolo di sangue mi percorse il viso fino all’angolo della bocca. Mi pulii con
una manciata di foglie secche. Il gatto era scomparso.
All’improvviso si alzò il vento scuotendo i rami degli alberi che liberarono un
turbinio di foglie morte. Le foglie cadevano come ubriache, volavano come
grosse farfalle smarrite per raggiungere le compagne sul letto di morte.
Udii ancora la voce della matrigna, questa volta più vicina. Doveva essere
scesa in cortile. Insisteva: «Helgaaa! Helgaaa!». La sua voce tradiva una nota di
irritata preoccupazione, come quando qualcuno si sente obbligato, suo
malgrado, a inquietarsi per una causa che in fondo non gli sta a cuore. Altre
voci si aggiunsero a quella della matrigna e capii che aveva mobilitato i vicini.
Un esercito di coinquilini mi stava cercando. Mi spaventai. Allora mi
addentrai ancora di più nel cespuglio, continuando a tamponare la ferita al
sopracciglio. Le voci si avvicinavano. A un tratto sentii la matrigna lamentarsi
proprio davanti al mio cespuglio: «Questa volta ha esagerato, non ce la faccio
più! È una bambina impossibile che ha deciso di farmi impazzire! Ma vedrà
cosa le succede! Non gliela faccio passare liscia!». Le voci continuavano a
chiamarmi, ognuna con un’intonazione diversa; io non mi mossi. Dopo un po’
si allontanarono e rimase soltanto il vento.
Ripresi fiato. Rapidamente scese la sera. Era come se qualcuno avesse steso
un panno scuro su un paralume, aggiungendone poi in rapida successione degli
altri. In un batter d’occhio si era fatto buio assoluto. Avevo freddo e fame, ma
non volevo tornare a nessun costo dalla matrigna.
Di lì a poco, oltre i tetti degli edifici, sentii un rombo cupo, come di aerei in
volo; poiché non aveva suonato l’allarme, sperai che fosse solo un temporale.
Infatti una grossa goccia di pioggia mi bagnò la fronte, così decisi di ripararmi
da qualche parte. Non si sentiva più nessuna voce, nessun passo. I tronchi
degli alberi e i cespugli si erano trasformati in ombre cupe dai contorni
sinistri; mi immaginavo circondata da folletti che mi spiavano, forse buoni,
forse solo curiosi.
Finalmente mi districai dal cespuglio e raggiunsi velocemente il vialetto
principale. Corsi verso la porta che immetteva nell’androne e ripresi fiato.
Tutto era buio e deserto. Premetti l’interruttore della luce, ma la tensione era
così debole che quasi non ci si vedeva. Mi fermai indecisa: cosa fare?
Aprii la porta della cantina, che non era stata chiusa a chiave per facilitare
l’accesso in caso di allarme. Tastai il muro sulla destra finché non sentii la
dura sporgenza dell’interruttore sotto l’indice, ma la luce che si accese non era
che un debole riflesso appannato.
Sentii l’odore umido di cantina, scesi i gradini di cemento e una ventata di
gelo mi soffiò sul collo.
Ai piedi della scala si apriva un lungo corridoio che portava in due diverse
direzioni; esitai. Di solito, quando c’era l’allarme, infilavamo il lato sinistro
per raggiungere il vano adibito a rifugio; decisi di ispezionare il lato destro.
In alcune cantine vidi sedie senza gambe e bambole senza braccia, bauli
impolverati e un manichino da sarta perfettamente conservato. La luce era
fievole e intermittente.
Finalmente giunsi in fondo al tetro budello, dove c’era il deposito del carbone.
Vidi una montagna di formelle di carbone e una più piccola di carbon-coke.
Contro il muro erano appoggiate due pale e una scopa di saggina. Sopra un
rudimentale scaffale c’era una pila di sacchi di iuta.
Con fredda determinazione decisi di vendicarmi di Ursula. Sarei rimasta fuori
tutta la notte facendola morire di angustia.
Fra il mucchio di carbone e il muro, scoprii una striscia di spazio vuoto: era
quello che cercavo!
Tornai allo scaffale e presi tutti i sacchi. Con alcuni preparai una sorta di
giaciglio, con gli altri mi sarei coperta.
Contemplai l’opera con un improvviso senso di angoscia: cosa mi sarebbe
successo, una volta rimasta al buio? Ma l’impulso alla vendetta era più forte.
Allora serrai i denti e mi stesi sul giaciglio. Mi coprii coi sacchi e aspettai che
si spegnesse la luce.
All’improvviso il buio piombò su di me come un grosso pipistrello. Emisi una
specie di grido strozzato, mentre cominciavo a bagnarmi di un sudore gelido.
L’oscurità era fitta e minacciosa. Sentivo sibili, mormorii, i rumori più strani.
Presi a immaginare tutti gli ospiti che si sarebbero potuti aggirare intorno a
me, come topi, ragni o millepiedi, e fui tentata di alzarmi, accendere la luce e
salire in casa per finire prosternata ai piedi della matrigna; ma resistetti.
Strinsi i pugni e piansi di paura. Infine mi avvolsi più stretta nei sacchi.
Tremavo. Sentivo l’acre odore del carbone, mentre dalle inferriate penetrava
l’umidità della notte. Passò un po’ di tempo.
A un tratto udii il cigolio della porta della cantina in cima alla scala e veloci
passi precipitarsi giù per i gradini. Voci diffuse mi chiamavano: «Helga! Dove
sei?».
Stetti immobile col cuore che mi pulsava in gola. Infine qualcuno entrò nel
deposito e accese la luce. Dovevano essere quattro o cinque donne, a giudicare
dallo scalpiccio delle scarpe. Una diceva: «Non è nemmeno qui, dove sarà
finita, povera bambina?».
Sentii la voce della matrigna: «Me la pagherà, oh, se me la pagherà!». Poi
uscirono.
A poco a poco le voci si allontanarono, i passi risalirono le scale. Sentii il
rumore della porta che si chiudeva. Ero di nuovo sola e il buio si ricompose
perfetto.
Cercai di dormire ma sorse un problema. Allora mi alzai e a tentoni mi
spostai un po’ più in là. Mi accosciai e urinai per terra. L’urina si mischiò alla
polvere di carbone producendo un odore acre e pungente.
Tornai ai miei sacchi, mi ci avvolsi e mormorai una breve preghiera che mi
aveva insegnato la nonna: «Buon Dio, dammi la fede affinché possa andare in
cielo. Amen».
2
Mi svegliai di colpo: un coro di voci mi chiamava da fuori, dal marciapiede:
«Helga! Helga!».
Mi levai dal giaciglio ma subito mi si annebbiò la vista. Attesi che passasse,
poi mi liberai dei sacchi; ero letteralmente coperta di carbone. Avevo le
braccia graffiate dalle spine del cespuglio ed ero sfinita dalla fame.
Attraverso le prese d’aria penetrò un velo di luce zebrata, mentre il carbone
luccicava debolmente. Ormai quel luogo aveva perduto la sua atmosfera
sinistra ed era solo un deposito di carbone.
Urinai in un angolo e, ancora accosciata, scorsi un rubinetto sopra un lavabo
di zinco che la sera precedente era sfuggito alla mia attenzione. Tentai di far
scorrere l’acqua, ma il getto era così debole che a fatica riuscii a raccogliere
qualche goccia nell’incavo delle mani. Infine abbandonai il deposito e percorsi
in fretta il corridoio fino alla scala. Tesi l’orecchio ma le voci si erano
allontanate. Allora salii i gradini, aprii piano la porta e non vedendo nessuno
sgusciai nell’androne.
Ma lì era troppo freddo, così mi infilai subito nel cortile. La luce obliqua del
primo mattino non mi scaldava ma mi consolava. Sui vialetti si stava
sciogliendo la brina.
Era stata una notte senza alcun allarme; seppi poi che il nemico aveva
rispettato un suo giorno di festa.
Cominciai a vagare per i vialetti lottando contro un terribile senso di fame.
Nel cielo si stendeva un’unica nube lunga e granulosa, simile a un banco di
pietra pomice. Ero come ubriaca per la debolezza, avrei mangiato perfino la
corteccia di un albero.
A quel punto desideravo che qualcuno mi scoprisse, e infatti a un tratto spuntò
da non so dove un gruppo di donne che mi corsero incontro agitate. «Eccoti!
Grazie al cielo sei viva! Ma che cosa ti era successo?». Una di loro mi disse:
«Tua madre ti sta cercando da ieri».
«Non è mia madre» risposi, cupa.
«In ogni modo, ora ti riportiamo a casa» disse la donna con decisione, e in
quell’istante arrivò la matrigna urlando: «Eccoti, si può sapere dove ti eri
cacciata? Da ieri tutto il vicinato ti sta cercando; che cosa volevi dimostrare?
Nessuno di noi ha dormito, te ne rendi conto? E ora vieni a casa che facciamo
un lungo discorso!». Ringraziò le altre e mi trascinò via continuando a
rimproverarmi. Una volta salite nel nostro appartamento, constatai che era
arrivata anche Hilde, la sorella della matrigna. Da quando vivevamo nella
Friedrichsruher Strasse l’avevo vista sì e no due volte. Aveva sei anni più della
matrigna e lavorava al ministero della Propaganda. Peter mi gettò uno sguardo
spaventato e si nascose dietro una porta. Dovevo avere un aspetto davvero
orribile!
Ursula mi spinse su una sedia e con energia teutonica mi ordinò: «Ora tu mi
racconti tutto per filo e per segno! Dove sei stata? Dove hai dormito stanotte?
Stavo per avvertire la polizia! Parla, maledizione!». Aveva due macchie piccole,
rosse, circoscritte, in cima agli zigomi.
«Ho fame» fu l’unica cosa che riuscii a pronunciare. Dei crampi mi
attanagliavano lo stomaco paralizzandomi la mente. «Anch’io ho fame!» strillò
Peter, e riapparve da dietro la porta. Ma la matrigna lo liquidò con insolita
rudezza: «Tu hai già mangiato, giovanotto!». Peter storse il muso e la fissò
incredulo.
«Forse è meglio che tu le dia da mangiare» suggerì Hilde con voce ferma.
«Niente affatto!» esclamò la matrigna «prima deve parlare, questa carogna!». E
batté il pugno sul tavolo. Ma io non connettevo. Vedevo tutto doppio per la
debolezza: Peter aveva quattro occhi, Hilde due nasi. Allora la matrigna si
convinse e mi diede la solita brodaglia che sembrava latte e che non era stata
nemmeno riscaldata, aggiungendovi una fetta quasi trasparente di pane umido.
Mangiai avidamente sotto gli occhi attoniti degli astanti. Mentre stavo ancora
masticando, la matrigna si lamentò con la sorella: «Non ce la faccio più,
Hilde, devi credermi! Questa bambina mi farà morire!».
«Perché non la fai analizzare?» domandò Hilde con freddo pragmatismo.
«Conosco un’equipe specializzata in psicologia infantile. Perché non li
consulti? È probabile che la bambina abbia dei problemi, può darsi che abbia
bisogno di cure».
«Forse hai ragione,» convenne la matrigna «potresti contattarli per conto mio?».
Hilde promise di farlo.
Alcuni giorni dopo infatti la matrigna mi condusse in un edificio dove c’era
una grande stanza con tante finestre da cui si vedeva un boschetto di abeti.
Due medici, un uomo e una donna, mi posero una notevole quantità di
domande e alla fine mi chiesero di fare dei disegni. Trovai il tutto abbastanza
divertente. Meno divertente fu ciò che in seguito mi disse la matrigna. Mi
informò del fatto che gli psicologi mi avevano riscontrato una «malattia» e che
avrei dovuto trascorrere un certo periodo di tempo in un istituto dove sarei
stata curata. Non seppi mai di quale malattia si trattasse, ma in quell’istituto la
matrigna mi ci portò pochi giorni dopo. Una mattina di buon’ora preparò una
valigetta con le mie cose, affidò Peter a Frau Gerlinde, mi diede una pasta di
semolino, cosa che mi allarmò, e dichiarò: «Oggi ti porto all’istituto». Mi misi
a piangere, ma lei rimase impassibile.
Era una giornata nebbiosa ed ero stanca. Avevamo subito un’incursione
notturna ed eravamo dovuti correre in cantina, per cui avevo dormito poco.
Ero depressa e intimorita. La matrigna mi stava dimostrando di essere in
posizione di forza: lei poteva liberarsi di me mandandomi in un istituto,
mentre io non avrei potuto fare altrettanto. Stavamo attraversando la piazzetta
acciottolata della stazione di Steglitz, quando improvvisamente suonò
l’allarme. Corremmo verso il più vicino rifugio antiaereo, ma in un primo
momento non ci fu permesso di entrare. Allora la matrigna si mise a urlare
minacciando di segnalare l’episodio alla Polizia di stato; così ci fecero passare.
Terminato l’attacco e abbandonato il rifugio riuscimmo a prendere un treno
che, comunque, si fermò due volte a causa di falsi allarmi.
Nella nostra carrozza si era installato un gruppo di ragazzi della Gioventù
hitleriana che, nonostante la pesante incursione appena terminata, cantavano a
squarciagola: «Sulla landa fiorisce un piccolo fiore che si chiama Erika!».
Erano chiassosi ed euforici e diffondevano un’allegria poco verosimile.
Scendemmo in un quartiere vistosamente danneggiato dalle bombe e, dopo
una marcia di circa un quarto d’ora, arrivammo di fronte a un nero portone
incastrato in un grosso muro di pietre, sopra il quale correva del filo spinato.
Una donna in uniforme dall’espressione minacciosa ringhiò: «Documenti!»,
quindi ci fece entrare in un nebbioso cortile nel quale echeggiava il furioso
abbaiare di un’orda di cani da guardia.
Attraverso la nebbia intravedemmo un grande edificio dall’aria ostile; piccole
finestre si nascondevano dietro inferriate nere, il camino non emetteva fumo.
Proprio come quello che avevo disegnato qualche giorno prima per gli
psicologi.
Ci fermammo di fronte a un portone munito di vistosi spioncini di vetro. Un
campanello risuonò, stridulo, all’interno; qualcuno ci spiò a lungo. Nel
frattempo cominciò a piovere. In un attimo ci bagnammo fino alle ossa; il mio
cappottino di panno marrone divenne uno straccio, i capelli della matrigna
pettinati all’ìnsù subirono un crollo spaventoso, cadendole sul volto come una
piramide sgretolata. Finalmente ci fecero entrare.
La matrigna domandò informazioni a una donna che stava rintanata in un
gabbiotto come un gufo incattivito. Due occhi gelidi ci scrutavano. «Primo
piano, prego!» grugnì infine la donna, seccata «secondo corridoio a destra,
stanza quattro! Heil Hitler!».
Lasciammo l’atrio, sul cui parquet lucidato rimasero le chiazze bagnate
lasciate dai nostri cappotti sgocciolanti, e cominciammo a salire. Era una scala
dai gradini lisci, per cui non avevo ancora posato il piede sul terzo scalino che
scivolai battendo malamente la spalla. Emisi un grido, il gufo cacciò la testa
fuori dal gabbiotto, e provai un forte senso di nausea, potenziato dall’odore di
cavolo che gravava nell’aria come una nube tossica. La matrigna soffiò,
stizzita: «Perché non guardi dove metti i piedi?».
Trovammo la saletta indicata dal gufo, dove alcune donne tenevano a bada dei
bambini con palesi menomazioni: una piccola cieca, un ragazzino che
gesticolava sconnessamente con la bava alla bocca, due fanciulli subnormali e
una ragazzetta su una sedia a rotelle. Non capivo.
Aspettammo a lungo nel gelo della sala; finalmente ci ricevette una donna
anziana e ossuta dai capelli bianchissimi raccolti in un severo chignon. La
donna esaminò con attenzione i fogli che le aveva consegnato la matrigna e
infine, dopo avermi fissata intensamente attraverso i suoi occhiali a
stringinaso, osservò con fare sbrigativo: «Non credo che questo sia il luogo
adatto per il problema di sua figlia, signora». La matrigna si innervosì
visibilmente, tanto che la sua voce si fece stridula mentre spiegava come fosse
stata proprio l’insigne équipe di psicologi che mi aveva esaminata a
raccomandarle caldamente quell’istituto. Poi abbassò la voce e aggiunse
qualcosa che non riuscii a capire. L’altra ricominciò a consultare i fogli,
riflette, si pulì a lungo gli occhiali e concluse con tono secco: «D’accordo,
signora, voglio fare un’eccezione e accetterò la sua bambina».
La matrigna emise un sospiro di sollievo, per il quale io la odiai, e fece per
afferrare, fremente di gratitudine, la mano dell’altra, ma questa si sottrasse
con un movimento brusco, girò intorno alla scrivania, mi posò una mano
fredda e secca sul capo e disse: «Ora devi salutare tua madre, Helga, si è fatto
tardi e fuori mi aspetta altra gente». Ma io voltai le spalle alla matrigna per non
darle la soddisfazione di vedere le mie lacrime risentite.
Berlino, 1942
Quel luogo si rivelò un inferno; tutto era insopportabile. Era semplicemente
un lager.
In realtà, si trattava di un deposito per fanciulli non desiderati o ritenuti
indegni di appartenere alla razza ariana in quanto ciechi, sordomuti, storpi,
paralizzati, nani, subnormali e così via. Si avvertiva un’atmosfera da ghetto.
Per prima cosa mi raparono a zero, sostenendo che era per evitare i pidocchi.
Poi mi fecero indossare una specie di divisa a piccole righe nere, simile a
quella dei galeotti. Il vitto era scarso e di pessima qualità, il personale
prepotente e gelidamente formale.
Subii diverse visite sgradevoli tra cui un’ispezione ginecologica. Mi davano
delle pillole che mi stordivano.
Il regolamento era severissimo, e a ogni piccola infrazione ci punivano col
digiuno, con le percosse o con la camera buia. Ma ciò che trovai davvero
aberrante fu la cosiddetta «ora di socializzazione» a cui dovevamo
sottometterci ogni giorno.
Essa consisteva nello stipare in uno spazio ristretto le più diverse patologie
lasciando che si scontrassero spontaneamente. Quando scoppiavano dei
tafferugli, l’unica sorvegliante faceva fìnta di non vedere e non interveniva; in
quell’ora vigeva la legge del più forte.
Un giorno un bambino cieco, probabilmente in preda a una crisi di panico a
causa del baccano selvaggio che sentiva intorno a sé, si attaccò al mio orecchio
mordendolo con un tale accanimento che temevo me lo staccasse. La
sorvegliante non batté ciglio.
In quell’ora assistei a scene inaudite, e a poco a poco mi convinsi anche che
qualcuno ci spiasse attraverso finestre camuffate da specchi. Era una
sensazione orribile.
Altre volte ci chiamavano a uno a uno in una stanza gelata del sotterraneo per
sottoporci a interrogatori così intimi e imbarazzanti da farci sentire quasi
violentati. I parenti potevano farci visita una volta al mese, ma, a quanto si
diceva, non si presentava quasi mai nessuno. Il momento peggiore era quando
suonava l’allarme. Di solito scoppiava un caos indescrivibile: l’edificio
risuonava di ordini e grida confuse, tutti quanti si riversavano sull’unica scala
urlando, spingendo, scalciando, cosicché il panico era inevitabile. Ogni volta
mi coprivo di un’incredibile quantità di lividi.
Più passava il tempo, più mi sentivo male. Ero entrata in discrete condizioni
di salute, ma ormai avevo una serie infinita di malesseri, come crisi di vomito,
di apatia, di pianto, di asma. Una volta rimasi senza fiato per quasi un minuto;
mi aiutarono dandomi dei gran colpi sulla schiena, schiaffeggiandomi e
comprimendomi il torace. Alla fine un’infermiera mi praticò un’iniezione con
un ago spuntato. Ripresi il fiato ma mi uscì un fiotto di sangue dalla bocca. Il
giorno dopo mi fecero il test per la tubercolosi, che tuttavia risultò negativo.
Una mattina mi accorsi di avere bagnato il letto e così cominciò il mio
calvario. Sperai che fosse stato un episodio sporadico, ma la cosa ben presto si
ripeté. Mi attirai le antipatie delle inservienti, che ogni volta segnalavano con
gioia maligna il misfatto alla direzione. Tentai di vincere quella debolezza ma
fu peggio. Se prima bagnavo il letto due o tre volte la settimana, alla fine
succedeva ogni notte.
All’inizio mi punirono col digiuno ma, non ottenendo alcun risultato,
passarono alle percosse. Mi fecero un occhio nero e zoppicai per alcuni
giorni, ma continuai a fare pipì nel sonno. Le inservienti mi chiamavano
«schifosa piscialletto», appellativo che mi rimase appiccicato come un marchio.
Poiché continuavo a bagnare materasso e lenzuola, decisero di punirmi con la
camera buia.
Questa era in realtà una cella di isolamento situata nel sotterraneo. Era gelida
e spoglia, c’erano solo una branda e un vaso da notte, e i muri erano così
spessi che non si sentivano né i latrati dei cani né l’urlo delle sirene. La
permanenza minima era di dodici ore, e nei casi più gravi poteva prolungarsi
fino a tre o quattro giorni. Naturalmente si stava quasi a digiuno.
Ma nemmeno la camera buia servì a farmi smettere; ero entrata in un circolo
vizioso. Bagnavo il letto, venivo mandata nella camera buia e quando ne
uscivo ero così terrorizzata che lo bagnavo di nuovo.
Cominciai a temere per la mia vita e considerai l’eventualità di una fuga, ma la
sua realizzazione si rivelò subito impossibile. Il cortile era pieno di cani
ringhiosi e non ne sarei uscita viva. Cosa potevo fare? Scrivere alla nonna?
Dubitavo che la lettera sarebbe uscita dall’istituto. Far chiamare la matrigna?
Era da escludere; lei era ben contenta di essersi liberata di me! Allora feci
ricorso all’unica arma di cui disponevo: lo sciopero della fame.
Rifiutai sistematicamente di mangiare. All’inizio cercarono di nutrirmi con la
forza; mi cacciavano il cibo giù per la gola fino a ledermi l’esofago. Si
produsse un’emorragia e per diversi giorni vomitai sangue. Alla fine
rinunciarono. Mi lasciarono nel letto perché ormai non mi reggevo più in
piedi. Passavo le mie giornate in un torpore mortale e nei pochi momenti
lucidi pensavo a mio padre e alla nonna. Ma una mattina vidi la matrigna
davanti al mio letto.
Aveva due occhi cattivi e mi disse: «Mi hanno chiamata per riportarti a casa,
ti hanno giudicata un caso senza speranza!». Rimasi in silenzio, anche perché
ero molto debole. «Fare lo sciopero della fame,» disse la matrigna con
disprezzo «che idea perfida! Dimostri sempre più di essere la degna figlia di
tua madre!».
Ma la prospettiva di tornare a casa ebbe su di me un effetto stimolante e di
colpo tornai lucida.
Intanto lei prese ad andare avanti e indietro per il dormitorio vuoto
fermandosi, infine, alla finestra. Per un po’ guardò nel cortile dove abbaiavano
i cani. Quei cani abbaiavano sempre, giorno e notte, appena volava una
mosca.
Osservai le spalle di Ursula: erano magre, con le scapole sporgenti. Aveva i
capelli coperti da un fazzoletto e mi sembrava più piccola perché aveva
rinunciato ai tacchi alti. Il suo aspetto era più vecchio e più sciupato di quando
mi aveva portata all’istituto. Provai un assurdo senso di pena. A un tratto si
voltò e disse in tono astioso: «Se vuoi venire via con me dovrai alzarti da quel
letto».
Temetti di non farcela. Per molti giorni mi ero limitata a scendere solo per
usare il vaso da notte, e ora il pensiero di dovermi vestire e addirittura uscire
dall’edificio mi sembrava un’impresa irrealizzabile. Ciò nonostante mi sforzai.
Seduta sulla sponda, aspettai che mi passasse il capogiro. Pensai alla nonna e
invocai il suo aiuto.
Finalmente trovai la forza di reggermi in piedi, mentre la matrigna continuava
a osservarmi impassibile. Mi domandai per quale motivo meritassi tanta
durezza. Poi un’inserviente portò le mie cose e le gettò sul letto, scambiando
con la matrigna un’occhiata di segreta intesa. Infine Ursula buttò i miei due
stracci nella valigetta con gesti che tradivano il suo malumore; forse avevo
scompigliato i suoi piani. Mi vestii da sola lottando contro la debolezza,
mentre lei seguiva i miei movimenti con aria seccata. Forse sperava che non
ce la facessi, sperava di essere costretta a lasciarmi in quell’istituto, ma il
pensiero di scampare a tanto inferno mi spronava, mi infondeva energia.
Sbrigate le ultime formalità uscimmo dall’edificio e prendemmo la S-Bahn.
Mi accorsi che lei si vergognava della mia testa rapata; la gente mi fissava in
un modo strano.
Una volta a casa, Peter mi accolse con un gridolino di spavento e si nascose
dietro le gambe della sua adorata Mutti.
Ero rimasta così traumatizzata dall’istituto che la vita con la matrigna mi
sembrò un paradiso. Feci di tutto per farmi accettare: ero gentile e remissiva,
mi sforzavo di ubbidire senza pensare, senza discutere, ma ancora una volta fu
tutto inutile; lei non mi voleva. Passò l’inverno, ma in primavera venni
nuovamente allontanata. Questa volta si trattava di un collegio rieducativo per
bambini caratteriali. Quando Ursula me lo comunicò mi disperai. Piansi e più
di una volta pensai di scappare da casa, ma lei non perdeva d’occhio l’uscio e
aveva addestrato Peter a farmi da guardiano.
Un giorno rividi la mia valigetta pronta e capii che dovevo andare via.
Partimmo una mattina presto. Alla stazione della S-Bahn, dagli altoparlanti
Goebbels farneticava di vittoria e liberazione, mentre la gente, ferma a
grappoli, ascoltava in silenzio senza commentare. I volti erano tesi e tradivano
uno scetticismo ormai stanco.
Il collegio si trovava a Oranienburg-Eden, un estremo sobborgo di Berlino.
Salimmo su un treno stracolmo. A Oranienburg ci dissero che la linea
d’omnibus che avrebbe dovuto portarci a Eden era stata soppressa per
mancanza di carburante, così dovemmo avviarci a piedi. Percorremmo una
statale bordata di vecchi alberi. Incontrammo alcuni carri tirati da cavalli su
una strada cosparsa di sterco equino. Io camminavo dietro alla matrigna col
cuore in ansia. Come sarebbe stato il collegio? Migliore o peggiore
dell’istituto? Guardavo le sue spalle, i suoi capelli fissati all’ìnsù con le forcine,
e la detestavo. Ancora una volta mi stava allontanando da sé e da mio fratello;
possibile che mio padre sapesse ciò che lei mi stava facendo?
Era una giornata calda, e sui campi incolti si stava sbriciolando un residuo di
nebbia notturna; malgrado si fiutasse l’odore del nemico all’orizzonte, il
mondo circostante ostentava un’aria di imperturbabile serenità.
All’improvviso non ce la feci più, esausta per la fatica e per la fame. Eravamo
per strada da un’eternità e io ormai camminavo sempre più lentamente,
fermandomi ogni pochi passi. A un tratto la matrigna si voltò di scatto e
gridò, spazientita: «Insomma, vuoi muoverti o debbo spingerti come un
mulo?». Girandosi bruscamente la sua borsetta si era aperta e il perno della
chiusura mi aveva ferito in fronte, provocando una piccola emorragia.
L’incidente si era verificato con una tale fulmineità che mi resi conto
dell’accaduto solo quando sentii un liquido percorrermi le guance. Intinsi
l’indice nel sangue, fissai sconcertata il dito rosso e mi sentii mancare.
Quando mi ripresi ero seduta contro il tronco di un albero, mentre la matrigna
mi fissava costernata. «Ti senti meglio?» domandò con un filo di voce. Annuii,
contemplai il giallo bocciolo di un dente di leone e desiderai di non alzarmi
mai più da lì. Sentivo un’infinita stanchezza.
A un certo punto la matrigna, con un tono assolutamente inconsueto, disse:
«Non ce la faccio più con te, Helga. Per me due figli sono troppi, io non
immaginavo». Aveva parlato con una tale accorata franchezza che provai un
ridicolo sentimento di solidarietà. Dissi, gentile: «Sarò brava nel nuovo
collegio». Volevo farla contenta. Allora lei voltò il capo dall’altra parte, un po’
commossa. Alla fine riprendemmo il cammino e dopo circa un quarto d’ora
arrivammo.
Era un edificio a due piani immerso nel verde. Eden, prima della guerra, era
stata una località di frutticoltura intensiva, ma ormai quasi tutta la
manodopera maschile era al fronte e le donne non ce la facevano da sole a
portare avanti la produzione. Così molti frutteti languivano, abbandonati a se
stessi.
Il collegio mi fece subito una buona impressione.
Venimmo accolte dalla direttrice, una donna sulla quarantina dagli occhi
buoni ma dal piglio severo, che mi piacque a prima vista. Ci presentò la
dottoressa Löbig, la psicologa del collegio, e anche lei mi fece una buona
impressione. Era rosea, rotondetta e aveva un sorriso materno.
Dopo i primi convenevoli ci condussero nella sala da pranzo, dove una
quindicina di bambini erano disposti intorno a un lungo tavolo. Mi fecero
posto davanti a un piatto fumante di qualcosa che non fui in grado di definire,
una specie di passato di cavoli e patate cosparso di una polvere che, come in
seguito imparai, era soia. Non mi piacque granché l’odore della polvere, ma
inghiottii ugualmente tutto senza fiatare. La matrigna era stata invitata al
tavolo della direzione. I bambini mi fissavano curiosi e, una volta ripulito il
piatto, anch’io iniziai a fissarli. Dopo la zuppa fu servita anche una mela e io
mi ritenni più che soddisfatta: era molto più di quanto non offrisse il menu di
Berlino. Poi una ragazza grandicella battè le mani ed esclamò: «Tutti fuori in
giardino!». La sala si svuotò all’istante. Rimanemmo io, la matrigna, la
direttrice e la dottoressa Löbig. La direttrice sbrigò alcune formalità con
Ursula, mentre la dottoressa Löbig mi rivolse alcune domande alle quali mi
sforzai di rispondere correttamente. Alla fine la direttrice volle regalare alla
matrigna una piccola provvista di mele e patate. Poi mi disse con voce serena:
«Coraggio, Helga, ora devi salutare tua madre: lei deve tornare a Berlino».
Stavo per dire: «Non è mia madre», ma mi trattenni. La matrigna mi abbracciò
e disse: «Quando starai meglio verrò a riprenderti». Io non capivo da che cosa
avrei dovuto guarire, ma non risposi. Annuii soltanto, cercando di sorridere
con gentilezza. La matrigna se ne andò e nonostante tutto sentii un piccolo,
assurdo dolore per il distacco. Allora la direttrice mi prese per mano e mi
condusse nel giardino. Vidi due altalene e un lungo scivolo. In un grande
cassone due bambine scavavano nella sabbia, La direttrice disse loro: «Questa
è Helga, rimarrà con noi. Siate gentili con lei». Le due mi guardarono, una mi
porse la paletta e domandò: «Vuoi giocare?».
Proruppi in un pianto commosso.
4
Ricordo il collegio di Eden con una sorta di calda gratitudine. Tranne che per
le quotidiane sedute con la dottoressa Löbig, che si svolgevano in una
mansarda dall’arredamento allegro, non ebbi mai l’impressione di trovarmi in
una casa di correzione. Ci trattavano con fermezza affettuosa, e i nostri difetti
si correggevano spontaneamente grazie all’inserimento in una comunità al cui
progetto pedagogico tutti collaboravano. La responsabilizzazione, talvolta, può
fare miracoli. Acquisivamo fiducia in noi stessi e smussavamo da soli gli
angoli più spigolosi del nostro carattere. Avevamo un rapporto franco e leale
con la direttrice, che era una convinta antinazista e non ne faceva mistero.
Disprezzava Hitler per il suo fanatismo, il suo odio razziale, il suo folle
antisemitismo. Ma nonostante il buon rapporto con la direzione, la vita a Eden
non era facile.
Innanzitutto anche lì c’era la guerra, e quindi le paure, le incertezze e la fame.
La direttrice faceva sforzi inauditi per garantire la sopravvivenza alla sua
comunità, ma dovevamo collaborare tutti. Non subivamo pesanti
bombardamenti, ma nell’aria c’era ugualmente un greve sentore di precarietà e
di catastrofe imminente.
La direttrice, insieme ai propri vecchi genitori e agli internati, continuava a
coltivare qualche frutteto, ma lamentava il fatto che buona parte del raccolto
doveva essere consegnata come tributo di guerra e che il resto era oggetto di
furti da parte della popolazione affamata.
Passarono la primavera e l’estate e ormai mi ero ben inserita, ma la fame
restava ancora il problema più grave. A ognuno di noi era destinata una sola
fetta di pane al giorno; per il resto ci toccavano zuppe non meglio identificate,
mescolate alla polvere di soia. Qualche sparuto uovo doveva bastare per
cinque.
Fra gli internati del collegio c’era un’esponente della famiglia Bahlsen
(industria di biscotti e affini) che riceveva regolarmente dei pacchi con i
dolciumi più ghiotti, ma lei non divideva niente con nessuno. Usava il suo
tesoro come merce di scambio per sottrarsi a qualche dovere. Un giorno
patteggiò con me la pulizia del cortile, grazie alla quale guadagnai due biscotti
al cioccolato, ma quando la direttrice se ne accorse mi punì assai severamente.
La direttrice ci impegnava a turno nell’orto, nei frutteti, in cucina o nella
rimessa a fare la marmellata, ma ci mandava anche sulla statale a raccogliere
lo sterco di cavallo che serviva come concime. Di solito facevo coppia con
Hans, un ragazzo più grande di me di due anni che suonava la fisarmonica.
Hans spingeva la carriola e io, con la paletta, raschiavo lo sterco dall’asfalto.
Ogni tanto vedevamo passare dei mezzi corazzati o sentivamo in lontananza il
brontolio dell’antiaerea, e allora ricordavamo che c’era la guerra.
Un giorno ci spingemmo oltre il limite fissato dalla direttrice e all’improvviso
scorgemmo in un campo confinante con la strada due uomini che, in maniche
di camicia, stavano rimestando in grandi paioli. Hans aveva appoggiato la
carriola e fissava gli uomini come ipnotizzato, quando a un tratto uno di loro
ci vide e gridò qualcosa in una lingua che non capivamo. Ci fece cenno di
avvicinarci e a me si gelò il cuore. Temetti che volessero farci del male, che
volessero fucilarci. Con le ginocchia tremanti ubbidimmo, camminando
sull’erba umida del campo incolto.
Avevano strane facce ed erano vestiti in modo bizzarro. Ci domandarono
qualcosa, ma noi continuavamo a non capire. Altri uomini spuntarono da
dietro una scarpata. Uno di loro ci chiese in tedesco di accostarci ai paioli in
cui stava cuocendo della pasta di semola. Poi uno di quelli vestiti in modo
bizzarro rovesciò dentro i pentoloni del burro e della marmellata, rimestando
vigorosamente; alla fine ci domandò a gesti se avessimo fame. Annuimmo
automaticamente, la mente svuotata dalla paura. Allora l’uomo riempì due
gavette di quella pasta dolce e grassa e ce le porse. Increduli, divorammo ogni
cosa in un baleno sotto gli occhi divertiti di tutti. Mi sembrava di vivere un
sogno allucinato, ma intanto mi stavo saziando! Alla fine ci diedero anche del
pane nero e ci fecero segno di andarcene. Ci ritrovammo vicino alla carriola
con la pancia piena e faticammo parecchio a vincere lo stordimento.
Spingemmo in fretta la carriola oltre la curva successiva per poter addentare
anche il pane. Era umido e dolce, così umido che si sarebbe potuto farne delle
palline. A malincuore decidemmo di portarne un po’ alla direttrice.
Ma a lei quella nostra avventura non piacque per nulla, e in seguito non
mandò più nessuno sulla statale a raccogliere lo sterco.
Si seppe poi che nei dintorni stazionavano truppe tedesche miste a mercenari
russi incorporati nella Wehrmacht. Quella strana gente non mi era sembrata
cattiva.
Ogni tanto si impadroniva di me un disperato senso di abbandono e mi sentivo
diversa dagli altri bambini che ricevevano lettere dai propri parenti e talvolta
anche qualche visita. Quando la direttrice e la dottoressa Löbig mi vedevano
triste, si prodigavano molto per consolarmi. Qualche volta mi nascondevo
nella rimessa e rimuginavo dietro la porta fra pentoloni, rastrelli e zappe; ero
l’unica del collegio a non aver ricevuto alcun segno di vita dai propri familiari
da quando ero arrivata. Mi sentivo indesiderata e abbandonata a me stessa.
Comunque, in quei giorni imparai ad andare sui trampoli. Nonostante
rovinose cadute e ginocchi sbucciati, difficilmente mi arrendevo; volevo
diventare la più brava di tutti.
Nel settembre del 1943 cominciai a frequentare la scuola, ma, benché
desiderassi molto imparare a leggere e a scrivere, il mio rendimento fu assai
scarso fin dal primo momento. Non riuscivo a concentrarmi. Sentivo in me
una costante irrequietezza, tanto più che quella grande aula in cui avevano
raggruppato tre classi con una sola insegnante, e dove regnava sempre la più
grande confusione, mi inquietava. La maestra era anziana e nervosa e aveva
sempre la bacchetta pronta ad abbattersi sulle nostre dita. Io strillavo sempre
più forte degli altri perché ricordavo le bastonate della matrigna; fu così che la
maestra mi prese in antipatia. Cominciò ad assegnarmi una tale quantità di
compiti che ben presto non fui più in grado di adempiere ai miei doveri
nell’orto, nei frutteti o in cucina, col risultato che i miei compagni di collegio
mi davano della scansafatiche. Mi sentivo ingiustamente accusata e mi
incupivo sempre di più. Una forma di insonnia nervosa aggravò la mia
situazione. Stavo notti intere con gli occhi spalancati; talvolta mi alzavo,
andavo nel bagno, salivo sulla tazza, aprivo la finestra e tendevo l’orecchio al
vasto buio oltre i frutteti, squarciato ogni tanto dai fasci di luce incrociati della
contraerea. Spesso mi addormentavo quando era ora di alzarsi, ma per fortuna
mi lasciavano dormire. Al risveglio, vedendo che gli altri erano andati a scuola
senza di me, mi assalivano i sensi di colpa, così mi presentavo nei frutteti o in
cucina per rendermi utile. Quando gli altri tornavano dalla scuola non volevo
farmi vedere perché mi vergognavo. Allora mi nascondevo sotto la vecchia
pianta di sambuco in fondo all’orto, confortata dall’umido calore che
ristagnava tra le canne dei fagioli e i cespi di lattuga. La direttrice ascoltava
sempre le notizie della BBC per essere aggiornata sull’andamento della guerra,
e un giorno la sentii riportare voci così terribili su Berlino che mi spaventai.
Diceva che la città era ridotta a un mare di rovine e che la popolazione stava
morendo di fame. Pensai a mio fratello e provai una profonda angoscia.
Berlino, autunno 1944
Alla fine dell’estate del 1944 si presentò al collegio una signora che disse di
essere zia Hilde. Io non l’avevo riconosciuta.
«Possibile che non ti ricordi di me?» domandò con aria severa e un sopracciglio
alzato. La guardai meglio: cappellino con veletta (come odiavo i cappellini!),
occhi color piombo, neo sulla punta del naso, bocca dipinta di carminio,
magra, anzi esile, abitino con fiorellini allegri che stonavano col generale
clima di catastrofe. Mi impappinai: «Forse… cioè… allora… non so». Lei mi
rivolse un sorriso freddo e distaccato e mi comunicò: «Sono venuta per
riportarti a Berlino».
Mi aveva colta alla sprovvista e lanciai uno sguardo confuso alla direttrice, che
aveva un’espressione perplessa. Ma Hilde richiamò di nuovo l’attenzione su di
sé: «Non desideri rivedere tuo fratello Peter?».
«Sì!». Nel mio cuore Peter era un affetto custodito come in un nido. Peter era
una certezza, Peter era il caldo richiamo del sangue.
«Allora prepara le tue cose» mi esortò Hilde, come se volesse approfittare di
un mio momento di debolezza.
La guardai indecisa, turbata, combattuta fra il sì e il no, fra la voglia di
rivedere Peter e la paura di ritornare a Berlino. Ne dicevano cose spaventose:
distruzione, fame, disperazione e bombardamenti di giorno e di notte.
Sbirciai di nuovo la direttrice che si rivolse, seria, a Hilde: «È sicura che
questa sia la soluzione migliore per Helga?».
«Cosa intende?» domandò Hilde con gelida sorpresa.
«Penso per esempio alla situazione di Berlino» rispose la direttrice.
«Gentile signora,» specificò Hilde, grattandosi il naso proprio sul neo «io sono
qui per un preciso ordine di mia sorella che è la madre di Helga; quanto al
resto, credo che né la mia né la sua opinione abbiano qualche importanza, ne
conviene?».
La direttrice alzò impotente le spalle e mi disse: «Vai pure a preparare le tue
cose, tesoro; nel frattempo sbrigo alcune formalità con tua zia».
A testa bassa salii nella camerata e preparai la mia valigetta; gli altri bambini
mi guardavano. Avevo il magone e mi venne da piangere. Hans mormorò:
«Sei fortunata, torni a casa, ma io vorrei che tu rimanessi qui», e a quel punto
piansi più forte. Alla fine mi ritrovai nel piccolo atrio dove tutti si erano
radunati per salutarmi. C’erano anche la cuoca, i vecchi genitori della
direttrice, la direttrice e la dottoressa Löbig. Tutti mi abbracciarono, mentre
io inghiottivo le lacrime e sentivo il cuore gonfio. Avevo paura dell’ignoto e
paura di Hilde, così algida e autoritaria! Improvvisamente Hilde afferrò la mia
valigetta e dichiarò, decisa: «Ora dobbiamo proprio andare, ci aspetta un
lungo cammino».
All’ultimo momento la direttrice disse: «Volevo darle un po’ della nostra
marmellata, signorina».
Hilde riappoggiò la valigetta e rispose, animandosi: «Oh, la prendo volentieri,
a Berlino ormai non si trova più nulla!».
Mentre aspettavamo, il mio cuore si straziava. Quella marmellata era anche un
po’ opera mia, anch’io avevo rimestato a lungo in quei pentoloni! Poco dopo la
direttrice tornò con un vasetto di marmellata di prugne, e io scoppiai in
lacrime ricordando i pomeriggi caldi in cui rimestavo nelle pentole, mentre
Hans suonava la fisarmonica. Hilde sibilò: «Si può sapere che cosa hai
continuamente da piangere?».
«Non piango!» protestai. E deglutendo, asciugandomi il naso e strizzando le
palpebre come si strizza un fazzoletto fradicio, smisi di piangere.
Alla fine uscimmo nel cortile e vidi i miei trampoli appoggiati al muro della
rimessa. «Voglio i miei trampoli!» urlai, ricordando le rovinose cadute e i
ginocchi sanguinanti ma anche una grande felicità «voglio portare via i miei
trampoli!».
Hilde mi fulminò con uno sguardo sdegnato: «Non dire sciocchezze, Helga!»
esclamò trascinandomi verso il cancello.
«Li voglio!» insistetti, e mi impuntai come un mulo divaricando le gambe. In
realtà non volevo i trampoli, volevo restare al collegio; tutti dicevano che
Berlino era un inferno e io non volevo essere cacciata da Eden per finire
all’inferno!
Proruppi di nuovo in un pianto rabbioso, ribelle, impotente. Hilde mi porse un
fazzoletto ed esclamò, spazientita: «Ora basta con questi piagnistei!». Era
molto seccata. Scosse il capo, scosse il cappellino e mi trascinò verso il
cancello, che si richiuse alle nostre spalle con un rumore secco. L’eco
rimbalzò nel mio cuore mentre il cuore pompava lacrime. Prima ancora di
metterci in marcia ero esausta dal pianto.
Imboccammo la statale. Quella strada mi ricordava Hans, la carriola, lo sterco
di cavallo e l’incontro coi russi che mangiavano la pasta di semola e facevano
il pane nero e dolce; e piansi ancora. La statale era molto trafficata: una
colonna di camion pieni di donne e bambini, di carri e carretti coperti, di
carrozzelle cariche di fagotti e valigie si dirigeva, inarrestabile, verso ovest.
Erano profughi o semplicemente gente che fuggiva dai russi.
Camminammo per molto tempo e dopo una marcia interminabile
raggiungemmo la stazione della S-Bahn, dove ci dissero che l’ultimo treno era
passato un paio di ore prima. Ci preparammo a una lunga attesa consumando
le due fette di pane che la direttrice ci aveva donato come provvista per il
viaggio.
Finalmente giunse un treno. Si avvicinava lentamente, come intimorito.
Fiancate ammaccate, finestrini senza vetri. Una folla impaziente lo prese
d’assalto: soldati, ufficiali, ragazzi della Gioventù hitleriana, pochi civili.
Riuscimmo a entrare in un vagone. Mi persi fra troppe gambe in uniforme e
stivali, Hilde gridò «dove sei?», io gridai «sono qui!»; spinsi sederi e ricevetti
calci e pugni, ma finalmente mi ritrovai di nuovo a fianco di Hilde. Lei aveva
perduto il cappellino e il rossetto le si era sbavato fino agli zigomi, facendola
sembrare un clown.
Il treno si mise in cammino stancamente; nel vagone si gelava per la corrente
che filtrava dai vetri frantumati. Ero spaventata, intirizzita dal freddo e avevo
sete.
Fuori scorreva uno scenario sconsolante: la città sembrava un immenso rogo.
Di lì a poco l’interno si riempì di fumo e cominciai a tossire. Volevo fare pipì
e desideravo tornare a Eden. Cambiammo treno due volte.
Finalmente giungemmo alla stazione di Steglitz, dove la folla ci trascinò con
sé. Un ufficiale radunava, urlando, una formazione di giovanissimi soldati,
alcuni euforici e scalpitanti, altri irrigiditi in una smorfia di ansioso
smarrimento. Sul piazzale provai a respirare a pieni polmoni, ma nell’aria
stagnava un pesante odore di bruciato. Avvertivo un caldo innaturale che mi
faceva rabbrividire. Fissai, confusa, l’acciottolato coperto di cenere senza
capire da dove provenisse. Ma Hilde mi esortò: «Non ti incantare, signorina,
cerchiamo di alzare i tacchi prima che suoni l’allarme; fin qui ci è andata
anche troppo bene!». E serrò la mia mano nella sua.
Costeggiammo lunghe file di edifici bombardati che ancora fumavano. Il
marciapiede era disseminato di frammenti di vetro. Scivolai su alcuni di essi e
caddi. Sotto il mio peso il vetro si frantumò ulteriormente e alcune schegge mi
si conficcarono nelle braccia. Hilde sbuffò: «Non puoi stare più attenta?».
Poi mi comunicò che non stavamo andando nella Friedrichsruher Strasse ma
nella casa di famiglia, dove si trovavano Peter, la matrigna e suo padre.
«La mia cantina è più sicura della vostra» spiegò, e aggiunse, senza alcun nesso:
«Un mese fa è morta mia madre».
«Tua madre?» chiesi, distratta.
«Tua nonna. Siamo riusciti a seppellirla nel cimitero di Lichtenberg».
Nonna? Oh, già, lei intendeva la nonna acquisita; allora esclamai,
ribellandomi: «Mia nonna è in Polonia!».
Hilde si fermò e disse con voce acida: «Che ti piaccia o no, mia madre era tua
nonna».
Non osai contraddirla.
«È stata colpita da infarto durante un’incursione aerea» specificò Hilde, e io
annuii senza interesse, avendo visto quella «nonna» sì e no quattro volte.
Constatando la mia indifferenza Hilde sospirò, scosse il capo, scrutò il cielo e
infine disse, risentita: «Non importa», e abbandonò la mia mano. All’angolo
della Lothar-Bucher-Strasse le chiesi: «Dov’è la tua casa?». Non vedevo che
rovine.
«È l’ultimo edificio in fondo» disse.
«Devo fare pipì» mugolai.
Lei sospirò di nuovo, inghiottì saliva e rossetto e concesse: «E falla, cosa
aspetti?».
«Dove?».
«Ma qua, là, dove vuoi, che problema c’è?».
«Mi vergogno».
«Ma non ti vede nessuno! ».
Esitai. Allora lei accennò un piccolo, stanco, disarmato sorriso e si voltò
guardando in fondo alla strada, dove c’era la sua casa. Subito mi accosciai e
feci pipì in una buca che sapeva di zolfo, ma nello stesso tempo qualcosa
attirò la mia attenzione. Era il tronco di un orsacchiotto; stavo per raccoglierlo
ma Hilde tuonò: «Cosa stai facendo? Non vorrai raccattare ogni cosa che trovi
per strada!». E mi trascinò via.
Eravamo ormai quasi arrivate al portone quando all’improvviso una donna ci
corse incontro gridando: «Via! Correte al rifugio! Stanno arrivando!».
Alzai il viso e vidi un triangolo di aeroplani che volava basso, seguito a breve
distanza da altri triangoli; contemporaneamente si alzò un coro di sirene
ululanti. Il cuore mi saltò in gola: l’allarme era suonato troppo tardi, quelli
avevano già iniziato a mitragliare e subito scoppiò l’inferno. Rimasi senza
fiato, mentre avevo l’impressione che il mio cuore si fosse fermato. Poi un
potente spostamento d’aria mi scaraventò contro il portone. Persi i sensi,
convinta di scivolare in un burrone profondo.
Quando rinvenni, mi trovai per terra con un forte ronzio nelle orecchie. Tutto
intorno a me sembrava volare, pezzi di mattone, pezzi di asfalto e pezzi di
mondo. Tutto tremava, la terra si inarcava, si insaccava, si solcava come ferita
da un aratro impazzito. Vidi Hilde accasciata ai piedi del portone, le braccia
abbandonate, gli occhi chiusi, mentre un rivolo di sangue le scivolava
lentamente dall’attaccatura dei capelli fino all’angolo della bocca; sembrava
morta. Intorno a noi continuava quel folle baccano, e mentre scoppiavo in un
pianto terrorizzato una pioggia sferzante di calcinacci mi investì come un
uragano. Sentivo la bocca e le narici riempirsi di polvere e sabbia e mi
sembrava di soffocare. Tossivo. Sputavo terra, sangue e frammenti di
mattone. Cercai dì alzarmi ma qualcosa mi schiacciò al suolo. Una sorta di
calore bruciante mi asfissiò. Le mie mani sembravano arrostite. Infine mi
spostai carponi verso Hilde continuando a sputare sangue. Tutto a un tratto
calò un sinistro silenzio che mi atterrì anche più del frastuono precedente.
Raggiunsi Hilde, la fissai attonita. Le sfiorai il mento. A un tratto lei spalancò
gli occhi e mi guardò con espressione vuota. Infine mormorò: «Cos’è
accaduto?». Poi il suo sguardo si rianimò: «Oh mio Dio, sei ferita?».
«Non so…». Mi guardai le mani, le braccia. C’era del sangue, inorridii.
Deglutii per reprimere la nausea. Improvvisamente Hilde bisbigliò: «Non ti
voltare, ti prego…». Ma io mi voltai subito, e allora la vidi. Era la donna che
aveva gridato «correte al rifugio!». Giaceva poco lontano da noi in una pozza di
sangue, senza testa. Vomitai. Vomitai l’anima. Vomitai tutto l’orrore per
questo mondo.
Nel frattempo Hilde si era faticosamente alzata e tempestava di pugni il
portone. «Maledizione…» imprecava «deve essere bloccato dall’interno!».
Finalmente qualcuno aprì e alcune braccia ci tirarono dentro. Scendemmo una
rampa di scale.
La cantina era buia e piena di gente che ci fissava. L’aria era irrespirabile. La
prima persona che vidi fu mio fratello, e immediatamente scoppiai in lacrime.
Con voce rotta dall’emozione urlai: «Peter, sono tornata!».
Lui mi guardò senza capire alla luce vacillante di una lampada, poi interrogò
con lo sguardo la matrigna e lei gli disse: «È tua sorella Helga».
Continuò a fissarmi, strofinando la punta della scarpa contro il polpaccio.
Peter più magro e meno riccioluto, Peter più alto e meno paffuto. Peter: mio
fratello. Non riusciva a raccapezzarsi e si cacciò un dito nel naso.
«Helga?» chiese infine, inclinando il capo. Allora gli volai incontro e lo
abbracciai. Lui pianse perché sentiva i miei singhiozzi e anch’io piansi con lui.
Le mie mani toccavano un corpo smagrito. Mi si strinse il cuore.
Si abbracciarono tutti. Hilde con il padre (il nonno acquisito), Hilde con la
sorella (la matrigna), Hilde con Peter. Io con il nonno acquisito. Hilde
domandò a Peter: «Sei stato bravo, bricconcello?». Lui brontolò: «Ho vomitato».
Ero contenta di rivedere il nonno. Era alto e distinto, aveva gli occhi chiari,
buoni e intelligenti, i capelli grigi con la scriminatura, un vestito elegante
benché sgualcito. Ma chi pensava a stirare, in tempo di guerra?
Poi un vecchio ci medicò con gesti solerti. «Sono solo ferite superficiali,»
dichiarò «siete stata fortunata Fräulein Hilde, potreste essere all’altro mondo!».
Hilde disse: «È scandaloso, danno l’allarme quando hai già gli aeroplani sulla
testa!». Ma in quel momento riprese la sinfonia delle mitraglie. «Sono tornati
quei porci,» disse il vecchio «che Dio li disintegri! ».
I volti si tesero per l’angoscia, mentre a ogni detonazione la gente apriva la
bocca e si tappava le orecchie. In seguito avrei imparato che era una
precauzione affinché non si spaccassero i timpani.
Quando l’attacco fu terminato, cenammo: pane e rape. Il pane era secco e le
rape avvizzite. Il vasetto di marmellata era andato perduto insieme alla mia
valigetta durante l’inferno scatenatosi davanti al portone.
Dopo quella magra cena la matrigna mi sistemò sulla parte superiore di un
rudimentale letto a castello suggerendomi di dormire. Mi aveva chiesto poche
cose del collegio, mi aveva detto poche cose della loro vita. Poco dopo si
affacciò il nonno acquisito per darmi la buonanotte. «Mi piacerebbe che mi
chiamassi Opa,» disse, gentile «io sono qui, nel caso tu avessi bisogno di
qualcosa. Cerca di riposare». Ma io ero troppo scossa. Avevo freddo e tremavo.
Mi sentivo spaesata e infelice. Continuavo a guardarmi intorno, a guardare
cose e persone, povere cose e povere persone in una tetra cantina illuminata
da una sola lampada a petrolio che proiettava lugubri ombre sul muro. Una
vecchia stava pregando avvolta in un assurdo vestito di taffetà nero. «La vuole
smettere?» ruggì, cattivo, un uomo anziano, lanciando alla donna esasperati
sguardi di rimprovero. Ma la vecchia rispose, tranquilla: «Farebbe bene anche
a lei, Herr Hammer, mettersi in comunicazione col Signore».
L’altro rispose sprezzante: «Un Dio che permette questa guerra non merita
nessuna preghiera!». E sputò per terra.
«Ho ancora fame…» sentii Peter brontolare nel letto sotto il mio.
«Dormi» rispose la matrigna in tono affettuoso e dispiaciuto.
«Voglio un po’ di pane!» insisté Peter.
«Dormi…» lei ripeté.
Alla fine, pur sentendomi terribilmente sola, riuscii a prendere sonno.
6
Quando urlano le sirene si corre in cantina; una volta cessato l’allarme, si
ritorna nelle case. È un continuo andare su e giù per le scale, e all’affanno si
aggiungono il costante terrore e lo sfinimento per la fame.
L’appartamento di Hilde conserva ancora un barlume di passata eleganza
malgrado la tappezzeria a brandelli e i muri danneggiati. Inoltre, le
detonazioni delle bombe hanno infranto tutti i vetri delle finestre, che sono
stati sostituiti con assi di legno.
Tra le fessure delle tavole di una finestra che dà sulla Lothar-Bucher-Strasse si
possono scorgere le nere rovine di fronte e la chiazza di sangue che ha lasciato
il corpo di quella poveretta colpita dalla granata vicino al nostro portone. Sulla
sinistra invece si riesce a vedere un angolo di colonna pubblicitaria sulla quale
lo slogan der feind hört mit avverte che il nemico è in ascolto.
L’abitazione è gelida e buia anche di giorno. Si devono usare le lampade a
petrolio o le candele.
Nonostante mi senta sempre fiacca, soffro molto per la forzata inattività. A
Eden andavo a scuola o raccoglievo insieme a Hans lo sterco di cavallo sulla
statale, parlavo con la dottoressa Löbig, si faceva la spigolata o andavo sui
trampoli, ma qui non ho nulla da fare, tranne che aspettare il prossimo
allarme. Non si può andare in cortile per sgranchirsi le gambe perché siamo
sempre sotto il tiro di qualcosa; non ci si può nemmeno distrarre
chiacchierando un po’ perché Peter vuole parlare solo di bombe o del Führer,
e quando insisto a voler giocare a nascondino, lui mi guarda come se fossi
scema.
Vegetiamo in una città fantasma, senza luce elettrica né gas e con i rubinetti a
secco, costretti a considerare l’igiene personale un lusso e un pasto caldo un
concetto astratto. Viviamo come spettri in un immenso campo di rovine, dove
sparuti mezzi di trasporto si trascinano con circospezione come bestie
rassegnate a ricevere il colpo di grazia, dove le scuole sono senza alunni, i
negozi senza merci, i teatri senza attori e le chiese senza fedeli, perché il
nazismo detesta i preti ma anche perché le ampie navate vengono utilizzate
come obitori, e dove, nei pochi ospedali rimasti in piedi, mancano l’acqua,
l’elettricità, i medicinali e i medici. Una città in cui non funziona più nulla,
tranne i telefoni che talvolta squillano, lugubri e invano, sotto un cumulo di
macerie.
In casa il gabinetto è intasato e si deve usare il secchio che poi deve essere
vuotato in cortile, col rischio di morire mentre si sotterrano gli escrementi.
La cucina è un posto dove, in luogo del profumo di cibo, impera il puzzo
d’incendio mischiato a quello, dolciastro e nauseabondo, dei cadaveri che si
decompongono nelle strade senza che nessuno li seppellisca.
Mio fratello Peter mi sconcerta: non manifesta alcun interesse per il gioco, ma
è spasmodicamente attratto da tutto ciò che riguarda il Führer. Conosce il
nome dei suoi più stretti collaboratori, del suo medico personale, dei suoi cibi
preferiti e dei suoi quartieri generali, che elenca con quella sua buffa «s»
sibilante: la Wolfschanze, l’Adlerhorst, il Berghof, il Felsennest-Eifel,
naturalmente la Cancelleria del Reich e così via… Sono informazioni di prima
mano, fornitegli da Hilde.
Un pomeriggio piovoso, appena tornati dal rifugio dopo un attacco aereo
pesantissimo, Peter mi trascina nella gelida sala da pranzo per farmi una
comunicazione importante: «Lo sai che andremo nel bunker della
Cancelleria?». Sta lì, gambe divaricate, pugni sui fianchi e sguardo elettrizzato,
in attesa della mia reazione.
«Chi è che andrebbe nel bunker?» domando con scarso interesse.
«Tu e io!».
«E perché dovremmo andarci?» dico, non prendendolo troppo sul serio; ogni
tanto si diverte a inventarsi delle fandonie solo per provocare una qualche
reazione.
«Per mangiare le salsicce di fegato e vedere il Führer!» esclama, agitato,
calzoncini alla tirolese con bretelle, ciuffo ribelle sul naso insolente, pallore da
tempo di guerra, sguardo deluso per le mie mancate grida di giubilo.
«Chi te lo ha detto?» mugolo, stando svogliatamente al suo gioco.
«Zia Hilde».
Mi faccio più attenta. Se lo ha detto Hilde può essere vero. Lavorando al
ministero della Propaganda, non le deve essere diffìcile prenotarci in qualità
di «ospiti speciali del Führer», come vengono definiti quei privilegiati che
possono godere di un periodo di «ristoro» nel bunker della Cancelleria del
Reich; corre voce che là ci sia ancora cibo in abbondanza.
«Quando ci andiamo?» domando, mentre sfioro con l’indice la superficie lucida
del pianoforte, rimasta miracolosamente senza un graffio.
Lui fa spallucce: «Presto!». È offeso per il mio scarso entusiasmo.
«Viene anche Opa?» indago.
«Ci andremo solo io, tu e Mutti!» sbuffa Peter, riluttante. Ora vorrebbe
punirmi dandomi le informazioni col contagocce.
Ma io sono decisa: «Non voglio andare nel bunker della Cancelleria e non
voglio neanche vedere il Führer!».
A Eden ho sentito dire cose orrende del Führer; la direttrice non aveva peli
sulla lingua. Sosteneva che Hitler stava trascinando la Germania verso la
catastrofe, che era un pazzo megalomane e un terribile razzista; che odiava i
negri, i ballerini, i poeti, i preti e che faceva bruciare i libri degli scrittori ostili
al nazismo. La direttrice diceva che Hitler perseguitava gli ebrei persino fuori
dalla Germania, facendoli arrestare dalla Gestapo insieme ai loro bambini per
deportarli nei campi di concentramento. Era successo anche a sua sorella. La
donna, già vedova, era stata arrestata insieme alle sue due figlie, gemelle di
nemmeno tre anni, e deportata in un campo di concentramento in Polonia,
con l’accusa di aver inquinato la razza ariana sposando un ebreo.
«No,» ribadisco «non voglio venire nel bunker del Führer!».
«Sei stupida!» sbraita Peter.
«Anche tu!».
Mio fratello mi fissa incredulo, e il suo viso si sta sempre più rabbuiando. Non
riesce proprio a concepire che qualcuno possa non condividere la sua passione
per il Führer. E con tono di stizza astiosa mi dice: «Invece dovrai venirci, te lo
ordinerà mammina, vedrai ».
«Non ci vengo!» grido, indignata per la sua prepotenza. «Non ci vengo perché
il Führer è cattivo! Non voglio vedere il Führer perché manda i bambini nei
campi di concentramento e fa bruciare i libri degli scrittori!».
Peter mi lancia uno sguardo sconcertato come se gli avessi fatto a pezzi un
idolo e protesta, furioso: «Nei campi di concentramento ci vanno solo i
bambini ebrei, ma noi non siamo bambini ebrei!». E si mette a tirare calci a un
buffet coi cristalli già frantumati.
«La direttrice ha detto che nessun bambino deve andare in campo di
concentramento!» esclamo, infiammata di sdegno. «La direttrice ha detto che
nessuna persona deve andarci! La direttrice ha detto che chi manda la gente
nei campi di concentramento è cattivo! Io non voglio venire nel bunker del
Führer perché il Führer è cattivo! Lui ci manda la gente e anche le mamme!».
Peter ha un guizzo al collo e strilla: «Mammina non andrà in un campo di
concentramento perché non è ebrea! Nessuno di noi andrà in un campo di
concentramento!».
«Ma anche gli altri non ci devono andare!» insisto.
«Ma ci vanno solo gli ebrei!» ormai frigna.
«La direttrice ha detto che non ci devono andare nemmeno gli ebrei!» lo
incalzo, «Nessuno deve andarci, nessuno!».
Peter mi guarda con aria frastornata perché non afferra il punto della
questione. Allora scrolla le spalle e dichiara: «Va bene, allora andrò io nel
bunker insieme a Mutti, e mangeremo anche le tue salsicce!». E comincia a
saltare sulle molle di una poltrona ripetendo, dispettoso come una scimmia:
«Mangeremo anche le tue salsicce e dirò al Führer che sei bugiarda!». Ma
all’improvviso si arresta, indica un quadro che pende sbilenco da una parete
crepata e urla dispettoso: «Lo ha dipinto papà e tu non lo sapevi! Pepepepè!».
«Davvero?» mormoro, annichilita.
«Tu non lo sapevi, sei stupida!». E fa marameo.
Scoppio in lacrime come una vera stupida; finalmente vedo un segno di mio
padre! Fisso il quadro che rappresenta due leoni nella savana, sento una calda
emozione invadermi ed esclamo la prima cosa che mi sale dalla gola: «Com’è
bella la leona!». Peter salta dalla poltrona, aggrotta le sopracciglia, mi si
accosta, mi punta contro il dito e urla con disprezzo: «Si dice leonessa,
somara!».
Con quanta supponenza lo ha detto! Ha ragione, si dice leonessa e non leona,
ma lui non doveva correggermi con quella cattiveria! Allora spalanco gli occhi
per impressionarlo e nego sfacciatamente l’evidenza: «Hai torto, si dice leona!».
«Leonessa! » ringhia lui. «Leona!».
«Stupida oca, si dice leonessa!» urla. «Leona!». Ho le lacrime agli occhi. Lui si
arrende ma mi guasta la vittoria. «Tanto, sei un’oca, lo dice anche mammina!»
esclama con tono di infantile disprezzo, e mi abbandona nella gelida sala da
pranzo. Rimango ferita e disarmata. La verità è che mio fratello non mi vuole
bene. La mia lunga assenza ci ha divisi, ha cancellato in lui ogni istintivo
affetto, come se gli eventi, gravi e minacciosi, lo avessero prosciugato. Il
mondo non ha più nulla da offrirmi perché mi ha già preso tutto: l’infanzia,
mia madre, mio padre, la nonna, mio fratello. Cosa mi resta? La fame, la sete,
la paura, il freddo, la solitudine.
Nella sala fredda mi avvicino al quadro che ha dipinto mio padre e lo fisso
disperata. Vorrei affondare le unghie nella tela e grattarne via la superficie.
Vorrei grattare fino a consumarmi le unghie per vedere se in fondo trovo
qualcosa di mio padre, un riverbero, un richiamo. Vorrei strappare quel
quadro dal muro e scavare tra i colori, scindere i rossi dai verdi per scoprire
un gesto di mio padre, un’eco del suo respiro, del battito del suo cuore. Allora
salgo su una sedia decisa a impossessarmi della tela, a frugare tra l’erba di
quella pacifica savana, a gridare ai leoni: «Ditemi qualcosa di chi vi ha dipinti
con tanto amore!». Ma all’ultimo momento mi domino e mi limito a sfiorare la
tela con dolcezza, con rispetto. Sotto le mie dita la superficie si rivela rugosa e
sento affluire ai polpastrelli un calore delicato; mi viene da piangere. Ma è
stata solo un’illusione. La tela tace e quei leoni continuano imperterriti a
guardare, immobili, nel sole.
Allora abbandono una gelida sala per trasferirmi in una gelida cucina, dove
Peter si sta esibendo davanti alla matrigna in uno dei suoi soliti spettacoli, che
consistono nell’imitare in tono di buffa litania i discorsi di Goebbels, come se
fossero filastrocche imparate in cortile: «… gliela faremo vedere a quegli
istigatori imperialisti, a quella sottospecie umana dei bolscevichi… al nemico
la sconfitta definitiva… occhio per occhio, dente per dente… la vittoria
finale… Kameraden!». Gli piace accompagnare la recita con gesti affettati,
come usano fare certi politici megalomani, e rendere la voce bassa e
subdolamente faziosa; naturalmente non manca l’urlo finale «Heil Hitler!».
Quanto è diverso dai bambini che ho conosciuto nel collegio di Eden!
Terminato lo spettacolo, la matrigna applaude divertita nella tetra cucina
satura del puzzo d’incendio e di cadaveri che penetra dalle fessure delle assi di
legno. La matrigna si compiace di Peter perché è riuscita a plasmarlo come
avrebbe voluto fosse un figlio suo; probabilmente lui è il figlio che avrebbe
desiderato, mentre io sono sicuramente la figlia che non avrebbe mai voluto
avere. Ma io non posso perdonarle ciò che ha fatto a mio fratello! Lo ha
ammaestrato inculcandogli l’idea di una presunta razza superiore, di cui
l’angioletto Peter si crede un esemplare perfetto.
«Ora ho fame!» dichiara Peter, i piccoli pugni sui fianchi.
«Non è ancora sera,» gli rammenta la matrigna «se ti do ora la tua razione di
pane, che cosa ti resterà per cena?».
«Ma io ho fame adesso!».
«Un vero tedesco sa controllarsi, Peter!».
Un altro argomento per cui Peter manifesta un malsano interesse sono le
bombe. Ne appare sinistramente affascinato benché, nel rifugio, non sembri
sottovalutare la loro pericolosità. In casa, al contrario, si diverte a descriverne
minuziosamente le capacità distruttive facendo tesoro delle nozioni apprese da
un disertore che mesi addietro si era infiltrato nella cantina della Lothar-
Bucher-Strasse tenendo per alcuni giorni tutti sotto il tiro del suo mitra. Da
allora Peter racconta, a chi desidera saperlo ma anche a chi non lo desidera,
tutto quello che sa sui vari ordigni di morte, come le bombe incendiarie,
quelle dirompenti, quelle al fosforo (una specialità degli inglesi), o i mortai
sovietici, i cosiddetti «organi di Stalin», diventati tristemente famosi per il loro
fischio lacerante.
Un altro argomento che colpisce Peter, anche se in modo un po’ confuso, sono
gli ebrei, ma il tema Sconcerta anche me.
La nostra infanzia è stata infestata da una feroce propaganda antiebraica e
quotidianamente abbiamo assistito al manifestarsi dell’antisemitismo. Fin da
piccoli abbiamo visto le vetrine infrante dei negozi degli ebrei e le
saracinesche imbrattate con la parola Jude. La gente la pronuncia con
prudenza, con diffidenza, con imbarazzo o con timore, come se si riferisse a
una malattia contagiosa; talvolta con un cieco disprezzo, frutto naturale di una
propaganda secondo la quale «l’avvelenatore di tutti i popoli è il giudaismo
internazionale». Tutti sappiamo che gli ebrei debbono portare la stella giudaica
appuntata sul petto, che Hitler ha fatto bruciare le sinagoghe, che agli ebrei è
stato vietato farsi crescere la barba. Tutti indistintamente sanno che la
Gestapo cerca ovunque gli ebrei per arrestarli e deportarli nei campi di
concentramento e tutti sono stati ampiamente avvertiti che nascondere ebrei
comporta la fucilazione, mentre denunciarli assicura dei vantaggi. La gente
rinnega i parenti ebrei e tronca amicizie un tempo saldissime con persone
anche solo lontanamente sospettate di essere di origine ebraica. Si sente
parlare persino di figli che rinnegano i genitori o, peggio, che li denunciano
alle autorità e, al contrario, di gente che ha rischiato la vita per proteggere o
nascondere degli ebrei. Perché mio fratello non apre gli occhi?
Mio padre risulta disperso e non si sa più nulla degli altri parenti. La matrigna
ha telefonato diverse volte alla villa di Tempelhof, ma non ha mai risposto
nessuno.
La fame ci sta consumando e siamo tutti nervosi e scheletrici. La gente
setaccia la città alla ricerca di quei magazzini di viveri in cui si riforniscono la
Wehrmacht, le SS, l’entourage del Führer e alcune famiglie di ricchi borghesi.
Quando ne viene individuato uno, è saccheggiato senza pietà anche a costo di
uccidere chiunque si opponga all’assalto. La popolazione è diventata fatalista,
sprezzante del pericolo, disposta a rischiare la vita per un filone di pane o per
un cucchiaino di zucchero; ma talvolta passano settimane prima che la ricerca
di viveri abbia buon esito. Tutti i gatti della città sono finiti in padella e si
spara con i mezzi più ridicoli ai poveri passeri che svolazzano nei cortili o fra
le macerie. Si è quasi tentati di mangiare i topi di fogna, che si nutrono dei
cadaveri e sono disgustosamente grassi.
Una volta la matrigna è tornata con una ventina di rape e per tre giorni
abbiamo mangiato solo rape, così ci è venuta la dissenteria. Hilde, ogni tanto,
porta qualcosa dallo spaccio del ministero, ma è sempre più difficile.
Un paio di giorni fa, mentre vuotava il secchio nel cortile, Opa è stato ferito
da una scheggia di granata vagante e si è quasi dissanguato perché non si
trovava nessun medico. Quando la matrigna lo ha portato all’ospedale, gli
infermieri si sono messi a ridere dicendo che non si potevano perdere in inezie
simili. Per fortuna alla fine l’emorragia si è arrestata spontaneamente, ma Opa
è rimasto a lungo molto debole.
Per il rifornimento dell’acqua bisogna andare alle fontane o alle pompe, dove
si formano code paurose che offrono un bersaglio fin troppo facile al nemico.
Spesso le file vengono falciate da una granata o da un colpo di mortaio o
dall’artiglieria di incursioni-lampo: quelle senza preallarme sono
pericolosissime.
Quando ci troviamo nell’abitazione siamo sempre con l’orecchio teso alle
sirene; appena urlano, abbandoniamo ogni cosa e scappiamo nel rifugio. Le
valigie sono sempre pronte con le cose che ognuno desidera salvare nel caso
crolli la casa. Hilde vorrebbe mettere in salvo il visone e l’aspirapolvere, la
matrigna il visone e l’argenteria oltre ai suoi gioielli, Opa i documenti, un
cannocchiale, una preziosa macchina fotografica, una sveglia da viaggio, un
orologio d’oro, i gioielli della moglie defunta, due piccoli olii acquistati nel
1936 a un’asta di Londra e qualche vestito. Peter vuole salvare l’orsacchiotto
Teddy, tenerezza poco coerente con la sua indole di «piccolo tedesco alieno
dalla debolezza e dalle smancerie sentimentali».
È molto duro trascorrere gran parte del tempo nella cantina, dove siamo
ammucchiati l’uno sull’altro. Tanto più che non c’è nemmeno il gabinetto e
bisogna andare in fondo a un lungo e lugubre corridoio dove è stato sistemato
un secchio che emana un odore nauseabondo. Ma fra noi c’è un vecchio che
preferisce farsela addosso piuttosto di andare fino al secchio, giustificandosi
con vere o presunte incontinenze o con improvvisi attacchi di dissenteria,
cosicché il puzzo che respiriamo è indescrivibile. Poiché siamo perennemente
a corto di acqua, quel disgraziato non può nemmeno rimediare con una bella
lavata.
Ultimamente gli allarmi si susseguono incessanti e non abbiamo più tregua.
Siamo tutti malridotti. Opa ha un ginocchio gonfio che gli duole, ma non
abbiamo antidolorifici e nemmeno Hilde ne ha trovati, pur facendone richiesta
direttamente al ministero. La matrigna soffre di coliche biliari e tira avanti
fasciandosi il ventre con scialli di lana e cercando conforto in certi massaggi
che le pratica Frau Khmer, la portinaia dell’edificio. Io ho le croste in testa e
Peter vomita spesso della schiuma gialla. Ogni volta che mi alzo da una sedia
o dal letto mi si annebbia la vista.
Opa ha un apparecchio ricevente, anche se sarebbe proibito. Di nascosto
ascoltiamo le notizie dal fronte e quelle che la BBC trasmette in lingua
tedesca. Si captano anche i bollettini del servizio antiaereo. Alla sera ci sono
l’oscuramento e il coprifuoco.
Mi sento debole, sola e infelice. Nessuno mi vuole bene. Volevo restare con la
nonna, e invece mi hanno costretta a vivere con la matrigna che non mi
sopporta. Volevo restare a Eden, ma mi hanno riportata a Berlino dove si
muore di paura, di freddo e di fame. Voglio tornare a Eden! Voglio la
direttrice e la dottoressa Löbig! Voglio andare sui trampoli e rimestare nei
pentoloni dove bolle la marmellata. Voglio un cielo azzurro, non attraversato
dagli uccelli neri. Voglio respirare un’aria che non sappia di cadaveri e notti
che non esplodano sopra la mia testa. Voglio un Dio che fermi la guerra!
Voglio vedere il mare. Dicono che è grande, azzurro e puro. Voglio vedere
una spiaggia. Dicono che quelle del Mar Baltico siano bianche, con morbide
dune dietro le quali si allineano verdi strisce di pini. Dicono che in tempo di
pace la gente va in vacanza. Voglio andare in vacanza! Voglio andare al mare!
E invece è confermato che andremo nel bunker della Cancelleria del Reich.
Sotto terra! Una vacanza da talpa.
Non ci voglio andare. L’avevo detto a Hilde, ma lei si è arrabbiata. Ha risposto
che non mi rendo conto di quanto io sia fortunata; la matrigna mi ha dato
dell’ingrata. Perfino Opa vi ha trovato una qualche convenienza: «Almeno vi
riempirete lo stomaco» ha detto.
L’entusiasmo di Peter si è lievemente smorzato quando ha sentito che la
matrigna non potrà accompagnarci perché Opa ha la tonsillite e lei non se la
sente di abbandonarlo da solo nella cantina, dal momento che non potrà
assisterlo nemmeno Hilde, che sta per essere inviata dal ministero in missione
speciale (lei dice che in realtà l’impegno consiste in un delicato lavoro di
segretariato da compiersi sul luogo). Ma alla fine ha vinto il miraggio delle
salsicce di fegato; Peter è disposto a venire nel bunker anche senza mammina.
Ci saranno altri bambini, ci hanno detto, e un’amica d’infanzia di Hilde,
Marianne, si occuperà di noi per tutto il tempo che trascorreremo nel bunker.
Io non ci voglio andare, ma non ho voce in capitolo.
Berlino, dicembre 1944
La Lothar-Bucher-Strasse è completamente deserta. Un anemico sole
invernale sfiora un lungo fronte di rovine. Sulla strada e sui marciapiedi
crateri di ogni dimensione. E cumuli di macerie ovunque, resti di muri
anneriti, facciate le cui finestre sembrano occhi accecati. L’aria è gelida e fa
scricchiolare le ossa.
Opa ha un cappotto di lana di una buona qualità anteguerra. Il cappotto è
sgualcito perché senza l’elettricità non si può stirare, e con i vestiti stropicciati
l’eleganza si dilegua.
La matrigna ha un fazzoletto montato a turbante per nascondere i capelli
sporchi; senza acqua non c’è igiene, e senza igiene non c’è dignità che tenga.
Peter è in braghette da ometto e giaccone imbottito. Giaccone chiaro, faccia
scura: senza la matrigna non vuole più andare nel bunker.
«Un vero tedesco dimostra in ogni occasione il suo coraggio,» dice la matrigna
«di che hai paura?».
«Vieni anche tu» brontola Peter, col labbro inferiore stizzito.
«Ti ho spiegato almeno un migliaio di volte perché non posso venire» risponde
la matrigna, col turbante leggermente storto.
Io invece indosso un abituccio di velluto pesante che odio, scarpe di cuoio con
lacci e calze di lana che odio. Il cappottino è troppo piccolo, sotto un viso da
topo affamato e con capelli ribelli tagliati alla paggio da una matrigna che
odio.
Stiamo andando nel bunker della Cancelleria ma io non voglio. Ci saranno
però le salsicce di fegato, ci hanno detto, e incontreremo il Führer. E come si
può non essere felici avendo la fortuna di poter soggiornare nientemeno che
nel grande bunker della Cancelleria del Reich, una città sotterranea dove
lavorano e vivono centinaia di persone del seguito di Hitler, dove ci sono gli
uffici, le cucine, la lavanderia, l’infermeria, i dormitori e lo spazio riservato
agli «ospiti speciali del Führer», tra cui ci saremo anche noi?! È un privilegio,
così dicono. È un’occasione unica alla quale non possiamo rinunciare,
ripetono.
La matrigna rammenta ancora una volta al piccolo tedesco: «Ti daranno il
pane fresco e le salsicce di fegato!», ma Peter fa spallucce.
«Vi daranno il dentifricio,» aggiunge Opa «pensa come sarà divertente lavarsi i
denti col dentifricio».
«Preferisco le salsicce!» strilla Peter.
«E poi, con voi ci sarà sempre Marianne,» si affanna a rassicurarlo la matrigna
nei suoi strenui tentativi di convincimento «è un’amica di Hilde, si prenderà
cura di voi. Vedrai, ti piacerà».
«No!» insiste Peter, e assesta un calcio a una scheggia di vetro che fila in una
buca. Ma in quel momento il muso del bus gira l’angolo. Avanza con
circospezione, di soppiatto. È mimetizzato, è un bus che si finge carro armato,
un bus che gioca alla guerra. Il grosso bestione si ferma sterzando davanti a un
cratere. Fuma. Rumoreggia. Occhi curiosi ci osservano dai finestrini. Altri
«ospiti speciali del Führer», altri privilegiati. Peter indirizza loro ampie
boccacce.
Scende una giovane donna con treccia alla Gretel e saluta con fare spiccio Opa
e la matrigna. Deve essere Marianne, l’amica d’infanzia di Hilde; dura,
appariscente bellezza germanica.
«Peter non vuole più andare nel bunker» dichiara la matrigna, e getta uno
sguardo di rimprovero al piccolo mostro ingrato che lancia occhiatacce. «Ma
che sciocchezze!» esclama la giovane, che solleva Peter come un pacco postale
e lo sistema nel bus, malgrado le sue sgambettanti rimostranze. Ridiscende e
mi consiglia: «Sali anche tu, così quel terremoto si calma». Mi piace la rudezza
sbrigativa di Marianne, così dico in fretta «Arrivederci!» e faccio un gesto di
saluto a Opa. «Tieni duro!» mi incoraggia lui con lo sguardo commosso,
mentre cerca di darsi un contegno nel cappotto sgualcito. Poi corro verso il
bus e mi arrampico sugli alti gradini fingendo leggiadra energia dinanzi a
Gretel-Marianne avvolta in un cappotto militare che le conferisce un fascino
autorevole. Raggiungo Peter che scalcia contro il sedile, poi appanna il vetro e
disegna qualcosa che sembra una bomba. Infine sale anche Marianne, che
invita Peter a salutare Opa e la matrigna attraverso il finestrino, ma lui
abbassa il mento sullo sterno e dice di no col capo. Io invece mi sbraccio in un
ultimo saluto e si parte.
La vettura geme - stridio di ruote su detriti, schegge di vetri, mattoni e
calcinacci, - prosegue a scossoni sull’asfalto squassato, crepato, ferito.
Giriamo l’angolo. Altre rovine e grigie, tristi, gessose macerie; sul breve
viottolo tra due file di siepi di bosso giacciono dei cadaveri allineati come
sardine, due dei quali senza testa. Dallo stomaco mi sale qualcosa di amaro,
una specie di singulto acido, e deglutisco per reprimere un conato di vomito.
Peter continua a protestare attirando l’attenzione degli altri bambini che lo
fissano; lui fa marameo.
Per fortuna, dopo un ultimo «e io non ci vengo», si addormenta contro la mia
spalla. Marianne dice all’autista: «Siamo al completo, Herr Klug, possiamo
filare dritto alla Cancelleria».
Ricomincio a sbirciare fuori dal finestrino. Dopo la vista dei cadaveri non
vorrei più guardare, ma quel funesto spettacolo mi attira come una calamità.
Per settimane non ci siamo mossi dalla Lothar-Bucher-Strasse, abitazione e
rifugio, in una folle girandola di allarmi e cessati allarmi, di terrore e cessato
terrore, così sento una necessità urgente e irreprimibile di capire che cosa sia
successo altrove nel frattempo, ma ciò che vedo mi atterrisce. Ovunque giri lo
sguardo, mi imbatto in tetri ruderi e cumuli di macerie senza fine. Poco dopo
percorriamo un’intera strada in fiamme, mentre il cielo si è tinto di viola. Il
bus si sposta bruscamente sulla sinistra e striscia lungo le traversine del tram
per evitare che ci cadano addosso le facciate roventi delle case. La vettura si
riempie di fumo e di un odore di incendio che secca la gola; fuori pioviggina
cenere.
Proseguiamo. Nel bus sta crescendo l’agitazione.
Dappertutto si vedono rottami, tram rovesciati e crivellati come colabrodo; un
magro cavallo tira un carretto carico di cadaveri.
Cadaveri, cadaveri, macerie ed edifici in fiamme: sembra che non ci sia
nient’altro in questa città; nel bus pieno di bambini che si agitano e strillano di
paura mi viene il fiato grosso dall’angoscia. Due di loro hanno accanto le
madri, le quali però si preoccupano di tranquillizzare solo le proprie creature;
il resto tocca a Marianne. Nel gran trambusto Peter si è svegliato e,
guardandosi intorno attonito, decide di cercare rifugio dal suo disorientamento
nel bavero del mio cappotto bisbigliando: «Io non ci vengo, voglio tornare a
casa…».
Stringo con un braccio le magre spalle di mio fratello e continuo a sbirciare
fuori dal finestrino come ipnotizzata. In che mondo vivo? E che fine ha fatto
quella città di cui Opa ogni tanto si compiace di decantare le passate
meraviglie? Era una città splendida, viva, con milioni di abitanti che
lavoravano, producevano e si organizzavano la vita con quella perfezione di
cui sono capaci i tedeschi. Una città ricca con strade sempre illuminate a
giorno, vetrine fastose e gente elegante che passeggiava per il
Kurfürstendamm o Unter den Linden. Gente che affollava i ristoranti, i caffè,
i cinematografi, i teatri e le sale da concerto. Gente che strepitava dentro al
Palazzo Titania assistendo ai tanti avvenimenti sportivi. Gente che amava, che
si sposava, aveva dei figli e li cresceva con sani princìpi. Una città moderna,
dotata di un’efficiente sotterranea e di un’altrettanto funzionale sopraelevata.
Che cosa è successo per trasformare tutto in un immenso cimitero a cielo
aperto?
Vicino alla Porta di Brandeburgo ci imbattiamo in un posto di blocco. Un
gruppo di SS agita le palette. L’autista sbuffa: «Merda!». Herr Klug è anziano e
indossa un’uniforme logora, con toppe di pelle cucite ai gomiti. La sua nuca è
bianca con la sfumatura alta e le esili spalle si curvano, stanche, sul grosso
volante. Una SS si avvicina alla portiera, la spalanca bruscamente, si introduce
nella vettura e grida: «Heil Hitler! Prego, documenti e lasciapassare!».
Marianne non si scompone. Si alza con calma e gli porge un plico. La SS lo
esamina minuziosamente. È un uomo molto giovane dagli occhi così chiari
che sembrano di ghiaccio. È un ragazzone alto che tocca con la testa il tetto
del bus, fasciato dall’uniforme come se gli fosse stata cucita addosso. Nel bus
è calato un preoccupato silenzio.
Peter alza la testa, fissa la SS, mormora: «Io non ci vengo», e si rifugia di
nuovo contro il mio bavero.
La SS è soddisfatta. Grida: «Tutto a posto!», grida «Heil Hitler!» e salta giù dalla
vettura. «Maledetti!» sbotta Herr Klug.
«Per favore, tenga a freno la lingua!» lo riprende Marianne.
«Tenga a freno ‘sti coglioni» ringhia l’autista, e rimette in moto.
Il bus riparte verso la Porta di Brandeburgo, che si staglia contro un cielo
squamoso il cui innocente azzurro è stato sopraffatto dal rosso scarlatto degli
incendi. Dopo pochi minuti ci fermiamo di nuovo: siamo arrivati.
Tutti sbirciamo fuori, curiosi di vedere la famosa Cancelleria del Reich, ma
davanti a me non compare nulla che soddisfi le mie aspettative.
La vettura sputa ondate di fumo che si arrampicano sino ai finestrini; due
sentinelle ci ignorano. Sono ragazzi alti e biondi, di pura razza ariana come li
vuole il Führer.
Marianne scende dopo aver ordinato il silenzio e sparisce verso un grande
portone; anche Herr Klug scende per sgranchirsi le gambe. Lo vedo agitare le
braccia intorno alle spalle per riscaldarsi; la sua bocca emette sbuffi dì vapore.
Quando rientra, lo assediamo: «Ma dov’è la Cancelleria del Reich?».
Lui punta i gomiti sul volante e indica col mento un palazzo in rovina:
«Eccola, ma è quella vecchia. Per il Führer era troppo piccola».
Ciò che si vede non è che un rudere, il cui aspetto tetro e offeso si conforma
perfettamente al resto della città bombardata. Peter mormora, deluso: «Io là
non ci voglio venire!», e si mette a strillare. «Silenzio!» grida una delle madri.
«Sei indisciplinato, ragazzo mio!». Al che Peter strilla più forte.
Della vecchia Cancelleria imperiale è rimasto in piedi solo il frontale, che
appare gravemente danneggiato. Davanti alla facciata e su quelle che un
tempo erano aiuole si estende un cumulo di macerie su cui i passeri beccano
solerti. Sono delusa.
Ciò che invece è rimasto in piedi è l’imponente sagoma della nuova
Cancelleria, con le massicce colonne quadrate e il balconcino dal quale il
Führer amava affacciarsi per salutare la folla che lo acclamava gridando «Sieg
Heil!».
Marianne torna sventolando i documenti e facendo capire che sono in regola.
Caccia la testa dentro la vettura e dice: «Coraggio, tutti fuori e di corsa nel
bunker!». Ci elettrizziamo. Agguanto la mano di Peter, scendiamo dal bus,
seguiamo Marianne e assistiamo, stupefatti, allo spettacolo di un immenso
portello di ferro che si alza lentamente per poi inghiottirci. «Io là dentro non
ci vengo» dichiara Peter, che ha deposto ogni coraggio da vero bambino
tedesco e mi dà un calcio al piede.
Stringo più forte la sua mano ribelle e, mentre cominciamo a scendere i
gradini di cemento, ci investe un’ondata di aria calda.
Ai piedi della scala si apre un corridoio dal pavimento lucido; l’illuminazione
è fredda, e alcune SS stanno appoggiate contro i muri in cemento armato
oppure sedute per terra con il mitra in braccio. Proseguiamo per altri corridoi.
Tubature per il riscaldamento, il ronzio dei ventilatori. Voci indistinte
giungono da tutte le direzioni, si sentono dei rumori attutiti che non riusciamo
a identificare, si vedono porte d’acciaio. Mi sembra di essere in un labirinto.
Alla fine ci arrestiamo dinanzi a un posto di blocco, dove staziona un gruppo
di donne SS; sono bionde e si somigliano tutte. Marianne deve firmare un
registro, scambia due parole con una ragazza con la faccia da Gretel, ed
entrambe fanno alcune battute in dialetto berlinese; poi proseguiamo. Mi
sento frastornata.
Da più parti squillano dei telefoni; ho un lieve senso di panico, un piccolo
attacco di claustrofobia che però passa subito. Peter ha rinunciato a scalciare e
si guarda intorno con occhi sbarrati. Giungiamo in una sorta di saletta d’attesa;
Hitler ci fissa da un immenso ritratto: baffetti accuratamente tagliati, sguardo
pungente, sembra che voglia ipnotizzarci. Goebbels, sull’altra parete, ha
un’espressione ufficiale - è lui il responsabile delle missioni speciali di Hilde -;
siamo circondati da grandi croci uncinate.
Ci raggiunge un’altra donna SS, grida «Heil Hitler!», noi rispondiamo «Heil
Hitler!». Poi chiede a Marianne: «Il tragitto si è svolto senza incidenti?». Lei
risponde: «Come l’olio!». «Venite con me» ci esorta la SS.
Ci conduce in una camerata piena di letti a castello e armadietti di ferro, e ci
ordina: «Sistemate le vostre cose, prego!».
Ripongo pigiama e camicia da notte in un cassetto dell’armadietto, e sistemo
lo spazzolino da denti che non ho più usato dai tempi del collegio di Eden.
Opa ha detto che ci daranno il dentifricio. Sono curiosa di sapere che cosa ne
farà Peter: lui non sa nemmeno che cosa sia; in tutta Berlino non se ne trova
più un solo tubetto.
«Lavarsi le mani!». Il nuovo ordine giunge secco, militaresco, così ci spostiamo
in una stanza da bagno con tanti lavandini; sembriamo un gregge di pecore
stordite. Per fortuna Marianne ci è sempre accanto, rimanendo il nostro punto
fermo. Appena porgono a Peter il tubetto del dentifricio, lui lo schiaccia nel
mezzo e grida, sdegnato: «Preferisco le salsicce!».
Marianne reprime un sorriso divertito e dice: «Avrai anche quelle, ma ora
lavati i denti!».
Dopo aver obbedito, pur con mille complicazioni e dopo aver tentato di
mangiare il dentifricio, il mio prepotente fratellino strilla: «Voglio vedere il
Führer!».
Marianne risponde, calma: «Il Führer non è qui, e tu non devi strillare».
«Dov’è?». Peter ha puntato i piccoli pugni sui fianchi: ha la faccia scura,
l’occhio cattivo, un piede che pesta ritmicamente per terra, il labbro inferiore
che trema irritato.
«Il Führer è al fronte, Peter».
«Ma io sono venuto per vedere il Führer!» insiste lui con voce delusa e stridula
mentre dà un pugno sul lavandino. Il piccolo dispotico si finge orco.
«Lo vedrai, il Führer» lo rassicura Marianne.
«Quando?».
«Presto».
Da quel momento in poi Peter è sicuro di voler restare nel bunker.
«A tavola!» ordina qualcuno.
Ci spostiamo in una saletta da pranzo con lunghi tavoli e panche di legno; fra
le travature dei muri in cemento scintilla l’umidità. Finalmente sento odore di
cibo!
Ci disponiamo lungo i tavoli e cominciamo a mangiare, ad abbuffarci, a
divorare tutto in fretta come se temessimo che qualcuno possa all’improvviso
ordinarci di smetterla. Hitler ci osserva dall’ennesimo ritratto, guarda fettine
di manzo affogate nella salsa e accompagnate da maccheroni scotti, guarda
patate bollite, guarda pane nero, Apfelsafte pere sciroppate in scatola. Mentre
assaggio una pera, qualcuno grida nel corridoio: «Mille unità in volo su
Berlino!».
Peter mormora, deluso: «Anche qui?».
«Tranquillo,» fa Marianne che gli siede accanto «questo bunker ha una
copertura di cemento di tre metri e mezzo, nessuna bomba può torcerti
nemmeno un capello».
Peter si rilassa e ricomincia a masticare. A qualcuno di noi viene da vomitare,
per cui andiamo nel bagno, ci liberiamo e al ritorno chiediamo una nuova
porzione di tutto.
Mentre pranziamo, sopra la nostra testa infuria l’attacco, ma il frastuono del
cannoneggiamento giunge attutito e il rumore delle batterie antiaeree somiglia
al brontolio di un temporale lontano.
I giorni trascorrono veloci. Dormiamo in una camerata con due file di letti a
castello; dormono con noi anche le due madri, mentre Marianne è stata
sistemata altrove.
Ogni mattina un medico ci visita accuratamente, controlla il nostro peso, ci
somministra vitamine e medicine a seconda del caso. Appena arrivati ci
hanno fatto il test per la tubercolosi. Ci mettono perfino sotto la lampada al
quarzo, e due volte al giorno ci costringono a ingoiare quella roba repellente
che è l’olio di fegato di merluzzo. Esiste anche una sala di ricreazione con libri
per i più grandi e giochi vari per i più piccoli. Peter e Marianne giocano
spesso a domino, ma io preferisco guardare.
Un giorno ci comunicano che il Führer verrà a salutarci e Peter si illumina di
gioia. Sembra che gli abbiano promesso di incontrare Babbo Natale in
persona!
Ci preparano con puntiglioso impegno all’incontro. Innanzitutto, in presenza
del Führer non si deve parlare ad alta voce. Nel caso in cui egli ci chieda
qualcosa, si deve rispondere «sì, mein Führer», oppure «no, mein Führer».
Naturalmente è d’obbligo il saluto nazista.
Peter non sta più nella pelle. Vedere il Führer è il suo grande sogno. Per lui il
Führer è un punto di riferimento, è il capo dei capi, il padre di tutti; per lui il
Führer è Dio.
Io sono meno entusiasta. Ciò che ho sentito dire a Eden sul Führer non mi è
piaciuto per nulla. Mi ha spaventata.
Arriva il fatidico giorno.
Io e Peter siamo in prima fila, entrambi molto tesi; a una bambina è venuto il
mal di pancia e l’hanno allontanata. Peter salta da una gamba all’altra, ha il
viso pallidissimo.
Ci troviamo in una sala oblunga, ovunque grandi croci uncinate. Lungo il
muro sono disposte alcune sedie; sulla parete in fondo un ritratto di Hitler è
affiancato da due grappoli di bandiere germaniche.
Nella sala ristagna un caldo umido che infastidisce. Sono nervosa. Fino
all’ultimo momento ci ripetono le stesse cose: parlare a bassa voce, non
perdersi in chiacchiere dinanzi al Führer, fare il saluto nazista senza strillare.
Aspettiamo immobili come soldatini di piombo. Nel silenzio si potrebbe
sentire uno spillo che cade.
Ma ecco, sentiamo dei rumori e da una porta sulla sinistra entra un gruppo di
giovani SS che si dispone lungo la parete di fronte a noi. Li segue una donna
in uniforme che regge un cesto.
Nella sala c’è un silenzio assoluto, mentre il mio stomaco si contrae in uno
spasmo nervoso. E finalmente arriva lui, Adolf Hitler, il Führer del Terzo
Reich!
Avverto un leggero ondeggiamento tra le file mentre il Führer avanza
lentamente. Tutti scattiamo sull’attenti, alziamo la mano e gridiamo «Heil
Hitler!».
Abbiamo urlato troppo forte, e il viso del Führer tradisce un guizzo di
fastidio.
Mentre Hitler avanza verso di noi, io lo fisso senza fiatare. Quante cose ho
sentito dire su di lui, dalle più entusiastiche alle più spregevoli!
Cammina piano, le spalle lievemente curve, il passo strascicato: non posso
crederci! Sarebbe questo l’uomo che ha fatto delirare le folle? Io vedo invece
un vecchio dai movimenti stentati. Noto che ha un lieve tremolio alla testa e
che il braccio sinistro pende inerte lungo il suo fianco come se fosse di gesso.
Sono davvero incredula!
Hitler comincia a dare la mano ai primi bambini della fila, rivolgendo loro
brevi domande di circostanza. Sento le loro voci, sommesse, intimorite,
impacciate, che mormorano: «Sì, mein Führer. No, mein Führer». Infine tocca a
me.
Il mio cuore perde un paio di colpi e arrossisco violentemente. Temo di
svenire, di stramazzare ai piedi del Führer, anche se è l’ultima cosa che
desidero accada.
Adolf Hitler mi tende la mano e mi fissa negli occhi. Ha uno sguardo
penetrante che mi imbarazza. Nelle sue pupille c’è uno strano luccichio, come
se un folletto ci ballasse dentro.
La stretta del Führer è molle e ne sono sconcertata. Sarebbe questa la mano
dell’uomo che guida il destino della Germania? La mano è calda e sudaticcia
come quella di un malato febbricitante. Ne ricevo un’impressione sgradevole e
sono tentata di ritirare la mia, ma mi domino. Allora imprimo sul mio viso un
sorriso forzato e nello stesso tempo sbircio le SS. Mi fucilerebbero se si
accorgessero del mio disagio? Dinanzi al grande Führer del Reich non ci si
può sentire a disagio! È un crimine! Ma loro non badano a me, continuano a
tenere lo sguardo fisso sul Führer impugnando saldamente il mitra.
Adolf Hitler mi chiede: «Come ti chiami?».
«Helga» rispondo. Mi dimentico di dire «mein Führer». Segue una pausa. Ho
l’impressione che Hitler cerchi qualcosa da dire, qualcosa come: «Soffrite
molto per questa guerra?». Oppure: «Come va la distribuzione dei viveri in
città?». Invece mi chiede: «Ti piace stare nel bunker della Cancelleria, Helga?».
«Sì!».
È una bugia. Non mi piace stare nel bunker perché soffro di claustrofobia. Mi
fa sentire sepolta, rinchiusa in una bara. L’unica cosa che riesce a compensare
il mio senso di prigionia è il cibo che arriva regolarmente, ma per il resto
quasi preferisco la cantina della Lothar-Bucher-Strasse benché la detesti.
Lancio nuovamente uno sguardo alle SS: hanno capito che ho mentito al
Führer? Sì, lo so, un «ospite speciale del Führer» ha il dovere di sentirsi bene
nel bunker, ha l’obbligo della gratitudine. Ma ancora una volta loro mi
ignorano, e io provo sollievo. Allora alzo gli occhi e fisso il copricapo di
Hitler con l’aquila e la croce uncinata, poi il mio sguardo scivola su un volto
dal colorito grigiastro, che somiglia davvero poco a quello dei tanti ritratti
appesi nel bunker. La faccia che ho davanti è sciupata. Intorno agli occhi si
spiega un fitto ventaglio di rughe e la pelle delle guance è floscia. Solo i
baffetti ben tagliati mantengono un barlume di consistenza fra quei lineamenti
sfatti.
Quando la mano di Hitler si ritira dalla mia provo un senso di rilassamento.
Lui allunga il braccio verso il cesto, estrae una barretta di marzapane e me la
porge. È finita. Il Führer passa oltre e tocca a mio fratello.
«Come ti chiami?».
«Peter!» risponde lui. Troppo forte, noto con ansia.
«Come va, Peter?».
Peter emette un interminabile sospiro, infine grida, estasiato, spontaneo,
irruente: « Io sto bene, Herr Hitler! Che bella fibbia, Herr Hitler!».
Non è possibile, mi sembra di essere in un incubo! Annientata, volto lo
sguardo e vedo il dito impudente di Peter sfiorare la fibbia del cinturone del
Führer! Credo di morire. Che cosa succederà? Le SS gli spareranno un colpo
nel piccolo cuore? Getto uno sguardo ansioso alle SS e noto con sollievo che
una di loro maschera un sorriso divertito. Allora mi tranquillizzo. Poi sento la
voce del Führer che risponde: «Quando sarai grande, giovanotto, anche tu
potrai avere una fibbia come la mia». Segue il rito del marzapane, poi il Führer
passa oltre. Terminata la prima fila, pronuncia qualcosa come «buona fortuna
a tutti»; strilliamo di nuovo «Heil Hitler!», ancora una volta troppo forte, e lui
esce, seguito dalle guardie del corpo. Rimane solo la donna, che continua a
distribuire il marzapane. L’atmosfera si distende.
Deutschland, Deutschland, uber alles! Questo è dunque il grande Führer del
Reich, il capo delle Forze Armate tedesche, il capo di tutti noi! Questo è
l’uomo dal quale dipende il nostro destino. Ci ha augurato buona fortuna.
Heil Hitler!
8
Il soggiorno nel bunker terminò. Avevamo acquistato peso, incamerato
energie. Ci eravamo abituati agli ambienti riscaldati - anche se il cemento
armato della costruzione relativamente recente trasudava umidità - e alla
sicurezza che infondono tre metri e mezzo di cemento sopra la propria testa.
Avevo perfino imparato a controllare la claustrofobia; qualche notte riuscivo
perfino a dormire sette ore di fila, perché là sotto non si sentivano le sirene e
il crepitio dell’artiglieria giungeva attutito.
Eravamo zeppi di vitamine, saturi di olio di fegato di merluzzo e perfino
abbronzati dalla lampada al quarzo; stavamo molto bene.
La permanenza nel bunker aveva attenuato il ricordo della realtà esterna, ed
ero perfino arrivata a sperare che nel frattempo le cose fossero cambiate, che
la guerra stesse finendo e che tutto volgesse al meglio.
Peter aveva finito per irritare tutti citando in continuazione il Führer. Dal
giorno della visita non parlava d’altro che dell’abbigliamento di Hitler: i
pantaloni infilati nei lucidi gambali, il copricapo con l’aquila e la croce
uncinata, la giacca militare attillata e il cinturone con la famosa fibbia! Ne
parlava perfino nel sonno.
Nel bunker avevo assistito a vivaci scambi di opinioni sull’andamento della
guerra, sulla figura del Führer o sul nemico. Ricorrevano parole che mi
inquietavano, come «Gestapo», «KZ» (abbreviazione di campo di
concentramento), «questione ebraica», «deportazione». Oppure «guardie testa-
di-morto», «nemico bolscevico», «arma segreta», «battaglia per Berlino» e
«nemico», «nemico» e ancora «nemico»! Parlavano dei russi con odio e con
viscerale disprezzo. Li definivano un branco di primitivi selvaggi che
puzzavano di vodka e violentavano le donne dei vinti. Scoprii così che le due
madri che erano state con noi nel bus e avevano accompagnato i figli nel
bunker erano due esaltate naziste, e non ne facevano mistero.
Di notte, mentre gli altri dormivano e io mi fingevo addormentata, quelle due
intessevano un fitto chiacchiericcio che talvolta durava fin oltre la mezzanotte.
Occupavano il letto a castello accanto al mio e potevo sentire ogni parola.
Venni a sapere che erano mogli di impiegati appartenenti alle cosiddette SS
comuni (categoria di rango inferiore rispetto alle SS onorarie, di cui facevano
parte personaggi per qualche motivo illustri, rappresentativi o influenti) e che
erano fanaticamente devote al Führer. Parlavano come se il progetto di
impadronirsi dell’Europa e sottomettere le razze inferiori fosse in via di
realizzazione e credevano fermamente che la Germania avesse già vinto la
guerra. Ma ciò che mi impressionava maggiormente era il freddo cinismo con
cui parlavano degli ebrei. Li definivano «sporchi ebrei» e accennavano al fatto
che Hitler aveva in programma di risolvere la questione ebraica «una volta per
tutte» nei campi di concentramento.
Sentivo dire cose spaventose e mi domandavo che cosa avessero mai fatto gli
ebrei alla Germania perché due madri potessero parlarne con un tale
disprezzo. Fu lì che udii per la prima volta parlare di «sterminio degli ebrei»,
mentre l’espressione «campo di concentramento di Auschwitz» usciva dalla
bocca delle due donne come una condanna a morte.
Anche i figli di quelle due madri erano fanatici. Dichiaravano a destra e a
manca che non vedevano l’ora di crescere per poter entrare nella Gioventù
hitleriana e offrire la propria vita al Führer!
«Tutti pronti?» chiese Marianne scrutando il gruppo mentre stavamo per
lasciare il bunker.
Eravamo pronti. Scarpe lustre, denti spazzolati e in bocca il sapore dell’ultimo
cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Ognuno di noi aveva ricevuto un dono
di congedo: una provvista di panini imbottiti e una barretta di marzapane.
«Io non ci voglio venire!» sbottò Peter. «Voglio aspettare il Führer!».
«Il Führer è al fronte!» rispose Marianne. «A combattere contro il nemico».
Peter riflette, la fronte corrugata. Infine lanciò uno sguardo invidioso a due SS
che si annoiavano in un angolo. «Loro possono rimanere qui!» protestò.
«Tua madre ti aspetta a casa» gli rammentò Marianne.
«A casa non ci sono le salsicce di fegato!» ribatté Peter con logica del tutto
gastronomica.
«Ora basta!» esclamò Marianne, spazientita. «Dobbiamo andare!».
Peter si esibì nell’ultimo tentativo di sabotare la partenza, scalciò
furiosamente, fece perfino un tentativo di buttarsi a terra. Allora Marianne lo
minacciò: «Quando vedrò il Führer gli dirò quanto sei indisciplinato!». Questo
bastò per convincere il piccolo ribelle.
Percorremmo ancora una volta il labirinto di corridoi e al posto di blocco
Marianne dovette nuovamente firmare il registro. Infine l’ultimo tratto:
ventilatori che ronzavano, tubature, estintori. I tacchi di Marianne battevano,
secchi, sul pavimento. E finalmente i gradini che portavano all’esterno, il
portello che si alzava. Fummo fuori!
Un brivido mi percorse. Respirai avidamente l’aria fresca, anche se era
impregnata di un odore d’incendio, e alzai il viso per guardare il cielo. Provai
una grande emozione.
«Salire!» ordinò Marianne.
Al volante ritrovammo Herr Klug, l’autista dell’andata.
«Freddo cane!» si lagnò sfregandosi le mani.
«Tutti a sedere e silenzio!» comandò Marianne.
«Purché gli Ivan non ci sparino in testa» brontolò Herr Klug.
«Il bollettino era negativo,» rispose Marianne. «la smetta di farsela addosso
continuamente, Herr Klug!».
Peter volle stare dalla parte del finestrino, appannò il vetro e col dito disegnò
una bomba.
Il bus si avviò, Peter cominciò a divorare i suoi panini e il marzapane, e fu
inutile consigliargli di conservare qualcosa per la sera. Quando ebbe mangiato
tutto si addormentò.
Ecco la Hermann-Goering-Strasse. Il vento spazzava l’asfalto butterato, un
cielo striato di rosso si stendeva su una fila di cupe rovine. Dalla
Potsdamerplatz provenivano nere ondate di fumo.
Il bus avanzava a fatica, a ogni metro si presentava un ostacolo. Sfilarono le
solite facciate degli edifici bombardati, gusci vuoti, violentati e crollati.
Ovunque si intravedevano automezzi sventrati, bucherellati, bruciati. Tram
sfasciati, rovesciati, arrugginiti. Carogne di animali, soprattutto cavalli,
talvolta già in parte decomposti, e lungo i muri cadaveri a perdita d’occhio.
Continuai a guardare incredula, attonita, e come se mi svegliassi da un sogno
la realtà mi afferrò brutalmente: c’era ancora la guerra e nulla era cambiato!
Come avevo potuto illudermi?
Cominciai a piangere in silenzio, con piccoli singhiozzi che ingoiai come
bocconi amari. Dunque mi aspettavano altre notti in cantina e altre affannose
corse giù per le scale. Ci sarebbero stati di nuovo la fame, la sete, il freddo e il
terrore! E l’infausta previsione mi apparve a un tratto intollerabile: dove avrei
trovato la forza per affrontare nuovamente tutto questo? Mentre stavo lottando
contro un profondo abbattimento, l’autista imprecò: «Cani maledetti!».
«Cosa c’è, Herr Klug?» domandò Marianne dal suo sedile.
«Aerei in vista, ecco cosa c’è!».
Marianne corse davanti. Ora li vedevo anch’io: un maledetto triangolo di aerei
stava puntando dritto su di noi!
Subito scoppiò il panico, ma Marianne ordinò, secca e autoritaria: «Prepararsi
a scendere!».
Tutti cominciarono a premere verso l’uscita; le due madri strinsero a sé i
futuri membri della Gioventù hitleriana gridando isteriche: «Aiuto! Fate
presto! Aiuto!». Le loro grida rimbombavano, acute, nel fondo ormai vuoto del
bus. Marianne le fulminò: «Per favore, si controllino, signore!».
Strappai Peter dal sedile svegliandolo bruscamente. Lui mi guardò con gli
occhi sbarrati, senza capire. Gli afferrai la mano e lo tirai verso la porta. Lui si
impuntò come un mulo e dovetti trascinarlo a strattoni verso l’uscita. A un
certo punto sbattei la fronte contro una sbarra di sostegno e sentii un dolore
acuto, ma non mollai mio fratello.
La vettura si arrestò di colpo e la frenata ci catapultò in avanti; cademmo l’uno
sull’altro.
In pochi istanti fummo tutti fuori dal bus, ma improvvisamente Peter si
sottrasse alla mia stretta e si buttò per terra. Allora Marianne lo prese in
braccio, indicò il vano del portone di un edificio in rovina e si mise a correre.
Tutti ci gettammo dietro a lei.
Era una corsa per la vita. Il portone si trovava a circa trenta metri dal bus, e
per raggiungerlo bisognava costeggiare un lungo cumulo di macerie che non
offriva alcun riparo. Corsi tenendo gli occhi fissi al portone, mentre mi
coglievano violente fitte alla milza. Premetti una mano sul fianco, ma il gesto
mi sbilanciò. Inciampai in una buca e caddi battendo la mascella sul bordo.
Sentii partire un dente che mi ritrovai sulla lingua. Lo sputai, mi rialzai e
proseguii la mia corsa disperata. Adesso li avevo proprio sopra di me:
arrivavano in picchiata e mitragliavano. Pensai che fosse la fine. Le fitte al
fianco si intensificarono togliendomi il fiato. Il dolore era così forte che mi
piegò le ginocchia e continuai ad avanzare carponi, ma poi una fitta ancor più
lancinante mi infiammò il polpaccio. Piansi senza lacrime. Non vidi più nulla,
tutto era nero davanti ai miei occhi.
Stavo per cedere: ogni cosa mi suggeriva di lasciarmi andare, di arrestarmi e
aspettare il colpo di grazia; ma poi sentii due braccia che mi tiravano dentro il
portone.
La certezza di avercela fatta mi rianimò. Sentii Herr Klug che domandava:
«Sei ferita?». Indicai il polpaccio e lui lo esaminò.
Intorno c’era un gran frastuono, a cui si mescolava il rombo assordante degli
aerei. Intravidi, come avvolta dalla nebbia, la sagoma di Marianne. Si sporse
verso di me dicendo qualcosa, ma il baccano soverchiò la sua voce. Herr Klug
mi disse: «È solo una ferita di striscio, piccola, quando saremo nel bus ti
medicherò». Domandai, quasi senza voce: «Mio fratello?». Herr Klug indicò
Marianne, e solo allora vidi il mio fratellino tra le sue braccia. Piansi di
sollievo e di gratitudine, era salvo!
Purtroppo, uno dei ragazzi, Karl-Heinz, dava preoccupazioni. Aveva una ferita
all’addome e perdeva molto sangue. Non era uno dei bambini accompagnati
dalla madre. Herr Klug gli tamponò la ferita come poté.
«Dobbiamo portarlo all’ospedale» disse l’autista a Marianne.
Quando il frastuono cominciò a diminuire, lei fece l’appello. C’erano tutti.
Qualcuno aveva delle contusioni, ma non era nulla di grave. Le due madri, che
non avevano riportato un solo graffio, continuavano a piangere isteriche.
Cessato l’attacco, uscimmo cautamente dal portone e raggiungemmo il bus. Io
presi per mano Peter, ormai docile; Marianne e Herr Klug presero in braccio
Karl-Heinz. La vettura era malconcia, aveva il tetto crivellato e il parabrezza
frantumato. Quasi tutti i finestrini erano andati in pezzi. I sedili erano
cosparsi di frammenti di vetro.
«Pensa di poter mettere in moto questa carcassa?» chiese Marianne a Herr
Klug, mentre continuava a tamponare la ferita di Karl-Heinz.
«Deve partire, maledizione!» imprecò Herr Klug, e si mise al volante.
Il motore faceva hop-hop-hop e clop-clop-clop e non voleva saperne di
avviarsi. Trattenemmo tutti il fiato.
«Mettiti in moto, stramaledetto!» gridò Herr Klug; all’improvviso il motore si
ravvide e partimmo.
Eravamo tutti stravolti. Il bus era pieno di correnti e di spifferi, faceva un gran
freddo. Peter era aggrappato al mio bavero e tremava. Mi doleva il polpaccio,
malgrado Herr Klug me lo avesse medicato e coperto con un grosso cerotto.
Dalla parte della ferita la calza era incrostata di sangue, ma non avevo il
coraggio di guardare.
Il bus proseguì fra mille ostacoli al riverbero degli edifici in fiamme; doveva
essersi trattato di un’incursione piuttosto grave. Giunti davanti all’ospedale,
vedemmo che c’era un’ala in fiamme. Alcune infermiere correvano avanti e
indietro con le barelle.
Herr Klug cacciò la testa fuori dal parabrezza spaccato e gridò: «Abbiamo un
ferito grave a bordo, qualcuno può darci una mano?». Ma quelle risposero:
«Non vede che stiamo evacuando l’ala che brucia?».
«Al diavolo!» brontolò Herr Klug, e sputò attraverso lo squarcio nel parabrezza.
«Ragazzo o non ragazzo, a loro non gliene frega un accidente!».
Infine Marianne e Herr Klug portarono Karl-Heinz dentro l’ospedale e
rimasero via a lungo. Noi intanto ci stavamo congelando nella vettura piena di
buchi e coi vetri a pezzi. Quando tornarono, Herr Klug imprecava come una
bestia. Diceva che quelli non volevano ricoverare Karl-Heinz e che Marianne
aveva dovuto fare una telefonata alla Cancelleria per farsi passare qualcuno
che facesse la voce grossa. Soltanto allora quelle canaglie si erano convinte a
ricoverare il ragazzo.
«Coraggio,» fece Herr Klug dopo essersi sfogato e rimesso al volante «a chi
tocca scendere per primo?».
Era quasi mezzogiorno e il cielo era saturo di una caligine rosso-scarlatta.
Strinsi il braccio intorno alle fragili spalle di mio fratello e dissi in tono quasi
materno: «Fra poco saremo a casa».
«Voglio tornare nel bunker…» mormorò Peter nell’incavo della mia spalla.
9
Il bus imbocca la Lothar-Bucher-Strasse in senso vietato, ma nessuno ci fa
caso. I pochi automezzi che si aggirano per le vie deserte non si preoccupano
certo di osservare le regole del traffico, e comunque mancano del tutto i vigili,
un genere completamente estinto, così come sono scomparsi i pompieri che
dovrebbero spegnere gli incendi provocati dalle bombe al fosforo. Non
funziona più nulla: non ci sono più postini né fattorini che portino il latte, non
si trova più un solo medico, e le squadre di Pronto Intervento, che fino a
qualche tempo fa sgombravano le strade dai cadaveri, ora non rispondono più
al telefono. Una città un tempo funzionale e organizzata ha abbandonato la
popolazione a se stessa: niente più diritti, niente più doveri.
Salutiamo Herr Klug e Marianne ci accompagna al portone. Ci congeda come
fossimo due soldati, sfiora il bordo del berretto militare, dice «su, andate,
voglio vedervi dentro il portone» e se ne va.
Rimaniamo un attimo come storditi.
Poi piglio la mano di Peter, lo trascino per le scale e busso alla porta del
secondo piano con la targhetta «Hilde Busch». Ci viene ad aprire la matrigna
che abbraccia subito Peter; sembra contenta e lo conduce in cucina, mentre io
li seguo come un povero asino. «Come si è comportato questo birbante?» mi
chiede la matrigna guardando solo lui.
Peter si desta dal torpore e strilla: «Ho visto il Führer e la fibbia!».
«Quale fibbia?» domanda la matrigna.
«Il Führer ha detto che mi regalerà la sua fibbia!» dichiara Peter.
«Non è vero!» lo sbugiardo. «Non ha detto proprio così!».
«Sì, sì!» insiste, e scalcia in aria.
«Allora, qual è la verità?» domanda la matrigna, e guarda me.
«II Führer ha detto» rispondo con sussiego «che alla fine della guerra anche
Peter potrà avere una fibbia come la sua, ecco che cosa ha detto!».
«Non è vero!» contesta Peter.
«Marianne ha detto che un vero tedesco non mente mai» gli rammento,
lanciandogli uno sguardo di biasimo. Ma lui storce la bocca e la matrigna gli
dà man forte. «Va bene, va bene, ci crediamo, tesoro», e lo abbraccia un’altra
volta. Io mi sento di troppo.
Attirato dal chiasso compare Opa, che cerca di darsi un contegno nel suo
vestito sgualcito, la coperta sulle spalle. «Eccovi finalmente!» esclama, e agita
un poco la pipa sorridendo contento. Si accorge subito del cerotto sul mio
polpaccio e chiede preoccupato: «Mio Dio, che cosa ti è successo, Helga?».
Ora, anche la matrigna guarda il mio polpaccio e fa eco al padre: «Già, che
cosa ti è successo?». Mi sembra un po’ imbarazzata per non essersi accorta
subito del cerotto. Allora racconto dell’attacco subito in mezzo alla strada, del
portone in cui ci siamo rifugiati, del ragazzo ferito all’addome, del dente
saltato e della paura di perdere Peter, di tutto l’accaduto, insomma. Opa
controlla la gamba e osserva: «Forse è meglio che ti veda un medico».
«Certo, i medici circolano a grappoli!» ironizza la matrigna. Io cerco di
rassicurare Opa dicendogli che si tratta solo di una ferita di striscio, una
bazzecola; e mi rendo conto di imitare un po’ la rude mascolinità di Marianne.
Concludo che l’autista mi ha disinfettata per bene e che, se non mi viene la
febbre, entro due giorni sarò guarita. Opa si tranquillizza e mi guarda con i
suoi occhi buoni e intelligenti; mi illudo che mi voglia un po’ di bene e vorrei
piangere di gratitudine. Ma mi trattengo.
Poi Opa dice che è riuscito a trovare del pane secco americano e ci domanda
se ne vogliamo un poco. Peter dichiara con distacco di non aver fame (per
forza, stamattina ha mangiato tutti i suoi panini e anche il marzapane, mentre
io ho perduto il mio pacchetto durante l’incursione aerea!); io invece ne ho e
chiedo del pane. Allora Peter strilla: «Anch’io voglio il pane americano!».
«Non hai appena detto di non aver fame?» chiede stupito Opa.
«Non è vero, ho fame!» nega sfacciato Peter, e Opa getta uno sguardo
significativo alla matrigna, ma lei lo ignora e dice: «E dagli il pane americano
se ha fame, poverino!».
A un tratto appare Hilde; ovviamente è già di ritorno dalla «missione speciale»,
ma ha la febbre. Si informa su come è andato il soggiorno nel bunker, ma
quando sente dell’incursione aerea subita mentre eravamo sull’omnibus si
agita, va al telefono e chiama il bunker della Cancelleria per farsi passare
Marianne. Questa, però, non è ancora tornata. Forse Hilde desidera
ringraziare l’amica per quanto ha fatto; effettivamente non si è quasi mai
mossa dal nostro fianco. A intervalli regolari Hilde rifà il numero e finalmente
le passano Marianne. Parlano a lungo, e ogni tanto Hilde tossisce: ha la voce
roca e al termine della telefonata ritorna in cucina per dire con faccia seria e
delusa: «Ne ho sentite delle belle sul tuo conto, giovanotto», e intanto guarda
Peter.
« Io?» fa Peter, e sgrana gli occhi.
«Sì, tu!».
«Non è vero» brontola Peter tormentandosi le bretelle.
«Marianne ha detto che sei prepotente e indisciplinato!» afferma Hilde, severa.
«Meriteresti una punizione!».
Peter si schiaccia la punta del naso, storce il muso, sbircia verso la porta del
bagno e sibila: «Mi scappa la pipì». E in un attimo si dilegua.
Al suo ritorno la matrigna indaga: «È vero che sei stato prepotente e
indisciplinato?».
«No».
«Lo dice Marianne!».
«No!».
«E per giunta è bugiardo» commenta Hilde, e ritorna nella sua camera. Sembra
davvero seccata.
Peter se ne resta ingrugnato, ma alla fine la matrigna taglia corto: «Va bene,
soprassediamo! Per una volta non vogliamo sapere la verità!». Allora Peter si
rianima all’istante e comincia a raccontare dell’incontro col Führer. La
matrigna ascolta sorridendo, pende dalle sue labbra, lo coccola con lo sguardo
mentre io mi ingelosisco. Quando, infine, Peter arriva al punto in cui ripete:
«Io sto bene, Herr Hitler, che bella fibbia, Herr Hitler!», la matrigna scoppia in
un’acuta risata rivelando il buco di una capsula saltata. Anche Opa sorride.
Peter, quando vuole, è un attore eccellente.
La matrigna continua a ridere, ma la sua risata suona artificiosa in quella
cucina col lavandino in cui non si lavano più i piatti perché dal rubinetto non
esce una sola goccia d’acqua e dove, comunque, non si cuoce più nulla
innanzitutto perché non c’è il gas e poi perché manca la materia prima. Peter
non la smette più di parlare del Führer, così io e Opa ci spostiamo nello studio
di Hilde.
La stanza è gelida e Opa mi copre le spalle con una coperta. Le finestre sono
sigillate e quindi accendiamo una lampada a petrolio. Io racconto la mia
versione dell’incontro col Führer, parlo di quanto lo abbia trovato vecchio e
malandato e di come mi sia sentita a disagio. Alla fine Opa commenta:
«Grazie a Goebbels la gente immagina il Führer ancora integro; la propaganda
nazista è diabolicamente efficiente». Tossisce a lungo e si vede che non sta
troppo bene, ma a un tratto suona l’allarme e ci precipitiamo nell’ingresso.
Hilde esce dalla sua camera ed esclama: «Ancora! Non se ne può più!», e si
accinge a scendere in cantina. Opa afferra la sua valigia e altrettanto fa la
matrigna. Peter recupera l’orsacchiotto Teddy e tutti insieme corriamo giù per
le scale, dove echeggiano voci e passi frettolosi. Il solito ansioso fuggi fuggi.
Ed ecco, l’umido tanfo di cantina, di corpi mal lavati, di urina, di lampada a
petrolio. Hilde si sistema su una branda, ha i brividi, sta proprio male. Peter si
è accoccolato in un angolo, con Teddy sotto l’ascella. Sbadiglia, scivola su un
fianco e si addormenta. Lo sistemano su un letto a castello. «Deve essere
esausto» dice la matrigna, commossa, come se nessun altro potesse essere
esausto. Gli altri ospiti della cantina mi chiedono com’è andata la
«villeggiatura» nel bunker del Führer; avverto una certa malignità nella
domanda. Ma di colpo comincia la sinfonia. Prima un intenso rombo di aerei,
poi una detonazione violenta, alla quale ne seguono altre in rapida
successione. Il rifugio trema. Peter si è risvegliato e urla: «Voglio Marianne!».
Mi afferra una stanchezza mortale che quasi riesce a cancellare il terrore delle
bombe. Opa mi dice: «Stenditi su un letto, piccola, e dimentica tutto, se ti
riesce». E mi aiuta a salire sul letto sopra quello di Peter. Cerco di non pensare
a quei caccia che là fuori sganciano la morte e mi concentro sul muro.
Ha un odore di muffa sgradevole. C’è un tubo dell’acqua in cui da tempo non
scorre più nulla, e nell’angolo si stende un’enorme ragnatela.
L’atmosfera è tesa, la lampada a petrolio getta tremule ombre sui muri, ombre
di fantasmi. La cantina è gremita, siamo stipati gli uni sugli altri. Una
ragazzina singhiozza, un vecchio frigna. Un altro impreca. I volti sono tirati da
un’angoscia che non trova assuefazione, c’è una disperazione immobile in quei
corpi provati dalla fame, dalle privazioni e dall’insonnia. Povere sagome con i
muscoli senza fibre e i volti senza guance, ombre di uomini.
In seguito a una detonazione particolarmente fragorosa, si alza la voce di un
bambino molto piccolo, la cui protesta scuote fino al midollo.
«Padre nostro che sei nei cieli…»: la vecchia Fichtner riprende la sua litania e
tutti le lanciano delle occhiatacce. La Fichtner è vedova e ha due nipoti
dispersi in Russia. Ha il volto color cenere e le mani segnate dalla ragnatela
delle vene. «Signore, fa’ che l’Armata Wenck respinga il nemico e ci
restituisca la pace. Santa Vergine… il frutto del tuo seno, Gesù…».
«Ora lei la finisce!» grida, minacciosa, Frau Köhler e si pianta davanti alla
Fichtner. La vecchia è ammutolita e, le dita intrecciate al rosario, fissa l’altra
con un’espressione di sfida testarda, continuando a pregare.
«La smetta!». Frau Köhler è sbiancata dalla collera. Si sente un lungo fuoco
d’artiglieria e la Fichtner grida: «Padre nostro che sei nei cieli…».
«Basta!». La Köhler si getta sulla Fichtner premendole una mano sulla bocca.
La vecchia ansima, rotea gli occhi. Nessuno interviene, mentre fuori infuria
l’attacco. Ma appena la Köhler toglie la mano, l’altra continua imperterrita e
con maggior fervore: «Santa Maria, intercedi presso il tuo…». Le mani della
Köhler si stringono intorno al collo della Fichtner, che diventa viola ed è
percorsa da vistosi fremiti. Temo che muoia in pochi istanti, ma per fortuna si
riprende. Con un sospiro che sembra un rantolo si aggiusta le pieghe del
vestito di taffetà e ricomincia a pregare. Frau Köhler scuote il capo e va a fare
un giro nel corridoio per sbollire la rabbia. Quando ritorna cerca di ignorare la
Fichtner.
Durante un intervallo di relativa calma, la voce di un vecchio comunica con
timida urgenza: «Devo urinare».
La portinaia scatta: «Nel corridoio c’è un secchio!».
«Qualcuno me lo porti… per favore» implora.
L’indice della portinaia pratica un ideale foro tra gli occhi del vecchio: «Lei va
nel corridoio come tutti gli altri!».
«Ma io ho paura» protesta quello con voce querula e lacrimosa.
«Qui tutti abbiamo paura, maledizione!» urla l’altra, spazientita «ma tutti
andiamo sul secchio, compresi i bambini!».
«Non ce la faccio ad andare fin là…» piagnucola il poveretto.
A questo punto Frau Köhler domanda, sarcastica: «Perché non si impicca?».
Allora una ragazzina bionda ed esile si alza, va nel corridoio, torna col secchio
e lo posa ai piedi del vecchio. Questi, con la mano premuta sulla patta, le
rivolge uno sguardo di indicibile gratitudine, poi si leva in piedi, afferra il
secchio, si apparta in un angolo e vi urina dentro con scrosci imbarazzanti. La
portinaia osserva con inutile scherno: «Ecco, osservatelo, è la quintessenza del
superuomo tedesco, non c’è nulla di più edificante!». E prorompe in una risata
crudele. Ma a un tratto un boato assordante rimbomba proprio sopra la nostra
testa. Ecco, hanno colpito l’edificio, penso con terrore aspettando che crolli il
soffitto, ma per fortuna non succede. Invece la luce fa i capricci. La fiamma
ammicca, si stira, si allunga, compie una serie di frenetici guizzi, getta
l’ultima, frastagliata ombra sul muro e si spegne. Si alzano grida di panico.
Qualcuno accende una torcia tascabile, manovra intorno alla lampada e infine
comunica in tono asciutto: «Signori, è finito il petrolio, d’ora in poi dobbiamo
accontentarci delle candele di sego».
«Candele di sego!» geme qualcuno.
«Le candele di sego mi irritano gli occhi!» si lagna Herr Hammer.
«Ha per caso un’altra proposta?» ringhia una donna dalla faccia così scarna che
sembra un teschio. Herr Hammer incassa la testa nelle spalle e si limita a
sbuffare.
A poco a poco comincio a conoscere i vari frequentatori della cantina. Ci
sono i coniugi Heinze che non parlano mai. Stanno in un angolo appiccicati
l’uno all’altra, partecipando poco ai problemi della comunità. Frau Heinze
soffre di depressione. La ragazzina che ha portato il bugliolo al vecchio si
chiama Erika. Ha la tubercolosi. Herr Hammer è un pentito irascibile. Un
tempo ammiratore di Hitler, ora lo maledice dagli angoli bui della cantina.
Una sera Herr Hammer, particolarmente nervoso, se la prende con Opa. «Già,
noi qui con la candela di sego, e chissà le cantine dei nazi… magari sono
provviste di impianti elettrici di emergenza! Perché non abbiamo un impianto
elettrico di emergenza?».
Opa lo guarda senza capire. «Parola mia, Herr Hammer, io…».
«Le sarebbe facile far installare un impianto elettrico di emergenza, Herr
Busch, dal momento che sua figlia lavora per un ministero così importante!».
«Le sue insinuazioni sono del tutto gratuite» risponde Opa pacato.
«Mica tanto!» fa Herr Hammer, ostile. «E le dirò di più, Herr Busch, che le
piaccia o no. Penso che nessun altro, tranne quelli con la tessera del Partito in
tasca, riesca a far ingrassare i propri nipoti nel bunker della Cancelleria del
Reich!».
Opa sta per rispondere ma interviene Hilde: «Nessuno della mia famiglia ha la
tessera del Partito in tasca, Herr Hammer, sia chiaro una volta per tutte!». Ma
l’altro esplode in una risata maligna: «Sì, certo! E soprattutto, nessuno lavora a
stretto contatto con Goebbels! Ma per chi mi ha preso, Fräulein Busch, non
sono mica fesso!». Gli altri dimostrano poco interesse per la diatriba; ogni
tanto Herr Hammer soccombe alla sua arteriosclerosi.
Ma Frau Köhler, la portinaia, getta benzina sul fuoco: «Già, perché non
abbiamo la luce elettrica, Fräulein Busch? Me lo sono chiesta anch’io! Un po’
di interessamento, suvvia!».
Hilde si difende, sconcertata: «Da lei non me lo sarei aspettato, Frau Köhler!».
«E allora perché non posso mandare il mio Rudolf nel bunker del Führer,
Fräulein Busch?» incalza Frau Köhler, polemica.
Hilde risponde senza perdere la calma: «Perché non inoltra domanda, Frau
Köhler?». Ma quella ribatte, con un riso malizioso: «Dice seriamente, Fräulein
Busch, o mi sta prendendo per i fondelli?».
La matrigna interviene: «Lascia perdere, Hilde, hai ancora la febbre».
La disputa si chiude perché Erika viene colta da un accesso di tosse e Frau
Köhler le si avvicina per offrire il suo aiuto. È metà angelo e metà demonio,
penso, Frau Köhler è davvero uno strano personaggio.
Erika e la madre, profughe dalle province orientali, una sera si erano
presentate alla cantina chiedendo aiuto. Avevano portato con sé solo una
valigia con dentro pochi valori, tra cui una vecchia zuppiera di famiglia che si
era rivelata utile per la malattia di Erika; e da allora erano rimaste nella
cantina perché Frau Köhler non aveva avuto il coraggio di scacciarle, anche in
considerazione del precario stato di salute di Erika.
«Ci mancava solo la tisica!» brontola uno dei vecchi. «Questa ragazza dovrebbe
stare nel reparto infettivi di un ospedale! Qui rischiamo tutti di infettarci, ve
l’ho detto un centinaio di volte!», e getta uno sguardo bieco alla povera ragazza
che si sta spolmonando.
Sul viso della madre scorre un impercettibile fremito; infine risponde,
mortificata: «Nessuno me la vuole ricoverare»,
«Così qui finiremo tutti tisici!» ribatte l’altro con cattiveria.
Allora Frau Köhler scoppia: «Lei mi ha stufata, vecchio bacucco, e comunque
sappia che la tubercolosi attacca solo i tessuti giovani, non quelli di qualcuno
che è semplicemente decrepito! Quindi non si agiti tanto!».
«Io ho solo cinquantanove anni!» gracchia il vecchio.
«Be’, se lei ha solo cinquantanove anni, caro signore, li porta malissimo!»
dichiara Frau Köhler, sarcastica, squadrando l’altro con manifesto disprezzo.
«Lei ha la delicatezza di un elefante» commenta quello, offeso, e si ritira sul
suo materasso. Ma in quel momento suona l’allarme, e due minuti dopo
comincia un rabbioso martellamento di fuoco. Un rivolo di calce scorre lungo
il tubo dell’acqua, i muri tremano. Avrò il tempo di crescere? Opa avrà il
tempo di invecchiare?
Il bambino piccolo riprende il suo pianto di protesta e Frau Fichtner,
sommersa dalle nere pieghe del suo vestito di taffetà, grida: «Qualcuno tappi
la bocca a quel mostriciattolo! Come se di baccano non ne avessimo già
abbastanza, qui dentro!».
«Brava!» esclama Herr Hammer, ironico, mentre batte le mani «e brava la
nostra bigotta! Sarebbero queste la sua bontà e la sua tolleranza cristiana, Frau
Fichtner?». E sputa, sdegnato, per terra. La madre del bimbo, una giovane
sposa timida e introversa, si guarda intorno costernata. Il fischio lamentoso di
un «organo di Stalin» preannuncia il solito schianto. Mi curvo sul letto di Peter
e lo vedo seduto, con Teddy sotto l’ascella e gli occhi spalancati. Ha un’aria
testardamente incredula. E mentre il mortaio ci sta assordando, Peter china il
capo e stringe i pugni, in un gesto struggente.
10
Berlino, inizio d’anno, 1945
Fame, sete, freddo, terrore, insonnia, sporcizia, debolezza, apatia, senso di
abbandono e di impotenza: questi erano gli ingredienti della nostra esistenza
trascorsa giorno e notte in cantina.
Un giorno Opa sentì dire che in un magazzino vicino alla stazione Anhalter
c’erano ancora dei viveri; così lui e due donne della nostra cantina, insieme a
una donna e a un vecchio di un altro isolato, decisero di fare un sopralluogo.
La matrigna non voleva che Opa si esponesse a nessun pericolo. Ma lui non la
stette nemmeno a sentire.
Uscirono la mattina presto, e tutto il giorno rimanemmo in ansia per loro.
C’erano stati alcuni attacchi aerei e temevamo che potessero non tornare.
Finalmente, poco prima dell’oscuramento, rientrarono con un discreto bottino.
I due dell’altro isolato andarono via nascondendo la roba sotto i vestiti
diventati molto larghi. I nostri divisero i viveri fra tutti gli ospiti della cantina;
ci fu una piccola festa. Più tardi Opa raccontò come erano andate le cose.
Per poter accedere a quel magazzino, per prima cosa avevano dovuto
scavalcare un cumulo di macerie, ma poiché nevicava i detriti erano scivolosi
e Opa si era subito storto un piede. Poi il vecchio dell’altro isolato, che era
anche armato, aveva forzato una doppia porta di ferro; ma improvvisamente si
erano trovati davanti un uomo col mitra spianato, cosicché, prima che l’altro
potesse sparare, il vecchio lo aveva freddato con un colpo al cuore. Si era
arrivati a questo, a uccidere per un po’ di cibo! Opa, un tempo uomo di legge,
ora parlava con naturalezza e fatalismo di quell’omicidio.
Quelli che rientravano nella cantina cominciavano a portare brutte notizie
sulla barbarie delle truppe sovietiche. Donne fuggite dalle zone orientali
andavano raccontando terribili episodi di stupri compiuti dai soldati. La paura
si stava diffondendo. Inoltre Goebbels aveva scatenato una feroce propaganda
antisovietica, definendo i russi un popolo di primitivi violentatori; la qual cosa
non faceva che accrescere il terrore, specialmente nelle donne che avevano
delle figlie adolescenti. Da noi c’erano Erika e Gudrun. Erika aveva
quattordici anni, Gudrun quasi sedici. Gudrun aveva altri due fratelli nella
cantina, Egon, dell’età di Peter, e Kurt, di quasi diciassette anni. Fra noi, oltre
alle due ragazzine, c’erano anche delle donne adulte, per nulla vecchie!
La popolazione berlinese era esausta e preparata all’imminente catastrofe, ma
dagli altoparlanti pubblici Goebbels continuava a farneticare di una
fantomatica Armata Wenck che avrebbe portato libertà e vittoria ai berlinesi;
qualche illuso si aggrappava ancora a queste menzogne. Poi corse voce che i
russi fossero già arrivati alla Porta di Brandeburgo e la gente cominciò a
costruire per le strade barricate e trincee anticarro, anche se tutto ciò era
alquanto prematuro.
In questo clima confuso Hilde si vedeva poco; spesso si tratteneva nel bunker
della Cancelleria, ma avevo l’impressione che l’epoca dei suoi privilegi al
ministero stesse tramontando.
Il tempo passava con una sfibrante monotonia. Ogni giorno era uguale
all’altro: la cantina fredda e buia, il puzzo di urina, il fumo delle candele,
l’attesa, l’allarme, il terrore, il cessato allarme, la tristezza, le discussioni, i
nervosismi, la sfiducia, l’insonnia, la fame, la sete.
Un giorno mi capitò di guardarmi in uno specchio, ma ciò che vi si rifletteva
mi atterrì. Vidi un viso scarno con le guance infossate, la pelle grigio-gialla, le
occhiaie scure: che orrore! I capelli erano appiccicati a ciocche sporche sul
cranio, e avevo un’ombra così patetica negli occhi che provai un sentimento di
odio per me stessa. E mi domandai, inorridita: quella sono io? Detti ragione
alla matrigna: come poteva voler bene a un rospo come me? Lei voleva bene
solo a Peter, il quale, nonostante tutte le privazioni, manteneva intatto il suo
viso da angelo corrucciato. Alla fine cercai di consolarmi: nemmeno gli altri
erano delle gran bellezze! La stessa matrigna era ridotta a pelle e ossa, e i suoi
capelli, un tempo biondo cenere, avevano assunto un indefinibile color
polvere. A Hilde, già magra prima, in seguito alla misteriosa febbre era
rimasta la pelle gialla; Opa aveva temuto che fosse itterizia, ma un decrepito
medico da lui incontrato alla pompa dell’acqua era venuto a visitarla e lo
aveva escluso.
Erika, la ragazza con la tubercolosi, era così fragile e trasparente che quando
si addormentava ogni volta temevo non si svegliasse più; e Frau Mannheim,
l’anziana moglie dell’ex giornalista Herr Mannheim, aveva una faccia così
smunta che sembrava le si fossero consumati non solo i muscoli ma anche le
ossa. Opa, infine, era diventato così esile che sembrava fatto d’aria. Le sue
dita erano lunghe e bianche come quelle di un morto, e sembrava che i suoi
vestiti portassero a spasso lui, anziché il contrario. Spesso soffriva di una tosse
secca e stizzosa, ma naturalmente non disponevamo di alcun medicinale per
curarlo. Un giorno lo vidi riverso su una sedia con un’espressione così
abbandonata che lo credetti morto. Allora lo scossi col cuore in gola, e quando
aprì gli occhi provai un tale sollievo che scoppiai a piangere.
Qualche volta Opa controllava fino a che punto avessi dimenticato ciò che
avevo imparato alla scuola di Eden. Verificava l’ortografia e mi interrogava
sulle tabelline: a me piaceva molto. Ma si stancava presto e non usava la
severità che avrei desiderato. Temevo anche che giungesse alla conclusione
che tutto fosse inutile, che eravamo comunque destinati a morire.
Anche Peter mi preoccupava. In passato la sua vivacità e la sua prepotenza mi
erano state, in un certo senso, di conforto. Finché un galletto prepotente come
lui alzava la cresta — pensavo - non c’era motivo di buttarsi troppo giù; ma
anche Peter era crollato all’improvviso. Durante la permanenza nel bunker
della Cancelleria aveva ancora fatto sfoggio di arroganti alzate di testa e di
indomabili ribellioni, ma ora dava l’impressione che qualcosa dentro di lui si
fosse spezzato. Non potevo sopportarlo! Un giorno lo misi perfino alla prova.
Avevo ripescato la vecchia storia della leonessa del quadro di mio padre, da
me chiamata «leona», solo per provocarlo. Ma lui aveva annuito indifferente,
dandomi ragione. Non aveva neanche avuto la forza di contraddirmi! Ne ero
rimasta profondamente addolorata. Tuttavia, quando poteva, si faceva ancora
scudo dell’affetto incondizionato della matrigna.
Un giorno - non so nemmeno come avesse fatto, visto che la cantina non
rimaneva mai vuota - aveva rubato dalla magra dispensa comune un pezzo di
pane secco, e quando lo scoprirono non esitò ad accusare me, sostenendo
perfino che glielo avevo già confessato. La matrigna mi trascinò subito nel
corridoio per punirmi ma Opa, che ci aveva seguite, la fermò. Andarono a
parlare a lungo in cima alla scala e, quando lei ridiscese, mi gettò uno sguardo
che non seppi interpretare. Infine Opa chiamò anche me in cima alla scala. Il
suo viso, illuminato debolmente dalla torcia tascabile, aveva un’espressione di
impotente tenerezza; mi guardò a lungo e infine chiese con un sospiro: «Chi
ha preso il pane, Helga?».
Ero imbarazzata, non volevo tradire mio fratello.
«Devi dire la verità,» disse Opa «qualunque sia».
Tacqui ancora. Allora lui sorrise e mi risparmiò il resto. «Va bene così,»
convenne «non parliamone più». Da quel momento il nostro rapporto si
rafforzò.
11
Berlino, febbraio 1945
Vivevamo come talpe nella cantina-rifugio, intirizziti e svuotati dall’inattività
forzata. Si aspettava. Si vegetava. Ci si abbrutiva. Talvolta ci si comportava
come bestie.
Un giorno Egon stava sgranocchiando un misero tozzo di pane secco che la
madre si era tolto di bocca. Era seduto su uno sgabello, teneva il pane con
entrambe le mani e faceva sentire il lavorio dei suoi denti al punto che si
impadronì di me un assurdo senso di fastidio. Stavo distogliendo gli occhi
quando successe una cosa strana. Mio fratello, che fino a quel momento era
stato rannicchiato in un angolo con Teddy sotto l’ascella e con il solito
atteggiamento mogio e apatico che mi angustiava, a un tratto balzò in piedi e
saltò addosso a Egon per strappargli di mano il pane. A quel punto si scatenò
in me qualcosa di bestiale. Anziché dividere quei due, mi gettai nella mischia.
Non capivo più niente, non sentivo più né voci né reazioni fisiche, era come se
la mia mente avesse bloccato ogni altro comando che non fosse quello della
assoluta necessità di appropriarmi di quel tozzo di pane. Ero come
ipnotizzata. Mi accanii sui due bambini e, quando strinsi finalmente il pane
nel pugno, scappai su per le scale come inseguita dal diavolo. Arrivai sul
primo pianerottolo e mi fermai, ansante. Tesi l’orecchio per sentire se per
caso qualcuno mi inseguisse, ma c’era silenzio. Dappertutto regnava la polvere
e le finestre erano andate in pezzi. Continuai a salire fino all’ultimo piano e mi
arrestai col fiatone.
C’era un’unica finestra bassa, senza vetri e con una sorta di inferriata a forma
di croce, davanti alla quale divorai il pane stritolandolo tra gli incisivi come un
famelico roditore.
Dopo aver mandato giù l’ultima briciola, fu come se mi svegliassi da un brutto
sogno e solo allora mi resi conto di ciò che avevo fatto. Rimasi sconcertata al
punto da mettermi a piangere, ma non fu un pianto di pentimento, bensì di
profonda angoscia. Per un attimo la fame mi aveva trasformata in una bestia!
Era atroce, era inconcepibile. Annientata da me stessa cominciai a guardare
fuori dalla finestrella e vidi la città in fiamme. Quel rogo sterminato aveva
creato un’immensa cappa di fumo color rosso scarlatto che sovrastava la città.
Era uno spettacolo terribile, di una spettralità agghiacciante. Mi chiesi,
attonita, per quale motivo gli uomini costruiscano le città per poi permettere
che vengano incendiate.
Di lì a poco udii dei passi e trattenni il fiato. Infine vidi spuntare dall’ultima
rampa la bianca testa di Opa e sentii un tuffo al cuore: lui aveva
un’espressione dispiaciuta. «È tutto a posto, piccola» mi disse, e io gli
abbracciai le gambe, sollevata.
Ridiscendemmo le scale e, una volta in cantina, tutti presero a fissarci. Opa
disse loro: «Dimentichiamo l’episodio, Helga non ha colpa. Semmai, se di
colpa si può parlare, diamola piuttosto a colui che ci ha tolto ogni dignità, ad
Adolf Hitler».
Nessuno rispose ma qualcuno si schiarì rumorosamente la gola. Io invece
desideravo scusarmi con Peter ed Egon. A Egon avevano dato un altro pezzo
di pane e lui lo stringeva fra le mani guardandomi. Ma quando mormorai:
«Scusami, io non volevo…», spezzò il pane e me ne porse metà. Mi si schiantò
il cuore.
Mentre eravamo lì tutti un poco imbarazzati, suonò l’allarme. In quel periodo
eravamo quasi costantemente sotto il tiro delle bombe, per cui sentire le sirene
ci appariva quasi più normale che non sentirle. Ognuno raggiunse il suo posto
preferito; se dovevamo morire, almeno succedesse nel posto che più ci
aggradava! Ed ecco i soliti rombi minacciosi, cupi e diffusi come una
concentrazione di mille temporali, e subito dopo la detonazione di una bomba
e un’altra ancora. A un tratto sentimmo uno schianto così vicino che
temevamo fosse stato colpito il nostro edificio. Frau Fichtner pregava
accelerando le parole, Herr Hammer malediceva Hitler, Peter stringeva i
pugni, immobile, e i vecchi piangevano. Finito l’attacco, qualcuno andò su per
controllare e al ritorno riferì che era stata spazzata via una parte dell’ultimo
piano ma che tutto il resto era illeso. Così i due vedovi che avevano la propria
abitazione a quel piano dovettero rassegnarsi a stabilirsi a tempo
indeterminato nella cantina.
Fra le cantine del nostro distretto si manteneva un discreto tam-tam.
Correvano strane voci sul Führer: si ipotizzava, ad esempio, che fosse fuggito
all’estero o si fosse barricato in uno dei suoi quindici quartieri generali per
attendere la fine della guerra. D’altronde, quelle voci non erano del tutto
ingiustificate. L’ultima volta che il popolo tedesco aveva sentito la voce del
Führer era stata alla fine di gennaio, in occasione del dodicesimo anniversario
della presa del potere; dopo quel giorno nessuno aveva più visto Hitler in
pubblico e solo chi frequentava il bunker della Cancelleria del Reich, dove il
Führer si era definitivamente ritirato con il suo seguito, avrebbe potuto
constatare che si trovava effettivamente a Berlino, anche se giorno dopo
giorno lui stesso stava perdendo la cognizione di ciò che accadeva fuori dal
bunker.
Fonti ufficiali raccontano, ad esempio, che fino all’ultimo momento il bunker
era provvisto di grandi riserve di viveri, mentre la popolazione, specialmente
quella berlinese, stava letteralmente morendo di fame; tuttavia, se qualcuno
osava farlo presente al Führer, questi dava in escandescenze. È noto anche
che, mentre l’esercito tedesco era ormai allo stremo, Hitler insisteva affinché
le truppe si lanciassero in inutili attacchi, pena l’impiccagione per chi non
eseguiva gli ordini. Non di rado si potevano vedere numerosi militari appesi
agli alberi o ai lampioni della città, esecuzioni sommarie che rendevano lo
scenario berlinese ancora più spettrale.
Hilde continuava a lavorare al ministero della Propaganda e, quando non si
tratteneva nel bunker della Cancelleria, la sentivo bisbigliare di notte con Opa
e la matrigna. Talvolta scoprivo in ciò che diceva delle palesi contraddizioni.
Un giorno, ad esempio, uno dei vecchi della cantina venne colto da una crisi
di sconforto. Piangeva, si mordeva le mani e gemeva: «Ho paura, siamo
perduti, arriveranno i russi e ci uccideranno!». Allora Hilde lo consolò
rassicurandolo con la certezza che stesse arrivando l’Armata Wenck per
salvarci. A quel punto il vecchio si rincuorò; in realtà la notte precedente io
avevo sentito Hilde dire che l’Armata Wenck era allo sfascio e Berlino
irrimediabilmente perduta.
Nel frattempo alcune cose nella nostra cantina erano cambiate. Innanzitutto
non c’erano più i coniugi Heinze, due persone schive e silenziose che stavano
per ore in un angolo senza parlare con nessuno; si erano suicidati con un
revolver in seguito alla notizia che il loro unico figlio era caduto sul fronte
orientale.
Frau Fichtner, la vecchia con l’ossessione della preghiera, aveva superato un
piccolo infarto, e poiché ce l’aveva fatta senza alcun intervento medico,
attribuiva la salvezza alla Madonna. Da allora pregava giorno e notte senza più
un attimo di respiro.
Invece Frau Köhler, la portinaia, una berlinese autentica che quando si
innervosiva parlava in dialetto stretto, si lasciava andare ogni giorno di più a
pericolose considerazioni sul Führer, specialmente da quando suo figlio
Rudolf, di dodici anni, si era messo in testa di voler entrare nei Lupi mannari;
così si chiamava l’ultima iniziativa di Hitler, messa a punto insieme a
Goebbels per contrastare l’avanzata del nemico. Era una organizzazione
istituita per il reclutamento di vecchi, donne e ragazzini in vena di eroismo, da
impiegare in una improbabile quanto assurda lotta clandestina. Frau Köhler
non aveva esitato a dare al figlio due sonori ceffoni, giurando che lo avrebbe
incatenato in cantina sino alla fine della guerra piuttosto che servirlo su un
piatto d’argento al Führer per una causa comunque perduta. Aveva davvero il
dente avvelenato, e non appena qualcuno nominava il Führer montava su tutte
le furie. I suoi sfoghi avrebbero potuto esserle fatali se fossero giunti alle
orecchie di qualche fanatico nazista, che seduta stante l’avrebbe certamente
denunciata alla Gestapo per il reato di disfattismo; ma per fortuna le andò
sempre bene.
Una mattina presto qualcuno bussò alla porta della cantina. Mi svegliai col
cuore in gola e subito temetti il peggio. Tutti si alzarono spaventati sui giacigli,
ognuno avvertendo un acuto senso di pericolo.
Frau Fichtner si drizzò sul pagliericcio con addosso il vestito di taffetà, sopra
il quale aveva il cappotto e una spelacchiata stola di visone; cominciò subito a
pregare. Erika cercava di soffocare un improvviso attacco di tosse. I vecchi
piangevano in silenzio. Qualcuno singhiozzava. La matrigna si era precipitata
verso il letto di Peter per stargli accanto. Alla fine Frau Köhler andò ad aprire.
Immediatamente piombarono giù due SS che gridarono con secco tono
militare: «Muoversi, tutti con la faccia contro il muro, bambini compresi!». E
gesticolavano col mitra.
Mi ero irrigidita per il terrore, credevo di non farcela a scendere dal letto. Ciò
nonostante tutti ci alzammo dai giacigli per metterci contro il muro; ma i muri
del nostro accampamento non bastavano e qualcuno dovette mettersi contro
quello del corridoio, sotto i tubi dell’acqua.
Opa accanto a me mormorava: «Coraggio, è solo una formalità». Aveva il volto
di un bianco spaventoso e una sottile vena azzurra gli pulsava sulla fronte. Con
la coda dell’occhio vidi Peter aggrappato alle gambe della matrigna. Sentii il
terrore percorrermi tutte le membra, sentii una paura viscida, paralizzante,
umiliante. Una paura ingiusta: noi eravamo bambini, noi eravamo innocenti!
Le SS ci perquisirono con gesti rudi, risparmiando solo il bambino piccolo che
riposava fra le braccia della madre. A un tratto mi venne in mente che nella
cantina erano nascoste delle armi ed ebbi paura. Sapevo che era vietato e che
si trattava di un reato punito con la fucilazione.
Rivolsi una rapida preghiera al Padreterno affinché le SS non trovassero le
armi, ma quelle non le cercarono nemmeno. Dopo aver controllato tutti i
documenti, ci rimandarono ai nostri posti trattenendo solo Herr Schacht.
Osservai la scena dal mio letto.
«Lei deve venire con noi!» gridò una delle SS a Herr Schacht con voce
minacciosa. Questi balbettò: «Ma che cosa ho fatto?». «Silenzio, maledetto
ebreo!» gridò la SS rudemente.
L’altro entrò in agitazione, si torceva le mani, cercava affannosamente di
convincere le SS. «Ci deve essere uno sbaglio… mi chiamo Schacht e non
sono ebreo…».
«Chiudi il becco!» intimò l’altra SS dandogli un colpo nel ventre con
l’impugnatura del mitra. Il poveretto si piegò dal dolore e singhiozzò come un
bambino.
«Chi è il responsabile di questo edificio?» gridò uno di loro. Si fece avanti Frau
Köhler.
«Per quale motivo questo ebreo si trova in questa cantina?».
Frau Köhler tacque, confusa e stordita.
«Risponda!» le intimò la SS puntandole il mitra sullo stomaco.
Allora lei raccontò, riluttante e con la voce rotta dal terrore, che Herr Schacht
alcuni giorni prima aveva bussato alla porta della cantina chiedendo aiuto. Era
ferito, aveva la febbre e lei si era impietosita.
La interrogarono a lungo, fecero il terzo grado anche agli altri adulti e alla
fine ordinarono a Herr Schacht di girarsi, lo spinsero verso la scala con il
mitra puntato alla nuca, e in due secondi furono fuori dalla cantina.
Rimanemmo di ghiaccio. Dopo un lungo silenzio Frau Köhler disse: «Se è
veramente ebreo, che Dio l’aiuti».
Herr Hammer osservò, con una punta di ottimismo: «Può darsi che si siano
sbagliati», ma Frau Köhler sputò sul pavimento polveroso: «Quelli non
sbagliano mai e lei lo sa!».
Un’altra mattina venimmo svegliati dalle grida strazianti della portinaia. «Ci
sono teste e gambe fra i miei cavoli!» urlava concitata. Ripeteva la frase
aggiungendo di volta in volta altri particolari. «Ci sono teste staccate, mani e
budella fra i miei cavoli!». Appariva visibilmente sconvolta. I fatti erano questi.
In autunno Frau Köhler aveva piantato nel cortile interno dei cavoli, senza
nutrire grandi speranze che sarebbero rimasti al riparo dai furti. Tuttavia,
constatando che le piante stavano crescendo a meraviglia, le aveva coperte con
dei teli per sottrarle alla vista dei ladri; quella notte, però, qualcuno si era
introdotto nel cortile per rubare, ma aveva lasciato la pelle sotto le bombe e i
cavoli.
«Dovevano essere due donne» gemette Frau Köhler, e scappò per andare a
vomitare.
Di lì a qualche ora bisognò affrontare il problema di quei resti. Frau Köhler
telefonò alle squadre che un tempo erano adibite allo sgombero dei cadaveri,
ma una donna le rispose che non c’era più nessuno, perché tutti gli uomini
erano stati richiamati al fronte o arruolati in qualche reparto speciale. Che
cosa si doveva fare con quel che restava delle due donne, domandava Frau
Köhler, lo si poteva forse seppellire nel cortile? No! Proibito! Assolutamente
proibito! Non si potevano trasformare i cortili berlinesi in cimiteri di fortuna!
Allora lei e Herr Mannheim, l’unico di noi che ne trovò il coraggio, raccolsero
quei poveri resti e li ricomposero, come poterono, vicino alla rimessa. Non
all’interno, dove erano stati riposti degli attrezzi che forse in seguito avrebbero
potuto servirci. In ogni caso era tutto assurdo, perché in poco tempo quelle
salme avrebbero cominciato a decomporsi e il fetore avrebbe invaso la
cantina!
Ma non fu l’unico evento allucinante di quella mattinata gelida. Circa
mezz’ora dopo la scoperta dei corpi a brandelli tra i cavoli, la giovane madre
del bimbo che piangeva ininterrottamente sotto l’esplosione delle bombe si
accorse che il figlio non respirava più. Cominciò ad accarezzarne il viso
freddo, lo scosse fino allo spasimo chiamandolo con voce prima ansiosa, poi
terrorizzata e infine implorante, ma fu tutto inutile: era morto. Io guardavo
agghiacciata l’attonito dolore di quella madre, la sua disperazione incredula.
Quel bimbo, che la vecchia Fichtner aveva chiamato «mostriciattolo» perché si
ribellava a un mondo che gli negava perfino il riposo notturno, se n’era andato
in punta di piedi senza disturbare nessuno.
La giovane madre rimase col figlio in braccio per un giorno e una notte senza
parlare, chiusa in uno strazio raggelato. Aveva lo sguardo di vetro, le membra
rigide, come impietrite. La mattina seguente, subito dopo un cessato allarme,
si alzò, andò nel cortile, seppellì il figlio sotto un lillà e salì nella propria
abitazione. Quando, dopo un po’ di tempo, non la videro tornare dal cortile,
andarono a cercarla nel suo appartamento. La trovarono impiccata nel bagno.
Quella mattina ero profondamente scossa: non capivo, non volevo più capire!
Non volevo più vivere in questo modo, ero esausta! Non volevo più saperne di
quell’assurda esistenza che stavamo conducendo! Lo schifo mi colpì
improvvisamente nelle viscere e corsi al secchio.
Liberatami, rimasi in piedi, sfinita, nauseata, in un corridoio gelido e
maleodorante. Lungo il muro correvano inutili tubazioni dove l’acqua non
circolava ormai da tempo, mentre il soffitto trasudava umidità. Sentivo le voci
dall’accampamento, toni dimessi, senza vita; da troppo tempo mancavano gli
strilli prepotenti di mio fratello.
All’improvviso vidi un ratto che mi osservava immobile. Era un animale
ripugnante, grasso e panciuto, uno di quelli che si nutrivano di cadaveri. Mi
fissava con gli occhi rossi e attenti, due spilli infuocati che mi ipnotizzavano.
Avevo l’impressione che stesse per saltarmi addosso, così tentai di cacciare un
urlo, ma questo rimbombò nel mio petto come un’eco impazzita. Allora diedi
un calcio al secchio che urtò contro il muro con un sordo rumore metallico.
Poi mi si annebbiò la vista.
Quando mi risvegliai, mi trovai nella cantina con gli altri mentre Opa mi stava
pizzicando le guance.
Infine mi porse un bicchiere con un dito d’acqua, il massimo che si potesse
offrire a un disgraziato per aiutarlo a riprendersi dopo un malore. Guardai in
direzione della matrigna, ma lei, naturalmente, stava bisbigliando qualcosa a
Peter.
12
Acqua, acqua, si sognava l’acqua. Appena l’addetto al turno ritornava con le
taniche, quel liquido prezioso era già scomparso. Avremmo voluto ubriacarci,
berne da tutti i pori della pelle, sentirci dissetati e puliti.
Era impossibile levarsi la sete, eravamo ancora troppi in quella cantina.
L’acqua delle taniche era poca, ma due volte alla settimana ognuno di noi
aveva diritto a qualche razione in più per le pulizie personali, sufficiente solo
per compiere operazioni molto sommarie. Restava il problema dell’igiene, e
quello dei panni da lavare!
Se la sete era un inferno perché scavava cunicoli di desideri roventi, facendoci
sognare rubinetti e fontane traboccanti di acqua, la fame non era da meno.
E poi dormire, dormire, avrei voluto dormire per un mese intero o forse per
sempre. Ma si passava da un allarme all’altro e negli intervalli di rara quiete,
specialmente di notte, si dovevano sopportare i rumori che producevano gli
altri: il russare rantolante di uno dei vecchi, il monotono borbottio delle labbra
della Fichtner, l’incessante tossire di Erika, gli starnuti dell’eterno raffreddato
Hammer, le concitate discussioni dei coniugi Mannheim, per tralasciare i
rumori più imbarazzanti. A tutto ciò si aggiungevano lo scricchiolio irritante
dei rudimentali letti a castello e il cigolio delle brande militari su cui
dormivano Egon, Kurt e Gudrun.
Una mattina ci svegliammo con degli strani gonfiori rossi sul corpo e in pochi
istanti capimmo che il nostro rifugio era infestato dalle cimici.
Cominciò una lotta forsennata con quelle bestie laide: iniziammo controllando
ogni centimetro di letto, perché non disponevamo di alcun mezzo chimico per
eliminarle. Io ne scoprii un paio nel materasso, e mi vergognai molto di averle
trovate proprio nel mio letto; temevo che potesse essere indice di particolare
sporcizia, ma naturalmente non era vero. Tutti indistintamente eravamo
sporchi! Infatti, di lì a poco, trovammo le cimici in quasi tutti i materassi, e
non potemmo far altro che gettarli nel cortile; dopo di che ognuno salì nella
propria abitazione per portare giù, a malincuore, i materassi buoni, che però
occupavano più spazio. Era un altro problema per l’angusta cantina!
La forzata inattività ci innervosiva, e ognuno cercava di far passare il tempo
come meglio poteva. Qualcuno, alla luce vacillante della candela, sfogliava e
risfogliava un vecchio album di fotografie; Herr Hammer ammirava e
riammirava la sua collezione di farfalle da lui stesso catturate in remote gite in
campagna o sul verde prato dietro casa sua, nel paesino dell’Alta Baviera in
cui era nato. Frau Bittner confezionava calzini per i soldati al fronte, ben
sapendo che era una fatica inutile. Innanzitutto non avrebbe saputo dove
consegnarli; e poi l’esercito in quel momento necessitava di ben altro che di
calzini di ruvida lana. Rudolf si consumava gli occhi leggendo le avventure di
Karl May, libri caldamente raccomandati dal regime nazista.
Peter non parlava più del Führer ed era diventato così strano e taciturno che
quasi non lo riconoscevo. Quando Opa cercava di distrarlo offrendosi di
raccontargli una favola, lui rifiutava sempre, apatico, dicendo che preferiva
dormire. Ma la più quieta e schiva era Gudrun, che aveva appena compiuto
sedici anni, naturalmente senza una festa né un regalo. Aveva rifiutato,
sdegnata, i calzini confezionati dalla madre. Gudrun stava per ore e ore
rannicchiata in un angolo a fissare, con lo sguardo vuoto, la tavola sotto la
quale erano riposte le valigie, animandosi solo quando il fratello Egon la
infastidiva prendendola in giro per i seni che le erano sbocciati, tondi e
appariscenti, nel giro di una settimana, un fenomeno che la stupiva e nello
stesso tempo la infastidiva.
Da Eden in poi avevo collezionato una serie di nuove paure che classificavo
via via secondo la loro importanza. Per prima veniva la paura delle bombe,
una paura alla quale non ci si abitua. Il fischio lamentoso degli «organi di
Stalin» mi faceva rabbrividire sempre. Ogni incursione aerea, inoltre, sembrava
volermi confermare l’inimicizia assoluta del mondo, e io continuavo a
chiedermi per quale colpa l’avessi meritata.
Al secondo posto, fra le mie paure, c’era il pensiero terrorizzato che
all’improvviso non avremmo rimediato più nulla da mangiare, nemmeno le
rape o le patate marce o il pane con la muffa, cosicché immaginavo una morte
fra gli stenti nella nostra puzzolente cantina; anche se Herr Hammer mi
assicurava che la morte per inedia non sarebbe stata dolorosa.
Inoltre mi assillava il timore che le pompe pubbliche non ci avrebbero più
dato l’acqua e che saremmo tutti morti di sete.
In realtà se queste paure non fossero state in cima ai miei pensieri, perché
legate ai bisogni più elementari, il mio massimo terrore sarebbe stato quello di
perdere Opa. Quando lo tormentavano i suoi attacchi di tosse e diventava
cianotico, temevo sempre che potesse soffocare; e quando usciva per prendere
l’acqua pregavo che fosse risparmiato dalle granate. Qualche volta spingevo
oltre la speranza che non morisse, desideravo che anche in futuro fosse al mio
fianco, che mi vedesse crescere.
Non potevo perderlo!
Cercavo sempre di essere gentile con lui. Andavo a prendergli la sua razione
di acqua o gli pulivo le scarpe sputandoci sopra. Era una mia iniziativa, ma
lui, ridendo, diceva che l’avevo copiata dagli scugnizzi napoletani. Mi
raccontava come vivevano quei ragazzi che, se confrontavo la loro esistenza
con la mia, mi sembravano molto più fortunati di me.
Credo di essermi sempre comportata correttamente con Opa, nonostante la
matrigna continuasse a lamentarsi di me. «Mio Dio, Helga è proprio una
croce,» soleva dire a Opa «questa bambina non vuole inserirsi nella famiglia».
Kurt, il terzo figlio di Frau Bittner, che aveva quasi diciassette anni e al quale
era spuntata la barba, era diventato, da un giorno all’altro, un ragazzo
aggressivo e insofferente. Continuava a dire alla madre che si sentiva inutile,
che voleva fare qualcosa per la patria. Proprio in quel periodo le SS lanciavano
dei precisi appelli dagli altoparlanti e dai megafoni dicendo che tutti i maschi
dai quindici ai sessant’anni potevano essere reclutati per far parte di un’unità
speciale, i Difensori della città, ennesima trovata per contrastare il nemico, di
cui Hitler doveva sentire il fiato sul collo. Subito Kurt pensò di farsi reclutare,
ma dovette scontrarsi con la dura resistenza della madre. Frau Bittner gli disse
che, finché lei fosse stata in vita, nessuna unità nazista avrebbe macellato suo
figlio, e gli intimò di non muoversi dalla cantina, anche sino alla fine della
guerra, se fosse stato necessario. Kurt minacciava di scappare, di presentarsi
al più vicino comando militare appena la madre avesse voltato le spalle per
andare a prendere l’acqua; la faceva morire di paura, poveretta, ma alla fine
rimase nella cantina irritandoci tutti con il suo nervosismo. Fra noi c’erano
anche due uomini appena sotto i sessant’anni che furono subito presi dal
panico: non volevano affatto essere reclutati come Difensori della città e
decisero di non uscire più dalla cantina, nemmeno per andare a prendere
l’acqua. Così furono i più vecchi, tra cui Opa, e le donne a doversi sobbarcare
il compito del rifornimento d’acqua e di cibo. Tutto sommato eravamo una
piccola comunità, e la solidarietà era quasi d’obbligo se non si voleva che
qualcuno morisse di sete o di fame. Anche Hilde fu di grande aiuto, perché
ogni tanto, specialmente quando eravamo allo stremo, ci riforniva degli
alimenti più importanti. Ma ormai doveva farlo dì nascosto; dal bunker della
Cancelleria era proibito far uscire perfino uno spillo!
Un giorno ricevemmo la notizia che mio padre era stato ferito e che si trovava
in un ospedale militare vicino a Francoforte. Piansi di gioia perché almeno lo
sapevo vivo!
Fame, fame, fame: c’erano momenti in cui non si riusciva a pensare ad altro.
Io sognavo grandi montagne di pane e al risveglio singhiozzavo dalla
delusione.
Un giorno Herr Hammer tornò con un mezzo sacco di strane radici
sostenendo che erano commestibili. Venne acceso il fuoco, le radici vennero
lessate ma, dopo averle consumate, tutti furono colpiti dalla dissenteria.
Fummo costretti ad aggiungere due secchi in fondo al corridoio della cantina
e per alcuni giorni ci fu una vera e propria processione, resa ancor più penosa
dal fatto che avevamo finito la carta igienica. C’erano solo dei vecchi giornali -
i quotidiani ormai non uscivano più - e tutti ci raccomandavano di farne un
uso parsimonioso!
Circa una settimana dopo la disavventura delle radici, Frau Fichtner, proprio
mentre suonava l’allarme, esclamò: «Mio Dio, ne ho abbastanza di tutta questa
storia; perché non posso morire?». Chiuse gli occhi, scivolò su un fianco e
spirò. In un primo momento pensammo che dormisse, ma effettivamente il
corpo si era adagiato in modo troppo rigido e inusitato sul materasso. Quando
qualcuno andò a vedere si accorse subito che il cuore era fermo.
«Una bella morte,» commentò Herr Hammer «ci farei la firma».
Sorse, come al solito, il problema della salma. «Quella certamente non puzza,»
commentò uno dei vecchi, acido «era troppo bigotta».
«Si vergogni,» lo riprese Frau Köhler «si vede che l’ozio le affila la lingua. Le
farebbe bene andare ogni tanto a prendere l’acqua».
«Sono cardiopatico,» mugolò l’altro «non posso affaticarmi».
«In compenso fa lavorare molto la lingua» rispose, secca, Frau Köhler. «Qui
dentro le scuse per non prendere l’acqua ormai si sprecano!».
«Ho mal di cuore…» piagnucolò il vecchio, mentre versava due inutili lacrime.
«Un vero tedesco non piange mai, nessuno glielo ha insegnato a scuola?» si
incattivì Frau Köhler.
«Ho mal di cuore…» ripeteva l’altro, come un disco incantato.
«Allora chiuda il becco;» rispose Frau Köhler, infastidita «piuttosto, bisogna
sistemare Frau Fichtner nel cortile, pace all’anima sua». E così fecero. Fu
deposta accanto a ciò che era rimasto dei due corpi dilaniati dall’esplosione fra
i cavoli e tutto fu coperto da una tela cerata.
Avemmo una serie di problemi di salute. La matrigna fu colpita da una
dolorosa crisi di fegato e Frau Köhler si prodigò in ripetuti massaggi. Ursula
aveva una nausea costante e mal sopportava la puzza di quel vecchio che si
pisciava sempre addosso; così una mattina lo invitò a lavarsi e a cambiarsi i
pantaloni. Il vecchio, offeso, prese la tanica, andò nel corridoio e usò tutta
l’acqua per lavarsi. Poi salì nella sua abitazione per cercare un altro paio di
pantaloni. Nel frattempo suonò l’allarme e nel trambusto venne dimenticato.
Finito l’allarme, qualcuno si accorse che la tanica era sparita e che il vecchio
non c’era più. Appena fu trovata la tanica vuota, molti si infuriarono; il
vecchio venne rintracciato di lì a poco nella sua abitazione in preda a un
attacco di cuore piuttosto preoccupante. Si cercò di telefonare a un Pronto
Soccorso ma non rispose nessuno. Allora il poveretto fu portato di nuovo in
cantina, dove venne trattato con ogni riguardo, e nessuno osò sgridarlo per lo
sgarro dell’acqua. Rimanemmo all’asciutto fino al giorno successivo; il vecchio
ormai si era ripreso, ma l’atmosfera nella cantina aveva subito un tracollo:
rabbia inesplosa, amarezza impotente, sgomento muto. Un nonnulla, un
qualsiasi ridicolo pretesto riusciva a trasformarsi in tragedia, con conseguenze
sproporzionate.
Di lì a qualche giorno al piccolo Egon venne una specie di intossicazione; si
coprì di macchie ed ebbe un forte mal di pancia. Scartati la scarlattina e il
morbillo perché li aveva già avuti, restò il sospetto della rosolia. Ma le
macchie non sembravano quelle, e poi non era sopravvenuta la febbre. A quel
punto non poteva trattarsi che di intossicazione, per cui si cercò di capire che
cosa l’avesse causata: le patate marce? Il pane con la muffa? I piselli secchi
coi vermi? Egon guarì spontaneamente, e una volta di nuovo in piedi ci
comunicò di punto in bianco: «Quando sarò grande, voglio diventare un
bandito e sparare a tutti con un mitra». Ci guardava con aria minacciosa.
Un giorno seguii Opa mentre usciva dalla cantina per prendere l’acqua. Gli
andai dietro come un cagnolino che insegua l’unica fonte di calore che abbia al
mondo; gli altri pensavano che fossi andata al secchio.
Quando mi trovai in strada, lo vidi girare l’angolo e continuai a seguirlo senza
chiamarlo. Improvvisamente mi trovai davanti a una barriera di edifici che
bruciavano; subito fui investita da un’ondata di calore e da quell’intenso odore
d’incendio che toglie il fiato e rimane a lungo attaccato ai vestiti. Mi tenni al
centro della carreggiata per evitare che mi cadesse addosso qualche pezzo di
muro. L’aria era offuscata dal fumo, così, temendo di perdere di vista Opa, mi
misi a correre. A un tratto scivolai su una massa di neve rappresa e le calze mi
si inzupparono di acqua, diventando gelide e pesanti. Mi avvilii ma proseguii
ugualmente in mezzo al fumo. Oltrepassai una Volkswagen color polvere
crivellata di colpi, dentro alla quale un morto in decomposizione stava ancora
al volante. Quel viso spappolato con la carne che pendeva a brandelli dalle
ossa facciali mi colpì allo stomaco e dovetti più volte deglutire per non
vomitare e non perdere così del tempo prezioso.
Continuai a correre per la strada disseminata di ostacoli: motociclette
arrugginite, biciclette contorte, un furgoncino con la scritta «Macelleria
Emmerhasen», un cesso di ceramica, reti da letto, resti di una barricata
rimossa. Giunsi a una piazza le cui case erano state quasi tutte rase al suolo
dalle bombe e dalla quale si diramavano quattro strade alberate. Gli alberi
erano nudi e bruciacchiati, come fossero tinti di petrolio, come se avessero
subito violenza.
Doveva essere stata una bella piazza e se ne vedevano ancora i segni: lampioni
barocchi che pendevano storti e offesi, panchine di ferro deformate, larghi
marciapiedi crepati. Su una colonna delle affissioni i soliti slogan nazisti
incitavano all’odio. Il luogo era terribilmente triste e desolato. Un grosso ratto
attraversava la strada con i piccoli al seguito. Anche quella era una famiglia!
Vedendo che Opa si era fermato, mi arrestai anch’io. Lui stava osservando i
resti di quella che era stata una fila di negozi un tempo molto eleganti, ora
ridotti a una povera serie di caverne nere e funeste in cui giocava il vento
muovendo qualche filo della luce volante o stuzzicando le enormi e
intricatissime ragnatele.
A un tratto sentii un rombo lontano che si avvicinava molto, troppo
velocemente! Negli ultimi tempi capitavano sempre più spesso incursioni
aeree senza preallarme. Mentre venivo colta dal panico vidi Opa mettersi a
correre. Nello stesso tempo una raffica di artiglieria mi passò sopra la testa,
andando a colpire il balcone di un edificio già bombardato che si schiantò al
suolo con un gran fragore. Anch’io mi misi a correre, folle di paura,
raggiungendo Opa che si era rifugiato sotto un portone. Lo tirai per il lembo
del cappotto; lui abbassò lo sguardo ed esclamò, costernato: «Mio Dio! Che
cosa stai facendo qui?». E mi strinse a sé senza fare altre domande, mentre la
strada era spazzata dalle granate. Ci nascondemmo ancora di più nel portone.
In un attimo l’aria si fece satura di polvere e venimmo sepolti da una
gragnuola di detriti. Credetti di soffocare. La polvere mi riempì la bocca e le
narici e cominciai a tossire, così violentemente che a un certo punto non
potevo più respirare. Emisi un gemito doloroso, un ansito angosciato e sentii
gli occhi uscirmi dalle orbite. Allora Opa mi battè ripetutamente la mano
sulla schiena gridando: «Respira, Helga, per favore respira, tesoro!». Infine
ripresi fiato e vidi Opa singhiozzare dal sollievo.
Quando finalmente gli apparecchi si allontanarono, Opa mi afferrò la mano e
ci gettammo fuori dal portone raggiungendo l’ingresso della sotterranea che si
trovava a circa trenta metri di distanza. Gli scalini erano sdrucciolevoli per la
neve e naturalmente scivolai battendo un ginocchio; ma feci finta di niente.
Il tunnel era pieno di gente: vecchi, donne e bambini, milizia popolare, soldati
semplici, SS. L’aria era umidiccia e viziata. Si sentiva un pianto diffuso di
bambini, mentre una donna stava addirittura partorendo, sdraiata sul nudo
pavimento e circondata da gente attonita che non sapeva cosa fare. Nemmeno
Opa sapeva cosa fare.
Ci mettemmo a sedere sulle piastrelle, aspettando che sopra di noi finisse quel
selvaggio bombardamento. Un’altra donna ripeteva ossessivamente: «Da ieri
brucia lo Hohenzollerndamm». Cercava di attirare l’attenzione di una madre
che stava tenendo a bada due bambini. «Da ieri brucia lo
Hohenzollerndamm!».
La madre tirò giù i pantaloni a uno dei due bambini, che inarcò la schiena e
fece pipì sulle rotaie.
«Da ieri brucia lo Hohenzollerndamm, signora, e io non ho più niente!».
La madre si voltò con un brusco gesto di solidarietà, diede una stretta al
braccio dell’altra e rispose: «Anch’io non ho più niente, signora, né casa né
marito e nemmeno un letto per i miei bambini».
«Da ieri brucia lo Hohenzollerndamm!».
La madre si strinse nelle spalle e tirò su i pantaloni al suo bambino. «Lo so,
signora, lo so. La città è un rogo e non possiamo farci nulla».
Una vecchia stava seduta contro le bianche piastrelle del tunnel e lavorava a
maglia. Calze, pensai, calze per i soldati al fronte. Sopra di noi si sentiva un
frastuono accanito, poi si sentì esplodere l’ennesimo «organo di Stalin». Prima
si udì un lungo, acuto sibilo, mentre la gente si tappava le orecchie perché
sapeva già com’era: minaccioso, penetrante. Infine l’esplosione che
rimbombava nel tunnel come un tuono impazzito. «Il tunnel della sotterranea
è il posto meno sicuro che esista,» gracchiava un vecchio con un braccio
amputato «anche il calibro più piccolo riesce a sfondarlo dall’alto».
Opa mi mormorò all’orecchio: «Come vedi, siamo nel posto giusto». Era una
battuta. «Quando finisce il concerto ce la diamo a gambe» aggiunse, dandomi
un pizzicotto nel fianco.
Appena ululò il cessato allarme ci affrettammo a uscire da quella trappola, ma
una volta fuori ci investì una zaffata di puzzo di incendio e, davanti
all’ingresso, ci imbattemmo in un groviglio di morti, uno sopra l’altro, con le
gambe attorcigliate, senza testa o senza braccia, una massa confusa di carne a
pezzi, di carne sanguinante. Opa mi trascinò via dicendo: «Non guardare,
bambina mia, basta, non guardare!». Attraversammo la piazza. «Ho sete» dissi.
Avevo una sete terribile che mi inchiodava la lingua al palato. «Quando
arriveremo alla pompa potrai bere» mi promise Opa. Subito dopo ci
imbattemmo in un blocco stradale. «Alt! Fermi!». Un gruppo di giovani SS ci
puntò contro il mitra: «Dove state andando?».
Opa indicò col mento le taniche: «A prendere l’acqua».
«Documenti!».
Opa posò le taniche ed estrasse dal taschino del cappotto la carta d’identità.
Una delle SS la controllò attentamente; stavano rastrellando la città alla ricerca
di soggetti da arruolare nelle varie unità improvvisate, ma Opa non aveva più
l’età. «Tutto in ordine!» gridò infine una delle SS facendoci cenno di
proseguire.
Sotto un semaforo che pendeva storto e che non funzionava più da un secolo,
Opa si fermò e guardandomi negli occhi mi disse: «Non avresti dovuto
seguirmi, Helga. Perché lo hai fatto?».
Cercava di darsi un contegno severo nel cappotto sgualcito, con un’ombra di
disappunto negli occhi chiari.
«Volevo stare con te…» mormorai, confusa.
Lui indugiò per un attimo con lo sguardo sul mio viso, ma alla fine la sua
espressione si addolcì. «Va bene,» mormorò, bonario «con tua madre me la
vedrò io». E riprese le taniche.
Cominciavo a sentire la stanchezza, ma ormai eravamo vicini alla pompa.
C’era una lunga coda che arrivava sino alla fine dell’isolato, composta per lo
più da donne che attendevano il proprio turno, i piedi nella fanghiglia, i volti
tesi e lo sguardo velato da un’infinita spossatezza. Anche noi ci mettemmo in
fila. «Ho sete» ripetei, ma Opa rispose: «Devi aspettare, bambina mia, mi
dispiace davvero».
Dopo un certo tempo una vecchietta davanti a noi, senza denti e vestita di
stracci, cominciò a dare in escandescenze. Imprecava contro Hitler, contro la
guerra e contro il regime, e adoperava termini così offensivi che una donna si
sentì in dovere di avvertirla che qualcuno l’avrebbe potuta sentire e denunciare
alla Gestapo. Ma l’altra si accanì nello sfogo brandendo una pentola smaltata:
«Che mi arrestino pure, cosa volete che mi importi, ormai?».
Aspettammo così a lungo il nostro turno che alla fine non mi sentivo più i
piedi. Le suole delle scarpe si erano infradiciate nella poltiglia di neve e i miei
piedi sembravano due pezzi di ghiaccio.
Finalmente toccò a noi e ciecamente mi buttai sotto il getto per bere;
nell’incavo delle mani trattenni più acqua possibile, ma subito gli altri
cominciarono a brontolare. Allora smisi, intimorita, e Opa prese a riempire le
taniche; ma l’acqua veniva giù lentamente e passò molto altro tempo.
Ci rimettemmo sulla via del ritorno. Quanta strada e quanta fatica per due
taniche di acqua!
Camminavamo lentamente perché le taniche pesavano. Vedevo il viso di Opa
tendersi nello sforzo e avrei desiderato aiutarlo, ma era davvero impossibile.
Di tanto in tanto lui si fermava e ansimava, guardava il cielo e mi faceva pena.
All’improvviso strillarono le sirene e Opa esclamò, esasperato: «Dio mio, di
nuovo!». Si guardò intorno alla ricerca di un rifugio antiaereo, ma nelle
vicinanze non ce n’erano. Così ci infilammo nel portone di una chiesa.
La grande navata era immersa in una gelida corrente d’aria e uno stormo di
uccelli si era appena alzato dileguandosi attraverso un immenso squarcio nella
cupola. L’acquasantiera giaceva a pezzi sul pavimento e in fondo, sopra un
altare spoglio e crivellato, pendeva sbilenco un Cristo senza tronco.
All’improvviso vidi allineata lungo una parete una fila di cadaveri e provai un
brivido di ribellione: ne avevo abbastanza di morti!
Nel frattempo, fuori era cominciato un rabbioso cannoneggiamento che
risuonava, lugubre, nella navata. Sentii il bisogno di urinare. Per un po’ cercai
di controllarmi ma non ci riuscii. Allora lo dissi a Opa, imbarazzata e
sentendomi un po’ in colpa, ma lui rispose: «Falla pure, piccola, non avere
scrupoli». Così mi accosciai tra i banchi che sapevano ancora d’incenso, e mi
liberai. Ma mentre stavo per alzarmi, un fischio tremendo annunciò la
tragedia: un istante dopo un ordigno piombò dentro la chiesa da una delle
grandi finestre, andando a schiantarsi contro il muro del lato opposto della
navata e abbattendo un cornicione di stucco. I vetri scoppiarono con un
fragore secco e assordante e una pioggia di schegge cadde sui banchi e su di
noi. Le sentivo sui capelli, sulle sopracciglia e sulla nuca mentre un’eco
cristallina risuonava, petulante, fra i marmi opachi e gli angeli di gesso
indifferenti.
Opa mi aveva spinta sul pavimento facendomi scudo col suo corpo.
Quando l’inferno cessò, aprii gli occhi e vidi sotto i banchi un libro di
preghiere. Allungai la mano per raccoglierlo ma sentii la voce di Opa che
domandava: «Che cosa ho qui sulla fronte?».
Alzai gli occhi e vidi del sangue sotto l’attaccatura dei suoi capelli. Lui
ansimava, sembrava spaesato, stordito, imbarazzato. Sentivo qualcosa
muoversi nel mio stomaco, come un grosso lombrico che facesse delle
capriole, ma non era quello il momento di svenire. Domandai a Opa un
fazzoletto, bagnai la sua fronte con un po’ d’acqua delle taniche, pulii la ferita,
mi resi conto che era superficiale e glielo dissi, sollevata.
«Sei una bambina coraggiosa» mi disse Opa, e io fui fiera di mettemmo di
nuovo sulla via del ritorno.
Appena fuori dal portone giaceva un uomo in uniforme con le budella che gli
uscivano dal ventre aperto. «Non guardare,» sibilò Opa «tanto ormai è morto,
poveretto, non c’è più niente da fare».
Rovine e rovine. Nuovi edifici in fiamme. Oltre le rovine, altre rovine e altre
case in fiamme. Le strade erano deserte la gente stava rannicchiata nelle
cantine, stanca, sfiduciata, rassegnata. Le strade erano vuote, dimenticate. I
morti non si contavano, ma loro stavano bene, ormai. Molti li invidiavano.
Ogni tanto Opa si fermava e ansimava. I suoi occhi erano chiari e dignitosi. Il
sudore gli colava dalla fronte sulle ciglia, sugli zigomi. Le spalle magre si
piegavano dalla fatica. Sentivo che gli volevo bene. Tornammo a casa senza
altri intoppi.
Appena la matrigna ci vide, gridò: «Dove sei stata, dannata ragazza? Non
perderai mai il vizio di scappare?».
Opa rispose, conciliante: «È colpa mia, le ho chiesto di venire con me».
La matrigna rimase perplessa ma non osò insistere e si inforcò sulla ferita di
Opa. «Che cosa ti è successo?».
«Una ferita di striscio,» rispose lui «non è nulla. Mi ha medicato Helga. È una
brava bambina, una bambina coraggiosa». E mi accarezzò i capelli.
Peter mi guardò accigliato: «Quando sarò grande voglio sparare a tutti gli
uomini. Ti ho cercata dietro la scala».
«Tutti ti abbiamo cercata» aggiunse la matrigna lanciandomi uno sguardo di
astio impotente.
«È colpa mia» ripeté Opa.
«Dove eravate quando c’era l’allarme?» domandò la matrigna.
«Quale?» disse Opa con aria svagata per farci sorridere. «Il primo o il
secondo?».
«Il secondo» rispose la matrigna. «Dicono che la seconda incursione sia stata
pesante».
«In una chiesa» disse Opa. «Chiesa con uccelli e cadaveri. Ci meritiamo un
bicchiere d’acqua! ».
«Anch’io, anch’io» pigolò Peter e andò a recuperare il suo bicchiere. Anche gli
altri della cantina porgevano ognuno il proprio recipiente.
Acqua. Acqua. Preziosa mille volte perché conquistata a rischio della vita.
13
Berlino, aprile 1945
Nella nostra cantina scoppiò l’influenza e la promiscuità favorì il reciproco
contagio. L’accampamento assunse un aspetto apocalittico: eravamo
ammucchiati gli uni sugli altri, febbricitanti e tossicchianti, distribuendo germi
a destra e a manca. I nostri corpi distesi sulle brande, smagriti e avvolti in
vestiti logori e sporchi, sembravano involucri inerti. Noi aspettavamo che un
Dio misericordioso ci liberasse dalla nostra triste esistenza, mentre una
fumosa candela aggiungeva patetica malinconia a uno scenario già funereo.
Opa sì ammalò piuttosto gravemente per il riacutizzarsi di una vecchia asma
che credeva ormai superata. Lo assalivano violente crisi che a me creavano
una grande inquietudine: ogni volta temevo che soffocasse.
Hilde riuscì a procurarci una provvista di aspirine, ma poi stette alla larga per
evitare il contagio. Infatti non si ammalò. La malattia si abbatté invece su
Erika, che fu assalita da una febbre altissima e, di conseguenza, da una
debolezza mortale. Delirava e il suo petto si scuoteva in spaventosi accessi di
tosse.
Peter se la cavò con due giorni di vago malessere.
La matrigna invece prese una forma di influenza gastrointestinale, cosicché fu
costretta a fare avanti e indietro dal letto al secchio, con l’aggravante che c’era
penuria di carta. Herr Mannheim aveva sacrificato una preziosa collezione di
quotidiani berlinesi inizio secolo tagliandola in tanti rettangoli; ora si
raccomandava di farne economia. La raccomandazione era quasi comica,
soprattutto se qualcuno era tormentato dalla dissenteria,
Anch’io mi ammalai con vomito e tosse, e il cuoio capelluto mi si coprì di
nuovo di brutte croste che prudevano. Opa disse che dipendeva dalla
mancanza di vitamine. Si fosse trattato solo di questo. In quella maledetta
cantina mancava tutto, compresa l’aria!
Eravamo un povero accampamento di malati, e io desideravo solo
addormentarmi per non svegliarmi mai più. Ma nonostante tutto, uno dopo
l’altro guarimmo. Eravamo sopravvissuti a tonnellate di bombe, sarebbe stato
assurdo morire per un’influenza!
Quando fui guarita dalla tosse, un giorno si impadronì di me una voglia quasi
spasmodica di prendere una boccata d’aria fresca. Allora domandai alla
matrigna il permesso di affacciarmi per un attimo sul cortile, ma ne ebbi per
risposta un secco no. Con me si mostrava sempre categorica, non cercava mai
di capire i miei stati d’animo, le mie esigenze più intime. Con Peter invece era
più tollerante, anche se non l’avevo mai considerata capace di particolari
intuizioni psicologiche; l’esatto contrario del padre. Era davvero molto strano
che una persona così «prussiana» potesse essere figlia proprio di Opa, uomo
straordinariamente intuitivo e umano. Ma forse lei aveva preso dalla madre.
Opa, che aveva udito la mia richiesta e il successivo rifiuto, poco dopo prese
la figlia da parte. Parlarono per un po’ e alla fine la matrigna mi concesse
cinque minuti.
«Ti accompagno e ti aspetterò sulla porta» mi disse Opa, e io lo precedetti
contenta. Aprii il portoncino che dava sul cortile con un’emozione che mi
mozzò il fiato, ma subito la luce mi abbagliò e dovetti chiudere gli occhi.
Quando li riaprii, vidi il sole e allargai i polmoni respirando avidamente l’aria
primaverile anche se sapeva d’incendio e, peggio ancora, di cadavere. Ma era
comunque aria fresca, e non umido tanfo di cantina!
Dopo il cielo vidi la mia sporcizia e la gioia svanì. Mi guardai le mani con le
unghie luride, le braccia coperte di striature nere, e mi vergognai di me stessa.
Guardai le mie scarpe incrostate, consumate; si vedeva che non avevano mai
ricevuto una sola passata di lucido! Del resto, da molto tempo non ci
pulivamo nemmeno i denti, per cui tutti avevamo l’alito pesante. Sotto il sole
splendente mi sentii una talpa; una povera talpa che era uscita per un attimo
dal suo misero buco.
Finalmente superai la crisi e mi guardai intorno. Il cielo era rosso carminio,
ma il sole penetrava lo strato di fumo che sovrastava la città e si riversava sulle
rovine con uno splendore lievemente appannato; era comunque il sole!
Osservai le rovine intorno mentre l’aria era mossa da un venticello che veniva
dal lato opposto della rimessa e che dissipava un poco il puzzo di cadavere.
C’era un’atmosfera di sinistro incanto.
Faceva caldo. Il cespuglio di lillà era ricco di gemme che di lì a poco
sarebbero esplose. Trascorsi qualche istante a compatirmi per essere
condannata a sopravvivere in quella lurida e angusta cantina, con quel vecchio
che si urinava addosso e tutti gli altri disgraziati che condividevano con me la
stessa sorte.
Poi mi strinsi nelle spalle, guardai il cielo e mi chiesi se Dio esistesse, se in
quel momento mi vedesse e se provasse un po’ di pietà. Pietà di una bambina
vestita di cenci, dalle scarpe consumate e dalla pelle nera per la sporcizia. Mio
Dio, eravamo davvero così sudici?! Giù in cantina la sozzura non si vedeva,
anche perché la candela stendeva un velo pietoso sull’orrore. Guardai ancora
le rovine e pensai che il sole era la cosa più neutrale che esistesse. Il sole era
imparziale, illuminava il brutto e il bello, il patetico e il solenne, l’infamia e la
virtù. Il sole era incorruttibile. Gli uomini potevano distruggere Berlino o
forse tutto il mondo, ma il sole avrebbe illuminato tutti gli orrori e infine
scaldato di nuovo la vita!
Opa mi aspettava sulla porta e mi stava avvertendo che avevo già speso tre dei
miei cinque minuti quando a un tratto mi invase un senso di ribellione. Cinque
minuti di libertà a fronte di un’infanzia intera trascorsa nella prigionia della
guerra erano un privilegio davvero ridicolo.
Opa scrutava il cielo, quel cielo traditore. Da un momento all’altro sulla cima
di quelle rovine poteva apparire una squadriglia di apparecchi, spararci
addosso e ucciderci. Il sole avrebbe illuminato i nostri corpi straziati e fatto
apparire il nostro sangue più vivido e spaventoso.
«Hai ancora un minuto» mi avvertì Opa. Adesso mi stavo arrabbiando. Cosa
potevo fare in un minuto, dannazione?!
Diedi un ultimo sguardo in giro, in quel cortile allucinato nel quale, in un
lontano passato, bambini felici giocavano e giovani mamme spingevano buffe
carrozzine con neonati strillanti o forse pacificamente addormentati al caldo
sole primaverile.
Lanciai uno sguardo ai cavoli della portinaia fra i quali si erano disintegrati
due corpi. I cespi appassivano, languidi, sugli steli stopposi offrendosi all’avida
attenzione di un merlo. In uno spiazzo d’erba rigogliosa stavano crescendo
delle margheritine: fui tentata di raccoglierne qualcuna, ma poi cambiai idea.
Ricordai i versi di una poesia di Goethe il cui senso ci era stato spiegato dalla
direttrice del collegio di Eden, che aveva molto rispetto per le piante. Era la
storia di un uomo che, passeggiando nel bosco, aveva visto un bel fiore. Aveva
fatto per raccoglierlo ma la pianticella gli aveva chiesto, tristemente: «Vuoi
raccogliermi perché appassisca?».
Improvvisamente cambiò il vento e le mie narici si riempirono del ripugnante
fetore di quei cadaveri che si stavano putrefacendo ai piedi della rimessa; fui
percorsa da un senso di nausea così profondo che avrei voluto farmi
inghiottire dalla terra. Sparire! Morire! Odiavo tutto. Il mondo, me, la mia
sporcizia, la mia miseria. La cantina nella quale sarei dovuta tornare fra un
minuto, e questa guerra che mi costringeva a vegetare. Tutti indistintamente
mi avevano tradita: mia madre, mio padre, la matrigna, la Germania, il
mondo. La vita. Dio!
Accecata dall’odio, corsi verso la porta. Opa mi guardò senza capire, gridò:
«Volevo concederti una proroga di cinque minuti, tesoro!», ma io risposi,
cattiva, ostile, ribelle, risentita: «Non li voglio! Non li voglio, i tuoi cinque
minuti! Io non voglio più niente, voglio solo morire!». E tornai, tremante, nella
mia prigione.
Opa mi raggiunse nella buia cantina e mi strinse fra le braccia. «Mia povera
bambina…» mormorò sopra la mia testa «mia povera bambina…». Poi si staccò
e disse con tono più pratico: «Devo andare a prendere l’acqua».
«Ma non è il tuo turno!» protestai, e lui mi rispose che la matrigna non stava
bene e che preferiva sostituirla.
Lo vidi prendere le taniche e salire lentamente la scala. Io mi sentivo triste e
depressa. Poco dopo, quando Peter si svegliò gli dissi: «Sono stata nel cortile e
ho visto le margheritine».
Lui si strofinò gli occhi e grugnì: «Anch’io voglio andare nel cortile». L’invidia
lo animò. «Anch’io voglio andare nel cortile!» esclamò più forte, e saltò giù da!
letto. Egon, che a sua volta si stava destando da un sonnellino, gli fece eco:
«Anch’io voglio andare nel cortile! Anch’io!».
La matrigna mi lanciò uno sguardo contrariato: «Non potevi tenere la bocca
chiusa? Lo sapevo che andava a finire così!».
«Allora posso andare nel cortile?» domandò Peter, e si piantò davanti alla
matrigna.
«No, tesoro mio». Non l’avesse mai detto! Egon e Peter inscenarono una
piccola sommossa e ci volle un bel po’ per sedarla. Alla fine Peter mi guardò
con odio e dichiarò: «Non ti parlerò mai più per tutta la vita!». Aveva lo
sguardo cattivo, ma io ero contenta che per un attimo avesse ritrovato l’antica
grinta.
Liquidata da Peter, mi ritirai in un angolo e tenni d’occhio la scala. Dopo un
po’ Erika mi pregò di parlarle del cortile, e allora mi accoccolai vicino a lei e
le raccontai del sole, delle gemme del lillà, dell’erba verde, ma tralasciai il
cielo rosso, il puzzo d’incendio e quello dei cadaveri. Poi lei volle parlare del
suo paese natio, di un laghetto con due cigni, dei calanchi punteggiati di
mirtilli e di un fiume sulla cui riva, d’estate, i bambini si raccontavano molte
storie. Volle narrarmi anche la sua fuga; prima dai tedeschi e poi da quei
terribili russi che avevano inchiodato suo nonno alla porta della stalla e
violentato la mamma. Conversammo finché lei non fu colta da un accesso di
tosse; a quel punto sua madre mi consigliò di allontanarmi.
Di nuovo ci fu un allarme e iniziò il solito concerto: il ratatatà dell’artiglieria,
il fuoco delle batterie antiaeree, e la gente che assisteva con gli occhi sbarrati,
poveri esseri dalle facce demolite e dai capelli impastati; e tra il cupo
rimbombo delle detonazioni forse si alzava qualche preghiera, un pensiero
rivolto al figlio al fronte o una timida raccomandazione a quelli che già ci
aspettavano in cielo. Chissà se potevano spendere una buona parola per noi?
Ma io non conoscevo nessuno che fosse già morto, tranne Frau Fichtner;
allora pregai Frau Fichtner di proteggere Opa che era fuori con le taniche.
Finito l’attacco, tutti ci guardammo sollevati, ancora una volta salvi, ancora
una volta scampati al pericolo. Peter schiuse i pugni e Gudrun allentò la
maglia che le copriva i giovani seni. Herr Hammer sospirò: «Ci è andata bene
anche stavolta», e il vecchio chiese il secchio. Glielo concessero, per una sorta
di buona azione quotidiana, benché la portinaia guardasse, disgustata,
dall’altra parte. II vecchio era contento.
Calò le braghe senza ritegno e un piccolo scroscio fu amplificato
dispettosamente dal metallo del secchio. L’urina era poca perché ormai
nessuno beveva quasi più, per cui avevamo tutti i reni infiammati. Di lì a poco
ci accorgemmo che un altro dei vecchi piangeva; ci guardava con occhi chiari,
disperati, e un rivolo di sudore gli colava dagli zigomi.
«Cosa c’è?» domandò Frau Bittner. «Dopo tutti gli attacchi subiti negli ultimi
mesi non ci ha fatto ancora il callo?». Gli si avvicinò e gli appoggiò una mano
solidale sulla spalla. Il vecchio singhiozzò e disse: «Quando dormirete tutti mi
ucciderò, ho una pistola nelle mutande».
Qualcuno sorrise incredulo, Peter lo fissò con sguardo interessato, Herr
Hammer disse: «Che sciocchezze!» e Frau Köhler fece la spiritosa: «Almeno
qualcosa di duro nelle mutande ce l’ha, complimenti, caro Herr Spitzberg!». Il
terzo vecchio sghignazzò ma Herr Spitzberg si era offeso. «Io esigo rispetto,
Frau Köhler!» disse serio. «Sono stato un famoso attore, io, il mio Egmont ha
fatto storia! Ho recitato in tutti i migliori teatri del Reich, Frau Köhler, e
anche nel vostro Schlossparktheater, se questo le dice qualcosa!».
«Egmont!» belò la portinaia, che all’occorrenza poteva essere una vera
canaglia. «Doveva farsi decapitare per davvero, Herr Spitzberg, così almeno le
sarebbe stato risparmiato di crepare in questa lurida cantina!».
«Tanto, mi ucciderò» brontolò il vecchio, e infilò la mano nei calzoni.
«Cosa fa?» lo canzonò Frau Köhler, che non lo prendeva sul serio. «Controlla
se ha ancora qualcosa di duro nelle mutande?». Ma a un tratto Kurt arrivò alle
spalle del vecchio, introdusse fulmineamente la mano nei suoi calzoni e ne
estrasse una pistola. Herr Hammer gridò: «Maledizione, Herr Spitzberg, lei è
pazzo! Chi le ha permesso di prendere la pistola dal nascondiglio? Lo sa che
se viene la Gestapo e le trovano un’arma addosso, la fucilano?».
«Meglio» sbottò il vecchio, che in pochi secondi tirò su con il naso, si distese
sulla branda e si mise a russare.
Herr Hammer tolse la pistola dalla mano di Kurt e disse: «Non farti delle
illusioni, giovanotto, questa cosa torna al suo posto, e subito anche!».
«La voglio io la pistola!» esclamò Rudolf, il figlio di Frau Köhler. Ma la madre
gli allungò un ceffone: «Te la do io la pistola! Insomma, siete impazziti tutti?».
Era già buio quando Opa finalmente scese la scala: mi accorsi subito che c’era
qualcosa che non andava. Con una strana rigidità posò le taniche, levò per un
attimo gli occhi al soffitto e si accasciò per terra. La matrigna lanciò un grido,
mentre il mio cuore cominciò a battere furiosamente: «Dio, fa’ che non sia
morto! » pensai.
Tutti ci precipitammo intorno a Opa, ma Herr Mannheim ci rimandò ai nostri
posti imponendo la calma e il silenzio. Poi levò il cappotto a Opa e dal mio
letto vidi che sulla schiena l’indumento era intriso di sangue. Quasi svenni, il
mio respiro divenne affannoso.
«C’è una scheggia,» annunciò Herr Mannheim dopo aver esaminato la parte
«bisogna a ogni costo trovare un medico, perde troppo sangue». Si infilò il
cappotto e uscì, malgrado le proteste della moglie. Frau Köhler fulminò la
donna con uno sguardo eloquente ma non disse nulla. Non sapevano come
essere d’aiuto a Opa, mentre sulla cantina gravava una terribile tensione. La
matrigna teneva la mano del padre e piangeva. Peter continuava a chiedere
perché piangesse. Hilde non c’era.
Qualcuno, forse per allentare la tensione, disse: «Voi non ci crederete ma
stasera alla Sala Beethoven qualche pazzo dà un concerto, e sapete cosa c’è in
programma?».
«Una sinfonia per artiglieria e mortai?» ironizzò Herr Hammer.
«No. L’ouverture dell’Egmont di Beethoven e Morte e trasfigurazione di
Strauss».
Alla parola «Egmont» il vecchio che voleva suicidarsi si svegliò come d’incanto
e gridò: «Chi fa la parte di Egmont?».
«E non gridi! » fece Herr Hammer. «Nessuno recita Egmont, suonano».
«Dove?» domandò Herr Spitzberg, all’improvviso destissimo.
«Alla Sala Beethoven».
«Danno un concerto alla Sala Beethoven?» ripeté illuminandosi. «Allora la
guerra è finita!».
«È finita un paio di palle!» sibilò Herr Hammer. «Faccia piano, non vede che
Herr Busch sta male?».
«Male?».
«Cristo…».
«Chi sta male?» balbettò il vecchio.
«Herr Busch! Uffa, ma è cieco?».
Finalmente l’altro guardò nella direzione di Opa e si mise a piagnucolare:
«Povero Herr Busch, cosa gli è successo?».
In cima alla scala si sentirono dei passi e dal buio incerto apparve Herr
Mannheim, che scese sorreggendo un vecchio decrepito con una gamba
amputata.
«Questo è il dottor Schreber,» annunciò «che si occuperà di Herr Busch».
Il medico domandò un bicchiere d’acqua, bevve a lunghi sorsi reggendosi con
l’altra mano sulle stampelle, infine fece cenno di passargli la borsa del pronto
soccorso che Herr Mannheirn aveva portato per lui e cominciò la sua opera.
Con mano svelta estrasse una lunga scheggia dalla schiena di Opa, medicò la
ferita, diede alcuni punti di sutura, si assicurò che il polmone fosse illeso,
disse: «Fatto, domani starà già meglio», scivolò su una sedia e si addormentò.
Dopo alcuni secondi si risvegliò e raccontò, tutto arzillo, di aver lavorato per
quarantanni all’Elisabethhospital di Berlino. «Quelli erano tempi…» diceva
«tutto funzionava perfettamente… oggi non so come facciano in quei posti,
senza acqua né elettricità né anestetici né medicinali… il mondo è
impazzito… come vorrei morire!». E si riaddormentò. Alla luce fumosa della
candela il suo moncone aveva qualcosa di insopportabilmente lugubre e Peter
ne fu sinistramente attratto. Vi si avvicinò, aggrottò la fronte, strinse le
palpebre e domandò: «Dov’è l’altro pezzo di gamba?».
Lo zittirono: « Pssst, cosa stai dicendo? Il dottore potrebbe sentirti e
dispiacersene!».
«Dov’è l’altro pezzo di gamba?» ripeté Peter più forte. Al che il medico si
svegliò e rispose: «Me l’ha portato via una granata, ragazzo mio. Te la
sentiresti di promettermi una cosa?».
«Sì…» bisbigliò Peter, colto alla sprovvista.
«Devi promettermi che da grande non permetterai che ci sia un’altra guerra»
disse il vecchio.
«Perché?» fece Peter pizzicandosi le guance.
«Perché la guerra non è degna degli uomini».
«Perché?».
«Perché in guerra la gente è costretta a comportarsi in un modo innaturale».
«Perché?».
«Tu, ad esempio, stai sempre in questa cantina. Ti sembra giusto?».
«Sì».
«Per quale motivo ti sembra giusto, bambino mio?».
«Se esco mi uccidono».
«E ti pare bello che un ragazzino non possa uscire di casa perché altrimenti lo
uccidono?».
«È così…» mormorò Peter scrollando le spalle.
«Ma ti piacerebbe andare a giocare nel cortile?» insistette il medico.
«Sì,» rispose Peter «per raccogliere una margheritina».
«Solo quello?».
«Sì. Perché il cortile puzza. Ci sono i morti».
Il vecchio mormorò: «Povero bambino mio…», e aveva gli occhi lucidi.
Peter strofinò la punta della scarpa sul polpaccio e dichiarò: «Quando sarò
grande voglio fare il bandito e uccidere tutti gli uomini».
«Proprio tutti?» fece il medico.
Peter ci ripensò: «Mutti no,» concesse «e nemmeno Helga e Opa e Hilde».
Tralasciò nostro padre.
«Povero ragazzo!» ripeté il medico, e si alzò. Il moncone oscillava orribilmente
alla luce della candela che proiettò un’ombra mostruosa sul muro. «Dio vi
protegga» concluse il medico, diede un ultimo sguardo a Opa e si avviò verso la
scala. Herr Mannheim si offrì di riaccompagnarlo, sia pur senza sapere bene
dove, perché in realtà lo aveva trovato nel tunnel della sotterranea. Il vecchio
dapprima non volle, infine accettò. La moglie di Herr Mannheim protestò:
«Non può andarci qualcun altro?». Herr Mannheim le rivolse uno sguardo di
rimprovero: «Ti prego, Gitte!». Quando se ne furono andati Frau Köhler
esplose: «Lei è di un egoismo vomitevole, Frau Mannheim!».
«È sempre mio marito a farsi avanti» abbaiò l’altra.
«Siamo sempre noi a prendere l’acqua» le fece notare Frau Köhler.
«Io ho l’artrite ai ginocchi» si lamentò la donna.
«D’ora in poi lei è inserita nel turno dell’acqua» stabilì Frau Köhler, fredda. «E
visto che Herr Busch è fuori combattimento, il suo turno comincia giusto
domani. Intesi?».
Frau Mannheim provò a inscenare una lacrimevole protesta, ma Frau Köhler
aveva detto l’ultima parola. Era proprio un sergente!
Opa guarì velocemente ma non poté più accollarsi il peso delle taniche. Ora
c’era Frau Mannheim che, volente o nolente, gli era subentrata, anche se con
mille lamentele. Io ero contenta: Opa non doveva più esporsi al pericolo delle
granate o agli attacchi aerei in mezzo a una strada. Frau Mannheim era
inviperita. Aveva cercato la complicità del marito, ma questi vi si era sottratto.
La prima volta che si era avviata con le taniche aveva fatto una tragedia.
Trascinava le gambe e si lamentava.
«Coraggio, tesoro mio!» le disse Herr Mannheim.
Lei salì lentamente la scala, sbuffando, e giunta in cima ci augurò di essere
colpiti tutti da una bomba gigante; poi si allontanò profondamente offesa.
L’episodio della scheggia di Opa coincise con il periodo più drammatico
prima della fine della guerra.
Fu in quei giorni che accadde una cosa gravissima. Durante un attacco aereo,
una bomba centrò la conduttura dell’acqua potabile e tutta Berlino rimase a
secco. Quando le botti, i secchi e le taniche furono vuoti, non restò che il
fiume Sprea. Costretta dalla necessità, la gente prese a filtrare quell’acqua
putrida sulla cui superficie galleggiavano i cadaveri.
Stranamente nessuno di noi venne colpito dal tifo o dalla dissenteria.
A un certo punto gli abitanti della cantina fecero una raccolta di oggetti di un
certo valore per scambiarli al mercato nero con un po’ di latte in polvere,
pane, olio o patate. Ma anche questo non bastò per sfamarci. In cambio di un
piccolo tappeto persiano la matrigna ottenne un chilo di piselli secchi!
Cominciammo a essere frastornati da una serie di notizie contraddittorie. Una
volta la BBC comunicò che i sovietici avevano sfondato le linee tedesche a
oriente e stavano avvicinandosi ai sobborghi di Berlino; da parte sua il
Deutscher Rundfunk, organo ufficiale del Reich, continuava a rassicurare i
tedeschi che la XII Armata del generale Wenck «stava infliggendo al nemico
la sconfitta finale».
In realtà il venti aprile, giorno del compleanno di Hitler, Berlino si trovò per la
prima volta sotto il tiro diretto dell’artiglieria sovietica.
Le informazioni più precise erano quelle che portavano gli addetti al turno
dell’acqua. Raccontavano che la città era in preda a un caos incontrollabile e
che c’era una gigantesca invasione di ratti. Le strade erano gremite di cadaveri
che da tempo nessuno sgomberava e il puzzo era così terribile che la gente, già
debilitata, sveniva. Non funzionava più alcun mezzo di trasporto, né tram né
omnibus né sotterranea né sopraelevata. Il tunnel della sotterranea era stipato
di persone che urlavano dalla fame e dalla sete, compresi i bambini
piccolissimi. Non esisteva alcuna forma di assistenza medica e le medicine
erano introvabili. Prendere l’acqua era ogni volta un’avventura rischiosissima,
e chi faceva ritorno alla cantina sembrava un miracolato. Si frugava tra le
macerie per trovare qualcosa da scambiare al mercato nero ignorando le sirene
e sfidando la morte. Si verificavano suicidi in massa. La paura dei russi aveva
indotto molti quartieri a costruire barricate e trincee anticarro e la gente era in
preda a un’angoscia collettiva.
Chi era costretto a uscire per un motivo o per l’altro dalle cantine veniva
ripetutamente fermato e perquisito. Ronde zelanti setacciavano la città alla
ricerca di soggetti da arruolare nei vari reparti speciali, ma la popolazione che
sopravviveva nella capitale agonizzante era composta soprattutto da vecchi,
donne e bambini in pessime condizioni fisiche che non avrebbero potuto
contribuire in alcun modo alla salvezza della patria.
Nella cantina il morale era sotto i tacchi. Peter era sempre sonnolento, Kurt
passava da stati di palese tedio ad altri di incontrollabile aggressività. Gudrun
fissava per ore e ore la tavola sotto la quale avevamo posato le nostre valigie.
«Eppure è una ragazza normale,» continuava ad assicurare Frau Bittner «non
ha mai manifestato disturbi psichici».
Egon aveva sempre una febbriciattola e si lamentava di strani mal di schiena;
la matrigna soffriva di coliche epatiche. Erika, dopo l’influenza, era rimasta
debilitata e continuava ad avere qualche linea di febbre. Assistevamo attoniti
alle sue spaventose crisi di tosse, sentendoci impotenti. Lei sputava sangue
nella zuppiera, ma lo faceva con un certo garbo per non impressionarci
troppo.
Erika era bella. Aveva una pelle così trasparente che sotto si vedevano i
contorni delle ossa. Aveva occhi grandi di un azzurro non-ti-scordar-di-me.
Era talmente sottile che somigliava allo stelo di un giglio, e ne aveva perfino il
colore.
La madre di Erika era una donna gentile e coraggiosa. Una sera, dopo
l’oscuramento, uscì dalla cantina munita di una piccola pistola e di una torcia
tascabile e stette via quasi fino all’alba. Nel frattempo subimmo due attacchi
aerei, uno dei quali molto pesante. Per ore tememmo che non tornasse. Ma lei
alla fine ricomparve con una buona notizia. Aveva scoperto un magazzino di
rifornimento della Wehrmacht dove c’erano ancora grandi riserve di viveri.
Subito la matrigna propose di andarci; e Herr Spitzberg, quel vecchio che
voleva suicidarsi, insistette per accodarsi. Cercarono di dissuaderlo ma lui,
stranamente, continuò a insistere. Opa non voleva che la matrigna rischiasse la
pelle, ma lei si mostrò decisa. Hilde, in quel periodo, si vedeva poco; sempre
più spesso trascorreva la notte nel bunker della Cancelleria.
Avevano deciso di uscire la sera, quando si fosse fatto buio. Rimanemmo tutti
in preoccupata attesa.
Opa, poveretto, stava in ansia per la figlia; camminava avanti e indietro nel
corridoio. Arrivava al secchio e tornava, le mani unite dietro la schiena.
Anch’io ero in apprensione per la matrigna, sia pur riconoscendo che preferivo
fosse lei a rischiare la vita anziché Opa.
Tornarono nel cuore della notte con un discreto bottino. Purtroppo ci diedero
una brutta notizia: il vecchio ci aveva lasciato la pelle.
Avevano trovato il magazzino apparentemente sorvegliato da una sola persona,
che era stata subito uccisa. Ma quando stavano per fuggire era comparso un
secondo sorvegliante che fino a poco prima dormiva dietro un mucchio di
patate. Il vecchio gli era arrivato alle spalle e gli aveva dato una sprangata in
testa, ma l’altro aveva fatto in tempo a sparargli un colpo nel ventre. Avevano
dovuto lasciarlo sul campo. La madre di Erika aveva ucciso il sorvegliante.
Accesero il fuoco e cucinarono una zuppa di verdura con le patate. Per Erika
c’era del latte in scatola già zuccherato che l’avrebbe subito risollevata.
Eravamo sempre con l’orecchio teso ai rumori provenienti dalla cima della
scala perché temevamo che arrivassero la Gestapo o le SS alla ricerca di
diseriori. A ogni minimo sospetto Kurt e l’altro anziano sparivano in un
cunicolo così ben mimetizzato che difficilmente qualcuno, soprattutto se
estraneo alla cantina, avrebbe potuto scoprirlo. Lì era nascosto anche
l’apparecchio ricevente.
Una mattina presto Opa sentì alla radio che reparti d’avanguardia sovietici
avevano occupato i primi sobborghi di Berlino; io pensai subito al collegio di
Oranienburg-Eden. Opa disse in tono grave: «Siamo vicini alla fine, ormai è
questione di poco». Ma continuavano a tormentarci giorno e notte con i
bombardamenti.
Le ultime provviste avevano migliorato le condizioni di Erika, che riacquistò
un po’ di colore sulle guance dando nuove speranze alla madre. Ogni tanto
Herr Hammer gettava uno sguardo incoraggiante a Erika dicendo: «Su,
piccola, fra poco avremo questa merda alle spalle!».
Un giorno piombò nella nostra cantina un giovane delle SS. Aveva aperto così
silenziosamente la porta in cima alla scala che ce lo ritrovammo davanti come
un fantasma. Era bianco in volto e aveva gli occhi stralunati. Gridò: «È tutto
perduto, siamo nelle mani dei bolscevichi. Heil Hitler!». E si sparò un colpo di
pistola in bocca. Si accasciò ai nostri piedi mentre dalla bocca zampillava il
sangue. Era orribile, mi sentivo male. Herr Mannheim con tono impassibile
disse: «Ci penso io». Trascinò via il corpo e lo aggiunse ai cadaveri che già si
facevano compagnia nei pressi della rimessa.
Eravamo in attesa dei russi; sapevamo che dovevano arrivare, era un
appuntamento inevitabile. Non riuscivamo a pensare ad altro.
Aspettavamo tesi, sporchi, esausti. Per giunta qualcuno della cantina aveva
noiosi disturbi intestinali, anche se sapevamo che non si trattava di tifo perché
non c’era febbre.
Qualche giorno dopo Opa apprese dalla radio che i sovietici avevano occupato
Tempelhof; a quel punto la matrigna salì nell’appartamento di Hilde per
telefonare alla villa di zia Margarete - i telefoni funzionarono fino all’ultimo -,
ma non rispose nessuno. Riprovò più volte finché dall’altra parte non sentì
rispondere una voce in lingua russa.
Aspettavamo. Aspettavamo nel piccolo inferno della nostra cantina sopra la
quale ogni due o tre ore si scatenava un vero, grande inferno. Il terrore era
ormai consuetudine, compagno della nostra esistenza; la fame e la sete un
tributo forzato a una causa che da tempo si era rivelata una gigantesca
trappola. Aspettavamo.
Era un’attesa sfibrante, con l’ansia dell’ignoto. Battute stanche nella buia
cantina, angosciose ipotesi sull’arrivo dei russi, nere previsioni su un futuro
incerto. Mentre il solito vecchio continuava a urinarsi addosso e a cercare un
secchio in luogo di un cesso, senza nessuna possibilità di reperire della carta
igienica!
Era stato fatto di tutto per rimediare a quella ridicola mancanza. Avevamo
fatto a pezzi lenzuola e strofinacci da cucina, alla fine eravamo ricorsi ai libri,
scegliendo quelli con la carta più morbida. Passavano così, sotto i nostri
sederi, pagine preziose di Nietzsche e Shakespeare. All’inizio qualcuno ci
aveva ricamato sopra delle battute, ma ben presto venne zittito. «Quando la
cultura va in merda,» aveva detto Herr Mannheim, che un tempo faceva il
giornalista «un popolo sta per finire».
Poi venne quella notte terribile di metà aprile.
Mi ero appena addormentata dopo aver pensato a mio padre, quando mi
risvegliai con la sensazione che la cantina sussultasse. Mi drizzai sul letto e
sentii il cuore martellare fino al mento. Sì, la cantina tremava nelle
fondamenta e un frastuono inaudito violentava i timpani. Scoppiò il panico. Si
alzarono grida e imprecazioni contro Hitler, l’unico vero responsabile.
Tutte le forze del mondo sembravano essersi alleate contro di noi, il terrore mi
irrigidiva. La candela tremolava inquieta, gettando ombre mostruose sui muri
mentre sopra di noi infuriava la battaglia. L’artiglieria pesante sovietica si
scatenò con un accanimento tale che sembrava volesse distruggere quel poco
che era rimasto della capitale. Potenti detonazioni facevano tremare i muri
come un terremoto. Fui presa da un brivido incontrollabile. Ero certa che
fosse la fine e che entro pochi minuti saremmo tutti morti. Vidi il vecchio
alzarsi e chiedere, invano, il secchio, poi l’espressione del suo volto tradì
l’inevitabile: si era urinato addosso.
Herr Hammer fissava il soffitto come se volesse scongiurarlo di non cedere, le
vene del suo collo erano turgide come ogni volta che il terrore lo sopraffaceva.
A un tratto una trave si abbatté sulla branda di Egon accompagnata da un
grido generale di terrore; il bambino sembrava colpito a morte!
Fortunatamente era solo svenuto e per il resto quasi illeso. Frau Bittner
proruppe in un convulso pianto di sollievo. Infine ci fu un boato indescrivibile
e Herr Mannheim esclamò: «Maledizione, questa volta è toccata a noi!». E
abbracciò la moglie piangendo sulla sua spalla.
Nel frattempo la cantina si era riempita di fumo e cominciammo tutti a
tossire. La madre di Erika premeva un fazzoletto sulla bocca della figlia, ma la
poveretta era in preda a un attacco di tosse convulsa.
Non si capiva da dove venisse il fumo; secondo Herr Hammer dipendeva dal
fatto che l’edificio stava bruciando.
Stavamo soffocando. Sentivo un acre bruciore in gola e poi nei bronchi, come
se fossero pieni di sabbia. Tossivo fino alla nausea. Gettai uno sguardo sul
letto di mio fratello, ma lo vidi vuoto. Poi scorsi Peter sulla branda della
matrigna, aggrappato a lei come un ramo d’edera. Nei momenti brutti, lei non
pensava a me, solo a Peter! Ma io avevo Opa. Lui si avvicinò al mio letto e
domandò come stessi. Lo guardai, senza sapere cosa dire. Ero stravolta. Ma
anche lui lo era. Mi disse: «Non so cosa stia succedendo… bambina mia…
ma devi cercare di… stare tranquilla». Urlava perché il frastuono era infernale.
A un tratto lo vidi portare le mani alla testa, roteare gli occhi e gridare con un
singhiozzo ansante: «Basta, devo uscire di qui, basta!». E corse via lanciandosi
verso la scala. Vidi la matrigna mollare Peter e correre dietro a Opa. Peter
proruppe in un urlo di protesta e fece per seguirla. Allora balzai dal letto e
raggiunsi mio fratello. Lo serrai fra le mie braccia e balbettai: «Stai qui, stai
con me, stai qui…».
Lui si dibatteva, scalciava e mi piantò un’unghia in un occhio, che prese a
sanguinare subito in modo copioso. Quando sentii il sapore del sangue in
bocca mi colse un conato di vomito. Mi liberai sulla testa di mio fratello: fu
terribile.
Nel frattempo la matrigna aveva recuperato il padre e lo aveva convinto a
sdraiarsi su una branda. Opa si mise a piangere come un bambino e mi
schiantò il cuore. Alla fine superò la crisi. L’attacco finì.
Era stata l’incursione più violenta subita dall’inizio della guerra ed era durata
qualche ora. Al cessato allarme tutti uscirono all’aperto per controllare in che
stato fosse l’edificio. Era in piedi.
«I sovietici hanno raggiunto il cuore di Berlino» annunciò Opa. Lo aveva
appena sentito alla BBC. «Siamo agli sgoccioli» aggiunse. Pensammo subito ai
russi. Cosa sarebbe successo quando fossero scesi nella nostra cantina? Si
parlava molto di stupri, ma in realtà io non sapevo che cosa fossero.
Frau Bittner temeva per Gudrun, ma anche la madre di Erika aveva paura per
la figlia, nonostante ormai fosse solo un’ombra di ragazza. In fondo, nemmeno
la matrigna, Frau Köhler e la stessa madre di Erika erano vecchie!
Probabilmente si sarebbe salvata solo Frau Mannheim, che aveva più di
sessant’anni.
Rudolf, il figlio di Frau Köhler, che negli ultimi tempi si era ritirato nel suo
guscio trascorrendo lunghe ore a leggere, alla debole luce della candela, i libri
di Karl May, dopo quella notizia divenne un altro. In lui era scoppiata l’ansia
per la madre; volle sapere per filo e per segno in cosa consistessero quegli atti
violenti, dopo di che le proibì di uscire dalla cantina.
Ultime notizie: il centro di Berlino era gremito di carri armati e si sparava da
tutte le parti. I russi stavano puntando verso il Reichstag.
Opa e Herr Mannheim rimanevano sempre attaccati all’apparecchio ricevente
cercando di districarsi fra le notizie che incalzavano. Seguivano anche le
trasmissioni del Deutsche Rundfunk, organo ufficiale del Reich, che un giorno
improvvisamente tacque nel bel mezzo di un comunicato. Il silenzio che seguì
significava una cosa sola: il nemico aveva raggiunto la stazione radiofonica.
Da giorni nessuno usciva più dalla cantina. Le provviste erano terminate.
La maggior parte del tempo stavamo sdraiati sui nostri giacigli per risparmiare
le forze. Da un lato desideravamo che la guerra finisse, dall’altro temevamo
l’arrivo dei russi. Intanto continuavano a bombardarci, ma nessuno capiva
quali obiettivi potessero essere ancora in piedi e fare gola al nemico. Berlino
era un rogo, cosa volevano ancora?
Da una settimana Hilde mancava all’appello. La matrigna aveva telefonato al
ministero, ma nemmeno là sapevano dove fosse. Opa e la matrigna erano
molto preoccupati.
14
In quei mesi del 1945 tutta la mia forza vitale era concentrata sulla
sopravvivenza. Non che il mio animo si fosse inaridito e il bisogno di amore si
fosse quietato, al contrario. Tuttavia, la mia mente selezionava i segnali esterni
a seconda della loro priorità. Senza amore si campa, senza cibo né acqua no.
Avevo confinato la voglia di amore in un luogo recondito del mio animo, in
attesa di tempi migliori, più generosi di un affetto che in realtà non avrei mai
più avuto. Anche dopo la guerra la matrigna mi avrebbe rifiutata, facendomi
crescere lontano dalla famiglia; e mio padre si sarebbe sottomesso al suo
volere.
Consapevolmente, non sentivo mai la mancanza della mia vera madre. Non
pensavo mai a lei. Mi capitava di pensare alla nonna con grande nostalgia e a
mio padre con la speranza di una sua futura presenza protettiva, ma a mia
madre non pensavo mai: l’avevo cancellata dalla mente. Avrei affrontato
quella sorta di buco nero del pensiero solo molti anni dopo, quando avevo già
un figlio e vivevo in Italia. Il bisogno di conoscere mia madre scoppiò in me
all’improvviso e cominciai a fare alcune ricerche. La ritrovai a Vienna
trent’anni dopo il suo abbandono. Ero sopraffatta dalla gioia, ero pronta a
perdonare, a ricominciare, Ma scoprii una ex nazista ancora profondamente
legata a quella dottrina, e la delusione mi schiantò. Era stata condannata dal
Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere per crimini di guerra in seguito
al suo arresto avvenuto nel campo di concentramento di Birkenau, dove faceva
la guardiana. Rifiutai mia madre, sia pur a prezzo di un doloroso e lancinante
conflitto interiore. La persi per la seconda volta. Quel vuoto mi pesa ancora,
non riesco a liberarmene. È il vuoto più pesante che un essere umano possa
sopportare; un vuoto che è come un nemico astuto sempre in agguato per farti
cadere, per indebolirti, per renderti fragile e facile preda di consolazioni
illusone. Mi è costato molte lotte e molti dolori.
Aspettavamo i russi con una tensione crescente. Man mano che passavano i
giorni l’attesa si tramutò in ansia incontenibile e quasi non si pensava ad altro.
I grandi cercavano di controllarsi, di mimetizzare il problema davanti ai più
giovani, ma la paura gravava sulla cantina come una coltre densa e soffocante,
togliendoci il sonno.
Io pensavo spesso a quei russi che Hans e io avevamo incontrato a Eden e che
ci avevano dato la pasta di semola e il pane: non sembravano cattivi. E mi
convinsi che dovevano esistere due specie di russi: quelli che avevamo
conosciuto a Eden e i «sovietici», che Goebbels denigrava definendoli barbari e
primitivi. Se fossero arrivati i «russi», pensavo, non ci sarebbe stato troppo da
temere, ma non osavo pensare all’altra possibilità.
Un giorno Rudolf, il figlio dodicenne della nostra portinaia, Frau Köhler,
stava aspettando la madre che era andata a prendere l’acqua. Da quando si
parlava di stupri Rudolf era diventato davvero insopportabile. Tormentava
tutti con la sua folle paura per la madre.
All’improvviso lo vidi scattare, avvicinarsi a Opa e chiedergli una pistola. Opa
domandò a che cosa gli servisse. Per uccidere il primo russo che avesse osato
alzare le zampe su sua madre, rispose Rudolf, pallido e truce. Opa gli spiegò
che non poteva accontentarlo, innanzitutto perché lui era solo un ragazzo e
inoltre perché in nessuna cantina si dovevano trovare delle armi: ai civili era
proibito tenerne. Allora Rudolf si scaldò e cominciò a inveire contro Opa.
Diceva che gli uomini della cantina erano dei codardi perché non intendevano
difendere le donne dai russi. Invano Opa ribadì che i russi sarebbero venuti
armati fino ai denti e, nel caso avessero trovato delle armi, avrebbero fatto una
strage.
Rudolf non si convinse e trattò Opa con un’insolenza impetuosa. Gli altri
cercarono di calmarlo, ma fu inutile. Si quietò solo quando Frau Köhler
ritornò con le taniche. Non lo riconoscevo più. Il mansueto ragazzo che
trascorreva ore e ore a rovinarsi la vista leggendo alla luce della candela le
avventure di Karl May si era trasformato in un astioso contestatore e nessuno
riusciva più a ragionare con lui.
Frau Köhler guardò il figlio e domandò: «È successo qualcosa, tesoro?».
Rudolf sbirciò Opa ma questi disse, pacato: «Nulla, Frau Köhler, suo figlio
era solo un po’ in ansia perché lei tardava».
Allora Frau Köhler sospirò e raccontò: «Sapeste cosa succede nelle strade!
C’è l’inferno. Sparano dappertutto e bisogna stare attenti a non beccarsi una
pallottola. Ovunque si vedono carri armati che la Gioventù hitleriana tenta di
fermare lanciando i Panzerfaust… Quei poveri ragazzi muoiono come
mosche, è uno scandalo!». Fece una carezza al figlio, gli diede un buffetto
affettuoso sul naso, si stese sulla branda e si addormentò.
Avevo osservato la scena dal mio letto e guardai Frau Köhler mentre dormiva.
Il suo volto si era come svuotato, le guance si erano ritirate sotto gli zigomi,
mentre gli occhi erano diventati due fosse nere. Sembrava la maschera di una
morta!
Rabbrividii. Frau Köhler non era anziana, ma in certi momenti sembrava così
vecchia! La stessa cosa valeva per le altre donne, compresa la matrigna. Era
come se una mano maligna avesse cancellato dai loro visi perfino il ricordo
della passata gioventù. La matrigna, in particolar modo, che non aveva ancora
trent’anni (Opa l’aveva avuta tardi), negli ultimi mesi era spaventosamente
cambiata. Ricordavo bene quando l’avevo vista per la prima volta a fianco di
mio padre: gli occhi azzurrissimi un po’ duri ma intelligenti e vivaci,
l’eleganza sobria e disinvolta di una giovane donna cresciuta in una metropoli.
Corpo snello ma morbido, sorriso spavaldo e un po’ arrogante; a mio padre
piaceva, oh, se gli piaceva! Tutto di lei gli piaceva, e non ne faceva mistero.
Alzai lo sguardo da Frau Köhler e misi la testa fuori dal letto per vedere che
cosa stesse facendo mio fratello. Dormiva. Teddy stretto fra le braccia, il viso
incorniciato dai riccioli. Le palpebre erano mosse da un lieve tremolio e la
bocca contratta come se stesse sognando qualcosa di spaventevole. Mi
intenerii. Povero fratellino: cinque anni, pensai, solo cinque anni e già così
tradito dalla vita e dagli uomini! Cinque anni, mio Dio, e non sapeva giocare.
Non sapeva che cosa fosse un bicchiere di latte o come potesse essere blu il
cielo. Cinque anni. Gli uomini avrebbero mai potuto risarcirlo della sua
infanzia perduta? E risarcirmi della mia?
Poi guardai verso Opa che parlava con la matrigna. Sentii frammenti di
conversazione. Erano in pensiero per Hilde, non ne sapevano più nulla.
Facevano ipotesi diverse. Forse, durante il tragitto verso casa, era stata colpita
da un proiettile vagante o da una granata. O forse, sorpresa da un attacco
aereo, si era infilata in un rifugio che poi era saltato. La matrigna continuava a
ripetere che bisognava denunciarne la scomparsa e avviare le ricerche. Opa
era d’accordo, anche se entrambi si rendevano conto che nessun ufficio si
sarebbe preoccupato di cercare un ago nel pagliaio, a meno che non si
trattasse di un noto ebreo ricercato dalla Gestapo.
Poi il mio sguardo si spostò su Erika, che stava scherzando con la madre. Per
tutto il giorno non l’avevo sentita tossire e mi sembrava un gran buon segno.
La madre le aveva sciolto i capelli, che ora le cadevano sulle spalle; erano fini
e lisci, anche se un po’ sporchi. Pensai, rincuorata, che forse Erika avrebbe
potuto salvarsi. Se la guerra fosse finita presto, forse avrebbe potuto essere
curata nel reparto specializzato di un ospedale, forse ce l’avrebbe fatta a
guarire.
Infine Opa tornò sul tema dei russi mentre gli altri, che si erano raccolti
intorno a lui, cominciarono a fare degli strani discorsi. Stavano cercando un
sotterfugio per salvare le donne dallo stupro. Qualcuno propose di mandarle
agli ultimi piani dell’edifìcio, perché forse i russi si sarebbero limitati a
controllare le cantine, ma Herr Hammer obiettò che se avessero trovato solo
uomini probabilmente si sarebbero insospettiti e incattiviti, avrebbero cercato
le donne a ogni costo e, dopo averle trovate, per punizione non le avrebbero
solo violentate ma anche uccise.
Mi sdraiai sul letto e ascoltai le loro parole nel caldo puzzolente della cantina.
Ancora una volta c’era aria di attesa, l’attesa angosciante dei russi. Alla fine
mi vinse il sonno e mi appisolai, mentre Herr Mannheim calcolava che non
sarebbero arrivati prima di due o tre giorni, perché al momento erano ancora
troppo occupati ad assediare il Reichstag e a conquistare il bunker della
Cancelleria del Reich.
E se lo avessero già raggiunto e avessero già ucciso Hitler?
Quel giorno Fran Mannheim mi aveva presa di mira. Mi aveva chiamata da
parte per rimproverarmi di aver consumato troppa carta al cesso, ossia al
secchio. Dopo che Frau Köhler l’aveva inserita nel turno dell’acqua, Frau
Mannheim era diventata maligna, litigiosa, e cercava ogni pretesto per
infastidire il prossimo. Suo marito diceva che quell’incarico le aveva
riacutizzato alcuni sintomi della menopausa, nonostante fossero trascorsi una
decina di anni. Io cercai di giustificarmi adducendo dei disturbi
gastrointestinali, ma lei insisteva. Mi fissava con i suoi occhi obliqui
lievemente strabici accusandomi di approfittare della generosità di coloro che
avevano sacrificato i propri libri per ridurli a carta da cesso. Dentro di me
sbuffavo per la futilità dell’argomento. Anch’io ero consapevole che fosse uno
scempio immolare sui nostri sederi i capolavori di grandi maestri, ma non
potevo certo rinunciare a pulirmi per risparmiare due pagine di Goethe!
A un tratto sentii dei rumori sospetti in cima alla scala e diedi l’allarme.
Subito Kurt e il vecchio scivolarono nel cunicolo, mentre quelli che
sonnecchiavano si svegliarono di soprassalto, come succede alle persone che
vivono in una situazione di costante pericolo. «Cosa c’è?» bisbigliò Herr
Hammer, ma due secondi dopo ci trovammo davanti a sei russi che ci
puntavano contro i fucili.
Sentii una paura strana, come se guardassi un film. La cosa era successa con
una tale rapidità che me ne resi conto solo alcuni secondi dopo. Erano arrivati
i russi! Tutti, tranne Peter ed Egon, fecero un balzo dai propri posti,
aspettando con goffo terrore gli eventi. Era successo tutto in un baleno!
Avevano sceso rumorosamente la scala battendo i tacchi e facendo tintinnare i
fucili. La fiamma della candela ebbe un’impennata di vitalità; vacillava
nervosa e mandava anelli di fumo.
I russi dapprima ci fissarono, poi si guardarono intorno e infine manifestarono
un palese disgusto per il cattivo odore ma anche una sorta di incredulo stupore
per il nostro accampamento. Eravamo tutti paralizzati dalla sorpresa. Ricordo
che la paura mi invase a scoppio ritardato facendo sussultare il mio cuore che
cominciò a martellare come una turbina impazzita.
Vedevo facce tonde e rosee. Due di loro avevano il capo rasato, tre portavano
berretti di pelo e uno aveva folti capelli neri e crespi e un gran barbone che gli
spioveva sul petto. Alla fine quello col barbone domandò in un secco tono
militaresco: «Qui soldaty germanskie?». Eravamo come impietriti e nessuno
rispose. Pensavo a quelli del cunicolo: erano considerati disertori? Se così
fosse stato, poveri noi!
«Qui soldaty germanskie?» ripeté il barbuto, impaziente.
Allora Opa si fece portavoce dei presenti e rispose con calma forzata: «Qui
niente soldati».
«Tu bugia!».
«No bugia, qui niente soldati».
Il barbuto precisò, scandendo con intenzione le parole: «Se qui soldaty
germanskie, tu kaputt!» e fissando Opa negli occhi. «Capito?».
«Ho capito,» rispose Opa, e cercava di dominare la tensione. «Siamo solo
vecchi, donne e bambini».
Il russo lo fissò per alcuni secondi, poi compì con lo sguardo una rapida
panoramica sul desolante scenario della cantina. Infine domandò: «Tu armi?».
Aveva occhi nerissimi e intelligenti e una bocca rossa e carnosa. Tutti i sei
sembravano bene in carne e per nulla patiti.
«Niente armi» rispose Opa, mentre sentivo un brivido nella schiena. Il russo si
guardò di nuovo intorno; c’era qualcosa di strano nei suoi occhi, una sorta di
stupita incredulità. Contemplò i poveri giacigli, la tavola di legno sotto la
quale erano riposte le valigie con i pochi valori e qualche vestito, la candela
fumante, Erika che stringeva la zuppiera, i letti dove Egon e Peter
continuavano a dormire. Ma d’un tratto sul suo volto comparve un ghigno
trionfale ed egli esclamò, enfatico: «Guerra kaputt! Gitler kaputt!» sondando la
reazione sui nostri volti. Ma vedendone solo la paura domandò in tono pratico:
«Tu urri?». Voleva gli orologi.
Nel frattempo Peter ed Egon si erano svegliati e piangevano entrambi per lo
spavento. Allora il barbuto fece cenno che qualcuno andasse a occuparsi dei
ragazzini e ripeté, più rude: «Tu urri?!». Batteva due dita sul suo polso per farsi
capire. Finalmente un fremito di comprensione ondeggiò tra le nostre file, e
chi aveva un orologio si affrettò a sfilarlo dal polso. Solo quel vecchio che si
urinava sempre addosso oppose un rifiuto: «L’orologio no! È l’unico ricordo
di mia moglie… non posso darvi l’orologio!». E piangeva, contorcendosi dalla
disperazione. Allora un russo balzò fuori dal gruppo e gli puntò il fucile tra gli
occhi: «Tu dare urri o tu kaputt!». Ma il vecchio non si arrese e continuò il suo
piagnisteo con un’ostinazione ridicola e irrazionale: «L’orologio no, vi prego!
Per favore!».
«Molli l’orologio, idiota» bisbigliò Herr Hammer.
«No, no, non voglio!».
«Lo lasci, maledizione!».
Il vecchio si strozzava in un cupo piagnucolio.
Allora il russo gli disse con disprezzo: «Tu piangere per urri? Tu idiot!!
Piangere invece per tua città!». E gli sfilò brutalmente l’orologio dal polso. Il
vecchio proruppe in singhiozzi convulsi.
Nel frattempo la matrigna e Frau Bittner si erano precipitate verso i letti dei
due ragazzini in lacrime, cercando di rassicurarli. Il barbuto fissò prima Opa e
poi me e ordinò: «Idis juda!». Non capimmo. Allora l’altro ci fece segno di
avvicinarci. Opa mi prese per mano e facemmo alcuni passi esitanti. L’uomo
stirò il volto in un largo sorriso e disse a Opa: «Tu gutt!». Infine si rivolse a me
e domandò: «Tu golod?», facendo il gesto di mangiare. La voce doveva essermi
scesa nelle scarpe.
«Tu golod?» ripeté alzando la voce.
«Digli se hai fame» suggerì Opa.
«Sì» feci con un suono aspirato.
Il russo disse qualcosa a uno del suo gruppo che sfilò da una sorta di
tascapane una pagnotta di pane nero e me la porse. Quando vide il mio
imbarazzato stupore rise. Mi accarezzò col calcio del fucile la guancia, si
voltò, disse qualcosa agli altri e tutti risero. Risero nella buia e puzzolente
cantina, e io non capivo se fosse per divertimento o per pietà. Poi il barbuto
mi disse: «Tu dire spasibo». Non capii.
«Spasibo!» ripeteva, e mi guardava divertito.
Opa mi venne in aiuto. «Significa “grazie”, tesoro. Ringrazialo».
«Grazie».
«Spasibo!» disse ancora quello, e gli altri russi gli fecero eco: «Spasibo!
Spasibo! Da!».
Dissi, con un fil di voce: «Spasibo».
Finalmente erano soddisfatti. Il russo barbuto si congedò strillando per
l’ultima volta: «Gitler kaputt! Germania kaputt!»; le parole risuonarono cupe
nella sordida cantina dove una candela sonnolenta ricamava fuligginosi anelli
di fumo.
Finalmente il soldato girò sui tacchi, impartì un ordine al suo seguito; calpestii
pesanti e tintinnio di fucili, «do svidanija!» e in due secondi furono fuori dalla
cantina.
Finito. Silenzio attonito. Poi silenzio di sollievo. Infine un po’ di stupita
agitazione. E i primi commenti, confusi, increduli, un rauco «Dio, ti ringrazio».
Starnuti liberatori. Herr Hammer, costipato, si soffiò il naso con una pagina di
Nietzsche e mormorò: «Abbiamo avuto culo!». Infine i commenti si
intrecciarono e si esaltarono in un’atmosfera di immenso sollievo. Io strinsi il
pane al petto come se fosse un bambino. «Voglio il pane!» strillò a un tratto
Peter, e mi abbracciò insieme alla pagnotta.
Frau Köhler, riavutasi dallo shock, esclamò: «Se questi sono i barbari di cui
parlava Goebbels, io ci metto la firma!».
Egon saltellava su un piede: «Anch’io voglio il pane!».
Chiamarono fuori quelli del cunicolo. «Avanti i disertori e i mancati soldaty
germanskie! » scherzò qualcuno.
Nel frattempo Opa mi aveva preso il pane e aveva cominciato a tagliarlo in
tante fette quante erano le persone nella cantina. Herr Mannheim disse al
vecchio che non voleva mollare l’orologio: «Lei è un mulo ostinato, non
poteva fare a meno di mettersi a discutere con un russo?».
«Il mio orologio…» l’altro ricominciò le sue lamentele «era l’unico ricordo di
mia moglie…».
«Lo sa che quel russo poteva ucciderla?».
«Per un orologio! » protestò il vecchio.
«Allora lei non ha capito niente!» concluse Herr Mannheim, e lasciò perdere.
Alla fine consumammo lentamente la nostra fetta di pane gustandone ogni
briciola. Mi sembrava di non aver mai mangiato nulla di più squisito.
Più tardi, in un’atmosfera più rilassata, gli adulti commentarono l’eventualità
che Hitler fosse morto.
«Sarebbe troppo bello» esclamò Frau Köhler.
«E non hanno toccato nessuna donna!» singhiozzò Frau Mannheim sfogandosi
con un breve pianto. Frau Bittner e la madre di Erika si abbracciarono perché
le loro figliole avevano scampato il pericolo. Erika e Gudrun si scambiarono
due parole di fanciullesca complicità: «Quasi me la facevo addosso per la
paura» confessò Gudrun. «Anch’io» fece Erika, ed ebbe un attacco di tosse per
la gioia. Più tardi Opa e Herr Mannheim si ritirarono nel cunicolo per sentire
alla radio le ultime notizie. Il cerchio intorno a Berlino si stava chiudendo, la
caduta era prossima. Forse era solo questione di ore. Ci sentivamo tutti
miracolati. Da ore non avevano suonato le sirene: ci pareva un buon segno.
Alcuni, spossati dallo spavento ormai superato, si ritirarono sui propri giacigli
per un riposino. Peter si accoccolò vicino alla matrigna sulla sua branda. Opa
si complimentò con me: «Sei stata molto coraggiosa, bambina mia».
Risposi, riconoscente e fiera: «Grazie». Poi mi corressi: «Spasibo».
Opa sorrise fra il divertito e il commosso: «Sono orgoglioso di te». La matrigna
non mi aveva detto una sola parola, ma io ero felice che Opa fosse fiero di
me.
15
Berlino, fine aprile 1945
Mi svegliai al suono di una voce eccitata e mi drizzai sul letto per vedere che
cosa stesse succedendo. Vidi Frau Köhler parlare con una sconosciuta e sentii
che il tono delle loro voci era allarmato. Poi si abbracciarono, e vidi di nuovo
l’angoscia sui volti delle donne. Rudolf a un tratto si mise a urlare: «Voglio la
pistola! Mi dovete dare una pistola!».
Ero confusa e stordita. Dopo la visita dei russi dovevo aver dormito
saporitamente, ma adesso capivo che c’era un nuovo problema.
La donna era un’amica d’infanzia di Frau Köhler, accampata in una cantina
non lontana, nei pressi della Lauenburger Platz. Era venuta per avvertirci che
gruppuscoli sparsi di russi ubriachi si stavano aggirando nelle cantine del
quartiere molestando e violentando le donne.
La notizia giunse come un fulmine a ciel sereno e diffuse il panico. Opa ebbe
una reazione esasperata; prese un bicchiere e lo scaraventò sul pavimento
gridando: «Maledizione! Come abbiamo potuto essere così ingenui?!».
Abbracciò la matrigna e pianse sulle sue spalle. Pover’uomo! Era già in
apprensione per Hilde, della quale non si riusciva ad avere notizie, e ora il
pericolo dello stupro incombeva nuovamente sulle donne!
Tutti cercavano di ragionare: cosa si poteva fare? Fingere che fossero
ammalate? Ma un ubriaco non ti sta nemmeno a sentire. Nasconderle ai piani
superiori dell’edificio? Sarebbe stato peggio. I russi, insospettiti per la
presenza di soli uomini, le avrebbero cercate e forse uccise. Qualcuno
consigliò di confonderle fra i cadaveri in cortile, ma Frau Köhler dichiarò che
piuttosto si sarebbe ammazzata. «Voglio una pistola!» ripeté Rudolf. «Voglio
proteggere mia madre!». E si piantò davanti a Opa con aria minacciosa. «Lei
mi deve dare una pistola. Se nessuno intende difendere mia madre lo farò io!».
«I civili non possono maneggiare le armi» gli spiegò Opa per l’ennesima volta.
«Me ne fotto di cos’è vietato o non vietato ai civili» gridò Rudolf. «Io voglio
una pistola!». Aveva il viso contratto e gli occhi stravolti, grosse gocce di
sudore gli cadevano dalla fronte.
«Non posso dartela» ripeté Opa con una calma paterna.
«Se sono considerato abbastanza grande per entrare nella Gioventù hitleriana,
sono anche in grado di usare una pistola!» si infiammò Rudolf. «Forse la
Gioventù hitleriana non spara? Certo che spara! Io voglio una pistola!».
«Cerca di calmarti» intervenne la madre, Frau Köhler. «Io non voglio perderti,
tesoro. Tu sai che possono fucilarti appena ti vedono con una pistola in
pugno?».
«Io voglio proteggerti!» disse Rudolf con la voce rotta dall’emozione. «Nessun
russo ti deve mettere le mani addosso!».
Il grande vocio aveva svegliato Peter, il quale però, vedendo che nessuno gli
prestava attenzione, si sollevò in ginocchio e cominciò ad agitarsi sulle tavole
del letto, provocando di proposito un fastidioso cigolio.
A un certo punto la matrigna gli ordinò: «Smettila, Peter!».
«No!».
Allora lei si accostò al letto e gli diede una sculacciata. Peter la fissò incredulo
e scoppiò in un pianto stizzoso. Egon gli fece eco per pura solidarietà e altro
nervosismo si aggiunse a un clima già troppo teso. Per fortuna non durò più di
due minuti, il tempo sufficiente per esaurire le esigue energie dei due
contestatori.
Erika, contagiata dalla generale agitazione, cominciò a tossire e a sputare
sangue nella zuppiera. Frau Mannheim le impose il silenzio e la madre di
Erika reagì per la prima volta duramente: «Mi accorgo sempre di più che le
sue doti umane lasciano alquanto a desiderare, Frau Mannheim!». La
Mannheim sobbalzò offesa.
«Ci sarebbe il cunicolo,» osservò Frau Köhler a un tratto «quello è abbastanza
sicuro».
«Non so come potreste starci in sei,» obiettò, dubbioso, Herr Hammer «c’è
posto al massimo per tre. E poi c’è anche la radio ricevente».
«Come al solito, tutti i vantaggi al sesso maschile!» protestò Frau Köhler,
acida, sbirciando Kurt, il figlio di Frau Bittner.
«Se è per me, io sto anche fuori» commentò Kurt, asciutto.
«Non rendere le cose più difficili di quanto non lo siano già» disse Frau Bittner
al figlio con tono angosciato.
«Io volevo arruolarmi» brontolò Kurt.
«Ormai sono discorsi inutili» rispose la madre.
Perplessità impotenti si svilupparono nell’angusta cantina, mentre la candela si
divertiva a gettare ombre informi sui muri.
Volti stanchi, sgomento, paura. Nessuna via d’uscita. Di nuovo in trappola.
Che fare? Ma di lì a due secondi qualcuno scese con fracasso dalla scala
cogliendoci tutti alla sprovvista. Dal buio, come barcollanti fantasmi,
apparvero due russi manifestamente in preda all’alcol. Rimasi senza fiato.
Venivano avanti sulle gambe malferme cantando e abbozzando passi di danza.
Uno portava un berretto di pelo che gli pendeva di sghimbescio dal capo,
l’altro esibiva una selva di capelli rossi e la barba stopposa. Mi appiattii sul
letto per passare inosservata e solo allora mi resi conto che quelli del cunicolo
non avevano avuto il tempo di nascondersi!
I russi ridacchiavano e agitavano i fucili spianati; per prima cosa mi fecero
segno di scendere dal letto. Stessa sorte toccò a Egon e Peter. Egon scoppiò a
piangere, mentre Peter scese docilmente. Ben presto ci trovammo tutti al
centro della cantina e i russi presero a fissarci con stupore allibito come se
fossimo animali da circo. Cercavano perfino di darsi un contegno, ma erano
troppo ubriachi. Infine uno dei due emise una serie di rutti e sbraitò: «Tu urri».
Ancora, pensai, volevano ancora i nostri orologi! Ma nessuno si mosse.
«Tu urri» ripeté il russo manifestando irritata impazienza. Allora Opa cercò di
spiegargli che i suoi predecessori ci avevano già alleggeriti dei nostri orologi,
mostrando il suo polso nudo e invitando gli altri a fare altrettanto. Tutti
mostrarono i polsi senza orologio e il russo si convinse. Allora cominciò a
illuminarci uno a uno con una torcia insistendo sui volti delle donne. Giunto
all’altezza della matrigna si fermò e gridò con improvvisa enfasi: «Hurrà
Stalin!» abbagliandola con la torcia. La matrigna non si mosse, mentre Peter
rimaneva aggrappato alle sue gambe.
II russo produsse ancora un paio di rutti e ripeté, con aria di sfida: «Hurrà
Stalin!», assestando alla matrigna una pesante manata sulla spalla. Di nuovo lei
non reagì. Allora l’altro, indispettito dal suo mutismo, le ingiunse: «Tu dire
“hurrà Stalin!” o tu kaputt!». Peter represse un singhiozzo spaventato, ma Opa
salvò la situazione sostituendosi alla figlia: «Hurrà Stalin!».
Il russo si voltò e sul suo viso si allargò un ghigno soddisfatto. «Tu gutt!». Ruttò
compiaciuto, infine domandò: «Tua moglie?», indicando la matrigna.
«Io sono il padre,» rispose Opa «ich bin der Vater».
«Vater?». Il russo corrugò la fronte, abbassò il capo, riflette faticosamente
fissando un bottone della sua uniforme impolverata e finalmente stabilì:
«Vatergutt. Tu dire ancora “hurrà Stalin!”. Tu Vatergutt! Da!».
«Hurrà Stalin!» fece Opa.
Il russo lo guardò estasiato, schioccò la lingua, si battè le mani sulle cosce
tonde e ululò: «Ancora! Ancora “hurrà Stalin!”». E sbirciò Opa con gli
occhietti lucidi e arrossati.
Quando Opa lo assecondò per la terza volta mi si strinse il cuore. Povero
vecchio Opa!
Finalmente il russo fu pago e il suo volto si fece comicamente serio. Appoggiò
con gesto confidenziale una zampa sull’esile spalla di Opa e comunicò: «Gitler
kaputt». Mimo uno che si spara alla tempia e aggiunse, digrignando i denti:
«Gitler grrrr! Adolf kaputt!». E nitrì come un cavallo, ridendo con la testa
rovesciata all’indietro.
L’altro russo, che fino a quel momento si era limitato a sghignazzare,
cantilenò gongolante: «Alles kaputt! Germanija kaputt! Parlament kaputt! Da!»
e tempestò di manate la spalla del compagno; ma questi si stava distraendo,
fissava Erika!
All’improvviso quello col berretto mi puntò il fucile contro il petto e tuonò: «
Imja! Name! Was… dein… Name’?».
Sentivo le corde vocali secche, mentre un rospo si agitava nelle mie povere
viscere.
«Digli come ti chiami, tesoro» mi bisbigliò Opa.
«Helga» mormorai.
«Gelga?».
«Helga».
Il russo si grattò sotto il berretto e decise: «Tu no gutt, Gelga». Si avvicinò
investendomi col suo fiato puzzolente e mi tastò il petto, che era piatto come
una tavola. Mi chiesi che cosa avesse da tastare. Ero tentata di mordergli la
mano ma mi trattenni. Infine quell’animale mi strizzò nel punto dove poteva
essere localizzato all’incirca un mio fanciullesco capezzolo e ripeté sprezzante:
«No, Gelga no gutt ». Sputò sul pavimento e mi lasciò perdere. Continuò a
illuminare i volti e si fermò davanti a Gudrun. Disse, con voce gorgogliante:
«Tu Fräulein! Tu gutt!», facendo un rutto di soddisfazione. «Tu venire con me!».
Ma la madre di Gudrun gli si avventò contro: «No, non può farlo. La prego,
prenda me piuttosto, la supplico, lei è ancora una bambina!». Ma il russo se ne
liberò assestandole una brutale pedata nel ventre. «Cagna!».
Frau Bittner era caduta riversa sul pavimento battendo il capo. Rimase in terra
come svenuta. Gli altri le si precipitarono attorno per soccorrerla. Sentii un
crampo allo stomaco e temetti di vomitare. Intanto il russo, approfittando del
trambusto, trascinò Gudrun nel corridoio facendo segno al compagno di
tenerci a distanza col fucile. L’altro emise un grugnito d’intesa piazzandosi su
una sedia col fucile spianato. Poi ci ordinò di metterci in riga e di lasciar
perdere la donna a terra, «altrimenti kaputt». Non restava che ubbidirgli: quel
tipo aveva tutta l’aria di fare sul serio. Non avrebbe esitato un solo attimo a
usare l’arma.
Ci raccogliemmo in gruppo e rimanemmo lì, mortificati e impotenti. Se solo
avessi avuto una pistola in pugno avrei sparato io a quel russo!
Dal corridoio provenivano le grida strazianti di Gudrun, che sembravano
amplificarsi e scoppiare nei nostri cuori gonfi. Era terribile. Avevo la nausea.
Avrei voluto morire.
Poi il russo tornò dal corridoio, senza Gudrun.
Per un attimo ci guardò con un’espressione di soddisfatta arroganza, ma
vedendo il nostro unanime disprezzo cambiò faccia. Terminò di abbottonarsi i
pantaloni grugnendo con goffo imbarazzo, infine ci rivolse ancora un sorriso
di tracotante soddisfazione borbottando qualcosa nella sua lingua. Quello col
fucile spianato fece cenno all’altro di sostituirlo e si accostò, vacillante, a
Erika. Fino a quel momento non avevo mai pensato che un uomo potesse
nutrire un qualsiasi interesse per quell’ombra di ragazza, ma mi sbagliavo.
Erika fissò il russo e diventò bianca come la calce. Cominciò vistosamente a
tremare mentre i colpi di tosse si mischiavano al pianto.
«Tuo nome!» gridò il russo, sgarbato, dondolandosi sui fianchi. Ostentava
un’ottusa arroganza da vincitore e da padrone e sbavava mentre le sbirciava i
seni acerbi.
Erika mosse le labbra invano, non riuscì a pronunciare una sola parola. Allora
il russo ripeté, spazientito: «Tuo nome! ».
La poveretta deglutì, inspirò e balbettò a fior di labbra: «E-ri-ka».
«Erika…» fece il russo sollevandole col calcio del fucile una ciocca di capelli.
Lei sobbalzò e, mentre un singhiozzo represso le scuoteva il petto, la zuppiera
le scivolò dalle mani frantumandosi con un fracasso infernale.
Sul viso del russo sì diffuse un’espressione di stupore inebetito mentre fissava
i cocci. Riavutosi dalla sorpresa, afferrò Erika per le spalle e tentò di baciarla.
Allora la madre gli si gettò addosso implorando: «La supplico, prenda me al
posto suo… lei è ammalata… lei…». Ma l’altro non la fece finire e col fucile le
diede un colpo violento in testa. La donna stramazzò, ruzzolò su un fianco,
scalciò impotente e perse i sensi.
Contemporaneamente il russo aveva sbattuto Erika su un materasso gettandosi
su di lei con tutto il suo peso. Qualcuno dei nostri si mosse per soccorrere la
madre di Erika e per fermare lo stupratore, ma quello col fucile spianato gridò
qualcosa in russo sparando un colpo in aria. Lo sparo rintronò nella cantina
cupo e minaccioso, riecheggiando nei nostri cuori gelati. Tentai di distogliere
lo sguardo dall’orribile spettacolo ma non ci riuscii, e seguii tutto quello che
avvenne, costretta da un irresistibile impulso a guardare, fino alla conclusione.
Sentii le gambe molli, mentre un’orribile sensazione di disgusto mi dilaniava il
cuore. Un disgusto penetrante; ciò che vedevo era inaudito, crudele, ingiusto.
Aspettavo le lacrime come un sollievo alla mia terribile tensione e, quando le
sentii bruciare tra le ciglia, affondai il viso nella giacca di Opa.
16
Se ne andarono, forti di una loro presunta innocenza perché convinti di aver
esercitato il diritto del vincitore. Risalirono le scale dandosi delle manate sulle
spalle e ridacchiando soddisfatti, uniti nella complicità di una violenza che in
tempo di guerra non solo viene considerata naturale e non perseguibile ma,
quel che è peggio, giustificata. Semplicemente.
Seguì un attimo di frastornato silenzio, subito rotto dall’urgenza di soccorrere
le vittime. Tutto era così agghiacciante che non avevo il coraggio di guardare.
Le due madri svenute, Erika che gemeva sul materasso; sgomenta fuggii nel
corridoio. Là c’era Gudrun, e venni travolta da quelli che stavano accorrendo
per assisterla. Spinta da un impulso irrazionale, li seguii.
Gudrun giaceva piegata su se stessa, in posizione fetale, gli occhi sbarrati.
L’espressione di gelido dolore che aveva sul volto mi tramortì.
La adagiarono su una branda. La coprirono con panni e cappotti perché
tremava. Tremava e batteva i denti e aveva gli occhi sbarrati. Le due madri
erano ancora in uno stato di semincoscienza.
Qualcuno salì in casa per telefonare e informarsi se da qualche parte esistesse
una sorta di Pronto Soccorso per donne violentate, ma la risposta fu negativa.
Non esisteva proprio. Non esisteva più niente. Solo orrore. Nella cantina si
avvertiva un clima di rabbia impotente e di impotente compassione.
Sul materasso dove si era consumato il sacrifìcio di Erika era rimasta una
macchia di sangue grande come una mela. La fissai attonita; era come se
l’accaduto riguardasse anche me; come se l’atroce episodio mi avesse precluso
ogni futuro rapporto con l’altro sesso! Decisi che nessun uomo avrebbe mai
potuto toccarmi; gli uomini erano solo bestie feroci, a parte quelli della nostra
cantina, ma forse solo perché loro erano troppo vecchi o troppo giovani.
Continuai a fissare quella macchia con profonda inquietudine.
Nel frattempo Erika si era trascinata giù dal materasso e stava rannicchiata sul
pavimento. Tremava e tossiva coprendosi con le mani. Le avevano messo una
coperta sulle spalle ma lei continuava a gettarla via.
Peter ed Egon, appena i russi se ne furono andati, erano caduti in un sonno
profondo. Non so fino a che punto si fossero resi conto dell’accaduto ma,
almeno per quanto riguarda Peter, in seguito non lo sentii mai fare alcuna
domanda al riguardo. Kurt, invece, il fratello di Gudrun, continuava a
macerarsi nei sensi di colpa per non aver difeso la sorella dal bruto. In realtà
non avrebbe potuto soccorrerla in alcun modo; se anche si fosse opposto al
russo, l’altro lo avrebbe ucciso.
Seguitavo a fissare la macchia con un malessere crescente quando a un certo
punto la matrigna mi disse: «Non guardare lì!». Gliene chiesi il motivo.
«Non guardare e basta!» fu la sua solita, imperiosa risposta; ma quella volta
non la accettai. «Dimmi perché» insistetti, ribelle.
Lei mi lanciò uno sguardo infastidito, sospirò e infine rispose, sbrigativa:
«Perché potrebbe rimanerti impresso nella mente, ecco perché!». «Non voglio
dimenticare!» risposi d’istinto, anche se non mi era affatto chiaro il perché. Lei
ebbe un moto di stizza, raccolse nel pugno un ciuffo dei suoi capelli sporchi e
affermò, secca e categorica: «È meglio dimenticare!».
Stavo per rispondere qualcosa di sconveniente, ma Peter si era svegliato e
reclamava la sua presenza. Lei si allontanò subito.
Nel frattempo le due madri si erano sufficientemente riprese per potersi
occupare delle rispettive figlie. Bastò un’occhiata per capire la tragedia che era
accaduta alle loro creature. L’impatto fu terribile.
La madre di Erika convinse la figlia a sdraiarsi su una branda e uno degli
anziani stese una logora coperta militare sul materasso con la macchia
sottraendola alla mia vista. Erika stava male.
Vidi la povera madre darsi da fare intorno alla figlia, lo strazio negli occhi e la
morte nel cuore, ma tutto l’amore materno del mondo non sarebbe bastato per
dare sollievo a Erika. Annientato dall’orribile sopruso subito, il suo organismo
si era come arreso al male. Lei lottava contro un terribile affanno, le labbra
esangui e gli occhi vuoti, tossiva e sputava sangue in un recipiente di latta che
qualcuno le aveva porto pietosamente.
Più tardi ci fu un attacco di artiglieria pesante. Passai la notte in uno stato
angoscioso fra la veglia e il sonno. Poi un agitato mormorio mi indusse a
drizzarmi sul letto, cosicché vidi le donne raccogliersi intorno alla branda di
Erika. Da quel poco che potevo capire, Erika perdeva sangue, ma stavolta non
dalla bocca.
Le cose peggioravano. Sentii la parola «emorragia» risuonare minacciosa. Vidi
Frau Köhler ridurre a brandelli un lenzuolo e metterne una striscia fra le
gambe di Erika, ma la frequenza con cui le donne sostituivano le pezze mi fece
capire che stava accadendo qualcosa di grave. All’improvviso vidi la madre di
Erika scoppiare in un pianto disperato, raccomandare la figlia alla comunità
della cantina e correre su per la scala in cerca di aiuto. Erika è in pericolo di
vita, pensai. Dio, aiutala!
Come se non bastasse, ci fu un nuovo allarme e subito dopo fummo colpiti da
un furioso cannoneggiamento. Alla fine sentimmo un boato anomalo che
risuonò pesantemente nella cantina, come se qualcuno avesse scaricato
quintali di carbone in cima alla scala. Herr Hammer andò a vedere e tornò
con l’inaudita notizia che qualcosa aveva ostruito il portone dall’esterno. Vidi
sui volti nuovo sgomento; gli avvenimenti non ci lasciavano tregua! Non
potevamo restare col portone ostruito, e poi aspettavamo il ritorno della madre
di Erika!
Alle prime luci dell’alba Opa, Herr Hammer, i coniugi Mannheim e Frau
Köhler decisero di andare a liberare l’accesso al portone. La matrigna invece
rimase accanto a Frau Bittner che faceva la spola fra Erika e Gudrun.
Il piccolo gruppo era uscito dalla porta del cortile; quatta quatta lo seguii.
Stava albeggiando, l’aria era immobile e velata di rosso per il riverbero della
città in fiamme. Indugiai un attimo nel cortile, stanca e intirizzita dal freddo.
Ma a un tratto un accecante fascio di luce superò il moncone più alto delle
rovine. Il sole si alzava, si arrampicava nel cielo, e un raggio impudente
avvampò sulla ringhiera di un balcone rimasto tenacemente aggrappato alla
facciata di un edificio bombardato. Un uccello solitario cominciava a lanciare
un lento e pensoso richiamo.
Il gruppo aveva già oltrepassato le macerie che affiancavano il nostro palazzo.
Della casa crollata era rimasto in piedi, come uno sberleffo, uno spicchio del
primo piano. Si vedevano un tratto di scala sul quale si rincorrevano i ratti, un
pezzo di cucina col lavello ancora fissato al muro e un indumento, forse un
grembiule, rimasto assurdamente attaccato a un gancio della porta scardinata.
Anch’io oltrepassai il mucchio di calcinacci sbucando dalla parte della Lothar-
Bucher-Strasse. Quando Opa mi scorse fece un gesto di disappunto, ma io
intendevo restare. Volevo rimanere vicino a lui perché, se fosse stato colpito
da una granata, saremmo morti insieme.
«Per favore, fammi restare…» mormorai con tono implorante. Lui si intenerì,
sospirò e fece un cenno di assenso. Infine contemplò il disastro. Durante
l’ultimo attacco un ordigno aveva colpito il balcone del primo piano, che si era
abbattuto al suolo ostruendo il portone. Herr Mannheim scavalcò di nuovo le
macerie sperando di trovare degli arnesi nella rimessa, mentre gli altri
cominciarono a rimuovere i detriti. Anch’io mi diedi da fare per giustificare la
mia presenza. Herr Mannheim tornò con qualche attrezzo, lagnandosi del
puzzo che emanavano i cadaveri nel cortile. Lavorammo di buona lena.
Poi arrivò un vecchio su una bicicletta sgangherata e si fermò chiedendo che
cosa stessimo facendo. Era in vena di confidenze e disse, sfinito e disgustato,
che era fuggito da un reparto speciale falciato in meno di tre ore e che non
gliene importava più nulla di essere considerato un disertore. Appariva molto
provato, era vestito di cenci ed era di una magrezza scheletrica. Aveva sul
collo una ferita in suppurazione. Disse che la sotterranea era gremita di gente
che gridava dalla fame e dalla sete. Là sotto le persone ammassate morivano
come mosche, e i morti venivano gettati sulle rotaie man mano che
cominciavano a decomporsi. Aveva sentito dire che il cerchio intorno a
Berlino si stava chiudendo e che migliaia e migliaia di cannoni erano puntati
sulla capitale. Concluse che in ogni cortile si stavano seppellendo cadaveri, poi
salì sulla bicicletta malandata e se ne andò senza salutare. Subito Herr
Hammer strepito: «Lo avevo detto che era meglio seppellire i morti nel nostro
cortile; ci saremmo risparmiati tutto quel fetore!».
La portinaia si inalberò: «Chi è la responsabile di questo edificio? Io! Quindi,
nel nostro cortile non si sotterra nemmeno un sorcio, intesi? Mi attengo alle
disposizioni, io!».
«Ma chi si attiene ancora alle disposizioni, ormai?» belò Frau Mannheim
massaggiandosi un ginocchio.
«Noi!» ruggì Frau Köhler, e aggiunse con aria furba: «Sapete che cosa
succederà appena finirà la guerra?». Fissò Herr Mannheim, che stava con
l’avambraccio appoggiato alla pala.
«???».
«Tutti i furbi che hanno disatteso l’ordinanza saranno costretti a riesumare i
poveri estinti per il censimento e l’identificazione! Gli Alleati vorranno
almeno sapere a quanti tedeschi hanno fatto la pelle!». Ma i cupi rumori di
guerra che provenivano dal centro troncarono la disputa.
Nel frattempo avevamo finito: il portone era stato liberato. Subito scendemmo
nella cantina e ci informammo riguardo alle due ragazze. Gudrun non si era
mossa dalla sua posizione, tremava, batteva i denti e fissava il soffitto con gli
occhi sbarrati. Erika rantolava. Temevamo per la sua vita, e cominciammo a
temere anche per quella della madre, che non era più tornata.
Quando fu giorno fatto Frau Mannheim, di turno per l’acqua, uscì
lamentandosi pesantemente. Ma ritornò subito. Disse che in strada aveva
incontrato due donne che si stavano recando a un certo indirizzo, dove
sembrava ci fosse un magazzino ancora abbastanza rifornito di viveri. Forse
era il caso che qualcuno facesse un sopralluogo. Subito la matrigna e Frau
Köhler decisero di andarci, affidando le due ragazze al resto della comunità.
Circa mezz’ora dopo subimmo un improvviso e furibondo cannoneggiamento
senza il minimo preallarme; ma il nostro edificio continuò a restare in piedi
come per miracolo.
Passava il tempo ed eravamo in ansia per la matrigna, Frau Köhler e la madre
di Erika. Rudolf si mangiava le unghie e parecchie volte andò al secchio.
Finalmente tornarono. La matrigna aveva perso una scarpa e camminava con
un piede nudo.
Il bottino era magro perché il magazzino era stato preso d’assalto dalla milizia
popolare, che si era accaparrata la maggior parte dei viveri lasciando alla
gente comune solo gli avanzi. C’era stata una ressa infernale. Frau Köhler
aveva un occhio nero.
Poi Frau Bittner preparò per tutti una pasta di semolino bruciando dei mobili
racimolati in cantina, e mentre Opa stava massaggiando il piede alla matrigna,
arrivò un vecchietto che trascinò giù per la scala una bicicletta da corsa
arrugginita. Comunicò che Hilde stava bene e si trovava in un lazzaretto dove
era finita dopo un attacco aereo che l’aveva sorpresa per strada: una scheggia
le aveva colpito la milza. Opa e la matrigna, nonostante quest’ultima notizia,
provarono un grande sollievo. Dove si trovava il lazzaretto? Il vecchio non
volle dirlo perché era in una zona in cui si combatteva ancora molto, e Hilde
non voleva che Opa o la matrigna rischiassero la vita per andarla a trovare.
«Quando le acque si saranno calmate,» assicurò il vecchio «sarà premura della
signorina far sapere dove si trova». Non gli cavarono fuori altro. Rifiutò
gentilmente il semolino, trascinò di nuovo la bicicletta su per la scala
respingendo ogni offerta di aiuto, raccomandò tutti a Dio e se ne andò.
Mentre Opa e la matrigna si stavano ancora scambiando espressioni di sollievo
per la buona notizia, tornò la madre di Erika insieme a una vecchia dottoressa
che si reggeva a malapena appoggiandosi a un bastone. Portava occhiali spessi
e aveva il volto incorniciato da una treccia grigia fissata con tante forcine in
corno.
La madre si chinò su Erika e la baciò teneramente sulla fronte.
A un tratto la ragazza aprì gli occhi e sorrise. La madre domandò: «Stai
meglio, cuore mio?».
Erika annuì, con un’espressione angelica. Il suo viso era soffuso di un pallore
marmoreo.
«Ti ho portato un medico, tesoro» disse la madre.
«Io sto… bene… ormai» sussurrò la figlia con voce esile.
Il medico la visitò, mentre noi ci eravamo tutti raccolti intorno alla branda,
forse sperando in un miracolo.
A un certo punto Erika sollevò lo sguardo e ci fissò a uno a uno, sorrise
debolmente e mormorò: «Grazie». Ma poi qualcosa nel suo volto mutò. Le
labbra si stirarono, le palpebre si appesantirono. Fu scossa da un lungo fremito
e all’angolo della bocca le affiorò, come un minuscolo bocciolo di rosa, una
goccia di sangue. Afferrò la mano della madre e la baciò. Ma quel bacio si
irrigidì trasformandosi in un morso.
Morì mordendo le dita della madre.
17
Berlino, inizio maggio 1945
La morte di Erika ci aveva profondamente abbattuti.
Tramite la vecchia dottoressa, sua madre era riuscita ad assicurare alla povera
figlia una sepoltura decente, chissà in che modo e dove. Portarono via la
salma chiusa in un armadietto da bagno verniciato di bianco al quale erano
stati tolti i cassetti e i piedi. In seguito piombammo in una sorta di
depressione collettiva. Eravamo esausti, sfiniti, fisicamente e moralmente.
Nella cantina la vita sembrava essersi fermata. Ormai nemmeno i ricordi mi
potevano consolare.
Già da qualche tempo avevo perduto la cognizione del passato: la nonna, zia
Margarete, la cugina Eva, mio padre, Eden, tutto si era trasformato in un
grumo informe senza contorni. Avevo smarrito volti, gesti, voci, spessori
umani che pure mi avevano nutrita! Eden era così lontana, una nuvola sfatta.
Ricordi sfuggenti, inafferrabili, eppure avrei voluto aggrapparmici. Frammenti
di affetto, momenti di crescita. Nella cantina avevo Opa, ma lui non era
sempre in vena di chiacchiere.
In seguito al terribile episodio dello stupro, le donne della cantina erano
terrorizzate al pensiero che la cosa potesse ripetersi. Rudolf continuava a
pretendere una pistola e Kurt si associava alla richiesta. Ci furono violenti
scambi verbali ma gli adulti non cedettero le pistole.
In quei giorni apprendemmo dalla ricevente che Hitler era morto nel bunker
della Cancelleria del Reich.
I russi si presentarono nella nostra cantina altre tre volte. Kurt stava all’erta;
deciso ad affrontare chiunque avesse tentato di mettere le mani sulla sorella.
La situazione era confusa. Eravamo minacciati dai russi, ma anche le SS
potevano comparire all’improvviso per arruolare in extremis qualche
disgraziato.
I russi arrivarono verso sera: erano quattro ufficiali con tanto di decorazioni.
Ben rasati. Sbrigativi e corretti. Soldaty germanskie? Urri? Armi? Do svidanijal
Non toccarono le donne.
La mattina seguente fu la volta di un gruppo di sette soldati semplici. Due
erano di razza mongola. Occhi furbi, obliqui, corpi tarchiati. Uno era biondo e
bellissimo, avrebbe fatto la gioia di Hitler. Urri? Armi? Soldaty germanskie?
Niente stupri. Niente pane.
Infine venne un trio. Uno portava, legata al collo, un’armonica a bocca.
Rovistarono la cantina da cima a fondo senza scoprire il cunicolo.
Risparmiarono le donne. Il sollievo fu grande e giovò all’umore di tutti.
Gudrun non si era più ripresa dal trauma dello stupro, e sua madre non faceva
che piangere. La ragazza trascorreva tutto il tempo sdraiata sulla sua branda a
fissare il soffitto. Aveva perso la facoltà di parola. Sembrava impietrita. Mi
convinsi ancora di più che gli uomini, esclusi quelli della cantina e i padri, i
fratelli e i nonni, erano un genere che avrei dovuto evitare, una volta diventata
adulta.
Tiravamo avanti a stento, poveri come cenci strizzati. Malgrado il generale
clima di apatia, Opa ogni tanto ascoltava le notizie della BBC. La battaglia per
Berlino infuriava, quella guerra sembrava non finire mai! Ogni giorno durava
un’eternità.
A volte passava a trovarci un vecchietto di una cantina a due isolati di
distanza, giusto per fare due chiacchiere. Sembrava un po’ toccato e
soprattutto molto solo, ma ci raccontava di tutto un po’. Ad esempio, che
molte donne del nostro rione erano state violentate dai russi, e che alcuni
uomini erano morti per aver tentato di difenderle dagli stupratori. Diceva che
le SS si suicidavano in gran numero perché non sopportavano l’idea di cadere
nelle mani dei sovietici.
Quel vecchio veniva spesso: forse trovava la nostra cantina più simpatica di
quella in cui si era rifugiato dopo essere fuggito, solo e ormai senza famiglia,
dalla parte orientale della Germania. Raccontava che, laddove l’Armata Rossa
era passata marciando su Berlino, aveva letteralmente tappezzato di ritratti di
Stalin i paesi che attraversava, piantando ovunque le bandiere rosse e
diffidando la popolazione dal rimuoverle. Quel vecchio, una specie di vispo
cantastorie dotato di humour macabro, un giorno mi fece ridere. Disse: «Il
puzzo dei cadaveri a Berlino sarebbe anche sopportabile se non ci fosse quello
dei vivi!». Ma nemmeno lui profumava di lavanda!
Era diventato praticamente impossibile uscire dalla cantina, a meno che non si
desiderasse candidarsi al suicidio. Berlino era diventata un gigantesco campo
di battaglia: da tutte le direzioni piovevano razzi, granate, colpi d’artiglieria di
ogni specie e calibro. Affacciarsi sulla strada significava beccarsi
immediatamente una bomba sulla testa, cosicché nessuno si avventurava più
fuori, nemmeno per prendere l’acqua. Era un momento drammatico. Per
giunta le riserve di viveri stavano finendo. Erano rimasti soltanto dei piselli
secchi che cuocemmo sul fuoco a legna, con conseguente fumo intollerabile,
tosse stizzosa, occhi lacrimanti. In realtà li mangiavamo quasi crudi.
Eravamo senza forze. Esasperati. Si disertava sempre di più il secchio perché
si urinava poco e non si defecava quasi più. Fummo presi da una sonnolenza
invincibile, che ci abbatteva sul letto con gli occhi pesanti come piombo.
Perfino Peter ed Egon passavano il tempo a sonnecchiare; sembravano piccoli
ramoscelli spezzati, con la linfa prosciugata. Quando vedevo mio fratello in
quello stato mi domandavo con un brivido: come può, un bambino di cinque
anni, essere già stanco della vita?
Io avevo avuto poco, solo Eden, ma conoscevo per lo meno il colore del cielo
e la dolcezza di una mela matura, l’euforia inebriante di quando ci si
abbandona sull’altalena e il profumo, acre e unico, dell’erba tagliata di fresco;
Peter invece non aveva avuto nemmeno questo, solo finestre sbarrate e puzza,
affollamento esasperato, una cantina angusta e maleodorante e un letto
costruito con due tavole in croce!
L’amica di Frau Köhler, quella che ci aveva avvisati dell’arrivo dei russi
ubriachi, scese di corsa nella cantina e ci lasciò una tanica d’acqua. Ci salvò la
vita.
«Come l’hai avuta, Lotte?» le domandò Frau Köhler.
L’altra esibì un sorriso scaltro. «Ne abbiamo portate a casa una decina!».
«Ma dove avete trovato l’acqua?!».
«In una botte gigantesca interrata nel fottuto giardino di un fottuto nazista»
sbottò Lotte. Frau Köhler abbracciò l’amica: «Ah, Lotte, Lotte, non sei mai
cambiata da quando ti conosco! Tu non sai che cosa rappresenta per noi quella
tanica! Cosa dici, in quella botte ce n’è ancora?».
«Non vi consiglio di uscire dalla cantina» rispose l’altra. «Noi ce la siamo
cavata per miracolo. Sapessi il caos che c’è fuori! Abbiamo visto cose
inaudite!».
«Che succede?» domandò Frau Köhler. «Ciò che si sente alla radio è
spaventoso… la situazione sembra disperata…».
«Peggio,» rispose Frau Lotte «ti dico che è molto peggio! Il centro sembra un
formicaio; dovunque vedi camion, veicoli militari, ambulanze, carri
mimetizzati, carri armati, e tutti quanti si muovono alla cieca travolgendo ogni
cosa e passando sopra i morti… ti dico che è un inferno! L’aria è piena di
cenere, la fuliggine ti si attacca ai capelli come pece e si spara da tutte le
parti! È folle! E feriti ovunque, che chiedono soccorso! Ho visto un ragazzo
della Gioventù hitleriana, avrà avuto tredici anni, appoggiato a un albero con
le budella fuori. Ah, è meglio che non vi racconti…». E scappò via col suo
cappello storto e le scarpe consumate.
Giacevo sul mio letto e fissavo il tubo dell’acqua. Poi preferii guardare la
ragnatela perché almeno vedevo del movimento. C’era il ragno che si dava da
fare, tesseva. Stava allargando la tela, tesseva e aspettava la femmina.
Lei, di solito, sbucava di gran carriera da dietro il tubo dell’acqua e
ispezionava la tela in tutta la sua estensione, per poi fermarsi di colpo e calarsi
in una profonda meditazione. Era forse gelosa e voleva distruggere la tela per
costruirsene una da sola, magari con qualche disegno stravagante? O forse i
due erano solo prossimi alle nozze e si trattava di decidere dove costruire la
stanza dei piccoli?
Dopo un po’ sentii Egon chiedere alla madre dell’acqua. Ma l’acqua di Frau
Lotte era terminata dal giorno prima e ancora nessuno era uscito per
procurarne dell’altra. La madre spiegò che l’acqua non c’era ma Egon gridò,
cattivo: «Ho sete!».
Frau Bittner lo pregò di resistere. Appena all’esterno la situazione fosse stata
più sicura, qualcuno sarebbe uscito per prendere l’acqua; ma lui non l’ascoltò.
Si lasciò cadere dal letto facendosi venire le convulsioni, che durarono per
circa una mezz’ora. Quando stette meglio la madre prese le taniche e salì le
scale. Kurt si oppose: «Mamma, dove vai? Vuoi fare l’eroina? Torna giù da
quella scala, piuttosto ci vado io!».
Ma lei era già uscita senza voltarsi indietro. Kurt rimproverò il fratellino, ma
non servì. «Ho sete!» ribadì Egon, e non ci fu nulla da aggiungere.
Rimanemmo in un silenzio imbarazzato e a un tratto realizzai che da circa
un’ora non si sentivano più gli spari.
Frau Bittner era uscita da non oltre tre minuti e già era di ritorno. Posò le
taniche, scivolò su una sedia, il volto bianco come farina. Herr Hammer si
incuriosì. Si rizzò sulla branda, starnutì a ripetizione e domandò con la sua
voce da raffreddato cronico: «Che cosa c’è, Frau Bittner, si sente male?».
Lei scosse il capo, afferrò al volo una forcina che stava cadendo insieme a una
ciocca di capelli, fissò pensierosa la sua forcina e infine rispose, stranita: «La
guerra è finita».
La frase ebbe l’effetto di una miccia. «Cosa?!» gridò Herr Hammer, e saltò
d’un balzo dal suo giaciglio. «Dove l’ha sentito? Chi l’ha detto?».
«Lo stanno gridando fuori».
Opa era già in piedi e corse verso la radio. Tornò quasi subito, era raggiante:
«Berlino ha firmato la resa. La guerra è finita!».
Ci fu un’esplosione di gioia, di giubilo, scorsero lacrime incredule. La fiamma
della candela vacillava agitata, forse spaventata dall’insolito movimento
dell’aria, e ricamava astrusi anelli di fumo. La guerra era finita!
Euforia, salti, baci, lacrime. Il vecchio che si urinava sempre addosso stavolta
si urinò addosso per la commozione, Frau Mannheim, che non avevo mai
visto sorridere, era così raggiante che esibiva il buco di tre denti mancanti.
Herr Hammer starnutiva e piangeva. Peter piangeva perché non capiva il
motivo di tanto trambusto. Egon piangeva e voleva l’acqua. Gudrun si era
alzata dalla branda e piangeva ma non riusciva a parlare. Io avevo un gran
nodo alla gola e andai ad abbracciare Opa. Fu un momento irripetibile.
Euforia, gioia incontenibile, folle sollievo. Ci si abbracciava. Si fraternizzava.
Di colpo tutto fu cancellato: liti, cattiverie gratuite, grettezza e intolleranza,
malignità e battute pesanti; le durezze arcigne, la mancanza di solidarietà,
spesso di sensibilità, talvolta di umanità. Tutto superato, tutto giustificato.
C’era la guerra, ora era finita. Poi la cantina non contenne più la nostra felicità
e ci precipitammo sulla strada. La gente gridava: «La guerra è finita!». E ci
corsero incontro delle persone, e furono nuovi abbracci e riso e pianto, mentre
i cuori scoppiavano. La guerra era finita! Sentivo una grande, traboccante,
incontenibile gioia. La matrigna mi abbracciò e mormorò, travolta
dall’emozione: «Ora si metterà tutto a posto, vedrai», ma non capivo se parlava
di se stessa, di me o del destino della Germania.
Continuava ad arrivare altra gente che gridava: «La guerra è finita! La guerra
è finita! Hurrà!». Erano spettri ubriachi di gioia. La capitolazione ci aveva resi
di nuovo esseri umani, sancendo il primo dei nostri diritti, quello alla
speranza. La guerra era finita, la Germania nazista vinta e noi, oltre a essere
sopravvissuti, sia pur macilenti, sporchi, affamati e assetati, eravamo di nuovo
uomini. Ma come era Berlino quando finalmente le armi tacquero?
Era una distesa di rovine ardenti il cui riverbero rischiarava la notte sino a
farla sembrare giorno. Un rogo sconfinato il cui ventre conteneva un residuo
di umanità in condizioni catastrofiche. Le strade erano gremite di cadaveri il
cui fetore si alzava verso il cielo; la prolungata mancanza di acqua aveva
trasformato la città in una latrina a cielo aperto. Da molto tempo non c’era
elettricità, né gas, né acqua, né riscaldamento, né alcuna distribuzione di viveri
o medicinali; e le strutture sanitarie erano paralizzate. Infuriavano le malattie
infettive, per cui pidocchi, cimici e ratti regnavano sovrani. Nessuno era
andato più a scuola, nessuno lavorava. Dalle cantine, dai rifugi e dagli ingressi
della sotterranea uscivano poveri spettri sudici e coperti di cenci, provati
nell’organismo e nella mente. Erano tedeschi, i rappresentanti della razza
superiore, secondo Adolf Hitler, della razza dominatrice. In realtà erano solo
ombre. Doveva essere un crepuscolo eroico quello che Goebbels aveva
ipotizzato nell’eventualità di una sconfitta, ma la fine del Terzo Reich fu
mesta, ingloriosa e miserabile.
La cantina fu sgomberata in fretta, i materassi riportati in casa, Le valigie
tornarono nelle abitazioni, questa volta per sempre.
Opa mi chiamava dalla cima della scala con la valigia in mano. Eravamo gli
ultimi.
Non era rimasta che una candela agli sgoccioli. Mi guardai intorno per
l’ultima volta. I rudimentali letti a castello, tetri testimoni di notti d’inferno.
La nicchia dove si trovava il materasso dei coniugi Mannheim, un po’ più in là
il giaciglio di Herr Hammer. L’angolo dove russavano i vecchi. Il punto in cui
era morta Erika. Il cunicolo. Il pavimento che mai nessuno aveva lavato. I tubi
dell’acqua di cui conoscevo ogni crepa. La tela del ragno. Il ragno c’era
ancora, ma mancava la femmina.
Sfiorai con lo sguardo lo spazio vuoto dove avevamo vissuto gli uni sugli altri
ammassati come bestie, imponendo al prossimo il nostro odore, il nostro
malumore, il nostro egoismo. Eravamo andati oltre il sopportabile, oltre il
vivibile, oltre l’immaginabile, oltre le nostre forze, oltre l’umano. Eppure in
seguito dovetti imparare che la nostra sofferenza non era stata nulla in
paragone a quella che era toccata agli ebrei massacrati nei campi di
concentramento.
«Helga!» chiamò Opa. «Vogliamo andare?».
Per noi era finito, finito l’inferno. Nuovi orizzonti, nuova vita. La guerra era
finita! Addio, cantina.
Presi la candela e raggiunsi Opa. La porta della cantina si chiuse alle nostre
spalle con un suono che mi parve di buon augurio.
Davanti all’uscio dell’abitazione di Hilde, Opa posò la valigia e domandò:
«Cosa facevi laggiù? Avevi dimenticato qualcosa?».
«Ho solo guardato,» risposi «ho guardato per non dimenticare nulla».
Lui mi sfiorò i capelli e mormorò: «Sei una bambina speciale», e infilò la
chiave nella serratura.
18
Berlino, maggio 1945
Poiché la madre di Erika non sapeva dove andare, Opa le offrì ospitalità
nell’appartamento di Hilde finché non si fosse sistemata altrove. La poveretta,
inconsolabile per la morte della figlia, intendeva chiedere alle autorità
occupanti il permesso di tornare al suo paese di origine, ma ci sarebbe voluto
ancora un po’ di tempo perché la città era nel caos più totale.
Appena finita la guerra, Peter e io ci illudemmo che ogni cosa sarebbe andata
subito a posto, che ci sarebbero stati elettricità, cibo e acqua. Non fu così.
Mancava ancora l’acqua, e la matrigna fu costretta a scambiare al mercato
nero dell’Alexanderplatz i suoi gioielli più preziosi con una discreta provvista
di generi alimentari. Ma almeno non c’erano più i bombardamenti.
Le ore non si succedevano più uguali a se stesse, il ritmo della nostra vita si
era normalizzato. Ora si dormiva di notte e si stava svegli di giorno, anche se
nei primi tempi quell’insolito silenzio notturno mi teneva desta. A volte
temevo che la guerra non fosse affatto finita, e che avrebbero potuto
sorprenderci in casa di notte con un improvviso attacco aereo. Temevo ancora
di essere uccisa.
Ci eravamo sistemati alla meglio. La madre di Erika dormiva nella cameretta,
la matrigna su un lettino d’emergenza nello studio di Hilde in compagnia del
pianoforte e del quadro che aveva dipinto mio padre, Opa sul divano del
salotto, Peter e io su due brande in sala da pranzo. Saremmo rimasti nella
Lothar-Bucher-Strasse finché Hilde non fosse tornata dal lazzaretto, e forse ci
saremmo trattenuti lì anche durante la sua convalescenza, che speravo fosse
lunga; non volevo tornare con la matrigna nella Friedrichsruher Strasse! Fra
me e lei non era cambiato nulla, lo sentivo.
A Berlino si insediò l’amministrazione sovietica e il generale Bersarin fu
nominato capo del Presidio e comandante di Berlino. Fu lui che fece affiggere
le ordinanze sui muri e sulle colonne delle affissioni, dalle quali sparirono
subito gli slogan nazisti feind hört mit e kohlenklau. Fece anche distribuire dei
volantini che invitavano la popolazione ad attenersi scrupolosamente alle
disposizioni della forza occupante sovietica, assicurando che per la
distribuzione dei viveri sarebbero state rilasciate delle carte annonarie. Si
invitava inoltre la cittadinanza a non lasciare il proprio distretto e a non uscire
dagli edifici tra le dieci di sera e le otto del mattino. In un primo momento gli
orologi (quelli che erano scampati al selvaggio saccheggio dei russi) dovettero
essere regolati sull’ora di Mosca, in seguito si tornò alla norma europea. Nei
primissimi tempi dopo la capitolazione della città, smaltita la sbornia
dell’euforia, sentii che gli adulti erano come smarriti, forse per una sorta di
shock da pace. Sembrava ancora che la loro unica occupazione consistesse
nello sforzo di sopravvivere. La situazione sembrava sospesa.
Non uscivano i giornali, la radio trasmetteva solo musica. Non c’era alcun
genere di informazione. Quella che era stata la capitale del Terzo Reich era
un’isola tagliata fuori dal mondo,
Di lì a poco furono ripristinate le condutture dell’acqua e ricostruiti gli
impianti elettrici. Hilde tornò a casa e fu un momento di grande emozione e di
felicità per Opa e la matrigna. Ma lei era pallida, smunta e ancora sofferente.
Camminava con le spalle incurvate e trascinando una gamba; quando rideva
storceva la bocca. Sembrava una vecchietta. I primi giorni rimase a letto in
una stanza il cui muro era crollato. I calcinacci erano caduti nella sala da
pranzo dove dormivamo Peter e io. La sua convalescenza si prospettava
abbastanza lunga, e io ne ero egoisticamente contenta perché il ritorno nella
Friedrichsruher Strasse sarebbe stato rinviato. Poi le autorità concessero alla
madre di Erika il nulla osta per tornare al suo paese di origine, e noi ci
commuovemmo tutti quando se ne andò con la sua valigia di cartone, nella
quale conservava i poveri vestiti della figlia.
Che fine aveva fatto la nostra comunità della cantina nella Lothar-Bucher-
Strasse? Niente. Ognuno viveva per conto proprio, e nemmeno gli inquilini
dello stesso edificio nutrivano gli uni per gli altri particolari sentimenti di
amicizia, anzi; sembrava che il lungo periodo di forzata promiscuità avesse
prodotto in loro una sorta di rigetto.
Herr Hammer, che era vedovo, si rinchiuse nella solitudine del suo piccolo
appartamento, e lo si vedeva solo quando aveva qualche reclamo da fare alla
portinaia. Frau Köhler tornò a occuparsi della sua portineria, lavorando giorno
e notte per rendere gli spazi comuni di nuovo vivibili. Suo figlio Rudolf aveva
scoperto il pallone e si scatenava nel cortile, naturalmente dopo che furono
rimossi i cadaveri, o ciò che ne era rimasto. Il vecchio che si urinava sempre
addosso era morto di infarto subito dopo la fine della guerra e l’altro aveva
ottenuto il permesso di raggiungere il figlio, che era inaspettatamente tornato
dalla Russia e abitava con la propria famiglia nel Baden-Württemberg. I
coniugi Mannheim si erano esiliati entro le loro quattro mura. Così si
riuscivano a scambiare due chiacchiere frettolose solo con Frau Bittner, per
parlare di Gudrun. La poveretta non aveva ancora recuperato la parola e la
madre le aveva fissato un appuntamento con un medico di un centro sanitario
da poco aperto a Steglitz.
Fu subito chiaro che le carte annonarie bastavano appena a non morire di
fame. Per guadagnarsi il diritto a razioni maggiorate la matrigna si fece avanti
offrendosi di sgomberare le strade dalle macerie. E poiché mi avevano
diagnosticato una malattia da carenza alimentare, anch’io avevo diritto a
qualche bollino supplementare. Naturalmente Peter pretese di avere una
malattia analoga e per qualche giorno si torturò il corpo con un fermacarte,
con l’unico risultato di procurarsi degli orribili lividi.
Ora che avevamo di nuovo l’acqua corrente, eravamo sempre lustri e puliti.
Non eleganti, ma almeno puliti. A Peter rispuntarono i ricci setosi, e i capelli
della matrigna riacquistarono l’antico colore biondo cenere. Ogni tanto portava
ancora il turbante, non più per nascondere i capelli sporchi ma per proteggere
quelli puliti dalla polvere durante lo sgombero delle macerie. Opa aveva di
nuovo i suoi vestiti stirati ed era soddisfatto. Hilde non parlava mai dei suoi
trascorsi al ministero della Propaganda. Menzionare Goebbels, Adolf Hitler o
comunque il nazismo era vietato.
Poiché le carte annonarie prevedevano una distribuzione molto limitata di
generi alimentari che contenessero vitamine, io e Opa rastrellammo cortili
abbandonati e montagne di macerie alla ricerca di vegetali commestibili,
come le ortiche, un certo tipo di radici o le foglie dei denti di leone, che
mangiavamo in insalata. Avevamo dell’olio per condirli grazie a un servizio da
tè in porcellana cinese scambiato al mercato nero, del quale Hilde non avrebbe
mai voluto disfarsi.
La matrigna andava regolarmente nella Friedrichsruher Strasse per mettere a
posto l’appartamento che era rimasto danneggiato dalle bombe e un giorno,
nella cassetta delle lettere, trovò la notizia che mio padre era guarito e che
presto sarebbe stato congedato. Aveva le lacrime agli occhi e la vidi felice.
Anch’io ero felice: finalmente avrei riabbracciato mio padre, e tutti i guai con
la matrigna sarebbero finiti. Lui non poteva che essere dalla mia parte! Ma
c’era anche una brutta notizia: zia Margarete si era suicidata ed Eva si trovava
presso certi parenti in attesa del ritorno del padre. Povera Eva, avrei voluto
rivederla!
Una mattina Opa ci domandò se avevamo voglia di accompagnarlo a fare un
giretto. Peter fece un po’ di storie: preferiva restare a casa a giocare con Hilde
a domino. Ma io fui entusiasta.
«Dove si va?» mi informai quando eravamo già in strada.
«A cercare il mio vetraio».
«Quello che mette i vetri?».
«Indovinato! » sorrise con aria raggiante.
La Lothar-Bucher-Strasse era semideserta; c’era solo un gruppetto di donne
che chiacchieravano vicino alla colonna delle affissioni. Ciarlavano vivaci e le
loro voci si sovrapponevano l’una all’altra; oltrepassandole sentii una di loro
esclamare: «Ancora quella storia, Friede! Sembra che l’unica donna stuprata
dai russi sia stata tu! Cosa dovrebbe dire allora mia cugina, alla quale è
toccato per ben tre volte e che oltre tutto è rimasta incinta?».
Ci incamminammo per la solita strada ancora disseminata di crateri,
costeggiando interi isolati ridotti a un cumulo di macerie. I cadaveri, per
fortuna, erano già stati rimossi dovunque, così come i rottami che
ingombravano i margini dei marciapiedi.
Nei giardini delle case distrutte si sgolavano gli uccelli e sbocciavano le rose; i
gelsomini riempivano l’aria del loro profumo inebriante. Era una bellissima
giornata.
Ogni tanto guardavo il cielo e mi sentivo contenta. Una volta color turchese si
era stesa, pacifica, sulla città, quasi volesse consolare tutto quel mare di
distruzione. Faceva caldo.
Passarono diversi automezzi guidati da sovietici. I primi non si curarono di
noi, ma poi uno si fermò e un russo ne balzò giù gridando: « Stoj!
Dokumenty!». Era un uomo molto giovane dal volto lentigginoso che odorava
di pane. Controllò con attenzione i documenti, infine domandò a Opa
accennando a me: «La… bambina… come dire voi docka?». Poi sul suo volto
passò un’ombra di imbarazzo. «Net,» si corresse «la bambina… come si dice?».
«Nipote» fece Opa.
«Da, nipote!».
«Sì, è mia nipote» confermò Opa.
L’altro annuì, mi strizzò un occhio, riconsegnò i documenti, disse: «Do
svidanija nipote» e ci fece segno di proseguire.
«Perché continuano a chiederti i documenti?» domandai.
«Loro sono i vincitori» spiegò Opa. «Ora comandano loro».
«Rimarranno qui per sempre?».
«Prima o poi se ne andranno».
«Quando?».
«Forse fra qualche anno».
«Anni! ».
«Il vincitore può occupare il nostro paese fino a quando gli pare e piace»
rispose Opa. Ma quando chiesi se saremmo diventati russi Opa ebbe un
sorriso malizioso: «Un tedesco non potrà mai diventare un russo, piccola
mia!», e non capii se fosse un complimento per i russi o per i tedeschi.
«Allora chi sono più cattivi, i russi o i tedeschi?» seguitai a tormentarlo, ma lui
continuò a rispondermi bonariamente: «Ogni popolo ha i suoi uomini buoni e
i suoi uomini cattivi; forse nel popolo tedesco c’è una tendenza che in quello
russo appare meno accentuata, il fanatismo».
«Cos’è il fanatismo?».
«Il fanatismo è quando si fanno le cose con un impegno così esagerato da
diventare ciechi e sordi e acritici».
«Cosa vuoi dire acritico?».
«Quando si rinuncia a giudicare, a interpretare o a valutare il risultato
dell’opera o dell’attività o anche dell’atteggiamento di qualcuno. Ad esempio,
il popolo tedesco, o buona parte di esso, ha mantenuto nei confronti di Adolf
Hitler una posizione acritica, almeno ufficialmente».
«La direttrice del collegio diceva che il Führer era cattivo,» commentai «diceva
che era un razzista».
«Lei era critica,» rispose Opa «e anche coraggiosa».
«Perché?».
«Perché il nazismo era un regime repressivo, quindi era vietato criticarlo».
«Cioè?».
«Era vietato non essere d’accordo con le idee del Führer».
«Per questo hanno bruciato i libri degli scrittori che parlavano male del
nazismo?».
«Giusto. Chi te l’ha detto?».
«La direttrice».
Opa stava aggiungendo qualcosa, ma a un tratto borbottò: «Eppure era qui!».
Ci eravamo fermati davanti a un edificio pesantemente bombardato. Metà
portone pendeva tra i cardini come un ubriaco. Il luogo era silenzioso e
immerso nel più totale abbandono. Fra i lastroni del breve vicolo d’accesso
spuntavano lunghi fili d’erba gialli; su uno spiazzo erboso giaceva il busto
marmoreo di un eroe nazista sul cui petto decorato un uccello spiritoso aveva
fatto il nido. Dietro i ruderi si vedeva un altro mucchio di macerie che si era
riversato nel cortile come un rigurgito. Non c’era traccia d’uomo.
Il cortile era sommerso da un’esuberante vegetazione, il vento di maggio
piegava le cime dell’erba incolta che copriva ogni cosa; una panca di ferro
sbucava da una selva di gramigna. Gli uccelli schiamazzavano e le lucertole
sfrecciavano su resti di muri assolati. Si avvertiva nell’aria una sorta di incanto
ambiguo: sul tetro ammasso di rovine prevaleva l’arrogante trionfo della
primavera.
Il posto mi aveva stregata e mi lasciai cadere sull’erba. Opa riposava sulla
panca; vedevo solo la scriminatura dei suoi capelli. Lo chiamai e lui rispose,
ma non potevamo vederci e questo mi divertiva. Guardavo il cielo e sentivo le
api. Respirai l’acre odore dell’erba e ricordai Eden. Come avrei desiderato
rivedere la direttrice e la dottoressa Löbig! Erano ancora vive?
Poi Opa salì sulla panca e, perlustrando i dintorni come un marinaio che
scruti l’orizzonte, vide la capanna. «Vuoi vedere che è lì?» gridò.
«Ma chi?».
«Il vetraio!». Cominciò a solcare il mare d’erba e arrivato alla capanna trovò il
vetraio. Si abbracciarono commossi. «Allora lei è vivo, avvocato, che gioia!»
singhiozzava il vecchio artigiano, e si asciugava le lacrime col bavero di una
consunta tuta da lavoro. Iniziarono i racconti: Opa narrò della nostra cantina,
il vetraio della sua. Opa delle nostre pene, il vetraio delle sue. Opa del nostro
edificio che era rimasto miracolosamente in piedi e il vetraio del suo che era
andato giù come un castello di carta.
La vetreria si trovava nel sotterraneo del suo palazzo, e quando il vetraio se
l’era vista brutta, fra un allarme e l’altro, aveva cominciato a trascinare nella
capanna delle grandi lastre, sistemandole fra spessi strati di lana di vetro.
«Così hanno resistito all’esplosione delle bombe» disse l’uomo, raggiante. «Gli
Ivan hanno buttato giù la casa ma non sono riusciti a mandare in frantumi i
miei vetri!». E sghignazzava e si sfregava le mani come se avesse fatto un
dispetto a qualcuno.
«Allora può venire a sostituire i vetri nell’appartamento di mia figlia?»
domandò Opa speranzoso.
L’altro promise di farlo non appena avesse trovato del carburante per il
vecchio furgoncino che stazionava sotto un gruppo di betulle bisbiglianti. «E
naturalmente devo chiedere alle autorità il permesso di ricominciare il mio
lavoro,» aggiunse «ma non dovrebbe essere un problema: tutta la città è senza
vetri!». E si sfregò ancora le mani: sembrava contento.
Infine il vetraio ci mostrò la sua precaria abitazione ricavata in un angolo della
capanna: una branda, una sedia ammaccata, qualche cassa di legno come
porta-abiti, un tavolo con tre gambe sostenuto da delle cassette. Vedovo fin da
prima della guerra, l’uomo sembrava un marinaio sopravvissuto a un
naufragio.
Opa e il vetraio si lasciarono fraternamente e ci rimettemmo in cammino. Io
nel mio vestitino pulito di cotone stampato, di foggia un po’ americana (la
matrigna lo aveva rimediato al mercato nero in cambio del cannocchiale di
Opa), e Opa nel suo abito fumo di Londra egregiamente stirato. Ci sentivamo
come due signori; entro qualche giorno avremmo avuto perfino i vetri alle
finestre!
Più in là, su una saracinesca, qualcuno aveva cancellato la parola jude
scrivendoci sotto, con una vernice rosso sangue: hitler boia.
19
Berlino, luglio 1945
Il vetraio aveva sostituito i vetri dell’appartamento di Hilde e ora, guardando
fuori dalle finestre, si vedevano bene le rovine di fronte e tutto quel muto
sconcerto; era in bella vista anche la colonna pubblicitaria, che non esibiva più
gli slogan nazisti bensì le ordinanze con le quali il generale Bersarin
rassicurava la popolazione sulle buone intenzioni dell’amministrazione
sovietica. Sotto le ordinanze apparivano i primi timidi avvisi di qualche teatro
o sala da concerto che stava riaprendo i battenti, piccoli segnali di una certa
ripresa dell’attività artistica in città.
Se le strade erano ormai libere dalle macerie, lo si doveva alle donne; ma tra
le rovine si moltiplicavano ancora indisturbati eserciti di ratti. Sulle arterie
importanti si cominciava a sentire lo scampanellio dei tram e, tratto dopo
tratto, venivano ripristinate la sotterranea e la sopraelevata. Si tirava avanti
con le carte annonarie, ma avevamo sempre fame. Non c’era il latte per i
bambini e in molti soffrivamo di disturbi legati all’avitaminosi.
Hilde si era quasi completamente ristabilita e faceva lunghe passeggiate nei
dintorni della Lothar-Bucher-Strasse, a ogni rientro rinnovava il suo stupore
per l’entità delle distruzioni e ogni volta scopriva un altro punto di riferimento
andato in frantumi, come l’edificio della sua parrucchiera, quello della
farmacia o del panificio all’angolo della Bismarckstrasse. Opa aveva svolto
una piccola ricerca sulla sorte toccata ad amici e parenti, e il bilancio era
spaventoso. Purtroppo le autorità non erano in grado di fornire informazioni
attendibili perché il censimento della popolazione sopravvissuta era tuttora in
corso.
A volte sentivo parlare di crimini atroci che sarebbero stati commessi nei
campi di concentramento nazisti, ma i toni erano cauti e sommessi come
quando si stenta a credere a notizie che scuotono le coscienze. Ricordavo le
cose che avevano dette quelle due madri nel bunker della Cancelleria,
comprendendone finalmente il vero significato; era dunque vero che i nazisti
avevano ucciso tutti quegli ebrei? Pensavo a Herr Schacht, condotto via così
brutalmente dalla Gestapo, e alla sorella della direttrice del collegio di Eden,
deportata insieme alle sue gemelline in un campo di concentramento. Un
giorno tentai di parlarne con Opa, ma lo sentii stranamente riluttante; forse
non voleva turbarmi. Provai con Hilde, ma lei mi pregò seccamente di evitare
in futuro l’argomento. «La sentenza ai posteri» mi liquidò.
Una mattina Opa, Peter e io accompagnammo la matrigna nell’appartamento
della Friedrichsruher Strasse. La giornata era splendida e dalla Lauenburger
Platz provenivano acute grida di bambini. Sulla Bismarckstrasse c’era
movimento, gente sui marciapiedi, sulla carreggiata scampanellavano i tram.
L’edificio mi sembrava diverso, meno alto di quanto ricordassi, e la facciata
era crivellata di colpi. Nel breve vialetto d’accesso orlato di siepi di bosso
perfettamente potate c’era un grande cratere che non era ancora stato
riempito; il doppio portone era scardinato. La portinaia, che era nuova (la
precedente era morta mentre andava a prendere l’acqua), si lamentava del
fatto che di notte chiunque poteva entrare nell’androne per andare a rubare
negli appartamenti ancora vuoti, come il nostro. Altri inquilini, infatti,
mancavano all’appello: non si avevano più notizie, ad esempio, di una madre
con due bambini piccoli che erano soliti ripararsi in un rifugio antiaereo nei
pressi della Thorwaldsenstrasse.
Opa, Ursula e Peter cominciarono a salire le scale, ma io mi fermai un attimo
nell’androne e sbirciai la porta della cantina dove quella sera lontana mi ero
infilata per trascorrere la notte dietro il mucchio di carbone. Avevo
l’impressione che fosse passata un’eternità e nel contempo ricordavo ogni
particolare come se fosse successo il giorno precedente. Mentre ero percorsa
da un brivido la portinaia mi chiese: «Non sali, bambina?». Risposi di sì con la
testa e poi raggiunsi gli altri al quarto piano.
L’appartamento era già in buone condizioni. La matrigna aveva provveduto a
far sistemare la porta d’ingresso che aveva trovato scardinata e il vetraio di
Opa aveva sostituito i vetri infranti delle finestre. Il balcone in muratura, al
quale si accedeva dal salotto, si affacciava sulla Bismarckstrasse e su un mare
di rovine. Fra poco sarebbe tornato mio padre e sarebbe incominciata la vita a
quattro. Avrebbe funzionato? Ero in ansia e quel pensiero mi turbava. E poi,
mi avrebbero permesso di vedere Opa ogni volta che lo desideravo?
«Voglio vedere la mia stanza!» gridò Peter, prepotente.
«Dovrai dividerla con tua sorella» gli disse la matrigna.
«Voglio una stanza tutta per me!» pretese Peter.
«Ti dico che dovrai dividere la stanza con tua sorella» ripeté la matrigna,
paziente.
«No, non voglio!».
«Rassegnati».
«Che fine ha fatto il tavolino del Seicento?» domandò Opa per spostare la
discussione su un altro binario, ma Peter continuò a pretendere la sua stanza.
«Gli è caduta sopra la libreria» rispose la matrigna. «L’ho trovato in briciole».
«Voglio la mia stanza!» belò Peter.
«Peccato,» commentò Opa «era un pezzo unico, non ne troverai uno uguale».
Peter tirava la matrigna per la gonna: «Perché Helga non può dormire in
salotto?».
«Non mi sembra il caso, tesoro» fece la matrigna, allora Peter diede in
escandescenze. Opa disse alla matrigna: «II ragazzino è viziato», ma lei rise:
«Ma no, ha solo carattere. È un vero tedesco!».
Giunse il giorno in cui doveva tornare mio padre e ci riunimmo tutti nella
Friedrichsruher Strasse per riceverlo. C’erano anche Opa e Hilde. Più tardi la
matrigna sarebbe andata alla stazione per accogliere il reduce. Peter chiese per
l’ennesima volta: «Chi arriva col treno, uffa! E come si chiama?».
«Si chiama Stefan ed è tuo padre» gli rispose la matrigna «e non
domandarmelo più».
«Perché Stefan non è mai venuto a trovarci?» insisteva Peter.
«Non devi chiamarlo Stefan ma Vati».
«È più bello Stefan».
«Vati!».
«Perché Stefan non è mai venuto a trovarci?» incalzava Peter.
La matrigna sospirò: «Perché era al fronte, e tu lo devi chiamare Vati!».
«Mi vergogno».
«Ma è tuo padre!».
«Mi vergogno».
La matrigna si alzò dalla poltrona: «Ora mi hai tormentata abbastanza,
giovanotto, vado a prepararmi».
«Vengo anch’io alla stazione!».
«No! » fece la matrigna e aggiunse: «È mio marito, tesoro!».
«Anche mio! Anche mio! ».
«Mio Dio, è tuo padre, Peterlein!».
Lui tirò fuori la lingua e lei gli fece marameo. Talvolta invidiavo Peter per la
confidenza che aveva con la matrigna.
Quando lei riapparve era davvero carina. Indossava un vestito chiaro con le
spalle pronunciate e la vita stretta, calze velate, che le erano costate un
candelabro in argento al mercato nero, e un cappellino che sembrava una torre
di guardia. Uscita la matrigna, Opa, Peter e io andammo a fare una
passeggiata per ingannare il tempo. Hilde rimase a casa a leggere un libro.
Appena fuori dal portone, Peter volle infilarsi nel cratere per giocare alla
guerra e faticammo parecchio a stanarlo da lì. Finalmente ci precedette sul
marciapiede saltellando e canticchiando: «Oggi arriva mio padre! Oggi arriva
mio padre! Oh, oh!».
Oltre l’incrocio vedemmo dei bambini giocare tra le rovine. Peter si fermò e
gridò, prepotente: «Ehi, voi!».
Si voltarono tutti e una bambina rispose, seccata: «Che cosa vuoi?».
«A cosa giocate?» domandò Peter puntando i pugni sui fianchi; stava
ritrovando la faccia tosta di un tempo.
La bambina inclinò il capo, tentò un sorriso che si storse sul nascere e rispose,
burbera: «A mamma e papa».
«Stasera viene mio padre!» annunciò Peter con aria d’importanza.
La bambina attorcigliò un lembo del suo grembiulino e rispose: «Mio padre è
nel cielo della Russia».
«Dove?».
«Forse intende dire che suo padre è caduto in Russia» suggerì Opa.
«Mio padre non è caduto» dichiarò Peter, indelicato «e stasera arriva col treno».
La bambina fece spallucce e si voltò di nuovo verso i compagni, ma Peter le
gridò alle spalle: «Almeno ce l’hai un nonno?».
Lei tornò a guardarlo e il suo volto era accigliato, un poco risentito; infine si
sforzò di sorridere e, infilando la mano nella tasca del grembiulino, domandò:
«Vuoi una caramella?».
Peter le si avvicinò e prese qualcosa dalla sua mano, ma prima che potesse
mettersela in bocca Opa lo frenò: «Alt! Fammi vedere che cos’è!».
«No!».
«Fai vedere!». Era una pasticca per il mal di gola. «Non è una caramella,» disse
Opa «gettala!».
«No!».
«È buona!» gridò la bambina al di là del muretto «ne abbiamo tante in casa,
mio papa era un dottore!».
«Gettala, Peter!».
Ma il fratellino disubbidiente si cacciò la pasticca in bocca mandandola giù
senza masticare. La pasticca gli andò di traverso. Cominciò a tossirera
diventare viola. Opa gli battè la mano sulla schiena e tutti prendemmo un
grande spavento. Terminata la crisi e scongiurato il pericolo di soffocamento,
Opa disse: «Si torna a casa, la gita è finita».
«Di già?» brontolò Peter, facendo il muso lungo e piangendo per aver sputato la
pasticca.
Il tempo non voleva passare.
Finalmente sentimmo la chiave nella serratura: erano arrivati! Il cuore mi
saltò in gola e tutti ci precipitammo nel corridoio. Vidi un uomo alto e magro
in uniforme. Aveva capelli neri e ondulati, un poco brizzolati sulle tempie, e
sorrideva. Sul volto affilato spiccavano due occhi neri nei quali non mi
riconoscevo; non so perché, ma mi ero immaginata mio padre con gli occhi
azzurri! Provai un’emozione così violenta che mi colsero dei crampi al ventre,
al punto che dovetti correre in bagno. Quando mi riaffacciai nel corridoio non
c’era più nessuno; si erano tutti spostati nel salotto.
Entrai anch’io e vidi Peter seduto sulle ginocchia di nostro padre mentre stava
dicendo, gongolante: «… e poi gli ho detto: “Io sto bene, Herr Hitler, che
bella fibbia, Herr Hitler!”». Sbirciava papa per vedere la sua reazione. Ma mio
padre guardò nella mia direzione e allora mise subito Peter per terra e mi
venne incontro. Peter gridò, deluso: «Stefan è mio, è mio Stefan!», pestando i
piedi.
Mio padre mi abbracciò e mormorò: «Come stai, bambina mia?». Ma io non
fui in grado di rispondere perché avevo un gigantesco nodo alla gola. Piansi
fra le braccia di mio padre, sentendomi finalmente al sicuro.
20
Berlino, agosto 1945
Avevo riposto grandi speranze nel ritorno di mio padre, certa di trovare in lui
un alleato: ben presto si sarebbe accorto della freddezza con cui mi trattava la
matrigna e l’avrebbe indotta a modificare il suo atteggiamento. Ma fin dal
primo momento mio padre si rivelò un uomo introverso e di poche parole, per
cui ogni giorno lo sentivo più lontano. Con noi figli si mostrò addirittura
impacciato, come se il fronte lo avesse disabituato al ruolo di padre. Quando
Peter faceva i capricci o rispondeva con prepotenza come al solito, mio padre
si limitava a lanciare alla moglie uno sguardo un po’ sconcertato, lasciando a
lei il compito di correggerlo; cosa che non sempre avveniva. Lo sentivo
passivo e non partecipe.
Per il resto, lui trascorreva molte ore nel suo studio leggendo, scrivendo e
talvolta anche dipingendo. Ero delusa. In presenza di mio padre la matrigna
mi trattava con inconsueta indulgenza, prodigandosi perfino in cure materne
che di solito riservava solo a Peter. Mio fratello, dal canto suo, credeva di
scorgere nelle effusioni della matrigna una minaccia per la sua posizione
privilegiata e reagiva con violente crisi di gelosia.
Mi sentivo frastornata e infelice.
Quando la matrigna andava all’ufficio alimentazione per il ritiro dei viveri,
usava affidare Peter alla mia sorveglianza. Mio padre, appena lei usciva di
casa, si ritirava nel suo studio rimanendovi fino al suo rientro. Sembrava che
evitasse di restare faccia a faccia coi figli e questo mi indispettiva; ma ormai
avevo deciso di conquistarlo!
Un giorno, mentre la matrigna era assente, irruppi nel suo studio con un tale
impeto che a fatica riuscii a bloccarmi davanti alla scrivania. Mio padre stava
scrivendo una lettera e mi guardò con calmo disappunto: «È questo il modo di
entrare in una stanza?». Arrossii violentemente e scossi il capo. Lui mi guardò
a lungo, poi disse: «In futuro ricordati di bussare prima di entrare». Annuii, poi
ci fu un lungo silenzio. «Vuoi dirmi ancora qualcosa?» domandò infine con lo
sguardo già rivolto alla lettera. Annuii ancora ma mi sentivo rigida e
imbarazzata; il mio cuore traboccava di cose da dire e non riuscivo a proferir
parola. Allora rinunciai, chiesi scusa e uscii dallo studio.
Alcuni giorni dopo ripartii all’attacco. Una mattina - la matrigna si era appena
tirato l’uscio alle spalle - bussai alla porta dello studio. «Avanti!» fece mio
padre. Entrai speranzosa. Tuttavia, prima che potessi aprire bocca, lui mi
prevenne: «Dovrei terminare una lettera urgente, Helga, ti dispiace tornare fra
dieci minuti?».
Mi ritirai in cucina, dove Peter stava smontando i pomelli della credenza. Era
continuamente assalito da un impulso distruttivo ma, quel che è peggio, ogni
volta cercava di attribuire i danni a me. Lo sgridai e mentre presi a rimontare i
pomelli Peter mi sfidò con aria perfida: «Tanto, avrei detto che eri stata tu!».
Fui tentata di allungargli un ceffone ma mi trattenni. Avrebbe strillato come
un’aquila e mio padre si sarebbe inquietato. Allora inventai un gioco per
distrarlo e per fortuna lui ci si appassionò, anche perché Io facevo sempre
vincere.
Passati circa dieci minuti, tornai a bussare allo studio, ma mio padre non
aveva ancora finito. «Scusami, ne avrò ancora per un quarto d’ora, ti chiamerò
io». Ritornai in cucina, dove Peter aveva ricominciato a smontare i pomelli. Mi
innervosii al punto che mi venne un violento mal di testa. Rimontai i pomelli
mentre subivo Peter che mi faceva il solletico. Passò circa un quarto d’ora, ma
quando finalmente mio padre mi chiamò, sentii aprire l’uscio: era tornata la
matrigna. Naturalmente non se ne fece più nulla.
All’improvviso anche Peter si interessò a papà. Nei primi tempi ne provava
soggezione ma ora cominciava a esserne incuriosito. Continuava ad andargli
intorno, pretendeva la sua compagnia, la sua attenzione. Lo seguiva ovunque,
aspettandolo perfino davanti alla porta del bagno! Mio padre ben presto si
innervosì, forse si spaventò. Ma Peter insisteva. Irrompeva sempre nello studio
senza bussare, voleva stare con papà. Lo sommergeva di domande e voleva
risposte esaurienti. A un certo punto mio padre fu colto come dal panico e per
due giorni si chiuse nello studio. Ma Peter non era né paziente né diplomatico
e inoltre era abituato a conquistare la gente al primo impatto, senza dover
mettere in campo tutti quegli sforzi. Lui si accaniva e mio padre batteva in
ritirata. Ma più lui rifuggiva dal figlio, più Peter lo inseguiva! Non so quale
molla fosse scattata in lui, ma probabilmente voleva recuperare una figura del
cui ruolo simbolico per un certo periodo aveva investito addirittura Hitler.
Tuttavia papa non resse alla violenza conquistatrice del figlio e il loro
rapporto, anziché saldarsi, si tese fino a spezzarsi. Deluso e scosso dal rifiuto,
Peter si attaccò maggiormente alla matrigna.
Una mattina presto, mio padre prese cavalletto, sgabello e valigetta dei colori
per andare a dipingere all’aperto. Elettrizzata, lo pregai di portarmi con sé, ma
lui rifiutò. Insistetti. Vedevo in quell’uscita un’eccellente occasione per
avvicinarmi a quell’uomo, per gettare fra me e lui un ponte, quel ponte che
non riuscivamo a costruire. Ma lui non voleva che andassi. Addusse vari
pretesti, come quello che mi sarei annoiata. Io non mollai. «Ti prego»
mormorai in tono implorante.
«Quando dipingo preferisco essere solo» rispose lui, impacciato. «Ti prego!».
Allora mi guardò indeciso, un po’ infastidito. Come lo sentivo lontano in quel
momento! Alla fine ci ripensò, sospirò e diede il suo assenso, come quando ci
si arrende alle insistenze di un seccatore: «Va bene, vieni!». Così uscimmo
insieme.
Camminammo tra rovine e piazze rase al suolo, e infine prendemmo la
sopraelevata. Il treno era semivuoto e aveva i vetri ai finestrini. Si vedevano
scenari fatti solo di macerie, cumuli di pietre e calcinacci polverosi. Dopo due
fermate scendemmo.
Infilammo un ampio viale alberato: anche qui rovine su rovine. Raggi di sole
si rincorrevano tra i muri anneriti, mentre veli dorati consolavano i tetri
monconi.
Mio padre non aveva parlato per tutto il tragitto e continuava a tacere,
rispondendo ai miei timidi approcci con brevi mugugni. Infine rinunciai a
parlare, sperando che prima o poi si sarebbe fermato da qualche parte.
Dopo un incrocio imboccammo un sentierino che conduceva al rudere di
quella che un tempo doveva essere stata una specie di villa nobile. Le rovine
erano immerse in un giardino rigoglioso e abbandonato in cui le rose
esplodevano fra l’erba incolta.
Mio padre si era fermato e contemplava il rudere. Poi disse, cogliendomi alla
sprovvista: «Mio cognato regalò questa villa a mia sorella quando lei compì
venticinque anni. Sembravano così felici… allora!». Probabilmente alludeva al
suicidio di zia Margarete, ma io non osai fare alcun commento. Lui si era già
avviato verso il mucchio di macerie; vi salì sopra e piantò il cavalletto.
Sistemò i colori a portata di mano, aprì lo sgabello, infilò la tavolozza sul
pollice e cominciò a dipingere.
Lo osservai mentre abbozzava i primi segni e mi accorsi subito che non
intendeva dipingere il rudere o il giardino fiorito ma solo i fiori che
crescevano sui detriti. Ve ne erano di molte qualità dai colori pallidi e delicati,
umili fiori di macerie. Mio padre dipinse per quasi due ore di seguito,
dimenticando la mia presenza. Poiché non volevo disturbarlo, cercai qualcosa
che potesse distrarmi. Allora cominciai a frugare fra i detriti e trovai alcune
cose interessanti: una testa di bambola con gli occhi mobili, una caffettiera
senza becco e una cornetta del telefono bianca. Mi precipitai da mio padre per
mostrargli i miei tesori, ma lui mormorò solo «Ma che belli,..», senza levare lo
sguardo dalla tela. Allora, forse soltanto per provocare la sua reazione, dissi:
«La villa di Tempelhof è più bella! ».
Lui smise di dipingere e, quasi avesse bisogno di ricomporre un puzzle che gli
avevo scompigliato, ribadì: «Ma qui lei era felice!». Non aggiunse altro e si
rimise al lavoro. Mi rassegnai, scesi dalle macerie e mi addormentai sotto un
albero. Mi svegliai al suono della voce di mio padre che mi chiamava. Mi
rizzai; il cielo si stava annuvolando. L’aria era ferma, senza respiro. Sul mio
braccio stava marciando un esercito di formiche e le scacciai. Poi mi alzai, ma
mi si annebbiò la vista. Forse dipendeva da un po’ di anemia o dalla
denutrizione, ma quel disturbo persisteva. Quando mi sentii meglio raggiunsi
mio padre.
Il dipinto era finito. Lo contemplai, ammirata. C’era tutta la splendida flora
spontanea delle macerie: campanule, arniche, genzianelle, garofanini, gigli e
narcisi selvatici. Era un gran bel quadro e io esclamai, preoccupata: «Non
vorrai venderlo?!». (Infatti non lo vendette mai, e mio fratello lo conserva
tuttora nella sua casa a Salisburgo).
«Di questi tempi la gente compra pane e non quadri » rispose mio padre, cupo.
«Non farai il pittore?» domandai, delusa.
«No» rispose lui seccamente, e con la punta dell’indice aggiunse un’ultima
sfumatura sul petalo di una tenera pervinca.
«Perché no?» insistetti.
«Non è più un buon mestiere».
«Allora cosa farai?».
«Rimpatrieremo in Austria e mi cercherò un lavoro».
«In Austria!» esclamai, sorpresa.
«Noi siamo austriaci» mi rammentò lui. «Io non desidero restare in questo
paese, in questa città. Qui non ho più nulla».
«E… Ursula?» domandai, cauta.
«Ursula è mia moglie e col matrimonio ha acquisito il diritto alla cittadinanza
austriaca».
«Allora lasceremo Berlino?».
«Io vi precederò».
«Quando?».
«Presto. Appena le autorità mi concederanno il nulla osta».
«Partirai…» mormorai, affranta.
«Dovrò cercarmi un lavoro» ripeté lui con tono pratico «e una casa. Non
possiamo partire tutti insieme alla cieca». Guardai a lungo quel padre
sconosciuto che amavo ma che non trovava il modo di parlarmi davvero ed
esclamai, tremante a un tratto di un’ira ribelle: «Non puoi lasciarmi sola
ancora una volta!».
Lui mi guardò stupito: «Ma ci sarà la mamma!».
«Lei non è mia madre!» proruppi, rabbiosa.
«È la tua nuova mamma» rispose senza perdere la calma «e devi imparare ad
accettarla, Helga».
«Lei non mi vuole bene!» strillai, angosciata.
«Invece te ne vuole» rispose, tranquillo.
«Non è vero!» lo contraddissi. «Lei non mi vuole bene, non me ne ha mai
voluto! Per questo mi sono nascosta nella cantina! Per questo lei mi ha
mandata in quell’istituto dove mi hanno tagliato i capelli! Per questo mi ha
spedita nel collegio di Eden! Lei ha sempre voluto liberarsi di me, sempre,
sempre!». Ansimavo e osservavo la sua espressione sperando di aver smosso
qualcosa nel suo cuore, ma lui rispose, paterno e misurato: «Avevi bisogno di
essere curata».
«La dottoressa Löbig ha detto che avevo solo bisogno di una mamma!» gridai,
e piangevo perché non riuscivo ad abbattere il muro che ci divideva. E
aggiunsi, piena di rancore, asciugandomi gli occhi con la punta dell’indice:
«Perché non ci hai lasciati con la nonna? Lei ci voleva bene!».
«La nonna è anziana. Come avrebbe potuto allevare due nipoti ancora così
piccoli?».
«Voglio mia madre!» dichiarai.
Lui si adombrò e mi guardò con una visibile, crescente inquietudine. La calma
del suo viso franò come una valanga.
«Voglio mia madre!» ripetei, impulsiva, eccitata, sfrenata. «Lei mi vuole bene,
lo so! Lei è mia mamma! La voglio! Che cosa le hai fatto? Perché non ci ha
più voluti vedere? Perché se n’è andata? Lei mi vuole bene, lo so! Lei mi
vuole bene!». Ero fuori di me e sentivo le guance in fiamme.
Mio padre aveva serrato i pugni e una vena gli si era gonfiata sulla tempia. A
poco a poco l’espressione del suo volto si rabbuiò in una rapida successione di
guizzi e sussulti dei muscoli facciali, tanto che ebbi paura. Infine gridò con
una voce secca che non conoscevo e che si stava spezzando: «Se tua madre ti
avesse voluto bene non ti avrebbe lasciata per il Führer!». Strappò la tela dal
cavalletto, cacciò i tubetti nella scatola senza avvitare i cappucci, chiuse lo
sgabello, raccattò ogni cosa e disse bruscamente: «Andiamo!». Si avviò con
passi così veloci che faticai a seguirlo. Trotterellai dietro a lui come un
cagnolino bastonato, sentendomi in colpa. Tentai di chiedergli scusa
balbettando alle sue spalle: «Non volevo… perdonami…», ma non mi stette a
sentire. Corremmo fino alla stazione della S-Bahn; io ansimavo e mi
tremavano le gambe. Solo quando fummo sul treno lui mi disse, ora più calmo
e controllato: «No, scusami tu. Ma in futuro cerca di evitare certi argomenti.
Quando sarai grande, capirai».
Era stata l’ultima occasione per creare un’intesa fra me e mio padre, ma
l’avevo perduta.
21
Non avevo più alcun dubbio che mio padre fosse molto innamorato della
moglie, lo avevo capito da tanti particolari. Ad esempio, avevo scoperto che
lui le scriveva ogni giorno una letterina d’amore che le metteva poi sotto il
cuscino. Erano tutte ornate di fiorellini e di cuoricini trafitti e dicevano tante
frasi dolci; mentre le leggevo mi bolliva dentro una gelosia sdegnata. Lui si
sprecava in tenere romanticherie per la moglie, mentre si mostrava riservato e
distaccato con noi figli. Non lo concepivo. Non ne aveva il diritto! Inoltre mi
indispettiva il fatto di aver conosciuto il temperamento passionale di mio
padre ancor prima delle sue qualità paterne, che mi restavano del tutto oscure.
Dopo qualche tempo le autorità ci concessero il nulla osta per il rimpatrio e
mio padre si preparò alla partenza. Noi lo avremmo raggiunto appena fosse
riuscito a creare una base sicura per noi quattro, ma sarebbero potuti passare
molti mesi. Anche l’Austria era appena uscita dalla guerra e aveva gli stessi
problemi della Germania: disoccupazione, miseria e penuria di alloggi.
Poiché gli sposi sarebbero rimasti a lungo divisi, utilizzavano ogni momento
per restare soli, cercando di sbarazzarsi di me e Peter per qualche ora. Ma
Opa in quel periodo non stava bene e non poteva occuparsi di noi, così toccò a
me offrire, volente o nolente, una collaborazione alla matrigna.
Nelle nostre vicinanze avevano riaperto una piscina, e un giorno la matrigna ci
propose di andarci. Peter saltò dalla gioia e anch’io dovetti confessare il mio
entusiasmo. Non avevo le idee chiare su come fosse una piscina, ma capivo
che aveva a che vedere con molta acqua, elemento per il quale provavo
un’autentica adorazione dopo che mi era stata negata per tanto tempo.
Affare fatto! La matrigna ci preparò una piccola provvista di cibo che
avremmo dovuto consumare solo dopo aver fatto il bagno e mi fece una serie
di raccomandazioni riguardanti Peter. Poi mi consegnò due costumi da bagno
che aveva rimediato al mercato nero e ci accompagnò alla fermata del tram.
Peter era euforico e, quando vide arrivare il tram scampanellante, si mise a
saltare e a battere le mani; non volle nemmeno più salutare la matrigna e mi
trascinò verso la vettura come impazzito.
Il tram era semivuoto e Peter sedette su tutte le panche finché non ne trovò
una particolarmente simpatica. Erano panche in legno lucido e lui vi strofinò
il fondo dei calzoncini; appannò il vetro, disegnò col dito una bomba e
commentò ogni cosa che vedeva passare con grandi strilli, tanto che gli altri
passeggeri ci guardavano molto infastiditi. Arrivati alla nostra fermata non
voleva più scendere; andare in tram lo esaltava al punto che era pronto a
rinunciare alla piscina. Dovetti trascinarlo letteralmente giù dalla carrozza,
mentre lui si dimenava e scalciava, facendomi fare la solita brutta figura. Per
fortuna si incantò subito davanti all’ingresso della piscina, che era proprio di
fronte alla fermata del tram. Entrammo in un grande portone sopra il quale
campeggiava la parola freibad.
La biglietteria era un cubo di cemento, all’interno del quale stava una donna
non più giovane che ci guardò severa: «Sapete nuotare, ragazzi?». Peter annuì
automaticamente, mentre io dissi la verità: «No».
«Guai se vi muovete dalla vasca dei bambini!» ringhiò la donna, che si cacciò
una sigaretta fra le labbra e mi consegnò i biglietti d’entrata e la chiave per
una cabina.
La piscina era deserta, e io rimasi estasiata di fronte alle due vasche: quanta
acqua! Ricordai le poche gocce di acqua cui avevamo diritto nella cantina
della Lothar-Bucher-Strasse; qui invece avrei avuto a disposizione un’intera
vasca tutta per me! Era incredibile, mi sembrava di sognare.
Era una bellissima giornata e sulla superficie dell’acqua luccicava il sole; sul
fondo si agitavano tremuli riflessi di luce. La piscina dei bambini era più
piccola di quella dei grandi, ma a Peter piaceva proprio quella più grande. «Io
vado in questa,» dichiarò «è più bella».
«Non puoi» gli dissi.
«Perché?».
«Perché lì non tocchi».
«Non tocco?».
«L’acqua è più alta della tua testa!».
«Non importa».
«Se non sai nuotare, anneghi!».
«No».
Trascinai Peter verso la cabina temendo che avrebbe cominciato il suo solito
numero. Spesso si divertiva a far finta di non capire solo per provocarmi, ma
io stavolta non avevo voglia di discutere. Volevo andare in acqua!
La cabina era una casetta di legno con un piccolo tetto spiovente. Dentro
c’erano una panca e diversi ganci alle pareti per appendere i vestiti. Ci
spogliammo, infilammo i costumi e corremmo fuori, pronti a goderci il
bagno. Peter si fermò sul bordo della piscina dei grandi, ma la donna della
biglietteria gridò da lontano: «Guai a te se non ti sposti subito verso la vasca
dei bambini, zuccone!». Peter si convinse. Ma appena il mio terribile fratellino
ebbe intinto il piede nella vasca dei piccoli esclamò: «Brrrr! È gelata!» e tornò
di corsa nella cabina. Lo chiamai diverse volte ma lui non ricomparve. Allora
lo lasciai perdere ed entrai piano nella vasca finché non riuscii a immergermi
fino al collo. L’acqua, che in un primo momento mi era sembrata freddissima,
si rivelò invece tiepida. Cominciai a sguazzarci dentro. Mi sentivo felice.
Mi immergevo, aprivo gli occhi e guardavo verso la superficie che tremava
come spazzata dal vento.
Il cielo appariva ondeggiante e di un colore blu notte. Mi spaventai. Riemersi
e lo vidi calmo e azzurro; mi tranquillizzai. Non avrei mai più visto cieli così
limpidi come quello di Berlino nell’immediato dopoguerra.
Finalmente decisi di uscire dall’acqua, anche perché avevo le dita raggrinzite.
Ma quando tornai nella cabina vidi Peter con la faccia di uno che ha rubato la
marmellata. Mi bastò uno sguardo per scoprire che aveva mangiato tutte le
nostre provviste, compresa la mia razione! Mi infuriai terribilmente. L’acqua
mi aveva scatenato una gran fame e lui aveva mangiato ogni cosa! Allora gli
gridai in faccia: «Sei sempre lo stesso! Sei un ladro!», e gli mollai uno schiaffo.
Lui rimase immobile e mi fissò con un’espressione di odio. Stava lì, rigido e
serio, con gli occhi senza lacrime. Ma a un tratto si precipitò fuori dalla
cabina e vomitò nella vasca.
La donna della biglietteria accorse sdegnata e si mise a sbraitare. Ci definì
zingari, vandali, scarafaggi e imbrattatori di spazi pubblici. «Fuori!» urlò
indicando col dito tremante l’uscita della piscina. «Entro cinque minuti non
voglio più vedere nemmeno la vostra ombra, altrimenti chiamo la polizia!».
Naturalmente stava esagerando, ma io mi sentii terribilmente mortificata.
Spinsi Peter nella cabina e Io costrinsi a vestirsi; lui non voleva saperne. Per
poco non gli tirai un altro schiaffo. Alla fine, nuovamente vestiti, sfrecciammo
davanti alla biglietteria e scappammo. Ero così furiosa con Peter che non gli
parlai per tutto il tragitto in tram. Lui appannava il vetro e teneva il muso
lungo disegnando col dito diverse forme di bombe. Una volta scesi dal tram,
cominciai a preoccuparmi: la nostra permanenza nella piscina non aveva
superato la mezz’ora, così la matrigna si sarebbe arrabbiata con me. Mi aveva
fatto capire che non si aspettava di vederci rientrare prima di due, tre ore!
Tornati a casa, suonai a lungo alla porta. La vicina, che non era più la vecchia
amica della matrigna ma una donna anziana con una figlia semiparalizzata,
sbucò dal suo uscio chiedendo se per caso fossimo rimasti chiusi fuori. Nello
stesso istante la matrigna aprì la porta e mostrò una strana faccia. Era avvolta
in una vestaglia luccicante che non le avevo mai vista addosso e domandò in
tono acido: «Siete già qui? Che bravi… ». Poi gridò verso la camera
matrimoniale: «Quei birbanti sono già tornati, Stefani ». E sparì nel bagno per
farsi una doccia.
In seguito non volle nemmeno sapere cosa fosse successo e zittì perfino Peter
che stava abbozzando una delle sue solite storie che finivano con la mia
assoluta colpevolezza. Ci spedì nella nostra camera e Peter, sconcertato, diede
un calcio rabbioso a un piede del letto.
Pochi giorni dopo mi si presentò un’eccellente occasione per recuperare un
po’ di stima da parte della matrigna. Mi incaricò di andare in un posto dove
avrei dovuto ritirare un pacchetto per mio padre, contenente dei colori a olio.
Lui stava lavorando al ritratto di Ursula e voleva terminarlo prima della
partenza, ma aveva finito alcuni colori: era l’occasione per riabilitarmi.
Naturalmente dovevo accollarmi il mio terribile fratellino.
Il posto non era lontano, solo poche fermate di tram. Ormai col tram avevo
dimestichezza.
Questa volta la matrigna non ci diede le provviste, ma dei soldi per comprarci
il gelato. In quel periodo stavano aprendo le prime gelaterie e la gente si
accalcava davanti ai banchi, attratta dalla novità. Per me e Peter il gelato era
una delizia totalmente sconosciuta.
Scendemmo alla quarta fermata, come si era raccomandata la matrigna; a quel
punto avrei dovuto rivolgermi a un passante per farmi indicare la strada il cui
nome era scritto su un foglio di carta insieme al numero civico. Fermai un
vecchio, che disse: «In fondo al viale, piccola, non puoi sbagliare, è l’unica
casa ancora in piedi». Domandai anche di una gelateria e lui me la indicò col
dito: «Là, dove vedi la fila».
Ci mettemmo in coda e Peter si mostrò subito impaziente. Finalmente toccò a
noi e chiedemmo due gelati alla vaniglia. Disgrazia volle che il gelato fosse
piuttosto duro e incastrato fra due cialde; appena fummo usciti dalla bottega, a
Peter scivolò il gelato dalle cialde finendo per terra. Rimase con le cialde in
mano e letteralmente senza parole. Dopo pochi istanti emise un urlo di
protesta così straziante che la gente si precipitò fuori dalla bottega per vedere
che cosa fosse successo. Peter strillava che voleva il mio gelato ma io non fui
neppure sfiorata dal pensiero di cederglielo. Se aveva perduto il suo, peggio
per lui! Ma Peter urlava, si gettava in terra e voleva a ogni costo il mio gelato.
Allora una signora mi si avvicinò e disse minacciosa: «E dagli il gelato!». Mi
difesi: «Lui ha fatto cadere il suo!». Ma la donna non mi credette: «Poche
storie, ragazzina, rendi a tuo fratello il gelato! Perché è tuo fratello questo
angelo, vero?». Due occhi a spillo mi fissavano. «Ssssìì…» sibilai fra i denti.
«Allora rendigli il gelato!» ripeté l’altra con un tono così duro che mi intimorii.
Cedetti il mio gelato con l’odio nel cuore.
Peter si illuminò immediatamente di soddisfazione, cominciò a leccare
avidamente, e quel lappare mi fece prudere le dita. Lo detestavo! Furiosa, mi
incamminai a grandi passi, cosicché almeno facesse fatica a seguirmi; la fretta
gli avrebbe impedito di gustare il gelato! Lui infatti mi veniva dietro ansando,
mentre continuava a darsi da fare con la lingua. Ma a un tratto un pezzo di
cialda gli andò di traverso; cominciò a tossire e a sputare, per cui dovetti
fermarmi per soccorrerlo. Gli battei la mano sulla schiena come aveva fatto
Opa quella volta che aveva inghiottito la pasticca per il mal di gola, e
finalmente si riprese. Era rosso e sudato e aveva gli occhi sgranati e lucidi, ma
mandò giù ugualmente l’ultima scheggia di cialda leccandosi le dita. Subito
dopo si lamentò di avere le dita appiccicose. Gli dissi di bagnarle con la saliva
e di pulirle con l’erba. Complicò l’operazione in modo inverosimile.
Finalmente potei proseguire spedita lungo il viale alberato che da entrambi i
lati esibiva malinconiche rovine. L’asfalto era ancora disseminato di crateri;
Peter provò a nascondersi in uno di questi per giocare alla guerra. Non lo
degnai nemmeno del più piccolo commento. Allora lui fece il broncio e lo
sentii brontolare alle mie spalle: «Helga è una stupida capra! Helga è scema!».
Per un po’ lo ignorai, ma quando, a un certo punto, mi voltai, vidi che stava
raccogliendo dei frutti caduti dagli alberi ed era sul punto di cacciarseli in
bocca. «Cosa mangi?!» urlai. «Fammi vedere!». Lui ubbidì, più per l’intensità
del mio urlo che per docilità, e me li mostrò. Erano piccoli frutti rossi, delle
dimensioni di chicchi di mais. Ne assaggiai un paio: erano dolci e farinosi. Se
qualcuno doveva morire avvelenato, almeno fossi io!
Peter mi osservò con vivo interesse domandandomi di tanto in tanto se stavo
morendo o no, perché lui aveva fame. Era davvero cinico. Dal momento che
non ero morta, raccogliemmo una gran quantità di quelle palline rosse e ci
riempimmo lo stomaco. Ma subito dopo a Peter venne il mal di pancia e andò
in un cratere per liberarsi indisturbato. Infine gridò dal fondo della buca: «La
carta! la carta!», e io gli gettai dell’erba secca che cresceva ai margini del
marciapiede. Finalmente lui sembrava tranquillo, ma di lì a poco si lamentò
che qualcosa lo pizzicava nelle mutande: si trattava di alcuni fili d’erba secca.
Eliminato anche quell’inconveniente, proseguimmo. Arrivammo all’ultimo
edificio ancora in piedi. Il numero civico coincideva. Sul portone c’era un
cartello con su scritto «Waldpach - colori e vernici», e sotto, in caratteri più
piccoli: «Scantinato».
Entrammo dal portone accostato e ci trovammo in un tetro androne. Una
freccia nera indicava lo scantinato. Scendemmo una scala male illuminata dai
gradini sconnessi. C’era un invitante odore di cibo. Ai piedi della scala si
leggeva «Waldpach - in fondo», così pensai che ormai eravamo arrivati alla
meta.
Oltrepassammo due porte chiuse, ma la terza era aperta e vidi con stupore che
c’era una cucina. Era da lì che proveniva l’odore di cibo! Dopo un attimo di
esitazione entrai con Peter, che si era aggrappato al mio vestito.
C’era una stufa a legna accesa, e sul fornello un tegame in cui bollivano delle
patate. Un altro tegame era stato tolto dal fuoco ed era ricolmo di polpette.
Polpette di carne!
Fissai quel cibo prelibato e mi si annebbiò la vista. La fame arretrata mi
aggredì con una tale violenza che, come in trance, allungai la mano, estrassi
una polpetta dal sugo e me la infilai in bocca. Quasi svenni dal piacere. Il
resto fu questione di un attimo: riempii di polpette le tasche del mio vestito,
agguantai la mano di Peter e scappammo. Giunti in strada, continuammo a
correre come inseguiti dal diavolo finché non fui costretta a fermarmi a causa
di violentissime fitte alla milza. Subito Peter cominciò a tormentarmi:
«Anch’io voglio le palle, anch’io! ». Gli diedi una polpetta sperando di
cavarmela con quella, ma lui protestò: «Tu ne hai di più, anch’io voglio averne
di più!», e tanto fece che divisi il malloppo in parti uguali. Lui se ne riempì le
tasche dei pantaloni e corremmo ancora fin quasi in fondo al viale.
Finalmente ci arrestammo, ci sedemmo sotto un albero e mangiammo tutte le
polpette. Solo allora mi resi conto di come eravamo ridotti, unti come due
bonzi! La matrigna mi avrebbe uccisa! E non avevo ritirato il pacco con i
colori! Al ritorno successe il finimondo. La matrigna ci picchiò entrambi con
una cinghia di cuoio e ci mandò a letto. Il giorno dopo perfino mio padre ci
fece la predica, e fu molto duro. Per una settimana in casa regnò un’atmosfera
da tregenda. Io mi sentivo più che mai a disagio, anche perché questa volta
avevo torto davvero. Stranamente nemmeno mio padre andò a ritirare i colori
e il ritratto di Ursula rimase incompiuto.
22
Berlino, fine giugno 1946
La partenza di mio padre fu simile al suo arrivo, solo che adesso ogni cosa si
svolgeva alla rovescia. Eravamo nella Lothar-Bucher-Strasse perché Opa
aveva avuto un attacco di sciatica, e la matrigna non era euforica, ma triste e
abbattuta. Infine mio padre si congedò da tutti: salutò Opa dicendogli che lo
avrebbe aspettato prima o poi in Austria per una visita dopo che Peter, io e la
matrigna lo avessimo finalmente raggiunto, strinse la mano a Hilde, abbracciò
Peter e me, dopo di che lui e la matrigna uscirono per raggiungere la stazione.
Appena se ne furono andati mi invase un profondo senso di abbandono. La
permanenza di mio padre era stata come il passaggio di un’ombra che non ero
riuscita ad afferrare; ora lui stava addirittura lasciando la Germania e chissà
quando lo avrei rivisto!
Eravamo nella cucina di Hilde, la quale prese a parlare con Opa del nuovo
lavoro che avrebbe iniziato il lunedì successivo; aveva ottenuto quel posto
perché, oltre che il tedesco e l’inglese, parlava anche il russo.
Peter si dimostrò indifferente alla partenza del papà, avendo sperimentato che
averlo o non averlo al fianco era la stessa identica cosa. Mi voleva trascinare
nello studio di Hilde, dove gli piaceva strimpellare il pianoforte, ma io rifiutai.
Alla vista del quadro che aveva dipinto mio padre, mi sarei messa sicuramente
a piangere! Così ci affacciammo alla finestra del salotto per vedere cosa stava
succedendo in cortile.
Tutto era sereno. C’era il sole e i tigli erano spumeggianti di verde. Com’era
tutto diverso!
A un tratto vedemmo spuntare la portinaia che cominciò a spazzare il vialetto.
Guardavo ogni cosa con altri occhi. Come ci aveva deformato lo sguardo
quella maledetta cantina! In un attimo mi passò davanti agli occhi tutto
l’orrore vissuto: era successo davvero? E come eravamo sopravvissuti? Senza
acqua né luce né cibo né igiene. Al buio. Al freddo. In quella promiscuità
infernale!
Mi concentrai di nuovo sul cortile. Alcuni bambini giocavano a palla, ma non
li conoscevo: non c’erano né Egon né Rudolf. Allora sollevai gli occhi verso le
rovine che circondavano lo spiazzo e mi fecero uno strano effetto. Avevano
perduto il loro senso di monito, e si erano inserite serenamente nell’ambiente
come scenari un po’ bizzarri di un cortile ormai perfettamente riassettato: le
crepe dei vialetti erano state riempite di cemento, le macerie sgomberate; i
cespugli erano stati potati, l’erba tagliata. Ogni traccia di cadavere eliminata.
La rimessa riparata. C’era un’aria di ordinata normalità. Più in là, due donne
stavano battendo i panni. Erano forse Frau Bittner e Frau Mannheim? Su una
panca risistemata da poco ai piedi del rigoglioso lillà un vecchio si stava
godendo il sole. Era forse Herr Hammer? Rivolsi lo sguardo alle rovine. Quei
monconi macabri e quei muri dilaniati o in equilibrio precario, quei vuoti
delle finestre sui cui davanzali si erano annidati impudenti ciuffi d’erba e quei
mucchi di calcinacci polverosi sembravano essersi ormai riconciliati col
passato, concedendogli un troppo facile perdono. Dissi qualcosa in proposito a
Peter, ma lui si toccò la fronte e sentenziò: «Sei stupida».
Forse aveva ragione: forse era davvero assurdo come sentivo le cose.
Ristabilitosi dalla sciatica, Opa ogni tanto ci faceva visita nella Friedrichsruher
Strasse. Qualche volta proponeva di andare a spasso, ma Peter di solito
rifiutava. Allora ci andavo io sola con Opa, ed ero più contenta. Con Peter
nascevano sempre delle complicazioni!
Un giorno Opa mi condusse al cimitero di Lichtenberg, dove riposava sua
moglie. Deponemmo sulla lapide un mazzo di fiori di campo. La tomba era
vicina a quelle di Karl e Wilhelm Liebknecht, già devastate dai nazisti come
tutte quelle di personaggi considerati nemici del Reich solamente perché
avevano idee politiche differenti.
Altre volte facemmo gite nelle zone boschive degli estremi sobborghi berlinesi
per raccogliere erbe e verdure selvatiche commestibili, così da poter
compensare le carenze vitaminiche della nostra alimentazione.
Hilde aveva cominciato il suo nuovo lavoro e sembrava soddisfatta.
Peter era un bambino asociale. Non gli piaceva scendere con me nel cortile
per giocare con gli altri ragazzi, voleva sempre stare attaccato alle sottane
della matrigna. L’unica cosa che gli interessava era andare fra le macerie alla
ricerca di qualche oggetto curioso. Infatti recuperò una penna stilografica in
oro, e ne fu così fiero che ne parlò ininterrottamente per una settimana. Io
invece trovai una pentola a pressione, solo che mancava il coperchio. Ma era
una buona pentola di ghisa massiccia, così la matrigna la lavò per bene e la
usò per cuocere i piselli secchi.
Autunno 1946
Continuavo a sentirmi a disagio con la matrigna, ma per fortuna ricominciò la
scuola, che mi portava per molte ore fuori casa.
Frequentavo la terza elementare (avrei dovuto fare la quarta ma dal 1944 al
1945 avevo saltato pari pari un anno scolastico), e mi piaceva.
Peter fu iscritto alla prima elementare e si diede tante di quelle arie che per
una settimana mi tolse il saluto.
Ormai le cose a scuola andavano meglio, c’era maggiore organizzazione; ma
nel 1945 si era verificata una grave penuria di insegnanti perché quelli iscritti
al Partito nazionalsocialista erano stati espulsi. Anche i libri di testo del
periodo nazista erano stati proibiti, ma poiché non esistevano ancora quelli
nuovi, ne facevamo a meno. Le lezioni si concentrarono sulle materie
classiche, che non avevano bisogno di essere denazificate, così parlammo
molto di Goethe e Schiller. Un giorno un ragazzo volle fare lo spiritoso. Alzò
il braccio e gridò «Heil Hitler!», ma fu subito espulso per quindici giorni dalla
scuola.
Continuavamo ad avere fame, e tutto era molto complicato nell’ex capitale del
Reich. I negozi avevano poca merce, quella reperibile era cara e il marco non
valeva niente. Hilde si lamentava perché col suo stipendio non riusciva a
comprare nulla. Il Natale del 1946 passò triste e povero; niente regali, niente
albero.
La matrigna si disperava perché mio padre non aveva ancora trovato un lavoro
stabile e sopravviveva a fatica facendo il bracciante presso un contadino, in
cambio del vitto e di un alloggio che consisteva in una cameretta sistemata
sopra la stalla. Fra me e lei c’era sempre guerra fredda, e io mi rilassavo solo
quando ero lontana, a scuola o in giro con Opa.
Verso la fine del 1946 mio padre ci scrisse che aveva finalmente trovato un
lavoro fisso e che si era riunito ai suoi genitori. I nonni paterni, dopo che
anche il nonno era tornato dalla guerra, avevano affittato una casa a due piani
sull’Attersee nell’Austria Superiore; noi avremmo potuto sistemarci al piano
superiore. Avrei finalmente rivisto il nonno e la nonna, e soprattutto mio
padre! Ma la gioia si mescolò al dispiacere: dovevo lasciare Opa, forse per
sempre. Molto probabilmente non avrei mai più rivisto quel buon vecchio così
sensibile e umano, l’unica persona che mi avesse dato un po’ di calore! Il resto
successe molto in fretta. La matrigna diede la disdetta per l’appartamento
della Friedrichsruher Strasse saldando gli arretrati dell’affitto con il prezioso
tappeto persiano che aveva portato in dote; il resto fu interamente venduto
perché potevamo espatriare solo con ciò che conteneva una valigia. Peter e io
venimmo tolti dalla scuola, e in un batter d’occhio arrivò il giorno della
partenza. Tutto si era svolto con una tale rapidità che mi sentivo frastornata e
incredula. Avrei lasciato Opa, avrei lasciato Berlino. Ero inquieta e triste e
nello stesso tempo ansiosa di rivedere le persone che possedevano il mio
cuore: la nonna e mio padre!
23
Berlino, primavera 1947
L’aeroporto militare di Gatow ci accoglie rumoroso; ovunque si vedono
uomini in uniforme. Le piste di atterraggio sono inondate di sole.
Peter stringe al cuore l’orsacchiotto Teddy e continua a strillare domande alle
quali la matrigna non risponde. Infine si incanta dinanzi allo sfavillio metallico
del cacciabombardiere con cui lasceremo Berlino. La matrigna è triste: l’addio
a Hilde e Opa l’ha molto provata. Anch’io ho pianto per Opa.
Ai piedi della scaletta un militare inglese sbriga le ultime formalità. Mentre
controlla i nostri documenti, Peter sbircia attento il berretto dell’uomo, che
non somiglia affatto a quello del Führer. Attendiamo il benestare, ma a un
tratto il militare si rivolge a Peter: «Come si chiama l’orsacchiotto?». Parla un
tedesco corretto con un lieve accento inglese.
Peter sbatte le palpebre e balbetta: «Ttt… ttt…».
«Come?».
«Teddy».
«Teddy ha un permesso di volo?» domanda il militare con tono professionale.
L’espressione di Peter si fa prima stupita e poi allarmata: «No!».
«Allora Teddy non può volare» sentenzia l’altro.
Peter fissa il militare con occhi sconcertati, e infine prorompe in un pianto
disperato. Allora sul volto dell’altro si diffonde un sorriso divertito: «Ho solo
scherzato, little boy, ma ora rimedio subito». E gli rilascia lì per lì un documento
con su scritto «Teddy può volare» con tanto di timbro e firma. Mio fratello
conserva tuttora quel foglio.
Peter emette un sospiro di sollievo e sorride al militare mentre una lacrima,
simile a una goccia di cristallo, gli scivola lentamente sulla guancia.
Finalmente siamo pronti per l’imbarco.
L’apparecchio è un cacciabombardiere reduce dalla recente guerra, e al posto
dei sedili regolari troviamo rudimentali sedie a ribalta. Siamo una decina di
passeggeri, di cui sei adulti e quattro bambini. Peter si piazza davanti al primo
oblò, ne appanna il vetro e disegna col dito una bomba.
Appena ci siamo seduti, un vecchio fanatico comincia a dilungarsi nella
descrizione tecnica dell’apparecchio elencando il carico bellico che poteva
portare tra bombe, mortai, cannoncini e quant’altro, e indicando eccitato il
punto in cui era sistemata l’artiglieria. Ma mentre sta dicendo «la velocità di
tiro era sincronizzata con…», una donna balza in piedi e grida esasperata:
«Chiuda la bocca, dannazione! La guerra è finita!».
L’uomo si scuote, incassa la testa nelle spalle e gira il volto verso l’oblò.
Peter è agitato. Si alza in continuazione, sbircia ora da questa, ora da
quell’altra parte, emette gridolini di stupore, di attesa nervosa. Finalmente
un’assistente di volo, una giovane donna in uniforme con un berrettino in
testa, lo richiama all’ordine: «Ora ti devi calmare, giovanotto», e gli allaccia la
cintura. Anche il resto dei passeggeri si allaccia la cintura, e poco dopo
l’altoparlante avverte che l’aereo sta per decollare. Allora anch’io mi concentro
sull’oblò. Si sente un acido odore di carburante.
Poi i potenti motori ruggiscono. All’ultimo momento una bambina si mette a
protestare: «Voglio scendere! Ho paura!». Ma il rumore inghiotte la sua voce.
L’aereo comincia a percorrere la pista fiammeggiante di sole per alzarsi,
rombante, in volo. La torre di controllo si allontana, rimpicciolisce, diventa
una macchia confusa. Addio, Berlino!
Ho il cuore gonfio. Stiamo per raggiungere mio padre in Austria, riabbraccerò
i nonni. Riavrò la nonna! Ma sto lasciando Berlino.
Un nodo mi cresce in gola, diventa montagna, sbarramento, non posso
respirare. Sto sudando freddo, sono in preda al panico. Sto per lasciare
Berlino. Sto abbandonando un passato che conosco per un futuro ignoto.
Addio, Berlino!
Piango.
Perché piango? Io non lascio niente, tranne il buon vecchio Opa. Ma quanto fa
male!
Lascio una città che mi ha rifiutato tutto: una madre, un padre, la nonna. Una
vita normale, un’infanzia serena. Una città che mi ha dato solo dolore,
privazioni, terrore, solitudine, tristezza, angoscia e disperazione. Perché
piango?
Stringo i denti per non mettermi a urlare. Sto male. Mi si strazia il cuore. Che
cosa mi sta accadendo?
Addio, Berlino.
L’immenso campo di rovine scivola via sotto i nostri occhi: edifici, chiese,
ponti, monumenti storici, piazze, beni artistici ridotti in briciole. Montagne di
macerie che nei giorni di vento sollevano una polvere fastidiosa per gli occhi.
Addio, Berlino.
Sventrata, piegata, annientata, punita. Addio, ricordi di incubi, di incredule
attese, di notti insonni. Fame, sete, sporcizia, buio, terrore, puzzo, cimici,
solitudine che colmava solo lui, Opa. Addio, nonno.
Il riverbero degli incendi, l’odore di bruciato. Il fetore dei cadaveri.
Cenere sulla pelle, jude sulle saracinesche, il bimbo sotto il lillà. La macchia
di sangue a forma di mela sul materasso, lo sguardo sbarrato di Gudrun, la
zuppiera di Erika. Tu urri? Spasibo.
il nemico vi ascolta. non consumate carbone.
E bombe.
Bombe e fuoco. Fuoco e annientamento. Annientamento di cose, corpi, leggi,
tradizioni, conquiste civili. Azzeramento. Distruzione fino all’ultimo mattone,
fino all’ultima cellula, fino all’ultimo granello di speranza.
Sotto il blu smaltato di un cielo indifferente, il mare di rovine si allontana,
diventa massa informe dalla quale sporgono, cupe, le nere cime dei monconi.
Sto male. In gola un pugno di lacrime. Nel cuore un pugno di ansia. Laggiù c’è
qualcosa che chiama.
Perché là sotto, fra i tetri resti dell’immenso rogo ormai spento, fra le crepe
dell’asfalto scoppiato, nell’umida cantina della Lothar-Bucher-Strasse e fra le
pieghe gentili del cappotto sgualcito di Opa, forse là sotto rimangono le mie
radici. Stupide, testarde radici aggrappate là dove hanno sentito battere con
maggior disperazione il mio cuore.
Addio, Berlino!
Il nodo si gonfia nel petto, mi soffoca. Berlino sta svanendo all’orizzonte,
sprofonda in un velo di foschia. Sento un soffio di gelo, provo un senso di
vuoto. I motori rombano, aguzzo lo sguardo: non vedo più niente.
Fra poco atterreremo a Lubecca, dove ci accoglierà un campo profughi. Forse
ci aspetta ancora la fame, nell’attesa che un treno merci ci conduca al confine
dell’Austria.
Getto un ultimo sguardo dall’oblò: non ho nulla alle spalle, e davanti solo
l’ignoto.

FINITO DI STAMPARE NEL LUGLIO 1995


DALLA TECHNO MEDIA REFERENCE S.R.L. - MILANO
Printed in Italy