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Monologo da Amleto di Zeffirelli

Essere o non essere, tutto qui. È più nobile per l'anima sopportare impavida i colpi e le frecciate della
fortuna ostile, o davanti all'oceano dell'infelicità rifiutarsi, dire di no, prendere un arma e finirla. Morire,
dormire. E in quel sonno di morte placare gli spasimi del cuore e annegare tutte le infinite miserie di cui è
schiava la nostra carne.

Perché mai non arrivare a questa conclusione. Morire, dormire; dormire, sì, e in quell’oblio sognare. Sì,
questo è il punto. Perché in questo sonno di morte quali sogni potremmo avere una volta liberati di questa
spoglia mortale, quali sogni ci perseguiteranno. Ecco che cosa ci ferma, ecco qual è il motivo che dà alla
sventura una così lunga vita.

Perché infatti sopportare le frustate e le ingiurie del tempo, la violenza degli oppressori, le offese degli
arroganti, l'agonia di quando si soffre per amore, le lungaggini della legge, l'insolenza di chi comanda che il
paziente emerito deve subire da chi non vale niente.

Quando in un istante potremmo mettere fine a tutti i nostri mali con un piccolo pugnale affilato. Ma perché
portare i fardelli e sudare, imprecare per la fatica a cui la vita ogni giorno ci costringe. Il motivo c'è: è che
abbiamo il terrore di qualcosa dopo la morte, dell’inesplorato paese dai quali confini nessun viaggiatore
ritorna.

È questo che paralizza la volontà e ci fa piuttosto affrontare i mali che già abbiamo e conosciamo, invece di
farci fuggire verso altri lidi che ci sono ignoti. Sì, è proprio la coscienza di tutto questo che ci rende vili, e
così il colore naturale della decisione si offusca e va stemperandosi negli oscuri riflessi del nostro pensiero.

E perfino imprese importanti per questa ragione si dirottano dal loro giusto corso e perdono anche il nome
di azione.
Prove