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TESI DI LAUREA

STEP BY STEP

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Massimo Bustreo

TESI DI LAUREA STEP BY


STEP
La guida per progettare,
scrivere e argomentare prove finali
e scritti professionali senza stress

EDITORE ULRICO HOEPLI MILANO

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Copyright © Ulrico Hoepli Editore S.p.A. 2015
via Hoepli 5, 20121 Milano (italy)
tel. +39 02 864871 – fax +39 02 8052886
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Tutti i diritti sono riservati a norma di legge


e a norma delle convenzioni internazionali.

ISBN 978-88-203-7116-6

Copertina: ideazione e grafica di Luca Orfei


Tòcco in copertina: © mmmg – Fotolia

Realizzazione digitale: Promedia, Torino

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Indice

Prefazionedi Massimo Bellotto


Introduzione
1. Perché laurearsi?
1.1 Tesi di laurea e prove finali
1.2 La tesi come un’amante
1.3 Le sette regole d’oro
2. Organizzare e organizzarsi
2.1 Quando chiedere la prova finale
2.2 La scelta del relatore
2.3 La strategia di lavoro
2.4 L’indice, struttura portante della tesi
3. Il cuore della ricerca
3.1 Chi sceglie il tema di ricerca?
3.2 Leggere allunga la vita
3.3 Il buon senso del limite
3.4 Dalla biblioteca all’indagine sul campo
4. Materiali, fonti e strumenti d’indagine

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4.1 L’oggetto di studio
4.2 Fonti reperibili, primarie e secondarie
4.3 L’analisi sistematica della letteratura
4.4 Le fonti online
4.5 Un archivio a portata di clic
4.6 Il taccuino delle idee
4.7 Il laureando bilingue
5. La scrittura
5.1 La progettazione
5.2 La redazione
5.3 Chi scrive a chi
5.4 Come si scrive
5.5 La revisione
6. Prendersi cura della forma
6.1 L’indice e il sommario
6.2 Citazioni e parafrasi
6.3 Le note
6.4 La bibliografia
6.5 Il titolo, un biglietto da visita
7. Scrivere per le scienze umane e sociali
7.1 Ideazione e sviluppo di una ricerca
7.2 L’esperienza sul campo
7.3 Quantitativo o qualitativo, ma con metodo
7.4 Disegnare una ricerca sperimentale

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7.5 La presentazione dei risultati
7.6 Discussione e conclusioni
8. Il momento della verità
8.1 La valutazione della prova finale
8.2 La presentazione multimediale
8.3 Parlare in pubblico
9. Il parere degli esperti
Bibliografia
Informazioni sul Libro
Circa l’autore

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Indice delle Tavole da lavoro

Percorsi universitari ed elaborati finali


L’iter di tesi
I doveri del laureando e i doveri del relatore
L’email, questa (s)conosciuta
La strategia di lavoro
Plagio, no grazie!
La scheda bibliografica
Come dire
La punteggiatura
L’ortografia
Suggerimenti, trabocchetti e casi estremi
Una verifica finale
Richiami autore-anno
Come citare le fonti
La spirale virtuosa della ricerca
Prima della ricerca
Le metodologie di ricerca

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Disegni di ricerca sperimentale e non sperimentale
Presentazioni da gustare

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Prefazione
di Massimo Bellotto

Quando si intravvede una luce in fondo al tunnel del


percorso universitario è l’ora di trasformare la vaga intenzione
di laurearsi in obiettivo e l’obiettivo in risultato: superare gli
ultimi esami, trovarsi un relatore ed elaborare un testo scritto
per mostrare pubblicamente, a sé e agli altri, che si è finalmente
in grado di leggere, scrivere e far di conto. Non è difficile.
Anzitutto, occorre decidere in quale sessione ci si vuole
laureare, contrattempi imprevedibili compresi, definendo
sull’agenda un timing per controllare i tempi di realizzazione
delle fasi in cui si articola un progetto di tesi.
Nel corso degli anni, sono stato relatore di oltre 400 tesi, in
diverse Università e, sulla base di questa lunga esperienza,
vorrei rivolgere ai prossimi laureandi alcuni pensieri su tre
aspetti: scelta dell’argomento, rapporto con il relatore, prova
finale. Ciascuno di questi tre aspetti viene compiutamente
trattato da Massimo Bustreo: l’autore ne parla con precisione,
fornendo utili indicazioni operative, mentre qui mi limito a
qualche riflessione complementare.

La scelta dell’argomento e quella del relatore sono correlate


tra loro: a volte prevale l’interesse per un particolare tema e si
cerca il docente più adatto; a volte prevale la stima per un
docente e il tema viene di conseguenza. I modi in cui tale scelta
prende forma sono differenti: ciò dipende dalle consuetudini del
luogo e/o dalla cultura organizzativa che anima ciascuna

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Università e ciascun Dipartimento.
Dove prevale una cultura “burocratica” la definizione
dell’argomento e del relatore è l’esito di una procedura
predefinita secondo scadenze e moduli.
Nella cultura “meritocratica” i docenti negoziano
direttamente con gli studenti più capaci obiettivo e metodologia
di uno studio che sia interessante per entrambi.
Dove domina la cultura “familistica” il bisogno di laurearsi
espresso dagli studenti trova prima o poi (magari dopo il “giro
delle sette chiese”) conforto nella disponibilità di un docente
comprensivo e rassicurante.
Altrove – dove prevale una cultura “individualistica” o
“permissiva” – non si sa come fare e alla vaghezza di idee del
laureando corrisponde la vaghezza delle possibilità che il
contesto offre.
Quale che sia la cultura locale entro cui ci si trova, due
posson essere le modalità per definire l’argomento specifico
della propria tesi: quella della dipendenza e quella
dell’autonomia.
Radicalizzando, secondo la modalità della dipendenza si
accetta l’argomento di tesi affidato dal docente e si seguono le
sue indicazioni di contenuto e di metodo. Il docente
probabilmente suppone di trarre dal lavoro del laureando un
qualche vantaggio, a supporto dei propri studi e delle prossime
pubblicazioni. E il laureando fa meno fatica: trova il problema
già impostato, le fonti bibliografiche già disponibili, la
metodologia già definita. Ci metterà anche qualche contributo
personale, ma il fare ciò che viene prescritto prevale sul pensare
e sul decidere autonomamente cosa e come fare. Impara ad
eseguire più che a valutare, ma in compenso si laurea
serenamente e con un buon voto: il relatore infatti, riconoscendo
nell’elaborato un “proprio” lavoro, se ne compiacerà e lo
valuterà positivamente.
Diversamente, secondo la modalità dell’autonomia, il

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laureando formula l’argomento della propria tesi, lo propone al
relatore e discute con lui l’obiettivo specifico, la metodologia e i
contenuti del lavoro. Una volta concordati l’obiettivo e i vincoli
(tempi, struttura, aspetti formali) entro cui stare, si organizza e
lavora: esercita la propria autonomia di giudizio, la propria
discrezionalità, la propria libertà di pensiero e di azione.
Utilizza il relatore come una risorsa di cui avvalersi nel corso
del proprio lavoro (e non come un distributore d’indicazioni
generali e formali che il laureando può trovare autonomamente,
per esempio consultando il presente volume di Massimo
Bustreo) e produce la “sua” tesi, che verrà discussa e valutata in
sede di prova finale.
Operativamente si tratta di gestire l’oscillazione tra le due
modalità qui delineate, evitando gli estremi del “fantozzismo”
da un lato e dell’“autoreferenzialità” dall’altro, tollerando
qualche momento di tensione o di incertezza, confidando che
quell’interdipendenza tra relatore e laureando sia il modo più
adulto e più efficace di procedere.
Le diverse modalità in cui tale relazione si declina, sono
riconducibili a due tipi: “prescrizione-controllo” e
“consulenza”. Se al primo corrisponde la sindrome della
“maestrina con la matita blu” o l’assunto tayloristico della one
best way (il modo migliore di fare una buona tesi), nel secondo
il relatore tanto fornisce feedback e consigli su singoli aspetti
del proprio lavoro in progress quanto instaura una relazione di
aiuto e di supporto al laureando mentre questo analizza il
proprio problema e trova le proprie soluzioni sulla base di una
concezione esplorativa, generativa, costruttiva di conoscenza (il
modo migliore di fare un buon laureato). Due polarità di
relazione collegate da un continuum lungo il quale si posiziona
il rapporto effettivo tra relatore e laureando.
A volte la relazione tra relatore e laureando continua anche
dopo la laurea, ma normalmente finisce quando raggiunge il suo
scopo. Mi è capitato di ricevere, dopo mesi o anche diversi anni

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dopo la laurea, alcune telefonate di saluto e/o di ringraziamento
e il racconto di “successi” professionali. Ho ricevuto anche
email, alcune con belle foto di neonati nel frattempo messi al
mondo. Qualche mio laureato si è rifatto vivo per chiedere
consiglio su decisioni delicate (tipo cambiare o meno azienda) o
comunque per parlare un po’, liberamente, come già era
accaduto anni prima preparando la tesi di laurea. Ciò gratifica il
mio narcisismo, ma anche conforta la fiducia sulla possibilità di
instaurare rapporti interpersonali e tra ruoli efficaci a
riconoscere il potenziale delle persone, a promuovere lo
sviluppo delle capacità e delle competenze, a favorire
l’assunzione di responsabilità e l’iniziativa.

Se il laureando, nella misura in cui può scegliere


l’argomento della tesi, lo fa con riferimento ai propri interessi
culturali o personali del momento, o a motivazioni contingenti
che prescindono da un proprio progetto di sviluppo personale e
lavorativo, ciò potrebbe essere un errore di omissione: si perde
cioè l’opportunità di rendere la tesi un’occasione per
implementare le proprie conoscenze, le proprie capacità, le
proprie relazioni con i contesti sociali e organizzativi nei quali
si intende inserirsi e affermarsi. La tesi, infatti, può essere
un’occasione non solo per sviluppare conoscenze
metodologiche e tecnico-specialistiche nell’ambito in cui si
intende proporsi a lavorare, ma può essere un’occasione per
verificare e accrescere le proprie capacità di analisi, di
decisione, di scrittura, nonché le proprie capacità relazionali e
organizzative.
In ogni caso, conviene definire l’argomento della tesi
guardando al proprio futuro più che al proprio passato: perché
un proprio sogno si realizzi, occorre anzitutto avere un proprio
sogno. Non si pretende che uno abbia le idee chiarissime su
cosa vuol fare da grande, ma come ben riporta anche Massimo
Bustreo in una bella citazione: «nessun vento è favorevole per il

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marinaio che non sa dove andare».

Il termine “prova finale” mi pare brutto: evoca un giudizio


inappellabile, la morte, la fine di tutto, come se fosse l’ultima
prova che uno debba sostenere nella propria vita. Mentre si
tratta solo di un evento rituale – insieme di conclusione e di
inizio – a cui seguiranno nella vita ben altre prove da affrontare
e da superare, più importanti e impegnative (per esempio il
primo colloquio con la futura suocera o i confronti sul lavoro).
È vero si parla di “discussione dell’elaborato finale”, ma
non ci sono più le discussioni di una volta. Ora la discussione
sopravvive solo per le tesi di dottorato di ricerca e – in parte –
per le lauree magistrali. Oggi le lauree triennali sono una
rappresentazione quantitativamente e qualitativamente ridotta in
cui i suoi ancor validi simboli sono molto spesso salvati solo per
le foto di famiglia, in quanto l’aspetto rituale viene trascurato,
ritenuto obsoleto e inopportuno.
Ma per molti docenti va bene così: sono troppo razionali e
troppo scientifici per attribuire importanza agli aspetti analogici
e non verbali della comunicazione, e hanno di meglio da fare
che discutere a fondo la tesi di un candidato.
E anche per molti laureandi va bene così: fuori il dente,
fuori il dolore. Forse è meglio non approfondire troppo il lavoro
svolto: l’importante è laurearsi, possibilmente con un bel voto.

Questo libro di Massimo Bustreo mi pare un lavoro ben


riuscito, ricco di precise indicazioni e di saggi consigli. Il
laureando qui troverà un aiuto prezioso e irrinunciabile e potrà
utilizzarlo in differenti modi: questa guida si può leggere
dall’inizio alla fine; oppure darle solo una scorsa e consultare
con attenzione i punti che sembrano più rilevanti o più
rispondenti ai propri dubbi e alle proprie necessità; si può
approfondire in alcuni aspetti e usare in modo pratico in altri per
affiancare il proprio lavoro di ricerca con un supporto sempre

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pronto a dare sostegno. Un sostegno rivolto tanto alla
produzione del miglior elaborato di tesi quanto al contenimento
di quella condizione di smarrimento che accompagna lo
studente, preoccupato e incerto per la vita che si prospetta più
adulta, più carica di responsabilità, ma anche più ricca del
nuovo ruolo, del nuovo status di laureato.
Ad maiora!

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a Sossima,
Edna e Clelia

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Introduzione

La cieca ignoranza è meno fatale


che il mediocre e confuso sapere.
Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764

Questo libro è tuo.


Sei tu che lo hai fatto nascere. Qui dentro ho messo in
ordine quanto proviene dai bisogni e dai desideri di laureande e
laureandi come te. Persone con cui ho avuto il piacere di
lavorare, di confrontarmi e di imparare cose nuove, di mettere
più volte in dubbio le mie convinzioni, di confermare strategie
efficaci di lavoro e di costruire nuove soluzioni. Studentesse e
studenti che hanno saputo ricambiare con entusiasmo e
collaborazione i molti stimoli ora raccolti in queste pagine.
Quello che hai in mano è una raccolta di strumenti,
suggerimenti e norme che deriva da lavori passati, numerose
relazioni di tesi e un’esperienza che ho sempre accompagnato a
un personale piacere nel lavorare a progetti di laurea, molte
volte con persone serie e motivate, coinvolgenti e curiose.
Laureandi come te.
È stato durante un appassionato confronto per trovare un
titolo efficace che proprio non ne voleva sapere di render
ragione dell’originalità del lavoro di una studentessa come te
che è nata l’idea di proporre alcuni spunti sull’importanza del

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titolo quale biglietto da visita per il mondo del lavoro. Ed è uno
studente come te che mi ha confortato nell’utilità di dedicare un
capitolo all’approfondimento dei metodi di lavoro nelle indagini
in campo umano e sociale. Ma in verità è da più di qualche
collega che mi è arrivata la conferma di insistere sulle mai
esaurite questioni grammaticali e ortografiche, ahinoi!
Tali e altri piacevoli scambi mi han così fornito l’occasione
per continuare il mio impegno nell’accompagnare
l’organizzazione del lavoro di tesi. Eccomi qua per te a
correggere imprecisioni, arricchire alcuni pensieri, integrare la
mia proposta di piano strategico di lavoro con ulteriori
strumenti, aggiornare quanto relativo alla rete e alla sua rapida
evoluzione e alle sue ripercussioni sul tuo modo di fare ricerca.
Tuo di te che sei laureando al termine di un percorso di primo
livello o specialistico, magistrale, di master o di dottorato.
Tuo perché proprio a te, professionista delle Scienze umane e
sociali che in questo manuale puoi trovare un utile e pratico
supporto dove avere risposta alle molte questioni relative
all’ideazione e alla redazione di uno scritto di divulgazione
scientifica e professionale. E tuo, perché il nuovo modo di
leggere e scrivere che ti appartiene ha fatto nascere questa
guida.
Nell’esperienza personale come relatore di tesi, consulente
in progetti di ricerca e docente in seminari universitari di
preparazione alla laurea incontro molti laureandi che dal voler
far presto e bene scivolano nel far troppo e male (e non è a
priori una colpa). Voler parlar di tutto e finir per scrivere e dire
poco e soprattutto male è un vizio ricorrente, che pesca
probabilmente in un contesto dove il ritorno
all’approssimazione e alla presunta onniscienza – da non
confondere con una cultura ampia ed eclettica, da difendere e
valorizzare oggi più d’un tempo – resta impunito (e questo sì è
un dolo). È invece obiettivo da perseguire il far poco e meglio:
una ricerca che porta vicino a un risultato ma è sbagliata nel

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metodo è peggiore di una tesi che conduce a un risultato
minimo ma corretto perché può contribuire a garantire risultati
importanti a lavori futuri. E per far questo è imprescindibile
studiare e conoscere lo stato dell’arte, la letteratura
sull’argomento scelto, i risultati ottenuti da studiosi da cui
partire per una lettura originale di un oggetto di studio e per
evitare di (ri)scoprire cose già note o – peggio – di scrivere
pagine e pagine di pensieri per ottenere risultati che altri (spesso
più autorevoli) hanno già (di)mostrato. Un lavoro originale è
infatti un lavoro capace di trovare, prima ancora che nuove
risposte, nuovi interrogativi, o prospettive inattese a domande
già poste da altri. O ancora, di organizzare tali risposte in modo
inedito e capace di aprire a strategie risolutive.
Questa guida è pensata e rivolta a te che stai terminando un
corso di studi in discipline umanistiche e sociali come a te che
vuoi impostare al meglio un’attività di ricerca, costruire un
piano di lavoro d’indagine o redigere una divulgazione
professionale e necessiti delle relative istruzioni per l’uso.
Questo libro è un manuale: una raccolta di capitoli, schede
di lavoro e pronte indicazioni da usare a tuo beneficio. Un aiuto
per risolvere parte delle numerose ansie che accompagnano
l’organizzazione di un lavoro di ricerca. Una raccolta di molti
suggerimenti teorici e tecnici, utili per farti risparmiare tempo
e fatiche (e arrivare prima all’orario dell’aperitivo).
Sfoglialo fin d’ora: troverai strategie e metodi d’indagine,
punti di vista e spunti di ricerca, approcci metodologici alla
scrittura, numerose avvertenze per la progettazione e la
revisione dei testi e molti esempi per la redazione di un ottimo
elaborato scientifico. Sono indicazioni utili per come ci si
dovrebbe comportare nello scrivere una dissertazione scientifica
che comporta passione, tempo, letture e ricerca metodica. E per
come curare al meglio la sua presentazione in pubblico: la tesi
è un lavoro personale e originale, condotto con metodo e norme
rigorose e raccontato in modo efficace.

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Sempre più atenei stanno sostituendo la discussione
dell’elaborato finale con i Graduation Days per la consegna dei
diplomi di laurea. Questo tuttavia non elimina la necessità di
dover fare la tesi: elaborato finale o articolo scientifico che sia,
dovrà rispettare quei canoni metodologici e qualitativi che
giustifichino una sua valutazione in sede di riconoscimento dei
crediti per il conseguimento della laurea. E fin quando tale
obbligo resterà in vigore nelle università italiane questo libro
non perderà una delle sue ragioni d’essere tra le tue mani.

Alcune annotazioni sulla struttura del libro. E sul suo


destinatario anzitutto: laureanda o laureando di differenti corsi
di studio (dal primo livello al dottorato) nel campo delle Scienze
umane e sociali. Maschile nel linguaggio solo per convenzione e
femminile negli esempi per controparte, ma inclusivo di ogni
genere nell’intenzione per convinzione personale.
Nel testo, per agevolarti nel percorso di preparazione della
ricerca di tesi, troverai i capitoli suddivisi per argomenti
coerenti con quelle che sono le tappe dell’iter di ricerca, ma –
come avrai già capito sfogliando oltre – tali capitoli conservano
una relativa autonomia e differenti livelli di lettura. Ognuno di
questi infatti acquista una collocazione dedicata nel tuo lavoro,
potendosi adattare alle tue esigenze specifiche.
Per facilitare l’organizzazione delle molte attività che
compongono la stesura dell’elaborato finale, all’interno di ogni
singolo capitolo sono presenti alcune TAVOLE DA LAVORO.
L’intento è quello di offrirti delle schede sinottiche di
approfondimento. Alcune da leggersi come compendi, altre
come approfondimenti e altre ancora utilizzabili come liste di
controllo, ovvero elenchi di operazioni da attuare e verificare e
che potrai depennare una volta eseguite (correttamente). Per
questo e per fornirti un ulteriore strumento pratico
immediatamente fruibile, tali checklist sono strutturate in modo
da poter essere compilate direttamente sul libro stesso. Leggi

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rapidamente il testo che hai in mano prima di cominciare la
ricerca e la scrittura e lo stesso diventerà materiale utile
durante la tua attività di tesi.
Sentiti libero di usare questo libro proprio come uno
strumento. Scrivici sopra, annota quanto ti è più utile e barra di
rosso quanto non condividi (purché il libro non sia in prestito
dalla biblioteca o da un amico nerboruto). Appuntati i tuoi
promemoria. io ho inserito i miei: alcuni MEMENTO, ovvero
precisazioni, indicazioni, curiosità e promemoria cui dedicare
particolare attenzione. Tali annotazioni sono in evidenza su una
serie di nota bene che completa una lettura densa di
informazioni, proposte e avvertimenti con un sorriso che
auspico allieti le tue dure giornate di ricerca e scrittura. Sarà poi
tua totale libertà aggiungere a margine altre glosse personali,
adeguate al lavoro che stai svolgendo e alle tue personali
necessità. E suggerimenti che vorrai darmi per migliorare
ancora questo lavoro1.
Suggerimenti e domande alquanto frequenti che mi sono
stati rivolti in tutti questi anni nel ruolo di accompagnatore di
percorsi tesi sono qui inseriti tra le righe, in modo quasi sempre
esplicito, e riproposti come spunti di riflessione e
argomentazioni specifiche finalizzate a risolvere tali questioni.
Altre volte ho deciso di riportare esattamente quelle domande,
così come mi sono state rivolte via email, sms o chat
(rileggendole alcune paiono finte pure a me, eppur son reali!).
Al contrario di molti manuali questo non ha uno spazio dedicato
alle Frequently Asked Questions. Troverai questi scambi di
domanda-risposta riprodotti come una familiare
MESSAGGISTICA: al dubbio di ansiosi Amleto sulla via
dell’incoronamento segue la risposta ricevuta e una piccola
postilla: tesi, antitesi e sintesi di hegeliana memoria,
rimembranza metodologica che sarebbe bene divenisse tesoro
per chi s’appresta a sostenere un proprio lavoro di spessore
culturale quale ogni buon elaborato finale dovrebbe essere.

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Alla fine di questo viaggio troverai poi alcuni pareri degli
esperti. Sono voci di colleghi di differenti discipline e diversi
atenei, la cui stima personale nei loro confronti mi ha fatto
spesso pensare «cosa consiglierebbero, che suggerimento
darebbero a una laureanda e a un laureando alle prese con il
proprio importante lavoro di tesi?». L’ho dunque chiesto loro e
le risposte che hanno dato aggiungono illuminanti
considerazioni che arricchiscono quanto si può raccomandare a
studentesse e studenti che come te stanno socchiudendo la porta
degli studi per bussare a quella del lavoro. A loro va il mio
grazie per la disponibilità ad aver condiviso tempo e pensieri
preziosi.
Come per una tesi di laurea, anche un libro è sempre il frutto
del suo autore. E più di ogni altra cosa è il risultato di incontri,
scontri, dialoghi, doni, passioni e letture. Grazie a Valeria
Micheletto, Davide Moro e Francesco Marchet, studenti d’un
tempo e colleghi di oggi, per il confronto su molti passaggi, per
le utili provocazioni e per la rilettura critica dei temi. Un
ringraziamento speciale va all’amica Stefania Uberti per la
paziente e minuziosa rilettura del dattiloscritto (ma per gli errori
o le perseveranze resto l’unico responsabile). E grazie ai molti
colleghi e amici che con la condivisione delle loro esperienze
confermano l’utilità di questo lavoro.
Un ringraziamento dedicato va quindi a tutte le laureande e
a tutti i laureandi che con la loro presenza, le domande e le loro
sempre nuove curiosità hanno contribuito alla raccolta di molte
delle tante informazioni che qui ho organizzato per restituirle a
loro più complete e manipolabili. A tutti costoro, a tutte le
studentesse e a tutti gli studenti che continuano a incuriosirmi
del mondo e che danno al mestiere dell’educatore motivo di
sopravvivere dedico questo nuovo manuale. E un affettuoso
buona fortuna!

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1 Data la difficoltà a trovare piccioni viaggiatori per spedirmi i memento a casa, se hai
piacere (io sicuramente lo avrò nel leggerti) puoi scrivermi a bustreo.m@gmail.com.

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Perché laurearsi?

Un pratico aiuto per poter agevolmente trovare un argomento di


ricerca, raccogliere e ordinare documenti e materiale specifici,
sistematizzare le riflessioni sul tema scelto e sulle informazioni
reperite e per poter esporre in modo elegante e critico quanto
studiato. E per il resto, è tutto in mano al metodo di lavoro e alla
buona sorte. Una buona sorte che, come diceva uno dei miei
maestri, «siamo noi che ce la tiriamo appresso».

Ah figlio
nel cammin della vita
sei nuovo pellegrin, perciò ti sembra
mostruoso ogni evento. Il tuo stupore
non condanno però: la meraviglia
dell’ignoranza è figlia,
è madre del saper.
Pietro Metastasio, Temistocle, Atto I, scena prima, 1736

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La domanda non è corretta.
O meglio, è imprecisa, troppo vaga, a rischio di alibi e
ragioni irragionevoli. Dovresti chiederti: perché devo
laurearmi?
Sei uno studente universitario e hai poco tempo, preso come
sei con gli ultimi esami, il tirocinio e le relative relazioni per
ottenere gli ultimi crediti, la contabilizzazione della tua carriera
per l’iscrizione a un ciclo di studi superiore, per la scelta della
Magistrale o del Master o dell’azienda a cui rivolgere la tua
candidatura di giovane dalle belle speranze? E poi la scelta del
luogo per la festa con gli amici e i parenti, della marca del
prosecco e del vestito per la cerimonia, della lista degli invitati e
degli omaggi da far trovar loro sulla tavola accanto al
segnaposto? Immerso in simili tensioni e ansie, ti laurei perché
devi porre fine all’ultimo grande sforzo che è passo obbligato
per poter scrivere sul tuo biglietto da visita dott. o dott.ssa.
Sei uno studente universitario e di tempo non ne hai molto,
preso come sei ad approfondire ricerche e temi d’indagine nati
da un laboratorio di quel corso che ti ha tanto appassionato e
che vuoi conoscere meglio? E poi i libri da leggere, i seminari
da frequentare, le giornate di studio proposte dall’altra Facoltà a
cui non puoi non partecipare, le discussioni con il gruppo
studentesco, gli incontri con quel testimone che parla del mondo
del lavoro, gli appuntamenti con le fiere del settore per valutare
cosa fare dopo? Sostenuto da tali preoccupazioni e aspettative ti
laurei perché devi porre fine al profondo impegno che è passo
necessario per scoprire cose nuove e per completare un percorso
in cui hai costruito parte del tuo sapere.
Sei uno studente universitario e non hai voglia di perder
tempo con queste formalità? All'università ti ci hanno mandato?
(sempre meglio che andare subito a lavorare, dicevano). Ti

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laurei per finire di pagare le tasse d’iscrizione, ché il tuo
sponsor inizia a mostrar evidenti segni d’insofferenza. E poi
perché le tue futures options sono in calo.
Perché quindi devi laurearti? Per differenti ragioni, tutte
valide se comprese nelle motivazioni che le sostengono. Alcune
discutibili (discutiamone, ma accettiamole), altre ineccepibili
(accettiamole, ma discutiamone). Sono motivazioni che
spostano l’attenzione dal diritto di laurearsi al dovere di portare
a compimento un percorso di crescita, di cambiamento, di
maturazione adulto e responsabile1. Un percorso di
cambiamento che comporta necessariamente costi – economici,
fisici e affettivi – e obblighi. Uno di tali obblighi è proprio il
superamento di un esame di laurea che nella maggior parte degli
atenei italiani è ancora coincidente con la dissertazione della
tesi di laurea2.
La preparazione alla discussione della prova finale è un
momento autentico di elaborazione personale di una ricerca.
Questo si caratterizza sì in modo specifico e secondo esigenze
proprie al corso di studi (triennale, magistrale, di master, di
dottorato) ma necessita di una consapevolezza critica e pratica
comune ai diversi livelli di studio a cui questo volume vuole
contribuire.
Il progetto che costituisce una tesi di laurea è un’impresa
seria e rigorosa. È anzitutto un’occasione per imparare a
coordinare le idee, a gestire il tempo (quello che, come visto
poco sopra, manca a qualsiasi laureando. E non solo) e
l’organizzazione del lavoro, indipendentemente dall’argomento
scelto. È l’opportunità per sistemare la misura del proprio abito
mentale e intellettuale, per affinare la propria capacità di
discriminazione sui fatti e sulla realtà, per confrontarsi con la
tensione della progettualità e la gestione del rapporto tra il
mondo del possibile e quello del reale, per rinforzare le proprie
abilità comunicative e relazionali, per sviluppare creatività e
senso critico. Per contribuire a una sempre migliore e necessaria

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qualificazione tanto di sé quanto della funzione sociale del
mondo del sapere e della cultura cui siamo tutti tenuti a
contribuire.


Chi è impegnato nella formazione
universitaria, o nella formazione tout court,
ha ormai capito che i generosi slanci verso la
società della conoscenza, l’esaltazione dei saperi
come investimento immateriale, l'apologia del capitale
umano e l'intera passamaneria che accompagna
propositi tanto seri nella loro enunciazione quanto
stucchevoli nella loro ripetitività alimentano spesso
nel nostro paese una retorica del tutto assolta da un
pur minimo riscontro fattuale. Insistere allora sulla
serietà degli studi e sul valore di un lavoro ben fatto,
anche nelle condizioni difficili del nostro sistema
formativo, vuole solo riaffermare l’importanza dei
saperi e dei percorsi che conducono alla loro
acquisizione, al loro uso. (Santamaita, 2009: pag. 9)


Per te, laureanda e laureando, è la prima vera opportunità
per imparare a lavorare in autonomia, per far vedere cosa sai e
cosa puoi fare. È l’opportunità di allenarti a rispondere a una
richiesta che ti verrà avanzata tutti i giorni nel mondo del lavoro
(ma non so se questa è una promessa o una minaccia).
Per molti, moltissimi studenti – ahimè, troppi – è la prima
occasione in cui dover confrontarsi con strumenti come la
comunicazione scritta e la presentazione in pubblico di uno
studio, la progettazione di una ricerca, la raccolta di dati e di
informazioni su un tema preciso.
Scegliere un argomento, appassionarti alla ricerca,
confrontarti con nuovi modelli d’indagine, cercare nuove

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soluzioni e nuove risposte a problemi e temi che hanno suscitato
in te un vivo interesse significa impegnarti in un lavoro
personale, unico e originale in cui poter sfidare conoscenze,
autori e dati per ricavarne pensieri e soluzioni. Un lavoro che
potrà diventare una miniera di materiale originale e che potrà
essere punto di partenza per rielaborare ulteriori riflessioni
future: articoli, saggi, libri, ma anche ricerche più approfondite
per la laurea specialistica, per il percorso di Master e altri studi
superiori. O per arrivare meglio preparato all’ingresso nel
mondo del lavoro.
Progettare e realizzare una buona prova finale significa
rispondere alle tue curiosità intellettuali, dar forma alle tue
aspirazioni, misurarti con le tue capacità e con i tuoi limiti.
Significa, soprattutto, imparare un metodo di lavoro e
sperimentare modelli comunicativi efficaci ed efficienti. E
vuol dire pure divertirsi.
Tesi o prova finale che sia, laurea di primo livello o
specialistica o di master e più, saggio di 300 pagine o articolo di
30 cartelle, una volta finita questa tua fatica ti avrà dato molto
di più di un diploma: avrai imparato a lavorare in modo
creativo, metodico e rigoroso.
In più, dato che devi laurearti – ma a questo punto: dato che
vuoi laurearti, e bene – e hai bisogno di gestire al meglio il poco
tempo a disposizione (condizione comune a qualsiasi profilo di
laureando e di professionista oggi) immergiti nella lettura di
questo utile libro per conoscere tutto quello che devi sapere su
come preparare (e prepararti) alla tesi di laurea.
Auguriamoci un ottimo lavoro, dato che per un po’ (di
pagine e di settimane) lo faremo insieme!

RICETTA PER UN’OTTIMA TESI


ingredienti

28
• 1 laureando/a motivato/a e capace
• 1 un/a relatore/relatrice disponibile
• 1 efficace metodo di lavoro
• conoscenze in abbondanza e buon
gusto q.b.
• questa guida, a piacere

Mescere con criterio tutti gli ingredienti


con i suggerimenti proposti in questo
libro.
Correggere le proporzioni secondo
necessit à durante la preparazione. Unire
sapere e stile q.b. Servire prima che il
meglio diventi nemico del bene.

29
1.1 Tesi di laurea e prove finali
Che tu sia un laureando che ha ripreso (o intrapreso) gli
studi in età matura, dopo un’attività professionale o per
migliorare la tua posizione in quella attuale. O che ti trovi tra i
pochi e ultimi studenti a misurarti con la vecchia tesi (sì, non sei
l’unico: nei corridoi di alcuni atenei se ne possono ancora
incontrare, girovaghi e perseveranti). O che tu condivida con
altri innumerevoli laureandi lo smarrimento delle nuove prove,
la tesi rimane uno studio di un problema specifico della
disciplina afferente al corso di laurea in cui sei iscritto e in cui
intendi diplomarti.

OCCHIO
ALLE SCADENZE!

Per conoscere tempistiche e termini,


procedure e obblighi a cui attenerti fai
riferimento alla Segreteria Studenti della
tua Facoltà.
Prima che sia troppo tardi.

Nell’ormai passata organizzazione didattica dei vecchi


ordinamenti la tesi di laurea – la cui denominazione rimane ben
viva nel linguaggio degli studenti, dei docenti e delle
amministrazioni3 – è un vero e proprio saggio, articolato e
corposo su una ricerca esclusiva e originale, di carattere

30
scientifico, bibliografica (approfondimenti teorici della
letteratura critica esistente sull’argomento) o empirica (indagini
sul campo, sondaggi, colloqui, interviste, questionari et cetera).
Per tali e altri più storici motivi, la tesi di laurea assume
appieno la struttura di una pubblicazione scientifica. E come un
vero e proprio libro deve avere un indice chiaro e ben
organizzato, una suddivisione logica in capitoli e paragrafi, una
sezione introduttiva e una contenente le conclusioni, un corredo
di note esplicative e bibliografiche, una bibliografia ed eventuali
appendici o tavole contenenti grafici, tabelle, immagini e
quant’altro sia stato utilizzato all’interno del testo.
L’argomento della tesi di laurea viene assegnato (non
sempre deciso, come precisato oltre) da un docente ufficiale, il
relatore, in seguito alla richiesta scritta dello studente e
controfirmata dallo stesso professore titolare, presentata presso
la Segreteria Studenti almeno sei mesi prima dell’inizio della
sessione di laurea prescelta. Questa scadenza e altre
informazioni tecnico-organizzative possono variare seguendo le
disposizioni interne. Infatti, il titolo di studio, là dove presente
nel regolamento di ateneo, è conferito dopo il superamento di
una discussione finale le cui modalità di svolgimento sono di
norma disciplinate nel regolamento didattico del Corso di
Laurea. Inoltre, compete alle Facoltà alle quali fanno capo i
Corsi di Laurea disciplinare per competenza nei rispettivi
regolamenti le modalità di organizzazione delle prove finali, la
tempistica e i criteri di compilazione dei moduli, le procedure
per l’attribuzione degli argomenti delle tesi, le norme per la
designazione dei docenti relatori e correlatori, unitamente alle
loro responsabilità, definendo i criteri di valutazione per ogni
tipo di prova finale anche in rapporto all’incidenza da attribuire
alle singole attività che rientrano nei curricula degli studenti
iscritti.
Oltre al professore che assume il ruolo e la responsabilità di
relatore della tesi di laurea, in alcuni casi c’è una figura ormai in

31
via di estinzione (esistenziale prima che fisica, con buona pace
della categoria!): il correlatore. Di prassi scelto d’ufficio tra
coloro che hanno competenze scientifiche inerenti l’argomento
della tesi in discussione, ha il ruolo (a volte l’onore, ma sempre
il gravoso onere) di leggere la tesi ed esprimere in merito una
serie di osservazioni, nonché il compito di rivolgere alcune
domande al laureando durante la dissertazione e di formulare un
giudizio terzo4.

HEGEL TRA NOI

Tesi viene dal greco ϑέσις ‘thèsis’,


proposizione, affermazione che si enuncia
e si discute per dimostrarne la verità
rispetto a una contro-proposizione, ovvero
l’antitesi. Il superamento di tale binomio
si ha nella sintesi dialettica.

Un tempo5 il correlatore era colui che controbatteva alle tesi


proposte dallo studente durante la discussione di laurea per
verificarne le fondamenta logiche, metodologiche e scientifiche,
per mettere alla prova la consistenza e lo spessore delle
posizioni del laureando. Si chiamava infatti controrelatore
perché più che affiancare il relatore si poneva in una posizione
di antitesi, di controverifica ovvero di controllo esterno sul
lavoro svolto dalla coppia laureando-relatore. Oggi il correlatore
ha assunto la funzione di un secondo lettore (e spesso ultimo per
il laureando, se si escludono la famiglia obbligata e l’amico
temerario6) da incontrare prima della discussione e con il quale
accordare eventuali argomenti degni di un approfondimento –

32
puntuale e veloce – prima della sospirata proclamazione finale.

33
1.2 La tesi come un’amante
Scegliere la tesi di laurea è come scegliere un’amante. La
tesi deve piacere e divertire, sedurre e appassionare, visto che in
suo nome, studentessa o studente che tu sia, sacrificherai buona
parte della tua quotidianità, il tuo tempo libero, le tue altre
passioni. Se la tesi coinvolge mente, anima e corpo sarai pronto
a dedicarle giorni e notti intere a studiare. E sarai altrettanto
pronto ad affrontare difficoltà e sensi di smarrimento.
Ecco perché della tesi ci si deve appassionare.
Sulla base di un lavoro d’indagine e di un elaborato
scientifico che ne racconti origini, metodi e risultati, dovrai
presentare in una discussione pubblica e di fronte a una
commissione di curiosi e attenti docenti un tema di studio
originale. Durante la dissertazione non solo dovrai dar prova
delle competenze possedute nell’uso degli strumenti teorici,
metodologici e comunicativi acquisiti lungo il tuo corso di studi
ma anche far comprendere perché quell’argomento sia
importante e rilevante per una conoscenza condivisa, in cosa si
differenzi da quanto si potrebbe leggere dello stesso su un
giornale o su una pagina web, e quanto le motivazioni che ti
hanno spinto a sceglierlo siano state ponderate e opportune.

EST MODUS IN REBUS

Tesi di laurea o prova finali, l’elaborato


che sta dietro a questo nome dev’essere un
documento in cui le pagine che lo

34
compongono non sono né una di più né
una di meno di quelle necessarie per
comunicare al meglio metodo, contenuti,
percorsi d’indagine e conclusioni
personali.

Con le debite differenze a seconda del livello di laurea (vedi


la TAVOLAPercorsi universitari ed elaborati finali a pag. 20), la
redazione della prova finale impone comunque, oltre che
passione, precisi criteri tecnici e stilistici che avrai modo di
verificare nelle pagine seguenti. E dev’essere scritta con un
linguaggio e uno stile conveniente. Anche perché, come ben
ricorda Bartezzaghi (2011: pag. 66) «davvero le questioni di
stile sono tutte, sempre, questioni di sostanza».
Quale che sia il formato prescelto o suggerito dal tuo
relatore è importante che il tuo elaborato sia redatto in modo
corretto e chiaro, linguisticamente ineccepibile, ordinato e
quindi degno di uno studente universitario. Seppur alle prese
con uno scritto che ha innegabili e differenti gradi di impegno e
complessità, il tuo scritto deve rispettare se stesso, chi lo valuta
e ti conferisce il titolo di laurea e, soprattutto, questo nobile
lavoro di ricerca e scrittura che è la tesi di laurea.

PERCORSI UNIVERSITARI ED
ELABORATI FINALI

35
Tesi di laurea di primo livello (Tesi di laurea
triennale)

Un elaborato scritto su un argomento limitato e


contenuto, che dimostri il possesso delle
competenze di base nell’uso degli strumenti
teorici, metodologici e comunicativi propri del
personale corso di studi.

Tesi di laurea specialistica (Tesi di laurea


magistrale)

Un elaborato scritto sulla base di attività di studio


e di ricerca specializzata, atto a dimostrare il
possesso di un’approfondita conoscenza della
metodologia specifica, degli strumenti e delle
tecniche di analisi e di elaborazione dei dati,
nonché della loro interpretazione e presentazione.

Tesi di master

Un elaborato scritto su una ricerca preferibilmente


maturata in seguito a un’attività di tirocinio o di
esperienza lavorativa presso aziende, enti e
organizzazioni, compiute a integrazione e
completamento di uno specifico quadro formativo
e professionalizzante (master di I e di II livello).

Tesi di dottorato di ricerca

Una tesi vera e propria, predisposta lungo un


periodo esteso di tempo e caratterizzata da una
dimostrata originalità scientifica, una proprietà di
manipolazione della metodologia e delle capacità
di ricerca, una matura elaborazione dei dati e

36
un’abilità nella presentazione e nella
comunicazione delle problematicità proprie
dell’argomento approfondito.

37
1.3 Le sette regole d’oro

1 Regola prima
Gestire l’ansia da «crisi del laureando»

La laurea si avvicina. O meglio, l’ora di laurearti si


avvicina. Devi concludere gli esami, terminare lo stage,
recuperare quei crediti mancanti. E poi qualcosa, se deve andar
storto, andrà sicuramente storto. Hai realizzato che devi
laurearti e da quel momento sei entrato in una crisi profonda.
Anche perché è una crisi che si accompagna al connaturale
senso di frustrazione legato alla consapevolezza che con la
laurea un periodo della tua vita, se non il periodo più
spensierato e protetto della tua giovinezza (come di quella di
tutti i laureandi), sta per arrivare alla sua fine definitiva. È vero:
poi molto probabilmente ti iscriverai a un corso di studi di
livello avanzato o a un master, ma questo non impedisce di
vivere quello presente come un passaggio rituale e simbolico,
carico di una quantità di emozioni nuove e importanti. E da
valorizzare (oltre che contenere).
Attraverso questo passaggio rituale l’onnipotenza
narcisistica (fin troppo ostentata da molti studenti delle ultime
generazioni) deve – o dovrebbe – evolversi in disincantato
realismo. Le dinamiche della sicurezza scolastica,
dell’appartenenza al gruppo e della grande famiglia devono – o
dovrebbero – confrontarsi con l’insicurezza del mondo esterno,
dell’ambiente di lavoro e dei suoi nuovi criteri di
sopravvivenza. La goliardica propensione al ludico deve – o
dovrebbe – arricchirsi della conquista delle responsabilità.
Inoltre, tale crisi del laureando è alimentata spesso – troppo

38
spesso – da una situazione tristemente caratterizzante gran parte
del mondo universitario italiano contemporaneo. Accanto a chi
ha il merito o la sorte favorevole di affidarsi a un professore
disponibile, prodigo e presente e la capacità di sopravvivere tra
obblighi burocratici e una gestione di tempi sempre più
compressi, vagano nei corridoi folle di studenti disperati, alla
ricerca di relatori non latitanti, di informazioni didattiche
univoche, di uffici e segreterie organizzati.

LAUREANDI E
MIETITREBBIATRICI

In origine il termine crisi, dal gr. κρίσις, si


riferisce all’attività di separazione della
granella del frumento dalla paglia e dalla
pula. Quindi, per estensione, allo
scegliere, al decidere cosa prendere e cosa
lasciare. In ambito medico indica un
repentino cambiamento, sfavorevole
oppure favorevole.

Come superare quindi queste difficoltà?


Potresti affinare le tue abilità nel pescare dalla rete di
internet notizie, documenti ed emozioni di colleghi che si
trovano in situazioni simili alla tua. Verificare timori, esigenze e
problematiche comuni e condividere strategie di preparazione
alla prova finale, informazioni utili per risparmiare tempo e
avvertenze pratiche per rispondere alle esigenze che
accomunano te a tutti i laureandi alle prese con la conclusione
del proprio percorso universitario. Oppure, e se incurante di
commettere reato, potresti ingaggiare un mercenario delle tesi

39
dell’ultimo minuto7. Ad ogni modo, che ti organizzi in una task
force preparata per l’assalto delle banche dati dell’intelligencija
studentesca, delle informazioni amministrative e delle
disponibilità dei relatori oppure che ti lasci corrompere dalla
Dark Side of the Force nel cercare soluzioni facili e illegali8
dovresti, ben prima di far richiesta di laurea, sfogliare almeno
un paio di libri su come si fa una tesi di laurea.
Ma dato che stai leggendo questa frase, sei già a un buon
punto di partenza per abbassare e controllare il tuo livello di
angoscia.
Un libro meglio di un ansiolitico. Niente male, no?

2 Regola seconda Decidere per tempo

Nella quotidiana lotta contro Caos, a partire da una


razionalizzazione estrema delle attività da compiere, degli spazi
da percorrere, delle distanze da colmare ognuno di noi sublima
l’arte del controllo illusorio dell'indaffarato Cronos, del tempo
che fugge di continuo, come se l’orologio fosse regolato da
qualcun altro.
Tutta la nostra vita è costituita da decisioni, la maggior
parte delle quali sono influenzate dalla percezione soggettiva
del tempo: importanti, piccole, consapevoli, banali,
fondamentali o accessorie che siano la possibilità di compiere
un’azione risponde alla domanda «Lo faccio oppure no?». E
soprattutto «Lo faccio ora oppure dopo?».
Tutto riconduce alla scelta finale di un processo decisionale.
Come la vita è un succedersi di azioni che compiamo (scelte) e
azioni che non compiamo (non-scelte, nel senso di ciò che è
stato preferito all’alternativa scelta) e a ogni azione corrisponde
una conseguenza positiva o negativa, così il tuo percorso di
laurea è teso a organizzare azioni che compi e a rimediare ad
azioni che rimandi.

40
Per contenere le fatiche derivanti da una cattiva gestione del
tempo e soprattutto dalla tendenza a procrastinare è
necessario che ti faccia quanto prima un’idea di che cosa
significhi laurearsi discutendo un progetto personale, una
ricerca scientifica, l’approfondimento di un argomento che
necessita di attenzioni e spazio dedicati, spesso dilatati oltre le
previsioni.
Già tale accortezza ti può facilitare di molto nel
familiarizzare con metodi, strumenti e situazioni proprie del
lavoro di tesi.
Sapere poi come muoverti per preparare al meglio un
elaborato scritto, organizzato e strutturato in modo adeguato e
come esercitarti a una dignitosa presentazione orale deve
accompagnarsi a un’opportuna conoscenza di cosa significhi
lavorare a stretto contatto (quando e quanto possibile) con un
professore, spesso oberato di impegni e di preoccupazioni altre
che le tue. E se la prova finale è l’occasione per imparare a
coordinare le idee e l’organizzazione del lavoro, allora anche il
saper controllare le scadenze diviene parte formativa di tale
esperienza. Soprattutto nell’abilità a gestire il tempo.

41
Se ti trovi troppo spesso a giustificare ritardi e mancanze
con frasi del tipo «Non ho tempo... Appena ho un attimo...
Recuperando il ritardo... Devo fare questo e quello allo stesso
tempo... Non l’ho finito in tempo...» e pensandoci bene il tuo
modo di spendere il tempo non ti soddisfa, significa che la
consapevolezza di come organizzi le tue attività latita.
Come puoi quindi essere più consapevole del tuo modo di
impiegare il tempo?
Misurandolo, come si è sempre fatto. La misura del tempo
impiegato nel modo meno opportuno migliora l’impiego del
tempo in attività più nobili. Con un cronometro, un taccuino9 e
una matita per annotarti il tempo perso10 ti puoi avviare verso la
consapevolezza delle “cose” che occupano le tue giornate al di
là della tua volontà. O nonostante questa! O della tua libertà di
scelta di occuparle in modo differente e di organizzarle in modo
migliore.
Organizzare e organizzarsi, ecco il segreto del tuo
successo.

42
3 Regola terza Mirare all’obiettivo

Ancor prima di aver identificato un argomento – anzi,


oltre e al di là di questo – è imprescindibile per un buon lavoro
di tesi identificare chiaramente l’obiettivo che intendi
perseguire con il tuo lavoro. O meglio: obiettivi e scopi, dato
che saranno più d’uno.
Certo è importante che alla base di un lavoro di indagine e
ricerca tu ti chieda cosa vuoi ottenere con tale lavoro: qual è il
tuo obiettivo? E, soprattutto perché vuoi ottenere tale obiettivo?
sulla base di quali motivazioni? in che modo? E per quale
scopo? per quale fine ultimo?
In tal senso, se con la tua laurea vuoi ottenere un pezzo di
carta pergamenata (obiettivo) per poter far felice (scopo) chi ti
ha sempre sognato “dottore”, va da sé che il minimo sforzo e
l’ancor minore impegno nell’ideazione e nella stesura
dell’elaborato finale potrebbero portare, con l’aiuto degli dèi o
di chi per loro, al raggiungimento del tuo fine (nel qual caso,
potresti risparmiare la fatica smettendo di leggere qui il libro
che hai in mano e rivendendolo al mercato dell’usato.
Garantito).
Altrimenti, se per te avventurarti in un lavoro di ricerca
significa metterti alla prova, costruirti l’occasione per crescere,
imparare e divertirti in modo autonomo e originale, esplorare
nuovi territori del sapere, approfondire un argomento che
sempre più ti affascina permettendoti di dare nuove letture a
eventi noti, realizzarti come studente dimostrando a te stesso,
alla tua famiglia e ai tuoi docenti che sei una persona matura,
preparata e responsabile, allora hai già cominciato a mirare a un
obiettivo più alto.
Definire gli obiettivi del lavoro di tesi significa infatti
riflettere sul senso della ricerca, sui legami che l’argomento
scelto ha con teorie o concetti della tua disciplina e sul carattere

43
di originalità che a questi può apportare, sui limiti che
necessariamente – per contesto, strumenti e metodo d’analisi –
il lavoro potrà avere. Significa anche chiederti – e saper darti
una risposta – a chi quanto scriverai sarà utile? a chi potrà
servire? a chi interesserà?

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA
DEGLI ALIBI

Essere consapevoli dei limiti delle proprie


indagini è un segno di serietà e di visione
matura della ricerca.
Giustificare invece delle mancanze
dovute a imprecisione o sciatteria è un
alibi insostenibile.

4 Regola quarta Scegliere l’argomento che risponde ai


propri interessi

L’elaborazione della prova finale è un momento autentico di


analisi e sviluppo personale di un argomento del quale, se
proprio non ti sei innamorato (come può accadere, con risvolti
entusiasmanti dal punto di vista culturale e lavorativo), almeno
dovresti nutrire un sincero interesse.
Se sprechi gli ultimi mesi del tuo percorso universitario per
compilare qualche buona decina di pagine su un tema di cui non
te ne potrebbe importar di meno, è bene sapere che alcuni effetti
collaterali ai quali sicuramente andrai incontro sono – tra altri
qui non ripetibili – noia, fastidio e insofferenza. Tutti facilmente
trasmissibili per via aerea a chi ascolterà la tua dissertazione.

44
Se, al contrario, investi l’ultimo anno (o qualcosa in più) del
tuo percorso di studi a leggere, a tenerti informato su quanto ti
circonda, ampliando le conoscenze su alcuni degli argomenti
che possono rappresentare degli stimoli utili ad aiutarti
nell’identificare al meglio un tema da approfondire, una
prospettiva d’indagine o un titolo di ricerca, allora la possibilità
di trovare un argomento davvero interessante sarà reale. Un
interesse il tuo che allargherà il proprio raggio d’influenza
anche sull’atteggiamento con cui affrontare gli ultimi mesi di
università, stimolando il confronto con i colleghi, le relazioni
con i professori, la verifica delle tue personali opinioni con
quelle di amici e compagni di studio.

STRABISMO DI VENERE (E MARTE)

Scegli l’argomento della tesi con un occhio


che guarda al passato, a quello che hai
sempre amató fere e che meglio conosci. E
con uno che guarda al futuro, alle
opportunità del mercato e a nuovi territori
da esplorare.

Appassionarti a un argomento e dedicargli attenzioni e


interessi significa poter cogliere l’occasione degli ultimi esami
per personalizzare il tuo studio, costruire – nei limiti delle
possibilità accordate dai docenti – un originale percorso di
ricerca che ti permetta di sapere tutto sul tuo oggetto d’indagine,
che ti faccia diventare padrone delle tue passioni culturali, che ti
dia facoltà di dimostrare che quanto fai è in accordo con le tue
idee, i tuoi credi, la tua persona. E tale passione unita
all’interesse – un interesse rivolto a quanto durante il tuo

45
percorso hai sempre amato studiare così come a quello di cui
ameresti occuparti in un prossimo lavoro – sono il miglior punto
di partenza per un ancor migliore lavoro.

5 Regola quinta Occuparsi di materiale reperibile e


maneggiabile

Interesse, passione e obiettivi chiari fanno della tua tesi di


laurea un viaggio avventuroso alla scoperta di un argomento la
cui documentazione deve però essere realmente disponibile e
alla portata dei tuoi mezzi e delle tue competenze (di quelle
possedute e di quelle che con lo studio potrai ottenere, e
otterrai), tanto più oggi che la tesi di laurea sta vivendo un
innegabile ridimensionamento.
Il laureando in Relazioni pubbliche e pubblicità innamorato
della poesia Waka del secolo VIII deve sapere che articolare
una ricerca su tale argomento significa dover affrontare testi in
lingua giapponese di cui esistono rare traduzioni critiche in
italiano, significa spingersi in dissertazioni letterarie
specialistiche proprie più di una laurea in cultura nipponica che
non in pubblicità e linguaggi della comunicazione audiovisiva
applicati al marketing e al mondo dei consumi; significa dover
utilizzare una metodologia specifica e verosimilmente poco (se
non per nulla) approfondita durante il corso di studi.
Sia ben chiaro: può essere che un tale argomento possa
trovare delle relazioni con le materie proprie di un simile corso
di laurea e che quindi una prova finale su L’efficacia della
costruzione dei versi Waka nell’advertising asiatico
contemporaneo sia realizzabile e porti a un indiscusso successo.
Bene.
Quello che qui è utile ricordare è che prima di addentrarti
nelle selve tenebrose di alcuni argomenti è bene verificare che ti
sia possibile accedere alle varie fonti, che tu possa manipolare

46
gli strumenti metodologici adatti e che il materiale, una volta
raccolto, possa essere da te elaborato opportunamente, in modo
da non risultare criticabile o attaccabile da chi, esperto in quella
materia o in quell’argomento, ritrovi lacune o colpevoli
mancanze.

6 Regola sesta Utilizzare una metodologia appropriata

Cosa rende il materiale maneggiabile? Occuparti di


materiale maneggiabile significa saper gestire dati e
informazioni attraverso una metodologia di analisi appropriata
dal punto di vista teorico e pratico. Significa saper identificare
quelle linee interpretative rispetto al tuo argomento – e alla
disciplina cui esso afferisce all’interno della prospettiva
d’analisi che hai deciso di privilegiare – a partire da una tua
personale intuizione secondo la quale le cause di un determinato
fenomeno (l’oggetto di studio o alcuni suoi particolari
attributi11) sono da ricercare all’interno di precisi limiti e
attraverso dei procedimenti sostenuti da una logica intrinseca.
Utilizzare una metodologia appropriata significa saper
affrontare le tue indagini applicando processi, metodi, tecniche
e strumenti specifici di cui non solo devi avere assoluta
competenza ma anche certezza che siano quelli più adatti nel
rispetto dell’organizzazione concettuale del tuo processo di
conoscenza e nell’elaborazione dei dati e delle informazioni.
In tal senso, se intendi studiare le dinamiche d’acquisto di
quella determinata marca di schiuma da barba potrai applicare i
metodi dell’osservazione partecipante se pensi che i
comportamenti di un consumatore di fronte al reparto cosmetici
possano rivelare indicazioni e informazioni utili per
comprendere l’attrattività di quel formato in modo più utile
rispetto alla somministrazione di questionari o interviste che
rilevano le opinioni degli stessi consumatori in una condizione

47
di possibile influenzamento. O ancora, se intendi studiare il
livello di benessere presente in un territorio può essere più
appropriato selezionare degli indicatori che definiscano il
concetto di “benessere” – per esempio “accessibilità ai servizi”
o “quantità di aree urbane verdi” quali elementi evidenti del
valore meno manifesto del “benessere” – per poter avere
informazioni più utili che, per esempio, l’analisi quantitativa
della distribuzione della ricchezza monetaria.

7 Regola settima Scegliere il professore giusto

Nella scelta del professore che ti seguirà nel tuo


lavoro di ricerca c’è già parte del lavoro stesso, oltre a
un’innegabile componente di attrazione, di platonica
tradizione.
Ti sei appassionato a una materia del tuo corso di studi
grazie alla seduzione esercitata da quel docente, così affabile e
capace di stimolare l’attenzione in aula? Vuoi approfondire lo
studio di un aspetto di quella disciplina e sei pronto ad
affiancare il professore nelle sue ricerche? Hai deciso: chiederai
a lui la tesi.
Oppure, hai svolto alcune attività universitarie
extracurriculari che ameresti far confluire in una ricerca di tesi,
per tuo interesse e per affinità con i temi trattati da quell’altro
docente con cui avevi seguito quei seminari? Sì. Domanderai
dunque a lui la disponibilità a costruire insieme un progetto
d’indagine originale.
O ancora: sei alla ricerca disperata di un argomento di tesi?
Ti farai allora suggerire un argomento e un tema d’indagine da
quel docente di cui hai sentito elogiare la correttezza e
soprattutto, dato le premesse, la disponibilità.

48
ALLIEVI E MAESTRI

L’attrazione tra laureando e relatore è


reciproca, beninteso!

È l’alliero che sceglie il maestro ed è il


maestro a scegliere l’allievo, come recita
un noto adagio goliardico.

Tuttavia, in un panorama meno roseo (ma non meno raro),


potresti essere obbligato da mille e una ragione a dover
scegliere un relatore che non conosci, o verso il quale non provi
una particolare empatia, o che proprio non sopporti ma con il
quale hai l’unica possibilità di laurearti in ciò che desideri. In
questo caso ti confronterai allora con i tuoi compagni di studio,
raccoglierai informazioni da chi ha avuto modo di lavorarci
insieme, imparerai a conoscerlo al fine di costruire un rapporto
professionale onesto e funzionale.
Se non ci si sposa, che almeno si possa convivere!

1 Molti hanno oggi confuso il diritto allo studio (universitario) con il diritto a laurearsi.
O peggio con il diritto a stazionare in università senza il dovere di laurearsi in tempo,
bene e con merito.
2 Nel testo alterno i termini tesi, elaborato e prova finale. Se il motivo della scelta tra

gli ultimi due è quello di evitare le ripetizioni (ricalcando peraltro una compresenza
reale di tali termini), l’uso di tesi di laurea è preferito non solo perché meglio
rappresenta il lavoro del laureando quale originale dissertazione che deve dimostrare e
difendere la propria validità attraverso argomentazioni e ragionamenti precisi, ma
anche perché è mia convinzione personale che tale espressione rispetti in modo più
adeguato i valori di una maturità scientifico-professionale, di una ricerca originale, di
una capacità di gestire metodologie e strumenti proprie del coronamento del percorso

49
universitario.
3 Anche e di certo oltre il decreto ministeriale n. 270 del 22 ottobre 2004.
4 Oggi il correlatore «assume per i laureandi connotati potenzialmente minacciosi,
come se tale ruolo giocasse in qualche modo “contro”: è invece un ruolo di garanzia,
bello e utile per riconoscere la tesi come discutibile, cioè meritevole di essere discussa.
In effetti, alcuni dizionari considerano i termini correlatore e controrelatore come
sinonimi, e in testi emanati da diversi atenei il ruolo di controrelatore compare
formalmente accanto a quelli di relatore e di correlatore (interno o esterno). Resta
comunque il sospetto che il termine “controrelatore” sia, più che un neologismo
coniato dall’autonomia universitaria, un sintomo istituzionalizzato dei vissuti
vagamente paranoidei che pervadono i laureandi in vista della discussione della tesi»
(Bellotto, 2015).
5 In alcuni atenei tale figura accademica è ancor oggi considerata nel percorso verso la
prova finale: nominato dalla struttura didattica degli organi accademici, il
controrelatore ha il ruolo di acquisire – quale parere terzo oltre quello del relatore e del
correlatore – gli elementi caratterizzanti della tesi e valutare il contributo personale del
candidato nella preparazione della stessa.
6 Perché “temerario”? Leggi al § 5.5.
7 Se quest’idea tenta solo di farsi strada nella tua mente, vai al § 3.4 di pag. 70.
8 Prima di passare alla Regola d’oro numero due, e se non lo hai ancora fatto come

suggerito nella nota qui sopra, leggi la TAVOLAPlagio, no grazie! a pag. 76. E avrai
salva la vita!
9 Molti chiamano quel quaderno in cui annotare le cose da fare block notes, cosa che

non facilita certo lo sblocco delle cose da fare! il termine taccuino deriva dall’arabo
‘taquîm’, “disposizione ordinata” e originariamente era utilizzato per riferirsi a un
calendario e alle relative scadenze.
10 Ci sono evidentemente applicazioni più agili che una matita spuntata per gestire in

modo informatizzato le proprie attività e quindi l’impiego del proprio tempo: Toggl,
Remember the milk, Paymo, Rescue Time. Anche se un taccuino e una penna facilitano
il contatto con l’essenza astratta del tempo da vivere e sono meno soggette al rischio
dello strumento per sopravvivere, oltre a facilitare l’interiorizzazione e il ricordo
(Mueller e Oppenheimer, 2014).
11 Vedi quanto approfondito sull’oggetto di studio al § 4.1 di pag. 78 e ss.

50
Organizzare e organizzarsi

Per organizzare in modo efficace la migliore delle prove finali è


opportuno elaborare una strategia altrettanto efficace. Questo
significa predisporre per tempo il lavoro, saper individuare un
argomento adatto, costruire una buona relazione con il relatore,
gestire le ultime fatiche e chiudere gli ultimi esami, reperire il
materiale mancante, predisporre un testo interessante e una
ancor più apprezzabile discussione. Dalla cura di questi fattori –
e alcuni altri – dipenderà il valore e il successo della tesi.

Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est.


Lucio Anneo Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 62-65

51
Hai dato metà degli esami. Anche più. Intravvedi
all’orizzonte una luce. Fioca, ma pur sempre una luce. Non è
l’uscita del locale dove stai trascorrendo le ultime ore di una
serata a festeggiare un esame in più segnato sul libretto. È la
fine del tunnel. Il tunnel del percorso universitario che si
avvicina.
Le fatiche del tuo percorso di studi si stanno concretizzando
in scoperte che attirano sempre di più la tua attenzione. Gli
interessi sono non solo culturali ma professionali. Nei temi che
esplori e approfondisci privilegi ora e maggiormente la
prospettiva che considera l’utilità di quello che stai imparando.
E imparare a organizzare il tempo e organizzarti le
attività migliorando la capacità di gestire in modo autonomo
modalità e ritmi dello studio sarà l’apprendimento che ti farà
guardare alla tesi non come un necessario passaggio conclusivo
per ottenere un titolo bensì come al coronamento di un originale
percorso di studi. Un percorso ben pianificato, responsabile e
collocato tra i tuoi interessi e le prospettive professionali che
stai costruendo.
Ecco: una nuova prospettiva da cui guardare al lavoro di
tesi è quello che ci vuole. Da qui la tesi di laurea inizia ora a
delinearsi come l’occasione in cui dimostrare la maturità di
ricerca e professionale con un lavoro personale, autonomo e
responsabile. Tale maturità sarà rappresentata da una capacità
d’indagine, di reperimento e utilizzo di informazioni e di
presentazione di dati e risultati raccolti in uno scritto originale.
Sarà testimoniata dal percorso di organizzazione e gestione
delle fonti, dal livello di elaborazione delle conoscenze, dalla
padronanza delle metodologie e delle tecniche d’analisi nel
perseguimento di un obiettivo collocato all’interno di una
specifica disciplina.

52
Questa tesi di laurea sarà il miglior risultato cui potrai
aspirare, perché l’avrai preparata responsabilmente, in modo
adeguato e per tempo.
Per tempo, sì. Hai effettuato il giro di boa di metà percorso.
È quindi l’ora di pensare a laurearti, di trasformare le tue
aspirazioni in obiettivo e l’obiettivo in risultato. È bene
rinunciare a qualche serata per preparare e superare gli ultimi
esami. Sacrificare qualche piacere accessorio per concludere
quanto necessario. Così, con un’attenzione dedicata, puoi
trasformare quella vaga idea del tema che ti piacerebbe
approfondire in una problematica da risolvere, in un argomento
da indagare, in una ricerca da sviluppare. E trovare un relatore
che, su tale tema, ti possa accompagnare.
Ora devi solo cominciare.

53
2.1 Quando chiedere la prova finale
Se può essere prematuro fare richiesta di tesi all’inizio del
secondo anno di corso, quando ancora sono molti i crediti
mancanti e di conseguenza molti gli imprevisti e gli slittamenti
possibili, allo stesso modo potrebbe essere poco tempestivo
richiedere la tesi una volta terminati tutti gli esami.
Nel primo caso caso, infatti, potresti correre il rischio di non
gestire al meglio i tempi, a causa di imprevedibili incidenti di
percorso quali il mancato superamento di alcuni esami e quindi
lo slittamento in avanti delle scadenze. O a causa di possibili
interferenze esterne come il congedo o il trasferimento del
docente (e seguenti riassegnazioni), il cambiamento di alcune
discipline e dei relativi esami dal tuo piano di studi e quanto di
peggio può succedere (e succede).
Nel secondo caso, perderesti l’opportunità di rendere
proficuo il tempo dedicato alla preparazione degli ultimi esami
per pensare e mettere a frutto alcune delle molte idee necessarie
per un buon lavoro di ricerca, raccogliere parte del materiale e
personalizzare i programmi degli ultimi corsi sul tuo argomento
d’indagine.
Quand’è allora il momento per chiedere la tesi?
Dire che si dovrebbe scegliere l’argomento e il relatore della
tesi né troppo presto né troppo tardi non significa rispondere
con una banalità. Il momento più opportuno per identificare
tema e docente verso cui dirigere attenzioni ed energie deve
essere scelto in funzione dei tuoi tempi e delle tue capacità,
considerando questi fattori accanto alla regolarità e all’efficacia
del percorso di studi.
Iniziare a pensare all’argomento della prova finale tra la fine

54
del secondo e l’inizio del terzo anno significa anzitutto avere
affinato metodi e conoscenze delle diverse materie del tuo corso
di studi, aver capito come queste funzionano e come funzioni tu
per preparare e superare gli esami di quelle che non hai ancora
dato (e che darai presto). Inoltre, in tal modo hai davanti i due
semestri pieni dell’ultimo anno per gestire gli eventuali successi
(e gli insuccessi) della tua scelta di tesi. Infatti, se hai
identificato in modo opportuno la materia con cui fare domanda
di tesi e il docente a cui affidarti – e se tali scelte si riveleranno
felici – potrai investire un anno intero di energie e di lavoro per
elaborare una ottima prova finale. In caso contrario avrai
almeno un semestre per capire che le tue intuizioni erano
sventurate, ma soprattutto avrai il tempo per cambiare
argomento, relatore ed eventualmente disciplina (per il cambio
di Facoltà direi che è un po’ troppo tardi).

APPRENDERE AD APPRENDERE

Se l’argomento scelto si rivela


inadeguato è bene cambiarlo. Questo non
significa aver sacrificato mesi per nulla!
Imparare a ricercare informazioni,
verificarle, operare un’adeguata analisi
della letteratura, costruire schedari e
bibliografia è utile qualsiasi sia
l’argomento scelto.

Scegliere a tempo debito il tema della prova finale significa


anche far tesoro di tutte quelle occasioni che possono rivelarsi
feconde di idee e di stimoli da far convergere nella ricerca.
Orientare la preparazione degli ultimi esami da sostenere verso

55
la costruzione della tesi concordando con il docente libri e
argomenti personalizzati può rappresentare un buon affare per il
professore che potrà apprezzare un esame motivato, originale e
quindi non coatto, fatto perché dev’esser fatto. E rappresenterà
un buon affare anche per te che profitterai di un libro per due
obiettivi: superare brillantemente l’esame e aggiungere ulteriori
conoscenze da finalizzare alla preparazione di un’ottima prova
finale. Certo, se ti stai laureando in Archeologia subacquea sul
problema del recupero delle anfore Kos del I sec. d.C. ti sarà
difficile indirizzare l’esame di Storia contemporanea all’interno
delle tue argomentazioni di tesi, ma per molte altre materie la
personalizzazione dei programmi non solo è possibile bensì
auspicabile e apprezzabile.
È bene che tu scelga l’argomento della prova finale e che
identifichi il relatore non troppo tardi. Infatti, se cominciare
molto presto a lavorare sulla tesi (dal punto di vista della
raccolta delle idee ancor prima che della selezione del materiale
e della stesura del testo) può significare avere molto tempo a
disposizione, gestire le problematiche in modo non affrettato ed
essere pronti agli imprevisti, trovarsi a scegliere un tema di
ricerca troppo tardi significa certamente sacrificare la qualità
del lavoro, il necessario approfondimento delle problematiche,
compromettendo il costruttivo confronto con il relatore e con i
suoi suggerimenti, le tue proposte e l’efficace lavoro d’équipe.

C’ÈDOMANDA E DOMANDA

Far richiesta di tesi a un


professore significa scegliere
un relatore e concordare con

56
lui un argomento di tesi.
Presentare la domanda di laurea significa
adempiere agli obblighi necessari per poter
essere legalmente nella posizione del
laureando.

Il lavoro da fare per una buona prova finale è molto e


complicato. Prenderti per tempo e tenere sempre sotto controllo
quanto hai fatto e quanto ancora devi fare sarà però semplice e
facile utilizzando la TAVOLA L’iter di tesi(pag. 37). Seguila per
organizzare il tuo piano di avanzamento, per pianificare le
tempistiche, per organizzare le priorità delle attività da
realizzare.
Andando a ritroso rispetto alla data per la presentazione
dell’elaborato in Segreteria potrai così calcolare entro quando
devi aver pronta la versione finale e definitiva del lavoro; e
quindi quali scadenze fissarti per la chiusura di ciascuno dei
capitoli che compongono il tuo lavoro; e ancora che tempi darti
per l’analisi (sia quella preparatoria che quella poi elaborativa)
della letteratura, la redazione dell’indice e la sua definizione;
fino ad arrivare ad identificare il limite da non superare – pena
notti insonni e un’ansia difficilmente controllabile – per
confermare l’indice (il tuo vero piano di lavoro) con il relatore.
Molto bene. Ma quando devi presentare allora la domanda di
laurea?
Il “calendario ufficiale” delle scadenze per gli adempimenti
di laurea è un documento che ciascun ateneo gestisce
autonomamente. Per cui è necessario verificare direttamente con
la Segreteria Studenti i termini e i tempi che devi rispettare per
la domanda di laurea.
Precisato questo si può dire che in generale – ma da

57
sottolineare in generale – almeno sei mesi prima della data
d’inizio della sessione di laurea nella quale intendi sostenere la
prova finale devi chiedere l’assegnazione di uno specifico
argomento (un titolo) a un docente ufficiale di un insegnamento
di cui hai sostenuto almeno un esame di profitto (o hai in
programma di sostenerlo in quanto presente nel tuo piano di
studi)1. Tale assegnazione acquista valore legale nel momento
in cui avviene attraverso la domanda di laurea, la
compilazione e la presentazione presso la Segreteria Studenti di
un modulo specifico firmato dallo stesso professore relatore e,
in alcuni casi, in seguito all’approvazione da parte della
commissione di laurea che verifica la scientificità della proposta
e il rispetto delle modalità imposte dalle indicazioni prescritte
dalla propria Facoltà2.
Indicativamente due mesi prima della data d’inizio della
sessione di laurea prescelta, dopo aver formalmente presentato
il titolo (ovvero l’argomento specifico) e il nome del relatore
della prova finale e aver acquisito i crediti formativi (CFU)
necessari e previsti dal piano di studi al quale afferisci, devi
presentare presso la Segreteria Studenti la domanda di
ammissione alla prova finale. La domanda deve di norma
essere fatta in carta da bollo e accompagnata dal versamento
tramite bollettino della tassa relativa al diploma di laurea3.
Circa un mese prima della data d’inizio della sessione di
laurea dovrai depositare presso la Segreteria Studenti una copia
della prova finale (solitamente in tre esemplari: uno per la
segreteria, uno per la biblioteca e uno per il presidente della
Commissione). Oltre a ciò e secondo le direttive di alcuni
atenei, il laureando è tenuto a presentare anche una relazione
(spesso in doppia copia, cartacea e informatica) sul lavoro
svolto (un brevissimo resoconto su motivazioni che hanno
portato alla scelta dell’argomento, ipotesi di ricerca, metodo
seguito, bibliografia e risultati raggiunti) e una copia con la

58
stampa della presentazione multimediale che sarà proiettata
durante la discussione di laurea, se prevista. La relazione, in
alcuni altri casi, dovrà essere inoltre corredata da una
valutazione del lavoro svolto dal laureando, espressa con un
breve giudizio critico e sottoscritta dal relatore responsabile.
Infine (anche se non è ancora finita, ma quasi), due giorni
prima ricordati di comprare il prosecco per i festeggiamenti.
Ma fai comprare a qualcun altro la corona d’alloro (comprarsela
da sé non è di buon augurio).

IL TESTO DELLA PROVA FINALE

Quella con valore ufficiale e considerata


dalla Commissione in sede di discussione
di tesi è la copia originale depositata
presso la Segreteria.

L’edizione che consegni al


tuo relatore è una copia di
cortesia senza valore legale.

L’ITER DI TESI

59
60
2.2 La scelta del relatore
I tempi sono ora maturi per la richiesta.
A chi rivolgerti per farti da consulente di ricerca? Quali
sono i criteri per identificare quello che diventerà il tuo relatore?
O meglio che potrà diventare il tuo relatore, se disponibile a
supportarti (e a sopportarti nei momenti di sconforto)? Come
scegliere il professore giusto?
Dopo aver fatto riferimento alla Segreteria Studenti della
Facoltà alla quale afferisci per quanto riguarda le disposizioni
circa i diritti e i doveri del laureando, di norma per la prova
finale ti puoi rivolgere a un docente ufficiale (professori di
ruolo, a contratto e ricercatori) titolare di un insegnamento
presente nel tuo piano di studi indipendentemente dal
Dipartimento di appartenenza, dalla disciplina e dall’indirizzo di
studi prescelto4. A lui (o a lei) puoi indirizzare la richiesta di
prova finale che lo stesso sarà tenuto a firmare per rendere
operativa.
Per tutti gli altri casi (relatore esterno alla Facoltà, doppio
relatore, o altro) l’ultima parola sull’assegnazione del relatore
spetta al Preside di Facoltà, alla Commissione di laurea o a chi
titolato.

Un lavoro di gruppo
Bene. Quanto appena letto sopra vale, se e solo se adeguato
alle comunicazioni della tua Segreteria Studenti, per la
“procedura d’ufficio”. Ma chi è veramente il tuo relatore?
Il relatore sarà il docente che ti accompagnerà nella

61
preparazione della prova finale. O che, nella peggiore delle
ipotesi, ti presenterà alla Commissione dopo averti visto per la
prima volta in volto mentre stavi preparando la corona d’alloro
e la bottiglia da stappare poco prima di entrare in aula per la
discussione. Tuttavia, nella migliore delle ipotesi il ruolo di
questo mentore – spesso guida di sperduti Telemaco
contemporanei – è quello di protettore e consigliere autorevole
del laureando.
Se la tesi è un’occasione di crescita intellettuale oltre che
di apprendimento a organizzare le idee, a progettare una
divulgazione di carattere scientifico, a comporre e a redigere un
testo originale, a gestire la ricerca e l’analisi di fonti e
informazioni, il processo che l’accompagna rimane ancora oggi
spesso confuso e approssimativo. E confuso è pure il ruolo
percepito del relatore.
Come organizzare il lavoro? come orientarsi nella lettura di
testi utili per comprendere se il tema o meglio la problematica
che hai in mente è degna di approfondimento? quali risorse devi
conoscere per rendere la tua ricerca online più efficace? come si
struttura un indice? una bibliografia? e le citazioni, come si
fanno? quanto tempo ti serve per fare una buona ricerca? come
si fa un’analisi sistematica dei documenti e della letteratura?
«ma davvero esiste un comando “inserisci interruzione di
pagina” e un altro che ordina automaticamente il rientro della
prima riga?».
Ottime domande. Non tutte forse da rivolgere al relatore.
Quindi: cosa devi e cosa puoi chiedere al tuo relatore? che
ruolo ha il relatore nel lavoro di tesi?
Il relatore è una guida che coordina il lavoro d’indagine,
svolgendo un ruolo prezioso nel definire il cosa si deve studiare
molto più che il come bisogna scriverlo. Per questo c’è il
presente libro, ci sono alcuni seminari organizzati da molti
atenei e numerose indicazioni reperibili dentro e fuori la rete. Il
professore che firma il titolo è colui che può aiutarti a precisare

62
i confini entro i quali concentrare le tue attenzioni e le tue
ricerche rispetto a una determinata area tematica e quindi a un
preciso argomento che diventerà il tema su cui costruire il tuo
obiettivo d’indagine.
Il relatore è il riferimento principale per un confronto
culturale, intellettuale e strategico sul tuo problema da
studiare. E non certo per sapere semplicemente se una citazione
va riportata tra virgolette alte o a sergente, per avere un aiuto
nell’impostazione dei margini di stampa o – peggio, ma sempre
più frequente – per correggere orrori ortografici e di
punteggiatura o per verificare obblighi e scadenze
amministrative. È colui con cui concertare il lavoro
d’indagine, in modo critico, dialettico e dialogico, ovvero in
incontri che siano incentrati sul confronto produttivo e non
sprecati (per tutti) a corregger sciatterie.
La relazione di tesi è un lavoro di gruppo. Anche se spesso
oltre alla coppia laureando-relatore sono presenti il contributo di
un assistente o la cooperazione di un compagno di studi e
ricerche, tale rapporto si configura come una mutua
collaborazione. Che il relatore venga scelto perché titolare
della materia che più ti è piaciuta nel corso dei tuoi studi o
perché lo ritieni il più bravo in aula o per altri e differenti ma
giustificabili ragioni, la relazione con lui – come ogni relazione
interpersonale – sarà facilmente caratterizzata e condizionata da
una dinamica molto vicina al transfert positivo con connotazioni
di stima, affetto, amore, e relative emozioni negative in caso di
delusione (spesso a causa della latitanza o della sparizione dello
stesso).

I DOVERI DEL LAUREANDO & I DOVERI

63
DEL RELATORE

• Ascoltare il relatore

• Proporre un confronto analitico sulle proprie


motivazioni e sugli obiettivi previsti, sui
contenuti e sulla sostanza delle proprie
indagini

• Condividere la scelta dell’argomento di


ricerca, discutendo sulla prospettiva più
efficace da preferire

• Orientare i propri interessi alla costruzione di


un progetto professionale e maturo, in forza
del prossimo inserimento nel mondo del
lavoro

• Strutturare l’ipotesi di lavoro con una


corretta valutazione dei tempi, della
metodologia più opportuna e della struttura
dell’impianto d’indagine

• Impegnarsi attivamente nella raccolta del


materiale e delle fonti, lavorando in modo
attento e responsabile sulla bibliografia e sui
metodi di ricerca

• Curare la stesura dell’elaborato,


assicurandosi di presentare al relatore un
dattiloscritto originale (senza parti copiate),
corretto e ordinato, e di volta in volta in

64
forma quasi-definitiva (ovvero già editato e
pulito)

• Decidere per tempo

• Far bene il proprio lavoro

• Ascoltare lo studente

• Accertare motivazioni e obiettivi per


condividere insieme la scelta di un
argomento di ricerca nel modo più fruttuoso

• Orientare gli interessi del candidato alla


costruzione di un progetto professionale e
maturo, anche in vista del prossimo
inserimento nel mondo del lavoro

• Verificare l’ipotesi di lavoro con la gestione


dei tempi, della metodologia e della struttura
dell’impianto di ricerca

• Contribuire alla raccolta del materiale


(operata quindi dallo studente), suggerendo
indicazioni bibliografiche, metodi e luoghi di
ricerca, spunti di lavoro, soluzioni preferibili

• Governare la stesura dell’elaborato

• Assicurare una lettura del dattiloscritto e una


sua correzione diretta (correggendo contenuti
e struttura del testo) e indiretta (indicando
errori e soluzioni su contenuto e forma dello
scritto, senza sostituirsi alla maestra delle
elementari) gestita per tempo

65
• Far bene il proprio lavoro

Nonostante tutto la relazione tra laureando e relatore è e sarà


una collaborazione di scambio, a volte empatica e articolata,
sicuramente necessitante di reciproca disponibilità e di onestà
intellettuale e professionale. Con ben precisi diritti e doveri, per
entrambi, come ricordato nella TAVOLAI doveri del laureando e
i doveri del relatore di pag. 40.

La scheda di profilo del laureando

66
Il tuo relatore segue contemporaneamente più studenti e più
tesi. È preso da una quantità esagerata di impegni accademici:
di tipo gestionale, amministrativo e burocratico, tra consigli e
commissioni varie, ruoli organizzativi, concorsi, normative,
presidii, raccolta fondi per la ricerca; di tipo scientifico, tra
organizzazione di indagini, pubblicazioni, divulgazioni,
partecipazioni a congressi; di tipo didattico, con i suoi numerosi
insegnamenti che tiene in differenti Corsi di Laurea, i laboratori
e quindi i relativi esami, i colloqui, i ricevimenti. E pure
d’impegni di tipo professionale (ma questa è un’altra
questione).
Si sovverrà di te? o solo della tua faccia alla sua
osservazione sull’imprecisione in quella risposta data all’orale?
E che eri sempre seduto nelle prime file, senza mancare ad
alcuna delle sue lezioni, lo ricorderà?
Per facilitare un inizio positivo, dato che è sicuramente utile
e conveniente avviare e mantenere un efficiente rapporto di
collaborazione tra relatore e laureando, la soluzione migliore è
presentare il tuo progetto di lavoro e le tue motivazioni a
sostegno di tale scelta accompagnate da una breve scheda
biografica.

NOME E COGNOME

Quand’era docente a Bologna, il


poeta Giosuè Carducci allo studente che
gli si presentò timidamente davanti
anteponendo il cognome al nome restituì
bruscamente il libretto, chiuso e senza
firmarlo: «Tenga: le farò la firma quando
avrà imparato a dire correttamente il suo
nome. Per sua regola si dice e si scrive

67
sempre il nome prima del cognome».

Nulla di intimo e prolisso come un diario, sia mai! Oltre al


nome e cognome rigorosamente in quest’ordine, numero di
matricola e Corso di Laurea di afferenza, la scheda riassumerà
in modo sintetico ma preciso la tua posizione nel percorso di
studi, gli esami svolti (con i voti conseguiti: per quanto alcuni
siano stati meno soddisfacenti di altri, sono un termometro
verosimile del tuo stato di salute universitaria) ma soprattutto
quelli mancanti (e una previsione di completamento), i tempi
previsti per la discussione della tesi, un tuo profilo essenziale (i
tuoi interessi, le scadenze della Segreteria, disponibilità ed
eventuali impedimenti al lavoro o agli incontri: informazioni
utili se sei uno studente-lavoratore), un programma di massima
(oltre all’area tematica che hai in mente, gli obiettivi che ti sei
prefissato, la metodologia che intendi seguire, le risorse di cui
disponi oltre al tempo che puoi dedicare alla ricerca, le lingue
conosciute, le esperienze sul tema avute in precedenza, le
competenze informatiche e simili) e quant’altro risulti utile a
una anamnesi del laureando che permetta una buona relazione
professionale con il tuo docente. E perché no? personale tra
maestro e allievo.
Tale scheda – in cui non dovranno mancare la tua email e un
numero di telefono (non per farti telefonare per gli orari di
ricevimento, ma come strumento di contatto straordinario) –
può essere compilata solo una volta all’inizio della relazione, in
modo convenzionale e specifico, meglio se concordato con il
docente (sarà lui a confermare l’opportunità di tale soluzione e
quanto possa esser più utile al lavoro di tesi). Oppure può essere
presentata in modo sintetico e aggiornato, come agile pro
memoria, in ogni incontro di lavoro per tenere sotto controllo
l’avanzamento delle indagini e il compimento di tutti i passaggi
necessari. Scripta manent!

68
Quale soluzione è la più opportuna? Quella concordata tra il
tuo relatore e te. Come anche quella di non adottarne alcuna, se
è la vostra soluzione comune.

Manoscritti e dattiloscritti
Gli unici manoscritti che un docente oggi incontra quando si
parla di tesi di laurea sono quei foglietti strappati dal blocco
degli appunti e compilati, spesso in modo confuso e a volte
creativo ed entustiastico, da chi ha appena realizzato che è ora
di andare da un professore a chiedergli di far da relatore.
Oggi le (sudate) carte viaggiano in rete ma quando arrivano
sulla scrivania del relatore (o più abitualmente sullo schermo
del suo pc) sono dense di inchiostro, riga dopo riga, tabella
dopo tabella, immagine sopra immagine.
E le correzioni, il relatore dove le inserisce?
Un testo così redatto (pochi margini, carattere piccolo,
interlinea assente) suggerisce due avvertimenti: o si vuol
scoraggiare il relatore ad apportare modifiche sostanziali al testo
o al massimo piccole correzioni di carattere poco più che
ortografico (è una scelta, discutibile); oppure non si è
considerato che il testo per essere corretto dev’essere
manipolato (è una mancanza, discutibile).
Per questo è bene che i documenti che presenti al tuo
relatore per le debite correzioni siano fin da subito strutturati
secondo criteri precisi (tanto personalizzabili quanto
indispensabili): per quanto sia una bozza, il tuo documento deve
essere in un formato agevole alla correzione. Lavori in Writer,
Pages, Word: hai verificato che il tuo formato vada bene anche
per chi deve metterci mano dal suo computer? o hai mandato
tutto in formato pdf? Non è che stai imponendo una fatica
altrimenti evitabile per poter farti avere le modifiche? E che ne

69
dici di sfruttare al meglio le possibilità offerte dalla tecnologia e
usare commenti e revisioni contestuali disponibili in ogni
programma di videscrittura? Agili, puntuali e utilmente
tracciabili.
Il documento dev’essere curato e ben organizzato, per
rendere così agevole la lettura e l’inserimento di annotazioni
ben visibili. E salvato con un titolo facilmente recuperabile tra
le centinaia di cartelle di lavoro e tra le migliaia di messaggi di
posta elettronica che il tuo relatore deve gestire ogni giorno.

ALLA RICERCA DEL FILE


PERDUTO

tesisusy.docx
nuovodocumento.doc
cap3versione2_agg3.txt
bozza2bis.odt
filexlavorofinale.pdf
tesicopia.pages

e simili sono etichette che non facilitano


né l’archiviazione dei documenti (e
tantome no un recupero mirato di versioni
precedenti) né l’attribuzione al legittimo
proprietario.

Se invece hai concordato5 con il tuo relatore di stampare le


bozze della tesi, fallo preferibilmente su ambo i lati del foglio,
avendo cura che le pagine siano numerate (anche se sono
provvisorie) e lasciando un ampio margine a lato del testo, in
modo da facilitare l’annotazione delle correzioni a penna tanto

70
tra le righe quanto accanto ai paragrafi. Il relatore potrà così
correggere agevolmente il testo, inserendo revisioni, commenti
e indicazioni utili a migliorare il tuo lavoro.
E quando la correzione sarà stata fatta su tutti i capitoli e
sull’intero testo della prova finale, consegnerai al tuo relatore
una copia dell’intero elaborato per una lettura finale e
conclusiva, prima della stampa definitiva.
È vero che per una tesi di laurea non ci sono la bozza e le
prove colore, la cianografica e il foglio macchina, ma sul pdf
definitivo il «Visto, si stampi» è bene che lo confermi lui.

71
La corrispondenza email

YOU HAVE NEW MAIL

Per lo Shorter Oxford (ed. 1993)


Email è da prefe rire a e-mail. Per il
Collins Cobuild English Dictionary alla
prima forma ‘e-mail’ seguono come forme
secondarie ‘E-mail’ ed email.
Per l’italiano, quest’ultima forma
s’inserisce nell’evoluzione naturale della
lingua che tende alla semplificazione
formale.

Data la diffusione dell’email come strumento privilegiato


per lo scambio di documenti e informazioni e la frequenza
quotidiana con cui interagiamo con tale strumento, potrebbe
sembrare questa una sede poco opportuna se non scontata per
soffermarsi sulle metodologie di scrittura dei messaggi di posta
elettronica tra laureandi e relatori.
Tuttavia, la domanda è: sei consapevole del tuo livello di
buon uso di questo strumento di comunicazione? ne sei certo?
ed è veramente un buon uso quello che fai?
Per verificare che nulla sia sfuggito alla gestione di ciò che
ritieni di saper usare, meglio ricordare qualche avvertenza,
tecnica, stilistica e di bon ton. Non fosse anche solo per evitare
a te scivoloni grossolani e al tuo relatore incontrollabili attacchi
d’ira o, alla meno peggio, d’ilarità.
L’invenzione della posta elettronica ha indubbiamente
introdotto importanti cambiamenti sul piano della dimensione

72
spazio-temporale delle relazioni interpersonali: le distanze
geografiche si sono estremamente ridotte, così come i tempi
relativi agli scambi e alle comunicazioni. Per di più, una email
può essere recapitata a un destinatario anche qualora questo sia
assente o non si trovi presso la propria residenza postale. Questo
è noto, dirai. E a ragione.
Ma non tutti sono a conoscenza del fatto che se è vero che
un messaggio può oggi arrivare in ogni angolo di mondo con
straordinaria rapidità, non è altrettanto vero che il tuo relatore
sia necessariamente collegato dall’altra parte del canale e pronto
a rispondere alle tue email in tempo reale. E se è pur vero che
ognuno ha la possibilità di collegarsi alla propria casella di
posta elettronica in qualsiasi angolo di mondo in cui ci sia una
presa del telefono (ed esistono cantucci di questo pianeta dove il
doppino telefonico o il segnale WiFi non sono ancora giunti:
paradisi in terra), non è assolutamente vero che l’invio di una
email sia garanzia indiscussa di recapito o di visualizzazione da
parte del destinatario. Né tantomeno di comprensione.
Tramite i messaggi di posta elettronica puoi inviare
documenti, immagini, tabelle, ipertesti e quant’altro come
allegato al testo del messaggio stesso. Oggi che memorie rigide
e spazi di archiviazione sono stati fatti levitare fino alle cloud
puoi agilmente far avere al tuo relatore documenti e annessi
anche in formato di condivisione, di hyperlink, con rapidi
collegamenti a portata di clic: meno rallentamenti delle caselle
di posta elettronica, maggiore spazio disponibile a disposizione,
rapidità nell’organizzazione del lavoro e nel farlo in modo
condiviso, immediatezza nel recupero dei dati e contenimento
dell’entropia. E non in ultimo una sicurezza in più che il tuo
lavoro non venga distrattamente cancellato, smarrito o
danneggiato: salvare quanto raccogli ed elabori per la tua tesi di
laurea su una piattaforma di archiviazione offerta da un
provider può facilitarti molto non solo nella condivisione dei
materiali con il relatore ma specialmente nel backup dei tuoi

73
dati6.
Anche se il terrore di perdere tutto te lo fai passare solo se
stampi una copia cartacea dell’ultima versione del lavoro!

MESSAGGIO RICEVUTO?

La funzione di avviso di recapito assicura


che il messaggio sia stato recapitato al
destinatario e visualizzato sul suo
terminale.
Ma, come precisato in calce a tale
ricevuta elettronica, questo non garantisce
che sia stato letto.
Né tanto meno compreso,
specialmente se scritto in malo modo.

74
Dal punto di visita stilistico è bene conoscere alcuni criteri
metodologici e quelle norme comportamentali che permettono
l’utilizzo corretto dello strumento della posta elettronica. Il
riferimento è a quella che è stata chiamata la netiquette, ovvero
il Galateo della Rete (dall’inglese net, la rete ed etiquette, il
galateo delle buone maniere di un Della Casa d’Oltremanica).
Dal punto di vista relazionale, alcuni accorgimenti aiutano a
rendere più responsabile il rapporto tra laureando e relatore (un
domani: tra colleghi, tra capo e collaboratore, tra professionista
e cliente).
Certamente sai che è possibile inserire il nome del
destinatario prendendolo dalla Rubrica se in funzione,
copiandolo da un documento (oggi tutti i portali degli atenei
presentano, chi meglio e chi peggio, i dettagli dei contatti dei
docenti) oppure digitandolo direttamente nella finestra A o
Destinatario avendo cura di rispettare caratteri ed eventuali
segni presenti nell’account (cantatrix_sopranica@net.fr è un

75
indirizzo diverso da cantatrix-sopranica@net.fr). Forse però non
sei consapevole che chiedere a un potenziale relatore «Scusi,
dove trovo il suo indirizzo email?» rischia di elicitare risposte
fastidiose.
Data e ora d’invio del messaggio sono annotati
automaticamente nella finestra Data o Inviato nel momento in
cui si digita il comando di invio del messaggio. Ma non di
quando lo si scrive! Se durante il pomeriggio della stesura
dell’ultima versione della tesi scrivi in un’email per il tuo
relatore «Verrò domani a portarle il documento qui allegato per
la firma» e spedisci l’email dopo la lunga nottata di lavoro, può
nascere il problema che il messaggio, letto l’indomani, non
faccia ben comprendere il giorno dell’appuntamento.
Per quanto riguarda i dati del mittente della email, i tuoi
nome e cognome compaiono (salvo poche eccezioni)
automaticamente nella finestra Da o Mittente. E se non sono
nome e cognome a comparire sul video del tuo interlocutore, lo
fa il tuo nickname. Ecco perché è meglio usare l’indirizzo che
ti ha fornito l’Università oppure cambiare il tuo attuale indirizzo
di posta elettronica prima d’inviare email al relatore (o a un tuo
possibile e prossimo datore di lavoro) se in tempi non sospetti
avevi scelto un indirizzo che ora può rivelarsi inopportuno e
imbarazzante, come ninfobaby@***, somejoderocco@***, o
ancora losventrapapere@***7.
E infine: più attenzione nello scrivere l’oggetto del
messaggio. Una compilazione efficace di questo campo
permette a chi riceve l’email di comprendere immediatamente
di cosa essa tratti, evitando così – o facilitando – i “cestinamenti
preventivi” (è infatti abitudine di chi riceve una quantità ingente
di posta attuare una prima selezione in base a mittente e oggetto
del messaggio). Inoltre, un oggetto indicato in modo chiaro e
sintetico ha molti e innegabili vantaggi. Se lo pensi e lo scrivi
non come una fredda formalità bensì anticipando motivazioni e
contenuti del tuo messaggio predisponi il destinatario alla

76
lettura, ponendolo in una situazione di favore (un oggetto
empatico, essenziale e sfrondato) e non di fastidio (un oggetto
antipatico, arzigogolato e sfrontato) che indubbiamente potrà in
qualche modo influenzarne la risposta8. Per questo è bene anche
evitare quegli eccessi di indolenza o di sciatteria che portano al
recupero della vecchia corrispondenza fatto semplicemente per
facilitare l’inserimento dell’indirizzo del destinatario.
L’ennesimo invio di documenti per la correzione è sovrastato da
un Re: Re: Re: Fwd: Re: Proposta per un primo contatto al
quale corrisponde poi l’inoltro del capitolo Conclusioni della
prova finale? Aspettati l’insorgere nel tuo relatore di gravi
forme di orticaria.
Infine, i messaggi di posta elettronica non sempre vengono
visualizzati sul computer del destinatario secondo impostazioni
e formattazioni coincidenti a quelle scelte dal mittente. Questa
possibilità potrebbe essere già una ragione sufficiente per farti
evitare di inviare messaggi con fondi colorati (rischi dimostrati:
accecamento del destinatario, induzione di incontrollati stati
eccitatori o depressivi, con esiti infausti per la firma della tua
domanda di laurea), caratteri sofisticati e sovradimensionati
(effetto facilmente prodotto: disorientamento e vertigini), rosari
di emoticons animate (qui il cestinamento automatico non può
essere biasimato). Inoltre, non solo è inutile ai fini della
comunicazione inviare messaggi traboccanti di orpelli di tal
sorta, ma può comportare la visualizzazione sullo schermo del
destinatario di un testo composto esclusivamente da
indecifrabili geroglifici.

GULP!

ATTENZIONE all’abuso delle maiuscole


se non vuoi STRILLARE IN PIENO VO

77
LTO del tuo interlocutore quanto stai
cercando di comunicare. Ma fa’ attenzione
anche all’eccessiva alternanza di formati
se non vuoi sentirlo davvero URLARE!

Se proprio vuoi enfatizzare alcuni passaggi ricorda che la


semplice digitazione in lettere maiuscole di alcune parole, così
come la loro sottolineatura o l’uso del grassetto è sufficiente a
indicare chiaramente una maggiore importanza a favore di
alcuni concetti rispetto ad altri.
Per quanto riguarda lo stile, è vero che la posta elettronica è
uno strumento per le comunicazioni rapide da trasmettere in
tempo reale. Tuttavia, non è altrettanto indiscutibile che oggi
tale dinamismo e la modalità nevrotica con cui sovente si
regolano tali scambi comunicativi debba far dimenticare
totalmente le buone maniere. In particolare quando i messaggi
non sono diretti al tuo compagno di banco ma al tuo relatore.
Se nel primo caso puoi decidere di utilizzare abbreviazioni e
forme colloquiali, di non curare la punteggiatura, di privilegiare
una comunicazione emotiva e ignorare imprecisioni e
approssimazioni nell’uso dei termini e dello stile, nel secondo è
preferibile provvedere alle forme di cortesia, all’uso di un
linguaggio adeguato alla relazione, a limitare la quantità di
informazioni a favore di un messaggio sintetico e immediato e
a preferire una forma chiara, fluida e corretta, soprattutto.
Troppe ancora sono le email illeggibili e logorroiche, tracimanti
di orrori grammaticali, di scorrettezze e superficialità in
circolazione a piede libero.

78
Ben al di là e ben prima di catene di bit e schermi più o
meno retinati la rete è un luogo costituito da persone in
interazione tra loro. Un territorio che ha delle regole, una
cultura, alcune abitudini, molte innovazioni, alcune assimilate,
altre proposte e altre ancora in corso. Le persone che in questo
spazio si incontrano e si scontrano devono poter comunicare al
meglio, cercando di evitare le incomprensioni e le relative
conseguenze. Per questo, come in ogni interazione
comunicativa che avvenga nel mondo reale, fatto di fisicità ed
emozioni, anche nel mondo virtuale è necessario prendersi
cura della comunicazione, fare attenzione ai modi utilizzati,
adattare il comportamento e lo stile all’interlocutore, alla
situazione, al contesto.
Se la velocità è l’alibi insostenibile con cui si cerca di
difendere l’approssimazione linguistica e ortografica presente
oggi nell’utilizzo degli strumenti di comunicazione digitale
scritta (sms, chat, tweet, post e simili), l’impersonalità del
medium attraverso cui comunichiamo con i nostri interlocutori
pare essere la principale giustificazione per l’amnesia che
impedisce ai cybernauti di ricordare che dietro allo schermo di
un monitor c’è una persona fatta di emozioni, sentimenti,

79
aspettative, bisogni, opinioni. Persone impegnate in una
comunicazione digitale che se in ambito professionale (la
relazione relatore-laureando è tale) oggi predilige ancora le
email, domani si sposterà sempre più verso la messaggistica
diretta e su piattaforme sociali capaci di ricreare luoghi di
condivisione di materiali e opinioni, discussioni e responsabilità
altrettanto condivise, con una comune e imperitura necessità: la
cura della comunicazione.

L’EMAIL, QUESTA (S)CONOSCIUTA

Esempio di email inadeguata, ma peggiorabile

From: matrix80@ net.it [mailto: matrix80@


net.it]
Sent: Tue 17/09/04 8:36 AM
To:massimo.bustreo@iulm.it
Subject: …

salve!!
vorrei fare la tesi con lei e sapere qualche titolo
della sua materia. io sono in universtià domani e
dopodmani ma non oltre le 2. possiamo vederci x
qualche argomento? grazie. devo fare domanda
entro la fine della prox settimana. a.m.

Esempio di email appropriata, ma migliorabile

From: Emilio Zaneto [mailto: e.zaneto@net.it]


Sent: Tue 17/09/04 8:36 AM

80
To: j_rousseau@net.it
Subject: Richiesta informazioni

Buongiorno professore.
Grazie per la disponibilità a seguirmi nella tesi su
“L’Impresa tra individualità e valori di gruppo”.
Sto raccogliendo il materiale e contattando le
associazioni di categoria, anche se inizierò il
lavoro di raccolta dati non prima di fine mese.
Come concordato all’incontro, le ricordo di
inviarmi i link alla bibliografia da cui partire.
Relativamente agli obblighi di segreteria per
la richiesta della tesi, come data ultima di
presentazione rimane il giorno 30/9, data entro la
quale, se possibile, potremmo incontrarci. A
presto

Emilio Zaneto
cell. 3328061712

81
2.3 La strategia di lavoro
La nonna di Orazio aveva ragione. Come per ogni lavoro di
ricerca che si rispetti, anche per una buona prova finale vale il
suo principio di antica saggezza: «Chi ben comincia ha già fatto
metà lavoro».
E come ogni viaggio, anche l’esperienza della prova finale
comincia con il primo passo. E le difficoltà innegabili che ti
accompagneranno nella raccolta del materiale, nella verifica
delle fonti, nel superamento degli ultimi esami, nel confrontarti
con la lettura critica, con la scrittura di un testo, con il relatore,
possono essere meglio amministrate se fin dall’inizio ti è ben
chiara la strada da seguire, se prevedi l’itinerario da privilegiare,
se sai dove posare il piede dopo il primo passo.
Da quando hai iniziato a pensare seriamente di laurearti, di
trasformare le tue aspirazioni in obiettivo e l’obiettivo in
risultato è emersa sempre più in te una sensazione di ansia e
smarrimento. Una sensazione che toglie il fiato.
Che fare?
Respira.
Inspira ed espira lentamente per almeno dieci volte, tante
quante sono le fasi che separano il primo passo dal ritiro della
tesi in copisteria, al quale seguirà il tanto atteso sospiro finale.

Fase Zero. Oltre lo smarrimento iniziale


Hai respirato profondamente come suggerito? Allora sei ben
avviato al superamento di quella che viene detta anche Fase
dello Smarrimento, affatto obbligatoria ma quando presente da

82
non far trasmodare. Ora ti puoi concentrare nella pianificazione
del lavoro da fare. Senza l’ansia che ti offusca la ragione, puoi
porti degli utili riferimenti per organizzare al meglio le attività,
controllare le scadenze e procedere con le indagini nel pieno
rispetto dei tempi prefissati e delle indicazioni concordate con il
tuo relatore.

Fase 1. Scegliere l’argomento


La prima e sostanziale azione da affrontare è
l’individuazione di un argomento. È la “prima” cosa da fare
perché risulterebbe alquanto incomprensibile sviluppare il
benché minimo scritto su qualcosa di indefinito (c’è chi ci
prova, indefesso). È inoltre “sostanziale” in quanto tale
argomento costituirà il nucleo delle tue argomentazioni, il
centro dei tuoi pensieri attorno al quale articolare indagini,
esplorazioni e studi approfonditi e originali. O meglio:
trasformare la vaga attrazione per quella materia in un tema da
indagare, in una problematica da risolvere è la prima azione
per arrivare a ideare un titolo che contenga il senso
dell’indagine, faccia intuire la domanda di ricerca e ne anticipi
la risposta9.
Ben inteso: per trasformare l’idea fumosa di un tema in un
titolo (Fase 2) è necessario partire da un’intensa attività di
lettura, sistematica, dedicata e attenta alla verifica delle fonti.

Fase 2. Decidere il titolo


L’argomento così definito costituisce la sostanza del titolo
del tuo lavoro. Costruire il titolo della tesi significa infatti dar
forma alle idee partorite in modo generoso e confuso durante le

83
lunghe notti insonni che ti hanno accompagnato fin dal
momento in cui hai capito che quello doveva/poteva essere il
tuo argomento di tesi. E per far questo non puoi che cominciare
esaminando la letteratura esistente, per assicurarti che le
ipotesi che andrai a formulare tengano conto delle ricerche già
effettuate da altri studiosi. Solo così potrai isolare un oggetto
specifico all’interno di un’area tematica fino a quel momento
(troppo) estesa e dai confini (troppo) poco definiti. Solo così
puoi trasformare il tuo preciso oggetto di studio in una
problematica, in una precisa domanda alla quale rispondere
con un’indagine puntuale.
Limitare un argomento e le sue differenti prospettive di
studio attraverso la formulazione di un titolo significa aver
posto le basi del lavoro da compiere, aver impostato un
progetto, aver intrapreso il primo passo.
Non ti resta che rimboccarti le maniche.
E comporre l’indice.

UN FARO NELLA NEBBIA

L’indice è l’anima, la struttura, la spina


dorsale del lavoro di tesi. L’indice è il
progetto e la direzione da seguire. Una
volta modificato, migliorato e reso robusto
sarà un faro per il laureando che nel mar
della tesi è impegnato tra tempeste,
bonacce e fughe in cambusa.

Fase 3. Un indice robusto

84
Costruire l’indice è il passaggio fondamentale che segue
agevolmente il precedente. La scelta ragionata di un argomento
e la sua limitazione attraverso una titolazione facilita
l’elaborazione di un indice che altro non è che il tuo piano di
lavoro, un filo conduttore che ti guida nell’organizzazione delle
tue idee, il programma da seguire nella raccolta e nella
redazione della prova finale.
Durante la costruzione dell’indice è bene prestare la
massima attenzione a quanto in tuo possesso e alla direzione che
vuoi concedere alle tue indagini. Scrivere l’indice, infatti,
rappresenta un modo fondamentale per organizzare le tue
riflessioni e la strategia di lavoro di ricerca e d’analisi (vedi al §
6.1 di pag. 143). In particolare, un indice robusto e ben
organizzato fin dall’inizio ti permette di muoverti con sicurezza
alla ricerca di documenti e materiali, di gestire le informazioni
raccolte in modo agile e sempre opportuno, di modificare
piccole parti o intere sezioni del tuo elaborato senza perdere mai
di vista il senso del lavoro e la direzione delle indagini.
Nell’indice, un’articolazione in capitoli, paragrafi,
sottoparagrafi e ulteriori sotto-unità rappresenterà (per te in
primis e quindi per chi leggerà il tuo scritto) un’immagine reale
della gerarchia delle tue argomentazioni, una concretizzazione
del piano di lavoro e quindi la forma complessiva della tesi. La
presenza di appendici, tavole e sommari darà garanzia al lettore
dell’esistenza e della disponibilità di materiali complementari
utili alla comprensione del tema discusso. La presentazione
sobria e uno stile aggraziato renderanno più piacevole il primo
incontro con il tuo elaborato e ben predisporranno alla lettura.

Fase 4. La raccolta dei materiali


Questo passaggio è rappresentato da tutte quelle attività

85
necessarie e funzionali per la raccolta dei documenti sul tema di
ricerca. E per documenti s’intendono fonti, materiali,
dichiarazioni, filmati e registrazioni, racconti, letture e schede
bibliografiche, reperti, codici e quanto più è possibile e utile,
comprese idee e stimoli raccolti da incontri e confronti con
autorevoli testimoni di sapere sul tuo argomento.
Possono essere quindi autorevoli le testimonianze di opinion
leader come del garzone del barbiere: è cura della metodologia
da te preferita filtrare le informazioni necessarie dalle
superflue, non solo a posteriori ma già in fase di scelta del
campione da intervistare, delle tipologie di scritti da esaminare e
quant’altro.
Certo, se sei uno studente di Filosofia non è detto che tu
debba raccogliere le liste della spesa di Blaise Pascal, né
somministrare un questionario di personalità a Stephen
Hawking se ti stai laureando in Astrofisica e fisica spaziale.
Anche una buona prova finale, come i migliori pasticcieri
sanno, si fa cum grano salis.
Una volta raccolti e analizzati i documenti è bene ordinare
il materiale e quindi ridimensionare l’argomento della ricerca
alla luce delle informazioni che ora hai disponibili.

Fase 5. La verifica della direzione


In seguito alla raccolta dei materiali devi prevedere la
riesamina dei limiti del lavoro.
Tale attenzione ti permette di rendere la ricerca appropriata
a quanto esiste e a quanto è possibile e fattibile approfondire.
Non che prima della stesura dell’indice ti sia proibito leggere e
informarti sull’argomento! Ma se far questo è utile per
identificare il tema di ricerca, il momento del riordino delle
fonti e delle idee è indispensabile per rinforzare la prospettiva

86
d’indagine e delle argomentazioni più efficaci nonché le
fondamenta del tuo lavoro di tesi.

Fase 6. Preparazione alla stesura


La Fase 6 corrisponde all’elaborazione dell’introduzione.
Strutturare in modo argomentato e analitico quanto presente
nell’indice significa chiarire la direzione che intendi
intraprendere per la tua indagine e che hai già rappresentato
nell’indice stesso, manifestare gli intenti e l’impianto di lavoro e
verificare con te stesso una volta di più quanto stai facendo.
Ecco perché compilare l’introduzione prima di iniziare la
stesura dei capitoli può aiutarti a fissare le idee su quanto stai
per scrivere (e puoi quindi scegliere il meglio). E può aiutare il
tuo relatore a comprendere cosa vuoi fare (e può quindi evitare
il peggio).
A questo punto del tuo lavoro l’introduzione avrà certo una
forma non definitiva ma vincolata alla natura dell’indice e,
come questo, potrai migliorarlo con il procedere della ricerca:
ogni modifica dell’una comporterà una ristrutturazione
ponderata dell’altro, in modo che entrambi siano sempre la
guida più efficace al tuo lavoro. Poi, quando avrai finito la
redazione dell’intero elaborato sarà opportuno rivedere
l’introduzione per renderla definitiva: questa dovrà far capire al
lettore il senso della ricerca, il suo nucleo e le sue parti
complementari, gli obiettivi che ti sei posto e il metodo che hai
utilizzato.
Leggendo l’introduzione, il tuo lettore deve poter
comprendere tutto di quanto è presente nel testo che segue e,
paradossalmente, capirlo così bene al punto che potrebbe non
leggere quanto presente nei restanti capitoli (cosa che tra l’altro
accade in sede di tesi).

87
Tuttavia, il testo che segue tocca a te scriverlo.

Fase 7. La stesura

DA DOVE COMINCIARE

Problemi a iniziare con la prima frase del


primo capitolo? Comincia dalla seconda!
Naturalmente, solo «quando avete un
indice “di ferro” allora potete permettervi
di non cominciare dall’inizio. Anzi,
solitamente si comincia a stendere la parte
su cui ci si sente più documentati e sicuri.
Ma si può farlo solo se sullo sfondo c’è
una griglia orientativa» (Eco, 1997: pag.
128).

Una volta terminata la prima versione dell’introduzione


avrai così gioco facile per la redazione dei capitoli. In tale fase
idee e argomentazioni, tagli prospettici e prese di posizione,
ragionamenti personali e citazioni autorevoli dovranno trovare
la loro forma più opportuna, efficace nello stile e adeguata ai
contenuti. Se sai cosa devi dire (e lo sai, visto che hai già
costruito un indice robusto e una chiara introduzione) ora devi
scriverlo, con un linguaggio appropriato e in modo ordinato.
Così il tuo scritto sarà sostenuto da quell’organizzazione logica
già presente nella struttura dell’indice e che contribuirà allo
svolgersi dei capitoli e dei paragrafi, che ti permetterà di
equilibrare gli spazi in modo omogeneo all’interno del testo e

88
che converrà alla gerarchia che hai attribuito agli argomenti di
ricerca.
Se con l’introduzione hai anticipato il tema che
approfondirai nei capitoli e in questi hai trattato e argomentato il
tuo oggetto d’indagine, nelle conclusioni riassumi criticamente
quanto hai scritto e affrontato nei capitoli. Così come Marco
Tullio Cicerone organizzava la sua orazione attraverso
1.l’exordium, dove indicare il messaggio principale e i criteri
della sua esposizione
2. la narratio e l’argumentatio, in cui descrivere e
argomentare i fatti esposti
3. la peroratio, ove concludere ribadendo gli argomenti più
importanti
così la tua tesi sarà organizzata attraverso
1. un’introduzione dallo scopo profetico, in cui avviare le
argomentazioni delle tue indagini
2. un corpo di carattere etico, in cui argomentare in modo
funzionale quanto necessario a sostenere la tesi, l’ipotesi
da dimostrare, l’obiettivo da raggiungere con correttezza e
appropriatezza
3. una conclusione dall’intento sintetico che riprenda e
ribadisca quanto detto, lo riassuma, si ricolleghi a quanto
prospettato nell’introduzione e in modo appassionato metta
un punto sui risultati originali raggiunti e suoi limiti.

Infine ricorda che è molto utile stampare ogni singolo


capitolo una volta terminato, rileggerlo attentamente (meglio
dalla fine all’inizio, come suggerito qui alla Fase 10) per
correggere errori e distrazioni e quindi consegnarne una copia
(ri)pulita al tuo relatore per la verifica e la raccolta dei
suggerimenti utili a proseguire al meglio il tuo lavoro.

89
Fase 8. Concludendo
Ora che hai terminato di scrivere i capitoli, è bene
aggiornare l’introduzione. Sì, perché scrivere le conclusioni del
tuo lavoro di ricerca dovrebbe significare verificare se hai
raggiunto quanto ti eri posto come obiettivo d’indagine, se le
attese connesse ai tuoi propositi sono state rispettate, se quello
che avevi scritto in modo profetico nell’apertura del tuo
elaborato puoi ora confermarlo in modo sintetico presentando i
risultati delle tue indagini in modo critico, chiaro e
onestamente proposto come materia di discussione.
Le conclusioni così costruite saranno infatti un’ottima base
di partenza per preparare il discorso con cui sostenere la tua
dissertazione di fronte alla commissione di laurea.

Fase 9. La verifica delle fonti


Che ogni prova finale debba avere una bibliografia sembra
cosa scontata, ma non a quel laureando che ha giustificato tale
mancanza con un «ma nel testo ci sono tutti i nomi degli autori
e gli anni delle edizioni…». Infatti, anche se i riferimenti alle
fonti sono indicati per esteso nel testo (soluzione non ideale,
come scritto al § 6.3) o le citazioni sono riportate precisamente
nelle note a piè di pagina o a fine capitolo, la bibliografia finale
facilita il lettore nella comprensione dei testi che sono stati
oggetto di ricerca – e quindi della corrente di pensiero condivisa
– e nel reperimento delle informazioni che più lo interessano
direttamente.
Per questo abbi cura di verificare che nella bibliografia
siano presenti e ordinati tutti i riferimenti ai documenti da te
utilizzati10.

90
ELLSBERG PARADOX

Gli individui preferiscono effettuare scelte


non ambigue, in contraddizione con la
Teoria dell’utilità attesa. A fronte di più
descrizioni dello stesso fatto, un soggetto
probabilmente sceglierà quella che gli pare
più coerente, anche se sorretta da fonti
scorrette o addirittura false.

Fase 10. La correzione finale e definitiva


È dunque possibile rileggere il tutto con occhio
attento, affidandoci alla abilità nell’identificare in
modo efficace ogni possibile refuso presente nello
scritto? Purtroppo, o forse per fortuna, quello che noi
tutti riusciamo a vedere nel nostro testo corrisponde
solo in parte a a quello che esiste nella realtà e a
quello che il nostro occhio registra.

Trovato? Se provi a rileggere l’inciso soprastante hai molte


probabilità di non accorgerti di alcun errore. O meglio, il tuo
sistema di lettura e comprensione mentale ha letto
“autonomamente” quanto scritto qui sopra, ha attivato
aspettative di significato e di segni che avresti incontrato
durante lo scorrere del testo con il tuo sguardo. Si è lasciato
“distrarre” dalla necessità di attribuire un senso a quanto stava
registrando per permetterti di capirne il messaggio. Era intento a
rispondere alla domanda se ci sia o meno questa possibilità di

91
identificare in modo efficace ogni possibile refuso in un testo.
Rileggilo ancora: vedi errori?
No? Per questo è molto utile rileggere il tuo lavoro almeno
una volta dall’ultima frase dell’ultima pagina alla prima frase
dell’introduzione. In tal modo non ti farai ingannare dal tuo
sistema di «correzione automatica» (peraltro assolutamente
indispensabile nella maggior parte delle situazioni in cui esso
opera) e potrai così rimediare alle imperfezioni del testo.
Il fatto di scrivere, leggere e avere sempre davanti agli occhi
il tuo scritto, frase dopo frase nel medesimo ordine di lettura,
porta il tuo sistema percettivo a correggere automaticamente gli
errori che si dovessero presentare (e si presentano). E a ignorarli
anche alla tua lettura più attenta.
Per tali ragioni la correzione definitiva andrebbe svolta dopo
una breve ma utile pausa di decantazione. Abbandona il tuo
testo per almeno una settimana. Per sette giorni lo ignori, lo
dimentichi, soprattutto non lo rileggi ancora per l’ennesima
volta. L’ottavo giorno lo riprendi in mano dall’inizio:
leggendolo ti accorgerai di imprecisioni, ripetizioni, errori e
orrori. Questi si separeranno dal testo che fino a prima li teneva
nascosti alla tua vista, o meglio: il tuo nuovo sguardo sul tuo
testo li farà emergere svelandoli alla tua attenzione.
Il decimo e ultimo sforzo prima del sospiro finale e prima di
considerare il lavoro terminato andrebbe quindi fatto una volta
ritrovato il tuo testo con occhi riposati e al di fuori di un
pericoloso flusso di lettura inerziale.
Questa rilettura e correzione dell’intero scritto ti
faciliterà così nella caccia di eventuali errori (che se possono
avvenire avvengono11), mancanze, imperfezioni, zeppe e
quant’altro sia irregolare o impreciso. Anche se la prima cosa
che noterai quanto ritirerai la copia della tua tesi fresca fresca di
stampa sarà proprio quel refuso così evidente!
E per concludere: sempre la saggia nonna diceva «Devi
sapere a che ora vuoi arrivare per decidere quando devi partire».

92
Per cui, nella TAVOLALa strategia di lavoro che trovi a pag. 62
annota come prima cosa la data massima di consegna della tua
tesi di laurea e quindi, a ritroso, calcola con attenzione i tuoi
tempi (consapevole dei tuoi ritmi, gli impegni ineliminabili, le
tue esigenze), lasciandoti un buon margine di ritardi e imprevisti
per ciascun punto. Così facendo avrai sempre sotto controllo il
tuo stato di avanzamento e potrai correggere tappe e andatura
per arrivare puntuale e preparato all’importante appuntamento
della laurea.

93
2.4 L’indice, struttura portante
della tesi
L’indice è la prima cosa che il lettore sfoglia di un libro. E
perché non sia anche l’ultima, questo dev’essere eloquente,
incisivo e seducente quanto basta.
Al § 6.1 trovi alcuni suggerimenti utili alla stesura tecnica e
stilistica dell’indice, con attenzione particolare alla forma
(chiara e organizzata), alla presentazione grafica della struttura
(lineare) degli argomenti e al suo essere elemento capitale per
una (buona) prova finale. Qui di seguito l’indice è analizzato
quale struttura e guida della tesi.
L’indice della tua tesi – così come l’indice di ogni lavoro
divulgativo e scientifico, libro, articolo, relazione tecnica e
professionale – corrisponde all’itinerario di viaggio, all’ipotesi
di lavoro, a un piano di avanzamento che sicuramente verrà più
e più volte rivisto, ridimensionato, cambiato lungo il percorso,
ma che ti assicurerà un punto di partenza, uno di arrivo e alcune
mete inevitabili (e altre chiaramente da evitare).
L’esperienza della prova finale è un percorso a ostacoli. E le
difficoltà innegabili che accompagnano ogni studente nella
raccolta del materiale, nella verifica delle fonti, nel superamento
degli ultimi esami, nel confrontarsi con la lettura critica, con la
scrittura di un testo, con il proprio relatore, possono essere
meglio amministrate se è ben chiara fin dall’inizio la strada da
seguire, se si prevede l’itinerario da privilegiare, se si sa dove
dirigere il timone e come orientare le vele. In questo l’indice ti
può aiutare.
Pensare all’indice come piano di lavoro ti permette infatti
di far luce su quanto vuoi indagare. Ti dà facoltà di riconoscere

94
alle tue idee astratte perché non ancora articolate una sostanza e
una concretezza non appena messe per iscritto e organizzate
secondo priorità e gerarchie solide. Ti aiuta, inoltre, a
presentarti davanti al tuo relatore con un progetto preciso, e se
non definitivo sicuramente comprensibile. Un work in progress
di cui si comprende cos’è il work e che cosa si deve fare per
rispettare il progress.
Per questo è utile strutturare l’indice provvisorio in modo
articolato, facendo seguire a ciascun titolo un breve ma efficace
riassunto. Tale promemoria conterrà gli argomenti di quanto
vorrai dire e scrivere, i riferimenti ai libri dove hai iniziato a
trovare informazioni importanti e a quelli in cui immagini di
trovarne di più utili, nonché le idee ancora non organizzate ma
da non dimenticare. Un indice così argomentato sarà la base per
costruire l’introduzione e il modo per ottimizzare il tuo tempo
di lavoro.
«Come si fa un indice argomentato? come arrivo alla
scaletta dei capitoli e dei contenuti di ciascuno? qual è la chiave
per riuscire ad esser efficace nella sintesi delle cose da dire e da
scrivere nell’indice?».
La chiave? Le parole chiave. Identifica con precisione i
temi di cui vuoi trattare man mano che raccogli i materiali.
Appuntati i concetti cardine di ciascun tema sotto forma di
singole parole, o frasi molto molto brevi. Quindi, disponile
nell’ordine che useresti se dovessi spiegare a qualcuno che non
sa nulla dell’argomento cosa vuoi dimostrare. Parti dal loro
significato, dal senso che tu gli attribuisci, dalla direzione che
vuoi prendere per raggiungere il tuo obiettivo e spiegalo
davvero alla nonna, all’amico che fa tutt’altro che quello che fai
tu, al tuo vicino mentre siete in cassa dal pizzicagnolo sotto
casa. Quando avrai trovato la disposizione più logica e ordinata
di tutte le parole chiave della tua argomentazione, scrivile nel
formato di un elenco: ecco lo scheletro della tua scaletta (del
paragrafo, del capitolo, della tesi).

95
Oppure utilizza disegni, schemi e raffigurazioni per dar
forma alle tue idee e alle relazioni che le collegano12 attraverso
quanto puoi preferire per rendere chiari e visivi i rapporti che
esistono tra il tuo tema di ricerca, la tua problematica da
analizzare e risolvere, le ipotesi che sostengono il tuo lavoro e le
teorie che le accompagnano, e quindi i risultati attesi. Che siano
parole chiave di pensieri ordinati o titoli di immagini raffigurate
su carta, tali metodi di rappresentazione del tuo percorso
d’indagine ti saranno utili per predisporre un indice efficace. E
iniziare quindi a lavorare in modo efficace.
Una volta costruito l’indice argomentato o scaletta avrai in
mano una lista così sufficientemente completa delle attività che
ti sembrerà di aver già superato la barriera più difficile: il
terrore dell’immensità di cose da fare. La tesi che ora ti si
presenta dietro a questo rassicurante ordinamento non è più un
obiettivo scoraggiante ma un compito più agevole, più chiaro,
più a portata di penna. Ora il tuo nuovo obiettivo è scrivere
partendo da uno dei paragrafi che hai inserito: quello che ti pare
più facile (quello del metodo? basta descrivere cosa hai fatto.
Quello del contesto? basta recuperare le fonti e metter insieme i
passaggi che avevi raccolto nello studio per la collocazione
iniziale del tuo argomento) o più semplice nell’adattamento di
scritti già abbozzati a suo tempo (una tesina scritta per l’esame?
quel post pubblicato nel tuo blog su quella curiosa scoperta da
cui era nato il tuo interesse?). Iniziare a scrivere sostenuto dalla
struttura di un indice solido ti farà sentire più sicuro di te e ti
darà modo di entrare quanto prima nella pratica della scrittura
(cap. 5).
Inoltre, un indice robusto, ben strutturato e ordinato
permette di comprendere cosa hai intenzione di fare, come vuoi
organizzare l’esposizione dell’argomento, che importanza
attribuisci ai differenti aspetti del tuo tema e quindi come stai
ordinando le idee. E attraverso lo stesso dimostrerai al tuo
relatore non solo capacità di programmazione e serietà

96
scientifica ma anche di saper lavorare con intelligenza e
maturità.
In quanto programma di lavoro, l’indice è quindi la prima
cosa che dovrai scrivere. Ma non è detto che tu debba
necessariamente scriverlo. L’indice può anche essere disegnato,
schematizzato o costruito come un collage. Fai fatica a mettere
insieme le idee che hai in “titoli” organizzati in modo logico e
strutturato? Ti risulta più facile gestire i concetti se direttamente
visualizzabili e concretamente manipolabili? Allora
scarabocchia su un foglio caselle, frecce, diagrammi e
commenti che poi cancellerai e riscriverai fino a quando avrai
chiarito il tuo itinerario. Solo a quel punto stenderai una
versione scritta e ordinata dell’indice. E una volta che questo
sarà pronto, sarai anche più libero di non rispettarlo così com’è:
cancellerai e riscriverai ancora quanto ti sembra migliorabile e
modificabile.
L’indice ti accompagnerà infatti lungo tutto il percorso
dell’elaborazione della ricerca di tesi e nella redazione dello
scritto, come la mappa accompagna il viaggiatore. E lungo
questo percorso di lavoro ti sarà possibile modificarlo,
aggiornarlo, precisarlo e discuterlo con il relatore.
L’indice è il piano di lavoro che terrai accanto agli appunti
(per guidare le tue ricerche), allo schedario personale (in modo
da annotare ricorrenze, citazioni e inserimenti vari), al computer
(per correggere ogni riferimento interno al testo, ogni rimando
tra capitoli e tra paragrafi, ogni corrispondenza nella struttura).
Inizialmente, l’indice sarà un foglio di carta denso di
annotazioni e di rimandi, di stimoli e di spunti, di numerosi
impegni. Poi, con il procedere del lavoro, verrà perfezionato,
fino alla versione finale necessariamente ripulita, essenziale,
contenente la logica che compone la struttura della tua prova
finale e che sarà ben visibile a chi la dovrà valutare. Una logica
che, se avrai lavorato in tal modo, è già presente fin dall’inizio
della progettazione della tesi.

97
L’indice è la struttura portante dell’intera tesi. Attraverso
l’indice mostrerai l’anima della ricerca, il senso del progetto che
la sostiene. Un progetto chiaro che diviene un’utile guida per la
ricerca del materiale, per l’organizzazione delle idee, per la
costruzione della gerarchia degli argomenti e per la stesura
dell’introduzione, dei capitoli e delle conclusioni. La struttura
che contiene il cuore della ricerca. Della tua ricerca.

LA STRATEGIA DI LAVORO

SCADENZA
Superare la Fase dello Smarrimento
____/____/_________
Identificare l’argomento
____/____/_________
Problematizzare l’argomento e trasformarlo in
titolo
____/____/_________
Organizzare i temi da trattare nell’indice
____/____/_________
Raccogliere e ordinare i documenti
sull’argomento
____/____/_________
Ridimensionare l’argomento alla luce di quanto
trovato

98
____/____/_________
Strutturare logicamente il pensiero: l’introduzione
____/____/_________
Dare una forma chiara al pensiero: la stesura dei
capitoli
____/____/_________
Scrivere le conclusioni
____/____/_________
Aggiornare e sistemare la bibliografia
____/____/_________
Leggere, rileggere e correggere il dattiloscritto
____/____/_________

CONSEGNA
TESI ____/____/_________

1 Questo vale in quanto studente iscritto all’ultimo anno di corso della laurea di primo
e secondo livello. Per gli studenti di corsi di master e di dottorato modalità e tempi
sono ancora differenti e dipendenti dai singoli regolamenti. Da verificare per tempo!
2 Tieni presente che in molti atenei è possibile fare domanda di tesi con un docente con

il quale non si sono sostenuti esami di profitto, previa richiesta e relativa


autorizzazione del Preside di Facoltà o di chi titolato.
3 Tale balzello pare corrisponda al minuzioso lavoro che il bravo amanuense fiorentino

opererà a suon di cesello sulla pergamena da incorniciare nel tuo studio, se non
dimenticata per sempre in Segreteria.
4 Fatto salvo quanto precisato alla nota 2 di pag. 35.

99
5 Qui sta il cuore della questione: è bene, se non necessario, concordare con il tuo
relatore la soluzione per rendere il vostro lavoro più agevole ed efficace. La soluzione
migliore infatti sarà la vostra soluzione.
6 Alcuni dei più diffusi e affidabili cloud storage ad accesso gratuito sono: Dropbox,

Google Drive, Hubic, iCloud, Mega, OneDrive.


7 Prima del diritto alla privacy c’è la pietas che impone di non poter risalire agli

studenti (e alla studentessa) che si celano dietro questi indirizzi, realmente esistiti e
candidamente utilizzati con il relatore.
8 A chi scrive fu inviata un’email in cui nel campo dell’oggetto c’era scritto: «Sono

una studentessa del terzo anno. Sto facendo la tesi di laurea (iniziata con il prof. ***,
da lui firmata, ho scritto circa 50 pagine, ma ora lui non ha più tempo per seguirmi) ho
bisogno di aiuto. Possiamo fissare un appuntamento? Grazie ***». Sicuramente un
caso raro, ma non unico. Tuttavia, la maggior parte dei messaggi di richiesta di tesi
arrivano anticipati da un titolo noioso e ridondante come «Richiesta tesi» piuttosto che
da un intrigante «Da leggersi partendo dal PS».
9 Su questo vedi quanto approfondito al § 6.5.
10 Omettendo senza tanti indugi Wikipedia se interrogata solo per la verifica di date,
nomi o amene curiosità.
11 Dove sta l’errore nell’inciso alla pagina precedente? Si tratta della semplice
ripetizione della preposizione semplice ‘a’ all’inizio della quinta riga.
12 Al § 5.1 hai alcuni esempi di come costruire delle mappe mentali per aiutarti a
identificare e selezionare le informazioni più significative nella costruzione di un
percorso di ricerca e scrittura.

100
Il cuore della ricerca

Il lavoro di tesi è un’impresa seria e rigorosa, un autentico


lavoro di elaborazione personale di una ricerca. È un’occasione
– la prima per molti – per imparare a sviluppare e gestire un
metodo di lavoro intellettuale, a coordinare le idee, a
programmare i tempi e l’organizzazione del lavoro.
Un’opportunità per confrontarsi con le proprie capacità
espressive, scritte e orali.

The things you own end up owning you.


Chuck Palahniuk, Fight Club, 1996

101
3.1 Chi sceglie il tema di ricerca?

DÉJÀ-VU

È cosa buona e utile evitare


argomenti troppo spremuti. Il rischio è
la produzione di una tesi scontata e banale.
Prima di scegliere un argomento si deve
leggere, leggere e ancora leggere per
scoprire tutto quello che su
quell’argomento è già stato detto!

Se, come è vero, il lavoro di tesi è la tua occasione per


imparare a organizzarti e a organizzare metodo di lavoro, idee,
tempi e obblighi indipendentemente dall’argomento che hai
scelto, è pur vero che devi ben scegliere un argomento in cui
laurearti.
Tuttavia, se la scelta del tuo argomento di ricerca si riduce al
solo e semplice pretesto per imparare a lavorare – cosa peraltro
alquanto difficile se l’oggetto su cui intendi studiare non stimola
la tua benché minima curiosità – il rischio di avventurarti nella
trattazione di un tema che non ti conduce in alcun luogo è alto.
Come alto è il rischio di produrre una prova finale dal carattere
banale e ripetitivo se la scelta dell’argomento ricade su un tema
che fa semplicemente da eco a quanto già esiste nel panorama
scientifico. Per evitare tutto questo è bene che tu faccia lavorare
la tua intuizione e la tua creatività. E, soprattutto in fase

102
preparatoria, che affini le tue armi da indagatore e quelle da
lettore critico: cosa è già stato scritto sul tema? quali sono le
ultime scoperte in merito? quali gli studi più recenti? quali le
aree ancora da indagare? quali le problematiche ancora irrisolte?
Le risposte a queste e altre simili domande si ottengono
attraverso una semplice ma altrettanto efficace e imprescindibile
attività propedeutica a ogni ricerca: la lettura.
Accanto all’attività di analisi della letteratura sul tuo preciso
argomento (§ 3.2), la scelta del tema di ricerca dovrebbe
preferibilmente interessare una disciplina di cui tu abbia seguito
almeno un corso e superato il relativo esame (meglio se in modo
dignitoso e non stentato). Per tale scelta si offrono
fondamentalmente due soluzioni:
• identifichi un argomento a cui sei particolarmente
interessato o che senti di voler approfondire con un lavoro
di indagine e lo proponi a un professore di un’area
disciplinare congruente con cui intendi laurearti
• ti affidi a un relatore con cui concordare un argomento, che
ti verrà proposto dal professore stesso, sul quale articolare
il tuo lavoro di ricerca.

DO UT DES

Che sia stata proposta o assegnata la tesi


rimane un momento autentico di
elaborazione personale di una ricerca, e
nella sua serietà e rigorosità contempla la
valorizzazione di un onesto rapporto di
stima e fiducia tra l’allievo e il maestro.

103
La prima soluzione – la tesi proposta – rappresenta una
situazione ottimale in cui, come si è visto alla fine del capitolo
precedente, alla tua chiarezza d’idee circa i tuoi interessi
corrisponde la disponibilità di un docente. Spesso la scelta
dell’argomento di tesi frutto di una vera vocazione (non
pensare però che mettersi a mani giunte e capo chino in
un’inerte attesa conduca lontano). Tuttavia è bene precisare
subito che, qualora tu volessi perseverare nel proporre il tuo
argomento (per esempio, Il ruolo dell’individualità nelle nuove
cattedrali di consumo) anche qualora il professore più adatto (in
questo caso il docente di Psicologia dei consumi) non potesse o
non volesse seguirti – per cento e uno motivi indiscutibili – ti
resta possibile, nonché consigliabile, modificare la prospettiva
di indagine della tua ricerca in modo da poterla proporre a
qualche altro relatore disponibile ad accettarla (per esempio, al
professore di Sociologia dei consumi accordando quindi un
taglio sociologico all’argomento, oppure al professore di
Psicologia sociale concentrandoti maggiormente sugli aspetti
relazionali e psicosociali dell’individuo in rapporto ai luoghi di
consumo). Così il tuo interesse è salvo. E non ci sono più alibi
per un lavoro trascurato.
La seconda soluzione – la tesi assegnata – risponde meglio
alla mancanza di idee chiare o di scelte autonome: è il
professore al quale intendi chiedere la tesi che ti proporrà, o
meglio ti assegnerà, dei temi di ricerca, secondo alcuni criteri
ricorrenti e che è bene conoscere.
Il relatore ti può suggerire un’idea di titolo su alcuni
argomenti di cui egli è esperto e attento conoscitore, pronti
all’uso o modificabili nella misura necessaria per adattarli alla
specificità della prospettiva d’indagine o del tuo corso di studi.
Può darti dei temi di ricerca in cui egli stesso è impegnato.
Avrai così l’occasione di collaborare con la sua équipe nella
raccolta di dati, informazioni e materiali, il tutto in una
relazione di mutua utilità e per un lavoro di ampio respiro alla

104
portata di un interesse collettivo.
Oppure, può indicarti una serie di argomenti al lui poco noti,
sui quali egli stesso è interessato ad ampliare le proprie e le
comuni conoscenze. Tale atteggiamento presuppone un atto di
generosità e di fiducia nel candidato da parte del docente, che
va riconosciuto e valorizzato. Infatti, sostenendoti nella ricerca
di nuovi temi di indagine, il tuo relatore si mette a disposizione
per uno studio comune, a più voci; dedica parte del proprio
tempo alla verifica di nuove prospettive di studio; ti riconosce
un’autonomia di lavoro e con te s’impegna per precisare i temi
via via emergenti.

105
3.2 Leggere allunga la vita


Le verbe lire ne supporte pas l’impératif.
Aversion qu’il partage avec quelques autres :
le verbe « aimer »… le verbe « rêver »… On
peut toujours essayer, bien sûr. Allez-y : «Aime-moi!
» « Rêve! » « Lis! » « Lis! Mais lis donc, bon sang, je
t’ordonne de lire! ». (Pennac, 1992: pag. 13)


Condannato a leggere per avere rubato dei
libri. La decisione è del giudice per le
udienze preliminari del tribunale dei
minorenni dell’Aquila, Federico Eramo, che ha deciso
di impartire una lezione a un diciassettenne di Pescara
sorpreso a rubare. Per evitare il quasi certo rinvio a
giudizio con l’accusa di furto il ragazzo è stato
“condannato” a leggere quattro opere di narrativa e a
chiedere scusa all’antiquario pescarese al quale aveva
sottratto quattro volumi molto rari. […] Il ragazzo
dovrà anche dimostrare di aver assimilato
adeguatamente il contenuto dei due libri. (la
Repubblica, 22 giugno 1996: pag. 17)


I Saper leggere allunga la vita. Chi non legge
ha solo la sua vita, che, vi ‘ assicuro, è
pochissimo. Invece noi quando moriremo ci
ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con
Cesare, di aver combattuto a Waterloo con

106
Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato
nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza
di immortalità. Auguri. (Eco, dal discorso alle
matricole di Scienze della Comunicazione a Bologna,
settembre 2009)

Se non fosse per l’età e il gesto sconsiderato, potresti
pensare che il giovane malandrino condannato a leggere (e a far
inorridire Pennac) per aver rubato dei libri fosse un laureando
come te che voleva – in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo –
mettere in pratica i suggerimenti di questo capitolo. Ma è
sufficiente un’osservazione veloce al panorama culturale
contemporaneo per comprendere che rubare un libro è un
evento raro, e nemmeno per un’irrefrenabile sete di sapere: il
galeotto volume sarà già stato piazzato e prezzato in qualche
losco mercato. Tuttavia, non è certamente necessario arrivare al
punto di farsi condannare da un giudice a leggere e a
comprendere dei libri (pena: la reclusione in una tetra
biblioteca).
Parafrasando Italo Calvino1, si potrebbero portare qui alcune
apprezzabili ragioni a favore dell’importanza di leggere – e
rileggere – libri e saggi, articoli scientifici, racconti romanzi,
poesie e quant’altro. Leggere molto e con passione, in
particolare quando ci si trova vicini al periodo della laurea,
stimola e svolge il pensiero. Beninteso: non solo in un tale e
sempre più limitato periodo della propria esistenza. Leggere è
estremamente utile per scovare idee, spunti di riflessione,
argomenti e soggetti in cui affondare le proprie curiosità,
nonché emozioni e dimensioni altre rispetto al reale (ma questo
è un altro argomento, e qui mi fermo e ti rimando alla lettura di
alcune pagine de La bustina di Minerva2).
Leggere può rivelarsi, oltre che un piacere straordinario, una
straordinaria fonte di stimoli. Nella fase iniziale del tuo lavoro

107
di tesi è utile per trovare un soggetto da approfondire e proporre
al tuo relatore. Nella fase avanzata di ricerca è indispensabile
per allargare i limiti e la profondità delle tue indagini, per
verificare idee e opinioni, per consolidare o accomodare le
prospettive d’indagine. Dopo la tesi, per trovare (o inventarti)
un’occupazione.
I libri che devi affrontare nel compimento della tua prova
finale sono – sempre parafrasando Calvino e Pennac – quei libri
di cui preferibilmente dovresti poter dire «sto rileggendo…».
Perché una prima e unica lettura mai ti può portare lontano su
ciò di cui è bene tu sappia tutto quanto ti è utile sapere per
sostenere una buona tesi. Anche quanto scritto tra le righe.
Inoltre, qualora si tratti di testi già affrontati per i tuoi esami, nel
riprenderli in mano e nel rileggerli ti renderai ben presto conto
che una lettura più matura ti permette di apprezzare molti
dettagli e di scoprire nuovi significati e più profondi livelli di
interpretazione.
Leggere quindi significa agire con pazienza, disporsi con
attenzione, muoversi con esperienza. Leggere è arricchirsi.
Leggere equivale a ricercare avventure formative che aiutano
alla costruzione e al rafforzamento di sé e delle proprie
esperienze, passate presenti e a venire. Leggere vuol dire
(ri)trovare modelli mentali e comportamentali, scale di valori,
contenitori di senso e di significato, schemi di classificazione,
stimoli e suggestioni attraverso cui andare alla ricerca di un
arricchimento della propria curiosità, del proprio sapere e della
propria personalità.

108
Anticipando qui quanto verrà descritto in modo più
dettagliato al § 3.4, le tesi di laurea possono essere
essenzialmente di due tipi: di compilazione o di ricerca.
• Tesi di compilazione. In questo tipo di lavoro d’indagine ti
è richiesto di dimostrare le tue abilità nell’eseguire
un’analisi critica della letteratura esistente
sull’argomento scelto. Per far questo devi: saper leggere in
modo approfondito e analitico gli scritti pubblicati sul
tema; saper quindi elaborare in modo chiaro e originale
una dissertazione che presenti una rassegna delle
relazioni esistenti o realizzabili tra gli autori e i
documenti esaminati; e apportare quindi un arricchimento
di conoscenza su tale preciso oggetto d’indagine.
• Tesi di ricerca. In questo tipo di lavoro d’indagine non solo
ti è richiesto di presentare un’analisi sistematica della
letteratura esistente sull’argomento, ma devi dimostrare
di essere in grado di elaborare un progetto di ricerca su
tale argomento. Le abilità che ci si aspetta che tu sviluppi
con il tuo lavoro i tesi sono: gestire opportuni strumenti

109
metodologici e saperli maneggiare; presentare in modo
critico e originale quello che è stato detto a proposito del
tuo oggetto d’indagine da chi ti ha preceduto; e,
soprattutto, saper scoprirne i relativi limiti o le aree in cui
puoi arricchire la conoscenza sul tema con ciò non è ancora
stato detto da altri.
Ricorda: una tesi di ricerca non si effettua invece di ma dopo
aver studiato la letteratura esistente sul tema prescelto.

110
3.3 Il buon senso del limite
Come nell’amore vero, innamorarsi di un argomento spesso
porta, nella migliore delle ipotesi, a voler conoscere tutto del
nostro oggetto del desiderio. Nella peggiore, a parlare di sé
dilungandosi in tortuosi percorsi di corteggiamento senza fine, o
dalla duplice finalità. Tuttavia, nell’una come nell’altra
soluzione il risultato è un assiemaggio di pagine e pagine di
febbricitanti promesse di fedeltà e d’amore eterno, sostenuto da
quanto può servir più a imbellettare la fase del corteggiamento
che non a siglare un sincero e maturo patto d’amore con la
conoscenza sull’argomento e la propria relazione con lo stesso.
Attenzione quindi se ti stai prefigurando l’occasione di inserire
nella tesi tutto quello che si può raccontare sul tuo tema.
Ami l’arte? La pittura moderna in Italia è un titolo che
allarma anche la Commissione meglio disposta, anche se hai
ben pensato di restringere il campo alla produzione nazionale
senza spingerti al di là d’un paio di secoli di storia (sic!).
Come fare dunque per contenere la pericolosa vastità di un
argomento che a te pare quello giusto per laurearti?
Presentandoti a discutere una tesi di tal natura dopo tre anni
di studio verosimilmente generalistico (un po’ meno dopo
cinque, forse) correresti il forte rischio di recitare un sirventese
di nomi e correnti artistiche, denso di informazioni
approssimate e indubbiamente frutto, se va bene, più del buon
senso e di letture manualistiche che di sedimentata conoscenza.
O, anche qualora proponessi una visione originale e
personalizzata del tuo tema di ricerca, correresti l’altrettanto
facile rischio di esser accusato di colpe e omissioni da chi, di
fronte a te, ha dedicato anni e letture approfondite e critiche per
poter stabilire ammissioni ed esclusioni ben più ponderate e

111
difendibili di quanto tu possa fare su un tema così vasto.
Meglio dunque ridimensionare le velleità e piantare qualche
paletto di contenimento in più: restringi il tuo campo
d’indagine e limita l’argomento di cui vuoi conoscere ogni
aspetto. Ecco che un titolo quale La pittura nel Veneto della
seconda metà dell’Ottocento va meglio. Tuttavia il rischio di
smarrirti nel mare sconfinato delle informazioni e delle fonti
disponibili, dove – è garantito – non c’è nulla di più facile che
perdere la bussola e navigare al buio, è ancora vivo.
Con una tesi panoramica ti esponi a molte contestazioni
possibili: nella tua bibliografia hai trascurato proprio quel testo
per cui uno dei tuoi commissari ha dedicato vent’anni dei propri
studi? Prepara il capo e porgi la cenere. Con una tesi su un
argomento specifico e ben circoscrittosarai in grado di
muoverti con agilità e padronanza sulla base di documenti e
materiali di cui hai totale padronanza.
Per contenere e circoscrivere devi imparare a scegliere:
elimina, taglia, riconosci tra le informazioni disponibili quelle
essenziali e quelle marginali. Devi saper restringere il campo
di indagine a favore di un argomento specifico e chiaramente
limitato. Ecco che abbandonare i brevi cenni sull’universo
della pittura moderna per sviluppare una tesi su L’uso del colore
nella pittura lagunare di Giacomo Favretto vuol dire poter
sapere tutto ma veramente tutto quello che c’è da sapere su un
particolare tema di un pittore veneto del secondo Ottocento. Ciò
presuppone che tu abbia sì una buona conoscenza della pittura
moderna italiana e dell’evoluzione delle scuole dei maestri
veneti dell’epoca, ovvero che tu sia in grado di collocare il tuo
oggetto di studio in un panorama più generale, ma non che tu
debba sapere tutto su tale panorama bensì tutto sull’uso del
colore nel tuo pittore.
Concludendo, è bene che tu rifugga da argomenti troppo
ampi: le tesi enciclopediche offrono un rischio d’incompletezza
elevato (quando non inevitabile), necessitano di capacità di

112
indagine interdisciplinare e di competenze specifiche (al
contrario di quanto ingenuamente si possa pensare).
Più l’oggetto delle tue indagini di tesi è contenuto entro
limiti serrati attorno a una precisa area di competenza in cui
puoi muoverti agilmente e con consapevolezza, meglio potrai
sviluppare e mantenere uno sguardo critico sull’argomento,
una capacità di lettura analitica e quanto più possibile
oggettiva del materiale bibliografico e delle fonti raccolte man
mano che procederai. Innamorati sì del tuo argomento, ma non
di un amore ipermetrope.

SAGGIO CHI SA

Lavorare seriamente a un argomento


specifico, faticare per mesi o anni alla
ricerca di informazioni originali e
autentiche, produrre un pensiero
autonomo che generi nuove opinioni è un
lavoro che va riconosciuto e difeso, con
umiltà e determinazione.

113
3.4 Dalla biblioteca all’indagine sul
campo
Durante il percorso che ti ha portato dall’identificazione di
un'area tematica in cui laurearti fino alla decisione di un preciso
argomento e quindi all’eliminazione – dolorosa quanto
necessaria e utile – di tutto quanto avrebbe reso dispersive le
ricerche, arriva ora il momento di attuare un’ulteriore scelta tra
una tesi compilativa e una tesi di ricerca.
Le problematiche che compongono il cuore delle tue
indagini possono trovare le più opportune risposte attraverso
una di tali prospettive di studio, secondo precise caratteristiche e
strategie di metodo e processo analitico. Strategie che ti
permetteranno di trattare il tuo argomento come un osservatore
ingenuo bensì con l’approccio scientifico ai problemi.
Si pensa infatti troppo facilmente – e spesso in modo
sprovveduto – che scienza e senso comune siano strettamente e
indissolubilmente collegate tra loro. Se è vero come sosteneva
Thomas Henry Huxley che la scienza è il senso comune
opportunamente addestrato e organizzato3, o come affermava
Albert Einstein che «l’intera scienza non è altro che un
affinamento del pensiero quotidiano»4, è altrettanto e più vero
che per produrre conoscenza tanto lo scienziato quanto il
laureando devono raccogliere informazioni garantite da
un’osservazione obiettiva (capace cioè di giungere allo stesso
risultato se compiuta da persone diverse poste nelle stesse
condizioni) e da un’evidenza empirica, studiarle e quindi
proporre una propria soluzione a un determinato problema (o
meglio: un’originale risposta a una precisa domanda per la
quale ritengono di non possederne già una di accettabile e

114
condivisibile).
Il modo di procedere guidato dalla conoscenza intuitiva
privilegia metodi informali per confermare le opinioni personali
alle esperienze comuni. In quello della conoscenza scientifica
procedure e scelte adottate devono essere rese esplicite e
sistematiche per verificare la spiegazione teorica di una prassi.

IN TEORIA

Il senso comune non procede con


verifiche sistematiche per accertare la
spiegazione teorica di una prassi: si affida
alla sola conoscenza intuitiva e a metodi
informali d’osservazione.
La conoscenza scientifica mira a una
spiegazione teorica dei fatti, attraverso
una raccolta sistematica e intenzionale
delle informazioni e procedendo per
verifiche empiriche.

La ricerca scientifica può essere quindi sinteticamente


definita come un processo di osservazione deliberata e
controllata, condotta con cura e discernimento5. Attraverso
tale processo intenzionale lo studioso si pone domande e arriva
a conclusioni circa fatti e comportamenti indagati, attraverso un
controllo del grado di accuratezza delle informazioni raccolte e
la validità del metodo applicato, mirando al fine ultimo della
ricerca: raggiungere con la propria interpretazione della realtà
non la verità ma una propria verità, più probabile di altre verità.
La finalità dell’attività scientifica, infatti, non è spiegare il
reale ma rispondere a interrogativi sul reale. Per tale ragione

115
la tua tesi di laurea, in quanto pensiero scientifico, offrirà alcune
risposte a delle domande di conoscenza piuttosto che una
soluzione di un problema teoretico.
Tuttavia rimane in sospeso uno dei quesiti che stanno a
cuore alla ricerca: perché si fa ricerca?
Identificare un argomento d’indagine e quindi
problematizzarlo in una domanda di ricerca dovrebbe
corrispondere all’interesse che nutri per il tema, alla necessità o
al desiderio di verificare delle teorie, al bisogno di completare
delle lacune ritrovate in osservazioni incidentali durante il tuo
percorso di studi o allo scopo di approfondire la tua conoscenza
di un particolare aspetto di una materia. O ancora, puoi fare una
ricerca per esplorare un argomento, per un approfondimento
futuro, per descrivere fatti o comportamenti o per fornire una
serie di risposte conoscitive rispetto a un dato fenomeno.
Se ritrovi la tua risposta più tra le prime motivazioni stai
definendo gli obiettivi della tua ricerca in un senso teorico. Se
invece ritrovi la tua risposta piuttosto tra le seconde stai
definendo gli obiettivi in direzione empirica6. In entrambe i casi
hai due possibilità per svolgere le tue indagini e offrire la tua
personale interpretazione della realtà: una tesi di compilazione o
una tesi di ricerca.

Tesi di compilazione
Sul tuo argomento, ovvero sull’oggetto di ricerca che hai
deciso di approfondire, ritieni di poter elaborare
un'interpretazione originale attraverso l’analisi di quanto altri
autori e lavori hanno proposto prima di te? Ecco che la
soluzione più opportuna è un tipo di prova finale compilativa.
Partendo da una rassegna sistematica – che non trascuri
alcun documento – e approfondita – che esamini in profondità

116
ciascuno di questi – delle pubblicazioni esistenti e confrontando
le idee qui presenti costruirai una presentazione critica di
possibili rapporti, combinazioni e nessi esistenti tra le fonti
esaminate. Senso e scopo della tesi di compilazione è infatti
fornirne un’originale lettura complessiva, un’opinione nuova
su un preciso argomento attraverso l’analisi di come
quell’argomento è stato trattato da altri.

GREATEST HITS

Una tesi di compilazione, come nella


migliore delle Best Compilation, fa
suonare in modo nuovo e originale i pezzi
migliori di singoli artisti, in modo da
sintetizzare in un unico lavoro quanto di
più significativo è stato detto in altri lavori.
Per questo è tutt’altro che un’operazione di
copincolla di estratti di testi altrui trafugati
da ogni dove.

Con una tesi compilativa dovrai confermare di saper leggere


criticamente e in modo analitico fonti e testimonianze sul tuo
tema. Dovrai saper presentare in modo efficace un documento
originale che offra un’analisi interpretativa personale di
quanto è stato scritto e pubblicato da autorevoli autori
sull’argomento scelto.
La tua tesi dovrà essere guidata quindi da criteri di struttura
e da modelli espositivi adeguati: all’univocità delle fonti
corrisponderanno una meticolosa precisione bibliografica e
l’uso di un linguaggio specialistico. Attraverso tali modelli
dovrai dimostrare una valida capacità di sintesi e un’opportuna

117
perizia espositiva dei principali concetti presenti negli autori
analizzati.
Infine, e per concludere con un’osservazione strategica: con
una tesi compilativa ti verrà richiesto di affrontare argomenti
conosciuti e disponibili in letteratura, lavoro che comporterà un
minore – seppur sempre relativo – impegno temporale rispetto
alla tesi di ricerca. Per questo è possibile considerare che tale
tipologia di prova finale sia per te la più opportuna se intendi
contenere i tempi, occuparti di quanto già esiste sul tuo tema e
verosimilmente confermare il tuo voto di presentazione
all’esame di laurea (in quanto – generalmente – a una tesi
compilativa viene attribuito un margine di punteggio più
contenuto rispetto a quello attribuibile a una tesi di ricerca7).

Tesi di ricerca
Sul tuo argomento ritieni altrimenti di poter elaborare
un'interpretazione personale e originale partendo da una
altrettanto originale esperienza di raccolta dati, di verifiche
empiriche e di carattere sperimentale? Allora la soluzione più
opportuna per te è una tesi di ricerca.
Il tuo contributo nell’argomentare nuovi punti di vista
sull’argomento scelto sarà sostenuto da un’indagine sul campo
(in questo caso si parla anche di una analisi primaria dei dati) o
dallo studio di contributi già pubblicati e rilevati da altri (quindi
effettuando una analisi secondaria dei dati) e presentati
attraverso nuove metodologie o prospettive interpretative.

GALILEO CHE DICE?

118
Se l’espressione tesi di ricerca può essere
intesa nel suo senso più esteso, i termini
“sperimentale” e “empirica” implicano
un tipo di ricerca che dall’osservazione
diretta o indiretta di fatti fa derivare le
proprie deduzioni confermate da testing di
validità, esperimenti e quasi esperimenti.

Tale tipo di prova finale – definita anche tesi sperimentale o


empirica – comporta la realizzazione di un progetto originale e
innovativo, in cui dovrai affiancare all’analisi sistematica della
letteratura esistente sull’argomento un articolato progetto di
ricerca nel quale avanzare una o più ipotesi di lavoro da
verificare con una metodologia appropriata, una presentazione
dei dati opportuna ed efficace e un’esposizione descrittiva e
interpretativa dei risultati, chiara e scientificamente rigorosa.
Anche una tesi di ricerca dovrà essere guidata, quindi, da
criteri strutturali e da canoni espositivi adeguati. Alla
completezza e all’accuratezza dell’analisi sistematica della
letteratura corrisponderanno una solidità dell’impianto teorico,
un rigore nella metodologia applicata, una chiarezza
nell’articolazione e nell’identificazione delle variabili
dipendenti e indipendenti, una capacità nella manipolazione dei
dati e nella loro presentazione e analisi. Se vuoi approfondire
(per interesse o obbligo disciplinare) gli aspetti metodologici
delle ricerche nelle scienze umane e sociali vai al capitolo
settimo (e poi torna qui).
Un’osservazione strategica analoga a quanto scritto in
merito alla tesi compilativa: la tesi di ricerca affronta argomenti
originali e comporta quindi un maggiore – seppur sempre
relativo – impegno temporale. Per questo è necessario valutare
la possibilità di dilatazione dei tempi stessi dovuta, per esempio,
a possibili contrattempi e ritardi accumulati durante la

119
rilevazione dei dati. Da ciò puoi facilmente comprendere come
un prova finale di ricerca possa agevolmente essere preferita se
potrai dedicarle un tempo maggiore, se sei mosso da una sincera
motivazione a sperimentare nuove argomentazioni e se intendi
migliorare il tuo voto di presentazione (qualora nella tua Facoltà
si preveda per tale elaborato un punteggio finale maggiore).
Per concludere tali osservazioni, una nota a margine: non è
assolutamente data una qualsivoglia superiorità della prova
finale di ricerca rispetto a una tesi di compilazione. È possibile,
infatti, costruire una tesi sperimentale su dati non
rappresentativi e confutabili, quindi poco se non per nulla
scientifica, preparata in poche settimane (e accade sempre più
spesso). Ed è possibile discutere una tesi compilativa rigorosa e
metodica, articolata in molti mesi di lavoro assiduo e diligente
(e accade sempre meno spesso).
Il valore e il pregio di una buona prova finale sono
strettamente correlate con l’impegno, la serietà e la profondità
dell’indagine svolta nonché con la maturità dimostrata dal
candidato nello svolgere il proprio originale lavoro.

PLAGIO, NO GRAZIE!

Come è stato confermato dalla Corte Suprema


di Cassazione, III sezione penale nella sentenza
18826 del 12 maggio 2011, il plagio è «un
fenomeno particolarmente diffuso, che ha subito
un considerevole incremento con la introduzione
delle nuove tecnologie […] le quali evidenziano
un progressivo evolversi delle tecniche utilizzate
e, soprattutto, dallo sviluppo di Internet, che ha

120
agevolato e velocizzato la ricerca di informazioni
e, conseguentemente, favorito indirettamente
anche il fenomeno del plagio, cui pure ha fatto
seguito lo sviluppo di specifici strumenti per il
rilevamento di contenuti duplicati».
«La Legge 19 aprile 1925, n. 475 sanziona
penalmente la condotta di chiunque in esami o
concorsi, prescritti o richiesti da autorità o
pubbliche amministrazioni per il conferimento di
lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o
accademico, per l’abilitazione all’insegnamento
ed all’esercizio di una professione, per il rilascio
di diplomi o patenti, presenta, come propri,
dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici
e, in genere, lavori che siano opera di altri»,
quindi anche una tesi elaborata da persona
diversa da chi la presenta alla laurea. Inoltre, la
L. 475/1925 così come modificata dalla L.
507/1999 stabilisce infatti che copiare, far
copiare o offrire di far copiare una tesi sono
atteggiamenti che costituiscono reato e puniti di
conseguenza.
La Cassazione, inoltre, ha «ulteriormente
specificato che il riferimento alt’”opera di altri”
[…] non riguarda il lavoro compilato interamente
da un soggetto diverso da quello che figura come
autore, ma anche il fatto oggettivo “che il lavoro
non sia proprio, cioè non sia frutto del proprio
pensiero, svolto anche in forma riepilogativa od
espositiva, ma che esprime tuttavia quello sforzo
di ripensamento di problematiche altrui che si
richiede per saggiare le qualità espositive di un
candidato” (Sez. III, n. 2139 del 1 marzo 1979)».

121
Per tali indiscutibili motivazioni «la
redazione di una tesi di laurea, asseritamente di
natura compilativa ma, in realtà, contenente la
mera trasposizione grafica di altro elaborato di
diverso autore con alcune correzioni e l’aggiunta
di minimi elementi di novità, senza alcun
contenuto frutto di personale elaborazione o,
comunque, di valutazione critica della fonte
utilizzata, configura il reato di cui all’articolo 1
Legge 19 aprile 1925 n. 475».
Come viene più volte puntualizzato nel testo
della sentenza «una tesi compilativa dovrebbe
essere connotata, quantomeno, da una
elaborazione critica dei dati acquisiti da fonti
diverse e posti a confronto verificandone
l’attendibilità e traendo conclusioni che, in
quanto frutto di una personale riflessione, offrano
un contributo scientifico autonomamente
apprezzabile e non può certo concretarsi nella
mera riproduzione grafica di un diverso
elaborato di produzione altrui con modeste
aggiunte che non incidono minimamente
sull’impianto complessivo del testo».

1 I. Calvino (1981). Perché leggere i classici. In Saggi. Milano: Mondadori 1995,


pagg. 1816-1824.
2 U. Eco (1999). La bustina di Minerva. Milano: Bompiani.
3Essays: English and American. Vol. XXVIII. The Harvard Classics. New York: P.F.

Collier & Son, 1909-14 (www.-bartleby.com)

122
4 A. Einstein (1936). Physics and reality, Journal of the Franklin Institute, 221:3,
pagg. 349-382.
5 A. Kaplan (1964). The conduct of inquiry: Methodology for behavioral science. San
Francisco: Chandler Pub. Co., pagg. 126-127.
6 In sintesi, l’indagine empirica si compone di tre livelli, non escludenti: descrittivo

(obiettivo: rappresentare accuratamente il fatto, detto anche “datum”, ciò che si sta
osservando), correlazionale (obiettivo: stabilire le relazioni tra fatti e variabili) e
sperimentale (obiettivo: verificare rapporti causali tra fatti, tra variabili).
7 La differenza di punteggi considerati tra tesi compilative e tesi di ricerca è una prassi

dipendente dalle aree disciplinari di afferenza, dalle indicazioni dei singoli atenei e
soprattutto dalle considerazioni indiscutibili della commissione di laurea, in tali
questioni unica e sovrana (§ 8.1).

123
Materiali, fonti e strumenti
d’indagine

Dopo aver problematizzato l’argomento di ricerca in un titolo


che esprime l’oggetto di studio, verificato e precisato attraverso
un’indagine preliminare, si tratta ora di recuperare ogni fonte
autorevole e ogni informazione utile alle indagini, raccogliere le
ricerche esistenti, organizzare e classificare le conoscenze
disponibili, procedere con il vaglio e la verifica degli autori e la
conferma della metodologia scelta, seguendo alcuni criteri e un
metodo efficace.

Bien loin que l'objet précède le point de vue,


on dirait que ’est le point de vue qui crée l’objet.
Ferdinand De Saussure, Cours de Linguistique Generale, 1916

124
SOTTO LA LENTE

La tesi di laurea contiene lo studio


originale di un “oggetto”, ovvero di una
unità di analisi studiata attraverso precisi
strumenti e specifiche strategie e
metodologie, scelte in funzione della loro
esclusiva appropriatezza.

Sei a buon punto.


Arrivato qui, nel tuo percorso di tesi hai già scelto un tema
d’indagine, lo hai circoscritto in un argomento e questo
trasformato in una proposta di titolo in accordo con il tuo
relatore. Hai costruito un indice che in forza delle prime letture
preparatorie si sta irrobustendo sempre più. E soprattutto stai
verificando la tua posizione rispetto alla metodologia d’indagine
che intendi seguire per il tuo lavoro. Molto bene!
Ora seguirà quindi l’attività di recupero dei materiali, delle
fonti disponibili e accessibili sull’argomento e uno studio
approfondito della letteratura specifica. E quindi
l’organizzazione e la classificazione di quanto utilizzerai a
sostegno delle tue idee.
Quali strumenti devi conoscere e padroneggiare nella fase
d’esame delle fonti? come puoi far lavorare meglio
l’immaginazione e la tua creatività? e come andare oltre la
classica e polverosa ricerca bibliografica?
Questo capitolo ti aiuterà con strategie e modelli agilmente
applicabili al tuo lavoro. Buona lettura e buon lavoro.

125
4.1 L’oggetto di studio
La ricerca nel campo delle Scienze umane e sociali si
occupa di temi molto differenti tra loro, appartenenti a territori
culturali e conoscitivi eterogenei, ampi e spesso sovrapposti tra
discipline accademiche. Questo significa che gli oggetti
concreti che stanno sotto la lente dello studioso – e del
laureando alle prese con la scelta del cosa studiare del proprio
argomento – variano sensibilmente.
Questi “oggetti” di studio sono anche definite unità di
analisi e possono riferirsi a: individui, con caratteristiche,
orientamenti e comportamenti propri; gruppi di più individui;
organizzazioni, complessi formati da individui e relazioni; e
artefatti individuali e sociali (opere intellettuali, d’ingegno,
artistiche, culturali e simili).
Nel tuo elaborato finale di tipo compilativo l’oggetto di
studio sarà rappresentato da quanto contenuto nell’insieme di
libri, articoli e documenti autorevoli che contengono
informazioni sul tuo argomento. Gli strumenti su cui farai
affidamento per sostenere le tue argomentazioni saranno gli
stessi libri, articoli e documenti autorevoli.
Ovvero, nel tuo elaborato di ricerca, l’oggetto di studio sarà
un fenomeno reale riguardante qualità, pensieri o azioni di
individui, gruppi o prodotti sociali. E gli strumenti delle tue
attenzioni sistematiche saranno l’osservazione, la misurazione e
la manipolazione in situazioni di laboratorio o ambientale e
simili.
Michela, minuziosa laureanda di ultima generazione e di
vecchia e sana impostazione (una tua collega, come avrai presto
modo di conoscere leggendo questo libro), dopo aver
concordato un tema con il proprio relatore, si trova a gestire un

126
soggetto inizialmente piuttosto ampio e poco definito: Monete
virtuali e comportamenti d'acquisto. Poco male e nessun
scoramento: leggendo gli scritti più importanti su “denaro
virtuale”, “monete digitali” e “comportamento economico” si fa
un’idea più precisa di ciò che ha scelto sull’onda dei propri
interessi, potendo così delimitare il tema da studiare ed evitando
lo smarrimento in un mare magnum di materiale da consultare e
relazionare, nonché il rischio di ottenere un lavoro sommario e
superficiale.
Restringe perciò il suo campo d’indagine in Uno studio
psicosociale sulla percezione delle monete digitali nei
consumatori europei e si decide per un taglio empirico da dare
al lavoro. Infatti, avrebbe potuto considerare l’opportunità di
raccogliere documenti e articoli già pubblicati sull’argomento
ed elaborare uno scritto originale in cui affrontare il tema
iniziale da un’angolatura più specifica. Una simile strategia si
rivela tuttavia ben presto carente nella quantità e qualità delle
fonti disponibili e difficoltosa nella verifica delle stesse. Dopo
una prima indagine orientativa identifica così la sua “unità di
analisi”: un limitato numero di possessori di un particolare tipo
di moneta elettronica su cui trova poche fonti autorevoli. Da qui
pensa di restringere le osservazioni su alcuni gruppi di
consumatori appartenenti a due soli paesi europei, dato che
scopre che altri consumatori di monete digitali si trovano in
gran numero in estremo oriente e in paesi che non
faciliterebbero affatto un contatto con gli stessi. Ecco che
somministrare delle interviste, raccogliere dei diari su
comportamenti e abitudini ed elaborare una relazione completa
di quanto studiato in modo comparativo le pare essere la buona
strada.
Nella fase iniziale di tale percorso d’indagine comprende
presto che troppi e vaghi sono i temi trattati dai soggetti
coinvolti nella fase preliminare dello studio se stimolati nella
descrizione della percezione dell’uso di tale forma di denaro.

127
Michela risolve dunque di limitare il proprio studio a Il concetto
di fiducia nelle monete digitali in un gruppo di utilizzatori
italiani e islandesi di Bitcoin. Così decide di occuparsi in modo
efficace di un tema delimitato e poco indagato – i Bitcoin – su
cui poter reperire agevolmente materiale e fonti: il suo soggetto
di studio rimane sostanzialmente il denaro smaterializzato e la
prospettiva interculturale, ma si affida all’attendibilità di scritti
autorevoli disponibili sul tema della “fiducia", privilegiando
un’analisi indiretta dell’argomento “moneta e cultura” studiato
nei comportamenti verbalizzati di due particolari gruppi di
consumatori. Il suo lavoro ha così buone possibilità di risultare
approfondito. Il suo contributo al progredire del sapere su tale
argomento sarà realmente importante.
Come avrai compreso, è quindi fondamentale chiarire fin
dall’inizio l’esatto oggetto del proprio lavoro scientifico.
Questo ti permetterà di risolvere la questione della reperibilità e
del livello delle fonti di cui valerti.

128
4.2 Fonti reperibili, primarie e fonti
secondarie
Ben delimitati i confini entro cui muovere le tue indagini e
ben chiarito quindi l’oggetto di studio, le fonti di un lavoro
scientifico devono essere reperibili.
Per quanto tu possa esser innamorato dell’arte, sarebbe una
follia avventurarti in una tesi di laurea sull’importanza dei
bozzetti preparatori per una scultura lignea di un artista minore
di fine Settecento sapendo che di tali disegni esistono solo pochi
esemplari posseduti da un anonimo mecenate australiano.
Se fai una tesi su Il ruolo della musica cantata nella cultura
Kabil devi poter disporre di osservazioni dirette dei
comportamenti socio-culturali di alcuni gruppi sociali d’Algeria
e di registrazioni di cantori e di eventi musicali rilevanti (fonti
primarie) oppure di una letteratura dedicata sull’argomento
(fonti secondarie), ma se del tuo tema esistono solo scritti in
lingua algerina e per te questo veramente è arabo, allora è
meglio cambiare argomento (causa: fonti non reperibili).
Se fai una tesi su Il pensiero di Marcel Mauss devi poter
accedere a tutti i libri scritti da Marcel Mauss, alle sue
corrispondenze (e se quelle private sono irreperibili, poco male
qualora non essenziali alla tua ricerca), ai documenti in lingua
francese che raccolgono i suoi pensieri (fonti primarie) e a tutti
gli scritti critici e i saggi su Marcel Mauss (fonti secondarie).
Da questo dovrebbe essere chiaro come per fonti primarie
o dirette s’intendano i documenti originali – ovvero di prima
mano – gli scritti e i documenti orali come le interviste e le
registrazioni audiovisive che riportano il pensiero dell’autore in
esame. Il lavoro di studio di tali fonti è indubbiamente più

129
difficile per questioni legate al loro reperimento, a
un’autenticità da verificare e alla possibilità di una
consultazione per l’appunto diretta. Tuttavia è altrettanto
indubbio che queste, se ben strutturate e maneggiate, sono un
notevole arricchimento per la tua ricerca di tesi.
Per fonti secondarie o indirette s’intendono invece tutti
quei documenti, saggi, articoli pubblicati su un dato tema o su
un certo autore da altri autori – quindi di seconda mano – come
le traduzioni, i commentari e le antologie. Queste costituiscono
un corollario delle fonti primarie e sono spesso utili per
delineare un’iniziale rassegna su quanto è stato scritto e
prodotto su un determinato argomento. Ma di tale argomento le
fonti secondarie forniscono tuttavia un’opinione appunto
indiretta e mediata.
Se stai facendo la tua prova finale su Il pensiero di Marcel
Mauss e a metà lavoro ti accorgi che quanto riporti sono quasi
esclusivamente citazioni del pensiero dell’etnologo francese
presenti negli scritti del suo allievo Claude Lévi-Strauss
dovresti dedurre essenzialmente due cose: o ti stai affidando
eccessivamente alla letteratura critica di Lévi-Strauss per
un’analisi delle teorie di Mauss di cui potresti disporre come
fonti primarie originali, e allora stai sbagliando metodo. Oppure
si rivela più produttivo e interessante per il tuo lavoro analizzare
quanto scritto dall’antropologo francese sul suo maestro Mauss
e allora sarebbe opportuno modificare il titolo della tua tesi in Il
pensiero di Marcel Mauss in Claude Lévi-Strauss e proseguire
su questa strada.

ABBEVERARSI ALLA FONTE

Nei limiti della specificità dell’oggetto di


studio, in un lavoro scientifico dovrebbero

130
essere esaminati sempre documenti
originali: il film Dracula di Browning e
Freund è una fonte primaria mentre un
libro di critica che parla dei film sui
vampiri è una fonte secondaria.

NB: nessun vampiro è stato maltrattato per


scrivere questo memento.

131
4.3 L’analisi sistematica della
letteratura
Focalizzare l’attenzione sull’oggetto di studio significa
preparare quindi la ricerca delle fonti per pertinenza, con
precisione rispetto a quanto queste, nei propri contenuti,
possono rivelarsi sostanziali nell’argomentazione delle tue idee
a supporto del pensiero che stai formando sulla problematica
dell’indagine.

A questo punto del lavoro è quindi conveniente compiere


un’analisi approfondita e consapevole della letteratura esistente
sull’argomento.
Tanto più la bibliografia è ampia e accurata tanto più la
stesura della tua tesi procederà in modo spedito e agevole,

132
pertinente per argomentazioni proposte e opportuna rispetto agli
spunti offerti nella valutazione del pensiero che la sostiene.
Per orientarti in una costruzione ragionata della bibliografia
puoi: interrogare i cataloghi delle biblioteche e dei repertori
bibliografici; profittare di consultazioni e di prestiti
interbibliotecari che hai a disposizione nel tuo come in altri
atenei o in biblioteche pubbliche; effettuare indagini e ricerche
nelle librerie specializzate; e, naturalmente, cercare nella Rete.
Attenzione: evita bibliografie con centinaia di titoli raccolti
grazie al professor Google! Le ricerche generiche e superficiali
e inserite con un troppo spesso miope copincolla nel capitolo
dedicato alla bibliografia vengono smontate dalla Commissione
in meno tempo di quello impiegato incautamente per
assemblarle. Evita inoltre capitoli bibliografici con il
riferimento agli unici due libri letti e citati: davvero null’altro è
già stato scritto sul tema? O con i soli articoli del tuo relatore: il
lavoro di tesi è un coccodrillo? oppure il tuo professore è
veramente l’unico ad aver scritto sul tema? O, ancora, con una
sitografia che farebbe impallidire Robert Kahn.
Nella fase iniziale della ricerca delle fonti, per valutare la
pertinenza e la correttezza della tua bibliografia è sostanziale un
confronto con l’esperienza di chi ti segue in tesi. In tal modo
cercherai di valutare insieme al tuo professore il materiale che
stai raccogliendo, di sfogliare gli indici e le bibliografie degli
altri autori sotto la guida di uno studioso esperto, di selezionare
materiali e documenti con l’indubbio vantaggio di costruire il
tuo lavoro assieme al relatore e, non meno importante, di
contenere i tempi della tesi che altrimenti potrebbero allungarsi
notevolmente.

Gli scaffali del professore

133
CACCIA AL TESORO

Rispetto a documenti e fonti il relatore


suggerisce quando, chi, come, dove e
perché cercare. Offre mappe dettagliate,
indicazioni e suggerimenti. Ma l’onore e
l’onere della ricerca e soprattutto del
prezioso e utile ritrovamento sono tutti del
laureando!

Soprattutto nella situazione in cui sei tu ad esserti rivolto a


lui per farti suggerire un tema d’indagine, sarà con piacere che il
tuo relatore ti metterà a disposizione i titoli di una bibliografia
essenziale in cui trovare i principali testi riguardanti il tema di
ricerca, gli autori che più si sono occupati degli argomenti che
intendete esplorare ovvero le indicazioni su dove trovarli
(biblioteche, cataloghi, archivi informatici e fondi specializzati).
Come orientare quindi la conseguente ricerca in questo
panorama di materiali che si fa sempre più articolato e denso di
informazioni?
Durante la fase di lettura dei testi e dei documenti è molto
importante prestare la massima attenzione alle indicazioni
bibliografiche di volta in volta presenti, alle note
d’approfondimento a piè di pagina o a fine capitolo, alle
citazioni intratestuali e ai rimandi. Così facendo puoi fin da
subito delimitare il campo culturale e scientifico entro il quale ti
stai impegnando ed entro il quale ti stai riferendo nella ricerca
degli autori di riferimento, man mano che lo studio procede.
Potrai inoltre muoverti con maggiore sicurezza in ambiti nei
quali hai meno esperienza (ma la stai rapidamente facendo),
raccogliere informazioni più dettagliate all’interno delle opere

134
riguardanti il tema in esame, selezionando ciò che più ti risulta
essere interessante e, soprattutto, scartando tutto quanto è o
rischia di essere “fuori tema”.

IGNORANZA RESPONSABILE

Rispetto al proprio argomento di ricerca


ogni laureando deve responsabilmente
sapere cosa ha il dovere di conoscere e
cosa ha il diritto di non conoscere.

La biblioteca non è un luogo proibito

DANTE 2.0

A ritirarsi in biblioteca e consultare


preziosissimi cataloghi non si assume un
colorito grigiastro e un odor di pergamena.

Lasciate pure ogni speranza, o voi che non


v’entrate.

Molti studenti e ancora troppi laureandi pensano che quando


Dante scrisse «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate»1 si stesse
riferendo all’ingresso di Virgilio in una biblioteca. Eppure no,
non è andata così.

135
L’idea che la biblioteca sia un luogo cupo, misterioso,
proibito ai comuni mortali (e per questa ragione frequentato da
studenti in cerca di tranquillità, ove amoreggiare tra un’esame e
un seminario) non è poi così rara. Tuttavia, a differenza
dell’anticamera dell’inferno dantesco, la biblioteca rappresenta
il luogo ove trovare utili opere, autorevoli e di degna fama: una
valida – e molte volte necessaria – alternativa alla strategia
“virtuale” per la ricerca del materiale.
Se non l’unica, un tempo era una delle strade più frequentate
dalla maggior parte degli studenti. Oggi è un sentiero all’ombra
delle grandi vie digitali, ma necessariamente da percorrere per
quelle ricerche bibliografiche che vogliano definirsi complete e
approfondite.
Molti sono i luoghi in cui puoi esaminare materiali e fonti
utili al tuo lavoro nonché per un aggiornamento scientifico degli
argomenti di tuo interesse: le biblioteche universitarie e non; le
emeroteche, dove puoi consultare i quotidiani, le riviste e molti
periodici, utili soprattutto nelle ricerche su temi sociali e
d’attualità; gli archivi, in cui cercare pubblicazioni tematiche
(archivi pubblici e privati, come per esempio quello del tuo
relatore. Chiedi di potervi accedere: potrebbe essere un
momento di scambio importante, sul piano culturale come su
quello umano); le cineteche per film, documentari, corti, medi e
lungometraggi, fonti essenziali per molti studi, in particolare di
carattere storico e sociale; le fototeche, che custodiscono
raccolte fotografiche di vario genere e di vari autori e differenti
agenzie di stampa; infine, le enoteche, dove non è detto si
trovino dei libri, ma dove sicuramente potrai rilassarti dalle tue
enormi fatiche con un buon calice di vino2.
La consultazione bibliografica prevede diverse possibilità: la
polverosa consultazione del catalogo cartaceo, la rara
interrogazione del bibliotecario e la scontata e spesso
misconosciuta ricerca negli archivi elettronici.
Il metodo della consultazione tramite archivio cartaceo

136
consente una ricerca per autore e per titolo (in alcuni casi anche
per soggetto) attraverso la lettura manuale delle schede
bibliografiche di cui sono composti gli schedari cartacei delle
biblioteche (sì, ce ne sono ancora e in taluni casi sono gli unici
disponibili).
Tale sistema è sicuramente lungo, faticoso e démodé, ma ti
offre la piacevole possibilità del ritrovamento fortuito, ovvero
quella fatalità che si presenta qualora, durante lo sfogliare i
cartoncini ingialliti dello schedario, trovi autori sconosciuti,
parole chiave e collocazioni ricollegabili al tuo soggetto di
ricerca, titoli che in modo non esplicito fanno capire che quello
scritto potrebbe avere qualcosa da aggiungere alle tue
argomentazioni. Autori, testi e documenti che in altro modo non
sarebbero entrati nella tua bibliografia.
E se ciò accade, il passo per una riconfigurazione
concettuale dello spazio e dei limiti del problema, e di
conseguenza degli elementi con cui costruire la tua originale
risposta al problema, è breve. E anche tu potresti esclamare
«Eureka!», come Archimede di Siracusa immerso nella sua
tinozza3. Frequentando inoltre questi luoghi chiamati
biblioteche è possibile imbattersi in una creatura che molti
studenti pensano nata dall’immaginazione di qualche scrittore di
fantascienza o addirittura dalla mitologia: il bibliotecario.

BANANE E SCIMPANZÉ

Che il ritrovamento fortuito sia caso


troppo raro e strategia poco scientifica?
Osservando degli scimpanzé raggiungere
delle banane attraverso il montaggio
improvviso di bastoni di diverse
lunghezze, Wolfgang Köhler teorizzò

137
l’apprendimento per insight.
Ragionamento piuttosto frequente tra altri
Antropoidi e Ominidi.

Fonte inesauribile di sapere, il bibliotecario diventa umano


quanto si sente rivolgere la domanda «Mi scusi, lei sa se oltre a
questo c’è qualche libro su…?». Eh sì, perché egli (o ella) esiste
non solo per togliere e riporre volumi polverosi da scaffali
tarlati o per copiarti qualche file sulla tua chiavetta USB:
conosce autori e testi, può destreggiarsi tra gli argomenti più
disparati, legge moltissimo – a differenza di molti laureandi – e,
soprattutto, ha una precisa idea di quali libri la sua biblioteca
possiede e di quali altre biblioteche possono risultare utili per
determinate ricerche, sa darti suggerimenti e illustrarti
metodi d’interrogazione degli schedari, sia cartacei (spesso li
ha scritti di suo pugno) che elettronici (e ti stupirà suggerendoti
un link a un motore di ricerca bibliografica che ancora non
conoscevi). Inoltre, il bibliotecario è spesso l’unica persona che
può farti avere un permesso di consultazione o farti risparmiare
una multa se non riconsegni in tempo il volume. Ma se è trattato
come un burocrate… lui si comporterà da irreprensibile
burocrate (e te la farà pagare, la multa).

138
Infine e oggi sicuramente la più immediata e ampiamente
utilizzata, la ricerca online. Tale modalità di raccolta
d’informazioni è sicuramente più rapida delle precedenti e ti
permette di restringere i campi della tua indagine in modo da
filtrare i database secondo precisi criteri, approssimando allo
zero (o quasi) la possibilità del ritrovamento fortuito. Puoi
procedere per autore, titolo, soggetto e parole chiave (e, in
alcuni casi, anche secondo ulteriori criteri, come l’anno di
pubblicazione, il codice ISBN, la collocazione et cetera).
Oppure interroga i numerosi cataloghi elettronici di librerie e
biblioteche disponibili a livello internazionale. Parti pure dalla
finestra di Google, ma non fermarti qui.
Un rischio che è tuttavia necessario contenere ed eliminare è
quello della disinformazione digitale, dovuta a una sempre
maggiore presenza di informazioni non verificate accompagnata

139
da una dinamica di accettazione acritica di quanto appare in
internet. E dal sempre più predominante atteggiamento
emotivo nella fruizione (oltreché nella diffusione) delle
informazioni, a completo sacrificio di quello razionale e logico.
Fino all’annichilamento del senso critico.

NAVIGANTI SENZA SESTANTE

Come per quella da diporto, anche per la


navigazione digitale è bene possedere i
fondamenti del buon navigante:
conoscenze tecniche, esperienza, buoni
mezzi e tanta pazienza. Ma soprattutto
saper fare il punto nave: dove sono e dove
devo andare?

140
4.4 Le fonti online
La Rete è oggi il luogo dove è depositato il sapere di ogni
cosa, la memoria personale di ciascuno, portatile e facilmente
accessibile. È lo spazio delle conoscenze facilmente
recuperabili, della sicurezza nella quotidiana disponibilità
delle informazioni.
Quanto tale condivisione del sapere è critica e quanto
accettata per vera come fosse un dogma? Quanto è messa in
discussione e quanto indiscussa perché senza occasione di
confronto vivo e articolato?
Oggi le nuove tecnologie rappresentano uno strumento
capace di facilitare la creazione del sapere e la sua democratica
diffusione attraverso un confronto e una verifica continua. E
un comportamento simile non solo si dimostra necessario per
maturare la consapevolezza collettiva e l’informazione
oggettiva e condivisibile ma sarebbe anche utile per migliorare
e ampliare le modalità di relazione interpersonale e, di
conseguenza, di migliorare il mondo.
Internet è oggi l’avamposto del sapere. Esso tuttavia
rappresenta la rete sociale del sapere da contare o una
conoscenza reale su cui contare?
Il tempo di elaborazione cui i computer hanno abituato gli
utenti ha superato le capacità di elaborazione della mente degli
stessi, determinando una distorsione nella percezione della
realtà. La maggior parte dei comportamenti d’oggi si esaurisce
nel tempo e nello spazio di pochi clic a scapito di criticità,
approfondimento e controllo della realtà.
La mia maestra delle elementari era solita ripetere: «Non lo
sai? Chiedi!». Vuoi sapere? Fa’ una domanda a chi può
conoscere la risposta: un saggio, un’enciclopedia, un

141
professionista. Oggi si sente sempre più spesso ripetere: «Su
internet ho trovato...».
Il solo fatto che un documento ti appaia come risposta a una
googlata4 non è garanzia di autorevolezza né di esemplarità
nella risposta. Chiunque può scrivere (e pubblicare) qualsiasi
cosa online. La questione è e rimane quella nota: verificare le
fonti, comprendere le argomentazioni, confrontare le
conclusioni. Tuttavia, rispetto alla diffusione di una corretta
informazione è ancora troppo ricorrente il comportamento
secondo cui, per trovare una risposta, ci si affida acriticamente
alla Rete. Questo può andar bene se la domanda che stai
lanciando nell’etere è «Tutta la regione è al buio o solo il mio
quartiere?». Va decisamente meno meno bene se la domanda è
«È opportuno che faccia il vaccino?» dato che sarai portato, per
contingenza e predisposizione cognitiva, a privilegiare le
opinioni di chi la pensa più come te che diversamente da te.
Il sapere dovrebbe essere inteso come tutto quello che
conosci, e che hai conosciuto, attraverso l’esperienza,
l’informazione e le relazioni interpersonali. Il sapere è ciò
che ti distingue in quanto individuo da un altro. Il sapere guida
le tue scelte e determina le tue credenze, le tue opinioni e i tuoi
comportamenti. Per questo il sapere dovrebbe nutrirsi di una
curiosità continua, quella curiosità che a un concetto letto sullo
schermo del tuo computer ti spinge a voler saperne di più, ad
approfondire le informazioni che più ti interessano o, meglio,
che ti servono per accertare se quello che hai letto è vero,
verificato e condivisibile.
Come può la Rete in quanto fonte d’informazione e
strumento di partecipazione al sapere renderci più responsabili e
consapevoli nella creazione e nella fruizione di conoscenze e di
opinioni?

142
CONFIRMATION BIAS

È il meccanismo teorizzato da Peter


Wason nel 1960 secondo cui ricerchiamo,
selezioniamo e interpretiamo informazioni
e prospettive che confermano le nostre
convinzioni preesistenti e al tempo stesso
ignoriamo o sottovalutiamo ciò che
contraddice la nostra visione del mondo.
Internet ha amplificato questa dinamica.

Oggi informarti frequentando siti autorevoli e


confrontandoti con chi è esperto nei temi che stai studiando,
avviare una discussione a più voci, approfondire qualsiasi
argomento è una possibilità reale. Non è detto però che sia un
comportamento reale. Tuttavia, è innegabile che oggi le nuove
tecnologie rappresentano uno strumento capace di facilitare la
creazione del sapere e la sua democratica diffusione. E un
comportamento simile non solo si dimostra necessario per
maturare la consapevolezza collettiva e l’informazione
oggettiva e condivisibile ma sarebbe anche utile per migliorare
e ampliare le modalità di ricerca delle fonti di conoscenza cui
attingere per approfondire le tue indagini, per mettere alla prova
le tue certezze e per scovare punti di vista differenti. E aiuta ad
allontanare l’acquiescenza stimolando la partecipazione
attiva e non un voyeurismo informativo.
Tuttavia, attraverso ricerche poco avanzate e domande mal
formulate a forum pressapochisti oltre alla difficoltà di
orientarsi tra l’infinità di materiali online, l’attuale utilizzo della
Rete come fonte del sapere rafforza anche quella linea
interpretativa che la vede come miglior esempio – per quantità e
qualità – della contemporanea società del consumo riferito al
sapere e della supremazia del primato del quanto (in termini di

143
velocità, non solo di numeri) e dell’assoluta fede nel suo essere
la porta per il sapere.
Inoltre, la recente evoluzione psicotecnologica che ha
consentito all’individuo-consumatore di trasportare con sé –
dovunque egli si trovi fisicamente – la propria conoscienza: non
ricordo l’indirizzo per l’appuntamento? c’è l’archivio degli sms
del mio cellulare. La fermata della metro più vicina? c’è l’App
che mi aiuta. Chi mi aveva detto che sarebbe venuto al
seminario? c’è Facebook. Oppure c’è una bella sensazione di
serendipità, che se non ricordo cosa vuol dire… c’è sempre un
dizionario online, che mi aiuta anche nel caso in cui non
ricordassi come si scrive conoscenza o il correttore automatico
si fosse disattivato.

NAVIGO DUNQUE SO, NO?

Più pagine navigo online più m’illudo di


aumentare il mio sapere. M’illudo. E il
naufragar m’è dolce in questa Rete*.

* Circa 120.000.000 risultati (0,51


secondi)

Questa evoluzione, nella quale si trova anche la tua attuale


capacità di conoscere il mondo, ti ha portato a quell’esercizio
quotidiano consistente nei continui salti effettuati dalla tua
attenzione propri dell’esperienza di ciascuno con i propri
strumenti a disposizione (internet, computer, notebook,
smartphone, smartwatch, smartglasses e altri smartsimili) e
della sempre maggiore interconnessione tra diverse fonti di
informazioni (dal portable internet alla diffusione dell’accesso

144
wireless, dal networking al podcasting, dal social sharing al
clouding).
Oggi utilizzi internet oltre che per la gestione della posta
elettronica e per il tempo libero anche per reperire informazioni
e fare ricerca. Per quest’ultima, sei sicuro di possedere i
fondamenti del buon navigante? Conoscenze teoriche e tecniche
(oltre a quelle di base, utili per cominciare ma insufficienti per
rendere efficiente la tua produzione di materiali), esperienza (si
affina sicuramente con il tempo, ma si fa anche con l’esercizio),
pazienza (necessaria, sempre) e un buon mezzo (aggiornando
quanto basta la tua tecnologia eviti inutili perdite di tempo. E
non poche arrabbiature).
Una volta che solchi il mare di internet sai che accedi a una
fonte pressoché sconfinata d’informazioni: molte altrimenti
reperibili con maggior difficoltà; numerose di indubbio
interesse; alcune assolutamente idiote. Infatti, internet ha – tra
pochi o molti altri, lo decidi tu – un difetto carico di
conseguenze: qualsiasi imbecille (non realmente qualsiasi, per
fortuna) può inserire un’idea tra le pagine web della rete, senza
dare modo a chi la legge di verificarne le fonti e la veridicità. È
quindi tuo compito prestare un’estrema attenzione a quanto
viene scritto e riportato, in ragione del fatto che con la tua tesi
stai effettuando un’indagine scientifica, ovvero una ricerca
responsabile.

145
4.5 Un archivio a portata di clic
Lanciato di gran lena alla ricerca di testi e materiali, può
essere che ti venga la tentazione di raccogliere tutti i documenti
necessari alla ricerca prima di cominciare a leggerli. È una
follia, non fosse per il fatto che è dalla lettura dei testi reperiti
strada facendo che si ottengono idee e stimoli su come
proseguire con la ricerca.
Assicurati quindi la possibilità di ampliare e di arricchire in
modo efficace la tua bibliografia in progress. Inizia fin da
subito a comprendere il livello di interesse di ogni singola fonte
rispetto al suo contributo nella risoluzione della tua ipotesi di
lavoro. Per farlo, affina la tua abilità di lettura trasversale che ti
permette di far emergere da ogni scritto quanto di pertinente
contiene rispetto alla tua problematica. Così attribuirai a ogni
materiale utile:
• una posizione nella struttura argomentativa della tesi
• una sua dimensione rispetto all’apporto contenutistico e
strumentale in funzione dell’obiettivo finale
• la sua funzionalità all’identificazione del procedere con
l’ulteriore reperimento di fonti, scritti e autori.

Prima di cominciare a leggere in modo approfondito i


documenti che sei riuscito a raccogliere, è quindi molto utile
che tu proceda con la selezione e la sistemazione dell’intero
materiale a disposizione, avendo ben davanti agli occhi tutto
quello che utilizzerai per la tua dissertazione.
Fisicamente è pressoché impossibile poter disporre alla tua
attenzione libri, articoli, documenti e i materiali tutti a te
necessari in una visione d'insieme. Come è spesso difficile poter

146
scrivere a margine dei testi, scarabocchiare idee, incollare
foglietti con annotazioni e appunti, marcare le pagine
ripiegando gli angoli senz’alcun timore (e fin che i libri son
tuoi, libero di farlo, ma se sono in prestito dalla biblioteca…). È
però consigliato dividerli per argomenti e collegarli tra loro
sulla base di ricorrenze e connessioni interne a vantaggio del tuo
lavoro. Se recuperare dalla tua memoria tutte le informazioni
man mano immagazzinate durante la lettura di pagine e pagine
di libri e di siti online senza fraintendimenti e sovrapposizioni
ambigue resta per tutti tranne che per Pico della Mirandola un
bell’ideale, ecco che ordinare il materiale per area tematica,
argomento e autore tramite la preparazione di alcune schede
bibliografiche organizzate in un archivio è la soluzione
vincente.
Con tali strumenti ti sarà possibile avere sempre a
disposizione un agevole catalogo personalizzato. Qui saranno
indicati i contenuti dei testi che ti serviranno, ordinati e
facilmente recuperabili all’occorrenza, chiaramente riferiti al
dove, come e quando utilizzarli nella costruzione delle
argomentazioni. E come vedremo poco oltre, si tratta di un
catalogo a semplice portata di clic.

Lettura e sintesi dei testi utili


In forza dell’indice quale linea guida da percorrere durante
la raccolta del materiale e la stesura dell’elaborato, nella
costruzione del tuo schedario personale avrai modo di annotare i
passaggi più importanti e utili presenti nel materiale raccolto e
analizzato identificandoli direttamente con i capitoli e i
paragrafi della tua tesi in costruzione.
La tua collega Michela, leggendo l’articolo di Alexander
Lascaux Money, trust and hierarchies, nota che il passaggio in

147
cui l’autore cita i concetti di «liquidità, accettabilità e stabilità
della moneta» può essere molto interessante per l’inizio del
quarto paragrafo del terzo capitolo intitolato Le monete della
fiducia. A questo punto, in modo diligente annota sulla scheda
relativa a tale articolo il passaggio in esame completo del
riferimento alla pagina e il rimando al capitolo del proprio
lavoro dove inserire tale concetto: «cfr. fiducia, liquidità,
moneta in A. Lascaux 2012: 77». E siccome è una studentessa
di vecchia scuola e ha copia dell’articolo su cui può
scribacchiare a piacere, sottolinea il passaggio, riportando a
margine la sigla del capitolo: «TESI, III.4.1», dove TESI sta per
il riferimento al proprio lavoro dell’elaborato finale, III per il
numero del capitolo e 4.1 per il paragrafo specifico. Così,
quando rileggerà l’articolo dopo anni – magari durante la
preparazione di un commento per una consulenza finanziaria
nella società in cui avrà nel frattempo trovato lavoro – non
correrà il rischio di confondere tra lavori attuali e quelli passati.
Quanto detto fino a qui vale in particolar modo qualora tu
abbia libri e articoli a portata di mano, sia il proprietario degli
stessi avendo su questi ogni diritto di incisione (sottolineature,
scarabocchi e incollature varie), nonché stia lavorando su un
piano di lavoro (l’indice) già robustamente strutturato.
Se invece mancano questi presupposti? il libro è disponibile
per la sola consultazione in biblioteca? il volume è di quel tuo
docente ossessivo che manca solo che glielo sottolinei e non ti
farà più passare l’esame? l’indice è un cantiere perpetuo come
la Sagrada Família di Antoni Gaudí? Allora è indispensabile
che ti costruisca uno schedario personale chiaro e facilmente
consultabile secondo criteri precisi. In questo modo ti sarà
possibile gestire l’analisi dei testi utili, sia quelli posseduti che
quelli letti nelle sedi dove si trovano e dove devono restare (la
biblioteca o lo scaffale del docente geloso). Con pochi semplici
clic.
Ad oggi esistono infatti alcuni agili programmi gratuiti con

148
cui è possibile organizzare note, attribuzioni ed elenchi
bibliografici in pochi secondi e con pochi accorgimenti che ti
permettono di essere preciso e puntuale nonché efficiente nella
gestione del tempo. Funzionanti su computer e web (alcuni
anche su smartphone), strumenti quali Mendeley, RefMe,
RefWorks5 ti offrono la possibilità di avere sempre a portata di
mano quanto ti serve per la gestione dei materiali: citazioni,
commenti, elenchi di collegamenti cui corrisponde l’accesso
diretto ai tuoi documenti archiviati o alle fonti online.
Hai trovato un passaggio illuminante in un libro che il tuo
collega incontrato in metropolitana non ti può prestare perché lo
sta preparando per un imminente esame? Nessun problema!
Prendi il tuo smartphone, accedi all’applicazione con il tuo
profilo, inquadra con la videocamera il codice a barre di quel
libro ed ecco che i riferimenti del volume (autore, titolo, luogo e
anno dell’edizione, pagine totali) ti compariranno nel tuo elenco
bibliografico dedicato, e già nello stile che avrai preimpostato
secondo le indicazioni cui vuoi attenerti nell’edizione del tuo
lavoro6.
Inoltre, nella stessa pagina potrai annotarti una citazione
indicando la pagina precisa in cui compare, oppure un tuo
commento che ti servirà una volta recuperata tale voce
bibliografica nella fase di stesura e sistemazione dei paragrafi in
cui la utilizzerai.

149
Se invece ami la graffite e ciò che resta di una matita
temperata, puoi sempre utilizzare le vecchie schede
bibliografiche (di cui hai un esempio nella TAVOLA a pag. 94),
adattabili e personalizzabili (nonché migliorabili, beninteso)
secondo le tue idee ed esigenze.

150
Che tu lo faccia a mano o a suon di clic, tale archivio ti darà
modo di avere per ogni voce e documento una scheda di
lettura, completa e aggiornabile a ogni successiva revisione. In
questo modo ti sarà possibile costruirti uno schedario
personale che sia utile per la lettura dei libri e dei documenti,
che raccolga in modo veloce e facilmente recuperabile le idee e
i collegamenti tra i testi utilizzati, che sia completo ed esatto nei
riferimenti bibliografici in modo da limitare, se non annullare,
le imprecisioni in fase di stesura della prova finale.
Accanto alle informazioni tecniche qui di seguito ricordate
per ogni tipologia di materiale, le schede conterranno i tuoi
appunti, nella forma di brevi sintesi dei contenuti, alcune
citazioni (riportale con cura e attenzione, annotando il numero
esatto delle pagine dove si trovano. Oppure: scatta una foto del
passaggio che vuoi inserire nel tuo lavoro e archiviala in un
apposita cartella!) ed eventualmente i rinvii a ulteriori testi e
documenti che si potrebbero rivelare utili per le tue indagini

151
(nuove indicazioni bibliografiche presenti all’interno del testo,
rimandi ad altri autori e simili).

MA DOV’ERA?

Hai un appunto scarabocch iato di un


libro fondamentale per la tua tesi ma non
riesci a recuperarlo perché questo recita
solo «cfr archivio scaffale 3»? Anche
l’annotazione «posseduto a casa mia» può
essere utile in alcuni momenti di panico da
bibliografia impazzita e laureando ansioso!

In ogni scheda bibliografica dovrai quindi riportare:


• di un libro:autore o curatore (specificandone il ruolo e
indicando tutti quelli eventualmente presenti), titolo e
sottotitolo del frontespizio (attenzione: fai sempre
riferimento a quest’ultimo, perché in copertina è spesso
presente una versione abbreviata o “promozionale” rispetto
all’originale), luogo e anno di edizione, editore, edizione
consultata (se diversa da quella originale), numero di
pagine e dei volumi (se l’opera è sviluppata in più tomi),
curatore e traduttore (se il testo non è in lingua originale),
collocazione (biblioteca dove si trova il volume o
indirizzo, reale o virtuale, dove recuperarlo) e formato del
supporto (file, microfilm, web, carta, pergamena, papiro),
eventuali indicatori bibliografici (ISBN e simili)
• di un articolo di rivista:autore o curatore, titolo
dell’articolo, nome, numero e fascicolo della rivista, mese e
anno di pubblicazione, numero delle pagine in cui è

152
compreso l’articolo, eventuali indicatori bibliografici
(ISSN, DOI e simili)
• di un articolo di giornale:autore, titolo e occhiello (ciò che
sta scritto appena sotto il titolo) dell’articolo, nome della
testata, data di pubblicazione, numero della pagina,
eventuale url (se è un periodico online)
• di un film o di un’opera teatrale:autore e regista
(specificandone i ruoli, quando diversi), titolo e genere
dell’opera, anno di edizione, data e luogo della
rappresentazione (città, teatro, rete televisiva), eventuale
riferimento al supporto disponibile (web, DVD, VHS,
nastro magnetico, pellicola)
• di un’intervista:nome e cognome dell’intervistato, nome,
cognome e ruolo dell’intervistatore, luogo e data
dell’intervista, eventuale riferimento al supporto utilizzato
e disponibile (registrazione su memoria digitale, nastro
magnetico, trascrizione, video, DVD, VHS)
• di una voce di dizionario o di enciclopedia:curatore, voce
a cui si fa riferimento, nome e numero del volume, luogo e
anno di pubblicazione, editore, numero della pagina dove
si trova il lemma, eventuale url (se online)
• di una pagina internet:url completo, autore quando
presente, indirizzo della home page che ospita il tuo
documento, data della tua ultima consultazione.

Più avrai cura di rendere omogeneo e completo il tuo


archivio con i riferimenti a tutti i documenti esaminati, più la
sua consultazione ti sarà agevole e veloce, il reperimento di
informazioni efficace e, nel caso in cui modificherai l’indice, la
sua riorganizzazione semplice e immediata. Infine, al momento
della stesura del capitolo sulla bibliografia non dovrai temere
dimenticanze o imprecisioni nel riportare le indicazioni dei
materiali utilizzati. Avrai già tutto pronto.

153
Ogni scheda sarà quindi uno strumento strategico con cui
lavorerai in modo interattivo durante la scrittura. In ognuna di
queste potrai annotare le idee nate dalla lettura di un testo,
rimandi ad altri libri e articoli, pensieri da sviluppare,
ripensamenti, direzioni che credi valga la pena percorrere e altre
da evitare, suggestioni e proposte per eventuali ulteriori
sviluppi.

154
4.6 Il taccuino delle idee
Non tutte le idee vengono leggendo un libro o un articolo, e
non tutte nascono in studio o in biblioteca (soprattutto se qui ci
sei per amoreggiare). Lungo il percorso di progettazione e di
stesura della tesi ti troverai a pensare al tuo argomento
d’indagine anche in momenti non propriamente riferibili alla
canonica attività di ricerca. Non che le cruces delle tue indagini
debbano accompagnarti nei tuoi spazi più intimi (non te lo
auguro), ma un’idea felice può sempre venirti in mente mentre
sei in coda alla posta (sbirciando il giornale di chi ti precede), o
tra gli scaffali del supermercato (rischiando lo scontro con
avversari carrellisti da Gran Prix), o attendendo un treno (e
pensando a qualcosa di più utile che le ragioni dell’ennesimo
ritardo).

Perché annotare le idee


«Com’era quella cosa che mi era venuta in mente…?».
Quante volte ti sei fatto questa domanda? Per quanto ti
sembri al momento un’idea così buona che è impossibile
dimenticarsela, affidarti alla tua memoria ripromettendoti di
annotare la felice intuizione una volta all’università o non
appena riaperto il documento sul tuo computer rischia
semplicemente una fatale amnesia. Meglio quindi sfoderare
all’occasione il tuo taccuino e con mano lesta annotare quanto
venuto alla mente. Ovvero, sguainare l’ultimo modello di
telefonino e affidare al suo memorandum vocale i tuoi pensieri
del momento.

155
Digitale o manoscritto che sia, con il tuo taccuino avrai
sempre e in ogni dove la possibilità di appuntarti idee, pensieri,
riferimenti a documenti e informazioni che trovi anche
quando non stai cercando.

MEMENTO

«La memoria si blocca. Ma è ancora lì


tutta intera. Anche le cose più dimenticate
si ripresentano, ma quando vogliono loro»

Dagli appunti di Elias Canetti, raccolti


dall’autore tra il 1972 e il 1985 e
pubblicati ne Il cuore segreto
dell’orologio (Adelphi, 1987).

Tale buona abitudine si rivela assai vantaggiosa ogni


qualvolta ti imbatti in quelle informazioni che ritieni in qualche
modo convenienti per arricchire le tue indagini e che ti si
offrono in occasione di letture non specifiche, di incontri e
confronti accidentali o di casuali rivelazioni dalle fonti più
disparate. Se sei innamorato del tuo argomento, non è infatti
così improbabile avere un “lampo di genio” nei luoghi più
impensati (e lascio a te il piacere di non pensarli), ritenere l’idea
che ne deriva indispensabile per il tuo lavoro e poi, una volta
davanti alla pagina bianca (o poco meno), rendersi conto di
averla dimenticata, o perlomeno di non ricordarne le sfumature
che prima parevano così intelligenti e originali.

156
Quali idee annotare
«Ma devo quindi scrivere tutto quello che mi passa per la
testa? come faccio a sapere cosa mi servirà dopo? annoto solo
autori e titoli che poi recupererò?».
Sul cosa annotare dipenderà dal tuo argomento di ricerca.
Decidere cosa sia interessante e cosa meno per la tua trattazione
spetterà a te, in coerenza con la strategia di ricerca e soprattutto
con gli obiettivi del tuo lavoro. In linea di massima, sul tuo
taccuino potrai riportare tutte quelle informazioni che possono
ritornarti utili per le tue argomentazioni, quali
• visioni, soluzioni emerse da riflessioni solitarie,
accostamenti di suggestioni e di impressioni, nuove
ipotesi di ricerca: riporta tutti i dettagli per poco definiti
che siano, ma evita così di avere poi solo un vago ricordo
annebbiato che rischierebbe di crear confusione
• titoli e autori di documenti che incontri: abbi cura di
appuntare ogni riferimento che in un secondo momento ti
permetta di risalire alla fonte in modo inequivocabile
• notizie riguardanti studi, esposizioni, spettacoli: metti a
margine i rinvii a luoghi, situazioni e persone che ti
permettano poi di ritrovarli
• quanto deriva dalle più inaspettate fonti di conoscenza che
possono contribuire alla trattazione del tuo tema e quindi
trovare una giusta collocazione nella tua tesi.

Come annotare le idee


Sul come prendere nota di tali e simili suggestioni puoi
seguire alcune semplici strategie.
Se si tratta di conversazioni o informazioni provenienti da
fonti orali, puoi annotare in modo sintetico, conciso e con

157
parole tue quanto ascoltato, lasciando ampio spazio alle libere
associazioni e alle idee immediate che ti vengono alla mente
(ecco perché personalmente difendo l’uso del taccuino più del
registratore). Ma soprattutto non stenografare ogni singola
parola: è bene concentrarsi su quello che pensi possa essere
essenziale e opportuno per la tua tesi e trascriverlo in modo da
poter in ogni momento risalire alla fonte.
Se si tratta di documenti scritti, è invece indispensabile
annotare le citazioni esattamente così come compaiono nel
testo e riportare per esteso i riferimenti bibliografici. In questo
modo, potrai inserire tali appunti nel tuo archivio personale e
avvalerti di tale materiale nel modo più profittevole per la
stesura dei capitoli.

158
4.7 Il laureando bilingue
Non c’è alcun dubbio sul fatto che, sia da un punto di vista
legale sia da un punto di vista accademico (con buona pace per i
tuoi sofferti esami di lingua straniera), ci si possa laureare
sapendo solo l’italiano. E già conoscerlo bene sarebbe molto.
Sicuramente è possibile laurearsi leggendo solo libri in
italiano. E già leggerne più del minimo indispensabile sarebbe
bene.

BUT NOT FOR ME

Quanto presente in questo paragrafo non


vale per coloro che stanno preparando una
prova finale in lingue e letterature
straniere. Se sei tra questi, integra il libro
che hai in mano con indicazioni e una
guida specifica.

Allo stesso modo è certo che durante le indagini per la tesi


di laurea ti possa trovar a dover sfogliare almeno un documento
in una lingua straniera. A parte su uno sparuto numero di
argomenti, oggi si può dire che su tutto c’è almeno qualcuno di
autorevole che ha scritto un pensiero rilevante in lingua inglese.
O qualcuno che ha tradotto in inglese quel pensiero rilevante
dalla lingua esotica con cui era stato scritto. È lecito infatti non
sapere e non voler leggere un libro in slovacco o in tataro solo
perché sul tuo argomento qualcuno ha pubblicato un saggio in

159
questa lingua, ma sappi che quasi sempre è possibile reperire
quantomeno una recensione in inglese di articoli nati in qualche
lingua poco praticata.
È auspicabile quindi che tu sia in grado di leggere un
documento scritto nella lingua di Shakespeare o di quello che ne
rimane (o in quella di Molière o di Cervantes o altro, a seconda
del tuo ambito disciplinare in cui stai muovendo le tue indagini
in primis e del mondo professionale dove pensi di voler inserirti
dopo la laurea in secundis), di scrivere in modo corretto parole
straniere (anche quelle di uso comune) e di saper almeno
distinguere una library da una librairie.

Inoltre, sarebbe altrettanto auspicabile laurearsi contenendo


quel frequente abuso indiscriminato di termini stranieri e
quell’esterofilia linguistica ingiustificata che l’Accademia della
Crusca (ma non solo) suggerisce di considerare nel rispetto e

160
nella valorizzazione della lingua italiana e a favore di un
reale e più accorto bilinguismo.
Attenzione: qui non si tratta affatto dell’opportunità di
chiamare “elaboratore elettronico e digitale di calcolo” il
computer (troppo sciovinista) né sostituire indifferentemente
“posta elettronica” a email (che lo stesso Chauvin avrebbe
accorciato in “couriel”). C’è piuttosto da stare in guardia da una
disseminazione inutile e poco prolifica di termini stranieri
laddove possibile (e richiesto, dato che la tesi è in italiano) e in
ragione dell’esistenza di corrispettivi termini italiani dotati di
pari potenza di significato.
Troppo spesso, infatti, l'uso di termini inglesi (o di altra
lingua, anche se l’inglese è meno altra perché più franca)
ovvero di parole esotiche che stanno lontano dagli occhi di chi
legge e dal cuore dell’esperienza quotidiana è – più o meno
consapevolmente – un’escamotage (appunto: espediente è forse
più onesto e meno fuggevole?) per far apparire una
conversazione più internazionale, moderna e precisa di
quanto realmente essa sia. E lo può a ragione essere, se
l’utilizzo di termini tecnici e condivisi dal settore appartiene
quindi a un idioletto, a un lessico specialistico – e non certo a un
goffo recupero di lacune linguistiche – che si avvale di specifici
e opportuni apporti semantici. Anche perché le parole sono da
sempre state al centro di scambi internazionali, e continueranno
ad esserlo (come il suggestivo management, tra tutte)7.
Tuttavia è opportuno che in un lavoro di dissertazione
scientifica, qual è la tesi di laurea, anche il livello comunicativo
sia curato, con uno sforzo che vinca la facile pigrizia e la triste
abitudine, fin nella scelta delle parole utilizzate. L’uniformità
omologante della lingua e la passività nell’accettazione di uno
stile più o meno esplicitamente imposto dalle fonti provenienti
dal contesto pubblico sono un’implicita ammissione alla
rinuncia dello spirito critico (Zagrebelsky, 2010). E questo in
un’attività scientifica e per questo critica come la tesi non è

161
permesso.
Trova alternative italiane agli anglicismi disinvolti e, in
genere, ai forestierismi superflui. Qui di seguito hai una lista,
giusto per cominciare: è un esercizio di stile mentale, creativo
e cognitivo prima che linguistico8. È la via per far diventare la
tua tesi meno cool ma più calda!

COME DIRE

abstract riassunto, sunto, sommario


account profilo, accesso, accredito
agreement accordo, intesa
appeal attrazione, fascino, richiamo
attachment allegato
assessment valutazione, giudizio, stima
audience ascolto, séguito, pubblico
austerity austerità, severità
awareness consapevolezza, percezione, presa di
coscienza
background retroterra, sostrato
backup salvataggio
badge cartellino, tesserino, distintivo
bagarre disputa, baruffa, rissa
banner inserzione, inserto pubblicitario

162
benchmark punto di riferimento, indicatore
benefit beneficio, gratifica, vantaggio
best practices buone prassi, pratiche migliori,
casi di successo
bestseller successo editoriale
bipartisan bilaterale, trasversale, condiviso,
consensuale
black out abbuiamento, oscuramento
bloc notes taccuino, blocco note, quaderno degli
appunti
bluff inganno
booking prenotazione
bookmark segnalibro, segnacolo
bookshop libreria
boom successo, esplosione, scoppio
boss capo, dirigente, padrone, direttore
bottom-up dal basso, in modo ascendente
bouquet mazzo di fiori, composizione floreale
boutade motto di spirito, battuta
boutique negozio
box cabina, casella, riquadro
brainstorming consulto, seduta creativa
brand marchio, marca
break pausa, interruzione, ricreazione
break-even pareggio

163
briefing riunione informativa, confronto
brochure opuscolo
budget bilancio, preventivo di spesa
business affari
bypass sorpasso, evitamento
calembour gioco di parole, freddura
card carta, tessera, scheda, cartellino
carnet libretto, blocchetto
case history casistica, esperienze rilevanti
cash contanti
challenge sfida
charme fascino
chat conversazione
check controllo, verifica
cliché stereotipo
client cliente
coach allenatore, formatore, supervisore
comfort conforto, comodità, agio
community comunità
competitor concorrente
compilation selezione, raccolta
compliance conformità, condiscendenza
conference call audiovideochiamata
content contenuto

164
contest concorso
core nucleo, centro, nocciolo
customer care assistenza clienti
database banche di dati, archivio
deadline scadenza, termine
decision making dinamica decisionale, scelta,
processo di scelta
display schermo
dossier fascicolo
editing redazione, elaborazione
endorsement sostegno, appoggio
engagement impegno, coinvolgimento
entourage cerchia, gruppo
équipe gruppo, squadra
escalation crescendo, intensificazione
escamotage espediente
feedback restituzione, reazione, commento
feeling intesa, empatia
fiction sceneggiata
flop fallimento
flyer volantino
form modulo
format formato
frame riquadro, cornice

165
full text testo integrale, completo
gap divario, scarto
governance governo, gestione, amministrazione
handout datino
header intestazione, testata
hobby passatempo, passione
homepage pagina d’accoglienza
humor umorismo
hyperlink collegamento ipertestuale
in progress in corso
input ingresso, stimolo
keyword parola chiave
kit corredo, equipaggiamento, batteria
know how conoscenza, abilità
layout impostazione, menabò
leaflet volantino
light leggero
link collegamento, rimando, legame, nodo
location ambientazione, collocazione, sede
log in accesso, connessione
log out uscita, disconnessione
look stile, aspetto, apparenza
low profile basso profilo, discreto
magazine rivista, periodico, rotocalco

166
mailing list indirizzario
meeting incontro, assemblea
memorial memoriale
mission missione
must doveroso, imprescindibile, d’obbligo
news novità
nickname pseudonimo, soprannome
off limits vietato, proibito, interdetto
offline disconnesso
on demand a richiesta
online connesso, in rete
open day giornata aperta, a porte aperte
open space spazio aperto
opinion leader testimone privilegiato
optional accessorio
output uscita, prodotto
over ultra
overdose sovradosaggio
packaging confezione, confezionamento
paper documento
part time tempo parziale
parterre platea
partnership alleanza, collaborazione
performance prestazione

167
planning pianificazione, programmazione
poster manifesto
privacy riservatezza
public speaking orazione, arte oratoria
query interrogazione
range intervallo, spettro, gamma
report rapporto, relazione
set up impostazione
show spettacolo
skill competenza, abilità
stage tirocinio
step passo, tappa
summary sommario, prospetto
target destinatari
team squadra, gruppo
template modello
timeline cronologia
timing coordinazione, tempismo
tranchant perentorio, netto, preciso
tool strumento, attrezzo
top acme, vertice, apice, massimo
top-down dall’alto, in modo discendente
trend tendenza
value valore

168
vision visione
videoclip corto, cortometraggio
work in progress lavori in corso, lavoro in
divenire

1 D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto III, 9.


2 Un calice. L’abuso di alcol è pericoloso per il tuo benessere, fisico e mentale:
moderazione!
3 Storicamente Archimede non stava facendo il bagno, bensì cercando una soluzione al

problema che il tiranno Gerone II gli aveva posto. Il grande pensatore più che
rupofobico era curioso e arguto, come un laureando.
4 Google, v. 1. intr. To use Google search engine to find information on the Internet. 2.

trans. To search for information about (a person or thing) using the Google search
engine (Oxford English Dictionary, 15 giugno 2006).
5Mendeley è un programma per la ricerca, la gestione (su pc e web) e la condivisione

di materiali (scritti e articoli scientifici condivisi e condivisibili tramite possibilità di


scambio dalla comunità di studiosi e ricercatori). RefMe è un programma per la
catalogazione e l’organizzazione (su pc, web e smartphone) di riferimenti ed elenchi
bibliografici, citazioni e annotazioni (in parte personalizzabili). RefWorks è una
piattaforma online avanzata che consente di organizzare ricerche, elaborare citazioni,
creare una bibliografia in formati diversi, importare riferimenti da numerose fonti di
dati e molto altro.
6 Vedi oltre al § 6.3 per le indicazioni sull’impostazione degli stili delle citazioni.
7 G. Iamartino, Italianismi in inglese. Una storia infinita? in
www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/nazioni/iamartino.html (ultima
consultazione: febbraio 2015).
8 Per saperne di più: Anglicismi a cura di M. Fanfani (2010) in www.treccani.it.
Oppure vedremo insieme come andrà a finire la petizione Dillo in italiano promossa da
Annamaria Testa e accolta il 10 marzo 2015 dall’Accademia della Crusca.

169
La scrittura

Dopo aver ricercato, raccolto, ordinato, catalogato e organizzato


ogni materiale utile all’argomentazione del tema è arrivato il
momento di mettere nero su bianco, di dar forma ai pensieri in
una scrittura chiara, lineare ed efficace. E oggi, in un contesto in
cui la conoscenza è sempre più frammentata e distribuita tra
molte forme disponibili, l’attività di redazione di uno scritto ha
bisogno di suggerimenti per lavorare al meglio in ogni fase del
processo di stesura delle idee.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi


capire.
Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e
comprensibile.
Niente è più facile dello scrivere difficile.
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1945

170
5.1 La progettazione
La scrittura di un testo inizia molto prima della sua stesura.
La redazione infatti è solamente una fase – spesso la più breve,
impetuosa e fluida – di tutto il processo. Un processo, quello
della scrittura, che anticipa di molto il momento della sua
redazione. E finisce molto dopo.
Per dar forma ai tuoi pensieri in una scrittura chiara, lineare
ed efficace organizza al meglio quanto precedere la scrittura e
quanto a essa segue. Pianifica per bene la progettazione del tuo
piano di lavoro di scrittura. Pianifica il giusto tempo per la
revisione finale.
Non lasciarti tentare dalla facilità apparente con cui ti
sembra di poter assemblare parti di testo copincollati (per
quanto opportunamente citati) da ogni dove, scegliendo
formattazioni prestabilite tra le molte possibilità di stili e
rivolgendoti al tuo lettore come a un qualsiasi interlocutore
colpevole solamente di avere in mano il tuo testo.

IL PROCESSO DI SCRITTURA

PROGETTAZIONE: fissare le idee, con fogli,


matite e colori, scegliere e organizzare i
pensieri e le loro connessioni, disporre il
piano redazionale.
REDAZIONE: stendere le idee liberamente,
senza curarsi della forma e dei dettagli,
annotando tutto quanto viene alla mente,

171
con slancio e fluidità.
REVISIONE: la scrittura vera e propria, che
qui trova la sua attività più gratificante
attraverso l’analisi e il miglioramento delle
idee e della loro comunicazione al lettore.

La ricerca di tesi è un lavoro complesso e articolato che


presuppone un pensiero ispiratore preciso, una struttura
solida e robusta, uno stile personale e originale (ma non
troppo). È un viaggio che va pianificato e ponderato, in modo
da potersi muovere all’interno delle sue possibilità senza timori
o rischi avventati. E come ogni viaggio, prima della partenza è
bene prevedere dove si vuole andare, cosa si vuole privilegiare
lungo il percorso e cosa poter ignorare, per rivedere quindi
l’itinerario fissando le tappe prima di posare il primo passo.
Il tuo processo di scrittura si comporrà così di tre fasi:
1. la prima sul come dar forma alle idee (in questo
paragrafo)
2. la seconda in cui scriverle in modo chiaro (dal § 5.2 al §
5.4)
3. la terza per riscriverle in modo efficace (al § 5.5).
La buona riuscita del processo di scrittura dipende sì da
quanto viene dopo – la revisione, con la sua accurata rilettura e
riscrittura del testo – ma soprattutto dipende da quanto viene
prima – la progettazione.
Raccolti infatti i materiali, gli spunti e gli stimoli si tratta di
comporli, prima mentalmente poi nella forma di appunti, mappe
e sequenze che ti aiutino a costruire e a determinare l’idea che
sostiene il tuo argomento e le argomentazioni che supportano la
tua ipotesi.
La progettazione rende visibili e plasmabili i tuoi pensieri.
Perché, prima di tutto, scrivere è pensare. Pensare e scrivere

172
sono due dinamiche che si accompagnano, si sostengono, si
aiutano vicendevolmente.
Vuoi rendere più chiari i tuoi pensieri sull’argomento che
hai scelto? sugli obiettivi che vuoi raggiungere? sul senso del
tuo lavoro?
Metti giù queste idee! Nero su bianco. Anzi a colori, con
forme, disegni, bozzetti, schemi, linee, cerchi, frecce, immagini,
scarabocchi. Nella fase iniziale del lavoro di tesi prenditi la
libertà di scoprire i tuoi pensieri. Falli emergere dal limbo
delle intuizioni, dando loro una forma e un rapporto tra gli
stessi e tra le idee che trovi nei materiali raccolti. Per farlo al
meglio scriviti degli appunti così come vengono, fai delle liste
di parole che ti sembrano importanti per arrivare ad altre parole.
Annotati le libere associazioni che si affacciano alle tue
riflessioni sul tema. Trasforma in schizzi e segni tutto quello
che ti viene in mente: catturalo e mettilo su carta. Altrimenti
questo scappa (e non torna indietro).
Se hai limitato un argomento e i suoi aspetti cruciali dei
quali intendi occuparti – e lo hai fatto – e se hai costruito un
indice robusto – e lo hai fatto – in questa fase di progettazione
più scrivi e più ti chiarirai le idee su cosa scrivere. E di
conseguenza anche su come scrivere. E più scriverai, più
affinerai il tuo modo di scrivere, esercitandoti a trasformare in
un testo leggibile quello che altrimenti rimane un pensiero
nebuloso, molto spesso velato pure alla tua comprensione.
Più scrivi e più le idee si fanno nitide, i contorni degli
argomenti meno sfumati, gli obiettivi non ambigui. Scrivendo
passa pure la paura, l’ansia da pagina bianca. Se sei in
difficoltà e non riesci a iniziare a scrivere, la cosa migliore è:
scrivere!
Butta giù la problematica principale. Abbozza i temi da
trattare e disegna le connessioni che li tengono legati e quelle
che li allontanano. Non ti viene quella parola che esita sulla
punta della lingua? Trasferiscine il senso sulla punta di una

173
matita ben appuntita e disegnala, schematizzala, tracciala su un
bel (e grande) foglio di carta. Un esempio? Alla pagina seguente
trovi una delle rappresentazioni grafiche della struttura che
mostra temi, argomenti e relazioni del libro che hai in mano.
È così che nasce una mappa mentale, la rappresentazione
visuale di quello che sta nascendo in un angolo oscuro della tua
mente e che se trasferito su carta ti permette di progettare
meglio il tuo lavoro di scrittura1.

La mappa è scaricabile nella versione a colori all’indirizzo


www.hoeplieditore.it. Qui potrai inoltre trovare ulteriori
materiali per approfondimenti e schede di lavoro.

174
5.2 La redazione
Ora fermati.
Prima di iniziare la stesura della tesi è bene chiarire cosa
puoi e cosa devi fare.
Dover (ri)sistemare l’intera struttura del tuo scritto come
ultima attività può risultare molto fastidioso. Meglio verificare
quindi come prima cosa quali disposizioni l’ateneo ti suggerisce
(o t’impone) e alle quali devi (o puoi) attenerti. Anche se
solitamente tali obblighi si riferiscono alla struttura del
frontespizio, al numero massimo di pagine e a quante copie
presentare e a chi, la verifica è presto fatta: un passaggio in
Segreteria Studenti ed ecco le informazioni che ti servono. Una
volta che avrai accertato tutte le indicazioni necessarie, potrai
dedicarti liberamente alla redazione, dando spazio alla tua
creatività personale all’interno dei limiti imposti e avendo sotto
gli occhi la visione d’insieme che il tuo schema di lavoro
(attraverso qualsiasi strumento tu abbia preferito) ti permette di
avere. Limiti entro i quali sentirti libero di scrivere e di
comunicare le tue idee a chi avrà il piacere di conoscerle.
Perché scrivere significa farsi leggere. E leggere provoca
re-azioni ed emozioni. Sì, anche un testo scientifico, un articolo
o una tesi di laurea possono e devono emozionare. E il tuo
lavoro lo può fare se non solo è corretto ed efficace, ma se
riesce a comunicare la passione che ha motivato le tue scelte, la
dedizione che ha sostenuto il tuo metodo di lavoro, la
consapevolezza con cui hai dato forma alle tue idee, il piacere
con cui hai accompagnato la costruzione del tuo percorso
argomentativo.
La lettura che hai già in gran parte completato e la scrittura
che ti accingi a realizzare s’intrecciano qui. È ora il momento di

175
discriminare le informazioni significative, selezionare le cose da
dire e quelle da tralasciare, attivare o evidenziare collegamenti
possibili e associazioni logiche. Per essere efficace nella tua
comunicazione devi delimitare in modo univoco la direzione da
prendere. Per questo è bene che tu abbia ben chiari
1. l’obiettivo generale che stai perseguendo nonché gli
obiettivi specifici di ogni capitolo. Lasciati guidare dalla
domanda «perché sto scrivendo questo? a che fine?»
2. la prospettiva che intendi assumere nella trattazione
dell’argomento: «chi sta parlando: la letteratura sul tema?
la mia opinione? il senso comune?»
3. lo stile con cui presentare le tue idee: «a che livello voglio
scrivere? a chi mi rivolgo? agli esperti del tema o a un
largo pubblico?»
4. gli argomenti da inserire: «quali sono le cose di cui non
posso non parlare?»
e soprattutto
5. per orientarti al meglio nel percorso che va dalla domanda
di ricerca iniziale alla costruzione della risposta finale
«quali sono gli argomenti da evitare? quali le cose di cui
devo tacere? le argomentazioni che non vale la pena
affrontare? i passaggi superflui?».
I materiali così composti in schemi e sequenze –
all’abbondanza delle possibilità a tua disposizione
corrisponderà una tua rigorosa attività di cernita – sono pronti
per essere trasformati in un testo. Il processo di scrittura
prevede ora che tu metta un concetto dietro l’altro, seguendo
una scaletta: un’organizzazione più logica e strutturata della
mappa mentale, che ti permette di organizzare gerarchicamente
le tue argomentazioni e i materiali su cui fai affidamento.
Scrivere un testo non significa solo mettere una parola
accanto l’altra. Lasciati trasportare dal senso delle cose che vuoi
comunicare e dai suggerimenti che le parole stesse fanno

176
trasparire se cercate all’interno di un pensiero preciso da
descrivere. E per scrivere bene il segreto è cominciare a
scrivere, senza fermarsi o soffermarsi su dettagli. La scrittura
deve proseguire fluida, impetuosa, veloce in modo da fissare le
idee prima che svaniscano. Per correggere e precisare la
coerenza e la solidità del testo ci sarà poi la successiva fase di
revisione (§ 5.5).

Computer o macchina da scrivere?

HAPPY HOUR

Personalizza la barra degli strumenti:


così facendo potrai avere a semplice
portata di clic tutti i comandi relativi alle
funzioni maggiormente utilizzate in fase
di stesura ed editing del testo. Ti renderai
il lavoro più veloce e, come fa la brava
Michela, potrai anticipare di mezz’ora
l’aperitivo con gli amici!

Non che ci sia ancora qualche nostalgico che scrive la tesi


con una Lettera 22, ma qualcuno che usa i programmi di
elaborazione di testo con il proprio computer come se fosse
questo una macchina da scrivere dotata di presa elettrica e cavo
di rete sì (e troppi). Qualsiasi utente di un personal computer
può oggi aver accesso a software di produttività personale e
applicazioni che gli permettono di gestire contenuti e modelli
quali documenti di testo, fogli di calcolo, archivi, presentazioni

177
e grafici.
E se è vero che all’interno dei più diffusi e utilizzati è
possibile trovare formati precostituiti che assecondano le più
differenti esigenze (dal bigliettino d’invito alla festa dell’asilo
all’ebook, passando per la tesi di laurea), è anche vero che per
produrre risultati adeguati (e la tesi di laurea richiede esiti più
che adeguati) è necessario saper utilizzare al meglio i
programmi di videoscrittura.
La domanda diventa piuttosto «Word, Pages o Writer?»2.
Semplice: quello che preferisci, che hai a disposizione o che
puoi usare. Ciò che conta è migliorare le tue abilità nell’uso
degli strumenti più utili e delle funzioni più frequenti che tali
programmi ti offrono per la composizione di un testo
elettronico.
Qui di seguito troverai indicazioni di metodo per lavorare
al meglio al tuo documento indipendentemente dal programma
di cui ti stai servendo. Per utilizzare il tuo computer in quanto
tale e non come un Cembalo scrivano. Per risparmiare molto
tempo e tante fatiche3.

Un nuovo documento in due passaggi e


mezzo

CAPITOLI MARCHIATI A CALDO

Vuoi avere i numerosi file che


compongono tutto il tuo lavoro di scrittura
tesi sempre ordinati nella tua cartella e in
comodo ordine cronologico dal più

178
recente all’originale? Aggiungi in coda al
nome del file la data di chiusura della
versione nel formato aaaammgg:
capitoloquinto20140725.doc

La prima cosa da fare per scrivere il tuo testo di laurea è


aprire un nuovo documento di testo. Banale? Sì ma necessario.
Come necessario è salvare in una cartella dedicata il nuovo
documento con un nome semplice ed efficace, attraverso il
quale poter facilmente identificare la versione corrispondente
all’interno del tuo flusso di lavoro. È un buon modo per evitare
crisi isteriche nel momento in cui tu debba recuperare una bozza
precedente, oppure qualora il relatore ti richieda
un’informazione presente in un file che hai ora rinominato,
scordando la precedente e fantasiosa versione del tuo
documento (§ 2.2). Ecco che se salvare il testo della tesi
suddiviso in singoli capitoli può facilitare le attività di scambio
dei materiali con il relatore e relativa correzione, denominare
ciascun file con un nome univoco che identifichi la versione
dello stesso aiuta ancor meglio a organizzare il flusso di lavoro
e a orientarsi nella ricerca della cronologia delle modifiche.
La seconda impostazione cui assicurare la tua serenità per
un lavoro sicuro è abilitare nel tuo programma di scrittura la
funzione che ti permette di personalizzare il tempo per il
salvataggio automatico. Imposta, laddove non sia già presente,
la funzione salva automaticamente in modo che il numero dei
secondi tra un salvataggio e l’altro sia adatto alla tua personale
velocità di scrittura e correrai il rischio di perdere al massimo
qualche minuto di idee creative e non un’intera giornata di
lavoro! E se ti sembra di aver appena scritto un pensiero che
cambierà il destino della tua tesi, non privarti di questa
opportunità: salva le modifiche al documento con un ctrl+s
(con tastiera Microsoft) o cmd+s (con tastiera Mac). E la tua

179
tesi te ne sarà grata.

Formato e struttura del testo


Il passaggio preparatorio alla stesura del testo è
l’impostazione del formato del documento. Un testo si legge
anche in forza degli spazi bianchi, non solo di quelli riempiti di
inchiostro. Ecco perché è importante valutare bene la
disposizione di titoli, testo, spazi, elenchi, immagini e
quant’altro attrae l’occhio del lettore.
Anche se hai sempre la possibilità di organizzare tali aspetti
di formattazione durante la stesura del tuo lavoro (se ciò non ti
distrae dalla ben più importante attività dell’argomentare)
oppure alla fine della stesura (sempre che ti rimanga tempo per
farlo) ti suggerisco vivamente di impostare il tutto fin d’ora,
ancor prima di iniziare a scrivere, garantendo quella coerenza
interna e quella dovuta omogeneità allo stile indispensabili al
tuo documento. Per assicurarti un (utile) risparmio di tempo
dopo ed evitarti un (inutile) nervosismo, anticipa fin d’ora
l’impostazione del formato della tua tesi attraverso i parametri
disponibili negli strumenti dell’imposta pagina o documento,
ricordandoti di applicare tali impostazioni all’intero documento.
Lascia agli studenti in Marketing Acrobatico e Creativo o a
quelli di Grafica Pubblicitaria Interplanetaria la scelta di formati
tascabili, a calendario, a fisarmonica, su carta colorata e stoffa,
profumati o interattivi e quant’altro assomigli più a un portfolio
d’artista che a un libro.Dove infatti il contesto o il corso di studi
non lo suggerisca (o lo imponga), le norme sul formato della
pagina prevedono la battitura del testo su fogli bianchi formato
A4 (210x297 mm).
Nell’impostazione della pagina considera che ogni cartella
(ovvero una pagina di testo con riferimento ai parametri

180
editoriali standard) deve contenere indicativamente 30 righe da
circa 60 battute l’una (spazi inclusi) per un totale di 1800/2000
battute.
Per rendere leggibile e piacevole il tuo documento è bene
adattare la densità del testo a margini d’impaginazione
adeguati. Questi possono essere pari a 2,8 cm per il margine
superiore, 2,5 cm per quello inferiore, 3 cm per quello destro, 3
cm per quello sinistro, con uno spazio di 1 cm da lasciare per la
rilegatura.
Imposta fin da subito l’interlinea, che può essere di 1,5
righe o doppia (non oltre: il rischio è di dar l’impressione di una
tesi “gonfiata” per recuperare contenuti “flaccidi”).
E poi, per rendere i capoversi meglio identificabili e più
agevolmente leggibili, puoi inserire dei rientri nel testo
giustificato: questi possono essere considerati validi in un
qualsiasi valore scelto all’interno di un intervallo che va da 0,5
cm a 1,5 cm, purché mantenuti identici in tutta la redazione.
Per l’impostazione del formato dei paragrafi vale il
suggerimento qui poco oltre presentato. Utilizza la gestione dei
titoli e dei livelli: quanto deciso in fase di impostazione formale
e strutturale del testo potrai disporla una volta all’inizio e
richiamarla in seguito per ogni necessità.

(DIS)OBBEDISCO!

ATTENZIONE: questi sono dei


suggerimenti, non un ordine!

A piacere (tuo o del tuo relatore: prima di


cominciare a scrivere accordatevi sulla
libertà che ti è lasciata in merito a tali
scelte) puoi modificare tali impostazioni

181
per rendere più adeguato il formato al tuo
stile e al carattere della pubblicazione.

Dimensione e tipo di caratteri


Sempre allo scopo di aumentare la leggibilità del testo (cosa
per la quale non solo contribuiscono i contenuti che avrai cura
di argomentare ma anche la composizione della pagina,
l’interlinea, il corpo del carattere scelto, l’ordine delle note e
delle immagini), considera come corretta una dimensione del
carattere di 11 o 12 punti (o 13, solo per irragionevoli ragioni
scaramantiche).
Scegli pure il tipo di carattere che più ti piace, ma
privilegia stili sobri, semplici e minimamente eleganti. I
caratteri graziati – o serif, ovvero dotati di trattini a chiusura
delle aste (come il Times New Roman, il Garamond, il Cambria
e simili) – sono più adatti a una lettura sulla carta in quanto
proporzionati nei rapporti altezza/larghezza e pieni/vuoti delle
lettere, cosa che aiuta l’occhio a scorrere meglio tra le parole e
tra le righe del testo, mentre i caratteri a bastone o lineari o
sans-serif (come Arial, Helvetica, Trebuchet e simili) sono
indicati nell’utilizzo a video o per testi piuttosto corti, e quindi
più adatti per i titoli dei tuoi capitoli come per la presentazione
multimediale della tua prova finale (§ 8.2).
Evita invece alternanze di tipi di carattere. Differenziare
corpo del testo da titoli attraverso la scelta di due caratteri con e
senza grazie è sufficiente. Se hai la necessità di evidenziare
intestazioni, passaggi o altre sezioni sono disponibili soluzioni
come il maiuscolo, il maiuscoletto, il grassetto, il corsivo,
“corpi” di carattere di misure diverse. Sempre da utilizzare con
garbo.

182
Ricorda che i caratteri hanno un carattere. Le particolari
sagome che puoi scegliere nella tua composizione suscitano al
lettore reazioni differenti, creano un’atmosfera piuttosto che
un’altra, comunicano un’immagine differente del medesimo
testo a parità di dimensione, interlinea e giustezza4.

CHE CARATTERE

carattere s.m. [dal lat. character -ĕis, gr.


χαρακτήρ -ῆρος, propr. «impronta»] 1. la
forma dei segni d’una scrittura disegnate
secondo le stesse regole in un determinato
stile 2. segno distintivo, qualità propria che
contraddistingue l’insieme di tratti fisici e
comportamentali d’una persona

Se nel tuo specifico ambito di ricerca ti è consueto imbatterti


nell’impiego di segni caratteristici e il tuo testo di conseguenza
necessita di simili esigenze, puoi utilizzare i comandi che ti
permettono di inserire nel testo simboli e caratteri speciali.
Nelle apposite finestre di dialogo del tuo programma di scrittura
hai infatti la possibilità di selezionare i caratteri necessari
attraverso sottoinsiemi dedicati (latino e greco di base,
punteggiatura specifica, operatori matematici, simboli di valuta,
pittogrammi e molto altro), di richiamare in modo immediato
quelli da te più utilizzati (con la funzione simboli usati di
recente) e di visualizzare alcune combinazioni che ti permettono
di inserire alcuni segni attraverso i tasti di scelta rapida5.

183
Titoli di capitoli e paragrafi
L’importanza già descritta della struttura dei capitoli
all’interno della tesi si concretizza a questo punto nella
predisposizione grafica. La stessa deve differenziare titoli e
sottotitoli dal corpo del testo, sia nella grandezza (se per il testo
hai scelto un corpo 12, il titolo del paragrafo sarà
verosimilmente in 14 o 16) che nello stile (per esempio: in
grassetto i titoli dei paragrafi e in corsivo i titoli dei
sottoparagrafi).
Imposta quindi il formato dei paragrafi utilizzando la
gestione dei titoli e dei livelli. In questo modo potrai digitare i
titoli di capitoli, paragrafi e sottoparagrafi e ordinarli secondo
stili e formattazione grafica predeterminati. A ciascun titolo
corrisponderà così un relativo livello che si differenzierà dagli
altri per stile e criteri grafici che avrai deciso e impostato in
modo personale e opportuno, nel rispetto dell’ordine gerarchico
esistente e rappresentato nell’indice. Questi criteri formali puoi
infatti modificarli a piacere e ti sarà sufficiente cambiare una
sola volta l’impostazione di un livello per adeguare gli stili di
tutti i livelli corrispondenti6.
Inoltre, se imposti titoli e sottotitoli abbinandoli ai relativi
livelli e quindi agli stili di paragrafo non solo ti sarà possibile
verificare che rispettino quel criterio di omogeneità interna
qui tanto ripetuto, ma ti sarà anche possibile generare
automaticamente il sommario, ovvero l’indice del tuo elaborato.
Per far questo colloca il cursore nel punto in cui vuoi inserire il
sommario, seleziona l’apposita funzione e definisci i livelli e la
disposizione che intendi visualizzare nel formato finale. Una
conferma alle impostazioni e l’editing è fatto! Così puoi
assicurare al documento una perfetta corrispondenza tra i titoli
del tuo indice e quelli presenti all’interno del testo, che potrai
modificare in qualsiasi momento della stesura dell’elaborato,
garantendo con un semplice clic il suo costante aggiornamento7.

184
Come per le altre scelte formali, è doveroso infatti
mantenere uno stile e un’impostazione grafica unici per tutto il
lavoro. L’omogeneità e la coerenza nello stile scelto sono un
obbligo che devi rispettare.
E se proprio non sai deciderti e quelli proposti non ti
convincono, prendi a modello un libro di un’edizione
particolarmente curata e che personalmente apprezzi nella sua
composizione grafica. Questo ti può aiutare molto nella scelta
della soluzione più opportuna e piacevole.
Un esempio è anche il libro che stai tenendo in mano ora. Se
ti piace non solo per i suggerimenti che stai raccogliendo ma
anche per la veste grafica con cui questi sono stati preparati per
la tua lettura che trovi agevole e attraente prendi spunto qui.
Composizione a pacchetto (giustificato con allineamento a
sinistra e a destra), rientro prima riga di 0,5, interlinea
leggermente aumentata, margini ariosi, font con grazie, titoli e
intestazioni senza grazie e presenza di titoli correnti, ovvero la
ripetizione in alto sul lato esterno di ogni pagina del titolo del
capitolo accompagnato dal numero della pagina. Tale
accorgimento, utile nei testi molto lunghi e articolati, consente
(a te ora come al lettore della tua tesi se utilizzerai questa
soluzione) di avere sempre a portata di sguardo il titolo
dell’argomento principale delle tue argomentazioni.

Indici analitici
In modo simile a quanto appena descritto, puoi impostare
l’inserimento di indici analitici in cui raccogliere i rimandi a
gruppi di termini e di nomi o di figure e simili. Per farlo è
sufficiente identificare nel testo le voci che intendi inserire
nell’indice. Posiziona il cursore sopra ciascuna di esse,
seleziona quindi dal menù dedicato (Inserisci Indici e

185
sommario) la voce al tuo riferimento e quindi specifica
nell’apposita finestra la voce principale ( Segna voce) che
vuoi appaia nel tuo indice.
Dopo aver ripetuto tale operazione per ciascuna voce che
intendi far comparire nell’indice analitico e dopo aver deciso
dove inserire tale elenco, puoi veder comparire in un batter di
clic (Inserisci Indici e sommario Indice) un indice ordinato
e completo (Formati Modello) dei riferimenti voluti.

Immagini, tabelle e figure


In molte prove finali immagini, grafici, tabelle e disegni
fanno parte dei contenuti del lavoro di ricerca, nonché degli
strumenti caratteristici di alcuni linguaggi scientifici. Quindi, se
anche la tua tesi li prevede, è molto importante che
nell’inserimento di tali oggetti grafici tu segua alcune norme
tecniche e stilistiche:
• ogni immagine, tabella o figura deve essere proposta in
modo chiaro e ordinato. Se non è vitale che le figure
siano centrate piuttosto che allineate a destra o a sinistra
della pagina e che i caratteri interni a queste siano di uno o
due punti più piccoli di quelli utilizzati nel corpo del testo
(ma è preferibile), rimane fondamentale che la soluzione
grafica prescelta sia mantenuta uguale in tutto l’elaborato
(secondo il principio di omogeneità)
• ogni oggetto deve avere una numerazione in ordine
progressivo per ogni capitolo (facilmente inseribile con
l’apposita funzione presente nel vostro programma di
videoscrittura) e un riferimento preciso nel testo. In tal
modo, oltre a una facile gestione delle modifiche che si
presentano durante l’elaborazione dello scritto (tagli e
aggiunte di alcune figure che necessariamente ti troverai a

186
fare), è possibile identificare con immediatezza un rimando
interno a un’immagine contestualizzandola con il capitolo
cui appartiene
• ognuna di queste deve essere accompagnata da una
didascalia, ovvero da un titolo, che ha l’indispensabile
compito di riassumere il senso e il significato della figura
attraverso una descrizione essenziale e appropriata
• per ogni oggetto grafico preso da lavori di altri autori (o da
internet) e che non sia quindi frutto di una tua creazione
originale va sempre citata la fonte
• infine, nei casi in cui il numero di immagini, tabelle e
grafici utilizzati sia consistente e articolato può risultare
molto utile una redazione di un indice dedicato: l’Indice
delle figure.

Queste le norme per l’inserimento di immagini, grafici,


disegni e tabelle al fine di ottimizzare la loro efficacia e la
comprensibilità del testo e renderli ottimi strumenti
comunicativi.
Come fare quindi per gestire tali oggetti in modo pratico e
adeguato? quando preferire una tabella a un elenco? cosa e
come riportare in un disegno e all’interno di un grafico?
Ogni volta che ti trovi a elencare tre o più argomenti relativi
a un oggetto che stai descrivendo nel tuo testo, può essere
opportuno dar loro rilievo attraverso un elenco. Così, in modo
immediato e altamente comunicativo ogni passaggio sarà
identificabile nel suo significato particolare e al tempo stesso
collocato nel suo insieme. Costruisci attraverso la funzione
elenchi puntati e numerati la tua lista e organizza quindi i
contenuti in ordine indicato da un punto elenco oppure un
numero o una lettera nel caso in cui tu voglia evidenziare un
ordinamento tra gli argomenti.

187
SOBRIO, NON EBBRO

Una volta scelto un simbolo grafico per il


tuo elenco, mantienilo uguale per tutta la
tesi. Se il lavoro manca di dinamismo,
questo non lo si recupera certo alternando
• frecce a lineette
• pallini a stelline
• quadratini a segni di spunto .

Se le idee che stai argomentando sono articolate e


complesse oppure contengono riferimenti a quantità rilevanti di
numeri e parole, può risultare opportuno rappresentare tali
pensieri in tabelle che informino in modo immediato e
altamente comunicativo quanto ti è necessario descrivere. Se ti
stai laureando in Psicologia ti saranno sicuramente familiari le
tabelle che rappresentano dati statistici, distribuzioni e
frequenze. Se sei un laureando in Archeologia saprai
maneggiare con destrezza tabelle di codici, gradi di
conservazione e classi di interferenza. E, qualsiasi sia la tua
laurea, se sei arrivato fin qui con la lettura avrai ormai preso
confidenza con le Tavole da lavoro del libro che hai in mano.
Oltre ai due clic (non uno di più) sufficienti per inserire
una tabella tra le righe del tuo testo, è importante che tu renda
tale tabella adeguata e opportunamente comunicativa per una
buona prova finale (e qui serviranno alcuni clic in più). Se in
qualsiasi programma di scrittura hai a disposizione modelli ed
esempi per la formattazione automatica di una tabella dei quali
puoi avvalerti per generare dei formati accettabili, è bene
ricordare che una tabella ha la funzione principale di aiutare la
comprensione del testo, fornendo un’immagine sinottica e

188
altamente esplicativa dei concetti espressi nello stesso testo o
per presentare schemi o sintesi degli stessi.

IL LAYOUT È OUT

Personalizza i modelli che ti vengono


offerti bell’e pronti dai programmi di
scrittura, di elaborazione di calcolo e di
presentazione. Impiegherai sì qualche
minuto in più del tuo tempo a modificare
colori e formati, ma in compenso
comunicherai al tuo lettore di aver fatto il
tuo lavoro con cura e dedizione e non in
modo pigro e passivo.

Se una tabella non aggiunge nulla al testo o non ne aiuta la


comprensione, valuta l’opportunità di eliminarla. Le
informazioni che troveranno spazio in una tabella dovranno
quindi essere ordinate e chiare, opportunamente
accompagnate da una didascalia e da una legenda
appropriate. Il lettore deve capire solo da queste la sostanza di
ciò che la tabella contiene e del perché, isolandola dal testo,
l’autore ha voluto sottolinearne contenuti e suggestioni.
Per poter renderla fruibile al meglio, privilegia il contenuto
scritto in corpo minore e una gabbia disegnata con linee sottili.
E numera ogni tabella – così come farai con figure, disegni e
grafici – seguendo una numerazione progressiva che considera
la sua collocazione nei capitoli della tua prova finale. Così
facendo eviterai riferimenti interni del tipo «come indicato nella
tabella seguente» che t’impongono un’inutile acrobazia per
inserire in spazi improbabili il tuo oggetto grafico. Indica

189
invece con un riferimento puntuale quale «come indicato nella
Tabella 5.2» il rimando a una figura che in questo modo potrà
trovarsi, senza alcun rischio di disorientamento, tanto nella
pagina successiva che in quella precedente, a beneficio tuo e del
lettore.
In un lavoro di tesi la presenza di immagini, tabelle e figure
nasce dalla necessità di presentare al lettore ulteriori stimoli
per la comprensione di quello che il testo descrive.
Illustrazioni, disegni e grafici mostrano meglio quello che il
testo fa vedere. Non si tratta quindi di seminare a piene mani
immagini a scopo decorativo: ogni immagine, per poter stare
dov’è, deve essere originale e funzionale al dibattere, deve
poter rafforzare la credibilità del concetto che rappresenta o
illustra, deve saper evocare, anche con similitudini o metafore,
la via per la soluzione di un ragionamento o per la scelta di una
via argomentativa tra le diverse da te proposte.
E, come per le tabelle, numera tutte le immagini che
inserisci seguendo una numerazione progressiva e inserisci una
didascalia per ogni immagine anche qui.
Segui il principio «un massimo di sobrietà per un minimo di
eleganza»: evita immagini da pieghevole pubblicitario come
grafici incomprensibili e privilegia efficacia e chiarezza. Allo
stesso modo valuta bene cosa includere. E di fronte a un dubbio
o all’incertezza se lasciare due informazioni simili, prendilo
come un utile esercizio di sintesi e buttane via una!

© COPYRIGHT

Per utilizzare un’immagine o parte di essa


è necessaria un’autorizzazione scritta del
proprietario. Se le immagini che stai
usando non sono libere da tale obbligo,

190
procurati tale autorizzazione. In ogni caso,
riporta sempre la paternità (autore) e il
detentore dei diritti (copyright) dei
documenti che inserisci. O meglio, usa
immagini licenziate da Creative
Commons (www.creativecommons.it).

In ultimo, dopo aver inserito nel testo la tua immagine,


assicurati che la sua risoluzione finale non impedisca la
comprensione di quanto contiene8.
Questo riguarda anche e soprattutto i grafici. Essi dovranno
essere adeguati alla natura dei dati che rappresentano: un
grafico a punti e linee è più adatto a rappresentare l’andamento
dei risultati dei tuoi esami di quanto non faccia un grafico a

191
torta (come descritto più avanti al § 7.4). Inoltre, i grafici
dovranno riportare chiaramente la scala di riferimento e
l’unità di misura utilizzate, la legenda che ne renda indubbia
la lettura e una didascalia che ne riporti il titolo e l’eventuale
fonte, se non è un grafico creato da te.
Infine, in alcuni casi può esserti necessario far trovar spazio
a un testo obbligato in caselle o righe condizionate: per questo
puoi intervenire ulteriormente nel formato del carattere,
stingendo o allargando la spaziatura tra i caratteri o tra i numeri,
le proporzioni tra gli stessi e la crenatura.

Numero e numerazione delle pagine


Il numero complessivo delle pagine – compresi indice,
bibliografia ed eventuali appendici – varia a seconda
dell’impostazione metodologica e dell’argomento, ma per una
prova finale può essere ragionevolmente considerato intorno
alle 60 pagine.
Dopo aver ben verificato con il tuo relatore o con la
Segreteria Studenti quali sono le indicazioni cui attenerti
rispetto a questo “ragionevolmente”, sappi che attorno a tale
valore sono da evitare tanto le “brochure” quanto le
“enciclopedie a più volumi”. Con le prime potresti presentare un
lavoro che viene probabilmente percepito come una “tesina
striminzita”, percezione che facilmente si riverbera sul tenore
con cui si sviluppa poi la discussione di laurea. Con le seconde
potresti intimorire anche la commissione più intrepida che di
fronte a un volume simile immagina di trovarci dentro quei
brevi cenni sull’universo di cui ho scritto al § 3.3.
Dal punto di vista formale, le pagine vanno numerate
progressivamente partendo da quella dell’indice, di preferenza
inserendo i numeri nella parte bassa della pagina e allineandoli

192
in centro o esternamente rispetto alla stampa. Per fare questo
inserisci i numeri di pagina attraverso la funzione dedicata che
trovi tra gli strumenti del tuo programma di videoscrittura.
Avrai così un documento ordinato che ti permette di costruire
agevolmente e in modo preciso i rimandi interni (e recuperare
tale ordine una volta che stampi le bozze per la lettura e la
correzione) e l’organizzazione dell’indice. E se per questo avrai
utilizzato l’inserimento del sommario come sopra descritto, a
conclusione dell’impostazione del formato del documento ti
sarà ora possibile aggiornare i numeri di pagina dell’indice
indipendentemente dalle innumerevoli modifiche che subirà il
testo fino alla fine della stesura, nonché allinearli
automaticamente a destra, offrendo al tuo lettore quel po’ di
ordine che corrisponderà all’ordine che avrai saputo dare
all’argomentare delle tue idee.

Frontespizio e copertina
Oggi molti atenei, insieme ai vari documenti amministrativi
utili alla presentazione della domanda di laurea, consegnano ai
laureandi anche un facsimile per il frontespizio e per la
copertina cui attenersi per la compilazione della stessa.
Se così è anche per te, avrai già in mano un modello in cui
inserire necessariamente alcune indicazioni specifiche e note.
Se così non fosse, sappi che il frontespizio della tesi deve
riportare, con una limitata possibilità di personalizzazione:
• nome e logo dell’Università seguiti da
• Facoltà e titolo del corso di laurea (in alto, centrati)
• titolo ed eventuale sottotitolo della tesi (centrato, a circa un
terzo di pagina dall’alto)
• nome del relatore preceduto dal titolo “professor” o
“professoressa” (allineato a sinistra, a circa un terzo di

193
pagina dal basso)
• i tuoi nome e cognome e numero di matricola (allineati a
destra, allo stesso livello del nome del relatore)
• anno accademico e sessione di discussione (centrati, in
calce).
Il frontespizio conterrà quindi le stesse informazioni
riportate nella copertina9, nella quale hai qualche margine in più
di personalizzazione estetica. La copertina del tuo lavoro sarà il
vestito del biglietto da visita con cui ti presenterai ai colloqui
di lavoro. Per questo è bene che tale abito sia sobrio, elegante ed
efficace. Preferisci quindi un supporto in cartoncino rilegato o
in ecopelle, colorato ed essenziale a una rilegatura “ad anelli”,
più economica e funzionale ma troppo “svilente”. Ad ogni
modo, evita – se non rientri nelle categorie già viste degli iper-
creativi – i colori fucsia, verde acido e giallo fluorescente, non
indicati per le prossime collezioni primavera-estate, come
nemmeno i caratteri tridimensionali, il proprio nome dorato e
blasonato o le rilegature finto-medioevo con borchie e serratura.

La stampa
La stampa della tesi oggi è facilmente ed economicamente
realizzabile con una buona stampante a getto d’inchiostro o a
laser, garanzia di una buona qualità e di una soddisfacente resa
finale.
Se la Segreteria non ti chiede (o impone) di consegnare a un
centro di stampa interno all’ateneo o se non ti affidi a uno
stampatore (nel qual caso faranno tutto loro) e se non sei
espressamente invitato a stampare la tua prova finale solo fronte
(ovvero, solo su un lato, lasciando l’altro bianco: è una norma
diffusa – ma non universale – per le copie da presentare in
segreteria e spesso anche al relatore), utilizza la stampa fronte-

194
retro (su entrambi i lati): qualcuno, dalle foreste amazzoniche a
quelle scandinave, ti ringrazierà di cuore.

195
5.3 Chi scrive a chi
Hai impostato in modo appropriato la struttura del tuo
elaborato dopo esserti preso cura dell’aspetto del lavoro di tesi
per rendere i contenuti agevoli e piacevoli da leggere da un
punto di vista grafico. Molto bene. Oltre ad esserti garantito un
notevole risparmio di tempo in fase di correzione finale, questo
fa sì che il lettore si concentri più sui pensieri espressi che sulla
formattazione. E la Commissione più su quello che di
interessante dirai che su una condivisa ricerca dell’orrore
mentre sfoglia la copia che tiene in mano durante la tua
dissertazione.
È ora il momento di provvedere alla scelta della forma
espressiva e del livello espositivo della tua argomentazione.
Una solida organizzazione strutturale e uno stile narrativo
opportuno ed efficace sono elementi direttamente collegati alla
chiarezza interna della tua ricerca e della sua divulgazione
esterna tra i destinatari a cui ti rivolgi.
E su questa soglia sta il Giano bifronte della questione: le
idee contenute nella tua tesi sono comunicate a qualcun altro, da
qualcuno che le scrive a qualcuno che le legge.
Ecco il punto: chi parla a chi?
Per esporre il tuo pensiero in modo conveniente risulta
molto utile rispondere fin da subito a questa tanto semplice
quanto chiarificatoria domanda, che ne contiene in profondità
altre.
Il primo punto è: chi è l’autore di queste idee? chi sta
scrivendo? qual è la voce narrante? Ovvero, chi vuoi che sia
percepito come fonte delle opinioni e dei risultati della
problematica che stai argomentando?
Il secondo punto è: quale sarà il tuo lettore ideale? Ovvero,

196
a chi intendi rivolgerti nello scrivere quello che è in tutto e per
tutto il tuo primo articolo scientifico? chi hai in mente come
interlocutore privilegiato per una condivisione del tuo
argomento?
La scelta della forma impersonale «si dice… si ritiene… si
propone…» è sovente difesa e preferita per le dissertazioni di
tesi in ragione della sua maggiore oggettività e scientificità, per
altro molto spesso solo presunta o dichiarata (scrivere in tal
senso «l’autore di questa tesi pensa che…» è un maldestro
imbroglio!), rispetto all’uso della prima persona «dico…
ritengo… propongo…» che può suonare presuntuosa o troppo
risoluta, e per questo a volte sostituita dalla prima persona
plurale «diciamo… riteniamo… proponiamo…» molto valida
se la ricerca è fatta in gruppo e se le opinioni sono presentate
come ciò che “il laureando e il suo relatore” pensano. La scelta
tra le tre soluzioni è comunque soggettiva e presenta in ogni
caso promesse e minacce per una buona resa stilistica.
Se temi infatti che usare come voce narrante la prima
persona singolare («con questa tesi voglio dimostrare…»,
«ritengo che…», «posso concludere che…») ti faccia correre il
rischio di lasciarti andare a una prospettiva che possa sembrare
poco oggettiva nel proporre le tue idee così ben verificate
attraverso letture e studi approfonditi, scegli la forma
impersonale, ma facendo attenzione affinché all’espressione
«tale analisi permette di affermare che…» corrisponda
veramente a una solida analisi, oggettiva e difendibile.
Parimenti, se temi che una narrazione portata avanti con il
“noi” col quale ti esprimi per riconoscere il valore del lavoro
svolto insieme al tuo relatore con cui hai condotto le tue
ricerche («abbiamo constatato...», «ipotizziamo…», «possiamo
affermare…») possa esser interpretata dai tuoi lettori come una
condivisione di responsabilità che non vuoi assumerti piuttosto
che una comunione di valide attività da cui sono emersi i tuoi
risultati. Ma anche in questo caso, fa’ attenzione prima di

197
scrivere «l’idea che qui asseriamo…»: che sia un’idea
veramente sostenuta anche dal tuo relatore o dal tuo gruppo di
ricerca, e non un ardito maiestatico che ti lascia presto da solo.
La cosa più importante, un volta decisa la voce narrante, è
mantenerla coerente per tutto il testo. Qualche alternanza è
concessa per rendere più dinamica la lettura e per sottolineare il
pensiero noto e condiviso dalla comunità scientifica da quello
personale e proposto come interpretazione originale, ma accanto
a tali puntuali scarti è bene che il narratore non si lasci andare a
comportamenti schizofrenici.
Quindi, alla scelta del chi scrive seguirà la scelta del lettore
ideale del tuo argomentare. Se quello più immediato e vicino è
senza dubbio il tuo relatore (o così dovrebbe essere),
presumibilmente altre persone prenderanno in mano il tuo
lavoro in un futuro più o meno prossimo: amici curiosi e parenti
impietositi certo. Ma, e soprattutto se la tua tesi è una gran tesi,
studenti e studiosi, tesisti e ricercatori, o responsabili della
selezione del personale e potenziali datori di lavoro.
Per questo la scelta del destinatario ideale del tuo
argomentare impone una decisione attenta. Questo significa
controllare la stesura dell’elaborato in relazione al fatto che tu
intenda rivolgerti agli studiosi di quel preciso argomento (la
comunità di esperti di simili problematiche); oppure ai curiosi,
ovvero chi sa qualcosa del tuo oggetto di ricerca ma non è
aggiornato o specializzato (un pubblico interessato al tema ma
con una conoscenza limitata in merito); o, ancora, a un più
vasto pubblico di lettori (chi non sa proprio nulla
dell’argomento).
Tenendo salde in mente tali differenti prospettive potrai
sviluppare un modo di procedere chiaro e lineare e ricercare la
soluzione migliore per il tuo livello comunicativo e per
l’esposizione più appropriata. Non dimenticare di chiarire
concetti specifici, di risolvere termini tecnici o non comuni
(basta farlo la prima volta che li presenti nel testo), di sciogliere

198
quei passaggi logici noti a chi si occupa di tale argomento
(come te, il relatore e i lettori esperti) ma meno a chi si sta
avvicinando al tuo tema di ricerca (un pubblico più vasto ma
meno alfabetizzato) e che necessita così di tutte le informazioni
utili per una corretta lettura del tuo lavoro.

199
5.4 Come si scrive
La guida che hai in mano non si rivolge ad aspiranti
romanzieri né aspira a creare campioni di vendite in libreria.
Dedicandosi a migliorare gli sforzi di chi è alle prese con la
scrittura di una dissertazione scientifica, ti offre alcune
importanti e utili raccomandazioni per la scrittura di un testo,
alcune molto generali e altre più specifiche. Se messe in pratica
nel tuo lavoro di tesi gioveranno di certo tanto al tuo testo
quanto alla tua testa. Perché scrivere significa organizzare e
argomentare le idee. E farlo al meglio significa andar oltre la
superficiale attenzione all’immagine e riconquistare la relazione
con la sostanza, la realtà e le persone.

COMUNICAZIONE

La comunicazione avviene tra


interlocutori: là dove, tra due o più
persone in interazione tra loro (inter-loqui)
ed esattamente in questo luogo (locus), si
generano il senso e il significato dei
valori condivisi in uno scambio reciproco
e sempre all’interno di linguaggi
condivisi.

Anche senza l’ambizione di diventare Deledda o Buzzati,


per comunicare il tuo pensiero è necessario saper trovare le

200
parole esatte, saper comporle per rendere un periodo seducente
e capace di incuriosire chi ti legge, per farlo proseguire e
interessare. Oggi, in un contesto in cui all’horror pleni10 si
contrappone un’economia espressiva che elegge a modello i
modi e le forme di una comunicazione sempre più frammentata
– mini testi che (s)compaiono in continuazione: email, post,
chat, sms, blog, relazioni, brochure, siti, comunicati stampa,
newsletter, slogan pubblicitari, cinguettìi e qualche pagina di
libro, fotografata – è indispensabile saper dar forma alle proprie
idee costruendo itinerari dotati di senso e autonomia
comunicativa.
Tutti oggi sono un po’ più scrittori di ieri. Ma in quanto a
competenze nel saper esprimersi e comunicare in modo
chiaro ed efficace c’è ancora molto inchiostro da versare.
Soprattutto se riferito all’esperienza che in quanto laureando
caratterizza te e la maggior parte dei laureandi: una scarsa, se
non nulla, esperienza con testi scritti e comunicazione in
pubblico.
Ma l’esperienza di scrittura si fa scrivendo. Qualsiasi testo
tu scriva – elaborato finale, tesi specialistica, magistrale e
dottorale, relazione di ricerca, verbale tecnico, lettera d’amore –
devi scriverlo e riscriverlo, leggerlo e correggerlo più volte.
Difficilmente ciò che esce dalla penna (o dalla stampante) ha
già una sua forma soddisfacente. È bene allenarsi a scrivere,
prendere confidenza con gli strumenti della scrittura,
attraverso altri testi che ti preparino alla stesura della tua prova
finale. Ed è utile (ri)prendere l’abitudine di scrivere con un
vocabolario e un dizionario dei sinonimi e contrari accanto al
tuo pc (cartaceo o virtuale che sia, ma da sfogliare più di quanto
necessario).
«Come faccio?». Esercitati riassumendo i testi letti e studiati
per gli esami prima e per la tesi dopo. Articola e arricchisci le
schede di lettura. Ottimizzerai inoltre il tempo a disposizione, il
momento della raccolta e l’organizzazione del materiale. Una

201
volta presa familiarità con il tuo modo di scrivere e migliorato
per renderlo fluido quel tanto che basta per scrivere le prime
bozze della tua argomentazione specifica puoi affrontare la
stesura dei capitoli. Ognuno di questi sarà quindi riscritto e
rielaborato più volte e ognuna di queste ne migliorerà un aspetto
particolare: contenuti da rendere più chiari, riferimenti da
completare, passaggi logici da chiarire, informazioni ridondanti
da togliere, forme espressive da affinare ed errori da correggere.
A una prima stesura, infatti, scrivi pure tutto quello che ti
passa per la mente e così come ti viene, anche personali
meditazioni alla Molly Bloom. A una seconda lettura però togli
e taglia quanto c’è di onirico, parentetico, ripetitivo, marginale,
accessorio ovvero di non funzionale all’economia del testo.
Taglia, perché «i sette ottavi di ogni parte visibile sono
sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, tenere
sommerso, così il mio iceberg sarà più solido. Diventerà la parte
nascosta. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché
non la conosce, allora si noterà un grande buco»11.
Metti insieme i pezzi e ordina quanto rimane come parte
vitale dello scritto. Da un lato il testo con i contenuti e gli
argomenti centrali. Dall’altro, le note e le appendici in cui avrai
inserito tutte quelle informazioni non eliminate ma ora
ridimensionate. Rinforza quel percorso dotato di senso che
costituisce l’itinerario argomentativo teso a dimostrare le tue
ipotesi, a raggiungere i tuoi obiettivi, a convincere i tuoi
interlocutori.
«Ma come posso essere efficace nella scrittura?». Per una
buona comunicazione considera che:
• nello scrivere i tuoi pensieri evita i periodi lunghi. Non fare
il giovane Proust alla ricerca del punto perduto. Meglio i
periodi corti e asciutti. Le frasi brevi catturano meglio
l’attenzione
• stai lontano dai labirinti di subordinate e di coordinate. Il

202
parlar astruso e contorto esprime un rapporto disturbato
con la realtà
• privilegia una costruzione lineare del tuo argomentare
• pensa e scrivi espressioni dirette: non tutte le volte che ma
sempre; non nel presente lavoro di tesi ma qui; non
intendo dimostrare ma dimostro, non avanzo l’idea ma
dico
• rifuggi dalla nominalizzazione che appesantisce con
strutture inutili: non ho effettuato l’analisi ma ho
analizzato
• per allontanare le ambiguità e i fraintendimenti ricordati di
esplicitare sempre il soggetto: alterna pronomi, nomi
propri, epiteti o appellativi. Se vuoi evitare di scrivere
Aristotele ogni cinque righe puoi sempre riferirti a lui
come l’autore, il filosofo, lo Stagirita, il discepolo di
Platone, il padre dei peripatetici
• favorisci una costruzione essenziale delle frasi secondo la
sostanziale sequenza soggetto-verbo-complemento
• privilegia la sintassi semplice e il lessico puntuale. Una
frase breve chiusa tra due punti acquista incisività. Prova.
L’utilizzo dei capoversi comunica poi l’architettura interna
del testo e la sua organizzazione, offre ritmo alla lettura e
contiene le argomentazioni in unità facilmente gestibili. Ogni
volta che il testo lo esige, respira. Metti un punto fermo. E vai a
capo.
Così.
Perché questo paragrafo ora contiene altre raccomandazioni:
l’impiego della punteggiatura o interpunzione. La
punteggiatura è il respiro, il ritmo di un testo, nonché una
chiave per leggerne il senso, una modalità di suddivisione
sintattica dei periodi. In alcuni casi obbligatoria e in altri
facoltativa ma facilitante. Essa ti aiuta a organizzare i pensieri,
denotando conseguentemente anche il tuo stile caratteristico. E

203
porta il lettore a decodificare il tuo testo e a orientarsi nella
lettura.

PUNTO. DUE PUNTI. MA SÌ, FA I


TRE CHE ABBONDIAMO*

Al «Sei arrabbiata?» un «No.» minaccia


più battaglia di un «No». Così come una
replica «no…!!» al «Mi stai prendendo in
giro?» suona più sincero e affettuoso di un
provocatorio «NO!». Per rendere il “tono”
della conversazione largo quindi a punti,
puntini e faccine espressive, ma non nella
tesi ;-)
* Totò, Peppino e la… malafemmina
(1956)

Oggi proprio quella comunicazione sempre più sincopata


rappresentata al meglio da email e sms ha cambiato – e sta
cambiando – il modo con cui vengono usati i segni di
interpunzione. Fin da quando sono stati inseriti nel IX secolo
a.C. questi segni hanno avuto due funzioni: una sintattica
(dividere e organizzare in modo gerarchico gli elementi di una
frase) e una espressiva (dare tonalità e suggerire respiri ed
enfasi). Quest’ultima ha decisamente preso il sopravvento. È
sovraccarica di significato, oltre che di presenza (spesso inutile
o futile). Pensa a quando scrivi un sms o un’email: la
punteggiatura digitale che usi trasmette più informazioni di
quella che troveresti in un testo “tradizionale” perché è caricata
– da chi scrive e da chi legge oggi – di tono, ritmo e altri
rimandi. In uno spazio di 140 caratteri un punto diventa non

204
solo l’indicatore della sintassi della tua comunicazione bensì il
portatore di molti più significati di quelli che ha: è arricchito di
un valore speciale, di una dinamica affettiva, di un’emozione.
Non è più un punto: è una palla di cannone che ognuno carica,
più o meno a salve, prendendo la mira in modo più o meno
preciso.
Per quanto l’influenza dei mezzi di comunicazione che ti
appartengono sia innegabile e inarrestabile, la tesi non è però un
luogo in cui riversare segni emotivi e didascalie
comportamentali. Per questo è bene conoscere alcune norme
della lingua italiana che se correttamente considerate danno
modo a ciascuno di esprimere la propria creatività nel rispetto
del proprio stile personale. Norme ortografiche e riferite all’uso
delle interpunzioni (le più importanti qui riassunte nelle
TAVOLELa punteggiatura e L’ortografia a pag. 127 e ss. e pag.
130 e ss.), perché sempre segni da gestire sono. Non
sottovalutarli: il tuo lettore (prima che la tua Commissione) ti
valuterà per la tua ortografia più facilmente che per la tua
cultura e la tua arguzia.

LA PUNTEGGIATURA

Il punto determina ineluttabilmente


. la fine di un periodo. Può scandire
l’inizio di un altro. Per questo un
punto tempo era chiamato punto fermo o
maggiore o stabile e anche punto
finale o periodo. Luca Serianni lo
definisce superpunto quando usato per andare a
capo, marcando il passaggio ad altro ordine

205
d’idee. In tali casi vuole sempre la lettera
maiuscola dopo di esso, ma non se la prende poi
troppo se non lo si utilizza alla fine dei titoli di
capitoli, di paragrafi o degli elenchi. Il punto è
impiegato anche alla fine di abbreviazioni (prof.,
dott.) e al centro di parole contratte (prof.ssa,
dott.ssa). Non va mai ripetuto al termine di una
frase che si conclude con una parola abbreviata:
«Ha scritto di musica, teatro, scultura, pittura ecc.
Sulla poesia non produsse articoli punto» (e se
scritto per esteso è un toscanismo).

Questo segno, anticamente


, chiamato anche piccola verga, si
utilizza solo all’interno di un
virgola periodo, ma secondo un uso che è
più ordinato di quanto si possa
ingenuamente immaginare.
Anzitutto è un errore (grave) separare con una
virgola il soggetto dal verbo (anche se in caso di
particolari esigenze espressive ciò può essere
ammesso), così come il verbo dal complemento
che esso regge, il verbo essere dall’aggettivo o dal
nome che lo accompagna nel predicato nominale
e il nome dal suo aggettivo. Come è un errore
tradurre con una virgola una pausa presente
nell’intonazione della frase: attenzione a non
inserire una cesura sintattica là dove non deve
stare. Nei periodi formati da una principale e da
una secondaria la virgola è solitamente presente
nei casi di comparative, concessive o
condizionali. Non va invece inserita prima di una
soggettiva, un’oggettiva, un’interrogativa

206
indiretta e prima delle secondarie formate da una
preposizione seguita dall’infinito. Negli altri casi
(relative, temporali, causali e alcune finali) il suo
utilizzo dipende dal ruolo accessorio o meno delle
stesse secondarie. È poi buona norma precedere
con una virgola le congiunzioni ma, però, tuttavia
e l’avverbio anzi. Infine, si può utilizzare una
coppia di virgole – oppure due trattini lunghi,
come quelli che delimitano questa precisazione –
per limitare un inciso, ovvero un’unità sintattica
presente all’interno di un’altra unità senza che la
continuità della stessa venga così rotta (come
all’inizio di questo paragrafo).

Detti anche punto


: raddoppiato o doppio o
piccolo, rallentano il ritmo
due punti del procedere comunicativo,
allertano l’attenzione del
lettore, attivano l’attesa di
qualcosa di rilevante: sono una promessa
mantenuta. Quanto avviene prima dei due punti è
una preparazione, una creazione di aspettative e di
attese che risolvono in una chiusura, in
un’esplicazione, in un gran finale annunciato da
una semplice coppia di punti sovrapposti. Due
occhi che guardano dove devi guardare tu: qui. E
appunto perché gran finale deve finire non appena
terminato il proprio periodo sintattico, senza
tergiversare o perdersi in lungaggini.

Tale elemento di interpunzione (deno

207
anche punto acuto
; o punto coma)
rappresenta una
punto e virgola pausa più breve di
un punto e più
lunga di una virgola. Viene preferibilmente
utilizzato nei casi di suddivisione di parti di
elenchi e di enumerazioni (che contengano
almeno tre elementi), in particolare se ogni
singola parte contiene non tanto una sola parola
(per cui si può usare la virgola) ma più parole o
una frase. È come una finestra socchiusa a metà
dalla cui prospettiva si può vedere dentro e fuori,
davanti e dietro.


puntini di sospensione
Seminare a destra e a manca manciate di puntini
di sospensione comunica un senso di
indeterminatezza, di vaghezza di idee e di
modalità espressive, di nonfinito per nulla
michelangiolesco. Un accenno o un’esitazione…
fatale. Quando proprio non puoi farne a meno –
devi usarli per esempio per indicare una deliberata
omissione all’interno delle citazioni: […] tre
puntini tra parentesi quadre – ricordati che
devono essere tre. Non uno di più e non uno di
meno.

208
L’utilizzo di
! questa marca

punto esclamativo
dell’intonazione (detto anche punto affettuoso o
degli affetti, punto patetico o punto ammirativo)
enfatizza un’affermazione, esprime sorpresa o
sarcasmo e attira l’attenzione del lettore. Il punto
esclamativo entusiasma! Un eccesso di punti
esclamativi rischia tuttavia di trasformare un
articolo scientifico in un manifesto pubblicitario,
un fondamento teorico in uno strillo da
imbonitori, un’affermazione indispensabile in una
canzonatura da cui ben vedersi. Anche perché non
è attraverso un punto esclamativo che si dà
maggior vitalità a un pensiero rigido, a uno slogan
inespressivo o a un passaggio scontato.

È
? necessario
ricordare
punto interrogativo a
serve
cosa
il
punto
interrogativo, detto anche punto di domanda
oppure punto domandativo? La sua origine è
relativamente recente: se in greco si
contrassegnava una domanda con il segno del
punto e virgola, chiamato ερωτηματικό
(erotimatikó), fu solo con l’attività amanuense dei
monaci medioevali che comparve una notazione
alla fine del periodo indicasse la quaestio, la

209
domanda, da cui il segno qo poi diventato infine
trasformando la q in un ricciolo aperto e la o in un
puntino a formare il segno ? oggi condiviso.

Le virgolette sono un
‘’“”«»«» segno tipografico usato
in coppia affinché
virgolette parole o frasi possano
essere contraddistinte
come: citazioni da altri
testi (perché «l’attenzione ai particolari è una
forma di disciplina», come dice Carrada), estratti
di un dialogo o di un discorso orale («Vieni a
Brema con me» suggerì l’asino), termini usati con
uno scarto rispetto al loro significato comune
(come i tecnicismi, le espressioni metaforiche,
alcune approssimazioni, le espressioni ironiche o
gergali e altre “pignolerie”), le parole e i sintagmi
oggetto di analisi (Platone parla di “teoria”
relativamente allo studio dei nomi nel Sofista e
nel Cratilo), i termini in una lingua diversa (un
arrangiamento strumentale che riporta a quel
“mood” caratteristico) anche se in questi casi è
preferibile servirsi del corsivo*. Oppure per
riportare il titolo di un’opera (da “l’Espresso” a
“La bustina di Minerva”). Riconosciuto quindi
alle virgolette alte semplici (o singoli apici) ‘ ’ un
utilizzo limitato, l’opportunità che vede preferite
le virgolette alte doppie (o italiane o doppi apici)
“ ” alle virgolette basse (dette anche francesi o a
sergente o caporali) « » dipende principalmente
dal fatto che nelle tastiere di controllo dei
programmi di videoscrittura non è presente un

210
tasto per le seconde (se non attraverso delle
combinazioni di comandi) ma solo per le prime
(da cui scellerati accoppiamenti dei segni minore
<< e maggiore >> in loro sostituzione: da evitare).
Tra virgolette alte e virgolette basse non esistono
quindi differenze particolari, ma nel loro impiego
è bene avere due attenzioni: primo, qualsiasi sia la
scelta effettuata sii coerente e mantienila per tutto
il tuo elaborato; secondo, ricorda di chiudere
sempre quanto apri (e questo vale tanto per le
virgolette, come per le parentesi e le lineette degli
incisi).

* I forestierismi (parole provenienti da lingue


diverse da quella dello scrivente) si dividono
principalmente in termini acquisiti stabilmente
dalla lingua italiana o dal lessico specifico di una
materia e in termini fortemente specialistici o
neologismi. Nel primo caso (film, test, marketing
e simili) è buona norma lasciare tali termini
invariati nel numero (quindi non films o tests) e
non scriverli in corsivo o tra virgolette. Nel
secondo caso (groove, lifestyle, crowfounding e
simili) il termine va posto tra virgolette o in
corsivo e si declina secondo le regole della lingua
d’origine (quindi scriverai di differenti lifestyles).

Esistono diverse coppie di


()[]{} parentesi: tonde ( ), quadre [ ]
e graffe { }. Potendo lasciare
parentesi queste ultime ai matematici, è
bene ricordare che le parentesi

211
tonde rappresentano un inciso inserito in un
periodo (il livello concettuale tiene legato l’inciso
al periodo, non quello grammaticale, come qui) e
possono essere sostituite dalle lineette, o trattini
lunghi – come descritto poco sotto, e anticipato
ora – mentre le parentesi quadre sono utilizzate
per l’inserimento di aggiunte e omissis all’interno
delle citazioni (come detto poco sopra e al § 6.2),
per racchiudere alcune diciture particolari, quali
[NdC] per “Nota del Curatore”, [sd] per “sine
data” e simili. Oppure per indicare un ulteriore
inciso all’interno di una parentesi tonda.

Spesso confusi
-– in un unico
segno grafico,
trattino e lineetta sono invece
due distinti
segni
interpuntivi: lineetta – (o trattino lungo) e il
trattino - (o trattino breve o corto o trattino
d’unione, dal francese trait-d’union). La lineetta è
un’alternativa a virgole e parentesi tonde (vedi
sopra) in un inciso o in una puntualizzazione,
oppure alle virgolette dopo i due punti per
introdurre un discorso diretto. Il trattino serve
invece a segnalare un legame tra parole o tra parti
di parole: compare infatti per segnalare una parola
spezzata tra due sillabe per andare a capo (come
alla fine di questa stessa riga), un rapporto
relazionale tra due termini (la dinamica genitore-
figlio), l’unione di una coppia di aggettivi (una
prospettiva socio-letteraria), di sostantivi (la

212
legge-truffa), di nomi propri (il treno Venezia-
Parigi). Si utilizza inoltre con prefissi o
prefissoidi, se sono composti occasionali (quindi
il movimento anti-globalizzazione ma
l’antifascismo) e in parole composte (in senso
teorico-pratico). Infine, da non confondere con il
trattino basso (o underscore) _ ereditato dalla
macchina da scrivere (per le sottolineature) e ora
presente nei linguaggi digitali ma con tutt’altri
significati.

La barra (o
/* sbarra) è una
lineetta obliqua
barra e asterisco / usata come
segno grafico
per indicare una
separazione (ad es. tra le cifre delle date al posto
del trattino) o un’alternativa tra due possibilità
(un errore e/o un’imprecisione, mentre è un orrore
usare la barra inversa o backslash \ fuori
dall’ambito informatico). L’asterisco si usa
comunemente da solo * come esponente di nota,
in particolare nei casi in cui è da distinguersi dagli
esponenti numerici (come fatto all’interno di
questa TAVOLA) o nel numero di tre consecutivi
*** per un’omissione (come qui alla nota 8 del §
2.2) o per separare due paragrafi autonomi.

***

Alcuni suggerimenti ulteriori per l’incontro che


non sia scontro tra i diversi segni di

213
interpunzione. I punti esclamativi e quelli
interrogativi non vogliono mai un punto fermo
dopo di loro e vanno posti prima del segno di
chiusura di parentesi, virgolette (purché tali incisi
non siano parte della frase esclamativa o
interrogativa: e questa non è un’“eccezione”!) o
di un trattino lungo (E non lo ripeterò più! – urlò
il balbo); gli altri segni vanno posti dopo la
parentesi chiusa (come il precedente punto e
virgola e la prossima virgola), anche se in
relazione alle virgolette e al trattino la posizione
degli altri segni interpuntivi è meno rigida e
dipende più da singole scelte personali che da
norme condivise. Scriveva Leopardi nel 1820 a
Pietro Giordani: «Io per me, sapendo che la
chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho
mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse
volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt’un
periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del
povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando
anche non penasse a capire, nuoce ai più begli
effetti di qualunque scrittura»
(www.accademiadellacrusca.it).

L’ORTOGRAFIA

La maestra delle elementari ha fatto il proprio

214
dovere. Ma si sa: il tempo passa e la memoria
perisce. Ecco qui di seguito un rapido ripasso per
una corretta (orthòs) scrittura (graphè).

Nelle parole polisillabe l’accento


\/ grave\ distingue le vocali toniche
aperte (però, sarà, bòtte) dalle
accenti vocali toniche chiuse (perché,
tésta, bótte), quest’ultime
contrassegnate dall’accento acuto
/.

Tali accenti differenziano quindi i diversi suoni


della lettera e: aperto come in è, cioè, caffè, tè,
ahimè, ohimè, piè, oppure chiuso come in sé, né,
scimpanzé, perché, poiché, sicché, affinché e
simili.
Nei monosillabi tali accenti servono a distinguere
gli omografi con etimo, valore grammaticale e
significato differenti. Quindi si scriverà:
ché [congiunzione, per ~ che [pronome]
poiché, perché] [congiunzione]
dà [verbo] ~ da [preposizione]
è [verbo] ~ e [congiunzione]
là [avverbio] ~ la [articolo]
lì [avverbio] ~ li [articolo]
né [congiunzione] ~ ne [pronome] [avverbio]
~ se [congiunzione] [pronome,
quando accompagna stesso o
sé [pronome] medesimo e nelle frasi
riflessive, come se ne è
accorto]
sì [avverbio] ~ si [pronome]
tè [sostantivo] ~ te [pronome]

215
Sono inoltre accentati i monosillabi ciò, può, già,
giù, più, chiù. Non lo sono invece blu, fa, re, sta,
sto, su, tre, va, ma vanno accentati i loro
composti: neroblù, contraffà, viceré, sottostà,
soprastò, quassù, trentatré, rivà.
È bene notare che quando il verbo essere alla
terza persona singolare dell’indicativo presente
[è] compare dopo un punto fermo o all’inizio di
un alinea non si deve scrivere E’ [E con
l’apostrofo] ma È [E con l’accento]. Proprio come
all’inizio di questo capoverso.

Quando una parola termina


per vocale non accentata e
’ quella successiva inizia a sua
apostrofo volta con una vocale si può
operare un’elisione
(eliminazione) della prima di
queste. Così si scriverà l’amico, l’arca,
dall’origine, nell’incontro, gl’incentivi (ma gli
esempi, in quanto gli si elide solo davanti alla
vocale i), un’anima (ma un uomo, in quanto
l’articolo maschile un non è l’elisione di uno ma
il suo troncamento, così un’amante si riferisce a
una donna), quest’aria, quell’uomo, d’estate,
c’entra (ma è da evitare c’ho messo del tempo,
forma tipica del parlato per ci ho messo del
tempo).
Oltre al troncamento di parole che terminano per
l, m, n, r (castel, han, signor) si ricordi che anche
qual e tal sono una forma tronca di quale e tale,
sia al maschile che al femminile (quindi si

216
scriverà: qual meraviglia e tal è il soggetto e non
qual’è o tal’era).
L’aggettivo buono può adottare la forma tronca
buon al maschile e al femminile (buon’uomo,
buon’anima, buon libro), anche se dovrebbe
essere evitata davanti a s impura (s + consonante)
o z (un buono strumento, del buono zafferano).
L’apostrofo può indicare anche un’aferesi, ovvero
la caduta di una vocale o di una sillaba a inizio
parola (nel 68 la guerra incombeva su Nerone, ma
nel ’68 venne occupata la Sorbonne).
Gli aggettivi bello, grande e santo prevedono una
forma tronca al maschile davanti a consonante
(bel mobile, gran salto o grande salto, san
Marco, gran carriera o grande carriera) e
davanti a vocale (bell’impresa, grand’ufficiale,
sant’Eustachio), mentre preferiscono la forma
piena davanti a s impura e z (bello sbaglio,
grande zaino ma si può dire gran zoticone; santo
Stefano ma si dice san Zaccaria). Si tratta
senz’altro di una regola con più eccezioni: ma in
molti casi sta al gusto di chi scrive decidere
elisioni e forme tronche, senza obliare (appunto!)
le norme.
Ad ogni modo, la caduta della parte finale di una
parola viene sempre segnalata con l’aggiunta
dell’apostrofo, come in po’ [poco], mo’ [modo],
ca’ [casa], be’ [bene] su’ [sui] e negli imperativi
da’ [dai], di’ [dici], fa’ [fai], sta’ [stai], va’
[vai].

217
La formazione dei plurali dei nomi
plurali in -cia e -gia segue una norma
precisa: il plurale conserva sempre
la i se su questa cade l’accento
[scia→scie, bugia→bugie]; se sulla i non cade
l’accento, essa si mantiene quando la c o la g sono
precedute da vocale [acacia→acacie,
bambagia→ bambagie] mentre si elimina quando
la c o la g sono precedute da consonante [
striscia→ strisce, frangia→ frange, faccia→
facce].
Anche qui esistono delle eccezioni: alcuni nomi
possono presentare sia la forma con la i che quella
senza, come valigia [pl. valigie o valige], ma
sono casi alquanto infrequenti.
Per la formazione dei plurali dei nomi in -co e -go
non esiste una norma precisa, in quanto in alcuni
casi tali termini vogliono l’aggiunta dell’h dopo la
c e la g (pronuncia velare) [epoca→epoche,
mago→maghi] e in altri casi no (pronuncia
palatale) [amico→amici, psicologo→psicologi].
In altri casi ancora è prevista una doppia
possibilità, anche se esiste sempre una forma più
usata (chirurgo, al pl. chirurghi ma anche
chirurgi).
Per i plurali delle parole straniere acquisite
nell’uso corrente dalla lingua italiana è prassi
consolidata non declinarle, lasciandole quindi
immutate: quindi non quei films ma quei film.

Oltre ai casi indubbi e noti a tutti e alle situazioni

218
maiuscole e minuscole
gestibili secondo il gusto di chi scrive, è bene
ricordare che vanno scritti con la lettera
maiuscola: parole indicanti enti, istituzioni,
festività (l’Aido, il Ministero, la Pentecoste);
numerali indicanti secoli, periodi e avvenimenti
storici (il Novecento, il Rinascimento, la
Restaurazione); il primo termine di un titolo di
un’opera letteraria o artistica (Gli amori difficili,
il Rigoletto). È invece consigliabile ma non
obbligatorio usare la maiuscola per pronomi e
aggettivi possessivi nella corrispondenza se si
vuol sottolineare il tono formale (In seguito alla
Sua telefonata, Le scrivo per…). È bene usare
l’iniziale maiuscola per nomi comuni che
indicano entità astratte che si vogliono
personificare (la Libertà, l’Uguaglianza e la
Fraternità) ma non lo si deve fare per nomi che
indicano cariche e ruoli (il presidente, il
direttore).
Nei casi incerti è bene seguire la norma più
diffusa e riconosciuta. E comunque mantenere
sempre la stessa forma all’interno dello stesso
testo, scegliendo quindi la stessa soluzione in casi
analoghi (l’imprescindibile regola
dell’omogeneità e della coerenza).

I numeri vanno preferibilmente


numeri scritti in lettere se compresi tra
zero e dieci e per cento, mille o
decine, centinaia e migliaia, se

219
usati in un contesto discorsivo. È conveniente
scriverli in cifre se maggiori o uguali a 11 – anche
quando uniti a migliaia o simili (13mila) e quindi
scritti senza interruzione di spazio – e nelle date
(25 novembre 2015). I numeri ordinali si indicano
in lettere (la seconda ipotesi), tranne che in
denominazioni e simili, dove è meglio usare la
nozione in sigle romane (l’XI Convegno
EAWOP).

220
5.5 La revisione
A questo punto o dopo aver letto tra queste pagine
indicazioni e suggerimenti che più ti servivano, dovresti già
aver concluso la redazione della tua prova finale. E il più è fatto.
I capitoli hanno così seguito la strada della redazione
parallela alle correzioni del tuo relatore (§ 2.3). Hai fatto tesoro
delle indicazioni man mano raccolte. Hai ottimizzato gran parte
del lavoro e agevolato la correzione finale che sarà ora
contenuta nel tempo e ti richiederà uno sforzo minore.
Così come fatto per ogni singolo capitolo, farai quindi ora
con la versione completa del tuo lavoro. Stampane una copia
per una rilettura più efficace e un’attenta revisione. Sottoponi
quindi al relatore e alla sua approvazione un documento quanto
più vicino possibile alla versione da licenziare alla stampa.
Quanto scritto infatti va ora controllato, verificato nella sua
omogeneità e nella sua correttezza. Un lavoro che farai dopo
aver fatto decantare il tuo testo, in modo da poterlo analizzare
con nuovi occhi, migliorarlo, sfrondarlo delle parti accessorie e
inutili, rinforzarlo nei passaggi chiave, valutando alternative e
scelte vincenti. Per fare questo imponiti di non revisionare il tuo
scritto se non dopo una pausa, sia essa un caffè, una
passeggiata o una settimana di attività estranee al tuo lavoro di
tesi.
La riscrittura – perché di questo si tratta – è la fase più
piacevole e appagante della stesura della tesi. L’ansia con la
quale hai iniziato questo lavoro lascia ora spazio al
divertimento da un lato e, dall’altro, al disincanto.
All’entusiasmo spesso naïf che accompagna i primi momenti di
scrittura ora deve subentrare la capacità di rendere concreta e
pulita questa dissertazione tecnico-scientifica, qual è la tesi.

221
Essa, infatti, documenta le tue abilità di critica, metodo e
argomentazione nonché il possesso di strategie di indagine
analitica, di organizzazione del lavoro e di esposizione logica
delle tue idee originali e dei pensieri altrui sul cui confronto è
stato fondato l’intero lavoro.
Leggere con mente riposata e nuovi occhi il tuo testo ti
permetterà di immedesimarti nel tuo lettore e immaginare come
lo stesso percepirà il tuo pensiero, di analizzare le tue idee in
modo più distaccato e critico, scovare le ridondanze, proporre
miglioramenti, provare nuove alternative che prima erano
nascoste sotto rassicuranti soluzioni e facili schemi mentali.
Leggere ora quanto hai redatto significa verificare meglio come
lo hai scritto: chiarezza, proprietà di linguaggio, terminologia,
registro stilistico.
La migliore revisione si fa seguendo alcune attenzioni e
(ri)leggendo lo scritto a più livelli:
1. abbandona la visione parziale che lo schermo del computer
offre alla vista del testo e stampa una copia lasciando ampi
margini dove annotare qualsiasi pensiero, aggiunta,
cancellazione e scarabocchio possa poi tornarti utile per
l’edizione finale e definitiva (che non è ancora quella che
hai in mano!). Sarà così molto più agevole – nonché
salutare per i tuoi nervi ottici – leggere l’intero
dattiloscritto e correggerlo avendone una visione d’insieme
2. una volta seduto alla tua scrivania con in mano la bozza
della tesi, prendi un paio di pennarelli colorati: uno rosso
per fendere i refusi (grammaticali, sintattici, stilistici,
bibliografici), uno blu per le modifiche e le integrazioni
(nuove idee a supporto delle tue argomentazioni,
riferimenti che avrai trovato nel frattempo, commenti
aggiuntivi o bocciature di pensieri imprecisi) e uno verde
per le verifiche accertate rispetto a quanto era rimasto in
sospeso (e soprattutto per i tagli)

222
3. con tali armi in pugno, rileggi il lavoro ad alta voce, perché
non c’è miglior cieco di un lettore silenzioso. Quello che
avevi per mesi recitato nella tua mente ora deve trovare il
suono per arrivare al tuo ascolto, consapevole e capace di
cogliere errori e orrori che se pronunciati invece che letti
saran più facili da identificare:
3.1 a livello di grammatica e ortografia: voce narrante e
tempi verbali sono omogenei e rispettati? sono ancora
presenti errori e imprecisioni? i dubbi sintattici lasciati
in sospeso sono stati tutti risolti?
3.2 a livello di forma: sono presenti ripetizioni non volute?
sentenze scontate o sconnesse? banali ovvietà e frasi
fatte (spesso usate nelle prime stesure per “riempire” le
fasi deboli di scrittura e poi dimenticate nel testo)?
3.3 a livello di organizzazione: capitoli e paragrafi sono
ben strutturati? è chiaro il loro reciproco rapporto? i
relativi titoli corrispondono a quelli presenti
nell’indice? la numerazione di pagine, sommari e
figure è corretta?
3.4 a livello di editing: margini e interlinee sono rispettate
ovunque? dimensione e corpo carattere sono uniformi
per stile di livello e per funzione? vedove e orfanelle
sono state eliminate? il formato delle immagini è
omogeneo e di qualità stampabile?
4. dopo aver letto una prima volta il tuo lavoro, con la penna
rossa alla mano (e le altre due ben vicine e a disposizione:
ciò che hai scritto lo puoi considerare definitivo solo
quando sarà caldo di stampa) passa ora a un’ulteriore
rilettura:
4.1 a livello di contenuto: il tuo iter di viaggio è stato
rispettato? hai trattato quanto volevi – e soprattutto
dovevi – affrontare? le conclusioni sono coerenti con le
premesse, le ipotesi e gli obiettivi? c’è linearità logica

223
tra ciò che avevi in testa e ciò che c’è ora nel testo?
4.2 a livello di stile: sono presenti forme più consone a un
linguaggio parlato che a una dissertazione scritta? puoi
ancora accorciare qualche frase troppo lunga alla
lettura o mal articolata? le parole usate sono le più
appropriate per esprimere proprio quel concetto o
quell’idea?
4.3 a livello di idee: rispetto a quanto inizialmente hai
messo per iscritto, c’è ora qualcosa che puoi tagliare
per rendere il testo più efficace? rimangono pensieri
accessori che non aggiungono nulla
all’argomentazione? inutili passaggi con frasi ripetute
per dire la stessa cosa?
4.4 a livello di fonti: hai riportato correttamente i pensieri
non tuoi? i riferimenti tra le citazioni nel testo e la
bibliografia sono corretti?
Per facilitarti il lavoro di revisione finale qui di seguito hai a
disposizione due ulteriori TAVOLE: Suggerimenti, trabocchetti e
casi estremi (pag. 136) da tenere come prontuario, rapido
solutore di dubbi, contrattempi e momenti di disperazione; e
Una verifica finale (pag. 139) che potrai utilizzare come una
lista di controllo in cui depennare quanto fatto e corretto, prima
della consegna definitiva al relatore e quindi al tipografo.
Ma ricorda: la migliore revisione finale la può fare solo il
tuo amico temerario. Tu che hai pensato il tuo testo, lo hai
scritto, e riscritto più volte, letto e riletto (più volte ancora), a
questo punto del lavoro ti trovi, malgrado le tue migliori
attenzioni, a recitare le frasi che leggi, ad anticiparle
mentalmente come un copione conosciuto a memoria. Questo è
infatti il tuo scritto. Dopo tutto il tempo che ci sei rimasto sopra
è un testo memorizzato e sovrastimato.
Per tale ragione fa' leggere il tuo dattiloscritto a una persona,
meglio se non troppo competente sul tuo tema (perché

224
l’interesse sull’argomento non la distragga da forma e refusi),
chiedendole di annotare errori, imprecisioni, dubbi e tutto quello
che da ingenuo lettore non le pare convincente, efficace o
chiaro. Costui (o costei) sarà incosciente dei rischi che corre
(noia, stupore, ilarità incontrollata, curiosità inaspettate) ma
senz’altro più consapevole del tuo sguardo per cogliere quanto
nel tuo testo è da correggere, per eliminare gli errori e per
migliorarne la leggibilità.
Alla fine avrai (forse) perso un amico ma avrai (di certo) in
mano una bozza migliore.
Una nota in chiusura riguardante l’importanza del
linguaggio e di quanto fin qui ribadito rispetto alle più volte
richieste di attenzione nella verifica e nella cura. Il lavoro che
hai in mano è un’importante occasione di crescita personale di
cui far davvero tesoro. È il simbolo di un cambiamento che non
riguarda solamente il passaggio (per la maggior parte) dal
mondo universitario a quello del lavoro, bensì rappresenta la
fatica di imparare ad esser osservatori critici, capaci di resistere
alle omologazioni, pensatori originali e intellettualmente onesti.
Come ogni lavoro scientifico, anche la tesi deve essere
sostenuta da un atteggiamento di umiltà. Leggere e rileggere il
tuo elaborato, controllare e ricontrollare i passaggi logici, non
dare per scontate affermazioni che paiono chiare, eliminare le
facili generalizzazioni e le banalizzazioni sono alcuni degli
impegni cui non devi sottrarti, soprattutto quando pensi che
l’aver terminato con la redazione significhi poter “chiudere il
lavoro”.
Il valore della tesi è prima di tutto rappresentato dall’esito
del rapporto tra la condizione di partenza e quella finale. Se
dimostra anzitutto impegno, crescita, maturità e cambiamento
vissuto da chi l’ha scritta è un buon lavoro di tesi. La qualità del
processo che ti ha portato qui si misura anche dal come hai
organizzato la tua conoscenza, di quanto hai saputo andare oltre
la superficie del visibile nella lettura dei fatti e dei fenomeni,

225
dalla ricerca di toni e sfumature presenti nel linguaggio usato,
da quanto ti sei avvicinato all’ideale di efficacia nella
dissertazione facendo in modo che lo stile sia al servizio dei tuoi
argomenti, dalla capacità dimostrata di connettere concetti,
visioni del mondo e opinioni differenti per creare il tuo punto
di vista. Sì, perché troppo spesso viene confusa l’oggettività
dell’osservazione con la neutralità della posizione
dell’osservatore, mentre non c’è lavoro critico che non assuma
in quanto tale un punto di vista, meglio se quello dell’autore –
in questo caso tu – che lo ha prodotto, fatto crescere e difeso.
Qualsiasi sia il tuo argomento, lo avrai trattato partendo da una
selezione mirata della letteratura disponibile sul tema e lo avrai
argomentato in modo efficace in forza di un personale percorso
logico e critico. E la critica, per esser tale, è partigiana.

SUGGERIMENTI, TRABOCCHETTI E
CASI ESTREMI

Il giro delle sette chiese


Consulta più docenti sulle tue idee di tesi.
Confrontati con tutti coloro che si occupano di
argomenti per te interessanti e vicini al tuo
possibile tema di ricerca. Prenditi per tempo per
poi scegliere consapevolmente la tesi che ti
interessa maggiormente e il professore più
opportuno. Evita invece quell’andar
elemosinando una collaborazione per
opportunismo, per disperazione o per qualsiasi
altra ragione scientificamente poco difendibile.

226
Festina lente
Di norma, il docente al quale ti sei rivolto ti
elencherà una serie di possibilità e di alternative
su cui è possibile lavorare per un progetto di tesi.
Nessuno ti obbliga a sceglierne una al primo
incontro. È legittimo riconoscere di aver bisogno
di un po’ di tempo per pensarci e per far
chiarezza, qualora tu non l’abbia già fatta. È
altrettanto legittimo però non lagnarsi se al tuo
secondo incontro tale possibilità è già stata
assegnata a qualcun altro, specialmente se quel
po’ di tempo è diventato un semestre.

Date a Cesare quel che Cesare ha detto


Verifica sempre quello che riporti nel tuo testo, in
particolare se si tratta di fonti di seconda mano.
Non attribuire a un autore un pensiero che lo
stesso riporta come pensiero altrui: rischieresti di
fargli esprimere un’idea che non è detto gli
appartenga. E se quello che stai scrivendo è un
pensiero non tuo, cita il legittimo proprietario!

Tutti sanno chi è Napoleone


Non cadere in ovvietà e pensieri banali, non far
leggere ai tuoi lettori nozioni unanimemente
conosciute. Ciò che è bene fare è accompagnarli
esplicitando i legami tra i vari argomenti e la
funzione che ogni capitolo ha
nell’argomentazione della tua tesi, ma la tesi non
è un sussidiario da consigliare alla scuola
primaria.

Excusatio non petita

227
Evita frasi tipo «Si potrebbe affermare che…» o
«Non sono all’altezza di una simile analisi,
tuttavia azzardo l’ipotesi che…»: non fanno altro
che stizzire anche il lettore più indulgente. O si
può affermare o si tace. Se non sei all’altezza di
quello che scrivi, evita di scriverlo. Se hai
preparato per mesi le tue argomentazioni, vuol
dire che quello che scrivi lo dici perché sei
qualificato. E quindi poche scuse: sii all’altezza,
perché devi esserlo. Sicuro, senz’arroganza e
senza scuse.

Contro il logorio delle parole moderne


Per scrivere in modo efficace devi fare delle
scelte: cercare la parola che rappresenta
esattamente il concetto che vuoi esprimere e
abbandonare tutte le altre, anche se sono più
facili, generiche, comuni. Non affidarti a parole
scritte in automatico, perché ti risuonano
familiari: questo non ne attesta la precisione.
Ascolta quella parola per coglierne il suo senso
profondo. Usa il vocabolario per verificarne il
significato. Ritrovane l’etimo per comprendere da
dove proviene e se è bene che ora stia proprio lì
dove la vuoi mettere.

Avverbi
Noiosamente presenti, opportunamente incuranti
dello stile, fatalmente deboli, sostanzialmente
pigri, indubbiamente usati smodatamente,
relativamente eccessivi e cortesemente ipocriti.
Assolutamente (soprattutto questo) da evitare per
non incorrere nell’effetto contrario a quello

228
voluto: dalla precisazione all’indebolimento del
tuo argomentare. Decisamente.

Potere all’infinito
Iniziare un capoverso con un verbo invoglia alla
lettura. Usare i verbi all’infinito significa
facilitare la lettura, garantire la velocità nel
procedere, assicurare dinamicità alla lingua che
usi: «una lingua agile, ricca, liberamente
costruttiva, robustamente centrata sui verbi,
dotata d’una varia gamma di ritmi nella frase»
(Italo Calvino, “L’antilingua”. Il Giorno, 3
febbraio 1965).

Repetita iuvant (ma anche no)


Ripetere non è cadere nella ridondanza. Ripetere
la struttura di una frase aiuta il lettore a ritrovarsi
nel testo. E ripetere un suono che suona bene alla
lettura crea ritmo e musicalità. Ripetere è
rassicurare. Quando vuoi chiarire un concetto o
ribadire che questo è il centro
dell’argomentazione, ripetilo. Varia quando è il
momento e ridillo solo se serve.

Semplici preposizioni
Lunghi giri di parole non aumentano
l’autorevolezza di un testo. Abbandona le
locuzioni prepositive e recupera le preposizioni
semplici: non «a partire da, a cominciare da» ma
da; non «con l’ausilio di, attraverso, mediante, a
mezzo di» ma con; non «riguardante, inerente, a
proposito di» ma su; non «nell’intento di, con
l’obiettivo di, finalizzato a, volto a, mirato a,

229
nell’ottica di, onde» ma per; non «nel mezzo di,
all’interno di, inframmezzato tra» ma tra.

Ma cioè che…
Se è bene evitare di iniziare una frase con
«Cioè…», «Che…», «Ma…», «E…» è ancor più
doveroso ricordare che tali regole, vive e vegete,
servono a impedire l’abuso di certi costrutti che
potrebbero rivelarsi sconvenienti per un
particolare registro, oppure alla lunga pesanti. Ma
non è un errore iniziare con il ma. E talvolta
nemmeno finire.

Ops
Le sigle vanno di preferenza scritte con la sola
iniziale maiuscola e senza puntare ogni lettera
(quindi Aido e non A.I.D.O. né A.i.d.o.). Se
inserisci una sigla poco nota, abbi l’avvertenza di
esplicitarla: quindi scriverai alla prima occasione
Organización Panamericana de la Salud (Ops) per
riferiti in seguito all’Ops. Infine, non abusare
delle abbreviazioni: eviterai così di far sembrare
la tua prova finale un protocollo burocratico.

Ad eccezione
L’uso della d eufonica è richiesta solo se ed e ad
sono seguiti da parola che inizia per e e a. Va
bene quindi scrivere «…ed enfasi» e «…ad arte»
(ma «od ora» è pedante), mentre «ed ormai» e «ad
eccezione» sono scorretti. Ma in quanto all’uso di
«ad esempio» lascia perdere la d e affidati alla
preferibile espressione «per esempio».

230
Matrimoni combinati
«L’epiteto deve essere l’amante del sostantivo,
mai la sua sposa legittima» disse Alphonse
Daudet. Non fare il testimone di nozze tra
aggettivi accostati in modo scontato a sostantivi,
magari deboli. Mira alla precisione e ricorda che
la tripartizione funziona soprattutto se sorprende:
una soluzione rapida, affidabile e …immancabile.
Quindi fa’ in modo che non ci sia due senza tre e
mezzo.

Il correttore automatico
No. non è l’ormai noto amico temerario che
corregge il tuo dattiloscritto senza porre questioni.
È un arcano marchingegno – a quanto pare ai più
sconosciuto, seppur oggi automatico – che puoi
trovare tra gli strumenti del tuo elaboratore di
testo. Utilizzalo perlomeno per eliminare alcuni
degli innumerevoli errori che potrebbero arrivare
sul tavolo del tuo relatore, il quale ringrazia se lo
utilizzerai prima di inviargli le bozze da
correggere e non dopo averti indicato dove usarlo.

Vedove poco allegre


Spesso può capitare di trovarsi con un titolo di
paragrafo o un sottotitolo isolato in calce alla
pagina – la cosiddetta vedova – o per qualche
automatismo nell’impaginazione o per una svista
nella correzione (anche se i programmi di
videoscrittura possono essere impostati per
correggere automaticamente tali situazioni). In
tali casi fa’ scendere il titolo fino all’inizio della
pagina successiva, così che allo stesso segua il

231
corpo del testo. Allo stesso modo accorpa le
orfanelle – le singole righe di fine paragrafo
isolate all’inizio di un foglio – alla pagina
precedente.

M’han perso la tesi


Consegna in visione solo copia dei materiali
recuperati e dei testi redatti. Conserva gli originali
dei documenti prodotti e duplica quelli raccolti,
come prevenzione per eventuali smarrimenti.
Custodisci almeno una copia digitale aggiornata
del tuo lavoro su un supporto che non sia quello
su cui stai lavorando. Insomma, non affidare alla
sorte la tua serenità avendo una e una sola copia
della tua tesi in costruzione.

Errata corrige
Non c’è di meglio che consegnare la tesi al
tipografo per farsi venire nuove idee,
parafrasando Artur Bloch. Da questo momento la
tesi non può più essere modificata: qualora tu
scopra errori o antipatici refusi dopo tale termine,
potrai elegantemente porre rimedio redigendo un
errata corrige che può essere distribuito ai
membri della commissione in sede di discussione.
Attenzione: per recuperare la dimenticanza di un
autore importante sul tuo argomento non basta
un’elegante segnalazione.
Ringraziamenti
Vanno bene se son sinceri e non servizievoli.
Ringrazia pure chi ti ha sostenuto nelle ricerche,
chi ti ha suggerito un’idea o chi ti ha aperto le

232
porte di un’azienda per raccogliere dati. Ringrazia
pure tutti coloro che ritieni opportuno, ma non
serve ringraziare «il Rettore per l’opportunità
fornitavi» (riconoscenza inutilmente ruffiana), «il
mio relatore per avermi supportato e sopportato»
(ha semplicemente fatto il proprio lavoro), «il mio
paese» (suona alquanto anacronistico), «Fifì e le
sue pelosissime coccole» (intimismo
inappropriato). Quella che stai scrivendo è pur
sempre una tesi di laurea e non un diario pubblico
in cui spergiurare amore fedele o recuperare
personali debiti esistenziali. Ma soprattutto: non
inserire i ringraziamenti prima dell’indice (se
proprio devono esserci, che siano in fondo a tutto)
e fa’ in modo che non siano più lunghi della tua
introduzione alla tesi.

UNA VERIFICA FINALE

metodo
• L’obiettivo appare sempre in modo chiaro?
• L’argomentazione è centrata sul problema?
• Ho eliminato divagazioni che nulla apportano alla
discussione del tema?
struttura
• L’organizzazione di capitoli e paragrafi è omogenea?
• La numerazione di capitoli e paragrafi è ordinata ed
esatta?

233
• L’indice è stato aggiornato con l’ultima modifica del testo?
• I rinvii interni al testo corrispondono a capitolo e pagina
corretti?
• Le pagine sono ben numerate?
redazione
• La voce narrante è la medesima per tutto il testo?
• I tempi verbali sono rispettati dall’inizio alla fine?
• Corpo e tipo carattere sono corretti ovunque?
• Il formato dei titoli è coerente e omogeneo con la struttura
gerarchica?
• Il formato di figure, grafici e disegni è uniforme e
adeguato?
• Nella numerazione delle tavole ho eliminato i “salti”
dovuti alle modifiche?
• Citazioni e riferimenti bibliografici sono completi?
• Ho tolto zeppe, ripetizioni e passaggi duplicati?
bibliografia
• È in ordine alfabetico, per cognome?
• Ogni voce è completa secondo le modalità di citazione
prese a modello?
• Le voci sono omogenee tra loro (indicazioni delle pagine
citate ovunque, numero dei volumi, edizioni non originali,
url e data di ultima visualizzazione per le edizioni online)?
cerimonia
• Ho fatto comprare tòcco e corona d’alloro?
• Ho comprato una buona bottiglia da offrire al mio relatore
al posto dei ringraziamenti in prima pagina?

1Ci sono molti programmi per organizzare materiali e idee e quindi creare mappe
mentali con il computer: Coggle, Docear, Freemind, iMindMap, Qiqqa, Xmind tra gli

234
altri. Tuttavia son convinto che carta e matita permettano di dar forma ai propri
pensieri in modo più immediato ed efficace. Efficacia invero dimostrata, tra altri, da
James e Engelhardt (2012) e da Mueller e Oppenheimer (2014).
2 Esistono altri software di videoscrittura, tra cui LaTeX o LyX, più adatti per scritti
tecnici con strutture complesse, propri ad ambiti scientifici e necessitanti di una
conoscenza d’uso dei linguaggi di programmazione.
3 Per tutto quello che ancora non sai o che qui non bastasse al tuo lavoro, verifica la
versione del tuo software di scrittura con il quale stai lavorando e approfondisci quanto
ti serve, i dettagli dei percorsi a te meno noti o le applicazioni sconosciute direttamente
nei manuali in rete o nei tutorial disponibili online per l’utilizzo del tuo specifico
programma. Se i problemi (di editing) restano ma gli indirizzi (url) cambiano, vale qui
più che una lista di tre indirizzi web il suggerimento a una rapida ricerca online per
trovare facilmente le istruzioni per l’uso, tra altri, di Word di Microsoft Office, di
Pages di iWork e di Writer di LibreOffice.
4 Nell’introduzione al libro di Hermann Zapf, Dalla calligrafia alla fotocomposizione
(1991), Bruno Munari ricorda che ogni messaggio ha una sua forma ottimale di
carattere che lo può comunicare e per verificare lo stretto legame tra forma e contenuto
suggerisce un semplice esercizio: «Prendiamo una poesia (forse la più breve)
conosciuta: M’illumino d’immenso. Proviamo a stamparla in diversi caratteri: in
gotico, in corsivo inglese, in romano, in bastone tondo nerissimo. Il significato
cambia». Prova anche tu!
5 Per conoscere tali combinazioni, vale il rimando ricordato in nota 3 di questo
capitolo.
6 In questo modo, se per esempio deciderai che i sottoparagrafi dovranno essere scritti
tutti in corpo 11 e non 12 basterà modificare la dimensione del carattere nello stile del
“Livello 3” e tutti i titoli dei sottoparagrafi saranno corretti come desiderato.
7 Tale strumento ti permette inoltre di muoverti agevolmente tra i capitoli, dato che
così puoi far corrispondere a ogni riga del sommario un collegamento ipertestuale che
ti riporti con un rapido clic del mouse al punto corrispondente del testo.
8 300 DPI (dots per inch, punti per pollice) è un buon valore di riferimento per

predisporre le immagini che andranno visualizzate a stampa. Tale informazione è


certamente accessoria e può non essere fondamentale nella redazione della tua tesi, ma
è bene prender atto che in relazione al supporto e alle dimensioni dell’immagine stessa
c’è un limite di risoluzione sotto il quale tali documenti sono faticosamente decifrabili.
9 Attenzione: in mancanza di un consenso esplicito formulato dall’ateneo all’utilizzo
del sigillo (marchio o logotipo) da parte di terzi, può essere fatto assoluto divieto di
riprodurre lo stesso su frontespizio e copertina della prova finale, della tesi o di altri
documenti anche da parte degli studenti laureandi. La tesi, infatti, è un elaborato
necessariamente richiesto per il conseguimento del titolo di studio rilasciato
dall’ateneo, ma è considerata un’opera di carattere strettamente personale e, pertanto,
non appartenente all’ateneo. È bene quindi accertarsi direttamente presso la Segreteria
delle norme che regolano la possibilità di apporre tale marchio registrato sull’elaborato
finale.
10 G. Dorfles (2008). Horror pleni. La (in)civiltà del rumore. Roma: Castelvecchi.

235
11 Da un’intervista a Ernest Hemingway per la Paris Review, in The Paris Review.
Interviste. Volume 1. Roma: Fandango Libri, 2009.

236
Prendersi cura della forma

Oltre e al di qua del gusto personale, nella redazione di uno


scritto divulgativo tornano utili una serie di indicazioni e norme
che è bene conoscere o per essere seguite alla lettera nei casi in
cui non si sappia da dove cominciare o da assumere come
stimoli e tecniche per costruire un proprio stile personale, pulito
e puntuale. Alcune scelte sono obbligate. Molte altre sono
personali, discutibili e negoziabili.

La giusta maniera di fare, lo stile, non è un concetto vano.


È semplicemente il modo di fare ciò che deve essere fatto.
Che poi il modo giusto, a cosa compiuta, risulti
anche bello, è un fatto accidentale.
Ernest Hemingway, Times, 13 dicembre 1954

237
La forma è tutto.
Anticipa il contenuto, ne lascia intuire l’intima struttura e
la sua organizzazione logica ancor prima che questa possa
emergere dalle parole usate e dai significati condivisi. Segni e
significati distribuiti nel testo sotto forma di parole, immagini,
elenchi, tabelle, spazi, pieni e vuoti.
Guida il lettore tra capoversi, liste, rimandi, superpunti,
punti e a capo. Così facendo facilita la comprensione del testo.
Le idee e le loro reti di relazioni sono trasferite sulla pagina
nella forma di capoversi, con la loro autonomia di contenuto e la
loro continuità di sviluppo argomentativo.
E determina il ritmo della lettura, con i suoi spazi, i suoi
rallentando e i suoi accelerando, i salti tra un silenzio e una voce
ferma, tra una pausa e un fluire a cui è difficile resistere. La
collocazione di parole evidenziate, le citazioni incorniciate e le
note che suggeriscono fin dalla loro posizione il peso che hanno
all’interno del processo informativo danno forma a centri di
attenzione.
Originariamente la forma è quel contenitore nella cui cavità
viene effettuata la colata di metallo per ottenere il getto che
darà forma all’oggetto, immaginato, pensato e voluto da chi ha
costruito tale contenitore. La composizione della tua tesi è il
contenitore entro cui farai trovare il giusto spazio alla tua
immaginazione, ai tuoi pensieri, al tuo volere. Più accurato sarà
il modo con cui, come nelle migliori fonderie, preparerai questo
“stampo”, più cura ti prenderai nell’aggiustare i particolari e i
dettagli fin nella loro progettazione. Più sarà preciso e
apprezzabile il risultato che otterrai più chi leggerà il tuo lavoro
si dimenticherà della forma e della sua laboriosa costruzione. A
tutto vantaggio della valutazione dei tuoi contenuti.
Il contenuto è il messaggio che vuoi comunicare. La forma

238
è il modo in cui lo esprimi, con anima e corpo. È il corpo della
tua ricerca.
Dalla forma dell’impaginazione alla forma del carattere (§
5.2), l’attenzione all’aspetto visivo non serve solo a rendere più
elegante un lavoro di tesi. Un elaborato scritto e presentato in
modo chiaro, ordinato, ben architettato dal punto di vista grafico
viene percepito dal lettore (e dalla tua Commissione) come
rassicurante, affidabile, degno di attenzione e di ascolto.

LO STILE DELLE FONT

La font (dal francese ‘fonte’ ovvero ‘ciò


che è stato fuso’, con riferimento ai
caratteri mobili d’un tempo) è la forma
del carattere. È la veste del tuo
messaggio. E come per l’abito del monaco,
è attraverso questa che il lettore percepisce
lo stile del tuo comunicare e la tua
personalità.

La cura dell’aspetto visivo serve in primo luogo ad


accompagnare la funzione che le differenti componenti del testo
hanno all’interno della logica narrativa e comunicativa. La
prima cosa che il tuo relatore, i membri della Commissione e il
lettore curioso cercano con lo sguardo e la mente da tiratore
scelto nello sfogliare il libro che hanno in mano sono l’indice, le
citazioni e le note, la bibliografia. E infine il titolo: lo hanno
letto prima di tutto, sì. Ma ora lo rileggono per verificare che sia
veramente il biglietto da visita della tua tesi.

239
6.1 L’indice e il sommario
Al § 2.4 hai potuto analizzare l’indice nella sua funzione di
struttura e guida della tesi: eloquente, incisivo e seducente
quanto basta. Qui sono ora approfonditi alcuni suggerimenti
utili alla sua stesura tecnica e stilistica.
Per fare questo è bene in particolare curare:
l’organizzazione degli argomenti, che attraverso la
disposizione di capitoli e paragrafi devono equivalere alla
struttura gerarchica degli argomenti; la forma, che deve esser
chiara e organizzata; e la presentazione grafica della struttura,
necessariamente lineare e pulita.
L’indice è la prima cosa che un lettore affronta del
contenuto di un libro. Per questo, un indice ben strutturato,
chiaro ed esteticamente lineare permette di trasmettere fin da
subito una buona impressione sull’organizzazione dei contenuti
del testo al quale rimanda.
Sono rimandi al panorama scientifico di riferimento gli
argomenti presenti nei titoli delle prime sezioni dello scritto.
Sono rimandi alla prospettiva d’indagine privilegiata dal tuo
lavoro i termini impiegati nella titolazione dei capitoli e
paragrafi. Sono rimandi ai dettagli e alle particolari
interpretazioni personali e soggettive, ad applicazioni originali,
a riflessioni dettagliate le ulteriori articolazioni in sottocapitoli.
Da qui il tuo indice guiderà alla comprensione dei contenuti,
l’identificazione dell’obiettivo principale e degli obiettivi
specifici, e permetterà al lettore di orientarsi, proprio come
fosse la mappa del suo navigare in mezzo al mare della
conoscenza dell’argomento che hai deciso di fargli esplorare.
Per questo motivo nella redazione dell’indice devi pensare
a te e al lettore: a te per aiutarti a trovare al meglio la via da

240
percorrere; al lettore per scegliere quelle parole curiose (ma non
ermetiche), suggestive (ma non autoriferite), emozionanti (ma
non leziose) che diano le giuste informazioni per portarlo
all’azione (leggere il tuo lavoro). E quindi seguire alcuni
requisiti tecnico-stilistici utili alla stesura dell’indice generale
o sommario (i termini non sono perfettamente coincidenti, come
vedrai poco oltre).
Nei libri la scelta degli editori di inserire l’indice all’inizio o
alla fine attualmente si divide tra le due possibilità in forza di
usi convenzionali e preferenze consolidate (lo troverai più
frequentemente alla fine dei libri italiani, francesi e all’inizio in
quelli anglosassoni, spagnoli, tedeschi). In una tesi di laurea
l’indice va collocato all’inizio. Attenzione: all’inizio significa
dopo il frontespizio (§ 5.2) ma prima di dediche1, introduzioni e
prefazioni varie. In questo modo, oltre a renderlo individuabile
molto facilmente, ne renderai più agevole la consultazione dopo
aver sfogliato poche pagine, permettendo così al lettore di
trovare ciò che più lo interessa, tenendo sempre a disposizione
la lista degli argomenti. E poi è come al ristorante: il menù è
preferibile averlo prima della cena.
L’indice avrà la forma di un elenco strutturato con i titoli dei
capitoli, paragrafi e, se necessario, ulteriori sottocapitoli. Nel
caso tu ritenga opportuno fornire maggiori informazioni circa i
contenuti dei singoli capitoli o le descrizioni dei paragrafi, può
essere opportuno collocare alla fine del testo un sommario o
indice analitico della tua prova finale, in special modo se
questa presenta un’elaborata articolazione degli argomenti e
molti materiali di supporto, quali schede sinottiche e analitiche,
estratti di documenti, elenchi di nomi e opere e simili. In questo
caso, il sommario potrà essere accompagnato da:
• un indice analitico delle tavole, se la tua prova finale
presenta molti schemi, immagini e disegni, ovvero se
risulta utile al lettore avere un luogo in cui poter trovare

241
con un solo colpo d’occhio l’elenco degli oggetti grafici da
te inseriti e commentati
• un indice analitico dei documenti, se nel lavoro ti riferisci,
per esempio, a dati di colloqui e interviste, a testi e
informazioni raccolti direttamente sul campo (o ad output
di elaborazione degli stessi) o a testimonianze piuttosto
numerose e la cui lettura risulti utile nella comprensione di
quanto da te dimostrato o perché richiesto dal tuo settore
disciplinare di afferenza
• un indice dei nomi e degli argomenti, consigliato se fai
una tesi ricca di riferimenti critici a numerosi autori o
concetti particolari (accanto ai quali indicherai le pagine
per i rimandi interni)
• un indice delle illustrazioni, obbligatorio se fate una prova
finale su «Font, stili e colori nelle testate giornalistiche
d’informazione. Cosa è cambiato con l’editoria online» e
simili.

ALLEGATI TROPPO ALLEGRI

È utile allegare copia del questionario


somministrato al campione della tua
ricerca di tesi, ma è superfluo dedicare una
serie di pagine di appendici con copia delle
lettere di autorizzazione alla
consultazione di quel libro antico o
all’accesso alla biblioteca della città in cui
hai fatto l’Erasmus.

Se poi il tuo lavoro prevede altro materiale da utilizzare

242
nelle ricerche – riproduzioni di documenti, protocolli di
interviste, testi di atti, trascrizioni di conversazioni e quant’altro
– potrai sempre aggiungere in fondo ai capitoli una sezione di
appendici, ordinate (come Appendice A, Appendice B, …) e
titolate così come le avrai citate nel testo.
Infine, l’indice deve rispettare l’organizzazione della prova
finale non solo dal punto di vista dei contenuti ma anche nel
rispetto della struttura gerarchica degli stessi. La disposizione
grafica renderà quindi ragione alla suddivisione interna dei
capitoli. Prenditi cura dell’indice, in modo che sia
• ben strutturato: organizza al meglio temi, argomenti e
visioni specifiche in modo coerente e logico
• pulito: assicurati di non inserire segni, numerazioni e
sottolineature ridondanti o inutili
• leggibile: spazia le righe tra loro, dividi le sezioni con
un’interlinea opportuna, allinea i numeri dei paragrafi e
quelli delle pagine in modo preciso
• omogeneo: rappresenta i livelli di struttura utilizzando tipo
e grandezza di carattere identici per ogni livello
• simmetrico: struttura un indice in modo che non presenti di
alcuni capitoli la suddivisione in numerosi sottocapitoli e
di altri alcuno (nel caso, puoi sempre presentare l’indice
attraverso l’elenco dei soli titoli dei capitoli. Puoi, non
devi).

SOMMARI E SOMARI

Indice puntato, numerato, in grassetto, ad


effetto, a bandiera o giustificato. La cosa
più importante alla fine è far bene il
proprio lavoro (quello che sta dietro

243
l’indice). Tanto – ahinoi – si laureano tutti,
indipendentemente da indici, sommari o
somari.

Affidandoti a tali requisiti, al tuo stile e alla struttura del tuo


lavoro, per redigere la miglior forma di indice per la tua tesi
prendi esempio da un’edizione particolarmente curata di un tuo
libro di testo e affidati a quello che più ti piace. Copiane la
forma e adattala alla struttura del tuo lavoro.

244
6.2 Citazioni e parafrasi
Come dice Umberto Eco2, solitamente «in una tesi si citano
molti testi altrui». Le citazioni servono a confermare le tue
argomentazioni e la tua posizione. Puoi supportare le tue idee
tramite la testimonianza indiretta di pensatori autorevoli. O
ancora, puoi dare forza alle tue idee partendo da un estratto del
testo di un autore a cui far seguire una tua interpretazione
critica. Infatti

Una delle caratteristiche di un saggio accademico è


quella di rifarsi in misura maggiore o minore a quanto
altri studiosi hanno scritto sull’argomento o a quanto è
stato direttamente pubblicato dall’autore di cui si
occupano. Dunque c’è spesso la necessità di far capire
al lettore che in un determinato passo del proprio
scritto si sta parafrasando un’affermazione di un dato
autore o che si sta facendo una citazione testuale da
un dato libro. (Giannetto, 2001: pag. 189)

Nei passaggi qui sopra sono state utilizzate due diverse


modalità di citazione:
• nel corpo del capoverso tra virgolette a sergente
• in corpo minore rientrato
le quali sono state rispettivamente accompagnate da due
modalità di riferimento della fonte differente: in nota a piè di
pagina e come richiamo autore-anno.
Puoi preferire la prima soluzione per quelle le citazioni
dirette che non superano le tre righe di battitura (contate nel tuo

245
testo, non nel formato del testo di provenienza).
Scegli invece la seconda se la citazione che vuoi inserire nel
tuo testo occupa più di tre righe di lunghezza. Qui, come evinci
dalla definizione, il corpo del testo (ovvero la dimensione del
carattere) e l’interlinea (lo spazio tra le righe) saranno di
misura inferiore a quelle del corpo principale: a fronte di un
carattere di dimensione 12 e interlinea 1,5 edita il testo della
citazione di dimensione 10 con interlinea singola, per esempio.
Allo stesso modo allinea il rientro del blocco della citazione
con quello del testo del corpo principale. Fa’ precedere il blocco
così formattato da un’interlinea ariosa. Non racchiudere
l'estratto tra virgolette. Qui non è necessario: l’immediato
riconoscimento di tale porzione di testo come citazione di altro
autore è garantito dalla cornice dello spazio interno.

AUTORI AUTOREVOLI

Evita di citare l’amico di scuola che ti ha


comunicato il suo parere o il vicino di
tavolo dove pranzi nelle pause studio solo
perché ha commentato le tue elucubrazioni
mentre studiavi ad alta voce. L’autore
delle citazioni è bene che sia un’autorità
scientifica, un testimone qualificato, non
un opinionista da Bar dello Sport (con
tutto il rispetto per l’amico, il conviviale e
l’avventore).

I riferimenti della fonte da cui le citazioni d’apertura di


questo paragrafo sono state tratte hanno seguito due logiche
differenti: la prima comunica al lettore che è importante notare

246
soprattutto che è Eco ad aver espresso quel concetto, mentre
l’anno e l’opera del lavoro dell’autore possono essere conosciuti
abbassando lo sguardo dal testo per qualche secondo – il tempo
necessario per leggere la nota a piè di pagina a cui rimanda il
numero in esponente – e poi tornare alla lettura del testo e
proseguire. La seconda suggerisce invece che la priorità
dell’attenzione è da dare al contenuto del testo, solo dopo
all’autore che lo ha scritto e ancor dopo alla pubblicazione in
cui trovare più informazioni. Il richiamo autore-anno (a pag.
150 trovi la TAVOLA dedicata dove è descritta nel dettaglio tale
modalità) infatti dice al lettore chi è la fonte e a quando risale
quel pensiero, ma per saperne di più è necessario interrompere
la lettura e sfogliare il libro per andare alla bibliografia finale.
Per te che hai riportato la citazione in tal modo non vale la
fatica di farlo. Per il lettore, sta a lui deciderlo!
Attraverso tali due modalità3 tutte le citazioni presenti nel
tuo testo saranno facilmente identificabili e recuperabili per le
consultazioni necessarie, per rispondere a una curiosità, per
confrontare pensieri differenti e complementari. Darai al tuo
lettore la possibilità di trovarle velocemente e di non confondere
così i tuoi commenti con le fonti originali, le tue opinioni con
quelle di altri autori.
Un motivo simile riguarda il vincolo di riportare le parole
dell’autore esattamente come sono nell’edizione originale. Non
intervenire in alcun modo sul testo, nemmeno su elementi
morfologici, di punteggiatura e simili se questo comporta una
manomissione del testo originale. La citazione deve essere una
copia fedele di quanto l’autore ha scritto e di come lo ha
scritto. Nei casi contrari (che avrai cura comunque di ben
valutare nella loro effettiva necessità) sarà d’obbligo esplicitare
qualsiasi intervento. Se dovrai o vorrai perciò evidenziare delle
parti del testo, preciserai che la scelta del corsivo è tua e non
dell’autore. Lo stesso farai se ometti parole o frasi (inserisci al
loro posto tre puntini chiusi tra parentesi quadre) o se ti sarà

247
necessario aggiungere termini o connettivi perché indispensabili
per una chiara comprensione del testo così modificato (segnalali
con le parentesi ad angolo).
Sarai così sicuro di aver citato un autore in modo fedele se
avrai rispettato la regola secondo la quale

si deve trascrivere le parole così come sono (e a tale


scopo è sempre bene […] andare a ricontrollare le
citazioni sull’originale, perché nel ricopiarle a mano o
a macchina si può essere incorsi in errori o omissioni)
<e> non si devono eliminare parti del testo senza
segnalarlo. (Eco, 1997: pag. 175. Il corsivo è mio)

Attenzione: se l’autore ha commesso un errore o se è


incorso in un’inesattezza di stile nel testo che vuoi citare, è
doveroso che tu rispetti l’equivoco pur segnalandolo nel modo
seguente: «il testo di Freud pubblicato dopo la sua morte nel
1905 [sic]». Con la formula latina sic (che significa ‘così’,
inteso come “lo so, è sbagliato ma così appare nel testo”) avrai
evidenziato che stai riportando l’informazione esattamente
come si presenta nel testo consultato, consapevole
dell’imprecisione della stessa. Se ti dovessi trovare di fronte a
un singolo caso simile probabilmente l’autore ha avuto i cinque
classici minuti di smarrimento nella sua stimata esistenza. Se i
casi fossero molti nello stesso testo, probabilmente sei tu ad
esserti smarrito, avendo erroneamente annoverato quest’autore
tra le fonti autorevoli. Pensaci.
Per questo è indispensabile affidarsi sempre a fonti
qualificate e non confondere le citazioni con le parafrasi.
Queste sono interpretazioni del testo originale o riproduzioni
dello stesso con parole proprie non coincidenti con l’originale.
Per esempio, se in un saggio sul grande scrittore di Omegna
descrivi l’apprendimento come un’azione senza fine in cui
quello che non è conosciuto è sempre più importante di quanto

248
si conosce già (Rodari, 1964) stai facendo una parafrasi, per la
quale non devi inserire segni particolari quali corpo minore e
virgolette ma riportarne la fonte (come appena fatto tra
parentesi).
Lo stesso passaggio, se fosse una citazione, lo riporteresti
come «Di imparare non si finisce mai, / e quel che non si sa / è
sempre più importante / di quel che si sa già» (Rodari, 1964),
ovvero tra virgolette, con le barre a indicare la separazione di un
verso dal seguente e riportandone quindi la fonte in coda.
Oppure:

Di imparare non si finisce mai,


e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.4
In tutti e tre i casi (sì, anche nel caso della parafrasi) tale
nota bibliografica deve necessariamente essere presente.
Infine, un’ultima e importante avvertenza: non fare mai
citazioni generiche. «Come si può leggere in Internet» equivale
a un «in biblioteca ho letto che…». Se scrivi «durante un
incontro privato l’autore ha affermato» devi poter dimostrare
che tale intervista è avvenuta (al § 6.4 troverai le modalità per
citare fonti quali comunicazioni personali, lettere, manoscritti,
documenti audio e video). Annotare dopo un’immagine, una
tabella, un pensiero illuminante «Fonte: la Rete» è
un’assunzione d’irresponsabilità. Se la Rete è l’universo di
riferimento delle ricerche oggi, scovare nelle sue costellazioni
un’idea da usare nel tuo testo deve comportare l’attenzione,
l’impegno e la concentrazione a trovare chi quell’idea l’ha
pensata, costruita e comunicata prima di te.

249
RICHIAMI AUTORE-ANNO

Tra le diverse possibili, la soluzione


preferibile per inserire i riferimenti bibliografici
in modo snello ed efficace è rappresentato dal
richiamo al cognome dell’autore e all’anno del
testo citato, inseriti tra parentesi tonde dopo la
citazione stessa inserita nel testo. In tal modo il
lettore può trovare quello che gli serve là dove
serve. Per assicurarti che tale scelta sia quella più
opportuna, è necessario quindi che

• per ogni voce bibliografica l’autore e l’anno


della pubblicazione consultata siano
chiaramente riconoscibili: al richiamo
(Carrada, 2012) nella bibliografia deve
corrispondere la voce
Carrada, L. (2012). Lavoro, dunque
scrivo! Creare testi che funzionano
per carta e schermi. Bologna:
Zanichelli

• l’anno dell’edizione riportato tra parentesi nel


testo coincida con l’anno riportato alla voce
presente nella bibliografia finale: se ad
(Ariely, 2009: 11) corrisponde la voce
Ariely D. (2008). Predictably Irrational:
The Hidden Forces That Shape Our
Decisions. New York: HarperCollins
Publishers
non è possibile comprendere se sia un errore
o se il 2009 sia l’anno della seconda edizione

250
consultata (e a pag. 11 dell’edizione del 2008
non ci sarà verosimilmente quel passaggio
citato)

• la bibliografia non presenti molte voci sotto


autori collettivi (il riferimento ad Aa.Vv.
2001 diventa altrimenti ambiguo) né abbia
diversi articoli di cui il curatore sia un ente
che pubblica più scritti all’interno di uno
stesso anno, ovvero

• opere differenti dello stesso autore pubblicate


nello stesso anno siano differenziate con
delle sigle univoche. Che libro consulteresti
infatti se ti citassi nel libro che hai in mano
(Pedon e Galluccio, 1998)?

• la lettura abbia la priorità sul rimando


bibliografico, dal momento che usando il
richiamo autore-anno stai dicendo al tuo
lettore «continua pure a leggere senza
interrompere il flusso, non distrarti da quello
che dico anche se il pensiero non è tutto mio.
Se poi vuoi informazioni sulla fonte di
questo passaggio, puoi recuperare in un
secondo momento la voce completa in
bibliografia»

• se la tua tesi tratta di testi di letteratura di


autori antichi citare le opere di Lucrezio per
anno di pubblicazione non è adatto. Ci sono
altre modalità più opportune e utili

• la seconda volta che citi lo stesso documento

251
abbi cura di annotare ibidem (o ibid.) se ti
riferisci alla stessa opera e alla stessa pagina,
oppure op. cit. se è la stessa opera ma non la
stessa pagina (e allora all’abbreviazione fa’
seguire l’indicazione della pagina).

252
6.3 Le note
L’uso delle note in un testo corrisponde a differenti
necessità, tutte importanti e da conoscere se vuoi elaborare
un’ottima prova finale.
Come appena visto, una prima loro funzione consiste nel
contenere i riferimenti bibliografici delle citazioni. Inserire
ogni volta nel testo la fonte per esteso renderebbe la lettura
alquanto disagevole, lenta e singhiozzante. Con le note
bibliografiche si garantisce la continuità della lettura insieme
alla possibilità di controllare le informazioni principali sulla
fonte semplicemente abbassando lo sguardo in calce alla pagina.
Se nella tua tesi sceglierai la modalità di inserimento dei
richiami autore-anno, allora in nota preciserai
• i soli riferimenti bibliografici integrativi che presentano
notizie o nozioni chiarificatrici, come le informazioni su
autori minori o su contenuti che la semplice citazione
bibliografica non offre
oppure
• il titolo completo del documento perché utile a quanto
discusso nel testo o per evitare confusioni con altri
documenti simili
o ancora
• informazioni aggiuntive, reperibili in altri testi ritenuti
non indispensabili ma utili per arricchire la conoscenza
dell’argomento. Diversamente, cita tali testi in bibliografia.
Se stai infatti scrivendo una tesi che tratta di Linguaggio e
pubblicità e metti in nota un semplice «Sull’argomento si
veda anche J.L. Austin (1962). How to do Things with
Words. Cambridge: Harvard University Press» con molta

253
probabilità significa che non hai molto chiara l’importanza
dei contributi esistenti sul tema da te discusso.
Dal punto di vista stilistico, sia che siano in calce al testo
sia che si trovino alla fine di ciascun capitolo, le note
bibliografiche dovranno riportare il cognome dell’autore
preceduto dalla sola iniziale puntata del nome, il titolo
dell’opera in corsivo, l’edizione (città, editore e anno di
edizione) e le pagine dove trovare il passo riportato.
Ecco alcuni esempi di note bibliografiche a piè di pagina:
_____________
1 T.W. Adorno, Il fido maestro sostituto. Torino: Einaudi 1982, pagg. 44-46.
2 Ibidem.
3 Ivi, pagg. 76-80.
4 Op. cit., p. 82.
5 Theodor W. Adorno, Il fido maestro sostituto. Studi sulla comunicazione della
musica (Der getreue Korrepetitor. Lehrschriften zur musikalischen Praxis.
Frankfurt am Main, S. Fischer Verlag GmbH 1963; intr. e trad. di G. Manzoni),
Torino, Einaudi 1982, pagg. 44-46.

Il primo esempio riporta un riferimento bibliografico


essenziale e completo e comparirà la prima volta che citi questo
autore.
Il secondo informa che si tratta della stessa opera e delle
stesse pagine della nota precedente (ibidem).
Il terzo e il quarto rimandano alla stessa opera e a pagine
differenti, ma mentre l’esempio 3 è corretto inserirlo quando
l’opera citata compare nella stessa pagina del tuo testo (ivi), la
modalità dell’esempio 4 si utilizza quando il rimando all’opera
compare in pagine successive, sempre del tuo testo (op. cit.).
Il quinto tipo di nota non si può dire errato, ma noterai che è
alquanto consistente e per questo può andare bene, per esempio,
se è una delle poche citazioni bibliografiche presenti nel tuo
capitolo e quindi se rappresenta l’unica occasione per fornire
delle informazioni utili. Tuttavia non va più bene se è
assolutamente superfluo che tu faccia conoscere al lettore il

254
sottotitolo, l’edizione originale e il curatore di un’opera che
tratti solo accidentalmente. In uno scritto scientifico si inserisce
infatti tutto quello che è altamente informativo e nulla di quello
che è fastidiosamente disturbativo. Quindi, puoi (devi) inserire
ulteriori informazioni se coerenti con il contesto e la tipologia
dell’elaborato. Diversamente: toglile.
Un’ulteriore funzione delle note è quella di rimandare ad
altre parti del capitolo o del testo stesso. Così, quando parlerai
di un argomento che hai già introdotto in una sezione
precedente oppure che approfondirai in seguito, la nota rinvierà
il lettore a un “Cfr. il capitolo… a pagina…”, dove al posto di
un burocratico Cfr. potrai scrivere anche “Si confronti” oppure
“Vd.”, “Vedi… Si veda…”, “Si legga” e tutto quello che più ti
aggrada ma che abbia un senso chiaro.

IL DIRITTO DI DISTRARRE

255
Cosa stai suggerendo al tuo lettore?
autore-anno sappi chi e quando lo ha
detto ma continua a leggere qui, è più
importante
nota a piè di pagina continua a leggere
fino al punto: poi giù puoi vedere chi l’ha
detto, dove e quando
nota a fine capitolo segui bene il mio
pensiero, alla fine del capitolo ritrova
quanto ti interessa di più e vai a informarti
meglio tra qualche pagina
note in appendice le note sono
importanti: prenditi tempo di andarle a
leggere, studiarle, approfondirle, tenendo il
dito come don Abbondio.

La tua prova finale conterrà molte informazioni, numerosi


dati e articolate dissertazioni critiche. Per presentare in modo
chiaro e strutturato tutto ciò che hai raccolto e che ritieni
opportuno trasmettere ti sarà utile organizzare il testo in modo
da comunicare a chi legge un’immediata priorità delle
informazioni fornite
Così le note serviranno ad aggiungere informazioni
accessorie rispetto al tema discusso e, seppur importanti, non
distoglieranno l’attenzione del lettore dal filo del discorso. E
ancora, serviranno per fornire osservazioni e precisazioni
relative a ulteriori punti di vista che vuoi riferire allo stesso per
completezza scientifica o informativa.
Infine, in nota puoi inserire le traduzioni delle citazioni
originali se nel testo hai deciso di presentare una versione in
altra lingua (soprattutto se questa è in tataro). E viceversa.
Attenzione: se riempi metà cartella con una nota forse hai
scelto di lasciare in calce troppe informazioni importanti che

256
troverebbero un’opportuna collocazione all’interno del testo. O
forse la nota contiene troppe informazioni marginali che si
potrebbero tranquillamente tralasciare. Qual è dei due casi? Ad
ogni modo: da correggere!
«È meglio collocare le note a piè di pagina, alla fine di ogni
capitolo o alla fine dell’elaborato?». Non esiste una legge da
dover seguire, a parte quella che il tuo relatore potrebbe importi.
Le note a piè di pagina funzionano se contengono riferimenti
bibliografici essenziali, brevi osservazioni e chiarimenti utili
alla comprensione del testo. Le note a fine capitolo sono utili
per approfondimenti articolati e consistenti, ricchi di ulteriori
rimandi bibliografici. Le note alla fine del libro vanno
considerate quando si tratta di osservazioni tematiche, riscontri
strutturati e ampi, ancor più dedicando dopo l’ultimo capitolo
una sezione d’appendice a loro dedicata5.
Dal punto di vista stilistico e formale, le informazioni
presenti in nota vengono rinviate da un esponente numerico
presente direttamente dopo l’ultima parola – cosìn – oppure tra
parentesi alla fine del testo – così(n) – a cui si riferisce la nota.
Dovrai quindi riportare tali numeri in modo progressivo,
ordinandoli partendo dall’inizio di ogni capitolo, e nelle stesse
dimensioni del corpo e del paragrafo. La dimensione del testo
della nota deve essere invece con corpo minore al corpo del
testo, almeno di un punto, mentre l’esponente nel testo sarà
della stessa grandezza di quello all’inizio della nota. Puoi
allineare il paragrafo a sinistra o giustificato, ma ad ogni modo
non deve contenere capoversi. Nel caso riporti versi poetici,
battute di dialoghi o simili, utilizzerai opportuni segni diacritici
(la barra tra un verso e l’altro o le iniziali dei nomi degli
interlocutori):

_____________
n Un punto piccoletto, / superbioso e iracondo, /

«Dopo di me – gridava – / verrà la fine del mondo!» /

257
Le parole protestarono: / «Ma che grilli ha pel capo? /
Si crede un Punto-e-basta, / e non è che un Punto-e-a-
capo». / Tutto solo a mezza pagina / lo piantarono in
asso, / e il mondo continuò / una riga più in basso. (G.
Rodari, Il dittatore. In Filastrocche in cielo e in terra.
Torino: Einaudi, 1960)
(n) Portia – What sum owes he the Jew? Bassanio –
For me three thousand ducats. (W. Shakespeare, The
Merchant of Venice. 1596-1598)

Sii quindi coerente nella redazione delle note. E siano loro


omogenee nello stile. Adotta per tutto l’elaborato le stesse
modalità e gli stessi criteri di selezione e di forma: utili, puntuali
e semplicemente informative.

258
6.4 La bibliografia
Indicazioni generali
La bibliografia deve riportare tutti i riferimenti ai
documenti consultati e utilizzati nella realizzazione della
ricerca: libri, articoli, testi e altre fonti. Se nella fase iniziale di
raccolta del materiale e di organizzazione del tuo archivio
personale hai annotato per esteso tutte le informazioni
bibliografiche (§ 4.5) ora il loro recupero e ordinamento in
bibliografia saranno facilitati.
La sua importanza gerarchica all’interno di uno scritto
scientifico la pone al livello dei capitoli (anche per quanto
riguarda lo stile di livello). Mostra in modo immediato al lettore
qual è l’ambito scientifico in cui hai mosso le tue indagini, le
prospettive disciplinari preferite, il livello d’analisi
sull’argomento. La bibliografia è la fotografia del terreno e dei
confini entro il quale hai deciso di concentrare le tue ricerche.
La sua ampiezza e la sua profondità dicono molto al lettore sul
tuo lavoro. Quello che c’è dice tutto su ciò che dovresti sapere e
conoscere. E quello che non c’è suggerisce ciò che potresti
ignorare.

COLTURE E CULTURE

Guardando un terreno arato e preparato


alla semina è possibile comprendere se i
solchi son stati predisposti in superficie
per rompere le stoppie o interrare concimi

259
oppure in profondità per rendere
coltivabili terreni incolti o preparare
frutteti. Lo stesso fa capire la tua
bibliografia: dirà fin dove ti sei spinto
nella coltura della tua cultura.

«Cosa devo mettere nella bibliografia? cosa no? Inserisco


tutti i libri che ho trovato in internet? o solo quelli che ho letto?
E come devo farla?».
Nella compilazione della bibliografia abbi cura di far
corrispondere a tutte le citazioni presenti nel testo i riferimenti
bibliografici qui raccolti. In particolare, riporta gli anni delle
edizioni da te realmente consultate, distinguendo l’anno di
pubblicazione con quello della riedizione letta e utilizzata.
Elimina i testi che nel corso delle tue letture e ricerche si sono
dimostrati ininfluenti.
La bibliografia di una tesi di laurea deve contenere infatti
l’elenco completo delle sole opere che hai consultato e usato.
Inutile riempire pagine di voci, libri e documenti con l’intento
di “far bella figura”: è poco onesto, oltre che controproducente.
Se vuoi dimostrar di sapere che sul tema esistono molti altri
scritti che tu non hai letto (avendo il diritto di poter non
leggerli) ma che conosci è sufficiente scriverlo esplicitamente.
Sarà così il titolo del capitolo bibliografico a far comprendere
la natura della tua bibliografia. Se con una Bibliografia generale
sull’argomento orienti il tuo interlocutore nella lettura completa
di tutti i documenti esistenti sull’argomento in questione e con
una Bibliografia analitica lo guidi con brevi commenti
descrittivi e critici, sarà la tua Bibliografia (o Riferimenti
bibliografici o Opere consultate) a presentare le sole fonti da te
usate e manipolate.
Per alcune tesi può essere opportuno suddividere la
bibliografia per tipologia di documentazione: bibliografia

260
(elenco di libri, articoli e riviste), sitografia (indirizzi dei siti
consultati). Questo vale se l’oggetto di studio (§ 4.1) rimanda
corposamente a tali tipologie di fonte per cui vale differenziarne
l’elenco.
In altre situazioni ancora alla fine del testo sarà opportuno
inserire particolari bibliografie dedicate, a seconda delle fonti
e della specificità del proprio lavoro di studio delle stesse (tesi
multidisciplinari, di carattere storico, artistico etc.). Se, per
esempio, la tua prova finale è uno studio approfondito sulla
produzione poetica e letteraria di Bohumil Hrabal la tua
bibliografia potrà essere opportunamente suddivisa in opere
dell’autore (Opere di Bohumil Hrabal, in ordine cronologico ed
eventualmente a loro volta suddivise per temi: Le opere
letterarie, Gli scritti poetici, I romanzi, Le lettere, I suoi
appunti); opere sull’autore (Opere su Bohumil Hrabal, in ordine
alfabetico per autore); scritti più generali (Opere sulla
letteratura ceca dei “bonshommes”). Tali specifici casi
prevedono la possibilità di inserire la bibliografia all’inizio e
non alla fine dell’elaborato, in quanto parte costituente della tesi
stessa (trattata ancor più alla stregua di un capitolo).
Note tali distinzioni legate alle tipologie di elaborato finale,
è e rimane fondamentale che la bibliografia permetta di:
• individuare le fonti degli apporti concettuali inseriti nel
testo e nelle argomentazioni in modo inequivocabile
• distinguere tra fonti primarie e fonti secondarie e, se
necessario, facendo emergere la priorità data alle prime
rispetto alle seconde
• comprendere il livello delle letture, degli studi e delle
analisi effettuati e
• trasmettere competenza e confidenza con l’argomento.
Non esiste uno e un solo modello per compilare una
bibliografia. La cosa più importante è che la bibliografia sia
ordinata, non ambigua nel riportare i dati, corretta nella

261
presentazione dei riferimenti ai materiali consultati e omogenea
per stili e forme adottate. Alcune delle norme sono quelle
specifiche della tua disciplina: se prioritarie, seguile.
Differenti poi sono le prescrizioni nell’ambito delle Scienze
umane e sociali e negli scritti di divulgazione scientifica
(soprattutto in lingua inglese). Quelle maggiormente accettate
sono le norme APA. L’American Psychological Association
propone nel suo Publication Manual of the American
Psychological Association6 norme e convenzioni di stile per
documentare le fonti utilizzate in un documento di ricerca.
Partendo da tali linee guida (e dopo averle adeguate in
alcuni aspetti alle tue esigenze specifiche7 e riassunte nella
TAVOLACome citare le fonti di pag. 165) troverai qui di seguito
elencati alcuni esempi di stili e formati, insieme ad alcune
indicazioni di metodo. Tali suggerimenti non sono e non
vogliono essere esaustivi (ci sono già i manuali ricordati in
nota) ma sufficienti per curare al meglio i tuoi riferimenti
bibliografici.

Come ordinare gli autori


La presentazione in elenco delle voci che compongono la
bibliografia va scritta in ordine alfabetico, per cognome e
nome (in quest’ordine). Quest’ultimo puoi scriverlo per esteso o
abbreviarlo alla sola iniziale puntata, ma mantieni la scelta fatta
per tutta la redazione: alcuni nomi siglati accanto ad altri
completi comunicano l’impressione di poca accuratezza nella
ricerca delle fonti. Quindi, nell’ordinamento alfabetico
• i titolide e von non vanno considerati parte del cognome,
ma lo sono le preposizioni in maiuscolo, come De, Dall’,
Du, Mac, Mc e altri. Quindi sotto la D si troveranno
D’Aquino Tommaso, De Sanctis Francesco e Dalla Porta

262
Xidias Nicola e alla lettera L le opere di Le Bon Gustave
ma sotto la S scriverai Saussure Ferdinand de; sotto la M si
leggeranno Maupassant Guy de, McGuire William e
MacFayden Alan J. ma alla lettera F i documenti di von
Furstenberg Diane
• per alcuni nomi composti – anglosassoni e francesi ma non
solo – non va confuso il secondo nome con il cognome
(quindi scriverai Poe Edgar Allan, Borges Jean Louis e
Morali-Daninos André)
• come non vanno distinti i doppi cognomi, con trattino
breve o senza (Eibl-Eibesfeldt Irenäus, García Márquez
Gabriel)
• nel riportare agli autori antichi, i patronimici o quelli che
recano l’indicazione del luogo di nascita, l’appellativo o lo
pseudonimo potrai scrivere Molière Jean-Baptiste
Poquelin e Aristotele, ma non Alighieri Dante
• non italianizzare i nomi stranieri se non quelli conosciuti
in tal forma per antica convenzione: va bene Bacone, ma fa
venire i brividi leggere Riccardo Wagner.
Per inserire una fonte con autori multipli, se sono autori di
un libro e fino al numero di tre questi vanno indicati tutti per
esteso. Nel caso in cui siano quattro o più, va indicato solo il
primo seguito dalla dicitura et al. (che significa “e altri”). Gli
autori di un articolo di una rivista vanno invece citati sempre
tutti, indipendentemente dal loro numero.
Nel caso di opere collettive ove non sia possibile
identificare un autore principale o per quei documenti che non
recano indicato l’autore del lavoro e questo non può essere
verificato attraverso altre fonti, inserisci tali fonti tra le voci
senza autore all’interno dello stesso ordinamento, facendo
riferimento quindi alla prima lettera che compone il titolo
dell’opera ed evitando l’uso della sigla AA.VV. “Autori vari”.

263
Come scrivere il titolo
Il titolo di un libro va sempre riportato dal frontespizio
(quello in copertina può presentare soluzioni “ad effetto”,
abbreviazioni o incompletezze). Se presente, indica il
sottotitolo separato dal titolo da un punto fermo (nel sistema
italiano. Dai due punti in quello anglosassone).
Per citare più titoli appartenenti allo stesso autore, inseriscili
rispettando l’ordine cronologico decrescente delle
pubblicazioni, partendo dal più recente.
Quando citi testi stranieri, ricorda che i titoli in lingua
italiana richiedono l’iniziale maiuscola solo nella prima parola
del titolo. Nei titoli in francese vanno maiuscoli l’articolo e la
lettera iniziale della prima parola che segue l’articolo. Nei titoli
in inglese va maiuscola l’iniziale di tutte le parole che non siano
articoli, pronomi, preposizioni o congiunzioni, nonché l’iniziale
della parola che segue i due punti. Nei titoli in tedesco vanno
maiuscoli tutti i sostantivi.

Come scrivere l’edizione


Riporta il luogo di pubblicazione della casa editrice (in
lingua originale: London e non Londra, Berlin e non Berlino) e
l’indicazione del nome della stessa casa editrice come appare
nel colophon o controfrontespizio del libro.
Indica sempre la data di pubblicazione dei libri, soprattutto
se la versione da te consultata è differente dall’edizione
originale. Solo se davvero manca, puoi scrivere sine data
(abbreviato in s.d.).
Per due o più opere scritte dallo stesso autore e pubblicate
nel medesimo anno differenzia le relative voci apponendo una
lettera identificativa dopo l’anno di pubblicazione. Tale
informazione sarà quindi presente nelle citazioni all’interno del

264
testo e nella bibliografia finale (vedi TAVOLARichiami autore-
anno a pag. 150).
In alcuni casi è necessario riferire ulteriori informazioni
dell’edizione: traduttori e curatori, numero dei volumi o tomi
se si tratta di un’opera in più volumi o tomi appunto (indicando
quello citato con l’abbreviazione vol. o t. seguita dalla cifra
romana corrispondente al numero ordinato che lo rappresenta),
nome della collana o della serie in cui è ospitato lo scritto.
I rinvii a un intervallo limitato di pagine utilizzate vanno
indicate con le abbreviazioni p. o pag. (se una sola) e pp. o
pagg. (per più pagine), seguite dalla prima all’ultima, unite da
un trattino breve (ad es. pp. 1-39). Per una sezione aperta di
testo puoi rimandare il lettore alla prima pagina di questa e alle
seguenti con l’abbreviazione e ss. o e segg. (“e seguenti”).
Infine, non è necessario affiancare al nome dell’editore la
dicitura Editore, Edizioni, Casa Editrice o simili. Fallo solo se
tale indicazione è parte integrante della nome (ad es. Editori
Riuniti).

IL PARADISO (NON) PUÒ


ATTENDERE

Annotare tutte le informazioni relative ad


un’opera consultata (autore, titolo,
sottotitolo, luogo nome e data
dell’edizione, titolo ed edizione originale,
numero del volume e delle pagine…) sulle
cartelle dell’archivio personale ti
impegna per pochissimo tempo.
Recuperare le stesse informazioni a
distanza di giorni o mesi ti renderà la
revisione un inferno!

265
Per tutti gli altri casi particolari fai riferimento alle norme
del tuo ambito disciplinare. O perlomeno al buon senso: molte
volte non è affatto una virgola messa al posto di un punto dopo
un titolo o un nome di un autore scritto per esteso invece che
abbreviato a fare la differenza tra una tesi insoddisfacente e una
sufficiente, né tra un buon lavoro finale e un eccellente
elaborato di ricerca. Cura sì la forma, ma non dimenticare i
contenuti!

Documenti online e materiali inediti


Tutti i documenti che utilizzi nella progettazione e nella
redazione della prova finale vanno citati e specificati nella loro
natura. Così, indicherai le tesi di laurea lette (e non copiate), le
interviste e le corrispondenze private ottenute (e non estorte),
le opere inedite consultate (e non plagiate), i documenti audio
e video ascoltati (e non sentiti). La presenza di tali fonti nella
tua bibliografia e non in nota a margine comunica al lettore che
tali informazioni sono state d’importanza non trascurabile nel
tuo lavoro d’indagine e quindi hanno a giusta ragione una
collocazione adeguata.
Quando devi riportare delle fonti che sono rappresentate da
documenti prodotti da organizzazioni o associazioni che
fungono da autori (enti, società, agenzie governative e simili)
puoi scegliere di trascriverli per esteso oppure in modo
abbreviato. L’importante è presentarle per ordine alfabetico.
Per i contributi tratti da pagine web applica lo stile adottato
per le citazioni bibliografiche, con alcuni accortezze in più: data
di pubblicazione o quella in cui è stato postato il documento (a
seconda del formato), una sua brevissima descrizione tra
parentesi quadre (ebook, articolo, blog, video o simili),

266
l’indirizzo web (ovvero l'url, che altro non è che l’edizione e il
luogo del documento) e il codice DOI Digital Object Identifier
oppure la data in cui tu hai reperito il documento.
Nel caso in cui la tua bibliografia comprenda invece una
sezione articolata per tipologia di documentazione e quindi
preveda una sitografia (come visto all’inizio del paragrafo), le
voci delle fonti web andranno ordinate secondo l’indirizzo url
di riferimento (in ordine alfabetico). Dato che dalla lettura degli
indirizzi non è detto che si comprenda di cosa si tratta, meglio
se accompagni ogni voce da una breve descrizione analitica dei
contenuti:

http://laboratorioper.blogspot.it
Laboratorio di professionisti di formazione,
consulenze e coaching per l’accompagnamento al
benessere e alla cura delle relazioni interpersonali.

267
6.5 Il titolo, un biglietto da visita
Nella redazione di un libro la creazione del titolo avviene
dopo che l’autore ha completato la stesura del testo. Con gli
articoli di una dissertazione scientifica è l’esperienza a guidare
la stesura post facto di un titolo tanto preciso quanto suggestivo
al fine di rendere visibile il proprio scritto tra i molti esistenti.
Nella redazione della tua tesi di laurea il titolo è la prima cosa
da scrivere. Senza un titolo non c’è domanda di tesi che tenga.
A questo punto – e dato che tu stai leggendo questo capitolo
prima di aver chiesto la tesi e dopo aver letto il § 1.3 – è
necessario ricordare che ciò che descrive, anticipandolo, il tuo
lavoro non è una descrizione sintetica e abborracciata di un
argomento di ricerca da scegliere con il fiato in gola prima che
la Segreteria Studenti ti chiuda sul naso lo sportello per la
presentazione della domanda di laurea. Il titolo è un biglietto da
visita che rimarrà inciso per sempre sul frontespizio della tua
prima pubblicazione (allineata negli archivi della biblioteca
della tua università oltre che sulla libreria della tua famiglia),
che verrà letto ogni volta che un potenziale datore di lavoro
scorrerà (e indagherà) i tuoi titoli accademici e professionali,
che ricorderai ripensando ai bei tempi quando tutto ebbe inizio,
con emozione e nostalgia8.
Per questo è bene che un simile biglietto da visita sia
esauriente, efficace e attraente. Non devi certo vendere la tua
tesi né trasformare il titolo in uno slogan pubblicitario, ma
questo dev’esser comunicativo.
«Come posso rendere un titolo attraente, efficace e
convincente? come devo scriverlo in modo che contenga con
esattezza tutto quello che bisogna sapere sul mio argomento?».
Il titolo del tuo lavoro di ricerca dovrà contenere, in modo

268
più o meno esplicito, il processo di selezione del tuo argomento,
dei metodi utilizzati nelle indagini e la prospettiva di soluzione
proposta alla problematica in esame.
Per rendere il tuo titolo esauriente, ovvero per presentare in
modo rigoroso e compiuto l’oggetto delle tue argomentazioni a
tal punto che il lettore possa cogliere in una frase o due, se c’è
un sottotitolo (possibile e consigliabile, ma non obbligatorio), il
senso di tutto il tuo lavoro dovrai procedere per nuclei di senso,
per temi indagati e per strategie utilizzate (obbligatorio, e non
impossibile). Una volta identificato l’argomento di ricerca e
chiarito il modo con cui intendi procedere con le indagini,
articola il nucleo della tua ricerca per parole chiave, affianca
alle stesse quei termini che descrivono in modo preciso i metodi
di analisi prescelti e focalizza l’attenzione sulla descrizione dei
risultati attesi. E perché no? riprendi il disegno della tua mappa
mentale, guardalo e lasciati ispirare.
Il titolo dev’essere efficace, ovvero capace di produrre
pienamente l’effetto desiderato. Deve saper coinvolgere il
lettore sul tuo argomento, per poterlo quindi incuriosire e
guidare nella comprensione della sostanza delle tue indagini.
Attraverso il titolo hai una capacità d’influenza che devi saper
gestire e sfruttare: ben disponi la Commissione di laurea ad
ascoltare la tua diserzione e, soprattutto, ti faciliti un
appuntamento per un colloquio di lavoro. Per esempio9:

«Dal virtuale al reale, andata e ritorno.


Apprendimento e cambiamento dei comportamenti»
(Valentina Cavagna, 2014)

Un titolo deve essere attraente, saper sedurre e piacere.


Deve accattivarsi il lettore, attirare la sua attenzione, curiosità e
il senso di sfida per la conoscenza. Attivare la sua volontà di
svelare l’ignoto e il mistero, di recuperare il significato nascosto
delle parole. Affermare il non detto o il maliziosamente

269
suggerito. Per redarre il tuo titolo potrai affidarti alle strategie
dell’ars poetica di oraziana memoria.
Il titolo dovrà parlare per immagini, procedere in modo
graduale secondo un climax opportuno, meglio se
inconcludente: la conclusione sarà nelle tue mani, o meglio
nella tua dissertazione.
Dovrai farlo apparire piacevole all’ascolto e quindi
musicale, semplice, unitario e proporzionato, ovvero conciso,
senza fronzoli e d’impatto. Un titolo per esser attraente non
deve cedere all’ambiguità, alla falsità o peggio alla confusione e
all’incomprensibilità.
Osa, ma non troppo. Sii originale, ma ricordando che è il
titolo di una tesi di laurea, non di un blog da lanciare in rete né
di un giallo da vendere sotto gli ombrelloni. E soprattutto
inventa un titolo conveniente e convincente che confermi le tue
risorse e le tue capacità, per evitare di far apparire dietro a un
titolo altisonante un lavoro stropicciato. Tanto quanto un titolo
indecente davanti a un lavoro eccellente.
Originale ma non troppo, sì. Perché il titolo – in un certo
senso lo specchio del carattere del lavoro, se non anche del suo
autore – è bene che si presenti in modo preciso e lineare, senza
che tu, già in preda all’ansia per le imminenti scadenze, debba
aggiungere un’altra preoccupazione dovuta alla mancanza di
creatività. Un buon titolo deve anzitutto essere esaustivo ed
efficace nel momento in cui comunica il significato e il motivo
del lavoro di ricerca, centrando appieno il senso delle tue
indagini. E lo fa con la complicità del lettore, comunicando
qualcosa che vada anche solo una riga al di là delle parole
contenute nello stesso, sapendo rimanere nel contempo al di qua
della soluzione finale.
Per confezionare bene il tuo biglietto da visita, ecco alcuni
spunti che possono esserti utili per fabbricare (secondo quel
senso poetico che fa derivare la poesia dal verbo greco poiéin
che significa comporre, costruire) un titolo che rappresenti al

270
meglio il tuo lavoro e, in un contesto in cui commissioni di
laurea e datori di lavoro sono sommersi da informazioni simili,
sappia emergere, farsi ascoltare, comunicare la tua passione
e quindi sedurre testa e pancia del tuo lettore.
Ognuno di questi spunti si propone di esser propizio ma non
concludente e soprattutto manipolabile. Buon divertimento.
E buon lavoro.

Titolo scientifico. Nel campo della ricerca accademica e


scientifica un buon titolo deve anzitutto essere accurato,
dettagliato e focalizzato su un unico argomento, esplicito
rispetto ai riferimenti teorici su cui poggia e chiaro sulla
prospettiva privilegiata. Qualcosa del tipo:

«Valutazioni e scelte imperfette di fronte al denaro.


Prospettive di scenari decisionali in esperti e profani
oltre la Bounded Rationality Theory»

Titolo pragmatico. Soggetto d’indagine e prospettiva d’analisi.


Semplice e lineare. Un buon titolo di tesi non necessiterebbe
d’altro per essere un buon titolo.

«Psicogenealogia del denaro. Il legame tra soldi e


relazioni familiari»
(Diana Riboldi, 2013)

Titolo investigativo. Come ogni rispettabile indagine, anche la


tesi prevede un investigatore che sappia porre le “domande
giuste”, esplicite o retoriche, semplici e dirette, ma giuste
ovvero capaci di far rispondere la pancia del lettore prima della
sua mente.

«Perché scegliere un caffè corretto. Il commercio


equo solidale e i nuovi consumatori responsabili»
(Silvia Assirelli, 2010)

271
Titolo risolutivo. Parti dalla fine, dal risultato: prometti al tuo
lettore di condurlo a ritroso verso la comprensione del percorso
di indagine e di riflessione che costituisce la tua tesi.

«CSR, comunicazione interna e motivazione come


strumenti di successo in un’organizzazione: il caso
ACC Elettromeccanica Spa Mel (BL)» (Mary De
Bortoli, 2008)

Titolo a chiasmo. Hai svolto una ricerca pratica e spendibile in


un determinato settore professionale dove intendi presentarti?
Rendi il titolo efficace, funzionale e seducente.

«Cenare con arte e l’arte di cenare. La cultura


gastronomica tra tradizione e avanguardia» (Nausica
Pozzobon, 2007)

Titolo a contrappunto. Un titolo musicale s’inserisce in un


discorso preesistente, vivo e reattivo nella mente del lettore, che
lo completa con quanto riconosce e, nota contro nota, lo
combina in qualcosa di nuovo. Come quando risuona quel
motivetto familiare.

«Quel che resta dello spot. L’efficacia della pubblicità


sociale» (Vera Viviani, 2008)

Titolo provocatorio. Se devi osare, fallo fin dall’inizio. Sfida il


lettore con un pungolo. Provocalo, incitalo a cercare nel testo la
ragione dell’ammiccamento che qui troverà luogo e ragione.
Apri così un duello in cui a vincere non saranno le ragioni del
confronto tra chi scrive e chi legge ma il confronto tra le
ragioni.

«L’erba del vicino è sempre più verde: turismo e


sviluppo sostenibile in Trentino S.p.A.» (Lara

272
Ceccato, 2007)

Titolo empatico. Il colpo di fulmine tra due amanti, l’intesa tra


due vecchi amici, la corrispondenza d’amorosi sensi tra il libro
e il suo lettore a cui il titolo promette fedeltà e amore.

«Dall’ombra al calice di vino. Le nuove tendenze nei


consumi alimentari» (Silvia De Pian, 2006)

Titolo poetico. La poesia è tra le arti quella che meglio


comunica il significato semantico delle parole insieme a
sonorità e ritmo della loro musica. Un titolo melodico al tuo
lavoro scientifico evoca quel senso di incompiutezza che invita
da sé alla lettura.

«Piccoli consumatori crescono: bambini, pubblicità e


comportamenti d’acquisto» (Valeria Micheletto,
2010)

Titolo enigmatico. Se all’interno della tesi c’è tutto quel che


dev’esserci – e anche qualcosa in più. Ma questo qualcosa deve
esserci! E andare oltre ogni aspettativa – in copertina può
bastare un segno sibillino, un intrigante mistero, un enigma da
decifrare. Con l’immaginazione prima e la lettura di seguito.

«Progetto Octavio» (Nicolò Stevanato, 2010)

Ora fabbrica il tuo di titolo.


L’augurio è che ai tuoi lettori capiti quello che è capitato al
Lettore di Calvino10. Già dalla vetrina della libreria egli aveva
individuato la copertina col titolo che cercava. Entrato, e
superati tra gli altri i Libri Che Non Hai Letto, i Libri Che Puoi
Fare A Meno di Leggere, i Libri Che Da Anni Cercavi Senza
Trovarli, i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano
In Ogni Evenienza, i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità

273
Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile, i Libri
Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto
Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora
D’Essere Stato Scritto, è stato catturato da un Se una notte
d’inverno un viaggiatore fresco di stampa.
Quel libro l’ha preso sotto braccio e non l’ha più mollato,
fino a quando lui, il Lettore – il tuo lettore – non s’abbandona a
una lettura rivelatrice, sedotto da quel piacere derivante dalla
novità, dal mistero e dall’impellente necessità di finire quel
qualcosa che ha già avuto inizio col titolo.

COME CITARE LE FONTI

ARTICOLO DI RIVISTA
Cognome N., Cognome N. e Cognome N.
(anno). Titolo dell’articolo. Titolo della
rivista, numero del volume(numero della
serie), pagg. n-nn

ARTICOLO ONLINE
Cognome N., Cognome N. e Cognome N.
(anno). Titolo dell’articolo. Titolo della
rivista, numero del volume(numero della
serie), www (ultima consultazione: gg mm
aaaa)
Cognome N., Cognome N. e Cognome N.
(anno). Titolo dell’articolo. Titolo della
rivista, numero del volume(numero della
serie), pagg. n-nn. doi: numero

274
LIBRO
Cognome N. (anno). Titolo del libro.
Sottotitolo. Città: Editore
Cognome N. et al. (anno). Titolo del libro.
Sottotitolo. Città: Editore
Cognome N. (anno della pubblicazione
originale) Titolo del libro. Sottotitolo. (Tr. it.
a cura di N. Cognome). Città: Edizione anno
edizione

LIBRO ONLINE
Cognome N. (anno). Titolo dell’eBook
[eBook]. www (ultima consultazione: gg mm
aaaa)
Cognome N. (anno). Titolo dell’eBook
[eBook]. doi: numero

CAPITOLO IN LIBRO
Cognome N. (anno). Titolo del capitolo. In N.
Cognome, Titolo del volume. Sottotitolo
(pagg. n-nn). Città: Editore
Cognome N. (anno). Titolo del capitolo. In N.
Cognome e N. Cognome (a cura di), Titolo
del volume. Sottotitolo (pp. n-nn). Città:
Editore

CURATELA
Cognome N. e Cognome N. (a cura di) (anno).
Titolo del libro. Sottotitolo. Città: Editore

ARTICOLO DI GIORNALE

275
Cognome N. (gg mm aaaa). Titolo
dell’articolo. Titolo del giornale, pagg. n-nn

ARTICOLO DI PERIODICO
Cognome N. (aaaa, mm). Titolo dell’articolo.
Titolo del periodico, pagg. n-nn

ARTICOLO DI GIORNALE/PERIODICO
ONLINE
Cognome N. (gg mm aaaa). Titolo
dell’articolo. Titolo del giornale/periodico,
www (ultima consultazione: gg mm aaaa)

EDITORIALE DI GIORNALE/PERIODICO
ONLINE (SENZA AUTORE)
Titolo dell’articolo [editoriale]. (gg mm aaaa).
Titolo del giornale/periodico, www (ultima
consultazione: gg mm aaaa)

DOCUMENTO TECNICO/ISTITUZIONALE
ONLINE
Organizzazione (anno). Titolo del documento
(numero del documento). Città: Edizione.
www (ultima consultazione: gg mm aaaa)

ALTRI DOCUMENTI ONLINE


Cognome N. (gg mm aaaa). Titolo del post
[post/blog]. www (ultima consultazione: gg
mm aaaa)

ESEMPI DI DOCUMENTI INEDITI,


AUDIOVISIVI E ALTRO

276
Moro D. (2010). Il fundraising per il non-
profit: strumenti innovativi (Tesi di laurea
specialistica in Amministrazione e Controllo.
Management pubblico, non profit e city
management). Università Ca’ Foscari,
Venezia
Marchand X. (2004). De l’alimentation, de
l’émotion et de la photographie. Pro
manuscripto. Paris
Honya A. Intervista personale all’autrice.
Venezia, 21 marzo 2000
Ionascu M. (regista) (2013). O.D.A.R. (Noir).
[film]. France, Zongo Cinema
Upperground Orchestra (2010). Room 310.
[vinyl]. Meakusma, MEA-003

1 L’opportunità di inserire una dedica in una tesi di laurea andrebbe valutata con
(maggiore) attenzione. E se presente che questa sia motivata (e sensata), sobria (e non
leziosa), discreta (oltre le 5 parole si tratta di un componimento poetico che trova
migliore collocazione in un diario intimo).
2 U. Eco (1977). Come si fa una tesi di laurea. Milano: Bompiani 1997, pag. 170.
3 A questi due casi si aggiunge un’ulteriore possibilità, rappresentata da quelle

citazioni presenti all’interno di capitoli che analizzano una sola opera specifica di uno
stesso autore. Qui sarà sufficiente indicare tra parentesi solo le pagine da cui sono
tratte le medesime citazioni, dato che in precedenza sarà stata precisata l’edizione
dell’opera in esame a cui si fa unico riferimento.
4 G. Rodari (1964). Una scuola grande come il mondo. In Il libro degli errori. Torino:

Einaudi, vv. 19-22.


5 Personalmente (e se non motivate come sopra) in una tesi di laurea ritengo le note a

piè di pagina più immediate e godibili, mentre trovo quelle a fine capitolo un inutile

277
esercizio fisico che distoglie di molto l’attenzione dalla lettura. Ma come vedi, questa
nota l’ho messa qui: è più importante che tu scelga la tua modalità più opportuna.
6 Trovi alcuni utili estratti del Publication Manual of the American Psychological

Association e della APA Style Guide to Electronic References nel sito


www.apastyle.org.
7 L’APA offre uno stile di citazione ma, se non espressamente richiesto, non è

obbligatorio seguirlo. Accanto a tali indicazioni ne esistono infatti molte altre tra le
quali puoi scegliere quella preferita: Harvard Style, Chicago Style, ISO 690, UNI
6017, Vancouver Style.
8 Fa’ un’orecchia a questa pagina e torna a leggerla tra dieci anni: scommessa aperta.
9 Tutti i titoli qui citati come esempi (nessuno perfetto e tutti perfettibili) sono tratti da

lavori di tesi di laurea che in questi anni ho avuto il piacere di seguire. Con questi
autori, tra altri, ho avuto occasione di confronti intelligenti, di discussioni
appassionate, di creative e divertenti sessioni di lavoro. E con alcuni la sorpresa di una
profonda amicizia e di una prolungata relazione intellettuale.
10 I. Calvino (1979). Se una notte d’inverno un viaggiatore. Einaudi: Torino.

278
Scrivere per le Scienze umane
e sociali

Un agile compendio dedicato a studenti e studiosi che vogliono


perfezionare il lavoro di ideazione, progettazione e
realizzazione di una ricerca scientifica e migliorare le abilità di
elaborazione, stesura e presentazione della divulgazione di uno
scritto professionale. Ogni percorso d’indagine richiede infatti
intuito, strategie affinate, disciplina, spirito di iniziativa,
elasticità e creatività, abilità nel lavorare da soli e in gruppo. In
una parola: metodo.

Mehl kann man nicht säen.


Johann Wolfgang von Goethe, Wilhelm Meisters Lehrjahre,
1795-96

279
7.1 Ideazione e sviluppo di una
ricerca
«Ho trovato il mio argomento: cosa faccio? dove
concentrare le mie attenzioni? cosa devo analizzare? come
supero il passaggio dalla teoria alla pratica?»
Tali e simili difficoltà fan parte dello svolgimento di
qualsiasi ricerca nel campo del sapere, così come nelle
discipline proprie alle Scienze umane e sociali1 qui considerate
nella specificità delle riflessioni proposte. Sapere dunque che
questa condizione è comune a chi avvia un’indagine in uno di
tali settori professionali tanto quanto a chi sta ideando una tesi
di laurea, ti permette di ridimensionarne l’impatto emotivo e la
sua influenza nella pianificazione del tuo lavoro.
Indirizza la tua attenzione a un problema non risolto,
all’approfondimento di un’intuizione nata dall’indagine della
letteratura sul tema, alla verifica di un aspetto particolare o di un
limite riscontrato in un’indagine esistente o di una nuova
interpretazione della stessa. Definisci chiaramente le aree
problematiche da indagare: trasforma l’oggetto da osservare
in un concetto e delimitane i confini con la minima
approssimazione. Questo ti permette di dare una definizione
(più o meno esplicita) all’oggetto specifico della tua indagine e
delle variabili che ipotizzi (in modo altrettanto esplicito) siano
rilevanti. Da qui potrai proporre un disegno di ricerca
opportunamente motivato che troverà forma in un’indagine
solida, ben organizzata e che saprà incuriosire il lettore come il
tema ha incuriosito te, facendosi scegliere.
È infatti la curiosità la vera spinta all’azione dello studioso
come dello studente verso la risoluzione dei problemi. La

280
capacità di osservazione, affiancata a un rigoroso approccio
critico, permette la nascita di insight originali, quelle intuizioni
che stanno alla base della ricerca scientifica e dell’innovazione.
Tali intuizioni vanno poi coniugate in un modello di verifica
rigorosa, sostenuta dalle conoscenze disponibili sull’argomento
e sugli strumenti che possono migliorarle.
E la curiosità si acuisce osservando e leggendo. Il quadro
concettuale di riferimento qual è l’impianto dei piani teorici
all’interno dei quali devi muoverti con pertinenza consiste in un
insieme di asserzioni che correlano concetti astratti a dati
empirici. Esso esiste quindi per descrivere o spiegare fenomeni
della realtà che avvengono in condizioni simili. All’interno di
tali osservazioni e analisi puoi avvalerti di teorie generali o
costrutti particolari come chiavi interpretative per leggere i
diversi gradi di somiglianza tra le differenti valutazioni degli
eventi della realtà che sta al centro del tuo interesse.
È nella collocazione in un tale contesto problematico che il
disegno della ricerca assume originalità, autonomia e
autorevolezza, unite al suo porsi come ulteriore contributo al
sapere specialistico, teorico e sperimentale nel tuo campo
d’indagine. E per fare questo è necessario anzitutto immergersi
nella letteratura (e nella lettura) di documenti, scritti e
testimonianze di carattere teorico e sperimentale attinenti alla
propria disciplina. Tale analisi sistematica della letteratura (§
4.3) è un passaggio imprescindibile di ogni ricerca, anche di
quelle sul campo (per queste troverai indicazioni qui di seguito).
Da qui è bene partire con la tua proposta di ricerca che va
costruita quindi come un piano di lavoro in cui indicare la
problematica da risolvere, le indicazioni per la rassegna della
letteratura esistente sull’argomento, gli obiettivi da raggiungere
o le ipotesi da verificare, la metodologia e gli strumenti da
applicare per l’analisi dei dati raccolti, i risultati attesi. Tale
piano di lavoro altro non sarà che il tuo indice accurato e
robusto (§ 2.4).

281
Diverse sono quindi le strade percorribili per svolgere la tua
ricerca e le indagini che ti serviranno per tradurre in pratica un
pensiero teorico da interpretare, un evento o un comportamento
da comprendere, un’esperienza da rileggere criticamente. Una
di queste potrebbe essere rappresentata dall’idea di inserirti in
quel percorso dinamico e ciclico che caratterizza gran parte del
lavoro dello studioso delle Scienze umane e sociali, ripreso
nella TAVOLALa spirale virtuosa della ricerca a pag. 170.
Il nodo di tale percorso conoscitivo corrisponde alla
formulazione dell’ipotesi/obiettivo di ricerca. Per prima cosa,
infatti, sulla problematica specifica da te scelta devi identificare
chiaramente se
• procedere in forza di un ragionamento deduttivo e quindi
partire da un ampio contesto teorico supportato dalla
letteratura specialistica per formulare una o più ipotesi di
ricerca tese a risolverla. Per mezzo di una concretizzazione
e di una definizione operativa tali ipotesi devono essere
per questo trasformate in variabili misurabili e quindi
gestite attraverso una metodologia opportuna e finalizzata
alla raccolta dei dati che, una volta organizzati e resi
interpretabili, contribuiranno alla verifica dell’ipotesi della
tua ricerca, confermando o confutando in tal modo la teoria
iniziale sulla quale hai costruito il tuo disegno di ricerca (§
7.4)
oppure se
• procedere in forza di un ragionamento induttivo e quindi
partire da un’osservazione empirica a guida della
raccolta dei dati direttamente agita sul campo in cui si
svolge la realtà da comprendere. In forza di un processo di
generalizzazione tale osservazione supportata dai dati
rende ragione (o torto) alle ipotesi formulate, mettendo in
relazione (positiva o negativa) l’argomento
problematizzato della ricerca con l’impianto teorico di

282
riferimento e la letteratura rappresentata dagli studi
precedenti.
Ecco che si delinea in tal modo uno sviluppo a spirale della
ricerca: che tu segua il percorso deduttivo – partendo dalla
teoria generale per arrivare alla formulazione di una verità
particolare – o che tu segua il percorso induttivo – partendo da
una problematica particolare per giungere a una teoria generale
– il punto sta nel verificare la relazione esistente tra una
realtà particolare e una teoria generale. Questo è il tuo
compito: verificare tale relazione. Questa sfida è l’aspetto più
interessante, stimolante e creativo nel processo di ideazione e di
sviluppo di una ricerca.

LA SPIRALE VIRTUOSA DELLA RICERCA

283
7.2 L’esperienza sul campo
Accanto all’analisi della letteratura sul tema e
all'identificazione di un’ipotesi o di un obiettivo di ricerca, la
raccolta dati è l'altro aspetto centrale attorno al quale si
sviluppa il tuo lavoro di studioso delle Scienze umane e sociali.
L’importanza dell’esperienza sul campo nel percorso
esplorativo di un determinato aspetto della realtà nasce dalla
considerazione che tale esperienza è parte integrante delle
attività di ricerca nell’ambito del sapere umano applicato a
queste discipline.
La raccolta dei dati in tal senso e in tale ambito implica le
seguenti caratteristiche, ognuna delle quali connessa alla
necessità di configurare la modalità più opportuna per
confrontare le abilità dello studioso con la realtà da studiare:
• ideazione e costruzione di una struttura di ricerca
partecipata nell’analisi del materiale e delle fonti,
attraverso un lavoro attento e responsabile d’indagine
sistematica della letteratura, di raccolta di dati e di gestione
dei metodi di ricerca
• uso approfondito di strumenti conoscitivi, metodologici,
deontologici e d’intervento inerenti alle Scienze umane e
sociali nelle loro differenti articolazioni
• sviluppo e integrazione delle conoscenze teoriche con le
conoscenze pratiche, verificando le procedure collegate ai
fondamenti disciplinari, metodologici e strumentali
posseduti
• affinamento delle capacità di riflessione, di analisi e di
discussione sulle attività proprie e altrui
• organizzazione di uno specifico setting professionale con

284
altre persone e sotto supervisione.
Risolte le implicazioni derivanti da tali premesse, tieni a
freno i focosi impeti della curiosità scientifica e dedica ancora
un po’ delle tue attenzioni ad alcune domande preliminari prima
di avviare l’attività di raccolta dei dati sul campo.
Prenditi il tempo per rispondere in modo onesto e articolato
a tali utili stimoli, qui adattati da Silverman (2008) e riassunti
nella TAVOLAPrima della ricerca di pag. 172. Questa riflessione
autonoma ti permetterà di rendere ancor più responsabile e
motivato il lavoro che stai facendo, o che da qui a breve
svolgerai.
Buona meditazione.

PRIMA DELLA RICERCA

• In che senso e perché l’oggetto della mia


ricerca è importante? È un argomento che
non solo interessa semplicemente me e i miei
amici ma può suscitare la curiosità di altre
persone? Perché vale la fatica di studiarlo?

• Ho chiaro l’obiettivo del mio lavoro?


Intendo validare un’ipotesi e quindi
dimostrare una tesi attraverso un metodo
deduttivo? oppure voglio rispondere a una
domanda di ricerca di tipo esplorativo
attraverso un metodo induttivo?

• Con quale teoria o concetto della mia


disciplina è in relazione il mio argomento
d’indagine? Per cosa si differenzia dal
genere di scritti che si possono trovare su

285
giornali o su altri media? Per quale motivo
non è ancora mai stato trattato nelle
discipline che gli sono proprie?

• Ho svolto un’analisi sistematica della


letteratura pertinente e dedicata al mio
argomento specifico? oppure il mio oggetto
di ricerca e i risultati che mi attendo saranno
molto simili a ricerche già esistenti sul tema?
In che senso il mio punto di osservazione
sarebbe diverso?

• Il metodo che ho scelto è il metodo più


appropriato per il mio oggetto di ricerca?
oppure ho eliminato un semplice metodo di
studio solo per gestire in modo più facile il
mio oggetto di ricerca? È opportuno
integrare metodi differenti?

• Gli strumenti che ho scelto sono quelli più


opportuni ed efficaci per il mio oggetto di
ricerca? C’è la possibilità, com’è preferibile,
di usare uno strumento validato presente in
letteratura? oppure devo crearne uno nuovo
ad hoc, consapevole dei limiti di tale
approccio? La mia scelta è guidata dalla
facilità di lavoro o dall’adeguatezza del
metodo?

• Intendo raccogliere dati per generalizzare i


risultati dell'analisi svolta? L’ampiezza e il
metodo di selezione del campione di cui
intendo servirmi sono quindi adeguati al mio
oggetto di ricerca? È sufficiente considerare

286
le osservazioni su un piccolo campione di
comodo o devo selezionare meglio i
soggetti?

• Quale status attribuirò ai miei dati? Ovvero,


sto cercando “fatti oggettivi”, “percezioni
soggettive” o “semplici narrazioni”?

• A quale livello di accuratezza intendo


analizzare i miei dati? intendo riportare solo
degli “estratti convincenti” oppure ho
intenzione di elaborare interamente il mio
materiale alla ricerca di casi che non
corrispondono alle mie supposizioni iniziali
secondo quella che è l’“analisi del caso
deviante”?

• In funzione delle scadenze improrogabili


dentro le quali devo muovermi, ho valutato
quanto tempo ho a disposizione? Ho steso
un piano di avanzamento, capace di
considerare anche le eventuali difficoltà e i
ritardi della ricerca sul campo? oppure penso
di affidarmi alla buona sorte?

• Dopo tutte queste domande e soprattutto


dopo tutte le articolate risposte che ho saputo
motivare, ho ancora dei dubbi?

Se dopo aver riflettuto in modo approfondito su tali stimoli


– che è bene precedano il tuo lavoro di ricerca – e se dopo tutte
le articolate risposte che avrai saputo dare a quegli interrogativi

287
ti è rimasto ancora qualche dubbio, ritienilo un ottimo risultato!
Questi nuovi dubbi non scaturiranno più da una limitata
conoscenza dei fondamenti strategici e metodologici della tua
indagine, ma saranno la condizione mentale a favore di quella
curiosità scientifica che mette in discussione le certezze e
sostiene la ricerca.
Dedicare parte della propria attenzione a verificare tali
punti cardine nella fase iniziale della ricerca scientifica ha
infatti il pregio di poter assicurarti – prima di aver lavorato per
nulla – che le tue indagini portino a scoprire cose nuove, a far
crescere la conoscenza comune su un determinato argomento, a
poterti divertire in modo utile e mettendo a frutto il tuo talento
nel modo più proficuo.
Per far questo è indispensabile che nel tuo progetto tu sappia
concentrarti su un’unità d’analisi relativamente ristretta e
manipolabile (§ 1.3, fase 5), limitando i dati sui quali lavorare in
modo descrittivo e interpretativo, restringendo il campo
d’osservazione al fine di non lasciarti sfuggire elementi
significativi per la comprensione dei fenomeni e della realtà.
Questo perché, alla fine della ricerca, dovrai essere in grado di
dire molto su un piccolo problema e non, viceversa, di
confermare con i risultati l’intenzione di aver fatto brevi cenni
sull’universo.
La forza della tua ricerca, se impostata in tal modo, è quella
di avere tutte le carte in regola per poter esplorare la realtà fin
oltre il livello del visibile. Così potrai andare sotto la superficie
e scavare nelle dinamiche che sottendono i fenomeni manifesti,
per mettere al centro le teorie di riferimento che, in tal modo,
fungono da guide per l’iter dell’esplorazione più efficace.
Dedicare il giusto tempo alla precisazione del disegno di
ricerca richiede certamente maggiore attenzione e fatica di
quante ne servano per seguire la prima opzione d’indagine che
appare come la soluzione sufficiente per il tuo studio. Tuttavia,
un disegno di ricerca accurato è la promessa di una migliore

288
riuscita delle indagini e di una sicura agilità nel saper affrontare
i problemi pratici che sempre si presentano nelle attività sul
campo.
Per far questo tieni bene a mente che qualsiasi fenomeno
della realtà, qualsiasi evento, qualsiasi soggetto può essere
osservato sotto lenti differenti e sposando teorie diverse:
nessuna delle osservazioni che ne derivano si può dire che sia
più reale o più vera delle altre. Dopo aver scelto un tema di
ricerca e da qui aver identificato precise aree problematiche da
studiare e risolvere, ti è necessario e utile individuare alcuni
nodi problematici e la prospettiva nella quale porti per
svolgerli. Individuare alcune interpretazioni possibili (prima in
modo intuitivo, anche approssimativo, e poi sempre meglio
definito via via che la ricerca procede) è il primo passo per la
formulazione di ipotesi. Solo in seguito a tale prima fase potrai
decidere quindi metodi, strategie, campione, strumenti da usare
nella tua ricerca.
Davanti al monitor del circuito chiuso di un ascensore di un
immenso grattacielo newyorchese ci sono un sociologo, uno
psicologo, un architetto. Il primo studia la disposizione delle
persone a seconda del genere e del gruppo etnico
d’appartenenza, il secondo studia i significati dei
comportamenti non verbali e le comunicazioni implicite agite da
e tra i singoli, il terzo studia come lo spazio eliciti
comportamenti obbligati. Non si tratta di una barzelletta,
nonostante l’incipit: è un esempio di come ogni ricerca, ogni
osservazione, ogni studio ha bisogno di una teoria. E ancor di
più di un modello, di un paradigma, ovvero di uno schema
generale entro il quale poter osservare la realtà e costruirne
un’interpretazione elaborando quei concetti specifici che
offrono modi di guardare alla realtà stessa e modalità di
definizione del problema.
Scegli chi essere nell’ascensore. Da tale ruolo interpretativo
partirai con le tue indagini applicando i più opportuni metodi,

289
tecniche e strumenti di ricerca.

290
7.3 Quantitativo o qualitativo, ma
con metodo
Una questione epistemologica
Un problema fondamentale che ti si presenta in quanto
studioso delle Scienze umane e sociali riguarda l’uso di
procedure robuste, attendibili e razionali, la standardizzazione
dello strumento di rilevazione e la conseguente accuratezza
nella generalizzazione del risultato ottenuto.
Da tali assunti di base si differenziano opinioni divergenti
sul modo di intendere la conoscenza e sulle procedure per
ottenerla. Inoltre, si discrimina tra la posizione di coloro che
considerano gli individui e i comportamenti sociali regolati e
uniformati da leggi empiriche – quindi determinabili e
classificabili – e coloro che, al contrario, evidenziano la
peculiarità delle differenze inter-individuali che non consente
una standardizzazione, ma necessita di una conoscenza mediata
dal rapporto empatico tra gli attori.

LE METODOLOGIE DI RICERCA
METODI METODI
QUANTITATIVI QUALITATIVI

ASPETTI
TEORICI
• relazione strutturata, tramite interattiva, tramite
teoria/ricerca deduzione induzione

291
• concetti operativizzati orientativi, definibili in
fieri
• rapporto con approccio
approccio naturalistico
l’ambiente manipolativo
osservazione
relazione empática,
• rapporto neutrale, distaccata
attraverso perspective-
osservatore/ attraverso
taking, contatto e
osservato separazione psico-
prossimità
fisica

RUOLO
DELL’OGGETTO passivo attivo
DI STUDIO

RILEVAZIONE
• disegno della non strutturato, definibile
strutturato, chiuso
ricerca lungo il processo di ricerca
campione singoli casi non
• rappresentatività statisticamente statisticamente
rappresentativo rappresentativi
uniforme,
• strumento di protocolli individuali non
standardizzabile
rilevazione standardizzabili
(matrice dati)
oggettivi
• dati soggettivi (intensività)
(estensività)

ANALISI DEI
DATI
• oggetto analisi per variabili analisi per soggetti
spiegare la
• obiettivo varianza delle comprendere i soggetti
variabili
• metodo statistico necessario assente

RISULTATI
• presentazione dei
tabelle e grafici protocolli e narrazioni
dati
formulazione di

292
correlazioni, formulazione di
• generalizzazioni modelli causali e classificazioni, tipologie,
leggi idealtipi (specificità)
(generalizzabilità)

(adattato da Corbetta, 2003)

Qui si riapre l’antica contesa tra due paradigmi


fondamentali, quello della ricerca di uniformità e quello della
difesa della particolarità. Tale binomio è infatti traducibile
nella scelta tra due metodi di rilevazione: i metodi quantitativi e
i metodi qualitativi. Tali due approcci si differenziano per il
rapporto instaurato tra teoria e ricerca (vedi la TAVOLALe
metodologie di ricerca a pag. 175).
Nella ricerca quantitativa il rapporto è strutturato in fasi
logicamente sequenziali che seguono un’impostazione
deduttiva: la teoria precede l’osservazione. Di conseguenza, se
la posizione teorica che condividi e dalla quale avanzi le tue
osservazioni considera la realtà dotata di attributi misurabili
e oggettivi, dovrai necessariamente muoverti nel contesto della
giustificazione, cioè del sostegno della teoria esistente in
letteratura tramite la raccolta di dati empirici per mezzo di una
metodologia che preveda l’impiego di metodi quantitativi
come opportuni strumenti d’indagine e accettando la possibilità
di un certo grado di manipolazione controllata.
Nella ricerca qualitativa l’elaborazione teorica e la ricerca
empirica procedono congiuntamente. La formulazione iniziale
della teoria di riferimento diventa il termine di confronto e
guida per la comprensione dell’oggetto studiato su cui hanno
priorità i dati raccolti. Qui consideri infatti la realtà dotata di
attributi unici, autentici e irripetibili. Tale assunto giustifica
l’applicazione di una metodologia che considera l’impiego di
metodi qualitativi come preferibili strumenti d’indagine e

293
limitando al massimo la manipolazione della realtà studiata.
I due approcci usano in modo differente anche i concetti (§
7.1), ovvero gli elementi costitutivi della teoria tramite la cui
operativizzazione – la trasformazione in variabili osservabili – è
possibile verificare una teoria in modo empirico. La ricerca
quantitativa prevede che i concetti siano trasformati in variabili
operative prima di iniziare la ricerca. Nella ricerca qualitativa il
concetto è orientativo: predispone alla considerazione della
realtà da osservare che viene definita in termini operativi e
teorici nello svolgersi della ricerca.
Per quanto riguarda la posizione dell’osservatore e
dell’interazione con i soggetti studiati, nell’approccio
quantitativo questa è esterna al soggetto studiato, neutra e non
direttamente interagente con quanto osservato (quindi tendente
all’oggettività). In quello qualitativo il punto di vista
dell’osservatore è inserito a livello della realtà del soggetto
osservato, con il quale vive e interagisce direttamente secondo
una relazione definita di immedesimazione empatica (quindi
tendente alla soggettività nell’interpretazione).
Invero, tutto ciò non rientra solamente nella questione del
come la realtà psicosociale può essere indagata e conosciuta,
con quali strumenti tecnici e quindi con quale metodologia. Una
tale scelta è strettamente interconnessa con le risposte date alla
questione epistemologica circa il rapporto tra l’osservatore e il
mondo osservato, circa la conoscenza della realtà e della
relazione tra l’individuo e l’ambiente dove egli vive.
Tale rapporto è evidentemente dipendente dagli assunti
ontologici sull’essenza della natura della realtà e sulle sue
forme, sull’autonomia esistenziale dei fatti sociali e sulla
dipendenza di questi dall’interpretazione umana. Alla fine, sul
primato tra realtà e pensiero. Questioni strettamente
interdipendenti, le cui risposte sono influenzate le une dalle altre
e i cui confini sono spesso sovrapposti e continui.
Assumere una visione teorica significa orientarti

294
conseguentemente sulle metodologie di ricerca che preferirai
nel tuo lavoro. Così come difendere una tecnica conoscitiva
significa aver scelto una tua propria concezione della realtà
sociale che permetta e giustifichi l’uso di tali strumenti.

Le strategie e gli strumenti di ricerca


Prima di entrare nel merito dei diversi metodi quantitativi e
qualitativi è necessario distinguere tre diversi tipi di ricerca.
Tale distinzione ti sia d’aiuto per ricondurre in tre macro aree le
strategie che generalmente caratterizzano il lavoro dello
studioso delle discipline qui considerate e che prevedono, nello
specifico della propria epistemologia, anche ulteriori tipologie
di ricerca. All’interno di un continuum conoscitivo che
comprende quanto è possibile discernere tra il cosa accade e il
perché accade, la ricerca può essere
• esplorativo-descrittiva
• correlazionale
• sperimentale.
La ricerca esplorativo-descrittiva si propone di fornire una
rappresentazione precisa del fenomeno osservato in assenza di
ipotesi predeterminate. Questo tipo di ricerca prevede la
descrizione della realtà senza l’intervento di un’interpretazione
dei motivi capaci di spiegare gli eventi osservati. È una
fotografia della realtà che procede attraverso la raccolta di dati,
un’organizzazione sistematica degli stessi e la relativa analisi da
cui indurre leggi e teorie che spieghino il funzionamento degli
oggetti osservati. Oltre questo livello la ricerca può proseguire
infatti nell’indagine dei perché avvenga tale funzionamento: la
ricerca di tipo esplicativo-confermativa.
La ricerca correlazionale permette di comprendere come
un comportamento muti al cambiamento di una particolare

295
situazione o di determinati fattori. L’obiettivo di tale tipologia
di ricerca è misurare il grado di correlazione tra comportamenti
o tra variabili, l’intensità del loro legame, ovvero la forza della
relazione tra questi nel loro potere di influenzamento, ma non
di causalità. L’informazione correlazionale ti dice infatti che
due oggetti (ovvero due variabili) sono in relazione tra loro, ma
non ti dice necessariamente del loro rapporto di causa bensì
della tendenza di uno a variare in funzione dell’altro.
Per fornire informazioni causali tra variabili puoi affidarti
quindi alla ricerca sperimentale. A differenza della ricerca
correlazionale, il ricercatore modifica qui deliberatamente
alcuni aspetti dell’ambiente (variabili indipendenti) per
verificare quali effetti si producono in condizioni controllate (il
laboratorio sperimentale) su altri aspetti o attributi osservati (le
variabili dipendenti). Così, se lo sperimentatore registra un
aumento nella variabile dipendente B come conseguenza
dell’aumento della variabile A, potrà definire l’esistenza di una
causalità diretta di A su B.
La scelta della tipologia di ricerca è strettamente legata alla
peculiarità degli obiettivi che intendi raggiungere con il tuo
studio e, in parte, dalle risorse disponibili. Decidere per una
strategia di ricerca in favore di un’altra significa saper bene
quali sono i tempi e le risorse economiche realmente a tua
disposizione. Significa aver ben chiaro il livello di controllo e di
precisione che vuoi raggiungere, così come il grado di
aderenza alla realtà delle situazioni in cui raccogli i dati.
In particolare, è possibile distinguere le diverse strategie di
ricerca in funzione del grado di specificità della realtà
analizzata. Se vuoi cogliere elementi di uno specifico contesto
sociale e culturale, applica strategie capaci di analizzare una
realtà particolare. Se le tue attenzioni si focalizzano sulla
realtà nella sua universalità, dovrai invece studiare eventi e
comportamenti senza necessariamente riferirti al contesto
specifico in cui essi sono osservati o misurati.

296
Inoltre, è possibile distinguere ulteriormente le strategie di
ricerca in funzione del loro grado di intrusività. Secondo
questa prospettiva, le osservazioni sistematiche dei fenomeni
in ambienti di vita reale sono chiamate propriamente studi sul
campo: qui l’osservatore si “immerge” nella realtà da
comprendere senza comportare alcuna modifica della stessa, se
non l’introduzione della propria presenza (che è già, per quanto
minima, una significativa modifica). Da qui si arriva
all’osservazione partecipante, una tecnica di indagine in cui il
ricercatore, individuato l’ambiente ove condurre i proprio studi,
trascorre un periodo di familiarizzazione con gli interlocutori
che abitano tali luoghi. Ciò gli permette di farsi accettare dagli
stessi, e di poter interagire e ricevere informazioni il più
possibile spontanee. In questo caso la registrazione dei dati
avviene attraverso la redazione di un vero e proprio diario o
protocollo quotidiano ed è differita nel tempo, non potendo il
ricercatore avvalersi di strumenti o tecniche visibili in loco.

OLTRE MALINOWSKI

Se nelle tue indagini usi tecniche che


comportano il co involgimento di “soggetti
osservati” considera le questioni morale e
deontologica regolate dagli specifici
codici etici del tuo settore specifico. Puoi
trovare utili spunti generali nel Meta-code
of Ethics dell’Efpa e specifici nel Codice
in materia di protezione dei dati
personali (Gazzetta Ufficiale del 14
agosto 2004, n. 190).

297
Gli esperimenti sul campo sono caratterizzati dalla
modifica deliberata di alcuni aspetti degli ambienti di vita dei
soggetti sperimentali. Nella costruzione di un ambiente di vita
quotidiana in condizioni protette, quali quelle di un laboratorio,
la strategia di riferimento è definita esperimento di
laboratorio. Qui s’intende ricreare un ambiente quanto più
possibile naturale con caratteristiche verosimili.
Vi è poi una strategia che si trova a metà strada tra
l’esperimento di laboratorio e quello sul campo: la simulazione
sperimentale. Qui il ricercatore cerca di imitare le
caratteristiche di un tipo di situazione che normalmente si
verifica nella vita di tutti i giorni.
Oltre alle strategie empiriche appena riassunte, nel campo
delle Scienze umane e sociali si possono considerare le
strategie non empiriche di ricerca. Tra queste vi sono le teorie
formali, in cui i risultati del ricercatore sono pressoché legati
all’elaborazione di postulati, deduzioni, affermazioni correlate e
supposizioni, ovvero di elaborazioni deduttive basate
prevalentemente su ipotesi e riflessioni. E le simulazioni al
calcolatore che hanno avuto un grande successo sotto la spinta
della psicologia cognitiva e degli studi di cibernetica. In questo
caso, l’uso della simulazione al calcolatore rappresenta una
tipologia avanzata di teoria formale e cerca di ri-creare un
modello delle proprietà e delle dinamiche dei sistemi cognitivi e
comportamentali.

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI

In queste pag ine trovi una sintetica


descrizione delle strategie di ricerca (che
possono essere usate in maniera
complementare e non esclusiva) a mo’ di

298
compendio su alcuni modi di condurre
indagini nel campo delle Scienze umane e
sociali, sui vantaggi e alcuni limiti di
ciascuno ma senza alcuna pretesa di
esaurire qui l’argomento.

Per riassumere, puoi dividere la tua cassetta degli attrezzi in


due grandi comparti. In uno metti le tecniche di osservazione
che producono matrici di dati da analizzare con tecniche
statistiche e da presentare con numeri, grafici e tabelle.
Nell’altro fa’ spazio a quelle che producono narrazioni e testi
da analizzare con metodi ermeneutici e da presentare con
racconti e disegni.

Positivismo vs relativismo
«La realtà esiste? È intellegibile? E come può essere
conosciuta?». Rispondere a tali domande significa volgere
sguardo e mente alla dimensione sociale (la realtà),
all’ontologia (l’esistenza), all’epistemologia (la conoscenza) e
alla metodologia (il come indagare). E a seconda della
centratura emergente dalle relative risposte si possono
individuare due paradigmi fondamentali che indirizzano la
ricerca sociale: il positivismo e il relativismo.
Il dibattito sul primato tra metodo quantitativo e metodo
qualitativo risale agli albori della ricerca scientifica. Fu Galileo
Galilei ad affermare il metodo quantitativo come superamento
della qualità-essenza. L’affermazione dell’approccio qualitativo
fu invece di molto successiva, sia sul piano teorico e
metodologico che su quello della ricerca empirica (in
particolare, negli anni appena precedenti alla Grande Guerra).

299
La preferenza e il primato accordati all’una ricerca oppure
all’altra risponde a diversi atteggiamenti teorico-scientifici. La
credenza di una incompatibilità tra metodo quantitativo
(paradigma neo-positivista) e metodo qualitativo (paradigma
interpretativo) dovuta a una divergenza epistemologica dei loro
fondamenti ha portato a una netta scissione tra i “quantitativi
puri” e i “qualitativi puri”. I primi misconoscono la scientificità
del metodo dei secondi che, a loro volta, ritengono gli strumenti
quantitativi inadatti per comprendere l’essenza della realtà
psicosociale.
La direzione recentemente sempre più consolidatasi nelle
Scienze umane e sociali considera invece legittimi e importanti i
contributi provenienti dal metodo quantitativo come da quello
qualitativo. La preferenza di uno all’altro va espressa in
relazione agli obiettivi preposti e alla maggiore adeguatezza di
ciascun metodo in ogni particolare situazione di ricerca. Un
eclettismo transmetodologico, quello dell’atteggiamento
quanti-qualitativo o quali-quantitativo, che può apportare
ricchezza, complessità e capacità discernitiva, profondità
d’analisi e valore aggiunto conseguente al superamento di
un’ortodossia metodologica spesso rischiosa.
Qualsiasi problema può essere affrontato secondo modelli
qualitativi o secondo modelli quantitativi. Ciò che è bene che tu
consideri è che la ricerca qualitativa e quella quantitativa si
differenziano in base al tipo di informazione che vuoi ottenere
al termine della tua ricerca.
Così, nel caso tu intenda procedere a una comprensione o a
un’analisi esplicativo-descrittiva di un dato fenomeno, i modelli
e le tecniche quantitative possono risultare più adeguate e più
funzionali per raggiungere il tuo risultato in tempi brevi e su
ampi campioni. Nel caso, invece, in cui tu intenda procedere
alla comprensione o all’analisi esplicativo-interpretativa dello
stesso fenomeno, i modelli e le tecniche qualitative possono
rispondere all’interrogativo che ti sei posto con maggiore

300
profondità di analisi e adeguatezza metodologica. Infatti, come
avverte Trentini (1980):


L’oggetto di studio non definisce di per se
stesso l’angolo prospettico da cui lo si vuole
esaminare, né, tanto meno, l’approccio
metodologico adeguato. Ciò equivale a dire che un
qualsivoglia problema può essere affrontato […]
secondo modelli definiti convenzionalmente come
qualitativi oppure […] quantitativi.

Quindi, prima di procedere con la descrizione della struttura
e dello sviluppo del disegno sperimentale della ricerca,
considera una volta di più la TAVOLALe metodologie di ricerca
(pag. 175) per avere un quadro sinottico circa le differenti
impostazioni proprie alle due tipologie di ricerca entro le quali
muovere le tue indagini. E dopo averla riletta, prosegui.

301
7.4 Disegnare una ricerca
sperimentale
Nelle strategie di tipo quantitativo il disegno di ricerca –
ossia l’organizzazione delle decisioni operative che guidano la
pratica della ricerca – si costruisce a priori, prima dell’inizio
della rilevazione, in modo rigidamente strutturato e chiuso.
Nelle strategie di tipo qualitativo invece il disegno è
destrutturato, aperto e modificabile nel corso della rilevazione
stessa. Da tale duplice possibilità deriva la diversa concezione
della rappresentatività dei soggetti studiati. Se segui
l’approccio quantitativo ti dovrai preoccupare della
rappresentatività di un aspetto della realtà che stai studiando
rispetto alla totalità della stessa e agli elementi di generalità. Se
segui l’approccio qualitativo non ti interesserà tanto la rilevanza
statistica del fenomeno rilevabile quanto l’importanza che il
singolo caso sembra esprimere e i suoi elementi di specificità.
Facendo quindi riferimento alla TAVOLADisegni di ricerca
sperimentale e non sperimentale che trovi a pag. 189 e dopo
averti fatto notare come quanto descritto nei capitoli precedenti
possa esser riportato all’interno della categorizzazione delle
indagini scientifiche di tipo esplorativo, vediamo insieme gli
step principali per lo sviluppo di una ricerca quali-quantitativa
di tipo sperimentale nel campo delle Scienze umane e sociali.

Individuare il problema
Hai identificato l’argomento a cui dedicare energie e affetti
nelle tue indagini? Hai formulato in modo univoco la domanda

302
di ricerca alla quale rispondere con il tuo studio? Hai iniziato
l’esame della letteratura esistente sull’argomento attraverso gli
strumenti bibliografici a disposizione, come i cataloghi, le
riviste specialistiche, gli stessi indici bibliografici presenti nei
lavori consultati e altri strumenti quali le banche dati e i motori
di ricerca informatici specialistici?
Bene. All’esame della letteratura esistente segue
l’identificare delle teorie di riferimento da cui partire per
costruire il percorso di ricerca. Per fare questo è opportuna una
lettura veloce dei testi. Privilegia inizialmente l’analisi delle
contesto specifico degli studi già effettuati per comprendere
affinità e diversità da quanto di originale vorrai fare tu. Parti
dalle conclusioni degli stessi. Solo in un secondo momento,
quando meglio possiedi e controlli l’argomento, passa alla
scelta dei metodi, alla previsione degli esperimenti utilizzabili,
dei risultati attesi e soprattutto delle possibili criticità presenti
nel tuo progetto d’indagine.

Trasformare le ipotesi in variabili


Un volta dominato l’argomento e limitato il campo
d’indagine è necessario tradurre la problematica di ricerca in
una ipotesi verificabile, ovvero in una relazione tra variabili
misurabili. È possibile infatti definire una variabile come una
qualche proprietà di un evento reale (un attributo di un oggetto
o fenomeno) che è possibile misurare. In tal modo si passa dal
livello di astrazione e generalizzazione proprio della teoria a
un livello più concreto e specifico. Questo passaggio è
rappresentato dalla formulazione di una proposizione che
comporta una relazione empiricamente controllabile tra due o
più concetti.
Tale criterio di controllabilità empirica guida la traduzione

303
delle ipotesi in definizioni operative. È infatti necessario saper
trasformare i concetti (significati semioticamente definiti,
tangibili o mentali che siano) in strumenti gestibili
empiricamente, anzitutto applicandoli a oggetti concreti che è
possibile studiare: le unità d’analisi (fase della
concretizzazione). In tal modo il concetto diviene una
proprietà da analizzare, specifica, facilmente osservabile
(attraverso quelli che vengono chiamati indicatori) e agente in
stati diversi per ogni caso dell’unità d’analisi (lungo una scala,
un continuum tra “assente” e “presente”). In tal modo nel tuo
studio puoi tradurre tale proprietà dell’oggetto in operazioni
misurabili seguendo delle precise regole da applicare ai casi
concreti analizzati (fase della definizione operativa). La
proprietà è così identificata da una variabile che puoi misurare
attraverso un processo che attribuisca un valore numerico a
ciascuno stato della proprietà stessa.
Rispetto alle variabili, la prima distinzione fondamentale da
fare è quella tra variabili indipendenti e variabili dipendenti:
• la variabile indipendente è una proprietà del soggetto o
una manipolazione della stessa (uno stimolo) che per
essere tale deve avere almeno due valori o livelli (ad es.
una serie di colpi di differenti intensità portati con un
martelletto sotto la rotula del soggetto: la variabile, cioè il
colpo, o è assente o c’è ed è più o meno debole, ovvero più
o meno forte)
• la variabile dipendente è una misura del comportamento
del soggetto, messo in atto come risposta a uno stimolo, un
evento o uno stato (ad es. il tempo di reazione più o meno
lungo – ma precisamente misurabile – che trascorre tra il
colpo che darai al ginocchio del tuo soggetto e il
manrovescio che lo stesso indirizzerà al tuo volto).
Così, le due variabili saranno tra loro in un rapporto o meno
di correlazione o covariazione (al variare di una ti aspetterai

304
che vari anche l’altra) che verificherà o meno la tua ipotesi di
studio.
Puoi ulteriormente distinguere le variabili in quantitative e
qualitative:
• le variabili quantitative sono misurabili con criteri di
grandezza (ad es. l’altezza di un suono) e, in alcuni casi,
possono esser rappresentate lungo un continuum in cui
possono assumere qualsiasi valore intermedio – le
variabili continue (ad es. la durata di un suono) – oppure
possono essere misurabili attraverso categorie distinte – le
variabili discontinue (ad es. il numero di note presenti in
una misura o battuta musicale)
• le variabili qualitative cambiano genere e sono
rappresentate da un insieme finito di modalità o categorie
(ad es. la tonalità di un suono).
Per ogni tipo di variabile puoi quindi agire secondo
operazioni logiche e matematiche specifiche. Tali
manipolazioni portano a un’ulteriore classificazione in variabili
nominali, ordinali e cardinali:

COSÌ O COLÀ

Un caso particolare di variabili nominali è


rappresentato dalle variabili dicotomiche.
Queste presentano solo due stati possibili
(maschio/femmina, musicista/non
musicista e simili) ma possono essere
trattate statisticamente con gradi di
operativizzazione superiori.

305
• le variabili nominali rappresentano proprietà discrete e
non ordinabili, in quanto possono assumere o meno uno
stato finito che non rispetta alcun ordine (ad es. l’essere
pianista, contrabbassista, batterista e simili)
• le variabili ordinali comprendono quelle proprietà che
assumono stati discreti ordinabili, in quanto possono non
solo suppongono uno stato finito ma anche essere ordinate
secondo relazioni di grado (ad es. direttore d’orchestra,
primo violino, secondo con obbligo del primo, orchestrale).
Tali variabili possono essere considerate ordinali sia
perché rappresentano proprietà che in origine sono ordinate
(come il titolo di studio o il ruolo), sia perché
rappresentano una facilitazione relativa alla scelta dello
strumento di misura (come nel caso delle scale di accordo.
Quelle di Rensis Likert, non di Beethoven)
• le variabili cardinali sono infine quelle variabili per le
quali i numeri che ne identificano i valori posseggono non
solo proprietà nominali e ordinali ma anche cardinali (ad
es. il numero di componenti di un’orchestra) che
permettono di poterli trattare relativamente alla grandezza
degli intervalli e dei rapporti esistenti tra gli stessi.

Identificare e verificare le procedure


Quali che siano lo strumento e la prospettiva metodologica
che intendi adottare e dopo aver affrontato con successo le
preoccupazioni relative al problema del campionamento
statistico, il tuo obiettivo è quello di spiegare le relazioni tra
alcune proprietà degli eventi osservati. Per fare ciò devi poter
controllare la validità delle conclusioni alle quali giungi, ovvero
la loro verità ed esattezza. Nel progettare e nell’eseguire una
ricerca di tesi devi quindi rispettare alcuni tipi di validità.

306
CAMPIONI NON SI NASCE

Metodi di tipo quantitativo: il campione


è rappresentativo se e quando deriva da
una proiezione statistica di un
macrouniverso manifesto, riprodotto da
grandi numeri che ne raffigurano la stessa
forma complessiva. Metodi di tipo
qualitativo: si parla di rappresentatività
del campione solo quando questo esprime
una testimonianza, strutturata da precise
norme induttive, di un universo nascosto di
dinamiche intra- e inter-personali che per
la loro complessità non potrebbero essere
riconducibili a forme complessive
manifeste.

In primo luogo, un’indagine ha validità interna se è


ragionevole pensare che la variabile indipendente abbia portato
alla modificazione della variabile dipendente e se quindi non ci
sia confusione tra le variabili. Quest’ultimo problema, infatti, è
particolarmente presente in quelle situazioni in cui non puoi
controllare la variabile indipendente che quindi può covariare
con qualche condizione non controllata. Non esiste un modo
assoluto per garantire questa validità statistica, ma è possibile
accrescere la fiducia nella conclusione ottenuta attraverso
l’accuratezza nella progettazione.
Accanto a questa, la validità di costrutto assicura che il test
utilizzato misuri realmente il costrutto teorico che hai preso in
esame, che possa predire risultati legati allo stesso e non quindi
misurare altri costrutti non connessi con la teoria stessa.

307
Infine, i risultati della tua ricerca dovrebbero essere
applicabili a una situazione identica, ovvero generalizzabili a
soggetti, tempo, luogo e situazione del tutto simili. Anche se
una tale coincidenza in senso assoluto è difficile da ottenere, si
parla in questo caso di validità esterna.
Rispettata la validità, la ricerca continua. Dopo aver
identificato le variabili e definito i criteri operativi, valuta ora la
metodologia e gli strumenti d’indagine più adatti per
raggiungere i tuoi obiettivi. Qui si aprono differenti prospettive,
non solo strumentali ma epistemologiche (§ 7.3). Nel continuare
con la lettura di questa descrizione sintetica dell’approccio alla
ricerca avrai modo di incontrare strumenti propri a
un’impostazione ora più qualitativa, ora più quantitativa.

LA PRATICA, IN TEORIA

La validità di costrutto è quella più


difficile da controllare. La soluzione più
efficace sembra essere quella di chiederti
se esistono altre spiegazioni teoriche più
plausibili che possano definire altrimenti la
relazione tra i dati e la teoria esaminata.

Raccogliere le informazioni
Per la raccolta di dati nelle ricerche estensive il supporto
operativo più frequente è il questionario: una successione,
prestabilita e invariabile per l’intero campione, di stimoli
(domande o item) finalizzati a raccogliere informazioni su

308
opinioni, credenze e atteggiamenti di un campione di soggetti.
Lo scopo è verificare l’ipotesi della ricerca o definire precise
aree di indagine. Utile supporto al questionario può essere la
scheda di rilevazione, utilizzata in quelle tipologie di ricerche
quantitative in cui non si effettuano interviste ma si raccolgono
delle serie di dati oggettivi.
In relazione alle circostanze (luogo e tempo), ai costi
(disponibilità di budget) e al grado di intensività-estensività
della rilevazione (numero dei casi da intervistare e profondità
d’analisi) puoi avvalerti di differenti tipologie di interviste:
• interviste personali (o face to face): preferibili per il
valore aggiunto dal rapporto tra intervistatore e intervistato
ma con la necessità di gestire il conseguente e connaturato
aumento della possibilità di influenzamento delle risposte.
Tale modalità necessita di una formazione specifica al fine
di una rilevazione accurata e responsabile
• interviste scritte: hanno percentuali di restituzione basse
ma costi più contenuti e tendono a eliminare il possibile
“effetto disturbo” dell’intervistatore. Comprendono
questionari inviati tramite posta, raccolti in un luogo
determinato (l’intervista all’uscita del supermercato) o in
situazioni di gruppo (l’esame scritto all’università)
• interviste telefoniche: oggi sempre più diffuse, presentano
costi limitati e possibilità di raggiungere un alto numero di
soggetti in modo rapido, efficace e con una buona
percentuale di restituzione
• interviste via computer: comprendono la
somministrazione di questionari attraverso l’invio via
email a elenchi di indirizzi scelti, oppure la strutturazione
di questionari presenti online.
Se restringi poi il campo d’azione da un alto grado di
estensività a un alto grado di intensività, adatta la scelta della
metodologia e degli strumenti per l’analisi e lo studio della

309
realtà che intendi comprendere. Ti avvicinerai così a metodi di
ricerca caratterizzati da un modello qualitativo in cui sarà
l’interazione tra il tuo ruolo di ricercatore e il soggetto di studio
ad esser l’elemento più importante non solo per ri-scoprire la
realtà ma soprattutto per costruire nuove conoscenze condivise.

SÌ O NO?

NO a linguaggio pregiudizievole o
discriminatorio. SÌ all’uso ponderato delle
parole. NO a riferimenti a gruppi etnici,
politici e religiosi (se non indispensabile
per l’indagine). SÌ a termini neutri. NO a
espressioni con esplicita connotazione di
genere. NO a valutazioni che rinforzano
gli stereotipi. SÌ allo stile garbato. SÌ al
rispetto del codice deontologico della
ricerca.

In tal senso, attraverso i metodi qualitativi hai la possibilità


di identificare e approfondire le dinamiche sottese ai fenomeni,
considerando l’uso di strumenti di tipo interpretativo nel
processo di conoscenza dell’oggetto d’indagine. Per
comprendere quindi i significati, i vissuti e le motivazioni a
livello cognitivo, ma soprattutto emotivo, degli individui e dei
loro artefatti puoi ricorrere a metodi indiretti di indagine:
attraverso l’interpretazione ti avvicinerai al significato
simbolico del materiale che è stato spontaneamente prodotto dal
soggetto osservato. Tali metodi comprendono:
• intervista semi-strutturata, un colloquio che segue una
traccia con la sequenza degli stimoli da proporre, in taluni

310
casi supportato da un questionario composto da domande
chiuse, domande aperte e test proiettivi
• intervista in profondità o colloquio clinico, che tende alla
conoscenza dei temi da esplorare attraverso un’ampia
libertà di gestione delle domande e degli stimoli svolta da
persone esperte e titolate, seguendo il filo dei pensieri
dell’interlocutore, i suoi ragionamenti e le sue associazioni
• intervista in gruppo, un’intervista individuale condotta da
un intervistatore con un interlocutore all’interno di un
gruppo che mantiene una corrispondenza di tempo, luogo e
soggetto
• intervista di gruppo, un’intervista collettiva in presenza di
un intervistatore e di un gruppo di interlocutori, in cui il
gruppo è considerato nella sua globalità e le relazioni di
gruppo sono valutate come variabili intervenenti
• focus group, una discussione di gruppo (preferibilmente
realizzata con 8-12 persone per un tempo ottimale di 45
minuti), moderata da un conduttore e mirata a raccogliere
dati qualitativi su un argomento ben definito. L’interazione
spontanea dei partecipanti (a sua volta considerata un’unità
d’analisi) consente di ricreare le variabili di contesto
(seppur in un micro-contesto artificiale) che riproducono
quanto più verosimilmente possibile la situazione in cui
abitualmente le persone si trovano ad agire.
Infine, uno studio obiettivo, sistematico e quali-quantitativo
dei testi prodotti da tali situazioni d’interazione dialogica
considera gli strumenti propri dell’analisi del contenuto
tematico dei testi: la Content Analysis. A valle di qualsiasi
analisi dei dati qualitativi provenienti da interviste, osservazioni
o altro ti è infatti necessario assemblare logicamente il materiale
raccolto e organizzarlo in modo da renderlo gestibile e
facilmente recuperabile. Da questo lavoro di preparazione puoi
ottenere il materiale testuale o verbale da studiare in modo

311
adeguato.

Analisi dei dati


Dopo la raccolta delle informazioni, se non hai protocolli
testuali da analizzare con opportuni strumenti2 dovrai gestire i
dati grezzi raccolti e trasformati in una matrice dati. Per questi
fa’ affidamento agli strumenti che ti offre lo studio statistico3
per l’analisi dei risultati emergenti dall’osservazione degli
andamenti, numerici e grafici. Questi ultimi ti permettono di
sintetizzare i dati, evidenziando le relazioni tra variabili, e di
individuare le tendenze dei risultati. Tali andamenti si dividono
in due categorie di rappresentazioni: le tabelle, organizzazioni
grafiche delle matrici in cui riassumere i dati in forma numerica
e disposti secondo righe e colonne; i grafici, rappresentazioni
dei dati attraverso relazioni spaziali in diagrammi a due o a tre
dimensioni.
Considerata la notevole importanza di una buona
presentazione dei dati in grafici e tabelle, la scelta di una
tipologia o di un’altra dipenderà dalla natura della relazione
descritta tra le variabili e dall’efficacia della modalità grafica
scelta:
• per raffigurare una distribuzione di punteggi utilizzerai una
tabella e un grafico a distribuzione di frequenza in cui
mostrare la sola variabile dipendente e una frequenza
• per riassumere il rapporto tra una variabile dipendente e
una variabile indipendente e i relativi cambiamenti
continui potrai scegliere i grafici di funzioni o grafici a
linee
• che saranno sostituiti da grafici a istogrammi ove la
variabile indipendente sia qualitativa e non quantitativa
• mentre per rappresentare la relazione tra due variabili per

312
un certo numero di casi puoi far uso dei grafici a
dispersione.

DISEGNI DI RICERCA SPERIMENTALE E


NON SPERIMENTALE

313
314
7.5 La presentazione dei risultati
Per concludere questa lettura della TAVOLALe metodologie
di ricerca (pag. 175), ricorda che per quanto riguarda la
generalizzazione degli esiti la ricerca quantitativa si pone
l’obiettivo di enunciare correlazioni o rapporti causali tra le
variabili che possano spiegare i risultati ottenuti. D’altro lato,
la ricerca qualitativa mira a individuare categorie concettuali
non presenti nella realtà ma che liberano i casi reali da dettagli,
accidenti e contingenze per farne emergere le caratteristiche
essenziali a un livello superiore di astrazione, per essere
utilizzati come modelli con i quali interpretare la realtà: i tipi
ideali.
Quindi, la profondità dell’analisi e l’ampiezza delle tue
indagini stanno in rapporto inversamente proporzionale: a un
maggior numero di casi esaminati (da cui la generalizzabilità
dei risultati dei metodi quantitativi) corrisponde un minore
approfondimento dei singoli casi (da cui la specificità dei
risultati dei metodi qualitativi). Rispetta tale prospettiva anche
nella presentazione dei risultati.
Ordinare i dati per una visualizzazione efficace comporta
infatti strumenti differenti e coerenti con le tipologie di ricerca:
principalmente tabelle per gli esiti delle rilevazioni di tipo
quantitativo e narrazioni per quelli di tipo qualitativo. Le tabelle
hanno il pregio di comunicare gli esiti in modo chiaro, sintetico
e sinottico e il difetto di riferirsi a uno schema mentale che può
corrispondere non tanto alle reali categorie mentali dei soggetti
che hai coinvolto quanto maggiormente alle tue. Le narrazioni
riducono questi rischi perché riportano le verbalizzazioni degli
intervistati e quindi si pongono a un livello di interpretazione
dei dati meno mediato. Tuttavia non sono esenti dall’influenza

315
delle tue credenze emergenti nella fase di selezione dei
contenuti da riportare.
Se per i dettagli delle possibilità che hai nella scelta delle
modalità di presentazione dei tuoi lavori di ricerca risulta
essenziale leggere le strategie suggerite da McBurney e White
(2008), qui mi soffermerò brevemente su alcuni criteri basilari e
utili per produrre un buon lavoro di divulgazione scientifica.
Anzitutto, nella relazione finale di ricerca descrivi in modo
dettagliato le procedure seguite nell’ideazione, nella
progettazione e nella realizzazione delle tue indagini.
In particolare, se hai svolto una rassegna bibliografica
relativa a un’area specifica di studio, avrai cura di
a. inserire un’introduzione al contesto generale, ai modelli
teorici di riferimento e alle conoscenze attuali rispetto
all’area scientifica della tua indagine
b. esporre chiaramente la problematica e motivare la sua
rilevanza
c. presentare lo stato dell’arte sul tema derivante dall’analisi
sistematica della letteratura (cfr. § 4.3)
c1.[vedi oltre]
d. descrivere metodi e strumenti utilizzati
nell’interpretazione dei risultati
d1.[vedi oltre]
e.[vedi oltre]
f. riepilogare nelle conclusioni la valutazione finale del
contributo fornito da ciascuna ricerca alla comprensione
del fenomeno considerato
f1.[vedi oltre]
g. illustrare eventuali limiti e criticità rimaste aperte e degne
di sviluppi e approfondimenti ulteriori e futuri.
Se la ricerca è stata sviluppata da una replica di un lavoro
empirico esistente, oltre a quanto appena elencato abbi cura di:

316
c1 presentare lo stato dell’arte sul tema e illustrare le
ricerche esistenti a cui la tua indagine fa riferimento
d1 discutere analiticamente ipotesi, metodi e strumenti
utilizzati nell’interpretazione dei risultati esistenti e nella
progettazione di quelli attesi
e. fornire un preciso resoconto della replica del lavoro
empirico per evidenziare il confronto tra i risultati
ottenuti e quelli presenti nell’indagine originale
Se il tuo studio ha quindi considerato un’esperienza sul
campo o un intervento in ambito professionale, ti
preoccuperai, oltre a quanto già puntualizzato, anche di
considerare nel tuo documento:
e1. una diagnosi dell’ambito d’intervento
f1. la sintesi dell’attività svolta, evidenziando i legami tra i
tipi di intervento agiti e il contesto di riferimento.

PREOCCUPAZIONI

preoccupàre v. [dal lat. præoccupàre da


præ ‘avanti’ e occupàre ‘occupare’ (v. q.
v.) ] 1. Propr. occupare antecedentemente.
2. Metaf. in riguardo allo spirito: prevenire
inducendovi opinione vantaggiosa o
sfavorevole di checchessia.

E quindi 3. di studiosi e studenti che si pre-


occupano per tempo di organizzarsi e
organizzare quanto c’è da fare in seguito.

Che sia quindi una tesi di laurea, un lavoro accademico o

317
uno report professionale, ovvero che il tuo sia un saggio di tipo
teorico (una sintesi storico-critica, una rassegna o simili),
oppure un lavoro di tipo empirico (un’indagine quali-
quantitativa, un progetto di ricerca, un’indagine sul campo e
simili) o, infine, un resoconto di un’esperienza professionale (il
protocollo di un’esperienza di osservazione o d’intervento o
quant’altro), dovrai presentare nel modo più efficace e
meritevole possibile quanto troverà spazio nella sezione
dedicata ai risultati del tuo studio.
Anzitutto dividi tale sezione in una prima parte da dedicare
alla presentazione degli esiti dell’indagine e una seconda in cui
inserire la discussione. La prima infatti deve contenere solo la
presentazione dei risultati del tuo lavoro: tabelle, figure,
grafici e tavole sinottiche4. Nello stesso hai sì la possibilità di
aggiungere una breve descrizione di cosa hai ritenuto
significativo e quindi scelto per la tua dissertazione finale.
Tuttavia, l’analisi di tale materiale e del significato che esso ha
nel contesto delle tue considerazioni e interpretazioni dev’essere
inserita in un capitolo (e nel paragrafo) dedicato alla
discussione (§ 7.6).
Vediamo quindi alcuni suggerimenti sintetici in merito alla
presentazione degli esiti delle tue indagini.
Per guidare il lettore attraverso le informazioni utili e i dati
più significativi seleziona, in modo mirato e fin da subito, quelle
indicazioni che forniscono un’immagine dei risultati semplice,
comprensibile e completa. Chi legge deve esser messo in
condizione di poter cogliere agevolmente quanto emerge dai
dati che presenti e di poter identificare rapidamente quali tra
questi sono più eloquenti e ricchi di significato nella
comprensione delle tue argomentazioni.
Per far questo puoi inserire una descrizione del campione,
seguendo la massima del «minimo eccesso per massimo
accesso»: sarà compito tuo scegliere – di volta in volta – tra una
descrizione prosaica, una tabella, una figura o un grafico, in

318
modo da offrire un quadro sintetico ed efficace per comprendere
quanto hai fatto e quanto descrivi, eliminando tutte le
informazioni ridondanti e disturbanti.
Anche se l’hai già fatto nel capitolo precedente quando hai
descritto il disegno di ricerca, potrebbe esser comodo ricordare
qui le ipotesi e gli obiettivi delle tue indagini rispetto alla
problematica presa in esame. E se quest’ultima è articolata in
più punti, affronta una singola problematica per volta:
allungherai il testo ma contribuirai a renderlo molto più chiaro e
preciso.
Quindi, dato che nella sezione dedicata ai risultati
abitualmente trova spazio l’esito di un’analisi multipla dei dati,
la chiarezza espositiva di tale presentazione rimane un punto
imprescindibile per un ottimo report.

Per far questo segui la regola delle 6S:

6S
• scegli: seleziona con accuratezza quali dati inserire e quali
poter tralasciare
• semplifica: organizza il materiale in modo ordinato e
lineare
• snellisci: evita accuratamente le ridondanze e le ripetizioni
se non necessarie
• specifica: privilegia un grafico o una tabella a seconda
della miglior utilità e efficacia dell’uno a scapito dell’altro
nella comunicazione dei singoli dati
• standardizza: rispetta il criterio di omogeneità interna al
testo per formattazione e stile
• seduci: stimola l’attenzione del tuo interlocutore e rendi
attraente quanto presentato affinché il tuo lettore,

319
incuriosito, colga tutto con uno sguardo.
Dal punto di vista formale, la costruzione delle tabelle
prevede che per ognuna di esse vengano indicati numero, titolo,
intestazione, corpo e note. Tra gli aspetti che devi considerare5 e
come già visto al § 5.4, ricordati che ogni tabella deve essere
fornita di un numero progressivo che segue l’ordine di
apparizione delle stesse, preferibilmente numerate in base al
capitolo che le contiene e raggruppate qualora contenenti
informazioni correlate (Tabella 8.1.a, Tabella 8.1.b e simili).
Nel titolo delle tabelle riporta il nome della variabile (o di
quelle principali) e la tipologia dell’analisi effettuata, senza
descrizioni superflue. Per riuscire nella creazione di un ottimo
titolo vale la procedura per prove ed orrori: prova. E riprova.
Fino a quando il titolo sarà comprensibile oltre ogni ragionevole
dubbio.
Nel titolo non dovranno comunque esserci quelle
informazioni che possono esser meglio presentate
nell’intestazione della tabella. Qui indicherai il tipo di variabili
presentate e l’organizzazione della tabella, attraverso l’impiego
di simboli e abbreviazioni che, qualora non comuni, espliciterai
in nota.
Il corpo della tabella conterrà solo quei dati e quei numeri
necessari per una corretta comprensione della stessa. Per
formattare in modo adeguato le tabelle, prendi spunto da quelle
incontrate nelle tue letture specialistiche e che hai trovato
meglio editate e quindi imitane lo stile.

Le note, infine, possono essere di tre tipi:

NOTE E ACCORDI

Nella presentazio ne dei dati, le note si rife

320
riscono a una sola tabella e solo a quella.
Qualsiasi indicazione inserita in una
tabella ed esplicitata in nota
(abbreviazione, sigla, dato o significatività
statistica che sia) se presente nelle ta belle
successive deve essere accordata di
un’ulteriore nota dedicata.

• note generali: indicate con la dicitura Nota: in calce alla


tabella e chiuse da un punto fermo corredano la tabella di
informazioni generali

• note specifiche: indicate con lettere minuscole in


esponente iniziando dalla lettera a e riportate in calce alla
tabella, sono utilizzate per chiarire il contenuto di una
singola cella

• note di probabilità: indicate con gli asterischi * seguendo i


livelli di probabilità (* per il livello più basso, ** per il
successivo e via crescendo), indicano i risultati dei test di
significatività usati nelle statistiche psicologiche e sociali.
Per concludere (e oltre le informazioni prettamente tecniche
relative alla costruzione di tabelle coerenti con le differenti
analisi di dati possibili6), ricorda che l’obiettivo da porti, nella
trattazione di un’analisi quantitativa o qualitativa che sia,
corrisponde alla ricerca di senso e di significato e alla
comunicazione efficace di questi al tuo lettore. Per redarre una
ricerca che voglia presentarsi come una seria ed elegante
divulgazione scientifica non mancherai così di inserire nel tuo
lavoro una sintesi analitica ben argomentata e documentata, un
apparato di figure e tabelle eloquenti e una presentazione chiara
e ordinata. E soprattutto un’argomentazione critica delle scelte
effettuate, delle informazioni privilegiate e dei dati presentati.

321
La disposizione e lo studio delle ragioni che sostengono la
tua tesi, l’obiettivo e l’organizzazione delle fonti adoperate, la
logica e il metodo con cui ai lavorato contribuiscono a rendere il
tuo elaborato una comunicazione convincente. Oltre quindi alla
cura nella presentazione dei risultati abbi altrettanta e miglior
cura nella preparazione dei tuoi argomenti e nella costruzione di
un piano logico robusto. Ricordando che le argomentazioni, per
quanto fondate su dati che cercherai di presentare nel modo più
oggettivo possibile, rimangono pur sempre punti di vista. Il tuo
punto di vista, da difendere davanti alla Commissione.

322
7.6 Discussione e conclusioni
Terminata la sezione dedicata alla presentazione e alla
descrizione dei risultati, ora è il momento di interpretare e
discutere i dati raccolti in modo ragionato, concentrandoti
sulle argomentazioni critiche e sull’analisi di quanto puoi
sviluppare come costrutto concettuale originale. Per far questo,
puoi integrare una sintesi dei risultati emersi e più significativi
con
• una riflessione personale in forza delle teorie e delle
ricerche di riferimento considerate nell’indagine
• una descrizione delle implicazioni che il tuo studio
introduce rispetto ai modelli o alle teorie esistenti
• una disamina accurata dei risultati che contribuiscono alla
convalida dell’ipotesi iniziale in tutto, per nulla o in parte
• una relazione su pregi e limiti dell’indagine, anzitutto in
rapporto al livello di generalizzazione dei risultati ottenuti
• una condivisione di eventuali problematiche e criticità
rimaste aperte
• indicazioni per eventuali sviluppi di ricerca e
approfondimenti futuri.
Aver affrontato in modo consapevole e maturo una
determinata problematica significa proporre
un’argomentazione concettuale che parte dai dati raccolti,
passa per il significato dei risultati ottenuti e dalle relazioni
tra le variabili identificate e arriva a verificare le ipotesi
iniziali, in forza delle informazioni ora disponibili. Facendo
questo hai la possibilità di costruire un buon report dove
discutere e proporre le tue conclusioni in modo critico, obiettivo
e non viziato da suggestioni non confermate dagli esiti, ma

323
integrato con le concezioni presenti in letteratura e con i risultati
degli studi empirici già effettuati o pubblicati sull’argomento e
dai quali sei partito.

CASTELLI DI SABBIA

È errore comune dimenticarsi delle


indagini esistenti oltre i propri risultati e
arroccarsi nel proprio castello di dati.
Niente di più ingannevole. Supera la tenta
zio ne di difendere il tuo studio di fronte a
un non meglio identificato nemico
invisibile e ricorda che una buona
dissertazione contestualizza i risultati, li
confronta con le teorie di riferimento e
dagli stessi trae g ran parte della propria
autorevolezza.

Nel capitolo delle conclusioni eviterai così l’errore di


duplicare i risultati (già presentati nella sezione precedente).
Qui riprenderai le tue ipotesi iniziali, le discuterai alla luce dei
risultati emersi e proporrai le soluzioni alla problematica che
per tutto il tempo delle tue indagine non ti ha fatto dormire. E se
hai lavorato – come sarà – in modo ben organizzato, se ogni
livello della tua tesi rappresenta una sintesi e un proseguimento
coerente del livello precedente (vedi le Tavole L’iter di tesi a
pag. 37 e Disegni di ricerca sperimentale e non sperimentale a
pag.189), la stesura delle conclusioni sarà agile: sintesi di un
lavoro già opportunamente svolto.
Le conclusioni sono parte integrante della tesi. Sono
l'ultimo capitolo ma il primo per rilevanza rispetto

324
all’efficacia del lavoro svolto. È da qui infatti che si
comprendono ampiezza e profondità del tuo lavoro, la sua
originalità e la profondità delle indagini compiute.
Rappresentano la verifica della struttura argomentativa e della
metodologia del tuo elaborato e di come hai saputo gestire dati e
informazioni. Per questo devi scriverle in modo che siano chiare
e sintetiche, ordinate ed efficaci. Segui lo schema di
presentazione dei risultati e argomentane ragioni sviluppi in
modo logico e strategico, approfondendone in chiave
propositiva gli sviluppi futuri possibili e le limitazioni presenti.
Prenditi cura del capitolo della discussione e delle
conclusioni. Strutturalo in modo adeguato, utilizza una
terminologia non idiolettica che sia capace di abbandonare qui il
linguaggio eccessivamente connotato e settoriale per
privilegiare una parafrasi accessibile e conveniente. In tal modo
faciliterai anche al lettore meno abituato alla terminologia
specifica del tuo settore disciplinare l’apprezzamento della tua
comunicazione e la comprensione del significato dei tuoi
risultati.
Infine, le conclusioni sono l’immagine del tuo lavoro,
attestano quanto fatto rispetto a quanto ti eri proposto di fare. E
in tal senso vanno armonizzate con l’introduzione: in esse si
deve dare giustificazione e dimostrazione delle prese di
posizione via via presenti nel testo. Rappresentano lo spessore
critico delle tue indagini, forniscono indicazioni per eventuali
ricerche future (posto che tali indicazioni non odorino di alibi
per ciò che non hai fatto nella ricerca presente), sostengono la
tua capacità di gestire dati più significativi (limitando
ingiustificati sensi di onnipotenza) e dati meno significativi
(contenendo ingiustificati sensi di colpa). Ma, soprattutto,
concluderanno le tue fatiche di laureando e professionista,
lasciandoti il tempo da dedicare alle ultime cose importanti da
organizzare: la scelta di una buona bottiglia di vino per il tuo
relatore e l’invito a colleghi e amici a condividere un aperitivo.

325
Buon lavoro!

1 In riferimento alla classificazione presente nei Decreti Ministeriali del 16 marzo 2007
Determinazione delle classi di laurea magistrale (ai sensi dell’art. 4 del D.M. del 22
ottobre 2004 nr. 270) e del 26 luglio 2007 n. 386 (Allegato 2) mi riferisco in
particolare a: Lettere (L-10), Filosofia (L-5), Storia (L-42), Scienze del turismo (L-15),
Progettazione e gestione dei sistemi turistici (LM-49), Discipline delle arti figurative,
della musica, dello spettacolo e della moda (L-03), Antropologia culturale ed
etnologia (LM-01), Musicologia e beni musicali (LM-45), Scienze e tecniche
psicologiche (L-24) e Psicologia (LM-51), Scienze della comunicazione (L-20), Scienze
della comunicazione pubblica, d’impresa e pubblicità (LM-59), Mediazione linguistica
(L-12), Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale (LM-
38), Scienze dell’educazione e della formazione (L-19), Sociologia (L-40), Servizio
sociale (L-34), Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace (L-37) e
Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica (L/SNT1).
2 Tra gli altri: R, T-Lab, TaLTaC2, Alceste, Lexico, Atlas.
3 Per una trattazione completa riguardante l’analisi statistica dei dati rimando alla

letteratura scientifica specialistica, da valutare in relazione del tuo specifico campo


d’indagine e della metodologia seguita.
4 Per la redazione di immagini e didascalie vedi quanto descritto al § 5.4.
5 Per avere indicazioni dettagliate sull’editing delle tabelle, affidati al già citato APA
Manual.
6 Per tali avvertenze rimando a un’attenta lettura dei testi di Rudestam e Newton
(1997) e McBurney e White (2008).

326
Il momento della verità

La tesi è finita. Ora, per valorizzare al meglio il lavoro e


l’impegno che lo ha accompagnato è indispensabile organizzare
la dissertazione con l’obiettivo di gettare lo sguardo del proprio
pubblico al di là dei dati raccolti, attraverso una presentazione
efficace, seducente e capace di porsi come il collegamento che
mancava tra le conoscenze esistenti e una nuova visione del
tema studiato.

Amo la simplicidad externa


que cobija una gran complicación interna.
René Lavand (1928-2015), attribuita a Miguel de Unamuno

327
8.1 La valutazione della prova finale
«Ma quanti punti mi daranno per la tesi?» è la domanda che
tutti i relatori si sentono rivolgere, prima o poi. Troppo spesso
più prima che dopo il lavoro svolto, quando una riflessione
condivisa e appropriata sulle aspettative di valutazione, che è
ragionevole avere rispetto a quanto fatto, avrebbe un senso.
Il problema diffuso, a quanto pare, è che se è vero che nella
pagina web della tua Facoltà è sufficiente visualizzare il tuo
stato di carriera per trovare bell’e pronta la media degli esami
sostenuti, è poco noto – se non totalmente ignorato – il fatto che
tale voto di presentazione è appunto la media degli esami
sostenuti. Tale voto non è il voto garantito che la valutazione
finale può solo confermare o incrementare. Può, non deve.

COMMISSIONE DI LAUREA

Indipendente e sovrana, la Commissione


valuta l’argomento e i contenuti discussi,
considera il giudizio del relatore (dal
quale può discostarsi) e il curriculum
studiorum dello studente. Tramite un
presidente che la rappresenta e per i poteri
conferiti dalla legge e a lui delegati dal
Magnifico Rettore o da chi ne esprime il
potere, assegna al candidato un punteggio
di laurea con giudizio insindacabile.

328
Se per conseguire la laurea ogni studente deve aver
acquisito il numero di crediti necessari e relativi al livello del
proprio percorso universitario1, laddove per ottenere il titolo di
studio sia richiesta una discussione di laurea questa è e rimane
un esame da superare. E in quanto tale, durante lo stesso oltre
alla tua carriera (il cui esito è formalmente rappresentato dal
valore espresso dalla media dei voti ottenuti con gli esami di
profitto) vengono valutati il tuo lavoro di tesi2, la tua
dissertazione e la maturità che esprimerai con la tua prova. Per
esprimere un giudizio opportuno e complessivo la
Commissione considererà questi e simili elementi di
valutazione. Tale giudizio può confermare quindi quello
indicativamente espresso dalla media presente nel tuo
curriculum. Può incrementarlo in ragione del buon esito della
prova. O può ridimensionarlo in seguito a un lavoro
insufficiente o non adeguato. Oppure, in casi gravi e per
altrettanto gravi motivi (per un lavoro che non rispetta i criteri
di scientificità richiesti, o che fa riferimento a informazioni
scorrette, o ancora copiato o scritto da altri), può arrivare a
respingere il laureando e il suo lavoro.

PRASSI, NON NORMA

Può esser vero che una tesi compilativa


venga abitualmente valutata con meno
punti di una tesi di ricerca rispetto al
massimo dei punti disponibili. Invero,
quest’abitudine non ha mai impedito a tesi
bibliografiche di indubbio merito di
aggiudicarsi il punteggio più alto come
non ha mai impedito a tesi sperimentali
vergognose di finire nel cestino della Co

329
mmissione.

Tu fa’ un buon lavoro di tesi. Il giudizio finale sarà l’esito


del valore che la ricerca e la tua presentazione sapranno
garantirti oltre quanto avrai ottenuto con la carriera di studio.
«Sì ma… il voto di presentazione? viene considerata la
media aritmetica o quella ponderata? e le lodi, l’Erasmus, il
tirocinio riconosciuto? Quindi, a quale voto posso arrivare?».
Quasi tutte le risposte a tali domande dipendono dai
regolamenti del Consiglio di Facoltà e le puoi avere dalla tua
Segreteria Studenti3, Tranne l’ultima: il giudizio insindacabile
pronunciato dalla commissione di laurea può andare da 66 a
110/1104 e parimenti considerare l’esito negativo (e la
conseguente “bocciatura” del candidato) così come
l’attribuzione della menzione d’onore: la lode.

330
8.2 La presentazione multimediale
In alcuni atenei e per determinati percorsi è previsto che tu
possa usare supporti multimediali da affiancare alla discussione
orale della prova finale. Nella piena libertà lasciata alla tua
personale organizzazione di tali presentazioni, preciso pochi
aspetti che ritengo essere importanti per un lavoro coerente con
quanto suggerito in questa guida e degno di un laureando
responsabile quale sei.
Come ha detto, scritto e sicuramente mostrato nella migliore
delle sue slide Garr Reynolds, uno dei maggiori esperti
internazionali di comunicazione e creatore del lavoro più
famoso sulla progettazione e sull'esposizione delle presentazioni
multimediali5, queste devono essere preparate e confezionate in
forza di un primo e fondamentale obiettivo: la condivisione
delle idee. Da tale intenzione scaturisce quindi il valore
conseguente di una presentazione multimediale che corrisponde
non al suo poter o voler impressionare il pubblico o a una
dinamica in cui all’Io parlo, tu ascolti equivarrebbe una
posizione di comando del primo sul secondo, bensì allo spirito
che caratterizza chi vuole e può offrire un contributo su
un’idea. E questa è una delle ragioni fondamentali che muovono
alla conoscenza e alla condivisione del sapere: incuriosire (e
incuriosirsi), apprendere, collaborare e comunicare
efficacemente.
L’apprendimento passa anche e soprattutto attraverso la
condivisione. La tua indagine, le analisi che hai condotto sul tuo
argomento e i risultati cui sei giunto nel momento in cui
vengono organizzati in una presentazione pubblica – ovvero,
pensata in quanto diretta a degli ascoltatori e non scritta per
esser letta tra te e te – rinforzano la tua stessa conoscenza e la

331
tua comprensione degli stessi. Nel momento stesso in cui
condividi le tue idee ti stai infatti avviando verso un livello di
comprensione delle stesse più profondo e sincero.
Per questo è indispensabile saper passare da quelle che
troppo spesso sono presentazioni prolisse, noiose, sgradevoli dal
punto di vista estetico e deboli dal punto di vista contenutistico
a presentazioni concise, semplici, altamente comunicative per
forma e contenuti rappresentati), avvincenti e capaci di creare
una relazione empatica con l’interlocutore.
Per l’efficace preparazione di un supporto alla tua
dissertazione non dar per scontato che esistano solo le
diapositive di PowerPoint, Keynote, Impress o programmi
simili. Validissimi certo (soprattutto se usati meglio di quanto
non si vede solitamente in giro), cui oggi si affiancano però
differenti strumenti di presentazione (meno lineari
nell’organizzazione logica dei contenuti inseribili, differenti per
risultati realizzabili e potenzialità offerte e meglio condivisibili
online), quali Prezi, SlideShare, Canva, Piktochart, per
suggerirne qualcuno.

EPPUR SI MUOVEVA!

Verifica prima della tua dissertazione, e d


iretta m ente con i mezzi che avrai a
disposizione (pc e quant’altro), che la tua
presentazione multimediale funzioni.
Accertati che il tuo file sia leggibile
nonché rap ida m ente richiamabile nel
momento in cui sedera i emozionato
davanti alla Commissione. Prevenire è
meglio che agitarsi dopo.

332
Quali che siano lo strumento scelto e la tipologia di
modelli (diapositive, presentazioni animate, timeline,
infografica) cui affidare la comunicazione dei contenuti del
tuo lavoro e – mutatis mutandis – il contesto (discussione di
tesi, relazione a un convegno, lezione didattica, presentazione
professionale), prenditi cura degli aspetti comunicativi più
importanti e organizzali in soluzioni efficaci. Anche il miglior
contenuto rischia di apparire inefficace o inadeguato se
comunicato in modo incomprensibile, confuso o non facilmente
memorizzabile.
In tal senso abbi cura che la tua comunicazione sia
• essenziale. Riduci ogni idea al significato sostanziale,
lavorando al meglio affinché ogni pensiero venga espresso
nella sua forma più semplice. E quando credi di esser
giunto a tal punto, prova sempre a fare un ulteriore
passaggio per renderlo ancora più semplice. Ricorda che
quando tutto è presentato come importante nulla è
percepito come importante e quando tutto è annunciato
come prioritario, il diritto di precedenza scompare
• sorprendente. Nell’atto dell’ascolto, ognuno si lascia
guidare dalle proprie aspettative e dalle conoscenze che già
possiede sull’argomento. Ascoltiamo quello che vogliamo
ascoltare e vediamo ciò che sta dietro ai nostri occhi. Per
questo è necessario sorprendere l’interlocutore, incuriosirlo
attivando il suo interesse e motivandolo a porsi domande
che trovano risposta in luoghi inaspettati della sua
consapevolezza
• concreta. Dimentica le astrazioni e fa’ esempi concreti,
riferendoti a fatti e oggetti reali, che possono esser
“visualizzati” dalla mente di chi ti ascolta. Una
comunicazione che passa attraverso immagini plastiche,
storie coinvolgenti, modelli potenti, metafore suggestive è
una comunicazione che lascia il segno

333
• credibile. Ben oltre il pregiudizio quantofrenico che
domicilia nel “numero” la sede della verità dimostrata, è
nel contesto e nella solidità delle fonti e dei metodi
utilizzati che si trasmette la credibilità di un’idea, di
un’opinione (da tenere ben distinta dal dogma, che sarebbe
bene allontanare da qualsiasi relazione dialogica). Per esser
meglio visualizzati (vedi sopra) un concetto o un’idea
possono certo servirsi di numeri, ma non devono asservirsi
ai numeri
• empatica. Le persone hanno bisogno di sentire le idee
prima di comprenderle. Un sentire che va oltre l’ascolto,
che oltrepassa timpano, nervo vestibolococleare e corteccia
celebrale e va diritto al contenuto più intimo della
narrazione: l’emozione. Le persone sono animali emotivi
che pensano. E molto prima di esser compresa, un’idea
viene percepita, elaborata a livello viscerale e trasformata
in un’immagine emotiva e affettiva a cui poi ogni
razionalizzazione della stessa verrà ricondotta.
L’uomo e la donna hanno inventato le storie per
comprendere il mondo e per comprendersi, per esprimere i
propri desideri e le proprie paure. Racconti di esperienze vissute
e racconti di quelle desiderate. Ognuno cresce immerso in
storie: per capire, per apprendere, per insegnare. La
comunicazione migliore è fatta di narrazioni perché queste
rendono emotivamente coinvolgenti un pensiero, trasformano
un’idea in un fatto concreto, un evento in un ricordo
indimenticabile, in quanto vissuto anche in modo vicario, e
un’opinione in una proposta di condivisione.
A partire dai disegni presenti nelle grotte di Lascaux o da
quelli nell’isola di Sulawesi in Indonesia, le immagini hanno da
sempre accompagnato la necessità dell’uomo di raccontare
storie, di condividere emozioni, di comprendere la realtà
circostante. È lo storytelling, o l’arte di raccontare storie.
Ogni storia contiene immagini delle idee che esprime, come

334
ogni immagine contiene una storia che si fa racconto nel
momento in cui è mostrata. Il miglior modo per comunicare
delle idee – la tua tesi ne contiene molte – è farlo raccontando
una storia. Se vuoi che il tuo pubblico comprenda e ricordi ciò
che dirai, preparati a descrivere il tuo argomento attraverso una
narrazione efficace, ricca di esempi, semplice e lineare nel suo
procedere quanto breve ed entusiasmante.
Nella TAVOLAPresentazioni da gustare di pag. 203 trovi
alcune indicazioni per progettare e realizzare una presentazione
efficace che contenga il minimo indispensabile con il massimo
risultato ottenibile.

PRESENTAZIONI DA GUSTARE

Raccontare una storia in modo emozionante è


la strategia migliore per coinvolgere il pubblico e
per facilitare la comprensione di un fatto, di un
oggetto, di un dato. Attraverso una narrazione ben
costruita è possibile render comprensibili nessi
logici e far emergere strutture nascoste. Ognuno
di noi ricorda più facilmente esperienze in forma
narrativa. La condivisione di storie ascoltate e di
esperienze disegnate, dipinte o scolpite hanno
accompagnato da sempre le nostre relazioni. Per
immortalare la tua dissertazione cura al meglio i
contenuti e la sostanza di quanto racconterai.
Prepara il tuo discorso in modo preciso. Rielabora
il tutto utilizzando bene lo strumento prescelto e
la tipologia di modelli su cui farai affidamento.
Per la comunicazione del tuo lavoro

335
• scegli un layout sobrio e seducente, in stile
omogeneo e senza troppe fantasie e
manierismi

• rispetto al testo scritto, privilegia le


immagini per sottolineare le connessioni più
importanti. Pochi concetti significativi per
schermata: un titolo, una o al massimo due
idee essenziali. E fan tre che è già troppo*

• evita l’effetto pappagallo. Non scrivere


quello che poi leggerai. Per evitare il rischio
di annoiare chi potrebbe apprendere
un’informazione sullo schermo e ascoltarne
un’altra (integrativa e non ripetitiva) dalla
tua bocca, non utilizzare la presentazione
come la scaletta del tuo discorso

• usa grafici, tabelle e disegni solo se dicono


di più di quello che stai raccontando e in
meno tempo di quello necessario per dirlo.
Fa’ vedere ciò di cui parli, mostralo, fallo
toccare con mano

• garantisci originalità, evitando


l’applicazione di formati nudi e crudi (i
famigerati modelli o template). E originali sì,
ma non troppo: buon gusto!

• verifica che i documenti audiovisivi, se


inseriti, siano udibili e comprensibili (ma
sempre funzionali alla discussione)

• non dimenticare infine che video e


diapositive non si sostituiscono a te in

336
quanto a scelte dei contenuti e stile di
presentazione. Il pubblico vuole vedere e
ascoltare te prima che faticare a leggere le
tue slide. E soprattutto vuole sentire con
mente, cuore e pancia quello che tu, con
pancia, cuore e mente, dici.

* Se una presentazione senza o con poco testo


non ti facilita certo nel recupero dei contenuti in
un momento di improvviso smarrimento o di
empasse emotiva, puoi sempre aiutarti con le note
(visualizzabili al solo relatore come testo nascosto
e presenti nella maggior parte dei programmi
disponibili) oppure con uno schema sintetico dei
punti chiave del tuo discorso da tenere in mano.

Nel mettere i contenuti del tuo lavoro di ricerca in una


presentazione e comunicarla al pubblico può essere oggi molto
più utile abbandonare quanto già visto e ritrito (la tradizionale
successione di stralci di testi didascalici e ridondanti) per
affinare un nuovo modo di pensare la presentazione
pubblica: una comunicazione che sappia intrattenere gli
interlocutori, che sia uno strumento per educare al sapere e
alle novità cui sei arrivato con il tuo percorso di indagini e che
favorisca ispirazione, curiosità e attese.
Se è importante infatti conoscere e maneggiare in modo
sicuro le regole fondamentali per una buona presentazione è
altrettanto, se non maggiormente, utile infrangere tali norme per
costruire un percorso (in)formativo originale, entusiasmante e
seducente. La tua presentazione pubblica non deve solamente
trasferire informazioni ma trasmettere senso e significato,

337
deve saper comunicare un’idea in modo efficace e
persuasivo, deve emozionare perché strutturata come una
storia. Una storia che si sviluppi secondo un andamento logico,
che lasci trasparire la passione per quello in cui credi e dia
valore al tuo lavoro e a te.
E ricorda che la tua presentazione multimediale sarà pronta
per essere comunicata al tuo pubblico non quando non avrai più
nulla da inserire nelle tue slides bensì quando non avrai più
niente di essenziale da togliere. La qualità di una presentazione
è direttamente proporzionale alla capacità nella selezione delle
informazioni mostrate.

338
8.3 Parlare in pubblico
«Solo all’idea di dover presentare la tesi davanti alla
Commissione e alla sala piena di gente mi sento morire! Cosa
devo dire per non far brutta figura? come faccio a farmi capire?
e se sbaglio? E se poi mi si annoda la lingua? e le macchie rosse
sul volto? e le mani dove le metto?».
Se è vero che dover parlare di fronte a più persone è una
delle fonti di ansia più diffuse (dallo studente impegnato in un
esame orale al direttore generale di fronte ai suoi dipendenti
riuniti in un convegno), il tuo esserti preparato seguendo la
strategia dell’ars oratoria di Cicerone fin dalla progettazione del
tuo lavoro (§ 2.3) ti faciliterà anche ora nella preparazione della
tua dissertazione.
Anzitutto ricorda che l’ansia da prestazione non è di per sé
una condizione negativa: è una sana reazione psico-fisiologica
che indica una direzione alle tue energie fisiche e mentali.
Esercitarsi a contenerla e quindi a convogliarla verso la
direzione giusta ti aiuta ad esser padrone delle tue emozioni e
a sfruttarle per far andar bene le cose, anzi meglio. Imparare
a riconoscerla quando oltrepassa il limite soggettivo oltre il
quale sono le emozioni a comandare te e la tua prestazione ti
permette di ridurla per riappropriarti delle redini della
comunicazione.
Ascoltare un oratore che mentre parla si emoziona, traspira
empatia e comunica anche fisicamente con passione le cose che
ha da dire è piacevole, efficace e stimolante. Se le cose dette
sono chiare e il pensiero fluido. Perché prima che preoccuparsi
di parlare in pubblico ti sarai ben preoccupato di fare un lavoro
approfondito, consapevole e degno di ascolto.

339
AL DI LÀ DELLA TESI

Nel tuo percorso non devi discutere il tuo


lavoro di tesi di fronte a una commissione?
Quanto ricordato in questo paragrafo
potrebbe tornarti utile in un prossimo
futuro: presentazioni, riunioni e meeting
sono occasioni per presentare
pubblicamente un lavoro, un pensiero o
un’idea. Imparare a farlo al meglio
migliora come farlo bene.

Prepararsi ed esser preparato


Quali sono le strategie più utili su cui fare esercizio per una
conveniente presentazione orale del proprio lavoro di ricerca?
Prepararsi per una presentazione orale sicura, serena e che
permette di valorizzare in modo opportuno la tua ricerca fa
parte del tuo progetto. Per questo è bene considerare i suoi
aspetti di struttura, preparazione ed esecuzione.
Tesina, tesi, elaborato, report di ricerca o dissertazione che
sia, devi aver cura di strutturare i contenuti in modo da poter
assicurarti di dire quanto è necessario far sapere sul tuo
argomento e sul tuo pensiero nel tempo previsto dal programma.
Hai dieci minuti di tempo a tua disposizione? All’interno
di questi dovrai capire dove ti trovi, salutare il presidente,
presentare il tema al tuo pubblico (Commissione e presenti in
sala), valorizzare le problematiche più originali e le riflessioni
proposte, elencare i limiti e gli sviluppi possibili, ringraziare ed

340
essere congedato. Questi dieci minuti (o mezz’ora o due ore che
siano) sono un intervallo di tempo che può esser vissuto rapido
come un batter d’occhio (quello del tuo relatore compiaciuto)
oppure lungo come un letargo (del presidente dispiaciuto). Per
far in modo che corrisponda al tempo esatto della tua
presentazione, preparati in anticipo ed esercitati: prova,
migliora, correggi. Dovrai essere agile e sicuro nel gestire tanto
le aspettative di chi ti ascolta quanto le abilità a dimostrarti
competente in quello che sai. Dopo aver lautamente ripagato
l’amico temerario che ti ha messo a disposizione un “orecchio
esterno” per verificarne l’efficacia e con qualche ripetizione in
più la tua esposizione sarà pronta per esser presentata in
pubblico.
Come scegliere dunque i punti da raccontare e quelli da
tralasciare nel tempo a tua disposizione? Dimentica di poter
descrivere tutto quello che sai o di presentare tutto il materiale
che hai raccolto. Concentra le tue energie – e quelle di chi
ascolta – per esporre in modo efficace il contesto della
problematica, gli obiettivi preposti, la metodologia applicata e le
conclusioni alle quali sei giunto con le tue indagini.
Come dirlo? Ogni buona presentazione di un progetto di
ricerca organizzato in modo critico tra contenuti, strategia e
risultati dovrebbe considerare:
• una breve e suggestiva introduzione: poche parole per
anticipare il nucleo del discorso e i temi trattati (far sapere
di cosa parlerai), attivare l’attenzione (predisporre al come
parlerai) e preparare il pubblico (chiarire a chi parlerai). Va
accuratamente preparata in modo da possederne modalità e
soluzioni e garantirti di evitare quei preamboli nei quali è
facile perdersi alla ricerca di un incipit appropriato con cui
partire (senza renderti conto che nel frattempo la bocca è
già in movimento da cinque minuti)
• una descrizione della posizione del problema: limita

341
subito e in modo chiaro il contesto delle tue indagini,
nomina i contributi esistenti dai quali sei partito e rinforza
gli aspetti originali del tuo lavoro
• le motivazioni che hanno sostenuto la scelta
dell’argomento. Spiega in modo veloce ma preciso perché
hai dedicato tempo ed energie a studiare proprio questo
tema
• gli obiettivi, ovvero le ipotesi che sostengono l’intero
lavoro. Descrivi in modo efficace tali aspetti: farai
comprendere lo spessore scientifico del tuo lavoro e la
direzione delle indagini che stai presentando

LA LISTA DELLA SPESA

Una delle minacce più temibili per chi


ascolta qualcuno parlare è non sapere dove
e come procederà un discorso. Per ogni
tema che affronti nella tua presentaz ione
pubblica abituati a usare l’elenco
numerato: «Tre sono le ragioni che vi
presenterò: la prima… la seconda…» e
così il tuo uditorio sarà rassicurato che
dopo la seconda arriva la terza, che ce ne
sono 3 (non una di più) e che può star
quindi ad ascoltare paziente e ben
disposto. È una relazione garantita dal
reciproco rispetto.

• la metodologia e gli strumenti utilizzati quale scelta più


opportuna e adeguata allo scopo e agli obiettivi preposti. E

342
se è utile presentare numeri, tabelle ed elenchi di oggetti
(indispensabili per la comprensione di quanto vai dicendo
o per anticipare i risultati ottenuti), accanto alla possibilità
di preparare grafici sinottici considera la necessità di
prenderti cura delle soluzioni migliori da applicare agli
stessi per renderli altamente comunicativi, non banali né
vanamente ridondanti (§ 8.2)
• un’opportuna e suggestiva conclusione. Preparati con
ancor più attenzione a concludere l’esposizione di quanto
avrai efficacemente illustrato al pubblico commentando i
punti più rilevanti del tuo studio, le riflessioni più originali,
i risultati maggiormente significativi nonché le criticità
e i limiti di cui sei responsabilmente consapevole.
Seguire tale organizzazione del tuo discorso pubblico ti
faciliterà così la migliore gestione del tempo a tua disposizione.
Provare e riprovare per una settimana intera, migliorando e
rendendo tanto sicura nei contenuti quanto fluida nei modi
espressivi la tua presentazione ti garantirà un miglior controllo
delle emozioni durante il gran momento. E soprattutto ti
permetterà di concentrarti meglio sulle risposte da articolare alle
domande che potrebbero farti e non sul recupero di quel
passaggio del discorso imparato a memoria.

Tocca a te
Ti stanno per chiamare. È quasi arrivato il tuo turno.
Prima di entrare davanti alla Commissione fai una serie di
ampi respiri, stringi e rilascia i pugni più volte e allenta i
muscoli delle spalle e del collo. Non ti stai preparando a un
incontro di pugilato, ma questo ti aiuterà a scaricare la
tensione e contenere l’ansia. Bastano tre cicli di respiri ben
profondi per iniziare a riportare pressione del sangue,

343
frequenza cardiaca e respirazione a livelli più prossimi a quelli
ottimali e a ossigenare le idee.
Inspira, ed espira. Lentamente e a fondo. Ancor meglio e più
efficace sarà l’effetto se accompagni l’espirazione con un lieve
suono. In tal modo anche le tue corde vocali faranno un po’ di
utile ginnastica prima di scatenarsi davanti al tuo pubblico.
Abbassa e rilassa le spalle. Inspira, fai una brevissima apnea. Ed
espira, più lentamente e più a fondo di prima. Concentrati per
tenere costante di intensità il suono che stai producendo. Bene.
Ancora un’ultima volta: inspira, pausa ed espira.
Ti hanno chiamato. È il tuo momento.
Una volta raggiunta la postazione, fai un sorriso al tuo
relatore e agli altri membri della Commissione. Se poi saluti il
presidente con un «Buongiorno» non solo avrai dimostrato la
tua buona educazione e un’opportuna serenità, ma avrai
anche pronunciato la prima parola della tua presentazione orale.
Intanto qualcosa l’hai detto. Hai sentito come risuona la tua
voce e verificato se devi aggiustare la vicinanza del microfono
oppure bere un sorso d’acqua per rendere più agile la lingua e
scorrevoli le parole.
Ora tocca a te e alla tua presentazione.
Recupera mentalmente i contenuti e la scaletta del
discorso sui quali ti sei preparato. Visualizza mentalmente i
pensieri che vuoi comunicare. E comunicali, in modo preciso
e conciso. Parla pacatamente ma in modo empatico. Ricorda
che l’emozione va gestita e non repressa. Usa le pause, sfrutta la
gestualità e il tono di voce. Sii padrone della tua comunicazione
e costruisci una relazione con chi ti ascolta. Guarda negli
occhi i tuoi interlocutori e dialoga con loro: scegli le cose da
dire in funzione del pubblico che hai di fronte.
Per dire ciò che devi dire, hai applicato la strategia della
lista della spesa? Hai saputo distribuire i tempi per ogni punto
senza perderti in descrizioni marginali? Hai trasmesso
competenza e sicurezza nei concetti espressi e nei modi? Hai

344
saputo mantenere alta l’attenzione? Allora nessuno ti avrà
interrotto con richieste di chiarimento.
Dopo che avrai finito di parlare, il presidente come altri
membri della Commissione potrebbero ritenere opportuno
commentare quanto da te esposto e farti alcune domande. In
questo caso ricordati di ascoltare le osservazioni che ti
vengono avanzate per comprenderle e collocarle all’interno di
quanto è tuo dovere sapere e tuo diritto ignorare (§ 4.3).
Non interrompere chi sta commentando le tue idee neppure
se credi di sapere cosa ti verrà detto. Ascolta. Rifletti. E
rispondi. Controbatti adeguatamente senza timori reverenziali:
se ti sei preparato con disciplina e maturità non avrai nulla da
temere. E un confronto a partire dalle tue idee sarà già il primo
ottimo risultato di quanto avrai saputo trasmettere.
La dissertazione di laurea è l’occasione, costruita con un
duro lavoro, in cui dimostrare anche la tua capacità di difendere
un’idea in pubblico, di esprimerti in modo opportuno di fronte a
un pubblico che ti darà un giudizio e, in tutto questo, di
dimostrare la tua maturità e la tua professionalità.
Infine, soddisfatta di quanto esposto e ascoltato, la
Commissione ti congederà per poter deliberare sulle tue sorti
future. In attesa di ascoltare emozionato tale proclama e di
stringere la mano al presidente e al tuo relatore, rivolgendo un
sorriso ai membri della Commissione, rilassati ma ricorda di
contenere lo zio burlone e i cori goliardici fino all’uscita
dall’aula. E gli applausi dopo la proclamazione! Solo una volta
che il presidente avrà recitato la formula di rito sarai dottoressa
o dottore.
Ora sei libero di festeggiare. E, soprattutto, di andare per il
mondo e cominciare a costruire il tuo futuro.

345
1 Secondo il già citato D.M. 270 del 22 ottobre 2004, all’Art. 7 si legge che «Per
conseguire la laurea lo studente deve aver acquisito 180 crediti» (comma 1), «Per […]
la laurea magistrale […] 120 crediti» (comma 2) e «Per […] il master universitario
[…] almeno sessanta crediti oltre a quelli acquisiti per conseguire la laurea o la laurea
magistrale» (comma 4).
2 Il lavoro di tesi è accompagnato da un giudizio espresso dal tuo relatore, giudizio che

considera, in un’opportuna scala di valori intermedi, tanto l’eccellenza quanto


l’insufficienza. A questa, a buon senso se non di norma, dovrebbe conseguire - e
spesso così accade - il suggerimento per il candidato a non presentare il lavoro e a
correggerlo quanto necessario. Oppure - nel caso il laureando intenda presentarsi
comunque alla discussione, e accade - l’indicazione dell’«indifendibilità della tesi»,
rimettendone il giudizio finale alla Commissione.
3 Che te le darà solo dopo aver verificato che tu abbia superato tutti gli esami
necessari, nonché pagato le tasse e i contributi dovuti.
4 Il voto in 110esimi, a tutt’oggi espressione del giudizio finale di laurea, rappresenta

l’esito che l’originaria commissione di tesi poteva generare attraverso i propri 11


membri che la componevano e i 10 punti che ciascuno di essi aveva a disposizione per
valutare il candidato e il suo lavoro.
5 Reynolds ha raccolto indicazioni, metodi ed esempi nel blog
http://presentationzen.blogs.com e nel libro Presentation Zen: Simple Ideas on
Presentation Design and Delivery (2008).

346
Il parere degli esperti

In quanto relatori di laureande e laureandi, cosa direbbero alcuni


docenti di discipline delle Scienze umane e sociali sul senso e
sul significato della laurea oggi? Quali suggerimento,
accortezza, consiglio o regola – una tra quelle più importanti –
darebbero come aiuto alla preparazione del lavoro di tesi alle
proprie studentesse e ai propri studenti?

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse


quasi nanos gigantium humeris insidentes.
Giovanni di Salisbury, Metalogicon III, 4, 1159 ca.

347
Cristiana Alfonsi
Direttrice Generale dell’Università per Stranieri di Siena e già
Project Manager esperta in alta formazione e management
didattico presso la Conferenza dei Rettori delle Università
Italiane

Perché, pensando, consumai la ’mpresa


che fu nel cominciar cotanto tosta
Dante, Inferno, Canto II

Alla conclusione di un percorso di formazione universitaria,


durante il quale si passa da un apprendimento “imboccato”,
quello della scuola, a un apprendimento in autonomia, quello
dell’università, ci si trova di fronte a una impresa – quella della
scrittura della Tesi, o di un elaborato finale – che può
rappresentare finalmente una prova appassionante delle proprie
capacità, ma anche un momento di disorientamento e
frustrazione. Se questa ultima evenienza, sciaguratamente, viene
a concretizzarsi, si spreca, da un lato, un’occasione unica di
verifica del proprio percorso di crescita intellettuale e
professionale e, dall’altro, non si sperimenta fino in fondo la
bellezza del raggiungimento dell’obiettivo personale che, in
modo autonomo o indotto che sia stato, rappresenta il
coronamento di una carriera scolastica lunga e per certi versi
faticosa.
A me è capitato, nel corso della mia ormai lunga vita
professionale, di fare spesso riferimento a quella prima impresa

348
che mi ha fatto provare il gusto della scoperta, del ragionamento
e della soluzione; e perché con essa ha avuto inizio un itinerario
verso la piena consapevolezza delle mie possibilità e verso
l’autostima: pilastri, questi, su cui può costruirsi una carriera per
il raggiungimento degli obiettivi professionali successivi.
Il consiglio che sento di offrire a tutti gli studenti che si
apprestano a concludere gli studi è di non sottovalutare il forte
aspetto esperienziale che la preparazione della tesi può
comportare. E, per essere bella, una esperienza deve fondarsi su
passione e piacere, motivazione e tenacia, consapevolezza di
limiti e potenzialità. I cattivi nemici di una bella esperienza
sono la sfiducia nel futuro, la scelta di un argomento sbagliato,
il disinteresse verso la speculazione, l’ascolto di coloro che
ritengono questa esperienza solo una perdita di tempo.
Dipende solo da noi stessi fare diventare questa esperienza
una esperienza importante e di cui andare fieri.

Alberto Crescentini
Docente ricercatore alla Scuola Universitaria della Svizzera
Italiana e professore a contratto all'Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano

Carissima,

mi chiedevi di un consiglio in riferimento al lavoro per la


tesi di laurea che ti appresti ad iniziare. Si tratta certo di un
lavoro importante e che probabilmente sarà uno degli scritti più
ampi che ti troverai a svolgere. Il tema generale ormai dovresti
averlo definito e confido che il tuo docente ti sarà vicino
seguendo passo passo il lavoro scientifico. Gli stili per seguirti
nelle tappe che ti troverai a percorrere sono tanti ed è difficile

349
dire quale sia migliore, d’altra parte in molte discipline il
processo di ricerca per certi versi si avvicina ad un processo
artigianale dove la “maestria” la fa da padrona.

Pensando però al fatto che vorrai mettere la giusta dose di


passione in questo lavoro mi sento di darti un solo consiglio ed
è di non innamorarti della prima idea. Le idee sono un po’ come
le persone. Alcune sembrano di primo acchito perfette ma poi si
rivelano fragili, altre si mostrano sicure ma solo per nascondere
le magagne. All'inizio cerca di frequentarne molte, di
approfondire la conoscenza e di verificare che sia proprio quella
giusta per quello che intendi fare. Alle volte per una tesi basta
mettere a confronto in modo approfondito delle idee per fare un
buon lavoro. Se invece hai una domanda empirica alla quale
rispondere allora devi essere disposta ad approfondire ogni idea
e ad abbandonare quelle che non funzionano per strada. Molta
parte della ricerca, in fondo, consiste nel capire cosa si può e
cosa si deve abbandonare e quando si è trovata la strada che si
pensa, magari temporaneamente, giusta nel seguirla con onestà
e senza alcun timore.
Questo vale anche per le tesi di laurea.

Con affetto,
Alberto.

Serena Cubico
Ricercatore di Organizzazione Aziendale e docente di
Organizzazione Aziendale, Comunicazione e sviluppo delle
risorse umane, Imprenditoria e piccole e medie imprese
all’Università di Verona

350
Quali sono i significati di una laurea oggi? Molti e
differenti. Mi concentro sul processo di sviluppo delle
competenze che la formazione universitaria innesca nello
studente (prima), nel laureando (poi) e nel lavoratore (infine). Il
percorso di studi racconta di me al mondo del lavoro, del mio
modo di affrontare impegni e fatiche, successi e insuccessi.
Infatti: le conoscenze sono desunte dal titolo (laureato in…) e le
abilità sono (saranno presto) visibili nelle cose che so fare, e…
il lavoratore che sarò si deduce da come sono stato da studente.
Le capacità di organizzarmi (tempi di studio/tempo libero…), di
portare avanti obiettivi a medio/lungo termine (esami, tesi…), di
apprendere cose nuove e affrontare tematiche diverse (piano di
studi…), di lavorare in gruppo e condividere spazi con altri
(partecipazione alla vita sociale…), di entrare in contatto con
mondi diversi (Erasmus…), di decidere e agire in autonomia
(scelte di vita, cambiamenti…) e di essere una persona
resistente rispetto a un compito importante (completare gli
studi, gestire tempi…) hanno negli anni dell’università la
migliore delle palestre. È qui che posso allenarmi alla vita e al
lavoro grazie al contatto continuo col sapere e con gli altri,
mescolandomi con colleghi che vengono da altre città,
confrontandomi con coetanei o persone di età diverse e vivendo
a pieno una esperienza che si dimostrerà irripetibile.
Come affrontare al meglio il percorso di stesura della tesi?
Primo passo, la scelta del tema. L’argomento a cui dedicare le
energie della stesura della tesi può scaturire da tre sollecitazioni:
passione per un argomento, occasione di un incontro/esperienza
(tirocinio/stage) o progetto specifico per il futuro (voglio
occuparmi di…). Secondo passo: la stesura di un indice che
renda visibili obiettivi e struttura. Impegnativo da affrontare ma
è la svolta: da studente a laureando, da spettatore a protagonista.
L’elaborazione della tesi di laurea segna un passaggio: dopo
il titolo sono chiamato a far fruttare l’investimento che io stesso
ho fatto negli anni. Il mercato del lavoro non aspetta altro.

351
Santo Di Nuovo
Professore ordinario di Psicologia e direttore del Dipartimento
di Scienze della Formazione dell’Università di Catania

Ricordate che la tesi è la cosa più personale che vi capiterà


di fare durante i vostri studi. Non sprecate dunque
quest’occasione di misurarvi con le vostre capacità produttive.
Non chiedete un argomento qualsiasi a un docente qualsiasi,
purché vi accetti come tesista e vi faccia “sbrigare” presto. Non
cominciate a pensare alla tesi quando state per finire gli esami.
Una buona tesi richiede tempo, e va portata avanti in parallelo
con gli esami e con l’eventuale tirocinio, da cui potete prendere
spunti utili.
Il suggerimento per me essenziale: curate la metodologia. Al
di là dei contenuti trattati, è ciò che vi resterà come patrimonio
formativo, perché il metodo abitua all’ordine mentale. Cercate
l’originalità, per non ripetere cose già dette e ridette. Ma non la
cercate ad ogni costo, perché l’originale può diventare
facilmente astruso. Anche una ricerca replicativa di altre (in
diverso contesto e condizioni) può essere valida. Citate, in
modo pertinente, ciò che hanno scritto prima di voi.
Ovviamente, ricordate che citare e copiare sono cose diverse,
nel secondo caso è un reato, che si chiama plagio, anche se
copiate da internet. Cercate testi stranieri, se pertinenti con
l’argomento del vostro lavoro, e curate le traduzioni in modo
appropriato (non solo con Google): anche questa capacità di
cercare, leggere e tradurre da lingue straniere vi servirà in
seguito. Badate allo stile: elaborati trasandati, pieni di sviste ed
errori (che non potete attribuire alla “fretta della battitura”,
perché si richiederebbe allora un attento errata-corrige),
compromettono la valutazione anche quando i contenuti sono
buoni. Rileggete attentamente ciò che scrivete, e come è scritto.
Insomma, apprendere un metodo di lavoro scientifico

352
renderà la tesi utile per la vostra formazione e professionalità,
ma anche per la vostra vita.

Luigi Ferrari
Professore straordinario di Psicologia economica e del lavoro e
di Psicologia delle condotte finanziarie presso il Dipartimento
di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca

La laurea è importante per tre motivi. Il primo: ottenere


lavori migliori. Tra tutti, questo è il vantaggio meno importante.
Non perché una buona carriera sia poca cosa. È più che
legittimo aspirare a una riuscita o, almeno, a non trovarsi nelle
posizioni lavorative di maggior sfruttamento. Tuttavia,
proiettarsi nel futuro è un esercizio arduo: in questa fase storica
il tasso di cambiamento è così rapido che è difficile fare progetti
di lungo periodo, se non con tante di quelle cautele che il
laurearsi, come investimento, è poco più che un salto nel buio.
Molto meno labile è la seconda motivazione: mettersi alla prova
con un compito che impegna a fondo la persona. Alla fine del
percorso il laureato sa di poter affrontare in futuro un compito
intellettuale impegnativo. Quando manca questa sicurezza,
spesso si deve fare uno sforzo per superare il “sospetto”
profondo della propria inadeguatezza, diciamo così strutturale,
nell’affrontare cognitivamente la complessità del nostro mondo.
Tra l’altro, questa è una delle ragioni psicologiche per la quale
diversi diplomati si laureano il là con gli anni, pur non essendo
loro necessario. Questi particolari studenti universitari ci
introducono alla terza motivazione, la più importante: portare a
compimento una vocazione. La conoscenza è una fonte di
piacere e di valorizzazione tra le meno labili. in più, alcune
materie o temi suscitano in noi, per ragioni personali e

353
profonde, un’attrazione superiore. Dunque laurearsi non è solo
un investimento, ma anche un particolarissimo “consumo” che
quieta bisogni profondi e vocazioni.
È importante approfittare di quest’occasione forse unica di
liberarsi dalla passivizzazione universitaria. Un suggerimento è
di investire nella tesi soprattutto mettendo in moto processi
creativi che la trafila degli esami ha nel frattempo molto inibito.
La tesi impone la stesura di un testo che verrà proposto ad altri
professori: è dunque utile imparare a mettersi nei panni di un
anonimo lettore (quando si stende la tesi non si sa ancora chi
dovrà valutarla) al quale si deve comunicare un proprio
contenuto di pensiero. Se il passaggio dallo schema mentale
della passivizzazione dell’esame con un preciso docente titolare
alla comunicazione scritta a un “pubblico” ignoto viene
correttamente fatto proprio, ne deriveranno naturalmente molte
attenzioni sia alla chiarezza concettuale sia a quella espositiva.
Questa cura aggiuntiva è, in definitiva, la chiave per una buona
tesi di laurea.

Carlo Galimberti
Professore ordinario di Psicologia sociale della comunicazione
alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano

Senso e significato della laurea oggi? Mi viene in mente


l’inizio del racconto Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann:
«Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di
dire che è giovane…». «Di uno che si laurea non si smetterà
mai di dire che deve ancora s(t)ud(i)are…»: questa è una buona
parafrasi del testo da consegnare a ogni laureando per
ricordargli che la laurea non è un punto d’arrivo e nemmeno di

354
partenza, ma un “turning point” che marca in modo evidente un
passaggio, uno snodo della vita professionale. E ciò perché tale
vita ormai prevede un’alternanza inevitabile tra fasi di lavoro e
fasi di “riflessione” sull’esperienza lavorativa che può prendere
varie forme (master, formazione on the job ecc.), ma deve
sempre e comunque dare concretezza a processi di
apprendimento continui senza i quali si rischia di restare ai
margini della società della conoscenza. In sintesi: senza
esperienza la conoscenza è cieca, ma senza conoscenza
l’esperienza è muta.
Suggerimenti? Tre parole: metodo, metodo, metodo. La
prima: “metodo” perché la tesi è un viaggio e méthodos in greco
ha in sé hodós che significa appunto ‘strada, via’ e il prefisso
meta che invita ad andare oltre, quindi a progredire nel viaggio
stesso, resistendo alla tentazione – che prima o poi prende tutti –
di fermarsi e abbandonare l’impresa o comunque di ridurne la
portata. La seconda: “metodo” perché la tesi è un’occasione
pressoché unica per imparare a lavorare attorno a un’idea
dandole forma in modo tale da renderla comunicabile,
condivisibile e utilizzabile all’interno della comunità scientifica
o della comunità di pratiche in cui ci si vuole inserire dopo la
laurea. E infine, la terza: “metodo” perché la tesi deve
comunque insegnarci a “trasgredire” le regole del gioco di
costruzione della conoscenza e senza sapere quali siano queste
regole non ci sarà mai trasgressione creativa.

Daniele Goldoni
Professore associato di Estetica presso il Dipartimento di
Filosofia e Beni Culturali dell'Università Ca’ Foscari di
Venezia

355
Che significa laurearsi oggi? Questa domanda richiede una
risposta a più livelli.
Un primo deve tenere conto del fatto che in molti corsi di
laurea si può avere una laurea triennale senza necessariamente
conseguire anche la magistrale. La riforma fu introdotta a livello
europeo immaginando la possibilità di lauree brevi per alcuni
tipi di professione e riservando il completamento magistrale per
altri tipi di competenza professionale. La mia convinzione oggi
è che la maggior parte dei percorsi universitari ha un senso
compiuto solo nella continuità fra triennio e magistrale, tant’è
che l’esame di laurea intermedio va riducendosi d’importanza e
di forma istituzionale. Quindi, nella maggior parte delle
discipline, è opportuno avere la laurea magistrale.
Mi sembra che nell’attuale mercato del lavoro vi siano
richieste o competenze di alto livello in certi settori (per
esempio in settori tecnico-scientifici, oltre che nelle professioni
tradizionali), ma anche offerte di lavoro scarsamente
qualificato, che non corrispondono a una laurea. Nonostante
questo secondo aspetto del mercato del lavoro, avere una laurea,
possibilmente magistrale, è pur sempre una tutela e perciò è
consigliabile a tutti quelli che possono ottenerla.
Il secondo livello è quello culturale. L’acquisizione di
strumenti culturali è fondamentale anzitutto per la ricchezza
della propria vita interiore; per la partecipazione consapevole
alla vita civile; per potersi orientare in un mondo che cambia
rapidamente. Chi ha una buona cultura – direi, anche e
soprattutto umanistica – ha strumenti straordinari per cogliere le
occasioni buone, anche lavorative, nel cambiamento.
Un suggerimento? Una tesi ha un titolo, un argomento, un
tema. Come viene individuato il tema? Deve essere interessante
all’interno di un certo contesto di ricerca. L’individuazione
dell’interesse del tema avviene tanto più chiaramente quando
più esso viene ricondotto a una domanda. Perciò la prima cosa
da fare è chiarire qual è la domanda, motivarne la rilevanza,

356
precisandone il contesto teorico e storico entro un determinato
campo di ricerca. La tesi risponderà a questa domanda
attraverso i gradi necessari della sua articolazione, con le
relative argomentazioni, fino alla conclusione.

Roberta Maeran
Professore associato di Psicologia del lavoro e delle
organizzazioni, docente di Psicologia del Turismo presso il
Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia
Applicata dell’Università degli Studi di Padova

Il lavoro di tesi permette, da un lato, di completare il proprio


percorso formativo ma, dall’altro, rappresenta un “biglietto da
visita” per presentarsi nel mondo del lavoro. La scelta
dell’argomento da trattare non è una scelta irrilevante.
Cerchiamo di pensarci per tempo in modo da non dover
ripiegare o accettare proposte che suscitano in noi scarso
interesse. Spesso, arrivati alla scelta della tesi, si pensa solo a
finire al più presto il proprio corso di studio, si vuole chiudere
un ciclo, poi si penserà al lavoro.
Non è proprio così… non si tratta di due realtà distinte ma in
relazione tra loro. Importante è avere un progetto. Avere, anche
se ancora non completamente definiti, degli obiettivi, delle
aspirazioni e delle aspettative rispetto al proprio lavoro. Di
conseguenza, la scelta dell’area di indagine (sia per lavori di
carattere bibliografico che per lavori di ricerca) e, più
propriamente, dell’argomento non è da sottovalutare.
Nell’ingresso nel mondo del lavoro, può rappresentare una carta
in più da giocare per sottolineare l’interesse per svolgere
determinate attività e può essere presentata e discussa in sede di
colloquio di selezione. Proprio per questo deve essere un lavoro

357
ben strutturato, curato anche nei dettagli (citazioni, riferimenti
bibliografici, tabelle, legende etc.). Farà capire il nostro metodo
di lavoro e il nostro impegno, tutti aspetti di sempre maggior
importanza nel mondo del lavoro attuale.
Oggi, data la grande domanda di impiego da parte di
neolaureati (a fronte di una più limitata offerta) è necessario
puntare proprio sul rendere sempre più specifico il proprio
curriculum. E, in mancanza di esperienze lavorative, il proprio
elaborato di tesi rappresenta sicuramente un elemento distintivo
su cui val la pena investire.

Sergio Marelli
Docente di Pedagogia della cooperazione internazionale presso
il Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università degli
Studi di Bergamo

Il diploma di laurea oggi, contrariamente a qualche tempo


fa, costituisce sempre meno una discriminante nelle probabilità
di trovare in seguito una occupazione. Sebbene l’Italia resti tra i
paesi europei con minor tasso di laureati, tuttavia il numero
crescente di giovani che ottengono un titolo universitario fa sì
che la laurea sia sempre meno elemento discriminante per una
maggior certezza di occupazione futura. Dal momento che la
precarietà del posto di lavoro e la conseguente maggior
probabilità di cambiare settore occupazionale nel corso della
carriera professionale sembrano essere caratteristiche
consolidate del mercato del lavoro odierno, la specializzazione
imposta oggi ai corsi universitari non deve sostituire una cultura
di base diffusa e per quanto possibile multisettoriale.
Tralasciando la pochezza delle tesi compilative che a nulla
servono e poco gratificano gli stessi laureandi, fatta eccezione

358
per le tesi di laurea in grado di apportare novità compiute nella
ricerca scientifica, numericamente di gran lunga inferiori, la
grande maggioranza delle tesi sono piccoli tasselli inseriti in
percorsi e studi gestiti da altri, in genere i docenti relatori, e
finalizzati a interessi, non solo e non sempre accademici, di
questi. In assenza di uno specifico interesse dello studente per
un determinato approfondimento, come per esempio nel caso di
laureandi già inseriti nel mondo del lavoro interessati a studiare
una materia ben precisa, l’occasione della elaborazione della
tesi di laurea può costituire una valida opportunità per
“apprendere facendo” elementi metodologici di ricerca e per
sviluppare le capacità di portare a compimento un ragionamento
logico sia esso deduttivo o induttivo. Concentrandosi sul
percorso per sostanziare una determinata ipotesi al vantaggio
dell’esercizio in sé, spesso si associano risultati inattesi che nel
corso di svolgimento possono a volte originare nuove intuizioni
e, quel che più conta, aprire orizzonti e suscitare inediti interessi
forieri di nuove impreviste prospettive.

Emilio Mazza
Ricercatore di Storia della filosofia presso il Dipartimento di
Studi classici, umanistici e geografici dell’Università IULM di
Milano

Allo scrittore che si curi un poco della gloria


metà della vita non basta a fare un libro, l’altra metà a
correggerlo.
Jean-Baptiste Rousseau, 1712

Qual è il senso della laurea oggi? Qual è il consiglio del


filosofo a chi prepara la sua tesi? «Ma voi andate dal filosofo
come si va dallo stregone, sperando di imparare per magia al di

359
là della prudenza e del buon senso più comune? Se ho preteso di
essere filosofo, mi scuso. Le vostre domande mi lasciano
perplesso. Se rispondo in modo troppo severo, passo per un
accademico pedante; se rispondo in modo troppo libero, passo
per uno che predica il vizio e l’immoralità. Eppure, per farvi
piacere, esprimerò la mia opinione. Basta darle quel poco
d’importanza che le attribuisco io, perché non sia ridicola o
irritante». Così parla lo scettico di Scozia.
Il senso. Un’attività mentale che mobiliti attenzione e sia
fonte di piacere, mai del tutto priva di utilità e successo. Il
consiglio. Arte dei titoli e regole di un metodo. Niente spazio
prima della virgola. Niente pallino dopo un numero romano. Il
corsivo è già sottolineato. Sempre un punto alla fine di una nota.
Sono solo convenzioni (editoriali) capricciose, e per questo
impongono obbedienza. Rastrellamento dei refusi. Inquieta
devozione all’uniforme. Soprassalti di pedanteria. Ci sono
piccole tesi che sono grandi e tesi voluminose enormemente
esili. Tagliare a volte aggiunge. Nei dettagli, Dio sta nei
dettagli.
Un tema insolito, un problema circoscritto.
Un’argomentazione che muova verso il centro per una strada
secondaria non comune; che consideri quanto non si è mai
considerato per mostrarlo degno di considerazione; che proceda
con cura e con rigore senza rinunciare a far suonare le parole.
Disciplina ed eleganza. Nessuna citazione di seconda mano.
Niente punti esclamativi o sospensivi (comunque nel rispetto
del dogma trinitario). Enfasi con moderazione. Niente più
grassetti. Capoversi equilibrati. Apostrofi richiesti e accenti
giusti. Caccia ripetuta ai doppi spazi. Attaccamento acribico alle
parole dell’autore. Più di una lettura, anche ad alta voce.
Precisione e grazia nelle note. Nei dettagli, Dio sta nei dettagli.
Esattamente, chi l’ha detto e dove?

360
Bibliografia

Una selezione personale di testi e altri manuali disponibili sulla


preparazione alla tesi di laurea e all’esercizio della scrittura tra
università e mondo professionale. Fonti d’ispirazione per la
stesura di questo libro quanto suggerimenti ulteriori per
approfondire strumenti e metodi, queste indicazioni
bibliografiche siano contributo per una verifica delle
informazioni raccolte e per la costruzione della miglior via da
seguire per il tuo lavoro futuro: saper leggere e saper scrivere
bene per saper pensare meglio.

On est prié (je vous supplie)


de ne pas utiliser ces pages
comme instrument
de torture pédagogique.
Daniel Pennac, Comme un roman, 1992

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Appunti di lavoro
Annota sulle pagine che seguono i tuoi pensieri,
butta giù le tue idee, scrivi qui quello che non devi dimenticare.

We forget all too soon the things we thought we could never


forget.
Joan Didion, Slouching Towards Bethlehem, 1968

366
Informazioni sul Libro

Come si fa una tesi? Quando chiederla? E a chi? Come


scegliere l’argomento? Come si scrive un buon testo
divulgativo? Come superare il blocco iniziale? E l’ansia da
presentazione?
Per affrontare al meglio un lavoro di ricerca e divulgazione
si deve procedere con metodo, organizzare i tempi e curare
la comunicazione.
Questo manuale offre strategie efficaci e suggerimenti
teorici e tecnici per migliorare le proprie competenze, risolvere
le ansie e risparmiare tempo e fatiche.
Attraverso schede di lavoro, esempi, casi reali e
testimonianze di professionisti il lettore è guidato passo passo
nel proprio lavoro di progettazione e scrittura. Una guida
indispensabile per concludere la tesi con successo e prepararsi
responsabilmente al mondo del lavoro.

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Circa l’autore

Massimo Bustreo, PhD, è ricercatore e docente di Tecniche di


comunicazione efficace e di Psicologia del turismo
all’Università IULM. Svolge attività di formazione sui temi
della comunicazione interpersonale, psicologia dei consumi,
didattica accademica e professionale. È autore di numerosi
scritti scientifici e divulgativi.

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