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The Argonauts who cross Mexico: riflessioni sull’etnografia dell’immigrazione clandestina di

Jason De León

Giulia Longo (Matricola: 871884)

Premessa: definire l’antropologia pubblica

Il termine public anthropology emerge alla fine degli anni ’90 all’interno della scuola statunitense in
seguito alla creazione di una collana di pubblicazioni curata da Rob Borofsky e Naomi Schneider,
spinti dall’urgenza di ridiscutere lo statuto accademico della disciplina e dal desiderio di rendere più
accessibile al pubblico il sapere antropologico.
I punti chiave della neonata prospettiva vengono delineati in Public Anthropology, Where to?
What next?, articolo pubblicato nel 2000 in cui Borofsky sostiene in modo chiaro, la volontà e la
necessità di affrontare problemi sociali di interesse pubblico, utilizzando un linguaggio in contrasto
con il tradizionale stile accademico. L’antropologia pubblica si pone quindi l’obiettivo di coinvol-
gere un pubblico più ampio attraverso un vocabolario accessibile che permetta alla società di ac-
quisire una visione critica sui maggiori temi politici e sociali della contemporaneità, rinvigorendo la
presenza dell’antropologo nel discorso pubblico.
L’esigenza di riformare lo status quo della disciplina, strapparla dal lungo isolamento intellet-
tuale e dalla sua insularità (Borofsky 2007) va di pari passo con il recupero di una prospettiva olisti-
ca e il superamento dell’eccessiva specializzazione settoriale che ha reso l’antropologia sempre più
incomprensibile all’infuori dell’accademia.
Favorire un approccio olistico significa riconsiderare le potenzialità del metodo comparativo,
riflettere, non sempre proporre soluzioni, su problemi generali in modo da favorire un dialogo più
ampio.
Paradossalmente quindi, Borofsky, introduce questa nuova ramificazione con l’idea di superare il
settorialismo dilagante e una certa arroganza dell’autorità scientifica. Contestualmente infatti emer-
gono le accuse da parte dell’antropologia applicata che critica l’autore di farsi promotore dell’en-
nesima specializzazione, scorgendo nei suoi obiettivi nient’altro che ciò di cui da sempre si occu-
pano gli antropologi applicati (Singer 2000). Si tratta a ben vedere di un’incomprensione, dal mo-
mento che nell’antropologia pubblica di Borofsky, teoria e pratica sono intrecciate, ma a differenza
dell’antropologia applicata, le linee teoriche non vengono imposte dall’organizzazione o dal com-
mittente per cui l’antropologo applicato lavora. Su questo punto l’autore ritorna più volte precisan-
do che l’antropologo pubblico, politicamente e socialmente engagé, non può svolgere il suo ruolo se
1!
non autonomamente, e spesso in contrasto con poteri istituzionali, strutture governative e organiz-
zazioni umanitarie.
Tuttavia, antropologi pubblici e applicati condividono lo stesso impegno nel proporre soluzioni a
problemi concreti che le comunità più vulnerabili, sempre in numero maggiore, si trovano ad af-
frontare nel loro quotidiano. L’antropologia pubblica condivide la stessa aspirazione della SFAA: si
tratta di promuovere “the integration of antropological perspectives and methods in solving human
problems throughtout the world; to advocate for fair and just public policy based upon sound re-
search” (Borofsky 2007). I due terreni collidono però sotto due aspetti; prima di tutto, l’antropolo-
gia applicata lavora spesso in progetti con la comunità locale ma manca talvolta della volontà di
rendere pubblico il privato, vocazione che sarebbe propria dell’antropologia pubblica, capace di
dare risonanza ai problemi locali per attirare l’attenzione di una fetta più ampia della società e fare
in modo che essa si attivi, cominci a sentirsi implicata, comprenda le manovre asimmetriche dei
dirigenti che impoveriscono una parte della popolazione per arricchirne un’altra, che delegittimano i
contadini per legittimare Monsanto e Nestlé, che condannano la tortura nei paesi del Sud ma sfrut-
tano il deserto, il mare e gli animali come nuove tecnologie della morte. In secondo luogo, come già
accennato poc’anzi, l’antropologo nella sua veste pubblica, è al contempo outsider e osservatore
partecipante: si distingue per un fermo rifiuto a collaborare professionalmente con organizzazioni
governative, suo scopo principale è la critica e la demistificazione della cultura e dei poteri ege-
monici.
Prendendo come antenati Ruth Benedict, Margaret Mead e Raymond Firth, le cui pubblicazioni
hanno raggiunto un pubblico estraneo all’università, Borofsky abbozza la figura di un intellettuale
vicino alla società, che prenda posizione su temi quali le profonde disparità create dal capitalismo o
la violenza etnica generata dai nuovi nazionalismi, al fine di promuovere nell’elettorato democrati-
co una comprensione più ampia e multi-sfaccettata che porti col tempo a cambiamenti significativi
nell’attuale scenario globale dove predomina il discorso egemonico dei governi e dell’informazione
mainstream, le cui voci unisono impediscono l’emergenza di visioni alternative.
Ad appoggiare lo sviluppo di un’antropologia pubblica è Nancy Scheper-Hughes per la quale
l’attività accademica non esclude a priori l’impegno pubblico e sociale. (Scheper-Hughes 2009, p.
2) È l’autrice stessa a riflettere sul suo duplice ruolo accademico e di figura pubblica impegnata
contro il traffico di organi umani, il mercato delle adozioni e le squadre della morte in Brasile. Ri-
conoscendo i pregi di un profilo professionale ibrido, che non si preoccupa di sporcarsi le mani col-
laborando con giornalisti d’inchiesta, documentaristi e fotografi, l’autrice rievoca en passant, l’im-
pegno sociale e politico di intellettuali come Bourdieau, Foucault e Freyre, che nel corso della loro
2!
carriera, hanno assunto un ruolo significativo nella critica di una Francia inebetita dal consumismo,
nella battaglia a favore dei diritti degli omosessuali, nella definizione di un’identità brasiliana anco-
rata in un sincretismo etnico e culturale. (Scheper-Hughes 2009, p.2)
La public anthropology ha l’obiettivo di portare al centro del dibattito pubblico argomenti scot-
tanti, spesso ignorati, talvolta velati da un’ombra ambigua e fuorviante. Si tratta di agire nel concre-
to e dal basso, e, con gli strumenti della provocazione e della denuncia, demistificare le promesse di
un neoliberismo millenarista, far emergere le contraddizioni di scelte politiche che promuovono i
diritti di una fascia della popolazione a discapito di un’altra che viene disumanizzata, incriminata,
spesso semplicemente rimossa dalla storia. E ancora, nel caso specifico dell’autrice, rendere pubbli-
ci i danni provocati dal traffico illegale di organi partecipando a summit, conferenze, collaborando
con le testate giornalistiche e con quella nicchia di specialisti dell’informazione di qualità.
Un’antropologia che non teme gli effetti collaterali di sua “volgarizzazione” pende verso ciò che
Bourdieu nel suo Homo Academicus, definisce approccio eterodosso, spesso marginalizzato e con-
testato dall’ortodossia degli accademici. (Scheper-Hughes 2009, p.3) Tuttavia, sostiene l’autrice, si
può trarre profitto da quest’ostracismo e, giocando d’astuzia, convertirlo in guadagno di una mag-
giore autonomia e libertà dai doveri interni al dipartimento.
In questo senso, appaiono esemplari per l’autrice le parole di Hortense Powdermaker che, ormai
all’imbrunire della sua carriera, si rivolge agli studenti di Berkeley durante le contestazioni del ‘68,
e, ricordando il suo ruolo di giovane avanguardista ribelle negli anni ‘20, li sprona ad agire, a bat-
tersi a fianco dei disoccupati, degli omossessuali, delle donne, dei neri senza aspettare il via libera
dell’università, e tanto meno illudersi di una qualche forma di sostegno o riconoscimento.
Similmente Scheper-Hughes, rivendicando il ruolo di mentore che ha svolto nella sua for-
mazione la Powdermaker, sferra una provocazione “you want to be a public anthropologist - then do
it! I always did. But don’t expect to be rewarded for it.” (Scheper-Hughes 2009, p.3) È indubbio il
privilegio della posizione di un intellettuale che è pronto a battersi contro le ingiustizie di un pre-
sente paradossale o a rivelare le reazioni a catena scatenate dai processi globali e dai flussi trans-
nazionali; e tuttavia, quasi parafrasando la Powdermaker, l’autrice rilancia : non aspettavi ri-
conoscimenti dai vostri colleghi universitari, imparate invece a incassare le critiche, siate pronti a
lavorare il doppio delle ore, a dividervi fra convegni, pubblicazioni scientifiche e interviste in radio
e televisione. (Scheper-Hughes 2009, p.3)

3!
If anthropology cannot be put to service as a tool for human liberation why are we bothering with it at all? A public
anthropology can play its part in all these developments: it has an opportunity to become arbiter of emancipatory
change not just within the discipline, but for humanity itself. (Scheper-Hughes 2009, p.3)

In Scheper-Hughes rivitalizzare l’antropologia e riportare la società nel cuore dello spazio politico
appaiono due azioni intrecciate e inestricabili: l’emancipazione della disciplina dalla fortezza acca-
demica è la premessa per un cambiamento della società, i cui individui, sensibilizzati dall’approccio
antropologico, possono sviluppare un pensiero critico e diventare co-autori di un umanesimo da
elaborare sul campo, in dialogo costante con gli autori, attivisti e militanti.
Dalla posizione di Borofsky, invece, appare preminente l’urgenza di un cambio della disciplina,
esigenza comprensibile in quanto, avendo forgiato il termine public anthropology, gli spetta il com-
pito di definire delle linee guida che consentano alla comunità degli antropologi di familiarizzare
con l’ambiziosa - per alcuni “scomoda”, se non “irriverente”- prospettiva.
Fra le sue priorità, è da notare come il bisogno di riconquistare rispetto e riconoscimento da un
pubblico più vasto, voglia fungere soprattutto da monito all’azione, alla demistificazione e al
sostegno delle cause sociali per le quali ci si batte. E come dargli torto? Perché l’antropologo
dovrebbe lasciare ad altri giornalisti, documentaristi e reporters, dalle competenze e da una for-
mazione sempre più inadeguata, se non totalmente assente, la possibilità di prendere voce, di docu-
mentare certe realtà che possono essere adeguatamente messe a fuoco attraverso la lente etnografica
e il suo corollario: una cassetta degli attrezzi ormai comprovata, la predilezione per il dettaglio, il
dialogo, l’analisi qualitativa, il rifiuto di ogni prospettiva essenzialista e il distanziamento dal sem-
plicismo della logica binaria.
Un’antropologia culturale che abbraccia il modello rizomatico di Guattari e Deleuze, le forme di
vita di Wittgenstein, le reti di connessione fra culture di Geertz, la negazione delle identità pure di
Remotti come può rifiutare di costruire ponti con il pubblico? Come può chiudersi, alla stessa
maniera di Kant, fra i più scettici critici delle possibilità epistemologiche dell’antropologia, nel suo
beato isolamento?
Per Barofsky la soluzione al problema comincia dalla scrittura: scrivere in maniera chiara, utiliz-
zare un linguaggio più accessibile, comprensibile anche ai non antropologi. (Barofsky 2007) Ren-
dere le nostre etnografie accattivanti affinché conquistino lettori non specialisti significa riportare
l’antropologo a certi argomenti che sono di sua competenza, spesso usurpati nel migliore dei casi da
storici, sociologi e psicologi.
Altra prerogativa fondamentale per avvicinarsi al pubblico è essere sensibili ai problemi più sen-
titi: far convergere i propri interessi con quelli della società non significa accantonare definitiva-
4!
mente i riti, le cosmologie e i saperi indigeni. Ci saranno sempre studiosi più orientati a un settore
disciplinare più “classico”, altri invece più aperti ad abbracciare il caleidoscopio della culture emer-
genti. Gli uni e gli altri però, non dovrebbero rinunciare a costruire ponti, a lavorare come vasi co-
municanti, l’uno attingendo dall’altro; un esempio illuminante in questo senso è il lavoro svolto da
Luca Jourdan sui Kadogo, i bambini arruolati nelle milizie durante la guerra del Congo, il cui habi-
tus attinge, per un verso dallo Yakan, un culto legato all’acqua sorto nel continente africano intorno
al XVIII secolo, per l’altro dall’estetica e dal fascino dei film gangster americani.
Barnofsky rimette in discussione, riallacciandosi all’apporto del post-modernismo, il valore di
una presunta obiettività scientifica: l’antropologo non è l’occhio privilegiato, suo compito è veico-
lare visioni multi-sfaccettate, diffondere analisi e narrazioni multi-vocali se a spingerlo è l’audacia
di delineare un abbozzo della complessità del reale.
È fondamentale allora stimolare discussioni pubbliche e favorire il dialogo tra visioni divergenti,
ben consapevoli che un cambiamento di prospettiva richiede tempistiche lunghe ma i primi timidi
germogli possono spuntare, a ben vedere, nelle crepe del sistema dominante. Sono proprio questi
piccoli germogli ad essere gli indizi dei primi successi: devono essere curati, coltivati con immagi-
nazione e creatività e l’attenzione della società deve essere indirizzata a coglierne le potenzialità, a
intravedervi ulteriori aggiustamenti strutturali.
In definitiva, per l’autore l’obiettivo dell’antropologia pubblica si riassume nello sforzo di avere
un impatto concreto sulla società, nella capacità di sollecitare cambiamenti strutturali nelle politiche
attuali perché i primi a valutare gli effetti dell’antropologia sulle loro vite siano proprio i soggetti
con cui e per cui ci battiamo. (Barnosfky 2007)
Anche Lassiter appoggia il piano revisionista di Barnosfky, soffermandosi tuttavia a delineare in
prospettiva storica le radici della nascente public anthropology, debitrice degli apporti dell’etno-
grafia collaborativa - classica e contemporanea -, dell’antropologia femminista e post-moderna che
convergono nello sforzo di servire l’umanità in modo più diretto e immediato. (Lassiter 2005, p. 83)
Ponendosi sulla scia di Peacock, il quale in The future of Anthropology auspicava a un prospero
reindirizzamento della disciplina verso una posizione prominente nella società, Lassiter, cita i lavori
di Scheper-Hughes, Paul Farmer e Laura Nader fra gli esempi più convincenti di ciò che dovrebbe
essere l’antropologia pubblica (Lassiter 2005, p.84):

“From human rights to violence, from the trafficking of body parts to the illegal drug trade, from problem solving to
publicy making, from the global to the local and back again, the issues informing this evolving project to merge anthro-
pology with public currents have prove diverse and multifaceted.” (Lassiter 2005,p.84)”

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Fondamentale è la costruzione condivisa di conoscenza, la pratica di strategie partecipative che nel
campo dell’antropologia applicata hanno già stimolato la responsabilità e l’interesse di un pubblico
esterno all’accademia. Lassiter ribadisce il legame dell’antropologia pubblica con la tradizione del-
l’etnografia collaborativa, individuando nella tradizione americana, fra i precursori di tale approc-
cio, prima di tutto Lewis Henry Morgan con il suo impegno nella difesa dei diritti dei nativi ameri-
cani; la collaborazione e il coinvolgimento con Ely Parker, nativo Seneca, collaboratore e chiosatore
dei suoi testi. Seguono Franz Boas agli inizi del 900, con la consacrazione del metodo storico, la
preminenza data al punto di vista del nativo, la raccolta di miti e leggende trascritti da interlocutori
nativi, e Paul Radin, sotto la cui influenza emergono le prime life histories dei Nativi Americani.
(Lassiter 2005, p.88) È merito degli esperimenti di Radin con gli indiani Winnebago se attualmente
la life history rappresenta uno degli strumenti più efficaci a far convergere l’esperienza individuale
con la descrizione etnografica della cultura.
L’eclettismo e la sensibilità di Morgan, Boas e Radin hanno aperto la strada a una generazione di
antropologi che via via si è appropriata del metodo collaborativo, arricchendolo di nuovi spunti e
sfruttando i progressi della tecnologia; basti pensare all’anthropologie partagée e all’ethnofiction di
Jean Rouch, alla sua équipe di fonici e cameraman del Niger, al duplice ruolo di attori e sceneggia-
tori di Damouré, Lam e Amadou in Jaguar (1967).
A favore di un’antropologia più coinvolgente e più aperta a un pubblico non specialista si es-
primerà in seguito la corrente femminista degli anni ’70, promotrice dell’intersoggettività. Grazie a
questo approccio la ricercatrice si troverebbe a comparare costantemente il suo lavoro con la propria
esperienza di donna e antropologa e a condividerla con i soggetti studiati che a loro volta arricchi-
ranno con le loro opinioni la ricerca, indirizzandola eventualmente verso sviluppi inattesi. (Renate
Duelli Klein in Lassiter 2006, p.89)
Il punto forte di questa metodologia sta nella fiducia di poter superare la dicotomia tra ricercatore
e ‘ricercato’, ponendo fine allo sfruttamento delle donne come oggetti di ricerca.
Ma la vera rivoluzione copernicana dal punto di vista epistemologico e metodologico, rivo-
luzione che porterà al crollo delle certezza scientifiche, della nozione di autorialità, allo scetticismo
sul concetto di verità obiettiva e allo sconfinamento del perimetro del fieldwork, avviene negli anni
80’ con la pubblicazione nel 1986 di Writing Cultures, scritto a due mani da Clifford e Marcus.
La monografia etnografica post-moderna prende la forma del pastiche, del collages, sovrappone
voci, luoghi, esperienze, presentandosi stilisticamente ibrida e provocatoriamente impura come le
culture che studia.

6!
Di fronte alla riforma stilistica ed epistemologica sostenuta dalla corrente post-moderna,
antropologi come Rosaldo, Clifford, Marcus e Fischer, riconoscono la necessità di allargare il cam-
po di studi agli scapes emergenti dai flussi della globalizzazione (Appadurai 2001):

Ethnography today involves a critical and reflexive process whereby ethnographers and their interlocutors regularly
assess not only how their collaborative work engenders the dialogic emergence of culture (and the verity of their shared
understandings) but also the goal and the audiences of the ethnographic products these collaborative relationships pro-
duce. Indeed, ethnography ‘no longer operates under the ideal of discovering new worlds like explorers of the fifteenth
century Rather we step into a stream of already existing representations produced by journalists, prior anthropologists,
historians, creative writers, and of course the subjects of study themselves. (Fischer and Marcus in Lassiter 2005, p.93)

La corrente post-modernista, consapevole del flusso di rappresentazioni già esistenti che informano
le culture, le storie, le percezioni e le identità attuali, anticipa il programma più esplicito della pub-
lic anthropology, aprendo la strada a una produzione che sovrappone punti di vista differenti che
sfociano in attriti, contrasti ed esiti imprevedibili.
L’etnografia collaborativa rinvigorita dall’ondata post-modernista, rende ogni fieldwork uno
spazio politico, dove anche il più insospettato etnografo riveste in un certo senso il ruolo di attivista,
impegnato in un progetto più ampio di giustizia sociale ed equità. Se l’attivismo è parte integrante
dell’etnografia, allora l’antropologia diventa un atto pubblico e politico: si tratta per Marcus di una
radicale trasformazione che ha il potenziale di ricollocare la disciplina al centro del discorso pubbli-
co. (Lassiter 2005, p.94)
Per Lassiter l’antropologia pubblica deve lavorare a stretto contatto con il metodo collaborativo;
in questo senso, l’etnografo deve impegnarsi a coinvolgere costantemente i suoi interlocutori nella
produzione del prodotto finale. Stranamente l’autore non prende in considerazione la possibilità del-
l’antropologia pubblica di servirsi del linguaggio audiovisivo, limitandosi invece a suggerire sei di-
verse modalità di confronto ‘attivo’, in ciascuna delle quali il margine d’azione dell’interlocutore
aumenta progressivamente : interlocutori principali come lettori ed editori, focus groups, comitati
editoriali, gruppi di confronto tra etnografi e interlocutori per i progetti più ampi, community fo-
rums e infine co-produzione e co-scrittura di testi.1 (Lassiter 2006, p.94)
La sfida più grande allora per l’antropologia pubblica è intervenire in modo più decisivo nelle
problematiche attuali, prendendo in considerazione l’opportunità di costruire un sapere dal basso,
decentralizzato dai centri di potere, per far sì che emergano altre voci, altre storie, altre soluzioni.

1 Per un’analisi dettagliata di questi rimando a Lessiter 2006, p. 94-96.


7!
Come possiamo sperare di sollecitare il cambiamento sociale, favorire una presa di coscienza
pubblica su problemi spesso affrontati superficialmente o strumentalmente dai media, se non mobi-
lizzando il nostro lavoro e noi stessi?
Per Catherine Bestman il non plus ultra dell’antropologia è il suo radicamento in quei concetti
chiave che formano “the discipline’s fundamental ways of knowing”. Sono queste ‘forme di
conoscenza’ a costituire il corpus pratico e teorico da cui ogni antropologo pubblico dovrebbe attin-
gere per intervenire nelle arene pubbliche. (Bestman 2013, p.4) La lista, non esaustiva, comprende
dieci keywords: 1) il metodo etnografico, 2) la traduzione (è l’antropologo traduttore di culture così
come definito da Clifford in Routes2), 3) l’incommensurabilità ( si potrebbe dire di ogni traduzione :
“tutti i termini di traduzione impiegati nelle comparazioni globali ci fanno fare un pezzo di strada,
ma a un certo punto vengono meno. (Clifford 2008,p.53), 4) l’obbligo (il debito morale ed etico nei
confronti dei ‘ricercati’), 5) la critica (“denaturalazing the taken-for-granted” ) 6) la soggettività
(l’approccio empatico di Rosaldo e il keneh di Unni Wikan in questo senso mi sembrano esemplari),
7) la circolazione (la capacità dell’antropologia di focalizzarsi al contempo sui flussi locali e glob-
ali), 8) l’emergenza e la sedimentazione ( saper cogliere le culture emergenti ‘en train de se faire’ e
quelle sedimentate) , 9) la rottura (la messa in discussione dello status quo), 10) l’immaginazione (il
potere creativo di suggerire visioni e soluzioni alternative) (Bestman 2013, pp. 4-5).
Per indurci a interrogarci criticamente sull’impatto sociale delle nostre etnografie, sulle forme di
rappresentazione che esse producono e sul modo in cui vengono appropriate e rivendicate dalle cul-
ture che studiamo, l’autrice, attingendo da Appadurai, conia il termine ethnography-scapes. Cru-
ciale è il potenziale di questi scapes nel costruire nuove connessioni, facilitare nuovi dialoghi e
nuove relazioni:

“Since anthropologists continue to produce ethnographies in the belief that they are good, important, useful, positive
interventions in a globalized world, our failure to track and promote knowledge of their global impact suggests a re-
markable degree of self-confidence, hope, hubris and idealism. For those anthropologists committed to a new public and
engaged anthropology, is that enough? (Bestman 2013, p. 6)”

2 “ Per «termine di traduzione» intendo una parola che sembra prestarsi a un'applicazione generale a fini di
comparazione in una maniera sia strategica sia circostanziale. […] tutti i termini di traduzione impiegati nelle
comparazioni globali – termini come «cultura», «arte», «società», «contadino», «modo di produzione»,
«uomo», «donna», «modernità», «etnografia» – ci fanno fare un pezzo di strada, ma a un certo punto ven-
gono meno. Traduttore, traditore. [In italiano nel testo]. Nel tipo di traduzione che è per me il più interes-
sante, impariamo un mucchio di cose su persone, culture e storie diverse dalle nostre: abbastanza per comin-
ciare a capire che cosa ci sfugge.” (Clifford 2008,p. 52-53)
8!
The Land of Open Graves

Compassion is an unstable emotion. It needs to be translated into


action, or it withers. The question is of what to do with the feelings
that have been aroused, the knowledge that has been communicat-
ed. If one feels that there is nothing 'we' can do - but who is that
'we'? - and nothing 'they' can do either - and who are 'they' - then
one starts to get bored, cynical, apathetic. p. 79

Narratives can make us understand. Photographs do something


else: they haunt us. p.71
Susan Sontag

I typically avoid labels for my work. People often call what I do "Public Anthropology" but that is not how I identify
my work. My work seems to be accessible to the public but that because of my commitment to outreach not necessarily
my desire to fit a certain label. (De León 2018, comunicazione personale)

Nonostante Jason De León si mostri reticente alla mia domanda ‘Do you consider your work as part
of the emergent public anthropology?’, il suo lavoro d’esordio, The Land of Open Graves (2015),
condivide le stesse motivazioni, obiettivi e strategie dei maggiori sostenitori dell’antropologia pub-
blica.
Insignito del premio Margaret Mead nel 2016, il libro, che ha come sottotitolo, Living and dying
on the migrant trail, è il frutto di un lavoro sul campo della durata di cinque anni che indaga le con-
seguenze della politica statunitense in materia di immigrazione, focalizzandosi sul modo in cui le
strategie politiche della governance americana hanno inciso e continuano ad incidere nelle vite dei
migranti messicani, centro e sud-americani.
Jason, professore associato di Antropologia dell’università del Michigan, coniuga l’attività acca-
demica con l’attivismo e una non trascurabile risonanza pubblica: ho potuto rendermene conto scor-
rendo attentamente la sua pagina su Twitter, dove condivide quotidianamente non solo articoli di
numerose testate statunitensi e latino-americane aventi per tema la gestione dell’immigrazione da
parte del governo Trump, ma anche insights sul progetto Undocumented Migration Project, apparsi
su testate come Huffington Post, The Guardian, New York Times, El Pulso.

9!
La ricerca di Jason, fin dagli inizi, ha travalicato i confini accademici catturando l’attenzione di
un più pubblico più ampio grazie all’argomento affrontato, l’immigrazione, all’uso di una prosa ac-
cessibile e di un forma editoriale accattivante; a ciò va aggiunta la disponibilità a rilasciare inter-
viste ai giornalisti e a collaborare con i media. (De León 2018, comunicazione personale)
Gli albori di Undocumented Migration Project, “a long-term anthropological study of undocu-
mented migration between Mexico and the United States that uses ethnography, archaeology, and
forensic science to better understand this clandestine social process.3”, risalgono al 2008. Terminati
gli studi di archeologia, durante una cena, le osservazioni di una amica che gli raccontan dei nu-
merosi oggetti lasciati dai migranti nel deserto dell’Arizona, tra cui una lettera d’amore in spagnolo,
paiono averlo implicitamente spronato ad avventurarsi in una archeologia della contemporaneità.
(De León 2015, p.10)
Consapevole del fatto che l’archeologia costituisse solo uno degli strumenti necessari alla sua
ricerca, Jason si iscrive al corso di antropologia dell’UCLA, convincendosi che il maggiore contrib-
uto dell’antropologia alla produzione di conoscenza sta nel suo approccio comprensivo, capace di
guardare al passato, al presente e al futuro della condizione umana.
Attivo ormai da dieci anni, l’UMI, grazie al supporto finanziario dell’università del Michigan,
continua ad evolversi, coinvolgendo anche under-graduate e post-graduate students in programmi
estivi di ricerca sul campo: “We are actively working on new book projects, articles, and exhibitions
(De León 2018, comunicazione personale)”.
Così come l’UMI sfrutta gli apporti di numerose discipline, anche The Land of Open Graves co-
niuga l’archeologia con la scienza forense, la ricerca etnografica con la fotografia e l’analisi linguis-
tica.
L’archeologia svolge un ruolo fondamentale nella raccolta e nella schedatura dei reperti archeo-
logici lasciati nel deserto del Sonoran non solo dai migranti e dai trafficanti che li accompagnano,
ma anche dai drug dealers, dai bajadores (bande che derubano, violentano, minacciano con la vio-
lenza i migranti) e dagli agenti della Border Patrol. Anni di analisi dettagliate di diversi luoghi abiti
e riutilizzati dalle persone durante il viaggio nel deserto del Sonoran, hanno consentito di individ-
uare diverse tipologie di siti archeologici: campsites, accampamenti in cui i viaggiatori riposano per
un periodo che va da un paio d’ore a una notte intera; restsites, luoghi di ristoro, destinati al con-
sumo di cibi e bevande; pickup sites, i punti d’incontro con i trafficanti che li condurranno in auto in
territorio americano, corrispondenti alla parte finale de el camino. Qui i migranti si liberano di tutto

3 http://undocumentedmigrationproject.com
1! 0
ciò che hanno con sé, zaini e vestiti impolverati dalla terra rossa del deserto, delle ultime scorte di
cibo e di bottiglie vuote, per eliminare, quanto meglio possono, ogni traccia comprovante la loro
clandestinità. Religious shrines, nicchie piene di rosari, immaginette votive e crocifissi, lasciate
come offerte per assicurare un viaggio sicuro; e infine border staging areas, corrispondenti alla lin-
ea di confine messicana che i migranti attendono di attraversare per giungere in territorio statu-
nitense. L’attesa del momento opportuno può estendersi a parecchi giorni. In questo luogo si impi-
lano mucchi di vestiti, scatole di cibo e bottiglie vuote, si improvvisano fuochi per scaldarsi e gi-
acigli notturni (De León 2015, pp.175-177).
Questa raccolta di ‘residui del passato recente’ costituisce l’archeologia del futuro, è importante
preservare questi artefatti se si vuole conservare una traccia materiale della storia dell’immigrazione
clandestina del continente americano. Considerati spazzatura dai sostenitori di Trump e dal governo
che si impegna a ripulire il deserto periodicamente da ogni traccia della loro esistenza, questi ogget-
ti possiedono un agency, spesso si rivelano preziosi per la delucidazione di narrazioni lacunose e,
ciascuno di essi, con la sua storia, benché difficilmente ricostruibile con esattezza, fa parte del
sapere etnografico. (De León 2015, p.170)
Lettere, fotografie, bibbie tascabili, biglietti di trasporto sono oggetti che possono offrire prospet-
tive distinte dalle narrazioni dominanti spesso scritte da chi è al potere. L’archeologia del contempo-
raneo per Jason è politica, stimola il cambiamento e il ripensamento, illustra il divario tra la pseudo-
informazione diffusa e ciò che accade realmente, e ciò è cruciale per la testimonianza dell’immi-
grazione illegale, poiché spesso gli unici a non avere voce in capitolo sono proprio quelli che la
vivono sulla loro pelle. La polemica contro i giornalisti d’assalto in cerca di storie strappa-lacrime,
spinti solo da una “logica del sensazionale”, produttrice di quella che l’autore chiama pornografia
dell’immigrazione è esplicita (De León 2015,p. 5 e 172).
Complementare all’archeologia è la scienza forense: attraverso lo studio della decomposizione di
cadaveri di maiali travestiti da migranti nel deserto del Sonoran, Jason ipotizza il decorso dei corpi
dei migranti deceduti nel deserto e l’impatto causato dal contatto con agenti atmosferici, vermi, in-
setti, mosche e avvoltoi. L’osservazione dettagliata di questa lenta trasformazione - o forse sarebbe
più adeguato parlare di ‘evaporazione’? - permette di penetrare più a fondo nella comprensione di
questa violenza post-mortem, forse un po’ rozza e ovvia quando l’altro viene considerato dal gover-
no bare life, vita nuda, la cui morte è percepita insignificante. (De León 2015, pp.63-64)
Jason definisce questi processi di degradazione, taphonomies of violence. Coniato dal paleontol-
ogo Ivan Efremov negli anni ’40 il termine si riferisce all’analisi dell’impatto di elementi umani e
non umani sui resti biologici. La tafonomia è insomma la scienza che studia le modalità di for-
1! 1
mazione di un fossile, e che all’interno dell’UMI serve soprattutto a studiare le svariate forme di
necroviolenza sui cadaveri, prestandosi quindi ad essere veicolo della disumanità dei processi so-
ciali perpetrati da una ‘democrazia’ impegnata a ‘difendere’ la propria sovranità territoriale (De
León 2015, p. 72-73).
Nell’introduzione l’autore chiarisce le scelte che lo hanno condotto a rinunciare all’osservazione
partecipante, inadeguata per rispetto e per la sicurezza dei migranti, ma anche per i rischi legali cui
sarebbe incorso qualora fosse stato scoperto a passare il confine senza le normali procedure di iden-
tificazione. A ciò si aggiunge la possibilità di perdere i finanziamenti pubblici per la sua ricerca con
l’eventuale pubblicazione da parte di uno dei quotidiani di destra di un pezzo bomba dal titolo
“Mexican Professor Helps Illegal Cross the Desert and Uses National Science Foundation Money to
pay for it.”
Aldilà delle motivazioni etiche e morali, Jason, si mostra scettico circa l’efficacia dell’osser-
vazione partecipante nella documentazione dell’esperienza migratoria, in quanto spesso finisce con
l’oscurare i veri soggetti della ricerca favorendo il protagonismo dell’etnografo la cui etnografia
rischia di risolversi in un mucchio di pagine colme della sua sofferenza, a discapito dei presenti pro-
tagonisti, relegati allo stato di anonimi undocumented border crossers (De León 2015, p.13). Da qui
scaturisce la scelta di rimanere il più fedele possibile alle voci delle persone che costellano The
Land of Open Graves, trascrivendole senza filtri e, qualora necessario, fornire ulteriori spiegazioni e
delucidazioni in seguito. Come vedremo, Jason riesce brillantemente a presentarci persone normali,
reali, vive che ogni giorno si ritrovano ad affrontare il caotico e sovraffollato labirinto della mi-
grazione.
La sua abilità nell’immergere il lettore in un’esperienza che è allo stesso tempo tattile, visiva e
sonora svela la sensibilità di un ricercatore che privilegia le loro voci, accoglie i loro suggerimenti,
vive a stretto contatto con operatori umanitari e migranti, condivide con loro speranze, angosce,
lacrime e sorrisi, dissetanti e amare come le numerose cervezas bevute in compagnia.
Se l’utilizzo di un registro linguistico non accademico coinvolge un pubblico non specialista, le
imperfezioni della traduzione dallo spagnolo all’inglese vengono compensate da numerose in-
teriezioni e incisi in slang messicano - la migra per Border Patrol; ¡No mames,cabron! ¡Estás alu-
cinando!; ¡Parense putos! - contribuendo a creare quello che Roland Barthes definisce effet du réel
e a provocare nel lettore un certo plaisir du texte suscettibile ai picchi di humor e battute goliardiche
che costellano tanto la scrittura dell’autore, quanto le voci dei suoi compañeros.
Sebbene abbia come base di lavoro il settore di Tucson che comprende la città di Nogales, al
confine tra Messico e Arizona, lavorando con delle persone in transito, Jason, è spesso costretto a
1! 2
spostarsi frequentemente, soggiornando alternativamente a New York, a Cuenca (Ecuador), a
sostare frequentemente nel deserto del Sonoran per monitorare gli esperimenti forensi e raccogliere
materiale archeologico.
Si tratta quindi di una etnografia multisituata, necessaria per catturare i vari elementi del proces-
so migratorio (De León 2015,p.14). Ad affiancare la macchina fotografica e le note di campo è il
registratore che gli permette di trascrivere le numerose conversazioni con uomini e donne la cui età
va dai diciotto ai settantacinque anni. Per proteggere l’identità di ognuna di queste persone, Jason
sceglie o fa scegliere a loro stessi, come nel caso di Memo, uno pseudonimo. Per quanto riguarda i
deceduti, su richiesta delle famiglie che volevano trasmettere le storie reali dei loro cari e garantire
che i dispersi non fossero dimenticati, l’autore ha deciso di rivelare i nomi di battesimo. (De León,
p.16)
Oltre a presentarsi come una etnografia multisituata, The Land of Open Graves prende anche la
forma di una etnografia multispecie e semifictionalized. Multispecie perché, nel rappresentare la
violenza strutturale del collettivo ibrido (termine con il quale l’autore definisce lo spazio del deserto
e le dinamiche scatenate dall’interazione tra agenti umani e non umani) viene preso in consider-
azione il ruolo di agenti atmosferici e animali; questi ultimi dotati di agency, diventano spietati
sicari del governo americano.
Nella parte iniziale del libro, l’autore, cimentandosi in una sorta di lavoro di montaggio, inserisce
un resoconto etnografico a partire dalle varie conversazioni, testimonianze e note di campo raccolte
che definisce in maniera esplicita come un’etnografia semifictionalized, la quale in un arco tempo-
rale di cinque giorni ricostruisce per tappe il viaggio di un gruppo di migranti. Dall’attesa della
partenza in un albergo sudicio si passa alla traversata nel deserto con i suoi vari ‘imprevisti’: la sof-
ferenza fisica, la disidratazione, l’incontro con i bajadores, lo stupro, l’abbandono del coyote (il
trafficante) fino alla cattura da parte de la migra, la Border Patrol. L’obiettivo dell’autore è chiarire
“how the parts of the collectif work together to perform agency that seeks to deter; in this way I at-
tempt to bring the reader phenomenologically closer to the everyday terror of the desert (De León
2015, p.44).”
La fotografia integra la narrazione, fungendo da supporto per la polifonia di voci presenti nel
testo; è fondamentale per la documentazione dei reperti archeologici trovati nel deserto così come
per monitorare l’attività del collettivo ibrido sui cadaveri dei maiali situati in siti specifici, cor-
rispondenti ai campsites, gli accampamenti dove i migranti solgono riposarsi. Dietro la macchina
fotografica però non c’è solo Jason, ad accompagnarlo sono gli scatti di Mike Wells, fotografo
coinvolto nel progetto a lungo termine, quelli di Memo e Lucho, due interlocutori chiave, i quali
1! 3
accolgono la proposta di Jason di documentare con una macchina fotografica usa e getta il loro en-
nesimo viaggio nel deserto e, infine, una serie di fotografie d’archivio che ritraggono Maricela e
José, due migranti dispersi di cui si cerca di ricostruire la storia con l’aiuto dei loro cari.
Spesso questi scatti in bianco e nero servono a elicitare la propria esperienza: l’autore chiede a
Memo e Lucho di commentare, raccontare il viaggio a partire dalla spiegazione delle fotografie
scattate dai due mentre si riposano accanto a un Mesquite, si arrampicano su una montagna, giocano
con una mandria di mucche, scolano le ultime provviste d’acqua.
In un articolo recente, The undecisive moment: Photoethnography on the undocumented migra-
tion trail, l’autore riflette sulla fotografia nella sua ricerca, la cui funzione è fornire un’evidenza
fisica delle persone che attraversano la frontiera. La scelta dell’analogico è una forma di libertà dal
chimping, la possibilità che offre il digitale di vedere immediatamente il risultato, cancellarlo,
riprovarci di nuovo, ricancellare e così via. Sembra che la pellicola lasci meno spazio all’indeci-
sione, richieda di riflettere prima sul tipo di pellicola da utilizzare, il formato adatto, il colore o il
bianco e nero, in modo tale da dimezzare il lavoro di post-produzione (De León 2018, pp.118-119).
Aldilà delle scelte tecniche, la fotografia è un modo per dare visibilità ai protagonisti delle nostre
ricerche, da prova della loro esistenza in carne ed ossa, libera dalla nebbia visiva della parola scritta
e da un certa attitudine protettiva, del tutto inopportuna oggi, nei confronti di coloro che decidono di
consegnare la loro storia a un “semi-sconosciuto”:

We act as if the people we photograph, who live major portions of their lives on the internet, just like the rest of us, do
not understand the global circulation of images (including their own). By not publishing pictures of faces, we keep our
“informants” invisible, as if we are somehow protecting them from the evils of the outside world. It is rare that we take
people seriously when they tell us they want their photos to be identified and seen (De León 2018, p.120).

La magia della fotografia è nel rapporto che crea tra osservatore e osservato: se quest’ultimo rinvia
lo sguardo al primo allora chi osserva la fotografia è sollecitato ad uscire dalla sua comfort-zone ,e
in questo sguardo reciproco si stabilisce un “contratto sociale” tra i due. La relazione che stabiliamo
con coloro che ci guardano dalla fotografia può indurre all’azione politica e a nuove forme di visi-
bilità:

As seen through my and Mike’s cameras, these women, men, and children are not handcuffed and crouching in the back
of a Border Patrol vehicle; they have not been mummified by the Sonoran Desert; their bodies have not been cut in half
by a speeding freight train (at least not yet). They are very much alive, peering directly at the photographic appartus,
directly at us. For some, these can be the most difficult images to look at (De León 2018, p.120).

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Difficili da guardare perché, queste fotografie ci fanno vedere queste persone come esseri umani
simili a noi; vengono restituite nella loro normalità che in qualche modo ci turba, ci mette a disagio
(quando non ci infastidisce), abituati come siamo a considerare ordinarie, in una ricerca spasmodica
della vittima innocente4 , immagini scioccanti della sofferenza rivestite di pathos e sovraccariche di
tragicità.
Ultima delle discipline che formano il corpus metodologico dell’opera è la linguistica: grazie al-
l’analisi linguistica Jason demistifica il vocabolario utilizzato dalla governance per definire la sua
politica in materia di immigrazione clandestina, ne svela tutta la sua inconsistenza, la sua vacuità, il
suo occultamento della realtà, facendone emergere la sua vera natura di puro significante lasciato
all’arbitrarietà di qualunque significato.5
La Border Patrol utilizza un lessico colmo di eufemismi e astrazioni per definire i migranti -
Aliens, Other than Mexicans - : la sterilità di questo linguaggio è una scelta tattica del governo, il
vuoto linguistico è funzionale a mascherare la violenza e il costo umano dell’operazione anti-immi-
grazione nota come “Prevention Through Deterrence”: “it has no graphic reality behind the words,
it’s a semantic cloak that hides all of the blood, sweat, and tears from public view. As I said, it looks
good on a Power Point slide. (De León 2015, pp.38-39).”
Compito dell’autore allora è quello di fornire una realtà fisica e tangibile a questa politica della
‘prevenzione attraverso la deterrenza’. Decostruire la retorica del governo significa svelare gli attori
coinvolti in questo processo: attori umani e non umani in relazione complessa, spesso imprevedi-
bile, formano quello che De León chiama Collettivo Ibrido: un sistema in cui convergono i SUV
della BP, videocamere di sorveglianza, elicotteri, droni, morsi di serpente, caviglie slogate, droni,
occhiali infrarossi, alluvioni, temperature che oscillano dallo zero ai quaranta gradi, avvoltoi che
attendono di divorare le carcasse, coyotes, drug cartels e bajadores, appostati ad hoc per abusare
dei viaggiatori. (De León 2015, p.41)
Per quanto sia difficile fornire un quadro esaustivo e complessivo del collettivo ibrido poiché
troppe sono le sue configurazioni possibili, troppi gli alea in gioco, Jason riesce tuttavia a rendere in

4 A questo proposito rimando all’articolo di Miriam Ticktin, A world without Innocence, 2017.
5 Pertinenti in questo contesto mi sembrano le “parole di plastica” o “parole ameba” così come definite da
Ivan Illich. Si tratta di termini che cambiano la loro forma adattandosi alle intenzioni comunicative di chi li
usa. Sono termini che sono frutto di una duplice migrazione: partiti dalla lingua comune sono entrati nel do-
minio delle scienze per poi fare nuovamente ritorno alla lingua comune. In quanto termini scientifici, i con-
cetti che essi esprimono diventano “verità assolute”. Quando ritornano al linguaggio colloquiale, acquistano
una valenza mitica, che espropria il linguaggio quotidiano delle sue prerogative discorsive ed esercitano una
sorta di tirannia connotativa a cui diventa impossibile sottrarsi. Nella categoria delle parole ameba, rientrano
ad esempio “sessualità”, “crisi”, “informazione”, “progresso”, “identità”, “sistema”, “struttura”. Cayley, D.,
Conversazioni con Ivan Illich, Eleuthera, Milano, 1994, p.192.
1! 5
maniera efficace parte di questo sistema, e nel farlo, rimette in discussione quella logica binaria che,
ad principium temporis, procede per opposizione e allo stesso tempo essenzializza la nostra visione
e percezione del mondo. Superare la dicotomia che vuole gli esseri umani come responsabili
d’azione ed esseri non umani responsabili di casualità significa imputare all’uomo una dose di casu-
alità e assegnare a ciò che non è umano capacità di azione e agency. Superare la logica binaria sig-
nifica rinunciare all’idea di una eccezionalità della specie umana e ridimensionare le aspirazioni alla
trascendenza.
Appare impossibile quindi distinguere la politica del piano Prevention through Deterrence dal-
l’ambiente ostile in cui è applicata. Riportando in primo piano il ruolo del deserto e dei suoi abitanti
non umani, l’autore suggerisce di considerarlo come key partner della strategia del governo, un
complice scelto consapevolmente in quanto efficace killing machine che la retorica presenta in
modo ipocrita come “a ruthless beast that law enforcement cannot be responsible for” (De León
2015, p.43).
Mettendo in luce la debolezza dell’alibi morale del governo federale e svelando cosa si nasconde
dietro questo paesaggio invisibile del Sonoran, l’autore si sforza di ri-presentare alcuni degli attori
eterogenei che lo animano, ostacolando e annientando le vite, i sogni e le speranze ‘illegittime’ di
milioni di clandestinos: “In no uncertain terms, Prevention through Deterrence is designed to hurt
people” (De León 2015, p.60).

Necropolitica e Necroviolenza

L’operazione Prevention Through Deterrence, inaugurata nel 1994, riflette un cambio di rotta da
parte del governo nella gestione dell’immigrazione clandestina latinoamericana: prima la procedura
standard prevedeva la cattura dei border crossers, dopo il passaggio del confine, nei maggiori centri
urbani. Questa causava problemi di visibilità dei clandestini nonché frequenti perquisizioni a lavo-
ratori e residenti latini legali che rallentavano la loro routine quotidiana e accrescevano il loro mal-
contento verso questo trattamento discriminatorio. In seguito alle critiche pubbliche e allo scarso
successo di questa strategia, viene delineato di conseguenza un nuovo piano in materia di immi-
grazione.
Uno dei punti fondamentali del PDT è rendere invisibile il processo di cattura attraverso la de-
centralizzazione dei punti di apprensione dalla città al deserto. L’obiettivo delle autorità competenti
in materia è quello di abbassare, sfruttando l’ambiente ostile del deserto, i tentativi di oltrepassare il
confine e di conseguenza di diminuire drasticamente la percentuale degli ingressi illegali.
1! 6
Profittando delle montagne, dei canyon, dei laghi e dei fiumi come barriere naturali il PDT si
impegna così a scoraggiare i clandestini dal tentativo di raggiungere il territorio statunitense. Si trat-
ta quindi di una logica preventiva che dipingendo il deserto come ‘inospitabile’ tenta di ammor-
bidire il costo umano di cui è interamente responsabile. Questa intenzionalità è naturalmente taciuta
dai documenti ufficiali: “Although actual desert conditions are a linchpin of this enforcement strat-
egy, relatively few public documents on PDT descrive them or comment on the correlation between
the strategy and migrant fatalities (De León 2015, p.33).”
In un rapporto del 1994, gli architetti del Piano Strategico dichiarano: “violence will increase as
effects of strategy are felt”, presto però il termine violenza scompare dai documenti ufficiali e lascia
il posto ad eufemismi tanto più ambigui e fuorvianti. È evidente che il metodo principale utilizzato
dal governo per misurare l’efficacia della PTD è il conto dei cadaveri morti nel deserto, ma non
bisogna stupirsi di ciò dal momento che gran parte della popolazione statunitense condivide a pieno
la strategia del governo. Ad attribuire uno scarso valore alle vite dei migranti non sono solo le au-
torità ma un intero settore del pubblico americano. A sostegno di ciò, l’autore riporta numerosi
commenti che accompagnano articoli online circa il tema dell’immigrazione: “As long as the immi-
gration numbers are declining…I can live with the border death numbers” (De León 2015, p.34).
Le statistiche fanno emergere che la disidratazione è la cause principali delle morti: puntando
meschinamente su quelli che nella visione del governo costituiscono “effetti collaterali”, il governo
americano ‘depone’ le armi e lascia fare il gioco sporco al deserto, il nuovo persecutore dei
trasgressori della sovranità territoriale del paese a stelle e strisce.
Qual è allora il termine più adatto per definire la macchina anti-clandestinità americana?
Necropolitica, una politica della morte. Parte di questa politica è legittimata da ciò che Agamben
chiama stato d’eccezione: quel processo che consente alle autorità sovrane di privare determinati
individui dei diritti umani legittimando l’esercizio della violenza su quanti ne sono esclusi. Questo
stato d’eccezione è legato a luoghi specifici, sono gli spazi di eccezione, come i campi di sterminio
nazisti e i territori di frontiera, dove lo stato d’eccezione viene applicato concretamente a milioni di
persone che attraversano e popolano queste zone. (De León 2015, p.27)
Trasformando esseri umani in polvere d’ossa e bonificando la natura dalla spazzatura umana e
non umana depositata sul terreno, la necropolitica statunitense cancella ogni traccia visibile della
morte e della sua colpevolezza. Secondo Mbembe in generale è la politica attuale, non più intesa
come il progetto di un accordo sociale basato sulla comunicazione e la ricognizione reciproca, a ne-
cessitare la costante individuazione di un nemico da annientare. In questo senso tutta la politica

1! 7
contemporanea non può che trasformarsi in necropolitica, guerra, sicurezza, resistenza e battaglia
contro il terrorismo. (De León 2015, p.66)
Un numero crescente di studiosi e ricercatori si è interessato ad analizzare le nuove modalità con
cui il potere dello Stato si arroga il diritto di uccidere in nome di progetti politici, evidenziando
come la necropolitica, interagendo non solo con i viventi ma anche con i cadaveri amplifica il suo
raggio d’azione trasformandosi in violenza post-mortem, necroviolenza.
Jason ci ricorda che forme di necroviolenza vengono praticate dall’uomo fin dai tempi della
civiltà greca, gli esempi abbondano nell’Iliade: corpi privati di sepoltura, divorati dagli animali,
trascinati sulla terra battuta o appesi ai crocevia come trofei di guerra. Ma anche gli aztechi, che al
tempo di Cortez, usavano conservare le teste dei conquistadores in apposite teche, o ancora la vio-
lenza perpetratasi durante le guerre di religione nel corso delle quali i Cattolici davano in pasto a
cani e mucche i corpi dei Protestanti. Da queste forme di umiliazione emerge, come ha sottolineato
Foucault, la superiorità del vincitore e la sua conseguente glorificazione.
La necroviolenza, che funge da supporto alla necropolitica, si distingue da essa in quanto con-
cerne specificamente il maltrattamento fisico di corpi privi di vita (De León 2015, p. 69). Questa
violenza post-mortem incide anche su coloro che si trovano nell’impossibilità di elaborare la perdi-
ta: la mancanza di una traccia fisica della morte rende impraticabile qualsiasi forma di compianto e
quindi di riconoscimento del valore della vita che è venuta a mancare. Pauline Boss definisce la sof-
ferenza vissuta dai cari del morto perdita ambigua: questa ambiguità congela il lutto che, da con-
dizione transitoria, si protrae in una temporalità apparentemente senza fine.

PAULINA: More than anything we just want to get to the bottom of this. To see what happened to him. God give us
strength to accept whatever comes. Is he alive or is he dead? We need to finally know something about what has be-
come of him. Imagine not knowing nothing. [crying] We ask God to give us strength to keep moving forward. Maybe he
is alive. God, send him back or have him turn himself into immigration or the police. We need to know so that we can
keep moving forward as before. God willing, José will sono appear. Whether he is alive or dead, we just want to know.
We want no longer have doubts about where he could be or how he is or what happened to him. We don’t know noth-
ing…Maybe the coyote did something. Maybe he killed him and buried him so that no one would find him. If he was
left behind, they should have found him dead, but they didn’t find anything. Sometimes these are thoughts we have out
of the desperation from not knowing. I don’t mean to sound ugly, but at least Maricela’s family knows that she is dead
and they can put her in a tomb and visit her! At least their family can leave her flowers. ¡Aquí no sabemos nada! We
know nothing about what happened to his life (De León 2015, p.276 enfasi mia).

Fassin, concorde alla visione di Agamben dei campi di concentramento come i luoghi della moder-
na biopolitica, propone di ripensare a un altra politica della vita. Riallacciandosi alla riflessione di
Foucault sulla biopolitica prima che questa virasse nello studio della governamentalità, l’autore
1! 8
avanza il concetto di life as such, per pensare alla vita come al corso di eventi che si succedono dal-
la nascita alla morte, i quali possono essere troncati da forme di violenza politica o strutturale, pos-
sono essere prolungati da politiche sociali a favore della salute dell’individuo e danno luogo a inter-
pretazioni culturali e decisioni morali. Life as such è l’esistenza vissuta attraverso il corpo, non solo
come insieme di cellule, è la vita di una società che non è solo sinonimo di specie (Fassin 2009, p.
48).
Nel contesto attuale la biopolitica diventa sinonimo di biolegittimità e del suo corollario, la bio-
inegualità, concetti che illustrano il valore e il significato conferiti concretamente alle vite. Questi
fanno sì che la biopolitica non vada intesa più solo in senso foucaultiano come “normalizzazione
delle vite delle persone” attraverso le tecnologie del potere, ma anche come capacità di decidere che
tipo di vita le persone possono o non possono vivere. (Fassin 2009. p.49)
Quello che è paradossale è che, se per biolegittimità intendiamo la sacralità della vita in quanto
tale, vediamo prodursi automaticamente una sua gerarchizzazione all’interno dell’umanità: così, se
colpevoli di crimini come Pinochet possono evitare di scontare la pena perché gravemente ‘am-
malati’, lo stesso non vale per migranti e rifugiati, i quali pur scappando da guerre, fame, torture e
corruzione non sono legittimati a ricevere il diritto d’asilo (Fassin 2009, p.50). È in questo modo
che la bio-inegualità diventa l’altra faccia della medaglia della bio-politica.
Recuperando la concezione primordiale di biopolitica di Foucault, Fassin sostiene che se da un
lato questa conferisce il diritto alla vita dall’altro può negare l’esistenza umana fino a cancellare la
traccia della morte: sono questi i processi che stanno alla base tanto di regimi di reclusione come
l’apartheid in Sud Africa quanto delle politica statunitense che lotta contro l’immigrazione clandes-
tina e del suo strumento principe, il collettivo ibrido.
Parallelamente, la creazione di uno spazio di segregazione permette al governo, nel caso dell’A-
partheid così come nell’economia generale delle politiche anti-immigrazione europea e statunitense,
di trascurare il destino della popolazione. Non esistono infatti statistiche ufficiali dei decessi nei
Bantustan, né dei migranti morti nel deserto i cui corpi non sono mai stati ritrovati né di quelli che,
partiti dalla Libia in mare, non sono mai giunti sulla terra ferma.
Le forme di vita di Wittgenstein dal punto di vista dell’autore possono allora diventare strumenti
di riflessione in quanto “what we have to apprehend is ‘the dangers that humans beings pose to each
other’, a reality ‘related to not only disputations over forms but also disputations over what consti-
tutes life’(Fassin 2009, p.57, enfasi mia).”
Concludendo, pensare a un’altra politica della vita significa interrogarsi concretamente sul prob-
lema della negazione del riconoscimento dell’altro analizzando in che modo determinati gruppi
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umani sono trattati, in virtù di quali principi e di quale morale, diventano i bersagli di ingiustizie e
misconoscimento. (Fassin 2009. p.57)

The Argonauts who cross Mexico

Memo e Lucho, Samuel e Pato, Chucho, Maria e Lupita, Christian, Maricela e José…sono i nomi
degli Argonauti che attraversano il Messico, l’elenco però non è esaustivo perché numerose sono le
testimonianze di quelle che potremmo chiamare ‘voci secondarie’ che cospargono il testo come bre-
vi intermezzi che arricchiscono la polifonia dell’impianto generale dell’opera.
Jason raccoglie le loro testimonianze spostandosi tra Nogales, New York e Cuenca. Nogales, cit-
tà di frontiera, è un punto strategico: da qui si diramano i flussi umani dei migranti, di quanti si ac-
cingono alla prima traversata, dei fortunati che si riposano in un letto a castello del rifugio di Juan
Bosco prima di cimentarsi nell’ennesimo tentativo, dei meno fortunati che si accampano nel
cimitero con i bevitori di Mezcal, dei molti che, recentemente deportati dalle autorità americane,
attendono una chiamata dalle loro famiglie seduti nel cortile del Grupo Beta, l’agenzia nazionale
messicana che soccorre i migranti.
La città offre assistenza umanitaria e traffici illegali, ma i confini porosi complicano ulterior-
mente quest’economia della migrazione: polleros (trafficanti) che attendono seduti al tavolo di un
bar l’arrivo del prossimo gruppo di potenziali clienti; bancarelle che esibiscono l’equipaggiamento
necessario al camino : zaini, camicie militari, scarpe rivestite di moquette ‘per non lasciare alcuna
traccia sul terreno’, borracce di plastica nera, elettroliti per scongiurare la disidratazione; il
panadero che presta a pagamento servizi di Money Transfer con la complicità di Rosa, la guardia di
sicurezza del Grupo Beta; supermercati dai prezzi esorbitanti dove imminenti viaggiatori fanno
scorte di acqua, scatolette di tonno, fagioli in scatola, pane, aglio contro i morsi dei serpenti, tor-
tillas in busta… ¡Bienvenidos a Nogales!.
In questo limbo globalizzato si alternano le voci, le storie di vita, i racconti di viaggio, le lacrime
e le chingaderas - le battute - per ammazzare il tempo: fra i migranti, alcuni di loro ci accompag-
nano per un lungo tratto, è il caso di Memo e Lucho, con altri invece condividiamo momenti ful-
minei, sono apparizioni fugaci che si disperdono nell’orizzonte de la linea, il muro lungo 2km che
divide la città messicana da quella dell’Arizona.

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These migrant narratives have no formal structure. They are Polaroids; stories with no resolution. After one or two con-
versations with someone I encountered in Nogales and later watched enter the desert, I usually never heard from them
again. This border town, like all others, is just one stop along the migration route. All I could often do was take notes as
people passed through my line of vision before disappearing over the horizon (De León 2015, p.128).

Senza soluzione di continuità, entriamo ex abrupto nella vita di Chucho, ex border crossers, che,
deportato dalle autorità statunitensi dopo trent’anni vissuti illegalmente in Arizona, ha deciso di sta-
bilirsi a Nogales, di assistere gratuitamente i migranti di passaggio fornendo loro acqua, spazzolini,
rasoi e quant’altro possano necessitare (De León 2015, p.136).
Jason incontra Chucho mentre sta disinfettando il braccio di un giovane moreno ferito dal filo
spinato nel tentativo di scappare dalla migra, un dettaglio da cui traspare la dedizione e il disinter-
esse caratteristici di questo ‘angelo dai capelli arruffati’ (De León 2015, p.136).
Con lui ci imbattiamo, nei pressi della stazione della guagua, in Maria e sua figlia di sette anni,
Lupita, appena deportate a Nogales, separate rispettivamente dal marito e dal padre, detenuto nel
carcere di Tucson. Maria vorrebbe trovare un lavoro a Tijuana perché Nogales non offre più lavoro
per i clandestini, ha ricevuto solo un offerta di lavoro in una cantina che ha declinato perché era
chiaro non si trattasse solo di prendere ordinazioni e servire i clienti. Dei coyotes si sono offerti di
prendersi cura di sua figlia affinché lei possa trovare un’occupazione a Tijuana, ma non se la sente
di accettare: in preda alla disperazione chiede a Jason di badare a sua figlia perché sembra una per-
sona buona ma sia Jason che Lucho le consigliano di non separarsi da Lupita. Chucho le porge un
biglietto da cinquanta pesos, suggerendole di lasciare il prima possibile Nogales. Laddove Maria fa
di tutto ma non riesce a trattenere le lacrime mentre confida la sua storia a Jason, Lupita, nonostante
sia reduce da una duplice traversata nel deserto che l’ha separata dal padre, non ha mai pianto, non
si è mai lamentata di niente. (De León 2015, pp.138-139) La sua forza, la sua resilienza, contrastano
con la vulgata giornalistica e il suo asso nella manica: la sofferenza della vittima innocente che atti-
ra la filantropia piccolo-borghese, ed è proprio la scrittura di Jason che contribuisce a sfatare il
topos dell’innocenza e il cliché della debolezza: “The kids themselves were resilient in the face of
trauma, I never saw any of these kids crying so I just tried to accurately represent what I saw (De
León 2018, comunicazione personale).”
Dalle strade di Nogales ci spostiamo negli interni sovraffollati del rifugio di Juan Bosco: qui
Memo cerca di mettere un po’ d’ordine a una fila scompigliata di viajeros appena arrivati, dando
loro istruzioni basilari sui servizi offerti, mentre Samuel, operatore nel centro da dieci mesi, depor-
tato da Phoenix dopo essere stato sorpreso a guidare senza patente, riempie una lista con i nomi dei
nuovi ospiti che potranno passare tre notti prima di rimettersi in cammino. Coloro che trovano posto

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a Juan Bosco dispongono di un letto, possono usufruire di due pasti al giorno, hanno a disposizione
docce e bagni comuni dove scrollarsi di dosso la polvere del deserto e l’odore di settimane senza
lavarsi. C’è chi passa il tempo a guardare la tv, chi scrive messaggi alla sua novia, chi è occupato a
bendarsi i piedi pieni di vesciche.
In cucina, Pato, intento a mescolare in una pentola gigante, si diverte a scherzare con un gruppo
di giovani donne. Anche lui, come tutto il personale del centro ha un passato da border crosser;
dopo aver lavorato per anni nelle cucine di lusso di San Diego, ha deciso di stabilirsi a Nogales
dove conduce una vita quasi dignitosa (De León 2015, p.124). Di lui, Jason ci delinea un profilo
irresistibile: mago culinario capace di preparare piatti squisiti da cibi di scarsa qualità, inguaribile
seduttore con un umorismo sferzante, Pato si diverte a punzecchiare Jason dicendo alle ragazze che
è in cerca di una girlfriend messicana (De León 2015, p.125).
È importante sottolinearlo: nonostante la sofferenza, la fame, la stanchezza e l’esaurimento nel-
l’etnografia di Jason c’è posto per scherzi, battute e flirts, Juan Bosco è anche uno spazio per lo
svago, la leggerezza, l’abbassamento della tensione, in un contesto dove, è bene non dimenticarlo,
esiste una gerarchia della sofferenza, “In this sea of misery, there is always someone worse off than
you (De León 2015, p. 125).”
L’abilità di Jason nel rendere l'esperienza dell’immigrazione con picchi di humor non è da sotto-
valutare: è molto più facile e scontato descrivere la realtà con toni drammatici, ma l’esperienza vis-
suta sul campo gli permette di cogliere gli imponderabilia della quotidianità e di evidenziarne il
carattere spesso esilarante; inoltre, insistere sull’humor significa anche sottintendere l’agency e la
resilienza di queste persone, laddove invece, un eccesso di drammaticità rischia di presentare l’altro
come vittima inerme e passiva. (De León 2015, p.92)
Un posto speciale è riservato a Memo e Lucho, amigos del camino, conosciutisi in una notte pas-
sata nella cella della prigione federale che il giorno dopo li avrebbe rispediti a Nogales, e da allora,
divenuti inseparabili. (De León 2015, p.94) Jason li incontra per la prima volta a Juan Bosco, dove
sono riusciti a convincere la direttrice del centro a farsi inserire come volontari per poter sog-
giornare più a lungo e prepararsi per il prossimo viaggio nel Sonoran.
Memo e Lucho distribuiscono i pasti, si occupano delle pulizie, danno istruzioni sui servizi e le
regole del centro e, anche loro non sono affatto parsimoniosi in materia di umorismo, come ripetu-
tamente emerge sia dalle loro voci in prima persona sia dal profilo che ne restituisce l’autore.
E Jason non esita a confessare ai suoi lettori la genuinità delle sue risate di fronte al racconto
delle numerose gag che costellano le loro avventure nel deserto, come la volta in cui si imbattono in

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una mandria di vacche ‘americane’ che, a dispetto della loro magrezza, secondo García, un loro
compagno di viaggio, sarebbero la prova evidente di aver oltrepassato il confine statunitense.

MEMO: When I saw the cows, I started getting really suspicious [laughing]. I said, “Hey García, these fucking cows are
skinny, man! Look how ugly these cows are! Gringos have fat cows! Gringos have good-looking cows! You bastard!
These goddamn cows are Mexican! [¡Oye cabron! ¡Estas pinches vacas son mexicanas! ] What the fuck! We are still in
Mexico! [all of us laughing] (De León 2015, p. 91)

A detta di Memo è fondamentale cercare di rimanere positivi durante il viaggio, cercare di alleg-
gerire la tensione e le difficili condizioni: rimanere ottimisti, scherzare fino a burlarsi della propria
condizione, fingendo di essere a un pic-nic servono a rimanere motivati, a mantenere vive le energie
necessarie per perseverare nel viaggio. (De León 2015, p.94). Insomma, l’unica arma efficace e re-
sistente a qualunque deterrente macchinato dall’intelligence americana è proprio l’humor, caratteris-
tica comune a tutti i latinos incontrati sul campo. (De León 2015, p. 92)
La permanenza prolungata di Memo e Lucho nell’ Albergue Juan Bosco è alla base dell’intimità
creatasi fra i tre: si tratta di una relazione preziosa, con loro Jason condivide la quotidianità, nu-
merose serate passate a bere jugo, nome in codice che sta per cerveza poiché nel centro è proibito
consumare bevande alcoliche. Forte è la preoccupazione per la loro sorte nel momento in cui si ac-
cingono ad attraversare il deserto, in quest’occasione Jason osa mettersi a nudo confidando al let-
tore le sue paure. “Che senso ha un’antropologia che non spezza il cuore?” si chiede, facendo eco a
Ruth Behar: visioni apocalittiche e crampi allo stomaco lo assalgono nel momento della loro sepa-
razione, che lo porta a riflettere sul posizionamento dell’etnografo: “I am nothing now but an acad-
emic voyeur. The distance between my world and theirs has never felt so vast (De León 2015, p.
154).”
Memo e Lucho sono informatori chiave perché, grazie al rapporto di fiducia instauratosi tra i tre,
i due accettano la proposta di Jason: documentare il cammino nel deserto con una macchina fo-
tografica usa e getta. Dopo tre tentativi falliti, l’ultimo dà i suoi frutti e Jason è di nuovo con loro a
bere birra in una roulotte della periferia di Nogales, a evocare il racconto del loro ultimo viaggio,
servendosi del supporto delle fotografie scattate che i due commentano spontaneamente o che ser-
vono a Jason per elicitare ulteriori dettagli. Questi scatti danno maggiore concretezza alla testimoni-
anza verbale, contribuendo a rendere più vivida e più intellegibile la realtà del deserto e gli habitat
di significato6 che caratterizzano le vite di milioni di migranti. “I envision the photos and stories

6Mi riferisco alla nozione così come definita da Ulf Hannerz: “ Gli habitat possono espandersi e contrarsi;
possono combaciare del tutto, parzialmente o per niente, e quindi possono essere identificati o in singoli in-
dividui o in collettività.” Hannerz U., (1998), La diversità culturale, Il Mulino.
2! 3
that Memo and Lucho provide about their trip as breathing life into the countless number of objects
that have been left in the desert and that represent millions of crossing stories (De León 2015, p.
173).”
Un ruolo altrettanto peculiare alle vite di Memo e Lucho spetta a Maricela, Christian e José; con
loro abbandoniamo il territorio messicano e ci spostiamo più a Sud, a Cuenca, in Ecuador.
Le loro storie costituiscono un intreccio interdipendente: è il dipinto di un’intera famiglia coin-
volta nell’universo dell’immigrazione clandestina. È un racconto che comincia in medias res, dal
ritrovamento del corpo di Maricela da parte di Jason e di un gruppo di studenti durante una spedi-
zione archeologica nei pressi di Lobo Peak. (De León 2015 pp. 209-210) Maricela, madre di tre
figli, indebitata e per questo partita con la determinazione a trovare un impiego che potesse consen-
tire una vita più dignitosa alla sua famiglia, è una delle vittime della strategia di un governo che
sfrutta l’ascosità del Sonoran come killing machine. L’etnografia dei vivi si fa da parte e si trasfor-
ma in etnografia post-mortem. Sono i morti a parlare, sono i morti a raccontarsi attraverso le voci
dei loro cari capaci di renderli come carne viva, di ricordarci che dietro un viso mangiato dal deser-
to, cibo per vermi e avvoltoi, gonfiato dai gas intestinali, c’era una madre che amava i propri figli,
che adorava cantare, appassionata di musica e di dischi, che si era fatta tingere i capelli di nero
corvino prima di partire perché voleva sentirsi più bella negli Stati Uniti.
È merito di Vanessa e di Christian, rispettivamente sua cognata e suo cognato, dei figli di
Maricela, e di sua suocera, Doña Dolores se quel cadavere irriconoscibile può prendere riscatto e
ridivenire la giovane donna che lo abitava.
Maricela si trasforma in centro irradiatore da cui si dipana una realtà multipolare: viaggiando tra
Cuenca e New York, Jason moltiplica i punti di vista, complica l’intreccio delle vite coinvolte nel
suo decesso, aggiungendo tasselli al mosaico dell’immigrazione. La disperazione di Theo, il marito
di Maricela, il funerale, il trauma dei figli, la visita al cimitero, gli incubi di Vanessa, il ruolo di
madre adottiva, i sensi di colpa di Christian che da New York non è stato capace di dissuadere
Maricela a intraprendere un viaggio troppo rischioso, che decide di confidare in prima persona al
registratore di Jason in un sovraffollato bar ecuadoriano del Queens. E poi di nuovo, per ironia della
sorte, la scomparsa di un altro membro della famiglia, José, quindici anni, affetto da quello che nel
gergo dei locali è el dolor de dólares, “that refers to both the feeling of abandonment that children
of migrants experience and their faraway parents’ attempts to assuage this pain with American cash
and gifts (De León 2015, pp. 268-269).”
Nella stanza di José, a discapito della sua assenza, una sovrabbondanza di felpe con il logo “New
York”, un Ipod, un computer e varie sneakers firmate, sono il riferimento concreto di questo dolore
2! 4
dei dollari assieme alle testimonianze dei nonni che lo descrivono come un adolescente ribelle che
passava spesso la notte in strada a bere chelas, birre. (De León 2015, p. 269)
Il tentativo dei genitori di compensare la lontananza con frequenti e costosi regali si rivela presto
fallimentare: per quanto José incarni l’habitus del sogno capitalista, si atteggi a gangster del barrio,
non riesce a colmare quel vuoto e quel sentimento d’abbandono che lo spingeranno a intraprendere
el camino.

GUSTAVO: He kept saying that my wife and I were to blame. He said he felt empty inside. He said he would go home
and we wouldn’t be there. He told me that being reunited with us would fill his emptiness inside. (De León 2015, p.270)

José è un desaparecido, il suo corpo è stato inghiottito nelle tenebre del collettivo ibrido, di lui,
nonostante le ricerche, i contatti con il coyote e le lunghe interviste con gli agenti della Border Pa-
trol, non rimane più alcuna traccia.
Questa è la necroviolenza: è la perdita ambigua, è l’impossibilità dei cari di piangere il corpo del
defunto, è il prolungamento senza fine del dolore, dei dubbi e degli incubi, è il persistere dell’insen-
satezza della speranza.
Seguendo il pensiero di Judith Butler, secondo la quale lo spazio del dolore più che privato e
apolitico, dovrebbe essere concepito come pubblico, in quanto capace di illustrare il complesso or-
dine politico che muove la comunità (De León 2015, p.284) , Jason afferma che, la sofferenza per la
perdita di Maricela, José e di milioni di altre vite vittime di questa politica spietata può aiutarci a
capire meglio che i nostri mondi sono interconnessi, e a prendere consapevolezza della responsabil-
ità etica che abbiamo l’uno verso l’altro come esseri umani. (De León 2015, pp.284-285)

The factors that make people leave their homes and families to risk life and lima in the desert for
the chance to scrub toilets for minimum wage are relatively obvious: global economic inequality,
political instability, war, famine, government corruption, drug cartel violence, unregulated capital-
ism, consumer demands for cheap goods and services. It is an endless list of political economic is-
sues that defy simply policy solutions (De León 2015, pp. 283-284).

Tú no tienes la culpa mi amor


Que el mundo sea tan feo
Tú no tienes la culpa mi amor
De tanto tiroteo
Vas por la calle llorando
Lágrimas de oro
Vas por la calle brotando
Lágrimas de oro
2! 5
Tú no tienes la culpa mi amor
De tanto cachondeo
Tú no tienes la culpa mi amor
Vámonos de jaleo
Ahí por la calle llorando
Lágrimas de oro
Ahí por la calle brotando
Lágrimas de oro
Llegó el cancodrilo y Super Chango
Y toda la vaina de Maracaibo
En este mundo hay mucha confusión
Suenan los tambores de la rebelión
Suena mi pueblo suena la razón
Suena el guaguancon
Tú no tienes la culpa mi amor
Lágrimas de oro

Manu Chao, Lágrimas de oro

2! 6
Appendice

Q&A con Jason de León via e-mail.

GIULIA: How do you position your work and project in relation to Public Anthropology? Do you
think your work can be placed inside this relatevely new branch of anthropology?
JASON: I typically avoid labels for my work. People often call what I do"Public Anthropology" but
that is not how I identify my work. My work seems to be accessible to the public but that because of
my commitment to outreach not necessarily my desire to fit a certain label.
GIULIA: How have you proceeded in diffusing your work and project among a wide public, not
only the academics... Did the Margaret Mead prize helped you to reach a wider diffusion? I notice
taking a look at your twitter account that lot of journals and magazine in South America as well as
in the USA are publishing articles on your work. How did that happen?
JASON: My work has always had a public appeal because of the topic and my tendency to translate
the work into accessible prose and user-friendly formats. I am also generally willing to communi-
cate with journalists when they reach out to me.
GIULIA: Who financed the UMI project? Are you going to continue it and how? Publishing a new
book?
JASON: The project is funded by grants and my university. The project has just completed its tenth
year and will continue into the foreseeable future. We are actively working on new book projects,
articles, and exhibitions.
GIULIA: How Christian managed to stay in the USA after they relesead him ? It’s not so clear...the
agent says to him : you can go where you want...nyc where your family is or wherever. The same
doubts aroused while reading the story of Jose's cousins. After been taught by the PB did they come
back to their country or managed to stay in the USA?
JASON: Migrants from countries south of Mexico are typically released after being caught and ex-
pected to appear in court for a formal deportation. You can read about it here?: http://nymag.com/
daily/intelligencer/2018/07/catch-and-release-trump-reverts-on-migrant-policy-for-now.html
GIULIA: When you write about the kids (in particular Lupita and Maricela's kids) you put a light on
their power and strength, their surprising resilience. You say you barely or never see them cry. The
question is about innocence, thinking about how humanitarian agencies and journalists work (take
2! 7
the pic of the syrian kid dead on the seashore providing an image of children as passive, victims,
human being that lacks agency and need protection. Have you depicted this children with the aim of
criticize this gummed-pompous politic of innocence?
JASON: My depiction of children had little to do with the political of representation but more re-
flected the realities that I observed. Adults either tried to protect kids from suffering or the kids
themselves were resilient in the face of trauma. I never saw any of these kids crying so I just tried to
accurately represent what I saw.
GIULIA: Do you think that Appadurai's mediascapes or Jackson lifewords are suitable concepts for
the life stories of Memo, Lucho and Christian? Do you consider your ethnography (also) as an in-
vestigation into people's imaginative and interior lifewords as they shape their stories and through
them individuals construct their past experiences and narrate them. Lifewords influence not only
past but also present and future. Our decision and view on life are constantly reinvigorated by our
expectations, deception and success based on the impact of the reality over our imagination. (Think
about Christian's deception once arrived in Queens and his uncle's modest one room apartment.)
JASON: Maybe, but I not necessarily interested in peoples' interior life worlds. I am skeptical about
how much of someone else's interior I can access or write about. I am more interested in situating
myunderstanding (as an admitted outsider) of someone else's experience within the context of larger
structural forces.

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Bibliografia

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https://twitter.com/jason_p_deleon (Data di accesso: 22 luglio 2018)

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