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31/8/2018 (il Timone) Giustizia: Perchè occorre scontare la pena – Totus Tuus Network

Riflessioni in margine al caso Sofri: la pena deve


ristabilire l’uguaglianza tra gli uomini infranta dal
reo, perciò non basta il pentimento per reclamarne la
conclusione. Essa restituisce dignità al reo, ma
moltissimi cattolici lo hanno dimenticato.

Riflessioni in margine al caso Sofri: la pena deve

ristabilire l’uguaglianza tra gli uomini infranta dal

reo, perciò non basta il pentimento per reclamarne la

conclusione. Essa restituisce dignità al reo, ma

moltissimi cattolici lo hanno dimenticato.

Mentre scrivo questo articolo non so come andrà avanti la

proposta di legge per ottenere la grazia per Sofri, che

svariati processi hanno dichiarato essere il mandante

dell’assassinio di Luigi Calabresi.

Non so se la potentissima lobby degli amici di Sofri

riuscirà nel suo intento, ma questa ennesima puntata del

caso Sofri offre lo spunto per fare alcune considerazioni

sulla funzione della pena.

Infatti, molti ripetono continuamente che Sofri è cambiato

ed è pentito, perciò non ha più senso la continuazione

della pena.

Ora, anche se ammettessimo che sia vero il pentimento di

Sofri, quest’argomentazione denuncia un gravissimo errore

circa la funzione della pena, ed esprime una teoria della

pena sbagliatissima, che è ormai purtroppo dilagata

paurosamente anche nel mondo cattolico, tra teologi,

sacerdoti, credenti, ecc., secondo cui la pena ha due

funzioni:

1) rieducativa, cioè ha lo scopo di produrre il pentimento,

il ravvedimento del reo;

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2) preventiva-difensiva, cioè ha lo scopo di evitare nuove

minacce all’incolumità della società, esercitando un’azione

intimidatrice nei confronti del reo e di coloro che

potrebbero emularlo.

Ora queste due funzioni della pena sono giuste, ma non

sono sufficienti e debbono essere integrate da una terza

fondamentale funzione, quella retributiva.

Essa consiste in un atto di contraccambio al reato compiuto,

è il corrispettivo, proporzionato, del male commesso dal

reo, che ristabilisce la giustizia.

Infatti, ciascun uomo vive con gli altri uomini in un

rapporto di uguaglianza, di reciprocità, di simmetria.

Ora, che cosa fa il reo?

Egli cancella questa uguaglianza, infrange questa

reciprocità, ottiene un vantaggio indebito a spese degli

altri.

Perciò, come chi ha guadagnato un vantaggio ingiusto deve

risarcirlo, come chi si è arricchito illecitamente deve

restituire il maltolto e come una squadra sportiva che ha

barato deve essere penalizzata, così il reo che ha commesso

un reato che ha rilevanza penale deve subire una pena

afflittiva, per scontare il male che ha compiuto.

Perché afflittiva?

Perché il reo ha prevaricato con la sua volontà e la sua

libertà sulla volontà e la libertà dei suoi simili, perciò

la pena deve affliggere la sua volontà e la sua libertà

per riequilibrare il male che egli ha compiuto.

Non solo, ma il reo, prevaricando sui suoi simili, ha

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abdicato alla propria dignità, perciò la pena, facendogli

espiare il male compiuto, gli restituisce quella dignità

che egli ha perso; in tal modo, come dice Platone, la

cosa peggiore che può capitare ad un uomo non è commettere

ingiustizia, ma commettere ingiustizia e non venire punito,

perché chi non viene punito non recupera la propria

dignità che ha leso.

Ciò significa che esiste un diritto-dovere dello Stato di

punire, ma anche un diritto del reo di essere punito dallo

Stato (anche se il reo non ne è quasi mai consapevole):

il reo ha il diritto di essere punito per poter recuperare

la propria dignità.

Qual è la differenza con la vendetta?

La vendetta vuole danneggiare il reo, invece la pena come

retribuzione ha un’intenzione diversa: ristabilire

l’uguaglianza infranta dal reo e ridargli la dignità che

egli ha perso, quindi non vuole il male del reo, ma il suo

bene.

Fare del male a qualcuno non vuol dire sempre fare il male

morale: il padre che punisce il figlio che ha sbagliato

gli fa male, ma non fa del male morale, anzi fa del bene

morale, e fa il bene del figlio.

Qual è la differenza con la legge del taglione?

È vero che la pena dev’essere proporzionata, ma non guarda

solo ai fatti (occhio per occhio), ma anche alle

intenzioni, alla consapevolezza e alla premeditazione del

reo; inoltre la logica del taglione colpisce anche chi

non c’entra (se x uccide i figli di y, y per ritorsione

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uccide i figli di x), mentre la pena retributiva affligge

solo il responsabile di un male.

Un ultima obiezione dice che il male compiuto non si può

cancellare, e che la pena aggiunge un nuovo male a quello

già compiuto.

In realtà, come ho già accennato, nessuno pretende che il

male sia cancellato, il male resta; con la pena si vuole

ristabilire l’uguaglianza tra gli uomini, quindi la pena

non aggiunge un nuovo male a quello già esistente, bensì

fa del bene.

Il discorso che ho fin qui sviluppato è stato teorizzato

in modo simile da grandi filosofi come Platone, Kant ed

Hegel.

Ma non è contrario al cristianesimo?

Mi basta citare il più grande filosofo e teologo cristiano

di tutti i tempi, S. Tommaso, che spiega che la pena

«tende principalmente a un bene al quale si giunge mediante

la punizione dei colpevoli, per esempio al loro emendamento

[funzione rieducativa], o almeno alla repressione del male

per la pubblica quiete [funz. preventiva.-difensiva],

oppure alla tutela della giustizia e all’onore di Dio

[funz. retributiva]»

(Somma teologica, II-II, q. 108).

Ma il cristianesimo non dice di perdonare?

Certo, ma il perdono concerne il colpevole e non toglie la

colpa: se la pena fosse solo rieducativa, nel sacramento

della confessione non avrebbe senso comminare la penitenza

al peccatore, che è già pentito.

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Invece, pur essendo già pentito e pur essendo già stato

perdonato, il peccatore riceve una penitenza, che è una

retribuzione afflittiva del male che ha compiuto, e ciò

dimostra che il perdono e la punizione non sono

alternativi, bensì complementari.

Del resto la funzione retributiva della pena è chiaramente

indicata dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

«La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine

introdotto dalla colpa» (2266).

Un altro esempio clamoroso di retribuzione è l’inferno,

come si comprende chiaramente dal fatto che esso perdurerà

anche dopo la fine del mondo.

Infatti, è chiaro che dopo la fine del mondo la pena

dell’inferno non può avere una funzione rieducativa, in

quanto i dannati non possono essere rieducati, né una

funzione preventiva ed intimidatrice, perché non esiste

più nessuno che sulla terra possa ricavare un monito da

essa: dunque dopo la fine del mondo l’inferno conserva

solo una funzione retributiva.

Il vangelo non è almeno incompatibile con la funzione

difensiva della pena?

Non chiede di porgere l’altra guancia?

Si, ma porgere l’altra guancia non esclude la liceità della

legittima difesa che, dice il Catechismo, «oltre che un

diritto, può anche essere un grave dovere, per chi è

responsabile della vita degli altri» (n. 2265), perché io

posso scegliere di porgere l’atra guancia se qualcuno

aggredisce me, ma ho il dovere di reagire se qualcuno

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aggredisce chi è sotto la mia responsabilità (per es. se

io sono un padre e qualcuno aggredisce mio figlio, oppure

se sono un governante e qualcuno mette in pericolo i

cittadini che io devo tutelare).

Per mancanza di spazio devo fermarmi qui, sperando che

dal poco che ho potuto dire sia chiaro che non basta il

pentimento di un reo per chiedere la conclusione della

pena.

E se proprio si ritiene di concedergli la grazia è

imprescindibile che egli la chieda.

Giacomo Samek Lodovici

(C) il Timone, n. 31

http://timone.totustuus,info/

Bibliografia

Mathieu, V., Perché punire? Il collasso della giustizia

penale, Rusconi 1978, specialmente pp. 73-298.

Catechismo della Chiesa Cattolica, punti 2261-2266.

Tommaso d’Aquino, Somma teologica, II-II, q. 108.

Platone, Gorgia, 477 E – 479 E.

Ricorda

«L’arte di procurar ricchezze […] libera dalla povertà,

la medicina dalla malattia, e la giustizia libera dalla

dissolutezza e dall’ingiustizia. […] Dunque […] il

fare ingiustizia e non scontare la pena è veramente il

più grande e il primo di tutti i mali».

(Platone, Gorgia, 478 A – 479 E).

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