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SANTAMBROGIO

Opere esegetiche I
I SEI GIORNI
DELLA CREAZIONE

introduzione, traduzione, note e indici


di
Gabriele Banterle

Milano Roma
Biblioteca Ambrosiana Città Nuova Editrice
1979
INTRODUZIONE

Fino dai prim i secoli della Chiesa molti furono gli esegeti del
prim o capitolo della G en esil. P er ricordarne solo alcuni, citerem o
O rigene2 e S. Basilio di Cesarea3 fra i Greci, Lattanzio4 e S. Ago­
stin o* fra i Latini. Possono spiegare questo interesse, che si pro­
lunga nel corso del tempo, sia le ragioni liturgiche che con­
sigliavano di com m entare testi largamente impiegati durante le
celebrazioni quaresimali sia, soprattutto, la necessità d’illustrare,
specie in contrapposizione con i vari sistem i ereditati dalla filo­
sofia classica, l'origine del mondo, punto di partenza p er la storia
della salvezzas.
Si com prènde perciò com e anche S. Am brogio abbia ritenuto
opportuno affrontare tale argomento, probabilmente nel corso del­
la Quaresima del 387, e precisam ente nei sei giorni della Setti­
mana Santa dal 19 al 24 aprile7.

Lo svolgimento della predicazione può essere cosi ricostruito:


1° giorno: I serm one, 1 ,1 ,1 -6 ,2 4 (mattina);
I I sermone, I, 7,25 - 10,38 (pomeriggio).

1 H. C azelles e J.P. B ouhot, II Pentateuco, trad. ital., Paideia, B rescia


1968, pp. 49-54.
8 Dodici Libri sulla Genesi (Hexaemeron); sedici Omelie sulla Genesi,
cui la prima sulla creazione; forse altre omelie sempre sulla Genesi. Della
prima opera rimangono solo frammenti; della seconda, una versione latina,
non sempre meticolosamente fedele, di Rufino (400-404 c.).
3 Nove Omelie sull'Hexaemeron. Si potrebbero qui aggiungere le analo­
ghe opere di S. Gregorio di Nissa e di S. Giovanni Crisostomo.
4 De opificio mundi.
5 De Genesi contra Manichaeos; De Genesi ad. litteram imperfectus liber
e, soprattutto, dodici libri De Genesi ad litteram sui primi tre capitoli della
Genesi.
6 Cazelles-B ouhot, op. cit., pp. 55-56.
7 J.R. P alanque, Saint Ambroise et l'empire romain, De Boccard, Paris
1933, pp. 520 e 759; F. H omes D udden, The life and times of St. Ambrose, Cla-
rendon Press, Oxford 1935, II, pp. 679-680.
Le altre date proposte oscillano fra il 386 e il 390. In genere non si
accetta la data 386, perché nelle omelie ambrosiane non c ’è traccia della ten­
sione provocata dalla lotta contro gli ariani. A favore di tale data non mi
sembra decisivo l’argomento ricavato da Aug., Conf., VII, 3, 5, 1: vedi P.
Courcelle, Recherches sur les « Confessions » de Saint Augustin, De Boccard,
Paris 1950, pp. 99-102.
Che la predicazione sia durata sei giorni risulta chiaramente da quanto
si dice all’inizio del nono discorso (sesto giorno): Qui (sermo) etsi per quinque
iam dies non mediocri labore nobis processerit... (VI, 1, 1).
14 INTRODUZIONE

2° giorno: III sermone, II, 1 ,1 -5 , 22 (pomeriggio).


3° giorno: IV sermone, III, 1 , 1 - 5 , 24;
V sermone, III, 6, 25-17, 72.
4° giorno: VI sermone, IV, 1 ,1 -9 ,3 4 (pomeriggio).
5° giorno: V II sermone, V, 1,1 -11, 35;
V i l i sermone, V, 12, 36 - 24, 92 (separato da un breve
intervallo dal precedente e pronunciato nel pom e­
riggio).
6° giorno: IX sermone, VI, 1,1 -10,76 (manifestamente nel po­
meriggio) 8.
I vari momenti della creazione sono cosi distribuiti: nella p
ma giornata, cielo, terra (I) e luce (II); nella seconda, firmamento
(III); nella terza, acque (IV) e piante (V); nella quarta, sole, luna
e stelle (VI); nella quinta, pesci (VII) e uccelli (V ili); nella sesta,
animali e uomo (IX).

Evidentemente un’opera cosi impegnativa presuppone nell'au­


tore non solo il possesso d’una cultura generale, teologica e pro-

8 P alanque, op. cit., p. 438; D udden, op. cit., II, p. 679.


Per il terzo giorno non ci sono precise indicazioni; si deve però ritenere
verosimile che il quarto sermone sia stato pronunciato al mattino e il quinto
al pomeriggio. Per il quinto giorno, invece, risulta dalla nota del testo ta-
chigrafico, rimasta all’inizio dell’ottavo sermone (V, 12, 36), che questo venne
pronunciato dopo un breve intervallo (Et cum paulolum conticuisset) dal
discorso precedente. Poiché, come vedremo nel seguito di questa stessa nota,
l'ottavo sermone fu tenuto nel tardo pomeriggio, assegnerei il settimo alle
prime ore del medesimo pomeriggio.
Il Paredi (La liturgia di S. Ambrogio, in « Sant’Ambrogio nel XVI cen
nario della nascita », Vita e Pensiero, Milano 1940, pp. 139-141), sul fonda­
mento di Exam., V, 11, 35; 24, 88; 24, 89; 24, 90; 24, 92, in confronto con Epist.,
XX, 25-26, ritiene che i due discorsi assegnati alla quinta giornata (VII e VIII)
non siano stati pronunciati il quinto giorno della Settimana Santa, e cioè il
venerdì, bensì il giorno precedente, e che quindi la divisione o l’assegnazione
dei vari discorsi che formano i sei libri sia da rifare.
Senza entrare nel merito dei problemi, per altro controversi, connessi
con la liturgia dei tempi di S. Ambrogio, credo assolutamente certo che il se­
sto sermone venne pronunciato nel tardo pomeriggio del quarto giorno, e
cioè del Giovedì Santo: Sed iam cauendum ne nobis in sermone dies quartus
occidat; cadunt enim umbrae maiores de montibus, lumen minuitur, umbra
cumulatur (IV, 9, 34). Non mi pare infatti possibile sostenere che l’espres­
sione dies quartus si riferisca alla creazione anziché alla predicazione (cf.
anche II, 5, 22). Ritengo inoltre altrettanto certo che i nove sermoni seguano
l'ordine del primo capitolo della Genesi (cf. VI, 2, 3), sicché il settimo e l’ottavo
non possono essere stati tenuti prima del sesto, cioè la mattina del Giovedì San­
to. Del resto, anche l’ottavo sermone si conclude con un’indicazione che non
lascia dubbi: ...et gratulemur quod factus est nobis uesper, et fiat mane
dies sextus. Si veda inoltre, nello stesso discorso, l’accenno alla stanchezza
che potrebbe indurre al sonno gli ascoltatori (V, 12, 37).
Quanto all'ipotesi che una probabile successiva rielaborazione abbia provo­
cato qualche spostamento o ampliamento della materia, essa è certamente ve­
rosimile. In ogni caso, la storia di Giona (V, 11, 35) si prestava egregiamente
per concludere l’elogio del mare, come la negazione di Pietro veniva a propo­
sito parlando della notte e del canto del gallo. L'episodio di Giona, del resto,
è richiamato anche da S. Basilio appunto nella perorazione della settima omelia
(164 A = 69 C), mentre l’esempio del gallo è citato verso la fine dell’ottava
(181 C = 77 C).
INTRODUZIONE 15

fana, adeguata ai temi affrontati, ma anche il ricorso, più o meno


immediato, a fonti particolari. Per i primi quattro paragrafi ci
soccorre l’approfondita ricerca del P épin 9 che rinvia, oltre che
ai Philosophumena d’Ippolito, al Cicerone del De natura deorum
e probabilmente deZZ'Hortensius, a Filone, forse ad im'Epitome di
Filodemo, senza escludere a priori la conoscenza diretta del De
philosophia del giovane Aristotele, non ancora ìndipendente dal­
l'influsso platonico. Ma più in generale, trascurando per il mo­
mento le fonti dell’informazione scientifica di cui diremo in se­
guito, per l’intera opera bisogna risalire, oltre che a Cicerone e
a Filone, quanto meno ad O rigen e10 e a S. Basilio di C esareau.
A questo proposito è inevitabile citare il fam oso passo di S.
Girolamo, nel tentativo di chiarirne i limiti ed il significato: Nuper
Ambrosius sic Exaemeron illius (scilicet Origenis) compilauit, ut
magis Hippolyti sententias Basiliique sequereturn. Sembra dif­
ficile, specie se si considera il carattere polem ico di chi scrive,
che il verbo compilare non assuma qui un significato niente af­
fatto lusinghiero 13. Ma anche ammesso questo, il senso dell'intera
frase continua a rimanere piuttosto oscuro. Secondo il Pépin,
« d’après le contexte, Jéróme sem ble vouloir dire qu’Ambroise
a gardé une certam e indépendence dans l'usage de cet Exaeme­
ron... En tout cas, Jéròme conferm e que les élém ents origéniens
introduits par Am broise dans son propre Exaemeron devaient se
trouver dans /'Exaemeron d’Origène plutót que dans une autre
ouvrage du m èm e auteur » M.
Ad ogni modo è difficile raggiungere una conclusione sicura,
perché sia Z’Hexaemeron di Origene che quello di Ippolito non

9 J. Pépin , Théologie cosmique et théologie chrétienne (Ambroise, Exam.,


I, 14), Presses Universitaires de France, Paris 1964, pp. 513-533.
Dissente dal Pépin E. L ucchesi, L’usage de Philon dans l'oeuvre exégétique
de saint Ambroise, ecc., E.J. Brill, Leiden 1977, pp. 73-74 e, specialmente, n. 2,
il quale pensa ad Origene come a fonte unica o principale.
10 Cioè al IIspl dcpx&v e al perduto commento ai primi quattro capitoli
della Genesi, oltre che alla prima omelia in Genesim, che tratta della creazione.
11 II Lazzati (Il valore letterario della esegesi ambrosiana, Archivio am­
brosiano, XI, Milano 1960, pp. 88 e 92) ritiene che 1’Exameron preceda la let­
tura di Plotino. Vedi però anche P. Courcelle, Platon et Saint Ambroise, Revue
de philologie, 76, 1956, pp. 46-47.
12 Ep. 84, 7; cf. anche Apoi. adu. Ruf., I, 2, PL, 33, 417 B.
13 II T.L.L. considera compilare sinonimo di excribere = « copiare »; cf.
H or., Sat., I, 1, 121; M art., XI, 94, 4. Veramente J. Labourt (S aint Jéròme,
Lettres, IV, Les Belles Lettres, Paris 1954, p. 134) traduce: « Naguère, Am­
broise a compilé de telle manière l’Hexaméron d’Origène qu’il s’est attaché
de préférencè aux opinions d’Hippolyte et de Basile ». Tra compiler e piller
c ’è una certa differenza.
14 Op. cit., p. 417, n. 2. Il Paredi (S. Ambrogio e la sua età, Hoepli, Milano
I9602, p. 370) intende cosi: « Girolamo che aveva sott’occhio tutte e quattro
le opere (cioè quelle di Origene, di Ippolito, di Basilio e dello stesso Ambro­
gio) scrisse che Ambrogio diede una nuova redazione dell’Esamerone di Ori-
gene, seguendo più da vicino Ippolito e Basilio che non Origene. Cioè l’opera
di S. Ambrogio è più curata quanto all’ortodossia ». Da S. Girolamo (De uir.
ili., c. 61, PL, 25, 707 A) sappiamo che Ippolito aveva scritto un 'EiiaTjjiepov.
Sui rapporti tra S. Ambrogio e S. Girolamo vedi A. P abedi, S. Gerolamo e
S. Ambrogio, in « Mélanges Eugène Tisserant », voi. V (Studi e testi, 235), Bi­
blioteca vaticana 1964, pp. 183-198 (in particolare pp. 191-192).
16 INTRODUZIONE

ci sono perven u ti15. È invece possibile istituire un confronto con


Z'Hexaemeron di S. Basilio; ma i risultati ne sono, a dir poco,
sconcertanti. Bisogna riconoscere, infatti, che nessun altro verbo
meglio di com pilare potrebbe esprim ere la realtà del rapporto
tra Z’Exameron di Ambrogio e il suo modello greco. A parte
l’impostazione generale, larghissimi brani sono riprodotti testual­
m ente insieme con esempi, citazioni e persino form ule di passag­
gio da un argomento all’altro 16. Addirittura, com e osserva il Pé-
p in 17 e com e io stesso ho personalmente sperimentato, m olte oscu­
rità del testo latino si chiariscono agevolmente nel confronto con
quello di S. Basilio, data la maggiore precisione del -linguaggio fi­
losofico greco. La fonte, inoltre, non è mai citata se non indiret­
tamente, com e per esem pio a IV, 7,30, dove si parla di nonnulli
docti et christiani uiri, ma soltanto per manifestare un dissensola.
Il Paredi, dopo aver rilevato, non senza una certa sorpresa,
tale modo di procedere, lo spiega, sia pure in form a dubitativa,
con il « carattere oratorio del libro » 19. Certamente un sermone
non è un trattato, almeno nel senso moderno del termine, bensì
un’opera nella quale l’interesse che potrem m o chiamare cultura-
le-scientifico cede il passo all’interesse pastorale. Nel secolo quarto,
poi, il concetto di « proprietà letteraria » era ben diverso da quello
giuridico-morale dei nostri tempi. S. Ambrogio, insomma, attinge
idee e immagini che ritiene possano giovare ai suoi ascoltatori,
senza preoccuparsi d’essere originale, perché in lui è dominante
Z’animus del pastore, non quello dello scrittore e del dotto. È
un fatto però che Z'Exameron costituisce un caso limite. Anche
in confronto di De officiis, che pur deve tanto a Cicerone, risulta
di gran lunga m eno personale nel contenuto, perché manca l’at­
teggiamento di contrapposizione polemica rispetto alla fonte.

Un’opera com e Z'Exameron, p er la materia trattata e gli svi­


luppi che ad essa si davano, richiedeva nell’autore un adeguato
patrimonio di conoscenze scientifiche. Lo Schenkl20 elenca tra le
fonti lo stesso Basilio, i Prata di Svetonio, T’ AXé^avSpog di Filo­
ne 21 e, per le api, le Georgiche di Virgilio. La leggenda della fenice

15 C. S chenkl, S. Ambrosii Opera, CSEL, XXXII, p. XIII: Num uero recte


dixerit Hieronymus Ambrosium Origenis Hexaemeron, hoc est Commentarios
in Genesim, quorum paucae nunc reliquiae extant, compilasse profecto du­
bitari potest.
16 S chenkl, op. cit., p. XIII: Immo Basilii, cuius sententias tantum eum
magis secutum esse Hieronymus refert, opus expilauit ita ut plerumque eius
dispositionem sequeretur, multa isdem fere uerbis redderet, longe plura
maiore usus uerborum ambitu exprimeret, denique in uniuersum interpretis
potius quam scriptoris munere fungeretur.
17 Op. cit., p. 372: « Si la plupart des obscurités du texte d'Ambroise
disparaissent à la lecture du texte de Basile... ».
18 Aerem quoque nonnulli etiam docti et christiani uiri allegauerunt
lunae exortu solere mutari; cf. Bas., 144 BC (61 AC).
19 Op. cit., p. 370. Su tale questione vedi anche ciò che scrive M. Cesaro,
Natura e Cristianesimo negli « Exameron » di S. Basilio e di Sant’Ambrogio,
Didaskaleion, VII, 1929, p. 59.
20 Op. cit., pp. XVI-XVIII.
21 ’A>i?ocvSpoi; 7j 7tepl tou Xóyov xà àXoya £<jia (Eus., H.E., II, 18, 6).
INTRODUZIONE 17

(V, 23, 79) deriva dalla prima lettera dì Clemente n, l'episodio del
canto dell'usignolo (V, 12, 39) da un carme deZZ’Anthologia Latina23.
Sempre secondo lo S chenklu, Ambrogio non avrebbe usato la
Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, com e sarebbe dimostrato
dal fatto ch’egli non adopera mai, p er lo stesso argomento, i me­
desimi vocaboli impiegati dall’autore latino25. Non va taciuto che
le nozioni scientifiche di S. Ambrogio non sono, nella maggior
parte dei casi, frutto di osservazione diretta e che vengono accolte
da lui tradizioni leggendarie e opinioni infondate26.
Come si potrà riscontrare dai rimandi in nota alla traduzione,
nell’Exameron sono numerosissime, più d’un centinaio, le riso­
nanze di V irgilio21, poche quelle di Lucrezio, di Sallustio e di Ovidio.
Non mancano inoltre echi di Varrone, di Orazio e, forse, di Ma­
cr o b io 2*. Non si tratta di vere citazioni, ma, per lo più, di un
inserimento nel tessuto del discorso di espressioni che per la toro
carica poetica o per la loro suggestione allusiva contribuiscono al­
l'efficacia dell’esposizione.
Di qui prende l’avvio una serie di considerazioni senza le
quali il giudizio sull’opera ambrosiana risulterebbe incompleto
e perciò ingiusto. Nonostante i modelli, ciò che colpisce in Am­
brogio è la sensibilità vibrante per gli spettacoli naturali in cui
la potenza divina si manifesta. Sua caratteristica è il gioioso com-

22 C. 25.
23 762 R.
24 Op. cit., p. XVI: Ne id quidem concedam Ambrosium scriptores La­
tinos, qui in rebus naturalibus explicandis maxime excelluerunt, omnes le­
gisse. Veluti num Plinii Naturali historiae uel aliquod studium impenderit
quam maxime dubito.
25 Pur senza pretendere di smentire radicalmente l'affermazione dell’il­
lustre studioso tedesco, mi permetto di citare qui sotto due passi nei quali,
anche se non materialmente, i vocaboli di Plinio e di Ambrogio presentano
una corrispondenza che potrebbe non essere casuale: a) N.H., XXV, 53, 92:
(Ceruae) ostendere, ut indicauimus, dictamnum uulneratae pastu statim
telis decidentibus . Exam., I l i , 9, 40: C ibus illis ergo medicina est, ut resilire
sagittas uideas ex uulnere. b) N.H., X, 3, 13: Alterum expellunt taedio nu ­
triendi. Exam., V, 18, 60: quod aliqui jieri putauerunt geminandorum alimen ­
torum FASTIDIO.
26 Vedi, p. es., la capacità della remora di fermare le navi (V, 10, 31),
la trasformazione dell’acqua in sale nell’Oceano (V, 11, 33), la restituzione
della vista ai rondinini (V, 17, 57), la fecondità verginale degli avvoltoi (V,
20, 64-5) e delle api (V, 21, 67), la resurrezione della fenice (V, 23, 79). A V,
12, 39. S. Ambrogio dichiara di riassumere da incompetente nozioni elementari.
27 S chenkl, op. cit., p. XVII, n. 1. M.D. D iederich, Ver gii in works of St.
Ambrose, The Catholic University o f America, Washington 1931, pp. 28-30,
elenca quattordici « imitazioni », ritenute sicure, dalle Bucoliche, settantadue
dalle Georgiche, settantuno daU'Eneide, più altre quattro dubbie dalle Bu­
coliche, ventuno dalle Georgiche, quarantanove daU’Eneide. Sui procedimenti
con i quali S. Ambrogio utilizza i testi virgiliani, vedi pp. 6-28. Vedi anche
L. A lfonsi, L’ecfrasis ambrosiana del « libro delle api vergiliano », Vetera
Christianorum, 1965, 2, pp. 129-138; A.V. N azzaro, La I Ecloga virgiliana nella
lettura d'Ambrogio, in « Ambrosius episcopus », Atti del Congresso intemazio­
nale di studi ambrosiani, ecc., a cura di G. Lazzati, Vita e Pensiero, Milano
1976, II, pp. 312-324.
28 P. C ourcelle, Nouveaux aspects du platonisme chez Saint Ambroise,
Revue des études latines, 34, 1956, pp. 232-234.
18 INTRODUZIONE

piacimento con il quale sa cogliere anche i più umili aspetti della


creazione. Troppo viva è la partecipazione del suo animo perché
si possa pensare esclusivamente a squarci retorici. L'insegnamento
della scuola si è limitato ad affinare doti di natura29 e a fornire
adeguati mezzi espressivi. B asterebbe la famosa descrizione del
mare ad attestarci le sue capacità di s critto re30. Spesso, anche
se lo spunto è offerto da S. Basilio, questo è ampliato e svolto
vivacemente con ricchezza di apporti personali.
N uocciono tuttavia alla « com posizione » dell’opera una certa
prolissità e i frequenti excursus che fanno perdere il filo dell’ar­
gom ento e turbano l’equilibrio della trattazione. A m bfogio talvolta
dimostra chiaramente di rendersene c o n to 31, ma nello stesso tempo
non se ne preoccupa in modo eccessivo, com e si ricava dal fatto
che le numerose divagazioni sono rimaste anche dopo la revisione
del testo tachigrafico32.
Non va dimenticato però che Z’Exameron è anzitutto un’opera
esegetica che vuole illustrare i sei giorni della creazione. Riveste
quindi un’importanza essenziale la linea interpretativa prescelta
dall'autore. S. Ambrogio preferisce l’interpretazione letterale33, at­
tenendosi, almeno inizialmente, al testo; non rinuncia però ad ap­
plicare con grande larghezza l’allegoria o piuttosto il cosiddetto
senso « psichico » o spirituale o morale, appreso dall'insegnamen­
to di Origene M.
In tal modo, com e scrive il Lazzati, « il vescovo-poeta potrà
imprimere alla sua esegesi toni di un'intensità spirituale e di

29 L azzati , op. cit., p. 62.


30 III, 5, 21-4, su cui vedi anche ciò che scrive L. S pitzer , L’armonia del
mondo, trad. ital.. Il Mulino, Bologna 1967, pp. 28-32. Il Paredi (op. cit.,
pp. 373 ss.), offre un’ampia e felice esemplificazione: III, 1, 24: l’acqua; IV,
1, 1-3: il sole; V, 8, 22: il granchio; V, 11, 36: gli uccelli; V, 15, 50-2: le gru;
V, 19, 62-3: la tortora; V, 20, 64-5: gli avvoltoi; V, 24, 88: il canto del gallo;
VI, 9, 55: il corpo umano; VI, 9, 68: il bacio. Io aggiungerei anche, p.es., la
descrizione del giglio (III, 8, 36); e a proposito del corpo umano, rileverei che
nei paragrafi successivi non mancano argomentazioni contorte e persino con­
siderazioni banali, sia pure legate alla mentalità del tempo.
Sullo stile di S. Ambrogio e, in particolare sull’interferenza tra prosa
e poesia, vedi J. Fontaine, Prose et poésie: l’interférence des genres et des
styles dans la création littéraire d'Ambroise de Milan, in « Ambrosius epi­
scopus », I, pp. 124 ss.
31 Vedi, p.es., I, 8, 32; II, 5, 22; III, 1, 6; III, 4, 17; IV, 9, 34; V, 11, 35;
V, 12, 36; V, 29, 90; VI, 2, 3.
32 G. L azzati , L'autenticità del De Sacramentis e la valutazione letteraria
delle opere di S. Ambrogio, Aevum, XXIX, 1955, p. 47; Opere di S. Ambrogio,
a cura di G. C oppa, UTET, Torino 1969, p. 33; cf. p. 98.
Sull’uso della tachigrafia all’epoca di S. Ambrogio, vedi C. M ohrmann,
Observations sur le « De sacramentis » et le « De Mysteriis » de saint Am­
broise, in « Ambrosius episcopus », I, pp. 108-112.
33 Vedi p.es., VI, 2, 6: Caelum legimus, caelum accipiamus; terram legi­
mus, terram intellegamus frugiferam. Vedi inoltre I, 8, 32; II, 4, 17; VI, 2, 4;
VI, 3, 9.
34 Coppa, op. cit., p. 38; H. De L ubac, Esegesi medievale, trad. ital., Ed.
Paoline, Roma 1972, II, p. 1223. In particolare, sulla genesi delle varie forme
d’interpretazione e, soprattutto, del metodo allegorico, vedi H. A ustryn W olf-
son . La filosofia dei Padri della Chiesa, trad. ital., Paideia, Brescia 1978, I,
pp. 33-72.
INTRODUZIONE 19

un'espressività che congiungono gli accenti della mistica e della


poesia » 35. Per Z'Exameron, o almeno per m olte sue parti, questo
giudizio può essere senz’altro accettato, sia pure con la riserva,
formulata subito dopo dallo stesso Lazzati, che « la pagina ese­
getica ambrosiana » si presenta « spesso stentata, difficile, impi­
gliata nel suo stesso gioco » 36. Se particolarmente felice appare
l’accostamento tra la rosa, fiore bellissimo ma cinto di spine, e i
successi degli uomini, spesso pagati a prezzo di sofferenze e di
m iserie37, oppure tra la vite e i fedeli sia com e singoli individui
sia quali membri della comunità ecclesiale3S, lo sviluppo dato,
per esempio, al paragone tra il cristiano e il p e s c e 39 e ancor più
alla leggenda dell’accoppiamento tra la vipera e la m urenan, con
le relative applicazioni, nonostante l’efficacia pastorale, non ci con­
vince del tutto.
Inoltre l’opera è troppo legata alle impostazioni culturali e
ai concetti scientifici del proprio tempo, fatti em ergere ancora
più rigidi dalle esigenze d’un’interpretazione letterale, perché il
lettore dei nostri giorni possa sentirsi pago com e chi ha raggiunto
una meta.
Eppure, con tutti i suoi limiti, specie riguardo alla originalità
della dottrina, alla chiarezza e alla fondatezza in campo esegetico,
all’equilibrio della composizione, alla validità di talune argomen­
tazioni, Z'Exameron resta, almeno in m olte sue parti, un libro af­
fascinante perché nato, prima ancora che dall’intelligenza e dalla
cultura, da una vivissima fede, da un’anima ardente, da un cuore
innamorato dello splendore dell'universo quale riflesso della sa­
pienza e della bontà di Dio.

* * *

Non esistono problem i sull’autenticità dell’Exameron. Baste­


rebbe a garantirla la sola testimonianza di S. Girolamo sopra ri­
portata. È significativa, inoltre, la probabile imitazione di Clau­
diano nel De raptu Proserpinae (III, 263-8 — Exam., VI, 4, 21) 41,
com posto tra il 395 e il 397®, data che, in un certo senso, segna
l’inizio della « fortuna » dell’opera attraverso i s e c o li43.
Converrà piuttosto spendere qualche parola sulla grafia del
titolo che, derivando dal greco 'E^ar)[xepov, dovrebbe essere rego­
larmente Hexaemeron. In realtà, presso i vari autori, questo nome
viene scritto in form e diverse che ho scrupolosamente conservate

35 Op. cit., p. 64.


36 Op. cit., l.c.
37 III, 11. 48.
38 III, 11,49 - 12,52.
39 V, 5,4 - 6,17.
40 V, 7, 18-20.
41 S chenkl, op. cit., p. XVIII.
42 S chanz-H osius , IV, 2, p. 24.
43 P.es., Isidoro di Siviglia (m. 636) nel De natura rerum usa largamente
1’Exameroti, spesso anche citandone l’autore.
20 INTRODUZIONE

nelle relative citazioni44. Lo S chenkl45 ci avverte che tutti i codici


ambrosiani usano la form a Exameron, sicché, anche tenuto con­
to della varietà delle grafie attestate, sebbene la conoscenza del
greco da parte di Ambrogio lasci adito a qualche perplessità sul­
l’esattezza di tale trascrizione latina, preferisco conservare la for­
ma ormai generalmente accolta.
Il testo riprodotto è quello curato da C. Schenkl per il C
pus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum di Vienna (1897, ri­
stampa 1962), con qualche lievissimo ritocco nella punteggiatura
e qualche mutamento ortografico* Di tali mutamenti si fa men­
zione a piè di pagina.
Riguardo ai criteri seguiti nella traduzione, rinvio a quanto
ho detto neZZ'Introduzione al De officiis. Va rilevato però che da
un punto di vista letterario Z'Exameron presenta uno stile più co­
lorito, più vario e vivace che mi sono sforzato di riprodurre, pur
nella fedeltà al testo latino.

44 Hexaemeron, Exaemeron. Il Faller (CSEL, LXXXII, pars X, Epist. XXIX,


p. 195), scrive lecto EEAHMEPfì.
45 Op. cit., p. XII.
46 Ho preferito scrivere Arrius, Arrianus, grafia largamente diffusa e
attestata concordemente in codici del sec. V (F aller, CSEL, LXXVIII, p. 50*).
Inoltre ho mutato l’ortografia in pochissimi casi nei quali essa risultava
contraddittoria senza che i codici ne dessero, a mio parere, sufficiente giusti­
ficazione.
Su taluni limiti dell'edizione dello Schenkl, vedi M. F errari, « Recensiones »
milanesi di opere di S. Ambrogio, in « Ambrosius episcopus », I, p. 63.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

C. S chenkl, S. Ambrosii Opera, CSEL, XXXII, Vienna 1897 (rist. 1962).


M. Natura e Cristianesimo negli « Exameron » di S. Basilio e
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di Sant'Ambrogio, Didaskaleion, VII, 1929, pp. 53-123.
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of America, Washington 1931.
R. P alanque , Saint Ambroise et l’empire romain, De Boccard, Paris 1933.
F. H o m e s D udden , The life and times of St. Ambrose, Clarendon Press,
Oxford 1935.
S. L’Esamerone, ecc., testo con introduzione, versione e com­
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mento di Mons. Dr. Emiliano Pasteris, SEI, Torino 1937.
A. P aredi , S . Ambrogio e la sua età, Hoepli, Milano I9602.
G. Il valore letterario dell'esegesi ambrosiana, Archivio am­
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brosiano, XI, Milano 1960.
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1, 14), Presses Universitaires de France, Paris 1964.
L . A l f o n s i , L’ecfrasis ambrosiana del « libro delle api vergiliano », Ve­
t e r a C h ris tia n o ru m , 1965, 2, pp. 129-138.

H. C azelles e J.P. B ou h ot , Il Pentateuco, trad. ital., Paideia, Brescia


1968.
B a sil e de C ésarée , Homélies sur l’Hexaéméron, texte grec, introduction
et traduction de S. Giet, Les éditions du Cerf, Paris 19682.
S. A m bro g io , Opere, a cura di G. Coppa, UTET, Torino 1969.
Genesi, Introduzione, Storia primitiva, a cura di P.E. T est a , ofm, Ma­
rietti, Torino 1969, voi. I.
H . D e L ubac , Esegesi medievale, trad. ital., Edizioni Paoline, Roma
1972, voi. II.
A.V. N a zz a r o , Esordio e chiusa delle omelie esameronali di Ambrogio,
Augustinianum, XIV, 1974, pp. 559-590.
G. M adec, Saint Ambroise et la philosophie, Études augustiniennes, Pa­
ris 1974.
H. A u s t r y n W olfson , La filosofia dei Padri della Chiesa, trad. ital.,
Paideia, Brescia 1978, voi. I.

Per una bibliografia completa, vedi specialmente le opere del Pépin


e del Coppa e il più recente volume del Madec. Su questioni specifiche
22 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

vedi « Ambrosius episcopus », Atti del Congresso intemazionale di studi


ambrosiani, preoedentemente oitato.
Riguarda solo indirettamente VExamefon l’opera di H. S avon , Saint
Ambroise devant l’exégèse de Philon le Juif, 2 voli. Études augustiniennes,
Paris 1977, che ho potuto consultare soltanto a lavoro ultimato.

Esprimo un doveroso ringraziamento a Sua Ecc. Mons. Giacomo


Biffi e al prof, don Inos Biffi, che, con i loro suggerimenti, hanno
contribuito a rendere più rispondente agli scopi proposti questo lavoro.
Don Inos Biffi è, inoltre, l’autore delle note più stremamente teo­
logiche del commento, contrassegnate dalla sigla I.B.
Un vivo ringraziamento anche alla prof.ssa Mirella Ferrari, che ha
rivisto con vigile cura le bozze del testo latino.
Exameron
I sei giorni della creazione
DIES PRIMVS

SERMO I

Caput I

1. Tantumne opinionis adsumpsisse homines, ut aliqui eo­


rum tria principia constituerent omnium, deum et exemplar et
materiam, sicut Plato discipulique eius, et ea incorrupta et in­
creata ac sine initio esse adseuerarent deumque non tamquam
creatorem materiae, sed tamquam artificem ad exemplar, hoc est
ideam intendentem fecisse mundum de materia, quam uocant
\iXr\v, quae gignendi causas rebus omnibus dedisse adseratur, ip­
sum quoque mundum incorruptum nec creatum aut factum aesti­
marent, alii quoque, ut Aristoteles cum suis disputandum putauit,
duo principia ponerent, materiam et speciem, et tertium cum his,
quod operatorium dicitur, cui subpeteret com petenter efficere
quod adoriendum putasset.
2. Quid igitur tam inconueniens quam ut aeternitatem operis
cum dei omnipotentis coniungerent aeternitate uel ipsum opus
deum esse dicerent, ut caelum et terram et mare diuinis proseque­
rentur honoribus? Ex quo factum est ut partes mundi deos esse
crederent, quamuis de ipso mundo non mediocris inter eos quae­
stio sit.
3. Nam Pythagoras unum mundum adserit, alii innumerabi­
les dicunt esse mundos, ut scribit Democritus, cui plurimum de
physicis auctoritatis uetustas detulit, ipsumque mundum semper
PRIMO GIORNO

I SERMONE

Capitolo 1

1. Gli uomini in verità hanno con cep ito1 una cosi grande
opinione di sé, che alcuni di loro, com e Platone2 e i suoi discepoli,
fissano tre principi di tutto ciò che esiste: Dio, il m odello esem­
plare e la materia. Essi affermano che tali principi sono incorrotti,
increati e senza un inizio e che Dio, non com e creatore della ma­
teria, ma com e artefice che riproduce un modello, ispirandosi
cioè all’idea, form ò il m ondo della materia, che chiamano uXiq 3, la
quale ha dato origine a tutte le cose; perfino lo stesso m ondo ri­
tennero incorrotto, non creato né fatto. Anche altri, com e sostenne
Aristotele4 con i suoi discepoli, posero due principi, la materia e
la forma, e con questo un terzo chiamato attivo5, in grado di
attuare convenientemente quello cui ritenesse di porre mano.
2. Che c ’è dunque di tanto sconveniente quanto l’aver essi
congiunto l’eternità dell’opera con quella di Dio onnipotente o
l’aver chiamato Dio l’opera stessa, cosi da tributare onori divini
al cielo, alla terra, al mare? Da tali premesse derivò la loro con­
vinzione che parti del m ondo fossero dèi, pur essendoci fra loro
una controversia non trascurabile sul m ondo stesso.
3. Pitagora afferma che esiste un solo mondo, altri dicono
che ce ine sono innumerevoli, com e scrive Democrito cui gli anti­
chi attribuirono grandissima autorità nel campo delle ricerche

1 Infinito esclamativo; cf. Hor., Sat., 9, 72-3: Huncine solem / tam ni­
grum surfexe mihi!
2 Cf. Hipp., Philosophumena, 19, 1, in D iels , Doxographi Graeci, p. 567,
7, che deve ritenersi là fonte principale ed immediata di questo passo. Sulla
questione delle fonti usate da S. Ambrogio per il primo capitolo dell’-Exa-
meron, vedi Pépin, op. cit., 527-533; cf. M adec, Saint Ambroise et la philo-
sophie, Études augustiniennes, Paris 1974, p. 47.
3 «"YXt): termine usato in filosofia per la prima volta da Aristotele ad
indicare la « materia » in contrapposizione alla « forma » { Met., 6, 10, 4). E
adoperato anche da Ippolito nel passo sopra citato.
4 V e d i so p ra n. 3. S e co n d o il Pépin, op. cit., pp . 513-515, tu tto il ca p ito lo
risen tireb b e della d ottrin a del giovan e A ristotele, esp osta nel De philosophia ;
vedi anche Madec, op. cit., p . 134.
5 L'aggettivo operatorius rende il TOWjTtJtó? di Filone; vedi Pépin, op. cit.,
pp . 338-339.
26 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 1, 3-4 - C. 2, 5

fuisse et fore Aristoteles usurpat dicere; contra autem Plato non


semper fuisse et semper fore praesumit adstruere, plurimi uero
non fuisse semper nec semper fore scriptis suis testificantur.

4. Inter has dissensiones eorum quae potest ueri esse ae


matio, cum alii mundum ipsum deum esse dicant, quod ei mens
diuina ut putant inesse uideatur, alii partes eius, alii utrumque?
in quo nec quae figura sit deorum nec qui numerus nec qui locus
aut uita possit aut cura conprehendi, siquidem mundi aestima­
tione uolubilem rutundum ardentem quibusdam incitatum moti­
bus sine sensu deum conueniat intellegi, qui alieno, non suo motu
feratur.

Caput II

5. Vnde diuino spiritu praeuidens sanctus Moyses hos ho


num errores fore et iam forte coepisse in exordio sermonis sui sic
ait: In principio fecit deus caelum et terram a, initium rerum,
auctorem mundi, creationem materiae conprehendens, ut deum
cognosceres ante initium mundi esse uel ipsum esse initium uni-
uersorum, sicut in euangelio dei filius dicentibus: tu quis es? re­
spondit: Initium quod et loquor uobis b, et ipsum dedisse gignendi
rebus initium et ipsum esse creatorem mundi, non idea quadam
duce imitatorem materiae, ex qua non ad arbitrium suum, sed ad
speciem propositam sua opera conform aret. Pulchre quoque ait:
In principio fecit, ut inconprehensibilem celeritatem operis expri-

a G en 1, 1.
b Io 8, 25.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 27

naturali6; Aristotele suole dire che lo stesso m ondo è sempre esi­


stito e sempre esisterà7. Al contrario, Platone osa affermare che
esso non è esistito sempre ed esisterà sem pre8, moltissimi invece
asseriscono nei loro scritti che non è esistito sempre né sempre
esisterà.
4. In tale contrasto di opinioni quale può essere la valu
zione della verità, dal m omento che alcuni dicono dio lo stesso
mondo, poiché sembra a loro giudizio che vi sia insita un’intelli­
genza divina, altri parti di esso, altri l’una e l'altra cosa? In que­
sta situazione non si potrebbe comprendere né quale sia l’aspetto
degli dèi né quale il loro numero né quale la loro residenza o la
loro vita o di che si preoccupino, poiché, secondo tale visione del
mondo, bisognerebbe concepire un dio rotante, sfe rico 9, infocato,
mosso da determinati impulsi, privo di sensibilità, trasportato da
una forza estranea, non da una forza sua propria.

Capitolo 2

5. Perciò, prevedendo per ispirazione divina che sarebb


sorti questi errori tra gli uomini e che forse avevano già comin­
ciato a diffondersi, il santo Mosè all’inizio della sua opera cosi
dice: In principio Iddio creò il cielo e la terra, indicando nello
stesso tempo l’inizio delle cose, l'autore del m ondo e la creazione
della materia, affinché tu apprendessi che Dio esiste prima del­
l’inizio del mondo, che egli è l’origine di tutte le cose (cosi il
Figlio del Vangelo, a coloro che gli chiedevano: « Tu chi sei? »,
rispose: « Sono l'origine che anche parlo a voi » 1), che egli ha
inserito nelle cose il principio della generazione ed è il creatore
del mondo, non già l'elaboratore della materia ad imitazione di una
determinata idea, secondo la quale dare forma alle proprie opere
non a proprio arbitrio, ma conform e a un m odello proposto *. Ben
disse finche: In principio creò, per esprimere l’inconcepibile rapi-

6 Cf. Cic., Acad., II, 17, 55: Dein confugis ad physicos (i filosofi natura­
listi), eos qui maxime in Academia irridentur, a quibus ne tu quidem iam
te abstinebis, et ais Democritum dicere innumerabiles esse mundos; vedi an­
che De nat. deor., I, 45, 120. Cf. Hipp., Philos., 13, 2, in D ie ls , D o x . Gr., p. 565, 9.
7 Hipp., Philos., 20, 6, in D iels, D o x . Gr., p. 574, 34; cf. P h ilq , D e a e t.
mundi, 3.
8 Forse si allude a Plat., Tim., 27d-29b, testo che S. Ambrogio doveva
conoscere nella traduzione di Cicerone ora perduta (S chenkl, op. cit., p. XVI).
9 Cf. Cic., De nat. deor., II, 17, 46: Epicurus... dicat se non posse in­
tellegere qualis sit uolubilis et rotundus deus; I, 10, 24: Quae uero uita tri­
buitur isti rotundo deo?

1 II testo greco ha: TJjv ApxV xaì XaX£> ó(ùv da tradursi: « Proprio
quello che vi dico » (Rossano). TJjv àpxV è un accusativo avverbiale. S.
Ambrogio intende in riferimento al Verbo di Dio, seguendo O rigene, Com­
mento a Giovanni I-II (cfr. trad. e note di E. Corsini, Torino 1968).
2 Confuta la ben nota teoria platonica esposta nel Timeo: vedi n. 8 del
capitolo precedente.
28 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 2, 5-7

meret, cum effectum prius operationis inpletae quam indicium


coeptae explicauisset.
6. Quis hoc dicat aduertere debemus. Moyses utique ille e
ditus in omni sapientia Aegyptiorum, quem de flumine collectum
filia Pharao ut filium dilexit et subsidiis regalibus fultum omni­
bus saecularis prudentiae disciplinis informari atque instrui desi-
derauit. Qui cum de aqua nomen acceperitc, non putauit tamen
dicendum quod ex aqua constarent omnia, ut Thales dicit, et cum
esset in aula educatus regia, maluit tamen pro amore iustitiae
subire exilium uoluntarium d quam in tyrannidis fastigio peccati
perfunctionem deliciis adquirere. Denique priusquam ad populi
liberandi munus uocaretur, naturali aequitatis studio prouocatus
accipientem iniuriam de popularibus suis ultus inuidiae sese dedit
uoluptatique eripuit atque omnis regiae domus declinans tumultus
in secretum Aethiopiae se contulit ibique a ceteris negotiis remo­
tus totum diuinae cognitioni animum intendit, ut gloriam dei ui-
deret faciem ad faciem e. Cui testificatur scriptura quia nemo
surrexit amplius propheta in Istrahel sicut Moyses, qui sciuit do­
minum faciem ad fa ciem f, non in uisione neque in somnio, sed
os ad os cum deo summo locutus, neque in specie neque per ae­
nigmata, sed clara atque perspicua praesentiae diuinae dignatione
donatus g.

7. Is itaque [M oyses] aperuit os suum et effudit quae in


dominus loquebatur secundum quod ei dixerat, cum eum ad Pha­
rao regem dirigeret: Vade et ego aperiam os tuum et instruam te
quid debeas loq u ih. Etenim si quod de populo dimittendo diceret
a deo acceperat, quanto magis quod de caelo loqueretur. Denique
non in persuasione humanae sapientiae nec in philosophiae simu­
latoriis disputationibus, sed in ostensione spiritus et uirtutis tam­
quam testis diuini operis ausus est dicere: In principio fecit deus
caelum et terram. Non ille, ut atomorum concursione mundus
coiret, serum atque otiosum expectauit negotium neque discipu­
lum quendam materiae, quam contemplando mundum posset ef-

c Ex 2, 5 et 10.
d Ex 2, 15.
e Ex 2, 11 ss.
f Deut 34, 10.
e Ex 12, 6-8.
h Ex 4, 12.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 29

dità dell’azione, indicando il risultato dell’azione compiuta prima


di accennare al suo inizio.
6. Dobbiamo fare attenzione a chi dice questo. È quel fa­
moso Mosè, colto in ogni campo del sapere degli Egiziani, che la
figlia del Faraone aveva raccolto dal fiume e amato com e proprio
figlio e, procuratogli il sostegno della protezione regale, aveva
voluto che fosse adeguatamente istruito in tutte le discipline della
scienza profan a3. Egli, pur avendo derivato il suo nome dall'ac­
q u a 4, non ritenne di dover dire che tutte le cose erano costituite
d’acqua, com e afferma Talete5, e, pur essendo stato educato nel
palazzo reale, preferì per amore della giustizia sopportare un vo­
lontario esilio piuttosto che al vertice del potere, in mezzo ai pia­
ceri, esporsi a cadere in p ecca to6. Tant’è vero che, prima di essere
chiamato al com pito di liberare il popolo, avendo vendicato per un
naturale sentimento di giustizia un suo compatriota che subiva
un torto, si espose al risentimento, rinunciò alle comodità della
vita e, fuggendo l’agitazione del palazzo reale, cercò rifugio in
una località appartata dell’Etiopia e là, lontano da tutte le altre
occupazioni, rivolse l’animo alla conoscenza di Dio, cosi che ne
vide la gloria a faccia a fa ccia 7. A lui rende testimonianza la Scrit­
tura dicendo che non sorse mai più in Israele un profeta come
Mosè che conobbe il Signore a faccia a faccia, non in visione o in
sogno, ma parlando con Dio a tu per tu, avendo ricevuto il pri­
vilegio che gli fosse rivelata chiaramente, non in immagine o in
forma oscura, la presenza divina.
7. Egli dunque apri la bocca e annunciò quello che per mez­
zo suo il Signore diceva, in conform ità a quanto gli aveva detto
mandandolo al re Faraone: Va’, ed io aprirò la tua bocca e ti in­
segnerò ciò che devi dire. Se aveva appreso da Dio ciò che doveva
dire sulla liberazione del popolo, quanto più avrà appreso da lui
ciò che avrebbe detto del cielo! Così, non già fidando nell’umana
sapienza né in fallaci dispute filosofiche, ma nella rivelazione del­
lo spirito e della potenza®, com e testimone dell’opera divina osò
affermare: In principio Iddio creò il cielo e la terra. Egli non
attese che il m ondo si formasse per l’incontro di atomi con un
procedimento lento e irresponsabile9 né ritenne di dover presen­
tare Dio come un discepolo della materia in grado di plasmare il

3 Bas., H e x a e m ., 5 A (2 B): McaCor)? èxetvo? ... 8v elceitoiifjaaTO [j.èv rj S-uyà-


ttjp tou ® apacó, è^é&pEi^e Sè PouiiXixòSi;, t o ù ? aotpoùc; tòSv AEyJ7rrÈcov SiSaaxàXout;
aÙTùi -ri)? TCaiSeuaeo)? knvsTipajaa..
4 P hilo , De uita Moys., I, 4, 17: eira StSoimv Svolta &efiév7) Mojuarjv stucco<;
Sià tò èx tou uSaTO? aùxòv àvsXéc&ai • tò yàp uSojp fxcoù òvo[i.à£ouatv AL-fÓ7moi.
5 Cf., p. es., Cic., De nat. deor., I, 10, 25; Acad., II, 37, 118.
6 Bas., Hexaem., 5 AB (2 BC): ’ O? tòv Syxov xupavvtSo? (xi<rr)aac; xal
irpò; tò Ta7teivòv tSv ò[xo<piiX<ov àvaSpaficóv, etXero aoyitaxouxeta&at. tc5 XatìS tou
deou v) rcpócraoupov àyaprclau; àjróXauaiv.
7 Bas., Hexaem., 5 C (2 D): OSxo? totvuv ó tì)<; aÙT07tpo<rci>7tou &éaq tou
0eou è!; foou toì? àyv ^ 01? ...
B Bas., Hexaem., 5 C (2 D): ’Axoiìo6>[ìsv toIvuv àXyj&eta? ^[idcTOiv oùx èv toi-
Soù; ooiptai; àv&pcoTrìvi)?, àXX’ èv SiSaxToì? itveu(iaToi; XocXt]-&sìiiiv.
9 Cf. Cic., De fin., I, 6, 17, dove si espongono le dottrine atomiche
Democrito.
30 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 2, 7 - C. 3, 8

fingere, sed auctorem deum exprimendum putauit. Aduertit enim


uir plenus prudentiae quod uisibilium atque inuisibilium substan­
tiam et causas rerum mens sola diuina contineat, non ut philoso­
phi disputant ualidiorem atomorum conplexionem perseuerantiae
iugis praestare causam: iudicauit quod telam araneae texerent qui
sic minuta et insubstantiua principia caelo ac terris darent, quae
ut fortuito coniungerentur ita fortuito ac temere dissoluerentur,
nisi in sui gubernatoris diuina uirtute constarent. Nec inmerito
gubernatorem nesciunt qui non nouerunt deum, per quem omnia
reguntur et gubernantur. Sequamur ergo eum qui et auctorem
nouit et gubernatorem nec uanis abducamur opinionibus.

Caput III

8. In principio inquit. Quam bonus ordo, ut illud prim


adsereret quod negare consuerunt et cognoscerent principium esse
mundi, ne sine principio mundum esse homines arbitrentur. Vnde
et Dauid, cum de caelo et terra et mari loqueretur, ait: Omnia in
sapientia fec is tia. Dedit ergo principium mundo, dedit etiam crea­
turae infirmitatem, ne ccvap/ov. ne increatum et diuinae consortem
substantiae crederemus. Et pulchre addidit fecit, ne mora in fa­
ciendo fuisse aestimaretur, ut uel sic intellegerent homines quam
incomparabilis operator esset, qui tantum opus breui exiguoque
momento suae operationis absolueret, ut uoluntatis effectus sen­
sum temporis praeueniret. Nemo operantem uidit, sed agnouit ope­
ratum. Vbi igitur mora, cum legas: Quia ipse dixit et facta sunt,
ipse mandauit et creata su n tb? Nec artis igitur usum nec uirtutis
expedit qui momento suae uoluntatis maiestatem tantae opera­
tionis inpleuit, ut ea quae non erant esse faceret tam uelociter,
ut neque uoluntas operationi praecurreret nec operatio uoluntati.

* Ps 103, 24.
*> Ps 32, 9.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 31

mondo contemplandola, ma com e creatore10. Quell’uomo pieno


di saggezza comprese che solo una mente divina contiene la so­
stanza e la causa delle cose visibili e invisibili e non già, come
ritengono i filosofi, che una più resistente connessione di atomi
costituisca la causa di una perpetua durata. Giudicò tessitori d’una
ragnatela coloro che davano principi cosi meschini e inconsistenti
al cielo e alla terra 11, i quali, com e a caso si riuniscono, cosi per
puro caso si dissolverebbero se non fossero tenuti insieme dalla
potenza divina del loro regolatore. E ben a ragione ignorano un
regolatore coloro che non conoscono Dio, per opera del quale
tutte le cose sono rette e governate. Seguiamo dunque colui che
conosce sia il creatore sia il regolatore, senza lasciarci sviare da
opinioni infondate.

Capitolo 3

8. In principio, disse. Quale ordine esemplare! Egli affer


per prima cosa ciò che solitamente si nega e fa conoscere che il
mondo ha un principio perché gli uomini non pensino che il mon­
do non abbia un principio \ Perciò anche Davide, parlando del
cielo, della terra e del mare, dice: Tutto hai fatto con sapienza.
Ha assegnato dunque un -principio al mondo, ha attribuito anche
la debolezza alla creatura perché non credessimo il mondo senza
ordine, increato e partecipe della natura divina. E opportunamen­
te aggiunse creò, affinché non si pensasse che c'era stato un in­
dugio nella creazione e cosi gli uomini comprendessero quale ar­
tefice senza pari sia colui che ha com piuto un’opera tanto gran­
diosa in un breve, fuggevole istante della sua operazione, cosi che
l'effetto della sua volontà prevenne la percezione del tempo. Nes­
suno lo vide agire, ma si videro i risultati della sua azione. Dove
vi può essere indugio quando tu leggi: Egli parlò e le cose furono
fatte; ordinò e furono create? Non ricorse all’esperienza d’un'arte
o d’un’abilità colui il quale, con un atto fulmineo del suo volere,
compì un’opera tanto grandiosa da far esistere ciò che non esi­
steva cosi rapidamente, che la volontà non prevenne l’azione né
l’azione la volontà.

10 Vedi nota 2.
11 Bas., Hexaem., 8 B (3 A): "Ovrto; Ecttòv àpàxvrj? óipatvouaiv ol Taùm
Ypà<povTe<;, ot oStcùs Xercrài; yuà avu7roaTaTou? àpx«s oùpavoù xal yrjt; xal S-aXar-
n jS òram -8i(ievot.

1 Bas., Hexaem., 8 BC (3 C): "Otop Èva |ì.y] 7tà&G)|i.ev è -rìjv xoa(io-


TtotÈav auyypàtpcov sù&ùq hi toì? 7tp(ÌTOtq (bYjfiacu tei òvÓ[Uxtl tou ©eoo t»)V 8ià-
votav r)|j.ùiv xaTe<pamaev efottiv • ’Ev àpxì) èirohjaev ó ©eòe;. Ti xaX-f) fj
’Apxvjv irpti-rov 67tétìn)>cev, tva àvapxov ocùtòv obj&oiat rive?.
32 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 3, 9-10

9. Miraris opus, quaeris operatorem, quis principium ta


operi dederit, quis tam cito fecerit: subiecit statim dicens quia
deus fecit caelum et terram. Audisti auctorem, dubitare non debes.
Hic est, in quo benedixit Melchisedech Abraham patrem multarum
gentium dicens: Benedictus Abraham deo summo, qui fecit caelum
et terram c. Et credidit Abraham et ait: Extendo manum meam ad
deum summum, qui fecit caelum et terram d. Vides quia hoc non
hom o inuenit, sed deus adnuntiauit. Deus est enim Melchisedech,
qui est rex pacis et iustitiae nec initium dierum nec finem ha­
bens e. Non mirum ergo si deus, qui est sine initio, initium omni­
bus dedit, ut quae non erant esse inciperent. Non mirum si deus,
qui omnia uirtute sua continet et inconprehensibili maiestate uni-
uersa conplectitur, fecit haec quae uidentur, cum etiam illa fecerit
quae non uidentur. Inuisibilia autem his quae uidentur potiora
esse quis neget, cum ea quae uidentur temporalia sint, aeterna
autem quae non uidentur? Quis dubitet quod deus haec fecerit,
qui per prophetam locutus ait: Quis mensus est manu aquam et
caelum palmo et uniuersam terram clausa manu? Quis statuit mon­
tes in libra et rupes in statera et nemora in iugo? Quis cognouit
sensum domini aut quis consiliarius ei fuit uel quis instruxit
eu m ?1. De quo etiam alibi legimus quia tenet circuitum terrae et
terram uelut nihilum fecit *. Et Hieremias ait: Dii qui non fecerunt
caelum et terram peribunt a terra et desub caelo isto. Dominus
qui fecit terram in uirtute sua et correxit orbem in sapientia sua
et in sua prudentia extendit caelum et multitudinem aquae in
caelo h. Et addidit: Infatuatus est hom o ab scientia sua '. Qui enim
corruptibilia mundi sequitur et ex his putat quod diuinae possit
naturae conprehendere ueritatem quom odo non infatuatur uer-
sutae disputationis astutia?

10. Cum ergo tot oracula audias, quibus testificatur d


quod fecerit mundum, noli eum sine principio esse credere, quia
quasi sphaera mundus esse dicatur, ut principium eius nullum
uideatur extare. Et cum intonat, quasi in circuitu omnia com-
mouentur, ut unde incipiat, ubi desinat non facile conprehendas,
quia circuitus principium sensu colligere inpossibile habetur. Ne-

c Gen 14, 19.


d Gen 14, 22.
e Hebr 7, 2-3.
« Is 40, 12-13.
« Is 40, 22-23.
t Ier 10, 11-13,
i Ier 10, 14.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 33

9. Ammiri l’opera, chiedi chi ne sia l’autore, chi abbia dato


principio a tanta impresa, chi l’abbia compiuta con tanta rapi­
dità; perciò Mosè aggiunse subito: Dio creò il cielo e la terra.
Hai sentito chi ne è l'autore, non devi quindi nutrire dubbi. Egli
è colui nel nome del quale Melchisedec benedisse Abramo, padre
di molti popoli, dicendo: Sia benedetto Abramo dal som m o Iddio
che ha creato il cielo e la terra. E Abramo credette e disse: Levo
la mia mano verso il som m o Iddio che ha creato il cielo e la terra.
Vedi che questa verità non fu trovata dall'uomo, ma rivelata da
Dio. È il Dio di Melchisedec, che è re di pace e di giustizia, senza
principio né fine di giorni. Non è meraviglia, dunque, se Dio, che
non ha principio, ha dato principio a tutte le cose, di m odo che
ciò che non esisteva cominciasse ad esistere. Non desta meravi­
glia se Dio, che tutto comprende nella sua potenza ed abbraccia
l'universo nella sua maestà senza limite, ha creato le cose che si
vedono, dal momento che ha creato anche quelle che non si ve­
dono. E chi negherebbe che le cose invisibili siano superiori alle
visibili, dal momento che ciò che si vede è temporaneo, mentre
è eterno ciò che non si vede? Chi potrebbe dubitare che a creare
tutto ciò sia stato Dio che dice per bocca del profeta: Chi ha mi­
surato con la mano l’acqua e il cielo col palmo e tutta la terra
col pugno? Chi ha collocato i monti sulla bilancia e le rupi sulla
stadera e ha pesato i boschi? Chi conobbe la mente del Signore
o chi gli fu consigliere e maestro? Di lui leggiamo anche in un
altro passo che tiene il globo della terra e questa ha creato com e
cosa da nulla. E Geremia dice: Gli dèi che non hanno fatto il cielo
e la terra scompariranno dalla terra e dallo spazio sotto la volta
del cielo. È il Signore che ha fatto la terra con la sua potenza e
ha sostenuto il globo terrestre con la sua sapienza e con la sua
prudenza ha steso il cielo e la massa delle acque nel cielo. E ag­
giunse: L’uomo è stato reso sciocco dalla sua scienza. Chi infatti
segue ciò che nel m ondo è corruttibile e pensa di poter compren­
dere su tale fondamento la verità della natura divina, com e può
non smarrire la ragione nelle sottigliezze di ima discussione ca­
villosa?
10. Poiché dunque senti tante affermazioni ispirate che at­
testano Dio creatore dell’universo, non voler credere che questo
sia senza un principio, perché lo si dice simile ad una sfera, sic­
ché sembra che in esso non esista principio alcu n o2. E quando
tuona, tutto si mette com e a girare, sicché non potresti com ­
prendere facilmente dove com inci e dove sia il suo termine,
perché si ritiene impossibile percepire con i sensi l’inizio d’un
movimento circola re3. Infatti non si può trovare il principio di
una sfera o dove com inci il globo limare o dove termini quando

2 Bas., Hexaem., 9 AB (3 E, 4 AB).


3 Circuitus propriamente significa 1’« andare in giro », il « girare attorno »;
cf. Cic., De nat. deor., II, 19, 49: circuitus solis orbium.
34 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 3, 10-11 - C. 4, 12

que enim sphaerae potes initium repperire uel unde coeperit glo­
bus lunae uel ubi desinat menstrua lunae defectione. Neque uero
si ipse non conprehendas, idcirco non coepit aut nequaquam de*
sinet. Si ipse circuitum uel atramento uel graphio ducas uel centro
exprimas, unde coeperis aut ibi desieris interuallo interposito non
facile uel oculis colliges uel mente repetes: et tamen et coepisse
et desiuisse te ipse tibi testis es. Nam etsi sensum subterfugit,
ueritatem non subruit. Quae autem initium habent et finem habent
et quibus finis datur initium datum constat. Finem autem mundi
futurum ipse saluator docet in euangelio suo dicens: Praeterit
enim figura huius m undi1 et caelum et terra praeteribuntm et
infra: E cce ego uobiscum sum usque ad consummationem m undin.

11. Quom odo ergo coaeternum deo mundum adserunt et cr


tori omnium sociant atque aequalem esse disputant creaturam
corpusque materiale mundi inuisibili illi atque inaccessibili na­
turae diuinae coniungendum putant, cum praesertim secundum
suam sententiam non possint negare quoniam cuius partes corrup­
tioni et mutabilitati subiacent, huius necesse est uniuersitatem
isdem passionibus quibus propriae portiones eius sunt obnoxiae
subiacere?

Caput IV

12. Principium igitur esse docet qui dicit: In principio f


deus caelum et terram. Principium aut ad tempus refertur aut ad
numerum aut ad fundamentum, quom odo in aedificanda dom o
initium fundamentum est. Principium quoque et conuersionis et
deprauationis dici posse scripturarum cognoscimus auctoritate8.
Est et principium artis ars ipsa, ex qua artificum diuersorum dein­
ceps coepit operatio. Est etiam principium bonorum operum finis
optimus, ut misericordiae principium est deo placere quod facias;
etenim ad conferendum hominibus subsidium maxime prouocamur.
Est etiam uirtus diuina, quae hac exprimitur adpellatione. Ad tem­
pus refertur, si uelis dicere in quo tempore deus fecit caelum et

‘ 1 Cor 7, 31.
Mt 24, 35.
n Mt 28, 20.

a Prou 16, 5; Sap 14, 12.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 35

la luna mensilmente scom pare4. Ma anche se tu non riesci a


rendertene conto, non per questo la sfera non ha avuto un punto
d'inizio o non finirà m a i5. Se tu con l’inchiostro o con lo stilo
tracciassi ima circonferenza o la descrivessi con un compasso,
dopo un p o ’ d i tempo non potresti o cogliere con gli occhi o ricorda­
re con la mente dove hai cominciato e dove hai finito; e tuttavia
sei testimone a te stesso di aver cominciato e di aver finito tale
figura. Anche se ciò sfugge ai sensi, non scalza la verità. Ciò
che ha un inizio, ha pure una fine, ed è chiaro che a ciò cui si
pone fine è stato dato inizio. E che il m ondo finirà, lo stesso Sal­
vatore insegna nel suo Vangelo dicendo: Passa infatti la figura di
questo mondo e il cielo e la terra passeranno e più sotto: Ecco
io sono con voi sino alla fine del mondo.
11. Come dunque affermano che Dio sia coeterno con
mondo e associano al creatore dell’universo la creatura e la sti­
mano pari a lui e ritengono di unire il corpo materiale del mondo
a quella invisibile e inaccessibile natura divina? Tanto più che,
secondo le loro dottrine, non possono negare che la totalità di un
ente, le cui parti sono soggette alla corruzione e al mutamento,
soggiace necessariamente alle medesime alterazioni cui sono sog­
gette le sue parti.

Capitolo 4

12. Insegna dunque che c ’è un principio colui che dice:


principio Iddio creò il cielo e la terra 1. Il principio si riferisce
o al tempo o al numero o al fondamento, com e nella costruzione
di una casa il principio è il fondamento. Dall'autorità delle Scrit­
ture apprendiamo che si può anche parlare di principio a propo­
sito del mutamento e della corruzione. Cosi è principio d'un’arte
l'arte stessa dalla quale è cominciata via via l'attività dei vari
artefici. Ed è anche principio delle buone opere un fine irrepren­
sibile, com e principio della misericordia è che sia gradito a Dio
ciò che tu fai: tale gradimento è ciò che più ci stimola a offrire
un aiuto ai nostri simili. Anche la potenza divina viene espressa
con questo n o m e 2. Si riferisce al tempo, se vuoi indicare quando

4 Cf. Cic., De nat. deor., II, 18, 47: Cumque duae formae praestantes
sint, ex solidis globus (sic enim a9<xipa\; interpretari placet), ex planis autem
circulus aut orbis, qui xiixXo; Graece dicitur, his duabus formis contingit
solis ut omnes earum partes sint inter se simillimae a medioque tantum absit
omne extremum quantum idem a summo, quo nihil fieri potest aptius.
5 Bas., Hexaem., 9 B (4 A B ): 'AXkà xoLv tt)v StoKpeuyfl, Tfj y e aXv)$c£a
toxvtoji; à n o t iv o ? ^p^axo ó xévrptjj x a i Sicta-n/j^arC r iv i aù róv (c io è
tò v xuxXov).

1 Bas., Hexaem., 12 C (5 C).


2 Cioè con il nome di « principio ».
36 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 4, 12-13

terram, id est in exordio mundi, quando fieri coepit, sicut ait sa­
pientia: Cum pararet caelos, cum illo eram b. Ad numerum autem
si referamus, ita conuenit, ut accipias: inprimis fecit caelum et
terram, deinde colles, regiones, fines inhabitabiles uel sic: ante
reliquas uisibiles creaturas, diem, noctem, ligna fructifera, animan­
tium genera diuersa, caelum et terram fecit. Si uero ad fundamen­
tum referas, principium terrae fundamentum esse legisti dicente
sapientia: Quando fortia faciebat fundamenta terrae, eram penes
illum disponensc. Est etiam bonae principium disciplinae, sicut
est illud: Initium sapientiae timor d om inid, quoniam qui timet
dominum declinat errorem et ad uirtutis semitam" uias suas diri­
git. Nisi enim quis timuerit deum, non potest renuntiare peccato.

13. Quod aeque etiam de illo possumus accipere: Mensis


initium mensuum erit u o b ise, quamuis et de tempore istud acci­
piatur. In hoc ergo principio mensuum caelum et terram fecit,
quod inde mundi capi oportebat exordium. Vbi erat oportuna
omnibus uerna temperies. Vnde et annus mundi imaginem nascen­
tis expressit, ut post hibernas glacies atque hiemales caligines se­
renior solito uerni temporis splendor eluceat. Dedit ergo formam
futuris annorum curriculis mundi primus exortus, ut ea lege an­
norum uices surgerent atque initio cuiusque anni produceret terra
noua seminum germina, quo primum dominus deus dixerat: Ger­
minet terra herbam faeni seminans semen secundum genus et se­
cundum similitudinem et lignum fructiferum faciens fru ctu m f.
Et statim produxit terra herbam faeni et lignum fructiferum, in
quo nobis et moderationis perpetuae diuina prouidentia et cele­
ritas terrae germinantis ad aestimationem uernae suffragatur
aetatis. Nam etsi quocumque tempore et deo iubere promptum
fuit et terrenae oboedire naturae, ut inter hibernas glacies et
hiemales pruinas caelestis imperii fotu germinans terra fetum
produceret, non erat tamen dispositionis aeternae rigido stricta
gelu in uirides subito fructus laxare arua atque horrentibus prui­
nis florulenta miscere. Ergo ut ostenderet scriptura ueris tempo­
ra in constitutione mundi, ait: Mensis hic uobis initium mensuum,

b Prou 8, 27.
c Prou 8, 29-30.
d Ps 110, 10; Prou 1, 7.
<= Ex 12, 2.
f Gen 1, 11.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 37

Dio ha creato il cielo e la terra, cioè all'inizio del mondo, quando


questo com inciò ad essere form ato, com e dice la Sapienza: Quan­
do predisponeva i cieli, io ero con lui. Se lo riferiamo invece al
numero, conviene che tu intenda cosi: anzitutto creò il cielo e
la terra, poi i monti, le pianure, i territori abitabili*, oppure cosi:
prima delle altre creature visibili, cioè il giorno, la notte, gli al­
beri da frutto, le diverse specie di animali, creò il cielo e la terra.
Se poi lo riferisci al fondamento, hai letto nella Scrittura che il
principio è il fondamento della terra, perché la Sapienza dice:
Quando rendeva saldi i fondamenti della terra, io ero accanto a
lui disponendo. C’è anche il principio della retta educazione co-
m’è quello di cui si dice: Inizio della sapienza è il timore del Si­
gnore, poiché chi teme il Signore evita l’errore e cammina sulla
via della virtù. Se non si teme Dio, non si può rinunciare al peccato.
13. Possiamo interpretare nello stesso m odo anche que
passo: Questo m ese sarà p er voi il principio dei mesi, quantun­
que esso si intenda detto del tempo, perché si riferiva alla Pasqua
del Signore celebrata all’inizio della primavera. Dunque in tale
principio dei mesi Dio creò il cielo e la terra perché era oppor­
tuno che il m ondo prendesse inizio quando il clima primaverile
era favorevole a tutte le creature. Anche l’anno suole riprodurre
l’immagine del m ondo nascente, sicché dop o i ghiacci invernali
e le nebbie della cattiva stagione, la luminosità del tempo prima­
verile risplende più limpida del so lito 4. Il prim o sorgere diede
la regola al corso futuro degli anni, in m odo che, secondo tale
legge, si susseguissero gli uni agli altri e all’inizio di ogni anno la
terra facesse nuovamente germogliare i semi, c o m e 5 per la prima
volta Dio aveva detto: Germogli la terra erba da foraggio produ­
cendo 6 semi secondo la specie e la somiglianza e alberi da frutto
che fruttifichino. E subito la terra produsse erba da foraggio e
alberi da frutto, circostanza con cui la perenne regola stabilita
dalla Provvidenza divina e la rapidità con la quale la terra ger­
mogliò suffragano l’ipotesi della stagione primaverile. Infatti, an­
che se in qualsiasi stagione sarebbe stato facile a Dio comandare
e alla terra necessario obbedire così da produrre frutti germo­
gliando riscaldata dal volere celeste, pur tra i ghiacci invernali e le
nevi dell’avversa stagione; tuttavia non rientrava nel disegno eter­
no schiudere ad un tratto in frutti verdeggianti i campi stretti
nella morsa del gelo e mescolare alle brine, che fanno stecchire7,

3 Philo, De op. mundi, 7 (I, 5, 45; 7, 17 C); cf. Cic., De nat. deor., I, 10,
24: atque terrae maximas regiones inhabitabiles atque incultas uidemus. Si
noti però che in Cicerone l’aggettivo inhabitabilis significa « inabitabile » come
in italiano. Non cosi in S. Ambrogio. Intendo regiones = « pianure », in oppo­
sizione a colles = « monti ».
4 Cf. Vero., Georg., II, 336-345.
5 quo = quo initio.
6 I Settanta (Gen, 1, 11) hanno: BXacrnfjaàTO) % y5j PotAvt)V /óp-rou, oneìpov
07tép(jta xaxà l'évo? xal x tò ’ 6(ioiór»jTa ...
Come si vede, sembra che S. Ambrogio, alterando il testo, riferisca se­
minans a terra.
7 Cf. Verg., Georg., II, 317-8: Rura gelu tum claudit hiems nec semine
iacto / concretam patitur radicem adfigere terrae; Lucr., IV, 652-653. Cf. an-
38 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 4, 13-15

primus est uobis in mensibus annig, primum mensem uem um


tempus adpellans. Decebat enim principium anni principium esse
generationis et ipsam generationem mollioribus auris foueri. Ne-
que enim possent tenera rerum exordia aut asperioris laborem
tolerare frigoris aut torrentis aestus iniuriam sustinere.

14. Simul illud aduertere licet, quia iure concurrit, ut eo t


pore uideatur in hanc generationem atque in hos "usus ingressus
tributus, quo tempore ex hac generatione in regenerationem legi­
timus est transitus, siquidem uerno tempore filii Istrahel Aegyp­
tum reliquerunt et per mare transierunt, baptizati in nube et in
m ari1*, ut apostolus dixit, et eo tempore domini quodannis Iesu
Christi pascha celebratur, hoc est animarum transitus a uitiis ad
uirtutem, a passionibus carnis ad gratiam sobrietatemque mentis,
a malitiae nequitiaeque fermento ad ueritatem et sinceritatem.
Regeneratis itaque dicitur: Mensis hic uobis initium mensuum, pri­
mus est uobis in mensibus anni. Derelinquit enim et deserit qui
abluitur intellegibilem illum Pharao, principem istius m undi1, di­
cens: Abrenuntio tibi, diabole, et operibus tuis et imperiis tuis.
Nec iam seruiet ei uel terrenis huius corporis passionibus uel de-
praiuatae mentis erroribus qui demersa omni malitia uice plumbi
bonis operibus dextra laeuaque munitus inoffenso saeculi huius
freta studet uestigio transire. In libro quoque, qui scribitur de
Numeris, ait scritpura: Initium nationum Amalech et sem en eius
p erib it1. Et utique non omnium nationum primus est Amalech,
sed quia per interpretationem Amalech rex accipitur iniquorum,
iniqui autem gentes sunt, uide ne principem huius mundi accipere
debeamus, qui imperat nationibus uoluntatem suam facientibus,
cuius semen peribit™. Semen autem eius impii et infideles sunt,
quibus ait dominus: Vos ex patre diabolo estis n.

15. Est etiam initium mysticum, ut illud est: Ergo sum


mus et nouissimus, initium et fin is0 et illud in euangelio praeci­
pue, quod interrogatus dominus quis esset respondit: Initium quod

e Ex 12, 2.
h 1 Cor 10, 1-2.
i Io 14, 30.
i Num 24, 20.
m Ps 36, 28.
” Io 8, 44.
o Apoc 1, 17; 21, 6.

14, 24. uox Schenkl manifesto mendo typ.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 39

le loro distese fiorite. La Scrittura, per indicare che era prima­


vera al momento della creazione del m ondo, dice: Questo m ese è
per voi il principio dei mesi, è p er voi il prim o tra i m esi del­
l'anno, chiamando cioè « prim o mese » il tem po primaverile. Era
conveniente che il principio dell’anno segnasse l’inizio della ripro­
duzione e che la riproduzione stessa fosse favorita da un clima
più mite. Infatti i garmi ancor tenesti non avrebbero potuto sop­
portare o il tormento d ’un freddo troppo rigido o la violenza d’un
calore in foca to8.
14. Nello stesso tem po è lecito rilevare, perché viene a pro­
posito, che si diede inizio a tale generazione e a tali pratiche nel
tempo in cui è prescritto dalla legge il passaggio dalla generazione
alla rigenerazione. Fu infatti di primavera che i figli d ’Israele lascia­
rono l'Egitto e passarono attraverso il mare, battezzati nella nube e
nel mare, com e disse l’Apostolo, e in quel tempo ogni anno si
celebra la Pasqua del Signore Gesù Cristo, cioè il passaggio delle
anime dai vizi alle virtù, dalle passioni della carne alla grazia e
alla sobrietà dello spirito, dal lievito della materia e della mal­
vagità alla verità e alla sincerità. Perciò a coloro che sono stati
rigenerati9 si dice: Questo m ese per voi è il principio dei mesi,
per voi è il prim o fra i mesi dell'anno. Chi riceve il lavacro batte­
simale abbandona definitivamente il principe di questo mondo,
di cui è simbolo il Faraone1#, dicendo: « Rinuncio a te, o diavolo,
e alle tue opere e al tuo dom inio ». Ormai non servirà più a lui
e alle passioni terrene di questo nostro corpo o agli errori d’un’in-
telligenza corrotta, perché, affondata ogni malizia a guisa di piom­
bo, difeso sia a destra sia a sinistra dalle buone opere, egli si
sforza di attraversare senza danno le onde tempestose di questo
mondo. Anche nel libro intitolato Numeri dice la Scrittura: Amalec
è il principio delle genti, ma il suo sem e perirà. E certamente
Amalec non è il primo di tutte le genti, ma siccom e simbolica-
mente Amalec è considerato il re dei malvagi e le genti sono mal­
vagie, bada che non si debba intendere il principe di questo mon­
do, che domina le nazioni che fanno la sua volontà e il cui seme
perirà. E sono suo seme gli empi e gli infedeli ai quali il Signore
dice: Voi siete figli del diavolo.
15. C’è anche un principio mistico, com e questo: Io sono il
primo e l’ultimo, il principio e la fine; com ’è soprattutto quello
di cui si parla nel Vangelo: Sono il principio che anche parlo a
voi. Egli veramente secondo la divinità è il principio di tutto per­
ché nessuno esiste prima di lui, e ne è la fine perché nessuno è

che V erg., Georg., II, 330-331: parturit almus ager Zephyrique trementibus
auris / laxant arua sinus.
8 Cf. V erg., Georg., II, 343-345: Nec res hunc tenerae possent perferre
laborem / si non tanta quies iret frigusque caloremque / inter, et exciperet
caeli indulgentia terras. Cf. Bue., VI, 33-34.
9 Come osserva il Coppa (op. cit., p. 122, n. 45) con la parola rigenerati
si indicano i battezzati. Il passo dell’E sodo (12, 2) sopra citato e qui sotto
ripetuto era letto nella veglia del Sabato Santo, in cui si battezzavano i
catecumeni.
10 Per intellegibilis = « simbolico », vedi B laise-Chirat, sub uoce.
40 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 4, 15-16

et loquor uobis p. Qui uere et secundum diuinitatem est initium


omnium, quia nemo ante ipsum, et finis, quia nemo ultra ipsum
est. Secundum euangelium initium est uiarum dom iniq in opera
eius, ut per ipsum disceret hominum genus uias domini sequi et
operari opera dei. In hoc ergo principio, id est in Christo fecit
deus caelum et terram, quia per ipsum omnia facta sunt et sine
ipso factum est nihil quod factum e s t r: in ipso, quia in ipso con­
stant omnia et ipse est primogenitus totius creaturaes, siue quia
ante omnem creaturam, siue quia sanctus, quia primogeniti sancti
sunt, ut primogenitus Istrabei t, non quia ante omnes, sed quia
sanctior ceteris, sanctus autem dominus super omnem creaturam
et secundum corporis susceptionem, quia solus sine peccato, solus
sine uanitate, omnis autem creatura subiecta uanitati e s tu.
16. Possumus etiam intellegere: In principio fecit deus c
lum et terram, id est ante tempus, sicut initium uiae nondum uia
est et initium domus nondum domus. Denique alii dixerunt èv-
xecpaXouu) quasi in capite. Quo significatur in breui et in exiguo
m omento summa operationis inpleta. Sunt ergo et qui principium
non pro tempore accipiant, sed ante tempus et xecpaXoaov vel caput,
ut dicamus latine, quasi summam operis, quia rerum uisibilium
summa caelum et terra est, quae non solum ad mundi huius spec­
tare uidentur ornatum, sed etiam ad indicium rerum inuisibilium
et quoddam argumentum eorum quae non uidentur, ut est illud
propheticum: Caeli enarrant gloriam dei et opera manuum eius
adnuntiat firm am entum v. Quod secutus apostolus aliis uerbis in
eandem conclusit sententiam dicens: Quia inuisibilia eius per ea
quae facta sunt intellegunturw. Auctorem enim angelorum et do­
minationum et potestatum facile intellegimus eum qui momento
imperii sui hanc tantam pulchritudinem mundi ex nihilo fecit esse,
quae non erat, et non extantibus aut rebus aut causis donauit ha­
bere substantiam*.

p Io 8, 25.
« Prou 8, 22; cf. Lue 20, 21.
r Io 1, 3.
s Col 1, 17.
‘ Ex 4, 22.
u Rom 8, 20.
v Ps 18, 1.
w Rom 1, 20.
* Col 1, 16.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 41

dopo di lui. Secondo il Vangelo, l’inizio delle vie del Signore sta
nella sua opera, affinché per suo mezzo il genere umano impa­
rasse a seguire le vie del Signore e a compiere le opere di Dio.
In tale principio, cioè in Cristo, Dio creò il cielo e la terra, perché
per mezzo di lui tutto fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla
di ciò ch'è stato fatto: in lui, perché in lui sussistono tutte le cose
ed egli è il primogenito di tutte le creature sia perché è prima di
ogni creatura sia perché è santo, dato che i primogeniti sono santi,
come era primogenito Israele, non perché fosse prima di tutti i
popoli, ma perché più santo di tutti gli altri. Invece il Signore è
santo sopra ogni creatura anche secondo la sua incarnazione, per­
ché è il solo senza peccato, il solo senza vanità, mentre ogni crea­
tura è soggetta alla vanità.
16. Possiamo anche intendere: In principio Iddio creò il cie­
lo e la terra, cioè prima del tempo, com e il principio di una strada
non è ancora la strada e l’inizio d'una casa non è ancora la casa u.
Altri disse év xecpaXouo)12, cioè nell'insieme, espressione la quale
indica che l’insieme della creazione fu com piuto in breve tempo,
in un istante. Vi sono dunque anche quelli che intendono princi­
pio non riferito al tempo, ma prima del tempo, e xecpàXaiov cioè
capo, per usare il termine latino, com e insieme dell’opera, perché
il cielo e la terra sono l’insieme delle cose visibili; e sembra che
essi siano destinati non solo ad abbellire questo mondo, ma anche
a dimostrare l’esistenza delle realtà invisibili e, per cosi dire, ad
essere un argomento delle cose che non si v e d o n o 13, com e suona
il detto del profeta: I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamen­
to annuncia l'opera delle sue mani. Riprendendo questo concetto,
l’Apostolo con altre parole ha espresso la medesima idea dicendo:
Le sue perfezioni invisibili si com prendono per mezzo delle opere
che sono state compiute. Comprendiamo facilmente che ha creato
gli angeli, le dominazioni, le potestà colui che con il suo cenno
istantaneo ha creato dal nulla questa cosi meravigliosa bellezza
dell’universo che prima non esisteva e ha dato realtà sostanziale
a cose e a cause che prima non sussistevano.

11 Bas., Hexaem., 16 C (7 A): 'Q? yàp f) dtpx^j Tt\c, ó8où o&wo 68ò? xal •?)
&PX^) obcta; oùx olxta, ourto xaì f) tou xpóvou àpx'ì) ofliro) XP^V0? •••
12 Bas., Hexaem., 17 A (7 B): ’ Ev xe<paXatci> èrcotriasv 6 ©ei?, toutéotiv,
dt&pótùi; xaì èv èXtytj).
13 Bas., Hexaem., 16 C (6 E ): . . . efrrep (6 xócjxoi;) TtjS fr m ijjux<5v XoytxSv
SiSaaxaXeiov x a l S-coyv<oa(a? èuri 7tai8euT/jpiov, 8tà tóìv ópoifiévcov x a l ala<b)Tc5v
Xstpaytoytav -reo vtò 7tapex6(ievoi; 7tpò<; rJjv -^eoiptav tgSv àopàxcov, xaS-à <pi)oiv 6
à7ró<TToXo? ...
42 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 5, 17-19

Caput V

17. Est enim hic mundus diuinae specimen operationis, quia


dum opus uidetur, praefertur operator. Namque ut istarum ar­
tium aliae sunt actuosae, quae sunt in corporis motu aut sono
uocis — cessauit motus aut sonus, nihil superfuit nec remansit
spectantibus uel audientibus — , aliae theoreticae, quae uigorem
mentis exerceant, aliae huiusmodi, ut cessante quoque operationis
officio operis munus adpareat, ut aedificatio atque textura, quae
etiam tacente artifice peritiam eius ostendant, ut operatori operis
sui testimonium suffragetur: similiter etiam hic mundus diuinae
maiestatis insigne est, ut per ipsum dei sapientia manifestetur.
Quem uidens propheta simul et ad inuisibilia oculos mentis adtol-
lens ait: Quam magnificata sunt opera tua, domine! Omnia in sa-
pienta fe c is tia.

18. Nec otiose utique factum legimus quia gentiles plerique,


qui coaeternum deo mundum uolunt esse quasi adumbrationem
uirtutis diuinae, adserunt etiam sua sponte subsistere. Et quam-
uis causam eius deum esse fateantur, causam tamen factum
uolunt non ex uoluntate et dispositione sua, sed ita ut causa um­
brae corpus est. Adhaeret enim umbra corpori et fulgur lumini
naturali magis societate quam uoluntate arbitra. Pulchre ergo ait
Moyses quia fecit deus caelum et terram. Non dixit quia subesse
fecit, non dixit quia causam mundo ut esset praebuit, sed fecit
quasi bonus quod foret utile, quasi sapiens quod optimum iudi-
cabat, quasi omnipotens quod amplissimum praeuidebat. Quo­
m odo autem quasi umbra esse poterat, ubi corpus non erat, cum
incorporei dei corporea adumbratio esse non potest? Quomodo
etiam incorporei luminis splendor possit esse corporeus?

19. Sed si quaeris splendorem dei, filius est imago dei in


sibilis. Qualis ergo deus, talis et imago. Inuisibilis deus, etiam
imago inuisibilis; est enim splendor gloriae paternae atque eius

» Ps 103, 24.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 43

Capitolo 5

17. Questo m ondo è un esempio detrazione divina, perché,


mentre si vede l’opera, se ne scopre l'autore. Come delle nostre
arti alcune, che consistono nel movimento del corpo e nel suono
della voce, sono pratiche, si esauriscono cioè in un’attività esteriore
— quando cessa il m oto o il suono non rimane assolutamente nulla
agli spettatori o agli ascoltatori1 — , altre speculative, che impe­
gnano il vigore della mente, altre di tale natura che, anche quando
l’artefice è inoperoso, ne mostrano l’abilità, sicché depone a fa­
vore dell’operatore la testimonianza della propria opera; simil­
mente anche questo m ondo è un segno della maestà divina, cosi
che per suo mezzo si manifesta la sapienza di Dio. Vedendo il
m ondo e, nello stesso tempo, innalzando gli occhi della mente al­
la contemplazione delle realtà invisibili, il profeta dice: Come sono
meravigliose le tue opere, Signore! Tutto hai fatto con sapienza.
18. Ad ogni m odo non senza ragione noi leggiamo che il
mondo è stato creato, perché la maggior parte dei gentili che af­
fermano coeterno a Dio il m ondo com e un riflesso della potenza
divina, asseriscono anche che esso sussiste spontaneamente. E
quantunque riconoscano che Dio ne è la causa, sostengono che
egli ne è divenuto la causa non per un atto deliberato della sua
volontà, ma cosi com e un corpo è causa della propria om b ra 2.
L’ombra infatti è inseparabile dal corpo e il lampo dalla luce per
associazione naturale, non per un atto volontario. Ben a propo­
sito dunque Mosè dice Dio creò il cielo e la terra. Non disse che
lo fece sussistere, non disse che offri al m ondo una causa per
esistere, ma che, essendo buono, fece ciò che era utile, essendo
sapiente, ciò che giudicava ottimo, essendo onnipotente, ciò che
prevedeva di ampiezza sconfinata. In che m odo vi sarebbe potuta
essere, per così dire, om bra dove non c ’era corpo, dato che di un
Dio incorporeo non vi può essere ombra corporea? Come anche
potrebbe essere corporeo lo splendore di una luce incorporea?
19. Ma se cerchi lo splendore di Dio, il Figlio è l’immagine
del Dio invisibile. Quale è Dio, tale ne è l’immagine. Dio è invisi­
bile, invisibile è anche la sua immagine: è infatti lo splendore

1 Bas., Hexaem., 17 AB (7BD): ’ EtoiSt) 8è x a i tojv t e/vtov a l [lèv ttoit)-


Tixal Xlyovcati Sè 7tpoomxaE, al Sè &ecopT)Ttxa[ • x a l -ttòv [ièv •9eci)py)Tii«ùv
t£Xo<; lo rlv 1] xaxà voGv èvépyeia • tóW 8k 7rpaxTixòiv, a iri) 1] toù ctcÌ[ji.<xto<; xlv?]-
oti;, nauaanévy)? oùSèv liméaTr) où8è roxpéfieive -roì? ópGatv ... Sul valore de­
gli aggettivi npaocnxó^ e •S-etùpvjTtxó?, vedi Pépin, op. cit., p. 370.
2 Bas., Hexaem., 17 BC (7 DE): ... oùxi èvépY>)oev oùSè fot^arqaev, àXk'
èTTofojaev. K a l xaS-ó-ci m X kol tG v <pavraaSiv-ro>v auvuroipxew è!; àltSEou t£> 0 e<ji
tòv xóct|j,ov, oùxl YeYevì 0® *1 7tap’ aù-rou cruvexwpirjaav, àXX’ olovel <Ì7roa>c(aa|j.a
Tvjs Suvàjiecù? aù-rou iivra aÙTOfxàTOJ? irapu7to<jTV)vai ■ x a l aì/riov (lèv aÙToij ó(io-
XoyoOaL tòv ©eóv, afoiov 8è àirpoaipé-ro*;, <Sx; -rij? axia? atò(ia xal t 5)? Xay.-
Ttzhàvoq t b àTrauyai^ov ...
44 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 5, 19

imago substantiae. In principio inquit fecit deus caelum et terram.


Et factus est ergo mundus et coepit esse qui non erat; uerbum
autem dei in principio erat et erat semper b. Sed etiam angeli, do­
minationes et potestates etsi aliquando coeperunt, erant tamen
iam, quando hic mundus est factus. Omnia namque creata et
condita sunt, uisibilia et inuisibilia, siue sedes siue dominationes
siue principatus siue potestates, omnia inquit per ipsum et in
ipsum creata sunt °. Quid est in ipsum creata? Quia ipse est heres
patris, eo quod a patre in ipsum transierit hereditas, sicut pater
dicit: Posce a me, et dabo tibi gentes hereditatem tuam d. Quae
tamen hereditas a patre transiuit in filium et in patrem reuertit
a filio. Egregie itaque apostolus et hoc loco filium dixit auctorem
omnium et maiestate sua continentem omnia et ad Romanos de
patre ait: Quoniam ex ipso et per ipsum et in ipsum om niae. Ex
ipso principium et origo substantiae uniuersorum, id est ex uo-
luntate eius et potestate — omnia enim ex eius uoluntate coepe­
runt, quia unus deus pater, ex quo omnia; etenim tamquam ex
suo fecit, qui unde uoluit fecit — , per ipsum continuatio, finis in
ipsum. Ex ipso ergo materia, per ipsum operatio, quae ligauit
atque constrinxit uniuersa, in ipsum, quia et quamdiu uult omnia
eius uirtute manent atque consistunt et finis eorum in dei uolun-
tatem recurrit et eius arbitrio resoluuntur.

*> Io 1, 1.
c Col 1, 16.
d Ps 2, 8.
e Rom 11, 36.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 45

della gloria del Padre e l’immagine della sostanza di lui. In prin­


cipio, disse, Dio creò il cielo e la terra. Dunque fu creato il mondo
e com inciò ad esistere, mentre prima non esisteva; invece il Verbo
di Dio in principio era ed era sem pre3. Ma anche gli angeli, le do­
minazioni, le potestà, anche se incominciarono ad esistere ad un
dato momento, tuttavia esistevano già quando questo m ondo fu
creato. Infatti tutte le cose, visibili e invisibili, sono state cr ea te4
e fondate, sia i troni sia le dominazioni sia i principati sia le p&
testà, tutte le cose, dice Paolo, sono state create per mezzo di lui
e per lui. Che cosa significa « create per lui »? Che egli è l’erede
del Padre, perché l'eredità è passata a lui com e dice il Padre:
Chiedimelo, ed io ti darò le genti quale tua eredità. Tale eredità
tuttavia è passata dal Padre al Figlio e dal Figlio ritorna al Pa­
dre. Egregiamente perciò l'Apostolo anche in questo passo ha
detto che il Figlio è l'autore di tutte le cose e tutte le abbraccia
con la sua maestà, e del Padre disse ai Romani: Poiché da lui,
per mezzo di lui e per lui ogni cosa. Da lui il principio e l’origine
dell’esistenza dell’universo, cioè dalla sua volontà e dal suo po­
tere (infatti in seguito ad un atto della sua volontà ebbero inizio
tutte le cose perché c ’è un solo Dio Padre dal quale tutto deriva:
egli ha creato da ciò ch’era suo, perché ha creato traendo gli
esseri donde ha voluto); per mezzo suo la loro sopravvivenza, per
lui la loro fine. Da lui dunque la materia, per mezzo suo l'azione
che ha collegato e riunito l’universo, per lui perché, finché egli
vuole, tutte le cose continuano ad esistere e la loro fine risale
alla volontà di Dio e a suo arbitrio si dissolvono.

3 In queste riflessioni Ambrogio riecheggia una polemica molto diffusa tra


i Padri contro la filosofia antica, compresa quella platonica. I filosofi antichi
tendevano a considerare il mondo come la manifestazione necessaria di Dio e
come tale derivante necessariamente da lui: lo definivano perciò l’ombra o
l’immagine di Dio. I Padri, da Atanasio a Gregorio di Nissa, reagiscono sot­
tolineando che il mondo deriva invece da un atto di Dio assolutamente libero,
per cui, mentre il mondo non può esistere senza Dio, Dio non ha bisogno del
mondo per essere pienamente se stesso. Questo non significa che Dio non si
riveli eternamente: la Bibbia parla di un'immagine di Dio. Ma questa è il Ver­
bo, che esiste da sempre accanto al Padre e ne è l’immagine invisibile. Im­
magine eterna ed invisibile. Con questo Ambrogio prende posizione anche con­
tro alcuni che consideravano Gesù Cristo immagine di Dio solo in quanto uo­
mo. Questo perché i primi a parlare di immagine invisibile erano stati gli Aria­
ni, specialmente Asterio, i quali consideravano il Verbo come immagine invisibi­
le, ma creata. Alcuni, specialmente Marcello di Ancira, il grande avversario di
Asterio, per respingere la tesi ariana che Cristo è immagine invisibile in quanto
spirito creato, sostennero che Cristo era immagine di Dio solo in quanto uo­
mo. Ma con il tempo si chiari che Gesù è in primo luogo immagine invisibile
increata, in quanto Verbo, « immagine esattissima » o « immagine immutabile »,
e poi immagine in quanto uomo. Per una visione d’insieme cf. M. S im o -
netti. La controversia ariana nel IV secolo, Roma 1975, e R. C antalamessa, Il
Cristo immagine di Dio nelle discussioni teologiche del quarto secolo, in Teo­
logia Liturgia Storia, Miscellanea in onore di Carlo Manziana, La Scuola -
Morcelliana, Brescia 1977, pp. 29-38. [E nzo B ellin i ].
4 II testo greco ha bnlo&rf tradotto dalla Vulgata: condita sunt. Bas.,
Hexaem., 13 AB (5 D): ... a»? StSàoxet 6 IlaùXo? léfoM ' "O-ri èv aù-roS èxT[a(b]
xà TtdivTa, sEte 6parà elxe àépaxa ...
46 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 6, 20-22

Caput VI

20. In principio itaque temporis caelum et terram deus fe


Tempus enim ab hoc mundo, non ante mundum, dies autem tem­
poris portio est, non principium. Et quamquam lectionis serie
possimus astruere quod prim o diem fecerit dominus et noctem,
quae sunt uices temporum, et secundo die firmamentum fecerit,
quo discreuit aquam quae sub caelo est et aquam quae super
caelum, tamen satis sufficit ad praesentem adsertionem quod in
principio caelum fecerit, unde praerogatiua generationis et causa,
et terram fecerit, in qua esset generationis substantia. In his enim
quattuor illa elementa creata sunt, ex quibus generantur omnia
ista quae mundi sunt. Elementa autem quattuor, caelum ignis aqua
et terra, quae in omnibus sibi mixta sunt, siquidem et in terra
ignem repperias, qui ex lapidibus et ferro frequenter excutitur, et
in caelo, cum sit ignitus et micans fulgentibus stellis polus, aqua
esse possit intellegi, quae uel supra caelum est uel de illo supe­
riore loco in terram largo frequenter imbre demittitur. Quae plu­
ribus colligere possemus, si quid ad aedificationem ecclesiae ista
proficere uideremus. Sed quia his occupari infructuosum negotium
est, ad illa magis intendamus animum in quibus uitae sit pro­
fectus aeternae.

21. De qualitate igitur et substantia caeli satis est ea pro­


mere quae in Esaiae scriptis repperimus, qui mediocribus et usi­
tatis sermonibus qualitatem naturae caelestis expressit dicens
quod firmauerit caelum sicut fu m u m a, subtilem eius naturam nec
solidam cupiens declarare. Ad speciem quoque eius abundat
quod ipse de caeli firmamento locutus est quia fecit deus caelum
sicut cam eram b, quod intra caeli ambitum uniuersa claudantur,
quae uel in mari geruntur et terris. Quod similiter significatur,
cum legitur, quia caelum deus extendit. Extenditur enim uel quasi
pellis ad tabernacula, habitationes sanctorum, uel quasi lib e rc, ut
plurimorum scribantur nomina, qui Christi gratiam fide et deuo-
tione meruerunt, quibus dicitur: Gaudete quia nomina uestra scrip­
ta sunt in caelo d.

22. De terrae quoque uel qualitate uel positione tractare nihil


prosit ad speciem futuri, cum satis sit ad scientiam quod scriptu-

a Is 51, 6.
b Is 40, 22.
c Is 40, 22; 34, 4.
d Lc 10, 20.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 47

Capitolo 6

20. In principio del tempo Dio creò il cielo e la terra. Il tem­


po ha inizio dall’esistenza di questo mondo, non prima del mondo;
il giorno poi è parte del tempo, non principio di esso. E quantun­
que dal seguito della narrazione della Scrittura possiamo ricavare
che dapprima il Signore creò il giorno e la notte, in cui il tempo
si alterna, e nel secondo giorno il firmamento mediante il quale
separò l’acqua che è sotto il cielo da quella che gli sta sopra, tut­
tavia è sufficiente per la nostra argomentazione ch’egli in prin­
cipio abbia creato il cielo, donde derivano la premessa e la causa
della generazione, e la terra la quale doveva fornire la natura
della g e n e r a z io n e In fa tti nel cielo e nella terra sono stati creati
quei quattro elementi dai quali derivano tutte le cose che esistono
in questo mondo. Gli elementi sono quattro, aria, fuoco, acqua e
terra, che in tutti i corpi sono mescolati fra loro, perché com e
nella terra potresti trovare il fuoco che spesso sprizza dalle selci
e dal ferro®, cosi nell’aria, sebbene la volta celeste sia fiammeg­
giante e risplendente del tremolio luminoso delle stelle, può in­
tuirsi la presenza dell’acqua che o sta sopra il cielo o di lassù
cade sovente sulla terra in pioggia copiosa. Potremmo trattare più
ampiamente tali questioni, se le credessimo di qualche vantaggio
all’edificazione della Chiesa3. Ma siccom e occuparsene è un im­
pegno senza frutto, rivolgiamo piuttosto la nostra mente a quanto
giova per la vita eterna.
21. Sulla qualità e sulla sostanza del cielo è sufficiente espor­
re ciò che troviamo negli scritti d’Isaia, il quale, con uno stile
ordinario e con espressioni d’uso comune, spiegò la natura del
cielo dicendo che Dio aveva costituito il cielo com e fum o, volendo
indicare che la sua natura è aeriforme, non solida. Anche nel
descriverne la configurazione egli si dilunga dicendo, a proposito
del firmamento celeste, che Dio creò il cielo com e una volta,
poiché nel suo spazio sono racchiuse tutte le cose che accadono
nel mare e sulla terra. Si esprime lo stesso concetto là dove si
legge che Dio stende il cielo. Viene steso infatti o com e una pelle
per tende, ove abitano i santi, o com e un foglio per scrivervi i
nomi dei molti che con la loro fede e devozione meritarono la
grazia di Cristo, ai quali si dice: Godete perché i vostri nomi
stanno scritti in cielo.
22. Non gioverebbe a nulla in vista della sorte futura trat­
tare anche della natura o della posizione della terra, perché è

1 Bas., H exa em ., 20 A (8 A ): ’ E x Siio t& v ócxptov tou toxvti ? tJjv umxpi;iv


itap7]vU;aTO, t£ì jzèv oùpav<jS Tà Trpecjìeìa T/j? yevéaetaz d oro S o iiirfjv Sk yTjv
SeuxcpeijEtv <pà|icvo; Tfj òitàpijei.
2 Bas., H exa em ., 20 AB (8 B C ): "fla re , x a l (j,T]8èv ei7Tf) uepì tcòv aToixetavjTOjpis
xal fiSaro? x a l àépo?, àXXà aù T'Jj roxpà <raurou auvéaei vóei 7tpò>Tov [ièv 8ti
rcàvra èv ■rcàui (/ifiiXTa, x a l èv IT) eòp^aei? x a l uScop x a l àépa x a l 7Wp, etye
èx Xtó-tov mip è^àXXeTai, èx a!,8Y)pou Sé, 8? x a l aÙTÒ? àreò éxet tJ)V yévsaiv,
Tfljp dbp&ovov èv Tat? naparpli^eoi 7ré<puxev tìbtoXà|X7ceiv.
8 Bas., H ex a em ., 20 C (8 D ): ... Ttpài; t ó , jzvjSè Ttpoupyou t i elvai eE; tvjv -
’ ExxXijaEa? otxoSojr))V t ò m p i TauTa xaTaa/oXeiaJtai.
48 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 6, 22

rarum diuinarum series conprehendit quia suspendit terram in


nihiloe. Quid nobis discutere utrum in aere pendeat an super
aquam, ut inde nascatur controuersia, quom odo aeris natura te­
nuis et m ollior molem possit sustentare terrenam aut quomodo,
si super aquas, non demergatur in aquam grauis terrarum ruina?
Aut quom odo ei maris unda non cedat et in latera eius sese loco
suo mota diffundat? Multi etiam in medio aeris terram esse dixe­
runt et mole sua immobilem manere, quod aequabili motu hinc
atque inde ex omni parte protendat. De quo satis putamus dic­
tum a domino ad Iob seruum suum, quando locutus per nubem f
ait: Vbi eras, cum fundarem terram? Indica mihi, $i habes scien­
tiam. Quis posuit mensuras eius, si nosti? Aut quis est qui superin­
duxit mensuram super eam? Aut super quid circuli eius confixi
sunt? g. Et infra: Conclusi mare portis et dixi: usque huc uenies et
non transibis, sed in te comminuentur fluctus tu ih. Nonne eui-
denter ostendit deus omnia maiestate sua consistere, non numero,
pondere atque mensura? Neque enim creatura legem tribuit, sed
accipit aut seruat acceptam. Non ergo quod in medio sit terra,
quasi aequa lance suspenditur, sed quia maiestas dei uoluntatis
suae eam lege constringit, ut supra instabile atque inane stabilis
perseueret, sicut Dauid quoque propheta testatur dicens: Fundauit
terram super firmitatem eius: non inclinabitur in saeculum sae­
cu li'. Non utique hic quasi tantummodo artifex deus, sed quasi
omnipotens praedicatur, qui non centro quodam terram, sed
praecepti sui suspenderit firmamento nec eam inclinari patiatur.
Non ergo mensuram centri, sed iudicii diuini accipere debemus,
quia non artis mensura est, sed potestatis, mensura iustitiae, men­
sura cognitionis, quia omnia non tanquam inmensa praetereant
eius scientiam, sed cognitioni eius tanquam dimensa subiaceant.
Neque enim cum legimus: Ego confirmaui columnas eiu s1, uere
columnis eam subnixam possumus aestimare, sed ea uirtute, quae
subfulciat substantiam terrae atque sustineat. Denique quam in
potestate dei sit terrae constitutio etiam hinc collige, quoniam
scriptum est: Qui aspicit terram et facit eam trem erem et alibi:
Adhuc ego semel concutio terram n non ergo libramentis suis inmo-
bilis manet, sed frequenter dei nutu et arbitrio commouetur, sicut
et Iob dicit quia dominus com m ouet eam a fundamentis, colum­
nae autem eius exagitantur0 et alibi: Nuda inferna in conspectu
eius, et non est morti inuolucrum. Extendens boream pro nihilo,

* Iob 26, 7.
f Iob 38, 7.
* Iob 38, 4-6.
h Iob 38, 10-1.
i Ps 103, 5.
i Ps 74, 4.
" Ps 103, 32.
n Agg 2, 6 (7).
» Iob 9, 6.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 49

sufficiente per la nostra conoscenza la concisa affermazione della


Scrittura divina: Sospende la terra sul nulla4. Che ci serve discute­
re se stia sospesa nell’aria o sopra l’acqua, sicché ne nasca ima
disputa sul m odo in cui la natura sottile e piuttosto cedevole del­
l’aria possa sostenere la mole della terra oppure, se questa è
sostenuta dalle acque, in qual m odo non vi affondi la sua massa
con rovinoso crollo? O com e l’onda del mare non si ritiri di fronte
ad essa e non si spanda ai suoi lati respinta dalla sua sede?
Molti anche affermarono che la terra si trova nel mezzo dell’aria e
rimane immobile nella sua mole, poiché si protende da ogni parte
per l'effetto di uguali impulsi in direzione opp osta 5. Su tale ar­
gomento pensiamo sia stato detto quanto basta dal Signore al suo
servo Giobbe, quando, parlando in mezzo ad una nube, gli disse:
Dov'eri quando ponevo le fondamenta della terra? Dimmelo, se
ne sei a conoscenza. Chi ne fissò le dimensioni, se lo sai? Oppure
chi stese sopra di essa la misura? Oppure su che cosa furono in­
fissi i suoi cerchi? e sotto: H o chiuso il mare mediante porte e gli
ho detto: « Giungerai fin qui e non passerai oltre, ma in te si pla­
cheranno i tuoi flutti » 6. Non ha mostrato chiaramente Iddio
che tutto sussiste per la sua maestà, non per il numero, il peso,
la misura? Non è la creatura che si dà la legge, ma la riceve e,
ricevutala, la osserva. La terra non si libra sospesa com e al piatto
d’una bilancia che si mantiene in equilibrio, perché si trova al
centro dell'universo7, ma perché ve la costringe la maestà di Dio
con la legge della sua volontà, in m odo che rimanga stabile sul
vuoto che non offre resistenza, com e attesta anche il profeta Da­
vide dicendo: Ha fondato la terra sulla sua stabilità: non si in­
clinerà in eterno. Evidentemente qui Iddio non viene esaltato sol­
tanto com e l’artefice, ma com e l’Onnipotente che non ha sospeso
la terra ad un punto centrale dell'universo, bensì alla stabilità
della sua legge, e non permette che vacilli. Quindi dobbiamo in­
tendere non la misura del centro, ma quella del giudizio divino,
perché non è la misura propria di un'arte, ma è la misura della
potenza, della giustizia, della sapienza, perché tutte le cose non
sfuggono alla sua conoscenza in quanto incommensurabili, ma
sono soggette ad essa in quanto misurate da lui. Infatti quando
leggiamo: Io ho rafforzato le sue colonne, non possiamo pensare
che essa sia veramente sostenuta da colonne, ma da una potenza
tale da sostenere e reggere la massa della terra. Inoltre, quanto
l'assetto della terra sia in potere di Dio, puoi ricavarlo anche da
questo passo, poiché sta scritto: Colui che contempla la terra e
la fa tremare, e altrove: Ancora una volta io scuoto la terra. Dun­
que questa non rimane immobile nel suo equilibrio, ma frequente­
mente è scossa dal cenno e dalla volontà di Dio, com e anche Giob-

4 ’ ExTstvoiv Popéav bn oùSév, xpe[i,à?ojv y5)v è7t’ oùSevó? (26, 7).


5 Hipp., Philos., 6, 3, in D ie ls, D o x . Gr., p . 559, 23.
6 B as ., Hexaem., 24 A (9 D ).
7 Cf. C ic., Tuse., I, 17, 40: persuadent enim mathematici terram in me­
dio mundo sitam ad uniuersi caeli complexum quasi puncti instar obtinere,
quod xévrpov illi uocant. K iv rp o v = « p u n to ce n tr a le » (P lat., Tim., 5 4 e ).
50 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 6, 22-23

suspendens terram in nihilo, alligans aquam in nubibus su is9,


columnae caeli euolauerunt et expauerunt ab increpatione eius.
Virtute mitigauit mare, disciplina strauit cetum, claustra autem
caeli timent eum «. Voluntate igitur dei inmobilis manet et stat
in saeculum terra r secundum Ecclesiastae sententiam et in uolun­
tate dei mouetur et nutat. Non ergo fundamentis suis innixa sub­
sistit nec fulcris suis stabilis perseuerat, sed dominus statuit eam
et firmamento uoluntatis suae continet, quia in manu eius omnes
fines terra es. Et haec fidei simplicitas argumentis omnibus an­
tecellit. Laudent alii quod ideo nusquam decidat terra, quia se­
cundum naturam in medio regionem possideat suam, eo quod ne-
cesse sit eam manere in regione nec in partem inclinari alteram,
quando contra naturam non mouetur, sed secundum naturam,
praedicent artificis diuini et operatoris aeterni excellentiam —
quis enim artificum non ab illo accepit aut quis dedit mulieribus
texturae sapientiam aut uarietatis disciplinam? 1 — ego tamen, qui
profundum maiestatis eius et artis excellentiam non queo con-
prehendere, non disputatoriis me libramentis committo atque
mensuris, sed omnia reposita in eius existimo uoluntate, quod
uoluntas eius fundamentum sit uniuersorum et propter eum adhuc
mundus hic maneat. Quod apostolicae quoque liceat astruere auc­
toritatis exemplo. Scriptum est enim quia uanitati creatura su-
biecta est non sponte, sed propter eum qui subiecit in spe u. Libe­
rabitur autem et ipsa creatura a seruitute corruptionis, cum gra­
tia diuinae remunerationis adfulserit.

23. De natura autem et qualitate substantiae caeli quid e


merem ea quae disputationibus suis philosophi texuerunt? Cum
alii conpositum caelum ex quattuor elementis adserant, alii quin-

p Iob 26, 6-8.


i Iob 26, 11-13.
r Eccle 1, 4.
s Ps 94, 4.
‘ Iob 38, 36 (Sept. *).
u Rom 8, 20-21.

* Sono contrassegnati con l’indicazione Sept. i passi che non hanno cor
spondenza né letterale né, quanto meno, concettuale con la Vulgata. Per i
Settanta è stata usata la nona edizione del Rahlfs.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 51

be dice che il Signore la scuote dalle fondamenta e le sue colon­


ne tremano; e in un altro luogo: Al suo cospetto appare nudo
l’inferno e la m orte non ha rivestimento. Estende borea sul vuo­
to, sospende la terra sul nulla, rinchiude l’acqua nelle sue nubi.
Le colonne del cielo volan o8 via terrorizzate dal suo rimprovero.
Col suo potere placò il mare, con la sua scienza abbatté il cetaceo,
lo temono le chiostre del cielo. Per la volontà di Dio la terra ri­
mane immobile e, com e dice l’Ecclesiaste, sta eternamente e, con­
forme al volere di Dio, si muove e ondeggia. Non resta ferma, sal­
damente piantata sulle sue fondamenta, né si mantiene stabile
sui suoi appoggi, ma il Signore l’ha stabilita al suo posto e ve la
mantiene col sostegno della sua volontà, perché nella sua mano
sono tutti i termini della terra. E questa semplicità di fede vale
più d’ogni argomento. Esaltino pure altri il fatto che la terra non
precipita da nessuna parte dicendo che, secondo la natura, occu­
pa al centro dell’universo lo spazio che le spetta. E poiché per
necessità essa rimane al suo posto e non si inclina dalla parte
opposta, siccome si muove non contro, ma secondo la legge di
natura, celebrino pure l'eccellenza dell'Artefice divino e dell'eterno
Creatore9 (quale artefice infatti non imparò da lui o chi diede
alle donne l’abilità nel tessere o l’arte del ricam are?10): io tutta­
via che non riesco ad abbracciare con la mia intelligenza l’abisso
della sua maestà e l'eccellenza della sua arte, non mi affido ai
pesi e alle misure propri della discussione, ma penso che tutto
dipenda dalla sua volontà perché la sua volontà è il fondamento
dell'universo e solo per causa sua il m ondo sussiste ancora. E
ciò si potrebbe sostenere anche sull’esempio dell'autorità aposto­
lica. Sta scritto infatti che la creatura fu assoggettata alla Vanità
non di sua volontà, ma p er causa di colui che l’ha sottom essa nel­
la speranza. Anche la stessa creatura sarà liberata dalla schiavitù
della corruzione, quando risplenderà la grazia della ricompensa
divina.
23. Ma sulla natura e sulle proprietà del cielo perché dov
elencare tutte le teorie elaborate dai filosofi nelle loro discussio­
n i? 11 Alcuni sostengono che il cielo è com posto di quattro ele-

* I Settanta hanno kmxia&nwn = « volarono via ». Preferisco conservare


l’arditissima immagine traducendo col presente l’aoristo (gnomico).
9 Bas., Hexaem., 24 BC (10 AB): “HSif] Sé rive? tSv 9ucixSv xal Toiaórats
al-rCat; t}jv •p)v àxtvnjrov (lévetv xaxaxo(nJjEÙovrai. 'fi? ótpa Sta tò r>)V (*é<xigv rovi
7tavTÒ? elXrypévoci /tùpav xal Sià -rf)v taijv 7tàvro&ev «pò? tò Sxpov ània-raaiv,
°ùx Sxouaav Sttoo (ìSXXov à7toxXiS7), dcvarfxaltoi; (jtéveiv i<p’ icnrri)<;, aSiWrov aùrf)
rcavreX&i; rJjv ènl t i £oirìjv tìjs 7ravraxó$ev iteptxet(jivY)i; ó{iotdrqro? l(M«>toiS<JT)s.
24 D (10 C): Mi) o5v si (j.7)Sa(iou èx7tt7crst f) 'rV xaxà <piìatv
X<&pav tò (iéaov éxouaa.
25 A (10 D): ... el 8è (W), àXXà tó ye àuXoùv Ttfi ittoTew^ la/upórepov Sara
•nSv Xoyixcàv dicoSel^euv.
10 Questo passo si trova nei Settanta (Giob., 38, 36), ma non nella Vulgata
che traduce in modo diverso il corrispondente testo dell’ebraico: « Chi ha
elargito all'ibis la sapienza o chi ha dato al gallo l'intelligenza? ». Vulg.:
Quis posuit in uisceribus hominis hominis sapientiam? vel quis dedit gallo
intelligentiam?
11 Bas., Hexaem., 25A-28A (10E-11D): S. Ambrogio non fa che seguire
S. Basilio.
52 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 6, 23-24

tam quandam naturam noui corporis ad constitutionem eius in­


ducant atque adfingant aetherium esse corpus, cui neque ignis
admixtus sit neque aer neque aqua neque terra, quod huius mun­
di elementa suum quendam habeant cursum atque usum et m o­
tum naturae, ut grauiora demergant et in pronum ferantur, uacua
et leuia in superiora se subrigant — est enim proprius cuique
motus — , in sphaerae autem circuitu ista confundi et uim sui
cursus amittere, quoniam sphaera in orbem suum uoluitur et
superiora inferioribus, superioribus quoque inferiora mutantur.
Quorum autem secundum naturam motus mutati sunt, horum ne­
cessario ferunt mutari solere qualitates substantiarum suarum.
Quid igitur defendimus aetherium corpus esse, ne uideatur cor­
ruptioni obnoxium ? Quod enim conpositum ex corruptibilibus
elementis est necesse est resoluatur. Nam hoc ipso quod diuersae
eadem sint elementa naturae simplicem et inuiolabilem motum
habere non possunt, cum se diuersus elementorum motus inpu-
gnet. Vnus enim motus omnibus aptus esse non potest et elementis
distantibus conuenire; nam qui leuibus adcommodus est fit incom­
modus grauioribus elementis. Itaque quando ad superiora motus
caeli est necessarius, terrenis grauatur, quando ad inferiora decur­
sus expetitur, igneus uigor ille uiolenter adtrahitur; etenim contra
naturae suae usum deorsum cogitur. Omne autem quod in con­
trarium cogitur non naturae seruiens, sed necessitati, cito soluitur
et in ea scinditur ex quibus uidetur esse conpositum in suam
quamque regionem singulis recurrentibus. Haec igitur alii consi­
derantes stabilia esse non posse aetherium corpus caeli stellarum-
que esse arbitrati sunt quintam quandam naturam corporis in­
troducentes, quo diuturnam caeli putarent mansuram esse sub­
stantiam.

24. Sed non ista opinio propheticae potuit obuiare sent


tiae, quam diuina quoque domini Iesu Christi maiestas dei nostri
in euangelio conprobauit. Dixit enim Dauid: Principio terram tu
fundasti, domine, et opera manuum tuarum sunt caeli. Ipsi pe­
ribunt, tu autem perm anes: et omnia sicut uestimentum uetere-
scent, et tanquam amictum mutabis ea et mutabuntur, tu uero
ipse es, et anni tui non d eficien tT. Quod adeo probauit in euangelio
dominus ut diceret: Caelum et terra praeteribunt, mea autem ner­
ba non praeteribuntw. Nihil igitur agunt qui propter caeli adse-
rendam perpetuitatem quintum corpus aetherium introducendum
putarunt, cum aeque uideant dissimilem ceteris adiunctam mem-

v Ps 101, 26-28.
W Mt 24, 35.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 53

menti, altri aggiungono alla sua composizione un quinto elemento


formato di una nuova sostanza e lo immaginano un corpo etereo12,
al quale non siano mescolati né fu oco né aria né acqua né terra,
perché gli elementi di questo m ondo hanno, per cosi dire, un corso
e un costume e un movimento naturale loro proprio, cosi che i
più pesanti affondano e tendono verso il basso, quelli vuoti e leg­
geri salgono verso l’alto — ciascuno infatti ha un movimento suo
proprio — ; invece nel movimento circolare d’una sfera questi ele­
menti si confondono e perdono la direzione caratteristica del loro
moto, poiché la sfera gira su se stessa e ciò che sta in alto si scam­
bia con ciò che sta in basso e viceversa. Ma se i moti naturali di
questi elementi sono mutati, essi affermano che sogliono mutare
anche le loro proprietà sostanziali. Perché dunque sostenere che
esiste una sostanza eterea affinché non sembri soggetta a corrom ­
persi? Ciò che è com posto di elementi corruttibili, necessariamen­
te si dissolve. Proprio per il fatto che gli stessi elementi hanno
una diversa natura, non possono avere un solo ed immutabile mo­
vimento, perché un opposto movimento degli elementi si annulle­
rebbe. Un unico movimento infatti non può adattarsi a tutto ciò
che esiste e convenire ad elementi differenti: quello che è adatto
ad elementi leggeri diventa inadatto per elementi più pesanti. Per­
ciò quando è necessario un m oto del cielo che salga verso le re­
gioni più alte, questo verrebbe ritardato dagli elementi terreni;
quando si richiede un m oto che scenda verso le regioni più basse,
la forza ignea sarebbe attirata con violenza in questa direzione:
sarebbe infatti costretta all’ingiù contro la sua disposizione na­
turale. E tutto ciò che è costretto in senso contrario non asse­
condando la natura, ma la necessità, presto si dissolve e si scinde
in quegli elementi dei quali appare com posto, perché ciascuno di
essi ritorna rapidamente alla propria sede. Or dunque altri, con­
siderando che questi elementi non potevano avere stabilità, pen­
sarono che quello del cielo e delle stelle fosse un corpo etereo e
introdussero una non precisata quinta materia corporea per ef­
fetto della quale supponevano che sarebbe rimasta inalterata la
sostanza del cielo.
24. Ma codesta opinione non potè incontrarsi con l’afferm
zione profetica, convalidata anche dalla divina maestà del Signore
Gesù Cristo nostro Dio nel Vangelo. Disse infatti Davide: In prin­
cipio, Signore, tu hai fondato la terra e i cieli sono opera delle
tue mani. Essi periranno, tu invece rimani; e tutte le cose invec-
chieranno com e un vestito e com e un mantello le muterai e saran­
no mutate; tu invece sei e i tuoi anni non verranno meno. Non
concludono nulla, dunque, coloro che per sostenere l’eternità del
cielo hanno ritenuto di dover introdurre un quinto elemento ete­
reo, pur rendendosi conto che anche l’aggiunta ad un membro
d’una parte di natura diversa dalle altre di solito reca maggior

12 L'esistenza dell’etere come quinto elemento, che sarebbe stato di n


tura divina, era sostenuta da Aristotele nel III libro del giovanile De philo­
sophia (cf. Cic., De nat. deor., I, 13, 33); vedi W. Jaeger, Aristotele, trad. it.,
La Nuova Italia, Firenze 1947, pp. 182-183; 188-189.
54 EXAMERON, DIES I , SER. I , C. 6, 24; SER. I I , C. 7, 25

bri unius portionem labem corpori magis adferre consuesse. Simul


illud aduerte, quia propheta Dauid, <dum> terram priori loco no-
minauit et postea caelum, credidit opus esse domini declarandum.
Quando enim dixit et facta su n t1-, nihil interest quid prius expri­
mas, cum simul utrumque sit factum, simul ne eo saltem praero-
gatiua caelo diuinae uideatur adiudicata substantiae, ut primo­
genitae creaturae priuilegio potior extimetur. Itaque illos suis relin­
quamus contentionibus, qui mutuis disputationibus se refellunt:
nobis autem satis est ad salutem non disputationum controuersia,
sed praeceptorum ueritas nec argumentationis astutia, sed fides
mentis, ut seruiamus creatori potius quam creaturae, qui est deus
benedictus in saecula.

SERMO II

Caput VII

25. Terra autem erat inuisibilis et inconpositaa. Bonus ar


fex prius fundamentum ponit, postea fundamento posito aedifi­
cationis membra distinguit et adiungit ornatum. Posito igitur fun­
damento terrae et confirmata caeli substantia — duo enim ista
sunt quasi uelut cardines rerum — subtexuit: terra autem erat
inuisibilis et incomposita. Quid est erat? Ne forte in infinitum et
sine principio extendant opinionem suam et dicant ecce quia ma­
teria, id est uX/rj sicut philosophi dicunt, etiam secundum scriptu­
ram diuinam non habuit initium. Verum hoc dicentibus respon­
debis quia scriptum est: Erat autem Cain operarius terra eb et de
eo qui Iubal dictus est habet scriptura: Hic erat pater, qui demon-
strauit psalterium et citharam c et homo erat in Ausitide regione,
cui nomen I o b d. Desinant ergo de uerbo quaestionem mouere,
cum praesertim praemiserit Moyses quia fecit deus terram. Erat
ergo ex quo facta est. Nam si sine principio eam dicunt esse, iam
non solum dominum, sed etiam OXrjv sine principio dicentes de­
finiat ubinam erat. Si in loco, ergo etiam locus sine principio
fuisse astruitur, in quo erat materia rerum, quae principium non
habebat. Quod si absurdum uidetur de loco credere, uidete ne

2 Ps 148, 5.

a Gen 1, 2.
b Gen 4, 2.
c Gen 4, 20-21.
i Iob 1, 1.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 55

danno a un c o r p o 13. Nello stesso tempo bada che il profeta Da­


vide, nominando prima la terra e poi il cielo, credette di dover
spiegare cosi l’opera del Signore. Dal momento che Dio parlò e
furono fatti, non importa quale tu indichi per primo, essendo
l'una e l’altro stati creati simultaneamente, purché con ciò non
sembri attribuito al cielo quanto meno la prerogativa di una so­
stanza divina, cosi da essere giudicato superiore per il privilegio
di creatura primogenita. Lasciamo pertanto alle loro contese quel­
li che vicendevolmente si confutano con argomentazioni opposte.
A noi invece basta per la salvezza non il contrasto delle discus­
sioni, non la cavillosità dell’argomentazione, ma la fede della no­
stra mente, affinché serviamo, piuttosto che alle cose create, al
creatore, che è Dio benedetto nei secoli.

II SERMONE

Capitolo 7

25. La terra però era invisibile e senza ordine. L’abile ar


fice prima pone le fondamenta, poi, una volta poste le fondamen­
ta, porta a compimento le varie parti dell’edificio e aggiunge l’or­
namentazione. Poste le fondamenta della terra e resa stabile la
sostanza del cielo — questi due elementi, infatti, sono com e i car­
dini del m ondo — , aggiunse: La terra però era invisibile e sen­
za ord in ex. Che significa era? Ha scritto cosi perché per caso
non ci sia chi si lasci andare ad ipotesi senza limiti e senza fon­
damento e dica: « E cco che la materia, cioè l’ uXr) com e dicono i
filosofi, anche secondo la divina Scrittura non ha avuto inizio » 2.
Ma a chi dice cosi risponderei che sta scritto: Caino era invece
lavoratore della terra, e di colui che fu chiamato Giubal la Scrit­
tura dice: Questi era il padre che inventò il salterio e la cetra e
c’era nel paese, di Us un uomo chiamato Giobbe. La smettano dun­
que i filosofi di far questione di parole, specialmente perché Mosè
ha premesso che Dio creò il cielo e la terra. Esisteva dunque dal
momento in cui fu creata. Se infatti affermano che essa non ha
principio, dicendo addirittura senza principio non solo il Signore,
ma anche la materia, precisino allora dove mai essa era. Se in
un luogo, allora si afferma che era senza principio anche quel luo­
go dove si trovava la materia dell’universo, che non aveva prin­
cipio. Ma se sembra assurdo credere una cosa simile di un luogo,
badate che per caso non dobbiam o credere alata la terra che, sen-
13 La frase risulta un p o’ oscura per l'eccessiva concisione. Intender
cosi: L’aggiunta di un quinto elemento etereo turba l’armonia dell’universo,
come turberebbe l’armonia di un corpo l'aggiunta di una parte di natura
diversa dalle altre.

1 Bas., Hexaem., 29 AC (12 CE): 'H 8è -ffj $jv, (pvjatv, àópaTo? xal àxaTa-
aneuocaxos ...
2 L’obiezione dipende dall’uso dell’imperfetto che solitamente indica azione
continuata nel passato.
56 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 7, 25-26

forte uolatilem terram debeamus aestimare, quae non habens fun­


damentum alarum remigiis suspendebatur. Vnde ergo ei alas su­
memus, nisi forte huc deriuemus prophetici sermonis interpreta­
tionem a pinnis terrae prodigia audiuimuse et illud uae terrae
natiium pinnaef? Sed ut sic accipiamus, in quo aere uolabat terra?
Sine aere enim uolare non poterat, sed aer esse adhuc non pote­
rat, quia non erat sine rerum materia elementorum facta distinc­
tio, cum adhuc ipsa elementa facta non essent. Vbi erat ergo ma­
teria ista alarum subfulta remigiis? In aere non erat, quia aer cor­
pus est mundi, corpus autem esse aerem docet lectio, quia emissa
sagitta in locum, quem iaculator intendit, incisus aer statim in se
ipsum resolutus e s t g. Vbi ergo erat OXt], nisi forte dicatur quadam
dementi intentione quia in deo erat? Ergo deus inuisibilis naturae
atque inuiolabilis, qui lucem habitat inaccessibilem h, inconprehen-
sibilis et purissimus spiritus, locus erat materiae mundialis, et
erat in deo mundi portio, cum de h oc mundo non sit mens ser-
uolorum eius, sicut habemus scriptum: D e hoc mundo non sunt,
sicut et ego non sum de m u ndo1.

26. Quemadmodum ergo inuisibilia uisibilibus et ei qui


dinem ac decorem donauit omnibus incomposita copulabantur?
Nisi forte, quia dixit: Terra autem erat inuisibilis, inuisibilem eam
per substantiam credant et non ideo, quia aquis operta uisibilis
corporeis oculis esse non poterat, quemadmodum pleraque in pro­
fundo aquarum sita uisum oculorum aciemque praetereunt. Non
enim deo aliquid inuisibile, sed creatura mundi creaturae utique
extimatione censetur. Inuisibilis etiam terra, quia nondum lux
quae inluminaret mundum, nondum sol; postea enim luminaria
facta sunt caeli. Quod si solis radius plerumque etiam aquis oper­
ta inluminat et profundo mersa splendore luminis sui prodit, quis
dubitet deo ea quae in profundo sunt inuisibilia esse non posse?
Nisi forte sic accipiamus inuisibilem terram, quod nondum uerbo
dei et protectione uisitabatur quae hominem non habebat, propter
quem dominus respiceret in terram, sicut scriptum est: Dominus
respexit super filios hominum, si est intellegens aut requirens

« Is 24, 16 (Sept.).
f Is 18, 1.
* Sap 5, 12.
h 1 Tim 6, 16.
i Io 17, 14.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 57

za un punto d’appoggio, si librava sul remeggio delle a li3. E donde


ricaveremo che essa ha le ali, a meno che non interpretiamo così
la parola del profeta: Dalle penne della terra abbiamo udito pro­
digi4 e quel fam oso detto: Guai alla terra, ala di navi5? Ma, am­
messo che intendiamo cosi, in quale aria volava la terra? Senz'aria,
infatti, non avrebbe potuto volare, ma non vi poteva essere ancora
aria, perché senza la materia delle cose non erano stati divisi gli
elementi perché gli stessi elementi non erano ancora stati creati.
Dov'era dunque questa materia sostenuta dal remeggio delle ali?
Non era nell’aria, perché l'aria è una realtà corporea del mondo;
e che l'aria sia materia, lo insegna la Scrittura, perché, quando si
scaglia una freccia nella direzione voluta dall’arciere, l’aria solcata
tosto si rinchiude su se stessa. Dove dunque era 1’ i5Xr|, a meno che
non si dica con una folle forzatura ch ’essa era in Dio? Dunque Dio,
di natura invisibile e inviolabile, che abita in una luce inaccessi­
bile ed è purissimo spirito, sarebbe stato il ricettacolo della ma­
teria del m ondo e in Dio ci sarebbe stata una parte del mondo,
mentre l’animo dei suoi servi non è di questo mondo, com e trovia­
mo scritto: Non sono di questo mondo, com e anch’io non sono
del mondo s.
26. Come potevano congiungersi le cose invisibili alle v
bili e la materia inform e a colui che ha dato ordine e bellezza a
tutto ciò che esiste? A meno che, forse, siccom e ha detto: La terra
era invisibile, non credano che essa era invisibile per natura e
non perché, ricoperta d ’acque com ’era, non poteva essere visibile
agli occhi del corpo, allo stesso m odo che moltissime cose che si
trovano nella profondità delle acque sfuggono alla vista degli oc­
chi più acuti. Infatti niente è invisibile a Dio, ma evidentemente
qui si valuta una creatura del m ondo secondo il m odo di vedere
d’una creatura. Era invisibile anche la terra, perché non esisteva
ancora la luce per illuminare il mondo, non esisteva ancora il sole:
infatti gli astri del cielo furono creati successivamente. Se il rag­
gio del sole spesso illumina anche ciò che è coperto dalle acque
e con lo splendore della sua luce rivela ciò che è immerso nel
fondo, chi potrebbe dubitare che è impossibile che restino invi­
sibili a Dio le cose nascoste dall’acqua? A meno che per caso non
intendiamo che la terra era invisibile perché non era ancora vi­
sitata dalla Parola e dalla protezione divina, non accogliendo an­
cora l’uomo, per causa del quale il Signore potesse essere indotto
a rivolgere su di essa il suo sguardo, com e sta scritto: Il Signore
guardò sui figli degli uomini, se vi fosse chi com prendesse o cer­
casse Iddio. E in un altro passo: Dal cielo scagliò il suo giudizio:

3 Cf. Verg., Aen., I, 301; VI, 19. Nonostante l’uso della metafora virgiliana,
impiegata qui come puro elemento di suggestione letteraria, da ciò che segue
risulta ben chiaro che S. Ambrogio intende escludere l'ipotesi di una terra
fornita di ali.
4 Is., 24, 16: ’Attò tGv TtTepuyoiv tt)? 'répotToc r)nou<ra[xev ’E)arì,s T<jS eò-
aefiei. La Vulgata ha invece: A finibus terrae laudes audiuimus, gloriam
Iusti.
5 Is., 18, 1: Oùal y ijs 7tXotwv 7rrépuye? (Vae terrae cymbalo alarum).
e Bas., Hexaem., 29 BC (12 E); 33 C (14 E); 36 A (15 A).
58 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 7, 26-27

deum Et alibi ait: De caelo laculatus est iudicium: terra tremuit


et quieuitm. Et merito inuisibilis, quia inconposita, quae figuram
et speciem congruentem adhuc non acceperat a proprio conditore.
27. Et fortasse dicant: Cur enim deus — sicut dixit et fa
su n tn — non simul ornatus congruos surgentibus donauit ele­
mentis, quasi non potuit caelum insignitum stellis subito ut crea­
tum est refulgere et floribus ac fructibus terra uestiri? Potuit
utique, sed ideo prim o facta, postea conposita declarantur, ne
uere increata et sine principio crederentur, si species rerum uelut
ingeneratae ab initio, non postea additae uiderentur. Inconposita
terra legitur et isdem a philosophis, aeternitatis quibus deus pri-
uilegiis honoratur: quid dicerent si ab initio eius pulchritudo uer-
nasset? Demersa aquis describitur uelut cuidam principiorum
suorum addicta naufragio et adhuc a nonnullis facta non creditur:
quid si decorem primogenitum uindicaret? Accedit illud quod imi­
tatores nos sui deus esse uoluit, ut prim o faciamus aliqua, postea
uenustemus, ne dum simul utrumque adorimur, neutrum possimus
inplere. Fides autem nostra quodam gradu crescit. Ideo primum
fecit deus, postea uenustauit, ut eundem credamus ornasse qui
fecit et fecisse qui ornauerit, ne alterum putemus ornasse, alterum
creauisse, sed eundem utrumque esse operatum, ut primum face­
ret, postea conponeret, ut alterum altero crederetur. Habes in
euangelio huius rei euidens testimonium. Nam suscitaturus Laza-
rum dominus iussit, ut Iudaei remouerent lapidem de sepulchro,
ut mortuum uidentes postea resuscitatum crederent. Deinde uo-
cauit Lazarum, et resurrexit et ligatis manibus et pedibus exiuit
foras °. Nonne poterat remouere lapidem qui poterat mortuum re­
suscitare? Et qui potuit defuncto uitam reddere non potuit nexus
soluere uinculorum? Cui uinctis pedibus gressum dedit, huic non
potuit ruptis uinculis incessum reddere? Sed utique aduertimus
quod uoluit primum demonstrare mortuum, ut oculis suis crede­
rent, deinde resuscitare, tertio iubere, ut ipsi uincula funeris so-
luerent, ut inter ista fides infunderetur infidelibus et per gradus
quosdam credulitas nasceretur.

• Ps 13, 2.
™ Ps 75, 9.
n Ps 32, 9.
° Io 11, 39-44.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 59

la terra trem ò e più non si mosse. A buon diritto era invisibile per­
ché informe, in quanto fino a quel momento non aveva ricevuto
dal proprio Creatore l’aspetto e la bellezza che le si addicevano.
27. Forse potrebbero dire: « Perché Iddio, com e parlò e il ci
e la terra furono creati, non diede agli elementi nascenti anche il
conveniente ornamento quasi che il cielo, non appena creato, non
potesse risplendere adorno di stelle e la terra rivestirsi di fiori
e di frutti? » 7. Certamente che avrebbe potuto; ma si insegna che
prima furono creati e successivamente ordinati perché non si cre­
dessero increati e senza principio, qualora gli abbellimenti delle
cose fossero parsi o generati fin dall’inizio e non aggiunti suc­
cessivamente. Si legge che la terra era informe; eppure i filosofi
la onorano con gli stessi privilegi d’eternità che attribuiscono a
Dio: che cosa direbbero se la sua bellezza fosse germogliata fin
dal principio? La terra viene descritta sommersa dalle acque, co­
me in preda a un naufragio dei propri elementi, e ancora da taluni
non si crede creata: che direbbero se rivendicasse una bellezza fin
dalle sue origini? C’è da considerare inoltre che Dio ci volle suoi
imitatori cosi da fare prima le cose e poi abbellirle, per evi­
tare che, volendo compiere nello stesso tempo entrambe le ope­
razioni, non riusciamo a condurre a buon termine né l’una né
l’altra. La nostra fede poi cresce gradualmente. Perciò Iddio pri­
ma ha creato le cose, poi le ha abbellite, perché crediamo che ad
abbellirle sia stato lo stesso Essere che le ha create e a crearle lo
stesso Essere che le ha abbellite, affinché non pensiamo che uno
le abbia abbellite e un altro create, ma che lo stesso ha compiuto
entrambe le operazioni, quella di creare e quella di dare ordine,
cosi che mediante l’una si prestasse fede all’altra. Nel Vangelo tu
trovi un’evidente testimonianza a tale proposito. Accingendosi a
risuscitare Lazzaro, il Signore ordinò che i Giudei rimuovessero
la pietra dal sepolcro, perché, vedendolo m orto, poi potessero cre­
derlo risuscitato. Chiamato quindi Lazzaro, lo risuscitò, e questi
usci con le mani e i piedi avvolti nelle bende. Non poteva forse
rimuovere una pietra chi poteva risuscitare un m orto? E colui che
potè restituire la vita ad un m orto non avrebbe potuto sciogliere
i nodi delle bende? Egli, che lo fece camminare con i piedi ancora
legati, non avrebbe potuto restituirgli l’uso delle gambe rompendo
i legami che lo tenevano avvinto? Ma indubbiamente ci rendiamo
conto che volle prima far vedere ch’era m orto, perché credessero
ai loro occhi, quindi risuscitarlo e in terzo luogo ordinare che lo
sciogliessero dalle bende funebri per suscitare, nel corso di tali
operazioni, la fede negli increduli e far sorgere in loro gradual­
mente la disposizione a credere.

7 Bas., Hexaem., 29 B (12 D).


60 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 8, 28

Caput V ili

28. Fecit ergo primum deus caelum et terram, ea tamen n


quasi perpetua, sed quasi corruptibilis creaturae consummationi
uoluit subiacere. Vnde in Esaiae libro ait: Tollite in caelum oculos
uestros et aspicite in terram deorsum, quia caelum ut fumus so­
lidatum est, terra autem ut uestimentum u eteresceta. Haec terra
est, quae ante erat inconposita. Nondum erant enim maria suo
fine distincta, et ideo uago fluctu et profundo gurgite terra inun­
dabatur. Considera quia etiam nunc palustri uligine terra inhor­
rere consueuit nec patiens est uomeris, ubi infusus terris umor
exundat. Erat ergo inconposita, utpote sollertis agricolae inarata
culturis, quia adhuc deerat cultor. Erat inconposita, quia nuda
gignentium nec toris herbosa riparum nec opaca nemoribus nec
laeta segetibus nec umbrosa superciliis montium nec odorata flo­
ribus nec grata uinetis. Merito inconposita, quae ornatibus in­
digebat, cui deerant uitium serta gemmantium. Ostendere enim
uoluit deus quia nec mundus ipse haberet gratiam, nisi eum uario
cultu operator ornasset. Caelum ipsum intextum nubibus horro­
rem oculis, maestitiam animis excitare consueuit, terra imbribus
madefacta fastidio est, maria procellis turbata quos non incutiunt
metus? Pulcherrima est rerum species: sed quid esset sine lu­
mine, quid sine temperie, quid sine aquarum congregatione, qui­
bus ante demersa poli huius habebantur exordia? Tolle solem
terris, tolle caelo stellarum globos: omnia tenebris inhorrescunt.
Sic erat, antequam lumen huic mundo dominus infunderet. Et
ideo scriptura ait quia tenebrae erant super abyssum b. Tenebrae
erant, quia splendor deerat lucis, tenebrae erant, quia aer ipse
tenebrosus est. Aqua ipsa sub nube tenebrosa est, quia tenebrosa
aqua in nubibus aeris. Erant ergo tenebrae super abyssos aqua-

» Is 51, 6.
b Gen 1, 2.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 61

Capitolo 8

28. Iddio creò anzitutto il cielo e la terra, non destinati


tavia a durare in perpetuo, ma volle che fossero soggetti a perire
come creature corruttibili. Perciò dice nel libro d'Isaia: Levate
al cielo i vostri occhi e guardate in basso la terra, perché il cielo
si è rassodato com e fumo, la terra invece invecchierà com e un
vestito. Questa è la terra, dapprima informe. Infatti i mari non
erano ancora distinti dai loro confini e perciò la terra era som­
mersa da flutti vaganti e da profondi gorghi. Considera che anche
adesso la terra nelle paludi solitamente per l’umidità è irta di
canne e non sopporta l'aratro dove l’acqua, che imbeve il terre­
no, sale alla s u p e r f i c i e E r a dunque informe perché non arata
dal lavoro d’un solerte contadino, mancando ancora chi la col­
tivasse: informe perché, spoglia di vegetazione2, non era ricoper­
ta d’erba lungo i bordi dei corsi d’acqu a3 né folta di boschi né
feconda di m essi4 né om brosa di costoni montani né odorosa di
fiori né gradita per i suoi vigneti. Ben a ragione era informe, per­
ché mancava dei suoi ornamenti, perché priva dei festoni delle
viti ricoperte di gemme. Iddio volle infatti mostrare che nemmeno
il m ondo avrebbe per se stesso attrattiva, se il Creatore non lo
avesse adornato con la varietà delle colture. Lo stesso cielo, quan­
do c ’è un intreccio di nubi, suole provocare un senso di repul­
sione alla vista e di tristezza neU'animo; la terra inzuppata dalla
pioggia è motivo d i tedio. Il mare sconvolto dalle tempeste quali
timori non provoca? Bellissimo è l’aspetto delle cose; ma che
cosa sarebbe senza la luce, senza un clima temperato? Che cosa
sarebbe, se non fossero raccolte le acque che sommergevano que­
sto m ondo al suo esordio? Togli il sole alla terra, togli al cielo i
corpi luminosi delle stelle5: tutto rabbrividisce nelle tenebre. Cosi
era prima che il Signore introducesse nel m ondo la luce. E perciò
la Scrittura dice che c ’erano le tenebre sull’abisso. C’erano le te­
nebre perché mancava lo splendore della luce, perché l’aria di
per sé è oscura. L'acqua stessa sotto una volta di nubi è oscura,
perché è oscura l’acqua nelle nubi del cielo. Regnavano dunque le
tenebre sugli abissi delle acque. Non credo che si debba pensare

1 Bas., Hexaem., 36 A (15 AB): Aei7tó(ievov toIvuv èw-rl voeìv Y)|xi<; fiSop
èmnoXàSeiv -rf) èmfiaveta nife» ofowa Ttpò? tJjv oExetav XijSiv ÙYpà? oùaloù;
ditoxpidetaQi;. 'H yàp toù uypoO icXeovel^a èri Hai vOv £(i7tóSióv icpò; xap-
itOYOvlav Tf) Yfl. Cf. Vero., Georg., II, 223: patientem uomeris urici e 217-218:
Quae tenuem exhalat nebulam fumosque uolucris / et bibit umorem.
2 Cf. S all., /Mg., 79, 6: Nam ubi per loca aequalia et nuda gignentium
uentus coortus harenam humo excitauit.
3 Cf. Verg., Aen., VI, 674-675: riparum toros et prata recentia riuis /
incolimus.
* Cf. V erg., Georg., I, 1: Quid faciat laetas segetes.
5 Cf. Cic., Rep., VI, 16 (4, 16): Stellarum autem globi terrae magnitudin
facile uincebant.
62 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 8, 28-29

rum. Non enim malas intellegendas arbitror potestates, quod do­


minus earum malitiam creauerit, cum utique non substantialis,
sed accidens sit malitia, quae a naturae bonitate deflexerit.
29. Itaque in constitutione mundi opinio malitiae interim
questretur, ne diuinae operationi et pulcherrimae creaturae ea
quae decolora sunt admiscere uideamur, maxime cum sequatur: Et
spiritus dei superferebatur super aquas °. Quem etsi aliqui pro
aere accipiant, aliqui pro spiritu, quem spiramus et carpimus au­
rae huius uitalis spiritum, nos tamen cum sanctorum et fidelium
sententia congruentes spiritum sanctum accipimus, ut in constitu­
tione mundi operatio trinitatis eluceat. Praemisso' enim quia in
principio fecit deus caelum et terram, id est in Christo fecit deus
uel filius dei deus fecit uel per filium deus fecit, quia omnia per
ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihild, supererat pleni­
tudo operationis in spiritu, sicut scriptum est: Verbo domini caeli
firmati sunt et spiritu oris eius omnis uirtus eo ru m e. Itaque que­
madmodum in psalmo docem ur operationem uerbi, quod est uer-
bum dei, et uirtutem, quam dedit spiritus sanctus, ita hic pro­
pheticum resultauit oraculum quia deus dixit et deus fecit. Spi­
ritus quoque dei superferebatur super aquas. Ornando enim polo
caeli germinaturis terris pulchre spiritus superferebatur, quia per
ipsum habebant nouorum partuum semina germinare secundum
quod dixit propheta: Em itte spiritum tuum, et creabuntur et re-
nouabis faciem terra ef. Denique Syrus, qui uicinus Hebraeo est
et sermone consonat in plerisque et congruit, sic habet: Et spiritus
dei fouebat aquas, id est uiuificabat, ut in nouas cogeret creatu­
ras et fotu suo animaret ad uitam. Nam etiam spiritum sanctum

c Gen 1, 2
<• Io 1, 3.
e Ps 32, 6.
f Ps 103, 30.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 63

alle potenze malvagie6, com e se il Signore avesse creato la loro


malvagità, dal momento che la malvagità non è sostanza, ma acci­
dente, in quanto ha deviato dalla bontà della natura.
29. Perciò nella costituzione del m ondo si metta da pa
per il momento l'ipotesi d'un intervento della malvagità, perché
non sembri che mescoliamo all’azione divina e alla meravigliosa
bellezza del creato un elemento degenere, soprattutto perché se­
gue: e lo spirito di Dio aleggiava sopra le acque. E sebbene alcuni
intendano l’aria, altri il soffio di quest’aura vitale che emettiamo
e aspiriam o7, noi, in armonia con l’opinione dei santi e dei fedeli,
intendiamo lo Spirito Santo, in m odo che nella formazione del
m ondo risplenda l’azione della Trinità8. Premesso infatti che in
principio Dio creò il cielo e la terra, cioè che Dio creò nel Cristo
oppure Dio, Figlio di Dio, creò oppure Dio creò per mezzo del
Figlio, perché tutto è stato fatto per mezzo suo e senza di luì
nulla è stato fatto, restava il perfezionamento della creazione nel­
lo Spirito, com e sta scritto: Dalla Parola del Signore sono stati
formati i cieli e dallo Spirito della sua bocca tutta la loro potenza.
Perciò, com e dal salmo conosciam o l’azione della Parola, che è il
Verbo di Dio, e la potenza conferita dallo Spirito Santo, così qui
risuona l’annuncio ispirato che Dio disse e Dio creò. Anche lo
Spirito di Dio aleggiava sopra le acque. Infatti, ornando la volta
celeste, ben a proposito lo Spirito aleggiava sulle terre che si sa­
rebbero ricoperte di piante, perché per merito suo i semi dei nuo­
vi prodotti dovevano germogliare, com e disse il profeta: Manda
il tuo Spirito, e saranno creati e tu rinnoverai la faccia della terra.
Il testo siriaco, che è vicino all’ebraico e in moltissimi punti coin­
cide e concorda con esso nella lingua9, ha questa lezione: E lo
Spirito di Dio riscaldava le acque, cioè le fecondava perché des­
sero origine a nuove creature e col suo calore vi infondeva la
vita. Leggiamo infatti che anche lo Spirito Santo è creatore, poi-

6 Bas., Hexaem., 36 BC (15 C): T ò yàp oxótoi ; oùx <*)? 7té<poxev è^youvrat
àépa Tivà àipc&TNJTov... àXXà Sóvajuv xax9)v, jiaXXov 8è afrrò t ò xaxóv, 7tap’
éauroO -rfjv dcpxV ^Xov> 4vrixet(ievov x a l èvavrlov rf) (Jya&ÓTYjTi toO 0eoO è^ yoO v-
Tai t ò axóro?. 37 B (16 A ) Ofire o3v &(3oaao<;, Suvàfiscov nXijfloi; àvnxeifiivcùv,
&<; TtVE? è<pavràa£b)a'av • ouxe cntóxo^ "rt? xal iroMYjpà Sóvafxii; dtvTe^ayoiiévv)
T(j> àya&<5.
L’affermazione di S. Ambrogio è rivolta evidentemente contro i Manichei.
7 Cf. V erg., Aeri., I , 387-388: auras / uitalis carpis.
8 B as., Hexaem., 44 A (18 B ): E t e toù to Xlyet t ò reveùfxa, toù àépo? rJjv
X foiv, Sé^ai Tà (x£pv) toO xófffxou xaTapiduoijvTà <roi tòv auyypaipéa, Sti inofajaev
é ©eòq oòpavóv, yv^v, uScop, àépa, x a l tou to xexu[Jiévov ì)Sv) xal £éovra. E ’Ì te,
è xal [iàXXov àXnjtì-étJTepóv I o t i x a l toù ; Trpò ^[x&v èyxpi&év, IlveOfia 0 eou , tÒ
ótyiov £Ì'p7)TaL.
9 Bas., Hexaem., 44 B (18 C): ’ Epci aoi oùx l^iauTou Xóyov, àXkà Siipou
livSpòi; ootptai; xoafxixìji; toctoùtov àtpecmjxÓTOi;, oaov lyyù ? ’ijv t 5)i; tòìv àX»]&ivòiv
è7ucrT7)|X7)t;. "EXeye toIvuv tvjv tòìv Ztipcov <pii>vì)v ÈfZ9 aTtxci>Tépav Te elvai x a l Stà
tìjv 7tpòi; tv)v ’ EPpatSa yetTvlaatv (zSXXóv 7to><; Tfj Ivvola tòìv rpa<pcov rcpoffEy-
yt^eiv.
Potrebbe darsi che in S. Ambrogio Syrus e Hebraeus fossero in realtà
personificazioni: il Siro, l’Ebreo. Secondo il Giet (B asile de Césarée, Homelies
sur l’Hexaéméron, Texte grec, introduction et traduction de S. Giet, Les édi-
tions du Cerf, Paris 19682, p. 169, n. 3), 1’« uomo siro » citato da S. Basilio po­
trebbe essere S. Efrem.
64 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 8, 29-30

legimus creatorem dicente Iob: Spiritus diuinus, qui fecit me*.


Siue ergo sanctus spiritus superferebatur super aquas, tenebrae
contrariarum uirtutum super eas esse non poterant, ubi locum
sibi tanta gratia uindicabat, siue ut quidam uolunt aerem acci­
piant, respondeant qua ratione spiritum dei dixerit, cum satis
fuerit spiritum nuncupare.

30. Hi ergo uolunt a domino deo nostro quattuor primum


elementa generata, caelum terram mare aerem, eo quod causae
rerum ignis et aer, terra et aqua sint, ex quibus mundi species
constat et forma. Vbi igitur tenebrae nequitiarùm spiritalium
locum habere potuerunt, cum augustae huius decorem figurae
mundus indueret? Numquid malitiam simul deus creauit? Sed
ea ex nobis orta, non a creatore deo condita morum leuitate ge­
neratur non ullam creaturae habens praerogatiuam nec auctorita­
tem substantiae naturalis, sed mutabilitatis uitium et errorem
prolapsionis. Eradicari hanc deus uult de animis singulorum: quo­
m odo eam ipse generaret? Clamat propheta: Desinite a malitiis
u estrish et praecipue sanctus Dauid: Desine a malo et fac bo­
num *: quom odo ei initium a domino damus? Sed haec opinio
feralis eorum qui perturbandam ecclesiam putauerunt. Hinc Mar-
ciones, hinc Valentini, hinc pestis illa Manicheorum funesta sanc­
torum mentibus temptauerunt inferre contagia. Quid nobis ipsi
in lumine uitae tenebras mortis inquirimus? Scriptura diuina sa-

e Iob 33, 4.
h Is 1, 6.
i Ps 33, 15.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 65

ché Giobbe dice: Lo Spirito divino che mi ha creato. Se era lo


Spirito Santo che aleggiava sopra le acque, le tenebre di potenze
nemiche non potevano stare sopra di esse dove egli con una gra­
zia cosi grande rivendicava la sua sede; se invece, com e alcuni
vogliono, si intende l'aria, dicano perché l’autore sacro ha parlato
di Spirito di Dio, mentre sarebbe stato sufficiente chiamarlo
« spirito ».
30. Costoro dunque vogliono che dal Signore nostro D
siano stati creati anzitutto i quattro elementi, cielo, terra, mare,
aria, perché fu oco e aria, terra e acqua sono la materia originaria
dell’universo e costituiscono la form a visibile del mondo. Dove
dunque avrebbero potuto trovare posto le tenebre degli spiriti
malvagi, dato che il m ondo era rivestito della bellezza di questo
aspetto maestoso? Forse che Dio ha creato contemporaneamente
il male? Questo, nato da noi, non costituito dal Creatore, trae
origine dalla leggerezza del nostro agire, senza avere alcuna pre­
rogativa di ente creato e senza alcun prestigio di realtà naturale,
ma solo il difetto della mutabilità e l’errore della caduta10. Dio,
che vuole sradicato il male dall’animo di ciascun uomo, come
potrebbe dargli origine? Grida il profeta: D esistete dalle vostre
malvagità; e soprattutto il santo Davide: Cessa di fare il male e
opera il bene: com e potrem m o farlo derivare dal Signore? Ma
questa è la funesta dottrina di coloro che vollero sconvolgere la
Chiesa. Partendo da tali principi, i Marcioni, i Valentini, la pe­
stilenziale eresia dei Manichei tentarono di contagiare con germi
esiziali la mente dei fe d e lin. Perché andiamo a cercarci da noi le

10 Bas., Hexaem., 37 CD (16CD): Eì xotvuv, (prjat, [ì7jte ày^vverov (iVjre 7rapà


0eoO yeyovós, nó&sv s/ei tyjv «piiaiv; Tò yàp elvai -rà xaxà oòSels àv-repet t£>v
[iSTexóvTwv tou ptou. Tt o3v ipajiév ; "Oti tò xaxóv ècrciv oùx't oùata xal
£p<JjuX°Ci àXXà SiàS-eai? èv ij'uXT) evorortti»? £xouaot ^pòi; ape-c^v, 8là -rì)v ànò toO
xotXoù d-rvómuiGiv toì? paS-ófioi? èYYiyvonéviq. Vedi anche 40 AB (16E-17A).
11 Bas., Hexaem., 36D-37A (15 DE): Oùx'i Mapxttàvei;; oùxl OuaXevrìvoi
svtóuS-ev ; oùxl V) (38eXux-rf) tgì MavixaEcov ai'peat?, rjv (rr)7teS6va ti? tòìv ’ExxXt)-
<siiiv 7rpooei7t<i>v oùx à^ap-nriaeTai tou 7tpo<j7]xovro? ;
Marcione nacque nel Ponto, a Sinope, nell’anno 85 c. Fece fortuna come
armatore; usci dalla Chiesa nel 144 e mori a Roma nella seconda metà del
II secolo. Anche se egli subì l’influenza dello gnostico Cerdone, sembra che
il Marcionismo sia dottrina distinta dalla gnosi. Marcione ammette l’esistenza
di due Dei, quello del Vecchio e quello del Nuovo Testamento: il primo,
Dio creatore e giusto; il secondo, Dio buono. Il Dio del Vecchio Testamento
per formare il mondo avrebbe utilizzato una materia ch'egli non aveva creato
e che sarebbe il principio del male. Tra i due Testamenti non c ’è alcun
legame. Vedi E. G ilson , La filosofia nel Medioevo, trad. ital.. La Nuova Italia,
Firenze 1973, pp. 4042.
Valentino nacque in Egitto, studiò ad Alessandria e visse a Roma fino
al 160. Viene considerato uno degli gnostici di maggior rilievo. La perdita
dei testi originali non permette di ricostruire con certezza i particolari delle
sue dottrine. Vedi G ilson , op. cit., pp. 4245.
Mani, fondatore della setta dei Manichei, nacque il 14 aprile 216 in Ba­
bilonia, in una località vicina a Seleucia-Ctesifonte. Dopo una vita agitata,
mori forse tra il 31 gennaio e il 26 febbraio 277 in Persia, dove era stato im­
prigionato per l'ostilità dei magi. Il fondamento del suo sistema è il dua­
lismo. Dall’etemità esistono due sistemi opposti, il Bene il Male, la Luce
66 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 8, 30-31

lutem suggerit, uitae odorem fraglat, ut suauitatem legens capias,


non praecipitii discrimen incurras. Simpliciter lege, o homo, non
tibi ipse foueam prauus interpres effodias. Simplex sermo est quia
fecit deus caelum et terram-, fecit quod non erat, non quod erat,
et terra erat inuisibilis: ex quo facta est, erat, et erat inuisibilis,
quia exundabat aqua et operiebat eam, et erant super eam tene­
brae superfusae, quia nondum erat lumen diei, nondum solis ra­
dius, qui solet et sub aquis latentia declarare. Quid ergo dicunt
quod deus creauerit malum, cum ex contrariis et aduersis nequa­
quam sibi aduersa generentur? Nec enim uita mortem generat
nec lux tenebras. Non enim sicut mutabilitates "adfectuum ita
etiam generationum progressiones sunt. Illae ex contrariis in con­
traria propositi deflexione uertuntur, istae non ex contrariis in
aduersa deflectuntur, sed ex eiusdem generis uel auctoribus uel
causis creatae in similitudinem sui referuntur auctoris.

31. Quid igitur dicemus? Si enim neque sine principio


quasi increata neque a deo facta, unde habet natura malitiam?
Nam mala esse in hoc mundo nullus sapiens denegauit, cum sit
tam frequens in hoc saeculo lapsus ad mortem. Sed ex his quae
iam diximus possumus colligere quia non est uiua substantia, sed
mentis atque animi deprauatio a tramite uirtutis deuia, quae in­
curiosorum animis frequenter obrepit. Non igitur ab extraneis
est nobis quam a nobis ipsis maius periculum. Intus est aduer-
sarius, intus auctor erroris, intus inquam clausus in nobismet
ipsis. Propositum tuum speculare, habitum tuae mentis explora,
excubias optende aduersus mentis tuae cogitationes et animi cu­
piditates. Tu ipse tibi causa es inprobitatis, tu ipse dux flagitio-
rum tuorum atque incentor criminum. Quid alienam naturam ac-
cersis ad excusationem tuorum lapsuum? Vtinam te ipse non in-

30, 19. praecipiti Schenkt praecipitii omnes codd. praeter unum.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 67

tenebre della morte nella luce della vita? La Scrittura divina offre
la salvezza, esala il profum o della vita perché tu leggendo ne per­
cepisca la dolcezza ed eviti il pericolo del precipizio. Leggi con
semplicità, o uom o, non scavarti tu stesso la fossa con le tue false
interpretazioni. Sono parole sem plici12 Dio creò il cielo e la terra:
creò ciò che non esisteva, non ciò che esisteva già, e la terra era
invisibile; da quando fu creata, esisteva ed era invisibile perché
l’acqua traboccava e la ricopriva, e sopra di essa erano stese le
tenebre perché non esisteva la luce del giorno né un raggio di
sole che suole rivelare anche ciò che sta nascosto sotto la super­
ficie dell’acqu a1S. Come possono dire che Dio ha creato il male,
se da principi contrari ed opposti non si producono in nessun
m odo effetti opposti a se stessi? La vita non genera la morte né
la luce le tenebre: i procedimenti con i quali si generano le cose
non sono mutevoli com e i sentimenti umani. Questi passano da
un atteggiamento a quello opposto per un mutamento di propo­
siti, quelli non assumono un andamento opposto in contrasto col
precedente, ma, prodotti da autori o da cause della stessa natura,
rispecchiano l’immagine di chi li ha fatti esistere14.
31. Che cosa diremo dunque? Se il male non è senza prin
pio, come se fosse increato, e non è stato creato da Dio, donde lo
trae la natura? Infatti nessun sapiente ha mai negato la presenza
di m a li15 in questo mondo, essendo cosi frequente quaggiù cader
preda della morte. Ma da quanto abbiamo detto possiamo com ­
prendere che il male non è realtà vivente, bensì una perversione
della mente e dell’animo, fuorviante dal cammino della virtù, che
spesso si insinua nell’animo di chi non sta bene in guardia16.
Quindi dagli estranei non ci proviene maggior pericolo che da
noi stessi. Dentro di noi sta il nemico, dentro di noi chi ci induce
alla colpa, dentro, ripeto, chiuso in noi stessi. Esamina il tuo pro­
posito, indaga la disposizione dell’animo tuo, apposta delle senti­
nelle contro i pensieri della tua mente e le passioni dell’animo. Tu
stesso sei per te la causa della disonestà, tu stesso l’istigatore
delle tue colpe, il responsabile dei tuoi misfatti. Perché invochi

e le T en ebre, giu sta pp osti senza co n fo n d e rs i fra lo ro . V ed i l ’a rtico lo di


H. Ch. P uech , in Histoire des religions, « E n c. de la Plèiade », G allim ard, Pa­
ris 1972, II, pp . 523-645.
La gra fia Manicheus è usata nei c o d ic i prom iscu am en te c o n la p iù reg o­
lare Manichaeos (F aller, CSE L, L X X V III, p. 52*).
12 B as., Hexaem., 37 A (15 E ).
13 B as., Hexaem., 37 A (15 E ): IIS? o3v oùSèv fiépot; Trj? -p)? Stà tòìv ù8à-
tojv èSetxvuTo ; Sri àXafjt7r?]i; fra xaì èay.oxiay.è'joQ 9jv ó ÒTtèp aùxou xexojiivoi;
àr)p. ’AxtI? yàp ^Xtoo 8ts ùSà-rcov 8tixvou(jtévv] Setxvuai TraXXàxt? xà<; èv Ttji (3ó9-ei
<j«)<ptSa<; ;
14 B as ., Hexaem., 37 C (16 C): Où oùSè uapà 0eoO tò xaxòv yèveaiv
eX^iv eùaepés I oti Xéyetv, Stà (ivjSèv tòìv èvavrt<ov Ttapà toù èvavrtou YtyveaSm.
Otire yàp T) &àvaTov yevva oure TÒ «jxótoi; (poiTÓi; è<mv àpx'J) otite rj vóao?
ùyetai; Sijiitoupyói;, deXX’ èv (xèv T a l; tiexapoXaìt; tòìv S iaS iaeov èx tòìv èvavTttov
irpòi; xà èvavTta al (leTaaTacreic; • èv 8è Tat? yevèasaiv, oùx èx tòìv èvavrttov,
dtXX’ èx tòìv ójjioyevòiv SxacTOV tòìv yevo[iiva>v 7rpoépxerai.
15 Q ui mala, ch e sem b ra in dica re p iu tto s to i m a li m ateriali, si di­
stingue da malitia, ch e in d ica in vece il m ale m orale.
16 B as., Hexaem., 37 D (16 D ).
68 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 8, 31-32

pelleres, utinam non praecipitares, utinam non inuolueres aut


studiis inmoderatioribus aut indignatione aut cupiditatibus, quae
nos innexos uelut quibusdam retibus tenent. Et certe in nobis
est moderare studia, cohibere iracundiam, cohercere cupiditates, in
nobis etiam indulgere luxuriae, adolere libidines, inflammare ira­
cundiam uel inflammanti aurem accommodare, eleuari magis su­
perbia, effundi in saeuitiam quam reprimi in humilitatem, diligere
mansuetudinem. Quid naturam accusas, o hom o? Habet illa uelut
inpedimenta quaedam senectutem et infirmitatem. Sed senectus
ipsa in nobis moribus dulcior, in consiliis utilior, ad constantiam
subeundae mortis paratior, ad reprimendas libidinés fortior. In­
firmitas quoque corporis sobrietas mentis est. Vnde ait aposto­
lus: Cum infirmor, tunc potens sum *. Itaque non in uirtutibus,
sed in infirmitatibus gloriabatur™. Responsum quoque diuinum
refulsit oraculo salutari quia uirtus in infirmitate consum m aturn.
Illa cauenda quae ex nostra uoluntate prodeunt delicta iuuentutis
et inrationabiles passiones corporis, quorum igitur nos sumus do­
mini, horum principia extrinsecus non requiramus nec diriuemus
in alios, sed agnoscamus ea quae propria nostra sunt. Quod enim
possumus non facere si nolimus, huius electionem mali nobis po­
tius debemus quam aliis ascribere. Ideo etiam in iudiciis istius
mundi uoluntarios reos, non ex necessitate conpulsos culpa astrin­
git, poena condemnat. Neque enim si per furorem aliquis inno­
centem peremerit, obnoxius morti est. Quin etiam ipsius diuinae
legis oraculo, si quis per inprudentiam intulerit necem, accipit in-
punitatis spem, refugii facultatem, ut possit euadere0. H oc igitur
de eo quod proprie malum uidetur dictum sit; mala enim non sunt
nisi quae crimine mentem inplicant et conscientiam ligant. Cete­
rum pauperiem, ignobilitatem, aegritudinem, mortem nemo sa­
piens mala dixerit nec in malorum sorte numerauerit, quia nec
contraria istis in bonis habentur maximis, quorum alia nobis ex
natura, alia ex com m oditate accidere uidentur.

32. Non otiose nobis excursus iste processit, ut probarem


tenebras et abyssum simpliciter accipienda. Erant enim tenebrae
de obumbratione caeli, quia omne corpus umbram facit, qua obum­
brat uel finitima uel inferiora et ea maxime quae operire atque
includere uidetur. Includit autem caeli polus, quia caelum sicuti

i 2 C o r 12, 10.
m 2 C o r 12, 9.
" 2 C o r 12, 9.
o D eu t 19, 4-5.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 69

una natura estranea per scusare le tue cadu te?17 Magari non
fossi tu stesso a spingerti al male, a farti precipitare nell’abisso,
magari non ti lasciassi prendere dai desideri smoderati o dall’ira
o dalle passioni che ci tengono impigliati com e in una rete. E
certamente dipende da noi moderare i desideri, frenare l'ira, con­
trollare le passioni, com e dipende dai noi cedere alla lussuria,
accendere la libidine, infiammare l’ira o prestare orecchio a chi l’at­
tizza, montare in superbia, abbandonarci alla crudeltà piuttosto
che vincere il nostro orgoglio ed amare la mansuetudine18. O uo­
mo, perché accusi la natura? Questa ha com e ostacolo la vec­
chiaia e la debolezza. Ma la stessa vecchiaia diventa in noi più
mite di carattere, più utile nel consigliare, più ferma nell'affron-
tare la morte, più forte nel soffocare le passioni. Dice l’Apostolo:
Quando sono debole, allora sono forte. Perciò egli non si vantava
per le sue virtù, ma per le sue debolezze. Anche la risposta19 del
Signore ebbe la luce d’una rivelazione salutare: La virtù si per­
feziona nella debolezza. Dobbiamo guardarci dalle colpe giova­
nili che derivano dalla nostra volontà e dalle cieche passioni della
carne; quindi non cerchiamo fuori di noi e non attribuiamo ad
altri le cause di ciò che dipende dalle nostre decisioni, ma ricono­
sciamo le nostre personali responsabilità. Dobbiamo imputare a
noi piuttosto che agli altri la scelta di quel male che, se volessimo,
potremmo non commettere. Anche nei tribunali di questo mon­
do sono riconosciuti colpevoli e condannati ad una pena solo co­
loro che hanno voluto commettere un delitto, non chi vi è stato
costretto da una forza estranea. Se in un accesso di pazzia uno
uccide un innocente, non per questo è soggetto alla condanna
capitale. Anzi, anche secondo il comandamento della stessa legge
divina, chi uccide involontariamente, ha la speranza di non es­
sere punito, la facoltà di trovarsi un rifugio per evitare la pena.
Basti questo, dunque, a proposito del male propriamente detto;
infatti non sono mali se non quelli che coinvolgono la mente in
una colpa e vincolano la coscienza. Del resto nessun sapiente di­
rebbe mali né metterebbe nel loro numero la povertà, l'oscurità
della nascita, la malattia, la morte, perché nemmeno i loro con­
trari — eilcuni dei quali sembra ci accadano per dono di natura,
altri per favorevole combinazione — sono considerati tra i beni
più grandi.
32. Questa digressione non è stata inutile per dimostr
che « tenebre » e « abisso » devono essere intesi in senso letterale.
Le tenebre infatti dipendono dall’oscuramento del cielo, perché
ogni corpo produce un’om bra co n cui oscura ciò che gli sta presso
o al di sotto e specialmente ciò che sembra ricoprire e compren­
dere in sé. E la volta celeste abbraccia l ’universo, perché il cielo
si estende a guisa di volta, com e abbiamo dimostrato sopra. Di

17 B as., Hexaem., 40 A B <16 D E , 17 A ).


18 S . A m b r o g i o s i d i f f o n d e q u i i n c o n s id e r a z io n i m o r a li a llo n ta n a n d o s i d a l
te m a . N o n t r o v ia m o n u lla d i t u t t o q u e s t o in S . B a s ilio .
19 S i t r a tt a e ffe t t iv a m e n t e d e lla r is p o s t a c h e il S ig n o r e d ie d e a S . P a o lo ,
q u a n d o q u e s ti l o p r e g ò d i lib e r a r lo d a llo stimulus carnis... angelus satanae.
70 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 8, 32 - C. 9, 33

camera extenditur, quemadmodum supra demonstrauimus. Non


ergo principalis erat tenebrosa substantia, sed quasi umbra se­
cuta est mundi corpus caligo tenebrarum. Itaque momento diui-
nae praeceptionis mundus adsurgens intra se inclusit umbram, ut
si quis in campi medio, quem sol meridianus inluminat, locum
aliquem repente obsaepiat et densis ramorum frondibus tegat,
nonne quo splendidior foris species loci eius effulgeat, hoc hor­
renti desuper scaena gurgustium eius intus obscurius fit? Aut unde
antrum clausum undique huiusmodi locum uocarunt, nisi quod
atro inhorrescat situ atque offusione tenebrarum? Istae ergo te­
nebrae super aquarum abyssos erant. Nam abyssum multitudinem
et profundum aquarum dici lectio euangelii docef, ubi rogabant
saluatorem daemonia, ne iuberet illis ut in abyssum irent. Sed
qui docebat uoluntates daemoniorum non esse faciendas praecepit
illis ut irent in porcos, porci autem se in stagnum aquarum prae-
cipitaueruntp, ut quod recusabant daemonia non euaderent, sed
digno praecipitio demergerentur. Erat ergo haec mundi inconpo­
sita species et forma.

Caput IX

33. Et spiritus inquit dei superferebatur super aquas.


dixit deus: Fiat lux*. Merito ergo praemissus est spiritus dei, ubi
diuina incipere habebat operatio. Fiat inquit lux. Vnde uox dei
in scriptura diuina debuit incohare, nisi a lumine, unde mundi
ornatus nisi a luce exordium sumere? Frustra enim esset, si non
uideretur. Erat quidem deus ipse in lumine, quia lucem habitat
inaccessibilem b, et erat lumen uerum, quod inluminat omnem
hominem uenientem in hunc m undum c: sed eam lucem fieri uo­
luit, quae oculis corporalibus conprehenderetur. Qui aedificium

p L c 8, 31-33.

a G e n 1, 2-3.
b 1 T im 6, 16.
= I o 1, 9.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 71

conseguenza le tenebre non erano una sostanza originaria, ma


la loro caligine si accompagnò com e un'om bra al corpo del mon­
d o 20. Perciò, nell’attimo stesso dell'ordine divino, il mondo na­
scente incluse in sé la propria ombra: così, se uno, nel mezzo
di un campo illuminato dal sole del meriggio, ne recingesse un
tratto e lo ricoprisse con fitto fogliame, non è forse vero che
quanto più luminoso risplende aH’esterno l’aspetto di quel luogo,
tanto più oscuro, per il cupo scenario che in alto lo ricop re21,
apparirebbe aH’interno il suo tugurio? O perché hanno chiamato
antro un luogo chiuso ugualmente da ogni parte se non perché
appare sinistro per l'atro squallore e le tenebre che lo invadono?**.
Queste erano le tenebre che stavano sopra l'abisso delle acque.
Infatti il testo del Vangelo insegna che si chiama « abisso » una
massa enorme e profonda d'acqua, nel passo dove i demoni pre­
gavano il Salvatore che non ordinasse loro di andare neU’abisso.
Ma colui che insegnava non doversi fare la volontà dei demoni,
comandò loro di entrare in un branco di porci che si precipita­
rono in uno specchio d'acqua, affinché i demoni non sfuggissero
alle pena cui avrebbero voluto sottrarsi, ma fossero sommersi in
un abisso degno di loro. Questi erano dunque l'aspetto e la confi­
gurazione del m ondo ancora informi.

Capitolo 9

33. E lo Spirito di Dio, dice la Scrittura, aleggiava sopra


acque. E Dio disse: « Sia fatta la luce ». Ben a ragione fu messo
innanzi lo Spirito di Dio, dove stava per cominciare l'opera divina.
Sia fatta la luce. Donde avrebbe dovuto prendere le mosse la voce
di Dio nella Scrittura divina se non dalla luce, donde se non dalla
luce avere inizio l'abbellimento dell’u n iv e r s o ? E s is te re b b e inutil­
mente se non si vedesse. Veramente Dio stesso era nella luce,
perché abita ima luce inaccessibile, ed era luce vera, che illumina
ogni uomo che viene in questo mondo; ma volle che ci fosse una
luce percepibile da occhi corporei. Chi desidera costruire un edi­
ficio degno d ’essere abitato da un capofamiglia, prima di gettare

20 Bas., Hexaem., 40 C (17 B): A éyojxev (ièv toIvuv x a l toùto tò cxóto<;'’(i^


xaT* oùaÈav ùipsa'njxévat., àXXà ità&o? e lv a i Kepi tòv àépa arep^aei «p&iTÒs èTuyi-
vójievov.
21 C f. V erg., Aen., I , 164-5: Tum siluis scaena coruscis / desuper, hor-
rentique atrum nemus imminet umbra. L ’A lb in i tr a d u c e : « M a s o p r a è s c e n a
d i v ib r a n t i s e lv e / e c u p o r e z z o d i b o s c a g lia b r u n a ».
22 Antrum è c a l c o la t in o d a l g r e c o fivrpov; v e d i P. C hantraine, Dict. étym.
de la langue grecque, K lin c k s ie c k , P a ris 1968, I , sub uoce.

1 B as ., Hexaem., 44 C (18 E ): I lp tin g <pcov)] © e o o «p on ò; tpuatv èSir)[xiotipYi)-


ce v , t ò o x ó t o i ; è<pàvi<rcv, rfjv xa-rfjcpetav SiéXuaev, t ò v x ó a fio v è<patSpuve, t o c o i v
àg p óo*; x a pteaaav x a l r]8etav èmrjYayev.
72 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 9, 33-34

aliquod dignum habitaculo patris familias struere desiderat, an­


tequam fundamentum ponat, unde lucem ei infundat explorat. Et
ea prima est gratia, quae si desit, tota domus deform i horret in­
cultu. Lux est, quae reliquos domus conmendat ornatus. Fiat in­
quit lux. Plena uox luminis non dispositionis apparatum significat,
sed operationis resplendet effectu. Naturae opifex lucem locutus
est et creauit. Sermo dei uoluntas est, opus dei natura est: lucem
creauit, tenebras inluminauit. Et dixit deus: Fiat lux. E t facta est
lux d. Non ideo dixit ut sequeretur operatio, sed dicto absoluit ne­
gotium. Vnde pulchre Dauiticum illud dixit et facta su n te, quia
dictum inpleuit effectus. Auctor ergo lucis deus, locus autem et
causa tenebrarum mundus est. Sed bonus auctor Ita lucem dixit,
ut mundum ipsum infuso aperiret lumine atque eius speciem ue-
nustaret. Resplenduit subito igitur aer et expauerunt tenebrae
noui luminis claritate, repressit eas et quasi in abyssos demersit
repente per uniuersa mundi fulgor lucis infusus. Pulchre itaque
et proprie dixit: Facta est lux. Sicut enim cito lux caelum terras
maria inluminat et momento temporis sine ulla conprehensione
retectis surgentis diei splendore regionibus nostro se circumfundit
aspectui, ita ortus eius cito debuit explicari. Quid miramur si deus
locutus est lucem et caliganti mundo lumen emicuit, quando si
quis inter aquas mersus oleum ore miserit, clariora faciat ea quae
profundi tegebantur occultis? Dixit deus non ut per uocis organa
quidam sonus sermonis exiret nec ut linguae motus caeleste for­
maret adloquium atque aerem istum quidam uerborum strepitus
uerberaret, sed ut uoluntatis suae cognitionem proderet opera­
tionis effectu.

34. Et discreuit inter lucem et tenebras et uidit deus luc


quia bona e s t 1. Dixit, et sonum uocis nullus audiuit: discreuit, et
operationis molimina nemo deprehendit: uidit, et oculorum eius
intentionem nullus aspexit. E t uidit inquit deus lucem quia bona.

d G en 1, 3.
* P s 148, 5.
i G en 1, 4.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 73

le fondamenta esamina da qual parte farvi entrare la luce. E que­


sto è il prim o pregio, mancando il quale tutta la casa ti respinge
squallida e trascurata. È la luce che dà risalto alle altre qualità
della casa. Sia fatta la luce, disse. La parola luce, nel suo pieno
valore, non significa i preparativi per disporne l’esistenza, ma
lo splendore dell’azione attuata. L’autore della natura disse luce
e la creò. La parola di Dio è la sua volontà, l'opera di Dio è la
natura: creò la luce, illuminò le tenebre. E Dio disse: « Sia
fatta la luce ». E la luce fu. fatta. Non parlò perché seguisse
l’azione, ma con la parola com pì l’o p era 2. Perciò ben a proposito
è stato detto il versetto davidico disse e cielo e terra furono fatti,
perché l’effetto adempì la parola. Dunque Dio è l’autore della
luce, il mondo invece è il luogo e la causa delle tenebre. Ma nella
sua bontà il Creatore disse luce, cosi da svelare ii m ondo stesso
infondendovi la luminosità e da abbellirne l’aspetto. Rifulse tosto
l’aria e arretrarono sbigottite le tenebre allo splendore di quella
luminosità nuova e il fulgore della luce diffuso per tutto l’uni­
verso le scacciò e com e le sommerse negli abissi3. Ben a propo­
sito, dunque, e con proprietà la Scrittura disse: Fu fatta la luce.
Come la luce illumina rapidamente il cielo, la terra, i mari e in un
istante, senza incontrare ostacolo, si sparge intorno ai nostri oc­
chi rivelando con lo splendore del giorno gli spazi del cielo, con
la stessa rapidità dovette irraggiarsi al suo primo sorgere. Perché
ci meravigliamo se Dio disse luce e nel m ondo tenebroso brillò la
sua luminosità, dal m omento che, se uno immerso nell’acqua emet­
te dell’olio dalla bocca, rende più visibili gli oggetti nascosti sul
fon do?4. Dio parlò non cosi da emettere un suono articolato per
mezzo degli organi vocali né da com porre il discorso divino col
movimento della lingua e, per cosi dire, percuotere quest’aria col
rumore delle parole, ma in m odo da far conoscere la sua volontà
con gli effetti della sua azione5.
34. E separò la luce dalle tenebre, e Dio vide che la luce e
un bene. Parlò, e nessuno udì il suono della sua voce; separò, e
nessuno percepì la grandiosità dell’azione; vide, e nessuno osservò
la tensione del suo sguardo. E Dio vide, dice la Scrittura, che la
luce era un bene. Non vide cose che ignorasse né approvò cose
che precedentemente non sapesse o non avesse visto, ma le opere
2 B as ., Hexaem., 45 B (19 C ): oCtcùi; è tcohjt})? tuv oXojv
t<!> tJ)v toO (ptoTÒ? /àpiv àS-póoi; èvéSijxe. revqS-rjTco 9c5<;. Kaì tò 7tpó-
aray^a Èpyov ?jv.
B as ., Hexaem., 44 C (1 8 E -1 9 A ): Oùpocvó? te yàp è^e^àvn) XExaXu|jLfiévo<;
Tèa? tcù (ncÓTtp x a l t ò dtar’ aÒTOu xàXXos toctoOtov, o<jom &ri x a l vuv òq>fraX[i.ol
(lapTupouai. IIepieXà[jL7teTo Sè àif)p, fiaXXov Sè èyxexpa[iivov éauTtó oXov SióXou
<P“ S, è^eta? t ò ? SiaSóoei? tt)<; auyiji; in i Tà Spia éauroO TOXvraxo’J 7tapa-
rcé|«rov.
4 B as., Hexaem., 45 B (19 B C ): "Clonep yàp ol èv t<ù (ìuS-g) èviévre? t ò
&aiov xaraipàveiav è|i7roioO<Ji èv tcò tó jk ii ... N o i n o n n e s a p p ia m o n u lla ; v e ­
di G iet , op. cit., p . 172, n . 1.
5 B as ., Hexaem., 45 B C (19 C ): "O r a v Sè <p<t>vj]v ènl 0eoO x a l pij[xa x a l npó-
<JTay|j,a Xéytojiev, où Slà <p<ùvt)tixg>v òpyàvtov ix7refj.7ró(j.evov (|>ó<pov oùSè àépa Sià
YXtiiaoiQi; TU7toti(ievov t ò v &eiov Xóyov voou^iev, àXXà tìjv èv t ù S-sX^jjiaTi £o7rì]v
Slà t ò t o ì ? 8 i8 a o x o (ié v o is eùouvo7ttov ^yoiS[ie$a èv eXSei up oaray^aT O ? o x TltAIXT^'
&a&ai.
74 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 9, 34-35 - C. 10, 36

Nec quod ignorabat uidit nec id quod nesciebat ante aut non
uiderat conprobauit, sed bonorum operum proprium est, ut ex­
terno commendatore non egeant, sed gratiam suam, cum uidentur,
ipsa testentur. Plus est quod probatur aspectu quam quod ser­
mone laudatur. Suo enim utitur testimonio, non alieno suffragio.
Quodsi aput nos oculis iudicium emittitur, quibus simul et gratia
uenustatis et rerum natura conprehenditur, quanto magis deus
omnia quae probat uidet et quae uidet probat secundum quod
scriptum est quia oculi domini super iustos ®. Lucis natura huius-
modi est, ut non in numero, non in mensura, non in pondere ut
alia, sed omnis eius in aspectu sit gratia. Propriis itaque sermoni­
bus naturam lucis expressit, quae uidendo conplacet, quoniam
ipsa uidendi officium subministrat. Nec inmerito tantum sibi prae­
dicatorem potuit inuenire. A quo iure prima laudatur, quoniam
ipsa fecit, ut etiam cetera mundi membra digna sint laudibus. Vi­
dit ergo deus lucem et uultu suo inluminauit et uidit quia bona
est. Non ex parte dei, sed generale iudicium est. Itaque non in
splendore tantummodo, sed in omni utilitate gratia lucis probatur.
Vnde et discretio fit inter lucem et tenebras, ut separata lucis
natura atque tenebrarum nihil uideatur intra se habere confusum.

35. E t uocauit deus diem lucem et tenebras uocauit noctem


ut et nomine ipso diem noctemque distingueret. Aduertimus ita­
que quod lucis ortus ante quam solis diem uideatur aperire; prin­
cipia enim diei noctis exitum eludunt finisque temporis et status
limes nocti et diei uidetur esse praescriptus. Diem sol clarificat,
lux facit. Frequenter caelum nubibus texitur, ut sol tegatur nec
ullus radius eius appareat; lux tamen diem monstrat, tenebras
abscondit.

Caput X

36. E t factum est uespere et factum est mane, dies unu


Quaerunt aliqui, cur prius uesperum, postea mane scriptura me-
morauerit, ne forte noctem prius quam diem significare uideatur.

e Ps 33, 16.
h Gen 1, 5.

a Gen 1, 5.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 75

valide hanno la particolarità di non aver bisogno di chi le lodi


dall'esterno, bensì di attestare esse stesse i propri meriti. Conta
di più ciò che si approva con lo sguardo di ciò che si loda con la
parola. Infatti gode della propria testimonianza, non dell’appro­
vazione altrui. Che se noi ci form iam o un giudizio servendoci
degli o cc h i6, mediante i quali percepiamo l’attrattiva della bel­
lezza e la natura delle cose, quanto più Dio vede tutto ciò che
approva e approva ciò che vede, com e sta scritto, e cioè che gli
occhi del Signore vegliano sui giusti. La natura della luce è tale
che tutta la sua bellezza non consiste nella quantità, nella gran­
dezza, nel peso com e per le altre cose, ma nell’essere vista. Per­
tanto Dio con le sue parole definì la natura della luce, che al solo
vederla reca piacere, poiché essa sola consente la funzione visiva.
Non a torto potè trovare un così grande esaltatore. Da lui a buon
diritto è lodata per prima, perché fu essa a far sì che anche tutte
le altre parti del m ondo siano degne di lode. Vide dunque Dio
la luce, la fece risplendere col suo volto e vide che è un bene.
Non è solo un giudizio da parte di Dio, ma è un giudizio univer­
sale. Perciò la bellezza della luce viene lodata non soltanto per il
suo splendore, ma per tutti i vantaggi che re ca 7. Perciò avviene
anche la separazione fra la luce e le tenebre, perché, una volta
separata la sostanza della luce da quella delle tenebre, non sus­
sista tra loro confusione di sorta 8.
35. E Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre no
in m odo da distinguere anche con il nome stesso il giorno dalla
notte. Ora noi osserviamo che il sorgere della luce prima di quel­
lo del sole sembra schiudere il giorno; infatti l’inizio del giorno
segna la fine della notte e sembra che al giorno e alla notte sia
stato fissato un termine di tempo e un confine di luogo. È la luce
che fa il giorno, mentre il sole gli dà splendore. Spesso il cielo è
coperto di nubi così che il sole è nascosto e non ne appare alcun
raggio; tuttavia la luce indica il giorno e nasconde le tenebre.

Capitolo 10

36. E venne sera e venne mattino, un giorno. Alcuni si ch


dono perché la Scrittura abbia ricordato prima la sera, poi il mat­
tino, preoccupati che per caso non sembri dare la precedenza alla

8 Bas., Hexaem., 45 C (19 D): Kal mxp’ ^ptìv ’8è 6 Xóyoi; toìi; è<pSttXt«.oì<;
7uocpa7ré[«tei r?]V xpEciv.
7 Bas., Hexaem., 48 AB (20 AB): "ErceiTa vuv f) toù 0eoO xptoi? rapi toò
xaXoù, oò TtàvTG-repò? t& Iv 8<pei -rep7wòv àitopxé7tovro?, éXkà xal Tcpi? tJjv
eli; flc-cepov à7t’ aÙToij cixpéXeiav irpoopci>(iévou YeyivTjTai.
8 Bas., Hexaem., 48 B (20 AB): Kal Siexcbpiasv 6 ©eò? àvà (iéoov toù
9ti)TÒ? xal àvà (iéaov toO oxótou?. Tourécmv, fiaiXTOV ùtcSv tJjv 9Ù0W xal xa-r’
èvavrEoaiv àvrixei|jivr)v 6 0eò? xaxeaxeuaae. IIXeEorcp yàp Tcji [x£aq> Siécnqxe
ire’ àXX^Xoiv aùxà xal Sicopicev.
76 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 10, 36-37

Nec aduertunt prim o quod praemiserit diem dicendo: E t uocauit


deus diem lucem et tenebras uocauit noctem, deinde quod uespe-
re finis diei sit et mane finis noctis. Ergo ut praerogatiuam et
primatus natiuitatis diei daret, prius finem diei significauit, post
quam secutura nox esset, deinde postea finem noctis adiunxit. Eo
usque autem noctem diei scriptura anteferre non potuit, ut et diei
et noctis tempora diei appellatione concluserit et tamquam prin­
cipalis auctoritate nominis uindicauerit. Et hanc scripturae esse
consuetudinem, ut potiori appellationem deputet, frequentibus
exemplis probamus, siquidem et Iacob dixit: Dies, uitae meae pu­
silli et m alib et iterum: om nes dies uitae m ea ec et Dauid posuit:
Dies annorum meorum d, non dixit et noctes, unde aduertimus ea
quae nunc in specie historiae traduntur uim statuisse legis in
posterum. Principium ergo diei uox dei est: Fiat lux, et facta est
lux. Finis diei uespera est. Iam sequens dies ex noctis fine suc­
cedit. Sententia autem dei euidens, quia diem primo uocauit lu­
cem et secundo uocauit tenebras noctem.

37. Praeclare etiam unum, non primum diem dixit; nam


cuturo secundo et tertio die et deinceps reliquis primum potuit
dicere — et hoc ordinis uidebatur — sed legem statuit, ut XXIIII
horae diurnae atque nocturnae diei tantum nomine definiantur,
ut si diceret: XXIIII horarum mensura unius diei tempus est.
Sicut enim uirorum generatio conputatur et intellegitur etiam fe­
minarum, quia nectuntur secunda potioribus, ita etiam dies nu­
merantur et noctes aestimantur adiunctae. Sicut igitur circuitus
unus ita unus dies. Nam plerique etiam ebdomadam unam unum
diem dicunt, quod in se quasi in unum redeat diem et quasi sep­
ties in se recurrat. Est autem haec circuitus figura a se incipere
et in se reuerti. Vnde et saeculum unum interdum scriptura dicit

*> Gen 47, 9.


c Ps 22, 6.
i Ps 89, 10.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 77

notte sul giorno. Non si rendono conto anzitutto che ha nominato


per prim o il giorno dicendo: E Dio chiamò la luce giorno e le te­
nebre notte, poiché la sera è la fine del giorno e il mattino la fine
dèlia notte. Dunque, per dare la precedenza e il primato dell'esi-
stere al giorno, prima indicò la fine del giorno, alla quale sarebbe
seguita la notte, quindi aggiunse la fine della n otte1. D'altra par­
te era così inammissibile che la Scrittura potesse anteporre la not­
te al giorno, che anzi comprese sotto il nome di « giorno » la du­
rata del giorno e della notte e la rivendicò ad esso con l'autorità
del nome più im portante2. E che sia consuetudine della Scrittura
di assegnare il nome a ciò che ha maggior rilievo3, dimostriamo
con numerosi esempi. Infatti Giacobbe disse: I giorni della mia
vita sono stati pochi e tristi-, e ancora si legge: Tutti i giorni della
mia vita; e Davide scrisse: I giorni dei miei anni, non disse anche
le « notti ». Da ciò comprendiamo che la presente narrazione sto­
rica ebbe efficacia di legge per l’avvenire4. Principio dunque del
giorno è la parola di Dio: Sia fatta la luce e la luce fu fatta. La
fine del giorno è la sera. E già subentra il giorno seguente a co­
minciare dalla fine della notte. È evidente il pensiero di Dio, di
chiamare cioè in primo luogo giorno la luce e poi notte le tenebre.
37. Con assoluta esattezza parlò anche di un giorno anzi
di « prim o » giorno: rispetto al secondo e al terzo giorno che sa­
rebbero seguiti e via via agli altri, avrebbe potuto dire « primo » —
e ciò sembrava corrispondere alla successione — , ma stabilì la leg­
ge che siano indicati col solo nome di « giorno » le ventiquattro
ore diurne e notturne, com e se avesse detto: La misura di venti-
quattro ore è la durata di un g io rn o 5. Infatti, come con « genera­
zione degli uomini » si computa ed intende anche quella delle don­
ne perché il secondario si aggrega al più importante, cosi si con­
tano i giorni e le notti si considerano tutt'uno con essi. Come non
c'è che una circonferenza, cosi non c'è che un solo « giorno ». Mol­
tissimi chiamano « un giorno » anche una settimana perché ritor­
na da capo com e un sol giorno e, per cosi dire, ricomincia sette
volte. E questa è la figura della circonferenza: da se stessa comin­
ciare e ritornare su se stessa®. Per la stessa ragione talora la

1 Bas., Hexaem., 48 C (20C): "Iva Totvuv xà rcpecpeìa -rife Yev^aetù? àrroSài


Tfl ^)[iépqt, npÓTepov elire tò 7tépai; •fqc, f)[iépai;, eira tò t% vuxtó?, èipeTto-
(JlévT)? T>)£ VUXTÒ? Tfl Y)[iipa.
2 La Scrittura auctoritate nominis principalis rivendica per il giorno
tempora diei et noctis, chiamando « giorno » l’intero periodo di ventiquattro
ore.
3 Bas., Hexaem., 49 A (20 CD): Kal oùxéri 7rpoaEyópeuaev, V)[iépa xaì vut;,
àXXà TCjS èmxpaToOvri ttjv 7raaav 7tpocnf]Y°P^av à?tévei[«.
4 Bas., Hexaem., 49 A (20 D).
5 Bas., Hexaem., 49 AB (20 E): ’AXXà [itav el7tev, ^toi tò [térpov T]|jipa;
xal vuxtòs irepiopl£a>v xal auvàirrtov toù ^(xepovuxrtou tòv xpóvov, ài; tò>v elxo-
ciTeadàptùv <bp<ov [ita? T)(jipas èxjrX7)pouaG>v 8iàoT»)(i.a... Cf. P h il o , De opif. mundi,
3 (I, 3, 36; 4, 12 C). Ajiche Origene (Hom. in Gen., I, 1, apud Ruf.) usa dies una.
6 Bas., Hexaem., 49 C (21 AB): ... ó rì)v toù xpóvou cpicriv xaTaoxeuàoa?
Osò;, (lérpa aòrqi xal tnjjieìa xà tSto fjfiepSto è7cé(ìaXe 8iaar^(iaTa, xal è|38ó|jLaSi
aÙTÒv èx|ierpcùv, àel TÌ)v é|38ó(iaSa et? éaurJjv àvaxuxXoua&ai xeXeiisi, è^api&jj.où-
aav toO XP&vou 'rfjv xtvrjaiv. TVjv épSófiaSa 8è 7tdtXiv èxuXvjpoijv t})v T)[jipav [xtav
78 EXAMERON, DIES I , SER. I I , C. 10, 37-38

— nam etsi aliis locis saecula appellat, uidetur magis diuersitates


statuum publicorum uel negotiorum significare quam saeculorum
successiones aliquas definire — quia dies domini magnus et prae­
claruse et alibi: V t quid uobis quaerere diem dom ini?1. Et hic
tenebrae et non lux; manifestum est enim quod male consciis et
indignis dies ille tenebrosus sit, quo fulgebit innocentia et mens
noxia cruciabitur*. Ceterum quod sine interpellatione noctium et
successione tenebrarum dies perpetuus ille renumerationis aeter­
nae futurus s it h scriptura nos docet.

38. Pulchre autem uicem utramque unum dicturus diem m


tutino eum fine conclusit, ut et a luce incohare diem doceret et
in lucem desinere. Non enim est integrum diei tempus et noctis,
nisi fuerit expletum. Vnde et nos semper quasi in die honeste
ambulemus et abiciamus opera tenebrarum ‘. Noctem enim ad
quietem corporis datam esse cognoscimus, non ad muneris ali­
cuius et operis functionem, quae somno et obliuione transcurri­
tur. Non sit in nobis comisatio et ebrietas, cubile et inpudicitia1,
non dicamus: Tenebrae et parietes operiunt nos, et quis scit si
uidebit ditissimus? m. Sed sit in nobis amor lucis et cura honestatis,
ut tamquam in die ambulantes opera nostra coram deo lucere
cupiamus n, cui est honor laus gloria potestas cum domino nostro
Iesu Christo et sancto spiritu a saeculis et nunc et semper et in
omnia saecula saeculorum amen.

* Ioel 2, 11.
EAmos 5, 18.
« Mt 13, 43.
» Is 60, 19-20.
i Rom 13, 12.
i Rom 13, 13.
” Eccli 23, 18 (26).
n Mt 5, 10.

38, 1. Pulcre Schenkl pulchre omnes codd. praeter unum; cf. et passim.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 79

Scrittura parla di un secolo — sebbene in altri passi parli di « se­


coli », sembra piuttosto indicare la diversità delle situazioni o
delle attività sociali che definire una successione di secoli7 —
dicendo che il giorno del Signore è grande e illustre e altrove: A
quale scopo per voi cercare il giorno del Signore? Qui però si
parla di tenebre e non di lu c e 8, perché è manifesto che, per coloro
che hanno una cattiva coscienza e sono indegni, è giorno di te­
nebre quel giorno in cui risplenderà l’innocenza e l’anima colpe­
vole sarà soggetta a tormenti. Del resto la Scrittura ci insegna che
il giorno senza fine del premio eterno non avrà l’intervallo delle
notti e la successione delle tenebre.
38. Egregiamente poi, volendo chiamare un giorno l’awic
darsi della luce e delle tenebre, lo fece terminare la mattina per
insegnarci che il giorno comincia dalla luce e in essa ha fine. La
durata del giorno e della notte non è intera se non è finita. Anche
noi camminiamo sempre compostamente, com e di g iorn o9, e re­
spingiamo le opere delle tenebre. Sappiamo che la notte è stata
data per il riposo del corpo, non per svolgere qualche com pito o
attività, e perciò si trascorre nel sonno e nell’oblio. Non siano in
noi gozzoviglia ed ebbrezza, libidine e impudicizia; non diciamo:
Le tenebre e le pareti ci nascondono, e chissà se l'Altissimo riu­
scirà a vederci? Siano invece in noi amore per la luce e cura per
l’onestà, affinché, com e camminando alla luce del sole, desideria­
mo che le nostre opere risplendano al cospetto di Dio al quale è
onore, lode, gloria, potere, con il Signore nostro Gesù Cristo e lo
Spirito Santo dall’eternità e ora e sempre e per tutti i secoli dei
secoli. Amen.

tmdtxiq aùrJjv els éaur»]v àva<rrpé<pou<Tav, touto 8è xuxXtxóv èuri tò cx^Ha>


à<p’ èauroù àp/eaS-ai xal si? èaorò xaraX^yeiv.
7 B as ., Hexaem., 52 A (21 C): ... £>gts (jlSXXov xaTaaràceov xal npay-
(xàTtùv 7toixlXojv Siaipopà?, àXX’ oiì>xl Ttspiypaipài; xal TtépaTa xal SiaSo/à? atcóvcov
èx toótou Setxvua&ai ;
8 S. Ambrogio traduce Gioele, 2, 11 dai Settanta: 8lóti (ìey<4X7) "f) T](iipa
tou KupEou, neyàXY) xal èm<pav))i; ctpóSpa.
La Vulgata ha: magnus enim dies Domini et terribilis ualde. Altrettanto
si dica per Amos, 5, 18: ... Uva t I au-tr) -J)[ùv 7) f)[iépa toO Kuptou; xal aòrfj
èortv oxótoi; xal oò <pS?... dove la Vulgata ha: Dies Domini ista, tenebrae et
non lux.
9 B as ., Hexaem., 52 B (21 E): ('0 Ila-r^p toù àXvj&tvoG (porrò?)... 7rapexó-
(isvo? ■Jjfùv à? èv Y](iépa eùaxv)(xóv(ù? topitoxteìv ...
DIES SECVNDVS

SERMO III

Caput I

1. Diem primum uel potius unum — maneat enim ei prop


tici praerogatiua sermonis — ut potuimus absoluimus. In quo
conditum caelum, terram creatam, aquarum exundantiam, circum­
fusum aerem, discretionem factam lucis atque tenebrarum dei
omnipotentis et domini Iesu Christi, sancti quoque spiritus ope­
ratione cognouimus. Quis ergo non miretur dissimilibus membris
disparem mundum in corpus unum adsurgere et insolubili con­
cordiae caritatisque lege in societatem et coniunctionem sui tam
distantia conuenire, ut quae discreta natura sunt in unitatis et
pacis uinculum uelut indiuidua conpassione nectantur? Aut quis
haec uidens possibilitatem rationis infirmo ingenio rimetur? Quae
omnia uis diuina inconprehensibilis humanis mentibus et ineffa­
bilis sermonibus nostris uoluntatis suae auctoritate contexuit.

2. Fecit igitur deus caelum et terram et ea quasi auctor e


praecepit, non tamquam figurae inuentor, sed tamquam operator
naturae. Nam quom odo sibi conueniunt operatoria inpassibilis dei
uirtus et passibilis materiae natura tamquam altera ab altera quo
indiguerint mutuantes? Nam si increata materia, uidetur ergo deo
creandae potestas materiae defuisse et ab ea operationi subia-
centia mutuatus: si uero inconposita, mirum admodum coaeter­
nam deo materiem decorem sibi non potuisse conferre, quae sub­
stantiam non a creatore acceperit, sed sine tempore ipsa posse­
derit. Plus ergo inuenit operator omnium quam contulit: inuenit
materiem, in qua posset operari, contulit autem figuram, quae
decorem inuentis rebus adferret. Vnde excipiendus a ceteris tam­
quam dies unus, non conferendus cum ceteris tamquam dies pri­
mus est, quo fundamenta rerum omnium posita et causae» esse
SECONDO GIORNO

III SERMONE

Capitolo 1

1. Abbiamo terminato, nei limiti delle nostre possibilità, la


trattazione del prim o o piuttosto di un g iorn o1, per conservare
l'espressione preferita dal testo ispirato. Abbiamo appreso che in
questo giorno fu costituito il cielo, fu creata la terra, trabocca­
rono le acque, fu diffusa intorno l’aria, fu divisa la luce dalle te­
nebre per l'azione di Dio onnipotente, del Signore Gesù Cristo ed
anche dello Spirito Santo. Chi dunque non resterebbe stupito al
vedere il mondo, eterogeneo per la diversità delle sue parti, costi­
tuirsi in un unico organismo ed elementi cosi differenti racco­
gliersi insieme in reciproca unione fra loro secondo una legge
inviolabile di concordia e di amore, cosi che sostanze, naturalmen­
te distinte, com e per un’indissolubile solidarietà si legano in un
vincolo di unione e di pace? O chi a tale vista oserebbe ricercare
con il suo debole ingegno la possibilità di una spiegazione? Tutto
ciò ha com posto insieme con l'autorità del suo volere la potenza
divina che non può essere compresa dalle menti umane né espres­
sa dalle nostre parole.
2. Iddio dunque creò il cielo e la terra e quale Creatore ordinò
loro di esistere, non com e se ne avesse trovato l'immagine, ma
come autore della loro sostanza. Come possono l'impassibile po­
tenza creatrice di Dio e la passibile natura della materia accordarsi
tra loro quasi prestandosi reciprocamente ciò di cui hanno biso­
gno? Se la natura fosse increata, sembrerebbe di conseguenza
che a Dio sia mancato il potere di crearla e che da essa abbia
preso gli elementi indispensabili per la sua opera; se però fosse
informe, sarebbe veramente strano che la materia, essendo coeter­
na a Dio, non abbia potuto conferirsi la bellezza, visto che non
aveva ricevuto l'esistenza dal Creatore, ma la possedeva di per s<
stessa dall'eternità. Il Creatore dell'universo avrebbe trovato più
di quello che avrebbe dato, avrebbe trovato la materia sulla quale
agire e le avrebbe conferito l'aspetto che desse bellezza a ciò che
aveva trovato. Perciò il giorno della creazione deve essere distinto
da tutti gli altri com e un giorno, non messo a confronto con gli

1 Bas., Hexaem., 52 C (22 A): Tà T7)? (iòcXXov 8è Tà -ri);


|uàS.
82 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 1, 2-3

coeperunt, quibus mundi huius atque uniuersae uisibilis creaturae


fulta substantia est. Quare ad secundi diei miranda opera sermo
nobis prodeat, quorum eminentia non secundum tractatus nostri
possibilitatem, sed secundum scripturam ad laudem referenda est
creatoris.

3. Vos igitur quaeso ut naturaliter aestimare quae dicim


probabiliter ac simplici mente et sedulo ingenio pensare digne­
mini, non secundum philosophiae traditiones et inanem seduc­
tionem suasoriae ueri similia colligentes, sed secundum regulam
ueritatis a, quae oraculis diuini sermonis exprimitur et contempla­
tione tantae maiestatis fidelium pectoribus infunditur, quia scrip­
tum est: Confirma me in uerbis tuis: narrauerunt mihi iniusti
exercitationes, sed non sicut lex tua, domine. Omnia praecepta
tua ueritas b. Non ergo secundum elementorum naturas, sed secun­
dum Christum, qui omnia quae uoluit fecit abundans plenitudine
diuinitatis suaec, consideremus quae facta sunt et naturae possi­
bilitatem interrogemus. Neque enim cum in euangelio leprosum
curaret, caecis uisum refunderetd, populus qui aderat et spectabat
illa medicinae ordinem recognouit, sed potestatem domini miratus
dedit, ut scriptum est, deo laudem e. Neque secundum numeros
Aegyptiorum et concursus siderum et mensuras elementorum ex­
tendit manum suam Moyses, ut diuideretur mare rubrum, sed di-
uinae imperio potestatis obtemperans. Vnde et ipse ait: Dextera
manus tua, domine, glorificata est in uirtute, dextera manus tua,
domine, confregit inim icos1. Illo igitur, sancta plebs, eleua men­
tem tuam et totum animum tuum eo confer. Non sic deus uidet
quemadmodum homo. Deus in corde, hom o in facie. Nec sic igi­
tur homo uidet quemadmodum deus. Audis quia deus uidit et
laudauit. Noli igitur tuis oculis aestimare quae facta sunt opinio-
nibusque colligere, sed quae deus uidit et probauit ea tu retrac­
tanda non putes.

» Coi 2, 8.
b Ps 118, 28 et 85-86.
c Coi 2, 9.
i Mt 8, 2; 9, 30; 20, 34 (Mc 8, 25; 10, 25; Lc 18, 43; Io 9, 7).
* Lc 18, 43.
f Ex 15, 6.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 83

altri com e « primo giorno » 2. In esso infatti furono poste le fonda-


menta dell'universo e cominciarono ad esistere le cause sulle quali
si fonda l'esistenza di questo m ondo e di tutte le creature visibili.
Passi dunque il nostro discorso alle meravigliose opere del secondo
giorno, la cui sublimità deve essere riferita a lode del Creatore
non secondo le possibilità di questo nostro serm one3, ma secon­
do la Scrittura.
3. Abbiate perciò la bontà di giudicare senza prevenzi
ciò che diciamo portandone le prove e di ponderarlo con animo
aperto e intelligenza attenta, non ricavando già conclusioni vero­
simili secondo gli insegnamenti della filosofia e la vana seduzione
dell’eloquenza deliberativa4, ma secondo le regole della verità
espressa dalla rivelazione della parola divina5 e infusa nel cuore
dei fedeli mediante la contemplazione di una maestà cosi grande,
perché sta scritto: Rafforzami nella tua parola: gli ingiusti mi
hanno esposto vane teorie, ma non com e la tua legge, Signore.
Tutti i tuoi precetti sono verità. Consideriamo il creato e interro­
ghiamo le capacità della natura non secondo la qualità degli ele­
menti, ma secondo Cristo che ha fatto tutto ciò che ha voluto,
sovrabbondando della pienezza della sua divinità. Quando nel Van­
gelo guariva il lebbroso e rendeva la vista ai ciechi, il popolo che
assisteva a quei miracoli non riconosceva in essi un procedimento
della medicina, ma, ammirando la potenza del Signore, com e sta
scritto, diede gloria a Dio. E Mosè non stese la sua memo per di­
videre le acque del Mar Rosso fondandosi sui calcoli degli Egi­
ziani, sulle congiunzioni astrali, sulle misure degli elementi, bensì
obbedendo al comando della potenza divina. Perciò anch’egli dis­
se: La tua destra, Signore, è stata glorificata nella sua potenza,
la tua destra ha infranto i nemici. Or dunque, o popolo santo, in­
nalza la tua mente a tali meraviglie e ad esse rivolgi tutto l'animo
tuo. Iddio non vede con gli occhi dell'uomo. Dio vede il cuore,
l'uomo l'aspetto esteriore. Neppure così l'uom o vede com e Dio.
Tu senti che Dio vide e approvò l'opera sua. Non pretendere
dunque di giudicare il creato e di trarre conclusioni secondo il
tuo punto di vista, ma convinciti che non devono essere corrette le
cose che Dio ha veduto e approvato.

2 Bas., Hexaem., 52 C (22 A ): Tà 7rp<J>Ti]i; £pya, [iàXXov 8è Tà


Tijs (ita? • |j.r) Y“ P °5v à<peXcù|i,e&a aù-riji; t ò à^tojjia, 8 èv Tfl (pùaei ixei, 7tapà
toù XTtcravTO? xa-9-’ èaurJjv èxSo&etaa, oùx èv Tfj rcpò? Tà? àXXa? auvra|ei àpiS--
(jLY)&eìoa.
3 Tractatus è term in e te cn ico p er in d ica re una riflession e m editata sul
testo sa cro. V edi A.V. Nazzaro, Esordio e chiusa delle omelie esameronali di
Ambrogio, Augustinianum , X IV , 1974, p. 564.
4 Si allude alle cosid d e tte suasoriae di cu i a b b ia m o un esem p io n ell’op era
di Seneca il V e cch io ; ved i Schanz-H osius, II, p. 339.
5 Bas., Hexaem., 53 A (22 B ): A éyoi Sè toO to oùx èrcl tìjv toO èi^Youfiivou
Suvajj.iv àvatpéptov, àXX’ èiz\ tt)v YeTPa ti IJL^vtùv, «puaixtói; g^ouaav t ò
eùitapàSsxTov x a l roiafl xapSta 7rpoar)vèc x a l «pÙov, tòìv t ò ÀX7] 9-è<; toO m&avoù
rcpOTl(ld>VTO)V.
84 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 2, 4-5

Caput II

4. Et dixit deus: Fiat -firmamentum inter medium aquae


sit discernens inter aquam. E t factum est sic*. Audi uerba dei:
Fiat dicit. Iubentis est, non aestimantis, imperat naturae, non pos­
sibilitati obtemperat, non mensuras colligit, non pondus examinat.
Voluntas eius mensura rerum est, sermo eius finis est operis.
‘Fiat’ inquit ‘firmamentum inter mediam aquam’. Firmum est
omne quod statuit deus. Et satis pulchre praemisit 'fiat firma­
mentum', antequam subiceret ‘ inter mediam aquam', ut tu
prius crederes firmamentum ex praecepto dei factum quam de
aquarum proflua qualitate dubitares. Si naturam elementorum
consideres, quom odo inter aquas solidatum est firmamentum?
Illae profluunt, illud constringitur: illae currunt, hoc manet. Et sit
inquit discernens inter aquam. Sed aqua confundere, non discer­
nere solet. Quomodo iubet quod scit secundum elementorum ra­
tionem esse contrarium? Sed cum sermo eius ortus naturae sit,
iure usurpat dare legem naturae qui originem dedit.

5. Sed prius consideremus quid sit firmamentum, utr


ipsum sit quod in superioribus caelum appellauit an aliud et si
duo caeli an plures. Nam sunt qui unum caelum esse dicant nec
alterius caeli faciendi, dum esset una ut ipsi aiunt, potuisse
subpetere substantiam, quoniam cum omnis superiori caelo esset
expensa, nihil reliqui fuit quod ad aedificationem secundi caeli
tertiiue proficeret. Alii uero innumeros caelos et mundos esse
adserunt, quos inrident sui — non enim nobiscum illis maior quam
cum suis pugna est — qui geometricis numeris et necessitatibus
contendunt probare quod aliud caelum esse non possit, nec pati
naturam, ut aut secundum aut tertium sit, nec operatoris uirtu-
tem idoneam, ut multos caelos faceret. Et quis non hanc eorum
artificem facundiam inrideat, qui cum ex una atque eadem causa
plura eiusdem generis ab hominibus fieri posse non abnuant, de
creatore omnium dubitent, utrum plures caelos facere potuerit,
de quo scriptum est: Dominus autem caelos f e c i tb et alibi: Omnia
quaecumque uoluit f e c i t c. Quid enim difficile ei cui uelle fecisse

a Gen 1, 6 et 7.
b Ps 95, 5.
c Ps 113, 11 (3b).
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 85

Capitolo 2

4. E Dio disse: « Sia fatto un firmamento in mezzo alle ac­


que e le divida ». E cosi fu fatto. Ascolta le parole di Dio. Sia
fatto, dice. È il tono di chi ordina, non di chi valuta: comanda alla
natura, non si sottomette a limiti imposti, non prende misure, non
verifica peso. La sua volontà è la misura delle cose, la sua parola
segna il fine dell’opera. Sia fatto, disse, un firmamento in mezzo
all’acqua. È ferm o tutto ciò che Dio ha stabilito. E davvero op­
portunamente premise Sia fatto un firmamento prima di aggiun­
gere in mezzo all'acqua, affinché tu credessi che per comando di
Dio è stato fatto il firmamento, prima di dubitare della liquidità
dell’acqua. Se tu consideri la natura degli elementi, in che m odo
il firmamento si è potuto solidificare in mezzo alle acque? Queste
scorrono, quello si rassoda; queste si spostano rapidamente, quel­
lo sta immobile. E divida l'acqua, disse. Ma l’acqua suole mesco­
lare, non dividere. Come mai ordina ciò che sa contrario alla
natura degli elementi? Ma siccom e la sua parola ha dato princi­
pio alla natura, con pieno diritto si arroga di dare la legge colui
che le ha dato l’origine.
5. Ma prima consideriamo che cosa sia il firmamento, se sia
precisamente ciò che in precedenza ha chiamato cielo oppure una
cosa diversa e se vi siano due cieli o più ancora. Infatti vi sono
di quelli che dicono che esiste un solo cielo e che non sarebbe
potuta bastare la materia per formare un secondo cielo, essendovi
un’unica OXtq com e essi dicono, perché, essendo stata consumata
interamente per il precedente cielo 1, non sarebbe rimasto nulla
che potesse servire alla costruzione di un secondo o di un terzo
c ie lo 2. Altri invece affermano che esistono innumerevoli cieli e
mondi e sono derisi dai lo r o 3 — infatti non contrastano tanto con
noi quanto con i loro — i quali si sforzano di dimostrare, sul
fondamento di calcoli e di principi geometrici, che non può esi­
stere un altro cielo né la materia permette che ve ne sia un secon­
do o un terzo né la potenza dell’artefice era in grado di creare
molti cieli. E chi non si befferebbe di questa loro abile facondia,
dato che essi, mentre non negano che gli uomini possano fare
più cose dello stesso genere da una sola e medesima causa, si
chiedono dubbiosi se abbia potuto creare più cieli il Creatore del­
l’universo, del quale è stato scritto: Ma il Signore ha fatto i cieli
e altrove: Fece tutto ciò che volle? Che cosa infatti è difficile per
colui per il quale volere e avere già fatto sono la stessa cosa?

1 Bas., Hexaem., 56 D (23 E): ... toìot)? Trffi oùa£a? tou oòpavtou ocijMtTcx;
et? tJjv tou èvòi aiicraaiv <imxvaXco&e[<n)i;, ex; otovrou.
2 Cf. Plat., Tim., 32 c-33 a; Arist., De caelo, I, 8-9 (276 a, 18 e 277 b, 27).
3 Bas., Hexaem., 57 AB (24 AB): Eteri yàp èv aÙToi? ot ànelpou; oòpavoù?
xal xóa|iou; elvat <paai...Cosi pensavano Democrito e, sull’esempio di Epi­
curo, Lucrezio (II, 1052-1066). Cf. Cic., Acad., II, 17,55: Dein confugis ad phy­
sicos, eos qui maxime in Academia irridentur, a quibus ne tu quidem iam
abstinebis, et ais Democritum dicere innumerabiles esse mundos...
86 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 2, 5-7

est? Fluitat igitur illis inpossibilitatis ratio, cum de deo disputant,


cui uere dicitur quia inpossibile nihil tibi e s t d.
6. Itaque nos non solum secundum, sed tertium caelum e
negare non possumus, cum apostolus raptum se ad tertium cae­
lum scriptorum suorum testificatione con firm ete. Dauid etiam
caelos caelorum in illo laudantium deum constituit* choro. Quem
imitantes philosophi quinque stellarum et solis et lunae globorum
consonum motum introduxerunt, quorum orbibus uel potius glo­
bis conexa memorant omnia. Quos sibi innexos et uelut insertos
uersari retro et contrario ceteris motu ferri arbitrantur eoque
inpulsu et motu ipsorum orbium dulcem quendam et plenum
suauitatis atque artis et gratissimi modulaminis sonum reddi, quo­
niam scissus aer tam artifici m otu et acuta cum grauibus tempe­
rante ita uarios aequabiliter concentus efficiat, ut omnem super­
grediatur musici carminis suauitatem.

7. Huius rei fidem si requiras atque expetas sensu nobis


auditu probari, haesitant. Nam si uera foret, quom odo tanto
motu orbium concrepante, cum ille caelestis orbis, cui adfixos
ferunt stellarum cursus, qui sine intermissione uoluuntur, conci­
tatiorem habeat conuersionem atque acutum sonum excitet, hic
autem lunaris grauissimum, non audiretur a nobis, cum leuiora
audire soleamus? Fidem ergo eius disputationis si testimonio no-

d Mc 14, 36.
e 2 Cor 12, 2.
f Ps 148, 4.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 87

Vacilla la loro dimostrazione dell’impossibilità, quando discutono


di Dio al quale con verità si dice: Nulla per te è impossibile.
6. Perciò noi non possiamo negare non solo l’esistenza d’un
secondo, ma anche quella d’un terzo cielo, visto che l’Apostolo
afferma, attestandolo nei suoi scritti, d’essere stato rapito al terzo
cielo. Davide pose anche i cieli dei cieli nella schiera degli esseri
che lodano Dio. A sua imitazione i filosofi introdussero il movi­
mento armonico delle sfere dei cinque pianeti, del sole e della
luna, affermando che l’universo è tenuto insieme dalle loro or­
bite o piuttosto dalle loro sfere4. Essi pensano che tali sfere, con­
nesse e come inserite le une dentro alle altre, girino in senso in­
verso e con movimento contrario a tutte le altre5 e che da tale
impulso e movimento delle sfere stesse sia prodotto un suono dol­
ce e pieno di soavità, artisticamente elaborato in ima gradevolissi­
ma melodia, perché l’aria, solcata da un movimento così armonica-
mente ordinato e capace di equilibrare i toni acuti con quelli gra­
vi, produce un’armonia tanto varia nella sua uniformità da supe­
rare la dolcezza d’ogni componimento m usicale6.
7. Ma se vuoi verificare la realtà di tale fatto e ne chiedi la
sperimentazione per mezzo dei sensi e dell’udito, rimangono im­
barazzati. Se tali teorie fossero vere, com e mai noi non saremmo
in grado di percepir il frastuono di un cosi grandioso movimento
delle sfere, mentre, di solito, udiamo suoni più deboli, se è vero
che quella sfera celeste cui dicono sono fissate le stelle, che ruo­
tano ininterrottamente, ha un movimento più veloce e produce
un suono acuto e invece questa della luna provoca il suono più
b a sso?7. Dunque, se esigiamo che sia dimostrata la verità di tale

4 Bas., Hexaem., 57 B (24 BC): 'H^eì? Sè toooùtov à7téxo(iev Seurépti)


àitioreìv, 8 « xal -ri Tpt-cov èru£r)Toùfxev, o5 ir\c, S-éa? ó (laxdtpioi; IlaùXo?
'O Sè ipaX^ò? òvojid^cov oùpavoòi; oùpavSv xal itXeióvojv ■fjinv Ivvoiav èveTrobjaev.
Oò Srjnrou Sè xadra 7iapaSo^ótepa -coiv èm à xiixXoiv, xa-9-’ &v ol èrctà àorépsi;
oxeSòv Ttapà irdtVTtùv aujitpóvo? ó[xoXoYoòvrai tpépeaSai.
Cf. Cic., Rep., VI, 17 (4, 17): Nouem tibi orbibus uel potius globis conexa
sunt omnia-, vedi ediz. a cura di A. R onconi, Le Monniér, Firenze 1961, pp. 93-94.
Qui manifestamente S. Ambrogio confonde il linguaggio fisico-scientifico
con quello teologico-spirituale.
5 Cf. Cic., Rep., VI, 17 (4, 17): quorum unus caelestis est, extumus, qui
reliquos omnes complectitur, summus ipse deus arcens et continens ceteros;
in quo sunt infixi illi qui uoluuntur stellarum cursus sempiterni. Cui subiec-
ti sunt septem qui uersantur contrario motu atque caelum. La sfera piti
vasta, che abbraccia tutte le altre, immagine del dio stoico, è il cielo delle
stelle fisse (R onconi, op. cit., p. 94). Le stelle fisse ruotano da est a ovest
(De nat. deor., II, 19, 49), mentre le sette sfere sottoposte ruotano in senso
contrario (R onconi, op. cit., p. 97). Sulle sette sfere vedi, p. es.. D ante, Par.,
XXII, 133-135.
6 Cf. Cic., Rep., VI, 18 (5, 18): Quae cum intuerer stupens, ut me re­
cepi, « Quid? hic, inquam, quis est qui complet aures meas tantus et tam
dulcis sonus? ». « Hic est, inquit, ille qui interuallis coniunctus imparibus,
sed tamen pro rata partium ratione distinctis, impulsu et motu ipsorum or­
bium efficitur, et acuta cum grauibus temperans uarios aequabiliter concen­
tus efficit; nec enim silentio tanti motus incitari possunt, et natura fert ut
extrema ex altera parte grauiter, ex altera autem acute sonent ».
7 Cf. Cic., Rep., VI, 18 (5, 18): Quam ob causam summus ille caeli stelli­
fer cursus cuius conuersio est concitatior, acuto et excitato mouetur sono,
88 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 2, 7 - C. - 3, 8

stro et auditus munere exigamus probari, referunt obsurduisse


aures nostras et hebetiorem nobis sensum audiendi factum prop­
ter illam a principio nostrae generationis concepti sonitus consue­
tudinem et exemplum adferunt eo quod Nilus, fluuiorum maximus,
eo uidelicet loci, ubi se ex altissimis montibus in catadupa illa
praecipitat, magnitudine fragoris sui aures accolarum obstruat, ut
audiendi munere carere dicantur. Sed facile his ipsa respondet
ueritas. Nam qui tonitrua audimus nubium conlisione generata
tantorum orbium conuersiones, qui maiore utique sicut motu ferri
aestimantur, ita uehementiores sonitus excitarent, non ^udiremus?
Addunt praeterea ideo sonum hunc non peruenire ad terras, né
capti homines per suauitatem eius atque dulcedinem, quam celer­
rimus ille caelorum efficit motus, ab orientalibus partibus usque
in occasum propria negotia atque opera derelinquerent et omnia
hic otiosa remanerent quodam humanae ad caelestes sonos mentis
excessu. Sed ea quae sunt aliena ab studio nostro et a diuinae
lectionis serie his qui foris sunt relinquamus: nos inhaereamus
scripturarum caelestium magisterio.

Caput III

8. Propositum igitur nobis est quia dixit deus: Fiat firm


mentum in medio aquae et sit discernens inter aquam et aquam.
Et hinc tractatur, utrum hoc firmamentum appellet, quod ante
iam fecit, de quo scriptum est: In principio fecit deus caelum et
terram. Nec fallit quod aliqui ante nos ita acceperint, eo quod
supra creatum auctore deo et conditum caelum scriptura expres­
serit, hic expositionem operis creationisque diffuderit, ut ibi quasi
summa operis breuiter conprehensa sit, hic operationis qualitas
per ipsas concurrentium rerum digesta sit species. Sed mouet nos
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 89

spiegazione attraverso la nostra constatazione per mezzo della


facoltà uditiva, ribattono che i nostri orecchi sono diventati sordi
e in noi il senso dell'udito si è fatto ottuso per l’abitudine a questo
suono, percepito dal principio dell’esistenza umana; e adducono
quale esempio il fatto che il Nilo, il più grande tra i fiumi, in quel
luogo naturalmente dove precipita da monti altissimi formando
le famose cateratte, con l’intensità del suo fragore offende gli
orecchi di coloro che abitano nelle vicinanze, cosi che si dice che
siano privi dell’u d ito 8. Ma a tali argomentazioni risponde facil­
mente la stessa verità. Infatti, noi che udiamo i tuoni provocati
dall’urto delle nubi, non udiremmo la rotazione di cosi immense
sfere le quali evidentemente, quant’è più veloce il movimento dal
quale si crede siano trasportate, tanto più forte suono dovrebbero
produrre? Aggiungono inoltre che questo suono non giunge sulla
terra per evitare che, se cosi fosse, gli uomini, affascinati dalla
sua dolcezza e soavità che ha origine nel velocissimo m oto dei
cieli, dalle regioni d’oriente fino all’occidente trascurassero i pro­
pri affari e i propri lavori e tutto qui rimanesse inattivo, perché
la mente umana si rivolgerebbe estasiata a quei suoni divini. Ma
lasciamo a coloro che non appartengono alla Chiesa le questioni
che non ci interessano e non riguardano la narrazione del testo
divino: noi restiamo fedeli all’insegnamento delle Scritture celesti9.

Capitolo 3

8. Ci è stato fatto conoscere che Dio disse: Sia fatto un


mamento in mezzo all’acqua e la divida. Di qui si discute se chia­
mi firmamento ciò che era già stato creato in precedenza, di cui
è stato scritto: In principio Iddio creò il cielo e la terra. Né ci
sfugge che alcuni prima di noi hanno inteso in questo sen so1,
spiegando che in precedenza la Scrittura ha narrato che per opera
di Dio fu creato e form ato il cielo, mentre qui si è diffusa ad espor­
re l’opera creatrice, sicché in quel passo, per cosi dire, ha rias­
sunto brevemente la creazione nel suo complesso, in questo in­
vece ne è stato specificato il m odo indicando le particolari specie
degli esseri che ne furono contemporaneamente l’oggetto. Ma ci

grattissimo autem hic lunaris atque infimus. Dal confronto con Cicerone ap­
pare chiaro che Ville caelestis orbis di S. Ambrogio è quello delle stelle fisse
che ruotano con il cielo cui sono attaccate (cui adfixos ferunt stellarum
cursus).
8 Cf. Cic., Rep., VI, 19 (5, 19): Hoc sonitu oppletae aures hominum ob­
surduerunt; nec est ullus hebetior sensus in nobis, sicut ubi Nilus ad illa,
quae Catadupa nominantur, precipitat ex altissimis montibus, illa gens quae
illum locum adcolit propter magnitudinem sonitus sensu audiendi caret.
9 Bas., Hexaem., 57 D (24 D): ’AXkà. tà tGv gijw&ev toì? Si■&> wmaXmivTei;
f l j z e ì? è7cl TÒV èx>tX7)<TlOKTTl)tÒV Ò7I0<TTpé<p0[ieV W y o v .

1 Cf. Philo, De opif. mundi, 10 (8, 3; 10, 22 C).


90 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 3, 8-10

quia et nomen aliud significatur et species solidior et causa discer­


nitur et persona cooperatoris adiungitur. Sic enim scriptum est:
Et discreuit deus inter medium aquae, quae erat sub firmamento,
et inter medium aquae, quae erat super firm am entum a.

9. Et prim o uolunt id destruere quod frequenti scripturar


lectione inolitum nostris et inpressum est mentibus, quia aquae
super caelos esse non possunt, dicentes rotundum esse orbem
illum caeli, cuius in medio terra sit, et in illo circuitu aquam
stare non posse, quod necesse est defluat et labatur, cum de
superioribus ad inferiora decursus est. Quomodo epim aqua su­
per orbem stare ut aiunt potest, cum orbis ipse uoluatur? Hàec
est illa uersutia dialecticae. Da mihi unde tibi respondeam. Quod
si non detur, nullum uerbum refertur. Petunt sibi concedi axem
caeli torqueri motu concito, orbem autem terrae esse inmobilem,
ut astruant aquas super caelos esse non posse, quod omnes eas
uoluendo se axis effunderet, quasi uero, ut concedamus illis quod
postulant et secundum eorum opiniones illis respondeam, negare
possint in illa altitudine et profundo uel longitudinem esse et
latitudinem, quam nemo potest conprehendere nisi is qui inpletur
in omnem plenitudinem d e ih, ut apostolus ait. Quis enim facile
poterit esse diuini operis aestimator? Est ergo latitudo in ipsa
caeli altitudine. Sunt etiam, ut de his dicamus quae scire possu­
mus, pleraque aedificia foris rotunda, intus quadrata et foris qua­
drata, intus rotunda, quibus superiora plana sunt, in quibus aqua
haerere soleat. Quae tamen ideo dicimus, ut aduertant opiniones
suas opinionibus ueri similioribus reuinci posse et desinant tan­
tum opus dei humanae operationis et nostrae possibilitatis con­
templatione metiri.

10. Nos autem scripturarum seriem atque ordinem sequim


et opus contemplatione aestimamus auctoris, quid dictum sit et
quis dixerit et cui dixerit. Fiat inquit firmamentum in medio
aquae et sit discernens inter aquas. Audio firmamentum fieri

a Gen 1, 7.
b Eph 3, 18-19.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 91

rende perplessi il fatto che viene usato un altro nome, si distin­


guono una specie più compatta e una causa diversa2 e si men­
ziona la persona di un collaboratore. Infatti sta scritto: E Dio
fece una separazione tra l'acqua che era sotto il firmamento e
l'acqua che era sopra il firmamento.
9. Anzitutto vogliono distruggere la convinzione che, per la
frequente lettura delle Scritture, si è profondamente radicata nel­
la nostra mente e sostengono che non vi possa essere acqua so­
pra i cieli, perché, essendo rotonda la sfera del cielo nel cui cen­
tro si trova la terra, in quella superficie curva l’acqua non può
fermarsi, costretta inevitabilmente a scendere e a scorrere giù
quando si scende dall’alto verso il b a sso 3. Come potrebbe l’acqua
stare ferma su una sfera, quando questa gira? È la ben nota sot­
tigliezza della dialettica. Permettimi di risponderti: in caso con­
trario ogni discorso è finito. Chiedono che si conceda loro che il
cielo giri velocemente, mentre il globo terrestre rimane immo­
bile, per sostenere che non vi possono essere acque sopra i cieli
perché il cielo ruotando le verserebbe tutte, com e se — posto che
concediamo loro ciò che domandano ed io risponda in m odo con­
form e al loro punto di vista — potessero negare che in quell’al­
tezza e profondità c ’è una lunghezza e una larghezza che nessuno
può misurare se non colui che è ricolm o di ogni pienezza di Dio,
com e dice l’Apostolo. Chi infatti potrebbe facilmente giudicare
l’opera divina? C’è dunque una larghezza anche nella stessa al­
tezza del cielo. Vi sono anche, per parlare di cose che possiamo
sapere, moltissimi edifici esternamente sferici e internamente qua­
drati, fuori quadrati e internamente sferici, di cui sono piane le
parti superiori sulle quali quindi l’acqua suole ferm arsi4. Dicia­
mo tuttavia questo perché si rendano conto che le loro opinioni
possono essere vittoriosamente confutate da altre opinioni più
verosim ili5 e cessino di misurare una così grandiosa opera di Dio
secondo il criterio delle attività umane e delle nostre possibilità.
10. Noi invece seguiamo l’ordinata e precisa narrazione della
Scrittura e giudichiamo l’opera considerandone l’autore: che cosa
sia stato detto, chi l’abbia detto e a chi l’abbia detto. Sia fatto,
disse, un firmamento in mezzo alle acque e le divida. Sento che il
firmamento viene creato con lo stesso comando per effetto del

2 B as ., Hexaem., 60 A (24 E): EìpijTOti [lèv o5v tkji npò f)[iòiv [J/f] Seorépoo
oòpavoù yévemv etvai Taiimjv, dcXX’ ène^yrjaiv toO TtpOTépou, Sià tò èxet èv xetpa-
Xalciì TrapaSeSóa&ai oòpavou xal yt\c, 7rob]aiv, èvraOSa Sè èTOÌjepYatmxt&Tepov -ròv
TpÓ7tov xaS-’ 8v &ca<JTov yéyove Trjv rpa<p$)v 7]|itv irapaSiSóvai. 'H(ieì? Sé <pafxev
Sri, èneiS^j xal fivofxa S-repov xal XPe^a l8i<fc£ouaa tou Seuiépou oùpavoù roxpaSé-
Sorai, Srepót; èori Trapà tòv èv àpXT) TteroMjjiivov oStoi;, (jTepetOTépai; cpiSaeox;, xal
Xpetav è^atperov tcò toxvtI Trapexófievoi;.
3 B a s ., Hexaem., 60 B (25 AB).
4 Bas., Hexaem., 60 B (25 B): "Chi [zdtXiara (lèv oùx et ti 7tpò?X^ài; xu-
xXoTepè? épóÌTai xaTà tt)v MvSov xoiXó-npx, touto àvàyxvj xal tJjv 2|ojS-ev èm<pdc-
veiav aipaipixói? dwnjpTta&xi xal 8Xov àxpipài? gvropvov elvai xal Xetoii; irepiT)Y-
(lèvov.
5 Evidentemente non sono argomentazioni come queste a conferire va­
lidità a questo passo.
92 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 3, 10-11

praecepto, quo diuideretur aqua et ab inferiore superior discer­


neretur. Quid hoc manifestius? Qui iussit discerni aquam interiec-
to et medio firmamento prouidit quemadmodum diuisa atque di­
screta manere possit. Sermo dei uirtus naturae est et diuturnitas
substantiae, quoad uelit eam manere qui statuit, sicut scriptum
est: Statuit ea in saeculum et in saeculum saeculi; praeceptum
posuit, et non praeteribitc. Et ut scias quia de istis aquis hoc dixit,
quas tu negas posse in superioribus caeli esse, audi superiora:
Laudate eum caeli caelorum et aquae, quae super caelos sunt,
laudent nomen dom inid. Nonne quasi aduersanti tibi dixit: Quo­
niam ipse dixit et facta sunt, ipse mandauit et creafa sunt: sta­
tuit ea in saeculum et in saeculum saeculi; praeceptum posuit,
et non praeteribite? An non uidetur tibi auctor idoneus, qui le­
gem suo operi daret? Deus est qui dicit, uenerabilis naturae, inae­
stimabilis magnitudine, inmensus in renumerationibus, incon-
prehensibilis in operibus eius, cuius altitudinem sapientiae quis
inuestigare fa cilis?f Sed dicit filio id est brachio suo, dicit uirtuti
suae, dicit sapientiae suae, dicit iustitiae. Et facit filius quasi po­
tens, facit quasi uirtus dei, facit quasi sapientia dei, facit quasi
iustitia diuina. Cum haec audis, quid miraris si supra firmamen­
tum caeli potuit tantae maiestatis operatione unda suspendi?

11. De aliis haec colligite, de his quae uidentur oculis ho


num, quom odo ad Iudaeorum transitum, si rationem quaeris, se
unda diuiserit. Non solet hoc esse naturae, ut aqua se discernat
ab aqua et in profundo interfusiones aquarum terrae medio se­
parentur. Gelauerunt inquit fluctus et firmamenti specie cursum
suum insolito fine frenaruntB. Nonne potuit etiam aliter Hebraeum
populus liberare? Sed tibi uoluit ostendere, ut eo spectaculo etiam
illa quae non uidisti aestimares esse credenda. Iordanes quoque
reflexo amne in suum fontem u ertith. Haerere aquam, cum labi-
tur, inusitatum, redire in superiora sine ullo repagulo inpossibile
habetur: sed quid inpossibile ei qui dedit posse infirmis, ut in­
firmus dicat: Omnia possum in eo qui me confortat *? Dicant certe
quemadmodum aer cogatur in nubem, utrum pluuia nubibus ge­
neretur an sinu nubium colligatur. Videmus plerumque exire nu­
bes de montibus. Quaero utrum de terris ascendat aqua an ea
quae super caelos est largo imbre descendat. Si ascendit, utique

c Ps 148, 6.
d Ps 148, 4-5.
e Ps 148, 5-6.
f Eccle 7, 24 (25).
e Ex 15, 8.
h Ps 113, 3.
i Phil 4, 13.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 93

quale l’acqua veniva divisa e quella inferiore separata da quella


superiore. Che c ’è di più manifesto? Colui che comandò che l'ac­
qua fosse divisa dal firmamento interposto in mezzo ad essa, prov­
vide anche ai mezzi mediante i quali potesse rimanere del tutto
distinta. La parola di Dio è potenza della natura e durata della
sua sostanza, finché la voglia sussistente colui che l’ha costitui­
ta, com e sta scritto: Li hai stabiliti per sem pre in eterno; hai
dato loro un ordine, e non sarà violato. E affinché tu sappia che
cosi ha detto di queste acque che tu non ammetti possano stare
nelle regioni superiori del cielo, ascolta ciò che precede: Lodatelo,
cieli dei cieli, e le acque che sono sopra i cieli lodino il nome del
Signore. Non ha detto forse, quasi lo dicesse per te, prevenendo
le tue obiezioni: Perché egli parlò e cielo e terra furono fatti, co­
mandò, e furono creati; li ha stabiliti per sem pre in eterno; ha
dato loro un ordine e non sarà violato? O il Creatore non ti sem­
bra in grado di dare una legge alla sua opera? È Dio che parla, es­
sere di natura adorabile, di grandezza inestimabile, senza limiti
nelle sue ricompense: chi sarebbe in grado di scrutare la profon­
dità della sua sapienza? Ma parla al Figlio, cioè al suo braccio,
parla alla sua potenza, parla alla sua sapienza, parla alla sua giu­
stizia. E il Figlio agisce com e chi è potente, agisce com e chi è la
potenza di Dio, agisce com e chi è la sapienza di Dio, agisce come
chi è la giustizia divina. Quando ascolti queste parole, perché ti
meravigli se l'acqua potè essere sospesa sopra il firmamento ce­
leste in seguito all’azione di una cosi eccelsa maestà?
11. Ricavate queste conclusioni da altri fatti, da quelli
gli uomini vedono con i loro occhi chiedendosi, per esempio, per
quale ragione, posto che si voglia sapere, le onde si siano divise
al passaggio dei Giudei. Non è solitamente conform e a natura che
l’acqua si separi dall’acqua e che sul fondo le acque correnti tra
due rive siano divise nel mezzo dalla terra6. I flutti, dice la Scrit­
tura, si fecero solid i7 e, com e sostenuti da una muraglia, frena­
rono il loro corso entro un inconsueto confine. Non avrebbe po­
tuto liberare il popolo ebreo anche in un’altra maniera? Ma volle
che tu vedessi, affinché a tale spettacolo ti convincessi che devi
credere anche a ciò che non hai veduto. Anche il Giordano, vol­
gendo indietro le sue acque, risali alla propria sorgente8. Che l’ac­
qua, quando scorre, si arresti, è inusitato; che risalga a monte
senza una barriera, si ritiene impossibile. Ma che cosa è impos­
sibile a colui che diede forza ai deboli, cosi che un debole dice:
Tutto posso in colui che mi dà forza? Dicano almeno com e l’acqua
si condensi in n u b e9, se la pioggia sia prodotta dalle nuvole op­
pure si raccolga nella loro cavità. Vediamo spesso levarsi le nubi
dai monti. Mi chiedo se l’acqua salga dalla terra oppure quella
che sta sopra i cieli discenda in pioggia abbondante. Se sale, è

6 Cf. Lact., Div. Inst., VII, 3: Maris opulenta et copiosa interfusio.


7 Esod, 15, 8: bzi-p] cixiel zeXyoc, xà OSaxa, ènérfi} xà xiifiaxa ...
8 Iordanis conuersus est retrorsum (113, 3).
9 Cf. Verg., Aen., V, 20: Consurgunt uenti atque in nubem cogitur der.
94 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 3, 11-12

contra naturam est, ut ascendat in superiora quae grauior est et


portetur aere, cum aer subtilior sit. Aut si conciti orbis totius m o­
tu rapitur aqua, sicut imo orbe rapitur ita summo orbe diffundi­
tur. Si fundi, ut uolunt, non desinit, utique non desinit rapi, quia
si axis caeli semper mouetur, et aqua semper hauritur. Si descen­
dit, manet ergo iugiter supra caelos, quae habet unde descendat.
Deinde quid obstat, si confiteantur quia aqua super caelos su­
spensa sit? Nam quo uerbo dicunt terram in medio esse suspen­
sam et immobilem manere, cum utique grauior sit quam aqua?
Ea ratione possunt dicere non praecipitari aquam orbis illius cae­
lestis conuersione, quae super caelos est. Sicut énim terra <in>
inani suspenditur uel pondere librato undique immobilis perseue-
rat, ita et aqua aut grauioribus aut aequis cum terra ponderibus
examinatur. Ideoque non facile superfunditur mare terris, nisi
cum iubetur exire.

12. Deinde cum ipsi dicant uolui orbem caeli stellis ard
tibus refulgentem, nonne diuina prouidentia necessario prospexit,
ut intra orbem caeli et supra orbem redundaret aqua, quae illa
feruentis axis incendia temperaret? Propterea quia exundat ignis
et feruet, etiam aqua exundauit in terris, ne eas surgentis solis
et stellarum micantium ardor exureret et tenera rerum exordia
insolitus uapor laederet. Quanti fontes fluuii lacus inrigant terras,
quia eas internus quidam ignis uaporat! Vnde enim aut arbores
germinarent aut frumenta uel sata prorumperent uel orta coque­
rentur, nisi ea interior quoque ignis animaret? Qui etiam de saxis
frequenter excutitur et de ipso saepe, dum caeditur, ligno exilit.
Ergo sicut necessaria ignis creatura, ut ordinata et disposita per­
maneant caelique clementia temperet aquarum rigorem, ita etiam
aquarum redundantia non superflua, ne alterum altero consume­
retur, quia nisi conueniens utriusque mensura sit, sicut ignis
aquam exsiccat ita et aqua restringuit ignem. Ideoque pondere et
mensura examinauit uniuersa; numerata enim sunt ei et stilicidia
pluuiarum 1, sicut in libro Iob legimus. Sciens uel rerum facilem

i Iob 37, 27.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 95

certamente contro natura che salga in alto ciò ch’è più pesante e
sia sostenuto dall’aria, sebbene questa sia meno densa. Oppure,
se l’acqua è trascinata dal m oto deH'universo rotante, com e viene
trascinata dall’orbita che scende nel suo punto più basso, cosi
viene sparsa quando questa raggiunge il suo punto più alto. Se
non cessa di spargersi, com e sostengono, certamente non cessa di
essere trascinata via perché, se il cielo è in perenne movimento,
anche l’acqua non cessa d’essere aspirata. Se discende, resta dun­
que perennemente sopra i cieli l’acqua che può discenderne. Quin­
di, che cosa impedisce loro di riconoscere che l’acqua stia sospesa
sopra i cieli? In base a quale ragionamento affermano che la terra
sta sospesa nel centro dell’universo e vi rimane immobile, dal
momento che senza dubbio è più pesante dell'acqua? In base a
tale ragionamento potrebbero dire che l’acqua che sta sopra i
cieli non cade in seguito alla rotazione della sfera celeste di cui
abbiamo parlato. Come infatti la terra è sospesa nel vuoto e ri­
mane immobile per il suo peso equilibrato da ogni p arte10, cosi
anche l’acqua trova il suo equilibrio con la terra mediante pesi
maggiori o uguali. Perciò difficilmente il mare invade la terra, a
meno che non ne riceva il comando.
12. Poiché essi dicono che la sfera celeste, scintillante
stelle luminose, ruota su se stessa, forse la Provvidenza divina
non fece necessariamente in m odo che nell’interno della sfera del
cielo e sopra di essa sovrabbondasse l’acqua per temperare la vam­
pa del cielo infocato? ll. Siccom e il fuoco si diffonde e divampa,
anche l’acqua si diffuse sulla terra, affinché questa non fosse riarsa
dall’ardore del sole nascente e delle stelle sfavillanti e un calore
fuor di misura non danneggiasse i germi ancor teneri delle cose
Quante fonti, fiumi, laghi bagnano la terra, perché un misterioso
fuoco interno la riscalda! In qual m odo germoglierebbero gli al­
beri o le biade e i seminati spunterebbero o, una volta nati, ma­
turerebbero, se non desse loro vigore anche un fuoco nelle viscere
della terra? Questo spesso viene fatto sprizzare anche dalle pie­
tre 13 e perfino si sprigiona dal legno mentre viene tagliato. Or
dunque, com e il fuoco è un elemento necessario affinché le cose
rimangano ben ordinate e il tepore del cielo mitighi il gelo delle
acque, cosi anche la sovrabbondanza delle acque non fu inutile
per evitare che l’un elemento distruggesse l’altro, perché, se en­
trambi non fossero in giusta misura, com e il fuoco asciuga l’ac­
qua, cosi l’acqua spegnerebbe il fuoco. Iddio valutò tutte le cose in
peso e misura: sono contate per lui anche le gocce di pioggia, co­
me leggiamo nel libro di Giobbe 14. Sapendo che facilmente le cose

10 Cf. Ov., Met., I, 12-3: Nec circumfuso pendebat in aere tellus / po


deribus librata suis.
u Bas., Hexaem., 64 CD (27 BC).
12 Cf. Verg., Bue., VI, 33-4: ut his exordia primis / omnia et ipse tener
mundi concreuerit orbis.
13 Cf. Verg., Aen., I, 174: ac primum silici scintillam excudit Achates.
14 B a s., Hexaem., 65 A (27 CD): T o a a u rq v t o u ùypoù tJjv <pùaw olxovojxòiv
t ò 7tàv TrpO(X7ré&eTO, & m e (iix P 1 tetixy[a£vo)V 6po)V ttjs t o u xóctjjlou eruardtaecù?
xorrà (itxpòv Tyj Suvàjxei t o u 7tupò; è^avaXi<rxó(jiEvov dtvriaxeìv. 'O Totvuv a u a v r a
96 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 3, 12-13

defectum fore uel solutionem uniuersitatis, si alterum exsupera­


retur altero, ita utriusque temperauit dispendia, ut neque plus
ignis exquoqueret neque exuberaret aqua quam inminutio fieret
utriusque moderata, quae et superfluum detraheret et necessarium
reseruaret. Itaque cum tanta de terris erumpant maximorum
fluenta amnium, Nilus effuso Aegyptum stagnans flumine, Danu­
bius de occidentalibus partibus barbarum atque Romanorum in­
tersecans populos, donec Ponto ipse condatur, Renus de iugo Al­
pium usque in oceani profunda cursus suos dirigens, Romani me­
morandus aduersus feras gentes murus imperii, Padus maritimo­
rum commeatuum Italicis subsidiis fidus inuectOr: Rodanus ra­
pido concitus cursu Tyrreni aequoris freta scindit, in quo non me­
diocre fertur nauigantum periculum, dum inter se maris fluctus
et amnis fluenta decernunt, itemque de septentrionali parte Phasis
Caucaseis montibus fusus cum pluribus aliis in Euxinum se prae­
cipitat mare — prolixum est singulorum persequi fluuiorum no­
mina, qui uel in nostrum mare deriuantur uel exinaniuntur ocea­
no — , cum tanta igitur ubertas aquarum sit, tamen plerumque
terra meridianae plagae torretur ardoribus atque aestu soluta fa­
tiscit in puluerem miserandi agricolae labore consumpto, ut fre­
quenter ad potum siccatis puteis arido gurgite subsidium uitale
deficiat. Et erit quidem quando dicat abysso: Deserta eris, et
omnes fluuios sicca b om, sicut per Esaiam futurum adnuntiauit.
Sed etiam antequam ille dies adueniat diuino praestitutus arbitrio,
non minimum inter se ipsa elementorum natura decernit. Crebro
itaque aut inundationibus mundus hic quatitur aut nimio aestu et
ariditate uexatur.

13. Noli igitur incredibilem opinari aquarum multitudin


sed respice ad uim caloris et incredulus non eris. Multum est quod
ignis absorbet quod uel ex illo nobis debet esse manifestum, cum
m edici uasa quaedam angusta ore, piciniora desuper, intus con-
caua, leui lucernae concepto lumine adfigunt corpori, quemad­
m odum calor ille omnem in se rapiat um orem ? Quis igitur dubitet

“ I s 44, 27.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 97

sarebbero venute meno o l'universo si sarebbe dissolto, se l’uno


dei due elementi avesse avuto il sopravvento sull'altro, regolò il
consumo di entrambi in m odo che il fuoco non producesse eva­
porazione né l'acqua sovrabbondasse oltre il limite di una mode­
rata diminuzione reciproca che riducesse il superfluo e conser­
vasse il necessario. Perciò, sebbene dalla terra sgorghino in cosi
grande abbondanza le acque di grandissimi fiumi, il Nilo che alla­
ga l’Egitto con le sue inondazioni; il Danubio che, partendo dalle
regioni d'occidente, divide i Romani dai barbari prima di gettarsi
in mare; il Reno che, nascendo dalla catena delle Alpi, dirige il suo
corso verso le profondità dell’oceano, memorabile bastione del­
l'impero romano contro le popolazioni barbariche; il Po, sicuro
mezzo di trasporto dei rifornimenti marittimi per gli alleati italici;
il Rodano che con la sua veloce corrente fende impetuoso le ac­
que del Mare Tirreno, costituendo, a quanto si dice, un pericolo
non trascurabile per i naviganti quando i flutti marini e la cor­
rente del fiume si scontrano fra loro; e cosi pure dal settentrione
il F asi15 che, scendendo dal Caucaso, con molti altri si riversa nel
Ponto Eusino — sarebbe lungo citare il nome dei singoli fiumi
che o si gettano nel nostro mare o si perdono nell’oceano 16 — pur
essendovi tanta abbondanza d'acqua, tuttavia per lo più la terra
della zona meridionale è riarsa dal calore e sbriciolandosi per la
siccità si dissolve in polvere, rendendo vano il lavoro dello sven­
turato contadino, al punto che spesso, asciugatisi i pozzi e inari­
ditisi i fiumi, manca l'acqua da bere indispensabile alla vita. E
verrà tempo in cui Iddio dica all'abisso: Diverrai un deserto e
asciugherò tutti i fiumi, com e preannuncio per bocca d'Isaia17.
Ma, anche prima che giunga quel giorno stabilito dalla volontà
divina, la stessa natura degli elementi suscita nel suo seno una
lotta senza quartiere. Spesso infatti questo nostro m ondo è scon­
volto dalle inondazioni o è tormentato dal calore eccessivo o dalla
siccità.
13. Non ritenere dunque incredibile un’enorme quantità
acqua, ma considera la forza del calore e non sarai incredulo. Il
fuoco assorbe m o lto 18, com e ci appare chiaro dal m odo in cui il
calore assorbe ogni umore quando i medici applicano al corpo
dei vasi dalla bocca stretta, superiormente alquanto piatti, con­
cavi internamente, dopo avervi acceso un lucignolo. Chi dunque
potrebbe dubitare che, se non fosse trattenuto da una legge del
o r a - 9 -[zcj> x a l ( lé r p t i» S ia T a ^ à | j.c v o ? ( à p i& | n y r a l Y “ P x a r à t ìv ’ Itó ( 3 , x a l O T a -
Y ó v e ? e t a l v ó e r o O ) f ) 8 e i 7t ó a o v t£> x ó a j i c p / p ó v o v à ip c o p ia c v e l ? 8 i a ( i o v ^ v x a l 7t ó a r ) v
XP'J) T tìi i t u p l T r p o a ir o tì- é a & a i S a i r à v r j v .
15 Fiume della Colchide, l’attuale Rion.
16 S. Basilio nel passo parallelo (65 CD, 68 A = 27 E, 28 AB) cita i se­
guenti fiumi: Battro, Coaspe, Arasse, Tanai, Fasi (xal Ttpò? toutoi? 6 (Dàat?
tùv Kauxaatcov &p<5v àrojppécov), Tartesso, Istro, Rodano; inoltre (68 AB)
l’Egone, il Nise, il cosiddetto Cremete, il Nilo.
17 Bas., Hexaem., 68 B (28 C): "Eu-rai jxévroi fire x a l Tt&vza. xaTa<ppuyr)ae-
Tai Ttji mjpt, 9Y)otv 'H a a ta ; èv o l? itpò? r iv roto 8Xo>v ©eòv SiaXéyeTai •
'0 T7Ì àpuaatù, èp7)[xto{hr)an x a l 7càvrai; toù ? itoTa(ioii<; ctou ^Tjpavù.
18 Bas., Hexaem., 69 A (29 A): Si) 8è T<j> pièv 7rXr)&£t toù CSaTO? àmareìs,
7tpò<; 8 è t o O &epjj.ou nXifòoq oùx à7to(3Xé7reii; ■ è xAv òXtyov f j t£ > jjteyé&ei, tcoX-
Xij<; èuri 8ià tJjv Siivajuv dcvaXcoTixòv óypaala?.
98 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 3, 13-14

quod ignitus aether et magno feruens uapore inflammaret atque


exureret omnia, nisi lege quadam sui cohiberetur auctoris, ut nec
flumina nec lacus nec ipsa maria uim eius possent restinguere?
Et ideo desuper aqua inpetu quodam descendens in tantos ple­
rumque imbres rumpitur, ut flumina <ac> lacus repente replean­
tur, ipsa maria exundent. Unde frequenter et solem uidemus ma­
didum atque rorantem. In quo euidens dat indicium, quod elemen­
tum sibi aquarum ad temperiem sui sumpserit.

14. Tantum autem inest illis inpugnandae ueritatis studi


ut solem ipsum negent calidae naturae esse, eo quod albus sit et
non rubicundus aut rutilus in speciem ignis. Et ideo aiunt quod
nec ignitus natura sit et si quid habet caloris, ferunt ex nimio
motu conuersionis accidere. Quod ideo dicendum putant, ut nihil
uideatur umoris consumere, quia calorem, quo um or uel minuitur
uel plerumque exhauritur, non habet naturalem. Sed nihil agunt,
cum ista componunt, quia nihil interest utrum ex natura calorem
quis habeat an ex passione aliquaue ex causa, quia ignis omnis
consumptor umoris est uel huiusmodi materiae, quam flamma
consueuit exurere. Nam siue ex lignis hautquaquam semiustulatis,
sed inter se conlisis ignis excussus excipiatur foliis, etiam flamma
adolet, ac si de igne accendas facem, siue de flammae lumine lu­
men accendas, eadem species et natura est luminis, ac si illud
non naturalis ignis adoleuerit, sed accidens causa generauerit. Vel
hinc saltem contemplentur solis calorem, quod diuersa ei deus
constituit cursus sui loca et tempora, ne, si semper in isdem m o­
raretur locis, cottidiano ea uapore exureret. Mare ipsum ideo fe­
runt ipsi salsam atque amaram aquam habere, quod ea quae flu-
uiis in freta influat calore absumatur, tantumque uapore diurno
consumi quantum cottidie ex diuersis fluuiorum cursibus inueha-
tur. Quod ex solis quadam diiudicatione fieri perhibetur, qui quod
purum ac leue est sibi rapit, quod graue atque terrenum relinquit,
ex quo remanet salsum illud atque aridum, quod sine usu et sua-
uitate potandi sit.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 99

Creatore, l’etere infocato ed ardente per l’enorme calore potrebbe


alla sua vampa bruciare ogni cosa, cosi che né i fiumi né i laghi
né gli stesisi mari potrebbero spegnerne la violenza? Perciò l'acqua,
scendendo impetuosamente dall’alto, scroscia sovente in piogge
cosi abbondanti che i fiumi e i laghi improvvisamente si gonfiano
e gli stessi mari traboccano. Per lo stesso motivo spesso vediamo
anche il sole inzuppato e stillante acq u a 19. Con tale fenomeno
fornisce una prova evidente d’aver assorbito l’elemento acqua per
mitigare il proprio calore.
14. Ma essi mettono un cosi grande impegno nell’impugna
la verità da negare perfino che il sole sia caldo, perché è di color
chiaro e non rosso o acceso com e fu o c o 20. Per questo motivo af­
fermano che non è di natura ignea e che, se ha del calore, ciò
dipende dall’eccessiva velocità della sua rotazione. E pensano di
dover dire cosi, perché risulti chiaro che non assorbe umidità, in
quanto per natura è privo di quel calore che o riduce l’umidità o
spesso l’elimina. Ma non concludono nulla mettendo insieme tali
argomentazioni, perché non c ’è differenza se uno ha calore per
natura oppure per un intervento subito dall’esterno o per qualche
altro motivo, in quanto ogni fuoco elimina l’umidità o le sostanze
dello stesso genere solitamente distrutte dailla fiamma. Se il fuoco
fatto sprizzare da legni non già mezzo abbruciacchiati, ma sfregati
fra loro viene appiccato a delle fog lie21, anche la fiamma brucia
come se tu accendessi una fiaccola al fuoco; se accendi un lume
ad un lume acceso, l’aspetto e la natura di quella luce sono gli
stessi com e se non l’avesse accesa un fuoco naturale, ma l’avesse
prodotta una causa accidentale22. O almeno considerino il calore
del sole, riflettendo che Dio gli ha fissato posizioni e periodi di­
versi nella sua orbita per evitare che, restando sempre sopra gli
stessi luoghi, li inaridisse con il suo calore quotidiano23. E pro­
prio essi dicono che anche il mare ha l’acqua salsa ed amara per­
ché quella che per mezzo dei fiumi confluisce nelle sue onde viene
fatta evaporare dal calore e che tanta ne viene eliminata dalla
evaporazione diurna, quanta ogni giorno ne viene immessa dai
vari corsi dei fiumi. Si afferma che ciò accada per una certa sele­
zione operata dal sole, il quale trae a sé ciò che è puro e leggero,
mentre lascia ciò che è pesante e terreno, e perciò resta la parte
salsa e riarsa che, per la sua amarezza, non può essere bevuta.

19 Svet., Prata, pp. 206 e 442443 Reifferscheid.


20 B as., H e x a e m ., 69 B (29 C): ‘EtieiSt] Xeuxó? è o T t, tpctal, tìjv /potav, àXX’
oii^l Ù7répu&poi; oùSè to u to u Èvexev oùSè TruptoSe? "crjv (piiaiv.
21 Cf. V erg., A en ., I, 174-5: a c p r im u m s ilic i s c in tilla m e x c u d i t A c h a t e s /
s u s c e p it q u e ig n e m fo liis .
22 B as., H e x a e m ., 69 C (29 D ): Aia<pépet 8è oùSèv è x ipuaeto; elv a i &epfi.òv
fj èx rotòou ? rìjv m ip o a iv 7tpó<; y e t ò tA aù xà <ju|jmTci>|jucTa 7tepl r à ? aÙTà?
fiXai; à-froyevvav. ’ E àv Te y à p Tpipó[i.eva iyiXa itpò? itXXv)Xa m ip x a l ipXóya àvai^Y],
èàv t c è x 9X oyò? àvairTO(j.év7]i; xaTaxau& n, iaóv è<m x a l TtapauX^jotov è!; à^ ipo-
Téptov t ò TÉX05.
23 B as., H e x a e m ., 69 C, 72 A (29 E, 30 A): Ka£ t o i y s ópòi[/.ev t V (*ey<£Xv]v
to u Tà m iv r a xu(3epv£ivToi; ootptav, [leraTtS-eìaav t ò v ^Xiov è!; ìrép oiv et? Érepa
Iva (ir. Tot? aÙToti; à e l TtpocrStaTptpoiv, Tfj uXeove^tif t o u &ep[j.où Xu^vir]Tai -rijv
8iaxóa(Avjaiv ...
100 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 4, 15-16

Caput IV

15. Sed reuertamur ad propositum. Fiat firmamentum in


medium aquae. Non moueat, sicut iam dixi, quia supra caelum
ait, hic dicit firmamentum, quoniam et Dauid ait: Caeli enarrant
gloriam dei, et opera manuum eius adnuntiat firm am entum a, hoc
est: mundi opus, cum uidetur, suum laudat auctorem; inuisibilis
enim maiestas eius per ea quae uidentur agnoscitur. Et uidetur
mihi nomen caelorum commune esse, quia plurimos caelos scrip­
tura testificatur, nomen autem esse speciale firmamentum, siqui­
dem et hic ita habet: E t uocauit firmamentum caelum b, ut uidea­
tur supra generaliter dixisse in principio caelum factum, ut om ­
nem caelestis creaturae fabricam conprehenderet, hic autem spe­
cialem firmamenti huius exterioris soliditatem, quod dicitur caeli
firmamentum, sicut legimus in hymno prophetico: Benedictus es
in firmamento ca elic. Nam caelum, quod oùpavóg graece dicitur,
latine, quia inpressa stellarum lumina uelut signa habeat, tam­
quam caelatum appellatur, sicut argentum, quod signis eminenti­
bus refulget, caelatum dicimus, oùpavóg autem arcò t o ù épàa-0ou
dicitur, quod uidetur. Ilpòg avTiSiacToXriv igitur terrae, quae obscu­
rior est, oùpavóg nuncupatur, quia lucidus est, tamquam uisibilis.
Vnde puto et illud dictum uolatilia caeli sem per uident faciem
patris mei, qui in caelis e s t d et uolatilia circa firmamentum cae­
li e, eo quod potestates, quae sunt in illo uisibili loco, spectent haec
omnia et subiecta suis habeant conspectibus.

16. Denique clausum caelum dictum est temporibus Hel


quando in Achab et Iezabel perfidia regnabat1, cum populus re­
gali sacrilegio deseruiret, eo quod nemo ad caelum oculos erige­
bat, nemo eius auctorem uenerabatur, sed ligna et lapides adora­
bant. Vnde hoc colligimus? Quia et in maledictionibus populi
Istrahel dixit deus: Erit tibi caelum super caput tuum aereum et
terra tua f e r r e a quando pretium perfidiae luens populus Iu-

a P s 18, 2.
f G en 1, 8.
c D an 3, 56.
■J Ps 8, 9; M t 18, 10.
e G en 1, 20.
f 3 R e g 16, 29-33.
s D e u t 28, 23.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 101

Capitolo 4

15. Ma ritorniamo al nostro argomento. Sia fatto un firma­


mento nel mezzo dell'acqua. Non ci stupisca, com e ho già avver­
tito, che prima parli di « cielo » e qui di « firmamento », perché
anche Davide dice: I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento
annuncia l’opera delle sue mani, cioè: l’opera del mondo, quando
si presenta alla nostra vista, dà lode al suo Creatore: la sua invi­
sibile maestà si riconosce da ciò che si vede. E mi sembra che il
nome « cieli » sia comune, perché la Scrittura attesta l’esistenza
di moltissimi cieli, e che invece sia nome specifico « firmamento » *,
se appunto anche in questo passo ha: E chiamò il firmamento
« cielo »; in tal m odo sembra che prima, in senso generale, abbia
detto che in principio era stato creato il cielo, per comprendere
tutta l’opera della creazione del cielo, e che qui invece abbia in­
dicato la particolare solidità di questo sostegno esterno che si
chiama firm am ento2 del cielo, com e leggiamo nell’inno del profe­
ta: Sei benedetto nel firmamento del cielo. Infatti cielo, che in
greco si dice oùpavóg in latino equivale press’a poco a « cesellato »,
perché porta infisse le luci delle stelle com e un lavoro di cesello3,
allo stesso m odo che diciamo cesellato l’argento risplendente di
figurazioni lavorate a sbalzo; oùpavóg invece deriva da ànò toù
èpàa0ai, perché si v e d e 4. Ilpòg àvTiSiacToX^v (in antitesi) con la ter­
ra che è opaca, è chiamato oùpavóg, perché è luminoso, cioè visi­
bile. Per tale ragione ritengo che sia stato detto: Gli esseri alati
del c ie lo 5 vedono sem pre il volto di mio Padre che sta nei cieli e
Gli esseri alati6 che volano intorno al firmamento del cielo, per­
ché le potestà che sono in quel luogo visibile contemplano tutte
queste cose e 'le hanno sotto i loro sguardi.
16. Inoltre si disse che il cielo era chiuso al tempo di Elia,
quando nelle persone di Acab e di Gezabele regnava l’empietà, e
il popolo era com plice del sacrilegio regale, dato che nessuno
levava gli occhi al cielo, nessuno ne adorava il Creatore, ma rico­
noscevano per dèi idoli di legno e di pietrai Donde argomentiamo
ciò? Perché anche nelle maledizioni contro il popolo d’Israele
Dio disse: Il cielo sopra il tuo capo sarà di bronzo per te e la terra,
di ferro, quando il popolo dei Giudei, pagando la pena della sua

1 Bas., Hexaem., 72 B (30 A).


2 II « firmamento » è considerato come una volta gettata nel mezzo delle
acque che vengono divise in due; sulla sua « solidità », vedi Genesi, a cura
di P. E. Testa, Marietti, Torino 1969, I, p. 258.
3 Varr., L. L., V, 3, 18; vedi Coppa, op. cit., p. 168, n. 44. Etimologia in­
fondata.
4 Etimologia infondata (Chantraine, Dict. étym., sub uoce); cf. Bas.,
Hexaem., 72 B (30 B).
5 Con uolatilia caeli qui si indicano gli angeli, come appare dal confronto
con Matt., 18, 10; invece in Matt., 6, 26, la stessa espressione si riferisce agli
uccelli (cf. Sai. 8, 9).
6 Anche qui S. Ambrogio parla degli angeli, mentre Gen, 1, 20, si riferi­
sce agli uccelli: 7tereivà Trsrójicva èrcl TÌj? (notatile super terram sub fir­
mamento caeli).
102 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 4, 16-17

daeorum intemperie caeli et terrae infecunditate multatur; de caelo


enim causa fertilitatis. Denique et Moyses id benedictionibus tri­
bui Ioseph a finibus caeli et rore abyssi fontium deorsum et se­
cundum horam a solis cursu et a conuenientibus mensibus et a
uertice montium et collium aeternorum h dedit, eo quod modera­
tione caelesti terrarum fecunditas nutriatur. Ferreum ergo cae­
lum, quod nullum exundat umorem, quando nullus nubibus imber
rumpitur. Est etiam ferreum caelum subobscurus aer pressus
atque nebulosus colore ferrugineo, quando rigore frigoris stringi­
tur terra. Tunc ueluti super caput nostrum umor suspensus ui­
detur et per momenta inminere. Plerumque etiam glacialibus uen-
torum flatibus rigentes aquae solidantur in niuem et rupto aere
nix funditur. Neque enim firmamentum hoc potest sine aliquo
rumpi fragore. Ideo et firmamentum dicitur, quod non sit inuali-
dum nec remissum. Vnde et de tonitribus, quae concepto intra
sinum nubium spiritu, cum se uehementer erupturus inliserit, ma­
gno concrepant sonitu, ait scriptura: Firmans tonitru '. A firmitate
ergo firmamentum est nuncupatum uel quod diuina uirtute fir­
matum sit, sicut et scriptura nos docet dicens: Laudate eum in
firmamento uirtutis eius

17. Nec praeterit rettulisse aliquos caelos caelorum ad


tellegibiles uirtutes, firmamentum ad operatorias. Et ideo laudare
caelos uel enarrare gloriam dei, annuntiare firmamentum, sed
non quasi spiritalia, sed quasi opera mundi enarrant, quemad­
modum supra diximus. Alii quoque purificatorias uirtutes inter­
pretati sunt aquas, quae super caelos sunt. Accipimus haec quasi
ad tractatus decorem, nobis tamen non alienum uidetur atque
absurdum, si aquas ueras propter illam causam quam diximus
intellegamus. Nam et ros et gelus et frigus et aestus secundum

h Deut 33, 13-15.


‘ Am 4, 13 (Sept.).
i Ps 150, 1.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 103

infedeltà, fu castigato con le avversità del cielo e l’infecondità


della terra; dal cielo infatti dipende la fertilità. Infine anche Mosè
con la sua benedizione fece si che ciò fosse concesso alla tribù di
Giuseppe dai confini del cielo e dalla rugiada che scende dalle fonti
dell’abisso e, secondo le ore, dal corso del sole e dai mesi adatti
e dalla cima dei monti e dei colli eterni, perché la fecondità della
terra è alimentata dall’influsso del c ie lo 7. È di ferro dunque il cielo
che non lascia cadere una goccia d’acqua, quando non c ’è pioggia
che scrosci dalle nubi. È cielo di ferro anche l’aria fosca, torbida6
e coperta di nubi color ferrigno, quando la terra è stretta nella m or­
sa del freddo. Allora sembra quasi che sul nostro capo stia sospesa
l’acqua e che la pioggia ci minacci di momento in momento. Spesso
anche le acque, raffreddate dal gelido soffio dei venti, si solidifi­
cano trasformandosi in neve che scende attraverso l’aria9. Ad
ogni m odo questo firmamento non può squarciarsi senza produrre
del fragore. E si chiama appunto firmamento, perché non è inca­
pace di resistenza né molle. Per tale ragione, anche a proposito
dei tuoni che, quando l’aria raccolta nella cavità delle nubi, al
momento di uscirne, si scontra violentemente in esse, rimbom­
bano con grande fragore, la Scrittura dice: Rafforzando il tu o n o 10.
Dalla sua solidità (firmitas) dunque il firmamento ha preso nome
oppure perché è stato rafforzato dalla potenza divina, com e ci
insegna anche la Scrittura dicendo: Lodatelo nel firmamento del­
la sua potenza.
17. Non ignoro che alcuni hanno messo in rapporto l’espr
sione « i cieli dei cieli » con le potenze intellettive e il firmamento
con quelle attive11. Per questo, essi sostengono, i cieli lodano e
narrano la gloria di Dio e il firm am ento la proclama', ma, com e
abbiamo detto sopra, non la narrano com e esseri spirituali, bensì
come creature del mondo. Anche altri interpretano le acque che
stanno sopra i cieli com e potenze purificatrici12. Accenniamo a
queste interpretazioni per conferire, in un certo senso, dignità
alla trattazione, ma a noi non sembra fuor di luogo ed assurdo
intendere acque vere e proprie per la ragione già detta. Infatti e
la rugiada e il gelo e il freddo e il caldo, secondo il cantico del

7 Bas., Hexaem., 72 BC (30 BC): Kal McoikrijG eùXoY&v tt)V tpuXTjv rou ’lto-
<rfj<p, Aitò à>p<àv oùpavoG xal Spóaou, xal dratò fjXtou Tpon&v xal ctovó&cùv [rrjv&v
xal àicò xopu(pìj<; òpéaiv xal fiouv&v dewàav rà? eùXoylai; SCSoxnv, toù 7tepl
*p)v TÓ7TOU Sià tt)? èv toutoii; eùral^Ca; eù5hjvou(iivou.
8 Cf. P l i n ., Ep., V ili, 20, 4 : color caeriilo albidior ... et pressior.
9 Bas., Hexaem., 73 AB (30 C): "O w cv Sè t ò ùypòv èE,oi<ppia9f) Taiq p ia i?
t<òv <xvé(/.cov à v o x o n é v , e ir a el? dcxpov xairaijjux&èv SXov SióXou "Karfft &pauó[ievov
t o ù vétpouc, x a ra q jép era i.
10 Amos, 4, 13: arepe&v Ppovrijv. La Vulgata ha formans montes, confor­
me all'ebraico. Dal confronto col greco appare che tonitru è un accusativo
neutro, forma attestata benché rarissima; vedi F o r c e l l i n i , sub uoce.
11 Bas., Hexaem., 73 CD, 76 A (31 BC): S . Basilio critica l’interpretazione
allegorica che risale ad Origene ( Hom. in Gen., 1, 2, 3 5 4 5 ), concludendo cosi:
Toù<; Sè Totoùrouc; X óyou? òx; ò v eipiT ow ou-pcplaeii; x a l Y P ^ S e ii; (/.iWkiu?
(f a v o le d a v e c c h ie r e lle ) à-7ra7re[i<ljdc(jLevoi, tò GScop QSop vogato (lev, x a l r q v Si<4-
xpteiv tìjv tou OTepe<!>iMCTO€ Yevo(iiv/)v x a r à tt]v àu o& oS eìaav al-tlav Se!;a>ii.e&a.
12 Vedi P ép in , op. cit., pp. 380 e spes. 415.
104 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 4, 17 - C. 5, 18-19

hymnum propheticum benedicunt dominum, benedicit et terra,


<benedicunt et stellae>m: et stellas non ad intellegibiles naturas
referimus, sed ad ueritatem. Laudant etiam dracones dom inum 11,
quia natura eorum et species, cum uidetur, non minimum uel
decoris offundit uel inesse rationis ostendit.

Caput V

18. E t uidit deus quia bonum e s t a. Facit filius quod uult


ter, laudat pater quod facit filius. Nihil in illo naturae degeneris
inuenitur, cuius opus a paterna non degenerat uoluntate. Vidit
utique: non oculis corporalibus intendit, sed definiuit plenitudini
gratiae conuenire, ut mihi eius iudicium cognosceretur; nos enim
solemus etiam de iis quae diuina sunt disputare. Et quid mirum,
si de opere retractare possint qui de ipsius operatoris genera­
tione faciunt quaestiones? Ipsum in iudicium uocant, ipsum inae­
qualem atque degenerem adserere conantur. Ideo legis et dixit
deus et fecit deus: eodem pater et filius maiestatis honorantur
nomine. E t uidit deus quia bonum. Dixit tamquam omnia quae
pater utìllet scienti et uidit tamquam omnia quae filius faceret
scientia tenens et efficiens operatione consorti.

19. Vidit quia bonum. Non utique cognouit quod nescieb


sed probauit quod placebat. Non quasi incognitum placuit opus,
quia nec quasi incognitus pater, qui conplacuit in filio, sicut scrip­
tum est: Hic est filius meus dilectissimus, in quo conplacuib. Scit
autem semper filius uoluntatem patris et pater filii, et audit pa­
trem filius semper et pater filium per unitatem naturae, uolun-
tatis atque substantiae. Denique testatur hoc in euangelio suo
filius dicens ad patrem: Sciebam quod sem per me audisc. Imago
est enim inuisibilis dei filius. Omnia patris quasi imago exprimit.
Omnia eius quasi splendor gloriae inluminat nobis atque manife­
stat. Videt et filius patris opus sicut et pater filii, sicut ipse do­
minus declarauit: Non potest filius facere a se quidquam nisi quod
uiderit facientem patrem d. Videt ergo facientem patrem et uidet

m Dan 3, 63-8.
" Ps 148, 7.

a Gen 1, 10.
b Mt 3, 17.
c Io 11, 42.
d Io 5, 19.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 105

profeta, benedicono il Signore, lo benedice anche la terra, lo be­


nedicono anche le stelle; e riferiamo le stelle non a sostanze in­
tellettive, ma alla realtà. Anche i serpenti lodano il Signore13,
perché la loro natura e il loro aspetto rivelano ai nostri occhi
qualche bellezza e mostrano di avere una loro giustificazione.

Capitolo 5

18. E Dio vide ch ’era un bene Il Figlio com pie ciò che vuole
il Padre, il Padre loda ciò che com pie il Figlio. Nulla si trova in
lui che appartenga ad una natura inferiore a quella del Padre,
perché la sua opera è del tutto conform e alla volontà del Padre.
Vide certamente: non fissò con occhi corporei, ma stabili che
fosse conveniente alla pienezza della grazia che do conoscessi il
suo giudizio; infatti noi siamo soliti discutere anche sulle cose
divine. Che c ’è di strano che possano discutere dell’opera coloro
che sollevano obiezioni anche sulla generazione dello stesso au­
tore? Lo chiamano in giudizio, tentano di sostenere ch’egli non è
uguale al Padre ed è di natura inferiore. Perciò tu leggi anche:
Dio disse e Dio fe c e : il Padre e il Figlio sono onorati con lo stesso
nome proprio della maestà divina. E Dio vide ch’era un bene. Dis­
se com e a chi sapeva tutta intera la volontà del Padre e vide come
chi conosceva interamente l’opera del Figlio e l’attuava insieme
con la medesima azione.
19. Vide che era un bene. Certamente non apprese una cosa
che prima non conosceva, ma approvò ciò che gli piaceva. Non gli
piacque l'opera com e se non la conoscesse, perché non è scono­
sciuto nemmeno il Padre che si compiacque nel Figlio, com e sta
scritto: Questo è il mio Figlio dilettissimo nel quale mi sono com ­
piaciuto. Ma il Padre conosce sempre la volontà del Figlio e il
Figlio quella del Padre e il Figlio ascolta sempre il Padre e il Pa­
dre il Figlio per l’unità di natura, di volontà, di sostanza. E ciò
attesta il Figlio nel suo Vangelo dicendo: Sapevo che tu mi ascolti
sempre. Il Figlio è l'immagine di Dio invisibile-, esprime tutto
ciò che è del Padre perché ne è l’immagine, ci illumina e manife­
sta tutto ciò che a lui appartiene perché è lo splendore della sua
gloria. Anche il Figlio vede l’opera del Padre, com e il Padre quella
del Figlio, com e rivelò il Signore stesso: Il Figlio per conto pro­
prio non può fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre.
Vede dunque agire il Padre, lo vede per il mistero della invisibile

13 Bas., Hexaem., 76 C (31 E): ... àXh’ AEveìtc airóv, xal xà èx ttjs
yi)?, Spdtxovrs; xal 7tSaai £(3uaaoi...

1 B as ., Hexaem., 76 C (32 A).


106 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 5, 19-22

per secretum inuisibilis naturae et audit similiter. Denique ait:


Sicut audio et iudico, et iudicium meum uerum est, quia non sum
solus, sed ego et qui me misit p a tere.
20. H oc mysticum est, illud morale. Vidit mihi, proba
mihi. Quod deus probauit tu reprehensibile ne dixeris. Quoniam
quod deus mundauit, tu com m une ne d ixeris1 scriptum tibi esse
meministi. Ergo bonum dei nemo blasphemet. Et si firmamentum
bonum, quanto magis bonus eius creator, etiamsi Arriani nolint,
Eunomiani reclament, radicis degeneris fructus deterior.

21. Vidit inquit deus quia bonum est. Solent artifices


gula prius facere et postea habili commissione conectere, ut qui
uultus hominum uel corpora excudunt de marmore uel aere fin­
gunt uel ceris exprimunt, non tamen sciunt quemadmodum sibi
possint membra singula conuenire et quid gratiae adferat futura
conexio. Et ideo aut laudare non audent aut p ro parte laudant,
deus uero tamquam aestimator uniuersitatis praeuidens quae fu­
tura sunt quasi perfecta iam laudat quae adhuc in primi operis
exordio sunt, finem operis cognitione praeueniens. Nec mirum
apud quem rerum perfectio non in consummatione operis, sed in
suae praedestinatione est uoluntatis. Laudat singula quasi con-
uenientia futuris, laudat plenitudinem singulorum uenustate con-
positam. Illa est enim uera pulchritudo et in singulis membris
esse quod deceat et in toto, ut in singulis gratia, in omnibus for­
mae conuenientis plenitudo laudetur.

22. Sed iam secundus nobis claudatur dies, ne dum opus


astruimus firmamenti, infirmiores eos qui audiunt dicendi pro-

* I o 8, 16.
t A c t 10, 15.

20, 5. A r ia n i Schenkl A r r ia n i plerique codd., quorum nonnulli antiquissimi.


Vide P ra e f.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 107

natura divina e così lo ascolta. Dice infine: Come ascolto, cosi


giudico, e il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma siamo
io e il Padre che mi ha mandato.
20. Questo è il senso m istico2; vediamo ora quello morale.
Vide per me, approvò per me. Non dire difettoso ciò che Dio ha
approvato, poiché ricordi che sta scritto per te: Non dire impuro
ciò che Dio ha purificato. Perciò nessuno biasimi il bene operato
da Dio. E se è buono il firmamento, quanto più buono ne è il
Creatore, anche se gli Ariani non sono di questo parere e gli Eu-
nom iani3 protestano, frutto ancor peggiore di una radice che ha
tralignato.
21. Dio vide, dice la Scrittura, che era un bene. Gli artisti
prima sogliono fare le singole parti e poi connetterle con abile
commessura, com e fanno coloro che scolpiscono nel marmo i vol­
ti e i corpi umani o li modellano nel b ro n zo 4 o li riproducono
con la cera; tuttavia non sanno com e le singole membra possano
armonizzare tra loro e quale bellezza conferisca ad esse la loro
successiva riunione in un tutto. E perciò non osano lodare la loro
opera o ne lodano le singole parti. Dio invece, com e colui che,
prevedendo il futuro, può valutare complessivamente l’opera sua,
loda com e se fossero già condotte a perfezione le cose che sono
ancora all’inizio dell’attuazione loro, prevenendo con la sua co­
noscenza il compimento dell’o p era 5. Né ciò è strano, trattandosi
di colui riguardo al quale la perfezione delle cose non consiste
nell’essere state condotte a termine, ma dall'aver ricevuto un fine
dalla sua volontà. Loda le singole parti com e se già armonizzasse­
ro con quelle che sarebbero state successivamente create, loda
la perfezione del tutto risultante dalla bellezza di ciascuna di esse.
C’è vera bellezza, quando nelle singole parti com e nel tutto sia
presente ciò che loro si addice, cosi che in ciascun particolare si
lodi la bellezza e nell’insieme la perfezione d’una form a armoniosa.
22. Ma ormai concludiamo il secondo giorno® per non esau­
rire con la nostra prolissità, proprio mentre trattiamo della crea-

2 Annota il Coppa (op. cit., p. 172, n. 65): Intendi « allegorico », secondo


l’antico concetto greco della « santa teologia » che schiude la via alla contem­
plazione divina.
3 Setta eretica che prende nome da Eunomio, nato in Cappadocia e
morto a Dacora al più tardi verso il 395. Elaborò una forma di arianesimo
radicale che portò alle estreme conseguenze la dottrina di Ario. Cf. M . S im o -
n e tt i . La crisi ariana nel IV secolo, Augustinianum, Roma 1975, pp. 464-466;
468-469; 502-503 e E. C avalcanti, Studi eunomiani, Augustinianum, Roma 1976.
4 Cf. Verg., Aen., VI, 847-848: Excudent alii spirantia mollius aera / cre­
do equidem, uiuos ducent de marmore uultus...
5 B a s ., Hexaem., 77 A (32 C ) : 'O (xévroi te/vIt»]? xal 7tpò -ri)? auv&éaeox;
olSe tou éxdtorou xaXòv xal èTtaivei irà xa&’ gxaarov, 7 t p i t ì -réXoi; aù-rSv b ra-
vatplpcov T7)V gvvoiav. Totouto? o3v 8rj ti? xal vuv Svrexvo? èmxivén)<; tGv xaxà
(lépo? IpYoiv ó ©eò? àvav^ypaTtrai. S. Ambrogio, però, approfondendo il con­
cetto, mette piuttosto in risalto la preveggenza di Dio che gli consente di
conoscere quale sarà l ’opera compiuta e di poterla quindi lodare sebbene
ancora incompleta.
6 B a s ., Hexaem., 77 A (32 C). I punti di contatto con S. Ambrogio sono
però assai vaghi.
108 EXAMERON, DIES I I , SER. I I I , C. 5, 22

lixitate faciamus, dum in noctem sermo producitur, quae adhuc


carens lunae stellarumque lumine — nondum enim luminaria
creata sunt caeli — obscuritatem possit adferre remeantibus:
simul ut cib o potuque curentur corpora, ne animis epulantibus
fragilitas carnis de nocturno quoque ieiunio conqueratur.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 109

zione del firmamento, la resistenza7 degli ascoltatori, prolungando


il nostro discorso fino a notte inoltrata che, priva ancora della
luce della luna e delle stelle — infatti gli astri non sono stati an­
cora creati8 — , potrebbe impedirvi di vedere mentre tornate a
casa; e nello stesso tempo per consentirvi di ristorare il vostro
corpo con cibi e bevande, evitando cosi che, mentre le anime ban­
chettano, la fragilità della carne si lamenti di dover digiunare an­
che la notte.

7 Nel testo c ’è un gioco di parole tra firmamentum e infirmiores. Nella


traduzione ho preferito far prevalere la chiarezza del senso.
Sulla chiusa di questo e degli altri sermoni vedi N azzaro , Esordio e chiusa,
ecc., cit.
8 Osservazione che allude, non senza un certo spirito, alla materia che
sarà successivamente trattata. Del resto, le facetiae, entro certi limiti, erano
comuni all’eloquenza classica; vedi Cic., Or., 26, 37-90.
DIES TERTIVS

SERMO IV

Caput I

1. Dies tertius nobis hodie in sermone nascitur, qui ortus


in lectione, praeclarus dies, qui terram a naufragio liberauit di-
cente deo: Congregetur aqua quae est sub caelo in congregationem
unam a. De quo praefationem adoriri placet. Congregetur aqua
dictum est, et congregata est: et frequenter dicitur 'populus con­
gregetur', et non congregatur. Non mediocris pudor est imperio
dei insensibilia elementa parere et homines non oboedire, quibus
sensus ab ipso tributus auctore est. Et fortasse hic pudor fecerit,
ut hodie plures conueniretis, ne quo die congregata est aqua in
congregationem unam, et hodie populus nequaquam congregatus
in ecclesiam domini uideretur.

2. Nec hoc solum oboedientis aquae exemplum habem


nam et alibi scriptum est Viderunt te aquae, deus, uiderunt te
aquae et tim ueruntb. Neque enim ueri simile non uidetur de aquis
dictum, quando alibi quoque item propheta ait: Mare uidit et
fugit, Iordanes conuersus est retrorsu m c. H oc enim uere factum
quis ignorat, quod ad Hebraeorum transitus mare fugerit? Quan­
do se unda diuisit, transiuit populus uestigio puluerulento perisse
mare credens, fugisse fluctus. Denique credidit hoc Aegyptius et
ingressus est: sed illi rediit unda, quae fugerat. Nouit ergo aqua
et congregari et timere et fugere, quando deus praecepit. Hanc
imitemur aquam et unam congregationem domini, unam eccle­
siam nouerimus.

3. Congregata est hic quondam aqua ex omni ualle, ex om


palude, ex omni lacu. Vallis est haeresis, uallis est gentilitas, quia
deus montium est, non ualliumd. Denique in ecclesia exultatio
est, in haeresi et gentilitate fletus et maeror. Vnde ait: Disposuit
in conualle fle tu s e. Ex omni igitur ualle congregatus est populus

a Gen 1, 9.
b Ps 76, 17.
c Ps 113, 3.
i 3 Reg 21 (20), 28.
e Ps 83, 7.
TERZO GIORNO

IV SERMONE

Capitolo 1

1. Oggi nel nostro discorso comincia il terzo giorno già nato


nella lezione scritturale, giorno insigne che ha liberato la terra
dal naufragio, quando Dio disse: L’acqua che è sotto il cielo si
raccolga in un sol luogo. Da questo passo mi piace prendere l'av­
vio. Sì raccolga l’acqua, è stato detto, e si raccolse; spesso anche
si dice: « Si raccolga il popolo », ma non si raccoglie. Non è poca
vergogna che gli elementi insensibili obbediscano al comando di
Dio e che invece non obbediscano gli uomini i quali hanno rice­
vuto la ragione dallo stesso loro Creatore. E forse questo senso
di vergogna ha fatto si che oggi vi radunaste più numerosi, per­
ché non avvenisse che anche oggi, nel giorno in cui l'acqua si è
raccolta in un sol luogo, il popolo non si vedesse affatto raccolto
nella chiesa del Signore.
2. E non abbiamo solo quest’esempio dell’acqua che obbedi­
sce; infatti anche altrove sta scritto: Ti videro le acque, Dio, ti
videro e ne ebbero timore. Non sembra inverosimile che ciò sia
stato detto dell’acqua, perché anche in un altro passo il profeta
dice ugualmente: Il mare vide e fuggi, il Giordano ritornò indie­
tro. Chi non sa che è veramente accaduto che il mare si sia riti­
rato per lasciar passare gli Ebrei? Quando le onde si divisero, il
popolo passò stampando le sue orm e sulla polvere, credendo che
il mare fosse scomparso, che le onde si fossero date alla fuga. Lo
credettero anche gli Egiziani ed entrarono a loro volta; ma l’onda,
ch’era fuggita, per loro ritornò al suo posto. L’acqua dunque sa
raccogliersi e temere e fuggire quando lo ordina Dio. Imitiamo
quest’acqua, e conoscerem o l’unica comunità del Signore, l’unica
Chiesa.
3. Qui si è raccolta un tempo l’acqua da ogni valle, da ogni
palude, da ogni lago. Valle è l’eresia, valle il paganesimo, perché
Dio è Dio dei monti, non delle valli *. Di conseguenza nella Chiesa
v’è gioia, nella eresia e nel paganesimo ci sono pianto e tristezza.
Per tale motivo la Scrittura dice: Dispose pianti nella convalle2.

1 1 Re, 20, 28: Deus montium est Dominus et non est Deus uallium...
2 Sai 83, 7: in ualle lacrimarum, in loco quem posuit. Il testo dei Settanta
dice invece: èv Tfj xoiXàSi t o ù xXau^jitivoi; s i ? t A t t o v 8 v È S -e to .
112 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 1, 3-5

catholicus. Iam non multae congregationes sunt, sed ima est con­
gregatio, una ecclesia. Dictum est et hic: congregetur aqua ex
omni ualle, et facta est congregatio spiritalis, factus est unus
populus. Ex haereticis et gentibus repleta ecclesia est. Vallis est
scaena, uallis est circus, ubi currit mendax equus ad salutem*,
ubi uilis et abiecta contentio, ubi litigium foeda deformitas. Ex
his igitur qui circo inhaerere consueuerant fides creuit ecclesiae,
cottidianus coetus augetur.

4. Palus est luxuria, palus est intemperantia, palus est


continentia, in qua uolutabra libidinum sunt, bestiarum murmura,
latibula passionum, ubi mersantur quicumque inciderint et non
emergunt, ubi labuntur pedum uestigia, fluitant singulorum in­
cessus, ubi fulicae se dum lauant polluunt, ubi flebiles desuper
gemitus columbarum, ubi pigra testudo caenoso haeret in gurgite;
denique aper in palude, ceruus ad fontes *. Ex omni igitur palude,
ubi quasi ranae ueterem canebant querellam, congregata est fides,
congregata est puritas animi mentisque simplicitas.

5. Congregata est aqua ex omni lacu et ex omni fouea,


nemo foueam fratri suo, in quam ipse incidat, p a re th, sed omnes
se inuicem diligant, omnes se inuicem foueant et quasi unum
corpus diuersa se membra sustentent, quos non m ortiferi cantus
acroamatum scaenicorum, quae mentem emolliant ad amores, sed
concentus ecclesiae, sed consona circa dei laudes populi uox et
pia uita delectet, quibus non purpurea peripetasmata, non aulaea
pretiosa spectare uoluptati sit, sed hanc pulcherrimam mundi fa­
bricam, hanc distantium inter se elementorum copulam, caelum
sicut cameram extentum*, ut inhabitantes in hoc mundo tegat,
terram ad operandum datam, diffusum aerem, clausa maria, po­
pulum hunc diuinae operationis organum, in quo diuini modula­
men resultet oraculi et dei spiritus intus operetur, templum istud,
sacrarium trinitatis, sanctitatis domicilium, ecclesiam sanctam, in
qua refulget aulaea caelestia, de quibus dictum est: Dilata locum
tabernaculorum tuorum et aulaeorum tuorum, fige, ne parcas,
longiores fac funiculos tuos et palos tuos confirma, adhuc in dextra
et sinistra extende: et sem en tuum gentes hereditate possidebunt,
et duitates desertas inhabitabis ‘. Habet ergo aulaea, quibus ad-
tollit bonam uitam, peccata tegit, culpam obumbrat.

f Ps 32, 17.
* Ps 79, 14; 41, 2.
h Prou 26, 27; Eccle 10, 8; Eccli 27, 26 (29).
i Is 40, 22.
1 Is 54, 2-3.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 113

Da ogni valle, dunque, si è raccolto il popolo cattolico. Ormai non


vi sono più molte comunità, ma una è la comunità, una la Chiesa.
E stato detto anche qui: « Si raccolga l’acqua da ogni valle », e
si è fatta una comunità spirituale, si è fatto un solo popolo. Valle
è il teatro, valle il circo dove il cavallo corre senza giovare alla
salvezza, dove si svolgono degradanti e spregevoli gare, dove av­
vengono contese che sono uno sconcio obbrobrioso. Fra costoro
che non sapevano staccarsi dal circo crebbe la fede della Chiesa
e di giorno in giorno la schiera dei fedeli si accresce3.
4. È palude la lussuria, palude l’intemperanza, palude l’incon­
tinenza, una palude dove regna il brago della sensualità, risuona
il brontolio degli animali feroci, si trovano le tane delle passioni,
dove chi cade affonda e non ritorna più a galla, dove i piedi sci­
volano e ognuno procede vacillando, dove le folaghe si insudicia­
no nel tentativo di lavarsi, dove dall’alto flebili gemono le colom ­
be, dove la lenta tartaruga fatica a staccarsi dal fondo melmoso.
Insomma il cinghiale nella palude, il cervo presso la fonte. Da
ogni palude, dove com e rane ripetevano il loro verso consueto4,
si è riunita la fede, si è riunita la purezza dell’animo e la sem­
plicità della mente.
5. L’acqua si è raccolta da ogni lago e da ogni fossa affinché
nessuno scavi al proprio fratello una fossa nella quelle cadere egli
stesso, ma tutti si amino vicendevolmente, tutti a vicenda si as­
sistano e si sostengano com e le varie membra di un unico corpo.
Cosi non traggano diletto dalle musiche funeste degli spettacoli
teatrali5, che infrolliscono l’animo inducendolo alla sensualità, ma
dai canti liturgici, ma dalla voce del popolo che in coro loda Iddio
e dalla sua santa vita; non rechi loro piacere contemplare i tap­
peti di porpora, non i preziosi drappi, ma questa bellissima co­
struzione deH’universo, questa riunione di elementi diversi fra loro,
il cielo steso com e una volta per proteggere gli abitanti di questo
mondo, la terra offerta al nostro lavoro, l’aria diffusa, i mari cir­
condati dalle terre, questo popolo strumento per l’armonia del­
l’opera divina, nel quale riecheggia la musica della rivelazione ed
opera intimamente lo Spirito di Dio, questo tempio santuario del­
la Trinità, dimora della santità, chiesa santa nella quale risplen­
dono drappi celesti, dei quali è stato detto: Allarga lo spazio delle
tue tende e dei tuoi teli, piantale senza risparmio, fa’ più lunghe
le tue cordicelle e rafforza i tuoi pali, spiega la tua tenda a destra
e a sinistra: e la tua discendenza avrà le genti in eredità e abite­
rai le città deserte. La Chiesa ha dunque i suoi drappi con cui
onora la vita onesta, copre i peccati, mette in om bra la colpa.

3 S. Ambrogio vuol dire che dalla valle del paganesimo, cioè dalla corru­
zione dei suoi costumi, gli uomini convertendosi confluiscono nella Chiesa
come le acque in congregationem unam.
4 Cf. V erg., Georg., I, 378: et ueterem in limo ranae cecinere querelam.
Sal, 79, 41: Exterminauit eam aper de silua; 41, 2: Quemadmodum desiderat
ceruus ad fontes aquarum.
5 Preferisco intendere acroama = « spettacolo musicale »; cf. Petr., Cen.
Trim., 53, 12: reliqua, animalia, acroamata tricas meras esse. II Marmorale
(La Nuova Italia, Firenze, 1962, p. 92) intende « concerti ».
114 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 1, 6 - C. 2, 7

6. Haec est ecclesia, quae super maria fundata est et su


flumina praeparata™. Supra uos enim confirmata est et praepa­
rata, qui sicut flumina puro in eam mundi fonte decurritis, de
quibus dictum est: Eleuauerunt flumina, domine, eleuauerunt flu­
mina uoces suas a uoce aquarum m ultarum n. Et addidit: Mira­
biles elationes maris, mirabilis in excelsis dom inus0. Bona flumi­
na; hausistis enim ex illo perenni et pleno fonte, quo fluitis, qui
ait uobis: Qui credit in me, sicut dixit scriptura, flumina de uentre
eius fluent aquae uiuae p. H oc autem dicebat de spiritu, quem inci­
piebant accipere qui credituri erant in eum. Sed iam quasi boni
Iordanis fluenta reuertimini mecum in originem.

Caput II

7. Congregetur inquit aqua quae sub caelo est in congre


tionem unam, et appareat arida. Et factum est sic*. Fortasse pa­
rum crediderit aliquis superioribus sermonibus nostris, quibus
tractauimus inuisibilem ideo fuisse terram, quod aquis operta te­
geretur, ut corporeis oculis non posset uideri. Ad se enim pro­
pheta rettulit, hoc est ad nostram condicionem, non ad diuinae
maiestatem naturae, quae utique omnia uidet. Sed ut aduertatis
quia non quasi nostri ingenii probandi gratia, sed uestrae causa
instructionis suscepimus hunc tractandi laborem, adstipulantem
nobis lectionis seriem testificamur, quae aperte probat post con­
gregationem aquae, quae erat super terram, et post deriuationem
eius in maria apparuisse aridam. Desinant ergo nobis dialecticis
disputationibus mouere negotia dicentes: Quomodo terra inuisibi­
lis, cum omni corpori naturaliter species et color insit, omnis au­
tem color sit subiectus aspectui? Clamat dei uox: Congregetur
aqua et appareat aridab. Et iterum scriptura dicit: Congregata
est aqua in congregationem unam, et apparuit arida0. Quid opus
fuit iterare, nisi occurrendum quaestionibus iudicasset propheta?
Nonne uidetur dicere: non dixi inuisibilem secundum naturam,
sed secundum superfusionem aquarum? Denique addidit sublato
uelamine apparuisse aridam, quae ante non uidebatur.

m Ps 23, 2.
° Ps 92, 3-4.
o Ps 92, 4.
p Io 7, 38.

a Gen 1, 9.
i> Gen 1, 10 (9).
c Gen 1, 9 (Sept.).
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 115

6. Questa è la Chiesa fondata sopra i mari e preparata sop


i fiumi. Infatti è stata fissata e preparata sopra di voi che, da una
pura fonte, scendete mondi verso di lei, com e i fiumi dei quali
è stato detto: I fiumi innalzarono, o Signore, innalzarono la loro
voce con la voce di m olte acque; e ancora: Mirabile il sollevarsi
del mare, mirabile il Signore nell’alto dei cieli. Siete fiumi dal­
l’acqua pura; avete attinto a quella sorgente perenne e abbon­
dante dalla quale scorrete, che vi dice: Chi crede in me, com e ha
detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva scorreranno dal suo seno.
Questo diceva dello Spirito che cominciavano a ricevere coloro
che avrebbero creduto in lui. Ma ormai, com e le correnti del no­
stro buon G iordano6, ritornate con me al punto da cui siamo
partiti.

Capitolo 2

7. Si raccolga, disse, in un sol luogo l'acqua che è sotto


cielo e appaia l'asciutto. E cosi fu fatto. Può darsi che qualcuno
non abbia prestato troppa fede ai nostri precedenti sermoni nei
quali abbiamo dimostrato che la terra era invisibile perché na­
scosta dalle acque che la coprivano, cosi che non poteva essere
vista dagli occhi del corpo. Lo scrittore ispirato si riferì al caso
suo, cioè alla nostra condizione, non alla maestà della natura di­
vina che naturalmente vede ogni cosa. Ma perché vi rendiate con­
to che non per fare mostra del nostro ingegno, ma per istruire voi
abbiamo intrapreso l’impegno di trattare quest'argomento, ricor­
riamo alla testimonianza della narrazione biblica che ci dà ragione,
la quale manifestamente dimostra com e l’asciutto sia apparso,
dopo che l'acqua, che copriva la terra, si fu raccolta e istradata
verso il mare. Cessino dunque di suscitare difficoltà con le loro
disquisizioni dialettiche dicendo: « Come può essere invisibile la
terra dal momento che ogni corpo ha una sua figura e un suo
colore e ogni colore cade sotto la vista? » x. Proclama la voce di
Dio: Si raccolga l’acqua e appaia l’asciutto. E ancora la Scrittura
dice: Si raccolse l’acqua in un sol luogo e apparve l’asciutto2.
Che motivo ci sarebbe stato di ripeterlo, se lo scrittore ispirato
non avesse ritenuto necessario affrontare le obiezioni? Non sem­
bra dire: « N o n ho detto "invisibile” per natura, ma per la so­
vrapposizione delle acque »? Di conseguenza aggiunse che, elimi­
nato quel v e lo 3, apparve la terra asciutta che prima non si vedeva.

6 Vedi II, 3, n. 8.

1 Bas., Hexaem., 80 D, 81 A (34 A): Ilicra [zoi 7rpdcy|j.aTa 7rapeìxe? Tot?


xaTÓ7UV X óyois, Atoxit£to tJjv aMav izisic, àópaTOS rj yvj, m xvrl a u ^ a T i <pucri.it£>?
Xptù[J.aTO? au(i7tapóvTo<;, toxvtÒi; Sè xpti>naTO<; a tó b jT o ù Tfj ó p à c e i xa-9-e<7TV)XÓTo<; ;
2 Questo passo si trova nei Settanta, ma non nella Vulgata e nel testo
ebraico.
3 Bas., Hexaem., 81 A (34 A): SovéXxerai Tà 7rapameTaa|iaTa, '(Aia è(x<pav})i;
V è v n jT a i 'h T è e * ; (j.t) é p o j i i v » ) .
116 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 2, 8-9

8. Iterum quaestiones alias serunt dicentes: Si in congre


tionibus diuersis aqua erat, quom odo si illae congregationes in
superioribus erant, non defluebat aqua ad eum locum, ad quem
post domini imperium deriuata est? — natura enim aquarum spon­
te in inferiora prolabitur — sin uero in inferioribus erant illae
congregationes, quom odo contra naturam suam aqua ad superiora
conscendit? Itaque aut naturalis cursus imperio non eguit aut
contra naturam imperio proficere non potuit. Cui quaestioni fa­
cile respondebo, si mihi ipsi ante respondeant ante praeceptum
domini hanc aquarum fuisse naturam, ut laberetur, ut flueret.
Non enim ex usu hoc habet ceterorum elementorum,- sed speciale
et proprium, non ex quodam ordine, sed magis ex uoluntate et
operatione dei summi. Quid iusserit deus audiunt, uox autem dei
efficiens naturae est. Eam uocem effectus operationis impleuit.
Coepit labi aqua et in unam confluere congregationem, quae ante
erat diffusa per terras et plurimis receptaculis inhaerebat. Cur­
sum eius ante non legi, motum eius ante non didici, nec oculus
meus uidit nec auris audiuit. Stabat aqua diuersis locis: ad uocem
dei mota est. Nonne uidetur quia naturam ei huiusmodi uox dei
fecit? Secuta est creatura praeceptum et usum fecit ex lege; pri­
mae enim constitutionis lex formam in posterum dereliquit. De­
nique semel diem fecit et noctem: ex illo manet utriusque diurna
successio et diurna reparatio. lussa est etiam aqua currere in con­
gregationem: ex illo currit, fontes labuntur in fluuios, in freta
currunt flumina, lacus deriuantur in maria, ipsa se aqua praecedit,
urguet et sequitur. Vnus est ductus, unum corpus. Et cum sit
altitudo diuersa, indiscreta tamen dorsi eius aequalitas. Vnde et
aequor adpellatum arbitror, quod superficies eius aequalis sit.

9. Respondi secundum illorum propositum; illi nunc resp


deant mihi, si numquam uiderunt fontes ex inferioribus scaturrire,
de pauimento aquam surgere. Quis eam cogit? Vnde prorumpit?
Quemadmodum non deficit? Quom odo fit, ut ima soli ora undam
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 117

8. Suscitano ancora altre difficoltà dicendo: « Se esisteva


acqua raccolta in luoghi diversi, com e mai, se tali luoghi di rac­
colta si trovavano in alto, l’acqua non defluiva verso quel luogo
nel quale deflui dopo il comando del Signore? L’acqua infatti per
sua natura scorre spontaneamente verso il basso. Se invece si
trovavano in basso quei luoghi di raccolta, com e mai l'acqua con­
tro la sua natura sali verso l’alto? Pertanto o il corso naturale
non ebbe bisogno di un comando o contro una legge naturale non
potè riuscirvi nonostante l’ordine ricevuto ». A tale obiezione ri­
sponderò facilmente, a condizione che, a loro volta, essi mi ri­
spondano dimostrando che prima deH’ordine del Signore la na­
tura dell’acqua era quella di scivolar via e di scorrere. Essa pos­
siede tale proprietà non per una caratteristica comune a tutti gli
altri elementi, ma com e una sua particolarità esclusiva, non per
una disposizione indiscriminata, ma piuttosto per volontà e in­
tervento del sommo Iddio. Ascoltiamo ciò che Dio ha comandato,
ed è la parola di Dio che fa la natura. Il risultato dell’operazione
adempì quella parola. L’acqua, prima sparsa sulla terra e immo­
bile in moltissimi bacini, com inciò a scorrere e a confluire in un
unico luogo di raccolta. Prima non ho letto che scorresse, non ho
appreso che avesse un movimento, né il m io occhio vide né il mio
orecchio udì una cosa sim ile4. L’acqua stava immobile in luoghi
diversi: alla parola di Dio si mosse. Non ti sembra che fu la pa­
rola di Dio ad assegnarle una tale natura? La creatura obbedì al
comando e dall’ordine ricevuto ricavò la sua caratteristica: la leg­
ge della sua prima costituzione ebbe successivamente una formu­
lazione diversa. Del resto Iddio creò una volta per sempre il gior­
no e la notte: da quel momento l’uno e l’altra quotidianamente
si succedono e quotidianamente si rinnovano. Anche l’acqua ebbe
il comando di scorrere raccogliendosi in un sol luogo: da quel
giorno l’acqua scorre, le sorgenti scendono nei fiumi, i fiumi cor­
rono verso le onde m arine5, i laghi mettono capo al mare, l’ac­
qua precede, incalza e segue se stessa. Unico è il m odo di con­
dursi6, unica la materia. E pur essendo diversa la profondità,
tuttavia il livello della sua superficie resta sempre uguale. Perciò
penso che l’abbiano chiamata anche « spianata » perché la sua
superficie è assolutamente piana7.
9. Ho risposto secondo i loro desideri; mi rispondano ora
se hanno mai visto sorgenti scaturire dal basso, zampillare acqua
dal terreno. Chi la fa sprizzare? Donde essa sgorga? Come mai
non si esaurisce? Come mai avviene che profonde bocche del
4 Bas., Hexaem., 81 AB (34 BC): S. Ambrogio non fa che parafrasare
quanto trova in S. Basilio, il quale (81 C = 34 D) così conclude: ...7tpò toiStou
Sé, 7tS? el/e Suvà^eo; irplv aòrcp tòv bt tou 7rp0(JTàY|J.aT0? toiÌtou èYyevéa-9-ai
8pó(xov, otSre clSe; aù-ró?, oSre ISóvro?
5 Cf. V erg., Aen., I, 607-608: in freta dum fluuii current, dum montibus
umbrae / lustrabunt conuexa.
6 Qvint., IV, 2, 53: Est autem quidem et ductus rei credibilis, qualis in
comoediis etiam et in mimis.
7 Cf., p. es., Col., VIII, 17, 3: maris aequor = superficie del mare. L’eti­
mologia è esatta; vedi E rnout -M eillet , Dict. étym., aequus. Ho cercato di
conservare in qualche modo l'assonanza aequor - aequalis.
118 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 2, 9

uomant? Haec secundum occultae secreta naturae. Ceterum quis


ignorat quod rapido plerumque impetu in ima descendens in su­
periora se subrigat atque in supercilium montis adtollat, plerum­
que etiam canalibus manu artificis deriuata, quantum descenderit,
tantum rursus ascendat? Itaque si uel impetu suo fertur uel ar­
tificis ingenio contra naturam suam ducitur et eleuatur, miramini
si diuini operatione praecepti aliquid ad usum naturae eius acces­
sit, quod in usu eius ante non fuerit? Dicant nunc mihi quomodo
tamquam in utrem congregauerit aquas maris d, ut scriptum est,
quom odo eduxerit de petra aquase? Qui potuit de petra educere
aquam quae non erat non potuit ducere aquam quae erat? Per­
cussit petram, et fluxerunt aquae clamat Dauid et torrentes inun-
daueruntc et alibi super m ontes stabunt aquae* habes in euan­
gelio, quod cum grauis esset procella et magnus in mari motus,
ita ut trepidarent apostoli naufragii periculum, excitauerint dor­
mientem in puppe dominum Iesum, et surgens imperauerit uento
et mari, sedata tempestas sit, refusa tranquillitash. Qui potuit
imperio mare totum sedare non potuit aquas imperio mouere?
Atquin in diluuio sic accepimus, quod eruperint fontes abyssi et
quod induxerit postea spiritum et siccauerit aquam '. Si nolunt
oboedisse naturam usumque elementi imperio dei esse conuersum,
uel hoc concedant potuisse immisso uento aquas currere, quod
cottidie uidemus in mari, ut inde aquae currant, unde flauerit
uentus. Si tempore Moysi excitato austro ualido siccatum est
mare 1, eodem m odo siccari non potuit congregatio aquarum et in
mare profluere aqua, quae postea diuisa est a profundo? Sed
discant naturam posse conuerti, quando petra aquas fluxit et fer­
rum aquis supernatauitm, quod utique Helisaeus orando facere
meruit, non imperando. Si igitur Helisaeus ferrum leuauit contra
naturam, Christus aquas mouere non potuit? Sed mouit qui potuit
dicere: Lazare ueni foras et mortuum suscitauitn; deus enim quod
iubet fecit. Itaque pari exemplo dictum accipe: Congregetur aqua,
et congregata est. Dicendo autem congregetur non solum mouit
eam de loco, sed etiam statuit in loco, ut non praeterflueret, sed
maneret.

«i Ps 32, 7.
e Ps 77, 16.
f Ps 77, 20.
e Ps 103, 6.
h Mt 8, 24-26.
i Gen 7, 11; 8, 1.
1 Ex 14, 21.
m 4 Reg 6, 6.
° Io 11, 43-44.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 119

suolo emettano acqua? Tutto ciò accade secondo leggi segrete


che regolano i misteri della natura. Del resto chi non sa che spes­
so, scendendo al basso con veloce impeto, risale poi verso l’alto
e raggiunge la cresta dei monti e spesso, deviata artificialmente
mediante canali, sale nuovamente tanto quant’era discesa? Per­
ciò, se viene spinta dal suo impulso oppure contro la sua natura
è condotta e sollevata mediante ingegnosi artifici, vi meravigliate
che per effetto dell’ordine divino al suo comportamento naturale
si sia aggiunta qualche particolare manifestazione che prima non
si riscontrava in esso? Mi dicano ora in che m odo Dio abbia rac­
colto com e in un otre le acque del mare, com e sta scritto8, in
che m odo abbia fatto scaturire l’acqua dalla roccia. Colui che
potè far scaturire dalla roccia l’acqua che non esisteva, non potè
spostare l’acqua che esisteva? Percosse la roccia e sgorgarono le
acque, dice Davide, e i torrenti strariparono, e in un altro passo:
Sui monti si fermeranno le acque. Nel Vangelo tu trovi che, infu­
riando una paurosa procella ed essendo il mare sconvolto da onde
cosi alte che gli apostoli temevano di naufragare, svegliarono il
Signore Gesù che dormiva a poppa, ed egli, levandosi, diede un
ordine al vento e al mare e la tempesta si placò e ritornò la bo­
naccia. Colui che con il suo comando potè calmare tutto un mare,
con il suo comando non avrebbe potuto muovere le acque? Ep­
pure sappiamo che nel diluvio sgorgarono le fonti dell’abisso e
che poi Dio mandò il vento e asciugò l’acqua. Se non ammettono
che la natura abbia obbedito e che il m odo di comportarsi di un
elemento non si sia mutato all'ordine di Dio, concedano almeno
che le acque poterono correre sotto l’azione del vento, com e vedia­
m o ogni giorno nel mare, dove le acque corrono seguendo la di­
rezione donde soffia il vento. Se al tempo di Mosè, levatosi un
violento austro, il mare si asciugò, allo stesso m odo non si sareb­
be potuto asciugare la massa delle acque e scorrere nel mare
l’acqua che in seguito si divise dal fondo? Ma impariamo che la
natura può subire cambiamenti, dal momento che la roccia lasciò
sgorgare acqua e il ferro d’una scure venne a galla, prodigio che
certamente Eliseo meritò di operare con le sue preghiere, non
già con il suo com an do9. Se dunque Eliseo contro natura fece
tornare a galla un ferro, Cristo non avrebbe potuto muovere le
acque? Certamente le mosse, lui che potè dire: Lazzaro, vieni
fuori e lo risuscitò da morte. Dio, infatti, ha bell'e com piuto ciò
che comanda. Cosi, per analogia con quest'esempio, devi interpre­
tare le parole: Si raccolga l’acqua, ed essa si raccolse. Dicendo
Si raccolga, non solo la fece muovere dal suo posto, ma anche la
fissò in un posto determinato perché vi rimanesse stabilmente
senza spandersi oltre i suoi limiti.

8 Sai, 32, 7: Congregans sicut in utre aquas maris.


9 Come si legge in 2 Re, 6, 6, Eliseo fece tornare miracolosamente a galla
il ferro dell’ascia che uno dei suoi compagni aveva lasciato cadere nell’acqua.
120 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 2, 10

10. H oc itaque maioris miraculi est, quom odo omnes cong


gationes in unam congregationem defluxerint et una congregatio
non adimpleta sit. Nam et scriptura hoc inter mirabilia consti­
tuit dicendo: Omnes torrentes eunt in mare, et mare non adim­
p letu r0. Vtrumque igitur ex praecepto dei, ut et fluat aqua et
non superfluat. Circumscripta igitur inposito fine maria clau­
duntur, ne superfusa terris inundent omnia et destituto aruorum
cultu munus terrenae fecunditatis inpediant. Cognoscant igitur
diuini esse praecepti operationisque caelestis. Ait enim dominus
per nubem ad Iob inter alia etiam de maris claustro: Posui ei
fines adponens claustra et portas; dixi autem ei: usque huc ue-
nies nec transgredieris, sed in te ipso conterentur fluctus tui p.
Nonne ipsi uidemus mare frequenter undosum, ita ut in altum
fluctus eius tamquam mons aquae praeruptus insurgat, ubi im­
petum suum ad litus inliserit, in spumas resolui repagulis quibus­
dam harenae humilis repercussum, secundum quod scriptum est:
Aut non timebitis me, dicit dominus, quia posui harenam fines
m ariq? Infirmissimo itaque omnium uilis sablonis puluere uis

° Eccle 1, 7.
p Iob 38, 10-11.
« Ier 5, 22.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 121

10. Perciò costituisce maggior prodigio il fatto che tut


depositi siano confluiti in un unico deposito e questo non si sia
riempito. Anche la Scrittura considera tale avvenimento un mira­
colo, dicendo: Tutti i torrenti finiscono nel mare, e il mare non si
riempie. Si com piono dunque secondo il comando di Dio entrambi
i prodigi, che l’acqua scorra e non trab occh i10. Vengono chiusi i
mari, circoscritti entro un confine loro imposto, perché, river­
sandosi sulle terre, non inondino ogni cosa e, venuta meno di con­
seguenza la coltivazione dei campi, non impediscano l’azione della
fecondità del suolo. Imparino che tutto ciò dipende dal comando
e dall’opera del Cielo. Il Signore attraverso una nube parla
a Giobbe, tra l’altro, anche dello sbarramento del mare: Gli ho
segnato dei confini ponendogli catenacci e porte, gli ho detto poi:
« Verrai fin qui, senza oltrepassare il limite, ma i tuoi flutti si
logoreranno nel tuo ambito » n. Non vediamo anche noi che il mare,
spesso così agitato che i suoi flutti si levano in alto com e mon­
tagne d’acqua scoscese, una volta infranto il suo impeto contro
la spiaggia, si scioglie in spuma u, respinto da una barriera d’umile
arena? Non sta scritto forse: Non avrete timore di me, dice il
Signore, che ho posto la sabbia quale limite al mare? Così la tem­
pestosa violenza del mare viene frenata dalla polvere più debole
che esista, dalla sabbia marina di nessun valore, e, com e imbri-

10 Bas., Hexaem., 84 AB (35 AB): ”E8si Spa|j.eìv aùrà (scil. GSoctoc), tva T7)v
olxstocv xaTotXàPn x“ Pav ' yev^Eva èv toì? à(p<opiCTji.évoL? tóttoi(iévsiv
è<p’ éaurSv xal {xtj ycapeiv uepat-répco. Alà touto xarà tòv toO ’ExxXTjaiaaroii
Xóyov, IMvte? ol x«M-“ PPot kùl T-qv ftóXTjcraav TtopeiiojxTai, xal r) &&},<xaaa oùx
&mv 'EneiS^ xal tò jbeìv xoìq OSaai Sià tò -9-eìov TrpóaraypLa xal
tò cia o tGv 8pov irepiyeyp(i<p{)ai -rìjv S-dcXaaaav, dmò -rij? Ttpclmji; èuri vo[iolte-
ota? • Suvax^TO) rà OSaxa el? auvaycoyijv (itasi.
S. Ambrogio si dimostra particolarmente attento ai mirabilia compiuti da
Dio in rapporto all’acqua, ai gesti della storia di salvezza, che nel segno del­
l’acqua hanno prefigurato i « presenti lavacri », come egli dice nella celebre
pagina dell’£xp. Eu. sec. Lue., X, 48. Prerogative naturali e preannunzi
conferiscono all’acqua « il privilegio di essere "sacramentum Christi" » (Ib.).
Il linguaggio e la sequenza delle immagini nel testo di S. Ambrogio e nei
formulari per la benedizione del fonte battesimale dei sacramentari ambro­
siani presentano un « mirabile riscontro » (P. Borella), che fa sorgere l’in­
terrogativo « se il Santo abbia parafrasato la formula già in uso, oppure un
redattore posteriore abbia attinto dallo scritto del Santo » (Id., Il rito am­
brosiano, Morcelliana, Brescia 1964, p. 409). In M. Magistretti, La liturgia
della Chiesa milanese nel secolo IV, Milano 1899, pp. 17-18, si trovano messi a
confronto i due testi, quello di S. Ambrogio e quello liturgico. A. Paredi rico­
nosce che le corrispondenze letterali dello scritto santambrosiano con le
parole dei testi liturgici « sono tali e tante, che bisogna necessariamente am­
mettere una dipendenza del commento dal testo liturgico o viceversa », e
conclude: « Forse S. Ambrogio in quel brano omiletico cosi solenne se non
riproduceva, almeno pensava al testo liturgico e ne citava alla lettera parec­
chie righe » (La liturgia di sant'Ambrogio, cit., pp. 101-102). Sulla questione
si veda la bibliografia nelle due opere citate di P. Borella e di A. Paredi, e
la nota di G. Coppa al testo di S. Ambrogio (in Opera omnia, Esposizione del
Vangelo secondo Luca/2, Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova, Milano-Roma
1978, p. 429. [I.B.]
11 Cf. V erg., Aen., I ,105: ... insequitur cumulo praeruptus aquae mons.
12 Bas., Hexaem., 84 B (35 BC): Alà touto [jtaivo[iévv) TtoXXàxi; èE, àvé(i.tov
•f) &àXaaaa xal el? (iiyiarov 8iavt<jrafiév7) toì? xiijzaaiv, èrcsiSàv (xóvov tòìv
àyiaXcòv iìijflfjTat, eE? àtppòv SiaXiiaaaa ttjv ópjrfjv iTOxvfjX&EV.
122 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 2, 10-11 - C. 3, 12-13

maris intempesta cohibetur et uelut habenis quibusdam caelestis


imperii praescripto sibi fine reuocatur uiolentique aequoris mo­
tus in sese frangitur atque in reductos sinus suos scinditur.
11. Ceterum nisi uis statuti caelestis inhiberet, quid ob
ret quin per plana Aegypti, quae maxime humilioribus iacens ual-
libus campestris adseritur, mare rubrum Aegyptio pelago misce­
retur? Denique docent hoc qui uoluerunt haec duo sibi maria
conectere atque in se transfundere, Sesostris Aegyptius, qui anti­
quior fuit, et Darius Medus, qui maioris contuitu potentiae in ef­
fectum uoluit adducere quod ab indigena fuerat ante temptatum.
Quae res indicio est quod superius est mare Indicum, in quo
mare rubrum, quam aequor Aegyptium, quod inferius alluit. Et
fortasse ne latius se mare effunderet de superioribus ad inferiora
praecipitans, ideo molimina sua rex uterque reuocauit.

Caput III

12. Quaero nunc cum dixerit: Colligatur aqua in congrega­


tionem unam a, quom odo diffusas per lacus paludes stagna aquas
et superfusas uallibus et campis omnibusque planioribus locis
currentes fontibus atque fluminibus una potuerit recipere collec­
tio, aut quom odo una collectio, cum hodieque diuersa sint maria?
Nam et oceanum mare dicimus et Tyrrenum et Hadriaticum et
Indicum et Aegyptium et Pontum et Propontidem et Ellespontum
et Euxinum Aegaeum Ionicum Atlanticum; plerique etiam Creti­
cum et septentrionale Caspium adpellant mare. Vnde consideremus
scripturae uerba, quae librato sunt trutinata examine.

13. Colligatur inquit aqua in collectionem unam. Vna aqua­


rum iugisque et continua congregatio est, sed diuersi sinus maris,

a G e n 1, 9.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 123

gliata dal comando divino, è respinta dal limite ad essa imposto


e il m oto del mare in burrasca si infrange in se stesso, dividen­
dosi in onde che si rincorrono 13 e rincorrendosi si perdono.
11. Del resto, se non lo trattenesse la forza d’una disp
zione celeste, che cosa impedirebbe che il Mar Rosso si congiun­
gesse col Mare Egiziano attraverso le pianure dell'Egitto che si
dice assai pianeggiante, posto com ’è in valli alquanto depresse?
Ne danno dimostrazione del resto coloro che vollero unire questi
due mari riversando l’uno nell’altro: l’egiziano Sesostri, che era
più antico, e il persiano Dario il quale, in considerazione della
sua maggiore potenza, volle condurre ad effetto l’impresa prece­
dentemente tentata dal sovrano del luogo. Questo fatto prova che
il Mare Indiano di cui è parte il Mar Rosso ha un livello supe­
riore a quello del Mare d’Egitto, che ne bagna le coste ad un li­
vello più basso. E forse, perché il mare non si spandesse in una
zona più vasta precipitando dall’alto verso il basso, entrambi i re
rinunciarono alla loro im presa14.

Capitolo 3

12. Mi chiedo ora, poiché Dio ha detto: Si raccolga l’acqua


in un sol luogo, com e un unico bacino abbia potuto accogliere
insieme le acque che, sparse in laghi, paludi e stagni, avevano
sommerso valli e campi e scorrevano per tutte le pianure, prove­
nendo da sorgenti e da fiumi, o com e si possa parlare di un unico
bacino, dal momento che anche oggi i mari sono distinti. Infatti
diciamo mare l’Oceano e il Tirreno e l’Adriatico e l ’indiano e
l’Egiziano e il Ponto e la Propontide e l’Eusino, l’Egeo, lo Ionio,
l’Atlantico; molti chiamano mare anche quello di Creta e, a nord,
il Caspio. Consideriamo perciò le parole della Scrittura, che sono
state pesate sulla bilancia d’uno scrupoloso esame.
13. Si raccolga, disse, l'acqua in un unico luogo. Una sola,
continua, ininterrotta è la raccolta delle acque, ma i golfi marini

13 Cf. Verg., Aen., I, 161: ... inque sinus scindit sese unda reductos.
14 Bas., Hexaem., 84 C (35 CD): ’EtoI t [ èxtóXue: tJ jv lpu-9-pàv -9-dcXaaaav
Ttàoav t t ] v A?yu7tTov xotXo-rlpav ouaav éaurrji; doreXS-eiv xal auva<p&r)vai t c o mxpa-
x e ifié v o ) T fj AEyuTTTOi T.zkà.yzi, el |J.y] TtjS 7 t p o < jr a Y (ia T i ì)v 7re7te8Tj[iévY) t o u x t I -
cavro? ; "Oti yàp TareeivoTépa -ri]? èpoS-pa? &aXàa<JT](; rj AfyuTtroe, 2py<j> &reiaav
•Jjljiài; ol àXX/jXoii; -rà neXÀyT] auvà^ai, t ó -re A ly ^ T r T io v xal ’IvSi-
xóv, èv 2> èputì-pà èj-zi MXacrtja. Aió-rrep èizèv/ov rf]V èrei^e^pigaiv, é -re npStiot;
àp^ó|j.Evo? Séaojaxpti; ò AlyÌ7rrtoi; xal ó fietà taura pouXyjS-el? èize^epy&actc&ixi
Aapeìo? è MvjSo?.
S. Basilio deriva le sue informazioni da Aristotele (Meteor., I, 14, 27,
352 b, 26). Infondata è la notizia che il Mar Egizio (Mediterraneo) sia ad un
livello inferiore rispetto al Mar Rosso. Già Strabone {I, 38; XVII, 804) l’aveva
respinta. Sul tentativo di Dario (522-485 a. Cr.) vedi Herod., II, 158, il quale
mostra di ignorare quello di Sesostri (1878-1841 a. Cr.), riferito invece, oltre
che dallo stesso Aristotele e da Strabone, anche da Plinio il V. (N.H., 29,
VI, 165). Sull'argomento vedi Strabon, Géographie, I, Les Belles Lettres,
Paris 1969, p. 198, n.
124 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 3, 13-15

ut quidam de scriptoribus forensibus ait. Namque Pontus maris


nostri sinus amplissimus meritoque in diuersis locis diuersa sunt
nomina, quia uocabula aquis ex regionum uocabulis adhaeserunt,
una autem congregatio aquarum, eo quod iugis unda atque con­
tinua ab Indico mari usque ad Gaditani oram litoris et inde in
mare rubrum extremum circum fuso orbem terrarum includit
oceano; interius quoque Tyrreno Hadrias, Hadriae cetera maria
miscentur nominibus distincta, non fluctibus. Vnde pulchre habes
quia deus congregationes aquarum uocauit m ariab. Ita et una
est generalis collectio, quae dicitur mare, et multae collectiones,
quae maria pro regionibus nuncupantur. Sicut enim inultae terrae
ut Africa Hispania Thracia Macedonia Syria Aegyptus Gallia atque
Italia pro regionum appellantur uocabulis et una est terra, ita
multa dicuntur pro locorum appellationibus maria et unum est
mare, sicut ait propheta dicens: Tui sunt caeli et tua est terra;
orbem terrarum et plenitudinem eius tu fundasti. Aquilonem et
mare tu crea stic. Et ad Iob ipse dominus ait: Conclusi autem
mare portis d.

14. Nunc quia de una collectione diximus, illud occur


utrum, cum per omnem fere terram et super terram fuerint aquae
diffusae per uallestria agrorum, concaua montium planitiemque
camporum, m odo aequoris fusa congregatio una potuerit omnes
illas aquas recipere atque exinanire terras, quae ante fuso per
uniuersum flumine stagnabantur. Nam si ita operta erant omnia
— non enim diceret 'uisa est terra’, nisi retectam uellet locis
omnibus demonstrare — , si diluuium Noe tempore abscondit et
montes e, quando aquarum iam et super caelos et infra firmamen­
tum fuerat facta discretio: quanto magis dubitari non potest etiam
montium uertices illa superfusione latuisse? Quo igitur illa omnis
aquarum redundantia deriuata est? Quae receptacula eam tam
continua atque conexa absorbere potuerunt?

15. De quo multus nobis potest sermo subpetere. Prim


quia potuit creator omnium et ipsarum terrarum spatia diffun­
dere, quod aliqui ante nos confirmantes propria posuerunt sen­
tentia. Ego quid facere potuerit non praetermitto: quid fecerit,
quod aiperte scripturarum auctoritate non didici, quasi secretum
praetereo, ne forte etiam hinc alias sibi quaestiones requirant.
Adsero tamen secundum scripturas quia potuit locorum humilia

b Gen 1, 10.
« Ps 88, 12-13.
d Iob 38, 8.
e Gen 7, 20.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 125

sono distinti com e dice uno scrittore paganox. Infatti il Ponto è


una vastissima insenatura del Mediterraneo e ben a ragione in luo­
ghi diversi si usano nomi diversi, perché le acque presero il nome
da quello delle regioni circostanti; una sola però è la massa delle
acque, perché una distesa d'acqua, continua e ininterrotta dal
Mare Indiano fino all'estremo lido di Cadice e di li al Mar Rosso,
include la terra nell'Oceano che la circonda fino alle sue zone
estreme; anche più internamente l’Adriatico si mescola al Tir­
reno, aH’Adriatico gli altri mari, distinti nei nomi, non nelle ac­
que. Perciò appare detto bene che Dio chiamò mari i bacini dove
si erano raccolte le acque. Cosi c ’è un solo bacino generale chia­
mato mare e ce ne sono molti altri detti mari a seconda delle
regioni che bagnano. Come infatti molte terre, quali l’Africa, la
Spagna, la Tracia, la Macedonia, la Siria, l’Egitto, la Gallia e
l’Italia, ricevono il nome a seconda della regione cui apparten­
gono, ma la terra è una sola, cosi molti mari sono indicati col
nome della località, e il mare è uno solo, com e afferma il profeta
dicendo: Tuoi sono i cieli e tua è la terra; tu hai fondato il globo
terracqueo e ciò che lo riempie. Tu hai creato l’aquilone e il mare.
E a Giobbe lo stesso Signore dice: H o chiuso il mare con porte.
14. Ora che abbiamo parlato di un unico bacino si presenta
questo problema, se cioè, siccom e per quasi tutta la terra le ac­
que, ricoprendola, erano sparse attraverso gli avvallamenti del
terreno, le cavità dei monti, le distese delle pianure, un unico
bacino dell’ampiezza d’un mare abbia potuto contenere, vuotan­
done la terra, tutte quelle acque che prima, diffuse com ’erano da
ogni parte, vi ristagnavano2. Se tutto era coperto in tal m odo —
la Scrittura non direbbe infatti che la terra apparve, se non vo­
lesse indicare che prima era completamente sommersa — ; se il
diluvio al tempo di Noè nascose perfino i monti quando ormai era
avvenuta la divisione delle acque sia sopra i cieli che sotto il firma­
mento, quanto più non si potrebbe dubitare che anche le cime dei
monti fossero nascoste da quella enorme massa d’acqua! Dove
dunque fu istradata tutta quella sovrabbondanza? Quali bacini fu­
rono cosi ininterrotti e intercomunicanti da poterla assorbire?
15. Ma su tale argomento possiamo disporre di molte spie­
gazioni. In primo luogo, il Creatore di tutte le cose avrebbe po­
tuto ampliare anche le dimensioni della stessa terra, spiegazione
che alcuni prima di noi avanzarono sostenendola con una loro
personale argomentazione. Quanto a me, non intendo trascurare
ciò che Dio avrebbe potuto fare; tuttavia, se non lo so chiara­
mente dall’autorità delle Scritture, passo sotto silenzio, conside­
randolo un mistero, ciò che ha fatto, per evitare che anche a

1 L'aggettivo forensis può essere messo in rapporto con forum, e allora


significa « forense », « del foro », oppure con foris in opposizione a domesti­
cus, patrius e simili, e allora significa fondamentalmente « esterno », « stra­
niero », ecc. Il T.L.L. attribuisce al nostro passo quest’ultimo significato;
vedi anche M adec, op. cit., p. 114. Il Coppa invece (p. 185, n. 43) traduce
« una delle autorità del foro » e pensa a Cicerone, traduttore del Timeo
platonico (Si tratta di Tim., 24-25?).
2 B as., Hexaem., 85 A (35 E ).
126 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 3, 15-16 - C. 4, 17

et camporum aperta diffundere, sicut ipse ait: Ego ante te ambu­


labo et montes planos faciam f. Potuit etiam ipsa aquarum uis
profundiora ea facere quae insederat tanto fluctuum motu tanto-
que aestu concitatioris elementi, qui cotidie ima pelagi torquere
et harenas uertere soleat de profundo. Quis deinde sciat in quan­
tum se illud magnum et inausum nauigantibus atque intemptatum
nautis fundat mare, quod Brittannias frequenti includit aequore
atque in ulteriora et ipsis fabulis inaccessa secreta se porrigit?
Quis deinde non colligat quantum Lucrino et Auerno in Italia, Ti-
beriadi quoque in Palaestina et ei lacui, qui inter Palaestinam et
Aegyptum Arabiae deserta praetendit, portibusque-' diuersis Au­
gusti atque Traiani ceterisque per uniuersum orbem infusum ad­
diderit mare?

16. Sed sunt etiam non confusi lacus et stagna, quae n


miscentur fluctibus, ut Larius et Benacus, Albanus quoque aliique
plures: quom odo una congregatio aquarum? Sed quemadmodum
dicitur quia fecit deus duo luminaria, id est solem et lunam, cum
sint utique et stellarum lumina, ita et ima congregatio dicitur, cum
sint plurimae; neque enim adnumerantur quae non conferuntur.

Caput IV

17. Sed, ut uidetur, quoniam de mari loquebar, aliquant


exundauimus: ad propositum reuertamur et consideremus quid
sit quod ait dominus: Congregetur aqua in unam congregationem

f Is 45, 2.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 127

questo proposito i nostri avversari vadano in cerca di altre diffi­


coltà. Ad ogni m odo affermo, fondandomi sulla Scrittura, che Dio
potè estendere le depressioni e gli spazi pianeggianti, com e dice
egli stesso: Io camminerò davanti a te e appianerò i monti. Potè
anche la stessa forza delle acque scavare i luoghi che aveva som­
merso con un così violento m oto di flutti e tanto ribollire d'un
elemento particolarmente impetuoso che ogni giorno suole scon­
volgere il fondo del mare e farne turbinare le sabbie. Chi potreb­
be sapere quanto si estenda quel mare sconfinato che i naviganti
non osano sfidare e i marinai temono di affrontare, quel mare che
circonda da ogni parte le isole britanniche e si prolunga ancor
oltre verso regioni inaccessibili, ignorate persino dai racconti leg­
gendari?3. Chi ancora non potrebbe intuire quanto si sia ampliato
il mare riversandosi nel Lucrino e nell’A verno4 in Italia, nel lago
di Tiberiade in Palestina e in quello che tra la Palestina e l’Egitto
si estende davanti al deserto d’Arabia, nei vari porti d’Augusto e
di Traiano e negli altri sparsi per tutta la terra?5.
16. Ma vi sono anche laghi e stagni ben distinti che non
mescolano con le onde marine, com e il Lario, il Benàco, il lago
d'Albano ed anche molti altri. In qual m odo avvenne un'unica rac­
colta delle acq u e?6. Ma com e si dice che Dio creò due fonti lumi­
nose, cioè il sole e la luna, pur esistendo evidentemente la luce
delle stelle, cosi si parla di un’unica raccolta, pur essendovene mol­
tissime. Infatti non vengono com prese nel numero quelle che non
si raccolgono insieme.

Capitolo 4

17. Ma, a quel che sembra, siccom e parlavo del mare, s


un p o’ straripato. Riprendendo ora il nostro argomento, conside­
riamo per quale motivo il Signore abbia detto: Si raccolga l’ac­
qua in un sol luogo e appaia l’asciutto, anziché dire « terra » 1.

3 Bas., Hexaem., 85 B (36 A ): ... oùSè tò [xéya èxeTvo x a l àr 6X)J.V)T0V 7rXcoTrj-


pai ■KÈXix.yoQ, r i t})V BpeTxaviXTjv vyjaov x a l TOÙ? è<J7reptous ''I(Jr)pa? 7tepiTiTuaaó-
(JLEVOV.
4 C f. V erg., Georg., I I , 161-164: An memorem portus Luerinoque addita
claustra / atque indignatum magnis stridoribus aequor, / Iulia qua ponto
longe sonat unda refuso / Tyrrhenusque fretis immittitur aestus Auernis?
A g r ip p a a v e v a c r e a t o il Portus Iulius in f o n d o al g o l f o d i B a ia , u n e n d o al
m a r e il lit o r a n e o L a g o L u c r in o e a q u e s t o il p iù in t e r n o L a g o d ’A v e m o .
5 Bas., Hexaem., 88 A (36 CD): A l (lèv yàp Xtfivai, a t re x a r à Tà (xépr)
t 7)? ótpxTOO x a l 6 a a i rcepl t ò v 'EX Xqvixév d a i tóttov t fjv re M axeSovtav x a l tìjv
Bi&uvòiv /c ip a v x a l ttjv IIaX ai<m vòiv x aT éxouaat, SrjXovórt.
6 Bas., Hexaem., 85 C (36 C): 0(5to> xal e t c ì toO CSaTO?, et xal jitxpat Tivéq
stai Si7]p7][iévai (TUOTacei?, àXXà [ita f é è<m au'jayoiyv] Y] tò oXov aTotxeìov
(elemento acqua) tòìv Xomòóv cbtoxpEvouaa.

1 Bas., Hexaem., 89 AB (37 CD): Alà xt xal èv toi? xaTÓmv sipij-rai, E


vaxS^Tto tà uSaTa elq auvaycaYV M-^av ò<p#t)toi t) fyjpà, àXX’ où /l yèypaLnvxi,
xal ò<p^Y]Tto r] > Kal évTaùfl-a TtàXiv, ^7]pà xal èxàXeaev 6 ©eòi; ttjv
^yjpàv yijv; "O ri ^ [ièv 5v)pà tSttojià èari, tò olovel xapaxT^picmxòv rij? «pùaeco?
128 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 4, 17-18

et appareat arida et non dixit 'terra’. Quod praeclare positum quis


non aduertat? Terra enim potest et luto esse permixta, aquis ma­
dida, cuius species superfusis aquis non appareat. Arida autem
non solum ad genus, sed etiam ad speciem terrarum refertur, ut
sit utilis sicca habilis et apta culturis. Simul prospectum est, ne
uideatur sole magis quam dei praecepto esse siccata, quia arida
facta est, antequam sol crearetur. Vnde et Dauid discernens mare
et terram ait de dom ino deo: Quoniam ipsius est mare, et ipse
fecit illud, et aridam manus eius fundauerunta. Arida enim ex­
pressio naturae est, terra appellatio quaedam simplex negotii,
quae in se habeat proprietatem. Sicut enim animal" generis signi­
ficatio est, cui inest proprium aliquid et excellens, rationabile au­
tem proprium est hominis, ita et terra potest communiter dici
uel scatens aquis uel deserta et inuia et sine aqua. Ergo et illi
quae scatet aquis inest ut habeat ariditatem; remota enim aqua
incipit esse arida, sicut habes scriptum: Posuit flumina in deserto
et exitus aquarum in sitim b, hoc est: de terra aquosa aridam fecit.

18. Habet ergo terra propriam qualitatem suam, sicut et


gula elementa habent; nam et aer umidam qualitatem et aqua
frigidam et ignis calidam. Et hoc est principale proprium elemen­
tis singulis, quod ratione colligimus. Conprehendere autem sensi­
biliter et corporaliter si uelimus, uelut conexa et composita rep-
perimus, ut sit terra arida et frigida, aqua frigida et umida, aer
calidus et umidus, ignis calidus et siccus. Et sic sibi per has
iugales qualitates singula miscentur elementa. Nam terra cum sit
aridae et frigidae qualitatis, conectitur aquae per cognationem
qualitatis frigidae et per aquam aeri, quia umidus est aer. Ergo
aqua tamquam brachiis quibusdam duobus frigoris et umoris al­
tero terram altero aerem uidetur amplecti, frigido terram, aerem
umido. Aer quoque medius inter duo conpugnantia per naturam,
hoc est inter aquam et ignem utrumque illud elementum conciliat
sibi, quia et aquis umore et igni calore coniungitur. Ignis quoque
cum sit calidus et siccus natura, calore aeri adnectitur, siccitate
autem in communionem terrae ac societatem refunditur, atque ita
sibi per hunc circuitum et chorum quendam concordiae societa-

a P s 94, 5.
*■ P s 106, 33.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 129

Chi non comprenderebbe che tale espressione è stata usata per­


fettamente a proposito? La terra può essere anche mista a fango,
imbevuta d’acqua, cosi che non ne appaia l’aspetto perché coperta
dalle acque. L’asciutto invece si riferisce non solo al genere, ma
anche alla specie della terra, indicando che è utile, secca, fertile
e adatta alla coltivazione. Nello stesso tempo si è voluto evitare
di far credere che la terra sia stata asciugata dal sole piuttosto
che dal com ando di Dio, perché essa divenne asciutta prima della
creazione del sole. Perciò anche Davide, distinguendo mare e ter­
ra, dice del Signore Iddio: Perché suo è il mare ed egli lo ha fatto
e le sue mani hanno dato corpo all’asciutto. « Asciutto » esprime
la natura, « terra » è semplice nome di cosa, che serve ad indicare
una proprietà. Come « animale » indica il genere che ha in sé una
proprietà particolare ed eminente, e invece « ragionevole » è ter­
mine specifico dell’uomo, cosi anche può chiamarsi « terra » in
generale sia quella zampillante d’acqua sia quella desertica, inac­
cessibile e senz’acqua. Dunque anche quella che zampilla d’acqua
ha insita l’aridità: infatti, tolta l’acqua, comincia ad essere « asciut­
ta », com e trovi scritto: Trasformò i fiumi in un deserto e le sca­
turigini delle acque in aridità, cioè: di una terra imbevuta d ’ac­
qua egli ha fatto l’asciutto.
18. Ha dunque la terra una qualità sua propria, come c
scun elemento: l’aria ha la qualità d’essere umida, l’acqua d’es­
sere fredda e il fuoco d’essere caldo. Questa è la qualità princi­
pale dei singoli elementi, della quale ci rendiamo conto mediante
la ragione. Ma se vogliamo avere esperienza per mezzo dei sensi
corporei, li troviamo di qualità tra loro connesse e composite: la
terra è asciutta e fredda, l’acqua fredda e umida, il fuoco caldo e
secco. E cosi i singoli elementi si confondono fra loro per mezzo
di tali qualità che li appaiano. Infatti la terra, essendo di qualità
asciutta e fredda, è collegata all’acqua per l’affinità della comune
qualità fredda e, per mezzo dell’acqua, all’aria perché questa è
umida. L’acqua dunque, per mezzo del freddo e dell'umidità come
se fossero due braccia, con l’uno sembra avvincere a sé la terra,
con l’altro l’aria: con quello freddo la terra, con quello umido
l’aria. Anche l’aria, se si trova in mezzo a due elementi contra­
stanti per natura, cioè tra l’acqua e il fuoco, se li fa amici en­
trambi perché viene messa in relazione con l’acqua dall'umidità
e con il fuoco dal calore. Anche il fuoco, essendo secco e caldo
per natura, mediante il calore si unisce all’aria, mentre per mezzo
della secchezza si mescola con intima unione alla terra. Cosi questi
elementi si accordano fra loro attraverso questa specie di danza
circolare della loro concordia reciproca2. Perciò quelli che in la-

toù ÙTOxei|xévou (oggetto), f) Sè -p) TcpocrrjyopJa tt? èari «ptX-J) toù TCpàYtiaTOS
(cosa).
2 Bas., H e x a e m ., 89 BC (37 E, 38 A ) : T ò (xèv SSoip ÌStav 7toiótj)tix t
(|>uxp6nf)Ta £xE1 ‘ 4 Sè óW)p tt |v ùypÓTrjTa • xb 8è mip t {)v 8-ep[iÓTV)Ta. ’AXXà Taura
(xév, <5>s 7tptÓTa a T o i /e t a tgìv auvSirtov xorrà tò v eEpy)(xévov T p óm w T<jS Xoyuj(*$
deopefrai, Ttt Sè ^Sr) èv acóptaTi xaTOCTeTOCYnéva *«l foro7rfotTovTa Tfj atadjjaei
cuve^euYtiéva 2xet ttolótt^toc^ ... E conclude (92 A — 38 C): Kal ofrro) ylyve-
Tai wixXos xal x °P ^ èvapnóvios au[*<po>voiivTci>v dcXXrjXoi?.
130 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 4, 18-19 - C. 5, 20-21

tisque conueniunt. Vnde et graece cxoixEia dicuntur quae latine


elementa dicimus, quod sibi conueniant et concinant.
19. Huc autem progressi sumus, quia scriptura ait quod d
uocauerit terram aridam 0, h oc est quia quod principale eius est
nuncupauit proprietate naturae. Naturalis enim proprietas siccitas
est terris; haec ei praerogatiua semata est. Principalis ergo sic­
citas. Subest etiam ut sit frigida, sed non praeferuntur secunda
primis. Vt autem umida sit, aquarum id adfinitate sortitur. Ergo
illud suum, istud alienum: suum, quod arida, alienum, quod umi­
da. Auctor itaque naturae quod prim o donauit h oc tenuit, quia
istud ex natura, illud ex causa. Ex principalibus igitur, non ex ac­
cidentibus terrae debuit proprietas definiri, ut secundum praero-
gatiuam qualitatis eius informaretur nostra cognitio.

Caput V

20. E t uidit deus quia bon u m a. Non praeterimus quia aliqui


nec in Hebraeo putant esse nec in ceteris interpretationibus quia
congregata est aqua in collectiones suas et apparuit aridab. Et
uocauit deus aridam terram et collectiones aquarum uocauit ma­
ria c. Cum enim dixerit deus quia factum est sic, satis esse putant
uocem operatoris ad celebratae operationis indicium. Sed quia in
aliis quoque creaturis habet et definitionem praeceptionis et repe­
titum operationis uel indicium uel effectum, ideo nos non puta­
mus absurdum id quod perhibetur additum, etiamsi ceteris inter­
pretibus uel ueritas doceatur subpetere uel auctoritas; multa enim
non otiose a septuaginta uiris Hebraicae lectioni addita et adiunc-
ta comperimus.

21. Vidit ergo deus quia bonum mare. Etsi pulchra sit spe­
cies huius elementi, uel cum surgentibus albescit cumulis ac uer-

c Gen 1, 10.

a Gen 1, 10.
b Gen 1, 9 (Sept.).
c Gen 1, 10.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 131

tino chiamiamo elementa in greco si chiamano perché


si accordano armoniosamente fra lo r o 3.
19. Siamo arrivati a parlare di questo perché la Scrittu
dice che Dio chiamò la terra « asciutto », cioè perché usò il nome
della sua caratteristica principale riferendosi ad una proprietà
della sua natura. Infatti la secchezza è una proprietà naturale per
la terra; e tale prerogativa le fu conservata. Sua caratteristica prin­
cipale è dunque la secchezza. In secondo luogo essa è anche fred­
da, ma le qualità secondarie non prevalgono sulle principali. Che
essa sia umida, invece, dipende dall’affinità con l’acqua. Quella
è qualità sua propria, questa d’altri: è qualità sua propria quella
d’essere asciutta, qualità d’altri quella d’essere umida. Perciò il
Creatore della natura rese stabile la qualità primieramente attri­
buita perché questa dipende dalla natura, quella da un’occasione.
Quindi la proprietà della terra doveva venir definita dalle sue ca­
ratteristiche principali, non da quelle accidentali, affinché la no­
stra conoscenza si formasse in m odo corrispondente alla sua qua­
lità primaria.

Capitolo 5

20. E Dio vide che era un bene. Non tacciamo che alcuni
pensano mancanti, sia nel testo ebraico sia nelle altre versioni,
le parole: L’acqua si raccolse nei suoi bacini e apparve l'asciut­
to 1. E Dio chiamò l’asciutto « terra » e la raccolta delle acque chia­
mò « mari » 2. Infatti, poiché Dio aveva detto: Cosi avvenne, pen­
sano che sia sufficiente la parola del Creatore quale prova del com ­
pimento dell’opera. Ma siccom e anche nel caso delle altre creature
la Scrittura riporta con precisione l’ordine e ripete l’accenno al­
l'azione e al suo compimento, per questo noi non riteniamo fuori
di luogo l'aggiunta tramandata, benché ci consti che tutti gli altri
interpreti sono veraci ed autorevoli; ben sappiamo infatti che mol­
te aggiunte al testo ebraico non senza vantaggio sono state intro­
dotte dai Settanta.
21. Dio vide dunque che il mare era un bene. Quantunque
questo elemento offra uno spettacolo magnifico o quando bian-

3 ) 7rpocy]yop£a t
B as ., Hexaem., 92 A (38 C): "O&ev xuptoji; aÙToì? xal •P
CTOtxeitùv è<pT)p|xoaxoa. Il verbo denominativo a-ret/to. dal significato di
« avanzare in linea » passa a quello di « accordarsi con »; vedi C hantraine,
Dict. étym., sub uoce.

1 Come si è già detto (III, 2, 7, n. 2), il versetto fino alle parole « e ap­
parve l’asciutto » non si trova nella Vulgata e nel testo ebraico.
B as ., Hexaem., 88 D, 89 A (37 C): IIpoaxetTai 8è èv toXXoìs tòìv àvriypiifpwv,
Kal auvfjx®7) tò CSop tò òttoxiÌtou toù oùpavoù et? tà? auvaYOjyà? aùrfiiv xal
ó)<p&7) ij %r\p i • óforep ouxe rivè? tòìv Xoitoìv èx8e8cì>xa<nv ép}i.T]véo)v o ’Jte j]
tòìv 'E(3paicov gxouaa ipatverai.
Basilio, che non conosceva l’ebraico, parla evidentemente per congettura
o sulla testimonianza altrui. Gli interpreti cui allude sono verosimilmente
Aquila, Simmaco e Teodozione (G iet , op. cit., p. 264, nn. 1 e 2).
2 Questa seconda parte si trova sia nella Vulgata che nel testo ebraico.
132 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 5, 21-23

ticibus undarum et cautes niuea rorant aspargine uel cum aequo­


re crispanti clementioribus auris et blando serenae tranquillitatis
purpurescentem praefert colorem , qui eminus spectantibus fre­
quenter offunditur, quando non uiolentis fluctibus uicina tundit
litora, sed uelut pacificis ambit et salutat amplexibus — quam
dulcis sonus, quam iocundus fragor, quam grata et consona re­
sultatio — , ego tamen non oculis extimatum creaturae decorem
arbitror, sed secundum rationem operationis iudicio operatoris
conuenire et congruere definitum.

22. Bonum igitur mare, primum quia terras necessario


fulcit umore, quibus per uenas quasdam occulte sucum quendam
haut inutilem sumministrat, bonum mare, tamquam hospitium
fluuiorum, fons imbrium, diriuatio adluuionum, inuectio conmea-
tum, quo sibi distantes populi copulantur, quo proeliorum re-
mouentur pericula, quo barbaricus furor clauditur, subsidium in
necessitatibus, refugium in periculis, gratia in uoluptatibus, salu­
britas ualetudinis, separatorum coniunctio, itineris conpendium,
transfugium laborantum, subsidium uectigalium, sterilitatis ali­
mentum. Ex hoc pluuia in terras transfunditur, siquidem de mari
aqua radiis solis hauritur et quod subtile eius est rapitur: deinde
quanto altius eleuatur tanto -magis etiam nubium obumbratione
frigescit et fit imber, qui non solum terrenam temperat siccita­
tem, sed etiam ieiuna arua fecundat.

23. Quid enumerem insulas, quas uelut monilia plerumq


praetexit, in quibus ii qui se abdicant intemperantiae saecularis
inlecebris fido continentiae proposito eligunt mundo latere et
uitae huius declinare dubios anfractus? Mare est ergo secretum
temperantiae, exercitium continentiae, grauitatis secessus, portus
securitatis, tranquillitas saeculi, huius mundi sobrietas, tum fide­
libus uiris atque deuotis incentiuum deuotionis, ut cum undarum
leniter adluentium sono certent cantus psallentium, plaudant in­
sulae tranquillo fluctuum sanctorum choro, hymnis sanctorum
personent. Vnde mihi ut omnem pelagi pulchritudinem conprehen-
dam, quam uidit operator? Et quid plura? Quid aliud ille concen­
tus undarum nisi quidam concentus est plebis? Vnde bene mari
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 133

cheggia per il sollevarsi della massa d’acqua e delle onde che si


frangono, e gli scogli grondano di bianchi spruzzi, o quando, se
la sua superficie s'increspa dolcemente al soffio di venti più miti,
presenta il cupo colore cangiante d'una serena bonaccia, che spes­
so abbacina la vista di coloro che lo contemplano da lontano,
allorché non percuote i lidi all’intorno con flutti violenti, ma quasi
li abbraccia e li sailuta eoo amplessi apportatori di pace — quale
dolce suono, quale giocondo scroscio, quale gradita e armoniosa
risonanza — , tuttavia io penso che la bellezza di questa creatura
non sia stata valutata dal piacere che offre alla vista, ma piuttosto
definita del tutto corrispondente all’intenzione del Creatore in rap­
porto alla ragione dell’opera creatrice.
22. Il mare è dunque un bene anzitutto perché alimenta con
l’umidità necessaria la terra, alla quale somministra occultamente
attraverso alcuni meati un succo non privo certo d ’utilità; è un
bene il mare perché è il luogo di raccolta dei fiumi, la fonte delle
piogge, lo sfogo delle alluvioni, la via dei commerci. Mediante il
mare popoli lontani stabiliscono reciproche relazioni, si allontana
il pericolo di guerre, si arresta il furore dei barbari; il mare è
aiuto nelle necessità, rifugio nei periodi, attrattiva nel sollievo,
salute nella malattia, mezzo d’unione per i lontani, via diretta per
i viaggi, evasione per chi è affaticato, riserva delle entrate, alimen­
to nella carestia. Dal mare la pioggia si riversa sulla terra, poiché
dal mare l’acqua viene assorbita dai raggi solari e ne vien fatta eva­
porare la parte più tenue; poi, quanto più in alto sale, tanto più
si raffredda, anche per l’om bra delle nubi, e si trasforma in piog­
gia che non solo mitiga l’aridità del suolo, ma anche feconda i
campi sterili3.
23. Perché enumerare le isole che spesso ci presenta come
gioielli4, dove coloro che con fermo proposito di mortificazione
rinunciano alle seduzioni dell’intemperanza mondana, scelgono di
rimanere nascosti al m ondo e di evitare i tortuosi raggiri di questa
vita ?8. Il mare è dunque rifugio della temperanza, pratica della
mortificazione, recesso dell’austerità, porto di sicurezza, tranquil­
lità nel secolo, frugalità nel m ondo e ancora incentivo alla pre­
ghiera per gli uomini fedeli e consacrati a Dio, cosi che il canto dei
loro salmi gareggia col m orm orio delle onde che dolcemente si
infrangono sul lido e le isole plaudono con il quieto coro dei santi
flutti echeggiando degli inni dei fedeli. In quale m odo potrei de­
scrivere compiutamente tutta la bellezza del mare com e la con­
templò il Creatore? Perché aggiungere parole? Che altro è il canto

3 Bas., Hexaem., 92 BC, 93 AB (38 DE, 39 AB): l’elogio del mare, para­
frasato da S. Ambrogio. Per ieiunus, cf. Cic., Verr., V , 47, 84, e V erg ., Georg.,
II, 212.
4 B as ., Hexaem., 93 B (39 C): KocX’!] Sè xal £XXoi; 7tapà ©etp, 5rt rapicnply
yei ràc, vfjaoui; ó(ioù [lèv xóa[iov aùroì?, ófioO Sè xal àaipàXstav mxpexonévq Si’
èauTT)?.
5 Cf. Rvt. N a m ., 439-542. Naturalmente i versi di Rutilio Namanziano,
mentre da un lato confermano il fatto, sia pure a distanza di trent'anni
(vedi ediz. a cura di E. Castorina, Sansoni, Firenze 1967, p. 161), dall'altro ne
danno una interpretazione opposta.
134 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , c. 5, 23-24; SER. v, c. 6, 25

plerumque comparatur ecclesia, quae prim o ingredientis populi


agmine totis uestibulis undas uomit, deinde in oratione totius
plebis tamquam undis refluentibus stridit, cum responsoriis psal­
morum cantus uirorum mulierum uirginum paruulorum consonus
undarum fragor resultat. Nam illud quid dicam, quod unda pec­
catum abluit et sancti spiritus aura salutaris aspirat?

24. Det nobis illa dominus: successuum flamine propero


gno currere, tuto portu consistere, nequitiae spiritalis grauiora
quam ferre possumus temptamenta nescire, fidei ignorare nau­
fragia, habere pacem profundam et, si quando aliquid sit, quod
graues nobis saeculi huius excitet fluctus, euigilantem pro nobis
habere gubernatorem dominum Iesum, qui uerbo imperet, tem­
pestatem mitiget, tranquillitatem maris refundatd. Cui est honor
et gloria laus perpetuitas a saeculis et nunc et semper et in
omnia saecula saeculorum amen.

SERMO V

Caput VI

25. Discedente aqua conueniebat ut species terrae daretur


gratia, ut inuisibilis et inconposita desineret esse. Nam plerique
etiam hoc dicunt esse inuisibile quod speciem non habet et ideo
accipiunt terram inuisibilem fuisse, non quia uideri non posset a
summo deo uel angelis eius — nam adhuc homines creati non
erant uel etiam pecudes — , sed quia sine sua specie erat. Species
autem terrae est germinatio et uiriditas agri. Vnde ut uisibilem
eam et compositam faceret deus, ait: Germinet terra herbam faeni

d Mt 8, 26; Lc 8, 24.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 135

delle onde se non una specie di canto del popolo? Perciò opportu­
namente spesso si paragona al mare la Chiesa quando il popolo
entra in folla: dapprima ne riversa le ondate da tutti gli ingres­
s i6, poi, mentre i fedeli pregano in coro, scroscia com e per il
rifluire dei flutti, allorché il canto degli uomini, delle donne, dei
fanciulli, a guisa di risonante fragore d'onda, fa eco nei responsori
dei salm i1. Che dire dell’acqua che lava il peccato, mentre spira
apportatore di salvezza il soffio dello Spirito Santo?
24. Il Signore c i conceda tutto questo: di navigare con p
spero vento su una nave veloce, di fermarci in un porto sicuro,
di non conoscere da parte degli spiriti maligni tentazioni più
gravi di quanto siamo in grado di sostenere, di ignorare i naufragi
della fede, di possedere una calma profonda e, nel caso che capiti
qualche avvenimento che susciti contro di noi i flutti di questo
mondo, di avere, vigilante al timone per recarci aiuto, il Signore
Gesù il quale con la sua parola comandi, plachi la tempesta, stenda
nuovamente sul mare la bonaccia. A lui onore e gloria, lode, peren­
nità dai secoli e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli. Amen.

V SERMONE

Capitolo 6

25. Al ritirarsi dell'acqua era conveniente dare alla terra


suo aspetto e una sua bellezza, perché non fosse più invisibile e
informe. Infatti molti dicono invisibile anche ciò che non ha un
aspetto esteriore e intendono perciò che la terra era invisibile
non perché non potesse essere vista dall'Altissimo e dai suoi an­
geli — fino a questo m omento non erano stati creati gli uomini
— , ma perché mancava d’un aspetto suo proprio. E l’aspetto della
terra è dato dal germogliare e dal verdeggiare del suolo. Quindi,
per renderla visibile e ben ordinata, Dio disse: La terra germogli
6 Cf. V erg., Georg., II, 462: mane salutantum totis uomit aedibus undam.
7 Bas., Hexaem., 93 C (39 E): ... où xaXXiav èxxXvjafac; Toiaurr)? aiiX-
Xoyo?, èv fi au(i(UY*)S ?)X°S> tivoi; )tiì[i.aTo<; fy'óvi 7tpoa<pepo(iévou dvSpùv x a l
yuvaixtóv x a l vrprtcov, x a rà rà ? irpò? tòv ©eòv rjfxòiv Secasi?, binéy.nerai.
Il tema della Chiesa è cosi radicato e connaturale a S. Ambrogio che e
ne avverte e ne rileva l’immagine con estrema facilità. Qui il rifluire dei
flutti e il fragore delle onde gli richiama il progressivo formarsi della comu­
nità cristiana, il suo costituirsi in assemblea liturgica, che poi prega coral­
mente nel canto responsoriale. L’evidente fonte basiliana non può rendere pu­
ramente letteraria la descrizione di S. Ambrogio, « il più musicale fra tutti i
Padri della Chiesa », che « raccomanda insistentemente di cantare » (E.T. M o­
neta C aglio, Lo « Jubilus » e le origini della salmodia responsoriale, Jucunda
Laudatio, San Giorgio Maggiore-Venezia, 1976-1977, p. 141, n. 321). L’invito al
canto ricorrerà più avanti e troverà esempio e incentivo in quello degli uccelli
che lo rinnovano « surgente et occidente die » (V, 12, 36). Cf. anche Explan.
ps. 1, 9-10; ps. 43, 24; ps. 118, 19, 30-32. Sul canto liturgico in sant’Ambrogio si
veda lo studio citato del Moneta Caglio (cf. p. 213, alla voce « Ambro­
gio »). [I.B.]
136 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 6, 25-27

seminans sem en secundum genus et lignum fructiferum faciens


fructum secundum genus, cuius sem en suum in ipso a.

26. Audiamus uerba ueritatis, quorum series salus est audi


tum. Prima enim illa uox dei singulis creaturis inpertita gignendis
lex naturae est, quae terris in omne aeuum remansit, futurae suc­
cessionis datura praescriptum, quemadmodum uel generandi uel
fructificandi in reliquum usus adolesceret. Prima itaque germina­
tio est, quando nascentia uidentur erumpere, deinde cum eruperit
et profecerit germen, fit herba; herba quoque ubi paululum pro­
cesserit, fit faenum. Quam utilis, quam uehemens tfox: Germinet
terra herbam faeni, hoc est ipsa per se germinet terra, nullum
alterius quaerat auxilium, non cuiusquam indigeat ministerio.

27. Solent enim plerique dicere: Nisi dem entior solis ca


tepefecerit terras et quodam m odo radiis suis fouerit, non poterit
germinare terra. Et propterea gentes diuinum honorem deputant
soli, quod uirtute caloris sui terrarum penetrent sinus sparsaque
foueat semina uel rigentes gelu uenas arborum relaxet. Audi ergo
deum uelut hanc uocem emittentem: Conticiscat ineptus sermo
hominum, qui futurus est, facessat uana opinio. Antequam solis
fiat luminare, herba nascatur, antiquior sit eius praerogatiua
quam solis. Ne error hominum conualescat, germinet prius terra
quam fotus solis accipiat. Sciant omnes solem auctorem non esse
nascentium. Dei clementia terras relaxat, dei indulgentia prorum­
pere facit fructus. Quomodo sol uiuendi usum ministrat oriundis,
quando illa prius diuinae operationis uiuificatione sunt edita quam
sol in hos uiuendi usus ueniret? Iunior est herbis, iunior faeno.

a Gen 1, 11.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 137

erba da foraggio, producendo semenza secondo la propria specie


ed alberi fruttiferi che diano, ciascuno secondo la propria specie,
un frutto che abbia in se stesso il suo seme.
26. Ascoltiamo le parole della verità, la cui esposizione è sal­
vezza per chi le ascolta. Infatti quella prima parola di Dio pro­
nunciata per generare le singole creature è legge di natura, stabil­
mente valida per la terra *, cui avrebbe dato la norma del suo
futuro sviluppo, com e cioè in avvenire dovesse svilupparsi la pra­
tica del generare e del produrre frutti. Quindi, prima si ha la ger­
minazione, quando al loro nascere si vedono spuntare le pianti­
celle; poi il germoglio, quando è spuntato e cresciuto, diventa
erba; a sua volta l'erba, quando è un p o ’ cresciuta, diventa fieno.
Quanto fu utile, quanto fu energico quell’ordine! La terra germ o­
gli erba da foraggio, cioè la terra germogli per suo conto, non
chieda l’aiuto di nessun altro, non abbia bisogno dell’assistenza
di nessuno.
27. Molti sono soliti dire: « Se il calore del sole con gene­
rosa benevolenza non riscalderà la terra e, in un certo senso, non
la ristorerà con i suoi raggi, essa non potrà germogliare ». E i
pagani tributano al sole un culto divino perché con la forza del
suo calore penetra nelle viscere della terra riscaldando le sementi
sparse o schiudendo le vene degli alberi irrigidite dal gelo. Ascolta
dunque Dio che pronuncia, per cosi dire, questa parola: « Tacciano
gli stolti discorsi che gli uomini faranno in futuro, siano bandite
le vane opinioni2. Nasca l’erba prima che sia creata la luce del
sole, la sua prerogativa sia più antica di quella del sole. Perché
l’errore umano non acquisti credito, la terra germogli prima che
il sole la ristori ». Sappiamo tutti che il sole non è la causa di ciò
che nasce. La bontà di Dio schiude la terra, la sua compiacenza ne
fa uscire rigogliosi frutti. In che m odo il sole somministra alle
piante i mezzi per vivere, dal momento che queste sono sorte per
l’azione vivificante di Dio prima che il sole intervenisse a fornire
questi mezzi di vita? È più giovane dell’erba, più giovane del
fie n o3.

1 B as ., Hexaem., 96 A (40 A ): 'H yàp t ò t e 9anrfj, xal -uè TtpcoTOV èxetvo


TtpóoTayjjta, olov vó(io<; t i 5 £yévETo ipuaeco^ xal èva7ré(isive t}) ytÌ-
2 B as., Hexaem., 96 AB (40 Cì: ’ EtteiSt) tive? oìWrai tòv •SjXiov al’TioM elvat
tgSv datò tS)? y?j<; <puo|j.évcùv, Tfl 0)1X7] T°u &Ep[*où 7tpò<; ttjv èm<pàvEiav ttjv èx toù
pà&aui; 8uva[uv dcrcunnbiievov, 8ià toùto Tcpea(iuxépa toù ■fjXtou rj itepl 8ia-
xóonYjais • t'va xal toù 7rpoaxuvsTv tòv ^Xiov, «In; aÙTÒv rf)v aMav ty)? Coi5)i;
7tapsx6(J.EV0V, ot 7reTrXavY)[zévoi Ttaiiowvrai.
3 Gli accenni polemici di S. Ambrogio sono rivolti contro la religione
solare di Mitra. Mitra, divinità indo-iranica, è il dio della luce che dona la
fertilità al mondo e aiuta i suoi seguaci nella lotta contro il principio del
male. Il suo culto, giunto a Roma nel 67 a. Cr. con i prigionieri cilici cattu­
rati da Pompeo, ebbe una particolare diffusione nel III secolo e divenne
ufficiale sotto Aureliano come culto del sole (sol inuictus). Con la vittoria
di Teodosio su Eugenio, questo culto venne soppresso nel 394 a Roma, ma
sopravvisse più a lungo nella province, specie d’Oriente (cf. R. T urcan , Histoire
des religions, « Enc. de la Plèiade », Gallimard, Paris 1972, II, pp. 68-77).
138 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 7, 28-29

Caput V II

28. Et forte miretur aliqui, cur prius pecori pabulum qu


cibus homini sit creatus. In quo primum profundam dei debemus
aduertere, quod etiam minima quaeque non neglegat, sicut in
euangelio sapientia dei dicit: Respicite uolatilia caeli, quoniam
non serunt neque metunt neque congregant in horrea, et pater
uester caelestis pascit illa: nonne uos pluris estis illis a? Cum enim
illa pascantur dei gratia, nemo sibi debet de sua industria et uir­
tute blandiri. Deinde quia simplicem uictum et naturalem cibum
reliquis cibis debuit anteferre. Hic enim sobrietatis est cibus, re­
liqui deliciarum atque luxuriae, hic communis omnibus animali­
bus cibus, ille paucorum. Exemplum itaque frugalitatis, magiste­
rium parsimoniae est herbae simplicis uictu holerisque uilis aut
pomi contentos esse omnes oportere, quem natura optulit, quem
liberalitas dei prim a donauit. Ille salubris, ille utilis cibus, qui
m orbos repellat, qui resecet cruditates, nullo hominum partus la­
bore, sed diuino effusus munere, sine satione fruges, fructus sine
semine, tam dulcis et gratus, ut etiam repletis uoluptati atque usui
sit. Denique ad primas datus mensas ad secundas remansit.

29. Quid autem creaturae huius adtexam miraculum et


pientiae operatricis exprimam argumentum? In hac enim germi­
num specie et illo uirentis herbae munere imago est uitae huma­
nae et naturae condicionisque nostrae insigne quoddam spectatur
et speculum elucet. Illa herba et flos faeni figura est carnis huma­
nae, sicut bonus diuinitatis interpres organo suae uocis expressit
dicens: Clama. Quid clamabo? Omnis caro faenum et omnis gloria
hominis ut flos faeni. Aruit faenum et flos decidit, uerbum autem
domini manet in aeternum h. Dei sententia uox humana est. Deus
dicit: Clama, sed in ipso Esaia loquitur. Ille respondit: Quid cla­
mabo? Et tamquam quid loqueretur audisset adiunxit: Omnis caro
faenum. Et uere; uiret enim gloria hominis in carne quasi fae­
num et quae putatur esse sublimis exigua quasi herba est. Prae­
matura ut flos, caduca quasi faenum germinat uiriditatem in
specie, non in fructu soliditatem, hilarioris uitae quasi flos prae-

* Mt 6, 26.
b Is 40, 6-8.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 139

Capitolo 7

28. Forse qualcuno potrebbe meravigliarsi perché sia stata


creata prima la pastura per gli animali che il cibo per l’uom o \
In ciò noi dobbiam o rilevare la profondità del disegno divino che
non trascura anche le cose più piccole, com e nel Vangelo dice la
sapienza di Dio: Guardate gli uccelli del cielo. Non seminano né
mietono né ammassano nei granai, e il Padre vostro celeste li nu­
tre: e voi non siete da più di quelli? Siccom e quelli sono nutriti
dalla bontà di Dio, nessuno deve compiacersi della propria atti­
vità e della propria abilità. Dovette inoltre dare la precedenza al
vitto semplice e al cibo naturale rispetto agli altri cibi. Questo
infatti è il cibo che conviene alla frugalità, gli altri alla voluttà e
alla mollezza; questo è il cibo com une a tutti gli esseri viventi,
quello è di pochi. Perciò è un esempio di frugalità, un insegna­
mento di parsimonia che tutti debbano accontentarsi d'un vitto
di semplici erbaggi o di comune verdura o di frutti che la natura ci
offre, che la generosità di Dio per prima ci ha d a to2. È questo un
cibo salubre, un cibo utile perché tiene lontane le malattie ed eli­
mina le digestioni difficili, un cibo ottenuto dagli uomini senza
fatica, ma offerto in abbondanza per dono divino, messi non se­
minate, frutti non piantati, così dolce e gradito da recar piacere
e utilità anche a chi è già sazio. Di conseguenza, servito in tavola
all'inizio del p a sto3, ritorna con le portate successive.
29. Ma perché dovrei aggiungere le meraviglie di questa crea­
tura e ricavarne una prova della sapienza che l’ha creata? In
questo aspetto dei vegetali e in quell’aspetto dell’erba verdeggian­
te c ’è un’immagine della vita umana e si contempla com e un sim­
bolo della nostra natura e della nostra condizione che in essi si
rispecchiano luminosamente4. Quell’erba e il fiore del campo sono
un’immagine della carne umana, com e un efficace interprete della
sapienza divina espresse con parole sue dicendo: Grida. Che cosa
devo gridare? Ogni carne è com e l'erba e ogni gloria umana è
com e il fiore dell’erba. L’erba inaridisce e il fiore appassisce, ma
la parola del Signore dura in eterno. Queste parole di un uom o
sono pensiero di Dio. Dio dice: Grida; ma è lui che parla per
mezzo dello stesso Isaia. Questi rispose: Che cosa griderò? e,
com e se avesse inteso che cosa diceva Dio continua: Ogni uomo
è com e erba. E ben a ragione. Ogni gloria dell’uomo cresce vigo­
rosa nella sua carne com e l’erba. Precoce come il fiore, caduca

1 Bas., Hexaem., 96 B (40 D).


2 Bas., Hexaem., 96 BC (40 D): ’ AXXà (jLaXia-ra |iiv 6 [3oual xod f7nroi? t&v yùàv
7tpoa7to&£[ievos, croi t&v ttXoutov xal àuóXauaiv TOxpaaxeudc^ei. 'O yàp rà x-rfj-
(JiaTà aou Starpécptov, -rijv <t))v ouvatifjei -rovi (3lou xa-raaxeuirjv. "Etcitoc, f) tGv
<nt0p(i.d(TO)v yéveGiq tI &XXo èari xal oùxl 1% aìjs SiaytoY^)? Trapaaxeuvj; IIpò;
t S itoXXà Ttóv èv 7tóaiq Sri xal Xaxavois ovrtov, Tpoqj^v àv&pi&raov fotdtp/eiv.
3 Gli erbaggi figuravano nella gustatio (antipasto); cf. Hor., Sat., II, 8, 7-9.
4 Bas., Hexaem., 97 C (41D): npòjrov [lèv o3v S-rav Poxàvr]v xópTou
xal fiv&oi;, et? Èwoiav £pxou t t )? àv&pciMrtvrji; «piiaeox;, [j.c|j.v7](j.évo? t t )? elxóvoi; t o u
ooipou 'HaaHou Sri...
140 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 7, 29-30

tendens iocunditatem, breuiore spatio occasura sicut herba faeni,


quod priusquam euellatur a rescitc. Quae enim firmitudo in came,
quae salubritas potest esse diuturna?

30. H odie uideas adulescentem ualidum, pubescentis aet


uiriditate florentem, grata specie suauique colore: crastina die
tibi faciem et ora mutatus occurrit et qui pridie tibi lautissimus
decorae form ae uisus est gratia alio die miserandus apparet aegri­
tudinis alicuius infirmitate resolutus. Plerosque aut labor frangit
aut inopia macerat aut cruditas uexat aut uina corrumpunt aut
senectus debilitat aut euiratos deliciae reddunt, luxuria decolorat.
Nonne uerum est quia aruit faenum et flos cecidit? Alius auis
atauisque nobilis et maiorum honestatus infulis, prosapiae ueteris
clarus insignibus, amicis abundans, stipatus clientibus et utrum­
que latus tectus, producens maximam ac reducens familiam, re­
pente aliqua accidentis periculi m ole turbatus destituitur ab om­
nibus, a sodalibus derelinquitur, inpugnatur a proximis. Ecce ue­
rum est quia sicut faenum uita hominis, priusquam euellatur,
arescit. Est etiam qui dudum ubertate affluens copiarum, libera-
litatis fama per ora uolitans singulorum, clarus honoribus, prae-
minens potestatibus, tribunalibus celsus, solio sublimis, beatus
populis aestimatus, dum praeconum clam ore deducitur, subita
rerum conuersione in eum carcerem rapitur, quo alios ipse detru­
serat, et inter reos suos inminentis poenae deflet aerumnam.
Quantos pridie caterua plaudentium et inuidiosa frequentis populi
domum pom pa deduxit: et nox una gloriosae illum splendorem
deductionis aboleuit ac repentinus lateris dolor effusis gaudiis
luctuosam grauis successionem maeroris admiscuit. Huiusmodi
igitur est gloria hominis sicut flos faeni, quae etiam cum defer­
tur nihil operibus adiungit, in qua nullus fructus adquiritur et,

« Ps 128, 6.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 141

com e il fieno, produce una vegetazione rigogliosa a vedersi, ma


non frutti consistenti; com e un fiore ostenta l'allegrezza d'una vita
senza pensieri, ma è destinata ad una rapida fine com e il fieno
che, aricor prima d’esser strappato, inaridisce. Quale robustezza,
quale salute nella carne può essere duratura?
30. Oggi tu potresti vedere un giovane robusto, nel pie
vigore della sua fresca età, gradevole nell’aspetto, piacevolmente
roseo nel volto. All'indomani ti si presenta trasformato nel viso
e nell’aspetto: quello che il giorno prima ti era parso uno splen­
dore per il fascino della sua bellezza, il giorno dopo ti offre uno
spettacolo miserando, prostrato com ’è dallo sfinimento d’una ma­
lattia. Molti sono quelli che o fiacca la fatica o consuma la povertà
o tormenta il mal di stomaco o degrada il vino o debilita la vec­
chiezza o rinfrolliscono le dissolutezze o la lussuria sfigura. Non
è vero che il fieno si è disseccato e il fiore è appassito? Un altro,
nobile per lunga serie di antenati5, illustre per le cariche dei suoi
maggiori, fam oso per i trofei d’un’antica stirpe®, pieno d’amici,
circondato da ogni parte da una folla di clienti, con una moltitu­
dine di schiavi che escono con lui e lo accompagnano a casa, ad
un tratto, se è travolto dal peso d’una disgrazia imprevista, ecco
che viene evitato da tutti, abbandonato dagli amici, attaccato da
coloro che prima gli erano più vicini. È un fatto che, com e fieno,
la vita umana inaridisce prima di essere sradicata. C'è anche chi,
mentre pur dianzi era colm o di ricchezze, stava sulla bocca di
tu tti7 per la fama della sua generosità, era illustre per le cariche
ricoperte, superiore agli altri per i suoi poteri, sedeva in alto sulla
tribuna dei magistrati troneggiando sul suo seggio, era stimato
felice quando ancora il banditore gli faceva strada con le sue
grida, per un improvviso mutamento politico viene trascinato in
quel carcere dove egli aveva cacciato gli altri e, tra quelli accusati
da lui, piange per il tormento dell’imminente condanna. Quanti il
giorno precedente furono accompagnati a casa da una schiera
plaudente e da un corteo invidiabile di folla: ed una sola notte
distrusse lo splendore di quella scorta vanitosa e un’improvvisa
fitta al fianco unì alla gioia sconfinata il funesto avvicendarsi
d’una grave afflizione *. Tale dunque è la gloria dell’uom o: è com e
il fiore dell’erba, perché, anche quando viene concessa, non ag­
giunge nulla alle nostre opere, non acquista alcun frutto e, quan­
do si perde, svanisce lasciando ad un tratto completamente vuota

5 C f. V erg., Aen., V I I , 56: Turnus auis atauisque potens.


* C f. S all., Iug., 85, 10: ... hominem ueteris prosapiae ac multarum im
ginum.
7 C f. E nn., { Var., 18 V a h ie n ) i n C ic ., Tuse., I , 34: ... uolito uiuos per o
uirum.
® C f. C ic ., De fin., I , 11, 37: sic in omni re doloris amotio successionem
efficit uoluptatis. C f. a n c h e L u cil ., 1314 M a r x (E n n , 622, V a h ie n ) a p u d M ar.
V ict ., p . 276, 13 K : Tum lateralis dolor certissimus nuntius mortis.
142 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 7, 30-32

cum amittitur, euanescit omnem scaenam hominis et quam de­


super obumbrabat repente destituens et quam intus animabat.
31. Atque utinam imitaremur hanc herbam, de qua ait dom i­
nus: Germinet terra herbam faeni seminans sem en secundum
genus et secundum sim ilitudinem d. Seminemus igitur semen se­
cundum genus. Quod sit genus audi dicentem oportere nos quae­
rere illud diuinum, si quo m odo illud tractare possimus aut in-
uenire, quamuis non longe sit ab unoquoque nostrum. In ipso
enim uiuimus et sumus et mouemur, sicut quidam inquit uestrum
dixerunt: cuius et genus su m u se. Secundum hoc genus semine­
mus semen non in carne, sed in spiritu. Non enim carnalia, sed
spiritalia semina seminare debemus f, qui ad uitam peruenire uo-
lumus aeternam. Quae sit autem similitudo non ignoras, qui ad
imaginem et similitudinem dei factus es. Herba generi respondet
suo: tu non respondes generi tuo. Tritici granum sparsum terrae
generis sui gratiam reddit: et tu degeneras. Fruges non adulterant
sui sinceritatem seminis: tu adulteras puritatem animae, uigo-
rem mentis, corporis castitatem.

32. Non agnoscis opus esse te Christi? Manibus suis ut le­


gimus te ille formauit: et tu, Manichee, alterum tibi asciscis auc­
torem. Pater deus dicit ad filium: Faciamus hominem ad imaginem
et similitudinem nostram g: et tu, Photiniane, dicis quia in consti­
tutione mundi adhuc non erat Christus et tu, Eunomiane, dicis
quia dissimilis est patri filius. Nam si imago, non dissimilis utique,
sed totum exprimens patrem, quem pater substantiae suae unitate
signauit. Pater dicit faciamus: et tu cooperatorem negas. Quod
dixit pater filius fecit: et tu aequalem negas, in quo conplacuit
pater h.

i Gen 1, 11.
<=Act 17, 27-28,
£ 1 Cor 9, 11.
b Gen 1, 26.
h Mt 3, 17.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 143

la scena dell’azione umana, sia quella che dall’alto essa proteggeva


con la sua om b ra 9 sia quella cui dava vita dall'interno10.
31. E magari imitassimo quell’erba di cui dice il Signore:
Germogli la terra erba da foraggio, producendo semenza secondo
la propria specie e somiglianza. Seminiamo dunque il seme se­
condo ciascuna specie. Quale sia questa specie, ascolta chi dice
necessario per noi cercare quella divina, se in qualche m odo pos­
siamo trovarla com e a tastoni, sebbene non sia lontana da cia­
scuno di noi. In lui infatti viviamo e siamo e ci muoviamo, com e
alcuni di voi dissero: di cui siamo anche stirpe u. Secondo questa
specie seminiamo il seme non nella carne, ma nello spirito. Dob­
biamo seminare non semi carnali, ma spirituali, noi che vogliamo
giungere alla vita eterna. Di quale somiglianza si tratti, ben lo sai,
tu che sei stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. L’erba
corrisponde alla sua specie, tu non corrispondi alla tua. Il chicco
di grano sparso per terra riproduce le buone qualità della propria
specie, tu invece degeneri. Le messi non corrom pono la pura qua­
lità del loro seme; tu invece corrom pi la purezza della tua anima,
il vigore della tua mente, la castità del tuo corpo.
32. Non riconosci che sei opera di Cristo? Egli, com e leggia­
mo, ti ha plasmato con le sue mani: e tu. Manicheo, ti attribuisci
un altro creatore. Iddio Padre dice al Figlio: Facciamo l’uomo a
nostra immagine e somiglianza; e tu, o Fotinianon, affermi che
alla creazione del m ondo non esisteva ancora Cristo e tu, o Euno-
miano, affermi che il Figlio non è uguale al Padre. Se infatti egli
ne è l’immagine, non è certo diverso da lui, ma riproduce intera­
mente il Padre che gli ha impresso il sigillo dell’unità della sua
sostanza. Il Padre dice: Facciamo; e tu neghi ch’egli abbia coope­
rato con lui. Il Figlio ha fatto ciò che ha detto il Padre; e tu neghi
che gli sia uguale il Figlio nel quale egli si è compiaciuto.

9 II passo non è troppo chiaro. Mi sembra che S. Ambrogio voglia dire


che la gloria da un lato costituisce una protezione per chi la possiede (cf.
V erg., Aen., XI, 223: et magnum reginae nomen obumbrat), dall’altro è sti­
molo per i protagonisti della commedia umana. Quando essa svanisce, si
crea il vuoto.
10 B as ., Hexaem., 100 A (41 E, 42 A): concetti analoghi a quelli esposti
da S. Ambrogio.
11 tou y^P xal l'évo? èqiév: citazione da Arato (Phaen., 5), contenuta in
Atti, 17, 28.
12 Fotino, discepolo di Marcello di Ancira in Galazia e suo compatriota,
divenne vescovo di Sirmio tra la fine del 343 e il principio del 344. Più volte
condannato come eretico, fu deposto nel 351. Dopo un breve ritorno di for­
tuna dovuto alla protezione di Giuliano l’Apostata, dal 364 visse in esilio e
mori nel 376. Per Fotino Cristo non è che un uomo uguale agli altri, salvo
che per la sua nascita miracolosa e per le sue virtù. Nega che il Verbo abbia
una sussistenza personale prima di discendere nel Cristo (Dict. Théol. Cath.,
XII, 2, 1532-1536.
144 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 8, 33-34

Caput V ili

33. Germinet inquit terra herbam faeni secundum genus.


omnibus quae dicuntur nascentia terrae primum germen est. Vbi
se paululum sustulerit, fit herba, postea faenum, inde fit fructus.
Sunt nascentia quae de radice germinant, ut arbores quae non sunt
satae ex aliarum arborum radice nascuntur. In harundine uidemus
quom odo in extremo eius uelut quidam fit nodus e latere et inde
alia harundo germinat. Est ergo in radice uis quaedam seminarii.
Insitiua quoque in superioribus germinant. Aliis ergo a radice, aliis
diuerso munere series successionis adquiritur. Inest enim nascen­
tibus singulis aut semen aut uirtus aliqua seminaria et ea secun­
dum genus, ut quod nascitur ex ea simile eorum quae sata sunt
uel quorum de radice sit germinet, de tritico triticum, de milio
milium; de pyro pyrus albo flore prorumpit, castanea quoque sur-
git de radice castaneae.

34. Germinet inquit terra herbam faeni secundum genus.


continuo parturiens terra nouos se fudit in partus et induit se
amictu uiriditatis, gratiam fecunditatis adsumpsit diuersisque
compta germinibus proprios suscepit ornatus. Miramur quod tam
cito generauerit: quanto maiora miracula sunt, si spectes singula,
quemadmodum uel iacta in terram semina resoluantur ac, nisi
mortua fuerint, nullum fructum adferant, si uero fuerint quadam
sui morte resoluta, in uberiores fructus resurgant. Suscipit igitur
granum tritici putris glaeba et sparsum cohibet occatio ac Uelut
materno terra gremio fouet et conprimit. Inde cum se granum
illud resoluerit, herbam germinat grata ipsa iam species herbe-
scentis uiriditatis, quae statim genus satiui similitudine sui prodit,
ut in ipso suae stirpis exordio cuius generis herba sit recognoscas
atque in herbis fructus appareat: paulatimque adolescit ut fae­
num culmoque pubescens erigitur et adsurgit. Ast ubi se genicu-
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 145

Capitolo 8

33. Germogli la terra, disse, erba da foraggio secondo la pro­


pria specie. In tutti i cosiddetti vegetali all’inizio c ’è il seme.
Quando questo è un po' cresciuto, diventa erba, poi fieno, quindi
frutto Vi sono vegetali che si sviluppano da una radice, come,
per esempio, nascono dalla radice di altri alberi quelli che non
sono stati piantati. Nella canna vediamo che all’estremità si forma
lateralmente una specie di nodo e di li spunta un’altra canna.
Esiste dunque neJla radice la potenza generativa com e d ’un vivaio.
Anche le piante innestate germogliano nella parte superiore. Al­
cuni vegetali ottengono la continuità riproduttiva dalla radice, al­
tri con diverso procedimento. Ciascun vegetale ha in sé o il seme
o una qualche capacità riproduttiva e questa secondo la propria
specie, sicché ciò che ne nasce si sviluppa in tutto simile o alle
piante seminate o a quelle dalla cui radice deriva: dal grano il
grano, dal miglio il miglio; dal pero nasce rigoglioso il pero con i
suoi candidi fiori; anche il castagno sorge dalla radice del ca­
stagno.
34. Germogli la terra, disse, erba da foraggio secondo la pro­
pria specie. E subito la terra germ ogliando8 si effuse nella vege­
tazione novella e si rivesti di verzura, ricevette il dono della fecon­
dità e, adorna di nuovi germogli, ebbe l’acconciatura che le si
addiceva. Ci meravigliamo che la terra sia riuscita a produrre così
in fretta; a considerarli singolarmente, quanto maggiori prodigi
si trovano: come, per esempio, i semi gettati nel terreno si de­
compongano e, se non muoiono, non diano frutto; se invece si de­
compongono, per cosi dire morendo, rivivano in frutti più abbon­
danti. La zolla ram m ollita3 accoglie il chicco di frumento e l’er­
pice ve lo trattiene una volta sparso e la terra lo riscalda e strin­
ge com e nel suo seno materno. Quindi, quando quel chicco si sarà
decomposto, il gradevole aspetto d’un filo verdeggiante si tra­
sforma in erb a 4 che subito rivela la sua specie attraverso la somi­
glianza con la pianta da cui deriva, cosicché fin dall'inizio della
sua crescita tu riconosci di quale specie sia quell’erba e già vi
si intravede il frutto: un po' alla volta cresce com e il fieno e svi-

1 B as., Hexaem., 100 B (42 B ): 'H y à p pXaa-njoic; xaS^yeT-cai nàcrnjs (Hotìvy)?


xal 7ràa7]<; Ttóa?. Etre in ò onéputxrot; xal outcù? àvàyx■») np&rov pxàarqciv, eira
(3oti4v7]V ycvéa&ixi, eira /ópTOV -/XoaZovra., eira tòv xapitòv Irei ^ p à ? ^8r) xal
ita/eta; -ri)? xaXdcpt.7)<; àSpuvójiejjiov.
2 Cf. V erg., Georg., II, 330: parturit almus ager.
3 Cf. V erg., Georg., I, 144: et Zephyro putris se glaeba resoluit.
4 Cf. Cic., De sen., 15, 51: Quamquam me quidem non fructus modo, sed
etiam ipsius terrae uis ac natura delectat: quae cum gremio mollito ac su­
bacto sparsum semen excepit, primum id occaecatum cohibet — ex quo occa-
catio quae hoc efficit nominata est —, dein tepefactum uapore, compressu
suo diffundit et elicit herbescentem ex eo uiriditatem.
Vedi anche Bas., Hexaem., 100 BC (42 BC). "Orav et? yyj? xaTaitécrn tò
OTtéptxa ou(i(jLéTpo>? votESo? xal ^épfjiTj? S/ouaav, xaùvov ysv6(aevov xal TtoXuTCOpQV,
rfj? Ttapaxeijiév»)? yrj? irepiSpafjàjzevov, Tà olxeZa xal <riu<puXa Ttpò? éauTÒ èm-
OTTOTal.
146 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 8, 34-36

lata iam spica sustulerit, uaginae quaedam futurae frugi parantur,


in quibus granum formatur interius, ne tenera eius primordia aut
frigus laedat aut solis aestus exurat aut uentorum inclementia uel
imbrium uis saeua decutiat. Succedunt quidam ordines spicae mi­
rabili arte formati uel ad speciem grati uel ad tutamen nexu quo­
dam inter se naturalis conligationis adstricti, quam prouidentia
diuina formauit. Et ne frugis numerosioris pondere uelut quae­
dam cedat fultura culmorum, uaginis quibusdam ipse culmus in­
cluditur, ut geminatis uiribus frugem possit multiplicem sustine­
re, ne inpar oneri curuetur in terram. Tum supra ipsam spicam
u cillum struitur aristarum, ut quasi quadam in arce praetendat,
ne auium minorum morsibus spica laedatur aut suis exuatur fruc­
tibus aut uestigiis proteratur.

35. Quid dicam quemadmodum clementia dei humanae p


spexerit utilitati? Faeneratum terra restituit quod acceperit et usu­
rarum cumulo multiplicatum. Homines saepe decipiunt et ipsa
faeneratorem suum sorte defraudant, terra fidelis manet et si
quando non soluerit, si forte aduersata fuerit frigoris inclementia
aut nimia siccitas aut inmensa uis imbrium, alio anno superioris
anni damna conpensat. Ita et, quando prouentus spem destituit
agricolae, nihil terra delinquit et, quando arridet, ubertas fecun­
dae matris se in partus effundit, ut numquam ullum dispendium
suo inferat creditori.

36. Quae uero species pleni agri, qui odor, quae suaui
quae uoluptas agricolarum! Quid digne explicare possimus, si no­
stro utamur adloquio? Sed habemus scripturae testimonia, quibus
agri suauitatem benedictioni et gratiae sanctorum aduertimus com ­
paratam dicente sancto Isaac: Odor filii mei odor agri p len ia. Quid
igitur describam purpurescentes uiolas, candida lilia, rutilantes
rosas, depicta rura nunc aureis, nunc uariis, nunc luteis floribus,
in quibus nescias utrum species amplius florum an uis odora de­
lectant? Pascuntur oculi grato spectaculo, longe lateque odor spar­
gitur, cuius suauitate complemur. Vnde digne dominus ait: Et

Gen 27, 27.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 147

luppandosi si erge e si leva diritta sullo stelo. Ma quando la spiga


nodosa è ormai cresciuta, si costituiscono com e degli involucri per
la futura messe, dentro i quali si form a il chicco, perché il freddo
non danneggi i suoi teneri inizi o il calore del sole lo bruci o
l’inclemenza dei venti o la forza impetuosa delle piogge lo fac­
cia cadere5. Si form ano quindi le infiorescenze della spiga, dispo­
ste con mirabile arte, attraenti a vedersi, strette fra loro, per aver­
ne protezione, da una specie d’intreccio di legamenti naturali pre­
disposti dalla Provvidenza divina. E perché per il peso dei chicchi
troppo numerosi non venga meno il sostegno degli steli, lo stesso
stelo è com e rivestito da tuniche, in m odo che possa con raddop­
piata resistenza sostenere il proprio frutto molteplice e non si
curvi a terra vinto dal peso. Quindi sopra la stessa spiga si dispo­
ne fitto fitto uno steccato di ariste, in m odo che, com e in una for­
tezza, costituisca una difesa, affinché la spiga non riceva danno
dalle beccate degli uccelletti o sia depredata dei frutti o venga
calpestata 6.
35. Perché raccontare com e la bontà di Dio ha provveduto
all’utilità degli uomini? La terra restituisce ad usura ciò che ri­
ceve e lo moltiplica con il cumulo degli interessi. Gli uomini spesso
imbrogliano defraudando dello stesso capitale chi lo ha loro pre­
stato; la terra invece resta fedele e, se talora non ha pagato, se
per caso ha avuto contrari l’asprezza del freddo o la troppa sic­
cità o l’eccesso delle piogge, l’anno successivo compensa le per­
dite di quello precedente. Cosi, quando il raccolto delude la spe­
ranza del contadino, la terra non ne ha colpa, e quando la sta­
gione è favorevole7, la fertilità di questa madre feconda riversa i
suoi prodotti con una tale abbondanza da non causare mai alcuna
perdita al suo creditore.
36. Ma quale spettacolo è quello di un campo in pieno ri­
goglio, quale profum o, quale attrattiva, quale soddisfazione per i
contadini! Come potrem mo spiegarlo degnamente con le nostre
parole? Ma abbiamo la testimonianza della Scrittura dalla quale
vediamo paragonata la bellezza della campagna alla benedizione
e alla grazia dei santi, quando Isacco dice: L’odore di mio figlio
è l'odore d’un campo rigoglioso. Perché descrivere le viole dal
cupo colore purpureo, i candidi gigli, le rose vermiglie, le cam­
pagne tinte ora di fiori color d’oro ora variopinti ora color giallo
zafferano, nelle quali non sapresti se rechi maggior diletto il co­
lore dei fiori o il loro profum o penetrante? Gli occhi si pascono
di questa gradevole visione e intorno ampiamente si sparge il pro­
fum o che ci riempe del suo piacevole effluvio. Perciò giustamente

5 C f. V erg ., Georg., I , 92-93: ne tenues pluuiae rapidiue potentia solis /


acrior aut Boreae penetrabile frigus adurat; Bue., V I , 33-34: ut his exordia
primis / omnia et ipse tener mundi concreuerit orbis.
6 B as ., Hexaem., 100 D , 1 0 1 A (42 D E ): D o p o a v e r d e s c r it t o la c o s t it u ­
z io n e d e lla s p ig a , p r o s e g u e : ’ E v dr]xf) Sè t ò v xójocov àTO&enévyj <!)<; [/,■)) eùSi-
ópTOXtTTOV elv a i toT? cntepfjLoXÓYot? • frri Sè x a l Tfj 7Tpo(EoXfj tG v àv&eplxtov olov
à x ta i r à s èx itó v fu x p S v àcplanriai (iXocpa?.
7 C f. Lucr., I I , 32-33: cum tempestas adridet et anni / tempora consper­
gunt uiridantis floribus herbas.
148 EXAMERON, DIES I I I , SER. V, C. 8, 36-37 - C. 9, 38

species agri mecum e s t b. Cum ipso est enim quam ipse formauit;
quis enim alius artifex posset tantam rerum singularum exprimere
uenustatem? Considerate lilia agri0, quantus sit candor in foliis,
quemadmodum stipata ipsa folia ab im o ad summum uideantur
adsurgere, ut scyphi exprimant formam, ut auri quaedam species
intus effulgeat, quae tamen uallo in circuitu floris obsaepta nulli
pateat iniuriae. Si quis hunc florem decerpat et sua soluat in folia,
quae tanti est artificis manus, quae possit lilii speciem reformare?
Quis tantus imitator naturae, ut florem hunc redintegrare prae­
sumat, cui dominus tantum testimonium tulit, ut diceret: Nec
Solomon in omni gloria sic uestiebatur sicut unum ex istis d? Rex
opulentissimus et sapientissimus inferior iudicatur quam huius
floris est pulchritudo.

37. Quid enumerem sucos herbarum salubres, quid uirgu


rum ac foliorum remedia? Ceruus aeger ramusculos oleae mandit
et sanus fit. Lucustas quoque folia oleae adrosa liberant ab aegri­
tudine. Rubi folia superiacta serpenti interimunt eum. Culices non
tangent te, si absenti herbam cum oleo coquas et eo te perunxeris.

Caput IX

38. Sed forte dicant aliqui: Quid quod cum utilibus eti
letalia et perniciosa generantur? Cum tritico conium, quod inter
alimenta uitae noxium repperias et, nisi praeuisum fuerit, consue-
uit saluti nocere. Inter alia quoque nutrimenta uitae elleborus de­
prehenditur. Aconita quoque fallunt frequenter et decipiunt col­
ligentem. Sed hoc ita est ac si reprehendas terram, quia non omnes
homines boni. Sed quod plus est accipe quia non omnes boni an­
geli in caelo. Sol ipse prae nimio calore spicas torret, adurit au­
tem gignentium prima exordia. Luna quoque uiantibus iter mon­
strat, latronum prodit insidias. Num igitur dignum est, ut in his

t Ps 49, 11.
c Mt 6, 28.
^ Mt 6, 29.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 149

il Signore dice: E la bellezza del campo è con me. È con lui, per­
ché ne è l’autore: quale altro artefice infatti avrebbe potuto espri­
mere una cosi grande bellezza nelle singole creature? Considerate
i gigli del campo, quale sia il candore dei loro petali, com e questi,
l’uno stretto all'altro, si rizzino dal basso verso l'alto in m odo da
riprodurre la forma d'un calice, com e nell'interno di questo ri­
splenda quasi un bagliore d’oro che, difeso tutt'intorno dalla pro­
tezione dei petali, non è esposto ad alcuna offesa. Se si cogliesse
questo fiore e si sfogliassero i suoi petali, quale mano di artista
sarebbe cosi abile da ridargli la form a del giglio? Nessuno sa­
prebbe imitare la natura con tanta perfezione da presumere di
ricostituire questo fiore, cui il Signore diede un riconoscimento
cosi eccezionale da dire: Nemmeno Salomone in tutta la sua glo­
ria vestiva com e uno di questi. Un sovrano ricchissimo e sapien­
tissimo è giudicato da meno della bellezza di questo fiore.
37. Perché enumerare i succhi curativi delle erbe, i med
menti ricavati dai virgulti e dalle foglie? Il cervo ammalato ma­
stica ramoscelli d ’ulivo e ritorna sano. Anche le locuste si libe­
rano delle indisposizioni rodendo le foglie dell’ulivo. Le foglie
del rovo gettate su un serpente lo u ccid o n o 8. Le zanzare non ti
toccheranno, se cuocerai con olio l’erba dell’assenzio e ti ungerai
ben bene con questa m istura9.

Capitolo 9

38. Ma alcuni forse potrebbero obiettare: « Perché allora


le piante utili nascono anche quelle mortali e velenose? Insieme
al grano, la cicuta che, nociva com ’è, potresti trovare fra le
piante commestibili e che, se non te ne guardi in tempo, soli­
tamente nuoce alla salute. Tra le altre piante che c i nutrono si
trova anche l’ellèboro. Anche l’acònito di frequente passa inos­
servato ed inganna chi lo raccoglie » l. Ma questo è com e un rim­
proverare la terra perché non tutti gli uomini sono buoni. Ascolta
però un fatto ancor più sorprendente: non tutti gli angeli in cielo
furono buoni. Anche il sole per l’eccessivo calore brucia le spi­
ghe e dissecca i primi germogli delle piante. Anche la luna mostra
la strada ai viandanti, ma provoca le insidie dei m alfattori2. È

8 Cf. Pl in ., N.H., XXIV, 73, 117: Nec rubos ad maleficia tantum genuit
natura . . . Aduersantur serpentium sceleratissimis.
9 Cf. P l in ., N.H., XXVII, 28, 52: Culices ex oleo perunctis abigit et fumo,
si uratur.

1 B as., Hexaem., 101 B (43 A ): Kol eù&étix; auvd;e8iWb] toù; TpoeCpot? rà


§T)Xn)TT)pia * jxerà t o u afrrou t ò xcove i o v * (ie r à t 5 v X oiitS v Tpo<pC[i<av £X Xi(ìopo;
x a l àxóviTOV x a l [ucvSpaYÓpa? x a l 6 t 5)? (jufjxovo? fa r i;.
2 Cf. Iw ., XIII, 23-24: Quae tam festa dies, ut cesset prodere furem, per­
fidiam, fraudes atque omni ex crimine lucrum...? Cf. a n c h e , s e b b e n e il c o n ­
c e t t o s ia in p a r t e d iv e r s o , S ecvndi, Sent. in Frg. Ph.il. Graec., I, 518, 30: Quid est
luna? ... malefactorum reuélatrix, itinerantium solamen, rumigantium direc­
tio...; v e d i a n c h e I , 516, 514: malefactorum inimica, e 513, 524: xaxo<ipyoiv
150 EXAMERON, DIES I I I , SER. V, C. 9, 38-39

quae utilia sunt posthabentes conditoris gratiam confiteri propter


aliqua alimentorum noxia creatoris prospicientiae derogemus,
quasi uero omnia gulae causa debuerint procreari aut exigua sint
quae uentri nostro diuina indulgentia ministrauerit? Definitae no­
bis escae sunt et notae omnibus, quae et uoluptatem generent et
corporis salubritatem.
39. Singula autem eorum quae generantur e terris special
quandam rationem habent, quae p ro uirili portione conplent uni-
uersae plenitudinem creaturae. Alia ergo esui, alia alii nascuntur
usui. Nihil uacat, nihil inane germinat terra. Quod tibi putas inu­
tile aliis utile est, immo ipsi tibi frequenter alio est usu utile.
Quod escam non adiuuat medicinam suggerit, et saepe eadem quae
tibi noxia sunt auibus aut feris innoxium ministrant pabulum. De­
nique sturni uescuntur conium , nec fraudi est eis, quoniam per
qualitatem sui corporis uenenum suci letalis euadunt. Frigida enim
uis eius est suci, quam subtilibus poris in cordis sui sedem du­
centibus praecoci digestione praeueniunt, priusquam uitalia ipsa
pertemptet. Elleborum autem periti locuntur escam esse et alimo­
niam coturnicum, eo quod naturali quodam temperamento sui cor­
poris uim pabuli nocentis euitent. Etenim si ratione medicinae
plerumque ad salubritatem humani quoque corporis temperatur,
cui uidetur esse contrarium, quanto magis proprietate naturae ad
cibos proficit quod medica manu conuertitur ad salutem. Per man-
dragoram quoque somnus frequenter accersitur, ubi uigiliarum
aegri affectantur incom modo. Num quid de opio loquar, quod
etiam nobis cotidiano prope usu innotuit, quoniam dolores eo
grauissimi internorum saepe uiscerum sopiuntur? Nec illud prae-
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 151

forse giusto dunque che, trascurando di riconoscere la bontà del


Creatore davanti a questi doni che ci sono utili, limitiamo la sua
provvidenza per causa di qualche alimento nocivo, com e se tutto
si fosse dovuto creare per appagare la nostra gola o siano pochi
gli alimenti che la bontà divina ha procurato al nostro ventre?
Sono stati stabiliti per noi e sono noti a tutti i cibi che danno pia­
cere e giovano alla salute.
39. Ma ogni pianta che nasce dalla terra ha ima sua parti
lare ragione, dato che ciascuna, per quanto sta in essa, contribui­
sce alla perfezione di tutto il creato. Alcune servono per il cibo,
altre per altri usi. Quella che tu credi inutile per te, è utile ad
altri; anzi spesso è utile anche a te per un uso diverso. Quella
che non serve per il cibo, ci fornisce il medicamento, e spesso
le medesime piante, nocive per te, offrono una pastura innocua
agli uccelli e agli animali3. Basti dire che gli storni mangiano
la cicuta senza averne danno, perché per la natura del loro corpo
scampano al veleno di quel succo mortale. Infatti quel succo
possiede una potenza di gelo, che, per mezzo di sottili condotti
che portano dove si trova il cuore, essi neutralizzano con ima
digestione precoce, prima che agisca anche sugli organi vitali.
Quanto all’ellèboro, gli esperti dicono che è cibo di cui si nutrono
le quaglie, perché per effetto della naturale complessione del loro
corpo evitano l’effetto nocivo di quell'alim ento4. Se a scopo cu­
rativo si fanno pozioni di questa pianta per ridare salute allo
stesso corpo umano cui è dannosa, quanto più per le sue pro­
prietà naturali giova a fornire nutrimento ciò che la mano del
m edico sa rendere salutare! Anche per mezzo della mandragora
spesso si provoca il sonno quando gli ammalati sono tormentati
dall’insonnia5. Dovrei forse parlare dell’o p p io 6 che anche noi ab­
biamo imparato a conoscere per l’uso che ne facciamo quasi
ogni giorno perché sopisce spesso atroci dolori intestinali? Né
ci è ignoto che per effetto della cicuta spesso i furori della lus-

È j$ p a . D e llo s t e s s o a u to r e , v is s u t o p r o b a b ilm e n t e ai t e m p i d i A d r ia n o , A m ­
b r o g i o s e m b r a r ic o r d a r s i a n c h e a I V , 1, 2, d o v e p a r la d e l so le .
3 B as., Hexaem., 101 C (43 B C ): Ea-n. Sè t o ù t c ù m oùSèv àpycoi;, oilSèv
o t o ) ? yeyevvjjiivov. " H y à p Tpoipvjv roxpéxei. t i v I t ò ì v àXóytov • x a l f)| x ìv aÙTOt?
TOXpà Tfjc; iarpixyj? -réxvr)<; et? TOxpaji,uS-tav tiv & v àpptooTr](iàTCùV è!;eiip7]Tai. Ti>
[zèv y à p x<iveiov ot tjiapei; |3ó<jxovtoii, Sià tt)v xaTaaxeufyi t o u ctijioiTOi; rJjv èx
t o ù 8y)Xi)T7)p[ou (3Xàp7]V àTroStSpàcxovTei;. Aem-oilx; y à p S / o v t c ? t o ù ? èrti T % xa p -
Stai; 7rópoui;, tp&àvouaiv èx7téi|iai t ò xaTOOTO&èv uplv t ì j v dm’ a ù io ù tGv
xa ip ttov xa&àijrai.
4 B as ., Hexaem., 101 D (43 C ): 'EXXé(3opos Sè òpróytov èaxl Tpo<pr), ISióttqti
xpàaeoc; tvjv pxdtprjv dbroijieuyóvTOJV. C f. Plin., N.H., X , 72, 197: Venenis ca­
preae et coturnices, ut diximus, pinguescunt; v e d i a n c h e X , 23, 69: Coturni­
cibus ueneni semen gratissimus cibus.
5 B as., Hexaem., 10 1D ( 4 3 D ) : A i à [ièv y à p tou jiavSpayópoo Stcvov iaTpol
xaTE7ràyouaiv. C f. Plin., N.H., X X V , 94, 150: Vis somnifica pro uiribus biben­
tium; media potio cyathi unius.
6 B as., Hexaem., 101 D (43 D ): è7rl(i) Sè Tà? aipoSpài; èSiivaq tGv aco|j,àTO)V
xaT axoijxttou aiv. C f. P l i n ., N.H., X X , 76, 199: non ui soporifera modo, uerum,
si copiosior hauriatur, etiam mortifera per somnos.
152 EXAMERON, DIES I I I , SER. V, C. 9, 3941

terit, quod conio plerumque furores libidinum marcuerunt et


elleboro uetustae passiones aegri corporis sunt solutae.
40. Non solum igitur nulla in his reprehensio creatoris,
etiam incrementum est gratiarum, siquidem quod ad periculum
putabas esse generatum ad remedia tibi salutis operetur. Nam et
id quod periculi est per prouidentiam declinatur et id quod salu­
tis per industriam non amittitur. An uero oues et caprae ea quae
sibi noxia sunt declinare didicerunt et <non> solo odore per quod­
dam naturae mysterium, cum sint rationis expertes, rationem ta­
men euadendi periculi uel tuendae salutis agnoscunt noxiaque pa­
riter ac profutura distinguunt, ita ut plerumque, cum armata ue-
nenis tela senserint, notas petere herbas atque his remedium uul-
neri dicantur adhibere? Cibus illis ergo medicina est, ut resilire
sagittas uideas ex uulnere, fugere uenena, non serpere. Denique
ceruis cibus uenenum est: coluber ceruum fugit, leonem interficit:
draco helefantum ligat, cuius ruina mors uictoris est. Et ideo sum­
ma ui utrimque certatur, ille ut pedem alliget, in quo casus uincti
sibi nocere non possit, iste ne posteriore extremus pede aut calle
capiatur angusto, ubi uel ipse se non queat retorquere et draconem
graui protegere uestigio uel sequentis elefanti auxilium non habere.

41. Ergo si inrationabilia animalia norunt quibus sibi aut


dicentur herbis aut subsidiis opem adferant, hom o nescit, cui ra­
tionabilis sensus innascitur, aut tam alienus a uero est, ut quae
cuique apta sint usui minime deprehendat, aut ita naturae ingra­
tus bonis, ut quoniam taurini haustus sanguinis letalis est homini,
propterea laboriosum putet animal aut nasci non debuisse aut
sine sanguine debuisse generari, cuius uirtus ad cultum agrorum
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 153

suria hanno perduto ogni loro violenza7, e per effetto dell'ellèboro


scompaiono malanni radicati in un corpo inferm o".
40. Quindi in tutto ciò non solo non c ’è alcun motivo di bia­
simo per il Creatore, ma al contrario motivo di maggior riconoscen­
za 9, perché le piante, che tu pensavi potessero costituire un perico­
lo per te, agiscono quale rimedio per la tua salute. Infatti con le
precauzioni si evita il pericolo che esse presentano e con l’opero­
sità non si perde ciò che hanno di salutare. Forse le pecore e le
capre hanno imparato a scuola ad evitare quant’è loro nocivo e
non invece con il solo odorato per un misterioso istinto naturale,
essendo prive di ragione, conoscono i mezzi per fuggire il pericolo
e proteggere la loro incolumità e distinguono ugualmente ciò
che nuoce e ciò che gioverà lo r o ? 10. Così spesso, quando sono
state ferite da frecce avvelenate, si dice che cerchino erbe da loro
conosciute e che con queste curino la ferita. Il cibo dunque serve
per esse da medicina, sicché potresti vedere saltar fuori le frecce
dalla ferita 11 e sparire il veleno, non già diffondersi. Del resto
i cervi si cibano di piante velenose: il serpente fugge il cervo “ ,
mentre uccide il leone; il pitone avvinghia l’elefante il cui crollo
causa la morte del vincitore 13. Perciò con grande accanimento si
combatte da entrambi le parti, quello per avviticchiargli il piede,
perché in quella posizione la caduta del nemico avvinto non
potrebbe fargli del male, questo per non farsi prendere ad un
piede posteriore in fondo alla fila o in uno stretto sentiero, dove
egli non potrebbe girarsi e schiacciare il pitone sotto l'enorme
peso della sua zampa né avere l’aiuto dell’elefante che viene dopo.
41. Ora, se gli animali irragionevoli sanno con quali erbe
medicarsi e con quali mezzi procurarsi aiuto, non lo sa invece
l’uom o che ha innato l’uso della ragione o è tanto lontano dal
vero da non comprendere quali cose servano a ciascun uso e cosi
ingrato verso i doni della natura da ritenere che, siccome un sorso
di sangue di toro è mortale per l ’uomo, un animale cosi laborioso
o non sarebbe dovuto nascere o sarebbe dovuto nascere senza

7 Bas., Hexaem., 101 D (43 D ): "HSt] Sé uve? Ttji xcovetco x a l t ò XuaaòiSe?


tòìv èpé^etov xixTe(i.àpavav. C f. P l i n ., N.H., X X V , 95, 154: Quod certum est,
lac puerperarum mammis imposita extinguit ueneremque testibus circa pu­
bertatem inlita.
8 Bas., Hexaem., 101 D (43 D ): x a l Ttji éXXe(3ópa> tòìv xP°vlo)v 7ra&tóv è^s[LÒ-
XXeuaav. C f. Pl in ., N.H., X X V , 22, 54: Nigrum helleborum medetur paraly­
ticis, insanientibus, hydropicis, dum citra febrim, podagris ueteribus, arti­
culariis morbis.
9 Bas., Hexaem., 104 A (43 D ): "Qctts 8 è v ó [«£ e ? S/etv xa-rà toù x-ttaavro?
&YxXy)(xa, to u tó c o i e l? irpoaìMjxiqv eò/apiOTta? TOpieX^Xu&e.
10 Bas., Hexaem., 101 C (43 B): Où Srjuou yàp 7rpó(jaTa [lèv x a l a ty e ? Jaaaiv
àroxpetiyeiv r i x a x o ù v r a aÒTtov rJjv ì^corjv, [ióvfl Tfl a l a t a s i tò (3Xa[3epòv S iaxp t-
vovra.
11 C f. P l in ., N.H., X X V , 53, 92: Ostendere ( c e r u a e ), ut indicauimus, dic­
tamnum uulneratae pastu statim telis decidentibus. V e r a m e n te S . A m b r o g io
p a r la q u i d e lle p e c o r e e d e lle c a p r e , n o n d e lle c e rv e .
12 C f. P l in ., N.H., V i l i , 50, 118: Et his cum serpente pugna.
13 C f. Pl in ., N.H., V i l i , 11, 32: sed maximos (e le p h a n t o s f e r t )
India bel-
lantesque cum his perpetua discordia dracones tantaeque magnitudinis et
ipsos ut circumplexu facili ambiant nexuque nodi praestringant.
154 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 9, 4142 - C. 10, 43

utilis, ad usum plaustrorum habilis, ad alimoniam suauis diuerso


munere fulcit agricolas, quibus deus, si bona sua norint, uniuersa
donauit dicens: Germinet terra herbam faeni seminans semen se­
cundum g en u sa. Non solum enim spontaneam alimoniam con-
prehendit, quae est in herbis et radicibus atque arborum reliquis-
que fructibus, sed etiam eam quae industria comparatur et cultu
rusticani laboris adquiritur.

42. Quam decorum autem quod non statim fundére ter


semen iussit et fructus, sed prim o germinare, deinde herbescere
campos statuit, postea secundum proprietatem sui generis semen
adolescere, ut numquam aruorum uacaret gratia, quae grato pri­
mum decore uernarent, postea fructum suggererent utilitatem.

Caput X

43. Sed forte quis dicat: Quom odo secundum genus terra pro­
fert semina, cum plerumque semina iacta degenerent et, cum b o­
num triticum fuerit seminatum, et decolor eius species et inferior
form a reddatur? Sed hoc si quando accidit, non ad translationem
generis, sed aegritudinem quandam et inaequalitatem seminis ui­
detur esse referendum. Non enim desinit esse triticum, si aut fri­
gore aduratur aut imbre madidetur, sed specie magis quam ge­
nere, colore quoque et corruptione mutatum. Denique frequenter
madidata frumenta in sui generis speciem reuertuntur, si aut sole
aut ignibus torreantur aut diligentibus commissa cultoribus aeris
temperie terrarumque feracium ubertate foueantur. Itaque repa-

* Gen 1, 11.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 155

sangue14. Eppure questo animale — utile per la sua forza alla


coltivazione dei campi, adatto a trascinare carri, saporito a man­
giarsi — con diversi servizi aiuta gli agricoltori ai quali Dio,
sempre che conoscano la loro fortu n a 15, ha concesso ogni cosa
dicendo: Germogli la terra erba da foraggio producendo sem e se­
condo la propria specie. Infatti egli vi ha com preso non solo il
cibo spontaneo che consiste nelle erbe, nelle radici e nei frutti de­
gli alberi e in tutti gli altri prodotti, ma anche quello che si
ottiene con l’operosità e si acquista con l’esercizio del lavoro
agricolo.
42. Quant’è bello poi ch ’egli non abbia ordinato alla te
di produrre immediatamente il seme e i frutti, ma abbia stabilito
che i campi prima germogliassero, poi si ricoprissero d’erba, quindi,
secondo le caratteristiche della propria specie, il seme si svilup­
passe, in m odo che i campi non fossero mai senza doni, anzitutto
rinnovando a primavera l’incanto della loro bellezza, offrendo poi
l’utilità dei loro fru ttiM.

Capitolo 10

43. Ma qualcuno potrebbe dire: « In che m odo la terra p


duce i semi ciascuno secondo la propria specie dal momento che
spesso quelli sparsi nel suolo degenerano e, sebbene sia stato se­
minato del buon grano, il prodotto che ne risulta è d ’un colore
insolito e di qualità inferiore? ». Ma quando capita questo, la colpa
deve essere attribuita non ad una degenerazione della specie,
ma ad una malattia o ad una mancata omogeneità del seme. Non
cessa infatti di essere grano se viene bruciato dal fre d d o 1 o si
impregna di pioggia, ma risulta trasformato nell’aspetto più che
nella specie e così nel colore e nell’alterazione subita. Anzi spesso
il frumento inzuppato d’acqua riprende l’aspetto della sua specie
se viene essiccato al sole o al fuoco oppure, affidato a diligenti
coltivatori, trova un aiuto nel clima favorevole e nella fecondità
di un fertile terreno2. Cosi si riacquista nella prole ciò che era

14 Bas., Hexaem., 101 B (43 A): M9) y^P> è-jTetSnfj croi 8t)Xt)tiI)Piov tò Tooipiov
al(i.a, toutoi) Svexev ÈSei t) [d] 7tapax*H)vai tò £ij>ov Vj TOXpax-9-èv àvaijxov elvai,
o5 ttji; Ea/uo? 7rpò? TooaÙTa ijixfijv èroSei/rai. ó pto?.
15 Cf. V erg., Georg., II, 458459: O fortunatos nimium, sua si bona norint,
/ agricolas!
16 Bas., Hexaem., 104 A (43 E): Ilócrqv aÒT<5[i<XTOV Xèysi Tpo<p9jv èv toiStoi?,
-nrjv t s èv at<; xal t v j v èv aÒTfl T yj poràvfl xal ttjm èv xapiroii; ■ì^Stq; 7tócnqv Sè
tìjv è!; è7ri(j.eXsta? xal Ycoipyia? r](xiv 7rpo(ryfpio(jièvv)v ; Oùx eù&ù? èxéXeuae <j7rép(jLa
xal xaprcòv àvaSo&ijvai, àXXà (3Xa<mjaai xal yìo&aca rJjv yyjv, xal t ò t e et? 07tep(ia
TeXsioìHjvai...

1 Cf. V erg., Georg., I, 93: aut Boreae penetrabile frigus adurat.


2 Bas., Hexaem., 104 AB (43 E, 44 A): IIGi; o3v xarà yévoi;, «prjolv, r) yJ) Trpo-
ipèpei Tà <j7tèp[iaTa, óttóte ct£tov 7toXXàxti; xaTajJaXóvrei;, tòv piXava toùtov Ttupòv
ouYX0(j,t^0(j.cv ; ’ AXXà toOto où^l 7tpòs ÈTEpov yévoc; èaTl (i.srapoX^, àXXs olovel
vóao; xal àpptùOTla toù aitépnaTcx;... Tfl Ù7tep(3oXfj yàp tou xpiiou; ùitepxaeli;
156 EXAMERON, DIES III, SER. V, C. 10, 43-45

ratur in subole quod degenerauerat in parente. Vnde non pericli­


tamur, ne praeceptum illud dei, cuius usus naturae inoleuit, in
reliquum successionis uitio destitutum sit, cum hodieque in semi­
nibus generis sui sinceritas reseruetur.

44. Nam lolium et reliqua adulterina semina, quae frugib


saepe miscentur, zizania nuncupari® euangelii lectione cognoui-
mus, sed ea proprium quoddam genus habent, non ex tritici se­
mine in aliud genus seminis decolora mutatione translata degene­
rem traxere naturam. Denique h oc docet dominus dicens: Simile
est regnum caelorum homini, qui seminauit bonum semen in agro
suo: cum autem dormirent homines, uenit inimicus eius et super-
seminauit zizania inter triticum b. Aduertimus utique quod ziza­
nia et triticum ut nominibus ita et genere uideantur esse discreta.
Denique et serui dixerunt ad patrem familias: Domine, nonne bo­
num semen seminasti in agro tuo? Vnde ergo habet zizania? Et
ait illis: Inimicus homo hoc f e c i t c. Aliud enim semen est diaboli,
aliud semen est Christi, quod seritur ad iustitiam. Denique aliud
filius hominis, aliud diabolus seminauit. Adeo diuersa natura utri-
usque seminis, ut contrarius seminator sit. Quod seminat Christus
regnum est dei, quod seminat diabolus peccatum est. Quomodo
igitur potest unius generis esse regnum atque peccatum? Sic est
inquit regnum dei, quemadmodum si homo iactet semen super
terram d.

45. Est et hom o, qui seminat uerbum, de quo scriptum e


Qui seminat uerbum sem inate. H ic hom o uerbum seminauit super
terram, quando dixit: Germinet terra herbam: et subito terrarum
germina pullularunt et diuersae rerum species refulserunt. Hinc
pratorum uirens gratia abundantiam pabuli ministrauit, inde cam­
porum spica flauescens imaginem pelagi fluctuantis commotione
segetis uberioris expressit. Sponte omnis fructus terra suggessit.
Etsi arata sine cultore esse non poterat — nondum enim erat for­
matus agricola — , inarata tamen opimis messibus redundabat et
haut dubito an maiore prouentu, siquidem nec cultoris desidia ter­
rarum destituere poterat ubertatem. Nunc enim fecunditas uni-

a Mt 13, 26.
» Mt 13, 24-25.
c Mt 13, 27-28.
<• Mc 4, 26.
e Mc 4, 14.

43, 14. r e lic u m Schenkl r e liq u u m omnes codd. praeter unum.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 157

degenerato nel padre. Perciò non corriam o pericolo che l’ordine


di Dio, la cui attuazione è insita nello sviluppo della natura, sia
reso vano in futuro per colpa del passaggio di produzione in pro­
duzione, poiché anche oggi si conserva nei semi la genuinità della
loro specie.
44. Dalla lettura del Vangelo abbiamo appreso che sono chia­
mati zizzania il loglio e gli altri semi spuri che di frequente si
mescolano alle messi; ma questi hanno una specie loro propria
e non hanno già derivato dal seme del frumento una natura de­
genere, trasformandosi in una specie diversa per una degenera­
zione del sem e3. Del resto questo insegna il Signore dicendo: II
regno dei Cieli è simile ad un uomo che aveva seminato del buon
sem e nel proprio cam po; ma m entre gli uomini dormivano, ven­
ne il suo nemico e seminò la zizzania in mezzo al frumento. No­
tiamo senza dubbio che zizzania e frumento appaiono distinti sia
nel nome, sia nella specie. Inoltre anche i servi dissero al padre
di famiglia: Signore, non hai seminato del buon sem e nel tuo
campo? Da che parte dunque ha della zizzania? Ed egli rispose
loro: Il nemico ha fatto questo. Uno è il seme del diavolo e un
altro è quello di Cristo, che viene seminato per la giustizia. Anzi
l’uno è stato seminato dal Figlio dell’uom o, l’altro dal diavolo.
Così diversa è la natura dei due semi, che chi li semina sono i
due opposti. Ciò che semina Cristo è il regno di Dio, ciò che se­
mina il diavolo è il peccato. In che m odo possono appartenere
alla stessa specie il regno e il peccato? Cosi è, disse, il regno di
Dio com e se un uomo gettasse del sem e nella terra.
45. C’è anche l’Uomo che semina la parola, del quale è stato
scritto: Chi semina, semina la parola. Quest’Uomo seminò la pa­
rola sulla terra, quando disse: La terra germogli l’erba: e subito
spuntarono i germogli della terra e brillarono nella loro bellezza
i diversi aspetti delle cose. Da una parte l’attrattiva dei prati ver­
deggianti offri abbondante pastura, dall’altra i campi biondeggian-
ti di spighe riprodussero col movimento della messe in pieno ri­
goglio l’immagine del mare agitato dalle o n d e 4. Spontaneamente
tutta la terra profuse i suoi frutti. Anche se non poteva essere
arata per mancanza di coltivatori — infatti non era stato ancora
creato l’uom o che l’avrebbe lavorata — , tuttavia, pur senza ara­
tura, sovrabbondava di messi copiose, e credo con maggiore ren­
dimento, dal momento che non c ’era la pigrizia del contadino che
potesse rendere vana la fertilità del terreno. Ora, nel caso del­
l’agricoltore, ciascuno ottiene la fecondità per merito del proprio

itpò? èrépav xal /póav xal yeiicriv iieréTteaev. Kal jiévroi xal 7ràXiv XéyeTat, inei-
Sàv fanTnjScucg xal &épcov euxpdrrtov Xà(3v)Tai, 7Cpò<; tì> àp^aìov yinoq èita-
viévai.
3 Bas., Hexaem., 104 B (44 A): *H Sè Xeyo(J.£vt) alpa xal 5<ra Xowrà v69«
crcrépizaTa Tot? ipo<p[[ioii; èYxaTa[xé(iixTat, dtnep £i£àvia irposafopeiieiv aiiwjS-ec; xfj
rpatpfj, oòx èx T7)? t o ù < t[to u (iETaPoXf)? ytverat, àXX’ è£ olxetai; àpxi]S Ó JtéoT»)
ISiov Éx0VTa Y^voi;.
4 Bas., Hexaem., 105 A (44 C): Kal Xei|j.fiWe? (lèv ^aav paS-ct? t fj à<p&ov£a
■tou xóp'tou, t tòv Sè ireSlav -cà sflxapira «pplaaovTa T o t ? XYjtoii;, elxóva 7reXàyou<;
xuji.atvovro? èv T fl xiv^aei t£ > v àarax^cov à7ré£coae . . .
158 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 10, 45-46 - C. 11, 47

cuique pro merito laboris adquiritur, ubi cultus spectatur agro­


rum, et neglegentia uel offensa aut diluuiis pluuiarum aut terra­
rum ariditatibus aut grandinis iactu aut quacumque ex causa soli
uberis sterilitate multatur. Tunc autem prouentu spontaneo terra
fructus locis o mnibus inuehebat, quoniam is praeceperat qui uni-
uersorum est plenitudo. Verbum enim dei fructificabat in terris,
nec ullo adhuc erat terra damnata maledicto. Antiquiora enim
mundi nascentis exordia quam nostra peccata sunt et recentior cul­
pa, propter quam condemnati sumus in sudore uultus nostri pa­
nem m anducaref, sine sudore alimenta nescire.

46. Denique hodieque fecunditas terrae ueterem affluenti


spontaneae usu fertilitatis operatur. Quam multa sunt enim quae
adhuc sponte generantur. Sed etiam in his ipsis quae manu quae<
runtur magna ex parte manent nobis diuina beneficia, ut frumen*
ta ipsa quiescentibus inferantur. Quod propositae docet lectionis
exemplum dicente domino quia sic est regnum dei, quemadmodum
si qui iactet sem en super terram et abdormiat inquit et surgat
nocte et die, et sem en germ inet et increscat, dum nescit ille. Vitro
terra fructificat prim o herbam, deinde spicam, deinde plenum
triticum in spica. E t cum produxerit fructum, statim mittit falcem,
quoniam adest messis *. Dormiente te igitur, hom o, et nesciente
fructus suos ultro terra producit. Dormis et surgis et frumenti
per noctem incrementa miraris.

Caput X I

47. Diximus de herba faeni, nunc dicamus de ligno fructu


faciente fructum secundum genus, cuius sem en eius in ipso a. Dixit
et facta sunt et subito ut supra floribus herbarumque uiriditatibus
ita hic nemoribus terra uestita est. Concurrerunt arbores, consur­
rexerunt siluae, uertices repente montium fronduerunt. Hinc pi­
nus, hinc cypressus in alta se extulerunt cacumina, caedri et pi­
ceae conuenerunt. Abies quoque non contenta terrenis radicibus

f Gen 3, 19.
* Mc 4, 26-29.

» Gen 1, 11.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 159

lavoro e la trascuratezza e l’avversione sono punite con le inon­


dazioni provocate dalle piogge o con i periodi di siccità o con le
grandinate devastatrici o con la sterilità del suolo fecondo dovuta
ad ima ragione qualsiasi. Ma allora la terra con spontanea pro­
duzione portava dappertutto i suoi frutti, poiché glielo aveva pre­
scritto colui che è la pienezza di tutte le cose. La parola di Dio
fruttificava sulla terra né questa era stata ancora colpita da al­
cuna maledizione. Infatti gli inizi del m ondo nascente sono an­
teriori ai nostri peccati e più recente è la colpa per la quale siamo
stati condannati a mangiare il pane col sudore della nostra faccia
e, senza sudore, a non sapere che cosa sia c ib o 5.
46. Ad ogni modo, anche oggi la fecondità della terra p
duce l’antica abbondanza mantenendo una spontanea fertilità.
Quanti sono i prodotti che ancora nascono spontaneamente! Ma
anche riguardo a questi stessi che si ottengono col lavoro manua­
le, perdurano in buona parte i benefici divini, sicché le stesse
granaglie ci vengono prodotte mentre riposiamo. Ciò insegna l'esem­
pio del passo che abbiamo letto, quando il Signore dice che il
regno di Dio è come se uno gettasse del seme sulla terra e si ad­
dormentasse e si levasse notte e giorno, e il sem e germogliasse
e crescesse a sua insaputa. Spontaneamente la terra produce
prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco ricolmo nella spiga. E
quando ha portato a maturazione il frutto, tosto m ette la falce
perché è giunto il tem po della mietitura. Mentre tu dormi, o uo­
mo, a tua insaputa la terra produce spontaneamente i suoi frut­
ti. Dormi, ti levi e vedi con meraviglia che nel corso della notte
il frumento è cresciuto.

Capitolo 11

47. Abbiamo parlato dell’erba da foraggio; parliamo ora


gli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, producono un
frutto contenente il proprio seme. Parlò e furono fatti, e subito,
com e precedentemente di fiori e di erbe verdeggianti, così a que­
sto punto la terra si rivesti di foreste \ Gli alberi s’incrociarono,
si levarono insieme le selve, ad un tratto le cime dei monti si
coprirono di fronde. Da una parte il pino, dall’altra il cipresso le­
varono in alto le loro cime, i cedri e i pini selvatici s’incontrarono.
Crebbe anche l’abete che non contento di affondare le radici nel
terreno e di innalzare la cima verso il cielo, avrebbe affrontato
con sicuro remeggio i rischi del mare e avrebbe lottato non solo
con i venti ma anche con i flutti. E cosi pure l’alloro, che non si

5 B a s., Hexaem., 105 A (44 D ): Où |X7)v oùSè rj x a r a S b o ] àve7ró8i£e xfj eò&Tj


T7)? Y*)?. npea(3iÌTepa y à p x a ò x a TÌj? à ^ a p rta ? Si’ xaxexpU b] (ièv èv ìSpoyu to O
7rpoaa)7TOU 7)(xcùm èaS-teiv xòv ócpxov.

1 B as., Hexaem., 105 B (44 E ): ’ EttI to u x o ì tcd 7tà®at jièv X óxjiat xotxe-
7TUXVOOVTO...
160 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 11, 4748 - C. 12, 49

atque aerio uertice etiam casus marinos tuto subitura remigio


nec solum uentis, sed etiam fluctibus certatura processit. Nec non
et laurus adsurgens odorem suum dedit numquam suo exuenda
uelamine. Vmbrosae quoque ilices uerticem protulerunt inhorren­
tem com am hibernis quoque temporibus seruaturae. H oc enim in
singulis priuilegium natura tenuit in reliquum, quod sub ictu mun­
di surgentis accepit. Et inde manet sua ilicibus praerogatiua, ma­
net cypressibus, ut nulli uenti eas crinis sui ueste dispolient.
48. Surrexerat ante floribus inmixta terrenis sine spinis r
et pulcerrimus flos sine ulla fraude uernabat, postea spina saepsit
gratiam floris tamquam humanae speculum praeferens uitae, quae
suauitatem perfunctionis suae finitimis curarum stimulis saepe
conpungat. Vallata est enim elegantia uitae nostrae et quibusdam
sollicitudinibus opsaepta, ut tristitia adiuncta sit gratiae. Vnde
cum unusquisque aut suauitate rationis aut prosperioris cursus
successibus gratulatur, meminisse culpae eum conuenit, per quam
nobis in paradisi amoenitate florentibus spinae mentis animique
sentes iure condemnationis ascripti sunt. Inrutiles igitur licet, o
hom o, aut splendore nobilitatis aut fastigio potestatis aut fulgore
uirtutis, semper tibi spina proxima est, semper est sentis, semper
inferiora tua respice. Super spinam germinas, nec prolixa gratia
manet. Breui unusquisque decurso aetatis flore marcescit.

Caput X II

49. Sane ut caduca tibi noueris communia esse cum florib


ita etiam laeta cum uitibus, quibus generatur uinum, quo cor
hominis laetificatur». Atque utinam, o homo, huius generis imite­
ris exemplum, ut ipse tibi laetitiam iocundidatemque fructifices.
In te ipso suauitas tuae gratiae est, ex te pullulat, in te manet,
intus tibi inest, in te ipso quaerenda iocunditas tuae est conscien-

a Ps 103, 15.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 161

doveva mai spogliare delle sue fronde, elevandosi diffuse la sua


fragranza. Anche gli om brosi lecci, che avrebbero conservato per­
sino durante l'inverno la loro irta chioma, mandarono in alto le
loro cime. La natura mantenne anche per l'avvenire in ciascuna
pianta la prerogativa ricevuta dalla potenza creatrice del mondo
nascente2. Perciò i lecci mantennero la loro caratteristica, la man­
tengono i cipressi, cosi che nessun vento li spoglia dell’ammanto
della loro chioma.
48. Prima era sorta insieme ai fiori della terra la rosa
cora priva di spine, e quel fiore bellissimo sbocciava senza insidie
nascoste; poi le spine cinsero di una siepe la bellezza del fiore,
facendone com e un’immagine della vita umana che spesso colpi­
sce la piacevolezza delle sue m anifestazioni3 con le trafitture de­
gli affanni. Infatti la squisitezza della nostra vita è circondata e
chiusa come da uno steccato di preoccupazioni, sicché alla sua at­
trattiva sta unito il torm en to4. Perciò, quando ciascuno si com ­
piace delle sue doti d’intelligenza o dei successi d'ima carriera
veramente fortunata, è conveniente che si ricordi della colpa in
conseguenza della quale, mentre vivevamo felici nell’ameno sog­
giorno del paradiso, a titolo di condanna ci furono imposte le
spine della mente e i rovi dell’animo. Quindi puoi ben brillare, o
uomo, per lo splendore della nobiltà o per l’elevatezza delle cari­
che o per il fulgore della virtù: al tuo fianco c ’è sempre la spina,
c ’è sempre il rovo, considera sempre quel che hai sotto di te.
Germogli sulle spine e il favore non dura a lungo. Trascorso il
fiore dell’età, in breve ognuno imputridisce.

Capitolo 12

49. Saprai certamente che, com e hai in comune con i fi


una sorte caduca, cosi hai in comune la letizia con le viti da cui
si ricava il vino che rallegra il cuore dell’u o m o 1. E magari tu
imitassi, o uomo, un simile esempio, in m odo da procurarti le­
tizia e giocondità. In te si trova la dolcezza della tua amabilità,
da te sgorga, in te rimane, è insita in te; in te stesso devi cercare
la gioia della tua coscienza. Perciò la Scrittura dice: Bevi l’acqua
dai tuoi vasi e dalla fonte dei tuoi pozzi. Anzitutto nulla è più

2 C f. S e n ., De beti., I I , 29, 4: quam nihil sit mortale non sub ictu nostro
positum; L u e., Phars., V , 729: quod nolles stare sub ictu / fortunae.
3 C f. C ic ., De fin., I , 15, 49: Nam neque laborum perfunctio neque per­
pessio dolorum per se ipsa allicit.
4 B a s., Hexaem., 105 B C (45 A ): 7tXr)v ye Sri t & fióSov t ò t e &veu àxitvSi); ?jv,
Corepov 8è t<5 xdtXXei t o u àvtì-oui; f] ébtav-9« irape^eiix^j 'tQ ?epm/<p tyjs
à7toXauoE(ù? èrfyv&ev £%(ùij.cv 7rapaxei(/ivT)v -ri)V Xiìmjv, (jLe(i.v>)[i.évot tt)<; àfiaprtai;,
Si’ t)v dtxàv&a? x a l TpipóXou? fjinv àvaTéXXetv xaaeSixaa-Sb] -f) fi).

1 B a s ., Hexaem., 108 A (45 C ): &y.ize\o<; jxèv olvov y e w ò iffa ®ù<ppa£veiv f/


X ovra xapSCav àv&pctncou.
162 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 12, 49-51

tiae. Ideo ait: B ibe aquam de tuis uasis et de puteorum tuorum


fon tibu sh. Primum omnium nihil gratius florentis odore uitis, si­
quidem de flore earum sucus expressus poculi genus conficit, quod
et uoluptati et saluti sit. Deinde quis non miretur ex acini uinacio
uitem usque in arboris summum cacumen prorumpere, quam uelut
quodam amplexu fouet et quibusdam brachiis ligat et circumdat
lacertis, pampinis uestit, sertis coronat uuarum ? Quae ad imita­
tionem uitae nostrae primum uiuam defigit radicem, deinde, quia
natura flexibilis et caduca est, quasi brachiis quibusdam ita claui-
culis quidquid conprehenderit stringit hisque se erigit et adtollit.

50. Huius est similis plebs ecclesiae, quae uelut quadam fi­
dei radice plantatur et reprimitur humilitatis propagine, de qua
pulchre ait propheta: Vineam ex Aegypto transtulisti et plantasti
radices eius, et repleta est terra. Operuit montis umbra eius et
arbusta eius caedros dei. Extendit palmites eius usque ad mare
et usque ad flumen propagines eiu sc. Et per Esaiam ipse domi­
nus locutus est dicens: Vinea facta est dilecto in cornu in loco
uberi. E t maceriam circumdedi et circum fodi uineam Sorech et
aedificaui turrem in medio e iu s d. Circumdedit enim uelut uallo
quodam caelestium praeceptorum et angelorum custodia. Inm ittet
enim angelus domini in circuitu timentium eum*. Posuit in eccle­
sia uelut turrem apostolorum et prophetarum atque doctorum,
qui solent pro ecclesiae pace praetendere. Circumfodit eam, quan­
do exonerauit terrenarum mole curarum; nihil enim magis men­
tem onerat quam istius mundi sollicitudo et cupiditas uel pecu­
niae uel potentiae. Quod tibi demonstratur in euangelio, cum legis
quia illa mulier, quae habebat spiritum infirmitatis, inclinata erat,
ut sursum respicere non posset. Curuata enim erat eius anima,
quae inclinabatur ad terrena compendia et caelestem gratiam non
uidebat. Respexit eam Iesus et uocauit, et statim mulier onera
terrena deposu itf. His cupiditatibus etiam illos oneratos fuisse
demonstrat quibus ait: Venite ad me omnes qui laboratis et one­
rati estis, et ergo uos reficiam *. Ergo illa anima mulieris quasi
circumfossa respirauit et erecta est.

51. Sed et eadem uitis ubi circumfossa fuerit, religatur et


erigitur, ne reflectatur in terram. Reciduntur alia sarmenta, alia

b Prou 5, 15.
c Ps 79, 9-12.
d Is 5, 1-2.
e Ps 33, 8.
f Lc 13, 11-13.
* Mt 11, 28.

50, 18. rursum Schenkl manifesto mendo typ.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 163

gradito del profum o della vite in fiore, se è vero che il succo


spremuto dal fiore della vite produce una bevanda che nello stes­
so tempo riesce gradevole e giova alla salute. Inoltre chi non
proverebbe meraviglia al vedere che dal vinacciolo di un acino la
vite prorom pe fino alla sommità dell’albero che protegge come
con un amplesso e avvince tra le sue braccia e circonda in una
stretta vigorosa, riveste di pampini e cinge di una corona di grap­
p o li? 2. Essa, ad imitazione della nostra vita, prima affonda la sua
radice viva nel terreno; poi, siccom e per natura è flessibile e non
sta ritta, stringe tutto ciò che riesce ad afferrare con i suoi viticci
quasi fossero braccia e, reggendosi per mezzo di questi, sale in
a lto 3.
50. Del tutto simile è il popolo fedele che viene piantato, per
cosi dire, mediante la radice della fede e frenato dalla propaggi­
ne dell'umiltà. Di essa dice bene il profeta: Hai trasportato la
vite dalVEgitto e ne hai piantato le radici e la terra ne è stata
riempita. La sua ombra ha ricoperto i monti e i suoi viticci i
cedri del Signore. Stese i suoi rami fino al mare e fino al fiume
le sue propaggini. E il Signore stesso parlò per bocca d’Isaia di­
cendo: Il mio diletto acqu istò4 una vigna su un colle, in un luogo
fertile, e la circondai d’un muro e vangai tutt’attorno la vigna di
Sorec e nel mezzo vi innalzai una torre. La circondò infatti come
con la palizzata dei comandamenti celesti e con la scolta degli
angeli. Infatti Vangelo del Signore si accamperà attorno a quanti
lo tem on o5. Pose nella Chiesa com e la torre degli apostoli, dei
profeti, dei dottori, che sogliono vigilare per la pace della Chiesa6.
La vangò tutt’intorno, quando la liberò dal peso delle cure terre­
ne; nulla infatti grava la mente più delle preoccupazioni di que­
sto mondo e dell’avidità di denaro o di potere. Ciò ti viene mo­
strato nel Vangelo quando leggi che quella donna, che uno spirito
teneva inferma, era cosi curva da non poter guardare in alto. Era
curva la sua anima che, rivolta ai guadagni, non vedeva la grazia
celeste. Gesù la guardò, la chiamò, e subito la donna depose i
pesi terreni. Egli mostra che da simili brame erano gravati coloro
ai quali dice: Venite a me tutti voi che siete affaticati ed oppres­
si, e io vi ristorerò. L'anima di quella donna, com e se le avessero
scavato intorno la terra, potè respirare e si raddrizzò.
51. Ma anche la vite, quando intorno le è stato zappato il
terreno, viene legata e tenuta diritta affinché non si pieghi verso
terra. Alcuni tralci si tagliano, altri si fanno ramificare: si taglia­
no quelli che ostentano un’inutile esuberanza, si fanno ramificare
2 C f. C ic ., De sen., 15, 52: quae ... ex acini uinaceo ... tantos truncos ra-
mosque procreet .
3 C f. C ic ., ibid.: id uitis quidem, quae natura caduca est et, nisi fulta
est, fertur ad terram, eadem, ut se erigat, clauiculis suis quasi manibus, quic-
quid est noeta, complectitur.
4 Is, 5, 1: ’A|i7re).ò)v lyev^ST] ttp •fjYoemjfiévoj èv xépan èv tótccù niovi.
5 Sai, 33, 8: IIapc|j.|3aXeì &yY®^°S xuplou xàxXcp rSv (po(3ou[iévo)v aiVròv xal
p a sta i oÙto\j<;.
6 Bas., Hexaem., 108 C (45 E): d o p o a v e r c i t a t o il s a lm o 33, 8, p r o s e g u e :
”E7teiTa xal olovel /dtpaxai; ■fjfitv ^rapaxa-rlm^e $-£(j.evot; èv Tfl èxxXTjata 7tpom>v
àTTOoróXouSeó-tepov ^poip^Ta?, Tptrov Si&aaxàXou?.
164 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 12, 51-52

propagantur: reciduntur quae inani effusione luxuriant, propagan­


tur ea quae bonus agricola iudicauerit fructuosa. Quid ego admi­
niculorum ordines iugationisque discribam gratiam, quae uere
atque manifeste aequalitatem docent in ecclesia esse seruandam,
ut nemo se diues et honoratus adtollat, nemo pauper deiciat igno-
bilisque desperet? Omnibus sit in ecclesia par atque una libertas,
omnibus inpertiatur iustitia communis et gratia. Ideo turris in
medio est, quae exemplum de illis rusticanis, de illis circumferat
piscatoribus, qui uirtutum arcem tenere meruerunt. Quorum exem­
plis noster erigatur adfectus neque humi uilis et despicabilis ia-
ceat, sed uniuscuiusque mens ad superiora se subrigat, ut audeat
dicere: Nostra autem conuersatio in caelis e s t h. Vnde ne quibus
procellis saeculi possit reflecti et tempestate deduci, clauiculis
illis et circulis quasi amplexibus caritatis proximos quosque con-
plectitur et in eorum coniunctione requiescit. Caritas est igitur,
quae nos superioribus nectit caeloque inserit. Qui enim manet in
caritate, deus in eo manet '. Vnde et dominus ait: Manete in me
et ego in uobis. Sicut palmes non potest fructum adferre ab se,
nisi manserit in uite, sic et uos, si in me non manseritis. Ego sum
uitis, uos palmites estis *.
52. Euidenter igitur exemplum uitis ad nostrae uitae in
tutionem arcessendum esse signauit, quae primum ueris tepefacta
temperie gemmare perhibetur, deinde ex ipsis sarmentorum arti­
culis fructum emittere, de quibus oriens uua formatur paulatim-
que augescens inmaturi partus retinet acerbitatem nec potest nisi
matura iam et cocta dulcescere. Vestitur interea uiridantibus pam­
pinis uinea, quibus et aduersum frigus omnemque iniuriam non
exiguo munitur subsidio et a solis ardore defenditur. Quid autem
eo uel spectaculo gratius uel fructu est dulcius, uidere serta pen­
dentia uelut quaedam speciosi ruris monilia, carpere uuas uel
aureo colore uel purporeo renitentes? Hyacinthos ceterasque gem­
mas fulgere existimes, coruscare Indicos, albarum emicare gra­
tiam, nec aduertis ex his admoneri te, homo, ne inmaturos fructus
tuos dies supremus inueniat aut plenae tempus aetatis opera
parua deducat. Acerbus enim fructus amarior esse consueuit nec

h Phil 3, 20.
i 1 Io 4, 16.
i Io 15, 4-5.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 165

quelli che l ’esperto agricoltore giudica produttivi. Perché dovrei


descrivere l'ordinata disposizione dei pali di sostegno e la bellezza
dei pergolati7, che insegnano con verità e chiarezza com e nella
Chiesa debba essere conservata l’uguaglianza, sicché nessuno, se
ricco e ragguardevole, si senta superiore8 e nessuno, se povero e
di oscuri natali, si abbatta o si disperi? Nella Chiesa ci sia per
tutti un'unica e uguale libertà, con tutti si usi pari giustizia e
identica cortesia. Perciò nel mezzo si innalza una torre, per m o­
strare tutt'intorno l'esempio di quei contadini, di quei pescatori
che meritano di occupare la rocca della virtù. Sul loro esempio
i nostri sentimenti si elevino, non giacciano a terra spregevoli
ed abietti; ma ciascuno innalzi l'animo a ciò che sta sopra di noi
e abbia il coraggio di dire: Ma la nostra cittadinanza è nei cieli.
Quindi, per non essere piegato dalle burrasche del secolo e tra­
volto dalla tempesta, ognuno, com e fa la vite con i suoi viticci e
le sue volute, si stringe a tutti quelli che gli sono vicini quasi in
un abbraccio di carità e unito ad essi si sente tranquillo9. È la
carità che ci unisce a ciò che sta sopra di noi e ci introduce in
cielo. Se uno rimane nella carità, Dio rimane in lui. Perciò anche
il Signore dice: Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non
può produrre frutto da solo, se non resta unito alla vite, cosi an­
che voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci.
52. Manifestamente il Signore ha indicato che l'esempio d
la vite deve essere richiamato quale regola per la nostra vita.
Sappiamo che quella, riscaldata dal tepore primaverile, dapprima
comincia a gemmare, poi manda fuori il frutto dagli stessi nodi
dei tralci, dai quali nascendo l'uva prende form a e, a poco a
poco sviluppandosi, conserva l'asprezza del prodotto immaturo e
non può diventare dolce se non raggiunge la maturazione sotto
l’azione del sole. Quale spettacolo è più gradevole, quale frutto
più d o lc e 10 che vedere i festoni pendenti com e monili di cui si
adorna la campagna in tutto il suo splendore, cogliere i grappoli
rilucenti d’un colore dorato o simili alla porpora? Crederesti di
veder scintillare le ametiste e le altre gemme, balenare le pietre
indiane, risplendere l’attraente eleganza delle perle, e non ti ac­
corgi che tutto ciò ti ammonisce a stare in guardia perché il gior­
no supremo non trovi immaturi i tuoi frutti, il tempo dell'età

7 Cf. Cic., De sen., 15, 53: ...adminiculorum ordines, capitum iugatio.


8 Bas.. Hexaem., 109 A (46 B): Aeì Sé, xa-rà t ò v Xóyov ri)<; 7rapoi[i[as, (M)Sè
òXojxaveìv, t o u t £<t t i , |xi) èmSeucTtx&g 7coXiTe<ieij9ai.
9 B as., Hexaem., 108 CD (45 E , 46 A): Kal Tot? t £Jv 7taXai£Sv xal [uxxaplov àv-
Spcàv Ù7coSety(j.a(n eli; Q<]jo<; àvàytov Tà ippov^aTa, oùx àiprjxev èppi(i[iéva
X<x{ial xal -toù wxTeia&at fii;ia. BoiiXerai Sè xal olovel ÈXiijt n o i Tati? itepi-
irXoxaì? tt]? dyaro)? t &v irXi]<jtov àvréxeaS-at xal è7rava7tausa$ai aÒToì?, tv’ àel
irpo? tò ócvco t )]v ópjrfjv iS/ovres, olóv Ttve? àvaSevSpàSe? (viti che montano su­
gli alberi) t ai? xopuipat? tCv {>iJji)Xo[jl£t <ov éauroùi; 7capiaà£o)fiev.
10 Cf. Cic., De sen., 15, 53: Itaque ineunte uere in iis, quae relieta sunt,
exsistit tamquam ad articulos sarmentorum ea quae gemma dicitur, a qua
oriens uua se ostendit, quae et suco terrae et calore solis augescens primo
est peracerba gustatu, deinde maturata dulcescit uestitaque pampinis nec
modico tepore caret et nimios solis defendit ardores. Qua quid potest esse
cum fructu laetius, tum aspectu pulchrius?
166 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 12, 52 - C. 13, 53

potest dulce esse nisi quod ad maturitatem perfectionis adole-


uerit. Huic uiro perfecto nec frigus horrendae mortis nec sol ini­
quitatis nocere consueuit, quia obumbrat ei gratia spiritalis et
omnia mundanae cupiditatis et corporeae libidinis restinguit incen­
dia, defendit ardores. Laudent te quicumque conspiciunt et ag­
mina ecclesiae uelut quaedam palmitum serta mirentur, spectent
singuli fidelium pulchra animarum monilia, delectentur maturi­
tate prudentiae, splendore fidei, confessionis decore, iustitiae pul­
chritudine. ubertate misericordiae, ut dicatur tibi: Vxor tua sicut
uitis abundans in lateribus domus tu a em, eo quod redundantiam
uitis fructiferae copiosae munere liberalitatis imiteris.

Caput X III

53. Sed quid ego in sola uite immoror, cum omnia gen
arborum utilia sint? Alia ad fructum nata, alia ad usum data.
Nam et quibus non est fructus uberior tamen usus pretiosior est.
Caedrus suspendendis tectorum apta culminibus, eo quod huius-
m odi materies et procera sit spatiis nec onerosa parietibus. Lacu­
naribus quoque comendisque fastigiis habilis est cypressus. Vnde
et ecclesia dicit in Canticis: Trabes domorum nostrarum caedri,
lacunaria nostra cy p ressia, in his esse declarans decora sui orna­
menta fastigii, qui quasi trabes uerticem ecclesiae sua uirtute su­
stineant et fastigium eius exornent. Laurus et palma insigne uicto-
riae: lauro uictorum capita coronantur, palma manus uictricis or­
natus est. Vnde et ecclesia ait: Dixi, ascendam in palmam, tenebo
altitudines eiu sh. Quae eminentiam uidens uerbi et sperans quod
ad eius altitudinem possit ascendere et scientiae summitatem di­
cit: Ascendam in palmam, ut omnia relinquat inferiora et ad su­
periora contendat, ad brabium Christi, ut suauis eius fructus car­
pat et gustet; suauis enim uirtutis est fructus. Populus quoque
coronis arbor umbrosa uictricibus et salix lenta uitibus habilis
uinciendis quid aliud mystice declarant nisi bona esse Christi
uincula, quae nocere non soleant, uincula gratiae, uincula carita­
tis, ut unusquisque suis uinculis glorietur, sicut gloriabatur et
Paulus dicens: Paulus uinctus lesu Christic? His ligatus uinculis
dicebat: Quis nos separabit a caritate lesu Christi? d, uinculis ab-

m Ps 127, 3.

a Cant 1, 17 (16).
b Cant 7, 8.
= Phm 1.
d Rom 8, 35.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 167

nella sua pienezza non produca opere di scarso valore. Il frutto


acerbo suole essere senz’altro amaro e non può essere dolce se
non ciò che è cresciuto sino alla perfetta maturità. A quest’uomo
perfetto solitamente non nuoce né il freddo della morte con il
suo brivido né il sole dell’iniquità, perché lo protegge con la sua
ombra la grazia divina e spegne ogni incendio di cupidigie mon­
dane e di lussuria carnale e ne tiene lontani gli ardori. Ti lodino
tutti coloro che ti vedono e ammirino le schiere dei cristiani co­
me ghirlande di tralci, contem pli ciascuno i magnifici ornamenti
delle anime fedeli, tragga diletto dalla maturità della loro pru­
denza, dallo splendore della loro fede, dalla dignità della loro
testimonianza, dalla bellezza della loro santa vita, dall’abbondan­
za della loro misericordia, cosi che ti possano dire: La tua sposa
è com e vite ricca di grappoli nell'interno della tua casa, perché
con l’esercizio di ima generosa liberalità riproduci l’opulenza d ’una
vite carica di grappoli.

Capitolo 13

53. Ma perché indugio a parlare della sola vite, mentre tu


le specie degli alberi sono utili? Alcune sono nate per produrre
frutti, altre ci sono state date perché ce ne serviamo. Infatti an­
che quelle che non danno un prodotto troppo abbondante, han­
no un impiego veramente prezioso. Il cedro è adatto a sostenere
il com ignolo dei tetti *, perché le travi che se ne ricavano sono estese
in lunghezza e non pesano sui muri. Il cipresso va bene per fab­
bricare i cassettoni dei soffitti e per ornare i frontoni. Perciò
anche la Chiesa dice nei Cantici: Le travi delle nostre case sono di
cedro, i cassettoni di cipresso, dichiarando che il prestigioso or­
namento del proprio frontone consiste in coloro che, com e travi,
sostengono con la loro virtù il vertice della Chiesa e ne adornano
il frontone. L’alloro e la palma sono insegne di vittoria: d ’alloro
s’incorona la fronte dei vincitori, la palma è ornamento della
mano vittoriosa. Perciò anche la Chiesa dice: Ho detto, salirò sul­
la palma, starò sulla sua cima. Essa, vedendo la sublimità del
Verbo e sperando di poter ascendere alla sua altezza e al culmine
della sua scienza, dice: Salirò sulla palma, per abbandonare tutto
ciò che sta in basso e tendere verso l’alto, verso la corona di Cri­
sto per coglierne e gustarne il frutto soave: soave è il frutto della
virtù. Anche il pioppo, albero i cui rami om brosi diventano co­
rone di vittoria, e il flessibile salice2, adatto a legare le viti, che
altro simbolicamente significano se non che i legami di Cristo
sono dolci perché non recano danno, legami di grazia, legami di
amore, sicché ognuno si vanti dei suoi legami com e se ne vantava
anche Paolo dicendo: Paolo, prigioniero di Gesù Cristo? Avvinto

1 Penso che non sia necessario precisare che « comignolo » significa qui
« linea di colmo del tetto » (D evoto-O l i , sub uocé).
2 Cf. V erg., Bue., I l i , 83: lenta salix.
168 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 13, 53-55

stinentiae, uinculis caritatis. His ligatus uinculis etiam Dauid ait:


In salicibus in medio eius suspendimus organa n ostra e. Buxus
quoque elementorum apicibus utilis exprimendis leui materia
usum manus puerilis informat, unde ait scriptura: Scribe in b u x o f,
simul ut admoneat te ipsa materia, quae semper uiret nec um-
quam foliis exuitur suis, ne umquam spei tuae dissimulatione
nuderis, sed semper tibi per fidem germinet spes salutis.

54. Quid ego enumerem quanta uarietas arborum, quam


uersus in singulis et pulcher ornatus, quam patulae fagi, quam
procerae abietes, quam comantes pinus, quam umbrosae ilices,
quam populi bicolores, quam nemorosa et rediuiua castanea, quae
simul ut excisa fuerit, tamquam siluam ex se pullulare consueuit,
quemadmodum in arboribus ipsis aetas aut senilis aut nouella
deprehenditur; iunioribus enim exiliores rami, antiquioribus uali-
diora et nodosa sunt brachia, illis folia leuigata atque diffusa, istis
contractiora et aspera. Sunt etiam arbores, quae senili atque emor­
tua radice successionem sui, si forte caedantur, reparare non no-
uerint, aliae, quibus aut iuuentas uiret aut natura fecundior est,
quibus excisio lucro potius quam ullo detrimento sit, ut per plures
sui rediuiua successione renouentur heredes.

55. Est etiam, quod mireris, ipsis sexus in pomis, est disc
tio sexus in arboribus. Nam uideas palmam, quae dactulos ge­
nerat, plerumque inclinantem ramos suos et subicientem et con­
cupiscentiae atque amplexus speciem praetendentem ei arbori,
quam marem palmam adpellant pueri rusticorum. Illa ergo palma
feminea est et sexum suum subiectionis specie confitetur. Vnde
cultores lucorum praeiaciunt ramis eius dactulorum uel palmitum
semina masculorum, quibus illi femineae arbori uelut quidam
sensus perfunctionis infunditur et expetiti concubitus gratia prae-

« Ps 136, 2.
f Is 30, 8.

55, 1. sexsus Schenkl sexus codd. omnes praeter unum; praeterea uide
seq. lineam.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 169

da questi legami egli diceva: Chi ci separerà dall’amore di Cristo?


cioè dai legami della temperanza, dai legami della carità. Avvinto
da questi legami, anche Davide dice: Sui salici in mezzo ad essa 3
appendemmo le nostre cetre. Anche il bosso, sulla cui superficie
levigata è facile tracciare le lettere dell’alfabeto4, abitua a tale
esercizio la mano dei ragazzi5. Perciò la Scrittura dice: Scrivi
sul bosso, anche perché lo stesso legno, che resta sempreverde e
non si spoglia mai delle sue foglie, ti esorti a non denudarti dissi­
mulando la tua speranza, ma a fare in m odo che la speranza della
salvezza germogli sempre in te per mezzo della fede.
54. Perché dovrei esporre minutamente quanto sia grande la
varietà degli alberi, quanto sia diversa e attraente la bellezza di
ciascuno di essi, quanto frondosi siano i faggi6, quanto alti gli
abeti, quanto chiomati i pini, om brosi i le c c i7, verdeargentei i piop­
pi? 8. Quanto sia fronzuto e rinascente il castagno che, non appena
tagliato, suole far pullulare dal proprio ceppo una selva di ger­
mogli? Perché dovrei dire com e negli stessi alberi si rileva l'età
sia avanzata sia novella? Negli alberi giovani i rami sono più sot­
tili, in quelli più antichi le braccia sono più robuste e nodose, nei
primi le foglie sono lisce e ampie, nei secondi più ristrette e ru­
vide. Vi sono anche piante che, se per caso vengono tagliate dalla
radice vecchia e senza vitalità, non sono in grado di produrre nuo­
vi polloni; ve ne sono altre invece, più vigorose di giovinezza o
più feconde di natura, per le quali il taglio è un vantaggio piut­
tosto che un danno, sicché rivivono in numerosi rampolli rinno­
vandosi di generazione in generazione.
55. Anche i frutti, cosa che ti farà stupire, hanno il sesso e gli
alberi sono di sesso diverso. Infatti potresti vedere la palma che
produce i datteri, spesso piegare i suoi rami e, offrendo l'imma­
gine d'un cupido amplesso, sottoporli a quell’albero che i con­
tadini chiamano palma maschio. La prima palma dunque è fem­
mina e rivela il suo sesso sottoponendosi all’altra. Perciò i bo-
scaioli di loro iniziativa gettano sui suoi rami semi di datteri
o di virgulti di sesso maschile che stimolano nella pianta femmi­
na, per cosi dire, la sensibilità per la sua funzione e le prospetta­
no il piacere dell’accoppiamento bramato. Ricevuto tale dono, nuo­
vamente si drizza e innalza i rami e risolleva la chioma nella po-

3 Cioè a Babilonia. Questo salmo (136), per evidenti ragioni cronologiche,


non può essere di Davide.
4 D i b o s s o e r a n o fa t t e le t a v o le tt e p e r s c r iv e r e , c h e v e n iv a n o s p a lm a te
d i c e r a in m o d o c h e v i s i p o t e s s e r o t r a c c ia r e le le t te r e c o n l o s tilo . Q u i
leuis s ig n ific a e v id e n te m e n t e « l is c io », « le v ig a to »; c fr . P l i n ., N.H., XVI,
28, 70: Tria eius genera ... tertium genus nostratis uocant, e siluestri, ut
credo, mitigatum satu, diffusius et densitate parietum, uirens semper ac
tonsile; 76, 204: Spississima ex omni materie, ideo et grauissima iudicatur
hebenus et buxus. C fr . in o lt r e P rop., III, 23, 9: uulgari buxo sordida cera fuit.
5 Apices = ipsi ductus litterarum (F orcellini); v e d i G ell., XIII, 31: uix
ipsos litterarum apices potui comprehendere.
6 Cf. V erg., Bue., I, 1: patulae sub tegminae fagi.
7 C f. V erg ., Georg., III, 334: ilicibus crebris sacra nemus accubat umbra.
8 C f. V erg ., Aen., V I I I , 276-277: Herculea bicolor cum populus umbra /
uelauitque comas foliisque innexa pependit.
170 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 13, 55-56

sentatur. Quo munere donata rursus erigitur et eleuat ramos suos


et in ueterem statum comam suam rursus adtollit. De ficu quoque
eadem est opinio ideoque plerique secundum domesticam et fruc­
tiferam ficum agrestem ficulneam feruntur inserere, eo quod cito
fructus fecundae illius et domesticae ficus uel aura temptati aliqua
uel aestu defluere ferantur in terram. Vnde gnari huius remedii
grossis arboris agrestis alligatis ad illam feracem arborem me­
dentur eius infirmitati, ut possit fructus proprios reseruare iam-
iamque, si deforent remedia, lapsuros. Quo admonemur uelut
quodam aenigmate naturae non refugere eos qui a nostra fide et
consortio separati sint, eo quod et gentilis, qui fu erit adquisitus,
quo grauior fuerit adsertor erroris, eo uehementior possit fidei
defensor existere et si quis de haereticis conuertatur, uel confir­
met eam partem, in quam se commutata opinione contulerit,
maxime si habeat aliquod directum naturae, ut uiuida eius possit
esse sententia, si adminiculetur ei adtentio sobrietatis, obseruan-
tia castitatis. Profunde ergo circa eum studium tuum, ut similitu­
dine fructiferae illius ficus de praesentia et coniuctione agrestis
illius arboris tuam possis conroborare uirtutem. Ita enim tua nec
dissoluetur intentio et diligentiae fructus et gratiae reseruabitur.

56. Quam multa sunt autem quae doceant naturalem d


tiam posse diligentiae studio temperari, quibus affert cultus ru­
ralis exemplum. Nam plerumque cito florent mala granata et
fructum adferre non possunt, nisi congruis peritorum remediis
excolantur, plerumque sucus uanescit interior et foris species eius
pulchra praetenditur. Quae non inmerito conparatur ecclesiae, ut
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 171

sizione primitiva. Si crede la stessa cosa anche del fico e perciò


si dice che molti piantino un fico selvatico accanto al fico dome­
stico e fruttifero, perché si afferma che i frutti di questa pianta
cadano facilmente per terra sotto l’azione del vento o del calore.
Per tale motivo, coloro che conoscono il rimedio appropriato,
unendo all’albero fruttifero i fichi immaturi dell’albero selvatico,
pongono riparo alla sua debolezza, cosi che il fico domestico pos­
sa conservare i propri frutti, li li per cadere se non intervenisse il
rim edio9. Questo fatto, che possiamo considerare com e un mi­
stero di natura, ci ammonisce a non fuggire quelli che sono sepa­
rati dalla nostra fede e dalla com unione con noi, perché anche il
pagano, una volta convertito, può diventare un difensore della
fede tanto più deciso, quanto più violento era stato nel sostenere
l’errore; e se un eretico si converte, potrebbe addirittura confer­
mare quella parte con la quale, dopo aver mutato opinione, si è
schierato, specie se per natura ha una certa immediatezza co­
municativa che gli consenta di esporre con vivacità il suo pen­
siero, sempre che sia sostenuto dall’impegno d’una vita sobria e
dalla pratica scrupolosa della castità. Dèdicagli dunque senza ri­
sparmio la tua attenzione, affinché, a somiglianza del fico frutti­
fero già ricordato, per effetto della presenza e della collabora­
zione di quell’albero selvatico tu possa corroborare la tua virtù.
Cosi il tuo sforzo non resterà senza risultato e potrai conservare
i frutti della tua diligenza e della tua b o n tà 10.
56. Quanti sono, d’altra parte, gli esempi tratti dalla co
vazione dei campi che dimostrano com e la durezza naturale possa
essere mitigata da un impegno diligente. I melograni per lo più
fioriscono rapidamente, ma non possono produrre il loro frutto
se non sono coltivati dagli esperti con le cure adatte, e spesso il
succo delle melagrane internamente si dissecca, mentre all’esterno
il loro aspetto fa bella mostra di sé. Questa pianta, non a torto,

9 Bas., H e x a e m ., 112 AB (47 AB): Kal USoi? £v t o t s -rìjv raxp’ o ù t ò ì v òvo[ia£ané-


v t)v S^Xeiav, xa&ietaav t o ù ? xXàSou? olov òpyòiaav xal t t ) ? < ji> (j«cX oxìì? è<pie(iivn]v
t o ù fippevo?, t o ù ? 8è S-epaTreuTà? t ò ì v ipuTÒiv l[i(3dtXXovra? t o ì ? xXàSoi? olóv Tiva
07t£p [jta T a t ò ì v àppévtov, t o ù ? XeYo[iévou? ^rjva?, xal o C t o ) ? olov èv cruvaiaàfcrjaei
T vj? dntoXaiiaeu? ylyvea^a.1. xal à v o p -O o u a Ó m to x X iv t o ù ? xXàSou? xal Tipò? t ò
o l x e ì o v <rx*i|J.a <puToù t t j v xÓ [xt)v d b r o x a & t a r a a & a i . T à a Ò T à Sè T a u T a x a l Ttepl
t ò ì v auxciv qjaciv. "0-9-ev o 1 jièv T à ? àypta? auxa? TOxpatpuTeùouaiv T a ì ? ^(ilpoi? •
ol Sè t o ù ? òXùv&ou? èxSTjaavre? t ò ì v eùxàpTtoiv xal ^(-tépcov aoxcov -crjv àrovtav
lòivTai, péovTa xal axeSavviijzevov t ò v xaprcòv t o ì ? òXùvtì-oi? è T té x o v T e ?.
10 B as.,
H e x a e m ., 112 BC (47 CD): T£ coi t ò Ttapà -rij? <póoe<o? a tv iY ^ a PoùXe-
T a i; *O t ixp^l iroXXàxt? T)[xòi? xal uapà tòìv àXXoTptojv T r j ? maTeto? euTov[av T i v à
7rpoaXa(j.[3àve!.v el? r ì ] v tò ìv àya&òiv Spy&iv è7t£Set!;tv. ’ E à v yàp tSyjq tò v èv (3toi
èévixcji tJ t iv o ? alpéaeo? èvSiaaTpó<pou -rij? ’ExxXvjata? à7re<JxtC TlJt^vov P'-ou
acóippovo? xal ■rij? Xowri)? xaTà t ò ^-9-0? eùxa^Ca? èTti(ieXoó(xevov, 7tXeìov aauToO
t ò (j7touSaìov I ttIte iv o v , Uva yè'Jfi TOxpa7cXr)aio? -cfl xapiroipóptp ouxt), èx -ri)? tòìv
àyptcov Ttapouata? à-9-poiooùirf) tt)v Siiva[uv xal t J)v (lèv (bùaiv inv/oùa'fì, èm(ie-
XéoTepov Sè tò v xapnòv èxTpetpoùaf).
Non credo che si alluda alia conversione di S. Agostino (vedi C o p p a ,
op. cit., p. 216, n. 78), perché, come si può constatare, S. Ambrogio non fa
che tradurre S. Basilio.
172 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 13, 56-57

habes in Canticis ad ecclesiam dictum: Vt cortex mali Punici ge­


nae tuae g et infra: Si floruerit uitis, floruerint mala granata h. Ec­
clesia enim bonum fidei fulgorem confessionisque praetendit tot
martyrum sanguine speciosa et quod est amplius Christi cruore
dotata, simul plurimos intra se fructus usu istius pomi sub una
munitione conseruans et uirtutum multa negotia conplectens; sa­
piens enim spiritu celat negotia1. Amygdalis quoque hoc genere
medicari feruntur agricolae, ut ex amaris dulces fructus fiant, ut
terebrent eius radicem arboris et in medium inserant surculum
eius arboris, quam Graeci tcuxtqv nos piceam dicimus, quo facto
suci amaritudo deponitur. Ergo si agricultura conuertit stirpium
qualitates, nonne studia doctrinae et disciplinae adteritio mitigare
possunt quaslibet aegritudines passionum? Nemo ergo positus
uel in adulescentiae uel intemperantiae lubrico de sui conuersione
desperet. Ligna plerumque in meliores uertuntur usus: non pos­
sunt hominum corda mutari?

57. Docuimus non solum inter diuersi generis arbores e


fructum diuersitates, sed plerumque in eadem specie arborum
conpugnare sibi fructus. Alia enim species masculorum, alia fe­
mineorum fructuum, sicut de dactulis supra iam diximus. Quis
autem possit conprehendere uarietatem, speciem gratiamque po­
morum, singulorum quoque utilitatem fructuum sucorumque pro­
prietatem, quae cuique rei apta uideantur, quemadmodum aegris
uisceribus hominum amariora pom a medicentur et inflationem
asperitatemque interiorem temperent, quemadmodum rursus umo­
rum aspera pom orum dulcibus temperentur? Denique ea medicina
antiquior, quae herbis curare consueuit et sucis, nec ulla firmior
sanitas quam quae salubribus reformatur alimentis. Vnde secun­
dum naturam docemur quia sola nobis esca medicina est. Herbis
certe ulcera aperta clauduntur, herbis curantur interna ideoque
m edicorum est opus herbarum potestates noscere; hinc enim me­
dendi usus inoleuit.

e Cant 4, 3.
h Cant 7, 13 (12).
i Prou 11, 13.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 173

è paragonata alla Chiesa, com e trovi nei Cantici riferito alla Chie­
sa: Le tue guance sono com e la corteccia della melagrana e più
sotto: Se fiorirà la vite, fioriranno i melograni. Infatti la Chiesa,
abbellita dal sangue di tanti martiri e, ciò che più conta, arric­
chita dal sangue di Cristo, mostra il luminoso splendore della
sua fede e della sua testimonianza, osservando nello stesso tempo
dentro di sé sotto un unico riparo, a somiglianza del melograno,
numerosissimi frutti e abbracciando molte attività virtuose: Chi
è saggio nello spirito nasconde le proprie opere buone u. Si dice
che i contadini curano anche i mandorli perché i loro frutti da
amari diventino dolci: perforate le radici, vi inseriscono un ma-
gliolo di quella pianta che i Greci chiamano tceujct) , noi pino sel­
vatico, eliminando con tale sistema l’amarezza del succo. Se dun­
que l’agricoltura muta la qualità delle piante ancor giovani, gli
studi e la disciplina non possono forse ammansire l’asprezza di
qualsivoglia passione? Nessuno, pur trovandosi sul terreno sdruc­
ciolevole della giovinezza o deH’intemperanza, disperi della pro­
pria conversione. Mentre gli alberi per lo più si mutano per of­
frire un migliore impiego di sé, non potrà cambiare il cuore degli
uomini?
57. Abbiamo mostrato che non solo fra alberi di specie
versa vi sono frutti diversi, ma che spesso nella medesima specie
di alberi i frutti sono differenti fra loro. Altra è la form a dei
frutti di sesso maschile, altra è la form a dei frutti di sesso fem ­
minile, com e abbiamo detto sopra a proposito dei datteri. Ma
chi riuscirebbe ad illustrare in breve la varietà, l’aspetto e la bel­
lezza dei frutti, l’utilità di ciascuno di essi e la caratteristica dei
loro succhi, a quali usi specifici risultino adatti, in qual m odo
quelli amari curino i disturbi dell’intestino o attenuino la gon­
fiezza e l’indolenzimento interno e, ancora, com e l'acidità dei no­
stri umori sia mitigata dalla loro dolcezza? Del resto più antica
è la medicina che suole curare con erbe e succhi vegetali e non
esiste salute più stabile di quella che viene ristabilita per mezzo
di alimenti sani. Perciò secondo la natura impariamo che per noi
il solo cibo è medicina. È un fatto che con le erbe si rimarginano
le piaghe aperte, con le erbe si curano le malattie interne, e perciò
i medici devono conoscerne le virtù; di qui si è sviluppato l’eser­
cizio della medicina.

11 Prov., 11, 13: qui autem iidelis est animi cetat amici commissum. I
Settanta hanno invece: tucttò? Sè 7rvofj xpiiirrei rcpdtyfiaTa.
12 Bas., Hexaem., 109 CD, 112 A (46 E, 47 A): Tot? [xèv yàp véois xal eù&aXéaiv
ó <pXoià? TOpt-c^Tarat • toì? Sè yepàoxouffiv olov (Soaourai xal èicrpa/ùvetai. Kal Tà
[xèv xoTrévra èmjlXaaTàvei Tà Sè (lévsi àSiàSo/a, &<mep Tivà IWcvaTov tJjv to[i-)]v
Ò7to(ietvavra... e prosegue con l'esempio delle melagrane e delle mandorle,
concludendo (112 A): MvjSeli; o5v èv xaxta Stàycov èauTÒv aTtOYiyvcoirxlTto, elSà?
8ti yetùpyla [zèv Tà? tSìv <puT<òv jtoiÓT7)Ta; [leTajìdcXXei, f) Sè xal àper»)V v fe «jwx’ÌS
èiti[iéXsia Suva-rij ècm 7tavTo8a7t£>v àppcùcm)[iàTG>v èittxpaT^oat.
174 EXAMERON, DIES I I I , SER. V, C. 14, 58-60

Caput X IV

58. Sed ut ad simplicia pom a reuocemus stilum, alia sunt


quae quocuntur sole, alia quae et testis et corticibus clausa con-
plentur. Mala et pyra, uuarum quoque genera omnia nuda obiecta
sunt soli, nucis autem et nucleae, nuclei quoque fructus et testa
opertus et cortice alitur tamen et ipse calore solis et quantum
pineae densitate nuculeus absconditur, tantum solis calore nu­
tritur.

59. Quanta deinde domini prouidentia est, ut ilbi m ollior


fructus, ibi folii crassitudo ualidius tegimentum tuendo deferat
pom o, quod uidemus in fructu ficulneae. Delicatiora itaque uali-
dioribus munienda sunt, ut et ipse dominus per Hieremiam docet
dicens: Sicut ficus istas bonas recognoscam translatos Iuda, quos
emisi de loco isto in terram Chaldaeorum in bona, et confirmabo
oculos m eos super illos in b on a a. Tamquam delicatos enim uelut
quodam misericordiae suae ualidiori saepsit tegmine, ne teneri
fructus maturius interirent. Denique de ipsis etiam in posteriori­
bus dicit: Delicati mei ambulauerunt uias asperas b, quibus infra
ait: Constantes estote, filii, et proclamate ad dom inum c. H oc enim
solum aduersum omnes procellas atque iniurias inuiolabile tegi­
men, inpenetrabile munimentum est. Vbi ergo teneri fructus ibi
crassiora tegmina et munimenta foliorum ; contra autem ubi fruc­
tus ualidiores tibi teneriora folia, ut malus arbor docet. Pomum
enim ualidius non multo indiget protectionis auxilio; nam ipsa
protectionis crassioris umbra pom o nocere plus posset.

60. Denique doceat nos pampinus naturae gratiam et d


nae sapientiae interna mysteria. Videmus enim ita scissum atque
diuisum, ut trium foliorum speciem uideatur ostendere; ita pars
media distincta est, ut nisi inferioribus haereret, separata spec­
tantibus uideretur. Ea autem ratio uidetur seruata naturae, ut et
solem facilius admittat et umbram obtexat. Denique procerius
media pars eius extenditur et in ipsa summitate tenuatur, ut plus
pulcritudinis quam tegumenti praeferat. Etenim brabii speciem

a Ier 24, 5.
b Bar 4, 26.
c Bar 4, 27.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 175

Capitolo 14

58. Ma per ritornare ai frutti comuni, altri sono quelli ma­


turati dal sole, altri quelli che raggiungono il loro completo svi­
luppo rinchiusi in gusci e cortecce. Le mele e le pere e tutti i
tipi di uva sono esposti al sole senza riparo; invece le noci, le
nocciole e le mandorle in genere sono coperte dal guscio e dalla
corteccia e tuttavia anch’esse sono alimentate dal calore del sole
e il gheriglio, quanto si nasconde sotto lo spessore del mallo,
tanto è nutrito dal calore del s o le 1.
59. Quanto grande è poi la provvidenza del Signore! Dove
c'è un frutto più molle, lo spessore delle foglie offre una prote­
zione più valida per la sua difesa, com e vediamo nel caso del
f ic o 2. Perciò le creature più delicate devono essere protette da
altre più robuste, com e lo stesso Signore insegna per bocca di
Geremia dicendo: Come questi buoni fichi, cosi riconoscerò i de­
portati di Giuda che ho inviato da questo luogo nella terra dei
Caldei per il loro bene e fisserò i miei occhi sopra di loro per il
loro bene. Infatti, siccom e erano esposti alle offese, li circondò,
per cosi dire, d’una protezione più valida costituita dalla sua mise­
ricordia, affinché quei teneri frutti non perissero prematuramente.
Inoltre, degli stessi dice anche in seguito: Le mie tenere creature
percorsero vie scabrose-, e più sotto dice loro: Siate coraggiosi,
o figli, e gridate al Signore. Questa è la sola protezione inviola­
bile, l’inespugnabile difesa contro tutte le tempeste e gli oltraggi.
Dove ci sono frutti delicati, più spessa è la protezione e la difesa
delle foglie; al contrario, dove ci sono frutti più resistenti, ivi le
foglie sono più tenere, com e insegna il m e lo 3. La mela, essendo
alquanto resistente, non ha m olto bisogno di un aiuto che la
protegga: la stessa ombra di una protezione troppo spessa po­
trebbe piuttosto nuocere al frutto.
60. Infine il pampino potrebbe insegnarci la bellezza della
natura e gli intimi arcani della sapienza divina. Vediamo infatti
che esso è cosi frastagliato e diviso da assumere l’aspetto di tre
foglie distinte. Il suo lobo mediano si differenzia talmente che, se
non fosse unito a quelli inferiori, a prima vista sembrerebbe una
foglia a sé stante. E sembra che la natura si sia comportata cosi
per lasciar passare più facilmente il sole e, nello stesso tempo,
per offrire il riparo dell'ombra. Inoltre il lobo mediano del pam­
pino si estende più in alto e sulla cim a si assottiglia in m odo da
essere motivo di bellezza più che di protezione. Infatti sembra

1 B as., H e x a e m ., 112 CD (47 D): IIC? Tivà (lèv Yujivà irérreTai Ttji •JjXtto, uvà
Sè èv èXiSrpoi? xexaXu[i[z£va Trtajpourai ;
2 B a s., H e x a e m ., 112 D (47 D E ):... xal &v [lèv ànaXòi; ó xaprcó;, •Ko.yb toù
«pijXXou tò axemxerrriptov, éiq èrcl -rij? amò)?;
3 B as., H e x a e m ., 112 D (47 DE): 2>v Sè oi xapreol c-reyavaiT E p oi, èXacppà tòìv
«piiXXtov 7tpoa|3oX:fj, &<; èrcl tt )? xapóa?; " O t i èxeìva [lèv, Sià t ò àa&evés, irXet-
ovo? èSeÌTO T7)? pov)9-eEa?, t o u t o i ? 8’ &v 7tpoapXafM)? èyévsro uaxurépa rapiploX’))
èx TT)? dcre’ aùròiv oxià?.
176 EXAMERON, DIES I I I , SER. V, C. 14, 60-61 - C. 15, 62

uidetur effingere significans quod uua inter pendentes ceteros


fructus habeat principatum, cui tacito quodam iudicio naturae,
sed euidenti indicio innascitur species et praerogatiua uictoriae.
Secum igitur habet brabium suum, quo et munimen sibi praebetur
aduersum iniurias uel aeris pariter imbriumque uiolentiam et in-
pedimentum non adfertur ad recipiendum solis calorem, quo tepe­
facta alitur, coloratur, augetur. Ficulneae quoque folium aeque
prope ut pampinus quadrifida rescinditur diuisione, quod eo cla­
rius uidetur quo maius est folium, sane non ita ut pampinus uel
ora omni uel summitate crispanti. Sicut enim in ficulneae folio
crassitudo ualidior ita in pampino species elegantior. ^Crassitudo
igitur folii proficit ad tempestatis iniuriam repellendam, interscis-
sio ad fructus gratiam uaporandam. Denique hoc genus pomi
grandinem non cito, maturitatem cito sentit, quia et latere uidetur
aduersus iniurias et patere ad gratiam.

61. Quid ego foliorum describam diuersitates, quemadmod


alia rutunda, alia longiora, alia flexibilia, alia rigidiora sint, alia
nullis facile uentis labentia, alia quae leui motu decutiantur au­
rarum?

Caput XV

62. Inexplicabile est singularum rerum exquirere proprie


tes et uel diuersitates earum manifesta testificatione distinguere
uel latentes occultasque causas indeficientibus aperire documen­
tis. Vna nempe atque eadem est aqua et diuersas plerumque sese
mutat in species: aut inter harenas flaua aut inter cautes spumea
aut inter nemora uiridantior aut inter florulenta discolor aut
inter lilia fulgentior aut inter rosas rutilantior aut in gramine
liquidior aut in palude turbidior aut in fonte perspicacior aut in
mari obscurior assumpto locorum quibus influit colore decurrit.
Rigorem quoque pari ratione commutat, ut inter uaporantia fe-
rueat, inter umbrosa frigescat, sole repercussa exaestuet, niuibus
inrigata glaciali umore canescat. Quemadmodum autem sapor eius
ipse conuertitur, ut nunc asperior, nunc amarior, nunc uehemen-
tior, nunc austerior, nunc dulcior pro specierum quibus infusa
fuerit qualitate uarietur! Asperatur inmaturioribus sucis, tunso
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 177

riprodurre l’aspetto d’un premio circense, indicando che, fra tutti


gli altri frutti penduli, ha il primo posto l’uva, nella quale, per
un tacito decreto della natura ma con chiara evidenza, sono in­
nati l’aspetto e la prerogativa della vittoria4. Ha con sé dunque i]
suo premio il quale, ad un tempo, le assicura una protezione con­
tro le offese o la violenza sia del vento sia delle piogge e non le
impedisce di ricevere il calore del sole che, riscaldandola, l’ali­
menta, la colorisce, la fa crescere5. Anche la foglia del fico, quasi
come il pampino, si divide in quattro lobi — cosa che si vede
tanto più chiaramente, quanto più grande è la foglia — , benché
non abbia, com e il pampino, l’intero orlo e il vertice frasta­
gliati. Come nella foglia del fico lo spessore è più resistente, cosi
nel pampino la forma è più elegante. Lo spessore della foglia
serve dunque a respingere i danni del cattivo tempo, la sua divi­
sione in lobi a rendere saporito il frutto esposto al calore. Questa
specie di frutto non subisce facilmente danni dalla grandine, fa­
cilmente invece giunge a maturazione, perché è riparata dalle of­
fese ed esposta all’azione di ciò che le giova.
61. Perché descrivere le diverse form e delle foglie, com e
cune siano rotonde, altre più allungate, alcune flessibili, altre più
rigide, alcune resistenti al vento, altre facili a cadere al solo
spirar d’una brezza?

Capitolo 15

62. Sarebbe fatica interminabile indagare la proprietà d


singole cose o distinguerne le differenze con prove evidenti o spie­
garne le cause avvolte nel mistero con una documentazione senza
lacune. L’acqua, indubbiamente, è sempre la stessa, e tuttavia so­
vente assume aspetti diversi: gialla in mezzo alla sabbia, tra gli
scogli spumeggiante, con riflessi verdi in mezzo ai boschi, tra i
fiori variopinta, d’un candore luminoso fra i gigli, d’un rosso splen­
dente tra le rose, in un prato più limpida, in una palude più tor­
bida, in una fonte più trasparente, nel mare più cupa, essa scorre
assumendo il colore dei luoghi che attraversa. Allo stesso m odo
cambia la sua temperatura naturale, cosi che bolle a contatto con
oggetti infocati, si raffredda all’ombra, evapora se esposta al sole,
coperta di neve biancheggia diventando ghiaccio. E cosi cambia
il suo sapore divenendo ora più acida, ora più amara, ora più
frizzante, ora più aspra, ora più dolce a seconda della qualità delle

4 Non è ben chiaro che cosa intenda qui S. Ambrogio. Non si capisce
bene, infatti, come il lobo mediano della foglia della vite riproduca la for­
ma d’un premio circense.
5 B as., H e x a e m ., 112 D , 113 A (47 E )r n<ò<; xocTéoxiaTai tv)? àjxTcéXou r i <pùX-
Xov, tva xal itpè? xà? èx tou àépo? pXàpa? è pÓTpu? àvrèxTl **1 'c^v ixttva toù
^)X£ou Sià TÌjs àpatónQTO? Sa^iXòSi; Ù7toSéxeTod ;
178 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 15, 62-63

cortice nucis foliisque contritis, amara fit absentio, uino uehe-


mentior, austerior aliis, grauescit ueneno, meile dulcescit. Si uero
ei lentiscum, terebinti quoque fructus uel et nucis interior miscea­
tur, in olei mollem naturam facile transfunditur. Cum sit autem
altrix omnium uirgultorum, diuersos singulis usus ministrat. Si
radices alluat uel nubibus fusa descendat, discretas dat omnibus
uires, radicem inpinguat, caudicem prouehit, ramos diffundit, folia
uirescere facit, fructum alit semina, pomum augere consueuit.
Ergo cum eadem sit omnium nutrix, alia arborum genera tristio­
res ferunt sucos, alia dulciores, alia tardos, alia praematuros.
Ipsae quoque inter se discrepant suauitates. Alia suauitas in uinea,
alia in olea, alia in cerasis, alia in fico, discreta in malo, dispar in
dactulo.

63. Tactus ipse aquae alibi lenis, alibi asperior, plerumq


pinguior est, pondere quoque distat frequenter ut specie; nam
plerisque locis grauior, plerisque leuior extimatur. Non mirum
igitur si, cum ipsa in se discrepet, discrepent etiam inter se la­
crimae arborum, quae eiusdem aquae adluuione generantur. Et
cum una sit omnium causa, diuersus singularum usus, diuersa
natura est. Aliam uim habet cerasi arboris lacrima, aliam lentisci.
Disparem quoque balsami guttam odorata orientis ligna sudare
produntur, diuersum quoque lacrimarum genus uirgulta ferula­
rum in Aegypto ac Libya quadam ui naturae secretioris inlacrimant.
Quid autem tibi referam — clementem licet esse sermonem —
quod electrum lacrima uirgulti sit et in tantae materiae solidita­
tem lacrima durescat? Nec leuibus id adstruitur testimoniis, quan­
do folia aut surculorum minutissimae portiones aut exigua quae­
dam animantium genera in electro saepe reperiantur, quae uidetur
cum adhuc gutta esset mollior, recepisse et solidata tenuisse.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 179

derrate sulle quali è versata. È resa acida dai succhi dei frutti
immaturi, dalla corteccia pestata e dalle foglie tritate di noce,
amara dall’assenzio, più frizzante dal vino, più aspra dall'aglio,
disgustosa dal veleno, dolce dal miele. Se poi le si mescola il succo
di lentisco, il frutto del terebinto o anche il gheriglio della noce,
facilmente si trasforma nella viscida natura dell'olio. E, pur ali­
mentando tutti i vegetali, rende a ciascuno di essi un differente
servizio. Se bagna le radici o scende riversandosi dalle nubi, dà
a tutte le piante un’energia distinta: ingrossa la radice, sviluppa
il tronco, estende i rami, rende verdi le foglie, nutre i semi e soli­
tamente aumenta il volume dei frutti. Pur essendo essa nutrice
comune di tutte le specie di piante, alcune producono succhi più
amari, altre più dolci, altre tardivi, altre precoci *. Anche gli stessi
sapori gradevoli sono diversi fra loro. Un sapore ha l’uva, un altro
l'oliva, un altro le ciliege, un altro il fico, diverso la mela, dif­
ferente il dattero.
63. Anche al tatto in un luogo l'acqua è soffice, in un a
più ruvida, spesso piuttosto densa, di frequente diversa per peso
com e per aspetto; infatti in molti luoghi è ritenuta più pesante,
in molti più leggera. Non c'è da meravigliarsi dunque se, dal
momento che l'acqua non è sempre uguale a se stessa, anche le
resine degli alberi, prodotte dall'abbondante scorrere della mede­
sima acqua, siano diverse tra loro. E pur essendone unica la cau­
sa, diverso è il m odo di comportarsi, diversa è la natura di cia­
scuna di esse. Altra efficacia ha la resina del ciliegio, altra quella
del lentisco. Dicono che anche le piante odorose dell'Oriente es-
sudino una differente goccia di balsamo, mentre i virgulti delle
canne in Egitto e in Libia2, per effetto d’una virtù naturale che
ancora ci sfugge, emettono una diversa specie di resina. E per­
ché ricordarti — il nostro discorso può ben mostrarsi compren­
sivo verso gli ascoltatori — che l'ambra è la resina d’una pianti­
cella, che si solidifica sino ad acquistare la durezza propria d ’una
materia così pregiata? Né ciò si afferma sul fondamento di testi­
monianze poco autorevoli, dal m omento che nell'ambra si ritro­
vano spesso pagliuzze o minutissime particelle di legno o taluni
piccoli insetti che evidentemente la goccia, quand'era ancora li­
quida, ha assorbito e, divenuta solida, ha conservato in s é 3.

1 Tutto il paragrafo è ispirato da Bas., Hexaem., 113 A-D (47 E48 D).
2 B as., Hexaem., 113 B (48 A B ): "AXko y à p t o ù axlvou t ò Sàxpuov, x a l &Xko<;
ó imòt; toO (HaXaàjjLOu x a l vocpS^xé? tiv e ? èitl tvji; A tyù irrou x a l A ip iv )? &cepov
òiròSv y é v o ; à7toSaxpuouat,v.
3 Bas., Hexaem., 113 B (48 AB): Aóy°? Sé t £? ècm xal t Ò ìjXexrpov èiròv elvai
ipuxòiv eie Xt9ov> 91JCTW à7to7r»)Yvii[ievov. MapTupei Sè rei) Xóycp rà èfz<paivó[xeva
xàpipr) xal -rà XeirtÓTaTa t £Sv £tf>o)v, iforcp, àirocXoO Sytoq toù ò t o ù , èvaitoXi)9$évTa
xaTéxeTai. Cf. Plin., N.H., XXXVII, 3, 46: Liquidum id primo destillare argu­
mento sunt quaedam intus tralucentia ut formicae culicesque et lacertae,
quae adhaesisse musteo non est dubium et inclusa durescente eodem re­
mansisse.
180 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 15, 64 - C 16, 65

64. Sed quid ego uili sermone decerno cum alta atque p
tiosa ratione naturae, cum iste sermo humano alatur ingenio, na­
turam autem omnium prouidentia diuina formauerit? Vnde uelut
habenis quibusdam uerborum cohibenda diffusio est, ne quod
Solomoni specialiter sapientiae munere diuinitus uidetur esse con­
latum, usurpatorie uideamur exponere differentias arborum et
uirtutes radicum et quaecumque sunt abscondita et inprouisaa,
sicut scriptum est. Quae nec ab ipso tamen manifestata produn­
tur, ut mihi uideatur potuisse eum disputare de uirgultorum ge­
neribus1’, non potuisse tamen plenius omnis creaturae explicare
rationes.

Caput XVI

65. Quodsi inriguis aquarum plerumque et segetes laetio


sunt et uirides fabae et hortorum multiplex suscitatur et resusci­
tatur gratia, si uiridantibus toris fluuiorum exundantium decora­
tur, quemadmodum ad uerbum domini, quod omni aquarum cursu
est redundantius, subito creatura uirgultorum omnis effloruit! Fe­
stinarunt cam pi non commissam sibi frugem edere, ignorata horti
holerum genera, florum miracula germinare, ripae fluminum se
uestire myrtetis, properauerunt arbores cito surgere, cito se in
florem induere, uictum hominibus, pecoribus pabulum ministrare.
Fructus communis est omnibus, usus quoque est datus omnibus.
Simul utrumque arbores germinarunt, aliud quo uesceremur, aliud
quo refrigerante umbra defenderemur a sole. Cibus in fructu,
usus amoenitatis in foliis; tamen quia praescia erat prouidentia
creatoris quod fructum sibi maxime hominum auiditas uindicaret,
reliquis prouidit animantibus, ut specialem iis donaret alimoniam.
Itaque esca his non mediocris in foliis est corticibusque siluestri-
bus; ea quoque quae ad usum medendi proficerent, id est suci
lacrimae surculi pariter ministrata sunt. Itaque illa quae post
experimento usu exemplo utilia cognouimus, ea a principio crea­
tor, cui usui apta donaret, praescientiae suae maiestate de sinu
terrarum iussit exire.

a Sap 7, 20-21.
b 3 Reg 5, 13 (4, 33).
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 181

64. Ma perché nel mio umile discorso pretendo di affront


le profonde e preziose leggi della natura, dal momento che il mio
parlare è alimentato dall'impegno umano, mentre la natura del­
l'universo è stata plasmata dalla Provvidenza divina? Perciò l'esu­
beranza delle parole dev’essere, per cosi dire, imbrigliata, affinché
non sembri che esponiamo, senza averne la competenza — facoltà
che manifestamente fu concessa da Dio al solo Salomone con il
dono della sapienza — , le differenze degli alberi e le proprietà
delle radici e ogni altra questione nascosta e imprevista, com e sta
scritto. Si dice tuttavia che neppure da lui tutti questi argomenti
furono chiariti, sicché mi sembra ch ’egli potè bensì trattare delle
specie degli alberi, non potè tuttavia spiegare adeguatamente la
ragione d’essere d’ogni creatura.

Capìtolo 16

65. Se per l’azione delle acque irrigue le messi sono più


gogliose 1, se le fave diventano verdi e la molteplice bellezza dei
giardini sorge e si rinnova, se le sponde dei fiumi che straripano
si adornano di bordi verdeggianti2, com e alla parola del Signore,
che trabocca più copiosa d’ogni corso d'acqua, ad un tratto fio­
rirono tutte le piante create! I campi si affrettarono a produrre
le messi non seminate e a far germogliare ignote specie d’erbaggi
e fiori meravigliosi, le rive dei fiumi a rivestirsi di mirteti, gli
alberi si fecero premura di crescere rapidamente, di ricoprirsi ra­
pidamente di fio r i3, di somministrare il vitto agli uomini, la pa­
stura al bestiame. Tutte le piante hanno il loro frutto, a tutte fu
assegnato un loro uso particolare. Nello stesso tempo gli alberi
con la loro vegetazione ci offrirono sia un mezzo per sfamarci
che un mezzo per difenderci dal sole alla loro om bra ristoratrice
— il cibo con i loro frutti, il ristoro con le loro foglie — . Tutta­
via, poiché la provvidenza del Creatore non ignorava che l’avi­
dità degli uomini avrebbe preteso i frutti specialmente per sé,
provvide agli altri animali dando loro un cibo particolare. Perciò
essi hanno un cibo abbondante nelle foglie e nelle cortecce sel­
vatiche; parimenti vennero fornite anche le sostanze utili alla
medicina, cioè i succhi, le resine e i polloni. Pertanto fin da prin­
cipio il Creatore con la maestà della sua prescienza, per fornirci
mezzi adatti a tale scopo, fece uscire dal seno della terra quelle
sostanze di cui apprendemmo l'utilità successivamente con l'espe­
rienza, l'uso, l'esempio.

1 Cf. Verg., Georg., I, 1: Quid faciat laetas segetes.


2 Cf. Verg., Aen., VI, 674: riparumque toros et prata recentia riuis.
3 Cf. Verg., Georg., I, 187-188: cum se nux plurima siluis / induit in florem.
182 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 16, 66-69

66. Et quia iussit dominus ut germinaret terra herbam fa


et lignum fructiferum faciens fructum secundum genus, cuius
sem en eius in eo, ne forte quis dicat in multis arboribus neque
fructum neque semen uideri et putet diuinum in aliquo uaccillare
praeceptum, ut a ueritate sit dubium, illud aduertat, quia nequa­
quam fieri potest, ut non aut seminibus utantur uniuersa gignen­
tia aut habeant aliqua quae uideantur cum uirtute seminum con-
uenire, idque si quis diligenter intendat, manifesta testificatione
poterit conprehendere. Nihil uidentur seminis habere salices, ha­
bent tamen in foliis granum quoddam, quod habeat uirtutem se­
minis, ut eo com m isso terris tamquam posito surgat arbos de
surculo et tamquam de semine se exsuscitet. Grano itaque illo
radix prima coalescit; de radice pullulat non solum salicis, sed
etiam reliquarum ad similitudinem huiusmodi generis arborum
silua. Habet autem et radicis generatio uirtutem seminis, unde
plerique ea satione incrementum sui nemoris propagauerunt.

67. Magna dei uirtus in singulis. Nec miretur aliquis, si


uirgultis magnam dei dixi esse uirtutem, siquidem magnam uir­
tutem suam in lucustis esse dixit et b r u c o a, eo quod diuinae
maiestatis offensa magna moderamine sterilitatis Iudaicae atque
inopiae solueretur. Magna enim uirtus patientia, magna uirtus
prouidentia. Indigni enim erant, qui uterentur fecunditate terre­
na, qui terrarum laeserant creatorem. Et uere magnus, qui mise­
rabili fame nefas tantae impietatis ulciscitur. Itaque si magna
uirtute dei sterilem brucum terra generauit, quanto magis uir­
tute magna quae fecunda sunt procreat.

68. Quis pineam uidens non stupeat tantam diuino praecepto


artem inolitam inpressamque naturae, quemadmodum ab ipso cen­
tro distantibus licet mensuris pari adsurgat glutino, quo proprios
fouet fructus? Itaque per circuitum eadem species et ordo serua-
tur et quidam in singulis plagis nuculeorum partus exuberat at­
que in orbem redit fructus et gratia. Itaque in pinea ista imagi­
nem sui natura uidetur exprimere, quae a prim o illo diuino cae-
lestique mandato priuilegia accepta custodit et partus suos qua­
dam annorum uice et ordine refert, donec consummatio temporis
impleatur.

69. Sed ut in hoc fructu gratam speciem sui signat, ita etiam
in myricis, id est humilibus uirgultis figuram inprobae calliditatis

a Ps 104, 34; Ioel 1, 4.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 183

66. E siccom e il Signore ordinò che la terra producesse erba


da foraggio e alberi fruttiferi che facessero, ciascuno secondo la
propria specie, un frutto contenente il proprio seme, affinché per
caso qualcuno non dica che in molti alberi non si vedono né il
frutto né il seme e pensi che in qualche cosa il comando divino
non regga, sicché dalla verità sorga il dubbio, consideri che non
può assolutamente avvenire che tutti i vegetali o non abbiano bi­
sogno del seme o non abbiano qualche mezzo di riproduzione che
sembri accordarsi con la proprietà dei sem i4. E se a tale scopo
si com pirà una diligente ricerca, sarà possibile rendersene conto
con prove evidenti. Sembra che i salici non abbiano seme, ma
sulle foglie hanno un granello che ha la proprietà del seme, sic­
ché, quando questo viene affidato alla terra, l’albero spunta come
se fosse stato piantato un pollone e si sviluppa com e da un seme.
Da quel grano si form a dapprima la radice; dalla radice pullula
una fitta vegetazione non solo di salici ma anche di altre piante
che ad essi som igliano5. Ed anche la moltiplicazione della radice
ha la virtù del seme, e perciò molti con tale sistema di riprodu­
zione hanno esteso il loro bosco.
67. Grande è la potenza di Dio in ciascuna cosa. E nessuno
si meravigli se ho detto che grande si rivela la potenza di Dio
nelle piante ancor giovani, dal momento che egli disse che la sua
potenza si rivelava grande nelle locuste e nel bruco, perché la
grave offesa alla maestà divina veniva punita col castigo della sic­
cità e della carestia del popolo giudaico. È potenza grande la pa­
zienza, potenza grande la Provvidenza divina. Essi infatti non me­
ritavano di godere la fecondità della terra poiché ne avevano of­
feso il Creatore. E veramente grande è colui che con una mise­
revole carestia punisce il sacrilegio d'una così grande empietà.
Quindi, se per la grande potenza di Dio la terra generò lo sterile
bruco, quanto più si richiede l'intervento di questa grande po­
tenza perché essa produca esseri fecondi!
68. Chi, al vedere la pigna, si stupirebbe che dal comando
divino sia stata radicata e impressa nella natura una cosi grande
abilità, considerando cioè com e da un unico centro essa salga con
uguali scaglie, sia pure di misura diversa, con le quali protegge i
propri frutti? Tutt’attorno si conserva il medesimo aspetto rego­
lare, e, sebbene nelle singole zone sporgano rigonfi i pinoli, tut­
tavia il frutto mantiene la sua degente form a rotonda. Pertanto
nella pigna sembra che la natura esprima la propria immagine, poi­
ché da quel prim o comando celeste e divino essa custodisce le
prerogative ricevute e ripresenta i suoi frutti con una ordinata
successione annuale, finché non sia com piuto il ciclo totale delle
stagioni.
69. Ma com e in questo frutto la natura esprime il suo at­
traente aspetto, cosi nei tamerischi, cioè in umili alberelli6, ha

4 B as., H e x a e m ., 105 C (45 B ): ... ètoitoc 8 t i dbtpipCx; ftetopouvri x a l 7tàvra


<pocvr]<iETai % <nrép(i*Ti XE/pi)(j.éva 9) -rà Lao8uvajj.ouvra t o ì ? airép(iaoiv S /o v r a .
5 Non corrisponde a verità; vedi C oppa, op. cit., p. 224, n. 93.
6 Cf. Verg., Bue., IV, 2: non omnis arbusta iuuant humilesque myricae.
184 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 16, 69 - C. 17, 70-71

expressit. Sicut enim duplici corde uiri ubique praesto sunt et


gratiam simplicitatemque apud bonos praetendunt et uitiosissi-
mis glutinantur, ita etiam et in aquosis et in desertis contrario
quodam usu haec uirgulta nascuntur. Vnde et Hieremias dubia
morum atque insincera myricis com parauitb.

Caput XVII

70. Germinet inquit terra, et statim omnis surgenti germine


terra completa est. Et homini dicitur: Dilige dominum deum
tu u m a, et non est caritas dei omnium infusa uisceribus. Surdiora
corda hominum sunt quam dura saxorum. Terra indebitos fructus
nobis ministrat, dum obsecundat auctori: nos debitum munus ne­
gamus, dum non ueneramur auctorem.
71. Vide in paruis quae prouidentia sit dei et, quia conpre-
hendere non potes, mirare quom odo alia semper florentia reser-
uarit, alia mutationes habere uoluerit expoliationis et amictus.
Inter cana niuium, pruinas frigorum uiriditatem suam arua con-
seruant et cum ipsa tecta sint gelu, partus sui tamen haut exi­
guam speciem uiriditatis obtexunt. In ipsis quoque generibus ar­
borum, quae diuturnis frondibus uestiuntur, non mediocris di­
stantia est. Seruat indumentum suum semper olea uel pinus, sed
tamen folia sua saepe commutant nec ea quasi diuturna, sed
quasi succedanea praetendunt suae arboris pulchritudini perpetui
integritate uestitus uicem muneris obumbrantes. Palma autem ui-
rens semper manet conseruatione et diuturnitate, non inmutatione
foliorum. Nam quae primo germinauerit folia, ea sine ulla sub­
stitutionis successione conseruat. Imitare ergo eam, o homo, ut
dicatur et tibi: Statura tua similis facta est palm aeh. Serua uiri­
ditatem pueritiae tuae et illius innocentiae naturalis, quam a pri­
m ordio recepisti, ut plantatus secus decursus aquarum fructum
tuum in tempore tuo habeas praeparatum et folium tuum non de­
flu a t0. Hanc uiriditatem gratiae semper florentis in Christo se-

b Ier 17, 6.

a Deut 6, 5; Mt 22, 37.


b Cant 7, 7.
c Ps 1, 3.
I SEI GIORNI PELLA CREAZIONE 185

espresso l’immagine di un'astuzia maligna. Come gli uomini dop­


pi di cuore sono sempre disponibili e con i buoni ostentano be­
nignità e schiettezza, mentre si attaccano agli individui peggiori,
cosi nelle zone umide e in quelle desertiche questi arbusti nasco­
no comportandosi in m odo opposto. Perciò anche Geremìa pa­
ragonò ai tamerischi la condotta equivoca e la mancanza di sin­
cerità 7.

Capitolo 17

70. Germogli la terra, disse, e subito la terra si riempi di


virgulti nascenti. E all’uom o si dice: Ama il Signore Dio tuo; ma
l’amore di Dio non penetra in tutti i cuori. Il cuore dell’uomo è
più insensibile del macigno. La terra ci somministra i frutti che
non ci sono dovuti, obbedendo al Creatore; noi, quando non ado­
riamo il nostro Creatore, rifiutiamo un tributo cui saremmo tenuti.
71. Vedi nelle piccole cose quale sia la Provvidenza divina
e, poiché non puoi comprenderla, ammira com e abbia conservato
sempreverdi alcune piante e invece abbia voluto che altre, mu­
tando aspetto, si spogliassero e si rivestissero alternativamente del
loro fogliame. Tra il candore delle nevi e le brine gelate1 i campi
mantengono l’energia vegetativa e, anche quando sono ricoperti
dal gelo, i loro prodotti celano non trascurabili manifestazioni
del vigore con cui si sviluppano. Nelle stesse specie degli alberi
rivestiti di fronde perenni, c ’è non piccola differenza. L’olivo e il
pino conservano sempre il loro manto; tuttavia cambiano spesso
le foglie e adornano cosi la bellezza dell’albero con foglie che
non sono perenni, ma via via si sostituiscono nascondendo il suc­
cedersi della vegetazione con l’integrità d’una veste che non viene
mai meno. La palma invece rimane sempreverde, mantenendo
perennemente le foglie senza m utarle2: conserva quelle spuntate
per prime, senza cambiarle successivamente. Imitala, o uomo, per­
ché si dica anche a te: La tua statura è diventata com e quella di
una palma. Conserva la verde freschezza della tua adolescenza e
di quella innocenza naturale che hai ricevuto fin dalla tua na­
scita, in m odo che piantato lungo il corso dell’acqua, abbia pron-

7 B a s., Hexaem., 116 B C (49 B ): " E t c it c c x à x e ìv o c x ó t o i , tko? |iupCxi] à [ i-


<pt(3ióv 4<m x a l t o ì ? <piXii8pot<; <ruvaptdfj.ou|j,evov x a l x a x à x à ? èpr|[ious 7tXv){h>vó-
jievov. A lò x a l ò fI e p s [i(a ; S ix a lco ; x à jtov/jp órepa x a l è7taji(poxep[^ovxa tòìv rj&òiv
x<j> xoiouxtp (puxoj Tcapew&^ei.
C f. Ger., 17, 6: Maledictus homo qui confidit in homine. Erit enim quasi
myricae in deserto, et non uidebit cum uenerit bonum; sed habitabit in
siccitate in deserto, in terra salsuginis et inhabitabili.

1 C f. V erg., Georg., I I , 376: Frigora nec tantum cana concreta pruina.


2 B a s., Hexaem., 116 B (49 A B ): ’ E ££xa£e n£><; Tà [lèv àei&xXvj Ircobjae, Tà
8è yu[ivotS[i6va ' x a l tò ìv àei&aXwv Tà [lèv ipuXXopóXa, x à Sè <àct<puXXa. <DuXXo(3oXeì
y à p x a l èXata x a l w Itu ;, c i x a l XeXyi&ótg*; ùroxXXàaaei T à fóX X a , «Siaxs |H]Séitore
S oxeiv -ri)? xó|r>]c àw>YU[ivoùa9ai. ’ Ae£<puX>ov Sè 6 < pom t;...
186 EXAMERON, DIES I I I , SER. V , C. 17, 71-72

cuta ecclesia dicit: In umbra eius concupiui et s e d id. Hanc prae-


rogatiuam doni uirentis acceperunt apostoli, quorum nec folium
umquam potuit elabi, ut eorum etiam umbra curaret aegrotose;
obumbrabant enim infirmitates corporis fides mentis et florentia
merita uirtutum. Mane ergo plantatus in dom o domini, ut in atriis
eius sicut palma floreas et ascendat in te gratia ecclesiae et sit
odor narium tuarum sicut mala et fauces tuae sicut uinum opti­
mum f, ut inebrieris g in Christo.

72. Bene admonuit iste uersiculus repetere paene interm


sum quia diximus praecepto dom ini uitem etiam pullulasse, quam
postea post diluuium a Noe plantatam esse cognouimus. Sic enim
habes, quia Noe agricola erat terrae et plantauit uitem et bibit
de uino eius et obdorm iuith. Non ergo Noe auctor est uitis, sed
plantationis. Neque enim nisi eam repperisset ante generatam,
plantare potuisset. Cultor ergo, non auctor est uitium. Deus autem,
qui sciret quod uinum sobrie potatum sanitatem daret, augeret
prudentiam, inmodice sumptum ad uitia causas daret ‘, creaturam
dedit, abundantiam humano arbitrio reseruauit, ut parsimonia na­
turae esset magisterium sobrietatis, abundantiae noxiam lapsum-
que temulentiae sibi ascriberet humana condicio. Denique et ipse
inebriatus est Noe et obdorm iuit consopitus a uino *. Itaque per
uinum patuit deformitati, qui per diluuium excreuit ad gloriam.
Sed dominus et in eo creaturae suae gratiam reseruauit, ut eius
fructum nobis conuerteret ad salutem ac per eum nobis peccato­
rum remissio proueniret. Vnde pie Isaac dixit: Odor Iacob odor
agri p len im, id est naturalis odor. Quid enim pleno rure suauius,
quid uitis odore iucundius, quid fabae flore gratius? Vnde qua-
muis ingeniose quis ante nos dixerit: 'N on uitem aut ficum pa­
triarcha olebat aut frugem, sed uirtutum spirabat gratiam’, ego
tamen et odorem ipsum terrae simplicem atque sincerum pro
gratia benedictionis accipio, quem fraus nulla conposuit, sed ue-
ritas indulgentiae caelestis infundit. Denique inter benedictiones
sacratissimas computatur, ut tribuat nobis dominus a rore
caeli uim uini, olei atque frum enti11, cui est honor laus gloria
perpetuitas a saeculis et nunc et semper et in omnia saecula sae­
culorum amen.

d Cant 2, 3.
e Act 5, 15.
£ Cant 7, 8-9.
e Cant 5, 1.
»> Gen 9, 20.
* Eccli 31, 28-29 (37-38).
1 Gen 9, 21.
m Gen 27, 27.
n Gen 27, 28.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 187

to il tuo frutto al momento opportuno e le tue foglie non cadano


mai. La Chiesa, seguendo questa freschezza della grazia sempre
fiorente in Cristo, dice: Alla sua ombra desiosa mi sono seduta.
Il privilegio di questo dono fecondo ricevettero gli apostoli, le
cui foglie non poterono mai cadere, al punto che anche la loro
ombra guariva gli am m alati3: la fede dell'animo e i meriti fioriti
delle virtù ricoprivano della loro om bra le malattie del corpo.
Rimani dunque piantato nella casa del Signore affinché tu fiori­
sca nei suoi atrii com e una palma e ascenda in te la grazia della
Chiesa e l’odore delle tue narici sia com e quello delle mele e la
tua bocca com e vino prelibato per inebriarti in Cristo.
72. Opportunamente questo versetto mi invita a riprend
un discorso quasi interrotto, perché abbiamo detto che al coman­
do del Signore spuntò dal suolo anche la vite che sappiamo pian­
tata da Noè successivamente, dopo il diluvio. Sai infatti che Noè
coltivava la terra e piantò la vite e bevve il vino da essa prodotto
e si addormentò. Noè non è l’autore della vite, ma della sua colti­
vazione. Se non l’avesse trovata già creata precedentemente, non
avrebbe potuto piantarla. Fu dunque il coltivatore, non l’autore
delle viti. Ma Dio, ben sapendo che il vino bevuto con sobrietà
contribuisce alla salute e accresce il discernimento, mentre, tra­
cannato senza misura, dà origine ai vizi, diede tale creatura e la­
sciò alla libertà umana la facoltà di usarne abbondantemente, af­
finché la parsimonia della natura fosse insegnamento di sobrietà
e l’umana condizione imputasse a sé il danno dell'abuso e la colpa
dell’ubriachezza. Del resto anche lo stesso Noè si ubriacò e, in­
tontito dal vino, cadde in un sonno profondo. Cosi colui che per
il diluvio aveva raggiunto la gloria, per il vino fu esposto all’igno­
minia. Ma il Signore anche nel vino conservò le buone qualità
della sua creatura, cosi da rivolgerne il frutto alla nostra salvezza
e farne derivare per noi la remissione dei peccati. Perciò con af­
fetto di padre Isacco disse: L'odore di Giacobbe è odore di campo
rigoglioso, cioè odore naturale. Che c ’è di più soave di una cam­
pagna rigogliosa, di più letificante dell'odore della vite, di più
gradevole delle fave in fiore? Quindi, anche se qualcuno prima di
noi ha detto acutamente: Il patriarca non odorava di vite o di fico
o di messe, ma olezzava dell’attrattiva delle virtù.4, io tuttavia, per
l’affetto che ispirava quella benedizione, intendo anche l'odore
stesso della terra, semplice e sincero, non manipolato da nessun
artificio, ma infuso dalla celeste benevolenza. Anzi, tra le benedi­
zioni considerate più sacre, una invoca che il Signore dalla rugiada
del cielo conceda abbondanza di vino, d'olio e di frumento. A lui
onore, lode, gloria, eternità dai secoli e ora e sempre e per tutti i
secoli dei secoli. Amen.

3 S i a llu d e a lle g u a r ig io n i o p e r a te d a P ie tr o (Atti, 5, 15) q u a n d o la su a


o m b r a c o p r iv a q u a lc h e a m m a la t o .
4 C f. P h i lo , Quaest. in Gen., I V , 214; A m b r., De Iacob, I I , 1, 4.
DIES QVARTVS

SERMO VI

Caput I

1. Qui uindemiam colligit uasa prius quibus uinum infu


tur mundare consueuit, ne sors aliqua uini gratiam decoloret.
Quid enim prodest ponere uitem ordine, fodere quodannis aut
aratris sulcos ducere, putare, subrigere, adiungere ulmis et quo­
dam conubio copulare, si tanto labore uina quaesita in uase coa­
cescant? Matutinos quoque solis ortus si quis spectare desiderat,
emundat oculos suos, ne quid pulueris, ne quid purgamentorum
oculis eius insidat, quo tuentis hebetetur optutus, neue aliqua
caligo nebulosa corporeos uisus spectantis obducat. Nobis in lec­
tione exoriundus est sol, qui ante non fuerit. Primum iam diem
sine sole transiuimus, secundum sine sole transegimus, tertium
sine sole confecimus: quarto die iubet deus fieri luminaria, solem
et lunam et stellas. Sol incipit. Emunda oculos mentis, o homo,
animaeque interiores optutus, ne qua festuca peccati aciem tui
praestringat ingenii et puri cordis turbet aspectum. Emunda au­
rem, ut uase sincero scripturae diuinae nitida fluenta suscipias,
ne qua ingrediatur contagio. Procedit sol magno iubare diem,
magno mundum conplens lumine, uaporans calore. Caue, o homo,
solam eius perpendere magnitudinem, ne nimius fulgor eius uisus
tuae mentis obcaecet, ut qui e regione in radium eius intendit
repercusso lumine omnem subito amittit aspectum ac, nisi in ce­
teras partes uultum suum oculosque conuertat, aestimat se nihil
uidere et tuendi munere esse fraudatum, si uero deflectat optu-
tum, integrum sibi officium perseuerat. Caue igitur ne et tuum
QUARTO GIORNO

VI SERMONE

Capitolo 1

1. Chi vendemmia, prima suole lavare i vasi nei quali vi


versato il vino, perché qualche im purità1 non ne guasti il p regio2.
A che giova infatti piantare la vite in filari3, zappare ogni anno
0 tracciare solchi con l’aratro nel terreno intorno ad essa, potarla,
sostenerla, appoggiarla agli o lm i4 e, per cosi dire, maritarla ad
essi, se il vino, prodotto con tanta fatica, dovesse inacidirsi nel
recipiente? Cosi, se uno desidera vedere la levata del sole, lava
1 suoi occhi perché non ci sia della polvere o del sudiciume che
indebolisca lo sguardo né ombra di nebbia che offuschi la vista
corporea nell'atto di osservare. Noi ora, a questo punto del no­
stro discorso, dobbiam o far sorgere il sole che prima non esiste­
va. Abbiamo già trascorso il primo giorno senza sole, abbiamo
trascorso senza sole il secondo, concluso senza sole il terzo: il
quarto giorno Iddio comanda che siano fatti i luminari del cielo,
il sole, la luna, le stelle. Comincia ad esistere il sole. Monda gli
occhi della tua mente, o uomo, e gli interiori sguardi dell'anima,
affinché qualche pagliuzza di peccato non offuschi l’acutezza del
tuo ingegno e intorbidi la vista d ’un cuore puro. Pulisciti gli orec­
chi per accogliere in un vaso immacolato le limpide acque della
Scrittura divina, perché non vi penetri nulla d’infetto. Il sole
avanza inondando il giorno di un grande splendore, il mondo di
una grande luce, riscaldandolo con il suo calore. Guardati, uomo,
dal valutarne solo la grandezza, perché il suo bagliore, troppo
vivo per te, non accechi la vista della tua mente, come chi ne fissa
direttamente il raggio perde immediatamente la vista per il ri­
flesso e, se non rivolge da un’altra parte la sua faccia e i suoi
occhi, ha l’impressione di essere cieco e di aver perduto la facoltà
visiva, mentre, se devia lo sguardo, questa gli rimane intatta.

1 Sors è rarissima forma del nominativo singolare del sostantivo plurale


sordes, ium, usata solo da S. Ambrogio in tutta la latinità classica e cri­
stiana (C oppa, op. cit., p. 228, n. 2).
2 Cf. L vcr., VI, 17-18: intellegit ibi uitium uas efficere ipsum / omniaque
illius uitio corrumpier intus-, H or., Ep., I, 2, 54: sincerum est nisi uas, quod-
cumque infundis acescit. Cf. E pict ., apud G ell., XVII, 19, 3 (U sener, 396).
3 Cf. V erg., Bue., I, 73: pone ordine uitis.
4 Cf. V erg., Georg., I, 2: ulmisque adiungere uitis.
190 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 1, 1-3

radius eius exoriens confundat aspectum. Et ideo prius firmamen­


tum caeli aspice, quod ante solem factum est, terram aspice, quae
antequam sol procederet, coepit esse uisibilis atque composita,
germina eius aspice anteriora solis lumine. Anterior brucus quam
sol, antiquior herba quam luna. Noli ergo deum credere, cui uides
dei munera esse praelata. Tres dies transacti sunt: et solem nemo
quaesiuit et luminis claritas abundauit. Habet enim et dies suam
lucem, quae praecessor est solis.

2. Non igitur te tanto splendori solis temere committas


ooulus est enim mundi, iocunditas diei, caeli pulchritudo, naturae
gratia, praestantia creaturae — sed quando hunc uides, auctorem
eius considera, quando hunc miraris, lauda ipsius creatorem. Si
tam gratus est sol consors et particeps creaturae, quam bonus est
sol ille iustitiaea! Si tam uelox iste, ut rapidis cursibus in die
ac nocte lustret omnia, quantus ille, qui ubique semper est et
maiestate sua conplet om n iab! Si admirabilis qui iubetur exire,
quam supra admirationem qui dicit soli et non exoritu rc, ut, legi­
mus! Si magnus est qui per horarum uices locis aut accedjt aut
decedit cotidie, qualis ille qui etiam, cum se exinaniretd, ut nos
eum possemus uidere, erat lumen uerum, quod inluminat omnem
hominem uenientem in hunc m undum e! Si praestantissimus qui
obiectu terrae patitur saepe defectus, quantae maiestatis qui ait:
Adhuc ego sem el et m ouebo terram f! Illum terra abscondit, istius
motum non potest sustinere, nisi uoluntatis eius substantia ful­
ciatur. Si caeco damnum est huius solis gratiam non uidere, quan­
tum peccatori damnum ueri luminis munere defraudatimi perpe­
tuae noctis tenebras sustinere!

3. Ergo cum uides solem, adtende terram, quae ante fund


est, adtende herbam faeni, quae praestat ordinis priuilegio, adten­
de ligna, quae plaudunt, quod priora luminibus caeli esse coepe­
runt. Numquid merita faeni maiora quam solis aut numquid po-

» M a l 4, 2.
b P s 71, 19.
<= I o b 9, 7.
d P h il 2, 7.
e I o 1, 9.
f A g g 2 , 6 (7 ),

2, 8. c o m p l e t Schenkl; sed nide passim.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 191

Bada dunque che il suo raggio sorgente non confonda anche la


tua vista. Perciò guarda anzitutto il firmamento del cielo che fu
creato prima del sole, guarda la terra che com inciò ad essere vi­
sibile e ordinata prima che il sole iniziasse il suo corso, guardane
i germogli che spuntarono prima della luce del sole. Il b ru c o 5 è
anteriore al sole, l’erba è più antica della luna. Non credere dun­
que dio quell'astro sul quale vedi che ebbero la precedenza i doni di
Dio. Erano trascorsi tre giorni, e nessuno sentiva la mancanza
del sole, eppure lo splendore della luce rifulgeva. Infatti anche il
giorno ha una sua luce che ha preceduto il sole.
2. Non ti affidare avventatamente allo splendore cosi lumi­
noso del sole — è infatti l'occhio del mondo, la letizia del giorno,
la bellezza del cielo, l’incanto della natura, l’eccellenza del crea­
t o 6 — ; ma, quando lo vedi, pensa al suo autore; quando lo am­
miri, -loda il suo Creatore. Se tanto accetto è il sole che partecipa
della sorte d’ogni creatura, quant’è mai perfetto quel Sole di giu­
stizia7! Se è cosi veloce da percorrere col suo m oto nello spazio
d ’un giorno e d’una notte tutto l’universo, quant’è potente colui
che è sempre dappertutto e riempie ogni cosa con la sua maestà!
Se merita ammirazione quello che riceve l’ordine di levarsi ogni
giorno, com ’è al di sopra d’ogni ammirazione colui che comanda
al sole e questo non si leva, com e leggiamo nella Scrittura! Se è
grande l’essere che ogni giorno si avvicina e si allontana dalle re­
gioni terrestri mentre le ore si succedono, qual è mai colui che,
anche quando si annientò perché lo potessimo vedere, era la vera
luce che illumina ogni uomo che viene in questo m ondo! Se è
eccelso l’astro che spesso è eclissato per l’interporsi della terra,
quant’è grande la maestà di colui che dice: Ancora una volta, ed
io scuoterò la terrai La terra, mentre eclissa il sole, non potrebbe
sostenere il movimento che costui le imprime, se non fosse soste­
nuta dalla sostanza della sua volontà. Se per un cieco è un male
non vedere la bellezza del sole materiale, quale male è per il pec­
catore sopportare le tenebre di una notte senza fine, privo del
dono della vera luce!
3. Or dunque, quando vedi il sole, pensa alla terra che è stata
creata prima, pensa all’erba da foraggio che gli è superiore per il
diritto di precedenza, pensa agli alberi che applaudono perché
cominciarono ad esistere prima degli astri del cielo. Forse i me­
riti del foraggio sono maggiori di quelli del sole o forse è prefe-

5 Gli esseri viventi non erano ancora stati creati. Evidentemente si tratta
di una svista di S. Ambrogio; vedi Coppa, op. cit., p. 230, n. 7.
6 Cf. Secvndi, Sent. in Frg. Phil. Graec., I, 518, 25 ss.: Quid est sol? Mun­
di oculus, noctis concertatio, caloris circuitus, indeficiens cauna, splendor
sine occasu, caelestis uiator, diei ornatus, caeli pulchritudo, naturae gratia,
horarum distributor; cf. 513, 12 ss.: Oùpàvio? ò(p&aX[ió<;, voxtòs ivrayomaTT)?,
aESipiov xuxXcù[j.a ...
7 B a s ., Hexaem., 120 B (50 E): El é Tfl <p&op5i OiroxeEjievo? ijXio? outcd xaXóg,
0fiT0>TfiiYas [tèv xiviQ&Tjvai, eùxàxTou? Sè Toc? TtepióSoui; daroStSoii?, du[i(jte-
Tpov (lèv é’/a'j tò [léye&oi; tei) itavrl, &ote jìt) Ixjìalveiv tìjv itpò? 8Xov àvaXo-
y£av • TÒS Sè xdéXXsi TÌje <p\!>aeto; olóv tk; òq)S-aX(xòi; Siauf*)? è[nrp£iKov tfj xtIgel ■
el àxópeaTO? toutou j) Sia, iroraitò; xdXXei ó Sixaioaàvij; ;
192 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 1, 34 - C. 2, 5

tior ligni praerogatiua? Absit ut insensibilia tanti muneris prae­


feramus ministro. Quid igitur praeuidit altitudo sapientiae et scien­
tiae dei, ut prius inciperent ligna esse quam illa duo mundi lumi­
na et quidam caelestis oculi firmamenti, nisi ut cognoscerent
omnes diuinae testimonio lectionis terram sine sole posse esse
fecundam? Nam quae potuit sine sole prima rerum semina ger­
minare potest utique semina accepta nutrire et proprio fotu sine
calore solis partus edere.

4. Hac igitur uoce quadam suorum munerum clamat natu


bonus quidem sol, sed ministerio, non inperio, bonus meae fe­
cunditatis adiutor, sed non creator, bonus meorum altor fructuum,
sed non auctor. Interdum partus meos et ipse adurit, frequenter
mihi et ipse damno est, plerisque me locis indotatam relinquit.
Non sum ingrata conseruo, mihi est in usum datus, mecum labori
est mancipatus, mecum subiectus est uanitati, mecum corruptio­
nis subditus seruituti. Mecum congemescit, mecum parturit*, ut
ueniat adoptio filioru m h et humani generis redemptio, quo possi­
mus et nos a seruitio liberari. Mecum adsistens laudat auctorem,
mecum hymnum dicit dom ino deo nostro. Vbi m aior eius est gra­
tia, ibi mecum est ei commune consortium. Vbi sol benedicit, ibi
terra benedicit, benedicunt ligna fructifera, benedicunt pecora,
benedicunt uolucres mecum In mari positus illum nauta accusat,
me desiderat; in montibus illum pastor declinat, ad mea germina,
ad meas festinat arbores, quibus exaestuans obumbretur, ad meos
fontes sitiens et lassus adcurrit.

Caput II

5. Sed ne oculorum tibi exiguum uideatur esse testimoniu


emunda aurem, admone eam caelestibus oraculis; duobus enim
et tribus testibus stat omne uerbum. Audi dicentem: Fiant lumi­
naria in firmamento caeli ad inluminationem terra ea. Quis hoc
dicit? Deus dicit. Et cui dicit nisi filio? Deus ergo pater dicit:
'fiat sol’, et filius fecit solem; dignum enim erat, ut solem mundi
faceret sol iustitiae. Ipse ergo eum in lumen adduxit, ipse eum
mluminauit, ipse ei donauit fundendi luminis potestatem. Factus
est ergo sol; ideo et ipse seruit, quoniam dictum est: Fundasti

e R o m 8, 22.
h R o m 8, 15.
• P s 148, 3 e t 9; D a n 3, 62 s s.

a Gen 1, 14.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 193

ribile il privilegio dell’albero? Non accada che preferiamo beni


materiali all’autore di un si gran dono! Perché la profondità
della sapienza e della scienza di Dio dispose che cominciassero
ad esistere gli alberi prima dei due luminari del m ondo e, per
così dire, degli occhi del firmamento celeste, se non perché tutti
apprendessero dalla testimonianza della Scrittura divina che la
terra può essere feconda anche senza il sole? Quella che potè
senza sole far germogliare i primi semi delle cose, certamente
potrebbe nutrire i semi ricevuti e con il tepore del suo seno por­
tarne a maturazione i frutti senza il calore del sole.
4. Questo proclama la natura lasciando, per cosi dire, la
rola alle proprie funzioni: « Buono davvero è il sole, ma perché
serve, non perché comanda; buono perché aiuta la mia fecondità,
non perché la crea; buono perché alimenta i miei frutti, non per­
ché ne è l’autore. Talora anzi esso brucia i miei prodotti, spesso
mi è piuttosto di danno, in molti luoghi mi lascia senza dote. Non
sono ingrata verso chi mi è compagno di servitù: esso mi è stato
dato per il mio bene, è assoggettato con me alla fatica, è sotto­
posto con me alla vanità, è esposto con me alla schiavitù della
corruzione. Geme con me, con me partorisce perché giunga l’ado­
zione dei figli e la redenzione del genere umano, affinché possia­
mo anche noi essere liberati dalla schiavitù. Al m io fianco, insie­
me con me loda il Creatore, insieme con me innalza un inno al
Signore nostro Dio. Dove il sole benedice, là benedice la terra,
benedicono gli alberi fruttiferi, benedicono gli animali, benedicono
con me gli uccelli. Trovandosi in mare, il marinaio lo accusa e mi
rimpiange; sui monti il pastore lo evita e cerca frettoloso i miei
cespugli, i miei alberi all’ombra dei quali ripararsi stillante di
sudore, assetato e stanco corre alle mie fontane ».

Capitolo 2

5. Ma perché non ti sembri insufficiente la testimonia


degli occhi, pulisci i tuoi orecchi, rivolgili alle parole rivelate:
infatti ogni questione si decide sulle parole di due o tre testimoni.
Ascolta Iddio che dice: Siano fatti luminari nel firmamento del
cielo per illuminare la terra. Chi dice questo? Dio. E a chi lo dice
se non al Figlio? Dunque Dio Padre dice: Sia fatto il sole, e il
Figlio creò il sole. Era giusto che fosse il Sole di giustizia a creare
il sole del mondo. Egli lo rese luminoso, egli lo fece risplendere,
egli gli diede la capacità di diffondere la luce. Fu creato dunque
il sole; perciò anch’esso serve, giacché è stato detto: Tu hai fon­
dato la terra ed essa dura; per tuo comando dura il giorno, per­
ché tutte le cose sono al tuo servizio. Se il giorno serve, come
194 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 2, 5-7

terram, et perm anet; dispositione tua permanent dies, quoniam


uniuersa seruiunt tib ib. Etenim cum dies seruiat, quom odo non
seruit sol, qui factus est in potestatem diei? Quomodo non
seruit luna et stellae, quae factae sunt in potestatem n octisc?
Etenim quanto maiorem his gratiam creator donauit, ut aer solito
amplius solis claritate resplendeat, dies serenius luceat, noctis in-
luminentur tenebrae per lunae stellarumque fulgorem, caelum
uelut quibusdam floribus coronatum ita ignitis luminaribus micet,
ut paradiso putes uemante depictum spirantium rosarum uiuis
monilibus renitere, quanto igitur amplius his decoris uidetur esse
conlatum, tanto amplius debent; cui enim plus committitur plus
d e b etd. Et ideo bene a plerisque ornamentum caeli est nuncupa­
tum, eo quod sit stellarum monile pretiosum.
6. Atque ut sciamus quia fertilitas terrarum non calori solis
ascribitur, sed diuinae indulgentiae deputatur, ait propheta: Omnia
a te expectant, ut des illis cibum in tem pore; dante te eis colli­
gent sibi, aperiente te manum tuam uniuersa implebuntur boni­
tate*1 et infra: Emitte spiritum tuum, et creabuntur et renouabis
faciem terra ef et in euangelio: Considerate uolatilia caeli, quia
neque serunt neque metunt, et pater uester caelestis pascit illa*.
Non ergo sol aut luna fecunditatis auctores sunt, sed deus pater
per dominum Iesum omnibus liberalitatem fertilitatis inpertit.

7. Pulchre autem exposuit nobis propheta quid sit quod ipse


ait quia fecit deus solem in potestatem diei et lunam in potesta­
tem noctis h. Nam in ipso psalmo centesimo tertio, de quo supra
diximus, scripsit: Fecit lunam in tempora, sol agnouit occasum
suum \ Cum enim dies horas suas com plere coeperit, sol debi­
tum sibi agnoscit occasum. Est ergo in potestate diei sol et luna
in potestate noctis, quae temporum uicibus oboedire conpellitur
et nunc impletur lumine atque uacuatur. Licet plerique hunc lo­
cum mystice de Christo et ecclesia uideantur accipere, quod agno­
uit Christus proprii corporis passionem, qui ait: Pater, uenit hora;
clarifica filium tu u m 1, ut illo occasu suo omnibus donaret uitam

b P s 118, 90-91.
c P s 135, 8-9.
d L c 12, 48.
= P s 103, 27-28.
f P s 103, 30.
s M t 6, 26.
h P s 135, 8-9.
i P s 103, 19.
• I o 17, 1.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 195

potrebbe non servire il sole che è stato creato a disposizione del


giorno? Come potrebbero non servire la luna e le stelle che sono
state create a disposizione della notte? Quant’è più grande la bel­
lezza conferita loro dal Creatore, cosi che l’aria è più luminosa
del solito quando il sole risplende, il giorno brilla più sereno, le
tenebre della notte sono rischiarate dal fulgore della luna e delle
stelle, il cielo, come cinto da una corona di fiori, scintilla di luci
cosi sfavillanti da farti credere che rifulga trapunto di fulgide
ghirlande di rose olezzanti in un giardino a primavera; quant’è
più grande la bellezza che appare loro conferita, tanto più gli
sono debitori. Infatti quello cui è stato dato di più, deve di più.
Ben a ragione il sole da molti è stato chiamato ornamento del
cielo, perché è il prezioso gioiello delle stelle.
6. E affinché sappiamo che la fertilità della terra non va at­
tribuita al calore del sole, ma è dovuta alla misericordia divina,
dice il profeta: Tutto attendono da te, che tu dia loro il cibo al m o­
mento opportuno; se tu dai loro, essi raccoglieranno per sé, se tu
aprirai la tua mano, saranno riempiti d’ogni bene; e più sotto:
Manda il tuo Spirito, e saranno creati e rinnoverai la faccia della
terra; e nel Vangelo: Osservate gli uccelli del cielo: non seminano
né mietono, e il Padre vostro celeste li nutre. Dunque non il sole
e la luna sono la causa della fecondità, ma Dio Padre per mezzo
del Signore Gesù assegna a tutte le cose una fertilità generosa.
7. Il profeta d’altra parte ci ha chiarito che cosa intenda
quando dice che Iddio creò il sole a disposizione del giorno e la
luna a disposizione della notte. Proprio nel già citato salmo cen-
totré egli scrisse: Ha creato la luna per le stagioni, il sole conob­
be il suo tramonto. Quando il giorno comincia a esaurire le ore
assegnategli, il sole conosce che può tramontare. Dunque il sole
è a disposizione del giorno e la luna a disposizione della notte,
perché è costretta ad obbedire all’awicendarsi delle sue fasi ed
ora si riempie ed ora si vuota di luce. Molti evidentemente inten­
dono questo passo in senso mistico, riferendolo a Cristo e alla
Chiesa1, perché Cristo conobbe la passione del proprio corpo, egli
che disse: Padre, è venuta l’ora: glorifica tuo Figlio, per dare con

1 II motivo della luna come mysterium o come typus Ecclesiae è parti


larmente caro a S. Ambrogio. Vi ritornerà e vi si soffermerà più avanti (IV,
8, 32); altri richiami si trovano in De patriarchis, 13; Explan. ps. 35, 26; ps. 43,
19; Ep. 18, 25; 23, 4; Exp. Eu. sec. Lue., X, 37. Per il tema nell’ecclesiologia pa­
tristica vedi H. R ahner, L’ecclesiologia dei Padri. Simboli della Chiesa, trad. it.,
Ed. Paoline, Roma 1971, pp. 145-287 e G. T oscani, Teologia della Chiesa in sant'
Ambrogio, Vita e Pensiero, Milano 1974, pp. 149-151 e 261-262. Nell’applicazione
di questa figura alla Chiesa, S. Ambrogio — come osserva il Rahner — dipende
non da Basilio, ma da Origene e forse da Ippolito. « Nel rapporto sole-luna
Ambrogio presta attenzione ai tre simbolismi del progressivo oscurarsi, del
graduale illuminarsi e del chiaro splendore dell’astro lunare nel plenilunio,
allo scopo di illustrare quelli che per lui rappresentano altrettanti aspetti im­
portanti della sua ecclesiologia. La Chiesa, sposa di Cristo, deve morire, ossia
venire meno al mondo, per potersi unire intimamente al suo sposo. Nell’unione
con Cristo diviene sorgente di vita e madre spirituale delle anime. Nella mi­
sura in cui muore al mondo, rinasce a nuova vita e progredisce verso la gloria
del cielo, circonfusa dello splendore dello sposo. Dei tre motivi, il più sentito
e sviluppato da Ambrogio è certamente il primo » (G. T oscani, op. cit., pp.
196 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 2, 7 - C. 3, 8

aeternam, qui perpetuae mortis urguebantur occasu, et ecclesia


tertipora sua habeat, persecutionis uidelicet et pacis. Nam uidetur
sicut luna deficere, sed non deficit. Obumbrari potest, deficere
non potest, quae aliquorum quidem in persecutionibus discessio­
ne minuitur, ut martyrum confessionibus impleatur et effusi pro
Christo sanguinis olarificata uictoriis maius deuotionis et fidei
suae toto orbe lumen effundat. Namque luna luminis inminutio-
nem habet, non corporis, quando per uices menstruas deponere
uidetur suum lumen, ut mutuetur a sole, quod facile puro aere
atque perspicuo, quando nulla eam obducta nebula caligantem
facit, colligi potest. Orbis enim integer manet lunae, etsi non si­
militer totus ut pars eius effulgeat, et qualis uideri solet, cum
plenus est luminis, tailis est magnitudine, sed per umbram quan-
dam lumine suo uiduatus adparet. Et inde cornua eius refulgent,
quia corpus eius in orbem diffunditur et uelut deficiente portionis
luce insinuatur.

Caput III

8. Mouere autem potest quod ait: Fiant luminaria ad in


minationem super terram, quae discernant inter diem ac noctem a,
quia et supra iam, ubi lumen fecit, dixerat: Separauit deus inter
lucem et tenebras. E t factus est uesper et factum est mane, dies
unush. Sed consideremus quia aliud est lumen diei, aliud lumen
solis et lunae et lumen stellarum, eo quod sol ipse radiis suis ful­
gorem diurno lumini uideatur adiungere, quod uel ortus diei po­
test prodere uel occasus. Nam ante solem lucet quidem, sed non
refulget dies, quia amplius quoque meridiano sole resplendet.

a G e n 1, 14.
*> G e n 1, 4-5.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 197

il suo « tramonto » la vita eterna a tutti gli uomini, minacciati dal


tramonto d'una morte senza fine, e perché la Chiesa ha le sue fasi,
di persecuzione cioè e di pace. Sembra venir meno com e la luna,
ma non è cosi. Può nascondersi, non può venir meno, essa che
nelle persecuzioni cala bensì per le defezioni di alcuni, ma per
raggiungere la sua pienezza per la testimonianza dei martiri e,
glorificata per le vittorie ottenute versando il sangue per Cristo,
diffondere per tutto il m ondo una luce più viva di devozione e di
fede. La luna diminuisce la sua luce, non la sua massa quando nel
corso delle fasi mensili sembra ridurre il suo chiarore per pren­
derlo in prestito dal sole, cosa di cui è possibile rendersi conto fa­
cilm ente2 se l'aria è pura e limpida, quando non c ’è caligine che,
ricoprendola, la offuschi. Il disco lunare rimane integro, anche se
non tutto allo stesso m odo, così che ne risplende solo una parte,
e per grandezza è tale quale suole apparire quando è compieta-
mente illuminato, ma per la sovrapposizione di un’ombra sembra
privo della sua luce. E i suoi com i risplendono perché la sua
massa si estende in form a di sfera e, venendo meno la luce in una
sua parte, per cosi dire con la restante si insinua nell’oscurità.

Capitolo 3

8. Può colpire d’altra parte che Dio dica: Siano fatti lu


nari per illuminare la terra, che distinguano il giorno dalla n o tt e l,
perché già prima, quando aveva creato la luce, aveva detto: Iddio
separò la luce dalle tenebre. E fu mattino, un giorno. Ma consi­
deriamo che una cosa è la luce del giorno e un'altra la luce del
sole, della luna e delle stelle, perché il sole stesso con i suoi raggi
sembra aggiungere splendore alla luce del giorno, com e può di­
mostrare l’alba o il tramonto. Infatti, prima che sorga il sole, il
giorno è chiaro ma non splendente, perché anzi risplende di più

149-150). Cf. anche la nota di G. C oppa all’Exp. Eu. sec. Lue., X, 37 (Esposizione
del Vangelo secondo Luca/2, cit., p. 423).
Per l’insieme delle immagini che S. Ambrogio applica alla Chiesa, vedi le
pp. 147-208 (Mysterium in figura. Figure bibliche del mistero della Chiesa)
dell’opera citata di G. Toscani che è il lavoro più ampio e accurato sull’eccle­
siologia di S. Ambrogio; per l'ecclesiologia dei Padri in generale cf. l’opera
sopra menzionata di H. R ahner e H.U. v. B althasar, Casta meretrix, in Sponsa
Verbi, trad. ital., Morcelliana, Brescia 1972, pp. 259-268. [I.B.]
2 B as., Hexaem., 121 D, 124 A (52 BC): ’TZmna. [jìvtoi xal èx t<ov Trepl aeX
vt)v 7ca&&v, Sovaxòv rjtià? tyjv itteruv £n]Tou|i.évtov efipa<r-&ai. A'fjyouua yàp xal
(ieiou[xévif), oùxl xciS toxvtI lauTr)? Sarcavaxai, àXXà rò 7tepixet(xevov 9C5
à7roTiS-etiivK) xal TcpoaXa|j.pàvouca 7tàXiv èXaTTCùaeo^ Tj^ùv xal aulaea»? xà? 9av-
laatat; Trapé/exai. Toù 8è ^ xùzò xi> aci|j.a aù-rij? Xtjyoóotji; àTravaXtaxeaS-ai
èvapyè? fiapxiipiov xà ópa>|i.eva. yàp croi èv xa&apco rà> àépi xal toxcty)?
à/Xuo? àTn)XXaY(iévt|) ... è7tiT»)p^<javxi xaxiSetv tò àXafiTtèi; aùr?)<; xal à<pcùxi<iTov
Ó7TÒ T7)Xixaiirn)<; àiJitSot; TOpifpaipójievov ’fjXtxov èv rais roxvaeXT)Voii; ttjv Ttàaav
aùiTjv èx7rXr)poì.

1 B as ., Hexaem., 124 B (52 D): O utoi xal Sia/copl^eiv exax^aav àvà (xé
ri)? ■Jiixépai; xal àvà jxéaov xrji; vuxtó?.
198 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 3, 8-11

Quod ostendit propheta dicens: Et educet sicut lumen iustitiam


tuam et iudicium tuum sicut m eridiem c. Non solum enim lumini,
sed etiam meridiano lumini sancti iustitiam comparauit.

9. Deinde non solum unum signum, sed etiam duo uol


esse diurnae discretionis atque nocturnae, ut et lux discretionem
faciat et solis exortus et iterum lucis defectus et stellarum ortus
inter occasum diei distinguat et noctis exordium. Nam ubi occi­
derit sol, manet tamen adhuc aliquid reliquiarum diei, donec te­
nebrae terram operiant, et tunc luna oritur et stellae. Et de nocte
quidem aperte liquet, quia lunae et stellarum inluminatio noctis
spatia testantur, siquidem per diem fulgorem illum lunarem stel-
larumque omnium sol exortus abscondit. De die autem uel ipsa
solis flagrantia docere nos potest diuersam diurni luminis et solis
esse naturam et ipsam esse speciem discolorem. Simplex enim
lucis est species, ut lumen praebeat: at uero sol non solum uirtu­
tem inluminandi habet, sed etiam uaporandi; igneus est enim,
ignis autem et inluminat et exurit. Vnde deus uolens Moysi osten­
dere suae operationis miraculum, quo Moysen ad oboediendi stu­
dium prouocaret atque ad fidem inflammaret eius adfectum, in
igne uisus est in rubo, et rubus non exurebatur, sed tantum splen­
dere ignis specie uidebatur d. Alterum igitur munus ignis uacabat,
alterum operabatur. Vacabat exustionis uis, operabatur inlumina-
tionis. Ideo stupebat Moyses, quia contra naturam suam ignis non
exurebat rubum, qui etiam uehementiorem materiem consueuit
exurere. Sed domini ignis inluminare solet, exurere non solet.

10. Ac forte dicas: Quomodo scriptum est: Ego sum ignis


consum ense? Bene admonuisti: non solet consumere nisi sola pec­
cata. In retributionibus quoque meritorum colligimus diuini ignis
naturam, ut alios inluminet, alios exurat, inluminet iustos, exurat
inpios. Non eosdem quos inluminat exurit et quos exurit inlumi­
nat, sed inluminatio eius inextinguibilis est ad perfunctionem bo­
norum, exustio uehemens ad supplicium peccatorum.

11. Sed reuertamur ad discretionem diei ac noctis. Oriente


diei lumine nox fugatur, decedente die nox funditur. Non est enim
luci societas ulla cum tenebris, siquidem naturali lege hoc domi­
nus in prima operatione constituit. Etenim quando lumen fecit,
et discretionem fecit inter lucem et tenebras. Denique in ipso

c Ps 36, 6.
d Ex 3, 2-3.
e Deut 4, 24.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 199

quando il sole è al meriggio. Ciò insegna il profeta dicendo: Farà


risplendere com e luce la tua giustizia e il tuo giudizio com e me­
riggio. Infatti non ad una luce qualsiasi, ma alla luce del merig­
gio ha paragonato la giustizia del santo.
9. Volle inoltre che ci fosse non un segno solo, ma addirit­
tura due per separare il giorno dalla notte, in m odo che a se­
gnarne la divisione siano ad un tempo la luce e il sorgere del sole
e, d’altra parte, il venir meno della luce e il sorgere delle stelle
costituiscano il limite fra il tramonto del giorno e l’inizio della
notte. Quando il sole è tramontato, resta ancora tuttavia qualche
traccia del giorno, in attesa che le tenebre avvolgano la terra, e
allora sorgono la luna e le stelle. Quanto alla notte, è del tutto
evidente che la luce della luna e delle stelle attesta la durata della
notte, poiché durante il giorno il sole ormai sorto nasconde la
loro luminosità. Quanto alla luce del giorno, anche la stessa vam­
pa del sole ci può insegnare che la natura della luce diurna e quel­
la della luce solare sono diverse e presentano una differente in­
tensità luminosa. La luce presenta un unico aspetto, quello cioè
d’essere luminosa; ma il sole ha non soltanto la capacità d’illu­
minare, bensì anche quella di riscaldare: infatti è di natura ignea,
e il fuoco non solo illumina, ma anche brucia. Perciò Iddio volendo
mostrare a Mosè la propria capacità di operare prodigi per indurlo
ad obbedire con ogni impegno e per infiammare il suo cuore alla
fede, si m ostrò in mezzo alle fiamme in un roveto, e questo non
bruciava, ma sembrava soltanto risplendere a guisa di fuoco. Era
inoperante un effetto del fuoco, agiva l’altro effetto. Era inope­
rante la capacità di bruciare, era operante quella d’illuminare.
Mosè si stupiva perché il fuoco, che suole bruciare anche sostanze
più resistenti, contro la propria natura non bruciava il roveto. Ma
il fuoco del Signore solitamente illumina, non brucia.
10. Forse potresti dire: « Come mai sta scritto: Io sono
fu oco che consum ai ». Mi hai richiamato a proposito: non con­
suma che i peccati. Anche dalla ricompensa dei meriti possiamo
arguire la natura del fu oco divino: illumina alcuni, altri brucia,
illumina i giusti, brucia gli empi. Non brucia gli stessi che illu­
mina e non illumina gli stessi che brucia; inestinguibile è la sua
azione illuminante per compiere il bene, irresistibile la sua azione
divoratrice per punire i peccati.
11. Ma ritorniamo alla separazione del giorno dalla notte.
Quando sorge la luce del giorno, la notte viene messa in fuga;
quando il giorno si ritira, la notte avanza2. La luce non ha alcun
rapporto con le tenebre, poiché il Signore con una legge di natura
cosi ha stabilito all’inizio della sua azione creatrice. Quando creò
la luce, separò anche la luce dalle tenebre. Inoltre anche di gior­
no, quando ormai il sole diffonde i suoi raggi sulla terra3, vediamo

2 Bas., Hexaem., 124 C (52 E): 'fl? yàp èv ^ ép a f) axlà t£S àvTi9pdcacrovTi
T7)v aùrJjv TOcpuiptarotTai, oOrto rj vù!; oxia^o(jiévou t o u 7repl -p)S àépo; ouvtaTa-
ai Tréipuxe.
3 Cf. V erg., Aen., IX, 461: iam sole infuso, iam rebus luce retectis.
200 EXAMERON, DIES IV , SER. V I , C. 3, 11 - C. 4, 12-13

die iam sole infuso terris uidemus umbram uel hominis uel uir-
gulti alicuius a lumine separari, ut mane ad occasum derigatur,
uesperi retorqueatur in orientem, meridianis horis in septentrio­
nem inclinet, lumini tamen non confunditur atque miscetur, sed
cedit et refugit. Similiter et nox cedere uidetur diei et se ab eius
lumine declinare; est enim, ut peritiores probauerunt, qui nobis
uel aetate uel munere praecurrerunt, umbra terrae. Naturaliter
enim umbra corpori adhaeret atque adiungitur, adeo ut etiam
pictores umbras corporum quae pincxerint nitantur exprimere id-
que artis esse adserant non praetermittere uim naturae, et quasi
naturalis iuris praeuaricator habeatur ouius pictura non etiam
umbram suam exprimat. Ergo sicut in die cum e regione solis
aliquod corpus occurrit, ex ea parte, qua lumen repercutitur, um­
bra subsistit, sic cum decedente die e regione luminis eius aut
solis terrae obiectus occurrit, obumbratur aer. Vnde liquet quod
noctem faciat umbra terrarum.

Caput IV

12. Fecit ergo solem et lunam et stellas et praestituit


mensuras temporum, soli diurnas, lunae et stellis nocturnas, ut iste
augeat diei gratiam, illae umbram tenebrasque inluminent et sint
in signa et in tempora et in dies et in annos a. Diuisa tempora ha­
bent paresque mensuras pro mensuum uicibus sol et luna cum
stellis et sunt in signa. Non possumus negare quod ex sole et
luna signa aliqua conligantur; nam et dominus dixit: E t erunt signa
in sole et luna et stellis b et quaerentibus apostolis signum aduen-
tus eius respondit: Sol obscurabitur et luna non dabit lumen suum
et stellae cadent de ca e lo c. Haec dixit fore signa futurae consum­
mationis, sed conueniens debet curae nostrae mensura seruari.

13. Denique nonnulli natiuitatum temptauerunt exprim


qualitates, qualis futurus sit unusquisque qui natus sit, cum hoc
non solum uanum, sed etiam mutile sit quaerentibus, inpossibile
pollicentibus. Quid enim tam inutile quam ut unusquisque persua-

« G e n 1, 14.
*> L c 21, 25.
c M t 24, 29.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 201

che l’ombra sia di un uom o sia di un arboscello si stacca dalla


luce, cosi che al mattino volge verso occidente, a sera ritorna
verso oriente, nelle ore del meriggio piega a settentrione, tutta­
via non si confonde né si .mescola con la luce, ma si ritira di fron­
te a questa e se ne allontana. Ugualmente anche la notte sembra
ritirarsi davanti al giorno e farsi da parte di fronte alla sua lu ce 4.
Infatti, com e hanno dimostrato gli scienziati che ci hanno prece­
duti per l’età o per la competenza, essa è l’ombra della terra. Per
natura, infatti, l’ombra è inseparabilmente unita al corpo, al punto
che anche i pittori si sforzano di riprodurre le om bre dei corpi
che dipingono e affermano che è proprio dell’arte non trascurare
le caratteristiche della natura ed è considerato com e un trasgres­
sore delle leggi naturali l’artista che nei suoi quadri non raffigura
anche le ombre richieste. Or dunque, com e durante il giorno,
quando davanti al sole si frappone un corpo, dalla parte dove la
luce si riverbera si produce l’ombra, cosi, quando al calar del
giorno si frappone davanti alla sua luce o a quella del sole l’osta­
colo della terra, l’aria si oscura. Perciò è evidente che è l’ombra
della terra a produrre la notte.

Capitolo 4

12. Iddio creò dunque il sole, la luna e le stelle e assegnò


loro la rispettiva durata: al sole la durata del giorno, alla luna e
alle stelle quella della notte, cosi che quello accresca la bellezza
del giorno, queste illuminino l’oscurità delle tenebre e servano
com e segni per le ricorrenze, per i giorni e per gli anni. Il sole
e la luna con le stelle hanno tempi distinti e conveniente durata
in rapporto alla vicenda dei mesi e servono da segni. Non possia­
m o negare che si ricavino determinati segni dal sole e dalla luna;
infatti anche il Signore ha detto: E vi saranno segni nel sole e
nelle stelle-, e poiché gli apostoli chiedevano un segno della sua
venuta, rispose: Il sole si oscurerà e la luna non darà la sua luce
e le stelle cadranno dal cielo. Disse che questi sarebbero stati i
segni della futura fine del mondo, ma la nostra curiosità di sa­
pere deve osservare un giusto limite.
13. Alcuni veramente hanno cercato di determinare le carat­
teristiche delle singole nascite, quale dovrà diventare ogni uomo
venuto al mondo, sebbene ciò sia non solo senza fondamento, ma
anche inutile per chi lo chiede e impossibile per chi lo prom ette1.

4 B as., Hexaem., 124 CD (52 E): T o u t o to£vuv èctÌ, t ò eEp^jiévov, 8 t i Sie/


picrev è © e i ; àvà [zéaov t o u «ptùxò? xal àvà [ziaov t o u o x ó t o u ? • èrcet-Sv) t ò c x ó t o ?
dt7TO<peiÌYei t o u <p<orò; t à? èmSpofzài;, èv xfj 7tpó>Tf) St)[uoupy^ (puaixrji; aòxoù;
tt)£ àXXoTpiciwieoii; xaxaaxeuaaS-eiaY)? irpòs &XkrfKa.. Nuv Sè ijXiov ènènx^s Tot?
(jtéxpois T7)S ^(iépa? • xal creX^vrjv, o x a v 7raxè 7rpò? t ò v ZSiov xùxXov àmxpxta&Yj,
àpX^yòv èTtobjae ttji; vuxxóq.

1 B as ., Hexaem., 128 AB (54 AB): sull’astrologia in genere.


202 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 4, 13-14

deat sibi hoc esse quod natus est? Nemo ergo debet uitam suam
statum moresque mutare et niti quo m elior fiat, sed in ea persua­
sione manere, neque probum potes laudare nec condemnare in-
probum, qui necessitati natiuitatis suae respondere uideatur. Et
quom odo dominus aut bonis praemia proposuit aut inprobis poe­
nas, si facit necessitas disciplinam et conuersationem stellarum
oursus informat? Et quid est aliud quam hominem de homine exue­
re, si nihil moribus, nihil institutioni, nihil studiis derelinquitur?
Quam multos uidemus ereptos criminibus atque peccatis in me­
liorem statum esse conuersos! Redempti sunt apostoli et congre­
gati ex peccatoribus non utique natiuitatis suae h o r a ' sed Christi
eos sanctificauit aduentus et hora dom inicae passionis redemit a
morte. Latro damnatus ille, qui est cum dom ino crucifixus, non
beneficio natiuitatis suae, sed fidei confessione ad paradisi aeterna
transiuitd, Ionam in mare non uis natiuitatis, sed dissimulatae
diuinae praedictionis praecipitauit offensa eundemque cetus exci­
piens ad indicium futuri mysterii post triduum reuomuit et pro­
pheticae merito gratiae reseruauite. Petrum de carcere imminenti
morte perimendum angelus Christi, non stellarum series liberauitf,
Paulum caecitas conuertit ad gratiam 8 et percussum a uipera tur-
batumque naufragio non remedia natiuitatis, sed deuotionis me­
rita seruarunth. Quid de illis dicimus qui eorum precibus, cum fuis­
sent mortui, resurrexerunt*? Vtrum illos sua natiuitas an aposto­
lica gratia reuocauit? Quid opus fuit, ut ieiuniis se periculisque
committerent, si quo uolebant natiuitatis beneficio poterant per-
uenire? Quod si credidissent, dum expectant fatorum necessitatem,
numquam ad tantam gratiam peruenissent. Inutilis igitur ista
persuasio.

14. Quid quod etiam inpossibilis? Nam ut de eorum aliq


disputatione sumamus redarguendi gratia, non probandi, magnam
uim dicunt esse natiuitatis eamque minutis quibusdam et certis
colligi oportere momentis ac, nisi uerius colligatur, summam esse

d L c 23, 4 2 4 3 .
« I o n 1, 2-3 e t 15; 2, 1 e t 11.
f A c t 12, 7-11.
t A c t 9, 8.
n A c t 28, 3-5.
> A c t 9, 40.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 203

Che c'è infatti di cosi dannoso quanto il convincersi che ciascuno


resta quello che è nato? Nessuno dunque dovrebbe mutare la
propria vita e la propria condizione e sforzarsi di diventare mi­
gliore, ma dovrebbe rimanere in questa convinzione; né potresti
lodare chi è onesto e condannare chi non lo è, perché manifesta­
mente si uniformano al destino della loro nascita. E perché mai
il Signore ha proposto un premio ai buoni e un castigo ai malvagi,
se il fato determina il m odo d ’agire e il corso delle stelle regola
il genere di vita? E che altro è questo se non spogliare l’uomo
dell’u om o2, se nulla viene lasciato alla morale, all’educazione, al­
lo studio? Quanti vediamo che, strappati ai delitti e alle colpe, si
volsero ad una vita migliore! Gli apostoli certamente non furono re­
denti e radunati, da peccatori che erano, nell’ora della nascita, ma
fu la venuta di Cristo a santificarli e l’ora della passione del Si­
gnore a riscattarli dalla morte! Il ladrone condannato a morte,
crocifisso con il Signore, entrò nella felicità eterna del paradiso
non per un benefico influsso della sua nascita, ma per la sua con­
fessione di fede; Giona fu gettato in mare non per l’influenza
della sua nascita, ma per la colpa di aver ignorato l’ordine del
Signore, e la balena che lo aveva inghiottito lo vomitò dopo tre
giorni quale simbolo del futuro mistero e lo salvò per merito del
suo dono profetico. Un angelo di Cristo e non la congiunzione
degli astri liberò dal carcere Pietro che doveva essere ucciso dal­
l’esecuzione imminente. Fu la cecità a convertire Paolo alla gra­
zia e, quando fu m orso da una vipera e coinvolto in un naufragio,
non fu il benefico influsso della sua nascita a salvarlo, ma i meriti
della sua devozione a Dio. Che dire di quelli che, morti, risorsero
per le loro preghiere? Li richiamò in vita la loro nascita o la
grazia degli apostoli? Che bisogno c ’era che sostenessero digiuni
e pericoli, se fossero potuti arrivare dove volevano per l’influenza
favorevole della loro nascita? Se avessero creduto questo, in at­
tesa del compiersi fatale del destino, non sarebbero mai giunti
a tanta santità. E dannosa dunque questa convinzione3.
14. Si potrebbe aggiungere che è anche irrealizzabile4. R
viamo dalle loro dispute qualche argomento per confutarli, non
per approvarli. Essi affermano che grande è l’influenza della na­
scita, che bisogna coglierla in taluni brevi e precisi spazi di tempo

2 Cf. Cic., De fin., V, 12, 35: ...fugere piane se ipse et hominem ex homine
exuens naturam odisse uideatur-, cf. P hilo , De prou., I, 88 A.
3 Per alcuni accenni sull’atteggiamento dei Padri verso l'astrologia cf. M.
Astrologia, in Enc. Catt., II, 236-241. Per S. Ambrogio
C am o zzin i -C. T estori,
un determinismo astrologico avrebbe come conseguenza la mortificazione della
libertà dell’uomo e insieme dell’opera della grazia, e, alla fine, della storia e del­
la salvezza nell’uomo stesso. Il « compiersi fatale del destino » sarebbe para­
lizzante e svuoterebbe di senso sia ogni iniziativa e impegno morale persona­
le coi suoi progressi e i suoi meriti, sia la capacità dell’azione divina a tra­
sformare, con l'accoglienza da parte dell’uomo, la sua condotta. Significhe­
rebbe vanificare ogni discorso di « conversione » e di crescita evangelica, e
quindi annullare l’efficacia all’« ora della passione del Signore » cioè all'eco­
nomia della redenzione che entra in una vicenda di scelte e di responsabi­
lità. [I.B.]
4 B a s ., Hexaem., 128 BC (54 CD): sull’arte genetliaca.
204 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 4, 14

distantiam; breui enim atom o exiguoque momento distare natiui-


tatem inopis et potentis, egentis et diuitis, innocentis et noxii et
plerumque eadem hora generari longaeuitati debitum et prima pue­
ritiae aetate moriturum, si reliqua disparia sint et puncto aliquo
discreta. H oc quemadmodum possint colligere respondeant. Consti­
tue partum feminae; obstetrix utique eum primo cognoscit, ex­
plorat uagitum, quo nati uita colligitur, adtendit utrum mas sit
an femina. Quot uis inter has moras praeterire momenta? Pone
mathematicum praeparatum. Numquid uir potest interesse puer­
perio? Dum mandat obstetrix, audit Chaldaeus, ponit oroscopum,
in alterius sortem iam nati fata migrarunt, de alter-o quaeritur
et alterius genitura proponitur. Pone ueram eorum esse opinionem
de natiuitatum necessitatibus, non potest uera esse collectio. Punc­
ta transeunt, fugit tempus inreparabile. Non esse dubium quod
tempus in atomo et in momento oculi sit adducor ut credam,
quando omnes in atomo, in momento oculi resuscitamur, ut apos­
tolus protestatur dicens: E cce mysterium dico. Omnes quidem
resurgemus, non omnes autem inmutabimur in atomo, in momento
oculi, in nouissima tuba, et mortui resurgent incorrupti et nos
inmutabimur '. Inter effusionem et susceptionem depositionemque
pignoris, fletum eius et nuntium quot atomi transierunt! Et hoc,
ut simpliciter ista texuerim. Nam et ipsi uitalem illum signorum
duodecim circuitum in duodecim partes diuidunt et, quia triginta
diebus sol duodecimam partem sphaerae eius quae inenarrabilis
habetur egreditur, quo gyrus solis anni circuitu conpleatur, in
triginta portiunculas, quas [Jioipag Graeci uocant, unumquodque
duodecim illarum distribuunt portionum, ipsam quoque portiun-

• 1 C or 15, 51-52.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 205

e che, se non si coglie con molta esattezza, la differenza è enorme:


la nascita di un poveraccio e di un gran signore, di un indigente
e di un ricco, di un innocente e di un colpevole distano fra loro
di un breve attimo, di un fuggevole istante e spesso nella me­
desima ora vengono generati uno destinato alla longevità e uno
che dovrà morire nella prima fanciullezza, se le altre circostanze
sono diverse e presentano qualche minima differenza. Mi rispon­
dano però com e possano ricavare tutto questo. Supponiamo che
una donna partorisca: l’ostetrica naturalmente è la prima a ren­
dersene conto, attende il vagito dal quale si comprende che il
neonato è vivo, osserva se è maschio o femmina. Quanti momenti
supponi trascorrano tra queste operazioni? Metti pure che sia li
pronto un astrologo. Forse un uom o può assistere ad un parto?
Mentre l’ostetrica lo informa, il Caldeo ascolta e predispone l’oro­
scopo, già il destino del neonato è trasmigrato nella sorte di un
altro: l’indagine riguarda uno e si dà invece l’oroscopo di un
a ltro5. Ammetti pure che sia vera la loro opinione sulla fatalità
delle nascite; non può essere vera la loro argomentazione. Gli
istanti passano, fugge irrecuperabile il tem po6. Sono indotto a cre­
dere che senza dubbio il tempo abbia la durata di un attimo e di
un batter d’occhio, poiché tutti in un attimo e in un batter d’oc­
chio risusciteremo, com e afferma l’Apostolo dicendo: Ecco, vi ri­
velo un mistero. Tutti risusciteremo, ma n o n 7 tutti saremo tra­
sformati. In un attimo, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima
tromba, e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.
Tra la nascita del bambino, il prenderlo e deporlo nella culla, il
suo pianto e l’annuncio, quanti istanti sono trascorsi! E questo,
per trattare l ’argomento senza troppe complicazioni. Infatti essi
dividono in dodici parti la ben nota fascia circolare composta di
dodici costellazioni sotto form a d’esseri viventi, e siccom e in trenta
giorni il sole supera la dodicesima parte di quella sfera che si ri­
tiene indescrivibile8 e perciò l’orbita solare si com pie in un an­
no, dividono ciascuna di quelle dodici parti in trenta particelle
che i Greci chiamano pmpag, e anche ciascuna di queste parti-
celle distribuiscono in sessanta parti. Suddividono ancora sessanta

5 B as ., Hexaem., 128 D, 129 A (54 DE, 55 A): Ti-frévrei; xotvuv tòx, Y evéaeii; t g ìv
TiKT0(j,év(0v, óp£>fj.ev et t tjv àxp£|3eiav tooJ tjjv t t ) ? t o u /póvou Siaipécecoi; dc7toocooai
Suv/jaovrai. ‘ O fioO t s yàp èTéx^v) t ò -rraiStov xal 7] [iaìa x a T a a x o 7 re ì t ò
ócppev 7) SijXo ' eira àvajiévei tòv xXau$-(ióv, Stop arj^eióv ètra £&«]<; toù
tex &£vto?. Ilócra (ìoiiXsi iv toutoj tg> XP^V(P 7rapaSpa[xeìv è^exoarà; E fue t <ì>
XaXSatco tò y ewnjflév. A là Ttóaov, (ìouXei, S-tojiev t &v Xern-oTartov TÌj<; nata? tt)v
<pcov»)v TOtpeXS-eìv • SXXco? re x a l el "nixoi, tìjs YuvalXùy'^'rlS°S è o rù s 6 Trjv
&pav à7TOTi&é(/.evoi;. A el Y“ P tòv Tà <i>poa>co7ceIa xaTa(j.aS-eìv (jiXXovra, 7rpòi;
àxpl|3eiav tt)V òipav àTOiYpàipeaSai, site r](i.epivà TauTa eì'te vuxxepivà tuyX“ V01 ••••
6 Cf. Verg., Georg., Ili, 284: Sed fugit interea, fugit inreparabile tempus.
7 In questo passo sia S. Ambrogio (con altri autori) che la Vulgata dif­
feriscono dal testo originale greco che, nei codici migliori, dice: Ttàvrei; où
xoijxiQSTjodfieSa, itàvrei; 8è àXXotY^aó(J.E&a.
8 Inenarrabilis corrisponde al greco àvéxtppaoTo?, àvsxSi^Y’l'fo? ! cf- 2 Cor.,
9, 15: Xàpic; T<j> 0s£i èrcl Tfj àvexSiijY^^ aùroO ScopEa (super inenarrabili do­
no eius).
206 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 4, 14-15

culam in sexaginta uices conferunt. Rursus unumquodque de illis


sexaginta sexagies secant. Quam inconprehensibile est quod sexa-
gensimo sexagensimae portiunculae natiuitatis momenta constituant
et qui singulorum signorum sit aut motus aut species in natiuitate
nascentis. Vnde cum inpossibile sit tam subtiles minutias tempo­
ris conprehendere, exigua autem inmutatio inuehat uniuersitatis
errorem, totum negotium plenum est uanitatis. Disputatores eo­
rum quae sua sunt nesciunt: et quom odo aliena nouerunt? Quid
sibi inmineat ignorant: possunt aliis quae futura sunt denuntia­
re? Ridiculum est credere, quia, si possent, sibi potius prouiderent.

15. Iam illud quam ineptum ut si quis signo arietis ort


esse se dicat, ex usu pecudis aestimetur praestantissimus consi­
lio, quod in grege huiusmodi emineat pecus, aut locupletior, eo
quod uestitum habeat aries naturalem et quodannis lucrum capiat
indumenti eoque uiro illi familiaria uideantur quaestuum esse
conpendia. Similiter et de tauri et de piscium signis argumentan­
tur, ut ex natura uilium animantium caeli motus et signorum in­
terpretandas extiment potestates. Cibus ergo noster uiuendi nobis
decreta constituit et alimenta nostra nobis, id est aries, taurus
et piscis, morum inprimunt disciplinam. Quom odo igitur de caelo
nobis causas rerum et substantiam uitae huius arcessunt, cum ip­
sis caelestibus signis causas motus sui ex qualitatibus escae uilis
inpertiant? Liberalem aiunt signo natum arietis, eo quod lanam
suam aries non inuitus deponat, et eiusmodi uirtutem malunt
uilis animantis naturae deputare quam caelo, unde nobis et sere­
nitas fulget et pluuia saepe descendit, laboriosos et patientis ser-
uitii quos nascentes taurus aspexerit, quia animal laboriosum ad
sumendum iugum spontanea seruituti colla subdat, percussorem
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 207

volte ciascuna di queste sessanta9. Com’è incomprensibile che en­


tro i limiti di un sessantesimo di una sessantesima particella pre­
tendano di stabilire il momento della nascita e quale sia o il m o­
vimento o la figura di ciascuna costellazione in cui collocare chi
viene alla luce! Perciò, siccom e è impossibile percepire spazi di
tempo cosi minuti ed un piccolo spostamento provoca un errore
generale, tutto questo lavoro è senza costru tto10. I sostenitori di
tali teorie non sanno il loro destino; com e possono sapere quello
degli altri? Ignorano ciò che loro sovrasta; possono forse rive­
lare ad altri ciò che avverrà? È ridicolo crederlo, perché, se lo
potessero, penserebbero piuttosto a se stessi.
15. Ora è del tutto fuor di proposito che uno, nato so
la costellazione dell’ariete, si creda abilissimo nelle decisioni a so­
miglianza di quell’animale, perché esso domina nel gregge, o pensi
di diventare ricco, perché l'ariete ha una veste fornitagli dalla
natura e ogni anno ne guadagna una nuova e perciò per queirin­
dividuo dovrebbero essere abituali i grossi guadagni. Nella stessa
maniera ragionano a proposito della costellazione del toro e dei
pesci, cosi da pensare che, in rapporto alla natura di questi vili
animali, debbano essere interpretati i movimenti del cielo e l’in­
flusso delle costellazioni. Or dunque è il nostro cibo che ha sta­
bilito il nostro destino di vita e i nostri alimenti, cioè l’ariete, il
toro e i pesci, imprimono in noi il nostro m odo di agire. Come
dunque fanno derivare dal cielo la causa degli eventi e la sostanza
di questa nostra vita, dal m omento che alle stesse costellazioni
celesti attribuiscono le cause del movimento rifacendosi alle qua­
lità di un cibo di scarso valore? Dicono che sarà liberale chi è
nato sotto il segno dell’ariete, perché questo si spoglia della pro­
pria lana senza opporre resistenza, e preferiscono attribuire una
simile virtù alla natura di un vile animale piuttosto che al cielo
dal quale per noi risplende il sereno e spesso cade la pioggia; di­
cono che saranno laboriosi e disposti a servire quelli che alla
loro nascita ha guardato il toro, perché questo laborioso animale
spontaneamente sottopone il collo alla servitù accettando il giogo;
colui che alla sua nascita lo scorpione ha accolto nella propria

9 Bas., Hexaem., 128 BD (54 CD): ...eie orevòv toxvteXòSi; dtaréxXei<jav tou XP^vou
Tà (zérpa • <5>e xal irapà t ò [uxpÓTaTov xal àxapiaiov, oìóv (prjaiv 6 timóaToXo?,
t ò èv d(TÌ[X(ù xal t ò èv òcpSaXjiOÙ, [iefla-nge oiScrqe Siaipopàe yeniasi 7rpò?
févEaiv • xal tò v èv toiìtco àxapiaUp YewrqS-évra TtSpawov elvai roSXecov xal Sp-
X o v r a Stj^ ou , Ó7tep7tXouTo0vra xal Suvaareiiovra, tò v Sk èv èxépa £orrJj to u xaipoO
YsvvTj&èvra 7rpoaalfj)v Ttvà xal iyóp-nrjv ... Aià tooto tòv £tj>o<pópov XEyó(j.evov
xiixXov SteXóvTC? eie StiSexa [iipr], èiraiSi] Sià T p t à x o v r a :f]|j.ep£iv èx(3atvei tòv
SuSèxaaov t% àirXavoOe XeYojiiwje c<pa£pae ó ^Xioe, et? Tpidcxovra (jtotpoce t&v
SoiSexaTYjfjtopltov fecacrrov SinprjxatJiv. Etra èxàarqv pioipav eie è^xovra SieXóvTe?,
Sxacrov 7iàXiv t cìv é^vjxoortùv é^ T jx ov rà x ie étcjjlov.
10 Bas., Hexaem., 129 B (55 B): Kal Tau-njv outoj Xe7rrf]v xal àxaTàXr]7trov
eSpeotv tou /póvou è(p’ èxàarou t5v itXavrjTtàv àvayxaìov elvai noieìadat Xèyou-
aiv, «Serre eópeftrjvai. TOTaTrJjv el/ov rcpòe Toùe àreXaveìe xal itoTauòv 9)v
TÒ ay_r)(j.a aòrtiv Ttpòe àXX^Xoue èv zfi tòt e fevéaei toù tixtojjìvou. "ùate et
Trje &pae è7riTuxeìv àxpiPGe àSiivaTov, f) Sè tou ppo>xuTà'rou TiapaXXayf) toù
Tiavròe Sia(iapTetv ranci, xaTayèXatJTOi xal ol itepl ttjv èv\Ì7tapxTOV TauTTjv zér/yr^
èoxoXaxóree xal ol 7tpòe aÙTOiie xe^vÓTee, <i>e Sovajxévoue etSévai Tà xaT* aÙTOiie*
208 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 4, 15-17

quoque cuius natiuitatem scorpius sua parte conplexus sit et ma­


litiae uenena reuomentem, eo quod animal uenenatum sit. Quid
igitur auctoritatem uiuendi daturum te signorum caelestium digni­
tate praetendis et de nugis quibusdam argumentum adsertionis
adsumis? Nam si de animalibus adsumptae huiusmodi morum
proprietates caeli motibus inprimuntur, et ipsum uidetur bestialis
naturae potestati esse subiectum, ex qua causas uitalis substan­
tiae, quas hominibus inpertiret, accepit. Quod si hoc abhorret a
uero, multo magis illud ridiculum, ueri eos subsidio destitutos
hinc fidem suae disputationis arcessere.

16. Deinde illud consideremus, quod planetas ea signa adpel-


lant, quorum motibus formari adserunt uitae nostrae necessitates.
Siue igitur, ut nomen sonat, semper uagentur, siue, ut ipsi dicunt,
quod cito motu ferantur, et decies milies in diem aut, si hoc in­
credibile uidetur, multiplicem speciem innumera sui conuersione
commutent, fide caret quod tam uago sui errore et tam celeri m o­
tu fixam nobis atque inmobilem uiuendi substantiam sortemque
decernant. Ferunt tamen non esse aequales omnium motus, sed
aliorum celeriores, aliorum tardiores esse circuitus, ut in eadem
hora et uideant se frequenter et frequenter abscondant, dum aliud
ab alio praeteritur.

17. Aiunt autem plurimum referre utrum ortum generationis


benefica signa uideant an malefica et noxia et in eo natiuitatis
esse distantiam, quod benefici signi aspectus plurimum conferat,
malefici et noxii plurimum noceat. Sic enim eadem signa, quae
uenerantur, adpellare consuerunt; necesse enim habeo eorum uti
nominibus quorum utor adsertionibus, ne ignorata magis quam
uacuefacta atque destructa sua argumenta commemorent. Itaque
cum illum uagum celeremque motum non queant conprehendere,
saepe fit, ut per illam puncti et momenti incomprehensibilis sub­
tilitatem ponent benefici signi aspectum, ubi grauis atque noci­
turi incurrat offensio. Et quid mirum si homines luduntur, ubi
signa innoxia blasphemantur? Quae si sui natura noxia esse cre­
duntur, deus ergo summus arguitur, si fecit quod malum est et
fuit inprobitatis operator: si uero ex sua uoluntate putantur ad-
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 209

zona, sarà facile a spargere sangue e pronto a vomitare il ve­


leno della malvagità, perché si tratta di un animale velenoso.
Perché dunque affermi che, riferendoti a creature cosi eminenti
come le costellazioni celesti, intendi offrire un m odello di vita,
mentre poi trai un sostegno per la tua asserzione da ciance senza
valore? Se simili qualità morali derivate da animali sono im­
presse dai movimenti del cielo, sembra che anch’esso sia soggetto
al potere della natura animalesca dalla quale ha ricavato i prin­
cipi dell’esistenza vitale da assegnare agli uomini u. Ma se ciò è
assolutamente contrario al vero, è m olto più ridicolo che essi,
mancando del sostegno della verità, cerchino in ragionamenti di
questo genere la credibilità per le loro teorie.
16. Consideriamo poi che essi chiamano pianeti quegli astri
che, a quanto affermano, con i loro movimenti determinano il
destino della nostra vita. Sia che com e è indicato dal loro nome,
vadano sempre vagando, sia che, come essi sostengono, per effetto
del loro rapido m oto con le loro innumerevoli mutazioni cambino
il loro aspetto persino diecimila volte al giorno o, se questo sem­
bra incredibile, moltissime volte, non si può credere che con un
cosi instabile vagabondare e con un movimento cosi veloce pos­
sano decretare per noi un'esistenza e una sorte di vita fissa e
im m utabile12. Dicono tuttavia che i moti di tutti i pianeti non sono
uguali, ma le orbite di alcuni sono più veloci, di altri più lente,
sicché nella medesima ora spesso si vedono e spesso si nascondo­
no, mentre l’uno è superato dall'altro13.
17. Dicono poi che sia m olto importante se l'inizio della nostra
esistenza cade sotto costellazioni benigne oppure malefiche e nocive
e che la varie nascite differiscano, perché l'influsso di una costel­
lazione benigna giova moltissimo, quello di una costellazione ma­
lefica e nociva reca grandissimo danno. Cosi sogliono chiamare
le medesime costellazioni che fanno oggetto di culto; ritengo in­
fatti necessario usare gli stessi nomi di coloro dei quali riporto le
affermazioni, perché non dicano che le loro argomentazioni sono
state ignorate piuttosto che svuotate e distrutte. Pertanto, siccome
non possono cogliere quel m oto vagante e rapido, accade spesso
che, per causa della istantaneità impercettibile del punto e del
momento di cui parlavo, pongano l'influsso d’una costellazione
benigna dove invece interviene l'influsso dannoso d ’una costellazio­
ne funesta e apportatrice di mali. E che c'è di strano se sono bef­
fati gli uomini, quando costellazioni che non fanno male a nes­
suno vengono cosi calunniate? Ma se si crede che queste per loro
natura siano nocive, allora si biasima l’Altissimo supponendo che
abbia creato ciò che è male e abbia com piuto un’azione iniqua;
se invece si ritiene che di loro volontà si siano arrogate il com ­
pito di nuocere a chi è innocente e non ha ancora coscienza di

11 Bas., Hexaem., 129 CD, 132 A (55 CE): si parla dell’ariete, del toro, dello
scorpione e della bilancia.
12 Bas., Hexaem., 132 BD (56 AC).
13 Bas., Hexaem., 132 C (56 B): ... Irei tt); aÙTrj<; (Spot? mxXXàxi? xaì óp&aiv
àXX^Xouc, xal à7roxpÓ7trovTat...
210 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 4, 17-18

sumpsisse quod noceat insontibus et nullius adhuc facinoris pes­


simi sibi consciis, quibus poena ascribitur antequam culpa, quid
tam inrationabile, quod etiam inrationabilium bestiarum excedat
inmanitatem, ut usus fraudis aut gratiae non meritis hominum
deputetur, sed signorum motibus deferatur? Nihil, inquit, ille de­
liquit, sed noxia eum stella conspexit. Saturni ei sidus occurrit:
auertit se paululum et aerumnam abstulit, crimen absoluit.
18. Sed haec eorum sapientia telae araneae comparatur,
quam si culex aut musca incidit, exuere se non potest, si uero
ualidiorum animantium ullum genus incurrisse uisum est, per-
transiuit et casses rupit infirmos atque inanes laqueos- dissipauit.
Talia sunt retia Chaldaeorum, ut in his infirmi haereant, ualidio-
res sensu offensionem habere non possint. Itaque uos, qui uali-
diores estis, cum uidetis mathematicos, dicite: Telam araneae
texunt, quae nec usum aliquem potest habere nec uincula, si tu
non quasi culex aut musca lapsu tuae infirmitatis incurras, sed
quasi passer aut columba casses inualidos praepetis uolatus cele­
ritate dissoluas m. Etenim quis prudentium credat quod signorum
motus, qui ad diem saepe mutantur et multipliciter in se recur­
runt, insignia deferant potestatum? Nam si ita esset, quantae ad
diem regalium natiuitatum exprimerentur figurae! Cottidie ergo
reges nascerentur nec regalis in filios transmitteretur successio,
sed semper ex diuerso statu qui ius imperialis adquirerent pote­
statis orerentur. Quis igitur regum genituram filii sui colligit, si
ei debeatur imperium, et non proprio successionem regni in suos
transcribit arbitrio? Legimus certe quod Abia genuit Asaph, Asaph
genuit Iosaphat, Iosaphat genuit loram, loram genuit Oziam n, et
reliqua omnis usque ad captiuitatem per reges generis pariter et
honoris ducta successio est. Numquid quia reges fuerunt, signis
caelestibus formandos motus suos imperare potuerunt? Quis
enim hominum potest in his habere dominatum?

“ Ps 123, 7; 54, 7.
n Mt 1, 7-8.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 211

nessun orribile delitto e a costui si attribuisce la pena prima della


colpa, che c ’è di tanto irragionevole da superare la ferocia persino
degli animali irragionevoli, quanto l'attribuire la pratica della mal­
vagità o della bontà non ai meriti degli uomini, ma ai movimenti
degli astri? « Non ha commesso alcun male, dice, ma è nato sotto
cattiva stella ». Saturno gli veniva incontro; egli si è scansato un
p o’ 14 e cosi ha evitato la sventura e si è liberato dall’accusa.
18. Ma questa loro sapienza può essere paragonata a una t
di ragno; se una zanzara o una mosca v’incappa, non riesce a li­
berarsi, mentre, se vediamo finirvi dentro qualche specie d ’ani­
male più robusto, rompe le fragili maglie e disperde gli inutili
la c c i15. Le reti dei Caldei sono tali, che vi restano impigliati gli
spiriti deboli, mentre chi è superiore d’intelligenza non può ricever­
ne danno. Perciò voi che siete più forti, quando vedete gli astrologi,
dite: « Tessono una ragnatela che non può avere nessuna effi­
cacia né può trattenerti se tu, com e una zanzara o una mosca, non
v’incappi per colpa della tua debolezza, ma, com e un passero
o una colomba, squarci le deboli maglie con la velocità d’un ra­
pido volo ». Quale persona di buon senso potrebbe credere che i
movimenti delle costellazioni, che sovente, ad un dato giorno,
cambiano e ritornano in vario m odo nella condizione primitiva, re­
chino le insegne del potere? Se cosi fosse, quante figure di na­
scite regali apparirebbero ogni giorno! Nascendo ogni giorno dei
re, la successione regale non passerebbe ai figli, ma sempre da
una diversa condizione nascerebbero gli aventi diritto al potere
imperiale. Quale re pensa all’oroscopo di suo figlio per accertare
se gli è dovuto il trono e non trasferisce piuttosto di suo arbi­
trio ai propri eredi la successione del regno? Leggiamo almeno
che Abia generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Gio-
ram, Gioram generò Ozia e che tutta la successione sia della fa­
miglia che del trono fino alla cattività di Babilonia si trasmise di
re in re. Forse, perché erano re, potevano comandare alle costel­
lazioni del cielo com e regolare i movimenti che li riguardavano?
Quale uom o potrebbe esercitare il proprio potere in questo
ca m p o?16.

14 Bas., Hexaem., 133 A (56 D): xaì èrceiSàv rniXiv [uxpóv t i mxpexxXtvfl t o O
ox^tutTog, eù&òi; -rij? xaxla; è7uXavtì-àve:a.9m ; vedi anche ciò che precede im­
mediatamente.
15 Bas., Hexaem., 132 B (55 E, 56 A): ’AXXà T a o x a (lèv aÒTtóv rà aotpà toìs
à p a x v s t o i? ùtpàaixoroiv S o ix e v , olq oxotv jxèv xti>vo<Ji T) |ioia ^ t i t ò ìv 7rapa7tXv)alo)i;
Toiiroti; à a ^ e v a iv ÈMaxe&fj, x a x a S e S iv T a xpaxeìxai • èrceiSàv Sè x£>v ìa xu p oT ép oiv
t i £cj>a>v i-ffia-fl, aùxó t e paStax; bmlmsi x a ì T à à S p a v ìj ù< pàa(iaxa Siéppij^e x a ì
r]<pàviae. Qui S. Ambrogio traduce persino l’aoristo gnomico con la forma la­
tina corrispondente.
16 Bas., Hexaem., 133 AB (56 DE): Et Sè xa&’ ?xaoxov àxapiaiov toù /póvou
ère’ àXXo xaì &XXo fieTapjió^ovrai axrjfia, èv Sè raXq |/,uptai<; Tallirai? ^exapoXaì?
TroXXàxii; tt)? f)(iipa<; ol Ttov paaiXix&v yevéaecùv à7toTeXouvxai o/YjfjiaTianol, Sià
xt oùx è<p’ ixàaxvji; ^(lépai; yEW&vTat pamXeìi; ; Anche S. Basilio ricorda poi
Ozia, Giosafat, Acaz, Ezechia, con un ragionamento analogo a quello di
S. Ambrogio.
212 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 4, 19

19. Deinde si ad necessitatem genitalem, non ad instituta


rum actus nostri factaque referantur, cur leges propositae sunt,
iura etiam promulgata, quibus aut poena inprobis decernitur aut
securitas defertur innoxiis? Cur non uenia datur reis, cum utique,
ut ipsi aiunt, non sua uoluntate, sed ex necessitate deliquerint?
Cur laborat agricola et non magis expectat, ut inelaboratos fruc­
tus priuilegio suae natiuitatis inuehat receptaculis horreorum? Si
ita natus est, ut ei diuitiae absque opera affluant, utique operia­
tur, ut sibi spontaneos reditus sine ullo semine terra parturiat,
non uomerem aruis imprimat, non curuae manus falci admoueat,
non legendae uindemiae subeat expensam, sed ultro ej in omnes
serias fluentia uina fundantur, sponte ei oleum nullis inserta cau­
dicibus siluestris oleae baca desudet. Nec diffusi aequoris trans­
fretator periculum propria salutis sollicitus mercator horrescat,
cui otioso potest quadam, ut aiunt, sorte genitali diuitiarum then-
saurus inlabi. Sed non haec est uniuersorum sententia. Denique in-
piger depresso aratro terram scindit agricola, nudus arat, nudus
serit, nudus sole feruenti tostas aestu in area terit fruges, et ne­
gotiator inpatiens flantibus euris intuto plerumque nauigio sulcat
mare. Vnde importunitatem eorum temeritatemque condemnans
propheta ait: Erubesce, Sidon, dixit mare °, hoc est: si pericula
uos non mouent, uel pudor conprimat, uerecundia confundat.
Erubesce, Sidon, in qua nullus uirtuti locus, nulla salutis cura,
nulla iuuentus pro excubiis patriae bello dedita armisque exercita,
sed omnis sollicitudo de quaestu, omne studium mercaturae. Se­
men inquit mercatorum sicut m essisp. Quae autem merces ho­
mini Christiano, si non ex uoluntate, sed ex necessitate curas suas
et opera com ponit? Vbi enim decreta necessitas, ibi inhonorata
industria.

» Is 23, 4.
p Is 23, 3.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 213

19. Inoltre, se le nostre azioni devono essere fatte risa


al destino della nostra nascita e non ad una norma morale, per­
ché si stabiliscono leggi, si promulgano decreti che comminano
pene ai malvagi e garantiscono sicurezza agli innocenti? Perché
non si concede il perdono ai colpevoli dal momento che, appunto
come essi affermano, hanno commesso i loro misfatti non per
loro libera scelta, ma costretti dal destino? Perché il contadino
s’affatica e non attende piuttosto di portare al sicuro nel granaio,
per la prerogativa della sua nascita, i prodotti che non ha colti­
vati? 11. Se è nato con il destino di avere senza lavoro ricchezze
a iosa, attenda18 senz’altro che la terra gli produca, senza bisogno
di semi, frutti spontanei, non affondi il vomere nel terreno, non
impugni la falce ricu rva19, non affronti la spesa di raccogliere
l’uva, ma torrenti di vino, di loro iniziativa, si riverseranno nelle
sue giare e la bacca dell’olivo selvatico, senza essere stata in­
nestata, trasuderà l’olio spontaneamente. Né, attraversando il va­
sto mare, il mercante angosciato tema per la propria incolumità
perché, anche se resta inattivo, per il felice destino della sua na­
scita, com e dicono, potrebbe piovergli addosso un tesoro. Ma que­
sto non è il parere di tutti. Alla fin fine il contadino senza darsi tre­
gua traccia i solchi nella terra affondando l’aratro21, nudo ara,
nudo sem ina22, nudo trebbia sull’aia sotto il sole torrido il grano
abbrustolito dal calore estivo23 e il commerciante, impaziente d’in­
dugio, sfidando i venti, solca il mare, per lo più su un naviglio mal­
sicuro. Perciò il profeta, condannandone la testardaggine e la te­
merità, dice: Arrossisci, o Sidone, disse il mare, cioè: se i peri­
coli non vi spaventano, vi trattenga almeno la vergogna, vi faccia
arrossire il pudore. Arrossisci, o Sidone, città nella quale non c ’è
spazio per la virtù, non c ’è cura della salute, non c ’è gioventù dedita
alla vita militare ed esercitata nelle armi per difendere vigile la
patria, ma ogni preoccupazione è per il guadagno, ogni interesse
per la mercatura24. Il sem e dei mercanti, prosegue, è com e la messe.
Ma quale ricompensa merita il cristiano se dispone i propri in­
teressi e le proprie attività non per una libera scelta, ma costretto
dei! fato? Dove la necessità è legge, l’operosità non ha ricom pensa25.

17 Bas., Hexaem., 133 BC (56 E, 57 AB): inutili le leggi, irresponsabili i


ladri e gli assassini; l'agricoltore non dovrebbe lavorare, il mercante im­
pegnarsi nei suoi traffici.
18 Operiatur, da operior (attendere), non da operio (coprire). La grafia
operior è attestata accanto alla più esatta opperior.
19 Cf. V erg., Georg., I, 508: et curuae rigidum falces conflantur in ensem.
20 Cf. H or., Carm., I, 1, 15-18: luctantem Icariis fluctibus Africum / mer­
cator metuens otium et oppidi / laudat rura sui: mox reficit ratis / quassas,
indocilis pauperiem pati.
21 Cf. V erg., Georg., I, 45-46: depresso incipiat iam tum mihi taurus
aratro / ingemere.
22 Cf. V erg., Georg., I, 299: nudus ara, sere nudus.
23 Cf. V erg., Georg., I, 298: et medio tostas aestu terit area fruges.
24 Sidone, città della Fenicia, terra famosa per i suoi mercanti.
25 B as ., Hexaem., 133 C (57 B ): "Otou yàp àvàyxT) xal st[iapnévi) xpaxet,
où8c(j.(av è'/ei x<i>pav tò 7tpò? àijtav, 8 tt)? Sixaioxpiataq èijalperóv èori.
214 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 5, 20-22

Caput V

20. Multa diximus, plura nolumus, ne quis ea quae a nobis


de illorum adsertionibus usurpantur ad refellendum, ad cogno­
scendum adsumpta arbitretur. Nam quae pueri risimus, ea senes
commemorare qui possumus? Nunc ad ea quae secundum lectio­
nem supersunt dirigamus stilum.
21. Sint inquit luminaria in signa et in tempora et in dies
et in an n osa. De signis diximus, tempora autem quae sunt nisi
mutationum uices, hiems, uer, aestas atque autumnus?- In istis
igitur temporibus aut uelocior est transitus solis aut tardior; alia
enim praestringit radiis suis, alia inflammat caloribus. Itaque cum
sol meridianis partibus inmoratur, hiems nobis est. Nam cum sol
longius abest, terra rigescit gelu, stringitur frigore et plurima
noctis umbra terras operit, ut multo prolixiora sint noctis spatia
quam diei. Hinc causa oritur, ut hibernis flatibus nimia uis ni-
uium pluuiarumque fundatur. Cum uero ex meridianis decedens
partibus super terram redit, noctis ac diei exaequat tempora et
quo magis moras suis adiungit cursibus, eo paulatim temperiem
aeris huius reducit et reuocat aurarum clementiam, quae fouens
omnia repetendos cogit in partus, ut terra germinet ac resoluta
sulcis semina reuiuescant, uirescant arbores, ad perpetuitatem
quoque conseruandi generis eorum quae uel in terris sunt uel
aquis gaudent annuis fetibus successio propagetur. Ast ubi ad
aestiuas conuersiones in septentrionem se subrigit, spatia diurna
producit, noctes uero artat ac stringit. Itaque quo magis usu as­
siduo aeri huic copulatur atque miscetur, eo amplius aerem ipsum
uaporat et terrarum exsiccat umorem et adolescere facit semina
et tamquam in sucos uiriles maturescere poma siluarum. Tunc
quia flagrantior est, minores umbras facit in meridiano, quoniam
ex alto hunc inluminat locum.

22. Vnde et synagoga dicit in Canticis canticorum: Adnun


mihi, quem dilexit anima mea, ubi pascis, ubi manes in meridiano,
ne forte fiam circumamicta super greges sodalium tuorum b, hoc
est: adnuntia mihi, Christe, quem dilexit anima mea. Cur non
potius 'quem diligit’ ? Sed synagoga dilexit, ecclesia diligit nec
umquam circa Christum suum mutat adfectum. Vbi inquit pascis,
ubi manes in meridiano. Sequi te cupio quasi alumna, quae quasi
copulata ante retinebam, et greges tuos quaerere, quia amisi meos.

a Gen 1, 14.
b Cant 1, 7 (6).

21, 6. hiemps Schenkl; sed uide lin. 3 et passim.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 215

Capitolo 5

20. Abbiamo parlato a lungo e non vogliamo insistere oltre


affinché qualcuno non pensi che si faccia propaganda a quelle
loro teorie che esponiamo per confutarle. Come potrem m o da
vecchi citare con lode ciò di cui ci siamo beffati da ragazzi? Ma
ora occupiam oci di quanto dice ancora la Sacra Scrittura.
21. Vi siano, disse, i luminari e servano com e segni per
dividere le stagioni, i giorni e gli anni. Abbiamo parlato dei se­
gni; ma le stagioni che cosa sono se non il succedersi di muta­
menti, inverno, primavera, estate, autunno? In tali stagioni il pas­
saggio del sole è più veloce o più lento; sfiora alcune appena con
i suoi raggi, altre arroventa con il suo calore. Perciò, quando il
sole indugia nelle regioni meridionali, per noi è inverno. Infatti,
quando il sole è più lontano, il suolo è indurito dal gelo, è stretto
dal freddo com e in una morsa e l’om bra notturna abbondantissima
copre la terra, sicché la durata della notte si prolunga m olto di più
di quella del giorno. Questa è la causa per cui d ’inverno, quando
soffiano i venti, cade un’eccessiva quantità di neve e di pioggia.
Quando invece il sole, lasciando le regioni meridionali, ritorna
sulla zona mediana della terra, pareggia la durata del giorno e
della notte e, quanto più si attarda nel suo corso, tanto più a poco
a poco riconduce in questa nostra atmosfera un clima temperato
riportando la mitezza dei venti, che con il loro tepore costringono
tutte le creature a riprendere la procreazione. Cosi la terra germo­
glia e i semi, dissoltisi nei solchi, ritornano a vivere e gli alberi ver­
deggiano; inoltre, per conservare ininterrottamente la specie degli
animali viventi sulla terra e nell’acqua, con parti annuali si molti­
plica la loro riproduzione. Ma quando si innalza per il solstizio
d’estate verso settentrione, il sole allora prolunga la durata del
giorno, mentre riduce e restringe le notti. Perciò, quanto più assi­
duamente si unisce all’aria e la compenetra, tanto più la riscalda
ed essicca l’umidità del terreno e fa sviluppare i semi e maturare
i frutti selvatici rendendo saporiti i loro succhi. Allora, essendo
più infocato, ed meriggio produce om bre più ridotte, perché illu­
mina questi nostri luoghi a perpendicolo1.
22. Perciò anche la Sinagoga dice nel Cantico dei cantici:
Dimmelo tu, che la mia anima amò, dove pascoli il gregge, dove
ti ferm i il meriggio, perché per caso io non debba andare errando
dietro ai greggi dei tuoi compagni, cioè: Dimmelo tu, o Cristo,
che la mia anima amò. Perché non dice piuttosto: « che la mia
anima ama »? Ma la Sinagoga amò un tempo, la Chiesa ama e non
muta il suo affetto per Cristo. Dove pasci, dice, dove ti ferm i il
meriggio. Desidero seguirti com e una discepola, io che prima ti
trattenevo presso di me com e una sposa, e voglio cercare i tuoi
greggi perché ho perduto i miei. Al meriggio tu li pascoli nei re-

1 B as ., Hexaem., 133 D, 136 A (57B-D): le stagioni. I concetti sono iden­


tici a quelli svolti da S. Ambrogio.
216 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 5, 22-23

In meridiano pascis, in ecclesiae loco, ubi iustitia resplendet, ubi


fulget iudicium sicut m eridiesc, ubi umbra non cernitur, ubi maio­
res dies sunt, quod eis sol iustitiae d tamquam aestiuis mensibus
diutius immoretur. Denique dies domini non est breuis, sed ma­
gnus, quia scriptum est: Donec ueniat dies domini m agnuse. Vnde
et Iacob ait: Omnes dies uitae meae quos ago, breues et malignif;
est enim maligna lux dubia. Ergo dies breues dubiae lucis sunt et
umbrosi. Dies magni sine umbra sunt, ut plurimi in aliquibus locis
feruentioribus usu exemploque cognorunt. Synagoga itaque in die­
bus breuibus et malignis, cuius typum plerumque Iacob in per­
sona sua exprimit uel populi huius, umbram habebat plurimam,
quae solem iustitiae non uidebat et uidebat illum non ex alto
supra caput suum, sed ex meridiano inluminantem, quando hiems
illi erat. Ecclesiae autem dicitur. Hiems abiit, discessit sibi: flo­
res uisi sunt in terra, tempus messis aduenitg. Ante aduentum
Christi hiems erat, post aduentum Christi flores sunt ueris et men­
sis aestatis. Ex meridiano ergo et ex gentium conuersione illum
inluminantem uidens obumbratur. Populus autem gentium, qui
erat confusionis, gentiles, qui sedebant in tenebris, lucem uiderunt
magnam; qui sedebant in regione umbrae mortis, lux orta est
illis h, magna lux diuinitatis, quam nulla umbra mortis interpolat.
Ideo ex alto inluminat, quia et hoc scriptum est dicente Zacharia:
In quibus uisitauit nos oriens ex alto inluminare his qui in tene­
bris et in umbra mortis sedent >. Est sane et aliqua salutis umbra,
non mortis, ut est illa: Sub umbra alarum tuarum proteges me *,
umbra quidem, quia corporis est, umbra, quia crucis, sed umbra
salutis, quia in ea erat peccatorum remissio m et resuscitatio m or­
tuorum.

23. Exemplum ergo possumus capere, quia hiemales d


breues, sed umbras maiores habent, aestiui dies maiores, sed um­
bras minores habent. Medio quoque die minor umbra quam uel
in principio est diei uel fine, et hoc apud nos in parte occidentis.
Ceterum sunt qui per duos totius anni dies sine umbra fuerint in
partibus meridianis, eo quod solem habentes super uerticem
suum undique per circuitum inluminentur, unde et ascii graece
dicuntur. Plerique etiam ferunt sic e regione ex alto fieri solem,
ut per angusta puteorum aquam quae in profundo est uiderint

c Ps 36, 6.
d Mal 4, 2.
= Ioel 2, 31.
t Gen 47, 9.
e Cant 2, 11-12.
h Mt 4, 16; Is 9, 2.
i Lc 1, 78-79.
i Ps 16, 8.
m Lc 1, 77.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 217

cinti della Chiesa, dove risplende la giustizia, dove il giudizio ri­


fulge come il mezzogiorno, dove non si scorge ombra, dove i giorni
sono più estesi, perché il Sole di giustizia si trattiene in essi più
a lungo com e nei mesi estivi. Insomma il giorno del Signore non
è di breve, ma di lunga durata, perché sta scritto: Finché venga
il giorno grande del Signore. Perciò tinche Giacobbe dice: Tutti i
giorni della vita che trascorro sono brevi e tristi; è triste infatti
la luce incerta2. I giorni brevi hanno una luce incerta e sono
oscuri. I giorni che durano a lungo non hanno ombra, come mol­
tissimi sanno per lunga esperienza in taluni luoghi della zona
torrida. In giorni brevi e tristi la Sinagoga, della quale Giacobbe
rappresenta più volte il sim bolo in persona propria o in quella
del popolo ebreo, era avvolta in una fitta ombra, essa che non ve­
deva il Sole di giustizia o tutt’al più lo vedeva risplendere non
dall’alto sopra il proprio capo, ma dal meridione, quando per
essa era inverno. Invece alla Chiesa si dice: L'inverno è passato,
se n’è andato: sono apparsi i fiori sulla terra, è giunto il tempo
della messe. Prima della venuta di Cristo era inverno; dopo la sua
venuta, ecco i fiori di primavera, la messe dell'estate. Pur veden­
done la luce dal meridione, attraverso la conversione dei gentili,
la Sinagoga rimane nell'oscurità. Invece il popolo dei pagani, che
era popolo di vergogna, i gentili che stavano nelle tenebre, ne vi­
dero la grande luce; per coloro che stavano nel luogo dell'ombra
di morte spuntò la luce, la luce grande di Dio, che nessuna ombra
di morte riesce ad offuscare. Illumina dall'alto, perché anche que­
sto sta scritto dove Zaccaria dice: Per le quali ci ha visitato una
luce dall’alto, per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nel­
l'ombra di morte. C'è senza dubbio anche un'ombra di salvezza,
non di morte, com e questa: Sotto l'ombra delle tue ali mi proteg­
gerai, ombra perché di un corpo, ombra perché della croce, ma
ombra di salvezza perché in essa stavano la remissione dei pec­
cati e la risurrezione dei morti.
23. Possiamo averne un esempio, perché i giorni invern
sono brevi, ma hanno om bre maggiori, quelli estivi sono più lun­
ghi, ma hanno om bre più corte. Inoltre a mezzogiorno l'ombra
è più corta che all’inizio o alla fine del giorno, e questo da noi, ad
occidente. Ma vi sono popoli che nelle regioni meridionali restano
senza ombra per due giorni all’anno, perché, avendo il sole a per­
pendicolo, sono illuminati tutt’intorno da ogni parte e perciò in
greco sono detti « senz’om bre ». Molti anche dicono che il sole
è cosi a perpendicolo che attraverso l’angusta bocca dei pozzi po­
trebbero vedere l’acqua che sta nel fondo riflettere la sua lu c e 3.
Dicono poi che vi siano nelle regioni meridionali popoli chiamati

2 Cf. V erg., Aen., VI, 270-272: quale per incertam lunam sub luce mali­
gna / est iter in siluis, ubi caelum condidit umbra / Iuppiter et rebus nox
abstulit atra colorem.
3 È il classico esperimento di Eratostene di Cirene; vedi Enc. ital.,
XIV, p. 184.
218 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 5, 23-24

refulgere. Esse autem dicuntur in meridiano qui amphiscii uocan-


tur, eo quod umbram ex utroque latere transmittant. Vmbra enim
e regione solis ambulantibus pos tergum est, ut puta si contra
orientem pergas, matutinis horis, si contra meridianam plagam
contendas, medio die, si contra occidentem, in occasu diei. Ex
tribus igitur partibus fit tibi sol obuius, ex oriente, ex meridiano,
ex occidente. Mane et sero pos tergum est, meridie quoque a
latere, at uero a septentrione numquam est sol et ideo umbra, si
contra septentrionem dirigas siue mane siue sero siue meridie,
non potest esse pos tergum. Soli sunt enim in hoc quem nos in­
colimus orbe terrarum circa meridiem positi qui in australem pla­
gam uideantur umbram transmittere. H oc autem fieri dicitur sum­
mo aestu, cum ad aquilonem sol dirigit. Postea nos autumnus ex­
cipiens infringit quidem aestuum magnitudinem, sed paulisper re­
laxato ac deposito calore per temperiem medii moderaminis sine
fraude nos atque ulla noxia flatibus tradit hiemalibus.

24. Sint inquit etiam in dies, ut non faciant dies, sed ut


eis habeant principatum, ut ortum diei uberiore sol inluminet gra­
tia ut per totum diem designandi eius habeant potestatem cursus
sui munere. Sic accipiunt nonnulli quod ait propheta: Solem in
potestatem diei, lunam et stellas in potestatem n o c tisn, <cum>
circumferant lumen. In annos quoque ordinati sunt sol et luna:
luna per tricenos dies duodenis uicibus suum cursum conficiens
consummat annum secundum Hebraeos aliquibus diebus adiectis,
secundum Romanos bissexto semel intra quadriennium unius diei
adiectione celebrato. Solstitialis quoque annus est, cum sol expleto
per omnia signa circuitu in id, unde principium cursus sui sump­
sit, recurrit; annua enim fertur ei totius spatii esse perfunctio.

n Ps 135, 8-9.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 219

« ambiombra » perché proiettano l’om bra da entrambi i la ti4. In­


fatti l’ombra per chi cammina verso il sole sta alle spalle, come,
per esempio, se ti dirigi verso oriente la mattina, verso meridione
a mezzogiorno, verso occidente al tramonto. Da tre parti, dunque,
tu hai il sole dirimpetto: da oriente, da mezzogiorno, da occidente.
La mattina e la sera è dietro le spalle, a mezzogiorno anche di
fia n co 5; ma dalla parte di settentrione non c ’è mai il sole e per­
ciò l’ombra, se tu vai in quella direzione la mattina o la sera o a
mezzogiorno, non può mai essere dietro le spalle. Infatti sem­
bra che in questo globo da noi abitato siano solamente quelli si­
tuati a mezzogiorno a proiettare la loro ombra verso la zona au­
strale. E si dice che questo avvenga nel colm o dell’estate, quando
il sole si sposta verso settentrione. Successivamente l’autunno,
sopravvenendo, fiacca la violenza dei calori, ma attenuando a
poco a poco e riducendo il caldo, con il passaggio attraverso il
clima temperato della mezza stagione, senza rischio e senza danno
ci espone ai venti invernali6.
24. Servano anche, dice, p er dividere i giorni; non per crea
i giorni, ma per dominare in essi, cosi che, come il sole illumina
il sorgere del giorno con più ricca magnificenza, i luminari del
cielo abbiano il potere, nel volgere dell’intero giorno, di determi­
narlo per mezzo del loro corso. Cosi intendono alcuni quanto dice
il profeta: Il sole a disposizione del giorno, la luna e le stelle
a disposizione della notte, poiché portano intorno la loro luce. Il
sole e la luna sono stati disposti per dividere gli anni: la luna
compiendo il suo ciclo di trenta giorni per dodici volte, conclude
l’anno, secondo gli Ebrei, con l’aggiunta di alcuni giorni, secondo
i Romani, ricorrendo all’anno bisestile nel corso d’ogni quadrien­
nio con l’addizione di un giorno. V ’è anche l’anno solstiziale7, quan­
do il sole, compiuta la sua orbita passando per tutte le costellazioni,
ritorna al punto di partenza; si insegna infatti che esso impiega
un anno per compiere l’intero percorso.

4 B as., Hexaem., 136 BC (57 E, 58 A); in particolare 136C (57 E, 58 A): ’Eirel
etat yc ^Syj Tivè? ot xaròc Suo fjfiépa? t o ù tocvtò? Iviauxoù xal Soxioi 7 r a v r e X ò i?
xarà t y jv tiecn)(i|3ptav yivó[ievoi, o5? xaxà xopuipi)? èmXàfiTttùv ó fjkux; è£[<Tou
Travraxó&ev rapicpojT^ei, &ars xal t£ S v èv pàdei «ppeàrtùv tò 0Sa>p Stà aro[ito)v
C T evtàv xaTaXà|j,TOa$ai • o&ev auToó? T iv e ? xal àaxtou? xaXoùaiv. 01 Sè èTtéxetva
ttj? àpc0|juxT0(póp0u èir’ à[i.<pÓTepa Tà? axià? itapaXXàaaouaiv. Móvoi yàp èv Tfj
xaS-’ 7](là? obcoujiévfl èrcl Tà vória xarà t J jv [ie<n)|jtPptav Tà? cxià? à7to7té(jt7touatv *
3$ev aÙTOii? Tive? xal à(i<pi«7xlou? còvónaaav.
5 S’intende per chi va verso ovest o verso est.
6 B as., Hexaem., 137 AB (58 BC): ’Evreu&ev SiaSe!;a[iévT) ^(i5? t o ù (lETOTttàpou
•f) <Spa, Ù7to-9-pauei [lèv t o u m iy o u q t ò ÙTOpPàXXov, xarà [iixpòv Sè ù<pietaa t t ) ?
Àip(iY)? Sià T7)? xarà tyjv xpàoiv (leu in ijT O ? à(ìXa|3c>>? f)[ia? Si’ aòrS]? t o ì xsi(i£>vi
itpoaàysi.
7 Come osserva il Coppa (op. cit., p. 351, n. 73), sarebbe più esatto
parlare di « giorno » solstiziale.
220 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 6, 25-26

Caput VI

25. Fecit ergo deus haec duo luminaria magna — possum


accipere non tam aliorum com paratione magna quam suo mu­
nere, ut est caelum magnum et mare magnum; nam et magnus
sol, qui conplet orbem terrarum suo calore uel luna suo lumine
nec solum terras, sed etiam aerem hunc et mare caelique fa­
ciem — , quae in quacumque parte fuerint caeli inluminant omnia
et aeque spectantur a cunctis, ut ea tamquam suis tantum regio­
nibus inmorari et sibi tantum adesse atque lucere singuli populi
credant, cum similiter luceant uniuersis, ut nemo hic propiorem
alium quam ipse est arbitretur. Exemplum magnitudinis eorum
euidens, quod omnibus hominibus orbis lunae idem uidetur. Nam
etsi interdum augeatur lumen eius atque minuatur, tamen eadem
nocte qualis mihi adparet talis et omnibus. Nam si longe positis
minor uideretur, propius constitutis maior refulgeret, proderet
angustiarum et exiguitatis indicium. Etenim reliqua alia longe
positi minora arbitramur, propius contuentes maiora credimus.
Quo magis finitimus fueris, eo tibi eius rei quam cernis magnitudo
cumulatur. Solis radius nulli propior, nulli longinquior est; si­
militer et lunae globus aequalis est omnibus. Similis sol et Indis
et Brittanis eodem momento uidetur, cum oritur, nec cum mergi­
tur in occasum, minor adparet orientalibus quam occidentalibus
nec occidentalibus, cum oritur, inferior quam orientalibus aesti­
matur. Quantum distat inquit oriens ab occidente! a. Haec inuicem
sibi distant, sed sol a nullo distat, nulli praesentior, nulli remo­
tior est.

26. Neque te moueat quod tamquam cubitalis tibi orbis


detur solis, cum oritur, sed considera quantum intersit spatii in­
ter solem et terras, quod aspectus nostri infirmitas sine magno
sui non potest transire dispendio. Caligat aspectus noster: num-
quid sol caligat aut luna? Angustus noster obtutus: numquid ideo

^ Ps 102, 12.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 221

Capitolo 6

25. Dio dunque creò questi due grandi luminari — possiamo


intenderli grandi non tanto in confronto con altri, quanto per la
loro funzione, come è grande il cielo e grande il mare: infatti gran­
de è anche il sole che riempie la terra con il suo calore, e non
solo la terra, ma anche l'aria e il mare e la volta del cielo — i quali,
in qualunque parte del cielo si trovino, tutto illuminano e da
tutti ugualmente sono v isti1. Cosi i singoli popoli possono credere
che essi, in un certo senso, si trattengano soltanto nei loro paesi
e soltanto loro assistano ed illuminino, mentre risplendono ugual­
mente per tutti senza eccezione, cosicché nessuno pensa che un
altro più di lui sia ad essi vicino. Una prova evidente della loro
grandezza si ha nel fatto che il disco della luna appare uguale a
tutti gli uomini. Anche se di tanto in tanto il suo chiarore si ac­
cresce o diminuisce, tuttavia nella medesima notte tale appare a me
quale anche a tu tti2. Se sembrasse più piccolo a coloro che stanno
lontano ed invece splendesse più grande per coloro che stanno più
vicino, offrirebbe una prova della sua ridotta estensione. Infatti
tutte le altre cose ci sembrano più piccole quando siamo lontani,
mentre, vedendole da vicino, ci rendiamo conto che sono più
grandi. Quanto più vicino sei, tanto più aumenta la grandezza di
ciò che vedi. I raggi del sole non sono né più vicini né più lontani
per nessuno; cosi anche il globo lunare è ugualmente grande per
tutti. Il sole nello stesso istante, quando sorge, appare uguale sia
agli Indiani che ai Britanni, e quando scende al tramonto non
appare più piccolo agli orientali che agli occidentali né, quando na­
sce, sembra più basso agli occidentali che agli orientali3. Quanto
dista l'oriente dall'occidente, dice la Scrittura. Questi due punti
sono lontani l’uno dall’altro, ma il sole non è lontano da nessun
punto, a nessuno è più vicino, da nessuno è più lontano.
26. Non t'impressioni il fatto che il sole, quando sorge, ti sem­
bra un disco alto un cubito, ma rifletti quanta è fra il sole e la
terra la distanza che la debolezza della nostra vista non può supe­
rare senza suo grave danno. La nostra vista si oscura: è il sole
o’ la luna che si oscurano? È la forza del nostro sguardo che è

1 B as., H e x a e m ., 137 C D (58 D E , 59 A ): ’E7rei8f) t ò [ilya ànóXuTov


Èxei T7]V Swoiav * (!)<; [léya? 6 oòpavòi; x a l y.eyóik-q r) yyj x a l [j.EyàX7] r) S-àXacraa •
r à Sè <ì)e Tà 7toXXà 7té<puxe Ttpòi; sxspov àvacpépecr&ai ... 7j t ò jiéya vuv oux(o<;, cì>i;
iv xji otxelqc Ttòv <p6*TTY)ptiiv xaTaaxEOfl tou (zeyéS-ous èjxipaivojiévou ; ’ Ey<!> jxèv
oljxat TOUTO.
2 B as., H e x a e m ., 137 D (5 9 A ): O'i y e x a x à ttòcv (lépo? to u oùpavou y iv ójze-
v o i ... to o l 7tavTa}(<M)-ev t o ì c, àv&pó>7TOi<; TTpotpatvovTai ...
* B as., H e x a e m ., 140 A (59 B ): T à (ièv y à p 7ròppti>$ev àipeortÒTa (u x p óre
7r<ù5 óptójzev, o l? 8’ àv (jlSXXov èyylacofjtev, jiàXXov 8’ aÙT&v t ò [léyeS-oi; è^ euptoxo-
(iev. T e i S’ 7]>icp oùSeli; ècm v èyyuTépoi x a l oùSei? itoppoTÉpco, àXXà àrc’ taou to u
8iacjTiì)(jiaT0i; t o ì ? x a T à 7tàv (lépo? tt)? y % xaTaixKjjjiévoii; 7rpoc(3àXXei. ErjfiEÌov
Sé, 8t i x a l ’ IvSol x a l BpcTavvol t ò v laov pxé 7rouaiv. O u re y à p t o ì ? ttjv écpav
o lx ou a i xaTaSuófiEvo? t o u (/.EyéS-oug ùtpbjatv ou te t o ì ? rcpòi; S u o la ti; xa-tcpxKHJLévoK;
àvaTÉXXcov ÈXaT-iCùV (patvETat ■ ou te [ìtjv èv Ttp [jLeaoupavifjfiaTi yivójievoi; ty)<; è<p’
éxàTepa oi(jegj? rcapaXXàTrei. E c o s ì d i s e g u it o 140 B -D (59 B -E ).
222 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 6, 26-28

angustiora efficit quae uidentur? Species minuitur, non magnitu­


do detrahitur. Neque enim infirmitatem nostrae passionis passio­
ni luminarium debemus ascribere. Mentitur noster aspectus; noli
ergo fidele eius aestimare iudicium, sed caelestium minor specta­
culi figura, non sui forma. De summo uertice montium si subiec-
tum oculis tuis campum spectare desideres atque illic armenta
pascentia, nonne formicarum similia corpora iudicabis? Si mare
spectes e specula aliqua litorali, nonne tibi nauium maximae inter
caeruleos fluctus uela candentia refulgentes uelut columbarum uo-
lantium speciem eminus ponto uidentur obtexere? Quid ipsae in­
sulae, quae mare diuidunt, terrarum arua diffundunt' quam an­
gusto aestimantur fine concludi, quemadmodum rotunda apparent
de asperis, spissa de raris! Has ergo infirmitates uisus tui pende,
et eorum quae astruimus fidem ex te ipso arbiter iustus arcesses.

27. Sed uis magnitudinem solis non solum oculo mentis,


etiam corporis aestimare? Considera quanti stellarum globi axem
caeli uideantur intexere et innumeris insignire luminibus, non
queunt tamen tenebras noctis et caeli nubila detergere. Simul ut
sol ortus sui signa praemiserit, omnes stellarum ignes sub unius
luminaris fulgore uanescunt, aperitur aer caelique facies purpu­
rascenti rubore perfunditur. Adhuc spirans exordium et iam mo-
mentaria celeritate pleni luminis micat splendor et. surgentis solis
praeuia aura dulcis aspirat. Dic mihi quaeso, nisi magnus esset
orbis, quom odo magnum posset orbem inluminare terrarum?

28. Quid autem de tanto loquar temperamento et mode


mine conditoris, qui eam mensuram muneri solis adtribuit, ut ne­
que uapor eius igneus, ut uidetur, terrarum uenas rerumque spe­
cies infusus exureret neque iterum per tanta mundi spatia refri-
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 223

troppo ridotta: forse per questo riduce quel che si vede? Non viene
ridotto l’aspetto visibile, non viene diminuita la grandezza effet­
tiva. Né dobbiam o attribuire il difetto dovuto ad una nostra defi­
cienza ad una deficienza dei luminari celesti. La nostra vista dice
il falso. Non credere dunque esatto il suo giudizio: è più piccola
l'immagine offertaci dalla vista dei corpi celesti, non la loro co­
stituzione4. Se tu desiderassi guardare dalla sommità dei monti
la pianura che si stende sotto i tuoi occhi e gli armenti che vi pa­
scolano, non ne giudicheresti i corpi simili a form iche? Se guardi
il mare da un osservatorio posto sul lido, non ti sembra che le
navi più grandi, mentre spiccano tra i flutti per le loro candide
vele, presentino lontano sul mare l’immagine di colom be in volo?
E le stesse isole, che interrompono il mare stendendo le loro terre
coltivabili, da quale ristretto confine sembrano limitate, com e ap­
paiono spianate invece che scoscese, fitte invece che sparse qua e
là! Or dunque valuta questi limiti della tua vista, e da giudice impar­
ziale ti convincerai da solo della verità delle nostre affermazioni.
27. Vuoi valutare la grandezza del sole non soltanto con
l’occhio della mente, ma anche con quello del corpo? Considera
quanti globi di stelle sembrano trapuntare la volta celeste e ador­
narla di innumerevoli luci: tuttavia non possono spazzar via le
tenebre della notte né le nubi del cielo. Non appena il sole si
preannuncia con i segni della sua levata, al fulgore di quel solo
astro svaniscono tutti i fuochi delle stelle, l’atmosfera si schiude
e la volta del cielo si tinge d’un rosso purpureo. Non è che il primo
inizio, ed ecco che con rapidità istantanea sfavilla lo splendore
d’una luce piena e spira una dolce brezza precedendo il sole che
sorge. Dimmi, di grazia: se non fosse grande il suo globo, come
potrebbe illuminare l’immenso globo terracqueo?5.
28. Che dire della misura e del freno così efficacemente im­
postogli dal Creatore? Egli alla funzione del sole assegnò un limite
tale che né la sua vampa fatta di fuoco, a quel che sembra, brucias­
se le vene della terra e le specie esistenti raggiungendole con i suoi
raggi né, d’altra parte, raffreddandosi nell’attraversare gli spazi
cosi sconfinati del mondo, fosse incapace d’inserire in esse ogni

4 Cf. Cic., Acad., II, 26, 82: Quid, potest esse sole maius, quem mathe­
matici amplius duodeuiginti partibus confirmant maiorem esse quam ter­
ram? Quantulus nobis uidetur! Mihi quidem quasi pedalis. Epicurus autem
posse putat etiam minorem esse eum quam uideatur, sed non multo; ne
maiorem quidem multo putat esse, uel tantum esse quantus uideatur, ut
oculi aut nihil mentiantur aut non multum. Cf. De fin., I, 6, 20.
5 Bas., Hexaem., 141A (60 A): Kàxiivo Sé aoi èvapyè? ?<tto> t o u (lEyi&ou;
<j7j(ietov. ’Airelpcov S vtcov Ttji nlqSsi t ò ìv xax’ o ù p a v ò v àcrrépov, t o mxp’ aÙ Tcòv
cuvepaai^ójxevov <pòi<; oòx è^apxeì v u x t ò i; -rì]v xa'rijipeiav SiaXuaat. Móvo? Sè
o 5 t o ? Ù TO ptpaveli; t o u è p t ^ o v r o ? , [jwcXXov Sè exi x a l 7 tp o c r 8 o x < i)(is v o s , 7tpìv x a l
forepaxeiv 8 X0 )? t% it)S> ^(pàvide (ièv axóxos, imsprfiya.<ys Sè toù<; àaxépa? xaì
7rEjr/)YÓTa Télo? xal <TU[iTre7uXT)(iivov t ò v TOpì àépa xaTé-rr]£e xaì Siéxeev. "OS-ev
xal &ve|j.oi èto-9-ivol xal Spóooi èv at&pja t tjv yrjv TOpippéouat. Toaaumjv Sè ouaav
t } ) v frW 7tóS<; av éSuvrjib] àv fuqc xatpoO £o7uyj t t ) v 7 t à c a v x a x a c p c o T t ^ e iv , et [ri) ànò
(leyàXou t o ù xiixXou t^v aiif/jv èmQiptei;
224 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 6, 28 - C. 7, 29

geratus nullum terris semen caloris inoleret, sed ieiunam atque


inopem fructum derelinquens ad nullam fertilitatis gratiam ua-
poraret?

Caput VII

29. Similia de lunae ratione conueniunt, quae de conso


eius ac fratre memorauimus, siquidem in id se ind,uit ministe­
rium, in quod et frater, ut inluminet tenebras, foueat semina, au­
geat fructus. Habet etiam pleraque a fratre distincta, ut quem
toto die calor umorem terrae siccauerit eundem exiguo noctis tem­
pore ros reponat; nam et ipsa luna larga roris adseritur. Deni­
que cum serenior nox est et luna pernox, tunc largior ros fertur
arua perfundere. Et plerique sub aere quiescentes, quo magis sub
lumine fuissent lunae, eo plus umoris se capite collegisse sense­
runt. Vnde et in Canticis dicit Christus ad ecclesiam: Quoniam
caput meum repletum est rore et crines mei guttis n o ctisa. Tum
deinde minuitur et augetur, ut m inor sit, cum resurgit noua, cum
sit inminuta, cumuletur. In quo grande mysterium est. Nam et
defectui eius conpatiuntur elementa et processu eius quae sunt
exinanita cumulantur, ut animantium cerebrum, maritimorum umi­
da, siquidem pleniores ostreae repperiri ferantur multaque alia,
cum globus lunaris adolescit. De arborum quoque internis idem
allegant qui hoc usu proprio conpererunt. Videmus ergo ortum
eius et defectum rationis esse, non infirmitatis. Numquam enim

a Cant 5, 2.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 225

seme di calore e cosi, lasciando la terra sterile e priva di frutti, non


la riscaldasse per consentirle di offrirci il dono della sua fe­
condità 6.

Capitolo 7

29. Anche al m odo di comportarsi della luna si attaglia


considerazioni simili a quelle che abbiamo fatto nei riguardi del
suo compagno e fra tello1, poiché si assume lo stesso compito di
illuminare le tenebre, di aiutare lo sviluppo dei semi e di accre­
scere i prodotti. Ha però anche molte finizioni distinte da quelle
del fratello: far si che la rugiada nel breve spazio della notte ri­
costituisca l’umidità della terra che il sole ha asciugato durante
tutta la giornata; infatti si afferma che anche la stessa luna sia
generosa dispensatrice di rugiada. Di conseguenza si dice che,
quando la notte è completamente serena e la luna brilla per tutta
la sua durata, allora la rugiada con particolare abbondanza ba­
gna i campi. E molti che riposavano aH’aria aperta si accorsero
che quanto più erano rimasti al calore lunare, tanto più umidità
avevano accumulato sulla loro testa. Perciò anche nel Cantico
Cristo dice alla Chiesa: Poiché il mio capo è pieno di rugiada e
i miei capelli di gocce notturne. In seguito poi la luna cala e
cresce, cosi che è più ridotta quando rispunta al novilunio e,
dopo essersi ridotta, ridiventa piena. Questo fatto è davvero mi­
sterioso: al suo calare gli elementi ne subiscono gli effetti e col
suo crescere le cose che si sono svuotate riacquistano pienezza,
come il cervello degli animali e le parti molli degli esseri ma­
rini, poiché si dice che, quando il globo lunare aumenta, si tro­
vano più colme le ostriche e molti altri molluschi. Affermano la
stessa cosa del m idollo delle piante coloro che constatarono que­
sto fatto con la loro esperienza. Vediamo dunque che il suo cre­
scere e il suo calare hanno una loro ragione, non costituiscono un
difetto2. La luna non provocherebbe cosi grandi mutamenti nelle

6 Bas., Hexaem., 141 B (60 B): ’Ev-tow&à noi rjjv ao(ptav toù tc^vI-tou xa-
[ia&e, 7ttó? tòS 8iaar/](xaTi to\jtg> aii|ifi,eTpov gStoxev aÒTcìS tJjv &epfi.ÓT7)Ta. To-
aoO-iov ydép èariv aÒToO tò irup&Sei;, ù<; Si’ Ù7tep|ìoXi)v xara^Xéijxi tJjv yrjv
(j,T)Te 8là t})v ÈXXeiiJjiv xaTei[KJy(iév)qv aÓT^jv xal fiyovov à7to>wteìv.

1 Bas., Hexaem., 141 B (60 B): ’ASeXipà Sè toì? eEpyjjjiévoL^ xal Tà rapi trji;
vocta&tù.
2 Bas., Hexaem., 144 A (60 E, 61 A): Ol(jiai Sè xal tyj toSv xaTaaxeuyj xal
toìi; Xoi7roì? toì; Arcò yìj? <puo[iévoic ji'f] [uxpàv ircràpxeiv èx tt)? xaxà -rijv cteXtj-
vt)v (lera^oXi)!; -rijv auvréXeiav. "A> Xco? yàp SiaTt&eTai fj.eioufjiv7)? aÒTV)? xal
dtXXùig aù^o|j.éw)? Tà ac!>[j.aTa • vuv [xèv XT)yo<S<n)i; àpaià yiyvó(xeva xal xevà, vùv
Sè aù^ofxévTj? xal 7tpò<; tò irXijpei; ÈTOiyo|j.év7]<; xal aùrà toìXiv àva7tXi)poii(jieva.
AtjXoùcti Sè ol xa-9-eiiSovrei; ùttò <reXr]VTqv óypórr]To? 7tepia®i)? Tà? -ri)? xetpaXìj?
eòpu/opta? 7tXi]poù(AEvoi • xal Tà veoaipayT) t&v xpeòiv Taxù Tpeitóneva xal ^cjxov
èyxéqpaXoi xal t£Sv daXaTrltov Tà óypÓTara xal al Tfiiv SévSptov èvrepitòvai.
Secondo il Giet (op. cit., p. 380, n. 2), simili teorie risalirebbero allo stoico
Posidonio di Apamea.
226 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 7, 29-30 - C. 8, 31

tantam rerum mutationem daret, nisi praestantem uirtutem habe­


ret et gratiam a conditore conlatam.
30. Aerem quoque nonnulli etiam docti et Christiani uiri a
gauerunt lunae exortu solere mutari, sed si id mutationis lunaris
quadam fieret uiolentia, ad omnes eius ortus intexeretur nubibus
caelum, pluuiae funderentur. Denique cum ante dies esset sermo
de pluuia, quae fore utilis diceretur, ait quidam: Ecce neomenia
dabit eam. Et quamuis cupidi essemus imbrium, tamen huius-
m odi adsertiones ueras esse nolebam. Denique delectatus sum
quod nullus imber effusus est, donec precibus ecclesiae datus ma­
nifestaret non de initiis lunae eum sperandum esse, 'sed de pro­
uidentia et misericordia creatoris. Sane euripi cum exundent un­
dique secundum reliquas species lunae et acceptos fluctus refun­
dant uel etiam ipsi magno ferantur impetu, in ortu tamen eius
stant placidi, quoad luna sine lumine est; at uero ubi eam dierum
accessus retexerit, tunc in suos cursus refluos reuertuntur. Am-
potis quoque, quae in oceano esse perhibetur, cum reliquis diebus
ordinem suum seruare dicatur, lunari exortu euidens mutationis
suae fertur indicium dare, ut mare ipsum occidentale, in quo
spectatur ampotis, solito amplius accedat ac recedat et maiore
aestu feratur, tamquam lunae quibusdam aspirationibus retror­
sum trahatur et iterum isdem inpulsum ac retractum in mensu­
ram propriam refundatur.

Caput VIII

31. Vnde si miraris quom odo defectum luna patiatur, c


tantam uim mutationis habeat suae, considera et in eo magnum
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 227

cose, se non possedesse per dono del Creatore una virtù ed un


influsso benefico fuor del comune.
30. Alcune persone, anche dotte e cristiane, sostennero c
anche l'atmosfera subisce un mutamento quando sorge la luna;
ma se tale fenomeno si verificasse per una ripercussione violenta
del mutamento lunare, ogni volta che la lima spunta, il cielo sa­
rebbe coperto di nuvole e cadrebbe la pioggia3. Inoltre, parlando
nei giorni scorsi della pioggia che si diceva sarebbe stata utile, un
tale affermò: « Ecco, la porterà il novilunio ». E sebbene sentis­
simo un gran bisogno di pioggia, tuttavia non potevo desiderare
che simili asserzioni fossero vere. Mi rallegrai anzi perché non
cadde una goccia di pioggia finché, concessa per le preghiere
della Chiesa, dimostrò chiaramente che doveva essere attesa non
dal novilunio, bensì dalla provvidenza e dalla misericordia del
Creatore. È un fatto che gli stretti di mare, mentre si spandono
da ogni parte in coincidenza con le altre fasi della luna e riman­
dano i flutti penetrati in essi o anche spontaneamente si sollevano
con grande violenza, tuttavia alla luna nuova restano tranquilli
finché essa rimane senza luce; ma quando il passare dei giorni la
scopre, allora riprendono il regolare m oto rifluente. Anche il ri­
flusso che a quanto si racconta, avviene nell’oceano, mentre gli
altri giorni si dice che mantenga la propria regolarità, al sorgere
della luna, a quanto si afferma, dà una prova evidente del pro­
prio mutamento, sicché lo stesso mare occidentale, in cui si os­
serva tale riflusso, avanza e si ritrae con maggiore ampiezza del
solito e solleva onde più alte, com e se fosse tratto indietro perché
attirato dalla luna, e di nuovo rifluisce nella misura che gli è
propria, risospinto dal medesimo in flu sso4.

Capitolo 8

31. Se ti chiedi stupito com e mai la luna subisca questi os


ramenti pur esercitando un'azione cosi energica con le sue fasi,

3 Qui S. Ambrogio polemizza con la sua fonte; Bas., Hexaem., 144 B (61 A):
K al r à Tcspl tòv àépa Sè zà uà-Eh') -rati; (/.eTaPoXati; Taira)? ouvStaTtòerat, 015
(lapTupouaiv 7)jj.lv al' t e x a rà tyjv vou(AT)vtav noXXxKiq ànò * alj vT)ve[ita;
altpvlSioi T apa/a{, vetpfiiv xXovou[iév<iiv x a l au[i,m 7tTÓvT<ùv àXXrjXoii;. . .
4 Bas., Hexaem., 144 BC (61 B): Kal a l rapi toù ? eùptorau? TOxXtppoiai x a l
f) rapi tòv Xe-fóiievov d>xsavòv ( S ^ r a - t i i v)v Tat? TOpióSoi? tt)? oeXt)VY]<; TS-iayiii-
vto? énojiévTjv è^eupov ol 7rpoaoixouvre?. 01 |xèv yòtp eupmot [xeTappéouat è<p’
éxàrepa xaTà r à Xonrà ax^na-ra -ri)? cteX^vt)? • èv Sè t&> xa ip S TV)? Yevéaeox;
oòSè t ò (IpaxutaTov àTpejxouatv, àXX’ èv oàX<}> x a l TaXavraicret Sujvexeì xa&ecTr)-
xaaiv, So)? àv, èxtpavetaa to&Xiv, àxouXoJKav Tivà t^ mxXtppota TtapàoxiQTai. S.
Ambrogio invece distingue dagli stretti, nei quali durante il novilunio il
mare resterebbe tranquillo (in or tu tamen eius stant placidi), l’oceano dove
invece nello stesso periodo, per effetto del flusso e riflusso, il mare sarebbe
agitato ( lunari exortu euidens mutationis suae fertur indicium dare, ut
mare... solito amplius accedat ac recedat et maiore aestu feratur). Non
sembra infatti che ortus ed exortus possano qui avere significato diverso.
228 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 8, 31

esse mysterium, quod eius exemplo cognoscis, o homo, nihil re­


rum humanarum esse posse et mundanae totius creaturae, quod
non aliquando resoluatur. Nam si etiam luna, cui tantum dominus
commisit ministerium, ut inluminet orbem terrarum, et crescit et
deficit — deficiunt enim omnia, quae ex nihilo orta usque ad per­
fectionem uenerunt et iterum perfecta minuuntur; caelum enim
et terra praeteribunta — cur non id moderationis adsumimus, ut
neque in aduersis abiciamus animum — qui enim omnia fecit ex
nihilo facile quoque te potens est ad summa et perfecta prouehe-
re — et rursus non extollamur in prosperis neque in potestate ali­
qua nos diuitiisque iactemus neque in uiribus corporis -aut pulchri­
tudine gloriemur, in quo est facilis corruptio, crebra mutatio,
sed manentem in 'futurum animi gratiam persequamur. Nam si te
lunae contristat occasus, quae se semper reparat ac reformat,
multo magis contristare te debet, si anima, profectu uirtutis im­
pleta cum fuerit, postea per inconstantiam mentis atque incuriam
a suo deflexa proposito studia sua saepe commutet, quod est insi­
pientiae atque inscientiae. Vnde et scriptura ait: Stultus ut luna
m utaturh. Et ideo sapiens non cum luna mutatur, sed permanebit
cum s o le 0. Vnde non luna est particeps stultitiae, quia non luna
mutatur ut stultus, sed stultus ut luna, denique sem en iusti sicut
luna perfecta in aeternum manet et testis in caelo fidelis d; aliud
est enim fungi ministerio, aliud circum ferri ingenio et sensus in­
firmitate fixam non habere sententiam. Luna pro te laborat et
propter uoluntatem dei subdita est; uanitati enim creatura su-
biecta est non sponte, sed propter eum qui subiecit in s p e e. Illa
ergo non sponte mutatur, tu sponte mutaris. Illa congemiscit et
conparturit1 in sua mutatione, tu non intellegis et gratularis fre­
quenter. Illa tuam redemptionem frequenter expectat, ut a com ­
muni totius creaturae seruitio liberetur, tu et tuae redemptioni
et illius libertati adfers inpedimentum. Tuae ergo, non suae stul-

a Mt 24, 35.
b Eccli 27, 12.
c Ps 71, 5.
d Ps 88, 37-38.
e Rom 8, 20.
t Rom 8, 22.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 229

rifletti che questo è un grande mistero, perché dal suo esempio


tu impari, o uom o, che non può esistere cosa umana e creatura
di questo m ondo che una volta o l'altra non si dissolva. Se an­
che la lima, cui il Signore ha affidato un com pito cosi importante
com e quello di illuminare la terra, cresce e viene meno — vengono
meno infatti tutte le cose che sorte dal nulla hanno raggiunto la
perfezione e, di bel nuovo, dopo averla raggiunta, decrescono, giac­
ché il cielo e la terra passeranno — , perché non cerchiamo di es­
sere tanto equilibrati da non abbatterci nelle avversità — colui
che dal nulla ha creato tutte le cose può facilmente portare anche
te alla più alta perfezione — e, d'altra parte, da non esaltarci
nella prosperità e non vantarci per qualche carica o per le nostre
ricchezze e non insuperbirci per le forze fisiche e per la bellezza
che facilmente si guastano, spesso si alterano1, ma cerchiamo piut­
tosto l’imperitura grazia dello spirito? Se ti rattrista la scom ­
parsa della luna che sempre si rinnova ritornando alla sua forma
primitiva, m olto più ti devi rattristare se la tua anima, dopo aver
raggiunto la pienezza progredendo nella virtù, in seguito, distolta
dal suo proposito per l’incostanza e la negligenza della mente,
muta spesso le sue aspirazioni, prova questa di stoltezza e di
ignoranza. Perciò anche la Scrittura dice: Lo stolto cambia com e
la luna2. Il saggio invece non cambia insieme alla lima, ma du­
rerà quanto il sole. Per questo la luna non è partecipe della stol­
tezza, perché non è la luna che cambia com e lo stolto, ma lo stolto
com e la luna, anzi la discendenza del giusto dura in eterno com e
la luna che non ha difetto e quale testim one fedele nel cielo; in­
fatti una cosa è com piere il proprio servizio e un’altra fluttuare
con la propria mente e, per la debolezza dei propri sentimenti, non
avere un'opinione stabile. La luna si travaglia per te e a tale tra­
vaglio si trova sottoposta per volontà di Dio; infatti la creazione
è stata sottom essa alla caducità non per suo volere, ma per vo­
lere di colui che l’ha sottom essa nella speranza. Essa dunque
muta contro il suo volere, tu invece per tuo volere. Essa, mentre
si tramuta, geme nelle doglie del parto, tu mostri di non com ­
prendere e te ne rallegri. Essa attende spesso la tua redenzione
per essere liberata dalla comune servitù di tutta la creazione, tu
ostacoli sia la tua redenzione che la sua liberazione. Dipende dun-

1 Le espressioni neque in aduersis abicere animum et non extolli in prospe­


ris trovano un’eco singolare nell’orazione del Sacramentario Gregioriano: Ade­
sto quaesumus Domine supplicationibus nostris, ut esse te largiente mereamur,
et inter prospera humiles, et inter adversa securi (J. Deshusses, Le Sacramen-
taire Grégorien, I, Ed. Universitaires, Fribourg Suisse 1971, p. 140, n. 195). [I.B.]
2 Bas., Hexaem., 141 CD, 144 A (60 DE, 61 A): "ilare èx tou xarà t»)v aeXVjwjv
&eàfiaTO<; iraiSeikcr&ai Tà •fjjiérepa xal -rffi, ra/eiai; tcov àvS-poMrtvtiiv rapi-
Tpo7ri)? Xa|i.(3àvovTa? Èwotav (ri) [iéya «ppoveìv -vali; eòy](j.eplai<; toù (3tou, [rf] òita-
yàXXea&ai Sui/aaTetai?, pi) èroxtpeafl-ai itXoiirou àSeXÓTrjTt, 7repi<ppovetv -ri)? aapxòs
rapi fjv 7) àXXolcdai;, èmjieXEÌaStti Sè t ^5 tpux^1? ^5 -tò dtya-9-óv ècmv dcxtv/jTov.
Et Sè Xutoi ae f) oeX^vif] Tat? xarà [uxpòv àipaipéaeai tò <p£yyoi; l^avaXtcrxouaa,
XutoItoj ae 7t>éov ^ux1 )) dtpcx^v XTTjaatiévif) xal Sia dbrpoae!;ta<; tò xaXòv àipavl-
£ouaa xal (nr]Sé7roTe Irci -ri); aùrfji; Sia&éaeog [lévouaa, dtXXà rcuxvà Tpe7ro(iiv7)
xal [iETaPaXXo(zévY) Sià tò tv)<; yvcipjs àvtSpuTov. TcjS 8vti yàp xarà tò elpijfié-
vov, 'O &9P&1V ceX^vrj àXXoioùrai.
230 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 8 , 31-32

titiae est, quod dum tu expectaris et nec sero conuerteris, adhuc


et illa mutatur.
32. Noli ergo lunam oculo tui corporis aestimare, sed men
uiuacitate. Minuitur luna, ut elementa repleat. H oc est ergo gran­
de mysterium. Donauit hoc ei qui omnibus donauit gratiam. Exi-
naniuit eam, ut repleat, qui etiam se exinaniuit, ut omnis reple­
ret; exinaniuit enim se, ut descenderet n o b isg, descendit nobis,
ut ascenderet omnibus; ascendit enim inquit super caelos, ut im­
pleret om niah. Itaque qui exinanitus aduenerat a plenitudine sua
apostolos impleuit. Vnde unus ex his dicit: Nam de plenitudine
eius nos om nes accepimus *. Ergo annuntiauit luna " mysterium
Christi. Non mediocris in qua signum posuit suum, non mediocris
quae typum habet dilectae ecclesiae, quod significat propheta di­
cens: Orietur in diebus eius iustitia et abundatia pacis, donec tol­
latur luna1 et in Canticis dominus de sua sponsa ait: Quaenam
est haec prospiciens tamquam diluculum, speciosa sicut luna, elec­
ta ut s o l? m. Et merito sicut luna ecclesia, quae toto mundo reful­
sit et tenebras saeculi huius inluminans dicit: N ox praecessit, dies
adpropinquauitn. Pulchre ait prospiciens, quasi suos de superiori
prospectans, sicut habes: Dominus de caelo prospexit super filios
hom inum 0. Prospiciens ergo ecclesia sicut luna defectus habet et
ortus frequentes, sed defectibus suis creuit et his meruit ampliari,
dum persecutionibus minuitur et confessorum martyriis corona­
tur. Haec est uera luna, quae de fraterni sui luce perpetua sibi
lumen inmortalitatis et gratiae mutuatur. Fulget enim ecclesia non
suo, sed Christi lumine et splendorem sibi arcessit de sole iusti-
tiae, ut dicat: Viuo autem iam non ego, uiuit autem in m e Chri­
stus'p. Beata plane, quae tantum insigne meruisti! Vnde te non
tuis numeniis, sed typo ecclesiae beatam dixerim; in illis enim
seruis, in hoc diligeris.

e Phil 2, 7.
h Eph 4, 10.
i Io 1, 16.
i Ps 71, 7.
>» Cant 6, 10 (9).
n Rom 13, 12.
o Ps 13, 2.
p Gai 2, 20.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 231

que dalla tua, non dalla sua stoltezza se, mentre tu aspetti e tardi
a convertirti, anch’essa continua a mutare.
32. Non giudicare quindi la luna con gli occhi del corpo,
con l’acume deU'intelligenza3. La luna cala per colmare gli ele­
menti. Questo è un grande mistero. Le ha dato questa facoltà
colui che a tutti ha donato la grazia. Perché possa colmare, l’ha an­
nientata colui che annientò anche se stesso per colmare tutti gli
uomini: annientò se stesso per discendere fra noi, discese fra
noi per salire per tutti. Ascese sopra i cieli, dice la Scrittura, per
colmare ogni cosa. Colui che era venuto annichilito, colm ò gli apo­
stoli della sua pienezza. Perciò uno di essi dice: Infatti della sua
pienezza noi tutti abbiamo ricevuto. Quindi la luna ha procla­
mato il mistero di Cristo. Non è di scarso pregio l’astro in cui
egli ha posto una sua raffigurazione, non di poco valore l’astro
che è simbolo della Chiesa a lui cara, come indica il profeta di­
cendo: Sorgerà ai suoi giorni la giustizia e l’abbondanza della
pace, finché scompaia la luna, e nel Cantico il Signore dice della
sua sposa: Chi è mai costei che spinge lontano il suo sguardo
com e l’aurora, bella com e la luna, fulgida com e il sole? E vera­
mente com e la luna è la Chiesa che ha diffuso la sua luce in
tutto il m ondo e, illuminando le tenebre di questo secolo, dice:
La notte è avanzata; il giorno è vicino. Fa bene a dire che spinge
lontano il suo sguardo, com e chi guarda dall’alto i suoi; e appunto
leggi: Il Signore dal cielo ha rivolto il suo sguardo sui figli degli
uomini. Spingendo lontano il suo sguardo, la Chiesa, com e la luna,
spesso scompare e rinasce, ma per effetto di queste sue scom ­
parse è cresciuta e ha meritato di ingrandirsi, mentre sotto le per­
secuzioni si rimpiccioliva e dal martirio dei confessori veniva in­
coronata. Questa è la vera luna che dalla luce perenne di suo fra­
tello deriva il lume dell’immortalità e della grazia. La Chiesa ri­
fulge non della propria luce, ma di quella di Cristo e prende il
proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: Non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Veramente beata sei
tu, o luna, che hai meritato una così invidiabile distinzione! Per­
ciò ti potrei dire beata non per i tuoi novilunii, ma perché sei
simbolo della Chiesa; là sei serva, qui sei oggetto d ’a m ore4.

3 Bas., Hexaem., 145 A (61 D ): Mi; Totvuv (irjSè ffeXfyfqv òtpS-aXjitii


àXXà Xoyta(i(j).
4 Sulla luna typus Ecclesiae, cf. la nota a IV, 2, 7 (p. 195). Osserviamo
come per S. Ambrogio le vicissitudini lunari sono polisemantiche. Il decre­
scere dell’astro è segno di un « rimpicciolirsi » della Chiesa per le defezioni,
ma è anche una partecipazione all'umiliazione di Cristo e quindi ai suoi mi­
steri. Siamo lontani da una concezione di Chiesa che venga meno per il suo
peccato, anche se non manca quell'accenno alle « defezioni di alcuni » (IV, 2,
7). Risalta invece la certezza sulla indefettibilità della Chiesa, che riceve tutto
il suo valore di luce e di grazia da Gesù Cristo, che è l’astro « fratello » e
maggiore. L’attenzione e l'esaltazione per la Chiesa tuttavia non significa mi­
nimamente una diminuzione del « primato » originario di Cristo; il principio
è chiarissimo e fonda ima vera teologia della Chiesa: « La Chiesa non rifulge
della propria luce, ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal
Sole di giustizia ». Ne consegue non una svalutazione della Chiesa in se stessa,
ma al contrario la sua beatitudine per essere « oggetto d’amore » da parte di
232 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 8 , 33

33. Quam ridiculum autem quod te plerumque credunt


mines magicis carminibus posse deduci. Aniles istae fabulae ac
uulgi opiniones. Quis enim opus dei tanto ministerio deputatum
arbitretur Chaldaeicis superstitionibus posse temptari? Lapsus sit
ille qui se transfigurat in angelum lucis « et deductus uoluntate
propria, non carminum potestate. Sane et in hoc [quasi], ecclesia,
putaris posse quasi de loco tuo et statione deduci. Multi temptant
ecclesiam, sed sagae artis ei carmina nocere non possunt. Nihil
incantatores ualent ubi Christi canticum cotidie decantatur. Habet
incantatorem suum dominum Iesum, per quem magorum incantan­
tium carm ina1 et serpentum uenena uacuauit, et ipsà sicut ser­
pens exaltatus deuorat colu brass, et Aegyptiorum ferale licet car­
men inmurmuret, in Christi nomine hebetatur. Sic et Elymam
magum Paulus non solum sagae artis infirmitate, sed etiam ocu­
lorum amissione caecauit*. Sic Petrus Simonem alta caeli magico
uolatu petentem dissoluta carminum potestate deiecit et strauit.

<i 2 Cor 11, 14.


r Ps 57, 6.
s Ex 7, 12; Num 21, 8; Io 3, 14.
t Act 13, 11.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 233

33. Quant’è ridicolo poi che gli uomini per lo più credano
poterti tirar giù dal cielo con formule magiche! Codeste sono fa­
vole dà vecchierelle e credenze del v o lg o 5. Chi potrebbe credere
che un’opera di Dio, destinata a un cosi alto servizio, subisca l'in­
fluenza delle pratiche superstiziose dei Caldei? Sia pur caduto co­
lui che assume l’aspetto d ’un angelo di luce, ma è stato trascinato
in basso per la propria volontà, non per l’efficacia degli incante­
sim i6. È vero che, anche a questo proposito, si ritiene che tu, o
Chiesa, possa, per cosi dire, essere rimossa dal posto dove sei
stabilmente collocata. Molti attaccano la Chiesa, ma gli incantesimi
dell’arte magica non possono nuocerle. Non hanno alcuna efficacia
gli incantatori dove ogni giorno si canta il cantico di Cristo. La
Chiesa ha per incantatore il Signore G esù7, per mezzo del quale
ha reso inoffensivi gli incantesimi degli incantatori e i veleni dei
serpenti, ed essa, com e il serpente posto in alto, divora i rettili;
e sebbene si borbotti la magica formula degli Egiziani apportatrice
di morte, nel nome di Cristo essa viene resa inoffensiva. Cosi
Paolo accecò anche il mago E lim a8, non solo rendendo inefficace
la sua arte magica, ma anche privandolo della vista. Cosi Simon
Pietro, distruggendo il potere degli incantesimi, fece precipitare
e cadere a terra colui che con magico volo si sollevava in alto®.

Cristo. È un tratto di dottrina ecclesiologica di S. Ambrogio questa visione


della Chiesa nella sua dimensione di grazia proprio per l'indisgiungibile le­
game col quale è unita a Cristo, e per ciò amata da lui. « Le variazioni nella
vita della chiesa, come in quella della lima, — scrive il Toscani — non sono
effetto di debolezza, ma conseguenza di un ordine ragionato, stabilito da Dio...
Una anteriore volontà di Dio..., assimilandola a Cristo, la esinanì per riem­
pirla dei suoi doni... Quando dunque si considera la chiesa nella sua realtà
storica, occorre sempre collegarla idealmente con il disegno divino che la pre­
cede come modello perfetto, di cui essa non è che una pallida proiezione
sulla terra a modo di ombra fugace e verso il quale tende come il suo ter­
mine ultimo nella gloria » (op. cit., pp. 261-262).
Nell'esclamazione di S. Ambrogio: « Veramente beata sei tu, o luna... »
si rivela singolarmente la sensibilità e l’atteggiamento del vescovo di Milano
nella sua interpretazione della natura, il suo modo caratteristico di leggerla
e decifrarla. Nella realtà della natura emerge ed è colto cosi presente e in­
tenso il simbolo che i due piani quasi si identificano, per cui volgendosi alla
luna egli può dire: « Beata... perché sei simbolo della Chiesa; là sei serva,
qui sei oggetto d’amore ». [I.B.]
5 Bas., Hexaem., 145 A (61 DE): MuS-ot tive? xaTay^Xacroi Ù7tò YpatSlcùv x<o-
■9-<im£o[iévo>v 7rapaXv)poii(jievot TOxvraxoO SisSó^cav, ori ^ayyavetaic; -rial -ivj?
oExela? eSpa? aTTOKivTjS-etca aeXV]vv] Trpò? y?jv xaiaipépexat.
6 Satana.
7 L’immagine di Cristo « incantatore » della Chiesa è senza dubbio di forte
suggestione e audacia. Essa dice la potenza e l’attrattiva che il Signore Gesù
esercita sulla Chiesa, cosi che nessun’arte riesce a smuoverla e a distrarla
dalla fedeltà a lui. S. Ambrogio parla del canticus Christi, che ogni giorno
sale nella Chiesa e la rende insensibile ad altri incantatori: forse egli pensa
alle celebrazioni liturgiche, alla Scrittura che vi è letta e alle preghiere e
canti che vi si elevano e che hanno la forza di rendere vani ogni seduzione e
tentativo di distogliere la Chiesa — « opera di Dio » — dal destino e dal po­
sto nel quale Cristo stesso l’ha collocata. [I.B.]
8 Come leggiamo in Atti 13, 6-12, Paolo rese cieco il mago Elima che a
Pafo cercava di distogliere il proconsole Sergio Paolo dalla fede.
9 S. Ambrogio non riferisce l’episodio di Simon Mago secondo Atti, 8,
8-24, ma secondo Const. ap., VI, 9 (PL, I, 929-932); cf. Iust., I Apoi., 26; Dial.
234 EXAMERON, DIES IV , SER. V I, C. 9, 34

Caput IX

34. Pulchre, ut arbitror, cessit dies quartus. Quomodo ig


quartum plerique consueuerunt cauere et inutile putant hoc nu­
mero aliquid ordiri, quo totus noua luce mundus emicuit? An
sinistris sol coepit auspiciis? Et quom odo alii potest bona signare
qui sibi eligere diem sui nesciuit exortus? Aut quom odo signa eius
probant, cuius ortum non probant? Quid etiam de luna dicimus,
quae et quarto die coepit et quarta decima diem signat salutis?
An displicet numerus, quo celebratur mysterium redemptionis?
Ideo daemones declinandum esse persuadent numerum eum, quo
eorum destructa nequitia est. Ideo gentiles nihil adoriendum ad-
serunt, quia sciunt tunc primum artes suas uacare coepisse et
populos gentiles ad ecclesiam demigrasse. Limam certe quartam,
si pura fuerit neque obtunsis cornibus, dare reliquis diebus usque
ad exactum mensem indicium serenitatis existimant. Nolunt ergo
isdem exordiis incohare, quibus serenitas incohatur. Sed iam ca-
uendum, ne nobis in sermone dies quartus occidat; cadunt enim
umbrae maiores de montibus, lumen minuitur, umbra cumulatur.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 235

Capitolo 9

34. È trascorso bene, a quanto credo, il quarto giorno. Co


mai molti sogliono guardarsi dal quarto giorno e pensano che
sia dannoso iniziare qualcosa con questo numero con il quale
tutto il mondo rifulse di nuova luce? Forse il sole ha avuto inizio
con funesti auspici? E com e può presagire del bene ad altri chi
non ha saputo scegliere un giorno favorevole per la propria nascita?
O com e danno credito ai suoi segni coloro che avanzano riserve
sulla sua origine? Che dobbiam o dire anche della luna che ha
cominciato ad esistere nel quarto giorno e col suo quattordice­
simo sorgere contrassegna il giorno della salvezza?1. Forse non
va a genio il numero nel quale si celebra il mistero della reden­
zione? Per questo i demoni suggeriscono di evitare quel numero
dal quale fu distrutta la loro perfidia. Per questo i gentili afferma­
no che nulla vi si deve iniziare, perché sanno che da quel mo­
mento le loro arti com inciarono a non aver seguito e i popoli pa­
gani entrarono nella Chiesa. Essi ritengono tuttavia che la luna
al suo quarto sorgere, purché limpida e con le corna ben nette,
dia un indizio di tempo sereno per tutti i rimanenti giorni sino
alla fine del m ese2. Non vogliono dunque prendere iniziative co­
minciando nel giorno in cui ha principio il bel tempo. Ma ormai
dobbiamo fare attenzione che, mentre stiamo parlando, il quarto
giorno non tramonti. Scendono infatti più lunghe dai monti le
o m b re3, la luce si fa scarsa, l’oscurità più fitta.

cum Tryph., 120. Su Simon Mago vedi Lexikon fur Theologie und Kirche, 9,
768-769.

1 La morte di Gesù sarebbe avvenuta il quattordicesimo giorno della luna


di marzo (G. R ic c io tt i, Vita di Gesti, Rizzoli, Milano, pp. 190-195).
2 Cf. Verg., Georg., I, 432435: Sin ortu quarto (namque is certissimus
auctor) pura neque obtunsis per caelum comibus ibit, / totus et ille dies
et qui nascentur ab illo / exactum ad mensem pluuia uentisque carebunt.
3 Cf. Verg., Bue., I, 83: maioresque cadunt altis de montibus umbrae.
DIES QVINTVS

SERMO VII

Caput I

1. Vestita diuersis terra germinibus uirebat omnis, cael


quoque sole et luna geminis uultus sui luminibus stellarumque
insignitum decore fulgebat. Supererat elementum tertium, mare
scilicet, ut et ipsi gratia uiuificationis diuino munere proueniret.
Aetherio etenim spiritu omnes terrarum fetus aluntur, terra quo­
que semina resoluens uniuersa uiuificat et maxime tunc primum
uerbo dei iussa uiridescere uiuificationis suae munere pullulabat:
uacabat aqua et a diuinae operationis feriata beneficio uidebatur.
Habet adhuc creator quod illi conferat, quo munia terrarum pos­
sit aequare; seruabat ei, ut et ipsa proprium sibi et speciale ali­
quid praerogatiuae conlati sibi muneris uindicaret. Viuificauit prius
terra, sed ea quae spirantem animam non habebant: aqua iubetur
ea producere quae uiuentis animae uigorem dignitatemque prae­
ferrent et sensum tuendae salutis et fugiendae mortis acciperent.

2. Dixit itaque deus: Producant aquae reptilia animarum


uentium secundum genus et uolatilia uolantia secundum firma­
mentum ca elia. Venit mandatum et subito aqua iussos fundebatur
in partus; generare fluuii, uiuificare lacus, mare ipsum coepit di-
uersa reptilium genera parturire et secundum genus effundere

Gen 1, 20.
QUINTO GIORNO

V II SERMONE

Capitolo 1

1. Rivestita di piante diverse, la terra era tutta verdeggiante;


anche il cielo risplendeva ornato dai due fulgidi occhi del suo
volto, il sole e la luna, e dallo scintillio delle stelle. Non restava
che il terzo elemento, cioè il mare, cui per dono divino dovesse
estendersi il bene della vita Infatti tutti i prodotti della terra
sono alimentati da un soffio etereo2 e la terra stessa, dissolvendo
tutti i semi senza eccezione, infonde in essi la vita; e soprattutto
allora, quando essa per la prima volta al comando della parola di
Dio si copriva di verzura, germogliava rigogliosa nell'esercizio della
sua funzione vivificante: solo l’acqua era inoperosa e sembrava
lasciata in riposo dal beneficio dell’operazione divina. Ma il Crea­
tore tiene ancora in serbo dei doni da darle, con i quali possa
uguagliare i privilegi concessi alla terra; li riservava per lei,
perché rivendicasse anch’essa la prerogativa3 sua propria e parti­
colare d'un dono destinato a lei sola. Fu la terra a dare la vita
per prima, ma ad esseri privi del soffio vitale: l'acqua riceve l’or­
dine di generare esseri che manifestassero la forza e la dignità
d’uno spirito vitale e avessero l’istinto di proteggere la propria
incolumità e di evitare la morte.
2. Disse perciò Iddio: Le acque producano i rettili in un
brulichio d’esseri viventi secondo la loro specie e volatili che
volin o4 in faccia al firmamento del cielo. Fu dato l’ordine, e subito
l’acqua si prodigava a generare gli esseri che le erano stati co­
mandati: i fiumi procreavano, i laghi davano la vita, lo stesso
mare cominciò a partorire diverse specie di rettili e, secondo cia­
scuna specie, a spargere nelle sue acque ciò che aveva formato.

1 B as., Hexaem., 148 A-C (62 DE): ’ArcèXape [zèv yàp f) -p) T“ v
oExctcov pXaoiT)(xiÌTo>v xóa[iov • à:réXa(3s Sè oiipavòs tcov fiorptov Tà &*Sb) xal
oiovel Si8ti|jUov òcp$aXji.cùv poXat? Tfj ou^uyta tgìv jieyaXov ipcoaTTjpcov xaxexoo^-
Si). Aewró[zevov 3jv xal toì? uSaai tòv oìxeTov xóafjtov daraSo&Tjvai.
2 Cf. V erg., Aen., V I, 724-726: Principio caelum ac terram camposque
liquentes / lucentemque globum lunae Titaniaque astra / spiritus intus alit.
3 praerogatiuae è partitivo dipendente da aliquid.
4 S. Ambrogio segue i Settanta che danno: ’ E^aYayèTtù Tà CSaTa ép7cerà
(|)UxSv £<oaciv xal jrc-reivà jteró(ieva èreì ttjs y x o r c à tò crepitala tou oòpavou.
Dal testo letterale risulterebbe propriamente che anche i volatili provengono
dall’acqua; vedi T esta, op. cit., pp. 261-262, nota ai w . 20-23.
238 EXAMERON, DIES V, SER. V II , C. 1, 24

quodcumque formauerat. Non exigui gurgites, non caenosae palu­


des uacabant, quin omnia datam sibi creandi adsumerent potesta­
tem. Pisces exilibant de flumine, delphines praeludebant in fluc­
tibus, concae saxis, ostreae adhaerebant profundis, adolescebant
echini. Vae mihi! Ante hominem coepit inlecebra, nostrae mater
luxuriae, ante hominem deliciae. Prior ergo hominum temptatio
quam creatura. Sed nihil natura deliquit: alimenta dedit, non uitia
praescripsit. Haec communia dedit, ne tibi aliqua uelut propria
uindicares. Tibi suos fructus terra producit, tibi scaros et acipen­
seres et omnes fetus suos generant aquae: et his non contentus
interdicta tibi alimenta gustasti. Ad inuidiam tuam omnia con­
geruntur, ut praeuaricatio tuae auiditatis oneretur.

3. Sed neque quam multae species et nomina sint possum


enarrare, quae omnia in momento diuinae praeceptionis animata
sunt. Simul coibat form a corporis et operabatur anima, uitalis
etiam uigor aliquid uirtutis. Repleta erat terra germinibus, mare
inpletum animantibus. Ibi insensibilia pullulant, hic sensibilia
uersantur. In terris quoque aquae suas sibi uindicant portiones.
Lambunt terram pisces aquarum et ex ea sibi praedam requirunt,
culices quoque et ranunculae circa genitales strepunt paludes; et
ipsae audierunt domini mandatum dicentis: Producant aquae rep­
tilia animarum uiuentium.

4. Scimus reptilia dici genera serpentium eo quod super


ram repant, sed multo magis omne quod natat reptandi habet
uel speciem uel naturam. Nam etsi in profundum quaeque de­
merserint aquam uideantur incidere, tamen cum supra innatant,
repunt toto corpore, quod trahunt super quaedam dorsa aquarum.
Vnde et Dauid dixit: H oc mare magnum et spatiosum; illic rep­
tilia, quorum non est numerus b. Quin etiam cum pleraque pedes
habeant et ambulandi usum eo quod sint amphibia, quae uel in
aquis uel in terris uiuant, ut sunt phocae, crocodilli, equi fluuia-
les, quos hippopotamos uocant eo quod ii generentur Nilo in flu­
mine, tamen cum in alto aquarum sunt, non ambulant, sed natant

b Ps 103, 25.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 239

Non i minuscoli specchi d ’acqua, non le paludi fangose restavano


inattivi senza usare la facoltà loro concessa di creare ogni specie
acquatica. I pesci balzavano dai fiumi, i delfini iniziavano i loro
giochi tra le onde, le conchiglie si attaccavano agli scogli, le ostri­
che al fondo, crescevano i frutti di mare. Ahimè! Prima ancora
dell’uom o è cominciata la lusinga, madre della nostra mollezza
voluttuosa, prima ancora dell’uomo, la raffinatezza. La tentazione
dell’uomo precedette la sua creazione. Ma la natura non ne ebbe
colpa alcuna: essa ci ha dato dei cibi, non ci ha imposto dei vizi.
Ha dato questi alimenti per tutti, perché tu non ne rivendicassi
alcuni esclusivamente per te. Per te la terra produce i suoi frutti,
per te le acque generano gli scari, gli storioni e tutti i loro pro­
dotti: e tu, non contento di questi, hai gustato il cibo proibito.
Tutto ciò si accumula a tuo rimprovero per rendere più grave
la prevaricazione della tua avidità5.
3. Ma non possiamo nemmeno specificare quante siano le
specie e i nomi di tutti gli esseri che ricevettero la vita nell’istante
del comando divino. Mentre prendeva consistenza la form a del
corpo, l’anima ed anche il vigore vitale cominciavano a dare qual­
che segno della loro efficace presenza. La terra era piena di ger­
mogli, il mare colm o d ’esseri viventi. Là pullulavano esseri privi
di sensibilità, qui si agitavano esseri sensibili. Anche sulla terra le
acque rivendicavano la parte loro dovuta. I pesci lambiscono le
sponde e li cercano la preda, anche le zanzare e le ranocchie rumo­
reggiano intorno alle paludi ove son nate; anch’esse hanno udito
il comando del Signore che diceva: Le acque producano rettili in
un brulichio d'esseri viventi.
4. Sappiamo che si chiamano rettili le specie degli animali
che strisciano, perché si trascinano per terra; però, a maggior ra­
gione, tutto ciò che nuota ha l’aspetto o la natura del rettile.
Anche se tutte quelle specie che scendono verso il fondo sem­
brano fendere l’acqua, tuttavia, quando nuotano alla superficie,
strisciano con tutto il corpo che trascinano, per cosi dire, sul
dorso dell’acqua. Perciò anche Davide disse: Questo è il mare va­
sto e spazioso: là si trovano rettili senza numero. Anzi, sebbene
molti abbiano piedi e, di solito, camminano perché sono anfibi,
sia che vivano in acqua sia in terra, com e le foche, i coccodrilli,
i cavalli di fiume chiamati ippopotami perché nascono nel fiume
Nilo, tuttavia, quando si trovano in acque profonde, non cam­
minano, ma nuotano, né si servono della pianta del piede per

5 Questa lusinga che precede la creazione stessa dell’uomo — per


l'uomo si trova a nascere in un mondo già preparato a tentarlo — rivela il
senso profondo del peccato in S. Ambrogio, della sua diffusione o occasione,
oltre la bellezza e la varietà delle creature, che egli d’altra parte sa descri­
vere con viva sensibilità e arte raffinata. Non ne deriva però un radicale
pessimismo. Da un lato egli sottolinea il ruolo della libertà dell’uomo: la
natura non impone i vizi, che dipendono da una scelta; e dall’altro proprio
in tale contesto di peccato risalterà quel perdono divino che agli occhi di S.
Ambrogio è come il fine ultimo dell’opera di Dio, quasi la rivelazione della
sua più intima proprietà in atto nel disegno di salvezza (cf. la nota 2 a p. 419).
[I.B.]
240 EXAMERON, DIES V, SER. V II , C. 1, 4 - C. 2, 5-6

nec uestigio utuntur pedis ad incedendum, sed tamquam remo


ad reptandum, siquidem et nauis acta remis labitur et aquas
sulcat carina.

Caput II

5. Producant aquae reptilia dixit dominus. Breuis sermo, s


uehemens et late patens com munem minimis et maximis naturam
infundit. Eodem momento producitur balaena, quo rana eiusdem
ui operationis innascitur. Non laborat in maximis deus, non fastidit
in minimis. Nec dolet natura parturiens delphinas, sicut non do-
luit, cum exiguos murices cocleasque produceret. Aduerte, o ho­
mo, quanto plura in mari quam in terris sint. Numera, si potes,
omnium piscium genera uel minutorum uel etiam maximorum,
sepias, polypos, liostraca, carabos, cancros et in his innumerabilia
sui generis. Quid dicam genera serpentium, dracones, muraenas,'
anguillas? Nec praetermittam scorpios, ranas, testudines, muste­
las quoque et canes maritimos, uitulos marinos, cete inmania, del­
phinas, phocas, leones. Quid adtexam etiam merulas, turdos, pauos
quoque, quorum etiam colores in auibus uidemus expressos, ut
nigrae merulae, paui uerso colore dorsa et colla depicti sint, turdi
aluo uarii, et cetera, quorum sibi terrae et species et nomina uin-
dicarunt? Nam prius in mari ista coeperunt diuersisque flumini­
bus, siquidem aqua prior animarum uiuentium reptilia diuino nutu
imperata produxit.

6. Adde hanc gratiam, quod ea quae timemus in terris am


mus in aquis. Etenim noxia in terris in aqua innoxia sunt atque
ipsi angues sine ueneno. Leo terribilis in terris, dulcis in fluctibus.
Muraena, quam ferunt aliquid habere noxium, esca pretiosior est.

5, 3. ballena Schenkl balaena codd. omnes praeter unum; cf. V, 10, 31.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 241

camminare, ma com e di un rem o per nuotare6, dal momento che


anche la nave spinta dai remi scivola via e solca le acque con
la carena7.

Capitolo 2

5. Le acque producano rettili, ha detto il Signore. Poche pa­


role, ma decise e comprensive che infusero una comune natura
agli esseri più piccoli e a quelli più grandi*. Viene creata la ba­
lena nello stesso momento in cui, per effetto della medesima ope­
razione, nasce la rana. Iddio non prova fatica nel creare gli es­
seri più grandi né disdegno nel creare quelli più piccoli. E la na­
tura non si duole di partorire i delfini, com e non si dolse dando
alla luce murici e minuscole conchiglie. Considera, o uomo, quanti
più animali vi siano nel mare che sulla terra. Conta, se puoi, le
specie di tutti i pesci, sia dei più piccoli sia anche dei più grandi:
seppie, polipi, ostriche, gamberi, granchi, e fra questi gli innume­
revoli esemplari di ciascuna specie. Perché ricordare le specie di
quelli che strisciano, draghi, murene, anguille? Non lascerò da
parte gli scorpioni acquatici, le rane, le testuggini, la puzzola2 e
i cani marini, i vitelli marini, gli enormi cetacei3, i delfini, le fo­
che, i leoni di mare. Perché aggiungere anche i pesci merli, tordi
e perfino i pesci pavoni, dei quali vediamo riprodotti negli uc­
celli anche i colori, cosi che i merli sono neri, i pavoni sul dorso
e sul collo sono tinti di riflessi cangianti, i tordi screziati sul
ventre, e tutti gli altri di cui la terra si è appropriata specie e
nomi? Infatti questi animali com inciarono ad esistere prima nel
mare, perché l’acqua per prima, al comando del cenno divino, pro­
dusse i rettili in un brulichio d’esseri viventi.
6. Aggiungi questo vantaggio: noi amiamo nell’acqua gli es­
seri che temiamo sulla terra. Animali nocivi sulla terra sono in­
nocui nell’acqua e gli stessi serpenti non sono velenosi. Il leone,
terribile sulla terra, è amabile nelle onde. La murena, che dicono

6 B as., Hexaem., 148 D (63 D ): Ilà v t ò v i q x t i x ó v , xàv Tyj èm<pavela t o u


OSaro? èm v a e r a i, xav Sià pàS-oui; TÉ^vy] t ò CSojp, t ^ ? t ò ì v èpTOaTixcSv la r i
(p t id e t ix ;, ÈTrtCTupó(jLevov a t jì t o u ùSaTac; a e ó f z a T t .
7 C f. Verg., Aen., V , 158: et longa sulcat uada salsa carina; X , 197, et
longa sulcat maria alta carina.

1 B as ., Hexaem., 149 A (63 C): 'H n-èv (po>v}j tou irpooTàv^aTos (iixpdc,
fxòtXXov Sè oùSè tpcovr), àXXà £oirì) fióvov x a l ópfrf) tou S'eX’fjjiaToi; • t ò Sè ty)? èv
tòS 7rpoardtYH.aTi Si avo (a? noXiixouv tooou tóv èoTiv, ficai x a l al Ttov tx^uiov Sia-
ipopal x a l xoivór/jTes.
2 La mustela marina è la « donnola marina », cioè la bottatrice ( Iota
uulgaris). Nella traduzione uso il termine « puzzola » per conservare, nel
paragrafo successivo, il parallelo tra la puzzola di terra e la « puzzola »
di mare.
3 Cf. V erg., Aen., V , 822: tum uariae comitum facies, immania cete.
242 EXAMERON, DIES V, SER. V II , C. 2, 6

Rana horrens in paludibus, decora in aquis omnibus fere praestat


alimentis. Plura si qui uult cognoscere, a diuersis locorum pisca­
toribus quaerat; nemo enim potest omnia conprehendere. Canes
sane et in mari caue, quos et in ecclesia molestos esse et cauendos
apostolus docet dicens: Cauete canes, cauete malos opera riosa.
Mustelae grauis in terris odor, in aquis suauis. Terrena se nouit
uindicta faetoris ulcisci, haec non minorem habet gratiam capta
quam libera. Neque te inhonoratum nostra prosecutione, thymal-
le, dimittam, cui a flore nomen inoleuit. Seu Ticini unda te flu­
minis seu amoeni Athesis unda nutrierit, flos es. Denique sermo
testatior quod de eo qui gratam redoluit suauitatem dictum facete
sit: aut piscem olet aut florem ; ita idem pronuntiatus est piscis
odor esse qui floris. Quid specie tua gratius, quid suauitate iocun-
dius, quid odore fraglantius? Quod mella fraglant, hoc tu corpore
tuo spiras. Quid loquar cornorum, quid etiam luporum teneritu­
dines? Nescit hos lupos agnus timere. Tanta est aquarum gratia,
quarum uitulos fugiunt et leones, ut his propheticum illud dictum
de ecclesiae sanctitate iure conueniat: Tunc lupi et agni simul
pascentur, leo et bos simul paleas manducabuntb. Nec mirum,
quandoquidem etiam in ecclesia aquae illud operantur, ut prae­
donum abluta nequitia cum innocentibus comparetur. Quid etiam

a Phil 3, 2.
b Is 65, 25.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 243

non priva di qualche pericolo, è un cibo squisito. La rana, che ci


ripugna nelle paludi, nell’acqua non manca d ’una sua eleganza e
in bontà supera quasi tutti i cibi. Se uno vuol sapere di più, si
informi dai vari pescatori dei luoghi: nessuno infatti può cono­
scere tutto. Anche nel mare però guardati dai cani che nella
Chiesa sono molesti e devono essere evitati, come insegna l’Apo-
stolo dicendo: Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai.
Le puzzole sulla terra hanno un odore sgradevole, gradevole in
mare. Quella di terra sa difendersi vendicandosi con il suo fetore,
questa non è meno piacevole catturata che libera. Né ti lascerò
senza lusinghiera menzione nel nostro elenco, o temolo, cui ha
dato nome un fiore. Sia che ti nutra l’onda del fiume Ticino sia
quella del ridente Adige, tu sei un fiore. Perciò è un m otto ben
conosciuto quello che si disse scherzando a un tale che emanava
un gradito profum o: « Sa di pesce o di fiore » 4; in tal m odo si
dichiarava che l’odore del pesce era com e quello d ’un fiore. Che
c ’è di più gradevole del tuo aspetto, di più soave del tuo sapore,
di più delicato del tuo profum o? Tu dal tuo corpo emetti la fra­
granza di cui olezza il m iele5. Che dirò poi delle tenere carni dei
c o rv i6 o dei lupi di m a re?7. Di questi lupi l’agnello non ha paura.
Cosi grandi sono i pregi delle acque dove perfino i leoni fuggono
i vitelli ", che ad esse si adatta bene a ragione la famosa profezia
sulla santità della Chiesa: Allora i lupi e gli agnelli pascoleranno
insieme, il leone e il bove mangeranno insieme il foraggio. E non
c ’è da stupirsi, perché anche nella Chiesa l’acqua fa si che la mal­
vagità dei briganti, una volta purificata dall’acqua, sia posta sullo
stesso piano con chi non ha p ecca to9. Perché dovrei ricordare an-

4 II temolo ( thymallus uulgaris) è chiamato cosi dal caratteristico odore


di timo delle sue carni (D evoto-Ol i ), è una specie di salmone. Per la forma
letteraria cf. Aus., Mosella, 97-98: nec te puniceo rutilantem viscere, salmo, /
transierim', 115: nec te, delicias mensarum, perca, silebo.
5 Cf. Verg., Georg., IV, 169: redolentque timo fragrantia mella.
9 II c o r v o di m a re è id en tifica to c o n la trigla hirundo L.; c f. P l in
N.H., XXXII, 11, 145.
1 II lupo di mare corrisponde alla nostra spigola; cf. P lin ., N.H
XXXII, 2, 11 e 13.
8 Come prima sul nome « lupo », cosi ora S. Ambrogio gioca sui nomi
« vitello » e « leone »; cf. anche sopra, V, 2, 6: leo terribilis in terris, dulcis in
fluctibus. Da V, 9, 25, dove sono nominati separatamente, si ricava che per
S. Ambrogio vitelli marini e delfini sono due specie distinte. Il Coppa, che
pure a p. 264, n. 10, aveva spiegato trattarsi delle foche, qui rende uitulos
con « delfini ».
9 Nell’acqua, che è un motivo di speciale attrazione per S. Ambrogio —
per la sua sensibilità poetica che ne appare come incantata e per i richiami
biblici che riporta — il vescovo vede in filigrana il lavacro battesimale, con
la sua efficacia redentiva e purificatrice e con il suo effetto ecclesiale: la
trasformazione operata dal battesimo sa creare il miracolo della comunità
pacifica e concorde. Va notata ancora una volta la facilità di S. Ambrogio
a leggere « i pregi delle acque » — e più generalmente i dati e le vicende
della natura — in chiave ecclesiologica. La Chiesa vi appare come il senso
ultimo e unificante di tutto il progetto divino: il piano in certo modo riso­
lutivo, in cui entrano come momenti e spazio di prefigurazione e di simbolo
le altre creature, che formano il mondo e che offrono il linguaggio e le rap-
244 EXAMERON, DIES V , SER. V II, C. 2, 6 - 3, 7

purpuras memorem, quae ornant regum conuiuià, amictus in-


buunt? Aquarum est igitur quod in regibus adoratur, aquarum est
species illa quae fulget. Adde porcos maris etiam Iudaeis gratos,
quia nihil est commune, quod non aqua abluat, et ideo communes
eos sicut in terra editos aestimare non possunt.

Caput III

7. Innumeri itaque usus, innumera genera piscium. Alii o


generant, ut uarii maiores, quos uocant troctas, et aquis fouenda
conmittunt. Aqua igitur animat et creat et adhuc mandati illius
primi tamquam legis perpetuae munus exsequitur, blanda quae­
dam mater animantium. Alii uiuos fetus edunt de suo corpore, ut
mustelae et caniculae et cete ingentia, delphines et phocae aliaque
cete huiusmodi. Quae cum ediderint partus, si quid forte insidia­
rum terrorisque praesenserint circa catulos suos quemquam moli­
ri, quo tueantur eos uel tenerae aetatis pauorem materno affectu
conprimant, aperire ora et innoxio partus suos dente suspendere,
interno quoque recipere corpore et genitali feruntur aluo abscon­
dere. Qui humanus adfectus hanc piscium pietatem possit imitari?
Oscula nobis satietati sunt, illis non satis est aperire uiscera na-
tosque recipere ac reuocare integros atque iterum fotu quodam
eos sui caloris animare et spiritu adolere suo duosque in corpore
uno uiuere, donec aut securitatem deferant aut corpore suo obiec-
to natos suos defendant a periculis. Quis haec uidens, etsi possit
obtinere, non tantae piscium pietati cedat? Quis non miratus stu­
peat, ut seruet natura in piscibus quod non seruat in hominibus?
Plerique ex suspicione nouercalibus odiis adpetitos suos occide­
runt filios, aliae in fame, ut legimus, partus proprios com ederunta.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 245

che la porpora che orna i conviti dei re e ne tinge le vesti? Viene


dall'acqua, dunque, ciò che si venera nei re, viene dall’acqua il
loro fulgido aspetto. Aggiungi i porci m arini10, accetti anche ai
Giudei, perché non c ’è nulla d’immondo che l’acqua non purifichi,
e perciò non li possono considerare immondi com e quelli nati
sulla terra.

Capitolo 3

7. Innumerevoli sono dunque i vantaggi, innumerevoli le s


cie dei pesci. Alcuni producono uova, com e alcuni pesci più grandi
chiamati trote, e le affidano alle acque perché le portino al pieno
sviluppo. L’acqua vivifica e crea e, quale madre affettuosa d’es­
seri viventi, continua ad eseguire il com pito assegnatole da quel
primo comando divenuto una legge perenne. Altri partoriscono dal
loro corpo i piccoli già vivi, com e le puzzole, i pescicani, gli enormi
cetacei, i delfini e le foche e gli altri grossi pesci della stessa
sp ecie1. Questi, dopo aver partorito, se si accorgono dì qualche
minaccia per i loro piccoli, per proteggerli o per reprimere con
affetto materno lo spavento della loro tenera età, aprono la bocca
e li appendono ai loro denti senza far loro del male ed anche li
accolgono nell'interno del corpo 2 e li nascondono nell’apparato ge­
nitale. Quale affetto umano potrebbe imitare questo tenero amore
dei pesci? Noi ci saziamo dei baci, quelli non si accontentano di
schiudere le loro viscere e di accogliervi i piccoli e di farli uscire
sani e salvi e d ’infondere loro nuovamente la vita riscaldandoli
col loro tepore e farli crescere con il loro fiato e vivere due in
un sol corpo, finché non siano in grado o di garantire la sicurezza
ai loro nati o di difenderli dai pericoli opponendo il loro corpo.
Chi vedendo questo, pur potendo catturarli, non si ritrarrebbe di
fronte a un cosi tenero amore? Chi al colm o della meraviglia non
si stupirebbe che la natura rispetti nei pesci ciò che non rispetta
negli uomini? Molti per un sospetto uccisero i loro figli, persegui­
tati dall’odio delle m atrigne3; ci furono donne, com e si legge, che
durante la carestia divorarono i propri b im b i4. La madre divenne

presentazioni di un termine e di un’opera incomparabilmente più alta. È sem­


pre la « realtà » che viene a saturare e a inverare l’intenzione espressa dal
« simbolo ». [I.B.]
10 Cf. P lin ., N.H., XXXII, 2, 18: grunnire eum cum capiatur. Da que
fatto deriva evidentemente il suo nome.

1 Bas., Hexaem., 149 A, 152 A (63 C, 64 B ).


2 Bas., Hexaem., 152 A (64 B ); cf. A rist., H.A., VI, 12, 566 b, 8-18, dove
però si parla del delfino e del marsuino.
3 Penso alluda al mito d’Ippolito, accusato innocente dalla matrigna e
fatto perire dal padre Teseo con la sua maledizione.
4 2 Re, 6, 28 ss.; cf. Ios., De bello Iud., V, 40.
246 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 3, 7-9

Humanis pignoribus mater sepulchrum facta est, piscium proli


parentis uterus sicut murus uallo quodam intimorum uiscerum
pignera inoffensa conseruat.
8. Diuersa igitur piscium genera diuersos usus habent;
oua generant, alii uiuos pariunt atque formatos. Et qui oua gene­
rant non nidos texunt ut aues, non diuturni fotus laborem in­
duunt, non cum molestia sui nutriunt. Cecidit ouum, quod aqua
gremio quodam naturae suae quasi nutrix blanda suscepit et ani­
mal celeri fotu reddidit. Continuo enim tactu parentis animatum
ouum cecidit et piscis exiuit.

9. Tum deinde quam pura et inuiolata successio! Vt nul


alteri, sed generi suo miscetur, thymallus thymallo, lupus lupo!
Scorpaena quoque castitatem inmaculati conubii generis sui seruat.
Itaque habet pudicitiam generis <sui>, sed uenenum generis sui non
habet; non enim percutit scorpaena, sed reficit. Nesciunt igitur
alieni generis socium adulterina coniugia, sicut sunt ea quae
coeunte asinorum equarumque inter se genere magna cura ho­
minum perpetrantur, uel rursus cum equis asinae miscentur, quae
sunt uere adulterinae naturae; nam utique maius est quod in na­
turae conluuionem committitur quam quod in personae iniuriam.
Et, homo, ista procuras interpres adulterii iumentalis et illud
animal pretiosius putas, quod adulterinum quam quod uerum est.
Ipse genera aliena confundis diuersaque misces semina atque ad
uetitos coitus plerumque cogis inuitos et hoc industriam uocas.
H oc quia de hominibus facere non potest, ut diuersi generis com ­
mixtio fetus possit excludere, tollis homini quod natus est et ui-
rum de uiro exuis abscisaque corporis parte sexum negas, spa­
donem efficis, ut quod negauit natura in hominibus inpleret
audacia.

9, 17. exsuis Schenkl exuis codd. omnes praeter unum.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 247

tomba per le proprie creature5; per la prole dei pesci l’utero ma­
terno, com e una muraglia, conserva al sicuro i piccoli, per cosi
dire, entro il baluardo delle viscere più interne.
8. Or dunque i diversi generi di pesci hanno consuetudini di­
verse: alcuni danno alla luce uova, altri partoriscono creature già
vive e complete. Quelli che producono uova non intrecciano nidi
com e gli uccelli, non si assumono la fatica di una lunga covatura,
non si preoccupano di nutrirli. Basta che cada l’uovo, e l'acqua,
quasi tenera nutrice, l’accoglie, per cosi dire, nel grembo della
propria natura e lo restituisce con rapida covatura animale fatto.
L’uovo, infatti, cade già reso vitale dal continuo contatto con la
madre e ne esce il pesce.
9. Inoltre, com ’è pura e inviolata la loro procreazione! Come
nessuno si accoppia a un’altra specie, ma solo alla propria®, il
temolo al temolo, il lupo al lupo! Anche la scorpena7 conserva
la castità dell'immacolato connubio proprio della sua specie. Per­
ciò ha il pudore della propria specie, non ne ha il velen o8; la
scorpena non morde, ma ristora. Ignorano infatti connubi adulte­
rini con p e s ci9 d'altra specie, com e sono quelli che, incrociando
tra loro asini e cavalle, gli uomini attuano con grande cura o
com e ancora avviene quando le asine si accoppiano ai cavalli, con
il risultato di avere una specie autenticamente bastarda; infatti è
senza dubbio più grave ciò che si commette per contaminare la
natura di ciò che si com pie a danno d’una persona. E tu, o uomo,
ti com porti cosi divenendo intermediario di questo adulterio tra
giumenti e stimi di maggior valore l’animale bastardo che quello
di razza pura. Unisci inoltre razze diverse e mescoli semi diffe­
renti e spésso costringi a connubi contro natura animali per conto
loro restii, e questo chiami industriarsi10. E siccom e con gli uo­
mini non puoi ottenere che la mescolanza di razze diverse escluda
la procreazione n, togli all’uom o ciò che ha ricevuto alla sua nascita
e lo privi della sua virilità e, troncando ima parte del corpo, gli
neghi il sesso, ne fai un eunuco. Cosi la temerarietà umana ha
potuto raggiungere ciò che la natura aveva rifiutato.

5 Cf. C ic., De off., I, 28, 97: vi si cita il v e rso natis sepulcro ipse est parens.
6 Bas., Hexaem., 152 B (64 E ): IloXXal tòìv plojv a l jtapaXXayat • itoXXal
x a l al rapi Tà? SiaSo^ài; èxàaTou y ^ ou? Siaqjopat. Oùx èmùà^ouaiv oE 7rXetaroi
tòìv lx®,^0)v &<*Tcep al 8pvi8-e<; otite xaXià? ?rr]YvuvTat o(jte (xerà nóvuv èxTp&pou-
aiv éauròiv Tà Éxyova • àXXà t ò CSoip £moSe!;à(ievov èx 7teoòv t ò coóv, £<jSov è7tofo)-
aev x a l èxàaTtp yévsi f) SiaSox'f) àroxpaXXaxToi; x a l àvcTrtfUXTOS 7tp i? éTépav (piioiv.
Oùx ola i tòìv T)|j.ióvg>v c t I ty)s /épaou ....
7 « S corp en a » (gr. mcóprcaiva, lat. scorpaena) è u n a ltro n om e italian o
dello sco rfa n o . P linio ( N.H., XXXII, 11, 151) n om in a l ’una a cca n to a ll’altro
c o m e du e specie diverse scorpaena e scorpio.
8 La n otizia n on è esatta.
9 socium è genitivo plurale.
10 E videntem en te si tratta di u n rig orism o n on p iù con d iv is o dalla
m ora le cristiana. V a tuttavia sottolin ea to in S. A m b rog io il risp etto p e r la
n atura quale op era d i D io. V ed i anche S. A m b r o g i o , L’Esamerone, ecc., testo
c o n in trod u zion e, version e e co m m e n to d i E. Pasteris, S E I, T o r in o 1937, p.
401, n. 4.
11 In ten d o ut ...possit escludere epesegesi dell 'hoc p ro le ttico . L ’u o m o evi­
ra to sa reb b e l’equivalente del m u lo e del b a rd o tto , anim ali sterili.
248 EXAMERON, DIES V , SER. V I I , C. 4, 10-11

Caput IV

10. Quam bona autem mater sit aqua etiam hinc considera.
Tu, o homo, docuisti abdicationes patrum in filios, separationes
odia offensas: disce quae sit parentis et filiorum necessitudo. Vi-
uere pisces sine aqua non queunt nec a suae parentis consortio
separari neque a suae altricis discerni munere, et fit hoc natura
quadam, ut separati moriantur ilico. Neque enim ut omnia huius
aeris uiuunt spiramine, quia hauriendi spiritus et respirandi na­
tura his non suppetit; alioquin sub aquis semper non possent ui-
uere non capientes spiritus infusionem. Quod est nobis spiritus
illis est aqua. Sicut nobis spiritus ita illis aqua uiuendi ministrat
substantiam. Nos intercluso commeatu spiritus, quia ne breui qui­
dem spatio possumus expertes esse uitalis spiritus, statim extin-
guimur; pisces quoque sublati de aqua sine substantia sui esse
non possunt.
11. Et causa manifesta est, quoniam in nobis pulmo per tho­
racis laxiora penetralia recipit spiritum et, cum ipse sit <poris>
plerisque penetrabilis, spiritus infusione interiorem calorem re­
frigerat. Thorax enim ut suscipit alimenta, ita superflua ciborum
et sucos salubres sanguinemque discernit: fit pulmo peruius, unde
facilius ad eum potest aspiratio spiritus peruenire. Pisces uero
branchias habent, quas nunc plicant et colligunt, nunc explicant
atque aperiunt. In hac ergo collectione et apertione dum susci­
pitur aqua et transmittitur ac penetrat, respirationis munus uide­
tur impleri. Propria igitur natura est piscium nec communis cum
ceteris, specialis usus et a ceteris uiuendi quaedam separata ac
secreta substantia. Propterea non nutriuntur neque ut terrena ani­
malia manus humanae tactu et delenimento aliquo delectantur,
etiamsi seruati in uiuariis suis uiuunt.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 249

Capitolo 4

10. Anche da questo fatto considera quale buona madre sia


l’acqua. Tu, o uomo, hai insegnato ai padri a diseredare i figli,
ad allontanarli, a odiarli, a offenderli: impara ora quale sia il vin­
colo affettivo tra madre e figli. I pesci non possono vivere senza
l’acqua né separarsi dalla convivenza con 'la loro madre né a fare
a meno dell’intervento di colei che li nutre, e questo avviene per
ima legge di natura, sicché fuori del loro elemento istantanea-
mente muoiono *. Essi non vivono com e tutti gli altri animali re­
spirando l’aria, perché non hanno la capacità naturale di aspirare
l’aria e di emetterla; altrimenti non potrebbero vivere costante-
mente immersi senza che venisse loro somministrata. Ciò che per
noi è l’aria, per essi è l’acqua. Come a noi l’aria, cosi ad essi l’acqua
offre il mezzo per vivere. Noi, se il passaggio dell’aria rimane in­
terrotto, siccome non possiamo restare privi nemmeno per breve
tempo del soffio vitale, subito moriamo; anche i pesci, tolti dal­
l’acqua, non possono rimanere senza il loro elemento.
11. La causa è manifesta: in noi, mediante un allargamento
della cavità toracica, i polm oni ricevono l’aria e, siccome questa
può penetrare in essi attraverso molti meati, inspirando mitigano
il calore del corpo. Il torace, com e accoglie gli alimenti, cosi se­
para il superfluo del cibo, i succhi utili alla nutrizione e il sangue:
i polmoni sono un organo pervio attraverso il quale l’aria inspi­
rata più facilmente può giungere al torace. I pesci invece hanno
branchie che ora piegano e restringono, ora spiegano ed allargano.
Sembra che mediante questo restringimento e successivo allarga­
mento, mentre l’acqua viene assorbita, passa e penetra, si compia
la funzione respiratoria. Or dunque la natura dei pesci è del tutto
speciale e non com une con altri animali, particolari le loro con­
suetudini, la loro esistenza completamente distinta da quella di
tutti gli altri2. Non accettano il cibo né, com e gli animali terrestri,
provano piacere a farsi toccare e accarezzare dalle mani dell’uo­
mo, anche se, in appositi vivai, riescono a sopravvivere.

1 Bas., Hexaem., 149 B (63 D): "ESei^é coi t t j v (puaixvjv t c S v v y ) x t £ ì v 7tpò?


tò uScop auyj'éveiav, Sto [iixpòv ol Ey-9-uei; x “ P t<J'9^ V T e? OSaroi; Siaqj&etpovrai.
2 Bas., Hexaem., 149 BC (63 E): Kal f) aE-rla S^Xy). "Oti (lèv ■Jkjùv ó Tcveiifioiv
èyxeÌToa, àpaiòv xal 7toXiÌ7ropov cnrXaYxvov, 6 Sia -ri)? t o u {tópaxo? SiacToXiji; t ò v
àépa Sexipevov, rò evSov tjjjlcov &ep(iòv Siappiitt^et xal àva^u/ei • èxetvoii; Sè f)
t ó ì v ( ì p c c Y x l a v StaaToX^ xal ènlmu£i<;, 8exo(jiv<ov t ò uScop xal Siiévrov, t ò v t v ) ?

àva7rvoì)c; Xóyov doroTtXTjpoì. “ISio? xXvjpoi; t g Sv tx&ùoìv, {Sta cpuai?, StaiTa xe/co-
piajxévT), ISió-rpoTOi; r j £ 0 7 ] . Aià t o u t o oùSè Ti&acaeuea&aC t <ò v vrjxrcjv xaTa-

Séx^ai oùSè 8X&*; Ò7co(i.évEi xetP^S àv-9-pomtvT]? èiu(3oXV'


250 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 5, 12-13

Caput V

12. Quid autem de densitate dicam dentium? Non enim


oues aut boues ex una parte dentes habent, sed pars utraque ar­
mata est dentibus, quia in aqua sunt et, si diutius cibum uersa-
rent et non cito transmitterent, aquarum alluuione de dentibus
eorum esca posset auferri ac dilui. Ideo densos et acutos habent,
ut cito incidant, cito conficiant cibum, facile et sine aliqua mora
et dilatione transmittant. Denique non ruminant, solus tamen
scarus in his ruminare perhibetur, ut ferunt quibus aut euentus
aut usus fuit aut studium talia conprehendere.

13. Sane nec ipsi a suis potentiae euasere uiolentiam


auaritiae potiorum subiecti ubique inferiores sunt. Quo quisque
infirmior, eo <plus> praedae patet. Et plerique quidem herbis pa­
scuntur ac minutis uermibus; sunt tamen qui inuicem se deuorent
et sua carne pascantur. Minor apud illos est esca maioris, et rur­
sus ipse maior a ualidiore inuaditur et fit esca alterius praedator
alieni. Itaque usu uenit, ut, cum ipse alium deuorauerit, ab alio
deuoretur et in unum uentrem uterque conueniant cum deuora-
tore proprio deuoratus sitque simul in uno uiscere praedae uin-
dictaeque consortium. Et ipsis sponte forte haec adcreuit iniuria,
sicut in nobis non ex natura coepit, sed ex auaritia, aut quia ad
usum hominum dati sunt, in signum quoque facti sunt, ut in his
nostrorum morum uitia uideremus et caueremus exempla, ne quis
potior inferiorem inuaderet daturus in se potentiori exemplum
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 251

Capitolo 5

12. Che dirò poi della loro fittissima dentatura? Non hanno,
come le pecore e i b u o i1, i denti da una parte sola, ma entrambe
sono fornite di denti, perché vivono in acqua e, se masticassero
troppo a lungo il cibo e non lo inghiottissero immediatamente,
dal fluire continuo dell'acqua esso potrebbe essere strappato dai
loro denti e dissolto. Perciò li hanno fitti e aguzzi per tagliare
rapidamente il cibo, sminuzzarlo in fretta e inghiottirlo facil­
mente senza il minimo indugio2. D’altronde non ruminano; si
dice però che solo lo scaro fra essi sia ruminante3, com e riferi­
scono coloro che per combinazione o esperienza o passione hanno
approfondito questa materia.
13. Certamente nemmeno i pesci riescono a sfuggire alla
prepotenza del più forte da parte dei loro simili e dappertutto i
più piccoli sono in balia dell’avidità dei più grandi. Quanto più
uno è debole, tanto più è facile preda. Molti, è vero, si cibano di
erbe e di minuscoli vermi; tuttavia ci sono di quelli che si divo­
rano reciprocamente e mangiano la loro carne. Il più piccolo è
cibo del più grande e, a sua volta, il più grande è assalito da
uno più forte che, dopo aver predato l’altrui, diventa cibo di
un altro. Cosi accade spesso che, quando un pesce ne ha divo­
rato un altro, sia divorato a sua volta da un terzo e che nello stesso
ventre s'incontri con il suo divoratore e contemporaneamente in
un solo intestino si trovino insieme rapina e punizione4. Nei pe­
sci però questa sopraffazione forse si è sviluppata spontaneamente,
mentre in noi ha avuto inizio non per natura, ma per avidità5;
oppure, siccom e i pesci sono stati dati a vantaggio degli uomini,
sono diventati anche un esempio, perché vedessimo in loro le
colpe del nostro agire e ci guardassimo dall’imitarli e il più forte
non assalisse il più debole con il pericolo di offrire a proprio danno

1 C om e avverte il C opp a (p . 270, n. 30), n on si ca p isce b en e ch e co sa


intenda S. A m b ro g io ; ved i s o tto n. 2, e A rist ., H.A., I I , 1, 501 a, 13, ch e p erò
precisa trattarsi dei denti davanti della m ascella su periore.
2 Bas., Hexaem., 152 C (64 E): OùSèv r a p à t o ì ? l /W a i v è?
«jTOtt t o ì ? èSoutnv, &? (3ou? 7tap’ •Jjjiìv x a l 7rpó(3axov • oùSè yàp txrjpixiS^Ei t i itap’
aÒTOì?, si (jly) tòv axapòv [ióvov laTopoual tive?. Ila v ra Sè ò^uTàTai? dcx[xaì?
òSóvrtùv xaTaTO7cuxv<ùTai, t'va (ir] t yj /povJa (tao^oei V) rpcxp-J) Siappfj • I|J.eXXe
yàp, si |ìt) xaTaTejivofxévy) Tyj ya a rpl 7rapeiré[iTOTO, èv Tfj XenroTtot^oet
Siaipopeìa.&ai mxpà toù (JSaxo?.
3 N otizia in fon da ta ; ved i an ch e sop ra n. 2, e Ajust., H.A., I I , 17, 508 b , 13.
4 Sia il p r im o ch e il s e co n d o p esce s o n o og g e tto di « p red a », m a s o lo
il s econ d o di « p u n izion e ». N on si p u ò q u in d i parlare d ’im a stessa sorte
di rapina e di pu nizione, co m e fa il C o p p a (o p . cit., p. 270), p erch é q u est’ul-
tim a rigu arda s o lo u n o dei du e div ora tori.
5 Bas., Hexaem., 152 CD (65 A ): T p o ^ Sè Ex&uaiv SXXot? SXkt] xaTà yévo?
8itt>pt,ff|iivf]. O l (lèv yàp IXtil Tpé<povrat • ol Sè t o ì ; cpuxtoii; • ótXXot? t » ì ; PotÀvoi?
T a ì; èvrpe<po(xévat; to ì OSaTi dcpxoOvrat. 'AXX^Xofpayot. Sè tòìv ol tcXeìotoi,
x a l ò (iixpÓTepo? Ppcó^ia è<m tou (let^ovo;. Kàv t o t e tòv toù èXaTTOvo?
xpa-rrjCTavra ÉTépou yevéa&ai •Sdipana, ùtcò tvjv [z(av fiyovTai yaaTépa tou tsXeu-
Talou. T l o5v T)[i.eì? ol ótv&pcoTOi SXXo t i ttoioùjiev èv xfj xaTaSuvaarsta t£>v
ÙTtoSeeorépov ;
252 EXAMERON, DIES V , SER. V I I , C. 5, 13-14

iniuriae. Itaque qui alterum laedit sibi laqueum parat, in quem


ipse incidat.
14. Et tu piscis es, qui uiscera inuadis aliena, qui deme
infirmum, qui cedentem persequeris usque in profundum. Caue
ne dum illum persequeris, incidas ipse ualidiorem et deducat te
in alienas insidias qui tuas uitat priusque tuam spectet aerum­
nam qui te persequente propriam reformidabat. Quid interest
inter diuitem inprobae cupiditatis ingluuie absorbentem infirmo­
rum patrimonia et silurum minorum piscium uisceribus aluum
repletum? Defunctus est diues et nihil ei sua spolia profuerunt,
im mo magis eum rapinarum suarum detestabiliorem fecit infamia.
Captus est silurus et inutilis praeda detecta est. Quanti in eo rep-
periuntur, qui alios deuorauerant! Et tu, diues, habes in sinu tuo
alterius praedatorem. Ille habebat facultates pauperis, quas inua-
serat: tu eum opprimens duo patrimonia tuis facultatibus addi­
disti et adhuc tanto non satiaris augmento et dicis quod alios uin-
dicaueris, cum eadem committas quae ulcisceris, iniusto iniustior
et iniquo iniquior et auaro auarior. Vide ne idem te qui piscem
illum finis inueniat; amum caue et retia. Sed praesumis de po­
tentia quod nemo tibi possit resistere: praesumebat et silurus
quod amum nemo sibi iaceret, nemo tenderet retia, et, si incidis­
set, uniuersa disrumperet: et tamen fuscinam non euasit aut nexus
uinculi ualidioris incurrit, quibus se non posset exuere. Sine dubio
et hominum iniquitas quo grauiora commiserit, eo magis scelere
suo tuta esse non poterit, quin aliquando dissoluat quod pro sce­
lerum pretio constat difficile posse uitari.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 253

l’esempio della sopraffazione ad uno ancora più potente. Cosi chi


offende un altro, si prepara il laccio in cui cadere a sua volta.
14. Sei un pesce anche tu che ti getti sulle viscere alt
che sommergi chi è debole, che insegui chi fugge davanti a te e
non gli dai tregua sino al fondo. Bada che, mentre tu gli dai la
caccia, non ti càpiti d'incontrare uno più forte di te e quello che
cerca di sottrarsi alle tue insidie non ti faccia cadere in quelle
di un altro e che non assista prima alla tua rovina proprio quello
che, da te inseguito, temeva la propria. Che differenza c ’è tra il
ricco che ingoia il patrimonio dei deboli con la sua scellerata cu­
pidigia e il ventre dei siluri® colm o delle viscere dei pesci più
piccoli? Muore il ricco e il frutto delle sue ruberie non gli giova
a nulla, anzi l’infamia delle sue rapine lo rende ancor più dete­
stabile. Il siluro viene catturato, e la sua inutile preda viene alla
luce. Quanti si trovano nel suo ventre che, a loro volta, avevano
divorato altri! Anche tu, o ricco, hai nel tuo ventre chi derubava
il proprio simile. Egli aveva i beni del povero dei quali s'era im­
padronito; tu, rovinandolo, hai aggiunto due patrimoni alla tua
sostanza e ancora non sei sazio di averla cosi aumentata e dici di
avere vendicato gli altri, mentre commetti le medesime soperchie-
rie che intendi punire, più ingiusto dell’ingiusto, più iniquo del­
l’iniquo, più avaro dell’avaro. Bada di non fare anche tu la stessa
fine di quel pesce: fa’ attenzione all’amo e alle r e ti7. Ma tu, quan­
to a potenza, supponi che nessuno possa resisterti. Anche il siluro
supponeva che nessuno gli lanciasse l’amo, nessuno gli tendesse le
reti e, nel caso che vi fosse incappato, pensava di squarciarle tutte
senza eccezione; e tuttavia non è sfuggito alla fiocina oppure è
incappato nelle maglie d’una rete più robusta del previsto, dalle
quali non è riuscito a districarsi. Senza dubbio anche la malva­
gità umana, quanto più gravi saranno le colpe commesse, tanto
meno potrà sentirsi sicura dell'impunità, cosi da non pagare una
buona volta la pena che sappiamo difficilmente evitabile in pro­
porzione del delitto com m esso8.

6 II siluro è famoso per la sua voracità; vedi P lin ., N.H., IX, 15, 45: Silurus
grassatur, ubicumque est, omne animal appetens, equos innatantes saepe
demergens.
7 Bas., Hexaem., 152 D, 153 A (65 AB): Tt Siaipépei t o u TeXeuraiou l^Siio?
ó rfj Xai(xapY<p 9iXo7rXour[a to ì? a 7rXr|pcirrai<; -rij? irXeoveijtai; aÙToO xóXttoi? èva-
7toxptÌ7TTti)v t o ù ?àa&sveti; ; ’Exelvo? e l/e rà t o u irévqToi; • cù t o u t o v Xaflàjv (iipo?
ènoi-fjacù t t j; itepioualas aeauToù. ’AStxov àSixtiTepo? èvcipàvT)? x a l irXeovexTix<!>-
Tepo; 7tXeovéxToo. "O pa [ri) t ì aÙTÓ ae u lpa ? t£Sv Ix&ùtav èxS é^ T ai, £ p a a rp óv
7rou ^ x ó p T o ; y) S I x t u o v . IMvtcoi; yàp x a l 7toXXà t& v àSixoiv Sie^eX^óvres,
T-rjv TEXeuralav Tifitoptav oùx à 7ro8pa<TÓjxe9-a.
8 S. Ambrogio, a cui l’interpretazione « morale » della Scrittura è parti­
colarmente congeniale (cf. A. Paredi, S. Ambrogio e la sua età, cit., pp. 437-461:
Il moralista), ci offre sulla vicenda dei pesci e sul contrappasso che ne segna la
progressiva voracità una delle sue pagine più vivaci e concrete. L’ispirazione
basiliana viene ad alimentare il motivo ricorrente della sua polemica contro la
rapacità dei ricchi, che ha trovato la sua più esplicita e forte espressione nel De
Nabutae; cf. anche De Off., II, 5, 17; III, 9, 63-64; Exp. Eu. sec. Lue., IX, 25. Per
un contesto della polemica cf. L. C racco R uggini, Ambrogio di fronte alla com­
pagine sociale del suo tempo, in « Ambrosius Episcopus », I, cit., pp. 230-265
(con la bibliografia ivi citata). Possiamo anche notare la lucidità e l'amarezza
254 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 6 , 15-16

Caput VI

15. Piscis ergo es, o homo. Audi quia piscis es: Simile
regnum caelorum reti misso in mare, quod ex omni genere piscium
congregauit. Cum autem esset inpletum, duxerunt id ad litus et
sedentes elegerunt optim os in uasis suis, malos autem foras mi­
serunt. Sic erit in consummatione saeculi. Exibunt angeli et se­
parabunt malos de medio iustorum et mittent eos in caminum
ignis*. Sunt ergo et boni et mali pisces; boni seruantur ad pre­
tium, mali statim ardent. Bonum piscem nec retia inuoluunt, sed
eleuant, nec amus internecat atque interficit, sed pretiosi uulneris
perfundit sanguine, in cuius oris confessione bonum pretium rep-
peritur, quo tributum apostolicum et census Christi possit exso-
lu ib. Sic enim scriptum est dicente domino: Reges terrae a qui­
bus accipiunt tributum uel censum ? A filiis suis aut ab alienis?
Et respondente Petro 'ab alienis’ ait dominus: Vade ad mare et
m itte amum et eum piscem, qui primus ascenderit, tolle, et aperto
ore eius inuenies ibi staterem ; illud sumens dabis pro me et te

16. Noli igitur, o bone piscis, Petri amum timere; non o


dit, sed consecrat. Noli quasi uilem te contemnere, quia uides
corpus infirmum. Habes in ore tuo quod et pro Petro et pro Chri­
sto offeras. Noli timere Petri retia, cui dicit lesu: Duc in altum

* Mt 13, 47-50.
b Mt 17, 27.
<= Mt 17, 25-27.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 255

Capitolo 6

15. Tu dunque, o uom o, sei un pesce. Ascolta perché sei un


pesce: II regno dei cieli è simile a una rete gettata in mare, che
raccoglie ogni genere di pesci. Quando poi è piena, la trascinano
a riva, si siedono e raccolgono i migliori in ceste e buttano via i
cattivi. Cosi avverrà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e
separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ar­
dente. Vi sono dunque pesci sia buoni sia cattivi: i buoni riser­
vati alla ricompensa, i cattivi subito bruciati. Il buon pesce non
è avviluppato, bensì sollevato in alto dalle reti, non è straziato ed
ucciso dall’amo, ma con questo irrorato dal sangue d ’una preziosa
ferita; nell’attestazione della sua bocca si trova la buona moneta
con cui si può pagare il tributo degli apostoli e quello di Cristo.
Così infatti sta scritto, quando il Signore dice: I re della terra
da chi riscuotono i tributi e le tasse? Dai loro figli o dagli estra­
nei? E siccom e Pietro rispose: « Dagli estranei », il Signore ripre­
se: Va’ al mare e getta l'amo, prendi il primo pesce che verrà a
galla, aprigli la bocca e vi troverai uno statere Prendilo e dallo
per me e per te.
16. Non temere dunque, buon pesce: l’amo di Pietro non uc­
cide, ma santifica. Non disprezzarti com e se fossi di scarso valore,
perché vedi debole il tuo corpo. Nella tua bocca hai di che pagare
per Pietro e per Cristo. Non temere la rete di P ietro2: egli non la

con cui S. Ambrogio individua e rileva questi « giuochi » della insaziabilità


umana, d’altronde fatalmente destinati a una loro « vendicazione », e quasi
già iscritti ed esemplati al livello della natura e dei suoi regni, aperti come
grande libro per la lettura e la dottrina dell’uomo. [I.B.]

1 Lo statere equivaleva a un siclo intero, cioè a quattro dramme; cosi si


soddisfaceva ai tributi di Gesù e di Pietro insieme (R icciotti, op. cit., p. 482).
2 S. Ambrogio dimostra una profonda devozione per S. Pietro, il firma­
mentum Ecclesiae (Exp. Eu. sec. Lue., IV, 70), ossia « il responsabile della
fede cattolica, il centro di coesione delle altre Chiese »: « Tutti — vescovi,
sacerdoti, fedeli — sono condotti da Pietro verso le profondità della gnosi di­
vina, e tutti... trovano posto nella "barca di Pietro” che non può essere tra­
volta dai flutti perché porta lui... e la conduce con mano sicura » (G. C oppa,
Esposizione del Vangelo secondo Luca, 1, cit., pp. 4849). Il vescovo milanese
esalta particolarmente l’immagine della nauicula Petri, influenzando — come
nota H. Rahner — « la liturgia, l’oratoria e il diritto ecclesiastico » (op. cit., p.
830). Ancora il Coppa osserva che « S. Pietro è personaggio di primo rango
nefì.’Expositio (Eu. sec. Lue.) »: « Insieme con tutte le altre opere ambrosiane,
ma certamente in forma più spiccata, 1'Expositio è la più bella testimonianza
della fedeltà di Ambrogio alla Sede di Roma, e della sua pietà, delicata e viri­
le, verso Pietro, il “ vicario deU’amore’’ di Cristo per la Chiesa » (op. cit., p. 49).
Ricordiamo espressamente due brani dello stesso commento sul tema di Pie­
tro: quello relativo alla pesca miracolosa (IV, 68-79) — il Coppa parla di « stu­
penda eephrasis della barca di Pietro » (op. cit., p. 355) —; e quello relativo al
rinnegamento e al pianto dell’apostolo, che nelle lacrime lava il suo peccato
(X, 72-86). S. Ambrogio al ricordo delle « bonae lacrimae, quae lauant culpam »
detta le sue pagine più vibranti e commosse e apre il cuore alla preghiera
più confidente a Cristo perché rivolga lo stesso sguardo rivolto a Pietro. Il
motivo del peccato che è assolto e lavato presenta tale partecipazione e in-
256 EXAMERON, DIES V, SER. V II, C. 6, 16 - C. 7, 17

et laxato retia d; non enim in sinistram partem mittit, sed in dex­


tram, sicut iussus a Christo est. Noli timere sinus eius, quia dic­
tum est ei: E x hoc eris homines uiuificanse. Ideo misit retia et
conplexus est Stephanum, qui de euangelio primus ascendit ha­
bens in ore suo statera iustitiae. Vnde confessione constanti cla-
mauit dicens: E cce uideo caelos apertos et filium hominis stan­
tem ad dexteram d e if. Pro hoc pisce stabat dominus Iesus; sciebat
enim esse in ore eius pretium sui census. Denique glorioso mar­
tyrio et Petri iudicium atque doctrinam et Christi gratiam locu­
ples adsertor inpleuit.

Caput V II

17. Nec te moueat, quod pro mari euangelium posui. Eu


gelium est, in quo Christus am bulauita. Euangelium est, in quo,
licet titubauerit Petrus, quando negauitb, tamen per dexteram
Christi fidei munimentum, stationis inuenit gratiam; euangelium

d Lc 5, 4.
<= Lc 5, 10.
f Act 7, 56.

» Mt 14, 25.
b Mt 26, 70 ss.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 257

getta a sinistra, ma a destra, com e gli ha ordinato Cristo. Non


temere le pieghe delle sue reti, perché gli è stato detto: D’ora in
poi darai la vita agli uom ini3. Perciò gettò le reti e prese Stefano4,
che per prim o salì dal Vangelo recando nella sua bocca lo statere
della giustizia. Con coraggiosa testimonianza egli gridò dicendo:
Ecco, vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo seduto alla destra
di Dio. In difesa di questo pesce stava il Signore Gesù; sapeva in­
fatti che nella sua bocca c ’era la moneta del suo tributo. Insom-
ma, col suo glorioso martirio, quale autorevole testimone confer­
mò sia il giudizio e l'insegnamento di Pietro sia la grazia di Cristo.

Capitolo 7

17. Non ti stupisca che io abbia usato la parola « Vange


al posto di « mare ». È il Vangelo dove Cristo ha camminato; è il
Vangelo dove Pietro, pur avendo vacillato al m omento della sua
negazione, trovò per mezzo della destra di Cristo il sostegno della

tensità (cf. anche De Paeti., II, 10, 92) da parte di S. Ambrogio che sembra
vi si possa intrawedere un’esperienza personale del santo stesso, cosi riser­
vato nel parlare di sé (cf. ib., II, 67; 71-72).
Si noti anche che nel pianto di Pietro il vescovo vede il pianto della Chiesa
— la dimensione ecclesiale attraversa tutta l'opera ambrosiana —, per la quale
Cristo perdona le nostre colpe (ib., II, 10, 92). Possiamo aggiungere il senso
provvidenziale della caduta di Pietro che S. Ambrogio mette in luce: Edam
lapsus sanctorum utilis. Non mihi nocuit quod negauit Petrus, profuit quod
emendauit (Exp. Eu. sec. Lue., X, 89): la convinzione è un aspetto dell’affer­
mazione di S. Ambrogio sulla felix ruina, quae reparatur in melius (Explan.
ps. 39, 20): cf. la nota 2 a p. 419. [I.B.]
3 II testo greco ha: £<oyp“ v ; la Vulgata-, eris capiens. Il verbo
significa « catturare vivo ».
4 Sul primo pesce interpretato come simbolo di S. Stefano cf. anche Exp.
Eu. sec. Lue., X, 75 e De virginitate, 120, e vedi la nota di G. Coppa al testo del
commento a Luca (Esposizione del Vangelo secondo Luca, 1, cit., p. 359). Il
Coppa osserva: « La fonte della curiosa allegoria... è Ilario, Comm. in Matth.,
XVII, 13 (PL 9, 1018), letta però nel contesto di Pietro pescatore di uomini »
(ib.). Può essere interessante osservare che la liturgia ambrosiana tradizional­
mente leggeva nel giorno di S. Stefano il brano del tributo (Mt 17, 24, 27). La
scelta della pericope appare legata con ogni probabilità non alla « lectio con­
tinua », ma all’interpretazione allegorica del primo pesce riferito a S. Stefano.
È senza dubbio un indice dell’antichità della presenza della pericope per la fe­
sta di S. Stefano nella liturgia ambrosiana. « Lo stesso episodio, — osserva
P. Borella, che però lo ritiene dovuto alla « lectio continua » — nella lezione
di S. Matteo, è pure assegnato alla festa di S. Stefano nei libri liturgici
gallicani, i quali l’avranno probabilmente usato ad imitazione di Milano » (in
M. R ighetti, Storia Liturgica, II: L’anno liturgico, Ancora, Milano 19693, p.
539). Veramente è difficile precisare in che senso ci sia stata la derivazione,
specialmente se teniamo presente che l’interpretazione allegorica di S. Ambro­
gio c ’è già in S. Ilario, cioè in una fonte del vescovo di Milano. (Su S. Ilario
fonte di S. Ambrogio cf. G. C oppa, Opera Omnia di Sant’Ambrogio, Esposizio­
ne del Vangelo secondo Luca/l, cit., pp. 35-37). Forse non si deve parlare di de­
rivazione, ma di area comune. [I.B.]
258 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 7, 17-18

est, de quo martyr ascendit; euangelium est mare, in quo piscan­


tur apostoli, in quod mittitur rete, quod simile est regno caelo­
r u m 0; euangelium est mare, in quo Christi figurantur mysteria;
euangelium est mare, in quo Hebraeus euasit, Aegyptius interemp­
tus est; euangelium est mare, quia sponsa Christi ecclesia et di­
uinae gratiae plenitudo, quae super maria fundata est, sicut dixit
propheta: Ipse super maria fundauit ea m d. Exili super undas, o
homo, quia piscis es. Non te opprimant saeculi istius fluctus. Si
tempestas est, pete altum et profundum : si serenitas, lude in fluc­
tibus: si procella, caue scopuloso litore, ne te in rupem furens
aestus inlidat; scriptum est enim: E stote astuti sicut serp en tese.

18. Et quia de serpentibus astutis propositum exemplum


simus astuti circa quaerenda et seruanda coniugia, diligamus tri­
buta nobis consortia. Et si ii qui longinquis fuerant ortus sui tem­
pore regionibus separati inter se conuenerint et si uir ad pere­
grina contenderit, nulla longinquitas, nulla abstinentia conplaci-
tam minuat caritatem. Eadem lex praesentes absentesque conec­
tit, idem naturae uinculum inter distantes et consistentes co-
niugalis caritatis iura constrinxit, eodem iugo benedictionis utrius-
que colla sociantur, etiamsi alter obeat separatarum regionum
longa diuortia, quia non corporis ceruice, sed mentis iugum gra­
tiae receperunt. Vipera, nequissimum genus bestiae et super om­
nia quae serpentini sunt generis astutior, ubi coeundi cupiditatem
adsumpserit, muraenae maritimae notam sibi requirit copulam

c Mt 13, 47.
d Ps 23, 2.
* Mt 10, 16.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 259

fede e la grazia della fermezza; è il Vangelo donde il m artire1


venne a galla; è il Vangelo il mare nel quale pescano gli apostoli,
in cui si getta la rete che è simile al regno dei cieli; è il Vangelo
il mare in cui sono raffigurati i misteri di Cristo; è il Vangelo il
mare nel quale gli Ebrei trovarono salvezza e gli Egiziani perirono.
È il Vangelo il mare, perché la Chiesa è la sposa di Cristo e la
pienezza della grazia divina, fondata sopra i mari, com e ha detto il
profeta: Egli in persona la fondò sopra i mari. Salta sulle onde, o
uomo, perché sei p esce2. Non ti soffochino i flutti di questo mondo.
Se imperversa la tempesta, rifugiati al largo nelle acque profonde;
se splende il sereno, scherza tra i flutti; se infuria l'uragano, sta’
lontano dalle scogliere perché le onde scatenate non ti sbattano
contro la roccia. Sta scritto infatti: Siate accorti com e serpenti.
18. E siccom e ci è stato proposto l’esempio dei serpenti,
m o accorti nel cercare e nel conservare l'altro coniuge, amiamo
quello che ci è stato dato 3. E se si uniscono in matrimonio due che
sono vissuti separati in lontane regioni dal momento della loro
nascita, nel caso che il marito debba andare in paesi stranieri, nes­
suna lontananza, nessuna rinuncia valga a diminuire l'affetto reci­
proco. La medesima legge unisce presenti ed assenti, lo stesso
vincolo di natura ha stretto i diritti dell'amore coniugale fra chi
è lontano e chi resta, il medesimo giogo di benedizione unisce il
collo d’entrambi, anche se uno affronta una lunga separazione in
regioni lontane, perché hanno ricevuto il giogo della grazia non
sul collo del corpo, ma su quello dell’anim a4. La vipera, specie imi-
male velenosissima e più astuta di tutti i serpenti, quando sente il
desiderio dell'accoppiamento, cerca l'unione con ima murena ma­
rina già conosciuta in precedenza o con un altro esemplare e,
spingendosi fin sulla spiaggia, dopo aver segnalata la sua presenza
con un sibilo, la invita all’amplesso coniugale; la murena non si
sottrae all’invito e concede al serpente velenoso l’intimità deside­
rata del suo congiungim ento5. Che cosa significa un simile discor-

1 Cioè S. Stefano.
2 S. Ambrogio si riferisce abitualmente nella sua tipologia sia a Cristo,
sia alla Chiesa, sia al singolo cristiano: nel mare, anzi nel Vangelo, egli in<
contra i misteri di Cristo, la Chiesa, il martire e ogni uomo che trova la sal­
vezza nelle onde del battesimo, nella Chiesa, in Cristo. Teologia e compia­
cenza descrittiva in diversi tratti vivace e arguta, e anche fantasiosa, sono
strettamente unite a darci i caratteri tipici della predicazione e dello « stile »
del vescovo milanese. [I.B.]
3 Ritengo che coniugio, e consortia siano qui sinonomi, usati per il con­
creto coniuges.
4 II vincolo coniugale — o, come dice S. Ambrogio con suggestiva defi­
nizione, iugum gratiae — è percepito come legame che unisce al livello dello
spirito, oltre il piano del corpo e oltre le circostanze esteriori: la sua resi­
stenza deve superare le distanze e le assenze, e rimanere vivo ed efficace
« fra chi è lontano e chi resta ». Il vescovo avverte cosi la ragione intima
e originaria deU’indissolubilità: la comunione stabilitasi in forza di quella
« grazia » che coinvolge, prima dei corpi e delle loro condizioni, le persone
stesse, le loro « anime», che trascendono le varie situazioni contingenti. [I.B.]
5 Si tratta di una leggenda, anche se molto diffusa nell'antichità; vedi, p.
es., P l in ., N.H., XXXII, 2, 14 (e nota a p. 84, ed. Les Belles Lettres).
260 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 7, 18-19

uel nouam praeparat progressaque ad litus sibilo testificata prae­


sentiam sui ad coniugalem amplexum illam euocat, muraena au­
tem inuitata non deest et uenenatae serpenti expetitos usus suae
coniunctionis inpertit. Quid sibi uult sermo huiusmodi nisi feren­
dos esse mores coniugum et, si absens est, eius operiendam prae­
sentiam? Sit licet asper fallax inconditus lubricus temulentus:
quid peius ueneno, quod in coniuge muraena non refugit? Vocata
non deest et serpentis lubricum sedula caritate conplectitur. Ille
tua mala portat et leuitatis femineae facilitatem, tu uirum tuum
non potes, mulier, sustinere? Adam per Euam deceptus est, non
Eua per A dam f. Quem uocauit ad culpam mulier, iustum est ut
eum gubernatorem assumat, ne iterum feminea facilitate labatur.
Sed horridus et incultus est: semel placuit. Numquid uir frequenter
est eligendus? Comparem suum et bos requirit et equus diligit
et, si mutetur alius, tamen trahere iugum nescit com par alterius et
se non totum putat: tu iugalem repudias tuum et putas saepe
mutandum et, si uno defuerit die, superducis riualem et statim
incognita causa quasi cognita iniuriam pudoris exsequeris. Vipera
absentem requirit, absentem uocat et blando proclamat sibilo
atque, ubi aduentare comparem senserit, uenenum euomit reue-
rentiam marito deferens, uerecundata nuptialem gratiam: tu, mu­
lier, aduenientem de longinquo maritum contumeliis repellis. Vi­
pera mare prospectat, explorat iter coniugis: tu iniuriis uiam uiro
obstruis, tu litium moues uenena, non reicis, tu coniugalis am­
plexus tempore dirum uirus exaestuas nec erubescis nuptias nec
reuereris maritum.

19. Sed etiam tu, uir — possumus etiam sic accipere —


pone tumorem cordis, asperitatem morum, cum tibi sedula uxor
occurrit, propelle indignationem, cum blanda coniunx ad carita­
tem prouocat. Non es dominus, sed maritus, non ancillam sorti-

f 1, T im 2, 14.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 261

so se non che deve essere sopportato il carattere del proprio co­


niuge e, nel caso che sia lontano, dev’essere atteso il suo ritorno?
Sia pure intrattabile, bugiardo, grossolano, lascivo, ubriacone: che
c'è di peggio del veleno che tuttavia la murena non teme nel co­
niuge?8. Invitata, non si sottrae e con un premuroso affetto ab­
braccia il viscido corpo del rettile. Tuo marito sopporta i tuoi di­
fetti e la superficialità della leggerezza femminile: tu non puoi
sopportare tuo marito? Adamo fu ingannato per colpa di Èva, non
Èva per colpa di Adamo. È giusto che la donna abbia com e guida
colui che ella indusse alla colpa, per non cadere ima seconda volta
a causa della leggerezza femminile. « Ma è rozzo, trascurato nella
persona ». Ti è piaciuto una volta per tutte. Forse il marito si deve
scegliere ripetutamente? Anche il bove cerca un compagno stabile e
il cavallo lo predilige, e, se un altro viene messo al suo posto, seb­
bene aggiogato con l’altro compagno, non riesce a tirare il giogo,
sentendosi dimezzato. Tu rifiuti tuo marito e pensi di doverlo cam­
biare spesso e, nel caso che rimanga assente un solo giorno, gli
attribuisci una rivale e subito, per un motivo supposto che t'im­
magini assolutamente certo, poni in atto ciò che offende il tuo
pudore. La vipera invece cerca lo sposo lontano, lo chiama, lo in­
vita chiaramente con un tenero sibilo e, quando avverte il suo
arrivo, si libera del veleno per riguardo verso il m arito7, circon­
dando di reverenza l'am oroso rapporto nuziale: tu, donna, respingi
il marito che torna da lontano coprendolo di contumelie. La vi­
pera scruta il mare in lontananza, spia il percorso dello sposo: tu
con le tue ingiurie sbarri la strada al marito; tu, anziché liberar­
tene, agiti il veleno dei litigi; tu, al m omento dell’amplesso coniu­
gale, sprizzi da tutti i pori un mortale veleno senza provare ver­
gogna per il matrimonio e rispetto per il m arito8.
19. Ma anche tu, marito, — l’esempio si può interpret
anche in questo m odo — deponi l’arroganza del tuo animo, l’asprez­
za del tuo carattere quando tua moglie ti viene incontro premu­
rosa, scaccia la tua irritazione quando la sposa teneramente ti
esorta alla bontà: non sei un padrone, ma un marito, non ti sei

6 B as., Hexaem., 160 BC (68 B ): 01 ócvSpei;, àya7ràTe -vàt; yuvaìxa?, xav ùto-
pópioi àXXrjXoii; 7rpò? xoivoivtav ydt[iou ctum^X-Stjte. 'O cpiioeù)? Seajióc;, ó 8tà
-ri]? eùXoyta? &>yói;, Svoai? Sorta tòSv SieaTcImov. "E^iSva, Xa^E7r<*>'raT0V T“ v
ép7tertóv, Tipi? yà^iov àiravrqt t & a X a a a t a ? (iupalw)? xal cupiy[AcìS tìjv Tcxpouatav
a i) [iVjvaca èxxaXeÌTai aùrrjv èx tcù v pu&civ 7tpò? y a fu x Y jv oujxTtXox^v. ' H Sè ù m x -
xoiiei xal IvouTai T<i> lo(3óXco. Tt (ìouXeial (xoi ó Xóyos; "O ri, xàv -rpa^ùi; fj xav
iSypio? t ò ó cuvoixo?, àvdtyxi) ipèpeiv t ò v ón,ó£oya xal èx |ii]§e(uà<; 7rpo<pà-
creax; xaTaSÉ/ea-Oat. t j) v évoxiiv Siaarotv ; IIX^XTr)? ; ’ AXX’ àv/jp. Ilàpoivot; ; ’ AXX’
•f)vo)|iivo? xarà rijv tpuaiv. Tpot^ù? xal SucràpeaTo? ; ’ AXXà [xéXo? ctóv, xal
IxeXiòv t ò « (jiw iT a T o v .
7 Sempre secondo la leggenda, la vipera vomiterebbe il suo veleno prima
di accoppiarsi con la murena; vedi sopra n. 5.
8 Nella trama della leggenda della vipera e della murena, rievocata con
insistente concretezza descrittiva si manifesta con particolare efficacia l’indole
pastorale e pratica di S. Ambrogio. Risalta la caratteristica capacità di un di­
scorso circostanziato e penetrante, che illustra le vicissitudini familiari, ben no­
te ai suoi ascoltatori. L’ispirazione basiliana non sostituisce, ma alimenta la ca­
rica etica della predicazione del vescovo. Cf. A. Pabedi, S. Ambrogio e la sua
età, cit., pp. 449-452. [I.B.]
262 EXAMERON, DIES V , SES. V II , C. 7, 19

tus es, sed uxorem. Gubernatorem te uoluit deus esse sexus infe­
rioris, non praepotentem. Redde studio uicem, redde amori gra­
tiam. Vipera uenenum suum fundit: tu non potes duritiam men­
tis deponere? Sed habes naturalem rigorem: debes temperare eum
contemplatione coniugii et reuerentia coniunctionis deponas animi
feritatem. Potest et sic: nolite quaerere, uiri, alienum torum, no­
lite insidiari alienae copulae. Graue est adulterium, naturae iniu-
ria est. Duos prim um deus fecit, Adam et Euam, h oc est uirum
et uxorem, et uxorem de uiro, h oc est de costa Adam et iussit
ambos esse in uno corpore et in uno spiritu uiuereB. Quid unum
separas corpus, quid unum diuidis spiritum? Naturae àdulterium
est. H oc docet muraenae et uiperae non iure generis, sed ardore
libidinis expetitus amplexus. Discite, uiri, qui alienam permolere
quaerit uxorem cuius serpentis sibi asciscere cupiat contuber­
nium, cui etiam comparandus ipse serpenti sit. Festinat ad uipe-
ram, quae se in gremium uiri non directo tramite ueritatis, sed
lubrico deuii amoris infundit. Festinat ad eam quae uenenum

e Gen 2, 19 ss.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 263

presa una serva, ma una m oglie9. Iddio ha voluto che tu fossi la


guida del sesso più debole, non il tiranno. Ricambia la sua premu­
ra, mostrati riconoscente del suo amore. La vipera espelle il suo
veleno: tu non puoi deporre la durezza del tuo an im o?10. La tua
durezza dipende da natura: devi mitigarla considerando che cos’è
il matrimonio e deporre la ruvidezza dell’animo per rispetto del
vincolo coniugale. L’esempio si può intendere anche in questo
m odo: non cercate, uomini, il talamo altrui, non insidiate il ma­
trimonio degli altri. L'adulterio è una colpa grave, è un’offesa alla
natura. In principio Iddio creò una coppia, Adamo ed Èva, cioè
marito e moglie, e la moglie dall’uomo, cioè da ima costola di
Adamo, e comandò che entrambi fossero un sol corpo ed un’ani­
ma sola. Perché separi un unico corpo, perché dividi un’unica ani­
ma? È una violazione della natura. Questo insegna l’amplesso del­
la murena e della vipera, bramato non per diritto di razza, ma per
irresistibile impulso di libidine. Imparate, uomini, con quale ser­
pente desidera stringere relazione colui che cerca di godersi la
moglie altrui, a quale serpente anzi deve essere paragonato11. Cor­
re da una vipera chi si insinua in seno all'uomo non già seguendo
la via diritta della verità, ma il viscido sentiero d’un amore irre­
golare. Corre da una donna che ringoia il proprio veleno, com e fa

9 L'affermazione di S. Ambrogio: « non ti sei presa una serva, ma una


moglie » enuncia il principio fondamentale della parità dei coniugi, pur nella
sottolineatura della profonda diversità, interpretata sullo schema biblico.
Ugualmente forte la dichiarazione del Santo: « Iddio... comandò che entrambi
(Adamo ed Èva) fossero un sol corpo e un’anima sola. Perché separi un unico
corpo, perché dividi un'unica anima? ». Sopra infatti egli parlava del « giogo
della grazia » ricevuto sul « collo dell’anima ». Sul tema cf. L. F. P iz zola to, La
coppia umana in sant’Ambrogio, in Etica sessuale e matrimonio nel cristia­
nesimo delle origini (a cura di R. Cantalamessa), Vita e Pensiero, Milano 1976,
pp. 181-211. Secondo il Pizzolato nella delineazione dei rapporti uir-mulier,
soprattutto nel De paradiso, S. Ambrogio presenta « una tensione apparente­
mente irrisolta e contraddittoria tra due visioni della coppia umana, tra le
quali oscilla il consenso ambrosiano. Si tratterebbe dell’irresolutezza dell'au­
tore ad attestarsi o sul versante della concezione filoniana, intrisa di allego-
rizzazioni a sfondo platonico-stoicizzante, accentuatamente pessimistica nei
confronti del femminile, oppure su quello della concezione soteriologica cri­
stiana, che emancipa la natura del femminile, verso cui lo farebbero pro­
pendere l’educazione e l'ambiente familiare, la sua speculazione sulla vergi­
nità, che l’aveva tenuto occupato nei primi anni del suo episcopato » (pp.
181-182); tale emancipazione non poteva ovviamente a quel tempo prescindere
da (o distruggere) convinzioni sociali e posizioni giuridiche ben consolidate »
(ib., n. 9).
Sul matrimonio in S. Ambrogio vedi in particolare V. M onachino, S. Am­
brogio e la cura pastorale a Milano nel secolo IV, Centro ambrosiano di do­
cumentazione e studi religiosi, Milano 1973, pp. 164-198. [I.B.]
10 Bas., Hexaem., 160 CD (68 C): ’Axoué-coj Sè xal ó àvvjp 'r7j?Tupo<T7]Xo\i<n%
aùaqj 7rapaivla£0)c. 'H ixiSva. t ò v Eò v è^sfxet, atSoufiivr) t ò v ydc(j.ov • crù t ò t ìj?
«Jjuxvj? dorrjvèi; xal àroxv&poMrov oùx <Ì7roTl&eaai aiSot t% évcóceco? ;
Cf. Hor., Sat., I, 2, 34-35: alienas permolere uxores.
11 Bas., Hexaem., 160 C (68 C): ”H ràx“ Tò Trjs èxtS v if)c ù-KÓSelyiioi. x a l
é T é p o i? ■fjtùv x P ^ G if i e ii a e i , 8 t i [ x o i x e l a t Ic ècrrt tt ) ? q n ia e o x ; rj T ri? èx tS v 7 ]? x a l t t )?
(lu p a lv y js èmiù.ox.r\. A iS a x fW jT O X ja v o5v ol t o ì? à X X o T p to ic i it i P o u X e ii o v r e ? yó-^ioic,
noTCC7Cb> etaiv épTO-ròS napanX^aioi.
264 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 7, 19-20 - C. 8, 21

suum resumit ut uipera, quae fertur peracto coniunctionis mu­


nere uenenum quod euomuerat rursus haurire; adultera enim
uipera est. Vnde et Solom on ait quod is qui fuerit temulentus,
cum per uinum libido feruere consueuerit, tamquam a colubrae
ictu extenditur et tamquam a cornuta diffunditur illi uenenum b.
Et ut scias quia de adultera dixit adiecit: Oculi tui cum viderint
alienam, os tuum loquetur peruersa ‘.

20. Nec quisquam uelut contraria posuisse nos credat, ut


ad bonum et ad malum uiperae huius exemplo uteremur, cum ad
institutionem utrumque proficiat, si erubescamus aut fidem non
exhibere dilecto, cui exhibet serpens, aut relinquentes sancta co-
niugia lubrica et nocitura salutaribus praeferamus, quod facit qui
cum serpenti miscetur.

Caput V III

21. Et quia de astutia coepimus sermonem subtexere, q


unusquisque fratrem suum circumuenire et decipere nititur et in
nouas se fraudes com ponere, ut quem ui optinere non potest cir­
cumscribat dolo et fuco quodam artis obducat, fraudulentum illud
polypi ingenium non praeteribo, qui uadoso in litore petram nanc­
tus adfigitur ei atque eius nebuloso ingenio colorem subit et si­
mili specie terga obductus plurimos piscium sine ulla suspicione
fraudis adlapsos, dum nota non praecauent et saxum opinantur,
cassibus furtiuae artis includit et sinu quodam suae cam is inter­
cipit. Sic spontanea uenit praeda et talibus capitur argumentis,
qualia sunt eorum qui ingenium suum saepe co mmutant et diuer-
sas nocendi artes mouent, ut singulorum mentes sensusque per-
temptent, cum continentibus positi continentiam praedicantes, in
coetu intemperantium tamquam deuii ab studio castitatis et de­
mersi intemperantiae uolutabris, ut qui eos audiunt aut uident
incauta facilitate se credant eoque citius labantur, dum declinare

h Prou 23, 32.


i Prou 23, 33.
X SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 265

la vipera, di cui si dice che, com piuto il connubio, assorba nuova­


mente il veleno che aveva vomitato; l'adultera è infatti una vipera.
Perciò anche Salomone dice che chi si è ubriacato, quando, se­
condo il solito, la lussuria gli ribolle dentro, viene abbattuto com e
dal m orso di un serpente femmina e il veleno si diffonde in lui
com e da un aspide. E perché tu sappia che parlava di un'adultera,
aggiunse: Quando i tuoi occhi vedranno un’estranea, la tua bocca
dirà parole p erv erse12.
20. E qui nessuno creda che noi siamo incorsi in ima c
traddizione proponendo l’esempio di questa vipera in senso buono
e in senso cattivo, poiché l’uno e l’altro sono utili ad istruirci, sia
che ci vergogniamo di non essere fedeli all’amato, cui si serba
fedele quel serpe, sia che, lasciando i legittimi rapporti coniugali,
preferiamo a questi, che sono fonte di salvezza, quelli viscidi e
dannosi, com e fa chi si accoppia con un rettile.

Capitolo 8

21. E siccom e abbiamo già accennato all’astuzia con la qu


ciascuno si sforza di raggirare e di imbrogliare il proprio fratello
e di escogitare nuove frodi per circuire con l’inganno colui che
non riesce a sopraffare con la violenza e, per cosi dire, di fargli
vedere lucciole per lanterne, non passerò sotto silenzio la frau­
dolenta trovata del polipo. Questo animale, raggiunto uno scoglio
in una secca, vi si attacca strettamente e ne assume il colore me­
diante la sua capacità di rendersi simile a nebbia e, uniformando
ad esso il suo dorso, chiude nei lacci della sua impercettibile astu­
zia moltissimi pesci che gli guizzano accanto senza alcun sospetto
dell’inganno, perché non si guardano da ciò che conoscono bene,
scambiandolo per uno scoglio, e li afferra con una delle sinuosità
della sua carne. Cosi la preda viene spontaneamente ed è catturata
con raggiri simili a quelli usati da coloro che cambiano spesso il
loro atteggiamento e ricorrono a differenti mezzi per nuocere, allo
scopo di mettere alla prova l’animo e i sentimenti di ognuno. Esal­
tano la temperanza quando sono in compagnia dei temperanti,
mentre nelle brigate di dissoluti si mostrano del tutto incuranti
della castità e si immergono nel brago della lussuria cosicché
coloro che li ascoltano o li vedono si affidano a loro con impru-

n Effettivamente, secondo i Settanta, il paragone del serpente si riferisce,


almeno grammaticalmente, a ciò che precede. Inoltre il termine usato dal te­
sto ebraico (zarót) indica non la donna straniera, ma le « cose strane » che
imo vede in stato di ubriachezza.

1 B as., Hexaem., 153 C (65 DE): Oòx fiv TtapéX&oifn t ò t o ù 7toXÓ7toSo? SoXe
xal è7r[7tXoxov, 85 ÓTtoliy 7 :o t ’ clv é x à a r o T e Ttérpqc TOpwrXaxfl, èxetvn); ùitép-
X e r a t xpóa. "Ò a T e toù? to X>oò; tco v Ix^iioiv à7tpoówro)5 vrj/ojiivou? t£> 7toXiÌ7toSt
266 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 8, 21-23

non norunt nec cauere quod noceat, cum grauior sit et magis
noxia inprobitas benignitatis obumbrata uelamine. Et ideo cauendi
sunt qui crines suae fraudis et brachia longe lateque dispergunt
uel speciem induunt multiformem. Isti enim polypi sunt nexus
plurimos habentes et callidorum ingeniorum uestigia, quibus in-
retire possint quidquid in scopulos suae fraudis inciderit.

22. Cancer quoque quas cibi gratia praestigias instruit! Na


que et ipse ostreo delectatur et carnis eius epulum sibi quaerit.
Sed quia ut adpetens cibi ita prospiciens est periculi, 'quoniam
cum difficilis est uenatio tum periculosa — difficilis, quia testis
ualidioribus esca interior includitur; nam uelut muris quibusdam
mollitiem carnis praecepti imperialis interpres natura muniuit,
quam medio testarum quodam sinu concauo nutrit ac fouet et
quasi in quadam ualle diffundit; et ideo cassa omnia tempta­
menta sunt cancri, quia aperire clausum ostreum nulla ui potest,
et periculosum est, si chelam eius includat — , ad argumenta con­
fugit et insidias noua fraude molitur. Itaque quia omnia genera
delectatione mulcentur, explorat si quando ostreum in remotis
locis ab omni uento contra solis radios diptycum illud suum ape­
riat et reseret claustra testarum, ut libero aere uisceris sui uo-
luptatem quandam capiat, et tunc clanculo calculum inmittens in-
pedit conclusionem ostrei ac sic aperta claustra repperiens tuto
inserit chelas uisceraque interna depascitur.

23. Sunt igitur homines, qui cancri usu in alienae us


circumscriptionis inrepant et infirmitatem propriae uirtutis astu
quodam subfulciant, fratri dolum nectant et alterius pascantur
aerumna: tu autem proprio esto contentus et aliena te damna
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 267

dente leggerezza e perciò cadono più facilmente, non riuscendo


ad evitarli e a guardarsi dal danno. La disonestà che si copre del
velo della benevolenza è tanto più malvagia e nociva, e perciò
bisogna fuggire coloro che distendono le ch iom e2 e le braccia
della loro fraudolenza o assumono apparenze multiformi. Costoro
sono altrettanti polpi che hanno moltissimi tentacoli e trovate
ingegnosamente scaltre con cui possono afferrare qualunque cosa
finisca tra gli scogli della loro disonestà.
22. Anche il granchio quante astuzie3 pone in opera per pro­
curarsi il cibo! Anch'egli, amando le ostriche, vuole banchettare
con la loro carne. Ma siccom e quant’è goloso tant'è prudente, dato
che quella caccia è non solo difficile, ma anche pericolosa — è
difficile perché il cibo è chiuso dentro valve alquanto robuste;
infatti la natura, interprete dell’editto del Signore, ha difeso quasi
con una muraglia quella polpa delicata che, tra due valve in ima
specie di borsa, alimenta, protegge e distende com e in un avvalla­
mento, e perciò sono vani tutti i tentativi del granchio, perché non
può aprire ad onta d'ogni sforzo l’ostrica chiusa; è pericolosa, se
questa gli chiude una chela tra le sue valve — , ricorre alle sottogliez-
ze, tramando insidie con un insolito inganno4. Poiché ogni specie
prova l’attrattiva del piacere, spia quando l’ostrica, in un luogo
ben riparato dal vento, apra le valve ai raggi del sole schiudendo
la barriera della conchiglia affinché la polpa interna goda il pia­
cere dell’aria libera, e allora, inserendo di nascosto un sassolino,
impedisce la chiusura della conchiglia e, trovando così le valve
aperte, vi introduce impunemente le sue chele e si mangia tutta
la polpa che sta alllnterno.
23. Vi sono uomini che, com e il granchio, astutamente si in­
sinuano per ingannare gli altri e con impensati stratagemmi pun­
tellano la debolezza delle proprie possibilità, tramano insidie al
loro fratello e si pascono della sventura altrui. Tu invece accon­
tentati del tuo e non pascerti del danno degli altri. La schiettezza

7tepnri7TTetv, c i ? xf] 7tÉTpa Srj&ev, K al y t ^ E a S -a i ■8-yjpa(xa "tóS 7iavoupY<p. Toi-


ou toI elai t ò 9jS-oi; o l T a ? à e l x p a T o ù a a ? S u v a cT e la ? im ep/ófAEVot x a l rcpòi; T à ?
é x à o r o T e XPe ^a ? |J.e&ap[j.oCó|xevoi, (xy) èrà t ? )? aÙTrj? à e l 7Epoaipéaeca? ^ e ^ ijx ó a e ? ,
9
àXX’ itXXot x a l àXXoi p a S lox ; y iv ó (i.e v o i, a<ù pocnivY)v T ijjt& vre? |j.ETà oaxfp ó v o jv ,
à x ó X a c rro i Sè èv à x o X à a r o i ? , irp ò ? ttjv è x à c x o u à p é a x c t a v x à ? yvoi>[/.a? (jLETaTi&é-
(icvot. Cf. Arist., H.A., IX, 37, 622 a, 8.
2 Per crines, d e tto dei ten ta coli del p o lip o , ved i Pl in ., N.H., IX, 29, 86:
uescuntur conchyliorum carne, quorum conchas complexu crinium frangunt.
3 Per praestigiae, vedi Caec. Stat., Syneph., 209 Ribbeck, in Cic., De
nat. deor., III, 29, 73; cf. Pro Rab. Post., 12, 35.
4 Bas., Hexaem., 153 A B (65 B C ): 'O xapxTvo? ty)? aapxò? èm-9-u|xei toO òcrrpéou’
àXXà SuaàXwTo? ^ écypa aÙTcp Stà t>)v TrcpifioX^v toO èoTpàxou ytverai. ’ AppayeT
yàp épxltjj t ò àroxXòv tvj? capxò? cpuai? xaTY)CT<paXtdaTO. A lò xal òcrpaxóSepfxov
TtpooTjYopeóerai. K al èireiSì] Suo xoiXÓTYjTe? àxpi(3tó? dtXXTjXaii; 7tpotn]p[ioc(iévai
t ò Sarpeov TOpm niacovrai, àvayxafco? SirpaxTol elcriv a l xrjXai toù xapxlvou.
T£ o 5v Ttoieì ; "OTav 187] èv àrojvénoi? /toplot.? pietì-’ ■fjSovYji; StaS-aX7t6(j.evov x a l
rapò? ttjv àx-tiva tou ■fjXtou Tà? 7tTu/a<; èauToO Sim X & oxvia, t ò t e Sè Xà&pa 4n')“
«ptSa 7taps(j,paXàv StaxcoXóei t/jv au[i.7m)i;tv x a l eòptoxerai t ò èXXemov Tvj? Suvà-
(ieoi? Sià -rij? ènivolat; itepiexó(xevo<;.
Come si vede, S. Ambrogio ha rielaborato il suo modello aggiungendo,
con alcune notazioni, maggiore vivacità alla scena.
268 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 8 , 23 - C. 9, 24

non pascant. Bonus cibus est simplicitas innocentiae. Sua bona


habens insidiari nescit alienis nec auaritiae facibus inardescit, cui
lucrum omne ad uirtutem dispendium est, ad cupiditatem incen­
dium. Et ideo beata est, si bona sua nouerit, cum ueritate pau­
pertas et omnibus praeferenda thensauris, quia melius est exi­
guum datum cum dei timore quam thensauri magni sine timore a.
Quantum est enim quod hominem alat? Aut si quaeris quod etiam
aliis abundet ad gratiam, id quoque non multum est; melior est
enim hospitalitas in holeribus cum gratia quam uitulorum pin­
guium praeparatio cum discordia13. Vtamur ergo ingenio ad quae­
rendam gratiam et salutem tuendam, non ad alienam circumscri­
bendam innocentiam. Licet nobis uti exemplis maritimis ad pro­
fectum nostrae salutis, non ad alienae periculum.

Caput IX

24. Echinus, animal exiguum, uile ac despectabile, ma


mum loquor, plerumque index futurae tempestatis aut tranquilli­
tatis adnuntius solet esse nauigantibus. Denique cum procellam
uentorum praesenserit, calculum ualidum arripit eumque uelut
saburram uehit et tamquam ancoram trahit, ne excutiatur flucti­
bus. Itaque non suis se librat uiribus, sed alieno stabilit et regit
pondere. Quo indicio nautae uelut signum futurae perturbationis
capessunt et sibi praecauent, ne eos inparatos turbo inprouisus
inueniat. Qui mathematicus, qui astrologus qukie Chaldaeus po­
test sic siderum cursus, sic caeli motus et signa conprehendere?

a Prou 15, 16.


b Prou 15, 17.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 269

dell'innocenza è il cibo che nutre veramente. Chi possiede i propri


beni, è incapace d’insidiare quelli degli altri e non arde delle
fiamme dell'avarizia, il cui guadagno è una perdita di virtù, è un
incendio che fa avvampare la cupidigia. Perciò, se sa valutare i
propri b e n i5, la povertà accompagnata dalla conoscenza della ve­
rità, è felice ed è preferibile a tutti i tesori6, perché è meglio il
poco ricevuto con il timor di Dio che immensi tesori senza di
questo. Quant’è infatti ciò che basta a nutrire un uom o? Oppure
se cerchi di possedere più del necessario per darne agli altri, an­
che questo non è m olto: è meglio un’ospitalità a base di erbaggi
condita dalla cordialità che un’imbandigione di vitelli grassi con
la discordia. Usiamo dunque il nostro ingegno per attirarci la sim­
patia e difendere la nostra incolumità, non per ingannare la sem­
plicità altrui. Possiamo approfittare di questi esempi offerti dal
mare, per garantire la nostra salvezza, non per mettere in peri­
colo l’altrui.

Capitolo 9

24. Il riccio, animale d i piccola corporatura, insignificant


di nessun valore, intendo parlare di quello marino, per lo più suo­
le pronosticare ai naviganti la burrasca che s'avvicina o annun­
ciare la bonaccia. In una parola, quando avverte lo scatenarsi dei
venti, afferra un sasso d’un certo peso, lo trasporta com e una
zavorra e lo trascina com e un'àncora per non essere sbattuto dalle
ondate. In tal m odo non si mantiene in equilibrio con le proprie
forze, ma rimane saldo e si regge con quel peso estraneo. I mari­
nai, traendo da questo indizio un segno della tempesta imminente,
stanno all’erta affinché l’improvviso uragano non li trovi impre­
parati. Quale studioso di astronomia, quale astrologo o quale Cal­
deo potrebbe conoscere con tanta esattezza il corso delle stelle, i
movimenti e i segnali celesti?l. Con quale istinto ha intuito tutto
questo, da quale maestro lo ha imparato? Chi gli ha interpretato

5 Cf. V erg., Georg., II, 458.


6 Bas., Hexaem., 153 B (65 D): Toioù-ró? I c t i v 6 irpò<; tòv àSeXipòv Tiopeuó-
(jievo; 8óX<o xal TaT? tSv 7tX7jatti)v àxaiptai? aujiipopais èvrpu<p£>v. OeOye tJ)v
[i.l|j.n]aiv Ttòv xaTeYvoanéfjKùv. T o i? olx etoi; àpxoù • itevla [AC-rà aÙTapxeta? àXvj-
doO; tìtTOXaiioetù? Tot? aoxppovoùffi 7rp0Ti(i0TÉpa.

1 Bas., Hexaem., 160 A (67 E, 68 A): "Hxouaa èy<ù t< 5 v napaXCtov Tiv
8 ti é 8 -aXàaatos
t/yvo<;, t ò («xpòv juavreXGi; xal eòxaTa<ppóv»]Tov £òSov, SiSàoxa-
Xo? m>XX<4xi<; xXiiSovos T o t ? 7rXéouai ytverai. *0 ? 8 t o v TtpotSf] T a p a / ^ v
è(; àvé[icùv, (jirjipìSii Tiva ràeX&ùv yewatav, èn’ aiVr^c, &<nrep èv:' àyxópa?, pedato*;
aaXeuet, x a T e x ^ ^ s v o ; t iij> (Jàpei irpòt; tò |z$) £aSt<o<; t o ì i ; xu[i.aai.v Ó7roaiipsa$ai.
ToOto frrav tScocri ol vaurixol O 7)[xetov, toum t ! ) v 7rpoo8ox<i)(iévr)v (3 ia(av xtvyjaiv
t 5 v &vé[xcov. OùSele àaTpoXóyo?, oùScl? XaXSaìo?, T a l; èimoXaì? tS v àoipcov
iài; T c iv dcépoiv -zapayàc, TEX(jtaip6[i.evo?, T a Ù T a t ò v t/Xvov èStSa^e ... Cf. PLIN.,
N.H., IX, 31, 100; XVIII, 87, 361.
270 EXAMERON, DIES V, SER. V II , C. 9, 24-25

Quo ingenio ista collegit, quo doctore percepit? Quis ei fuit tanti
interpres augurii? Homines confusionem aeris uident et saepe
falluntur, quod plerumque eam sine tempestate discutiat: echinus
non fallitur, echinum sua nequaquam signa praetereunt.

25. Vnde exiguo animali tantam scientiam, ut futura pr


nuntiet? Quo magis in eo nihil est, quo tantam possit habere pru­
dentiam, crede quod per indulgentiam domini rerum omnium hic
quoque praescientiae huius munus acceperit. Etenim si faenum
deus sic u estita, ut miremur, si pascit uolatilia b, si parauit coruo
escam — pulli enim eius ad dominum clam ant0 — , si mulieribus
dedit texturae sapientiamd, si araneam, quae tam subtiliter ac
docte laxos casses suspendit in foribus, sapientiae non reliquit
inmunem, si ipse uirtutem equo dedit et soluit de ceruice eius
formidinem, ut exultet in campo et occurrens regibus inrideat,
odoretur bellum eminus, excitetur sono tu baee, si haec inratio-
nabilia pleraque et alia insensibilia ut faenum, ut lilia repleuit
suae dispositione sapientiaef, quid dubitamus quod etiam in echi­
num contulerit huius gratiam praescientiae? Nihil enim inexplo­
ratum, nihil dissimulatum reliquit. Omnia uidet qui pascit omnia,
omnia replet sapientia qui omnia in sapientia fe c it8, ut scriptum
est. Et ideo si echinum uisitationis suae exortem non praetermisit,
si eum considerat et futurorum informat indiciis, tua non consi­
derat? Immo uero considerat, sicut testatur eius diuina sapien­
tia dicens: si respicit uolatilia, si pascit illa, nonne uos pluris estis
illis? h. Si enim faenum agri, quod hodie est et cras in ignem mit­
titur, deus sic uestit, quanto magis uos minimae fid ei?1.

a Mt 6, 30; Lc 12, 28.


b Mt 6, 26; Lc 12, 24.
c Iob 38, 41.
<» Iob 38, 36 (Sept.).
e Iob 39, 19 ss.
f Mt 6, 28; Lc 12, 27.
e Ps 103, 24.
h Mt 6, 26; Lc 12, 24.
i Mt 6, 30; Lc 12, 28.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 271

un cosi infallibile presagio? Gli uomini, pur vedendo le perturba­


zioni atmosferiche, si ingannano sovente, perché spesso l'aria le
disperde senza che vi sia una burrasca; il riccio non sbaglia, e
non accade mai che gli sfuggano gli indizi che egli solo riesce a
percepire.
25. Donde la natura ha dato a questo piccolo animale u
scienza cosi infallibile2 da predire il futuro? Quanto più esso è pri­
vo di qualsiasi qualità che gli possa conferire un tale discernimento,
tanto più devi credere che anche quest’animale ha ricevuto il dono
di una simile prescienza per la bontà del Signore dell’universo.
Se Iddio riveste l'erba in m odo cosi meraviglioso, se pasce gli
uccelli, se ha provveduto il cibo ad un corvo — i suoi piccoli, in­
fatti, gridano verso il Signore — , se ha dato alle donne l’abilità
nel tessere, se non ha lasciato privo di una sua capacità il ragno
che appende alle porte ampie re ti3 lavorate in m odo cosi abile e
sottile; se ha dato la forza al cavallo e ha liberato il suo collo
dalla paura cosi che avanza baldanzoso nel piano e affronta i re
facendosene beffa, annusa da lontano l’odore della guerra, si eccita
al suono della tromba; se ha riempito tutti questi esseri irragio­
nevoli e altre creature insensibili, com e l’erba, com e i gigli, con
le qualità disposte dalla sua sapienza, perché dubitiamo che abbia
conferito anche il dono di questa prescienza? Dio non ha lasciato
nulla che gli sia inesplorato, nulla che gli sia nascosto. Tutto vede
colui che tutto nutre, tutto riempie di sapienza colui che tutto
ha creato con sapienza, com e sta scritto. Perciò, se non ha lascia­
to il riccio privo d’un suo intervento, se ne tiene conto e gli inse­
gna i presagi del futuro, non si occuperà delle tue cose? Al con­
trario, se ne occupa, com e attesta la sua Sapienza divina dicendo:
Se guarda gli uccelli, se li nutre, voi non contate più di essi? Se
Dio infatti veste cosi l'erba del campo, che oggi c ’è e domani viene
gettata nel fuoco, quanto più farà per voi, uomini di scarsissima
fed e? 4.

2 Numerosi codici, tra i quali i più antichi, hanno tantam scientiam,


lectio difficilior rispetto al tanta scientia di vari altri. Si potrebbe sottointen­
dere, p. es., natura dedit.
3 Cf. Verg., Georg., IV , 247: laxos in foribus suspendit aranea cassis.
4 Nella natura, con i suoi diversi livelli, S. Ambrogio indaga e mette in
luce la struttura sapienziale che le deriva direttamente da Dio, e quindi l’im­
pronta di una provvidenza che guida ogni essere in modo mirabile, oltre
quelle che riterremmo le loro possibilità. Dio si rivela cosi in un rapporto
« personale » con il mondo, che non è abbandonato a sé, in un non senso stra­
vagante e senza ordine, ma è corrispondente a un disegno della « bontà del
Signore dell’universo », dotato di « qualità disposte dalla sua sapienza ». Ma
questa prowidenzialità, che emerge nella lettura « religiosa » dell’universo, è
vista soprattutto come segno di una provvidenza divina per l'uomo, verso
il quale la bontà e la sapienza sono specialmente rivolti. L’uomo in partico­
lare si sente seguito da Dio, e a maggior ragione: « Se non ha lasciato il riccio
privo d’un suo intervento, non si occuperà delle tue cose? ». È la novità evan­
gelica, di un Dio che veglia sull'uomo con tenerezza patema, che spezza il
determinismo e la casualità di un mondo lasciato a se stesso, neH’indifferenza
assoluta e distaccata della divinità, e invece esalta il valore e il senso perso­
nale di ogni uomo. [I.B.]
272 EXAMERON, DIES V , SER. V II, C. 10, 26-27

Caput X

26. An uero sine quadam dote naturae manere piscibus eti


illam putamus gratiam, quod unumquodque genus piscium prae­
scripta sibi domicilia habet, quae sui generis nullus excedat, non
incurset alienus? Quis geometra his diuisit habitacula nullis rum­
penda temporibus? Sed geometram audiuimus, thalassometram
numquam audiuimus: et tamen pisces mensuram suam norunt,
non muris urbium portisque praescriptam, non aedificiis domo-
rum, non agrorum finibus limitatam, sed mensuram eius quod
oporteat, ut tantum satis sit unicuique quantum ad usum abun­
det, non quantum auiditas quaedam inmoderata sibi uindicet.
Lex quaedam naturae est tantum quaerere quantum sufficiat ad
uictum et alimentorum m odo sortem censere patrimonii. H oc ge­
nus piscium in illo sinu maris alitur et gignitur, illud in alio. De­
nique non reperies confusa genera piscium, sed quod hic abundat
alibi deest iterum. Ille sinus maris cephalos alit, lupos ille, ille
saxatiles, lucustas alius. Non est libera uagandi potestas, nec ta­
men aut interclusa montibus copia aut fluuiis interlabentibus
transitus inpeditur, sed usus natura inpressus tamquam patriae
finibus unumquemque sese tenere et ultra incolas prodire su­
spectum.

27. At nobis longe alia sententia, mutare exilio domus,


colarum fastidio teneri, aduenarum captare gratiam, transferre
terminos perpetuos, quos posuerunt patres nostri, agrum ad agrum
iungere, dom um ad d om u m 3. Deficit terra hominibus, sternuntur
et maria, rursus pro singulorum libidine inciditur terra, mare
infunditur, ut insulas faciant, possideant freta. Spatia maris sibi
uindicant iure mancipii pisciumque iura sicut uernaculorum con-
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 273

Capitolo 10

26. O forse pensiamo che, senza un dono di natura, i pesci


abbiano stabilmente anche quella prerogativa per effetto della
quale ciascuna specie ha un dom icilio fisso da cui nessuno che
vi appartenga si allontana e dove nessun estraneo fa irruzione?
Quale geometra ha assegnato loro la dim ora da non abbandonare
mai in nessuna occasione? Abbiamo sentito parlare di geometri,
mai di talassometri e tuttavia i pesci conoscono la loro zona, non
delimitata da mura e da porte di città, non segnata da case e da
confini di proprietà agricole, ma corrispondente ai loro bisogni,
cosi che a ciascuno basta tanto spazio quanto soddisfa abbondan­
temente alle proprie necessità, non già quanto potrebbe preten­
dere un’avidità im m oderata2. È legge di natura cercare tanto
quanto basta per vivere e valutare la quantità del patrimonio sul­
la giusta misura del cibo. Questa specie di pesci vive e si ripro­
duce in un golfo marino, quella in un altro. Di conseguenza non
troverai mai mescolate le specie di pesci, ma quella che abbonda
qui, altrove rispettivamente manca. Quell’insenatura ha il cibo
adatto per i cefali, quella per le spigole, quella per i molluschi di
scoglio, un'altra per i gamberi. Non possono vagare liberamente,
eppure tale facoltà non è impedita da monti né il transito è osta­
colato dal corso di fiumi, ma l’istinto impresso da natura fa si
che ciascuno resti, per cosi dire, entro i confini della propria
patria e tema di spingersi lontano dai propri concittadini3.
27. Noi invece la pensiamo molto diversamente: lasciamo la
patria per terre straniere, proviamo fastidio dei nostri concitta­
dini, cerchiamo di acquistare il favore dei forestieri, spostiamo i
confini immutabili posti dai nostri padri, aggiungiamo cam po a
campo, casa a ca sa 4. La terra è diventata insufficiente per gli
uomini, si interrano anche i m ari5; al contrario, per il capriccio
di alcuni, si scava la terra, vi si introduce il mare in m odo da
formare delle isole e possedere lo stretto che le forma. Rivendi­
cano spazi di mare per diritto di proprietà e avanzano pretese sui

1 Cioè « misuratori del mare » da JHcXaaaa (mare).


2 Bas., Hexaem., 156 AB (66 B ): II& c Tà "{évi) tòìv Ex&uuv Sxaaxa -rì)\i èm-nr)-
Selav èauToì? Siavei(jLdt[ieva /topav, oùx l7re(x|3àvet àXXrjXoi?, àXXà t o ì? olxetoi?
Spot? èvSiaTptpet ; OùSel? yecofjiiTpK)? Ttap’ aù-toì? xaTévet^e Tà? otx^crei? • où
Te&xeai TOpiy^YpaTtrat • oùx ópo&eatoi? S tiperai x a l aÙTO|jt.àTCù? èxàa-rco t ò X p V
at|i.ov à7tOTéraxTai... àXXà vó^o? tI? I o t i <pù<jeo>? loca? x a l Stxalco? xaTà t ò
éxàarou xpetS&e? ttjv StaiTav éxàcrroi? àuoxX^pòiv.
3 Bas ..Hexaem., 156 AB (66 B): OOto? jièv yàp 6 xóX to? t<£Sc Tivà yévn) t óiv
tx&uojv póaxei xàxeìvo? ÈTepa • x a l Tà &8s 7rXy)$ùvovTa, S top a raxp’ èrépoi?. Où-
Sèv 8po? ò!U£ai? xopu 9ai? àvatsxaiiivov Silarrjaiv, où 7toTa(iò? t^v Siàpaatv doro-
Téfzverai, àXXà vójxo? 1 t? ècrn <pùoeo>? ...
4 Bas., Hexaem., 156 B (66 C): O tfe (iera£po(ji«v Spia atóma, & g&evro ol
TraTépe? •fjfj.Cv. IIapaTe(jivó(j.&9-a *piv, auvàTtrofiev olxlav xal àypòv irpò? àypòv,
iva tou 7tX7)<itov dc<peXó>pie&à ti. Per mutare exìlio domus cf. Verg., Georg.,
II, 511.
5 Cf. H o r ., Carm., I l i , 1, 34-37: Contracta pisces aequora sentiunt / tac­
tis iti altum molibus; huc frequens / caementa demittit redemptor / cum
famulis dominusque terrae / fastidiosus.
274 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 10, 27-29

dicione seruitii sibi subiecta commemorant. Iste, inquit, sinus ma­


ris meus, ille alterius: diuidunt elementa sibi potentes. His ostreae
in fluctibus nutriuntur, his in uiuario piscis includitur. Luxuriae
nec mare sufficit, nisi apothecas habeant ostrearum. Itaque aetates
earum numerant et piscium receptacula instruunt, ne conuiuium
diuitis mari non possit inpleri. Nam uicini nomen quibus audiunt
auribus, quibus oculis intuentur possessiones eorum! Quemad­
modum dies noctisque excogitant, ut aliquid proximis auferant!
Numquid soli habitabitis super terram? b clamat propheta. Co­
gnoscit haec dominus et uindictae reseruat.

28. Quanto aliena a piscibus auiditatis rapina! Illi natura


caiptant secreta et ultra orbis terrarum terminos mare norunt,
quod nullae interpolant insulae, nec terra aliqua interiacet uel
ulterius ulla sit posita. Illic igitur ubi diffusum late mare omnem
spectandi usum, utilitatis gratia nauigandi intercludat audaciam,
condere se feruntur cete, illa inmensa genera piscium, aequalia
montibus corpora, ut tradiderunt nobis qui uidere potuerunt. Illic
quietum aeuum exigunt discreta ab insulis et ab omnibus mariti­
marum urbium contagiis separata habent suas regiones et habita­
cula distributa. Manent in his inoffenso uicinorum limite nec uago
transitu mutationes quaerunt locorum , sed tamquam patrium so­
lum diligunt et in his inmorari dulce arbitrantur. Quae ideo ele­
gerunt, ut solitariam uitam remota possint arbitrorum interpel­
latione transigere.

29. Sunt tamen aliqua piscium genera, qui non ingenii f


litate loca mutent, sed fouendi partus necessitate, quem oportuno
atque legitimo procurantes tempore ex plurimus locis ac diuerso
maris sinu uelut com m uni consilio conuenientes coniuncto agmi­
ne aquilonis flatus petunt et ad illud septentrionalium mare par­
tium quadam naturae lege contendunt. Dicas, si ascendentes ui-
deas, reuma quoddam esse; ita proruunt fluctusque intersecant
per Propontidem in Euxinum uiolento impetu profluentes. Quis
piscibus haec adnuntiat loca, praecipit tempora? Quis tribuit di-

b Is 5, 8.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 275

pesci loro spettanti a titolo di servitù com e se si trattasse di


schiavi. « Questa insenatura, dice, è mia, quella è di un altro »:
i grandi si dividono gli elementi. Alcuni hanno allevamenti d’ostri­
che in mare, altri tengono rinchiusi i pesci nei vivai. Alla loro raf­
finatezza non basta nemmeno il mare, se non hanno depositi di
ostriche. Perciò ne calcolano l’età e costituiscono riserve di pesci
per timore che il convito del ricco non sia sufficientemente fornito
di vivande dal mare. Con quali orecchi ascoltano il nome del vicino,
con quali occhi guardano i possedimenti di chi abita accanto! Co­
me si struggono giorno e notte per sottrarre qualcosa ai loro con­
finanti! Forse resterete soli ad abitare sulla terra? grida il profeta.
Il Signore conosce tutto ciò e attende di farne vendetta.
28. Quant’è estranea ai pesci l'avidità di predare! Essi si im­
padroniscono dei recessi della natura e conoscono il mare oltre
i limiti del mondo, dove non si frappongono isole, dove nel mezzo
non si stendono terre né ve ne sono al di là. In quei luoghi, dove
il mare sconfinato impedisce ogni possibilità di osservazione, ogni
navigazione ardimentosa a scopo di guadagno, si dice che si na­
scondano i cetacei, quelle enormi specie di pesci dai corpi alti come
montagne, stando almeno alle informazioni di coloro che sono
riusciti a vederli. Là vivono tranquilli lontani dalle isole e, separati
da ogni contatto con le città di mare, hanno, equamente distribuiti,
i loro spazi e le loro tane. Non si allontanano di qui, evitando di
violare il confine dei vicini e non cercano di mutare i loro luoghi
passando da una parte all’altra, ma li amano com e fossero il suolo
della patria e a loro sembra una dolcezza rimanervi stabilmente.
Li hanno scelti per poter trascorrere una vita solitaria, lontani da
ogni disturbo d’osservatori6.
29. Vi sono tuttavia alcuni generi di pesci che cambiano luoghi
non per volubilità d’indole, ma per la necessità di allevare la prole,
per curare la quale al m omento giusto ed opportuno, radunandosi
da numerosissimi luoghi e da differenti insenature marine, come
per una comune decisione tutti insieme si muovono nella direzione
del vento di tramontana e, per una misteriosa legge di natura, si
dirigono, com ’è noto, verso il mare delle zone nordiche. Se tu li
vedessi salire in quella direzione, li diresti un fiume: con tale
slancio avanzano e tagliano i flutti riversandosi impetuosamente
attraverso la Propontide nel Ponto Eusino. Chi indica ai pesci que­
sti luoghi, chi fissa loro i tempi? Chi dà loro il comando di met­
tersi in viaggio, stabilisce la disposizione della carovana, le mete e il
momento del ritorno? Gli uomini hanno, ben si sa, l’imperatore

6 Bas., Hexaem., 156 BC (66 CD): OI8e xà xyjty) tyjv à(pci>pic|iévY]v aùxoì? ita
ty)? (piioeto; Staixav, tyjv ÌZ,(ù tcùv otxou|iivcov /copUov xaxeìXijtpe é-àXaaaav, ttjv
lp^[ir)v vrjatùv, f) (iy)Se(ila 7rpi? t ò àvuir£pa<; àvrixa&éoTYixev ^TOipo;. AlÓTrep
&-k! ouq ècrrtv, oùtc Earoptai; ooxe xivò? XPE^a? xaToX^àv auxrji; toù c 7tAcoxY)px?
àva7rei-&oii(XZ]S. ’ Exetvuv xaxaXa(}óvTa xà xyjxy), Tot? (lextaxoii; xtov òpfiiv xaTà t ò
Héye&oi; èoixóxa, di? ol xe&eajxévoi (potai, [livei èv to i? olxetoii; Spoi?, (ìyjts toù ;
vyjgok; |ì.y)xe tocù; 7rapaXtoii; TtóXecrt Xu[jt.atvó(xeva. OStoj (J.èv o5v Sxaaxov yévoi;,
<£>c7TEp 7róXeai Yj xcù(jlou<; tioIv 7taTp[<n dcp/atai?, Tote dbroxexa-ytiitioK; aòxoì? xy]?
S-aXàc<jY]i; [iépeaiv èvauXl^exai.
276 EXAMERON, DIES V , SER. V II, C. 10, 29

spositionem uiandi, comitandi ordinem, metas et tempora reuer-


tendi? Homines scilicet imperatorem habent, cuius expectatur im­
perium, procedit tessera, proponuntur edicta prouincialibus ut
conueniant, tribunis militum litterae diriguntur, dies statuitur: et
plerique ad dies statutos occurrere nequeunt. Quis imperator pi­
scibus praeceptum dedit, quis doctor hanc tribuit disciplinam,
qui metatores itinera disponunt, qui duces iter dirigunt, ut nullius
desit occursus? Sed agnosco quis ille sit imperator, qui ordina­
tione diuina sensibus uniuersorum suum infundat imperium, qui
tacitus mutis animantibus naturalis disciplinae ordinem tribuat,
non solum magna penetret, sed etiam per minima quaeque se
fundat. Diuinae legi piscis obsequitur, et homines contradicunt.
Piscis sollemniter obaudit mandata caelestia, et homines inrita
faciunt dei praecepta. An contemptibilis tibi uidetur, quia mutus
est rationisque expers? Sed uide ne tu tibi magis incipias esse
contemptui, si inrationabili inrationabilior deprehendaris. Quid
autem rationabilius hoc piscium transitu, cuius rationem quidem
uerbis non explicant, sed factis locuntur? Pergunt enim aestatis
tempore ad fretum Ponti, eo quod reliquo maris sinu hic sinus
dulcior sit. Non enim tamdiu sol ei fluctu quamdiu ceteris in-
moratur, eaque fit causa ut non omnem aquam exhauriat, quae
dulcis ac potabilis sit. Quis autem ignoret quod etiam ea quae
maritima sunt aquis plerumque dulcibus delectentur? Denique
dum flumina secuntur et ad superiora ascendunt, frequenter alie­
ni pisces generis capiuntur in fluuiis. Cum haec igitur causa Pon­
tum illis faciat gratiorem uel quod aestus temperet sollemnis illic
flatus aquilonis, tum oportuniorem ceteris iudicant, in quo gene­
rare et partus possint proprios enutrire, quod teneri fetus laborem
alienae regionis ferre uix possint, quos illic fouet aeris blanda
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 277

di cui attendono il com ando: arriva anzitutto l’ordin e7, si ema­


nano i decreti ai provinciali perché si radunino, si inviano lettere
ài tribuni militari, si fissa il giorno. E tuttavia molti non riescono
a presentarsi alla data stabilita. Quale imperatore ha dato l'ordine
ai pesci, quale maestro li ha cosi istruiti, quali topografi predi­
spongono l’itinerario, quali generali guidano la marcia in m odo
che nessuno manchi all'appuntamento? Ma io so chi è quell’im­
peratore che con divina disposizione infonde il suo comando nel­
l’istinto di tutte le creature, che silenziosamente assegna ai muti
animali l’ordine derivante da un insegnamento naturale, non solo
penetrando negli esseri di una certa grandezza, ma diffondendosi
anche in tutti i più p ic c o li8. Il pesce obbedisce alla legge divina,
gli uomini invece vi contravvengono. Mentre il pesce è avvezzo a
osservare i comandamenti celesti, gli uomini rendono vani i precetti
divini. Forse il pesce ti sembra disprezzabile perché è muto e
privo di ragione? Ma bada di non cominciare tu ad essere più degno
di disprezzo ai tuoi occhi nel caso che tu sia trovato più irragio­
nevole di un essere irragionevole. Ma che c ’è di più ragionevole
di questo spostamento dei pesci, la cui ragione essi non spiegano,
è vero, con le parole, ma attestano con i fatti? D’estate si dirigono
verso il Ponto, perché è un tratto di mare più dolce di ogni altro.
Infatti il sole non vi si trattiene sopra tanto quanto sugli altri, e
questo è il motivo per cui non assorbe con l’evaporazione tutta
l’acqua dolce e potabile che questo mare contiene9. Chi non sa
poi che anche gli animali marini per lo più provano piacere del­
l’acqua dolce? Di conseguenza spesso vengono catturati nei fiumi
pesci di mare mentre seguono il corso dei fiumi risalendo verso
la sorgente. Sia dunque che tale motivo renda loro più gradito il
Ponto sia che i soffi dell’aquilone, che là spira solitamente, at­
tenuino la calura estiva, è certo che ritengono quel mare più adatto
di tutti gli altri per dare alla luce e allevare i propri piccoli, poi­
ché i pesciolini ancor teneri difficilmente potrebbero sopportare
i disagi di un’altra regione, mentre in quel mare la carezzevole
mitezza del clima offre loro protezione. Compiuta questa funzione,

7 Q ui tessera ha il sen so ge n erico d i « o rd in e ».


8 Bas., Hexaem., 156 C-157 A (66 D E ): ”HSvj Sé « v e ? x a l Ì7toS7)(XY)Tixol tS v
Ix&utov, óóarcp àirò xoivoO (3ouXeuT?]ptoo 7tpò? r))v Ù7tepop£av <jTeXXó(/£voi, ù<p’ évi
cuvJWjjian Tràtvre? àroxlpouaiv. ’ EreeiSàv yàp è TETayjiivo? xaipò? tij? xurjaccù?
xaTaXdPfj, &XX01 dm’ óiXXojv xóXraov [xeravacTàvre? xòj xoivcó t5j? qMiaeco? vòmito
Sieyep&évre?, èirl rjjv Popivvjv IratyovTat. &aXaaaav. K a l l'Soi? av x a rà t ò v xaipòv
TYj? dcvóSou <2>CT7cep t i £eu|j.a toù? Ix&u? ,?)vtù[iivou? x a ^ 8ià -ri)? IIpoTrovTtSo? èirl
t ò v Eu^ivov (ì covra?. TI? ò xiv& v; Ilo io v T r p ó c T a y f i a (3aaiX£ci>?; I lo ìa Siaypà(jL-
(jtaTa xaT’ àyopàv fptXo>|i£va r))v 7cpotì-eo(itav SrjXoì ; O l ijsvayoovre? t£ve?; 'O pà?
r>]v ■Stetav SiàTa^iv 7ràvra TtXv)poO(rav x a l Sia t£Sv (iixpOTaTOJv Si^xouoav.
9 Bas., Hexaem., 157 AB (67 A B ): ’ Ix-9-ù? oùx àvriXéyei v6[icp @eoù, x a l &v9-po>-
7toi o(0T7)pl(t>v SiSayjjLaTcov oùx Avex6|i-e&a. Mi] xaTacppóvei t<Sv Ix&ù<dv, èraiSi)
&9<i>va x a l fiXoya toxvtsXòj?, àXXa <po(3oo (jLT) x a l toù tojv àXoycùTepo? fj?, Tfj 8 ia -
Tayyj toù XTtaavTO? dtvriaTànevo?. "A xoue tS v Ex$ù<ov (ìovovou^I <pcovi)v dc<piévTcov
Si’ <&v ttoioOctiv 6 ti el? Sia(jLovJ)v toO yévou? tJ)v (xaxpàv Tamvjv àiro8y)(j.tav otsX -
XófjteSa ... rXuxùrepov yàp t>)? Xownj? S-aXàooTi? èxeTvo aò (IScop, 8ló ti kit’ òXtyou
aù-ifl 7tpOCT8iaTptPù)v 6 ^Xio? oùx èijàyei aÒTÌj? 8Xov 8 là tìj? àxTtvo? t ò ttÓi ijiov.
278 EXAMERON, DIES V , SER. V II, C. 10, 29-30

clementia. Itaque peracto munere omnes simul eo quo uenerant


agmine reuertuntur.
30. Quaenam ista sit ratio consideremus. Obiectus est Po
sinus boreae ceterorumque uentorum uiolentissimis flatibus, un­
de si grauis illic procella furit, tempestates mouentur, ita ut de
profundo harena uertatur, cuius rei fluctus harenosus indicio est,
qui uentorum motu insurgens altius, tum pondere grauior haud
dubie non solum nauigantibus, sed etiam maritimis ipsis animan­
tibus intolerabilis habetur. Accedit illud, quod cum plurima et
maxima Ponto flumina misceantur, tum hiberno tempore sinus ip­
se frigidior et torrentum rigescat adlapsu. Propterea pisces tam­
quam arbitri fluentorum aestate illic asperantis aurae clementiam
captare consuerunt, cuius amoenitate perfuncti rursus hiemis
aspera declinare contendunt et septentrionalis plagae saeua fu­
gientes in reliquos se sinus conferunt, in quibus aut uentorum
m ollior sit placiditas aut solis soleat uernare temperies. Nouit
igitur piscis pariendi tempus, quod pro magno mysterio dixit
Solomonis sapientia0, nouit tempus eundi atque redeundi, nouit
tempus perfunctionis et iactationis et nouit ut non queat falli,
quia non rationis aestimatione et disputationis argumento utitur,
sed inspiratione naturae, quae uera est magistra pietatis. Denique
omnes animantes praescripta habent pariendi tempora, hom o so­
lus indiscreta atque confusa. Reliqua genera clementiam temporis
quaerunt, mulieres solae partus suos inclementer effundunt; uaga
enim et intemperans libido generandi uagam pariendi aetatem
exhibet. Piscis tanta maria transmittit, ut utilitatem aliquam ge­
neri suo quaerat, nos quoque diffusa aequora transfretamus; sed
quanto honestius quod successionis amore quam quod pecuniae
auiditate suscipitur! Denique illis ad pietatem, nobis ad quaestum
transmissio deputatur. Illi subolem referunt omnibus mercibus
cariorem, nos mercem longe inparem ad periculi uicem misera
lucri cupidine reportamus. Itaque illi patriam repetunt, nos dere­
linquimus: illis nando incrementum generis adquiritur, nobis mi­
nuitur nauigando.

c Eccle 3, 2.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 279

tutti insieme ritornano nella formazione medesima in cui erano


venuti10.
30, Consideriamo quale sia la spiegazione di tutto ciò.
Ponto Eusino è esposto alle raffiche impetuosissime della tramon­
tana e di tutti gli altri venti sicché, se là infuria una violenta bu­
fera, vi si scatenano tempeste tali che sollevano la sabbia dal fondo.
Ciò è provato dalle onde torbide che, levandosi a grande altezza
sotto la spinta dei venti, appesantite per giunta dalla sabbia, non
possono essere sopportate non solo dai naviganti, ma neppure dagli
stessi esseri marini. Si deve considerare inoltre che, siccom e mol­
tissimi e grandissimi fiumi sfociano nel Ponto, d’inverno quel
tratto di mare è particolarmente freddo e gelido per l’affluire di
tali acque correnti. Perciò i pesci, che sono giudici inappellabili
della temperatura delle acque, d'estate sogliono cercare colà la
dolcezza d'una pungente frescura e, dopo averne goduto il ristoro,
di bel nuovo si affrettano a evitare le asprezze dell'inverno e, fug­
gendo i rigori delle regioni settentrionali, si trasferiscono in altri
golfi nei quali regni una più soave calma di venti o il moderato
calore del sole garantisca costantemente un clima primaverile. Co­
nosce dunque il pesce il tempo di partorire, il che equivale a co­
noscere un grande mistero, com e ha detto la sapienza di Salomone;
conosce il tempo di andare e di tornare, conosce il tempo di svol­
gere il proprio com pito e di andare errando senza stabile dimo­
ra, e lo conosce in m odo che non può sbagliare, perché non
usa una valutazione razionale o argomentazioni proprie delle di­
spute, ma l'istinto naturale, che è il vero maestro del sentimento
del dovere. D'altra parte tutti gli animali hanno tempi determinati
per il parto; solo l'uom o li ha indeterminati e im precisi11. Le al­
tre specie cercano la mitezza del clima; solo le donne partoriscono
le loro creature senza riguardi; infatti la voglia del procreare
senza regola e senza freno rende senza regola anche l'epoca del
parto. Il pesce attraversa mari cosi sconfinati per procurare qual­
che vantaggio alla propria sp ecie12; anche noi valichiamo le ampie
distese marine: ma quanto più onorevole è ciò che si intraprende
per amore della prole di ciò che si affronta per avidità di guadagno!
Insomma le loro traversate sono dovute all'affetto, le nostre al­
l'interesse. Essi portano con sé la prole, più cara di tutte le mer­
canzie; noi, per la miserabile brama di lucro, riportiamo dai nostri
viaggi della merce che non vale assolutamente il pericolo corso.
Quelli ritornano in patria, e noi la abbandoniamo; essi, nuotando,
ottengono un aumento della loro specie, e noi, navigando, una
diminuzione della nostra.

10 Bas., Hexaem., 157 BC (67 B C ):X a£pei Sè -coi? yXuxéai x a l -uà S-aXaaata •
8&ev x a l èirl toiì? toto^ oùc; àvav^xerai toXXAxii; x a l Tròppo) S-aXàooT]? «péperai.
’ E x toùtou TrpoTijióxepcx; auToìe 6 Iló v ro ? tcìni Xoitoòv èuri xóX7ro>v, <!)? èniT^-
Seioi; èva7roxuT)<rai x a i èx&péi^ai Tà Uxyova. ’ EttciSòlv Sè t ò <ntou8a^ó[xsvov <Sp-
xoiSvto? 4x 7rX»)pci)87Ì, tocXiv toxmSy]jzeI 7tàvre? Ù7roaTpé<pouaiv otxaSe.
11 Xenoph., Comm., I, 4, 12: s u ll'ep oca del pa rto.
12 Bas., Hexaem., 157 D (67 D ): ’ Ix&ùs T o a a ù r a Sia[ie[{3et ireXà-p] ùrtèp eCpa-
a-0-at riva <!><péXeiav.
280 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 10, 31 - C. 11, 32

31. Quis igitur neget diuinitus illis infusum ingenium e


huiusmodi atque uirtutem, cum uideat istos in aquilonem tam
sollemnem obeundae fecunditatis peregrinationem uiuaci ingenio
conponere, alios in exiguo corpore tantum ualiditatis adsumere, ut
maximas nauium plenis currentes uelis in mediis fluctibus sistant,
sicut breuis pisciculus echeneis tanta facilitate memoratur nauem
ingentem statuere, ut quasi radicatam mari haerere uideas nec
moueri; aliquamdiu enim inmobilem seruat. An et huic putas
sine creatoris munere tantum potuisse subpetere uirtutis? Quid
gladios loquar aut serras aut canes maritimos aut balaenas aut
zygaenas, quid etiam turturis aculeum et hoc mortuae? Sicut enim
uiperae os si quis calcauerit recens dumtaxat grauius quam uene­
num nocere fertur et inmedicabile uulnus serpere, ita etiam turtur
aculeo suo mortua amplius quam uiua periculi adferre memoratur.
Lepusculus quoque, timidum animal in terris, in mari formidabile,
citam et quae non facile possit auferri corruptelam inuehit. Voluit
enim te creator tuus nec in mari satis ab insidiantibus esse se­
curum, ut propter pauca quae noceant quasi in excubiis positus
armis fidei semper et scuto deuotionis accinctus a domino tuo
debeas salutis sperare praesidium.

Caput X I

32. Veniamus ad Atlanticum mare. Quam ingentia illic et


finitae magnitudinis cete, quae si quando supernatant fluctibus,
ambulare insulas putes, montes altis simos summis ad caelum
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 281

31. Chi dunque potrebbe negare che per volere divino


stata infusa in essi una simile ingegnosa attitudine e una simile
capacità, vedendo che essi, ad intervalli cosi regolari, organizzano
con un'abilità ricca d’iniziativa il viaggio verso nord per ottenere
la procreazione? che altri nel loro piccolo corpo raggiungono
tanta energia da arrestare nel mezzo dei flutti le più grandi navi
che corrono a vele spiegate? Cosi si dice che un minuscolo pe­
sciolino com e la remora trattenga con tale facilità una nave enorme,
che tu potresti vederla ferma sul mare, com e se vi avesse affondato
le radici, senza muoversi più; infatti riesce a tenerla immobile per
un certo periodo di tempo. Forse pensi che anche a questo pesce
sia potuta toccare tanta forza senza intervento del Creatore? “ .
Perché parlare dei pesci spada o dei pesci sega o dei pescicani o
delle balene o dei pesci martello? Perché parlare anche dell’aculeo
della pastinaca14, per giunta dopo la sua m orte? Infatti, com e si
dice che, se uno calpesta la bocca di una vipera, purché morta da
poco, essa sia più nociva del veleno e la ferita si estenda senza
rim ed io15, cosi dicono che anche la pastinaca con il suo aculeo sia
più pericolosa da morta che da viva. Anche il lep rotto16, animale
timido sulla terra, ma temibile in mare, produce un’infezione
rapida e difficilmente guaribile17. Infatti il tuo Creatore ha voluto
che tu nemmeno in mare fossi sufficientemente sicuro da chi t’in­
sidia, perché, stando all’erta a causa di pochi esseri nocivi, rivestito
costantemente delle armi della fede e dello scudo della pietà, tu
debba sperare dal tuo Signore la difesa che salva.

Capitolo 11

32. Veniamo ora a parlare dell’Oceano Atlantico. Quali en


mi cetacei vi si trovano e di quale smisurata grandezza! Quando
essi nuotano alla superficie, penseresti a isole in movimento a

13 Bas., Hexaem., 161 BC (69 A): ’Eàv 8è àxoòcr» )? o t i T à [ l é y i a T a Ttòv reXotcov


f)7rX<ù(iévoi<; icr-rtoi? è!; o6pta<; <pepó|ieva tò [uxpóraTov t/MSiov f) èxcv7l^? ou-cto
fcot.§l<ùq tanjaiv, &ars dxtvv)tov ènl 7rXeiaTOV ipuXdiaaeiv ttjv vaOv Àajrep xarappi-
£o)tì-eìaocv èv aÙTÒi tgj TteXotyei, 5p’ oùxl xal èv tco (juxpcji loiVioi tvjv aùrfjv toG
XTtaavroi; 8uvà|xe<i>c; Xa[jL(3àvei<; à7cóSei!;iv; cf. Plin., N.H., IX, 24, 79. Si tratta,
naturalmente, di una leggenda.
14 È il pesce che Plinio ( N.H., IX, 48, 155) chiama trygon e pastinaca.
Quest’ultimo nome è usato anche in italiano per indicare comunemente questa
specie di pesci, noti per l’aculeo caudale con cui iniettano il loro veleno.
15 Cf. Ov., Met., I, 190: sed immedicabile corpus-, X, 189: erat im­
medicabile uulnus.
16 È una specie di grosso mollusco; cf. Plin., N.H., XXXII, I, 8; IX, 48, 155.
17 Bas., Hexaem., 161 C (69 B): Où yàp [ióvoi £i<ptài xal rcptove? xal xiive?
xal (paXaivai xal i^Syaivai «pofìepaf, àXXà xal Tptiyovo? xévxpov -ri)? S-aXaaaÉas,
xal Taii-n]; vexpdti;, xal Xaytiià? 6 S-aXàacrio<; oùx ^ttÓv è<rri rpoftzpi., r a x e ìa v xal
iuapatrifiTOV tt)V ip^opàv èmcpépovra.

1 Cf. Verg., Aen., V ili, 691-692: pelago credas innare reuulsas / Cyclad
aut montis concurrere montibus altos.
282 EXAMERON , DIES V , SER. V II , C. 11, 32-33

uerticibus eminere! Quae non in acta nec in litoribus, sed in


Atlantici maris profundo feruntur uideri, ut eorum conspectu
nautae a nauigandi in illis locis praesumptione reuocentur nec
secreta elementorum adire sine supremo terrore mortis usurpent.

33. Sed iam adsurgamus ipsi de profundo maris et aliquan­


tum sermo noster emergat atque ad superiora se subrigat. Spec­
temus ea quae usitata multis et plena sint gratiae, quom odo aqua
in salis uertatur soliditatem, ut ferro saepe caedatur, quod de
Brittannicis salibus nihil mirum, qui <in> speciem marmoris ualidi
eiusdem metalli niueo candore resplendent, salubres corporis cibo
et potui nimis grati: quom odo etiam non indecorus lapis cora­
lium in mari herba sit, si in aerem transferatur, lapidis firmitate
solidetur: unde etiam ostreis pretiosissimam margaritam natura
infixerit, quom odo eam maris aqua in tam m olli carne solida-
uerit. Quae difficile apud reges inueniuntur, ea litoribus quasi
uilia iacent uulgo et in saxis asperis et cautibus colliguntur. Au­
reum etiam uellus aqua nutrit et lanam in memorati speciem me­
talli gignunt litora, cuius colorem nullus adhuc eorum qui fucis
diuersis obducunt uellera potuit imitari. Adeo naturae maritimae
gratiam humana implere nescit industria. Scimus qua sollicitudi­
ne uellera ouium etiam minus pretiosa curentur; sint licet optima,
nequaquam tamen his fucus innascitur. H ic naturalis color est,
quem nullus adhuc fucus aequauit. H oc quoque piscis est uellus,
sed et ipsi murices, qui insigne dant regium, sunt maritimi.

33, 5. Brittanicis Schenkl Brittannicis plerique codd.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 283

monti altissimi che con le loro cime svettano verso il cielo. Si


dice che non si vedano né lungo le coste né presso il litorale,
ma nelle zone sconosciute dell’Oceano Atlantico2, cosicché per la
loro presenza i marinai sono distolti dal navigare temerariamente
in quei luoghi né osano, senza un estremo timore della morte, spin­
gersi in quei recessi degli elementi.
33. Ma ormai risaliamo anche noi dal fondo del mare e
nostro discorso emerga alquanto e si elevi verso ciò che sta so­
p r a 3. Guardiamo cose note a molti e tuttavia piene di attrattiva:
come l’acqua si trasformi assumendo la solidità del sale, cosi
che spesso viene tagliata con una lama, fatto che non ha nulla di
strano se si pensa ai sali di Britannia, che, simili a marmo du­
rissimo, risplendono del niveo candore dello stesso minerale, sa­
lutari se usati nel cibo, straordinariamente gradevoli quale be­
vanda4; com e anche il corallo, una pietra non priva di bellezza,
in mare sia erba e, portato aH'aria aperta, si solidifichi assumendo
la durezza della pietra; con quali mezzi la natura abbia infuso an­
che nelle ostriche una perla preziosissima e com e l’acqua marina
l’abbia solidificata in mezzo ad ima carne cosi molle. Queste gem­
me, che si trovano a malapena nei tesori regali, giacciono sparse
sul lido com e oggetti senza valore e si raccolgono tra le rocce
scabre e gli scog li5. L’acqua nutre anche una lana d ’oro che le
coste producono nell’aspetto di questo metallo, della quale nes­
suno, fra coloro che tingono i velli con succhi svariati, è riuscito
a imitare il c o lo re 6. A tal punto l’ingegnosità umana è incapace
di riprodurre le bellezze naturali del mare. Sappiamo con quale
attenzione siano lavorate le lane ovine anche meno pregiate; siano
pure della qualità migliore: tuttavia non hanno mai spontanea­
mente una simile tinta. Questo è un colore naturale che nessuna
tintura è riuscita finora ad eguagliare. Anche questa lana è un pe­
sce. Ma anche i m u rici7, che ci danno le insegne regali, pro­
vengono dal mare.

2 Bas., Hexaem., 161 B (69 A ): ... IrceiS-i) t o ì? [j.eytaToi<; 8peai TtjS iiyxco toù
acó|jtaTO? 7rxpiaà£eToci • & ye xal v^otov 7roXXàxi<; epavraatav 7rapé/exat, èreiSàv
7T0TS èrcl ty)v iSxpav è7u<pdcvsiav toù OSaTo? à v a v ^ e ra i. TauTa iiévroi Ti)XtxauTa
tfvTa où nepl à xrà ? oùSè àyiaXoix; SiaTptjìei, dtXXà t ò ’ ATXavrixov Xeyó|ievov tzè-
Xayo? èvotxeì. V edi anche 156 C (66 D ).
3 Bas., Hexaem., 161C (69 B ): ’ A>>à yàp àvaSpa^óvrei; èx t& v (ìo&Gv,
btl tJjv ^TCCipov xaTa<ptiyti>|iev.
4 Non ne sappiamo nulla.
5 Bas., Hexaem., 161A (68 D E ): Ileo? et? &Xa<; t ò uScop rofjyvurai • tcóS? 6
7C0XuTt(X7)T0<; Xtòo? t ò xoupàXXiov y~kkt\ èariv èv S-aXiacrfl, èrceiSàv 8è et; tòv
àépa è^ e v sx ^ i Trpò? Xfòou oreppÓTY]Ta (ieTa7R)yvuTai • Tcó-9-ev Tei EÙTeXeardcTO)
^ t| ) t£) òaxpétp tòv Papiiri(jLOV (xapyaptT»)v ^ (piiaii; èvé$7)xev. "A yàp èro&uixouCTt
■§T]aaupol PaotXéojv, TauTa rapi atytaXoò? x a l àxTàs x a l Tpaxeta; n&tpa; Siép-
pwirai, èv èXuTpoi? tcùv òo-cpétov èyxetfieva.
6 Bas., Hexaem., 161 A (68 E ): Iló&ev t ò xpuaoùv gpiov a l ictwai Tpéipouaiv,
57tep oùSeli; t& v àvS-pt!>7ttùv (iéxpt vuv è[ii(jd)(jaTO. IlóS-ev a l xóxXot to ì? PaotXsùat
tà ? àXoupytSaq x aP ^ 0Vtat) x a ^ T<* tgìv Xeijìcùvcov Tfl eù/pota 7tapéSpa[iov.
La 7rtw] (meglio che Titavr) ) è un mollusco, dentro una conchiglia, che si
attacca alle rocce mediante filamenti serici che possono essere filati e, quindi,
tessuti.
7 I murici sono i molluschi dai quali gli antichi estraevano la porpora.
284 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 11, 34-35

34. Et quae pratorum gratia uel hortorum amoenitas po


caeruli maris aequiperare picturam? Aurum licet in pratis flores
refulgent, auri quoque fulgorem in mari lana resplendet, et illi
cito marcescunt, ista diu duratura seruatur. Lilia in hortis eminus
nitent, uela in nauibus; hic odor, illic uentus aspirat. Quae utili­
tas in folio? In nauibus quanta com m ercia! Lilia suauitatem na­
rium, uela hominum salutem inuehunt. Adde pisces salientes et
delphinas ludentes, adde rauco sonantes fluctus murmure, adice
currentes naues ad litora uel de litoribus exeuntes. Et cum e
carceribus emittuntur quadrigae, quanto studio spectantum et
amore certatur! Equus tamen in uanum c u r r ita, non in uanum
nauigia: ille in uanum, quia uacuus, ista ad utilitatem quasi plena
frumenti. Quid his gratius quae non uerbere aguntur, sed uento-
rum spiramine, ubi nemo refragator, sed omnes fautores sunt, ubi
nemo uincitur quicumque peruenerit, sed omnes puppes, quae
peruectae fuerint, coronantur, ubi palma merces salutis, uictoria
pretium regressionis est. Quantum enim distat inter directos cur­
sus ac reflexos! Isti perpetuantur, hi resoluuntur. Adiunge remi­
giis contexta litora, quibus uexillum exeundi aura de caelo est.
Itaque aurigae plausum inanem referunt, hi soluunt uota seruati.

35. Quid de Iona dignum loquar, quem cetus excepit ad


tam, reddidit ad prophetandi gratiam? Emendauit aqua quem ter­
rena deflexerant. Psallebat in utero ceti qui maerebat in terrisb
et, ut utriusque redemptio non praetereatur elementi, terrarum
salus in mari ante praecessit, quia signum filii hominis signum

a Ps 32, 17.
b Io n 2, 2-3.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 285

34. E quale incanto di prati o quale amenità di giardini può


uguagliare la tinta del mare color del cielo? Sebbene i fiori nei
prati rifulgano d’oro, nel mare la lana risplende anch'essa dei ba­
gliori dell’oro e, mentre quelli rapidamente appassiscono, questa
invece si conserva per una lunga durata. I gigli nei giardini spic­
cano candidi in lontananza, sulle navi spiccano candide le vele; là
spira l'olezzo, qui il vento. Quali utilità hanno i petali? Sulle navi,
invece, quanti com m erci! I gigli recano piacere all'odorato, le vele
sopravvivenza agli uomini. Aggiungi i pesci saltellanti, i giochi dei
delfini, aggiungi i flutti risonanti con m orm orio roco; aggiungi le
navi che si accostano rapide al lido o che da questo si partono.
Anche quando le quadrighe vengono fatte uscire dai recinti8, co­
me la gara si svolge tra l'interesse e la passione degli spettatori!
Tuttavia il cavallo corre senza s c o p o 9, non cosi le navi: quello
senza uno scopo perché non porta nulla, queste per recare vantag­
gio in quanto cariche di frumento. Quale spettacolo più grade­
vole di queste navi che non sono sospinte a colpi di frusta, ma
dal soffio del vento, dove nessuno è avversario, ma tutti sono so­
stenitori, dove nessuno, giunto a destinazione, viene vinto, ma
tutte le poppe delle navi che hanno ultimato il viaggio sono inghir­
landate di corone: palma è la ricompensa d'essere incolumi, vit­
toria è il premio di aver fatto ritorno. Quanta differenza c'è, in­
fatti, tra i percorsi diretti e i percorsi che ritornano su se stessi!
Quelli si continuano a ripercorrere, questi si concludono una volta
per sem pre10. Aggiungi i litorali affollati di marinai per i quali il
vento che spira dal cielo è il segnale per salpare. Perciò gli aurighi
ottengono un inutile applauso, questi, ritornati sani e salvi, sciol­
gono i loro voti.
35. Come potrei parlarvi degnamente di Giona che un ce­
taceo accolse per salvargli la vita e restituì per consentirgli di
compiere la sua missione profetica? L'acqua lo richiamò al do­
vere, mentre gli interessi terreni lo avevano traviato u. Nel ventre
del cetaceo cantava salmi, mentre sulla terra era triste; e, per non
trascurare la redenzione di entrambi gli elementi, la salvezza della
terra si com pì prima nel mare, perché il segno del Figlio dell’uomo
è il « segno di Giona » 12. Come costui nel ventre del cetaceo, così
Gesù rimase nel seno della terra. L’uno e l’altro elemento offri-

8 Cf. V erg ., Georg., I, 512: ut cum carceribus sese effudere quadrigae.


9 Cf. Sai. 32, 17: Fallax equus ad salutem.
10 Come osserva anche il Coppa (op. cit., p. 290, n. 95), il passo è molto
oscuro. Penso che S. Ambrogio contrapponga la rotta delle navi, che si con­
tinua a percorrere una volta sperimentata, e il percorso delle quadrighe
che si esaurisce gara per gara. Cursus reflexus alluderebbe all’uso di girare
più volte intorno allo stadio (Svet. Dom. 5).
11 Giona aveva cercato di sottrarsi aH'ordine del Signore e, invece di
recarsi a Ninive, si era imbarcato alla volta di Tarsis (Giona, 1, 1-3).
Anche S. Basilio nella perorazione della settima omelia (164 A = 69 C) ri­
chiama l'episodio di Giona.
12 Leggiamo in Matt., 12, 39: « Una generazione perversa e adultera pre­
tende un segno! Ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona
profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce,
cosi il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra ».
286 EXAMERON, DIES V , SER. V II , C. 11, 35; SER. V II I, c. 12, 36

Ionae. Sicut iste in utero ceti, sic Iesus in corde terraec. In utro­
que remedium, maius tamen in mari pietatis exemplum, quoniam
exceperunt pisces quem homines refutarunt et quem homines
crucifixerunt pisces seruauerunt. Petrus quoque in mari titubatd,
sed non labitur et confessus in fluctibus tamen negauit in terris e.
Itaque illic quasi deuotus manu adprehenditur, hic quasi oblitus
aspectu censorio conuenitur(. Sed iam rogemus dominum, ut ser­
m o noster quasi Ionas eiciatur in terram, ne diutius in salo
fluctuet. Et bene etiam exiuit cu cu rbita8, quae obumbret nos a
malis nostris. Sed et ipsa procedente sole arefacta admonet re­
quiescendum, ne in terra aestuare incipiamus ingenio et- nobis
etiam uerba deficiant. Certe plus nobis quam Nineuitis data est in
aquis remissio peccatorum.

SERMO V III

Caput X II

36. Et cum paulolum conticuisset, iterum sermonem ador


ait: Fugerat nos, fratres dilectissimi, necessaria de natura auium
disputatio, et sermo huiusmodi nobis cum ipsis auibus euolauerat.
Fit enim natura quadam, ut ii qui aliquid intuentur uel dicendo
exprimere uolunt eorum qualitatem quae uel intuentur uel lo­
quuntur adsumant, ut et cum pigrioribus inmoremur et cum ue-
locibus celeri rapiamur aspectu, stilo quoque aut tardiore uta­
mur aut rapido. Itaque cum caueo, ne mari demersa praetereant

c Mt 12, 40.
d Mt 14, 30.
= Mt 26, 70.
f Lc 22, 61.
s Ion 4, 6.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 287

rono un rimedio; tuttavia nel mare fu più grande l’esempio, per­


ché i pesci accolsero colui che gli uomini avevano respinto e i
pesci salvarono colui che gli uomini avevano cro ce fisso13. Anche
Pietro sul mare vacilla, ma non cade e, dopo aver confessato Cristo
sulle onde, lo rinnegò sulla terra. Perciò, là, perché fedele, viene
preso per mano; qui, perché smemorato, s’incontra in uno sguardo
di riprovazione. Ma ormai preghiamo il Signore che il nostro di­
scorso com e Giona sia gettato sulla terra, affinché non sia sbat­
tuto più a lungo in mezzo al mare. E anche la pianta di zu cca 14
è spuntata a proposito per proteggerci dai nostri mali. Ma anch'es-
sa, per il fatto d ’essersi essiccata col procedere del sole, ci am­
m onisce che dobbiam o riposarci perché, giunti sulla terra, la no­
stra intelligenza non com inci a ribollire e quindi non ci vengano
meno anche le parole. Certamente per mezzo dell’acqua ci è stata
concessa la remissione dei peccati in misura maggiore che ai
Niniviti.

V i li SERMONE

Capitolo 12

E dopo aver taciuto per qualche tempo, riprendendo nuova­


mente a parlare disse: *
36. Ci eravamo dimenticati, fratelli dilettissimi, quanto
indispensabile trattare della natura degli uccelli e il nostro discor­
so su tale argomento aveva spiccato il volo insieme con essi \ Cà-
pita infatti naturalmente che chi osserva qualche cosa o la vuole
esprimere a parole assume le caratteristiche delle cose che osserva
o descrive, cosi che indugiamo con quelle che sono piuttosto pi­
gre, con quelle veloci ci lasciamo trascinare in un fuggevole sguardo
ed abbiamo anche la penna più lenta oppure rapida a seconda dei
casi. Per questo, mentre badavo a non trascurare ciò che è som-

13 Non si capisce bene che cosa intenda qui S. Ambrogio con « pesci ».
Il Coppa (op. cit., 291, n. 98) suppone che forse potrebbero essere « i fedeli
che accolgono la parola » e rimanda a V, 6, 15-16. Il Pasteris (op. cit., p. 468,
n. 4) scrive: « Si noti... che nel "colui" l’autore identifica idealmente il
simbolo di Giona e la realtà di Cristo ». Ad ogni modo l’argomentazione
appare forzata.
14 Si allude alla pianta di zucca fatta crescere da Dio (Giona, 4, 6-11) per
proteggere Giona dal sole e quindi fatta seccare per insegnargli che il Si­
gnore si preoccupava della sorte dei Niniviti ben più a ragione che il pro­
feta di una semplice pianta. Invece di zucca ( Settanta: xoXoxiivib) ; la Vul­
gata ha hedera), le versioni moderne traducono dall’ebraico ricino.

* E una nota del tachigrafo o stenografo, rimasta eccezionalmente n


testo anche dopo la revisione dell’autore.
1 Bas., Hexaem., 168 C (71 E, 72 A): Efroxfiev tà rcepl tcov vqxTtòv, 8
è xatpòi; èveStSou èanèpou; ' trfj(iepov (ieTépi)fiev èul rJjv t g ì v xeP®ttl)v è^éraaiv.
AiétpoyEV tò imijvòv Iv Tq> jjiaoi.
288 EXAMERON, DIES V , SER. V II I, C. 12, 36-38

et aquis operta me lateant, effugit omne uolatile, quia dum incli­


natus imos aquarum gurgites scrutor, aerios non respexi uolatus,
nec umbra saltem pinnae me praepetis declinauit, quae in aquis
potuit relucere. Verum ubi omne negotium expeditum putaui et
absolutum esse me credidi et diem quintum consummatum ar­
bitratus sum, uenit in mentem auium, quae cum eunt cubitum,
quasi peracto laetae munere aethera cantu mulcere consuerunt.
Quod uelut sollemniter surgente et occidente die instaurare con­
suerunt, ut decursi uel adoriendi nocturni iuxta diurnique tem­
poris laudes suo referant creatori. Magnum igitur incentiuum
excitandae nobis deuotionis amiseram. Qui enim sensum-hominis
gerens non erubescat sine psalmorum celebritate diem claudere,
cum etiam minutissimae aues sollemni deuotione et dulci carmi­
ne ortus dierum ac noctium prosequantur?

37. Redeat igitur nobis uolaticus sermo, qui paene fue


lapsus ex oculis et aquilae m odo alta petens uolatus suos obduxe­
rat nubibus, nisi quia oculos abluti aqua dum de gurgite leuamus
ad caelum, speculati uacuum aeris uolatibus ferri ad necessita­
tem stili putauimus esse reuocandum. Eritis uos iudices, qui estis
aucupes uerbi, utrum consultius euolet an utiliter in uestra sit
retia relapsus. Nec uereor ne fastidium nobis obrepat in uolatibus
requirendis, quod non obrepsit in gurgitibus perscrutandis, aut
aliqui ex nobis in disputatione obdormiat, cum possit auium can­
tibus excitari. Sed profecto qui inter mutos pisces uigilauerit non
dubito quod inter canoras aues somnum sentire non possit, cum
tali ad uigilandum gratia prouocetur. Neque uero uile putetur,
quod potuit praeteriri, cum sit tertia pars in animantibus crea­
turae. Tria enim genera animantium esse non dubium est, terre­
num uolatile aquatile. Denique sic scriptum est: Educant aquae
reptilia animarum uiuentium secundum genus et uolatilia uolan-
tia super terram secus firmamentum caeli secundum g en u sa.

38. Reuocamur ad superiora sicut obliuiosi uiatores, qui c


inconsulto praeterierint, in sua reuertentes uestigia incuriae suae
multam repetito itineris labore suscipiunt. Est tamen etiam bo-

» Gen 1, 20.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 289

merso dal mare e a non dimenticare ciò che è coperto dalle acque,
mi sono sfuggiti tutti gli uccelli, perché, standomene tutto curvo
a scrutare le profondità dei gorghi marini, non ho rivolto i miei
occhi ai voli su in cielo, e non mi ha distolto dalla mia osserva­
zione nemmeno l’ombra dell’ala veloce che pur poteva riflettersi
sull'acqua. Ma, quando pensavo di aver esaurito tutto il mio com ­
pito e credevo di essere a posto e supponevo finito il quinto giorno
mi sono ricordato degli uccelli che, quando vanno a dormire, lieti,
per cosi dire, di aver com piuto il loro dovere, sono soliti rallegrare
il cielo con i loro can ti2. E questo sogliono rinnovare com e per una
consuetudine, al sorgere e al tramontar del sole, per lodare il
loro Creatore per la notte com e per il giorno, quando sono tra­
scorsi o stanno per cominciare. Avevo perduto dunque una grande
occasione per suscitare in noi il sentimento della devozione. Quale
uom o dotato di sensibilità non arrossirebbe di concludere la sua
giornata senza la recita dei salmi, dal momento che anche gli
uccelli piccolissimi accompagnano il sorgere del giorno e della
notte con un atto di pietà abituale e con un dolce canto?
37. Ritorni dunque per noi il discorso alato che quasi aveva­
m o perduto di vista e che, a guisa d’aquila salendo in alto, aveva
nascosto fra le nubi il suo volo; se non che, mentre purificati
dall'acqua innalzavamo dall’abisso i nostri occhi verso il cielo, ve­
dendo che esso si lasciava trasportare spensierato3 a volo per
l’aria4, abbiamo ritenuto di doverlo ricondurre alle esigenze della
trattazione. Sarete giudici voi che siete gli uccellatori delle mie
parole, se è più saggio che esse volino via oppure se, con vostro
vantaggio, siano cadute nelle vostre reti. E non temo che nel se­
guire i voli degli uccelli si insinui in noi la noia che non ci ha
colto scrutando gli abissi o che qualcuno di noi si addormenti nel
corso della esposizione, perché potrebbe essere risvegliato dal canto
degli uccelli. Ma senza dubbio mi sembra impossibile che chi è
riuscito a rimanere sveglio fra i muti pesci, si lasci prendere dal
sonno fra gli uccelli, essendo stimolato a rimanere sveglio da
una simile attrattiva. D’altra parte non si consideri di poco conto
ciò che si è potuto passare sotto silenzio, dal momento che gli uc­
celli costituiscono un terzo degli animali di tutto il creato5. Tre
infatti sono fuor di dubbio le specie animali: terrestri, alate, acqua­
tiche. Infine sta scritto così: Le acque producano rettili in un
brulichio di esseri viventi secondo la propria specie e volatili che
volino sulla terra in faccia al firmamento del cielo secondo la
propria specie.
38. Dobbiamo ritornare a ciò che precede, com e viaggiatori
distratti i quali, essendo andati oltre senza riflettere, ritornando
sui loro passi pagano la pena della loro leggerezza con la raddop-

2 Cf. Verg., Aen., VII, 34: aethera mulcebant cantu lucoque uolabant.
3 Cf. Hor., Carm., I, 32, 1-2: si quid uacui sub umbra / lusimus tecum.
4 aeris = aeriis.
5 Tipico squarcio di oratoria ambrosiana, nel quale giochi di parole
d’origine retorica si mescolano ad un umorismo scherzoso e benevolo.
290 EXAMERON, DIES V , SER. V I I I , C. 12, 38-39 - C. 13, 40

nus uiator, qui dispendium regressionis reliqui itineris compen­


diosa celeritate compenset, ut mihi faciendum arbitror, maxime
cum de auibus sermo sit, quae solent oculos hominum uolatu pro-
peratiore praestringere. Quid enim conuenit in his demorari in
quibus celeritas placere consueuit? Auius igitur et inusitatus in
tali genere scriptionis sermo noster canoris auibus resonet ac
resultet.

39. Sed unde mihi cygnea carmina, quae etiam sub gr


mortis inminentis terrore delectant? Vnde mihi illos naturales
modulos cantilenae, quibus etiam paludes sonorae cantus edunt
dulcissimos suauitate? Vnde mihi uoces psittaci dulcedinemque
merularum? Vtinam saltem luscinia canat, quae dormientem de
somno excitet; ea enim auis signare solet diei surgentis exortum
et effusiorem diluculo deferre laetitiam. Tamen si illorum sua-
uitas deest, sunt gementes turtures et raucae columbae, tum etiam
cornix plena uoce pluuiam uocat. Vnde rurale auiarium sermone
quo possumus, scientia quam nos rusticani docuerunt perse­
quamur.

Caput X III

40. Et quoniam de aquatilibus reptilibus diximus, ardu


est ut subito ad aues caeli sermo noster ascendat. Et ideo de his
auibus prius dicamus, quae circa aquas maris fluminumque uer-
santur, cum quibus possumus emergere. Itaque ab alcyone ser­
monem adoriamur. Ea est auis maritima, quae in litoribus fetus
suos edere solet, ita ut in harenis oua deponat medio fere hiemis.
Nam id temporis fouendis habet deputatum partibus, quando
maxime insurgit mare litoribusque uehementior fluctus inliditur,
quo magis repentinae placiditatis sollemnitate auis huius eluceret

39, 4. sittaci Schenkl psittaci plerique codd.; cf. V, 14, 49.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 291

piata fatica del viaggio6. C'è tuttavia anche il buon viaggiatore


che sa compensare il tempo speso per ritornare indietro con una
vantaggiosa rapidità nel resto del viaggio, com e penso di dover fare
io, specialmente trattando degli uccelli che sogliono sfiorare gli
occhi degli uomini con il loro rapido volo. Come può essere con­
veniente attardarsi su queste creature delle quali solitamente ci
piace la velocità? Il mio discorso dunque, inusitato e lontano dalle
vie consuete in questo genere di trattazione, risuoni e riecheggi del
canto degli u ccelli7.
39. Ma donde attingerò i canti del cigno che pur nel p
roso terrore della morte ci recano diletto? Donde quelle naturali,
ritmiche cantilene, per effetto delle quali anche le paludi risonanti
innalzano canti di dolcissima soavità? Donde i discorsi del pap­
pagallo e il canto melodioso dei merli? Magari cantasse almeno
l'usignolo per risvegliare chi dorm e: tale uccello, infatti, suole
annunciare l’inizio del giorno che sorge e spandere nel mattino
ima più diffusa letizia8. Tuttavia, se manca il loro canto soave,
ci sono il gemito delle tortore e il roco tubar delle colom b e9, c'è
anche la cornacchia che a gran voce chiama la pioggia10. Trat­
tiamo quindi degli uccelli di campagna con termini alla nostra
portata, utilizzando le nozioni apprese dai contadini.

Capitolo 13

40. E poiché abbiamo parlato dei rettili acquatici, è diffic


che il nòstro discorso si elevi ad un tratto fino agli uccelli del
cielo. Perciò trattiamo prima di quelli che vivono presso le acque
del mare e dei fiumi, con i quali possiamo p oi levarci in alto.
Cominciamo dall'alcione \ Questo è un uccello marittimo che suole
dare alla luce i suoi piccoli sul lido, deponendo le uova nella sab­
bia verso la metà deH'invemo. Tale tem po gli è stato stabilito per
covare le sue creature, quando il mare si gonfia di più e le ondate
più violente flagellano i lidi, perché il privilegio particolare di
questo uccello spiccasse maggiormente provocando le consuete

6 Bas., Hexaem., 168 C (72 A): ’Avdrpoj toIvuv xorrà toìn; èmXT)<J(jt.ova? t S v
óSourópav, ol èiceiSàv t i tm v xaiptcov 7rapaXÌ7rti>ai, xfiv Irei 7toXù tÌ)? óSoù npoéX-
$6>oi, itàXiv r»iv ocò-rìjv ùnoarpécpouaiv, à^lav t % (bqc&ujjttai; Sbojv tòv èx t^ ?
iSoMToptac xóitov ÙTtéxovres, o5tg> xal ^[ùv, ìoixe, "rijv aùrijv TcàXiv (3a8i-
atéov.
7 Cf. Verg., Georg., II, 328: auia tum resonant auibus uirgulta canoris.
« Cf. Anth. Lat., 762 R„ 1, 13, 31, 42.
9 Cf. Verg., Bue., I, 57-58: nec tamen interea raucae, tua cura palumbes /
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.
10 Cf. Verg., Georg., I, 388: tum cornix piena pluuiam uocat ìmproba uoce.

1 Alcione: nome dell’uccello « martin pescatore », usato talvolta imp


priamente anche per il gabbiano (D evoto-O li).
292 EXAMERON, DIES V , SER. V II I, C. 13, 40-42

gratia. Namque ubi.undosum fuerit mare, positis ouis subito mi­


tescit et omnes cadunt uentorum procellae flatusque aurarum
quiescunt ac placidum uentis stat mare, donec oua fouet alcyone
sua. Septem autem dies fotus sunt, quibus decursis educit pullos
fetusque absoluit. Ilico alios quoque septem adiungit dies, quibus
enutriat partus suos, donec incipiant adolescere. Nec mireris tam
exiguum nutriendi tempus, cum absolutio fetuum tam paucorum
dierum sit. Tantam autem gratiam minuscula auis diuinitus in-
dultam habet, ut hos quattuordecim dies nautici praesumptae se­
renitatis obseruent, quos et alcyonidas uocant, quibus nullos m o­
tus procellosae tempestatis horrescant.

41. Nonne uos passeribus pluris estis?* dominus ait. Si igi­


tur auis minusculae contemplatione et insurgit mare et repente
comprimitur atque aspero hiemis inter graues procellas tempe-
statesque uentorum deterget caeli nubila fluctusque com ponit
elementis omnibus subito infusa tranquillitas, quantum praesu­
mere debeas, o homo, ad imaginem dei factus agnoscis, si tamen
auiculae istius fidem studio deuotionis imiteris. Illa tempestates
uidens insurgere, saeuire uentos inter hiberni saeua non reuocatur
neque reflectitur, sed inpellitur. Denique in litore sua oua consti­
tuit, ubi ea relabente fluctu madida adhuc harena suscipiat, nec
insurgentes fluctus, quos immurmurare atque adlabi uideat, re­
formidat.

42. Et ne putes quod ouorum uideatur habere contemptum,


continuo, ubi deposuerit oua, nidificat et suo partus corpore
fouet nec saluti propriae adluuione litoris pertimescit, sed secura
de dei gratia uentis se committit et fluctibus. Parum est hoc.
Adiungit totidem alios ad nutriendum dies nec interpellari tot
diebus infidi maris tranquillitatem ueretur temptatque meritum
suum naturae iam sollemnitate fundatum. Illa teneros fetus non
latibulis aliquibus abscondit aut tectis nec includit cauernis, sed
nudo et rigenti committit solo, nec defendit a frigore, sed diuino
fotu, quo magis cetera despiciat, tutiores fore extimat. Quis no­
strum paruolos suos non uestimentis tegat, tectis abscondat, quis
non claudat eos saeptis cubiculorum, quis non ita diligenter un­
dique fenestras obstruat, ne qua possit aura uel leuiter penetra-

Lc 12, 7.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 293

pause d’improvvisa bonaccia. Il mare, se è agitato, si calma su­


bito appena deposte le uova, si placano tutte le procelle dei venti,
hanno tregua le raffiche e la superficie marina resta immobile per
l’assenza del ven to2, per tutto il tempo in cui l’alcione cova le
proprie uova. La covatura si prolunga per sette giorni, trascorsi
i quali fa uscire i piccoli ormai completamente formati. Subito
aggiunge altri sette giorni per nutrirli, finché non comincino a
crescere. E non meravigliarti di un cosi breve periodo di alleva­
mento, dal momento che la completa formazione dei piccoli ri­
chiede pochissimi giorni. Ed è tanto grande il dono che quest’uc­
cello di modeste proporzioni ha ricevuto dalla bontà di Dio, che
i marinai rimangono in attesa di questi quattordici giorni di
bonaccia, che chiamano anche « dell’alcione », perché in essi non
devono temere l’imperversare del cattivo tem p o3.
41. Voi non valete più dei passeri? dice il Signore. Se dun­
que per riguardo d’un m odesto uccello il mare si solleva e tosto
si placa e nell’asprezza dell’inverno, tra violente procelle e tem­
peste di vento, la bonaccia, diffondendosi repentinamente in tutti
gli elementi, sgombra le nubi del cielo e spiana i flutti, sai che
cosa devi attenderti, o uom o, creato ad immagine di Dio, purché
tu imiti con l’impegno della tua devozione la serena fiducia di
questo piccolo uccello. Esso, pur vedendo levarsi le tempeste e
infuriare i venti mentre imperversa l’inverno, non se ne lascia
dissuadere, non si tira indietro, ma ne riceve stimolo: depone
le sue uova addirittura sulla spiaggia perché ivi le accolga la sab­
bia ancor umida per il rifluire dell’onda, e non si spaventa per l’in­
sorgere dei flutti che vede spingersi gorgogliando sulla riva.
42. E perché tu non pensi che l’alcione sia incurante delle
sue uova, fabbrica il nido subito dove le ha deposte, le riscalda
con il suo corpo, senza preoccupazione per la propria incolumità
in seguito al riversarsi copioso dell’acqua sul lido, ma, sicuro della
bontà di Dio, si affida ai venti ed ai flutti. E questo è ancor poco.
Aggiunge altrettanti giorni per l’allevamento né teme che in tutti
questi giorni s’interrompa la tranquillità del mare infido e mette
alla prova il proprio merito ormai fondato sulle consuetudini della
natura. L’alcione non cela i propri piccoli in qualche nascondiglio
o riparo né li chiude in cavità rocciose, ma li affida alla nuda terra
irrigidita dal gelo; né li protegge dal freddo, ma pensa che saranno
più sicuri per il tepore fornito loro da Dio e per tale motivo si cura
meno del resto. Chi di noi non proteggerebbe con vesti i propri
bambini, non li nasconderebbe in casa, chi non li chiuderebbe tra
le pareti della stanza da letto, chi non turerebbe diligentemente
le finestre da ogni parte affinché non possa penetrarvi nemmeno
un filo d’aria? Noi in tal m odo otteniamo di spogliare della pro-

2 Cf. Verg., Bue., II, 26: cum placidum uentis staret mare; IX, 57-58:
et omnes, aspice, uentosi ceciderunt murmuris aurae.
3 Bas., Hexaem., 177 AB (75 E, 76 A): 'AAxucóv èaxi ■9-aXaTTtov opveov.
AQtt) TOXp’ aÙTOu? vatraeùeiv toù? aiyiaXoij? 7réipoxe, he’ aù-rij<; xà <ì>à
xaxa&suivr] ... "fìcrre xal vau-tixol toxvtei; uraai touto xal àXxuovtSai; xà? rj|xépa<;
èxetvou; 7tpo<jaYopeùouoi. Cf. Arist., H.A., V, 8, 542 b, 4; Plin., N.H., X, 32, 90,
e XVIII, 62, 231, dove manifesta un certo scetticismo.
294 EXAMERON, DIES V , SER. V II I, C. 13, 42-44

re? Merito quos tam sollicite induimus ac fouemus, exuimus eos


clementiae caelestis inuolucro, alcyone uero quos nudos proicit
eos diuino uestit indutu.

43. Nec uos praeteribo, merguli, quibus ab adsiduitate m


gendi nomen hoc haesit. Quomodo semper mergentes aurarum
signa colligitis et praeuidentes tempestatem futuram propere me­
dio reuolatis ex aequore et ad litorum tuta cum clam ore conce­
ditis! Quomodo etiam, fulicae — quae maritimo delectantur pro­
fundo — refugientes quam praescitis com m otionem maris in uado
luditis! Ipsa ardea, quae paludibus inhaerere consueuit, notas de­
serit sedes imbresque formidans supra nubes uolat, ut procellas
nubium sentire non possit. Consideremus diuersas uolucres ma­
ris, quemadmodum inminente uentorum motu ad tutiora et tunc
temporis dulciora sibi stagna se conferant atque in abscondito
terrarum sinu cognita sibi alimenta rimentur.

44. Nocturnas autem anserum quis non miretur excubi


qui uigilias etiam suas cantus adsiduitate testantur? Denique eo
etiam Romana Capitolia a Gallo hoste seruarunt. Merito illis de­
bes, Roma, quod regnas. Dii tui dormiebant et uigilabant anseres.
Ideo illis diebus anseri sacrificas et non Ioui; cedunt enim dii
uestri anseribus, a quibus se sciunt esse defensos, ne et ipsi ab
hostibus caperentur.

44, 5. di Schenkl dii omnes codd. praeter unum.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 295

tezione della misericordia divina proprio quelli che ci preoccu­


piamo tanto di vestire e di tener riparati; l’alcione invece ricopre
della veste fornita da Dio i suoi piccoli che abbandona nudi e
senza difesa.
43. Né tacerò di voi, sm erghi4, cui è rimasto questo nome
dal vostro frequente immergervi nel m a re5. In qual m odo, nono­
stante le vostre immersioni ininterrotte, cogliete i segni dati dai
venti e, prevedendo la burrasca imminente, ritornate in fretta
volando dal mare aperto e vi rifugiate schiamazzando al sicuro
sulla spiaggia? Anche voi, folaghe, — uccelli che pur godono di
tuffarsi nelle profondità marine — in che m odo, evitando lo scon­
volgimento del mare che riuscite a prevedere, fate i vostri giochi
dove l'acqua è bassa?6. Lo stesso airone, che solitamente non ab­
bandona le paludi, lascia le sedi consuete e, temendo la pioggia,
vola sopra le n u b i7, cosi che riesce ad evitare le tempeste. Con­
sideriamo com e i vari uccelli marini, quand’è imminente una
bufera di vento, si rifugino negli stagni — per essi più sicuri e,
in quella circostanza, più graditi — e in quei loro nascondigli
cerchino, scavando, il cibo ad essi ben noto.
44. Chi non ammirerebbe i turni di guardia delle oche che
dimostrano di essere vigilanti ripetendo assiduamente il loro ver­
so? Cosi anzi salvarono anche il Campidoglio di Roma dall’attacco
dei Galli. A buon diritto, Roma, sei loro debitrice del tuo impero!
I tuoi numi dormivano e vegliavano le oche. Perciò in quei giorni
tu sacrifichi all’oca e non a Giove; infatti gli dèi vostri cedono alle
oche dalle quali sanno di essere stati difesi affinché non cades­
sero anch’essi nelle mani dei n em ici8.

4 Cf. V erg., Georg., I, 361-362: cum medio celeres reuolant ex aequore mer­
gi / clamoremque ferunt ad litora-, vedi anche Pl in ., N.H., XVIII, 87, 362.
5 Varr., L.L., V , 13, 78: mergus quod mergendo in aquam captat escam.
L’etimologia è esatta; vedi E rn o u t-M e ille t, Dict. étym., sub uoce.
6 Cf. V erg., Georg., I, 362-363: cumque marinae / in sicco ludunt fulicae.
7 Cf. V erg., Georg., I, 363-364: notasque paludes / deserit atque altam
supra uolat ardea nubem.
8 Bas., Hexaem., 181 BC (77 E ): ILS? fiypwrvov tò tòìv jpqvGv ybmc, x a l Jtpò?
t?]v Ttov Xav&avóvrcùv a W b ja tv ò^óraTov, ol yè to te x a l t r)v flaaiXtSa to5X.iv
TOpiaaxravro, TtoXsjJitou? Tivàs ùttò f»j<; Si’ ùttovójìojv dupavùv •JjSr) (xéXXovTai; tt)v
icxpav ty)c 'Pci[Z7]? xaTaXa[A(idiveiv xaTa(Wf)vii<javTe<;. Cf. P lin ., N.H., X, 22, 51: Et
anseri uigil cura Capitolio testata defenso, per id tempus canum silentio
proditis rebus, quam ob causam cibaria anserum censores in primis locant;
vedi anche XXIX, 14, 57, e Verg., Aen., VII, 655-656.
S’avverte qui un’eco sarcastica della polemica contro il paganesimo decli­
nante, ma non ancora sconfitto, della quale era stato un episodio particolar­
mente significativo lo scontro tra Ambrogio e Simmaco (384); vedi, p. es., H.
B loch, La rinascita pagana in Occidente alla fine del secolo IV, in « Il conflitto
tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV », Saggi a cura di A. Momigliano,
Einaudi, Torino 1968, pp. 201 ss.
296 EXAMERON, DIES V , SER. V I I I , C. 14, 4547

Caput XIV

45. Pulchre autem post descriptionem piscium de his aui


quae adsuetae sunt aquis sermo successit, quia et ipsae similiter
usu natandi et munere delectantur. Vnde prima cognatio uidetur
auibus istis esse cum piscibus, quoniam natandi communis quae­
dam uidetur utrique generi esse consortio. Secunda quoque co ­
gnatio auibus et piscibus est eo quod uolantis usus species sit na­
tantis. Sicut enim aquam natando piscis incidit, ita auis aerem
uolatu celeri secat. Atque utrique generi similiter caudae^ suppetit
alarumque remigium, ut pisces ad priora se alis subrigant atque
ad ulteriora procedant, caudae quoque gubernaculo uel quo uelint
se facile conuertant uel impetu quodam e regione iter suum diri­
gant. Aues quoque aeri uolatibus suis uelut aquis innatant et qua­
si quaedam extendunt brachia, cauda quoque se uel ad superiora
subrigunt uel ad inferiora demergunt. Vnde quoniam in nonnullis
idem usus et species, ideo de aquis utriusque generis natiuitas
diuina praeceptione processit. Dixit enim deus: Producant aquae
reptilia animarum uiuentium secundum genus et uolatilia uolantia
secus firmamentum caeli secundum genus*. Non inmerito igitur,
quia de aquis genus utrumque producitur, natandi proprietas
utrisque subpeditat.

46. Sane cum et coluber lubricus omnesque serpentes — ideo


enim serpenti nomen est inditum, quia non possunt ambulare, sed
repere — , dracones quoque simili m odo ut pisces plerique sine
pedibus sint, nullum auium genus pedum officio caret, quia om­
nibus uictus e terris, et ideo pedum munere fulciuntur, quia huius-
m odi ad escam quaerendam indigent ministerio. Itaque aliae uo-
lucres unguibus armantur ad raptum, ut accipitres et aquilae,
quae rapinam uenationis exercent: aliae uel ad incedendum uel
ad cibum sibi parandum usu ministerioque utuntur adcommodo.

47. Vnum autem nomen auium, sed genera diuersa, quae quis
possit aut memoria aut cognitione conprehendere? Sunt itaque
aues, quae carne uescuntur. Ideo his ungues asperi, curuatum

a Gen 1, 20.
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 297

Capitolo 14

45. Opportunamente poi, dopo la descrizione dei pesci, ab­


biamo parlato di questi uccelli che vivono sull’acqua, perché an-
ch’essi, com e i pesci, si dilettano abitualmente dell’esercizio del
nuoto. Pertanto pare che questi uccelli abbiano una prima affinità
con i pesci, perché entrambe le specie sembrano avere una co­
mune propensione per il nuoto. Pesci e uccelli hanno anche una
seconda affinità, perché l ’atto di chi vola assomiglia a quello di
chi nuota. Come il pesce nuotando solca l’acqua, cosi l’uccello
nel suo rapido volo taglia l’aria. E l’una e l’altra specie dispon­
gono ugualmente del remeggio della coda e delle ali, così che i
pesci mediante le pinne si drizzano e procedono in avanti e, usando
anche la coda com e un timone, si volgono facilmente nella dire­
zione voluta oppure con un guizzo invertono la loro rotta. Anche
gli uccelli volando nuotano nell’aria com e se fosse acqua e, per cosi
dire, tendono le loro braccia e inoltre per mezzo della coda si sol­
levano verso l’alto o si lasciano cadere verso il basso. Quindi, poi­
ché in alcuni di essi è uguale il comportamento e l’aspetto, per
tale motivo per volontà divina entrambe le specie sono state
create dalle a cq u e1. Iddio disse infatti: Le acque producano i ret­
tili in un brulichio d'esseri viventi secondo la propria specie e vo­
latili che volino sulla terra in faccia al firmamento del cielo se­
condo la propria specie. Non a torto, dunque entrambe le spe­
cie, provenendo dall’acqu a2 godono della capacità di nuotare.
46. Senza dubbio, mentre la viscida biscia e tutti i serpenti
— infatti sono stati chiamati con questo nome perché non pos­
sono camminare, ma soltanto strisciare — e inoltre i dragoni sono
per lo più privi di piedi com e i pesci, non c ’è specie di uccelli che
manchi di tale sostegno, perché tutti traggono il nutrimento dalla
terra e quindi si sostengono con l’aiuto delle zampe; hanno infatti
bisogno di un simile aiuto per trovare il c ib o 3. Perciò alcuni uc­
celli sono armati di artigli per predare, com e gli avvoltoi e le
aquile che cacciano la preda; altri se ne servono in m odo adeguato
per camminare o per procurarsi il cibo.
47. Unico è il nome di « uccelli », ma le specie sono diverse:
chi potrebbe ricordarle o conoscerle tutte? Vi sono uccelli che si
cibano di carne. Questi hanno artigli appuntiti, becco ricurvo e

1 Bas., Hexaem., 169 A (72 B ): " O t i cicnep ouyyéveià ri? ètra "toi? t o to -
[iévoii; rapò? Tà vqxTà. K a i yàp cóo7tep ol Èx&ù? tò uSop t£|jlvoucti xf) jxèv xiv^aci
tòìv TCrepóytùv eti; tò 7tpó<Jto x “ P°uvTes, Tf) 8è oùpatou (jLeTa(3oXfl Tà? ts iteptoTpo-
<pà? xal tà? eùS-etai; óp|j.à? èauTOti; olaxt^ovrei; • o<h&> xa l knl t& v Trnqv&v ècmv
ESeìv &iav7])(0|JLévcùv tòv dìépa Toìq 7trepotc; xaTà TÒv 8[ìoiov TpÓ7tov. "date è^eiS^]
èv IStcojia èv éxaTépoi? tò v^xe® $ «l > T l? aÙToì? Y) auyyéveia èx t % tòìv
«Sàrojv yzMÈaetùq Trapeax&H].
2 Com e si è visto sopra ( V , 1, 1, n. 4) S. A m b ro g io segue alla lettera
il testo dei Settanta.
3 Bas., Hexaem., 169 A (72 B C ): IIXtiv ye 8 n oùSèv t& v 7rn)v<òv &touv, 8ià
tò Tràci r)]v StaiTav àitò -ri]? yìjs fordcpxeiv xa l roivra? àvayxaEax; vr\q tòìv iroStov
ÙTtoupytai; 7rpoa8eia-&oa.
298 EXAMERON, DIES V , SER. V II I, C. 14, 4749

atque acutum os, uelox uolatus, quoniam raptu uiuunt, ut possint


facile praedam conprehendere quam secuntur, propere uel ore
uel unguibus euiscerare. Sunt etiam aues, quae reperto pascun­
tur semine, aliae diuerso et fortuito cibo. Est etiam diuersitas
copularum, quarum gratia carent quae intendunt rapinis. Nam
propter auiditatem praedandi uel propter insidias explorandi nec
ipsis inter se conuenit, et ideo declinant sui copulam — c refugit
enim auaritia consortium plurimorum — , deinde coniunctio plu­
rimorum facile ipsa se proderet. His ergo auibus nihil est copu-
latorium praeter iugale consortium. Ergo aquilis accipitribusque
hic usus est uitae, contra uero columbae grues sturni corui atque
cornices, etiam turdi gaudent plurimum conexione.

48. Alia quoque auium genera enchoria, quae manent in lo


semper, alia aduenticia, quae obeunt regiones alias et peracta
hieme reuertuntur. Sunt alia, quae hieme redeunt, aestate pere­
grinantur a nobis, siue quod alia hiemis tempore ad calidiora se
conferant, siue quod pleraque rursus aestatem in his locis exi­
gant, quae amoeniora nouerunt. Turdi denique autumni fine, hie­
mis confinio quasi exacta aestate se referunt. Quibus nos inhospi­
tali immanitate molimur insidias et diuerso genere nunc infida
sede decipere, nunc sibilo eos fallere, nunc laqueis eos captare
contendimus. Ciconiae reditus uexillum ueris attollit. Grues, quia
alta petunt, amant frequenter peregrinari.

49. Aliae aues ad manum se subiciunt et mensae adsuesc


tactuque mulcentur, aliae reformidant. Aliae isdem quibus ho­
mines domiciliis delectantur, aliae secretam in desertis uitam di­
ligunt, quae requirendi sibi uictus difficultatem libertatis amore
compensant. Aliae uocibus tantum strepunt, aliae canoro delec­
tant suauique modulamine. Quaedam ex natura, aliae ex institu­
tione diuersarum uocum oblocuntur discrimina, ut hominem pu­
tes locutum, cum locuta sit auis. Quam dulcis merularum, quam
expressa uox psittaci est! Sunt etiam aliae simplices ut colum-
I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 299

affilato, volo veloce: cosi, vivendo di rapina, possono facilmente


afferrare la preda che inseguono e sventrarla prontamente col
becco e con gli artigli. Ci sono anche uccelli che si nutrono dei
semi che trovano, altri di cibi diversi e occasionali. C’è anche di­
versità nello stare insieme, piacere ignoto agli uccelli di rapina,
che per l’avidità di predare o per i pericoli del cacciare, non
vanno d’accordo nemmeno fra loro e perciò evitano di stare in­
sieme — l’avidità, infatti, rifugge dalla compagnia di molti — ;
inoltre un gruppo troppo numeroso si farebbe facilmente sco­
prire. Nulla tiene uniti questi uccelli, eccetto il vincolo coniugale.
A tale comportamento delle aquile e degli sparvieri si contrappone
quello delle colom be, delle gru, degli storni, dei corvi e delle cor­
nacchie e anche dei tordi, amantissimi della vita in com un e4.
48. Ci sono poi specie sedentarie d’uccelli, che restano sem­
pre nello stesso luogo, altre provenienti da altri paesi, che cam­
biano residenza e tornano a inverno fin ito 5. Altre specie ritornano
d’inverno e migrano d’estate, sia perché alcune d’inverno si recano
in luoghi più caldi sia perché altre, le più numerose, trascorrono
invece l’estate in questi luoghi che sanno più ameni. I tordi, in­
fine, partono al termine dell’autunno, quando, trascorsa l’estate,
sta per cominciare l ’inverno. E noi, con una crudeltà inospitale,
tendiamo loro insidie e con mezzi diversi cerchiamo ora di sor­
prenderli con un falso nido ora d ’ingannarli col fischio ora di cat­
turarli con i la cci6. Il ritorno della cicogna dà il segno della pri­
mavera. Le gru, siccom e volano in alto, amano migrare frequen­
temente.
49. Altri uccelli si accostano alla mano dell’uomo, si abituano
a mangiare alla sua tavola7, godono a lasciarsi accarezzare; altri
hanno paura. Alcuni amano vivere nelle stesse case dell'uomo,
altri preferiscono una vita appartata in zone desertiche, compen­
sando la difficoltà di procurarsi il nutrimento con la gioia della
libertà. Alcuni con il loro verso producono soltanto del rumore,
altri ci deliziano con le loro modulazioni armoniose e delicate. Al­
cuni per natura, altri perché ammaestrati riescono a riprodurre
distintamente suoni diversi8, sicché crederesti che a parlare sia
stato un uomo, mentre è stato un uccello. Quanto è dolce il canto
dei merli, com ’è articolato il verso del pappagallo! Vi sono uccelli
ingenui, com e le colom be, altri astuti, com e le pernici; il gallo ha

4 Bas., Hexaem., 172 AB <73 AB): “AXKo jxèv o5v yévoq t ò tòìv aapxoipàYCùv
xal SXXt) xaTaaxeuT] 7rpé7routra tcù Tpótoù ty]; Siair/)? aÙTÒiv, òviix*>v àx^al xal
/etXoi; àyxùXov xal 7rrepòv ò^u, &<jte xal auXXnjip&Tjvai fqcSttù? TÒ &7)pa(i.a xal
SiaaTOXpayèv rpoip'ijv tcò éXóvn Yevéa9ai. ”AXki) tò ìv anepiLoXóytùv xaTaaxeu^ •
fiXXr) tòìv èx jcavrò? Tpe<pojiévcov to u <tuvti>xóvto<;. Kal èv to u t o iq TtXeìorai 8ia<po-
pat. T à (J.èv yàp aÙTÒiv èaTiv àyeXixà, 7tX^v tò ìv aproiXTixoSv • t o u t o v Sè oùSèv
x o iv c m x ò v èxTÒ? toO x a T à Tà? auvSuaojioO. Mupta Sè fiXXa t ò v à& poi-
<j[mctixòv flpeTai ptov, è? jrepujTepal xal yèp a v oi xal ipÌP6? xoXotot.
5 Bas., Hexaem., 172 B 73 B): "HStj Sé ti? xal izépa èv toiÌtoi? èarl Sta­
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6 Cf. V erg., Georg., I, 139: tum laqueis captare feras et fallere uisco.
7 Cf. Verg., Aen., VII, 490: ille manum patiens mensaeque adsuetus erili.
8 Cf. Verg., Aen., VI, 646: obloquitur numeris septem discrimina uocum.
300 EXAMERON, DIES V, SER. V I I I , C. 14, 49 - C. 15, 50-52

bae b, aliae astutae ut perdices; gallus iactantior, pauus speciosior.


Sunt etiam uitae in auibus et operum diuersitates, ut aliae ament
in commune consulere et conlatis uiribus uelut quandam curare
rem publicam et tamquam sub rege uiuere, aliae sibi quisque
prospicere, imperium recusare et, si capiantur, indigno uelint
exire seruitio.

Caput X V

50. Ab his igitur ordiamur quae nostro se usui imitation


dederunt. In illis enim politia quaedam et militia naturalis, in
nobis coacta atque seruilis. Quam iniusso et uoluntario usu grues
in nocte sollicitam exercent custodiam! Dispositos uigiles cernas,
et ceteris consortibus generis quiescentibus aliae circumeunt et
explorant, ne qua ex parte temptentur insidiae, atque omnem de­
ferunt inpigro sui uigore tutelam. Post ubi uigiliarum fuerit tem­
pus impletum, perfuncta munere in somnum se praemisso clan­
gore conponit, ut excitet dormientem cui uicem muneris traditura
est. At illa uolens suscipit sortem nec usu nostro inuita et pigrior
somno renuntiat, sed inpigre suis excutitur stratis, uicem exsequi­
tur et quam accepit gratiam pari cura atque officio repraesentat.
Ideo nulla desertio, quia deuotio naturalis, ideo tuta custodia,
quia uoluntas libera.

51. Hunc etiam uolantes ordinem seruant et hac moderatio­


ne omnem laborem adleuant, ut per uices fungantur ductus sui
munere. Praecedit enim una ceteris praestituto sibi tempore et
quasi ante signa praecurrit, deinde conuertitur et sequenti sortem
ducendi agminis cedit. Quid hoc pulchrius, et laborem omnibus
et honorem esse communem nec paucis adrogari potentiam, sed
quadam in omnes uoluntaria sorte transcribi?

52. Antiquae hoc reipublicae munus et instar liberae ciuitatis


est. Sic a principio acceptam a natura exemplo auium politiam
homines exercere coeperant, ut communis esset labor, commu-

<> M t 10, 16.


I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 301

un certo sussiego, il pavone una particolare bellezza. Fra gli uc­


celli si rileva una diversità nel m odo di vivere e di agire: alcuni
amano prendere in comune le loro decisioni e, unendo le forze,
governare una specie di stato e vivere com e sotto un re; altri
preferiscono provvedere a se stessi, rifiutare ogni dom in io9 e, se
vengono catturati, vogliono sottrarsi ad una schiavitù indegna
di l o r o 10.

Capitolo 15

50. Cominciamo dunque da quelli che si offron o quale mo­


dello per le nostre abitudini. In essi l'organizzazione politica e il
servizio militare sono un fatto naturale, in noi un frutto di co­
strizione e di asservimento. Con quale consuetudine libera e spon­
tanea le gru di notte esercitano una scrupolosa vigilanza! Potresti
vedere sentinelle opportunamente scaglionate e, mentre tutti gli
altri membri dello stormo riposano, alcune fanno la ronda e spiano
che da qualche parte non si tramino insidie e con un vigore in­
stancabile esercitano ogni sorveglianza. Poi, trascorso il tempo
del servizio di guardia, la gru, com piuto il proprio dovere, si ab­
bandona al sonno dopo aver starnazzato per svegliare la compa­
gna cui deve trasmettere il turno di servizio. Quella subentra vo­
lonterosa e non rinuncia al sonno protestando e tirando in lungo
le cose, ma prontamente balza dal giaciglio, com pie il suo turno
e con eguale cura e disponibilità rende il favore ricevuto. Non ci
sono diserzioni, perché l’attaccamento al dovere dipende da natura;
sicura è la vigilanza, perché la loro volontà è libera.
51. Osservano questa regola anche in volo e rendo