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CORSO   DI   LEGISLAZIONE   MINORILE,   tenuto   dall   prof.

ssa   Meneghello   Martina,   I 


SEMESTRE 2009 (S. De Boni/C.Falcade)

Lezione 1, 28 settembre 2009

INTRODUZIONE
Devianza, in senso generale, è quel fenomeno che riguarda un singolo o un gruppo di persone che si 
pone contro l'assetto normativo del contesto sociale, per incapacità di integrarsi. Il rifiuto delle 
regole caratterizza la devianza minorile (minore: soggetto non adulto) ed è un'anticipazione della 
devianza dell'adulto pur essendo specificità che non corrisponde alla devianza dell'adulto perché 
caratterizzata   da   estemporaneità,   spontaneità,   appartenenza   ad   un   gruppo   deviante.   Il   tipo   di 
devianza è quindi espressione dell'età.
E' importante distinguere la devianza da altri fenomeni come:
− disadattamento, incapacità di rapporti con il mondo adulto;
− disagio,   risvolto   soggettivo   del   disadattamento,   difficoltà   del   minore   ad   assumere   un 
comportamento responsabile, incapacità di inserirsi.
Si arriva alla devianza passando dal disadattamento al disagio. In tutti gli studi recenti la devianza è 
prodotta da fattori sociali, quali:
− dissoluzione famigliare;
− degrado urbano;
− malaffare del mondo degli adulti;
− in alcuni ambiti criminalità organizzata;
− messaggi che passano nella società opulenta;
− mancanza di modelli credibili di adulti.
L'adolescenza è un'età di rottura e contrasto. In questa fase sono importanti i modelli degli adulti e 
la carenza di questi può determinare la devianza, cioè il sistema dei valori in contrapposizione alla 
cultura della violenza come mezzo per risolvere i problemi. Noi non ci occupiamo della devianza, 
ma del fenomeno che è dentro, cioè la violenza e la delinquenza e di conseguenza delle norme 
penali. Ci occupiamo, quindi, di minore come autore di reato, che ha violato norme giuridiche 
penali e quindi di criminalità minorile.
L'autore di reato è un deviante, ma non possiamo dire che ogni deviante sia autore di reato. Si parla 
moltissimo   di   devianza   minorile,   ma   ancor   di   più   di   criminalità   minorile.   Interessante   è   dare 
un'occhiata ai dati 2009 del Ministero sulla criminalità minorile. Si vede che non c'è aumento delle 
denunce: dal 2003 al 2005 aumenta poco, dal 2005 al 2007 è in leggero calo e si stabilizza allo 
stesso   livello   del 2001. C'è un problema di criminalità  minorile,  in particolare relativamente  ai 
minori   stranieri   e   alle   fasce   alte   della   società,   ma   non   esiste   un   problema   di   aumento   della 
criminalità   minorile.   La   criminalità   minorile   italiana   è   di   gran   lunga   inferiore   ad   altri   paesi 
dell'unione europea. La media sul totale delle denunce è attorno al 2,5 – 3 %. Ci sono paesi dove si 
arriva al 24%, come in Gran Bretagna e 20% in Francia.
Alla luce di queste informazioni, iniziamo lo studio sulle norme che vengono violate. E' importante 
sapere:
− cos'è una norma penale;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 1
− quali sono gli strumenti per farla rispettare.

STRUTTURA DEL DIRITTO PENALE
Cenni storici:
Le matrici storico culturali del diritto penale sono quelle dell'illuminismo;   prima il mondo dei 
delitti e delle pene era molto oscuro. L'illuminismo dà quindi una prima definizione delle risposte e 
definisce   il   processo.   Emerge   il   concetto   della   responsabilità   legata   al   libero   arbitrio.   Prima 
mancava la decodificazione e soprattutto la distinzione tra crimine e peccato, ne risultava pertanto 
una   situazione   di   eccesso,   arbitrarietà   e   crudeltà.   Le   pene   erano   pressoché   fisiche.   Il   modello 
processuale era inquisitorio (ad esempio l'inquisizione stabilita nel concilio di Verona nel 1184 da 
Papa Lucio III), quindi:
− era volto alla dimostrazione della tesi accusatoria e non a determinare la verità;
− il ruolo dell'accusa coincideva con quello del giudizio;
− l'accusa sovrastava la difesa;
− il processo era scritto.
Nel modello inquisitorio la prova regina era la confessione anche se estorta. L'illuminismo penale 
(Cesare Beccaria) mira a razionalizzare il sistema portando luce, cioè facendo in modo che vi siano 
norme che prevedano a priori pene per i reati. Il processo dal punto di vista illuminista è quindi uno 
strumento per accertare la verità. Combatte l'arbitrio che vede unito il potere giudiziario a quello 
esecutivo. Sorgono le scuole criminali che danno quindi un'impostazione generale; nella fattispecie 
queste sono tre:
Classica di matrice liberale
Nasce in ambiente illuministico; parte dal presupposto che ci sono principi di razionalibità della 
punibilità degli individui contro l'arbitrarietà. Quindi si parte dal libero arbitrio che pone in essere i 
comportamenti degli individui. Il libero arbitrio comporta responsabilità e la pena è retributiva. In 
un sistema così ci deve essere una volontà colpevole, cosciente e libera. Perché il soggetto sia libero 
è necessario che sia imputabile cioè capace di intendere e di volere.
Deve cioè essere in grado di dare significato alle proprie azioni e di autodeterminarsi e la pena è la 
retribuzione per il danno, personale, afflittiva, proporzionata, determinata a priori. Per la prima 
volta si parla di legalità di reato e pena. Imputabilità, responsabilità e pena proporzionale. Viene 
esclusa ogni valutazione sul soggetto, condizionamenti interni (endogeni) ed esterni (esogeni) che 
influiscono sul comportamento. La pena retributiva punta ad evitare che il reato venga ripetuto in 
futuro. Restano esclusi i delinquenti non imputabili ma pericolosi.
Scuola positivista
Si   contrappone   a   quella   di   matrice   liberale.   Capostipite   è   Lombroso   e   parte   dal   presupposto 
positivista trasportato nel diritto penale. Quindi principio di causalità in base al quale spiegare il 
comportamento secondo il principio positivista per cui ogni fenomeno ha una causa. Quindi è un 
approccio   determinista   dove   il   delitto   non   è   altro   che   la   manifestazione   necessaria   di   una 
determinata causa e non del libero arbitrio. Alla base non c'è la responsabilità ma la pericolosità 
dovuta a determinate caratteristiche soggettive.
La pena è uno strumento di difesa dei soggetti pericolosi. Il merito di questa impostazione è che 
l'attenzione si sposta dal fatto al soggetto, quindi alla sua struttura psico­biologica. Il reato diventa 
un indice di pericolosità intesa come probabilità che il soggetto commetta reati. Non si parla più di 
pena retributiva ma di misure di sicurezza, cioè misure utilitaristiche. La società ha anche interesse 

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a ridurre la pericolosità e quindi a riabilitare il soggetto. Nasce quindi il concetto di riabilitazione 
del soggetto, il concetto di prevenzione. 
Quindi la pena non è più determinata e proporzionale. La scuola positiva ha dei meriti di cui ci 
siamo appropriati nel nostro ordinamento e cioè lo studio dell'autore del fatto tenendo conto dei 
condizionamenti. Nascono così la criminologia che ha contatti con la sociologia e l'antropologia. 
Per la prima volta si parla di difesa sociale, di risocializzazione e quindi di misure che si adattano al 
singolo individuo.
Le   critiche   rispetto   all'approccio   liberale   riguardano   il   fatto   che   viene   deresponsabilizzato 
l'individuo che non è rimproverabile. La sicurezza viene legata alla pericolosità e quindi regressione 
dal  punto  di  vista della legalità e quindi rischio di arbitrarietà e rischio di punire anche i  pre­
delinquenti.
Partendo da queste due impostazioni in Italia nasce un'altra scuola:
Scuola eclettica
Cerca di ottemperare i due approcci partendo dal presupposto che l'uomo non è né tutta libertà, né 
tutta necessità. Il diritto penale non può rinunciare all'idea che l'individuo non possa determinarsi. 
Uscendo dal libero arbitrio e affermando che l'uomo non è libero di scegliere ma condizionato da 
fattori   esogeni   ed   endogeni,   si   rinuncia   dall'idea   di   responsabilità.   Quindi   alla   luce   dei   portati 
sociologici e antropologici il diritto penale dà spazio allo studio della criminalità e quindi delle 
cause della delinquenza.
Il   nostro   codice   penale   si   incardina   nella   terza   scuola,   in   cui   entra   il   doppio   binario,   quindi 
responsabilità personale, a cui corrisponde una pena retributiva da un lato, e protezione sociale 
dall'altro.
DEFINIZIONE DI REATO
Il reato è quel fatto illecito previsto da una norma penale per cui sono previste sanzioni penali che si 
rapportano alla personalità dell'autore. Perché ci sia un reato ci deve essere un fatto illecito, quindi si 
puniscono   solo  comportamenti  esterni,  che escono  cioè dal  soggetto che pone  in pericolo   beni 
socialmente rilevanti. Senza l'elemento “comportamento” andremmo a punire le intenzioni, sintomo 
di uno stato liberticida, poliziesco e inquisitorio. Il diritto penale è un fatto meno collegato al suo 
autore e lo studio dell'autore, nel nostro caso del minore, è fondamentale. Il diritto penale è pertanto 
un ponte tra diritto ed altre discipline.
Il diritto penale è lo studio del reato (fatto meno legato al soggetto) che ha conseguenze penali 
(sanzioni) e che ha nelle pene il suo asse portante. Allo studio della pena si aggiunge anche quello 
della   pericolosità   dell'individuo.   Come   individuiamo   il   fatto   illecito?   Il   diritto   penale   non   si 
distingue per l'oggetto, perché il diritto penale entra in tutte le materie, non può essere definito come 
lo è il diritto civile, per cui la norma penale si individua attraverso la sanzione che vi corrisponde. Si 
tratta di un criterio formale che consente la certezza dell'individuazione della norma penale. Queste 
sanzioni sono indicate nell'art. 17 del codice penale e sono:
− ergastolo;
− reclusione;
− arresto;
− multa;
− ammenda.
Qualora si trovi una norma che sanzioni una di queste, siamo di fronte ad una norma penale. Quindi 
la norma penale ha sempre due parti:

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− sanzione: indica le conseguenze del reato;
− precetto:   si   trova   nella   prima   parte   ed   indica   il   comando   di   quella   norma,   quindi   il 
comportamento vietato o comandato.
Quindi studiamo il minore come autore di reato e tralasciamo l'illecito amministrativo. Noi abbiamo 
un modo per capire cosa contraddistingue un reato penale, formalmente, dalla sanzione, ma qual’è il 
contenuto della sanzione penale? Ergastolo, detenzione, arresto, incidono sulla libertà. Nulla è più 
grave di questo. Le pene pecuniarie si distinguono dalle sanzioni amministrative perché passibili di 
essere commutate in pene che prevedono la restrizione della libertà in caso di insolvenza, cioè:
− libertà controllata;
− lavoro restitutivo;
− sospensione della patente;
− divieto di uscire dal comune di residenza che può essere a sua volta commutata in pena 
detentiva.
Le   pene   pecuniarie   possono   cioè   ricadere   nella   limitazione   delle   libertà   personali.   Questo 
meccanismo funziona nelle norme penali e quindi non avverrà nella sanzione pecuniaria di illecito 
amministrativo.

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Lezione 2,  30 settembre 2009

L'indicazione è quella di individuare la norma penale partendo dal tipo di sanzioni che prevede, cioè 
le pene che comportano la limitazione della libertà come l'arresto, la detenzione, l'ergastolo, oppure 
suscettibili di essere trasformate in limitazione della libertà in caso di insolvenza di pene pecuniarie 
come multe e ammende che si possono convertire in libertà controllata (divieto di uscire dal comune 
di residenza, ritiro della patente e del passaporto) o lavoro obbligatorio. Dalla libertà controllata si 
può arrivare quindi alla detenzione. Solo queste pene, appartententi alla sfera del diritto, possono 
essere convertite; gli illeciti amministrativi possono solo vedere l'aumento della sanzione ma non la 
conversione. Dunque le pene incidono su di un diritto costituzionale come la libertà, e questo pone 
tutta una serie di limiti (garanzie), e quindi principi.

PRINCIPIO DELLA LEGALITA'
Il primo principio è quello della legalità secondo cui la norma penale è monopolio del legislatore; 
solo la legge può prevedere norme penali e ciò deriva dal pensiero dell'illuminismo giuridico per 
impedire arbitri giudiziari e impedire al potere esecutivo di strumentalizzare il diritto penale (Cesare 
Beccaria) ed è quindi materia che ha riserva di legge, cioè riservata al parlamento che esprime la 
volontà popolare, in quanto incide sulle libertà personali, garantite costituzionalmente.
L'art.   1   del  codice penale sancisce questo principio, ma il codice penale è una semplice legge 
ordinaria,   quindi   non   molto   forte.   Per   questo   motivo   il   legislatore   costituzionalizza   all'art.   25, 
secondo comma della Costituzione, che nessuno può essere imputato in forza di una legge che non 
sia entrata in vigore prima del fatto. Quindi una legge ordinaria non può limitare il principio di 
legalità, pena il venir meno della democrazia. Il secondo comma dell'art. 25 della costituzione si 
articola in tre sottoprincipi:
− riserva di legge;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 4
− determinatezza e tassatività (due facce della stessa medaglia);
− irretroattività.

Articolo 25
Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge [cfr. art.102].

Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del
fatto commesso.

Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge [cfr. art. 13 c.2].

1° sotto­principio di riserva di legge:
Cosa è la legge che può porre norme penali:
− legge in senso formale (due rami del parlamento);
− atti con forza di legge (decreto legge e decreto legislativo).
Il   decreto   legge  deve  essere  convertito   entro  60  giorni  e  ciò   comporta   un  controllo  successivo 
altrimenti perde effetto, diventa come se non fosse mai esistito. Comporta necessità ed urgenza che 
in materia penale non dovrebbe sussistere.
Il decreto legislativo è un atto normativo con forza di legge in cui il governo prevede sulla base di 
una legge delega che vincola il parlamento; questo comporta un controllo preventivo.
Non possono porre norme penali le leggi regionali. L'art. 117 della costituzione prevede l'esclusiva 
competenza dello stato. Ma al di là di questa disposizione costituzionale, non possono sussistere 
dubbi   in   quanto   il   venir   meno   di   questo   fondamento   causerebbe   discontinuità   territoriale   della 
giustizia. Nemmeno gli atti normativi comunitari, come le direttive, possono vincolare i governi sul 
piano penale, ed in tal caso il giudice non deve applicarlo. Inoltre nemmeno gli usi e le consuetudini 
possono prevedere norme penali in quanto deve trattarsi di un atto normativo scritto.
2° sotto­principio di determinatezza e tassatività delle norme penali:
La norma penale deve essere chiara, precisa, non equivoca, perché il consociato deve poter orientare 
i  suoi  comportamenti e questo è possibile solo sapendo prima quali sono i comportamenti  che 
comportano reato. Quindi la norma deve essere chiara, precisa, non equivoca, è questo è un onere 
del legislatore. La seconda faccia è la tassatività, cioè la norma penale può essere applicata solo alle 
ipotesi espressamente previste.
Quindi in materia penale vige il divieto di analogia, cioè quel sistema, procedimento, che segue il 
giudice per colmare i vuoti normativi per cui si ricorre a norme che riguardano casi analoghi. Nel 
diritto civile questo è possibile ma non nel diritto penale. In particolare l'analogia in malum parte (a 
svantaggio dell'imputato) non è mai ammessa in quanto verrebbe meno il principio del monopolio 
penale, in caso diverso il giudice diventa un legislatore, quindi non può estendere la norma del caso 
simile (analogo) per riserva di legge. Questo obbliga il legislatore a fare norme penali.
3° sotto­principio di irretroattività:
La norma penale vale solo per il futuro, quindi divieto di applicare le norme per comportamenti 
posti in essere prima dell'entrata in vigore della legge. L'art. 11 delle preleggi non dispone che per 
l'avvenire. Questo principio è un limite contro gli arbitri dello stesso legislatore. Questo è un grande 
principio   di   garanzia,   diversamente   nessuno   sarebbe   in   grado   di   orientare   la   propria   condotta. 
Questo principio vale solo per le norme a sfavore, che prevedono cioè nuovi reati e aggravano la 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 5
posizione del reo. Mentre le norme favorevoli vengono applicate retroattivamente e tutto questo si 
trova   nell'art.   25   della   costituzione,   2°   comma   e   l'art.   2,   comma   1   del   codice   penale   che 
garantiscono i cittadini in un contesto di giustizia sostanziale. E' uno dei fondamenti del diritto 
penale.
REATO
Abbiamo visto che ci occuperemo di minori che violano norme penali che prevedono reati. I reati 
sono   fatti   illeciti   per   cui   sono   previste   pene.   Lo   studio   del   reato   è   cercare   di   individuare 
caratteristiche comuni  in categorie di reati per poi vedere i particolari. Prima, per quanto riguarda 
l'autore del reato, possono rispondere solo persone fisiche per cui non esiste reato penale per le 
persone giuridiche. C'è tutta una problematica amministrativa per quanto riguarda la responsabilità 
delle persone giuridiche.
La gran parte delle norme penali inizia da “chiunque” e questo riguarda categoria di illeciti penali 
che possono essere posti in essere da "chiunque" indipendentemente dalla posizione occupata e 
dalle qualifiche possedute, mentre reati speciali o reati propri riguardano categorie di illeciti penali 
che possono essere posti in essere solo da persone che  hanno determinate posizioni giuridiche o di 
fatto.
Lo studio classico scompone il reato in tre parti, e perché ci sia un reato devono sussitere questi tre 
elementi:
− il fatto tipico;
− l'antigiuridicità;
− la colpevolezza.

Fatto tipico
E'   la   descrizione   di   un   accadimento   da   parte   di   una   norma   penale.   Per   esempio,   l’omicidio 
volontario (art. 575) riguarda chiunque cagioni la morte di un'altra persona. Noi parliamo di tipicità 
anche   in   riferimento   ad   un   altro   aspetto,   cioè   alla   corrispondenza   tra   accadimento   concreto   e 
descrizione della norma. Si parla di quindi di sussunzione del fatto accaduto dentro la norma penale. 
Il fatto concreto deve essere conforme al fatto legale descritto nel precetto che deve essere preciso, 
determinato, chiaro e non equivoco perché deve poter orientare. Quindi separa ciò che è penalmente 
rilevante   da   ciò   che   non   lo   è.   E'   un   elemento   indefettibile,   cioè   non   può   mancare   mai;   nella 
descrizione di un reato ci deve essere un comportamento umano. La norma penale prevede sempre 
un comportamento umano.
Nel diritto penale questo comportamento si chiama condotta e si riferisce ad un comportamento 
umano. La norma penale non punisce modi di essere, intenzioni, l'appartenere a “brutte compagnie” 
e via dicendo. Questo comportamento può essere di due tipi:
− attivo: azione;
− omissivo: omissione.
Azione:   significa   che   il   soggetto   pone   in   essere   almeno   un   movimento   del   corpo   percettibile 
all'esterno e riguarda la maggior parte dei reati.
Omissione:  riguarda il reato omissivo. Il soggetto non compie un'azione che aveva l'obbligo   di 
compiere. Allora nell'ammonizione il soggetto non fa quello che una norma giuridica lo obbligava a 
fare, quindi non si tratta di un obbligo morale o di altro tipo, ma di obbligo previsto da una norma. I 
reati che riguardano i minori riguardano reati di azioni in quanto i minori non hanno molti obblighi. 
I reati omissivi possono ad esempio essere: omissione di denuncia del giudice, omissione di referto 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 6
del medico, omissione di soccorso.
Perché ci sia reato ci deve essere quindi  azione oppure omissione. Alcuni reati prevedono anche che 
questi comportamenti producano un determinato risultato che deve realizzarsi perché ci sia il fatto 
tipico. Si chiama evento, modificazione della realtà esterna da parte del comportamento umano. 
Quindi   evento   che   comporta   delle   conseguenze,   cioè   un   risultato   e   quindi   un   legame   tra 
comportamento ed evento, ciò che viene definito nesso causale. L'art. 575 dice “chiunque cagioni 
(atto) la morte (evento)”. Se non c'è la morte non c'è reato, sarà qualcosa d'altro ma non omicidio.
Per molte fattispecie legali è sufficiente una condotta, ad esempio nell’omissione di soccorso dove 
non è necessario il verificarsi dell'evento, cioè c'è solo il comportamento umano, cioè reato di mera 
condotta. In altri casi si richiede un evento come risultato del comportamento legato con nesso 
causale all'evento. Questi costituiscono l'elemento ogegttivo del reato, c'è sempre una condotta e può 
esserci un evento e un nesso causale.
In un processo si guarda prima se c'è un fatto tipico corrispondente, se il fatto di vita corrisponde ad 
una fattispecie penale, diversamente finisce il processo, perché non c'è reato e comunque non si può 
ricorrere all'analogia. Il fatto tipico in sè non è sufficiente perché il fatto tipico che viene descritto 
dal precetto di una norma penale deve anche essere antigiuridico, cioè contrario all'ordinamento 
giuridico nel suo complesso. Quindi il reato viene meno nel caso ci sia una norma giuridica diversa 
che   prevede   quel   fatto   tipico   che   facoltizza   o   impone   quel   fatto.   Non   c'è   più   contrarietà 
all'ordinamento se quel fatto tipico è facoltizzato da un'altra norma giuridica che pone le cause di 
giustificazione. Sono situazioni in cui quel fatto tipico non è contrario all'ordinamento giuridico, 
cioè   quel   fatto   tipico   diventa   lecito   e   non   comporta   nemmeno   sanzioni   amministrative   o 
risarcimenti. 
Questo è il principio di non contraddittorietà dell'ordinamento. Ad esempio se non si paga una 
sanzione pecuniaria di illecito amministrativo, si viene iscritti a ruolo ed anche se aumenta, questa 
non viene commutata. Vengono pignorati i beni, atto di esecuzione con cui l'ufficiale giudiziario 
commette un furto. C'è una norma che impone all'ufficiale giudiziario di pignorare i beni e lo stesso 
ufficiale giudiziario non può essere punito perché non agisce in modo antigiuridico. Quindi il fatto 
deve   essere   anche   antigiuridico.   Un   altro   caso   è   quello   del   medico   che   dietro   consenso 
dell'interessato e scopo di cura amputa un arto ad un paziente, fatto giuridico che in altre condizioni 
costituiscono reato di lesioni gravi.
Quindi deve esserci un elemento oggettivo:
− fatto tipico;
− antigiuridicità: assenza di cause di giustificazione.
Entrambi   questi   elementi   operano   sul   piano   oggettivo,   ma   ci   deve   essere   anche   un   elemento 
soggettivo cioè la colpevolezza.

Lezione 3, del 5 ottobre 2009

CATEGORIA DEL REATO
All'interno della categoria del reato distinguiamo tra delitti e contravvenzioni che sono le due figure 
normative che ricomprendiamo nella nozione generale di reato. La distinzione è rilevante da un 
punto di vista della disciplina giuridica per il regime giuridico dei delitti e delle contravvenzioni. 
Per distinguerli vi è un criterio formale: la distinzione dipende dal tipo di pene previste. Le pene 
sono elencate nell'art. 17 del codice penale.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 7
  L'art.   39   del   codice   penale   indica   rispettivamente   le   pene   per   i   delitti   e   le   pene   per   le 
contravvenzioni. Per i delitti queste sono: ergastolo, reclusione, multa. Per le contravvenzioni le 
pene sono l'arresto e l'ammenda. 

Questo criterio formale consente di individuare il delitto da una contravvenzione. Dal punto di vista 
sostanziale la questione è più complessa. I reati più gravi sono tutti delitti, ma non necessariamente 
un delitto è sanzionato in modo più grave di una contravvenzione.
COLPEVOLEZZA
Parlando di colpevolezza, c'è differenza tra un adulto ed un minore. E' un elemento fondamentale 
del reato. Un diritto penale moderno, come è il nostro, non può accontentarsi di un comportamento, 
un   eventuale   evento   e   l'antigiuridicità.   E'   necessario   che   il   fatto   tipico,   antigiuridico,   sia   opera 
dell'agente (autore) nel senso che l'ordinamento deve poter rimproverare all'autore quel fatto tipico. 
Perché l'uomo è in grado di controllare gli istinti, gli impulsi, le spinte esterne ed è in grado di 
scegliere tra spinte antagoniste e quindi orientarne i suoi comportamenti. In questa situazione è 
rimproverabile un individuo che ha fatto una scelta sbagliata.
La colpevolezza nel nostro ordinamento corrisponde alla rimproverabilità. Fondamentale è quindi 
un principio costituzionale che è infatti l'art. 27, 1° comma della costituzione che è fondamentale 
perché prevede il principio di colpevolezza. 

Articolo 27
La responsabilità penale è personale.

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla
rieducazione del condannato [cfr. art. 13 c. 4].

Non è ammessa la pena di morte.

La responsabilità penale è personale. Dove personale significa, come livello minimo, che ogni uomo 
risponde per fatti propri e quindi vige il divieto di responsabilità per fatti altrui, quindi nessuno può 
rispondere penalmente per fatti commessi da altri. I genitori non rispondono per fatti compiuti dai 
figli. In realtà quel “personale” è molto più pregnante, nel senso che si risponde per fatto proprio 
colpevole,   attribuibile   alla   volontà   anti­doverosa   del   soggetto,   nel   senso   che   è   attribuibile 
psicologicamente quel fatto alla volontà anti­doverosa di quel soggetto.
C'è responsabilità penale solo se il soggetto è capace di orientare consapevolmente la sua scelta, 
governare con la ragione i suoi istinti. La pena non avrebbe senso come retribuzione, tanto meno se 
la pena è orientata e funzionalizzata alla rieducazione. Lo stato non può avere pretese rieducative se 
il soggetto non ha manifestato una volontà anti­doverosa, altrimenti la rieducazione non avrebbe 
senso. Quindi c'è legame forte tra rieducazione e colpevolezza, cioè attribuibilità soggettiva del fatto 
all'autore. 
Vedremo che ci sono diversi gradi di partecipazione interiore al fatto. Il più grave è il dolo, cioè 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 8
volontà del fatto tipico. C'è un grado di partecipazione interiore più basso che invece chiamiamo 
colpa. L'aver cagionato un evento da imperizia, imprudenza, negligenza e quindi colpa comporta un 
rimprovero di un grado minore rispetto al dolo. In entrambi i casi ci sono fatti tipici e antigiuridici, 
ma cambia l'atteggiamento interiore. Nel dolo è la volontà riguardo a qualcosa che non doveva 
volere, nella colpa riguarda ciò che il soggetto poteva evitare con perizia, prudenza e negligenza.
IMPUTABILITA'
La   struttura   della   colpevolezza   (rimproverabilità)   valuta   ciò   che   non   si   doveva   volere,   un 
comportamento che si poteva evitare. Alla base c'è la capacità di intendere e volere che si chiama 
responsabilità. Abbiamo due diversi legami psichici che si chiamano quindi dolo e colpa. Deve 
esserci   la   conoscibilità   della   norma   penale   e   non   ci   devono   essere   cause   che   escludono   la 
colpevolezza. Quindi:
− studio della colpa;
− distinzione tra dolo e colpa;
− conoscibilità (diversa dalla conoscenza) della norma penale;
− cause che escludono la colpevolezza.
Parlando   di   minore   lo   studio   dell’imputabilità   è   fondamentale.   L'imputabilità,   che   nel   sistema 
penale   significa   capacità   di   intendere   e   di   volere,   è   la   prima   condizione   soggettiva   per   poter 
rimproverare l'autore. Se non c'è imputabilità (art.85 e seguenti) finisce il processo. Il primo comma 
dice   che   nessuno   può   essere   punito   se   nel   momento   in   cui   è   stato   commesso   il   fatto   non   era 
imputabile. Il seconda comma dice che è imputabile chi ha capacità di intendere e volere.

Il concetto di imputabilità deriva dall'illuminismo giuridico. Per il razionalismo giuridico la capacità 
di intendere e volere era l'arbitrio assoluto che di fatto non esiste nella realtà quotidiana, quindi non 
esiste in forma assoluta, perché vi sono sempre e comunque fattori endogeni ed esogeni. Non esiste 
il puro arbitrio, la capacità assoluta di autodeterminarsi. Ma nella definizione di volontà libera del 
soggetto ci basta fare riferimento ad un soggetto che non soccombe passivamente e che controlla il 
suo   comportamento   tra   spinte   antagoniste   pur   sapendo   che   ci   sono   condizionamenti   ma   anche 
capacità di orientare la propria scelta. Nella nostra vita ordinaria diamo per scontato che le persone 
orientano i propri comportamenti quindi il criterio è quello della vita pratica.
Abbiamo delle aspettative sociali, quindi capacità di orientare il comportamento secondo criteri di 
valore  e  aspettative sociali. Non c'è questa capacità quando il soggetto non può agire in modo 
diverso dal porre in essere il fatto tipico. Noi parliamo di scopi delle pene. Abbiamo visto che la 
pena   (finalismo   educativo)   ha   anche   la   funzione   di   prevenire   la   commissione   del   reato   (scopo 
general­preventivo).   Il   legislatore   nel   momento   in   cui   prevede   la   pena   vuole   orientare   il 
comportamento dei consociati. La minaccia di pena serve per disincentivare la commissione dei 
reati, perché la paura faccia distogliere (minaccia) dal commettere i reati, quindi la pena quando 
prevista serve come strumento di dissuasione. Ma pensare che la pena parta da questa presunzione 
ammette che le scelte possano essere influenzate, cioè il diritto stesso influenza i comportamenti. 
L'ordinamento può disapprovare e rimproverare solo chi è capace di intendere e volere (capacità di 
scegliere (art 85, 1° comma).
Nei confronti del soggetto che non ha questa capacità non possiamo applicare pene e quindi esiste 
un collegamento tra imputabilità e pena.
ANALISI DI IMPUTABILITA'
Si dice sempre che il concetto di imputabilità è un concetto empirico e normativo. Empirico perché 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 9
sono le  scienze del comportamento umano che ne individuano i requisiti biologici, psicologici, 
attributivi   e   attitudinali.   Quali   sono   quindi   le   basi   per   dire   che   un   soggetto   può   orientare 
consapevolmente i propri comportamenti? E' il legislatore che  da rilievo normativo ai dati che ci 
vengono dalla scienze. Perché è il legislatore che stabilisce di limitare ed escludere. 
DEFINIZIONE DI CAPACITA' DI INTENDERE E DI VOLERE
Capacità di intendere: è la capacità di orientarsi nel mondo esterno, percepire correttamente le realtà 
e quindi  capacità di capire il significato del proprio comportamento e le sue conseguenze. Capacità 
quindi di capire le conseguenze negative del proprio comportamento.
Capacità di volere: è la capacità di controllare i propri istinti e non soccombere alle spinte esterne, 
tra impulsi antagonisti e quindi capacità di scegliere in modo consapevole. La capacità di volere 
comporta la capacità di intendere.
Può esserci capacità di intendere ma non di volere, ma non può esserci capacità di volere senza 
capacità di intendere. In ogni caso entrambi devono verificarsi ai fini della responsabilità. Questa 
non c'entra nulla con la conoscenza della norma. Quindi si riferisce alla conoscenza del disvalore 
nella vita pratica. E' il legislatore che dà rilievo a certe situazioni piuttosto che ad altre, cioè fa 
propri i portati delle scienze. E' pacifico che l'uomo consegue una maturità psicologica nel tempo 
che passa attraverso diverse fasi. Allora il legislatore ricollega la capacità a fasce di età. Il legislatore 
individua quindi delle fasce:
­ minori di 14 anni: presunzione assoluta di non capacità di intendere e volere, assoluta perché non 
ammette prova contraria;
­ maggiori di 18 anni: c'è una presunzione relativa di capacità di intendere e volere. Cioè la capacità 
è esclusa o diminuita in presenza di una causa prevista dal codice penale, come ad esempio il vizio 
totale di mente.
­ dai 14 ai 18 anni: è la fascia che più ci interessa, non vi è alcuna presunzione ma si dovrà verificare 
caso per caso la capacità di intendere e di volere.
ALTRE NORME
L'art.   88   parla   del   vizio   parziale   di   mente.   Nell'ambito   delle   scienze   psichiche   ci   sono   due 
orientamenti:
− possiamo  parlare di vizio di mente  solo  con alterazioni di  tipo clinico,  quindi substrato 
organico e biologico, qualora ci sia un quadro clinico. Allora rispetto a questo si ricorre ad un 
modello medico. Escono da questa prospettiva i disturbi della personalità.
− altri orientamenti fanno riferimento alle psicopatie, alle alterazioni della personalità.  Per 
esempio le relazioni a corto circuito.
L'art. 90 del codice penale dice che gli stati emotivi e passionali non escludono e non diminuiscono 
la responsabilità. Però ci sono situazioni in cui questi stati diventano disturbi psichici.  Il vizio totale 
di mente esclude la capacità di intendere e volere. L'art. 89 prevede il vizio parziale di mente. C'è 
capacità di intendere e volere ma è grandemente scemata, quindi dal punto della capacità mentale 
c'è una  forte diminuzione. E'  una valutazione quantitativa. Quindi diventa difficile definire una 
semi­capacità a cui corrisponde una diminuzione di pena.
Una particolare situazione dal punto di vista patologico (causa patologica) riguarda il sordomutismo 
e che sussiste solo nella contemporaneità della sordità e del mutismo. Perché abbia efficacia deve 
incidere concretamente sulle capacità del soggetto. Quindi il giudice deve capire se questo incide 
sulla capacità di intendere e di volere, cioè se ha ostacolato la maturazione psicologica del soggetto.
Nei nuovi progetti di codice penale non si parla più di sordomutismo. Anche in questo caso ci può 
essere il vizio parziale. Altro aspetto che riguarda la patologia (la fisiologia riguarda le fasce di età), 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 10
e che sta in mezzo tra patologia e qualcos'altro, è l'ubriachezza e l'intossicazione da stupefacenti. Il 
codice penale è del 1930 e quindi prevale la matrice arbitraria, cioè prevale l'aspetto dell'igiene, 
della salute, dell'uomo sano e dei metodi repressivi.
Esiste anche l'ubriachezza da caso fortuito o forza maggiore (accidentale). Cioè l'ubriachezza che 
deriva da un fattore completamente imprevedibile rispetto al quale al soggetto non si può muovere 
alcun rimprovero. Ugualmente per l'intossicazione da sostanze stupefacenti come è accaduto ad un 
ragazzo in visita scolastica ad una distilleria che si è ubriacato respirando i fumi di alcol e poi ha 
commesso   un   fatto   tipico,   o   comportamenti   a   seguito   di   assunzione   di   stupefacenti   attraverso 
pastiglie somministrate a propria insaputa. A parte queste situazioni limite, nonostante siano delle 
situazioni in cui il soggetto dà scarsa capacità di discernimento e controllo, in queste situazioni il 
soggetto è in grado di intendere e di volere.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 11
Lezione 4, 06 ottobre 2009
Vi   è   il   caso   in   cui   non   sia   possibile   ricondurre   alla   volontà   del   soggetto   la   condizione   di 
ubriachezza. E' questa l'ipotesi in cui il soggetto non sia imputabile, tutti gli altri casi no! L'art. 92 
del codice penale disciplina casi di ubriachezza volontaria o colposa. Colposa per negligenza o 
disattenzione quando si mette in stato di ubriachezza. L'ubriachezza non diminuisce la capacità di 
intendere  e  volere e  la  stessa  cosa  vale  per  le  sostanze  stupefacenti.  Quindi  chi  si ubriaca   per 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 12
leggerezza   o   per  sua   volontà   risponde   in   pieno   dei   reati   anche  se   al   momento   del   fatto  tipico 
potrebbe  non   essere in grado  di intendere e volere. Si chiama  funzione di  imputabilità,  perché 
l'ordinamento rimprovera il fatto di porsi in condizioni di ubriachezza e quindi aver commesso un 
reato.
Vi è l'ipotesi di ubriachezza preordinata quando il soggetto si mette nella condizione di ubriachezza 
per commettere il reato o procurarsi una scusa. In questo caso non solo vi è capacità di intendere e 
volere ma anche aumento di pena, magari, perché sa che da sobrio non sarebbe in grado di farlo.
Nell'ipotesi  di  ubriachezza abituale, art. 94, c'è  capacità  di intendere  e volere  ed  è previsto   un 
aumento di pena e quindi si applica una misura di sicurezza. Abitualità significa essere dediti all'uso 
di alcol o di sostanze stupefacenti (il codice penale tratta questi casi nello stesso modo). Vi è una 
situazione di cronica intossicazione che esclude la capacità di intendere e volere o comunque la fa 
grandemente   scemare,   perché   rispetto   allo   stato   di   intossicazione   cronica   possiamo   parlare   di 
malattia,   cioè   alterazioni   organiche   visibili   clinicamente   che   causano   paranoia   alcolica,   psicosi 
alcolica e via dicendo. Il soggetto perde il controllo ed è malato affetto da infermità mentale. Può 
essere difficile distinguere tra abitualità e cronica intossicazione, ma distinguere è fondamentale, 
perché nel primo caso vi è un aggravamento di pena, nel secondo una diminuzione. 
Il codice penale è del 1930 e quindi manca l'approfondimento normativo. Ad esempio, l'assunzione 
di sostanze stupefacenti può essere dovuto a crisi di astinenza e quindi già prima dell'assunzione vi è 
una diminuita capacità di intendere e di volere. Quindi ci sono non poche difficoltà, perché il codice 
penale del 1930 si riferiva solo all'alcol e non alle sostanze stupefacenti.
In sintesi per rimproverare il soggetto alla base è necessario che ci sia la capacità di intendere e 
volere, cioè che sia in grado di comprendere il disvalore della propria azione e scegliere tra diversi 
impulsi,   spinte   e   condizionamenti.   Se   non   c'è   imputabilità   non   può   essere   applicata   una   pena. 
L'imputabilità   va   accertata   rispetto   al   momento   del   fatto.   Cioè   dobbiamo   guardare   indietro,   e 
l'ubriachezza e l'intossicazione comportano una deroga a questo principio. Inoltre è evidente che 
dobbiamo parlare di nessi psichici, cioè legami psichici tra fatto ed attore.
DOLO
Il primo elemento soggettivo è il dolo che è la forma più grave di colpevolezza. Chi agisce con dolo 
è fortemente rimproverabile in quanto volontariamente mette in discussione la validità delle norme 
penali e ciò corrisponde alla massima disapprovazione anche sociale, cioè del vivere quotidiano. 
Altra precisazione: nei delitti il dolo è il “normale criterio di imputabilità”, cioè se non c'è una 
espressa previsione di colpa, il delitto è punito solo a titolo di dolo.
Il criterio di imputazione soggettiva per i delitti è quindi il dolo. In qualsiasi norma penale che 
prevede ergastolo, reclusione, multa, se non c'è indicazione su alcun elemento soggettivo, il delitto 
sarà solo doloso (art. 42, secondo comma del codice penale). Ad esempio il furto è punito solo a 
titolo di dolo. La massima parte dei delitti è punita solo per dolo.
Il dolo è definito all'art. 43 primo comma, prima parte, e contempla la conoscenza e la volontà del 
fatto tipico. Quindi perché ci sia dolo il soggetto deve conoscere e volere il fatto tipico. Abbiamo 
quindi nel dolo due aspetti:
− rappresentazione: conoscenza, previsione reale del fatto tipico;
− volontà   del   fatto   tipico,   il   soggetto   per   volere   deve   prima   conoscere   gli   elementi   che 
integrano il fatto tipico. Se il soggetto non conosce non potrà mai essere in dolo e quindi ci vuole 
una volontà consapevole.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 13
Ci   sono   casi   in  cui  non  si può   volere  consapevolmente.  Per questo il  contrario  del  dolo  viene 
chiamato errore dovuto alla falsa rappresentazione della realtà. Ad esempio prelevare per errore un 
oggetto non proprio che si crede proprio. Dal punto di vista della tipicità è un furto, ma viene meno 
il   dolo,   la   differenza  sta quindi  nel  nesso psichico,  la  volontà  di  realizzare  il  fatto  tipico,   cioè 
traduzione in realtà di una determinazione.
VOLONTA'
Questo è un altro aspetto rilevante. Volontà non significa il motivo per cui agisco (momento) perché 
movente è lo stimolo, ma la volontà può sussistere per diversi motivi. Non è il motivo per cui si 
agisce ma il fatto che si agisca volontariamente, quindi rispetto al dolo il motivo non ha rilievo. Il 
contenuto di questa volontà è il fatto tipico nella sua interezza, cioè tutti gli elementi oggettivi 
devono entrare nel fuoco del dolo, il soggetto deve rappresentarsi tutti gli elementi del dolo che 
costituiscono il volere e conoscere: condotta, evento, nesso causale.
Questa è un'analisi complessa perché due situazioni possono essere identiche sul piano oggettivo ma 
essere diverse sul piano oggettivo e penale. E' discriminante l'aspetto psichico. Complesso è l'altro 
nesso tipico che è la colpa. La colpa per i delitti deve essere espressamente prevista ed è un criterio 
normativo, occasionale, di incriminazione dei delitti. La colpa è sussidiaria, non ha la previsione di 
delitto se non è previsto anche il dolo. Il diritto penale vuole difendere i beni socialmente importanti 
come la vita dall'oppressione, ma anche da chi non ha volontà di ledere il bene, ma lo lede perché ha 
violato regole cautelari di condotta (art. 43 2° comma). C'è colpa quando non c'è volontà ma il fatto 
tipico si è verificato a causa di negligenza, imprudenza, imperizia, ovvero per innosservanza di 
leggi, regolamenti, ordini e disciplina.
Elementi fondamentali:
− rispetto al dolo manca la volontà del fatto tipico;
− il soggetto in caso di colpa non ha osservato regole cautelari, dirette a prevenire danni a beni 
giuridici, poste per evitare lesioni a beni giuridici;
− attribuibilità di queste inosservanze all'agente.
Possiamo rimproverare per colpa solo se il soggetto poteva rispettare le regole. Noi sottolineiamo 
che la colpa è legata ad attività lecite, rischiose rispetto alle quali ci sono probabilità di lesioni a 
beni   giuridici.   Queste   possono   essere   svolte   solo   se   vengono   rispettate   alcune   regole   di 
comportamento. I rischi non si possono eliminare ma ridurre. Se in un’attività non è possibile 
prevenire   lesioni   a   beni   giuridici,   quell’attività   diviene   illecita.   Questo   però   non   vale   per   la 
circolazione   stradale   che   è   lecita   perché   utile   e   quindi   si   pongono   molte   regole   cautelari. 
Ugualmente per l'attività medica che comporta rischi per il paziente che deve sottostare a regole di 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 14
perizia e quindi richiede molti requisiti. Così pure le attività lavorative che richiedono il rispetto 
delle norme di sicurezza e via dicendo.
C'è colpa tutte le volte in cui un soggetto che svolge un'attività lecita non rispetta le regole cautelari 
quindi   causa   lesioni   a   beni   giuridici.   Si   può   pertanto   rimproverare   il   soggetto   perché   non   ha 
rispettato le regole, cioè è rimproverabile per colpa.  Il legislatore fa riferimento a tre categorie che 
fanno riferimento a regole sociali di diligenza:
− negligenza;
− imprudenza;
− imperizia.
Queste categorie fanno riferimento a regole sociali di diligenza ma sono anche previste ad esempio 
dal   codice   della   strada.   In   questo   caso   il   legislatore   scrive   regole   cautelari,   ad   esempio   nella 
sicurezza sul lavoro. Ma c'è differenza se la regola è sociale e del diritto, entrambe comportano 
colpa se non vengono rispettate. Altro aspetto concerne il fatto che quelle regole siano perseguibili e 
quindi se vi è esigibilità del comportamento.
Un  conto   è  individuare  le  regole,  un conto è  l'esigibilità  dell'osservanza.  Nei  delitti  la  colpa  è 
eccezionale e riguarda la vita e l'incolumità fisica e pubblica, cioè i beni più importanti (disastro 
colposo ad esempio). Per le contravvenzioni invece è indifferente la distinzione che siano commessi 
a titolo di colpa o dolo. Ogni contravvenzione è punibile, basta che ci sia la colpa. Per la punibilità è 
poi sufficiente la colpa perché la maggior parte delle contravvenzioni riguarda regole cautelari.
La guida in stato di ebrezza è di per sè sufficiente anche se non causa lesioni a beni giuridici. E' una 
contravvenzione che di per sè fa scattare la pena. Se supero il limite di velocità commetto un illecito 
amministrativo. Sono due le sanzioni che riguardano le regole cautelari:
− contravvenzione;
− sanzioni amministrative.
Per la circolazione stradale è sempre omicidio colposo, cioè nell'ambito della circolazione si parla di 
colpa.
CAUSE CHE ESCLUDONO LA COLPEVOLEZZA
− Errore sul fatto: falsa rappresentazione o ignoranza (non sapere e sapere male). E' il rovescio 
del dolo. L'art. 47 esclude sempre il dolo, ma non la colpa, cioè negligenza di quel soggetto, cioè 
residuare   una   responsabilità   colposa.   Se   siamo   di   fronte   ad   un   delitto,   la   responsabilità   è 
espressamente prevista.

− Errore sul processo: falsa rappresentazione o ignoranza che cade nella norma penale.   Il 
soggetto non sa e quindi il problema della conoscibilità della norma penale.
L'art. 5 del codice penale dice che l'ignoranza della legge penale non scusa. Quindi nessuno può 
campare come scusa la conoscenza. Nel momento in cui si va in giudizio c'è una presunzione di 
conoscenza a seguito della pubblicazione a partire dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della 
norma. Quindi guardo il fatto tipico cioè dolo e colpa. Questa rigidità è entrata in crisi dopo che è 
emerso il concetto di rimproverabilità e ciò significa affrontare il problema della conoscenza della 
norma. Anche perché il codice si è ampliato ed divenuto molto complesso e molti comportamenti 
illeciti non sono percepiti come tali.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 15
La   corte   costituzionale   con   sentenza   364   del   1988   ha   dichiarato   l'art.   5   costituzionalmente 
illegittimo nella parte in cui non prevede che non sia scusabile l'ignoranza non evitabile della legge 
penale.   Vi  sono casi in cui le persone pur impegnandosi al massimo si trovano a non poterle 
conoscere, perché tantissime. Ad esempio è possibile che accada che uno costruisca su di un terreno 
non edificabile dopo aver ottenuto una concessione rilasciata erroneamente dal comune. Ma se nello 
stesso   caso   fosse   un   geometra   comunale   a   costruire   abusivamente   la   cosa   cambierebbe 
radicalmente.

Lezione 5,  12  ottobre 2009
L'art. 5 del codice penale riporta una formula icastica e cioè che nessuno può invocare a propria 
scusa l'ignoranza della legge cioè la mancata conoscenza. Quindi l'art. 5 non esclude l'ignoranza 
inevitabile. La sentenza della corte costituzionale n. 364 del 1988 riforma questo principio, infatti, 
la  sopraccitata sentenza ha segnato inevitabilmente la definitiva rottura di un principio e  di un 
paradigma giuridico che, fino a qualche decennio fà, appariva del tutto indiscusso. In sostanza, con 
la  suddetta  sentenza i giudici costituzionali hanno preso atto del “dirittovivente” che muta  e si 
evolve  in  relazione al tempo e, quindi, alle concezioni sociali dominanti di un periodo storico. 
Pertanto, la norma penale è un qualcosa di molto complesso ed articolato che si trasforma e si deve 
adattare alle singole realtà dei casi.

A   partire   da   questo   momento   si   inizia   a   parlare   di   conoscibilità,   quindi   non   un   problema   di 
conoscenza   ma   di   conoscibilità   da   parte   dei   consociati   e   riguarda   casi   ad   esempio   di   testo 
particolarmente oscuro e che quindi non può orientare il comportamento; autorità amministrative 
che danno indicazioni errate a fronte del fatto che il cittadino fa tutto il possibile, e cioè si rivolge 
all'autorità   giusta   ad   esempio   ad   una   amministrazione   comunale   che   rilascia   erroneamente   una 
concessione edilizia su di un terreno con vincolo ambientale, ma se nella fattispecie il soggetto è un 
geometra comunale, anche se di un altro comune, non può invocare l'ignoranza della norma.
Abbiamo visto che, perché ci sia un reato, devono sussistere almeno tre elementi essenziali:
− il fatto tipico;
− l'antigiuridicità;
− la colpevolezza.
Diversamente non è reato, forse qualcos'altro ma non reato. Il reato si presenta in varie forme, si 
aggiungono vari elementi come le circostanze che sono elementi diversi dagli elementi costitutivi e 
che aumentano o diminuiscono la gravità del reato (circum­stant, cioè elemento accidentale). Il 
reato è già perfetto, e a questo se ne aggiungono altri che graduano il disvalore di quel fatto. Anche 
se mancano le circostanze il reato è perfetto. Le circostanze comportano modifiche quantitative o 
qualitative   della   pena,   cioè   aumento   o   trasformazione,   ad   esempio   da   multa   a   reclusione,   cioè 
cambia la specie di pena.
Le circostanze sono “comuni” quando potenzialmente si applicano a tutti i reati. Le circostanze 
speciali   sono   quelle   previste   in   riferimento   a   specifiche   figure   di   reato.   Altra   specificazione 
distingue   tra   circostanze   che   hanno   effetto   o   efficacia   comune   da   quelle   che   hanno   effetto   o 
efficacia speciale:
− comune: l'aumento o la diminuzione della pena dipendono dalla pena ordinaria, cioè sono 
calcolati alla pena ordinaria prevista dal legislatore e questo aumento o diminuzione è pari ad un 
terzo per reati senza circostanze a seconda di aggravanti o attenuanti;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 16
− speciali: prevedono aumenti e diminuzioni direttamente indicati nella norma. Quindi dove 
non è indicato l'aumento o la diminuzione, si presume la possibilità di aumento o diminuzione di un 
terzo della pena.
Noi ci occuperemo di circostanze comuni a effetto comune che è la circostanza della minore età. 
Ultimo aspetto riguarda la maggior parte dei reati dove si pone la presenza di più circostanze. Se ci 
sono solo circostanze aggravanti, ci saranno tanti aumenti quante sono le circostanze con un limite 
massimo di pena. Se ci sono solo circostanze attenuanti, ci saranno tante diminuzioni quante sono le 
circostanze.
Complesso   è   il   caso   di   coincidenza   di   circostanze   aggravanti   e   attenuanti   e   quindi   concorso 
eterogeneo di circostanze. In questo caso si opera il bilanciamento, cioè il giudice deve fare un 
giudizio di valore rispetto alle circostanze. Questa operazione non è fatta sulla base di un conteggio 
ma di un giudizio di peso e quindi si stabilirà se sono prevalenti le aggravanti o le attenuanti. Se 
prevalgono   le aggravanti si applicano  solo le aggravanti,  viceversa solo le attenuanti, quindi  le 
circostanze  sub­valenti  vengono annullate, mentre se sono equivalenti si annullano  a vicenda   e 
quindi si applica la pena base.
Ci sono poi altre due forme di manifestazione del reato: il reato è commesso da più persone e quindi 
si parla di concorso; oppure non si arriva alla completa realizzazione e quindi si parla di tentativo.

LA PENA
Abbiamo   visto come riconoscere un reato dalle sanzioni previste dall'art. 17 del codice penale. 
Quindi   partendo   dalla   sanzione   prevista,   la   pena   è   la   tipica   sanzione   punitiva,   cioè   colpisce 
negativamente l'autore del fatto illecito in un bene che è la libertà personale che non è in rapporto 
diretto con il bene leso, tutelato dalla norma penale. Questa è una caratteristica solo delle pene, il 
fatto  di  colpire un bene costituzionalmente garantito. Anche nell'illecito amministrativo vi  sono 
sanzioni che puniscono ma non incidono sulla libertà.
Facendo riferimento ai limiti edittali entro i quali è prevista la pena, il legislatore fissa un limite 
minimo   e   massimo   e   dentro   questi   limiti   è   il   giudice   ad   individuare   la   pena   adeguata   per   un 
determinato fatto ed un determinato autore. Nel nostro sistema non esiste quindi una pena fissa, 
perché variano le situazioni, altrimenti ci sarebbero trattamenti uguali per situazioni diverse e ne 
verrebbe   meno   il   principio   di   uguaglianza.   La   pena   fissa   apparentemente   rispetta   di   più   la 
determinatezza e la legalità, ma viola il principio di uguaglianza. Quindi commisurazione della 
pena. La pena quindi è una sanzione fortemente inflittiva, evoca l'idea del castigo, è uno strumento 
di   afflizione   che   incide   sulla   libertà   personale.   Da   sempre  si   dice   che   la   pena   ha   un   carattere 
retributivo (visione illuminista) perché dire retribuzione significa che il colpevole paga con la pena 
per   il   male  commesso  e  da qui  l'idea  di  compensazione.  Oggi  parlare di  retribuzione  significa 
proporzione, quindi l'esigenza punitiva si ferma di fronte alla proporzione, si può punire entro la 
proporzione e non è possibile la pena esemplare. Se vengono invocate pene esemplari si distolgono 
gli altri consociati e si strumentalizza il fatto. Più in dettaglio, la funzione delle pene riguarda due 
aspetti:
− funzione di prevenzione generale: si fonda sull'assunto che la minaccia di pena serve per 
distogliere i consociati dal commettere reati, cioè orientare il comportamento dei consociati. Si dice 
che la minaccia di pena deve essere una contro­spinta rispetto alla spinta a compiere il reato. Serve 
per evitare che i fatti siano commessi operando sulla mente dei consociati.
− prevenzione speciale: infliggere una pena ad uno specifico soggetto serve a evitare che 
questi in futuro commetta altri reati. Quindi attribuire alla pena una funzione rispetto al singolo.
Nel nostro sistema troviamo tre funzioni:

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 17
− restitutiva;
− prevenzione generale;
− prevenzione speciale.
La   prevenzione   si   riferisce   al   momento   in   cui   il   legislatore   costruisce   la   norma,   mentre   nella 
prevenzione speciale c'è l'aspetto retributivo e quindi la nozione rapporto, ma anche una funzione 
preventiva speciale nel momento in cui il soggetto viene condannato e la pena diviene esecutiva c'è 
la fase più intensa di prevenzione speciale.
Qual’ era il sistema al quale aveva pensato il codice Rocco del 1930, rispetto alle funzioni? Rocco, 
estensore   del   codice,   si   inserisce   nella   terza   scuola,   cioè   la   scuola   minimalistica   che   cerca   di 
mediare tra scuola classica e scuola positiva, quindi il sistema del doppio binario che prevede come 
sanzione   per   eccellenza   la   pena   collegata   in   modo   indefettibile   alla   imputabilità   del   soggetto. 
Sistema e misure di sicurezza sono legate alla pericolosità sociale. La pericolosità equivale alla 
probabilità di commettere reati. In questo schema la pena ha un'eminenza retributiva e ha funzione 
di prevenzione generale. Alle misure di sicurezza è affidata la funzione preventiva speciale legata 
alla probabilità e servono al fine di evitare che il soggetto commetta reati:
− se il soggetto imputato non è socialmente pericoloso, si applica solo la pena;
− se il soggetto è pericoloso ma non imputato si applicano solo misure di sicurezza;
− se il soggetto è imputato e pericoloso, si applicano sia le pene che le misure di sicurezza. 
(soggetto a cui possono essere applicate 2 pene).
Questo sistema aveva dimostrato di non funzionare già dagli anni '40, epoca in cui nel dibattito 
giuridico viene sollevato questo problema. Con la costituzione si compie un salto importante. Con il 
primo comma dell'art.27 viene stabilito un principio già visto ed importante e cioè che le pene non 
possono essere contrarie al senso di umanità. 

Articolo 27
La responsabilità penale è personale.

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla
rieducazione del condannato [cfr. art. 13 c. 4].

Non è ammessa la pena di morte.

In   secondo   luogo   le   pene   devono   tendere   alla   rieducazione   del   condannato.   Ciò   rivoluziona   il 
sistema Rocco, perché il legislatore costituzionale attribuisce alle pene la funzione di prevenzione 
speciale. La prevenzione speciale caratterizza la pena. Ciò non significa il pentimento, ma si vuole 
riattivare nel condannato il rispetto dei valori sociali, affinchè le persone possano acquisire o ri­
acquisire i valori fondamentali della vita sociale ed evitare che ricommettano reati.
La rieducazione sarà diversa a seconda del soggetto e tocca aspetti soggettivi come emarginazione, 
degrado, e via dicendo, e quindi tende alla ri­socializzazione al fine di superare le condizioni che 
hanno portato il soggetto a commettere il reato. La pena non potrà mai prescindere dall'autonomia 
morale del soggetto, cioè ci vuole la collaborazione del condannato, la rieducazione non può essere 
imposta dall'esterno, non può prescindere dalla sua volontà.
Se si dovesse rieducare ci sarebbero pene senza fine e quindi viene meno la proporzione, cioè salta 
il principio della retribuzione. Se al termine della pena l'obiettivo della rieducazione non viene 
raggiunto, comunque la pena finisce. Nel tempo si è diffusa la certezza che la pena deve avere 
questo fine fino ad arrivare ad importanti provvedimenti legislativi, come la riforma del sistema 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 18
penitenziario con la legge 354 del 1975 che parte dall'idea della pena rieducativa.
In questo provvedimento vengono introdotte soluzioni alternative alle pene detentive che mirano al 
reinserimento del condannato nella società, dando la possibilità di scontare pene detentive in forma 
diversa finanche in libertà. E' un provvedimento che parte quindi dall'art. 27 comma terzo della 
costituzione.
Un ulteriore sottosistema che è la legge 689 del 1981, prevede la sanzione sostitutiva delle pene 
detentive brevi. Anche questo è un sottosistema che parte dal presupposto che è meglio evitare che il 
soggetto condannato a pene detentive entri in carcere dove rischia la desocializzazione e quindi 
mantiene il soggetto nella società (non limitazioni totali della libertà).
La funzione sociale preventiva è il faro della legislazione minorile e quindi educazione del minore 
che ha commesso il reato, qui la prevenzione assume il ruolo preponderante.

COMMISURAZIONE DELLA PENA
Le  pene  sono  fissate in limiti edittali, la pena ha un carattere mobile, il legislatore si limita  a 
prevedere i limiti edittali, mentre è il giudice ad applicare la pena nel caso concreto. Facciamo 
quindi   riferimento   al   giudice   che   deve   individuare   la   pena   e   il   giudice   nel   provvedimento 
deliberativo valuterà se è stato commesso reato; deve poi individuare la pena, esercita quindi un 
potere discrezionale vincolato perché il giudice:
− deve restare nei limiti edittali;
− il legislatore ha previsto indici di commisurazione (art. 133 codice penale), che sono gli 
elementi da tener conto nella commisurazione della pena, indicano cosa il giudice deve tener in 
considerazione;
− ha l'obbligo di motivazione rispetto alla pena, cioè deve esporre il processo motivazionale 
che giustifica la decisione e questo consente di controllare il suo operato. Tali motivazioni possono 
essere usate per il ricorso a gradi superiori di giudizio.
In realtà il sistema non è così perfetto, perché la legge quando fissa il limite edittale tiene la forbice 
larga e vi sono pertanto situazioni in cui le pene previste oscillano da 6 a 20 anni. Il massimo di 
pena può essere il doppio o il triplo e quindi aumenta il potere discrezionale. Ulteriore aspetto è che 
quando questi limiti sono molto alti, le sentenze si allineano al limite minimo in quanto è meno 
necessario motivare.
INDICI DI COMMISURAZIONE
L'art. 133 del codice penale è diviso in due parti:
− il   giudice   nel   graduare   la   pena   deve   tener   conto   della   gravità   del   reato:   luogo,   tempo, 
modalità, carattere del comportamento umano;
− gravità del danno e pericolo cagionato, come ad esempio furto di cose di valore alto o basso 
in base al quale varia il tipo di pena.
− Intensità del dolo e gravità di colpa, quindi diversi livelli di nesso psicologico.

Lezione 6, 13 ottobre 2009

Analisi dell’articolo 133 del codice penale
In esso sono citati i criteri di commisurazione indicati dal legislatore e diretti al giudice che deve 
applicarli  al   caso concreto. Il  primo  comma dell’articolo 133 indica  i criteri che riguardano   la 
gravità del reato; il giudice deve graduare le pene, deve valutare la gravità del reato. Indica la pena 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 19
proporzionata alla gravità del reato.
Il   secondo   comma   prevede   che   il   giudice   debba   tenere   conto   della   capacità   a   delinquere   del 
colpevole, del carattere del reo, dei suoi eventuali precedenti penali e giudiziari, ed in genere della 
condotta antecedente al reato, contemporanea o successiva, in riferimento alle condizioni di vita 
individuali/familiari/sociali del reo (riferimento alla capacità a delinquere). Il legislatore richiede al 
giudice   di   tener   conto   della   gravità   del   fatto,   ma   anche   della   personalità   del   colpevole.   La 
valutazione della personalità infatti incide sulla commisurazione della pena. Essa sarà valutata non 
solo rispetto alla gravità del reato, ma anche rispetto alla personalità dell’autore.
L’articolo 133 è il compromesso tra la scuola classica e quella positiva; il secondo comma dice di 
tener  conto  della personalità del reo. Il fattore connesso alla personalità diventa importante nel 
momento della quantificazione della pena.
Gli indici sulla capacità a delinquere:
Primo indice è il movente, ovvero ciò che ha spinto il soggetto ad agire. Dal punto di vista del dolo 
non interessa la motivazione, ma ai fini della valutazione della personalità questo aspetto diventa 
rilevante. Con riferimento al carattere nell’art. 133: nel processo penale non si fanno valutazioni di 
tipo psicologico, valutare questo indice è un’operazione complessa. 
I  precedenti penali: considerare se quel soggetto ha già avuto condanne ma non solo precedenti 
penali,   viene   infatti   valutata   anche   la  condotta  precedente   al   reato   indipendentemente   dalla 
commissione di reato. Si considera inoltre la condotta successiva tenuta dal soggetto in seguito al 
reato commesso, quindi la valutazione del suo comportamento nel tempo intercorso dal reato al 
processo penale. Se la pena deve tendere alla rieducazione, ciò deve essere valutato nel momento 
della   quantificazione   della   pena.  Il   giudice   dovrà   tener   conto  delle  condizioni   di  vita  sociali   e 
familiari  del  reo, ovvero l’ambiente circostante, delle cause esogene che possono aver spinto  il 
soggetto   a   commettere   una   scelta   deviante.   Queste   sono   tutte   valutazioni   di   rilievo   quando 
dobbiamo giudicare un minore. Importantissimo il giudizio sulla personalità. Con l’articolo 133 
assistiamo all’ingresso della valutazione dell’autore del reato. Il giudice, nel momento in cui dovrà 
irrogare   una   pena,   individuerà   una   quantificazione   di   pena   tra   un   minimo   ed   un   massimo 
prestabiliti, e poi dovrà motivare la sua scelta. Qualora intervenissero circostanze, il giudice prima 
individuerà la pena tra un minimo ed un massimo, e poi applicherà le circostanze. In un primo 
momento si definirà la pena sul reato base, poi gli aumenti o le riduzioni a seconda che ci siano 
circostanze attenuanti o aggravanti. Le circostanze consentono di andare oltre i limiti, essendo un 
reato   circostanziato;   quindi   il   giudice   determina   la   pena   per   il   reato   semplice,   poi   applica   le 
circostanze.   Le   pene   sono   quelle   descritte   dall’articolo   17   del   codice   penale,   pene   detentive   e 
pecuniarie.
Pene   detentive:   l’ergastolo   è   una   pena   perpetua,   anche   se   la   natura   dell’ergastolo   si   è 
ridimensionata, perché sono concedibili i benefici penitenziari, la cui concessione dipende dalla 
partecipazione educativa del reo. 
Reclusione   e   arresto:   completamente   limitativi   delle   libertà   personali.   Sono   sostanzialmente 
identiche come tipo di sanzione. La legge 354 del ’75 disciplina il trattamento penitenziario che si 
fonda sull’istruzione, lavoro, attività culturali: è un trattamento penitenziario che deve rispondere ai 
bisogni   rieducativi   dell’individuo.   Nell’ordinamento   penitenziario   vi   è   traccia   della   funzione 
rieducativa   della   pena.   Reclusione   e   arresto   sono   nominalmente   diversi   perché   collegati   a   due 
diversi   tipi   di   reato.   Dal   punto   di   vista   dell’esecuzione   sono   identici   perchè   soggetti   a   stesso 
trattamento. 
Pene pecuniarie (multa/ammenda)
Se il condannato è insolvibile, queste due pene diventano sanzioni sostitutive: libertà controllata che 
se   non   viene   rispettata   si   trasforma   in   reclusione   o   arresto.   Potenzialmente   quindi   diventano 
detentive.
Sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi:
Previste dalla legge 689 del ’81, nascono dalla necessità di trovare risposte diverse alle pene della 
detenzione classica in quel periodo. Questa legge prevede la possibilità per il giudice di applicare 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 20
queste   sanzioni   sostitutive   (pene   detentive   brevi),   partendo   dalla   considerazione   che   le   pene 
determinate di breve durata siano inefficaci, desocializzanti e spesso si rischia che esse diventino 
crimino­genetiche (inducano a delinquere). Per questo si è ritenuto di consentire al giudice (che 
emette le sentenze di condanna) di sostituire la pena detentiva con tre possibili sanzioni sostitutive:
1) libertà controllata
2) semi detenzione
3) pena pecuniaria
Sono sanzioni sostitutive ancorate alla durata della pena inflitta. 
La  semi detenzione  prevede che il condannato trascorra almeno 10 ore in carcere, oltre ad essere 
soggetto a vari altri divieti, ma questa sanzione non viene praticamente mai applicata. 
Quella invece che viene spesso concessa è la prima, ovvero la libertà controllata.
Le pene detentive fino ad un anno possono essere sostituite con la prima (divieto di allontanarsi dal 
comune di residenza, obbligo di presentarsi all’ufficio giudiziario una volta al giorno, sospensione 
della patente di guida, ritiro del passaporto, obbligo di portare con sé il verbale, etc).
Questo tipo di sanzione consente di non intervenire su eventuali processi di socializzazione in atto e 
consiste nel punire il soggetto attraverso la limitazione della sua libertà. Il giudice nel decidere se 
sostituire la pena (1 anno per la libertà controllata, 6 mesi per eventuale pena pecuniaria), terrà 
conto degli elementi dell’articolo 133; potrà valutare se questa sostituzione sia più idonea rispetto 
alla sua personalità. Se il condannato non osserva le prescrizioni, si torna indietro con la 
riconversione della pena. Attraverso la legge 689 del ’81, vengono individuate nuove risposte alla 
pena detentiva. Con l’introduzione dell’articolo 354 del ’75 
(http://www.famiglia.regione.lombardia.it/shared/ccurl/610/310/legge%20354.pdf)
già molte cose erano cambiate, erano state infatti introdotte nell’ordinamento misure alternative alla 
detenzione, forme alternative di esecuzione della pena detentiva. Pensare a misure alternative 
significa che il legislatore tramutava in norme il principio educativo. Queste vengono applicate nella 
fase esecutiva, dopo la sentenza di condanna. 
Affidamento in prova al servizio sociale, la più importante tra le misure alternative, perchè se la 
pena detentiva non è superiore ai 3 anni, consente di affidare il condannato al servizio sociale fuori 
dall’istituto di pena. Viene predisposto un elenco di prescrizioni a cui il soggetto dovrà ottemperare. 
Fondamentale per accedere, avere un lavoro, una casa.
 L’affidato in prova ha dei limiti, non ci sono schemi predefiniti, vengono scelti di caso in caso (es. 
divieto di uscita in determinati orari, ...). Questi 3 anni possono anche essere un residuo di una pena, 
si favorisce il reinserimento sociale proseguendo la pena (gli anni restanti). Se l’affidatario in prova 
funziona,   la   pena   verrà   dichiarata   estinta   come   se   fosse   stata   scontata   in   carcere.   Ma   se   il 
comportamento   del   condannato   si   dimostra   essere   incompatibile,   l’affidamento   verrà   revocato. 
Prima dell’affidamento in prova può venire concessa la semi libertà (attenua lo stato di privazione 
personale: il soggetto in semi libertà deve passare la notte in carcere, e il giorno in attività di 
lavoro/studio). La semi libertà a volte è il passaggio che conduce all’affidamento in prova (inizio di 
un inserimento). 
Misura alternativa particolare: liberazione anticipata
Nell’ordinamento   penitenziario   se   il   condannato   dà   prova   di   partecipazione   attiva   all’opera   di 
rieducazione, al fine del suo reinserimento sociale, può usufruire di una detrazione di pena di 45 
giorni per ogni semestre scontato. La liberazione anticipata riduce progressivamente la pena, ed è 
una misura a carattere premiale.
Se   la   personalità   del   reo   si   evolte   in   modo   positivo,   la   pena   si   accorcia.   Principio   ispirato   al 
reinseimento sociale, per incentivare all’opera rieducativa. 
Analisi delle cause di estinzione del reato e della pena.
Previste nell’ordinamento ci sono delle cause che o estinguono il reato, o estinguono la pena. Una 
causa   di   estinzione   del   reato   è   la   sospensione   condizionale   della   pena:   la   morte   del   reo,   la 
prescrizione, cioè il passaggio di un tot di tempo senza che giunga una sentenza irrevocabile di 
condanna. Il reato viene infatti cancellato, se non si è realizzato l’accertamento del reato entro un 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 21
determinato   lasso   di   tempo   dalla   sua   commissione   (pena   troppo   lontana   dal   fatto   commesso, 
articolo   157   del   codice   penale).   La   prescrizione   è   rinunciabile,   nel   senso   che   il   soggetto   può 
scegliere di rinunciare a questa opzione. Per i reati puniti con l’ergastolo, non può aver luogo la 
prescrizione. Tutti gli altri reati sono prescrittibili. L’amnistia è un’altra causa.
La sospensione condizionale della pena, prevista dall’articolo 163 del codice penale, è un istituto 
molto importante, e molto applicato. La disciplina è stata modificata nel tempo, in quella vigente 
significa che una pena viene inflitta ma che ne viene sospesa l’esecuzione; condanna ad una pena, 
ma viene condizionalmente sospesa partendo dal presupposto che per certe pene brevi possa essere 
sufficiente   la   pronuncia   di   condanna   senza   arrivare   all’immediata   esecuzione   della   pena   ma 
sospendendone l’esecuzione condizionalmente. 
Presupposti di applicazione: 
1) sentenza di condanna a pena detentiva, pecuniaria o congiunta (entrambe) che non deve superare 
un determinato limite (presupposto oggettivo). 
2) Una prognosi favorevole sulla personalità del condannato (presupposto soggettivo).
I limiti riguardano la pena detentiva che non può essere superiore ai 2 anni, con eccezioni, se si 
tratta di minori di anni 18 (limite di pena 3 anni). Se si tratta di giovani adulti (18­21), limite 2 anni 
e mezzo. Questo anche per gli ultra 70enni. Questa pena viene applicata in concreto sulla base dei 
criteri dell’articolo 133.
Necessaria anche la prognosi favorevole, che significa presumere che il colpevole si astenga dal 
commettere   ulteriori   reati,   e   questa   prognosi   positiva   fa   riferimento   all’articolo   133   del   codice 
penale, richiamato nel secondo comma (capacità a delinquere del soggetto). 
La sospensione della condizionale si può ottenere 2 volte nella vita (la seconda concessione deve 
riguardare   una   pena   che   cumulativa   con   la   prima   non   oltrepassi   i   2   anni   complessivi).   La 
sospensione   può   essere   subordinata   al   risarcimento   del   danno.   La   pena   viene   sospesa,   non 
cancellata. Per un periodo la pena rimane per aria, ma può riconcretizzarsi qualora il condannato 
commetta un nuovo delitto nel periodo di sospensione. In questo caso la sospensione viene revocata. 
Questo tempo di sospensione dura 5 anni se si tratta di delitti, 2 anni  se la condanna riguarda una 
contravvenzione. Se invece passa il tempo di sospensione senza altra commissione di reati, il reato 
viene estinto. 

Articolo 163 Sospensione condizionale della pena


Nel pronunciare sentenza di condanna alla reclusione o all'arresto per un tempo non superiore a due anni, ovvero a pena
pecuniaria che, sola o congiunta alla pena detentiva e ragguagliata a norma dell'articolo 135, sia equivalente ad una pena
privativa della liberta' personale per un tempo non superiore, nel complesso, a due anni, il giudice puo' ordinare che
l'esecuzione della pena rimanga sospesa per il termine di cinque anni se la condanna e' per delitto e di due anni se la condanna
e' per contravvenzione. Se il reato e' stato commesso da un minore degli anni diciotto, la sospensione puo' essere ordinata
quando si infligga una pena restrittiva della liberta' personale non superiore a tre anni, ovvero una pena pecuniaria che, sola o
congiunta alla pena detentiva e ragguagliata a norma dell'articolo 135, sia equivalente ad una pena privativa della liberta'
personale per un tempo non superiore, nel complesso, a tre anni. Se il reato e' stato commesso da persona di eta' superiore
agli anni diciotto ma inferiore agli anni ventuno o da chi ha compiuto gli anni settanta, la sospensione puo' essere ordinata
quando si infligga una pena restrittiva della liberta' personale non superiore a due anni e sei mesi ovvero una pena pecuniaria
che, sola o congiunta alla pena detentiva e ragguagliata a norma dell'articolo 135, sia equivalente ad una pena privativa della
liberta' personale per un tempo non superiore, nel complesso, a due anni e sei mesi. Articolo cosi' sostituito dalla L. 24
novembre 1981, n. 689.

Cause   di   estinzione   del   reato:   il   perdono   giudiziale,   previsto   solo   per   i   minori   di   anni   18.   Le 
caratteristiche sono le stesse sia per i minori che per gli adulti.
Le cause di estinzione della pena presuppongono una sentenza irrevocabile di condanna (una pena 
da scontare) e non riguardano il reato ma solo la pena. Fra le cause: l’indulto, la prescrizione della 
pena, la morte del reo.
Misure di sicurezza:
Rappresentano una delle più importanti tra le novità introdotte nel 1930 a livello di ordinamento.
Si tratta di sanzioni penali a tutti gli effetti. Non sono misure amministrative, esse sono sanzioni 
penali diverse dalla pena. Al giudice era riaffidata la cura del soggetto ai fini di difesa sociale. Il 
legislatore del 1930 per difendere la società dai delinquenti pericolosi, riteneva necessario prevedere 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 22
misure   di   sicurezza   per   prevenire   la   commissione   di   reato   tramite   la   rieducazione,   cura   e 
risocializzazione del soggetto. Le misure di sicurezza sono misure penali a carattere repressivo 
perchè   colpiscono   il   soggetto   nella   libertà   personale.   Sonouna   risposta   che   il   legislatore   ha 
individuato per i soggetti non imputabili (non punibili) ma pericolosi.

Misure di sicurezza per i soggetti pericolosi (ancora vigente):
Misure fortemente afflittive del singolo, sottoposte al principio di legalità, come da articolo 25 della 
costituzione, terzo comma, che prevede che nessuno possa essere sottoposto a misure di sicurezza 
tranne che nei casi previsti dalla legge. E’ la legge quindi che individua i casi in cui possono essere 
applicati i criteri ed i tipi di misure di sicurezza.
Presupposti per applicare le misure di sicurezza:
1) presupposto oggettivo: la commissione di un reato (articolo 202 del codice penale);
2) secondo presupposto: la pericolosità sociale. Il giudice deve valutare la pericolosità sociale 
del soggetto (articolo 203 secondo cui è socialmente pericoloso un soggetto che abbia già 
commesso un reato, quindi diventa probabile che ne commetta degli altri). Probabilità è un 
grado elevato di possibilità, perchè possibile lo è per tutti, ma nel dire probabile, significa 
che vi è un elevato grado di possibilità.
Il giudice farà un giudizio prognostico, l’articolo 203 dice che si dovrà far riferimento agli indici 
dell’articolo 133 (valutazione della capacità a delinquere).
Non   ci   sono   ipotesi   di   pericolosità   presunta,   significa   che   il   giudice   dovrà   accertare   nel   caso 
concreto se ci sarà la pericolosità, caso per caso, vedere se quel soggetto è pericoloso o meno. Per i 
soggetti   non   imputabili   non   sarà   applicabile   la   pena   e   non   ci   sarà   nessun   automatismo 
nell’applicazione della misura di sicurezza. 
Le misure di sicurezza hanno una possibile durata indeterminata, potrebbero non avere mai una fine, 
perchè collegate alla pericolosità del soggetto. Non ci sono limiti finali. Il giudice irroga la pena e le 
misure di sicurezza (esempio 6 mesi, poi alla scadenza di quel limite il magistrato di sorveglianza 
farà un nuovo esame di pericolosità, che se di nuovo positivo, decreterà la nuova decorrenza della 
misura, mentre se il livello di pericolosità sociale risultasse attenuato al nuovo esame, la misura di 
sicurezza potrà essere modificata). La pena è determinata facendo riferimento alla gravità del fatto 
ed alla pericolosità del reo, mentre la misura di sicurezza può invece essere indeterminata se la 
pericolosità resta tale.

Lezione 7,  del 14  ottobre 2009

11 Novembre prova intermedia dalle 14.30 alle 16.30 (data non negoziabile)
16­17 novembre recupero lezioni in aula N solito orario.

Prova:
− tribunale per i minori;
− servizi sociali;
− imputabilità;
− misure cautelari (non obbligatorio per scs);
− arresto in flagranza (non obbligatorio per scs);
− perdono giudiziale;
− sospensione condizionale della pena.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 23
CENNI DI DIRITTO PROCESSUALE PENALE
(Introduzione al processo penale minorile)
Il   processo   penale   ha   lo   scopo   di   accertare   se   il   soggetto   ha   commesso   un   reato,   di   fare   una 
valutazione della persona e individuare le sanzioni da applicare una volta appurata la verità. Dal 
punto di vista storico, esso oscilla dall'orientamento inquisitorio a quello accusatorio. Quando si 
parla di sistema inquisitorio, di cui il massimo esempio ne è il tribunale dell'inquisizione con la 
procedura canonica, vi è:
− Confusione tra accusa e giudice.
− Il giudice accusatore cerca la prova.
− L'accusato non può partecipare all'attività della formazione della prova.
− Nell’assunzione delle prove si usa il metodo scritto.
− Il processo non è pubblico.
− E' normale la previsione di una carcerazione preventiva.

Diversamente,   le   caratteristiche   del   sistema   accusatorio   hanno   origine   dal   diritto   romano   ed   è 
caratterizzato da:
− presenze di due distinte figure, accusatore e giudice.
− Il giudice è imparziale rispetto alle due parti di accusa e difesa e decide sulla base delle 
prove indicate dalle parti. Il giudice quindi non partecipa alla formazione della prova.
− Presunzione di innocenza fino a sentenza irrevocabile di condanna, quindi la carcerazione 
preventiva è un'eccezione.
− Oralità del processo. Non ci sono prove scritte, ma queste si acquisiscono dinanzi al giudice.
− Il processo è pubblico ed è ammesso un controllo della collettività.
Noi abbiamo avuto un’importante riforma del processo penale nel 1988 che è entrata in vigore nel 
1989 e che si ispira al modello accusatorio, non più misto come il precedente tra accusatorio ed 
inquisitorio. Un modello di processo in cui il procedimento penale è una serie cronologica di atti 
che   partono   da   una   notizia   di   reato   e   arrivano   alla   sentenza   di   condanna   irrevocabile.   Questo 
procedimento è diviso in due parti:
− indagini preliminari;
− processo proprio.
La prima parte è la fase delle indagini preliminari. In questa fase la polizia giudiziaria ed il pubblico 
ministero   raccolgono   elementi   al   fine   di   poter   servire   per   prevedere   dal   parte   del   pm   le 
“determinazioni” inerenti l'esercizio dell'azione penale. Quindi il pubblico ministero si avvale della 
polizia giudiziaria, acquisisce gli elementi per capire quale richiesta fare al giudice. E' dominus 
delle   indagini.   Anche   la   difesa   dell'indagato   o   persona   sottoposta   ad   indagine,   può   raccogliere 
documentazione e quindi fare indagini. Fondamentale in questa  è capire che non si raccolgono 
prove, ma il pubblico ministero acquisisce elementi per verificare se la notizia di reato corrisponde 
effettivamente  alla  commissione  di   reato  attribuibile   a  quel  soggetto;  alla   fine  delle  indagini   il 
pubblico ministero adotterà la sua determinazione:
− chiede l'archiviazione del processo perché non ha elementi sufficienti;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 24
− decide di esercitare l'azione penale e quindi che l'indagato venga processato. In questo caso 
significa   che   ha   elementi   sufficienti   per   sostenere   l'accusa   in   processo   e   pertanto   formula 
l'imputazione dove viene descritto il reato che si attribuisce a quel soggetto, cioè il fatto storico.
Con   la   formulazione   dell'imputazione   l'indagato   diviene   imputato,   e   si   passa   dalla   fase   delle 
indagini   preliminari   alla   fase   giurisdizionale,   cioè   interviene   un   giudice   che   dovrà   giudicare 
quell'imputato.   Il   giudice   che   è   imparziale   e   terzo   rispetto   alle   parti   nel   processo,   deciderà 
sull'azione penale del pubblico ministero con sentenza se quel fatto è reato e connesso a quella 
persona.
Il giudice sarà chiamato a decidere anche sull'archiviazione richiesta dal pubblico ministero. Le fasi 
sono   distinte,   le   prove   si   raccolgono   dal   processo   (l'imputazione   coatta   delinea   una   situazione 
inquisitoria). Quindi questo sistema prevede la distinzione netta tra indagini preliminari e processo 
proprio. Il processo sin dalle fasi iniziali ha come fine la valutazione rispetto alla commissione di un 
reato   attribuibile   a   quella   persona,   valutazioni   personali   dell'imputato   (art.   133,   2°   comma   del 
codice penale).
Il   processo   parte   con   l'esercizio   dell'azione   penale:   il   pubblico   ministero   chiede   al   giudice   di 
decidere sull'imputazione, addebita ciò che viene mosso dal pubblico ministero ad un soggetto, 
questo è l'addebito di aver commesso un reato. Nell'imputazione viene descritto in maniera chiara e 
precisa   il   fatto   storico,   tipico,   che   corrisponde   ad   una   norma   penale   violata.   Dunque 
nell'imputazione vengono indicate le generalità della persona indagata/imputata.

 L'esercizio dell'azione impone al giudice di decidere, e se accoglie la richiesta di azione penale del 
pubblico ministero, si può solo fare il fare il processo: 
­ il giudice deve decidere con sentenza;
­ il giudice è soggetto solo alla legge, risponde del suo operato solo di fronte alla legge;
­ il giudice è indipendente, impersonale, e terzo rispetto ad accusa e difesa.

INDAGINI PRELIMINARI
E' la prima fase del processo penale che prende avvio da una notizia di reato, cioè informazione che 
arriva alla polizia o al pubblico ministero che tramite queste informazioni vengano a conoscenza 
della commissione di un illecito penale. Se la riceve la polizia giudiziaria, essa deve informare il 
pubblico ministero e il pubblico ministero deve provvedere il prima possibile a iscrivere tale notizia 
nel “registro delle notizie di reato” e quindi parte il procedimento penale. In tutta la fase delle 
indagini vengono posti in essere atti.
In questa fase i soggetti attivi sono il pubblico ministero e la polizia giudiziaria. Questa fase serve 
per determinare il pubblico ministero, cioè per orientare le scelte del pubblico ministero. Nel corso 
di questa fase può essere presente anche un giudice per le indagini preliminari che interviene per 
svolgere poteri di controllo sui provvedimenti più importanti (GIP). L'intervento del giudice per le 
indagini preliminari è limitato a casi codificati e su richiesta, e quindi non può assumere iniziativa 
autonoma dal pubblico ministero. Per esempio, il giudice per le indagini preliminari viene chiamato 
a convalidare l'arresto in flagranza di reato, decide sulla richiesta di misure cautelari limitative della 
libertà dell'indagato, decide sulla proroga delle indagini preliminari. E' un giudice che esercita una 
funzione giuridica prima dell'esercizio dell'azione penale, prima che il pubblico ministero abbia 
deciso se ci sarà o meno il processo.
Gli   elementi   che   può   raccogliere   il   pubblico   ministero   riguardano   in   prima   istanza   le   persone 
informate sui fatti, persone che sanno qualcosa su quel fatto (a sit cioè sommarie informazione sui 
fatti). E' il modo di procedere tra i più ordinari e lo fa la polizia giudiziaria, il pubblico ministero, 
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ma non hanno la qualifica di prove.
La notizia di reato può arrivare nei modi più diversi come ad esempio una denuncia, una querela, o 
perché c'è stato un arresto in flagranza di reato. L'arresto è un atto tipico della polizia giudiziaria 
che   può   limitare   la  libertà   personale  di   chi  diventa   pertanto  indagato.  Ma  questo  potere   è   ben 
delimitato dalle norme che indicano i casi ed in ogni caso l'arresto dovrà essere convalidato da un 
giudice. Si ammette quindi in casi tassativi che l'autorità di pubblica sicurezza possa limitare la 
libertà   personale   salvo   la   convalida   di   questi   provvedimenti   provvisori.   L'arresto   quindi   può 
avvenire quando ci sia una situazione di flagranza codificata:
− mentre la persona sta commettendo un reato;
− quasi flagranza, ipotesi in cui subito dopo la commissione di un reato, al termine ad esempio 
di un inseguimento, da parte della polizia giudiziaria, della persona offesa, o altre persone.
− persone sorprese con tracce a fronte delle quali appare che è stato immediatamente prima 
commesso un reato.
Per la polizia giudiziaria ci sono casi in cui l'arresto è obbligatorio e sono quelli indicati dall'art. 380 
del   codice   di   procedura   penale,   ad  esempio   l'arresto  obbligatorio   in   flagranza,   e   riguarda   reati 
abbastanza gravi o gravissimi, ci sono altri casi invece in cui l'arresto è facoltativo e riguarda reati 
meno gravi in cui la polizia decide in modo discrezionale, ed sono indicati nell'art. 381 del codice di 
procedura penale.

Dopo   l'arresto   è   necessario   arrivare   alla   convalida   mediante   il   giudice   che   dovrà   decidere   la 
convalida. Il tutto avviene in tre fasi:
− arresto da parte della polizia giudiziaria a seguito del quale scattano subito degli obblighi, 
(dare notizia dell'arresto al pubblico ministero);
− avvertire l'arrestato che può nominare un difensore di fiducia, in caso contrario ne verrà 
assegnato uno d'ufficio e quindi il difensore viene avvisato.
− Avvisare famigliari e congiunti.
Dopodichè vi sono tempi che devono essere rispettati: la polizia giudiziaria ha 24 ore di tempo per 
porre  l'arrestato a disposizione  del  pubblico ministero e quindi  sempre entro 24 ore, la polizia 
giudiziaria   deve  trasmettere  il  verbale  di  arresto  e così  finisce  la  fase  della  polizia  giudiziaria. 
Quindi il pubblico ministero entro 24 ore riceve arrestato e verbale.
Il pubblico ministero ha un tempo massimo di 48 ore in cui deve decidere se chiedere la convalida, 
che è un provvedimento del giudice, oppure se chiedere una limitazione della libertà personale e di 
circolazione   del soggetto. Il pubblico ministero in questa  fase può interrogare l'arrestato. Entro 
queste 48 ore può prendere diverse decisioni: può liberare l'arrestato perché non rappresenta un caso 
in cui sia previsto l'arresto, oppure perchè l'arrestato è stato messo a disposizione dopo le 24 ore. 
Nella maggioranza dei casi si arriverà a chiedere l'udienza di convalida e questa viene chiesta al 
giudice dal pubblico ministero per le indagini preliminari entro 48 ore. Il giudice per le indagini 
preliminari a sua volta deve fissare l'udienza di convalida entro le 24 ore successive.
L'udienza   di   convalida   avviene   di   fronte   al   giudice   per   le   indagini   preliminari   in   presenza   del 
difensore. Se l'arrestato compare, verrà interrogato in questa udienza, e alla fine il giudice per le 
indagini preliminari deciderà se convalidare l'arresto oppure no, per scadenza dei termini o per 
legittimità.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 26
Dopo la convalida il giudice per le indagini preliminari decide se ci sono i presupposti per misure 
cautelari proposte dal pubblico ministero. Non è mai consentito l'arresto per la contravvenzione. In 
realtà sono intervenute leggi speciali che hanno fatto venir meno questo principio introducendo 
delle eccezioni.
Altro   tipo   di   provvedimento   della   polizia   giudiziaria   è   il   fermo   dell'indiziato   (residuale   e   non 
abbiamo   tempo   di   trattarlo).   Finisce   così   la   terza   fase   che   vede   polizia   giudiziaria,   pubblico 
ministero e giudice per le indagini preliminari.
MISURE CAUTELARI (non richieste per SCS)
Non sono applicabili solo a seguito di arresto in flagranza, ma anche sulla base di un invio di 
indagine. Le misure cautelari sono provvedimenti provvisori immediatamente esecutivi che limitano 
la   libertà   personale   o   l'esercizio   di   alcune   libertà   prima   che   ci   sia   una   sentenza   definitiva   di 
condanna. Si interviene con misure cautelari perché tra la notizia di reato e la condanna può passare 
molto   tempo   e   in   questo   periodo,   a   volte   anni,   ci   possono   essere   pericoli   che   riguardano   lo 
svolgimento   del   procedimento   penale   e   quindi   l’accertamento   dei   fatti   o   pericoli   rispetto 
all'esecuzione di un’eventuale sentenza di condanna, o pericolo che si aggravino le conseguenze del 
reato, o pericolo di commissione di altri reati.
Il principio fondamentale è che la persona deve essere considerata non colpevole fino a sentenza di 
condanna definitiva (art. 27, 2° comma della costituzione). Ciò significa che la misura di sicurezza 
non è mai un'anticipazione della pena, fino a quel momento l’accusato non è colpevole, quindi non 
può scontare pene. Le misure cautelari sono provvisorie e non devono condizionare la decisione del 
giudice; hanno bisogno di essere adottate con urgenza, quando il pubblico ministero ritiene ci siano 
gravi indizi di colpevolezza. Quindi in quel momento storico il quadro indiziario appare grave anche 
se in futuro il soggetto viene assolto. 

Queste esigenze cautelari sono contemplate nell'art 274 del codice di procedura penale:
− pericolo di inquinamento delle prove; il soggetto libero può inquinare il quadro probatorio 
che può emergere contro di lui;
− pericolo   di   fuga;   cioè   una   persona   si   è   già   data   alla   fuga   e   esistono   gravi   indizi   di 
colpevolezza;
− pericolo che vengano commessi determinati reati di cui all'art 374 lettera “c”, per personalità 
e per precedenti reati possa commettere reati dello stesso tipo e questo riguarda la probabilità a 
delinquere.
Le   misure   cautelari   sono   di   varia   gravità   e   tipo   e   la   gravità   dipende   dalla   gravità   del   fatto 
commesso.   Riguardano   solo   delitti   di   una   certa   gravità   e   quindi   ci   sono   dei   limiti.   Le   misure 
possibili sono:
− custodia cautelare in carcere, che significa essere detenuti anche se indagati o processati ma 
non condannati;
− arresti domiciliari, in casa o in un luogo di cura;
− divieto di dimora obbligatoria o divieto di stare in un posto;
− obbligo di firma giornaliera, cioè presentrsi giornalmente alla polizia giudiziaria.
Sono tutte misure cautelari personali che non sono quelle reali che invece colpiscono il patrimonio. 
E' il giudice per le indagini preliminari che applica le misure cautelari senza contradditorio con 
ordinanza   di   misura   cautelare  e   quindi   scatta   il   diritto  a   difendersi  e   quindi   di   impugnare   tale 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 27
ordinanza in tempi brevi di fronte ad altri giudici. Sono previsti dei termini in particolare nella 
custodia cautelare in carcere, il processo deve procedere a tempi serrati. Se non vengono rispettati i 
tempi c'è la scarcerazione ed è prevista quindi una durata massima per ogni fase.

Lezione 8,  del 19 ottobre 2009
Siamo in un sistema in cui l'azione penale è obbligatoria. L'archiviazione può essere chiesta dal 
pubblico   ministero   quando   ritiene   che   le   indagini   preliminari   non   abbiano   prodotto   sufficienti 
elementi per sostenere l'accusa, in tal caso l'archiviazione viene chiesta al giudice per le indagini 
preliminari. Si invece vi è una richiesta di rinvio a giudizio viene fissata l'udienza preliminare che è 
la prima fase del processo. L'imputato viene posto davanti al giudice per l'udienza preliminare che è 
un magistrato monocratico e che non può mai essere lo stesso che ha svolto funzioni di giudice per 
le   indagini   preliminari   anche   se   appartiene   allo   stesso   ufficio.   Sia   il   giudice   per   l'udienza 
preliminare che il giudice per le indagini preliminari fanno parte della magistratura giudicante. Il 
giudice per l'udienza preliminare è chiamato a giudicare sulla legittimità ed il merito del rinvio a 
giudizio, esegue un primo vaglio, cioè un primo filtro perché l'udienza preliminare può finire in due 
modi:
− sentenza di non luogo a procedere, cioè si ferma lì, e ciò può succedere perché è emersa una 
causa che prescrive il reato, o il fatto non costituisce in sè reato, o emerge già da subito la prova che 
quel soggetto non ha commesso quel reato o gli elementi raccolti dal pubblico ministero non sono 
sufficienti o contraddittori per sostenere l'accusa in giudizio;
− sentenza di rinvio a giudizio. E' importante dire che l'udienza preliminare può essere, per 
scelta dell'imputato, una sede di definizione anticipata del processo, cioè l'imputato può chiedere 
che il processo venga definito in questa fase ed è questo il patteggiamento, cioè applicazione della 
pena su richiesta delle parti, oppure, importante in caso di imputazione di minore, l'imputato può 
chiedere il giudizio abbreviato, cioè chiede di fare il processo sul materiale raccolto dal pubblico 
ministero   nella   fase   dell'udienza   preliminare,   quindi   sulla   scorta   del   fascicolo   del   pubblico 
ministero. Sarà in questo caso un processo scritto sugli atti del pubblico ministero e della difesa. Il 
giudice per l'udienza preliminare deciderà con sentenza di assoluzione o condanna   sulla scorta 
delle indagini preliminari. Il rito o giudizio abbreviato, viene richiesto solo dall'imputato senza che 
il pubblico ministero possa, alla luce delle norme vigenti, opporsi. Quindi l'imputato ha diritto, in 
caso di condanna, alla riduzione di un terzo della pena. Questi sono i riti deflattivi.
Il giudice può però rimandare a delle prove da raccogliere allorchè le prove non sono sufficienti per 
arrivare al giudizio. Salvo queste due ipotesi, la sentenza finisce o con un non luogo a procedere o 
con   un   rinvio   a   giudizio.   Se   gli   elementi   raccolti   dal   pubblico   ministero   sono   sufficienti   per 
sostenere l'accusa in giudizio di fronte al giudice del dibattimento (che nel rito ordinario sarà il 
tribunale (si chiama così il giudice)), sarà monocratico o collegiale a seconda della gravità del reato. 
In caso di organo collegiale i membri sono tre.
Per i reati più gravi in assoluto giudicherà la corte d'assise, cioè giuria collegiale composta anche da 
giudici   onorari   (non   di   carriera).   Il   giudice   per   le   indagini   preliminari   è   chiamato   giudice   su 
richiesta, perché interviene solo quando chiamato in causa dal pubblico ministero. Finite le indagini, 
il pubblico ministero porta l'indagato di fronte al giudice per l'udienza preliminare, e se il giudice 
per l'udienza preliminare ritiene che ci siano elementi sufficienti, rinvia al giudizio del dibattimento:
− tribunale: rito ordinario monocratico o collegiale;
− corte d'assise.
Quindi si svolge il giudizio o processo in senso proprio. Le parti (accusa e difesa, presentano al 
giudice  del  dibattimento i mezzi di  prova di cui  intendono  avvalersi,  presentando  almeno   sette 

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giorni prima la lista dei testimoni e dei consulenti tecnici con nomi e circostanze su cui si vogliono 
sentire).
Le prova regina nel processo penale è quella testimoniale. Queste persone, che nel dibattimento si 
chiamano testimoni, vengono indicate dalle parti ad un giudice terzo, imparziale, che non sa nulla 
delle indagini preliminari. Questo giudice conoscerà solo il capo di imputazione e le richieste di 
prova.
I   testimoni   vengono   esaminati   in   prima   istanza   dalla   parte   che   ha   indicato   quel   testimone,   in 
seconda   istanza   l'altra   parte   può   effettuare   il   contro­esame,   cioè   porre   delle   domande   volte   a 
valutare   la   credibilità   del   testimone   o   provare,   nel   caso   della   difesa,   che   quel   fatto   non   è   mai 
avvenuto. Chi ha introdotto il teste può fare altre domande (recupero) che è il ri­esame. A questo 
punto anche il giudice può fare delle domande.
Quindi la prova si forma nel dibattimento davanti a un giudice che non conosce quanto è stato detto 
prima. Questa è l'attuazione del principio del contraddittorio. Le parti partecipano alla formazione 
della prova, ognuna facendo la sua parte. Il processo è orale, salvo nel poi documentare quanto 
avviene. Inoltre il processo è pubblico. L'oralità è un principio fondamentale del processo penale.
Alla fine di un processo si arriva ad una sentenza di condanna o assoluzione sulla base delle prove 
formatesi. Il primo grado di giudizio, cioè la sentenza, è appellabile davanti alla corte di appello, ed 
è questo il secondo grado di giudizio. La sentenza della corte di appello può essere poi impugnata 
davanti alla corte di cassazione solo per questioni di legittimità e cioè per verificare se le norme 
sono state correttamente applicate. Nel primo e secondo grado invece il giudizio è sul merito.
La sentenza è definitiva solo quando si arriva al terzo grado di giudizio. Il rito abbreviato non 
esclude il ricorso ai gradi successivi. Il codice di procedura penale è del 1988 ed entra in vigore nel 
1989. In flagranza di reato il pubblico ministero può portare subito l'imputato di fronte al giudice 
che   farà   la   convalida   e   quindi   il   processo,   mentre   la   difesa   e   l'accusa   portano   direttamente   i 
testimoni senza compilare alcuna lista.
Alla luce di tutto questo ci addentriamo ora nella specificità del sistema penale minorile.

SISTEMA PENALE MINORILE
Le specificità di questo sottosistema, sono le seguenti:
− sostanziali: riguardano il diritto penale;
− processuali: riguardano il procedimento.
In Italia c'è un primo codice unitario nel 1889, il cosiddetto codice Zanardelli, che si occupa in 
modo non approfondito dell'autore minore di reato, prevedendo la non imputabilità dei minori di 
nove anni. Erano poi previste differenziazioni in materia di trattamento penale, cioè dell’esecuzione 
della pena. Da quel momento in poi si comincia a valutare la specificità del soggetto minore. Negli 
USA nascono le prime corti minorili alla fine del '900, esattamente a Chicago nel 1889. in Italia si 
inizia a parlarne nel 1930 quando entra in vigore il codice Rocco che riforma questo istituto già 
presente  nel  codice Zanardelli e introduce novità per i minori. Più importante di tutte  è quella 
sull'imputabilità (art. 97 e 98 del codice penale). In particolare l'art. 97 fissa a 14 anni la soglia sotto 
la quale il minore non è mai imputabile, quindi alza da 9 a 14 anni il limite. Per quanto riguarda il 
periodo tra i 14 ed i 18 anni, il codice penale non prevede alcuna presunzione ma richiede che venga 
fatto un accertamento in concreto delle capacità di intendere e volere. In ogni caso per questa fascia, 
dai 14 ai 18 anni, viene prevista una circostanza attenuante comune, cioè la pena viene ridotta di un 
terzo,   quindi   trattamento   diversificato.   Il   codice   Rocco   introduce   il   perdono   giudiziale,   cioè 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 29
l'estinzione del reato per i minori, art. 169 del codice di procedura penale, che è un istituto solo per i 
minori.
Sempre   il   codice   Rocco   disciplina   la   sospensione   condizionale   della   pena.   Fin   dall'inizio   si 
prevedeva la sospensione condizionale della pena anche per condanne maggiori di due anni, cioè 
fino a tre anni (artt. 163 e seguenti). Il codice Rocco non prevede ancora un sistema penale per i 
minori   ma   stabilisce   indici   di   diversificazione,   cioè   differenziazione   di   trattamento   del   minore 
autore di reato. Nel 1934 viene adottato il RD 1404 (di questo si richiede la conoscenza). Prima 
novità fondamentale: viene istituito il tribunale per i minori, cioè introdotto un organo giudicante 
specializzato  che giudica tutti i reati commessi da soggetti minori di 18 anni. Quindi tribunale 
specializzato, con competenze penali per reati commessi da minori.
Il tribunale per i minori è un organo collegiale già quando viene istituito nel 1934 con rd 1404, 
costituito da due giudici togati (ordinari) e uno onorario. Successivamente con la legge 1441 del 
1956 viene aggiunto un altro giudice onorario e questa è la composizione attuale. I giudici onorari 
devono   essere   un   uomo   e   una   donna   ed   avere   i   seguenti   profili:   biologo,   psichiatra,   pediatra, 
antropologo criminale, pedagogista, psicologo e sociologo. Quindi le donne entrano in magistratura 
come magistrati onorari con competenze psicopedagogiche, cioè con competenze diverse da quelle 
giuridiche.   Le   competenze   delineate   all'inizio   sono   di   tipo   amministrativo   e   civile,   solo 
successivamente   di   tipo   penale.   Per   la   prima   volta   si   inizia   a   parlare   dell’osservazione   della 
personalità dell'imputato, si inizia a pensare che per giudicare i minori autori di reato sia necessario 
osservare   la   loro   personalità,   ciò   che   è   la   peculiarità   del   procedimento   penale   minorile,   come 
requisito   qualificante.   Nel   sistema   penale   minorile   deve  prevalere   la   prevenzione   speciale,   cioè 
scopo del processo penale e della pena sono il recupero del soggetto, riadattamento, rieducazione, 
concetti introdotti con la costituzione, oggi si parla di educazione.
Il procedimento penale minorile è anche uno strumento per educare. Lo schema del RD del 1934 
attribuisce competenze ad un giudice specializzato e quindi un trattamento che ha la finalità della 
prevenzione speciale. Passa in secondo piano la retribuzione e la prevenzione generale. Tra il 1930 
ed 1934 siamo in un regime autoritario e nel 48 interviene la costituzione. Due norme fondamentali 
per i minori sono gli artt. 30 e 31 della costituzione. L'art. 30 prevede il diritto/dovere dei genitori di 
educare i figli, e quindi intervento qualora i genitori siano insufficienti o inadeguati. Con il secondo 
comma, interviene lo stato a proteggere infanzia, gioventù e maternità favorendo istituti per tali 
scopi.
La protezione dei minori passa quindi per il tribunale per i minori che è un organo della giustizia 
ordinaria specializzata. Tutti i giudici che lavorano per il tribunale dei minori, siano togati o onorari, 
sono assegnati dal CSM (organo di autogoverno). I tribunali dei minori hanno tre competenze, noi 
ci occuperemo di due:
− Competenze civili (non ce ne occuperemo): riguarda determinati ambiti come ad esempio il 
controllo giudiziario sulla potestà dei genitori, oppure gli affidamenti extra familiari, quando manca 
il consenso dei genitori, quando i genitori risultano temporaneamente inidonei. Le competenze civili 
del tribunale dei minori si intersecano con le competenze dei tribunali ordinari, come ad esempio 
nei divorzi.
− Competenze amministrative: significa competenze in materia di rieducazione dei minori 
che hanno manistato prove di irregolarità della condotta e del carattere. Queste competenze (1934) 
riguardano misure da prendere prima che vengano commessi reati e quindi sono competenze para­
penali. Riguardano minori che danno segni di devianza ma che non hanno ancora commesso reati.
− Penale: piena ed esclusiva, giudica tutti i reati commessi da minori senza eccezioni, anche 
se   il   minore   ha   commesso   quel   reato   in   concorso   con   adulti.   Quindi   il   minore   viene,   in   tale 
eventualità,   giudicato   separatamente.   Nulla   può   spostare   la   competenza   penale   dei   minorenni, 
qualsiasi sia il tipo di reato.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 30
Dal punto di vista del territorio, le competenze territoriali del tribunale dei minori coincidono con 
quelle   di   appello.   Ci   sono   regioni   che   hanno   più   corti   di   appello   e   quindi   più   tribunali   per 
minorenni. La competenza è su base regionale, copre il territorio regionale.
Il tribunale dei minori ha la peculiarità di avere due giudici esperti a fianco dei due giudici ordinari 
(art   2   RD   1404   del   1934)   e   riguarda   cultori   di   biologia,   psichiatria,   pediatria,   antropologia 
criminale, pedagogia, psicologia e sociologia (questi ultimi tre aggiunti per ultimi). Sono questi che 
rendono specializzato il processo, è quindi necessario che al suo interno vi siano persone in grado di 
mediare tra norme giuridiche e realtà del minore.
Il processo penale per il minore ed il sistema penale minorile si caratterizzano per le diverse risposte 
al reato, diverse dal caso dell'adulto colpevole o innocente. Il giudice specializzato sarà in grado di 
individuare le risposte più adeguate alle esigenze del minore, quindi deve individuare la risposta più 
adeguata allo sviluppo positivo della personalità.
I giudici onorari sono giudici, cioè fanno parte dell'organo collegiale, sono dentro il giudice, non 
sono esterni o consulenti, e come tali prendono decisioni, cioè emettono dei giudizi.

Lezione 9,  20 ottobre 2009

I giudici onorari hanno lo stesso grado e livello dei giudici togati. E' normale nei processi per i 
giudici avvalersi di periti, consulenti esterni che sono però occasionali, diversamente dai giudici 
onorari. In ambito minorile gli esperti fanno parte del collegio e che pertanto diventa specializzato e 
questo è indicativo di tutto il processo minorile. Nel procedimento ordinario si può fare riferimento 
ad altri mentre nel procedimento non si può prescindere da figure specializzate.
Nel tribunale per i minorenni è il giudice del dibattimento ad avere la competenza piena ed esclusiva 
su tutti i reati connessi ai minori di anni 18. Anche nell’ambito processuale minorile sono previste 
altre figure quali il pubblico ministero, ed una procura presso ogni tribunale dei minorenni, che è un 
organo specializzato i cui componenti hanno una particolare preparazione. Sono procure separate, 
ed ogni tribunale per i minorenni ha una sua procura. Il gip (giudice per indagini preliminari) è 
anch’esso responsabile al procedimento minorile, interviene su chiamata nel corso delle indagini 
preliminari del pubblico ministero, è un giudice monocratico, e magistrato togato, ordinario. Per 
quanto riguarda il gup (giudice per udienze preliminari), è un collegio composto da un giudice 
ordinario e da due giudici onorari; al tribunale degli adulti è monocratico, mentre in questo caso 
questo giudice è collegiale con gli esperti al suo interno. La scelta è dovuta al fatto che molti 
processi minorili non passano al dibattimento, si fermano all’udienza preliminare, dove possono 
essere date molte risposte. Si fanno pochi dibattimenti al processo minorile, per questo diventa 
necessario   che in questo caso il  giudice  sia specializzato. Alla fase dell’esecuzione  della   pena, 
successiva alla sentenza di condanna divenuta definitiva, sovraintende un altro giudice: il magistrato 
di sorveglianza, il quale fa sempre parte dell’organico del tribunale dei minorenni. Dal codice Rocco 
del 1930 siamo passati alla legge minorile, il rd 1404 del 1934; nel ’56 sono intervenute importanti 
modifiche. Ma quel che ha cambiato completamente la prospettiva di sistema è il DPR dpr 448 del 
1988 entrato in vigore nel 1989 e relative disposizioni contenute nel decreto legislativo 272 del …. 
Questi due provvedimenti hanno cambiato il panorama e sono provvedimenti fondamentali. 

FONTI INTERNAZIONALI DEL DIRITTO MINORILE
Intorno agli anni ’70 si inizia ad individuare a livello internazionale la necessità di prevedere regole 
specifiche per l’autore di reato minore, partendo dal dato comune di tutti i documenti internazionali 
della personalità in formazione. L’autore è come tutti i minori un individuo dove la maturazione è 
ancora incompleta, la personalità è in formazione, e su questa personalità l’intervento penale non 
deve influire negativamente. Sistema e processo penale non devono influire sulla personalità in 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 31
formazione;   per   questo   si   comincia   a   superare   lo   schema   tradizionale   reato­processo   penale,   a 
pensare   ad   un   sistema   ad   hoc   solo   per   i   minori   che   sia   occasione   di   educazione   del   minore, 
occasione per influenzare positivamente quella personalità. Rischio del processo penale sul minore: 
l’etichettamento, cioè con il processo penale rischiamo di etichettare il ragazzo come delinquente. E 
questo   rappresenta   uno   dei   problemi   più   importanti   perché   il   minore   che   sta   cercando   la   sua 
posizione   nella   società   rischia   di   trovare   come   collocazione   quella   del   delinquente,   se   gli   si 
attribuisce quest’etichetta. Emerge un modello di giustizia penale che deve essere particolarmente 
attenta a questo rischio e particolarmente attenta ai bisogni della personalità in formazione, non solo 
per il processo ma anche per le misure penali, risposte che guardano di più all’autore del reato 
rispetto alla tutela della collettività. Quindi attenzione focalizzata sull’autore, e in secondo piano 
sull’esigenza di tutela della collettività. Per questo i documenti internazionali individuano forme di 
diversation,   ovvero   di   diversificazione   rispetto   alla   pena,   ai   sistemi   classici;   accanto   a   queste 
diversificazioni, le probation (= percorsi in cui l’autore del reato viene messo alla prova). La pena 
detentiva rimane l’ultima possibilità rispetto a questi due modelli (questo suggeriscono i documenti 
internazionali).   La   limitazione   della   libertà   del   minore   diventa   la   risposta   quando   non   ci   sono 
alternative, se ci sono risposte diverse meglio evitare la detenzione in carcere, perché comporta un 
rischio fortissimo di etichettamento (carcere come ultima ratio = ultima scelta).
Regole   di   Pechino:   sono   una   raccomandazione   dell’ONU   del   1985,   “Regole   minime   per  
l’amministrazione della giustizia minorile”. Non è una convenzione, non è un atto internazionale 
adottato   dai   paesi   con   ratifica   ma   è   una   raccomandazione   agli   stati.   Ha   avuto   però   un   ruolo 
fondamentale nello sviluppo del DPR 448 del ’88 che si ispira in maniera forte a queste regole 
dettate dalla convenzione. Essa riguarda direttamente la giustizia minorile; alcuni articoli tratti dalla 
convenzione di particolare rilievo:
Art. 2, lettera a): ogni stato membro dovrà tener conto del fatto che il minore non è penalmente 
responsabile come un adulto. Il minore non può essere trattato come un adulto, perché è un soggetto 
diverso. Già il codice vecchio del 1930 prevedeva la circostanza attenuante per la minore età. Ma qui 
il principio è più ampio, diventa necessario il trattamento diversificato, e non solo la diminuzione 
della pena. Altro principio rilevante si evince dall’art. 6 secondo cui, tenuto conto delle speciali 
esigenze del minore, è previsto  un potere assegnato ai diversi livelli della giustizia minorile (potere 
discussionale degli organi della giustizia minorile che si fonda sulle specifiche esigenze e sulla 
varietà delle risposte al reato). Obiettivo è individuare la risposta più adeguata per il singolo minore; 
per questo è importante la scelta discrezionale della misura del giudice. Rispetto ad uno stesso reato, 
si profilano diverse risposte, a seconda della specificità del minore.
Per il minore non ci sono ricette valide e precostituite da applicare indistintamente, quindi esse 
andranno applicate a seconda della sua specificità.
II   parte   della   raccomandazione:   “Istruzione   e   processo”,  corrispondenti   alla   fase   delle   indagini 
preliminari ed alla fase del processo penale.
Art. nr. 10: indicazioni su come comportarsi quando il minore viene arrestato, nel momento in cui 
viene limitata la sua libertà personale:
1) previsto che genitori o il tutore debbano essere immediatamente informati;
2) il giudice deve esaminare subito la questione del rilascio, e deve provvedere alla convalida o 
meno dell’arresto. 
“Contatti tra le forze dell’ordine ed il giovane”:
Tenuto conto che l’arresto è un provvedimento pesante, bisogna fare in modo che non costituisca un 
dato troppo negativo per l’autore del reato.
Nr. 11: indica agli stati di valutare l’opportunità di trattenere i minori autori di reato senza ricorrere 
al un processo formale. Riferimento alla possibilità di prevedere misure extragiudiziali. Difficile da 
attuare perchè se il minore ha commesso un reato è molto più tutelato attraverso il processo regolare 
in cui, essendo regolamentato, vi sono regole ed è maggiormente garantita la tutela dei diritti delle 
persone sottoposte a processo.
Istituti della mediazione penale: possibilità di ricorrere al mediatore, figura in grado di costruire un 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 32
ponte tra vittima ed autore di reato. 
Più attuabile quanto previsto al nr. 17: 
La   decisione  deve  essere sempre  proporzionata  al  fatto  commesso  e  allo  specifico  bisogno   del 
minore. Principio retributivo: la sanzione deve essere proporzionata al fatto, ma la sanzione o la 
risposta al reato deve tenere conto delle condizioni e del bisogno del minore specifico (sottolineata 
l’importanza di fornire risposte diverse).
b) pena detentiva: extrema ratio, ovvero ultima possibilità
c) =
d) la tutela del minore come aspetto dominante; la decisione deve avere come finalità la tutela del 
minore, e la sua educazione.
Nr. 18: sentenza (la decisione finale)
Qui si fa riferimento al fatto che il giudizio può esere concluso con misure molto diversificate, 
consentendo   grande   flessibilità,   evitando   quanto   possibile   l’istituto   penale   (il   carcere),   disporre 
misure   alternative   e   quali,   applicare   misure   di   probation,   attivare   i   servizi   sociali,   disporre   il 
collocamento in famiglia o comunità.
Nr. 20: Rapidità nel trattamento di ogni singolo caso.
Il processo deve essere una risposta veloce, non troppo distante dal momento della commissione del 
reato. 
V parte della raccomandazione: il trattamento in carcere
Nel ’88 noi adottiamo il DPR 448 d.l. 272 e nel ’89 le sue disposizioni. Principio del processo 
minorile, linee guida e definizione di nuove risposte; nonostante il DPR faccia riferimento solo al 
processo minorile, ci sono anche modifiche sul trattamento, sull’individuazione di nuove misure di 
risposta. Successivamente all’adozione del DPR viene adottata la Convenzione ONU sui diritti del 
fanciullo entrata con la legge 176, 20 dicembre ’89 ratificata dall’Italia con la legge 27 maggio.
Il DPR viene approvato circa un anno prima. Rilevante il fatto che la convenzione entrata diventi 
strumento per interpretare le norme, diventi un faro, un orientamento. 
Alcune norme tratte da essa:
Art. 2 e 3 (principi fondanti)
All’articolo 2 ci sono le indicazioni secondo cui gli stati si impegnano a rispettare i diritti indicati 
nella convenzione e a garantirli ad ogni fanciullo che risiede nel loro territorio senza distinzioni di 
sorta (sesso, etnia, religione, etc).
Articolo 3: L’interesse superiore del fanciullo viene considerato preminente (the best interest); mette 
in secondo piano la tutela della collettività nel senso che è fondamentale fare diversificazione su 
quello specifico soggetto.
Articolo 37 e 40: 
Articolo 37: al bando l’ergastolo per i minorenni, no alla pena capitale
b) arresto/detenzione come ultima risorsa e durata più breve (la Convenzione è entrata in quasi tutti 
gli stati, esprime i principi di Pechino, ma in modo ancora più ampio).
c) ogni fanciullo, in caso di sua detenzione, vada considerato quale minore da tutelare
d)  diritti della difesa del minore
Articolo 40 (sul trattamento del minore)
Riferimento al reinserimento, prevenzione sociale, trattamento penale con la rieducazione come 
fine, e il reinserimento. Questi aspetti devono prevalere.
e)
Il minore deve essere informato delle accuse, beneficiare dell’assistenza legale, non essere costretto 
a dichiararsi colpevole, farsi assistere da interprete quando necessario, e la sua vita privata deve 
essere rispettata in ogni sua fase.

Competenza amministrativa, poco utilizzata ma oggi se ne parla molto perchè da rivalutare.
La   delinquenza   minorile   è   un   aspetto   della   devianza   minorile,   che   significa   rifiuto   di   valori 
condivisi, rifiuto delle procedure socialmente accettate, violazione di norme che garantiscono la 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 33
convivenza   sociale,   norme   che   consentono   lo   sviluppo   delle   persone.   Importante   dire   che   la 
devianza minorile di recente viene rivisitata con una diversa prospettiva.
Nuove devianze
La   devianza   parte   spesso   dal   disagio   minorile,   dalla   difficoltà   del   minore   nel   suo   percorso   di 
sviuluppo;   quando  prima  si parlava di  devianza,  si faceva  riferimento ad  un modello  tipico,   al 
minore   che   aveva   vissuto   in   istituto,   nelle   periferie   degradate,   quello   proveniente   da   famiglia 
disgregata, quindi sei deviante perche provieni da questi ambiti. Negli ultimi vent’anni si sono visti 
affermare diversi modelli di devianza, non più sociopatiche come quelle sopraindicate. Nel modello 
diffuso   precedentemente   la   componente   maschile   era   dominante,   caratterizzato   da   maggiore 
presenza nelle realtà metropolitane, provenienza sociale di tipo marginale. 
I nuovi tipi di devianza sono: il bullismo, gli ultras, i naziskin, il malessere derivante dal benessere, 
stati di disagio provenienti dai ceti in cui si sta “bene”. Quindi ora si evidenzia rispetto al modello 
precedente,   una   differenziazione   in   fatto   di   provenienza,   non   ci   sono   problemi   economici   che 
spingono verso la commissione di atti devianti, spesso i ragazzi prima di diventare devianti hanno 
una condotta irreprensibile. Importante la presenza femminile rispetto alle fattispeci precedenti. 
Abbiamo ora giovani incensurati che vivono però in un sistema di illegalità diffuso, nel senso che 
(vedi   per   es.   il   bullismo),   non   sono   più   episodi   isolati,   ma   accompagnati   da   una   sorta   di 
autocompiacimento, quindi violazione, prevaricazione, violazione di regole sociali e giuridiche. Ci 
sono poche denunce di questi casi, ma sappiamo che esistono. Ci sono risposte nei confronti di 
soggetti che non hanno ancora commesso reati ma che stanno già ponendo in atto atti di devianza. 
L’ordinamento   attuale   è   già   in   grado   di   affrontare   queste   situazioni.   Le   misure   amministrative 
possono essere utilizzate in questi casi.

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Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia


 La Convenzione sui diritti dell'infanzia rappresenta lo strumento normativo internazionale più 
importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell'infanzia.
Contempla l'intera gamma dei diritti e delle libertà attribuiti anche agli adulti (diritti civili, politici, 
sociali, economici, culturali).
 
Costituisce uno strumento giuridico vincolante per gli Stati che la ratificano, oltre ad offrire un 
quadro di riferimento organico nel quale collocare tutti gli sforzi compiuti in cinquant'anni a difesa 
dei diritti dei bambini. 

La Convenzione è stata approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 
1989 a New York ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990. 

L'Italia ha ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176 e a tutt'oggi 193 Stati, 
un numero addirittura superiore a quello degli Stati membri dell'ONU, sono parte della 
Convenzione.
 
 In quanto dotata di valenza obbligatoria e vincolante, la Convenzione del 1989, obbliga gli Stati che 
l'hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a quelle della Convenzione e ad attuare 
tutti i provvedimenti necessari ad assistere i genitori e le istituzioni nell'adempimento dei loro 
obblighi nei confronti dei minori.
 
Di fondamentale importanza è il meccanismo di monitoraggio previsto dall'art. 44: tutti gli Stati 
sono infatti sottoposti all'obbligo di presentare al Comitato dei Diritti dell'Infanzia un rapporto 
periodico (a 2 anni dalla ratifica e, in seguito, ogni 5 anni) sull'attuazione, nel loro rispettivo 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 34
territorio, dei diritti previsti dalla Convenzione.
 
Secondo la definizione della Convenzione sono "bambini" (il termine inglese "children", in realtà,  
andrebbe tradotto in "bambini e adolescenti") gli individui di età inferiore ai 18 anni (art. 1), il cui 
interesse deve essere tenuto in primaria considerazione in ogni circostanza (art. 3). 
 
Tutela il diritto alla vita (art. 6), nonché il diritto alla salute e alla possibilità di beneficiare del 
servizio sanitario (art. 24), il diritto di esprimere la propria opinione (art. 12) e ad essere informati 
(art. 13).
 
I bambini hanno diritto al nome, tramite la registrazione all'anagrafe subito dopo la nascita, 
nonché alla nazionalità (art.7), hanno il diritto di avere un'istruzione (art. 28 e 29), quello di 
giocare (art. 31) e quello di essere tutelati da tutte le forme di sfruttamento e di abuso (art. 34).
La Convenzione sollecita i Governi ad impegnarsi per rendere i diritti in essa enunciati prioritari e 
per assicurarli nella misura massima consentita dalle risorse disponibili.

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Linee Guida per la riforma della Giustizia minorile in Italia
La presentazione dei Disegni di Legge n. 2501 dell'8 marzo 2002 e n. 2517 del 14 marzo 2002 in
materia di modifiche della giustizia minorile, le polemiche e i dibattiti da essi scaturiti, hanno
determinato nei firmatari del presente documento il desiderio di indicare alcune linee guida che
possano aiutare il nostro Paese a realizzare una giustizia a "misura di bambino".

Pertanto
riconoscendo lo stato di particolare "debolezza" nel quale versa un minore che viene in contatto,
per i motivi più disparati, con procedimenti di giustizia civile o penale e in considerazione della
Convenzione ONU sui diritti dell'Infanzia del 1989, delle regole minime delle Nazioni Unite
relative all'amministrazione della giustizia minorile - Regole di Pechino 1985 - e tenuto conto delle
indicazioni contenute nella Convenzione Europea sull'esercizio dei diritti dei bambini -
Convenzione di Strasburgo 1996 - ancora in via di ratifica in Italia e dell'art. 111 della nostra
Costituzione, si evidenzia quanto segue.

Premessa
ggi nel nostro Paese una reale riforma della giustizia minorile non può essere effettuata se non
mettendo a disposizione risorse economiche, umane e strutturali adeguate, che consentano
l'attuazione di un processo di cambiamento che migliori, potenzi e assicuri la piena efficienza del
sistema giustizia, nel rispetto dei diritti dei bambini, come riconosciuti dalla Convenzione ONU sui
diritti dell'infanzia del 1989.

Pertanto i firmatari del presente documento richiamano all'attenzione del Legislatore i seguenti
principi:

1. Il minore parte di un giudizio civile o penale deve essere sempre riconosciuto quale 
portatore di diritti e quindi in tutte le decisioni dei Tribunali, delle autorità amministrative 
e degli organi legislativi che lo riguardano, deve essere tenuto in preminente considerazione 
il suo superiore interesse (art. 3 della Convenzione ONU). Occorre pertanto compiere ogni 
sforzo per adottare un corpo di leggi e di provvedimenti per i giovani, anche quali autori di 
reati, che rispondano alle loro esigenze di soggetti in crescita (art.2 Regole di Pechino) e alle 
loro prospettive di maturazione. 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 37
2. In una riforma della giustizia minorile civile e penale, che preveda una nuova definizione 
delle norme procedurali e della organizzazione attraverso appropriati interventi legislativi, 
adeguatamente finanziati (non è possibile questa riforma a costo zero), si invita il 
Legislatore ad operare nel medio termine, ove e per quanto possibile, l'accorpamento di 
tutte le competenze in materia di minori, mantenendole in capo ad una unica istituzione 
giudiziaria specializzata. I soggetti preposti alla giustizia minorile devono avere una 
preparazione di tipo specialistico nel diritto in generale, nel diritto di famiglia e nel campo 
delle scienze umane e sociali, sulla base di precise regole per la selezione, la nomina e la 
formazione professionale. Questo principio della specializzazione adeguata degli organi 
della giustizia minorile deve essere attuato, rendendo anche obbligatoria, in particolare per i 
giudici e gli avvocati, la frequenza di appositi corsi professionali. Tale principio di 
specializzazione esige, inoltre, che ai giudici per i minori non siano attribuite 
competenze ulteriori e diverse rispetto a quelle che riguardano la materia minorile e 
familiare.  

3. Ogni processo che riguardi un minore deve essere svolto dinanzi a un giudice o collegio 
giudicante, competente, indipendente e imparziale. I Tribunali per i minorenni o per la 
famiglia o le sezioni specializzate dei tribunali ordinari devono avere una presenza 
capillare sul territorio nazionale, così da garantire un facile accesso al servizio giustizia e 
consentire ai giudici un rapporto più proficuo con i servizi locali e una maggiore vicinanza 
ai contesti sociali territoriali.  

4. Tutte le procedure del processo minorile civile e penale devono tendere a proteggere al 
meglio gli interessi del minore e devono permettere la sua partecipazione e la sua libera 
espressione, come indicato dall'art. 14 delle Regole di Pechino, art. 9 e art. 37.d della 
Convenzione ONU. Pertanto il processo minorile si deve basare sull'applicazione della 
regola del contraddittorio, in modo tale da assicurare a tutte le parti interessate di 
partecipare al processo e di fare conoscere le proprie opinioni (art.9.2 della Convenzione 
ONU) di fronte a un giudice terzo e imparziale (art.111 della Costituzione).  

5. Il minore, nei procedimenti giudiziari penali che lo riguardano, ha diritto a essere 
ascoltato e a essere assistito da un proprio avvocato, che abbia le adeguate competenze 
per tutelare il suo superiore interesse. Parimenti nei procedimenti giudiziari civili che lo 
riguardano, ha diritto ad essere ascoltato, ad essere rappresentato dai propri genitori o da un 
legale rappresentante, e in caso di conflitti d'interesse con questi ultimi da un curatore 
speciale, nonché ha diritto di accedere ad una assistenza di natura psico­sociale e legale al 
fine di tutelare il suo superiore interesse.  

6. Una riforma della giustizia minorile per essere adeguata non può prescindere dallo stabilire 
regole che disciplinino e garantiscano l'ascolto del minore soggetto a procedimenti civili 
o penali, in ottemperanza alla Convenzione ONU (art.12.) che sottolinea come "il minore 
capace di discernimento debba avere il diritto di esprimersi liberamente su ogni questione 
che lo interessa......e la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o 
amministrativa che lo concerne" (art.12 co° 2). Tali regole, nel disciplinare e garantire 
l'ascolto, devono anche assicurare al minore un'adeguata protezione psicologica e morale 
per tutta la durata dei procedimenti civili e penali che lo riguardano. Pertanto le audizioni 
del minore, il cui contenuto richieda una particolare attenzione e riservatezza, debbono 
essere svolte in modo protetto, onde evitare che la contemporanea presenza di tutte le parti 
in causa, possa turbare il minore o possa compromettere la genuinità delle sue dichiarazioni, 
nel rispetto di tempi celeri e modalità garantiste.  

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 38
7. Nel processo penale le competenze del giudice o del collegio giudicante necessitano in 
particolar modo di un supporto interdisciplinare, quindi si ritiene importante la presenza 
della componente privata specializzata, affinché i provvedimenti adottati siano proporzionati 
alle circostanze e alla gravità del reato, alla situazione del minore e alla sua tutela (art.17.d 
Regole di Pechino). Per quanto concerne la presenza della componente privata anche nei 
collegi giudicanti civili, si invita il Legislatore a valutare con la massima attenzione le 
diverse indicazioni avanzate a tale proposito dalle ONG e associazioni impegnate da 
anni nelle tutela dei diritti dei minori, dalle categorie professionali operanti all'interno 
del sistema della giustizia minorile, dalle sedi scientifiche, dal Forum permanente del 
Terzo Settore e dall'Osservatorio nazionale per l'infanzia (il quale sta redigendo il III 
Piano Nazionale di azione di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in 
età evolutiva 2002­2003 ­ L.451/1997), perché solo dall'analisi accurata, in tutte le sue 
angolazioni, dell'attuale sistema della giustizia minorile, si può delineare una sua riforma 
che non si limiti a cancellare il passato, ma che crei un sistema sempre più tutelante degli 
interessi e dei diritti del minore. Nei procedimenti riguardanti un minore, nei casi in cui il 
giudice o il collegio giudicante ritenga opportuno il contributo interdisciplinare di 
specialisti, il consulente tecnico di volta in volta nominato, deve avere particolari 
competenze nelle scienze del comportamento ed in ambito forense. 

8. Le istituzioni giudiziarie che si occupano di minori devono poter contare sulla 
collaborazione dei servizi socio­assistenziale e sanitari territoriali: tale collaborazione deve 
essere continuativa, anche sulla base di precisi protocolli d'intesa ed i servizi devono essere 
adeguatamente specializzati in materia minorile. Per quanto riguarda la competenza penale, 
si invita il Legislatore a regolare i rapporti tra i servizi del Ministero della Giustizia e i 
servizi locali affinché si realizzi un'efficace collaborazione sinergica.  

9. La condanna del minore a pene detentive deve costituire un provvedimento di ultima 
risorsa (art. 37.b della Convenzione ONU), e deve essere limitata al minimo indispensabile 
(art. 17.b Regole di Pechino), in quanto la pena deve svolgere la funzione di recupero del 
minore per il suo reinserimento nella società civile (art. 39 della Convenzione), oltre che la 
funzione di riparazione per il reato commesso. Il minore sia italiano che straniero, 
compreso quello che entra negli Istituti penali Minorili, deve pertanto potere usufruire di 
forme alternative alla detenzione (art. 18 Regole di Pechino), tra le quali la messa alla 
prova e ove possibile la mediazione penale, senza limitazioni per fattispecie di reato o per 
durata minima di espiazione della pena in caso di liberazione condizionale. In campo 
penale non sono giustificabili modifiche alle diminuenti e alle attenuanti per i minori di 
età compresa tra i sedici e i diciotto anni. Come non appare giustificato, nel caso che la 
pena a carico del minore possa essere completamente espiata entro il 22° anno di età, il 
passaggio, al compimento dei 18 anni, al carcere degli adulti; al contrario si deve privilegiare 
il trattamento del giovane adulto in appositi istituti fino all'espletamento della pena, al fine di 
portare a compimento i programmi di recupero per lui previsti (Regole di Pechino art. 3.3.) 
La riforma della giustizia in campo penale deve essere conforme ai principi e alle norme 
della Convenzione ONU e in particolare all'art. 40 della stessa Convenzione.  

10. Una riforma della giustizia minorile non può prescindere, come da tempo richiesto dalla 
Corte Costituzionale, dalla delineazione di uno specifico ordinamento penitenziario per i 
minorenni condannati a pene detentive. Tali norme sull'ordinamento penitenziario 
minorile, oltre regolare l'esecuzione delle pene per i minorenni, devono assicurare 
l'attuazione di quanto sancito nella Convenzione ONU e in particolare che "ogni minore 
privato della libertà sia sempre separato dagli adulti" (art.37.c).  

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Conclusione
 I firmatari del presente documento invitano il Legislatore a fare propri i principi sopra 
elencati (da p.to 1 al p.to 10), oltre che a tenere presente le specifiche indicazioni, avanzate nel 
merito della riforma della giustizia attualmente in discussione alle Camere, da tutte le realtà 
associative e ONG impegnate nel nostro Paese nella tutela dei diritti dei minori. 

Lezione 10, 21 ottobre 2009
Le   misure   amministrative   rappresentano   una   novità   di   tipo   educativo,   indipendentemente   dalla 
commissione del reato; nell'art 34 del rd 1404 del 1934 si faceva riferimento al minore di anni 18 
che dia prova di manifesto traviamento e bisognevole di correzione morale. Quindi si puntava sulla 
correzione morale che si perseguiva con la reclusione nei riformatori per minori corrigendi, e che 
erano   istituzioni chiuse di tipo sostanzialmente carcerario, parecchio utilizzate e non solo per   i 
minori  devianti ma anche per minori che manifestavano un disagio dovuto alla provenienza  da 
ambienti a rischio e per mancanza di altre strutture. Se da un lato per la prima volta si pensa ad una 
risposta diversa, dall’altro si finiva per mettere in carcere anche chi non aveva commesso reati. Il 
personale era personale che faceva custodia e neutralizzava i minori a rischio senza che avessero 
commesso reati, come ad esempio minori che erano figli di prostitute.
Con la costituzione e l'affermarsi di un diritto all'educazione diviene necessario pensare ad altre 
forme educative diverse dalla custodia, misure più rieducative di sostegno e aiuto in situazioni di 
devianza. La novità più significativa viene con la modifica del rd 1404 del 1934, cioè con la legge 
888   del   1956.   Questa   legge   è   molto   importante   perché   interviene   nell'ambito   delle   misure 
amministrative e di fatto viene creato l'ufficio per il servizio sociale per i minori, anche se questo 
operava   già   presso   il   ministero.   Nel   1956   vengono   istituiti   diversi   servizi   sociali   per   i   minori 
chiamati a collaborare con il tribunale dei minori proprio in materia amministrativa.
Si parla quindi di competenza amministrativa del tribunale dei minori. L'idea è quella di limitare al 
massimo   l'istituzionalizzazione   del   minore   deviante   e   dare   massimo   spazio   a   forme   di   libertà 
assistita. Vengono quindi prima di tutto cambiati gli indici di pericolosità del minore, superando il 
concetto di traviamento e di correzione morale.
L'art. 25 comma parla di manifeste prove di irregolarità della condotta e del carattere. Vedremo 
nell'art   25   1°  comma,  che  questa   condizione  deve  essere   acquisita   sulla  base   di  indagine   sulla 

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personalità del minore. Quindi deve essere individuato il servizio sociale di cui si avvale il giudice. 
Vengono inoltre individuate due nuove misure amministrative al n°1 e n° 2:
− affidamento del minore ai servizi sociali per i minori;
− collocamento in una casa di rieducazione o istituto medico/psichico/pedagogico.
Da un lato si individuano meglio i minori a rischio di delinquenza, dall'altro si introduce una misura 
in   libertà.   Doveva   aver   luogo   un   cambio   rapido,   ma   anche   in   seguito   alla   modifica,   resta   un 
riformatorio carcerario che diventa casa di rieducazione senza cambiarne la struttura e cambiando 
solo il nome. Il servizio sociale non è ancora organizzato fino al 1962 perché ci sarà una legge sui 
servizi   sociali   per   i   minori   che   li   riorganizza   e   li   rende   operativi.   Nel   frattempo   cambia   la 
prospettiva ideologica, soprattutto negli anni '70 e si arriva a dire che gli interventi rieducativi di per 
sè non hanno significato perché le problematiche del minore deviante si devono sempre collegare 
all'ambiente familiare di provenienza. Quindi il minore deve essere sostenuto e aiutato e ciò sposta 
l'attenzione sui provvedimenti civili, che intervengono sulla potestà dei genitori, con conseguente 
eventuale allontanamento dalla famiglia di origine se inadeguata o inidonea. In questa prospettiva a 
fine   anni   '70   si  ricorre   meno  alla  soluzione  amministrativa  e   maggiormente  ad  interventi   sulla 
famiglia.
Con il dpr 616 del 1977 vengono create le regioni e si dà attuazione alla normativa degli enti locali 
che   si   occupa   delle   competenze   degli   enti   locali   decentrati,   dei   comuni   in   particolare.   Si 
istituiscono,   quindi, i servizi sociali dei comuni. Con questo dpr si istituiscono i servizi socio­
assistenziali dei comuni. Con questo dpr si attribuisco ai servizi socio­assistenziali dei comuni le 
competenze per l'esecuzione dei provvedimenti dei tribunali per i minori. Quindi:
− 1954:   istituiti   i   servizi   centrali   di   amministrazione   della   giustizia   minorile   collegati   al 
ministero di grazia e giustizia;
− 1962: definizione moderne di questi servizi;
− 1977: istituzione dei servizi sociali di enti locali con competenze civili ed amministrative 
mentre alla magistratura resta la competenza penale.
Competenza penale significa che il tribunale dei minori deve integrarsi con il giudice ordinario 
civile che, ad esempio, si occupa di divorzi e separazioni. Quindi la competenza del tribuanle per 
minori è rispetto a questi casi residuale:
− decadenza o sospensione della potestà genitoriale;
− qualora   i   genitori   risultano   temporaneamente   inidonei,   il   tribunale   dei   minori   affida   il 
minore ad un'altra famiglia, o ad una persona singola o ad una comunità.
Interviene   così   per   tutelare   il   minore,   e   ha   pertanto   competenze   civili.   Le   competenze 
amministrative   riguardano   le   misure   di   rieducazione   adottate   per   il   minore   che   dà   prova   di 
irregolarità   della   condotta   o   del   carattere   a   rischio   criminalità   (misure   ante­delitum).   Quindi 
attraverso la scuola o i servizi sociali, il tribunale dei minori può ricevere queste notizie, perché è 
nel territorio che si individuano i problemi. Quindi la genitorialità riguarda le funzioni civili, mentre 
il rischio di criminalità riguarda le funzioni amministrative.
Dal 1977 in poi c'è un progressivo passaggio solo all'ambito civile, perché come struttura quelle dei 
comuni danno una prospettiva assistenziale. Emerge quindi l'idea di aiuto e tutela a sostegno del 
minore, mentre viene trascurata la competenza amministrativa perché i comuni non hanno voluto 
prendersi carico dei minori a rischio di criminalità.
Non sono mai stati creati istituti psico­pedagogici di enti locali anche se i riformatori sono stati 
chiusi.   Quindi le uniche misure restano quelle amministrative e l'affidamento ai servizi sociali. 
Molto rilevanti, sono i decreti Bassanini in particolare il dpr 112 del 1998 che all'art 132 dice e 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 41
ribadisce   che   i   servizi   sociali   degli   enti   locali   devono   occuparsi   di   minori   a   rischio   di 
coinvolgimento in attività criminali, ma ciò non avviene, nonostante il testo normativo sia vigente.
Qualcuno diceva, erroneamente, che tali misure amministrative erano state implicitamente abrogate. 
Nel testo del rd 1404 del 1934 c'è l'art 25 bis, aggiunto dopo, introdotto nel 1998 e che riguarda il 
minore che esercita la prostituzione. La legge 269 è quella sulla pedo­pornografia infantile. Di fatto 
non c'è nessuna abrogazione implicita anche se a lungo si è sostenuto che quelle norme fossero 
abrogate e quindi l'esecuzione amministrativa è ancora affidata ai servizi sociali dei comuni; la 
prospettiva   teorica   e   pratica   è   che   si   interviene   solo   sulla   famiglia.   Quindi   misure   fortemente 
rieducative per i minori che violano le regole nella quotidianità. Nei confronti di questi minori la 
prevenzione è importante, ma c'è anche un problema di protezione sociale.
Misure ante­delitum, cioè per minori a rischio delinquenza dirette all'educazione del minore e a 
rimuovere le cause che potrebbero portare alla commissione di reato. 
Art 25 del rd 1404: i soggetti che possono riferire al tribunale dei minori sono i genitori stessi, gli 
uffici dei servizi sociali minorili degli enti locali, il tutore, organismi quali scuole, medici, strutture 
sanitarie in genere per la protezione dei minori. Su queste notizie il tribunale dei minori fa delle 
indagini   sulla  personalità  e  accerta  le  condizioni  relative a   famiglia,  ambiente  di  provenienza, 
condizioni familiari e via dicendo, e quindi cerca di capire le cause.
Secondo l’art 26 del rd 1404, queste misure amministrative possono essere adottate su richiesta del 
pubblico ministero qualora il minore sia stato prosciolto per incapacità di intendere e volere, o 
presunta tale nel caso di minore di 14 anni. Così, come accade di recente, in casi di coinvolgimenti 
di   minori   in   fatti   gravissimi,   oggi   non   esistono   più   risposte   amministrative.   Si   ricorre   quindi 
all'affidamento e ad un progetto educativo su quel minore che viene elaborato dai servizi sociali 
degli enti locali che hanno fatto indagini sulla personalità.
L'art 27 indica che all'atto di affidamento viene redatto un verbale con le prescrizioni che il minore 
deve seguire. Tali prescrizioni riguardano: istruzione, educazione, formazione professionale, tempo 
libero, terapia, linee guida di assistenza e via dicendo. I servizi sociali aiutano all'indagine sulla 
personalità ma è il tribunale che detiene la paternità della decisione. Quindi si interviene sullo 
sviluppo della personalità del minore a rischio.
Il tribunale per decidere deve fare un'udienza preliminare con i genitori, un difensore ed servizi 
sociali degli enti locali. Le norme parlano di un limite massimo di età, cioè i 18 anni, ma non di un 
limite minimo che la maggioranza degli esperti individua nei 12 anni. Le prescrizioni possono 
essere cambiate nel tempo, perché i servizi sociali devono relazionare al tribunale l'andamento delle 
misure   e   questo   è   un   punto   critico   perché   è   l'ente   locale   che   deve   controllare   se   il   minore   in 
questione rispetta le prescrizioni, il cui controllo è incompatibile con gli orari d'ufficio dei servizi 
sociali. Le misure possono essere in ogni caso dichiarate concluse quando il minore si sia riadattato.
In ogni caso le misure di affidamento ai servizi sociali terminano a 21 anni e quindi la misura 
decade in ogni caso una volta raggiunto questo limite. Si parla molto, in questi tempi, di riformare 
meglio queste misure o rivitalizzare le misure preventive. Ci sono ipotesi di trasportare tutte le 
misure amministrative in ambito civile, ma si tenga presente che bisogna intervenire anche  nel 
minore e quindi sussistono difficoltà a pensare alle misure. Qualcuno ha ricominciato a parlare di 
strutture, quindi di istituzioni chiuse. C'è quindi una nuova attenzione al problema della devianza.
SERVIZI SOCIALI
questi sono sostanzialmente di due tipi:
− servizi sociali per i minori;
− servizi sociali degli enti locali (comune).
Servizi sociali per i minori sono servizi sociali che dipendono dal ministero e sono stati previsti nel 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 42
rd 1404. Per la prima volta si parla di organi con la legge 888 del 1956 e definitiva organizzazione 
con   la   legge   1085   del   1962.   Con   queste   leggi   c'è   l'organizzazione   definitiva   e   la   puntuale 
assegnazione dei suoi compiti. Nel 1977 vengono istituiti con il dpr 616 i servizi sociali degli enti 
locali e nel 1977 si separano le competenze:
− servizi sociali per i minori con competenza penale;
− servizi sociali degli enti locale con competenza civile ed amministrativa.
Bisogna tener presente che riguardo ai servizi sociali degli enti locali abbiamo importanti decreti: 
Bassanini e la legge 328 del 2000, fondamentale perché riguarda il servizio sociale integrato. Già 
prima, ma di più in seguito, si inizia a parlare di servizi sociali socio­sanitari, però spesso i servizi 
sociali lavorano con i servizi sanitari specie nei piccoli comuni.
Mentre per i servizi sociali dei minori centrali la situazione è omogenea nel territorio, per i servizi 
sociali degli enti locali e i servizi sociali socio­assistenziali le situazioni sono molto diversificate, ci 
sono diverse organizzazioni e diverse esigenze e condizioni minorili. Ultimo aspetto riguarda la 
dimensione e quindi le differenze di risorse e le strutture tra comuni piccoli e comuni grandi.
Il dpr 448 del 1988 (di cui parleremo tanto) è la normativa di procedura penale per i minori e 
ritaglia un ruolo fondamentale nel procedimento penale per i servizi sociali. Infatti l'art 6 prevede:
− in ogni strato e grado del processo penale l'autorità giudiziaria si avvale dei servizi per i 
minori dell'amministrazione della giustizia (servizi centrali).
− ci si avvale molto dei servizi sociali degli enti locali.
Così dal 1988 le cose cambiano di nuovo rispetto al processo penale ed entrano in gioco sia i servizi 
minorili   centrali   (ministeriali)   che   degli   enti   locali;   i   servizi   sociali   diventano   una   presenza 
importante nell'ambito dei processi sui minori. I servizi ministeriali sono interlocutori privilegiati 
con l'autorità giudiziaria con i quali hanno contatti diretti, mentre i servizi sociali degli enti locali 
entrano   in   gioco   su   specifiche   esigenze   territoriali.   I   servizi   sociali   del   ministero   hanno   varie 
articolazioni: uffici di servizi sociali per i minori (ufficio per il servizio sociale per i minori) su base 
distrettuale, cioè è costituito presso ogni tribunale per i minorenni e questo ufficio per il servizio 
sociale per i minori si occupa di minori liberi o sottoposti a misure cautelari diverse dalla custodia 
in carcere. Di questi servizi sociali fanno parte assistenti sociali e psicologi.

Lezione 11,  26 ottobre 2009
UFFICIO PER I SERVIZI SOCIALI MINORILI
Questo servizio opera su base distrettuale presso ogni magistratura per i minorenni e si occupa di 
soggetti liberi e sottoposti a misure cautelari che non si trovino in custodia cautelare in carcere. La 
figura di riferimento è l'assistente sociale ma ci sono anche psicologi. Sempre dei servizi sociali 
minorili fanno parte anche educatori, ma anche psicologi, che lavorano all'interno dei servizi sociali 
minorili. Fanno parte anche il personale della comunità pubblica e dei centri di prima accoglienza 
che in sostanza sono le articolazioni dei servizi sociali minorili della giustizia o centrali.
I servizi sociali degli enti locali di solito fanno riferimento ai comuni, alle ASL o ad entrambe, 
come nel caso di Padova. Gli operatori del ufficio per il servizio sociale per i minori entrano in 
gioco più volte nell'ambito del procedimento penale dei minori (art 6 del dpr 448 del 1988); in ogni 
stato e grado del procedimento ci si avvale di questi servizi, ufficio per il servizio sociale per i 
minori, servizi sociali degli enti locali, come interlocutori diretti:
− Gli operatori dell'ufficio per il servizio sociale per i minori intervengono necessariamente in 
caso di arresto del minore.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 43
− I servizi vengono avvisati della fissazione dell'udienza dibattimentale e quindi avvisati del 
processo (diritto di essere avvisati).
− Quando si tratta di individuare la modalità di esecuzione delle sanzioni sostitutive.
− Vengono sentiti qualora sia necessario un giudizio di pericolosità del minore e quindi per 
decidere su eventuali misure di sicurezza.
− Entrano   poi   in   gioco   in   ordine   alle   misure   cautelari,   sia   in   sede   di   valutazione   dei 
presupposti che in sede di applicazione.
− Hanno un ruolo imprescindibile qualora si applichi la sospensione del procedimento con 
messa alla prova. In particolare nella predisposizione di un progetto educativo.
− Svolgono funzioni di osservazione, trattamento e controllo.
− Hanno un ruolo importante in materia di accertamento della personalità del minore.
− Hanno funzione di assistenza del minore sia durante le indagini preliminari che durante il 
processo.
Oltre a queste funzioni il loro compito si enuclea in tre aree:
− Area di tipo diagnostico: aiutano l'autorità giudiziaria a conoscere il minore.
− Area  di     tipo   prognostico:   collaborano   con   il   giudice   per   individuare   il   trattamento   più 
idoneo e quindi le misure penali adatte, che deve orientarsi al futuro e quindi tende all'educazione.
− Trattamento: l'ufficio per il servizio sociale per i minori è chiamato a seguire l'andamento 
(in alcuni casi), individuando cosa il minore deve fare, quindi orientando la modificazione della 
personalità, controllando e verificando la condotta. Quindi monitoraggio e riferimento al giudice.
Per quanto attiene alla diagnosi, questa si esegue con lo strumento dell'inchiesta sociale. Si tratta di 
individuare da quale ambiente, famiglia, contesto di vita proviene il minore: scuola, famiglia, sport. 
Attraverso questo strumento si deve capire il comportamento, le condizioni economiche, le capacità 
genitoriali, i valori di quella famiglia (esempio in ambienti di mafia). L'ufficio per il servizio sociale 
per i minori fa l'inchiesta sociale raccogliendo tutti i dati possibili, anche presso i servizi sociali 
degli enti locali, il SERT, o il centro per la salute mentale, presso tutte le agenzie educative. Inoltre 
ha anche un aspetto valutativo, elabora risultati nel momento in cui li presenta in quanto è l'ufficio 
per il servizio sociale per i minori che può individuare le risorse del soggetto, progetti, attività 
adeguate e quindi sono attività che vanno oltre la mera raccolta di dati.
Non c'è corrispettivo nel tribunale ordinario. Unico caso è quello della fase di esecuzione della pena 
e quindi quando c'è già una sentenza di condanna, mentre per il minore l'ufficio per il servizio 
sociale per i minori  è operante per tutta la durata del procedimento. Altro aspetto rilevante è l'art 24 
del D.lgv n. 272 del 1989 che dispone che “le misure cautelari, le misure alternative, le sanzioni 
sostitutive,   le   pene   detentive   e   le   misure   di   sicurezza   si   eseguono   secondo   le   norme   e   con   le 
modalità   previste   per   i   minorenni   anche   nei   confronti   di   coloro   che   nel   corso   dell'esecuzione 
abbiano compiuto il diciottesimo ma non il ventunesimo anno di età”. Se la pena va oltre i 21 anni 
di età del soggetto, questi viene migrato ad una struttura per adulti. Questo accade anche quando il 
fatto giuridico è stato posto in essere da un soggetto minorenne il quale viene processato quando 
maggiorenne.
E' quindi di fondamentale importanza stabilire l'età del soggetto all'epoca dei fatti e questo ha due 
riferimenti:
− art 97 cd codice penale, per cui non è mai imputabile chi ha meno di 14 anni all'epoca dei 
fatti.
− Art 98, secondo cui se il minore è di età compresa tra i 14 ed 18 anni, deve essere accertata 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 44
la capacità di intendere e volere. Questa valutazione viene fatta caso per caso.
Quindi per i minori di 14 anni esiste una presunzione assoluta di non capacità di intendere e volere, 
per i soggetti compresi tra 14 e 18 anni non esiste nessuna presunzione, mentre per i maggiorenni 
esiste una presunzione relativa della capacità di intendere e volere.
Ci sono previsioni normative che ci interessano in riferimento alla determinazione dell'età:
− art 67 del codice di procedura penale che ha come rubrica l'incertezza dell’età dell'imputato, 
e questo è un riferimento che riguarda la giustizia ordinaria, cioè non rivolta al minore, ma che 
coinvolge il tribunale per i minori. In ogni stato e grado del procedimento, quando vi è ragione per 
ritenere che il soggetto sia minore, in caso di dubbio, si trasmettono gli atti al procuratore della 
repubblica  presso il  tribunale  dei minori,  perché  non si vuole che quel soggetto eventualmente 
minore venga trattato come adulto, e quindi si adotta il criterio del favor minori.
− Dpr 448 del 1988 art 8 prevede in caso di incertezza che il giudice disponga una perizia, 
(verifica tecnica dell'età del soggetto). Più importante è il secondo comma dell’art 8 che dice che 
qualora pervengano dubbi anche dopo la perizia si presume la minore età e questo vale sia per i 
minori di 18 anni che per minori di 14 anni. Il tribunale per i minori è competente sia quando è certo 
dell'età, sia quando vi è incertezza. Non è mai il tribunale ordinario ad accertare l'età. Questa è una 
situazione che si verifica con una certa regolarità a partire da 15 anni fa a causa della presenza di 
molti stranieri senza documenti.
PERIZIE AUXOLOGICHE
Riguardano lo sviluppo scheletrico, in modo particolare consistono in esami radiografici al polso 
per determinare il grado di calcificazione ossea. Il risultato solitamente è una fascia di età in cui si 
colloca il soggetto, e se questa fascia si trova a cavallo dei limiti dei 14 o 18 anni viene considerato il 
limite minimo. Le critiche rispetto a questo sistema riguardano il fatto che non viene considerato il 
diverso grado di sviluppo scheletrico delle diverse etnie. Resta il fatto che oggi molti processi si 
fanno sulla base della determinazione auxologica dell'atà. Quando si ha a che fare con un minore di 
14 anni il giudice deve sempre pronunciare di non doversi procedere perché minore non imputabile e 
questo può avvenire in qualsiasi stato e grado del processo per difetto di imputabilità.
Al minore non imputabile non potrà mai essere applicata una pena, però se il minore è pericoloso 
può essere applicata una misura di sicurezza, anche ai minori di 14 anni. Se invece l'età è compresa 
tra i 14 ed 18 anni si apre una diversa prospettiva, perché l’art 98 del codice penale prevede che in 
questa fascia il giudice deve valutare se per quel minore sussiste la capacità di intendere e volere, 
cioè secondo l'art 98  tra i 14 e i 18 anni è importante valutare la capacità di intendere e volere in 
relazione al fatto. Quindi tra i 14 ed 18 in relazione alla capacità di intendere e volere non ci sono 
presunzioni.
Questo accertamento viene trasmesso al giudice per l'udienza preliminare o al tribunale e riguarda 
se  esiste  nel   soggetto la  capacità  di  capire il  significato  dei  comportamenti,  se  esiste  un’esatta 
percezione della realtà, la capacità di scegliere liberamente, di autodeterminarsi, di finalizzare le 
proprie condotte in base agli apriori. E' quindi, in termini scientifici, un giudizio di maturità, o se 
nella fattispecie intervengono altri fattori come un quadro clinico mentale, l'intossicazione da alcol 
o stupefacenti o una condizione di sordomutismo che possa avere ostacolato la normale maturazione 
psicologica   dell'individuo,   se   può   aver   acquisito   un   sistema   di   valori,   in   grado   di   orientare   il 
comportamento   e   quindi   se   è   in   grado   di   comprendere   i   comportamenti   che   ledono   i   valori 
socialmente rilevanti, se è in grado di autocontrollarsi come se fosse già diciottenne.
Questo giudizio di equilibrio psicofisico e psicologico è molto complesso ed è difficile farlo in 
senso   assoluto, perché le  variabili che intervengono a  determinare la  maturità sono moltissimi, 
quindi ci si limita alla maturità relativa, cioè accertata rispetto al singolo reato e perché questo di 
volta in volta può essere un sintomo di ribellione o di trasgressione. Cambia inoltre la percezione di 

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disvalore del reato.
Spesso quando parliamo di minori autori di reato la capacità di capire che si tratta di disvalore 
esiste, viene meno invece la capacità di volere, quindi la volontà, la capacità di controllare istinti 
come gelosia e ira. Proprio per questa condizione il minore non sa resistere ai condizionamenti 
esterni   rappresentati   dai   gruppi   dei   pari,   dall'ambiente   famigliare   criminogenetico,   o   ambienti 
mafiosi che incidono sulla sua capacità di volere. Si parla ad esempio di effetto branco e di quanto 
sia difficile contrastare le spinte del gruppo dei pari dove operano dinamiche che vedono leader e 
gregari.
In sede di giudizio assume un ruolo fondamentale il giudice per l'udienza preliminare ed il tribunale 
per minori nella fase dibattimentale nella sua accezione specializzata in quanto ha al suo interno 
esperti in materie extragiuridiche.
Le indicazioni su come si si fanno queste valutazioni sono riportate dall'art 9 del dpr 448 del 1988 
che  riguarda  gli accertamenti  sulla persona.  Il pubblico  ministero ma soprattutto il giudice  per 
l'udienza preliminare e il tribunale per i minori devono acquisire elementi circa le condizioni e le 
risorse personali e familiari, sociali e ambientali del minore al fine di accertare l'impunibilità, grado 
di responsabilità, valutazione della rilevanza sociale del fatto, per individuare le misure adeguate a 
quel fatto e a quel minore relativamente alle misure di ordine civile.
Il giudice deve acquisire queste notizie relativamente alle risorse ambientali, sociali e famigliari, e 
questo non è opzionale ma obbligatorio. Il giudice deve capire, deve fare un ragionamento sulla 
maturità ed inquadrare il fatto all'interno della vita del minore ed in base a questo determinare la 
rilevanza sociale del fatto e il grado di partecipazione in funzione di individuare le risposte più 
adeguate a quel minore.
Da  queste  indagini  possono ad  esempio  emergere  problemi  della  famiglia;  l’inchiesta  sociale  è 
effettuata dall'ufficio per il servizio sociale per i minori in collaborazione con i servizi sociali degli 
enti   locali   a   compimento   della   quale   viene   prodotta   una   relazione   scritta   che   diventa   una 
componente pregnante del procedimento.
Il comma 2 dell'art 9 del dpr 448 del 1988 dice che a questi il pubblico ministero ed il giudice 
possono assumere informazioni da persone che hanno avuto rapporti con il minore anche senza 
formalità, cioè senza un incarico formale e questi sono ad esempio insegnanti, educatori e non 
costituiscono formazione della prova.

Lezione 12, 27 ottobre 2009

Concludiamo   il   discorso   sull’accertamento   della   personalità   del   minore;   abbiamo   visto   che   è 
previsto dall’articolo 9 del DPR 448 del ’88. E’ una norma fondamentale che impone al giudice ed 
al pubblico ministero di acquisire informazioni sul minore, sulle sue condizioni sociali, ambientali e 
familiari. E’ necessario fare un accertamento accurato sullo sviluppo delle capacità cognitive del 
minore,   e   sul   suo   livello   di   maturazione.   Può   venire   fatto   o   direttamente   dal   giudice   (collegio 
specializzato   sia   nel   preliminare   che   nel   dibattimento),   oppure   anche   acquisendo   relazioni   dei 
servizi sociali. Si possono anche sentire informalmente degli esperti nell’udienza senza la necessità 
di procedere con una perizia, ma se il giudice lo ritiene necessario, può dare l’incarico formale di 
effettuare   perizia   soprattutto   quando   si   palesino   problematiche   di   tipo   psichiatrico,   quando   è 
necessario   verificare  se  c’è   vizio   di  mente,  totale   o  parziale.   Questo  avviene   nell’ambito  degli 
accertamenti della personalità; servono soprattutto a verificare l’imputabilità del minore. Se ci sono 
patologie, l’accertamento va eseguito anche sul vizio mentale. La capacità di intendere e volere non 
può mai essere data per scontata, nè facendo riferimento al tipo di reato, nè facendo riferimento al 
comportamento successivo al reato commesso. E’ necessaria una valutazione più ampia che però 
tenda ad accertare una maturità relativa, cioè una maturità relativa a quel fatto specifico. Quindi 

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serve una valutazione complessiva delle capacità di questo minore, delle sue inclinazioni, del suo 
carattere, ma sempre in relazione a quel reato. Ciò servirà anche per verificare le cause che lo hanno 
condotto a commettere quel reato. E’ evidente che individuare il complesso di cause che possono 
aver   influito   sul  minore  diventa  rilevantissimo  per  il  trattamento individualizzato  adeguato.   Gli 
accertamenti   sulla   personalità   del   minore   sono   un   passaggio   ineliminabile   nel   processo   penale 
minorile. Accertamenti di questo tipo non si possono fare nel processo penale degli adulti (c’è 
infatti un blocco normativo, il divieto di fare perizie per stabilire la tendenza a delinquere, o sul 
carattere,   sulla personalità del soggetto imputato, salvo che non ci siano cause patologiche).   In 
questo caso, quello che è vietato nel processo ordinario diventa obbligatorio nel processo minorile. 
Altro aspetto rilevante in considerazione dell’imputabilità: secondo l’articolo 90 del codice penale, 
gli  stati  emotivi  e passionali  non escludono  nè  diminuiscono  la  capacità  di  intendere e  volere. 
Questo ha però un significato diverso nel processo penale minorile perchè in questo caso può essere 
questo stato che per esempio ha inciso sulla capacità di volere. Il minore è infatti più soggetto ai 
condizionamenti, un forte stato emotivo può influire sul suo stato di scelta. Una delle peculiarità del 
sistema del processo minorile è l’accertamento caso per caso del livello di sviluppo psicofisico a cui 
è giunto quel minore al momento della commissione del fatto. L’accertamento dell’imputabilità è in 
riferimento al momento in cui quel fatto è stato commesso. Il minore dichiarato non maturo, è un 
minore non imputabile, quindi non punibile, per l’adulto invece se non si arriva alla patologia c’è 
l’imputabilità. Altro aspetto: qualora il minore fosse giudicato imputabile, quel minore in ogni caso 
si vedrà riconosciuta una circostanza attenuante prevista dall’articolo 98 c.p., ovvero la circostanza 
comune ad effetto comune: la diminuzione fino ad un terzo della pena. Quindi per il minore c’è un 
trattamento penale diverso seppur sottoforma di circostanza attenuante. Qualora rispetto allo stesso 
fatto   concorrano   circostanze   aggravanti   e   attenuanti,   il   giudice   dovrà   giudicare   facendo   un 
bilanciamento. Possono entrare in gioco altre circostanze aggravanti e nel giudizio di bilanciamento 
potrebbero prevalere, quindi per il minore la circostanza attenuante potrebbe essere annullata. In 
ogni caso l’aver previsto la circostanza attenuante per il minore già nel 1930 significa aver previsto 
già allora un trattamento differenziato. Vi è un sistema che è sicuramente diverso da quello degli 
adulti, in modo fondamentale, ma questo non vuol dire favorire una giustizia benevola nei confronti 
dei minori, e nemmeno di indulgenza. In realtà sia il legislatore del 1930 e il DPR 448 del /88 
giunto   a   completezza,   puntano   sulla   specificità   della   condizione   minorile,   a   partire   dal   dato 
storico/antropologico, che evidenzia che il minore è diverso dall’adulto e che il suo percorso di 
sviluppo è incompleto, ancora in formazione. Questa fase è la specificità del minore. Un sistema 
penale e processuale diversificato trova la sua origine in questo. Articolo 3 della costituzione e 
ulteriore fondamento nell’articolo 31 della costituzione (diritto all’educazione). Accertamento della 
personalità:   “Le   Regole   di   Pechino”   prevedono   espressamente   che   si   debba   tener   conto   della 
maturità affettiva/mentale/intellettuale del minore per determinare le soglie di punibilità. Questo lo 
troviamo nella parte prima, nr. 4. Sempre nelle Regole di Pechino viene affermato che il minore può 
essere accusato di reato ma non è penalmente responsabile come un adulto (circostanza attenuante): 
parte   prima,   nr.   2   lettera   a).   Ultimo   riferimento:   la   giustizia   minorile   nell’individuazione   della 
misura  da applicare al minore, deve prevederla come proporzionale al reato e all’autore stesso. 
Misura penale proporzionata significa che si tiene conto della minore età. Parte terza, nr. 17, lettera 
a),   sulla   benevolenza:   è   in   realtà   un   trattamento   diversificato   come   suggerito   dai   documenti 
internazionali. La non imputabilità sotto i 14 e l’imputabilità tra i 14 e 18 corrisponde a quel che è 
stato stabilito negli altri rami dell’ordinamento. Il minore è o incapace o ha capacità ridotta, quindi 
sarebbe assurdo se nel diritto penale fosse trattato in altro modo rispetto a quanto previsto negli altri 
ambiti dell’ordinamento. Conclusione finale: per quanto riguarda la pena prevista per il minore, non 
si tratta di un trattamento di favore, è solo un trattamento diverso.
Linee generali: il processo penale minorile.
Dopo l’accertamento dell’età e quella dell’imputabilità, ora vediamo i principi del processo penale 
minorile. Abbiamo il codice del 1930 che prevede qualche istituto sull’imputabilità, tipo il perdono 
giudiziale,   e   alcune   specificità   sulla   sospensione   condizionale   della   pena,   e   una   particolare 

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disciplina sulla libertà condizionale. Infine è prevista una specificità: il riformatorio giudiziario 
(impianto codicistico del 1930). Nel 1934: istituzione del tribunale di minorenni.
Composizione e nuovo intervento nel 1956, poi vari interventi successivi sulla composizione; fino al 
1988   il  processo dei  minori  era  uguale  a  quello  degli  adulti,  tranne  che per  il  giudice,  o   altre 
specificità ma per il resto era uguale. Cambia tutto con il DPR 448 del ’88, che rappresenta una 
svolta fondamentale e che prevede disposizioni sul processo penale a carico dei minori, essendo una 
disciplina specifica per il processo penale minorile. La svolta del ‘88 matura come sempre su un 
dibattito culturale. Gli interventi precedenti del 1930/34/56 erano interventi che partivano da un 
contesto ideologico in cui il minore era oggetto di tutela, oggetto di protezione, ma non era soggetto 
titolare di diritti. Questa concezione permeava tutto l’ordinamento. Quindi non c’era la necessità di 
elementi   di   specificità,   nel   momento   in   cui   il   minore   bastava   fosse   protetto,   e   per   questo   era 
sufficiente qualche istituto particolare. La prospettiva cambia con il fatto che si va affermando che il 
minore è una persona che ha dei diritti e che si trova in una peculiare condizione e che ha bisogno di 
soluzioni   normative   specifiche.   Per   quanto   riguarda   il   sistema   processuale,   specificità   e 
diversificazione non significano che il minore abbia meno garanzie rispetto all’adulto. Soluzioni 
normative specifiche per il minore titolare dei diritti che non entrino in contrasto con il sistema di 
garanzie. Il sistema diversificato, che parte dal minore titolare di diritti, trae fondamento da uno dei 
diritti fondamentali del minore che è l’educazione (art. 31 Cost): diritto alla tutela, alla protezione 
dell’infanzia e della gioventù. Si pensa ad una riforma del processo penale che preveda una serie di 
istituti processuali funzionali alla protezione del minore autore di reato. In questo un ruolo molto 
importante hanno avuto le Regole di Pechino. Si pensa ad un sistema penale minorile che debba 
rispettare   le   esigenze   educative   del   minore,   un   sistema   processuale   in   cui   tendenzialmente   si 
eliminano tutti gli aspetti che potrebbero ricadere negativamente sull’educazione del minore, a fare 
in modo che il processo penale non sia diseducativo e non sia stigmatizzante ma sia un processo che 
è funzionale al recupero del deviante. Un processo in cui si parte dall’autore di reato, dal minore, 
avendo come uno dei fini il recupero sociale di quel minore (prevenzione speciale). 
Attenzione sull’autore del fatto, focalizzando sull’educazione perchè non delinqua più. In ogni caso 
il processo ha ad oggetto un reato. Quindi ci deve essere al centro del processo anche il fatto di 
reato. Facciamo un processo perchè è stato commesso un reato; nel processo penale minorile, le 
connotazioni del soggetto assumono un ruolo fondamentale. Il processo penale minorile ha come 
fine la rieducazione. Ma lo scopo è l’accertamento della responsabilità penale nei confronti del 
soggetto contro il cui reato il pubblico ministero ha esercitato l’azione penale. Questo è il fine tipico 
del   processo,   sia   esso   ordinario   o   minorile.   Nel   processo   penale   minorile   c’è   anche   una 
finalizzazione alla tutela del minore, al recupero del minore, ma questa finalizzazione viene dopo il 
fine tipico del processo, ovvero l’accertamento della colpa.
Finchè non c’è una sentenza di condanna, il processato non è considerato colpevole, quindi a che 
senso parlare di rieducazione in quel momento? Per questa ragione, prima di tutto il processo serve 
all’accertamento della colpa. Il DPR 448 del ’88 detta le norme in materia di processo penale 
minorile; questo testo normativo è stato adottato nello stesso periodo in cui è stato adottato il nuovo 
codice di procedura penale DPR 447 del ’88. I due testi normativi nascono insieme, il legislatore ha 
deciso di disciplinare due processi penali diversi: uno disciplina gli adulti, l’altro quello dei minori. 
Importante dire che il DPR 448 è un modello autonomo di procedura penale minorile che però 
rimanda   al   codice   di   procedura   penale   ordinario   per   quel   che   non   è   previsto   nel   448.   Non   è 
autosufficiente  perchè rimanda al processo penale degli adulti (sistema integrato, le linee portanti 
sono quelle del processo penale ordinario). Vedi art. 1, primo comma:  “1. Nel procedimento a
carico di minorenni si osservano le disposizioni del presente decreto e, per quanto da esse non
previsto, quelle del codice di procedura penale. “ quindi un modello di sussidiarietà, dove non c’è la 
specifica previsione e che rimanda al processo penale ordinario. Seconda parte, primo comma: “Tali
disposizioni sono applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del
minorenne.”, vi è un criterio di adeguatezza che regola il momento di applicazione delle norme. Nel 
momento in cui il giudice deve applicare le norme, deve tener conto delle esigenze rieducative del 

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minore.   Principi   di   questo   processo:   indici,   disposizioni,   normative   che   fanno   riferimento   alla 
finalizzazione educativa: già nell’articolo 1, secondo comma, si aggiunge un aspetto fortemente 
educativo: “2. Il giudice illustra all’imputato il significato delle attività processuali che si svolgono in
sua presenza nonché il contenuto e le ragioni anche etico-sociali delle decisioni .”. Questa è una 
funzione educativa, il giudice ha l’onere di spiegare al minore cosa sta succedendo, e di rendere 
comprensibile   l’attività   giudiziaria   che   si   sta   svolgendo.   Questo   significa   rendere   consapevole 
l’imputato dell’intera vicenda processuale e quindi fare in modo che percepisca il significato delle 
attività   che   si   stanno   svolgendo.   Altro   aspetto:   spiega   il   conntenuto   delle   decisioni,   le   ragioni 
etico/sociali,   quindi   perchè   lo   stato   lo   sta   sottoponendo   ad   un   processo.   Il   giudice   dovrebbe 
impiegarsi  nel  far capire  al  ragazzo  cosa  e perchè  sta  succedendo.  Questo  è  anche  l’inizio   del 
processo   di   responsabilizzazione,   processo   che   diventa   occasione   di   responsabilizzazione   del 
minore. Altro principio contenuto nell’articolo 10: prevede che nel processo penale minorile non sia 
ammissibile la costituzione di parte civile. La persona offesa dal reato (vittima) non può chiedere 
risarcimento del danno (possibile invece nel tribunale ordinario). Perchè questa scelta? Perchè è un 
processo educativo, fissa tutta la sua attenzione sull’autore del reato e non vuole che il risarcimento 
del danno possa snaturare la peculiarità d’essere un processo fissato sull’autore minore di reato. 
Non vogliamo turbare l’andamento del processo e perdere di vista l’obiettivo principale. Abbiamo 
poi l’articolo 12 :
Art. 12 - Assistenza all’imputato minorenne
1. L’assistenza affettiva e psicologica all’imputato minorenne è assicurata, in ogni stato e grado del
procedimento, dalla presenza dei genitori o di altra persona idonea indicata dal minorenne e
ammessa dall’autorità giudiziaria che procede.
2. In ogni caso al minorenne è assicurata l’assistenza dei servizi indicati nell’articolo 6.
3. Il pubblico ministero e il giudice possono procedere al compimento di atti per i quali è richiesta la
partecipazione del minorenne senza la presenza delle persone indicate nei commi 1 e 2,
nell’interesse del minorenne o quando sussistono inderogabili esigenze processuali.”)
In ogni stato e grado del procedimento deve essere assicurata l’assistenza affettiva e psicologica 
all’imputato minore, con la presenza dei genitori o altra persona idonea che venga indicata dal 
minore stesso. Secondo comma: in ogni caso al minore viene assicurato il supporto degli assistenti 
sociali a sostegno del minore. Se nel frattempo la persona diventa maggiorenne, non necessita più di 
questo tipo di assistenza destinata al sostegno. I processi ai maggiori di 18 anni non abbisognano di 
questo tipo di assistenza psicologica. Altri tre indicatori concernenti gli aspetti educativi: l’articolo 
13 (“Art. 13 - Divieto di pubblicazione e di divulgazione
1. Sono vietate la pubblicazione e la divulgazione, con qualsiasi mezzo, di notizie o immagini idonee
a consentire l’identificazione del minorenne comunque coinvolto nel procedimento.
2. La disposizione del comma 1 non si applica dopo l’inizio del dibattimento se il tribunale procede
in udienza pubblica.”)
prevede   il   divieto   di   pubblicazione   e   divulgazione   di   notizie/immagini   idonee   a   consentire 
l’identificazione   del   minore   (funzione   di   protezione   del   minore   dalla   stigmatizzazione).   Regola 
generale: udienza in camera di consiglio a porte chiuse (non pubblica, tranne che il ragazzo abbia 
compiuto i 18  anni e chieda che l’udienza sia pubblica, il giudice valuta se accogliere la richiesta, 
perchè il fatto è comunque legato alla minore età).
Divieto divulgativo agganciato all’esigenza di protezione del minore. 

Art. 19 - Misure cautelari per i minorenni


1. Nei confronti dell’imputato minorenne non possono essere applicate misure cautelari personali
diverse da quelle previste nel presente capo.
2. Nel disporre le misure il giudice tiene conto, oltre che dei criteri indicati nell’articolo 275 del
codice di procedura penale, dell’esigenza di non interrompere i processi educativi in atto. Non si
applica la disposizione dell’articolo 275, comma 3, secondo periodo, del codice di procedura penale .
3. Quando è disposta una misura cautelare, il giudice affida l’imputato ai servizi minorili
dell’amministrazione della giustizia, i quali svolgono attività di sostegno e controllo in collaborazione
con i servizi di assistenza istituiti dagli enti locali.
4. Le misure diverse dalla custodia cautelare possono essere applicate solo quando si procede per
delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel
massimo a cinque anni .

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 49
5. Nella determinazione della pena agli effetti della applicazione delle misure cautelari si tiene
conto, oltre che dei criteri indicati nell’articolo 278, della diminuente della minore età.”)

Nell’articolo 19 c’è riferimento alle esigenze cautelari, si dice che il giudice deve tenere conto di 
non interrompere i processi educativi in atto, in tema di arresto in flagranza all’art. 16, terzo 
comma, 
Art. 16 - Arresto in flagranza
1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono procedere all’arresto del minorenne colto in
flagranza di uno dei delitti per i quali, a norma dell’articolo 23, può essere disposta la misura della
custodia cautelare.
2.
3. Nell’avvalersi della facoltà prevista dal comma 1 gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria
devono tenere conto della gravità del fatto nonché dell’età e della personalità del minorenne . “

la polizia giudiziaria  al momento dell’arresto deve tener conto della gravità  del fatto, dell’età e 
della personalità del minore.  Questi sono indici della finalizzazione educativa. Gli attori del 
processo sono attori specializzati; il processo ha questa caratteristica fondamentale.
Attori del processo minorile specializzati:
-  l’organo giudiziario specializzato (gup e tribunale per i minori)
- servizio sociale attore nel processo penale minorile (indicatore di specializzazione nel rito)
- difensori
- polizia giudiziaria
- genitori / esercenti potestà genitoriali

Lezione 13 del 28 ottobre 2009
Per   la   difesa   d'ufficio   i   difensori   devono   essere   iscritti   ad   apposito   albo,   devono   quindi   avere 
particolari requisiti, aver frequentato specifici corsi, o avere maturato un'adeguata esperienza. Per la 
difesa fiduciaria invece c'è assoluta libertà e quindi non è necessaria una specifica preparazione in 
legislazione minorile, anche se tali peculiarità sono indispensabili in quanto anche il difensore, nel 
procedimento a carico del minore, svolge un ruolo importante, cioè non è estraneo alla funzione 
educativa e quindi non è sufficiente che sia un mero tecnico del diritto, anche se l'obbiettivo resta 
l'accertamento della verità, contestualmente si deve anche stabilire un dialogo diverso da quello 
avvocato/cliente. Il difensore è chiamato a far comprendere il processo, deve illustrare le possibili 
risposte, pensare al minore che ha di fronte, del quale è il principale interlocutore.
Vi è poi il ruolo dell'esercente la potestà genitoriale, quindi sostegno affettivo, psicologico e via 
dicendo. E' una funzione importante che oltre che affettiva è anche quella di integrazione della 
difesa del minore che, perché in formazione, non è in grado di individuare le scelte adeguate. Da ciò 
ne deriva che è l'esercente la potestà genitoriale a ricevere notifica dell'avviso di garanzia, cioè il 
decreto che fissa l'udienza con il quale il pubblico ministero avverte che si è indagati e questa viene 
ogni qual volta è necessario un difensore.
E' evidente che se c'è l'obbligo di avvocato i genitori devono essere avvisati per individuare un 
difensore   sin   dalle   prime   fasi   del   procedimento.   I   genitori   devono   quindi   essere   avvisati   della 
fissazione dell'udienza preliminare ed eventualmente di quella dibattimentale. E' inoltre prevista la 
possibilità di sanzione pecuniaria sino a 500 euro per i genitori che non compaiono alle udienze 
senza un legittimo impedimento. Quindi si da molto rilievo alla presenza dei genitori. Per quanto 
riguarda l'art 7, qualora non vengano fatte le notifiche nei modi e nei tempi dovuti, vi è l'ipotesi di 
nullità   che   è   una   sanzione   molto   grave   perché   si   deve   rifare   tutto   quanto,   quindi   avvisare   è 
importante.
Il ruolo di integrazione di difesa nel processo si trova nell'art 34 del dpr 448/88 che prevede la 
possibilità per l'esercente la potestà genitoriale di proporre l'impugnazione della sentenza del minore 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 50
autore di reato, quindi autonomo diritto di impugnazione della sentenza, che è un potere concorrente 
a   quello   dell'imputato.   Questa   previsione   è   significativa   dell'importanza   che   il   diritto   riserva 
all'esercente la potestà genitoriale.
SVILUPPO DEL PROCESSO PENALE MINORILE
Il procedimento penale inizia con la notizia di reato alla procura della repubblica presso il tribunale 
per i minori. Il pubblico ministero inizia quindi le indagini e quasi sempre si avvale della polizia 
giudiziaria presso la sua procura. L'art 4 del dpr 448/88 prevede che l'autorità giudiziaria che inizia 
un procedimento penale a carico di un minore informi la procura della repubblica relativa al luogo 
di   abituale   dimora   del   minore   per   l'adozione   dei   provvedimenti   civili.   Si   vuole   che   l'autorità 
competente per territorio sappia che quel minore ha procedimenti penali in altri posti, perché possa 
valutare problemi presso la famiglia. Quindi non si fa riferimento alla residenza ma alla dimora 
abituale e questo rientra in uno schema di difesa del minore.
Proseguono le indagini preliminari e quindi le informazioni di garanzia, l'accertamento dell'età con 
eventuali esami auxologici. In caso di arresto in flagranza viene coinvolto l'ufficio per il servizio 
sociale   per   i  minori.   Il   pubblico   ministero   in   fase  di   indagini   cercherà   di   individuare   elementi 
assistivi  sulla  base delle richieste del  minore. Al termine delle indagini  preliminari il pubblico 
ministero può chiedere:
− l'archiviazione;
− il rinvio a giudizio, e quindi viene fissata l'udienza preliminare
− l'emissione del non luogo a procedere da parte del giudice per le indagini preliminari, quindi 
sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto.
Quindi passiamo alle misure restrittive della libertà del minore e fissiamo la nostra attenzione su 
quelle che sono le misure cautelari e precautelari:
Precautelari, si fa riferimento a tre ipotesi:
− arresto in flagranza di reato;
− fermo dell'indiziato di delitto;
− specificatamente solo per i minori è l'accompagnamento a seguito di flagranza.
L'arresto   in   flagranza   e   il   fermo   sono   istituti   del   procedimento   ordinario,   mentre 
l'accompagnamento a seguito di flagranza è tipico del procedimento minorile.
Misure cautelari, sono quattro:
− misura della prescrizione;
− permanenza in casa;
− collocamento in comunità;
− custodia cautelativa in carcere.
L'impronta originale del dpr 488 del 1988 cerca di prevedere come eccezionali quelle relative alla 
limitazione della libertà personale in sede precautelare e in fase cautelare e considera queste misure 
solo   in   via   residuale,   quindi   vige   l'assoluta   residualità   della   custodia   cautelare,   prevedendo   un 
sistema   molto   diverso   da   quello   per   gli   adulti   sotto   il   profilo   della   libertà,   in   quanto   qualsiasi 
limitazione  della  libertà  personale  può  influire  negativamente  sui  processi  educativi  e  questo   è 
coerente con le regole di Pechino.
Le regole di Pechino riguardano una raccomandazione agli stati, mentre la convenzione ONU di 
New York è una convenzione vincolante e come tale è stata recepita. Il dpr 448 del 1988 si colloca 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 51
prima della convenzione anche se questa era già nell'aria. Ma è con dlgs del 14.01.1991 n. 12 che si 
ampliano in maniera importante le possibilità di libertà del minore con particolare riguardo alla 
custodia cautelare in carcere e all'arresto in flagranza (anche se le due cose sono collegate), tanto 
che molti autori hanno espresso perplessità   sul fatto che questa legge sia in linea con i principi 
internazionali.
AMBITI DI APPLICABILITA'
Arresto in flagranza
E' possibile quando la persona viene colta nell'atto di commettere un reato, oppure subito dopo la 
commissione del reato la persona è inseguita dalla polizia giudiziaria o da parte di chi ha subito 
l'offesa o è sorpresa con cose e tracce dalle quali appare evidenza che immediatamente prima la 
persona abbia commesso un reato. Queste ultime sono situazioni di quasi flagranza. E' ovvio che 
arrestare in flagranza significa da un lato seguire principi di difesa sociale, dall'altro porre in essere 
le basi per un processo con esito quasi certo.
L'arresto in flagranza per i minori dovrebbe riguardare solo l'allarme sociale. Norme di riferimento 
sono gli artt 16, 17, 18, 18 bis del DPR 448:
Art. 16.

Arresto in flagranza.

1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono


procedere all'arresto del minorenne colto in flagranza di uno dei
delitti per i quali, a norma dell'articolo 23, può essere disposta la
misura della custodia cautelare.
2. Omissis.
3. Nell'avvalersi della facoltà prevista dal comma 1 gli ufficiali
e gli agenti di polizia giudiziaria devono tenere conto della gravità
del fatto nonché dell'età e della personalità del minorenne.

Art. 17.

Fermo di minorenne indiziato di delitto.

1. é consentito il fermo del minorenne indiziato di un delitto per


il quale, a norma dell'articolo 23, può essere disposta la misura
della custodia cautelare, sempre che, quando la legge stabilisce la
pena della reclusione, questa non sia inferiore nel minimo a due anni.

Art. 18.

Provvedimenti in caso di arresto o di fermo del minorenne.

1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno


eseguito l'arresto o il fermo del minorenne ne danno immediata
notizia al pubblico ministero nonché all'esercente la potestà dei
genitori e all'eventuale affidatario e informano tempestivamente i
servizi minorili dell'amministrazione della giustizia.
2. Quando riceve la notizia dell'arresto o del fermo, il pubblico
ministero dispone che il minorenne sia senza ritardo condotto presso
un centro di prima accoglienza o presso una comunità pubblica o
autorizzata che provvede a indicare. Qualora, tenuto conto delle
modalità del fatto, dell'età e della situazione familiare del
minorenne, lo ritenga opportuno, il pubblico ministero può disporre
che il minorenne sia condotto presso l'abitazione familiare perché vi
rimanga a sua disposizione.
3. Oltre nei casi previsti dall'articolo 389 del codice di
procedura penale, il pubblico ministero dispone con decreto motivato
che il minorenne sia posto immediatamente in libertà quando ritiene
di non dovere richiedere l'applicazione di una misura cautelare.
4. Al fine di adottare i provvedimenti di sua competenza, il
pubblico ministero può disporre che il minorenne sia condotto davanti
a sé.
5. Si applicano in ogni caso le disposizioni degli articoli 390 e

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 52
391 del codice di procedura penale.

Art. 18-bis.

Accompagnamento a seguito di flagranza.

1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono


accompagnare presso i propri uffici il minorenne colto in flagranza
di un delitto non colposo per il quale la legge stabilisce la pena
dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a cinque
anni e trattenerlo per il tempo strettamente necessario alla sua
consegna all'esercente la potestà dei genitori o all'affidatario o a
persona da questi incaricata. In ogni caso il minorenne non può
essere trattenuto oltre dodici ore.
2. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno
proceduto all'accompagnamento ne danno immediata notizia al pubblico
ministero e informano tempestivamente i servizi minorili
dell'amministrazione della giustizia. Provvedono inoltre a invitare
l'esercente la potestà dei genitori e l'eventuale affidatario a
presentarsi presso i propri uffici per prendere in consegna il
minorenne.
3. L'esercente la potestà dei genitori, l'eventuale affidatario e
la persona da questi incaricata alla quale il minorenne è consegnato
sono avvertiti dell'obbligo di tenerlo a disposizione del pubblico
ministero e di vigilare sul suo comportamento.
4. Quando non è possibile provvedere all'invito previsto dal comma
2 o il destinatario di esso non vi ottempera ovvero la persona alla
quale il minorenne deve essere consegnato appare manifestamente
inidonea ad adempiere l'obbligo previsto dal comma 3, la polizia
giudiziaria né dà immediata notizia al pubblico ministero, il quale
dispone che il minorenne sia senza ritardo condotto presso un centro
di prima accoglienza ovvero presso una comunità pubblica o
autorizzata che provvede a indicare.
5. Si applicano le disposizioni degli articoli 16 comma 3, 18 commi
2 secondo periodo, 3, 4 e 5 e 19 comma 5.

L'art 16 assume che per l'arresto in flagranza per il minore questo sia sempre facoltativo, non è 
obbligatorio,   è   una   scelta   discrezionale   della   polizia   giudiziaria.   Mentre   nel   sistema   ordinario 
l'arresto è obbligatorio (art 380 del codice penale ne elenca i casi). L'art 381 elenca i casi facoltativi 
e per i minori l'arresto in flagranza è sempre facoltativo.
Per   individuare   reati   che   comportano   l'arresto   in   flagranza   si   fa   riferimento   ai   reati   per   cui   è 
consentita la custodia cautelare in carcere, quindi c'è un rimando in materia di arresto e quindi all'art 
23 del dpr 448 del 1988.

Art. 23.

Custodia cautelare.

1. La custodia cautelare può essere applicata quando si procede per


delitti non colposi per i quali la legge stabilisce la pena
dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a nove
anni. Anche fuori dei casi predetti, la custodia cautelare può essere
applicata quando si procede per uno dei delitti, consumati o tentati,
previsti dall'articolo 380 comma 2 lettere e), f), g), h) del codice
di procedura penale nonché, in ogni caso, per il delitto di violenza
carnale.
2. Il giudice può disporre la custodia cautelare:
a) se sussistono gravi e inderogabili esigenze attinenti alle
indagini, in relazione a situazioni di concreto pericolo per
l'acquisizione o la genuinità della prova;
b) se l'imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo
che egli si dia alla fuga;
c) se, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la
personalità dell'imputato, vi è il concreto pericolo che questi
commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza
personale o diretti contro l'ordine costituzionale ovvero delitti di
criminalità organizzata o della stessa specie di quelli per cui si

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 53
procede.
3. I termini previsti dall'articolo 303 del codice di procedura
penale sono ridotti della metà per i reati commessi da minori degli
anni diciotto e dei due terzi per quelli commessi da minori degli
anni sedici e decorrono dal momento della cattura, dell'arresto, del
fermo o dell'accompagnamento.

La facoltatività dell'arresto: la polizia giudiziaria quando deve decidere, deve tenere conto dell'art 
16 comma tre della gravità, dell'età, della personalità. Quindi da un lato si deve tener conto della 
lista  dei reati,  dall'altro della gravità in  concreto, quindi dell'età che conterà tanto più, tanto  la 
persona  è  minore rispetto ai  diciotto  anni.  La  valutazione  della  personalità  è  più  complessa  in 
quanto   valutare   la   personalità   in   tempo   reale   è   praticamente   impossibile.   Quindi   la   dottrina   è 
orientata a valutare più la gravità che la personalità. Inoltre la polizia giudiziaria che arresta è quella 
che è sulle strade e non è specializzata.
Il fatto che l'arresto per i minori sia facoltativo comporta il dovere di giustificazione che non c'è per 
gli adulti. Quindi per i minori la motivazione è obbligatoria e deve essere riportata nel verbale di 
arresto. L'art 385 del codice di procedura penale prevede il divieto di arresto ad esempio in caso di 
non punibilità e quindi è vietato per i minori di 14 anni. E' evidente che in questa fase non può 
entrare in gioco la questione della maturità.
Individuazione dei reati per cui è possibile procedere con l'arresto in flagranza. Si deve fare 
riferimento all'art 23 DPR 448; inizialmente i reati per cui era previsto l'arresto in flagranza di reato 
erano:
− delitti non colposi per cui è previsto l'ergastolo e comunque la reclusione non inferiore a 
nove anni. Dopo il 1988 restano solo i reati particolarmente gravi. Nel 1991 vengono aggiunti alcuni 
dei reati previsti dall'art 380 e viene aggiunto il delitto di violenza carnale. Il delitto di violenza 
carnale è diventato reato di violenza sessuale, per cui solo in questo si può procedere all'arresto del 
minore (art 380 codice penale).
− L'art 23 del dpr 488 del 1988 elenca quattro lettere cioè “e”, “f”, ”g”, ”h”, che corrispondono 
a quelli elencati nell'art 380 del ccp, per cui si può arrestare il minore in flagranza e quindi:
− e) delitto di furto, quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall'art. 4 della L. 8 
agosto 1977 n. 533 o taluna delle circostanze aggravanti previste dall'art. 625 comma 1 nn. 1), 2) 
prima ipotesi e 4) seconda ipotesi c.p.;
− f) delitto di rapina previsto dall'art. 628 c.p. e di estorsione previsto dall'art. 629 c.p.;
− g)   delitti   di   illegale   fabbricazione,   introduzione   nello   Stato,   messa   in   vendita,   cessione, 
detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di 
esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste 
dall'art. 2, comma terzo, della L. 18 aprile 1975, n. 110 ;
− h) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell'art. 73 del Testo 
Unico approvato con D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, salvo che ricorra la circostanza prevista dal 
comma 5 del medesimo articolo;
A meno che non si tratti di fatto tenue, di scarsa rilevanza, e questo riguarda per lo più i furti, a 
meno che non si tratti di un danno patrimoniale di particolare entità.
Quindi dal 1991 si è ampliato il panorama con il furto e con gli stupefacenti che sono proprio i reati 
tipici dei minori, mentre ci sono reati che non vengono commessi da giovani come ad esempio il 
peculato e quindi non è più vero che l'arresto in flagranza per i minori sia un evento eccezionale.
FERMO
E' sempre una misura che limita la libertà personale e che è facoltativa e riguarda ipotesi di pericolo 
di fuga e sempre per i reati per cui è prevista la custodia cautelare (art 23 dpr 488 del 1988) .

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 54
ACCOMPAGNAMENTO A SEGUITO DI FLAGRANZA (art 18 e a8 bis dpr)
L'art   38   del   dlgs  riforma  l'art   18  del  dpr  448/88.  E'  molto  importante   perché  è  una  misura   di 
precautela in quanto tutela la protezione del minore. Prevede che la polizia giudiziaria in situazione 
di   flagranza   di reato che prevede  l'ergastolo o la  reclusione  non inferiore a cinque  anni, possa 
trattenere il minore presso i suoi uffici per il tempo strettamente necessario per la riconsegna dello 
stesso minore all'esercente la potestà genitoriale o l'affidamento ad una persona da questi incaricata. 
Questa è l'alternativa all'arresto in flagranza.
La consegna assume significato di alternativa alla chiusura del minore in un’istituzione chiusa. Il 
minore può al massimo essere trattenuto per 12 ore. In ogni caso devono essere immediatamente 
avvisati il pubblico ministero e l'ufficio per il servizio sociale per i minori e quindi con questo 
avviso c'è un controllo sull'operato della polizia giudiziaria. Pertanto vengono avvertiti i genitori del 
minore che vengono invitati presso gli uffici per prendere in consegna il minore. Quindi si avverte 
che   il   minore   deve   restare   a   disposizione   del   pubblico   ministero   e   che   l'esercente   la   potestà 
genitoriale deve vigilare sul minore. L'atto della consegna fa nascere degli obblighi che coinvolgono 
la famiglia del minore.
Quando non si procede alla consegna? Quando la persona che si presenta per prendere il minore è 
manifestamente   inidonea   ad   adempiere   all'obbligo   di   vigilanza   e   quindi   la   polizia   giudiziaria 
quando   stila   il   verbale   di   consegna   riporta   la   condizione   di   inidoneità   dell'esercente   la   potestà 
genitoriale oppure indica che si tratta di minore non accompagnato. In questi casi la situazione 
diviene uguale a quella dell'arresto, ed in questa situazione le opzioni sono due:
− centro di prima accoglienza;
− comunità pubblica o autorizzata.
Quindi l'idea è quella di non limitare la libertà del minore in un’ istituzione chiusa e preferibilmente 
di   ricollocare   il   minore   in   famiglia.   Ci   sono   particolari   tutele   per   l'esecuzione   dell'art   20   del 
dispositivo di attuazione, regole che disciplinano i contatti tra minore e polizia giudiziaria e che 
hanno come fondamento la protezione del minore:
− obbligo di adottare tutte le cautele per tutelare il minore contro la curiosità del pubblico e 
che mira ad evitare l'etichettamento;
− divieto di fare uso di strumenti di coercizione fisica, ad esempio con le manette;
− comma 1 bis, tenere il minore in locali separati dagli adulti;
− se il minore viene trasferito in una struttura penitenziaria si deve assicurare, a chi si trova in 
una particolare condizione emotiva, supporto psicologico attraverso l'ufficio per il servizio sociale 
per i minori, cioè si deve avere chiaro che la limitazione di libertà può essere molto pregiudizievole.

Procedimento davanti al tribunale per i minorenni: peculiarità del rito e strategie difensive

Lezione 14, del 2 novembre 2009
Nello   specifico   rito   per   i   minori   intervengono   quindi   relativamente   alle   misure   precauzionali   i 
seguenti articoli del dpr 448 del 1988:
− art 16: arresto in flagranza;
− art 17: fermo;
− art 18 bis: è un istituto specifico per minori, cioè l'accompagnamento a seguito di flagranza.
Particolari   tutele   per   l'accompagnamento   a   seguito   di   flagranza   e   per   il   personale   che   entra   a 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 55
contatto con il minore; in tale circostanza è previsto dall'art 20 del dispositivo attuativo (dlgs 272 del 
1989   del   dpr   448   del   1988),   e   quindi   gli   adempimenti   della   polizia   giudiziaria   al   momento 
dell'arresto.   Per   tutto   quanto   non   previsto   dal   dpr   448   del   1988   si   fa   riferimento   al   codice   di 
procedura penale. Gli articoli 16, 17 , 18, 18 bis non disciplinano tutto il procedimento. Il minore 
arrestato deve essere avvertito che può nominare un difensore di fiducia altrimenti gliene viene 
assegnato uno tra quelli iscritti negli appositi elenchi. Il legale deve essere avvisato, sia che sia il 
legale d'ufficio, sia che si tratti del difensore di fiducia, e così pure il pubblico ministero. Quindi 
vengono avvisati gli esercenti la potestà genitoriale e viene data notizia tempestiva all'ufficio per il 
servizio sociale per i minori.
Per quanto riguarda l'avviso ai genitori, questo è obbligatorio, mentre per il maggiorenne si chiede il 
consenso. Una volta avvisati i servizi sociali del ministero, l'ufficio per il servizio sociale per i 
minori  può iniziare l'indagine sociale e quindi porta la rilevanza all'udienza preliminare che deve 
avvenire entro quattro giorni massimo dall'arresto. L'ufficio per il servizio sociale per i minori  può 
sentire i servizi sociali degli enti locali, la famiglia, la scuola e indica al pubblico ministero elementi 
di quel minore. Se il pubblico ministero non viene informato dall'ufficio per il servizio sociale per i 
minori, vige il regime di nullità in quanto il pubblico ministero dispone dove il minore deve essere 
accompagnato, cioè il luogo di custodia:
− dispone che il minore venga porta ad un CPA (centro di prima accoglienza);
− in una comunità pubblica o privata;
− tenuto conto dell'art 18 secondo comma, secondo cui tenendo conto delle modalità del fatto, 
età,   situazione  famigliare,  il   pubblico   ministero  può  disporre  che  venga  condotto  presso  la   sua 
abitazione perché rimanga a disposizione del pubblico ministero sempre in condizioni di arresto.
Per   quanto   riguarda   gli   adulti,   il   soggetto   viene   condotto   in   casa   circondariale   per   stare   a 
disposizione del pubblico ministero. Il pubblico ministero può chiedere che il minore venga portato 
innanzi a lui prima di decidere la destinazione. In ogni caso il pubblico ministero può disporre 
l'immediata liberazione oltre ai casi già previsti dal regime ordinario, se l'arresto riguarda reati non 
previsti per la custodia cautelare ai sensi dell'art 23 del dpr 448 del 1988; oppure perché ritiene di 
non richiedere il rinvio a giudizio. L'intervento del pubblico ministero è fondamentale ma negli 
adulti è maggiormente regolamentato. Quindi in caso diverso il minore verrà trattenuto:
− comunità (si vedrà più avanti);
− CPA (centro di prima accoglienza), relativo art 9 del dispositivo di attuazione (dlgs 272 del 
1989). Sono strutture che consentono di trattenere il minore per un massimo di quattro giorni in 
attesa   di   udienza   di   convalida,   ma   sempre   secondo   l'art   9   del   dispositivo   di   attuazione   questo 
trattamento non deve caratterizzarsi come istituto carcerario.
I CPA (centro di prima accoglienza) si trovano presso gli uffici giudiziari minorili, quindi i tribunali 
per i minori e quello di Venezia si trova a Mestre. La prassi però è diversa, e anche se a Mestre non 
è dentro la casa circondariale comunque si trova all'ingresso dell'istituto penale ed il personale è lo 
stesso.
In   questa   fase   di   attesa   di   convalida   ci   può   essere   un   colloquio   con   il   difensore.   Il   giudice 
interrogherà il minore e quindi controlla la legittimità e se arriva alla convalida il giudice valuterà le 
misure dell'arresto in ordine alla custodia cautelare; questa è l'udienza di convalida. L'art 12 del dpr 
448 del 1988 dice che l'assistenza affettiva e psicologica dei genitori verso il minore deve essere 
garantita in ogni stato e grado del procedimento. L'udienza di convalida si conclude quindi con la 
convalida e le misure cautelari
SISTEMA DELLE MISURE CAUTELARI
Le misure cautelari non sono necessariamente collegate all'arresto in flagranza, ma anche a seguito 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 56
di indagini del pubblico ministero. Quest’istituto ha un’autonomia parziale perché per quanto non 
previsto fa riferimento al codice di procedura penale. Quindi è un sistema derogatorio che parte dal 
dato che viene limitato nella libertà un soggetto con personalità in fieri e questo resta fermo finché il 
soggetto non ha compiuto 21 anni.
Primo aspetto importante è che le misure cautelari sono sempre facoltative nei confronti del minore. 
E'   prevista   anche   per   il   minore   la   custodia   cautelare   in   carcere   (istituto   penale   minorile),   ma 
fortemente residuale, in tutto il sistema c'è la necessità di raccordare esigenze cautelari ed educative 
del   minore.   Di  per sè  le  misure cautelari  non  hanno fini  educativi  e come  per  gli  adulti  sono 
giustificate da esigenze di di protezione sociale, e per i seguenti pericoli:
− inquinamento delle prove;
− reiterazione del reato.
Dopo di che entrano in gioco le esigenze educative di quel minore e questa sequenza è coerente con 
una previsione esplicita (artt dal 19 al 24 del dpr 448 del 1988). il secondo comma dall'art 19 dice 
che   il   giudice   nel   disporre   le   misure   cautelari   oltre   che   nei   criteri   dell'art   275   del   codice   di 
procedura penale che individua le esigenze cautelari, il giudice deve tener conto dell'esigenza di non 
interrompere i processi educativi in atto che in questa sede rappresentano un limite per la decisione 
del giudice. Quindi si mettono le due cose sul piatto della bilancia e un criterio guida è che devono 
sussistere ragioni di tutela cautelare e esigenze educative del minore.
Sempre per quanto riguarda le peculiarità del sistema minorile, l'art 19 del dpr 448 del 1988 comma 
3   prevede   l'intervento   dell'ufficio   per   il   servizio   sociale   per   i   minori   e   questi   servizi   centrali 
svolgono   attività   di   sostegno   e   controllo   del   minore   in   una   fase   particolarmente   difficile   in 
collaborazione con i servizi sociali degli enti locali. Quindi ruolo fondamentale dei servizi sociali 
sia dentro gli istituti attraverso il servizio sociale del ministero, che fuori attraverso i servizi sociali 
degli enti locali e delle ASL.
Il sistema minorile ha misure cautelari tipiche e non è possibile applicare altre misure cautelari. Il 
dpr 448 del 1988 elenca una serie di misure cautelari solo per i minori che costituiscono un numero 
chiuso e non è possibile applicarne altre, mentre per gli adulti quelle possibili sono quattro divise in 
due gruppi:
−  a carattere obbligatorio : sono una serie di obblighi che il destinatario della misura deve 
rispettare:
­ prescrizioni;
­ permanenza in casa;
­ collocamento in comunità;
−  misure coercitive : in senso stretto:
­ custodia cautelare in carcere: massimo restringimento della libertà.

Per i minori, ad esempio, non si può dare il divieto di dimora. Per i minori viene disciplinata in 
maniera specifica la violazione grave e ripetuta delle misure obbligatorie. Rispetto alle varie misure 
vengono previste le conseguenze delle violazioni delle prescrizioni gravi e ripetute. In questo caso il 
giudice può trasformare il giudizio in permanenza in casa e da questo a collocazione in comunità e 
quindi in custodia cautelare in carcere. C'è il criterio di progressività inderogabile reso obbligatorio 
dal   legislatore che non può essere saltato dal giudice. In questo il legislatore ha  individuato   il 
percorso   per   gradi,  vincolo  che  il  giudice  ordinario  non  ha.  La  custodia  cautelare  in  carcere   è 
l'estrema ratio, quindi si ricorre alla custodia cautelare in carcere quando nessun altra misura risulta 
idonea per quella situazione.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 57
CARATTERISTICHE DELLE MISURE CAUTELARI
Prescrizione art 20: come le altre misure obbligatorie, può essere applicata per delitti che prevedono 
l'ergastolo o la reclusione ad un massimo di cinque anni, solo per questi tipi di reati si può arrivare 
alla prescrizione. Sono residuali; il giudice dopo aver sentito l'esercente la potestà genitoriale può 
imporre   al   minore   determinate   prescrizioni,   obblighi   riguardanti   attività   di   studio,   lavoro,   o 
comunque utili per la sua educazione. Quindi obblighi di fare o non fare. La scelta è tutta affidata al 
giudice.
Le prescrizioni arrivano al massimo a due mesi rinnovabili una sola volta, quindi a quattro mesi al 
massimo, poi verrà fissato il processo. Pur partendo da misure cautelari si arriva alla finalizzazione 
educativa e al venir meno della limitazione della libertà. Se ci sono gravi e reiterate violazioni delle 
prescrizioni, il giudice “può” passare (facoltativamente) alla misura successiva e quindi è il giudice 
che fa un ragionamento in questo senso. Sono i servizi sociali che controllano, ma entrano in gioco 
anche controlli della polizia giudiziaria.
L'obbligo   di  stare in casa ed il collocamento in comunità incidono sulla libertà di movimento, 
perché comportano l’obbligo di stare in un posto con relativo divieto di allontanarsi. Queste due 
misure   assomigliano   agli   arresti   domiciliari   per   gli   adulti.   Il   minore   che   si   trova   in   questa 
condizione è come se fosse in carcere ma non è in stato detentivo. Se viola la permanenza in casa gli 
viene applicato il collocamento in comunità, mentre nel caso degli arresti domiciliari per gli adulti 
si passa al carcere e questo comporta reato di evasione. Quindi per minori non misure detentive o 
para­detentive ma obblighi la cui violazione comporta la misura successiva più grave.
L'art 21 disciplina la permanenza in casa o in comunità; nel caso dei nomadi è il campo nomadi. A 
quest’obbligo possono affiancarsi altri obblighi, ad esempio di comunicazione, quindi si prevedono 
contatti   solo   con   servizi   sociali   e  familiari.   Il  giudice  può  consentire  al  minore   di  allontanarsi 
dall'abitazione per attività di studio, lavoro, ed altre attività utili. Questo lo può fare da subito ma 
anche successivamente alla misura cautelare. E' interessante dire che è una situazione diversa dalla 
prescrizione. I genitori hanno compito di vigilare (art 21 comma 3), sul comportamente del minore.
Se  si parla  di permanenza in casa vengono coinvolti anche i servizi di polizia e quindi polizia 
giudiziaria così come per gli adulti. Compito dei genitori è il sostegno educativo, ed essi devono 
consentire le attività dei servizi sociali. In caso di violazioni ripetute e gravi, la misura è trasformata 
in collocamento in comunità. Quanto al collocamento in comunità (art 22 del dpr 448 del 1988): 
anche   in   questo   caso   è   il   giudice   che   decide   con   l'aiuto   dei   servizi   sociali   la   comunità   di 
destinazione del minore.
Il minore può essere autorizzato a lasciare la comunità per motivi di educazione. Responsabile è il 
responsabile della comunità. Le comunità possono essere sia pubbliche che private accreditate da 
enti locali.
L'art 10 delle norme attuative (dlgs 272 del 1989) descrive che caratteristiche devono avere tali 
comunità: devono essere di tipo famigliare, non devono avere più di dieci ospiti e tra questi dieci 
devono esserci anche ragazzi non sottoposti a procedimenti penali e devono esserci ragazzi di varia 
provenienza:
− vittime di reati (abusi sessuali, prostituzione minorile);
− minori allontanati dalla famiglia;
− minori autori di reato.
L'idea era  quella di evitare l'etichettamento e il rischio di formare gruppi criminali. Il modello 
famigliare punta ad un certo modello educativo in antitesi al minore istituzionalizzato, a programmi 
personalizzati in comunità piccole, ambienti e climi significativi.
La lettera “b” dell’art 10 delle norme attuative, dice che tali comunità devono essere condotte da 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 58
operatori professionali delle diverse discipline, cioè educatori (scienze della formazione), psicologi, 
personale medico­psichiatrico, assistenti sociali. Sono sempre meno gli operatori volontari.
La lettera “c” dice che tutte le organizzazioni nel territorio devono collaborare, il responsabile della 
comunità deve tenere rapporti con l'ufficio per il servizio sociale per i minori e con i servizi sociali 
degli enti locali. Il responsabile della comunità non ha poteri coercitivi, quindi il collocamento in 
comunità è necessario quando non c'è una famiglia, o quando la famiglia è inidonea.
Esiste un problema di tipo economico, in quanto la retta costa. In questo caso paga il ministero della 
giustizia. Quando finisce la misura cautelare si pone il problema di dove tenere il minore, in questo 
caso pagano gli enti locali.
In caso di gravi e ripetute violazioni degli obblighi, in particolare dei divieti di allontanamento, può 
essere   disposta   la   custodia   cautelare,   al   massimo   per   un   mese,   è   quindi   un   provvedimento 
sanzionatorio.
CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE
E' la misura afflittiva in assoluto più o meno simile a quella per gli adulti. Il minore viene posto in 
un istituto carcerario per minori, quindi in regime penitenziario. La custodia cautelare (art 23 dpr 
448 del 1988) che prima di tutto indica i reati, cioè art 380 del codice di procedura penale alle 
lettere e, f, g, h, quindi i reati per cui è previsto l'ergastolo o la reclusione fino a nove anni e la 
violenza sessuale. La normalità dei reati dei giovani sono furti con strappo o in appartamento (la 
pena fino a cinque anni si riferisce alle misure precauzionali).
Il comma 2 dell'art 23 è relativo alle esigenze cautelari che entrano sempre in gioco e fa da parafrasi 
all'art 275 del codice di procedura penale, quindi:
− pericolo di inquinamento delle prove (esigenza del procedimento);
− pericolo di fuga (ma la corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale questa norma);
− pericolosità   del   minore   (“se,   per   specifiche   modalità   e   circostanze   del   fatto   e   per   la  
personalità dell'imputato, vi è il concreto pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi  
o   di   altri   mezzi   di   violenza   personale   o   diretti   contro   l'ordine   costituzionale   ovvero   delitti   di 
criminalità organizzata o della stessa specie di quelli per cui si procede”)
cioè reiterazione).
Questa misura dovrebbe essere l'estrema ratio, ma spesso è l'unica applicabile in carenza di risorse 
familiari, sociali, personali e via dicendo. Comunque ci sono termini di scadenza parametrati nelle 
varie fasi del processo e possono essere impugnati dall'esercente la potestà genitoriale in qualunque 
momento davanti ad un giudice diverso che può disporre la revoca. La custodia cautelare in carcere 
è possibile solo con gravi indizi di colpevolezza, quindi a seguito di indagini del pubblico ministero 
o arresto in flagranza.

Lezione 15, martedi 03 novembre 2009

Cenni sull’udienza preliminare
Al   termine   delle   indagini   preliminari   il   pubblico   ministero   o   chiede   l’archiviazione   o   esercita 
l’azione   penale   formulando   l’imputazione   e   chiedendo   rinvio   a   giudizio   fissando   l’udienza 
preliminare. Nel rito minorile vi è una terza possibilità: chiedere da parte del pm sentenza di non 
luogo a procedere per irrilevanza del fatto. L’udienza preliminare si svolge davanti al gup (giudice 
dell’udienza   preliminare)   che   nel   rito   minorile   è   un   collegio   composto   da   tre   magistrati   (uno 
ordinario   e  due  onorari).  Nel  procedimento  penale  minorile  l’udienza   preliminare   può  avere  la 
funzione di filtro, il giudice valuta se ci sono  elementi sufficienti per sostenere l’accusa a giudizio e 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 59
      ­     rinvia l’imputato al giudice del dibattimento
- può   emettere   sentenza   di   non   luogo   a   procedere   perché   ci   sono   elementi   insufficienti, 
contradditori per sostenere l’accusa nel dibattimento oppure
- può emettere sentenza di non luogo a procedere se il fatto non sussiste, se non è previsto 
come reato, per vari motivi può fermare il processo.
Sempre   in   questa   sede   l’imputato   può   chiedere   il   giudizio   abbreviato,   cioè   chiedere   che   il 
procedimento penale venga definito allo stato degli atti (questo vale sia nell’ordinario che nel diritto 
minorile). Nel diritto minorile la specificità consiste nel fatto che l’udienza preliminare può avere 
altri sbocchi. Il giudice, il gup, può in questa sede tenere in considerazione 3 possibilità tipiche del 
rito minorile:
- concedere il perdono giudiziale;
- può emettere una sentenza per irrilevanza del fatto;
- è possibile avere la sospensione del processo con messa alla prova.
 Infine altre due possibilità:
- ­ il gup può condannare a pena pecuniaria
- ­ e può anche condannare a una sanzione sostitutiva. 

Proprio perché l’udienza preliminare può avere tutti questi esiti, ha un ruolo fondamentale, perché 
moltissimi   processi   vengono   definiti   senza   arrivare   al   dibattimento,   si   concludono   alla   fase 
preliminare. Per questo c’è un giudice specializzato con la componente onoraria (prevalente) mentre 
nel rito ordinario il gup è monocratico. La disciplina del preliminare si trova all’art 31 e 32 del dpr 
448 del ‘88. L’avviso che fissa questa udienza viene modificato non solo all’imputato, al difensore e 
alla persona offesa, ma anche all’esercente la potestà dei genitori e ai servizi sociali. Articolo 31, 
quarto comma: è prevista sanzione pecuniaria per il genitore che non compare senza un legittimo 
impedimento.   L’udienza   si   svolge   alla   presenza   di   tutte   queste   parti;   è   possibile   per   il   giudice 
disporre   l’accompagnamento   coattivo   del   minore.   (in   contumacia   =   assenza   dell’imputato   al 
processo).   Peculiarità   specifica   nell’ambito   minorile:   il   giudice   può   obbligare   l’imputato   a 
presentarsi per le finalità rieducative del processo e perché il giudice possa fare l’accertamento della 
responsabilità. Importante dire che dal 2001 con una modifica apportata dalla legge 63, per poter 
definire il processo all’udienza preliminare è necessario che il minore dica che acconsente alla 
definizione anticipata del processo. Se il minore è assente o non è d’accordo, si va a dibattimento. 
L’idea è di anticipare esiti anche di condanna in fase preliminare e questo significa avere come 
finalità concludere il prima possibile il procedimento penale minorile. L’udienza preliminare può 
concludersi   quindi   con   sentenza   di   non   luogo   a   procedere   oppure   con   sentenza   di   condanna 
(pecuniaria   o   a   sanzione   restituiva)   oppure   con   il   rinvio   a   giudizio   dell’imputato   cioè   con 
provvedimento che porta al dibattimento, al giudice del tribunale dei minorenni. Il rinvio a giudizio 
è residuale perché la maggior parte si conclude prima di arrivare al dibattimento. In ogni caso e in 
ogni stato, il processo si deve fermare se viene attestato che il minore ha meno di 14 anni, per difetto 
assoluto di imputabilità. Quindi il giudice potrebbe far finire il processo in questo modo all’udienza 
preliminare (art 26 dpr) in conseguenza di un accertamento tardivo dell’età. L’udienza preliminare 
potrebbe concludersi con sentenza di non luogo a procedere anche per difetto di imputabilità per un 
minore fra i 14 e 18 anni, potrebbe emergere infatti un’immaturità del minore (con altro epilogo), 
difetto di imputabilità di un infradiciottenne per immaturità. 
Risposte previste dall’ordinamento per i reati commessi dai minori degli anni 18:
1) perdono giudiziale
Cominciamo da questo istituto che è il più vecchio istituto specifico per i minori, già previsto dal 
codice   Rocco   all’art  169  del   codice   penale   del   1930.   Questa   norma   ha   subito   un’importante 
modifica con il regio decreto del 1934, da allora non  è più stata modificata, salvo 2 interventi da 
parte della corte costituzionale. Quindi specifica causa di estinzione del reato che si configura come 
perdono  del minore, la possibilità per il gup, giudice minorile, di non  rinviare a giudizio oppure la 
possibilità di non pronunciare una sentenza di condanna; un istituto rivoluzionario del 1930, perché 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 60
di fronte ad un reato commesso il legislatore prevedeva la possibilità di non condannare. Già nel 
1930 si pensa alla peculiarità della situazione minorile e già si ritiene che la pena detentiva possa 
avere effetti negativi per la personalità in formazione. Si prevede questa particolare risposta nella 
consapevolezza che per fatti non gravi la giustizia penale possa fare un passo indietro di fronte ad un 
minore, può non condannare. Requisiti per arrivare al perdono giudiziale:
1) di carattere oggettivo: la pena applicabile in concreto per quel fatto non deve essere superiore ai 
due anni, questo significa che il giudice deve aver deciso che quel minore è imputabile, se non lo 
fosse sarebbe un giudizio di immaturità. Il minore ha commesso un fatto tipico (un reato), perché 
il giudice deve arrivare alla certezza del fatto commesso. Significa che il giudice deve valutare 
che primo: è adeguata per quel caso, quindi trattandosi di un minore, prima la commisurazione 
della   pena,   poi   la   circostanza   attenuante   del   minore   età   (riduzione   di   un  terzo).   Se   la   pena 
applicabile in concreto dopo questi passaggi non è superiore ai due anni, siamo dentro il dato 
oggettivo richiesto. Il legislatore del 1930 parlava di pena restrittiva prevista e stabilita dalla 
legge,   che   significava   fare   riferimento   alle   pene   edittali   previste   dal   legislatore.   Tutti   i   furti 
aggravati ne restavano al di fuori, per esempio nel 1934 siamo passati da pena prevista a pena 
applicabile, quindi non guardo più cosa è scritto sulla specifica norma. Il legislatore si rese conto 
che il perdono giudiziario non poteva essere concesso facendo riferimento a quei limiti. 

2) Il   giudice  deve fare  un’ulteriore  valutazione,  deve presumere che  il  colpevole  si asterrà   dal 


commettere ulteriori reati. Necessario quindi fare una prognosi sul futuro di quel minore per 
decidere se applicare o meno il perdono (prognosi di pericolosità). Quando il giudice deve fare 
questo,   deve   far   riferimento   all’   art   133,   in   modo   particolare   ai   criteri   previsti   al   comma 
secondo, quelli relativi alla capacità a delinquere. Se ritiene che la capacità del minore sarà 
modesta   o   inesistente,   applicherà   il   perdono   giudiziale.   Dal   reato  al   momento   del   processo 
(valutare  il comportamento successivo) ma anche prima del reato, se sono sussistenti i  due 
presupposti (prognosi favorevole e limite di due anni) il giudice applicherà il perdono giudiziale. 
Se siamo all’udienza preliminare ci sarà una sentenza di non luogo a procedere per concessione 
del perdono. Il gup non rinvierà a giudizio, se invece saremo in tribunale (dibattimento), avverrà 
il proscioglimento per perdono giudiziale. Questo è importante: non può essere concesso più di 
una volta, salvo due eccezioni, apportate con sentenza della corte costituzionale:
- c’è già un perdono giudiziale concesso e viene a giudizio un fatto commesso prima; si potrà 
concedere di nuovo il perdono giudiziale purché la somma delle due pene non superi i due 
anni, oppure:
- il perdono giudiziale può essere concesso più di una volta sempre purché si rimanga entro il 
limite di due anni quando si tratta di reati uniti dal vincolo della continuazione ( = quando il 
soggetto aveva sempre lo stesso disegno criminoso in testa per raggiungere lo scopo, es 
voglio commettere una rapina e rubo una macchina perché mi serve per la rapina). Ma la 
regola è che venga concesso una volta nella vita.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 61
Soggetti a cui non può essere concesso il perdono: a chi ha già riportato una pena detentiva per 
delitto.
Quindi l’ordinamento fa un passo indietro, non ti condanna. E’ una causa di estinzione del reato, 
non c’è sentenza di condanna, quando diventa definitiva, il reato si estingue. Rimane traccia nel 
casello giudiziario fino a 21 anni. Si può perdonare solo se viene riconosciuta la colpevolezza. E’ un 
istituto di grande favore rispetto alla sospensione condizionale della pena, che ha anche essa due 
limiti (limite di pena di 3 anni, e prognosi favorevole): ma non c’è l’estinzione del reato, devono 
passare degli anni (5) in cui non hanno luogo reati. Mentre con il perdono giudiziale l’estinzione del 
reato avviene in modo immediato. La sentenza diventa definitiva quando non ci sono più strumenti 
di impugnazione, scadono i termini, si sono conclusi i gradi di giudizio, la sentenza non si mette più 
in discussione. Questo era l’unico istituto previsto fino al 1988. Ma nel frattempo hanno avuto luogo 
cambiamenti   nel   panorama   internazionale.   Il   dpr   448   del   ‘88   prevede   nuove   risposte   al   reato 
commesso   dal   minore   che   si   aggiungono   al   perdono   giudiziale,   risposte   che   trovano   il   loro 
fondamento a partire dalle regole di Pechino, la possibilità dell’ordinamento di prevedere nuove 
risposte. 
Proscioglimento per irrilevanza del fatto
Una  delle   novità   più   significative   nate   dalla   necessità   di   individuare   da  parte   dell’ordinamento 
penale una rapida fuoriuscita del minore dal processo penale qualora il fatto che ha commesso sia 
tenue, di modesto valore, che non suscita grave allarme sociale. Di fronte ai reati di questo tipo è 
meglio far uscire il minore il prima possibile dal circuito penale per ridurre l’impatto del processo. 
L’irrilevanza del fatto è una tipica forma di diversation che viene invocata dalle Regole di Pechino 
(paragrafo 11 punto 1). Gli stati devono considerare l’opportunità di trattare i casi che riguardano i 
reati dei minori senza ricorrere al processo formale. In realtà noi prevediamo l’irrilevanza del fatto 
dentro il procedimento penale ma abbiamo di mira l’uscita veloce dal circuito giudiziario perché 
sappiamo che lo stesso processo penale può essere uno strumento di etichettamento del minore. Il 
processo  è  stigmatizzante, può  essere pregiudizievole, soprattutto se il fatto è esiguo, di scarso 
valore sociale, causando più danni che benefici. Ogni volta che il fatto è lieve, si dovrà valutare se 
vale   la   pena   andare  avanti  con   il  processo  o  se  sia  meglio   estromettere  il  minore  dal   circuito. 
L’irrilevanza del fatto è disciplinata all’art 27 del dpr 448. 
Art. 27.
Sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto.

1. Durante le indagini preliminari, se risulta la tenuità del fatto


e l'occasionalità del comportamento, il pubblico ministero chiede al
giudice sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto
quando l'ulteriore corso del procedimento pregiudica le esigenze
educative del minorenne.
2. Sulla richiesta il giudice provvede in camera di consiglio
sentiti il minorenne e l'esercente la potestà dei genitori, nonché la
persona offesa dal reato. Quando non accoglie la richiesta il giudice
dispone con ordinanza la restituzione degli atti al pubblico
ministero.
3. Contro la sentenza possono proporre appello il minorenne e il
procuratore generale presso la corte di appello. La corte di appello
decide con le forme previste dall'articolo 127 del codice di
procedura penale e, se non conferma la sentenza, dispone la
restituzione degli atti al pubblico ministero.
4. Nell'udienza preliminare, nel giudizio direttissimo e nel
giudizio immediato, il giudice pronuncia di ufficio sentenza di non
luogo a procedere per irrilevanza del fatto, se ricorrono le
condizioni previste dal comma 1.

L’articolo 27 prevede 3 condizioni che devono coesistere perché si possa arrivare alla sentenza per 
irrilevanza:
1) le prime due di natura oggettiva: la tenuità del fatto;
2) l’occasionalità del comportamento;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 62
3) di   natura   soggettiva:   l’ulteriore   corso  del   procedimento   pregiudica   le   esigenze   educative  del 
minorenne. 

1 )La tenuità del fatto:
Significa che un fatto c’è ma è di modesto valore, quindi presuppone l’accertamento di un fatto 
tipico, antigiuridico e colpevole. Se non c’è reato, il minore deve essere assolto, per arrivare ad un 
fatto irrilevante, significa che un reato c’è, ma che ha questa caratteristica di scarso rilievo, di entità 
modesta, un fatto che non ha creato grande danno all’offeso, che tenuto conto degli elementi dell’art 
133, è un fatto tenue. Quando considerando le modalità della condotta, il danno provocato e la 
colpevolezza, posso dire che complessivamente c’è una tenuità. La valutazione è in capo al pubblico 
ministero   che   la   richiede,   ed   il   giudice   che   la   emette.   Il   legislatore   dice   di   guardare   nel   caso 
concreto, non ci sono categorie specifiche di reato. Necessario che ci sia fondato motivo di pensare 
che il minore abbia scelto liberamente di scegliere l’impresa criminosa 
2) ma il fatto deve anche essere occasionale (art 27): 
significa che il fatto non deve essersi ripetuto nel tempo, deve essere occasionale, non una condotta 
reiterata in maniera sistematica, non significa unico fatto, significa che quel tipo di comportamento 
non deve essere ripetuto, come nel caso in cui il minore agisce sulla base di pulsioni momentanee. 
Questa valutazione è complessa, sarebbe importante fare l’inchiesta sociale per capire quale minore 
abbiamo davanti, per capire che quello specifico comportamento non è una costante. E’ infatti tipico 
della realtà adolescenziale porre in essere comportamenti trasgressivi ma esigui, di piccola entità. 
3)  pregiudizio che deriverebbe alle esigenze educative dall’ulteriore corso del procedimento . 
Significa che il giudice oltre a riscontrare la tenuità e l’occasionalità del fatto, deve vedere se il 
procedimento   penale   può   avere   effetti   negativi   sul   minore.   Perché   se   invece   pensa   che   lo 
svolgimento del processo possa servire a quel ragazzo per capire meglio il disvalore della violazione 
della regola, quindi rivelarsi come occasione educativa, allora il procedimento deve andare aventi.

Il giudice farà questa valutazione per arrivare alla sentenza per irrilevanza del fatto; vuol dire che il 
minore è imputabile e il fatto c’è (c’è ma viene considerato irrilevante). E’ il pubblico ministero 
nella fase delle indagini preliminari che chiede l’irrilevanza del fatto, e questo significa esercitare 
l’azione penale. Se il pubblico ministero chiede l’ irrilevanza del fatto dopo le indagini, avrà luogo 
l’archiviazione: quando non c’è il fatto: rinvio a giudizio; chiede sentenza di irrilevanza del fatto, è 
esercizio   dell’azione   penale.   Il   pubblico   ministero   fa   una   motivazione   in   cui   specifica   che   è 
irrilevante.   Per   arrivare   all’irrilevanza   del   fatto,   è   necessario   il   consenso   del   minore,   perché 
implicitamente si stabilisce la colpevolezza del minore che l’ordinamento però considera irrilevante. 
Fasi in cui può essere concessa l’irrilevanza del fatto:
- alla conclusione delle indagini preliminari
- all’udienza preliminare
- all’udienza dibattimentale
Per quanto riguarda la fase delle indagini preliminari, essa è la sede privilegiata per arrivare a 
questa conclusione; far finire subito il procedimento significa estromettere velocemente il minore, 
senza   giungere   nemmeno   all’udienza   preliminare.   Nell’ottica   di   diversation,   non   arriviamo   al 
processo,   l’idea   è   che   per   fatti   tenui   sia   il   pm   a   fare   delle   valutazioni,   con   l’indagine   sociale 
/accertamenti etc.
Il pm quindi nella fase delle indagini preliminari o al termine, presenta una richiesta di sentenza di 
non luogo a procedere al gip, che è un organo monocratico, ordinario, e giudice su chiamata, questa 
richiesta   fa   partire   un   procedimento   che   comporta   la   fissazione   di   un’udienza.   Il   gip   fissa 
un’udienza che è camerale, devono essere avvisati il minorenne, l’esercente la potestà genitoriale, la 
persona   offesa,   il   difensore.   Il   gip   quindi   non   decide   autonomamente   se   accogliere   o   meno   la 
richiesta, ma decide in seguito ad un’udienza dove sono tutti chiamati. Il giudice sente chi compare 
(non è obbligatorio andare), ma se qualcuno compare deve essere sentito. Ma se manca il minore a 
fornire il suo consenso, non si può fare sentenza di irrilevanza del fatto. La persona offesa deve 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 63
essere sentita al fine di valutare l’eventuale tenuità del fatto. Se compare la persona offesa verrà 
sentita   anche   lei,   il   gip   avrà   poi   due   possibilità:   accogliere   la   richiesta   del   pm   di   pronunciare 
l’irrilevanza del fatto, oppure restituire gli atti al pm che a quel punto chiede il rinvio a giudizio. 
Questo è il percorso nella fase delle indagini. All’udienza preliminare anche la difesa può chiedere 
di chiudere l’udienza preliminare con un’irrilevanza del fatto. Il gup pronuncerà sentenza di non 
luogo a procedere per irrilevanza previo consenso del minore. E’ possibile però che si arrivi al 
dibattimento: sentenza di non punibilità, che non viene iscritta al cancelliere giudiziale, non rimane 
traccia, quindi all’esito del dibattimento è emerso che il fatto c’è.

Lezione 16, del 4 novembre 2009
L'istituto della messa alla prova viene istituito con il dpr 448 del 1988 e deriva dalla giurisprudenza 
inglese ed arriva a sospendere, eventualmente concludere, il processo. Quindi il soggetto imputato 
viene sottoposto ad un prova. In ambito minorile questa scelta diventa fondamentale per ciò che 
caratterizza la finalità rieducativa della risposta sanzionatoria del reato minorile, la quale viene 
prima dell'aspetto retributivo della stessa. Rinuncia alla pena detentiva anche per fatti gravi il che 
significa   scarsa   fiducia   nella   pena   detentiva   del   minore.   Nel   corso   del   tempo   il   dibattito   sulla 
funzione educativa della pena si è fatto sempre più ampio sotto il profilo della desocializzazione e 
del suo aspetto criminogenetico.
E' quindi un istituto che consente al giudice, giudice per l'udienza preliminare o tribunale per i 
minori, di sospendere il procedimento per un periodo di tempo al fine di valutare la personalità del 
minore inserendolo in un processo educativo personalizzato. Si ferma il processo per vedere se c'è 
uno sviluppo positivo della personalità. Al termine del periodo di prova, se l'esito è positivo, il reato 
sarà dichiarato estinto. La finalità è evidente, cioè il recupero del minore deviante mediante un 
programma che mira al reinserimento e all'assunzione di valori.
L'attenzione è quindi sul diritto costituzionale all'educazione. Il progetto educativo è predisposto dai 
servizi sociali che durante il periodo di messa alla prova fanno attività di osservazione, controllo, 
trattamento e supporto. Fondamentale per arrivare a sospendere il processo è una valutazione del 
giudice sulla possibilità che ci sia un'evoluzione positiva della personalità. Quindi possibilità di 
successo e questo si può fare solo attraverso gli accertamenti della personalità. Pregiudizievole in 
questo   senso   può   essere   la   scelta   deviante   troppo   forte,   la   mancanza   di   disponibilità   e 
collaborazione da parte del minore. Non ci sono dei limiti oggettivi nemmeno per i reati più gravi, i 
limiti sono sempre di natura soggettiva.
Vengono considerati anche reati gravi puniti con ergastolo. Se il reato è estremamente grave ci si 
chiede se il fine educativo sia raggiungibile o se il reato sia frutto di una scelta deviante già fatta e 
radicale. Non ci sono limiti oggettivi, come condanna, perdono giudiziale, precedente messa alla 
prova   con   esito   negativo   anche   se   ciò   ovviamente   incide   sulla   valutazione   della   possibilità   di 
modificare la personalità. Quindi non ci sono limiti normativi, c'è un'amplissima discrezionalità del 
giudice.
Concludendo, unico presupposto riguarda la personalità del minore; il giudice deve valutare se la 
misura è utile per quel minore. Inoltre vi è ampia elasticità perché entra in gioco per diversi reati e 
per   diversi  minori. Il senso è l'occasione di recupero. Si parte da un dato empirico, il ragazzo 
infradiciottenne   ha   una   personalità   in   formazione,   non   consolidata,   e   che   ad   un   certo   punto 
raggiungerà una sua stabilità. La messa alla prova può essere applicata anche agli adulti, quindi è un 
istituto che consente di agire su quella personalità perché la commissione di un reato può venire da 
due   fattori,   cioè   può   essere   episodico,   quindi   contingente   ad   un   determinato   momento,   oppure 
l'inizio di una carriera criminale, quindi un modo di vivere orientato alla criminalità. 
La messa alla prova risponde ad entrambi. In caso estemporaneo il minore non viene stigmatizzato, 
anche il processo viene sospeso e così si evita l'etichettamento. Per il minore che dimostra un inizio 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 64
di   modus   vivendi   criminale,   esempio   nella   criminalità   organizzata,   la   messa   alla   prova   può 
determinare un cambio di personalità. Si discute molto di messa alla prova, ora un pò meno, ci sono 
progetti che mirano a fissare limiti oggettivi, anche di paternità governativa, quindi di escludere 
alcuni reati da questa possibilità. Ma i limiti rischiano di snaturare la sua peculiarità di flessibilità.
La messa alla prova deve essere un impegno forte e può arrivare al massimo a tre anni. Se fosse più 
lungo  ciò comporterebbe un'idea di pena, quindi discutibile come prospettiva per reati gravi.  Il 
problema è che non c'è un sistema penale per minori e le misure alternative sono davvero poche e 
limitate ad i reati più gravi.
PRESUPPOSTI DI APPLICABILITA'
La messa alla prova  riguarda gli artt 28 e 29 del dpr 448 del 1988 e l'art 29 del decreto attuattivo 
272 del 1989 (vanno sempre visti assieme dpr 448 del 1988 e dlgs 272 del 1989). Quindi:
− sospensione del procedimento già nell'udienza preliminare o nella fase dibattimentale;
− riconoscimento di responsabilità per quel reato tipico e antigiuridico.
Si   interviene   con   un   progetto   educativo   che   comporta   prescrizioni   che   ricadono   sul   minore, 
recupero educativo e rieducativo, partendo dal fatto che siamo certi che il minore ha commesso un 
reato. Non è un escamotage e può essere rivolto solo all'autore. Se c'è possibilità di proscioglimento 
non può sussistere, o in caso di perdono giudiziale che parte da una prognosi favorevole già fatta, o 
irrilevanza   del   fatto   tenue   ed   occasionale.   Già   diverso   è   il   rapporto   tra   messa   alla   prova   e 
sospensione condizionale della pena, perché nella sospensione condizionale della pena siamo già 
nella fase dibattimentale.
Ovviamente se di fronte a reati gravi non ci sono dubbi, per quanto riguarda limiti oggettivi (come 
ad esempio art 23 del dpr 448 del 1988), diverso è dire che per arrivare alla messa alla prova occorre 
la   confessione   del   minore   e   quindi   accertamento   della   responsabilità.   Quindi   la   richiesta   della 
confessione del minore viola il diritto di difesa, è sufficiente la consapevolezza del disvalore e 
quindi la norma non la prevede e non è un presupposto dell'addebito.
Se si parla di fatto tipico e antigiuridico, deve sussistere la capacità di intendere e volere e quindi la 
colpa. Non si tratta di maturità relativa al fatto ma deve essere rapportata al progetto di messa alla 
prova e quindi assoluta, cioè alla capacità di comprendere il progetto educativo.
PROGETTO EDUCATIVO
E' una condizione ineludibile che non può mancare. Viene fatta dai servizi sociali, in mancanza di 
questo (art 28 dpr 448 del 1988) il giudice non può disporre la messa alla prova. L'art 27 del dlgs 
272 del 1989 (decreto attuativo) dice che il giudice ordina la sospensione per messa alla prova sulla 
base di un progetto di intervento elaborato dai servizi sociali (ufficio per il servizio sociale per i 
minori in collaborazione con i servizi sociali degli enti locali). Allora è evidente che da un punto di 
vista   cronologico   vi   è   una   prima   elaborazione   del   progetto   educativo,   poi   la   discussione   sulla 
sospensione per messa alla prova. Quindi il giudice non ha un progetto autonomo.
Il giudice può fare osservazioni in un unico punto, cioè la riparazione del danno secondo l'art 28 del 
dpr 448 del 1988. Il giudice può dare prescrizioni relative alla riparazione, impartire prescrizioni in 
questa   direzione   e   promuovere   la   conciliazione   del   minore   autore   di   reato   con   la   parte   offesa 
(mediazione penale). Questa è l'unica prescrizione del giudice, tutto il resto deriva da un progetto 
educativo dei servizi sociali secondo l'art 27 del dlgs 272 del 1989. Gli elementi che devono esserci 
secondo il comma 2 dell’art 27 sono:
− modalità   di   coinvolgimento   del   minore,   familiari   ed   ambientali;   l’ufficio   per   il   servizio 
sociale per i minori e servizi sociali degli enti locali devono pervenire ad un progetto che dia un 
ruolo alla famiglia;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 65
− dentro   al   progetto   devono   esserci   impegni   specifici   per   minori,   che   riguardano   lavoro, 
studio, con modalità adeguate e diverse da quelle magari già imposte senza successo;
− coinvolgimento   operativo   della   giustizia,   ma   anche   degli   enti   locali,   per   cui   si   cerca   di 
ottenere la disponibilità di un assistente sociale del comune, ed è necessario far accettare l'assistente 
sociale al comune in casa ai fini di attuare trattamento, sostegno e controllo.
− Mediazione penale che può essere contenuta nel progetto, ma anche aggiunta dal giudice.
La preparazione del progetto è di competenza dell’ufficio per il servizio sociale per i minori mentre 
in   carcere   vi   saranno   gli   operatori   del   carcere   minorile.   A   questo   livello   siamo   in   una   fase 
preliminare in cui i servizi sociali fanno valutazione della possibilità di un progetto di intervento. Se 
però non ci si arriva si può aspettare che sia il giudice a dare dei termini. Il progetto educativo non è 
facile perché personalizzato, individualizzato per cui non ci sono indicazioni tassative, ed in ogni 
caso sono sempre coinvolti professionisti (non volontari). Gli impegni educativi nel progetto che 
sono   richiesti   al   minore   non   coprono   mai   l'intero   arco   della   giornata,   se   c'è   la   famiglia   la   si 
coinvolge. Se non c'è la famiglia la messa alla prova avviene in comunità e quindi la retta la paga 
l'ente locale, ovviamente è imprescindibile una casa o una comunità. 
E' inoltre necessaria la collaborazione degli operatori dei servizi sociali per monitorare il progetto, 
per vedere se necessitano modifiche al progetto, perché i minori crescono e cambiano i presupposti 
e le condizioni. Nel progetto non mancano mai riparazione e conciliazione con la vittima, in quanto 
un processo di maturazione di un minore autore di reato deve far acquisire consapevolezza del male 
fatto e questo è fondamentale. Ovviamente se c'è una vittima che partecipa, possiamo pensare anche 
ad un tentativo di riconciliazione. Per i reati senza vittima, o quando la vittima non vuole esporsi, 
allora si pensa al volontariato obbligatorio, e quindi riparazione sociale. Per reati legati alle sostanze 
stupefacenti  viene coinvolto il SERT, e anche gli psicologi vengono coinvolti nel progetto.
La   sospensione   è   possibile   in   udienza   preliminare   e   in   dibattimento,   ma   non   nelle   indagini 
preliminari, quindi riguarda il giudice per l'udienza preliminare e il tribunale per i minorenni, e 
questo è importante perché servono accertamenti forti sulle responsabilità del minore. E' necessario 
un giudice specializzato mentre il pubblico ministero è monocratico, inoltre le indagini preliminari 
sono   insufficienti   per   accertare   la   responsabilità.   Il   minore   deve  dire   quali   impegni   si   assume. 
L'iniziativa può partire da un giudizio precedente del pubblico ministero, dai servizi sociali, dal 
giudice per l'udienza preliminare, dal tribunale e dallo stesso minore. E' evidente che quando si 
arriva al processo il progetto deve essere già stato dibattuto.
Il giudice sente tutte le parti, ma è poi il giudice che decide e che quindi può anche non concederla. 
La richiesta viene quindi fatta dal giudice per l'udienza preliminare al tribunale. E' ovvio che il 
giudice deve fornire motivazioni. In questa fase viene sentito il minore relativamente alla volontà di 
assumersi quei determinati impegni. Ci potrebbe essere anche un rinvio perché il progetto non è 
ancora   elaborato   o   è   perfettibile.   Se   va   bene   viene   ordinata   la   sospensione   del   processo   con 
ordinanza del giudice, viene sospeso il corso del processo in cui è contenuto il capo di imputazione, 
i motivi, l’accertamento di responsabilità e la durata della messa alla prova che può durare fino a tre 
anni per reati puniti con l'ergastolo o reclusione a non meno di dodici anni e fino ad un anno per 
tutti gli altri reati.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 66
Lezione 18, di lunedì  9 novembre 2009
La messa alla prova (artt 27 e 27 del dpr 448 del 1988) e possibile per qualsiasi reato, ma varia il 
periodo di prova, fino a tre anni per reati che prevedono l'ergastolo e fino a 12 anni, quindi 1 anno 
per gli altri reati. Il processo viene sospeso con ordinanza del giudice in cui vengono indicati reato e 
prova e allegato il provvedimento dei servizi sociali. Con questa documentazione il soggetto viene 
affidato ai servizi all'ufficio per il servizio sociale per i minori che danno attuazione alla prova.
I   servizi   svolgono   attività   di   osservazione,   trattamento,   sostegno   e   controllo   che   sono   atti 
fondamentali   per  realizzare   il   progetto  educativo.   Viene  incaricato  un   assistente   sociale   che  ha 
compito di riferire periodicamente al presidente del collegio sull'andamento della prova indicata nel 
provvedimento, al giudice per l'udienza preliminare o al presidente del tribunale. Nel corso della 
prova il presidente, o altro membro delegato, può sentire gli operatori dei servizi sociali, questo 
senza   formalità   cioè   senza   udienza,   perché   l'art   27   terzo   comma   del   dispositivo   di   attuazione 
prevede si possano apportare modifiche al progetto di intervento. Il progetto può essere modificato e 
abbreviata la durata in caso di relazione positiva dei servizi sociali, anche se sono più facili le 
modifiche che non comportano variazioni di tempo. Queste modifiche sono dovute a variazioni, ad 
esempio nel caso in cui il giovane entra nel mondo del lavoro ma il periodo di tempo non può mai 
essere prolungato.
Altra possibilità è la revoca del provvedimento di sospensione e ciò avviene qualora vi siano gravi e 
ripetute trasgressioni alle procedure, quindi una sola trasgressione non è sufficiente, o violazioni 
lievi e quindi possibili mancanze del minore. Determinanti sono piuttosto eventuali gravi e reiterate 
violazioni indicative di una non volontà di cambiamento. Non c'è nessun automatismo perché i 
servizi sociali faranno una relazione e sarà il tribunale o il giudice per l'udienza preliminare che 
valuterà   con   un'   udienza   la   possibile   revoca   alla   quale   è   presente   anche   il   difensore.   Se   viene 
revocata la messa alla prova il processo riparte dal punto in cui è stato sospeso. Nel periodo di 
sospensione non trascorre il termine di prescrizione.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 67
Sbocchi della messa alla prova
1. esito positivo:
Il giudice sulla base della relazione dei servizi sociali valuterà qual’è stata l'evoluzione di quel 
minore, se ha risposto agli impegni, se ha dimostrato adesione attiva, se ha osservato le prescrizioni 
in materia di riparazione e conciliazione versa la persona offesa, quindi l'evoluzione positiva della 
persona. Il giudice con un' udienza valuta l'esito della prova, dichiara l'estinzione del reato per esito 
positivo con sentenza secondo l'art 29 del dpr 448 del 1988. Non c'è nessun automatismo anche se la 
prova è arrivata alla fine senza revoca, non c'è garanzia di estinzione di pena e reato.
Anche   senza   gravi   e   reiterate   violazioni   se  non   c'è  stata   maturazione   della   personalità   non   c'è 
estinzione del reato. L'udienza è di verifica dell'andamento della prova e quindi si valuta la relazione 
finale, sentito il minore, le parti, il pubblico ministero ed il difensore.
2. esito negativo:
l'esito   negativo della  prova viene  dichiarato con un’ordinanza, con una  sentenza  di verifica  del 
giudice per l'udienza preliminare o del tribunale che danno una valutazione negativa. Gli sbocchi:
 ­ a livello di giudice per l'udienza preliminare ci sarà rinvio a giudizio e quindi ordinanza di esito 
negativo;
 ­ se in dibattimento, l'esito più probabile sarà la condanna perché la responsabilità è già appurata. E' 
abbastanza difficile prospettare il perdono giudiziale, ancora meno una sentenza di non luogo a 
procedere per irrilevanza del fatto.
Dati statistici
I dati del dipartimento della giustizia minorile del ministero della giustizia indicano che per i minori 
il 12% dei processi conducono alla messa alla prova e di questi l'80% arriva all'estinzione del reato. 
Manca però uno studio sull'andamento dopo la messa alla prova (monitoraggio) in quanto venendo 
estinto il reato non resta alcuna informazione sul casellario giudiziale. Si viene a sapere solo se si 
ripetono i fatti con lo stesso autore e lo stesso tribunale in quanto ne sono informati i servizi sociali, 
se invece avvengono altre vicende penali in altri tribunali, diviene impossibile incrociare i dati. 
Quindi non si può sapere se il progresso si è consolidato.
3. Risposta sanzionatoria:
e' una sanzione penale, fa riferimento alla prima ipotesi di sanzione sostitutiva della pena detentiva 
breve. La legge 689 del 1981 ha introdotto la possibilità per il giudice che fa il processo (giudice 
della cognizione) di sostituire pene detentive brevi con pene sostitutive. I limiti ogettivi riguardano i 
recidivi, quindi i reati reiterati, delinquenti abituali. Il giudice fa una valutazione ai sensi dell'art 133 
del codice penale della tendenza a delinquere prima di decidere se si trova di fronte a un fatto tipico 
antigiuridico. Deve decidere se esiste la possibilità di applicare sanzioni sostitutive che riguardano 
la dottrina ordinaria . Queste sono di tre tipi:
−  semidetenzione. Sostituisce le pene detentive fino a due anni;
−  libertà controllata, fino ad un anno;
−  pena pecuniaria, fino a sei mesi, secondo la disciplina.
Specifiche per i minori sono previste dal dpr 448 del 1988 all'art 30:
−  semidetenzione o libertà controllata per pene non superiori a due anni;
−   il giudice può applicare sanzioni sostitutive tenendo conto della personalità del minore, 
delle esigenze di lavoro e studio, dei condizionamenti ambientali.
Viene quindi ampliato il limite di pena al fine di evitare la detenzione in carcere, e questo testimonia 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 68
ulteriormente il fatto che la detenzione in carcere deve essere l'ultima ratio. Inoltre lo stesso giudice 
per   l'udienza   preliminare,   se   vi   è   consenso   dell'imputato   minore,   può   pronunciare   sentenza   di 
condanna quando ritiene applicabile una sanzione sostitutiva o una pena pecuniaria.
Quindi il giudice può condannare e in questo caso la pena può essere diminuita della metà rispetto 
al minimo edittale secondo quanto disposto dall'art 32 del dpr 448 del 1988 che disciplina l'udienza 
preliminare. Si può arrivare a due anni partendo da pene molte alte. Ad esempio una pena di sei 
anni   si   può   ridurre   a   quattro   per   l'attenuante   della   minore   età   e   poi   può   essere   ulteriormente 
dimezzata a due anni ai sensi dell'art 32 del dpr 448 del 1988, e quindi si arriva ad una pena rispetto 
alla   quale   può   essere   concessa   la   semidetenzione   o   la   libertà   controllata.   Si   ritiene   possibile 
sostituire con pene pecuniarie le pene fino a sei mesi di detenzione, anche se le sanzioni pecuniarie 
per i minori sono di difficile applicazione, perché ricadono sui genitori.
Per i minori è esclusa l'operatività delle limitazioni soggettive secondo l'art 59 della legge 689 del 
1981 che riguarda persone che hanno già commesso reati. La corte costituzionale con sentenza n. 16 
del 1981 ha escluso che per i minori ci possano essere condizioni soggettive ostative. Quindi sarà il 
giudice   che   terrà   conto   di   tutto   e   valuterà   se   dare   o   meno   la   sostituzione.   Quanto   alla   libertà 
controllata, per i minori questa va eseguita come affidamento in prova ai servizi sociali, quindi il 
minore è affidato ai servizi sociali. Sostanzialmente il servizio sociale ha poteri di controllo, deve 
garantire sostegno del soggetto minore di 21 anni, viene redatto un verbale con gli obblighi di quel 
minore, di solito attività di studio e lavoro, e c'è sempre un ruolo del servizio sociale che controlla la 
condotta in tema di misure alternative, anche per maggiorenni, aiutando il minore a superare le 
difficoltà. Quindi la liberazione non comporta semplicemente l’eseguire determinati obblighi come 
il presentarsi ogni giorno agli uffici della polizia per la firma, o il non uscire dal comune. Per il 
minore è importante avere come referente il servizio sociale. Quindi non sono prescrizioni vuote ma 
ci sarà un programma.
Prima   ipotesi   in   cui   vediamo   un   minore   condannato.   Se   passa   l'intero   periodo   delle   sanzioni 
sostitutive senza violazioni, la pena si dà per eseguita. Se invece ci sono violazioni delle sanzioni 
sostitutive allora viene ripristinata la pena detentiva (conversione alla pena detentiva). Qualificante 
è la durata. In questo caso siamo nella fase di esecuzione; il tribunale di sorveglianza entra solo 
nella   fase   esecutiva,   ed   applica   queste   misure   alternative   alla   detenzione.   Semidetenzione   e 
semilibertà sono diverse.
Anche per quanto riguarda il minore si può arrivare alla pena detentiva (reclusione e arresto), e non 
ci sono differenziazioni quantitative o qualitative. In Italia la pena è detentiva per l’adulto tanto 
quanto per minore, per il minore viene attenuata di un terzo, ma non ci sono altre differenziazioni 
perché non c'è un ordinamento penitenziario minorile (legge 354 del 1975), dal 1975 non se ne è più 
parlato. Gli istituti penali per i minori hanno personale specializzato oltre che ad avere personale di 
polizia penitenziaria come presso gli istituti per adulti; i servizi sociali sono incardinati dentro e si 
tratta in particolare di educatori e psicologi, vi è poi un'organizzazione interna che varia da istituto a 
istituto. Molto importante è lo svolgimento di attività e le piccole dimensioni. Quello di Treviso 
tiene 25 ragazzi, ci sono educatori, si provvede all’educazione.
La maggior parte dei ragazzi sono in custodia cautelare perché i minori in esecuzione della pena 
sono davvero pochi, son pochi i processi che si concludono con una pena detentiva. Importante è la 
finalità della pena detentiva per il minore. La sentenza n. 168 del 1994 della corte costituzionale ha 
affermato l’incostituzionalità dell'ergastolo per i minori di anni 18. In questa sentenza la corte arriva 
a   dichiarare   che   l'ergastolo   non   può   sussistere   per   il   minore,   e   richiama   molti   provvedimenti 
internazionali: Regole di Pachino, convenzione ONU sui diritti del fanciullo, di cui in particolare 
l'art 37 che riguarda la pena capitale e l'arresto.
La corte accoglie l'argomentazione perché ritiene che la previsione dell'ergastolo contrasti con l'art 
31   della   costituzione   che   riguarda   la   protezione   dell'infanzia   e   della   gioventù   (incompatibilità 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 69
dell'ergastolo   con   tale   principio).   L'art   31   letto   alla   luce   dei   documenti   internazionali   rende 
incostituzionale l'ergastolo. Per il minore in cerca di identità la pena ha una funziona educativa più 
che   rieducativa,   cioè   è   volta   al   conseguimento   dell'inserimento   nel   consorzio   sociale,   di 
conseguenza l'ergastolo è stato espunto dal sistema penale minorile. Vi è una causa di estinzione 
della pena che è la liberazione condizionale, art 176 del codice penale che prevede: 
−   riferimento   a   ipotesi   in   cui   il   condannato   nel   corso   dell'esecuzione   della   pena   dia 
dimostrazione   di   un   sicuro   ravvedimento,   quindi   criterio   soggettivo   e   opera   rieducativa.   Può 
trascorrere gli ultimi cinque anni della pena in libertà condizionale, purché abbia già scontato in 
carcere almeno 30 mesi di detenzione e comunque metà della pena inflitta. Il soggetto esce in 
libertà condizionale ed è sottoposto alla libertà vigilata che è una misura di sicurezza (forma di 
libertà con degli obblighi). Per il minore è possibile la libertà condizionale in qualsiasi momento, 
indipendentemente dalla durata della pena.
−  entrata in carcere;
−  sicuro ravvedimento.
Già con il rdl 1404 del 1934 c'era questa possibilità ed era causa di estinzione della pena. La libertà 
condizionale è possibile anche per i condannati all'ergastolo, dopo 26 anni.
Mediazione penale
Trattasi di una particolare procedura in cui vittima e autore del reato, se lo consentono, possono 
partecipare alla risoluzione dei problemi originati dalla commissione del reato, atti alla risoluzione 
del conflitto, con l'aiuto di una terza persona imparziale, il mediatore. Nella mediazione ci sono due 
parti in conflitto, autore e vittima, e il soggetto terzo che si chiama mediatore o facilitatore del 
dialogo, per arrivare a soluzione, a volte anche solo simbolica. 
Quindi il mediatore:
−  gestisce il conflitto;
−  è imparziale;
−  non accerta la responsabilità;
−  parte dalla conflittualità.
La mediazione penale è molto importante, in particolare per il minore autore di reato, perché con la 
mediazione viene messo a diretto contatto con le conseguenze del reato, danno e dolore, consente di 
prende   coscienza   delle   conseguenze   del   suo   comportamento   e   quindi   è   un'occasione   di 
responsabilizzazione. La mediazione è utile anche per la vittima, perché in ambito di  procedimento 
minorile la persona offesa non è ammessa come parte civile, in questo modo invece assume un 
ruolo e può trovare delle risposte. Ovviamente si parte dal consenso delle parti, ed è più facile per 
l'autore del reato, più difficile per la vittima. Alla vittima si potrà chiedere se consente a questo 
percorso   riparativo e conciliativo. E'  quindi un strumento di giustizia  riparativa che va oltre   la 
sentenza di condanna.

Lezione 19, del martedì 10 novembre 2009

Mediazione penale (non interessa il processo di fronte al giudice di pace trattato sul libro):
ogni procedura in cui vittima e autore del reato possono, se vogliono, partecipare ad attività che 
mirano alla soluzione del conflitto, con l’aiuto di una terza persona, neutrale, imparziale, chiamato 
mediatore penale. E’ un tipo di procedura che può essere utile per l’autore di reato, che tende a 
responsabilizzarlo, quando si trova di fronte la vittima del reato. E’importante anche per la vittima 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 70
che acquisisce un ruolo attivo. Da molti studi non è emerso un atteggiamento vendicativo da parte 
della vittima, che vuole essere compresa, e la procedura di mediazione può aiutare la vittima in 
questo   percorso.   La   mediazione   ha   anche   risvolti   sulla   comunità,   la   società   può   attraverso   la 
mediazione far promuovere la convivenza sociale, ed è evidente che reo e vittima sono dentro la 
collettività, e il reato viola le regole della convivenza. Se una persona viene colpita da un reato, è 
come se tutta la collettività ne venisse colpita, da qui l’interesse a promuovere la mediazione. Il 
nostro ordinamento è in ritardo in questo ambito. Non abbiamo ancora previsioni specifiche, c’è 
stata una proposta nel 2001 a livello europeo che riguarda il ruolo della vittima nel processo penale, 
e si voleva obbligare tutti i paesi europei ad adottare e promuovere entro il 2006 la mediazione 
penale, secondo questa proposta gli stati dovevano promuovere nell’ambito di procedimenti penali la 
mediazione rispetto ai reati per cui questa misura potesse essere ritenuta idonea. Dentro questa 
decisione negli ordinamenti degli stati si doveva prevedere che eventuali accordi tra reo e vittima 
dovessero essere presi in considerazione durante il processo penale; l’ Italia risulta inadempiente, ci 
sono diversi progetti di legge ma mai sviluppati in ambito minorile.
Spazi per la mediazione
Caratteristica imprescindibile è la partecipazione volontaria. Dal punto di vista dell’autore, non si 
può proprio parlare di spontanea adesione, ma gli possono derivare dei vantaggi partecipandovi. 
Può esserci una spinta in questa direzione dall’indicazione del difensore o dei servizi sociali. In ogni 
caso deve esserci il consenso consapevole nella fase iniziale. Stà al mediatore fare mediazione vera, 
partecipata;   quanto   alla   vittima,   ella   deve   aderire   spontaneamente,   senza   subire   pressioni   per 
parteciparvi, può fare un percorso con una figura (non mediatore, ma un’altra figura) che la conduca 
all’accordo.   Il   mediatore   deve   essere   imparziale,   deve   aiutare,   coinvolgere   le   due   parti   nella 
procedura,   che   deve   essere   caratterizzata   da   confidenzialità,   riservatezza,   fiducia.   Importante   il 
luogo   in   cui   viene   svolta   quest’attività.   Esso   deve   essere   confortevole,   neutrale,   non   emanare 
connotazioni   di   tipo   ideologico,   nemmeno   agganciate   al   processo   (per   es.   inadatti   i   locali   del 
servizio sociale).  E’ il luogo stesso che trasmette messaggi, quindi meglio locali che prescindono 
dal   processo   stesso.   Importante   la   figura   del   mediatore,   esistono   dei   corsi   per   acquisire   le 
conoscenze in questa specifica dimensione: mediatore penale con specializzazione.

In quali fasi può entrare in gioco la mediazione penale:
misura cautelare delle prescrizioni in cui il giudice impartisce al minore delle prescrizioni (fare o 
non fare qualcosa),  attività utili per il minore: qui si potrebbe inserire la mediazione penale. Anche 
per   arrivare   ad  un’irrilevanza   del   fatto,  perché   bisogna   vedere   se   il   fatto  è   tenue,   se   il   fatto   è 
occasionale, si fanno valutazioni relative alla persona e allora un percorso mediativo con la vittima, 
può far diventare quel fatto tenue. Si terrà conto che il  minore ha tenuto parte alla mediazione, o ad 
altra attività di riparazione, conciliazione con la vittima, percorso che può condurre all’irrilevanza 
del fatto. Ma un percorso di mediazione può portare anche ad un perdono giudiziale. Se il giudice 
deve emettere prognosi positiva, se il ragazzo è arrivato alla conciliazione con la vittima diventa più 
facile, quindi nella fase delle indagini preliminari. Anche in vista di una sospensione condizionale 
della pena, per il giudice è un indice importante aver fatto mediazione. Con la messa alla prova 
abbiamo   un   cenno   normativo.   Due   indicazioni   (art   27,   disposizione   e   attuazione,   riferimento 
secondo   comma):   riferimento   alle   modalità   di   attuazione   per   promuovere   la   conciliazione   / 
riparazione con la vittima. Art. 28: è lo stesso giudice che con l’ordinanza di sospensione può 
impartire prescrizioni e promuovere la conciliazione. 

Riferimento alle pratiche di mediazione e conciliazione
Il risarcimento del danno è la corresponsione di denaro, questo potrebbe far ricadere il peso su altri, 
visto che il minore non ha denaro proprio. La riparazione è un discorso più complesso: tentare di 
porre rimedio a quanto di negativo si è provocato commettendo il reato. Dentro la riparazione ci 
potrebbe essere anche il risarcimento del danno con denaro che il minore guadagna legittimamente e 
corrisponde alla vittima. Questo nell’ottica di riparazione e non di mera corresponsione di denaro.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 71
In caso di violenza sessuale o omicidio, difficilmente la vittima è disponibile, questi sono casi in cui 
la vittima è troppo ferita per poter accettare un rapporto di mediazione. Se non c’è la vittima in 
carne   ed   ossa   (es   spaccio   di   stupefacenti),   allora   in   questo   caso   si   può   ricorrere   a   forme   di 
riparazione sociale, del tipo attività socialmente utili, comunque di tipo riparatorio. Partecipazione 
volontaria   del   minore,   deve   impegnarsi,   manifestare   impegno   nel   seguire   il   progetto   educativo 
predisposto per lui. Sono impegni che devono essere assunti volontariamente, anche il consenso alla 
mediazione penale. Se c’è un’iniziale pressione per iniziare il percorso di mediazione, in ogni caso 
si   può   arrivare   ad   una   conclusione   positiva.   Eventuale   problema   può   essere   rappresentato 
dall’intervento della famiglia; potrebbe avere un ruolo negativo nel processo di mediazione.  La 
mediazione  potrebbe entrare anche  nelle  sanzioni  sostitutive.  Abbiamo  una  ventina  di centri   di 
mediazione   in   Italia,   nati   in   alcuni   casi   con   l’apporto   della   magistratura   ed   i   servizi   sociali 
ministeriali, in altri casi attraverso interventi del privato sociale. In Veneto non ce ne sono, ma di 
recente abbiamo avuto un accordo fra centro della giustizia minorile del Veneto, Friuli e Trentino 
con un’associalzione del privato sociale di Verona. Convenzione tra queste parti per un esperimento 
di mediazione penale (sottoscritto nel 2009, si parla di un max di 15 mediazioni, è un accordo che 
durava un anno). L’istituto dà la disponibilità a svolgere quest’attività che si svolgerà a Verona nei 
locali predisposti, è presente un elenco dei mediatori penali, e la mediazione è effettuata sui casi 
segnalati dai servizi sociali dei minori. Quindi siamo in ritardo ma si stanno facendo dei passi in 
questa direzione. Questo argomento è un tema importante, vedi libro.

Misure di sicurezza
Distinzione tra imputabilità e responsabilità
Imputabilità: capacità di intendere e volere e conseguente possibilità di applicare la pena.
Pericolosità sociale: art 203 c.p., definizione

Socialmente pericolosa è la persona che anche se non è imputabile ha commesso un fatto previsto 
come reato, ed è probabile che commetta nuovi reati. Fissa la sua attenzione sul futuro del soggetto, 
rischio di recidiva. Misure che sono sanzioni penali, conseguenze della commissione di un reato. 
Non sono agganciate alla capacità di intendere e volere ma alla pericolosità. Sistema del doppio 
binario:   allo   stesso   soggetto,   qualora   sia   imputabile   e   socialmente   pericoloso,   possano   essere 
applicate entrambe le misure. Se solo pericoloso, solo la misura di sicurezza. Sistema che trova 
adattamenti quando si parla di rito minorile, adattamenti introdotti nel 448 del ‘88. Già il codice 
Rocco prevedeva misure ad hoc per il minore: riformatorio giudiziario, ed altre misure che erano 
applicabili sia per il minore che per gli adulti. In caso di infermità mentale: ospedale psichiatrico 
giudiziario, libertà vigilata. Il 448 interviene sulle modalità esecutive delle misure di sicurezza. Art 
36 del DPR 448 che fa riferimento alle modalità esecutive di due misure: la libertà vigilata che si 
esegue   nelle  forme  delle  prescrizioni  e  della  permanenza  in  casa;  il  riformatorio  giudiziario   si 
prevede che sia applicabile solo per i reati previsti dall art 23 DPR e viene eseguito nelle forme delle 
misure   cautelari.   Le   misure   di   sicurezza   si   chiamano   ancora   libertà   vigilata   e   riformatorio 
giudiziario che però vengono eseguite nella forma delle prescrizioni (permanenza in casa per libertà 
vigilata), collocamento in comunità per riformatorio giudiziario. 
Art. 36.

Applicazione delle misure di sicurezza nei confronti dei minorenni.

1. La misura di sicurezza della libertà vigilata applicata nei


confronti di minorenni è eseguita nelle forme previste dagli articoli
20 e 21.
2. La misura di sicurezza del riformatorio giudiziario è applicata
soltanto in relazione ai delitti previsti dall'articolo 23 comma 1 ed
è eseguita nelle forme dell'articolo 22.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 72
Misure cautelari che vengono intraprese:
Qui siamo in una fase diversa, un processo è già stato fatto, all’esito il minore è non imputabile e 
pericoloso   o   imputabile   e   pericoloso,   questa   misura   di   sicurezza   può   essere   applicata   solo   in 
risposta ai reati più gravi previsti dall’articolo 23 (contiene un elenco dei reati).
Art. 23.

Custodia cautelare.

1. La custodia cautelare può essere applicata quando si procede per


delitti non colposi per i quali la legge stabilisce la pena
dell'ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a nove
anni. Anche fuori dei casi predetti, la custodia cautelare può essere
applicata quando si procede per uno dei delitti, consumati o tentati,
previsti dall'articolo 380 comma 2 lettere e), f), g), h) del codice
di procedura penale nonché, in ogni caso, per il delitto di violenza
carnale.
2. Il giudice può disporre la custodia cautelare:
a) se sussistono gravi e inderogabili esigenze attinenti alle
indagini, in relazione a situazioni di concreto pericolo per
l'acquisizione o la genuinità della prova;
b) se l'imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo
che egli si dia alla fuga;
c) se, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la
personalità dell'imputato, vi è il concreto pericolo che questi
commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza
personale o diretti contro l'ordine costituzionale ovvero delitti di
criminalità organizzata o della stessa specie di quelli per cui si
procede.
3. I termini previsti dall'articolo 303 del codice di procedura
penale sono ridotti della metà per i reati commessi da minori degli
anni diciotto e dei due terzi per quelli commessi da minori degli
anni sedici e decorrono dal momento della cattura, dell'arresto, del
fermo o dell'accompagnamento.

Il riformatorio giudiziario  eseguito in forma di collocamento in comunità può essere eseguito solo 
nei casi piu gravi. 
Libertà vigilata: misura data in libertà, può consistere nelle prescrizioni o nella permanenza in casa. 
Le prescrizioni devono essere inerenti ad attività utili per l’educazione del minore (obblighi di fare o 
obblighi   di   non   fare   ­   divieti),   prescrizioni   finalizzate   a   far   venire   meno   la   ricaduta   nel   reato, 
prescrizioni   negative   o   positive).     Nella   forma   della   permanenza   in   casa:   obbligo   di   stare 
nell’abitazione familiare. E’ più limitativa della libertà personale, divieto di allontamento. Il giudice 
può mettere ulteriori limiti: possibilità di limitare o meno la comunicazione del minore con altri 
soggetti, oppure concedere spazi di libertà, consentire al minore di allontanarsi dall’abitazione per 
esigenze utili  alla sua educazione. Quindi per la libertà vigilata: limiti alla libertà del soggetto 
(limiti posti per motivi di difesa sociale ma queste misure di sicurezza hanno contenuto educativo, 
tendono al reinserimento del soggetto, per far venire meno la commissione del reato). 
Libertà vigilata:
- prescrizioni
­     collocamento in casa
Nella permanenza in casa in particolare c’è il coinvolgimento della famiglia, che ha funzione di 
controllo su quello che fa il minore, ma anche sulle prescrizioni. Anche rispetto alle misure di 
sicurezza   c’è   l’intervento   dei   servizi   sociali,   che   svolgono   attività   di   sostegno   e   controllo   in 
collaborazione con i servizi degli enti locali. Non c’è obbligatorietà del coinvolgimento dei servizi 
sociali anche se è normale che il giudice li coinvolga nelle misure di sicurezza quando esse vengono 
applicate.
Controllo dell’autorità di pubblica sicurezza. 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 73
Cosa succede se il minore non osserva gli obblighi che derivano:
in materia di misure cautelari c’è il criterio scalare, ma in ambito di misure di sicurezza questo 
criterio   non   viene   richiamato.   Quindi   due   forme   per   la   libertà   vigilata.   Se   il   minore   viola   le 
prescrizioni, il giudice potrebbe applicare la misura più grave, senza passare per la permanenza in 
casa. Il giudice potrà sostituire la misura di sicurezza con il collocamento in comunità. In ogni caso 
le   misure   di   sicurezza   si   possono   trasformare   in   senso   positivo,   se   si   abbassa   il   livello   di 
pericolosità, il giudice potrebbe rendere meno gravosa la misura. 
Limiti per l’applicazione del riformatorio giudiziario:
Può essere applicato solo per i reati previsti dall’art 23 ma si potrebbe arrivarci per i reati meno 
gravi   qualora   il   minore   violasse   le   prescrizioni   o   il   collocamento   in   casa.   Le   prescrizioni 
disciplinate dall’art 20 possono essere date solo per due mesi, ma non nel caso delle misure di 
sicurezza, poichè non c’è termine in questo caso. Il legislatore stesso richiama gli art 20/21/22 non 
per la disciplina, ma per la modalità esecutiva.

Art. 20.

Prescrizioni.

1. Se, in relazione a quanto disposto dall'articolo 19 comma 2, non


risulta necessario fare ricorso ad altre misure cautelari, il
giudice, sentito l'esercente la potestà dei genitori, può impartire
al minorenne specifiche prescrizioni inerenti alle attività di studio
o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione. Si
applica l'articolo 19 comma 3.
2. Le prescrizioni previste dal comma 1 perdono efficacia decorsi
due mesi dal provvedimento con il quale sono state impartite. Quando
ricorrono esigenze probatorie, il giudice può disporre la
rinnovazione, per non più di una volta, delle prescrizioni imposte.
3. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni, il
giudice può disporre la misura della permanenza in casa.

Art. 21.

Permanenza in casa.

1. Con il provvedimento che dispone la permanenza in casa il


giudice prescrive al minorenne di rimanere presso l'abitazione
familiare o altro luogo di privata dimora. Con il medesimo
provvedimento il giudice può imporre limiti o divieti alla facoltà
del minorenne di comunicare con persone diverse da quelle che con lui
coabitano o che lo assistono.
2. Il giudice può, anche con separato provvedimento, consentire al
minorenne di allontanarsi dall'abitazione in relazione alle esigenze
inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività
utili per la sua educazione.
3. I genitori o le persone nella cui abitazione è disposta la
permanenza del minorenne vigilano sul suo comportamento. Essi devono
consentire gli interventi di sostegno e di controllo dei servizi
previsti dall'articolo 6 nonché gli eventuali ulteriori controlli
disposti dal giudice.
4. Il minorenne al quale è imposta la permanenza in casa è
considerato in stato di custodia cautelare, ai soli fini del computo
della durata massima della misura, a decorrere dal momento in cui la
misura è eseguita ovvero dal momento dell'arresto, del fermo o
dell'accompagnamento. Il periodo di permanenza in casa è computato
nella pena da eseguire, a norma dell'articolo 657 del codice di
procedura penale.
5. Nel caso di gravi e ripetute violazioni degli obblighi a lui
imposti o nel caso di allontanamento ingiustificato dalla abitazione,
il giudice può disporre la misura del collocamento in comunità.

Art. 22.

Collocamento in comunità.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 74
1. Con il provvedimento che dispone il collocamento in comunità il
giudice ordina che il minorenne sia affidato a una comunità pubblica
o autorizzata, imponendo eventuali specifiche prescrizioni inerenti
alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili
per la sua educazione.
2. Il responsabile della comunità collabora con i servizi previsti
dall'articolo 19 comma 3.
3. Si applicano le disposizioni dell'articolo 21 commi 2 e 4.
4. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni
imposte o di allontanamento ingiustificato dalla comunità, il giudice
può disporre la misura della custodia cautelare, per un tempo non
superiore a un mese, qualora si proceda per un delitto per il quale è
prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque
anni.

Lezione 19, martedì 16.11.2009
La misura della libertà controllata, disciplinata dall’art 36 primo comma
Art. 36
Applicazione delle misure di sicurezza nei confronti dei minorenni
1. La misura di sicurezza della libertà vigilata applicata nei confronti di minorenni è eseguita nelle forme
previste dagli articoli 20 e 21.
2. La misura di sicurezza del riformatorio giudiziario è applicata soltanto in relazione ai delitti previsti dall'articolo 23
comma 1 ed è
eseguita nelle forme dell'articolo 22.
Art. 20
Prescrizioni
1. Se, in relazione a quanto disposto dall'articolo 19, comma 2, non risulta necessario fare ricorso ad altre misure
cautelari, il giudice,
sentito l'esercente la potestà dei genitori, può impartire al minorenne specifiche prescrizioni inerenti alle attività di
studio o di lavoro ovvero
ad altre attività utili per la sua educazione. Si applica l'articolo 19 comma 3.
1. 1. L'autorità giudiziaria o la direzione penitenziaria competente valutano se ricorre l'esigenza di assicurare, nei
confronti dei
soggetti minorenni che si trovano in particolari condizioni emotive, l'assistenza psicologica a mezzo dei servizi dei
centri per la giustizia
minorile.
2. Le prescrizioni previste dal comma i perdono efficacia decorsi due mesi dal provvedimento con il quale sono state
impartite. Quando
ricorrono esigenze probatorie, il giudice può disporre la rinnovazione, per non più di una volta, delle prescrizioni
imposte.
3. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni, il giudice può disporre la misura della permanenza in casa.
Art. 21
Permanenza in casa
1. Con il provvedimento che dispone la permanenza in casa il giudice prescrive al minorenne di rimanere presso
l'abitazione familiare o
altro luogo di privata dimora. Con il medesimo provvedimento il giudice può imporre limiti o divieti alla facoltà del
minorenne di
comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.
2. Il giudice può, anche con separato provvedimento, consentire al minorenne di allontanarsi dall'abitazione in
relazione alle esigenze
inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione.
3. I genitori o le persone nella cui abitazione è disposta la permanenza del minorenne vigilano sul suo comportamento.
Essi devono
consentire gli interventi di sostegno e di controllo dei servizi previsti dall'articolo 6 nonché gli eventuali ulteriori
controlli disposti dal
giudice.
4. Il minorenne al quale è imposta la permanenza in casa è considerato in stato di custodia cautelare, ai soli fini del
computo della
durata massima della misura, a decorrere dal momento in cui la misura è eseguita ovvero dal momento dell'arresto,
del fermo o
dell'accompagnamento. Il periodo di permanenza in casa è computato nella pena da eseguire, a norma dell'articolo
657 del codice di
procedura penale.
5. Nel caso di gravi e ripetute violazioni degli obblighi da lui imposti o nel & caso di allontanamento ingiustificato dalla
abitazione, il
giudice può disporre la misura del collocamento in comunità.

pone prescrizioni, o permanenza in casa: sono misure di sicurezza, quindi materie della misura 
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 75
cautelare. In caso di violazioni penali, non si applica il sistema a scalare che vige in materia di 
misure   cautelari.   Il   giudice   nello   scegliere   tra   misure   cautelari   e   permanenza   in   casa,   o   fare 
volontariato, fa delle valutazioni sulla gravità del fatto, sul tipo di autore, valuta se sono sufficienti 
le prescrizioni o se sono necessarie misure più rigorose. In materia di misure di sicurezza, alla 
scadenza della durata minima si procede al riesame della pericolosità.
Il giudice, magistrato di sorveglianza, valuta se ci sono i presupposti della pericolosità, comma 
secondo art 36 dpr 448 del 1988 e 206 e 224 del codice penale

oppure   applica   misure   sostitutive.   Le   misure   di   sicurezza   per   definizione   sono   indeterminate, 
mentre le pene sono determinate e la durata è collegata quindi alla pericolosità. Il riformatorio 
giudiziale è una misura specifica detentiva per i minori. Con il dpr 448 del 1988 cambia il suo 
contenuto perché viene eseguito con il collocamento in comunità, comunità pubbliche o autorizzate 
che devono rispondere a dei requisiti, essere di tipo famigliare, devono avere ragazzi di diverse 
provenienze,   e   non   devono   essere   troppo   numerose   secondo   quanto   disposto   dal   dispositivo   di 
attuazione all'art 10, e non devono essere strutture detentive.
C'è l'obbligo di stare in comunità e non allontanarsi, tranne che per motivi di studio, lavoro e motivi 
utili all'educazione del minore. La comunità ha perso il carattere segregante, nel caso di violazioni 
non c'è misura più grave; secondo l'art 114 del codice penale 

potrà decorrere di nuovo il termine di decorrenza iniziale della misura. Il riformatorio minorile di 
sicurezza è relativo a reati di cui all'art 23 del dpr 448 del 1988, quindi reati gravi. E' importante 
l'accertamento di pericolosità sociale del minore, come da art 203 del codice penale:

E' socialmente pericoloso il soggetto che ha già consumato un reato quando è probabile che ne 
commetta altri della stessa indole.
Per il minore è previsto un pericolo specifico, art 37 secondo comma del dpr 448 del 1988
Art. 37

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Applicazione provvisoria
1. Con la sentenza di non luogo a procedere a norma degli articoli 97 e 98 del codice penale, il giudice, su richiesta del
pubblico
ministero, può applicare in via provvisoria una misura di sicurezza.
2. La misura è applicata se ricorrono le condizioni previste dall'articolo 224 del codice penale e quando,
per le specifiche modalità e
circostanze del fatto e per la personalità dell'imputato, sussiste il concreto pericolo che questi commetta
delitti con uso di armi o di altri
mezzi di violenza personale o diretti contro la sicurezza collettiva o l'ordine costituzionale ovvero gravi
delitti di criminalità organizzata.
3. Quando applica in via provvisoria una misura di sicurezza, il giudice dispone la trasmissione degli atti al tribunale per
i minorenni.
Allo stesso modo provvede nel caso di rigetto della richiesta del pubblico ministero. La misura cessa di avere effetto
decorsi 30 giorni dalla
pronuncia senza che abbia avuto inizio il procedimento previsto dall'articolo 38.
4. Le disposizioni dei commi precedenti si applicano nel giudizio abbreviato quando il giudice, anche di ufficio, ritiene
che sussistono
le condizioni previste dal comma 2.

che prevede che le misure di sicurezza siano applicate se ricorrono le condizioni previste dall'art 224 
del codice penale. 

Quindi gravità del fatto, condizioni morali, caratteristiche del nucleo familiare. Vige il criterio della 
specificità, e quindi non una tendenza generale a commettere reati qualsiasi, ma sono necessarie 
valutazioni   del   fatto   e   della   personalità   e   dove   sussiste   pericolo   concreto   che   questi   commetta 
specifici   delitti   con   uso   di   armi,   altri   mezzi   di   violenza   personale,   diretti   contro   la   sicurezza 
collettiva, ovvero gravi delitti di criminalità organizzata. Subordinando la possibilità di applicare 
misure di sicurezza a questi parametri, il rischio deve riguardare gravi reati. 
Prevale l'aspetto educativo su quello della difesa sociale, quindi prevalenza dell'aspetto educativo su 
quello della pericolosità del soggetto non imputabile per vizio totale o parziale di mente, artt 88 e 89 
del codice penale, intossicazione cronica da alcol, stupefacenti, art 95 codice penale. 

L'impianto originario estendeva anche ai minori prosciolti per difetto di imputabilità il ricovero in 
manicomio   giudiziario;   la   legge   334   del   1975   prevede   il   ricovero   in   ospedale   psichiatrico 
giudiziario. Il dpr 448 del 1988 non prevede nulla di specifico per i minori in queste condizioni di 
pericolosità sociale, e quindi vige il ricovero in ospedali giudiziari, in questi casi il minore viene 
trattato come gli adulti infermi di mente, non c'è nessuna specificità. 
L'ospedale psichiatrico giudiziario ha una forte connotazione custoditivistica, rigido, senza strutture 
per minori. Di fronte a queste situazioni si cercavano, dal punto di vista  applicativo, misure diverse 
che non fossero quelle dell'ospedale psichiatrico giudiziario. La sentenza 324 del 1998 dichiara 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 77
l'illegittimità della misura di sicurezza del ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario per i
minori coerentemente con la convenzione ONU sui diritti del fanciullo per cui la minore età è
incompatibile con il regime penitenziale, per la non diversificazione tra adulti e minori. Il minore
quand'anche infermo di mente è prima di tutto un minore, con una personalità in formazione che
esige particolari risposte e non è compatibile con misure detentive e segreganti come l'ospedale
psichiatrico giudiziario.
Quindi vi sono lacune normative; i giudici cercano di applicare il riformatorio giudiziario, cioè
collocamento di minori in comunità psichiatriche. In realtà questo procedimento rischia di
trasformarsi in applicazione analogica in senso sfavorevole, relativamente al minore non infermo di
mente e minore di 14 anni o infra-diciottenni immaturi. Problemi minori vi sono invece per la
libertà vigilata, con prescrizioni particolari quando si tratta di minori orfani. Mancano norme per il
collocamento in comunità di minori infermi di mente.
APPLICAZIONE DELLE MISURE
Secondo gli artt 37 e 38 del dpr 448 del 1988
Art. 37
Applicazione provvisoria
1. Con la sentenza di non luogo a procedere a norma degli articoli 97 e 98 del codice penale, il giudice, su richiesta del
pubblico
ministero, può applicare in via provvisoria una misura di sicurezza.
2. La misura è applicata se ricorrono le condizioni previste dall'articolo 224 del codice penale e quando, per le
specifiche modalità e
circostanze del fatto e per la personalità dell'imputato, sussiste il concreto pericolo che questi commetta delitti con uso
di armi o di altri
mezzi di violenza personale o diretti contro la sicurezza collettiva o l'ordine costituzionale ovvero gravi delitti di
criminalità organizzata.
3. Quando applica in via provvisoria una misura di sicurezza, il giudice dispone la trasmissione degli atti al tribunale per
i minorenni.
Allo stesso modo provvede nel caso di rigetto della richiesta del pubblico ministero. La misura cessa di avere effetto
decorsi 30 giorni dalla
pronuncia senza che abbia avuto inizio il procedimento previsto dall'articolo 38.
4. Le disposizioni dei commi precedenti si applicano nel giudizio abbreviato quando il giudice, anche di ufficio, ritiene
che sussistono
le condizioni previste dal comma 2.
Art. 38
Procedimento davanti al tribunale per i minorenni
1. Nei casi previsti dall'articolo 37 il tribunale per i minorenni procede al giudizio sulla pericolosità nelle forme previste
dall'articolo 678
del codice di procedura penale e decide con sentenza, sentiti il minorenne, l'esercente la potestà dei genitori,
l'eventuale affidatario e i servizi
indicati nell'articolo 6. Nel corso del procedimento può modificare o revocare la misura applicata a norma dell'articolo
37 comma i o
applicarla in via provvisoria.
2. Con la sentenza il tribunale per i minorenni applica la misura di sicurezza se ricorrono le condizioni previste
dall'articolo 37 comma
2.

le misure sono applicate in via provvisoria; il giudice per l'udienza preliminare emette sentenza di
non luogo a procedere per non imputabilità secondo l'art 97, oppure non luogo a procedere per
difetto di imputabilità secondo l'art 88 per vizio di mente. Oppure nel giudizio abbreviato il giudice
per l'udienza preliminare emette sentenza di condanna. In queste tre ipotesi se sussiste la
pericolosità, il giudice per l'udienza preliminare applica provvisoriamente le misure della libertà
vigilata o del riformatorio o del riformatorio giudiziale. Il giudice per l'udienza preliminare adotta
con sentenza una misura di sicurezza che è esecutiva da subito ma è anche provvisoria. Ha un'
efficacia limitata nel tempo, perché deve intervenire un provvedimento con sentenza del tribunale
per i minori che deve essere chiamato a decidere in via definitiva su queste misure.
Infatti la misura di sicurezza perde efficacia se entro 30 giorni dalla pronuncia di sentenza che lo
dispone non viene iniziato il procedimento davanti al tribunale per i minori. Si ritiene che in materia
di misure di sicurezza debba intervenire il tribunale per i minori composto da quattro giudici,
chiamato a decidere in via definitiva.
Le sentenze del giudice per l'udienza preliminare riguardano invece: sanzioni sostitutive che non
necessitano di misure di sicurezza per giudizio di pericolosità, irrilevanza del fatto, perdono

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 78
giudiziale con prognosi positiva.
Il giudice per le indagini preliminari può decretare l’irrilevanza del fatto, in ogni stato e grado può
accertare l'età e quindi il non luogo a procedere per difetto di imputabilità, o può adottare in via
provvisoria misure di sicurezza.
Sia il giudice per le indagini preliminari (gip) che il giudice per l'udienza preliminare (gup)
applicano provvisoriamente misure di sicurezza, valutano la gravità del fatto, dispongono
valutazioni sulla personalità, accertano la pericolosità, trasmettono gli atti al tribunale per i
minorenni in caso di misure di sicurezza. Quindi vi è una fase di provvedimenti provvisori ed una
fase di provvedimenti definitivi che riguardano il tribunale per i minorenni.
Parte un procedimento autonomo solo volto alle misure di sicurezza da parte del tribunale per i
minorenni che in questa fase accerta l'effettiva pericolosità del minore. Il tribunale per i minorenni
procede al giudizio di pericolosità sentiti il minore, l'ufficio per il servizio sociale per i minori, la
patria potestà. Decide con udienza dove partecipa il pubblico ministero, e il   tribunale   per   i 
minorenni acquisisce elementi indispensabili per valutare la pericolosità, riceve indicazioni, sente le
persone chiamate, e le relazioni dei servizi sociali. Il  tribunale per i minorenni può confermare le
misure di sicurezza, sostituirle, oppure revocarle. Diversa situazione è se siamo già davanti al
tribunale per i minorenni, se c'è stato un rinvio a giudizio, dove il  tribunale per i minorenni ha ampi
poteri di accertamento della personalità e l'esito può essere di sentenza assolutoria ma condanna
legata alle misure di sicurezza, quindi in caso di difetto di imputabilità, artt 97, 98 codice penale si
possono applicare le misure di sicurezza.

Tutto questo davanti al  tribunale per i minorenni in sede di dibattimento.

Lezione 21, martedì 16 novembre 2009, seconda parte

Minori stranieri che delinquono
Avendo a che fare con diversi utenti che non sono italiani, operiamo una prima distinzione quando 
si parla di minore straniero, tenendo presente innanzitutto che noi abbiamo un apparato di tutele per 
il minore che non fa distinzioni di nazionalità e questo statuto del minore è uno statuto in cui ci sono 
doveri di protezione da parte dello stato. Abbiamo citato più volte l’art 31 della costituzione in cui 
non si fa distinzione di nazionalità, secondo comma:
Articolo 31
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento
dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.Protegge la maternità, l'infanzia e
la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

L’art 30, particolarmente rilevante delinea il dovere/diritto dei genitori di mantenere 

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Articolo 30

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti
dei membri della famiglia legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Evidente   che   questi   principi   costituzionali   trovano   completamento   nella   convenzione   ONU   sui 
diritti del fanciullo. Rilevante l’art 2 della Convenzione che fa proprio riferimento al fatto che non vi 
possano   essere  distinzioni  fondate  sull’appartenenza  geografica,   e  l’art   3    in  cui   si  richiama   il 
principio del miglior interesse del minore, anche di quello straniero. Per quanto riguarda il minore 
straniero   che   non   ha   cittadinanza   italiana,   si   distingue   tra   i   minori   che   hanno   cittadinanza 
extracomunitaria e quella intracomunitaria. Nell’ambito del diritto penale minorile ci troviamo a che 
fare con i rumeni rispetto ai quali vi sono presenze importanti, ma rispetto ai cittadini dell’unione 
non trova applicazione la normativa perchè il cittadino dell’Unione ha un trattamento simile a quello 
italiano. E stato fatto un accordo circa un anno fa con la Romania che riguarda i minori stranieri non 
accompagnati che prevede la possibilità di rimpatrio. Minori extracomunitari: distinzione tra minori 
che  entrano  regolarmente nel nostro territorio perchè entrano al seguito dei genitori o vengono 
ricongiunti a dei familiari, o che entrano regolarmente per fini di studio; a questi minori viene 
concesso un permesso di soggiorno al compiemento del 14. anno di età, prima vengono iscritti nel 
permesso   di   soggiorno   dei   genitori.   Minori   regolarmente   soggiornati>   dall’ultima   ricerca   della 
Caritas sulla presenza degli immigrati in Italia, essi risultano essere quasi 700.000, rappresentando 
il 10% della popolazione minorile in Italia.
Se un minore regolarmente soggiornante in Italia con la famiglia commette un reato, la disciplina 
giuridica si applica allo stesso modo come per il minore italiano. Ma poi abbiamo la categoria dei 
minori stranieri non accompagnati, extracomunitari che si trovano in Italia privi di assistenza da 
parte dei genitori o altri adulti per loro legalmente responsabili in base alle leggi italiane: sono 
ragazzi con meno di anni 18, che arrivano in Italia da soli, o con persone che non hanno doveri di 
assistenza nei loro confronti. Ci sono minori irregolarmente presenti nel territorio che non sono 
minori non accompagnati, perchè hanno una persona legalmente responsabile, magari un genitore 
clandestino. Evidente che questi sono i minori che creano più difficoltà nell’ambito del processo 
penale e nell’ambito delle possibilità di dare risposte diverse dalla detenzione in carcere. Secondo 
studi recenti i minori stranieri commettono prevalentemente reati contro il patrimonio, reati che 
riguardano   sostanze   stupefacenti,   moltissimi   si   chiamano   contro   la   fede   pubblica,   commettono 
anche reati più gravi, contro la persona, o sono coinvolti nella criminalità organizzata. Dal punto di 
vista statistico i minori stranieri non commettono reati più gravi rispetto agli italiani; esiste una 
ricerca interessante dell’università di scienze politiche di Padova da cui è emerso che i reati sono 
quelli contro il patrimonio (furto) mentre per i minori italiani prevalgono i reati contro la persona. 
Per quanto riguarda i reati contro il patrimonio, quando diventano più gravi (rapina, estorsione), di 
nuovo si alzava la percentuale di autori di reato commessi da minori italiani. Anche per il piccolo 
spaccio,   abbiamo   coinvolti   i   minori   stranieri,   quando   più   grave   con   coinvolgimento   di 
organizzazioni, maggiore percentuale di italiani. Questi valori sono stati riscontrati in quasi tutte le 
ricerche. Al sud abbiamo percentuali di reati commessi da minori stranieri quasi inesistenti, ma 
abbiamo   invece   un   forte   problema   di   criminalità   minorile   italiana.   Complessivamente   su   dati 
pubblicati nel 2009 dal dipartimento di giustizia minorile, circa il 30% delle denunce a carico dei 
minori, riguarda minori stranieri; da tener presente che i regolari sono il 10% della popolazione 
minorile, e attestiamo presenza media tra registrati e irregolari intorno al 7 % della popolazione 
minorile,   quindi   il   problema   sussiste.In   realtà   i   minori   stranieri   commettono   reati   di   strada, 
facilmente visibili, e infatti gran parte dei minori stranieri li troviamo colti in flagranza di reato, 
colti nella commissione, proprio perchè per strada. La maggior parte ha un approccio che parte 
subito da una restrinzione della libertà personale. Importante capire quanti di questi ragazzi stranieri 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 80
passano per gli istituti penali minorili, quando il carcere dovrebbe essere extrema ratio, soprattutto 
partendo da un fatto grave, invece ci troviamo secondo le ultime stime recenti, il 50% degli ingressi 
in penitenziario minorile riguarda minori stranieri. Istituto penale minorile di Treviso, ingressi del 
2008: dovuti o per convalida dell’arresto, o per scontare pena, o per misura cautelare. Sono entrati 
68 ragazzi di cui l’ 80% erano stranieri. Dati che colpiscono perchè abbiamo queste proporzioni 
simili nelle città del nord Italia. Trattasi di custodia cautelare nella maggior parte dei casi. Partendo 
da questi dati cerchiamo di capire perchè gli istituti del nord est siano gremiti di minori stranieri. 
Noi abbaimo studiato in questo corso un processo penale minorile caratterizzato nel 1988 dalla 
riforma più importante pensata e costituita basandosi su un minore italiano che ha delle risorse 
personali, familiari, sociali, che quindi consentono di attivare tutte quelle misure penali educative 
diversificate viste fino ad ora. Nel 1988 non avevamo questo problema con in minori stranieri. Qui 
siamo di fronte ad un paradosso egualitario: diritto e procedura penale pensano ai ragazzi come se 
fossero tutti uguali, nello stesso punto di partenza, invece il minore straniero, soprattutto se non 
accompagnato, non ha la stessa base di partenza dell’italiano che commette reato. Sono situazioni 
complesse   diverse  che   trovano   di  fronte   un  sistema   penale   che   non  sa  rispondere   ad   una   fetta 
importante degli utenti e l’unica risposta che trova è la limitazione della libertà personale. Noi al 
minore straniero diamo questa unica risposta, trattandolo come l’adulto, senza diversificare. Studio 
di Belotti su varie città in Italia: la risposta alla devianza minorile straniera è la detenzione  in 
carcere, e ciò deriva dal fatto che non vengono adottate nei loro confronti le risposte che vengono 
adottate nei confronti dei minroi italiani. Dentro al 20% degli italiani che entrano in penitenziario, 
sono compresi anche i nomadi che sono di cittadinanza italiana, ma italiani effettivi che passano per 
il  carcere  in  realtà sono pochissimi. Caratteristiche dei minori stranieri che troviamo nei nostri 
penitenziari: quasi tutti i minori maschi di determinata nazionalità (rumeni, magrebini, tunisini), età 
tra i 16/17 anni. Ci sono tra questi ragazzi sia i minori che incontrano il reato molto presto (arrivano 
in Italia e commettono reato). Ma ci sono anche minori che sono entrati in Italia da più tempo, e che 
hanno commesso un reato in un momento successivo al loro arrivo. Questo crea difficoltà ulteriori 
nel dare risposta. Questi ragazzi in grandi percentuali incontrano subito l’istituto penale minorile, o 
le CPA e misura cautelare, o finchè non scadono i termini, o in altri casi c’è il processo a cui segue 
condanna a pene di breve durata (tra i 6 e   8 mesi); in alcuni casi la condanna corrisponde alla 
durata della misura cautelare. Sono ragazzi che nonostante nella maggior parte non abbiano un 
rappresentante   legale,   non   vengono   tutelati,   non   viene   nominato   loro   un   legale;   il   punto 
fondamentale è che si dovrebbe sempre passare per la nomina di un tutore, un rappresentante legale 
in mancanza di genitori esercenti la potestà genitoriale. Dalle ricerche viene emerso che non viene 
nominato   un   tutore,   perchè   abbiamo   visto   quali   sono   gli   obblighi   dell’esercente   la   potestà 
genitoriale, invece la maggior parte di questi processi vengono fatti senza nessun appoggio; le volte 
in cui vengono adottate musure cautelari diverse dal carcere, ci sono delle difficoltà per i minori 
stranieri a rispettare gli obblighi imposti dalla comunità, quando vengono date risposte diverse alla 
detenzione,   si   verificano   parecchie   violazioni.   Poichè   quasi   sempre   viene   a   mancare   il 
coinvolgimento dei genitori, la maggior parte di questi ragazzi è assistita da un avvocato difensore 
d’ufficio.   In   pochissimi   di   questi   procedimenti   avvengono   seri   accertamenti   sulla   personalità, 
perchè sono accertamenti difficili, è difficile svolgere un’indagine sulla vita di un minore straniero 
(si pensi solo al contattare la famiglia di origine).
Quindi trascurate questo tipo di ricerche, mentre per gli italiani queste indagini vengono fatte in 
modo approfondito. Il minore straniero autore di reato, se è difeso lo è dal difensore d’ufficio, la 
maggior parte dei casi vengono definiti con processo abbreviato; il processo penale è un processo al 
fatto, così come quello dell’adulto, quindi si finisce per valutare solo il reato commesso. Il processo 
penale   per   i   minori   stranieri   è   diverso   da   quello   dei   minori   italiani;   il   minore   straniero   viene 
giudicato   trattato   e   processato   come   un   adulto,   e   le   risposte   sono   le   stesse,   l’unica   cosa   è   la 
riduzione di un terzo della pena, per la minore età. La misura cautelare delle prescrizioni prevede 
che ci sia qualche cosa da fare; il collocamento in casa presuppone l’avere una casa; il collocamento 
in comunità ha dei costi, viene pagato dal ministero della gisutizia. Così si finisce per optare per la 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 81
custodia cautelare in carcere. Messa alla prova: pochissimi casi, perchè essa parte da un progetto 
d’intervento che coinvolge un ente locale. Per la messa alla prova, se il minore non ha una casa, a 
quel punto bisogna eseguirla dentro una comunità, e qui diventa fondamentale l’aspetto economico. 
I costi li devono assorbire i comuni, perchè la messa alla prova è una misura in libertà, ma è difficile 
ottenere che gli enti locali si facciano carico di queste spese. Con i reati che comportano breve 
permanenza in istituto minorile (4 mesi), non c’è abbastanza tempo per attivare le risorse, ed il 
minore   straniero   è   privo   di   ogni   risorsa,   quindi   ci   vuole   più   tempo   per   individuare   risposte 
alternative.     Il fatto di non commettere reati gravi paradossalmente impedisce l’attivazione delle 
risorse, non c’è tempo di elaborare/costruire un progetto. Se c’è più tempo a disposizione, è più 
facile lavorare con l’ente locale e arrivare all’udienza con un progetto, quindi più facile intervenire. 
Altro   aspetto:   il   minore   stranierio     non   accompagnato   è   inespellibile;   il   sistema   degli   stranieri 
prevede   che   il   minore   di   18   non   possa   essere   espulso.   Il   nostro   testo   unico   esprime   l’idea   di 
accoglienza, nel ‘99 viene dato all’organo denominato “Comitato per i minori stranieri” il compito 
di occuparsi di minori stranieri  non accompagnati che devono essere segnalati ad esso non appena 
vengono intercettati o segnalati. Quindi prima si raccolgono le segnalazioni e poi si decide se si può 
operare il rimpatrio assistito nei confronti di quel minore, il che non equivale ad un’espulsione. 
Questo comitato si è trovato 8/9 mila segnalazioni di minori stranieri non accompagnati, non ha 
gestito rimpatri assistiti, e nella pratica non è cambiato quasi nulla, quindi il minore straniero non 
può essere espulso, non viene rimpatriato, ma gli viene dato un permesso di soggiorno ancorato alla 
sua età. Alla fine nominiamo un tutore al minore straniero, se poi è necessario, lo collochiamo in 
comunità,   oppure   possiamo   fare   affidamenti   extrafamiliari,   affidare   il   minore   a   gruppi   di 
appartenenza. “Affidamento”, forma di tutela del minore, viene fatto in modo che il ragazzo si trovi 
in un ambiente familiare. Abbiamo una serie di articoli del codice civile che disciplinano la nomina 
del tutore che viene fatta ogni volta che i genitori non sono esercenti della patria potestà. La legge 
disciplina affidamento e adozione: affidamento quando la famiglia è temporaneamente inidonea. Il 
minore se possibile deve restare in famiglia, ma se la famiglia non ce la fa ad educare il figlio, o è 
temporaneamente   inidonea,   il   minore   viene   affidato   ad   altra   famiglia,   o   comunita.     Si   chiama 
affidamento temporaneo. 
Paradossalmente, diventa più facile gestire specifici interventi ai minori che commettono reati più 
gravi.   Se   almeno   il   ragazzo   potesse   essere   supportato   dal   tutore   (figura   che   opera   a   carattere 
gratuito, iscritto all’albo dei tutori volontari),  potrebbe almeno essere seguito nel processo, ma se 
condannato a detenzione breve, non resta il tempo di mettere in moto le procedure. Il periodo di 
detenzione diventa un periodo di esercizio di diritti da parte dei ragazzi. Si trovano nell’istituto 
penale   minorile   e   mangiano   tutti   i   giorni,   hanno   un   tetto,   hanno   educatori,   psicologi,   medici, 
possono partecipare a corsi scolastici, a corsi integrativi; c’è l’esercizio di diritti che questi minori 
non   hanno   conosciuto   prima,   ma   che   hanno   termine   con   la   fine   della   pena.     Al   fine   di   poter 
realizzare la funzione educativa della detenzione, sarebbe necessaria una continuità nel processo, 
ma   quando   i  ragazzi  vengono scarcerati,  sono di  nuovo  sulla  strada.  Da  un lato  non possiamo 
pensare che piuttosto che sulla strada   sia meglio in carcere, avendo in ogni caso commesso un 
reato. Ma questo significherebbe strumentalizzare, mentre la pena ha fini diversi, estranei da questi 
fini sociali, che sono invece risposta ai bisogni primari. E’ grave creare l’illusione dei diritti, che 
scadono nel momento in cui scade la pena. Iter: commetti un reato, paghi per il reato in istituto, 
conosci dei diritti, torni fuori e finisce là. Altissima la recidiva nei minori stranieri. Se la risposta è 
di   tipo   repressivo,   senza   alcuna   progettualità,   se   non   vengono   rimpatriati,   se   le   loro   reti   di 
riferimento sono reti criminali (molto spesso sono adulti che si avvalgono dei ragazzi, lavoro più 
sporco lo fanno fare a loro), se non diamo risposte che partono dalla progettualità, non possiamo 
pensare al reinserimento. Norma importante art 18, sesto comma, del decreto 286 del 1998. 

DECRETO LEGISLATIVO 25 luglio 1998, n. 286 Testo unico delle disposizioni concernenti la 
disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero.

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6 .   Il permesso di soggiorno previsto dal presente articolo può essere altresì rilasciato, all'atto  
delle dimissioni dall'istituto di pena, anche su proposta del procuratore della Repubblica o del 
giudice   di   sorveglianza   presso   il   tribunale   per   i   minorenni,   allo   straniero   che   ha   terminato  
l'espiazione di una pena detentiva, inflitta per reati commessi durante la minore età, e ha dato  
prova concreta di partecipazione a un programma di assistenza e integrazione sociale.

Questo testo unico sugli stranieri  prevede che possa essere concesso il permesso di soggiorno per 
motivi di protezione sociale al soggetto che ha commesso reato e che ha terminato un progetto di 
messa   alla   prova,   e   che   ha   dato   prova   di   aver   partecipato   ad   un   programma   di   assistenza   e 
integrazione sociale.
C’è una prospettiva normativa che purtroppo è poco seguita, dà la possibilita ma necessita di tempo. 
Per  i minori che non hanno contatto con il sistema di giustizia, il sistema è diventato ancora peggio: 
il minore straniero non accompagnato prima di luglio 2009 riusciva ad ottenere il permesso  di 
soggiorno   al   compimento   della   maggiore   età   con   tutore   /   affido   etc.   Con   il   nuovo   pacchetto 
sicurezza   94/2009 approvato nel  luglio 2009, le  cose si sono rese più  complicate,  ora a questi 
ragazzi seppur affidati, seppur con tutore, per ottenere il permesso di soggiorno alla maggiore età 
bisogna essere in Italia da almeno 3 anni e aver partecipato ad un progetto di integrazione sociale 
per non meno di 2 anni, quindi questi limiti rigorosi comportano che se il ragazzo  arriva a 16 anni e 
½ e anche seguisse questo tipo di passaggi, a 18 diventerebbe clandestino, rendendo quindi inutile 
l’investimento da parte del minore in un percorso mirato al suo inserimento. Se il minore ha un 
tutore o è stato affidato, non è più un minore non accompagnato. Paradossalmente, secondo questa 
modalità, succede che il permesso di soggiorno venga concesso più facilmente a chi ha commesso il 
reato, piuttosto che a chi non abbia avuto a che fare con la giustizia minorile.

FONTI
R.D.L.   1404.1934   (detta   anche   Legge   Minorile):   istituzione   e   fondamento   del   tribunale   per   i 
minorenni (quattro parti).
D.P.R. 448.1988: il processo penale a carico di minorenni.
D.LGS. 272.1989: disposizioni di attuazione del processo penale minorile.
C.P.P.: quando le situazioni da risolvere non risultano espressamente regolate dal D.P.R. 448.1998, 
si possono applicare le disposizioni del c.p.p.
Il raccordo tra il procedimento penale ordinario e quello minorile: in relazione al problema tra il 
raccordo tra i procedimenti de quibus, è intervenuta la Cassazione con Sent. a SU 29.11.1995 De 
Tommasi, stabilendo che il problema de qua va risolto alla stregua dell’art. 1 comma I d.p.r.  Infatti, 
la Suprema Corte ha ritenuto che il processo minorile non integra un sistema chiuso e del tutto 
autonomo,   ma, al contrario, aperto all’estensione della disciplina processuale ordinaria e che  il 
rapporto tra il primo e il secondo poggia sul principio di sussidiarietà del rito ordinario.
Il   limite   all’operatività   in   via   sussidiaria   della   disciplina   del   rito   ordinario   nel   procedimento 
minorile va inteso sia in senso letterale che logica. Per cui la operatività de qua va esclusa non solo 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 83
quando   vi   è   una   espressa   esclusione   o   una   diversa   regolamentazione   di   determinati   istituti 
processuali da parte del d.p.r. 448/1988, ma anche quando vi è una incompatibilità della disciplina 
contenuta nel d.p.r. con quella del c.p.p.

GLI ORGANI DELLA GIUSTIZIA MINORILE
IL  GIUDICE:  fulcro del sistema della giustizia minorile è il  Tribunale per i minorenni, che  si 
inquadra   tra  le  sezioni  specializzate  previste  dall’art. 102 Cost. In base all’art. 50 ordinamento 
giudiziario, il Tribunale per i minorenni è composto da un magistrato di Corte d’Appello come 
Presidente, un giudice togato di Tribunale e due giudici laici (un uomo e una donna).
Il  giudice  per le indagini preliminari  è un organo monocratico, mentre il  giudice per l’udienza 
preliminare è un organo collegiale composto da un magistrato e due laici (art. 50 bis og).
La Corte d’Appello ha una apposita sezione per i minorenni, composta da tre magistrati togati e due 
esperti (un uomo e una donna) (art. 58 comma 2 og e art 4 disp att proc min).
Il magistrato di sorveglianza per i minorenni: è competente anche per l’applicazione delle sanzioni 
sostitutive e delle misure di sicurezza (art. 30 comma 2 e art. 40 comma 1 dpr). 
Le   attribuzioni   della   magistratura   di   sorveglianza,   ex   art.   3   comma   2   dpr,   sono   esercitate   dal 
tribunale per i minorenni e dal magistrato di sorveglianza per i minorenni nei confronti del reo 
minorenne sino al compimento del 25° anno di età.
La Corte d’Assise non è prevista nel sistema penale minorile. 
La competenza: 
La competenza per territorio (art. 3 rdl 1404/1934): il tribunale per i minorenni ha giurisdizione su 
tutto il territorio della corte d’appello in cui è istituito. 
La competenza per materia (art. 3 dpr):  la competenza per materia del tribunale per i minorenni 
riguarda tutti i reati commessi dai minori degli anni diciotto. Perciò, la competenza del giudice 
minorile è  esclusiva,  inderogabile  e  ultrattiva. Infatti, contestata la commissione di un reato da 
parte di un soggetto minore, rimane ferma la competenza del giudice minorile quale che sia l’età 
dell’indagato o dell’imputato al momento del procedimento. 
Connessione: ogni deroga alla competenza del giudice minorile viene esclusa anche in ipotesi di 
connessione   (ex   12  cpp),   per   cui   essa  rimane   ferma   e   si  fa  luogo   alla   separazione   dei   giudizi 
allorchè:
­) art. 12 lett a) cpp: vi sia concorso di un minore e di maggiorenni nel reato, 
­) art. 12 lett. b) e c) o si proceda per più reati commessi dal soggetto prima in età minore e poi 
maggiorenne. 
A  tal  riguardo, l’art. 14 cpp (limiti alla connessione nel caso di reati commessi da minorenni) 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 84
stabilisce al primo comma che la connessione non opera nel caso di coimputati minorenni assieme a 
maggiorenni, mentre al comma secondo che la connessione non opera fra procedimenti per reati 
commessi   quando   l’imputato   era   minorenne   e   procedimenti   per   reati   commessi   quando   era 
maggiorenne.
Tutto ciò, ovviamente, non esclude la possibilità di indagini collegate sotto il profilo probatorio ex 
art. 371 cpp.
In tema di competenza del giudice minorile è intervenuta più volte la Corte Costituzionale, anche 
con soluzioni nel tempo diverse, e ciò in relazione all’art. 9 del RDL 1404.1934, che escludeva la 
competenza del tribunale per i minorenni quando nel procedimento fossero coimputati minori con 
coimputati maggiori di anni diciotto. L’ultima Sentenza del giudice delle leggi (222.1983) tuttavia, 
dichiarando   incostituzionale  l’art  9 RDL,  stabilisce che la  competenza  del giudice minorile  sia 
competenza funzionale (quindi inderogabile) per tutti i reati commessi da soggetti minori di età. A 
conferma di tale orientamento anche la disciplina dettata dal nuovo cpp del 1988 all’art. 14.
La competenza del giudice minorile e il reato permanente:  Nel caso di reato permanente, quando 
all’inizio   dell’attività   criminosa   il   reo   era   minore   e   la   condotta   si   protrae   anche   dopo   il 
raggiungimento della maggiore età, la cassazione ha ritenuto, essendo il reato permanente un’entità 
giuridicamente unitaria, che la competenza rientri per intero al tribunale penale ordinario (Cass. 93, 
Trimboli; Cass. 95 Appeso; Cass. 96, Cuofano).
IL   PUBBLICO   MINISTERO:  Il   legislatore   con   il   RDL   1404.1934   ha   stabilito   un   ufficio   del 
procuratore   della   Repubblica   presso   il   tribunale   per   i   minorenni   e   un   ufficio   del   procuratore 
generale presso la corte di appello.
Nel processo penale minorile, il pm deve, in base a Corte Cost. 49.1973, non soltanto realizzare la 
pretesa punitiva dello Stato, ma deve cooperare al conseguimento del recupero del minore.
LA POLIZIA GIUDIZIARIA:  l’art 5 dpr (e l’art. 6 comma 2 disp att) stabilisce che la sezione 
specializzata della pg è formata da personale dotato di specifiche attitudini e preparazione.
I SERVIZI MINORILI e le COMUNITA’: 
I Servizi minorili: sono previsti dall’art. 6 dpr. Essi coadiuvano l’autorità giudiziaria in ogni stato e 
grado del procedimento, affiancando il minore durante le più delicate fasi di esso.
Hanno   un   duplice   compito:   ­)   assistono   il   minorenne,   proteggendolo   anche   da   possibili 
comportamenti poco garantistici da parte degli organi che agiscono nel processo e ­) fanno   da 
tramite fra l’autorità giudiziaria e il minore (di cui devono conoscere la personalità).
Tipologia: Vi sono i servizi dell’amministrazione della giustizia, i servizi presso gli enti locali, le 
comunità pubbliche, le comunità autorizzate.
IL DIFENSORE: l’art. 11 dpr e l’art 15 disp att disciplinano la figura del difensore d’ufficio. 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 85
L’ammissione all’esercizio della difesa d’ufficio è limitata a professionisti iscritti negli appositi 
elenchi predisposti dal Consiglio dell’ordine forense. La scelta dei difensori da iscrivere nell’albo 
speciale è disciplinata dall’art. 15 disp att: ciascun Consiglio predispone e aggiorna, almeno ogni tre 
mesi l’elenco e lo comunica al tribunale per i minorenni.
Viene   iscritto  in   tale   albo  speciale   chi   abbia  svolto  la   professione  forense  davanti  alle  autorità 
giudiziarie minorili o abbia frequentato corsi di perfezionamento e aggiornamento attinenti al diritto 
minorile (tali corsi vengono organizzati annualmente dal Consiglio ove ha sede il tribunale per i 
minori).
Tali elenchi vengono tenuti aggiornati ex art. 29 disp att cpp.
La nomina a difensore di ufficio un avvocato non iscritto comporta una nullità a regime intermedio 
ex 178 comma 1 lett c) cpp.
Ovviamente, è impregiudicata la scelta del difensore di fiducia.
Si applica anche nel processo minorile il patrocinio in favore dei non abbienti ex L 217.1990.

PRINCIPI GENERALI DEL PROCESSO MINORILE:
GENERALITA’: il sistema processuale minorile si caratterizza per il costante rimando alle esigenze 
educative   del   minorenne.   Esigenze   che,   essendo   ovviamente   individuali,   implicano   un 
ampliamento della discrezionalità del giudice.
GLI ACCERTAMENTI SULLA PERSONALITA’ DEL MINORENNE (art. 9 DPR):  Il pm e il 
giudice   acquisiscono   elementi   circa   le   condizioni:   personali,   familiari,   sociali   e   ambientali   del 
minorenne.   Inoltre,   tali   accertamenti   riguardano:   ­)   gli   eventuali   precedenti   penali   ­)   lo   “stato 
attuale”, ­) sino a coinvolgere anche le risorse future del minore. 
Al fine di acquisire detti elementi utili alla valutazione della personalità del minore, il giudice può 
utilizzare qualsiasi mezzo di prova e tutte le prove atipiche. Il canale privilegiato rimangono sempre 
i servizi sociali, ma possono anche essere demandati tecnici oppure essere sentiti gli insegnanti. 
Ciò, anche senza formalità di procedura.
Normalmente vengono utilizzati i servizi minorili, sentita la persona offesa ed eventualmente gli 
esercenti la potestà genitoriale (questi ultimi se necessario).
Il fine di tali accertamenti è di quello di appurare: la imputabilità, il grado di responsabilità, la 
valutazione   della   rilevanza   sociale   del   fatto,   disporre   le   adeguate   misure   penali   e   adottare 
eventualmente provvedimenti di natura civile. 
Le   conseguenze   dell’eventuale   omissione   dell’indagine   non   è   sanzionata   specificatamente   dalla 
normativa in esame, ma la giurisprudenza ha ritenuto che tale inadempimento possa integrare una 
nullità   a   regime   intermedio,   ma   non   una   nullità   assoluta   ex   179   n.   1   cpp   (Cass.   24.11.94, 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 86
Jovanovic).
L’ACCERTAMENTO DELL’ETA’ DELL’IMPUTATO (artt. 8 DPR e 67 cpp): L’art. 8 dpr stabilisce 
che   quando   vi   è   incertezza   sulla   minore   età   dell’imputato,   il   giudice   dispone,   anche   d’ufficio, 
perizia; se dopo la perizia permangono dubbi sulla minore età, questa è presunta.
L’art 67 cpp attribuisce al tribunale per i minorenni la competenza esclusiva a determinare, con le 
forme del procedimento minorile, l’età di un imputato che si abbia ragione di ritenere minore. La 
Cass. (cfr 12.11.90, Minic) ha specificato che la semplice insorgenza del dubbio in ordine alla età 
dell’imputato, comporta la trasmissione degli atti al procura presso il trib. min.; quindi declaratoria 
di difetto di competenza determinata non da un accertamento giudiziale, ma da mero dubbio.
Ovviamente,   la   presunzione   dell’età   minore   è   residuale   e   non   esime   il   giudice   dall’obbligo   di 
esperire accertamenti sull’età dell’imputato.
Gli accertamenti possono essere svariati, quali: ricerca anagrafica­documentale, esami radiografici 
e antropometrici.
In riferimento all’esame radiografico delle ossa carpali, nel caso in cui si   manifestati un quadro 
radiologico compatibile con una età di almeno dociotto anni (evidenziando una saldatura completa 
dei nuclei ipofisari radiale e ulnare), non è operante la presunzione della minore età ex art. 8 comma 
2 dpr (Cass. 9.12.91, Jovanovic).
Schema: art. 67 cpp, art 8 dpr, presunzione in caso di dubbio.
L’INAMMISSIBILITA’   DELL’AZIONE   CIVILE   (art.   10   dpr):  l’art   10   stabilisce   che   nel 
procedimento   penale   davanti   al   tribunale   per   i   minorenni   non   è   consentito   il   promuovimento 
dell’azione civile. Il danneggiato dal reato può quindi rivolgersi al giudice civile competente tanto 
nell’ipotesi in cui il giudizio penale è pendente, tanto se debba ancora avere inizio.
Ciò non vuole dire che il difensore dell’indagato minorenne non abbia interesse a promuovere la 
conciliazione   tra   il   reo   e   la   po   durante   la   fase   delle   indagini   preliminari,   ciò   in   vista 
dell’affidamento in prova da richiedere all’udienza preliminare. Tale conciliazione può avvenire con 
una lettera di scuse o addirittura una transazione stragiudiziale avente a oggetto il risarcimento del 
danno. 
Il II comma dell’art. 10 stabilisce che la sentenza penale (di condanna o di assoluzione) non ha 
efficacia di giudicato nel giudizio civile (relativo al risarcimento o alla restituzione). Da ciò, ne 
discende che il giudizio civile avente a oggetto il risarcimento del danno, iniziato dopo la sentenza 
penale di I grado, non deve essere sospeso (come invece stabilito dall’art. 75 comma 3 cpp).
Malgrado la posizione di parte civile (danneggiato) nel processo penale minorile sia inammissibile, 
la persona offesa ha invece un suo spazio processuale, in quanto la giurisprudenza (Cass. pen 1.8.91, 
Stracquadaini) ha affermato che la persona offesa possa esercitare i diritti e le facoltà di cui all’art. 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 87
90 cpp, ma ciò al solo quando la po possa fornire un suo apporto alla conoscenza dei fatti per cui si 
procede (Cass. pen 1.7.94, Mazzuoccolo).
NOTIFICHE ALL’ESERCENTE LA POTESTA’ DEI GENITORI (art. 7 dpr) E L’ASSISTENZA 
DEI SERVIZI SOCIALI (art. 12 dpr):  il minore deve avere per tutto il corso del procedimento e 
successivo processo la tutela anche psicologica. A tal fine:
­) l’informazione di garanzia e il decreto di fissazione dell’udienza devono essere notificati anche 
all’esercente la potestà dei genitori (è sufficiente anche a un solo genitore, Cass. 12.6.84, Valenti), a 
pena di nullità;
­) ogni convocazione del minore, da parte del giudice, del pm o della pg, e in ogni fase, deve sempre 
essere informato anche l’esercente la potestà di genitore (non più quando diventa maggiorenne, 
Cass. 27.1.84, Capello);
­)   la   mancata  osservanza  dell’art.  7 comporta  una nullità  dell’atto compiuto: nullità  generale  a 
regime   intermedio   se   inerente   all’intervento,   all’assistenza,   alla   rappresentanza   dell’imputato   o 
nullità assoluta se inerente la omessa citazione dell’imputato.
I   servizi   sociali   forniscono   assistenza   al   minore   e   tal   fine   l’art.   17   disp   att   dpr   prescrive   che 
l’autorità giudiziaria provvede a informare i servizi sociali mediante apposita comunicazione.
Schema: abbiamo: il difensore, l’esercente la potestà dei genitori, i servizi sociali.
LA INFORMAZIONE DEL GIUDICE ALL’IMPUTATO (art. 1 comma 2 dpr): il giudice illustra 
all’imputato   il   significato   delle   attività   processuali   che   si   svolgono   in   sua   presenza,   nonchè   il 
contenuto   e   le   ragioni   delle   decisioni.   La   violazione   del   diritto   all’informazione   del   minore 
comporta una nullità generale a regime intermedio ex 178 lett. c) cpp.

LA LIBERTA’ PERSONALE DEL MINORENNE
FORME DI LIMITAZIONE E COMPETENZE: nel regime del DPR 448/1998 la libertà personale 
dell’indagato o imputato minorenne può esse limitata:
1) a opera della Polizia Giudiziaria mediante l’arresto in flagranza, il fermo, l’accompagnamento in 
un ufficio di polizia:
2) a opera del Pubblico Ministero mediante il fermo;
3)   a   opera   del   Giudice   mediante   le   misure   cautelari,   quali:   prescrizioni,   permanenza   in   casa, 
collocamento in comunità, custodia cautelare.
Quindi:
­) le misure precautelari sono: arresto, accompagnamento a seguito di flagranza e fermo.
­) le misure cautelari sono: prescrizioni, permanenza in casa, collocamento in comunità, custodia 
cautelare.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 88
I PRINCIPI GENERALI: nell’art. 3 lett. h) della legge delega per la emanazione del cpp del 1988 si 
leggono i principi generali dettati in relazione alla disciplina delle misure limitative di libertà nel 
processo a carico di soggetti minori di età. Precisamente:
­) Arresto e fermo: il potere di arresto in flagranza e di fermo è sempre facoltativo ed è limitato ai 
“gravi delitti”.
­)  misure cautelari: il potere del giudice di ordinare misure cautelari è sempre  facoltativo  e  la 
custodia cautelare in carcere è limitata ai delitti di maggiore rilevanza, sempre che sussistano gravi e 
inderogabili esigenze istruttorie ovvero gravi esigenze di tutela della comunità.
A) MISURE PRECAUTELARI
GENERALITA’: Le misure precautelari sono l’arresto, il fermo e l’accompagnamento.
ARRESTO (art. 16 e 23 dpr):  L’arresto del minore è sempre facoltativo (art. 16 dpr), infatti gli 
agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, nell’esercizio della facoltà di arresto, devono tenere conto 
della gravità del fatto, dell’età e della personalità del minore. 
Inoltre, l’arresto è consentito solo se il reo viene colto in flagranza di uno dei delitti per i quali ex 
art 23 è possibile la custodia cautelare. Quindi l’arresto (e la custodia cautelare, infra) è possibile ex 
art. 23 per:
­) tutti i delitti non colposi puniti con l’ergastolo o con la reclusione non inferiore nel massimo a 
nove anni;
­) i reati previsti dall’art. 380 comma II lett. e­f­g­h­ cpp;
­) il delitto di violenza sessuale ex 609 bis ss cp.
­) esclusione del reato di furto aggravato dalla violenza sulle cose nel caso in cui ricorra l’attenuante 
del danno patrimoniale di speciale tenuità (art. 62 n. 4 cod pen).
I PRESUPPOSTI DELL’ARRESTO (artt. 16, 23, 19 dpr e artt. 278 cpp e 379 cpp): 
­) la flagranza;
­) un delitto con pena “ex art. 23” dpr;
­) la determinazione della pena (ai fini dell’art 23 e quindi per l’arresto), si deve effettuare secondo i 
criteri ex art. 278 cpp nonchè tenendo conto della diminuente della minore età.  
Att.ne:  l’arresto e l’accompagnamento sono in alternativa tra loro: infatti, la PG può scegliere in 
alternativa   in   base   alla   educazione   e   alla   personalità   del   minorenne.   Entrambe   necessitano   di 
convalida e di giudizio direttissimo.
FERMO   (artt.   17   dpr   e   384   cpp):  il   fermo   di   persona   gravemente   indiziata   di   grave   delitto   è 
ammesso   quando,  [[anche   fuori  dai  casi   di  flagranza,]]   sussistano   specifici  elementi  che  fanno 
ritenere fondato il pericolo di fuga. 
Il fermo può essere ordinato dal Pubblico Ministero.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 89
Mentre, la Polizia Giudiziaria ha facoltà di procedere al fermo, prima che il PM abbia assunto la 
direzione delle indagini, quando:
­) sopravvengano elementi per ritenere fondato il pericolo di fuga,
­) e manchi il tempo per attendere il provvedimento del PM. 
In relazione al minorenne il fermo può essere disposto per uno dei delitti previsti dall’art. 23 dpr 
(come per l’arresto), purchè la pena non sia inferiore nel minimo a due anni  di reclusione.
L’ACCOMPAGNAMENTO   A   SEGUITO   DI   FLAGRANZA   (art.   18   bis   DPR):  Tale   misura   ha 
finalità sia precautalere, sia di tutela del minore. In caso di flagranza, la PG può accompagnare 
presso i propri uffici il minorenne colto in flagranza di un delitto non colposo per il quale la legge 
stabilisce  la   pena dell’ergastolo  o della  reclusione non inferiore nel  massimo a  5 anni. In   altri 
termini, la PG, in caso di flagranza, può scegliere discrezionalmente tra l’esecuzione dell’arresto o 
dell’accompagnamento e ciò in considerazione alle esigenze educative e alla personalità del minore.
In tale caso la PG:
­) può trattenere il minore non oltre le dodici ore; 
­) deve avvisare il PM e l’esercente la potestà genitoriale; 
­)   infine,   deve   consegnarlo   ai   genitori   (o   all’affidatario),   con   l’ammonimento   di   tenerlo   a 
disposizione   del   PM.   Tuttavia,   se   non   è   possibile   invitare   l’esercente   la   potestà   dei   genitori   o 
l’affidatario a prenderlo in consegna o se questi risultano inidonei, il pm può disporre che il minore 
venga   condotto   presso   un   centro   di   prima   accoglienza   o   presso   una   comunità   (pubblica   o 
autorizzata).
Anche per detta misura precautelare è prevista la convalida.
GLI   ADEMPIMENTI   SUCCESSIVI   ALL’ADOZIONE   DI   UNA   MISURA   PRECAUTELARE 
(artt. 18 e 18 bis dpr): 
Arresto o fermo: ai sensi dell’art. 18 in caso di arresto o fermo di un minorenne:
­) la PG deve dare immediata notizia al pm, all’esercente la potestà dei genitori (o affidatario), e 
informare i servizi minorili;
­) Il pm: a) pone immediatamente in libertà se ritiene che la misura precautelare sia stata eseguita 
fuori dai casi previsti dalla legge o ritenga di non applicare una misura cautelare; b) oppure dispone 
che venga condotto presso un centro di prima accoglienza o una comunità o presso l’abitazione 
familiare (dove vi deve rimanere a sua disposizione): tale scelta deve essere effettuata dal pm in 
considerazione della eventuale impossibilità della famiglia di esercitare sul minore una funzione 
educativa (Cass. 29.10.90, Cirrito).
Att.ne: nei confronti del minorenne non si applica l’art. 121 II comma disp att cpp: quindi nel caso 
di liberazione dell’arrestato o del fermato da parte del pm non occorre fare luogo a convalida (Cass. 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 90
12.11.91, Mutisi).
Accompagnamento: ai sensi dell’art. 18 bis in caso di accompagnamento a seguito di flagranza:
­) la PG conduce e trattiene il minore per non più di dodici ore presso i propri uffici;
­) da immediata notizia al pm e ai servizi sociali;
­) consegna il minorenne all’esercente la potestà genitoriale o all’affidatario.
L’UDIENZA   DI   CONVALIDA.   Il   pm   chiede   al   gip   la   convalida   dell’arresto,   del   fermo   o 
dell’accompagnamento   entro   le   48   ore   dalla   avvenuta   esecuzione   di   una   delle   dette   misure 
precautelari. Il gip (in composizione monocratica), a seguito della richiesta del pm, effettua gli 
avvisi dell’udienza di convalida che devono essere comunicati al pm e ai servizi minorili e notificati 
al difensore e agli esercenti la potestà.
L’udienza di convalida, che viene celebrata dal gip in composizione monocratica, si conclude con la 
convalida o il rigetto della richiesta del PM. Vi può anche essere l’emissione da parte del GIP di una 
ordinanza di applicazione di una misura cautelare.
Contro l’ordinanza di convalida o di rigetto è dato ricorso per Cassazione.
Contro l’ordinanza di applicazione di una misura cautelare o di rigetto è data la richiesta di riesame 
a cui provvede il Tribunale per i minorenni.
B) LE MISURE CAUTELARI PERSONALI
LE MISURE CAUTELARI NEL PROCESSO MINORILE:  Il dpr 448/1988 ha dotato il processo 
minorile di un sistema di misure cautelare personali autonomo, mentre le misure cautelari reali sono 
disciplinate dal cpp. 
Anche nel processo minorile vige il principio di legalità e tassatività (come stabilito dall’art. 272 
per il cpp), infatti l’art. 19 comma I dpr stabilisce che non possono essere applicate misure cautelari 
personali diverse da quelli previste nel dpr, precisamente: artt. 20 (prescrizioni), 21 (permanenza in 
casa), 22 (collocamento in comunità), 23 (custodia cautelare).
I PRESUPPOSTI per l’applicazione di una misura cautelare (art. 19 dpr): in base agli artt. 19 dpr, 
273 e 274 cpp, i presupposti per l’applicazione di una misura limitativa di libertà sono: 
­) gravi indizi di colpevolezza (fumus commissi delicti): art. 273 comma I cpp;
­) prevedibilità della irrogazione di una pena: art. 273 comma II cpp;
­) presenza di esigenze cautelari (periculum libertatis): 274 cpp.
I  CRITERI  DI SCELTA DELLE MISURE (art. 19 dpr):  in primis occorre sottolineare che nel 
processo minorile sussistono i seguenti principi:
­) il principio della facoltatività delle misure: anche di fronte ai reati più gravi è sempre il giudice a 
decidere se e quale misura adottare (principio desunto dall’art. 19 comma II dpr);
­) il principio della adeguatezza e della proporzionalità delle misure: principi desunti dall’art. 275 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 91
cpp (in quanto richiamato dall’art. 19 comma II, e dall’art. 20 comma I dpr), il quale prevede che se 
non risulta necessario fare ricorso ad altre misure cautelari si applica quella meno afflittiva delle 
prescrizioni.
In base agli artt. 19 comma II dpr e 275 cpp, il giudice nell’applicare le misure tiene conto:
­) del principio di adeguatezza della misura alle esigenze cautelari (275 comma I);
­) del principio di proporzionalità della misura al fatto e alla sanzione da irrogare (275 comma 
II);
­)   non  si  applica l’art. 275 comma III  secondo periodo (il quale prevede che in caso di delitti 
commessi nelle condizioni dell’art. 416 bis è applicata la custodia cautelare in carcere); 
­) dell’esigenza di non interrompere i processi educativi in atto: le cd esigenze educative.
Le   esigenze   cautelari   e   le   esigenze   educative:   il   rapporto   tra   esigenze   cautelari   e   le   esigenze 
educative: 
­) da un lato, è indubbio che le esigenze educative non possano essere la ragione dell’applicabilità di 
una misura cautelare (cioè, le misure cautelari non si possano applicare solo per esigenze educative, 
in quanto in ogni caso devono sempre sussistere le esigenze probatorie);  
­) dall’altro lato, il giudice deve sempre tenere conto nello scegliere la misura cautelare da applicare 
di non interrompere i processi educativi in atto.
LADETERMINAZIONE DELLA PENA PER L’APPLICAZIONE DELLE MISURE CAUTELARI 
E LA DIMINUENTE DELLA MINORE ETA’ (art. 19 comma 5 dpr): l’art. 19 comma 5 prevede 
che nella determinazione della pena agli effetti dell’applicazione delle misure cautelari si applicano 
i seguenti criteri:
­) i criteri indicati dall’art 278 cpp;
­) la diminuente della minore età.
Occorre distinguere in base a quante circostanze concorrono:
­) se concorre una sola circostanza si applica l’art 65 cp (diminuzione di pena nel caso di una sola 
circostanza attenuante);
­) se concorrono più circostanze è dubbio se si debba  procedere al giudizio di comparazione ex art. 
69 cp tra le aggravanti e la diminuente. In particolare, secondo la Cass (7.7.93, Gaini) il giudizio di 
comparazione, che prevede una visione sia del fatto che della personalità, può essere fatto sia dal 
giudice del merito che emette la sentenza, sia durante la fase delle indagini preliminari ai limitati 
fini della misura cautelare.
I SERVIZI MINORILI E LE MISURE CAUTELARI (art. 19 comma III dpr):  il giudice quando 
applica   una   misura   cautelare,   affida   il   minore   ai   servizi   minorili   della   amministrazione   della 
giustizia (i quali collaborano con i servizi degli enti locali), i quali svolgono attività di sostegno e 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 92
controllo del minore 
LA VIOLAZIONE DELLA MISURA E IL PEGGIORAMENTO DELLA MISURA: 
La violazione della misura: in tema di violazione della misura ­ in base agli artt. 20 comma III, 21 
comma V, 22 comma 4 ­ in caso di gravi,   ripetute e ingiustificate violazioni della misura meno 
afflittiva, potrà essere applicata quella immediatamente più afflittiva. Tuttavia, se la misura viene 
violata,   oltre   alla   sanzione   del   progressivo   aggravamento   delle   stesse,   non   vi   sono   ulteriori 
conseguenze (quali, ad esempio, l’applicazione dell’art. 650 cp, Cass. 16.5.94, Palma). 
Sopravvenute esigenze cautelari più serie: in caso di esigenze cautelari più serie, l’art. 299 comma 4 
(“quando le esigenze cautelari risultano aggravate il giudice su richiesta del pm sostituisce la misura 
con una più grave”) è applicabile con il limite che la misura più grave fosse applicabile ab initio in 
relazione al reato per cui si procede.
LE   PRESCRIZIONI   (art.   20   dpr):  misura   di   coercizione   non   detentiva   applicabile   quando   si 
procede per delitti punibili con ergastolo o reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. 
Il contenuto è tassativo e riguarda obblighi inerenti alla attività di studio, lavoro o altre attività utili 
per l’educazione del minore. La giurisprudenza ha escluso che le indicazioni del I comma dell’art. 
20   abbiano   carattere   esemplificativo   (perciò,   ad   esempio,   non   si   può   prescrivere   al   minore   di 
presentarsi presso la pg ex 282 cpp: Cass. 14.2.90 Stojanovic). Sempre in tema di contenuto, le 
prescrizioni possono imporre un obbligo positivo o negativo (facere o non facere) e deve essere 
specifico, anche se il giudice può demandare ai servizi sociali di determinare le precisazioni di un 
percorso prederminato in maniera generica.
La durata è stabilita dal giudice, ma perdono efficacia dopo due mesi dalla ordinanza (il termine 
decorre dalla lettura se adottato in udienza o dalla notifica) e possono essere rinnovate una sola 
volta.
LA PERMANENZA IN CASA (art. 21 dpr): si applica per delitti punibili con l’ergastolo o con la 
reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. I presupposti sono quelli degli artt. 273 e 274 
cpp.
Si sostanzia  nel rimanere presso: ­) l’abitazione familiare, ­) o in altro luogo di privata dimora 
laddove   l’ambiente   della   famiglia   naturale   non   consenta   o   renda   inopportuno   il   permanere   del 
minorenne (abitazione di parenti o amici, comunità non autorizzata).
Se il minore si trova in stato di infermità, la permanenza, ex art. 23 disp att dpr, può essere eseguita 
in luogo di cura (pubblico o privato).
La   permanenza   può   esaurirsi   nell’obbligo   di   stare   nel   luogo   designato,   ma   può   anche   essere 
accompagnata da altre prescrizioni; inoltre per esigenze di lavoro, studio, o per la sua educazione, il 
minore   può   essere   autorizzato   dal   giudice   (con   provvedimento   dal   contenuto   specifico)   ad 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 93
allontanarsi dall’abitazione.
I genitori (o altri conviventi) devono vigilare sul comportamento del minore (ma senza alcun dovere 
di custodia o di riferire al pm), hanno l’obbligo di consentire gli interventi dei servizi e i controlli 
della pg: la violazione integra il reato ex art. 650 cp.
La attuazione: il minore deve essere interrogato entro quindici giorni dall’inizio della esecuzione 
della   misura   cautelare,   a   pena   di   perdita   di   efficacia   della   misura   stessa   (vedi   art.   294   cpp: 
“interrogatorio della persona sottoposta a misura cautelare personale”).
I termini: la durata massima (art. 23 comma 3 dpr) è quella prevista dall’art. 303 cpp, ridotti della 
metà per gli infraquattordicenni. Essi decorrono dalla lettura (se adottata in udienza) o dalla notifica 
dell’ordinanza (se non è adottata in udienza). In caso di adozione in continuità di arresto, fermo o 
accompagnamento a seguito di flagranza, i termini decorrono dalla data in cui questi ultimi sono 
stati eseguiti.
Ex art. 657 cp, il periodo di permanenza in casa viene computato nella pena da eseguire.
IL COLLOCAMENTO IN COMUNITA’ (PUBBLICA O AUTORIZZATA) (art. 22 dpr): si applica 
per delitti punibili con l’ergastolo o con la reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, in 
presenza dei presupposti ex artt. 273 e 274 cpp.
Il   minore   viene   collocato   in   una   comunità   –   pubblica   o   autorizzata   ­,   con   eventuali   altre 
prescrizioni.
Se il minore si trova in stato di infermità, ex 23 disp att dpr, può essere collocato in un luogo di cura 
(pubblico o privato).
Il giudice deve indicare specificatamente la comunità presso la quale la misura deve essere eseguita.
I termini di durata massima sono quelli previsti per la custodia cautelare e decorrono dalla notifica 
del provvedimento applicativo.
Il periodo trascorso si computa nella pena ex 657 cpp.
I requisiti delle comunità (ex art. 10 disp att dpr): “organizzazione di tipo familiare idonea a ospitare 
non più di dieci giovani e tale da garantire anche attraverso progetti personalizzati una conduzione e 
un clima significatamente educativi”.
I responsabili delle comunità hanno l’obbligo di collaborare con i servizi di cui all’art. 19 comma 3 
dpr. Tuttavia, non hanno obblighi di custodia penalistica dei minori ospiti.
LA  CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE (art. 23 dpr):  l’art. 23 fissa un duplice criterio: 
quantitativo (pena edittale prevista) e qualitativo (singole fattispecie di reati). 
In base al primo criterio, la custodia cautelare può essere disposta per i delitti non colposi punibili 
con l’ergastolo o con la reclusione non inferiore nel massimo a nove anni. 
In base al secondo criterio, può essere applicata per i seguenti reati:

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 94
­) furto tentato o consumato aggravato per essere stato commesso su armi, munizioni o esplosivi 
(art. 4 L. 533/1977 e art. 380 comma II lett. e) cpp); 
­) rapina o estorsione (artt. 628 e 629 cpp) tentate o consumate (art. 380 comma II lett. f cpp);
­) delitti tentati o consumati di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, 
cessione, detenzione e porto in luogo pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di 
esplosivi, di armi clandestine nonchè di armi più comuni da sparo (di queste ultime escluse quelle 
previste dall’art. 2 comma III L. 110/1975) (art. 380 comma II lett. g cpp);
­) delitti tentati o consumati concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell’art. 
73 dpr 309/1990, salvo che si tratti di fatti di lieve entità (art. 380 comma II lett. h cpp);
­) violenza sessuale tentata o aggravata (art. 609 bis e ss).
Principi generali sulla custodia cautelare:
­) carattere facoltativo e residuale della custodia cautelare;
­) restrizione dell’ambito di applicabilità della custodia soltanto ai delitti elencati nell’art. 23 comma 
I dpr;
­) inestensibilità ai minori ex art. 19 comma I della presunzione di pericolosità introdotta per alcuni 
reati dall’art. 275 comma III cpp (delitti di cui all’art. 416 bis cp: “associazione di tipo mafioso”);
Secondo la giurisprudenza (cfr Cass. 28.4.95 Caoruscio) l’art. 23 dpr indica una serie di parametri 
(oggettivi e soggettivi) che facultano il giudice all’applicazione o meno   della custodia: infatti il 
giudice deve tenere conto:
­) della personalità del minore,
­) del suo contesto familiare e sociale,
­) che la misura custodiale non vada a interrompere i processi educativi in atto,
Le   esigenze   cautelari:   l’art.   23   individua   autonomamente   le   esigenze   cautelari,   riproducendo 
tuttavia alla lettera l’art. 274 cpp:
­)   art.   23   comma   II   lett.   a   (che   riproduce   l’art.   274   lett   a)   cpp):   quando   sussistono   “gravi  e 
inderogabili” esigenze probatorie: da notare che l’art. 274 precede solo “inderogabili” esigenze 
probatorie [gravi e inderogabili esigenze istruttorie];
­) art. 23 comma II lett. b (che riproduce l’art. 274 lett b cpp): quando vi è il pericolo di fuga: att.ne 
tale inciso è stato dichiarato illegittimo dalla Corte Cost. con Sent. 359/2000, in quanto la legge 
delega non contemplava il pericolo di fuga, ma solo gravi e inderogabili esigenze istruttorie e gravi 
esigenze di tutela della collettività;
­) art. 23 comma II lett c (che riproduce l’art. 274 lett c) cpp): quando vi è il concreto pericolo, 
desunto dal fatto e dalla personalità, che questi commetta ulteriori delitti con l’uso di armi o altri 
mezzi di violenza, o delitti contro l’ordine costituzionale, o delitti di criminalità organizzata o delitti 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 95
della stessa specie per cui si procede [gravi esigenze di tutela della collettività].
Infine, secondo la Sent. 323/2000 della C. Cost. si applica quanto novellato dalla L 332/1995 in 
relazione all’art. 274 lett. “a” e “c” (esigenze cautelari di inquinamento probatorio e di reiterazione 
del reato).
I termini di durata della custodia cautelare: i termini di durata massima della custodia cautelare 
minorile non sono fissati autonomamente. Infatti, l’art. 23 comma III dpr rimanda all’art. 303 cpp, 
stabilendo che:
­) per i reati commessi da minori degli anni diciotto i termini di cui all’art. 303 cpp sono ridotti 
della metà;
­) per i reati commessi dai minori degli anni sedici i termini di cui all’art. 3003 cpp sono ridotti dei 
due terzi.
I termini decorrono:
­) dalla cattura (293 cpp),
­) dall’arresto (artt. 16 dpr e 386 cpp),
­) dal fermo (art. 17 dpr e 386 dpr),
­) dall’accompagnamento (art. 18 bis dpr).
La   sospensione   dei   termini:   occorre   esaminare   autonomamente   l’istituto   della   sospensione   dei 
termini   previsto   dall’art.   304   cpp   (“sospensione   dei   termini   di   durata   massima   della   custodia 
cautelare”). In relazione a tale istituto della sospensione previsto dall’art 304 cpp, si è registrato in 
giurisprudenza un contrasto.
Dapprima, con Sent. 4.5.94, Terlati, la Cass, considerando che il legislatore ha inteso regolare la 
custodia cautelare dell’imputato minorenne con particolare favore, ha sostenuto che “è da escludere 
l’applicabilità ai minori l’art. 304 cpp”.
Successivamente, con Sent. 20.6.95, De Tommasi, ha invece sostenuto che in base all’art. 1 dpr si 
applichi   l’istituto   della   sospensione,   ma   fortemente   ridotto   rispetto   a   quello   previsto   per   i 
maggiorenni.
Le SU, con Sent 29.11.95, De Tommasi, hanno aderito al secondo orientamento, stabilendo che il 
problema tra il raccordo fra il procedimento penale ordinario e quello minorile va risolta alla stregua 
dell’art. 1 dpr. Quindi, ha ritenuto che la sospensione dei termini sia compatibile con l’art. 23 dpr.
C) LE MISURE CAUTELARI REALI
La disciplina è quella dettata dal codice di procedura penale.

RITI DIFFERENZIATI:
GENERALITA’: è fondamentale per il legislatore che la vicenda giudiziaria che coinvolge il minore 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 96
abbia termine il più velocemente possibile. Tuttavia, non tutti i riti speciali disciplinati dal cpp sono 
stati ritenuti idonei dal legislatore minorile a raggiungere le finalità proprie del processo minorile. 
In particolare, nel processo penale minorile non sono ammessi l’applicazione della pena su richiesta 
delle   parti   e   il   procedimento   per   decreto.   E’   ammesso   il   giudizio   direttissimo   se   è   possibile 
compiere gli accertamenti sulla personalità del minore e assicurargli l’assistenza affettiva (art. 25 
dpr). Il minore può chiedere il giudizio abbreviato ed è ammesso il giudizio immediato.
Gli istituti in parola sono disciplinati dall’art. 25 dpr. 
APPLICAZIONE DELLA PENA SU RICHIESTA DELLE PARTI ex 444 c.p.p.: non è ammesso; 
infatti, il patteggiamento presuppone una capacità di valutazione che il legislatore ha ritenuto non 
essere   presente   nel   minore.   Tale   scelta   del   legislatore   è   stata   criticata   sia   in   dottrina   che   in 
giurisprudenza.   Tuttavia,   la   Corte   Costituzionale   ha   rigettato   tutte   le   questioni   di   legittimità 
sollevate al riguardo.
In particolare, con Sent. 135/1995 ha sancito che l’art. 25 dpr non è incostituzionale nella parte in 
cui esclude l’applicazione degli artt. 444 ss cpp. Infatti, la SC ha ritenuto che il cd patteggiamento 
“non   consenta   all’organo   giudicante   di   mantenere   quegli   amplissimi   poteri   caratterizzati 
dall’esigenza primaria del recupero del minore”.
E’ bene precisare che anche nella situazione in cui il reato venisse commesso dal minorenne che 
nelle   more   delle   indagini   preliminari   fosse   divenuto   maggiorenne,   il   patteggiamento   non   è 
comunque ammesso: sul punto la Corte Costituzionale si è già pronunciata con Sent. 272/2000, 
rigettando la questione di legittimità costituzionale sollevata al riguardo, sempre ribadendo che il 
procedimento minorile è sorretto dalla prevalente finalità di recupero e di tutela di personalità del 
reo, nonchè da obiettivi pedagogico­rieducativi, piuttosto che retributivo­punitivi.
DECRETO  PENALE DI CONDANNA (PROCEDIMENTO PER DECRETO):  non è ammesso. 
Difatti, peculiari del processo minorile sono le finalità protettive del minore da attuarsi anche con 
una procedura adatta alla personalità del minorenne in generale, privilegiando le necessità educative 
e le garanzie difensive. In particolare, il legislatore ha ritenuto che il procedimento per decreto sia 
basato su meccanismi di accertamento della verità non rispondenti a una adeguata valutazione della 
personalità dell’imputato. Il legislatore ha quindi calibrato una giustizia minorile specializzata per 
finalità “protettive” con una procedura adatta alla personalità e alle necessità educative e, pertanto, 
con una migliore qualità delle garanzia difensive. Pertanto, nel procedimento per decreto l’attività 
della difesa è inesistente o, semmai, meramente eventuale.
GIUDIZIO ABBREVIATO: è ammesso. 
Il giudizio abbreviato nel processo minorile si svolge sempre davanti a un giudice collegiale e può 
concludersi con uno degli epiloghi previsti dal dpr.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 97
La richiesta: deve essere formulata personalmente dal minore (anche se minore degli anni diciotto) o 
per mezzo di procuratore speciale. Poiché l’art. 25 dpr non detta alcuna disposizione particolare, si 
esclude la validità della richiesta formulata dall’esercente la potestà genitoriale, dal tutore o dal 
difensore non munito di procura speciale.
Termini per richiedere il giudizio abbreviato: si innesta nell’udienza preliminare minorile con una 
richiesta dell’imputato (proposta personalmente o per mezzo di procuratore speciale). Su di essa, 
acquisito il parere non vincolante del pubblico ministero, il giudice provvede con ordinanza.
Le indagini sulla personalità: anche se si procede con il giudizio abbreviato, non possono omettersi 
le   indagini   sulla   personalità   del   minore   da   parte   del   giudice,   che   possono   compiersi   in   ogni 
momento e non possono condizionare la decidibilità allo stato degli atti (confermato anche dalla L 
479/1999, in base alla quale il giudizio abbreviato non è più caratterizzato dalla decibilità allo stato 
degli  atti,   in   quanto il giudice ha il potere al giudice di assumere anche d’ufficio gli elementi 
necessari ai fini della decisione).
Il giudizio abbreviato e la messa alla prova: a seguito della Sent. della Corte Cost. 125/1995 (che ha 
dichiarato illegittima la norma contenuta nell’art. 28 comma IV dpr, che escludeva che potesse 
essere disposta la sospensione del processo e la messa alla prova nel caso in cui l’imputato avesse 
chiesto il giudizio abbreviato), il giudizio abbreviato non è più incompatibile con la sospensione e la 
messa alla prova.
Epiloghi: il giudizio abbreviato può essere definito con:
­) sentenza di assoluzione o di condanna con le formule proprie del dibattimento (anche con la 
sostituzione della pena detentiva),
­) con sentenza di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale o per irrilevanza 
del fatto e a norma dell’art. 425 cpp,
Impugnazioni: i limiti all’appellabilità sia da parte dell’imputato, sia da parte del pm sono quelli 
previsti dal cpp.
GIUDIZIO DIRETTISSIMO: è ammesso, previe indagini sulla personalità ex art. 9 dpr (condizioni 
familiari,   sociali,   risorse   personali,   ecc)   e   l’assistenza   all’imputato   minorenne   ex   art.   12   dpr 
(l’assistenza affettiva e psicologica è assicurata con la presenza di un genitore o altra persona idonea 
e la presenza dei servizi minorili). 
A seguito della L 12/1991 il rito de quo può anche riguardare reati punibili con la reclusione non 
inferiore nel massimo a 5 anni: quindi non solo l’arresto, ma anche l’accompagnamento.
GIUDIZIO   IMMEDIATO:  è   ammesso,   ma   sempre   con   le   indagini   sulla   personalità   e   con 
l’assistenza. A seguito della Sent. 125/1995 C. Cost. è ammessa la sospensione del processo e la 
messa alla prova.

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LA DEFINIZIONE ANTICIPATA DEL PROCESSO 
(cioè, prima del rinvio a giudizio):
ART. 26 dpr: SNLP PER DIFETTO DI IMPUTABILITÀ: (è emessa dal giudice). Infatti, l’art. 97 
c.p. dispone che non è imputabile il minore di 14 anni.
ARTT. 408­411 cpp: ARCHIVIAZIONE: è chiesta dal PM al GIP. Se quest’ultimo non la dispone 
restituisce gli atti al pm.
SNLP PER IRRILEVANZA DEL FATTO (ex art. 27 DPR: cd declaratoria di improcedibilità per 
irrilevanza del fatto):  l’irrilevanza del fatto era stata istituita con il dpr 448/1988, ma con Sent. 
250/1991 la Corte Costituzionale dichiarò la illegittimità dell’art. 27 per eccesso di delega Così il 
legislatore con reintrodusse tale istituto con una specifica legge: L 123/1992. 
I presupposti della SNLP per irrilevanza: tenuità e occasionalità del fatto (cd reato bagatellare) + 
la prosecuzione del processo pregiudicherebbe le esigenze educative del minore. 
La tenuità del fatto in particolare: si parla di tenuità del fatto quando esso sia tale da determinare 
modeste reazioni e preoccupazioni nella comunità. In particolare la tenuità può essere tenuta se 
(Cass. 7.2.95, sez. IV, Martini e Trib. min. Milano, 10.8.98, Tucci):
− il fatto è oggettivamente modesto (la cd natura del fatto­reato);
− il fatto è posto in essere con modalità che lo rendono ascrivibile alla naturale leggerezza delle 
persone   di   giovane   età,   le   quali   non   riflettono   adeguatamente   sulle   conseguenze   della   loro 
condotta;
− le specifiche modalità della condotta, le sue conseguenze e la finalità dell’azione contribuiscono 
a capire la effettiva lieve capacità delinquenziale dell’autore del fatto;
− in   ogni  caso  il  giudice  non  si deve fermare a  considerazioni  di  esclusivo  dimensionamento 
edittale;
La SNLP per irrilevanza: il rapporto tra la “occasionalità” e la continuazione ex 81 comma II c.p.: in 
passato la giurisprudenza affermava che “non può qualificarsi occasionale una condotta reiterata in 
più giorni, che ha condotto alla contestazione della continuazione ex art. 81 cpv. c.p.” (Corte app. 
sez. min. Torino 13.11.90, Selis). Più recentemente è stato sostenuto che “la contestazione di una 
condotta continuata non rappresenta un ostacolo per la sussistenza della occasionalità...” (trib. min. 
Milano 110.8.98, Tucci).
Natura giuridica: l’irrilevanza del fatto è una nuova causa di non punibilità (che si aggiunge a quelle 
di   esclusione   della   colpevolezza   e   dell’antigiuridicità)   ed   equivale   a   un   giudizio   assolutorio 
assimilabile a quello “il fatto non è previsto dalla legge come reato” (Cass. 9.11.99 Capasso).
Procedimento:  
Cinzia Falcade_Stefano De Boni 99
− Può essere emessa anche d’ufficio: 
− nella fase delle indagini preliminari dal gip, 
− nell’udienza preliminare dal gup, 
− nel corso del giudizio direttissimo, 
− e nel giudizio immediato (vedi art. 27 comma 4), 
− ma   non   può   essere   pronunciata   nella   fase   dibattimentale   ordinaria   (così   Cass. 
13.04.1999, sez IV, Cucca). 
− Procedimento: 
− indagini preliminari: 
− richiesta del pm di improcedibilità per irrilevanza del fatto;
− udienza camerale presso il gip;
− avvisi della fissazione dell’udienza e presenza necessaria del difensore (eventuale 
nomina difensore d’ufficio se non è già stato nominato il difensore di fiducia): e 
ciò   a   pena   di   nullità     ex  178  e  180   cpp   (ma   la   sentenza   potrebbe   ­non   vi   è 
unanimità­ incorrere nel limite del 180 comma 2);
− il giudice provvede in camera di consiglio dopo aver sentito il minore, l’esercente 
la potestà dei genitori e la persona offesa dal reato;
− in tale udienza non può essere adottato nessun provvedimento pregiudizievole per 
il minore;
− esito dell’udienza:
− accoglimento   della   richiesta   del   pm:   pronuncia   della   SNLP   per 
irrilevanza del fatto;
− rigetto della richiesta con ordinanza di restituzione degli atti al pm;
− è   ammissibile   nei   confronti   della   sentenza   de   qua   la   opposizione   ex   art.   32 
comma 3 dpr;
− è ammissibile l’appello ex art. 27 comma 3 nel caso in cui il giudice (Cass. pen. 
12.3.97, sez. IV, Seli);
− udienza preliminare: nella discussione sia il pm che la difesa possono chiedere che il gup 
pronunci SNLP per irrilevanza del fatto.
SOSPENSIONE DEL PROCESSO PER MESSA ALLA PROVA (art. 28 dpr 448/1988): La messa 
alla prova è basata sull’esame della personalità (deve trasparire una condotta del reato occasionale e 
non un sistema di vita improntato al crimine). La sospensione è rimessa alla discrezionalità del 
giudice. Il giudice riceve le relazioni periodiche dei servizi sociali.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 100
Presupposti: i presupposti della sospensione sono:
a) presupposto essenziale è il giudizio di responsabilità penale del soggetto;
b) la si dispone sulla base del progetto di intervento elaborato dai servizi sociali (anche se la Cass ha 
avuto modo di ritenere che si possa sospendere anche senza tale progetto);
c)  il giudice deve valutare: il tipo di reato, le modalità di attuazione della condotta, i motivi a 
delinquere, i precedenti penali, la personalità e il carattere del reo (la condotta criminosa non deve 
essere una scelta di vita, ma un disagio temporaneo);
d) dato che la funzione della messa alla prova è il recupero sociale e la rieducazione del minore, la 
concessione del beneficio della messa alla prova è consentita nei casi in cui sia formulabile un 
giudizio prognostico positivo sulla rieducazione del minore; 
e) i precedenti penali: per la cass. non sono ostativi;
f) l’imputato deve essere imputabile (avere capacità di intendere e di volere);
g) secondo una parte di giurisprudenza è essenziale che il reo svolga una piena confessione. Ma non 
così altra giurisprudenza: quest’ultima ritiene che sia sufficiente “sentire le parti”.
Il giudice competente per la messa alla prova: Il provvedimento di sospensione si addotta nel corso 
dell’udienza preliminare o nel dibattimento.
In relazione ai poteri del giudice di appello, si ritiene in giurisprudenza che il potere di disporre la 
sospensione del processo al fine di valutare la personalità del minore non può essere esercitato dal 
giudice in grado d’appello, se non in sede di controllo della decisione del giudice di primo grado il 
quale   abbia   erroneamente   omesso   l’indagine   sulla   personalità   del   minore   ed   abbia 
ingiustificatamente rifiutato la sospensione del processo e la messa alla prova dell’imputato (cass. 
pen. 1.8.91, Suppa, Cass. pen. 8.7.92, Ottavi).
Il destinatario del provvedimento di sospensione (in particolare il reo minorenne al momento del 
fatto, ma divenuto maggiorenne durante lo svolgimento del processo): La Cass. ritiene che anche il 
reo divenuto maggiorenne nelle more del processo possa beneficiare della messa alla prova: cioè, la 
raggiunta maggiore età del reo minore nel corso del processo, non è condizione ostativa.
Tuttavia, il giudice deve valutare con maggiore rigore la personalità del reo e, perciò, se vi sia 
ancora   la   possibilità   di   rieducazione   del   minore   e   sia   quindi   ancora   formulabile   quel   giudizio 
prognostico positivo sulla rieducazione del minore e conseguente esito positivo della messa alla 
prova. In particolare, se il reo abbia ormai una personalità completamente strutturata (allora, la 
messa alla prova non ha alcuna possibilità di riuscita, in quanto non è più possibile rieducare una 
personalità completamente formata), oppure se il reo, benchè maggiorenne, sia ancora in una fase di 
percorso evolutivo post­adolescienziale.
Durata della sospensione (art 28 comma 1): la durata della sospensione è disciplinata dal I comma 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 101
dell’art. 28 dpr. 
Il  termine   massimo  è   di   3   anni   (quando   si   procede   per   reati   per   i   quali   è   prevista   la   pena 
dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a 12 anni) o di un anno (negli altri casi).
La proroga della periodo di messa alla prova: il giudice può prorogare la durata della sospensione, 
ma deve sempre rispettare i limiti massimi di durata stabili dall’art. 28.
I   presupposti  per la proroga sono: consenso dell’imputato + l’esito del già scontato periodo   di 
sospensione è tale da non consentire un giudizio finale positivo + esiste la fondata aspettativa che 
attraverso la prosecuzione della messa alla prova la situazione possa migliorare.
In   caso   di   una   ordinanza   di   sospensione   che   violi   il   limite   massimo   di   durata   del   periodi   di 
sospensione, la Cass. (14.3.94, Misculin) ha stabilito che non può farsi luogo alla sospensione fuori 
delle condizioni previste dall’art. 28 (annullamento dell’ordinanza senza rinvio?). 
Il  termine   minimo  di   durata   della   sospensione   non   è   disciplinato   dall’art.   28:   secondo   la 
giurisprudenza non vi sono limiti minimi, ma non si possono superare i limiti massimi.
Sospensione del processo per più reati: possono verificarsi le seguenti ipotesi:
1) fatto precedente alla sospensione: l’imputato messo alla prova per un determinato reato e durante 
il periodo di sospensione non ancora concluso per tale reato,  venga giudicato per altri fatti anteriori 
all’avvio della sospensione stessa. In tale caso, se nel mentre l’andamento della prova fosse positivo 
e tali ulteriori episodi sono ricollegabili al medesimo periodo di sbandamento del minore, allora si 
ritiene che possa anche per tali ulteriori reati concedersi la messa alla prova, con l’opportunità di 
avviare al termine di ogni periodo di sospensione per ciascun reato, altri periodi di sospensione per 
gli altri reati. In tale ipotesi, i reati verrebbero, ciascuno con autonomo periodo di messa alla prova, 
dichiarati estinti autonomamente.
2) fatto commesso in epoca precedente a un episodio per il quale sia già stata disposta e conclusa la 
messa alla prova con esito positivo: in tale caso alcuna giurisprudenza di legittimità (cfr. Trib. Min 
Genova 30.11.94) ha ritenuto che l’esito positivo della messa alla prova sia direttamente estensibile 
(quindi  senza necessità di disporre una nuova e distinta messa alla prova) anche all’altro  reato 
commesso dal medesimo minore in epoca precedente all’episodio per cui è già stata disposta la 
messa alla prova con esito positivo.
3) La sospensione e il reato continuato: se il reo ha già concluso una prova con esito positivo, non vi 
è bisogno di una nuova messa alla prova in relazione a un altro reato se quest’ultimo è precedente ed 
è unito con il vincolo della continuazione con il reato per il quale era stata adottata la messa alla 
prova   che   ha   avuto   esito   positivo.   In   pratica,   si   ritiene   che   l’esito   debba   essere   direttamente 
estensibile al reato commesso in epoca precedente all’episodio per cui è stata disposta con esito 
positivo la prova, sempre che i due reati siano uniti dal vincolo della continuazione (Trib. Min. 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 102
Genova 30.11.94).
Le prescrizioni (art 28 comma 2): Con il provvedimento che ordina la sospensione del processo e la 
messa alla prova, il giudice impartisce delle prescrizioni dirette ad attività di studio o di lavoro e 
attività per la rieducazione. Può inoltre impartire prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del 
reato e promuovere la conciliazione del reo minorenne con la PO. 
Occorre evidenziare che l’istituto in esame è una “scatola processuale” versatile in cui il giudicante 
in   base   ai   presupposti   più   diversi   può   adottare   le   finalità   più   disparate:   afflittive,   educative, 
risocializzanti, preventive, terapeutiche, anche in combinazione tra loro.
Un esempio di prescrizioni (Trib. min. Ancona 13.06.1996):
­) attivarsi per la riconciliazione con la PO, ­) riparazione per le conseguenze del reato, ­) evitare di 
frequentare  pregiudacati, tossicodimpendenti e locali di dubbia fama, ­) prodigarsi in attività di 
volomtariato,   ­)   contenere   i   rientri   serali   entro   orari   accettabili   seguendo   le   indicazioni 
dell’assistenza sociale e dei genitori, ­) collaborare con il servizio sociale accettandone tutte le 
direttive e recandosi puntualmente agli incontri con gli assistenti sociali, ­) seguire il programma 
che verrà redatto dal servizio sociale, ­) procedere alla lettura di almeno quattro libri di narrativa, 
riassumendone il contenuto all’assistente sociale.
Il cd progetto di intervento è disciplinato dall’art. 27 disp att dpr. e deve prevedere: 
­) le modalità di coinvolgimento del minorenne, del suo nucleo familiare e del suo ambiente di vita;
­) gli impegni specifici che il minorenne assume;
­) le modalità di partecipazione al progetto degli operatori della giustizia e dei servizi presso gli enti 
locali   (cd   attività   di   volontariato   che   il   minorenne   deve   prestare   presso   un   ente   locale,   do 
volontariato o altra attività socialmente utile: canile, case di riposo per anziani, ecc);
­) le modalità di attuazione eventualmente dirette a riparare le conseguenze del reato e promuovere 
la conciliazione del minorenne con la po. 
Il giudice può seguire lo svolgimento della prova in maniera diretta e informale. Inoltre, i servizi (ex 
art. 27 comma 4, disp att) informano periodicamente il giudice proponendo ove il caso: modifiche al 
progetto, abbreviazioni di esso, revoca del medesimo (in caso di ripetute e gravi trasgressioni) . 
La revoca della ordinanza di sospensione del processo (art. 28 comma 5): il giudice in presenza di 
ripetute e gravi trasgressioni alle prescrizioni imposte, può revocare la sospensione del processo. 
Tuttavia,   deve  osservare la  regola  del  contraddittorio  provvedendo,  perciò,  preventivamente   alla 
revoca, alla audizione delle parti; la regola del contraddittorio è essenziale sia quando concede la 
sospensione, sia in caso di revoca anticipata, sia nella valutazione della prova (Cass. pen. 6.5.91, 
Ciuffreda). 
La ricorribilità dell’ordinanza in tema di sospensione (art. 28 comma 3): l’art. 28 terzo comma dpr 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 103
dispone che contro l’ordinanza che decide in materia di sospensione possono ricorre per Cassazione 
il pm, l’imputato e il suo difensore. Non è tuttavia chiaro se sia autonomamente impugnabile solo 
l’ordinanza   che   concede   la   sospensione   del   processo,   oppure   anche   l’ordinanza   che   rigetta   la 
richiesta di sospensione, per quest’ultima valendo la regola generale ex 586 cpp (impugnabilità delle 
ordinanze dibattimentali, salvo quelle de libertate, solo unitamente alla sentenza).
Cass. 27.4.90, Pizzata e Cass. 1.11.92, Franzè, ritenevano ricorribile in Cassazione ex 28 comma 3 
soltanto l’ordinanza con la quale il giudice abbia disposto la sospensione del processo, ma non 
quella che rigettava la richiesta, operando per quest’ultima la regola generale ex 585 cpp.
Cass. 4.12.92, Mancini, decise in senso contrario della ricorribilità in cassazione delle ordinanze sia 
positive, che negative.
Più recentemente Cass. 26.4.95, Biasco, e Cass. 31.5.95, Zagarella, hanno deciso che l’ordinanza 
che rigetta la richiesta di messa alla prova non è impugnabile autonomamente ex 28 comma 3, ma 
solo congiuntamente alla sentenza che definisce il giudizio ex 586 cpp. Tale ultima decisione è 
condivisibile, in quanto, diversamente opinando, ne deriverebbe la paradossale conseguenza per cui 
basterebbe la semplice proposizione della richiesta di sospensione per determinare, anche nel caso 
di rigetto da parte del giudice, l’effettivo verificarsi della sospensione stessa, sino alla definizione 
del ricorso per Cassazione proposto avverso l’ordinanza di rigetto.
La sospensione del processo e il giudizio abbreviato e il giudizio immediato (art 28 comma 4): il 
comma   4   stabiliva   che   in   caso   di   richiesta   del   giudizio   abbreviato   o   di   giudizio   immediato   la 
sospensione non potesse essere disposta. La Corte Costituzione con Sentenza 125.1995 ha dichiarato 
illegittimo tale comma 4. Quindi, anche in caso di giudizio abbreviato e di giudizio immediato, il 
giudice può sospendere il processo e ammettere l’imputato al beneficio della messa alla prova.
L’esito della prova (art. 29): l’art 29 disciplina l’esito del periodo di prova. Tale valutazione della 
personalità deve essere oggetto di decisione da assumere in apposita udienza, fissata dal giudice: ­) 
allo scadere ordinario della prova (in genere già disposta all’udienza che concedeva la sospensione), 
­) in caso di revoca della sospensione, ­) in caso di abbreviazione o prolungamento della prova.
La   valutazione   dell’esito   della   prova   viene   effettuata   dal   giudice   in   considerazione   del 
comportamento   del   minorenne   e   dell’evoluzione   della   sua   personalità   (Cass.   7.4.97,   Porru):   il 
giudice valuta globalmente il progetto e se abbia raggiunto lo scopo della risocializzazione e del 
recupero del minore. Ovviamente, la prova ha esito positivo quando il minore ha rispettato tutte le 
prescrizioni a lui imposte e ha collaborato attivamente col servizio sociale (Trib. min. L’Aquilia 
24.10.96).
L’esito   positivo   comporta   l’estinzione   del   reato:   lo   Stato   rinuncia   definitivamente   alla   cd 
“retribuzione” (funzione retributiva della pena) (Cass. 17.4.90, Liistro).

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 104
La sospensione del processo e il perdono giudiziale: una questione interessante è il rapporto tra la 
messa alla prova e il perdono giudiziale.
Secondo   qualche  dottrina,  appare più  favorevole  il  perdono giudiziale  applicato subito che  non 
l’estinzione ex 29 dpr: infatti la sentenza ex 29, sebbene sia una formula di proscioglimento più 
favorevole,   viene   applicata   in   seguito   a   impegni   da   adempiere   e   controlli   da   subire   per   un 
consistente periodo di tempo.
Tale dottrina è stata recepita anche dalla giurisprudenza di merito (Trib. min. Ancona, 28.02.95): se 
il   giudice   ha   tutti   gli   elementi   per   valutare   la   personalità   del   minorenne,   cioè   se   gli   atti   gli 
consentono di formulare quel giudizio di prognosi favorevole che è il presupposto del perdono, il 
giudice è tenuto a emettere la relativa pronuncia del perdono e non la sospensione con messa alla 
prova. La messa alla prova deve essere riservata a quei casi in cui, attraverso il progetto elaborato 
dai servizi e assunto nell’ordinanza di sospensione, si richiede al minore di assumersi degli impegni 
precisi, dimostrando di volere cambiare stile di vita.
SNLP PER CONCESSIONE DEL PERDONO GIUDIZIALE:  Il perdono giudiziale è previsto e 
disciplinato dall’art. 19 Legge minorile (RDL 835/1935) e dall’art. 169 cod pen (perdono giudiziale 
per i minori degli anni diciotto).
Esso consiste nella rinuncia alla punizione e ha natura giuridica di causa estintiva del reato.
Per l’applicazione del perdono giudiziale si richiede:
­) il positivo accertamento della sussistenza del reato e della colpevolezza e della imputabilità,
­)   la   possibile   applicazione   di   una   pena   detentiva   non   superiore   a   due   anni,   ovvero   una   pena 
pecuniaria   (anche   se   congiunta)   non   superiore   a   €   1549/37   (Lit.   3.000.000):   att.ne   nella 
individuazione della pena il giudice deve tenere conto anche della circostanza della minore età;
­) assenza di precedenti condanne a pena detentiva per delitto e non è delinquente o contravventore 
abituale o professionale;
­) possibile presunzione (motivata) che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati (cd 
condotta futura immune da illeciti penali): a ciò il giudice perviene attraverso le circostanze ex 133 
cp (gravità del reato e capacità a delinquere).
Il perdono è concedibile una sola volta. Tuttavia, in caso di continuazione è estensibile anche agli 
altri reati uniti dal vincolo della continuazione con quello per cui è gia stato concesso il perdono + e 
purchè le pene cumulate non superino i limiti di pena ex 169 cp di cui supra.
Occorre sottolineare che gli istituti più vantaggiosi per l’imputato sono in primis l’irrilevanza del 
fatto, la messa alla prova e, infine, il perdono giudiziale. 
SENTENZA EX 129 cpp:  non è compresa, in quanto la sentenza ex art. 129 c.p.p. non riguarda 
questo capitolo relativo alla definizione anticipata del processo. Infatti, la sent. ex 129 è possibile 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 105
solo nel processo e non anche nel procedimento (tale sentenza può riguardare non solo questioni 
processuali, ma anche essere assolutoria nel merito).

UDIENZA PRELIMINARE
PREMESSA:  E’ bene, prima di andare all’udienza preliminare, telefonare ai servizi sociali 1  per 
chiedere se hanno seguito il minore ed hanno, quindi, predisposto il cd “progetto” al fine di chiedere 
la messa alla prova.
FINALITA’:  rappresenta un momento dedicato all’approfondimento dello studio della personalità 
dell’imputato.
PROCEDURA: richiesta di rinvio a giudizio del PM ex 416 cpp. L’avviso dell’udienza deve essere 
comunicato al PM e notificato all’imputato, alla PO, al difensore almeno 10 giorni prima e ai servizi 
minorili che hanno svolto attività per il minorenne. Nonchè all’esercente la potestà dei genitori, ma 
nell’ipotesi in cui l’imputato nel frattempo sia divenuto maggiorenne, tale avviso non è dovuto (vedi 
art.   316   cc).   La   violazione   della   notifica   ai   servizi   e   all’esercente   (se   l’imputato   è   ancora 
minorenne),   non  è  sanzionata  direttamente  dall’art.  31 comma  III  dpr;  tuttavia  dato  che  queste 
notifiche sono finalizzate a garantire l’assistenza dell’imputato, in base all’art. 7 dpr (che sanziona 
con la nullità la mancata notifica all’esercente la potestà dell’informazione di garanzia e del decreto 
di fissazione di udienza) si può affermare che la loro violazione comporti una nullità a regime 
intermedio ex 178 lett c) e 180 cpp..
SVOLGIMENTO:  Il   giudice   è   collegiale   e   l’udienza   si   svolge   in   camera   di   consiglio   con   la 
partecipazione necessaria del pm e del difensore (cd contraddittorio necessario). Possono assistervi 
anche i genitori, gli operatori dei servizi sociali e la PO, quest’ultima solo per la conciliazione e non 
per la costituzione di PC, in quanto non è mai ammessa la costituzione di parte civile. 
Si   applicano   gli   artt.   420   bis   (rinnovazione   dell’avviso)   e   ter   (impedimento   a   comparire 
dell’imputato o del difensore) cpp: eventuale rinnovazione dell’avviso dell’udienza se è provato o 
appare probabile che l’imputato non abbia avuto effettiva conoscenza (e sempre che il fatto non sia 
dovuto a sua colpa e fuori dei casi di notifica con consegna al difensore). Idem se l’imputato non è 
presente per assoluta impossibilità a comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo 
impedimento. Se si provvede alla rinnovazione della notifica si fissa una nuova udienza. Idem per il 
caso di impedimento del difensore.
L’imputato   può   non   comparire   ma   il   giudice   può   disporne,   a   propria   discrezione, 
l’accompagnamento coattivo ex art 31 comma I dpr (e ciò anche se l’imputato, nel frattempo sia 
divenuto maggiorenne). 

1 Servizi sociali di Genova, Passo Frugoni, tel. 010541771, fax 0105305967.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 106
Quando il minore è presente è sempre sentito.  Tale “sentire” (e non “interrogare”) è finalizzato a 
esigenze   educative   (per   instaurare   un   dialogo   con   il   minore)   e   non   ha   valenza   investigativa. 
Naturalmente, l’imputato può chiedere di essere interrogato ex 422 comma 4 cpp.
Durante lo svolgimento dell’udienza preliminare il giudice, sentite le parti, ex 31 comma 2 dpr può 
disporre l’allontanamento del minore nel suo interesse quando si assumono le dichiarazioni e la 
discussione in ordine ai fatti inerenti la sua personalità (ciò non è previsto quando all’ud. prel. 
l’imputato è ormai maggiorenne).
Anche l’esercente la potestà genitoriale può essere allontanato ex art. 12 comma 3.
LA PO può partecipare ex 31 comma 5, ma solo per le facoltà previste dall’art 90 cpp, che non siano 
funzionali   alla   costituzione   di   PC   (quest’ultima   non   ammessa),   quali   memorie   e  indicazioni   di 
prove, oltre che per il tentativo di conciliazione.
Anche le altre persone eventualmente convocate vanno sentite, ma solo se risulta necessario ai fini 
degli accertamento sulla personalità del minore.
RIASSUNTO:  L’udienza preliminare si delinea così: il giudice legge gli atti e fa una relazione 
sull’imputato, parlano i servizi sociali, viene sentito il minorenne, parla il pm (che, solitamente, 
chiede   il   rinvio   a   giudizio   o   il   perdono   giudiziale),   parla   il   difensore.   La   difesa   chiede:   il   via 
principale la SNLP per assenza o insufficienza di elementi idonei a sostenere l’accusa; in subordine 
il proscioglimento (sempre SNLP) per irrilevanza del fatto (presupposti: tenuità, occasionalità, la 
prosecuzione del processo danneggia l’educazione del minore); se è presente l’imputato chiedere in 
ulteriore subordine la sospensione del processo e l’ordinanza di ammissione alla messa alla prova; 
in ulteriore subordine il perdono giudiziale (sempre SNLP: attenzione, è una sentenza di condanna).
GLI EPILOGHI DELL’UDIENZA PRELIMINARE: nell’udienza preliminare trova conclusione la 
maggior   parte   dei   processi,   sia  con   formule   assolutorie,   sia   con   formule   indulgenziali,   sia   con 
condanne a pene alternative al carcere. L’art. 32 dpr disciplina i provvedimenti che il giudice può 
prendere all’udienza preliminare. Vediamo quindi gli epiloghi dell’udienza preliminare:
− Rinvio a giudizio (decreto che dispone il giudizio);
− SNLP ex 425 comma I cpp: se esiste una causa che estingue il reato o per la quale l’azione 
penale non doveva essere iniziata o proseguita, se il fatto non è previsto dalla legge come 
reato, ovvero se risulta che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il 
fatto non costituisce reato, o che si tratta di persona non punibile;
− SNLP   ex   425   comma   III   cpp:   quando   gli   elementi   acquisiti   risultano   insufficienti, 
contraddittori o non idonei a sostenere l’accusa in giudizio;
− SNLP   per   concessione   del   perdono   giudiziale   (art.   32   comma   I   dpr):   ricordo   che   tra 
irrilevanza del fatto e perdono giudiziale, è più conveniente la irrilevanza;

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 107
− SNLP   per   irrilevanza   del   fatto   (art.   32   comma   I   dpr):   l'irrilevanza   del   fatto   venne 
reintrodotta dalla legge 5 febbraio 1992, n. 123, che, nel riformulare l’art. 27, inserì nel 
comma   4   la   previsione   che   la   sentenza   con   tale   formula   può   essere   pronunciata   anche 
nell'udienza preliminare, nonché nel giudizio direttissimo e nel giudizio immediato. L'art. 22 
della legge 1° marzo 2001, n. 63, sostituendo integralmente il comma 1 dell’art. 32 del d.pr. 
n. 448 del 1988, ha subordinato la pronuncia nell'udienza preliminare della sentenza di non 
luogo a procedere per irrilevanza del fatto (nonché nei casi previsti dall'art. 425 cod. proc. 
pen. e per concessione del perdono giudiziale) al consenso dell'imputato a che il processo 
sia   definito   in   quella   fase.   Il   nuovo   testo   dell'art.   32,   comma   1,   è   stato   dichiarato 
costituzionalmente illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 195 del 2002, nella 
parte in cui, in mancanza del consenso dell'imputato, preclude al giudice di pronunciare una 
sentenza di non luogo a procedere che non presuppone un accertamento di responsabilità. La 
Corte cost .(sent. n. 149/03) ha dichiarato, per contrasto con gli artt. 3 e 31, secondo comma, 
Cost., l'illegittimità costituzionale dell'art. 27, comma 4, del D.P.R. n. 448 del 1988, nella 
parte in cui prevede che la sentenza di proscioglimento per irrilevanza del fatto possa essere 
pronunciata solo nell’udienza preliminare, nel giudizio immediato e nel giudizio direttissimo
− Ordinanza   di   sospensione   con   messa   alla   prova:   può   essere   richiesta   dalle   parti   o 
pronunciata   d’ufficio   dal   Giudice.   Sospensione   fino   a   tre   anni   per   reati   punibili   con 
reclusione non inferiore nel massimo a 12 anni, per gli altri reati sospensione fino a 1 anno; 
Esito positivo della prova: sentenza di non luogo a procedere per estinzione del reato. Esito 
negativo: si prosegue il giudizio.
− Sentenza di condanna a una pena pecuniaria o a una sanzione sostitutiva (ex art. 32 comma 
II). Tale situazione è modellata sulla disciplina del procedimento per decreto, in quanto il 
giudice   può   ridurre   la   pena   sino   alla   metà   del   minimo   edittale.   In   tale   ipotesi   è   però 
necessaria la richiesta del pm (come previsto dal II comma): la giurisprudenza (a parte una 
pronuncia isolata, Gup Perugia 27.5.96, Radulovic) ritiene che il consenso sia necessario e 
che l’eventuale pronuncia senza la preventiva richiesta del pm inquadri una nullità della 
sentenza stessa ex art. 178 lett b) cpp.
LE SANZIONI SOSTITUTIVE (art. 32 comma II dpr): l’art. 32 comma II dpr richiama il termine 
“sanzioni sostitutive” e, quindi, richiama implicitamente la disciplina contenuta nel capo III (artt. 53 
ss)   della   L   689/1981;   inoltre,   l’art.   30   dpr   (sanzioni   sostitutive)   disciplina   i   presupposti   della 
concessione da parte del giudice della semidentenzione e della libertà controllata, prevedendone 
l’applicazione in termini più favorevoli per il minore (anche a seguito della L 134/2003, che ha 
ampliato i presupposti per l’applicazione anche per gli adulti). Non è disciplinata espressamente 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 108
dall’art. 30 dpr la sanzione sostitutiva della pena pecuniaria, ma non vi sono dubbi che possa essere 
anch’essa applicata (vedi infra). 
Le sanzioni sostitutive possono essere applicate sia dal gup, che dal giudice del dibattimento. Ma 
attenzione, il gup può, ex art. 32 comma II dpr, “diminuire la pena fino alla metà rispetto al minimo 
edittale”. 
Il giudice, ai fini della sostituzione, deve tenere in considerazione, oltre i limiti di pena stabiliti, 
anche   della   personalità,   delle   esigenze   di   lavoro   o   di   studio   del   minorenne,   nonchè   delle   sue 
condizioni   familiari,   sociali   e   ambientali.   Ovviamente,   si   ha   riguardo   alla   pena   applicabile   in 
concreto e non alla pena edittale astratta.
1) semidentenzione (artt. 30 dpr e 53 ss L 689/1981): quando ritiene di applicare una pena detentiva 
non superiore a due anni può sostituirla con la semidentenzione (per gli adulti a seguito della L 
134/2003 la semidentenzione è applicata entro il limite di due anni);
2)   libertà   controllata   (artt.   30   dpr   e   53   ss   L   689/1981):   quando   ritiene   di   applicare   una   pena 
detentiva non superiore a due anni può sostituirla con la semidentenzione (per gli adulti a seguito 
della L 134/2003 la libertà controllata è applicata entro il limite di un anno);
3) pena pecuniaria (non è direttamente disciplinata dall’art. 30 dpr): la dottrina ha osservato che 
l’art. 30 dpr non menziona tra le sanzioni sostitutive la pena pecuniaria probabilmente per un errore 
di coordinamento. Comunque non vi è dubbio in dottrina e in giurisprudenza che si possa applicare 
anche la sanzione sostitutiva della pena pecuniaria. 
In particolare, la Cass. con due sentenze del 19.3.99 Nikovic e del 29.9.99 Filannino, ha ritenuto che 
sia applicabile la sostituzione con la pena pecuniaria a nulla rilevando che l’art. 30 dpr non la 
menzioni.   Infatti,   in   relazione   alla   semidentenzione   e   alla   libertà   controllata   il   dpr   detta   una 
disciplina più favorevole per i minori di quella prevista dalla L 689/1981 per gli adulti, mentre la 
pena pecuniaria sostitutiva rimane, anche per i minori, interamente disciplinata dalla L 689/1981.
Le situazioni ostative alla applicazione delle sanzioni sostitutive: come è noto gli artt. 59 e 60 L 
689/1981   pongono   le   condizioni   oggettive   e   soggettive   ostative   alla   concessione   delle   sanzioni 
sostitutive.
La dottrina al riguardo ha sempre sostenuto inoperanti nei riguardi dei minori tali condizioni, in 
quanto   avrebbero   vanificato   le   finalità   del   “vistoso   aumento   del   tetto   della   pena   applicabile” 
stabilito dall’art. 30 dpr (Losana 1994, 322).
Mentre, la giurisprudenza ha invece affermato che “le condizioni soggettive e oggettive ostative 
all’applicazione delle sanzioni sostitutive ex artt. 59 e 60 L 689/1981 operano anche nei confronti 
dell’imputato minorenne (Cass. 25.11.94 Cara, e Cass. 17.4.96 Stojanovic).
Sul   punto   è   intervenuta   la   Corte   Costituzionale   che   con   Sentenza   16/1998   ha   dichiarato   la 

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inammissibilità   della   questione   con   riferimento   60   e   dichiarando   la   illeggittimità   dell’art   59   L 
689/1981 nella parte in non esclude che le condizioni soggettive previste nel medesimo 59 non 
operino nei confronti dei minori. La Coste ha infatti osservato che  il rigido automatismo previsto 
nell’art. 59 impedisce le finalità rieducative perseguite dalle sanzione sostitutive previste dall’art. 30 
dpr e ciò con particolare   riguardo proprio alla personalità e le esigenze di lavoro o di studio del 
minorenne e alle sue condizioni familiari, sociali e ambientali. 
Quindi, dopo l’intervento della Corte Cost. con la Sent. 16/1998 la situazione è la seguente: operano 
i limiti previsti dall’art 60 L 689/1981 e non operano i limiti previsti dall’art. 59 L 689/1081.
Tuttavia, come sappiamo, l’art 4 comma I lett. c) L 134/2003 ha interamente abrogato l’art. 60 L 
689/1981.
Rimane da stabilire se si applichi l’art. 72 L 689/1981. Sul punto è intervenuta la Corte Cost. con 
ordinanza 23/1999 stabilendo che spetta al giudice a quo accertare se, a seguito della citata Sent 
16/1998 (supra), l’art 72 L 689/1981 sia tuttora operante ai fini e nei limiti delle decisioni che lo 
stesso giudice è chiamato ad adottare.
L’esecuzione delle sanzioni sostitutive (art. 30 comma II dpr): la disciplina dell’esecuzione delle 
sanzioni sostitutive è prevista dall’art. 30 comma II dpr. 
Il pm competente trasmette l’estratto della sentenza al magistrato di sorveglianza per i minorenne 
del luogo di abituale dimora del condannato.
Il magistrato di sorveglianza entro tre giorni dalla comunicazione convoca il minorenne, l’esercente 
la potestà dei genitori, l’eventuale affidatario e i servizi minorili al fine di formulare un progetto 
(che costituirà il vero contenuto della sanzione), sia tenuto conto “delle leggi vigenti”, sia delle 
esigenze educative del minore. Inoltre, il contenuto delle sanzioni sostitutive per i minorenni non 
può   consistere   in   misure   o   prescrizioni   meramenti   negative   o   interdittive,   ma   deve   prevedere 
impegni a carattere educativo.
A detta udienza partecipano sia il pm che il difensore.
Il pm può differire l’esecuzione della sanzione e determinare le modalità di esecuzione della stessa.
In   caso   di   violazione   delle   prescrizioni   imposte,   il   tribunale   per   i   minorenni   quale   organo 
giurisdizionale di sorveglianza provvede alla conversione della restante pena sostitutiva nella pena 
detentiva sostituita.
LE OPPOSIZIONI ALLE SENTENZE EMESSE DAL GUP EX ART 32 COMMA I E COMMA II 
(art.   32   comma   III  dpr):  il  III  comma   dell’art.   32  disciplina  l’opposizione  avverso  le  sentenze 
conclusive dell’udienza preliminare ex art. 32 comma I e II.
Tale   rimedio   consente   di   devolvere   la   questione   al  giudice   del   dibattimento  e   di   consentire 
l’instaurazione di un giudizio con la piena esplicazione delle garanzie processuali proprie della fase 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 110
dibattimentale.
Il III comma dell’art. 32 nella stesura originaria prevedeva la possibilità di opposizione da parte sia 
del pm che dell’imputato e del suo difensore munito di procura speciale avverso tutte le sentenze 
emesse nel corso dell’udienza preliminare.
Tale III comma è stato modificato dal DLgs 12/1991. In base alla nuova disciplina:
­) l’opposizione non è più proponibile dal pm;
­) l’opposizione è proponibile solo dall’imputato e dal difensore munito di procura speciale;
­) i termini dell’opposizione sono: entro cinque giorni dalla pronuncia o, quando l’imputato non è 
comparso, dalla notificazione dell’estratto;
­) l’opposizione è limitata con il DLgs 12/1991 alle sole sentenze previste dal II comma dell’art. 32 
dpr: sentenza di condanna a pena pecuniaria o a sanzione sostitutiva: rimane quindi con la riforma 
del DLgs citato esclusa l’opposizione delle sentenze previste dal I comma dell’art. 32.
L’intervento   della   Corte   Cost.   in   relazione   all’opposizione   ex   art.   32   comma   III:   il   III   comma 
dell’art   32,   così   come   modificato   dal   DLgs   12/1991   è   stato   oggetto   del   sindacato   della   Corte 
Costituzionale che con Sent. 77/1993 ne ha dichiarato la illegittimità costituzionale nella parte in cui 
non prevede la possibilità di proporre opposizione anche alle sentenze (SNLP) emesse dal gup ex 
art. 32 comma I che avessero comunque presupposto la responsabilità dell’imputato (prime fra tutte, 
per   esempio,   le   snlp   per   concessione   del   perdono   giudiziale   o   per   irrilevanza   del   fatto).   In 
particolare,   la Corte osserva che “il diritto alla opposizione costituisce una espressione del  più 
generale   diritto   di   difesa   e   deve   essere   riconosciuto   in   tutti   i   casi   in   cui   è   proprio   quella 
“anticipazione   di   poteri”   (cioè   all’udienza   preliminare)   a   generare   l’effetto   di   impedire   la 
celebrazione del dibattimento”. Quindi, la Corte continua affermando che “nell’ipotesi in cui la 
sentenza emessa dal gup contenga un enunciato in punto di responsabilità, la parte deve avere la 
possibilità di rimuovere quest’ultimo per potere esercitare appieno il proprio diritto alla prova .... un 
diritto questo che non è tutelato attraverso l’impugnazione ex 428 cpp (impugnazione della sentenza 
di non luogo a procedere), posto che l’appello non è la sede processuale fisiologicamente destinata 
alla formazione della prova” (infatti, il giudizio d’appello è cartolare e non improntato alla oralità 
della prova).
La Corte conclude affermando che il diritto a promuovere l’opposizione deve essere riconosciuto 
non solo in caso di condanna (cioè, le ipotesi di cui al II comma dell’art. 32 dpr), ma anche quando 
la responsabilità dell’imputato è ontologicamente presupposta, come nelle snlp ex art. 32 comma I 
di perdono giudiziale o per difetto di imputabilità.
La Corte si è ancora pronunciata sul punto con Sent. 261/1993 e ha ribadito che l’opposizione è 
rimedio “inteso a consentire l’accertamento dibattimentale in tutte le ipotesi in cui la pronuncia del 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 111
giudice dell’udienza preliminare contiene un enunciato in punto di responsabilità che la parte deve 
avere la facoltà di rimuovere per potere esercitare appieno il proprio diritto alla prova”; ma la Corte 
con la sentenza de qua ha ritenuto l’opposizione ammissibile anche in caso di snlp per difetto di 
imputabilità ex art. 98 cp”. 
In definitiva: sussiste la possibilità di proporre opposizione avverso le snlp con le quali è stata 
comunque   presupposta   la   responsabilità   dell’imputato,   quali:   snlp   per   concessione   del   perdono 
giudiziale, snlp per irrilevanza del fatto, snlp per difetto di imputabilità ex art. 98 cp, sentenza di 
condanna a una pena pecuniaria, sentenza di condanna a una sanzione sostitutiva. 
Anche   la   Cass.   23.1.98,   Ceccarelli,   ha   ribadito   la   facoltà   di   opposizione   in   caso   di   snlp   per 
concessione del perdono giudiziale.
Inoltre, la Cass. 8.4.93, Mancia, ha precisato che l’opposizione non può essere utilizzata fuori dei 
casi previsti dall’art 32 dpr (cioè dei provvedimenti nell’udienza preliminare), avverso sentenze 
emesse in fasi processuali diverse da quella considerata nella norma (es in sede di abbreviato).
L’opposizione dell’esercente la potestà genitoriale: l’art. 32 comma III dpr non contempla tra i 
soggetti   legittimati   a   proporre   l’opposizione   l’esercente   la   potestà   genitoriale.   Tuttavia,   la 
giurisprudenza (Cass. 8.7.95 Ristic) ritiene che “anche il genitore esercente la potestà rientra tra i 
soggetti legittimati all’opposizione”; infatti la giurisprudenza in questione opera una applicazione 
analogica dell’art. 34 dpr.
I termini per l’opposizione: il termine per proporre opposizione avverso le sentenze di condanna e le 
snlp   che   presuppongono   la   riconosciuta   responsabilità   dell’imputato   emesse   dal   giudice 
dell’udienza preliminare è:
­) cinque giorni dalla pronuncia del provvedimento;
­) cinque giorni dalla notifica dell’estratto del provvedimento quando l’imputato non è comparso in 
udienza.
La   Cass.   17.2.95,   Sirolli,   ha   avuto   modo   di   precisare   che   non   necessitando   l’opposizione   di 
motivazione, il termine di giorni cinque è congruo e decorre dal provvedimento anche se di questo 
non è ancora stata depositata la motivazione. In tale senso anche la Cass. 24.5.96, Braidic.
L’effetto estensivo dell’opposizione (art. 32 comma 3 bis dpr): l’opposizione ha effetto estensivo in 
quanto determina la sospensione dell’esecuzione della sentenza emanata a norma dell’art. 32 dpr 
anche nei confronti dei coimputati non opponenti.
La ratio è quella di impedire che per i coimputati non opponenti si vanifichino gli eventuali effetti 
favorevoli della pronuncia sull’opposizione.
Il procedimento di opposizione (art. 32 bis dpr): il rito dell’opposizione è descritto dall’art. 32 bis 
dpr. Con l’opposizione viene chiesto il giudizio innanzi il tribunale.

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 112
L’opposizione può essere dichiarata inammissibile con ordinanza (ricorribile in Cassazione) solo nei 
casi di ­) presentazione fuori termine, ­) o di presentazione da soggetto non legittimato.
Il controllo preventivo sulla ammissibilità (o ritualità) dell’opposizione è affidato al giudice a quo (e 
non al giudice ad quem).
Se   l’opposizione   viene   dichiarata   ammissibile,   viene   trasmesso   il   fascicolo   per   il   dibattimento, 
assieme alla stessa opposizione, al tribunale per i minorenni competente per il giudizio.
Il tribunale revoca quindi la sentenza di condanna emessa dal gup ex art. 32 dpr.
No vige un divieto di reformatio in pejus e, perciò, il tribunale può applicare una pena diversa e più 
grave di quella già fissata dal gup. Può anche revocare i benefici eventualmente concessi.
L’effetto estensivo dell’opposizione riguarda il caso in cui l’imputato a seguito della opposizione 
viene  prosciolto (perchè il fatto non sussiste o non è previsto dalla legge come reato o è stato 
commesso in presenza di una causa di giustificazione): gli effetti del proscioglimento riguardano 
tutti gli  altri  eventuali coimputati che non hanno presentato opposizione (nei cui confronti sarà 
revocata la precedente sentenza di condanna).

DIBATTIMENTO:
L’udienza dibattimentale davanti al tribunale per i minorenni presenta alcune peculiarità.
In primo luogo, si svolge a porte chiuse, a meno che l’imputato che abbia già compiuto sedici anni 
di età non chieda che si svolga in pubblica udienza (sempre che non ci siano altri coimputati che non 
abbiano compiuto i sedici anni).
In   secondo   luogo,   per   evitare   il   trauma   della   cross   examination,   l’esame   dell’imputato   viene 
condotto dal presidente del collegio.
A parte dette due peculiarità, l’udienza dibattimentale si svolge con le stesse regole del processo 
comune. 
L’udienza dibattimentale può concludersi con i seguenti provvedimenti:
­) sentenza di assoluzione ex 530 cpp;
­) sentenza di condanna ex 533 cpp (ricorda: a) la riduzione della pena per l’attenuante della minore 
età ex art.  98 comma I Cod. Pen; b) la circostanza attenuante ex artt. 114 cp del “concorso di 
minima   importanza   e   per   la   determinazione   da   parte   di   altri   nel   commettere   il   reato;   c)   la 
sospensione condizionale della pena anche a seguito della riforma con L 143/04) ;
­) sentenza di non doversi procedere per irrilevanza del fatto;
­)   ordinanza   di   sospensione   con   la   messa   alla   prova.   Vi   è   da   sottolineare   che   a   seguito   della 
Sentenza 125/95 C. Cost. è ammessa la sospensione per messa alla prova anche in caso di giudizio 
abbreviato.   La   sospensione   del   processo   va   adottata   dal   giudicante   al   termine   dell’istruzione 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 113
dibattimentale (prima della discussione). Conseguente sentenza di non doversi procedere per esito 
positivo della messa alla prova;
­) Sentenza di condanna con la sostituzione della pena (cd sanzioni sostitutive: vedi art. 30 dpr e art. 
53 ss L 689/1981);

LE IMPUGNAZIONI
GENERALITA’: l’art. 35 dpr, in relazione alle impugnazioni avverso i provvedimenti conclusivi del 
processo   penale   minorile,   dispone   che   “nel   procedimento   di   appello   si   osservano   in   quanto 
applicabili le disposizioni riguardanti il procedimento davanti il tribunale per i minorenni”.
I provvedimenti impugnabili:
I soggetti legittimati a proporre impugnazione:
­) l’impugnazione del genitore esercente la potestà ex art. 34 dpr: sempre nell’ottica che vuole il 
minore sempre assistito dalla famiglia, l’art. 34 dpr legittima l’esercente la potestà genitoriale a 
proporre   impugnazione   nell’interesse   dell’imputato   minorenne   (pur   non   avendo   egli   diritto   alla 
notificazione   del  provvedimento  da  impugnare:  tuttavia,   al  riguardo,  occorre  sottolineare   che   il 
genitore ha l’obbligo di intervenire all’udienza preliminare e al dibattimento). In tale caso il termine 
per impugnare decorre dalla data della lettura del provvedimento in udienza nel solo caso in cui 
venga emesso al termine dell’udienza e sia completo di motivazione; negli altri casi decorre dalla 
notificazione o dalla comunicazione dell’avvenuto deposito del provvedimento stesso. Il potere di 
impugnazione previsto per l’esercente la potestà genitoriale è limitato alla fase d’appello e non si 
estende al ricorso per cassazione. In caso di contraddittorietà tra l’impugnazione dell’esercente la 
potestà e quella del minore, si tiene conto di quella proposta dall’imputato.
Il mezzo di impugnazione proponibile:
L’organo competente a pronunciarsi sull’impugnazione: 
Vedi artt. 27 comma 3, 28 comma 3, 32 comma 3 e 25.
IL   PATTEGGIAMENTO   IN   APPELLO   (ex   artt.   599   comma   4   e   602   comma   2   cpp):  sulla 
possibilità di applicare l’istituto del cd patteggiamento in appello (disciplinato dagli artt. 599 c. 4 e 
602   c2)   nel   processo   minorile,   l’orientamento   della   giurisprudenza   non   è   univoco.   La   Cass. 
27.01.1996, Ladini, ha ritenuto l’applicabilità dell’istituto de quo.
IL RICORSO IN CASSAZIONE:  le disposizioni sul processo penale minorile nulla dicono per 
quanto riguarda il ricorso per cassazione, per il quale si applica la normativa contenuta nel codice di 
rito.

STRUMENTI PER EVITARE L’ESPIAZIONE DELLA PENA IN CARCERE

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 114
LA   SOSPENSIONE   CONDIZIONALE   DELLA   PENA:  è   volta   a   evitare   l’esecuzione   della 
sanzione penale inflitta con sentenza di condanna. Ha natura giuridica di estinzione del reato. E’ 
disciplinata   dagli   artt.   163   ss   del   cod   pen,   nonchè,   per   i   minorenni,   dall’art.   20   L.   min.   (L. 
835/1935).
Il giudice può ordinare che l’esecuzione della pena inflitta rimanga sospesa e, trascorso il termine di 
anni cinque per i delitti o di anni due per le contravvenzioni, se il condannato non ha commesso un 
delitto   o   una   contravvenzione   della   stessa   indole   e   ha   adempiuto   agli   obblighi   eventualmente 
impostigli, il reato per il quale è stato condannato è estinto (167 cod pen).
La   sospensione   può   essere   concessa   quando   la   pena   detentiva   inflitta   (sola   o   congiunta   con 
l’eventuale pena pecuniaria ragguagliata ex 135 cod pen)   sia non superiore agli anni tre (per i 
minori degli anni diciotto). Attenzione, però  con la L. 145/2004 (guid dir 25.04, pagg. 14 ss), il 
giudice può sospendere la pena anche se il ragguaglio tra pena detentiva (questa non superiore a tre 
anni) e la pena detentiva superi i tre anni.
La   sospensione   è   applicabile   anche   in   caso   di   reati   commessi   in   concorso   e   giudicati 
contestualmente.
Le condizioni per la concessione sono le seguenti: 
a) che l’imputato non abbia riportato in precedenza altra condanna per delitto, ma la Corte Cost. n. 
95/1976 ha precisato che la precedente condanna non è ostativa (ed è liberamente valutabile dal 
giudice) se la pena da infliggere, cumulata con quella precedentemente inflitta, non supera i limiti 
dell’art. 163 (cioè, per i minore anni tre); 
b) che l’imputato non sia delinquente o contravventore abituale o professionale; 
c) che al condannato non debba essere applicata una misura di sicurezza personale perchè persona 
socialmente pericolosa; 
d) che tenuto conto delle circostanze indicate nell’art 133 cod pen (gravità del fatto e personalità del 
reo), il giudice presuma che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati.
Revoca  della sospensione  di diritto: qualora il condannato nei termini previsti riporti condanna a 
pena   detentiva   per   delitto   o   contravvenzione   della   stessa   indole,   o   non   adempia   agli   obblighi 
impostigli, o riporti altra condanna (anche per delitto anteriore) a pena che cumulata con quella 
sospesa superi i limiti del 163 (per i minori anni tre).
Revoca della sospensione discrezionale: qualora intervenga ulteriore condanna, ma senza superare i 
limiti di tre anni, il giudice può discrezionalmente o revocare la precedente sospensione, o applicare 
il beneficio della sospensione condizionale della pena una seconda volta.
Gli obblighi. Il giudice può subordinare il beneficio della sospensione all’adempimento di obblighi 
(ex 165 cod pen), quali le restituzioni o il risarcimento, la pubblicazione della sentenza a spese del 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 115
condannato, l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.
L’imposizione di condizioni è obbligatoria (ex 165) in caso di reiterazione della sospensione.
La   sentenza   di   condanna   a   pena   condizionalmente   sospesa   deve   essere   iscritta   nel   casellario 
giudiziale.
LE SANZIONI SOSTITUTIVE DELLE PENE DETENTIVE BREVI (artt. 32 comma I dpr, art. 30 
dpr e artt. 53 ss L 689/1981 (così come modificata dalla L 134/2003): sono disciplinate dagli artt. 53 
e ss della L 689/1981 e sono la semidetenzione, la libertà controllata e le pena pecuniaria sostitutiva. 
Esse   tendono   a   escludere   l’ambiente   carcerario   agli   autori   di   reati   lievi.   Per   i   minorenni   la 
sostituzione è sempre ammessa.
La sostituzione è discrezionale e il giudice, nell’esercitare il potere di sostituzione, deve tenere 
conto   dei   criteri   indicati   dall’art   133   cod   pen   (modalità   del   fatto   e   personalità   del   minore)   e 
scegliere la sanzione più idonea al reinserimento sociale del condannato. Tuttavia, la sostituzione è 
vietata quando il giudice presume che le prescrizioni non saranno adempiute dal condannato.
Sono inoltre previste dalla legge (artt. 59 e 60) delle cause di esclusione soggettive e oggettive.
L’esecuzione delle sanzioni sostitutive appartiene alla competenza del magistrato di sorveglianza.
La semidetenzione. Consiste nell’obbligo di trascorrere almeno dieci ore al giorno negli istituti 
penitenziari. le ore di permanenza in istituto sono stabilite dal magistrato di sorveglianza, il quale 
deve tenere conto delle esigenze di studio e di lavoro del condannato. Il ragguaglio tra la pena 
detentiva   e   la   semidetenzione   è   stabilito   alla   pari   (un   giorno   dell’una   equivale   a   un   giorno 
dell’altra).
La   libertà   controllata.   Consiste   nelle   limitazioni   indicate   nell’art.   56   L689/1981:   divieto   di 
allontanamento   dal   comune   di   residenza,   obbligo   di   presentazione   all’autorità   di   polizia, 
sospensione della patente di guida e altre misure. Il ragguaglio con la pena detentiva è di un giorno 
di questa per due giorni di libertà controllata.
La pena pecuniaria sostitutiva. La pena pecuniaria sostitutiva consiste nel pagamento di una somma 
di denaro in luogo della pena detentiva. Essa viene eseguita secondo la procedura prevista dagli artt. 
660 cpp e 181 disp att. Ove il condannato non paghi, il Pubblico Ministero chiede la conversione ex 
102 L689/1981. In particolare, la libertà controllata e il lavoro sostitutivo sono oggi misure per la 
conversione delle sanzioni penali pecuniarie in caso di insolvibilità del condannato.
Le   sanzioni   sostitutive   nel   diritto   penale   minorile.   L’art   30   DPR   448/1988   stabilisce   che   per   i 
minorenni la sostituzione della pena detentiva può disporsi quando il giudice ritiene di applicare una 
pena   detentiva   non   superiore   a   due   anni   Il   giudice   deve   tenere   conto,   nella   decisione   circa   la 
sostituzione, della personalità e delle esigenze di lavoro o di studio del minorenne nonchè delle sue 
condizioni   familiari,   sociali   e   ambientali.   Questo   richiamo   dell’art.   30   DPR   consente   di   far 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 116
prevalere le esigenze di una condotta di vita ben integrata nella famiglia, nella scuola e nella società 
sulle   esigenze  della  pretesa  punitiva.  Ma non  consente  il  regalo  di  una  sostituzione  della   pena 
detentiva a un minore che, dalle informazioni del servizio sociale e della polizia giudiziaria, risulti 
preferire l’ozio al lavoro, il vagabondaggio alla scuola, le frequentazioni criminogene alla famiglia.

STRUMENTI PER EVITARE LA DURATA DELL’ESPIAZIONE DELLA PENA
LA LIBERAZIONE ANTICIPATA. E’ disciplinata dall’art. 54 ord. penitenziario) e consiste nella 
detrazione di 45 giorni per ogni semestre di pena espiata.
LA LIBERAZIONE CONDIZIONALE. E’ disciplinata dall’art. 21 L. min. (L 835/1935). Il regime 
minorile   della   liberazione   condizionale   è   l’espressione   più   significativa   del   principio   per   cui 
l’ordinamento   persegue   sempre   il   recupero   del   minore.   Infatti,   la   liberazione   condizionale   può 
essere ordinata dal Tribunale per i minorenni in sede di sorveglianza (art. 682 cpp) in qualunque 
momento dell’esecuzione e qualunque sia la durata della pena detentiva inflitta e di quella non 
ancora espiata. 
Al   minore   liberato   condizionalmente   deve   essere   applicata   la   misura   di   sicurezza   della   libertà 
vigilata o quella del riformatorio.

STRUMENTI PER RENDERE MENO AFFLITTIVA L’ESPIAZIONE DELLA 
PENA.
L’ordinamento penitenziario persegue lo scopo di mitigare il rigore dell’esecuzione della pena con 
diversi istituti. Esaminiamoli.
L’AFFIDAMENTO   IN   PROVA   AL   SERVIZIO   SOCIALE  (art   47   e   47   bis   ordinamento 
penitenziario):   è   una   misura   alternativa   alla   detenzione   e   ha   natura   giuridica   di   modalità   di 
esecuzione della pena. Ha lo scopo di facilitare il ritorno nella società del condannato che non sia un 
delinquente pericoloso.
La misura può essere disposta quando la pena detentiva non supera i tre anni, se si può ritenere che 
l’affidamento contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli 
commetta   altri   reati.   In   relazione   al   condannato   minorenne,   gli   artt.   12  e   24   disp   attuaz.   min. 
istituiscono i servizi polifunzionali diurni demandandone l’esecuzione al servizio sociale minorile.
LA DETENZIONE DOMICILIARE (art. 47 ord. penit.) E’ una misura alternativa alla detenzione. 
Ha   natura   giuridica   di   modalità   di   esecuzione   della   pena   e   costituisce   uno   sviluppo   logico 
dell’analogo istituto degli arresti domiciliari. Essa consiste nella possibilità di espiazione della pena 
detentiva nell’abitazione del condannato o in un altro luogo di privata dimora ovvero in un luogo 
pubblico di cura o di assistenza. In relazione ai minorenni e ai giovani adulti (di età inferiore a 21 

Cinzia Falcade_Stefano De Boni 117
anni), la misura può essere disposta per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di 
famiglia. Il tribunale di sorveglianza dispone la misura e impartisce le disposizioni per gli interventi 
del servizio sociale.
LA SEMILIBERTA’ (ART. 48 ord. penit.). Consiste nella concessione al condannato e all’internato 
di trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto penitenziario per partecipare ad attività lavorative, 
istruttive e utili al reinserimento sociale. Possono essere espiate in semilibertà la pena dell’arresto 
(senza   limitazioni),   la   pena   della   reclusione   e   anche   la   pena   dell’ergastolo.   In   relazione   ai 
minorenni, l’art. 11 norme att. min. prevede istituti di semilibertà organizzati in modo da assicurare 
una effettiva integrazione con la comunità esterna.
I   PERMESSI   PREMIO  (art.   30   ord.   penit.).   La   disciplina   non   si   differenzia   da   quella   per   i 
maggiorenni:   venti   giorni   per   volta   e   complessivamente   sessanta   giorni   in   un   anno.   La   Corte 
Costituzionale   ha   dichiarato   illegittima   l’applicazione   ai   minorenni   della   limitazione   prevista 
dall’art. 30 ter (comma quinto), relativa al limite di due anni di espiazione della pena prima di 
potere usufruire del beneficio in parola.

Andrea Pomes

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