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Santos Sabugal

IL PADRENOSTRO
nella catechesi antica e moderna

a cura
di
Mauro Nicolosi

EDIZIONI DEHONIANE - ROMA


SOMMARIO

Prefazione all'edizione ita lia n a ................................................ Pag. 11


Prefazione .................................................................................... » 13
Introduzione ................................................................................ » 15

ANTOLOGIA ESEGETICA DEL PADRENOSTRO

1. Padre nostro che seinei c ie li........................................ » 57


2. Sia santificato il tuo n o m e .......................................... » 113
3. Venga il tuo regno ........................................................ » 147
4. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra . » 201
5. Dacci oggi il nostro pane q u o tid ia n o ........................ » 241
6. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo ri­
messi ai nostri d e b ito ri................................................... » 289
7. E fa’ che non cadiamo in ten tazio n e.......................... » 335
8. Ma liberaci dal m a lig n o ................................................ » 375

C onclusione................................................................................. » 399
Indice dei nomi ......................................................................... » 403
Indice generale ........................................................................... » 407
PREFAZIONE A LL'E D IZIO N E IT A L IA N A

L'edizione italiana de E1 padrenuestro en la interpretación catequé-


tica antigua y moderna viene data alle stampe sette anni dopo l'originale
spagnolo. In questo lasso di tempo l'autore ha apposto numerose ag­
giunte sia al testo che alle note. Ciò rende l'edizione italiana non una
semplice traduzione, ma una vera e propria seconda edizione del lavoro.

I brani antologici di Tertulliano, Cipriano, Origene, Cirillo di Ge­


rusalemme, Gregorio Nisseno, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, A go­
stino, Teresa di Gesti, Catechismo Romano, D. Bonhoeffer e R. Guar­
dini sono stati riprodotti, previa autorizzazione delle rispettive Case Edi­
trici, da già esistenti traduzioni italiane. I riferimenti bibliografici rela­
tivi si trovano ap. 55. Di queste traduzioni italiane è stato utilizzato solo
il testo, mentre le note sono quelle dell'originale spagnolo. Abbiamo pre­
ferito non uniformare i testi; ciò ha comportato alcune differenze sul
piano metodologico tra un autore e l'altro. Differenze che, se da una
parte possono procurare qualche fastidio nella lettura, dall'altra assicu­
rano il permanere delle scelte che ogni traduttore ha fa tto .

Per evidenti ragioni di sintassi e di stile, diversi in italiano e in spa­


gnolo, oltre che per fedeltà ai testi italiani già pubblicati, ci siamo di­
scostati, qualche volta, dal testo spagnolo là dove numerose si presen­
tano le abbreviazioni e i tagli operati dall'autore (cfr. p. 55),

M auro N icolosi
Prefazione

Ogni teologo deve essere anche pastore (cfr. E f. , 4,11). Ciò vale pure
per Pesegeta. La sua esegesi deve sfociare in una teologia biblica per tra­
dursi, poi, in una esegesi pastorale capace di giungere alla moltitudine
dei semplici fedeli. Se il lavoro dell’esegeta non tenderà a ciò, Pesegeta
stesso correrà il rischio di essere infedele al carisma di maestro e pastore
che la chiesa gli ha concesso. Siffatta ottica, nel lavoro delPesegeta, è
particolarmente urgente nell’attuale momento catechetico della chiesa con­
temporanea. L’intero popolo di Dio, infatti, in questi ultimi vent’anni
è stato costantemente stimolato dal supremo magistero affinché pren­
desse o riprendesse coscienza, teoricamente e praticamente, della sua es­
senziale missione evangelizzatrice, il cui insostituibile sussidio è l’istruzione
catechistica. Infatti, se «la chiesa esiste per l’evangelizzazione» (Paolo
VI), la catechesi «è un compito assolutamente originario della sua mis­
sione» e «un impegno del quale la chiesa tutta deve sentirsi... respon­
sabile» (Giovanni Paolo II).
La presente antologia, accompagnata da una esposizione personale
del commento al padrenostro, desidera offrire una risposta a questo com­
pito e, insieme, un modesto contributo al servizio della Parola nella con­
sapevolezza di una necessaria sollecitudine verso l’evangelizzazione e la
catechesi. Il lavoro è destinato — è importante il sottolinearlo — non
agli specialisti, ma al lettore comune. È destinato a tutti i pastori e ai
catechisti laici come modesto sussidio nella fatica di iniziare i propri di­
scepoli non solo alla conoscenza teorica ma pure e soprattutto alla per­
sonale esperienza della preghiera cristiana. Esso è destinato, ancora, ai
catecumeni e neocatecumeni che si preparano ad essere iniziati ai segreti
e alla pratica della preghiera, affinché vengano aiutati nei loro primi ed
incerti passi verso le meravigliose ed insospettate regioni della lode e della
preghiera cristiana. Esso è destinato, infine, a tutti i credenti che cer­
cano di acquisire una più perfetta sintonia con quella incomparabile pre­
14 Prefazione

ghiera che è la orazione del Signore, affinché la recitino e la meditino


con maggior frutto.
Nutriamo la speranza che l’opera, colmando una lacuna della^at-
tuale bibliografia sulla teologia biblica, sull’esegesi catechistica e sulla
spiritualità cristiana, raggiunga il fine per cui è stata composta.

O.S.A.
S antos S abug al
Roma
Festa di S. Agostino 1981
Introduzione

Lo studioso che desidera conoscere un’opera d’arte o il turista che


si accinge a visitare un paese, una città o un museo, in tanto avrà suc­
cesso nei suoi propositi in quanto si sarà premurato di acquisire una prima
e generale informazione circa l’oggetto dei propri interessi. È proprio que­
sto il fine che si prefigge l’analisi che stiamo per cominciare. Dopo aver
posto in risalto l’importanza del padrenostro, delineeremo, in modo sin­
tetico, la storia della sua tradizione letteraria. Infine, offriremo al let­
tore una guida ai commenti scelti.

I. Importanza del Padrenostro1


Il padrenostro è la più sublime preghiera di tutti i tempi, la più bella
orazione di tutte le religioni, la preghiera paradigmatica del cristianesimo.
Insegnata venti secoli addietro da Gesù di Nazareth ai suoi discepoli (Le.
II,1-4; Mt. 6,9-13), costituì e costituisce la guida mediante cui la chiesa
primitiva, ma anche quella contemporanea, iniziava ed inizia alla pra­
tica dell’orazione i catecumeni e i candidati alla rigenerazione battesi­
male.2 Costoro, dopo esser divenuti figli di Dio, recitavano e recitano
ad alta voce per la prima volta il padrenostro, durante la celebrazione
della loro prima eucarestia, come immediata preparazione alla comu­
nione.3 Il padrenostro è, dunque, il primo balbettio dell’orante cristiano,
la sua prima preghiera; esso accompagnerà, poi, la sua travagliata esi­
stenza come luminoso e fortificante vademecum di pietà. Senza dubbio

1 Cfr. S. S a b u g a l, Abbà... La Oración del Senor, Madrid 1985, 9-79.


2 Cfr. L. D u c h e sn e , Les origines du culte chrétien, Paris 1909, 305-312; P. de
P u n ie t, Catéchumenat, in DACL 2/2 (1925) 2587; N.M. D e n is-B o u le t, La place du No-
tre Pére dans la liturgie, in MD 85 (1966) 69-91; A. L a u ren tin -M . D u ja r ie r , Catéchu­
menat, Paris 1969, 248-250; V. G ro ssi, Tertulliano, Cipriano, Agostino: Il Pater, Roma
1980, 23-27, 37-39, 84-85, 126 e ss.; S. S a b u g a l, o .c ., 10-13 (bibliogr.).
3 Cfr. J.A. Jungm ann, El sacrificio de la misa, Madrid 1959, 838-856; N.M. D enis-
B o u le t , art. cit., 73-75; S. S a b u g a l, o . c . , 13 e s. Già alla fine del I secolo la Didaché,
il primo catechismo cristiano del tempo post-apostolico, fa trasparire il posto assegnato
al padrenostro (Did. 8, 2-10, 7); cfr. R .D . R ic h a r d so n , The L ord’sprayer as an early eu-
charist, in AnglThR 39 (1957) 123-130; S. S a b u g a l, o .c ., 139-152.
16 Introduzione

r«orazione del Signore» è stata ed è l’orazione per eccellenza della co­


munità universale dei credenti in Cristo. Il padrenostro è pure l’orazione
paradigmatica dell’ecumenismo cristiano. Esso è, infatti, un intimo vin­
colo che accomuna tutte le chiese cristiane e, pertanto, anche una solida
base per raggiungere il traguardo della tanto desiderata unità. Esso può
divenir pure un comune punto di partenza neirodierno dialogo della
chiesa con coloro che, credendo in un solo Dio, lo invocano come Padre.
Questi ed altri motivi giustificano ampiamente la costante attenzione
e il posto di preminenza che alla spiegazione del padrenostro ha dedicato
non solo l’antica esegesi patristica4 o l’esegesi e la teologia medievale e
rinascimentale,5 ma pure la moderna esegesi neotestamentaria cattolica,6

4 Cfr. O r ig e n e , Perì euchès, in Origenes Werke II (C G S), Leipzig 1899, 297-303,


346-395; S. G io v a n n i C r iso sto m o , In Matthaeum Homiliae, XIX 4-6 (PG 57, 277-282);
S. C i r i l l o A ., Comm. in Lucam X I 2-4 (PG 72, 685-696); S. G ir o la m o , Comm. in Ev.
Matth. VI 9-13 (CC, LXXVII 36-37); S. A g o s tin o , De sermone Domini in monte, II, 4,
15-19, 35 (CC 35, 104-126). U na trattazione su ll’esegesi patristica del padrenostro (cfr. in­
fra , n. 9 e 10) offrono: F.H. C h a se , The L ord’s prayer in thè early church, Cambridge
1891, 22 e s.; E. von G o l t z , Das Gebet in der àltesten Christenheit, Leipzig 1901, 59-70;
O. D ib eliu s, Das Vaterunser. Umrisse zu einer Geschichte des Gebets in der alten und mit-
tleren Kirche, Giessen 1903, 61-70 (padri greci); G . L o e sc h k e , Die Vaterunser-Erklàrung
des Theophilus von Antiochien. Eine Quellenuntersuchung zu dem Vaterunser-Erklàrung
des Tertullian, Cyprian, Chromatius und Jeronimus, Berlin 1908; G. W a lt e r , Untersu-
chungen zur Geschichte .der griechischen Vaterunser-Exegese (T U , 40), Leipzig 1914; J.
M o f fa t , Tertullian, Cyprian, Augustine on thè Lord’s prayer, in Exp 18 (1919) 24-41, 176-
189, 259-272; R .B . H o y le , The L ordys prayer in history, in BiblRev 17 (1932) 210-226;
N .M . D e n is-B o u le t, art. cit., 75-79; A . H am m an, Le Notre Pére dans la catéchèse des
Pères de Véglise, in MD 85 (1966) 41-68; Id ., La oración, Barcelona 1967, 708-718, 741-
748; V. G ro ssi, o . c . (supra, n. 2); S. S a b u g a l, El Padrenuestro. Tradición literaria y co-
mentarios patristicos, in RevAg 21 (1980) 47-72: 66 e ss.; Id ., o .c ., 47-49, 80-116 (bibliogr.).
5 Cfr. S. S a b u g a l, A bbà..., 49-51, 117-124 (fon ti e bibliogr.).
6 Citiamo solamente: J. H e n s le r , Das Vaterunser, Munster 1914; M.-J. L a g r a n g e ,
Évangile selon saint Matthieu, Paris 19273, 124-132; Id ., L ’Évangile de Jésus-Christ, P a­
ris 1939, 320-322; J. A lo n s o , Padre nuestro. Estudio exegético, Santander 1954; Id ., El
padrenuestro dentro del problema generai de la escatologia, in Misceldnea Comillas 34 (1960)
296-308; M .-J. L a g r a n g e , L'Évangile selon saint Lue, Paris 19273, 320-324; S. G a r o ­
f a l o , Il «Pater noster», Roma 1955; H . SchO rm ann, Das Gebet desHerrn, Freiburg i. Br.
19653; H. van den B u ssch e, Le Notre Pére, Bruxelles 1960; J. de F r a in e , Oraison do­
minicale, in DBS VI, Paris 1960, coll. 789-800; W. M a r c h e l, Abba Pére. La prière du
Christ et des chrétiennes, Rom a 1963, 179-187; R .E . B ro w n , The Pater Noster as an escha-
tological prayer, in Id ., New Testament essays, L ondon-D ublin 1965, 217-253; J. De-
lo r m e , La prière du Seigneur, in AmCler 76 (1966) 225-236; J. D u p o n t-P . B o n n a rd , Le
Notre Pére. Notes exégètiques, in MD 85 (1966) 7-35; A . H am m an, o . c . , 102-141; W.
K n ò r z e r , Vater Unser, Stuttgart 1968; A . G o n z a le z , La oración en la Bibita, Madrid
1968, 173-179, 418; Id ., Prière, in DBS V ili, Paris 1972, 597-599; J. C a rm ig n a c, Recher-
ches sur le «Notre Pére», Paris 1969; Id ., A l ’écoute du «Notre Pére», Paris 1969 (sintesi
della poderosa opera precedente); M . C o r d e r o , El «padrenuestro», in Teologia de la Bi-
blia III, Madrid 1972, 253-265; V ò g t l e , The Lord’s Prayer: A Prayer fo r Jews and Chri-
Santos Sabugal 17

protestante7 ed ebraica.8 Né sarebbe possibile passar sotto silenzio l’an­


tica e moderna trattazione catechetica ed omiletica9 e la riflessione teo­
logica e mistica.10 L’interpretazione esegetica e il commento teologico

stians, in A A .V V ., The L ord’s Prayer and Jewish Liturgy, London 1978, 93-117; S. Sa­
bugal , Elpadrenuestro. Anàlisis histórico-tradicional, in RelCult 26 (1980) 635-647; Id.,
art. cit. (.supra, n. 4); Id., La importancia del Padrenuestro, in RevAug 23 (1982) 437-
486; Id., La redacción mateana del Padrenuestro (Mt. 6, 9-13), in EstEcl 58 (1983) 307-
329; Id., La redacción lucana del Padrenuestro (Le. 11, 2-4), in NatGracia 31 (1984) 251-
274; Id., Didajé V ili2: El Padrenuestro, in RevBibl 46 (1984) 287-297; Id., A bbà..., Ma­
drid 1985 (bibliogr. 55-61).
7 Oltre alle cinque spiegazioni offerte da M . L u te r o (cfr. Luthers Werke, II, 74-
130 [1519]; XXX, 1, 95-109 [1528], 193-211 [1529], 250-255 [1529], 369-378 [1531]) e i com ­
m enti di M e la n t o n e (Annotationes et Contiones in Ev. Matthaei, in Opera omnia XIII,
643-648; Id., De oratione, in Opera omnia XXI, 536-542) e J. B e n g e l ( Gnomon Novi Te­
stamenti, Tùbingen 1742, 48-50, 241-542) citiam o solam ente: F .H . C h a se , The L ord’s
prayer in thè early church I. 3, Cam bridge 1891; P. F iebig, Das Vaterunser, G utersloh
1927; G. D a lm a n , Die Worte Jesu I, Leipzig 19302, 283-365; E. L oh m eyer, Das Vater-
Unser, G òttingen 19684; E .F . S c o t t , The Lord'sprayer, New York 1951; T .W . M a n son ,
The Lord’s prayer, in BullJRlL 38 (1955-56) 99-113, 436-448; Ch. M . Laym on, The Lord’s
prayer, Nasheville-N ew York 1968; J. Jerem ias, Das Vater-Unser im Lichte der neueren
Forschung, Stuttgart 19655; Id., Abba. Studien zur neutestamentlichen Theologie und Zeit-
geschichte, Gòttingen 1966, 152-171; Id, Neutestamentliche Theologie, I, G òttingen 1971
(tr. it., Brescia 1972, 222-223); I.H. M a r s h a l l, The Gospel o f Luke, Exeter 1978, 454-
462. U na abbondante e selezionata bibliografia si trova in S. S a b u g a l, Abbà..., 61-70.
8 Cfr. I. A b rah am s, Studies in phariseism and thè gospels II, Cambridge 1924 (New
York 1967), 94-108; C .G . M o n t e fio r e , The synoptic gospels II, L ondon 1927 (N ew York
1968), 101-105; R. A r o n , Gli anni oscuri di Gesù, M ilano 1978, 229-249; Id ., Les origi-
nes juives du Pater in MD 85 (1966) 36-40; Sch. B en -C h orin , Bruder Jesu. Der Nazare-
nerim judischer Sicht, M unchen 1967, 111-119; Id ., Jesus im Iudentum, W uppertal 1970,
41-42; J. K la u sn e r , Jesus de Nazaret, Buenos Aires 1971, 386-387; J. Is a a c , Gesù e
Israele, Firenze 19762, 95-97; J. H ein em ann , The background o f Jesus’ prayer in thè Je­
wish liturgical tradition, in A A .V V ., The Lord’s prayer and Jewish liturgy, London 1978,
81-89. Per una più abbondante bibliografia cfr. S. S a b u g a l, Abbà..., 70-72.
9 Cfr. T e r t u l l i a n o , De oratione, II, 1-IX 3 (CC, I 225-274); S. C i r i l l o di
G eru salem m e, Catechesis, XXIII, 11-18 (PG 33, 331-1128, 117-1123; A . O r t e g a , Lasca-
tequesis de San Cirilo de Jerusalén, Madrid 1946; J. S o la n o , Textos eucaristicos primi-
tivos I, Madrid 1952, 332-337, 331-334; A . U b iern a , San Cirilo de Jerusalén. Las cate-
quesis, Madrid 1926; G r e g o r io di N issa , De oratione dominicay I-V (PG 44, 1120-1193);
S. A m b rogio, De sacramentis V , 4, 18-30 (CSEL 73, 65-72); T e o d o r o di M o p su estia ,
Omelie (ST 145, 281-321); S. G iovan n i C riso sto m o , De oratione dominica eiusque ex-
planatione (PG 51, 44-48); S. A g o s tin o , De oratione dominica ad competentes: Serm. 56-
59 (PL 38, 377-402); G. C a ssia n o , Collationes IX, 18-25 (CSEL 13, 265-273); P ie t r o Cri-
s o lo g o , In orationem dominicam (PL 52, 390-406); V en a n zio F o r tu n a t o , Expositio ora-
tionis dominicae (PL 88, 313-322); G ir o la m o S erip an d o, Prediche sopra il Paternoster
(1550-1560% inedito, N apoli (Biblioteca Nazionale: XIII A A 46); S. P io V, Catechismo
romano, Rom a 1566, IV, I 1-IX 6; A g o s tin o T r io n fo , In orationem dominicam tracta-
tus, Rom a 1587. Tra gli autori m oderni ci lim itiam o a citare il solido e bellissim o com ­
m ento di R. G u a rd in i, Preghiera e verità, Brescia 1973.
10 Cfr. O r ig e n e , o.c.; S. C ip rian o, De oratione dominica, 8-27 (CSEL III, 1, 265-
294); S. A g o s tin o , Epist. 130. A Proba XI 21 (CSEL 44, 40-77. 63 s.); M assim o Con-
18 Introduzione

del padrenostro hanno quindi una storia plurisecolare che mostra, con
tutta evidenza, il continuo ed instancabile tentativo di portare alla luce
l’abbondante miniera del suo contenuto teologico e spirituale e lo sforzo
per facilitarne la comprensione al popolo di Dio che di questa preghiera
ha fatto alimento preferito per la sua pietà e per la sua vita cristiana.
In effetti, a partire dal momento in cui questa preghiera fu inse­
gnata dal Maestro al piccolo gruppo dei Dodici e fino ai nostri giorni,
lungo venti secoli di storia cristiana, essa è stata meditata, sussurrata e
proclamata individualmente e collettivamente, privatamente e pubblica­
mente, da parte di milioni di uomini di ogni età, razza, classe sociale e
cultura. In essa trova il culmine l’attuale sequenza liturgica delle due prin­
cipali preghiere di lode, quella del mattino (lodi) e quella della sera (vespri)
con cui la chiesa, prolungando il celeste inno di lode introdotto nel mondo
dal sommo sacerdote Gesù, loda senza sosta la adorabile Trinità ed in­
tercede per la salvezza di tutti gli uomini. Inoltre con 1’«orazione del Si­
gnore» il vero cristiano apre, accompagna e chiude la sua giornata; egli,
conscio della sua figliolanza divina, si riconosce circondato dalla prov­
videnza e dall’amore del «Padre celeste»; per ciò lo loda e spera nella
manifestazione liberatrice della sua potenza salvifica, la «santificazione
del suo nome», e l’«avvento del suo regno» sulla storia umana e sulla
storia di ogni singolo uomo attraverso il «totale adempimento della sua
volontà nella terra» della individuale e collettiva esistenza umana. Dalla
convinzione della propria impotenza nel realizzare tale desiderio sorge
prorompente la supplica per «il necessario e quotidiano alimento mate­
riale e spirituale», per «il perdono dei debiti» contratti (con Lui e con
gli uomini), così pure per il «preservamento di cadere nella tentazione»
e per «la liberazione dal maligno» tentatore. Il cristianesimo, dunque,
formula con questa orazione le sue più profonde aspirazioni di lode ri-

fe s s o r e , Orationis dominicae brevis expositio (PG 90, 873-910. 883 s.); Catechismo ro­
mano (supra); S. T e r e sa D ’A v ila , Camino de perfección, 27-42; F .J. V ives, Expositio
in orationem dominicam iuxta traditionem patristicam et theologicam, R om a 1903; R.
G u ard in i, o . c .; J. T is so t, La vida interior, Barcelona 1958, 75-80; H. T ie lic k e , Das Ge-
bet das die Welt umspannt. Reden uber das Vaterunser, Stuttgart I9609; D . B o n h o e f fe r ,
E lpredo de la grada, Salamanca 1968, 176-180; A . R o y o M a rin , La oración del cristiano,
Madrid 1975.
Santos Sabugal 19

conoscente e, nel medesimo tempo, trova in essa la più perfetta espres­


sione della sua indigente ma filiale e fidente preghiera.
Il padrenostro, essendo l’orazione del figlio al Padre, insegnata dal
Figlio del Padre ai suoi discepoli come perfetta sintesi del suo messaggio
e fedele espressione della sua vita interiore, contiene P«essenziale delle
nostre preghiere»11 poiché non solo è «la normaa dei desideri»,12 ma
pure una «preziosa sintesi di ciò e di come dobbiamo pregare»;13 in essa
«Gesù ha condensato l’essenziale di tutte le aspirazioni cristiane».14
Essa, di fatto, racchiude in sé «l’intera contemplazione e perfezione...,
l’intero cammino spirituale»15 del credente. Egli proprio mediante tale
cammino vede nel padrenostro «l’orazione modello»16 del cristiano,
«l’orazione per eccellenza»17 della chiesa. Di più, il padrenostro, stret-

11 S. C ip ria n o , o .c ., 28; in modo analogo S. Agostino (cfr. infra) e S. Tommaso:


«L’orazione del Signore è perfetta», infatti in essa «si domandano non solo le cose che
possiamo desiderare rettamente, ma pure nell·ordine in cui esse devono venir desiderate»
(Summa Theologica II-II, 83, 10); essa è pertanto «il compendio di tutte le nostre pre­
ghiere» (II-II, 83, 14 ad 3). Sulla medesima linea M assim o C o n fe s s o r e , o.c. (PL 90, 878)
e S. B o n a v e n tu r a , Breviloquio, V 10, 1.
12 S. A g o s tin o , Epist. 130. A Proba X II22: «Se passi in rassegna tutte le preghiere
della Sacra Scrittura — per quanto io credo — non ne troverai una che non sia già con­
tenuta e compendiata nella orazione del Signore». E, ancora: «Chiunque dica qualcosa
che non abbia attinenza con questa preghiera evangelica, anche se non prega in modo il­
lecito, prega, tuttavia, in modo carnale». Cfr. anche S. A m b rogio, o .c ., V 18.
13 Catechismo romano IV, I 1, che segue S. Tom m aso, loc. cit. (supra n. 11). Così
pure J. T isso t: il padrenostro «è il riassunto di tutta l’orazione» (o.c., 75).
14 H. van den B u ssch e, o .c ., 12. Così pure G. Bornkam m , Jesùs de Nazaret, Sa­
lamanca 1975, 142: il padrenostro è «una sintesi di ciò che Gesù dice sudorazione»; cfr.
S. S a b u g a l, Abbà..., 77-79.
15 S. T e r e sa , o .c ., 37, 42. Già T e o d o r o di M o p su e stia , aveva affermato che il pa­
drenostro include «ogni perfezione morale» (o.c., XI 19). In maniera simile si esprime il
monaco G. C a ssia n o : «Questa orazione... contiene la pienezza della perfezione» (o.c.,
IX 25); cfr. anche J. T isso t: «Lì vi è tutto» (o.c., 79).
16 H.J. van D y k e, The L ord’s prayer, New York 1871, 1 3 e s .; J . T isso t: «Il pa­
drenostro è l’orazione perfetta» (o.c., 75).
17 D . B o n h o e f fe r , o .c ., 176. Lo stesso autore, nella linea del pensiero agostiniano
(cfr. supra n. 12), sottolinea, in un’altra opera, che «ogni orazione è racchiusa nel pa­
drenostro», è in esso che vengono ri-assunte «tutte le orazioni della Scrittura»; tra quelle
e questo vi è lo stesso rapporto che «nella corona unisce i grani e la catena» (Pregare i
salmi con Cristo, Brescia 19783, 37); cfr. S. S a b u g a l, A bbà..., 11.
Preferiamo tradurre lo spagnolo fòrmula con norma perché più chiaro al lettore
italiano che si accosta al testo di Agostino: Verba enim quae docuit Dominus noster Jesus
Christus in oratione, forma est desideriorum (Serm. 56,4) (N.d.C.).
20 Introduzione

tamente parlando, è la fede cristiana fatta preghiera. In siffatto modo


lo intese il suo primo commentatore che lo definì «repitome di tutto il
vangelo».18 E gli esegeti moderni si associano volentieri alla puntuale de­
finizione tertullianea perché vedono in questa orazione «una eco del mes­
saggio di Gesù»,19 «il più chiaro ed essenziale compendio» della sua pre­
dicazione,20 «il nucleo» di essa e, nel medesimo tempo, «la chiave di ac­
cesso» per la sua comprensione,21 e la sua «migliore esposizione» o com­
mento è «la vita, la morte e la resurrezione di Colui che Pha inse­
gnata».22
Come sintesi del messaggio di Gesù e orazione paradigmatica del
cristiano, il padrenostro, è dunque, «la più importante e caratteristica
preghiera ecumenica dei credenti in Cristo in quanto viene a costituirsi,
fra i vincoli che pongono in comunione le comunità cristiane, come uno
dei più stretti»23 e può divenire, inoltre, «un comune punto di partenza
nelPodierno dialogo della chiesa con coloro che, credendo in un sol Dio,
lo invocano come Padre».24 Tuttavia, solo il cristiano può invocare Dio
come Padre con assoluta legittimità; egli, infatti, è stato, mediante il bat­
tesimo, «rigenerato» alla vita divina e partecipa pertanto della natura
di Dio come «figlio».25 Da ciò segue che P«orazione del Signore» è ac­
cessibile solo a chi possiede lo Spirito del «Signore dell’orazione»: solo
costui può invocare Dio come Padre, lodarlo col desiderio che il suo nome
venga santificato mediante l’avvento del suo regno e il compimento della

18 T e r t u l l i a n o , o . c . , I, 6 («breviarium totius evangelii»). Il famoso apologista af­


ferma che nelle «poche parole» di questa orazione vengono compendiate «affermazioni
dei profeti, degli evangelisti, degli apostoli (e pure) discorsi, parabole, esempi e precetti
del Signore...» (XI, 1).
19 H. van den B u ssch e, o . c . , 11; cfr. S. S a b u g a l, A bbà..., 78 e s.
20 J. Jerem ias, Abba, 161; cfr. pure altri autori protestanti: A . C o q u e r e l, L ’oraison
dominicale, considerée comme un résumé du Christianisme, Paris 1850, 3; M. D ib eliu s,
Jesus, Berlin 19664, 100 (ilpadrenostro «compendia... quanto viene annunciato dal van­
gelo»). La notevole «brevità e semplicità» del padrenostro è stata sottolineata dal celebre
,
esegeta R. B u ltm a n n , Jesus Tubingen 19642, 153; cfr. anche G. Bornkam m , o . c . , 143.
21 H. SchO rm ann, o . c . , 7, 9, 10; cfr. pure H. van den B u ssch e, o . c . , 11-12.
22 T. M a n so n , art. cit., 448. La bellezza di questa orazione cristiana è stata sotto-
lineata anche dall’autore ebreo I. A b rah am s, o . c . , II, 98: Non si può nutrire il minimo
dubbio sulla bellezza di questa orazione, afferma l’autore citando il suo correligionario
e amico C.G. Montefiore. Un altro illustre autore ebreo qualifica il padrenostro come «una
notevole orazione, universale per fascino, fervorosa, breve e densa di devozione» (J. K lau -
sn e r , o . c . , 387).
23 S. S a b u g a l, A bbà..., 74.
24 S. S a b u g a l, A bbà..., 75; cfr. p. 264.
25 Cfr. Gv. 3,3-5; Tit. 3,5; 1 Pt. 1,23; 2 Pt. 1,4; 1 Gv. 3,2.9.
Santos Sabugal 21

sua volontà, supplicarlo non solo perché doni il pane quotidiano, ma pure
perché conceda la remissione dei debiti e la preservazione dal soccom­
bere alla prova col venir liberati dal «maligno».

R i a s s u m e n d o : Il padrenostro, giusto in quanto orazione in­


segnata da Gesù ai suoi discepoli come sintesi del suo messaggio ed espres­
sione della sua relazione col Padre, in forza del fatto che con esso la ma­
dre chiesa ha iniziato ed inizia i suoi figli alla prassi della lode e della
supplica al Padre celeste, è la preghiera propria ed esclusiva del cristiano;
è l’orazione paradigmatica del cristianesimo e dell’ecumenismo cristiano;
è la più bella e sublime orazione della chiesa; essa da venti secoli la spiega
e la commenta.

2. La tradizione del Padrenostro

Nel tracciare la storia che la tradizione del padrenostro ha avuto nel


primo secolo del cristianesimo, dobbiamo cominciare col situarci alla sua
origine per seguire, poi, a partire da essa, il corso dei diversi canali nei
quali le sue acque cristalline si sono, nelle varie comunità cristiane, di­
stribuite, fino al loro depositarsi nelle redazioni letterarie degli evange­
listi Matteo e Luca e nel loro prolungamento, la Didaché.
1) Autore del padrenostro è G esù di Nazareth.26 Nessuno può n
gargli questo merito. Egli, proveniente da un popolo abituato alla pre­
ghiera e membro di una famiglia pia (cfr. Le. 2,21-24.39.41), nutrì in­
cessantemente la sua vita pubblica con l’orazione, sia comunitaria (cfr.
Le. 4,16) che individuale (cfr. infra). Egli fu, pertanto, un uomo di pre­
ghiera ed un consumato maestro di orazione. Tra le sue molteplici e va­
rie istruzioni sulla preghiera, la più bella e la più profonda è proprio il
padrenostro. Certamente le sue parole non sono giunte fino a noi se non
attraverso la versione greca delle due forme del testo evangelico, quella
di Matteo (Mt. 6,9-13) e quella di Luca (Le. 11,2-4). Ambedue le reda­

26 Cfr. P . F ieb ig , o . c . , 61; G. D a lm a n , o . c . , 283; H. van den B u ssch e, o . c . , 14-


15. 31 e s.; H. Scftu rm an n , o . c . , 8-9; N. P e r r in , Rediscovering thè teaching o f Jesus,
London 1967, 47. 151-153. 160 e s.; J. Jerem ias, Teologia N T, 227 e s.; S. S a b u g a l,
Abbà..., 287 e ss.
22 Introduzione

zioni del testo riflettono, del resto, caratteristiche letterarie e dottrinali


corrispondenti alla concezione teologica propria di ogneduno di questi
evangelisti (cfr. infra). Isolate queste caratteristiche rimangono, tutta­
via, un residuo letterario ed un sostrato teologico irriducibili alle due re­
dazioni evangeliche (M t. e Le.) e che possiamo, con buona probabilità,
attribuire allo stesso Gesù di Nazareth. La primitiva form a letteraria del
padrenostro dovrebbe recitare in italiano più o meno nel seguente
modo:27
Padre!
— Santificato sia il tuo nome.
— Venga il tuo regno.
— Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
— Perdona i nostri debiti,
come noi perdoniamo ai nostri debitori.
— Fa' che non cadiamo nella tentazione.

La composizione letteraria del padrenostro, nella sua formulazione


originaria, è facilmente analizzabile. Dopo (l)Pinvocazione iniziale, la
preghiera viene aperta da (2)due petizioni di lode poste in diretta rela­
zione con qualcosa che è peculiare («tu») del Padre invocato: (a)la san­
tificazione del suo nome e (b)Pavvento del suo regno; le prime petizioni
vengono seguite da (3)tre suppliche di richiesta, nettamente distinguibili
dalle precedenti per la loro diretta relazione con qualcosa che è peculiare
(«noi» — «nostro») invece dei figli che invocano: (a)il dono del pane
quotidiano, (b)il perdono dei debiti e (c)il preservamento dal soccom­
bere alla tentazione. La struttura letteraria del padrenostro è, dunque,
la seguente:

7. Invocazione: «Padre!»
2. Petizioni:
1) di lode:
a) Santificazione del nome del Padre
b) Avvento del regno del Padre
2) di richiesta:
a) Dono del pane quotidiano
b) Perdono dei debiti
c) Preservamento dal soccombere alla tentazione.

27 Cfr. J. Jerem ias, A bba, 155-160; Id ., Teologia N T, I, 228-231; S. S a b u g a l,


Abbà..., 323-331 (ricostruzione del testo originale del padrenostro, secondo Paramaico della
Galilea parlato da Gesù). I passi paralleli della letteratura veterotestamentaria e giudaica
Santos Sabugal 23

Inoltre, ritradotta nella lingua usata da Gesù (aramaico della Ga­


lilea),28 questa forma originale riflette la composizione ritmica29 di un
«piccolo poema o inno», composto dal Maestro in modo tale «da fa­
vorire la memoria» dei suoi discepoli ed aiutarli in una fedele trasmis­
sione.30 Essi avrebbero dovuto conservare questa orazione come un
gioiello prezioso! Infatti Gesù, mediante il padrenostro, non solo co­
municava loro la sua paradigmatica esperienza di preghiera, di quella in­
tima orazione al Padre che accompagnò la sua opera31 e chiuse la sua

al padrenostro son o stati forniti da S t r .- B ill. (I 406-423) e — ma spesso in m odo esa­


geratam ente acritico — da m olti autori ebrei (cfr. supra, n. 6); secondo essi l'orazione del
Signore «n on è originale nelle sue idee» seppure lo è «nella scelta e nel raggruppamento
delle stesse» (I. A b ra h a m s, o .c ., II, 98), poiché tutto ciò che essa contiene è «del tutto
fam iliare ai giudei» (C .G . M o n t e fio r e , o .c ., II, 99), infatti «ogni sua parte si trova nelle
preghiere ebraiche e nelle sentenze del Talm ud» (J. K la u s n e r , o. c ., 387); si tratta, per­
tanto, «di una preghiera ebraica dalla prima alPultim a parola» (Sch. B en -C h orin , Bru-
der Jesu, 113), «nata direttam ente dalle preghiere ebraiche fondam entali recitate da Gesù
durante gli anni della sua vita privata» (R. A r o n , o .c ., 236). Bisogna afferm are piuttosto
che, insiem e ad indiscutibili affinità tra il padrenostro e certe preghiere giudaiche (Qaddish,
Tefillày ecc.), vi sono pure delle notevoli divergenze letterarie e, sopratutto, teologiche (cfr.
J.-B . F r e y , Le Pater est-iljuif ou chrétien?, in RB 12 (1915) 556-563; M .-J. L a g r a n g e ,
Evangile selon saint Matthieu , Paris 19273, 125; G. D a lm a n n , o .c ., specialm ente 311-
314. 321; J. J erem ias, Teologia NT, 232-234; W. K n ò r z e r , Die Bergpredigt, Stuttgart
1968, 80-82; J. C a rm ig n a c, o .c ., 379-381; S. S a b u g a l, A bbà..., 260 e ss.), riconosciute
anche da parte di alcuni autori ebraici (cfr. I. A b rah am s, o .c ., II, 94-108; I. H ein em ann ,
art. cit., 88 e s.) e del tutto corrispondenti, di fatto, alle profonde differenze tra il m es­
saggio di Gesù e la teologia del giudaism o contem poraneo (W. K n ò r z e r , o .c ., 81 e s.),
mentre le affinità sono il norm ale effetto del com une retroterra veterotestam entario delle
preghiere giudaiche e del padrenostro. Sulla m edesim a linea M .-J. L a g r a n g e , Evangile
selon saint Matthieu, 125 e s.; J. H errm a n n , Der alttestamentliche Urgrund des Vaterun­
ser, i n Fs. OttoProcksch, Leipzig 1934, 71-98. 73 e s.; A . Ham m an, o .c ., 107 e s.; J. C ar-
m ign a c, o .c ., 360; S. S a b u g a l, A bbà..., 12.
28 Cfr. C.C. T o r r e y , The translations made from thè originai aramic gospels, in Stu-
dies in thè history o f religions (presented to C .H . T oy), New York 1912, 309-317; C .F.
B u rn ey , Thepoetry o f ourL ord , O xford 1^25, 112-113; G. D a lm a n , o . c . , 293-296 e s.;
Id ., Jesus-Jeschua, Leipzig 1922, 19; E. L oh m eyer, o . c . , 15; K.G. K uhn, Achtzehngebet
und Vaterunser und der Reim, Tubingen 1950, 32-33; J. Jerem ias, A bba, 160; Id ., Teo­
logia NT, I, 321; S. S a b u g a l, A bbà..., 260 e ss.
29 Cfr. C.F. B u rn ey , o . c . , 112 e s.; E. L oh m eyer, o . c . , 15-17; K .G . K uhn, o . c . ,
38 e s.; J. Jerem ias, Abba, 160; Id ., Teologia NT, I, 231; I. C a rm ig n a c, o . c . , 381-385;
I. M a r s h a l l, o . c . , 455; S. S a b u g a l, A bbà..., 331 e ss.
30 C .F . B u rn ey , o . c ., 113; così pure J. C a rm ig n a c, o . c . , 386.
31 Cfr. Me. 1, 35 par.; 6, 46 par.; Le. 3, 21; 5, 16; 6, 12; 9, 18-28; 11, 1; 22, 32,
ecc. Circa il ruolo della preghiera nella vita di Gesù, posto in risalto sopratutto dall’evan-
gelista Luca {infra, n. 74), cfr. E. von G o l t z , o . c . , 1-35; F.L. F ish er, Prayer in thè new
testament, Philadelphia 1964, 27-39; J. G n ilk a , Jesus und das Gebet, in BibLeb 6 (1965)
79-91; A . Hamman, o . c . , 68-101; J. Schm id, El evangelio segùn san Lucas, Barcelona 1968,
,
289-292; A . G o n z a le s , o . c . , 154-160; Id ., art. cit., 591-593; J. Jerem ias, A bba 73-78;
Id., Teologia NT, I, 220-225; M. C o rd ero , o . c ., Ili, 247-253; S. S a b u g a l, Abbà..., 349 e ss.
24 Introduzione

vita,32 ma riassumeva altresì l’essenza del suo messaggio imperniato


tutto nella proclamazione verbale e nella inaugurazione effettiva del re­
gno di Dio. Questo è, in effetti, il nucleo fondamentale delPinsegnamento
di Gesù e il centro focale della sua attività esoreistica e taumaturgica.
Si comprende, dunque, come il tema del regno di Dio occupi un po­
sto centrale nell’orazione che Gesù insegnò ai suoi discepoli. Infatti, il
suo nucleo è costituito dalla petizione di lode per l’avvento del regno del
Padre sulla terra.33 Tutte le altre petizioni introducono o prolungano
questa basilare petizione di lode: nell’avvento del regno di Dio sulla
“ terra” di ogni uomo e sulla “ terra” della storia umana viene «santificato
(= glorificato) il suo nome»; e perché il regno si realizzi rapidamente
ed effettivamente si chiede al Padre non solo il dono del «necessario pane
quotidiano», materiale e spirituale, ma pure la rimozione di tutto ciò ( =
il peccato) che ostacola il regno stesso: «Perdona i nostri debiti!». Inol­
tre, si chiede al Padre di evitare ciò che potrebbe ostacolare il regno: «Non
ci indurre in tentazione!».a Le tre petizioni finali chiedono, dunque, al
Padre (Abba) il dono di quelle condizioni che rendono possibile la pe­
tizione di lode per l’avvento del regno sulla terra, la cui realizzazione rende
possibile la glorificazione del suo nome. Questo dovette essere il signi­
ficato teologico del padrenostro sulle labbra di Gesù. A questo livello
la supplica per l’avvento del regno di Dio costituisce il centro focale dal
quale le altre ricevono luce e senso. Il significato del padrenostro nella
vita della chiesa primitiva coincide con quello della vita di Gesù?

2) L e C om unità cristiane prim itive , 34 composte da coloro che, me­


diante il dono dello Spirito, ottenuto per mezzo della Parola predicata,

32 Cfr. Me. 14,36 par.; 15,34 par.; Le. 23,34.46.


33 J. Jerem ias, Teologia NT, I, 238; cfr. pure Abba, 171 (l’autore sintetizza com­
piutamente il significato del padrenostro al livello primitivo con l’espressione «escatologia
che si realizza», cioè il già inaugurato avvento del «regno di Dio sulla vita dei suoi figli».
Così pure: M . D ib e liu s, o.c., 100; E. L oh m eyer, o . c . , 18; H. van den B u ssch e, o . c . , 32;
I. M a r s h a l l, o . c . , 455. Una ampia trattazione di questa invocazione, al livello
dell’insegnamento di Gesù e nel contesto del suo messaggio sul Regno di Dio, può essere
consultata nella nostra monografia: A bbà..., pp. 453 e ss.
34 Circa la forma letteraria del padrenostro nella tradizione o fonte pre-redazionale,
cfr. W. B ussm ann, Synoptische Studien, II, Halle 1929, 66-68; J. Schm id, Matthàus und
Lukas, Freiburg i. Br. 1930, 231-233; P. H o ffm a n n , Studien zur Theologie der Logien-
quelle, Miinster 1972, 39 e s.; S. S c h u lz , Q. Die Spruchquelle der Evangelien; S. Sabu­
g a l , A bba..., 245-261. Sul significato teologico della orazione del Signore, a livello pre­
redazionale della sua tradizione evangelica, cfr. Id ., o.c., 261-284.
(a) Letteralmente: «non lasciarci cadere nella tentazione» (.N .d.C.).
Santos Sabugal 25

l’imposizione delle mani e il battesimo,35 erano rinati36 alla vita nuova


di figli di Dio,37 hanno, senza dubbio, conservato e adoperato la pre­
ghiera del padrenostro. Ciò viene mostrato dalla fedeltà con cui le re­
dazioni evangeliche di Matteo e, soprattutto, di Luca ci hanno trasmesso,
nella versione greca, l’antica forma letteraria del padrenostro (cfr. in­
fra). Questa doppia, indipendente eppure uniforme testimonianza lette­
raria, unita a quella della Didaché, mostra che la «orazione del Signore»
si è conservata sostanzialmente intatta nelle comunità giudeo-cristiane
(Mt e Didaché) e in quelle ellenistico-cristiane (Le.) dall’anno 33 fino
all’ultimo ventennio del primo secolo.
Inoltre, due testi di Paolo risentono, con molta probabilità, della
eco del padrenostro nella vita liturgica delle comunità paoline. Nella Let­
tera alla comunità della Galazia l’apostolo ricorda con fermezza ai fe­
deli la loro condizione di riscattati dal Figlio di Dio dalla schiavitù della
legge giudaica per ricevere la divina filiazione adottiva propria di coloro
che non sono più schiavi, ma figli: «La prova che voi siete figli è che
Dio ha inviato ai vostri cuori lo Spirito del suo figlio, il quale grida: Abbà,
Padre!».38 In maniera analoga Paolo scrive ai fedeli della comunità di
Roma, ammonendoli a non ricadere nella schiavitù di coloro che vivono
«secondo la carne»; ma di vivere nella libertà di coloro che, guidati dallo
spirito di Dio, sono figli di Dio, infatti «voi avete ricevuto... lo Spirito
di figli adottivi in virtù del quale invochiamo: A bbà, Padre!».39 In
quest’ultimo testo l’aoristo, «avete ricevuto» (<elàbete), evoca, senza dub­
bio la predicazione e il battesimo, il momento, cioè, in cui i fedeli sono
stati premiati con il dono dello Spirito Santo.40 E l’espressione: «Abbà,

35 Cfr. At. 2,38; 8,17; 9,17-18; 1,44-48; 19,6.


36 Gv. 3,5-8; 1 Pt. 1,23; Giac. 1,18; 1 Cor. 4,15; 1 Gv. 3,9; 5,1; Gv. 6, 63.
37 Cfr. Rom. 8,14; Gal. 4,5-6; 1 Gv. 3,9-10; 5,1-2; Giac. 1,18.
38 Gal. 4, 1-7 (v. 6). Cfr. F. M u ssn er, Der Galaterbrief Freiburg i. Br. 1974, 274-
276; S. S a b u g a l, A bbà..., 250. Sulla stoHa deir interpretazione di Gal. 4,6 cfr. S. Z ed d a,
L ’adozione a figli di Dio e lo Spirito Santo, Roma 1952, 5-123.
39 Rom. 8,5-17 (v. 15): cfr. S. S a b u g a l, A bbà..., 250 e s. Questa invocazione ini­
ziale del padrenostro è sottesa pure in 1 Pt. 1,17; cfr. E.G. S e lw y n , The first epistle o f
saint Peter, London 1947, 143; P. de A m b roggi, Le epistole cattoliche di Giacomo, Pie­
tro, Giovanni e Giuda, Roma-Torino 19672, 110; J. M ic h l, Die Katholische Briefe, Re-
gensburg 19682, 115; K. G a t z w e ile r , Prix et exigence de la condition chretienne (1 Pt.
1, 17-21), in AssSeign 24 (1970) 16-20: 17; K.H. S c h e lk le , Die Petrus briefe, Freiburg i.
Br. 19764, 47; S. S a b u g a l, A bbà..., 250 n. 20.
40 I fedeli hanno ricevuto lo Spirito Santo in forza della predicazione della Parola:
cfr. Gal. 3, 2 (cfr. 3,5)-14; 4,5; 2 Cor. 11,4; in forza del battesimo (At. 2,38) e della
«imposizione delle mani» (At. 8,5-19; 19,6).
Introduzione
26

Padre!» è una esclamazione liturgica41 nella quale il vocabolo aramaico


Abba traslitterato in greco,42 venne conservato dalle comunità cristiane
extrapalestinesi probabilmente «per fedeltà alPorazione insegnata dallo
stesso Signore».43 Solo chi è divenuto figlio adottivo di Dio, mediante
il dono dello Spirito, conferito mediante la Parola e il battesimo, poteva
e osava («audemus dicere...») per la prima volta, compulsato dallo stesso
Spirito, invocare Dio, così come un bambino ebreo invocava il proprio
padre («Abba, papà»), recitando la preghiera insegnata da Gesù:
«Padre!...».44 Se questa analisi preliminare è esatta, possiamo affermare

41 Cfr. H. L ietzmann , An die Ròmer, Tubingen 19334. 83 e s. G. K ittel , art. Abba,


in Th WNT, I, 5; T.W. T aylor , «Abba, Father» and Baptism, in ScottJTh 11 (1958) 62-
71: 65 e s.; Ch. H. D odd , The epistle o f Paul to thè Roman, London 1959, 144; F.J. L een -
hardt , L ’épttre de saint Paul aux Romains, Neuchàtel-Paris 1957, 122; H. S chlier , La
carta a los gàlatas, Salamanca 1975, 230; Id ., Der Ròmerbrief, Freiburg i. Br. 1977, 253
e s.; J. B ligh , Galatians, London 1970, 352-354; W . M archel , o . c., 174-179; S. S abu ­
gal , Abbà..., 251 e s.
42 Cfr. Me. 14,36; Gal. 4,16; Rom. 8,15.
43 F .J. L e e n h a r d t, o .c ., 122 e s. Che l ’esclam azione: «Abba, Padre!» si riferisca
all’invocazione iniziale del padrenostro (cfr. Le. 1 l,2 b ), è opinione sostenuta da m olti ese­
geti protestanti e cattolici: F .H . C h a se , o .c ., 23 e s.; A . S eeb erg , Der Katechismus der
Urchristenheit, Leipzig 1903, 243; Th. Z a h n , Der Brief an die Ròmer, Leipzig-Erlangen
19253, 296 e s.; P . Fiebig, o .c ., 59 e s.; H . L ietzm an n , o .c ., 83; W . G rundm ann, ThWNT,
III, 903; Ch. D o d d , o .c ., 144; G . K i t t e l , art. cit., 5; J. Ruby-S. L y o n n e t, Saint Paul
épitre aux Romains, Paris 1957, 289; C .K . B a r r e t t , A commentary on thè epistle to thè
Romans, London 1962,163 e s.; J. Jerem ias, A bba , 66, n. 73 (opinione avvalorata dal ce­
lebre esegeta com e «degna di considerazione»); T .W . M a n so n , art. cit., 106; O. M ic h e l,
Der Brief an die Ròmer, G òttingen 19664, 198; T .W . T a y lo r , «Abba, Father» and Bap­
tism, in ScottJTh 11 (1958) 62-71: 65; W . M a r c h e l, o .c ., 177 e s.; J. B lig h , o .c ., 354;
S. S a b u g a l, A bbà..., 250-252. Q uesta è pure l ’opinione di m olti scrittori ecclesiastici e
padri della chiesa (cfr. infra n. 44).
44 II riferimento d ell’esclam azione «Abbà, Padre!» (Gal. 4,6; R om . 8,15) all’in vo­
cazione iniziale del padrenostro è testim oniato da m olti scrittori ecclesiastici e padri della
chiesa: cfr. O rig en e, o .c ., XXII, 3; T e o d o r o M op s., In ep. ad Rom., 8 ,1 5 (PG 66, 821D-
824A); S. G io v a n n i C r iso sto m o , In ep. ad Rom. Hom., XIV, 3 (PG 60, 527); Id., In
Ep. ad Col. Hom., VI (PG 62, 342); A m b r o sia s te r , A d Rom. 8, 16 (CSEL 81, 274); S.
G ir o la m o , Comm. in Ep. ad Gal., 4 ,6 (PL 26, 400A); T e o d o r e to , Interpretatio Ep. ad
Rom., 8 ,1 5 (PG 82, 133); S. G iovan n i D a m a scen o , In Ep. ad Rom., 8 ,1 5 (PG 95, 504B);
T e o f i l a t t o , Expositio in Ep. ad Rom., 8, 15 (PG 124, 444C). N el catecum enato primi­
tivo, infatti, d op o la restituzione (redditio symboli) da parte dei catecum eni, veniva con ­
segnata ai medesim i l ’orazione del Signore ( traditio orationis dominicae) perché la im pa­
rassero a m em oria per essere in grado di recitarla per la prima volta d op o il battesim o,
durante la celebrazione dell’eucarestia (cfr. S. C i r i l l o di G eru salem m e, Catech. XXXIII,
11; S. A g o s tin o , Serm. 56, 1; 57,1.3; 58,1; 59,1, ecc. A questo riguardo cfr. S. S a b u g a l,
A bbà..., 10-11 e bibliogr.). E questa fu l’occasione per «la spiegazione della orazione del
Signore ai catecum eni» da parte di m olti padri (Cirillo di G erusalem m e, A m brogio, A g o ­
stino, Teodoro di M opsuestia, ecc.): cfr. P . de P u n ie t, art. Cathécumenat, in DACL, II.2,
Paris 1925, 2587; S. S a b u g a l, o . c . , 11.47 (n. 69: fo n ti).88 e ss.
Santos Sabugal 27

che il padrenostro veniva recitato prevalentemente dalle comunità cri­


stiane primitive nelPambito di una situazione esistenziale ben precisa: la
liturgia battesimale.
Questo dato certo permette, quindi, di delimitare il contenuto teo­
logico deir orazione del Signore al livello preredazionale della sua tra­
dizione letteraria. Diciamo subito che il neofita per mezzo di questa ora­
zione esprimeva la sua nascita alla vita divina partecipata dal Signore
e la nuova e trascendentale relazione filiale con il Padre celeste; relazione
che da allora innanzi avrebbe dovuto caratterizzare la sua esistenza cri­
stiana. NelPuso del padrenostro da parte delle comunità cristiane pri­
mitive, l’accento cadeva, pertanto, s\x\Y invocazione iniziale («Abbà, Pa­
dre!»); invocazione propria ed esclusiva del cristiano, di colui, cioè, che
è già partecipe della vita e dello Spirito di Cristo, Figlio di Dio. La pe­
tizione per la santificazione del nome del Padre includeva probabilmente
la santificazione dei chiamati da parte di colui che è santo;45 l’esemplare
condotta di costoro avrebbe dovuto impedire che tra i gentili venisse be­
stemmiato il suo nome.46 Inoltre, coloro che già sono stati liberati dal
Padre «dal potere delle tenebre e sono stati trasferiti nel regno del Figlio
del suo amore»,47 possono chiedergli «la giustizia, la pace e il gaudio
nello Spirito Santo», ossia «il regno di Dio»;48 e possono per ciò stesso
supplicarlo di non essere annoverati fra «gli ingiusti», coloro che fre­
quentano «le opere della carne» e che «non erediteranno» il suo regno.49
E poiché «Dio vuole che tutti gli uomini si salvino, giungendo alla piena
conoscenza della verità»,50 la petizione per il compimento della volontà
del Padre chiede proprio questo; e in essa è pure inclusa la richiesta della
santificazione dei fedeli51 e la paziente perseveranza nella sofferenza52 di
coloro che sanno essere suo dono il poter realizzare «ciò che è gradito
ai suoi occhi»,53 e che solo ai «perfetti adempitori della piena volontà
di Dio»54 viene riservata una «durata eterna».55 Il «pane quotidiano»

45 1 Pt. 1,15-16.
46 Rom. 2,24; 1 Tim. 6,1.
47 Col. 1,13.
48 Rom. 14,17.
49 Cfr. Gal. 5,19-21; 1 Cor. 6,9-10; 15,50; Ef. 5,5.
50 1 Tim. 2,4.
51 1 Tes. 4,3.
52 Cfr. 1 Pt. 3,17; 4,19; Ebr. 10,36.
53 Ebr. 13,20-21.
54 Col. 4,12.
55 1 Gv. 2,17.
28 Introduzione

deir orazione del Signore si identifica, senza dubbio, con il pane euca­
ristico, «comunione con il corpo di Cristo» e sacramento di unità tra i
fedeli56 i quali, mediante questo pasto, «annunciano la morte del Si­
gnore...».57 Il pane quotidiano è pure Palm ento necessario (giacché il
dono di Dio non esime dal lavoro)58 «per mangiare il proprio pane».59
Anche se liberati dal peccato mercé il dono battesimale dello Spirito,60
i cristiani possono peccare61 e, di fatto, peccano;62 per questo essi hanno
bisogno di chiedere al Padre il perdono per i debiti, personali e comu­
nitari, contratti con Lui (direttamente o nella persona dei fratelli). E an­
che se «Dio non tenta nessuno»,63 può permettere, tuttavia, che lo fac­
cia il diabolico tentatore64 per mezzo di persecuzioni e di sofferenze,65
per mettere alla prova la fede dei credenti.66 Da qui la fidente invoca­
zione al Dio che «non permette che veniamo tentati al di sopra delle no­
stre forze» e che «dà pure i mezzi per poter resistere ad esse con suc­
cesso»67 e che, ancora, «sa liberare dalla prova gli uomini pii».68 «Fa'
che non cadiamo nella tentazioni». Dono del Padre è pure Tesser li­
berati dal maligno69 sotto il cui potere «soggiace il mondo intero»70 e al
quale i fedeli possono resistere per mezzo della fede....71 Tale dovette es­
sere, alPincirca, il contenuto teologico delle petizioni del padrenostro sulle
labbra delle prime comunità cristiane; petizioni precedute dall’invocazione
e dall’incontenibile grido filiale: «Abbà, Padre!».

3) L u c a , l’evangelista dell’orazione, che redasse il suo Vangelo e g


A tti degli Apostoli intorno agli anni 80-85 d.C., ci ha tramandato con
sufficiente fedeltà la forma letteraria primitiva del padrenostro:

56 Cfr. 1 Cor. 10,16-17.


57 1 Cor. 11, 26.
58 2 Cor. 9,10.
59 1 Tes. 3,7-12.
60 Cfr. Rom. 6,2-11.22; 8,2.
61 Cfr. 1 Cor. 15,34; Ef. 4,26, ecc.
62 Cfr. 1 Tim. 5,20; 2 Tim. 3,6; Tit. 3,11; Ebr. 10,26; 1 Cor. 5,1; 6,8; Giac. 4,1, ecc.
63 Giac. 1,13.
64 1 Tes. 3,5 (cfr. 2,18); 1 Cor. 10,13.
65 Cfr. 1 Tes. 3,3-5; 1 Pt. 1,6; 4,12.
66 1 Pt. 1,6-7; Giac. 1,2-4.
67 1 Cor. 10,13.
68 2 Pt. 2,9.
69 Cfr. 2 Tes. 3,1-3.
70 1 Gv. 5,19.
71 Ef. 6,16; 1 Pt. 5,8-9.
Santos Sabugal 29

Padre!
— Sia santificato il tuo nome;
— Venga il tuo regno;
— Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano;
— E perdona i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo a chiunque ci è debitore.
— E fa ' che non soccombiamo alla tentazione.72

La forma testuale di Luca è più vicina di quella di Matteo al testo


primitivo.73 L’intero testo lucano è contenuto nel testo di Matteo (cfr.
infra). Nella redazione di Luca mancano le petizioni sul compimento della
volontà di Dio e sulla liberazione dal maligno. Orbene, è molto difficile,
praticamente impossibile, che Luca abbia omesso in questa preghiera pa­
role originali di Gesù. Inoltre, il testo più breve viene considerato, ge­
neralmente, più antico. Infine, nella situazione esistenziale* del culto,
contesto in cui la comunità cristiana primitiva prevalentemente adoperò
il padrenostro (cfr. supra), gli ampliamenti sono più comuni delle ab­
breviazioni, come viene dimostrato, ad esempio, dalla tradizione litur­
gica della «orazione del Signore» nella Didaché (cfr. infra).
D’altra parte, la forma testuale di Luca riflette già una interpreta­
zione lucana del padrenostro. Essa, infatti, costituisce un capitolo cen­
trale della teologia della preghiera che, nel contesto della duplice opera
letteraria lucana (Le. e A t.), occupa un posto di singolare rilievo.74 Il

72 Le. ll,2b-4. Su questo testo lucano cfr.: J. H e n s le r , o . c . , 17-29.48-58; P. Fie-


big, o.c., 9-22; M.-J. L a g r a n g e , Evangile selon saint Lue, Paris 19273; E. L oh m eyer,
o.c., 174-192; W. O t t , Gebet und Heil. Die Bedeutung der Gebetsparànese in den luka-
nischen Schriften, Munchen 1965, 91-123: 112 e s.; J. Jerem ias, Abba, 156 e s.; Id ., Teo­
logia NT, 229 e s.; A . H am m an, o . c . , 138-141; L. M o n lo u b o u , Laprièreselon saint Lue,
Paris 1976, 86-89; L. F eld k à m p er, Der betende Jesus als Heilsmittler bei Lukas, Bonn
1978, 178-205; I. M a r s h a l l, o . c . , 454-462; S. S a b u g a l, La redacción lucana del Padre­
nuestro (Le. 11,2-4), in NatGracia 31 (1984) 251-274; Id ., A bbà..., 185-239 (bibliogr.).
73 Così con H. SchO rm ann, o . c . , 15-20; H . van den B u ssch e, o . c . , 18-26; K.G.
K uhn, o . c . , 30; J. Jerem ia s, Abba, 156-160; Id., Teologia NT, I, 228-231; S. S a b u g a l,
A bbà..., 203 e ss.; e con altri autori (cfr. J. C a rm ig n a c, o . c . , 20-23), in contrapposizione
a coloro che difendono la priorità del testo di Matteo: cfr. J. C a rm ig n a c, o . c . , 23-26.
Un’altra soluzione — oggi praticamente abbandonata — di questo problema letterario con­
siste nel postulare l’esistenza di due orazioni diverse (Mt. e Le.), insegnate da Gesù in oc­
casioni altrettanto diverse. Su questa linea si era già posto Origene (o.c., XVIII, 3), se­
guito da quasi tutti gli autori medievali e da alcuni moderni (cfr. J. C a rm ig n a c, o . c . , 19).
74 Se il terzo vangelo si apre con la preghiera dell’antico Israele (cfr. Le. 1, 10) e di
Maria (Le. 1,46-55), si chiude con la orazione di Gesù (cfr. Le. 23,34-46) e del nuovo Israele
Con tale locuzione traduciamo, del tutto inadeguatamente purtroppo,
l’espressione tecnica tedesca sitz im Leben che l’autore rende in spagnolo con l’espressione:
«situación vital» (N.d.C.).
30 Introduzione

contesto immediatamente precedente75 e seguente,76 con il quale il testo


lucano del padrenostro forma una chiara unità letteraria e tematica,77
ci permette di precisare l’interpretazione del terzo evangelista.
Luca situa, innanzitutto, il contesto delPinsegnamento del padre­
nostro da parte di Gesù: «Accadde che, trovandosi egli in una certa lo­
calità in preghiera, quando ebbe terminato, uno dei discepoli gli disse:
‘Signore, insegnaci a pregare come ha insegnato Giovanni ai suoi disce­
poli’. Egli disse loro: ‘Quando pregate, dite: Padre...’».78 L’orazione del

(cfr. Le. 24, 53). Più di ogni altro evangelista, inoltre, Luca sottolinea la prassi del Gesù
orante: durante il battesimo (Le. 3,21) e la trasfigurazione (Le. 9,29), prima della scelta
dei dodici (Le. 6,12), della confessione messianica di Pietro (Le. 9,18) e della trasfigura­
zione (Le. 9,28), trascorre «la notte in orazione a Dio» (Le. 6,12) in «luoghi solitari» (Le.
5,16), «sul monte» (Le. 6,12) e, in maniera non precisata «in un certo luogo» (Le. 11,1);
solo Luca sottolinea l’insistenza con cui Gesù pregava nel Getsemani (Le. 22,44) e la pre­
ghiera del Crocifisso al Padre a favore dei suoi nemici (Le. 23,34). Al terzo evangelista
dobbiamo pure le due catechesi di Gesù sulla preghiera (cfr. Le. 11,1-3; 18,1-14); egli me­
diante esse istruì i discepoli non solo su: a) l’orazione che debbono fare (Le. 11,2-4), ma
pure sul b) quando (cfr. Le. 11,5-11; 18,1) e sul c) come (cfr. Le. 11,11-13; 18,9-14) essi
devono pregare. La seconda opera lucana (Atti) si apre e si chiude pure con il tema della
orazione (cfr. At. 1,14; 28,8), praticata assiduamente dalla comunità (At. 2,42); essa prega
prima dell’elezione di Mattia (At. 1,24-25), per il buon esito della predicazione (At. 4,23-
31), per Pietro incarcerato (At. 12,5-12), prima della imposizione delle mani agli evan­
gelizzatori Barnaba e Saulo (At. 13,3)... Questa è una comunità orante! Nulla di strano,
quindi, se l’orazione precede e accompagna il ministero degli apostoli i quali pregano nei
tempi stabiliti per l’orazione (cfr. At. 3,1; 10,9; 11,5), non solo nel tempio (At. 3,1; 22,17)
ma pure nelle case (At. 9,11.40; 12,5.12; 28,8) e sulla terrazza (At. 10,9), in prigione (At.
16,25), «lungo un fiume» (At. 16,13.16) o «sulla spiaggia» (At. 21,5)... Ovunque! Per i
primi missionari cristiani non vi è alcun luogo proibito per la preghiera (cfr. At. 16,16.25)
per e con le proprie comunità (cfr. At. 8,15; 14,23; 21,5). Per la medesima ragione, la scelta
dei primi diaconi, fatta da questi missionari insieme ai presbiteri (At. 26,36) rispondeva
proprio alla necessità di riservare a quelli il servizio «delle mense», dando così ai dodici
la possibilità di dedicarsi liberamente «alla preghiera e al ministero della Parola» (At. 6,1-
4). Nella concezione teologica di Luca l’orazione era, pertanto, l’incentivo e la molla sia
dell’attività di Gesù (Le.) che della comunità cristiana (At.): cfr. A. Hamman, o.c., 150-
164; 176-219; W. O t t , o.c., 19-144; J. Schmid, El evangelio segùn san Lucas, Barcelona
1968, 289-292; J. Caba, La oración depetición, Roma 1974, 11-93; L. Monloubou, o.c.,
19-239; L. Feldkàmper, o.c.; A. George, Études sur Voeuvre de Lue, Paris 1978, 395-
427; S. Sabugal, Abbà..., 210-215.
75 Le. ll,l-2 a .
76 Le. 11,5-13.
77 Fissata dalle inclusioni letterarie: «Padre» (w . 2.13) e «dare» (vv. 3.13), dalle pa­
role tematiche: «pane» (w . 3.5.11) e «dare» (w . 3.7.8.9.13), così come dalla reiterata men­
zione deH’insegnamento («disse loro») di Gesù (vv. 2.5.9.). Il costante tema della preghiera
formulato con i verbi «pregare» (vv. la.b.2a) e «chiedere» (vv. 9.10.11.12.13), «cercare»
(w . 9.10) e «chiamare» (vv. 9.10), «dire» (v. 2) e «prestare» (v. 5), è un chiaro indizio
àe\Vunità tematica di Le. 11,1-13. A questo proposito cfr. S. S a b u g a l, art. cit. (supra,
n. 72), 255; Id., Abbà..., 205 e s.
78 Le. 11,1-2.
Santos Sabugal 31

Signore, nella redazione lucana, è destinata, dunque, a coloro che non


sanno ancora pregare cristianamente e devono apprenderlo... recitando
il padrenostro. Esso è, pertanto, parte di una catechesi catecumenale in
quanto costituisce il capitolo introduttivo e principale di quella catechesi
sulla preghiera (Le, 11,1-13), composta da Luca sia per iniziare ai segreti
dell’orazione cristiana — alla sua essenza (.Le. 11,2-4) e modalità (Le.
11,5-13) — i catecumeni aggregati alla comunità, sopratutto quelli pro­
venienti dal paganesimo;79 sia per consolidare la catechesi prebattesi­
male ricevuta da coloro che erano già fedeli (Le. 1,4). D’altra parte, es­
sendo il padrenostro la risposta di Gesù alla richiesta dei discepoli che,
vedendolo pregare, desiderano imitare il Maestro, costituisce non solo
il miglior modo di imitare Gesù orante, ma pure e proprio per questa
ragione, la più fedele «riproduzione cristiana della preghiera di Cri­
sto».80
Ancora. L’introduzione lucana mostra che il padrenostro è anche
la preghiera che distingue i “ discepoli di Gesù” dai “ discepoli di Gio­
vanni” . Infatti, essi, al tempo in cui Luca redigeva la sua duplice opera
(Le. e A t.), costituivano due gruppi religiosi diversi, separati sia nella
prassi che nel culto.81 Tale separazione viene rimarcata dalla preghiera
insegnata da Gesù. Nel contesto della redazione lucana il padrenostro
è, quindi, l yorazione caratteristica del cristiano. Essa, infatti, lo indivi­
dua e lo distingue di fronte agli appartenenti alla setta battista e di fronte
a qualunque altro gruppo religioso.82
Come e che cosa chiedere nella preghiera? A questi interrogativi of­
fre una risposta il contesto letterario immediatamente successivo,83 ove
l’evangelista indica il modo e l’oggetto dell’orazione cristiana: i disce­
poli debbono pregare il Padre con una insistenza pressante e fidente,84
lodandolo con la richiesta della «santificazione del suo nome» e «l’avvento
del suo regno», e chiedendogli non solo il «perdono dei peccati» e F«esser
preservati dal cadere in tentazione», ma pure e sopratutto il necessario

79 Cfr. S. S a b u g a l, A bbà..., 199.


80 C fr. S. S a b u g a l, o . c ., 209-215.
81 Cfr. Le. 5,33; At. 19,4-7. Sulla polemica antibattista presente nella doppia opera
lucana cfr. S. S abug al , Christós, Barcelona 1972, 78-80; Id., La embajada mesiànica de
Juan Bautista (Mt. 11,2-4 = Le., 7,18-23). Historia-exégesis teo lògica-hermenéutica, Ma­
drid 1980, 96-100.
82 Cfr. S. S a b u g a l, A bbà..., 200-202.
83 Le. 11,5-13.
84 Cfr. Le. 11,5-7.
32 Introduzione

dono del «pane quotidiano» identificato con Patimento corporale (cfr.


L e. 4,3; 7,33; 9,3; ecc.) e, sopratutto, con la «manna» o pane eucari­
stico85 e con il dono dello Spirito Santo.86 Una interpretazione del pane
quotidiano del tutto normale nel contesto della catechesi catecumenale
di Le. 11,1-13 (cfr. supra): non erano forse lo Spirito Santo e il pane
eucaristico i primi doni ricevuti dai catecumeni dopo la rigenerazione bat­
tesimale? Nella seconda opera lucana si ha già una eco sufficientemente
chiara di questo fatto: coloro che hanno ascoltato ed accolto il primo
kerygma di Pietro (At. 2,14-37) vengono esortati dalPapostolo a con­
vertirsi e a ricevere il battesimo (At. 2,38a) ed essere, da allora in avan­
ti, giusto in quanto battezzati (At. 2,41), assidui alla «frazione del pa­
ne» (At. 2,42) eucaristico (Le. 22,19; 24,30.35). L ’identificazione lu­
cana del «pane quotidiano» con il dono dello Spirito Santo non è in con­
traddizione con il posto centrale che occupava, nella redazione origina­
ria del padrenostro, la petizione per l’avvento del regno di Dio (cfr. su­
pra). Essa, anzi, si colloca perfettamente in quella linea, costituendone
il prolungamento e completamento. Infatti, nel contesto della pneuma-
tologia lucana, è possibile vincere il nemico del Regno solo mediante lo
Spirito,87 e solo coloro che lo ricevono possono far parte della comu­
nità del Regno88 e divenir testimoni di colui che lo ha inaugurato.89 Nel
contesto della redazione lucana, pur se l’epicentro è costituito ancora dalla
petizione per l’avvento del regno di Dio ( = Gesù), l’accento non cade
più sulla invocazione iniziale (= comunità paoline), ma piuttosto sulla
richiesta del «pane quotidiano», della manna eucaristica e dello Spirito
Santo.

85 II dono costante (<didou) e quotidiano (kath ’hemeran) del «pane» (Le. 11,3) evoca
irresistibilmente il divino e costante dono (Es. 16,8 LXX: didonai) quotidiano (Es. 16,5
LXX: kath’hemeran) della manna (Es. 16,13-15) o «il pane che Yahvé diede (a Israele)
come alimento» (Es. 16,15); cfr. S. S abug al , Abbà..., 227-230.
86 Cfr. Le. 11,3.11-13. Se si tiene in debito conto l’unità letteraria e tematica di Le.
11,1-13 (cfr. supra), il parallelismo tra: 1) la petizione (al Padre) per 2) il dono 3) del «pane
quotidiano» (v. 3) e 1) la petizione al «Padre celeste» per 2) il dono 3) dello «Spirito Santo»
(v. 13), non è casuale, ma è una creazione letteraria di Luca per interpretare il «pane quo­
tidiano» in funzione dello Spirito Santo: cfr. S. S abug al , art. cit. {supra, n. 72), 269 e
s.; Id., A bbà..., 230-234.
87 Cfr. Le. 11,20 = Mt. 12,28. Il parallelismo tra l’espressione lucana (= «dito di
Dio») e matteana («Spirito di Dio») mostra che le due sono equivalenti: Gesù scaccia i
demoni mediante «il dito di Dio» (Le.), cioè, mediante «lo Spirito di Dio» (Mt.) (cfr. C.K.
B arret , TheHoly Spirit and thè gospel tradition, London 1966, 64.131-144; I. M arshall ,
o.c., 475; S. S abug al , A bbà..., 222.
88 Cfr. At. 2,38-39; 8,12.14-17; 9,17-18; 10,44-48 = 11,15-17; 19,1-7.
89 Cfr. At. 1,8; 13,2-4; Le. 24,48-49.
Santos Sabugal 33

4) L’evangelista M atteo , che redasse il suo Vangelo intorno ag


anni 85-90 d.C., ci ha tramandato il padrenostro90 nell’ampio contesto
letterario del “ sermone della montagna” ,91 cioè nel contesto di una ca­
techesi mistagogica o “ catechismo cristiano” 92 da lui redatto sulla base
dei numerosi e fondamentali insegnamenti di Gesù. In essi Gesù, sopra
il “ monte” (5,1; cfr. 8,1) del nuovo Sinai, trasmette al “ vero Israele” 93,
dei «suoi discepoli» (cfr. 5,lb-2) come “ nuovo Mosé” ,94 la pienezza esca­
tologica della rivelazione divina contenuta «nella legge e nei profeti».95
È questa la concezione teologica di Matteo nell’ampia catechesi sul
“ sermone della montagna” .96 La parte centrale di esso (5,21-7,11) svi­
luppa, in una evidente polemica antigiudaica (passim) e, a volte, anti­
pagana (cfr. 5,47; 6,7-8), il tema preannunciato: se la «giustizia» dei di­
scepoli, ovvero la loro fedeltà alla volontà divina manifestata nella ri-

90 M t. 6,9-13. Su questo testo m atteano cfr. J. H e n s le r , o .c ., 8-17, 48-58; S tr.-


B i l l . , I, 406-424; P . F iebig, o . c . , 22-28.63-94; M .-J. L a g r a n g e , ÉvangileselonsaintMat-
,
thieu Paris 19273, 124-132; E. L oh m eyer, o . c . , 15-153; J. S ta u d in g e r , Elsermon de la
montana, Barcelona 1962, 140-172; J. Jerem ias, A bba, 156; Id ., Teologia NT, 228-231;
W. K n ò r z e r , Die Bergpredigt, Stuttgart 1968, 69-82; J. C a rm ig n a c, o . c . , 33-333; G.
S m ith , The matthaean «additions» to thè Lord’s prayer, in ETh 82 (1970) 54-55; S. S a­
b u g a l, La redacción mateana del Padrenuestro (Mt. 6,9-13), in EstEcl 58 (1983) 307-329;
Id ., A bbà..., 139-195 (bibliogr.).
91 Mt. 5,1-7,29; cfr. S. S a b u g a l, o . c . , 153-159.
92 J. Jerem ias, Die Bergpredigt, in Id ., Abba, 171-189; cfr. pure Id ., Das Vaterun-
ser, in Ibid., 152-171; Teologia NT, I, 228; S. S a b u g a l, o . c . , 155 e s.
93 Questa è la concezione fondamentale delFecclesiologia dell’evangelista Matteo: cfr.
W. T rilling , El verdadero Israel, Madrid 1974, 141-236; R. H um mel , Die Auseinander-
setzung zwischen Kirche und Judentum im Matthàusevangelium, Mùnchen 1966, 157-159.
94 Questa è la concezione cristologica più caratteristica di Matteo nel contesto del
“ sermone della montagna” : cfr. A. D escam ps , Moi'se dans les évangiles et dans la tra-
dition apostolique, in Id., Moi'se, l’homme de Valliance, Paris 1954, 171-187; J. Jere­
m ias , art. Moyses, in ThW NTlV, 875; H.M. T e eple , The mosaic eschatologicalprophet,
Philadelphia 1957, 74-83; W .D . D avies , The setting o f thè sermon o f thè mount, Cam­
bridge 1966, 93.108.194; Sh. J o hnso n , The theology o f thè gospels, London 1966, 53 e
s.; S. Sabug al , La embajada mesiànica del Bautista (Mt. 11,2-6 = Le. 7,18-23). Anàlisis
histórico-tradicional, inAug 13 (1973) 215-278; Id., La embajada mesiànica de Juan Bau­
tista, Madrid 1980, 44, n. 43.
95 Mt. 5, 17. In Mt. 5,17 pleròsai racchiude questo significato: cfr. W. T rilling ,
o.c., 176-179; D . D avies , Matthew 5,17-18, in Mélanges A. Robert, Paris 1957, 428-456;
J. D upo nt , Les béatitudes, I, Paris 19582, 142 e s.; G. Strecker , Der Weg der Gerech-
tigkeit, Gòttingen 19662, 146 e s.; S. Sabugal , art. cit., 237; Id ., La embajada mesiànica...,
44, n. 45.
96 Per una analisi, oltre alle monografie di J. Staudinger e W. Knòrzer {supra, n.
89), cfr. J. D u p o n t, o . c . , 129-187; W .D . D a v ie s, o . c ., 14-108; Id ., Elsermón de la mon­
tana, Madrid 1975, 15-48; J. Schm id, El evangelio segùn san Mateo, Barcelona 1967, 225-
233; G. E ic h h o lz , Auslegung der Bergpredigt, Neukirchen-Vluyn 19702; H. Th. W r e g e ,
Die Oberlieferungsgeschichte der Bergpredigt, Tubingen 1968; J. Jerem ias, Abba, 171-189.
34 Introduzione

velazione veterotestamentaria,97 «non sopravanza quella degli scribi e dei


farisei, non entreranno nel regno dei cieli» (5,20). Il superamento cri­
stiano della «giustizia degli scribi», i teologi del giudaismo, viene espo­
sto dalPevangelista nella catechesi delle sei antitesi (5,21-48); mentre il
contesto catechetico successivo (6,1-7,11) indica come i discepoli deb­
bono sopravanzare la «giustizia dei farisei» la cui pietà si caratterizzava
per la pratica delPelemosina (6,2-4), della preghiera (6,5-6) e del digiuno
(6,16-18). La catechesi sulla preghiera ^6,5-15) comprende due insegna-
menti chiaramente individuabili. Nel primo (vv. 5-6) Matteo previene i
fedeli della sua comunità contro la vanagloria della preghiera esibizio­
nistica dei giudei (v. 5): «Non siate come gli ipocriti!», ammonisce il Gesù
matteano, indicando subito dopo il modo per evitare questo rischio: pre­
gando il Padre «nel segreto» (v. 6). Il secondo insegnamento viene in­
trodotto da un giudizio contro Pautosufficienza implicita nella logorroica
e ridondante preghiera dei «pagani» (vv. 7-8) i quali fondano proprio
su questa caratteristica (fatigare deosì) Pefficacia della preghiera pen­
sando che «verranno esauditi a forza di parole» (v. 7). «Non siate come
loro!» esorta ancora una volta Gesù, invitando i discepoli ad aver piut­
tosto fiducia nella provvida bontà del Padre che «conosce ciò di cui hanno
bisogno prima ancora che lo chiedano» (v. 8). Essi, dunque, debbono
rivolgersi al Padre con questa filiale fiducia; e devono farlo («pregate
così!»), precisa il catechista Matteo, pregando con il padrenostro (vv.
9-13) del quale egli commenta, in una esortazione finale (vv. 14-15) la
petizione del perdono (v. 12).
L’evangelista Matteo ha redatto, dunque, il proprio testo della ora­
zione del Signore nel contesto letterario del suo catechismo cristiano
(“ sermone della montagna” ), della sua catechesi mistagogica sulla pre­
ghiera98 e alPinterno del contesto esistenziale di una polemica antigiu­
daica e, sopratutto, antipagana." Ecco il testo:

Padre nostro che sei nei cieli! (6,9b):


Santificato sia il tuo nome (6,9c),
venga il tuo regno (6,10a),

97 In Mt. “giustizia” (dikaiosyne) assume questo significato: cfr. G. S tr e c k e r , o . c . ,


149-158; J. D u p o n t, o . c . , 131 e s.; G. B a r th , Das Gesetzverstàndnis desEvangelisten Mat-
thàus, in Uberlieferung undAuslegung im Matthàusevangelium, Neukirchen-Vluyn 19654,
56.130.
98 Cfr. S. S abug al , Abbà..., 155-160; Id., art. cit., 308 e s.
99 Cfr. S. S abug al , A bbà..., 160-162; Id., art. cit. 309 e s.
Santos Sabugal 35

sia fatta la tua volontà (6.10b),


come in cielo così sulla terra (6,1 Oc);
dacci oggi il nostro pane quotidiano (6,11),
e perdona i nostri debiti, come anche noi
abbiamo perdonato i nostri debitori (6,12),
e f a 9 che non soccombiamo alla tentazione,
ma liberaci dal maligno (6,13).

Il testo di Matteo mostra una struttura interna assolutamente sim­


metrica: alPinvocazione (v. 9b) seguono sei petizioni (vv. 9c-13); di
quest’ultime le prime tre (w . 9c-10c) sono in diretta relazione — in quanto
petizioni di lode — con qualcosa che è proprio («tu») del Padre invocato
(«nome», «regno», «volontà»), mentre le altre tre (w . 11-12) stanno piut­
tosto in relazione con ciò che è proprio dei figli che invocano («noi»,
«nostro») in quanto esse sono petizioni per qualcosa di cui essi neces­
sitano («pane», «perdono», «preservazione dal cadere», «liberazione»).
La struttura letteraria è, pertanto, la seguente: invocazione (v. 9b), sup­
pliche (vv. 9c-13): di lode (vv. 9c-10c), di richiesta (vv. 11-13).100
Questa struttura interna mostra che il padrenostro matteano è, in­
nanzitutto, una orazione di lode rivolta dai fedeli al proprio Padre ce­
leste; ed è anche — ma solo in un secondo momento — P orazione di
richiesta dei doni necessari... perché lo si possa lodare!
Non è questo, tuttavia, Punico significato teologico. Il catechista
Matteo ha ampliato il testo originario con importanti aggiunte. Egli sot­
tolinea, innanzitutto, l’aspetto comunitario delPinvocazione: sia
Poriginario e paolino «Abbà» (cfr. suprà) che il paolino e lucano «Padre»
(cfr. suprà) divengono nelPinvocazione matteana: «Padre nostro». Ab­
biamo, quindi, una preghiera essenzialmente ecclesiale che i fedeli rivol­
gono a colui che supera qualunque paternità umana: al Padre «che è nel
cielo». È, il padrenostro, P orazione dei figli di D io. L’evangelista ha per­
ciò aggiunto la petizione per il compimento della volontà del Padre101
dopo la petizione per l’avvento del suo regno interpretando così il modo
in cui il regno giunge e si realizza: compiendo la volontà di Dio! (cfr.
7,21). La comparazione: «come in cielo così in terra» si riferisce pro­
babilmente a tutte e tre le prime petizioni e non solo alla terza. Ciò viene

100 Cfr. S. S abug al , A bbà..., 167-172; Id ., art. cit., 312-315.


101 Cfr. S. S abug al , A bbà..., 164. Questa supplica non è una creazione letteraria
di Mt., quest’ultimo la ha ricevuta dalla tradizione giudeo-cristiana (cfr. Ib., 252-255) che
risale allo stesso insegnamento di Gesù {Ib. 252).
36 Introduzione

postulato sia dalla simmetria letteraria delle prime tre suppliche (cfr. su­
pra) — simmetria che verrebbe compromessa nel caso in cui la compa­
razione venisse riferita solo alla terza richiesta —, sia dalla relazione con
il regno di Dio contenuta nelle espressioni: «in cielo» (cfr. 16,19) e «in
terra» (cfr. 13,8.19.23). I fedeli, quindi, lodano il Padre con il desiderio
che «come in cielo così in terra» (con la medesima perfezione!) venga
glorificato il suo nome; e ciò potrà aver luogo con l’avvento del suo re­
gno; avvento possibile solo mediante il compimento della sua volontà.
L ’accento dell’interpretazione matteana del padrenostro cade proprio su
quest’ultima richiesta. Ma non solo su di essa. Matteo aggiunge pure la
supplica per la «liberazione dal maligno» (cfr. 5,37; 13,19.38) dopo quella
rispettiva e originaria per la preservazione dal «soccombere alla tenta­
zione»; in tal modo egli interpreta quest’ultima mediante la prima: il modo
più sicuro di non cadere in tentazione è Tesser liberati dal tentatore! In­
fine, la supplica per il «perdono dei debiti» viene commentata dal ca­
techista Matteo in una ulteriore parenesi (6,14-15) nella quale egli pre­
cisa e sottolinea la condizione necessaria per venir perdonati dal Padre
(v. 14a.l5a): aver precedentemente perdonato «agli uomini»! (v. 14b.l5b).
L’accento dell’interpretazione matteana cade dunque pure sulla petizione
per il perdono dei peccati e la preservazione dal cadere nella prova. Inol­
tre, l’interpretazione di Matteo non risponde tanto al che cosa — essenza
e oggetto — della preghiera cristiana ( = Luca), quanto al come di essa:
segreta e, sopratutto, breve! Nel contesto di questa interpretazione la pe­
tizione per l’avvento del Regno conserva certamente il posto centrale che
già occupava al livello del Gesù storico (cfr. supra) e conservato da Luca
(cfr. supra), ma l’accento si è spostato, ancora una volta, non sulla in­
vocazione iniziale ( = comunità cristiane), né sulla petizione per il «pane
quotidiano» (= Luca), bensì sulla petizione per la remissione dei debiti
e la preservazione dal soccombere alla tentazione.

5) U n’ultima testimonianza sulla tradizione letteraria del padren


stro nel primo secolo cristiano ci viene offerta dalla Didaché, il primo
catechismo post-apostolico dell’età patristica, redatto, nella forma at­
tuale, nell’ultimo decennio del I secolo.102 Ecco qui il testo:

102 Questa è la datazione più probabile: cfr. A . A d a m , Erwàgungen zur Herkunft


derDidache, in ThLZ 81 (1956) 353-356. La separazione totale tra la chiesa e la sinagoga,
evidente in Did. 8,1-3, rispecchia una situazione posteriore al vangelo di Matteo (85-90)
Santos Sabugal 37

Padre nostro, che sei nei cieli!:


sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra;
dacci oggi il nostro pane quotidiano;
e perdona il nostro debito, come pure noi
perdoniamo ai Giostri debitori;
E f a ’ che non soccombiamo alla tentazione, ma liberaci dal male.
Perché tuo è il potere e la gloria nei secoli/ 103

Questo testo104 è assolutamente affine al testo di Matteo. L’unica


differenza è costituita dal singolare «debito» e, sopratutto, dalla aggiun­
zione della dossologia finale. Una aggiunzione di notevole importanza
perché in essa già si riflette Pintérpretazione teologica del padrenostro
nella redazione dell’autore della Didaché. Come già il testo matteano così
pure questo mostra una sua struttura interna105 simmetrica: l’invocazio-

anche se quella dipende dal magistero di questo (cfr. Mt. 23,1-3) (cfr. R. Hummel, Die
Ausseinandersetzung zwischen Kirche und Judentum im Matthàusevangelium, Mùnchen
1966, 28-33 [cfr. Mt. 23,1-3]). Questa separazione, evocata già dal quarto vangelo (95-
100), secondo cui la sinagoga aveva decretato la scomunica contro coloro che confessa­
vano che Gesù era il Messia (cfr. Gv. 9,22.34), fu sanzionata dalla introduzione della do­
dicesima benedizione (birkath hamin'im) nella preghiera giudaica Tefillà (= recensione
palestinese) da parte del Rabbi Gamaliel (90 d.C.). Poiché i cristiani venivano, in questa
preghiera, maledetti non potevano più partecipare al culto nella sinagoga (cfr. I. Elbo-
gen, Geschichte des Achtzehngebetes, Breslau 1903, 13-33; Id, Derjudische Gottesdienst
in seiner geschichtlichen Entwicklung, Frankfurt a.M., 19313, 26-37.251-253; Str.-Bill.,
IV, 218-330 e s.; S. Sabugal, Christós, Barcelona 1972, 311-312; Id., La curación del ciego
de nacimiento {Jn 9,1-41), Madrid 1977, 45-46). D ’altra parte, la dipendenza della Dida­
ché dalla Epistola dello Pseudo-Barnaba, la cui composizione (se si tiene conto di 16,3-4)
non è posteriore all’ultimo anno del regno di Adriano (138 d.C.), porta a supporre per
la prima una datazione notevolmente anteriore (90-100 d.C.). Non tengono conto di questi
elementi le date di composizione (50-70 d.C.) proposte da J.-P. Audet, La Didaché.
Instruction des Apòtres. Paris 1958, 189-219 (= tra 50-70 d.C.) e J.A.T. Robinson, Re-
dating thè new testamenti London 1976, 322-327 (= tra 40-60 d.C.).
103 Did. 8,2. Sulla redazione didacheana del padrenostro cfr. G. K lein , Die Gebete
in der Didaché, in ZNW 9 (1908) 132 e s . ; E . M a ssa u x , Influence de Vévangile de saint
Matthieu sur la litérature chrétienne avant saint Irenée, Louvain-G em bloux 1950, 616 e
s.; D .E . R ic h a r d so n , The L ordys prayer as an early eucarist, in AnglThR 39 (1957) 123-
130; J .P .A u d e t, o . c . , 171-173.367-371; N.M. D e n is b o u le t, La place du Notre Pére dans
la Liturgie, in MaiDieu 85 (1966) 69-91; A . H am m an, La oración, Barcelona 1967, 447
e s.*, J. Jerem ias, Abba 153 e s.; R. F r e u d e n b e r g e r , Zum Text der zweiten Vaterunser-
bitte, in NTSt 15(1968) 419-432; W. R o r d o r f-A . T u lie r , La doctrine des Douze Apòtres,
Paris 1978, 86-87.172-174; S. S a b u g a l, Didajé V ili 2: El Padrenuestro, in RevBibl 46
(1984) 287-297; Id., A bbà..., 139-152 (bibliogr.).
104 Cfr. S. S abug al , art. cit., 291 e s.; o.c., 145-147.
105 Cfr. S. Sabug al , art. cit., 292-294; o.c., 147 e s.
38 Introduzione

ne iniziale viene seguita da tre petizioni di lode e da altrettante suppliche


di richiesta (cfr. supra); con la dossologia, però, l’autore della Didaché
si allontana da Matteo. Egli fa concludere (e culminare!) il padrenostro
in un grido di lode. La composizione del testo è la seguente: invocazione;
suppliche: di lode (le prime tre), di richiesta (le ultime tre); dossologia
(= lode). La struttura della parte centrale che segue l’invocazione (lode
+ petizione + lode) mostra che il padrenostro è essenzialmente una ora­
zione di lode e una esultante benedizione106 rivolta al «Padre celeste»
con una sola motivazione: «Perché tuo è il potere e la gloria nei secoli!».
Non è questo l’unico significato teologico del padrenostro a livello
della redazione della Didaché. Continuando nell’analisi, dobbiamo, in­
nanzitutto, delimitare il contesto letterario™1 Non è difficile farlo. La
Didaché comincia con una catechesi catecumenale sulle “ due vie” (1,Ι ­
ό,3) diretta a coloro che si preparano al battesimo (cfr. 7,1); ad essa se­
gue la parte centrale (7,1-15,4) o istruzione per i fedeli, integrata da una
catechesi mistagogica “ sul battesimo” (7,1-4), il digiuno e la preghiera
(8,1-3), “ sull’eucarestia” (9,1-10,7); segue, poi, una istruzione pratica
sull’organizzazione e la disciplina della chiesa (11,1-15,14); una esorta­
zione alla vigilanza e all’attesa della venuta del Signore (16,1-8) conclude,
infine, questa perla «preziosa della letteratura cristiana delle origini».108
Il padrenostro (8,2) è parte integrante della catechesi mistagogica sul di­
giuno e la preghiera e si colloca tra la catechesi sul battesimo e quella
sull’eucarestia. Esso costituisce dunque una catechesi orazionale per i
neofiti:109 la prima preghiera da essi recitata dopo il battesimo! La re­
lazione del padrenostro con la catechesi eucaristica (cf. supra), così come
la reiterata sua evocazione nel contesto stesso dell’eucarestia110 dimostra
che esso è, nello stesso tempo, «una preghiera essenzialmente eucari­
stica». 111

106 Cfr. S. S abug al , art. cit., 293 e s.; o.c., 148 e s.


107 Cfr. S. Sabug al , art. cit., 288 e s.; o.c., 141 e s.
108 K. B ihlmeyer , Die apostolischen Vàter, Tùbingen 19703, XIII.
109 Cfr. S. Sabug al , A bbà..., 142 e s.; art. cit., 289e s.
110 L’assemblea cristiana dà grazie al «Padre nostro» (9,2.3) a cagione del «tuo santo
Nome» (10,2), supplicandolo affinché «venga» la salvezza finale (10,6) dopo aver riunito
la chiesa «nel tuo Regno» (9,4; 10,5) e aver ad essa donato P«alimento e la bevanda spi­
rituale» (10,3) e «liberata da ogni male» (10,5), «perché tuo è il potere e la gloria nei se­
coli» (10,5; cfr. 9,4). Questa parafrasi riflette una indubbia interpretazione eucaristica del
padrenostro (cfr. R. R ichardson , art. cit., 124 e s.; J. B lenkinsopp , A propos o f thè
Lord’s prayer, in HeyJ 3 (1962) 51-60; R. F redenberger , art. cit., 425 e s.; S. S abug al ,
art. cit., 290-294 e s.; o.c., 149 e s.).
111 S. S a b u g a l, o . c . , 150.
Santos Sabugal 39

Esso è, però, anche qualcosa di più. L ’autore della Didaché redasse


il padrenostro in aperta polemica con gli “ ipocriti” o eretici giudeo­
cristiani,112 i quali, oltre a seguire circa il digiuno la prassi dei giudei
(cfr. 8,1) pregano «come» loro (8,2a), recitando tre volte al giorno la
Tefillà.113 Ma i fedeli non possono pregare con essi questa preghiera
nella cui dodicesima benedizione essi stessi vengono maledetti. Da qui
l’esortazione: «Non pregate come gli ipocriti, ma come ha comandato
Gesù nel suo vangelo! (8,2a), cioè recitando il padrenostro (8,2b) «tre
volte al giorno» (8,3). La situazione vitale di questa polemica antigiu-
daizzante e, pertanto, antigiudaica mostra che il padrenostro è non solo
la preghiera caratteristica del cristiano, ma pure, in quanto preghiera so­
stitutiva della principale orazione di lode e di benedizione (berakah) giu­
daica (Tefillà), il suo quotidiano ed insostituibile vademecum orazio-
naie.114 Inoltre, la struttura interna (lode + petizione + lode) del pa­
drenostro ( φ . supra), del tutto analoga a quella delle berakoth giudai­
che e, sopratutto, a quella della Tefillà,115 e la sua caratteristica di pre­
ghiera eucaristica (cfr. supra), dimostrano che, nella redazione della Di­
daché, l’«orazione del Signore» fa integralmente parte della “ berakah”
cristiana per eccellenza (l’eucarestia), poiché è la gioiosa preghiera di lode
propria del cristiano e la benedizione paradigmatica della chiesa.116 Me­
diante essa i fedeli rinnovano ed esprimono «tre volte al giorno» i propri
sentimenti di lode e di richiesta al «Padre celeste».
Nel contesto di questa interpretazione, l’autore della Didaché non
risponde con il padrenostro al che cosa (Luca) né al come (Matteo) (cfr.
supra), ma al quando («tre volte al giorno») dell’orazione cristiana. Inol­

112 Costoro (non tutti i giudei!) vengono qualificati come «ipocriti» in Did. 8,12 (cfr.
A. S chlatter , Die Kirche Jerusalems vom Jahre 70-130, Gutersloh 1898, 28; W. R ordorf-
A. T ulier , o.c., 36 e s.); costoro vengono designati nello stesso modo da Erma (Pastor,
S. V ili, 6,5; IX, 18,3; 19,2-3) e i cristiani stessi — considerati come eretici — da parte
del giudaismo del sec. II (cfr. A. S chlatter , loc. cit.; S tr .-Bill ., I, 389). Utilizzando il
vocabolario del tempo l’autore della Didaché ha potuto ben definire “ ipocriti” i giudaiz-
zanti o gli eretici giudeo-cristiani. A questo proposito cfr. S. S abug al , art. cit., 290; o.c.,
143-145.
113 Cfr. S tr .B ill., II, 696-702; IV, 220; J. Jerem ias, Abba, 69-73; S. S a b u g a l, o . c . ,
142. Su questa preghiera giudaica cfr. S t r .- B ill., IV, 208-249; I. E lb o g e n , Geschichte...
{supra, n. 102); Id., Gottesdienst {supra, n. 102), 27-60; L. B o u y er , Eucaristia, Barcelona
1969, 82-90.
114 S. S a b u g a l, o . c . , 143.
115 Cfr. a questo proposito S t r .- B ill., IV, 214-218; I. E lb o g e n , Der judische Got­
tesdienst, 28.31.43-59; L. B o u y e r , o . c . , 84-99.
116 Cfr. S. S a b u g a l, o . c ., 145-147.
40 Introduzione

tre, l’accento non cade sulla supplica per l’avvento del regno ( = Gesù),
né sulla invocazione iniziale ( = comunità paoline) e neppure sulla pe­
tizione per il perdono dei peccati ( = Matteo) o su quella per il «pane
quotidiano» ( = Luca), ma sulla dossologia finale e, se teniamo in conto
il contesto eucaristico (cfr. supra), forse pure sulla richiesta del
«quotidiano pane» eucaristico, «alimento e bevanda spirituale» (10,3).117

R i a s s u m e n d o questa analisi storico-tradizionale sul pa­


drenostro118 possiamo dire: Gesù ha insegnato ai suoi discepoli que­
sta preghiera come compendio del suo messaggio sul regno di D io: la
supplica per Vavvento del regno occupa un posto centrale nel padrenostro.
Il contesto liturgico-battesimale all’interno del quale il padrenostro ve­
niva collocato dalle comunità paoline impose lo spostamento di accento
sull’invocazione iniziale: «Abbà! Padre!». Un nuovo spostamento di ac­
cento si ha nella redazione di Luca. Egli, nel contesto di una catechesi
catecumenale e di una polemica anti-battista, redasse il padrenostro in
risposta al che cosa della preghiera cristiana e ritenne che il padrenostro
fosse la preghiera caratteristica della sua comunità in opposizione a quella
degli appartenenti alla setta giovannea. Nella preghiera egli sottolinea la
supplica per il «quotidiano pane» dell’eucarestia e dello Spirito Santo.
Il punto focale dell’interpretazione matteana del padrenostro, posto
all’interno del catechismo cristiano (“ sermone della montagna” ) e nel
contesto di una catechesi mistagogica sulla preghiera — in evidente p o ­
lemica antigiudaica e sopratutto antipagana — è costituito dalla inter­
pretazione del padrenostro come paradigma di una breve filiale e fidente
preghiera cristiana. Con ciò Matteo indica il come della preghiera cri­
stiana e sottolinea in modo particolare le petizioni per il compimento della
volontà del Padre celeste e per la remissione dei propri debiti. Pure nella
redazione della Didaché, infine, il padrenostro costituisce parte di una
catechesi mistagogica in quanto viene visto non solo come una orazione
battesimale ed eucaristica, ma pure — in polemica con i giudaizzanti e
in quanto risposta al quando della preghiera cristiana — come vade­
mecum della preghiera quotidiana del cristiano. Esso è infatti gioiosa be­
nedizione e preghiera di lode per eccellenza della chiesa. L’accento cade

117 Cfr. S. S abug al , art. cit., 296; o.c., 150 e s.


118 Nella nostra monografia: Abbà..., 138 e ss. offriamo una precisa analisi storico-
tradizionale.
Santos Sabugal 41

ora sulla dossologia finale e, tenuto conto del contesto eucaristico, forse
pure sulla petizione per il «pane quotidiano». L’esegesi patristica pro­
lungherà questa situazione vitale della Didaché nella spiegazione cate­
chetica del padrenostro ai neofiti;119 mentre la situazione vitale del-
Γ «orazione del Signore» nella redazione di Luca rivivrà nella iniziazione
catechetica alla preghiera di coloro che ancora sono catecumeni.120 In­
fine, l’insegnamento di Matteo e di Luca sul modo e l’oggetto della pre­
ghiera verrà riassunto sopratutto dalla ricca e vasta istruzione omiletica,
teologica ed esegetica diretta ai fedeli.121

3. I commenti al Padrenostro

Le analisi precedenti hanno cercato di mostrare sia l’importanza che


l’origine e lo sviluppo storico-tradizionale del testo dell’orazione del Si­
gnore. Eloquenti testimonianze sono pure, del resto, i numerosi com­
menti che, come abbiamo detto sopra, sono stati dedicati alla spiega­
zione del padrenostro, dal secondo secolo fino ai nostri giorni, nei di­
versi ambiti della teologia cristiana. Una antologia di tutti i commenti
andrebbe oltre i limiti, necessariamente ristretti, del nostro lavoro. Si im­
pone, pertanto, una scelta.
E proprio una scelta antologica offriamo al lettore. In essa abbiamo
incluso autori antichi e moderni. L’antologia viene aperta da dieci au­
tori delPantichità patristica: era necessario cominciare dall’ascolto di al­
cuni qualificati rappresentanti della tradizione cristiana mediante i quali
la chiesa non solo «comprende sempre meglio i libri sacri», ma pure «li
mantiene sempre vivi», essendo lo studio dei Padri della chiesa un va­
lido aiuto per la «comprensione sempre più profonda della Sacra Scrit­
tura».122 Due commenti rappresentativi dell’esegesi mistica e catechetica
del sedicesimo secolo — Santa Teresa e il Catechismo Romano — col­
legano i commenti antichi ai quattro commenti — cattolici e protestanti
— che rappresentano l’esegesi e la teologia odierne. Ad essi si aggiunge
il nostro commento biblico e catechetico. L’antologia comprende, per­

119 Ad es.: Cirillo di Gerusalemme, Ambrogio, Teodoro di Mopsuestia.


120 Ad es.: Tertulliano, Agostino, Quodvultdeus, Pietro Cris., Cesareo di Harles.
121 Ad es.: Cipriano, Origene, Gregorio Nis., Giovanni Crisostomo, Cirillo A les­
sandrino, Agostino, Massimo il Confessore, Cromazio di A., Pietro di Laodicea, Ildefonso
di Toledo.
122 Cfr. C o n c ilio V a tic a n o II, Costit. D V ., 11,8; 111,23.
42 Introduzione

tanto, principalmente rappresentanti del versante catechetico (Tertulliano,


Cirillo, Ambrogio, Teodoro di Mopsuestia, Agostino, Catechismo R o­
mano) e omiletico (Gregorio Nisseno, Giovanni Crisostomo, Agostino,
Romano Guardini). Non mancano, tuttavia, i rappresentanti delPesegesi
biblica (Origene, Giovanni Crisostomo, Agostino, H. van den Bussche,
J. Jeremias), della riflessione teologica (Cipriano, Origene, Agostino,
Catechismo Rom ano, D. Bonhoeffer, R. Guardini) e mistica (Origene,
Gregorio Nisseno, Agostino, Santa Teresa). I due autori protestanti —
D. Bonhoeffer e J. Jeremias — rappresentano nella nostra antologia il
commento alla orazione del Signore della teologia (D. Bonhoeffer) e
delPesegesi biblica (J. Jeremias) dei “ fratelli separati” dell’occidente nella
cui tradizione teologica e liturgica il padrenostro occupa un posto di sin­
golare importanza123 e il cui «costante e sollecito studio della Bibbia» è
stato riconosciuto e lodato recentemente dal più alto magistero della
chiesa.124

1) T e r t u ll ia n o , il grande apologista nordafricano (155-220), è sta


il primo commentatore del padrenostro. Egli svolge il suo commento nel
De oratione , 125 il primo catechismo teologico e disciplinare dell’età pa­
tristica sulla preghiera, composto per i catecumeni della sua chiesa quando
era ancora cattolico (198-200) allo scopo di iniziarli alla pratica
dell’orazione cristiana. Più che di un trattato teologico si tratta, dun­
que, di una catechesi catecumenale. Dopo la breve introduzione,126 nella
quale si pone in risalto l’importanza di questa «nuova forma di preghiera»
(il padrenostro) che condensa «tutto il vangelo», segue il commento ca­
techetico all’orazione del Signore secondo il testo di Matteo;127 conclude

123 Cfr. E. von G o l t z , o . c . , 71-125; O. D ib e liu s, o . c . , 73-125; K. A n e r , Das Va­


terunser in der Geschichte der evangelischen Fròmmigkeit, H alle 1924; W. J a n n a sc h , Va­
terunser, in RGG , VI3, 1237 e s.; J.D . B e n d it, Le Notre Pére dans le culte et la prière
des églises protestantes, in MaiDieu 85 (1966) 101-116; S. S a b u g a l, Abbà ..., 61-70
(bibliogr.). U na tradizione che risale alla prima spiegazione (1519) del padrenostro fatta
da M . L u t e r o , Auslegung deutsch des Vaterunser fiir die einfàltigen Laien , in Luthers
Werke, II, W eimar 1884, 7^-130. Sulla esegesi del padrenostro di Lutero così pure per gli
altri R iform atori e primi teologi protestanti cfr. S. S a b u g a l, o . c . , 53-54.70 (fonti e bi­
bliogr.).
124 C oncilio V aticano l\~Deer. De oecumenismo, III, 21.
125 T ertulliano , De oratione, CC I, 255-274.
126 De orat., I, 1-6.
127 De orat. , II,1-IX,3. Su questo commento di Tertulliano cfr. E. von G o l t z , o . c . ,
279-282; G. L o e sch k e, o . c ., passim ; J. M o f f a t , art. cit., 24-41; R. H . H o y le , art. cit.,
Santos Sabugal 43

un insegnamento pratico sulla preghiera cristiana.128 Il commento oc­


cupa la parte centrale dell’opera catechetica di Tertulliano.

2) Più ampia e teologicamente più profonda è l’esposizione di San


nella sua opera De dominica oratione , 129 scritta come esposi­
C ip r ia n o
zione omiletica per i neofiti (252), sotto l’evidente influsso del suo mae­
stro, Tertulliano. Una introduzione generale sulla preghiera130 precede
il commento omiletico al padrenostro sulla base del testo di M atteo.131
Conclude un insegnamento pratico che completa la trattazione generale
sulla preghiera fatta nell’introduzione.132

3) A O rigene dobbiamo il primo commento scientifico, esegetico


e teologico del padrenostro. Egli lo intraprende nella splendida opera Perì
euches,m composta (233), dietro richiesta di due suoi amici cristiani, in
risposta ad alcune loro difficoltà sull’essenza e la necessità della pre­
ghiera.134 Ad una introduzione generale seguono135 le tre parti centrali
del trattato.136 In esse il famoso catechista e teologo alessandrino, dopo
aver affrontato la tematica sulla preghiera in generale — terminologia
biblica, necessità, tipi, ecc. —,137 intraprende il commento al padreno­
stro.138 In questo ampio contesto Origene affronta — per la prima volta!

217-219; O. Schaffer , Das Vaterunser, das Gebet des christen. Eine aszetische Studie nach
Tertullians «De oratione», in ThGl 35 (1943) 1-6; A. H a m m a n , o.c., 709-713; V. G rossi,
o.c., 36-57; J. Q uasten , Patrologia, I, Casale 1967, 536-538 (bibliogr.); S. S abug al ,
Abbà..., 83 e s. (bibliogr. e sintesi).
128 De orat., X-XXVIII.
129 S an C ipriano , De dominica oratione, CSEL III. 1, 265-294; traduzione italiana:
Il padrenostro (a cura di V. Grossi e L. Vicario), Boria, R om a 1983, pp. 95-114. Sul com ­
m ento di S. Cipriano cfr. E. G oltz , o.c., 283-287; G . L oeschke , o.c., {passim); J. M of -
fat , art. cit. , 176-189; A. H a m m a n , o.c., 714-718; V. G rossi , o.c., 82-85.95-115; J. Q u a ­
sten , o.c., I, 586-587 (bibliogr.); S. S abug al , A bbà..., 84 e s. (bibliogr. e sintesi).
130 De dom. orat., 1-7.
131 De dom. orat., 8-27.
132 De dom. orat., 28-36.
133 O rigene , Perì euchès, in Origenes Werke, II (CGS), Leipzig 1899. 297-403; tra­
duzione italiana: La preghiera (a cura di G. Del Ton), Mondadori, Milano 1984, pp. 97-162.
134 Cfr. o.c., 11,1; V,1.6; XXXIV.
135 Cfr. o.c., I-II.
136 Cfr. o.c., III-XXXIII.
137 Cfr. o.c., III-XVII.
138 Cfr. o.c., XVIII-XXX. Sul commento deir Alessandrino cfr. F. H. C hase , o.c.
{passim); E. von G oltz , o.c., 266-278; O. D ibelius, o.c., 33-45; G . W alter , o.c., 4-22;
44 Introduzione

— l’analisi del problema delle differenze fra le forme testuali di Matteo


e di Luca,139 optando per la soluzione più facile, divenuta poi generale
nel medioevo e condivisa da pochi esegeti moderni: si tratta — afferma
— di «due orazioni diverse, aventi alcune parti in comune».140 Subito
dopo analizza il contesto immediatamente precedente il testo di Mat­
teo,141 da lui adottato,142 e quindi intraprende il suo ampio e teologica­
mente ricco commento.143 Infine, in un terzo momento, completa la
prima parte144 e chiude, con una conclusione finale la sua opera.145 Il
commento alla orazione del Signore occupa nel trattato un posto d ’onore.
L’opera costituisce, senza dubbio, una delle perle più preziose del ricco
e multiforme forziere origeniano.

4) Durante la quaresima dell’anno 350 l’insigne vescovo gerosol


mitano San C irillo predicò, nella chiesa del Santo Sepolcro, le sue ven­
tiquattro catechesi146 — altro inestimabile tesoro dell’antica letteratura
cristiana — rivolte agli “ illuminati” o catecumeni147 e ai “ neofiti” 148
della sua chiesa. Le ultime cinque catechesi mistagogiche trattano del
battesimo,149 della confermazione,150 della eucarestia151 e, come «corona
dell’edificio spirituale dei neobattezzati», della santa messa.152 Nel con­
testo di quest’ultima catechesi,153 San Cirillo spiega — con la brevità e

H. P ope , Origen’s treatise ori thèprayer, in AER 60 (1919) 533-549; A. H am m a n , o.c.,


741-748; J. Q uasten , o.c., 339-342 (bibliogr.); S. S abug al , A bbà..., 85-88 (bibliogr. ed
esposizione sintetica).
139 Cfr. o.c., XVIII, 2-3.
140 Cfr. o.c., XVIII,3.
141 Cfr. o.c., XIX,1-XXI,2.
142 Cfr. o.c., XVIII,2.
143 Cfr. o.c., XXII,1-XXX,3.
144 Cfr. o.c., XXXI-XXXIII.
145 Cfr. o.c., XXXIV.
146 S. C irillo di G erusalemme , Catecheses, PG 33, 331-1128: 1117-1123. Tradu­
zione italiana: Le catechesi (a cura di E. Barbisan), Ed. Paoline, Alba 1966, 428-431.
147 Protocatechesi + Cat. 1-18.
148 Cat. 19-23.
149 Cat. 19-20.
150 Cat. 21.
151 Cat. 22.
152 Cat. 23.
153 Cat. 23,11-18. Cfr. G. W alter , o.c., 22-31; R. B. H oyle , art. cit., 223-224; S.
Sabug al , A bbà..., 88-89 (bibliogr. ed esposizione sintetica). Una abbondante bibliogra­
fia sulle catechesi del vescovo di Gerusalemme si trova in J. Q uasten , o.c., II, Casale 1969,
366-370.
Santos Sabugal 45

la chiarezza dell’esperto catechista — «l’orazione che il Signore ha con­


segnato ai suoi discepoli».154

5) In una data incerta, ma posteriore, in ogni caso, a quella\delle


catechesi del vescovo gerosolimitano, il teologo e mistico San G regario
N isseno , ha dedicato alla spiegazione del padrenostro cinque omelie155
nelle quali, dopo una introduzione generale sulla preghiera,156 si dilunga
in un commento mistico e morale sulla «orazione del Signore».157

6) Intorno all’anno 390 il vescovo milanese A mbrogio dedicò ai neo­


fiti della sua chiesa una serie di catechesi mistagogiche Sui sacramenti158
del battesimo,159 della confermazione160 e dell’eucarestia.161 Nel contesto
di quest’ultime offre due commenti a quella «orazione (il padrenostró)
breve ma piena di ogni qualità».162 Molto breve il secondo,163 più am­
pio e interessante il prim o.164 In esso l’esegesi teologica e morale del pa­
drenostro si coniugano e si armonizzano.

7) Ancora presbitero, il futuro vescovo e famoso esegeta antiocheno


dedicò (388-392) ai catecumeni e ai neofiti della
T e o d o r o D i M o p su e s tia
sua chiesa sedici Omelie catechetiche. 165 Le prime dieci espongono per

154 Cai. 23,11.


155 San G regorio N isseno , De oratione dominica, I-V (PG 44, 112Ò-1193). Cfr. O.
D ibelius , o.c., 45-50; G . W alter , o.c., 31-49; R.B.H oyle ,art. cit.,224; S.Sabug a
A bbà..., 89-90 (bibliogr. e sintesi). Sull· opera delNissenocfr.J. Q u asten , o.c., II, 2
e ss. (bibliogr.).
156 Cfr. o.c., Hom. 1.
157 Cfr. o.c., Hom. 2-5.
158 S. A mbrogio , De Sacramentis, V, 4,18-30: CSEL 73,65-72. Traduzione italiana:
ISacramenti in Opera Omnia, 17 (a cura di G. Banterle), Città Nuova, Roma 1982,111-117.
159 Cfr. o.c., Libr. 1-2.
160 Cfr. o.c., Libr. 3.
161 Cfr. o.c., Libr. 4-6.
162 Libr. 5,18.
163 Libr. 6,24.
164 Libr. 5,18-29. Sul commento ambrosiano cfr. A . P aredi , La liturgia di
Sant’Ambrogio in A A . W . , Sant3Ambrogio, Milano 1940, 69-157; B. A rezzo , La cate­
chesi di Sant’Ambrogio, Genova 1957, 59-71; S. S abug al , A bbà..., 90-91 (bibliogr. ed
esposizione sintetica).
165 Scoperte (1932) e pubblicate (testo siriaco e traduzione inglese) per la prima volta
da A . M ingana , Commentary o f Theodore o f Mopsuestia on theNicene creed, Cambridge
46 Introduzione

i catecumeni il “ Simbolo della fede” secondo il “ Credo niceno” mentre


le ultime sei offrono ai neofiti la spiegazione del padrenostro,166 della li­
turgia battesimale167 e della liturgia eucaristica.168 Il commento alla
«orazione consegnata da nostro Signore»,169 introdotto da alcune con­
siderazioni generali sulla preghiera,170 affronta una spiegazione teologica
e morale171 del padrenostro caratteristica del catechista convinto che
nella «orazione del Signore» si trova «ogni perfezione morale»,172 per­
ché T«orazione» non è costituita «da parole, ma da regole, da amore
e da dedizione al bene».173 Una convinzione che viene sintetizzata da uria
esortazione finale.114

8) Sulla stessa linea di Teodoro si colloca l’amico ed eloquente ora­


tore San G iovanni C risostomo il quale spiega il padrenostro nel suo
Commento al vangelo di M atteo,175 composto sulla base di alcune ome­
lie dettate (390) in Antiochia e destinate ai fedeli di quella comunità. In
esse l’eloquenza del predicatore si armonizza con l’insegnamento del pa­
store.

9) Al vescovo ipponense Sant’AGosTiNo va conferito l’onore di es­


sere il più grande commentatore del padrenostro dell’età patristica. Per
ben sette volte egli intraprende questa fatica. La prima volta nel De ser-

1932; Id., Commentary o f Theodore o f Mopsuestia on thè L ord’s prayer and on thè sa-
craments ofbaptism and thè eucharisty, Cambridge 1933. Tutte le omilie sono state pub­
blicate (testo siriaco e traduzione francese) più recentemente da: R. T onneau -R. D evresse ,
Les homéiies catéchétiques de Théodore de Mopsueste, Città del Vaticano 1949, 281-321
(commento al padrenostro ). Sulle catechesi teodoriane cfr. J. Q uasten , o . c., II, 411-413
(bibliogr.).
166 Hom. 11.
167 Hom. 12-14.
168 Hom. 15-16.
169 Hom. 11,1.
170 Hom. 11,1-5.
171 Hom. 11,7-18; cfr. S. S abug al , A bbà..., 94-96 (bibliogr. ed esposizione sinte­
tica).
172 Hom. 11,19.
173 Hom. 11,3:
174 Hom. 11,19.
175 S. G iovanni C risostomo , In Matthaeum Hom., XIX,4-6 (PG 57, 277-282). Il
celebre predicatore ha commentato ancora una volta il padrenostro nell·opera: Oratio do­
minica eiusque explicatio (PG 51, 44-48). Sul commento del Crisostomo cfr. G. W alter ,
o.c., 49-72; R. B. H oyle , art. cit., 224; S. S abug al , A bbà..., 93-94 (bibliogr. ed espo-*
sizione sintetica).
Santos Sabugal 47

mone Domini in monte , 176 scritto (393-394) quando era ancora presbi­
tero di Ippona. La sua spiegazione, che fa trasparire già la profondità
dell’esegeta-teologo e l’intuizione del mistico, ha il merito di raccogliere
la più importante e multiforme tradizione patristica — nordafricana, ales­
sandrina, antiochena e “ romana” — a lui anteriore. Altre quattro volte
(410-412) il vescovo di Ippona ebbe a commentare la Oratio dominica
in altrettante catechesi ad competentes, 177 Costoro, dopo la redditio
Symboli, ricevevano P«orazione del Signore» (traditio orationis domi-
nicae). Essi dovevano impararla a memoria così da poterla recitare du­
rante la celebrazione eucaristica della grande veglia pasquale alla quale
partecipavano per la prima volta dopo aver ricevuto il battesimo. La ri­
flessione teologica e l’insegnamento pratico-morale raggiungono in que­
sti commenti catechetici al padrenostro, composti dal grande maestro dei
catechisti (cfr. De catechizandis rudibus), una perfetta sintesi. Agostino
commenta ancora una volta il padrenostro néiVEp. ad Probam (411-
412) e nel De dono perseverantiae (428-429).178 In questi commenti
come, in genere, in tutta l’opera letteraria agostiniana, procedono per
mano, come inseparabili sorelle, la riflessione del teologo e del pastore
e la pietà del mistico. Ciò costituisce evidente prova che Agostino — lo
testimoniano i Soliloqui e le Confessioni — nel fare teologia pregava per­
ché faceva teologia quando pregava.

10) Dietro insistenza delle Carmelitane di San José (Avila) e per o


dine del teologo domenicano Domingo Banez, Santa T eresa , la prima
donna dichiarata dal supremo magistero (Paolo VI) “ Dottore della
Chiesa” (1970), scrive l’opera Camino de perfección (1564-1567).179

176 S. A g o s tin o , De sermone Domini in monte, 11,4,15-9,35: PL 35, 1275-85 = CC


35,104-126.
177 S. A gostino , De oratione dominica ad competentes, Serm. 56,57,58,59: PL 38,
377-402.
178 S. A g o s tin o , Ep. 130: A Proba, XI,21; De dono perseverantiae, II,4-V.9. Sul
ricco e m ultiform e com m ento agostiniano al padrenostro cfr. J. M o f f a t , art. cit., 259-
272; R.B. H o y le , art. cit., 221 e s.; G. P ia C o a s o lo , La preghiera del Signore in S. Ago­
stino, F ossano 1962; Th. H a n d , St. Augustin on prayer, D ublino 1963, 95-117; S. Po-
q u e, Augustin d ’Hippone. Sermons sur la Pàque (SChr, 116), Paris 1966, 65-69; V. Ca-
p a n a g a , Agustin de Hipona, M adrid 1974, 367 e s.; V. G ro ssi, o . c . , 125-179: S. Sabu­
g a l , A bbà..., 96-104 (bibliogr. e am pia esposizione sintetica).
179 S. T eresa d ?A vila , Camino de perfección (pubblicato per la prima volta a Evora
[1583], fu ripubblicato in seguito [1588] a Salamanca dal celebre biblista e letterato ago­
stiniano Fr. Luis de Leon), in Obras Completas, Madrid 1974.
48 Introduzione

Essa, secondo Popinione di uno specialista, costituisce il «più ascetico,


pratico e comprensibile» fra i trattati spirituali della santa. La spiega­
zione del padrenostro occupa la metà180 di questo classico trattato sulla
preghiera che Teresa elegantemente indicava con il termine «il libriccino»
(el librito) o, pure, «il Paternoster». Quest’ultimo termine mostra
l’importanza data dalla famosa mistica spagnola al commento alla ora­
zione del Signore. Il commento viene introdotto da una esortazione a
ben recitare il padrenostro, «guida sicura» alla preghiera vocale e con­
templativa,181 e viene concluso da una considerazione sulla eccellenza —
già precedentemente accennata182 — di quella preghiera.183

11) Nell’anno 1566 Pio V promulgava il Catechismo romano,184 el


borato per mandato dei Padri conciliari del Tridentino come «formulario
sicuro e metodo di facile ed efficace insegnamento delle dottrine fon­
damentali del cristianesimo»; in esso troveranno «norme sicure... per la
formazione cristiana delle anime» tutti coloro che «nella chiesa hanno
una missione docente».185 E il catechismo, nei secoli successivi, ha svolto
effettivamente questa funzione. Esso può continuare a svolgere la me­
desima funzione anche oggi se si tiene in debito conto che, anche se
«l’epoca tridentina della chiesa è passata definitivamente, la fede triden­
tina rimane fede della chiesa».186 La scelta del Catechismo nella nostra
antologia è, pertanto, pienamente giustificata. Una scelta che viene con­
fortata dall’ampio spazio dedicato in quel documento — cristallizzazione

180 Cfr. o.c., cap. 27-42.


181 Cfr. o.c., cap. 24-26.
182 Cfr. o.c., cap. 37.
183 Cfr. o.c., cap. 42.
184 Cfr. L. A drianopoli , Il catechismo romano, Ares, Milano 1983.
185 Cfr. o.c., Prol. 4.
186 H. J e din , Geschichte des Konzils von Trient, IV, 2, Freiburg i. Br. 1975, 258.
La lapidaria asserzione dell’illustre storico cattolico, rinomato specialista del periodo tri-
dentino (oltre la voluminosa opera citata cfr. Origen y penetración de la reforma católica
hasta 1563, in Manual de historia de la Iglesia, V. Barcelona 1972, 594-679), è stata suf­
fragata dal Conc. Vat. II, il quale «conferma i decreti» del Concilio di Trento sulla
«rivelazione divina e la sua trasmissione» (Cost. DV,1), «mantiene fermi» i suoi «principi
dogmatici» concernenti la comunione eucaristica (Cost. SC, II, 55) e «continua l’opera
iniziata» da quel concilio sulla formazione sacerdotale (Decr. OT, 22). Senza contare le
tante citazioni dei testi tridentini invenibili nelle Costituzioni del Conc. Vat. II (cfr. LG,
1,8; 111,15.21.28; VII,50.51; VIII,22; DV, 11,9; 111,11; SC, 1,6.7.33; 111,77) e negli stessi
Decreti (cfr. ChD, 11,1; PO 1,2; 11,4). Il Concilio di Trento è, pertanto, ben rappresentato
nel Concilio Vaticano II.
Santos Sabugal 49

e sintesi catechetica della teologia tridentina — alla spiegazione del pa­


drenostro. Delle quattro parti di cui il Catechismo si compone, le prime
tre espongono Pinsegnamento cristiano sul Credo (prima parte), sui sa­
cramenti (seconda parte) e sui comandamenti (terza parte); la quarta parte
è interamente dedicata alla spiegazione catechetico-teologica della
«formula divina» che condensa in una «preziosa sintesi che cosa e come
dobbiamo pregare».187 La spiegazione si apre con una introduzione sui
«principi generali della teologia cattolica sulla preghiera»,188 seguita dal
commento esegetico e patristico, teologico e catechetico ad ogneduna delle
parti del padrenostro.189

12) Il pastore e teologo protestante D ietrich B onhoeffer (1906-


1945) apre, in ordine cronologico, la scelta antologica degli autori mo­
derni. Una scelta giusta, se si tiene conto del denso ed attuale pensiero
teologico di uno che, durante la sua permanenza a Roma — «questo pez­
zetto di terra che tanto amo» —, assisteva alle funzioni liturgiche della
settimana santa nelle basiliche di S. Giovanni in Laterano e di S. Pietro
e che, in seguito, avrebbe letto nel carcere di Berlin-Tegel (1943) «con
grande interesse, Tertulliano, Cipriano e gli altri padri della chiesa» che
egli considerava «in parte più attuali dei riformatori» e, a volte, solida
«base per il dialogo tra protestanti e cattolici».190 Nel contesto della sua
spiegazione del “ sermone della montagna” Bonhoeffer inserisce il com­
mento al padrenostro:191 la «preghiera per eccellenza» mediante cui
Gesù ci «guida fino al perfetto splendore dell’orazione».192 Un com­
mento breve, semplice e, a volte, profondo, testimonianza di una vita
illuminata dalla luce del vangelo e premiata dal Signore con il martirio
procurato dalle pallottole naziste, a Flossenburg, il 9 aprile 1945.

13) Negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale, l’insigne


umanista, filosofo e teologo cattolico R omano G u a r d in i , dettò, nella
chiesa di S. Luigi (Monaco), una serie di omelie domenicali su alcuni te­

187 Cat. Rom., IV, intr. 1.


188 Cat. Rom., IV, intr. 1-9.
189 Cat. Rom., IV, I,1-IX,6.
190 D. B onhoeffer , Resistencia y sumisión, Barcelona 19712, 101.139.149.
191 D. B onhoeffer , El predo de la grada, Salamanca 1968, 175-179.
192 Ibid., 176.
50 Introduzione

sti biblici e destinate agli studenti universitari. Molte di queste omelie


si incentrano sul commento al padrenostro.193 Le diverse parti della pre­
ghiera vengono spiegate con la chiarezza e la profondità caratteristiche
deir autore cui il testo biblico offre spesso occasione per una profonda
analisi ed una brillante esposizione di altri temi affini ed essenziali, sem­
pre nuovi, nel tentativo di illuminare, con la luce della rivelazione cri­
stiana, aspetti oscuri delPumana esistenza.

14) L’esegesi cattolica moderna viene rappresentata, nella nostra a


tologia, dal biblista belga H. van den B ussche (1920-1965) le cui pub­
blicazioni esegetiche vetero e neotestamentarie, sopratutto il commento
al Quarto Vangelo, gli hanno assegnato un posto d’onore. Non meno
meritevole è la sua spiegazione del padrenostro.194 Essa viene introdotta
da uno studio preliminare sulla sua importanza, sulla duplice tradizione
letteraria (Mt., Le.) e sulle circostanze del suo insegnamento.195 Il com­
mento ad ogneduna delle parti del padrenostro costituisce la parte prin­
cipale delle dense analisi dell’autore; analisi dominate dallo sforzo di fa­
cilitare la comprensione dei principali vocaboli alla luce del loro conte­
sto biblico, vetero e neotestamentario.

15) Chiude la nostra antologia l’esegeta protestante J o a c h im J e r


m ias(1900-1979), universalmente conosciuto per i suoi studi sull’antico
e, sopratutto, sul nuovo testamento. I suoi studi sul messaggio primitivo
di Gesù e le sue analisi sulla teologia biblica neotestamentaria, pregni
di profonda pietà cristiana, costituiscono, nella attuale esegesi biblica,
una vetta difficilmente raggiungibile. Non è da meno, per profondità e
altezza, il suo studio sul significato originario del padrenostro , 196 chiara
e sostanziale «sintesi della predicazione di Gesù».1971 brani antologici
che offriamo potranno esser letti e meditati — pensiamo — con profitto.

193 R. G ua rd in i , Oración y verdad. Meditaciones sobre el padrenuestro, in Medi-


taciones teológicas, Madrid 1965, 271-482.
194 H . van den B ussche , El «padrenuestro», Bilbao 1963.
195 Cfr. o.c., 7-33.
196 J. J eremias, Das Vaterunser im Lichte der neueren Forschung, Stuttgart 19653,
studio raccolto ed ampliato in Id., Abba. Studien zur neutestamentlichen Theologie und
Zeitgeschichte, Gòttingen 1966, 152-171; cfr. pure Id., Teologia del nuevo testamento, I,
Salamanca 1974, 227-238.
197 J. Jerem ias, Abba, 171.
Santos Sabugal 51

16) Il commento alla orazione del Signore che, dopo l’antica e m


derna antologia, noi stessi offriamo, vuol collocarsi — in una forma più
modesta — nella medesima linea dei nostri illustri predecessori. Anche
se presupponiamo il rapido studio storico-tradizionale del padrenostro
precedentemente delineato (cfr. suprà), prescinderemo volutamente da
una minuziosa analisi filologica e letteraria, propria di una esegesi de­
stinata a specialisti ed eruditi. Abbiamo offerto, in una nostra recente
monografia, un minuzioso studio storico-tradizionale,198 dopo aver
esposto la storia della interpretazione antica e moderna del padreno­
stro. 199 Ciò che ora offriremo non ha la pretesa di essere un’analisi di
tale portata. Come abbiamo già accennato all’inizio del presente lavoro,
la nostra esposizione esegetica sarà principlamente teologica e, conse­
guentemente, catechetica; accessibile alla comprensione del lettore non
specializzato, del semplice fedele. Eviteremo, inoltre, di ripetere le ana­
lisi di coloro che ci hanno preceduto. È necessario fare un passo avanti!
È questa la pretesa del nostro studio. Pertanto ci collocheremo sola­
mente al livello delle redazioni letterarie degli evangelisti Matteo200 e
Luca.201 E, alla luce dell’immediato o remoto contesto evangelico, ci
sforzeremo di scoprirne la concezione teologica, superficialmente od in­
sufficientemente delineata dai commentatori del padrenostro. Cerche­
remo, poi, di attualizzare tale concezione teologica con l’aiuto dei prin­
cipali documenti offerti dal magistero. Con ciò, sempre «attenti a non
dare per sicuro» ciò che è solo opinabile o oggetto di discussione “ tra
teologi” , intendiamo contribuire alla formazione di «cristiani stabili
sull’essenza e umilmente felici nella propria fede»,202 così da aiutarli
nella comprensione e nella incarnazione della preghiera letterariamente
più bella e teologicamente più preziosa di tutti i tempi. Quella preghiera
che, insegnata da Cristo, è stata è e sarà l’orazione per eccellenza del cri­
stiano.

198 S. S abug al , A bbà..., 133 e ss.


199 S. S a b u g a l, o .c ., 17-131.
200 Offriamo una esposizione più ampia in art. cit. (.supra n. 72), 315-329; o .c ., 152-
195: 172 e ss.
201 Per una esposizione più ampia cfr. art. cit., (supra, n. 72), 257-273; o .c ., 195-
239: 215 e ss.
202 G io v a n n i P a o lo II, Exh. Apost. Catechesi tradendae, VIII,61.
Antologia esegetica del Padrenostro
La nostra introduzione aveva come scopo sottolineare l’importanza
delP«orazione del Signore», della sua tradizione storico-letteraria e l’im­
portanza dei commenti scelti. Il tutto nell’intento di guidare il lettore ad
una proficua lettura della antologia che ci apprestiamo ad offrire. Le di­
verse interpretazioni, disposte in ordine cronologico, seguono la divisione
delle otto parti che compongono il padrenostro. Nella scelta antologica
abbiamo incontrato una difficoltà: l’eccessiva ampiezza di alcuni com­
menti. Riprodurli integralmente avrebbe richiesto un volume di notevoli
dimensioni e di difficile utilizzazione da parte del lettore non specialista
cui, prevalentemente, il presente lavoro è destinato. Abbiamo cercato di
superare questo ostacolo. Ciò ci ha imposto il non facile compito di ab­
breviare, spesso, il testo. Quando ciò è avvenuto lo abbiamo indicato (cfr.
[...]). L’abbreviazione del testo ha comportato, ma solo in rari casi, qual­
che leggera modificazione di stile. Siamo, d’altra parte, convinti che né
le abbreviazioni né le modificazioni stilistiche hanno alterato il senso ori­
ginale del testo che abbiamo rispettato con scrupolosa fedeltà.

Testi italiani riprodotti

1) T ertulliano, La preghiera, in T ertulliano -Cipriano -A gostino, Il Padrenostro (a cura


di V. Grossi, Traduzione di L. Vicario), Boria, Roma 1983.
2) C ipriano , La preghiera del Signore, in T ertulliano -C ipriano -A gostino , Il Padre­
nostro (a cura di V. Grossi, Traduzione di L. Vicario), Boria, Roma 1983.
3) O rigene , La preghiera (a cura di G. Del Ton), Mondadori, Milano 1984.
4) C irillo di G erusalemme, Le catechesi (a cura di E. Barbisan), Edizioni Paoline, Alba
1966.
5) G regorio N isseno , La preghiera del Signore (a cura di G. Caldarelli), Edizioni Pao­
line, Roma 1983.
6) A mbrogio , I Sacramenti, in Opera omnia, 17 (a cura di G. Banterle), Città Nuova
Editrice-Biblioteca Ambrosiana, Roma-Milano 1982.
7) G iovanni C risostomo , Commento al Vangelo di S. Matteo (Tr. di R. Minuti e F.
Monti), Città Nuova Editrice, Roma 1967 .
8) A gostino , Il sermone del monte (a cura di B. Neri), Biblioteca Agostiniana, Firenze
1928.
9) A gostino , Discorsi (a cura di L. 'Carrozzi), Nuova Biblioteca Agostiniana, Città
Nuova Editrice, Roma 1983.
10) T eresa di G e sù , Cammino di perfezione, in Opere (traduzione di M.N. Morando)
Edizioni Paoline, Roma 1960.
11) Il Catechismo Romano (a cura di L. Adrianopoli), Edizioni Ares, Milano 1983.
12) D. B onhoeffer , Sequela (traduzione di J. Schenk), Queriniana, Brescia 19733.
13) R. G uardin i , Preghiera e Verità. Meditazioni sul Padre Nostro (traduzione di C. Di
Zoppola), Morcelliana, Brescia 1987.

Le pagine relative ai brani riprodotti si trovano nelle note rispettive.


I brani antologici di Teodoro di Mopsuestia, H. van den Bussche e J. Jeremias sono
stati tradotti direttamente dal testo spagnolo.
Padre nostro
che sei nei cieli

I. T ertulliano 1

Quando diciamo: Padre che sei nei cieli, confessiamo Dio ed espri­
miamo la nostra fede in Lui. Difatti, preghiamo Dio e Gli ricordiamo
la nostra fede, per la quale soltanto è possibile pregare così. Sta scritto:
«A quanti avranno creduto in Lui, ha dato il potere di essere chiamati
figli di Dio».2 E comunque, il Signore stesso, spessissimo chiamò Dio
Padre per noi, anzi ci comandò di non chiamare nessuno padre sulla terra,
se non Colui che abbiamo Padre nel cielo.3 Pregando così, perciò, os­
serviamo anche il precetto del Signore. Beati quelli che conoscono il Pa­
dre! Questo rimproveriamo a Israele; questo lo Spirito rimprovera al cielo
e alla terra: «Ho generato figli, ed essi non mi hanno conosciuto».4
Chiamandolo, dunque, Padre, lo confessiamo anche Dio. Questo titolo
esprime la nostra pietà e la sua potenza. Nel titolo di Padre s’invoca poi,
allo stesso tempo, anche il Figlio. Egli, infatti, disse: «Io e il Padre siamo
una sola cosa».5 Nè dimentichiamo la Chiesa madre, perché il padre e
il figlio richiamano di necessità la madre, nella quale trova il suo fon­
damento il nome stesso di padre e di figlio. Con un sol genere o una sola
parola onoriamo Dio con tutti i suoi, ci ricordiamo del precetto e de­
nunziamo quelli che si dimenticano di avere un Padre.

1 De orat. II, 1-7. Tr. it.: La preghiera, in T ertulliano -C ipriano -A gostino , Il Pa­
dre nostro (a cura di V. Grossi, traduzione di L. Vicario), Boria, Roma 1983, pp. 45-46.
2 Gv. 1,12.
3 Cfr. Mt. 23,9.
4 Is. 1,2.
5 Gv. 10,30.
58 Il Padrenostro

IL S an C ipriano 6

Prima di tutto, il dottore della pace e maestro dell’unità, non vuole


che preghiamo singolarmente e in privato, cioè soltanto per noi stessi.
Non diciamo: «Padre mio, che sei nei cieli; né tantomeno: dammi oggi
il mio pane quotidiano». E nessuno chiede che venga rimesso soltanto
il suo debito, né chiede che lui solo non sia indotto in tentazione e sia
liberato dal male. La nostra preghiera è pubblica e comunitaria, e quando
preghiamo, preghiamo per tutto il popolo, non per il singolo, perché tutto
il popolo siamo una cosa sola. Il Dio della pace e maestro della concor­
dia, che ha insegnato l’unità, ha voluto che uno preghi per tutti come
Lui, uno, ci ha portato tutti in sé. I tre fanciulli rinchiusi nell’olla di fuoco,
unanimi nella preghiera e concordi nello spirito, osservarono questa legge
della preghiera. Lo dichiara la divina Scrittura che è fedele, e mentre ci
dice come essi pregarono, ci propone l’esempio che dobbiamo imitare
quando preghiamo, per essere anche noi concordi come lo furono essi.
«Allora — essa dice — quei tre, a una sola voce, lodavano e benedice­
vano Dio».7 Parlavano come attraverso una sola bocca; eppure Cristo
non aveva ancora insegnato loro come pregare. Per questo la loro pre­
ghiera fu per essi efficace e portatrice di grazia, perché Dio veniva pro­
piziato da una preghiera pacifica, semplice e spirituale. Così anche sap­
piamo che pregarono gli apostoli e i discepoli, dopo l’ascensione al cielo
del Signore. «Erano — dice la Scrittura — tutti perseveranti e concordi
nella preghiera, insieme alle donne e a Maria, che era stata la madre di
Gesù, e ai fratelli di lui».8 Perseverarono unanimi nella preghiera di Lui
attestando, allo stesso tempo, la loro costanza e concordia nella preghiera
perché Dio, che fa vivere in una stessa casa coloro che sono unanimi,
non accoglie nella sua eterna e divina dimora se non coloro la cui pre­
ghiera è unanime.
Fratelli carissimi, quali ricchezze, grandezze e misteri sono racchiusi
nella preghiera del Signore, breve nelle parole ma ampia nello spirito della
sua potenza! In questo compendio di dottrina celeste, niente è stato di­
menticato di quello che sappiamo e possiamo chiedere. Egli disse:

6 De dominica oratione, 8-11. Tr. it.: La preghiera del Signore, in T ertulliano -


C ipriano -A gostino , Il Padre nostro (a cura di V. Grossi, traduzione di L. Vicario), Boria,
Roma 1983, pp. 93-98.
7 Dan. 3,51.
8 At. 1,14.
Padre nostro che sei nei cieli 59

«Pregate così: Padre nostro, che sei nei cieli». L’uomo nuovo, rinato
e restituito al suo Dio per grazia di Lui, per prima cosa dice Padre, per­
ché ha già cominciato ad essere figlio. Sta scritto: «Venne fra la sua gente,
e i suoi non lo ricevettero. A quanti l’hanno accolto, egli ha dato il po­
tere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome».9 Chi
crede, dunque, nel suo nome e diviene così figlio di Dio, deve comin­
ciare proprio da questo, per rendere grazie e professarsi figlio di Dio.
Quando dice che suo padre è Dio che sta nei cieli, egli, con questa pa­
rola, tra le prime pronunziate dopo il battesimo, attesta di aver rinun­
ciato al padre terreno, per aver conosciuto e cominciato ad avere un solo
padre, quello che sta nei cieli, come sta scritto: «Quelli che dicono al pa­
dre e alla madre: non ti ho conosciuto, e non riconobbero i propri fra­
telli, questi osservarono la tua parola e custodirono la tua alleanza».10
Lo stesso Signore, nel suo Vangelo, ci comanda di non chiamare nes­
suno padre sulla terra, perché noi abbiamo un solo padre, quello che sta
nei cieli.11 E al discepolo, che gli ricordava di avere il padre morto, egli
rispose: «Lascia che i morti seppelliscano i loro m orti».12 Aveva detto
morto il suo padre, mentre i credenti hanno un Padre che vive sempre.
Non dobbiamo soltanto sapere e pensare che chiamiamo padre co­
lui che sta nei cieli, ma alla parola padre uniamo un’altra e diciamo «padre
nostro», cioè di quelli che credono, di quelli che, santificati da Lui e sal­
vati con la rinascita dalla grazia spirituale, hanno cominciato a essere
figli di Dio. Questa parola raggiunge e accusa anche i Giudei i quali, non
soltanto non credendo, disprezzarono Cristo, loro annunziato dai pro­
feti e per primo loro inviato, ma anche lo uccisero con crudeltà. Essi,
perciò, non possono più chiamare Dio padre, perché il Signore li rim­
provera e li confonde dicendo: «Voi avete per padre il diavolo, e volete
compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da prin­
cipio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui».13
Anche per bocca del profeta Isaia Dio, indignato, dice: «Ho generato
figli e li ho resi grandi, ma essi mi hanno disprezzato. Il bue ha cono­
sciuto il suo padrone, e l’asino la greppia del suo padrone; ma Israele
non mi ha conosciuto e il popolo non mi ha compreso. Guai, gente pec­

9 Gv. 1,12.
10 Dt. 33,9.
» Cfr. Mt. 23,9.
Mt. 8,22.
13 Gv. 8,44.
60 Il Padrenostro

catrice, popolo che sovrabbondi di peccati, razza iniqua, figli scellerati!


Avete abbandonato il Signore e indignato il santo di Israele!».14 Anche
noi cristiani li rimproveriamo, quando diciamo «Padre nostro», perché
Dio, mentre per noi ha cominciato ad essere padre, per i Giudei, che lo
hanno abbandonato, ha cessato di esserlo. Nemmeno un popolo pecca­
tore può essere figlio di Dio, ma soltanto coloro ai quali vengono ri­
messi i peccati; questi sono chiamati figli, a loro viene promessa Feternità.
Nostro Signore stesso, infatti, dice: «Chiunque commette il peccato, ne
è schiavo. Lo schiavo non rimane per sempre nella casa, il figlio invece
sì».15
Quanto benigno è stato il Signore, ricco di bontà e misericordia verso
di noi! Ha voluto che noi pregassimo davanti a Dio in modo da poterlo
chiamare padre, e che come Cristo è suo Figlio, così noi siamo chiamati
suoi figli. Nessuno di noi, infatti, avrebbe osato dire questa parola nella
preghiera, se non ce lo avesse concesso Lui. Dobbiamo ricordare, fra­
telli carissimi, e sapere che se chiamiamo Dio padre, dobbiamo anche
vivere come suoi figli affinché, come noi ci rallegriamo di averlo per pa­
dre, così lui si compiaccia di averci per figli. Viviamo come templi di Dio,
perché sia a tutti chiaro che egli abita in noi; le nostre azioni non siano
contrarie allo spirito. Una volta diventati spirituali e celesti, dobbiamo
pensare e operare di conseguenza. Lo stesso Dio Signore ha detto:
«Onorerò quelli che mi onoreranno e disprezzerò quelli che mi disprez­
zeranno».16 Anche il beato Apostolo ha scritto nella sua lettera: «Non
appartenete più a voi, perché siete stati comprati a caro prezzo. Glori­
ficate, dunque, e portate Dio nel vostro corpo».17

III. O rigene 18

Conviene esaminare con cura se in quello che è chiamato PAntico


Testamento si trovi preghiera di qualcuno che chiami Dio col nome di
Padre. Presentemente, com’era in nostro potere, abbiamo fatto ciò og­
getto di ricerca e non abbiamo trovato. Non diciamo che Dio non sia

14 Is. 1,2-4.
15 Gv. 8,34-35.
16 1 Sam. 2,30.
17 1 Cor. 6,19.
18 Perì euches, XX, 1-XXIII, 2. Tr. it., La preghiera (a cura di G. Del Ton), Mon­
dadori, Milano 1984, pp. 97-103.
Padre nostro che sei nei cieli 61

chiamato Padre o che quelli giudicati credenti in Dio, non siano stati chia­
mati figli di Dio, ma che nella preghiera non troviamo mai la confidenza
annunziata dal Salvatore nel chiamare Padre Dio. Che Iddio sia chia­
mato Padre e figli coloro che sono venuti alla parola di Dio, è dato spesso
di riscontrare ad esempio nel Deuteronomio: «Dimenticasti Dio che ti
generò e non ti curasti di Dio che ti nutrì».19 E ancora:«Non è forse lui
il Padre, che ti ha posseduto, che ti ha formato, che ti ha creato?».20
E ancora: «Figliuoli che non hanno la fede in loro medesimi».21 E in
Isaia: «Ho allevato dei figli, ed essi mi hanno disprezzato».22 E in Ma­
lachia: «Il figlio onorerà il padre e il servo il suo padrone. Ma se io sono
padre, dov’è la mia gloria; e se padrone, dov’è il mio rispetto?».23
Senonché, quantunque Dio sia chiamato Padre e figli quelli gene­
rati dalla parola della fede in lui, non è dato di trovare presso gli antichi
Passerzione ferma e inconcussa di questa filiazione. I passi da noi citati
ci presentano come sudditi quelli che si dicono figli. Difatti secondo
PApostolo: «Durante il tempo che l’erede è fanciullo, non differisce in
nulla da un servo, pur essendo padrone di ogni cosa, ma è sottoposto
a tutori e amministratori fino al giorno stabilito dal padre».24 È giunta
la pienezza dei tempi per l’avvento di Nostro Signore Gesù Cristo e al­
lora quelli che vogliono ricevono Padozione, come c’insegna Paolo di­
cendo: «Non avete ricevuto lo spirito di servitù, per essere di nuovo nel
timore, ma avete ricevuto lo spirito di adozione, per cui possiamo gri­
dare: Abbà! Padre!».25 E nel Vangelo di Giovanni: «A quanti lo hanno
ricevuto, ha dato il potere di divenire figli di Dio, a quelli che credono
nel suo nome».26 E per virtù di tale spirito di adozione abbiamo appreso
che: [...] «Chiunque è generato da Dio non commette peccato, perché
in esso dimora un germe di lui, e non può peccare, perché è generato
da Dio».27
Se poniamo mente a quello che è scritto in Luca: «Quando pregate
dite: “ Padre” »,28 temeremo, qualora non siamo genuini figli, di dargli

19 Dt. 32,18.
20 Dt. 32,6.
21 Dt. 32,20.
22 Is. 1,2.
23 Mal. 1,6.
24 Gal. 4,1.
25 Rom. 8,15.
2« Gv. 1,12.
27 1 Gv. 3,9.
28 Le. 11,2.
62 Il Padrenostro

tale titolo per non aggiungere agli altri nostri peccati il crimine
dell’empietà. Spiego meglio il mio pensiero: Paolo [...] dice: «Nessuno
può d ire :4‘Signore Gesù” se non nello Spirito Santo e nessuno che parli
nello Spirito di Dio dice “ Anatema a Gesù” ».291 termini Spirito Santo
e Spirito di Dio sono sinonimi. Che cosa significhi dire: «Signore Gesù»,
nello Spirito Santo, non è del tutto chiaro, perché migliaia di ipocriti,
folle di eterodossi, persino demoni vinti dalla forza di questo nome hanno
pronunciato tale formula. Nessuno potrà asseverare che tutti costoro ab­
biano detto: «Signore Gesù» nello Spirito Santo. Non vogliano pertanto
essi dire: «Signore Gesù» dal momento che possono dire «Signore Gesù»
soltanto quelli che con buona disposizione servono il Verbo di Dio e che
nelle loro azioni non attribuiscono a nessun altro questo nome. Poiché
se tali sono quelli che dicono «Signore Gesù», forse ognuno che pecca
anatemizza con la sua ingiustizia il Verbo divino e grida con le sue opere:
«Anatema a Gesù». Per cui chi è tale che dice «Signore Gesù» ma si com­
porta in modo contrario, dice «Anatema a Gesù»: infatti coloro che sono
nati da Dio non fanno più peccato,30 partecipano del germe di Dio e,
allontanandosi da ogni peccato, dicono con le loro azioni: Padre Nostro
che sei nei cieli; lo Spirito Santo stesso rende allora testimonianza al loro
spirito che sono figli di Dio31 e suoi eredi, coeredi di Cristo, perché, sof­
frendo con lui, hanno motivo di sperare di essere glorificati con lui.32
E acciocché non dicano solo metà: «Padre Nostro», il cuore che è la sor­
gente e il principio delle buone opere «crede a giustizia» con le opere;
e in consonanza con esse la bocca «confessa a salvezza».33
Tutte le loro opere, le loro parole e i loro pensieri, trasformati dal
Verbo Unigenito e secondo la sua somiglianza, riproducono Fimmagine
del Dio invisibile e conducono alPimmagine del Creatore «che fa sor­
gere il sole sui malvagi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiu­
sti»34 in modo che in essi «si riproduca Pimmagine del (Verbo) celeste»35
che è egli stesso Pimmagine di Dio. I santi dunque sono immagine
delPimmagine, essendo immagine il Figlio, ed esprimono la filiazione,
divenuti conformi non soltanto al corpo della gloria di Cristo, ma a co­

29 1 Cor. 12,3.
30 Cfr. 1 Gv. 3,9.
31 Rom. 8,16.
32 Cfr. Rom. 8,17.
33 Cfr. Rom. 10,10.
34 Mt. 5,45.
35 Cfr. 1 Cor. 15,49.
Padre nostro che sei nei cieli 63

lui che è nel corpo. Divengono conformi a colui che è nel corpo della
gloria, essendo trasformati dalla rinnovazione dello spirito. Se essendo
perfettamente tali essi dicono: «Padre nostro che sei nei cieli», è chiaro
che «chi commette il peccato [...] è del diavolo, perché da principio il
diavolo è peccatore».36 E come il germe di Dio, dimorando in chi è nato
da Dio, impedisce di peccare a colui che è reso conforme al Verbo Uni­
genito, così in tutti coloro che fanno il peccato, risiede il germe del dia­
volo. E ciò perché finché resta nelPanima, non permette che nulla ella
faccia di retto. Ma poiché per questo «il Figlio di Dio è stato manife­
stato, per distruggere le opere del diavolo»,37 può accadere, per la ina­
bitazione del Verbo di Dio nella nostra anima, che, distrutte in noi le
opere del diavolo, scompaia il malvagio seme gettato in noi e che diven­
tiamo figli di Dio.
Non crediamo dunque tanto alle voci che ci dicono esistere solo un
tempo stabilito per la preghiera. Se infatti prestiamo attenzione a ciò che
anteriormente si è detto circa il passo che bisogna pregare senza tregua,38
tutta la vita di noi, incessantemente oranti, dovrà dire: «Padre nostro
che sei nei cieli», e avere la sua dimora in nessun modo sulla terra, ma
«nei cieli»,39 che sono i troni di Dio, finché non si stabilirà il regno di
Dio in quanti portano «Pimmagine del [Verbo] celeste»40 e siano essi
stessi divenuti celesti.
Quando si dice che il Padre dei Santi è nei cieli, non bisogna sup­
porre che egli sia circoscritto da forma corporea e che abiti nei cieli: così
limitato sarebbe minore dei cieli che lo circoscriverebbero. Invece biso­
gna credere che tutto è circoscritto dalla ineffabile potenza della sua di­
vinità e che tutto da lui è contenuto. In generale le parole: [...] «Prima
della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare
da questo mondo al Padre, egli che aveva amato i suoi che stavano nel
mondo, li amò sino alla fine».41 E poco dopo: «Sapendo che il Padre
tutto gli aveva dato nelle mani e che uscito da Dio tornava a Dio».42 E
più oltre: «Avete sentito che io vi ho detto: ‘Parto e ritorno a v o i\ Se

36 1 Gv. 3,8a.
37 1 Gv. 3,8b.
38 Cfr. XII,1-2.
39 Cfr. Filp. 3,20.
40 Cfr. 1 Cor. 15,49.
41 Gv. 13,1.
42 Gv. 13,3.
64 Il Padrenostro

mi amaste, godreste che io me ne vado al Padre».43 E ancor più oltre:


«Adesso vado da colui che mi ha mandato. E nessuno di voi mi do­
manda: — Dove vai?».44 Ad attribuire a queste parole un significato lo­
cale, è chiaro che sarebbe da estenderlo anche a queste: «Se uno mi ama,
osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, verremo a lui e presso
di lui faremo dimora».45
Queste ultime parole non significano una discesa locale del Padre
e del Figlio presso colui che ama la parola di Gesù; non vanno intese
in senso locale, ma invece così: il Verbo di Dio per condiscendenza verso
di noi, è umiliato nella sua dignità allorché è tra gli uomini. Si dice che
va da questo mondo al Padre, affinché anche noi ivi lo contempliamo
nello stato perfetto, quando, sortito di nuovo dallo stato di umiliazione
da lui assunto, è rientrato nella sua pienezza. Così noi, sotto la sua guida,
ci troveremo riempiti e liberati da ogni miseria. Che il Verbo di Dio per­
tanto vada verso colui che lo ha mandato, che lasci il mondo, che ritorni
al Padre! Alla fine del Vangelo secondo Giovanni è scritto: «Non mi toc­
care, non sono ancora salito al Padre»,46 parola questa a cui cerchiamo
di dare una significazione mistica: l’ascensione del Figlio verso il Padre
va da noi intesa in maniera più degna di Dio, con santa perspicacia, come
una ascensione dello spirito piuttosto che del corpo.

IV. S a n C irillo di G erusalemme 47

O immensa misericordia di Dio! A quelli che lo hanno abbando­


nato e sono giunti fino all’estremo, egli ha concesso una tale amnistia
del male commesso e tale partecipazione di grazia, da poter essi chia­
mare «Padre nostro» colui che è nei cieli. Forse sono cieli anche essi pure,
in quanto portano l’immagine dell’uomo celeste e in essi Dio abita e si
muove.48

43 Gv. 14,28.
44 Gv. 16,5.
45 Gv. 14,23.
46 Gv. 20,17.
47 Catecheses, XXIII, 11. Tr. it., Le catechesi (a cura di E. Barbisan), Edizioni Pao-
line, Alba 1966, pp. 428-429.
48 2 Cor. 6,16.
Padre nostro che sei nei cieli 65

V. S a n G regorio N isseno 49

[...] È evidente che un uomo sensato non avrebbe il coraggio, non


vedendo le medesime qualità divine anche in se stesso, di pronunciare
quella parola nei riguardi del Signore e dirgli «Padre». Non può dive­
nire infatti padre di un malvagio volere chi è buono per natura sua [...].
Il generatore della vita non può essere padre di chi si è lasciato morire
per il peccato [...]. Se infatti qualcuno, esaminando la propria anima,
trovandosi ancora bisognoso di purificazione e vedendo la propria co­
scienza malvagia, piena di macchie e di ulceri purulente, prima di pu­
rificarsi di tali e tanto gravi colpe, volesse compiere ravvicinamento a
Dio e gli dicesse: «Padre», lui ingiusto al giusto, lui non ancora puri­
ficato al puro, tali parole sarebbero senz’altro un’offesa e un oltraggio
se chi le pronuncia chiamasse Dio «Padre» della propria malvagità [...].
È dunque rischioso, prima di essere purificati nella pratica della vita, osare
di formulare questa preghiera e chiamare «Padre» Iddio [...].
Mi sembra però che la parola divina ci mostri anche un significato
più profondo: essa infatti genera in noi il ricordo della patria da cui siamo
stati cacciati e del nobile rango originario da cui siamo stati respinti. Ed
infatti, nella narrazione del giovane che aveva abbandonato la casa pa­
terna e si era ridotto a vivere la vita dei porci, il Verbo divino mostra
la miseria umana illustrando in forma narrativa la sua partenza e la sua
dissolutezza: non lo riconduce al possesso dei beni originariamente avuti
prima che egli acquisti coscienza della presente sventura, ritorni in sé e
prenda a meditare le parole del pentimento. Queste in un certo qual modo
concordano con le parole della preghiera; disse infatti in quel momento:
«Padre, ho peccato contro il cielo e dinnanzi a te».50 Non avrebbe avuto
certo l’intenzione di premettere alla confessione la dichiarazione di colpa
verso il cielo, se non fosse stato persuaso che la sua patria era il cielo,
abbandonando il quale aveva peccato. Perciò la premura di tale confes­
sione gli rende affabile il padre fino al punto che gli corre incontro, gli
getta le braccia al collo e lo bacia [...]. Come dunque il ritorno al fo­
colare paterno è stato, per il giovane, fonte della benevolenza del padre
[...], così mi sembra che anche qui il Signore, insegnando a chiamare

49 De oratione dominica, II (PG 44, 1135D - 1148C). Tr. it., La preghiera del Si­
gnore (a cura di G. Caldarelli), Edizioni Paoline, Roma 1983, pp. 63.65-69.
50 Le. 15.18.
66 Il Padrenostro

Padre l’Essere che è nei cieli, ti offra un ricordo della buona patria, per
porti, suscitando in te un più vivo desiderio dei veri beni, sulla strada
che riconduce ad essa.
La via che innalza al cielo la natura umana altra non è se non la
fuga dai vizi terreni e la premura di evitarli: altro metodo per fuggire
i mali terreni non mi sembra che ci sia fuor che impegnarsi a diventare
simili a Dio. Diventar simili a Dio, d’altro canto, è assimilare la giusti­
zia, la pietà, la bontà e ogni altra virtù di tale genere. Se qualcuno, per
quanto è possibile, imprimerà vivamente in sé i caratteri di queste virtù,
senza fatica, quasi spontaneamente, passerà dalla vita terrena alla terra
celeste. [...].
Poiché dunque nessun travaglio segue la scelta del bene (alla scelta
tiene dietro anzi anche il conseguimento dei beni che uno ha scelto), ti
è possibile essere subito in cielo appena abbia accolto Dio nella tua anima.
Se infatti, «Dio è nel cielo»,51 tu alla divinità sei congiunto, secondo il
Profeta;52 è naturale infatti che colui che è congiuto a Dio sia colà dove
è Dio. Prescrivendo quindi di chiamare nella preghiera Dio come pro­
prio Padre, niente altro ordina il Signore che tu ti renda simile al Padre
celeste con un metodo di vita conforme alla divinità, come quando in
un altro luogo raccomanda anche più esplicitamente la stessa cosa, di­
cendo: «Siate perfetti, come lo è anche il Padre vostro che è nei cieli».53
Se dunque abbiamo inteso il significato di tale preghiera, sarebbe
il momento di preparare le nostre anime ad osare di pronunciare con le
nostre labbra tali parole e a dire con fiducia «Padre nostro che sei nei
cieli». Come infatti sono manifesti gli indizi della somiglianza con Dio,
segni attraverso i quali si può diventare figli di Dio («Quanti infatti lo
accolsero — dice il Vangelo — a loro diede la possibilità di diventare
figli di Dio»54) — riceve dunque Dio nella propria anima chi accoglie la
perfezione del bene —, così esistono anche alcuni particolari indizi della mal­
vagità, nei quali chi incorre non può essere figlio di Dio, perché reca
l’immagine della natura contraria: [...] l’invidia, l’odio, la calunnia, la
vanità, l’avidità, la cupidigia morbosa, l’eccessivo amore della gloria.
Chi dunque reca impresso nell’anima il marchio di tali brutture, se
invocherà un padre, quale padre lo ascolterà? Naturalmente colui che

51 Qo. 5,1.
52 Sai. 72,28.
53 Mt. 5,48.
54 Gv. 1,12.
Padre nostro che sei nei cieli 67

è affine a chi l’ha invocato: non il Padre celeste, ma quello infernale.


Ne riconoscerà infatti la chiara parentela colui che reca i segni della so­
miglianza. La preghiera del malvagio, dunque, finché persista nella mal­
vagità, è un’invocazione del demonio, mentre la voce di chi si è astenuto
dal male e vive nella bontà invocherà il Padre buono. Quando dunque
ci accostiamo al Signore, esaminiamo prima la nostra vita, se rechiamo
in noi qualche elemento degno della parentela divina: solo dopo potremo
osare di pronunciare una tale parola. Infatti chi ci ha ordinato di chia­
mare Padre Iddio non ha permesso che dicessimo una menzogna. Chi
è stato dunque educato in modo degno della divina parentela volge de­
gnamente lo sguardo alla città celeste, chiamando «Padre» il re dei cieli
e propria patria la beatitudine celeste.

VI. S a n t ’A mbrogio 55

O uomo, tu non osavi levare il tuo volto verso il cielo, rivolgevi i


tuoi occhi verso terra, e, ad un tratto, hai ricevuto la grazia di Cristo,
ti sono stati rimessi tutti i tuoi peccati. Da servo malvagio56 sei diven­
tato un figlio buono. Abbi fiducia perciò non nelle tue opere, ma nella
grazia di Cristo! Per grazia, dice l’Apostolo, siete stati salvati.51 Que­
sta non è presunzione, ma fede. Proclamare ciò che hai ricevuto, non
è superbia, ma ossequio. Leva dunque gli occhi tuoi al Padre, che ti ha
generato per mezzo del lavacro,58 al Padre, che ti ha redento per mezzo
del Figlio, e di’: Padre nostro! È una presunzione legittima, ma entro
certi limiti. Lo chiami Padre come un figlio, ma non rivendicare per te
un rapporto particolare. Del solo Cristo è padre in un modo speciale,
per noi tutti è padre comune, perché ha generato lui solo, noi, invece,
ci ha creati. Di’ anche tu per grazia: Padre nostro, per meritare d’essere
suo figlio. Raccomandati tu stesso in vista e in considerazione dei meriti
della Chiesa. [...].
Che significa nei cieli? Ascolta la Scrittura che dice: Eccelso è su
tutti i cieli il Signore.59 E dappertutto tu trovi che il Signore sta sopra

55 De sacramentis, V, 4,19-20. Tr. it., I sacramenti, in Opera omnia di Sant’Am-


brogio, 17 (a cura di G. Banterle), Città Nuova Editrice, Roma 1982, p. 111.
56 Cfr. Mt. 25,26.
57 Gal. 2,5.
58 Cfr. Tit. 3,5.
59 Sai. 113,4.
68 Il Padrenostro

i cieli dei cieli.60 Come se nei cieli non ci fossero anche gli angeli, come
se nei cieli non ci fossero anche le dominazioni! Ma in quei cieli dei quali
è stato detto: I cieli narrano la gloria di Dio.61 Il cielo è là, dove è ve­
nuta meno la colpa, il cielo è là, dove i delitti non operano, il cielo è
là, dove non c’è ferita di morte.

VII. T eodoro di M o psuestia 62

Innanzitutto — afferma — vi è necessario conoscere ciò che eravate


e ciò che siete diventati e quale e grande dono avete ricevuto da Dio. In­
fatti grandi cose sono state realizzate in voi, cose più grandi di quelle
che erano state realizzate negli uomini che vi hanno preceduto. «Ciò che
io faccio a coloro che credono in me ed hanno scelto di divenire miei
discepoli, è di elevarli al di sopra di coloro che vivono secondo la legge
di Mosé. Infatti, «la prima alleanza, data dal monte Sinai, ha generato
per la schiavitù, essendo schiava essa e i suoi figli»;63 schiavi, infatti
erano coloro che stavano sottomessi alla ‘legge dei comandamenti’,64
poiché avevano ricevuto delle norme per il comportamento e, di contro,
erano state formulate, contro la trasgressione del precetto, sanzioni di
condanna — alle quali nessuno sarebbe potuto sfuggire —. Ma voi avete
ricevuto, per mio tramite, la grazia dello Spirito Santo che vi ha donato
la filiazione adottiva, conseguendo così la possibilità e la filiale fiducia
di chiamare Dio Padre: «Infatti voi non avete ricevuto lo Spirito per tro­
varvi nuovamente nella schiavitù e nel timore. Avete ricevuto lo Spirito
di filiale adozione mediante cui chiamate Dio Padre».65 D ’ora innanzi
avrete una liturgia nella Gerusalemme celeste e riceverete la condizione
di libertà propria di coloro che la resurrezione ha reso immortali e im­
mutabili, facendoli vivere, così, già fin d’ora, nel cielo».
Dunque, poiché vi è differenza fra voi e coloro che stanno sotto­
messi alla legge — dato che la «lettera», che è la legge, «uccide» e in­
fligge ai suoi trasgressori una inevitabile sanzione di condanna, mentre
«lo spirito vivifica»66 e nella grazia, mediante la resurrezione, ci fa di­

60 Cfr. Sai. 8,2.


61 Sai. 19,2.
62 Omelie catechetiche, XI, 7-9.
63 Cfr. Gal. 4,24-25.
64 Cfr. Ef. 2,15.
65 Rom. 8,15.
66 Cfr. Gv. 6,63.
Padre nostro che sei nei cieli 69

venire immortali e immutabili —, è bene che sappiate innanzitutto que­


sto: è necessario assumere comportamenti degni di questa nobiltà per­
ché «coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio».67
Coloro che stanno sottomessi alla legge non hanno ricevuto se non il sem­
plice nome di figli, come assevera la Scrittura: «Io ho detto: voi siete
dèi e figli dell’Altissimo, ma, come tutti i mortali, morirete».68 Coloro,
invece, che hanno ricevuto lo Spirito e devono, conseguentemente, ten­
dere all’immortalità, dovranno vivere mediante lo Spirito, conformarsi
allo Spirito ed avere una coscienza assolutamente rispondente al nobile
rango di coloro che sono guidati dallo Spirito, astenersi da ogni azione
peccaminosa e tenere un comportamento degno di una vita celeste.
Egli [lo Spirito] non sarebbe d’accordo con voi nell’invocare:
«Signore nostro e Dio nostro». Infatti, seppur dovete sapere che Dio è
il Signore, che ha creato ogni cosa e voi stessi [...], tuttavia, egli vi pre­
scrive di chiamarlo «Padre», affinché, avendo compreso la vostra no­
biltà, la dignità della quale siete partecipi e la grandezza che vi ha con­
ferito Tesser chiamati figli del Signore di tutto il mondo e anche vostro,
operiate da tali fino alla fine. E nemmeno vuole che diciate: «Padre mio»,
ma «Padre nostro». Perché il Padre è comune a tutti, dato che comune
è la grazia dell’adozione filiale che avete ricevuto. In tal modo non solo
offrirete al Padre ciò che è conveniente, ma avrete pure, l’uno verso
l’altro, quell’armonia propria di coloro che sono fratelli sotto uno stesso
Padre.
Ho anche aggiunto: «che sei nel cielo», perché il vostro sguardo con­
templi qui in terra la vita di là, in cielo, là dove vi è stato concesso di
essere trasportati. Infatti, avendo ricevuto la filiazione adottiva, siete di­
venuti cittadini del cielo: questa è la dimora propria dei figli di Dio.

V ili. S a n G iovanni C risostomo 69

Ecco come Gesù torna subito a elevare lo spirito di coloro che


l’ascoltano e come, già nel preludio della preghiera, ricorda l’immenso
dono che abbiamo ricevuto da Dio. Chi infatti chiama Dio «Padre no­

67 Rom. 8,14.
68 Sai. 81,6-7.
69 In Matthaeum Hom., XIX, 4. Tr. it., Commento al Vangelo di S. Matteo (tr. di
R. Minuti e F. Monti), Città Nuova Editrice, Roma 19672, p. 312.
70 Il Padrenostro

stro», proclama con queste sole parole la remissione dei peccati, la li­
berazione dal castigo eterno, la giustificazione delle anime, la santifica­
zione, la redenzione, l’adozione a figli di Dio, l’eredità della sua gloria,
la fratellanza con il Figlio unigenito e infine l’abbondanza dello Spirito
Santo. Non può, chi non ha ricevuto tutti questi doni, chiamare Dio
«Padre». Egli dunque solleva la loro anima in un duplice modo: dap­
prima sottolineando la maestà di colui che essi chiamano Padre e poi
rilevando la grandezza dei doni che da lui hanno ricevuto.
E quando dice che Dio è «nei cieli», non vuole certo dargli dei li­
miti, ma vuol sollevare dalla terra lo spirito di coloro che pregano e in­
nalzarlo negli eccelsi spazi, nelle dimore celesti. Nello stesso tempo in­
segna a fare la preghiera comune, a favore dei fratelli. Non ci invita a
dire: Padre mio che sei nei cieli; ma: «Padre nostro», facendo così sup­
pliche per il corpo comune della Chiesa e non considerando soltanto il
proprio vantaggio particolare, ma l’interesse di tutti, dovunque. In que­
sta maniera toglie di mezzo anche l’inimicizia, reprime l’orgoglio, eli­
mina l’invidia, introduce nelle anime la carità, madre di tutti i beni; di­
strugge, inoltre, tutte le disuguaglianze umane, di stato e di condizione,
e dimostra l’eguale dignità del re e del povero, dal momento che noi ci
ritroviamo tutti uniti nelle cose più importanti e necessarie, in quelle cioè
che concernono la nostra comune salvezza. Quale danno, quindi, può
derivare a noi dalla nostra nascita terrena, se siamo tutti congiunti dalla
comune origine divina, senza che nessuno abbia il minimo vantaggio
sull’altro, né il ricco sul povero, né il padrone sul servo, né il principe
sul suddito, né il comandante sul soldato, né il filosofo sul barbaro, né
il sapiente sull’ignorante? A tutti, infatti, è stata elargita un’identica no­
biltà, quando Dio si è degnato di farsi chiamare da tutti, ugualmente,
«Padre».

IX. S a n t ’A gostino 70

1) In ogni preghiera bisogna prima di tutto conciliarsi la benevolen


di colui che preghiamo e poi esporgli l’oggetto della nostra domanda.

70 1) De sermone Domini in monte, II, 4, 15-5, 18. Tr. it., Il sermone del monte (a
cura di B. Neri), Biblioteca Agostiniana, Firenze 1928, pp. 112-117. 2) Serm. 57, 2. Tr.
it., Discorsi (a cura di L. Carrozzi), Nuova Biblioteca Agostiniana - Città Nuova Editrice,
Roma 1983, pp. 165-167.
Padre nostro che sei nei cieli 71

È con la lode che si concilia questa benevolenza, e si pone ordinaria­


mente al principio della preghiera; perciò nostro Signore nient’altro ci
comandò di dire, se non: Padre nostro che sei ne9 cieli. La legge con­
teneva molti precetti sul modo secondo il quale Dio doveva esser lodato,
sparsi in tutte le Sante Scritture sotto mille forme differenti, come si po­
trà esserne convinti leggendoli, ma non se ne trova alcuno che ingiunga
al popolo d’Israele di chiamar Dio Padre nostro, poiché Dio non era pre­
sentato loro che come un padrone che comanda ai suoi servi, poiché essi,
essendo sotto la legge di schiavitù, vivevano ancora secondo la carne.
Vero è che i Profeti avevano spesso fatto intendere agli Ebrei, che lo stesso
Dio avrebbe potuto essere il loro Padre, se essi non avessero violato i
suoi precetti, come appare da queste parole: Ho nutriti ed esaltati de9
figli, ed essi mi hanno disprezzato;71 da queste altre: Io ho detto: voi
sieti dii e figliuoli tutti dell9Altissimo;12 e anche da quelle: Se io sono il
Padre, d ov’è l'onore dovuto a me? e se io sono il Signore, dov’è 7 ti­
more dovuto a me?13 e da molti altri passi, dove si rimproverano i giu­
dei perché, peccando, non vollero essere suoi figliuoli. Vanno però ec­
cettuati quei passi che, nella profezia, si riferiscono al futuro popolo cri­
stiano che, secondo il Vangelo, avrebbe avuto Dio per Padre: Diede ad
essi il potere di diventar figlioli di D io 14 E l’Apostolo Paolo dice: Fino
a tanto che l'erede è fanciullo, in nulla differisce dal servo;75 e rammenta
che noi abbiamo ricevuto lo spirito di adozione, nel quale gridiamo: Abba,
Padre!76
Siccome noi siamo stati adottati in figli di Dio, non già per effetto
dei meriti nostri, ma per pura grazia del medesimo Dio, così dobbiamo
riconoscere tal grazia sin dal principio di così celebre preghiera, quando
diciamo a Dio: Padre nostro. Questo solo nome è capace d’eccitare in
noi un sentimento di amore. Infatti qual cosa mai v’è ai figli più cara
del padre loro? Si sveglia ancora una certa confidenza di pregare, quando
diciamo Padre nostro e una sicurezza d’impetrare tutto ciò che doman­
diamo. Questo nome deve anche produrre in noi una certa fiducia
d’ottenere ciò che domanderemo; poiché, anche prima di pregare, ab­
biamo ricevuto il singolare favore di poter parlare a Dio come a nostro

71 Is. 1,2.
72 Sai. 81,6.
73 Mal. 1,6.
74 Gv. 1,12.
75 Gal. 4,1.
76 Rom. 8,15.
72 Il Padrenostro

Padre. Che non darà egli ai figli che lo pregano, dopo aver data loro
la grazia di divenire suoi figli? Infine, avendo noi quest’onore di dire
a Dio: Padre nostro, che premura non dobbiamo avere per non renderci
indegni di un sì augusto Padre? Se un uomo dell’infima plebe venisse
autorizzato a chiamare col nome di padre un senatore di età avanzata,
certamente che starebbe in tremore, o appena Toserebbe, ricordandosi
la bassezza del suo lignaggio, l’indigenza d’ogni avere e la viltà della sua
persona. Ma quanto più dovrà tremare ognun di noi chiamando Dio no­
stro Padre, se i nostri costumi saranno insozzati di peccati e vergogne
che ci rendono meritevoli di essere discacciati dalla compagnia di Dio
più giustamente che quel plebeo dalla compagnia del senatore per la sua
povertà? Infatti un personaggio nobile e ricco dispregia nel povero quella
povertà, nella quale può egli stesso cadere per la fragilità delle cose umane;
ma la santità di Dio mai può macchiarsi con la impurità dei costumi.
Ringraziamo la misericordia di Dio che esige solo questo per esser no­
stro padre, cosa che non può acquistarsi col denaro, ma soltanto con
la nostra buona volontà. I ricchi e i nobili secondo il secolo, dal mo­
mento che son divenuti cristiani, devono imparare da queste prime pa­
role, a non condursi con alterigia verso quelli che sono poveri o di con­
dizione oscura, poiché tutti insieme dicono a Dio: Padre nostro, parola
che non può avere nella loro bocca né l’accento della pietà, né quello
della verità, se non li riconoscono per loro fratelli.
Il nuovo popolo, dunque, chiamato all’eredità eterna, usi il linguag­
gio del Nuovo Testamento e dica: Padre nostro che sei ne9cieli, cioè nei
santi e nei giusti, poiché Iddio non può essere racchiuso nello spazio.
I cieli, quantunque sieno corpi nobili, sono sempre corpi, i quali neces­
sariamente son racchiusi nello spazio. Se si credesse che essi, perché sono
le parti più elevate del mondo, sono il soggiorno di Dio, bisognerebbe
dire che gli uccelli sono più fortunati di noi, poiché vivono nei luoghi
più vicini a Dio. Ora non è scritto: Il Signore è vicino agli uomini che
abitano i luoghi elevati o le montagne, ma: Il Signore sta dappresso a
coloro che hanno il cuore a fflitto 11 perché la contrizione del cuore si av­
vicina all’umiltà. Ma come il peccatore è chiamato terra, e Dio gli ha
detto: Fino a tanto che farai ritorno alla terra, dalla quale sei stato
tra tto 1* così, per una ragione contraria, il nome di cielo conviene per­

77 Sai. 33,19.
78 Gen. 3,19.
Padre nostro che sei nei cieli 73

fettamente ai giusti, ai quali fu detto: Il tempio di Dio, che siete voi, è


santo.19 Se Dio, dunque, abita nel suo tempio, e il suo tempio sono i
Santi, con gran ragione diciamo che sei ne9cieli, cioè nei santi. Questo
paragone è molto appropriato, poiché la distanza spirituale, che separa
i giusti dai peccatori, è tanto grande quanto la distanza che, nel mondo
visibile, separa il cielo dalla terra.
È per questo che, quando preghiamo, ci volgiamo verso l’oriente,
donde vediamo il cielo levarsi; non già perché crediamo che Dio vi abiti
in un modo particolare, ad esclusione delle altre parti del mondo, Lui
che in tutti i luoghi è presente con la potenza della sua maestà, quan­
tunque non con una presenza limitata dallo spazio, ma per ricordare alla
nostra anima che essa deve rivolgersi verso la natura più perfetta di Dio,
nello stesso tempo che il nostro corpo, che è terrestre, si rivolge verso
un corpo celeste che è anche più perfetto. È conveniente ancora, e molto
potrà giovare all’incremento della religione, che tutti i fedeli, grandi e
piccoli si servano dei loro sensi per concepire dei sentimenti conformi
e proporzionati alla grandezza di Dio. Quindi coloro i quali sono ancora
inclinati alle bellezze visibili, né posson farsi un’idea di un essere incor­
poreo, è necessario che apprezzino più il Cielo che la terra. Cosicché
quando avranno conosciuto finalmente che la dignità dell’anima è su­
periore ad un corpo anche celeste, lo cerchino più nell’anima che in un
corpo celeste; e quando conosceranno qual distanza passa fra le anime
de’ peccatori e quelle dei giusti, come non osavano, quando pensavano
ancora secondo la carne, collocarlo in terra, ma in cielo, così dopo lo
ricerchino, con miglior fede e intelligenza, più nelle anime dei giusti che
dei peccatori. Giustamente, dunque, s’intende che per quelle parole: Pa­
dre nostro che sei ne9cieli abbia Gesù Cristo voluto additare i cuori dei
giusti, nei quali Dio abita come nel suo tempio, affinché colui che prega
desideri che abiti nel suo cuore quel Dio che invoca; e, desiderando ciò,
conservi la giustizia, con la quale s’invita Dio ad abitare nell’anima nostra.

2) Il Figlio di Dio, nostro Signore Gesù Cristo, ci ha insegnato


preghiera e, pur essendo lui il Signore, come avete imparato nel Simbolo
e ripetuto a memoria, il Figlio unico di Dio, tuttavia non ha voluto ri­
manere solo. È unico, ma non ha voluto rimanere solo, s’è degnato aver

79 1 Cor. 3,17.
74 Il Padrenostro

dei fratelli. A chi infatti dice: Pregate così: Padre nostro che sei nei cielil
Chi ha egli voluto che noi chiamassimo Padre nostro se non il proprio
Padre? È stato forse geloso di noi? I genitori, talvolta, dopo aver ge­
nerato uno, due o tre figli, hanno paura ormai di generarne altri per non
farli mendicare. Ma poiché l’eredità, ch’egli ci promette è tale che la pos­
sono ottenere molti senza che alcuno ne sia privo e debba soffrire le stret­
tezze della povertà, per questo ha chiamato a far parte della sua frater­
nità i popoli pagani, e così il Figlio unico ha innumerevoli fratelli che
possono dire: Padre nostro, che sei nei cieli. Hanno pregato così quelli
che son vissuti prima di noi, così pregheranno quelli che vivranno dopo
di noi. Vedete quanti fratelli ha il Figlio unico mediante la sua grazia,
partecipando l’eredità con coloro per i quali sopportò la morte. Ave­
vamo un padre e una madre sulla terra perché nascessimo ai travagli e
alla morte; abbiamo trovato altri genitori: Dio nostro padre e la Chiesa
nostra madre, per mezzo dei quali nascere alla vita eterna. Consideriamo,
carissimi, di chi abbiamo cominciato ad essere figli, e viviamo nel modo
che si addice a coloro che hanno un tal Padre. Vedete che il nostro Crea­
tore si è degnato essere nostro Padre.

X . S a n t a T eresa di G esù 80

«Padre nostro che sei nei cieli...» Oh, Signor mio, come si vede bene
che Voi siete Padre di un tale Figlio, e che vostro Figlio è Figlio di un
tale Padre! Siate benedetto per sempre! Non era grande favore che ci
permetteste di chiamarvi Padre al termine di quest’orazione? Invece su­
bito all’inizio ci riempiste la mano e ci concedeste un favore sì grande
che il nostro intelletto dovrebbe sentirsi rapito e la volontà così pene­
trata da non permettere di pronunziare parola. Oh, figliuole mie, qui sa­
rebbe appunto il momento adatto per parlarvi della contemplazione per­
fetta! Come sarebbe giusto che l’anima si raccogliesse per elevarsi sopra
se stessa e comprendere che questo santo Figlio l’ammaestrerebbe intorno
al luogo ove abita suo Padre quando dice che sta nei cieli! Stacchiamoci
dalla terra, figlie mie, perché non è giusto che dopo aver conosciuto
l’eccellenza di questo favore, vogliamo ancora restare quaggiù.

80 Camino de perfección, cc. 27-28. Tr. it., Cammino di perfezione, in S. Teresa di


Gesù, Opere (tr. di M.N. Morando), Edizioni Paoline, Roma 1960, pp. 139-147.
Padre nostro che sei nei cieli 15

O Figlio di Dio e Signore nostro! Quanti favori ci concedete subito


alla prima parola! Vi umiliate tanto da unirvi a noi nella preghiera, e
vi fate fratello di esseri così vili e miserabili. Volendo che vostro Padre
ci tenga per figli, ci date tutto ciò che potete e, siccome la vostra parola
non può venir meno, obbligate il Padre ad esaudirci. Questo è un im­
pegno non piccolo. Infatti essendoci Padre, ci deve sopportare anche
quando l’offendiamo gravemente; se torniamo a Lui, come il figliuol pro­
digo, ci deve perdonare; nei dolori ci deve consolare, ci deve sostentare
come un buon padre. Anzi, siccome è infinito in tutte le sue perfezioni,
deve essere necessariamente migliore di tutti i padri del mondo. E dopo
tutto questo deve renderci partecipi ed eredi con Voi di tutti i suoi beni.
[...]
O buon Gesù, con quanta chiarezza avete Voi dimostrato di essere
una cosa sola col vostro Padre e che la vostra volontà è la sua e che la
sua è la vostra! Quanto è grande l’amore che ci portate! Infatti per na­
scondere al demonio che Voi eravate Figlio di Dio avete usato ogni rag­
giro, ma per il grande amore che portate a noi, avete superato tutti gli
ostacoli pur di beneficarci. E chi poteva fare questo, se non voi, o Si­
gnore? Io non comprendo come il demonio udendo questa parola non
abbia capito chiaramente chi voi eravate. Io almeno, Gesù, vedo che avete
parlato da buon Figliuolo, per Voi e per noi, e che siete tanto potente
da fare sì che in cielo si compia quanto avete detto sulla terra. Siate be­
nedetto per sempre, o mio Signore, giacché siete così generoso nel be­
neficarci da non indietreggiare davanti a nessun ostacolo.
Figliuole mie, non vi pare dunque, che sia un buon Maestro colui
che, per affezionarci al suo insegnamento, incomincia con l’elargirci tante
grazie? Non vi sembra perciò ragionevole che mentre pronunziamo que­
ste parole: Padre nostro, vi applichiamo anche la mente, tanto che alla
vista di una bontà sì grande il nostro cuore si strugga d’amore? In que­
sto mondo qual è il figlio che non s’interessa di conoscere il proprio pa­
dre, quando sa che è buono, pieno di maestà e potenza? Se Dio non pos­
sedesse queste perfezioni, non mi meraviglierei qualora non volessimo
ammettere d ’essere suoi figli. Infatti nel mondo avviene che se il padre
è di condizione inferiore al figlio, questi si vergogna di riconoscerlo per
padre.
In questa casa ciò non avviene, e piaccia a Dio che non abbiano mai
ad allignare simili sentimenti: anzi se qualcuna fosse di famiglia nobile,
abbia sulle labbra, meno di tutte, il nome di suo padre, perché qui tutte
dobbiamo essere uguali. [...] Il buon Gesù vi ha dato un buon Padre,
76 Il Padrenostro

non si parli quindi di nessun altro. Procurate, figlie mie, di essere tali
da meritare di godere la sua compagnia e gettarvi tra le sue braccia. Egli,
già lo sapete, mai vi scaccerà da sé, se cercherete di diportarvi da buone
figliuole. Chi dunque non farà tutto il possibile per non perdere un tale
Padre? [...].
Per quanto instabile sia la vostra immaginazione, tra il Padre e il
Figlio troverete sempre lo Spirito Santo. Egli infiammi la nostra volontà
e giacché non vi è sufficiente la vista del grande interesse, ve la incateni
a Lui coi vincoli d ’un ardentissimo amore.
[...] È chiaro che dove sta il re, ivi, come suol dirsi, sta pure la sua
corte. Già sapete che Dio è in ogni luogo, quindi dove sta Dio, ivi è pure
il cielo. Conseguentemente potete essere certe che dove si trova Sua Mae­
stà, ivi è tutta la gloria. Ricordate ciò che dice S. Agostino, il quale dopo
aver cercato Dio in molti luoghi, finalmente lo trovò in se stesso.81 Cre­
dete voi che importi poco per un’anima soggetta a tante distrazioni com­
prendere questa verità e intendere che per conversare col suo Padre e go­
dere della sua compagnia non è necessario che salga al Cielo o alzi la
voce? [...] Per cercarlo non ha bisogno d ’impennare le ali, ma basta che
si ritiri nella solitudine e lo contempli in se stessa. Alla vista della bontà
di un tale Ospite, non si spaventerà, ma gli parlerà umilmente e gli chie­
derà aiuto come a Padre, gli narrerà le sue pene e gliene chiederà il ri­
medio, riconoscendosi indegna d ’essere considerata sua figlia. [...]
Questo metodo di pregare, sia pure solo vocalmente, serve per rac­
cogliere lo spirito in brevissimo tempo e porta con sé molti beni. Si chiama
orazione di raccoglimento, perché l’anima raccoglie tutte le sue potenze
e si ritira in se stessa col suo Dio. Lì sente il suo Maestro che in questo
modo la prepara ad entrare nell’orazione di quiete più prontamente che
non in qualsiasi altra maniera. Raccolta in se stessa, può pensare alla
Passione, contemplare Gesù, offrirlo al Padre senza stancarsi l’intelletto
per andarlo a cercare sul monte Calvario, nel Getsemani, o legato alla
colonna.
Quelle che in questo modo possono rinchiudersi nel piccolo cielo della
loro anima, ove abita Colui che le creò e creò pure tutto il mondo, e si
abituano a distogliere lo sguardo e fuggire tutto ciò che può distrarre
i sensi esterni, si persuadano che camminano per la retta strada e in breve
giungeranno a bere alla fonte di acqua viva. Sono simili al viaggiatore

81 Conf. X, 27,38.
Padre nostro che sei nei cieli 77

che prende la via del mare: se il vento è favorevole in pochi giorni giunge
alla meta, mentre invece se avesse seguito la via di terra, avrebbe im­
piegato molto tempo di più. [...]
Supponiamo che dentro di noi si erga un palazzo sontuosissimo, tutto
d’oro e di pietre preziose, degno, insomma, di un signore sì grande. Pen­
sate inoltre, come è in realtà, che voi concorrete ad abbellire questo edi­
ficio. Questo palazzo è la vostra anima: infatti quando un’anima è pura
e ricca di tutte le virtù non vi è edificio che la possa vincere in bellezza
e più sono grandi le virtù, più risplendono le pietre preziose. Immagi­
nate che in questo palazzo abiti quel gran Re che si è degnato farsi no­
stro Padre, assiso su un trono di altissimo pregio, ossia il vostro cuore. [...]

XI. C atechism o R om ano 82

Prima delle singole domande Gesù ha voluto premettere all’intera


preghiera del Padre nostro una formula introduttiva che aiutasse l’anima
ad accedere devotamente alla presenza di Dio con piena fiducia di essere
esaudita. Sono poche parole, ma piene di significato e di mistero: «Padre
nostro, che sei nei cieli».

1. Padre
«Padre»: è questa, per espresso comando di Dio, la prima parola
della preghiera cristiana. Gesù avrebbe potuto usare, ci sembra, una pa­
rola più solenne, più maestosa: creatore, signore o simili. E invece no.
Egli ha voluto eliminare ogni termine che avrebbe potuto incutere ti­
more e scelse perciò un appellativo che ci ispirasse, al momento del no­
stro incontro con Dio, amore e fiducia. In realtà non vi è parola più grata
e amabile. Da essa non si sprigiona che indulgenza e amore. Del resto,
Dio è effettivamente Padre: per creazione, per provvidenza, per reden­
zione.
1) Per creazione: Dio ha infatti creato l’uomo a sua immagine e s
miglianza, il che non ha fatto con tutte le altre creature. È questo pri­
vilegio a far sì che Dio sia propriamente «padre» di tutti gli uomini; non
soltanto dei credenti, ma anche degli infedeli83

82 Catechismus romanus, IV, I, 1-20. Tr. it., Il catechismo romano (a cura di L.


Adrianopoli), Edizioni Axes, Milano 1983, pp. 408-416.
83 Cfr. Dt. 32,6; Is. 63,16; Mt. 10,20; Le. 6,36.
78 Il Padrenostro

2) Per provvidenza: In secondo luogo Egli si rivela padre con la spe­


ciale manifestazione della sua provvidenza a vantaggio di tutti gli uo­
mini.84 Un particolare aspetto di questa provvidenza ci si rivela negli an­
geli, che sono i suoi ministri per la nostra salvezza. Dio, infatti, ha af­
fidato alla schiera degli angeli il compito di custodire e difendere il ge­
nere umano e di vegliare a fianco di ogni singolo uomo a sua protezione
e difesa. Come i genitori scelgono delle guide e dei tutori per i figli che
si accingono a viaggiare attraverso regioni insidiose e sentieri pericolosi,
così il Padre divino, sul cammino che ci guida alla patria celeste, ha vo­
luto assegnare a ciascuno di noi un angelo che ci fosse accanto nei pe­
ricoli, ci sostenesse nelle difficoltà, ci guidasse tra le insidie, ci proteg­
gesse negli assalti del male, in modo da non smarrirci dal retto cam­
mino, vittime delle trame e degli agguati del nemico.85
L’importanza e il valore di questo ministero degli angeli sono do­
cumentati dalle numerose pagine della Scrittura,86 nelle quali gli spiriti
angelici — creature intermedie tra Dio e gli uomini — appaiono inviati
a compiere gesta mirabili per la difesa e la protezione degli uomini [...],
guidati e protetti dalla nascita alla morte nel cammino verso l’eterna sal­
vezza. [...] Del resto, le manifestazioni della provvidenza divina verso
l’uomo sono di una ricchezza veramente infinita. Infatti Dio, che
dall’inizio del mondo fino a oggi non abbiamo cessato di offendere con
delitti innumerevoli, non solo non ha mai smesso di amarci, ma tuttora
non si stanca di avere per noi una cura tutta paterna. [...] No, Dio non
può dimenticarsi dell’uomo. [...] È un fatto: più noi ci crediamo per­
duti, più ci sentiamo privi del soccorso di Dio, e più Dio ha compassione
di noi e per la sua infinita bontà ci è vicino e ci assiste. Nell’ira, infatti,
Egli trattiene la spada della giustizia e non cessa di spargere gli inesau­
ribili tesori della sua misericordia.
3) Per redenzione: Tuttavia vi è un evento che, ancor più della crea­
zione e della provvidenza, fa risaltare la volontà di salvezza e di prote­
zione che Dio ha nei riguardi dell’uomo: la Redenzione. Averci redenti
dal peccato, perché fossimo figli di Dio, è la massima prova della carità
di Dio verso di noi.87 [...] Per questo il Battesimo — primo segno e pe­
gno della Redenzione — si chiama sacramento della rigenerazione; per

84 Cfr. Mt. 6,25.


85 Cfr. Gen. 48,16; Tob. 5,21; Sai. 90,11; Mt. 18,10; At. 12,15; Ebr. 1,14.
86 Cfr. Gen. cc. 6-8.12.28, etc.; Tob. 5,5; 6,2-3.8.16 e s.; 11,7-8; 15;At. 12,7 e s.
87 Cfr. Gv. 1,12-13.
Padre nostro che sei nei cieli 19

esso noi rinasciamo figli di Dio.88 In virtù della Redenzione noi abbiamo
ricevuto lo Spirito Santo e siamo stati fatti degni della grazia di Dio, ri­
cevendo l’adozione a suoi figli.89 È chiaro che alPamore del Padre il cri­
stiano deve rispondere con altrettanto amore; ciò che comporta obbe­
dienza, fiducia e venerazione illimitata.
Innanzitutto va rilevata un’obiezione di fondo, frutto di ignoranza
e spesso di perversità. L’obiezione è questa: è facile ritenere che Dio ci
ami quando nella vita la fortuna ci assiste e tutto è conforme al nostro
desiderio e benessere; ma come è ancora possibile sostenere che Dio ci
voglia bene e pensi e provveda a noi con l’amore di un padre, quando
tutto va a rovescio e le calamità si abbattono ostinatamente una dopo
l’altra su di noi? Non dobbiamo piuttosto pensare, in tal caso, che Dio
si sia allontanato e ci sia divenuto ostile? No, l’amore di Dio non viene
mai meno. Anche quando le avversità si accaniscono contro di noi e la
mano dellOnnipotente sembra percuoterci,90 Dio non agisce così per­
ché ci odia, ma perché ci ama; sembra che ci percuota e invece ci ri­
sana;91 ciò che appare una piaga è invece la salvezza. Dio infatti castiga
i peccatori, perché comprendano il male in cui sono caduti e con la con­
versione si salvino dalla condanna eterna. Se Egli visita con la verga le
nostre iniquità e con le percosse i nostri peccati, la sua mano è mossa
sempre da misericordia.92 Nel castigo bisogna perciò riconoscere l’amore
e ripetere con Giobbe: Egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano
risana;93 e con Geremia: Tu mi hai castigato e io ho subito il castigo
come un giovenco non domato. Convertimi e io sarò convertito; poiché
tu sei il Signore mio Dio.94 Tobia, nella sua cecità, riconosce la paterna
percossa di Dio e prega: Io benedico te, Signore Dio d'Israele, poiché
tu mi hai castigato e tu mi hai salvato 95
Né mai si deve pensare, in qualunque tribolazione, che Dio non si
curi più di noi e neppure conosca i nostri mali, poiché sta scritto: Nem­
meno un capello del vostro capo perirà 96 Occorre ricordare la parola di

88 Cfr. Gv. 3,6-7; 1 Pt. 1,23.


89 Cfr. Rom. 8,15; 1 Gv. 3,1.
90 Giob. 19,21.
91 Dt. 32,39.
92 Sai. 88,33.
93 Giob. 5,18.
94 Ger. 31,18.
95 Tob. 11,14.
96 Le. 21,18.
80 Il Padrenostro

Dio in san Giovanni: Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo,97


e l’esortazione di san Paolo: Figlio mio non disprezzare la correzione del
Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da Lui; perché il
Signore corregge colui che Egli ama e sferza chiunque riconosce come
figlio. /.../ Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto
la loro parte, allora siete degli illegittimi, non dei figli! Del resto, noi
come correttori abbiamo avuto i nostri padri secondo la carne e li ab­
biamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre de­
gli spiriti, per avere la vitaT9*

2. Nostro
Anche quando prega privatamente il cristiano dice: «Padre nostro»
e non «Padre mio», perché il dono della divina adozione lo ha fatto mem­
bro di una comunità di fratelli vincolati dal dovere dell’amore fraterno.
Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti f r a t e l l i Perciò il nome di
«fratelli» è così comune nella letteratura apostolica per designare i cri­
stiani. Di qui anche la realtà sublime, conseguenza della divina adozione,
della nostra fraternità con Gesù.100 [...] Il fatto stesso che Gesù usi que­
sta espressione dopo la sua risurrezione101 dimostra che la fraternità de­
gli uomini con Gesù non fu limitata al tempo della sua vita terrena, ma
ha continuato a sussistere anche nell’immortalità e nella gloria, dopo la
risurrezione e l’ascensione, e sussiste per sempre nei secoli. Dal Vangelo
di san M atteo, infatti, noi sappiamo che Gesù chiamerà «fratelli» gli uo­
mini anche quando pronuncerà nei loro confronti il giudizio finale as­
siso sul trono della sua maestà.102 Ciò è conforme alla dottrina di san
Paolo,103 noi siamo infatti coeredi del cielo con Gesù, essendo Egli il pri­
mogenito e l’erede universale. [...]
È dunque con profondo e soprannaturale sentimento filiale che il
cristiano dice «Padre nostro», ben sapendo che Dio ascolta volentieri la
preghiera fatta per i fratelli. Pregare per sé è infatti naturale, mentre pre­
gare per il prossimo è frutto della grazia. La preghiera per se stessi è det­

97 Ap. 3,19.
98 Ebr. 12,5-9.
99 Cfr. Mt. 23,8-9.
100 Cfr. Ebr. 2,11-12.
101 Cfr. Mt. 28,10.
102 Cfr. Mt. 25,40.
103 Cfr. Rom. 8,16-17; Col. 1,18; Ebr. 1,2.
Padre nostro che sei nei cieli 81

tata dalla necessità, la preghiera per i fratelli scaturisce invece dalla ca­
rità; quest’ultima è più gradita a Dio che non l’invocazione che nasce
sotto l’impulso del bisogno personale.104 [...] Quando tu farai questa
preghiera, ricordati che ti presenti dinanzi a Dio come un figlio dinanzi
al Padre. Ricordati inoltre, nel dire «Padre nostro», che la divina bontà
ti ha innalzato a un onore infinito; non dunque come uno schiavo pau­
roso e terrorizzato tu devi pregare, ma come un figlio che si abbandona
con fiducia e amore sul cuore del padre.
Di qui il sentimento costante che deve animare tutta la nostra pietà:
il desiderio, cioè, di essere sempre più degni della qualità di figli di Dio,
così che le nostre preghiere siano degne, a loro volta, di quella stirpe di­
vina cui per infinita bontà di Dio apparteniamo.105 Scrive san Paolo: Fa­
tevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi.106 Del cristiano che
prega bisogna sempre poter dire ciò che l’Apostolo scriveva ai Tessalo-
nicesi: Voi tutti siete figli della luce e figli del giorno.107

3. Che sei nei cieli


Dio è dovunque nel mondo; si trova in tutti i luoghi e fra tutte le
genti. Ciò non deve intendersi come se Egli sia distribuito in parti, delle
quali una sia presente e protegga un determinato luogo, l’altra un altro.
[...] Dio occupa tutto, ossia abbraccia con la sua potenza e domina con
la sua virtù, senza per questo essere contenuto e circoscritto Egli stesso
in alcun luogo o da alcuna cosa. Dio è cioè presente a tutte le cose e in
tutte le cose,108 creandola o conservandole nel loro essere, non limitato
da nessuna di esse nella sua infinita natura e potenza. Egli è infinita­
mente ovunque.
La Scrittura afferma spesso che dimora di Dio è il cielo.109 Ciò è
dovuto al fatto che per noi uomini il cielo è come la più bella e la più
nobile delle cose create. Per lo splendore di cui i cieli si ammantano, per
la purezza luminosa che irradiano, per la grandezza, e la splendida bel­
lezza di cui sono rivestiti, per le leggi sublimi da cui sono regolati, essi
ci appaiono come la sede meno indegna di Dio, del quale cantano la po­

104 S an G iovanni C risostomo , Hom. 19 in Mt. (PG 57, 278-280).


105 Cfr. At. 17,29.
106 Ef. 5,1.
107 1 Tes. 5,5.
108 Cfr. Ger. 23,24; Sai. 138,8.
109 Cfr. Sai. 2.10.113, etc.
82 Il Padrenostro

tenza creatrice e la sovrana maestà. La Scrittura non manca però di ri­


levare assai di frequente Ponnipresenza di Dio, affermando che Egli è
dovunque e che tutto regge con la sua divina potenza. Così Dio ci ap­
pare, quando accediamo alla sua presenza per pregare, non solo come
il Padre comune, ma come il re dei cieli e della terra e questo pensiero
innalza a Lui il nostro spirito elevandoci dal mondo di quaggiù al su­
blime incontro con la divinità. Di qui, accanto alla speranza e alla fi­
ducia filiale, l’umiltà e l’adorazione con cui la creatura deve avvicinarsi
alla maestà divina di colui che è Padre, ma anche re e Signore.
Di qui anche la natura di ciò che dobbiamo domandare. Infatti al
figlio non è vietato chiedere nulla al Padre; ma il cristiano sa che tutto
va chiesto in relazione ai beni del cielo per cui siamo stati creati, poiché
tutto è ordinato a quel fine. Scrive infatti san Paolo: Se dunque siete ri­
sorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla
destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.110

XII. D. B o nhoeffer 111

Tutti insieme i seguaci invocano il loro Padre celeste, che sa già tutto
ciò di cui i suoi figli hanno bisogno. Sono stati resi fratelli dalla chia­
mata di Gesù che li unisce. In Gesù hanno riconosciuto la benevolenza
del Padre. Nel nome del Figlio di Dio possono chiamare Dio loro Padre.
Essi sono in terra e il loro Padre è nel cielo. Egli dall’alto guarda su loro,
essi levano gli occhi a lui.

XIII. R. G u a r d in i 112

1. Il Padre
[...] Ogni discorso è un moto dello spirito e del cuore e si rivolge
quindi a Colui al quale vuol dire qualche cosa. Anche con la preghiera

110 Col. 3,1-2.


111 Nachfolge, Miinchen 1937. Tr. it., Sequela (tr. di J. Schenk), Queriniana, Bre­
scia 19733, p. 144.
112 Gebet und Wahrheit. Meditationen tiber das Vaterunser, Wurzburg 1960. Tr.it.,
Preghiera e verità. Meditazioni sul Padre Nostro (tr. di C. Di Zoppola), Morcelliana, Bre­
scia 1987, pp. 23-43.45-48.
Padre nostro che sei nei cieli 83

è così; ricerca chi essa intende. Chi questi sia, lo dice la prima frase del
testo: «Padre nostro, che sei nei cieli». [...] Con questo «Padre nei cieli»
che cosa non si intende?
Nella storia delle religioni compaiono divinità di tipo paterno, la cui
figura è ordinariamente in relazione con la rappresentazione del cielo.
Se l’uomo guarda il cielo — di giorno, splendente per il sole, di notte,
punteggiato di stelle — si sente pervadere da un senso di ampiezza, di
altezza, di immensità. Ma allo stesso tempo ha anche la sensazione che,
lassù, Pimmensità si inarchi. Egli può andare bensì dove vuole: ha sem­
pre questa vòlta sopra di sé; ha sempre l’impressione di stare sotto una
potenza. In questo spazio a vòlta, determinando il giorno, fa il suo corso
il sole; di notte, silenziosi e imponenti, appaiono gli astri. Da ciò deriva
un’impressione di norma, di legge fissa, di ordine imperturbabile, che
influenzano anche lo spazio terrestre e determinano la vita umana. Dal
cielo, sulla terra, viene anche la pioggia feconda che fa crescere ogni cosa;
vengono il fulmine e la tempesta, che portano rovina e fanno pensare
ad una maestà che voglia punire il male. Questo Grande che sta, come
potenza, al di sopra dell’uomo, risveglia in lui il sentimento religioso del
timore e allo stesso tempo quello della sicurezza. Così nasce l’idea che
lassù regni una divinità, che si esprime nelle diverse figure di dèi paterni,
che incontriamo nei miti dei popoli: Zeus, Giove, o, di altro genere,
Odino...
Il Padre cui la preghiera del Signore si rivolge, è un essere divino
di questo tipo? Assolutamente no! Si sono sempre registrate impressioni
per così dire, di una vòlta e di una potenza che ci sovrastino e ne sono
di continuo sorte, a seconda del popolo e del paese, rappresentazioni di
numi paterni. Invece, di Colui che Gesù intende, Egli ha detto:
«Nessuno... conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
voglia rivelarlo»;113 e di nuovo: «Nessuno viene al Padre se non per mio
mezzo».114 Il Padre che egli intende è nascosto, se lo si vede in una pro­
spettiva di natura. Possiamo dire addirittura che sia il Dio sconosciuto
in sé, che si manifesta soltanto attraverso questa Rivelazione.
Egli non dipende in nulla dal mondo. Zeus, Giove e tutti gli altri,
comunque si chiamino, ci sono in quanto gli uomini hanno l’impressione
della vòlta celeste. Se questa impressione svanisse, sparirebbero con essa
anche gli dèi di tipo paterno, poiché altro non sono che il carattere ar­

113 Mt. 11,27.


114 Gv. 14,6.
84 Il Padrenostro

cano di un mondo concretato in figure, come lo esperimenta una pia sen­


sibilità e lo foggia la fantasia religiosa. Ma il Dio vivente sarebbe sempre
Colui che è, e la sua parola potrebbe dare alPuomo Pannunzio della sua
santa vita.
Così la paternità che intende Gesù non dipende da alcun fenomeno
terrestre, da nessuna esperienza naturale-religiosa delPEssere che tutto
copre con la vòlta celeste, che tutto domina e avvolge, ma Dio è Padre
in se stesso.
Il Prologo del Vangelo di Giovanni inizia con le frasi: «In principio
era il Verbo; e il Verbo era presso Dio; e il Verbo era Dio (stesso). Egli
era in principio presso Dio».115 Asserzioni misteriose, non facili da com­
prendere. Esse si fanno più chiare, se noi prendiamo l’ultima frase del
Prologo che dice: «Nessuno ha mai visto Dio. L’Unigenito, che è nel seno
del Padre, Lui lo ha rivelato».116
La parola ‘Dio’ ha, nel primo testo, due diversi significati. Nella
frase: «il Verbo era presso Dio» si intende il Padre, mentre «il Verbo»
— in greco Xóyos — equivale a «il Figlio». Ciò si dimostra subito dopo,
quando si dice del Logos che «era presso Dio ed era Dio (stesso)». Di­
viene molto chiaro nel secondo testo, in cui ritorna la stessa immagine
con altre espressioni e colui che è «presso Dio» è, ora, «l’Unigenito»;
Colui «presso» il quale egli è, è chiamato «il Padre». L ’intimità per cui
essi sono l’uno presso l’altro viene espressa con le parole: il Figlio è «nel
seno», nel cuore del Padre.
Qui emerge il fondamento della fede cristiana, la Rivelazione della
vita intima di Dio: il fatto che Egli abbia in se stesso, nella sua esistenza
eternamente santa, il mistero della fecondità, che Egli sia Padre e Figlio;
che in Lui vi sia comunione e avvenga, in una intesa infinita, un dialogo
divino tra Padre e Figlio, in cui è Lui che parla e Lui Quegli al quale
parla e, come possiamo forse aggiungere, è Lui che risponde. Ma
all’intesa, all’amore che vi regna, accennano i discorsi d’addio, rivelando
come questo pure sia essenziale e lo chiamano lo «Spirito Santo».117
Nell’eternità Esso è indipendente da tutto ciò che si chiama ‘mondo’;
e il Padre che Gesù intende è Colui di cui, alla fine del Prologo, si dice
che nessuno sulla terra lo conosce; soltanto colui che è venuto fra di noi
«lo ha rivelato». Nell’eterna vita di questo mistero, che regna su tutto

115 Gv. 1,1-2.


116 Gv. 1,18.
117 Gv. 14,2-6; 16.7.13.
Padre nostro che sei nei cieli 85

il mondo, l’uomo redento deve venire assunto e attraverso Gesù,


«primogenito tra un gran numero di fratelli»118 aver parte all’amore del
Padre. Questi è colui al quale è rivolta la preghiera del Signore. Non ap­
pena ci stacchiamo dalla Rivelazione di Gesù, dalla sua parola e dalla
sua guida, non rimane altro che un vago sentimento di protezione e di
fiducia, informe e malsicuro.
Ma ora, qualcuno potrebbe dire: Io sento dappertutto la bontà pa­
terna! Io mi sento amato. Perciò non ho bisogno di nessuna teologia;
il mio cuore me ne dà la certezza. Può darsi, ed è anche bello; ma qui
si tratta della realtà ultima, della salvezza. A questo punto si risveglia
la responsabilità e chiede ragione: donde viene questo sentimento? Non
è forse il residuo di un passato cristiano che è andato perduto? Quanti
sentimenti religiosi che si trovano ancor oggi, non sono pensieri, im­
magini, parole sospinti nel tempo, che non si sa più donde vengano! Que­
sto sentimento non fa parte anch’esso di tale bagaglio? Ma, prescindendo
da ciò: qual è il contenuto della tua affermazione che senti l’amore di
Dio e che esso ti basta come fondamento della tua vita religiosa? Quando
lo senti? Sempre o solo quando ti sembra di volere abbracciare tutto il
mondo e sei in fase di ottimismo e pensi119 che lassù deve esserci un pa­
dre buono? In questo caso non sarebbe altro che una euforia, che sva­
nirebbe dopo un momento. O senti l’amore del Padre anche nella sven­
tura? nella malattia e nella persecuzione?
L’amore di cui parla il Nuovo Testamento non è un sentimento
umano di amore dilatato all’infinito, né una sensazione d’universalità
colta in un momento felice, ma un mistero del quale solo il Cristo ri­
sponde. Che cosa s’intende dunque per questo amore? [...] Che cosa in­
tende la Rivelazione con quella parola? Forse il fatto che esso dà al mondo
un ordine di sviluppo felice, in cui la vita può giungere alla sua pienezza?
O il fatto che da ogni essere e da ogni divenire spira una benevolenza
metafisica? Ma che pensare, allora, del dolore nel mondo? di tutto ciò
che manca o langue? della terribile crudeltà dell’esistenza? tutto ciò pro­
viene dall’amore? o esso non sarebbe forse necessario perché sul suo
sfondo buio la gioia fosse tanto più splendente? Certo no!
Innanzitutto, per chiarezza, bisogna dire che Dio non ha bisogno

118 Rom. 8,29.


119 Nel testo originale vi è l’inciso: «Come nell'inno 'Alla gioia’ (N .d.C .). Si tratta
dell’inno di J. Ch. F. Schiller (An die Freude), cantato nell’ultimo tempo della Nona Sin­
fonia di Beethoven.
86 Il Padrenostro

del mondo. Nessun mondo è necessario perché vi sia dell’amore per Lui,
poiché esso è sostanziale in Dio stesso, il che significa che colui che si
chiama ‘Padre’ e colui che si chiama ‘Figlio’ sono una cosa sola nello
‘Spirito Santo’. Questo Spirito fa sì che Dio arda d’amore. L’amore è
innanzitutto ed eternamente Lui. Ma poi è amore il fatto che Dio crei
il mondo. Di nuovo: non perché una qualsiasi necessità lo costringa, ma
perché Egli lo vuole, in santa libertà. Ma alla domanda: perché Egli lo
voglia — l’uomo non sa dare nessuna risposta: il suo stesso creare ne
è la risposta. In ciò si manifesta un sentimento di natura così misterio­
samente immensa, che noi possiamo credervi solo perché Egli stesso ce
10 ha rivelato, e che si chiama appunto ‘amore’.
Poniamoci pure la domanda: come può essere che Dio crei un mondo
finito e limitato nel tempo? e che Egli, dopo averlo creato, non se ne
annoi? noi conosciamo il mito indù del dio Siva che produce il mondo,
ma poi non lo sopporta più, lo riduce in pezzi e ne fa un altro. Il mito
è molto istruttivo, poiché l’uomo, quando deve immaginare la divinità
che l’ha creato, la pensa così: pensa, cioè, che nessun mondo gli possa
bastare, cosicché tutto è insufficiente, e che sia dunque necessario par­
lare di un eterno divenire e finire e di un nuovo divenire, o di un pro­
cesso infinito. Il Dio di cui parla il Cristo non è come Siva. Al mondo,
che di fronte a Lui, pur con tutta la propria grandezza, non è nulla, fa
un dono: di essere per Lui importante, realmente e per sempre impor­
tante. Lo prende sulla sua responsabilità; lo tiene — esso che è opera
sua — in onore; gli è fedele — concetti alti, che dal punto di vista del
mondo sono assurdi e che possiamo comprendere solo inquadrandoli nel
mistero che fa da sfondo a tutta la creazione.
Questo Dio crea l’uomo e gli dà la sua libertà. La vera libertà, che
contempla anche la possibilità, per l’uomo, di volere contro di Lui. È
inconcepibile una cosa di questo genere? Non ci si sente tentati, dinanzi
a una siffatta dichiarazione, di dire che è impossibile? Eppure è così, la
parola di Dio lo rivela. E l’uomo fa veramente ciò che può — sì — ben
fare, ma che non doveva mai fare: si rivolta contro Dio. Ma Questi non
annienta colui che ha tradito la sua fiducia; gli si mantiene fedele. Entra
Egli stesso nell’esistenza umana, se ne assume la responsabilità ed espia
11 peccato. Non solo, ma avviene anche una cosa inimmaginabile: che
Egli rimane uomo e in Cristo la nostra umanità «siede alla destra del Pa­
dre» per l’eternità. Noi vediamo che sono cose di un ordine compieta-
mente diverso da quello di ogni amore universale monistico, sia che que­
sto si esprima nei voli del pensiero di Plotino o nelle visioni di Hòlderlin
Padre nostro che sei nei cieli 87

o nelPentusiasmo della musica di Beethoven. In confronto, tutto il resto


sembra qualcosa di poco serio. Nel Padre nostro, Colui che tutto ‘sa9,
il Cristo, ci dice che questo Dio vuole esserci Padre; che da Lui ci viene
un amore che scaturisce nell’eternità e all’eternità conduce, più forte di
qualsiasi limite, della colpa e della distruzione. Nel Padre nostro si tratta
di questo. [...]

2. Il cielo
[...] Nella stessa invocazione vi è un’altra parola che ora vogliamo
prendere in considerazione: quella che dice che il Padre è «in cielo» o
«nei cieli». Che cosa vuol dire? Che cosa è questo cielo?
Innanzi tutto questa parola indica lo spazio al di sopra di noi, rap­
presentato secondo le capacità del tempo, in cui la preghiera fu pronun­
ciata per la prima volta. L’Antico Testamento vede nella terra il centro
dell’universo; ed essa è rappresentata come un disco piatto. Sopra la terra
vi è uno spazio d’aria in cui si compiono i processi atmosferici. Al di
sopra vi è una vòlta nella cui immagine si esprime quella sensazione di
un Essere sovrastante che ci invade quando guardiamo in sù. Essa con­
siste di una sostanza preziosa ed eterna; così, per esempio, dell’aspetto
divino, nell’Antico Testamento, è detto: «Contemplarono il Dio d’Israele;
sotto i suoi piedi un pavimento di lapislazzuli, simile al cielo stesso per
la sua purezza».120 Al di sopra di tutto si leva infine l’aula regale di Dio,
in cuf si erge il trono della sua gloria.
Noi non dobbiamo prendere troppo alla lettera queste rappresen­
tazioni. Sono di gran lunga superate; anche i bambini, oggi, vengono
istruiti diversamente. Ma se la coscienza della nostra cultura non ci ha
resi gretti, non riteniamole un’assurdità. Da un lato sono immagini che
interpretano ciò che si vede ancora e sempre — il concetto del
‘firmamento’, sul quale ‘stanno le stelle’, nel nostro linguaggio, ricorre
sempre. Ma significano ancora qualcosa. Quando le incontriamo al loro
posto, cioè nei sacri Testi e pervase dalla loro vita, prendiamole come
simboli del fatto che Dio si ritiri dalla mischia delle cose terrestri in un
luogo inaccessibile; in un mistero, che è ‘altezza’, anzi maestà. Vedremo
subito che c’è ancora un’altra cosa.
Chi oggi dice ‘in cielo’ non pensa, ordinariamente, a spazi e livelli
diversi. Sa che la sfericità della terra non permette assolutamente che ci

120 Es. 24,10.


88 Il Padrenostro

sia un sopra e un sotto. Così il ‘sopra’ può avere solo un significato re­
lativo: al di sopra delPuomo, di cui di volta in volta si tratta. C’è una
trasposizione di concetto. Lo spazio, da fisico-esteriore, diviene vivente­
personale, esistenziale. Lo spazio vitale in cui egli respira, tende ad ele­
varsi, prende le sue decisioni, agisce, ha il suo destino. È riferendosi ad
esso che egli parla di sopra e di sotto, e la rappresentazione dell’altezza
nello spazio viene compenetrata dal valore spirituale di una superiorità
e maestà dinanzi a cui egli si inchina.
Nel Nuovo Testamento troviamo un’immagine ancora più spiritua­
lizzata. Nella prima lettera a Timoteo Paolo dice che Dio è «il beato e
unico sovrano, il Re dei Re e Signore dei Signori, l’unico immortale, che
abita in una luce inaccessibile, che nessuno degli uomini vide né può ve­
dere. A lui onore e potenza eterna».121 Un’immagine piena di mistero.
In essa si esprime lo stesso sentimento di cui parlavamo prima: Dio è
'lassù’. Ma invece della rappresentazione di un luogo appare quella della
luce. La ‘luce’ è il simbolo dello spirito, più precisamente dello Spirito
Santo, il Pneuma; così ora si pensa al cielo come alla luce dell’alto; luce
spirituale e santa, in cui nessun essere creato può penetrare. E non per­
ché sia più in alto di quanto noi possiamo salire, ma perché è al di sopra
di qualsiasi altezza misurabile: splendore di Dio, al quale la creatura non
può accedere se non per grazia [...].
In queste immagini si esprime il cielo in quanto è ‘altezza’; ma esso
ha anche un’altra forma: quella dell’interiorità. [...] Dio ‘abita’ per mezzo
di Cristo nel credente e attua in lui la vita nuova. L’uomo nuovo, che
così cresce entro l’uomo vecchio, è veramente e solo allora se stesso, poi­
ché in lui vive Cristo. Vive come, in questo modo, può avvenire solo in
ciascun uomo determinato, poiché Cristo vuole l’uomo come persona,
cioè ognuno in quanto unico. Paolo scrive poi anche nella lettera ai Ga-
lati: «Non più io vivo, ma Cristo vive in me».122 Anche il Vangelo di
Giovanni parla di questa profondità interiore. Al pozzo di Giacobbe Gesù
dice: «Chi beve l’acqua che io gli darò non avrà sete in eterno; ma l’acqua
che io gli darò diverrà in lui fonte d ’acqua zampillante per la vita
eterna».123 L’acqua è un’immagine della vita, qui della nuova vita; ma
la sua fonte scaturisce, suscitata da Cristo, nell’uomo stesso. Anche que­

121 1 Tim. 6,15-16.


122 Gal. 2,20.
123 Gv. 4,14.
Padre nostro che sei nei cieli 89

sto è ‘cielo’, o più esattamente, anche qui si illumina una via per il cielo,
per il cielo delPinteriorità. Essa non conduce in alto, ma verso l’interno.
[...] Ma se Dio — sia in alto, sia nell’intimo — separato da tutte le po­
tenze create e da ciò che è con loro connesso, è ‘in cielo’: non significa
forse che Egli si è allontanato dal mondo e che ne allontana chi prega?
È vero il contrario: proprio perché Egli non appartiene al mondo, può
volgersi verso di esso, come ce lo annunzia il Vangelo, cioè con un amore,
che elargisce se stesso. [...]
Vi sono rappresentazioni del rapporto di Dio con il mondo, secondo
le quali Egli è con esso una cosa sola: il suo ‘fondamento originario’,
la ‘forza radicale’, la sua ‘anima’ eccetera. Mitologia e panteismo la pen­
sano così. Dio sembra tanto vicino a tutto, in quanto nel profondo Egli
stesso sarebbe già tutto. Lasciamo stare tutto ciò che queste rappresen­
tazioni distruggono, poiché in esse non rimane più nulla di preciso: Dio
non è più chiaramente Dio, il mondo non è più solo mondo, ma anzi
tutto si confonde e si oscura. Ad ogni modo, qui appare soprattutto una
grande vicinanza — ma non ha niente a che fare con quella che nasce
quando Dio si accosta agli uomini partendo dalla sua libertà sovrana,
dal suo ‘cielo’. Egli può farlo dall’alto — come forse esprime il felice
annunzio divino della Provvidenza — come Signore del tempo e delle
cose, che sa tutto degli uomini e guida gli avvenimenti in modo che in
ciascuno di loro si formi l’uomo nuovo e da ciascuno provengano il
‘nuovo cielo e la nuova terra’: allora viene con benevolenza, riconosce
ed ama in un rapporto personale, e ne risulta una vicinanza, di fronte
alla quale ogni unità di carattere panteistico non rimane altro che una
connessione in un contesto naturale. Oppure può agire dal profondo più
intimo, da là dove l’uomo sta ai confini del ruscello e Dio lo sorregge;
allora avviene un’ascesa nell’intimo e di nuovo il risultato è una vici­
nanza che non è assolutamente paragonabile con quanto possono an­
nunziare i ditirambi panteistici di un Dio-natura e di una unione nel tutto.
Vediamo: se il Padre nostro ci insegna a cercare, nella preghiera,
Dio ‘in cielo’, sopra tutte le cose o dentro a tutte le cose; nell’alto della
sua maestà sopra tutto il creato o nell’intimità del suo amore, più pro­
fondo di tutto il creato — se facciamo un passo per uscire dal nostro
cerchio ed entrare nel suo, raggiungiamo una vicinanza a Lui, in cui di­
viene possibile quella preghiera che Egli vuole. Poiché questo uscire fuori
di noi significa libertà — quella vera — per avvicinarci al vero Dio ed
essere veramente noi stessi. La parola con cui inizia la storia della sal­
vezza, cioè l’invito ad Abramo, ha suonato così: «Parti dalla tua terra
90 Il Padrenostro

e dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti
indicherò!».124 Non siamo anche noi contessuti nella «nostra patria,
nella nostra parentela e nella nostra casa paterna», come in una rete?
Mille legami della famiglia, della professione, della cosa pubblica, dello
Stato ci avvincono; gli effetti delPagire nostro ed altrui ci legano; dap­
pertutto incontriamo responsabilità che poi ci gravano — e così via
alPinfinito. Non appena diciamo sul serio: «Padre nostro che sei nei cieli»,
si apre, per noi, un attimo la rete e noi entriamo nelPimmensità di Dio
e nella realtà autentica di noi stessi.
La stessa cosa avviene quando cerchiamo Dio nell’intimo. In quale
superficialità ci dissipiamo, in casa, per la strada, in ufficio e nel lavoro;
ma anche in noi stessi, nei nostri desideri e pensieri ed aspirazioni! Come
è frivolo tutto — così frivolo che la superficialità è pari solo alla vio­
lenza con cui si impone a noi. Ma se noi, chiamati da Dio, superandola,
penetriamo neU’intimo e cerchiamo Dio nel profondo, troviamo la vi­
cinanza, là dove è il nostro posto; il luogo che Dio ci destina, dove noi
siamo «presso di Lui» e dove troviamo il centro delP esistenza [...].

3. La filiazione divina
[...] Dove vi è un padre, vi è anche un figlio, ma che figlio è quello
che qui parla?
Che il Nuovo Testamento parli con molta insistenza della santa fan­
ciullezza, lo sa chi lo conosce anche soltanto un poco. Gesù — per citare
solo una parola — ha detto: «Se non vi cambiate e diventate come i bam­
bini, non entrerete nel regno dei cieli».125 Queste parole sono state frain­
tese, anzi svisate. Si è detto che per essere cristiani, si dovrebbe avere
una determinata indole, ed essere deboli, bisognosi di appoggio, arren­
devoli, diciamolo chiaro: si dovrebbe essere spiritualmente infantili. E
che una personalità con una sicura consapevolezza del proprio valore,
che viva di impulsi energici e sia decisa a conquistarsi il suo posto nel
mondo, non possa che rifiutare il cristianesimo così inteso.
Un grande equivoco, anzi una calunnia maligna, in quanto l’infanzia
e il candore di cui parla il Nuovo Testamento sono cose serie, e com­
portano una grande responsabilità. Quel che è certo è che Cristo non ha

124 Gen. 12,1.


125 Mt. 18,3.
Padre nostro che sei nei cieli 91

mai inteso parlare di qualcosa di infantile che, come infantile, sia sino­
nimo di debole. Chi è per natura bisognoso d’appoggio, può senz’altro
essere cristiano; forse, anzi, il fatto di essere naturalmente arrendevole
gli faciliterà l’ubbidienza di fede. Ma se agirà sul serio con lo spirito di
Gesù, esperimenterà presto che cosa significhi sentire la responsabilità
cristiana e fare la volontà di Dio in ciascuna determinata situazione. An­
che 1’‘esser fanciulli’ (e ‘figli’) di cui parla Gesù non è una semplice di­
sposizione di spirito, ma qualcosa di reale. Esser figli di Dio non con­
siste nel lasciarsi avvolgere da una potenza dell’alto e nel sapere il pro­
prio destino custodito nelle sue mani, ma è un mistero santo e reale: pen­
siamo alla parola paolina, secondo cui, quelli che Dio conduce alla fede,
sono da Lui predestinati «a riprodurre l’immagine del Figlio suo onde
.egli sia primogenito tra un gran numero di fratelli».126 Cerchiamo di
comprendere più profondamente che cosa significhi ciò. Nel terzo ca­
pitolo del Vangelo di Giovanni si legge come un membro del Sinedrio,
del supremo consiglio, di nome Nicodemo, vada a visitare il Signore. Egli
teme,i nemici di Gesù, perciò va di notte; ma gli preme di comprendere
meglio ciò che intenda il nuovo Maestro, le cui parole impressionano così
profondamente il pubblico. Dapprima, esprime l’ammirazione e la fi­
ducia che egli sente per il Maestro, poi Gesù dice: «In verità, in verità
ti dico: nessuno può vedere il Regno di Dio se non nasce di nuovo». Ni­
codemo si stupisce di come possa avvenire che uno, che già vive, magari
attempato, debba nascere di nuovo; allora Gesù replica: «In verità, in
verità ti dico: nessuno, se non nasce da acqua e Spirito, può entrare nel
regno di Dio».127 [...]
Le parole parlano il linguaggio del mistero, del mistero religioso.
Vengono nominati due — diciamo così — elementi, attraverso i quali
avviene la ‘nascita’, di cui si tratta. Uno è P ‘acqua’, vale a dire, nel lin­
guaggio dell’apostolo Giovanni, il battesimo. Nella storia delle religioni
ne incontriamo spesso il simbolo. L’acqua è l’immagine della vita e della
morte; diciamo più esattamente: del sepolcro, in cui muore la vecchia
vita, e del grembo da cui nasce la nuova. [...] Ma se vogliamo vedere
il simbolo in tutta la sua forza, apriamo i testi della liturgia del Sabato
Santo: essi mostrano come, nella benedizione dell’acqua battesimale, ri­

126 Rom. 8,29.


127 Gv. 3,15.
92 Il Padrenostro

sulta chiara la realtà di un grembo pieno di mistero. Pensiamo ancora


alPantico rito, secondo il quale la vasca battesimale era una fonte di ac­
qua corrente: il neofito vi scendeva, veniva immerso dal sacerdote che
lo battezzava, e poi si rialzava: in tal modo si poteva vederne con gli oc­
chi il significato. L’elemento di significanza simbolica assume la sua realtà
autentica per virtù dello Spirito Santo, che è il Creatore. [...] È questo
Spirito, che sotto i segni visibili del battesimo, suscita la realtà nascosta.
Chi vi si abbandona nella fede, rinasce ad una nuova vita. L’uomo, che
già esiste come tale, viene immerso nel profondo grembo della grazia e
risorge nuovo, partecipe di una vita che viene da Dio. [...] Paolo dice
che della realtà di ciò, pur attraverso tutte le contraddizioni, noi pos­
siamo ricevere una certezza intima: «Giacché non riceveste uno spirito
da schiavi per ricadere nel timore; riceveste quello Spirito da figli adot­
tivi che vi fa esclamare: A bbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro
spirito che siamo figli di Dio».128 Che noi siamo figli di Dio: figli e fi­
glie di Dio, deve, un giorno, manifestarsi agli altri, ma anche a noi stessi:
«Guardate qualeimmenso amore ci ha donato il Padre, così che siamo
chiamati figli di Dio e tali realmente siamo. Il mondo non ci conosce ap­
punto perché non conobbe Lui. Carissimi, già adesso siamo figli di Dio,
e ancora non si manifestò quel che saremo. Sappiamo che quando si ma­
nifesterà, saremo somiglianti a Lui, poiché lo vedremo così com’è».129
La filiazione divina vuol ripetere l’eterna filiazione del Logos; perciò su­
bisce lo stesso destino, di non essere conosciuta dal mondo. Così deve
sapere che si manifesterà solo quando il Signore ritornerà nella sua mae­
stà [...].
In tali pensieri noi percepiamo la profondità di ciò che si chiama
‘esistere’ e di ciò che sia l’esistenza cristiana. Perché, so io chi sono? Tal­
volta forse accade che io sieda qui, tranquillamente, di sera, e mi chieda:
che cosa sono io? Che c’è dietro tutto quello che io — nell’ingranaggio
apparente della vita quotidiana — sono e faccio per andare avanti, nella
gioia e nel dolore? Che cos’è questo ‘Io’? Chi sono io? Alla domanda
non risponde alcuna scienza, nessun ordinamento sociale, nessuna filo­
sofia. Ma un giorno — mi è stato promesso — lo verrò a sapere; e ciò
che allora si manifesterà, sarà il nome che Dio mi dà.

128 Rom. 8,15-16.


129 1 Gv. 3,1-2.
Padre nostro che sei nei cieli 93

X I V . H . VAN DEN B u SSCHE130

1. Abbà: Padre!
La breve invocazione «Padre» traduce, in san Luca, il termine ara-
maico abbà con il quale Gesù si rivolgeva a Dio. Il termine aramaico si
è conservato nel testo greco di Marco della preghiera di Gesù nel Get­
semani: «Abbà, Padre tutto è a te possibile...».131 Questa parola ara-
maica non è stata conservata da Marco per dare al testo greco un colore
locale o per mostrare ai suoi lettori romani che conosceva pure qualche
parola aramaica, ma perché il termine era legato, nel ricordo dei disce­
poli, al loro stupore in presenza di qualcosa di inaudito. Quando san
Paolo esclama con gioia che pure i cristiani «possono» dire «A bbà, Pa­
dre!»132 è perché l’apostolo non ha ancora potuto dimenticare lo stu­
pore causatogli dall’uso di questo termine.
Lo stupore è comprensibilissimo. Non [...] perché Dio nell’antico
testamento si era fatto conoscere come signore terribile e come giudice
esigente, mentre nel nuovo testamento si era rivelato come Padre pieno
di amore. Tale spiegazione semplifica goffamente i dati e corre il rischio,
inoltre, di farci intendere in modo distorto la paternità nel nuovo testa­
mento. Infatti, anche in quest’ultimo il Padre pieno di amore continua
ad essere il Dio santissimo; e tuttavia ha voluto che il figlio suo, che era
«di condizione divina... spogliò se stesso, assumendo la condizione di
servo... e si umiliò, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce».133
Siamo sinceri: per molti cristiani Dio Padre è un venerabile vecchio,
con una lunga barba, che vive in qualche posto, al di là delle nubi, con
delle buone disposizioni verso gli uomini o, comunque, senza cattive in­
tenzioni verso coloro che non si comportano del tutto male. Se la grande
novità del vangelo fosse consistita in questo, Gesù non avrebbe dovuto
fare grandi sforzi perché avrebbe segnato, in realtà, un grosso passo in­
dietro in rapporto all’antico testamento.
La scienza comparata delle religioni insegna che quasi tutte le re­
ligioni hanno dato il nome di «padre» alla divinità. Un antico autore la­
tino, Servio, affermava già che il titolo era comune a tutti gli dèi: generale

130 El \padrenuestro\ Bilbao 1963, pp. 35-52.


131 Me. 14,36.
132 Gal. 4,6; Rom. 8,15.
*33 Filp. 2,6-8.
94 Il Padrenostro

omnium deorum. Anche Israele, dopo reiezione a popolo di Dio, con­


siderava Yahvé come Padre. Yahvé si era acquistato il popolo liberan­
dolo dalPEgitto e conducendolo alla terra promessa. Così Israele è di­
venuto il «primogenito di Yahvé».134 Israele ricorda con nostalgia gli
inizi di questa paternità: quando Israele era bambino, egli lo amò e lo
chiamò dalPEgitto come un figlio.135 Viene ricordata la paterna solle­
citudine di Yahvé verso questo figlio, ancora traviato, Israele, che Yahvé
«sorreggeva come un uomo sorregge il proprio figlio».136 Ma questo idil­
lio durò per poco.137 [...] La reazione profetica mostra Mosé che rim­
provera Pincredibile infedeltà di Israele: «Così ripaghi Yahvé, popolo
vile e insensato? Non è egli tuo padre, colui che ti ha creato, lui, che
ti ha fatto e per mezzo del quale esisti?...».138 Anche nei castighi Yahvé
continua ad essere un Padre pieno di amore139 col mostrare, dopo il ca­
stigo, una paterna compassione140 [...].
Pertanto, già nelPantico testamento, la severa figura di Yahvé, Dio
santissimo, era stata addolcita da tratti paterni. Nonostante ciò il nome
di padre era stato sempre inteso in senso figurato: Dio si comporta come
un padre con Israele, fino a che gli Israeliti si mostrano veri figli di Dio.
Inoltre, la paternità divina veniva concepita in maniera strettamente na­
zionale [...].
In pratica, nella preghiera del tardo giudaismo quasi mai si invoca
Dio come Padre, eccetto che nel periodo successivo a Cristo. E se accade
che gli ebrei chiamino Dio Padre, essi lo fanno con le dovute precau­
zioni. Dicono: «Padre nostro» [...], ponendo in tal modo l’accento
sull’aspetto collettivo della paternità divina. La stessa invocazione «padre»
viene frequentemente unita ad altri titoli: signore, re, etc.141 Quando, a
causa"^dell’individualizzarsi della pietà, nel giudaismo posteriore si in­
voca Dio chiamandolo «Padre», si usa, anche nella lingua aramaica al­
lora parlata, il termine abU ripreso dalla lingua sacra della sinagoga, una
lingua già morta. Al contrario, nei testi ebraici coevi il padre terreno viene
chiamato abbà. In altre parole, la devozione del giudaismo posteriore

134 Es. 4 22.


135 Os. 11,1; Cfr. Ez. 16; Sap. 14,3-4.
136 Dt. 1,31; Cfr. Os. 11,3-4.
137 Cfr. Ger. 3,19-20.
138 Dt. 32,6-7.
139 Cfr. Dt. 8,5; Prov. 3,12.
140 Cfr. Sai. 103,13; Is. 63,15-16;64,7.
141 Cfr. ad es. Sir. 23,1-4.
Padre nostro che sei nei cieli 95

pone una gran cura nel distinguere bene la paternità divina dalla pater­
nità terrena, nel sottolineare di quella il carattere metaforico, nell’ad-
dolcirla e nel circondarla di ogni necessaria solennità.
Pertanto, quando Gesù chiamò Dio Abbà dovette dare la sensazione
se non di irrispettosità quantomeno di inusualità. Questo appellativo pare
che sia, in origine, un vocativo diminutivo ripreso dal linguaggio dei bam­
bini ed equivalente più o meno al nostro 4‘papà” . Poiché questo termine
non usuale non veniva mai utilizzato in senso figurato, Gesù, con
Putilizzarlo, intende porre l’accento sulla realtà della sua relazione di Fi­
glio con Dio.
Marco traduce abbà con ho pater, aggiungendo l’articolo,142 invece
il testo parallelo di Luca usa la forma più greca del vocativo.143 Questo
vocativo si trova pure altrove, così che si può supporre il corrispondente
aramaico abbà.144 Tutto ciò indica che abba è l’invocazione abitual­
mente usata da Gesù quando si rivolge a Dio [...].
L’invocazione, assolutamente nuova, [...] avrebbe dovuto suggerire,
in quelle circostanze, una filiazione reale e veramente unica. Ciò viene
altresì confermato dalla maniera in cui Gesù parlava di Dio come di «suo
Padre». In Matteo e in Luca egli dice spesso: «Il Padre m io».145 E que­
sta espressione assume quasi sempre un rilievo eccezionale, simile a quello
che assume quando chiama Dio Padre del Figlio dell’uomo o, sempli­
cemente, del Figlio.146 Gesù è il Figlio: «Nessuno conosce il Padre se non
il Figlio».147 Il carattere unico di questa filiazione sarà manifestato più
tardi da San Giovanni.
Gesù non diceva mai «nostro Padre», come se Dio fosse Padre suo
allo stesso modo secondo cui lo era dei suoi discepoli. Anche là dove meno
vien posto l’accento sulla differenza fra la filiazione di Gesù e quella dei
discepoli, dato che anch’essi sono figli di Dio, la differenza viene data
per scontata: «Vado al Padre mio che (da ora) è pure Padre vostro, al
Dio mio che (ora) è pure (veramente) Dio vostro».148 La filiazione dei
discepoli non può essere quindi assolutamente assimilata a quella di Gesù.

142 Me. 14,36.


143 Pure Gal. 4,6; Rom. 8,15; cfr. Mt. 11,26; Le. 10,21.
144 Le. 23,34.46; Mt. 11,25; Le. 10,21; Gv. 11,41; 12,27.28; 17,1-5.11.
145 Mt. 7,21; 10,32.33; 11,27; 12,50; 15,13; 16,17; 18,10.19.35; 20,23; 25,34.41;
26,29.39.42.53; Le. 2,49; 10,21; 22,29; 24,29.
146 Mt. 11,27 par.; 28,19; Me. 8,38 par.; 13,32 par.
147 Mt. 11,27.
148 Gv. 20,17.
96 Il Padrenostro

Non è casuale che nella letteratura giovannea il termine figlio (huiós) venga
riservato a Gesù, mentre il termine bambino (figlio = teknori) venga ap­
plicato ai discepoli. Allo stesso modo Giovanni usa pure un termine di­
verso per la preghiera di Gesù.149 Viene esclusa così ogni metafora: Gesù
è il figlio amatissimo,150 e PUnigenito151 nel senso pieno e reale della pa­
rola.

2. Figli di Dio
La breve invocazione «Padre» corrisponde nella versione di Luca
a abbà: i discepoli possono servirsi di questo appellativo familiare nel
loro rapporto con Dio. Se l’impiego della parola abbà da parte di Gesù
aveva meravigliato i discepoli, a maggior ragione dovettero essi dubitare
invitati essi stessi ad usarla. E certamente non si sarebbero decisi a ciò
se non fosse intervenuto un esplicito ordine da parte di Gesù. Lo stupore
si nota pure in alcuni testi (paolini) già citati.152 La gioia di san Paolo
fa eco alla strofe del prologo di san Giovanni: «A coloro che lo hanno
accolto diede il potere di essere chiamati figli di Dio, coloro che credono
nel suo nome, che [...] sono nati da Dio».153
È naturale che sarebbe stato necessario un certo tempo prima che
la comunità cristiana primitiva potesse “ tradurre in atto” la verità di que­
sta adozione. Nonostante, Pabbà del padrenostro [= L e.] assevera che
Gesù realmente ha concesso ai discepoli di essere figli di Dio. Per questo
quando Gesù parla ad essi del «Padre vostro»,154 sopratutto nei testi re­
lativi alla paterna provvidenza di Dio verso i «piccoli»155 che credono in
Gesù, tale paternità ha un senso molto diverso da quello della metafora
israelitica ( = protezione paterna di Dio verso il suo popolo) o da quello
della provvidenza generale di Dio nel governo del mondo. Dio è Padre
dei discepoli a titolo specialissimo, proprio perché essi sono discepoli di
Gesù e per tale ragione sono stati inclusi nelPamore del Padre verso Gesù.
In altre parole, Dio è loro Padre perché, secondo l’espressione di san
Paolo, egli è «Padre del nostro signore Gesù Cristo»156 [...].

149 Eròtàn ( = intrattenersi con): Gv. 14,13.14; 16,24.


150 Me. 12,6 par.
151 Gv. 1,14.18; 3,16.18; 1 Gv.4,9.
152 Gal. 4,6 e Rom. 8,15.
153 Gv. 1,12; cfr. 1 Gv. 3,1-2.
154 Mt. 5,16.45; 6,1.6.8.18.32; 7,11; 10,20.29; 18,14; 23,8; Me. 11,25; Le. 6,36;
12,30.32.
155 Mt. 18,14; cfr. Mt.11,25.
156 Rom. 15,6; 2 Cor. 1,3; Ef. 1,17.
Padre nostro che sei nei cieli 97

Come la venuta di Gesù e l’avvento del regno così pure la paternità


di Dio si sviluppa in tre tappe. Gesù parla molte volte della filiazione
in un senso totalmente escatologico. Così, ad esempio, alla fine dei tempi
i discepoli saranno chiamati figli di Dio,157 saranno i figli delPAltissi­
m o,158 i giusti splenderanno, allora, come il sole nel regno del Padre
loro,159 riceveranno il posto che è stato loro preparato dal Padre di
Gesù,160 saranno invitati, nel giudizio escatologico, come «beati del Pa­
dre mio», a prendere possesso del regno,161 berranno con Gesù, nel re­
gno, il vino della festa,162 Gesù darà loro il regno come il Padre lo ha
dato a lui.163 La filiazione dei discepoli è sempre in fieri. I figli di Dio
non hanno ancora raggiunto la somiglianza con la gloria del Figlio ri­
sorto.164 In questo senso si può dire che Dio deve ancora divenire Pa­
dre nostro, che la sua paternità su di noi non si è ancora realizzata pie­
namente.165
E, tuttavia, già siamo figli di Dio.166 Quando il regno di Dio si è
manifestato «con potenza»,167 quando Gesù (alla fine della sua vita) di­
venne Figlio dell’uomo o «Figlio di Dio con potenza»,168 i discepoli par­
teciparono dello Spirito del Figlio risorto, divennero essi stessi figli di
Dio, ottenendo il diritto a dire a Dio «Abbà, Padre».169 Assimilati, me­
diante lo Spirito, al Risorto, già formano una sola personalità giuridica
con lui170 e sono, da ora innanzi, figli di Dio.171 Questa filiazione reale
e ontologica dei cristiani si è resa evidente e comprensibile solo dopo il
dono dello Spirito. Paolo e Giovanni sono gli autori che maggiormente
hanno messo in evidenza questa tappa della filiazione.
Nei vangeli sinottici viene presa in considerazione sia la realizzazione
escatologica che, e sopratutto, lo stadio preparatorio della filiazione. In

157 Mt. 5,9.


158 Le. 6,35.
159 Mt. 13,43.
160 Mt. 20,23.
161 Mt. 25,34.
162 Mt. 26,29.
163 Le. 22,29.
164 Rom. 8,29.
165 Cfr. Rom. 8,19.21.23; 1 Gv. 3,2b.
166 1 Gv. 3,l-2a.
167 Me. 9,1; Cfr. Le. 22,18.
168 Rom. 1,4.
169 Gal. 4,6; Rom. 8,15.
170 Gal. 3,26-28.
171 Gv. 20,17.
98 Il Padrenostro

questo stadio della fede dei discepoli non si poteva ancora evincere in
modo chiaro il significato della filiazione realizzata. Ancora essi non erano
veri discepoli perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito. Tuttavia,
venivano già trattati da Dio come figli in previsione della filiazione che
avrebbero ricevuto al momento della resurrezione di Gesù.
3. ... che sei nei cieli
Il termine abbà [...] presentava, a prima vista, il pericolo di con­
durre ad una relazione eccessivamente familiare con Dio. Egli, anche se
Padre, è sempre il Santo, anche nel cristianesimo.
Nel clima patriarcale della famiglia ebraica il pericolo di una ecces­
siva confidenza era minore che da noi. Tra gli ebrei il padre viene sem­
pre considerato come il signore [...]. D ’altronde, nel padrenostro viene
immediatamente scartata qualunque tendenza alla familiarità dalle prime
suppliche relative alla santificazione del nome, alPavvento del regno e
al compimento della volontà. Conseguentemente, non era necessaria al­
cuna formula rituale per mantenere le distanze, anche se il credente che
si avvicina a Dio con frequenza potrebbe sentirsi vicino a lui «come a
casa propria».
Ma alla liturgia piace il rito, atto a mantenere le distanze, sopra­
tutto quando la religione, essendo vetusta, tende, a volte, a colmarle.
Ciò spiega il perché nelle chiese del nord della Palestina, la cui eco tro­
viamo in Matteo, Yabbà primitivo abbia, quasi subito, assunto una espres­
sione più solenne a causa di una evoluzione prodotta dalle prolisse in­
troduzioni alla preghiera, tanto frequenti tra gli ebrei. Il carattere diretto
e sorprendente del semplice abbà venne fortemente attutito. Dio viene
nuovamente relegato in cielo e salutato come «Padre nostro» dalla co­
munità riunita.
L’aggettivo “ nostro” non suggerisce certamente una paternità di Dio
identica in rappòrto a Gesù e in rapporto ai discepoli. Abbiamo già detto
che tale identità era contraria al pensiero di Gesù e a quello della cri­
stianità primitiva. La filiazione di Gesù è evidentemente il punto di par­
tenza di quella dei credenti, ma non è ad essa identica. D ’altra parte,
l’aggettivo «nostro» annuncia i possessivi della seconda parte del
padrenostro nella quale si chiede il lenimento dei bisogni della comunità
cristiana. L’evoluzione dell’invocazione iniziale colloca subito il disce­
polo tra i due poli della esistenza cristiana: Dio e la comunità. Egli può
incontrare Dio solo se è membro della comunità. La preghiera, che deve
essere personale, non può rimanere nell’individualismo.
Padre nostro che sei nei cieli 99

La seconda aggiunta liturgica: «che sei nei cieli», vuole anch’essa


allontanare il rischio della familiarità. “ Cielo” al plurale designa la re­
sidenza propria della divinità. Quando il cielo viene posto in relazione
alla terra viene usato il singolare: «Sulla terra come in cielo». Questa
aggiunta contribuisce pure a collocare il Padre dei cristiani al di là di ogni
chiuso nazionalismo. Israele e il giudaismo si erano costantemente preoc­
cupati di mantenere Yahvé alPinterno dei confini del regno o delle mura
di Gerusalemme, o, almeno di riservarlo a sé soli. La stessa mirabile re­
quisitoria del deutero-Isaia a favore di uno yahvismo universale mostra
l’impronta dell’orgoglio nazionale. Un chiaro universalismo si trova solo
raramente e negli scritti della reazione, come nel breve libro di Giona.
Infine, Paggiunta «che sei nei cieli» costituisce una eccellente introdu­
zione alle tre solenni suppliche della versione di Matteo.

XV. J . J erem ias 172

Seguendo la storia dell’invocazione di Dio come Padre,173 fin dalle


sue origini più remote, si ha l’impressione di scendere in una miniera nelle
cui viscere appaiono, in continua successione, inaspettati e nuovi tesori.
Stupisce già il fatto che nell’antico oriente la divinità veniva invo­
cata come padre durante il terzo e il secondo millennio a.C. [...]. Se pren­
diamo la letteratura veterotestamentaria troviamo che solo in 14
(importantissimi!) testi Dio viene chiamato Padre. Dio è Padre di Israele
[...] perché lo ha liberato, salvato ed eletto grazie a poderose gesta storico-
salvifiche. La designazione divina “ Padre” raggiunge però il suo pieno
sviluppo solo nel messaggio dei profeti. Costoro ebbero ad accusare spesso
il popolo di non aver dato a Dio l’amore che un figlio deve al proprio
padre174 [...]. La risposta di Israele a questa accusa è la confessione dei
peccati e la rinnovata invocazione: «Tu sei nostro Padre»;175 invocazione
alla quale Dio risponde con un perdono incomprensibile176 [...].
Se ci addentriamo nella predicazione di Gesù ci imbattiamo in qual­
cosa di assolutamente nuovo: il vocabolo A bbà. Dalla preghiera del Get­

172 Abba. Studien zur neutestamentlichen Theologie und Zeitgeschichte, Gòttingen


1966, 162-164.
173 Cfr. J. Jerem ias, o . c ., 15-67.
174 Cfr. Mal. 1,6; Dt. 32,5.6; Ger. 3,19 e s.
175 Is. 63,15 e s.; 64,7 e s.; Ger. 3,4.
176 Cfr. Ger. 31,20.
100 Il Padrenostro

semani sappiamo che Gesù ha chiamato Dio con questo termine;177 un


dato confermato non solo dai testi paolini,178 ma pure dalla curiosa
oscillazione del vocativo “ Padre” nei testi greci dei vangeli; fatto che
è possibile spiegare solo se si ipotizza un aramaico Abbà a monte di tutti
i testi.
Una scrupolosa analisi della [...] vasta e ricca letteratura liturgica
del giudaismo conduce al risultato che in essa non si trova nessuna te­
stimonianza sulla invocazione divina A bbà. Come si spiega ciò? I padri
della chiesa: Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro,
provenienti da Antiochia, dove la gente parlava il dialetto siriaco-
occidentale delParamaico, attestano unanimemente che A bbà era
l’invocazione con cui il bambino piccolo si rivolgeva al padre.179 E il
Talmud lo conferma dicendo: «Quando un bambino gusta il sapore del
grano (cioè: quando è stato svezzato), impara a dire abbà ( = papà, caro
padre) e immà (mamma, cara madre)».180 «A bbà», «immà» sono quindi
le prime parole che il bambino farfuglia. A bbà era una espressione fa­
miliare, una parola popolare. Nessuno avrebbe osato invocare così Dio!
Gesù lo fa sempre, in tutte le preghiere tramandateci. Eccetto che
nel grido sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbando­
nato?»,181 ove viene ripreso il salmo 22,2. Gesù quindi ha parlato con
Dio come un bambino parla con il proprio padre: con la stessa sempli­
cità, intimità e fiducia! Da M t. 11,27 sappiamo che Gesù considerò
l’invocazione divina A bbà come espressione della sua particolare co­
munione con Dio e del potere concessogli dal Padre. In A bbà si rende
esplicito l’ultimo segreto della sua missione. Egli, cui il Padre aveva do­
nato la piena conoscenza di Dio, aveva il privilegio messianico di rivol­
gersi a lui con la familiare invocazione del Figlio.
Questo Abba è «voce stessa di Gesù» poiché racchiude l’essenza della
sua missione e del suo messaggio. Non solo. Nel padrenostro Gesù au­
torizza i suoi discepoli a ripetere con lui VAbbà. Con ciò li rende par­
tecipi della sua posizione di Figlio e li autorizza, in quanto discepoli suoi,
a parlare con il Padre celeste con la medesima intimità che un bambino
ha verso il proprio padre. Ancora, egli giunge perfino ad affermare che

177 Cfr. Me. 14,36.


178 Cfr. Gal. 4,6; Rom. 8,15.
179 Testi in: Id., o . c . , 61, n. 41.
180 ThBer 40a; ThSanh. 70b.
181 Me. 15,34; Mt. 27,46.
Padre nostro che sei nei cieli 101

solo la nuova relazione di figlio apre la porta al regno di Dio: «In verità
vi dico che, se non diverrete nuovamente come bambini, non entrerete
nel regno di Dio».1821 bambini possono dire Abbài Solo chi è mosso
dalla intimità propria del vocabolo Abbà ha accesso al regno. In tal modo
fu inteso dalP apostolo Paolo quando per due volte ha affermato che è
segno della filiazione divina e del possesso dello Spirito l’invocare: «Abbà,
caro Padre!».183 Qui vediamo, forse, perché la recita del padrenostro
non era naturale per la chiesa primitiva e perché essa affermava con tre­
more e venerazione: «Rendici degni, Signore, di osare, con gioia e senza
tremore, di invocarti, Dio celeste, come Padre e dire: Padre nostro».

XVI. S . S a b u g a l 184

L’invocazione iniziale del padrenostro, così come fu pronunciata da


Gesù, dovette essere: A bbà (Padre!). Così l’hanno trasmessa le comu­
nità paoline (Gal 6,4; R om . 8,15). Nel loro uso liturgico della “ orazione
del Signore” l’accento cadde, senza dubbio, proprio su questa invoca­
zione. Tramite essa il neofita esprimeva la condizione di figlio di Dio
(cfr. suprà). Il significato dell’invocazione può essere precisato nelle re­
dazioni letterarie dei due evangelisti?

1) Al livello della redazione di M atteo, l’invocazione è diretta


«Padre» dei discepoli di Gesù («nostro» che «sta nei cieli»). Il Dio, og­
getto di questa invocazione, è quindi una figura paterna, ecclesiale e ce­
leste. Cerchiamo di delineare il contenuto teologico di queste tre carat­
teristiche, contenuto implicito nell’invocazione iniziale secondo la reda­
zione di Matteo.
a) Il “ Padre” dei discepoli è il Padre stesso di Gesù: «il Padre mio
(cfr. infra). Perché? Da dove viene questa relazione paterna di Dio con
Gesù? Dove origina la relazione filiale di Gesù con Dio? Matteo dà una
risposta a queste domande: in quanto generato da Maria185 per opera
dello Spirito Santo,186 Gesù è il Figlio di Dio187 «prediletto» nel quale il

182 Mt. 18,3.


183 Rom. 8,15; Gal. 4,6.
184 Cfr. A bbà..., pp. 174-176.215-218.
185 Mt. l,16b.
186 Mt. l,18c.20c.
187 Mt. 2,15.
102 Il Padrenostro

Padre «si compiace».188 La filiazione divina non si riduce ad un signi­


ficato meramente adottivo e messianico,189 ma lo supera:190 essa è la fi­
liazione divina naturale di colui che «veramente è il Figlio di Dio».191
Ecco perché Gesù, come ogni altro bambino fa con il padre naturale,
può chiamare Dio «Padre mio»;192 sicuro della sua protezione,193 ma
sempre sottomesso alla sua volontà.194 Questa reciproca, familiare ed
esistenziale comunione fra Dio e Gesù determina pure una mutua e pro­
fonda relazione. Quindi, come fra qualunque padre e il proprio figlio
naturale, anche fra il Padre e il Figlio esiste una reciproca ed esclusiva
intima conoscenza: «Nessuno conosce profondamente il Figlio se non il
Padre, e nessuno conosce profondamente il Padre se non il Figlio».195
E ciò in virtù del fatto che solo al Figlio il Padre ha consegnato — in
forza del battesimo — la completa rivelazione di sé: «Tutto (la cono­
scenza) mi è stato dato dal Padre».196 Con ciò il Padre ha costituito il
Figlio unico mediatore della rivelazione: conosce il Padre solo colui «al
quale il Figlio lo voglia rivelare».197 Una rivelazione che Gesù ha con­
segnato innanzitutto ai suoi discepoli. Per mezzo del Figlio il Padre ha
rivelato ai “ piccoli” e semplici discepoli di Gesù «queste cose»:198 la ne­
cessità di convertirsi a cagione dei suoi miracoli199 e di riconoscere il Fi­
glio200 e credere nella sua dignità messianica,201 resa credibile dai mira­
coli stessi.202 Il Padre di Gesù è il Rivelatore dei «misteri del regno»203
e della dignità messianica del Figlio il quale è stato costituito deposita­
rio204 ed esclusivo mediatore della rivelazione.205 Solo il Padre, tuttavia,

188 Mt. 3,17; 17,5.


189 Cfr. Mt. 3,17; 17,5; 4,3.6; 8,29.
190 Cfr. Mt. 16,16; 23,63-64.
191 Mt. 14,33; 27,54.
192 Mt. 7,21; 10,32.33; 11,27; 12,50; 15,13; 16,17,18,10.19.35; 20,23; 25,34;
26,29.39.42.53.
193 Cfr. Mt. 26,53.
194 Cfr. Mt. 26,39.42.
195 Mt. ll,27b-c.
196 Mt. ll,27a.
197 Mt. ll,27d.
198 Mt. ll,25c.
199 Cfr. Mt. 11,20-24.
200 Cfr. Mt. 4,17.23; 9,35.
201 Mt. ll,27b.
202 Cfr. Mt. 11,2-6.
203 Cfr. Mt. 13,11.
204 Cfr. Mt. ll,27a.
205 Cfr. Mt. ll,27d.
Padre nostro che sei nei cièli 103

conosce «il giorno e l’ora» della parousia del Figlio dell’uomo, scono­
sciuta anche al Figlio.206 Egli è il Signore supremo, il «Padre celeste»207
che «sta nei cieli»,208 circondato di maestà e di gloria,209 contemplato da­
gli angeli custodi dei discepoli del Figlio,210 «il Signore del cielo e della
terra».211 Signore e padrone del «regno dei cieli», predicato ed inaugu­
rato da Gesù come il «regno del Padre mio».212 È lui a decidere su chi
deve occupare i più alti posti nel regno del Figlio,213 l’ingresso nel quale,
d’altra parte, è riservato a coloro che fanno la volontà del Padre,214 che
hanno confessato «dinnanzi agli uomini» il Figlio215 ed hanno trattato
con misericordia lui «in uno dei suoi fratelli più piccoli»,216 coloro, cioè,
che sono suoi seguaci:217 questi sono i veri fratelli del Figlio!218 Essi par­
tecipano della filiazione divina del Figlio e della natura del Padre.
b) Per questo sono figli di Dio. Un medesimo paterno legame un
sce i discepoli al Maestro! Il “ Padre” di Gesù è in effetti Padre loro:
«Padre nostro». Una paternità certamente del tutto diversa. Gesù infatti
non si è mai autoincluso nella comune invocazione e designazione divina
dei suoi discepoli («Padre nostro»). Al contrario. Egli si rivolgeva co­
stantemente al Padre in un modo del tutto singolare ed esclusivo («Il Pa­
dre mio»), diverso dal modo in cui — costantemente — formulava la
relazione filiale dei suoi discepoli («Il Padre vostro»). In questo modo
egli volle esprimere la differenza fra la propria filiazione divina e quella

206 Mt. 24,36.


207 Cfr. infra, n. 242.
208 Cfr. infra, n. 241.
209 Mt. 16,27.
210 Mt. 18,10.
211 Mt. 11,25.
212 Mt. 26,29; cfr. 13,43.
213 Mt. 20,21-23.
214 Mt. 7,21.
215 Mt. 10,32-33.
216 Mt. 25,34-40.
217 Cfr. Mt. 12,49-50; 28,10. Così con T ertulliano , De oratione 26, 1 («Vidisti...
fratrem, vidisti Dominum tuum»); O rigene , Perì euchés 11,2 («ogni santo [...] i credenti»)
ed altri. I “ piccoli” (Mt. 10,42; 18,6.10.14) sono in effetti i membri della comunità cri­
stiana. Cfr. W. T rilling , El verdadero Israel, Madrid 1974, 161-166. «Tutte le nazioni»,
dopo che sarà stato loro annunciato il vangelo (cfr. Mt.28,19), «verranno riunite» all’avvento
della parousia del “Figlio dell’uomo” (Mt. 25,31-32), per essere giudicate a seconda che
abbiano accolto (Mt. 25,34-40) o rifiutato (Mt. 25,41-45) Gesù «in uno» dei suoi discepoli
(Mt. 25,40.45).
218 Mt. 12,48-49.
104 II Padrenostro

dei discepoli: egli è il Figlio di Dio, suo vero Padre; di lui i discepoli,
divenuti “ fratelli” del Figlio (cfr. supra), sono pure figli. In altre pa­
role: Gesù solo è il figlio naturale di Dio perché lui solo è stato generato
dallo Spirito Santo (cfr. supra) e lui solo vive una intima, familiare ed
esistenziale comunione con il Padre (cfr. supra). I suoi discepoli sono
figli del Padre in forza di un gratuito dono di Dio. Questi è il Padre co­
mune: «Padre nostro...». Ancora, Dio è il vero ed unico loro Padre «qui
sulla terra».219 A Lui solo devono il dono di essere ciò che cristiana­
mente sono: rigenerati alla vita divina e partecipi della filiazione divina
del Figlio. Legittimamente possono, pertanto, chiamare Dio «Padre» co­
loro (e solo essi!) che sono discepoli di Gesù, coloro che sono divenuti
suoi “ fratelli” per una gratuita partecipazione alla natura del Padre e
alla Filiazione divina del Figlio; coloro che, battezzati «nel nome del Pa­
dre e del Figlio e dello Spirito Santo»,220 costituiscono (e sono chiamati
a far parte de) la “ Chiesa” di Cristo fondata sulla roccia di Pietro.221
Il padrenostro è, quindi, la preghiera caratteristica della chiesa ma pure
la preghiera per eccellenza dell’ecumenismo cristiano: la preghiera di tutti
i credenti in Cristo. Coloro che, divenuti per dono celeste “ fratelli” del
Figlio e figli del Padre, hanno il diritto di invocare Dio come «Padre no­
stro» e rivolgersi a lui mediante la preghiera che Gesù ha loro inse­
gnato,222 e chiedere che «così in terra come in cielo» sia glorificato il suo
nome nell’avvento del suo regno, mediante il compimento della sua vo­
lontà.223 Chiedere per sé non solo il dono del “ pane quotidiano” e il
perdono delle proprie colpe, ma pure la preservazione «dal cadere nella
tentazione» e la liberazione dal «maligno» tentatore.224 Una preghiera
realizzata — come l’elemosina e il digiuno — segretamente,225 superando
così la vanagloria di una preghiera esibizionistica che va in cerca della
lode degli uomini,226 cercando, al contrario, solo la ricompensa pa­
terna227 di colui che «vede nel segreto».228 Il Padre vede tutto!: è onni-

219 Mt. 23,9.


22° Mt. 28,19.
22* Mt. 16,18.
222 Mt. 6,9-13.
223 Mt. 6,9c-10c.
224 Mt. 6,11-13.
225 Mt. 6,3.6.17.
226 Mt. 6,la.2.5.16.
227 Mt. 6,lb.
228 Mt. 6,4b.6b.l8b.
Padre nostro che sei nei cieli 105

vedente. Nessuno può sottrarsi al suo sguardo che penetra fino al punto
più recondito del pensiero e della volontà, fin «nel segreto» del cuore
umano: là dove si forgia il bene e il male, dove l’uomo, nella libera de­
cisione per o contro Dio, è invitato ogni giorno ed ogni momento non
solo ad orientare il senso della sua vita, ma ad orientare pure il suo eterno
destino. «Prega (e agisci) come se il Padre ti vedesse!», esorta Gesù, nella
convinzione che solo allora pregheremo ed agiremo come conviene a figli.
Il Padre invocato dai figli è pure altro: è provvidente. Se egli nutre
gratuitamente «gli uccelli del cielo» e gratuitamente veste «i gigli del
campo»,229 quanto maggiore sollecitudine mostrerà per l’alimento e il
vestiario dei suoi figli, liberandoli dalla angosciosa preoccupazione per
il “ domani” !230 1 figli devono, pertanto, cercare «prima il regno (di Dio)
e la sua giustizia», cioè compiere la volontà del padre, il cui amore prov­
vido conosce tutte le loro necessità231 prima ancora che esse vengano for­
mulate in una fidente preghiera.232 Un tale abbandono totale esige Dio
dai suoi figli! Un abbandono che li libera da tutto ciò che affligge ed
opprime l’uomo incredulo: il timore dinnanzi all’oscuro futuro della vita
e, sopratutto, dinnanzi all’incognita della morte. Nulla devono temere
i suoi discepoli — dice Gesù. Nemmeno nell’ora della persecuzione: nel
momento di dar testimonianza della propria fede cristiana dinnanzi a
folle e tribunali, «dinnanzi a governatori e re», parlerà in essi lo Spirito
del Padre loro233 senza il cui consenso, peraltro, nessuno potrà ucci­
derli.234 «Anche i capelli del loro capo sono contati!».235 Pertanto non
è suo volere che si perda «uno solo dei più piccoli» dei suoi figli.236 Il
Padre veglia su di essi.
Egli li ama. La paterna provvidenza di Dio altro non è che la tan­
gibile manifestazione del suo amore. Esso non si limita ai “ buoni” e ai
“ giusti” , ma include pure i nemici: i “ cattivi” e gli “ ingiusti” .237 Nes­
suno — precisa Gesù — viene escluso dal Padre nel suo amore! E nep­

229 Mt. 6,26.28-29.


230 Mt. 6,26b.30b-34.
231 Mt. 6,32b.
232 Mt. 6,8.
233 Mt. 10,18-20.
234 Mt. 10,28-29.
235 Mt. 10,30.
236 Mt. 18,14.
237 Mt. 5,45b.
106 Il Padrenostro

pure i suoi discepoli devono farlo. Egli li esorta, in questo contesto, ad


amare i propri nemici, per divenire, così, pienamente «figli del Padre vo­
stro celeste», essendo (con un amore senza limiti!) «perfetti come (in tale
illimitato amore!) perfetto è il Padre vostro celeste».238 Così Gesù sin­
tetizza il dinamismo proprio della vocazione cristiana. «Cristiano non
si nasce si diventa» (Tertulliano)... amando come ama il Padre. Il livello
di questo amore è proporzionale alla misura della partecipazione dei di­
scepoli all’amore del Padre e riflette lo spessore della filiazione divina:
imita più perfettamente l’amore proprio del Padre chi, con maggiore pie­
nezza, partecipa della sua natura divina, chi più pienamente è figlio suo.
In altre parole: ama più con l’amore del Padre chi più pienamente è fi­
glio di Dio. E viceversa: il progresso nell’amore tipico del Padre (cfr.
suprà) accresce la filiazione divina dei figli. Ovvero: si è figlio di Dio nella
misura in cui si ama con lo stesso amore tipico del Padre. Il grado di
filiazione divina corrisponde alla misura della partecipazione all’amore
del Padre. È più figlio di Dio chi più perfettamente ama come ama il
Padre. Questo afferma la già menzionata esortazione di Gesù: «Amate
i vostri nemici... perché possiate divenire figli del Padre vostro celeste
che non priva i suoi nemici (“ cattivi” e “ ingiusti” ) del proprio amore!».
L’amore verso i nemici, inoltre, costituisce giustamente la principale fra
le “ opere buone” mediante le quali i discepoli devono «portare il sale
nella terra» e «illuminare il mondo», affinché gli uomini, vedendole, glo­
rifichino il Padre.239 Solo tale amore, infatti, rende visibile l’amore gra­
tuito del Padre verso i cattivi e gli ingiusti, verso gli uomini “ peccatori”
e accende in essi la sicura speranza del perdono che invita alla conver­
sione. Solo questo amore converte! Esso fa brillare «dinnanzi agli uo­
mini» la luce dell’amore del Padre verso i peccatori perché, convertiti
al suo amore, lo glorifichino. Questa è la missione dei figli di Dio su que­
sta terra e in questo mondo, nella speranza di risplendere un giorno «come
il sole nel regno del Padre».240

238 Mt. 5,44-45a,48.


239 Mt. 5,13-16.
240 Mt. 13,43.
Padre nostro che sei nei cieli 107

c) Il “ Padre” di Gesù, che i discepoli chiamano «nostro», è esse


zialmente il Padre che «sta nei cieli»,241 il «Padre celeste».242 La sua pa­
ternità, in questo senso, non può essere paragonata a quella di qualun­
que altro padre terreno. Essa supera la paternità naturale e supera pure
la paternità spirituale, la relazione del discepolo con il maestro. Quella
di Dio è una paternità unica e — precisa Gesù — esclusiva: i suoi di­
scepoli sono «tutti fratelli» perché «uno è il Padre vostro: quello cele­
ste»; a lui solo essi devono rivolgersi chiamandolo sulla terra «Padre»
CAbbài).243 Infatti solo Dio è per essi fonte di vita, della vera vita: la
«vita eterna». Nessun padre di questa terra ha potuto darla! Nessun dio
di questo mondo — denaro, sesso, potere — ha potuto procurarla! Essi
devono tale dono esclusivamente al Dio rivelato dal suo Figlio Gesù Cri­
sto. Solo a lui! I discepoli sanno bene questo. Essi ne hanno fatto
“ esperienza” più volte. E proprio per questo credono in lui. Senza pa­
dre spirituale qui sulla terra, essi invocano il proprio «Padre che sta nei
cieli». Questo appellativo evoca in essi irresistibilmente la propria con­
dizione di pellegrini: come «sale della terra» e «luce del mondo» essi com­
piono senza sosta la propria missione «dinnanzi agli uomini» (cfr. su­
pra) sulla terra in un cammino comunitario volto alla dimora celeste del
Padre. Così cammina la comunità universale dei figli di Dio!244 Perciò

241 M t. 6,9b; 10,32.33; 16,17; 18,10.19. L ’invocazione «Padre nostro che sei nei
cieli», caratteristica di M t. (20 volte), m a non esclusiva (M e. 11,25; cfr. Le. 11,13), non
è frequente nella letteratura giudaico-palestinese del I secolo d .C ., pur essendo, tuttavia,
utilizzata dalla «preghiera ( = Qaddish) fondam entale del giudaism o» (R. A r o n , o . c . , 232)
antico. U na preghiera «con cui Gesù aveva familiarizzato da bam bino» (J. Jerem ias, Teo­
logia N T , I, 232). Essa diviene poi relativamente frequente nelle preghiere del giudaism o
posteriore (Cfr. S t r .- B ill., I, 410; J. K la u s n e r , o . c . , 387), com e invocazione divina
«m olto familiare» al culto della sinagoga (C .G . M o n t e fio r e , o . c . , II, 101). Tale im piego,
così com e viene attestato dal Qaddish e dai Targums, risale con ogni probabilità al I secolo
d.C . dietro l ’influsso del suo uso nella tradizione evangelica, in particolare di quella m at-
teana (cfr. M . M cN a m a ra , Targum and new testament, Shannon 1972, 116-119; A . D iez
M a c h o , Neophyti 1, IV: Nùmeros, M adrid 1974, 36-37).
242 Mt. 23,9b; cfr. 7,21; 12,50; 15,13,18,35.
243 Mt. 23,9. Perché il vocabolo “ padre” (aram.: abba) era nel giudaismo pure un
titolo onorifico, sinonimo di “ maestro” e di “precettore” (cfr. Mt. 23,8-10). Il Gesù di
Matteo ha protetto questa invocazione divina contro ogni profanazione da un uso volgare
proibendo ai discepoli di applicarla in senso onorifico agli uomini e quindi riservarla esclu­
sivamente a Dio: solo lui è vero Padre! cfr. J. Jerem ias , Abba, 445; Id., Teologia NT,
I, 87.
244 Questo è stato sottolineato con particolare insistenza dal Concilio Vaticano II il
quale puntualizza che «mentre la chiesa cammina in questa terra del Signore (cfr. 2 Cor.
5,6), si considera in esilio; essa ricerca e pregusta le cose di lassù» ove sta Cristo Signore
108 Il Padrenostro

essa introduce la propria e tipica preghiera invocando Dio con il perti­


nente titolo: «Padre nostro che sei nei cieli».

2) Al livello della redazione di Luca Pinvocazione iniziale è più bre


e, certamente, più antica: «Padre!». Quale contenuto teologico racchiude
questo vocabolo?
a) Diciamo subito che pure nella redazione lucana il “ Padre” in
vocato dai discepoli si identifica con il “ Padre” invocato dal Maestro
nelle sue preghiere:245 il Padre naturale di Gesù. Concepito «nel seno»
di Maria per opera delP Altissimo e del suo Spirito,246 Gesù è — in modo
misterioso e del tutto particolare — Figlio di Dio.247 A differenza di Giu­
seppe Dio è, quindi, il suo vero Padre 248 nel cui tempio — proprietà di
Dio e luogo della sua presenza — «deve stare» il Figlio. 249 Questa fi­
liazione divina propria di Gesù è senz’altro implicita nel significato di­
rettamente messianico che in molti testi il titolo “ Figlio di Dio” as­
sume.250 Come il Messia, discendendo da Davide, è suo signore e, per­
tanto, non può esserne discendente in senso carnale o essere figlio suo,251
così Gesù, essendo discendente del grande re252 secondo la linea genea­
logica di Giuseppe,253 non può essere discendente di quest’ultimo in
senso carnale. Egli è, invece, in modo messianico e particolare «Figlio
dell’Altissimo»,254 l’amato per eccellenza,255 l’eletto256 Figlio di Dio.257

(LG, I, 6; cfr. I, 7; VII, 48.49). In quanto «umana e divina» la Chiesa «è presente nel
mondo, e tuttavia, è pellegrina (SC, 2) «... in mezzo alle persecuzioni del mondo e alla
consolazione di Dio (S. Agostino, C/v. Dei, XVIII, 52,2), e annunzia la croce del Signore
fino a che egli venga» (LG, I, 8). La comunità cristiana è quindi essenzialmente «la chiesa
in cammino» (LG, VII, 48; DV, II, 7; UR, II, 6) o «chiesa dei viandanti» (LG, VII, 50),
i cui adepti, «cercando le cosedilassù» (Col.3,1-2) durante «ilcammino verso la città
celeste» (GS, II, 57), il pellegrinaggio«versola santaGerusalemme» (SC, I,8; cfr. GS,
proemio 1; I, 45), sono essenzialmente pellegrini, «viandanti» (LG, VII 49-50).
245 Cfr. Le. 10,21; 22,42; 23,34.46.
246 Le. 1,31.35.
247 Le. 1,35; 3,38; cfr. 1,43.
248 Le. 2,48-49; 3,23.38.
249 Le. 2 49.
250 Le*. 1*32; 3,22 ( = 9, 35), 4,3.9.48; 8,28.
251 Le. 20,41-44.
252 Cfr. Le. 3,31; 1,32.
253 Cfr. Le. 1,27; 2,4.
254 Le. 1,32.
255 Le. 3,22.
256 Le. 9,35.
257 Le. 4,3.9.41; 8,28.
Padre nostro che sei nei cieli 109

Una filiazione divina la cui autoproclamazione dinnanzi al tribunale giu­


daico, in occasione del processo, fu ritenuta un blasfemo attentato al mo­
noteismo mosaico e, perciò, meritevole della pena capitale.258 Gesù era
pienamente cosciente di essere Figlio naturale di Dio. E lo era anche circa
la sua intima ed esclusiva relazione con il Padre, il quale, mediante il
battesimo, gli ha consegnato la piena rivelazione di sé,259 costituendolo
— in virtù dell’esclusiva intima e mutua conoscenza— unico mediatore
di essa.260 Mediatore di quella rivelazione che, nascosta «ai saggi e ai
prudenti», iUPadre ha fatto ai suoi «piccoli» discepoli:261 la manifesta­
zione del Messia262 e del suo vittorioso potere sul “ nemico” del regno,
potere conferito ai discepoli.263 Per coloro che hanno perseverato con il
Maestro «nelle sue tentazioni» il Figlio prepara un regno come lo ha pre­
parato per luril-Padre.264 Al Padre il Figlio si rivolge supplicandolo —
e sottomettendosi, tuttavia, alla sua volontà— di allontanare il calice della
imminente passione;265 implorando sulla croce il perdono per i suoi ne­
mici e morendo, infine, con la totale fiducia del Figlio che rimette il pro­
prio spirito nelle mani del Padre:266 una fiducia non tradita! Infatti, ri­
suscitato dal Padre «dai morti, affinché mai più tornasse alla corru­
zione»,267 Gesù promette ai suoi discepoli «il regno», promessa adem­
piuta quando, «esaltato alla destra di Dio», effuse su di essi «lo Spirito
Santo promesso che aveva ricevuto dal Padre».268
b) Di tale “ Padre” sono figlipure i discepoli di Gesù. Questo è sta
più volte detto dal Maestro, innanzitutto nella preghiera da lui insegnata.
La preghiera ha, infatti, inizio con la invocazione propria di Gesù:
«Padre!».269 Nello stesso modo devono invocarlo i figli: con il medesimo
diritto, filiale fiducia e familiare intimità del Figlio! Tale invocazione è
un dovere e un diritto esclusivo di coloro i quali, grazie alla fede nella
parola di Gesù e al battesimo, partecipano alla filiazione divina
deirUnigenito di Dio e sono, quindi, figli di Dio. Solo di costoro Dio

258 Le. 22,70-71.


259 Le. 10,22a.
260 Le. 10,22b-c.
261 Le. 10,21c.
262 Le. 10,23-24.
263 Cfr. Le. 10,17-19; 11,20.
264 Le. 22,28-29.
265 Le. 22,42.
266 Le. 23,34-46.
267 At. 13,33-34.
268 Le. 24,49; At. 2,33.
269 Le. 10,21; 22,42; 23,34.46.
110 II Padrenostro

è legittimamente Padre. Ad essi è riservato Tosare di invocarlo come tale.


E debbono farlo, sottolinea Gesù, con la fidente insistenza delP “ amico
importuno” , sicuri che, essendo il Padre buono, egli «darà a coloro che
glielo chiederanno» il migliore e il più grande dei suoi doni: lo Spirito
Santo.270 Questo dono del Padre deve occupare un posto centrale nella
preghiera cristiana come “ pane quotidiano” assolutamente necessario
per poter vivere cristianamente “ ogni giorno” (cfr. infra).
La bontà di Dio non ha confini. Essa include anche coloro che non
riconoscono o dimenticano i suoi doni e coloro che, in stato di peccato,
rifiutano il suo amore: «gli ingrati e i perversi».271 Così ama Dio! Così
ci ha amato e ci ama il Padre! Nello stesso modo devono amare i suoi
figli: «dando senza sperare nulla in cambio» e amando i «propri ne­
mici»,272 mostrandosi “ misericordiosi” come lo è il Padre, affinché pos­
sano divenire pienamente ciò che sono: «figli dell’Altissimo».273 La fi­
liazione divina del cristiano non è un dono statico, ma dinamico: figlio
di Dio non si è una volta per sempre, si diviene. E tale dinamismo viene
costituito proprio da queir amore verso i “ nemici” tipico del Padre, da
quella bontà verso gli “ ingrati” e i “ perversi” manifestata dal Padre.
Il dio della religiosità naturale non ama in questo modo: «gli dèi amano
i saggi e odiano i malvagi» (Sofocle); essi tramano «la perdizione dei mor­
tali» (Omero); l’uomo che pecca non può «intrattenere amicizia con essi»
(Aristotele); «il regno di Zeus è il regno della giustizia» (Eschilo). Il re­
gno di Dio, rivelato dal Figlio, Gesù Cristo, è, invece, il regno dell’amore
illimitato. Così ama il Padre! Così devono amare i suoi figli!
Sicuri della provvidente paternità, la filiale e fidente fede può e deve
liberare i figli di Dio dall’angoscioso affanno per il futuro. Dio conosce
i bisogni dei suoi figli.274 La principale preoccupazione dei figli, preoc­
cupazione cui tutto il resto deve essere subordinato, dovrà essere la ri­
cerca del regno del Padre,275 quel regno che «al Padre è parso bene do­
nare loro»276 e per il cui avvento, come per la glorificazione del nome
del Padre, essi devono insistentemente e importunamente pregare.277

270 Le. 11,9-13.


271 Le. 6,35c.
272 Le. 6,35.
273 Le. 6,35-36.
274 Le. 12,22-30.
275 Le. 12,31a.
276 Le, 12,32.
277 Le. 11,2.5-8.
Padre nostro che sei nei cieli 111

R i a s s u m e n d o : L’invocazione iniziale del padrenostro viene


interpretata dai due evangelisti come un grido filiale, proprio ed esclu­
sivo dei discepoli di Gesù, di coloro che sono «suoi fratelli» (M t.), che
partecipano della sua filiazione divina e sono, non per natura ma per
gratuito dono celeste, figli di Dio. Un medesimo paterno legame unisce
il Figlio ai figli! Solo essi possono osare ciò che umanamente significhe­
rebbe una orgogliosa insolenza e una blasfema impudenza: invocare —
non metaforicamente, ma realmente — Dio con il nome di “ Padre” . Que­
sta invocazione è, quindi, propria di tutti i discepoli di Gesù, di coloro
che, grazie alla rigenerazione battesimale, sono suoi fratelli perché sono
figli di Dio. Questa invocazione non è esclusiva dei componenti la chiesa
fondata su Pietro. Essa è pure tipica di tutti i “ fratelli separati” con i
quali la chiesa cattolica odierna ha intavolato un fraterno dialogo278 e
per la cui comunione prega con la stessa preghiera che ha pronunciato
Gesù (Gv. 17,21) per l’unione dei suoi discepoli.279 Non dovrebbe essere
il padrenostro la preghiera che dà impulso ed accelera questa unione?
Pertanto, ai numerosi legami che accomunano cattolici e fratelli sepa­
rati di oriente e di occidente,280 si aggiunge P«orazione del Signore»:
tutti la recitano, tutti la possono recitare, unitiì II padrenostro è, per­
tanto, la preghiera per eccellenza dell’ecumenismo cristiano, di quanti
«per Cristo, con Cristo ed in Cristo» possono e debbono invocare Dio:
«Padre nostro». Un Padre provvidente verso le necessità dei suoi figli
e misericordioso verso tutti. Il suo amore si estende agli “ ingiusti” e ai
“ cattivi” (Mt.), agli “ ingrati” ed ai “ malvagi” (Le.). Non conosce li­
miti! Allo stesso modo devono amare i suoi figli per divenire pienamente
ciò che sono e compiere «dinnanzi agli uomini» la propria missione di
«sale della terra» e «luce del mondo», facendo risplendere con le loro
“ buone opere” l’amore di Dio verso i peccatori: l’unico amore che con­
verte!

278 Cfr. P aolo VI, Ecclesiam suam, III, 102-104; GS, 92; UR, I, 4.
279 UR, II, 8.
280 Cfr. UR, III, 14-18.20-23.
Sia santificato il tuo nome

I. T er tulliano 1

A nessuno mai era stato manifestato il nome di Dio Padre. Lo stesso


Mosé, che Gli chiedeva quale fosse il suo nome, si sentì rispondere con
un altro nome.2 A noi è stato rivelato nel Figlio. Prima, infatti, che ve­
nisse il Figlio, non ci era noto il nome di padre. Egli disse: «Io sono ve­
nuto nel nome del Padre»,3 e ancora: «Padre, glorifica il tuo Nome»,4
e più apertamente ancora: «Ho fatto conoscere il tuo Nome agli uo­
mini».5 Questo (Nome) dunque noi chiediamo che sia santificato, non
perché convenga agli uomini augurare del bene a Dio quasi vi sia un al­
tro cui si possa desiderare ciò, oppure che Egli ne soffra qualora non
glielo auguriamo. Ma ogni uomo deve di per sé benedire Dio in ogni luogo
e sempre, nel ricordo doveroso dei suoi benefici. Questa invocazione fa
le veci della preghiera della benedizione di lode. Del resto, se Dio san­
tifica tutti, il suo Nome è sempre santo e già santificato in se stesso. A
Lui l’assemblea degli angeli canta incessantemente: Santo, Santo,
Santo!6 Dunque, anche noi, destinati a vivere come gli angeli, se ce ne
faremo degni, impariamo già su questa terra quella sua voce celeste lau­
dativa di Dio, che sarà il nostro servizio nella gloria futura. E questo,
per quanto riguarda la gloria di Dio. Per quanto, poi, riguarda diret­
tamente noi, quando diciamo: sia santificato il tuo Nom e, chiediamo che
Esso sia santificato in noi che viviamo in Lui, come in tutti coloro che
sono ancora attesi dalla grazia di Dio, affinché, pregando per tutti, an­

1 De orat. Ili, 1-4. Tr. it., cit., pp. 46-^if.


2 Cfr. Es. 3,13.14.
3 Gv. 5,43.
4 Gv. 12,28.
5 Gv. 17,6.
6 Is. 6,3; Ap. 4,8.
114 Il Padrenostro

che per i nostri nemici, obbediamo anche a questo precetto. Perciò, pur
non dicendo l’espressione specifica: sia santificato in noi, la intendiamo
detta nelPinsieme.

II. S a n C ipriano 7

Subito dopo diciamo: Sia santificato il tuo N om e. Non preghiamo


certo che Dio sia santificato attraverso le nostre preghiere, ma chiediamo
a Lui che il suo Nome sia santificato in noi. Del resto, se è Dio che san­
tifica, da chi egli può essere santificato? Ma, poiché ha detto: «Siate santi,
perché Io sono santo»,8 chiediamo e imploriamo di perseverare in quello
che abbiamo cominciato ad essere, una volta santificati nel battesimo.
E questo lo chiediamo ogni giorno, ogni giorno infatti siamo bisognosi
di santificazione. Noi, che quotidianamente manchiamo, con un’assidua
santificazione dobbiamo purificarci dai nostri peccati. In che cosa con­
sista poi questa santificazione, che la bontà di Dio, ci accorda, lo dice
chiaramente l’Apostolo: «Gli immorali, gli idolatri, gli adulteri, gli ef­
feminati, i sodomiti, i ladri, gli avari, gli ubriaconi, i maldicenti, i rapaci
non erediteranno il regno di Dio. Voi tale eravate, ma siete stati lavati,
giustificati, santificati nel Nome del Signore Gesù Cristo, e nello Spirito
del nostro Dio».9 Ci chiama santificati nel Nome del Signore Gesù Cri­
sto, e nello Spirito del nostro Dio. Preghiamo perché permanga in noi
questa santificazione. E poiché il nostro Signore e giudice, all’uomo che
fu da Lui salvato e vivificato, ingiunse di non cadere perché non gli avesse
a succedere qualcosa di peggio, chiediamo questo con continue preghiere.
Chiediamo notte e giorno che si conservi in noi, con la protezione di Dio,
la santificazione e la vita che abbiamo ricevuto dalla sua grazia.

III. O rig ene 10

Per quanto scaturisce qui dalla parola, sia che non si sia compiuto
quello per cui l’orante prega, sia che egli, esaudito nei suoi voti, sup­

7 De dominica oratione, 12. Tr. it., cit. , pp. 99-100.


8 Lev. 19,2.
9 1 Cor. 6,9-11.
10 Perì euchès, XXIV, 1-3. Tr. it., cit., pp. 106-109.
Sia santificato il tuo nome 115

plichi che gli sia conservato quello che non è durevole, è ben chiaro que­
sto: secondo Matteo e Luca, quasi che il nome del Padre ancora non sia
santificato, ci si ordina: «Sia santificato il tuo nome». Come, si dirà,
si supplica che il nome di Dio sia santificato, come se non sia stato san­
tificato? Vediamo che cosa significhi il nome del Padre e che cosa si­
gnifichi essere santificato.
Il Nome è un’espressione compendiosa e rispecchia le qualità spe­
cifiche della cosa nominata. Ad esempio, vi è una certa specifica qualità
dell’Apostolo Paolo; una, propria dell’anima, per la quale essa è tale;
un’altra, propria dello spirito, per la cui virtù può contemplare deter­
minate cose; una infine del corpo in se stesso, per cui esso è quello che
è. Il carattere particolare di queste proprietà che è personale e non può
convenire ad altri (fra gli esseri non vi è nessuno che in qualche aspetto
non differisca da Paolo), è indicato col nome di Paolo. E quando gli uo­
mini cambiano in qualche modo le qualità loro proprie, secondo le Scrit­
ture cambiano a ragione anche i nomi. Essendosi cambiata la qualità di
Abramo, egli fu chiamato Abrahamo; così accadde per Simone, che ri­
cevette il nome di Pietro e col persecutore di Gesù che fu denominato
Paolo.
Per Dio, che è sempre invariabile e immutabile, vi è sempre un solo
e medesimo nome, Io sono, che è dato nell’Esodo11 e qualche altro che
similmente suona. Poiché in tutte le nostre considerazioni intorno a Dio,
nell’ansia di intendere ciò che è in rapporto con lui, non potendo com­
prendere quello che egli in se stesso è (in realtà sono pochi e, mi sia con­
sentito dire, soltanto pochissimi, fra i pochi, che comprendono le sue
proprietà) a giusto titolo ci si insegna che la nostra idea di Dio è sana,
se possiamo vedere la sua proprietà di creatore, di provvidente, di giu­
dice, ossia come egli crea, provvede, giudica, sceglie, ricompensa e ca­
stiga ognuno secondo che merita.
In queste e simili vedute è per così dire caratterizzata la qualità pro­
pria di Dio, che credo espressa nella Sacra Scrittura col nome di Dio.
Così nell’Esodo: «Non pronuncerai il nome del Signore Dio tuo in­
vano»;12 nel Deuteronomio: «Sia attesa come pioggia la mia dottrina,
scenda come rugiada la mia parola, come pioggia improvvisa sui verdi
germogli, e come goccia di rugiada sull’erba: perché è proclamato il nome

11 Es. 3,14.
12 Es. 20,7.
116 II Padrenostro

del Signore».13 Nei Salmi: «Ricorderanno il tuo nome in tutte le venienti


generazioni».14 Colui che alla sua idea su Dio unisce il disdicevole, que­
sti pronuncerà invano il nome del Signore Dio, Colui invece che si trova
in condizione di proferire parole simili alla pioggia ed atte a produrre
frutti nelle anime degli ascoltatori, colui che dice parole consolatrici, so­
miglianti alla rugiada, che a solida edificazione spande sui suoi uditori
una saluberrima onda di pioggia o stille efficacissime di rugiada, tutto
ciò attua per quel nome. Questi considerando che ha bisogno di Dio, per
poter compiere l’opera sua, chiama in aiuto quegli da cui propriamente
provengono tutti questi beni. Chi intende profondamente le cose di Dio
più che imparare ricorda, anche se crede di apprendere da altri il mistero
della pietà o di trovarlo da se medesimo.
Come l’orante deve sapere quanto qui si è spiegato, affinché egli
possa pregare: «Sia santificato il tuo nome», così anche gli necessita quello
che è detto nei Salmi: «Esaltiamo il suo nome insieme».15 Il profeta or­
dina che con pieno concento, con lo stesso spirito e nello stesso senti­
mento perveniate alla vera ed elevata nozione della proprietà di Dio.
L’esaltare il nome di Dio insieme si effettua quando uno è reso così par­
tecipe dell’effluvio divino, è preso sotto la protezione di Dio, e prevale
sui suoi nemici tanto che essi non possono rallegrarsi della sua caduta,
per il fatto che la forza di Dio, alla quale egli partecipa, lo esalta. Ciò
è significato nel salmo 29 con queste espressioni: «Io ti esalto, o Signore,
perché mi hai protetto e non hai consentito che i miei nemici gioissero
a causa mia».16 Esalta ognuno Dio quando ftel suo intimo gli dedica un
tempio, giacché il titolo del Salmo è il seguente: «Salmo per la dedica­
zione del tempio di David».

IV. S a n C irillo di G erusalem m e 17

Il nome di Dio è santo per natura, prescindendo dal fatto che noi
lo diciamo o no. Siccome però nei peccatori talvolta esso è profanato,
poiché è scritto: «Per causa vostra il mio nome è continuamente bestem­

13 Dt. 32,2.
14 Sai. 44,18.
15 Sai. 33,4.
16 Sai. 29,2.
17 Catecheses, XXIII, 12. Tr. it., cit., p. 429.
Sia santificato il tuo nome 117

miato tra le nazioni»,18 preghiamo che il nome di Dio sia in noi santi­
ficato. Non preghiamo che esso passi dalla mancanza di santità alla san­
tità, ma che divenga santo in noi, in quanto noi siamo santificati e com­
piamo azioni proprie della santità.

V . S an G regorio N isseno 19

A che cosa giovano queste parole per le mie necessità? Potrebbe dire
un uomo che espii con la penitenza i suoi peccati o che invochi il Signore
come alleato per sfuggire alla colpa che tenta di dominarlo, perché è sem­
pre in guardia contro le tentazioni del nemico. [...] Quindi, chi s’impegna
a sfuggire a tali colpe attraverso una alleanza con uno più forte, di quali
parole si potrebbe meglio servire? Non forse di quelle con cui si espresse
il grande David dicendo: «Sia strappato da coloro che mi odiano»20 e
«Indietreggino i miei nemici»21 e «Da’ a noi il soccorso dall’afflizione»22
ed altre siffatte invocazioni attraverso cui è possibile ridestare l’alleanza
di Dio contro gli avversari?
Ora, dunque, che cosa dice il testo della preghiera? «Sia santificato
il tuo nome». Se anche da me non fosse affermato questo, sarebbe forse
possibile che il nome di Dio non fosse santo? [...] Dunque è sempre santa
la potenza di Dio e, per ciò che riguarda la santità, non ha bisogno di
alcun completamento, perché è completa e perfetta in tutto. [...] La Pa­
rola, nel testo dèlia preghiera, vuole sicuramente affermare questo, che
la natura umana per la sua debolezza è incapace di conquistare un qual­
che bene e che perciò niente ci può toccare di quello che ci sta a cuore,
se il divino soccorso non sorregge la nostra debolezza e non compie il
bene in noi. Di tutti i beni il principale è questo, che in tutta la mia vita
il nome di Dio sia glorificato e, se partissimo dalla posizione contraria,
potrebbe nascere in noi una più chiara comprensione di tale verità. Ho
udito in un passo la Sacra Scrittura condannare coloro che sono col­
pevoli di bestemmia contro Dio, «Guai — dice infatti — a coloro per

18 Rom. 2,24; cfr. Is. 52,5.


19 De oratione dominica, III (PG 44, 1151B - 1156B). Tr. it., cit., pp. 74-77.
20 Sai. 34,16.
21 Sai. 55,10.
22 Sai. 59,13.
118 Il Padrenostro

colpa dei quali il mio nome viene bestemmiato fra le genti!».23 Questo
è il significato di tali parole: quelli che non hanno ancora creduto nel
verbo di verità indagano nella vita di coloro che hanno accolto il mistero
della fede. Quando dunque il nome della fede sia presente in alcuni, ma
la vita suoni discorde con il nome, nasce immediata da chi non crede
l’accusa non contro il modo di vivere di chi usa male dei beni del mondo,
ma contro il mistero, come se fosse esso stesso ad insegnare tali cose.
Colui che infatti è iniziato ai divini misteri non diverrebbe maledico,
avaro, ladro o colpevole di qualche altro simile vizio, se non gli fosse
consentito dalla legge il peccare. Penso, dunque, che sia necessario so­
pra ogni cosa auspicare, e fare di questo il fulcro della preghiera, che
il nome del Signore nella mia vita non sia bestemmiato, ma sia glorifi­
cato e santificato. «In me dunque — dice — sia santificato il nome della
Sua dominazione che io invoco ‘Affinché vedano gli uomini le buone
opere e glorifichino il Padre che è nei cieli’».24 Chi è quindi così bestiale
e insensato che, vedendo in coloro che credono in Dio una vita retta e
virtuosa non voglia glorificare il nome che in tale vita viene invocato?
[...] Perciò, se io dico nella preghiera: «Sia santificato il tuo nome», tali
grazie spero che la forza delle parole produca in me: «Possa diventare,
con il vigore del tuo soccorso, irreprensibile, giusto, pio. [...] Non è pos­
sibile infatti che Dio sia glorificato nell’uomo in altro modo diverso dalla
virtù che in lui testimonia le sue buone azioni.

VI. S a n t ’A mbrogio 25

Che significa sia santificato? Come se ci augurassimo che diventasse


santo colui che dice: Siate santi, perché io sono santo,26 come se gli si
aggiungesse qualcosa per effetto della nostra lode! No, ma sia santifi­
cato in noi, perché possa giungere a noi la sua azione santificatrice.

VII. T eodoro di M opsuestia 27

[...] Prima di ogni cosa fate ciò che può dare lode a Dio, Padre vo­
stro. Infatti, ciò che afferma Gesù in altro luogo — «la vostra luce din­

23 ls. 52,5 = Rom. 2,24.


24 Mt. 5,16.
25 De sacramentis, V, 4,21. Tr. it., cit., p. 113.
26 Lev. 19,2.
27 Omelie catechetiche, XI, 10.
Sia santificato il tuo nome 119

nanzi agli uomini brilli in tal modo che, vedendo essi le vostre buone
opere, glorifichino il Padre vostro celeste»28 — è il medesimo pensiero
che afferma in «sia santificato il tuo nome». E ciò significa: è necessario
che compiate tali opere, che il nome di Dio sia lodato da tutti, perché
ammiriate la sua misericordia e la sua copiosa grazia sparsa su di voi,
e che non è stato vano aver fatto di voi i suoi figli col donarvi miseri­
cordiosamente lo Spirito perché cresciate e progrediate, correggendovi
e trasformandovi in coloro che hanno ricevuto il dono di chiamare Pa­
dre Dio. Pertanto, come se agiamo diversamente saremo causa di bla­
sfemia contro Dio — cioè, gli estranei [alla nostra fede], vedendoci oc­
cupati in cattive opere, diranno che siamo indegni di essere figli di Dio
—, così, se ci saremo ben comportati, confermeremo di essere figli di
Dio e degni della nobiltà del Padre nostro perché siamo ben educati e
conduciamo una vita degna di lui. Per evitare che si blasfemi Dio e af­
finché scaturisca dalle labbra di tutti la lode a Lui, che vi ha innalzati
a tale grandezza, sforzatevi di porre in essere atti che producano un tale
risultato.

V ili. S a n G iovanni C risostomo 29

Dopo aver ricordato questa nobiltà e il dono di Dio, l’uguale di­


gnità esistente tra i fratelli, la carità eh?essi debbono avere gli uni per
gli altri, dopo averli sollevati da terra per innalzarli al cielo, vediamo che
cosa ancora Gesù comanda di chiedere con la preghiera. In realtà, anche
soltanto le prime parole sarebbero sufficienti a insegnarci ogni virtù. È
chiaro, infatti, che chi chiama Dio Padre e lo considera Padre comune
di tutti, deve vivere in modo tale da non essere mai indegno di questa
sua nobile origine e deve rispondere al dono con adeguato impegno e
ardore. Ma Gesù Cristo non si ferma qui e continua: «Sia santificato
il tuo nome». Ecco una preghiera degna di chi ha chiamato Dio suo
«Padre»: che cioè non chiede nulla prima della gloria del Padre, ma po­
spone ogni altra cosa alla sua lode. «Sia santificato» significa infatti sia
glorificato. Dio ha la sua gloria, che è infinita e che perdura eterna­
mente. Gesù tuttavia ordina, a chi prega, di chiedere che Dio sia glo­

28 Mt. 5,16.
29 In Matthaeum Hom., XIX, 4. Tr. it., cit., pp. 312-313.
120 Il Padrenostro

rificato anche per la santità della nostra vita. Aveva già espresso, questo
concetto con le parole: «Risplenda la vostra luce agli occhi degli uomini,
affinché vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che
è nei cieli».301 serafini, lodando Dio, dicono: «Santo, santo, santo»;31
appunto le parole «sia santificato il tuo nome» significano che il suo nome
sia glorificato. È come se dicessimo a Dio: Concedici di vivere in modo
così puro e perfetto che tutti, vedendo noi, ti glorifichino. La perfezione
del cristiano sta proprio in questo, nelPessere così irreprensibile in tutte
le sue azioni, che chiunque lo vede, per esse, renàe lode a Dio.

IX. S a n t ’A gostino 32

1) Ma vediamo ora quali sieno le cose che si debbon chiedere. Dopo


aver detto chi sia Colui ch’è pregato e dove abiti, la prima cosa che si
domanda è: Sia santificato il tuo nome. Questa domanda non suppone
già che il nome di Dio non sia santo per se stesso, ma esprime il desiderio
che la santità di questo nome sia riconosciuta da tutti gli uomini, cioè
che gli uomini abbiano una conoscenza così perfetta di Dio, che non sti­
mino niente di più santo di Lui, e così temano maggiormente di offen­
derlo. Né, perché è stato detto: Iddio è ben conosciuto in Giudea, grande
è il suo nome in Israele,33 si deve intendere che Dio sia più piccolo in
un luogo, più grande in un altro; ma perché il suo nome è grande, do­
vunque è ricordato per la grandezza della sua maestà. Così si dice santo
il suo nome dove si rammenta con venerazione e con timore di offen­
derlo. E questo è ciò che ora si fa, mentre il Vangelo, che diversi popoli
devono ancora conoscere, loda il nome di Dio pel ministero del suo Fi­
gliuolo.

2) Il nome di Dio, che tu preghi sia santificato, è santo. Perché pre­


ghi, dal momento ch’è già santo? Oltre a questo, quando preghi che sia
santificato il suo nome, non ti sembra forse di pregarlo per lui, e non

30 Mt. 5,16.
31 Is. 6,3.
32 1) De sermone Domini in monte, II, 5,19. Tr. it., cit., p. 118. 2) Serm. 56,5. Tr.
it., Discorsi (a cura di L. Carrozzi), Nuova Biblioteca Agostiniana - Città Nuova Editrice,
Roma 1983, p. 145. 3) Serm. 51 A. Tr. it., cit., p. 167.
33 Sai. 75,2.
Sia santificato il tuo nome 121

per te? Ma comprendilo bene: tu lo preghi anche per te. Tu infatti pre­
ghi che il nome ch’è sempre santo in se stesso, sia santificato in te. Che
significa dunque: sia santificato? Che sia ritenuto santo e non venga di­
sprezzato. Vedi quindi che quando esprimi questo augurio, auguri il bene
a te stesso. Se infatti disprezzerai il nome di Dio, sarà un male per te,
non per Dio.

3) Ecco perché è stato detto: Sia santificato il tuo nome. Noi gli chi
diamo anche che il suo nome venga santificato in noi: poiché per sé è
sempre santo. In che modo però il suo nome viene santificato in noi se
non rendendoci santi? In realtà noi non eravamo santi, ma lo diventiamo
in virtù del suo nome; egli invece è sempre santo come è sempre santo
anche il suo nome. È una preghiera che facciamo per noi e non già per
Dio. Noi infatti non formuliamo nessun augurio di bene per Dio, al quale
non può mai accadere alcun male. Auguriamo invece il bene a noi stessi
perché sia santificato il suo nome santo; esso, che è sempre santo, sia
santificato in noi.

X. S a n ta T eresa di G esù 34

[...] Il buon Gesù pose queste due domande Puna dopo l’altra, per­
ché sapeva che per la nostra miseria non avremmo potuto santificare,
lodare, magnificare e glorificare il nome santo del Padre celeste, se prima
non estendeva in noi il suo regno35 [...].

XI. C atechismo R om ano 36

Gesù ha seguito nel Padre nostro un ordine rigoroso, secondo il quale


ha sviluppato le domande che il cristiano deve rivolgere a Dio nella pre­
ghiera. E siccome questa interpreta ed esprime l’amore dei figli verso il
Padre, l’ordine delle nostre domande sarà ragionevole se e nella misura
in cui seguirà l’ordine del nostro amore. In primo luogo, l’amore del cri­
stiano deve rivolgersi con tutto lo slancio del cuore verso Dio, unico

34 Camino de perfección, c. 30. Tr. it., cit. , pp. 153-154.


35 La santa spiega, poi, questa supplica insieme alla successiva.
36 IV, lì, 1-9. Tr. it., cit., pp. 417-420.
122 Il Padrenostro

sommo Bene per se stesso. Dio va amato con un amore tutto speciale,
superiore a qualunque altro amore; va amato con tutto l’amore possi­
bile; va amato, anzi, unicamente. Tutto il resto, tutti i beni della terra
e tutte le creature, devono essere subordinati a Lui. Il suo onore e la sua
gloria vanno anteposti a qualunque cosa al mondo; i beni nostri o altrui,
tutte le cose che noi siamo soliti designare col nome di beni, devono ce­
dere dinanzi al sommo Bene perché tutti derivano da Lui.
Quindi nel Padre nostro Cristo ha giustamente messo al primo po­
sto la richiesta di questo sommo Bene. Prima del necessario per noi o
per il nostro prossimo dobbiamo domandare ciò che è richiesto dalla glo­
ria e dall’onore di Dio; questo deve costituire il nostro supremo anelito
di creature e di figli. In questo sta l’ordine unico e vero del nostro amore;
noi infatti dobbiamo amare Dio prima e più di noi stessi. Poiché non
si desidera, e quindi non si domanda se non ciò di cui si è privi, bisogna
domandarci quali cose l’uomo può desiderare per Dio e chiedere per Lui.
Dio, infatti, ha la pienezza dell’essere e la sostanza divina non può es­
sere in alcun modo aumentata o perfezionata, possedendo essa in modo
ineffabile tutte le perfezioni. È chiaro quindi che per Lui non possiamo
chiedere che delle cose esteriori, cioè la sua gloria esterna.* Chiediamo
così che il suo nome sia sempre più diffuso e conosciuto tra le genti, che
si estenda il suo regno e che le anime e i popoli sempre più si sottomet­
tano alla sua divina volontà. Ora queste tre cose — il nome, il regno e
l’obbedienza — sono meramente estrinseche a Dio e non costituiscono
affatto la sua Essenza; tanto che a ognuna delle tre richieste possiamo
applicare e aggiungere le parole connesse soltanto all’ultima di esse:
«Come in cielo, così in terra».
Con la domanda «Sia santificato il tuo nome», chiediamo che ven­
gano esaltate da tutti la santità e la gloria del nome di Dio. Ciò non si­
gnifica che il nome divino possa essere santificato sulla terra allo stesso
modo che in cielo; la glorificazione sulla terra non potrà infatti mai ugua­
gliare quella che Dio riceve nei cieli. Gesù ha inteso dire che uguale deve
essere lo spirito e l’impulso dell’una e dell’altra glorificazione, ossia
l’amore.
Ed è certo, inoltre, che il nome di Dio non ha per se stesso bisogno
di essere santificato, essendo già per essenza santo e terribile,37 come per
essenza è santo Dio stesso; né a Dio quindi, né al suo nome, può essere

37 Sai. 110,9.
Sia santificato il tuo nome 123

aggiunta alcuna santità che Egli non possegga già da tutta Peternità. Tut­
tavia noi domandiamo che il nome di Dio sia santificato, intendendo con
ciò che gli uomini lo onorino come va onorato, cessino dalPoffenderlo
con oltraggi e bestemmie, ne esaltino la gloria con lodi e preghiere,
sulP esempio appunto della gloria che il nome divino riceve in cielo dai
santi. Così che Ponore e il culto di Dio siano nel pensiero, nel cuore e
sulle labbra di ogni uomo, esprimendosi in venerazione adorante e in
espressione di lode al Dio sublime, puro, glorioso. Noi preghiamo che
si attui sulla terra quel magnifico concerto di lodi che in cielo esalta Dio
nella sua gloria,38 di modo che tutti gli uomini conoscano Dio, lo ado­
rino e lo servano, riuniti tutti nel cantico della fede e delP amore, rico­
noscendo nel Padre che sta nei cieli la fonte di ogni santità, di ogni gran­
dezza, di ogni purezza possibile alla vita qui in terra.
San Paolo afferma che la Chiesa è stata purificata per mezzo del
lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola,39 cioè nel nome del Pa­
dre, del Figlio e dello Spirito Santo40 in cui fummo battezzati e santi­
ficati. Non vi è dunque né redenzione né santificazione per colui sul quale
non si sia invocato il nome di Dio. Chiedendo che il nome di Dio sia
santificato, vogliamo esprimere anche questo: che Pumanità, sottratta
alle tenebre delP infedeltà, si illumini dello splendore della verità divina
e riconosca la potenza del nome del vero Dio, attingendo da esso la sua
santità e nel nome della santissima Trinità, mediante il Battesimo, ot­
tenga la redenzione e la salvezza.
Peraltro, nella nostra preghiera il pensiero va anche a coloro che,
col disordine del peccato, hanno perduto la santità e Pinnocenza batte­
simale, ricadendo sotto il giogo dello spirito del male.41 Anche in essi noi
desideriamo che si ristabilisca la lode del nome di Dio, cosicché, con sin­
cera conversione e nella confessione delle proprie colpe, rinnovino la loro
anima e si offrano come puro e splendido tempio d ’innocenza e di santità.
Intendiamo inoltre chiedere a Dio che infonda la sua luce in tutte
le menti, affinché ogni uomo abbia coscienza che ogni dono perfetto ci
viene dal Padre della luce42 e ci è concesso dalla divina volontà: la tem­
peranza e la giustizia, i beni delP anima e quelli del corpo, i beni esterni

38 Sai. 83,5; cfr. Ap. 4,8.


39 Ef. 5,26.
4° Mt. 28,19.
41 Cfr. Mt. 12,43-45 = Le. 11,24-26.
42 Giac. 1,17.
124 Il Padrenostro

della vita e della salute. Come dunque tutto proviene da Dio, così a Dio
tutto dev’essere riferito e a Lui servire. [...]
Va infine rilevato che in questa preghiera è insito uno speciale ri­
conoscimento della funzione e della missione soprannaturale della Chiesa,
la Sposa di Cristo. È in essa infatti che Dio ha posto i mezzi di espia­
zione e di purificazione dei peccati e la sorgente inesauribile della grazia,
comunicata attraverso i sacramenti della salvezza e della santificazione,
per cui scorre benefica nelle anime la mistica fecondità della vita divina.
E ancora perché è soltanto nella Chiesa e in virtù di essa che alPuomo
è dato di invocare e lodare il nome divino, il solo nome dato agli uomini
e nel quale gli uomini possono salvarsi.43
Tuttavia va osservato sopratutto che Dio non vuole essere pregato
soltanto a parole, ma con la vita e le opere, di modo che la santifica­
zione del nome divino non solo venga affermata con le labbra, ma ri­
splenda in tutta la condotta del cristiano. È infatti inammissibile che il
cristiano invochi la santificazione del nome di Dio e con le azioni poi
lo macchi e lo deturpi, così da farlo spesso maledire. San Paolo, infatti,
ha scritto: Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani44
[..•K
È infatti dalla vita dei cristiani che molti giudicano della religione
e del suo Autore. Cosicché dalla santa professione della nostra fede, e
dalla conformità della vita con la nostra preghiera, nasce un apostolato
religioso che serve effettivamente alla santificazione del nome di Dio e
offre agli altri motivo di lodare il nome del Padre e di celebrarlo con
ogni onore e gloria. È questo un esplicito comando di Gesù: provocare
con la bontà e lo splendore delle nostre azioni la lode e la benedizione
di Dio. Così risplendà la vostra luce davanti agli uomini — ha detto Gesù
— perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre
che è nei cieli45 E san Pietro scrive: La vostra condotta tra i pagani sia
irreprensibile perché /.. J al vedere le vostre buone opere giungano a glo­
rificare Dio nel giorno del giudizio 46

43 At. 4,12.
44 Rom. 2,24.
45 Mt. 5,16.
46 1 Pt. 2,12.
Sia santificato il tuo nome 125

XII. D. B onhoeffer 47

Il nome paterno di Dio, come è manifestato ai seguaci in Gesù Cri­


sto, deve essere santificato dai discepoli; infatti in questo nome è com­
preso tutto ΓEvangelo. Dio non permetta che il suo santo Evangelo venga
oscurato e rovinato da false dottrine e vita empia. Dio manifesti sempre
di nuovo ai discepoli il suo santo nome in Gesù Cristo. Egli induca tutti
i predicatori ad annunziare con purezza il Vangelo che rende beati. Egli
resista ai seduttori e converta i nemici del suo nome.

XIII. R. G ua rd ini 48

1. Il nome di Dio
Con esso siamo al centro del mistero della Rivelazione; poiché, Dio
ha un nome? un nome che non gli abbia dato l’uomo, ma con cui si chiami
Egli stesso? Nel secondo capitolo del Genesi sulla creazione si racconta
come Dio abbia creato l’uomo, come costui senta la solitudine e il Si­
gnore gli conduca gli animali, per vedere se l’uomo possa far comunità
con loro.49 Leggiamo: «Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a
tutti i volatili del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma per l’uomo non
trovò un aiuto che fosse simile a lui».50 Riconoscendolo, l’uomo coglie
il carattere particolare dell’essere vivente e l’esprime nel nome. Nel com­
prendere che cosa sia l’animale, comprende che cosa è egli stesso e che
egli è qualcosa di diverso dall’animale. Allora Dio, dalla sostanza vitale
dell’uomo crea la donna, un essere pari a lui, e soltanto fra loro, che
sono di pari nascita e condizione, si sviluppa la comunità dell’umanità.
Nel nominare, ^quindi, si guarda e si coglie, ed anche si discrimina.
Quando Dio creò l’uomo, dice lo stesso Genesi, «lo fece a sua im­
magine, secondo la sua somiglianza».51 Ecco come è espresso il nome
caratteristico dell’uomo: colui che è l’immagine di Dio. Ma qui si intrav-
vede anche il nome-di Dio: Archetipo. Ciò che l’uomo deve e può essere,
gli viene dato, la sua misura al di sopra di lui; ciò che Dio è, è da se stesso:
Egli è il Signore del suo essere.

47 Nachfolge. Tr. it., cit., p. 145.


48 Gebet und Wahrheit. Tr. it., cit. , pp. 49-66.
49 Cfr. Gen. 2,7.18-19.
50 Gen. 2,20.
51 Gen. 1,26.
126 Il Padrenostro

Qui si compie la distinzione su cui si basa la verità deir esistenza.


Tutto ciò che, sulPuomo, si possa mai dire, per esperienza di vita, fi­
losofia, o saggezza, è vero soltanto se contiene questa frase: Dio è
l’archetipo, il Signore dell’essere, poiché è Signore del suo essere; l’uomo
è immagine, riceve il suo essere, perciò è signore solo per grazia. Se, nel
pronunciarsi sull’uomo e su Dio si tralascia questa verità fondamentale,
anche se le parole sono piene di saggezza e di scienza, tutto cade
nell’anonimia e nella confusione, generando turbamento.
Vediamo anche come, proprio a questo punto, si inserisca la ten­
tazione. Dio ha eretto dinanzi all’uomo un segno della propria maestà:
l’albero, del cui frutto egli non deve mangiare.52 Questo albero dice che
Dio ha il diritto di dare precetti, ma l’uomo il dovere di seguirli. Perciò
si vedrà se costui agisce nel suo nome, nella sua verità, cioè come
quell’immagine di Dio ch’egli è oppure no. Ma il Tentatore dice: Im­
magine? oh no! Dio sa benissimo che voi siete uguali a Lui; archetipi
anche voi! Ma voi non lo sperimenterete, se rimanete soggetti. Contrav­
venitegli e acquisterete l’intima consapevolezza di essere come Dio
stesso!...53 Riconosciamo il suono delle parole, la volontà che oggi pe­
netra dappertutto in filosofia e letteratura, nel giornalismo e nella po­
litica e trae tutte le conseguenze: non immagine di Dio, nemmeno sol­
tanto ‘pari’ a Lui, ma Dio stesso! E con questo è detto ancora qualche
cosa di più! Assolutamente niente Dio, soltanto l’uomo — l’uomo, il suo
mondo e la sua opera! Proprio così: come l’aveva persuaso ‘il Mentitore
fin dall’inizio’.54
Ora incomincia l’amara storia dell’uomo, che non sa più il suo nome,
perché ha tradito quel nome sul quale era fondato il suo. Egli gira e do­
manda: Chi sono io? — e non riceve nessuna risposta. E sì che gli ri­
spondono di tutto! Che pazzie, che contraddizioni, che presunzione...55
Ma Dio non lascia cadere l’uomo. Già il fatto che questi, al primo
spaventoso colpo di rivolta e alle relative bugie, non sia andato in ro­
vina, fu grazia, inizio della redenzione. Quando poi, dopo infinite attese
nella lontananza e nelle tenebre, matura il tempo, Dio chiama l’uomo.
È l’avvenimento con cui ha inizio la storia diretta della Redenzione, la
chiamata di Mosé.56

52 Gen. 2,16-17.
53 Cfr. Gen. 3,1-5.
54 Gv. 8,44.
55 Rom. 6,23a; cfr. Gen. 2,17.
56 Cfr. Es. 3,1-4,17.
Sia santificato il tuo nome ìli

Mosé pascola il suo gregge nella solitudine del deserto delPHoreb.


In quel silenzio, la cui potenza noi, cittadini abituati al rumore, non pos­
siamo immaginare, e neppure sopportare, gli viene una visione: egli vede
un cespuglio che arde, ma non si consuma; e dalle fiamme gli rivolge
la parola quella figura misteriosa di cui parlano solo i primi libri della
Sacra Scrittura, P 6Angelo del Signore’, messaggero di Dio e allo stesso
tempo, in qualche modo, Egli stesso. Questi gli comanda di condurre
fuori dalPEgitto Israele che era prigioniero. Mosé si spaventa per questo
incarico, ma accetta Pordine e, per potersi giustificare dinanzi al popolo,
chiede come si chiami colui che gli parla. «Allora Mosé disse a Dio: Ecco,
io vado dai figli d’Israele e dico loro: — Il Dio dei vostri padri mi ha
mandato a voi! — Ma se mi domandano qual è il suo nome, che cosa
risponderò? Dio rispose a Mosé: Sono colui che sono. E aggiunse: Ai
figli di Israele dirai: lo-sono mi ha mandato a voi».57
Così è, pronunciato espressamente da Lui stesso, il nome di Dio:
«lo-sono». Nome misterioso, inquietante, ma se esaminiamo più atten­
tamente, vediamo che ci aiuta a comprendere quanto abbiamo consi­
derato più sopra.
In primo luogo è un rifiuto di ogni nome che potesse essere tratto
dalla terra. Poi fa, del modo in cui Dio è, nome; vale a dire del fatto
che Egli sia in un essere proprio e che domini di diritto proprio. Questo
essere e questo dominare non si compiono in qualche dove, nell’elemento
della generalità, nello spazio delle idee, ma ora, qui, in riferimento a Mosé
e alla storia sacra che sta iniziando. Dio si chiama dunque «Iahvé»: «colui
che qui è ed agisce». La Bibbia greca traduce il nome con Κύριος; la la­
tina con Dominus. Con la denominazione del nome di Dio, anche
all’uomo viene imposto un nome nuovo. Egli non è un essere della na­
tura, ma sta, nella storia fin dall’inizio, poiché è creato in quanto è chia­
mato. Così Dio, per ogni uomo, è «colui che è qui»; ‘qui’, cioè nel luogo
dove esiste chi è chiamato. O meglio: Colui che assegna all’uomo il luogo
della sua esistenza vale a dire «dinanzi a Lui»! In questo posto, l’uomo
deve mettersi e mantenersi sempre, nella costante obbedienza dell’essere
creato; così egli realizza se stesso. Se lo abbandona, nonostante tutta la
potenza e il rendimento, è ‘fuori posto’, il che è proprio quello che ca­
pita all’uomo moderno. Dio è Signore; per pienezza d ’autorità sua, che
non ha bisogno di nessuna legittimazione. Ma l’uomo è legittimo solo

57 Es. 3,13-14.
128 Il Padrenostro

in quanto deriva Tessere e il diritto da Dio. Il suo nome è questo. Se egli


lo abbandona, nasce la creatura selvaggia, che pretende autonomia: in
realtà non Pha, ma cerca di ottenerla con la menzogna e di strapparla
con la violenza, sia ad agir così il singolo o sia lo Stato. La storia non
sembra talvolta una catena di destini funesti, a cui la conduce di con­
tinuo la volontà nell’uomo di essere indipendente? Mentre egli è padrone
solo per concessione, perché Dio gli ha dato nelle mani il mondo ed egli
deve render conto di tutto quello che ne fa?
Mosé è una delle più grandi figure della storia; e se nella coscienza
comune non è più tale, la causa va cercata solo nella scarsa simpatia per
la Rivelazione. Egli conduce il popolo di Israele fuori dairEgitto. Al Si­
nai gli dà, da parte di Dio, la legge e lo statuto. Per la familiarità che
gli viene concessa, egli poi prega Dio di rivelargli alfine chi sia, per po­
terlo conoscere intimamente. Così leggiamo nel trentaquattresimo ca­
pitolo del libro dell’Esodo: «lahvé scese nella nube e Mosé stette là con
lui e invocò il nome di lahvé. lahvé passò davanti a lui e gridò: ‘lahvé,
lahvé, Dio misericordioso e pietoso, longanime, grande in grazia e fe­
deltà, colui che continuamente esercita la grazia verso migliaia, perdona
colpe, trasgressioni, peccati, ma non lascia completamente impuniti, poi­
ché castiga le colpe dei padri sui figli e sui nipoti fino alla terza e quarta
generazione’».58
Questo passo viene spesso interpretato falsamente. Certo, Dio pu­
nisce fino alla terza e quarta generazione — la solidarietà della vecchia
razza è sempre valida — ma egli ricompensa la fedeltà con grazia verso
migliaia! Di nuovo Dio si manifesta come Signore; ma ora come sovrano
della grazia. [...] Che Dio, nonostante l’opacità e la crudeltà dell’esistenza,
sia realmente il Signore della grazia, ce lo dice Egli stesso. Attenendoci
a questa parola, possiamo ricordargli: Signore, l’hai detto tu che è così;
dimostraci la tua grazia! Ma a questo nome di Dio — ‘Signore della gra­
zia’ — il nome dell’uomo si chiarisce ancor più: egli è colui che vive della
grazia di Dio.
Il Genesi inizia con le parole: «In principio Dio creò il cielo e la
terra».59 Anche un altro libro della Sacra Scrittura inizia con le parole
«in principio»: il Vangelo dell’apostolo Giovanni: «In principio era il
Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (stesso)».60 La frase

58 Es. 34,5-7.
59 Gen. 1,1.
60 Gv. 1,1-2.
Sia santificato il tuo nome 129

parla del mistero delFintimità di Dio e dice che in essa non vi è immo­
bilità né monotonia, ma ricchezza di vita, scienza, amore e fecondità,
Γιο e il tu, rapporto di intimità che trascende ogni concetto. Da questo
mistero, «uno» viene a noi. Si fa uomo e si manifesta come Figlio di Dip.
Così Dio è rivelato come «il Padre» — poiché Gesù parla di Lui quasi
sempre come del ‘Padre’, «Padre suo e nostro»; padre di una nuova vita,
che Egli ci dà, se entriamo in una comunione di fede con Gesù. [...]
Così suona, dunque, il nome di Dio: colui che esiste come arche­
tipo; il Signore di se stesso e del mondo; Signore della grazia e Padre
della vita eterna. Noi uomini, però, abbiamo, nel nome di Dio, il no­
stro; noi siamo coloro che esistono nelPimmagine, che sono chiamati,
che vivono della sua grazia, che sono suoi figli e figlie e il cui fratello
maggiore è Gesù. Questa è la nostra verità. Essa vuol dire che il nostro
nome è legato al nome di Dio. Noi siamo certi della nostra realtà sol­
tanto se sappiamo qual è la sua.
Consideriamo brevemente, nella storia, le risposte che l’uomo ha date
al problema concernente se stesso, non appena ha distolto la sguardo da
Dio. Una dice: l’uomo è materia differenziata... l’altra: è il padrone au­
tonomo della sua esistenza... una terza: si identifica con l’assoluto...
un’altra ancora: l’uomo è, a dir il vero, un essere lasciato in balìa di se
stesso e finito nel tempo, ma gode di una spaventosa libertà e deve de­
terminare ad ogni momento il suo proprio essere... un’ultima: non è niente
altro che una funzione della società, uno strumento dello Stato... Non
si inorridisce dinanzi al caos? A un caos che non è del tipo della con­
fusione positiva, che regna all’inizio di una nuova questione, ma in cui
poi, a poco a poco, il pensiero si chiarifica; ma che è piuttosto come un
disorientamento maligno, distruttore, che risorge continuamente? Di cui
forse si dovrebbe dire addirittura che aumenta? In ogni caso, nei tempi
moderni, a causa del progresso delle scienze esatte, è stato maggiore che
non nel medioevo, poiché quello una simile mortale assurdità sull’uomo
non l’ha pensata; e che esso nell’epoca futura, non ancora denominata,
diminuisca, può esser ovviamente messo in dubbio.
Ma perché l’uomo, nonostante tutto il progresso, è tanto sconosciuto
a se stesso e lo diviene sempre più? Perché ha perduto la chiave per com­
prendere l’essenza dell’uomo. La legge della nostra verità dice che l’uomo
si riconosce soltanto partendo dall’alto, al di sopra di lui, da Dio, per­
ché egli trae l’esistenza solo da Lui. Dietro ogni falsa asserzione sull’uomo,
sta una falsa dichiarazione su Dio. Ma il concetto capovolto, che parte
cioè dall’uomo, ha sempre generato anche un rapporto di vita rovesciato.
130 Il Padrenostro

Ha portato a questo: che l’uomo ha divinizzato o degradato l’uomo, lo


ha viziato o maltrattato. Lo vediamo dappertutto nel mondo! Egli ha
perduto il sostegno che regge la sua realtà, il nome del Dio vivente: per­
ciò è incappato in una falsità da cui non lo libera nessuna filosofia e nes­
suna politica.
Così comprendiamo come la prima richiesta nella preghiera del Si­
gnore invochi da Dio che il suo nome possa rimanere santo in mezzo a noi.

2. La santificazione del nome divino


[...] E vai la pena di sottolineare che fra le sette richieste che ab­
bracciano la nostra vita temporale ed eterna, all’inizio ci sia quella che
invoca la santificazione del nome di Dio. Ci ricorda che la nostra esi­
stenza — siamo o no consapevoli di questo, d ’accordo o no — viene de­
terminata nel suo profondo dal nostro rapporto con Dio. Nello stesso
Discorso della Montagna, in cui è inclusa anche la preghiera del Signore,
Gesù parla della Provvidenza e dice: «Cercate anzitutto il suo Regno e
la sua giustizia, e tutte queste cose» — vale a dire quanto è necessario
per l’esistenza terrena — «vi saran date in più».61 Ciò che sia «il Re­
gno», deve occuparci ancora molto; qui è importante l’ordine di cui si
parla, che deve dare a tutte le preoccupazioni e le ricerche il loro giusto
posto: dapprima il Regno di Dio, poi tutto il resto. Ma proprio per il
fatto che il suo Regno è cercato per primo, «tutto il resto» è garantito.
Lo stesso ordine è visibile anche nella struttura della preghiera del Si­
gnore. Così avremmo motivo di verificare se il destino del santo Nome
sia per noi veramente oggetto della nostra prima e più attiva cura. Ma
osiamo noi prendere la questione sul serio? Non dobbiamo subito li­
mitarla, ciò che ci dovrebbe far vergogna, al problema se davvero sen­
tiamo in proposito una sollecitudine?
Il nome di Dio ci è dunque rivelato e noi possiamo dirlo. Esso ci
assegna il posto della nostra esistenza, poiché così noi entriamo nel no­
stro proprio essere. Se diamo a Dio il nome giusto, attribuiamo il nome
giusto anche a noi stessi. Perciò dobbiamo sapere e, pregando, dobbiamo
riconoscere sempre e continuamente come verità fondamentale della no­
stra vita, che Egli è l’archetipo e il Creatore, mentre noi siamo le crea­
ture fatte a sua immagine; Egli è il Signore dell’essere, noi siamo i chia­
mati e gli obbedienti; Egli è il Signore della bontà, mentre noi viviamo

61 Mt. 6,33.
Sia santificato il tuo nome 131

della sua grazia; Egli è il Padre, e noi, nella comunità del Cristo, i suoi
figli e figlie, e quindi, fra di noi, fratelli. Mantenersi in quest’ordine con
il cuore puro è ciò che la Scrittura chiama «timor di Dio».62 Nella mi­
sura in cui lo realizziamo, diventiamo veramente noi stessi; ma se ce ne
allontaniamo, abbandoniamo la nostra essenza e perdiamo il senso della
nostra vita.
Quando dunque vogliamo parlare a Dio, sappiamo come dobbiamo
chiamarlo... Ma fermiamoci ancora un momento. Non abbiamo mai pro­
vato talvolta, accingendoci a pregare, il dubbio improvviso: come posso
rivolgermi a Dio? dandogli del tu? non è un sacrilegio? E ancora: un di­
scorso siffatto ha un senso? C’è qualcuno che ascolta? E se qualcuno
c’è, è veramente Lui? Rivolgendo la parola a qualsiasi persona, la si
chiama, e chiamandola, si entra con lei in relazione: — con chi faccio
questo io, in quell’atteggiamento di franchezza e semplice abbandono
che si chiama ‘pregare’? Pensiamo a queirinquietante pagina delle Con­
fessioni di sant’Agostino, in cui egli prega che Dio gli dia una testimo­
nianza, per sapere chi chiama, perché «potrebbe anche essere che si chiami
un altro da quello che si intende, se lo si chiama senza sapere».63 E ci
sarebbe veramente motivo per adombrarsi e arrestarsi, poiché che cosa
mai hanno invocato gli uomini, sostenendo di invocare Dio! Ma per il
fatto che Gesù ci ha dato le parole e ci ha detto non solo: così potete;
bensì: così dovete pregare,64 ha risposto Lui alla domanda — domanda
che può essere una questione di veracità, ma anche di debolezza o di pi­
grizia o di evasione. Con ciò Egli ha detto: se tu dici queste parole, sei
nella verità. Se invochi questo nome, chiami il Dio vivente, tuo Padre.
E ciò che a te allora si volge, è il suo amore.
La prima richiesta, dunque, supplica Dio di voler concedere che il
suo nome sia santificato. Ma che cosa significa ciò? Se interroghiamo
la Scrittura per sapere in che cosa consista l’attributo indicante tutto
quanto appartiene a Dio, la sua proprietà intollerantemente esclusiva e
il profumo della sua vicinanza, troviamo questa risposta: la santità. [...]
Santità di Dio significa, anzitutto, che nulla di comune, di basso,
di ignobile, può essergli attribuito. Di più: significa che Dio non è «del
mondo», ma è totalmente altro da ciò che si chiama mondo: misterio­
samente rinserrato e inaccessibile. Nessun concetto lo esprime. Nessun

62 Qo. 12,13.
63 C o n f, I, 7,1.
64 Mt. 6,9a = Le. 11,2a.
132 Il Padrenostro

potere può metter la mano su di Lui. Non appena Egli sfiora la sua crea­
tura, essa rabbrividisce. Santità di Dio significa inoltre che in Lui non
si trova alcunché di cattivo, nessuna menzogna, nessuna ingiustizia, nes­
sun atto di violenza, nessuna impurità; significa invece che Egli è buono.
Ma questa bontà non è una legge, che gli sia imposta e che Egli adempia
nel modo più perfetto: Egli stesso è la bontà. Chi parla del bene, parla
di Lui. Così il Signore replica anche a quel discepolo che lo vuol ono­
rare: «Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono».65 La bontà poi, in
Lui, non è solo sentimento, ma realtà; non solo intenzione e desiderio,
ma essenza. Bontà e realtà sono in Lui una cosa sola e da questa unità
emana una luce: la santità.
Ricordiamo le parole del Sanctus della Messa: «Santo, santo, santo,
il Signore, Dio degli eserciti!». Derivano dalla visione con cui fu chia­
mato alla sua vocazione il profeta Isaia. Il Signore vi appare «seduto su
un trono alto ed elevato, e i lembi (del suo manto) riempiono il tempio».
Lo circondano serafini, esseri potenti, ognuno dotato misteriosamente
di sei ali. Tremanti alla vista della sua maestà, si nascondono il viso e
proclamano la santità di Dio: «Tutta la terra è piena della sua gloria!».
La commozione investe pietre ed edificio e «vibrano gli stipiti delle porte».
Ma il profeta è invaso dalla paura che coglie l’uomo peccatore alla pre­
senza del Dio Santo: «Io dissi: Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo
dalle labbra immonde io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra im­
monde io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, lahvè degli eser­
citi’»66 Quale scena! La santità in cui bontà e realtà, sentimento e po­
tenza sono una cosa sola, risplende. Questa luce è la gloria di Dio, ter­
ribile per l’essere che si conosce colpevole.
La prima richiesta sollecita Dio perché la sua santità sia tenuta in .
onore. Ma vogliamo essere precisi: poiché dice di più: il nome di Dio,
cioè Egli stesso, possa venir «santificato». Per comprendere ciò, dob­
biamo risalire a quello che costituisce il fondamento della nostra fede.
Che cosa si pensa che dovrebbe essere la logica conseguenza della
santità di Dio, che è splendore? Naturalmente, che Egli rimanga in quella
«luce inaccessibile» che, come dice Paolo, «nessuno degli uomini vide
né può vedere».67 In verità, Dio, per una deliberazione che sfugge al no­
stro giudizio, è venuto a noi. Dal mistero di questa venuta dipende tutto.

65 Me. 10,18.
66 Is. 6,1-5.
67 1 Tim. 6,16.
Sia santificato il tuo nome 133

Non significa solo che Dio sia ‘dappertutto’, quindi anche presso di noi;
che Egli sia qui sempre, cioè anche nel nostro tempo. Questo solo non
sarebbe il motivo per cui la nostra fede rende grazie con tanto stupore
eppure in un accordo così profondo. Poiché se diciamo soltanto: Dio
è qui, la sua dimora nell’alto supera tale ‘qui’ e si ritira nell’inaccessibile.
Similmente, se diciamo: è fra di noi ora, questo ‘ora’ svanisce dinanzi
alla sua maestà ed Egli si ritrae nella sua eternità. Ma Dio fa di più, mi­
steriosamente molto di più. Egli viene, se così si può dire, oltre i confini
che ci separano da Lui ed è ora «presso di noi». Partecipa della nostra
esistenza ed «abita fra di noi». Tutta la storia del popolo eletto fa perno
sull’immensa realtà che Dio è in mezzo ad esso, vi abita, lo guida, com­
batte la sua battaglia. Questo si esprime nell’arca santa e poi nel tempio,
che erano, in un senso ben preciso, ‘abitazione di Dio’.
Ma se si prende tutto ciò sul serio, sorge subito la domanda se un
popolo possa sopportare questa consapevolezza: che il Dio vivente abiti
— si potrebbe quasi dire ‘in persona’ — in mezzo ad esso. Non vi è forse
la minaccia di due gravi pericoli; uno, che esso non sopporti più la ter­
ribile presenza e scivoli nel paganesimo, scevro di responsabilità; l’altro,
che esso tenti di violentare questo mistero e di abusarne con la magia?
In ambedue i casilDio verrebbe disonorato; e la Scrittura dice che qual­
cosa del genere è realmente accaduto. Così la santa presenza è circon­
data da una protezione, che è la «legge». I libri dell’Esodo, dei Numeri,
del Levitico, del Deuteronomio mostrano come la vera manifestazione
della volontà di Dio annunzi innanzitutto la sostanza della legge; poi i
capi e i giudici del popolo la sviluppano ulteriormente e aggiungono pre­
scrizione a prescrizione. Si è tentato di spiegare questa legge dai diversi
punti di vista — politico, sociologico igienico. Se ne coglie certamente
qualcosa; ma la sua ragione vera è altrove. Tutti i divieti e i comanda-
menti dovevano scuotere sempre più il credente dalla dimenticanza e dal
sentimento di qualcosa di ovvio e rammentargli l’enorme privilegio che
gli veniva tanto concesso, quanto imposto. La legge doveva essere un
muro sacro attorno a Dio, a protezione sia di Lui che degli uomini in­
torno a Lui: ma ciascuna delle sue prescrizioni era anche una grande porta,
che conduceva a Lui.
Così Dio fu santificato per mezzo della legge. Nel linguaggio
dell’Antico Testamento, queste parole significano che la realtà profana
era tenuta lontano da Lui e da ciò che è suo: che Egli era circondato da
sacro timore e da profondo rispetto e che allo stesso tempo anche l’uomo
era difeso dall’ardore consumante del Santo, che poteva distruggerlo, se
134 Il Padrenostro

si fosse avvicinato troppo. Pensiamo a queir avvenimento, ad una prima


lettura così sconcertante, che occorse durante il trasporto deir arca
deir alleanza fuori dalla terra dei Filistei: poiché minacciava di scivolare
dal carro, uno, non autorizzato a ciò la volle tenere, «ma l’ira di lahvé
divampò contro di lui e lo colpì».68 Così la legge dice continuamente ai
credenti: Fate attenzione, in mezzo a voi abita Dio! E non solo nel modo
— se così si può dire — equilibrato dell’onnipresenza, ma nel modo spe­
ciale, irraggiante potenza, che s’è manifestato per la prima volta sul Si­
nai. Abbiate una venerazione santificante!... Ma se il credente si ritraeva,
nel timore dell’Inavvicinabile, ne esperimentava la grazia. Nella misura
in cui egli ne avvertiva la distanza, s’immedesimava in quella vicinanza
irradiante vita. Tutte le volte che si tratteneva dal servirsi del Santo, que­
sti lo benediceva. Ma poiché Dio è il suo nome stesso, fu santificato an­
che il nome pronunciato sull’Horeb: «lahvé», il che significa: «Colui che
con la sua potenza è qui». La sua denominazione fu circondata da bar­
riere, sempre più rigorose, finché non fu più pronunciata e al suo posto
si usarono parafrasi.
Nella nuova Alleanza la legge scompare. Il nome di Dio si appro­
fondisce fino a identificarsi con quello del Padre. Ma nella preghiera che
deve esprimere per i suoi la forma del loro rapporto con Dio, Gesù ri­
prende quell’esigenza fondamentale dell’antica pietà religiosa. Così la
prima richiesta esorta il cristiano ad avere nel suo cuore la preoccupa­
zione per il santo Nome. Gli ricorda che con la sua fede, con il suo amore,
con tutto il suo atteggiamento intimo, egli deve santificare il Nome del
Padre, in se stesso come nel suo ambiente. Sì, la preghiera gli dice di
avere queste disposizioni, significando con questo che non si tratta di
una religiosità naturale proveniente dal sentimento dell’uomo dotato di
buone disposizioni, ma di grazia. È la grazia della pietà religiosa, nel senso
più puro, e il Signore ci insegna a pregare per ottenerla. Noi, nella san­
tificazione, non dobbiamo vedere solo un dovere, che ci è imposto, ma
qualcosa di grande che ci è affidato. E colui che ce l’affida, ci dà
l’intelligenza e la forza intima per corrispondere alla sua fiducia.
Ma noi dobbiamo penetrare ancora più profondamente nelle parole
del Signore, per coglierne l’intimo significato; che non è: fa’ che pos­
siamo santificare il tuo nome, ma: fa’ che esso sia santificato, che il mi­
stero della santificazione si compia. Dopo tutto, la santificazione non

68 1 Cron. 11,10.
Sia santificato il tuo nome 135

è un atto delPuomo, ma di Dio stesso. È Lui che si santifica nell’uomo.


Egli si manifesta all’uomo come Colui che è essenzialmente Santo e fa
sì che questi si chini «nel tremore dell’adorazione». In questo, una cosa
diviene per lui chiara: Dio solo è Dio: io sono una creatura. Egli solo
è santo; io sono peccatore. Questa illuminazione pone l’uomo nella ve­
rità della sua esistenza. È la grazia fondamentale della vita redenta e il
Signore ci insegna a pregare per ottenerla prima di ogni altra cosa.
E com’è necessario l’aiuto di Dio, perché il suo nome rimanga santo!
Ripensiamo a come si è parlato di Lui: dai filosofi veri o presunti, dai
poeti e dai politici, dagli scrittori e dai parolai di ogni tipo! Che cosa
proveremmo se di un uomo che amiamo si parlasse come di Dio? E pre­
scindiamo dalle negazioni e dalle eresie che sono sempre più vergognose
— il nome di Dio è già divenuto un semplice monosillabo rafforzativo.
Se uno chiede: «Ti piace?», l’altro risponde: «Dio, sì!», eco di una pa­
rola, che un tempo faceva tremare.
Dio ha posto tutte le cose nella loro sostanza e nella loro realtà —
le cose e noi uomini. Tutto è soltanto perché Egli lo regge. Se chiedes­
simo: che cosa è? la prima risposta sarebbe: Egli, Dio. Egli è, sempli­
cemente e in virtù di se stesso; noi e tutto ciò che si chiama mondo siamo
soltanto per mezzo di Lui e dinanzi a Lui. Così Egli dovrebbe risplen­
dere veramente dappertutto, attraverso tutto. Le cose dovrebbero fio­
rire attingendo vita da Lui. Invece tutto è opaco e muto. Come mai? Non
ci siamo mai stupiti del fatto che Dio è, e si possa vivere come se Egli
non fosse? Che muro resistente deve essere l’uomo, pur nella sua po­
vertà, per impedire a Dio di far filtrare attraverso di lui il suo fulgore!
Ma la sua generosità ha voluto che l’uomo fosse libero; realmente
libero di fare come vuole, anche contro la sua santa volontà. Così Dio
si è, per così dire, trattenuto; ha dato all’uomo la libertà di poter dire
di sì o di no — nella fiducia, da Signore veramente grande qual è, che
l’uomo a cui vien data libertà, tenga da parte sua in onore quel Dio che
10 onora in modo tanto alto. Ma l’uomo ha detto di no; allora sul mondo
è scesa una tale tenebra e un disorientamento tale l’ha penetrato, che
l’uomo può vivere come se Dio non ci fosse; vi sono filosofie che eleg­
gono questa negazione a fondamento del loro sistema; elaborano una
politica che, come premessa per ogni potenza e benessere, spegne la fede...
In verità: «mistero di iniquità!».
Con la più profonda gravità, vogliamo pregare Dio di santificare
11 suo nome in noi e attraverso noi, perché esso divenga luce. Non di­
mentichiamo mai che l’uomo si salva solo nella santificazione del nome
136 Il Padrenostro

di Dio. Tutte le volte che, sopratuttoorso della storia, il nome di Dio è


stato oltraggiato, maltrattato o dimenticato, è stato dimenticato anche
il nome dell’uomo. Una scienza che oltrepassa i suoi limiti vede nelPuomo
il tipo di animale più altamente sviluppato: una cieca filosofia della ci­
viltà lo ritiene un essere economico o sociologico; infine è venuto il to­
talitarismo che ha fatto di lui del materiale per le sue mire politiche. È
davvero necessario che noi diciamo la preghiera del Padre nostroì [...].

X I V . H . VAN DEN BUSSCHE69

1. Il nome
Per l’israelita il nome indica sempre una funzione, una destinazione.
Il nome di un ente non è mai il riassunto di una definizione filosofica,
la traduzione di un’essenza. L’orientale è un uomo pratico e non spe­
culativo e si interessa pochissimo all’essenza delle cose. Egli, però, spesso
pone nel nome molto più di quanto l’occidentale possa immaginare. Da
noi, ad esempio, si dà un certo nome ad un bambino per motivi senti­
mentali (il nonno si chiamava così) o semplicemente perché un certo nome
suona bene. In oriente, invece, il nome ha un senso, il valore di una be­
nedizione per il bambino o di maledizione per i suoi nemici. Il nome au­
gura un determinato destino, e l’orientale crede nell’efficacia di questo
augurio o di questa maledizione. In certo senso il nome è decisivo per
l’avvenire dell’individuo. Da quando l’uomo ha dato un nome agli ani­
mali nel paradiso,70 ogneduno di essi — pensa l’israelita — ha un com­
pito da svolgere nel mondo creato. Il compito corrisponde al suo nome.
Così, ad esempio, l’uomo ha chiamato il cavallo “ cavallo” , non perché
era un cavallo, ma perché ottemperasse nel mondo al compito di cavallo.
Ciò vale pure per i cambiamenti di nome delle persone: Nabucodonosor
ha cambiato il nome di Mattania con quello di Sedecia ( = Sedeq-Yah:
Yahvé è giusto) quando lo pose come re di Gerusalemme. Bisogna, dun­
que, fare molta attenzione!71 L ’imposizione di un nome è molto simile
ad una “ nomina” . Quando Simone viene chiamato Kefà (pietra) signi­
fica che viene costituito K e fà 12 II nome non è, quindi, un soprannome

69 O.c., 67-79.
™ Gen. 2,19-20.
71 2 Re 24,17.
72 Gv. 1,47.
Sia santificato il tuo nome 137

senza valore o un nomignolo, esso determina il compito di un uomo nella


società.
Il nome di Dio è ciò mediante cui egli si rivela. Questo nome esprime
ciò che Dio è per coloro che lo conoscono, coloro «su cui il suo nome
è invocato», cioè coloro che portano il suo nome. Conoscere il nome di
Yahvé significa sapere ciò che si deve a Yahvé e, conseguentemente, si­
gnifica conoscerlo come colui che, con la sua presenza protettrice, dà
vita ad Israele. Zaccaria afferma che alla fine dei tempi «Yahvé sarà il
re di tutto l’universo; in quel giorno Yahvé sarà unico e unico il suo
nome».73 Ciò significa che nessuno penserà di invocare un’altra divinità.
Il nome esprime il significato di Yahvé per coloro che invocano il suo
nome. Inoltre, il nome proprio di Dio esprime la sua personalità intima,
profonda, inconoscibile per l’uomo [...]: egli è ineffabile. È fatica inu­
tile cercare di conoscerlo, così come fu temerario da parte di Mosé chie­
dere a Yahvé che gli mostrasse la sua gloria: egli non avrebbe potuto ve­
dere faccia a faccia la gloria di Yahvé senza morire,74 perché è attraverso
il volto che ci si fà conoscere e Dio non rivela mai il mistero della sua
personalità più intima. Alla indiscreta domanda di Mosé Yahvé risponde:
«Io sono colui che sono».75 In questo modo in un certo qual senso sot­
trae alla curiosità dell’uomo il mistero del suo intimo essere, rivelando
solamente ciò che è e sarà per l’uomo. Mosé ed Israele dovranno accon­
tentarsi di questa risposta. Per essi Yahvé sarà: «Io sono». Egli, nel dar
loro questo nome, dà pure la sicurezza che starà con Israele e in suo fa­
vore. Il nome di Yahvé è per Israele anche la garanzia della liberazione
dall’Egitto e, per il futuro, il pegno della costante protezione [...].
Il nome di Yahvé è quindi il compendio della sua azione salvifica
nella storia di Israele. Se il nome di Yahvé è buono,76 grande,77 santo78
è perché Yahvé nel suo agire si è mostrato buono, grande e santo in rap­
porto al popolo e ai singoli79 [...]. Annunciare il nome di Yahvé non si­
gnifica altro che far conoscere la sua azione di salvezza nella storia80
[...]. Invocare il nome di Yahvé è appellarsi alla sua volontà di salvezza.

73 Zac. 14,9.
74 Es. 33,18-23.
75 Es. 3,14.
76 Sai. 52,11; 54,8.
77 2 Cron. 6,32.
78 Sai. 103,1-2.
79 Cfr. Sai. 111,9; Le. 1,49.
80 Cfr. Is. 12,4.
138 Il Padrenostro

Il suo nome è il compendio di tutto ciò che la sua persona compie verso
Testemo. Per questa ragione il suo «grande nome» si unisce alla sua «forte
mano» e al (suo) «braccio teso».81

2. La santificazione del suo nome


Il nome di Yahvé è santo. Nella santità risiede la sua più intima na­
tura. La Bibbia pone in ciò la caratteristica delPessenza divina. Solo Dio
è santo.82 Yahvé è il totalmente-altro, assolutamente superiore ad ogni
cosa, inaccessibile al mondo creato. La sua santità è la sua stessa divi­
nità. Quando egli giura sulla sua santità,83 giura per se stesso (per chi
se non per se stesso potrebbe giurare Yahvé?) e, più esattamente, per la
sua inimmaginabile onnipotenza. Affermare che la santità di Yahvé è la
sua essenziale caratteristica non significa impelagarsi in problemi meta­
fisici. L’israelita ha un ottimo senso comune per non essere cosciente che
la sua intelligenza è incapace di costringere Dio nei suoi concetti, di espri­
merlo in una definizione. Dio si limita a far supporre ciò che è, sotto­
lineando Pillimitato dinamismo della sua personalità: chi potrebbe stare
alla presenza di Yahvé, il Dio santo?84 La santità di Yahvé non è se non
la sua infinita onnipotenza che si manifesta all’esterno nella gloria, e la
gloria è la manifestazione propria della divinità. Nome e gloria vanno
insieme: «Glorifica il tuo nome» è un’espressione che appare costante-
mente85 e significa: mostra ciò che sei, ciòe santo e divino.
La creatura è santa nella misura in cui si sottrae al mondo profano
e non appartiene che a Dio. Gli angeli sono i “ santi” della corte regale
di Dio, consacrati al suo servizio. Israele deve essere «santo»86 perché
Yahvé se lo è riservato. Per questo deve osservare una serie di prescri­
zioni particolari mediante le quali attestare la propria separazione dai
popoli pagani. Così si santifica, si riserva a Yahvé. Israele deve consi­
derare il sacerdote «come santo perché egli offre il pane del tuo Dio. Sia
santo per te, perché santo sono io che vi santifico».87 L’arredamento del
tempio è santo perché può essere usato solo per il culto ed è sottratto

81 2 Cron. 6,32.
82 Cfr. Ap. 15,4.
83 Am. 4,2.
84 1 Sam. 6,20; cfr. Sai. 99,3.5.9; 11,9.
85 Cfr. ad es. Dan. 3,43; Gv. 12,28.
86 Lev. 19.
87 Lev. 21,8.
Sia santificato il tuo nome 139

ad ogni uso profano. Considerato in sé il concetto di santità, applicato


ad una creatura, non implica alcun carattere morale. La santità è in­
nanzitutto una nozione cultuale, liturgica; significa che una persona od
un oggetto, per un insieme di riti, è sottratto alPuso profano e riservato
esclusivamente al servizio della divinità, sopratutto nel culto.
Originariamente la santità di Yahvé non era se non la sua onnipo­
tenza. Il Dio di Abraham (= El-Shaddai) era per il patriarca il più po­
tente di tutti gli dèi. Non era Punico Dio, ma aveva il braccio più forte.
Anche nel periodo epico dell’Esodo, quando il monoteismo, anche se non
ancora esplicito, aveva già un notevole rilievo, Yahvé manifestava la sua
divinità sopratutto mediante «la sua forte mano e il suo braccio teso».
Solo in seguito, quando il profetismo purificherà ed approfondirà l’idea
di Dio, l’onnipotenza di Yahvé riceverà una connotazione etica. E sarà
allora che l’esigenza della santità assumerà pure per l’israelita un aspetto
più tipicamente morale.88
Il nome di Yahvé è santo perché esprime la sua santità e divinità.
Il suo nome, come la sua gloria,89 è, in un certo senso, l’aspetto esterno
della sua santità, rivela al mondo la sua divinità. Per tale motivo a volte
il nome e la gloria vengono evocati parallelamente90 [...].
Se il nome di Dio è santo per definizione come può essere santifi­
cato ancora? Santificare è un concetto israelita capace di ricevere diverse
applicazioni. Santificare significa molte volte sottrarre una cosa ad un
uso profano, porla in disparte per il servizio esclusivo di Dio e, di con­
seguenza, consacrare ed offrire. Per questo, quando Yahvé santifica
Israele intende dire che se lo riserva come sua esclusiva proprietà.91 An­
che Dio può essere santificato, sia che egli stesso si santifichi, sia che lo
santifichi l’uomo. Egli santifica se stesso quando afferma la sua santità
con le diverse manifestazioni della sua onnipotenza, come nella creazione
e conservazione del mondo e sopratutto nella costituzione, protezione
e «cambiamento di sorti» del suo popolo, Israele. Yahvé è chiamato «il
santo di Israele»,92 perché anche se santo e, conseguentemente, libero di
fronte ad ogni cosa, impegna la propria divinità nella protezione di Israele
[...]. Dio santifica il suo nome liberando Israele dall’esilio.93 [...]

88 Cfr. Is. 5,16.


89 Is. 6,3.
90 Cfr. Is. 59,19; 30,2.
91 Santificare = consacrare: Es. 31,13; Lev. 20,8, etc.
92 Is. 10,17; Ger. 51,5, etc.
93 Ez. 20,41; 36,23-24; Is. 12,6.
140 Il Padrenostro

Santificare Dio significa lodarlo,94 cioè riconoscere e celebrare le


sue gesta. Santificare Dio significa pure glorificarlo, cioè riconoscere che
Yahvé ha manifestato la sua gloria nella creazione e nella storia della
salvezza. Santificare Dio significa principalmente confidare esclusiva-
mente nella sua onnipotente protezione95 ed essergli fedele osservando
i suoi comandamenti, le clausole dell’alleanza.96 In una parola: significa
«essere totalmente di Yahvé»,97 «essere santo» (cioè interamente al suo
servizio), «perché Yahvé è santo»98 ed ha santificato Israele per se
stesso. [...]
Le prescrizioni rituali e morali delP antico testamento vengono ri­
ferite sempre a Yahvé ed esigono che Puomo sia «assolutamente di
Yahvé». La morale di Israele è teocentrica e non si basa sulla perfezione
personale. Questa prospettiva teocentrica si ritrova nel nuovo testamento
[...]: «Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste».99 Ciò evi­
dentemente non sta a significare che Puomo debba imitare l’essenziale
perfezione di Dio, sarebbe impossibile: Puomo non potrà mai raggiun­
gere la perfezione di Dio. Si intende semplicemente affermare la supe­
riorità della giustizia cristiana rispetto alla giustizia giudaica. La giusti­
zia cristiana, infatti, perfeziona e supera quella giudaica100 perché, es­
sendo essa il risultato delle beatitudini,101 è una morale delPintenzione
e, sopratutto, non si limita al non fare il male agli altri. Dio è perfetto
perché fa più (è più misericordioso)102 di quanto esiga una stretta giu­
stizia.103 L’etica di Dio è quella di un dono senza limiti, e pertanto la
morale cristiana comincia là dove si arresta la giustizia strettamente in­
tesa. La morale cristiana non può ridursi al rispetto del diritto, anche
se questo diritto è stato adattato. La morale del diritto è sempre una mo­
rale del minimum, una delimitazione dei confini inferiori del compor­
tamento umano, una determinazione di ciò che è vietato. La morale cri­
stiana, invece, è una morale del maximum, un ideale superiore da rea­
lizzare senza sosta perché è una imitazione della misericordia infinita di

94 Le. 1,46.
95 Cfr. Num. 20,12; Dt. 32,51; Is. 29,23.
96 Lev. 22,31-32.
97 Dt. 18,13.
98 Lev. 19,2.
99 Mt. 5,48.
100 Mt. 5,17.20.
101 Mt. 5,21-42.
102 Le. 6,36.
103 Mt. 5,45-47.
Sia santificato il tuo nome 141

Dio. Quanto più Dio si santifica, quanto più manifesta la sua divinità
mediante la bontà (che realizza, ad esempio, nella storia della salvezza
neotestamentaria), tanto più l’uomo deve santificare Dio con una ele­
vata moralità.
Dio si è santificato o ha santificato il suo nome nel momento della
venuta e, sopratutto, alla fine della vita del suo Figlio,104 il quale ha san­
tificato se stesso, si è cioè donato per gli uomini.105 Alla luce di questa
azione santificante di Dio, il discepolo chiede che egli completi l’opera
e che «possa vedere la gloria»106 del Padre nel ritorno del Figlio. In que­
sta supplica viene espresso tutto il desiderio della cristianità primitiva di
vedere il trionfo del Signore della gloria. Essa non chiede, in prima istanza,
questo per godere essa stessa della manifestazione della gloria, ma per­
ché Dio sia Dio e venga riconosciuto come tale da ogni uomo. «Gloria
a Dio nel più alto dei cieli», a Dio che manifesta la sua santità nella glo­
ria. E la gloria di Dio include la felicità degli uomini, oggetto della sua
predilezione,107 perché egli manifesta la sua onnipotenza proprio nella
sovrabbondante benevolenza verso gli uomini. L’onnipotenza di Dio è
onnipotenza di bontà e di amore verso gli uomini.108 «Padre, mostra in
pienezza il carattere divino della tua benevolenza, portando a termine
ciò cui hai dato inizio mediante la rivelazione della gloria del tuo Figlio».
È evidente che in questa supplica il discepolo include pure il desiderio
che il maggior numero possibile degli uomini possa sperimentare e ri­
conoscere, con gratitudine, quest’atto della divina salvezza; e si impe­
gna a santificare il Padre con parole ed opere, donandosi totalmente a lui.

XV. S . S a b u g a l 109

Dopo l’invocazione iniziale, la prima supplica — nella redazione di


Matteo e di Luca — chiede al Padre la santificazione del suo nome.110
La posizione di questa richiesta, rispetto alle altre, mostra subito la sua
importanza: nulla deve preoccupare tanto i figli di Dio, niente più se­

104 Gv. 12,28; 13,31; 17,1.4.6.


105 Gv. 17,19.
106 Gv. 17,29.
107 Le. 2,14.
108 Tit. 3,4.
109 Cfr. A bbà..., 180-181.218-220.
110 Mt. 6,2c = Le. 11,2b.
142 Il Padrenostro

riamente essi devono accogliere nella loro vita della santificazione del
Nome del Padre! In sé questa supplica, a prima vista, è del tutto fuori
luogo: non è il nome di Dio già santo di per se stesso? Lo è infatti. È
santo il Dio111 il cui nome è santo,112 tre volte santo,113 cioè santissimo:
«il santo».114 Qual è allora il significato della supplica?

a) L’evangelista Matteo usa solo altre due volte il verb


“ santificare” 115 per designare la sacralizzazione dell’oro destinato al
tempio116 e l’offerta per l’altare.117 Questa utilizzazione del termine non
ci è di nessun aiuto per chiarire il senso della supplica. Inoltre, l’uso che
di questo verbo fa l’evangelista Luca si riduce al testo della stessa sup­
plica. Il contesto lucano del Magnificat118 può, tuttavia, fornirci qual­
che barlume: Maria glorifica il Signore... «perché ha fatto in me me­
raviglie, santo è il suo nome».119 La santità del nome di Dio, in questo
contesto, è strettamente legata alle «meraviglie» da lui compiute
nell’«umile sua serva». In altre parole: il nome di Dio si è rivelato santo
scegliendo Maria per essere madre del Messia, compiendo così defini­
tivamente nei riguardi di Israele la promessa salvifica fatta «ai padri».120
Che questa interpretazione sia legittima è indicato dalla citazione im­
plicita del Salmo 111,9 nel testo lucano: «... santo è il suo nome».121
Nel contesto veterotestamentario, infatti, il salmista afferma che la san­
tità del nome di Dio122 si manifesta nella «redenzione del suo popolo»123
e nella perpetua «sanzione della sua alleanza».124 Si tratta, evidente­
mente, dell’alleanza sinaitica mediante la quale Yahvé ha stabilito di es­
sere l’unico Dio125 del popolo liberato dalla servitù egiziana e scelto «fra

111 Lev. 22,32; Am. 4,2; Is. 5,16; Ez. 39,25; Sai. 111,9.
112 Lev. 11,44; 19,2; Am. 2,7; 1 Cron. 16,10.35; Sai. 33,21; 103,1.
113 Is. 5,16.
114 Os. 11,9; Abac. 3,3; cfr. Is. 1,4; 5,24; 17,7; 41,14; Sai. 71,22.
115 Mt. 23,17-19.
116 Mt. 23,17.
117 Mt. 23,19.
118 Le. 1,46-55.
119 Le. 1,49.
120 Le. 1,26-38.43.54-55.
121 Le. l,49b = Sai. 111,9.
122 Sai. lll,9 c .
123 Sai. I l i ,9a.
124 Sai. I l i ,9b.
125 Cfr. Es. 20,2-3 = Dt. 5,6-7.
Sia santificato il tuo nome 143

tutti i popoli come proprietà personale».126 Dio rivela, pertanto, la san­


tità del suo nome salvando il suo popolo ed esigendo la fedeltà al patto
di essere il suo unico Dio.

b) Una concezione comune a molti autori deir antico testamento.


redattore del Levitivo precisa che l’osservanza dei precetti dell’alleanza
è un imperativo necessario perché Yahvé «sia santificato in mezzo ai fi­
gli di Israele», lui che «li santifica facendoli uscire dalla terra di Egitto
per essere il loro Dio».127 Liberando il suo popolo Dio ha rivelato la sua
santità; e questa è, a sua volta, riconosciuta dal popolo liberato mediante
l’accettazione della signoria esclusiva di Dio, accettazione che si riflette
nell’osservanza dei suoi precetti.128 Nel Deuteroisaia troviamo una con­
cezione affine: evocando i prodigi della liberazione da Babilonia, il
“ nuovo esodo” ,129 il profeta afferma che, vedendo queste «opere di
Dio», il popolo liberato «santificherà il suo nome..., temerà il Dio di
Israele».130 Dalla redenzione attuata dal «santo di Israele»131 viene,
quindi, la santificazione e glorificazione del suo nome da parte del po­
polo redento; una santificazione resa manifesta da quel timore del Si­
gnore che comporta l’osservanza dei suoi precetti come prova di fedeltà
all’alleanza e fede nell’unico Dio salvatore.132 In questa stessa linea di
pensiero si situa il profeta Ezechiele: Yahvé santifica il suo nome, pro­
fanato dall’idolatria di Israele, liberando quest’ultimo dalla cattività ba­
bilonese e ri-conducendolo alla «terra» perché riconosca che Lui è il suo
vero Dio salvatore.133 La medesima concezione troviamo nella teologia
e nella pietà giudaica: Dio «ha santificato il suo grande nome nel mondo»
liberando Israele dalla schiavitù di Egitto e, dopo averlo guidato vitto­
riosamente, facendolo entrare nella terra promessa.134 È, pertanto, del
tutto legittimo che la preghiera giudaica benedica la santità di Dio e la
santità del suo nome dopo aver ricordato le sue gesta salvifiche,135 equi­

126 Es. 19,5; cfr. Dt. 10,15.


127 Lev. 22,31-33.
128 Cfr. Lev. 11,45.
129 Cfr. Is. 29,18-21 = 35,5-6.
130 Is. 29,23; cfr. pure 1 Cron. 16,35; Sai. 33,20-22.
131 Is. 41,14; cfr. Ger. 51,5; Sai. 71,22 e s., etc.
132 Cfr. Dt. 6,2.4.12-13; Is. 17,7-8.
133 Ez. 36,22-23; 38,16.23; 39,25-28; 20,41; 28,25.
134 Sifré D t, 30b.
135 Shemoné Esré, 2-3.
144 Il Padrenostro

parando la santificazione del nome di Dio alla glorificazione di Dio stesso,


ponendo così in stretta relazione la santificazione con l’avvento del re­
gno: «Glorificato e santificato sia il suo grande nome nel mondo da lui
creato secondo la sua volontà; faccia egli dominare il suo regno...».136
Nella realizzazione del regno di Dio è santificato ( = glorificato) il suo
Nome!

R i a s s u m e n d o la concezione teologica veterotestamentaria


e giudaica sulla santificazione del nome di Dio, possiamo dire: liberando
Israele dall’oppressione egiziana prima e dalla schiavitù babilonese poi,
Dio si è rivelato ad Israele più potente degli dèi dei suoi oppressori. Egli
ha separato il suo nome dai nomi di quest’ultimi compiendo gesta sal­
vifiche che, di fronte ad Israele e di fronte a tutti i popoli, lo hanno ri­
velato come un Dio ineguagliabile fra tutti gli altri dèi, l’unico Dio sal­
vatore. Come tale egli è riconosciuto e santificato dal popolo mediante
l’osservanza dei suoi precetti. Il suo nome sarà nuovamente santificato
con l’avvento del suo regno.

c) Alla luce di questo retroterra veterotestamentario e giudaico, po


siamo ora avvicinarci alla comprensione del significato della prima sup­
plica: «sia santificato il tuo nome». La forma verbale “ sia santificato”
è, senza dubbio, un sostitutivo semitico del nome di Dio, un “ passivo
teologico” . La supplica chiede al Padre che santifichi il suo nome in co­
lui (coloro) che lo prega (pregano). E chi se non Lui può farlo? La san­
tificazione, infatti, ha luogo, prima di tutto, con il liberare il “ nuovo
Israele” dei discepoli di Gesù, per ri-stabilire in essi il suo regno. Un ge­
sto salvifico che, superando le capacità dell’uomo, è riservato esclusiva-
mente al potere di Dio. Si tratta quindi di una liberazione escatologica,
prefigurata da quella realizzata con l’esodo dall’Egitto e col “ nuovo
esodo” da Babilonia. È la liberazione, mediante lo Spirito di Dio, dalla
schiavitù del “ nemico” del regno,137 cioè del diavolo138 che continua a
seminare nel campo del mondo la zizzania dei «figli del maligno».139 Il

136 Qaddìsh.
137 Cfr. Mt. 12,28 = Le. 11,20.
138 Cfr. Mt. 13,25.39.
139 Mt. 13,25.38b-39a.
Sia santificato il tuo nome 145

diavolo ha ancora potere in «questo mondo»140 e attanaglia gli uomini141


con la schiavitù del peccato.1421 discepoli di Gesù edotti dal Maestro co­
noscono bene tutto questo. Per ciò iniziano la loro preghiera al Padre
supplicando: «Santifica il tuo nome, liberaci dall’oppressione del vero
faraone, dalla schiavitù del vero tiranno, perché riconosciamo in te Punico
che libera e salva!». In questa liberazione divina, condizione per Pavvento
del Regno di Dio è, pertanto, santificato (glorificato) il nome del Padre
nei figli che lo invocano.143
Ma questo non è Punico né il principale significato della prima sup­
plica del padrenostro. Nelle due redazioni evangeliche essa segue im­
mediatamente l’invocazione iniziale: «Padre» (Le.), «Padre nostro che
sei nei cieli» (M t.). La seconda è intimamente legata alla prima. Ciò si­
gnifica: il Nome, la cui santificazione i figli invocano, non è quello ge­
nerico di “ Dio” , ma un nome molto concreto e da essi invocato:
«Padre!». La prima invocazione al Padre perché egli santifichi il suo
Nome paterno significa probabilmente: che egli divenga più intensamente
Padre dei suoi figli accrescendo in essi il già concesso dono della filia­
zione divina. Ancora: che coloro che lo supplicano divengano sempre
più intensamente Suoi figli e partecipino in misura sempre maggiore alla
Sua natura divina, amando sempre più perfettamente i propri nemici come
il Padre ama i Suoi, così da poterlo invocare, sempre più legittimamente:
«Padre nostro!». In questo modo viene santificato il Nome del Padre
nei figli che lo invocano.
E non solo in essi. Al livello della redazione di Matteo la compa­
razione: «come in cielo così in terra» si riferisce, probabilmente, a tutte

140 Cfr. Le. 4,6 = Mt. 4,8b-9a.


141 Cfr. Le. 13,16.
142 Cfr. Gv. 8,31-36.
143 «In noi», precisano i commenti di Tertulliano, san Cipriano, san Cirillo di Ge­
rusalemme, sant’Ambrogio e sant’Agostino. La variante lucana ef’hemas ( = D): «Su ( = in)
noi» (cfr. C.H. Chase, o . c . , 35) non riflette necessariamente l’adattamento del padreno­
stro al rito battesimale in occasione del quale veniva invocato sui catecumeni «il bel nome»
(Giac. 2,7; Erma, Vis. V ili, 1.6; IX, 14) perché qui non si fa riferimento al nome di Dio,
ma a quello del «Signore Gesù» (cfr. At.2,38; 10,48; 22,16). Di parere diverso sono: F.H.
Chase, o . c ., 35 e s .; A.R. Leaney, The Gospelaccording to St. Luke, London 19662. 64.
I commenti patristici sopra citati passano sotto silenzio ogni interpretazione battesimale,
addebitando la variante ad una nota marginale (introdotta nel testo in un secondo tempo)
mediante la quale lo scriba ha interpretato il significato della supplica: «la santificazione
del nome di Dio» non in lui (egli è già santissimo!) ma in noi.
146 Il Padrenostro

e tre le prime suppliche.144 Nella prima di esse i figli invocano la glori­


ficazione del nome del Padre «sulla terra», così come viene fatta dagli
angeli e dai santi nel «cielo».145 Ebbene, costoro lo glorificano cantando
la suprema santità di Dio,146 resasi manifesta nella sua fedeltà147 e nel
suo amore. Un amore, sottolinea Gesù, non solo verso i “ buoni59 e i
“ giusti” , ma pure verso i “ cattivi” e gli “ ingiusti” .148 Con le “ buone
opere” di questo amore i figli di Dio devono illuminare il mondo affin­
ché, vedendo queste, «gli uomini (tutti gli uomini!) glorifichino il Padre
celeste»,149 riconoscendo in Lui il Padre «buono con gli ingrati e i per­
versi»,150 il Padre che ama i peccatori e gioisce sommamente della loro
conversione.151 Nulla glorifica tanto il nome del Padre quanto le opere
dei suoi figli che manifestano al mondo ottenebrato dal peccato la luce
del suo misericordioso e paterno amore! È questo l’unico amore che fa
“ ritornare” il “ figliol prodigo” alla “ casa paterna” : l’unico amore che
converte il peccatore e lo conduce o riconduce alla Chiesa!

144 Cfr. supra, 34. Così Origene (cfr. infra 204-205) e il Catechismo romano (cfr.
supra 122).
145 È pure l’interpretazione di Tertulliano e del Catechismo romano (cfr. supra,
113.121 e s.).
146 Cfr. Is. 6,2-3 ( = Ap. 4,8).
147 Cfr. Is. 5,16.
148 Cfr. Mt. 5,45.
149 Mt. 5, 14. 16 (cfr. supra). In questa linea si colloca l’interpretazione di Teodoro
di Mopsuestia, san Giovanni Crisostomo e il Catechismo romano (cfr. supra, 118.119.124).
150 Le. 6,35b.
151 Cfr. Le. 15,11-32.
Venga il tuo regno

I. T ertulliano 1

Venga il tuo Regno. Anche questo va inteso nello spirito della pre­
cedente invocazione, cioè in noi «sia fatta la tua volontà». Dio infatti
regna sempre: «Nelle mani del Signore è il cuore di tutti».2 Tutto quello
che desideriamo per noi, lo auguriamo a Lui e a Lui lo destiniamo, per­
ché lo aspettiamo da Lui. Pertanto, se il regno futuro entra nel disegno
di Dio e ci riguarda, perché ne rimaniamo in continua attesa? Perché
alcuni desiderano che questo tempo presente duri a lungo, se il Regno
di Dio che noi invochiamo perché venga presto, comporta proprio la fine
di questo tempo presente? Preferiamo regnare al più presto, e non ser­
vire ancora per lungo tempo. Anche se con questa preghiera non fosse
stabilito di dover chiedere l’avvento del regno, noi pregheremo sempre
così, per affrettare la nostra speranza. Le anime dei martiri, sotto l’altare,
gridano al Signore: «Fino a quando, Signore, non vendicherai il nostro
sangue tra gli abitanti della terra»?3 La loro vendetta, certamente, co­
mincia alla fine del mondo. Venga al più presto, Signore, il tuo Regno,
desiderio dei cristiani, confusione per le nazioni, gioia degli angeli. Noi
soffriamo a causa di esso, anzi per il suo avvento noi preghiamo.

II. S a n C ipriano 4

Continua la preghiera: Venga il tuo regno! Come chiediamo che il


suo Nome venga santificato in noi, così chiediamo anche che si attui in

1 De orai. V, 1-4. Tr. it., cit., pp. 50-51.


2 Prov. 21,1.
3 Ap. 6,10.
4 De dominica oratione, 13. Tr. it., cit., pp. 100-101.
148 Il Padrenostro

noi il suo Regno. Dio regna sempre e, per Lui, non comincia mai quello
che è sempre stato né cessa mai di essere. Chiediamo che venga il nostro
regno: quello promessoci da Dio, acquistato col sangue e la passione di
Cristo, affinché noi che ora, in questa terra, lo abbiamo servito, nell’altra
vita regniamo con Cristo Re, come egli stesso ha promesso e detto:
«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete l’eredità del regno prepara­
tovi fin dalla fondazione del m ondo».5
Forse, fratelli carissimi, Cristo stesso è il regno di Dio, che ogni
giorno desideriamo che venga, e il cui avvento desideriamo ci sia presto
concesso. Infatti, come Egli stesso è la resurrezione, perché in Lui ri­
sorgiamo, allo stesso modo Egli in persona può essere inteso il Regno
di Dio, perché noi in Lui regneremo. Facciamo bene, allora, a pregare
che venga il Regno di Dio, cioè il Regno dei cieli, perché c’è anche il re­
gno della terra del quale, chi ha già rinunziato al mondo, trascende gli
onori e lo stesso regno. Chi, pertanto si consacra a Dio e a Cristo, non
desidera il regno della terra ma quello del cielo.
Dobbiamo, perciò, pregare e implorare continuamente, per non es­
sere messi fuori dal regno celeste, come è avvenuto ai Giudei, ai quali
era stato promesso per primi secondo la parola e la testimonianza dello
stesso Signore. Egli infatti ha detto: «Molti verranno dall’oriente e
dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo e Isacco e Giacobbe
nel regno dei cieli. I figli del regno invece saranno cacciati fuori nelle
tenebre più fitte, dove ci sarà pianto e stridore di denti».6 Così Egli ha
dimostrato che i Giudei, prima, quando cioè rimasero figli di Dio, erano
anche figli del regno; invece, quando presso di loro fu tolto di mezzo
il nome di padre, perdettero anche il regno. Perciò noi cristiani, che ab­
biamo imparato nella preghiera a chiamare Dio padre, preghiamo anche
che venga a noi il Regno di Dio.

III. O rigene 7

Se il regno di Dio, secondo la parola del Signore e Salvatore nostro,


«non viene con segni appariscenti: Né si potrà dire: — Eccolo qua! —

5 Mt. 25,34.
6 Mt. 8,11-12.
7 Perì euchès, XXV, 1-3. Tr. it., cit., pp. 111-114.
Venga il tuo regnò 149

ovvero: — Eccolo là; ma, ecco, il regno di Dio è già in mezzo a voi,8
poiché il regno di Dio è già dentro di voi» per la ragione che la parola
è molto vicina nella nostra bocca e nel nostro cuore:9 appare ben chiaro
che chi prega per la venuta del regno di Dio, e proprio perché ha il regno
di Dio prega rettamente, prega perché in lui stesso esso cresca e produca
frutto e si perfezioni. Infatti ogni santo ha Iddio per re e obbedisce alle
leggi spirituali di Dio, che abita in lui come in una città bene ordinata.
Il Padre è in lui presente e col Padre vi conregna Cristo nelPanima per­
fetta, secondo le parole che abbiamo ricordato: «Verremo a lui e presso
di lui faremo dimora».10 Io credo che per regno di Dio vanno intesi il
felice stato della parte superiore deir anima e Pordine dei saggi ragio­
namenti; e per regno di Cristo le parole salutari, che si rivolgono agli
uditori, e le opere perfette della giustizia e delle altre virtù: perché «parola»
e «giustizia» è il Figlio di Dio. Al contrario ogni peccatore è tiranneg­
giato dal principe di questo mondo, dato che tutti i peccatori sono schiavi
del presente secolo iniquo, poiché non si abbandonano a Colui «il quale
donò se stesso per i nostri peccati allo scopo di cavarci fuori dal presente
secolo malvagio, in conformità al volere di Dio e Padre».11 [...] Essi,
poiché sono tiranneggiati dal principe di questo mondo con libero con­
senso al peccato, sono sotto il regno del peccato. È per questo che Paolo
ci ordina di non essere sottomessi al peccato, che vuole regnare in noi:
«che il peccato non regni nel vostro corpo mortale, sì da obbedire alle
sue concupiscenze».12
A proposito delle due domande: «Sia santificato il tuo nome» e
«venga il tuo regno» si potrà obiettare: se uno prega, prega con
Pintenzione di essere esaudito; se talvolta è esaudito, è manifesto che al­
meno per qualcuno come si è detto sopra, sarà santificato il nome di Dio
e che così per lui arriverà il regno di Dio. E se ciò ha conseguito, con
quale convenienza potrà^continuare a domandare nella preghiera quello
che ha ottenuto come se non Pavesse ottenuto affatto dicendo: «Sia san­
tificato il tuo nome» e «venga il tuo regno»? In questo caso sarebbe forse
opportuno continuare a dire: «Sia santificato il tuo nome e venga il tuo
regno»? Si può risolvere l’obiezione così: Come colui che prega per ot­

8 Le. 17,20-21
9 Dt. 30,14.
10 Gv. 14,23.
11 Gal. 1,4.
12 Rom. 6,12.
150 Il Padrenostro

tenere la parola della gnosi e della saggezza, ben a ragione egli sempre
prega per ottenere tali beni, perché nel caso dell’esaudimento ottenga mag­
giori panorami di saggezza e di gnosi, dato che egli conoscerà in parte
quello che al presente gli è comprensibile; mentre il perfetto, annullando
la conoscenza parziale, sarà manifestato, quando lo spirito senza l’aiuto
della sensazione a faccia a faccia sarà messo alla presenza delle cose in­
telligibili, altrettanto la perfezione della santificazione del nome di Dio
e dell’avvento del suo regno per ciascuno di noi non si effettuerà senza
che in pari tempo avvenga la perfezione,13 anche nella gnosi e nella sag­
gezza e forse anche nelle altre virtù. Noi facciamo progresso nella per­
fezione, quando «dimentichiamo quanto sta indietro, protesi verso quello
che è innanzi».14 Il regno di Dio è in noi, quando camminiamo avanti
ininterrottamente, e giungiamo alla sua altezza, quando si compie la pa­
rola dell’Apostolo: Cristo dopo avere annientato tutti i nemici
«consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti».15 Per­
ciò vogliamo pregare senza interruzione con disposizioni d’animo, che
divengano divine per il Verbo, il Padre nostro nei cieli: «Sia santificato
il tuo nome, venga il tuo regno».
Quanto al regno di Dio, bisogna far osservare anche questo che, come
non c’è «partecipazione fra giustizia e iniquità, né società della luce con
le tenebre», né «accordo fra Cristo e Belial»,16 così il regno del peccato
è incompatibile col regno di Dio. Se dunque vogliamo che Dio regni su
noi, che mai «il peccato regni nel nostro corpo mortale»,17 non obbe­
diamo a una precettistica che spinga la nostra anima alle opere della carne
e ad atti alieni a Dio, ma, mortificando le nostre membra che sono sulla
terra,18 produciamo i frutti dello spirito, per cui, come in un paradiso
spirituale, il Signore passeggi in noi, regnando solo su noi col suo Cristo
che siederà in noi alla destra della potenza spirituale, che domandiamo
di ricevere e che sarà assisa in noi fintantoché i suoi nemici in noi di­
vengano sgabello de’ suoi piedi19 e siano annientati in noi ogni princi­
pato e potenza e virtù. Tutto ciò può accadere in ciascuno di noi e l’ultimo

13 Cfr. 1 Cor. 13,10.


14 Filp. 3,13.
15 1 Cor. 15,24-28.
16 2 Cor. 6,14-15.
17 Rom. 6,12.
18 Col. 3,5.
19 Sai. 109,1.
Venga il tuo regno 151

nemico, la morte,20 può essere vinto, sinché sia detta in noi da parte di
Cristo la parola: «Dove, o morte, è il tuo pungiglione? Dove, o inferno,
la tua vittoria?».21 Adunque ciò che in noi è corruttibile si riveste della
santità e della incorruttibilità nella castità e in tutta la purità; e quanto
è mortale, una volta spogliato dalla morte, si riveste della immortalità
del Padre.22 Così Dio regnerà su noi e noi saremo già in mezzo ai beni
della rigenerazione e della risurrezione.

IV. S a n C irillo di G erusalemm e 23

È proprio delPanima pura dire: «Venga il tuo regno». Chi ascolta


le parole di Paolo: «Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mor­
tale»24 si conserva puro nelle azioni, nei pensieri e nelle parole, potrà
dire a Dio: «Venga il tuo regno».

V. S a n G regorio N isseno 25

La parte seguente della preghiera auspica che venga il regno di Dio.


Dunque, vuole forse che divenga re il re delPuniverso, colui che è sem­
pre ciò che è, colui che è immobile di fronte ad ogni trasformazione, co­
lui che non può trovare un livello superiore a cui salire? Che cosa vuole
dunque la preghiera che invoca il regno di Dio? La vera comprensione
di ciò potrebbero averla coloro ai quali lo spirito della verità svela i mi­
steri nascosti; la nostra opinione su quelle parole è la seguente. Una sola
vera sostanza e potenza presiede a tutte le cose, quella che ha ricevuto
la signoria dell’universo e vi regna senza aver costretto gli elementi in­
feriori alla sua sottomissione con un potere tirannico e violento, con ter­
rori e coercizioni. Conviene infatti che la virtù sia libera da ogni paura
e non soggetta ad alcuno, che scelga il bene per libera decisione: l’elemento
essenziale del bene è l’essere soggetti alla potenza che dà la vita. Poiché

20 1 Cor. 15,26.
21 1 Cor. 15,55.
22 1 Cor. 15,53-54.
23 Catecheses, XXIlì, 13. Tr. it., cit., p. 429.
24 Rom. 6,12.
25 De oratione dominica, III (PG 44, 1155B-1162A). Tr. it., cit., pp. 77-81.85.
152 Il Padrenostro

dunque, per l’inganno, la natura umana deviò dalla giusta valutazione


del bene, Pinclinazione della nostra scelta è rimasta orientata verso il con­
trario e la vita umana è stata dominata da ogni male, e la morte alla no­
stra natura è stata decretata per mille vie: ogni genere di male infatti è
per noi come una via alla morte.
Quindi, giacché siamo stati circondati da ogni parte da tale tiran­
nide, destinati alla morte dagli attacchi delle passioni come da carnefici
o nemici, giustamente invochiamo che scenda su di noi il regno del Si­
gnore. Non è possibile infatti svincolarci dal giogo della corruzione se
la forza creatrice della vita non prende a sua volta il potere su di noi.
Se dunque vogliamo pregare che scenda su di noi il regno di Dio, questo
gli chiediamo con la potenza della parola: «Che io sia allontanato dalla
corruzione, sia liberato dalla morte, sia sciolto dalle catene dell’errore:
non regni mai la morte su di me, non abbia mai potere su di noi la ti­
rannia del male, non domini su di me l’avversario né mi faccia prigio­
niero attraverso il peccato, ma venga su di me il tuo regno affinché si
allontanino da me o — meglio ancora — si annullino le passioni che ora
mi dominano e signoreggiano». Come infatti si dissolve il fumo, così esse
si dissolveranno; come si scioglie la cera al cospetto del fuoco, così esse
periranno. Né infatti il fumo, una volta che si è sparso nell’aria, lascia
qualche traccia della propria natura, né la cera, liquefattasi a contatto
del fuoco, è più reperibile, ma anche essa, dopo aver alimentato la
fiamma, per mezzo della sua materia, viene trasformata in fuoco e fumo
ed il fumo si avvia alla completa scomparsa: così, quando venga tra noi
il regno di Dio, tutte le cose che ora ci dominano saranno condannate
alla sparizione. Il buio non resiste infatti alla presenza della luce, non
impera la malattia quando sopravviene la salute, non hanno vigore le
passioni quando appare il superiore equilibrio che le domina, lontana
è la morte, scomparsa la corruzione, qualora regni tra noi la vita e
l’incorruttibilità eserciti il suo potere.
«Venga il tuo regno». Dolce espressione con cui rivolgiamo al Si­
gnore questa richiesta: «Sia sgominata la schiera avversa, sia distrutta
la falange dei nemici, sia condotta a termine la guerra della carne contro
lo spirito: non sia il corpo un baluardo del nemico dell’anima. [...] Ma
quando sia apparso il tuo regno, fuggano il dolore e il gemito ed al loro
posto avanzino la vita, la pace, l’esultanza. Lo stesso pensiero ci è spie­
gato forse più chiaramente da Luca il quale, auspicando che venga il Re­
gno, invoca l’alleanza dello Spirito Santo. Invece di «Venga il tuo re­
gno», dice infatti in un passo del suo Vangelo: «Venga il tuo spirito su
Venga il tuo regno 153

di noi e ci purifichi».26 Che cosa diranno a questo proposito coloro che


parlano con irriverenza contro lo Spirito Santo?27 Essi lo riducono vio­
lentemente ad una creazione inferiore, quando collocano la natura che
deve essere dominata al posto di quella che domina. [...] Son quindi pro­
pri e caratteristici dello Spirito Santo il potere e l’azione di purificare
e rimettere le colpe in coloro nei quali esse si sono annidate, come te­
stimonia il verbo evangelico. [...] Venga su di noi lo Spirito Santo e ci
purifichi e ci renda capaci di quei pensieri elevati e degni di Dio che ci
vengono indicati attraverso la preghiera insegnata a noi dalla voce del
Salvatore! [...].

VI. S a n t ’A mbrogio 28

Venga il tuo regno. Come se il regno di Dio non fosse eterno! Lo


stesso Gesù dice: Io sono nato per questo;29 e tu dici al Padre: Venga
il tuo regno, come se non fosse venuto! Ma il regno di Dio è venuto
quando avete ottenuto la sua grazia. Egli stesso infatti dice: Il regno di
Dio è in voi.30

VII. T eodoro di M opsuestia 31

«Venga il tuo regno». È sublime che [il Signore] abbia aggiunto que­
sta supplica. Coloro che, per la adozione filiale, sono stati chiamati al
regno del cielo e attendono di stare in cielo con Cristo — poiché «saremo
rapiti sulle nubi incontro al Signore per l’aria e così saremo per sempre
con lui»32 —, costoro debbono nutrire pensieri degni di un tale regno e
compiere azioni rispondenti alla vita celeste, disprezzare le realtà terrene
e considerarle tanto poca cosa da vergognarsi ad intrattenersi ed occu­
parsi di esse. Infatti, per chi è stato posto nella corte reale, poiché in ogni

26 Forma testuale di incerta origine.


27 Allusione al macedonianismo, una eresia del sec. IV, che negava la divinità dello
Spirito Santo (cfr. DThC, IX, col. 1464-1478; LThK, VI, col. 1313-1314).
28 De sacramentis, V, 4,22. Tr. it., cit., p. 113.
29 Gv. 18,37.
30 Le. 17,21.
31 Omelie catechetiche, XI, 11.
32 1 Tes. 4,17.
154 Il Padrenostro

momento può vedere e conversare con il re, non è dignitoso andare in


giro per i mercati, le taverne e luoghi simili, ma è più dignitoso aver rap­
porti con coloro che abitualmente vivono nella corte. E nemmeno, quindi,
a noi, chiamati al regno dei cieli, è permesso abbandonare le abitudini
di «lassù» e ciò che conviene a quella vita, abbandonandoci allo sfac-
cendamento di questo mondo [...]. Ciò, in effetti, non si confarrebbe
ad una condotta degna della nobiltà del Padre nostro!

V ili. S a n G iovanni C risostomo 33

Anche queste sono parole di un figlio riconoscente e di buona vo­


lontà; di uno cioè che non ha nessun attaccamento alle cose visibili e ter­
rene, che non considera le realtà presenti come qualcosa di grande, ma
è proteso verso il padre e attende i beni futuri. Ecco l’effetto di una buona
coscienza, ecco la preghiera di un’anima libera dalle preoccupazioni ter­
rene. Era proprio questo il desiderio incessante di Paolo, desiderio che
lo spingeva a dire: «Noi che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo
dentro di noi, anelando all’adozione di figli, alla redenzione del nostro
corpo»34 Chi arde in questo desiderio, non può inorgoglirsi dei beni di
questo mondo, né abbattersi per i suoi mali e per le sue avversità; ma,
come se fosse già in cielo, non è soggetto né all’uno né all’altro di questi
due squilibri.

IX. S a n t A gostino 35

1) Come lo stesso Signore insegna nel Vangelo, il giorno del gi


dizio verrà quando il Vangelo sarà stato annunziato in tutta la terra: que­
ste parole riguardano la santificazione del nome di Dio. Infatti le parole
Venga il tuo regno, qualcuno le potrebbe intendere: Venga il tuo regno
in terra; come se Dio non vi regnasse attualmente e non vi abbia sempre
regnato. Questa espressione Venga significa dunque: Che il tuo regno

33 In Matthaeum Hom., XIX, 4-5. Tr. it., cit., p. 313.


34 Rom. 8,22.
35 1) De sermone Domini in monte, II, 6, 20. Tr. it., cit., pp. 118-119. 2) Serm.,
56, 6. Tr. it., cit., p. 147. 3) Serm., 51, 5. Tr. it., cit., pp. 167-169. 4) Serm., 58,3. Tr.
it., Discorsi (a cura di L. Carrozzi), Nuova Biblioteca Agostiniana - Città Nuova Editrice,
Roma 1983, p. 185.
Venga il tuo regno 155

sia manifestato agli uomini. Poiché, come la luce, sebbene presente, è


assente per i ciechi e per coloro che chiudono gli occhi, così il regno di
Dio, sebbene sia stato sempre sulla terra, pure è assente per chi non lo
conosce. Ora nessuno potrà ignorare il regno di Dio, quando il suo Fi­
gliuolo unico verrà, non più in un modo spirituale, ma visibilmente, per
giudicare i vivi e i morti.36 Dopo questo giudizio, quando cioè sarà com­
pita la cernita e la separazione dei giusti dai peccatori, Dio abiterà in tal
modo nei giusti, che nessuno avrà più bisogno d’essere istruito dalPuomo,
ma tutti, come è stato scritto, saranno istruiti da Dio.37 Inoltre la vita
in ogni sua parte sarà perfezionata nei santi in eterno, come ora gli an­
geli celesti, santissimi e beatissimi, sono sapienti e beati, perché illumi­
nati da Dio solo. Dio promise questo ai suoi fedeli, dicendo: Alla risur­
rezione saranno come Angeli nel cielo.38

2) Venga il tuo regno. Per chi facciamo questa preghiera? Anche


se non lo domandassimo, non verrebbe forse il regno di Dio? Di quel
regno è detto che sarà dopo la fine del mondo. Dio infatti possiede sem­
pre il regno e non è mai senza regno, poiché lo servono tutte quante le
creature. Ma quale regno ti auguri che venga? Quello di cui sta scritto
nel Vangelo: Venite, benedetti del Padre mio9 entrate in possesso del re­
gno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo*9 Ecco
il regno di cui è detto: Venga il tuo regno„Ci auguriamo che venga in
rapporto a noi, ci auguriamo di ritrovarci in esso. Poiché, ecco, esso verrà;
ma che ti gioverà, se ti troverà alla sinistra?40 Dunque anche qui per te
fai un buon augurio, tu preghi per te. Pregando desideri, brami di vivere
in modo da appartenere al regno di Dio che sarà dato a tutti i santi.
Quando dunque dici: Venga il tuo regno, tu preghi per te, di vivere bene.
Fa’ [o Signore] che apparteniamo al tuo regno: venga anche per noi, il
regno che verrà per i tuoi santi, per i tuoi giusti.

3) Lo chiediamo o non lo chiediamo, verrà ugualmente. In realtà


Dio ha un regno sempiterno. In quale momento non ha regnato? In qual

36 Cfr. Ritrattazioni, I, 19,8.


37 Is. 54,13 = Gv. 6,45.
38 Mt. 22,30.
39 Mt. 25,34.
40 Cfr. Mt. 25,41-46.
156 Il Padrenostro

momento ha cominciato a regnare? Dato che il suo regno non ha prin­


cipio, non avrà nemmeno mai fine. Ma affinché sappiate che facciamo
questa preghiera per noi e non per Dio — poiché non diciamo: Venga
il tuo regno, come se ci augurassimo che Dio regni — noi saremo il suo
regno, se credendo in lui faremo progressi con la sua grazia. Tutti i fe­
deli, redenti col sangue deirunico suo Figlio, saranno il suo regno. Ma
il suo regno verrà quando avverrà la risurrezione dei morti, perché al­
lora verrà proprio lui in persona. E dopo che i morti saranno risorti, li
separerà — come dice egli stesso — e ne metterà alcuni alla sua destra
e altri alla sua sinistra. A coloro che saranno alla sua destra dirà: Venite,
benedetti dal Padre mio, entrate in possesso del regno41 Ecco che cosa
ci auguriamo quando diciamo: Venga il tuo regno: che venga per noi.
Infatti, se noi saremo reprobi, il regno verrà per altri, non per noi. Se
invece saremo nel numero di coloro che fanno parte delle membra
dell’unigenito Figlio di Dio, il suo regno verrà per noi e non tarderà. Re­
stano forse tanti secoli quanti ne sono passati? L’apostolo Giovanni dice:
Figlioli, è giunta l'ultima ora 42 Ma, paragonata allo stesso gran giorno,
l’ora è lunga: voi anzi vedete di quanti anni è composta questa stessa
ultima ora. Tuttavia per voi sia come se uno, che sta sveglio, si addor­
mentasse, si alzasse e regnasse.43 Adesso noi siamo svegli, ci addormen­
teremo nella morte, alla fine [del mondo] risorgeremo e senza fine re­
gneremo.

4) Ci auguriamo altresì che venga il suo regno; ma esso verrà anch


se non lo desideriamo; ma desiderare e pregare che venga il suo regno
non vuol dire altro che chiedergli di renderci degni del suo regno perché
non capiti che esso venga, ma — Dio non voglia — non venga per noi.
Poiché per molti non verrà questo regno che tuttavia è destinato a ve­
nire. In realtà esso verrà per coloro, ai quali il Cristo dirà: Venite, be­
nedetti dal Padre mio, a prendere possesso del regno che è preparato per
voi fin dall'origine del mondo 44 Non verrà per coloro ai quali sarà
detto: Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno.45 Allorché dun­

41 Mt. 25,34.
42 1 Gv. 2,18.
43 Cfr. 1 Tes. 5,6-10.
44 Mt. 25,34.
45 Mt. 25,41.
Venga il tuo regno 157

que diciamo: Venga il tuo regno, preghiamo che venga per noi. Che si­
gnifica: «Venga per noi»? «Ci trovi buoni». Noi dunque preghiamo che
Dio ci faccia diventare buoni; poiché allora verrà per noi il suo regno.

X. S an ta T eresa di G esù 46

«Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno». [...] Il buon Gesù
pose queste due domande Puna dopo l’altra, perché sapeva che per la
nostra miseria non avremmo potuto santificare, lodare, magnificare, e
glorificare il nome santo del Padre Celeste, se prima non estendeva in
noi il suo regno. Io voglio manifestarvi il mio pensiero, affinché inten­
diate quello che chiedete, siate perseveranti nella preghiera e procuriate,
per quanto vi è possibile, di piacere a Colui che vi può esaudire. [...]
Inoltre, a me pare, che tra gli altri, uno dei più grandi beni di cui
si gode nel regno celeste, sia questo: lassù l’anima non farà più conto
alcuno delle cose della terra, sarà inondata di gioia e inebriata di gloria,
si rallegrerà del godimento degli altri, sarà sommersa in una pace per­
petua e in una soddisfazione illimitata, vedendo che tutti santificano e
lodano il Signore, benedicono il suo Nome, senza che più nessuno
l’offenda. Tutti lo ameranno; e la stessa anima nostra non s’occuperà
d ’altro che di amarlo, perché finalmente lo conoscerà. Se potessimo co­
noscerlo fin da questa terra, l’ameremmo già fin d ’ora, non però con
quella perfezione e continuità con cui lo si ama nel cielo; ma certamente
l’ameremmo di più di quanto l’amiamo adesso.
Da quanto ho detto sembra che io pretenda che noi siamo Angeli
per poter recitare bene questa preghiera e fare bene l’orazione vocale.
Questo certamente era il desiderio del nostro divin Maestro, infatti ci ha
insegnato a chiedere grazie così sublimi; e, siccome non ci comanda mai
di chiedere cose impossibili, credo che alcune anime, coll’aiuto di Dio,
vengano elevate tanto in alto da amarlo come i beati del cielo. Non cer­
tamente però con la loro perfezione, perché siamo ancora in mezzo al
mare e pellegrine per la via del paradiso. Ma il Signore in certi tempi,
vedendoci stanchi dal viaggio, adagia le nostre facoltà nel riposo e nella

46 Camino deperfección, cc. 30-31. Tr. it., cit. , pp. 153-163.


158 Il Padrenostro

quiete e in tal modo ci fa comprendere qualcosa di godimenti riservati


alle anime che sono già state introdotte nel regno celeste. A coloro a cui
concede le grazie che vengono chieste, dà come un pegno de! suo amore,
per cui si accresce in esse la speranza di giungere finalmente a godere
in eterno quello che qui vien loro dato solo a tratti.
Se non mi accusaste di parlare troppo spesso di contemplazione, que­
sta domanda del Padre nostro mi offrirebbe occasione propizia di trat­
tare almeno brevemente del principio della contemplazione pura, chia­
mata da coloro che ne sono favoriti orazione di quiete; ma, come ho già
detto, intendo ora parlare della preghiera vocale. A chi non ne ha
l’esperienza sembrerà che l’una non abbia nulla a che fare coll’altra, in­
vece io so che si accordano assai bene e perciò perdonatemi se ne voglio
parlare. Infatti io conosco molte persone che pregano vocalmente, nel
modo che ho esposto, sono state elevate da Dio, senza sapere come, ad
un’alta contemplazione. [...] Voglio continuare, figliuole mie, a spiegarvi
l’orazione di quiete, basandomi su ciò che ho udito da altri e su quanto
il Signore mi ha fatto intendere, forse appunto perché lo potessi ripetere
a voi. In questo grado di orazione, mi pare che il Signore, come già ho
detto, incominci a farci intendere che ascolta la nostra preghiera e ci mette,
già fin d ’ora, in possesso del suo regno, affinché lodiamo sinceramente
e santifichiamo il suo Nome e procuriamo che anche gli altri facciano
altrettanto.
Quest’orazione è già soprannaturale e non potremmo procurarcela
da noi stesse anche se usassimo molta diligenza. L’anima entra nella pace
o, per meglio dire, è il Signore stesso che ve la pone colla sua presenza,
come fece col giusto Simeone. Allora tutte le potenze si riposano e l’anima
intende, in una maniera molto diversa dal modo di intendere dei sensi
esterni, che finalmente si trova vicinissima a Dio e che, con un altro poco,
giungerà a trasformarsi in Lui mediante l’unione. Questo non già perché
lo veda cogli occhi del corpo né con quelli dell’anima. Il giusto Simeone
guardando il glorioso Bambino, non vedeva altro che un poverello; se
l’avesse giudicato dai panni che l’avvolgevano, e dalla poca gente che
l’accompagnava, l’avrebbe creduto figlio di un povero, piuttosto che Fi­
glio del Padre Celeste. Ma lo stesso Bambino Gesù si diede a conoscere;
e così Egli si manifesta, quantunque non con la medesima chiarezza,
all’anima nell’orazione di quiete. L’anima non sa in qual modo com­
prenda, ma si vede nel regno (o almeno accanto al Re che glielo ha da
dare) e sta con sì grande riverenza, tanto che non ardisce neppure chie­
dere qualcosa. Le potenze interne ed esterne sono come intontite, l’uomo
Venga il tuo regno 159

esteriore, ossia per meglio dire il corpo, nonché agitarsi, è simile ad un


pellegrino che essendo al termine del suo viaggio, si riposa un po’ per
poter riprendere il cammino con rinnovata energia.
Il corpo prova un diletto soavissimo e Panima una grande soddi­
sfazione. È così contenta di vedersi giunta vicino alla fonte, che ne è sa­
zia anche senza bere. Le sembra che non vi sia più nulla da desiderare,
le potenze sono in riposo e non vogliono muoversi, perché tutto sembra
che sia loro d ’impedimento ad amare. Tuttavia non sono completamente
assopite, infatti s’accorgono di Colui a cui stanno vicine. L ’intelletto e
la memoria sono liberi; è la volontà che è schiava e se in questo stato
prova qualche pena è solo perché conosce che può riacquistare la libertà.
L’intelletto non vorrebbe conoscere che una cosa, così la memoria non
vorrebbe occuparsi che d ’una cosa sola, perché vedono che questa sola
è necessaria, mentre tutte le altre non sono che di danno. Coloro che si
trovano in questo stato non vorrebbero che il corpo si muovesse, perché
temono di perdere la pace di cui godono e perciò non ardiscono neppure
muoversi, parlare riesce loro molto penoso, tanto che impiegherebbero
un’ora per recitare una sola volta il Pater noster. Stando così vicini al
Signore, vedono che s’intendono per mezzo di segni. Abitano nel palazzo
del Re e vedono che Egli incomincia già fin d’ora a far loro parte del
suo regno. A loro pare di non essere più su questa terra, né vorrebbero
vedere o udire altro che il loro Dio; non vi è più, e non pare vi debba
essere più nulla che dia loro pena. Insomma, fin che dura questo stato
così dilettevole e inebriante sono così assorte e concentrate, che non si
ricordano neppure se vi siano altre cose da desiderare, e godono di escla­
mare con S. Pietro: «Signore, facciamo qui tre tende!».
Talvolta nell’orazione di quiete Dio concede un’altra grazia molto
difficile a comprendersi, se non è provata per esperienza. Ma quelle che
l’hanno provata, intenderanno subito e saranno molto contente vedendo
di che si tratta. Credo che molte volte il Signore la conceda con quella
di cui ho parlato. Quando l’orazione di quiete è profonda e dura molto,
mi pare che, se la volontà non fosse avvinta a qualche oggetto, non po­
trebbe durare a lungo in quella pace. Accade a coloro che godono di que­
sta grazia di trascorrere un giorno o anche due senza sapere come, in­
fatti attendono alle proprie occupazioni, ma s’accorgono che non
s’applicano con tutte le facoltà. Manca la volontà, che, a mio parere,
se ne sta unita al suo Dio, mentre le altre potenze vengono lasciate libere
di dedicarsi al servizio divino. In questo allora esse si dimostrano molto
abili, ma nelle cose del mondo sono come intorpidite e talvolta impotenti.
160 Il Padrenostro

Questa è una grande grazia; e colui al quale viene concessa, unisce


la vita attiva alla contemplativa. Allora si serve il Signore con tutte le
forze: la volontà se ne sta in contemplazione senza sapere come opera,
le altre due potenze attendono al servizio di Dio come Marta. E così Marta
e Maria operano assieme. Io conosco una persona a cui molto spesso
Dio concedeva tale grazia. Non sapendo come spiegarsi questo, inter­
rogò un grande contemplativo, che la rassicurò dicendole che era cosa
possibilissima e che anche a lui accadeva così. Da questo ne deduco che, es­
sendo l’anima tutta immersa nella dolcezza dell’orazione di quiete, è evi­
dente che la volontà è intimamente unita a Colui che solo la può soddisfare.
Ora mi sembra opportuno dare alcuni avvisi utili per quelle tra voi,
sorelle, che il Signore si è degnato elevare a questo stato: già so che ce
ne sono alcune. Il primo è questo. Quando esse si sentono immerse in
quella dolcezza e non sanno donde provenga o almeno comprendono che
non se la sono procurata da loro stesse, cadono in questa tentazione: cre­
dono che dipenda da loro il conservarla, e perciò non vorrebbero nep­
pure respirare per timore di restarne prive. Ma questa è una sciocchezza.
Come non possiamo fare sì che si faccia giorno, né possiamo impedire
che si faccia notte, così anche questa è una grazia totalmente sopran­
naturale e perciò superiore a tutte le nostre forze. Il migliore mezzo per
conservarla è di comprendere che noi non possiamo né togliere né ag­
giungere nulla, che ne siamo indegnissimi e perciò la dobbiamo ricevere
con riconoscenza; e tutto ciò non con molte parole, ma con un semplice
alzare d’occhi, a somiglianza del pubblicano.
Inoltre è conveniente procurare la massima solitudine possibile per
lasciare piena libertà al Signore che operi nell’anima come in casa pro­
pria. Il più che si possa fare è, a mio parere, aggiungere, di tanto in tanto,
qualche parola dolce che sia come un lieve soffio che ravviva la fiamma
della candela appena spenta, ma la spegnerebbe se fosse accesa. Dico che
sia un soffio leggero, perché altrimenti con molte parole e ragionamenti,
si corre rischio di disturbare la volontà.
State ben attente, amiche mie, a quest’altro avviso che vi voglio dare.
Vi accadrà spesso di non potervi servire dell’intelletto e della memoria.
L’anima si sentirà immersa in una profondissima quiete, mentre
l’intelletto sarà così distratto, da non accorgersi neppure di quello che
avviene in casa sua. Anzi, gli sembrerà di trovarsi come ospite in casa
altrui; e perciò, sentendosi insoddisfatto, va cercando alloggio altrove.
L’intelletto non è capace di fermarsi a lungo su di un oggetto: però forse
solo il mio è così fatto, quello degli altri può darsi che sia diverso. Ora
Venga il tuo regno 161

parlo di me stessa e vi assicuro che talvolta, vedendo che non riesco a


frenarlo, ho persino desiderato la morte. Altre volte invece pare che si
fermi a casa sua, assieme alla volontà. Quando le potenze si mettono
tu tt’e tre d ’accordo, allora è una gloria. Assomigliano a due sposi che
si amano, l’uno vuole ciò che vuole l’altro; ma se lo sposo è triste, getta
nell’inquietudine anche la sposa. Perciò quando la volontà è immersa
in questa quiete, non faccia caso dell’intelletto più che d’un pazzo. Se
lo volesse attirare a sé, dovrebbe farsi violenza e inquietarsi un po’, e tutta
la sua orazione sarebbe una fatica continua, e invece di guadagnare perde­
rebbe tutto quel bene che il Signore le aveva dato senza alcuna sua fatica.
Considerate bene questo paragone, perché mi pare molto adatto.
L’anima allora è come un bimbo lattante in braccio alla mamma la quale
senza che egli si disturbi, gli spreme con tenerezza il latte in bocca. Così
avviene in questo caso: la volontà ama senza sforzo dell’intelletto. Ben­
ché non lo pensi neppure, per volontà di Dio ella intende che è unita a
Lui e che non ha null’altro da fare che inghiottire il latte che Sua Maestà
le pone in bocca, assaporarne la soavità, riconoscere che tutto le viene
dalla bontà del Signore e godere di goderne. Non pretenda però di com­
prender come gode e ciò che gode, ma cerchi invece di dimenticare se
stessa e stia certa che Colui che le è vicino non mancherà di provvederla
di quanto le conviene. Se incominciasse a combattere coll’intelletto per
attirarlo a partecipare alle sue gioie, non ci riuscirebbe; anzi certamente
si lascerebbe cadere il latte di bocca e si priverebbe di quel sostentamento
divino.
Tra l’orazione di quiete e quella in cui l’anima è totalmente unita
a Dio, c’è differenza: in quest’ultima l’anima non ha neppure bisogno
d’inghiottire, perché trova già in sé il cibo, senza sapere come il Signore
gliel’abbia posto. In quella di quiete invece sembra che il Signore voglia
farla lavorare un po’, quantunque con tanta pace che quasi non se ne
avvede. Solo l’intelletto le procura un po’ di tormento che però cessa
quando le tre potenze vengono sospese da Colui che le creò, il quale le
inonda di tanta gioia, che esse, senza sapere né intendere il modo, ven­
gono totalmente occupate. Perciò ripeto che l’anima quando è elevata
all’orazione di quiete, prova nella sua volontà una gioia quieta e grande
e senza sapere precisamente in ciò che consista, comprende chiaramente
che è una gioia totalmente diversa da quelle di quaggiù, e che non si go­
drebbe tanto anche se si diventasse padroni del mondo intero. Infatti si
tratta di una gioia che invade l’interno della volontà, mentre invece le
soddisfazioni terrene mi pare che tocchino solo l’esterno della volontà
162 Il Padrenostro

o, per meglio dire, la superficie. L ’anima, dunque, quando si sente ele­


vata a questo alto grado di orazione, che è, come già ho detto, eviden­
temente soprannaturale, se l’intelletto, o per spiegarmi meglio, il pen­
siero corre dietro a tutte le stranezze del mondo, si rida di lui, lo tratti
come un pazzo e se ne rimanga nella sua quiete, senza curarsi del suo
via vai. In questo la volontà è sovrana potente, perciò l’attirerà senza
che voi ve ne occupiate. Se invece lo volesse trattenere violentemente per­
derebbe la forza che ha su di lui e che le viene da quel sostentamento
divino di cui si nutre, non guadagnerebbero nulla né l’una né l’altro, anzi
ne perderebbero assai. Si dice che chi troppo vuole nulla stringe; e così
mi pare che avvenga anche in questo caso. L’esperienza vi farà com­
prendere questo. Senza di essa, non mi meraviglio che sembri oscuro e
inutile quanto ho detto. Ma, per poca che se ne abbia, ripeto, lo si ca­
pirà, non solo, ma si caverà profitto e si loderà il Signore che mi ha con­
cesso la grazia di poterne dire qualche cosa.
Aggiungerò, inoltre, che quando l’anima è giunta a questo grado
di orazione, pare che l’Eterno Padre l’abbia già esaudita e le abbia con­
cesso il suo regno. Oh, benedetta domanda con la quale, senza inten­
derlo, chiediamo un sì gran bene! Oh, felice modo di domandare! Per
questo io desidero che consideriamo come recitiamo il Pater noster e tutte
le altre preghiere vocali. Se il Signore ci concedesse questa grazia, ci di­
menticheremmo di tutte le cose terrene, perché verrebbe in noi lo stesso
Signore di tutte le creature e le allontanerebbe tutte. Non dico che co­
loro i quali godono di questa grazia, siano senz’altro staccati comple­
tamente dal mondo. Vorrei però che comprendessero che sono ancora
difettosi, si umiliassero a poco a poco e procurassero di spogliarsi di tutto,
perché altrimenti non progredirebbero affatto. Se l’anima ha ricevuto
tali pegni d’amore, è segno che Dio l’ha scelta per grandi cose: se non
se ne rende indegna andrà molto avanti. Ma se dopo aver stabilito in lei
il suo regno, vede che ella si rivolge nuovamente alla terra, non solo non
le svelerà più i segreti del suo regno, ma le concederà questo favore solo
poche volte e per breve spazio di tempo. [...]

X I . C atechism o R om ano 47

Il regno di Dio appare nel Vangelo come la meta cui tende tutto
l’annunzio della buona novella. Il Battista predica infatti: Convertitevi,

47 IV, III, 1-18. Tr. it., c/Λ, pp. 421-427.


Venga il tuo regno 163

perché il regno dei cieli è vicinol48 Gesù, a sua volta, inizia la predica­
zione affermando la medesima esigenza.49 E quando il Maestro annun­
zia nel discorso della montagna la via della beatitudine, Pargomento fon­
damentale è ancora li regno dei cieli: Beati i poveri in spirito, perché di
essi è il regno dei cieli.50 E se la folla lo vuole trattenere, Egli dà come
ragione della sua partenza sempre Pannunzio del regno: Bisogna che io
annunzi il regno di Dio anche alle altre città: per questo sono stato man­
dato . 51 Più tardi, darà come missione ai Dodici di predicare il regno;52
e a colui che voleva fermarsi per seppellire suo padre morto ordina: Tu
va' e annunzia il regno di Dio.53 Dopo la sua risurrezione poi, nei qua­
ranta giorni che ancora si trattenne sulla terra, non parlò con gli Apo­
stoli che del regno di Dio.54
Si comprende di qui quanta cura vada messa nelP evidenziare pie­
namente il valore e la necessità di questa domanda. Essa è di tale im­
portanza che Gesù non solo Pha inserita fra le richieste da rivolgere a
Dio nel Padre nostro, ma ne ha fatto una preghiera a sé ordinando: Cer­
cate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi sa­
ranno date in aggiunta 55 Con questa preghiera infatti noi domandiamo,
in ultima analisi, tutto ciò che è necessario alla vita sia materiale che spi­
rituale. Come un monarca della terra, geloso della prosperità del suo re­
gno, cura attentamente il bene dello Stato, così Dio con estrema cura
e infinita provvidenza si occupa della vita e della salute delle sue crea­
ture. Chiedendo quindi il «regno di Dio» noi chiediamo tutti i beni ne­
cessari alla nostra esistenza di pellegrini in esilio dalla patria del cielo;
beni che Dio ha promesso di concederci con parole piene di bontà: Tutte
queste cose vi saranno date in aggiunta. Dio è veramente un re che prov­
vede con divina generosità al bene del genere umano! Il Signore è il mio
pastore — canta Davide — non manco di nulla 56
Certo, però, alla preghiera Puomo deve unire Puso di tutti quei mezzi
che ci aiutano nella ricerca e nel possesso del regno. Anche le cinque ver­

48 Mt. 3,2.
49 Mt. 4,17.
so Mt. 5,3.
51 Le. 4,43.
52 Cfr. Mt. 10,7.
53 Le. 9,60.
54 Cfr. At. 1,3.
55 Mt. 6,33.
56 Sai. 22,1.
164 Il Padrenostro

gini stolte, infatti, pregarono: Signore, signore, aprici! 51 ma per non


aver fatto quanto dovevano giustamente furono escluse dal banchetto.
Dice infatti Gesù: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel
regno dei cieli.58
Premessa indispensabile a questa richiesta è il desiderio e la ricerca
del regno dei cieli; desiderio e ricerca che nascono dalla considerazione
del nostro stato di peccatori. Guardando infatti alla nostra misera con­
dizione e levando gli occhi alla felicità e ai beni ineffabili di cui è piena
la casa paterna di Dio nostro Signore, il cuore si accende per il desiderio
di entrarvi e cerca di esservi ammesso.
Siamo infatti degli esuli in cammino e questo esilio terreno59 è in­
festato di demoni che nutrono un odio terribile e implacabile verso di
noi.60 A ciò si aggiungano le tragiche lotte interiori tra il corpo e
l’anima,61 l’anima e lo spirito; lotte che minacciano a ogni istante di
farci cadere, che ci prostrano appena cessiamo di appoggiarci al braccio
di Dio.[...] Questa condizione di miseria e di peccato, di debolezza e di
perdizione, non può trovare salvezza se non nell’invocazione e nell’at­
tuazione del regno di Dio nei nostri cuori. [...]
Nel senso più ovvio e comune il regno di Dio indica, nella Bibbia,
sia il potere che Dio ha su tutto il genere umano e su tutta la creazione,
sia la provvidenza con cui Dio tutto governa, esercitando il pieno do­
minio sulle cose da Lui create.62 [...] In modo speciale, però, il concetto
di «regno di Dio» si applica al governo e alla provvidenza con cui Dio
guida gli uomini sulla terra, soprattutto quelli giusti e santi.63 [...] Seb­
bene già su questa terra e nella vita presente i giusti vivano sottomessi
alla legge di Dio, tuttavia, secondo l’affermazione di Gesù, il regno non
è di quaggiù,64 E ’ cioè un regno che non ha la sua origine in questo
mondo, né avrà fine con il mondo. [...] Cristo, invece, fu costituito re
e signore da Dio,65 e il suo regno è il regno della giustizia: Il regno di
Dio infatti [...] è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo,66

57 Mt. 25,12.
58 Mt. 7,21.
59 Cfr. Ebr. 11,13.
60 Cfr. Ef. 6,11-12.
61 Cfr. Mt. 26,41; Rom. 7,18; Gal. 5,17.
62 Cfr. Sai. 94,4; Est. 13,9-11.
63 Cfr. Sai. 22,1; Is. 33,22.
64 Gv. 18,36.
65 Cfr. Sai. 2,6.
66 Rom. 14,17.
Venga il tuo regno 165

Cristo regna in noi con le virtù della fede, della speranza e della ca­
rità; per mezzo di esse noi siamo chiamati a partecipare al suo regno e,
divenuti in modo tutto particolare sudditi di Dio, siamo consacrati al suo
culto e alla sua venerazione; al punto che san Paolo scrive: Non sono
più io che vivo, ma Cristo vive in me;61 ciò che può farci affermare:
«Regno, ma non sono io che regno; è Cristo a regnare in me». Questo
regno è detto «giustizia», perché è frutto della giustizia di Cristo Signore;
di esso Gesù dice: Il regno di Dio è in mezzo a voi!68 Sebbene infatti,
per la fede, Cristo regni su tutti coloro che appartengono alla Chiesa,
il suo regno si attua soprattutto in coloro che, animati da fede viva e
dalla carità, sono le membra pure, sante e vive di Cristo, tali che in essi
si può dire che regni la grazia divina.
È pure regno della gloria di Dio. Ne parla Gesù in san Matteo,
quando dice: Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno
preparato per voi fin dalla fondazione del m o n d o 69 È questo il regno
che chiedeva sulla croce il buon ladrone: Gesù, ricordati di me quando
entrerai nel tuo regno.10 Esso è ricordato in san Giovanni con le parole
di Gesù: Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel
regno di Dio;11 e in san Paolo: Nessun fornicatore, o impuro, o avaro
— che è roba da idolatri — avrà parte al regno di Cristo e di D io 12 È
il regno annunciato da Gesù in alcune delle sue parabole,73 quando ne
mette in rilievo il carattere interiore e soprannaturale.
Il regno della grazia precede necessariamente quello della gloria. La
gloria, infatti, non può regnare in un’anima nella quale non regni già
la grazia. Gesù, inoltre, ha detto che la grazia è sorgente di acqua che
zampilla per la vita eterna14 La gloria non è altro che la grazia perfetta
e assoluta. Finché l’uomo, durante la vita terrena, vaga col suo corpo
debole e mortale lontano dalla patria del cielo, inciampa e cade se re­
spinge da sé il sostegno della grazia; quando invece, illuminato dallo splen­
dore della gloria, entra nella beatitudine del regno eterno e nella perfe­
zione del cielo, ogni peccato e debolezza scompaiono sostituiti dalla pie­

67 Gal. 2,20.
68 Le. 17,21.
69 Mt. 25,24.
70 Le. 23,42.
71 Gv. 3,5.
72 Ef. 5,5.
73 Cfr. Mt. 13,24.31.33.44, etc.
74 Gv. 4,14.
166 Il Padrenostro

nezza perfetta della vita;75 e Dio stesso, infine, viene a regnare


nelFanima e anche nel nostro corpo.
È evidente che la preghiera con la quale chiediamo a Dio l’avvento
del suo regno ha un’ampiezza di intenzione universale. Con essa infatti
domandiamo che il regno di Cristo, la Chiesa, si propaghi dovunque;
che gli infedeli e gli ebrei si convertano alla fede di Gesù e ricevano nel
loro cuore la rivelazione del Dio vivo e vero; che gli eretici e gli scisma­
tici ritornino alla vera fede e rientrino nella comunione della Chiesa dalla
quale si sono separati.
Domandiamo, cioè, che si compia quanto è scritto in Isaia: [...] Cam­
mineranno ipopoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza
gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te.16
Inoltre, poiché anche nella Chiesa vi sono quelli che affermano Dio a
parole e lo negano con le azioni77 [...], noi domandiamo nel Padre no­
stro che anche per essi venga il regno, di modo che, disperse le tenebre
del male e illuminati dai raggi della luce divina, ritrovino la dignità di
figli di Dio.
Intendiamo infine domandare che Dio solo viva e regni nei nostri
cuori; che non sia più possibile in noi la morte di cui siamo stati vittime
tante volte, ma che essa invece sia assorbita dalla vittoria di Cristo Si­
gnore, vittorioso di tutti i nemici, sovrano dominatore di tutte le cose.78
Perché questa nostra preghiera sia esaudita e il suo spirito sia ret­
tamente inteso, occorre rilevare le disposizioni con cui dobbiamo pre­
sentarla al Signore. Occorre, innanzitutto, che penetriamo lo spirito di
quella similitudine di Gesù: Il regno dei cieli è simile a un tesoro nasco­
sto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno
di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.19 Chi è giunto a
farsi un’idea adeguata dei tesori di Gesù e del suo regno è pronto a di­
sprezzare per essi ogni cosa: beni di fortuna, potenza, onori e piaceri;
tutto è vile per lui, perché nulla può essere paragonato a quel sommo
e unico bene. Chi è giunto a conoscere e a stimare così il regno dei cieli
esclama con san Paolo: Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla
sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore™ È questa la

75 Cfr. 1 Cor. 13,10.


76 Is. 54,2-5; 60,3-4.
77 Cfr. Tit. 1,16.
78 Cfr. 1 Cor. 15,23-24.54; Col. 2,15.
79 Mt. 13,44.
80 Filp. 3,8.
Venga il tuo regno 167

perla preziosa di cui parla il Vangelo, della quale è detto che colui che
l’avrà ottenuta, dopo aver venduto tutti i suoi beni, sarà chiamato a go­
dere della beatitudine eterna81 [...].
In secondo luogo, dobbiamo stimarci quali veramente siamo: figli
di Adamo, cacciati dall’Eden ed esuli, degni soltanto, per la nostra mal­
vagità, dell’odio di Dio e delle pene eterne. Di qui la necessità di portare
nella nostra richiesta uno spirito umile e dimesso. La nostra preghiera
dev’essere umile e contrita come quella del pubblicano.82 Nel presentarla
a Dio dobbiamo diffidare di noi stessi e affidarci unicamente alla bontà
e alla misericordia del Signore, attribuendo tutto alla sua benignità, rin­
graziandolo dal profondo del cuore per i benefici ricevuti, soprattutto
per averci elargito il suo Spirito per mezzo del quale lo possiamo invo­
care: «Padre!».83
Al tempo stesso la supplica dev’essere accompagnata dalla profonda
coscienza dei doveri da compiere e dei peccati da evitare per poter rag­
giungere il regno che invochiamo. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’ozio
e all’inerzia,84 ma alla lotta e alla conquista: Il regno dei cieli soffre vio­
lenza e i violenti se ne impadroniscono;85 e altrove: Se vuoi entrare nella
vita osserva i comandamenti.86 Non basta quindi chiedere il regno di Dio
se a esso non si rivolge il nostro cuore e la nostra azione. L’uomo, in­
fatti, dev’essere cooperatore e ministro della grazia di Dio nella via per
salire al cielo [...].

XII. D. B onhoeffer 87

In Gesù Cristo i seguaci hanno provato l’inizio del regno di Dio in


terra. Qui Satana è vinto, il potere del mondo, del peccato e della morte
è spezzato. Ancora il regno di Dio è soggetto a sofferenza e lotta. La
piccola comunità degli eletti ne è divenuta partecipe. Sono sotto la si­
gnoria di Dio in una nuova giustizia, ma in mezzo alla persecuzione. Dio
faccia crescere il regno di Gesù Cristo in terra nella sua comunità; ponga

81 Cfr. Mt. 13,45-46.


82 Cfr. Le. 18,13.
83 Rom. 8,15.
84 Cfr. Mt. 20,7.
85 Mt. 11,12.
86 Mt. 19,17.
87 Nachfolge. Tr. it., cit. , p. 145.
168 Il Padrenostro

presto fine ai regni di questo mondo e faccia trionfare il suo regno con
potenza e gloria.

XIII. R. G ua r d in i 88

La seconda richiesta della preghiera del Signore suona così: «Vieni


a noi», anzi, più precisamente: «Venga il tuo Regno!». La parola «Regno
di Dio» è una tra le fondamentali del messaggio di Gesù. [...] Essa so­
vrasta già i primi anni delPinfanzia del Signore. Nel Vangelo di Matteo
leggiamo che i Magi venuti dO riente chiedono: «Dov’è il re dei Giudei
che è nato? Poiché abbiamo veduto la sua stella ad Oriente e siamo ve­
nuti ad adorarlo».89 Essi parlano del regno e del suo sovrano. [...]
Quando poi Gesù annunzia per la prima volta il suo messaggio, esor­
disce con le parole: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è qui; rav­
vedetevi e credete all’evangelo!».90 In seguito egli annuncia continua-
mente il Regno di Dio in efficaci parabole — ne parleremo ancora mi­
nuziosamente. Ma infine Podio dei suoi svariati nemici si accumula ed
è a causa del Regno di Dio che egli viene accusato. Nel Vangelo di Gio­
vanni leggiamo come Pilato, il giudice romano, domandi nelPinterro-
gatorio: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù si accerta di che cosa il pro­
console intenda per poi, alla nuova domanda, attestare la sua regalità;
ma aggiunge: «Il mio Regno non è di questo mondo»... gli dice allora
Pilato: — Dunque re sei, tu? — Risponde Gesù: — Tu lo dici: io sono
re. Io per questo son nato, e per questo son venuto nel mondo: per dar
testimonianza alla verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
— Gli dice Pilato: — Che cosa è la verità?».91 Chi ha esperienza vede
che questo Regno e questa regalità sono di un genere diverso da quello
che i nazionalisti dell’epoca intendevano con quelle parole; ciononostante
Pilato cede alle pressioni e condanna Gesù a morte come ribelle al do­
minatore politico.92 Ma sulla croce fa mettere l’iscrizione: «Gesù il Na­
zareno, il re dei Giudei».93 Che cosa è questo Regno per il quale Gesù
è andato a morte?

88 Gebet und Wahrheit. Tr. it., cit., pp. 69-74.76-80.82-91.93-99.101.


89 Mt. 2,2.
90 Me. 1,15.
91 Gv. 18,33-38.
92 Gv. 19,1-16.
93 Gv. 19,19.
Venga il tuo regno 169

1. Il regno di Dio nell'Antico Testamento


Il primissimo annunzio del regno si trova nella narrazione sulP origine
di tutte le cose, il Genesi. Vi si legge: «Dio creò Puomo a sua immagine,
a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. E Dio... disse
loro: — Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela
e abbiate dominio sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sul bestiame
e su tutte le fiere che strisciano sulla terra!».94 Dio è Peterno, che è da
sempre, il compendio di ogni essere e d ’ogni idealità. Egli fa Puomo a
sua immagine e questa somiglianza il sacro testo la precisa come un do­
minio: Dio è padrone per essenza; Puomo lo deve essere per grazia. Dio
consegna alla sua creatura ciò che, in sé, appartiene soltanto a Lui: il
mondo. Esso deve essere il regno delPuomo e la forma di questo regno
è il Paradiso. Non si tratta né di una fiaba, né di un paese per bambini
della evoluzione storica primitiva, ma di cosa seria e reale. È il mondo,
affidato alla responsabilità delPuomo alleato con Dio. Perciò, per il fatto
che questi, vivendo in pura obbedienza a Dio, lo avrebbe reso il regno
delPuomo, esso sarebbe dovuto divenire il Regno di Dio. [112]
In questa situazione di sante possibilità, ricompare il Ribelle
delPinizio, che riesce a tirare Puomo dalla sua parte, nella rivolta. Egli
lo persuade di ciò che a partire da quel momento, costituirà il messaggio
delPincredulità attraverso tutti i tempi: che Puomo può diventare vera­
mente signore del mondo e di se stesso, solo rifiutando Pobbedienza a
Dio. Allora il mondo sarà suo, delPuomo, non diverrà Regno di Dio.
Con una stoltezza per noi incomprensibile, Puomo si ribella contro Dio,
per riconoscere subito, nella vergogna di una nudità divenuta colpevole,
che è ingannato.
Segue il lungo, oscuro periodo del quale sappiamo così poco. [...]
Dio tuttavia attua un nuovo inizio. Il suo decreto sceglie un uomo se­
condo il suo cuore, Mosé. A questi egli, dalPHoreb, si manifesta come
Signore onnipotente e lo manda a liberare il popolo di Israele dalPEgitto,
per condurlo fuori della «casa della servitù»; dopo di che esso diverrà
nuovamente sacro dominio. Il che avviene. Come il Salmo 113 [112] dice
di questa liberazione: «Quando Israele uscì dalPEgitto, la casa di Gia­
cobbe da un popolo barbaro, Giuda divenne suo santuario, Israele suo
dominio».95 Al Sinai Dio conclude con lui il misterioso patto; esso «deve

94 Gen. 1,27-28.
95 Sai. 114,1-2.
170 Il Padrenostro

essere il suo popolo ed Egli il suo Dio».96 Per mezzo di Mosé Dio dà al
suo popolo costituzione e ordinamento di vita; ma non si parla di nessun
capo. Non sta nessuno al posto del re che guidava Pantico popolo, poi­
ché Dio stesso vuol essere il re di questo popolo. Vuol condurlo Lui stesso.
Le imprese del popolo devono essere le imprese di Dio. [...] Ciò che ge­
neralmente scaturisce dall’istinto e dal rischio proprio, dalle considera­
zioni politiche e dalle decisioni belliche, qui deve realizzarsi per diretta
disposizione di Dio. [...] Da ciò, vale a dire, doveva emergere il Regno
di Dio, del Signore del mondo. Da Lui dovevano sorgere sempre nuovi
uomini, condottieri, profeti, legislatori, giudici, saggi e dire: «Parla il
Signore!» [...] Il popolo doveva credere, aver fede in loro e ubbidire,
e nella attuazione di questa incredibile storia sarebbe maturato ad una
santa grandezza, inaudita e insolita anche per i popoli più elevati. [...]:
Il Regno di Dio come forma di storia.
[...] La storia dell’Antico Testamento ci mostra come Dio, abitando
e agendo fra di noi e guidandoci, si sia adoperato per erigere il suo Re­
gno — ‘adoperato’, poiché l’impresa non riesce: la libertà dell’uomo si
oppone alla santa volontà. Nel primo Libro di Samuele vi è un racconto
che ci scuote. La guerra dura da molto tempo. Nel popolo stesso regna
il diritto del più forte. Samuele — l’ultimo della serie dei giudici e il primo
di quella dei grandi profeti — è divenuto vecchio e i suoi figli valgono
poco. Allora vengono da lui gli anziani per dirgli: «Costituisci su di noi
un re che ci governi, come tutte le genti!».97 Il significato della richie­
sta va molto al di là del motivo che l’ha provocata. In verità, essi non
vogliono più stare, come sono stati finora, sotto la diretta guida di Dio,
nel mistero dell’immediato servizio per il suo Regno. Questa apparte­
nenza a Dio diventa loro troppo pesante; essi vogliono vivere «come tutte
le genti». Samuele è spaventato e ricorre a Dio; allora il Signore risponde
[...]: «Ascolta pure la voce del popolo, qualunque cosa essi ti dicano.
Infatti non hanno ripudiato te, ma hanno ripudiato me, perché io non
regni più su di loro!».98 Questa è la prima scossa grave subita dal Re­
gno di Dio nella storia dell’Antico Testamento. Ma Egli, mistero della
pazienza dell’Onnipotente, accetta la decisione degli uomini e resta fe­
dele a coloro che lo hanno tradito. Così dunque il re deve, d’ora in poi,
essere ancora il suo procuratore.

96 Es. 19,5-6.
97 1 Sam. 8,1-5.
98 1 Sam. 8,6-7.
Venga il tuo regno 171

A questo scopo viene da Dio designato Saul. È un uomo gigante­


sco, bellissimo, ma indomito e violento e fallisce alle prime prove. Il po­
polo è in lotta con i suoi nemici giurati, i Filistei, ed incombe una bat­
taglia decisiva." Samuele è assente, ma ha lasciato detto a Saul di non
attaccare prima che egli sia tornato ed abbia offerto il sacrificio per la
vittoria— una delle situazioni in cui il comando di Dio sembra entrare
in contraddizione con la ragione, e l’uomo deve decidere. L’assenza di
Samuele si protrae, la situazione si fa sempre più grave, così Saul segue
il suo criterio militare e compie il sacrificio egli stesso per poter ordinare
l’attacco.100 Allora compare Samuele, che dice al re: «Sei stato uno
stolto! Se tu avessi osservato l’ordine che lahvé tuo Dio ti aveva dato!
Senza dubbio ora egli avrebbe reso stabile il tuo regno su Israele per sem­
pre. Ora invece il tuo regno non resisterà. lahvé si è già cercato un uomo
secondo il suo cuore e lo ha costituito principe sopra il suo popolo, poi­
ché non hai osservato l’ordine di lahvé!».101
Quest’uomo si chiama Davide. Il periodo del suo governo è pieno
di guerre e di violenza, ma egli si mantiene fedele a Dio. Suo figlio —
frutto dell’adulterio consumato da Davide con la moglie del suo capi­
tano Uria — è Salomone. A lui Dio concede la sua benevolenza, lo ri­
colma di tutti i doni della prosperità e gli concede di costruire il tempio.
Ma nella vecchiaia Salomone viene indotto dalle sue donne all’idolatria
e Dio gli dice: «Poiché ti sei comportato in tale modo e non hai custo­
dito l’alleanza e gli statuti, che ti avevo imposto, ti strapperò il regno,
anzi, lo strapperò dalla mano di tuo figlio».102
Il regno si scinde in due parti, il nord e il sud, e ha inizio la tetra
storia delle case reali di Israele e di Giuda. Una sventura dopo l’altra.
Talvolta si erge la figura di un fedele; ma segue subito quella di un ri­
belle che distrugge tutto. Finché, infine, i Babilonesi conquistano le due
capitali, Samaria e Gerusalemme, devastano il paese e conducono il po­
polo in schiavitù.
In questa situazione, sempre più oscura, in cui il Regno di Dio non
è più riconoscibile, i profeti annunziano una figura misteriosa: un do­
minatore, che sarà sottomesso a Dio con sincera obbedienza e guiderà
così il popolo: il Messia. Così leggiamo nel profeta Isaia: «Ecco il mio

99 1 Sam. 13,5-7.
100 1 Sam. 13,8-9.
101 1 Sam. 13,13-14.
102 1 Re 11,11.
172 Il Padrenostro

servitore, che io sostengo, il mio eletto, di cui gioisce la mia anima. Ho


posto il mio spirito su di lui; egli proclamerà il diritto delle nazioni. Non
griderà né farà chiasso, non farà udire in piazza la voce; non spezzerà
una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalPesile fiamma. Con
fermezza proclamerà il diritto; non verrà meno né si abbatterà, finché
non avrà stabilito il diritto sulla terra. Le isole anelano la sua dot­
trina»103 [...]. Queste parole ed alcune altre ancora annunziano il santo
dominatore che un giorno erigerà il regno della verità e della giustizia
e attraverso il quale Dio stesso sarà re. La sua santa azione sarà efficace
in tutto il mondo. [...] Sì, perfino le cose devono essere prese e trasfor­
mate, e nella visione misteriosa, si manifestano al profeta le condizioni
di una nuova esistenza, in cui Dio governa tutto: «Poiché, ecco: io creo
cieli nuovi e una nuova terra», cioè un mondo nuovo. «Non si ricorderà
più il passato, non verrà più in mente; poiché si godrà e si gioirà per sem­
pre per le cose che io creerò; poiché ecco rendo Gerusalemme una gioia,
il suo popolo un godimento».104
Certo, il formarsi di questo Regno non è una magìa, e lo dimostra
il doppio carattere proprio del Messia. Di Lui lo stesso profeta dice: «Chi
avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato rivelato il
braccio di lahvé? Egli (il Messia) è cresciuto come un virgulto davanti
a lui e come una radice da terra arida. Non ha apparenza né bellezza
così da attirare i nostri sguardi, non splendore perché ce ne possiamo
compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori, fa­
miliare con il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, di­
sprezzato, così che non l’abbiamo stimato. Pertanto egli ha portato i no­
stri affanni, egli si è addossato i nostri dolori e noi lo abbiamo ritenuto
come un castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per
i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il nostro castigo salu­
tare si abbatté su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi
tutti vagavamo smarriti come un gregge, ognuno di noi seguiva la pro­
pria strada; lahvé ha fatto ricadere su di lui Piniquità di noi tutti».105
Nell’annunzio del Messia appaiono due figure: il Signore della glo­
ria e della pienezza di grazia e il servo di Dio percosso. [...] A seconda
della posizione che il popolo prenderà di fronte al Messia, egli potrà agire,
le cose prenderanno il loro corso e il suo destino si formerà. Poiché

103 Is. 42,1-4; cfr. 60,17-19.


104 Is. 65,17-19.
105 Is. 53,1-6.
Venga il tuo regno 173

Pattenzione del Regno di Dio, è, sì, grazia, ma ogni grazia passa attra­
verso il cuore dell’uomo. [...]

2. Il regno di Dio nel Nuovo Testamento


[...] Ecco il quadro della situazione, allorché appare Gesù. Egli si
riallaccia alle profezie di Isaia e dichiara di essere l’atteso. Ciò avviene
per la prima volta nella sinagoga di Nazareth, la città dove era stato al­
levato. Egli si alza per parlare e l’inserviente gli porge il rotolo da leg­
gere con gli scritti del profeta Isaia. Egli lo apre e il suo sguardo cade
sul passo 61,1-2. Gesù lo legge ad alta voce — Luca ne riporta il testo
esatto: «Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto,
mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunziare
ai prigionieri la liberazione, ai ciechi il ricupero della vista, a mettere in
libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore, il giorno
della vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti».106 Poi
Gesù si risiede e dice: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura nelle vostre
orecchie».107
Di un’altra testimonianza che Gesù dà di sé, racconta Matteo. Il Bat­
tista è in carcere e gli manda a dire per mezzo dei suoi discepoli: «Sei
tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». Gesù risponde:
«Andate a riferire a Giovanni quel che udite e vedete: i ciechi riacqui­
stano la vista, gli zoppi camminano, e i lebbrosi sono mondati, ai poveri
è annunziata la buona novella, e beato colui per il quale io non sarò oc­
casione di scandalo!».108 Cioè: i segni che Isaia dà per riconoscere il
Messia,109 si sono avverati. Sono io! [...].
Gesù parla continuamente del ‘Regno di Dio’, anzitutto nelle sue
parabole. [...] Subito, il primo annunzio del Regno di Dio, all’inizio della
sua attività pubblica, parla metaforicamente: «Il tempo è compiuto e il
Regno di Dio è qui! Ravvedetevi e credete all’Evangelo!».110 Il Regno
di Dio, qui, appare come un essere che è venuto da lontano, da Dio, che
ora sta davanti alle porte del mondo e vuole entrare. Ma occorre che lo
si lasci entrare. E questo tocca a coloro che sono nel mondo, gli uomini,
poiché la porta del mondo è nei loro cuori. Ma come? Eliminando quanto,

106 Is. 61,1-2.


107 Le. 4,16-21.
108 Mt. 11,2-6 = Le. 7,18-23.
109 Cfr. Is. 26,19; 29,18; 35,5-6; 61,1.
110 Me. 1,15.
174 Il Padrenostro

nel loro animo, tiene lontano Dio: l’inganno, l’orgoglio, la cupidigia,


l’avidità di piaceri, i sentimenti terreni; e volgendosi a Dio e aprendogli
il loro cuore. Allora esso potrà entrare.
Di questo Regno Gesù parla continuamente. Così dice ai suoi di­
scepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro
di darvi il Regno».111 Un’altra volta ai Farisei: «Il Regno di Dio vi sarà
tolto e sarà dato a un popolo che farà fare ad esso i suoi frutti».112 È
dono; ma il dono deve esser accolto intimamente e diventare cosa propria.
Là dove Gesù parla del Regno di Dio, è sempre chiaro che esso esige
una decisione. Chi ascolta deve scegliere fra Lui e il mondo — anzi, fra
il Regno di Dio e il regno del suo nemico. La scelta può assumere mol­
teplici forme a seconda dell’indole e della situazione del singolo, e della
chiamata particolare che Dio gli rivolge. Può significare scelta fra il Re­
gno e gli ostacoli terreni: guadagni, condizioni umane, possibilità di po­
tenza e di possesso. Può insorgere fra il Regno e quanto all’uomo è più
caro, se ciò lo trattiene lontano da Dio: famiglia, proprietà, facoltà di
disporre della propria libertà. Ma sempre ed in ogni caso, è scelta fra
la volontà di Dio e ciò che sta in contraddizione con essa, cioè il male.
Questa decisione deve essere mantenuta per tutta la vita, vale a dire deve
essere continuamente ratificata. Così dice il Signore: «Chiunque guarda
indietro mentre mette mano all’aratro, è inadatto per il Regno di
Dio».113
In altre immagini il Regno di Dio appare come un luogo spirituale
dove si entra e dove si vive. Così Gesù dice: «Se non vi cambiate e di­
ventate come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli».114 Si può
comprendere che cosa si perde ad essere espulsi: «Vi sarà pianto e stri-
dor di denti, quando vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti
nel Regno di Dio e voi cacciati fuori».115 L’esser cacciati «fuori» è dan­
nazione; un concetto che riprende quello delle «tenebre di fuori», in cui
vengono cacciati il servo inutile e l’ospite intervenuto al banchetto nu­
ziale senza l’abito di nozze;116 entrare «dentro» al Regno, è la vicinanza
di Dio, con la sua luce ed il suo calore, espressa nell’immagine del fe­
stoso banchetto dei suoi figli attorno alla sacra mensa: «Il Regno dei cieli

111 Le. 12,32.


112 Mt. 21,43.
153 Le. 9,62.
114 Mt. 18,3.
115 Le. 13,28.
”6 Mt. 25,30; 22,13.
Venga il tuo regno 175

si può assomigliare a un re, il quale fece a suo figlio un festino di


nozze».117
Il Regno di Dio è anche ordine: ma di un genere diverso da quello
terreno: così Gesù, alla domanda dei discepoli: chi sarà il più grande nel
Regno dei cieli, risponde che, per potervi accedere, è necessario abban­
donare il desiderio terreno di potenza; così chi vuole appartenervi, deve
diventare come un bambino e avere una fiducia in Dio, che, alla pru­
denza terrena, sembra stolta.118 [...]
Vi sono due belle parabole che parlano di come il Regno di Dio si
comporta, se così si può dire. Una è quella del granello di senapa. Il Re­
gno è come un chicco; estremamente minuto, ma pieno di forza vitale.
Il granello è seminato e cresce fino a divenire una pianta tanto grande
che gli uccelli possono posarvisi.119 Così avviene del Regno di Dio nel
terreno della vita umana. Dapprima è piccolo; in una città intera gli ap­
partengono forse soltanto una o due persone. Ma è vita; tutto quanto
vive inizia solo come germe, poi cresce e diventa grande. Se le prime po­
che persone credono e sul serio, la forza del germe aumenta. Si aggiun­
gono altri e nasce una comunità: una famiglia, una parrocchia, una terra
di credenti. Questi sono gli spazi vitali in cui possono vivere, abitare gli
uccelli del cielo — antica similitudine per l’anima. Il Regno cresce sem­
pre più, finché si diffonde in tutto il mondo; pensiamo alle grandi idee
delle lettere agli Efesini e ai Colossesi, in cui si parla delPinclusione di
tutto il creato.120 Un paragone, dunque, in cui il divenire del Regno di
Dio viene distinto da tutto quanto si fa, si sollecita, si organizza: in si­
lenzio, secondo una viva legge propria, esso cresce vigorosamente e co­
stantemente; e se i chiamati gli rimangono fedeli, nessuna forza terrestre
può fermarlo.
L’altra parabola dice qualcosa di simile, ma movendo dalla vita do­
mestica. Una donna vuol fare il pane. Essa prende la giusta quantità di
farina e la impasta. Poi prende il lievito, lo aggiunge alla pasta e lavora
il tutto finché sia uniformemente fermentato.121 Ancora un’immagine di
un’operazione prodotta dall’interno, che agisce da sé, tranquillamente,
adagio, ed è perciò irrefrenabile e penetra tutto. Possiamo dire: il Regno

117 Mt 22 2
118 Cfr. Mt.’18,1-4; 6,31-32.
119 Cfr. Mt. 13,31-32 par.
120 Cfr. Ef. 1,3-14; Col. 1,13-20.
121 Cfr. Mt. 13,33.
176 Il Padrenostro

di Dio è impulso che orienta. Ciascunó di noi ha in qualche occasione


udito una frase del Vangelo; ora essa gli urge nel cuore e nello-spiritó,
penetra i suoi pensieri, le sue abitudini,, il suo agire quotidiano. Ciò con­
tinua fino a che egli, alla fine, è divenuto un altro uomo.
A questo proposito, divengono importanti le parole cui Gesù ri­
sponde ai Farisei che gli chiedono quando verrà il Regno di Dio: «Il Re­
gno di Dio non viene ostensibilmente né si potrà dire — Eccolo qua —
oppure — Eccolo là — ; ecco, infatti, il Regno di Dio è entro di voi».122
La parola greca èvrós si può tradurre così: significa allora tendenza in­
tima e grazia viva — ma anche «in mezzo a voi»; e allora parla di una
forza che, proveniente da Dio, è pronta in mezzo agli uomini e attende
solo la loro buona volontà, per divenire efficace. In ambedue le espres­
sioni, il Signore vorrebbe dire che le cose del Regno di Dio non sono tali
da poter venire constatate e sorvegliate dairesterno, ma sono impulso
che orienta e forza vitale, operanti in virtù della verità.
Due altre parabole dicono che il Regno di Dio è qualcosa di pre­
zioso. Sono una accanto alPaltra nel tredicesimo capitolo di Matteo (vv.
44-46). Dapprima quella del tesoro nel campo. Un uomo sta arando il
campo; improvvisamente urta contro qualcosa di duro; allora scava, trova
un tesoro, che un tempo — forse durante una guerra — vi è stato na­
scosto e dice a se stesso: questo devo averlo io! Ma egli è solo un fit­
tavolo o forse un semplice servo e il campo non gli appartiene. Così vende
tutto quanto possiede, compra il campo e il tesoro è suo.123 Ora è ricco.
L’altra racconta della perla preziosa. Vi è un mercante di gioielli che cerca
dei pezzi di valore. Ha scoperto che qualcuno ha una perla di una bel­
lezza speciale. Ma è cara; il prezzo supera il denaro che egli possiede in
contanti. Ma egli fiuta il grosso affare; vende quanto ha, compra il gioiello
e così ci ha guadagnato, poiché esso vale più di tutto quello che egli ha
venduto.124
Tale, dice il Signore, è il Regno di Dio; più prezioso di tutto quello
che ti può sembrare pregiato; riflettici e danne il prezzo. In che cosa con­
sista quel prezzo, lo vedi di volta in volta: in un guadagno, che verrebbe
fatto ingiustamente; in una posizione, che potrebbe venir raggiunta solo
rinnegando la propria fede; in una passione, che minaccia di distruggere
una famiglia... Allora devi domandarti: il Regno di Dio, per me, vale

122 Le. 17,20-21.


123 Cfr. Mt. 13,44.
124 Cfr. Mt. 13,45.
Venga il tuo regno ìli

tanto che io sia pronto a darne il prezzo? Forse la situazione è tale per
cui è richiesto veramente ‘tutto’: salute, beni, vita; in questi tempi di vio­
lenza, si può giungere in fretta anche a questo punto. Allora si dimostra
se la perla e il tesoro abbiano per te tanta importanza.
Quanto sia grande il valore del Regno di Dio, lo comprendiamo fin
dall’inizio del Discorso della Montagna, dalle Beatitudini. Subito, la prima
10 promette ai «poveri in ispirito»; a quelli, dunque, che sopportano gli
stenti e le privazioni confidando in Dio: ad essi sarà data la ricchezza
di tutte le ricchezze. Similmente, nelle altre Beatitudini, dobbiamo in­
tendere il Regno come pienezza divina là dove vi è necessità terrena: per
gli «afflitti» come consolazione senza fine; per i «miti», che non eser­
citano nessun potere, come la fertile terra del Messia; per gli «affamati
e gli assetati della giustizia» come esercizio di giurisdizione dinanzi al giu­
dice eterno; per i «misericordiosi» come amore traboccante di Dio; per
i «puri di cuore» come rivelazione della sua pienezza di verità e di gloria;
per i «pacifici» come ammissione airintim ità di Dio; per i «perseguitati
per la giustizia» come Regno di felice sicurezza; e per coloro contro cui
si dirà «ogni male a causa del nome di Cristo», come gioia di trascen­
dente intensità. Il Regno di Dio è compendio di ogni idealità.
Ma, dopo quanto abbiamo detto, non possiamo dimenticare una
cosa: che il Regno di Dio ha anche un nemico. Il Vangelo di Matteo rac­
conta nel tredicesimo capitolo la parabola di Gesù sul cattivo seme. Un
uomo ha ben coltivato il suo campo, ma in mezzo al grano cresce
Perbaccia. Allora i servi gli domandano: «Signore, non hai tu forse se­
minato buona semente nel tuo campo? Come, dunque, c’è della zizza­
nia?».125 Il Regno di Dio è la buona pianta del pensare e dell’agire; ma
frammezzo proliferano cattivi pensieri, brutte parole, azioni deleterie.126
11 fedele si domanda stupito come ciò possa avvenire. Ma c’è qualcuno
che odia il Regno: è colui che già nel Paradiso terrestre e poi sempre con­
tinuamente attraverso la storia del popolo eletto lo ha guastato. Ha ten­
tato di far cadere Gesù stesso; è riuscito a far sì che, fra i dodici apo­
stoli, uno tradisse, Pietro rinnegasse il suo Maestro, tutti fuggissero e
Gesù morisse in croce di una morte spaventosa. Egli continua a lavorare
e a seminare il suo scuro seme in mezzo al buon frumento.
Guardiamo la vita intorno a noi: è così come dovrebbe essere, se

125 Cfr. Mt. 13,24-30.


126 Cfr. Mt. 13,36-43.
178 Il Padrenostro

in essa operassero soltanto forze naturali? Potrebbe regnare tanta con­


fusione, esservi tanta cupidigia, tante menzogne, tanto odio, si potrebbe
uccidere tanto e tanto freddamente, se non fosse all’opera una potenza
proveniente da qualche altra parte, che vuol erigere un Regno contro Dio?
Gesù parla anche apertamente del «principe di questo mondo». Costui
conosce l’uomo fino in fondo, come soltanto l’odio lo può conoscere.
E non ha bisogno di operare nessun miracolo; ha bisogno solo di pro­
fittare di ciò che «è nell’uomo» e di guidarlo contro il Regno di Dio.
Il Regno di Dio è un unico grande mistero, e in esso vi sono svariati
misteri. Gesù ha detto espressamente: «A voi è dato il mistero del Regno
di Dio; ma a quelli che sono di fuori tutto è proposto in parabole».127
È difficile comprendere perché in esso le cose vadano come vanno; per­
ché feconde possibilità restino inutilizzate, il bello e il brutto si confon­
dano insieme, il buono si guasti. Perciò è tanto difficile distinguere e ve­
der chiaro. Nella parabola leggiamo pure: «I servi gli dissero: ‘Vuoi che
andiamo a raccogliere (la zizzania)?’. ‘No — disse — perché non accada
che, raccogliendo la zizzania, sradichiate con essa anche il grano. La­
sciateli crescere insieme tutti e due fino alla messe, e al tempo della messe
dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci, per bru­
ciarla; ma raccogliete il grano nel mio granaio’».128 Ciò che il Regno è,
trascende la storia, per tendere all’avvenimento dell’ultimo giorno, il Giu­
dizio. Esso separerà ciò che è bene e ciò che è male. Gesù ne parla nei
grandi discorsi sul Giudizio e nomina anche il Regno: «Quando verrà
il Figlio dell’uomo nella sua gloria, accompagnato da tutti gli angeli, se­
derà sul suo trono di gloria. Davanti a Lui si raduneranno tutte le genti,
ed Egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai
capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri a sinistra. Allora il re
dirà a coloro che sono alla sua destra: Venite, o benedetti del Padre mio,
prendete possesso del Regno preparato per voi fino dalla fondazione del
mondo».129 Allora il Regno sarà vita eterna, totale unione con Dio.

3. La realizzazione del Regno di Dio


[...] Con il Regno è avvenuto qualcosa che è difficile esprimere.
Quando il popolo eletto respinse il Messia, il Regno di Dio non potè più

127 Me. 4,11.


128 Mt. 13,28-30.
129 Mt. 25,31-34.
Venga il tuo regno 179

venire nel modo previsto. Ma esso — per non abbandonare Pimmagine


— non si ritirò completamente: rimase, per così dire, in attesa; in una
costante possibilità di venire; continuamente accostato alla porta del
mondo. Soltanto in questo modo comprendiamo il significato che ora
ha la preghiera. Quando il Signore la diede ai suoi, la possibilità della
grande venuta era ancora aperta, poiché la decisione non era ancora presa.
Allora,.}a preghiera invocava la grande realizzazione. Ora il tempo è pas­
sato. Si è costituita una situazione in cui è possibile solo una venuta di
volta in volta; in quest’uomo o in quello; qui, in questo luogo, o là; adesso
o in un altro momento. Il Regno urge continuamente alla porta di ogni
cuore; di ogni situazione, di ogni comunità umana, di ogni tempo e di
ogni paese. Ma la preghiera invoca da Dio che la venuta possa avverarsi.
E invoca senza sosta; poiché la venuta non è mai tale da abbracciare tutta
Pumanità, tutto il tempo terrestre e tutti i luoghi della terra. Essa coglie
sempre e soltanto il singolo; in ogni uomo e in ogni ora della sua vita,
in ogni epoca della storia e in ogni situazione, la decisione viene richiesta
di nuovo.
Ora, se il Regno di Dio si fosse avverato — come si mostrerebbe?
Si può esprimerlo con una frase molto semplice: Dio governerebbe
nelPuomo.
Governerebbe nella sua coscienza. Il pensiero ritornerebbe sempre
a Lui. Dio sarebbe il punto a cui tenderebbe il moto interiore; proce­
derebbe da Lui e ritornerebbe a Lui. Perciò la sua immagine sarebbe sem­
pre più ricca e più profonda, il senso della sua vicinanza sempre più forte
e più intimo.
È così per noi? Dobbiamo essere onesti: non passano, in verità, giorni
interi, molti giorni, senza che pensiamo a Lui? E se lo facciamo — non
avviene per qualche stimolo esteriore — un discorso, una lettura o qual­
che ordine prestabilito — come le preghiere del mattino e della sera? Se
Dio regnasse realmente nei nostri pensieri, il ricordo di Lui dovrebbe sca­
turire da solo, per intima spontaneità. Entrerebbe nelle nostre riflessioni;
determinerebbe la nostra opinione sugli uomini e le cose; costituirebbe
la risposta a taluni interrogativi. Il nostro pensiero sarebbe a disposi­
zione di Dio, in modo che Egli potrebbe farvi emergere continuamente
la sua verità... Ma non è così: ciò che in realtà scaturisce da sé, si fa sem­
pre sentire e domina in noi la professione, sono relazioni umane, pro­
getti, speranze...
Regno di Dio significherebbe che Dio regna nella nostra volontà.
Allora, nel corso della giornata, ci sentiremmo continuamente ricordare:
180 Il Padrenostro

questo lo vuole — questo non lo vuole. Non come se fosse la polizia che
si intromettesse nei nostri affari, ma come per un accordo interiore. Vi­
vremmo di Lui, con Lui, procedendo da Lui e a Lui tendendo. Il nostro
agire scaturirebbe — se si può esprimere il mistero della grazia con una
frase così audace — dalla nostra volontà costantemente compenetrata
delPefficacia della sua. Ma di nuovo: non è così! Noi facciamo quel che
vogliamo; ciò che vuole la professione; ciò che vogliono l’interesse e la
passione. [...]
Regno di Dio significherebbe che Dio regna nel nostro cuore, che
Egli è il nostro grande amore. [...] Che cosa significa poi, in realtà, amare
Dio? Forse, prima sarebbe utile chiedere se è possibile. Amare un uomo,
certo; una patria, un lavoro, un’idea — sicuramente — ma Dio, l’In­
visibile ed Infinito ed Eterno? Evidentemente è possibile, poiché gli uo­
mini cui possiamo credere, ce lo dicono. Essi dicono che Dio lo si può
amare di più e meglio di ogni creatura. Anzi Egli lo esige e noi dobbiamo
farlo: «Con tutto il nostro cuore e con tutta l’anima nostra e con tutta
la nostra mente e con tutte le nostre forze».130
Ma come lo potremo? Dovremmo averlo incontrato, aver esperi-
mentato che Egli è. La sua vicinanza dovrebbe averci toccato, in modo
che fosse scoccata la scintilla. Dovrebbe vivere in noi come vive in noi
l’immagine di una persona cara, cui il cuore si rivolge continuamente.
E quando tutto impallidisce, come succede a periodi in ogni vita, do­
vrebbe esservi in noi un vuoto doloroso, simile alla nostalgia di quella
persona quando è lontana... È così, per noi, con Dio? Anche solo in un
modo qualsiasi, pur anche in misura modesta? [...] Se è così, come può
avvenire che noi viviamo Senza accorgerci che Egli sia? Non che Egli sia
in qualche posto, nella sfera ideale o metafisica, ma qui, ora, in questo
momento, dove vi è la persona in oggetto, vale a dire io? [...]
Invece di ciò — che cosa intendiamo noi, quando parliamo di
'realtà’? Intendiamo le cose, gli uomini, il denaro, gli affari, la politica,
la scienza. Dio, al contrario, è per noi qualcosa di indistinto, di lontano.
Forse una voce sommessa; una luce verso cui — e spesso con quale fa­
tica! — cerchiamo di farci strada quando preghiamo. Ma Regno di Dio
significherebbe che Egli è, nel nostro intimo, il Vero, l’Autentico — e
allora sarebbe anche Amore.
E infine, parlando molto realisticamente: Regno di Dio significhe­

130 Mt. 22,36-37.


Venga il tuo regno 181

rebbe che noi gli apparteniamo, che siamo sua proprietà, anima e corpo.
Non esteriormente, come gli antichi schiavi che un diritto contro natura
faceva possesso del loro padrone, [...] bensì nel modo in cui colui che
veramente ama appartiene alla persona amata, nella libertà del cuore che
si è donata a lei, e nella fedeltà che si serba per lei. Così noi apparter­
remmo a Dio ed Egli sarebbe nostro. Questo sarebbe ‘Regno’ — il suo
e, allo stesso tempo, il nostro. Di ciò che allora si realizzerebbe in noi,
ci danno un’idea gli scritti di coloro che l’hanno esperimentato. Quanto
è diversa la realtà! Noi apparteniamo ad uomini, e spesso in quale modo
malvagio! Apparteniamo al lavoro, agli affari, al denaro, alla politica.
Noi non possiamo far altro che innalzare incessantemente la pre­
ghiera che il Regno di Dio possa venire. Possa giungere in noi, affinché
Egli diventi per noi vivo; la nostra volontà sia unita a Lui; Egli sia nella
nostra vita come Colui che è Reale; e noi sentiamo la sua ineffabile pre­
ziosità. La parabola della perla dice che l’uomo dà per essa tutto quello
che ha. Egli la vede brillare, può sentire come sia preziosa sul palmo della
sua mano. Preghiamo dunque che anche noi ne sentiamo la bellezza, af­
finché il Regno di Dio divenga per noi una chiara realtà e noi possiamo
dare per essa quanto è richiesto. Dobbiamo sempre pregare: Signore, fa’
che la verità sia in me. E ‘verità’ vuol dire: che la realtà sia Tu, e non
tutto il resto. Tu sia ciò che è prezioso, nessuna cosa lo sia più di Te.
Sia la tua volontà ciò che urge nell’esistenza, non l’interesse o il piacere
o la considerazione umana. Allora tutto diverrebbe diverso. Non nel senso
che verrebbero da noi altri uomini, o che entreremmo in possesso di al­
tre cose o che accadrebbero altri destini. Il materiale dell’esistenza sa­
rebbe lo stesso di prima, ma ne muterebbe il senso. Un danno sarebbe
sempre un danno e una malattia porterebbe sempre disagio; eppure tutto
sarebbe diverso, poiché sia il danno che la malattia sarebbero accolti in
una nuova luce. Il lavoro che dovremmo fare rimarrebbe faticoso come
sempre, anzi forse lo diventerebbe ancor di più, in quanto lo prende­
remmo più sul serio. Ma avremmo la coscienza che esso procede da Lui
e a Lui è rivolto e ne riceverebbe un nuovo valore.
Ma forse la vita stessa cambierebbe. Poiché, che cosa significa: Prov­
videnza? [...] Gesù ha detto: «Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua
giustizia e tutte queste cose vi saran date in più».131 La sua dottrina sulla
Provvidenza è in relazione con l’annunzio del Regno ed è importante com­

131 Mt. 6,33.


182 Il Padrenostro

prendere in che modo questo si presenti. [...] Cerca anzitutto il Regno


di Dio e la sua giustizia e le cose che ti circondano si volgeranno a tua
salvezza. Il tuo orientamento intimo, come tutta la tua conseguente con­
dotta, eserciteranno un effetto sugli avvenimenti, saranno strumento delle
disposizioni divine. Da qui l’impressione che gli avvenimenti fanno nella
vita dei santi e che la leggenda poi interpreta volentieri con il concetto
del prodigio, anche quando nel caso singolo non esisteva affatto. Ma essa
vuol significare qualcosa che è giusto: cioè che nella vita delPuomo che
si dà tutto a Dio, le cose vanno in un altro modo che non nella vita di
colui che vive la sua volontà propria. Ciò dovrebbe accadere anche a noi.
Nulla di prodigioso nel senso usuale, né di sorprendente, eppure qual­
cosa di diverso. [...] Preghiamo dunque giorno per giorno, anno per anno,
finché Dio ci dà vita: Regno di Dio, vieni; in me, nei miei cari, in tutti
gli uomini!

XIV. H. VAN DEN BUSSCHE132

La seconda supplica domina tutta la preghiera. In Luca è quasi


Tunica perché la precedente, pur essendo una vera supplica, ha sempli­
cemente il compito di preparare quest’altra. In Matteo questa supplica
centrale è stata posta in mezzo ad altre due che le conferiscono tutto il
rilievo dovuto. Le ultime tre, che fanno riferimento ai bisogni del pe­
riodo intermedio, si collocano ad un livello inferiore: «Venga a noi il
tuo regno, intanto, fino a che non sia giunto, aiutaci nelle necessità, dà
a noi il pane quotidiano», etc. A differenza della preghiera giudaica, ove
quasi sempre si chiede l’avvento del regno alla fine della preghiera, come
un ultimo dono, Gesù vuole che il discepolo preghi in primo luogo per
il regno. Tutta la vita deve essere, inoltre, una “ ricerca” , un desiderio
ardente del regno; tutto il resto ci verrà dato in aggiunta.133
[...] Questa supplica fa eco al punto centrale del messaggio di
Gesù.134 [...] Possiamo constatare, statisticamente, che il nuovo testa­
mento parla 122 volte del regno di Dio, 99 volte nei sinottici e 90 volte
nelle stesse parole di Gesù. Conseguentemente possiamo dire con sicu­
rezza che tutte le pagine dei sinottici parlano del regno e che Gesù stesso

132 O.c., 81-97


133 Mt. 6,33.
»34 Me. 1,15.
Venga il tuo regno 183

tornava sullo stesso tema costantemente. [...] «Regno di Dio» è una tra­
duzione imprecisa. Sarebbe meglio dire «la regalità di Dio».a Quest'ul­
tima espressione indica principalmente Pesercizio attivo del potere so­
vrano di Dio, gli interventi tramite cui stabilisce e consolida il suo dominio
reale. [...] La regalità di Dio, pertanto, non può venir identificata diret­
tamente con la chiesa o con il cielo. La chiesa è lo strumento e l’ambito del­
la regalità di Dio, è il nuovo popolo di Dio cui è destinata la regalità, che
è stato costituito erede di essa135 e al quale questa regalità sarà confe­
rita.136 Il cielo, a sua volta, è il regno nel quale Dio ha già stabilito la
propria regalità, il regno dal quale vuole estendere la sua regalità in tutto
il mondo: «Come in cielo, così pure in terra».

1. Regno e regalità di Dio nell'antico testamento


Yahvé è il re di Israele (= regalità teocratica) che ha liberato il po­
polo dall’Egitto. Il coro finale del cantico di Myriam, dopo il passaggio
del Mar Rosso, recita: «Il Signore è re in eterno e per sempre!».137 Que­
sta regalità è esclusiva: Yahvé ha riservato a sé questo popolo mediante
l’alleanza e l’elezione. Il re terreno non è se non il rappresentante del
re Yahvé.138 Questa regalità non include solamente il potere sovrano, ma
pure [...] la missione di assicurare al popolo la giustizia, il benessere e
la protezione contro i nemici. Ogni appello alla regalità di Yahvé è una
vera richiesta di aiuto per ottenere la salvezza.139 Questa regalità [...] si
erge contro i nemici di Israele, ma si erge pure contro l’infedeltà di
Israele.140 Essendo strettamente nazionalista essa è al servizio del popolo
di Dio, anche se il suo raggio d’azione si estende pure oltre.
La regalità teocratica di Yahvé implica la regalità universale (in senso
cosmologico). Poiché Yahvé è re del mondo, da lui creato, può proteg­

135 Mt. 25,31.


136 Mt. 21,43; Le. 12,32.
137 Es. 15,18.
138 Cfr. Giudici 8,23; 1 Sam. 8,10.
139 Cfr. Sai. 44,4-6; Is. 41,21, etc.
140 Cfr. Mt. 22,2-4.
a Nella traduzione italiana si perde molto dell’efficacia della distinzione di van den
Bussche. Distinzione che la lingua spagnola può, invece, recepire pienamente. Infatti, men­
tre reino indica, prevalentemente l’ambito dell’esercizio della regalità, reinado indica
l’esercizio stesso di essa. In italiano non è possibile fare questa distinzione se non a costo
di mutare una terminologia (“ regno” ) che, nel caso del padrenostro è stata abbondante­
mente fissata dall’uso. Il lettore, di volta in volta, comprenderà il senso da dare all’espressione
a seconda del relativo contesto (.N .d.C .).
184 Il Padrenostro

gere Israele da tutti gli altri popoli.141 [...] La regalità universale di


Yahvé è al servizio della sua regalità teocratica: il suo potere sugli altri
popoli è la garanzia della protezione reale verso Israele.
Infine, Yahvé è re in senso escatologico: è il sovrano giudice del giu­
dizio finale.142 La regalità di Yahvé fu trasferita nel futuro sopratutto
a partire dalPesilio quando disparve il re terreno rappresentante di Dio.
Alla fine dei tempi Yahvé eserciterà in modo assoluto il suo regno sul
mondo intero. “ Rivelerà” la sua regalità e sarà adorato da tutti. [...]
Israele, sopratutto e per primo, si avvantaggerà del regno di Dio perché
i suoi membri sono «i figli del regno».143 Gerusalemme diverrà il cen­
tro del regno universale di Yahvé.144 Gli esuli torneranno alla propria
terra145 [...]. Alla regalità escatologica di Yahvé viene associato, anche
se non sempre, un rappresentante terreno che sarà o il Messia o il Figlio
delPuomo. Il Messia è il figlio ideale di David che ristabilirà l’antico re­
gno davidico, ma questa volta in modo totale e in funzione del regno
di Dio.146
[...] Questa immagine del Messia subirà una progressiva purifica­
zione [...] secondo l’ideale del Servo sofferente.147 [...] In Dan. 7,13-14
appare, sopra una nube dal cielo, una figura misteriosa «come quella
di un Figlio d ’uomo» che viene a porsi davanti al trono di Dio per ri­
cevere da lui il regno. Questo “ Figlio delPuomo” , in origine, è proba­
bilmente simbolo del popolo eletto; molto presto, però, questa figura
venne individualizzata ad opera della letteratura apocalittica e mutò in
quella di un capo escatologico dei «santi dell’Altissimo», assumendo così
la dimensione di un principe trascendente. In una tenebrosa opposizione
al regno di Dio il mondo è, per il momento, dominato dalla potenza ter­
restre e dal regno di Satana.148

2. L'avvento del regno e la venuta di Cristo


L’aspetto escatologico del regno assume nel nuovo testamento un
rilievo sempre maggiore. [...] L’avvento del regno è il totale compimento

141 Cfr. Is. 6,4-5; Ger. 10,7.10; Mal. 1,14; Sai. 22,29; 93; 103, etc.
142 Cfr. Sali. 96-99.
143 Mt. 8, 11; cfr. 22,1-13; Le. 22,30.
144 Cfr. Is. 24,23.
145 Cfr. Abd. 21.
146 Cfr. Is. 11,1-9.
147 Cfr. Is. 52,13-53, 12; Zac. 9,9-10.
148 Cfr. Le. 4,5; Ef. 2,2.
Venga il tuo regno 185

di tutti i desideri deir antico testamento e, al tempo stesso, il fine di ogni


attesa. [...] Il regno di Dio è un evento [...], un atto divino dinnanzi al
quale sparisce l’idea di un intervento umano [...]. Il regno «non è di que­
sto m ondo»,149 è l’irruzione di un altro mondo in questo. Il Padre lo
dà,150 lo pone a nostra disposizione151 come una eredità divina.152 [...]
Questo atto di Dio, questo fatto, si sviluppa in varie fasi che sono esat­
tamente le stesse della venuta di Gesù. D’altra parte, la rivelazione del
regno progredisce parallelamente alla rivelazione della dignità di Gesù
come Messia o Figlio dell’uomo.
La vita pubblica è la fase in cui il regno viene annunciato in para­
bole. Il messaggio di Gesù consiste nel proclamarlo. L’avvento del re­
gno ebbe inizio già con il Battista153 e Gesù annuncia che esso è ap­
parso,154 è giunto.155 Il tempo si è compiuto: il grande, unico momento
è giunto.156 Ora il tempo è carico di un dinamismo divino: il regno pe­
netra con violenza.157 È il tempo delle nozze158 e della mietitura.159 La pa­
rola di Gesù è la parola del regno e le sue azioni ne sono i segni. I mi­
racoli non hanno, in prima istanza, uno scopo apologetico, ma sono se­
gni dei tempi: indicano che il regno è giunto.160 La lotta ingaggiata con­
tro Satana è il segno principale del suo avvento. Gesù attacca Satana nel
proprio campo, il deserto,161 fin dal momento in cui viene costituito
Messia nel tempo del battesimo di Giovanni. Da quel momento il regno
di Satana viene progressivamente demolito.162 Tuttavia, anche se real­
mente presente, il regno non viene annunciato fino ad ora se non in pa­
rabole: il segreto del piano divino di salvezza viene rivelato solo al pic­
colo gruppo dei credenti, agli altri viene proposto in parabole.163 Il re­
gno di Dio viene senza sfarzo: anche se esso sta in mezzo a loro nella

149 Gv. 18,36.


150 Mt. 21,43; Le. 12,32.
151 Le. 22,29.
152 Mt. 25,34; Gal. 5,21.
153 Mt. 3,2; 11,12.
154 Mt. 4,17; Me. 1,15; Le. 10,9.11.
‘55 Cfr. Mt. 12,28; Le. 11,20.
15* Me. 1,15.
157 Mt. 11,12; Le. 16,16.
158 Me. 2,19.
159 Mt. 9,37-38.
160 Cfr. Mt. 8,17; 11,4-5; Le. 7,22; 10,23-24; 12,55-56; 17,21.
161 Me. 1,8-13 par.
162 Cfr. Me. 3,22-30; Le. 10,18; 11,20.
163 Me. 4,11-12.
186 Il Padrenostro

persona di Gesù,164 anche se pare fallire in gran parte,165 è come un


grano di senapa,166 come un tesoro nascosto,167 come una perla da cer­
care,168 come un pugno di lievito.169
Il regno di Dio entra in una nuova fase con la morte di Gesù. Dopo
la resurrezione Gesù sta in mezzo ai suoi discepoli parlando loro «del
regno di Dio», probabilmente della nuova tappa, la tappa del battesimo-
nello-spirito, mediante il quale il regno si estende anche ai pagani.170
Gesù aveva già detto, alla vigilia della sua passione, che non avrebbe be­
vuto più vino fino alPavvento del regno.171 Fin dal primo annuncio della
sua passione aveva detto ai suoi discepoli che essi avrebbero dovuto pren­
der parte alle sue sofferenze per ottenere la ricompensa quando «il Fi­
glio delPuomo sarebbe venuto nella gloria del Padre suo accompagnato
dai suoi angeli santi».172 Questo testo allude naturalmente al giudizio fi­
nale. Ma in Me. 9,1 segue subito dopo: «E diceva loro: in verità vi dico,
alcuni dei presenti non proveranno la morte prima di aver visto il regno
di Dio venire con potenza». [...] Immediatamente dopo, e alla presenza
dei tre discepoli prediletti, segue la scena della trasfigurazione,173 una
manifestazione del Figlio delPuomo precorritrice della resurrezione.174 In
definitiva il regno di Dio viene con potenza alla fine della vita di Gesù,
quando Gesù stesso «viene (costituito) Figlio di Dio con potenza».175 Il
regno passa allora dalla fase delle parabole a quella della potenza.176
Questa interpretazione viene confermata dal fatto che il regno di Satana
subisce allora una disfatta definitiva:177 anche se Satana non è ancora
del tutto eliminato,178 è già definitivamente vinto.
La terza fase sarà quella del perfezionamento, quando il Figlio
delPuomo verrà nella gloria del Padre suo, attorniato dalla corte celeste.

164 Le. 17,20.


165 Me. 4,2-9.
166 Me. 4,30-32.
167 Mt. 13,14.
168 Mt. 13,46.
169 Le. 13,21.
170 At. 1,4.5.8.
171 Cfr. Le. 22,18 (cfr. pure Mt. 26,29; Me. 14,25).
172 Cfr. Me. 9,9-10 par.
173 Me. 9,2-8 par.
174 Cfr. Me. 9,9-10 par.
175 Rom. 1,4.
176 Cfr. 1 Cor. 4,20.
177 Cfr. Gv. 12,31; 14,30; 16,11; 1 Cor. 2,8.
178 Cfr. 2 Cor. 4,4; Ef. 2,2.
Venga il tuo regno 187

Dato che alla fine della sua vita Gesù è stato costituito Figlio delPuomo
e Signore, egli può stabilire quando vuole il giudizio finale, ma l’ora ci
è ignota.179 Tutta l’opera divina di salvezza si orienta verso questa per­
fezione e il cristiano si incammina verso essa. Allora Satana,180 l’Anti­
cristo181 e tutte le potenze ostili182 verranno annientate e Dio sarà tutto
in tutti.183
Il cristiano si trova dinnanzi al “ già” del regno giunto con potenza
e al “ non ancora” del regno perfetto. Il “ già” dà la certezza che il “ non
ancora” giungerà ed è fomite del suo desiderio: «Maranatha/: vieni, Si­
gnore nostro!».184

3. Preghiera teocentrica
La supplica relativa all’avvento del regno è totalmente rivolta a Dio.
Dobbiamo stare continuamente attenti per allontanare la tendenza, troppo
umana, di considerare il regno di Dio in rapporto a noi. Spesso, infatti,
pensiamo al regno di Dio nella nostra anima, lo “ stato” di grazia. [...]
Altre volte pensiamo al cielo come ad una situazione senza pari. Anche
questo è inesatto. In tutte queste suppliche si tratta di Dio, del suo nome,
della sua volontà. Il regno è una realtà che oltrepassa gli interessi per­
sonali, compreso quelli spirituali. Certamente, l’avvento del regno signi­
fica per il cristiano l’accesso alla salvezza e alla vita, ma la nostra at­
tenzione deve prima di tutto volgersi al regno in se stesso più che alla
felicità che ci arreca. Colui che non si preoccupa che di se stesso e del
suo “ io” spirituale corre il rischio di non avere la forza necessaria per
essere un servo fedele.
Spesso accade pure che la seconda supplica venga interpretata in
senso missionario, una sorta di preghiera per l’ingrandimento della chiesa,
il regno attuale. Già abbiamo ricordato che il regno di Dio non può es­
sere identificato con la chiesa. D ’altra parte, la forma verbale utilizzata
qui, l’aoristo, indica una venuta del regno realizzata una volta per sem­
pre e realmente. È evidente che se Dio vuole realizzarla attraverso tappe
successive, è cosa che non ci riguarda. Ma nella supplica il cristiano non

179 Me. 13,32 par.


180 Ap. 20,2.
181 1 Tes. 2,9.
182 1 Cor. 15,24.
183 1 Cor. 15,28.
184 1 Cor. 16,22; Ap. 22,20.
188 Il Padrenostro

deve arrestarsi a questa considerazione: deve chiedere Pistituzione de­


finitiva del regno in tutte le sue dimensioni!
Finché viviamo Dio può farsi sempre più “ tutto” in noi; il regno
non è mai compiuto. La seconda supplica non è, quindi una preghiera
che chiede l’ingrandimento della chiesa: essa, in un certo senso, chiede
la fine della chiesa, il suo assorbimento nel regno della gloria del Padre.
Infine, quando il cristiano esprime il desiderio dell’avvento del re­
gno, deve essere sincero con se stesso. Se la sua preghiera è interamente
volta a Dio, è necessario che lo sia pure la sua vita. D ’altra parte, il prin­
cipio fondamentale che deve guidarlo non è: «Cercate prima il regno di
Dio e il resto vi sarà dato in aggiunta»?185 È questa la metanoia richie­
sta perché il regno possa realizzarsi in noi: e questo ritorno non significa
in primo luogo “ cambiamento di vita” in senso morale o penitenza, ma
conversione, ritorno a Dio, attenzione a Dio e preoccupazione per il suo
regno.186

XV. J . J erem ias 187

Le prime parole che il figlio dice al Padre celeste recitano:


«Santificato sia il tuo nome, venga il tuo regno». Queste due suppliche
non solo sono costruite parallelamente, ma sono del tutto simmetriche
anche per ciò che riguarda il contenuto. Esse si rifanno a quell’antica
preghiera giudaica (il Qaddish) che concludeva la liturgia sinagogale e
che probabilmente era familiare a Gesù fin dall’infanzia. La più antica
forma letteraria (ampliata posteriormente) recita: «Glorificato e santi­
ficato sia il suo grande nome nel mondo che per la sua volontà egli ha
creato! Imperi il suo regno, subito e presto, durante la vostra vita, nei
vostri giorni e durante la vita di tutta la casa di Israele! E rispondete a
questo: Amen». Il rapporto con il Qaddish mostra che ambedue le sup­
pliche sono indissolubilmente unite [...]: ambedue chiedono la rivelazione
del regno escatologico di Dio. Ogni intronizzazione di un signore ter­
reno viene accompagnata dalla acclamazione con parole e gesti. Così sarà
quando Dio introdurrà il suo regno. Egli verrà acclamato con la santi­
ficazione del suo nome: «Santo, santo, santo, Signore, Dio onnipotente,

185 Le. 12,31; Mt. 6,33.


186 Me. 1,15.
187 O.c., 164-165.
Venga il tuo regno 189

colui che era, che è e che ha da venire».188 Tutti allora si prostreranno


ai piedi del re dei re: «Ti diamo grazie, Signore, Dio onnipotente, colui
che è e colui che era, perché hai riconquistato il tuo grande potere ed
hai cominciato a regnare».189
Ambedue le suppliche [...] chiedono, quindi, la consumazione fi­
nale, l’ora in cui il nome di Dio, profanato ed abusato, venga glorificato
ed egli riveli il suo regno, secondo la promessa: «Santificherò il mio nome
grande, disonorato fra le genti — profanato da voi in mezzo a loro —
perché le genti sappiano che io sono Yahvé — oracolo del Signore —
quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi».190 Queste
suppliche sono un grido che sorge dal fondo della necessità. In questo
mondo, tiranneggiato dal dominio del male, in questo mondo ove lot­
tano Cristo e PAnticristo, i discepoli di Gesù supplicano per la mani­
festazione del regno della gloria di Dio.
Ambedue le suppliche sono pure espressione di una certezza asso­
luta. Chi prega in questo modo prende sul serio la promessa di Dio e,
con sicura fiducia, si abbandona nelle sue mani. Egli sa: «Tu porterai
a compimento la tua opera gloriosa». Sono le stesse parole recitate dalla
comunità ebraica nella sinagoga quando pronuncia il Qaddish. Vi è, tut­
tavia, una grande differenza: nel Qaddish prega per la consumazione fi­
nale una comunità che sta nelle tenebre del mondo presente; nel padre­
nostro prega con le stesse parole una comunità cosciente che la fine è
già stata inaugurata, perché Dio ha già iniziato la sua gratuita opera di
redenzione, una comunità che ora anela solo alla manifestazione totale
di ciò che le è stato donato.

XVI. S. S abugal 191

La seconda petizione supplica il “ Padre” per l’avvento del suo re­


gno. La sequenza fra questa petizione e la precedente si riflette pure in
una preghiera giudaica contemporanea al nuovo testamento: «Glorificato
e santificato sia il suo grande nome nel mondo, da lui creato secondo
la sua volontà; e faccia egli dominare il suo regno nella vostra vita, nei

188 Ap. 4,8.


189 Ap. 11,7.
190 Ez. 36 23.
191 Cfr. A bbà..., 176-183.220-225.
190 Il Padrenostro

vostri giorni, nella vita di tutta la stirpe di Israele, ora e sempre»


(<Qaddish). Come nella precedente, anche in questa supplica Dio è il sog­
getto attivo deir avvento del regno: «Fa’ venire il tuo regno!». In questa
supplica viene compendiato tutto il significato del padrenostro, così come
fu pronunciato da Gesù.192 Quale significato racchiude nelle redazioni
letterarie di Matteo e di Luca?

1) Al livello della redazione di Matteo la supplica assume un int


resse particolare. Essa costituisce Pepicentro di tutte le altre suppliche
e richieste: se la santificazione e glorificazione del nome del Padre ha
luogo nella liberazione, che condiziona e accelera l’avvento del suo re­
gno (cfr. supra), questa si realizza proprio nel compimento della sua vo­
lontà (cfr. infra). Pertanto, i discepoli abbisognano non solo del dono
del pane “ quotidiano” , ma pure di essere preservati dal cadere nella ten­
tazione e di essere liberati dal “ maligno” tentatore e “ nemico del re­
gno” (cfr. infra). Il tema della “ regalità” e del “ regno” di Dio è cen­
trale nella teologia di Matteo.193 L’annuncio della sua definitiva presenza
inaugura la predicazione del Battista,194 di Gesù e dei “ Dodici” .195 Nella
concezione teologica dell’evangelista tutto l’insegnamento di Gesù in Ga­
lilea si compendia nella predicazione della “ buona novella del regno” .196
I miracoli che l’accompagnano197 sono essenzialmente “ segni” della re­
galità di Dio da Lui inaugurata, così come sono sicuri indizi della sua
dignità messianica,198 gli esorcismi sono essi stessi “ segni” che inaugu­
rano sia la distruzione del regno di Satana sia la manifestazione del re­
gno di Dio.199 Nulla di strano quindi se ambedue le categorie di segni —
miracoli ed esorcismi — accompagnino pure la predicazione dei “ Dodici”
sulla definitiva prossimità del regno.200 Ma che cosa sono il “ regno” e
la “ regalità” di Dio201 designate dall’evangelista pure come “ regno dei

192 Cfr. supra, 22 e s.


193 Cfr. W. T r il l i n g , o . c ., 210-224; A. K r e t z e r , Die Herrschaft der Himmel und
die Sòhne des Reiches, Stuttgart 1971; Mt. 3,2.
194 Cfr. Mt. 3,2.
195 Cfr. Mt. 4,17; 10,7.
196 Così viene indicato dall’inclusione letteraria di Mt. 4,23 e 9,35.
197 Cfr. Mt. 4,23-24; 9,35.
198 Mt. 4,23b; 9,35b; 11,2-6.
199 Cfr. Mt. 12,25-28.
200 Cfr. Mt. 10,1.7.
201 Mt. 12,28; 21,31-43.
Venga il tuo regno 191

cieli” ,202 “ regno del Padre” ,203 “ regno di Gesù” 204 o, semplicemente, “ il
regno” ?205

a) “ // regno di Dio” , così come si deduce dal contesto letterario del


supplica, è prima di tutto la signoria di Dio sulPuomo: il suo assoluto
dominio sulla vita umana: «come in cielo così in terra».206 Tale signo­
ria, che presuppone la santificazione del nome di Dio mediante la libe­
razione dalla tirannia e dal regno del maligno,207 si realizza nel compi­
mento della «volontà del Padre»208 e nella preliminare ricerca della
«giustizia del regno» di Dio.209 Incompatibile con la signoria esclusiva
di Dio sulPuomo è, pertanto, qualunque altro dominio su di lui, il suo
asservimento a qualunque altro signore e idolo: «Nessuno può servire
due padroni».210 Del tutto incompatibile con Pesclusivo dominio di Dio
sulPuomo e con la dedizione delPuomo a Dio è la servitù al principale
signore e idolo di questo mondo: «Non potete servire Dio e il da­
naro».211 Da qui il necessario abbandonarsi alla provvidenza del Padre
come efficace antidoto all’angoscioso affanno per la sicurezza materiale
del “ domani” ,212 la ricerca «innanzitutto del regno (di Dio), cioè la sua
giustizia» e il compimento della sua volontà (cfr. supra), nella certezza
che il Padre «darà tutto il resto in aggiunta».213
Con questo Gesù afferma che Dio può regnare solo in coloro che
ripongono in lui la propria sicurezza, perché attendono tutto dalla sua
provvidenza. Di costoro, che sono «poveri di spirito» perché — svuo­
tatisi della ricchezza di sé — sono riusciti ad essere «come bambini» din­

202 Più frequentemente: Mt. 5,3.10.19.20; 7,21; 8,11; 10,7; 11,11.12;


13,11.24.31.33.44.45.47.52; 16,19; 18,1.3.4.23; 19,12.14.23.24; 20,1; 22,2; 23,13; 25,1.
203 Mt. 13,43; 26,29; cfr. 6,10.
204 Mt. 13,41; 16,28; 20,21.
205 Mt. 4,23; 6,33; 9,35; 13,19.38; 24,14; 25,34.
206 La comparazione si riferisce alle tre prime suppliche e non solo alla terza (cfr.
supra, 35) ed è in relazione con quella che chiede che «venga il Regno» (cfr. pure H. van
den B ussche , O.C.y 83).
207 Mt. 12,25-28.
208 Mt. 7,21.
209 Mt. 6,33. Il termine “giustizia” traduce in Matteo «il compimento della volontà
di Dio»: cfr. Mt. 5,20; 7,21.
210 Mt. 6,24a.
211 Mt. 6,24c.
212 Mt. 6,25-31.
213 Mt. 6,33.
192 Il Padrenostro

nanzi a Dio, di costoro «è il regno dei cieli».214 Ciò significa che


raccoglimento del regno di Dio esige un previo e radicale cambiamento,
un capovolgimento esistenziale mediante cui l’uomo, da orgogliosamente
ricco diviene spiritualmente mendico,215 da superbamente adulto diviene
umilmente bambino,216 da signore schiavizzato diviene servo libero del
Re-Dio e figlio del Padre. La regalità di Dio è possibile solo mediante
una previa conversione dell’uomo. Da qui l’esortazione iniziale sia del
precursore Giovanni che del messia Gesù: «Convertitevi perché il regno
di Dio è definitivamente vicino!».217
Questa conversione però — precisa Gesù — non è sufficiente. Ad
essa dovrà far seguito la non facile, ma necessaria, autoviolenza, la lotta
contro i nemici che resistono a lasciare il proprio dominio perché Dio
solo regni. Infatti, «il regno di Dio soffre violenza, e verrà conquistato
(solo) dai violenti»:218 coloro che lottano con se stessi entrando «per la
porta stretta» e seguendo «l’angusto cammino» del compimento della
«volontà del Padre», rivelata da Gesù nel sermone della montagna,219
anteponendo220 e preferendo ad ogni altra cosa221 il suo regno, rinun­
ciando a quanto possiedono e negandosi a se stessi per seguire Gesù pren­
dendo la sua croce.222 L ’4‘angusta strada” dell’adempimento della
«volontà del Padre» e della messa in pratica del sermone della monta­
gna conduce alla “ porta stretta” dell’ingresso nel “ Regno” . La rinun­
cia a se stessi e la croce sono le due condizioni necessarie per seguire Gesù
ed entrare nel Regno del Padre!
La supplica per l’avvento del regno di Dio chiede al Padre, innan­
zitutto, il dono della conversione: divenire bambini e spiritualmente
mendichi onde poter riconoscere in noi il suo unico regno, la sua esclu­
siva regalità sulla nostra vita. La supplica chiede al Padre che ci conceda
la grazia del dono di comprendere l’inestimabile valore della regalità di­
vina,223 perché possiamo anteporre ad ogni cosa la sua ricerca e porre

214 Mt. 5,3; 19,14.


215 Mt. 19,16-27.
216 Mt. 18,4.
217 Mt. 3,2; 4,17.
218 Mt. 11,12.
219 Cfr. Mt. 5,20-7,21.
220 Mt. 6,33a.
221 Cfr. Mt. 13,44-46.
222 Mt. 16,24-26; 19,16-29.
223 Mt. 13,44-46.
Venga il tuo regno 193

sulle braccia della sua provvidenza l’affanno per l’ignoto “ domani” . La


supplica comprende pure la richiesta della grazia della santa e vigorosa
lotta con noi stessi che presuppone il rinunciare ad essere padroni di ciò
che siamo ed abbiamo, il prendere la nostra croce e seguire Cristo, per
accettare sempre ed ovunque la volontà di Dio nella nostra vita, la sua
regalità nella nostra storia: «Venga il tuo regno!».

b) “ // regno dei cieli” , assicura Gesù, è già qui sulla terra proprie
dei suoi discepoli, che hanno accettato di essere «poveri di spirito» e spi­
ritualmente mendichi e sono perseguitati «a causa della giustizia», a causa
dell’adempimento della volontà del Padre.224 La regalità di Dio si rea­
lizza infatti nella comunità di questi “ violenti” che “ rapiscono” il re­
gno225 divenendo “ come bambini” 226 e abbandonando tutto per seguire
Gesù.227 Nulla di strano, quindi, se il regno si trova in una relazione
stretta con la comunità escatologica del nuovo e vero Israele: la
chiesa.228 Essa è già la sua incoata realizzazione nel “ campo” del mondo
ove cresce il “ buon seme” dei “ figli del regno” insieme alla “ zizzania
dei figli del maligno” , e nella cui rete vengono raccolti “ pesci di ogni
specie” , buoni e cattivi229 che devono convivere fino alla separazione fi­
nale.230 Tuttavia, nel regno di questa comunità non entreranno gli
“ ipocriti” e i “ farisei” , coloro che «chiudono agli uomini» le proprie
porte e «impediscono l’ingresso a coloro che stanno per entrare» in
essa.231 Cercano di distruggerla!, ma non vi riusciranno. Gesù ha edi­
ficato la comunità sulla solida roccia di Pietro232 cui ha promesso (e

224 Cfr. Mt. 5,lb-3.10.


225 Mt. 11,12.
226 Mt. 18,1-4.
227 Mt. 19,23-29.
228 Cfr. Mt. 16,18-19; 23,13. “ Regno” e “ chiesa” non si identificano totalmente,
tuttavia, questa è il nuovo “popolo” cui è stato dato “ // regno di Dio” (Mt. 21,43) ed
è la fase inaugurale terrena di questo Regno. Sul rapporto regno di Dio - chiesa in Mt.
cfr. W. T rilling , o . c., 209-236; A. K retzer , o. c., 225-260.
229 Mt. 13,24.38; cfr. pure 13,47-48. Il Concilio Vaticano II si colloca in questa li­
nea quando afferma che: «Gesù diede inizio alla chiesa predicando la buona novella, cioè
l'arrivo del regno di Dio» costituendo quella «sulla terra il germoglio e il principio di que­
sto regno» (LG., I, 5), che, pertanto, è «misteriosamente già presente sulla nostra terra»,
anche se la sua «definitiva pienezza si avrà quando sarà venuto il Signore...» (GS, IV, 39).
230 Mt. 13,40-43.49-50.
231 Mt. 23,14-15.
232 Mt. 16,18.
194 Il Padrenostro

dato) «le chiavi del regno dei cieli»: il vicario e plenipotenziario potere
di concedere e negare l’ingresso nella chiesa, poiché Dio ratifica tutto
ciò che egli proibisce o permette in essa.233 La supplica per l’avvento del
regno chiede, dunque, al Padre il dono della perseveranza, per rimanere
grano fino alla fine e non divenir zizzania: “ figli del regno” e non “ figli
del maligno” . La supplica chiede pure al Padre l’ampliamento e il con­
solidamento della chiesa sulla terra mediante l’ingresso in essa non solo
delle «pecore perdute della casa di Israele»,234 ma di «tutti i popoli»,
tutti chiamati ad essere «discepoli di Gesù», mediante il battesimo e
l’osservanza di “ tutto quanto” egli «ha comandato»:235 «Venga il tuo
regno!».

c) La comunità escatologica della chiesa, in cui si inaugura sulla ter


il regno di Dio, troverà il proprio compimento nel celeste “regno del Pa­
dre” . Là Gesù berrà con i suoi discepoli “ il vino nuovo” della salvezza
messianica, pienamente realizzata con la sua morte e resurrezione.236 E
là, dopo la mietitura e il giudizio finale che separerà la zizzania dal grano,
i “ figli del maligno” dai “ figli del regno” , quest’ultimi splenderanno
come il sole.237 Pertanto, se «tutti sono chiamati» ad entrare nell’inau­
gurato regno terreno della chiesa, «pochi sono gli eletti» per l’ingresso
definitivo nel regno celeste.238 L ’ingresso è riservato ai “ figli del re­
gno” :239 coloro che credono in Gesù,240 coloro che «sono diventati come
bambini»241 adempiendo con spirito semplice la «volontà del Padre»,242
con una fedeltà ad essa ( = giustizia) «superiore a quella degli scribi e
dei farisei»;243 coloro che, abbandonando la “ porta larga” e P“ ampia

233 Mt. 16,19.


234 Mt. 10,6.
235 Mt. 28,19-20. Obbediente a questo mandato del Signore (Mt. 28,19-20), «la chiesa
prega e lavora perché tutto il mondo entri a far parte del popolo di Dio», affinché «in
Cristo... sia reso al creatore universale e Padre ogni onore e gloria» (LG , II, 17). In quel
precetto trova la sua origine la universale vocazione missionaria ed evangelizzatrice della
chiesa (cfr. GD, I, 5; P aolo VI, Evangelii nuntiandi, I, 15; G iovanni P aolo II, Cate­
chesi tradendae, II, 10.
236 Mt. 26,29.
237 Mt. 13,43.
238 Mt. 22,14.
239 Mt. 13,38a.43.48.
240 Mt. 8,5-11.
241 Mt. 18,3.
242 Mt. 7,21.
243 Mt. 5,20.
Venga il tuo regno 195

strada che porta alla perdizione” , entrano per “ la porta stretta” e per­
corrono «l’angusto sentiero che conduce alla vita»;244 coloro che perse­
verano in questa direzione, aspettando svegli il momento sconosciuto della
venuta del Figlio delPuomo245 con «le lampade accese»246 delle «buone
opere»247 prodotte con i “ talenti” gratuitamente ricevuti248 espresse nelle
massime del sermone della montagna249 e nella pratica della misericor­
dia con i “ fratelli” e discepoli di Gesù.250 La supplica per l’avvento del
regno chiede, quindi, al Padre il dono di realizzare queste condizioni per
l’ingresso definitivo nel regno celeste, la grazia di far parte degli eletti:
«Venga il tuo regno!».

2) Anche nel contesto della redazione di Luca la supplica pe


l’avvento del regno del Padre costituisce il fulcro di tutte le altre sup­
pliche e richieste: quell’avvento nel quale è santificato (= glorificato)
il nome del Padre (cfr. supra) è possibile solo mediante il “ pane quo­
tidiano” della manna eucaristica e dello Spirito Santo (cfr. infra); doni
per i quali i discepoli necessitano non solo del “ perdono dei peccati” ,
ma pure di “ essere preservati dal soccombere nella prova” del diabolico
tentatore (cfr. infra). Inoltre, il tema della regalità e del regno di Dio
riveste, nel contesto della duplice opera lucana, un denso significato teo­
logico.251 L’annuncio del «regno di Dio» — così lo indica, quasi costan­
temente, Luca — caratterizza sia il “ tempo di Gesù” che il “ tempo della
Chiesa” , e segna la linea di demarcazione fra questi due periodi storico­
salvifici e il precedente “ tempo di Israele” . Quest’ultimo — «la legge
e i profeti» — arriva “ fino a Giovanni” , e da allora «ha inizio l’annuncio
della buona novella del regno di Dio».252 Il primo ad operare l’annunzio

244 Mt. 7,13-14.


245 Mt. 24,27.36.42-51.
246 Cfr. Mt. 25,1-13.
247 Mt. 5,16.
248 Cfr. Mt. 25,14-30.
249 Cfr. Mt. 5,21-7,12.
250 Mt. 25,33-40; cfr. 12,49 e s.
251 Cfr. H. C onzelm ann , Die Mitte derZeit. Studien zur Theologie des Lukas, Tu-
bingen 19645, 104-111; H. F lender , Heil und Geschichte in der Theologie des Lukas, Mun-
chen 1965, 112-113.134 e s.; G. Voss, Die Christologie der lukanischen Schriften in
Grundzùgen, Paris-Brugge 1965, 25-45; A . G eorge , Le Régne de Dieu, Etudes sur Γoeuvre
de Lue, Paris 1978, 285-306.
252 Le. 16,16.
196 Il Padrenostro

è Gesù. Questa fu la sua missione,253 realizzata durante la vita pub­


blica254 e prolungata durante i “ quaranta giorni” dopo la resurre­
zione.255 Il medesimo annuncio fu oggetto delle frequenti missioni im­
poste da Gesù ai discepoli256 e ripreso, infine, durante il “ tempo della
chiesa” dalla predicazione dei primi evangelizzatori cristiani.257 Dunque,
abbiamo un punto centrale nel contesto della teologia di Luca. Cosa si­
gnifica esattamente? Qual è il contenuto del “ Regno di Dio” per il cui
avvento prega il discepolo di Gesù?

a) Presupposto fondamentale delFannuncio e della supplica è la co


cezione lucana secondo cui prima della venuta di Gesù «tutti i regni della
terra» stavano sotto il dominio del diavolo.258 L’uomo non sfugge a que­
sta tirannide, anch’egli giace sottoposto al “ regno di Satana” e, pertanto,
sottratto al “ regno di Dio” .259 L ’annuncio di questo implica l’affran­
camento da quello. Gesù afferma che la sua missione di annunziare il
regno di Dio260 si identifica con quella di «proclamare ai prigionieri la
liberazione (aphesin) e... porre in libertà (aphesei) gli oppressi».261 Una
liberazione — è da precisare — radicale da tutto ciò che nel profondo
rende l’uomo realmente schiavo: il peccato.262 Una liberazione pure dal
maligno autore del peccato. Gesù, sottolinea Luca, «passò facendo del
bene e curando tutti gli oppressi dal diavolo».263 La medesima cosa fece
egli nella lotta che, mediante gli esorcismi, ingaggiò, come «più forte»,
contro il «forte e ben agguerrito» nemico del regno, scacciandolo
dall’uomo con il «dito di Dio», lo Spirito Santo, per inaugurare il «regno
di Dio».264 Segni di quella liberazione sono pure le guarigioni dalle ma­

253 Le. 4 43.


254 Cfr. Le. 8,1; 9,11; 11,14-22; 13,18-21; 14,15-24.
255 At. 1,3.
256 Le. 9,2; 10,9.
257 Cfr. At. 8,12; 14,22; 19,8; 20,25; 28,23.38.
258 Cfr. Le. 4,5-6.
259 Cfr. Le. 11,14-20.
260 Le. 4,43.
261 Le. 4,18.
262 Aphesis (Le. 4, 18) ha sempre nella duplice opera lucana (Le. e At.) il signifi­
cato di “perdono dei peccati” (cfr. Le. 1,77; 3,3; 24,47; At. 2,38; 5,31; 10,43; 13,38; 26,18).
263 At. 10,38.
264 Le. 11,20-22. Dell’equivalenza: «il dito di Dio» (Le. 11,20) = lo Spirito di Dio
(par. Mt. 12,28), implicita in At. 10,48, si ha eco già nella letteratura veterotestamentaria:
cfr. Ez. 8,1.3 ( = mano) e 11,5 ( = Spirito); 1 Cron. 28,12 ( = mano). La variante lucana
Venga il tuo regno 197

lattie.265 Ecco perché esse accompagnano la predicazione del regno.266


Esorcismi e guarigioni inaugurano, dunque, il dominio di Dio su «tutti
i regni della terra», lo rendono visibile e vicino con la presenza del suo
inauguratore: «il regno di Dio è già tra voi».267 Dio regna, infatti, nella
vita di coloro che, accettando il messaggio del suo Inviato e seguendolo,
accolgono la sua regalità, abbandonando la tirannide e il pericolo di ser­
vire le ricchezze268 e se stessi; Dio regna sui poveri269 e su coloro che sono
diventati come bambini.270 La supplica al Padre per l’avvento del suo re­
gno chiede, quindi la liberazione dalla schiavitù del peccato (egoismo,
avarizia, invidia, odio...) e dalla tirannide del suo diabolico autore. La
liberazione dalla servitù alle ricchezze e agli altri idoli di questo mondo.
La liberazione dal culto di se stessi. La liberazione da tutto quanto im­
pedisce realmente all’uomo di accettare la regalità esclusiva di Dio sulla
sua vita e realizzare così la sua condizione di creatura in una libera sot­
tomissione al creatore. L’orientamento di tutte le realtà terrene (famiglia
e società, cultura e sport, lavoro e progresso, politica...) verso Dio, alla
luce del messaggio di Gesù: «Venga il tuo regno!».

b) Ma la concezione teologica lucana del “ regno” e della “ regalità


di Dio è ancor più ricca. Un nuovo aspetto di essa viene offerto dalla
promessa di Gesù ai suoi discepoli: alcuni fra essi «non gusteranno la
morte fino a che non avranno veduto il regno di Dio».271 Una promessa
formulata dall’evangelista in netta contrapposizione con la precedente

alla supplica per l ’avvento del regno: «V enga su di noi il tuo Spirito santo e ci purifichi»
(cfr. C.H. C h ase , o.c., 30-32; W. O tt, o.c., 112-117), si colloca nella linea della con ce­
zione teologica di Luca: la venuta del regno di D io è condizionata dalla previa espulsione
del “ nem ico” ( = purificazione) m ediante lo Spirito Santo (cfr. supra). La variante n on
è, tuttavia, il testo di Luca. C ontro tale ipotesi: A.R.C. L eaney , o.c., 64 e s.; W. O tt,
o.c., 117-120 ed altri autori; a favore: J. H ensler , o.c., 32-42; E. L ohmeyer , o.c., 185-
188; J. C armignac , o.c., 90 e s., ed altri.
265 Cfr. At. 10,38.
266 Le. 9,2.6.11 e s.; 10,9.11b; cfr. 7,19-22.
267 Le. 17,21. Gesù stesso nella sua persona e nelle sue opere è la presenzializzazione
del regno di Dio. Ciò intendeva esprimere Tertulliano quando affermava che «per regno
di Dio si può intendere il Cristo stesso» (cfr. supra); sulla stessa linea si situa chi ha de­
finito Gesù come P“ autoregno” (O rigene , In Matth. XIV, 7 (a Mt. 18,23), GCS 40,289)
268 Cfr. Le. 18,18-26.
269 Cfr. Le. 6,20.
270 Cfr. Le. 18,16; 12,32.
271 Le. 9,27 par.
198 Il Padrenostro

sentenza di Gesù sulla venuta finale del Figlio dell’uomo.272 Essa non si
riferisce, pertanto, alla piena e parousiaca manifestazione del regno di
Dio: quest’ultimo — sottolinea Gesù — verrà veduto da «alcuni (discepoli)
qui presenti». Quando precisamente? La risposta ci viene data dal rac­
conto evangelico della trasfigurazione che segue subito dopo.273 Ad essa
effettivamente parteciparono alcuni (tre) discepoli.274 Luca interpreta la
trasfigurazione come anticipazione della resurrezione e ascensione di
Gesù.275 Orbene, se nella concezione teologica di Luca le resurrezioni dai
morti operate da Gesù costituiscono uno dei segni che inaugurano il re­
gno di Dio276 e rendono manifesta la dignità profetico-messianica del Si­
gnore277 risorto,278 la resurrezione di Gesù compie la promessa fatta da
Dio a Davide279 sul consolidamento eterno del suo regno280 e l’ascensione
inaugura il dominio e la regalità su tutti i suoi nemici.2811 discepoli che,
con la trasfigurazione, videro anticipatamente la gloria del Signore ri­
sorto,282 videro non solo l’inaugurazione dell’eterno regno davidico, con
la vittoria sulla morte, ma videro pure l’inizio del suo dominio univer­
sale inaugurato dall’ascensione e dalla costituzione alla dignità di unico
«Signore e Messia»:283 essi videro il regno di Dio. Nella preghiera al Pa­
dre per l’avvento del regno i discepoli chiedono che egli acceleri la vit­
toria del Signore risorto sulla morte, su ogni realtà o evento di soffe­
renza e di “ morte” , mettendo tutti i nemici del regno sotto il dominio
di Colui che da Lui è stato costituito Signore e Salvatore, unico Re:
«Venga il tuo Regno!».

272 Le. 9,26.


273 Le. 9,28-36.
274 Pietro, Giacomo e Giovanni: Le. 9,28.
275 I «due uomini» (Le. 9,30), testimoni della resurrezione e dell·ascensione di Gesù
(Le. 24,4; At. 1,10), «parlavano della sua dipartita ( = morte, resurrezione e ascensione)
che doveva compiersi in Gerusalemme» (Le. 8,31; cfr. 9,51; 13,31-33; 24,44-54; At. 1,3-
4.9-11), mentre «Pietro e i suoi compagni videro» la gloria del Signore risorto (Le. 9,32;
cfr. 24,26), fino a che la nube «non li nascose con la sua ombra» (Le. 9,34a), la stessa
che, subito dopo, avrebbe occultato loro il Signore «asceso alla loro presenza» (At. 1,9).
276 Cfr. Le. 7,14-15.22 = Is. 26,19.
277 Cfr. Le. 7,16.19-22.
278 Cfr. Le. 7,13; 24,3.34.
279 Cfr. 2 Sam. 7,12-16.
280 At. 2,30-32; 13,32-37.
281 Cfr. At. 2,33-36.
282 Le. 9,32; cfr. 24,26.
283 At. 2,36.
Venga il tuo regno 199

c) Infine, il “ regno di Dio” trova il suo compimento nella glori


celeste ove, dopo la passione e morte, il Signore risorto ha fatto il suo
ingresso.284 L’ingresso in esso, difficile — non impossibile! — per i ric­
chi,285 è riservato a coloro che «si fanno violenza»286 per divenire come
bambini,287 che si sforzano di «entrare per la porta stretta»,288 il che sup­
pone che essi rinuncino ad ogni possesso ed ad ogni affetto289 e pren­
dano la propria croce290 per seguire Gesù.291 Anche al livello della re­
dazione lucana, dunque, Pautorinuncia e la croce sono condizioni pre­
vie a quella sequela di Cristo che assicura l’ingresso nel Regno. Chi non
rinuncia a se stesso e rifiuta o depone la croce, si allontana da Cristo
e si autoesclude dal Regno del Padre. Non c’è dubbio: «È necessario pas­
sare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio».292 Il
vero discepolo di Gesù sa bene tutto questo, ed è pure pienamente co­
sciente della propria impotenza nel realizzarlo. Per questo egli «prega
sempre e senza stancarsi»293 il Padre chiedendo il suo aiuto: «Venga il
tuo regno!».

R i a s s u m e n d o : La supplica per l’avvento del regno del Padre


è centrale nelle redazioni letterarie dei due evangelisti. Essa suppone che
tale avvento sia un dono del Padre celeste che esige, però, pure la col­
laborazione dei suoi figli. Innanzitutto mediante la conversione perso­
nale, la liberazione dal peccato e da tutti gli idoli e signori di questo
mondo, per servire l’unico Dio e accogliere il suo regno. Il regno è es­
senzialmente dinamico: inaugurato da Gesù con la chiesa, principio e ger­
moglio, raggiungerà la sua pienezza con la venuta parousiaca del Signore.
L’inaugurazione del regno si realizza in ogni uomo a cagione del bat­
tesimo quando, liberato dal peccato e dal “ nemico del regno” mediante
la forza dello Spirito Santo, egli si sottomette alla regalità di Dio e di
Cristo, obbedendo a coloro che nella chiesa ne sono i rappresentanti.294

284 Le. 24,26.


285 Le. 18,24.
286 Le. 16,16b.
287 Le. 18,17.
288 Le. 13,23-24.
289 Cfr. Le. 14,16-20.24-33.
290 Le. 14,27.
291 Le. 14,27-33.
292 At. 14,22.
293 Le. 18,1.
294 Cfr. Mt. 10,40 = 18,5.
200 Il Padrenostro

Il grado di questa obbediente sottomissione va di pari passo con il cre­


scere, nelPuomo, del regno. Per questo egli supplica ogni giorno il Pa­
dre: «Venga il tuo regno!». Ma egli non lo fa solo per sé. La sua è una
preghiera universale. Infatti, chi prega così è membro di una chiesa, la
quale, essendole stata affidata da Gesù la missione di «render suoi di­
scepoli tutte le genti» e di essere testimone «fino ai confini della
terra»,295 vive «per evangelizzare».296 La chiesa è, quindi, essenzialmente
«comunità evangelizzatrice»297 del regno di Dio,298 incaricata di
«annunciarlo ed inaugurarlo presso tutti i popoli299 e le culture.300 Ciò
impone alla chiesa il difficile ma necessario equilibrio di “ stare nel
mondo” senza “ essere del mondo” ,301 di storicizzarsi senza secolariz­
zarsi,302 fedele alla missione di essere sale della terra e luce del mondo.303
Essa deve impregnare il mondo «dello spirito di Cristo»304 per
«consacrarlo a Dio».305 Ciò significa: chi “ è del mondo” o si è secola­
rizzato, al servizio dei suoi idoli, non può evangelizzare il mondo, e nep­
pure fa parte della chiesa evangelizzatrice. Costui si autoesclude dal re­
gno. Annunziare “ nel mondo” e agli uomini è un imperativo — «guai
a me se non evangelizzassi!»306 — per ogni cristiano.307 Dio assicurerà
la fecondità dell’impegno apostolico — solo «Dio fa crescere» il seme
della Parola308 — solo se esso verrà preceduto e accompagnato con la
instancabile supplica: «Venga il tuo regno!».

295Mt. 28,19; At. 1,8.


296P aolo VI, Evangelii nuntiandi, I, 14.
297S. S abug al , La embajada mesiànica de Juan Bautista, Madrid 1980, 236-248.
298Questo deve essere, prima di tutto, il contenuto dell’evangelizzazione. Cfr. S. Sa­
bugal , o .c . , 253-259.
299 LG, I, 5.
300 P aolo VI, o .c ., II, 20.
301 Cfr. Gv. 17,11.14.16.
302 Cfr. S. S abug al , Liberación y secularización? Intento de una respuesta biblica,
Barcelona 1978, 331-362: 348 e s.
303 Mt. 5,13-16; cfr. LG, II, 9; GD, 1; II, 11.
304 LG, IV, 36.
305 LG, IV, 34; cfr. IV, 31; GS, IV, 43.
306 1 Cor. 9,16.
307 LG, III, 23; IV, 31-36; PO, II, 4; AA, I, 3; II, 7; GD, I, 5-6; P aolo VI, o .c .,
VI, 59-60.66-73.
308 1 Cor. 3,6-7.
Sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra

I. T ertulliano 1

Continuando questa preghiera, diciamo: Sia fatta la tua volontà nei


cieli e in terra. Non chiediamo che si compia il suo volere, perché qual­
cuno lo impedisce, ma che esso si compia in tutti. Interpretando alle­
goricamente carne e spirito, noi siamo il cielo e la terra. Interpretando
alla lettera, invece, diciamo la stessa cosa: si compia in noi la volontà
di Dio sulla terra, perché si possa compiere anche in cielo. Questa è la
volontà di Dio: che noi viviamo secondo i suoi comandamenti. Perciò
preghiamo che ci dia la sostanza e l’attuarsi della sua volontà, per essere
salvi in cielo come sulla terra, perché l’oggetto principale della sua vo­
lontà è la salvezza di quelli che Egli ha adottato.2
La volontà di Dio è quella che il Signore ha compiuto attraverso
la predicazione, le opere e la sofferenza.3 Egli in persona ha detto di non
fare la sua ma la volontà del Padre. Di conseguenza, quello che Egli fa­
ceva era la volontà del Padre, che ora ci provoca a mo’ di esempio per
predicare, operare e soffrire sino alla morte. Per poter compiere tutto
questo, abbiamo bisogno della volontà di Dio. Quando, dunque, diciamo:
Sia fatta la tua volontà, chiediamo un bene per noi, perché nella volontà
di Dio non c’è nessun male, anche quando esso viene inflitto a ognuno
di noi, secondo e come lo meritiamo. E con tutto questo, veniamo anche
preavvertiti della sofferenza, dal momento che il Signore stesso, vicino
alla passione, ha voluto dimostrare la debolezza del corpo nella sua stessa
carne. Egli disse: «Padre, passi da me questo calice», e soggiunse, ri­
cordandosi della volontà del Padre: «non si faccia, però, la mia, ma la

1 De orat. IV, 1-5. Tr. it., cit., pp. 48-50.


2 Cfr. 1 Tes. 4,5.
3 Cfr. Gv. 4,34; 5,30; 6,38; Ebr. 10,9.
202 Il Padrenostro

tua volontà».4 Egli era la volontà e la potenza del Padre e, tuttavia, per
dimostrare la necessità della sofferenza, si sottomise alla volontà del Pa­
dre.

IL S a n C ipriano 5

Poi aggiungiamo: Sia fatta la tua volontà in cielo e in terrai Non


chiediamo che Dio faccia la sua volontà, ma che la facciamo noi. Di­
fatti, nessuno può opporsi a che Dio faccia quello che vuole; ma, poiché
il diavolo, in ogni nostro pensiero e in ogni nostra azione, ci impedisce
di renderci degni di Dio, preghiamo e chiediamo che si compia in noi
la volontà di Dio. Perché, poi, questa si compia in noi, abbiamo biso­
gno del beneplacito di Dio, cioè della sua opera e della sua protezione.
Nessuno infatti è forte da se stesso, ma si è protetti dalPindulgenza e mi­
sericordia di Dio.
Del resto, lo stesso Signore, a conferma delFinfermità umana che
egli portava, disse: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice!»,
e per lasciare un esempio ai suoi discepoli, poiché compissero non la pro­
pria, ma la volontà di Dio, aggiunse: «Però non come voglio io, ma come
vuoi tu!».6 E altrove: «Non sono venuto dal cielo per fare la mia vo­
lontà ma la volontà di colui che mi ha mandato».7
Se Lui, il Figlio, obbedì facendo la volontà del Padre, quanto più
il servo deve obbedire e fare la volontà del suo padrone. Anche Giovanni
nella sua Lettera, ci esorta e insegna a fare la volontà di Dio, quando
dice: «Non amate iUnondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama
il mondo, l’amore del Padre non è in lui, perché tutto quanto appartiene
al mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e
l’ambizione del mondo, non viene dal Padre ma dal mondo stesso. Ma
il mondo passerà e passerà pure la sua concupiscenza: solo chi fa la vo­
lontà di Dio vive in eterno perché Dio vive in eterno».8 Se vogliamo vi­
vere nell’eternità, dobbiamo fare la volontà di Dio, Lui che è eterno.
La volontà di Dio è quella che Cristo stesso fece ed insegnò. (Avere)
umiltà nel comportarsi, stabilità nella fede, modestia nel parlare, giu­

4 Le 22,42 par.
5 De dominica oratione, 14-17. Tr. it., d i., pp. 101-104.
6 Mt. 26,39.
7 Gv. 6,38.
8 1 Gv. 2,15-17.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 203

stizia nelle opere, misericordia nelle azioni, disciplina nei costumi, non
saper fare ingiuria e saper tollerare quando la si riceve, vivere in pace
con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo come Padre e temerlo
come Dio, non anteporre niente a Cristo, perché Cristo non antepose
niente alla nostra salvezza, rimanere fermi nella sua carità, stare forti
e fedeli vicino alla sua croce. Quando bisogna combattere per il suo nome
e il suo onore, dimostrare apertamente fermezza nel testimoniarlo, fi­
ducia negli interrogatori per lottare, pazienza nella morte perché si sarà
coronati. Questo significa voler essere coerede di Cristo, compiere il co-
mandamento di Dio, adempiere la volontà del Padre.
Chiediamo ancora che la volontà di Dio si compia in cielo e in terra
perché ambedue appartengono al compimento della nostra tutela e sal­
vezza. Infatti, poiché abbiamo un corpo venutoci dalla terra e uno spi­
rito venutoci dal cielo, siamo terra e cielo e preghiamo che si compia la
volontà di Dio in tutti e due, cioè nel corpo e nello spirito. Tra la carne
e lo spirito c’è lotta continua: si affrontano continuamente, e così noi
non facciamo quello che vogliamo, perché lo spirito cerca le cose celesti
e divine; la carne, invece, desidera quelle terrene e mondane. Perciò chie­
diamo che, con l’aiuto e l’intervento di Dio, ci sia concordia tra loro due,
affinché nel mentre nello spirito e nella carne si compie la volontà di Dio,
si conservi l’anima rinata da Dio. L ’Apostolo Paolo lo dice aperta­
mente.9 [...] Noi preghiamo ogni giorno, anzi continuamente, che si
compia in noi la volontà di Dio, in cielo come sulla terra; questa, infatti,
è la volontà di Dio: le cose terrene cedano alle cose celesti, e le cose spi­
rituali e divine abbiano sempre il primato in tutto.
Questa petizione [...] si può anche intendere in altro senso. Poiché
il Signore ci ammonisce e comanda di amare anche i nemici e di pregare
anche per quelli che ci perseguitano, noi chiediamo che anche in loro,
che sono terreni e non hanno ancora cominciato ad essere celesti, si com­
pia la volontà di Dio, quella volontà che Cristo ha compiuto in pieno
conservando e restaurando l’uomo. Egli, infatti, chiama i suoi discepoli
sale della terra10 e non più semplicemente terra; e l’Apostolo chiama car­
nale il primo uomo; e celeste, invece, il secondo uom o.11
Giustamente, quindi, noi, che dobbiamo rassomigliare a Dio Pa­
dre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti

9 Cfr. Gal. 5,17-25.


10 Mt. 5,13.
•1 1 Cor. 15,47.
204 Il Padrenostro

e sugli ingiusti,12 ammaestrati da Cristo preghiamo per la salvezza di


tutti. Come la volontà di Dio si è compiuta in cielo, cioè in noi, attra­
verso la nostra fede, e noi siamo stati trasformati in uomini celesti, così
la volontà di Dio si compia in terra, cioè in quelli che non credono, af­
finché anch’essi, che sono ancora terreni per la prima nascita, comin­
cino ad essere uomini celesti, attraverso la rinascita dall’acqua e dallo
spirito.13

III. O rigene 14

[...] Sinché noi che preghiamo siamo ancora sulla terra e pensiamo
che la volontà di Dio è compiuta dagli abitanti del cielo, vogliamo pre­
gare a tal fine che anche presso di noi sulla terra nello stesso modo la
volontà di Dio si compia in ogni cosa. Ciò avverrà, se noi nulla faremo
contro la sua volontà. Quando invece la volontà di Dio, come è nel cielo,
così anche presso di noi sarà compiuta, diventeremo simili agli esseri ce­
lesti, portando al par di essi Pimmagine del Celeste; erediteremo il regno
dei cieli e quelli che dopo di noi succederanno sulla terra pregheranno
pur essi di divenire simili a noi, che saremo nei cieli.
Le parole: «Come nel cielo così sulla terra» possono essere prese
come un comune riferimento [alle domande] cosicché ci si ordina di dire
nell’orazione: Sia santificato il tuo nome come nel cielo così in terra; sia
fatta la tua volontà sulla terra come nel cielo; venga il tuo regno come
in cielo così sulla terra. Il nome di Dio è santificato presso quelli che sono
nel cielo e nel tempo stesso il regno di Dio e la volontà di Dio vi si ef­
fettuano. Tutto ciò difetta a noi pellegrinanti sulla terra, ma può av­
verarsi se ci dimostreremo degni di essere esauditi in tutte queste cose
da Dio.
Poiché la domanda suona: «sia fatta la tua volontà sulla terra come
nel cielo», ci si potrà chiedere come può essere fatta la volontà di Dio
nel cielo, dove abitano gli spiriti di nequizia,15 per cui «la spada di Dio
si è inebriata anche nel cielo».16 Se noi domandiamo che sia fatta la vo­

12 Mt. 5,45.
13 Cfr. Gv. 3,5.
14 Perì euchis, XXVI, 1-6. Tr. it., cit., pp. 115-119.
15 Opinione sostenuta da Origene sulla scorta di Ef. 4,9; 6,12; cfr. De principiti, II, 9,3.
16 Cfr. Is. 34,5.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 205

lontà di Dio sulla terra come si fa nei cieli, non è da temere che incon­
sultamente domandiamo che le avverse potestà si stabiliscano sulla terra,
poiché esse provengono anche dal cielo, cosicché molti sulla terra sono
divenuti cattivi a cagione degli spiriti di nequizia che sono nei luoghi ce­
lesti? Chi intenderà allegoricamente l’espressione «cielo», e dice che esso
è Cristo e che la Chiesa è la terra — chi infatti è degno trono del Padre
se non Cristo e chi lo sgabello dei piedi di Dio se non la Chiesa? — ri­
solverà facilmente la difficoltà col dire: ciascun appartenente alla Chiesa
deve pregare a tal fine di compiere la volontà del Padre come l’ha com­
piuta Cristo, che è venuto quaggiù per fare la volontà del Padre e l’ha
compiuta con interezza. Chi aderisce a lui, può divenire con lui un solo
spirito e compiere la volontà [del Padre] in modo che sia compiuta sulla
terra come è nel cielo. Secondo Paolo infatti «colui che aderisce al Si­
gnore è un solo spirito con lui».17 A mio credere tale spiegazione non
potrà essere senz’altro scartata da chi vi rifletta attentamente.
A muovere obiezione a questo asserto, potrà addurre la parola che
il Signore alla fine del Vangelo, dopo la risurrezione, dice agli undici suoi
discepoli: «Ogni potere mi è dato in cielo e in terra».18 Nel possesso
della potenza sulle cose che sono nel cielo, dice d’avere ricevuto la po­
tenza anche sulla terra. Le cose nel cielo per prime sono state illuminate
dal Verbo, mentre alla fine del mondo anche quelle sulla terra, per la
potenza data al Figlio di Dio, imitano quelle, di cui il Salvatore ha ri­
cevuto la potenza nel cielo e che sono perfette. Vuole dunque Cristo per
mezzo della preghiera fare dei discepoli i suoi collaboratori presso il Pa­
dre, acciocché, come nel cielo quanto è sottomesso alla verità e al Verbo
per la potenza concessagli in cielo come in terra, in tal guisa conduca
al beato fine quelli che sono in suo potere.
Chi poi vuole intendere per cielo il Salvatore e per terra la Chiesa,
dicendo cielo il primogenito della creazione, sul quale come su un trono
riposa il Padre, potrà rilevare che egli ha rivestito della sua potenza
quell’uomo che si umiliò e si rese obbediente sino alla morte e che lo stesso
dopo la sua resurrezione ha detto: «Ogni potere mi è stato dato in cielo
e in terra»; così l’uomo assunto dal Salvatore ha ricevuto la potenza delle
cose celesti, appartenenti al Primogenito, perché comunichi con lui ade­
rendo alla sua Divinità e unito a lui.

17 1 Cor. 6,17.
18 Mt. 28,18.
206 Il Padrenostro

Ma rimane da chiarire la seconda questione proposta. Come la vo­


lontà di Dio si compie nel cielo, mentre gli spiriti di iniquità abitanti nei
luoghi celesti combattono gli esseri terrestri? Si può risolvere questa dif­
ficoltà così. Come colui che è ancora sulla terra, ma la cui cittadinanza
è nei cieli e che accumula tesori per il cielo, avendo il cuore nel cielo e
portando in sé Γimmagine del Celeste, a cagione non del sito, ma delle
disposizioni d’animo non è più della terra e del mondo inferiore, bensì
invece è del cielo e del mondo celeste, che è migliore di questo; così gli
spiriti di iniquità abitanti nei luoghi celesti19 hanno la cittadinanza sulla
terra. Essi tendono insidia agli uomini, [...] costoro non sono celesti e
per le loro male disposizioni non abitano nei cieli. Quando dunque si
dice: la tua volontà sia fatta sulla terra, come nel cielo, non bisogna cre­
dere che questi spiriti siano nel cielo, ma che a causa della loro superbia
siano caduti «con colui che è caduto dal cielo a guisa di una folgore».
E forse quando il nostro Salvatore dice che bisogna pregare, perché
sia fatta la volontà del Padre sulla terra come nel cielo, non ordina af­
fatto che si preghi perché quelli che si trovano sulla terra divengano si­
mili a quelli che abitano in un luogo celeste, ma ordinando tale preghiera,
vuole che gli esseri della terra, cioè i peggiori, divengano somiglianti agli
esseri migliori, che hanno la cittadinanza nei cieli, e tutto diventi cielo.
Il peccatore, dovunque sia è terra, e, se non si pente, diventerà terra di
cui è congenere. Ma chi fa la volontà di Dio e non trasgredisce le sue
leggi spirituali e salutari è un cielo. Se pertanto noi siamo ancora terra
a causa del peccato, domandiamo per noi che la volontà di Dio si estenda
a nostro emendamento, come è avvenuto per quelli che prima di noi sono
diventati cielo o sono cielo. E se allo sguardo di Dio si appare non terra,
ma già cielo, domandiamo che sulla terra come nel cielo, cioè, nei peg­
giori, la volontà di Dio si compia perché per così dire tutto si incieli e
un giorno non ci sia terra, ma tutto sia cielo. Se dunque, secondo la no­
stra interpretazione, la volontà di Dio si compie sulla terra come nel cielo,
la terra non rimarrà più terra. Renderò più aperto il mio pensiero con
qualche esempio. Se la volontà di Dio è fatta sui pudichi, così si compia
pure sugli impudichi e gli intemperanti diventeranno pudichi; se la vo­
lontà di Dio è fatta sui giusti; così lo sia sugli ingiusti e gli ingiusti sa­
ranno giusti. Se dunque la volontà di Dio è fatta sulla terra come nel
cielo, noi saremo tutti cielo, anche se la carne, che non giova a nulla,

19 Cfr. Ef. 6,12.


Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 207

e il sangue ad essa parente non possono ereditare il regno di Dio;20 lo


possederanno se, da terra, polvere e sangue saranno trasmutati in so­
stanza celeste.

IV. S a n C irillo di G erusalemme 21

I divini e beati angeli fanno la volontà di Dio, come disse David nei
Salmi: «Benedite il Signore, angeli suoi, forti e potenti a compiere i suoi
voleri».22 Pregando con ardore tu intendi dire: «Come la tua volontà si
compie negli angeli, così sulla terra si compia in me, Signore».

V. S a n G regorio N isseno 23

Era un tempo in perfetto stato di salute la stirpe pensante degli uo­


mini, poiché alcuni elementi, cioè i moti dell·anima, erano fusi in noi
con perfetto equilibrio secondo la legge della virtù. Dopo che invece,
avendo la concupiscenza preso il sopravvento, la disposizione psichica
contraria ad essa, la temperanza, fu assoggettata a chi aveva prevaricato
e non c’era più una forza che frenasse il moto istintivo verso fini non
giusti, da questo momento il male mortale, il peccato, s’insinuò nella na­
tura umana. Perciò il medico veritiero dei mali e delle sofferenze
dell9anima, che è venuto nel mondo degli uomini per coloro che soffrono,
rimuovendo a poco a poco la causa del male, con i pensieri che scatu­
riscono nella preghiera, ci riconduce alla sanità dello spirito.
Sanità dello spirito è il compimento della volontà divina, come, al
contrario, il precipitare nel peccato da uno stato di fedeltà al volere di
Dio è una malattia dello spirito che sbocca nella morte. Poiché dunque
cademmo malati, abbandonando nel paradiso il retto modo di vivere,
quando ci inebriammo largamente del veleno della disubbidienza e quindi

20 Gv. 6,63; 1 Cor. 15,50.


21 Catecheses, XXIII, 14. Tr. it., cit., p. 429.
22 Sai. 102,20.
23 De oratione dominica, IV (PG 44, 1167D-1178A). Tr. it., cit., pp. 87-88.90-92.
208 Il Padrenostro

la natura soccombette a questo malvagio e immortale morbo, venne il


vero medico a guarirci per mezzo dei contrari, secondo la legge delParte
medica, e quelli che erano caduti nel male, perché si erano distaccati dal
volere divino, li libera dal morbo legandoli di nuovo alla volontà del Si­
gnore. Infatti le parole della preghiera sono una terapia per Pinfermità
che si è infiltrata nelPanima, perché chi dice «Sia fatta la tua volontà»
prega come se sia, in senso figurato, tormentato dai dolori dello Spirito.
Volontà del Signore è la salvezza degli uomini. Dunque, dal momento
che siamo fermi su questo punto, di dire a Dio «Sia fatta anche in me
la tua volontà», è assolutamente necessario che parliamo prima di quella
vita che era fuori della volontà divina e svisceriamo questi argomenti nella
confessione. [...]
Per compiere il bene abbiamo bisogno del Signore che conduca a
compimento il desiderio; perciò diciamo: «Poiché il tuo volere è la tem­
peranza ed io sono un essere di carne, venduto al peccato, dalla tua po­
tenza sia retta questa buona inclinazione, e così la giustizia, la pietà, il
distacco dalle passioni». [...]
Ma che cosa vuol dire il seguito del discorso: «Come in cielo, così
in terra»? [...] A mio parere significa questo: tutto Pinsieme delle crea­
ture razionali è diviso in creature incorporee e corporee: la creatura an­
gelica è incorporea, delPaltra specie siamo invece noi uomini. La crea­
tura spirituale, dunque, che può essere colta solo con la mente, in quanto
separata dal peso del corpo [...], si orienta verso le regioni superiori, di­
morando in luoghi lievi ed aerei, in una natura agile e mobile; l’altra in­
vece, per la parentela del nostro corpo con tutto ciò che è terreno, simile
ad un sedimento di fango, ha avuto fatalmente in sorte questa vita ter­
rena. [...] Orbene, la vita delle creature celesti è completamente pura da
ogni malvagità [...], poiché si regge sul buon volere di Dio: dove infatti
non c’è il male, è ovvio che ci sia il bene, mentre la nostra vita terrena,
decaduta dalla compartecipazione ai beni, è parimenti caduta fuori dalla
volontà di Dio. Pertanto veniamo istruiti nella preghiera a chiedere che
la nostra vita sia purificata dal male, cosicché a somiglianza del mondo
celeste, anche presso di noi si compia senza impedimenti la volontà di
Dio, come se dicessimo: «Come nei troni, nei principati, nelle potestà,
nelle dominazioni ed in tutta la schiera della milizia celeste si compie il
tuo volere, poiché il male non paralizza affatto la forza del bene, così
anche in noi si compia il bene, affinché, rimossa ogni malvagità, in ogni
vicenda della nostra esistenza si attui prosperamente nelle nostre anime
la tua volontà» [...].
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 209

V I. S a n t ’A mbrogio 24

Per mezzo del sangue di Cristo sono state pacificate tutte le cose
sia in cielo sia in terra,25 è stato santificato il cielo, cacciato il diavolo.
Si trova là, dove si trova anche l’uomo che ha ingannato. Sia fatta la
tua volontà, cioè: sulla terra regni la pace come in cielo.

VII. T eodoro di M opsuestia 26

La volontà di Dio si compie «come in cielo così in terra», se in que­


sto mondo ci sforziamo, per quanto possibile, di imitare la condotta che
attendiamo di assumere in cielo, giacché in cielo non vi è nulla contro
Dio [...]. Ci viene chiesto, dunque, di essere fedeli in questo mondo alla
volontà di Dio, per quanto possibile, senza separarci da essa, ma com­
piendola nello stesso modo secondo cui crediamo che venga compiuta
in cielo. Nel medesimo tempo ci viene chiesto, circa ciò che si riferisce
alla nostra coscienza e volontà, di non avere alcun sentimento contrario
[a questa volontà].
Ciò non è possibile fin tanto che stiamo in questo mondo, in una
natura mortale e mutevole; però è, tuttavia, possibile che la nostra vo­
lontà si distacchi dai legami contrari [a quella di Dio], senza accettarne
alcuno. Facciamo ciò che ci prescrive il beato Paolo: «Non vogliate con­
formarvi a questo secolo, ma trasformatevi col rinnovare la vostra mente,
affinché possiate distinguere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene,
ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto».27 Egli non ordina che non si
ergano più le passioni, ma che non ci acconciamo a ciò che si dissolverà
col dissolversi delPesistenza di questo mondo; che la nostra volontà non
si plasmi secondo la vita di questo mondo, lotti, al contrario, contro gli
eventi, penosi o gradevoli, gloriosi o ignominiosi, che elevano o depri­
mono; che lotti soprattutto contro coloro che possono farci cadere in
pensieri contrari a Dio e allontanare il nostro cuore dall’amare il bene.
Sforziamoci affinché il nostro sentimento non cada in tutto ciò, rinno­
vando la nostra mente mediante una correzione giornaliera. Allontaniamo

24 De sacramente, V, 4,23. Tr. it., cit,, p. 113.


25 Cfr. Col. 1,20.
26 Omelie catechetiche, XI, 12-13.
27 Rom. 12,2.
210 Il Padrenostro

i danni che ci procurano le passioni di questo mondo ed eleviamo ogni


giorno la nostra volontà verso la virtù, verso ciò che è gradito a Dio.
Stimiamo meritevoli di disprezzo i piaceri di quaggiù, sopportiamo le tri­
bolazioni e preferiamo ad ogni cosa la volontà di Dio, reputandoci felici
se la compiamo [...], miserabili e vili se non la facciamo [...].
È questa la perfezione morale che nostro Signore ci insegna in tali
brevi parole. A coloro che credono in lui ordina di fare opere buone e
di comportarsi in modo celeste, disprezzare le cose di questo mondo e
sforzarsi di conformarsi al mondo futuro [...].

V ili. S a n G iovanni C risostomo 28

Vedete il perfetto sviluppo delle parole di Cristo? Egli ci ordina di


desiderare i beni futuri, di anelare continuamente al cielo, ma esige inol­
tre che, nelPattesa di partire da questa terra, anche restando quaggiù ci
impegnamo a vivere la stessa vita degli angeli in cielo. Voi — egli dice
— dovete desiderare il cielo e le gioie di lassù; ma anche prima di rag­
giungerle, ordina di fare di questa terra un cielo, di vivere, di parlare,
di agire quaggiù, come se fossimo già in cielo; e anche per questo ci in­
vita a pregare il Signore. Niente impedisce di raggiungere sin d’ora la
perfezione dei potenti spiriti celesti e di fare ogni cosa come fossimo già
lassù, pur dimorando ancora sulla terra.
Ecco cosa ci indicano queste parole di Gesù. Gli angeli in cielo fanno
ogni cosa liberamente e non sono incostanti, come lo è chi ora obbedisce
e ora disobbedisce, ma si sottomettono sempre e obbediscono in ogni
cosa: dice, infatti, il profeta che sono «grandi nella virtù e adempiono
la parola di Dio».29 Ebbene, Signore, concedi anche a noi uomini la gra­
zia di compiere la tua volontà non solo in parte, ma di realizzarla sem­
pre pienamente in ogni cosa, come tu vuoi!
Osservate anche come Gesù ci insegna a essere umili, mostrandoci
chiaramente che la virtù dipende non solo dai nostri sforzi, ma anche
dalla grazia di Dio. E ancora egli invita ciascuno di noi, quando prega,
a prendersi cura e a pensare per tutti gli uomini. Egli infatti non c’invita
a dire: sia fatta la tua volontà in me, o in noi; ma: «come in cielo, così

28 In Matthaeum Hom., XIX, 5. Tr. it., cit., pp. 313-314.


29 Sai. 102,20.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 211

in terra»: cioè, dovunque sulla terra, in modo che Terrore sia bandito,
la verità regni, ogni malvagità sia scacciata, rifiorisca la virtù e non vi
sia quindi più niente che renda il cielo diverso dalla terra. Se ciò avve­
nisse, nulla differenzierebbe gli abitanti della terra da quelli del cielo an­
che se per natura diversi, poiché la terra ci mostrerebbe uomini che vi­
vono come angeli.

IX. S a n t ’A g o s t i n o 30

1) [...] Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra, cioè: Com
gli angeli che sono nei cieli, stando attaccati a te e godendoti, compiono
questa volontà senza che alcuna nuvola oscuri la loro intelligenza, senza
che alcuna miseria faccia ostacolo alla loro beatitudine, così si compia
nei Santi, che sono sulla terra e che sono stati, quanto al loro corpo, for­
mati dalla terra, e che, quantunque nell’abitazione e immutazione cele­
ste, pure saranno presi dalla terra. A questo si riferisce ancora quel canto
degli Angeli: Gloria a Dio nel più alto d e9cieli e pace in terra agli uomini
di buona volontà:31 cioè quando la nostra buona volontà, che segue chi
la chiama, avrà progredito, si compirà in noi la volontà di Dio, come
avviene negli Angeli nel cielo, senza che alcuna avversità si opponga alla
nostra beatitudine, cioè alla nostra pace.
Questa domanda: Sia fatta la tua volontà, si può benissimo inter­
pretare: si obbedisca ai tuoi comandamenti, come in cielo così in terra,
cioè come dagli Angeli così dagli uomini. Infatti si fa la volontà di Dio
quando si obbedisce ai suoi comandamenti, lo dice il Signore stesso là
dove afferma: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato;32
e anche: Son disceso dal cielo a fare, non la mia volontà, ma la volontà
di colui che mi ha mandato;33 e altrove: Ecco la mia madre e i miei fra ­
telli; perché chi fa la volontà del Padre mio, ch’è nei cieli, colui m ’è fra ­
tello e sorella. 34 Coloro dunque che fanno la volontà di Dio, in essi
senz’altro si fa la volontà di Dio; non perché essi fanno come vuole Dio,

30 1) De sermone Domini in monte, II, 6,21-24. Tr. it., cit., pp. 119-123. 2) Serm.
56,7-8. Tr. it., cit., pp. 147.149.
31 Le. 2,14.
32 Gv. 4,34.
33 Gv. 6,38; 5,30.
34 Mt. 12,49-50.
212 Il Padrenostro

ma perché fanno quello che egli vuole, cioè agiscono secondo la sua vo­
lontà.
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra, si può inter­
pretare ancora: come nei santi e nei giusti, così ne’ peccatori. Ciò si può
intendere in due modi: o che dobbiamo pregare pe’ nostri nemici (infatti
in qual altro conto si possono ritenere coloro ai quali fa ombra il nome
di cristiani e di cattolici?) e così, Sia fatta la tua volontà come in cielo,
così in terra, equivale a dire: Come i giusti fanno la tua volontà, così
la facciano anche i peccatori e si convertano a Te. Oppure: Sia fatta la
tua volontà, come in cielo, così in terra, si può intendere che a ciascuno
si renda ciò che gli è dovuto e questo avrà luogo nel giudizio finale,
quando gli agnelli saranno separati dai capretti, cioè quando ai giusti sarà
dato il premio e ai peccatori la condanna.35
Ό anche possiamo prendere il cielo e la terra per lo spirito e la carne.
Questa interpretazione non è assurda, anzi convenientissima alla nostra
fede e alla nostra speranza. E poiché l’Apostolo dice: Colla mente servo
, ,36
alla legge di Dio colla carne invece alla legge del peccato vediamo la
volontà di Dio compiuta nella mente, cioè nello spirito, ma quando la
morte sarà assorbita nella vittoria e questo corpo mortale sarà rivestito
d'immortalità,37 il che avverrà nella risurrezione della carne e in quel
meraviglioso cambiamento che è promesso ai giusti,38 sarà fatta la vo­
lontà di Dio così in terra come in cielo; cioè come lo spirito non resiste
a Dio seguendo e facendo la sua volontà, così il corpo non resisterà allo
spirito o alP anima che ora è vessata dalla debolezza del corpo ed è prona
all’abitudine carnale. Sarà il colmo della pace nella vita eterna, perché
non solo sarà in noi la volontà di fare il bene, ma anche la potenza di
compierlo: Ora so che è in m e, dice l’Apostolo, certamente la volontà
di fare il bene, ma non trovo la via di compierlo;39 perché ancora la vo­
lontà di Dio non è fatta sulla terra, come in cielo, cioè nella carne come
nello spirito. Anche in mezzo alle nostre miserie si fa la volontà di Dio,
quando soffriamo nella carne, che la nostra natura meritò peccando,
quelle cose che ci spettano come a mortali. Ma dobbiamo pregare che,
come in cielo, così in terra, sia fatta la volontà di Dio; cioè come ci di-

35 Cfr. Mt. 25,31-46.


36 Rom. 7,25.
37 1 Cor. 15,54.
38 1 Cor. 15,51-53.
39 Rom. 7,18.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 213

Iettiamo nella legge di Dio secondo l'uomo interiore, così anche, avve­
nuta l’immutazione del corpo, nessuna parte di noi, coi dolori o piaceri
terreni, si opponga a questo nostro gaudio.
Non è contro verità intendere queste parole: Sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra nel senso: come si compie nel nostro Signor
Gesù Cristo, così si compia nella Chiesa: oppure, come si compì nell’uomo
che fece la volontà del Padre, si compia anche nella donna che gli fu data
in isposa. Infatti, il cielo e la terra sono una figura giustissima dell’uomo
e della donna, giacché la terra non produce frutti che quando è fecon­
data dal cielo.

2) Sia fatta la tua volontà. Se tu non lo dirai, non farà forse Di


la propria volontà? Ricorda ciò che hai recitato nella professione di fede:
Credo in Dio, Padre onnipotente. Se è onnipotente, perché preghi che
sia fatta la sua volontà? Che significa allora: Sia fatta la tua volontà?
Si compia in me, perché io non mi opponga alla tua volontà. Dunque
anche a questo punto tu preghi nel tuo interesse, non in favore di Dio.
Si compirà infatti la volontà di Dio nei tuoi confronti anche se non è
compiuta da te. Infatti non solo in rapporto a quelli ai quali dirà: Venite,
benedetti del Padre mio, entrate in possesso del regno che è stato pre­
parato per voi dal principio del mondo40 si compirà la volontà di Dio,
affinché i giusti e i santi ricevano li regno, ma anche in rapporto a quelli
ai quali dirà: Andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il dia­
volo e per gli angeli suoi,41 si compirà la volontà di Dio, affinché i cat­
tivi siano condannati al fuoco eterno. Una cosa diversa è che essa sia
fatta da te. Affinché dunque sia fatta nei tuoi confronti, non senza un
giusto motivo preghi, se non affinché tu abbia del bene. Sia dunque per
il tuo bene, sia per il tuo male, essa si compirà rispetto a te: ma cerca
che sia compiuta anche da te. Perché dunque dico. Sia fatta la tua vo­
lontà in cielo e in terra, e non dico: «Sia fatta la tua volontà dal cielo
e dalla terra»? Perché è Dio a fare in te ciò che si compie da te. Non
si compie mai da te nulla senza ch’egli non lo compia in te. Ma talora
fa in te ciò che tu non fai; mai però si fa da te qualcosa se egli non lo
fa in te.

40 Mt. 25,34.
41 Mt. 25,41.
214 Il Padrenostro

Ma che vuol dire: in cielo e in terra, oppure: come in cielo, così


in terrai Fanno la tua volontà gli angeli, perciò dobbiamo farla anche
noi. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Il cielo è l’anima
nostra, la terra è il nostro corpo. Quando dici, seppure lo dici, quel che
afferma l’Apostolo: Con lo spirito servo la legge di Dio, ma con la carne
la legge del peccato,42 si compie la volontà di Dio in cielo ma non an­
cora sulla terra. Allorché invece la carne andrà d’accordo con lo spirito,
e la morte sarà ingoiata nella vittoria,43 in modo che non rimanga al­
cun desiderio carnale con cui lo spirito debba lottare, quando sarà pas­
sato il dissidio della terra, quando sarà passata la guerra del cuore, al­
lora sarà sparito ciò che è detto: La carne ha desideri contrari a quelli
dello spirito e lo spirito, a sua volta, ha desideri contrari a quelli della
carne; poiché queste due forze sono contrapposte runa alValtra, cosic­
ché voi non fa te ciò che vorrestei44 quando sarà dunque passata questa
guerra, e l’intera concupiscenza sarà cambiata nella carità, nel corpo non
rimarrà più nulla che si opponga allo spirito, non rimarrà nulla da do­
mare, nulla da frenare, nulla da calpestare, ma tutto si conformerà alla
giustizia: [insomma] sarà fatta la tua volontà in cielo e in terra. Quando
preghiamo così, ci auguriamo la perfezione. Sia fatta la tua volontà in
cielo e in terra. Nella Chiesa il cielo sono gli spirituali, la terra i carnali.
Sia fatta dunque la tua volontà in cielo e in terra\ cosicché, allo stesso
modo che ti servono gli spirituali, così ti servano anche i carnali una volta
cambiati in meglio. Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra.
C’è anche un altro senso molto consono allo spirito di fede. Siamo
stati esortati infatti a pregare per i nostri nemici. La Chiesa è il cielo;
i nemici della Chiesa sono la terra. Che vuol dire: Sia fa tta la tua vo­
lontà in cielo e in terrai Vuol dire: «I nostri nemici credano in te come
noi crediamo in te; diventino amici, pongano fine all’inimicizia. Sono
terra e per questo sono contro di noi: diventino cielo e saranno con noi».

X . S a n ta T eresa di G esù 45

«Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra». Avete fatto
bene, o nostro buon Maestro, a rivolgere a Vostro Padre la domanda

42 Rom. 7,25.
43 1 Cor. 15,54.
44 Gal. 5,17.
45 Camino de perfección, c. 32. Tr. it., cit., pp. 164-170.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 215

precedente, perché possiamo compiere ciò che gli offrite a nome nostro.
Mi pare infatti, che senza di essa, non sarebbe stato possibile. Ma sic­
come vostro Padre ci concederà senza dubbio ciò che Voi gli chiedete,
ossia il suo regno, io sono certa che non vi faremo trovare in falso quando
gli offrirete in nome nostro ciò di cui si parla. Infatti, trasformata in cielo
la terra delFanima mia, sarà possibile che in me si compia la vostra vo­
lontà. Ma senza questa trasformazione e con una terra così misera e ste­
rile come la mia, io non so, o Signore, come ciò sarebbe possibile. Quello
che offrite per noi è veramente grande.
Quando penso a questo, rido di quelle persone che non ardiscono
chiedere a Dio dei travagli, perché temono che subito vengano loro con­
cessi. Non parlo di quelli che così fanno per umiltà, sembrando loro di
non aver forza di sopportarli; quantunque io sia persuasa che a coloro
ai quali il Signore dona il desiderio di dimostrargli l’amore con i pati­
menti, loro concederà pure di sopportarli. Ma, a coloro che non li chie­
dono per timore di venire esauditi, vorrei chiedere che cosa intendono
dire quando supplicano il Signore che compia in essi la sua volontà. Forse
chiedono questo perché tutti fanno così, ma non con intenzione di pra­
ticarlo? Questo, sorelle, non va bene! Considerate che qui il buon Gesù
si presenta come nostro ambasciatore intermediario tra noi e il Padre e
con non piccolo sacrificio; perciò è giusto che noi cerchiamo di sforzarci
per realizzare ciò che Egli offre a nome nostro. Se non siamo disposte,
piuttosto non diciamolo.
Voglio ancora persuadervi con un’altra considerazione. La volontà
di Dio, volere o no, si deve compiere nel cielo e sulla terra. Perciò ascol­
tate il mio consiglio e fate di necessità virtù. Oh, Signor mio, che grande
favore mi avete concesso nel non lasciare in balia di una volontà così
perversa il compiersi della Vostra! Siate benedetto per sempre, e tutte
le creature vi ringrazino e glorifichino il vostro nome per sempre! Me
infelice se voi, o Signore, aveste lasciato in mia mano il compiersi o no
della vostra santa volontà! Ora vi consacro liberamente, o Signore, tutta
la mia volontà. Però questa consacrazione non è totalmente disinteres­
sata, perché già ho sperimentato i grandi vantaggi che si ricavano da que­
sta offerta generosa e spontanea. O amiche mie, se li conosceste anche
voi e se intendeste invece i gravi danni che si subiscono quando non com­
piamo l’offerta che facciamo al Signore nel Pater nosterl
Prima di parlarvi dei vantaggi, voglio spiegarvi la preziosità
dell’offerta affinché non pensiate d’essere state ingannate dicendo che
non l’avevate capita. Non agite come certe religiose che non fanno altro
216 Il Padrenostro

che formulare propositi, ma poi non ne praticano nessuno e dicono che


non sapevano ciò che promettevano. Questo può avvenire, perché è molto
facile protestare di abbandonarsi alla volontà altrui, ma venendo poi alla
pratica è cosa assai difficile compierla come si deve. Per questo motivo
i Superiori non comandano sempre col medesimo rigore. Talvolta però
trattano tutti allo stesso modo: i forti e i deboli. Ma qui il caso è diverso.
Il Signore non fa così: Egli sa ciò che può fare ognuno, e quando
s’incontra in un’anima forte, non tralascia di compiere in essa la sua vo­
lontà.
Voglio dunque ricordarvi e spiegarvi in che cosa consista la volontà
divina. Non crediate che sia di darvi ricchezze, piaceri, onori o altri beni
terreni. Vi ama troppo per darvi queste cose e siccome stima molto quello
che Gli offrite, perciò vi vuole ricompensare generosamente dandovi il
suo regno fin da questa vita. Volete voi sapere come si comporta con
coloro che lo pregano sinceramente di compiere in loro la sua volontà?
Interrogate il suo glorioso Figlio che nell’Orto del Getsemani gli rivolse
questa preghiera con sincerità e ferma determinazione. Subito il Padre
compì in lui la sua volontà e lo inondò di patimenti, dolori, ingiurie e
persecuzioni, e in fine lo lasciò morire suLu croce.
Vedete dunque, figliuole mie, come il Padre trattò Colui che pre­
diligeva, e comprenderete quale sia la sua volontà. Questi sono i doni
che ci elargisce finché siamo su questa terra e li proporziona all’amore
che ci porta: di più a chi ama di più, di meno a chi ama di meno. Altra
misura è il coraggio che vede in ciascuno di noi e l’amore che gli por­
tiamo; perché chi ama molto sarà anche capace di soffrire molto per Lui,
ma poco chi poco ama: sono sicura che il coraggio di portare la croce
pesante o leggera è sempre in proporzione dell’amore. Perciò, sorelle mie,
se in voi arde davvero questo amore, procurate che le parole che rivol­
gete ad un sì gran Signore non siano solo vani complimenti, ma sfor­
zatevi a sopportare volentieri tutto ciò che a Sua Maestà piacerà man­
darvi. Perché se non offriste la vostra volontà in questo modo, sarebbe
come se faceste vedere ad un altro una pietra preziosa, gliela offriste,
anzi lo pregaste di accettarla, ma quando quell’altro stendesse la mano
per prenderla, voi la ritiraste e la nascondeste bene.
Ma queste certamente non sono burle da farsi a Colui che per noi
ne ha già sofferte tante. Quantunque non ci fosse altro motivo, non sa­
rebbe proprio giusto burlarsi del Signore tante volte quante (e non sono
certamente poche) recitiamo il Pater noster. Diamogliela una buona volta
del tutto questa pietra preziosa: è tanto che gliela offriamo! Veramente
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 217

Egli non ci benefica per il primo se non a questo fine: che gliela con­
sacriamo totalmente. Le persone del mondo fanno già abbastanza se sono
fermamente risolute di osservare ciò che promettono; ma voi, o figlie
mie, dovete promettere e fare, non accontentarvi di parole, ma compiere
delle opere, come sembra che facciano per davvero i religiosi. Però tal­
volta avviene che non solo gli promettiamo questa pietra preziosa, ma
gliela poniamo in mano e poi ce la riprendiamo. Sul principio siamo ge­
nerosi e poi diventiamo così avari che vorremmo essere stati più pru­
denti nelPoffrire.
Tutto ciò che ho scritto per voi in questo libro è diretto a questo
scopo: spingervi ad una totale consacrazione al Creatore, rimettendo la
vostra volontà nella sua, dopo d ’esservi distaccate da tutte le creature.
Ormai ne avrete compresa l’importanza e perciò non insisto di più. Vi
dirò soltanto perché il nostro buon Maestro ponga qui queste parole del
Pater. Egli conosce che nulla è più vantaggioso per noi che questa of­
ferta alPEterno Padre. Così noi ci disponiamo a raggiungere in brevis­
simo tempo il termine del nostro cammino e arriveremo a bere l’acqua
viva della fonte di cui ho parlato. Se la donazione della volontà non è
totale, di modo che il Signore possa disporre di essa secondo il suo be­
neplacito, Egli certamente non permetterà che arriviamo a bere di
quell’acqua. Questa è la contemplazione perfetta di cui mi avete pregata
di scrivere.
Circa la contemplazione, come già vi ho detto, non possiamo con­
correre colle nostre forze, né giovano le fatiche, le industrie o qualsiasi
altra cosa. Queste anzi non farebbero altro che distrarci e impedirci di
dire: Fiat voluntas tua. Signore, si compia in me la vostra volontà come
a Voi piace! Se mi volete nelle tribolazioni, datemi forza e vengano pure;
se fra le persecuzioni, infermità, umiliazioni, necessità, non cercherò di
sfuggirle, non mi ritirerò, o Padre mio, ed è giusto che non mi ritiri. In­
fatti vostro Figlio assieme alla volontà di tutti, vi consacrò pure la mia,
perciò non è giusto ch’Egli per colpa mia non possa mantenere la parola
data. Affinché la possa mantenere, degnatevi, o Signore, di concedermi
quel regno ch’Egli vi ha chiesto per me, e poi disponete di me come me­
glio vi piace e come di cosa che vi appartiene.
Oh, sorelle mie, qual forza non ha mai questo dono! Se è fatto colla
generosità dovuta, non può mancare di attirare l’Onnipotente ad unirsi
con la nostra bassezza e trasformarci in Se stesso facendo del Creatore
e della creatura una cosa sola. Pensate quindi se non sareste ben ripa­
gate e se non sia buono questo Maestro che, sapendo con qual mezzo
218 Il Padrenostro

si può guadagnare il cuore di suo Padre, ce lo insegna e ci addita il modo


di servirlo.
Il Signore quanto più vede che Pofferta della nostra volontà non
è fatta solo con parole vane, ma con opere, tanto più attira l’anima a
Sé, innalzandola al disopra di se stessa e di tutte le cose terrene; e la di­
spone così a ricevere grandi favori. È così prezioso ai suoi occhi questo
dono, che non cesserà mai di ricompensarlo fin da questa vita. L’anima
non saprà più che cosa chiedere ed Egli non si stancherà di beneficarla.
Non contento d’averla unita a Sé tanto da farsi una cosa sola con lei,
comincia a porre in lei le sue delizie, a svelarle i suoi segreti, a rallegrarsi
che ella conosca il gran guadagno che ha fatto e che già pregusti qual­
cosa di ciò che le tiene preparato. Poi, affinché non venga distratta da
cosa alcuna, le sospenderà a poco a poco l’attività dei sensi esterni: que­
sto è quello stato chiamato rapimento. A questo punto Dio incomincerà
a trattarla con tanta intimità che non solo le restituirà la volontà che gli
ha offerta, ma le darà anche la sua. Il Signore trattando con grande fa­
miliarità, si compiace, come suol dirsi che comandino tutti e due: egli
le concederà tutto ciò che chiede, e l’anima da parte sua cercherà di as­
secondare tutti i desideri di Dio. Ma ciò avverrà in un modo molto per­
fetto, perché Dio essendo onnipotente può fare ciò che vuole e non la­
scerà mai di volere.
La povera anima invece, quantunque voglia, non può fare tutto ciò
che vorrebbe, anzi non può far nulla senza l’aiuto divino. Ma in questo
sta la sua grande ricchezza: restare sempre più debitrice quanto più si
sforza di servirlo. Spesso, desiderando di sdebitarsi almeno un po’, si
affligge di vedersi ostacolata da tanti impedimenti e impacci che le pro­
vengono dal corpo in cui vive come prigioniera. Ma in questo modo si
dimostra molto stolta, perché quand’anche facessimo tutto il nostro pos­
sibile, come potremmo saldare i nostri debiti col Signore, se tutto ciò
che abbiamo, come ho detto, ci è stato dato da Lui? Che cosa possiamo
fare, se non riconoscere la nostra impotenza e offrirgli tutta la nostra
volontà? Tutto il resto, per l’anima che il Signore ha elevato a questo
grado di orazione, sarà solo d’imbarazzo, le sarà più di danno che di
vantaggio. Soltanto l’umiltà le potrà giovare, ma non quell’umiltà ac­
quistata a forza di ragionamenti, sebbene quella che deriva dalla chiara
contemplazione della Verità, per cui in un attimo comprende quello che
non aveva compreso in molto tempo di faticoso lavorìo, ossia che noi
siamo nulla e che Dio è tutto.
Vi voglio dare ancora un avviso: non pensate di giungere a questo
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 219

stato mediante i vostri sforzi o industrie. Ci vuole altro. Perdereste la


divozione che forse avevate, e restereste fredde. Dite invece con sem­
plicità e umiltà, giacché è proprio questa che ottiene tutto: «Fiat volun-
tas tua»\

XI. C atechismo R omano 46

1. Significato e valore di questa supplica


Gesù ha detto nel Vangelo: Non chiunque mi dice: Signore, Signore,
entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che
è nei cieli41 È chiaro quindi che chi vuole entrare nel regno celeste deve
chiedere a Dio di poter compiere quaggiù la sua divina volontà. Ecco
perché subito dopo la supplica del regno di Dio si prega per il compi­
mento della volontà divina.
La necessità di questa richiesta, d’altronde, scaturisce anche dal fatto
che l’uomo, per il peccato, è caduto in una condizione di estrema mi­
seria spirituale, tale che da solo non può avere la nozione del suo vero
bene e quindi la possibilità di salvarsi. [...] In queste condizioni chi, per
grazia di Dio, è pervenuto a vincere le tenebre del male che offuscano
lo spirito e, sotto la sferza delle passioni, geme per la lotta che vi è tra
la carne e l’anima, atterrito dall’istinto del male che piega e trascina, come
potrà non sentire il desiderio ardente di un aiuto, il bisogno di una forza,
di un intervento divino che in qualche modo lo salvi? Come non invo­
care con tutta l’anima una legge di salvezza, cui conformare la nostra
vita di cristiani? È ciò che noi domandiamo con l’accorata preghiera:
«Sia fatta la tua volontà». A chi per ribellione e disobbedienza è caduto
sotto la tirannia degli istinti malvagi e chiede aiuto e salvezza, Dio ri­
sponde offrendo la sua legge come un rimedio efficace, affinché, vivendo
secondo la divina volontà e conformando a essa pensieri e azioni, possa
salvarsi.
Anche coloro che già vivono di Dio, e nel cui cuore la divina vo­
lontà regna sovrana con la luce e l’ineffabile giogo dell’amore, non pos­
sono che chiedere con tutto il fervore possibile che questa volontà del
Signore si compia. Pur nel loro stato di grazia essi continuano sempre

46 IV, IV, 1-24. Tr. it., cit. , pp. 428.430-435.


47 Mt. 7,21.
220 Il Padrenostro

a lottare, per la tendenza al male che rimane insita in tutti anche dopo
il Battesimo. La vita terrena infatti, anche nella condizione cristiana più
privilegiata, si svolge sempre fra continui pericoli di volubilità e di se­
duzione, poiché nonostante tutto rimane attiva nelle nostre membra la
concupiscenza che ci può a ogni istante allontanare dalla via della sal­
vezza.48 Perciò Gesù ha ammonito: Vegliate e pregate, per non cadere
in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole49
L ’uomo infatti, anche se giustificato dalla grazia, non è in grado
di vincere definitivamente i desideri carnali in modo che non si risve­
glino mai più; perché la grazia di Dio risana sì lo spirito di coloro che
sono stati giustificati, ma non ne risana la carne della quale san Paolo
scrive: Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene.50 Quando
infatti perse la giustizia originale, freno agli appetiti sensuali, l’uomo spe­
rimentò che la sola ragione ben poco poteva contro di essi; non riusciva
a dominarli, in modo da non tendere a ciò che ripugna alla ragione stessa.
San Paolo ha perciò scritto che nella carne ha sede il peccato, o meglio
l’incentivo al peccato,51 volendo con ciò dire che il peccato si trova in
noi non come un ospite temporaneo, ma come costante e fissa condi­
zione della vita umana. Combattuti continuamente da nemici interiori
non abbiamo altro scampo e rifugio che in Dio, da cui imploriamo ogni
istante l’aiuto perché in noi si compia e regni la sua divina volontà.

2. Sia fatta la tua volontà


La volontà divina che qui invochiamo è quella che i teologi chia­
mano «volontà significata», ossia la volontà con cui Dio indica all’uomo
ciò che deve fare e ciò che deve evitare. Essa comprende quindi tutti i
precetti necessari al conseguimento della salvezza eterna, sia che riguar­
dino verità da credere o virtù da praticare, sia che Dio li abbia rivelati
direttamente o emanati per mezzo della Chiesa. Perciò l’Apostolo scrive:
Non siate inconsiderati,52 ma sappiate comprendere la volontà di D io.53
Pregare dunque che sia fatta la volontà del Padre significa implo­
rare la grazia di obbedire ai divini comandamenti e di servire Dio con

48 Cfr. Giac. 1,14; 4,1.


49 Mt. 26,41.
50 Rom. 7,18.
51 Rom. 7,20.
52 Ef. 5,17.
53 Rom. 12,2.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 221

santità e giustizia tutti i giorni della nostra vita.54 In altre parole, signi­
fica agire secondo i desideri del Signore ed eseguire fedelmente ciò che
la Scrittura impone e determina come dovere di chi è nato non da volere
di carne, ma da Dio;55 imitare Cristo, obbediente sino alla morte e alla
morte di croce,56 disposti a soffrire qualunque cosa pur di non deviare
dalla legge del Signore.
Chi per grazia di Dio ha potuto comprendere quanta dignità e no­
biltà ci sia nel servire il Signore sarà animato da amore ardentissimo,
perché non solo servire Dio è regnare, ma chiunque fa la volontà del Pa­
dre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e m adre51 ossia
è unito a Cristo dai vincoli più stretti deir amore e della benevolenza.
[...] In secondo luogo, la nostra invocazione della volontà divina
vuole essere un modo di detestare le opere della carne. Di esse san Paolo
scrive: Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, li­
bertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie;58 e altrove: Se vivete se­
condo la carne, voi morirete 59 Intendiamo perciò domandare a Dio che
non ci abbandoni ai desideri dei sensi, alla concupiscenza e alla nostra
fragilità, ma che regga e moderi la nostra volontà in piena adesione alla
sua.
E nella nostra preghiera non solo chiediamo a Dio di impedirci il
male che possiamo aver stoltamente desiderato, ma anche di non esau­
dirci quando desideriamo qualcosa che, senza saperlo, è contraria ai suoi
divini voleri.60 [...] La volontà di Dio deve compiersi anche quando il
nostro desiderio, pur non essendo per se stesso un male, non è tuttavia
secondo il desiderio e le disposizioni del beneplacito divino. La natura,
ad esempio, ci spinge istintivamente a ricercare tutto ciò che è bene per
la vita materiale e a rifuggire tutto quel che è dolore e difficoltà. Norma
del nostro pregare dev’essere allora anche il totale abbandono nelle mani
di Colui al quale dobbiamo la vita stessa e la salvezza, secondo l’esempio
di Gesù nel Getsemani: Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua vo­
lontà.61

54 Le. 1,74.
55 Gv. 1,13.
56 Filp. 2,8.
57 Mt. 12,50.
58 Gal. 5,19-21.
59 Rom. 8,12.
60 Cfr. 2 Cor. 11,14.
61 Le. 22,42.
222 Il Padrenostro

In ultimo non va dimenticato che anche dopo la vittoria sulle nostre


passioni, sui nostri gusti e sui nostri desideri, anche dopo che abbiamo
generosamente sottomesso la nostra volontà a quella di Dio, anche al­
lora non ci è possibile evitare il peccato se Dio non ci aiuta. È tanta la
corruzione della nostra natura che se Dio non ci protegge dal male e non
ci sostiene nel bene noi cadiamo ancora. Dobbiamo quindi chiedere umil­
mente al Signore anche questa protezione e questo sostegno, supplican­
dolo di compiere in noi l’opera iniziata, tenendo a freno le continue ri­
bellioni dei sensi, sottomettendo definitivamente i nostri desideri alla ra­
gione, conformando al suo divino volere tutta la nostra vita e realizzando
la sua volontà in tutti gli uomini.62 La nostra preghiera viene così ad ab­
bracciare tutto il mondo, chiedendo a Dio che il mistero divino, nasco­
sto alle generazioni e ai secoli, sia rivelato e conosciuto da tutte le
genti.63

3. Così in terra come in cielo


Nella preghiera del Padre nostro è indicato pure il modo della no­
stra conformità al divino volere, analoga a quella degli angeli e dei santi
in cielo; come essi spontaneamente e con grandissimo diletto obbediscono
a Dio, così pure noi dobbiamo uniformarci alla sua volontà con mas­
sima spontaneità e gioia suprema.
Dio vuole cioè che l’obbedienza dell’uomo sia animata dall’amore,
da un amore sommo e ardentissimo nel quale trova posto anche la spe­
ranza del premio, ma in quanto a Dio è piaciuto infondercela per suo
dono d’amore. La speranza, infatti, è basata sul divino amore poiché
Dio, sommo Bene, ha fissato la felicità del cielo come premio al nostro
amore per Lui. L ’amore non deve dipendere dalla speranza, ma la spe­
ranza dall’amore. Talché anche senza il premio e la ricompensa l’uomo
dovrebbe amare e servire il suo Signore, mosso unicamente da pietà fi­
liale e dall’affetto; spinto solo dalla considerazione della bontà e per­
fezione di Dio, servire il quale è già felicità.
L ’espressione «come in cielo, così in terra» indica quindi la norma
del nostro servizio, desunta dall’imitazione degli angeli e dei beati, la cui
perfetta sottomissione Davide esprime in queste parole: Benedite il Si­
gnore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fa te il suo volere,64 San

62 Cfr. 1 Tim 2,4.


63 Col. 1,26.
64 Sai. 102,21.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 223

Cipriano e altri Padri, nelle parole «in cielo» e «in terra», vedono de­
signati i buoni e i cattivi, lo spirito e la carne, intendendo così la totalità
delle cose sottomesse al divino volere: tutti e in tutto obbedienti a Dio.65
Anima di questa preghiera è anche un sentimento di viva ricono­
scenza. Con Pinvocare la divina volontà noi intendiamo infatti venerare
ed esaltare Dio che con il suo infinito volere ha creato tutte le cose, rin­
graziarlo per le opere che ha voluto fare e disporre per noi, convinti come
siamo che Egli ha fatto bene ogni cosa. Dio è infatti l’onnipotenza che
tutto ha creato; Egli è il sommo Bene che nulla ha potuto fare di male
o di meno buono, ma ha profuso in tutte le cose la sua immensa bontà.
Se non sempre e in tutto l’uomo riesce a cogliere e a capire il disegno
di Dio ciò va ascritto, senza dubbio, alla nostra limitata capacità: Quanto
sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue viel66 Ma Dio si
è degnato di rivelarci la sua divina luce e a noi non resta che inchinarci
al suo volere; Egli ci ha strappati al potere delle tenebre e ci ha guidati
nel meraviglioso regno della luce di Gesù.67

4. Come recitare questa supplica


Rileviamo in ultimo la profonda umiltà con cui, stando in ginoc­
chio, l’uomo deve recitare questa preghiera. Umile, perché inclinato al
male e debole di fronte alle sue dissennate passioni; umile, perché deve
arrossire nel vedersi superato, nel dovere e nella sottomissione, da tutte
le creature inferiori. Mentre infatti la Scrittura dice: Tutte le cose ti ob­
bediscono J58 l’uomo non solo è spesso riottoso e colpevole, ma tanto de­
bole da non saper condurre personalmente a termine un’opera buona e
neppure iniziarla senza l’aiuto di Dio.
Con l’umiltà, la gioia più intensa deve accompagnare la nostra pre­
ghiera, perché nulla vi è di più grande e di più magnifico che servire Dio,
conformare al suo beneplacito la nostra vita e seguire le vie del Signore
abdicando completamente alla nostra volontà. La Scrittura ha, quasi a
ogni pagina, esempi dei terribili castighi con cui Dio sa punire e umiliare
chi si ribella ai suoi santi voleri.

65 È questa una interpretazione frequente presso i padri della chiesa (cfr. supra,
203 e s. 206.208.211 e s.). ·
66 Rom. 11,33.
67 Col. 1,13.
68 Sai. 118,91.
224 Il Padrenostro

NelPumiltà e nella gioia il cristiano deve vivere la sua preghiera con


pieno abbandono alla divina volontà. Questa dedizione, semplice e as­
soluta, sarà fonte di forza e di fedeltà; ciascuno rimarrà al suo posto,
anche se non vedrà valutato il suo merito; persisterà nel dovere e nel bene,
anche se dovrà rinunciare ai suoi gusti e al proprio modo di vedere per
uniformarsi unicamente al volere divino; accetterà tutto da Colui che sa
provvedere meglio di noi alla nostra vita, sapendo che povertà, malat­
tia, persecuzione, difficoltà e croci, possono sì farci anche atrocemente
soffrire, ma nulla avviene contro il volere di Dio che ha in sé Pultima
ragione di tutte le cose. Niente quindi potrà abbatterci, niente indurci
a disperare; ma, con invitta costanza e supremo amore, in tutto e sem­
pre ripeteremo: «Sia fatta la tua volontà»69 o con Giobbe: Il Signore ha
dato9 il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signorel10

XII. D. B o n h o e f f e r 71

«Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Nella comu­
nione con Gesù Cristo i seguaci hanno abdicato alla loro volontà e Phanno
rimessa completamente alla volontà di Dio. Essi pregano perché la vo­
lontà di Dio sia fatta su tutta la terra. Nessuna creatura gli resista. Ma
poiché anche fra i seguaci la cattiva volontà ancora sussiste, e cerca di
strapparli dalla comunione con Gesù, perciò essi pregano pure che la vo­
lontà di Dio si affermi ogni giorno più anche in loro e spezzi ogni re­
sistenza. E alla fine tutto il mondo ceda alla volontà di Dio e lo adori
con gratitudine nel dolore e nel piacere. Cielo e terra siano soggetti a Dio.
I discepoli preghino in primo luogo per il nome di Dio, per il regno
di Dio, per la volontà di Dio. Dio veramente non ha bisogno di questa
preghiera, ma per mezzo di questa preghiera i discepoli stessi parteci­
peranno ai beni divini per i quali pregano. E per mezzo di questa pre­
ghiera possono contribuire ad accelerare la fine.

69 At. 21,14.
70 Giob. 1,21.
71 Nachfolge. Tr. it., cit., pp. 145-146.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 225

XIII. R. G u a r d i n i 72

1. Gli angeli
«Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra». [...] Da chi
è fatta in cielo con tanta perfezione da essere il modello per noi sulla terra?
Si potrebbe dire — e non sarebbe una brutta risposta — che con
“ cielo” si intende l’ampiezza dell’universo, dove la creazione si dispiega
e tende al suo fine ultimo. Allora la preghiera significherebbe: come là
la volontà del Creatore avviene necessariamente, secondo le leggi che Egli
ha inserite nella natura creandola, così ora, nella libertà, la sua volontà
possa avvenire sulla terra, attraverso l’obbedienza dell’uomo al coman­
damento di Dio, come esso si manifesta nella coscienza. Ma non s’intende
questo; bensì quell’adempimento della volontà di Dio, che presa a mo­
dello, avviene appunto nella libertà, nella più autentica libertà, ed esat­
tamente per opera degli angeli [...].
Se sugli angeli della Sacra Scrittura interrogassimo uno storico delle
religioni di convinzioni razionaliste o un teologo liberale probabilmente
ci spiegherebbe che essi sono una forma di credenza negli spiriti, come
si trova presso i popoli più diversi che, ai primordi della civiltà, sono
incapaci di spiegare il comportamento delle cose per cause naturali; così
avrebbero pensato degli esseri, che dirigerebbero i processi naturali, e
questa rappresentazione sarebbe durata a lungo. Oppure direbbe che il
pensiero religioso sente la necessità di inserire fra la somma divinità e
la varietà del mondo terrestre, degli esseri che servano da intermediari;
essi sarebbero più in alto dell’uomo, ma al di sotto di Dio. Motivi simili
ricorrerebbero anche nell’Antico e nel Nuovo Testamento e il risultato
sarebbe la rappresentazione di angeli. Vi si aggiungerebbe che le Scrit­
ture bibliche avrebbero subito l’influsso delle civiltà in cui era molto svi­
luppata la rappresentazione di tali esseri-mediatori: gli Assiri, i Babilo­
nesi, soprattutto i Persiani, e questa influenza si sarebbe ripercossa nella
dottrina biblica sugli angeli.
Se poi si chiedesse perché Gesù ne parla, la risposta sarebbe che Egli
viveva nella storia del suo popolo e subiva perciò gli stessi influssi. In
certi punti della sua dottrina Egli sarebbe giunto fino a conquistare con­
cetti religiosi assolutamente puri; nel resto, Egli avrebbe pensato come
tutti.

72 Gebet und Wahrheit. Tr. it., cit. , pp. 103-122.


226 Il Padrenostro

Ci si stupisce sempre che, a spiegazione del pensiero biblico, si ad­


ducano tutti i motivi possibili, salvo i più ovvi. Vale a dire: se persone
di un certo rango religioso, come i maestri delPAntico e del Nuovo Te­
stamento — per non dire Gesù stesso — parlano degli angeli, lo fanno
per la semplice ragione che gli angeli esistono. Lo hanno esperimentato
e questa esperienza attesta la realtà; allo stesso modo che un discorso
sulle aquile si basa sul fatto che la gente ha visto delle aquile con i suoi
occhi. Suona molto strano che un dotto del diciannovesimo o ventesimo
secolo, che forse non ha mai fatto personalmente vere esperienze reli­
giose, né sta nella autentica tradizione religiosa, voglia giudicare che cosa
significhi quando il Genesi o Isaia o Gesù stesso parlano di angeli. È bene
ricordarsi di tanto in tanto delle gerarchie dello spirito...
Già i primi Libri deir Antico Testamento parlano di angeli. In essi
appare quella misteriosa figura che sfugge ad una determinazione pre­
cisa, poiché da un lato compare come messaggero di Dio, dalPaltro è
Lui stesso, cioè «l’Angelo del Signore». Forse possiamo dire che sia Dio,
in quanto Egli entra nella storia. Così nel racconto della visione di Mosé
all’Horeb, dapprima leggiamo: «L’angelo di lahvé gli si manifestò sotto
la forma di una fiamma di fuoco dal folto di un cespuglio» — ma subito
dopo: «lahvé vide che si avvicinava per contemplare e dal folto del ce­
spuglio Dio lo chiamò: ‘Mosé, Mosé’!».73
Spesso l’immagine di Dio dominatore del mondo è unita a quella
degli angeli, che lo circondano come una corte o una schiera. Il Salmo
102 [101] dice, per esempio: «Benedite lahvé, tutti i suoi eserciti, ser­
vitori che fate la sua volontà».74 Da Bethel Giacobbe li vede in sogno
salire e scendere la scala celeste, come messaggeri che, al servizio
dell’Onnipotente, fanno da mediatori fra Lui e la terra.75 Che Dio voli
sulle ali dei Cherubini è espressione del suo dominio sulle tempeste.76
Nella visione di Ezechiele essi hanno una forma misteriosa che li annun­
cia come esseri di una immensa potenza spirituale.77 Nel Salmo 90 [89],
infine, essi circondano il cammino della vita di chi ha fiducia in Dio e
compiono presso di lui l’opera della Provvidenza: «Ai suoi angeli co­

73 Es. 3,2.4.
74 Sai. 102,21.
75 Gen. 28,12.
76 Sai. 17,11.
77 Cfr. Ez. 1,4-5
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 227

manderà per te di custodirti in tutte le tue vie».78 Vi sarebbero ancora


parecchie cose del genere da dire.
Nel Nuovo Testamento le loro figure e i loro servizi sono indisso­
lubilmente legati alla vita di Gesù. L’arcangelo «Gabriele, che sta al co­
spetto di Dio» dice a Zaccaria che gli nascerà un figlio, Giovanni.79 Egli
stesso porta a Maria il messaggio delFincarnazione del Figlio di Dio.80
Angeli annunziano ai pastori la buona novella;81 informano Giuseppe
sul mistero di Maria82 e gli danno istruzioni per mettere in salvo il bam­
bino.83 Dopo le tentazioni di Gesù, leggiamo: «Degli angeli si appres­
sarono e lo servivano»84 ed essi compaiono pure quando, nella notte al
Getzemani, Egli prende l’estrema decisione.85 Angeli si adoperano sol­
leciti intorno all’avvenimento della Resurrezione86 e dopo l’Ascensione
di Cristo sono loro che annunziano ai discepoli quanto è accaduto e che
cosa devono fare.87 Nei primi tempi della giovane comunità, ancora per­
vasa dalla luce e dall’ardore della Pentecoste, il racconto parla di nuovo
dell’agire misterioso dei messi divini.88 Paolo accenna al fatto che gli an­
geli formino fra loro un tutto, diviso per ordini; così egli nomina «troni,
principati, potestà e potenze»,89 concetti che nelPinsieme esprimono la
pienezza della potenza dello spirito, ma allo stesso tempo la distinzione
nel carattere e nell’esercizio di questa potenza. L’Apocalisse infine mo­
stra come essi svolgano servizi diversi nella direzione e nel compimento
del destino del mondo.90 [...] Essi non hanno mai iniziativa propria, ma
tutta la loro esistenza consiste, benché possenti nel loro essere e nel loro
potere, nella resa perfetta alla volontà di Dio, nella libera sottomissione
a Lui. [...]
Dal contesto della Rivelazione desumiamo che prima della creazione
del mondo visibile, vi sia stata una creazione del mondo puramente spi­

78 Sai. 90,11.
79 Le. 1,11-19.
80 Le. 1,26-38.
81 Le. 2,8-9.
82 Mt. 1,18-19.
83 Mt. 2,13-14.19-20.
84 Mt. 4,11.
85 Le. 22,43.
86 Mt. 28,1-2.
87 At. 1,10.
88 At. 5,19, etc.
89 Ef. 1,21; Col. 1,16.
90 Cfr. Ap. 4,6; 5,11; 8,2.6-7.
228 Il Padrenostro

rituale, cioè degli angeli. Quelli che furono allora creati, non sono sol­
tanto forze o rapporti, ma esseri; persone dotate di intelligenza, libertà
e responsabilità. Così anche nella loro esistenza vi è una scelta morale.
La Rivelazione, in proposito, non ci dice nulla di particolare, poiché an­
che le parole: «Vedevo Satana cadere dal cielo come folgore»,91 vanno
intese come un’umiliazione dell’avversario per opera della Redenzione.
Ad ogni modo gli angeli furono messi alla prova, riguardo alla santa sovra­
nità di Dio, che potevano o no riconoscere. Questa è stata la prima scelta
fra il bene e il male. Per la prima volta fu fatta la volontà di Dio. [...]
Ma allo stesso tempo è iniziata anche l’opposizione alla volontà di
Dio. Esseri dotati della massima forza della conoscenza, della volontà,
della libertà e della capacità di responsabilità si sono ribellati contro il
dominio di Dio e hanno voluto essere dominatori della propria grazia.
Perciò hanno scelto il male: sono divenuti esseri satanici. Come ciò sia
possibile sarà sempre incòmprensibile; è il mysterium iniquitatis, il mi­
stero del male.
Per eluderlo, si è sempre tentato di interpretare il mondo in senso
dualistico, supponendo in esso due potenze originarie, una buona e una
cattiva, la cui lotta costituirebbe la storia. Ma in tal modo sarebbe af­
fermata anche l’assolutezza del bene e del male, poiché da questo punto
di vista sarebbero ambedue necessari. Dio stesso viene detronizzato e,
in una polarità tanto stolta quanto empia, ridotto a «Satana». Filosofi
e poeti, alcuni anche di altissimo rango, per affermare il senso dell’esi­
stenza, hanno pensato e inteso in tal modo; in realtà, essi hanno este­
tizzato tutto. Il vero senso dell’esistenza e la sua gravità stanno nel fatto
che l’Unico Dio, il ‘santo Onnipotente’, ha, per inconcepibile genero­
sità, concesso alle sue creature il dono della libertà; dell’autentica, one­
sta libertà; della facoltà di scegliere, anche contro di Lui.
Così vediamo che nella vita di Gesù appaiono anche gli angeli cat­
tivi. [...] Prima che Gesù dia inizio al suo insegnamento, Egli va nel de­
serto ad est della regione; il suo rapimento di spirito è tale che digiuna
a lungo. Mentre è in queste condizioni di particolare sensibilità, gli si
avvicina il nemico di Dio che tenta di distruggere alla sua origine il Re­
gno in potenza, poiché questa origine è la volontà di Gesù, che adempie
la volontà del Padre.92 [...] Egli tenta di indurre l’affamato alla cupi­

91 Le. 10,18.
92 Cfr. Gv. 4,34.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 229

digia; di spingere colui che era ripieno di forza divina, alla prepotenza,
e a impadronirsi del mondo colui che aveva realmente facoltà di do­
minio — tutto questo se Egli prostrato nella polvere l’adorerà, come si
usava dinanzi ai dominatori orientali. Ma Gesù lo respinge cosciente­
mente, chiaramente, senza il minimo compromesso.93 Allora la volontà
di Dio si è adempiuta sulla terra: ecco il Regno di Dio.
Da ciò che la Rivelazione dice degli angeli, l’uomo viene a trovarsi
in una situazione che a noi moderni sembra strana. Che ne pensa, in­
vece, il nostro tempo? Per gli uni, egli è un essere che risulta dalla co­
mune linea biologica di sviluppo, che ha acquisito facoltà spirituali e un
ordine morale, ma che, in fondo, costituisce una parte della natura come
tutti gli altri. Per altri è un essere, nonostante tutta la sua precarietà, in­
dipendente, signore di se stesso e del suo destino, e dotato del diritto di
dare al mondo e a se stesso la sua legge. La Scrittura non vede l’uomo
così. Per essa, non esiste l’uomo puramente umano. Ricordiamo quel
passo del Vangelo in cui Gesù parla dei fanciulli e maledice chi induce
al male uno di loro. Poi prosegue: «Perché vi dico: i loro angeli nei cieli
contemplano incessantemente il volto del Padre vostro che è nei cieli».94
Parola abissale! Egli dice che dietro l’uomo, che è un ‘io’ e apparente­
mente è solo, sta in realtà chi lo aiuta — poiché ciò che quelle parole
significano non vale soltanto per il fanciullo debole ed inesperto, ma an­
che per ogni uomo; chi conosce l’uomo non si fa illusioni: sa che anche
il più forte e il più sperimentato è, in fondo, vacillante. L ’umanità l’ha
sempre presentito: la leggenda dello spirito protettore che segue la per­
sona lo dimostra. La sua figura non è una rappresentazione di ripiego
che serva a chiarire quella che è l’esperienza del vivere personale, ma in
essa si esprime un oscuro sapere che viene portato alla luce dalle parole
di Gesù. La persona dell’uomo non è se stessa per le sole sue forze : vi
è un essere che l’aiuta ad essere un ‘io’ e la protegge. Sappiamo per espe­
rienza personale quanto facilmente si dimentichi che si ha la responsa­
bilità dell’io; quanto spesso si scarichi questa responsabilità sulla natura,
sugli amici, i superiori o le autorità, sulla società o sulla storia dell’uomo.
L’essere che ci è accanto, ci esorta e ci aiuta a mantenerla. Questi è
l’angelo. L’uomo dunque non è un essere personale che si regga in se

93 Cfr. Mt. 4,1-11.


94 Mt. 18,10.
230 Il Padrenostro

stesso solo — il che varrebbe a dire, per la sua limitatezza, un essere ab­
bandonato — ma che vive in un’alleanza.
Ma vi è un’altra verità: vi sono esseri che odiano l’uomo, gli angeli
rinnegati, Satana e i suoi. Sono nemici dell’uomo, per principio. Non
perché egli li abbia offesi o li minacci, ma perché Dio lo ama, perché
mediante il Cristo egli è divenuto figlio del Padre celeste e parteciperà
della vita eterna: così questi esseri cercano di allontanarlo dalla santa Vo­
lontà. Egli non deve volere il Regno di Dio, ma il regno di se stesso —
senza accorgersi di divenire in tal modo regno di Satana.
Così l’uomo è oggetto di lotta. Val la pena di considerare per una
volta l’esistenza umana sotto questo aspetto. Se lo facciamo soltanto dal
punto di vista del mondo, non la comprenderemo mai. Tentiamolo: tro­
veremo dappertuttto insufficienze, supposto naturalmente che conside­
riamo tutto l’uomo e che miriamo a una spiegazione completa. Tentia­
molo sulla via di Kant o di Hegel, di Marx o di Sartre, nel campo so­
ciologico o biologico o psicologico; faremo ipotesi, erigeremo sistemi,
eppure la cosa non si risolverà. Troveremo sempre insufficienze, sopra-
o sottovalutazioni, contraddizioni. E se avremo il coraggio, che è ne­
cessario per trarne le conseguenze, giungeremo a questo risultato: non
si può comprendere l’uomo da sé solo, né la sua esistenza individuale
né la sua storia. Egli è se stesso ed ancora qualcosa d ’altro. Egli [...] è
persona, ha una dignità e una responsabilità. Tuttavia è sempre in pe­
ricolo di obliare e di passar oltre; di perdere la sua persona con qualche
potenza che gli prometta in cambio benessere e potere; o di fare di se
stesso il signore del suo destino. In questo pericolo egli è circondato da
esseri che lo aiutano ad essere un ‘io’, a portare la sua responsabilità,
e ciò in verità e con misura. Ma anche da esseri che vogliono allonta­
narlo dalla volontà di Dio, nel cui adempimento soltanto e soprattutto
egli diventerà veramente uomo. [...] Così nasce la preghiera: Signore,
concedi che la tua volontà sia fatta sulla terra attraverso di me come è
fatta attraverso quelli che ti sono rimasti fedeli e sono divenuti angeli
della tua Maestà. E fa’ che coloro i quali hanno portato alla vittoria la
tua volontà in cielo, la facciano vincere anche in noi.

2. La volontà del Padre


[...] «Sia fatta la tua volontà». Parole misteriose! Noi invochiamo
da Dio che la sua volontà si realizzi — ma chi è Colui che noi invochiamo
così? È l’Onnipotente; dunque, Colui che può ciò che vuole, semplice­
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 231

mente perché per la sua volontà non vi è impedimento alcuno, la sua po­
tenza è assoluta. [...] Come mai il Signore ci insegna a pregare che que­
sta volontà avvenga? Non basta che il Padre voglia? Può essere che ciò
non avvenga? Studiamo attentamente la questione. Ci sarà utile per una
più profonda comprensione della nostra esistenza.
Quando, per la prima volta, Dio ha ‘voluto’ in relazione a noi? [...]
Al principio di tutte le cose, quando Egli creò il mondo. [...] Il mondo
dunque è perché Dio ha voluto che fosse. [...] Le cose e gli avvenimenti
del mondo sono obbedienza, adempimento della volontà di Dio [...]. «Dio
disse: — vi sia — e vi fu». Ma ciò che vi fu, era «buono», «molto
buono»;95 giusto, degno di essere, da Lui garantito e amato.
Ma poi avvenne il grande passo: «Dio disse: Tacciamo l’uomo a
nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e abbia dominio sui pe­
sci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, su tutte le fiere della
terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra’. Dio creò l’uomo a sua
immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò».96
Così vi fu, secondo la volontà di Dio, un essere, che è diverso dall’animale.
[...] L’uomo non solo percepisce le cose, ma le comprende, con la loro
realtà e i loro ordini, le cause e gli effetti, l’origine e il termine, il fine
e il significato. L’uomo non solamente fa: egli agisce; e non per neces­
sità come l’animale: egli è libero. [...]. A quest’uomo il Creatore ha af­
fidato il suo mondo e per poter giustificare questa fiducia, lo ha fatto
partecipe della sua propria potenza: il che noi chiamiamo grazia. Da tale
accordo dovrebbe procedere la vita e l’opera dell’uomo. L’espressione
di tutto ciò era il Paradiso terrestre. Era la vicinanza in cui Dio si è ac­
costato all’uomo; la gioia che Egli ha avuto accanto a lui. In Paradiso
doveva esservi tutto ciò che è grande, la vita e l’opera dell’uomo; ma
nell’obbedienza dettata dal profondo rispetto e dalla fedeltà, nell’accordo
con la santa intimità di Dio all’uomo.
Se Dio dà all’uomo la libertà, lo fa in modo sincero e leale, vale
a dire è un dono fatto al suo stato e alla sua volontà, per cui l’uomo
può dire di sì, ma anche di no. Dio, dunque, ha fatto una cosa inaudita,
ha affidato l’adempimento della sua volontà alla libertà dell’uomo. Fin­
ché la sua volontà si esprime nelle leggi della natura, essa deve avvenire;
sono forme necessarie. In quanto essa stabilisce la crescita delle piante

95 Cfr. Gen. 1,3-31.


96 Gen. 1,26-27.
232 Il Padrenostro

e la vita degli animali, non può non venir realizzata; anche qui regna la
necessità. Ma quando la volontà di Dio si affida alla libertà dell’uomo,
non si può più dire che essa ‘deve necessariamente’, ma che ‘dovrebbe’
essere compiuta — e l’uomo può anche rifiutare... Cerchiamo di com­
prendere di che tipo sia il Dio che si annunzia in questo modo: uno che
affida ciò che ama, la sua creazione, alla libertà dell’uomo, il quale può
custodirla o rovinarla! E l’ha rovinata. Sappiamo che ha tradito Dio,
si è ribellato contro di Lui — un fatto la cui portata ha un peso incom­
mensurabile, che vediamo chiaramente negli effetti che produce e nel
modo con cui il Redentore li ha espiati. [...]
Ma da questo atto Dio non trae la conseguenza di respingere la sua
opera, bensì la conserva. [...] Dio ha osservato il patto già stipulato
all’atto della creazione e ha mantenuto fede alla sua opera. [...] E così,
ha preso su di sé la responsabilità della colpa del mondo. La volontà del
Padre ha inviato il Figlio nel mondo perché si facesse uomo e tale re­
stasse per l’eternità; l’Inviato ha assunto la volontà del Padre nella sua
volontà e l’ha adempiuta. In Dio ordine e obbedienza sono divenuti una
cosa sola: e l’obbedienza è divina quanto l’ordine. E così la mostruosità
della ribellione umana fu espiata e nell’esistenza si aprì un nuovo inizio,
a partir dal quale la volontà del Padre doveva divenire di nuovo e in modo
nuovo un ordinamento per il mondo della libertà.
In bocca a Gesù ricorre sempre la parola intorno alla volontà del
Padre. È il senso e il centro della sua vita. «Il mio cibo» dice «è fare
la volontà di colui che mi ha mandato».97 Questa volontà Egli
l’annunzia come la realtà decisiva: «Non chiunque mi dice: Signore, Si­
gnore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio
che è nei cieli».98 E per esprimere che la santa volontà viene realizzata
nel mondo, Gesù usa una meravigliosa parola: «Regno di Dio». È
l’insieme degli uomini, dei pensieri, delle azioni in cui regna la volontà
di Dio.
Ma nel cuore di Gesù, che, come vien detto, «sapeva che cosa c’era
nell’uomo»,99 vi era la preoccupazione che la nuova possibilità del Re­
gno di Dio avesse la stessa sorte della prima; che l’uomo, dopo aver detto
di no al Paradiso terrestre perché aveva voluto essere il padrone di se
stesso, potesse ricusare anche il Regno di Dio quale sarebbe venuto dalla

97 Gv. 4,34.
98 Mt. 7,21.
99 Gv. 2,25.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così tri terra 233

Redenzione, in quanto volesse il suo regno proprio. Spinto da questa


preoccupazione, Egli ci insegna a dire: «Sia fatta la tua volontà!». Con
questo Egli mette nel cuore dell’uomo che crede la sua stessa preoccu­
pazione per il Regno di Dio, perché regni quell’ordine delle cose in cui
avviene la volontà di Dio. Egli gli insegna a pregare Dio Onnipotente,
che ha la potenza della grazia, perché voglia concedere che il suo Regno
non venga distrutto.
Ma come può essere ciò? Non siamo in contraddizione con noi stessi?
Abbiamo detto che il dono particolare fatto all’uomo, consiste nella li­
bertà: questa non viene distrutta, se Dio ‘dà’ che l’uomo faccia la sua
volontà? Abbiamo detto che il mistero della generosità di Dio consiste
nel fatto che Egli osi affidare la sua volontà alla libertà dell’uomo: que­
sta generosità non svanisce in un nuovo rapporto di sicurezza, se l’On­
nipotente ‘dà’ che avvenga ciò che vuole? Qui ci troviamo dinanzi al mi­
stero della grazia. Non possiamo risolverlo con la ragione, ma possiamo
considerarlo in modo tale che la sua incomprensibilità ci si manifesti come
verità.
L’uomo è creato libero da Dio e, avanzando nella vita, deve giun­
gere alla piena libertà. Ma questa non consiste nell’evasione dell’uomo
dall’‘ambito’ del governo divino per essere signore autonomo di se stesso,
bensì si avvera proprio nel raggiungimento della volontà divina, poiché
questa volontà è il bene. La libertà non è alcun diritto proprio dell’uomo
che egli in qualche modo abbia e che debba difendere contro la pretesa
di dominio da parte di Dio: egli è libero, vale a dire è uomo, proprio
per volontà divina e la sua libertà aumenta nella misura, in cui questa
volontà diviene, in lui, potente. [...] Quando la preghiera del Signore
chiede a Dio di concedere che sia fatta la sua volontà, invoca il suo Amore;
il quale non desidera altro che una cosa: che l’uomo divenga in verità
ciò che deve essere, cioè libero nella volontà di Dio. [...]

XIV. H. VAN DEN B u SSCHE100

1. La volontà di Dio
[...] La preghiera di abbandono alla volontà di Dio era già cono­
sciuta nel mondo pagano. Gli antichi greci avevano una sufficiente fi­

100 O .c., 99-114.


234 Il Padrenostro

ducia nella provvidenza divina tanto da ammettere che Dio era più ca­
pace di noi di organizzare la nostra vita. Così, ad esempio, Socrate, din­
nanzi alla morte, avrebbe esclamato: «Se ciò è gradito agli dèi, lo si fac­
cia!».101 Una massima di Seneca dice: «Magari piacesse alPuomo ciò che
piace a Dio».102 E un autore stoico, Epitteto, diceva: «Io tengo in mag­
gior considerazione ciò che è oggetto della volontà di Dio e non ciò che
voglio io».103
Anche nell’antico testamento si trovano tracce della preghiera di
abbandono,104 [...] nella convinzione che Dio, che ha creato e conserva
il mondo, «compie ciò che vuole». Questa convinzione non sempre viene
espressa, ma è sempre sottintesa. «Tutto quello che vuole, il Signore lo
fa, nei cieli e sopra la terra, nei mari e in tutti gli abissi».105 [...] Ma
l’antico testamento, più che su questo primo aspetto della volontà di­
vina, che si manifesta negli avvenimenti del mondo, pone la sua atten­
zione sulla volontà morale trascendente di Dio. Questa volontà deve co­
stituire la norma dell’umano operare e ad essa bisogna prestare la mas­
sima obbedienza. Fare ciò che è gradito a Dio: è qui il compendio di tutta
la vita morale veterotestamentaria. Lo spirito di Dio insegna ai buoni
a scoprire la sua volontà nella legge e dà ad essi la forza per metterla
in pratica. Senza questo aiuto Puomo sarebbe totalmente incapace di com­
piere la volontà di Dio.106
[...] Nonostante tutto, la volontà di Dio spesso urta con la cattiva
volontà degli uomini: la storia dell’umanità e la stessa storia della sal­
vezza di Israele è il film continuo delle resistenze umane alla volontà di
Dio. L’epoca precedente a Cristo è, in realtà, «il tempo della pazienza
di Dio»,107 il tempo in cui Satana svolge pienamente il ruolo di «principe
di questo mondo». Ciò fino al giorno in cui Dio compie la sua volontà
nella persona del suo figlio Gesù Cristo [...].
Nell’epoca neotestamentaria la volontà di Dio viene quasi sempre
connotata da un senso escatologico: Gesù annuncia la buona novella del
regno. Per aver parte in esso non è sufficiente che gli uomini applau-

101 P latone , Critone, 34D.


102 Ep. 74,20.
103 Dissertationes, IV, 7,20.
104 Cfr. 1 Sam. 3,18; Tob. 3,6; 1 Mac. 3,60.
105 Sai. 135,6.
106 Cfr. Sap. 9,17-18; 2 Mac. 1,3-4; Sai. 143,10.
107 Rom. 3,27.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 235

dano; essi devono «fare la volontà del Padre» così come è detto nella
legge promulgata (cfr. il sermone della montagna): la volontà del Padre
è ora incentrata nella piena realizzazione del suo regno.108 [...] Il segreto
della concreta realizzazione del regno viene rivelato ai discepoli109 e si
renderà manifesto soprattutto nel momento della morte di Gesù, rispo­
sta ad una decisione divina, annunciata già, in certo qual modo, nella
Scrittura. I discepoli devono capire questa decisione divina.110 La loro
volontà deve conformarsi a quella di Gesù e, conseguentemente, essi de­
vono accettare la croce.111 Tutto (ciò che vuole il Padre) deve compiersi
in Gesù,112 nel momento determinato: nelPora in cui il Padre ha stabi­
lito!113 Il quarto vangelo sottolinea ancor più chiaramente il carattere
escatologico della volontà di Dio realizzata nella missione di Gesù. Suo
cibo, la forza che sospinge la sua vita, è fare la volontà di colui che lo
ha inviato, compiendo la sua opera in relazione alla fine dei tempi, cioè
la messe messianica.114 Gesù nella sua missione ricerca la volontà del Pa­
dre e questa si concretizza in un giudizio di valore escatologico.115 Dio
gli affida gli uomini perché li conduca alla fede e, per mezzo di essa, li
liberi dalla condanna eterna e li risusciti nell’ultimo giorno.116 [...] Dio
stabilisce Fora in cui Gesù morirà e sarà glorificato: è proprio in quest’ora
che si compie la volontà del Padre e il suo nome viene glorificato.117 In
questo momento Gesù, venuto per fare la volontà di Dio, ha terminato
la sua opera sacrificando il suo corpo.118
[...] La volontà di Dio, che è un disegno di salvezza,119 si realizza
per mezzo della vita e, sopratutto, per mezzo della morte di Gesù. Que­
sta volontà salvifica, tuttavia, non ha raggiunto ancora il suo compi­
mento, non ha ottenuto la sua pienezza. I cristiani si trovano, anche in
questo punto, tra un “ già” e un “ non ancora” , tra l’azione di Dio che
dà la grazia e quella che darà la gloria. In questo intervallo la volontà

108 Mt. 7,21.


109 Me. 4,11-12.
110 Cfr. Me. 8,31.33 par.
111 Mt. 16,24 par.
112 Le. 22,37.
“3 Mt. 26,18.45-46 par.
“4 Gv. 4,34-38.
115 Gv. 5,30.
“6 Gv. 6,37-40.44.
Gv. 12,23.27-28; 13,1; 17,1.
118 Ebr. 10,9-10.
119 Cfr. Ef. 1,5-12.
236 Il Padrenostro

di salvezza di Dio è in conflitto con il potere di Satana: prima della ve­


nuta di Gesù, il demonio dominava il m ondo.120 Gesù lo ha combattuto
durante la sua vita pubblica.121 Con la sua morte lo ha già vinto.122 Il
diavolo, tuttavia, continua ad opporsi alla volontà salvifica di Dio123 ac­
cecando gli uomini. Ma ciò sarà possibile solo fino al giorno in cui quella
volontà si compirà definitivamente: quando verrà la pienezza dei tempi,
quando Cristo condurrà tutti alPunità.124

2. Sia fatta la volontà di Dio

Nella prospettiva neotestamentaria P iniziativa è di Dio. Dio è colui


che deve realizzare la propria volontà di salvezza, noi non possiamo farlo.
Nel giudaismo si trovano molte esortazioni al compiere la volontà di Dio.
Ma Gesù qui ci insegna a chiedere che «giunga» la volontà di Dio. Non
è casuale il fatto che la supplica non è formulata: «che la tua volontà
venga fatta», ma «che la tua volontà giunga», come un accadimento che
avviene indipendentemente dai nostri sforzi.
Questa interpretazione concorda perfettamente con le due suppli­
che precedenti ed è confermata dalle seguenti parole: «come in cielo così
pure in terra». Ciò sta a dimostrare, ancora una volta, che non si tratta
qui di una preghiera di abbandono alla volontà di Dio, né di una pre­
ghiera perché altri facciano la volontà di Dio, ma di una vera e propria
supplica perché Dio, che ha già manifestato la sua volontà di salvezza
alla fine della vita di Gesù, porti questa volontà al suo compimento to­
tale e definitivo.
La supplica esige pure che il discepolo che prega conformi la sua
volontà alla volontà di Dio: non solo così come gli è proposta dalla legge
morale, ma pure secondo il modo in cui questa volontà gli si prospetta
in rapporto al regno. La volontà di Dio non consiste solo nelPessere noi
“ buoni” , ma pure nelP esigenza che impieghiamo le nostre forze, in tutto
ciò che ci è possibile, al servizio del regno.

120 Cfr. Gv. 12,31; 14,30; Ef. 2,2.


121 Me. 3,22-31; Le. 11,20.
122 Cfr. Gv. 12,31; 14,30; 16,11; 1 Cor. 2,8.
123 Cfr. 2 Cor. 4,4; 2 Tes. 2,7.
124 Ef. 1,9.10.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 237

3. Come in cielo così pure in terra


Nel racconto della creazione il “ cielo” e la “ terra” sono conside­
rati come lo spazio in cui si dispiega la potenza creatrice di Dio. L ’unione
dei due termini sta a significare la totalità del cosmo.125 Dio è il «Signore
del cielo e della terra».126 Cominciata la fine dei tempi, «il potere in cielo
e in terra» viene trasferito al Cristo risorto.127 Pertanto, la supplica può
essere interpretata — e alcuni autori lo fanno — come una preghiera per­
ché la volontà di Dio si realizzi ovunque: in cielo e in terra. In questo
caso si riferirebbe alla speranza del ritorno, per mezzo di Cristo, all’unità
di tutto ciò che esiste in cielo e in terra.128
Ma la comparazione «come... così» pare indicare che la “ venuta” ,
già pienamente realizzata in cielo, deve realizzarsi pure nella terra. [...]
«Ciò che si stabilisce nel cielo si realizzerà sulla terra».129 Questo testo
è cronologicamente e letterariamente molto vicino alla supplica del pa­
drenostro. La fine del Salmo 103 conferma l’interpretazione da noi pro­
posta: «Yahvé ha stabilito il trono nel cielo e il suo regno abbraccia
l’universo. Benedite il Signore, voi Angeli suoi, che siete potenti ed ese­
guite i suoi ordini, pronti alla voce della sua parola! Benedite Yahvé voi,
tutte sue schiere, che servite e obbedite alla sua volontà!».130
[...] I cristiani nella terza supplica pregano Dio perché compia per­
fettamente la sua volontà di salvezza, perché tolga dalla loro strada ogni
potere ostile ispirato da Satana, perché la terra, che ancora è, in un certo
senso, dominio del diavolo, si trasformi in un cielo. In altre parole: che
il cielo venga alla terra! [...].

XV. S . S a b u g a l 131

Questa supplica, esclusiva della redazione di Matteo, è, probabil­


mente una aggiunzione dell’evangelista che riprende, forse, la tradizione
giudeo-cristiana. Quasi tutti gli elementi letterari di cui la supplica si com­

125 Cfr. Mt. 5,18; 24,35.


Mt. 11,25.
127 Mt. 28,18.
128 Cfr. Ef. 1,10; Col. 1,16.20; Filp. 2,10; Ap. 5,13.
129 1 Mac. 3,60.
130 Sai. 103,19-21; cfr. Ebr. 1,14.
131 Abbà..., 181 e s.
238 Il Padrenostro

pone sono, di fatto, caratteristici del vocabolario di Matteo: solo lui usa
il verbo «si faccia»132 e la costruzione «la volontà del Padre»;133 è una
sua caratteristica letteraria la stretta relazione fra i vocaboli “ cielo” e
“ terra” .134 La supplica, inoltre, è stata formulata secondo il modello
(matteano) della supplica di Gesù nel Getsemani: «sia fatta la tua vo­
lontà».135 Così ha pregato il Maestro. Così deve pure pregare il disce­
polo. Qual è il significato della supplica?
Diciamo subito che il verbo “ si faccia” è un “ passivo divino” die­
tro il quale si nasconde — come soggetto attivo — Dio stesso. Ciò viene
dimostrato dalP analogia con la supplica di un rabbi ebreo del primo se­
colo: «Fa’ nel cielo la tua volontà e dai la gioia a quanti ti temono sulla
terra».136 In maniera del tutto simile la supplica matteana al Padre
chiede che egli compia la sua volontà nei figli che lo invocano. Ciò si­
gnifica: il compimento della volontà divina supera ogni umana possi­
bilità ed è realizzabile solo da parte di colui che lo ha ricevuto come dono
da Dio stesso. Egli solo può farlo! Ancor più se si tiene conto dell’esempio
proposto per il compimento: «come (gli angeli) nel cielo,137 così (i tuoi
figli) sulla terra». Il compimento della volontà del Padre esige una così
elevata perfezione! Solo chi la compie in questo modo accetta la signo­
ria di Dio sulla propria vita e rende possibile l’avvento del regno del Pa­
dre nella propria storia. Questo è il significato della supplica con cui
l’evangelista, imitando probabilmente la preghiera stessa di Gesù (cfr.
supra), ha voluto interpretare il senso della supplica precedente: il Padre
regna su chi fa la sua volontà, in chi la realizza «sulla terra» con la me­
desima perfezione con cui gli angeli la compiono «nel cielo». In che cosa
consiste questa volontà divina? Come si manifesta?
L’evangelista non dà una risposta esplicita a questi interrogativi. Ma
il contesto letterario del padrenostro ci offre la possibilità di scorgerla.
Il contesto è il “ Sermone della Montagna” ,138 la cui struttura letteraria
può essere così ricostruita: alla 1) introduzione139 in cui, dopo le

132 Mt. 6,10; 26,42.


133 Mt. 6,10; 7,21; 12,50; 21,31; Cfr. 18,14; 26,42.
134 Mt. 5,18.34b-35a; 6,10; 16,19; 18,18; 28,18; 11,25 ( = Lc. 10,21); 24,35 ( = Mc.
13,31; Le. 21,33). Al di fuori di questi testi la correlazione viene usata solo una volta da
Me. (13,27) e Le. (16,17).
135 Mt. 26,42.
136 Tb Ber. 29b (R. Eliezer).
137 Gli angeli sono gli abitanti del cielo: Mt. 18,10; 22,30; 24,36; 26,53.
138 Mt. 5,1-7,29: cfr. supra, 33-35.
139 Mt. 5,1-16.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 239

“ beatitudini” ,140 viene indicata la missione dei discepoli141 di essere «sale


della terra»142 e «luce del mondo»,143 segue 2) il tema centrale:144 la fe­
deltà dei discepoli («la vostra giustizia») alla volontà di Dio, manifestata
nella rivelazione veterotestamentaria145 e portata alla sua pienezza esca­
tologica dalPinsegnamento di Gesù, come condizione per l’ingresso nel
«regno dei cieli» (cfr. 5,20). Nel contesto di questa tematica centrale,
all’annuncio del tema146 segue il suo sviluppo147 attraverso due fasi nelle
quali i discepoli vengono istruiti sul superamento della “ giustizia” re­
lativa agli scribi o teologi148 e ai farisei o devoti.149 Il Sermone 3) si con­
clude con una esortazione parenetica150 ad «entrare nel regno dei cieli»
attraverso la «porta stretta» del «compimento della volontà del Pa­
dre»,151 mettendo in pratica «le parole di Gesù».152 Un ulteriore 4) epi­
logo sottolinea lo stupore della gente dinnanzi all’autorevole insegna­
mento di Gesù.153
In questo contesto si inserisce la supplica che chiede al Padre il dono
di «fare la sua volontà» (6,10). Una supplica di grande importanza. In­
fatti, se solo tale compimento rende possibile l’inaugurazione del regno
di Dio «sulla terra» (cfr. supra), ad esso è esclusivamente legato pure
l’ingresso definitivo «nel regno dei cieli» (7,21), riservato ai discepoli che,
con la loro condotta, superano «la giustizia ( = fedeltà alla volontà di Dio)
degli scribi e dei farisei» (5,20). L’inclusione letteraria, creata
dall’evangelista fra questi due testi, mostra chiaramente che, nella sua
redazione, il compimento della volontà del Padre si identifica con il
“ superamento” della fedeltà a questa ( = “ giustizia” ) da parte del giu­
daismo. Questo superavit viene subito dopo concretizzato da Matteo sia
nelle antitesi154 sia nell’indicazione del modo di rendere un culto devoto

140 Mt. 5,3-12.


141 Mt. 5,13-16.
142 Mt. 5,13.
143 Mt. 5,14-16.
144 Mt. 5,17-7,12.
145 «La legge e i profeti»: 5,17; 7,12.
146 Mt. 5,17-20.
147 Mt. 5,21-7,27.
148 Mt. 5,21-48.
149 Mt. 6,1-7.12.
150 Mt. 7,13-27.
151 Mt. 7,13-23.
152 Mt. 7,24-27.
153 Mt. 7,28-29.
154 Mt. 5,21-48.
240 Il Padrenostro

e gradito al Padre:155 tutto questo insegnamento di Gesù156 è rivelazione


della volontà del Padre!157
Chiedere il dono di compiere la volontà del Padre equivale al chie­
dere la grazia di realizzare l’insegnamento di Gesù: mettere in pratica
le esigenze sovraumane formulate nelle antitesi e modellare la propria
vita secondo le norme della “ nuova” pietà. Solo mediante l’attuazione
di quelle esigenze e la pratica di questa pietà i discepoli possono realiz­
zare la missione di essere «sale della terra» e «luce del mondo»,158 as­
sicurandosi così l’ingresso definitivo nel regno.159 Si tratta quindi di un
dono che rende possibile al cristiano di essere ciò che in questo mondo
deve essere e che stabilisce, ad un tempo, la sua missione temporale e
il suo destino eterno. Da qui la supplica al Padre: «Fa’ la tua volontà
(in noi) qui in terra come (la fanno i tuoi angeli) nel cielo! ». Con la stessa
perfezione e, sopratutto, con lo stesso amore!

155
Mt. 6,1-7,12.
156 Mt. 5,21-7,20.
157 Mt. 7,21.
158 Mt. 5,13-16.
159 Mt. 5,20-7,21.
Dacci oggi il nostro
pane quotidiano

I . T e r t u l l ia n o 1

Con quanta attenzione, la divina Sapienza ha ordinato questa pre­


ghiera: dopo i beni celesti, cioè la santificazione del Nome di Dio, Γadem­
pimento della Sua volontà e l’avvento del Suo regno, dobbiamo pregare
anche per le nostre necessità temporali. Il Signore lo aveva già detto:
«Cercate prima il regno e allora vi saranno date in aggiunta anche que­
ste cose».2
Per lo più intendiamo in senso spirituale: dacci oggi il nostro pane
quotidiano. Cristo, infatti, è il nostro pane, perché Cristo è vita e vita
è il pane: «Io sono il pane della vita»3 egli disse, e poco prima aveva
detto: «Il pane è la parola del Dio vivo, che viene dal cielo»,4 inten­
dendo nel pane anche il suo corpo, quando disse: «Questo è il mio
corpo».5 Pertanto, chiedendo il pane quotidiano, chiediamo di vivere
eternamente in Cristo e di ricevere dal suo corpo la nostra individualità.
Ma, anche quando facciamo questa preghiera in senso temporale,
dobbiamo farla con pietà e ricordarci della disciplina spirituale. Ci viene
infatti comandato di chiedere soltanto il pane, l’unica cosa necessaria
ai fedeli. Le altre cose, infatti, le chiedono i pagani.6 E questo ci viene
inculcato e ripetuto con esempi^ parabole: «Il padre non toglie il pane
ai figli, per darlo ai cani».7 E ancora «Il padre non dà una pietra al fi­

1 De orat. VI, 1-4. Tr. it., cit., pp. 51-53.


2 Mt. 6,33.
3 Gv. 6,35.
4 Gv. 6,33.
5 Mt. 26,26 par.
6 Mt. 6,31-32.
7 Mt. 15,26 = Me. 7,27.
242 Il Padrenostro

glio che chiede il pane».8 Così ci mostrò che cosa veramente i figli si
aspettino dal Padre. Pure quel tale che venne a bussare di notte chiedeva
il pane.9 Perciò, avendo in precedenza detto: «non preoccupatevi di
quello che mangerete domani»,10 giustamente aggiunse: «Dacci oggi».
A tale scopo disse anche la parabola di quel tale che pensava ad ingran-
dire i granai per accogliere i frutti abbondanti che gli venivano dai suoi
beni, e a vivere una vita lunga, mentre proprio in quella notte sarebbe
m orto.11

II. S a n C ipria no 12

Nella preghiera chiediamo ancora dicendo: Dacci oggi il nostro pane


quotidiano. Queste parole possono avere un significato spirituale e un
significato letterale, e l’uno e l’altro modo di intenderle, per la bontà
di Dio, giovano alla nostra salvezza. Cristo infatti è pane di vita e questo
pane è nostro, non di tutti. Come diciamo Padre nostro, perché Egli è
il padre di quelli che lo conoscono e credono in Lui, così chiamiamo Cri­
sto pane nostro, perché Egli è il pane di coloro che gustano il suo corpo.
Chiediamo di avere ogni giorno questo pane per non separarci dal corpo
di Cristo. Sopravvenendo infatti qualche grave delitto, a noi che siamo
nel Cristo e riceviamo l’Eucaristia quotidiana come cibo di salvezza, ver­
rebbe impedito di comunicare al pane celeste. Egli ha detto nella sua pre­
dicazione: «Io sono il pane di vita disceso dal cielo. Chi mangerà di que­
sto pane, vivrà in eterno. Il pane che io darò è la mia carne per la vita
del mondo».13 Quando Egli dice che vive in eterno colui che mangia del
suo pane, afferma chiaramente che vivono soltanto quelli che mangiano
del suo corpo, e ricevono l’Eucarestia per diritto di comunione. Al con­
trario bisogna temere e pregare perché non succeda che qualcuno, aste­
nendosi dal corpo di Cristo, non ne venga separato e rimanga fuori dalla
salvezza. È sua infatti la minaccia che dice: «Se non mangiate la carne
del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non vivrete».14 Per tale

8 Mt. 7,9 = Le. 11,11.


9 Le. 11,5.
10 Mt. 6,25.34.
11 Cfr. Le. 12,16-21.
12 De dominica oratione, 18-21. Tr. it., cit., pp. 105-109.
» Gv. 6,51.
w Gv. 6,53.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 243

motivo chiediamo che ci sia dato ogni giorno il nostro pane, cioè Cristo,
perché rimanendo e vivendo nel Cristo non ci allontaniamo dalla sua san­
tificazione e dal suo corpo.
Queste parole possono essere anche intese nel modo seguente. Noi,
che abbiamo rinunziato al mondo e, attraverso la fede della grazia spi­
rituale, abbiamo disprezzato le sue ricchezze e le sue vanità, chiediamo
per noi soltanto il cibo e il vitto, attenendoci all?ammaestramento del
Signore che dice: «Chi di voi non rinunzia a tutto quanto gli appartiene,
non può essere mio discepolo».15 Chi ha cominciato ad essere discepolo
di Cristo, rinunziando a tutto, secondo Pammaestramento del suo Si­
gnore, deve chiedere solo il cibo per Poggi e non per il domani, secondo
il comandamento dello stesso Signore: «Non vi preoccupate del domani:
il domani penserà a se stesso. Ad ogni giorno basta il proprio peso».16
Giustamente, dunque, il discepolo di Cristo, chiede il cibo che gli è ne­
cessario per il giorno presente, perché è proibito di chiederlo per il do­
mani: desiderare infatti di vivere a lungo su questa terra, contrasta con
la parola che venga presto il Regno di Dio. Così il beato Apostolo, for­
mandoci e rafforzandoci nella nostra speranza e nella nostra fede, ci am­
monisce: «Niente abbiamo portato in questo mondo e niente possiamo
portar via. Contentiamoci del cibo e del vestito che abbiamo. Quelli che
vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nella trappola e in molti
e nocivi desideri, che affogano Puomo nella rovina e nella morte. L’at­
taccamento al denaro è la radice di tutti i mali: quelli che ne furono
schiavi, vennero meno nella fede e furono travolti da molti mali».17
L’Apostolo non solo insegna a disprezzare le ricchezze, ma anche
che esse sono pericolose, perché in loro si trova la radice dei mali.18 E
carezzando, ingannando occultamente, traggono in errore la cecità della
mente umana. Dio, infatti, rimprovera aspramente il ricco stolto, ch’era
intento alle ricchezze di questa terra e che si vantava orgogliosamente
della tanta abbondanza del raccolto: «Stolto, proprio questa notte ti sarà
richiesta la tua vita. A chi rimarranno i beni che ti sei procurati?».19 Lo
stolto, vicino a morire in quella stessa notte, si rallegrava dei suoi beni
e, mentre gli veniva già meno la vita, si consolava per l’opulenza del vitto.
Il Signore, al contrario, insegna che è sommamente perfetto colui che,

15 Le. 14,33.
16 Mt. 6,34.
17 1 Tim. 6,7-10.
18 1 Tim. 6,10.
19 Le. 12,20.
244 Il Padrenostro

venduti tutti i suoi beni e distribuitili a beneficio dei poveri, si prepara


un tesoro nel cielo.20 E aggiunge che può seguirlo ed imitare la gloria
della sua Passione colui che, libero e pronto, non impigliato in interessi
di famiglia, ma in piena libertà segue i suoi beni, già prima affidati alle
mani di Dio. Perché ognuno di noi possa prepararsi a questo, impari a
pregare in modo che per mezzo della legge della preghiera conosca come
debba vivere.
Non può mancare al giusto il cibo quotidiano, perché sta scritto:
«Il Signore non farà morire di fame l’uomo giusto»,21 e ancora: «Fui
giovane, ora sono vecchio: non ho mai visto un giusto abbandonato, né
ho visto i suoi figli mendicare il pane».22 Lo stesso Signore ha fatto la
sua promessa dicendo: «Non vi preoccupate dicendo: che cosa mange­
remo, che cosa berremo, di che cosa ci vestiremo? Queste cose sono
l’affanno quotidiano dei pagani. Il Padre vostro sa bene che ne avete
bisogno. Cercate, perciò, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste
cose vi saranno date in aggiunta».23 Dio promette di dare tutto a quelli
che cercano il suo Regno e la sua giustizia: tutto appartiene a Dio, niente
quindi mancherà a chi ha Dio con sé, purché Dio non gli venga mai meno.
Daniele ricevette il cibo dal cielo, allorché per ordine del re fu calato nella
fossa dei leoni. E così si nutriva l’uomo di Dio, mentre era in mezzo alle
fiere affamate che non osavano toccarlo.24 Lo stesso Elia, durante la
fuga nel deserto, si nutrì del cibo che gli portavano i corvi, e, durante
la persecuzione, del cibo che gli portavano gli uccelli.25 Crudeltà vera­
mente detestabile quella della cattiveria umana! Le fiere non osarono fare
del male, gli uccelli portarono il cibo; gli uomini invece, attentano alla
vita umana e infieriscono su di essa!

III. O rigene 26

[...] Alcuni pensano che ci si ordina di pregare per il pane materiale.


[...] Noi, invece, seguendo l’insegnamento del Maestro stesso circa il pane,
esporremo ampiamente un’altra interpretazione.

20 Cfr. Mt. 19,16-22.


21 Prov. 10,3.
22 Sai. 36,25.
23 Mt. 6,21-33.
24 Cfr. Dan. 14,31-39.
25 Cfr. 1 Re 19,4-8.
26 Perì euchès, XXVII, 1-13.16.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 245

[...] «In verità, in verità vi dico: Voi mi cercate, non perché avete
visto prodigi, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati».27
Chi mangia i pani benedetti da Gesù e se ne è saziato, cerca il Figlio di
Dio per conoscerlo meglio e accede a lui. Perciò opportunamente ordina
questo con le parole: «Procuratevi non il cibo che si consuma, ma il cibo
che dura per la vita eterna: quello che vi darà il Figlio delPuomo».28 E
poiché gli uditori lo interrogavano e gli dicevano: «Che dobbiamo fare
per compiere le opere di Dio?», Gesù rispose loro dicendo: «Questa è
Popera di Dio, che crediate in colui che egli ha mandato».29 Dio infatti
ha «inviato loro il suo Verbo e li ha guariti». Coloro che credono a que­
sto Verbo fanno le opere di Dio, che sono nutrimento durevole per la
vita eterna. E «Il Padre mio vi dà il vero pane del cielo. Il pane di Dio
è colui che è disceso dal cielo e dà la vita al mondo».30 Vero pane del
cielo è quegli che nutre Puomo vero, creato ad immagine di Dio, e che
eleva chi di esso si ciba alla rassomiglianza del Creatore. Che cosa per
Panima è più nutriente del Verbo di Dio? Che cosa è più prezioso della
sapienza di Dio per lo spirito che la può ricevere in se stessa o che cosa
è più rispondente alla natura razionale che la verità?
Se qualcuno qui obietterà dicendo che, se così stessero le cose, Cri­
sto non avrebbe insegnato a domandare il pane sostanziale come fosse
da sé diverso, ponga attenzione che egli nel Vangelo secondo Giovanni
parla ora di un pane, che è diverso da lui, ora quasi egli stesso fosse il
pane. Il riferimento al primo si trova nel passo: «Mosè vi ha donato il
pane del cielo» non il vero, «ma il Padre mio vi dà il pane vero del
cielo».31 A quelli poi che per ciò stesso gli hanno detto: «Da’ a noi sem­
pre questo pane», parla, riferendosi a se stesso: «Io sono il pane di vita.
Colui che viene a me non avrà più fame, e colui che crede in me non
avrà più sete».32 E un poco più oltre: «Io sono il pane vivo disceso dal
cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno. E il pane che io
darò è la mia carne per la vità del mondo».33
[...] Questo è il cibo vero, la carne di Cristo, il quale, essendo Verbo,
si è fatto carne, secondo la parola: «E il Verbo si è fatto carne». Quando

27 Gv. 6,26.
2* Gv. 6,27.
29 Gv. 6,28-29.
30 Gv. 6,32.
31 Gv. 6,32.
32 Gv. 6,34-35.
33 Gv. 6,51; cfr. 6,53-57.
246 Il Padrenostro

noi lo mangiamo, egli pone la sua dimora fra noi; quando è distribuito,
allora si compie la parola della Scrittura: «Noi contemplammo la sua
gloria».34 «Questo è il pane disceso dal cielo. Non già come i padri che
mangiarono e morirono: chi mangia questo pane vivrà in eterno».35
Paolo parlando ai Corinti, che, ancora bambini, si comportavano
con condotta puramente umana, dice: «Latte io vi ho dato da bere e non
cibo, giacché non ancora eravate in grado di tollerarlo. Anzi non lo siete
neppure adesso perché ancora siete carnali».36 E nella Lettera agli Ebrei:
«E tali divenuti bisognosi di latte, non di cibo solido. Ognuno che ri­
corre al latte, è inesperto delPinsegnamento della giustizia, essendo bam­
bino. Dei perfetti è il cibo solido, di coloro che, per consuetudine hanno
esercitato i sensi a discernere il bene e il male».37 Anche quella espres­
sione: «L’uno crede di mangiare ogni cosa; ma è infermo e non mangia
che legumi»38 penso che egli P abbia riferita non ai cibi corporei, ma alle
parole di Dio, di cui Panima si nutre, giacché il fedelissimo e il perfet­
tissimo può tutto percepire, come si deduce dalPaccenno: «uno crede di
mangiare ogni cosa, mentre al più infermo e imperfetto bastano inse­
gnamenti più semplici, che non completa robustezza». Volendo indicare
questo dice: «È infermo e non mangia che legumi».
[...] Affinché la nostra anima non si ammali per carenza di alimento
e noi non moriamo a Dio per fame della parola di Dio, obbedienti alPin-
segnamento del nostro Redentore, domandiamo al Padre il pane vivo,
il quale è lo stesso che il pane sostanziale, qualora si creda e viva con
rettitudine.
Ora è da esaminare il significato della parola sostanziale. Anzitutto,
bisogna sapere che la voce επιούσιος;39 non si trova presso nessuno dei
Greci e dei sapienti e che non è in uso nel linguaggio corrente, e che sem­
bra coniata dagli Evangelisti.40 [La parola sembra] a me derivare da
ουσία [ = sostanza, essere, peculiarità, proprietà]: il primo significa il pane
trasformato nella nostra sostanza, il secondo indica il popolo, che è di­
venuto proprietà di Dio e che comunica con lui. La sostanza [ουσία] in

34 Gv. 1,14.
35 Gv. 6,59.
36 1 Cor. 3,2.
37 Ebr. 5,12.
38 Rom. 14,2.
39 Tradotto letteralmente equivale al termine «supersostanziale».
40 Mt. 6,11 = Le. 11,3.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 247

senso proprio da coloro che affermano la sussistenza fondamentale de­


gli esseri incorporei [ = Platone] è estesa anche a tali essere incorporei,
i quali nel loro essere non si alterano, né ammettono crescita e diminu­
zione. [...] Coloro [= gli stoici] che credono la sostanza [ουσία] degli es­
seri incorporei conseguente a quella fondamentale degli esseri corporei,
la caratterizzano così: essa è il primo sostrato delle cose da cui il loro
essere proviene. [...]
Abbiamo sottoposto ad esame il significato di sostanza [ουσία], con
riferimento al pane sostanziale [επιούσιος] e al popolo peculiare
[περιούσιος]; e abbiamo spiegato i suoi vari significati. Dapprima ab­
biamo mostrato che il pane, che dovevamo chiedere, era intelligibile; ne­
cessariamente bisogna pensare la sostanza come strettamente imparen­
tata al pane. Come poi il pane corporale somministrato al corpo di colui
che viene nutrito passa nella sua sostanza, così «il pane vivo disceso dal
cielo», dato allo spirito e all’anima, comunica la propria forza a colui
che si procura di nutrirvisi: questo sarà il pane sostanziale, oggetto della
nostra domanda. E inoltre, come in rispondenza alla qualità del vitto
— solido e adatto agli atleti, o simile al latte e ai legumi — colui che
così si nutre, aquista forze diverse, conseguentemente accade che quando
la parola di Dio è data come latte ai pargoli e ai deboli come legumi e
ai lottatori come carne, ognuno per analogia, come ha offerto se stesso
alla parola, può procurarsi questo o quell’effetto, può divenire uomo di
questo o di quel carattere. Ci sono naturalmente alimenti che sono de­
leteri, altri che sono nocivi, altri che non si possono prendere. Tutto ciò
per analogia è da applicare alla diversità degli insegnamenti di virtù nu­
tritiva. Il pane sostanziale adatto alla natura razionale o affine alla so­
stanza stessa apporta all’anima salute, benessere, forza e a chi lo mangia
comunica la sua immortalità, perché, il Verbo di Dio è immortale.
Questo pane sostanziale mi sembra indicato nella Sacra Scrittura con
un altro nome: con quello di albero della vita, verso cui «chi tenderà la
mano e prenderà da esso vivrà in eterno».41 Con un terzo nome que­
st’albero è chiamato da Salomone Sapienza di Dio quando dice: «Albero
di vita è per quanti si attengono ad essa, ed è sicura per quanti vi si ap­
poggiano come sul Signore».42 Giacché anche gli Angeli si nutrono della
sapienza di Dio, e dalla contemplazione della verità congiunta a sapienza

41 Gen. 3,22.
42 Prov. 3,8.
248 Il Padrenostro

attingono forze per compiere le opere loro proprie. È detto nei Salmi
che anche gli Angeli si nutrono e che gli uomini di Dio, che sono chia­
mati Ebrei, comunicano con gli Angeli e sono per così dire loro com­
mensali; tale significato ha il motto: «L’uomo ha mangiato il pane degli
Angeli».43 Il nostro spirito, però, non deve essere così meschino da ri­
tenere che essi si nutrano sempre di una sorta di pane materiale come
quello, secondo che si narra,44 disceso dal cielo sugli Ebrei usciti dal­
l’Egitto e che gli Ebrei hanno comunicato con gli Angeli, spiriti a ser­
vizio di Dio. Né dobbiamo essere sprovveduti di mente da ritenere pane
corporeo, quello che venne dal cielo per coloro che erano usciti dall’Egitto,
e del quale gli angeli si erano sempre nutriti, e del quale furono pari-
menti partecipi gli ebrei [...].
Come stiamo esaminando che cosa significhi il pane sostanziale,
l’albero della vita, la sapienza di Dio e l’alimento comune agli uomini
santi e agli angeli, non è fuori di proposito riflettere su quello che è scritto
nel Genesi, cioè sui tre uomini ivi menzionati, che furono ricevuti da
Abramo e che si nutrirono di tre misure di fior di farina impastate per
farne focacce sotto la cenere.45 Questo passo va preso non nel senso let­
terale, ma in senso allegorico. I santi di quando in quando possono far
pasto di un cibo intelligibile e razionale, non solamente con gli uomini,
ma anche con le potenze divine. [...] Di tale dimostrazione si rallegrano
e si nutrono anche gli angeli e divengono essi più alacri a collaborare in
ogni modo e cospirare negli intenti, perché più e meglio comprende co­
lui che ha gioito e fruito degli insegnamenti prima preparati e, per così
dire, se ne nutre. Né c’è da stupire che l’uomo nutra gli angeli, dal mo­
mento che Cristo stesso confessa che «sta all’uscio e bussa», per entrare
con quello che gli ha aperto e per mangiare con lui di quello che gli of­
fre.46 In seguito comunicherà egli stesso i suoi propri beni a colui che
lo avrà nutrito, secondo che poteva il Figlio di Dio.
Colui che con la partecipazione al pane sostanziale corrobora il suo
cuore, diventa figlio di Dio [...]. E se non ripugna [...] che ognuno venga
alimentato da questa o quella persona perché dobbiamo esitare ad am­
mettere a riguardo delle potestà [...] e pure degli uomini che ciascuno
di noi possa essere nutrito da tutte queste cose?

« Sai. 77,25.
44 Es. 16,13-15.
45 Gen. 18,1-6.
46 Ad. 3,20.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 249

Pietro, quando [...] metteva a parte delle parole di Dio anche i pa­
gani, vide scendere dal cielo un telo sospeso per le quattro cocche, nel
quale c’era ogni genere di quadrupedi, di rettili e di bestie della terra.
E allorché ricevette l’ordine di levarsi, di uccidere e di mangiare, si ri­
fiutò dicendo: «Tu sai che mai niente di immondo e di impuro è entrato
nella mia bocca». E gli fu ordinato di non qualificare nessun uomo come
immondo e impuro; perché tutto ciò che è stato purificato non deve es­
sere trattato come immondo da Pietro.47 Così i cibi puri e impuri che
secondo la legge di Mosè sono distinti coi nomi di diversi animali, col
loro riferimento ai costumi diversi di esseri ragionevoli ci insegnano che
gli uni possono procurarci nutrimento [spirituale], gli altri invece no, fino
a che Dio tutto purificherà e renderà utili a nutrire anche gli animali di
ogni specie. Così stando le cose e tanta essendo la varietà dei cibi in raf­
fronto con tutti quelli indicati, non vi è che un unico pane sostanziale,
di cui dobbiamo pregare di esser degni e, nutriti del Verbo il quale, Dio,
in principio era presso Dio,48 siamo trasformati in Dio.
Dirà qualcuno che la parola έπιούσων è formata da έπιέναι [so­
pravvenire, succedere], cosicché noi abbiamo l’ordine di domandare del
pane proprio del secolo futuro, perché Dio ce lo largisca già in anticipo
e ci dia oggi quello che per il domani ci sarà dato. Oggi pertanto vor­
rebbe dire il secolo presente e domani il secolo futuro. Ma poiché a mio
giudizio meglio è il primo significato, vogliamo esaminare il concetto
σήμερον [oggi], termine aggiunto da Matteo, o l’espressione καϋ'ημέραν
[per il giorno], che si trova scritta in Luca.49
In molti luoghi della Sacra Scrittura si suole indicare con σήμερον
[oggi] la perpetuità.50 [...] Se oggi indica tutto il presente tempo, può
darsi che ieri significhi il secolo passato. Siamo delPopinione che sia così
nei salmi51 e presso Paolo nella sua lettera agli Ebrei.52 [...] Non fa me­
raviglia che per Dio tutto il secolo abbia il valore dello spazio di un giorno
secondo il nostro computo. [...] Chi dunque in questo giorno prega Dio,
il quale è dalFeternità e per l’eternità, non solamente può ottenere oggi,
ma per il giorno, da colui che «può dare oltre tutte le cose, al di là di

47 At. 10,11-15 = 11,5-8.


48 Gv. 1,1.
49 Mt. 6,11; Le. 11,3.
50 Cfr. Gen. 19,37-38; Sai. 94,8; Gios. 22,29.
Cfr. Sai. 89,4.
52 Ebr. 13,8.
250 Il Padrenostro

quanto abbiamo chiesto o pensato»,53 [...] anche ciò che è superiore a


«quello che l’occhio non ha visto, l’orecchio non ha udito e non è en­
trato nel cuore dell’uomo»54 [...].

IV. San C ir il l o d i G e r u s a l e m m e 55

«Dacci oggi il nostro pane sostanziale». Il pane ordinario non è so­


stanziale; lo è invece il pane santo. È come se tu dicessi: il pane ordinato
alla conservazione dell’anima. Questo pane non scende nel ventre per an­
dare a finire tra i rifiuti, ma si estende per tutta la tua persona a be­
neficio del corpo e delPanima. Si dice «oggi» nel senso di «ogni giorno»,
come dice anche Paolo: «fino a che si può dire: oggi».56

V. San G r e g o r io N i s s e n o 57

Ritengo che con le parole in cui ci ordina di chiedere il pane quo­


tidiano Iddio ci voglia presentare una ben chiara dottrina per cui chi si
contenta di un bene modico, misurato dalle leggi della temperanza, è come
chi non ha bisogno di nulla. L’angelo infatti nelle preghiere non chiede
al Signore che gli conceda il pane, perché possiede una natura esente da
tali necessità, ma all’uomo fu ordinato di chiedere, perché l’organismo
destinato a svuotarsi ha assolutamente bisogno di una sostanza che lo
riempia. [...] Perciò siamo stati educati a cercare ciò che basta a con­
servare la nostra vita fisica, dicendo al Signore: «Dacci il pane»; non
il lusso né la ricchezza, non vesti di porpora adorne di fiori, non orna­
menti sfolgoranti d’oro o bagliore di pietre preziose o suppellettili d’ar­
gento, non vasti possedimenti di terra né comando di eserciti né predo­
minio su nemici e signoria di popoli, [...] né alcun altro di siffatti beni,
a causa dei quali lo spirito è distratto dalle divine e più nobili cure, ma
il pane. Vedi la ricchezza di contenuto filosofico inclusa in questa breve
frase dell’insegnamento divino? Esso grida apertamente per mezzo di tali

53 Ef. 3,20.
54 1 Cor. 2,9.
55 Catecheses, XXIII, 15. Tr. it., cit., p. 430.
56 Ebr. 3,13.
57 De oratione dominica, IV (PG 44, 1167D-1178A). Tr. it., cit., pp. 92-94.97-101.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 251

parole, a coloro che vogliono ascoltarle: «Smettete, uomini, di stare im­


mersi in vani interessi a causa delle vostre passioni; smettete di accu­
mulare nella vostra vita cause di affanni! Limitato è il tuo debito con
la natura: alla tua modesta carne devi un nutrimento, cosa piccola e fa­
cile a procurarsi, se guardi alla necessità». [...] «Mangerai il tuo pane
nel sudore e nella fatica».58 È sufficiente per te che la mente sia occu­
pata solo fino alla soddisfazione di questa necessità, anzi vincola piut­
tosto la tua anima a questo limite per le preoccupazioni materiali e di’
a Chi trae il pane dalla terra, a Chi nutre i corvi, a Chi dà il cibo ad
ogni creatura formata di carne, a Chi schiude la mano e riempie di buona
volontà ogni vivente: «Da te viene la mia vita, da te venga anche il soc­
corso per la vita», «Dacci il pane», possa cioè avere il nutrimento dalle
giuste fatiche. Se infatti Dio è la giustizia, non riceve il pane da Dio chi
trae il cibo da una ricchezza avidamente accumulata [...]; il pane di Dio,
infatti, è frutto di giustizia. [...] Se invece, lavorando campi altrui e
avendo negli occhi Γingiustizia e rinforzando con scritture il possesso il­
legale, dicessi poi al Signore: «Dammi il pane», un altro è l’essere che
ascolta queste tue parole, non Dio.
Bello è anche aggiungere la parola «oggi». Dice infatti la preghiera
«Dacci oggi il pane quotidiano». Questa frase esprime un altro insegna­
mento morale: ti aiuta a comprendere attraverso le parole che pronunci
che la vita umana è effimera: a ciascuno appartiene soltanto il presente,
la speranza del futuro rimane avvolta nel mistero, non sappiamo infatti
che cosa porterà il domani.59 Perché ci affanniamo per le preoccupazioni
del futuro? «Basta — dice la Scrittura — ad ogni giorno il proprio
male».60 Perché ci affanniamo per il domani? Con gli stessi mezzi con
cui dà gli ordini per il presente, Iddio t ’impedisce la preoccupazione per
il futuro, come se, rivolto a te, ti dicesse: «Chi ti dà il giorno ti dà anche
tutto ciò che serve per il giorno». [...] Lasciamoci dunque guidare a com­
prendere che cosa bisogna chiedere per il presente, che cosa per l’indo­
mani. Il pane appartiene alla necessità quotidiana, il regno alla beati­
tudine sperata; dicendo «il pane», la preghiera include tutto ciò.che è
necessario al corpo. Se chiediamo queste cose, sarà chiaro alla mente di
chi prega che l’interesse è per il presente; se invece chiediamo qualcuno
dei beni dello spirito, è chiaro che la richiesta mira all’eterno e all’infinito,

58 Gen. 3,19.
59 Prov. 22,1.
60 Mt. 6,34.
252 Il Padrenostro

al fine verso cui, soprattutto, la parola divina ordina agli oranti di guar­
dare, come ad un fine più grande ed in cui parimenti si compia la fon­
damentale necessità.
«Chiedete il regno di Dio e la giustizia — dice il Vangelo — e tutto
il resto vi sarà dato in più».61

VI. S a n t ’A m b r o g io 62

[...] Perché nella preghiera domenicale diciamo: «il nostro pane»?


Ha detto bensì «pane», ma έπιούσιον , cioè sostanziale. Questo non è
il pane che entra nel corpo, ma è quel pane di vita eterna, che sostiene
la sostanza della nostra anima. Perciò in greco si dice έπιούσιος. I La­
tini invece hanno chiamato «quotidiano» questo pane, perché i Greci chia­
mano την έπιοϋσαν ημέραν il giorno seguente. Sembrano dunque ugual­
mente utili sia il termine latino sia quello greco. I Greci hanno espresso
entrambi i concetti con una sola parola, i Latini hanno usato invece
«quotidiano».
Se il pane è quotidiano, perché lo ricevi,a distanza di un anno, come
sono soliti fare i Greci in Oriente? Ricevi ogni anno ciò che ogni giorno
ti giova! Vivi in modo da essere degno di riceverlo ogni giorno! Chi non
è degno di riceverlo ogni giorno, non è degno di riceverlo nemmeno a
distanza di un anno. Così il santo Giobbe offriva quotidianamente un
sacrificio per i suoi figli,63 per timore che potessero aver commesso nel
cuore o con le parole qualche colpa. Tu senti ripetere che ogni volta che
si offre il sacrificio, si annuncia la morte del Signore, la risurrezione del
Signore, Pascensione del Signore64 e la remissione dei peccati, e tutta­
via non ricevi ogni giorno questo pane di vita? Chi ha una ferita, cerca
la medicina. La nostra ferita è l’essere soggetti al peccato, la medicina
il celeste e venerabile sacramento. Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Se lo ricevi ogni giorno, per te ogni giorno è oggi. Se oggi Cristo è tuo,
egli risorge per te ogni giorno. In che modo? Tu sei mio figlio, oggi io
ti ho generato.65 L’oggi è quando Cristo risorge. Egli ieri e oggi,66 dice

61 Mt. 6,33.
62 De sacramentis, V, 4,24-26. Tr. it., cit., pp. 113.115.
63 Giob. 1,5.
64 Evocazione del «canone» della messa (cfr. Ibid., IV, 6,26-28).
65 Sai. 2,7 = At. 13,33.
66 Rom. 13,12.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 253

l’apostolo Paolo. Ma in un altro passo dice: Inoltrata è ormai la notte,


il giorno è vicino:61 la notte di ieri è inoltrata, il giorno di oggi è vicinò.

VII. T eodoro di M o p s u e s t i a 68

[...] [Il Signore] Esortandoci a conformarci al mondo futuro, [...]


onde evitare che si pensasse a tale richiesta come impossibile, cioè che
esseri mortali possano conformarsi alla vita immortale, aggiunse breve­
mente: «Dacci oggi il pane che ci è necessario». Desidero, afferma, che
viviate per le cose del mondo futuro e, pur rimanendo ancora in questo
mondo, regoliate la vostra vita, per quanto possibile, come se steste già
nell’altra. Non nel senso che non mangiate e non beviate o che non usiate
del necessario per questa vita, ma che, avendo scelto il bene, lo amiate
e lo cerchiate pienamente. Vi permetto di usare le cose di questo mondo
per soddisfare necessità urgenti, ma non chiedete né sforzatevi di otte­
nere da esse se non l’uso. Infatti, ciò che San Paolo dice: «Ci è suffi­
ciente avere il cibo e le vesti»,69 è ciò che il Signore designa qui come
«pane», chiamando in tal modo ciò che è necessario usare, dato che, se­
condo l’opinione generale, il pane è ciò che di più preferibile vi è per
l’alimento e il nutrimento di questa vita.
L’“ oggi” designa pure l’“ ora” perché esistiamo “ oggi” , non “ do­
mani” ; anche quando giungiamo al giorno successivo, quando giun­
giamo, staremo nell’“ oggi” . La Sacra Scrittura designa con “ oggi” ciò
che ora è presente o vicino. Così: «Oggi se ascolterete la sua voce, non
indurirete i vostri cuori come nella rivolta, [...] ma consolatevi ogni
giorno, fino a che l’oggi si può chiamare tale».70 E il significato è que­
sto: mentre stiamo in questo mondo, pensiamo ad ascoltare continua-
mente questa parola e tale voce stimolerà ogni giorno la nostra coscienza,
manterrà sveglia la nostra anima e la stimolerà a correggere le nostre abi­
tudini, allontanandoci dal male e facendoci aderire al bene.
Progrediamo ogni giorno nella conoscenza di ciò che siamo intanto
che in questo mondo abbiamo il tempo della correzione e della penitenza;
infatti, quando lasceremo questo mondo, si allontanerà tale tempo e giun­

67 Rom. 13,11.
68 Omelie catechetiche, XI, 14.
69 1 Tim. 6,8.
70 Ebr. 3,7-8.13.
254 Il Padrenostro

gerà il tempo del giudizio. Per questo, nostro Signore dice: «Dacci oggi
il pane che ci è necessario»; cioè, mentre stiamo in questa vita, abbiamo
bisogno di ciò che ci è necessario usare; non vi tolgo né vi proibisco il
nutrimento, la bevanda, il vestito, né le altre cose necessarie alla soprav­
vivenza del corpo. Avendo queste cose è necessario servirci di esse. E
non è disdicevole accettarle quando le riceviamo da altri dato che non
è indecoroso chiederle a Dio. Come potrebbe essere male usare ciò che
ci è permesso chiedere a Dio, ciò che è utile alla sopravvivenza e con­
servazione della natura?
“ Pane” è, infatti, il nome dato da Lui a ciò che serve per la so­
pravvivenza della natura. Ciò «che ci è necessario» significa «secondo
la nostra natura», ovvero utile e necessario alla sua conservazione. Es­
sendo il Creatore colui che ne ha imposto l’uso, conviene che possediamo
il “ necessario” .
Non conviene, tuttavia, a coloro che agognano la perfezione, ac­
quistare o conservare il superfluo o ciò che va oltre l’uso necessario. Or­
bene, che sia necessario chiedere ciò che conviene strettamente all’uso
è stato da Lui chiaramente indicato quando ha detto: «che ci è neces­
sario» — cioè, ciò che è utile e necessario alla nostra natura —, ed ha
aggiunto: «oggi». Pertanto, se l’autore della natura ha stabilito che tali
cose sono necessarie in questo mondo, è giusto chiederle e non è disdi­
cevole servirsi di esse.
Nessuno, però, deve chiedere a Dio o sforzarsi di ottenere ciò che
va oltre il necessario. Perché ciò che non è essenziale alla nostra soprav­
vivenza né è di uso necessario verrebbe da noi accumulato per poi essere
ceduto ad altri, cosicché chi si è sforzato di acquistarlo ed accumularlo
non otterrà alcun vantaggio! dopo la morte, anche suo malgrado, pas­
serà ad altri. Per questo nostro Signore ha assolutamente rifiutato la cura
del superfluo; ma non ha proibito l’uso del necessario, al contrario, ha
perfino prescritto di chiederlo a Dio.

V ili. San G io v a n n i C r is o s t o m o 71

Dopo aver detto: «sia fatta la tua volontà, come in cielo così in
terra», siccome parla a uomini rivestiti ancora di carne, soggetti alle ne­

71 In Matthaeum Hom., XIX, 5. Tr. it., cit. , pp. 314-315.


Dacci oggi il nostro pane quotidiano 255

cessità della natura e che non possono avere la stessa impassibilità degli
angeli, egli, pur volendo che la volontà di Dio sia fatta da noi con la
stessa perfezione con cui la compiono gli angeli, accondiscende alla de­
bolezza della nostra natura. Esigo infatti — egli dice in sostanza — la
stessa perfezione di vita degli angeli, ma non la loro impassibilità. La
tirannide della natura infatti non ve lo permetterebbe: essa ha necessa­
riamente bisogno del nutrimento che la sostenga.
Ma notate quanta spiritualità esige da noi anche in ciò che riguarda
il corpo. Non c’invita a chiedere ricchezze, cose delicate, abiti preziosi,
o altre cose simili, ma soltanto il pane, e il pane quotidiano, senza preoc­
cuparci per Pindomani. Perciò egli dice: «dacci il nostro pane quoti­
diano»; e non accontentandosi di questa precisazione, aggiunge anche
l’altra: dacci «oggi» il nostro pane, allo scopo di allontanare da noi ogni
affanno per il giorno successivo. Perché, infatti, preoccuparci di un giorno
che non siamo affatto certi di vedere? Più avanti si soffermerà ancora
su questo argomento, raccomandando: «Non vi affannate per il do­
mani».72 Egli vuole che noi siamo sempre pronti, che i nostri fianchi
siano ben cinti per il grande viaggio, disposti a prendere il volo verso
il cielo, e vuole quindi che noi concediamo alla natura solo ciò che esi­
gono da noi le sue immediate necessità.

IX. S a n t ’A gostino 73

1) Per pane quotidiano si può intendere o tutte quelle cose che so


necessarie al sostentamento di questa vita, di cui ci fa questa raccoman­
dazione: Non vi prendete pensiero del domani,74 e perciò vi aggiunse:
Dacci oggi; o il sacramento dell’Eucarestia, che riceviamo ogni giorno;
o il cibo spirituale di cui il Signore ha detto: Procacciatevi il cibo che
non perisce;75 e anche: Io sono il pane disceso dal cielo.16 Ora si può
considerare quale di queste tre interpretazioni sia la più probabile.
Qualcuno si potrebbe scandalizzare perché preghiamo per ottenere

72 Mt. 6,34.
73 1) De sermone Domini in monte, II, 7,25-27. Tr. it., cit., pp. 123-126. 2) Serm.
56,9-10. Tr. it., cit., pp. 149-151. 3) Serm. 57,7. Tr. it., cit., pp. 171.173. 4) Serm. 58,5.
Tr. it., cit., p. 187.
74 Mt. 6,34.
75 Gv. 6,27.
7* Gv. 6,41.
256 Il Padrenostro

il necessario a questa vita, come il cibo e il vestito, mentre il Signore ci


dice: Non vogliate angustiarvi di che mangerete o di che vestirete11
Forse può qualcuno non esser sollecito di ciò che domanda, se la pre­
ghiera deve esser fatta con tanto fervore e raccoglimento, che appunto
fu detto di nascondersi in camera? E quando disse: Cercate in primo luogo
il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste
cose™ non disse davvero: Cercate in primo luogo il regno di Dio; e poi
cercate queste cose; ma disse: Queste cose vi saranno date per soprap­
più, anche, cioè, se non le chiedete. Non so poi come si possa trovare
chi dica di non voler ricevere ciò che con tanta istanza chiede a Dio.
Quanto poi al Sacramento del corpo del Signore non lasceremo sol­
levare qui una difficoltà da un gran numero di cristiani orientali i quali
non si accostano ogni giorno alla sacra Mensa, benché questo pane sia
chiamato quotidiano; li faremo tacere perché non difendano più la loro
opinione coir autorità stessa della Chiesa, dicendo che questa condotta
non dà nessuno scandalo, e quelli che governano le Chiese non si op­
pongono a questo modo di agire e i disubbidienti non vengono puniti.
Quest’uso è una prova che in quelle contrade non è tale il senso che si
attribuisce a queste parole: pane quotidiano; altrimenti sarebbero con­
siderati come grandi peccatori quelli che non la ricevono tutti i giorni.
Senza intraprendere alcuna discussione in questa materia, si vedrà, per
poco che vi si rifletta, che noi abbiamo ricevuto dal Signore stesso la re­
gola della preghiera, e che non ci è permesso di trasgredirla, né di ag­
giungervi o togliervi nulla. Stando così le cose, chi oserebbe dire che noi
dobbiamo recitare l’orazione domenicale una sola volta al giorno; o se
anche la recitiamo più volte sino al momento della Comunione, poi non
si deve più ripetere nel rimanente della giornata, perché non potremmo
più dire: Dacci oggi, il nostro pane, avendolo già ricevuto; ovvero bi­
sognerebbe ammettere che ci si potrebbe forzare ad accostarci a quel sa­
cramento alla fine della giornata.
Resta ora ad intendere per pane quotidiano un pane spirituale, cioè
i precetti divini che ogni giorno dobbiamo meditare e adempiere. Di que­
sti precetti il Signore dice: Procuratevi il cibo che non perisce.19 Questo
cibo, poi, si chiama quotidiano finché questa vita temporale si svolge

77 Mt. 6,31.
78 Mt. 6,33.
79 Gv. 6,27.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 257

giorno per giorno. E difatti finché la nostra anima alterna gli affetti ora
in cose superiori, ora in cose inferiori, cioè, ora in cose spirituali ora in
cose carnali, simile a colui, che un giorno si pasce a sazietà, e un. altro
patisce la fame, ad essa è necessario un pane quotidiano col quale calmi
la sua fame e ripari le sue forze. Come il nostro corpo, prima che sia
arrivato allo stato immortale delPaltra vita, ha bisogno d’esser rifocil­
lato per mezzo del cibo, senza di cui si sente cadere in debolezza, così
l’anima nostra, prima di essere arrivata allo stato permanente dell’altra
vita, in cui non potrà esser più distolta dal suo unico oggetto, che è Id­
dio, ha bisogno di sostenersi ogni giorno contro la propria debolezza col
pane della verità.
Allorché, dunque, domandiamo a Dio che ci dia oggi questo pane,
gli domandiamo che ce lo dia durante questa vita, perché nell’altra sa­
remo eternamente saziati da un cibo che non si chiamerà pane quoti­
diano, perché nello stato immutabile dell’eternità non vi saranno più né
cambiamenti, né vicende di giorni. Come poi disse: Oggi se ascolterete
la voce di lui*0 che l’Apostolo, nella sua lettera agli Ebrei, interpreta:
Fino a tanto che si possa dire oggi,81 così qui si deve intendere in que­
sto senso, Dacci oggi. Se alcuno poi vuole interpretare queste parole nel
senso del vitto temporale necessario al corpo o del sacramento
dell’Eucaristia, bisogna che siano accettati tutti e tre i sensi insieme, cioè
che dobbiamo chiedere quel cibo quotidiano e necessario al corpo, quello
consacrato visibile, e quello invisibile della parola di Dio.

2) Quando dici: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, confess


d’essere un mendicante di Dio. Ma non arrossire: per quanto uno sia ricco
sulla terra, è sempre un mendicante di Dio. Il mendicante sta davanti
alla casa d’un ricco: ma anche lo stesso ricco sta davanti alla casa del
gran Ricco. Si chiede l’elemosina a lui ma la chiede anche lui. Se non
fosse nel bisogno, non busserebbe alle orecchie di Dio con la preghiera.
Ma di che cosa ha bisogno un ricco? Non ho paura di dirlo: un ricco
ha bisogno proprio del pane quotidiano. Perché mai ha abbondanza
d’ogni cosa, come mai, se non perché gliel’ha data Dio? Che cosa avrebbe,
se Dio ritirasse da lui la sua mano? Molti non si addormentarono forse
ricchi e si alzarono poveri? E se a lui non manca nulla, ciò non deriva

so Sai. 94,8.
81 Ebr. 3,13.
258 Il Padrenostro

dalla sua potenza ma dalla misericordia di Dio. Ma questo pane di cui,


carissimi, si riempie il ventre, con cui si ristora ogni giorno il corpo, que­
sto pane dunque voi vedete che Dio lo dà non solo a chi lo loda, ma an­
che a chi lo bestemmia, lui che fa sorgere il proprio sole sui buoni e sui
cattivi e fa piovere sui giusti e sugPingiusti.82 Se lo lodi, ti nutre; se lo
bestemmi, ti nutre lo stesso. Ti aspetta perché tu faccia penitenza; ma
se non ti cambierai, egli ti condannerà.
Poiché dunque questo pane lo ricevono da Dio i buoni e i cattivi,
non c’è forse un pane speciale richiesto dai figli, il pane di cui il Signore
diceva nel Vangelo: Non sta bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai
caniV3 Vi è certamente. Qual è questo pane? E perché si chiama
«quotidiano» anche questo? Il pane infatti ci è necessario: senza di esso
è impossibile vivere, senza panerò impossibile. È una sfacciataggine chie­
dere a Dio la ricchezza; non è una sfacciataggine chiedergli il pane quo­
tidiano. C’è una gran differenza tra ciò che è necessario alla vita e ciò
che serve a farci insuperbire. Tuttavia, siccome questo pane visibile e pal­
pabile vien dato ai buoni e ai cattivi, il pane quotidiano chiesto dai figli
è la parola di Dio, pane che ci viene distribuito ogni giorno. È il nostro
pane quotidiano; di esso vivono le menti, non i ventri. È necessario a
noi, ancora operai nella vigna: è il cibo, non la paga. All’operaio infatti
due cose deve dare chi lo prende a giornata e lo manda nella propria vi­
gna: il cibo perché non rimanga spossato, e la paga di cui si rallegri. Il
nostro cibo quotidiano su questa terra è la parola di Dio, che sempre
viene distribuita nelle chiese; la nostra paga dopo la fatica si chiama vita
eterna. D’altra parte se per questo pane nostro quotidiano s’intende quello
che ricevono i fedeli e riceverete anche voi dopo il battesimo, facciamo
bene a pregare e dire: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, affinché vi­
viamo in modo da non essere separati dall’altare.

3) Dacci i beni eterni, ma dacci [anche] i beni temporali. Ci hai pro


messo il regno, non ci negare il sostegno. Ci darai presso di te l’eterna
corona di gloria, dacci sulla terra il nutrimento temporale. Ecco perché
[diciamo] ogni giorno e anche oggi, cioè nel tempo presente. Allorché
questa vita sarà passata, chiederemo forse il pane quotidiano? Allora in­
fatti non ci sarà più bisogno di dire ogni giorno, ma solo oggi. Solo adesso

82 Mt. 5,45.
83 Mt. 15,26.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 259

diciamo ogni giorno, quando un giorno passa e ne viene un altro. Si dirà


forse ogni giorno, quando ci sarà un unico, eterno giorno? In verità que­
sta domanda del pane quotidiano si deve intendere in due sensi: sia per
la necessità del nutrimento carnale, sia anche per la necessità delPalimento
spirituale. Abbiamo necessità del cibo carnale per il sostentamento quo­
tidiano, senza il quale non possiamo vivere. È un sostentamento anche
tutto ciò che serve a coprirci e a vestirci; ma qui la parte è presa per il
tutto. Quando chiediamo il pane, con esso chiediamo tutto. I fedeli co­
noscono anche l’alimento spirituale, quello che vi accingete a conoscere
anche voi e siete in procinto di ricevere dall’altare di Dio. Sarà anch’esso
un pane quotidiano necessario alla vita presente. Riceveremo forse
l’Eucaristia quando arriveremo presso Cristo in persona e cominceremo
a regnare con lui in eterno? L’Eucaristia è dunque il nostro pane quo­
tidiano, ma dobbiamo riceverlo come ristoro non solo del corpo, ma an­
che dello spirito. La virtù propria di questo nutrimento è quella di pro­
durre l’unità, affinché, ridotti a essere il corpo di Cristo, divenuti sue
membra, siamo ciò che riceviamo. Allora esso sarà veramente il nostro
pane quotidiano. Ma anche ciò che vi spiego è pane quotidiano e così
anche le letture che ascoltate ogni giorno in chiesa è pane quotidiano e
l’ascoltare e recitare inni è pane quotidiano. Questi sono i sostegni ne­
cessari al nostro pellegrinaggio terrestre. Allorché saremo giunti nella pa­
tria, ascolteremo forse la Scrittura? [Allora] vedremo e ascolteremo lo
stesso Verbo [di Dio], lo mangeremo, lo berremo, come fanno gli angeli
adesso. Gli angeli hanno forse bisogno di libri sacri, di commentatori,
di lettori? Per nulla affatto. La loro lettura è la visione, poiché vedono
la Verità in persona e si saziano alla sorgente dalla quale noi riceviamo
solo delle gocce. Abbiamo dunque parlato del pane quotidiano, perché
in questa vita ci è necessaria questa petizione.

4) Questa domanda si può intendere in un solo senso, che cioè no


eleviamo questa preghiera per il vitto quotidiano affinché ne abbiamo
in abbondanza e, se non abbonda, almeno non ci venga a mancare. Dice
poi quotidiano per tutto il tempo che si dice oggi. Viviamo ogni giorno,
ci alziamo ogni giorno, ogni giorno ci sfamiamo, ogni giorno abbiamo
fame. Ci dia il pane per ogni giorno. Perché non dice: [Dacci] «anche
tutto ciò che serve per coprirci»? Il nostro vitto consiste nel cibo e nelle
bevande, ciò che ci serve per coprirci consiste nei vestiti e in un tetto.
Non si deve desiderare di più, dal momento che l’Apostolo dice: Nulla
260 Il Padrenostro

abbiamo portato in questo mondo né potremo portare via nulla; quando


perciò abbiamo da mangiare e da vestirci, accontentiamoci.84 Scompaia
la cupidigia e ricca sarà la natura. Se quindi la preghiera che facciamo
dicendo: Dacci oggi il nostro pane quotidiano si riferisce al vitto quo­
tidiano — poiché così può giustamente dirsi —, non dobbiamo stupirci
se con il termine di «pane» s’intendono tutte le altre cose necessarie. Allo
stesso modo quando Giuseppe invitò i propri fratelli: Questi uomini —
disse — mangeranno con me il pane.85 Perché avrebbero mangiato solo
il pane? Ma col termine «pane» s’intendevano tutti gli altri cibi. Così
quando domandiamo nella preghiera il pane quotidiano, domandiamo
tutto ciò ch’è necessario per il nostro corpo sulla terra. Ma che cosa dice
Gesù nostro Signore? Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e
tutte queste cose vi saranno date in più.86
Quando diciamo: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, possiamo
intenderlo molto bene anche dell’Eucaristia, il cibo quotidiano. I fedeli
infatti sanno che cosa ricevono ed è bene per loro ricevere il pane quo­
tidiano necessario a questa vita. Pregano per loro stessi di diventare buoni
e di perseverare nella bontà, nella fede e nella rettitudine della vita. Que­
sto si augurano, questo chiedono nella preghiera poiché, se non perse­
vereranno nella vita buona, saranno separati da quel pane. Che significa
dunque: Dacci il nostro pane quotidiano? «Cerchiamo di vivere in modo
da non essere separati dal tuo altare». Anche la parola di Dio che vi si
spiega ogni giorno e in un certo modo vi viene spezzata, è un pane quo­
tidiano. E come di quell’altro pane ha fame il ventre, così di questo ha
fame lo spirito. Anche questo dunque domandiamo con semplicità; e tutto
ciò ch’è necessario all’anima e al corpo in questa vita è incluso nel pane
quotidiano.

X. S an ta T eresa di G esù 87

Il buon Gesù, come già ho detto, vede che è molto difficile osser­
vare ciò che Egli ha promesso a nome nostro al Padre; conosce la nostra
debolezza per cui spesso fingiamo di non comprendere quale sia la vo­

84 1 Tim. 6,7.
85 Gen. 43,16.
86 Mt. 6,33.
87 Camino de perfección, cc. 33-35. Tr. it., cit., pp. 171-177.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 261

lontà di Dio. Ma vedendo, nella sua bontà, che è sommamente impor­


tante e vantaggioso per noi, osservare quanto ha promesso, decide per­
ciò di venirci in aiuto. Infatti osservare tutto è difficile. [...] Perciò, ve­
dendo il buon Gesù il nostro estremo bisogno del suo aiuto, escogitò un
mezzo mirabile per dimostrarci il suo amore immenso, e in nome suo
e dei suoi fratelli pregò: «dacci oggi, o Signore, il nostro pane quoti­
diano». Per amor di Dio, o sorelle, cerchiamo d ’intendere bene ciò che
il buon Maestro domanda. La nostra vita spirituale ne riceverebbe grave
danno, se noi prendessimo le cose superficialmente; non fate conto di
ciò che finora avete dato al Signore, perché dovete ricevere ancora da
Lui una grande grazia.
Ecco il pensiero (può darsi ce ne siano altri migliori) che m ’è ba­
lenato alla mente. Il buon Gesù vide che quanto aveva promesso a nome
nostro era di grande nostro vantaggio, ma d’altra parte importava serie
difficoltà, dovute alle cattive inclinazioni, alle bassezze di questa terra
e al nostro debole coraggio e scarso amore. Constatò la necessità di ec­
citarci, mettendoci sotto gli occhi il suo amore, e ciò non una volta sola,
ma tutti i giorni, perciò dovette prendere la risoluzione di rimanere sem­
pre con noi. Ma siccome la cosa era d’una importanza eccezionale, volle
che venisse dalla volontà dell’Eterno Padre. [...] Comprendeva inoltre
che con questa supplica chiedeva una grazia immensamente più grande
delle precedenti, perché prevedeva già fin d’allora la morte dolorosa che
gli avrebbero inflitta e i disonori e gli oltraggi che avrebbe dovuto soffrire.
Ma, o Signore, qual è il padre che dopo averci dato suo figlio, e
un tale figlio, vedendolo così oltraggiato, potrebbe acconsentire che ri­
manesse ancora in mezzo a noi per soffrire ogni giorno? Certamente nes­
sun altro, o Gesù, che il vostro! E Voi sapevate a chi rivolgevate le vo­
stre domande! [...] Ma voi, o Eterno Padre, come avete potuto accon­
sentire? Perché avete voluto che vostro Figlio fosse ogni giorno in balia
di gente così perversa come noi? Già una volta l’avete voluto, accon­
sentendo alle sue suppliche, e avete visto come fu maltrattato. Come può
il vostro amore paterno permettere che ogni giorno (sì, ripeto, ogni giorno)
venga esposto a tanti oltraggi? Oh! quanti se ne fanno oggi a questo San­
tissimo Sacramento! In quante mani nemiche lo dovete vedere, o Padre!
Quante irriverenze da parte degli eretici!
Oh, Eterno Signore! E perché avete accolto la sua domanda? Come
avete potuto esaudirla? Non lasciatevi abbagliare dal suo amore per noi,
perché Egli pur di compiere perfettamente la vostra volontà e giovare
a noi, si lascerebbe anche fare a pezzi ogni giorno. Poiché vostro Figlio
262 Il Padrenostro

non può essere trattenuto da nulla, tocca a Voi, o Signor mio, porre ri­
medio. Perché tutto il bene che ci viene dev’essere sempre a sue spese?
Siccome sopporta tutto, non parla mai per se stesso, ma sempre solo per
noi, non vi è nessuno che prenda le difese di questo amatissimo Agnello?
Ho ammirato ancora che solo in questa petizione ripete le medesime pa­
role. Infatti dice prima e chiede che questo pane ci venga dato ogni giorno
e poi ripete: «daccelo oggi, o Signore» e ripete anche il nome di suo Pa­
dre. Con questo intende dirgli che avendocelo dato una volta ed abban­
donatolo alla morte per noi, ci appartiene e quindi non ce lo tolga più
fino alla fine del mondo e che ogni giorno ce ne lasci approfittare. [...]
Oh, Eterno Padre, quanto dev’essere meritoria questa sua umiltà!
Ma con quale tesoro possiamo noi comperare vostro Figlio? Sappiamo
che fu venduto per trenta denari, ma per comprarlo non vi è mezzo che
sia sufficiente. In questa preghiera Egli si fa una cosa sola con noi, avendo
assunta la nostra natura; ma come padrone della sua volontà, ricorda
al Padre che anch’Egli ne può disporre a proprio arbitrio e intende darla
a noi; perciò dice: «pane nostro». Non fa alcuna differenza tra Sé e noi.
Ma noi purtroppo la facciamo quando ci rifiutiamo di darci a Lui ogni
giorno.
In questa domanda, dicendo: «ogni giorno», sembra che il Signore
intenda dire per sempre. Stavo pensando: perché dopo aver detto «ogni
giorno» aggiunge ancora «daccelo oggi, o Signore»? Ed ecco ciò che mi
venne in mente. Questo pane è nostro ogni giorno, perché lo possediamo
non solo qui in terra, ma lo possederemo pure in cielo, se ora sappiamo
approfittare della sua compagnia. Egli infatti non rimane con noi che
per aiutarci, animarci e sostenerci, affinché, come abbiamo detto, si com­
pia in noi la volontà del Padre.
Dicendo «oggi» mi sembra che sia per un giorno, ossia per la du­
rata di questo mondo e non più. [...] Suo Figlio infatti gli dice: «giacché
il mondo dura non più di un giorno, permettimi di stare in schiavitù».
Il Padre ce lo diede e lo inviò nel mondo per sua propria volontà; ora
per sua propria volontà il Figlio non ci vuole abbandonare, ma desidera
rimanere con noi. [...] Pane sacratissimo per sempre. Ci ha dato come
nutrimento questa preziosissima manna delPumanità, che noi troveremo
ogni qualvolta cercheremo, per cui se moriamo di fame è unicamente per
colpa nostra. L ’anima che desidera intensamente nutrirsi di questo cibo,
troverà nel SS.mo Sacramento diletto spirituale e consolazione [...].
Voi, figliuole mie, unitevi a Gesù per chiedere al Padre che vi lasci
per oggi il vostro Sposo e che non vi lasci senza di Lui fino a tanto che
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 263

siete in questo mondo. [...] Supplicatelo che non ve ne lasci mai prive,
e che vi conceda la grazia di poterlo sempre ricevere degnamente. Quanto
all’altro pane, se vi siete veramente abbandonate alla volontà di Dio, du­
rante l’orazione non preoccupatevene affatto. Avete da trattare cose as­
sai più importanti. Vi sono altri tempi in cui dovete lavorare e guada­
gnarvi di che vivere; ma anche allora fatelo senza preoccupazione. Il corpo
lavori, perché è bene che vi guadagnate il necessario per vivere, ma l’anima
se ne stia in riposo. Come già vi ho detto diffusamente, lasciate la cura
di queste cose al vostro Sposo che non vi verrà mai meno. [...] Noi, in­
vece, chiediamo all’Eterno Padre che ci conceda di poter ricevere il no­
stro Pane Celeste in modo che, pur non avendo la felicità di poterlo mi­
rare cogli occhi del corpo, lo possiamo almeno contemplare con quelli
dell’anima a cui si dia a conoscere. Questo è un cibo che ha in sé ogni
diletto e soavità e che sostenta veramente la vita [...].

XI. C atechismo R o m ano 88

1. Il motivo di questa supplica


Domandiamo le cose di cui abbiamo bisogno per vivere; e questa
nostra necessità è tanto più grande dal momento che il peccato originale
ci ha posti in una condizione di vita ben diversa da quella dei nostri pro­
genitori.
Sebbene infatti anche Adamo, pur nello stato di innocenza, avesse
bisogno di cibo per conservare le energie fisiche, tuttavia non gli erano
necessari né vestiti per coprirsi, né casa per abitarvi, né armi per difen­
dersi, né medicine per le malattie, né tante altre cose divenute poi in­
dispensabili alla natura decaduta. A tutte le esigenze provvedeva am­
piamente il frutto dell’albero della vita piantato per lui in mezzo al pa­
radiso. Né Adamo avrebbe dovuto trascorrere la vita nell’ozio. Dio, in­
fatti, l’aveva posto nel paradiso perché lavorasse; non si trattava di un
lavoro gravoso e stancante, bensì di una gradita e agevole occupazione
cui corrispondeva sempre il felice e dolce frutto della terra feconda. Il
lavoro di Adamo era sempre coronato di abbondanti raccolti e la terra
non deludeva mai le sue speranze.

88 IV, V, 1-23. Tr. it., cit., pp. 436-441.


264 Il Padrenostro

Cacciate dal paradiso a motivo del peccato, le generazioni umane


furono private dell’albero della vita e condannate alla fatica di un gra­
voso lavoro.89 [...] La situazione veniva così a rovesciarsi e noi, dopo
il peccato, fummo costretti a vivere in condizioni di dura rovina. Tanto
più dura in quanto molto spesso le più gravi fatiche, le più ingenti spese
e i sudori più faticosi non danno frutto alcuno per la sterilità del ter­
reno, le intemperie, la siccità o le malattie delle piante che annullano il
lavoro di stagioni e di anni; il che è dovuto al peccato, a motivo del quale
Dio ritira le sue benedizioni fecondatrici dalle nostre povere e inefficaci
fatiche. È la condanna di Dio: Con il sudore del tuo volto mangerai il
pane,90
La vita è veramente dura e immense le sue necessità, aggravate da
sempre nuove colpe. Ogni nostra speranza e ogni sforzo umano sono inu­
tili e vani se Dio non li accompagna con la sua benedizione.91 [...] La
vita quindi, anche se dipende dalle cose terrene, è in ultima analisi tutta
nelle mani di Dio. Di qui la necessità di rivolgerci al Padre che sta nei
cieli e implorare da Lui, con i beni soprannaturali, anche i beni terreni.
[...] Questa implorazione di aiuto ci sarà più facile in quanto sappiamo
di rivolgerci a Colui che è felice di ascoltare la voce dei figli; a Colui che,
nel suggerire la domanda, promette di esaudirla con l’abbondanza dei
suoi doni; nel comandare la preghiera insegna il modo di farla; inse­
gnando, esorta; esortando, spinge e spingendo ci assicura; assicurandoci
genera la speranza di essere certamente esauditi.92

2. Il nostro pane quotidiano...


Nella Scrittura il pane ha due significati: innanzitutto, esso indica
il cibo materiale e tutto ciò che è necessario alla conservazione della vita
del corpo; in secondo luogo, tutti i doni di Dio indispensabili alla vita
spirituale, alla salute e alla salvezza delPanima.93
È costante dottrina della Chiesa che, con questa supplica, noi chie­
diamo a Dio tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la vita terrena. Af­
fermare che il cristiano non deve occuparsi delle necessità materiali e che
quindi i beni terreni non possono essere oggetto della nostra preghiera,

89 Cfr. Gen. 3,17-19.


90 Gen. 3,19.
91 Cfr. 1 Cor. 3,7; Sai. 126,1.
92 Cfr. Mt. 7,9-11.
93 Cfr. Gen. 14,17; Sir. 11,1; Le. 14,15.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 265

è contrario non solo alPinsegnamento della Chiesa e alla dottrina una­


nime dei Padri, ma contrasta con la Scrittura stessa che ci presenta in­
numerevoli esempi di preghiere per la vita terrena.94 [...] È chiaro quindi
che, domandando il pane quotidiano, noi chiediamo ciò che è necessario
alla nostra vita di quaggiù; [...] noi non chiediamo a Dio abbondanza
di ricchezze o cibi squisiti o vestiti lussuosi, ma la quantità sufficiente
e la qualità conveniènte al nostro stato.95 [...]
Questa frugalità e parsimonia viene espressa anche dalla parola
«nostro», che associamo alla richiesta del pane. Con essa, infatti, si in­
dica che attendiamo da Dio ciò che ci è necessario e non quello che ci
può servire a gioie o lusso o sfoggio superfluo. E lo chiamiamo «nostro»
nel senso appunto che ci è indispensabile e non perché ce lo possiamo
procurare senza P aiuto di Dio.96 [...] Il pane che chiediamo è detto
«nostro» anche perché lo chiediamo alla provvidenza di Dio con pieno
diritto e lo possiamo acquistare in modo giusto con il nostro lavoro; ciò
esclude che ce ne impossessiamo con ingiustizia, con furto, con frode
e altri crimini.97 [...] Perciò non chiediamo soltanto di poter avere e di
poterci servire di ciò che lecitamente abbiamo acquistato col nostro su­
dore o col nostro ingegno, aiutati dalla grazia di Dio; ma domandiamo
anche che Dio ci elargisca retto discernimento e sano giudizio al fine di
usarne con saggezza per il nostro bene e per quello altrui.
Il concetto di frugalità, cui si è sopra accennato, è ribadito anche
dalPaggettivo «quotidiano»: ciò che è necessario alla giornata. Non è in­
fatti nelP ordine della provvidenza che noi ricerchiamo abbondanza di
vivande e di beni, varietà e raffinatezza di cibi; il cristiano deve essere
contento di ciò che può soddisfare il bisogno. Il superfluo, la ricerca­
tezza, la squisitezza dei cibi, delle pietanze, dei vini ecc. non si addicono
ai figli di Dio.98 [...]
Oltre al pane terreno che Dio, Padre buono, dispensa ogni giorno
a tutti i suoi figli, ai fedeli e agli infedeli, ai giusti e agli ingiusti, Puomo
ha bisogno anche di un pane spirituale. Anche questo chiediamo a Dio
nella preghiera. Esso designa tutto ciò che in questa vita ci è necessario
per la salute dello spirito, per Pintegrità delP anima e per la salvezza eterna.

94 Cfr. Gen. 28,20-22; Prov. 30,8; Mt. 24,20; Giac. 5,13; Rom. 15,30.
95 Cfr. 1 Tim. 6,8; Prov. 30,8.
96 Cfr. Sai. 103,27-28; 144,15.
97 Cfr. Sai. 127,2; Dt. 28,8.
98 Cfr. Is. 5,8; Qo. 5,9; 1 Tim. 6,9.
266 Il Padrenostro

Pane dell’anima è innanzitutto la parola di D io." [...] Gesù è que­


sto pane, cibo dell’axiima: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.100 [...]
In modo del tutto speciale, poi, Gesù è pane sostanziale nel sacramento
delPEucaristia, pegno ineffabile d ’amore che Egli ci lasciò prima di ri­
tornare al Padre. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora
in me e io in lui; Prendete e mangiate; questo è il mio c o rp o 101 Gesù
eucaristico è nostro pane in quanto appartiene solo ai cristiani e, fra que­
sti, a coloro che purificati dai loro peccati nel sacramento della Peni­
tenza ricevono la divina Eucaristia con santità e devozione. Ed è pane
quotidiano perché ogni giorno nella Chiesa viene offerto in sacrificio e
distribuito alle anime e ogni giorno dovremmo riceverlo come nostro cibo
o vivere almeno in modo da poterlo ricevere. A coloro che, con falso
e pericoloso rigorismo, vorrebbero allontanare le anime dall’Eucaristia
per lunghi intervalli di tempo sant’Ambrogio giustamente risponde: «Ma
se è quotidiano il pane, perché mangiarne solo una volta all’anno?».102

3. ... dacci oggi


Quando chiediamo al Signore di darci il nostro pane quotidiano in­
tendiamo fare atto di fede nella onnipotenza divina, nelle cui mani stanno
tutte le cose103 e da cui solo dipende la nostra vita. Con ciò noi depo­
niamo ogni pensiero d ’orgoglio. Non c’è infatti che il volere di Dio, che
tutto possiede e tutto può concedere. Pertanto anche i ricchi hanno
l’obbligo e la necessità di chiedere a Dio ciò di cui hanno bisogno. Se
essi infatti abbondano effettivamente di ogni cosa è perché le hanno ri­
cevute da Dio e quindi devono supplicare il Signore di non togliere loro
quel che hanno.104
[...] La forma plurale «dacci», in luogo della singolare «dammi»,
sta a significare la sollecitudine della carità cristiana che pensa alla ne­
cessità altrui più che alla propria, all’interesse degli altri più che a quello
personale. A ciò va aggiunto il fatto che, quando Dio ci concede i suoi
beni, Egli non lo fa perché essi servano egoisticamente a noi soli, ma per­
ché ce ne serviamo per il bene e per la carità verso i fratelli più poveri.

99 Cfr. Prov. 9,5; Am. 8,11.


100 Gv. 6,51.
101 Gv. 6,56; Mt. 26,26.
102 O.c., V, 4,25.
103 Sai.’ 23,1; 94,4; cfr. Est. 13,9.
104 Cfr. 1 Tim. 6,17.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 267

[...] La parola «oggi» ricorda la nostra comune infermità. Non pos­


siamo infatti illuderci di poter provvedere col nostro lavoro a una lunga
vita, quando nemmeno sappiamo se essa potrà giungere fino a domani.
Perciò Dio vuole che non ci fidiamo troppo non solo del domani, ma
nemmeno dell’oggi, facendo dipendere la giornata dal suo beneplacito
e dai doni della sua divina provvidenza. Anche in ciò il Padre nostro si
rivéla una preghiera veramente universale perché tutti, nessuno escluso,
siamo ogni giorno nelle mani di Dio, in balìa del suo supremo volere.

XII. D. B o nhoeffer 105

Finché i discepoli sono in terra non dovranno vergognarsi di chie­


dere al loro Padre celeste i beni della vita corporale. Colui che ha creato
gli uomini in terra vuole mantenere e proteggere il loro corpo. Non vuole
che la sua creazione divenga disprezzabile. È il pane comune che i di­
scepoli chiedono. Nessuno lo tenga per sé solo. Essi pregano pure che
Dio conceda a tutti i suoi figli su tutta la terra il pane quotidiano; infatti
sono i loro fratelli corporali. I discepoli sanno che il pane che cresce in
terra viene dall’alto ed è solo dono di Dio. Perciò non si prendono il pane,
ma lo chiedono. Poiché è pane di Dio, perciò viene ogni giorno di nuovo.
I seguaci non chiedono provviste, ma chiedono oggi il dono quotidiano
di Dio, che permette loro di vivere in comunione con Gesù e per il quale
possono glorificare la mite bontà di Dio. In questa preghiera viene pro­
vata la fede dei discepoli, nell’opera viva di Dio in terra per il loro bene.

XIII. R. G u a r d in i 106

1. Il pane quotidiano
Siamo dinanzi a quella richiesta della preghiera del Signore, in cui
la fiducia dell’uomo — bisognoso di tutto — nel Dio benevolo si esprime
schiettamente e suona così: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano!».
Prima di approfondirne il contenuto, vogliamo esaminare il testo.
Vi è una parola, il cui significato non è completamente chiaro, tanto che

105 Nachfolge. Tr. it., cit. , p. 146.


106 Gebet und Wahrheit. Tr. it., cit., pp. 125-141.
268 Il Padrenostro

vien tradótta anche in vari modi. Ciò che noi rendiamo con la parola
«quotidiano», in greco si dice έπιούσιος e nel Nuovo Testamento ricorre
solo in questo punto. Alcuni traduttori gli danno un senso riguardante
il tempo e dicono che significhi il pane «per il giorno appresso»; cosic­
ché colui che prega oggi, invocherebbe da Dio di concedergli ciò che nu­
trirà la sua vita anche domani, liberandolo in tal modo dalla preoccu­
pazione per Pimmediato futuro. Altri traducono: dacci anche oggi il pane
che ci nutre «ogni giorno»: così il testo latino, e corrispondentemente
quello italiano. Altri ancora vedono nella parola una determinazione di
qualità e intendono ciò che è conforme e proporzionato, essenziale, ne­
cessario. Cosicché si pregherebbe per avere il pane che per noi è «giusto»,
e ci fa bene. Infine vi è ancora una quarta interpretazione, in relazione
con il pensiero giovanneo e con il mondo del mistero. Essa parte
dall5elemento che viene dalla parola greca ουσία , essenza, sostanza, e in­
tende la parola nel senso di «sovraessenziale, sovrasostanziale», che su­
pera tutto ciò che è naturale. Si intenderebbe perciò il pane delPEuca-
restia, che, come Gesù dice, è «il pane vero che discende dal cielo».107
Comunque sia, in ogni caso, da questa preghiera emerge la figura
del Padre come quella del grande padrone di casa che governa il suo
mondo e si preoccupa per i suoi, affinché — quando lo pregano con fi­
ducia di elargire loro il necessario — si sentano certi di essere esauditi.
[...] Gesù, che è pienamente consapevole dell5amore e della potenza di
suo Padre, esorterebbe: Andate da lui e pregatelo di darvi ciò che vi oc­
corre; Egli ve lo darà.
Ora vogliamo penetrare più in profondità e chiederci che cosa, al­
lora, si possa intendere con la parola «pane». [...]
Anzitutto la forma fondamentale del cibo; ciò che viene preparato
con il frutto del campo. Pertanto «pane» e «mangiare il pane» nel Nuovo
Testamento hanno un significato più ampio, e significano semplicemente
il pasto. [...] Ma poi vediamo come il significato della parola si ampli­
fichi. Ricordiamo ciò che racconta Giovanni nel sesto capitolo del suo
Vangelo. Gesù ha dato da mangiare agli affamati nel deserto, poi si è
ritirato nella solitudine e infine, attraversando il lago, è andato a Ca­
farnao.108 Frattanto la gente è corsa là ed Egli dice: «Voi mi cercate non

107 Gv. 6,32.


108 Gv. 6,1-21.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 269

perché avete veduto miracoli» — completa: ed essi compresero — «ma


perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati»,109 e questo, secondo
voi, dovrebbe ripetersi. Non siate solleciti per un cibo così terrestre! C’è
un altro cibo, che non è di questa terra, ma «discende dal cielo e dà la
vita al mondo».110 Quello è il vero pane — e poi viene la frase inaudita:
«Io sono il pane della vita!»111.
Con questo, anzitutto si intende che Egli sazia il vivo desiderio umano
della verità: «Chi viene a me non avrà fame», cioè non resterà inappa­
gato «e chi crede in me non avrà mai sete».112 [...] Ma il suo messaggio
prosegue ancora e annunzia una cosa ancor più grande, che supera, ap­
parentemente, il limite della ragione e della moderazione: Egli dice: «Io
sono il pane vivente disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vi­
vrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, per la vita del
mondo!»113 Gli uditori si sdegnano: «Discutevano, allora, tra loro, i
Giudei, dicendo: ‘Come può costui darci la sua carne da mangiare?’114
Ma Egli ripete, sottolineando le sue parole: ‘In verità, in verità, vi dico:
se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue,
non avrete in voi la vita... Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
dimora in me, e io in lui’».115 [...] Il messaggio del pane e della sua ab­
bondanza si completa là dove la vita eterna appare sotto l’immagine di
un banchetto.116 [...] Il mistero del banchetto eterno, in cui si completa
quello dell’Eucarestia [...].
Se dunque il Signore, attraverso la sua preghiera, ci dice di andar
dal Padre e di pregarlo di darci il pane di cui abbiamo bisogno, questo
«pane», da semplice cibo sulla tavola domestica, giunge ad essere il sim­
bolo del mistero dell’eterna comunione con Dio.
Dobbiamo tuttavia renderci conto anche di un’altra cosa che tra­
scuriamo volentieri. Si è applicata la domanda per il pane quotidiano
a tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per poter costruire una vita ricca

i» Gv. 6,1-21.
11° Gv. 6,27-33.
Gv. 6,35a.
”2 Gv. 6,35b.
“3 Gv. 6,51.
“4 Gv. 6,52.
115 Gv. 6,53.56.
116 Cfr. Ap. 19,9; 3,20.
270 Il Padrenostro

alla lettera, sentiamo in essa uno spirito di modestia, anzi di povertà,


tanto che potremmo pensare che, a dir il vero, sia solo il povero chi a
e feconda. Era giusto? Quando udiamo la preghiera, così come suona
buon diritto può recitare questa preghiera. [...] È inquietante: che pen­
sare, allora, dei nostri averi? della ricchezza della vita? E non di quella
cattiva, guadagnata disonestamente, ma anche di quella onesta? È que­
sta la situazione in cui possiamo recitare con piena fiducia il Padre no­
stro? Poniamoci pure la domanda; e riflettiamo per una volta ad al­
meno una — se non a tutte — le sue conseguenze: che il cristiano può
possedere, stando a Gesù, solamente quanto gli permette di pregare il
Padre con la coscienza a posto...
Da quanto abbiamo detto, quella frase del Padre nostro insegna che
la nostra vita deve esser costruita sulla preghiera per la quale Dio può
concedere ciò che gli chiediamo; e sul ringraziamento per quanto ci è stato
concesso; e questo, per noi moderni, non è facile a comprendere. L’im­
magine del mondo delineata dalla Sacra Scrittura vede l’essere sempli­
cemente nelle mani di Dio. Essa non sa nulla delle leggi della natura, ma
per essa, tutto ciò che accade, proviene direttamente dalla Sua iniziativa.
Se piove, è Lui che benedice i campi. Se gli animali mangiano, è Lui che
ha dato loro il nutrimento. Se ad un uomo capita qualcosa di grave, è
una prova del Signore del mondo. Se le cose gli vanno bene, è Lui che
per grazia ha così disposto. Questo modo di vedere le cose trova un pa­
rallelo nella interpretazione della storia. Se un sovrano dell’Antico Te­
stamento vuole render noto ciò che è avvenuto sotto il suo regno, la sua
iscrizione dice press’a poco così: «Io ho costruito questa e quest’altra
città e le ho circondate di mura». Coloro che hanno in realtà costruito
sono i suoi ingegneri e i suoi schiavi; egli ha solo dato gli ordini. Ma nel
quadro di questa situazione di dominio, si eliminano le cause interposte;
e dal sovrano che comanda alla città che sorge, vi è un rapporto diretto.
Il che qui vale a dire: il credente trova logico rivolgersi con la preghiera
a Colui che mantiene e opera direttamente ogni cosa [...].
Ma poi il mondo si è sciolto da quel rapporto immediato con le di­
sposizioni divine. Si è formato il concetto delle leggi naturali, il mondo
si è ridotto a una catena di influssi causativi che si rincorrono; e l’uomo,
che prima apparteneva, per così dire, al diretto governo di Dio, ha preso
coscienza della sua indipendenza e della sua responsabilità. Ora era più
difficile dire che Dio volesse dare ciò che, per l’esperienza quotidiana,
pareva risultare dalla struttura del mondo. Anzi, la nuova consapevo­
lezza — come sempre accade nelle esperienze nuove — peccò d ’eccesso.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 271

Il mondo venne dichiarato ‘autarchico’, autosufficiente, e l’uomo


‘autonomo’, padrone di se stesso e del mondo.
Perciò la preghiera perdette la sua ragion d’essere, poiché l’uomo
incominciò a pensare: pregare: e perché? Il mondo appartiene a me! O
a nessuno, e mi appartiene nella misura in cui lo posso conquistare! Sorse
un concetto, che sembrò dare la giustificazione morale: l’idea moderna
del lavoro. In luogo della preghiera dell’uomo e del dono di Dio, il la­
voro autonomo, la cui fatica dà il suo rendimento in un rapporto cal­
colabile. Sembrò che ormai non vi fosse più posto per la preghiera. Con
ciò scomparve naturalmente anche qualcosa d’altro, vale a dire il rin­
graziamento. [...] Così, in luogo del ringraziamento, nacque la consa­
pevolezza del lavoratore che il lavoro si fosse svolto come doveva e che
il rendimento corrispondesse all’aspettazione.
La vita divenne dura, e non può essere altrimenti là dove vigono
soltanto il diritto e il calcolo. E vi si insinuò una profonda falsità; poi­
ché non è vero che l’esistenza dell’uomo consista solamente o soprattutto
di prestazione e di rendimento. Con quale esperienza cresce il bambino
— premesso naturalmente che i genitori lo amino e abbiano la vera for­
mazione del cuore? Egli si sente circondato dalle loro cure; sa che tutto
ciò che ha viene da loro e che, se ha bisogno di qualche cosa, può pre­
garli; e deve ringraziarli, se glielo danno. Questa è la situazione origi­
naria in cui viene a trovarsi la giovane vita, ed influisce su tutta l’esistenza.
Noi riceviamo sempre e continuamente dagli uomini: l’amico
dall’amico; coloro che sono uniti nell’amore, l’uno dall’altro. Riceviamo
sempre dalle circostanze della vita, secondo come si dispongono attorno
a noi. Ma fin da prima ciascuno ha ricevuto la capacità di lavorare e di
fare. La lingua parla dei ‘talenti’ di un uomo; dei ‘doni’ che fanno il
suo carattere particolare e la sua forza. Certo, egli lavora e fa; ma le forze
con cui egli agisce, anche le più sue e personali, le più originarie, le più
creative, gli sono date. Per non dire che la sua stessa esistenza non è au­
tonoma, ma è stata creata e generata.
[...] Cerchiamo dunque di essere nella verità quando preghiamo:
«Signore, ti ringrazio che io possa esistere!». Ciò diventa difficile se
l’esistenza pesa; tuttavia poter essere, respirare, pensare, amare, agire
è dono e quindi bisogna ringraziare. Ciò rende liberi e reali. Quanto più
sinceramente e profondamente lo facciamo, quanto più ci riesce di in­
cludere nel ringraziamento anche le cose gravose, amare, incomprensi­
bili; tanto più profondamente si acquisisce, a fondamento dell’esistenza,
il senso della libertà.
272 Il Padrenostro

2. La provvidenza
[...] La frase del Padre nostro ci presenta Pimmagine del Padrone
del mondo; di Dio, che tiene lo sguardo vigilante su coloro che abitano
nel mondo da lui creato e dà loro ciò di cui hanno bisogno. L’immagine
ci rammenta il pensiero, a Gesù tanto caro, e che Egli ha annunziato con
tanta forza, della Provvidenza. I due insegnamenti — quello del Padre
nei cieli, che spezza il pane ai suoi, e quello della Provvidenza di questo
medesimo Padre — sono fra loro in stretto rapporto: e così non è un
caso che essi trovino la loro più pura espressione nel medesimo contesto
biblico, cioè nel Discorso della Montagna [...]. Il messaggio della Prov­
videnza annunziato da Gesù, è in relazione alla domanda che ogni cuore
umano si deve porre: come avvengono le cose della vita, in che rapporto
stanno le une con le altre e quale sia il senso di questo rapporto. Il mes­
saggio è stato interpretato in diversi modi; prendiamone in esame due,
che potrebbero più degli altri illuminarci.
Uno dice: Dio ha ordinato tutto secondo la verità. Ha dato a cia­
scun essere la sua essenza: all’essere inanimato come all’essere animato,
alla pianta, all’animale e all’uomo. Ogni sfera sta nel suo ordine e i di­
versi ordini sono concatenati fra di loro. La connessione poi di tutti co­
stituisce la sapienza dell’universo. Se l’uomo comprende ciò, lo accetta
e vi si abbandona, allora vive nella Provvidenza. Perciò ‘Provvidenza’
significa la struttura, fondata da Dio, dell’esistenza; e quanto più pro­
fondamente l’uomo vive nella Provvidenza, tanto meglio comprende que­
sta struttura e con tanta maggior fiducia vi si affida... Un pensiero bello
e solenne [...]. Ma è questo che Gesù intende? Francamente no; vi manca
l’essenziale, cioè la cura del Padre per il singolo uomo, per cui ciascuno
di noi può dire: per me. In quel concetto l’uomo yiene posto in un or­
dine impersonale, che è, sì, giusto, ma non è quello con cui il messaggio
di Gesù tocca così profondamente il cuore dell’uomo; poiché Egli non
dice: il Padre vuol bene alle sue creature; bensì: Egli fa oggetto del suo
amore te.
L ’altra interpretazione è il contrario e dice: ‘Provvidenza’ significa
che il Dio amorevole, che tutto sa e può, è volto personalmente ad ogni
singolo uomo. Se questi va da lui fiducioso e gli dice: «Padre, io ho bi­
sogno di questo», Egli glielo dà, semplicemente, al di sopra di tutti gli
ordini naturali, e il miracolo fa parte in modo ovvio dell’esistenza del
credente... È l’atteggiamento del bambino, come pure quello di una pietà
completamente maturata e purificata, e sembra realizzare con genuina
semplicità ciò che intende Gesù. Ma ad un esame più attento, si vede che
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 273

esso non prende abbastanza sul serio qualche cosa che è pure importante,
cioè la verità che Dio ha posto nelle cose. Questa non può venir messa
da parte, per quanto con pie intenzioni.
Se vogliamo cogliere il significato pieno del Vangelo, dobbiamo cer­
care ancora. Ciascuna delle due interpretazioni ha la sua importanza: è
vero che in ogni essere ed avvenimento vi è la saggezza del Creatore, so­
stanza e legge, altrimenti regnerebbe il caos — come pure è vero che il
credente è figlio di Dio e può rivolgersi al Padre semplicemente con le
sue domande, altrimenti il suo non sarebbe un rapporto di devozione.
Ma occorre ancora qualcosa d’altro, che dia soddisfazione al modo in
cui la volontà di Dio agisce nell’uomo, altrimenti tutto diviene filosofia
o favola. Ascoltiamo che cosa dice il testo decisivo del Vangelo di Mat­
teo: «Non v’affannate, dunque, e non dite: che cosa mangeremo? — o
— che cosa berremo? — o — di che ci vestiremo? —. Di tutto questo
si preoccupano i pagani, ma il vostro Padre celeste sa che avete biso­
gno di tutte queste cose. Cercate anzitutto il suo regno e la sua giusti­
zia, e tutte queste cose vi saran date in più».117 Ora, qualcuno potreb­
be replicare: Ma è una favola! La storia del paese della Cuccagna, so­
lo raccontata in modo più moderato, più tranquillo, più pio. E dove
vanno a finire la legge naturale e l’ordine delle cose con la loro gra­
vità?...
Per quanto riguarda la legge naturale, ci sia permessa una piccola
osservazione. L’averla scoperta e l’avervi validamente speculato sopra
è un grandissimo progresso dei tempi moderni. Si è così saputo come
avvengono i processi della natura e si avanza costantemente in questa
conoscenza. Ma il significato particolare dato a queste leggi viene da fonti
molto umane. Esse hanno, cioè, dovuto essere, in parte, elaborate con­
tro la resistenza oscura del credente; così al sentimento con cui l’uomo
dei tempi moderni guarda alla legge e alle scienze naturali, si è fram­
mischiato qualcosa di poco buono: nel campo della ricerca una ostilità
contro la fede; da parte dei credenti una diffidenza verso la scienza. Sì,
nel concetto della natura stessa, nel modo in cui vien sentita, si è insi­
nuato qualcosa di poco buono. In coloro che lavorano per la ricerca,
un’altera intolleranza, come se dalla scienza soltanto venisse l’ordine
chiaro, forse rigido ma sempre vero; nel mondo della fede vi fosse in­
vece qualcosa di nebuloso e di immaturo. Nei fedeli questa accusa ha

117 Mt. 6,31-33.


274 Il Padrenostro

provocato qualcosa di altrettanto spiacevole: una diffidenza verso la na­


tura stessa; un’avversione alle sue leggi; un sentimento, come se in essa
si trattasse di qualcosa che non ha nessuna relazione con Dio; una specie
di desiderio di umiliarla e di schiacciarla. Questa è Forigine anche di quel
singolare concetto del miracolo secondo cui esso consisterebbe in una
‘sospensione delle leggi della natura’, come se queste provenissero da qual­
che istanza straniera, che contendesse a Dio il suo dominio, mentre esse
sono opera sua, espressione della sua volontà di verità. Quando Dio agi­
sce così, non annulla nessuna verità, non fa sì che due e due facciano
cinque, ma assume una verità più piccola al servizio di una più grande.
Le leggi naturali appartengono a Dio e sono immagini della sua sapienza;
così la fede deve vivere in pace con loro, espressione del fatto che il me­
desimo Dio che dà la Rivelazione, ha dato anche le leggi naturali. Ten­
tiamo, in questo spirito, di comprendere più profondamente la Prov­
videnza.
Ma la vita, come si svolge? Nella vita di un uomo possono accadere
le stesse cose che nella vita di un altro? Fino ad un certo punto ed este­
riormente parlando, sì. [...] Ma non tutte le cose esterne toccano ogni
uomo [...]. Così, ciò che gli accade, avviene da due parti: dall’esterno,
ma anche dall’interno. Per esempio, l’uomo che ha un talento decisa­
mente artistico proverà forse le stesse impressioni di un uomo il cui in­
teresse è volto all’economia e alla tecnica? Evidentemente no. [...] Il ta­
lento di ciascuno dei due determina una scelta; raccoglie qualcosa, altro
tralascia, decide che cosa è di importanza primaria o secondaria, crea
un ordine tra il fine e i mezzi. Così sorge una forma di vita di tipo pro­
prio, che è anche la forma del destino.
Perfino nella vita dello stesso uomo vi sono singolarità di tal ge­
nere. Forse, finché è fanciullo, e come succede ai bambini, egli confonde
realtà e fantasia, misura gli avvenimenti familiari che si svolgono intorno
a lui, in modo diverso da quando è cresciuto e impara a distinguere rea­
listicamente. Per conseguenza, succede che, per esempio, le medesime
condizioni sfavorevoli, o, viceversa, gli stessi influssi positivi, operano
su di lui in modo diverso, vengono accolti oppure respinti. Anche nello
stesso giorno possono verificarsi simili differenti situazioni. Ognuno co­
nosce la sensazione che si ha talvolta al mattino, che tutto debba andare
di traverso. Significa che il senso d’orientamento, di giudizio e di equi­
librio necessari per far fronte alla situazione del momento non è a posto:
perciò chi prova una sensazione simile nel tal giorno, non intraprenderà
nulla di importante, a meno che non lo debba assolutamente. In un altro
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 275

giorno, invece, egli ha la sensazione che tutto debba andare bene e così
in realtà avviene. Ambedue le volte si tratta dello stesso uomo e degli
stessi avvenimenti, ma varia lo stato d’animo; così pure variano il modo
in cui egli sente le cose, la sua reazione di fronte a loro, e le conseguenze
che esse hanno per la sua vita.
Finora abbiamo parlato di talenti e di condizioni di vita. Ma le dif­
ferenze possono esserci anche nel morale, nei sentimenti. Un uomo che
pensa solo alle cose materiali, non tende ad altro che alPinteresse e al
godimento; e uno che è capace di entusiasmarsi per un’idea o di com­
muoversi per un’ingiustizia pubblica, hanno la stessa vita? Evidente­
mente no. Dove l’uno rimane impassibile, l’altro vede cambiarsi il suo
destino... L’egoista che fa di se stesso il centro di tutto e pensa agli altri
solo in quanto sono in rapporto con lui; o quello che sente che anche
gli altri hanno le loro ragioni e che alcuni sono, per lui, più importanti
di se stesso — non avranno una vita diversa? Diversa nel singolo caso
come in tutto il suo corso? La vita non acquisterà un altro carattere, un
senso completamente diverso, che si tratti di un uomo sfiduciato e chiuso
o di un uomo socievole e cordiale? E così via. Quello che noi chiamiamo
‘il corso della vita’ non è determinato solo dall’esterno, ma anche
dall’interno e si forma così, secondo le disposizioni e le intenzioni del
singolo uomo. Nella misura in cui egli muta, muta anche il suo destino.
Se l’uomo che non ha in mente altro che il proprio piacere e il proprio
benessere viene toccato da un grande amore, per lui tutto cambia.
Ed ora torniamo al testo. In esso vi è una frase, del cui peso forse
non ci siamo ancora resi ben conto: «Cercate anzitutto il suo Regno e
la sua giustizia, e tutte queste cose vi saran date in più». Qui si parla
di una condizione cui la promessa è legata. La Provvidenza si avvera nella
misura in cui l’uomo tende al Regno di Dio — e precisamente «prima».
Non è una legge naturale che agisca per necessità; né un ordine spirituale
del mondo che risulti dallo stesso essere delPuomo — ma neppure un’en­
tità preposta al benessere che dal Cielo guidi tutto per il meglio. Anzi­
tutto non è già qui, ma «sarà»; essa nasce continuamente dal cuore del
Padre per l’uomo che si apre alla Promessa. L’uomo deve quindi porsi
in sintonia con Dio. Le tendenze del suo spirito e del suo animo devono
divenire una cosa sola con la santa volontà. Allora si produce un nuovo
rapporto, un nuovo ordine dell’esistenza, procedente dalla grazia di Dio
e dalla libertà delPuomo. [...] Se questa volontà si congiunge con quella
di Dio, l’uomo vuole ciò che Dio vuole e ne risulta un nuovo modo in
cui gli avvenimenti vengono ordinati: il Regno di Dio. Dio opera sempre
276 Il Padrenostro

e dappertutto, poiché la sua volontà regge il mondo nell’essere e le sue


leggi ne determinano gli avvenimenti. Ma egli vi opera anche in modo
speciale creativamente, storicamente, di volta in volta e il luogo d ’accesso
è il cuore dell’uomo, la sua libertà e la sua disponibilità. Nella misura
in cui si stringe l’intesa fra questi e la volontà di Dio, si inserisce la sacra
corrente; e di ciò che Egli può poi compiere, del destino che Egli trae
da un siffatto cuore umano non v’è nessuna regola che venga dalla na­
tura: è una «nuova creazione».
Attorno a tale uomo le cose hanno un ordine diverso da quello che
produrrebbe la semplice legge naturale; ma diverso anche da com’è là
dove sono all’opera solamente l’ostinazione dell’uomo e l’immediata con­
sequenzialità storica. Avviene ciò che dice il Vangelo: l’uomo riceve da
Dio ciò di cui ha bisogno. Intorno a lui sorge una nuova forma di vita.
Se vogliamo vedere come tale forma è fatta, dobbiamo guardare alla vita
dei santi. In loro, diviene chiaro il modo in cui si svolge l’esistenza, quando
è la fede che trae tutte le conseguenze. Per uno di tali santi il mondo
va in modo diverso da come va per colui che non creda o che creda solo
a metà, senza forza e risolutezza. Non vi regna la necessità, né la vio­
lenza e neppure l’interesse calcolatore, bensì l’amore, il che vale a dire:
esso diviene Regno di Dio.

XIV. H. VAN DEN B u SSCHE118

1. Dar pane
“ Pane” . Inaspettatamente il sostantivo nella frase greca si trova
all’inizio, mentre, in tutti gli altri casi, viene messo al primo posto il verbo.
Quest’ordine indica un cambiamento di indirizzo nella preghiera. [...]
Il pronome dominante non è più “ tu ” , ma “ noi” : la prospettiva del re­
gno di Dio è celata dalla preoccupazione per i bisogni umani. Il voca­
bolo pane riassume qui tutti i bisogni materiali dell’uomo. Infatti, sia
la parola ebraica lechem, sia quella aramaica lachma significano qual­
cosa in più che il semplice pane: “ tutto ciò che è necessario per vivere” ,
[...] La letteratura dell’ultimo giudaismo e i vangeli attribuiscono
spesso all’espressione “ dar pane” un significato religioso. Difatti, an­

118 O.c., 115-125.


Dacci oggi il nostro pane quotidiano 277

che se non sempre viene data importanza alla distinzione, vediamo che,
parlando delPuomo, si dice quasi sempre che “ divide” il pane119 (o lo
“ distribuisce” ), mentre, parlando di Dio, si dice che lo “ dà” . [...] Dio
“ dà” il pane: dà da mangiare agli uomini. L ’uomo biblico non ignora
che ciò che possiede o acquista è dono di Dio.120 [...] Questi provvede
alla sopravvivenza degli uomini e degli animali.121 La messe è uno dei
segni più evidenti della liberalità divina e il pane quotidiano è un dono
che Dio rinnova all’uomo ogni giorno. Gli ebrei quando sedevano a ta­
vola recitavano questa preghiera: «Lodato sii tu, Dio nostro, re del
mondo, che nutrì il mondo intero con la tua bontà. Con grazia, amore
e compassione dà pane ad ogni carne, perché la sua grazia rimane in
eterno. Per la sua grande ed eterna bontà non permette che ci manchi
nulla... Nutre, protegge e provvede ogni bene e prepara il nutrimento
per tutte le sue creature. Lodato sii, Signore, che ci nutrì».122

2. Il nostro pane quotidiano


Il discepolo non chiede pane semplicemente. Chiede «il nostro pane»,
il pane «che ci è necessario». L ’aggettivo “ nostro” [...] svolge una du­
plice funzione: da una parte indica il pane che si dà per compassione al
povero; dall’altra preserva la preghiera da ogni egoismo. [...] Il disce­
polo che chiede il “ suo” pane chiede ciò che è strettamente necessario
per la vita. [...] Ma non chiede solo per i suoi bisogni. Come membro
di una comunità deve preoccuparsi di tutti coloro che di essa fanno parte
o ne faranno parte un giorno. L’orizzonte del padrenostro è molto vasto.
L’aggettivo epiousiosha fatto scorrere molto inchiostro. [...] Ne sono
state proposte due traduzioni: per domani e che ci è necessario. Secondo
la prima il cristiano chiederebbe oggi perché gli venga assicurata la so­
pravvivenza domani. Per capire questa interpretazione bisogna porsi nella
situazione del contadino palestinese che chiede oggi per ottenere le prov­
viste che il giorno seguente, di primo mattino, la moglie gli preparerà.
In questo caso la preghiera, in ultima analisi, chiederebbe le provviste
per ogni giorno. Questa ipotesi, tuttavia, non è coerente con la ben netta
opposizione tra “ oggi” e “ domani” ed è preferibile — nel caso in cui

119 Cfr. Is. 58,7; At. 2,42.46; 20,7, etc.


120 Cfr. Giob. 1,21.
121 Cfr, Sai. 104,14-15; 22,27; Is. 55,10.
122 Berakòt 7,11.
278 Il Padrenostro

epiousios significhi “ domani” — ipotizzare che l’orante chieda in realtà


una garanzia per i suoi bisogni del giorno seguente. Ma ciò va contro
le ammonizioni di Gesù:123 «Non preoccupatevi per il domani».124
L’intera sezione di M t. 6,25-34 chiarisce il senso della supplica: [...] Non
chiedere “ oggi” se non il pane per “ oggi” . [...] «Non darmi né povertà
né ricchezza, ma dammi il nutrimento di cui necessito».1251 bisogni del
corpo vengono riassunti nel “ nutrimento quotidiano” .126 La versione
che Luca dà della preghiera presuppone pure questo senso: “ necessario
e sufficiente per il giorno” , perché si chiede il pane “ per ogni giorno” .
Il discepolo chiede, quindi, il “ necessario” , il “ pane quotidiano” ,
“ il necessario per vivere” . Chiede oggi la sua razione quotidiana e si con­
tenta di essa. Questa preghiera per un piccolo pezzo di pane di orzo è
indubbiamente una preghiera “ da povero” . E i discepoli devono essere
questi “ poveri” cui è rivolta la proclamazione del regno.127 Seguire Cri­
sto implica sempre il distacco da qualsiasi situazione sociale128 e la ri­
cerca, prima di ogni cosa, del regno di Dio.129 La povertà cristiana è
sempre una povertà reale, una rinuncia. Non è una povertà forzata o
invidiosa ma sincera e generosa; una povertà che si accompagna alla chiara
coscienza che, a fronte del tesoro e della perla del regno, tutto il resto
è secondario.130 Il cristiano può correre il rischio della povertà e affi­
darsi totalmente al Padre di questi piccoli131 solo nella misura in cui con­
cede priorità al regno. Con ciò non intendiamo dire che ogni discepolo
deve cercare l’indigenza, sarebbe temerarietà. Se Gesù nel “ discorso della
missione” esclude ogni previsione umana quando cerca di mettere alla
prova i discepoli,132 è perché sapeva che non sarebbe mancato loro nulla
e che avrebbero trovato aiuto ovunque.133 Ma il tempo spensierato delle
nozze passa134 e, al posto dell’aiuto, giungerà la persecuzione.135 Nono­

123 Cfr. Mt. 6,25-34 = Le. 12,22-31.


124 Mt. 6,34.
125 Prov. 30,8.
126 Giac. 2,16-17.
127 Mt. 5,2-12; Le. 6,20-23; At. 2,44-45; 4,32; Rom. 15,26; Gal. 2,10.
128 Me. 1,18.20; 2,14; 10,21; Le. 5,11; 9,59.
129 Mt. 6,33: Le. 12,31.
130 Cfr. Mt. 13,44-46.
131 Mt. 6,19-21.24-34 par.
132 Mt. 10,9 par.
133 Cfr. Me. 9,41; 10,30; Le. 8,2; 10,7; Mt. 10,41.
134 Me. 2,19-20 par.
135 Le. 22,35-36 par.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 279

stante, il regno e il suo servizio debbano venire prima di ogni cosa, la


fiducia nel Padre deve rimanere intatta. Anzi, più i discepoli si verranno
a trovare umanamente indigenti, più potranno e dovranno avere fiducia
in Dio. Chi vuole risolvere i problemi da se stesso non può chiedere molto
al Padre!

3. Oggi

In Matteo, [...] il discepolo chiede a Dio che dia «oggi». Questa ri­
chiesta, senza alcun artificio, risponde pienamente alla situazione di co­
lui che prega: [...] non è se non una insistente richiesta per un bisogno
concreto. Per questa ragione è, con ogni probabilità, la formula più au­
tentica. Luca usa [...] la formula: che Dio dia pane «giorno per giorno».
È evidente qui la presenza di una considerazione dottrinale, una am­
monizione catechetica: il discepolo deve presentare a Dio i suoi bisogni
giorno dopo giorno e chiedergli il pane quotidiano giorno dopo giorno.
Pertanto la supplica di Luca implica il proposito del discepolo di rivol­
gersi a Dio tutti i giorni.
NelP ambiente dei padri greci si è voluto spiritualizzare questa sup­
plica materiale. La versione di Luca costituisce già una testimonianza dello
stupore della cristianità primitiva dinnanzi ad una richiesta tanto “ banale”
in un contesto così elevato. Per questo alcuni padri greci hanno voluto
vedere in essa una richiesta del pane escatologico o delP eucarestia.136 Ma
è inutile trincerarsi dietro questa interpretazione. Il discepolo chiede il
normale pane di ogni giorno: il suo bisogno di pane è il sintomo più evi­
dente della sua situazione di indigenza e l’occasione più bella per testi­
moniare la sua fiducia in Dio. Il regno è certamente il centro dei suoi
interessi. Ma questo interesse non può ridursi ad un sogno platonico, deve
realizzarsi nel quotidiano cammino della vita. In questo modo il disce­
polo si rende spontaneamente conto della propria situazione di uomo in
cammino: la ricerca del regno di Dio può procurargli la miseria mate­
riale, ma questa miseria lo condurrà a pensare ai bisogni spirituali,
anch’essi molto reali, di cui si parla nelle suppliche successive.

136 Si tratta di una valutazione inesatta. In realtà tutti i padri citati — eccetto Ori-
gene, Gregorio Nis. e Teodoro di M. — sostengono l’interpretazione eucaristica.
280 Il Padrenostro

XV. J. J erem ias 137

La prima delle due suppliche in prima persona plurale chiede il «pane


quotidiano». Il vocabolo greco epiousios [...] è oggetto di un ampio e
ancora non concluso dibattito. Decisiva, a nostro parere, è l’informa­
zione del padre della chiesa Girolamo secondo cui nell’aramaico Vangelo
dei nazareni era presente la parola mahar (domani): si trattava, quindi,
del pane per il domani.138 E anche se questo vangelo non è anteriore ai
nostri tre primi vangeli, poiché dipende soprattutto da M t., ci porta a
concludere che l’espressione aramaica «pane per domani» è la più an­
tica. Infatti, nel I secolo il padrenostro veniva recitato in Palestina sem­
pre in aramaico e un traduttore del M t. aramaico tradusse l’orazione del
Signore non secondo il testo che ci è stato tramandato, ma, ovviamente,
secondo il testo che egli recitava giornalmente. In altre parole: i giudeo­
cristiani di lingua aramaica, tra i quali la preghiera del Signore soprav­
visse nell’antica forma testuale aramaica, pregavano: «Dacci oggi il no­
stro pane per domani». Girolamo ci dice ancora [...]: «Il nostro pane
di domani significa il pane futuro». In effetti il vocabolo “ domani” in­
dica nel giudaismo più tardo non solo “ il giorno seguente” , ma pure “ il
grande giorno” : la consumazione finale. Orbene, dalle traduzioni anti­
che del padrenostro sappiamo che nella chiesa, sia orientale che occi­
dentale, il «pane per domani» venne inteso (generalmente se non soprat­
tutto) nel senso di: «pane del tempo di salvezza», «pane di vita», «manna
celeste». Pane della vita e acqua della vita sono, fin dai tempi più re­
moti, simboli del paradiso, circonlocuzione per la pienezza di tutti i doni
corporali e spirituali di Dio. Gesù si riferisce a questo pane di vita quando
afferma che mangerà e berrà con i suoi discepoli al tempo della consu­
mazione,139 che si cingerà e servirà alla mensa i suoi.140 L’orientamento
escatologico delle rimanenti suppliche del padrenostro viene difeso dal
senso, esso stesso escatologico, di questa supplica, come supplica per il
«pane di vita».
Forse (dinnanzi a questa spiegazione) ci sentiremo sorpresi e addi­
rittura sconcertati. [...] Non è un impoverimento? In realtà questa in­
terpretazione segna un grande arricchimento. Sarebbe un grave errore

137 O.c., 165-167.


138 Comment. a Mt. 6,11 (E. K losterm ann , Apocrypha II, Berlin 19293, 7).
139 Le. 22,30.
140 Cfr. Mt. 26,29.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 281

supporre che, in linea con il pensiero greco, qui si spiritualizza col di­
stinguere tra pane terreno e celeste. Per Gesù pane terreno e pane della
vita non stanno in opposizione perché nell’ambito del regno di Dio egli
ha considerato santo tutto ciò che è terreno. I suoi discepoli, dopo che
sono stati strappati al mondo della morte, appartengono al nuovo mondo
di Dio.141 [...] Per essi non vi sono più alimenti puri e impuri:142 tutto
ciò che Dio offre è benedetto! La santificazione della vita viene indicata
in modo particolarmente chiaro dai pasti di Gesù. Il pane da lui offerto,
quando sedeva a mensa con i pubblicani e i peccatori, era pane di ogni
giorno, ma era pure qualcosa di più: era pane di vita. Il pane che di­
stribuì ai suoi nell’ultima cena era pane terreno, ma era pure qualcosa
di più: era il suo corpo consegnato alla morte per tutti, partecipazione
all’efficacia espiatrice della sua morte. Ogni pasto che i suoi discepoli
consumavano con lui era un pasto ordinario, ma era pure qualcosa di
più: era banchetto di salvezza, banchetto del Messia, figura e anticipa­
zione del banchetto escatologico, perchè egli era il Signore della casa.
Così era pure per la comunità primitiva: i pasti comuni di ogni giorno
erano pasti ordinari, ma erano pure, a volte, «cena del Signore»143 che
creava comunità con lui e tra tutti i commensali.144
Questo è il senso che pure ha la supplica per il «pane per domani».
Essa non separa radicalmente il quotidiano dal regno di Dio, ma li coin­
volge nella totalità dell’esistenza e include tutto ciò di cui i discepoli di
Gesù hanno bisogno per il corpo e per l’anima. Include, quindi, il pane
quotidiano, ma non si limita ad esso. Questa supplica chiede che le forze
e i doni del futuro mondo di Dio agiscano, nella profanità della vita di
ogni giorno, su tutto ciò che i discepoli di Gesù fanno in parole ed in
opere. Si potrebbe dire: la supplica per «il pane di vita» chiede la san­
tificazione della vita di ogni giorno. Alla luce di questo significato esca­
tologico la contrapposizione “ domani-oggi” acquista pieno valore. Que­
sto “ oggi” posto alla fine della supplica contiene tutto il senso. In un
mondo lontano da Dio, in un mondo di fame e di sete, i discepoli do­
vranno osare di pronunciare questo “ oggi” : dacci il pane di vita già ora,
già qui, già oggi! [...].

141 Mt. 8,22.


142 Me. 7,15.
143 1 Cor. 11,20.
144 1 Cor. 10,16-17.
282 Il Padrenostro

XVI S . S a b u g a l 145

La supplica che chiede al Padre il dono del pane è sostanzialmente


identica nelle redazioni di Matteo e di Luca. Qual è il significato teolo­
gico di questa supplica nel contesto dell’“ orazione del Signore” ? Si ri­
collega, in qualche modo, con le suppliche precedenti? Che tipo di pane
chiedono i discepoli di Gesù al Padre celeste?

1) Diciamo subito che questa è una supplica propria ed esclusiv


dei discepoli che hanno lasciato beni e famiglia,146, tutto,147 per seguire
Gesù,148 in una totale precarietà materiale,149 affidando alla provvidenza
divina di “ oggi” la preoccupazione per il cibo e il vestiario di “ doma­
ni” .150 Il Padre conosce le loro necessità e veglia su di loro con mag­
giore sollecitudine di quella che mostra per gli uccelli del cielo e i fiori
del campo!151 Per questo i discepoli chiedono che dia loro «oggi» (Mi.),
«giorno dopo giorno» (Le.) il pane152 e il cibo153 «necessario per la so­
pravvivenza». Così prega il “ povero di Yahvé” , chiedendo di poter
«gustare il mio boccone di cibo».154 In maniera analoga pregava il pio
giudeo prima del pasto: «Padre nostro, nostro Dio, dacci il nostro ali­
mento e provvedi alle nostre necessità».155 Così pregano pure i discepoli
di Gesù, poveri spiritualmente e materialmente;156 essi, dopo aver ven­
duto i loro beni157 ed aver lasciato tutto (cfr. supra), vivevano come il
Maestro: poveramente, senza avere neppure «ove posare il capo»,158, vi­

145 Cfr. A bbà..., 183-188.225-235.


146 Mt. 4,18-22 ( = Lc. 5,10-11); 8,21-22 ( = Lc. 9,59-60); 9,9 ( = Lc. 5,27-28); Le.
9,61-62.
147 Mt. 19,27 = Le. 18,28.
148 Mt. 4,20-22 (= Lc. 5,11); 8,22 ( = Lc. 9,60); 9,9b ( = Lc. 5,28).
149 Mt. 8,19-20 = Le. 9.57-58.
150 Mt. 6,25-34 = Le. 12,22-31.
151 Mt. 6,25-30 = Le. 12,24-28.
152 Artos ha questo significato in Le. 11,3: cfr. Le. 11,5.11 e pure Le. 6,4; 9,13.16;
22,19; 24,30-35.
153 Artos ha questo significato generale in Mt. 6,11; cfr. Mt. 4,3-4; 7,9; 15,2-26.
154 Prov. 30,8.
155 Tb Sotah 48b. Rabbi Eliezer diceva pure: «Che sia la tua volontà, o Dio nostro,
a dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno e ad ogni essere ciò che è sufficiente a (procurare)
quello di cui manca» (Tb Berajot 29b).
156 Le. 6,20.
157 Cfr. Le. 12,33-34.
158 Mt. 8,20 = Le. 9,58.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 283

vevano di elemosina:159 ad esempio, una volta, tutti e tredici avevano a


disposizione, per la cena, solo cinque pani e due pesci.160 Una povertà
materiale161 sostenuta, indubbiamente, dalla inattaccabile fede nella
provvidenza del Padre e dalla povertà spirituale162 di chi, senza posse­
dere alcuna sicurezza umana, si affida a Dio solamente e vive nella si­
tuazione del mendico, tendendo le proprie mani verso Colui che può riem­
pirle. In questa duplice indigenza i discepoli furono inviati da Gesù a
predicare con il reiterato e assoluto comando di non portare con sé al­
cuna provvista materiale.163 Avrebbe provveduto alle loro necessità il
Padre! Ed essi ebbero, poi, modo di constatarlo con gioia: «Non ci è
mancato nulla!».164 Da questa sperimentata fede sorgeva umile e fi­
dente, spontanea e naturale, la prorompente supplica per il dono del
«nutrimento quotidiano» necessario per vivere: «Padre... daccelo oggi
(Mt.), daccelo ogni giorno (Le.)!».

2) Il significato della supplica è, tuttavia, più ricco. Al livello dell


due redazioni evangeliche, oggetto della supplica è pure un pane parti­
colare. La supplica, infatti, chiede al Padre «il nostro pane...»: si tratta
dunque di un pane caratteristico e proprio dei discepoli di Gesù. Un pane
non comune ma molto singolare «il nostro pane, quello quotidiano».
L ’attributo dopo il nome sottolinea il significato particolare di questo
e lo distingue dalla sua accezione ordinaria. Di che pane si tratta? La
risposta alla domanda dipende dalla traduzione data alP aggettivo attri­
butivo ton epiousion. È qui il problema. Infatti, tale vocabolo, unico
nella letteratura biblica, è del tutto sconosciuto nella letteratura profana.
Nessuna delle due può, pertanto, venirci in aiuto per chiarirne il signi­
ficato.165 Esso deve essere analizzato alla luce del contesto letterario de­
gli evangeli.

159 Cfr. Le. 1-3.


160 Cfr. Mt. 14,17 = Le. 9,13 par.
161 Le. 6,20 (cfr. 6,24).
Mt. 5,3.
Mt. 10,9-10; cfr. Le. 9,3; 10,4.
164 Le. 22,35.
165 Sulle diverse interpretazioni del termine, a causa della sua derivazione etimolo­
gica cfr.: J. C arm ignac , o . c., 121-143. L’autore conclude la sua ampia ed erudita espo­
sizione affermando che né i padri della chiesa né la filologia greca e semitica sono riuscite
fino ad ora a portare «un argomento irrefutabile sul vero significato del misterioso epiou-
sios» (143).
284 Il Padrenostro

a) Orbene, pane singolare e proprio dei discepoli di Gesù è certa­


mente la parola di Dio. È ciò che si evince dal racconto sulle tentazioni
di Gesù166 nel cui contesto i due evangelisti citano la risposta deutero-
nomica del Signore al tentatore che lo esorta a tramutare le pietre in
pane:167 «Non di solo pane vive l’uomo (Le. 4,4) ma di ogni parola che
esce dalla bocca di Dio».168 La contrapposizione del testo di Matteo
(ma) tra la vita data dal “ pane” e quella data dalla “ parola... di Dio”
lascia intendere che quest’ultima è un nutrimento superiore. Una iden­
tica concezioné lascia trasparire la citazione abbreviata del testo di
Luca.169 Analogo concetto viene espresso dall’autore degli A tti nel con­
testo del discorso di Stefano170 dove viene cristologizzata la figura di
Mosé171 che «sul monte Sinai... ricevette parole di vita perché ce le co­
municasse» (7,38). Questo è, nella concezione di Luca, la parola di Dio
comunicata ai discepoli da Gesù, nuovo Mosé: parola vivificante172 del
cui nutrimento essi necessitano per poter alimentare quotidianamente la
propria vita cristiana. La parola è, in questo senso, loro “ pane quoti­
diano” , assolutamente necessario alla sopravvivenza173 «oggi» (.M t .),
«ogni giorno» (Le.). Per questo motivo essi chiedono al Padre:
«daccelo!».

b) Un pane non comune ma speciale e, certamente, proprio dei di­


scepoli di Gesù è pure e sopratutto il pane eucaristico che Gesù, nell’ultima
cena «prese e, benedicendo (Le. : dando grazie) spezzò e diede ai disce­

166 Mt. 4,1-11 = Le. 4,1-13.


167 Mt. 4,3 = Le. 4,3.
168 Mt. 4,4 = Dt. 8,3. Sull’analisi di questa cfr.: K. S t end ah l , o.c., 88 e s.; R .H .
G undry , o.c., 66 e s.; T. H oltz , o.c., 61. The school o f st. Matthew, Lund 19672, 88
e s.: R .H . G undr y , The use o f thè old testament in saint Matthewys gospel, Leiden 1967,
66 e s.; T. H oltz , Untersuchungen iiber die alttestamentlichen Zitate bei Lukas, Berlin
1968, 6.
169 L’abbreviazione è probabilmente opera di Luca che suppone la continuazione
della citazione, secondo un usuale metodo rabbinico (cfr. K. S tend ah l , o.c., 88 n.l). Co­
munque, egli altera spesso le citazioni veterotestamentarie (cfr. M. R ese , Alttestamentli-
che Motive in der Christologie des Lukas, Gutersloh 1969, passim e 207, 208) e le
«abbreviazioni e le omissioni» delle sue fonti sono una tipica caratteristica del suo stile
letterario (cfr. H. J. C adbur y , The style and literary method o f Luke, Cambridge 1920,
79-83.
170 At. 7,1-53.
171 At. 7,35-37: cfr. M. R ese , o.c., 78-80.
172 Cfr. Ebr. 4,12; 1 Pt. 1,23; Gv. 6,63.
173 Epiousios ( = epi + ousiarì) può avere questo significato (cfr. J. C armignac , o.c.,
128-130).
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 285

poli dicendo: ‘Questo è iì mio corpo'».m Era praticamente impossibile


che «il pane nostro, quello quotidiano» non evocasse nei due evangelisti
il singolare pane del corpo del Signore, da lui dato alla comunità dei suoi
discepoli e, pertanto, proprietà di essa. Ciò viene testimoniato dalla tan­
gibile interpretazione eucaristica che Matteo e Luca danno dei pani mol­
tiplicati da Gesù e da lui dati “ai discepoli” perché li distribuissero.175
Che tale pane fosse, poi, quotidianamente necessario (kath’hemeran: Le.)
lo lascia intendere, con sufficiente chiarezza, Pesposizione lucana sulla
vita delle prime comunità cristiane. Esse «erano assidue... alla frazione
del pane» e «ogni giorno» 0kath’hemeran) ... spezzavano il pane nelle
loro case».176 Inoltre, il pane quotidiano, chiesto come dono del Padre,
evoca irresistibilmente, nella redazione lucana, il dono divino della
manna177 che il popolo di Israele, dopo esser stato liberato dalla tiran­
nide del faraone e dopo esser uscito dalPEgitto, doveva «ogni giorno»
(kath’hemeran) raccogliere.178 Con essa Dio nutrì il popolo “ durante i
quarantanni” della peregrinazione nel deserto fino a che non entrò nella
terra promessa.179 Queste analogie fra la supplica lucana e il racconto
septuagentista sulla manna difficilmente possono esser considerati ca­
suali. Se sono in assonanza con il continuo impiego e citazione della ver­
sione dei LXX da parte di Luca,180 essi si inquadrano pure perfettamente
nella concezione teologica peculiare dell’evangelista sull’opera salvifica
di Gesù, il nuovo Mosé,181 concepita come il nuovo e vero esodo mes­
sianico:182 la comunità cristiana, liberata da Gesù dalla tirannide del dia­
bolico “ faraone” mediante il “ dito di Dio” , lo Spirito Santo,183 come
«vero Israele»184 cammina nel deserto del mondo verso la terra promessa

174 Mt. 26,26 = Le. 22,19.


175 Cfr. Mt. 14,19 + 15,36 = 26,26; Le. 9,16 = 22,19.
176 At. 2,42.46.
177 Cfr. Es. 16,4.8.15; Dt. 8,3.16.
178 Es. 16,5: LXX.
179 Cfr. Dt. 8,3.16; Gios. 5,12.
180 Cfr. À . P lummer , The gospel according saint Luke , Edinburgh 19225, LII e s.;
M.-J. L agrange , Evangile selon st. Lue., Paris 19273, XCVI-CIII; W .C .L . C larke , The
use o f thè Septuagint in A cts, in The beginnings o f christianity II, London 1922, 66-105;
M. W ilcox , The semitism o f A ct, O xford 1965, 56-86.
181 Cfr. Le. 9,35; At. 3,22 ( = Dt. 18,15.18-19); At. 7,35-37 (cfr. supra).
182 Cfr. J. M anek , The new exodus in thè books o f Luke in N T 2 (1957) 8-23.
185 Cfr. Le. 12,14-22, «il dito di Dio»_[v. 20] = lo Spirito Santo (cfr. supra); 13,16.
184 È questo un concetto centrale nell’ecclesiologia di Luca (cfr. H. F lender , Heil
und Geschichte in der Theologie des Lukas, Mùnchen 1965, 107-122.
286 Il Padrenostro

della Gerusalemme celeste, «assidua... alla frazione del pane»,185 distri­


buendo «ogni giorno il pane nelle case».186 Non si può “ camminare”
senza questo pane! Per questo, con la stessa insistenza delPamico im­
portuno,187 i figli ne chiedono al Padre il dono: «daccelo ogni giorno!».

c) Il padrenostro, al livello della redazione lucana, riveste ancor


un altro significato: il dono dello Spirito Santo. Le. 11,1-13 è una ca­
techesi catecumenale del terzo evangelista sulla preghiera cristiana.188 La
pericope costituisce infatti una unità letteraria delimitata dalla inclusione
“ Padre” 189 e dalle parole tematiche “ dare” 190 e “ pane” .191 Nel conte­
sto della catechesi, i catecumeni, esortati a chiedere al Padre il dono del
«pane quotidiano» (11,3), vengono poi istruiti a pregare con la stessa
insistenza delPamico importuno, insistenza grazie alla quale egli ottenne
i «tre pani» di cui abbisognava (11,5-8). I catecumeni dovranno fare lo
stesso, con una illimitata fiducia nella bontà del «Padre celeste» che cer­
tamente «darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono» (11,13).
Questo marcato parallelismo fra il dono del “ pane quotidiano” e il dono
dello “ Spirito Santo” pare suggerire Pidentificazione di questo con quello.
Una interpretazione certamente in sintonia con la ricca pneumatologia
lucana192 nel cui contesto lo Spirito Santo è «la forza che viene dalPal­
to»;193 la forza dalla quale i discepoli vengono irrobustiti mediante il
battesimo194 per essere testimoni del Signore risorto «da Gerusalemme...
fino ai confini della terra».195 Il possesso dello Spirito condiziona l’esito
positivo o negativo della loro missione nel mondo. È impossibile realiz­
zare questa senza la costante “ forza” fornita da questo dono del Pa­

185 At. 2,42.


186 At. 2,46.
187 Cfr. Le. 11,5-8. Questa pericope forma una unità letteraria con il padrenostro
(cfr. infra), parte integrante della catechesi catecumenale di Luca sulla preghiera cristiana
(11,1-13) (cfr. supra, 31).
188 Cfr. supra, 30 e s.
189 T c π 2 n
190 Le! 11Ì3Ì7-8.9.11.12.13.
191 Le. 11, 3.5.11.
192 Cfr. G.W. L a m pe , The holy Spirit in thè writings o f Saint Luke, in Studies in
thègospel, O xford 1955, 159-200; H. C onzelm ann , o.c., 167-172; H. F lender , o.c., 122-
131.
193 Le, 24,49: At. 1,8.
194 At. 1,8; cfr. At. 2,38; 10,44-48; 19,5-6.
195 At. 1,8.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano 287

dre!J96 Lo Spirito Santo è, in questo senso, il loro “ pane quotidiano”


il dono divino di cui “ ogni giorno” hanno bisogno e per il quale con
insistenza e fiducia pregano: «daccelo!».

R i a s s u m e n d o : Il «pane nostro» della prima supplica è, in­


nanzitutto, il cibo necessario alla sopravvivenza197 chiesto da coloro che,
avendo affidato al Padre la preoccupazione per il domani, vivono come
“ poveri di spirito” : spiritualmente mendichi. Pure coloro che sono stati
dotati da Dio con ricchezze, incoraggiati da questa povertà spirituale,
possono e debbono chiedere al Padre il «pane quotidiano». Infatti,
l’essere ricchi è dono di Dio.198 E tuttavia questa è la supplica più dif­
ficile per l’uomo di oggi, figlio di una società progressista e consumista.
Tutto ciò non sempre favorisce, anzi, spesso ostacola lo “ spirito di po­
vertà” necessario al «conveniente rinnovamento della vita ecclesiale»;199
uno “ spirito di povertà” di cui i cristiani debbono impregnare «tutta la
vita cristiana sia individuale che sociale»,200 divenendo capaci di prati­
care quella carità che, superando le ingiuste differenze socio-economiche
oggi esistenti non solo fra le classi ma pure fra le nazioni,201 va incon­
tro al fratello povero e bisognoso.202 Il dono di questo spirito di povertà
caritatevole comprende, quindi, la richiesta del “ pane quotidiano” : dac­
celo oggi e ogni giorno! Pane proprio («nostro») del cristiano è la parola
di Dio203 dalla cui «mensa la chiesa non ha mai cessato di attingere e di­

196 Cfr. At. 2,33; 1,4; Le. 24,49.


197 È l’interpretazione di Teodoro di Mopsuestia e di san Giovanni Crisostomo (cfr.
supra). Ad essa aggiungono la parola di Dio e l’eucarestia Sant’Agostino (cfr. supra) il
Catechismo Romano (cfr. supra) e R. Guardini (cfr. supra). Inoltre, nell’alimento neces­
sario del “pane quotidiano” è inclusa pure la cultura che eleva l’uomo e lo rende «più
libero dalla schiavitù delle cose» (GS, II, 57); «poiché la fame di sapere non è meno de­
primente della fame di cibo» (P aolo VI, Populorum progressio, 35).
198 Così con sant’Agostino (cfr. supra). Coloro che sono ricchi materialmente pos­
sono, in effetti, essere discepoli di Gesù, così come lo furono Zaccheo, Lazzaro, Marta
e Maria, l’«uomo ricco» Giuseppe di Arimatea (Mt. 27,57)...; non è stato rivolto anche
ad essi il messaggio liberatore di Gesù? (cfr. S. S abugal , Liberation y secularización, 177-
182.
199 P aolo VI, Ecclesiam suam, 49-59.
200 GS, II, 72.
201 Cfr. G iovanni XXIII, Mater et magistra, 157; P aolo VI, Populorum progres­
sio, II, 45-47; GS, 4.8; II, 63.
202 Cfr. G iovanni XXIII, Mater et magistra, 158-159; P aolo VI, Ecclesiam suam,
52; Id., Populorum progressio, II, 45-46.48.81-86.
203 È l’interpretazione di Origene (cfr. supra).
288 Il Padrenostro

stribuire ai suoi fedeli».204 E proprio recentemente il magistero ha sug­


gerito che vengano dischiusi «con sempre maggiore ampiezza i tesori della
Bibbia» nella celebrazione eucaristica «al fine di preparare con maggiore
abbondanza la mensa della parola di Dio».205 Questo è il “ pane quoti­
diano” di cui tutti i fedeli, soprattutto i sacerdoti e i diaconi, i religiosi
e i catechisti laici, debbono nutrirsi «assiduamente»,206 «quotidiana­
mente».207 Infine, il “ pane quotidiano” proprio dei discepoli e necessa­
rio per la loro quotidiana esistenza cristiana è, sopratutto, il pane eu­
caristico208 e, nella redazione di Luca, lo Spirito Santo: il sommo ed in­
superabile dono del Padre.

204 DV, VI) 21.


205 SC, II, 51.
206 DV, VI, 25.
207 PO, III, 13; PC, 6.
208 Sia sant’Ambrogio che sant’Agostino sottolineano la comunione quotidiana
dell’eucarestia (cfr. supra, 252.255 e s.).
Rimetti a noi i nostri debiti
come noi li abbiamo
rimessi ai nostri debitori

I. T e r t u l l ia n o 1

Vista la generosità di Dio veniva di conseguenza che ne imploras­


simo anche la clemenza. A che giova, infatti, il nutrimento corporale se,
al suo cospetto, siamo nella condizione del bue destinato al macello? Il
Signore sapeva bene di essere il solo senza peccato.2 Perciò ci esorta a
pregare così: Rimetti a noi i nostri debiti. La confessione è una richiesta
di perdono, perché chi chiede perdono, confessa il suo delitto. Così, la
penitenza è accetta a Dio: Egli la preferisce alla morte del peccatore.3
Nella scrittura il debito simboleggia il delitto; di esso si deve rendere conto
al giudice, che lo esige, e non sfugge alla giustizia del rendiconto, fino
a quando non sarà stato condonato, come accadde a quel servo, cui il
padrone rimise il debito.4 Questa è la morale di tutta la parabola.5 Quel
servo, al quale era stato condonato il debito dal padrone, non volle com­
portarsi allo stesso modo verso il suo conservo che gli era debitore; per­
ciò venne deferito al padrone e consegnato al carnefice, fin quando non
avesse pagato anche Fultimo quadrante, e cioè il suo debito fino in fondo.
Per questo noi diciamo di voler perdonare anche ai nostri debitori. Di
questo modo di pregare il Signore ha parlato anche altrove. Egli dice:
«Perdonate e vi sarà perdonato».6 E, interrogato da Pietro, se si deve
perdonare al fratello fino a sette volte, dice: «anzi, fino a settanta volte

1 De orai., VII,1-3. Tr. it., cit., pp. 53-54.


2 Gv. 8,46.
3 Cfr. Ez. 33,11.
4 Mt. 18,27.
5 Mt. 18.23-25.
6 Le. 6,37.
290 Il Padrenostro

sette».7 Così egli perfezionava l’antica legge, dove la vendetta per Caino
è computata per sette volte, e quella per Lamech per settantasette volte.8

II. S a n C ip r ia n o 9

Dopo tutto questo, preghiamo anche per i nostri peccati, e diciamo:


Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Dopo il sostentamento materiale, chiediamo il perdono del male com­
messo, perché chi è nutrito da Dio viva in Dio, né pensi solo alla vita
presente e temporale ma anche a quella eterna, nella quale si può entrare
soltanto attraverso la remissione dei peccati, che il Signore nel suo Van­
gelo chiama debiti, quando dice: «Ti ho condonato tutto il debito, per­
ché me lo hai chiesto accoratamente».10 È cosa veramente necessaria,
provvidenziale e salutare, che ci venga ricordata la nostra condizione di
peccatori: così indotti a pregare per i nostri peccati, mentre ne chiediamo
perdono a Dio ci ricordiamo di quello che siamo. Perché nessuno si com­
piaccia della sua eventuale innocenza e, insuperbendo, perisca con più
facilità e più gravemente, gli viene insegnato che egli pecca ogni giorno
e gli si ordina, perciò, di pregare ogni giorno per i suoi peccati. Gio­
vanni, nella sua Lettera, ci ammonisce in questo senso: «Quando diciamo
che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non abita in
noi. Quando, invece, confessiamo i nostri peccati, Dio, fedele e giusto,
ce li perdona».11 Con questo, egli ci ricorda due cose: il dovere di pre­
gare per i nostri peccati, e il dovere di impetrare questo perdono con la
preghiera. Egli proclama fedele il Signore nel rimettere i peccati, in quanto
tiene fede alla sua promessa perché, mentre ci ha insegnato a pregare
per i debiti e i peccati, ci ha anche promesso la sua paterna misericordia
e il perdono che ce ne viene.
Con una legge, poi, ci ha vincolati ad un patto e ad una promessa
certa: chiederemo la remissione dei nostri debiti, nella misura in cui li
abbiamo rimessi ai nostri debitori, coscienti che non possiamo ottenere
quello che chiediamo per i nostri peccati, se non ci comportiamo allo

7 Mt. 18,21-22.
8 Cfr. Gen. 4,15.24.
9 De dominica oratione, 22-24. Tr. it., cit., pp. 109-112.
10 Mt. 18,32.
11 1 Gv. 1,8-9.
Rimetti a noi i nostri debiti.. 291

stesso modo verso i nostri debitori. Perciò altrove Egli dice: «Voi sarete
misurati con la stessa misura con la quale avrete misurato gli altri».12 Il
servo che, dopo aver ricevuto dal padrone il condono del debito, non
lo volle condonare al suo conservo, fu messo in carcere. Infatti non vo­
lendo perdonare al suo conservo, perdette il perdono già avuto dal suo
Signore.13 Cristo, nei suoi precetti, ribadisce ancora più fortemente tutto
questo, quando con piena autorità dice: «Quando vi disponete a pre­
gare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate affinché anche il vo­
stro Padre, che è nei cieli, perdoni i vostri peccati. Se non perdonerete,
neppure il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà a voi».14 Nel giorno
del giudizio non potrai in nessun modo scusarti, perché sarai giudicato
così come tu avrai giudicato, e ti sarà ripagato come avrai operato. Dio
ci comanda di vivere in pace nella sua casa, concordi e unanimi, e vuole
che una volta rinati, perseveriamo, quale egli ci ha fatti con la nostra
seconda nascita. Diventati figli di Dio, rimaniamo nella pace di Dio. Co­
loro che hanno ricevuto un solo Spirito, abbiano un’anima sola e un solo
sentire. Dio non accetta il sacrificio del dissidente, e gli ordina di lasciare
l’altare per riconciliarsi prima con suo fratello,15 affinché Egli possa es­
sere propiziato da preghiere piene di pace. Il sacrificio più grande da­
vanti a Dio è la nostra pace, la concordia fraterna e un popolo radunato
nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Quando Caino e Abele, per primi, offrirono i loro sacrifici, Dio non
guardò ai doni in sé ma ai loro cuori: gli fu gradito nei doni chi gli era
stato gradito nel cuore.16 Abele, uomo di pace e uomo giusto, che sa­
crificava a Dio col cuore innocente, insegnò anche agli altri a portare
l’offerta all’altare col timore di Dio, con cuore semplice, osservanti della
legge della giustizia, con la pace che nasce dall’unione dei cuori. Giu­
stamente, presentandosi così a Dio per offrire il sacrificio egli, divenuto
lui stesso sacrificio,17 fu il primo ad essere martire iniziando con la glo­
ria del suo sangue e la passione del Signore: era stato, infatti, giusto e
pacifico secondo il Signore. Quelli che vivono e operano a questo modo
saranno premiati da Dio e, nel giorno del giudizio, giudicheranno insieme

12 Mt. 7,2.
13 Cfr. Mt. 18,23-35.
14 Me. 11,23.
15 Mt. 18,23-24.
16 Gen. 4,3-7.
17 Gen. 4,8-10.
292 Il Padrenostro

con il Signore. Del resto, secondo la testimonianza del beato Apostolo


e della santa Scrittura, chi vive in discordia, chi è dissidente, chi non vive
in pace con i fratelli, anche se viene ucciso per il nome di Cristo, non
potrà mai liberarsi dal peccato della discordia fraterna, perché sta scritto:
«Chi odia il suo fratello è omicida»18 e Pomicida non entra nel regno
né vive con Dio.19 Non può vivere con Cristo chi ha preferito imitare
Giuda più che Cristo. Quale grande delitto, questo! Non si può lavare
neppure col battesimo di sangue. Quale grande peccato, ciò che non può
espiarsi neppure col martirio!

III. O rigene 20

Di debiti parla anche l’Apostolo: «Rendete a tutti ciò che è dovuto:


a chi il tributo, il tributo; a chi la tassa, la tassa; a chi il timore, il timore;
a chi l’onore, l’onore. Non restate in nulla debitori a nessuno, se non
nell’amore reciproco».21 Siamo dunque debitori e abbiamo certi doveri
non soltanto quanto al dare, ma anche quanto al benevolo conversare
e al compimento di alcune determinate azioni e dobbiamo avere gli uni
verso gli altri tale disposizione d’animo. Questi debiti noi li saldiamo,
attuando quello che ci ordina la legge divina; se, al contrario, disprez­
ziamo la sana ragione, noi rimaniamo in debito. In modo simile dob­
biamo valutare i nostri debiti riguardo ai fratelli, come pure riguardo
a quelli che sono stati rigenerati con noi in Cristo dalla parola della vera
pietà, o rispetto a quelli che con noi discendono da uno stesso padre o
da una stessa madre. C’è una obbligazione anche verso i concittadini e
un’altra comune a tutti gli uomini, una speciale per gli stranieri, un’altra
speciale verso coloro che hanno età di padri, un’altra da usare con co­
loro che per buoni motivi onoriamo come figli o fratelli. Chi dunque non
fa quel che deve ai fratelli, resta loro debitore per quello che non ha fatto.
Del pari, se manchiamo nei nostri rapporti con gli uomini in quanto con­
viene loro per umanissimo spirito di saggezza, ne consegue che il nostro
debito diventa maggiore.

18 1 Gv. 3,15a.
19 1 Gv. 3,15b.
20 Perì euches, XXVIII, 1-10. Tr. it., cit., pp. 136-143.
21 Rom. 13,7-8.
Rimetti a noi i nostri debiti .. 293

Anche per quanto riguarda la nostra persona, dobbiamo servirci del


nostro corpo in modo tale da non indebolire le sue forze per amore al
piacere; siamo però debitori anche verso la nostra anima prendendoci
cura di essa, vigilando sull’acume della nostra intelligenza e anche sul
linguaggio, perché sia senza aculei, giovevole, mai vano. Se da noi non
si compie quello che da noi si esige, allora il debito si fa più pesante.
Inoltre poiché noi soprattutto siamo opera e creatura di Dio, dob­
biamo conservare verso di lui una specifica affezione, un amore dato «con
tutto il cuore, con tutte le forze, con tutto il pensiero». Ché se ciò da
noi non si adempie, rimaniamo debitori a Dio e pecchiamo contro il Si­
gnore. E chi per questo pregherà per noi? «Se un uomo pecca contro
un altro uomo, si pregherà per lui, ma se pecca contro il Signore, chi
pregherà per lui?».22 [...] Noi siamo debitori di Cristo, che ci ha redenti
col suo sangue, come ogni schiavo è debitore di colui che lo ha riscattato
e ha versato per lui tanta somma di denaro. Noi abbiamo ancora un de­
bito verso lo Spirito Santo e lo paghiamo quando «non contristiamo co­
lui nel quale siamo stati segnati in vista del giorno della redenzione»;23
e quando non lo contristiamo, allora produciamo i frutti che da noi si
esigono, con il suo stesso aiuto e la sua presenza che vivifica la nostra
anima.
Se poi non sappiamo chi con esattezza sia per ciascuno di noi
l’angelo, che contempla la faccia del Padre nei cieli,24 è ben chiaro che
se non gli si presta attenzione siamo pure a lui debitori. Che se inoltre
noi siamo «uno spettacolo per il mondo e per gli Angeli e per gli uo­
mini»,25 bisogna sapere che chi dà spettacolo si sente in dovere di dire
o di fare tale o tale altra cosa alla vista degli spettatori; e che, se egli
di ciò non si cura, è punito di avere abusato del pubblico del teatro; così
similmente anche noi dobbiamo al mondo intero, a tutti gli angeli, a tutto
il genere umano gli insegnamenti che, volendo, apprenderemo dalla sa­
pienza.
Al di fuori di questi doveri di carattere generale vi è un debito della
vedova, della quale ha cura la Chiesa; un altro del diacono; un altro del
presbitero; di maggiore gravità è quello del vescovo, che si esige dal Sal­

22 1 Sam. 2,25
23 Ef. 4,30.
24 Mt. 18,10.
25 1 Cor. 4,9.
294 Il Padrenostro

vatore di tutta la Chiesa e che, se non soddisfatto, sarà ripetibile in giu­


dizio. Già l’Apostolo ha parlato di un debito comune all’uomo e alla
donna dicendo: «Il marito renda alla moglie quello che deve e così la
moglie al marito». E aggiunge: «non privatevi uno dell’altro».26 E forse
bisogna che io dica di quanti doveri siamo onerati ai quali, non com­
piendoli, rimaniamo legati, o, compiendoli, siamo liberati, dal momento
che ciascun lettore da quello che troverà in questo scritto potrà rilevare
i suoi? Effettivamente in tutta la vita non vi è ora, e di giorno e di notte,
che noi non dobbiamo qualche cosa.
Allorché si è debitori, si paga il debito o lo si defrauda. Ed è pos­
sibile che in questa vita si paghi, come è possibile che si defraudi. Ci sono
alcuni che non devono niente a nessuno; vi sono quelli che pagano la
parte maggiore e soltanto per piccole cose rimangono debitori; altri in­
vece pagano una piccola parte e rimangono per la maggior parte debi­
tori; e forse vi è qualcuno che non paga niente e deve tutto. E colui che
paga tutto in modo che nulla più debba, regola tutto nel corso del tempo;
ha bisogno di un condono per i debiti anteriori; e questo condono a ra­
gione può ottenerlo chi da un certo tempo si studia di essere tale che non
rimanga in nulla debitore nel compimento dei suoi obblighi. Ora tutte
le operazioni inique, nefaste, scritte nella nostra coscienza, divengono
il cartello scritto contro di nói, in confòimità al quale noi saremo giu­
dicati come secondo libri [di debiti] scritti, per così dire, da noi tutti, di
nostro pugno [chirografi], allorché «tutti staremo davanti al tribunale
di Cristo27 per ricevere ciascuno secondo il bene o il male, che fece
quando era nel corpo».28 [...]
Ma se noi siamo debitori a tanti, in ogni caso ci sono anche alcuni
che devono a noi. Alcuni ci devono come a uomini, altri come a citta­
dini, altri come a padri, altri come a figli, e ancora ci sono donne che
ci devono come a mariti, o come amici ad amici. Poiché in questa mol­
titudine di gente che ci deve, certuni si mostrano più fiacchi nel paga­
mento di quanto ci convenga, noi ci comporteremo umanamente, se non
saremo memori dei loro torti, e penseremo invece ai debiti, che spesso
abbiamo contratto non solamente con gli uomini, ma anche con Dio
stesso. Ricordandoci dunque di quello che come debitori non abbiamo

26 1 Cor.· 7,3.5.
27 Rom. 14,10.
28 2 Cor. 5,10.
Rimetti a noi i nostri debiti.. 295

pagato, ma di quello che abbiamo defraudato nel corso del tempo, in


cui avremmo dovuto prestare questo o quello al prossimo, saremo più
indulgenti nei confronti di coloro, che ci devono e non hanno saldato
il loro debito, soprattutto se non dimentichiamo le nostre trasgressioni
della legge di Dio, i peccati di parole inique contro l’Altissimo, i peccati
d’ignoranza della verità o quelli di inquietudine nei casi tristi che ci sono
occorsi. Se non vogliamo essere benevoli verso i nostri debitori, avremo
la punizione come quello che non ha rimesso a un compagno di servizio
i cento denari che doveva. Dopo aver ottenuto il condono del suo de­
bito, [...] il padrone lo fa legare e da lui esige tutto quanto gli aveva ri­
messo, dicendogli: «Servo malvagio e neghittoso, non avresti tu dovuto
avere pietà del tuo compagno, allo stesso modo che anch’io ebbi pietà
di te? Gettatelo in prigione sino a quando non restituisca tutto quanto
deve». E il Signore aggiunge: «In questo modo anche il Padre celeste
farà con voi, se non perdonerete ciascuno di cuore al proprio fratello».29
A quelli dunque, che dicono di pentirsi di avere peccato contro di
noi, bisogna concedere il perdono, anche se il nostro debitore rinnova
ripetute volte la sua assicurazione. «Se tuo fratello, dice il Signore, pecca
sette volte al giorno contro di te, e sette volte si rivolge a te, dicendoti
“ mi pento” , tu perdonagli».30 Verso coloro che non si pentono, non
dobbiamo esser duri; ma sono essi iniqui verso se stessi. Infatti «chi ri­
fiuta la disciplina odia se stesso».31 Anzi anche in questo caso bisogna
in ogni modo avere cura di lui, anche se è talmente pervertito da non
avvertire i propri mali, preso da una ubriacatura più perniciosa di quella
del vino, ossia se è accecato dalle tenebre della malizia.
Ciò che indica Luca con le parole: «Perdona le nostre colpe» (i no­
stri peccati provengono da ciò, che non paghiamo i nostri debiti), dice
lo stesso Matteo, sebbene sembri restringere, volendo rimettere ai soli
debitori pentiti. Luca ricorda questo ordine del Salvatore di dovere ag­
giungere nella nostra preghiera: «perché noi rimettiamo a tutti coloro
che ci sono debitori». Noi di certo abbiamo il potere di rimettere i pec­
cati commessi contro di noi, come risulta manifesto dall’espressione:
«Come noi rimettiamo ai nostri debitori», e da quell’altra: «Perché noi
rimettiamo a tutti coloro che ci sono debitori». Colui su cui Gesù alitò

29 Mt. 18,23-25.
30 Le. 17,4.
31 Prov. 15,32.
296 Il Padrenostro

il suo soffio, come sugli Apostoli, e dai cui frutti si può ben riconoscere
che ha ricevuto lo Spirito Santo32 e che è divenuto spirituale, cosicché
al modo di Figlio di Dio è mosso dallo Spirito in ogni suo operare se­
condo ragione, rimette quello che Dio rimette e ritiene i peccati ingua­
ribili; come i profeti che nel loro parlare non enunziano propri pensieri
ma quello che risponde alla volontà di Dio, il quale solo ha il potere di
rimettere.
Nel Vangelo di San Giovanni queste sono le parole relative alla po­
testà data agli Apostoli di perdonare: «Ricevete lo Spirito Santo. A chiun­
que rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ri­
tenuti».33 Se qualcuno prende questa espressione senza attento esame,
potrebbe rimproverare agli Apostoli di non avere rimesso i peccati a tutti,
perché a tutti fossero rimessi [da parte di Dio], ma di avere ritenuto i
peccati a qualcuno, perché gli fossero ritenuti anche da parte di Dio. Per
intendere la remissione dei peccati che è data da Dio agli uomini per il
ministero di uomini, [...] appare utile desumere [qualche] esempio dalla
Legge. Ai sacerdoti della Legge è proibito offrire un sacrificio per certi
peccati, il che farebbe sì che vengano rimesse le colpe di coloro, per i
quali si offre il sacrificio. Cosicché il sacerdote, che ha il potere di of­
frire il sacrificio per certe colpe involontarie, non lo può giammai of­
frire per l’adulterio, per l’uccisione volontaria e per altri peccati molto
gravi. L’olocausto è il sacrificio per il peccato. Ciò vale anche per gli
apostoli e quelli simili a loro, perché essi sono sacerdoti secondo
l’esemplare del grande Pontefice. Essi hanno ricevuto la scienza della te­
rapeutica divina, istruiti dallo Spirito di Dio, e sanno per quali peccati
bisogna offrire il sacrificio, e anche il tempo e il modo, e sanno del pari
per quali peccati non bisogna offrirlo. Vi sono alcuni che, non so come,
si arrogano un potere trascendente la potestà sacerdotale — forse nean­
che hanno la scienza sacerdotale — e si vantano di poter rimettere i pec­
cati di idolatria, di adulterio e di fornicazione, come se per mezzo della
preghiera, che essi formulano sui rei di questi crimini, si potesse can­
cellare anche il peccato che conduce a morte. Non leggono questa parola
della Scrittura: «C’è un peccato che mena a morte: non dico che si pre­
ghi per questo»34 [...].

32 Cfr. Gv. 20,22-23.


33 Gv. 20,23.
34 1 Gv. 5,16. Questi peccati — idolatria, adulterio, fornicazione — non si perdo­
nano subito mediante la «preghiera del sacerdote» ( = assoluzione sacramentale), ma, poi-
Rimetti a noi i nostri debiti.. 297

IV. S a n C irillo di G erusalemm e 35

Abbiamo molti peccati; pecchiamo con le parole e con il pensiero,


e commettiamo azioni degne di condanna. E «se dicessimo che noi non
abbiamo alcun peccato, inganneremmo»,36 come dice Giovanni. Pre­
gando, noi facciamo un patto con Dio: lo supplichiamo di rimettere i
nostri peccati come noi condoniamo i debiti al prossimo. Conoscendo
quali beni riceviamo e a quale prezzo, non dobbiamo rimanere indecisi,
né esitare a perdonare agli altri. Le mancanze da loro commesse contro
di noi sono piccole, leggere e di facile accomodamento, mentre quelle
che noi abbiamo commesso contro Dio sono grandi e solo la sua mise­
ricordia le può riparare. Bada dunque che per le piccole e leggere offese
fatte a te, tu non ti abbia a precludere il perdono di Dio per i tuoi gra­
vissimi peccati.

V. S a n G regorio N isseno 37

Il discorso divino, procedendo, giunge alPautentica vetta della virtù:


indica infatti nelle parole della preghiera come vuole che sia la creatura
che si avvicina al Signore, che non rimane chiusa nei confini della natura
umana, ma, attraverso la pratica della virtù, tende a rendersi simile al
Dio stesso, così da sembrare di essere un’altra divinità, perché compie
azioni che sono proprie di Dio soltanto. La remissione delle colpe, in­
fatti, è un atto proprio e particolare di Dio, poiché è stato detto che
«Nessuno può rimettere i peccati, se non soltanto Iddio».38 Se dunque
un uomo, nella propria vita, imitasse i caratteri della natura divina, di­
venterebbe simile a quell’essere di cui ha mostrato di compiere un’evidente
imitazione.
Che cosa insegna dunque la parola di Dio? [...] A chiedere la re­
missione delle colpe un tempo commesse, [...] a divenire benefattore chi
si accosta al benefattore, divenire buono chi si accosta all’uomo buono,
giusto chi al giusto, paziente chi al paziente, filantropo chi al filantropo
[...]. Pertanto, chi non perdona al proprio debitore, con il suo compor-

ché «conducono alla morte», devono essere ritenuti, ovvero sottoposti ad una salutare pe­
nitenza che, operando la conversione, prepara il perdono ulteriore (cfr. P. G altier , Les
péchés incurables d ’Origene, in Greg. 10 (1929) 209.
35 Catecheses, XXIII, 16. Tr. it., cit., p. 430.
36 1 Gv. 1,8.
37 De oratione dominica, V (PG 44, 1177A-1192A). Tr. it., c it, pp. 102-105.114.
38 Le. 5,21 par.
298 Il Padrenostro

tamento, si allontana dalla somiglianza divina [...]. Vedi a quanta gran­


dezza il Signore innalza — attraverso le parole della preghiera — coloro
che lo ascoltano, quasi trasformando la natura umana in una più simile
a quella divina e determinando per legge che diventino divinità quelli che
si accostano a Dio? «Perché — dice — ti avvicini al Signore a guisa di
uno schiavo, tremante di paura e colpito da rimorso di coscienza? [...]
Diventa tu giudice di te stesso, dà a te stesso il voto che salva. Cerchi
che da Dio ti siano condonati i debiti? Condonali tu [...], infatti ciò che
tu fai verrà confermato dal giudizio divino».
Ma come si potrebbe spiegare degnamente la sublimità della voce
di Dio?: [...] «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li abbiamo
rimessi ai nostri debitori». Ciò che infatti mi viene da pensare su questo
argomento è troppo ardito sia concepirlo con la mente sia esprimerlo con
le parole. Che cosa vuol dire infatti la frase del Signore? Come Egli si
pone da modello a coloro che operano il bene [...], così a sua volta vuole
che la tua disposizione verso Dio sia un esempio per il bene. L’ordine
dei valori in certo modo viene cambiato, tanto che possiamo ardire di
sperare che, come in noi si compie il bene con Pimitazione di Dio, così
Dio imiti le nostre azioni, qualora abbiamo compiuto qualche cosa di
buono, e possa dire anche tu al Signore: «Quello che io ho fatto fallo
pure tu: [...] ho rimesso i debiti affinché tu non respinga il supplice; ho
congedato lieto il mio debitore, così avvenga anche del tuo; non rendere
il tuo debitore più triste del mio! [...] Quello è il mio debitore, io sono
il tuo; Patteggiamento che ho avuto con lui mi ottenga presso di te lo
stesso favore. Ho sciolto, sciogli; ho rimesso, rimetti; ho mostrato larga
misericordia al mio prossimo, imita la benignità del tuo servo, o Signore!».
[...] Se dunque abbiamo intenzione di presentare a Dio una sup­
plica per ottenere da Lui pietà e misericordia, procuriamo alla nostra co­
scienza la santa fiducia, in modo da poter presentare la nostra vita come
testimone di questa preghiera e poter dire veramente: «Anche noi li ab­
biamo rimessi ai nostri debitori».

VI. S a n t A mbrogio 39

Che cos’è il debito se non il peccato? Dunque, se tu non avessi ac­


cettato il denaro proveniente dal prestito di un estraneo, non saresti nel

39 De sacramentis, V, 4,27-28. Tr. it., cit., pp. 115.117.


Rimetti a noi i nostri debiti.. 299

bisogno, e per questo ti viene imputato il peccato. Avevi il denaro con


il quale nascere ricco. Eri ricco, perché creato ad immagine e somiglianza
di Dio.40 Hai perduto ciò che possedevi, cioè l’umiltà; mentre cercavi di
tutelare la tua insolenza, hai perduto il denaro: sei diventato nudo come
Adamo. Hai contratto col diavolo un debito che non era necessario. Per­
ciò tu, che eri libero in Cristo, sei diventato debitore del diavolo. Il ne­
mico aveva la tua garanzia, ma il Signore l’ha crocifissa e l’ha cancellata
col suo sangue.41 Ha annullato il tuo debito, ti ha restituito la libertà.
Dice bene perciò: e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo
ai nostri debitori. Considera che cosa dice: «Come rimetto io, così an­
che tu rimetti a me». Se tu perdoni, hai ragione di chiedere di essere per­
donato. Se non perdoni, come osi rivolgerti a lui?

VII. T eodoro di M opsuestia 42

E anche se, per quanto grande possa essere la nostra dedizione alla
virtù, non riusciamo sempre a restare affrancati dal peccato e ci troviamo
nella condizione di soccombere a causa della debolezza della natura, [il
Signore] ha trovato un rimedio nella supplica sul perdono, anche se non
l’ha proferita solo per questo motivo. «Se — dice — vi dedicate al bene
e vi invigorite in esso, se non vorrete chiedere nulla di superfluo ma avere
solamente l’uso del necessario, dovete aver fiducia di ricevere il perdono
dei vostri peccati, perché questi peccati sono del tutto involontari». Chi
è veramente dedito al bene e cerca di liberarsi dal male, certamente non
è caduto volontariamente. Come avrebbe potuto voler cadere chi dete­
sta il male e ama il bene? È sicuro, quindi, che i peccati di quest’uomo
sono involontari e che riceverà il perdono per essi. Aggiungendo «come
pure noi li abbiamo perdonati ai nostri debitori», egli [il Signore] ci in­
segna ad aver fiducia nel fatto che ci verrà concesso il perdono di questi
[peccati] se anche noi, secondo le nostre forze, faremo lo stesso con co­
loro che ci hanno offeso. Poiché, anche dopo aver scelto noi il bene ed
aver gioito in esso, pecchiamo molte volte contro Dio e contro gli uo­
mini è bene che Dio abbia trovato un rimedio a questi due mali nel per­
dono che noi concediamo a coloro che ci offendono, animati dalla ferma

40 Gen. 1,26-27.
41 Cfr. 2,14.
42 Omelie catechetiche, XI, 15-16.
300 Il Padrenostro

fiducia che anche noi riceveremo, nello stesso modo, da Dio il perdono
dei nostri peccati. Perché, come, quando pecchiamo noi, è necessario che,
inginocchiandoci, supplichiamo a Dio il perdono, così pure perdoniamo
noi coloro che ci hanno offeso e chiedono a noi il perdono. Accogliamo
con amore chi, in qualunque modo, ci ha offeso o fatto soffrire! [...].
Nostro Signore ha prescritto chiaramente di chiedere il perdono, ma a
condizione che anche noi abbiamo perdonato coloro che ci hanno offeso.

V ili. S a n G iovanni C risostomo 43

Siccome accade che, anche dopo il battesimo, lavacro della rigene­


razione, noi pecchiamo, Gesù manifestando anche qui il suo grande amore
per gli uomini, comanda di accostarci a Dio misericordioso, per chie­
dergli il perdono dei nostri peccati: Rimetti a noi i nostri debiti, come
noi li rimettiamo ai nostri debitori. Vedete a quali estremi giunge Pamore
che Cristo ha per gli uomini? Dopo averli liberati da tanti mali, dopo
aver concesso loro un dono di grandezza incommensurabile, egli con­
tinua a ritener degni del perdono quelli che insistono nell’offenderlo. Che
questa orazione infatti sia per i fedeli, l’attestano la tradizione, le pre­
scrizioni della Chiesa e Pinizio stesso della preghiera. Una persona, non
ancora battezzata, non può chiamare «Padre» Dio. Se questa preghiera
è dunque fatta per i fedeli e se i fedeli pregano Dio e lo supplicano di
perdonare i loro peccati, è chiaro che Dio non ci rifiuta, dopo il batte­
simo, il rimedio della penitenza. Se non avesse voluto convincerci di que­
sta verità, non ci avrebbe prescritto di pregare per questo. Colui che parla
dei peccati e ordina di chiederne il perdono, insegnando il modo di ot­
tenerlo per questa facile via che consiste nel perdonare affinché ci sia
perdonato, evidentemente sa e vuol mostrarci che i peccati possono es­
sere cancellati anche se sono stati commessi dopo il battesimo. Appunto
per persuaderci di questa verità, egli ordina di pregare in questo modo.
E al tempo stesso, facendoci ricordare i nostri peccati, ci ispira senti­
menti di umiltà. Comandandoci poi di perdonare agli altri, cancella dal
nostro animo ogni ricordo delle ingiurie patite. Promettendo, in cam­
bio, di perdonare anche le nostre colpe, ci dà buone speranze e ci con­
duce a meditare sulPineffabile amore che Dio ha per gli uomini.

43 In Matthaeum Hom., XIX,5-6. Tr. it., cit., pp. 315-317.


Rimetti a noi i nostri debiti.. 301

Ma questo soprattutto dovete osservare: dopo aver sottolineato, in


ognuna delle domande rivolte al Padre, tutta la perfezione cristiana, rac­
chiude in quest’ultima anche l’obbligo di non ricordare le offese. Ecco,
santificare il suo nome, è la perfezione della vita cristiana; fare la sua
volontà, è la stessa cosa; poter chiamare «Padre» Dio, è prova di una
vita senza colpa; in tutto questo è compresa anche la necessità di non
adirarsi, anzi di perdonare coloro che ci hanno offeso.
Ebbene, egli non si limita a questa raccomandazione implicita, ma,
per mostrare quanto abbia a cuore ciò, ne fa un punto particolare della
preghiera che ci prescrive e, dopo che la preghiera è completa, non ri­
corda nessun altro punto oltre questo. Egli infatti ripeterà: «Se voi avrete
perdonato agli uomini i loro peccati, anche il Padre vostro celeste per­
donerà a voi».44 Dipende perciò da noi la nostra sorte, e noi stessi siamo
responsabili del giudizio che un giorno verrà pronunziato. Affinché nes­
suno di noi, per quanto irragionevole, possa lamentarsi né poco né tanto,
quando verrà giudicato, Dio rende noi, che siamo colpevoli, responsa­
bili della nostra sorte e appunto dice: così io vi giudicherò, come voi stessi
vi sarete giudicati: se avrete perdonato ai vostri simili, otterrete da me
la stessa grazia, benché queste due cose siano ben differenti, — noi in­
fatti perdoniamo gli altri, perché abbiamo bisogno di essere a nostra volta
perdonati, mentre Dio ci fa grazia senza aver bisogno di niente. Voi per­
donate a coloro che sono servi come voi; Dio, invece, perdona noi che
siamo suoi servi. Voi fate grazia ai vostri simili, essendo voi stessi col­
pevoli di innumerevoli peccati; Dio fa grazia essendo esente da qualsiasi
colpa, lui che è la santità stessa. Ma proprio così egli ci dà un’altra prova
della sua bontà. Egli avrebbe potuto infatti perdonare i tuoi peccati, senza
imporre alcuna condizione: facendolo, invece, in proporzione al perdono
che concederai ai tuoi simili, ti procura mille occasioni di esercitare la
mansuetudine e la carità; ti offre la possibilità di soffocare in cuore tutto
quanto vi è di brutale e di inumano, di spegnere la tua ira; ti insegna
a unirti strettamente ai tuoi fratelli, che con te fanno parte dello stesso
corpo.
Dopo tutto questo, quale scusa potrai ancora portare? Dirai che il
tuo prossimo ti ha offeso senza ragione? Questo è peccato, non lo nego,
ma ti si ordina di perdonarlo. Se, poi, agisce con giustizia, non ha bi­
sogno del tuo perdono, perché non ha peccato. Ma io dico che anche

44 Mt. 6,14.
302 Il Padrenostro

tu ti accosti a Dio per impetrare il perdono di simili peccati e di altri ben


più gravi. Ebbene, prima ancora di accordartelo, egli ti fa un altro dono,
e non piccolo, insegnandoti appunto ad avere un’anima umana, mise­
ricordiosa e a essere dolce e mite. Inoltre ti promette una grande ricom­
pensa, garantendoti che non ti chiederà più conto dei tuoi peccati. E dun­
que, di quale supplizio saremo degni se, dopo che Dio ha posto la nostra
salvezza nelle nostre mani, noi tradiamo noi stessi e ci perdiamo deli­
beratamente? Come pretenderemo di essere esauditi in altre richieste se,
quando la nostra salvezza dipende da noi, siamo tanto crudeli verso noi
stessi?

IX. S a n t ’A g o s t i n o 45

1) È evidente che i peccati qui son chiamati debiti, come in ques


senso anche il Signore disse: Non uscirai prima di aver pagato sino
all'ultimo spicciolo,46 e chiamò debitori coloro di cui gli fu annunziato
esser rimasti morti sotto le rovine di una torre, e quelli di cui Erode mi­
schiò il sangue col sangue dei loro sacrifizi;47 poiché disse allora che li
credeva uomini, perché gli erano debitori oltremodo, cioè peccatori, e
soggiunse: In verità vi dico, se non fate penitenza, perirete tutti allo stesso
modo.48
Da queste parole, dunque, non si può inferire che siamo obbligati
a rimettere i debiti pecuniari, ma a perdonare le offese che abbiamo ri­
cevuto. Gesù Cristo per i debiti pecuniari ci ha dato quest’altro precetto,
che ci obbliga con espressioni chiarissime a rimetterli, dicendoci: A chi
vuol muoverti lite e toglierti la tunica, cedigli anche il m antello49 Non
pertanto né anche questo comandamento c’impone l’obbligo di rimet­
tere a tutti coloro che ci debbono denari, ma solamente a coloro che ri­
cusano di renderci ciò che ci debbono, e che ci vogliono impegnare in
una lite. Laonde, secondo l’Apostolo, perché un servo di Dio non deve

45 1) De sermone Domini in monte, 11,8,28-29. Tr. it., cit., pp. 127-130. 2) Serm.
56,11-17. Tr. it., cit., pp. 153.155.157.159.161.163
46 Mt. 5,26.
47 Le. 13,1-5.
4» Le. 13,3.5.
49 Mt. 5,40.
Rimetti a noi i nostri debiti .. 303

litigare,50 quando colui, che ci deve denaro, non volesse a noi restituirlo
0 spontaneamente o richiesto, dobbiamo in tal caso rilasciarglielo. Poi­
ché due sono le ragioni per le quali non vorrebbe restituirlo, o per non
avere con che farlo, o per essere avaro e cupido degli altrui averi: l’uno
e l’altro motivo sono segni della sua indigenza e povertà. Infatti, non
avendo egli con che restituire, è veramente povero, e per conseguenza
gli si fa un’elemosina, rilasciandogli ciò che deve; o avendolo, e non vo­
lendo restituire per essere avaro, si trova pure in una indigenza spirituale,
la quale è più grande e degna di compassione. Perciò colui che rilascia
ad uno, che si trovi in tale stato, ciò che gli deve, rilascia veramente a
un povero, e fa un’opera di misericordia e di carità cristiana, fondata
su quella regola, ch’egli debba esser sempre pronto a perdere ciò che gli
è dovuto. Quando però egli sollecita moderatamente e modestamente il
suo debitore a rendergli ciò che gli deve, non tanto per desiderio di ri­
cuperare il suo denaro, quanto per farlo rientrare in se stesso, rappre­
sentandogli il danno, ch’egli fa all’anima sua con l’ingiustizia che com­
mette, avendo con che restituire e non volendo farlo; quando, io dico,
così sollecita il suo debitore, non solamente non pecca contro la carità,
ma gli fa un gran favore, perché provvede al suo meglio, sicché non ri­
manga pregiudicata la sua fede col guadagno dei beni altrui, che sarebbe
una perdita sì grande, che non ha l’uguale nel mondo. Dal che s’intende
che anche in questa quinta domanda, con la quale diciamo: Rimettici
1 nostri debiti, non si tratta esclusivamente di denaro, ma di tutte le of­
fese che ci vengono fatte, e perciò anche del denaro, giacché colui che,
essendo tuo debitore e potendo pagarti, non lo fa, commette a tuo ri­
guardo una vera offesa. Ora se non gli rimetti quest’offesa, non potrai
dire: Rimettici i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori;
ma se tu perdonerai, ripensa che anche colui, al quale si comanda di pre­
gare così, viene avvisato di rimettere il suo debito.
Si può affermare che quando diciamo: Rimettici i nostri debiti, come
noi li rimettiamo ai nostri debitori, allora siamo convinti d’avere agito
contro questa regola, se non concediamo il perdono a coloro che ce lo
chiedono, perché anche noi, che chiediamo perdono, lo vogliamo dal mi­
sericordioso nostro Padre celeste. Ma quando ci viene comandato di pre­
gare per i nostri nemici, un tal comandamento non ci è dato per coloro
solamente che ci pregano di perdonarli, perché dal momento che ci do-

50 2 Tim. 2,24.
304 Il Padrenostro

mandano il perdono non sono più nostri nemici; e non vi ha persona che
possa dire con verità di pregare per colui al quale non abbia perdonato.
Perciò bisogna convenire che dobbiamo perdonare tutti i peccati com­
messi contro di noi, se vogliamo che Dio ci perdoni quelli che commet­
tiamo contro di lui.

2) Nemmeno questa supplica dev’essere spiegata, poiché la facciam


per noi, in quanto domandiamo che ci siano rimessi i debiti. Siamo in­
fatti debitori, non di denaro, ma per i peccati. Ora forse tu dirai: «Anche
voi?». Rispondiamo: «Anche noi». «Anche voi, vescovi santi, siete de­
bitori?». «Sì, siamo debitori anche noi». «Anche voi? Ma no, signore,
non farti torto». «Non mi faccio torto, ma dico la verità: siamo debi­
tori». Se diremo di non avere il peccato, inganniamo noi stessi e non c ’è
in noi la verità.51 Noi siamo battezzati, ma rimaniamo sempre debitori.
Non pérché sia rimasto in noi qualche peccato non rimesso nel batte­
simo, ma perché nel corso della vita ci macchiamo di peccati che ci de­
vono venire rimessi ogni giorno. Coloro che muoiono subito dopo es­
sere stati battezzati, salgono in cielo e si presentano a Dio senza peccati;
ma coloro che, dopo essere stati battezzati, sono trattenuti in questa vita,
a causa della fragilità umana si macchiano di qualche peccato che, an­
che se non fa naufragare, occorre tuttavia eliminare, poiché se non si
toglie l’acqua dalla sentina, a poco a poco l’acqua entra e può fare som­
mergere tutta la nave. Pregare in questo modo è come vuotare la sen­
tina. Non dobbiamo però soltanto pregare, ma anche fare elemosine: poi­
ché quando si vuota la sentina per non far affondare la nave, si agisce
con le parole e con le mani. Agiamo con le parole quando diciamo: Ri­
metti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori; agiamo
invece con le mani quando compiamo delle azioni: Spezza il pane
all’affamato e conduci nella tua casa il povero privo d ’un tetto.52 Rin­
chiudi l ’elemosina nel cuore del povero ed essa pregherà per te il Si­
gnore.53
Dopo che ci sono stati rimessi tutti i peccati mediante il lavacro della
rigenerazione, ci troveremmo ancora immersi in grandi angustie, se non
ci fosse stata data la quotidiana purificazione della santa orazione. Le
elemosine e le preghiere cancellano i peccati, purché non se ne commet­

51 1 Gv. 1,8.
52 Is. 58,29.
53 Sir. 29,15.
Rimetti a noi i nostri debiti .. 305

tano di tali a causa dei quali dobbiamo stare lontani dal pane [eucaristico]
quotidiano, evitando i debiti ai quali è dovuta una condanna certa e se­
vera. Non dite d ’essere giusti, come se non aveste motivo di dire: Rimetti
a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Dobbiamo
astenerci dalFidolatria, dal consultare gli astrologhi, dai rimedi degli in­
cantatori, dagli inganni degli eretici, dalle divisioni degli scismatici, da­
gli omicidi, dagli adulterii, dalle fornicazioni, dai furti e dalle rapine,
dalle false testimonianze e da tutti gli altri eventuali peccati, senza par­
lare di quelli che producono effetti mortali, a causa dei quali è inevita­
bile che si venga separati dall’altare e si venga legati sulla terra in modo
da essere legati anche in cielo: cosa molto pericolosa e che può causare
la morte delPanima, se non verrà sciolto sulla terra il peccato, affinché
sia sciolto anche in cielo. Prescindendo quindi da questi peccati, non man­
cano all’uomo occasioni di peccare. Si pecca guardando volentieri ciò
che non si deve guardare. Ma chi potrebbe frenare la velocità dell’occhio?
Si dice infatti che l’occhio si chiama così dalla velocità. Chi potrebbe
mettere un freno all’orecchio o all’occhio? Gli occhi, quando lo vorrai,
si possono chiudere e si chiudono immediatamente; le orecchie invece
ci vuole uno sforzo per tapparle; alzi le mani ed arrivi ad esse, ma se
uno ti trattiene le mani, le orecchie restano aperte e non potrai tapparle
per non sentire maldicenze, discorsi osceni, parole ingannatrici e adu-
latrici. Quando udrai qualcosa che non bisogna udire, anche se non lo
farai, non peccherai forse con le orecchie? Ascolti volentieri qualcosa
di cattivo. Quanti peccati commette una lingua micidiale! Alle volte com­
mette tali peccati che, a causa di essi, si viene separati dall’altare. È pro­
prio essa lo strumento delle bestemmie. Da essa escono anche discorsi
frivoli, e senza scopo. La mano non deve fare alcuna azione cattiva né
il piede correre a compiere il male, l’occhio non deve fissarsi su oggetti
lascivi né l’orecchio sentire il turpiloquio né la lingua dire cose indecenti.
Tu dirai: «Ma i pensieri chi potrà tenerli a freno?».
Fratelli miei, spesso preghiamo, ma pensiamo ad altre cose, si po­
trebbe dire che ci dimentichiamo davanti a chi stiamo e davanti a chi siamo
prostrati. Se tutti questi peccati si ammucchiassero insieme contro di noi,
si potrebbe forse pensare che non ci opprimerebbero per il fatto che sono
piccoli? Che differenza c’è se ti schiaccia il piombo o la rena? Il piombo
è un’unica massa, la rena è formata da piccoli granelli, ma ti schiaccia
con la sua gran quantità. Sono peccati leggeri; ma non vedi che piccole
gocce gonfiano i fiumi e portano via dei poderi? Sono peccati leggeri,
è vero, ma sono molti.
306 II Padrenostro

Cerchiamo dunque di dire ogni giorno e di dirlo con cuore sincero


e di mettere in pratica ciò che diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come
noi li rimettiamo ai nostri debitori. Noi prendiamo un impegno solenne,
facciamo un patto e un accordo con Dio. Dio tuo Signore ti dice: «Per­
dona tu e perdonerò anch’io. Tu non hai perdonato? Tu ti rivolgi contro
te stesso, non io». Ora, figli miei carissimi, sapendo quanto vi sia utile,
nella preghiera insegnata dal Signore e ancor più nella preghiera in ge­
nere, questa richiesta: Rimetti a noi i nostri debiti3 come noi li rimet­
tiamo ai nostri debitori, ascoltatemi. Dovete essere battezzati: perdonate
tutto; chi ha qualche risentimento nel proprio cuore contro qualcuno,
perdoni di cuore. Entrate [nel fonte battesimale] con queste disposizioni
e siate certi che vi saranno rimessi assolutamente tutti i peccati: non solo
quelli contratti nascendo dai genitori, per discendenza da Adamo, col
peccato originale (a causa del quale correte con il piccolo a ricevere la
grazia del Salvatore), ma anche ogni altro peccato aggiunto nella vostra
vita, commesso con parole, azioni e pensieri. Vi saranno rimessi tutti;
e ne uscirete come uscireste dallo sguardo del vostro Dio con la sicurezza
d ’essere senza alcun debito.
Ebbene, poiché a causa dei peccati quotidiani, di cui ho parlato, vi
è necessario dire, quasi come un mezzo di purificazione quotidiana: Ri­
metti a noi i nostri d e b itic o m e anche noi li rimettiamo ai nostri de­
bitori, che cosa farete? Voi avete dei nemici; infatti chi potrebbe vivere
su questa terra senza avere dei nemici? Pensate al vostro bene: amateli.
In nessun modo ti può nuocere un nemico feroce più di quanto nuocerai
tu a te stesso, se non amerai il nemico. Egli infatti potrà nuocere alla
tua villa o al tuo bestiame, alla tua casa, al tuo servo o alla tua serva,
a tuo figlio o a tua moglie o, al massimo, al tuo corpo se gliene sarà dato
il potere; potrà forse egli danneggiare l’anima tua come lo puoi tu? Sfor­
zatevi di raggiungere questa perfezione, carissimi; vi esorto. Ma sono stato
forse io a farvi questo dono? Ve l’ha fatto colui al quale dite: Sia fatta
la tua volontà come in cielo così in terra. Non vi sembri tuttavia una cosa
impossibile: io so, conosco, so per esperienza personale che ci sono cri­
stiani che amano i loro nemici. Se vi sembrerà una cosa impossibile, non
la farete. Innanzi tutto dovete credere che è possibile; inoltre dovete pre­
gare che si compia in voi la volontà di Dio. A che ti giova infatti il male
del tuo nemico? Se fosse esente da ogni male, non sarebbe tuo nemico.
Desidera per lui il bene: egli pone termine al male e non sarà più tuo
nemico. Infatti in lui non ti è nemica la natura umana, ma una colpa.
Ti è forse nemico per il fatto ch’egli ha un’anima e un corpo? Egli è quello
Rimetti a noi i nostri debiti.. 307

che sei anche tu: tu hai un’anima, Pha anche lui; tu hai un corpo, Pha
anche lui. È della stessa tua natura: insieme siete stati plasmati con la
terra dal Signore, e siete stati dotati di un’anima. Egli è ciò che sei anche
tu: consideralo come tuo fratello. In origine i nostri due progenitori erano
Adamo ed Èva: padre l’uno e madre l’altra; noi dunque siamo fratelli.
Lasciamo da parte la prima origine. Nostro padre è Dio, nostra madre
la Chiesa; noi dunque siamo fratelli. «Ma il mio nemico è pagano, è giu­
deo, è eretico». Proprio per questo già da un pezzo ho detto: Sia fatta
la tua volontà come in cielo così in terra. O Chiesa! Il tuo nemico è un
pagano, un giudeo, un eretico; non è altro che terra! Se tu invece sei cielo,
invoca il Padre ch’è nei cieli e pregalo per i tuoi nemici, poiché anche
Saulo era nemico della Chiesa; così si pregò per lui e divenne amico. Non
solo cessò d’essere persecutore ma si affaticò per essere collaboratore.
E se vuoi sapere la verità si pregò contro di lui, cioè contro la sua cat­
tiveria, non contro la sua natura. Prega anche tu contro la cattiveria del
tuo nemico: muoia quella ed egli viva. Se infatti morisse il tuo nemico,
potrebbe sembrare che non hai più il nemico ma non troveresti nem­
meno un amico: se invece morirà la sua cattiveria, hai trovato anche un
amico.
Continuate pure a dire: «Ma chi ci riesce? Chi lo fa?». Lo faccia
Dio nei vostri cuori. Lo so anch’io: pochi lo fanno, sono magnanimi quelli
che lo fanno, lo fanno le persone spirituali. Sono forse tali nella Chiesa
tutti i fedeli che si accostano all’altare e ricevono il corpo e il sangue di
Cristo? Sono forse tutti così? Eppure tutti dicono: Rimetti a noi i nostri
debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Dio potrebbe ri­
spondere loro: «Perché mi chiedete di fare ciò che ho promesso, dal mo­
mento che voi non fate ciò che io ho comandato? Che cosa ho promesso?
Di rimettervi i vostri debiti. Che cosa ho comandato? Che anche voi li
rimettiate ai vostri debitori. Come potete mettere in pratica questi pre­
cetti, se non amate i vostri nemici?». Che cosa faremo dunque, fratelli?
A tanto poche si riducono le pecorelle di Cristo? Se devono dire: Rimetti
a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, sol­
tanto quelli che amano i propri nemici, non saprei che fare, non saprei
che dire. Potrei forse dirvi: «Se non amate i vostri nemici, non pregate»?
Non oso dirlo; al contrario, anzi, pregate perché li amiate. Ma che cosa
vi dirò? Se non amate i vostri nemici, nell’orazione insegnata dal Signore
non dite: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri
debitori? Supponi che io dica: «Non lo dite». Se non lo direte, non vi
saranno rimessi: ma se lo direte e non farete quel che dite, non vi sa­
308 Il Padrenostro

ranno rimessi. Si deve dunque dire e fare [quel che si dice] affinché siano
rimessi.
Vedo qualcosa grazie alla quale posso consolare non un piccolo nu­
mero, ma una moltitudine di cristiani, e so che lo desiderate sentire.
Perdonate e Dio vi perdonerà,54 ha detto Cristo. E voi nell’orazione che
cosa dite? Ciò che stiamo spiegando adesso: Rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Perdona, o Signore, come
perdoniamo noi. Ecco che cosa dici: «Rimetti, o Padre, che sei nei cieli,
i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ecco
che cosa dovete fare e, se non lo farete, perirete. Che dire poi? Quando
sentite dire: «Se un nemico vi chiede perdono, dovete darglielo subito»,
anche questo è difficile per voi? Era difficile per te amare un nemico in­
furiato con te, è difficile per te amare una persona che ti supplica? Che
dirai? Tu l’odiavi perché era infuriato con te; avrei preferito che non lo
avessi odiato neppure allora; avrei desiderato che tu avessi sopportato
le sue furie e ti fossi ricordato del Signore che diceva: Padre, perdona
loro perché non sanno quello che fa nno.55 Avrei dunque desiderato vi­
vamente che anche quando contro di te infieriva il tuo nemico, avessi
pensato al Signore tuo Dio quando diceva quella preghiera. Ma forse di­
rai: «Ha fatto così lui, è vero, ma in quanto è il Signore, perché è il Cri­
sto, il figlio di Dio, l’Unigenito, il Verbo incarnato; che potrei fare io,
che sono un individuo cattivo e debole?». Se l’esempio del tuo Signore
è troppo alto per te, pensa a un servo di Dio, simile a te. Santo Stefano
veniva lapidato; ma tra il lancio delle pietre, inginocchiato, pregava per
i nemici, dicendo: Signore3 non imputare loro questo delitto 56 Quelli
lanciavano pietre, non chiedevano perdono, ma egli pregava per loro.
Desidero che tu sia come lui: sforzati d’esserlo. Perché trascini sempre
il cuore sulla terra? Ascolta, volgi il tuo cuore in alto, ama i nemici. Se
non puoi amare un nemico infuriato, ama almeno quello che ti chiede
perdono. Ama chi ti dice: «Fratello, ho peccato, perdonami». Se allora
non perdonerai, non ti dico: «Cancellerai l’orazione dal tuo cuore»; ma:
«Sarai cancellato dal libro di Dio».
Se invece almeno allora perdonerai, almeno allora deporrai l’odio
dal cuore, basta, dico, che tu bandisca l’odio dal cuore, senza bisogno

54 Le. 6,37.
55 Le. 23,34.
56 At. 7,59.
Rimetti a noi i nostri debiti.. 309

di eliminare il castigo dovuto. «Che fare dunque se colui che chiede per­
dono merita d ’essere castigato da me?». Fa’ ciò che vuoi. Suppongo che
tu vuoi bene a tuo figlio anche quando lo bastoni. Tu non ti commuovi
alle lagrime che versa mentre lo picchi, poiché tu gli serbi l’eredità. Io
dico solo questo: che tu deponga l’odio dal tuo cuore quando ti chiede
il perdono. Forse tu dirai: «Ma egli mentisce, simula». O giudice del
cuore, dimmi i pensieri di tuo padre, dimmi i tuoi pensieri di ieri. Quello
prega, chiede perdono: devi perdonare, devi assolutamente perdonare.
Se non gli perdonerai, farai un danno a te e non a lui. Poiché egli sa
che cosa farà. Tu, pur essendo suo compagno nel servizio di Dio, non
vuoi perdonare a un servo di Dio come te? Ebbene egli andrà da vostro
Signore e gli dirà: «Signore, ho pregato il mio conservo di perdonarmi,
ma non ha voluto perdonarmi: perdonami tu». Non è forse lecito al Si­
gnore di condonare i debiti del proprio servo? Quello, avuto il perdono,
si allontana assolto dal Signore; tu invece rimani condannato. Condan­
nato: in che modo? Verrà il tempo di pregare, verrà il tempo di dire:
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Ma il Signore ti risponderà: «Niente affatto! Pur avendo verso di me
tanti debiti, tu mi hai supplicato e te li ho condonati: non dovevi anche
tu avere pietà del tuo compagno, come anch’io ho avuto pietà di te?».57
Queste sono parole del Vangelo, non del mio cuore. Se invece perdo­
nerai a chi ti chiede perdono, potrai senz’altro recitare questa preghiera.
Ma anche se non sei ancora capace di amare un nemico spietato, potrai
tuttavia dire questa preghiera: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche
noi li rimettiamo ai nostri debitori.

X. S an ta T eresa di G esù 58

Il nostro buon Maestro vedendo che, corroborati da questo Pane


celeste, se non poniamo degli ostacoli, tutto ci riesce facile, e che pos­
siamo osservare quanto abbiamo promesso al Padre dicendo che si com­
pia in noi la sua volontà, prega ancora di perdonare i nostri debiti, per­
ché anche noi perdoniamo. [...] Consideriamo, o sorelle, che non dice:
«come perdoneremo». E da ciò dobbiamo comprendere che colui che

57 Mt. 18,32-33.
58 Camino de perfección, c. 36. Tr. it., cit. , pp. 184-191.
310 Il Padrenostro

chiede un dono sì grande come quello di cui abbiamo parlato ed ha ab­


bandonato già la sua volontà in quella di Dio, deve già aver perdonato,
e perciò dice: «come noi perdoniamo». Quindi chi ha detto con sincerità
al Signore: «fiat voluntas tua» deve già aver perdonato, o almeno ne deve
avere il proposito. Vedete ora, sorelle, perché i santi si rallegravano
d ’essere ingiuriati e perseguitati: così avevano qualcosa da offrire al Si­
gnore quando si presentavano a Lui per pregare. Ma che farà una mi­
serabile come me, che ha sempre avuto sì poche occasioni di perdonare
e molte invece di essere perdonata? Questa è una cosa che noi, o sorelle,
dobbiamo considerare bene. Una grazia sì grande qual è quella del per­
dono dei nostri peccati, per i quali meriteremmo il fuoco delPinferno,
ci viene concessa ad una semplice condizione: che anche noi perdoniamo.
Io ho sì poco da perdonare che Voi, o Signore, mi dovete perdonare gra­
tuitamente e in questo risplende molto bene la vostra misericordia. Siate
benedetto per sempre, che mi sopportate benché sì povera! Il vostro Fi­
glio ha pregato a nome di tutti, ma essendo io tanto miserabile, non do­
vrei essere compresa.
Ma, o Signor mio, ci sono forse delle persone che si trovano nelle
mie stesse condizioni e non hanno ancora compreso questa verità? Se
ve ne sono, io chiedo loro in nome vostro che si ricordino di questo e
che non facciano conto di certe piccolezze che chiamano offese. Far conto
di questi punti d’onore è imitare i bambini che fabbricano case con delle
pagliuzze. Oh, gran Dio! Quando, o sorelle, comprenderemo in che cosa
consista l’onore e che cosa vuol dire perderlo? [...].
Ma sappiate, sorelle, che il demonio non ci perde di vista: inventa
dei punti d’onore anche nei monasteri e stabilisce le sue leggi in base alle
quali si avanza o si scende di dignità proprio come avviene nel mondo.
I dotti si regolano in base alla loro scienza. Io non comprendo bene, ma
so che chi è arrivato alla cattedra di teologia, non deve più abbassarsi
ad insegnare filosofia, perché il punto d’onore dice che si deve sempre
salire e mai discendere. Se poi l’obbedienza gl’imponesse questo, se ne
terrebbe offeso e ci sarebbe certamente qualcuno che ne prenderebbe le
difese dicendo che è un affronto. Il demonio metterebbe fuori i suoi pre­
testi, tanto che quel dotto sembra che abbia ragione anche secondo la
legge di Dio. Tra le monache poi, colei che è stata priora dev’essere ina­
bilitata a qualsiasi ufficio inferiore. Inoltre ci sono le ragioni di anzia­
nità, che mai ci sfuggono di mente, e, perché sono stabilite dalla regola,
talvolta crediamo che a farne conto ci sia gran merito.
Sono cose che fanno ridere, o meglio, che fanno piangere! [...] O
Rimetti a noi i nostri debiti .. 311

Signore, Signore, non siete voi il nostro modello e Maestro? Sì, certa­
mente. E in che cosa avete posto il vostro onore, Voi che siete l’onore
nostro? Nell’essere umiliato fino alla morte, e così, o Signore, non lo
perdeste, ma lo guadagnaste per tutti.
Per amor di Dio, o sorelle, non camminiamo per questa via, perché
sbaglieremmo fin da principio. Piaccia a Dio che qualche anima non si
perda per aver guardato a questi maledetti punti d’onore. Non sappiamo
neppure in che cosa consista l’onore e talvolta crediamo d’aver fatto un
grande atto di virtù perdonando una di queste piccolezze da nulla che
non sono né ingiurie né offese. E allora, come se avessimo fatto davvero
un grande sforzo, ci presentiamo al Signore per chiedergli perdono, di­
cendogli che anche noi abbiamo perdonato. Ah, Signore mio, fateci com­
prendere che siamo molto ignoranti, che abbiamo le mani vuote e per­
donateci per la vostra misericordia [...].
Ma quanta dev’essere la stima che il Signore ha per questa carità
vicendevole! Avrebbe potuto il buon Gesù portare altri motivi e dire:
«Signore, perdonateci perché facciamo molte penitenze, perché preghiamo
molto, digiuniamo, abbiamo lasciato tutto per Voi e vi amiamo tanto».
Anzi non ha neppur detto: «Perdonateci perché noi siamo disposti a dare
anche la vita per Voi», oppure per altri motivi, ma soltanto: «Perdonateci
perché perdoniamo». Forse ha posto questa condizione, perché sa che
siamo tanto proclivi a questi brutti punti d’onore e vede che non v’è nulla
di più difficile per noi e di più gradito a suo Padre che calpestarli, perciò
glieli offre a nome nostro.
Ora riflettete bene, sorelle, a queste parole: come noi perdoniamo.
Gesù, come già ho detto, parla d ’una cosa già fatta. Esaminatevi quindi
diligentemente se, dopo aver ricevuto le grazie che Dio concede nell’ora­
zione che ho detto contemplazione perfetta, siete fermamente disposte
a perdonare e all’occasione perdonate realmente qualsiasi ingiuria an­
corché grave. Non parlo di quelle sciocchezze che si chiamano ingiurie,
ma che non toccano l’anima che Dio eleva ad un grado sì alto di ora­
zione. A quest’anima poco importa l’essere stimata o no [...].
Non hanno stima alcuna di se stessi; sono contenti che i loro peccati
vengano conosciuti e li manifestano quando si accorgono d’essere sti­
mati dagli altri. Riguardo ai loro natali non ne fanno alcun caso, perché
sanno che nel regno eterno non saranno loro di vantaggio alcuno. Se sono
felici d’essere di nobile famiglia, è solo allorquando se ne possono ser­
vire per la maggior gloria di Dio. Ma, eccettuato questo caso, si rattri­
stano di vedersi stimati più di quello che sono e senza alcun rammarico,
312 Il Padrenostro

anzi con gioia, disingannano coloro che li stimano. È certo che le anime
a cui Dio concede questa umiltà e amore al Signore, quando si tratta della
sua gloria, non solo dimenticano se stesse, ma stentano a credere che al­
tri possano riguardare certe cose come ingiurie e offendersene.
Questi ultimi effetti di cui ho parlato si constatano nelle persone che
hanno già raggiunto un alto grado di perfezione e che il Signore ha unite
a Sé mediante la contemplazione perfetta. Invece gli altri effetti di cui
ho parlato in principio, ossia sopportare pazientemente qualsiasi ingiu­
ria, ancorché penosa, si possono ottenere assai presto, purché si abbia
già ricevuto da Dio la grazia dell’orazione con cui giungere all’unione.
Quando un’anima non sperimenta in se stessa questi effetti e non esce
dall’orazione fermamente decisa di soffrire qualsiasi cosa, tema che la
sua orazione non provenga da Dio, ma sia opera del demonio che cerca
di farla insuperbire.
Può darsi che l’anima non acquisti subito grande fortezza appena
riceve queste grazie, ma se Dio continua a favorirla in questo modo in
breve tempo l’acquisterà; anzi può darsi che non divenga subito forte
in tutte le virtù, ma in questa di perdonare le offese sì. Un’anima che
si unisce così intimamente con la Misericordia stessa e alla cui luce co­
nosce il proprio nulla e quanto sia stata perdonata da Dio, non posso
credere che non riesca a perdonare con tutta facilità e accogliere con ca­
rità chi l’ha offesa. Riconosce nelle grazie e nei favori ricevuti un pegno
di amore e perciò è felicissima di avere qualche occasione per dimostrare
a Dio l’amore ch’ella nutre per Lui.
Ripeto che io conosco molte persone le quali sono state favorite dal
Signore di doni soprannaturali, essendo state elevate a questo grado di
orazione o alta contemplazione di cui ho parlato. Benché si potesse an­
cora scoprire in esse dei difetti e imperfezioni, non ne ho mai vista nes­
suna che non perdonasse con generosità, né credo che ce ne sia alcuna,
purché quei favori, come ho detto, provengano realmente da Dio. Chi
sente d ’aver ricevuto maggiori grazie, si esamini per vedere se questi ef­
fetti siano pure grandi, che se non ne vedesse nessuno, tema molto di
se stesso, anzi si persuada che questi favori non sono opera di Dio, per­
ché, come ho detto, dove è Dio, l’anima s’arricchisce sempre. Questo
è certo: che quantunque i favori passino presto, pure i vantaggi che
l’anima ne ricava durano molto e perciò il buon Gesù, conoscendo il pro­
fitto che ne ricaveremo, dice con sicurezza al suo Padre che noi perdo­
niamo ai nostri debitori.
Rimetti a noi i nostri debiti .. 313

XI. C a t e c h i s m o R o m a n o 59

1. Significato di questa supplica

Tutto attorno a noi, nella vita e nella creazione, parla delFonnipo­


tenza e della bontà di Dio. Nulla però testimonia così profondamente
e dimostra così luminosamente Γinfinita misericordia divina verso di noi
quanto Pineffabile mistero d ’amore della passione di Gesù, da cui è sca­
turita la divina sorgente della grazia destinata a purificare i nostri pec­
cati. Noi imploriamo di essere immersi e purificati in questa sorgente di­
vina quando invochiamo Dio con la preghiera: «Rimetti a noi i nostri
debiti». In questa invocazione si compendiano tutti i beni scaturiti per
l’uomo dalla infinita redenzione di Gesù. [...] Poiché l’efficacia della pre­
ghiera dipende in gran parte dal modo col quale si prega, è necessario
rilevare con cura le disposizioni che l’anima deve possedere per elevare
a Dio la sua richiesta di perdono. Sono innanzitutto necessari la coscienza
del proprio peccato e l’umile pentimento, rendendosi conto che Dio vuole
perdonare a chi è addolorato e pentito. [...] Dolore e rimorso devono
accompagnare la nostra memoria di peccatori, così da ricorrere con an­
sia a Dio Padre chiedendo il perdono e la grazia della remissione. [...]
In ultimo, è un profondo sentimento di speranza quello che deve sempre
animarci. Dio, infatti, non vuole che noi cadiamo in disperazione, poi­
ché per mezzo di Gesù ha dato alla Chiesa il potere di rimettere i peccati
e nel Padre nostro ci ha insegnato a ricorrere, con fiducia di essere esau­
diti, alla sua infinita misericordia e liberalità [...].

2. Perdona i nostri debiti...


I debiti che l’uomo ha verso Dio sono di varia natura e non tutti
chiediamo, né possiamo chiedere, che ci vengano rimessi. Innanzitutto,
non possiamo chiedere che ci venga rimesso il debito d’amore che dob­
biamo professare a Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta
la mente e da cui dipende il conseguimento della nostra salvezza. Così
non possiamo, né lo domandiamo, essere sottratti al debito dell’obbe­
dienza, del culto, della venerazione e in genere di ogni altro dovere che
abbiamo verso il Signore Dio, nostro Creatore e nostro Padre.

59 IV,VI,1-22. Tr. it., cit., pp. 442-449.


314 Il Padrenostro

Ciò che invece chiediamo è di essere liberati dai nostri peccati. Così
san Luca interpreta la parola «debiti»,60 e con tutta ragione, perché con
il peccato noi diventiamo colpevoli dinanzi a Dio. [...] Dalle quali pa­
role si desume come non solo l’uomo sia debitore, ma un debitore in­
capace di pagare, perché incapace di riparare per se stesso. Di qui la ne­
cessità di ricorrere alla misericordia di Dio [...] e ai meriti della passione
di Gesù. Da Gesù infatti, dalla sua passione e morte, deriva l’essenza
e Pefficacia di ogni riparazione. Egli, cioè, ha pagato sulla croce il prezzo
dovuto per i nostri peccati e questo prezzo ce lo dona in virtù dei sa­
cramenti che noi riceviamo o effettivamente o col desiderio; prezzo di
tale entità e valore da impetrare e operare realmente ciò che nella pre­
ghiera invochiamo, ossia la remissione dei peccati. [...] I debiti sono
«nostri» [...], in quanto la loro colpa risiede in noi e sono stati contratti
per nostra volontà.
Con questa preghiera, dunque, noi riconosciamo e confessiamo la
nostra colpevolezza, implorando la necessaria clemenza. [...] Notiamo
anche che il Padre nostro non dice: «rimetti “ a me” », ma “ a noi” . Ciò
è dettato da quella legge di carità che vincola dinanzi a Dio e fra loro
tutti gli uomini; legge di carità che deve farci sentire così viva la solle­
citudine della salvezza del prossimo da pregare per i nostri fratelli come
per noi stessi. Così ci ha insegnato Gesù e così gli Apostoli hanno in­
segnato alla Chiesa, che ha sempre custodito con zelo questa tradi­
zione.61 [...]

3. ...Così come noi li rimettiamo ai nostri debitori


Questo «come» può essere inteso in due modi: nel senso, cioè, di
somiglianza o nel senso di condizione. Nel primo caso noi chiediamo a
Dio di perdonarci nello stesso modo con cui perdoniamo le ingiurie e
le offese ricevute dal nostro prossimo; nel secondo, invece, chiediamo
a Dio di perdonarci a patto che noi perdoniamo agli altri. Gesù ha in­
terpretato il «come» in questo secondo senso dicendo: Se voi perdone­
rete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche
a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro
perdonerà le vostre colpe.62

60 Cfr. Is. 27,9.


61 Cfr. Es. 32,31; Rom. 9,3.
62 Mt. 6,14-15.
Rimetti a noi i nostri debiti .. 315

In entrambi i casi la necessità di perdonare le offese è evidente: se


vogliamo che Dio ci perdoni è indispensabile perdonare. Dio lo esige tal­
mente da rigettare e disprezzare i sacrifici e i doni di coloro che acce­
dono alla sua presenza senza essersi prima riconciliati con i propri fra­
telli.63 Del resto, è legge di natura che noi ci comportiamo con gli altri
come desideriamo che essi si comportino con noi; il contrario sarebbe
arrogante impudenza. Il nostro animo dev’essere quindi sempre pronto
e disposto al perdono. [...]
Questo comando del perdono, per difetto della nostra natura de­
pravata, è uno dei più difficili per gli uomini. Eppure Dio ne ha fatto
un ordine esplicito nella Scrittura;64 né poteva essere diversamente, se è
vero che tutti gli uomini sono figli di Dio e quindi fratelli fra loro. In
questo amore fraterno si esprime la luce della nostra somiglianza con Dio
Padre,65 il quale si riconciliò con noi che pure lo avevamo così grave­
mente offeso e ci redense dalla morte eterna con la morte del suo Figlio
unigenito.66 Per questo Gesù ci ha ordinato con tanto vigore: Am ate i
vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Pa­
dre vostro celeste.61 [...]
4. Efficacia della supplica
Perché la nostra preghiera sia fruttuosa occorre poi riflettere che chie­
diamo una grazia di perdono, la quale non può essere concessa se non
a condizione del nostro pentimento. Di qui i sentimenti di carità e di de­
vozione, uniti a profonda coscienza del dolore, necessari per essere esau­
diti.68 Si dovrà aggiungere, inoltre, il proposito di non più ricercare le
circostanze che hanno propiziato il peccato per non ricadere nell’offesa
a Dio. [...]
Alla preghiera occorre poi unire la medicina, tanto più necessaria
quanto più grande è la debolezza e forte la propensione al peccato. Me­
dicina dell’anima sono la Penitenza e l’Eucaristia, di cui è necessario in­
tensificare la frequenza, e l’elemosina di cui la Scrittura dice che è far­
maco atto a sanare le ferite spirituali.69 [...] Fra tutte le elemosine, però,

63 Cfr. Mt. 5,23-24.


64 Cfr. Prov. 20,22; Es. 22,4;Dt. 22,1;Sai. 7,5, etc.
65 Cfr. Mt. 5,43-48; Ef. 4,32.
66 Cfr. Rom. 5,8; 2 Cor. 3,18-19; Ef. 4,32.
67 Mt. 5,44-45.
68 Cfr. Sai. 50,5; 6,9; Le. 18,13; 7,38; Mt. 26,75.
69 Cfr. Tob. 12,9; Dan. 4,24.
316 Il Padrenostro

e fra tutte le opere di misericordia, la migliore è quella di dimenticare


le offese ricevute e di perdonare di buon animo a chi ci ha recato in qual­
che modo ingiuria. Vuoi che Dio abbia misericordia verso di te? Regala
a Dio le tue inimicizie, perdona le offese, prega con amore per i tuoi ne­
mici, fa loro del bene. Nulla infatti è più ingiusto e più sfrontato che
desiderare Dio mite e benigno verso di noi e non volere usare noi stessi
alcuna indulgenza con il nostro prossimo.

XII. D. B o n h o e f f e r 70

La consapevolezza della loro colpa è il cruccio quotidiano dei se­


guaci. Quelli ai quali è concesso vivere in comunione con Gesù senza pec­
cato, peccano ogni giorno per molteplice mancanza di fede, pigrizia nel
pregare, indisciplina del corpo, e per molteplice vanità, invidia, odio, am­
bizione. Perciò essi chiedono ogni giorno perdono a Dio. Ma Dio vuole
esaudire la loro preghiera solo se essi sono pronti a perdonarsi recipro­
camente e fraternamente le loro colpe. Così essi portano insieme la loro
colpa davanti a Dio e chiedono insieme la sua grazia. Dio non perdoni
solo il mio peccato a me, ma perdoni a noi il nostro peccato.

XIII. R. G u a r d i n i 71

1. La colpa umana e il perdono divino


[...] Il fedele che si presenta con la preghiera dinanzi a Dio, deve
quindi essersi già esaminato e aver perdonato all’altro che l’ha offeso.
Luca dà alla frase una forma più decisiva; dice: «come anche noi ri­