Sei sulla pagina 1di 4

Patria

Tra parola e immaginario. Analisi dell’uso contemporaneo del lessico


politico.

Patria: Il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti


sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni (Dal
Vocabolario della lingua italiana Treccani)

La patria per secoli è stata la “terra dei padri”, un luogo fisico dove trovare la
proprie origini anagrafiche ed emotive, un concetto comunitario in grado di
definire l’identità culturale e valoriale di una persona. Nel corso della sua storia
ha assunto sfumature diverse in risposta a esigenze ideologiche e
storiografiche le più disparate. Nella sua accezione moderna, che viene
comunemente fatta risalire alla fine del Settecento in corrispondenza della
nascita delle prime entità statuali europee, indica non solo un luogo d’origine
ma una comunità politica e istituzionale entro la quale riconoscersi.
Il rapporto tra il termine patria e il termine nazione è uno degli aspetti più
complessi da affrontare: se in origine uno indicava la terra natia e l’altro la
popolazione che vi abitava, nel tempo i piani semantici sono andati
avvicinandosi fino quasi a confondersi. Nell’Ottocento il romanticismo espanse
il campo semantico della nazione fino a farne il soggetto politico costitutivo
dello Stato, la comunità fondamentale che dava legittimità alle istituzioni.
Nacque il nazionalismo e con esso la sovrapposizione tra i due piani semantici.
In Italia la parola patria ha avuto due momenti di assoluto protagonismo: il
Risorgimento e il ventennio fascista, ovviamente con grandi differenze. Mentre
nel corso del Risorgimento la patria venne usata come richiamo ideale all’Unità
d’Italia, dunque nella sua accezione di comunità geografica intessuta di vincoli
culturali, linguistici e politici, il ventennio fascista, con la sua retorica tesa alla
creazione del mito fondativo, provocò uno slittamento in senso etnico del
termine per indicare una comunità discendente dalla stessa razza. Quella
fascista era una patria a cui era obbligatorio appartenere e aveva caratteri di
identità tali da costituire una comunità esclusiva ed escludente.
L’abuso retorico cui il ventennio aveva sottoposto il termine, fece si che la
parola patria entrasse quasi in clandestinità nell’immediato dopoguerra. Si
trattò di una sorta di espiazione sentimentale, un modo per prendere le
distanze da un periodo storico e dal suo linguaggio. Intrisa di carattere
ideologico e non più adatta a rappresentare tutti, la patria divenne eredità di
pochi, sostanzialmente sottoposta alla lettura parziale dei singoli partiti politici.
Abbandonata dalla sinistra ed esaltata dalla destra, la patria smise di essere un
termine rappresentativo per diventare linguaggio di parte.
Il recupero della parola e del concetto di patria è avvenuto solo negli ultimi
dieci anni e ad opera anzitutto del Presidente Carlo Azelio Ciampi. A partire
dalla visita a Cefalonia nel 2001, teatro del massacro di migliaia di soldati
italiani da parte dei tedeschi dopo l’8 settembre 1943, il Presidente Ciampi ha
dato il via ad una vera e propria riabilitazione linguistica, emotiva e politica del
termine patria. Nel discorso per i 140 anni dell’Unità d’Italia, tenuto a Torino
nel 2001, si legge: «Siamo tornati ora a pronunciare, senza remore e senza
retorica, giustamente e finalmente, la parola “Patria”. È una parola
impegnativa, nobile, che fa riflettere. Non la si può pronunziare senza
interrogarsi su cosa significa, su quali doveri porta con sé». Il successore,
Giorgio Napolitano, sta seguendo nell’opera di riabilitazione, facendo un uso
costante sebbene misurato dal termine.
Grazie all’opera dei due Presidenti la patria ha riaquistato un valore
rappresentativo, come comunità fondata sul rispetto per lo Stato e le istituzioni
e animata dal senso di giustizia, equità e democrazia. In questo recupero, la
patria e il patriottismo sono inscindibilmente legati al concetto di Repubblica e
vengono richiamati in tutte le occasioni ufficiali e le celebrazioni ad essa
dedicate, nonché ai valori contenuti nella Costituzione.
Questo processo di recupero ha determinato anche la riscoperta di luoghi come
il Vittoriano, teatro negli ultimi anni di importanti manifestazioni, e di veri e
propri simboli come la bandiera e l’inno. Esemplare il richiamo di Ciampi ai
calciatori della nazionale perché imparassero e cantassero Fratelli d’Italia in
ogni occasione pubblica.

La destra italiana e la parola Patria

Se si volesse sintetizzare il percorso che la parola patria ha compiuto


nell’immaginario della destra italiana, si potrebbero prendere tre momenti
chiave e sintetizzarli con tre slogan. “Dio, Patria e Famiglia”, il primo, “la morte
della Patria”, il secondo, e “ Eravamo in pochi a chiamare Patria l’Italia, oggi
siamo la maggioranza”. Tra i tre slogan un filo rosso: quella lettera maiuscola,
quella P grande che indica un orgoglio quasi intimo, sicuramente fiero e, di
certo, ferito. Ferito a causa di un dopoguerra in cui la destra ha faticato a
immaginare se stessa, a ripensarsi, se non nella retorica nostalgica, da un lato,
o nella negazione della memoria. Perché, come sostiene Marcello Veneziani,
“l’Italia è una Repubblica fondata sull’oblio”. In sostanza la conseguenza delle
due opposte tensioni, quella a conservare e quella a dimenticare, come se la
storia potesse essere passaggi bruschi e virate, hanno prodotto due modi di
intendere la patria a destra. Il primo consiste nella riproposizione della retorica
fascista, per cui la triade “Dio, Patria e Famiglia” viene trasposta
nell’immaginario post bellico quasi immutata, anzi, capace di avvalersi di un
tono più tragico che le conferisce l’orgoglio sofferto delle disfatte e
dell’ancoraggio a piccole, forti, ben definite comunità. L’idea della difesa della
patria, anche in senso linguistico, passa quasi immutata negli anni attraverso le
segreterie e le manifestazioni di piazza di Alleanza Nazionale, fino ad
approdare alla completa vacuità del termine, in una dispersione semantica
avvenuta quasi per svuotamento, per incapacità di ripensare e di ripensarsi. Il
percorso di progressivo impoverimento semantico che ha trasformato la patria
da soggetto vivo a contenitore vuoto è andato di pari passo con un
ragionamento tipico di alcuni pensatori di destra, tra cui spicca Ernesto Galli
della Loggia. È questa la seconda tensione, quella al superamento, che può
essere sintetizzata nella tendenza a mettere una data sulla tomba di madre
patria. L’8 settembre 1943, il 25 Aprile 1945 oppure il 2 giugno 1946.
Comunque, al di là del momento esatto, quel che conta è che, per usare le
parole di Galli della Loggia, la patria della Resistenza e della Repubblica è un
simulacro fondato sull’antifascismo e per questo debole e destinata a svuotarsi
per restare un termine vacuo. Questo approccio se da un lato delegittima il
potere dei partiti usciti dall’antifascismo, dall’altro si propone come uno stimolo
ad immaginare, progettare e realizzare un nuovo senso della patria. È, in un
certo senso, arrivato il momento in cui la politica deve fare immaginario. È un
po’ questo l’obiettivo di quei pensatori che, negli anni novanta del secolo
scorso, si raccolgono intorno al volume collettivo “Patria” collegandola, spesso,
all’idea di comunità che, nella descrizione degli autori stessi, si fa sempre più
piccola, esclusiva, ristretta.
Nel momento in cui il Presidente Ciampi dà il via ad una operazione progettuale
di recupero in termini di immaginario, la risposta comunicativa di Alleanza
Nazionale è quella di lanciare i manifesti “Eravamo in pochi a chiamare Patria
l’Italia, oggi siamo la maggioranza”. Il tono da un lato rivendicativo e
nostalgico, dall’altro orientato ad una valutazione della quantità dei sostenitori
della patria piuttosto che alla qualità dell’idea, sono sintomi di uno sforzo non
ancora del tutto compiuto. È il momento, per la destra italiana, di portare a
conclusione un percorso e di provare ad inventare, traendo linfa vitale dalla
letteratura e dagli autori che nel Novecento hanno ispirato le riflessioni anche
più romantiche sull’idea di patria, per poi attualizzarla, riempirla di senso e
rispondere alla domanda: “quella che viviamo oggi, che Patria è? Cosa significa
essere italiani?”. È proprio su questo terreno ed in questi termini che si sta
consumando all’interno del centro destra italiano una delle battaglie culturali
più viscerali e significative, che vede contrapporsi in sostanza due linee
opposte. Un’idea di patria chiusa, difensiva, fondata sulle origini e sulla
Tradizione, con la lettera grande perché ancorata ai valori fondamentali;
un’idea inclusiva, più aperta, orientata allo stimolo del Presidente francese
Nicholas Sarkozy, per cui la patria è di chi la ama, una comunità di destino più
che di provenienza. Quale linea prevarrà significherà attribuire un volto e un
nome diverso alla destra italiana.
La sinistra italiana e la parola Patria

La patria, così come la nazione, è una sovra-struttura borghese, creata dalla


classe dominante per definire un orizzonte politico di sottomissione e
sfruttamento delle classi deboli e dei proletari. Questo il punto di partenza della
sinistra, la concezione marxista dello Stato borghese, da cui la storia ideologica
di socialisti e comunisti prese il via.
Alla nazione e alla patria si contrapponeva l’ideale internazionalista, creando il
cortocircuito sematico-politico nel quale la sinistra, non solo italiana, è rimasta
bloccata per decenni: da una parte il richiamo ideologico alla dimensione trans-
nazionale e dall’altra la necessità di agire nel contesto politico reale di uno
Stato ormai formato.
Così se da una parte l’esigenza di un lavoro quotidiano, politico e sindacale,
portò le sinistre a partecipare alla vita democratica dell’Italia, concorrendo alle
elezioni, dall’altra il sogno ideologico continuava ad abitare luoghi come
l’Internazionale Socialista. Una tensione visibile anche nelle piccole cose: i
congressi del Pci si chiudevano solitamente con l’inno italiano seguito
dall’Internazionale.
A questa contraddizione di fondo, si aggiunga che dal dopoguerra in poi la
patria venne identificata come un retaggio dell’epoca e del linguaggio fascista,
provocandone una immediata espulsione dall’orizzonte semantico della sinistra
italiana. Essere antifascisti significava automaticamente abolire questo grumo
emotivo, sentimentale e linguistico. La patria, generalmente associata ai
termini dio e famiglia, era retorica di destra e come tale veniva rifiutata.
Oggi che le scorie dell’ideologia hanno lasciato il posto al realismo, la sinistra, o
almeno quella riformista, sembra guardare con meno sospetto alla patria e ai
suoi simboli. Un fenomeno che è diventato evidente nei discorsi dei leader e
nella partecipazione alle occasioni ufficiali e che è certamente dovuto al grande
sforzo intrapreso da Ciampi e Napolitano. Non è un caso che la campagna più
patriottica della sinistra dal dopoguerra, quella di Veltroni nel 2008, abbia fatto
costante ricorso ai simboli nazionali, con il tricolore a sventolare in bella mostra
al centro del palco e Fratelli d’Italia a chiudere tutte le manifestazioni.
Tuttavia, nel racconto quotidiano, la sinistra italiana preferisce ancora usare
parole più neutre, meno sentimentali, come paese o meglio ancora Italia. Si
tratta di una reticenza di carattere culturale che, sebbene cominci ad incrinarsi
ai piani alti, nel popolo della sinistra, tra i militanti, alle feste estive, mantiene
ancora intatta la sua forza.

Possibilità di futuro

Le parole sono contenitori e vanno riempiti: di emozione, di desideri e di paure,


di speranze. In ogni caso le parole funzionano se sono capaci di attivare nella
mente di chi le ascolta connessioni, reti per certi versi affettive, immagini di
esperienza vissuta, sensorialità fisiche. Le parole politiche, capaci di aggregare
comunità e di creare slanci di futuro, per avere un senso devono connettere le
reti neuronali degli individui, creare un senso di insieme, renderlo vivo, vissuto,
appassionante. La parola patria è una di queste, anzi, è in un certo senso la
parola chiave da cui partire per affermare un vero senso di comunità, per farla
esistere. Non basta, per tale fine, la grandezza storica di un termine, né la
letteratura ad esso dedicata, o le battaglie combattute in suo nome. Serve,
invece, una nuova capacità narrativa ed evocativa. È per questa ragione che la
riflessione sul termine patria ha bisogno oggi di ritrovare linfa e di orientarsi in
una direzione diversa, non più nostalgica, non più falsamente orgogliosa, non
più ancorata a valori che poi, nei fatti, non si sa bene quali siano. In questo
senso lo stimolo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è
fondamentale perché indica un cammino possibile, unitario, fatto in nome della
collettività più che dell’identità spicciola di una o dell’altra parte politica.
Quando nel testo “Il patto che ci lega”, il Presidente fa un passaggio sul
“patriottismo costituzionale”, sta proponendo una rivoluzione semantica: la
patria non solo come terra dei padri, ma come scelta, volontà, anelito di futuro.
È questa la scommessa della patria all’inizio del nostro nuovo secolo.

GC e FC