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Ebook realizzato da Laura Vallisneri
Indice
Copertina
Frontespizio
Colophon
Indice
Dedica
Prefazione
Il coraggio di essere felici
Prologo
Eleonora, il “buon samaritano” senza paura
Laura, la “sindaca” dei deboli
Elena, il coraggio di dire no alla mafia
Lucia, la forza di sopravvivere a mia sorella
Martina, la mia vita per papà
Epilogo
Lucia Annibali, dal dolore alla felicità: «Così si può rinascere»
Gli episodi di cronaca e gli sviluppi giudiziari
Ringraziamenti
A mio padre la mia stella polare
Prefazione
Il coraggio di essere felici

Si parla di sei donne, in questo libro di Alessandra Ziniti, sei donne normali
cui il destino ha inflitto la responsabilità di diventare eccezionali.
Due di loro non ci sono più, hanno perso la vita mentre facevano il loro
dovere e il loro mestiere fino in fondo. Eleonora, medico, si è fermata a
prestare i soccorsi a un ragazzo ferito in una rissa – una situazione pericolosa
che lei ha affrontato senza paura perché un medico non si deve tirare indietro
quando c’è una vita da salvare. Laura, sindaco, ha subito l’attentato di un vigile
disonesto che lei aveva sospeso dal servizio.
Ci sono poi le storie di tre donne che stanno lottando. C’è Elena che ha
affrontato a testa alta il cugino del capo di Cosa nostra, denunciando i suoi
tentativi di estorsione. Lucia, giovanissima studentessa, che è determinata a
vivere felicemente e pienamente la sua vita, anche per sua sorella, che non c’è
più – è stata uccisa dall’ex fidanzato di Lucia, che voleva ucciderle entrambe.
E poi c’è Martina, la figlia del carabiniere rimasto colpito al collo da un
proiettile sparato in un attentato assurdo, davanti a Palazzo Chigi. Lei ha
deciso di abbandonare lavoro e casa per stare vicina al padre nel difficile
percorso della riabilitazione. Lo ha fatto testardamente perché sentiva che era
quella la cosa giusta da fare, per se stessa prima di tutto. E così è stato per
tutte loro: nessuna ha tentennato o esitato, tutte si sono comportate secondo i
valori in cui credevano, trasmessi loro dalle famiglie, e, soprattutto, dalle
madri, le nonne, le zie.
Perché questo libro, le storie di queste donne, ci insegnano anche un’altra
cosa, non solo che le donne non sono affatto il sesso debole, ma che è dalle
donne stesse che deve partire e continuare il cambiamento che è già in atto
verso una condizione di parità e di felicità.
I modelli sono importanti e le donne cui Alessandra Ziniti ha dato voce sono
dei modelli positivi, per quanto tragiche siano le loro vicende. Così come un
esempio di come affrontare la vita anche dopo un tremendo e più che mai vile
attacco è diventata Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata con l’acido dal suo
ex compagno di cui si parla nell’ultimo capitolo. Lucia nelle interviste ha
ripetuto più volte che nonostante il dolore fisico e il calvario di operazioni cui
ha dovuto sottoporsi, e che ancora non è concluso, ha capito che lei vuole più
di tutto essere felice. E lo sarà.
Ecco, impariamo a essere felici, a pretendere la felicità, a fare della felicità il
nostro scopo esistenziale. E poi trasmettiamo questo amore per la vita e per
noi stesse alle nostre figlie, sorelle, amiche. Consapevoli che la felicità
significa anche agire in linea con i nostri valori, è fare qualcosa di buono per
la nostra comunità o fare scelte coraggiose per le persone a cui vogliamo bene.
Questo ci insegnano e ci hanno insegnato le nostre protagoniste.

Fiorella Mannoia
Prologo

La paura. Sì, so cos’è la paura. Anche la sofferenza. E la morte. Di persone


care, e di persone innocenti. Alla mia no, non ci penso proprio, anche se a
volte… Ma io amo la vita, accidenti se la amo. Amo quel primo soffio vitale,
quel primo strillo che sembra inesauribile. Chissà dove la prendono i neonati
quella forza per strillare a quel modo quando vengono al mondo…
Eppure è quello l’unico modo per viversela veramente la vita, fino in fondo,
finché Dio ce la manda e ce la conserva. Per chi ci crede naturalmente. E,
tutto sommato, anche per chi non ci crede. La forza, è quello l’unico modo.
A me l’ha insegnato mio padre a essere forte. Sin da piccola. Con la mia
mano stretta nella sua mi sono sentita sempre fortissima. Lui mi ha insegnato
subito a camminare da sola. La bicicletta, il giorno in cui ti levano le rotelle, è
sempre il primo giorno di panico della tua vita. Ti dicono «tranquilla, ti tengo
io, tu pedala e non guardare indietro». Ed è l’inizio della tua vita. Ed è tutta qua
la tua vita, pedalare forte, fortissimo, sempre più forte senza mai girarti.
Tanto c’è papà che ti tiene e ti guarda. Mio padre ci ha sempre creduto in me,
nella mia forza, e io l’ho costantemente sentito. Forse per questo ho voluto
essere come lui. Essere capace di badare a me stessa, innanzitutto, con un
obiettivo da raggiungere, a costo di grandi sacrifici, senza dover mai chiedere
niente a nessuno. A testa alta. E con la schiena dritta.
E con la voglia di dire “grazie” solo a chi ami.
E dunque innanzitutto a me stessa.
Egoista? Forse, ma non prendiamoci in giro. Per essere capaci di dare amore
agli altri, bisogna innanzitutto sapere amare se stessi. Ve lo dice qualunque
analista appena gli scaricate addosso tutte le vostre frustrazioni: «Ma davvero
ti ami così poco?»
Amore e passione – per un uomo, una donna, per i tuoi figli, per tua madre,
tuo padre, i tuoi fratelli, gli amici veri – sono i motori della vita. E per il
lavoro. L’amore è freddo, la passione è calda. Provaci a nutrire passione per
qualcuno o qualcosa fino all’ultimo respiro e avrai vissuto pienamente.
Comunque sia andata. Provaci a trasmettere questo ai tuoi figli e la tua
missione l’avrai portata a termine. Qualunque cosa tu abbia fatto.
Li sento, li vedo, ancora oggi, quelli che ti guardano con l’aria perplessa o il
sorriso beffardo. Uomini e donne che provano “pena” per quel mio perenne
sbattermi dalla mattina alla sera.
«Lavori anche sabato e domenica? Ma torni così tardi a casa tutte le sere? E i
bambini non protestano? Certo, si saranno abituati. I miei non si sarebbero
mai addormentati senza la mamma che ogni sera dava loro la pappa e cantava
la ninnananna… E anche il marito. Mica facile tenerselo, così. Insomma, fai
una gran fatica. Ma chi te lo fa fare? Perché non ti fermi un po’ e non ti godi
la vita?»
Ecco, se c’è una cosa che odio è sentirmi dire e “chi te lo fa fare”. Me lo fa
fare la forza della passione, quella che trasforma gli agnellini in leoni, quella
che fa sentire la presenza della mamma che dà il bacio della buonanotte ai
suoi figli quando già dormono, quella che fa provare a un uomo profonda
stima e ammirazione per la sua donna. Quella che allo specchio ti fa sembrare
bellissima anche quando la stanchezza ti spegne gli occhi e ti ingrigisce la
pelle.
E poi, diciamola tutta. A me la vita piace proprio godermela. Mi piace andare
a ballare, girare il mondo, andare al mare, in montagna, riempirmi la casa di
amici. Mi piace la buona cucina e mi piace andare a fare shopping. Scarpe,
borse, vestiti, non che abbia le mani bucate, non sono più i tempi, ma qualche
sfizio me lo tolgo. E faccio bene. Il fisico resta sempre lo specchio dell’anima.
Quando una mattina dietro l’altra ti alzi e non ti piaci, c’è qualcosa che non va.
E allora sì che devi fermarti e devi guardarti indietro. Mica tanto, però.
Quanto basta per mettere le cose a posto e riprenderti la tua vita. E quando il
mondo si fermerà, stai sicuro che ci sarà qualcuno che si ricorderà di te.
Eleonora, il “buon samaritano” senza paura

«Il vestito di maglina beige andrà bene, no? Scarpe, scarpe, scarpe… uhm…
ma sì, mettiamo un bel sandalo col tacco. Sciarpone con i fiori… e gli
occhiali? Beige anche quelli?»
Perdevo delle ore davanti all’armadio aperto. Per non parlare poi della
scarpiera. Non so davvero quante paia di scarpe avevo, ma non riuscivo a
trattenermi. Scarpe e borse erano da sempre la mia passione. Mi piaceva
essere sempre in tiro, anche sotto il camice, lo facevo per me, mica per
esibizionismo. Credo di non essere mai uscita in strada sciatta, neanche nei
giorni peggiori della mia vita. E di momenti brutti non è che la vita me ne
abbia proprio risparmiati.
Be’, comunque, adesso non era uno di quelli. Anzi, stavo proprio bene. A
quarantaquattro anni, di nuovo a casa con mamma e papà, dopo avere dato più
di un taglio ai miei amori sfortunati (un marito, un compagno, qualche altra
storia sbagliata), però finalmente serena. Il calore della casa in cui sono nata,
della gente del mio paese, qualche amico vero. E poi il mio lavoro e
soprattutto loro, le mie pazienti-amiche, quelle che già alla seconda visita
hanno messo da parte il «dottoressa» e mi chiamano «Ele», e i loro bambini.
Che, alla fine, sono anche i miei visto che ne ho fatti nascere centinaia ma non
sono stata brava a farne uno mio. Ecco, se c’è un rimpianto… ma ho sempre
l’acchiappa-angeli al collo. Non la tolgo mai quella catenina d’argento con
quella piccola sfera che suona. Dicono che serva per richiamare gli angeli. Per
questo le donne in attesa lo indossano, così anche il bimbo che portano in
grembo può trovare il suo angioletto. Mia madre non è che lo capisca tanto.
«Ma che bisogno hai tu di chiamare gli angeli, Ele?»
Via, è ora di uscire, Luca mi aspetta all’angolo su dietro la piazza. Non che
mi vada proprio di uscire stasera ma la Monica mi ha invitato per un aperitivo
da lei e qui a Trescore con la festa dell’uva in piazza c’è un pandemonio.
Siamo rimaste amiche con Monica, non è che perché ho divorziato da suo
fratello ci siamo allontanate, anzi. E questo mi fa piacere. E anche con
Fabrizio siamo in ottimi rapporti. L’altro giorno, in ospedale, quando ci siamo
incontrati, mi è venuto di dirglielo di getto. Gli ho buttato le braccia al collo e
ho sparato tutto d’un fiato: «E se tornassimo insieme?»
Lui mi ha abbracciato, mi ha dato un bacio in fronte e ha risposto:
«Andiamo, che se ci vede l’infermiera dice in giro che sono un latin lover».
Fabrizio forse era l’uomo giusto, ma il momento era quello sbagliato. Troppo
giovane, troppo irruenta, troppo intollerante, chissà forse oggi l’avrei accettato
quel suo amore così possessivo, così totalizzante.
«Mamma, esco. Vado con Luca all’aperitivo. Come sto? Ti piace?»
«Ele, ma… è nuovo ’sto completo? Ancora? Ma sul serio?»
A mia madre non riusciva ad andare giù davvero questa mia mania di tornare
sempre a casa con qualcosa di nuovo. Mi rimproverava come se fossi ancora
una bambina. «Eleonora, ma hai visto nell’armadio quanta roba nuova hai,
ancora con su il cartellino? E tutte quelle scarpe, poi…»
Sbuffava anche quel pomeriggio la mamma mentre cucinava e distoglieva lo
sguardo dalla mia mise mentre io la salutavo con il solito bacio al volo. Ma lo
sapevo che era lì dietro la finestra della cucina a seguirmi con lo sguardo fin
dove arrivava. Mai avrebbe pensato che quella sarebbe stata l’ultima volta.
*
«Luca, dai, andiamo, sono stanca…» Bella serata, un bicchiere di vino, due
chiacchiere con gli amici. In fondo basta poco. Ma domani si ricomincia:
ospedale, ambulatorio, solito tran tran.
La strada da Chiuduno a Trescore è deserta alle dieci e mezza di sera. La
campagna corre veloce fuori dal finestrino mentre un po’ scivolata sul sedile
lato passeggero penso agli impegni di domani. Siamo già a viale Kennedy,
dieci minuti e sono a casa.
«Ma… che cavolo sta succedendo lì? Cosa fanno? C’è un uomo per terra…
fermati, accidenti, Luca, fermati…»
Non si vede nulla, è buio, ma basta il fascio di luce dei fari a illuminare una
scena agghiacciante. Un uomo a terra, è sangue quella grande chiazza attorno,
sono sicura. Altri cinque, sei, non so quanti sono… ma che hanno in mano?
Mazze, coltelli, bastoni? Lo picchiano, si picchiano, lo vogliono uccidere…
«Luca fermati subito, ho detto, sono un medico, dobbiamo aiutarlo, devo fare
qualcosa».
«Ele, ma sei matta? È pericoloso, non vedi che si stanno ammazzando quelli
lì… chiamiamo i carabinieri, invece».
«Ma che carabinieri… torna subito indietro».
Sono una furia, strattono il braccio di Luca con tanta forza che quasi gli
faccio perdere il controllo dell’auto.
«Va bene, calmati, però…»
Il tempo di fare inversione di marcia, quell’uomo è sempre lì, immobile,
sull’erba lungo il ciglio della strada, la chiazza di sangue sotto di lui è enorme.
E anche quei matti sono ancora lì che brandiscono non so che. C’è una
macchina ferma lì accanto, una Golf, anzi no, sta andando via. Ma perché se
ne vanno invece di dare una mano? Per fortuna si sta fermando anche qualcun
altro.
«Luca, accosta lì, dietro quell’Audi che si è appena fermata».
Balzo giù dall’auto che Luca sta ancora facendo manovra, lo sportello aperto,
attraverso la strada come un fulmine sui miei tacchi beige, con il vestito nuovo
che fluttua nella notte calda.
«Fermi, fermi, sono un medico».
Mi tuffo in quella mischia furibonda, ma questi sono stranieri. Forse non mi
capiscono. Glielo dico in inglese: «Stop, stop, I am a doctor».
Mi faccio largo tra quegli uomini furiosi, alcuni per fortuna se ne sono andati.
Mi chino su quel giovane. Lo hanno massacrato. Ma respira ancora? Ci vuole
un’ambulanza, subito.
«Accidenti, e quando rispondono? Carabinieri? Sono un medico. Venite
subito, statale 91, dopo il semaforo all’altezza di viale Kennedy, tra Chiuduno
e Trescore. C’è un uomo a terra, sta morendo, chiamate un’ambulanza. C’è
stata una rissa, sono scappati».
Due minuti e quindici secondi al telefono con il 112, lo sanno già i carabinieri
che lì è successo qualcosa. Qualcun altro aveva già chiamato ma nessuno si è
fermato a dare una mano a questo povero disgraziato, a bloccare quei matti
che lo hanno massacrato. Luca? Eccolo, ha parcheggiato e arriva e… cos’è
questo rumore? E questa luce improvvisa?
Non l’ho vista in faccia la morte. Mi ha preso alle spalle, a cento all’ora. Mi
ha colpito alla nuca mentre ero china su quel giovane che stava morendo.
Indiano, sì mi sembra che fosse un indiano. Forse l’ho appena sentita arrivare
la morte, o forse neanche. Mi è passata di sopra con la forma di una Golf
lanciata a mille, guidata da un pazzo indemoniato. Volevano finire quello che
avevano cominciato con le mazze. Volevano a tutti i costi uccidere Kamur. È
così che si chiamava quel giovane indiano, Kamur Baldev. Aveva trentadue
anni. Al volante di quell’auto c’era suo fratello, Vicky Vicky. Suo fratello,
capite? Voleva essere sicuro di averlo ucciso passandogli sopra con la
macchina e ha preso tutti noi che eravamo lì, anche gli altri che poi si erano
fermati. Ne ha buttati giù nove, come birilli. Anche Luca. Volevano uccidere
Kamur e hanno ucciso anche me che volevo salvarlo. In un attimo. Ma
davvero è così che si muore?
*
Sono le undici, Eleonora sta tardando, strano. Mi aveva detto che sarebbe
tornata presto. Anche in piazza ormai è finito tutto. E meno male. La festa
dell’uva è sempre bella, ma soprattutto la domenica finale a Trescore è sempre
un tale bailamme. Poi oggi hanno fatto veramente di tutto: e judo e zumba e
kung fu, e l’aperitivo in piazza e la sfilata dei carri e dei gruppi folkloristici.
Ora è finito anche il concerto, un rock un po’ assordante.
Mariella dà un occhio alla finestra prima del suo rosario. Gli espositori stanno
smontando i banchetti. È bella la festa dell’uva, però. A Trescore Balneario,
nel cuore della Val Cavallina, è sempre stata una festa sentita. Con il vino qui
ci hanno sempre saputo fare. Anche la famiglia di Mariella è “cresciuta” con il
vino. Suo papà ci ha saputo fare, la commercializzazione di vino all’ingrosso
era il suo mestiere e con quello ha tirato su bene cinque figli e ha comprato
quel bel palazzetto nel cuore del paese, in piazza Cavour. Certo, anche
Trescore oggi non è più la stessa dei tempi di suo padre. Oggi, per diecimila
abitanti, ci sono undici banche. Ma…
Ma Ele ritarda e io mi preoccupo. Anche se ha quarantaquattro anni ed è una
donna che ne ha viste di tutti i colori, per me è sempre una figlia e da quando
è tornata a vivere con noi mi pare sia tornata ragazzina. E insomma, sto in
ansia. Sarà che di cose brutte in famiglia ne sono successe anche troppe, di
telefonate improvvise arrivate nel cuore della notte. Vabbè, magari la chiamo,
anche se poi mi rimprovera. Oppure no, prima dico il rosario. Dico le mie
preghiere della sera e poi la chiamo. Magari nel frattempo rientra.
No, non è rientrata. E sono le undici passate. Chiamo. Squilla, squilla e non
risponde. Strano. Ma proprio mi deve far stare in ansia ’sta figlia. Aspetto.
Riprovo. Niente. Meno male che è con Luca. Chiamo lui, per fortuna ho il suo
numero. Squilla anche lui. «Pronto, pronto, Luca? Ma chi è al telefono?»
«Signora, lo stanno portando in ospedale. Qui c’è stato un incidente stradale».
«Un incidente? Ma c’era mia figlia con lui. C’era Eleonora. Sa mica cosa le è
successo? Stanno portando in ospedale anche lei?
«Mi dispiace, signora, non so».
«Come non so? Pronto, pronto…»
Ho il cuore in gola, la vista annebbiata, non so cosa fare prima. Chiamo
Mino, mio marito, chiamo Luigi, mio figlio. Chiamo i carabinieri. Nessuno,
nessuno che ci sappia dire qualcosa. Nessuno che ci abbia avvertito. Niente di
niente.
«C’è stato un incidente stradale, non sappiamo altro signora».
Andiamo, andiamo, di corsa. Ele ha bisogno, andiamo lì. Anche se l’avranno
già portata in qualche ospedale. Avrà perso il telefono, per questo non può
chiamare. La strada da Trescore a Chiuduno mi pare infinita fino a quel filo
bianco e rosso che isola la zona dell’incidente. Non si vede nulla, solo fari
accesi e lampeggianti. E carabinieri.
«C’è mia figlia laggiù? Fatemi passare. Era su quella macchina».
La macchina di Luca è parcheggiata lì, sul ciglio della strada. Non sembra
incidentata. Non riesco a capire. Eppure l’unica cosa che hanno saputo dirmi
quando ho chiamato al suo telefono è che lo stavano portando in ospedale per
un incidente. Non mi fanno passare, non mi dicono niente. I carabinieri mi
lasciano sbattere. A chiunque chiedo mi dicono che non sanno nulla. Come
non sanno nulla? Cosa ci stanno a fare lì? Possibile? Mi sta scoppiando il
cuore. Grido con tutto il fiato che ho in gola in quella notte maledetta.
«Eleeee… Eleonoraaaaaa…»
Non risponde, nessuno risponde. Poi… perché questa donna mi abbraccia?
Chi è? È una giornalista. Mi abbraccia… piange con me. Allora capisco.
Capisco cosa? E che ci fanno quei due carri funebri laggiù? Mi sento quasi
perdere i sensi. Il maresciallo, c’è il maresciallo. Lui mi aiuterà.
«Maresciallo…»
Anche lui mi guarda senza parole e mi stringe le mani.
Eleonora è laggiù, su quella striscia d’erba. Ora anche il suo bel vestitino
beige è macchiato di sangue. E lei… non c’è più. Cosa ci fa lì la mia bambina
accanto a quell’uomo sconosciuto, anche lui morto lì per terra in una notte
qualsiasi? Nessuno lo sa, nessuno lo capisce. E io non ho più lacrime. Luca,
dov’è Luca?
*
Luca è in ospedale, malconcio ma vivo. Quel bolide sparato a cento all’ora ha
travolto anche lui. Mi aveva appena raggiunto lì, sul ciglio della strada.
Neanche lui ha avuto il tempo di accorgersi di quello che stava accadendo,
come non ce l’ha avuto Joana Maria, quella giovane donna romena che, come
me, si era fermata per soccorrere quell’uomo. Era scesa anche lei di corsa,
lasciando pure la sua borsa in auto. Travolta anche lei, come suo marito. Però
per fortuna niente di grave. Ma ci si crede che mentre c’era tutto quel
pandemonio, due morti per terra, sette feriti, sangue ovunque, qualcuno in
divisa ha avuto il pensiero di allungare la mano sul sedile di quell’Audi di
Joana Maria e di portarle via la borsa? Una follia anche quella, la follia del
gioco, la follia di un giovane carabiniere della tenenza di Seriate. Ha portato
via il bancomat di Joana e poi è andato a giocare alle slot in due sale a
Dalmine. Roba da matti. E mia madre stava lì, a cento metri dal mio corpo
senza vita, a implorare qualcuno che le dicesse dov’ero, se ero viva, se ero
morta.
Luca è in ospedale, senza pace. Piange come un bambino e continua a
ripetere: «Non mi ero fermato, non volevo fermarmi. Troppo pericoloso, era
buio, era tardi, lo abbiamo capito subito che quell’uomo a terra non era
vittima di un incidente stradale, che lì era in corso una rissa. Le avevo detto:
“Ele, chiamiamo il 112 e il 118, ma non fermiamoci”. Ma lei non mi ha
voluto sentire. Era, come al solito, un uragano. Mi ha strattonato il braccio, ha
urlato: “Sei impazzito, io sono un medico, io devo andare”. Non ho avuto
scelta, mi sono fermato, ho fatto inversione dove ho potuto e lei è saltata giù
dallo sportello che io non avevo ancora parcheggiato la macchina. L’ho vista
correre verso il ciglio della strada, incunearsi tra quella gente gridando “Fermi
tutti, sono un medico”. Poi si è inginocchiata accanto a quell’uomo. Quando
mi sono avvicinato ho avuto solo il tempo di vedere lei che con una mano
teneva il cellulare e con l’altra teneva la mano di quella persona a terra
immobile in un lago di sangue. Poi non ho visto più nulla…»
Il telefonino di Eleonora è ancora lì, il display in frantumi, il 112 l’ultimo
numero chiamato. Ora è lì, nel salotto di piazza Cavour, nelle mani di Luigi, il
fratello di Eleonora che tormenta con le mani il camice bianco della sorella.
«Io non mi sarei fermata» sussurra mamma Mariella, «Luca non si era
fermato, sono sicura che Fabrizio, l’ex marito, non si sarebbe fermato neanche
lui. E anche lui è medico…»
«Io forse mi sarei fermato e sarei sceso con lei, e forse avrei potuto salvarla» si
tormenta papà Silvano. Ma Eleonora era fatta così. Lei non poteva non
fermarsi…
*
Diventi così quando la sofferenza accompagna tutta la tua vita, sin da piccola,
anzi da piccolissima. E qui, dal cancello della casa dei miei nonni, che poi è
anche casa mia, non ho fatto altro che vedere uscire carri funebri.
Ho girato mezzo mondo, non sono certo una “valligiana” anche se qui, in Val
Cavallina o nella Valle del Freddo, come la chiamano, sono nata e questo
centro di diecimila anime che pulsa proprio qui attorno lo sento come l’unica
vera casa mia. Chissà, forse è anche per questo che, alla fine, da grande, dopo
i due fallimenti più grossi della mia vita sentimentale, ho deciso che non
andavano bene né Bergamo, dove pure ho comprato casa, né Brescia, dove
lavoro da quattordici anni alla clinica Sant’Anna, la mia seconda famiglia.
Io sto bene qui, a Trescore Balneario, la città delle terme con quella sua
meravigliosa acqua sulfurea e le sue strutture di epoca romana. Io sto bene
qui, a piazza Cavour, in questa bella palazzina del Duecento che mio nonno
Emilio, Emilio Armati, comprò per 25 mila lire nel dopoguerra. Nonno
Emilio era un commerciante di vini all’ingrosso e in questa casa e nel suo
parco aveva deciso di investire tutto. La mamma è nata qui, e anche io, il 27
febbraio 1969 (sono dei Pesci). E anche Luigi, anzi Luigino, come mamma e
papà lo chiamano ancora ora che è diventato direttore generale della
Fondazione Ferrovie dello Stato. Anche lui, come me, è stato fortunato. Se l’è
guadagnata, ma è stato fortunato a riuscire a fare il lavoro che gli è sempre
piaciuto. È ingegnere, e i treni sono stati sempre la sua fissazione, fin da
piccolino. Mia zia Enrica, la sorella di mamma, gliene regalava uno dietro
l’altro.
Siamo nati entrambi qui, all’ospedale di Trescore. Allora c’era ancora il
reparto di maternità, ora non più. Peccato, mi sarebbe piaciuto poter lavorare
qui, ma quando mi sono specializzata l’avevano già chiuso il reparto e così
sono finita a Brescia. Ora, però, l’ospedale di Trescore porterà il mio nome.
Ospedale civile Sant’Isidoro intitolato a Eleonora Cantamessa.
Il mio primo nomignolo era “biafra”. Non proprio il massimo per una
bambolina bionda come ero io, però ero così magra e facevo di quei capricci
per mangiare. Se chiedete a mia madre vi racconterà sicuro del mio primo
giorno di scuola.
«La Ele è uscita di casa con la sua bella cartella rossa fiammante sulle spalle
e vedendola camminare da dietro si vedevano solo quelle due gambette magre
magre che venivano fuori e i due codini biondi in testa. Aveva la fissa dei
codini, voleva sempre essere pettinata così».
Di cibo non volevo sentire parlare. Mia madre, che a pensarci bene era
proprio una ragazzina (mi ha avuto a ventuno anni) stava tutto il giorno a
inseguirmi con il cucchiaio in mano cercando di infilarmi in bocca qualsiasi
cosa ma a me piaceva solo succhiare il latte la sera. Fino a tre-quattro anni ho
voluto il biberon prima di andare a letto. E poi mi ammalavo sempre:
raffreddori, febbre, tosse e le maledette tonsille. Il mio primo incubo sono
state le iniezioni. Me ne facevano almeno una al mese, penicillina. La mamma
mi immobilizzava sulle sue gambe, mi scoprivano il sederino e zac, un incubo
davvero. Un trauma che mi sono portata dietro per tutta la vita. Anche per
questo i miei tutto si sarebbero aspettati nella vita tranne che io volessi fare il
medico. Iniezioni e sangue mi hanno fatto sempre paura. Ma anche da adulta,
anche da medico, ogni volta che dovevo farmi un prelievo iniziavo a tremare.
Ma la mia era una missione… ora ne sono sicura. Ah. Comunque, alla fine di
tonsille mi hanno operato e poi rioperato perché mi avevano lasciato due
monconi e si infettavano peggio di prima. Brutta razza questi medici…
Di che pasta ero fatta e quanto filo da torcere avrei dato a tutti quelli che si
sarebbero trovati a incrociare la mia strada l’ho dimostrato subito sin dalle
elementari. Sentite ancora mia madre che sa di cosa parla, visto che per una
vita ha fatto la maestra alle scuole elementari qui a Trescore: «Eleonora, una
perfezionista sin dalle primissime classi. Ma ci si crede che non accettava
correzioni? Se l’insegnante le metteva poi un segno sul quaderno con la biro
rossa era una tragedia. Una volta dalla rabbia è arrivata persino a strappare
davanti alla maestra il compito che aveva fatto e dove le erano stati segnati
degli errori. Eh, sì, questo suo perfezionismo esasperato che era un tratto
distintivo del suo carattere, è stato un male nella sua vita perché Eleonora non
è mai riuscita ad accettare i suoi sbagli, pretendeva sempre di dare ma anche
di avere il massimo. E quando questo non è stato possibile ha sofferto,
accidenti se ha sofferto».
Sarà, comunque sono stata sempre bravissima, elementari, medie, liceo, tutto
qui a Trescore. Ho fatto lo scientifico ma amavo molto anche le lettere, forse
perché ho avuto la fortuna di avere un professore indimenticabile. Il professor
Gennaro Ciro Pepe, di Caserta. Già il nome era tutto un programma. Era un
prof di cultura smisurata, sicuramente più adatto a un corso di studi
universitari che non per un liceo. Due versi della Divina Commedia
occupavano una settimana intera di lezioni. Ma che lezioni… se n’è andato a
maggio il professor Pepe, per una malattia. Io non ce l’ho fatta ad andare a
vederlo, neanche al suo funerale perché… non vado più a nessun funerale
dopo tutti i lutti che ho patito in famiglia, però non volevo che se ne andasse
senza un mio pensiero e così ho scritto una lettera per lui e l’ho data alla
mamma perché gliela portasse a casa. Eccola qui:
Carissimo professor Pepe, il ricordo degli anni del liceo, che nasceva tra le sue mani, in cui lei era il
mio professore e io la sua alunna, è ancora fervido e vivo nella mia memoria ma soprattutto nel mio
cuore. Lei non è stato solo un insegnante, un professore di italiano e latino. È stato molto di più.
Ricordo quando in classe leggevamo insieme i versi della Divina Commedia. Pochi. Perché ogni
parola, grazie a lei, era spunto per riflessioni di alta lettura che solo una mente illuminata e da
universitario come la sua poteva produrre. Sono felice di averle detto queste cose ed espresso la mia
gratitudine nell’ultima conversazione telefonica che abbiamo avuto non molto tempo fa. Da tanti anni
quelle parole aspettavano di essere dette. Crescendo, mi rendevo sempre più conto che lei era stato un
professore sopra le righe, una mente eccelsa di una cultura vastissima che forse era più adatta a un
pubblico di studenti universitari piuttosto che a piccoli liceali come noi. Eppure in tutto questo lei ci
ha insegnato un metodo di vita. Il metodo della riflessione, che forse allora non capivamo perché
giovani e immaturi. Crescendo mi sono resa conto di quanto ponderare ogni singola parola,
analizzarla, scandirla e poi risintetizzarla, quasi secondo un metodo cartesiano, mi abbia insegnato un
metodo di vita e di analisi. Sì, perché nella vita non si può sempre correre, ogni tanto bisogna
fermarsi. Fermarsi per riflettere. Perché non si può riflettere correndo.
Purtroppo non riuscirò a prendere parte all’ultimo suo saluto. Dopo le numerose dipartite di quasi tutti
i miei parenti, l’estremo saluto è per me fonte di un dolore immenso e di un pianto incontrollabile.
Preferisco salutarla così, Professore. Ricordandola con la sua sigaretta e la Divina Commedia tra le
mani.
Un abbraccio forte. La porterò sempre nel mio cuore tra le persone più care e significative della mia
vita. Ci ritroveremo, spero nel Paradiso, questa volta non di Dante!
Se indugerai sulla musica del tuo respiro e riuscirai a coglierne il ritmo, scoprirai che la quiete è dietro
l’angolo
(Dal Piccolo libro della calma), Paul Wilson
Eleonora Cantamessa

Il mio testamento? Non so. Nessuno, a quarantaquattro anni, senza un motivo


valido, scrive il suo testamento. E io, quel 25 maggio 2013, scrivendo il mio
saluto al professor Pepe non pensavo certo che centosei giorni dopo l’avrei
raggiunto in Paradiso.
*
Allora, tre zii, la zia, tutti giovani eh, e i nonni. Non si faceva altro che morire
a casa mia. E quella era la mia grande famiglia, una gran bella famiglia quella
della mamma, gli Armati, tutto quello che avevo perché mio padre, invece,
era orfano di guerra. I miei nonni paterni non li ho mai conosciuti e papà, dai
miei nonni materni, era stato adottato come un figlio, il quinto.
«È vero, Eleonora e anche Luigi sono cresciuti entrambi segnati da tutti
questi lutti in famiglia, sin da piccoli hanno assorbito come spugne l’inevitabile
dolore che ha attraversato tanti momenti della nostra vita. E a lungo, per più
di otto anni, hanno accudito, ma davvero, anche la nonna inferma che abitava
in casa con noi. Lei lo diceva sempre: non ho fatto altro che vedere uscire
funerali da quel cancello. Eleonora ha vissuto tra le sofferenze, sapeva bene
cosa era il dolore. Per questo dico che quella maledetta sera, in quella
maledetta strada non poteva non fermarsi. Per lei vedere soffrire una persona,
non aiutare chi aveva bisogno era una violenza. Ma lo sa che, quando in
ambulatorio da lei venivano signore anziane che lei immaginava avessero
difficoltà a spogliarsi, lei stava lì ad aiutarle a togliersi le calze? Le dicevano:
“Dottoressa, ma cosa fa?” Ma per lei era così naturale».
Lo zio Luigi è stato il primo. Io avevo solo tre anni e lui ne aveva solo
quarantaquattro anni. Ricordo il giochino dell’uovo, mi faceva impazzire.
Prendeva un uovo, lo nascondeva nelle mani, faceva finta di tirarlo fuori dalle
mie spalle e con aria sorpresa diceva: «Ma Eleonora, hai fatto l’uovo…» E io ci
cascavo sempre. Se lo portò via un incidente stradale, all’improvviso. E il
nonno si lasciò morire di disperazione appresso a lui.
Io ero piccolissima, ma al nonno Emilio ero legatissima e lui a me. L’ho visto
spegnersi a poco a poco e non l’ho mai dimenticato.
L’Emilietto, l’altro fratello della mamma che portava lo stesso nome del
nonno ma con il diminutivo, se ne andò via a quarantacinque anni, il giorno di
Natale. Volete che una bambina possa dimenticarlo? E lo zio Alberto, il terzo
fratello della mamma. Lui di anni ne aveva cinquanta, era un gran fumatore, è
vero, ma non è che tutti i fumatori muoiono di tumore alla gola come è
successo a lui. Ricordo che negli ultimi mesi lo nutrivamo con il sondino
perché non riusciva più a mangiare.
Ecco, se non fosse stato già abbastanza così per una ragazzina, la morte della
zia Enrica mi ha proprio sconvolto. Per me e Luigi era come una seconda
mamma. Non faceva altro che viziarci e comprarci regali. Madonna, quanto ci
voleva bene. Certo, in confronto agli altri miei zii, lei è morta quasi anziana, a
sessant’anni, ma anche lei all’improvviso, per un’embolia polmonare. Ed è
morta stringendomi la mano perché io ero già specializzanda in Medicina e
così sono riuscita a entrare in Rianimazione dove l’avevano portata. Ho anche
avuto da ridire con i medici che la stavano seguendo, perché io le ho sempre
mandate a dire in faccia a tutti, sempre, figuriamoci in momenti drammatici
come questi. Però almeno sull’embolia polmonare, che poi non era materia
mia, ero preparatissima.
Mi ricordo ancora un giorno a lezione, all’Università a Brescia, alzai la mano
per fare un intervento proprio durante una lezione su questo argomento. Ero
seduta in prima fila nell’aula e il professore prima di farmi parlare mi scrutò
dalla testa ai piedi, mi fece una specie di radiografia, mi guardò le scarpe
coloratissime in tinta con il completo che avevo, poi mi ascoltò e alla fine
commentò: «Però, Cantamessa, e pensare che ti giudicavo solo scarpette e
borsetta».
E poi non ci è rimasta che la nonna. Povera nonna, era così malata lei. Ma
per otto anni le sono stata accanto dalla mattina alla sera. E alla fine se n’è
andata. Sarà per questo triste destino che si è accanito sulla mia famiglia che
ho deciso di fare il medico? Chissà, forse, anzi certamente sì. Certo i miei
tutto si aspettavano tranne che decidessi di iscrivermi a Medicina. Me lo
ricordo bene quel giorno.
«Mamma, mi sono iscritta ai test per Medicina a Brescia».
«Cosa, ma sei matta? Medicina? A Brescia? Ma qui a Bergamo c’è Economia
e commercio. Ma cosa devi fare Medicina tu che appena vedi un ago te la dai
a gambe?»
Per i miei, anzi forse per mia madre, la sola idea che a diciannove anni mi
allontanassi da casa e andassi a studiare a sessanta chilometri di distanza era
una tragedia. «Mamma, io Economia e commercio non la faccio. In ufficio a
fare i conti, è un lavoro senz’anima, non fa per me». Ma ci si crede che mia
madre, fervida credente e praticante cattolica, mi confessò poi che quell’anno,
mentre stava a Lourdes con mio fratello Luigi, pregò il Signore che io non
passassi i test di Medicina? Ma le sue preghiere non furono ascoltate e mi
piazzai ai primi posti. Era quella la mia strada.
E la intrapresi con grande entusiasmo. Il tanto temuto “strappo” arrivò ma io
da Trescore in fondo non mi sono mai allontanata. Anche le amicizie, quelle
vere dell’infanzia, non le ho mai allentate. Paola, per esempio, compagne di
classe sin dalla prima elementare, mica l’ho mai persa. I suoi figli li ho fatti
nascere io trent’anni dopo.
«Era un genietto Eleonora, due etti di bambina che pesavano più cartella e
codini che tutto il resto. Un soldo di cacio, ma un peperino. Ricordo l’anno
che le misero sette in condotta. Io la chiamavo “uragano” perché non si
fermava davanti a niente, quello che doveva dire lo diceva a tutti, alle
compagne, ai professori, agli adulti. Ricordo una volta persino con mia madre.
Io ero gelosissima dei miei giochi e ogni volta che lei veniva a casa mia
cercavo di non farle toccare nulla nella mia stanza con la scusa che mia madre
si arrabbiava. Fino a quando un giorno, sbuffando, mi disse: “Ma insomma, io
non vengo più a casa tua”. E a mia madre: “Sei antipatica. Cosa compri a fare
quei giochi?” Poi le nostre strade si sono divise. Alle medie ci misero in classi
diverse perché chiacchieravamo troppo, al liceo lei fece lo scientifico e io il
professionale ma siamo sempre state vicine. Quante belle vacanze insieme
abbiamo fatto, in Tunisia, a Ischia. Io, Eleonora e i suoi libri. Non so come
facesse, ma studiava al mare sotto l’ombrellone, anzi sotto il sole».
Mare, sole, abbronzatura tutto l’anno, un’altra delle mie passioni. Quando
potevo scappavo al mare: dal Salento a Formentera, dai Caraibi alla Grecia,
da Antigua a Zanzibar, ma la mia passione era il Mar Rosso, era il mio “buen
retiro” di Soma bay. Ogni volta mi presentavo a sostenere gli esami
all’università abbronzatissima e immancabilmente i professori, soprattutto ai
primi anni, mi dicevano: «Non mi vorrà far credere che ha studiato?» Sì, certo,
e datemi pure trenta. Grazie.
Ehi, non ero mica una secchiona io. Anzi. Chiedetelo a Paola se ogni volta
che potevo non scappavo a spassarmela da qualche parte. «Ah, sì, avevamo
tante passioni in comune io ed Eleonora a cominciare da quella per
l’abbigliamento, le scarpe, le borse. “Fammi vedere la scarpiera”, era la prima
cosa che ci dicevamo ogni volta che andavamo l’una a casa dell’altra. Ma
persino ora, a quarantaquattro anni, l’ultima volta che l’ho vista, al suo studio,
ha chiuso la porta e mi ha detto. “Che hai comprato ultimamente di bello?”
La prima radiografia che ti faceva, alle visite, era quella attraverso il vetro del
suo tavolo, giù con lo sguardo fino ai piedi per guardarti le scarpe. Ma non era
mica una che viveva di cose materiali, Eleonora, anzi. La sua era una vera
passione, le piacevano le cose belle, adorava essere sempre elegante. Anche
sotto il camice bianco. E poi con quel corpo che aveva poteva permetterselo,
le stava bene tutto».
*
Magra e ben fatta lo ero davvero. Solo che poi, intorno ai ventuno anni, le
cose si complicarono un po’ e andai a sbattere il muso contro una brutta
bestia, l’anoressia. Ero al terzo anno di Medicina e la pressione dello studio
era già molto forte. Condividevo un appartamento con delle compagne, ma mi
mancava la mia famiglia. Mica c’erano i cellulari allora, mi toccava chiamare
casa ogni sera alla stessa ora e farmi trovare sempre. Al primo contrattempo o
telefono che squillava a vuoto mia madre entrava in paranoia. Lei attorno a me
vedeva tutti i pericoli di questo mondo. Insomma, io che già mangiavo poco,
cominciai a non mangiare proprio, a rifiutare il cibo. Il perché bene non l’ho
mai capito, ma forse fu anche l’influenza di una delle ragazze con cui avevo
più legato, Chiara. Studiavamo insieme, anche lei era anoressica, mi
preoccupava ma mi affascinava allo stesso tempo, e inconsapevolmente
diventò il mio modello. Stavo male, cominciai ad andare da un medico, ma
quel tanto che bastava a consentirmi di andare avanti e non interrompere gli
studi. Mia madre voleva che mi fermassi, che tornassi a casa per un po’. Ma
era l’ultima cosa che avrei fatto.
E poi a buttarmi giù era arrivata la prima delusione sentimentale. Con Flavio,
il mio primo fidanzato dell’ultimo anno di liceo, era finita. Diciamo che i
nostri modi di essere si rivelarono incompatibili. Era un po’ viziato, non aveva
molta voglia di fare qualcosa, se ne andava in giro con quella Bmw cabrio che
i suoi gli avevano regalato per i diciotto anni. E… io ero fatta proprio in un
altro modo. Però ero fragile, soprattutto in quel momento, e soffrii molto per
quella rottura. Ma comunque riuscii a riprendermi, mi rimisi in sesto e mi
laureai con puntualità e il mio centodieci e lode. Avevo deciso di
specializzarmi in psichiatria quando un incontro casuale ancora una volta mi
indicò la mia strada. Fu nella casa sul lago di Garda di Chiara che conobbi un
suo amico ginecologo. Forse lui mi faceva un po’ il filo, ma io ero interessata
solo al mondo che mi stava aprendo davanti. E decisi che avrei fatto la
ginecologa. Per la verità mi mandarono per qualche tempo a oncologia
ginecologica ma quando il primario si accorse che soffrivo mi disse: «Non è
roba per lei, vada in ostetricia». E fu lì che provai per la prima volta il trionfo
di far nascere un bambino. Non mi fermai più, ore e ore di lavoro, turni
impossibili, e il fascino assoluto che sentivo promanare dall’ecografo. Ho
avuto una grande maestra e sono diventata anch’io un mago dell’ecografia.
*
Tre giorni dopo la fine della specializzazione, lavoravo già. Mi avevano
chiamato dalla clinica Sant’Anna a Brescia che, insieme allo studio che ho
voluto aprire proprio sotto casa in piazza a Trescore, è stata il mio mondo
negli ultimi quindici anni della mia vita.
Lì sono stata in costante contatto con la magia della vita… l’ho vista migliaia
di volte in ecografia, quando di un feto di pochi millimetri di lunghezza si
sente il cuore che inizia a battere… ecco… cosa c’è di più meraviglioso e
complesso, e al contempo così naturalmente magico?
Eccomi. Ecco la dottoressa Eleonora Cantamessa, ginecologa appassionata e
innamorata del suo lavoro. Più di ogni altra cosa al mondo. Oddio, non ci
fossero stati tutti questi bambini da far nascere avrei passato volentieri la vita
tra gli animali. Il sabato pomeriggio, per esempio, quando riesco a trascorrerlo
al canile sto così bene che non vorrei essere in nessuna altra parte del mondo
perché nessun’altra cosa mi rende così felice! A parte il mio lavoro… Ma di
bambini da far nascere ce ne sono davvero tanti, allora mi accontento di
Stella, la mia cagnolina nonché mia migliore amica, e di micia Leo, la
trovatella che ho salvato per strada. Amo tanto gli animali e naturalmente
anche i loro “bambini”. Vado matta per le foto di maternità degli animali e sto
lavorando a un album. Ma girare su Facebook e vedere i “miei” bambini e le
loro mamme, dal pancione alle foto del primo giorno di vita, mi dà una gioia
immensa. Ormai per me è diventata una bellissima consuetudine la foto con il
bimbo appena nato. Visto che non ne ho avuto di miei, tutti quelli che ho
seguito nel pancione e fatto venire al mondo sono i “miei bambini”. Ehi,
anche tu con quei capelli neri dritti in testa. Non credere che adesso perché
sono quassù non ti vedo. Non ti ho visto nascere, ma la tua foto con accanto il
mio ritratto che la tua mamma ha voluto farti appena nato come mi aveva
promesso, la vedo. Eccome se la vedo…
Il ginecologo è un lavoro a tempo pieno, eh, anzi una missione. E io l’ho
amata tanto che non ho mai guardato un orologio al lavoro. Finivo in ospedale
e cominciavo in ambulatorio con mamma che mi aiutava a “dirigere il
traffico” con le pazienti. Le ecografie erano il mio forte, non ne sbagliavo una
e, sì, come medico, dicono che avessi il pelo sullo stomaco. I miei rischi,
insomma, me li prendevo tutti, ma le mie “mamme” le ho seguite in ogni
istante, notte e giorno. Ricordo quella notte che mi chiamarono in ospedale
per un’urgenza. Ero a casa, presi la mia Mercedes fiammante, un lusso che mi
ero concessa, e partii in quarta. Ovviamente destai subito l’attenzione di una
pattuglia di polizia. Mi fermarono, cominciarono a fare mille storie ma io li
affrontai di petto come mio solito: «Sentite, sono un medico, non ho tempo da
perdere, che patente e libretto, anzi o mi scortate in ospedale o andate a quel
paese».
Ingranai la marcia senza aspettare risposta e… mi scortarono.
Da me venivano tutte, senza distinzione di razza e di ceto sociale. Avevo le
signore della Bergamo bene e le immigrate. Chi poteva pagare pagava, chi non
poteva la assistevo ugualmente. A tante ho comprato i farmaci, a tante ho dato
qualcosa. La sanità e l’assistenza deve essere garantita a tutti. So che non avrei
dovuto, ma ogni tanto facevo salire in reparto qualche immigrata senza un
soldo la sera, quando in amministrazione andavano via tutti. Non avevano i
soldi per pagare il ticket. Un giorno, in ambulatorio, è venuta una ragazza
indiana con un bambinetto. La visitai e rimasi impressionata da quel poco che
aveva addosso, neanche le calze. Quando è uscita le ho preso la mano e le ho
messo dentro una banconota. «Ti prego, comprati qualcosa».
Ho anche pianto per qualcuna di loro, soprattutto quando abortivano. Ho
sempre condiviso questo dolore straziante. E anche lì ho dato battaglia.
Quell’uomo lì, per esempio, che non ne voleva sapere di riconoscere la
bambina della donna che aveva messo incinta. Lui era sposato, vabbè, ma
quella povera donna incinta dormiva al freddo in un furgone. Insomma ho
fatto tanto, fino a quando lui non ha riconosciuto la bimba. Io sono sempre
stata dalla parte delle donne. Senza storie. Le seguivo anche quando tornavano
a casa, le chiamavo proprio per sapere come stavano. Una volta una signora
mi ha risposto sorpresa: «Dottoressa, ma… non mi è mai capitato che un
medico mi telefonasse a casa dopo essere stata dimessa».
Il mio lavoro è stato la mia vita, il mio solo motivo di vita. Il mio unico
rimpianto, non aver avuto un bambino. Mi dicevano tutti: genio e
sregolatezza, testarda e fragile, un gigante fuori, una bambina dentro. Ho
amato Vasco e la sua Vita spericolata e cantavo Jovanotti: «Ci vuole pioggia,
vento e sangue nelle vene… e una ragione per vivere, e sollevare le palpebre, e
non restare a compiangermi, e innamorarmi ogni giorno e ogni ora di più».
“Tensione evolutiva”, ma in fondo io avrei voluto solo una vita normale.
Chissà, forse una vita “normale” avrei potuto costruirmela davvero con
Fabrizio. Forse, se fossi stata meno giovane, più tollerante, più accomodante.
O forse avrei dovuto essere diversa da come sono. Ma allora, a ventisette anni,
a me non pareva affatto normale quel matrimonio, quel rapporto diventato già
così opprimente, così poco rispettoso della mia natura libera. Fabrizio l’avevo
conosciuto mentre ancora studiavo all’università, lui si stava specializzando già
in chirurgia. Ah, è stato lui a insegnarmi a fare le suture così bene, tutte le mie
mamme che hanno partorito con il cesareo ancora mi ringraziano per quel
taglio così piccolo dal quale non capivano come facessi a far venir fuori i loro
bambini.
Insomma, ci siamo innamorati, abbiamo vissuto insieme per due anni e poi
abbiamo deciso di sposarci. Lui era davvero folle di me, non che io non lo
amassi, anzi ho continuato a pensare a lui e a considerarlo un punto di
riferimento nella mia vita anche dopo che ci siamo lasciati, ma aveva un modo
di amarmi così totalizzante e oppressivo che per me è diventato presto un
macigno insopportabile. Non era questione di gelosia. Bastava che incontrassi
qualche amica o amico che lui non conosceva mentre stavamo facendo una
passeggiata e mi fermassi a scambiare due parole, che lui subito si indispettiva
e tirava dritto. Poi stavamo a litigare per ore. Insomma, neanche un anno e mi
sentivo soffocare in quella casa. Mia madre era disperata, pensava che fossi
sempre una testa calda, provava a metterci la buona parola ogni volta, ma io
proprio non lo sopportavo più. Chissà forse non ero abbastanza innamorata.
Un giorno dissi a mia madre. «Basta, non mettetevi in mezzo, o mi lasciate
andare via da questa casa o mi butto giù…» E me ne andai. Rimasi lontana da
lui per qualche mese, Fabrizio non si dava pace, me lo trovavo sempre in giro,
chissà forse mi seguiva. Pensava di non avermi amata abbastanza, ma non era
quello perché lui mi adorava. E tanto ne ero convinta che decisi di riprovare.
Tornai nella nostra casa di Brescia, ma non andò. E questa volta finì per
davvero. Per lui ero sempre la “più” di tutto, ma – come dice la mia amica
Paola – ci siamo incontrati nel momento sbagliato.
Mi tuffai anima e corpo tra pancioni e bambini per riprendermi e un paio
d’anni dopo mi innamorai di un uomo che era l’esatto opposto di Fabrizio.
Che scherzi che fa la vita. Figlio di un notaio, classico mammone, ancora
dipendente in tutto e per tutto dalla famiglia che peraltro non mi ha mai
accettato non foss’altro perché ero separata. Ma non era solo quello. Per loro
ero troppo indipendente, troppo impegnata nel mio lavoro. Era estate? Ecco
lui doveva andar via con la famiglia per guidare la barca del papà e io li
raggiungevo quando potevo andare in ferie. E l’accoglienza che trovavo era di
questo genere: mia “suocera”, «Eleonora, ma hai mangiato tu l’uva? L’avevo
comprata per mio figlio». Ecco qui. Nonostante tutto però, lui all’inizio aveva
deciso di sfidare la sua famiglia, era venuto a vivere con me, avevamo messo
su casa con grande entusiasmo, almeno io. Lavoravo bene e guadagnavo
quanto bastava per tutti e due, lui riceveva ogni mese l’assegno da papà
attendendo di diventare notaio. A guardarla bene, con il senno di poi, eravamo
proprio agli antipodi come modo di concepire la vita, ma io ci credevo, forse
per la prima volta avevo deciso veramente di mettere su famiglia. Volevo fare
un figlio. Lo dissi per la prima volta. E lui si spaventò. «No, ma che dici? Io
fino a quando non sono indipendente, figli non ne voglio». Che in linea teorica
sarebbe stato pure comprensibile se solo lui si fosse impegnato per diventare
indipendente, ma era ancora così lontano. Si lasciò condizionare dalla sua di
famiglia e anche questa volta arrivò la rottura.
Per me fu un altro colpo durissimo, avevo investito tutto su quel rapporto, ed
ero innamorata. Stavolta ero io a subire. Ripresi a non toccare cibo, subivo
un’umiliazione dietro l’altra. La “suocera” voleva farmi pagare l’affitto della
casa in cui stavamo e in cui volevo rimanere? E io la comprai. Sì, l’ho
comprata. E poi naturalmente non ci ho mai più voluto abitare.
Me ne tornai a casa mia, nel calore della mia famiglia. Vendetti quella e
comprai una casa a Bergamo, ma il mio posto era lì, a Trescore. Non trovavo
pace. Un altro rapporto sbagliato, ancora sofferenze. Meno male che c’era
sempre Fabrizio, quindici anni dopo. Si era risposato, si era separato di nuovo.
Per me è sempre stato il mio punto di appoggio, il mio confidente. Ad agosto,
quando lo avevo incontrato in ospedale, mi era venuto proprio di buttargli le
braccia al collo. E come una bambina lo avevo confidato a mia mamma.
Meno male che c’era lei. Papà era il mio consolatore, la mamma è sempre
stata il mio pilastro. Il rimorso di averla fatta soffrire appresso a me per tutti
questi anni non mi ha mai abbandonato. E a maggio, per la festa della
mamma, ho voluto scriverle una lettera. Mi è sgorgata proprio dal cuore, mi
sono messa a nudo davanti a lei.
Cara Mariella,
oggi è la tua festa, anche se dovrei farti gli auguri ogni giorno. Perché ogni giorno, da quarantatré anni,
ti prendi cura di me e di noi.
Sempre presente, indaffarata, efficiente, affettuosa e protettiva. Combattiva anche quando altre
avrebbero deciso di rinunciare, anche quando le lacrime e i singhiozzi sembrerebbero non lasciare
spazio.
Sempre capace di sostenermi e di aiutarmi anche se volevo dare un calcio a tutto. Sei sempre stata un
esempio di figlia verso i tuoi genitori e un esempio di madre per noi. Purtroppo la mia vita è andata in
un modo che nessuno avrebbe previsto né voluto e tu eri sempre lì a combattere per me e a
sorreggermi. A correre nella notte e nel giorno come una combattente che non si dà mai per vinta.
Ti ho criticata, maltrattata senza che te lo meritassi, solo perché dovevo trovare un capro espiatorio
alle mie lunghe e tante sofferenze. Ma tu amorevolmente hai sempre cercato di fare riemergere il
buono che era in me, quello che mi avevi insegnato tu e che ogni giorno continui a fare.
Io non mi sento una figlia brava come lo sei stata tu con i nonni. Spesso mi sento in colpa per non
essere capace di prendermi cura di te o di dedicarti le stesse attenzioni che tu hai per me, troppo
impegnata come sono a cercare di vivere e superare giorni per me difficili e bui. Non riesco certo a
fare, come figlia, quello che tu fai per me come madre. Dietro le lacrime e il dolore sei sempre capace
di fare tutto, a costo di sacrifici immensi. Spesso mi chiedo dove tu possa trovare tutta questa forza.
A te devo tutto, la nascita, la rinascita e quello che sono, o meglio quello che ero e che ho cercato col
tuo aiuto di ricostruire. Spero venga un giorno in cui potrò essere per te anche qualcosa di buono e
positivo perché fino a ora sono stata solo un peso e fonte di sofferenze.
Continua a essere così, una mamma esemplare.
Grazie, ti voglio bene.

*
Adesso che sono qui su, mi chiamate tutti «il buon Samaritano». Don Ettore vi
ha letto la parabola quando siete venuti così tanti a salutarmi, c’erano anche
tutti quei ragazzi indiani in chiesa. «Il Vangelo raccontava di te, Eleonora» ha
detto, «quando abbiamo ascoltato “Era in viaggio, passandogli accanto, vide e
ne ebbe compassione”». Mi è sempre piaciuto quel sacerdote, io a messa sono
andata sempre da lui. E anche a lui, come a tutti, dicevo paro paro quel che
pensavo. Ma soprattutto lo ha detto papa Francesco ai miei genitori che lo
hanno incontrato a San Pietro e che dalle sue parole hanno tratto grandissima
consolazione. «Eleonora» ha detto loro, «ha concluso la sua vita terrena
compiendo il gesto del buon Samaritano».
Luigi, mio fratello, dice che sono una santa. Parola grossa. Ma da quassù,
dove sono adesso, voglio ricordarvi quel pensiero che avevo postato su
Facebook con quella incantevole foto delle due vecchine che camminano
curve per strada tenendosi per mano.
Amicizia e aiuto reciproco, in ogni tempo, a ogni età…
ci può insegnare molto.

E non dobbiamo avere paura di dirlo, e soprattutto di esserlo, pensando


magari di sembrare melensi agli occhi degli altri. Essere buono non è sintomo
di essere idiota. Essere buono è una virtù che alcuni idioti non capiscono.
Capito adesso perché quella sera mi sono voluta fermare a ogni costo
buttandomi in mezzo a quella rissa incurante di quel che poteva succedere?
Non che pensassi di poter morire in quel momento, ci mancherebbe, ma la
mia vita non poteva portarmi a fare diversamente.
Mamma, papà, Luigi, amiche mamme col pancione e tutti i “miei” bambini.
Mi avete perdonato, vero? Per forza. Ti ho visto, sai mamma, abbracciare
quei tre giovani indiani che la sera dopo sono saliti su a casa con un cero
acceso in mano per chiedervi scusa a nome di tutta la comunità, ti ho sentito
dire: «Ho nel cuore, insieme al dolore, un sentimento di pace. Non provo né
odio né rancore nei confronti dell’uomo che ha ucciso Eleonora. Penso anche
ai quattro orfani lasciati da quel ragazzo morto insieme a lei». Ti ho sentito,
papà, dire: «Nessun odio. Come potremmo? Se non riuscissimo a perdonare
tradiremmo l’eredità che ci lascia nostra figlia».
Sono felice di questo e, dai, cercate di mandar via la tristezza. Io sono sempre
qui. Bella, mamma, quella gigantografia mia che hai piazzato lì, sul divano del
salotto, dove tra caffè e sigarette, e coccole ai miei animali, abbiamo passato
tanti bei momenti. E, complimenti, per il tuo “sforzo tecnologico”. L’aver
mantenuto attivo il mio account Facebook per te deve essere stata un’impresa
titanica. Però, come si dice sui social network, pollice alzato, mi piace. È
fantastico ogni giorno ricevere ancora tutti quei bei messaggi e le foto dei miei
bambini cresciuti e di quelli che non ho fatto in tempo a far nascere. Anche
quelli sono miei.
Eh sì, l’ambulatorio chiuso è una gran tristezza lo so, però il mio
bell’ecografo in quell’ospedale del Malawi a cui lo avete donato, continuerà a
testimoniare la magia della vita.
Laura, la “sindaca” dei deboli

Gliela avevo lasciata sul tavolo della cucina la mia letterina. L’avrebbe letta
quando rientrava dal lavoro. Come “buonanotte”, visto che neanche quella
sera, come tante altre volte, saremmo riusciti a incrociarci.
Visto che ultimamente ci stiamo vedendo brevemente (fuggi-fuggi) ti scrivo qualcosina…
Ultimamente so di essere un po’ nervosa (xò mi sto controllando bene), sono un po’ burbera (o
rubesca, come direbbe mia madre) e in più stasera ho un forte mal di testa e devo andare all’incontro
con i Popolari. Ci tengo ad andare ma il mio corpo e la mia mente sono così stanchi!! E poi stasera c’è
Santoro. Me lo registri? Chissà cosa dicono sulla crisi di governo…
Meno male che ti sei ricordato di prendere la frutta e la mozzarella. Io proprio a cucinare non ce la
faccio.
Va tutto bene tra noi? Per quanto mi riguarda sì. Ti amo sempre tanto anche se forse ti sembra di
meno xché sono tanto presa con il lavoro, il partito, il Massimo, la casa. Il mio unico svago
(rilassamento) è andare una volta alla settimana dalla parrucchiera (ti sembrerà borghese, ma almeno
ci lascio dietro di me tutto il resto e penso un po’ alla cura di me stessa, di cui come avrai notato
ultimamente non mi preoccupo molto).
Adesso sono stanca, ho la testa che mi scoppia, ma volevo dialogare un po’ con te.
Attendo risposta scritta
Ciao
Love

Rileggo la data, 15 dicembre 1994. Cosa ci fa questa lettera nel cassetto di


questo mobile? Pino l’ha conservata per tutti questi anni. Che tenerezza…
Sono passati quasi diciannove anni, ma non è che la mia, anzi la nostra vita,
sia cambiata tanto. Sì, adesso oltre Massimo c’è anche Alessia e Pino, ancora,
oltre a fare il papà, ormai si è abituato spesso a fare anche la mamma. Ogni
tanto mi sento in colpa, ogni tanto no. Per i ragazzi, innanzitutto, ma anche
per lui. E però è stato proprio Pino a portarmi su questa strada. Avessi
continuato a fare quello per cui avevo studiato, le lingue, forse avrei avuto più
tempo per loro, ma a lui non piaceva che io me ne andassi in giro per il
mondo per lavoro. Che poi, per quella ditta di import-export per cui avevo
cominciato a lavorare, più di qualche fiera in Germania non è che facessi,
lontano da casa. La politica, quella sì che mi porta, se non lontano, però fuori
di casa per tanto tempo. L’ha voluto lui, praticamente mi ha “lasciato” il suo
posto nel Pci pur di farmi rimanere qui a Cardano e io mi sono appassionata.
Altro che se mi sono appassionata. Chi l’avrebbe detto allora, che non avevo
neanche trent’anni, che sarei diventata assessore, consigliere, sindaco.
E oggi è un altro martedì. E io, “sindaca” di Cardano al Campo (pretendo che
mi si chiami così, l’essere donna è un genere che va riconosciuto anche nei
sostantivi), odio il martedì. So che non dovrei, però, è il giorno peggiore della
settimana. È il giorno del ricevimento al pubblico, un appuntamento che cerco
sempre di rispettare con grande serietà. E proprio per questo mi dà un enorme
senso di frustrazione quando la gente arriva da me a chiedere qualcosa, anche
di piccolo, che però per loro è vitale e io non sono in grado di dare risposte.
Mi prende un senso di impotenza che subito si trasforma in rabbia. L’altro
martedì, per esempio, è venuta una donna, mi ha raccontato che non sapeva
come andare avanti, era sola, con tre bambini, senza lavoro. E che potevo
fare? Mica potevo darle dei soldi… le ho detto che avrei cercato di aiutarla,
ma appena è andata via mi sono spuntate le lacrime agli occhi. Sono così io,
una dura dal cuore tenero.
Via, un altro martedì, speriamo che oggi vada meglio.
«Pino, sei pronto? Mi dai tu un passaggio in Comune? La mia macchina è
ancora fuori uso. Dai che è già tardi… i ragazzi ancora dormono, non li
sveglio per salutarli. È luglio, in vacanza si dorme, almeno loro».
*
È una gran bella giornata di sole oggi, giorno di mercato a Cardano al
Campo, 14 mila abitanti a un tiro di schioppo dall’aeroporto di Malpensa. Per
chi non lo conosce è il paese in cui diciotto anni fa hanno trovato morta Mia
Martini.
Alle 9.30 del mattino c’è un sacco di gente in strada. E anche un sacco di
gente che ha da chiedermi qualcosa a giudicare dalla fila che vedo davanti al
mio ufficio. Accidenti c’è anche quel matto lì, quel Giuseppe Pegoraro. Che
altro vuole ancora? Non mi piace quell’uomo lì, l’ho dovuto sospendere dal
servizio dopo la sentenza di condanna. Due anni gli hanno dato, per peculato.
Mi spiace, umanamente mi spiace, ma era giusto così. Lui e gli amici suoi,
una bella combriccola quella dei vigili urbani di questo Comune. Per anni a
Cardano al Campo hanno dettato legge, fatto e disfatto come volevano loro,
lavorando come e quando gli pareva, timbrando falsamente i cartellini di
servizio. E poi vessando e minacciando fino a quando non hanno trovato una
collega che si è rotta ed è andata a denunciarli tutti. Poveretta, anche dopo ne
ha passate di tutti i colori quella povera donna. La seguivano, la spiavano, le
tendevano delle vere e proprie imboscate. Mi sono molto immedesimata in lei,
nella sua solitudine, mi sono indignata per l’indifferenza che aveva
accompagnato la sua onesta e coraggiosa denuncia. Chissà che stress ha patito
per tutti questi anni. Dieci ne sono passati e finalmente è arrivata la sentenza.
Condannati, e mica a poco, chi due, chi tre, chi quattro anni. Lui, Pegoraro,
era il vicecomandante ma non è certo il peggiore di quel gruppetto lì: in due li
abbiamo dovuti licenziare, lui abbiamo deciso solo di sospenderlo per sei
mesi. E con lo stipendio ridotto. Il vigile, per la verità, non lo fa più da un
sacco di tempo. Dicono che sia andato via di testa, ogni volta che fermava
qualcuno per strada per un controllo di routine tirava fuori la pistola. Lo
hanno beccato anche ubriaco, a molestare la gente. “Lo sceriffo”, così lo
chiamano. Insomma, non era il caso di lasciarlo in quell’incarico e lo hanno
trasferito in ufficio. Non che fosse facile trovare un incarico adeguato per lui.
Lo hanno messo all’Ecologia. Mi pare che adesso gli abbiano assegnato la
disinfestazione dei tombini per le zanzare. C’era qualche titubanza in
commissione sull’opportunità di prendere questi procedimenti disciplinari
dopo la sentenza di primo grado. Sì, certo non eravamo obbligati a farlo,
avremmo potuto aspettare la sentenza di Cassazione e, ovviamente, nel
frattempo i reati sarebbero andati in prescrizione. A me però è sembrato
doveroso. Come costituirmi parte civile e chiedere il risarcimento danni. Gli
avvocati del Comune hanno chiesto 100 mila euro. Non credo di aver fatto
niente di particolare se non quello che andava fatto. Solo che qui erano in tanti
a non volerlo fare, ma che esempio avremmo dato a tutti gli altri dipendenti
onesti e lavoratori di questo Comune? E anche alla gente. Insomma, ho detto
ai miei colleghi in commissione, dobbiamo assumerci anche noi le nostre
responsabilità. Se no che ci stiamo a fare qui. Se no, ci prendiamo lo stipendio
e ce ne andiamo a casa.
E ora che ci fa lì fuori, vicino alla siepe che costeggia il municipio con quella
cartelletta blu in mano? E sempre vestito a quel modo lì, da Rambo?
«Ciao amore, buona giornata. Ci vediamo più tardi».
Ok, cominciamo ’sto ricevimento. Meno male che c’è anche Costantino a
darmi una mano. Costantino Iametti, settantasette anni, è il mio vicesindaco.
Lì fuori, dietro la siepe del Municipio, Giuseppe Daniele Pegoraro,
sessantuno anni, c’è da quasi un’ora. Ha deciso che oggi, 2 luglio, è il giorno
della resa dei conti. S’è messo un berretto mimetico in testa, ha caricato la sua
7.65 e una calibro 9, si è riempito di munizioni le tasche della giacca, ben
settecento proiettili, ha nascosto in auto un fucile a pompa e una carabina, un
paio di coltelli e una specie di bomba artigianale fatta con una bottiglia di
plastica e una pila a 9 volt, e s’è messo lì ad aspettare i primi in cima alla sua
“black list”. Sì, perché di persone con cui regolare i suoi personalissimi conti
ne ha un bel po’: politici, giudici, giornalisti, sindacalisti.
«Buongiorno Giuseppe» lo saluta uno del paese che gli passa accanto. Si
conoscono tutti qui e lo sanno tutti che quell’ex vigile, soprattutto dopo la
sentenza di condanna, è un po’ fuori di testa. Per cui quel ringhioso «Vattene,
vai via» di risposta non fa scattare nessun campanello di allarme.
Eccola, adesso che la “sindaca” è arrivata, ci vorrà solo un attimo… «Scusate,
devo solo far protocollare un documento». Si fa largo tra la folla che attende il
turno in anticamera e spalanca la porta. Non c’è tempo per parlare, per capire,
per fuggire: spara come un matto Pegoraro.
Mi sono appena seduta alla scrivania, vedo solo la porta che si spalanca
all’improvviso e la canna della pistola. Sento i colpi, tre, quattro, vedo
Costantino che urla, che cade a terra. Ma quello vuole ammazzare anche me.
Mi butto d’istinto sotto la scrivania, non ho nessuna via di fuga, lo vedo, è qui,
mi sta sparando… sono morta? No, mi ha sparato, ma ci sono ancora. Sento
un dolore fortissimo allo stomaco, e al braccio con cui ho cercato di
proteggermi istintivamente la testa. Vedo il sangue che sgorga… aiuto… sono
sveglia, sono lucida. E ho paura, una paura da matti. Non per me, quel matto
se n’è andato senza uccidermi e io sono ancora viva, spero di farcela. Ma ho
paura per i ragazzi, per i miei figli, per Alessia, per Massimo. Perché non è
finita qui, lo so. A loro sono settimane che lo dicevo: «Ragazzi, se quando
siete soli in casa viene a bussare qualcuno in divisa non aprite. Chiamatemi
subito. E tu, Alessia, se dovesse venire qualche vigile urbano a prenderti a
scuola dicendo che lo mando io non andare». A Pino non avevo detto niente,
non volevo metterlo in tensione per nulla. Se avessi seriamente pensato che
poteva succedere qualcosa ovviamente glielo avrei detto, lo avrei detto ai
carabinieri. Massimo me lo aveva detto: «Mamma, ma sei preoccupata o pensi
che tra il dire e il fare ce ne corra? Perché se no, vai a fare la denuncia». Ma io
non pensavo, veramente. La sera tante volte resto sola in ufficio fino alle otto,
otto e mezza. E torno a casa sola. Se avessero voluto fare qualcosa, quelli lì…
È solo che c’era un’aria così pesante qui in Comune. Ora però glielo dico.
Ora, mentre sono qui ancora a terra, nel mio sangue, mentre aspetto
l’ambulanza, mentre in giro per il paese i vigili buoni stanno dando la caccia a
quel vigile “rincoglionito” che ha sparato a me e a Costantino. «Pino, i
ragazzi… dove sono i ragazzi? Non è ancora finita».
Non sapevo ancora che quel folle, scappando dal retro del Municipio e
incrociando la ragioniera Scampini le aveva detto: «Adesso ho regolato i miei
conti». Ma a quanto sembra di conti in sospeso ne aveva altri. Lo avevo detto a
Caterina Buffardeci, il comandante della polizia locale: «Fermatelo, che non
faccia più male a nessuno».
*
Com’è finito quell’orribile martedì me lo hanno raccontato quando sono
uscita dalla Rianimazione dell’ospedale di Gallarate. No, che non li aveva
regolati i suoi conti quel matto sparando a me e a Costantino, che per fortuna
se l’è cavata anche lui. Quando è scappato dal retro del Municipio per poco
non s’è fatto beccare da uno dei suoi giovani colleghi. Giuseppe Frais aveva
sentito gli spari, l’ha visto precipitarsi giù dalle scale con la pistola ancora in
pugno, ha provato a fermarlo ma quello si è divincolato, è salito sull’auto, una
Peugeot 106 rossa, e ha continuato a sparare. Meno male che la gente che
passava da piazza Mazzini ha capito che stava succedendo qualcosa e s’è fatta
da parte, se no poteva rimanerci in mezzo qualcun altro.
Aveva la macchina piena di armi quel signore vestito da Rambo con i capelli
grigi, gli occhiali e i baffi. Si è fermato davanti al numero 57 di via Mameli, si
è fiondato nella sede del sindacato pensionati della Cgil imbracciando un
fucile a pompa, ha fatto uscire tutti e ha lanciato quella specie di ordigno.
Al patronato aveva chiesto di assisterlo nella sua vertenza con il Comune,
evidentemente non deve essere rimasto soddisfatto. Ed è scappato di nuovo.
Alla fine lo ha bloccato a Gallarate il dirigente del commissariato di polizia
Gianluca Delfino. Stava scappando a piedi, la carabina in mano e il fucile a
pompa in collo, dopo che la macchina gli si era fermata. Era a poche centinaia
di metri dalla casa della sua ex collega, la vigilessa che dieci anni prima
l’aveva denunciato. Se non lo avessero fermato prima, mi sa che di conto ne
avrebbe regolato un altro.
A casa gli hanno trovato di tutto. Un testamento dove aveva scritto che voleva
fare degli ostaggi e far leggere un comunicato contro la politica in cambio
della loro liberazione. «Da oggi disdico il contratto con questo Stato ladro e
rosso» aveva scritto. E poi, in quella cartelletta blu che si portava dietro, aveva
una sorta di “black list” di nemici. Innanzitutto politici: Fini, Casini e Follini
“traditori”, Bersani e Grillo, e un sacco di donne, Rosy Bindi, Elsa Fornero,
Susanna Camusso e pure Luciana Littizzetto. Chissà che gli poteva aver fatto
la Littizzetto. E poi i giudici, Adet Toni Novik, quello che lo aveva
condannato, e Ilda Boccassini.
Io non c’ero in quella lista. E neanche Costantino. Però è a noi che è venuto a
sparare. E al magistrato ha pure detto: «Il manifesto era solo un diversivo. È
lei che volevo colpire e non per ragioni politiche. Sono stato umiliato».
Sembra che a una operatrice ecologica quella mattina avesse detto: «Io non
posso più vivere così. Meno male che non ho famiglia». Arreso, ha detto, non si
sarebbe arreso mai. Aveva messo in conto una sorta di caccia all’uomo nei
boschi, voleva passare il confine con la Svizzera e andare a rifugiarsi nei
boschi dove andava da ragazzino. In macchina aveva anche una tenda, sacco a
pelo e altro per accamparsi. Si sarebbe asserragliato e come finiva finiva. Era
pronto a vendere cara la pelle. «Sono cattolico» ha spiegato poi al giudice, «e
non mi sarei mai suicidato, ma ero disposto a farmi uccidere dalla polizia».
Un folle, solo, senza famiglia, senza nessuno accanto che si accorgesse che la
sua frustrazione e il suo malessere si stavano trasformando in odio e in una
follia lucida e consapevole. Persino quell’orribile martedì quest’uomo
attempato vestito da Rambo non è sembrato strano più di tanto a chi lo ha
incontrato.
Certo, non è che in Comune negli ultimi tempi si respirasse aria serena.
Qualcuno diceva: «La giunta è meglio che si compri delle auto blindate».
E dire che non era certo di Pegoraro che avevo paura. Lui, di tutta quella
combriccola, era il meno peggio. O almeno così sembrava. Qualche mese e
sarebbe rientrato in servizio, in due invece avevamo dovuto licenziarli. E
avevo pure dovuto togliergli le armi. Io, una donna, avevo “sottomesso” quel
gruppetto di “onnipotenti”. Il loro comandante non lo aveva voluto fare e così
decisi di farlo io. Pazienza, mi toccava fare anche questo. E l’ho fatto, una
mattina che ricordo bene, perché è stata dura.
Mi ero svegliata alle 7.30 e mezz’ora dopo ero già pronta per uscire. «Ma
dov’è che vai a quest’ora?» mi aveva detto Pino.
«A togliere le armi a quei vigili. Il comandante fino a ora non ha voluto farlo.
E allora lo farò io, ma voglio andare prima che arrivino. Non preoccuparti,
vado con il maresciallo dei carabinieri».
Lo avevo fatto, uno di loro aveva tentato di tenersi in tasca un proiettile, ma
lo avevano scoperto. L’idea che fosse una donna, e di sinistra, a metterli in
riga, a far rispettare quelle regole che loro sistematicamente violavano li
faceva impazzire. Erano quelli che quando li riprendevo perché non si
presentavano in servizio davanti alle scuole all’ora di entrata e di uscita degli
alunni mi rispondevano senza alcun rossore: «Eh, si vede che lei ha l’ora di
Mosca». E continuavano a fare quello che gli pareva. E noi dovevamo lasciarli
nell’impunità? Io no di certo. L’avevo detto ai colleghi della giunta: «È
evidente che loro vogliono che si insabbi tutto. Ma non si può aver paura, se
non siamo in grado di fare quello che si deve fare, ci dimettiamo e andiamo
tutti a casa. Ci sono momenti in cui si deve far vedere da che parte si sta».
*
Pino, mio marito, dice che ho tirato fuori un coraggio da leone, che non se lo
aspettava davvero da me che con qualche linea di febbre mi mettevo a letto e
cominciavo a lagnarmi. E invece con tre proiettili nell’addome, per terra tra il
mio stesso sangue, dirigevo il traffico. Non ho pianto nemmeno una lacrima,
non mi sono lasciata andare un momento, sempre cosciente, sempre lucida. Ai
primi impiegati che sono accorsi nella stanza quando quel matto è scappato,
ho cominciato a impartire ordini: «Chiamate il 118, chiamate mio marito». E
continuavo a ripetere a tutti: «Guardate che non è finita qui, state attenti».
Avevo paura che quello corresse a casa mia, che facesse qualcosa ai ragazzi, a
Massimo, ad Alessia, la mia piccolina che la sera, quando doveva
addormentarsi e io non ero ancora tornata a casa, si portava a letto la mia
camicia da notte e la annusava per tranquillizzarsi e prendere sonno.
Ho sempre avuto un gran senso di colpa per questo. Meno per Massimo che è
venuto su tranquillo anche se io, fin da quando lui era in fasce, già stavo fuori
di casa tanto. Ma lui non ha mai sentito troppo la mia mancanza, forse anche
perché è maschio e tante cose, dal calcio alla bici, le faceva con suo padre. Ma
Alessia no. Lei ha sempre protestato, eccome, per le mie assenze. Frignava
che era un piacere e anche quando ero a casa e parlavo al telefono con
qualcuno si metteva a urlare per attirare l’attenzione. Però non posso dire di
non essermi fatta in quattro: organizzavo la mia giornata per essere a casa a
pranzo e nel primo pomeriggio e darle una mano nei compiti. Studiavamo tutti
quanti, per la verità, Massimo al piano di sopra le sue materie di
Giurisprudenza e Alessia e io di sotto. Sì, mi sono rimessa a studiare anch’io.
Da ragazza avevo fatto il corso di laurea di interpretariato allo Iulm a Milano:
tedesco, inglese e francese. Dopo, da sola, avevo anche fatto un anno di russo.
Amo le lingue, tantissimo, era quello il lavoro che volevo fare. In quella ditta
di import-export seguivo le fiere in Germania, ma magari mi sarebbe capitato
di partire, di andare all’estero più spesso. E a Pino, che ha il suo studio di
geometra qua a Cardano, mica piaceva tanto questa cosa. Per questo un giorno
mi ha portato con lui, che già era iscritto con qualche velleità alla sede del Pci
e mi ha lanciato. Cercavano una donna che potesse portare una ventata di
nuovo alla segreteria della sezione locale e mi ha proposto. È cominciata così
la mia carriera politica. Eravamo appena sposati, era il 1990, Massimo non
era ancora nato.
Ma a me la laurea è rimasta in gola, per questo ho deciso di rimettermi a
studiare. Non ero ancora sindaco, ma ero già assessore qui a Cardano e quindi
ero molto impegnata. Frequentare non mi era possibile, così mi sono iscritta
all’Università telematica di Ferrara al corso di Scienze dei beni culturali.
Eccolo qui il mio libretto, di tutto rispetto: otto esami sostenuti, tutti 30 e due
28. Una gran soddisfazione. Prendevo in giro Massimo che, bisogna dirlo, è
sempre stato bravissimo a scuola, al liceo e anche ora all’università.
«Massimo, ma com’è che io faccio l’amministratore, la mamma, la moglie, la
politica e prendo trenta e tu che studi a tempo pieno prendi ventisette?» Lui si
indispettiva ma non si arrabbiava mica. Ci siamo sempre capiti con lo sguardo
con mio figlio e ho sempre sentito la sua grande ammirazione per questa
mamma che riusciva a fare diecimila cose insieme. Compreso pettinare ogni
mattina il magnifico pelo del mio gatto bianco, micio Milo. L’ho portato a
casa un giorno di soppiatto nella gabbietta. Straordinariamente bello, con quel
pelo candido quasi imperiale e gli occhi azzurri. Come i miei. Per me è stato
un altro figlio quel gatto. Mi prendevano in giro perché gli dicevo: «Vieni qui
dalla tua mamma».
Sempre stanca, con la pressione bassa, con i flaconcini di integratori e sali
minerali in borsa, con mille progetti e obiettivi da raggiungere. Tutto e subito.
Ma sono sicura che i miei figli non me ne vorranno. Massimo, anzi, dice che è
venuto su così proprio perché gli ho trasmesso questo modo di essere. «È
vero, da mia madre ho imparato la passione per le cose che faccio, per lo
studio, e poi il senso del dovere. Non ho mai avuto bisogno che qualcuno mi
dicesse di fare le cose. E poi l’ho sempre sentita vicina. Non mi è mai
sembrato che non ci fosse a casa, che gli impegni suoi di lavoro me la
portassero via. Quando tornavo da scuola lei c’era sempre e non si è mai persa
niente della mia vita. Una mamma a 360 gradi. Credo che non abbiamo mai
litigato noi due. Per carità, quello che doveva dirti te lo diceva, eccome, ma
sempre con quel suo timbro basso, pacato. Mi ricordo ancora il giorno che è
nata mia sorella. Io avevo dieci anni, ero già abbastanza grandetto. Lei mi ha
preso da parte spiegandomi cosa significava adesso essere un fratello
maggiore, mi ha spiegato che non avrei dovuto essere mai geloso di Alessia,
mi ha dato una responsabilità forse anche più grande dell’età che avevo, ma ha
funzionato. Sì, il senso del dovere e la responsabilità per lei erano tutto. Per
questo non mi ha mai sfiorato neanche per un minuto l’idea di non andare a
dare l’esame di diritto del lavoro che avevo fissato mentre lei era ricoverata in
ospedale. Lei addirittura non voleva neanche che andassi a trovarla perché non
mi distraessi. L’unica mia preoccupazione, quel giorno, era di non riuscire a
passarlo quell’esame. E invece ho preso trenta e sono anche arrivato a
dirglielo. So di averle fatto un ultimo grande regalo, so che lei era felice, mi ha
detto “bravo” con gli occhi».
*
Al Parlamento, a Roma, avrei potuto finirci anch’io e anche senza troppa
difficoltà. Le quote rosa nel Pd sono ancora tenute in considerazione e le
donne che hanno voglia, passione e capacità di strada ne possono fare. Per
carità, non che la mia carriera politica abbia avuto davanti un tappeto rosso.
Non direi proprio, anzi diciamo che di avversari all’interno del partito ne ho
trovati troppi. Ma la mia strada me la sono fatta lo stesso, con le mie sole
forze e con quelle della gente che mi ha apprezzato.
E poi sono sincera: certo, essere eletta deputata avrebbe solleticato la mia
ambizione e il mio amor proprio ma mi avrebbe davvero portato via da casa.
Una cosa è rientrare tardi la sera quando tua figlia dorme, ben altro è andare
via il martedì e tornare il venerdì. Alessia non me lo avrebbe mai perdonato.
Ma, a me, lo dico con grande onestà, piaceva fare l’amministratore locale. È
un bellissimo “mestiere” in politica perché qui le cose che ti metti in testa le
puoi realizzare, qui la gente ti segue nei fatti di ogni giorno, se prometti una
cosa poi la devi mantenere perché se no la paghi, vedere realizzati i progetti
che migliorano la qualità della vita, i servizi della tua gente, ti dà una
grandissima soddisfazione. Certo, poi tante mattine mi alzavo alle cinque o
proprio non riuscivo a dormire la notte perché non sapevo come far quadrare
il bilancio, ma la “lotta” nella trincea di un piccolo comune come Cardano a
me è sempre piaciuta.
E dire che quando ho conosciuto Pino di politica non ne avevo mai masticata,
meno che mai di sinistra. A Busto Arsizio, dove sono nata, il nonno era un
simpatizzante della Lega quando è nata. Come un po’ tutti dalle mie parti,
d’altronde.
Pino l’ho conosciuto che avevo ventiquattro anni, qui a Cardano. Mio fratello
era fidanzato con sua sorella e così capitava di frequentarci. Un giorno gli
regalai un libro con una dedica e cominciammo a farci gli occhi dolci. Lui,
per la verità, aveva qualche perplessità per questo doppio rapporto in famiglia.
«Laura» mi diceva, «non è che però se poi ci lasciamo creiamo imbarazzo a
casa? A loro?» È andata a finire al contrario, si sono lasciati mio fratello e sua
sorella, e noi ci siamo sposati due anni dopo.
Sono riuscita ad arrivare in ritardissimo anche al nostro matrimonio (ma io
sono proprio fatta così, se c’è una cosa che non ho mai subito è lo stress da
orario) e ci si vuol credere che mi ha fatto tornare prima del tempo dal
viaggio di nozze per un consiglio comunale? Sì, era lui il “politico” della
coppia, nel 1990 era Pino consigliere comunale per il Pci. Il mio sogno, allora,
era quello di viaggiare, di girare il mondo. Ma ho finito per fare la scelta che
voleva lui: rinunciare a un lavoro che mi avrebbe portato chissà dove e mettere
radici, mettere su famiglia.
L’ho fatto di buon grado, ci mancherebbe, però mi lamentavo. Non ero certo
tipo da restare a casa a fare la calza, avevo bisogno del mio obiettivo da
raggiungere, di “lottare” per qualcosa o per qualcuno, avevo bisogno di
appassionarmi. E, quasi per caso, mi appassionai alla politica.
La cultura ce l’avevo nel sangue, l’arte, i libri, gli spettacoli mi hanno sempre
destato grande curiosità e interesse. E così Pino, cercando disperatamente
qualcosa da “farmi fare”, mi propose di entrare a far parte della Commissione
Cultura in Comune, dell’Arci. Ricordo ancora benissimo la mia prima
iniziativa culturale, “La conquista dell’America a 500 anni dalla scoperta”.
Poi, un giorno, “scoprii” il Pci. Accompagnai Pino a una riunione e mi misi a
sentire. Parlavano, discutevano della opportunità di cambiare radicalmente, di
portare una ventata di freschezza alla segreteria. Qualcuno disse: «Una donna,
ci vorrebbe una donna». Sentii tanti occhi puntati su di me, la proposta arrivò
inattesa e imprevista. Guardai Pino con occhi che imploravano aiuto ma che
al tempo stesso brillavano. Mi sentii lusingata. Lui fece cenno di sì con la
testa. Quel posto, probabilmente, se avessi detto no, sarebbe toccato a lui. Mi
lasciò fare, mi aprì la strada. Massimo aveva appena un anno, ma a me non
faceva mica paura l’idea di alternare biberon e pannolini con lunghe riunioni
di segreteria o con le campagne elettorali. Dissi di sì e mi buttai con
entusiasmo. Da quel giorno Pino cominciò a vestire i panni del “casalingo”.
Tornava dallo studio in orari sempre più o meno regolari e si occupava di
vedere se c’era qualcosa da preparare per cena o da fare per il bambino. E
meno male che la nostra vita a Cardano si è svolta sempre con i vantaggi tipici
del “clan”: abitiamo tutti vicini, con le nostre villette monofamiliari a pochi
metri di distanza l’una dall’altra. Se non avessi avuto mia madre a un tiro di
schioppo non so come avrei fatto a crescere i miei figli. Con Massimo prima e
soprattutto con Alessia dopo, mia madre è stata una spalla fondamentale.
Pranzi, cene, compiti, la danza. Tutto dalla nonna, praticamente una seconda
mamma per i miei figli. E anche adesso che di punto in bianco…
Insomma, posso dire che in più di vent’anni la politica non mi ha mai stufato.
Anzi è stata sempre una sfida nuova per me: consigliere comunale, assessore
per due mandati (Pubblica istruzione, Pari opportunità, Cultura), vicesindaco,
consigliere provinciale a Varese. E poi il grande salto verso la fascia tricolore.
È un grande orgoglio portarla, sentire di rappresentare una comunità, la tua
gente. Tutta la tua gente, chi mi ha votato e chi no.
La mia è stata una candidatura sofferta, anche troppo forse. A cominciare
dalle primarie nel mio partito. Avevo capito da tempo che tirava aria di
fronda, che come donna ambiziosa e trascinatrice, capace di coagulare attorno
a me le energie più diverse, cominciassi a dare fastidio, era evidente. Per
questo ho preteso le primarie. E le ho vinte di un voto. Un solo voto (301 voti
contro i 300 del mio sfidante, Angelo Bellora): le mamme di Cardano, i
lavoratori della scuola, la gente che mi aveva apprezzato da assessore. Sono
stati loro la mia forza contro l’apparato di partito, o almeno quella parte
dell’apparato (a cominciare da tutti gli assessori uscenti) che era contraria alla
mia candidatura. Serviva – dicevano – una figura che fosse gradita anche ai
Popolari. E quella figura non ero io.
Ma le elezioni le ho vinte lo stesso. La mia lista, una lista (come la chiamavo
io) di dilettanti allo sbaraglio, “Cardano vive”, ha preso il 34,4 per cento dei
voti. La campagna elettorale me la sono fatta da sola, rimboccandomi le
maniche, con l’aiuto della gente che delle cose che avevo realizzato da
assessore adesso ne usufruiva: lo spazio Natale, lo spazio Estate, dove i
genitori che lavoravano potevano portare i loro bambini anche durante le
vacanze scolastiche, i corsi di integrazione per gli immigrati.
Sì, gli immigrati sono stati i miei più grandi alleati e i miei grandi estimatori.
Alle primarie sono venuti in ottanta a votare per me. Un ragazzo marocchino,
che era andato via da Cardano e si era trasferito in Francia, è tornato solo per
farmi la campagna elettorale. «Lei è stata l’unica che si è occupata veramente
di noi» mi ha detto. «I nostri bambini in questo paese non sono mai stati
rifiutati, li avete integrati sui banchi di scuola come sui campi di sport e noi ci
sentiamo in debito di riconoscenza». «Votate la donna» andavano dicendo a tutti
distribuendo i miei manifestini. Sì, lo so, può sembrare strano che da queste
parti, con tante camicie verdi dilaganti e tanta intolleranza più o meno
strisciante verso gli immigrati, sia successo questo, ma io mi sono battuta
tanto per loro. Oggi stiamo ancora a discutere di ius soli, ma noi a Cardano
siamo stati i primi a dare la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati. E
ora che hanno deciso di intitolare a me la loro associazione che ha come
progetto quello di realizzare una scuola in Africa che porterà il mio nome,
sono proprio contenta. Questa è politica, con la P maiuscola, questo significa
aver riconosciuto l’impegno minimo con il quale ciascuno di noi, nel suo
piccolo, può davvero cambiare le cose, fare qualcosa che resti.
Tutelare le fasce deboli per me era una questione di principio. E di servizio.
E se non lo faceva un politico donna, chi avrebbe dovuto farlo? In primo luogo
pensai a un centro antiviolenza, un posto sicuro in cui qualsiasi donna in
difficoltà avrebbe potuto trovare innanzitutto ascolto, e poi anche aiuto, in
caso di un percorso di denuncia nei confronti di un marito violento o di un
padre padrone, e assistenza legale. Di battaglie in nome delle donne ne ho
portate avanti tante nel mio partito e nelle amministrazioni in cui ho lavorato.
Quote rosa, preferenze di genere, manifestazioni e dibattiti in giro per la
Lombardia. Ho rilanciato la petizione di Ferite a morte, il progetto teatrale di
Serena Dandini contro la violenza sulle donne. Ho creato attorno a me uno
staff per le pari opportunità e il lavoro e sono partita, lancia in resta, nella mia
crociata per aprire consultori nella provincia di Varese. Mi sono tirata dietro
Adriana, lei era entusiasta dell’idea, ma meno pronta di me all’estenuante
sacrificio anche fisico che questo impegno richiedeva: quante serate in giro
per le strade e i paesi della provincia, in macchina, noi, solo donne, con la
stanchezza a chiuderci gli occhi e la prospettiva di arrivare a casa e metterci a
lavorare per la famiglia. Il mio fisico l’ho messo a dura prova più volte. Alla
gente non ho mai lesinato il mio tempo, anche quando non ne avevo. Sarà per
questo che quando camminavo per strada mi fermavano tutti e ognuno mi
raccontava le pene sue. Io ho sempre ascoltato tutti, senza fretta e con la
dovuta attenzione. La pazienza non mi è mai mancata e una parola di conforto
ce l’ho sempre avuta. Negli ultimi tempi anche Pino mi invitava a rallentare
un po’, a tagliare qualche impegno. Ma io al massimo mi gustavo la mia ora di
relax settimanale dal parrucchiere. Sono sempre stata una donna curata, anche
se non avevo molto tempo da dedicare a me stessa. Il prototipo della donna
femminista con la bandiera di partito in mano, i capelli grigi e arruffati, senza
un filo di trucco e con il primo abito che trova nell’armadio non era certo il
mio. Mi piacevano le cose belle, l’arte, la cultura, le vacanze al mare, in posti
tranquilli, come Spotorno che ho tanto amato.
«Attenzione che anche qui, nel nostro partito, alle donne provano subito a
tagliare le gambe» andavo dicendo con il sorriso sulle labbra. Scherzavo, ma
mica troppo. E per fortuna che il mio impegno per le donne era così sincero e
concreto che alla fine madri, figlie, nonne, immigrate e lombarde, me le sono
ritrovate tutte accanto nella mia ultima campagna elettorale. Se non fosse stato
per loro, sindaco non lo sarei diventata.
Avevo tentato anche la corsa per il consiglio regionale. Anche lì, cercavano
donne con le spalle larghe che portassero consensi alla lista. Come sempre
tirai il carretto per tutti, furono settimane convulse: incontri di partito,
riunioni nei comuni, avanti e indietro per i centri della provincia, Pino che
faceva da autista e Adriana che coordinava il lavoro dietro il pc. Coniai lo
slogan «Donne nella famiglia, nel lavoro, e in Regione. Perché no?» Una
mattina trovai tutti i miei manifesti coperti da quelli di un altro candidato del
mio stesso partito. Quella volta non ce la feci, prima dei non eletti, ma non fu
una delusione più di tanto. A me, piaceva fare l’amministratore del mio paese.
E che ci ho messo sempre il cuore l’ho dimostrato con le cose che ho fatto.
Una di quelle che mi ha dato più soddisfazione è stato il fondo di solidarietà
per chi aveva perso il posto di lavoro. Io e gli assessori versavamo lì il 10 per
cento del nostro stipendio, un piccolo taglio che ha consentito a diverse
persone di sopravvivere alla crisi.
*
Coraggiosa lo sono stata anche dopo l’intervento. All’ospedale di Gallarate mi
hanno estratto i tre proiettili che avevo addosso e il decorso sembrava andar
bene. «Laura non ha mai pianto, né prima né dopo» continuava a ripetere Pino
a tutti quelli che venivano a chiedere mie notizie, «e non finisce di stupirmi.
Non lo conoscevo proprio il coraggio di mia moglie da questo punto di vista.
È cambiata, invece di preoccuparsi è diventata un leone». Insomma, c’era da
essere ottimisti, ma chissà perché la mia volontà di ferro ogni tanto subiva
qualche cedimento. Adriana, la mia amica e compagna di tante battaglie, mi
confortava: «Dai che si vede la luce in fondo al tunnel. Pensa positivo». Il che,
per me, equivaleva a progettare cose belle che mi andava di fare. E allora
fantasticavo: “Appena esco da qui voglio andare a Villa Carlotta, sul lago
Maggiore, ho desiderio di mangiare gli gnocchi di mia madre…” Ero
determinata: “Devo farcela, per i miei figli”. Vedevo abbastanza tranquilli
anche Pino e i ragazzi e questo rendeva più serena anche me. Non mi
lamentavo, ma era come se sentissi che qualcosa non andava. Insomma
qualche dubbio ce l’avevo: «Non so se ce la faccio», mi ero sfogata un giorno
con Pino.
Erano passati cinque giorni dalla sparatoria, quando i medici vennero a dirci
che c’era una piccola cosa da “mettere a posto”, una fistola arterovenosa.
Tentarono di spiegarcelo in un linguaggio meno tecnico e a noi più
comprensibile: uno dei proiettili aveva procurato la compressione di una vena
che causava dei problemi alla circolazione del sangue. Bisognava intervenire
di nuovo, ma – ci assicurarono – era una stupidaggine, una piccola operazione
che, in un’altra situazione, si sarebbe fatto anche ambulatorialmente. A Varese
c’era una équipe specializzata in questo genere di “manovra”, quindi –
considerato che venivo appena fuori da un’operazione di estrazione di tre
proiettili – per mera prudenza era il caso che fossi trasferita all’ospedale di
Varese per effettuare lì l’intervento.
Volete sapere la verità? Per quanto tutti cercassero di convincermi che si
trattava di una banalità non ero affatto tranquilla. «Ci vediamo domani a
Varese, tesoro» dissi a Massimo la sera prima che se ne tornasse a casa.
«Tesoro» è stata l’ultima parola che gli ho detto. Anche lui andò via
dall’ospedale con una certa inquietudine che gli girava nella pancia. «Non so
neanche io perché, ma quel giorno quando poi mi chiamarono dall’ospedale di
Varese dicendomi che c’era stata una complicazione, sentii subito che stava
per accadere qualcosa di brutto. Non avevo provato questa sensazione neanche
il giorno che avevano ferito la mamma. Sapevo cos’era un aneurisma
cerebrale, al liceo avevo perso il mio allenatore di calcio così. È stato il primo
momento in cui ho provato veramente paura».
Eppure la mattina del 9 luglio, poche ore prima di entrare in sala operatoria,
mi sentivo meglio. Forse era il primo giorno che cominciavo a sentirmi
meglio. Presi in mano un libro e ingannai il tempo leggendo. Non lo avevo
mai fatto fino a quel giorno. Poi, quel libro, Il buio oltre la siepe, avrebbe
finito di leggermelo mio figlio, tutto in una notte, nell’ultima notte della mia
vita.
Quell’intervento così banale per tutti, per me non lo fu affatto. Durò più di sei
ore, mi scatenò un aneurisma cerebrale, una malformazione a quanto pare
congenita di cui fino a quel momento non avevo mai saputo niente. Forse
sarebbe rimasto in sonno per tanto altro tempo, forse per sempre. Quel che è
certo è che quel maledetto proiettile aveva avviato un processo che da quella
sala operatoria dell’ospedale di Varese, dopo un’emorragia cerebrale, mi
avrebbe fatto uscire paralizzata dal cervelletto in giù. Non capii subito di
essere paralizzata, avevo il respiratore, ero in Rianimazione, ero attaccata a
mille tubi, spesso sedata. Ma a un certo punto mi resi conto che l’unica cosa
di cui ero rimasta “padrona” erano i miei occhi. E con quelli comunicavo con
la mia famiglia.
«Laura, come va, ti senti un po’ meglio?» Un battito di ciglia voleva dire “sì”,
due battiti “no”. Era tutto quello che riuscivo a fare. Capire, però, capivo
tutto. Capivo la disperazione di mio marito e di mio figlio (Alessia cercavano
di tenerla un po’ più protetta), nonostante tutte le rassicurazioni e tutti i
tentativi di appigliarsi al minimo segnale di presunta ripresa.
«Mamma, ti va se ti leggo un po’ il libro?» Massimo mi aveva portato da casa
il libro di Harper Lee, che stavo leggendo quando quel matto vestito da
Rambo ha sconvolto la mia vita. Lo avevano presentato a Libreville, un’altra
delle manifestazioni culturali a cui tenevo di più, e questa storia di pregiudizi
e razzismo nell’Alabama degli anni Trenta mi aveva appassionato. Ne avevo
già letto quasi metà. L’altra metà me la lesse tutta Massimo, l’ultima notte
della mia vita, seduto accanto al mio letto, una mano sul libro, l’altra nella
mia.
«È il ricordo più bello e più tenero che ho di mia madre. Lei, nella sua vita,
aveva fatto tante cose per me e sentivo che adesso ero io a dover fare qualcosa
per lei. E leggerle quel libro, da dove lei si era interrotta, quella notte mi è
parsa la cosa che le piacesse. Paradossalmente posso dire che è stata la notte
più emozionante della mia vita. Io, papà e la mamma. Non avevo mai parlato
tanto con lei».
La mattina dopo era finita. Morte cerebrale, elettroencefalogramma piatto,
via all’implacabile countdown. Le sei ore previste dalla legge prima di
staccare la spina sono servite ad accontentare quello che certamente sarebbe
stato il mio ultimo desiderio, l’ultimo più grande atto d’amore dei miei cari per
me: donare i miei organi. Io avrei voluto così, Pino e i ragazzi lo sapevano. Ne
avevamo parlato tante volte, da sindaco in Comune avevo istituito anche il
registro del testamento biologico. Lo avevo detto a casa: «Se mi succede
qualcosa, voglio che qualcosa di buono di me rimanga».
Il cuore, i reni, il fegato, tutto tranne gli occhi. Quelli, Massimo, il mio
adorato ragazzo che mi somiglia tanto, non ha voluto che me li portassero via.
«Quelli no, è l’ultimo ricordo che ho di mia madre viva. I suoi occhi che
sbattevano per comunicare con noi, i suoi occhi che si inumidivano».
Gli occhi di Massimo sono come i miei, azzurro cielo. E li vedo brillare
quando dice con determinazione: «Vorrei fare il magistrato. È difficile, ma ci
proverò. È l’unico modo per credere nella giustizia, tutelare le persone oneste
che fanno il loro dovere. Volevo farlo anche prima, ma adesso ho una spinta in
più. Non ho sete di vendetta, ma non perdono. Quell’uomo che non merita di
essere ricordato non ha mai provato un solo attimo di pentimento per quello
che ha fatto a mia madre e mi dispiacerebbe che con il passare del tempo si
perdesse la memoria dell’orribile atto che ha compiuto. Sono testardo come
te, mamma, ho imparato che per dare un senso alla vita bisogna provare fino
in fondo a raggiungere quello che si vuole. Senza mollare mai».
È un bel peso ma anche una bellissima eredità quello che ho lasciato a Pino:
la determinazione e le spalle quadrate di Massimo e la grinta di Alessia. Lei è
ancora piccola, troppo piccola per sopportare questo strappo, ma ho capito
che ne ha preso già coscienza. «Mia madre» ha scritto, «è stata uccisa da un
vigile urbano rincoglionito. Io adesso vivo con mio padre e mio fratello e sono
la più forte di tutta la famiglia. Ho pianto solo due volte».
Piangi pure, Alessia, tutte le volte che ne hai voglia. Piangere rende più forti
e io sono qui accanto a te. Sempre.
Elena, il coraggio di dire no alla mafia

«Fatica assidua, lunga e operosa, vince ogni cosa». Il “pizzino” con il motto
della zia Maria a casa nostra campeggiava ovunque. Soprattutto d’estate,
quando né io né i miei cugini avevamo voglia di studiare. Con il meraviglioso
mare di Menfi a due passi da casa avremmo fatto volentieri a meno di quei
pomeriggi da passare sui libri, e allora per farci forza l’uno con l’altro ci
riunivamo in una casa e ci appendevamo su porte e pareti quel motto della zia.
Gran donna, mia zia Maria, classe 1905.
Ci fosse ancora sarebbe fiera di come ho tenuto testa a Mario. Fa
impressione anche a me chiamare così, per nome, quasi confidenzialmente,
quell’uomo che è stato il mio incubo per un anno e quattro mesi e che di
cognome fa Messina Denaro. È il cugino del superboss Matteo Messina
Denaro, l’unico grande latitante di Cosa nostra che ancora incredibilmente
riesce a beffare polizia e carabinieri e a sfuggire alla cattura, da vent’anni.
Sono finite le latitanze dei grandi capi della mafia, da Totò Riina a Bernardo
Provenzano, ma Messina Denaro ancora non riescono a prenderlo. E chi ne
capisce di cose di mafia dice che tanto lontano da qui, da casa sua, non deve
essere, perché i superlatitanti riescono a godere di protezioni e complicità
assolute soprattutto nel loro territorio dove continuano comunque a
comandare, a gestire i loro affari, la loro rete di relazioni sociali, politiche,
imprenditoriali.
Capite ora perché quella mattina di aprile del 2012, quando quest’uomo dai
modi spicci entrò improvvisamente nel mio ufficio, chiuse la porta e mi disse
senza preamboli «sono Messina Denaro», ebbi un capogiro e per alcuni minuti
prima che la mia testa riuscisse a riacquistare le sue facoltà mentali e un
minimo di lucidità ho preso in considerazione l’ipotesi che quello che avevo
davanti potesse essere proprio il boss latitante? Certo, era abbastanza
improbabile, però non sarebbe cambiato niente. Perché io “no” l’avrei detto
comunque, che fosse Matteo Messina Denaro in persona o suo cugino Mario,
appunto l’uomo che quella mattina di agosto si presentò nel mio ufficio e
venne a chiedermi di pagare il pizzo per l’attività della clinica privata di cui
sono amministratore. Un pizzo molto sofisticato, una bella sommetta che
sarebbe venuta fuori da un’operazione economica con tanto di false fatture,
ma sempre pizzo e soprattutto con la stessa finalità di sempre: ingrassare le
casse di Cosa nostra, pagare gli avvocati e provvedere alle necessità delle
famiglie dei detenuti. Che in Sicilia sono sempre di più. Ora anche Mario è
detenuto. Perché io, naturalmente, non solo non ho mai pensato di pagare, ma
mi sono anche rivolta alle forze dell’ordine per denunciare quello che era
successo e dopo sedici interminabili mesi in cui ogni giorno speravo che
questa storia finisse e di poter riprendere la mia vita e la mia attività
serenamente, la polizia ha arrestato Mario Messina Denaro. Lui e un’altra
lunga serie di persone, tra familiari e favoreggiatori, sui quali il boss poteva
contare per gestire i suoi affari e la sua latitanza. Anche Patrizia, la sorella di
Matteo, è finita in carcere. Dicono che fosse proprio lei a impartire ordini, a
incassare i soldi del racket, a fare da tramite con il fratello. Abita a poche
centinaia di metri dalla mia clinica, come anche la madre del boss.
Non è certo una metropoli Castelvetrano, è poco più di un paese al confine
tra le province di Trapani e Agrigento, ma soprattutto è la roccaforte dei
Messina Denaro. Ancora oggi, a ventidue anni dalle stragi e con tutto quello
che è successo dopo, c’è gente che sui muri del paese sente il bisogno di
esprimere tutta la sua fedeltà ai Messina Denaro.
Comunque sia, io lavoro qui. Non è il mio paese, mi ci sono ritrovata quasi
per caso e non intendo né andarmene né smettere di lavorare solo perché
secondo “loro” sono una “sbirra”. Che, per chi non è siciliano, significa una
che collabora con la polizia, con un’accezione negativa ovviamente. Per me,
invece, e per i tantissimi siciliani onesti che vogliono riappropriarsi della loro
terra, quello che ho fatto è l’unica cosa che ho saputo fare, un banale esempio
di convivenza civile e di onestà. Tutto sono tranne che un’eroina. Perché se
dovessi essere un’eroina allora la zia Maria cosa dovrebbe essere considerata?
*
Sì, la zia è sempre stata il mio idolo e per una giovane donna di trentasei anni
come sono io può sembrare forse anacronistico con tanti modelli diversi che la
società ci ha proposto negli ultimi decenni. Ma io, single, autonoma,
indipendente, lavoratrice, una donna “moderna”, come si direbbe oggi, sono
cresciuta con due capisaldi che ancora oggi fanno da guida alla mia vita: il
rigore morale della mia famiglia e il “pane e libri” della zia Maria. A
Montevago, il piccolo paesino della Valle del Belice di cui sono originaria, era
l’unica donna con un titolo di studio, l’unica a essersi ribellata alle leggi non
scritte della sua famiglia e a essersene andata fuori, a Palermo, a studiare
invece di chiudersi in casa e farsi un marito e dei figli. E questo prima della
guerra. Una rivoluzione per quei tempi.
La zia Maria, che poi era una zia di mia madre, era una forza della natura.
Spaccava il mondo. Si era laureata e aveva aperto una farmacia a Trapani. Un
sogno che durò molto poco perché durante la seconda guerra mondiale una
bomba gliela distrusse. Ma lei non si diede per vinta, si rimboccò le maniche
e, nell’impossibilità di riaprire l’attività, decise di trovare un’altra strada. Si
iscrisse alla facoltà di Filosofia dell’Università di Palermo, si laureò una
seconda volta e poi diventò insegnante. Fino a quando la sua disabilità, causata
dalla poliomielite, non le impedì di continuare a muoversi liberamente e la
costrinse su una sedia a rotelle. Allora decise di dedicarsi a noi nipoti e io ero
sicuramente tra i suoi prediletti. Ma non rinunciò mai alla sua indipendenza,
era un’anima inquieta e sempre alla ricerca di qualcosa. Ho questa immagine
ancora vivissima nella mente: lei seduta sulla sua sedia a rotelle e io, ancora
piccola, in una sediolina davanti a lei. Forse avevo appena imparato a leggere
e lei tutti i pomeriggi mi diceva: «Dai, leggimi Don Camillo». Aveva una vasta
biblioteca in casa, più di 1500 volumi. Leggeva e scriveva i suoi diari, tutti i
giorni. Noi nipoti, a turno, andavamo a studiare da lei. Era una fonte di
cultura inesauribile, ricordo che ci rimproverava addirittura in latino e
tedesco, e noi ragazzi ne eravamo affascinati. Eravamo affascinati da questa
sua indipendenza, da questo suo volersi affermare a tutti i costi, da quel suo
modo di dire le cose in faccia alle persone senza barriere. Io credo di essere
venuta su come lei, adoravo stare in sua compagnia (per un periodo abbiamo
anche convissuto), mi piaceva il suo rifiuto di essere succube di qualcuno o di
qualcosa. Ricordo che mi raccontò che era stata fidanzata con un ragazzo che
poi aveva lasciato perché lui, un giorno, l’aveva offesa ricordandole la sua
menomazione a causa della poliomielite. Lei si era sentita sminuita e non ci
aveva pensato due volte. «Non avevo cosa farmene di uno così» mi disse.
Forse anche per questo, per questa grande ammirazione nei suoi confronti,
dopo il liceo ho sentito l’irrefrenabile istinto di scappare da Montevago e di
andare a studiare anch’io Filosofia a Palermo. Non sapevo bene cosa avrei
voluto fare nella vita, ma quegli studi mi piacevano. E anch’io, vincendo un
po’ le resistenze di mio padre, della mia famiglia, me ne sono andata via e ho
intrapreso una strada che avrebbe dovuto portarmi all’insegnamento, magari
lontano dalla Sicilia. Era messo in conto. E invece alla fine, ho fatto tutt’altro.
Poi il caso ha portato Mario Messina Denaro nella mia stanza e la mia vita,
forse, è cambiata.
Sì, è vero, da una parte non vorrei affatto che cambiasse, dall’altra invece
comincio a credere che forse tutto questo fa parte di un progetto divino. Io
sono una fervente cattolica e partecipo a diverse iniziative di fede. L’anno
scorso ero a Pergusa, sul lago vicino a Enna, a un corso dal titolo “Nuova
vita”. Ognuno doveva pescare in una cesta una letterina di Dio con un
messaggio che ci avrebbe indicato qualcosa. Io mi sono sempre chiesta quale
sia la mia strada. Fino a ora non mi sono sposata, non ho incontrato la persona
giusta, non ho voluto limitare i miei spazi di autonomia, e mi sono sempre
chiesta: se la mia strada non è il matrimonio, qual è? Nel bigliettino che pescai
dalla cesta c’era scritto: «Devi avere pazienza di aspettare, il Signore ha un
progetto, devi ascoltare e lo capirai». Ho incorniciato quella letterina e l’ho
appesa nel mio ufficio.
Comincio a pensare che Mario Messina Denaro possa essere stato il segno
che Dio mi ha mandato per indicarmi la strada. Io ci credo moltissimo. E
rileggo molto spesso, e lo pubblico su Facebook, il salmo 90: «Mille cadranno
al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti colpirà». Sarà che la mia
strada forse è questa: io devo mettere a disposizione degli altri la mia storia, la
mia esperienza. E se è così è una cosa bellissima e io, anziché provare paura,
come forse sarebbe più naturale, provo gioia. Non so cosa succederà in futuro,
ma so che sono felice di essere diventata un punto di riferimento per tanti che
in Sicilia e non solo in Sicilia si ritroveranno un giorno con un Mario
nell’ufficio.
*
La clinica che dirigo è una piccola realtà in crescita a Castelvetrano; tre
dipendenti, una decina di collaboratori, laboratorio di analisi, radiologia e
servizi specialistici ambulatoriali. C’è anche una sala operatoria dove
vorremmo avviare un’attività di day surgery, ma non è ancora partita. Non è
facile lavorare e ritagliarsi uno spazio nella sanità siciliana, noi non lavoriamo
in convenzione, sono ben altre le realtà che hanno il monopolio delle
prestazioni in regime di convenzione con la Regione siciliana. E quindi la
nostra clientela paga tutto quello che fa. Insomma, quella che amministro non
è certo un’azienda con un fatturato di particolare rilievo, diciamo che
paghiamo gli stipendi e le spese a fine mese, ma siamo in crescita.
Io sono arrivata alla Hermes quasi per caso. Con una laurea in Filosofia non
era certo questa la mia strada, anche perché non mi ero mai occupata di
gestione aziendale o manageriale prima. Mio padre avrebbe voluto che facessi
Medicina, ma forse solo per non farmi andare via da Castelvetrano dopo che
già mio fratello Giuseppe, il primogenito, era andato via dalla Sicilia – ora
vive e lavora a Firenze. E così un giorno quando un suo amico, affermato
radiologo a Sciacca, gli disse che avrebbe voluto aprire una struttura anche a
Castelvetrano, mi chiesero se me la sentivo. Era il 2005, fu il primo bivio
della mia vita. Ero perplessa, era un’attività totalmente nuova per me, in un
territorio come quello di Castelvetrano che, per quanto vicino a casa mia, mi
era totalmente sconosciuto. Insomma mi trovai davanti a una svolta e mi ci
buttai. L’istinto mi disse di lanciarmi. La struttura era già stata realizzata,
c’erano anche i macchinari, bisognava farla partire. Cominciai prima a
frequentare il centro di Sciacca del mio socio, per capire un po’ il mondo in
cui mi sarei trovata, per apprendere i rudimenti del lavoro, poi a settembre mi
lanciai allo sbaraglio. La mia scelta fu innanzitutto quella di radicarmi nel
territorio, dovevo conoscere e farmi conoscere.
Ho sempre lavorato con la porta del mio ufficio aperta, a piano terra, poco
dopo l’ingresso della clinica. Vedo tutti quelli che vanno alla reception di
fronte e sono a disposizione di chiunque voglia parlarmi. Però certo nessuno si
era mai sognato di entrare nella mia stanza senza farsi annunciare e
soprattutto di chiudersi la porta alle spalle. Mario, quella mattina, lo fece e si
presentò così.
«Buongiorno, sono Messina Denaro». Si sedette su una delle due sedie di
fronte alla mia scrivania e mi tese la mano. Rimasi interdetta e al tempo stesso
intimorita da quel nome e soprattutto da quel modo di fare. Sensazione acuita
dal surreale colloquio che seguì, un distillato di “cultura” mafiosa. «Lei è di
Montevago, so… vive lì con la sua famiglia… io a Montevago conosco
bene…» E mi fece tre nomi: uno era quello del boss del paese, un altro quello
di un altro mafioso condannato per omicidio e il terzo di un altro affiliato alla
cosca del paese. Insomma, tanto per cominciare, mi presentò subito il suo
biglietto da visita, mi fece capire che sapeva tutto di me e della mia famiglia,
che contava su amicizie “pesanti”, come se non bastasse il suo cognome.
Poi entrò subito in argomento, dimostrando anche lì di avere le idee chiare.
«Voi avete un servizio di ortopedia qui?»
«No».
«Bene, allora ci penso io. Conosco un ortopedico di fama, del Nord, il dottor
Plazzi, lo porterò e lui farà qui le visite propedeutiche agli interventi
chirurgici. Perché poi gli interventi invece verranno fatti in una clinica di
Partinico che lavora in regime di convenzione. Vedrà, arriveranno molti
pazienti perché abbiamo i medici di famiglia e degli ambulatori che li
veicolano dove diciamo noi. I pazienti qui non pagheranno nulla, lei stringerà
un accordo con la clinica di Partinico e a fine mese presenterà le fatture
diciamo raddoppiate. Piuttosto che cento fattura duecento e mette da parte in
una valigetta. Poi ogni mese o ogni due mesi o passo io o passa uno dei miei».
No, ma che dice, sta scherzando? Provai quasi a sorridere mentre mi
schernivo illudendomi che sarebbe bastata questa mia banale osservazione a
farlo recedere da quella proposta che, a suo dire, era una sorta di opportunità
di crescita per la mia azienda, oltre che un bell’affare per lui.
«No, guardi, io queste cose non le faccio, non mi interessa, non le posso
proprio fare» gli risposi. Se dichiaro di avere in cassa duecento, ne devo avere
tanti. Se viene la guardia di finanza a fare un controllo come mi giustifico io?
E poi su quello che fatturo ci devo pagare le tasse…»
La risposta di Mario fu secca: «Ah, questo è un problema suo».
Restava lì seduto, a tamburellare con le mani sulla scrivania mentre io
cercavo come uscirmene da quell’impiccio. Fermo lì, immobile, ad aspettare
da me una risposta diversa. «No, guardi, mi dispiace, non faccio di queste
cose io. Ma poi lei in che veste viene, cos’è un mediatore?»
Non so da quale meandro della mia testa venne fuori quella domanda, un
diversivo per prendere tempo. So solo che la risposta non me la dimenticherò
mai: «Io sono la testa dell’acqua. E forse lei non ha capito: quei soldi servono
per mantenere le famiglie dei detenuti. Ci pensi, ci rifletta, tornerò a farmi
vivo».
“Sono la testa dell’acqua” nel linguaggio mafioso significa essere il capo
supremo, colui che dispone, colui che decide. Quando Mario Messina Denaro
uscì dalla mia stanza i due colleghi che erano alla reception e che lo avevano
visto entrare mi guardarono come se fossi a lutto. Lo conoscevano, sapevano
chi era e la sua visita poteva significare solo una cosa. Mi spiegarono che in
paese si faceva chiamare Mario Messina, ma con me aveva speso tutta intera
la forza della sua parentela con il capo di Cosa nostra. Mi misi le mani nei
capelli e chiamai il mio socio.
Che non avremmo fatto niente di quello che i Messina Denaro pretendevano
era fuori di dubbio, restava da decidere come avremmo dovuto muoverci con
questa bella grana tra le mani perché, lo sapevamo, Mario non avrebbe certo
incassato il rifiuto in silenzio. Sarebbe sicuramente tornato all’attacco, nella
migliore della ipotesi, ma sapevamo anche che da quel momento in poi
potevamo aspettarci una macchina bruciata, un danneggiamento all’azienda,
minacce, intimidazioni. Decidemmo di chiedere consiglio a un amico del mio
socio, un dirigente di polizia che aveva lavorato a Trapani. Fu lui a metterci in
contatto con la squadra mobile. Alcuni giorni dopo, era agosto del 2012,
verbalizzai per la prima volta tutto il mio racconto negli uffici della questura.
E da allora, per un anno e quattro mesi, ho vissuto in silenzio e nel terrore.
Nessuno sapeva che ero andata a denunciare il tentativo di estorsione, gli
investigatori mi raccomandarono il massimo riserbo e mi assicurarono che
avrebbero tenuto d’occhio la clinica e mi avrebbero dato notizie. L’occhio, ma
questo lo seppi solo dopo, era una telecamera piazzata nel mio ufficio. Di
notizie, invece, non ne ebbi mai. Vivevo nell’ansia, spesso la notte mi
svegliavo di soprassalto, con il cuore in gola. Non dissi mai niente neanche a
casa mia, ai miei genitori, non volevo farli spaventare. L’unica a cui confidai
tutto fu Rossana, mia cugina, il mio “grillo parlante”, come la chiamo io. Per
me è più di una sorella, condividiamo davvero tutto, io sono quella esuberante,
istintiva e lei quella posata, razionale. Ogni mattina mi alzavo e pensavo: «Ma
quando lo arrestano?»
Non lo arrestavano mai e Mario, così come aveva preannunciato, tornò a farsi
vivo. Il secondo incontro fu registrato dalla telecamera che la polizia a mia
insaputa aveva piazzato nel mio studio. Quando, mesi dopo, l’ho rivisto, il
giorno dell’arresto di Mario, mi sono resa conto “plasticamente” di quanto
fossi disperata. Lui che insiste, io che resisto, lui sempre più minaccioso, io
sempre più decisa. La seconda stretta di mano e, quando esce dall’ufficio e si
richiude la porta alle spalle, io che lancio la penna sulla scrivania in un gesto
di rabbia e mi copro il volto con le mani. Erano passati già alcuni mesi e
Mario non sospettava che io lo avessi denunciato. Lui era libero, io continuavo
la mia vita di sempre. Lui trovava mille modi per non allentare la pressione.
Veniva a fare analisi, poi a ritirare l’esito degli esami di laboratorio, entrava e
usciva come gli pareva. Un giorno mi chiamò e mi chiese un appuntamento,
ma questa volta fuori dall’azienda. Si era insospettito perché la volta
precedente, inavvertitamente, avevo spostato la cornetta del telefono fisso e
forse aveva cominciato a dubitare che io avessi voluto far sentire a qualcuno la
nostra conversazione. Mi diede un appuntamento a un bar lungo la strada. E
io, sempre da sola, andai. Ma per non farmi offrire il caffè da lui arrivai
cinque minuti prima e me lo pagai da me. Un gesto molto significativo da
queste parti. «Ma che fa, ha pagato il suo caffè?» mi disse incredulo. Io
biascicai qualcosa sul fatto che ero arrivata in anticipo per non urtare la sua
suscettibilità.
Ogni mattina mi svegliavo sperando che fosse il giorno giusto per la fine
dell’incubo, ma Mario era sempre lì. «Ma quando lo arrestano?» ci dicevamo
con Rossana. Ero preoccupata più dal “dopo”, perché sapevo che ci sarebbe
stato un “dopo”. Mi volevo preparare in qualche modo, pensare a come l’avrei
vissuto. Cercavo di immaginare anche il suo arresto. L’ansia mi torceva lo
stomaco, ma poi mi mettevo a lavorare e passava.
La mattina del 13 dicembre fu proprio Rossana a darmi la notizia. Il telefono
squillò a un orario insolito, poco prima delle otto del mattino. «Elena, hanno
arrestato Mario». Quattro parole mentre ero al volante, mentre guidavo sulla
strada che ogni mattina facevo per andare al lavoro. Mario e basta, per noi
ormai era Mario e basta. Cominciò a girarmi la testa, Rossana aveva appreso
la notizia dal televideo. Avevano arrestato Mario e molti altri, anche Patrizia,
la sorella di Matteo Messina Denaro. Gli stavano facendo terra bruciata
attorno. Per un po’ di ore le notizie erano poche e confuse e comunque
nessuno parlava di me, della tentata estorsione alla clinica, della mia denuncia.
Ma poi, all’ora di pranzo, quando i tg cominciarono a mandare in onda le
immagini di Mario nel mio studio, il nostro secondo incontro registrato dalle
telecamere della polizia dopo la mia denuncia, mi balzò il cuore in gola. Mi
rivedo, è il momento in cui lui mi chiede un appuntamento fuori, al bar, la
mia faccia è oscurata per non rendermi riconoscibile, una scena terribile. Il
“dopo” finalmente era arrivato e non c’era più molto tempo per decidere come
affrontarlo.
Le prime ore furono le peggiori. Mi chiusi nel mio ufficio. Niente caffè,
niente colazione al bar a fianco come al solito quella mattina. Poi mi
chiamarono dalla questura di Trapani, andai e mi spiegarono: «Lei adesso
deve stare tranquilla, le daremo una vigilanza mobile e discreta. Qualunque
cosa di strano o di insolito noti attorno a lei, ci chiami subito. Ma stia serena.
Dobbiamo essere noi a guardare le spalle a lei, non lei a schivare eventuali
rischi».
Me ne andai a casa con lo stomaco in subbuglio e per quel giorno non tornai
in ufficio. Mi aspettava uno dei momenti più difficili e che temevo di più,
l’incontro con i miei genitori. Ormai sulle tv c’era il mio nome e le immagini
della clinica e non potevo permettermi che lo sapessero così. Ma io temevo
particolarmente quel momento e non soltanto perché mi dispiaceva farli stare
in ansia. Avevo bisogno della loro approvazione. Mario, la denuncia, la paura
del “dopo” erano niente in confronto. L’unica cosa che mi avrebbe ridato la
serenità era l’approvazione della mia famiglia, di mio padre innanzitutto.
*
La mia è una famiglia meravigliosa, se non l’avessi avuta dietro le spalle non
so come avrei potuto affrontare questa vicenda. I miei genitori mi hanno dato
di tutto e di più, ma io avevo bisogno anche di altro. L’ho capito adesso, ma
allora…
Sono la figlia di mezzo, prima di me c’è Giuseppe, che adesso ha
quarant’anni, dopo Vitalba che ne ha trentatré. Una famiglia benestante di
paese, mamma insegnante di scuola materna, papà titolare di un’azienda
agricola. Siamo cresciuti tra i vigneti e i campi, insieme ai mezzadri e con il
rito autunnale della vendemmia. Ah, soprattutto, io e i miei fratelli siamo
cresciuti in mezzo alla strada, nell’accezione più nobile di questa espressione.
Intendo dire che la mia infanzia è costellata di giri in bicicletta, di ginocchia
sbucciate, di giochi con gli altri ragazzini nella piazza del paese. Lo dico
perché ricordo che quando mi iscrissi all’Università a Palermo, noi ragazzi di
campagna arrivati in città dicevamo che “i palermitani sono nati nel balcone”,
intendendo dire che la dimensione della città riduceva quelli che per noi erano
degli spazi vitali. Loro chiusi in appartamento e noi liberi tra i campi all’aria
aperta, senza pericoli. Tremila abitanti, tanti ne fa Montevago, è una piccola
comunità dove ci si conosce tutti e dove le barriere sociali e culturali non
dividono mondi separati come avviene nelle grandi città.
Non mi è mai mancato niente, anche se mio padre, rigido com’è, non ci ha
mai concesso alcun lusso. Il valore del denaro e della fatica che è necessario
fare per guadagnarlo ci è stato inculcato sin da piccoli e quando abbiamo
cominciato a diventare autonomi, e poi quando eravamo fuori all’università,
avevamo la nostra piccola somma da gestire e da farci bastare senza nessuna
concessione.
Mio padre è un uomo all’antica, non dico un padre padrone, ma quasi.
Soprattutto con noi figlie femmine è stato inflessibile. Sempre controllate,
sempre guardate a vista. Potevamo uscire solo la domenica, nei paesi della
Sicilia era così. A me questo “regime” è sempre andato stretto, l’ho vissuto
proprio male, era inconciliabile con il mio innato spirito di ribellione. Ora che
sono una donna fatta magari lo ringrazio, capisco che agiva così per me, ma
da ragazzina era un incubo, anche per questo tutte le volte che potevo
scappavo dalla zia Maria, l’antesignana della donna ribelle al mio paese.
Ora magari, soprattutto dopo il coraggio che ho tirato fuori, non lo direbbe
nessuno, ma io ero una ragazzina proprio fragile. E a due anni e mezzo,
quando è nata mia sorella, ho vissuto un vero e proprio trauma che
sicuramente mi ha segnato.
Vitalba, al momento del parto, ha subito dei danni. Le manovre dei medici le
hanno causato una disabilità fisica che, come era normale che fosse, cambiò
radicalmente le abitudini della mia famiglia. Ogni mattina i miei genitori
uscivano di casa alle quattro per andare a Palermo a far fare la fisioterapia alla
piccola e rientravano in tempo per andare a lavorare e soprattutto tutte le
attenzioni che fino a quel momento erano rivolte a me si concentrarono
improvvisamente su Vitalba. E non era solo una questione di tempo. Mio
padre e mia madre erano preoccupati per mia sorella e spendevano tutte le
loro energie per cercare di trovare le soluzioni migliori. Insomma, mi vennero
improvvisamente a mancare tutti i punti di riferimento. Vissi una crisi di
abbandono e per almeno un anno e mezzo non parlai più. Sì, letteralmente,
non emisi più alcun suono. Io non ne ho memoria, me lo ha raccontato mia
madre che, poveretta, in quel momento sommava un dramma all’altro. È
chiaro che la mia non era gelosia, era molto di più. Forse quel silenzio istintivo
voleva essere una disperata richiesta di attenzione, o forse solo un segno di
protesta.
L’abbandono in quel momento così delicato l’ho vissuto dentro ma anche
fuori di casa. Mia madre era insegnante alla scuola materna e fino alla nascita
di Vitalba mi portava con sé a scuola la mattina. Il mio attaccamento a lei
forse era addirittura morboso. Figuriamoci che reazione mi scatenò la sua
decisione di cambiarmi di scuola e di mandarmi all’asilo dalle suore dove
avrebbero potuto tenermi anche quando lei era a Palermo con mia sorella. Mi
rinchiusi nel silenzio più assoluto. Quando le suore mi parlavano, mi limitavo
a rispondere “sì” e “no” con un cenno della testa. Poi un giorno, mia madre
venne a prendermi a scuola. Fu tanto l’entusiasmo di vederla lì che
istintivamente mi misi a correrle incontro gridando «Mamma, mamma». Le
altre bambine rimasero a bocca aperta. Non mi avevano mai sentito dire una
sola parola fino a quel momento. «Maestra, Elena parla…» le sentii dire prima
di andarmene via con mia madre. Vi immaginate? Io che con grande
naturalezza sono riuscita a dire “no” a Messina Denaro, per un anno e mezzo
da bambina avevo perso l’uso della parola.
Timida lo sono sempre stata, chissà se anche questo aspetto del mio carattere
è maturato in quei primissimi anni. Se c’era una cosa che odiavo erano le
fotografie. In tutte le foto di famiglia, in quelle delle feste o delle cerimonie si
vede sempre la stessa scena: il gruppo di cugini, spigliati e sorridenti, io
sempre in disparte, ai margini della foto, e la mano di un adulto che tenta di
spingermi insieme agli altri.
Con Vitalba non sono mai riuscita a creare quel rapporto di simbiosi o di
grande confidenza che forse ci dovrebbe essere tra due sorelle soprattutto così
vicine di età. Lei è una gran donna, ha una bellissima testa, abbiamo grande
fiducia l’una nell’altra. Mia madre ha sempre cercato di spingerci l’una verso
l’altra. «Se avessi avuto io una sorella» ci dice sempre, ma noi siamo proprio
caratterialmente diverse. La mia simbiosi l’ho trovata con mia cugina
Rosanna. Lei è la mia parte razionale, mi fa stare con i piedi per terra, mi fa
valutare tutte le opzioni. Non c’è scelta che io faccia senza essermi prima
consultata con lei. Siamo state sempre complici, sin da bambine, quando si
comincia a confidarsi i segreti e l’amicizia vera è quella che non tradisce mai.
Io ho più fiducia in lei che in me stessa.
E poi è sicuramente vero che nella vita le ferite ce le portiamo dietro per
sempre e io questa sindrome dell’abbandono forse non l’ho mai superata.
Credo che mi abbia condizionato anche nella mia vita sentimentale
suggerendomi grande prudenza e forse un po’ di disincanto. Penso che non
riuscirei a reggere a un eventuale altro abbandono da parte di un uomo… Che
poi, probabilmente anche il mio modo di concepire il rapporto con gli uomini
deve essere stato influenzato da quello con mio padre. Quanto mia madre era
dolce e tenera, tanto mio padre era rigido e poco incline alle smancerie. Non
era mai contento di quello che facevo, non ricordo una sola parola di
soddisfazione per un bel voto a scuola o per un esame passato all’università.
Tutto quello che compivamo di buono era un “dovere”, mai una
gratificazione. E io avevo così bisogno della sua approvazione invece. Come
ce l’ho ancora adesso. L’unica cosa che riesce a darmi serenità è sentirmi la
famiglia a fianco, niente può rendermi più felice e appagata che vedere gli
occhi di mio padre che brillano quando parla di me. E questo succede ora,
quando ero più piccola mi è mancata tanto questa gratificazione.
Ma sapete che ancora ora tremo a un suo rimprovero? E capite adesso perché
quel 13 dicembre, quando hanno arrestato Mario Messina Denaro, la mia
prima preoccupazione fu come dirlo ai miei genitori e soprattutto pregare che
la mia scelta li trovasse d’accordo, al mio fianco. E, per fortuna, così fu. No,
non per fortuna, sapevo bene che non avrebbe potuto essere diversamente ma
tremavo come una scolaretta che porta a casa un brutto voto quando, quella
mattina, uscendo di casa passai al piano di sotto a salutare mia madre e le
dissi rapidamente: «Mamma, hanno fatto un blitz e hanno arrestato i Messina
Denaro. Ci siamo pure noi». Mia madre mi guardò con aria interrogativa, ma
rimase tranquilla. Ancora le tv non facevano il mio nome e quindi non capì,
non immaginava neanche.
Andai in clinica, radunai tutti i miei colleghi, raccontai loro come stavano le
cose: «Mi sembra giusto che lo sappiate da me» dissi. Erano preoccupati,
questo sì, ma mi incoraggiarono tutti: «Brava, hai fatto bene, sei stata grande».
Ma io in testa avevo solo una cosa, mio padre.
Telefonai a casa: «Mamma, ma papà sa?»
«Ma sa che cosa?»
Mi resi conto che neanche lei sapeva più di tanto, che quello che avevano
detto al tg e quel poco che avevo detto io non era stato sufficiente a far
comprendere loro quale fosse realmente la situazione. La sera, quando arrivai
a casa, mi sedetti davanti ai miei genitori e raccontai tutto per filo e per
segno. Mio padre mi guardò e mi disse solo poche parole: «Stai tranquilla, hai
fatto la cosa giusta, hai il nostro appoggio».
Forse è stata la prima volta che è stato veramente fiero di me. Ma è stato lui a
insegnarmelo sin da piccola: «Cammina sempre a testa alta, non scendere mai
a compromessi, guarda negli occhi l’avversario, non scappare mai davanti alle
difficoltà». Questo mi ha insegnato, questa per me è la legalità. Legalità non è
solo antimafia. A casa mia di mafia non si parlava, ma il culto della legalità
l’ho imparato. E certo poi le stragi del ’92 hanno aperto gli occhi a tutti e ci
hanno insegnato il valore dell’indignazione.
Alla fine, ripensandoci bene, io ho fatto semplicemente quello che mi ha
insegnato mio padre e oggi la sua approvazione, la sua presenza al mio fianco,
vale più di qualsiasi scorta, di qualsiasi associazione. Intendiamoci, io sono
profondamente grata alle forze dell’ordine che mi hanno sostenuto e che mi
sostengono e alle associazioni, tutte, che mi ritrovo accanto, ma la mia
serenità e la mia forza vengono dalla mia famiglia. Che poi, non mi stanco
mai di dirlo, è una famiglia assolutamente normale nella quale non è che sia
mai successo nulla di particolare. Però sono cresciuta sicuramente forte. Non
so dire ora se sia giusto o meno, ma sono stata educata sin da piccola a non
mostrare mai il lato debole, a non dire mai quello che sentivo. E anche per
questo, quando mi è capitata tra capo e collo questa storia di Mario Messina
Denaro, deve essere improvvisamente venuta fuori questa forza. Io non
“potevo” avere paura. La mia reazione è stata istintiva, mi è venuta spontanea
dal più profondo di me.
Così come era successo quattro anni prima quando, anche se in una
situazione certamente molto meno complicata, avevo detto un altro deciso
“no” a persone non proprio raccomandabili. Era il 2008 e avevamo da poco
acquistato un centro di radiologia convenzionato a Salemi, un altro paese della
provincia di Trapani, non distante da Castelvetrano. Un acquisto chiavi in
mano, locali, macchinari, personale, tra cui un tecnico di radiologia. Mi
accorsi subito che c’era qualcosa che non andava. Avevamo una attrezzatura
portatile e quel tecnico andava in giro a fare radiografie a domicilio, poi
quando il centro era chiuso, la sera, entrava, stampava le lastre e, cosa
gravissima, firmava lui i referti. Mi misi in testa di fare da sola le mie
indagini. Una sera mi appostai con la mia macchina fuori dal centro, lo vidi
entrare con l’attrezzatura appresso, vidi le luci dell’ufficio che si accendevano
e poi, nella mezzora che seguì, un continuo via vai di persone che venivano a
ritirare i referti. Una cosa di una gravità inaudita, ma non tanto per la truffa
economica quanto per la responsabilità che la struttura inevitabilmente aveva
rispetto alle diagnosi e ai referti firmati da un tecnico che non era certo un
medico. Non solo: spesso si presentava in ufficio, da lui, una persona che mi
dissero essere il capomafia di Salemi. Ne parlai con il mio socio e
prendemmo la decisione di licenziarlo. Ero una ragazza, avevo appena
trent’anni, ma ero l’amministratore delegato e toccava a me farlo. Lo feci e lo
denunciai pure. Immaginatevi come la prese. Qualche giorno dopo si presentò
in ufficio accompagnato dal padre e dal capomafia. Io da sola e loro tre.
Nessuna minaccia esplicita ma un modo di fare e parole che a molti altri non
avrebbero lasciato scampo.
«Signorina» esordì il boss senza tanti preamboli, «garantisco io per lui, non
accadrà più».
Fui irremovibile. Dissi un “no” dietro l’altro e alla fine se ne andarono
chiedendomi almeno di ritirare la denuncia. Non feci neanche quello. Mi resi
conto dopo che la mia fermezza li aveva scioccati. Questa è gente che non
mette neanche in conto l’idea di sentirsi dire “no”, figuriamoci da una donna.
Quel giorno di agosto di quattro anni dopo, quando nella mia stanza alla
Hermes mi ritrovai Mario Messina Denaro che mi chiedeva di pagare quella
singolare forma di pizzo, la rievocai questa vicenda di Salemi. Provai a
spiegargli che all’illegalità ho sempre detto “no”, ma lui mi guardò e mi disse:
«Che c’entra, questa è un’altra cosa».
Ma per me era esattamente lo stesso.
*
Il giorno dell’arresto di Mario l’ho aspettato per sedici lunghissimi mesi,
cercando di rintuzzare l’ansia e le preoccupazioni, di aver fiducia nell’operato
delle forze dell’ordine e della magistratura, e concentrandomi sul mio lavoro.
Ma la notte dopo è stata la più brutta della mia vita. Non ho chiuso occhio un
solo attimo. C’era una decisione che dovevo assolutamente prendere. E se
quella di respingere la richiesta di pizzo l’ho presa in un secondo senza
neanche avere modo di pensarci su, quella su cosa avrebbe dovuto diventare la
mia vita dopo l’arresto di Mario Messina Denaro l’ho meditata nella notte più
lunga della mia esistenza. Ero davanti al bivio: o cambiare tutto, rinunciare
alla mia libertà, andarmene da Castelvetrano, magari vivere sotto scorta come
è toccato fare a tanti miei colleghi (colleghi imprenditori e colleghi di
sventura) o continuare come se niente fosse. E all’alba decisi che non volevo
cambiare niente. Mi resi conto che tutta questa brutta vicenda si sarebbe
trasformata da una vittoria a un fallimento se fossi stata costretta a modificare
la mia vita, le mie abitudini. Niente scorta, l’avrei accettata solo se fossi stata
costretta dalle autorità. Altro che status symbol, a me la sola idea di dover
camminare scortata mi sembra un incubo. E lo dico io che vivo da sola, senza
un uomo accanto e che ogni giorno, per andare e tornare dal lavoro, faccio un
tragitto in macchina di mezzora.
E il primo banco di prova fu quello del caffè. Un rito mattutino per tutti i
siciliani, irrinunciabile anche per me. Lo stacco a metà mattinata, pochi passi
fuori dalla clinica e la tazzina nel bar accanto dove di simpatizzanti della
famiglia Messina Denaro capita di incontrarne spesso. Basti dire che il fratello
del proprietario è finito anche lui in carcere proprio perché accusato di aver
favorito il superlatitante. E Mario lo chiamano “zio”. Chiesi consiglio a un
poliziotto: «Ma che dice? Posso continuare ad andare al bar?»
«Ma lei è pazza» fu la risposta.
Non seguii il consiglio. Non andare più avrebbe significato quasi
autoaccusarsi ed etichettarli come mafiosi. Mi dissi: provo, vediamo che
succede, se mi insultano o mi minacciano non vado più. Fino a quel giorno
nessuno aveva mai fatto caso più di tanto a me, ma la mattina dopo l’arresto
quando, facendomi forza, accompagnata da un collega, decisi di non
rinunciare a quella abitudine e di entrare al bar come sempre, mi accolse un
silenzio di tomba davvero imbarazzante. In paese ormai tutti sapevano cosa
era successo, le tv non facevano altro che mandare in onda quel video
registrato dalla polizia dell’incontro tra me e Mario nel mio ufficio, e
insomma tutti avevano chiaro che, se il cugino di Matteo Messina Denaro era
finito in galera, era perché io non solo mi ero rifiutata di pagare la tangente,
ma l’avevo pure denunciato.
Che ansia quando attraversai la strada. E poi silenzio, il rumore dei miei
tacchi sul pavimento, e poi Francesco, il titolare, a gran voce, e che voce,
scandendo le parole: «Oh, buongiorno Elena… cosa prende, caffè? Prego,
caffè pagato per la signora». Una formula verbale tipicamente siciliana, quasi
recitata a gran voce, che da allora accompagna molto spesso la mia pausa
mattutina in quel bar. Sempre la stessa scena: discorsi che si interrompono,
quotidiani aperti sulle pagine di cronaca locale che improvvisamente si
chiudono, una forzata cordialità, quasi un modo per irridere la mia denuncia.
E, incredibilmente, mai una sola parola su quello che, ovviamente, per molte
settimane è stato l’argomento del giorno in tutta Castelvetrano.
Solo diversi mesi dopo, una mattina che al bar non c’era nessun altro,
improvvisamente Francesco ha toccato l’argomento, prima alla larga: «Il
problema di Castelvetrano è questo signore, il marchio negativo di
Castelvetrano è lui». “Questo signore” è Matteo Messina Denaro, il boss
latitante da non so più neanche quanti anni, ma che qui nessuno si azzarda
neanche a nominare.
Io annuivo senza sapere cosa dire e Francesco continuava: «La verità è che
non lo vogliono prendere. Tu che dici?»
Scelsi di dargli ragione: «Sì, forse non lo vogliono prendere…»
«Tu comunque hai fatto bene a denunciare. Come si permettono a venire a
chiedere soldi a chi lavora».
Era una sorta di liberazione, dopo mesi e mesi di anomalo silenzio sull’unica
questione che viene in mente a chiunque mi veda a Castelvetrano. Chissà cosa
voleva dirmi veramente Francesco. Io comunque gli risposi: «Francesco, io ho
fatto quello che era giusto perché sono una persona onesta e non ci ho pensato
due volte».
Il paese l’ho spaccato a metà. La solidarietà è generazionale, i giovani, ma
direi fino agli under cinquanta hanno approvato il mio gesto e mi sono vicini, i
più anziani invece o criticano o si girano dall’altra parte. Non che cerchi
l’approvazione della gente ma sicuramente alcune prese di posizione mi hanno
fatto male. Un’intera categoria, per esempio, quella dei medici curanti, è
rimasta in silenzio. Non una telefonata di solidarietà. Un giorno, per strada, un
medico mi ha detto: «Hai fatto bene a non pagare, ma potevi anche evitare di
fare l’eroina». Eroina io? Ma io non ho fatto proprio niente di straordinario.
«Potevi evitare di fare la denuncia, no? Mario Messina Denaro è uno della
“famiglia”, prima o poi te lo ritroverai fuori. E cosa succederà? Bastava non
pagare e al massimo cosa ti potevano fare? Ti bruciavano la macchina, ti
rompevano una finestra in clinica? Due, tremila euro di danni e stavi
tranquilla per tutta la vita, no? Ora invece la tua vita è cambiata, la mafia non
dimentica».
Già, la mafia non dimentica. Ci penso spesso a questa frase e in realtà a tutta
questa conversazione, a queste considerazioni fatte non da un mafioso ma da
un professionista. Dio solo sa quanto mi hanno fatto male queste parole. E
quanto mi hanno fatto bene invece quelle di una signora di una certa età che
non conoscevo e che mi ha fermato per strada mentre stavo andando dal
parrucchiere: «Volevo ringraziarla» mi ha detto, «perché ci sta liberando».
Ecco, la libertà. Sì, lo so, presto mi toccherà affrontare un altro momento
difficile, l’aula del tribunale dove sarò chiamata a ripetere pubblicamente le
mie accuse e probabilmente alla presenza di Mario Messina Denaro e degli
altri affiliati e poi un giorno uscirà dal carcere. Ma io voglio continuare a
essere una persona libera. E se questo è il prezzo della mia libertà, lo pagherò
a cuor leggero. Non ho nessuna intenzione di essere un’amazzone solitaria. Ho
perso qualche amico o presunto tale ma ne ho guadagnati molti altri. So che
dopo di me altri operatori economici a Castelvetrano hanno denunciato e sono
sicura che presto anche per loro sarà la fine di un incubo. Voglio essere libera
e non voglio essere né sfruttata né strumentalizzata. Niente politica, tanto per
cominciare. Me lo hanno già proposto ma non è il mio mestiere, io faccio
altro, non sarei credibile. E poi trovo veramente fuori luogo che persone come
me debbano finire cooptate dalla politica solo perché sono un volto pulito che
può servire come immagine a questo o quel partito. Se qualcuno pensava che
l’imprenditrice Elena Ferraro poteva essere capace di fare politica, utile a una
amministrazione, dovevano chiedermelo prima, non adesso che il mio nome
viene associato all’antimafia. E non mi piace neanche l’antimafia. A me piace
l’educazione alla legalità, che è un’altra cosa. L’ho detto anche alle
associazioni, tante, che mi sono accanto in questo percorso. Mi iscrivo a tutte,
ho bisogno di tutti, ma non voglio essere cooptata da nessuno. Io voglio
continuare a essere me stessa e non accetto critiche.
Sì, mi criticano perché dico che non ho paura. Ma è la verità. Non ho paura,
sono serena e vivo anzi una sorta di euforia che mi porta a vivere con
entusiasmo tutto quello che può servire a far sì che questa mia storia non resti
isolata. Mi piace andare a parlare con la gente, soprattutto con i ragazzi, nelle
scuole. Mi piace far capire loro che non è vero che nella vita è tutto segnato,
prestabilito, che c’è sempre un’altra strada, c’è sempre la possibilità di
impedire che altri scelgano per noi, c’è sempre la possibilità di dire no e di
ribellarsi. È la metafora delle due strade, quella illuminata che porta dritto
dritto al burrone e quella dissestata che porta alla libertà ed è lì che bisogna
lanciarsi, verso l’obiettivo finale. Penso sempre che se avessi accettato la
proposta di Mario Messina Denaro a quest’ora la mia clinica sarebbe
economicamente cresciuta, sarebbe diventata una bella realtà imprenditoriale,
come hanno scelto in molti altri di fare, ma io sarei rimasta per sempre
schiava.
*
E poi mi piacerebbe parlare con Lorenza. Un’altra Messina Denaro, solo che
lei di colpe non ne ha nessuna, almeno credo, se non quella di essere la figlia
del boss mafioso più ricercato d’Italia. Vive a poche centinaia di metri dalla
mia clinica Lorenza, insieme alla mamma, che poi sarebbe la compagna di
Matteo. A Castelvetrano girano tante leggende metropolitane su di lei. In tanti
dicono che suo padre non l’ha mai conosciuto perché quando è nata (oggi ha
diciotto anni) Messina Denaro era già latitante. Altri dicono che invece lo
conosce e in qualche modo è riuscita a costruirsi un rapporto insieme con lui,
magari incontrandosi ogni tanto chissà dove e chissà in quali condizioni.
Certo, seguire le donne di un latitante è sempre stata la prima regola per chi lo
cerca, per cui non credo che le sia molto facile vedere suo padre. E comunque,
che colpa ha Lorenza di essere figlia di suo padre? Io credo che anche per lei
sia valida la metafora delle due strade, che anche per lei possa esserci un’altra
possibilità, la chance di una vita diversa, fuori dalla mafia e nonostante la
mafia.
Qualche mese fa, quando la mia vicenda a Castelvetrano era già di dominio
pubblico, mi hanno invitato a parlare in una scuola, il liceo scientifico di
Castelvetrano, che è l’istituto frequentato da Lorenza e da sua cugina, la figlia
di Patrizia, la sorella del boss che è stata arrestata insieme a Mario Messina
Denaro perché accusata anche lei di estorsioni e di tenere la cassa della cosca.
C’era la presidente della Commissione parlamentare antimafia della Ue, Sonia
Alfano, c’erano alcuni esponenti delle associazioni antiracket, e c’ero io,
invitata a parlare della mia storia, della mia esperienza. Avrei voluto tanto che
tra quei ragazzi che affollavano l’aula ci fossero anche Lorenza, e sua cugina,
avrei voluto che ci fossero anche loro ad ascoltare parole su un’altra scelta
possibile. Ma non c’erano, quella mattina hanno preferito restare a casa. E
forse è anche comprensibile. Non deve essere facile per una ragazza di
diciotto anni, al di là di quello che pensa veramente della mafia e del suo
futuro, sedersi tra i suoi compagni e ascoltare un preside come Francesco
Fiordaliso, da sempre in prima fila nelle battaglie antimafia dire che «Matteo
Messina Denaro è un criminale che ha infangato il nostro paese ma anche la
sua famiglia, i suoi soldi grondano di sangue, così come i posti di lavoro che
ha creato foraggiando le attività economiche della mafia, è una bestia
sanguinaria che ha ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito,
facendolo sciogliere nell’acido».
Io con Lorenza vorrei parlare a quattrocchi, per dirle che anche a
Castelvetrano si può uscire da quella che sembra una strada obbligata. Io l’ho
fatto e lo può fare tranquillamente anche lei. Ho visto che ha destato scalpore
una frase che ha scritto qualche mese fa sul suo profilo Facebook, una frase
che lasciava intendere il suo desiderio di “fuga” da Castelvetrano, dalla
famiglia di suo padre. O almeno così è stata interpretata da molti.
Lorenza, io sono qua. Vorrei raccontarti i giorni che ho passato, le sensazioni
che ho vissuto. Che, chissà, magari non sono poi tanto diverse dalle tue. Io
non credo che sia necessario fare dichiarazioni di pubblica abiura, rinnegare
un padre è sempre una cosa innaturale. Vorrei dirti che anche tu devi
guadagnarti la libertà di scegliere la tua vita, la possibilità di essere Lorenza e
basta e non sempre “la figlia di…”
Nessuno deve etichettarti senza sapere che cosa hai dentro, non avere paura,
proviamo a camminare insieme. Sapete cosa credo? Che siano le persone
come Lorenza che oggi andrebbero protette e aiutate e non quelle come me,
perché quello di Lorenza potrebbe essere davvero un gesto eroico, non il mio.
Io la mia scelta l’ho già fatta e ne vado fiera.
Lucia, la forza di sopravvivere a mia sorella

Gli hanno dato l’ergastolo. Senza sconti. È finita così, come doveva finire. Lo
ha detto il pubblico ministero, lo ha detto il nostro avvocato. E a me viene
solo da piangere adesso. Per sfogare la tensione, la rabbia, il dolore, la pena.
Per Carmela che mai nessuno mi ridarà. Piango abbracciata a mamma, a
papà, ad Antonio, alla nonna. Piango senza neanche sapere quali sentimenti
provo mentre fuori i miei compagni, i nostri compagni (miei e di Carmela)
esultano di soddisfazione e aspettano di potermi abbracciare. Ma noi abbiamo
ancora bisogno di qualche minuto. Il giudice è già uscito dall’aula, anche
Samuele con quel suo sguardo freddo da fiera, e noi ci sediamo per un’ultima
volta sui banchi per asciugarci le lacrime e farci forza a vicenda.
«Purtroppo non è un successo perché è morta una ragazza che non tornerà
più, non è il momento giusto per parlare di successo. È una sentenza che
prende atto dell’efferatezza del delitto, è una sentenza giusta». Così dice il
nostro avvocato, Marina Cassarà, mentre noi senza riuscire a parlare ci
asciughiamo le lacrime.
Sì, è una sentenza giusta, e Carmela purtroppo non tornerà più.
«È una rivincita dell’immenso dolore che proviamo, non è una vittoria di
nessuno, abbiamo perso tutti. Non è vendetta, è giustizia. Mai avrei pensato
nella mia vita di avere a che fare con un assassino. Ma quella bestia deve
finire la sua vita in carcere, come la vita di Carmela è finita nell’androne di
casa» sussurra mio padre impazzito di dolore.
Carmela è mia sorella, è morta al posto mio un anno e quattro mesi fa. Uccisa
a coltellate da questo pazzo, lucido pazzo, di Samuele. Era me che voleva
uccidere il 19 ottobre 2012 quando, tornando da scuola, lo abbiamo trovato
nascosto nell’androne di casa. O forse voleva uccidere tutte e due. Voleva
uccidere me perché lo avevo lasciato, perché non ne volevo sapere di tornare
con lui, era stata una storia sbagliata. Stop, passato, finito, glielo avevo detto in
tutti i modi ma lui non se ne faceva una ragione. Mi aveva perseguitato per
mesi. Telefonate, messaggi, minacce di vario genere, me lo trovavo
all’improvviso davanti, mi aspettava fuori da scuola, ma mai avrei neanche
lontanamente immaginato che sarebbe arrivato a tanto. Se solo lo avessi
pensato, lo avrei detto a qualcuno, ad Antonio, a papà. E invece… erano mesi
che non ne avevo più notizie, da quando – prima dell’estate – avevo cambiato
la scheda del cellulare.
Voleva uccidere me e ha ucciso Carmela. O forse, come sostengono
investigatori e magistrati, voleva uccidere tutte e due. Chissà poi perché anche
Carmela. Cosa c’entrava lei in questa storia? Certo, a lei Samuele non era mai
piaciuto e forse glielo aveva pure detto. Ed era geloso anche di lei, del fatto
che io non mi staccavo mai da mia sorella, che la preferivo a lui. E gli è
capitata a tiro per prima perché era due passi avanti a me mentre stavamo
rientrando a casa. È stata lei, per caso, a ritrovarselo davanti con il coltello in
mano. Io l’ho vista solo cadere sulle scale, poi si è accanito su di me. Mi ha
colpito non so neanche io quante volte, più di venti a leggere le perizie, ma
non sono morta. Mi ha salvato una vicina di casa che arrivava in quel
momento e che ha urlato a Samuele: «Ma che stai facendo?» Lui è scappato via
e l’ultima immagine che ricordo prima dell’arrivo dell’ambulanza è Carmela
sui gradini in un mare di sangue. Ma non credevo fosse morta, non lo sapevo,
e non me l’hanno voluto dire subito.
Non riesco ad accettarlo neanche ora, non riesco a farmene una ragione. Non
si può morire così, a diciassette anni.
È giusto che gli abbiano dato l’ergastolo. Senza sconti. Samuele non si è mai
pentito di quello che ha fatto. Ho sentito il pubblico ministero Caterina
Malagoli dire: «Non ho mai visto una persona più fredda e glaciale. Ha tentato
fino all’ultimo di prendere in giro i periti del giudice fingendosi pazzo, ma è
una persona nel pieno delle sue facoltà mentali come ha inequivocabilmente
accertato la perizia. Samuele Caruso ha ucciso una ragazza senza motivo e
con una efferatezza terrificante. Le ha dato una coltellata che le ha quasi
tagliato la testa. È una vicenda amara, una condanna all’ergastolo non è mai un
successo per nessuno, ma questa volta non mi rammarico. Giustizia è fatta per
la povera Carmela Petrucci».
Sì, giustizia è fatta. E adesso devo provare ad andare avanti senza mia sorella.
Samuele spero di non vederlo mai più. Rivederlo in aula, anche solo incrociare
il suo sguardo è stata una prova durissima, ma non potevo non esserci. Me lo
hanno sconsigliato in tanti, l’avvocato, la psicologa, i miei familiari: «Non è
necessario che tu venga in aula a tutte le udienze».
«No, io vengo, lui mi deve vedere».
Lo dovevo a me e soprattutto a mia sorella. Carmela non c’è più, ma vivrà
sempre dentro di me.
*
La mia è una famiglia all’antica. O almeno così la ritengono in molti, forse
perché i miei genitori sono sempre stati molto attenti a noi e ci hanno
cresciuto secondo la tradizione, fedeli ad alcuni valori che io e i miei fratelli
abbiamo sempre accettato e fatto nostri. Sì, è vero, non facevamo la stessa vita
di buona parte dei ragazzi della nostra età, uscivamo di rado, solo il sabato
magari per andare a qualche festa di compleanno. Non eravamo ragazze da
discoteca, né da pub, né da tirar tardi la sera per strada. Non è che fossero i
nostri genitori a proibircelo. Non ci hanno mai imposto niente o vietato
niente, siamo cresciuti tutti e tre così e ci è sempre sembrato normale
assumere lo stesso stile di vita di mio padre e mia madre. Anche loro hanno
sempre fatto una vita molto riservata. Mio padre Serafino, alla Corte dei
Conti, ha lavorato per molti anni fuori e quindi a Palermo non è che avesse
più un gran giro di amici. Mia madre, che lavora alla Forestale, è molto
religiosa e ci ha cresciuto secondo i principi cristiani. A messa sempre, tutte le
domeniche, tutti insieme.
Insomma siamo sempre state ragazze tranquille, senza grilli per la testa, senza
vizi o particolari esigenze. Le nostre giornate passavano tra scuola e casa a
studiare e con mio padre e mia madre non abbiamo mai avuto conflittualità,
mai dissidi. Anzi tante volte, soprattutto d’estate, quasi quasi era mio padre
che ci spingeva a uscire. Sì, certo, ogni tanto qualche desiderio “proibito”
l’avevamo anche noi. Il motorino, per esempio. Carmela impazziva per la
Vespa, e ci provava a chiederla, ma sapevamo già la risposta di mio padre:
«Niente motorino, a diciotto anni la macchina».
Era stato così anche per Antonio, il maggiore di noi tre, ventitré anni,
studente di Giurisprudenza. Anche lui un ragazzo tranquillo: «Abbiamo
sempre condiviso il modello di vita dei nostri genitori. Avevamo dei paletti
fissi, delle regole, sapevamo come dovevamo comportarci, non abbiamo mai
dato loro problemi e non ne abbiamo mai avuti. Io sono il fratello maggiore e
delle mie sorelle mi sentivo responsabile. Certo loro, due femmine, quasi
coetanee, condividevano tutto».
Già, io e Carmela eravamo come gemelle, solo undici mesi di differenza, una
vita in simbiosi: ci somigliavamo molto, anche, gli stessi capelli lunghi castani,
lo stesso taglio, gli stessi occhi neri. Lei era la più piccola, ma era più alta di
me e teneva moltissimo al suo fisico. Dividevamo la vita e la stanza, ognuna di
noi sapeva tutto dell’altra. Anche a scuola, andavamo nella stessa classe, terza
L del liceo classico Umberto, uno dei più antichi della città. L’ultimo anno,
quello della maturità, e poi avremmo provato a costruirci un futuro: Carmela
voleva fare Medicina, e tutti erano entusiasti («Finalmente un medico in
famiglia» dicevano), io non sapevo ancora ma mi sentivo portata per
l’insegnamento e per le materie letterarie. Andavamo tutte e due molto bene a
scuola ma Carmela, con la sua media del 9, era la prima della classe.
Partecipava al Certamen, la competizione per latinisti, a gare di chimica.
Sapeva tutto, aveva proprio la passione di apprendere. Mio fratello si ricorda
ancora di quando lei, appena alle elementari, ripeteva a memoria l’alfabeto
greco che lui, al primo anno di liceo classico, faceva fatica a imparare. Ma
non era affatto la classica secchiona. Quando poteva passava la versione ai
compagni ed era disponibile ad aiutare tutti. E poi era proprio simpatica, altro
che se era simpatica, sempre allegra ed estroversa a differenza di me che sono
sempre stata più chiusa e riservata. In casa se c’era qualcuno che portava
l’allegria era proprio lei.
Una famiglia all’antica e molto unita, forte di quei valori che i nostri genitori
ci hanno sempre insegnato. E ligia alla tradizione. A me e mia sorella hanno
dato i nomi delle nonne, come si usa fare al Sud. A me il nome di nonna
Lucia, la madre di mio padre, a mia sorella il nome di nonna Carmela, la
nonna materna.
Era lei spessissimo a darci un passaggio da scuola a casa quando Antonio non
poteva. Anche quel giorno, anche quel maledetto giorno, all’uscita da scuola
era venuta a prenderci nonna Carmela. Ci aveva lasciate davanti al portone di
casa nostra, in via Uditore, poi aveva parcheggiato per andare a fare la spesa al
supermercato vicino. L’indomani avremmo festeggiato insieme i miei diciotto
anni. Per la verità li avevo compiuti un paio di settimane prima, ma ero in
Inghilterra con Carmela per uno stage che avevamo vinto e così avevamo
rimandato il festeggiamento in famiglia per sabato 20 ottobre. Poi avrei voluto
festeggiare anche con i miei compagni, magari una pizza, niente di più.
Diciotto anni era un traguardo agognato da tempo, avrei finalmente preso la
patente. Insomma, pensavamo solo a festeggiare quel venerdì 19 ottobre
rientrando da scuola. Chi poteva immaginare che Samuele fosse lì ad
aspettarci?
Già, Samuele. Sì, insomma, non è che la nostra vita così riservata ci avesse
reso diverse dalle altre ragazze della nostra età. C’era Facebook, c’erano i
telefonini, c’era il computer. A mio padre per la verità non piaceva che noi
avessimo questi profili Facebook, ci ripeteva sempre di non pubblicare cose
private, ma ce li avevano tutti i nostri amici e poi li usavamo anche come
gruppo a scuola per scambiarci compiti o informazioni. E anche noi avevamo
le nostre cottarelle, i nostri primi fidanzati, per quello che può significare
questa parola a sedici, diciassette anni. Certo, magari, a casa non ne
parlavamo. I miei genitori forse non avrebbero apprezzato, e poi io e Carmela
eravamo autosufficienti. Ci confidavamo l’una con l’altra e mantenevamo i
segreti. Mio fratello Antonio, per la verità, un giorno, trovando aperto
sull’iPad il mio Facebook aveva notato una conversazione con Samuele, che
lui non conosceva. «Ma chi è questo?» mi aveva chiesto. Io avevo divagato. Poi
aveva chiesto a Carmela, ma lei aveva mantenuto il segreto e non gli aveva
risposto.
Neanche quando, per la verità, la storia con Samuele era finita e il suo
comportamento, così pressante e minaccioso, aveva cominciato a darmi
qualche pensiero, avevo cercato di parlarne a casa. Non avrei mai immaginato
che Samuele fosse pericoloso, che potesse farmi qualcosa di male, meno che
mai a mia sorella. La violenza era così estranea al mio modo di fare, lontana
da tutto quello che mi circondava che proprio è l’ultima cosa a cui avrei mai
pensato.
E poi lui, all’inizio, sembrava tutt’altra persona. Lo avevo conosciuto ad aprile
del 2011, su Facebook. Mi aveva chiesto l’amicizia, non ricordo bene se
avevamo qualche amico in comune. Dopo un poco di tempo abbiamo iniziato
una relazione sentimentale, sembrava un ragazzo dolce, affettuoso.
Ci vedevamo poco perché durante la settimana io non avevo pomeriggi liberi,
ci incontravamo soprattutto il sabato pomeriggio e sempre da soli. Ai primi di
marzo l’ho portato a una festa dei miei compagni di scuola, ma non si era
integrato, era la mia ombra nel senso che mi seguiva sempre. Samuele non li
conosceva bene, li aveva visti solo qualche volta fuori da scuola quando mi
veniva a trovare durante la ricreazione, conosceva molto superficialmente
anche le mie migliori amiche, Roberta e Carlotta. Di solito a scuola mi
accompagnava e mi veniva a prendere mia nonna con la macchina, solo
d’estate tornavo a piedi con mia sorella e quindi Samuele solo in quel periodo
e qualche volta è venuto a prendermi.
Solo una volta ho conosciuto la sua famiglia. Era un sabato pomeriggio e io
ero a casa sua. Quando sono arrivati sua madre, suo padre e il fratello,
Samuele me li ha presentati dicendo che ero la sua fidanzata. Io no, io non
l’avevo presentato ai miei perché non lo ritenevo un vero e proprio fidanzato,
volevo prima verificare se era una storia seria.
Samuele non aveva il diploma, cercava lavoro, so che aveva lavorato in un bar
per qualche tempo e poi insieme a suo padre che faceva il muratore. Non mi
aveva mai detto di avere particolari problemi in famiglia, solo che un altro suo
fratello era morto e che sua figlia viveva con loro a casa perché la madre non
voleva tenerla con sé.
La storia con lui è durata più o meno nove mesi perché non ho avuto il
coraggio di lasciarlo prima. Già dopo qualche mese di frequentazione, quattro
o cinque mesi, non lo sopportavo tanto perché si era trasformato: era diventato
geloso e ossessivo e litigavamo spesso. Il mio sbaglio è stato questo, non
troncare subito. Era geloso solo perché io avevo amici maschi, anche solo se
salutavo i miei compagni di scuola. Si arrabbiava per cose del passato. Ci
eravamo scambiati le password per i nostri account di Facebook, anche se
pensavo che lui non ci andasse senza dirmelo e senza avere il mio permesso.
Ho scoperto invece che lui da solo aveva controllato tutto quanto avevo
pubblicato, perché mi ha fatto una storia solo perché avevo una fotografia con
addosso una collana che mi aveva regalato un mio ex fidanzato, Andrea. Si è
anche arrabbiato perché avevo conservato un video su Facebook in cui ero
ripresa con Andrea. Io non ricordavo neanche di averlo conservato, pensavo di
aver cancellato tutto sui miei rapporti con Andrea, ma non ho potuto
controllare il video e la foto perché Samuele li aveva cancellati.
E comunque, anche durante i nostri litigi, Samuele non è mai stato violento,
alzava solo la voce e qualche volta ho pianto. Anche quando l’ho lasciato ha
fatto una scenata promettendomi che voleva cambiare, ma non mi ha mai
minacciato. Dopo che l’ho lasciato, ad aprile scorso, lui ha insistito tante volte
per tornare insieme con messaggi e forse ci siamo visti qualche volta e
abbiamo parlato. Mi accorgevo delle volte che veniva sotto casa per cui
scendevo a parlargli qualche minuto, ma gli dicevo che non mi interessava e
che se ne doveva andare. Lui ripeteva che sarebbe cambiato ma io ero ferma
nella decisione di non volere tornare con lui.
Fu allora che Samuele mi cambiò la password per il mio accesso a Facebook
per cui non riuscivo più a entrarci, lo chiamai e lo pregai di dirmi la nuova
password che aveva inserito e lui me la disse. Cambiai la password
nuovamente in modo che non potesse più accedere al mio account ma dopo
poco tempo, e non so davvero come, mi sono ritrovata nella stessa situazione:
non potevo accedere a Facebook perché qualcuno mi aveva modificato la
password e anche la mail. Qualche mia compagna mi disse di aver chattato
con me, ma non ero stata io, e allora capii che doveva essere stato lui. A quel
punto ho creato un nuovo account dal quale non si poteva risalire a me, in
modo da non avere più problemi.
Poi, per la verità, cominciarono ad accadere altri strani episodi. Prima che
finisse l’anno scolastico, quindi verso maggio, mi arrivarono degli strani sms
al cellulare. All’inizio non erano minacciosi, dicevano solo come ero vestita o
truccata quel giorno, ed effettivamente la descrizione corrispondeva al mio
abbigliamento o al trucco. C’erano anche riferimenti ad argomenti di scuola o
alle materie che stavo studiando («Ti sto osservando, stai studiando Kant»), per
cui avevo pensato a qualche scherzo dei compagni di classe, tanto che una
volta ho preso tutti i loro cellulari e in quell’occasione non mi sono arrivati più
sms. È stato dopo che mi sono spaventata, quando mi sono cominciati ad
arrivare altri sms, sia di notte con insulti, sia dicendomi che mi sarebbe
capitato qualcosa. Una volta mi si diceva di stare attenta al fuoco, un’altra mi
veniva indicata una data precisa e un orario come se dovesse accadere
qualcosa. Allora ne parlai alla mia amica Roberta, figlia di un maresciallo dei
carabinieri che mi consigliò di fare denuncia.
E così andai dai carabinieri. Volevo fare una denuncia per gli sms che
ricevevo, andai da sola alla stazione di Uditore, vicino a casa mia. Parlai con
un carabiniere dicendo quello che mi era successo e chiesi se era possibile,
consegnando loro il cellulare, scoprire chi era a inviarmi quei messaggi. Il
carabiniere mi disse che poteva essere un mio ex fidanzato e che bastava
cambiare scheda, non c’era bisogno di fare la denuncia. Non feci il nome di
Samuele, perché non ero sicura che fosse lui l’autore di quegli sms.
Cambiai la scheda e non arrivarono più messaggi. Negli ultimi due mesi
Samuele non l’avevo più visto né sotto casa né a scuola e poi io e Carmela il
21 settembre siamo partite per la Gran Bretagna e siamo tornate il 15 ottobre,
quattro giorni prima dell’aggressione. E anche in quei giorni non l’ho né
sentito né visto. Credevo che avesse ormai dimenticato la nostra storia proprio
perché non ne avevo avuto più notizie.
Ma per lui evidentemente non era affatto acqua passata. Aveva la fissazione
di Andrea con cui ero stata fidanzata per un anno quando avevo sedici anni. È
vero che dopo che mi sono lasciata con Samuele ho sentito qualche volta
Andrea, che per altro era molto amico di Carmela, ma non ricordo di averlo
visto. E comunque sicuramente non ci siamo mai rimessi insieme.
*
Samuele, il “tigrotto”, così si faceva chiamare su Facebook. I social network
erano tutto il suo mondo, era lì che si rifugiava forse per crearsi attorno un
ambiente più normale di quello che la sua vita, poco fortunata, gli aveva
riservato.
Dopo che mi ha “agganciato” su Facebook sono diventata subito la sua
ossessione. Ho accettato di conoscerlo, abbiamo cominciato a vederci qualche
volta. Mi ero resa subito conto che Samuele non faceva parte del mio mondo,
anche per questo avevo deciso di non dire niente a casa, di tenere segreto
questo rapporto con un ragazzo di ventitré anni, più grande di me, un ragazzo
di borgata, senza un titolo di studio, disoccupato, e una famiglia con mille
problemi. Ogni tanto lavorava come barista, ogni tanto aiutava suo padre
come operaio. Di continuare a studiare Samuele non ne voleva sapere, ma io
mi ero convinta che avrei potuto aiutarlo, ero riuscita a farmi promettere che
avrebbe preso il diploma per potere aspirare a qualcosa di meglio nella vita.
Non piaceva a nessuno Samuele, neanche a mia sorella. Meno che mai alle
mie compagne di scuola. Non mi sfuggivano i loro sguardi di diffidenza verso
di lui quando si presentava all’uscita del liceo e mi aspettava. Era uno dei rari
momenti che avevamo per poterci vedere. Aveva continuato a farlo anche
quando lo avevo lasciato. Lo trovavo spesso lì, appoggiato a un muro, a una
macchina, a un motorino, in cerca del mio sguardo, di una parola. Io lo
evitavo, ma lui insisteva.
Si era cancellato dai miei amici di Facebook come si usa fare quando ci si
lascia, ma mentre ero in Inghilterra sul suo profilo aveva postato una cartolina
piena di cuori con su scritto: «Se ora potessi esprimere un desiderio e avessi la
certezza che venisse realizzato non chiederei né soldi né ricchezze, chiederei
un amore perché un amore si conquista, non chiederei di essere felice per
sempre perché non riconosci la felicità se non provi dispiacere… chiederei
soltanto la salute per le persone che amo perché l’unica cosa che non puoi
cambiare è la perdita di qualcuno che ami».
Mi amava Samuele? Non lo so, non credo, ma di certo per lui ero diventata
un chiodo fisso, forse ero il grimaldello per conquistarsi un posto in un mondo
migliore. Di certo continuava a sperare che sarei tornata con lui, magari
pensava che al ritorno dalle tre settimane in Inghilterra gli avrei dato retta.
Viso affilato, capelli castani che si era tagliato a spazzola, occhiali da vista
rettangolari, bocca pronunciata che spesso si apriva in un sorriso accattivante.
Aveva le sue passioni Samuele, ed erano passioni sane: gli animali, soprattutto
i gatti, il calcio (tifava per la Juventus), i cartoni animati e la palestra.
Sembrava un ragazzo minuto ma sotto quelle camicie bianche che amava tanto
indossare nascondeva un torace muscoloso. Ci teneva a far vedere i suoi
muscoli, postava spesso sue foto in palestra. Chi lo avrebbe mai immaginato
che un ragazzo così sarebbe diventato un assassino?
Eppure, dopo, dopo che era successo, e dopo mesi e mesi in una cella, la sua
glacialità ha sorpreso e sconvolto non solo investigatori e magistrati ma anche
gli psichiatri che sono andati a parlare con lui per tracciare il suo profilo e per
accertare se quella mattina in cui ha massacrato mia sorella e quasi ucciso me
era in condizione di intendere e di volere. Ha detto il pubblico ministero
Caterina Malagoli: «Samuele Caruso ha tentato fino all’ultimo di mentire, di
falsare le carte, di ingannare persino gli psichiatri».
La verità, invece, era quello che Samuele aveva detto quasi subito
confessando il delitto e le sue intenzioni dopo che gli uomini della squadra
mobile di Palermo erano riusciti a intercettarlo, poche ore dopo il fatto, nei
pressi della stazione di Bagheria, a pochi chilometri da Palermo, dove aveva
tentato di rifugiarsi. Era riuscito a scappare da quel portone di via Uditore
Samuele, lasciando Carmela agonizzante sui gradini delle scale e Lucia a terra
ferita in una pozza di sangue. Era riuscito a prendere la via della fuga dopo
che una vicina di casa, richiamata dalle urla delle ragazze, era intervenuta.
Una chiamata a un amico gli era sembrata l’unica salvezza. «Sono rimasto
coinvolto in una rissa, ho bisogno di aiuto, sto venendo a casa tua». Si era
presentato lì, la madre del ragazzo gli aveva prestato una maglietta pulita. Si
era disfatto di quella sporca di sangue, poi aveva atteso l’arrivo di suo cugino
che lo avrebbe accompagnato alla stazione. Voleva scappare lontano, via da
Palermo, Samuele, ma i poliziotti sono arrivati prima.
Un’ora dopo, davanti al pubblico ministero Caterina Malagoli, confessava
tutto e ammetteva che l’aggressione alle due ragazze non era stata frutto di un
raptus di follia ma di un gesto drammaticamente premeditato. «Di solito non
esco con il coltello. L’avevo a casa, l’avevo comprato da un cinese ed era lungo
sei dita. L’avevo preso proprio perché dovevo parlare con Lucia. Se non avessi
chiarito i fatti allora l’avrei usato. L’avrei uccisa se lei avesse ammesso il
tradimento».
Ma quale tradimento? Erano ormai sei mesi che Lucia e Samuele non stavano
più insieme eppure il “tigrotto” continuava a considerarla la sua ragazza.
«Una delle ragioni per cui ci siamo lasciati è perché avevo il sospetto che lei
frequentasse ancora il suo ex ragazzo, Andrea. E poi non mi portava mai alle
feste alle quali andava sempre accompagnata da sua sorella. È stata lei a
interrompere la relazione. Io ho tentato di convincerla a tornare insieme e le
mandavo degli sms, ma lei diceva sempre di no. Dopo un po’ di tempo ho
cominciato a mandarle sms di offese perché ero arrabbiato. Poi stamattina ho
incontrato un ragazzo che conosco di vista, ma non so il suo nome, e mi ha
chiesto se pensavo ancora a Lucia perché mi vedeva depresso. Io gli ho
risposto che non mi interessava niente di lei e a quel punto lui mi ha mostrato
una foto sul suo cellulare dove c’era Lucia che si baciava con Andrea. Ho
capito che era una foto recente. Me ne sono andato a casa e ho controllato su
Facebook. Sul profilo di Lucia c’erano delle foto di lei e Andrea. Così ho
deciso di andare sotto casa sua ad attenderla».
Bugie, tutte bugie. Un’invenzione della sua fantasia per trovare una causa
scatenante a quel suo gesto premeditato in silenzio da chissà quanto tempo.
Quell’amico che gli avrebbe fatto vedere la foto sul cellulare non l’hanno mai
trovato e Andrea, il ragazzo di cui era geloso, ha testimoniato che era tutto
falso, che «una foto di me e lei che ci baciamo non esiste». E poi Samuele
nell’androne non ha detto una parola. Non ha parlato, non ha chiesto niente,
non ha chiarito nulla. Ha solo colpito alla cieca. Con furia bestiale. Ma la
ricostruzione che lui stesso fa quel pomeriggio davanti al magistrato è anche
questa piena di bugie. Ci ha provato quasi a dare la colpa a me della morte di
Carmela, a far credere che lui non voleva colpirla, ma non è vero.
«Sono arrivato sotto casa di Lucia verso le 12.50. Mi sono appostato nei
pressi della sua abitazione e appena mi sono accorto che lei e la sorella
stavano arrivando ho suonato a un residente del palazzo e con la scusa della
pubblicità mi sono fatto aprire il portone. Mi sono nascosto dentro la
portineria, sopra le scale, alla sinistra. Ho visto che Lucia era con Carmela e
appena sono entrate all’interno dell’androne mi sono avventato su Lucia
tenendo il coltello in mano e cercando di colpirla al petto. Lucia si è accorta
della mia presenza, si è parata con le braccia incrociate per cui il colpo è
andato a finire contro Carmela che non c’entrava nulla. Io non volevo colpire
Carmela, credo che sia stato il braccio di Lucia a far deviare il colpo verso di
lei. E non ho dato volontariamente un secondo colpo a Carmela, ricordo che
l’ho spinta, che sicuramente era vicina alla sorella, ma non so spiegarmi come
sia arrivata la coltellata a Carmela. Non l’ho vista stramazzare al suolo. Poi ho
cominciato a sferrare una serie di colpi contro Lucia. Lei, sì, che l’ho vista
cadere e ricordo che l’ho colpita alle spalle con il coltello, era stesa di spalle e
le ho dato un colpo all’altezza dei reni. Lei si difendeva, reagiva mettendo le
mani davanti. Davo colpi all’impazzata senza pensare dove colpire. Poi ho
sentito una signora che gridava “lasciale, lasciale!” ma io stavo già scappando,
non mi ha visto in viso. Il coltello che ho usato l’ho buttato in un vicolo nei
pressi di via Notarbartolo».
Un coltello Butterfly, una lama lunga sedici centimetri, che ha affondato nella
gola di Carmela e con la quale poi mi ha colpito più di dieci volte.
Ma non è andata così come dice lui. Il pubblico ministero Caterina Malagoli
lo ha spiegato chiaramente: «Samuele Caruso non ha agito per un raptus,
voleva uccidere la sua ex fidanzata Lucia Petrucci e pure sua sorella Carmela.
Un omicidio premeditato. Sin dall’inizio ha inventato diversi particolari della
ricostruzione, tutti smentiti dalle indagini. Non esiste nessun fantomatico
amico che gli ha parlato della nuova relazione sentimentale di Lucia
mostrandogli addirittura una foto della coppia. Samuele Caruso ha ammesso il
delitto, ma ammesso solo quello che non poteva negare. Per il resto ha mentito
anche su Lucia, provando persino a giustificarsi. Ha detto che era una ragazza
un po’ leggera, ha aggiunto che lui la trattava come una principessa. Invece,
lucidamente, meditava solo di vendicarsi».
*
«Ho visto morire mia sorella». Che Carmela se n’era andata hanno cominciato
a dirmelo cinque giorni dopo, il giorno del suo funerale. Io non ho potuto
esserci il giorno dell’addio nella chiesa di Sant’Ernesto, ero ancora in
Rianimazione. C’erano tutti i nostri compagni, indossavano una maglietta
bianca con su scritto «Ti sento», dalla canzone di Ligabue che mia sorella
amava tanto. C’erano centinaia di persone che neanche ci conoscevano.
Quel giorno, quindi, ho saputo che ero rimasta sola. Per la verità, l’avevo già
capito ma rifiutavo l’idea. «Se Carmela è viva perché non me la fate vedere?
Voglio vederla» avevo chiesto ai medici. Poi, il giorno del funerale la psicologa
mi ha detto che Carmela si era aggravata. Allora ho chiuso gli occhi, ho
pianto e ho capito tutto. C’erano papà e mamma e Antonio in quel momento
attorno al mio letto, a stringermi le mani e a farmi forza, ma mi è crollato il
mondo addosso.
E allora ho capito che quel venerdì, alle 13.20, nell’androne di casa nostra ho
visto morire mia sorella. Ricordo tutto. Ricordo che Carmela è stata la prima
a salire le scale che portano al pianerottolo dove c’è l’ascensore mentre io
dovevo ancora iniziare i gradini, quando ho visto una persona con una maglia
rossa balzarle addosso. Non ho capito subito che era Samuele, ma l’ho visto
solo dopo quando si è girato verso di me e ha iniziato a colpirmi con il
coltello. Era nascosto dietro il muretto che si vede entrando dal portone a
sinistra e l’ho visto improvvisamente aggredire Carmela, ma non ho notato né
coltelli né come la colpiva. Non l’ho visto in faccia, ricordo solo la maglietta
rossa. E ricordo che quando si è girato verso di me come prima cosa mi ha
tagliato le labbra e poi ha incominciato a colpirmi ripetutamente. A un certo
punto, con la mano, ho tentato di fermarlo e ho preso il coltello tanto che mi
sono ferita la mano destra. Samuele mi era addosso e mi colpiva, mi sono
girata verso il muro e mi ha colpito alla schiena. A quel punto sono caduta a
terra seduta e mi è venuto addosso, avevo gli occhi chiusi… ricordo solo che
ho sentito il suo peso addosso e che mi ha colpito ancora al fianco. Poi ho
sentito le grida di una signora. Samuele è scappato via e io allora ho visto
Carmela seduta sui gradini che perdeva molto sangue da una ferita alla gola e
le ho detto:«Tamponati la ferita», ma lei non mi ha risposto e si è accasciata a
terra. L’ho vista morire. Se sono ancora viva lo devo alla signora Giuseppina
Bonura, è così che si chiama la vicina che ha fatto scappare Samuele mentre
infieriva su di me.
«Mentre stavo aprendo la porta dell’androne ho sentito una voce che chiedeva
aiuto, ho notato una giovane seduta sui gradini, appoggiata alla ringhiera» ha
raccontato. «Ho chiesto cosa fosse successo senza avere risposta, sentivo altri
lamenti e ho scorto, sotto i quattro gradini nei pressi del portone, le gambe
immobili di una ragazza e la sagoma di un ragazzo riverso su di lei. Lui si
muoveva a scatti e a ogni movimento si sentiva il lamento della ragazza. “Oh,
che cosa state facendo? Che cosa le stai facendo?” A quel punto il giovane si è
alzato repentinamente, ha aperto il portone principale ed è fuggito. La
ragazza, distesa sul pavimento, aveva gli indumenti sporchi di sangue e mi
sussurrava: “Aiuto… mia sorella… mia sorella”».
È stata la vicina a chiamare la polizia e l’ambulanza. Poi è arrivata mia nonna
Carmela. Ci aveva appena lasciato davanti al portone e stava andando a fare la
spesa al supermercato accanto, quando ha sentito le grida. Si è precipitata, ha
provato a soccorrere Carmela, le ha fatto una specie di massaggio cardiaco,
ma lei non rispondeva più, se n’era già andata.
Continuo a ripetermelo per farmi forza, per vincere i sensi di colpa. Non
avrei mai potuto immaginare una violenza così da parte di Samuele. Ero
convinta che si fosse tranquillizzato sulla nostra storia, perché non avevo più
avuto sue notizie. L’unica cosa che avevo collegato a lui era il fatto che, tra
metà agosto e i primi di settembre, avevo trovato in ascensore scolpito una
specie di graffito: un cuore con scritto «Lucia e Samuele». Ma, dopo questo
fatto, non l’ho mai chiamato né lui si è fatto vivo.
Adesso ho paura, paura che ci possano essere ritorsioni contro di me o contro
la mia famiglia. Ho paura che se dovesse uscire dal carcere potrebbe tornare
ad aggredirmi. Ma l’hanno condannato all’ergastolo e non uscirà più da lì.
Almeno spero.
Hanno paura anche le mie compagne. Per molti giorni, dopo quello che è
successo, in tante non hanno voluto uscire di casa. «Devo accompagnare mia
figlia sino all’ascensore quando la devo lasciare a casa di una compagna
perché si spaventa a rimanere da sola, prima non accadeva. È stata una delle
ultime a vedere Carmela e Lucia prima della tragedia e ancora non riesce a
ritrovare serenità» ha detto il papà di una delle compagne della terza L.
Un’altra ragazza, per giorni, ha voluto dormire nel letto matrimoniale con la
madre, per la paura.
I compagni sono stati tutti straordinari, sin dal primo momento. Hanno fatto a
turno in ospedale e non sono mai rimasta sola mentre ero in Rianimazione.
Anche se non potevano entrare stavano lì, aspettavano notizie dai medici,
cercavano di confortare i miei genitori, parlavano con loro, ascoltavano padri
e madri sconvolti quasi gridare: «Dovete parlare con noi, capite? Qualsiasi
cosa vi succeda, sempre. Come si fa, se no, a proteggervi?» I più forti sono
voluti andare a trovare Carmela nella camera mortuaria, gli psicologi hanno
aiutato anche loro. E i loro genitori.
In chiesa io non c’ero purtroppo, ma poi me lo hanno letto quel bellissimo
messaggio che hanno dedicato a Carmela.
Ti immaginiamo in quel banco, sentiamo la tua voce, ti vediamo sorridere all’ennesimo buon voto. Tu
rasentavi la perfezione e spesso abbiamo cercato di emularti. Continuerai a sorridere per sempre,
immersa nei libri e innamorata della vita. Prenditi cura di Lucia, dalle la forza per ricominciare da
capo. Sappiamo che sei in un posto migliore, la vincerai tu questa battaglia, l’hai già vinta.

E a voi, e a quel liceo che amava tanto, Carmela ha voluto dare l’ultimo
saluto passando con il carro funebre proprio da scuola dove l’aspettavano
professori e bidelli. All’ingresso dell’istituto c’era un cartello: «Carmela sei
viva, ti vogliamo bene».
*
E da lì, da scuola, ho provato a ricominciare da capo, come avrebbe fatto lei
al posto mio. Da quella scuola che, come ha voluto il preside Vito Lo
Scrudato, le ha conferito alla memoria quel diploma che Carmela non è
arrivata a prendere.
Lì, alla succursale del liceo Umberto, da dove eravamo uscite insieme il 19
ottobre, è ricominciata ventiquattro giorni dopo la mia vita senza Carmela.
Era una giornata di pioggia. Papà, mamma, Antonio mi hanno voluto
accompagnare tutti. I miei compagni erano fuori ad aspettarmi. Mi hanno
letteralmente avvolto in un abbraccio, mi hanno preso per mano e portato in
una nuova aula, a un nuovo banco. Più grande, più luminosa di quella dove
non sarei riuscita più a entrare, lontana da quel banco in quarta fila che
occupavo con Carmela e nel quale, poco prima di partire per l’Inghilterra,
avevamo scritto: «Brighton aspettaci, Palermo aspettaci».
Matematica e fisica le prime due ore, si ricominciava da zero. È venuto a
salutarmi il preside, poi la psicologa della scuola Karin Guccione. Ho sentito i
miei compagni dire: «Siamo felici che Lucia sia di nuovo con noi. Non faremo
nulla di eclatante, ci interessa soltanto andare avanti, continuare una normale
vita scolastica senza farla sentire diversa o sotto l’attenzione di tutti. Vogliamo
ricominciare a trasformare in forza il dolore che tutti noi abbiamo vissuto».
I ragazzi hanno dedicato un numero del giornale della scuola a Carmela, con
una poesia:
Tenera rosa appena sbocciata, sorriso fievole e placato volto. Così i tuoi occhi urlano, osservi e
contempli. Sospiri d’autunno, troppo intensi. E un’ombra ti sovrasta. Da quel momento tutto diviene
nulla, solo ricordi di una tiepida stagione trascorsa ma mai morta.

Quattro giorni dopo, sorretta dai miei, mi sono fatta forza per la prima uscita
pubblica, non potevo mancare. A Palazzo Steri, la sede storica dell’università,
il rettore Roberto Lagalla ha deciso, ed è stata la prima volta, di conferire a
Carmela il titolo benemerito dell’Ateneo, di solito riservato a studenti
universitari scomparsi durante i loro studi per qualche motivo particolare.
Carmela non ha fatto in tempo a iscriversi all’università, ma non ho dubbi sul
fatto che si sarebbe laureata in Medicina e specializzata in Pediatria (è questo
che voleva fare) a tempo record e con il massimo dei voti. Non ce l’ho fatta a
muovermi dalla sedia in cui ero inchiodata accanto alla mamma che
continuava a piangere dietro gli occhiali scuri e così è toccato a mio fratello
Antonio alzarsi a ritirare quell’onorificenza di cui andiamo molto orgogliosi.
Piano piano, in silenzio e con l’aiuto dei miei cari e dei miei amici, ho
cominciato ad affrontare un giorno dopo l’altro tra scuola, casa e medici. Sì
perché io i segni del 19 ottobre, oltre che nel cuore e nell’anima, li porto
ancora addosso: la cicatrice al labbro, quella al collo, il dolore alla gamba, la
difficoltà a camminare sciolta, la stanchezza che mi prende continuamente, i
colloqui con la psicologa. Ho preso la patente, quella patente che con Carmela
attendevamo con tanta ansia, ma faccio ancora fatica a guidare.
A dicembre è arrivata una lettera dal carcere di Samuele, indirizzata a me e ai
miei genitori. Dopo due mesi in cui non ha mai mostrato un segno di
pentimento, ci scriveva per chiedere scusa. O almeno così diceva: «Chiedo
scusa per il dolore che ho causato e perdono per il male che ho provocato».
Sono due paginette scritte a mano naturalmente. Ripete che non voleva
uccidere Carmela: «Non mi rendevo conto di quello che accadeva sulle scale.
Carmela era una persona amabile con cui andavo d’accordo». A me dice: «Mi
rendo conto di averti provocato un dolore immenso».
E poi è arrivato il giorno della grande prova, l’11 giugno, il giorno del
coraggio, quello che ho tirato fuori non so dove vincendo le resistenze dei miei
che volevano proteggermi a tutti i costi, volevano evitarmi questa nuova dura
sofferenza: rivedere Samuele, l’assassino che mi ha portato via Carmela. Ma
non ho voluto sentire ragioni e hanno dovuto piegarsi alle mie insistenze. Io,
nell’aula del tribunale dove un giudice avrebbe detto la sua parola su
quell’atroce delitto, avevo deciso di esserci. Quel giorno e sempre, per non
nascondermi davanti a quella bestia, per fargli sapere che io, noi, eravamo
tutti lì, a pretendere giustizia.
Mi sono “nascosta” dietro a un bel paio di occhialoni neri per controllare
meglio le inevitabili forti emozioni che quella mattinata mi avrebbe provocato
e sono entrata nell’aula 16 del palazzo di giustizia insieme a mio padre, mia
madre e a mio fratello. Mi sono piazzata dietro a un pilastro per evitare di
incontrare lo sguardo di Samuele quando sarebbe entrato, dall’altra parte della
sala. Noi e lui e i carabinieri, da soli prima che arrivasse il giudice. Processo a
porte chiuse, con il rito abbreviato come ha scelto lui sperando di poter
contare su uno sconto di pena. Anche in questo giorno i miei compagni non
mi hanno lasciata sola un momento, sono rimasti tutti nel corridoio a farmi
coraggio. Quando gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno portato dentro
e gli hanno tolto le manette non ho retto all’emozione, mi sono quasi
accasciata sulla sedia accanto a mio fratello e Antonio non mi ha mai lasciato
la mano per tutta la durata dell’udienza.
Samuele non mi ha mai guardato. Si è seduto sulla panca degli imputati,
dall’altra parte, camicia bianca, jeans, in silenzio, le mani sulle ginocchia, lo
sguardo fisso davanti a sé. In aula non è potuto entrare nessun altro. I miei
compagni avrebbero voluto vederlo in faccia ma sono dovuti restare fuori.
Anche sua madre era nel corridoio. La vedevo affacciarsi al vetro dell’aula
mormorando «Figghiu miu, figghiu miu» e mi guardava, fino a quando un
carabiniere non l’ha allontanata. Ma che avrà avuto da guardare?
Il giudice era una donna, Daniela Cardamone, così come il pubblico
ministero, Caterina Malagoli. E donna era anche il mio avvocato Marina
Cassarà. C’è anche un’associazione, Onde, impegnata contro la violenza sulle
donne. Mi sentivo confortata, capita, speranzosa. Ci siamo costituiti parte
civile, io, la mia famiglia, anche il Comune di Palermo come aveva promesso
il sindaco Leoluca Orlando, perché quello di Carmela è stato un assassinio che
ha colpito tutta la città.
E la difesa ha scoperto subito le carte. Volevano fare passare Samuele per
pazzo, evidentemente pensavano che fosse l’unico modo per evitargli la
condanna all’ergastolo. I suoi avvocati sfoderarono una perizia effettuata in
carcere da loro consulenti che diceva che «il quadro psichico di Samuele è
borderline, la personalità incide sulla capacità di intendere e di volere».
Incapace di intendere e di volere? Era diventato incapace di intendere e di
volere quel lucidissimo assassino che poche ore dopo l’aggressione aveva
confessato tutto e provato persino ad addossare a me la “colpa” della morte di
Carmela, cercando di convincere il magistrato che lui non voleva ucciderla e
che, accidentalmente, il colpo diretto a me era stato deviato su di lei?
Sarebbe stata una battaglia dura, l’ho capito da subito, ma ero pronta.
Samuele lo hanno portato via da una porta, io e la mia famiglia siamo usciti da
una via secondaria. Non me la sentivo di affrontare la gente, i giornalisti, i
fotografi. Mi dispiaceva deludere i miei compagni che mi aspettavano fuori.
Mandai un sms: «Grazie di esserci sempre, non lo dimenticherò».
Il parere dei consulenti nostri e di quelli del pubblico ministero che hanno
incontrato Samuele in carcere ha stabilito ben altro: è un assassino
consapevole, ha cercato di mentire per costruire una realtà che potesse
alleggerire la sua posizione, è stato lucidissimo. E così il giudice ha deciso di
nominare i suoi di consulenti per capire esattamente come stessero le cose,
quali fossero le reali condizioni psichiche dell’assassino di mia sorella. E il
parere di questi ultimi periti ci ha lasciati senza parole. Samuele il 19 ottobre
era capace di intendere, ma non in grado di volere. E che cosa doveva
significare? Io ho sempre sentito dire che uno è capace o incapace “di
intendere e di volere” ma mai che si può essere capaci di una cosa e incapaci
dell’altra. Non capivo e non capivano neanche l’avvocato e il pubblico
ministero. L’unica cosa che capivamo tutti era che questa poteva essere una
via d’uscita per Samuele, una sorta di vizio parziale di mente che avrebbe
potuto evitargli l’ergastolo. Gli autori del parere, uno psichiatra e una
psicologa, in aula hanno spiegato che il delitto di Carmela non sarebbe stato
premeditato perché la volontà di Samuele sarebbe stata dominata da pensieri
paranoici, soggiogata dalla sua parte impulsiva ed esplosiva. Una teoria
davvero singolare basata non si sa bene su quali fondamenti scientifici. E
soprattutto priva di precedenti giuridici. E le risposte che i due consulenti
hanno dato in aula alle domande del nostro avvocato e del pubblico ministero
mi hanno lasciato sconcertata. I disturbi paranoici di cui soffre Samuele
Caruso sono permanenti? «No» è stata la risposta della psicologa. «Oscillanti» li
ha definiti lo psichiatra. Anche la giudice sembrava poco convinta tanto che
alla fine ordinò un’altra perizia e nominò un nuovo consulente, uno psichiatra
forense di Napoli. Anche lui avrebbe dovuto tenere un colloquio con Samuele
in carcere per rispondere agli stessi quesiti. Doveva passare un altro mese
almeno, speravo finisse subito questo processo, avevo paura che Samuele
uscisse dal carcere, ma non c’era altra strada ed era troppo importante evitare
che ci prendesse in giro tutti.
Io non ci credo al pentimento di Samuele, ci aveva mandato quella lettera di
scuse per cercare di alleggerire la sua posizione, non certo per chiedere
veramente il nostro perdono. Ci sono intercettazioni in carcere durante i
colloqui con i familiari in cui concorda con il padre le versioni da dare, gli
suggeriscono di dire di avere amnesie, di non ricordare niente. Anche i suoi
familiari non hanno mai cercato un contatto con noi, non si sono mai scusati,
anzi si sono comportati come se la vittima fosse lui.
Ma il professor Luca De Luca, il nuovo perito nominato dal giudice, Samuele
non è riuscito a prenderlo in giro. Il professore ha detto che persino il gesto di
richiudere la lama insanguinata del coltello troppo lungo per essere nascosto
in tasca durante la fuga e non attirare l’attenzione dimostra che quel giorno
Samuele era perfettamente lucido e dunque perfettamente in grado di
intendere e di volere. Il professore ha detto che Samuele è un bravissimo
simulatore, che il tentativo di far credere che il colpo inferto a Carmela fosse
stato casuale e non voluto dimostra che sin dall’inizio ha cercato di trovare una
via di fuga giudiziaria. Samuele – ha notato il perito – nel primo interrogatorio
ricordava tutto, ricostruiva tutto (anche se a modo suo), poi nei successivi
interrogatori ha sostenuto di aver dimenticato molte cose. «È un tentativo di
manipolazione o di strategia difensiva» ha concluso lo psichiatra, e non segno
di incapacità di volere come hanno sostenuto i suoi colleghi.
Abbiamo tirato un sospiro di sollievo, potevamo ancora sperare in una
condanna giusta. In una condanna che lo tenesse in carcere per sempre. Il
pubblico ministero ha chiesto per Samuele la condanna a vita. «Non agì per
un raptus, voleva uccidere la sua ex fidanzata e pure sua sorella. L’omicidio è
stato premeditato per futili e abietti motivi. Sin dall’inizio ha inventato diversi
particolari della ricostruzione, tutti poi smentiti dalle indagini. Merita
l’ergastolo».
La difesa insisteva a giocare l’unica carta a disposizione: l’esito delle perizie a
loro favorevoli, la parziale infermità di mente. Dopo tre giorni il giudice
avrebbe emesso la sentenza. Dovevo farmi forza.
Ergastolo. Senza sconti se non quello dell’isolamento diurno. Ma a me quello
non interessa. Ergastolo, ha detto il giudice Daniela Cardamone, e io mi sono
sentita quasi mancare. Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime, e anche a
mamma, papà, Antonio. Ci siamo abbracciati, ci siamo sorretti a vicenda
travolti dalle emozioni. Abbiamo pianto tutti. «Abbiamo perso tutti, ma anche
lui deve soffrire per tutta la vita come soffriremo noi. La sua vita si deve
fermare in carcere così come quella di mia figlia l’ha fatta fermare
nell’androne di casa. Non è vendetta, è solo giustizia».
È l’unico istante in cui abbiamo visto Samuele vacillare, l’unico istante di
smarrimento. Io non lo guardavo proprio ma mio fratello ha detto che quando
il giudice ha pronunciato la parola “ergastolo” si è afflosciato sulla sedia e si è
messo le mani nei capelli. Poi il suo avvocato ha tentato di tranquillizzarlo
dicendogli che era solo il primo grado, che c’è ancora il processo d’appello e
poi la Cassazione.
Dall’aula sentivo le voci dei miei compagni che esultavano alla sentenza,
anche quel giorno non mi hanno lasciato sola, erano tutti qui fuori, ma io non
me la sentivo di parlare. Volevo solo andare a casa. L’unica cosa che volevamo
dire, io e i miei familiari, è grazie a tutti quelli che in questi mesi ci hanno
dimostrato la loro solidarietà e il loro affetto, grazie alla procura e agli
investigatori, grazie ai quali si è arrivati a una giusta sentenza.
*
Antonio, mio fratello, non sopporta di sentir parlare di Carmela come fosse
una donna: «Carmela non era una donna, era una bambina, non aveva visto
niente della vita ancora, aveva solo sogni, obiettivi, prospettive. Mia sorella se
n’è andata per niente. Voleva arrivarci a diventare donna, ma quel bastardo
non glielo ha permesso».
Io invece donna dovrò diventarci. O forse ci sono già diventata.
La mia vita senza Carmela, o con Carmela dentro (che è meglio), è
cominciata dagli esami di maturità: 93, un bel voto, in linea con quella media
dell’otto che era sempre stato il mio standard a scuola. Carmela avrebbe preso
100 sicuramente, le hanno dato il diploma alla memoria. E ora l’università, un
altro mondo che mi aiuterà a ricominciare, almeno spero. Alla fine ho scelto
Lingue e letterature moderne, inglese e francese: mi sono sempre piaciute le
lingue straniere. Non so ancora cosa farò, ma i miei dicono che sarei tagliata
per l’insegnamento, vedremo.
Per il momento vivo alla giornata, al futuro non riesco a pensare. E così tutti
in famiglia.
«Siamo sempre sull’orlo di una crisi di nervi» dice mio padre, «ancora non
riusciamo a rassegnarci alla perdita di Carmela. La violenza è sempre stata
così lontana dalla nostra realtà che facciamo una gran fatica persino a capire
di avere avuto a che fare con un assassino».
Sono sotto shock, sono stanca, dormo molto, forse per la fisiologica caduta di
tensione dopo mesi e mesi da incubo, dopo la fine del processo. Dormo molto
e parlo poco, pochissimo. Interiorizzo il mio immenso dolore. A differenza di
Carmela, sono sempre stata una ragazza riservata, un po’ chiusa. Forse anche
per questo ho gestito così quello che mi stava succedendo. Tutti attorno a me
stanno attentissimi a non alimentare i miei sensi di colpa, mi ripetono che non
devo vivere con rimorsi di alcun tipo. Facile a dirsi quando ogni cosa attorno a
me mi ricorda ogni istante della mia vita quello che è successo. È possibile
riuscire a pensare ad altro o non pensarci ogni santo giorno che torno a casa
passando da quell’androne in cui è finita la vita di mia sorella ed è cambiata
per sempre la mia? È possibile riuscire a pensare ad altro o non pensarci
quando ogni giorno allo specchio vedo addosso a me i segni di
quell’aggressione? Il portone di casa, il traguardo che dà un senso di sicurezza
a qualunque persona, per me ha tutt’altro significato, è lì che ha colpito la
bestia.
Tanti posti oggi a Palermo portano il nome di Carmela, e questo
naturalmente mi fa un gran piacere: il parco Uditore, quello davanti casa,
quello di cui aspettava con tanta ansia l’apertura per andarci a correre con mio
fratello; un’aula nella nostra scuola, il liceo Umberto, che la ricorderà sempre
con quella lapide a suo nome; il reparto di terapia intensiva dell’ospedale
Cervello dove mi hanno curato con tanta dedizione. A loro abbiamo donato un
carrello con tutta l’attrezzatura. Carmela sarebbe stata felice, lei che voleva
fare la pediatra.
Il mio rifugio è la mia camera, la nostra camera. Mia e di Carmela. È rimasto
tutto com’era, non ho voluto toccare niente: i suoi vestiti sono ancora
nell’armadio, i suoi libri negli scaffali, i poster di Ligabue che amavamo tanto.
Ogni volta che c’è una sua canzone alla radio, tutti a casa cambiano subito
canale. Per proteggermi, perché non riesco ancora a trattenere le lacrime. Il
cellulare di Carmela è ancora nel cassetto del suo comodino. Persino i suoi
soldi sono ancora lì. Perché lei rimarrà sempre qui, nella nostra camera, con
me. A casa, con noi.
Parlo poco, sono taciturna e stanca ma anche determinata ad andare avanti.
So che una vita dovrò costruirmela e piano piano proverò a fare del mio
meglio. Per adesso vorrei essere trasparente, nel mio nuovo mondo,
all’università, spero che nessuno sappia chi sono, conosca che storia ho alle
spalle. Non è facile farsi nuovi amici dopo quello che sto passando, ma ci sto
provando.
Un desiderio però ce l’ho: tornare presto a Brighton, l’ultimo posto che ho
condiviso con Carmela.
Martina, la mia vita per papà

«Fai da sola, provaci. Se non riesci… riprovaci. Se proprio non riesci, allora,
ma solo allora, vieni e ti indico la strada per riprovarci ancora. Ma non te la
risolvo io la cosa». Quante volte me l’hanno detto mamma e papà. Sono
cresciuta così io, quadrata, forse come tutti i figli di militari. Ognuno di noi
avrà anche il suo carattere, certo, io sarò anche una persona intraprendente,
autonoma, ma sono stata tirata su così, in maniera solida, abituata da sempre a
fare da sola. E meno male. Penso sempre che se non fosse stato così non ce
l’avrei fatta. Ma perché parlo al passato? Non ce l’avrei fatta e non ce la farei
ad andare avanti nelle condizioni in cui mi sono trovata a ventidue anni,
nell’anno più nero della mia vita. Nel giro di tre mesi ho perso mia mamma e
ho rischiato di perdere anche mio papà. Lei, a cinquantadue anni, se n’è
andata via in tre giorni, sotto i miei occhi, per un infarto non capito in tempo.
Lui, a cinquant’anni, si è ritrovato steso per terra davanti a Palazzo Chigi, con
un proiettile nel collo, sparato da un matto, o forse non lo era nemmeno, che
voleva «sparare ai politici», a uno dei ministri del governo di Enrico Letta che
quel giorno stavano giurando a Montecitorio. Invece ha mirato ai carabinieri
che stavano di guardia in piazza. Come mio padre e i suoi colleghi. Il
proiettile che ha raggiunto al collo mio padre non lo ha ucciso ma lo ha
paralizzato. È passato più di un anno da quel giorno e non riusciamo a
uscirne. Quando meglio, quando peggio, un passo avanti e due indietro. Ce la
farà papà, ne sono sicura, lui è ancora giovane e ha tanta forza d’animo, ma da
allora la sua vita, e la mia vita, è tutta qui, con l’unico orizzonte delle colline
emiliane di Montecatone che si vedono dalla finestra dell’istituto di
riabilitazione, l’unico posto in Italia dove spero possano aiutarlo a potere un
giorno ritornare a casa.
Mio padre è il brigadiere Giuseppe Giangrande, sesto battaglione carabinieri
Toscana, nucleo antisommossa, e ne vado fiera. Ci ha provato un giorno in
clinica, appena è stato in grado di parlare, a dirmi: «Non ti preoccupare, vai a
casa e continua a fare le tue cose. Stai tranquilla, c’è chi si prende cura di me».
Ma ti pare? Quello è stato forse il giorno più emozionante di tutti. Eravamo
ancora a Roma, all’ospedale Umberto I. Dopo non so più quanti giorni di
coma farmacologico in cui lo avevano tenuto dopo l’intervento per estrargli il
proiettile, una mattina avevano deciso di provare a togliergli la sedazione
perché si erano accorti che quando entravo io nella stanza e parlavo, sentendo
la mia voce sembrava avere una minima reazione. Allora avevano pensato di
svegliarlo ed è stata… una emozione indescrivibile. Gli hanno tolto la flebo e
nel giro di due secondi ha aperto gli occhi e si è svegliato. Ha cominciato a
piangere e io con lui. Non poteva parlare perché aveva la tracheotomia ma
muoveva le labbra e le prime parole che mi ha detto sono state queste: «Dove
siamo?»
Gliel’ho detto e lui ricordava tutto perfettamente: «Per colpa di quello che è
successo, mi hanno sparato…» Non mi ha neanche chiesto come stava, quali
erano le sue condizioni, quali erano le prospettive. Ha pensato solo a me e ci
ha provato con quel: «Vai a casa e non ti preoccupare per me».
Non sapevo se ridere o piangere e gli ho sorriso. D’altronde questo è mio
papà, un uomo buono ma tutto d’un pezzo, un vero carabiniere. E cosa poteva
aspettarsi da me? Che andassi a casa? Forse un’altra ragazza si sarebbe
lasciata condurre dalle tante persone che ti stanno attorno in circostanze come
queste, la famiglia, i colleghi di lavoro, le istituzioni. Ma io non sono proprio il
tipo. Io sono la bambina che un giorno papà aveva messo sulla bici a cui aveva
tolto le rotelle senza avvertirmi. Me lo disse quando già andavo: «Guarda che
te l’ho tolte, vai, vai, non fermarti se no cadi…»
Ed eccomi qua, papà, non mi fermo io. Fino a quando non ti riporterò a casa
e potremo riprendere la nostra vita.
*
Mi fa ancora una certa impressione dire “eravamo una bella famiglia” se
penso che ho solo ventitré anni, che fino allo scorso anno c’eravamo tutti e tre
e che adesso di quella bella famiglia sono rimasta solo io e “mezzo” papà.
Eppure eravamo veramente una bella famiglia, classica, monolitica. Ci siamo
sempre sostenuti a vicenda e sapevamo di poter contare uno sull’altro. Io e
mio padre siamo uguali, ma proprio uguali, è la mia versione al maschile. Ci
somigliamo anche fisicamente. Ricordo che, scherzando con la mamma,
dicevamo spesso: «La paternità non è in dubbio…» Anche con la mamma
avevamo molto in comune, soprattutto la testardaggine, perché io sono così: se
mi impunto porto avanti la mia idea fino in fondo. E infatti ogni tanto ci
scontravamo.
Si erano conosciuti a Firenze i miei genitori. Papà, che è siciliano di
Monreale, era andato via dal suo paese giovanissimo, a diciannove anni, con il
servizio di leva. E non è più tornato. Ama la Sicilia, il suo variopinto clan
familiare, il sole, il mare, il meraviglioso cibo siciliano, ma solo per le
vacanze. Di tornare a vivere e a lavorare giù non gli ho mai sentito parlare;
con il lavoro che ha scelto di fare, nell’Arma, avrebbe potuto provare a
chiedere un trasferimento più vicino a casa ma per lui ormai la casa era
un’altra, era la Toscana.
Mia madre è nata a Padova ma è cresciuta tra Napoli e Firenze. Ha fatto
l’impiegata in diversi negozi, era più grande di papà, di due anni. Quando si
conobbero lui ne aveva venti, lei ventidue. Si sposarono dopo sei anni di
fidanzamento ma dovettero lasciare Firenze per l’Abruzzo perché nel
frattempo papà era stato trasferito ad Avezzano.
È lì che sono nata io, due anni dopo. Dell’Abruzzo ricordo un gran freddo,
grandi nevicate anche ad agosto. Lì eravamo soli, papà, mamma e io
piccolissima. I parenti di papà erano tutti in Sicilia, quelli di mamma in
Toscana. Che ridere, mi ricordo perfettamente che ogni volta che venivano
dovevano sempre comprare qualcosa da mettere addosso, perché non erano
mai preparati al gran freddo che c’era anche d’estate. Da quelle parti, le
canottiere, le bretelline neanche le vendono nei negozi, è impensabile poterle
indossare in qualsiasi stagione dell’anno.
La mia infanzia è trascorsa così, in un paesino di montagna, in cui non c’era
proprio niente, la mattina ti alzavi e dalla finestra vedevi le caprette che
pascolavano in giardino. Il nostro mondo era tutto lì, eppure mi piaceva. L’ho
scoperto dopo, quando andammo via. Io avevo sette o otto anni, ero in
seconda elementare, avevo le mie amichette di scuola e l’idea di lasciarle mi
intristiva moltissimo e Prato, dove papà era stato trasferito, non mi piaceva
affatto, non riuscivo ad ambientarmi, piangevo. Volevo tornare a tutti i costi in
Abruzzo. Prato, al confronto di Avezzano mi pareva una metropoli. Il
trasferimento fu il primo shock della mia vita. Poi piano piano mi ambientai e
oggi non tornerei mai a vivere in Abruzzo, ma forse anche per quelle mie
difficoltà iniziali papà decise che da quel momento in poi io e la mamma
saremmo rimaste sempre a Prato: dovunque lo avessero mandato, si sarebbe
sempre spostato lui. E così in effetti è stato. Da quindici anni ormai, la mia
casa è a Prato.
Avrei voluto tanto una sorella, la chiesi più volte a mamma e papà ma con la
mia gravidanza mia madre, che era diabetica, aveva rischiato e i medici le
avevano detto che non era il caso di affrontarne un’altra. E così un giorno mi
spiegarono: «Martina, devi rimanere da sola». E va bene, ci feci l’abitudine e
mi accontentai della grande famiglia dei miei genitori. Da parte di mamma
erano sette tra fratelli e sorelle, da papà in quattro e ho una dozzina di cugini.
Ricordo che quando ero piccola, durante le feste, metterci a tavola tutti
insieme era un problema. Avremmo dovuto essere almeno trenta, quaranta
persone e non c’era una casa abbastanza grande da ospitarci tutti e così ci
“spezzettavamo”, un po’ a casa dell’uno, un po’ dell’altro.
La mia infanzia è stata tranquilla. Ero una bambina e una ragazzina autonoma
e indipendente. La maestra Betti, della Meucci, mi aiutò a legare con le mie
compagne appena arrivata a Prato quando stavo chiusa in me stessa e non
avevo molte amichette. Già alle medie andavo a scuola da sola, avevo le chiavi
di casa, al ritorno mi facevo un viale lungo cinquecento metri e quando
rientravo me la sbrigavo da sola. Spesso la mamma, che lavorava, mi lasciava
qualcosa di pronto, qualche volta mi arrangiavo. Rispetto ai miei coetanei
c’era un abisso, io ero anni luce avanti. Probabilmente anche per questo, da
quando mi sono ritrovata a vivere da sola da un giorno all’altro per me non è
stato un problema insormontabile. Avevo imparato da piccola a gestirmi anche
se non avrei mai pensato di dover affrontare da sola tutto questo a ventitré
anni.
A scuola me la cavavo. Ho scelto ragioneria alle superiori, ed è stata una
scelta di comodo perché non ero sicura poi di voler fare l’università e volevo
comunque un diploma che mi consentisse di poter iniziare a lavorare subito.
La mamma mi aiutava un po’ con i temi, non ero tanto brava in italiano, papà
invece mi faceva ripetere storia e geografia che non mi piacevano affatto.
Avevo una passione per le scienze, biologia e chimica soprattutto, tanto che a
un certo punto, al secondo anno delle superiori pensai che in realtà mi sarebbe
piaciuto poi provare a fare Medicina e ipotizzai di fare l’esame integrativo e
passare al liceo. Al quarto anno, per colpa di un incidente che mi capitò
durante l’ora di educazione fisica, fui costretta a restare al palo. Fu un
infortunio piuttosto grave, un bel problema alla colonna vertebrale che mi
impedì di andare a scuola per molto tempo e così persi l’anno. Fu un brutto
momento quello, papà era in Bosnia in missione, io e la mamma eravamo sole,
cambiai istituto e fui costretta a ripetere l’anno. E così, per paura di non
farcela, lasciai perdere l’idea di cambiare indirizzo, ma ho sempre accarezzato
l’idea di iscrivermi a Medicina; a casa facevo le simulazioni dei test
d’ammissione ed ero anche brava, ma alla fine ho rinunciato e ho preferito
andare a lavorare subito dopo il diploma.
Gli anni del liceo sono stati anche quelli delle vere amicizie, quelle che –
grazie al Cielo – ho mantenuto e che mi ritrovo accanto anche ora e Dio solo
sa quanto ne ho bisogno: sono stati gli anni di Elisa, Laura, Ilaria. E poi c’è
Alessia: siamo cresciute insieme con Alessia perché suo padre è carabiniere
come il mio e sono grandi amici. Lavoravano insieme nella stessa caserma,
hanno fatto insieme la missione in Libano, poi i vari incarichi li avevano
allontanati e si erano ritrovati da poco perché papà aveva deciso di chiudere la
sua carriera al battaglione dove l’aveva cominciata. È stato lui, Mario, il 28
aprile, a darmi la notizia di papà. Io e Alessia ci siamo ritrovate subito dopo e
ora la sua famiglia mi ha praticamente adottata.
*
Una domenica di lavoro, il 28 aprile. Papà a Roma, di servizio, io a gonfiare
palloncini come una matta per una consegna da ultimare in mattinata per il
Comune, un allestimento particolare per la festa dei rioni. Per ogni rione i
palloncini di un colore, ne avevo trecento da gonfiare, cinquanta per colore.
Mi piace il mio lavoro a La casa degli orsi, il mio nuovo impiego dopo aver
abbandonato tutti quegli studi di commercialisti nei quali non avevano fatto
altro che sfruttarmi per 350 euro al mese, otto ore di lavoro al giorno, sei
giorni su sette, senza nessuna voglia di farmi un contratto fisso e senza mai un
grazie. Il giorno del mio compleanno, a maggio, mi sono detta: «Ma chi me lo
fa fare?» E me ne sono andata dall’ultimo dei tanti studi che ho girato. Ho
trovato un annuncio su un giornale in cui cercavano una ragazza per dare una
mano il fine settimana in un negozio che vendeva articoli per feste e faceva
animazione per bambini, ed è diventato il mio lavoro. Mi piace, mi diverto
con i bambini, ritorno anch’io come loro, felice, serena e spensierata.
Insomma, quella domenica 28 aprile era una domenica di lavoro. La prima
telefonata arriva dalla Sicilia. È mia zia, la sorella di papà. Ha una voce strana,
un po’ agitata. «Ciao Martina, come stai? Dov’è papà? So che è a Roma, lo
chiamo ma non mi risponde. Prova a chiamarlo anche tu». Mia zia è sempre
stata una donna ansiosa, si preoccupa per tutto, quindi all’inizio quella
telefonata non mi mise particolare ansia anche perché sapevo che papà era in
servizio e quindi era normale che non rispondesse al telefono. Succedeva tante
volte. Lui aveva due cellulari, uno di servizio e uno personale. Quando non
poteva rispondere, richiamava appena possibile. Comunque, provai a
chiamarlo a entrambi i numeri e non rispondeva neanche a me.
Quella della zia non fu l’unica telefonata quella mattina. Ne arrivarono altre,
una più strana dell’altra, amici, parenti, qualche collega di lavoro. «Ciao
Martina, dov’è papà?» Cominciai a chiedermi perché tutte quelle telefonate di
persone che chiamavano me per cercare lui. Non riuscivo ancora a
preoccuparmi, l’avevo sentito mezzora prima mio padre, ed era la seconda
volta in quella giornata. Saranno state le 11.30, la solita telefonata di un padre
lontano da casa che vuol sapere cosa fa la figlia, se è tutto a posto. Era a
Roma da qualche giorno, io la sera prima ero stata alla festa della mia amica
Ilaria e mi chiedeva com’era andata, se mi ero divertita, come avrei passato la
domenica, se ero in compagnia, se ero al lavoro, insomma si preoccupava
sapendomi sola. «Ci sentiamo più tardi, ora devo chiudere che stiamo
transennando la piazza che stanno per uscire i ministri». Era il giorno del
giuramento del governo di Enrico Letta e papà e i suoi colleghi erano di
ordine pubblico davanti Palazzo Chigi, routine, niente che potesse
preoccuparmi dopo le missioni in Libano e in Bosnia o altre situazioni ben più
pericolose in cui aveva prestato servizio.
Però… non mi richiamava. Allora provai io a richiamare, il cellulare privato,
quello di servizio, niente. Era da poco passato mezzogiorno e papà era già a
terra con un proiettile nella colonna vertebrale, all’altezza del collo. La zia lo
aveva riconosciuto subito nelle immagini trasmesse dal telegiornale, quasi in
diretta. Erano lì le telecamere, in attesa dell’uscita dei ministri del governo
Letta, come questo Luigi Preiti, arrivato in treno dalla Calabria con una
pistola in tasca per fare «un gesto eclatante». Voleva «colpire i politici», così ha
detto quando lo hanno preso, e si è messo a sparare tra la gente, una domenica
mattina, tra mamme che spingevano le carrozzine con i bambini e famiglie
che passeggiavano. Non c’erano politici quando ha sparato, ha mirato contro
le divise, contro gli uomini che in qualche modo gli rappresentavano quello
Stato che voleva colpire, ha sparato ai carabinieri che stavano solo facendo il
loro lavoro. Li ha colti di sorpresa, non destava certo sospetto quell’uomo
qualunque sbucato improvvisamente alle loro spalle. Ne ha colpiti due e uno
era papà. È crollato a terra nel sangue, ma in quei primi momenti non
sembrava lui il più grave. Sembrava che a stare peggio fosse l’altro carabiniere
colpito, Francesco Negri, e invece per fortuna lui si è ripreso abbastanza bene.
Lo hanno acciuffato subito Luigi Preiti, quello che ha sparato mentre io ero a
Prato a gonfiare palloncini. E non sapevo niente.
Sono stata forse l’ultima a conoscere quello che era successo. Le “capocce” (li
chiamo così, ma con grande affetto, i superiori di papà, i vertici dell’Arma), le
capocce non mi trovavano, non sapevano dove fosse andata a cacciarsi quella
mattina la figlia del brigadiere Giangrande. Non sapevano dove lavoravo, non
sapevano chi era il mio fidanzato. Alla fine a trovarmi è stato Mario, il collega
di papà, il padre di Alessia. È stato lui a chiamarmi mentre già mezza Italia,
dalla tv, aveva riconosciuto papà ferito a terra davanti a Palazzo Chigi.
«Guarda Martina, è successo qualcosa a Roma, dobbiamo andare». Nel
frattempo io avevo provato a richiamare i telefoni di papà e a quello di
servizio aveva risposto un suo collega. Lì ho capito che era successo qualcosa
di grave: «Ciro, che è successo? Dimmi cosa è successo».
«Stai tranquilla, Martina, hanno sparato, hanno colpito anche papà, ma stai
tranquilla, è sveglio, è vigile, mi ha detto di chiamarti e di rassicurarti». Che
devo fare? Vengo?
E poi è arrivato Mario, il mio angelo custode. «Scendi Martina, scendi che ti
porto a Roma». Sono scesa come un automa, ho portato il furgone con i
trecento palloncini sotto casa e sono venuti a prendermi con un Discovery 5.
È stato il viaggio più veloce della mia vita, e anche il più angosciante. Dal
casello di Firenze sud a Roma in due ore, correvano come i pazzi, non
riuscivo neanche a guardare dal finestrino. Non sapevo, non capivo, nessuno
mi diceva nulla. Io, una mia cugina, Mario e l’autista, tutti con la consegna del
silenzio mentre il mio telefono continuava a squillare impazzito. Ora riesco
quasi a sorridere se penso alla seconda telefonata della zia, sempre quella, la
sorella di papà: «Martina, tranquilla, ora ti viene a prendere l’elicottero e ti
porta a Roma». L’elicottero, zia, ma che accidenti ti viene in mente…
E piano piano ho cominciato a rendermi conto che era successo qualcosa di
grave, mi hanno detto che papà era stato colpito alla colonna. Ero disperata, in
quelle due ore di viaggio credo di aver pensato di tutto e di più. E soprattutto
di essermi ripetuta mille volte: non è possibile che capiti tutto a me, tutto a
noi. Mamma è morta da due mesi, e ora papà. Non può andarsene anche lui,
non può lasciarmi sola. Quasi quasi speravo che rimanesse paralizzato, ma
vivo. L’importante era che restasse vivo. Come è vero che nella vita è tutto
relativo. Chi meglio di me ha imparato questa lezione in così pochi mesi? In
quel viaggio che mi sembrò infinito erano banditi cellulari e radio. Tutte le
notizie che mi arrivavano erano filtrate da Mario. Facevo dei pensieri orribili,
ma umani, umanissimi. Dicevo: ci sono tante persone al mondo che hanno
fatto del male e che si meriterebbero queste punizioni più di me. Sono
momenti terribili in cui per la disperazione pensi che non esista Dio, che non
esiste nessuno lassù che ti guardi. Oggi, alla fine, sono arrivata a pensare che
nella immensa sfortuna che ci ha colpito siamo stati fortunati: bastava che il
proiettile colpisse mezzo millimetro più in là e oggi non staremmo qua a
parlare più di niente.
Quando finalmente sono arrivata a Roma all’Umberto I era pomeriggio e
papà era in sala operatoria sotto i ferri. C’erano anche i miei zii lì. Io non
sapevo ancora cosa fosse effettivamente accaduto a Palazzo Chigi, pensavo a
un attentato, una rapina, un agguato, una cosa qualsiasi ma che fosse
plausibile. Una cosa ragionevole connessa al rischio che comporta il lavoro di
mio padre, il lavoro dei carabinieri. Tutto avrei pensato tranne a una
sparatoria senza un perché. Ancora oggi quello che è successo per me non ha
alcun perché. Cosa vuol dire «volevo colpire i politici» e sparare ai carabinieri?
Sarà stato senza lavoro, avrà avuto i suoi problemi in famiglia, ma perché
sparare ai carabinieri che non c’entravano proprio nulla? Fosse stato un pazzo,
un malato di mente, me ne sarei fatta una ragione, ma questo Luigi Preiti, lo
hanno accertato i periti, non è un pazzo…
Quando nel corridoio dell’ospedale mi sono vista venire incontro la psicologa
ho capito che la situazione doveva essere molto grave. Che era la psicologa
l’ho intuito subito, mica sono scema. L’unica donna tra tanti uomini, tra tante
divise. Piano piano, finalmente, mi ha spiegato tutto e per un po’ ho
continuato solo a chiedermi il motivo e ad aspettare risposte che non sono mai
arrivate. Fino a quando mi sono rassegnata al fatto che un perché non c’era.
Finalmente alle otto di sera me l’hanno fatto vedere. Non volevano, lui era in
coma farmacologico dopo l’operazione, ma io li ho supplicati. Quando l’ho
visto era tutto intubato e con gli elettrodi, ma non mi ha turbato più di tanto.
Non sembrava stare troppo male. È stato dopo, quando gli hanno dovuto fare
la tracheotomia perché non riusciva a respirare, che mi sono spaventata. Solo
allora, quando si è aggravato anche “visivamente”, ai miei occhi, mi sono
detta: «Aiutooooooo».
Hanno cominciato a svegliarlo a fine settimana, dopo cinque o sei giorni
dall’intervento, quando si sono resi conto che sentendo la mia voce, aveva una
reazione istintiva. E quando ci siamo ritrovati, io e lui da soli, è stato il
momento più emozionante di tutti. Piangevamo entrambi e se ci ripenso mi
viene da piangere ancora oggi. «Martina, vai a casa, non ti preoccupare per
me».
A casa, in quella che oggi, un anno dopo, è la nostra “casa” ci siamo andati
insieme la settimana dopo. Lui con un aereo-ambulanza perché non potevano
staccargli il respiratore e io dietro in macchina. La nostra nuova “casa” è la
clinica di riabilitazione neurologica di Montecatone, un posto tranquillo a
cinque chilometri da Imola, sulle colline. La mia nuova “famiglia” sono le
signore che, come me, assistono i loro cari. Tetraplegia da lesione midollare, è
questa la diagnosi. Se c’è un posto dove posso sperare che rimettano papà in
condizione di tornare a casa, nella nostra vera casa, quella di Prato, è qui a
Montecatone.
*
Ci fosse la mamma… ci fosse la mamma sarebbe tutto diverso. Mia madre si
chiamava Letizia ed era anche lei una donna forte e decisa. Se n’è andata via
in tre giorni. Chissà perché tutti pensano che mamma fosse gravemente
malata di chissà quale malattia, non è così. Mamma aveva il diabete, questo sì,
ma come ce l’hanno tante persone, ci sapeva convivere. A portarsela via è
stato il cuore, a cinquantadue anni. In tre giorni senza che né lei né io
avessimo capito che aveva avuto un infarto. Avessimo sospettato qualcosa
forse oggi sarebbe ancora qui accanto a me e a papà a combattere con noi
questa battaglia…
Avevo l’influenza in quei giorni di fine gennaio e non ero andata al lavoro.
Anche la mamma aveva l’influenza, almeno così credevamo entrambe. Papà
non c’era, era fuori per lavoro, stava partecipando alle ricerche di Roberta
Ragusa, l’imprenditrice scomparsa in provincia di Pisa. Quella di mamma
sembrava un’influenza intestinale, chiamammo il medico che la visitò, le disse
di non prendere antibiotico perché per l’influenza non serviva. Era giovedì. Il
venerdì stava peggio, avrei voluto portarla al pronto soccorso ma lei non volle.
La notte peggiorò ancora e così decisi di chiamare un’ambulanza e papà, che
rientrò subito. Ci raggiunse all’ospedale. Altro che influenza, mamma aveva
un infarto in corso almeno da un paio di giorni, quando arrivò in ospedale il
suo cuore funzionava al dieci per cento. Mi ero accorta che dal giorno prima
non urinava, aveva anche una pleurite, liquido nei polmoni, ci dissero che non
era operabile, paradossalmente si aspettava che avesse un altro attacco di
cuore per provare con una coronografia. Il giorno dopo peggiorò ancora,
capimmo che la situazione era disperata quando la misero in lista per un
doppio trapianto cuore-polmoni che avrebbe dovuto effettuare a Siena, ma
non si trovava il donatore. Pensarono anche a un cuore artificiale. Ci
rendemmo conto che non sarebbe arrivata al trapianto. Si aggravava di ora in
ora, è rimasta lucida fino alla fine ma non aveva consapevolezza piena delle
sue condizioni, non glielo avevamo detto. Sapeva solo che le avrebbero messo
una pompa cardiaca, non del trapianto.
Accadde tutto così in fretta. Io e papà eravamo consapevoli delle sue
condizioni, ma in quei momenti non riesci mai a comprendere fino in fondo
che potrebbero essere gli ultimi che passi con una persona cara, in fondo al
tuo cuore pensi sempre che c’è una soluzione, che le cose si rimetteranno a
posto, pensi a lottare. Papà però me lo disse: «Martina, dobbiamo prepararci
al peggio». Fosse stato per me sarei rimasta tutto il tempo lì con lei a tenerle la
mano ma non ce lo permettevano, mamma era in terapia intensiva e non si
poteva entrare se non per pochi minuti.
È morta il martedì. L’ultima volta che l’ho vista è stato a pranzo di quel
giorno. Ci hanno chiamato dall’ospedale nel pomeriggio mentre eravamo a
casa. «Venite, Letizia si è ulteriormente aggravata». Quando siamo arrivati
stavano cercando di rianimarla, ci hanno provato per due ore ma non è servito
a niente. Non me l’hanno fatta rivedere mamma in quei momenti ed è stato
meglio così.
Il 30 gennaio 2013 mi ritrovai sola con papà e meno male che avevamo
veramente un buon rapporto io e lui. Quando lui poteva, passavamo tanto
tempo insieme, anche facendo cose banali come andare a mangiare le patatine
con Peggy, il nostro cane, al chiosco di piazza Mercatale. Era uno dei nostri
momenti preferiti.
Per giorni, per settimane, abbiamo cercato di metabolizzare, di elaborare il
lutto, ci siamo pesati, ci siamo presi le misure l’uno con l’altra, abbiamo
cercato di bilanciare le nostre reazioni, le nostre emozioni. Abbiamo cercato
di prenderci un po’ di tempo, papà in quel momento era in servizio a Firenze,
io avrei voluto tornare al lavoro dopo una settimana, ma la titolare del negozio
mi disse: «Non se ne parla neppure, prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno.
Ferie non te ne do, lo stipendio te lo pago lo stesso». E lo ha fatto davvero. Mi
aveva dato fiducia Eleonora, mi aveva affidato il negozio quando lei era
dovuta andare in maternità per i suoi due gemelli, è una delle persone che mi
sono ritrovata vicina in tutti i momenti difficili della mia vita e le sono
davvero grata, una persona così non l’avevo mai incontrata. Adesso, che ho
dovuto lasciare per stare vicino a papà, mi ha detto che quel posto di lavoro
mi aspetterà, che mi riprenderà quando potrò tornare a casa. Una grande
persona.
Due mesi dopo, a Pasqua, per cercare di respirare un po’ e provare a
riprendere un minimo di vita normale io e papà decidemmo di andare a
passare qualche giorno in Sicilia, dai nostri parenti. Vennero anche i fratelli
della mamma, i cugini. Tutti insieme cercavano di rasserenarci. Di quella
vacanza ricordo innanzitutto il sole meraviglioso. Partimmo da qui che
pioveva e faceva freddo e arrivammo a Palermo che c’erano 23 gradi. Sole,
mare, cibo, le passeggiate in spiaggia a Mondello, a Isola delle Femmine, in
tutti i luoghi dell’infanzia e della gioventù di papà dove a lui, e anche a me e
alla mamma, piaceva sempre tornare. Una vacanza di luce e calore. Grandi
mangiate, rimpatriate con amici e parenti sempre attorno alla tavola, frutti di
mare, melenzane alla parmigiana, pasta al forno e i dolci, gli imbattibili dolci
del bar dello zio nella piazza di Monreale, una vera e propria istituzione. Il
“pacco viveri” dello zio è sempre stato un punto fermo della mia vita. Li ha
sempre mandati con dentro ogni tipo di irresistibile leccornia.
Insomma, devo dire che eravamo riusciti un po’ a rasserenarci per quanto è
ovvio che una perdita come quella di una madre o di una moglie non si
metabolizza certo in due mesi. Però provavamo a venirne fuori. Parlavamo
spesso di mamma, io e papà, tiravamo fuori dal nostro cuore i nostri ricordi e
lo facciamo ancora ora. All’inizio ti fa soffrire, poi il dolore diventa
consapevolezza, poi accettazione, poi ricordo doloroso che alla fine si tramuta
in memoria piacevole. Certo, non abbiamo avuto molto tempo a disposizione
per questo difficile percorso che avremmo voluto portare fino in fondo
insieme. Il 28 aprile il destino di papà si è incrociato con quello di Luigi Preiti
e ora siamo qua. Ho lasciato il lavoro, ho chiuso la nostra casa di Prato che
stavo appena cominciando a riorganizzare, ho preso su il mio cane e mi sono
trasferita a Imola, per stare accanto a lui. È questa la mia scelta. Mi hanno
aiutato in tanti, i vertici dell’Arma, le tantissime persone sconosciute che ci
sostengono con donazioni che non avrei mai immaginato. Per i primi due
mesi, papà è stato proprio male, poi piano piano abbiamo cominciato a vedere
i primi risultati e a sperare: riusciva a parlare abbastanza bene, gli hanno
staccato il respiratore, l’ossigeno, a settembre ha cominciato a muovere
lievemente un braccio. Il proiettile ha preso la colonna vertebrale in alto e
purtroppo ha fatto danni irreversibili ma qualche margine di miglioramento,
anche se lieve, ce lo avevano fatto sperare. Ed è fondamentale porsi un
obiettivo e cercare di andare avanti.
All’inizio è stato difficilissimo, non sapevo proprio a che cosa saremmo
andati incontro, che tipo di vita, che aspettative era ragionevole porsi per non
restare delusi e subire un nuovo colpo che non avrei accettato. Poi piano piano
abbiamo cominciato a intravedere un minimo futuro, quel pochissimo che ci
consentiva di andare avanti giorno dopo giorno. Lui non faceva altro che dire
che non voleva che io sacrificassi la mia vita, che avessi lasciato il lavoro, ha
provato non so quante volte a convincermi di fare diversamente. Ma io ho la
testa dura e lui è la cosa più importante che ho. Il 18 settembre ha fatto
cinquant’anni e gli hanno organizzato una grande festa a sorpresa in ospedale.
Nel cortile della clinica tra amici e colleghi c’erano circa ottanta persone. Si è
commosso anche perché quel giorno era anche il suo anniversario di
matrimonio. Ci fosse stata ancora la mamma, avrebbero compiuto venticinque
anni di matrimonio, le nozze d’argento.
E quando ci hanno detto che per le vacanze di Natale avremmo potuto
tornare a casa nostra, a Prato, è stata una vera festa. Ci hanno fatto trovare
uno striscione di “Ben tornato” davanti casa, in via Machiavelli, a due passi
dalla ferrovia. Che splendidi giorni, siamo stati così bene. Sapete qual è stata
la cosa più bella? Che potevamo fare quello che ci pareva, io e lui da soli. Mi
ero organizzata bene, naturalmente, con l’assistenza domiciliare, ma per la
prima volta non eravamo obbligati a rispettare i ritmi della clinica, la sveglia
all’alba, il passaggio dei medici, la cura, i pasti all’orario prestabilito, la terapia
in palestra.
Per Natale sono venuti da noi tutti gli zii, a Capodanno c’era il pienone di
amici. Abbiamo mangiato, bevuto, chiacchierato, riso, fatto come ci pareva.
Papà in quei giorni riusciva a stare seduto anche sette-otto ore al giorno,
respirava tranquillamente, utilizzava una carrozzina elettrica per spostarsi che
attivava con il mento. Insomma, devo dire che i progressi erano abbastanza
evidenti e ci rincuoravano entrambi.
Anche perché sentivamo di non essere soli. Non so più quante centinaia di
lettere ho ricevuto in quel periodo e di mail e ogni martedì una persona
sconosciuta ci inviava un mazzo di fiori diverso. Io provo a rispondere a tutti
quelli che ci scrivono, a uno a uno e più rispondo più ci scrivono. Alla fine di
tutta questa storia ci resterà un enorme album di solidarietà.
Papà stava meglio, si è sentito anche di incontrare gente, di parlare di quel 28
aprile, di dire la sua su quell’uomo che gli ha stravolto la vita. In un’intervista
a «Il Tirreno» Preiti lo ha definito così: «Quello che mi ha sparato non è un
pazzo, è uno che in un momento molto delicato per il nostro Paese voleva
passare alla storia. La mia fortuna è stata che a quello lì non gli ho dato le
spalle. Mi ha chiesto se poteva passare, gli ho detto di no e poi mi sono girato.
L’avevo quasi di fronte, se gli avessi dato le spalle sono sicuro che mi avrebbe
fatto secco. Non ho mai perso conoscenza. Ero lì steso a terra, capivo quello
che mi ero successo ma non mi potevo muovere. Ho capito che stavo per
perdere tutto: mia figlia e la mia vita. Sono convinto che Preiti volesse fare
una strage perché aveva dieci colpi nel caricatore e altri trenta in tasca. Forse
voleva passare alla storia facendosi uccidere in piazza ma nella mia squadra
non ci sono sceriffi, ci sono militari che sanno quando bisogna sparare e
quando bisogna difendersi. L’unica cosa positiva di tutta questa storia è sapere
che la perizia ha stabilito che quello lì è capace di intendere e di volere e che
verrà condannato per quello che ha fatto. Non c’è niente da giustificare.
Capisco che uno possa avercela con i politici, che sia pieno di rabbia perché le
cose non gli vanno bene, ma perché prendersela con noi carabinieri che
stavamo lì a fare ordine pubblico?»
*
Io quel Preiti volevo guardarlo negli occhi, per cercare di capire cosa gli fosse
passato veramente per la testa e soprattutto per cercare di capire se avesse
preso consapevolezza di quello che aveva fatto. Quando lo hanno arrestato, in
giacca e cravatta a piazza Colonna con la Beretta 7.65 con cui aveva sparato,
ha dato questa spiegazione ai magistrati che cercavano di capire cosa ci fosse
dietro quell’agguato: «Sono un uomo disperato. Volevo colpire i politici, ma
so che non ce l’avrei fatta. Allora ho pensato al palazzo, a chi ci sta davanti.
Ho pianificato tutto venti giorni fa. Ho studiato tutto a tavolino, volevo fare un
gesto eclatante in un giorno importante. La pistola l’avevo già comprata
quattro anni fa al mercato nero ad Alessandria. Avevo previsto tutto». Di lui si
sa di certo che psicolabile non è. Cinquantenne, di origini calabresi ma
residente in Piemonte dove faceva il piastrellista, una moglie da cui si era
separato e un figlio di undici anni, aveva perso il lavoro e il vizio dei
videogiochi lo aveva rovinato economicamente. Era ritornato in Calabria da
qualche tempo e da lì in treno è ripartito per la sua “missione punitiva”. I
periti del giudice hanno accertato che era anche un abituale consumatore di
cocaina e alcol e che non è vero, come ha provato a far credere, che dopo aver
sparato sei colpi in piazza Colonna voleva suicidarsi. Secondo gli psichiatri,
Preiti «al momento del fatto presentava un modesto disturbo depressivo in un
soggetto portatore di un disturbo di personalità».
Dopo qualche settimana ci è arrivata una sua lettera, ce l’ha girata il
Comando generale dell’Arma, ma per la verità non avevamo che farcene di
quella lettera che peraltro, lo dicono gli psichiatri, era “strumentale” al
tentativo di alleggerire la sua posizione e ottenere benefici. Chiede scusa, dice
che non voleva. Ma lo ha fatto… e allora?
Insomma, volevo trovarmi faccia a faccia con l’uomo che aveva ridotto così
mio padre. Ci siamo costituiti parte civile naturalmente, ma papà non voleva
che io andassi in aula, abbiamo discusso anche animatamente su questo punto
alla vigilia del processo. Lui disapprovava che io mi esponessi eccessivamente,
mentre io volevo andare perché sentivo che se non lo avessi fatto poi un giorno
me ne sarei pentita. Volevo essere presente, per me ma anche per papà.
Sentivo che era giusto così e basta. E così sono andata, accompagnata dai
carabinieri. E quando l’ho visto, lì in quell’aula, è come se per la prima volta
avessi visto la “concretezza” di quello che era successo. La prima cosa che ho
pensato è stata: è per colpa di questo qui se io oggi sono in quest’aula. Mi è
sembrato che Preiti in qualche modo cercasse il mio sguardo ma io ho evitato.
Non volevo neanche troppo concentrarmi su di lui, prendermela con lui non
avrebbe certamente cambiato la situazione, non ho energie da sprecare per
odiare, non vale la pena, ho ben altro da fare. Il processo purtroppo non mi ha
aiutato a farmi una ragione di quello che è successo. Nessuna delle tante cose
che sono state dette da lui, dalla difesa, ha dato una risposta ai miei tanti
perché. Avrei voluto tanto trovare una spiegazione a quello che ci è accaduto e
invece no. Ma la giustizia sì. Volevo almeno quella per mio padre, per me; e
quella è arrivata e anche presto per fortuna.
Sedici anni, gli hanno dato sedici anni con il rito abbreviato. Il giudice
Filippo Steidi non gli ha concesso le attenuanti generiche. «La condizione di
rabbia e frustrazione lamentata da Preiti» ha scritto nelle motivazioni della
sentenza, «non può minimamente “nobilitare” il movente dell’azione e
attenuare la gravità del gesto che è e rimane un gesto marcatamente
antisociale. Non c’è nulla che possa far dubitare della piena capacità di
intendere e di volere di Preiti al momento dei fatti».
Io non sono nessuno per dire se questa pena è giusta o no rispetto a quello che
ha fatto. Va bene così, a me, a papà purtroppo la sentenza di condanna di
Luigi Preiti non cambierà la vita e per lui non credo neanche siano i sedici
anni di carcere la vera pena, ma la condanna a vivere il resto della sua
esistenza con la consapevolezza di aver fatto quello che fatto. Il perdono è un
sentimento che non riesco a provare, almeno non ancora. E neanche papà.
Sì, lui è soddisfatto di questa “giustizia”. Pensava che gli avrebbero dato una
pena più lieve con il giudizio abbreviato che gli era stato concesso. Quando il
giudice ha emesso la sentenza io ero in aula e mi sono emozionata, non lo
nascondo. A mio padre ho voluto dirlo io. Lui è stato un attimo in silenzio e
poi ha detto solo: «Ok, è finita». Alle dieci di sera ero già a casa e l’indomani
mattina in ospedale ha voluto che gli raccontassi tutto per filo e per segno.
Abbiamo avuto giustizia, questo sì. Ma purtroppo per noi la sentenza, il
processo, è stato solo una piccola parentesi, la chiusura del cerchio ma niente
di più perché niente potrà riportare papà com’era prima di quel 28 aprile e
niente, qualunque sia il mio futuro, potrà darmi la mia vita così come avrebbe
potuto essere se quell’uomo e la sua pistola non si fossero trovati sulla nostra
strada. Basta una cosa piccola piccola per capirlo: papà non potrà più farmi
una carezza.
I progressi che aveva faticosamente fatto fino a Natale scorso se ne sono
andati tutti in una notte, la notte del 4 gennaio. Un altro incubo, per me, dopo
quello che mi era successo quasi un anno prima con mia madre. Quella notte,
eravamo a casa nostra a Prato dopo le festività di Natale, mi sono accorta che
papà non respirava bene di nuovo e soprattutto che non urinava da qualche
ora. E mi sono venuti i brividi. Ormai con la terribile esperienza di mia madre
sapevo che quando non si buttano fuori i liquidi vanno a finire nel cuore o nei
polmoni. Era sabato, ancora un altro maledetto sabato, come con mamma. Ho
chiamato il medico e mi ha detto di portarlo subito al pronto soccorso.
Polmonite con versamento pleurico, febbre altissima. Di nuovo la
tracheotomia, di nuovo la terapia intensiva, di nuovo il coma farmacologico. E
io di nuovo sola dall’altra parte del vetro. Non so dove ho trovato la forza per
ricominciare tutto da capo, per andare avanti. All’ospedale di Prato siamo
rimasti un mese, era impensabile poterlo trasportare di nuovo a Montecatone
in quelle condizioni. Lo abbiamo fatto appena è stato possibile, quando ha
recuperato, ma solo in parte, le funzioni respiratorie. E ora siamo di nuovo
qui, lui nel suo letto con l’ossigeno e la tracheotomia e io a guardare fuori
dalla finestra con l’unico orizzonte delle colline emiliane. Inutile dire che tutti
quei progressi che aveva fatto, i piccoli movimenti con il capo e con gli arti
superiori, la capacità di parlare, di respirare da solo, di stare seduto per
diverse ore sono scomparsi. Stiamo ricominciando tutto dall’inizio, o quasi,
con forza e pazienza. Aspettiamo che si stabilizzi e poi via, ripartiremo con la
riabilitazione respiratoria e muscolare.
*
La gente mi vede così, come sono, sempre con il sorriso sulle labbra come
cerco di fare ogni mattina quando mi alzo. Sono una persona positiva,
quadrata, paziente. Vivo alla giornata, già per me fare un programma a due
giorni è una follia, accade sempre qualcosa che manda a monte tutti i progetti.
Ho lasciato tutto per stare con mio padre. Le mie giornate passano una dietro
l’altra uguali tra casa e clinica, dove trascorro con papà gran parte della
giornata. Anche se non riesce a parlare con il labiale abbiamo imparato a farci
delle grandi chiacchierate e questo è fondamentale per entrambi.
Ho accanto la mia numerosa famiglia, i miei amici, Simone, il mio fidanzato,
l’Arma e tanta gente sconosciuta che continua a sostenerci economicamente
con le donazioni. Tanta solidarietà della quale mi stupisco sempre. Con la crisi
che c’è, capisco che per una famiglia donare anche 50 euro per chi non si
conosce neanche è un vero atto di amore, del quale non finirò mai di essere
grata. La mia nuova famiglia è la schiera di signore che vive come me a
Montecatone, in clinica. La sera torno nella mia casetta di Imola, porto a
spasso il mio yorkshire, è la mia valvola di sfogo. Prendo aria, faccio una
passeggiata e penso che devo contare solo su me stessa.
Il mio più grande desiderio è tornare a casa, nella nostra casa, con papà
naturalmente. Tornare a una vita normale, anche se so che normale non sarà
mai. Tornare a una quotidianità “diversa”, io e lui da soli, va bene anche così.
Papà è forte, so che ce la può fare, ci vorrà tempo ma ce la farà. Aveva un
fisico da atleta e ha una grandissima forza di volontà. Allo zio Pietro, che fa il
poliziotto a Pavia, ha detto che vuole tornare a correre. So che questo è
impossibile, ma se solo riuscisse a rimanere paralizzato dalla vita in giù, se
potesse riacquistare l’uso delle braccia, continuare a vivere su una carrozzina,
significherebbe tornare a essere autonomo. E questo è un “miracolo”
possibile. Se questo avverrà, sarò una donna fortunata. Proverò a riprendere la
mia vita da dove si è fermata, da quel furgone pieno di palloncini colorati che
ho lasciato parcheggiato sotto casa mia.
A tutti quelli che vede, papà dice che sono “una grande”, che va fiero di me
perché ho saputo tirar fuori tutta la mia grinta e che gli dispiace che io sia
dovuta crescere così in fretta. Ma c’è una promessa che mi aveva fatto prima
che accadesse tutto questo, una promessa che ha rinnovato anche in queste
condizioni e che io, come ogni “bambina” che si rispetti, aspetto con ansia:
doveva portarmi a Parigi papà, dovevamo andarci a settembre scorso e
ovviamente non è stato possibile. «Lo faremo più avanti» ha detto, «è uno dei
miei obiettivi». Ti aspetto, papà, Parigi ci aspetta. Ce lo meritiamo tutti e due.
Epilogo
Lucia Annibali, dal dolore alla felicità: «Così si può
rinascere»

«Il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare» andava dicendo Don Abbondio
per cercare di giustificare la sua ignavia. Difficile essere d’accordo con
Alessandro Manzoni davanti alle storie di Eleonora, Laura, Elena, Lucia,
Carmela, Martina e di tante altre donne come loro che, probabilmente, fino a
quando la vita non ha presentato loro prove durissime da affrontare,
improvvisi ostacoli o montagne da scalare forse nemmeno si erano mai chieste
se fossero coraggiose o meno. Di certo nessuna di quelle che non ci sono più
aveva intenzione di diventare un’eroina e nessuna di quelle che sono ancora
qui a combattere la loro battaglia ha intenzione di passare come tale.
Sono donne come tante ma al tempo stesso straordinarie, che hanno tirato
fuori gli artigli, la grinta, la forza, fino alle estreme conseguenze e che hanno
dimostrato di avere la capacità di rialzarsi dopo essere cadute dove mai
avrebbero pensato di cadere. Come, spesso, solo le donne sanno fare.
Tutto avrebbero voluto Eleonora, Laura, Elena, Lucia, Carmela, Martina,
tranne che diventare personaggi pubblici, tranne che si parlasse di loro. Ma
oggi le loro storie, e ancor di più le loro vite, hanno tanto da raccontare sia a
chi ha avuto la fortuna di conoscerle e di vivere loro accanto – familiari e
amici, colleghi di lavoro o compagni di scuola – sia a chi non sapeva niente di
loro.
Ci sono certamente mille altre storie di coraggio al femminile che rimangono
nel chiuso di una casa, o di una piccola comunità, nell’anima di chi le affronta
e che vorrebbe solo poter lasciarsele alle spalle. Ma ci sono storie che
finiscono con l’assumere, malgrado le protagoniste, un valore simbolico, che
diventano quasi un vessillo da innalzare e da portare avanti in nome e per
conto di tutte quelle donne-coraggio rimaste nell’ombra.
La storia di Lucia Annibali è una di queste. L’avvocatessa di Pesaro, sfregiata
al viso dall’acido tiratole contro da due balordi albanesi ingaggiati per questa
orribile spedizione punitiva da un uomo che non accettava di essere stato
lasciato, nonostante la sua relazione con un’altra donna, ha reagito con il
coraggio di mostrarsi pubblicamente nelle aule del tribunale, pochi mesi dopo
la gravissima aggressione. L’8 marzo, in occasione della festa della donna, è
stata ricevuta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale
che le ha conferito l’onorificenza dell’Ordine al merito. Tre settimane dopo, al
tribunale di Pesaro, Luca Varani, avvocato anche lui, l’uomo che l’ha voluta
punire così della forza con la quale aveva deciso di rispettare la sua dignità
interrompendo la relazione con chi aveva un doppio ménage e attendeva un
figlio da un’altra donna, è stato condannato a vent’anni di carcere.
Di Lucia Annibali oggi tutti conoscono il volto ferito e sfregiato, che lei – un
intervento di ricostruzione dietro l’altro – ha deciso di mostrare al pubblico
innanzitutto per accettare se stessa e imparare ad amarsi. È un volto ancora
offeso, diverso e fortunatamente “recuperato” rispetto a quello che si
ritrovarono davanti i soccorritori la sera del 16 aprile 2013. Un volto che
probabilmente – grazie ai miracoli di cui sono stati capaci i medici del reparto
di chirurgia plastica dell’ospedale di Parma – cambierà ancora, ma è un volto
che Lucia dice di “amare” e che mostra con straordinaria dignità come vessillo
di quella lotta in nome delle donne che ha deciso di combattere e di portare
avanti per far sì che la sua tragedia abbia un risvolto positivo, insegni qualcosa
a qualcuno.
Il suo è un messaggio semplice: «Io non ho mai deciso di diventare un
simbolo, è una cosa che è venuta da sé. Il messaggio è di volersi bene e di
circondarsi di persone che ti vogliono bene e ti fanno sentire bene. In una
parola, di essere felici».
Proprio mostrare il suo volto deformato per Lucia Annibali è stato l’inizio di
quel percorso di “liberazione” dall’incubo che – diversamente – avrebbe
rischiato di rinchiuderla in casa per chissà quanto tempo, infliggendole una
ulteriore “punizione” oltre a quella fisica subita per conto della mano
criminale armata dal suo ex compagno.
«All’inizio» ha spiegato Lucia, «era una cosa impensabile mostrare il mio
volto. Quando mi hanno detto che quasi certamente sarei rimasta cieca ho
provato un terrore incontrollabile. Ho trascorso mesi di dolore fisico e
psicologico, la mia vita è trascorsa tra continui interventi, ne ho subiti già
undici, prima per riparare i danni fatti e poi per cominciare a ricostruire il
mio viso. Ma ho incontrato anche persone che mi hanno aiutato moltissimo ad
affrontare questo dolore ed è nato, piano piano, in me il desiderio di
condividere i miei pensieri. Così quello che prima era impensabile ora è una
cosa di cui vado fiera. La nuova Lucia è un mix con quella di prima con una
serenità di animo e un senso di bellezza per la vita e le persone che ci stanno
accanto con sentimenti di affetto e piene di amicizia».
La nuova Lucia, probabilmente, è rinata anche nell’aula del tribunale di
Pesaro il 29 marzo quando l’uomo che le ha stravolto la vita è stato
condannato a vent’anni, il massimo della pena previsto per quei reati e per chi
sceglie il rito abbreviato. Il giudice ha accolto in pieno la richiesta del
pubblico ministero. Quattordici anni, invece, la pena inflitta ai due albanesi.
Le diceva spesso «tu hai il viso più bello del mondo» quell’uomo, quel collega
con il quale aveva una relazione ormai da quattro anni. E poi, quando lei l’ha
lasciato, proprio il viso è diventato l’obiettivo della sua vendetta. In aula, a tre
metri da lui, Lucia ha voluto esserci sin dalla prima udienza del processo. «Io
sono più forte di lui. Tengo duro». Mostrare per la prima volta in aula il suo
volto ferito era l’unico, dolorosissimo e coraggiosissimo modo, per superare la
paura e guardare avanti. Non ci teneva certo a incontrare lo sguardo dell’uomo
che aveva amato , ma inchiodarlo alla realtà si. Per questo, entrata in aula
protetta da un paio di occhialoni neri e da un cappello a falda, ha tolto la
maschera di silicone che all’inizio era costretta a portare diverse ore al giorno
e si è mostrata “nuda”: a Luca, agli albanesi, al giudice.
«Volevo fargli vedere cosa mi aveva fatto. Un attimo solo mi è bastato. Prima
di arrivare in udienza ero agitata, sentivo dentro apprensione e anche paura.
Poi in aula mi sono rilassata. Ho guardato quei tre e mi sono detta: “Lucia, hai
superato la prova”. Quando ho guardato il mio ex ho capito una cosa
importante: non mi fa più paura. L’ho guardato solo per un attimo perché non
era lui che dovevo guardare: dovevo guardare avanti, al mio futuro. La paura,
a pensarci bene, la provavo già da diversi giorni prima del 16 aprile, ero
inquieta, insicura. Poi, paradossalmente, già dalla sera dall’aggressione, ho
capito che quello che poteva accadermi era già accaduto e che da quel
momento in poi avrei dovuto combattere la battaglia per rinascere. E quello è
stato il primo di tanti pensieri positivi che mi hanno accompagnato e che mi
accompagneranno ancora per il futuro dandomi forza e coraggio».
Quel giorno in cui ha deciso di mostrare il suo volto sfregiato a Luca, Lucia
ha deciso anche di mostrarlo al mondo. Era il secondo, decisivo passo del suo
percorso. Per questo, per uscire dall’aula, ha preso la porta principale e non
più l’ingresso secondario dal quale i carabinieri l’avevano sempre scortata per
evitarle l’assalto di giornalisti e curiosi. A testa alta, Lucia si è data in pasto a
decine di telecamere e flash dei fotografi. E lì ha trovato parte del suo nuovo
mondo. Decine di donne che innalzavano cartelli con su scritto: «Siamo tutti
parte lesa», «Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore fa molto male». E
quel giorno Lucia ha capito che combattere per tutte loro sarebbe stato un
altro pezzo della sua nuova vita.
Quattrocento centilitri di acido solforico al 66 per cento. Una concentrazione
che rende la miscela capace di sciogliere letteralmente ogni superficie con cui
entra in contatto. Questa la micidiale arma che quell’uomo con il
passamontagna nero, che chissà per quanto tempo continuerà a turbare il suo
sonno, le ha tirato in volto appena aperta la porta di casa chiusa a chiave con
due mandate, così come l’aveva lasciata il pomeriggio del 16 aprile quando era
uscita per andare in piscina. L’aspettava dentro il sicario mandato da Luca.
Che cosa le aveva fatto veramente Luca Varani, Lucia lo ha capito
all’ospedale di Parma dopo ben otto interventi, quando il primario Edoardo
Caleffi e i medici che sono diventati i suoi migliori amici le hanno ridato la
funzionalità degli occhi e, con grande coraggio, le hanno mostrato le prime
foto scattate al momento del suo ricovero in ospedale subito dopo l’agguato. I
primi 45 giorni, quando non riusciva neanche a vedere, sono stati un incubo
senza fine.
«Non avevo più nulla. Occhi bianchi e spenti, il naso era una macchia rossa e
gialla, tutto il volto era un urlo di dolore. L’acidificazione è terribile, è
un’uccisione. Ustioni di terzo grado profondo. Il primario mi ha mostrato le
immagini per farmi capire quanto sono cambiata in sette mesi e quanto potrò
ancora migliorare. Avrò una faccia diversa ma voglio che sia bella. Ci tenevo
prima, immaginate adesso».
Quale sarà il suo nuovo volto Lucia non lo sa ancora, indossa ancora una
maschera per il giorno e una per la notte, ma la scelta che ha fatto è quella di
non risparmiarsi nulla per tornare ad avere il volto migliore possibile. Un
invito, quello ad andare fino in fondo, che ci tiene a rivolgere a tutte le
persone costrette a fare i conti con i danni da ustione: «Sono sofferenze
indicibili, ma invito tutti a credere veramente nella possibilità di farcela. Solo
crederci significa essere a metà dell’opera».
Erano mesi ormai che Lucia Annibali subiva lo stalking sempre più pressante
del suo ormai ex compagno, quell’uomo che aveva lasciato dopo aver scoperto
di essere “l’altra”. Perché Luca Varani aveva da dieci anni una donna ufficiale
dalla quale aspettava pure una bambina, poi venuta al mondo con il padre già
in carcere. Mesi di telefonate, messaggi, pedinamenti, minacce, e strani
episodi. Le chiavi di casa rubate, strane incursioni. Paradossalmente
quell’uomo che avrebbe solo dovuto chiedere scusa per il suo inganno non
accettava di essere lasciato. Ma Lucia non pensava di essere in pericolo. Ad
agosto l’ultima lite, finita a schiaffi, con Lucia che butta Luca fuori di casa.
«Ho capito tutto quando mi ha messo le mani addosso. Adesso basta, ho
detto. È in quel momento che inizia la paura. Lo dico anche alle altre donne: il
pericolo comincia quando si riprende il coraggio di essere se stesse, quando si
ritrova l’autonomia. Quando decidi di volerti bene e pretendi il rispetto».
La sera del 16 aprile, quando aprì la porta rientrando a casa, Lucia capì
subito che c’era qualcosa che non andava: una sedia sul tavolo del salone.
Tentò di richiudere subito pensando a una visita dei ladri ma dall’interno
qualcuno la strattonò. Poi l’ultima immagine prima del buio: l’uomo con il
passamontagna, il liquido bruciante che le colpisce il volto e la mano, gli occhi
che improvvisamente si spengono e il dolore più atroce che avesse mai
provato. Luca Varani, in quel momento, stava giocando a calcetto. Un alibi
perfetto, pensava, mentre i due balordi albanesi che aveva pagato facevano il
lavoro sporco per lui.
Ci ha provato fino all’ultimo in aula, Luca Varani, a ridimensionare davanti al
giudice le sue responsabilità. Ci ha provato raccontando quello che ha avuto il
coraggio di definire uno “scherzo odioso”. Lucia non ha voluto sentire
neanche una parola del suo ex che ricostruiva la fine della loro storia d’amore
quasi come una normale relazione in crisi tra due ragazzini. Ha infilato le
cuffiette nelle orecchie ed è uscita dall’aula. «Sono stufa di sentire le sue bugie»
ha detto. Luca Varani ha ammesso quello che non poteva negare: «Mi sento
responsabile di quanto è accaduto, ma il dominio delle operazioni è sfuggito
alle mie previsioni. Sono io che ho innescato tutto». Poi l’ha messa così:
«Volevo solo fare uno scherzo odioso, danneggiare l’auto nuova di Lucia, per
questo ho acquistato quattro confezioni di acido disgorgante. Una l’ho provata
sulla mensola dello studio per verificarne l’efficacia. Mai avrei pensato che
qualcuno decidesse di lanciare quell’acido sul volto di Lucia. Io volevo bene a
lei e alla sua famiglia, veramente. Capisco che stanno passando un periodo
terribile e stanno soffrendo, ma non sono i soli perché anche i miei familiari
soffrono. Io ho anche una figlia piccola, nata pochi mesi fa mentre ero già in
carcere». Mia, l’hanno chiamata così questa povera bambina incolpevole nata a
settembre all’ospedale San Salvatore di Pesaro dalla donna (un’altra vittima di
questa assurda storia) con la quale da dieci anni Luca Varani ha una relazione
questa sì ufficiale che era riuscito a tenere nascosta a Lucia per più di tre anni.
Lei, un’impiegata che abita non lontano dalla casa pesarese di Lucia, si è vista
cadere il mondo addosso. «Non sapevo nulla – ha detto prima di chiudersi in
un addoloratissimo silenzio e prepararsi ad affrontare il parto e a crescere la
loro bambina da sola – Luca mi aveva giurato di aver chiuso per sempre con
una ragazza per cui aveva preso una sbandata due anni fa».
Era stato molto abile Luca Varani, in quasi quattro anni, a mantenere il suo
doppio ménage. A Lucia proponeva spesso di andare a cena in ristoranti di
lusso ma tutti fuori da Pesaro (evidentemente per evitare incontri pericolosi),
si barcamenava tra scuse e bugie fino a quando, intorno a Natale, Lucia
Annibali ha cominciato a capire che c’era qualcosa che non quadrava in quel
suo rapporto. Lo ha messo alle strette, lo ha costretto ad ammettere tutto,
anche di quella bambina in arrivo. A trentasei anni, giovane e bella e
soprattutto con una dignità da difendere, ha affrontato Luca, ha deciso di
lasciarlo, non aveva nessuna intenzione di continuare ad essere “l’altra”. Ed è
cominciato l’inferno. Sms, richieste sempre più pressanti per rivedersi,
pedinamenti, minacce. «Te la faccio pagare. Non puoi evitarmi così» le
scriveva. Lucia in realtà un po’ di paura aveva cominciato a provarla tanto che
a volte, quando se lo ritrovava improvvisamente sul percorso per casa o in
tribunale, chiamava alcuni amici per farsi riaccompagnare a casa. A qualcuno
di loro aveva anche fatto vedere gli sms di minaccia, ma non aveva voluto
denunciare Luca. Non pensava che avrebbe mai fatto nulla di pericoloso, che
l’avrebbe aggredita e non voleva rovinargli la carriera di avvocato con una
denuncia per stalking. Eppure un paio di avvisaglie serie c’erano state: un
giorno, entrato a casa di Lucia, aveva persino rimosso le guarnizioni di tre
fornelli della cucina. Voleva farla saltare in aria? Lucia, che quella sera prima
di rincasare aveva incontrato Luca in garage, aveva avvertito forte l’odore di
gas e aveva chiamato subito i tecnici prima di accendere la luce. E
probabilmente si era salvata. Poco dopo sul cellulare le arrivò un sms dell’ex
fidanzato: «Perché mi tratti male? Ricordati che comunque ti voglio bene».
Tentato omicidio, per il pm che ha così aggravato il quadro delle accuse
aggiungendo il nuovo pesantissimo reato a quelli di lesioni gravissime e
stalking. Dopo questo episodio, Lucia si era decisa a cambiare le chiavi di
casa. «Varani non le aveva, dunque non può essere stato lui a far entrare in
casa l’albanese che ha atteso che Lucia aprisse la porta di casa per gettarle
l’acido in faccia. Quell’uomo è entrato dalla finestra», ha provato ad
argomentare l’avvocato Francesco Maisano arrivando a chiedere l’assoluzione
di Luca dai reati di lesioni e stalking.
L’ultima carta disperata di Varani, dunque, è stata quella di addossare la
responsabilità dell’iniziativa di buttare l’acido sul volto di Lucia ai due albanesi
da lui ingaggiati, ma la sua ricostruzione ha lasciato del tutto indifferente il
pubblico ministero Monica Garulli che ha chiesto al giudice la condanna a
vent’anni per Luca e a diciotto per i due albanesi Rubin Ago Talaban e
Altistin Precetaj. Il pianto di Varani mentre l’avvocato di parte civile
Francesco Coli descriveva con estrema durezza il calvario di dolore e di
interventi che Lucia è stata costretta a subire, non ha intenerito gli animi di
nessuno. «Dovevi piangere prima» ha commentato seccamente il legale in aula
mostrando anche la lettera con la quale Luca dava istruzioni ai due albanesi
sulla versione da dare. «Vent’anni sono troppo pochi» gli ha sussurrato Lucia in
un orecchio.
E vent’anni, alla fine, oltre ad un risarcimento di 800 mila euro che Varani
non ha e che dunque difficilmente pagherà mai, è stata la pena che il giudice
ha ritenuto equa per punire l’uomo che ha cambiato per sempre la vita di
Lucia. La sentenza, emessa di sabato pomeriggio in un tribunale presidiato,
sin dalle prime ore del mattino, dalle amiche di Lucia e dalle donne delle
associazioni che non l’hanno mai lasciata sola, è stata accolta con un fragoroso
applauso e con i fischi all’indirizzo dei difensori di Varani che
preannunciavano immediato ricorso contro la sentenza, rassicurando il loro
assistito che, in corte d’appello ad Ancona, e poi in cassazione a Roma,
lontano dal condizionamento emotivo di Pesaro, le cose sarebbero andate
diversamente.
«Non lo facciamo solo per Lucia, ma per tutte le donne, e saremmo state
felici se oggi ci fossero stati anche degli uomini a manifestare con noi».
Lucia, che per tutta la giornata, durante le repliche dell’accusa e del legale di
parte civile e poi durante la camera di consiglio, non aveva nascosto la sua
tensione, è uscita dall’aula sorridente, stretta tra il pm, il suo avvocato e il
comandante dei carabinieri Giuseppe Annarumma che sin dall’inizio si è
trasformato in una sorta di angelo custode. E davanti a una selva di giornalisti,
fotografi e telecamere ha accettato di mettere a nudo, oltre al suo viso, anche
la sua anima.
«L’incubo è finito, è arrivata una condanna e una sentenza è stata scritta. Per
quello che mi è stato fatto nessuna condanna potrà ripagarmi. Ma io non
voglio coltivare né rabbia né rancore dentro di me. Volevo solo giustizia e l’ho
avuta. Naturalmente non provo alcuna gioia, ma una grande tristezza per una
storia in cui ho investito tanto e che è finita come non c’era bisogno che
finisse. Ma questo è passato. Io ora voglio solo pensare al mio futuro, ripartire
da qui, da oggi. Voglio dar spazio solo ai sentimenti positivi che sento dentro
di me. Quando uno, come è successo a me, rischia di perdere tutto, poi riesce
ad apprezzare ogni minima cosa bella e la vita assume tutta un sapore diverso.
E io adesso voglio una vita nuova, tutta mia, voglio una vita felice».
Fa sensazione sentir parlare di felicità a una donna giovane e bella che con
fierezza porta in giro il suo volto ancora deturpato in attesa di sottoporsi
ancora a uno, due, tre o chissà quanto interventi chirurgici prima di poter
dichiarare concluso nel migliore dei modi il lavoro di ricostruzione. «Il mio
obiettivo è riuscire a essere bella e a godermi questo nuovo viso dietro al quale
c’è una nuova Lucia. È la promessa che mi sono fatta sin dai primi giorni di
ricovero, è quella che mi ha dato la forza straordinaria di sopportare tutto
questo e di andare avanti senza dare a chi mi ha colpito la soddisfazione che
voleva avere».
Lucia Annibali non pronuncia mai il nome di Luca Varani, per lei ormai
quell’uomo e il suo incubo appartengono a una pagina girata definitivamente.
Insiste invece nel pronunciare più volte quella che sembra essere diventata la
sua parola magica: felicità.
«Quella che vedo davanti a me è una vita serena e felice, una vita
faticosamente riconquistata. Paradossalmente ho ripreso le redini della mia
vita proprio quel maledetto 16 aprile, per me è stata come una liberazione.
Non mi rimprovero nulla di quello che è successo prima, quel che è accaduto
era imprevedibile. In ogni caso ho fatto pace con me stessa quando ero in
ospedale. Adesso sono contenta per me e per la mia famiglia. Se ho cercato di
resistere è anche per loro. Da questa vicenda ho imparato a essere ottimista.
Vado avanti come sempre, con la mia vita, la mia famiglia, i miei amici. Io
vado avanti. L’importante è il mio benessere, il resto è un premio giusto al
lavoro che è stato fatto dalla procura, dai carabinieri, da tutti coloro che hanno
lavorato a questo caso. Ma rimane una vicenda triste, non c’era bisogno di
arrivare a tanto».
La vecchia e la nuova Lucia. Due immagini di sé che Lucia Annibali non
intende dimenticare. E che porterà anche plasticamente sempre con sé in un
video con un collage di foto che la ritraggono com’era prima dell’agguato,
durante il suo calvario in ospedale, compresa una delle immagini più crude del
suo viso deturpato, per concludersi con la foto di lei al Quirinale in occasione
del riconoscimento consegnatole dal presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano. Il video della sua vita per il quale, non certo a caso, ha scelto
come colonna sonora le note della canzone di Pharrell Williams Happy.
Perché Lucia, adesso, è una donna felice.
Gli episodi di cronaca e gli sviluppi giudiziari

ELEONORA CANTAMESSA
La dottoressa Eleonora Cantamessa, quarantaquattro anni, ginecologo della
clinica Sant’Anna di Brescia, è stata uccisa la sera dell’8 settembre 2013 a
pochi chilometri da Trescore Balneario, il piccolo centro della provincia di
Bergamo dove abitava, travolta da un’auto guidata da un giovane indiano che
voleva “finire” la vittima di una rissa, Kamur Baldev, già aggredito a
sprangate e rimasto ferito sul ciglio della strada dove Eleonora lo stava
soccorrendo.
L’uomo che ha ucciso Eleonora Cantamessa è in carcere. È un giovane
indiano di venticinque anni, Vicky Vicky, fratello dell’altra vittima di quella
notte dell’8 settembre 2013, Kamur Baldev, trentadue anni, sposato e padre di
quattro figli. Il giudice delle indagini preliminari di Bergamo ha rigettato
l’istanza di scarcerazione ritenendo che vi sia il pericolo di fuga. Per la
chiusura delle indagini e l’avvio del processo si attende ancora l’esito degli
approfondimenti dell’autopsia ordinata dal giudice per stabilire se la vittima
predestinata, Kamur Baldev, fosse già morta per le ferite riportate nella rissa
prima dell’investimento con l’auto o se fosse ancora in vita.
Le indagini avrebbero individuato il movente della rissa che ha poi portato
alla morte di Eleonora Cantamessa in una sorta di resa dei conti all’interno di
un racket che gestirebbe l’arrivo di cittadini indiani sul territorio italiano. Un
traffico di clandestini chiamati a pagare fino a diecimila euro per arrivare in
Italia, attraverso la Russia, e venire poi avviati al lavoro dai caporali nelle
campagne o come operai. Nel bergamasco si sono stabilite ormai da anni
diverse decine di famiglie di indiani. Sembra che Kamur Baldev, l’indiano
vittima della spedizione punitiva, fosse uno di quelli che avviava al lavoro altri
connazionali appena arrivati.
LAURA PRATI
Laura Prati, quarantanove anni, sposata e madre di due figli, sindaco Pd di
Cardano al campo, in provincia di Varese, è morta il 22 luglio 2013, tre
settimane dopo essere stata ferita a colpi di pistola dal vigile urbano Giuseppe
Pegoraro che era stato sospeso dal servizio in seguito a una sentenza di
condanna.
L’emorragia cerebrale che ha posto fine alla vita di Laura Prati è stata diretta
conseguenza del ferimento o è stata un evento casuale frutto di una
malformazione congenita fino a quel momento non rilevata?
È l’interrogativo di fondo sul quale si giocherà il prosieguo giudiziario
dell’indagine condotta dalla procura di Busto Arsizio e che vede fino a ora
Giuseppe Pegoraro in carcere chiamato a rispondere del reato di omicidio
volontario aggravato dalla premeditazione. Tutto il processo si giocherà su una
guerra di perizie. I consulenti delle parti e quelli nominati dal giudice
dovranno chiarire se c’è il cosiddetto “nesso eziologico” tra i colpi di pistola
che hanno raggiunto Laura Prati all’addome e la rottura dell’aneurisma
cerebrale avvenuto venti giorni dopo, quando la donna sembrava riprendersi, e
subito dopo un piccolo intervento per rimuovere una fistola postraumatica
formatasi alla biforcazione dell’aorta. Un passaggio delicatissimo dal quale
dipende il titolo di reato e la conseguente entità della condanna nei confronti
del vigile che, reo confesso, ha dichiarato di non aver sparato per uccidere la
Prati pur mettendo in conto che questo potesse avvenire
ELENA FERRARO
Imprenditrice siciliana, trentacinque anni, amministratore delegato della
clinica Hermes di Castelvetrano, in provincia di Trapani, l’11 aprile 2012 ha
ricevuto la visita del cugino del boss superlatitante di Cosa nostra Matteo
Messina Denaro che le ha chiesto il pizzo. Lei si è rifiutata e ha denunciato il
tentativo di estorsione alla polizia. In seguito alla denuncia, Mario Messina
Denaro, sessantuno anni, è stato arrestato il 13 dicembre 2013 insieme ad
altre ventuno persone della ristretta cerchia di familiari e fedelissimi che
continuano a garantire la ventennale latitanza del capo di Cosa nostra. Per un
anno e quattro mesi, Elena Ferraro ha atteso in silenzio che dalla sua denuncia
del tentativo di estorsione, la polizia mettesse insieme tutti i riscontri necessari
all’arresto. Il tentativo di estorsione alla clinica Hermes è andato a inserirsi in
una ben più complessa indagine della Direzione distrettuale antimafia di
Palermo coordinata dal procuratore aggiunto Teresa Principato, che ha fatto
terra bruciata attorno al clan Messina Denaro. Insieme alle altre persone
arrestate con lui per Mario Messina Denaro è già arrivata la richiesta di rinvio
a giudizio per associazione mafiosa ed estorsione. Elena Ferraro, assistita
dall’associazione antiracket Libero Futuro, si è costituita parte civile.
Lucia Petrucci
Lucia Petrucci, diciotto anni, è sopravvissuta il 19 ottobre 2012 all’agguato
tesole dal suo ex fidanzato, Samuele Caruso, nell’androne di casa. Lucia si
trovava con la sorella, Carmela, diciassette anni, per prima raggiunta dalle
coltellate di Samuele Caruso. Lucia, ferita da più di dieci colpi, è
sopravvissuta dopo cinque giorni passati nel reparto di Rianimazione,
Carmela invece è deceduta immediatamente dopo l’aggressione.
Samuele Caruso, ventitré anni, è stato arrestato dalla polizia poche ore dopo
il delitto alla stazione del vicino paese di Bagheria dove stava tentando di
prendere un treno. Ha ammesso il delitto e ha spiegato di essere andato a casa
di Lucia per chiederle conto di un presunto tradimento della ragazza che lo
aveva lasciato sei mesi prima perché non sopportava più la sua opprimente
gelosia. Per diverso tempo Samuele aveva pressato la ragazza con sms, poi
diventati minacce anonime sempre più pesanti. Ma dall’estate, dopo che aveva
cambiato numero di telefono, Lucia non aveva avuto più sue notizie. Il giorno
dell’aggressione era appena tornata dall’Inghilterra dove, con la sorella, aveva
passato tre settimane.
Samuele Caruso, che aveva scelto di essere giudicato con il rito abbreviato, è
stato condannato all’ergastolo a febbraio scorso.
Martina Giangrande
Martina, ventuno anni, è figlia del brigadiere dei carabinieri Giuseppe
Giangrande, originario di Monreale, in provincia di Palermo, rimasto
gravemente ferito durante la sparatoria avvenuta a Roma davanti a Palazzo
Chigi il 28 aprile 2013 durante il giuramento del governo Letta. A sparargli
Luigi Preiti, disoccupato calabrese, che ha poi confessato di avere sparato
perché «voleva uccidere i politici». Oltre a Giangrande sono stati colpiti altri
due carabinieri, Francesco Negri e Delio Marco Murighile. A gennaio Preiti è
stato condannato a sedici anni di carcere. Ad ascoltare la sentenza in aula
c’era Martina Giangrande, costituitasi parte civile. Suo padre Giuseppe,
cinquant’anni, ferito al collo e rimasto paralizzato per una lesione al midollo, è
ricoverato all’istituto specializzato in riabilitazione di Montecatone a Imola.
Per stare vicino a lui, dopo aver perso tragicamente e prematuramente la
mamma un anno prima, Martina ha lasciato il lavoro e l’abitazione di famiglia
e ha preso casa a Imola.
Lucia Annibali
Avvocatessa di Pesaro, Lucia Annibali, trentasei anni, è stata sfregiata al viso
da una bottiglia di acido lanciatale il 16 aprile 2013 da due albanesi che
avevano ricevuto il mandato della missione punitiva da Luca Varani, avvocato
anche lui, un uomo con il quale Lucia aveva avuto una relazione e che aveva
lasciato dopo aver scoperto che stava con un’altra donna. Nei mesi precedenti,
Lucia era stata vittima di ripetuti episodi di stalking da parte dell’ex
compagno che voleva tornare con lei e l’aveva più volte minacciata arrivando a
introdursi in casa sua nel tentativo di provocare una fuga di gas.
Ricoverata in gravi condizioni, Lucia Annibali fa subito il nome di Varani
che, nonostante l’alibi (al momento dell’aggressione degli albanesi stava
giocando una partita di calcetto) viene arrestato il giorno dopo. In seguito
vengono individuati e arrestati anche i due esecutori materiali, Rubin Ago
Talaban e Altistin Precetaj.
Lucia, che nel frattempo ha subito ripetuti interventi chirurgici per la
ricostruzione del viso, si è costituita parte civile ed è sempre stata presente in
aula. Luca Varani, a marzo 2013, è stato condannato a vent’anni di carcere, gli
aggressori materiali a quattordici..
L’8 marzo il presidente della Repubblica l’ha ricevuta al Quirinale e le ha
conferito l’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Ringraziamenti

Entrare nel cuore di donne e di famiglie così segnate dal dolore e dalle prove
che la vita ha riservato loro è stato per me un privilegio straordinario che ho
cercato di mettere a frutto abbracciando il loro desiderio di far sì che dolore,
angoscia, tensione, paure si trasformino in un esempio da trasmettere, in un
ricordo da condividere, in un impegno da continuare.
Ho cercato di avvicinarmi a loro, di “violare” la riservatezza e l’intimità dei
drammi che hanno vissuto con la maggiore delicatezza possibile, con la
consapevolezza che ogni parola, ogni rievocazione avrebbe contribuito a
riattizzare la violenza di sentimenti mai sopiti e di certo, visto il breve tempo
intercorso dai fatti di cronaca che hanno visto le “nostre” donne protagoniste
loro malgrado, non ancora metabolizzati. Forse mi aspettavo di trovare
persone ancora chiuse in se stesse, annientate dal ciclone che
improvvisamente ha cambiato il corso delle loro vite o spezzato così
improvvisamente quelle delle loro care. E invece ho trovato donne, madri,
figlie, sorelle, trasformate in “giganti”, che hanno trovato la forza di
sopravvivere, andare avanti, ricominciare proprio nella scelta di continuare a
far vivere quello che chi non c’è più sognava di realizzare o di portare avanti
fino in fondo la coraggiosa scelta di vita fatta così, su due piedi, guidata
dall’istinto ma anche soprattutto da un modo di essere che ha radici profonde,
nelle proprie origini, nella famiglia, nella propria formazione. Origini che
spesso, queste donne, le loro famiglie e io, abbiamo scoperto insieme nei
nostri incontri.
«Non ho niente di particolare da raccontare, la mia vita fino a quel momento
era stata una vita assolutamente normale, come tante». Me lo sono sentita
ripetere più di una volta mentre, insieme, cercavamo di ricostruire la donna, la
ragazza, la bambina “che c’era prima” dei fatti di cronaca che i giornali, le tv,
i mezzi di informazione hanno raccontato. E sempre, da ogni storia, è venuto
fuori qualcosa di straordinariamente normale. Quel “qualcosa” che fa di
Eleonora, Laura, Elena, Lucia, Martina, tutto tranne che delle eroine. Donne
con la schiena dritta capaci di affrontare la vita a testa alta. È questo il
“semplice” messaggio che questo libro si propone di far passare.
Per questo il mio “grazie” va a Mariella Armati e Mino Cantamessa, i
genitori di Eleonora Cantamessa, che mi hanno aperto la loro casa, l’album
dei loro ricordi più privati, le foto e gli scritti di Eleonora. A mamma Mariella
va tutta la mia ammirazione per l’enorme sforzo “tecnologico” intrapreso con
grande entusiasmo per tenere viva la pagina Facebook di Eleonora nella quale,
ogni giorno, decine di amiche, pazienti, semplici conoscenti continuano a dare
testimonianza del loro affetto e della loro ammirazione per una donna che,
evidentemente, ha lasciato un grande segno in chi ha avuto la fortuna di
conoscerla. Grazie anche a Luigi Cantamessa, il fratello di Eleonora che, per
primo, ha accettato di introdurmi nel mondo di Eleonora, a Paola, l’amica del
cuore sin dagli anni delle scuole elementari, e a Luca Bartoli, l’amico che era
in macchina con lei la notte della tragedia e che l’ha vista morire, e che ha
accettato di aiutarci a ricostruire quei tragici momenti.
E viva, anche lei sulla sua pagina Facebook in continuo aggiornamento, è
anche Laura Prati. Nel suo nome il marito Pino Poliseno e il figlio Massimo e
la piccola Alessia continuano non solo il suo ricordo di donna tutta d’un pezzo
ma anche il suo impegno sociale e politico. Un grazie di cuore per avermi
aperto le porte di casa, per avermi condotto nello studio dove ci sono ancora
le foto e gli scritti di Laura, per avermi aperto il vostro cuore. Soprattutto a
Massimo che, a vent’anni, non si accontenta di attendere fiducioso il corso
della giustizia ma, l’8 marzo, nel giorno della festa della donna, ha promesso
alla sua mamma «di non dimenticare mai quello che mi hai insegnato, ossia
che il regalo migliore che si possa fare, non solo a una donna, ma a ogni essere
umano è rispettarlo come rispettiamo noi stessi». Un grazie anche ad Adriana
Scanferia, amica che con Laura ha condiviso tanti momenti di impegno
sociale e politico che continua a portare avanti nel suo nome.
Emozioni diverse ma altrettanto forti mi hanno suscitato gli incontri con chi,
per fortuna, c’è ancora e prosegue la sua battaglia con l’aiuto e il sostegno di
tante persone care. Grazie a Elena Ferraro per la straordinaria voglia di
condividere la sua solitaria esperienza, per la disponibilità con cui ha deciso di
mettere al servizio della comunità il suo gesto. Sono passati pochi mesi e,
grazie al sostegno dell’associazione antiracket Libero Futuro, Elena a
Castelvetrano non è più sola. Anche lì, come in tante altre realtà della Sicilia,
è sorta un’associazione che della battaglia di Elena ha fatto un vessillo
dell’imprenditoria libera e sana.
Grazie a Martina Giangrande per aver “rubato” alla sua totale dedizione a suo
padre Giuseppe il tempo per raccontarsi e per raccontarci una famiglia
spezzata da due tragici eventi, grazie per una testimonianza che evidenzia il
grande valore della formazione e della solidarietà. E grazie alla grande
famiglia dell’Arma dei carabinieri per il sostegno che non verrà mai meno.
Per ultimo, il ringraziamento più grande di tutti per chi ha quasi “violentato”
il proprio infinito dolore accettando di parlare, per la prima volta, fuori da
un’aula di giustizia e di mettere a nudo l’intimità di una famiglia straziata da
un atto feroce e vigliacco: l’assassinio di una ragazza che doveva ancora
cominciare a costruirsi la sua vita. Grazie, dunque, alla famiglia di Lucia e
Carmela Petrucci e in particolar modo al padre Serafino e al fratello Antonio
che, con la sapiente assistenza dell’avvocato Marina Cassarà, hanno accettato
di mettere a nudo i sentimenti loro e di Lucia, che stanno aiutando a ritrovare
pian piano la sua strada.
Le storie di queste donne colpiscono le emozioni più profonde e
illumineranno, mi auguro, il percorso di vita di chi ne condivide valori e
sentimenti.