Sei sulla pagina 1di 3

Peirce nasce a Cambridge, il 10 settembre 1839.

La sua formazione è prevalentemente scientifica, infatti si laurea a pieni voti in chimica; tenne
alcune lezioni di logica della scienza ma la sua carriera accademica non fu molto fortunata, a causa
del eccentricità ed originalità, muore a causa di un tumore nel 1914.
I suoi scritti sono attualmente raccolti nel Collected Papers, una raccolta di otto volumi pubblicata
tra il 1931 e il 1958, i restanti manoscritti coprono circa 40000 pagine.
Peirce è ritenuto il fondatore di quella parte della semiotica detta “interpretativa”.

I due punti cardine delle riflessioni di Peirce, per quanto concerne la teoria della conoscenza, sono
la critica del nominalismo, al quale egli contrappone il realismo, ed il rifiuto dell’intuizionismo.
Cominciamo col dire, anzitutto, che per nominalismo si intende una dottrina filosofica, secondo la
quale gli “universali” non esistono come realtà, né nelle cose né al di fuori delle cose, tra i filosofi
nominazionalisti più importanti si ricordano Abelardo e D’Occam, i quali sostenevano che teli
“universali” sono solo delle operazioni mentali del pensiero umano necessari per poter parlare delle
cose, ed era proprio questa l’idea a cui Peirce era totalmente contrario.
Affianco al nominalismo, abbiamo detto, nella critica di Peirce, troviamo anche il cosiddetto
“intuizionismo cartesiano”, ossia quella teoria che presuppone che ci sia un rapporto tra il soggetto
che si trova in una data realtà, che conosce, e gli oggetti di questa realtà; Locke, parlava di
“conoscenza intuitiva” e, intendeva proprio la conoscenza come fonte primaria e immediata della
verità. Peirce, invece, parlava di conoscenza mediata, poiché, a suo modi di vedere, la conoscenza
procede per ipotesi e assestamenti, e ciò, è confermato anche dalla psicologia, la quale afferma che
conoscenza è sempre data da un’integrazione di dati.

Se dunque l’uomo non può servirsi di intuizioni immediate, allora, evidentemente, è costretto a fare
dei ragionamenti, cioè delle “inferenze”.
Gli elementi che compongono un processo inferenziale, sono tre: un caso, una regola, e un risultato.
Combinando questi tre elementi noi potremmo ottenere tre tipi di inferenza, che vengono distinti a
seconda dell’ultimo elemento che la compone, dunque avremo:
• Deduzione (caso – regola – risultato) ;
• Induzione (caso – risultato – regola) ;
• Abduzione (regola – caso – risultato) ;

ESEMPI
DEDUZIONE
CASO: Marco è albino
REGOLA: tutti gli albini hanno gli occhi chiari;
RISULTATO: Marco ha gli occhi chiari.

Questo tipo di ragionamento, si limita a calcolare una conseguenza logica, dunque, il risultato, che
sarà sempre sicuro, sarà la conseguenza necessaria di una regola che si applica a quel caso.

INDUZIONE
CASO: Marco è albino;
RISULTATO: Marco ha gli occhi chiari;
REGOLA: tutti gli albini hanno gli occhi chiari.

In questa situazione, caso e risultato, rappresentano le premesse da cui, per generalizzazione, si


istituisce una regola, che, avrà sempre un margine di errore, poiché, dice Peirce, con l’induzione,
allarghiamo la nostra conoscenza istituendo regole con un certo rischio, che, tuttavia, sarà piuttosto
limitato.
ABDUZIONE
RISULTATO: Marco ha gli occhi chiari;
REGOLA: tutti gli albini hanno gli occhi chiari;
CASO: Marco è albino.

In questo caso si fa una vera e propria scommessa, nel senso che nessuno ci garantisce che Marco
sia albino, lo stabiliamo noi su una base di fragili indizi, e l’unico modo per confermare questa tesi,
è quello di ricorrere ad una verifica sperimentale. Due caratteri fondamentali dell’abduzione sono:
• Il carattere di retroduzione dell’ipotesi;
• Il carattere di spiegazione causale.
Nell’abduzione, la scommessa, sta nel considerare il risultato come un caso da ricondurre ad una
regola che, non è necessariamente l’unica regola funzionante, ecco perché l’abduzione, producendo
ipotesi, regola ogni forma di indagine.
La chiave di volta della struttura abduttiva, è il “termine medio”, ossia un dispositivo che fa scattare
l’intero processo.
Secondo Bonfantini e Proni, il margine di rischio delle abduzioni, può dar vita a sua volta, a tre tipi
di abduzione, che si caratterizzano con tre gradi ascendenti di originalità e creatività, dunque
avremo:
• Primo tipo di abduzione: in questo caso la legge – mediazione a cui si ricorre è data in modo
obbligante e automatico o semiautomatico;
• Secondo tipo di abduzione: in questo caso la legge mediazione viene reperita per selezione
nell’ambito dell’enciclopedia disponibile;
• Terzo tipo di abduzione: qui, la legge mediazione viene inventata.

Come esempio di primo tipo troviamo le sensazioni, poiché Peirce ci dice che la sensazione è già
un’interpretazione selettiva e unificatrice di diverse impressioni esercitate dallo stimolo su vari
nervi e centri nervosi, questo tipo di abduzioni sono a bassa densità creativa; per quanto riguarda le
abduzioni di secondo tipo, come esempio, Peirce cita sovente l’ipotesi di Keplero sull’ellitticità
dell’orbita di Marte, dove, l’abduzione è di certo più innovativa rispetto a quella delle sensazioni,
poiché la regola viene posta per spiegare il risultato, e quindi ricondurlo ad un caso; per quanto
riguarda il terzo tipo, si tratta certamente delle abduzioni con il grado di creatività più alto perché, la
legge deve essere costituita ex novo, e dunque è di certo il caso delle scoperte più innovative e
radicali.

La teoria della conoscenza di Peirce è strettamente correlata con la semiotica, disciplina del quale
lui si auto – definisce un pioniere, e che spiega come “…la dottrina della natura essenziale, e delle
varietà fondamentali di ogni possibile semiosi, dove per semiosi si intende un’azione…che
coinvolga una cooperazione di tre soggetti…un segno, il suo oggetto e il suo interpretante…”

Peirce sostiene che nel circuito della semiosi, il primato vada attribuito alla realtà esterna: il punto
di partenza, è dunque l’oggetto, che, costituisce quindi, il primo motore delle semiosi.
L’oggetto può essere identificato con quello che Peirce chiama Oggetto Dinamico, ossia la cosa in
se. Per poter rendere conto degli oggetti della realtà esterna, abbiamo bisogno di segni, i quali
costituiscono il fulcro della semiosi, in quanto mediano fra l’oggetto e l’interpretante.
Per svolgere questa funzione il segno deve illuminare l’oggetto, coglierne delle qualità; l’oggetto
viene illuminato poiché viene interpretato, poiché su di esso si fanno delle ipotesi.
Ciò che viene selezionato e trasmesso di un dato oggetto, costituisce, nella terminologia di Peirce, il
“ground” .
Il segno di Peirce, non è biplanare, anche se, in certi passaggi egli sembra fare riferimento ad
un’espressione che rimanda ad un contenuto, in diverse occasioni, il filosofo, usa il termine
“representamen” nel senso di significante, e parla di Oggetto Immediato per indicare il contenuto di
un segno. L’unica via per cogliere l’oggetto immediato, ossia per delineare il contenuto di un segno,
è quella di ricorrere ad un Interpretante, cioè ad un altro segno che ci dice qualcosa in più del segno
di partenza, dunque stando a questo principio la semiosi diventa illimitata, poiché, potenzialmente,
il ricorso agli interpretanti è infinito.
Peirce parla di fuga degli interpretanti, che, avrebbe un ritmo triadico, avremo infatti un
Interpretante immediato, ossia il primo effetto del segno sulla mente dell’interprete, un Interpretante
dinamico, ossia l’effetto realmente prodotto sulla mente dell’interprete, ed un Interpretante logico –
finale, ossia un’interpretazione che blocca, anche solo temporaneamente, il processo della semiosi.
L’unico interpretante che può essere prodotto come ultimo, cioè che non sia segno di nient’altro, è
secondo Peirce, un “mutamento d’abito”, cioè la disposizione ad agire in un certo modo, accade
qualcosa del genere quando, nel tentativo di spiegare qualcosa a qualcuno, si ricorre ad una serie di
interpretanti fino a quando non si arriva ad uno che viene giudicato sufficiente per la comprensione
del termine, tale decisione finale viene spiegata da Peirce in termini di impressioni, suggestioni, e
disposizioni comportamentali, proprio su questa idea egli fonda la dottrina filosofica del
pragmatismo, secondo il quale il significato di un concetto è l’insieme dei suoi effetti concepibili.
Il vero “profeta” del pragmatismo per, non fu Peirce ma James, il quale sostenne che il significato
di un segno coincide con l’azione o le azioni che esso provoca, distaccandosi da questa tesi Peirce
inizia a parlare di pragmaticismo, sostenendo che il significato di un segno risiede nelle azioni
concepibili.

Peirce, nel corso dei suoi studi, si occupò, fra l’altro, di dar vita ad una classificazione dei segni, che
egli distinse in:
• Icona, ovvero un segno correlato al suo oggetto per similarità, alcuni esempi sono le
illustrazioni, i ritratti, e le caricature;
• L’indice, ossia un segno che si riferisce all’oggetto che esso denota, in virtù del fatto che è
realmente determinato da quell’oggetto, i segni indicali sono motivati per contiguità fisica,
alcuni esempi sono la firma, la fotografia e l’impronta digitale;
• Il simbolo, vale a dire un segno che si riferisce all’oggetto che denota, in virtù di
un’associazione di idee generali, si tratta di un segno non motivato, e quindi arbitrario,
alcuni esempi sono il linguaggio naturale o il codice della strada.

Naturalmente, occorre dire che, i segni sono entità complesse in cui possono coesistere determinate
caratteristiche, per esempio, nelle icone prevale l’elemento iconico, ma non è il solo ad agire, infatti
se noi riconosciamo una caricatura, è perché siamo stati “addestrati” a riconoscere un determinato
stile, per rendere conto degli aspetti convenzionali delle icone Peirce introduce il termine
“ipoicone”.