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Maurizio

De Giovanni


Il Giorno Dei Morti
L'autunno del
Commissario Ricciardi

(2010)





















Il commissario
Ricciardi è protagonista
indiscusso della scena
criminale della Napoli
degli anni Trenta, capace
di risolvere ogni caso con
tali abilità e precisione da
sconcertare colleghi e
istituzioni. Ma questa sua
capacità si dice sia
innaturale, dettata
addirittura dal demonio. E
piace a pochi. Perché
Ricciardi vede i morti e ne
coglie l'ultimo pensiero,
interrotto a metà da una
morte violenta. Un'abilità
divinatoria, quasi magica.
Eppure a volte neanche
questi mezzi sembrano
bastare di fronte al
mistero di certi crimini.
È iniziato un autunno
piovoso, Napoli è sotto
una coltre di nuvole e
nebbia. Nella settimana
dei Morti viene trovato il
cadavere di un bambino.
Si chiama Matteo, Tettè
per tutti. Uno dei tanti
scugnizzi che vivono di
espedienti nei vicoli della
città. A prima vista,
sembra morto di stenti, ma
presto si scoprirà che
forse la morte è stata
causata da altro. Ricciardi
indaga, ma le condizioni
non sono facili. Le
autorità fermano ogni tipo
di inchiesta perché sta per
arrivare in città Benito
Mussolini. Al commissario
toccherà indagare in
modo clandestino, e
soprattutto senza poter
contare su alcuno dei suoi
indizi perché sul luogo del
delitto stavolta non vede
né sente niente. A questo
punto un interrogativo: ha
esaurito il suo dono, la
sua condanna, oppure il
bambino non è stato
ucciso lì?
Maurizio de Giovanni
torna con la sua voce
inconfondibile e le
atmosfere di una Napoli
ipnotica e affascinante
con un caso ricco di colpi
di scena e pathos che
avvince il lettore dalla
prima all'ultima pagina.












A Giovanni e Roberto
per avermi regalato
la più meravigliosa delle
paure.

01


Quando l'alba tirò fuori dalla notte e
dalla pioggia i contorni delle cose,
se qualcuno fosse passato avrebbe
visto il cane e il bambino ai piedi
dello scalone monumentale che
portava a Capodimonte. Ma sarebbe
stata necessaria grande attenzione: a
stento si distinguevano, nella luce
incerta del primo mattino.
Se ne stavano là, fermi,
indifferenti alle grosse gocce fredde
che cadevano dal cielo. Erano seduti
sullo scalino di pietra, nella
rientranza ornamentale dopo i primi
gradini. Le scale erano un torrente
d'acqua in piena che trasportava
rami e foglie dal bosco della reggia.
Se qualcuno fosse passato e si
fosse fermato a guardare, si sarebbe
forse chiesto come mai il flusso
dell'acqua e dei detriti che
incessante cadeva a valle sembrasse
rispettare il cane e il bambino,
passandogli accanto senza toccarli
se non per qualche schizzo
occasionale. La rientranza offriva un
po' di riparo, anche dalla pioggia:
solo il pelo sul dorso del cane ogni
tanto aveva un fremito, come un
brivido di vento.
Qualcuno avrebbe potuto
chiedersi che cosa facessero là il
cane e il bambino, fermi nella fredda
alba di un autunno pieno di pioggia.
Il bambino era grigio, i capelli
attaccati alla testa dall'acqua, le
mani in grembo e i piedi sospesi a
pochi centimetri dal suolo, la testa
lievemente reclinata, gli occhi persi
come dietro a un sogno o a un
pensiero. Il cane sembrava dormire,
la testa appoggiata sulle zampe, il
mantello a macchie marroni zuppo,
un orecchio sollevato, la coda ferma
lungo il fianco.
Qualcuno si sarebbe chiesto se
stessero aspettando l'arrivo di
qualcuno. O se stessero ripensando a
qualcosa che era accaduto, e che
aveva lasciato il segno nella
memoria. O ancora se ascoltassero
un suono, una musica lieve.
Ora la pioggia rinforza, uno
scroscio forte come una ribellione al
sorgere del sole; il cane e il bambino
non reagiscono, la furia dell'acqua li
lascia indifferenti. Dal naso dell'uno
e dall'orecchio sollevato dell'altro
scorrono rivoli freddi.
Il cane sta aspettando.
Il bambino non ha più sogni.

02


Lunedì, 26 ottobre 1931 — anno IX

La chiamata arrivò alle sei e
mezza, un'ora prima della fine del
turno di notte.
A Ricciardi non dispiaceva
rimanere in questura, quando gli
toccava: erano per lo più ore
tranquille, da dedicare alla lettura o
a un piacevole dormiveglia sul
divano della stanza di fianco al suo
ufficio. Ed era piuttosto raro che il
riposo o le riflessioni fossero
disturbati da una guardia che
bussava alla porta, richiedendo un
intervento.
I delitti accadono di notte, ma
vengono scoperti di mattina; l'ora
pericolosa era appunto quella,
quando la luce del giorno alzava il
velo dalle turpitudini del buio.
Ricciardi si era appena lavato
all'acquaio in fondo al corridoio
quando vide arrancare il brigadiere
Maione lungo la rampa di scale.
«Commissa', e figuratevi se
aspettavano la fine del turno nostro.
È arrivata una telefonata, un signore
dal Tondo di Capodimonte. Dice che
ci sta una lattaia con una capra che
piange».
Ricciardi considerò la questione,
asciugandosi le mani. «E adesso ci
chiamano pure quando piangono le
lattaie? E poi, chi piange, lei o la
capra?»
Maione allargò le braccia, ancora
ansimando per la corsa sulle scale.
«Commissa', voi scherzate:
intanto qua piove a dirotto, e
siccome abbiamo un'altra ora per
finire ci tocca arrivare fino a
Capodimonte sotto all'acqua. Il fatto
è serio, pare che ci sta un bambino
morto sullo scalone monumentale.
L'ha trovato proprio la donna, che
scendeva da una masseria con la
capretta per vendere il latte, dice che
è la zona sua, e l'ha visto là fermo,
l'ha scosso ma quello non si
muoveva. Allora ha chiesto aiuto nel
palazzo più vicino, e questo signore
che ci ha chiamato era l'unico che
teneva il telefono. Mo' dico io, non
poteva succedere tra un paio d'ore,
così lo scarpinetto sotto alla pioggia
se lo faceva Cozzolino che è
giovane e solerte, che io appena
piglio un po' di umidità mi viene un
dolore alla schiena che devo
camminare storto?»
Ricciardi aveva già
l'impermeabile addosso.
«Insomma, ti stai facendo
vecchio veramente. Dai, andiamo a
vedere di che si tratta: magari è solo
uno scherzo, lo sai che alla gente
piacciono i poliziotti che vanno su e
giù di corsa sotto la pioggia. Poi vai
a casa e ti asciughi».

La strada dalla questura a
Capodimonte corrispondeva a quella
che faceva Ricciardi per tornare a
casa. Un cammino lungo, che a un
certo punto cominciava a salire e
tagliava il fiato. Bisognava
percorrere via Toledo, coi suoi
imponenti palazzi nobiliari,
attraversare Largo della Carità e lo
Spirito Santo, fiancheggiare il
Museo Nazionale; una linea di
confine, a monte e a valle gli
impenetrabili vicoli dei Quartieri
Spagnoli, del porto e della Sanità,
ribollenti di vita e dolore, di allegria
e povertà.
Ricciardi ci pensava sempre, ogni
mattina e ogni sera, sentendo sulla
pelle gli occhi diffidenti di chi aveva
da nascondere il modo in cui si
procurava da vivere: quella strada
diceva tanto, della città. Diceva
tutto.
E cambiava sempre, stagione
dopo stagione, offrendo una torrida
immagine estiva in cui lo sporco
macerava sotto il sole, o un
profumato quadro primaverile, coi
venditori di frutta e fiori che
esponevano la merce al passeggio
dei ricchi, o un finto deserto
invernale, coi loschi affari che si
trasferivano nei bassi adiacenti la
strada, al riparo dal vento gelido che
soffiava senza sosta.
Ora, in questo autunno umido, la
lunga via era attraversata da tanti
ruscelli quanti erano i vicoli che la
intersecavano portando verso un
mare irraggiungibile rifiuti e
sporcizia dalla collina lontana.
Maione saltellava per evitare le
pozzanghere più profonde, nel vano
tentativo di preservare gli stivali.
«Mi uccide. Sicuro. Mia moglie
mi uccide. Voi non avete idea,
commissa', della belva che diventa
quando deve pulire gli stivali dal
fango e dallo sporco. Io ci dico,
lascia, che me li pulisco io, e lei ma
non dire sciocchezze, mi dice, io
sono la moglie di un brigadiere e gli
stivali li devo pulire io. E allora, ci
dico, perché fai tutte queste storie? E
lei dice io li pulisco, ma tu ti potresti
pure stare un poco più attento, no?»
Camminando cercava di
proteggere se stesso e Ricciardi dalla
pioggia reggendo un grande
ombrello nero. Il commissario, al
solito, non portava cappello né
sembrava curarsi del tempo. Maione
cambiò facilmente argomento:
«Io a voi non vi capisco,
commissa'. Io non dico l'ombrello,
che pure sarebbe il caso dato che
piove da tre giorni, però uno si può
scocciare di portarselo e va bene; ma
almeno un cappello, perché non ve
lo mettete? Voi siete giovane ma
credetemi, quando poi avrete l'età
mia ogni singola goccia di pioggia si
trasformerà in una fitta alla testa».
Ricciardi camminava svelto, le
mani immerse nelle tasche
dell'impermeabile, lo sguardo fisso
davanti a sé.
«Lo sai, il cappello non lo
sopporto: mi fa venire l'emicrania.
Io poi sono di montagna, il freddo e
l'umido non mi danno fastidio. Non
ti preoccupare; pensa ai dolori tuoi,
e a non sporcarti gli stivali».
Erano arrivati nel punto del
percorso che a Ricciardi pesava di
più. Si trattava del ponte che i
Borboni avevano costruito per
arrivare a Palazzo Reale senza dover
attraversare la Sanità, da sempre uno
dei quartieri più pericolosi. Per
qualche strano e inspiegabile
motivo, da allora quell'alto viadotto,
quel ponte senza fiume che
affondava i propri pilastri nei vicoli
sottostanti, era il luogo dei suicidi.
Quello che Ricciardi chiamava
tra sé "il Fatto", la sua dolorosa
condanna a percepire l'ultimo
pensiero dei morti con violenza,
diventava nei pressi del ponte un
peso insopportabile. C'era sempre
almeno un'immagine sospesa, pronta
ad alzare lo sguardo al suo
passaggio per comunicargli le parole
con cui era stata costretta ad
abbandonare l'esistenza di carne,
ossa e sangue. Un biglietto d'addio
con un solo destinatario: lui.
In quella mattina di pioggia,
perfettamente visibili agli occhi
della sua anima, in bilico sul
parapetto distingueva due
adolescenti che si tenevano per
mano. Il giovane aveva il collo
spezzato, e rivolgeva il viso
all'indietro come se la testa gli fosse
stata montata al contrario;
mormorava: senza te no, senza te
mai.
La ragazza aveva il torace
schiacciato e la faccia quasi
cancellata dall'impatto.
Dall'ammasso insanguinato che era
diventato il suo viso arrivava un
pensiero: non voglio morire, sono
giovane, non voglio.
Ricciardi pensò che forse aveva
fatto più vittime l'amore della
guerra. Anzi, senza forse.
Più in là, sullo stesso parapetto,
un vecchio grasso dal cranio
sfondato diceva: non posso
restituirveli, non posso. Debiti,
rifletté il commissario avanzando il
passo, e lasciandosi dietro
l'affannato Maione. Un'altra malattia
inguaribile. Dio, quant'era stanco.
Sempre uguale, sempre le stesse
cose.

Arrivarono finalmente al Tondo
di Capodimonte, dal quale partiva lo
scalone monumentale. Ci giunsero
con qualche difficoltà, perché
l'ultimo tratto della strada era un
fiume impetuoso di rami e foglie, da
percorrere contro corrente. Maione
aveva rinunciato a salvaguardare gli
stivali, e aveva assunto
un'espressione cupa e silenziosa.
Ricciardi aveva in corpo l'immagine
dei suicidi ed era ancora più triste.
Una piccola folla si era radunata
ai piedi dello scalone, dopo la prima
rampa di gradini. La fungaia di
ombrelli impediva di vedere cosa ci
fosse da osservare. L'arrivo di
Maione e Ricciardi, accompagnati
da due guardie, disperse
istantaneamente l'assembramento.
Maione sogghignò:
«Al solito. L'unica cosa più forte
della curiosità è la paura di essere
coinvolti in un guaio, appena arriva
la polizia».
Ricciardi vide subito il bambino,
seduto sulla panca di pietra, sotto il
contrafforte di sinistra. Era di bassa
statura, i piedi non toccavano terra, e
fradicio di pioggia. Dai capelli
scendeva acqua a inzuppare i vestiti,
scadenti, da scugnizzo. Ai piedi un
paio di zoccoli, i segni dei geloni
perfettamente visibili. Le labbra
violacee, gli occhi semiaperti nel
vuoto.
Rimase impressionato dalle mani,
abbandonate in grembo come due
uccellini morti. Bianche, molto più
chiare della carnagione delle gambe
resa livida dal freddo, sembrarono al
commissario un segno di resa e di
sfiducia. Guardò istintivamente
attorno, e non vide traccia di
immagini: il bambino doveva essere
morto senza violenza, forse il freddo
o la fame, forse una malattia.
Abbandonato, pensò: a se stesso,
alle intemperie, alla violenza, alla
solitudine. Senza poter scegliere.
Se c'era una cosa che odiava
erano i bambini morti. La
sensazione di spreco, di rinuncia, di
occasioni perdute. Un popolo, una
civiltà si qualifica dalla cura per la
propria infanzia, aveva letto su un
libro all'università. Non ne usciva
certo bene, quella città.
Maione lo riscosse dai pensieri:
«Prima di lasciare la questura ho
disposto di chiamare l'ospedale, sia
il medico legale che il carro per la
rimozione del corpo, a momenti
saranno qua. Là in fondo c'è la
lattaia, quella con la capra al
guinzaglio, ci volete parlare? Vicino
c'è il proprietario del telefono, quel
signore con l'ombrello. Gliel'ho
detto che non ci serve e che se ne
può andare, ma non si muove. Ve li
faccio venire qua?».
La lattaia teneva gli occhi bassi,
le tremavano le labbra sotto il
fazzoletto stretto sulla testa. Era
giovane, poco più che una bambina;
con una mano teneva la capra legata
a una corda, con l'altra un recipiente
di metallo per il latte. A spizzichi e
bocconi, balbettando per il freddo, la
paura e l'imbarazzo, raccontò che
stava scendendo lo scalone per
andare a fare il suo giro di vendita
del latte, attenta a non cadere,
quando la capra aveva fatto uno
scarto di lato. C'era un cane,
accucciato di fianco all'inizio
dell'ultima rampa di gradini, che
ringhiava.
«Eccolo là, lo vedete? Si è
spostato quando sono tornata da casa
del signore, qua, per chiamarvi, e
poi non si è mosso più».
Ricciardi vide, a una ventina di
metri di distanza, un cane accucciato
sulle zampe posteriori fermo come
una statua, che li osservava attento.
Era un bastardino come se ne
vedono a decine, il manto bianco
sporco chiazzato di marrone, il muso
aguzzo e un orecchio sollevato.
La donna riprese raccontando di
come, dopo aver cercato dì capire se
il bambino era addormentato o
stesse male, era andata di corsa nel
palazzo più vicino dove aveva
chiamato il ragioniere Caputo, suo
cliente. L'uomo, un azzimato signore
di mezza età, di bassa statura e con
gli occhiali cerchiati d'oro, avanzò di
un passo e sollevò il cappello.
«Commissa', se permettete, io
sono il ragioniere Caputo
Ferdinando, al vostro servizio. La
ragazza, qua, che si chiama
Caterina, viene ogni due giorni. Io
digerisco solo il latte di capra, quello
di vacca mi rimane sullo stomaco e
sto male per tutta la giornata. E
insomma, stamattina la ragazza, qua,
Caterina, arriva nel cortile del
palazzo e comincia a strillare,
correte, correte, aiuto, ci sta un
bambino sullo scalone che non
risponde. Io mi ero appena svegliato,
stavo ancora con la camicia da notte,
mi sono buttato dal letto alla
finestra...»
Maione sbuffò, infastidito:
«Va be', ragionie', veniamo al
punto per cortesia, a noi con tutto il
rispetto di come dormite vestito voi
non è che ci interessa. E allora, che è
successo, siete sceso?»
«No, brigadie', e che scendevo,
con la camicia da notte e la papalina
in testa? No, ho detto alla ragazza,
qua, che si chiama...»
«...Caterina, abbiamo capito e lo
ha scritto a verbale pure la guardia,
qua, che si chiama Antonelli...»
Il ragioniere guardò storto
Maione:
«Ma che è, brigadie', mi pigliate
in giro? Io volevo essere preciso, nel
vostro interesse. Insomma, la
ragazza è venuta su e io ho
telefonato in questura. Questo è
tutto».
Ricciardi agitò la mano.
«Va bene, va bene, grazie a tutti e
due. La guardia ha preso i nomi e gli
indirizzi, se abbiamo bisogno vi
mandiamo a chiamare. Ma non
credo, comunque. Potete andare».
Rimasti soli si avvicinarono al
cadavere. Ricciardi si chiese come
mai, a quell'ora, ancora non ci fosse
un famigliare o un conoscente alla
ricerca di un bambino così piccolo
che non si era ritirato a casa.
Maione, accovacciato, osservava il
morto con interesse.
«Commissa', bisogna pure vedere
se ce l'ha, una famiglia, questo
bambino. I vestiti mi sembrano presi
dalla munnezza, guardate qua, i
pantaloni sono così larghi che lo
spago in vita deve fare due giri, per
tenerli su. E la camicia è di tela di
sacco. Guardate gli zoccoli, i piedi
da fuori con questo freddo. Questo è
uno scugnizzo, di quelli senza casa,
credete a me. Senza amici e senza
famiglia».
Ricciardi si girò a guardare il
cane, fermo a pochi metri, che non
perdeva una mossa dei due.
«Famiglia, forse. Ma un amico
almeno ce lo aveva; peccato che non
ci possa dire nulla. Ah, ecco che
finalmente arriva la pubblica sanità.
Adesso magari sapremo qualcosa in
più della morte del nostro piccolo
solitario, qui».

03


La pubblica sanità nella fattispecie
era rappresentata dal dottor Bruno
Modo, che sgambettava nell'acqua
cimentandosi nel difficile compito di
non bagnarsi troppo e di tenere in
mano nel contempo un ombrello, la
borsa di cuoio e un foglio di carta.
Appena vide Ricciardi e Maione si
avvicinò bellicoso.
«Voi, eh? E che dubbio c'era?
Una chiamata di prima mattina, che
ti sei appena asciugato i pantaloni
dall'acqua che hai preso per arrivare
in ospedale, due chilometri da fare
contro corrente di questo maledetto
fiume che chiamate via Nuova
Capodimonte, e chi poteva essere?
L'allegro Ricciardi e il suo magro
scudiero, il nobile brigadiere
Maione. Ma la vogliamo finire,
brigadie', con queste chiamate
nominative? Leggete qua: è richiesta
la presenza immediata del dottore
Modo Bruno. Ma dico io, un medico
qualsiasi non va bene? Per forza a
me, mi dovete chiamare?»
Maione si produsse in un sorriso
sardonico:
«No, dotto', quello il fatto è che il
commissario, qua, è contento solo
quando ci siete voi. Solo di voi, si
fida. Quando viene quell'altro, il
dottorino giovane, non lo so, pare
che non ci dà soddisfazione. Come li
maneggiate voi, i cadaveri, non li
maneggia nessuno. E allora vi
mandiamo a chiamare, ma perché,
non siete contento di vederci?».
Modo si voltò verso Ricciardi,
agitando il fonogramma di
convocazione con fare fintamente
minaccioso:
«Io aspetto quando mi arriverà il
vostro, di fonogramma. Quello che
dice: ritrovati due poliziotti fatti a
pezzi dai fascisti. Magari! È la volta
che mi iscrivo pure io al partito, mi
iscrivo!»
Ricciardi non aveva cambiato
espressione, ma si capiva che era
divertito.
«Non avete mai pensato di darvi
all'avanspettacolo, voi due? Una
bella macchietta del Salone
Margherita, il dottore e il brigadiere,
zumpapà. Insomma, lo vogliamo
fare quest'esame, così ci togliamo
dall'acqua? Tanto, a prima vista, io
non vedo segni di violenza, su
questo cadavere».
Modo fece l'espressione offesa:
«E già, mo' lo decidi tu quando ci
sono i segni di violenza e quando
non ci sono. Ormai mi avete fatto
venire qua, e ho le mutande bagnate
fino alle ginocchia; tanto vale che lo
facciamo bene, quest'esame. Dov'è il
cadavere? Ah, ecco qua. Un
ragazzino. Molto giovane, avrà sette,
otto anni. Che peccato».
Si mise a girare attorno al
bambino, sollevando con cautela i
vestiti, toccando con tenerezza le
mani e le gambe. Ricciardi osservò
che il cane, da lontano, si era alzato
in piedi e adesso aveva tutte e due le
orecchie dritte, come se stesse
aspettando un richiamo; tuttavia
parve intuire la delicatezza di Modo
e pur restando vigile non si mosse da
dov'era.
Il dottore controllò la posizione
del cadavere, si accovacciò per
tastare i piedi, ispezionò il viso.
Prendeva appunti sul retro del
fonogramma di convocazione.
Maione nel frattempo teneva
l'ombrello su di lui, cercando di
intuirne i rapidi movimenti.
Alla fine Modo si accostò a
Ricciardi, asciugandosi le mani nel
fazzoletto.
«Dunque: il cadavere è rigido e
freddo, secondo me è morto ieri sera
o nelle prime ore della notte. Hai
ragione, non ci sono segni di
violenza sul corpo, almeno non
mortali: vecchi lividi, qualche
abrasione, ma niente di contestuale
alla morte. È seduto perché è
appoggiato ai muro, altrimenti
sarebbe caduto. Secondo me ha sette
anni, ma potrebbe averne anche di
più, questi bambini mangiano
pochissimo e rimangono rachitici, di
un paio di taglie inferiori a quella
della loro età reale. Magari ne ha
dieci o dodici, di anni. Questo lo
dovrai scoprire tu».
Ricciardi chiese:
«Sull'orario della morte, sei
sicuro?».
Modo si strinse nelle spalle.
«Non si può essere sicuri, con
freddo e pioggia. Le cornee sono già
opache, velate, e mi pare di vedere
del nero ai lati delle pupille. Le
ipostasi, cioè le macchie rosse date
dal deposito del sangue per la
gravità, puoi vederle sul lato destro
del collo, sul padiglione auricolare
destro, sotto le cosce e sulle gambe,
come calze. Vedi? Se premo sulla
pelle con le dita, non sbiancano. Il
cadavere è rimasto nella posizione a
lungo».
«E la causa della morte? Niente
violenza, d'accordo. Allora com'è
morto?»
Modo tacque un momento,
guardando il bambino.
«Non ti so dire. Mi pare un
semplice arresto cardiaco. Te l'ho
detto, sono deboli, denutriti; ogni
raffreddore diventa polmonite. Non
hanno medicine, nessuno se ne
prende cura. È il terzo, questo mese.
Uno l'hanno trovato alla stazione,
aveva costole così sporgenti che si
poteva studiare lo scheletro senza
nemmeno aprirlo. Un'altra era così
affamata, a Sant'Eframo, che è
caduta in mezzo alla strada e una
macchina ci è passata sopra, come a
un fagotto di stracci. È una pena, lo
so. Ma è solo uno degli effetti della
povertà di questa città in attesa del
sol dell'avvenire».
Maione ascoltava, scuotendo il
capo.
«Io provo una tristezza enorme
per queste creature, dotto'. Prima
ogni famiglia se ne pigliava uno, li
chiamavano i figli della Madonna. E
venivano trattati pure meglio degli
altri, dicevano che portavano
fortuna. Ma mo', con la miseria che
c'è, e chi se la può permettere
un'altra bocca da sfamare?»
Modo non perse l'occasione per
scivolare nel suo argomento
preferito:
«Eppure non dicono tutti che
viviamo in un Paese perfetto?
Leggete i giornali, brigadie', e
leggerete di feste, ricevimenti,
inaugurazioni, vari di navi e parate
militari. Di principi e re stranieri in
visita, di folle felici e plaudenti.
Invece voi, io e il nostro amico
Ricciardi, qui, lo sappiamo bene che
è tutto diverso. Che i bambini come
questo sconosciuto vengono lasciati
morire di fame, all'angolo di una
strada».
Ricciardi alzò la mano:
«Pietà, Bruno. Ti prego, non
stamattina, con la politica. Non ce la
faccio. Ho passato gran parte del
turno di notte a compilare verbali e
ce l'ho più di te con l'apparato e la
burocrazia; ma credo che tu, con
questa fissazione di Mussolini e dei
fascisti prima o poi ti metterai nei
guai, e in guai seri».
Modo si passò la mano nei folti
capelli bianchi e si rimise il
cappello.
«E allora? Credi che alla mia età.
io possa avere paura di esprimere
quello che penso? Con quello che ho
fatto in guerra, per il mio Paese? Ti
rispondo come rispondono loro: me
ne frego!»
Ricciardi scosse la testa:
«Non capisci. O meglio, fai finta
di non capire. Quelli come te fanno
molto per la loro gente. Sei il
miglior medico che conosca, e non
solo perché ne capisci e sei bravo,
ma anche e soprattutto perché hai
pietà. Ti guardavo prima, mentre
esaminavi questo povero cadavere;
ne avevi rispetto, come fosse ancora
vivo. Pensi che sarebbe meglio per
loro, per noi, se quelli come te che
sono pochissimi venissero tolti dalla
circolazione, per una frase o
addirittura una sola parola detta nel
posto sbagliato e al momento
sbagliato? Non è meglio cercare di
cambiare le cose giorno per
giorno?»
Maione aggiunse, da sotto
l'ombrello:
«Tiene ragione il commissario,
dotto'. Io comunque devo fare il
dovere mio di spia, e tra cinque
minuti vado e vi denuncio, così vi
mandano al confino in un posto
caldo e asciutto e vi faccio pure una
cortesia».
Modo scoppiò a ridere, e fece un
cenno ai due inservienti dell'obitorio
che lo avevano accompagnato.
«Non c'è niente da fare, e stupido
io che ci provo, a fare un discorso
serio coi poliziotti. È come se
parlassi a una pariglia di buoi, con la
differenza che quelli almeno
farebbero finta di starmi a sentire,
senza battute sceme. Va be', va, me
ne vado in ospedale, che almeno i
morti non fanno gli spiritosi. E
mando questa povera creatura al
camposanto, perché trovi pace,
almeno lui».
La pioggia si era fatta sottile,
sembrava nebbia. I due inservienti
sollevarono il cadavere, stendendo
con qualche difficoltà le
articolazioni irrigidite. Ricciardi li
vide avviarsi verso il carro, trainato
da un vecchio cavallo nero, lucido
d'acqua. La testa del bambino
penzolò e un rivolo scese lungo il
collo. Un meccanismo involontario
della memoria portò alla mente di
Ricciardi l'immagine di un
agnellino, con cui da piccolo
giocava, sacrificato dal fattore alla
tavola di Pasqua: la stessa testa
penzolante, la stessa nuca tenera.
Due animaletti indifesi. Due vittime.
Nell'atmosfera spettrale di morte
e di nebbia, il cane lanciò un unico,
breve ululato. Ricciardi sentì un
brivido lungo la schiena.
D'impulso chiamò Modo, che si
stava allontanando con i becchini.
«Bruno, ascoltami, devi farmi
una cortesia: non mandarlo al
cimitero. Fallo portare in ospedale,
fagli l'autopsia. Voglio sapere con
esattezza di che cosa è morto».
Modo lo guardò sorpreso:
«Come sarebbe, di che cosa è
morto? Te l'ho detto, arresto
cardiaco. Questi bambini
praticamente non hanno sistema
immunitario, può essere morto di
qualsiasi cosa. Perché lo vuoi
straziare ancora? E poi, non hai idea
di quanto io abbia da fare in
ospedale! Con questo tempo due
colleghi su cinque sono ammalati, e
arriva gente in continuazione con
bronchiti, polmoniti e contusioni da
cadute e incidenti».
Ricciardi gli mise una mano sul
braccio:
«Ti prego, Bruno. Non ti chiedo
mai niente. Fallo per me: un favore
personale».
Modo brontolò:
«Non è vero, che non mi chiedi
mai niente. Per essere precisi, sei un
rompiscatole inverosimile. Va bene,
allora. Ti voglio fare questo favore.
Ma ricorda che me ne devi uno».
Ricciardi fece una smorfia che
ricordava lontanamente un sorriso.
«D'accordo, ti devo un favore.
Quando mi arriverà sul tavolo il
mandato di cattura col tuo nome farò
il giro largo della città per venirti a
prendere, così avrai il tempo per
un'ultima visita al casino dove ti vai
a divertire».
Il dottore si mise a ridere.
«Lo sai che le puttane di questa
città senza di me non possono
vivere, eh? Guagliu', fermatevi, si
cambia destinazione. Portatemelo
all'ospedale, il bambino. È cliente
mio».
Quando il carro fu partito,
Maione si avvicinò a Ricciardi.
«Commissa', non vi ho capito,
stavolta. Non aveva subìto
abbastanza, 'sta creatura? Valeva la
pena di farlo seviziare pure da
morto, se non teneva nessun segno
sul corpo?».
Ricciardi rimase in silenzio;
osservava il cane, che non aveva
tolto gli occhi di dosso al gruppo ed
era rimasto fermo, anche quando il
carro col cadavere se ne era andato.
Si strinse nelle spalle.
«Che ti devo dire, Maione. Mi
pareva sbagliato mandarlo sottoterra
senza nemmeno sapere com'è morto.
Vieni, torniamocene in questura,
così finalmente lo chiudiamo, questo
turno di notte».

04


Contrariamente alle sue abitudini,
alle otto e un quarto il vicequestore
Angelo Garzo era già in ufficio. La
cosa aveva messo in crisi Ponte, la
guardia scelta, che era stato
promosso assistente personale del
funzionario.
Promosso? Ponte aveva forti
dubbi che si trattasse di un
avanzamento. Certo, lo stipendio era
aumentato di qualche liretta, il che
faceva comodo per arrivare a fine
mese; e non doveva più uscire di
pattuglia, cosa che aveva risolto la
scomodità di esporsi alle intemperie,
con tutti i dolori e i malesseri che
gliene derivavano, specialmente in
giornate umide come le ultime.
Infine la nuova funzione gli aveva
fatto guadagnare un livoroso rispetto
da parte dei colleghi, che
riconoscendo nella sua inclinazione
alla delazione la principale causa
della nuova posizione si tenevano
alla larga da lui.
In cambio però doveva
sopportare l'umore del superiore,
l'elemento più variabile che esistesse
in natura: a momenti di euforia
immotivata seguivano depressioni
nere, durante le quali il povero Ponte
doveva intuire quello che Garzo
voleva dalle espressioni del suo
volto. A supponenti benevolenze,
successive ad esempio a un encomio
del questore, si alternavano
malumori adirati, in corrispondenza
dei quali conveniva sparire perché il
vicequestore invariabilmente si
rifaceva su di lui con rimproveri
memorabili.
Questo, poi, era il periodo
peggiore che riuscisse a ricordare.
Le cose stavano così: un mese prima
era giunto un dispaccio telegrafico
dal Ministero dell'Interno che
annunciava la decisione del Duce di
tenere proprio da Napoli il discorso
alla Nazione. La visita del Primo
Ministro, naturalmente
accompagnato dai più alti
funzionari, sarebbe avvenuta nei
giorni tre e quattro di novembre. Ci
si aspettava la massima
collaborazione da parte delle
strutture di governo locali, questura
e prefettura in primis, naturalmente.
Ponte era stato il primo a leggere
il dispaccio, consegnatogli
dall'addetto al telegrafo della
questura perché lo portasse
direttamente al signor questore; ma
siccome era perfettamente a
conoscenza che Garzo lo avrebbe
scuoiato vivo se non avesse
informato lui prima di chiunque
altro di una cosa di tale importanza,
era andato di corsa nel suo ufficio.
Non avrebbe dimenticato
facilmente la reazione del suo
superiore. Prima era sbiancato in
volto, poi era diventato paonazzo,
infine era impallidito di nuovo, non
senza delle larghe chiazze rosse sul
collo e sulla fronte. Era balzato in
piedi e il foglio gli era caduto dalle
mani tremanti. Lo aveva fissato,
mormorando qualcosa di
inintelligibile, poi era caduto sulla
sedia facendogli un vago cenno di
portare il documento al questore.
Da allora Garzo era diventato
sempre più intrattabile, giorno dopo
giorno. Si rinchiudeva per ore nel
suo ufficio, controllando e
ricontrollando verbali di mesi prima,
terrorizzato da una possibile
ispezione; altre volte irrompeva nel
posto di guardia, urlando in falsetto
che la sciatteria con cui veniva
tenuto il locale era inconcepibile. E
ora addirittura arrivava in questura
poco dopo l'alba, quando il povero
Ponte voleva solo farsi un surrogato
e fumare in pace il suo sigaro;
guardò il calendario: altri otto giorni
così sarebbero stati veramente
insopportabili.

Garzo guardò il calendario per la
quarta volta in mezz'ora, e pensò che
altri otto giorni di tensione non
avrebbe potuto reggerli. Il Duce. Il
Duce in persona, il Grande
Condottiero, il capo della Nazione,
l'Uomo al quale tutto il popolo
italiano guardava con fiducia
illimitata sarebbe stato là, forse nel
suo stesso ufficio, proprio davanti a
lui. E forse gli avrebbe sorriso, e gli
avrebbe porto la mano per un saluto.
Per la millesima volta da quando
aveva letto il telegramma del
Ministero, si sentì mancare. La
sicurezza del Duce era garantita
dall'esercito e dalla polizia segreta,
questo almeno non gli competeva;
ma il questore era stato chiarissimo:
l'ordine e l'aspetto della questura e
più in generale della città erano una
sua specifica responsabilità.
Dipendeva insomma da lui, e
solo da lui, che il Duce, il Ministro e
tutti i funzionari che sarebbero
venuti da Roma trovassero in Napoli
la perfetta città fascista, priva di
delinquenza e di brutture. E lui era
deciso a fare in modo che la città si
presentasse proprio così.
Per l'ennesima volta aprì lo
specchietto da tasca e controllò che i
baffi, una recente intuizione di sua
moglie, non avessero nemmeno un
pelo fuori posto. La donna, energica
e dispotica, era stata ferma nel dirgli
che l'aspetto fisico era un biglietto
da visita importante se si voleva far
carriera. Lei se ne intendeva: suo zio
era andato in pensione da prefetto,
dopo aver scalato tutti i gradi della
carriera ministeriale.
Garzo era cosciente di non essere
particolarmente acuto nelle indagini;
aveva sempre provato disgusto per
la mentalità criminale, e trovava
orribile doversi sporcare le mani
avendo a che fare con i delinquenti.
Ma in compenso era sempre stato
abilissimo nelle relazioni,
attenendosi al sano principio di
essere forte con i deboli e debole
con i forti. Era riuscito in questo
modo ad affrancarsi dal servizio
attivo e ad assumere ruoli di
comando, nei quali aveva imposto le
proprie capacità di organizzatore.
Sapeva riconoscere i problemi e li
sapeva evitare, isolandone le cause e
rimuovendole con cura.
E quali erano adesso, rifletté, i
problemi? Cosa si poteva mettere tra
lui e l'encomio del Duce, i
complimenti del Ministro,
l'abbraccio grato del questore? La
mente andò subito a Ricciardi, e al
suo sguardo beffardo.
Il momento era propizio, per la
visita del Duce. Non c'erano
indagini in corso, non c'erano casi
irrisolti, non c'erano disordini. Per
una volta, tutto filava liscio. E
allora, perché si sentiva così
preoccupato?
Ricciardi era bravo, questo era
indiscutibile. Aveva risolto casi
intricati, alcuni veramente
incomprensibili; Garzo una volta
aveva detto alla moglie che secondo
lui ci riusciva per il semplice motivo
che dentro era un criminale, che
pensava come i delinquenti che
catturava. Ma a parte questa
valutazione, della quale lui stesso
non era granché certo, restava il
fatto che Ricciardi fosse
incontrollabile, sfuggente,
incomprensibile. Viveva con la sua
vecchia tata. Non aveva vizi, né
amici né una donna. Un uomo senza
vizi, pensava, non può avere grandi
virtù. E poi quegli occhi: quegli
inquietanti occhi verdi, trasparenti
come il vetro, con le palpebre che
non sbattevano mai; quegli occhi
che ti sfidavano senza sfidarti, che ti
mettevano di fronte alla parte
peggiore di te stesso, quella che non
volevi conoscere, quella che non
sapevi di avere. Garzo rabbrividì.
Ultimamente c'era poi la
questione della vedova Vezzi. Quella
era un'altra complicazione. Il
vicequestore non sapeva spiegarsi
come una donna tanto bella, ricca e
apprezzata, con amicizie così
importanti (addirittura, aveva sentito
dire, la stessa figlia del Duce), si
fosse così manifestamente invaghita
di uno come Ricciardi.
Veniva a trovarlo in questura,
senza vergogna o pudore; e più lui
sembrava disinteressato, più lei
diventava sfacciata nel corteggiarlo.
Questa presenza, e il ruolo sociale
che la donna andava assumendo in
città ora che vi si era trasferita,
costituiva un'ulteriore protezione per
il commissario. Protezione?, si
chiese Garzo. Sì, protezione. Perché
senza di lei l'avrebbe fatto volentieri
fuori, quel Ricciardi; se ne sarebbe
liberato, mandandolo a indagare da
qualche altra parte, in un paese della
provincia, lontano dalla questura e
dalla sua carriera.
Si accinse a mettere in ordine gli
intonsi torni di giurisprudenza che
decoravano la sua libreria, in modo
che il colore delle copertine si
armonizzasse meglio con quello dei
tappeti. Non riusciva a sentirsi
tranquillo: Ricciardi lo avrebbe
messo in difficoltà, se lo sentiva.
Però, a pensarci bene, il
corteggiamento della vedova Vezzi
nei confronti del commissario gli
poteva tornare utile. Si diceva infatti
che la donna volesse organizzare,
nella sua nuova casa napoletana, un
ricevimento esclusivo in occasione
della visita del Duce. Chissà, rifletté,
magari approfittando della propria
posizione poteva riuscire a farsi
invitare, e forse perfino a farsi
notare. Aveva sentito dire che la
figlia del Duce, Edda, era la
prediletta e aveva grande influenza
sul padre; magari le sarebbe stato
simpatico, e così avrebbe potuto
ottenere una segnalazione.
Si vide questore, nel palco
principale del San Carlo, salutare
affabilmente con la mano i nobili
più in vista della città. Sorrise
pensando di poter volgere a proprio
vantaggio la presenza di un
rompiscatole come Ricciardi.
Preso da una nuova euforia,
chiamò:
«Ponte!».

05


Livia Lucani, vedova Vezzi, si
compiaceva del fatto che la sua
nuova casa napoletana cominciasse
già a prendere forma; e combaciava
perfettamente con l'idea che se ne
era fatta, quando aveva deciso che si
sarebbe trasferita in città.
Era la prima casa veramente sua,
solo sua. Era uscita da quella dei
genitori, eredi di una nobile e ricca
famiglia di Jesi, per andare a
studiare canto da una zia, a Roma.
All'inizio di una promettente carriera
lirica, quando la sua bella voce da
contralto cominciava a essere
conosciuta e apprezzata, aveva
incontrato Arnaldo, tra i tenori più
grandi del secolo, e lo aveva
sposato; quindi, rifletté, questa era la
prima volta che sceglieva e arredava
una casa tutta per sé.
Magari non sarebbe stata sola per
molto, pensò con un sorriso mentre
sorbiva il caffè. Magari qualcuno
prima o poi avrebbe riempito il suo
letto, la sua casa e la sua vita.
Magari qualcuno con gli occhi verdi.
Con uno sforzo riportò
l'attenzione a quello che avrebbe
dovuto fare nella giornata, e alla
casa. L'aveva scelta in centro, con
l'aiuto di Ricciardi al quale aveva
chiesto indicazioni. Al solito lui non
voleva prendersi responsabilità nei
suoi confronti, era molto attento a
evitarlo; ma lei dava tempo al
tempo, era sicura che prima o poi,
con naturalezza, si sarebbe accorto
che era la donna giusta, colei che lo
avrebbe tirato fuori da quella strana,
melmosa solitudine in cui si ostinava
a vivere.
Invece della dolce collina di
Posillipo, dalla quale si poteva
vedere il golfo, o della nuova
edilizia del Vomero, pieno di verde e
frescura, aveva optato per le
adiacenze di via Toledo, scegliendo
un elegante appartamento di via
Sant'Anna dei Lombardi. Le andava
di stare in centro, in mezzo ai teatri e
ai caffè, per poter passeggiare tra i
negozi più raffinati e le chiese più
antiche.
Si era innamorata di quella città
prima ancora che di Ricciardi; ne
adorava l'allegria, la capacità di
cambiare faccia e colore a seconda
delle stagioni, i nugoli di scugnizzi
che si appendevano ai tram
sferraglianti; ne gustava la musica
perenne, il fatto che a qualsiasi ora e
in qualsiasi circostanza ci fosse
sempre qualcuno che cantava, a
squarciagola o in maniera
sommessa; ne apprezzava il cibo e il
clima dolce che però sapeva essere
capriccioso, come in quei giorni di
pioggia. In quella città proprio non
riusciva a essere triste.
Le amiche romane le
telefonavano quasi quotidianamente,
chiedendole cosa ci fosse di così
bello a Napoli da decidere
addirittura di andarci a vivere. In
realtà, pensò sorridendo, erano solo
curiose di capire quale fosse il vero
motivo del trasferimento.
Livia era stata uno dei centri della
vita dell'alta società della Capitale;
era veramente raro che una donna
così bella e affascinante riuscisse,
con la sua simpatia, a piacere anche
alle signore di quell'ambiente,
inclini all'invidia e alla paura di
vedersi sottrarre i mariti. Ma lei,
aperta e sincera, navigava con
noncuranza attraverso i pettegolezzi
e la maldicenza e alla fine incantava
tutti, uomini e donne.
Ad alcune persone la legava una
vera amicizia; una di queste era
Edda, la figlia prediletta del Duce.
La ragazza aveva poco più di
vent'anni, una decina meno di lei,
una donna incostante e capricciosa;
ma si era legata all'affascinante
signora, un modello di eleganza e
classe. Si piacevano, e quando gli
impegni di Stato glielo consentivano
Edda chiamava Livia per lunghe e
divertenti conversazioni telefoniche.
Era uno dei motivi per cui aveva
chiesto al padre di accompagnarlo
nella visita a Napoli, nonostante la
prossima partenza per la Cina col
marito diplomatico sposato l'anno
precedente.
A Livia era venuta l'idea di dare
un ricevimento per pochi invitati; un
modo per aprire ufficialmente la
nuova casa alla vita sociale e per far
vedere alla sua amica che la città
non era la suburra caotica e
pericolosa che alcuni amavano
dipingere.
Non che fosse facile, ricevere in
casa la figlia del Duce. La cosa
implicava imponenti misure di
sicurezza e l'attenzione di tutta la
nobiltà e la politica cittadina. Ma
sarebbe stato divertente aprire i
saloni a persone eleganti e assistere
al modo di comportarsi di certi
supponenti notabili che negli ultimi
giorni aveva avuto modo di
incontrare nei teatri.
Ci andava da sola; non le andava
di farsi accompagnare da uno
qualsiasi. Non le sarebbe certo
mancata l'opportunità di scegliere:
quasi quotidianamente la servitù le
recapitava enormi bouquet di fiori,
anonimi o accompagnati da ardenti
messaggi con firme sconosciute. Si
alzò e stringendo in vita la vestaglia
di seta si avvicinò allo specchio,
osservando la figura morbida e la
pelle bruna, i capelli scuri e gli occhi
neri, liquidi. La mia bellezza, pensò.
Quanti danni ha fatto, ad altri e a
me, la mia bellezza?
Era stata la sua bellezza a
incantare Arnaldo, un uomo gretto
abituato a ottenere tutto quello che
voleva. Era stata la sua bellezza a far
perdere la testa a due suoi
spasimanti, entrambi respinti, che si
erano addirittura sfidati a duello
qualche anno prima. Era la sua
bellezza che le impediva di
mantenere una semplice amicizia
con gli uomini, che prima o poi non
riuscivano a fare a meno di tentare
di averla.
E ora, che per la prima volta
avrebbe voluto essere lei ad
affascinare un uomo, che avrebbe
voluto prenderselo per tenerlo al
fianco, proprio lui sembrava capace
di resisterle. Livia sentiva di non
essere indifferente a Ricciardi,
tutt'altro; percepiva la tensione, la
vibrazione silenziosa del suo corpo
quando gli si avvicinava, ma c'era
qualcosa che lo frenava, che lo
teneva lontano da lei.
Una volta le aveva detto che
aveva il cuore impegnato. Che c'era
un'altra donna nei suoi pensieri.
Allora lei gli aveva chiesto se fosse
sposato o fidanzato e lui,
tristemente, aveva scosso il capo.
Questo cambiava tutto, aveva
pensato lei riemergendo dall'abisso
di disperazione in cui per un attimo
si era sentita sprofondare. Non era di
nessuna, era libero e quindi poteva
essere suo. Se fosse stato impegnato
lo avrebbe lasciato andare: troppe
volte dal marito aveva dovuto subire
tradimenti, fughe e umiliazioni per
sentirsi di infliggere la stessa
situazione a un'altra donna. Ma se lo
strano, affascinante commissario era
libero, allora non c'era niente di
male a mettere in atto una strategia
per conquistarlo.
Strategia? Conquistare? Livia
sorrise allo specchio; erano termini
da usare in guerra, non in amore. Ma
in fondo, considerò, l'amore non è
forse una guerra? Più una caccia che
una guerra, forse: ma questo non
cambiava la sostanza dei fatti.
Per l'ennesima volta si chiese
cosa ci fosse in quell'uomo che la
prendesse così profondamente. Gli
occhi, sicuramente: due frammenti
di smeraldo capaci di brillare anche
nel buio. E quel ciuffo di capelli
scomposto sulla fronte, quel suo
modo di ravviarlo con un gesto
secco. La sua mano, magra e
nervosa: quella mano che in queste
notti di pioggia avrebbe così
volentieri sentito sul corpo.
Cominciò a pettinarsi i capelli.
Voleva quell'uomo. Lo voleva con
tutte le forze, lo voleva come non
aveva mai voluto nessuno. Nella sua
vita era sempre stata diretta,
manovrata, gestita da altri: i genitori,
gli insegnanti, il marito. Ora, per la
prima volta, aveva una casa sua,
scelta da lei, e una vita sua, piena
delle cose che aveva sempre
desiderato; era naturale che cercasse
di avere vicino l'uomo che voleva.
Guardandosi nello specchio, si
chiese come fosse la sua rivale
sconosciuta, la donna che Ricciardi
diceva di amare. Non che facesse
differenza, di fronte alla sua
determinazione; ma si domandò se
fosse bruna o bionda, alta o bassa.
Con apprensione, temette che
fosse più bella di lei.

06


Piuttosto sfiduciata, Enrica guardò il
ragazzo addormentato con la penna
in mano, la testa reclinata sul foglio
e un filo di bava all'angolo della
bocca. Russava. Era la terza volta
che si assopiva, quella mattina.
Tra le lezioni private che teneva,
quella con Mario era la più difficile:
l'abitudine del giovane di
addormentarsi all'improvviso lo
aveva fatto cacciare da tutte le
scuole del regno, e il padre, un ricco
commerciante di salumi, aveva
confidato alla madre di Enrica, che
era una cliente, la sua disperazione.
La donna aveva subito consigliato la
figlia, maestra diplomata, le cui
pazienza e testardaggine
sembravano fatte apposta per
risolvere il problema.
Così Enrica si ritrovava a passare
buona parte delle mattinate a tentare
di svegliare Mario, peraltro un
ottimo ragazzo, che cadeva
addormentato sui compiti. Contava
di presentarlo agli esami di licenza
media con qualche speranza di
promozione, sempreché non si fosse
messo a russare durante lo scritto.
Oggi però, almeno per qualche
minuto, Enrica avrebbe lasciato
dormire il suo scolaro senza
svegliarlo. Aveva da fare.
Cercando di non far troppo
rumore, tirò fuori un foglio dalla
tasca della gonna, e si aggiustò gli
occhiali da miope sul naso. Non era
bellissima, Enrica: ma aveva una
grazia naturale e una femminilità
che esprimeva coi gesti e con i
sorrisi attraenti nonostante fosse
forse un po' troppo alta, con le
lunghe gambe nascoste dalle gonne
di taglio antiquato che preferiva. Il
suo carattere introverso, dolce ma
testardo le consentiva di evitare
discussioni soprattutto con la madre,
che tentava di imporre le proprie
convinzioni, e di fare comunque di
testa sua con l'appoggio del padre,
uno stimatissimo commerciante di
cappelli di via Toledo.
L'uomo amava molto la sua
primogenita, così simile a lui per
l'atteggiamento riservato e le poche
parole, che a ventiquattro anni non
era mai stata fidanzata. Eppure le
occasioni non erano mancate, da
ultimo il figlio del ricco proprietario
di un negozio vicino al suo, che
Enrica si era rifiutata di frequentare
mandando la madre, che temeva che
la figlia rimanesse irrimediabilmente
zitella, su tutte le furie. Amo un
altro, aveva detto: così, con
semplicità, sussurrando questa
terribile notizia durante un pranzo
domenicale, prima di cominciare a
mangiare il ragù.
Giulio Colombo, il padre di
Enrica, aveva avuto il suo bel da
fare per tranquillizzare la moglie nei
giorni che erano seguiti. Non erano
riusciti a sapere nulla
dell'innamorato fantasma della
figlia, se non che non si trattava di
un uomo sposato: almeno questo,
aveva detto la madre sventolandosi
nervosamente col ventaglio.
Nessun'altra notizia. Che intenzioni
hai?, aveva chiesto alla ragazza,
consapevole che avrebbe comunque
perseguito il suo piano, quale che
fosse. Aspetterò, aveva risposto lei,
con la solita quieta determinazione.
Quando faceva così, andava
lasciata cuocere nel suo brodo.
La vita in casa era ripresa sui
binari consueti. Enrica aveva
ricominciato a insegnare, a preparare
i piatti preferiti di suo padre e a
ricamare dopo cena vicino alla
finestra della cucina, ascoltando in
lontananza la radio accesa in salotto.
E a lanciare occhiate furtive verso la
finestra del palazzo di là dalla
strada, dietro la quale si stagliava
una sagoma snella che se ne stava a
guardarla cucire.
Da qualche mese aveva saputo a
chi quella figura corrispondeva. Era
stata convocata in questura a
proposito di un fatto di sangue in cui
lei non era minimamente coinvolta e
si era trovata di fronte all'uomo dei
suoi sogni, lo sconosciuto
osservatore dalla finestra: il
commissario Luigi Alfredo
Ricciardi. L'incontro non era andato
granché, per la verità. L'aveva
irritata l'essersi fatta trovare
impreparata all'evento, più sciatta e
disordinata del solito, senza un filo
di trucco, e aveva reagito
mostrandosi piena di un'aggressività
che non le apparteneva. Per giorni si
era macerata nella dolorosa
convinzione che non lo avrebbe
rivisto mai più.
Le cose si erano più o meno
sistemate, nelle settimane
successive. Avevano ripreso a
guardarsi da lontano, perfino a
scambiarsi un incerto saluto, un
cenno con la testa, un mezzo sorriso.
Enrica era paziente. Sapeva
aspettare. E l'attesa era stata
premiata qualche giorno prima, con
l'arrivo della lettera che ora teneva
in mano, mentre il piccolo Mario
russava.
Sorrise ricordando il padre, di
ritorno dal lavoro, che controllava la
posta consegnatagli dal portiere. Si
era fermato davanti alla busta
corrugando la fronte, poi le aveva
rivolto un breve cenno chiamandola
in un'altra stanza, al riparo dallo
sguardo indagatore della moglie.
Infine le aveva consegnato la lettera,
senza una parola, dicendole solo:
«Non è affrancata».
Voleva dirle che qualcuno l'aveva
consegnata a mano, o infilata nella
cassetta della posta del palazzo. E
l'aveva lasciata sola, senza chiederle
nulla né allora né poi. Tra loro era
così, la discrezione veniva prima di
tutto.
Lei si era sentita il cuore
scoppiare in petto. In camera sua
aveva aspettato quasi mezz'ora,
fissando la busta e immaginando
qualsiasi cosa. Non dubitò nemmeno
per un attimo che fosse sua, che
finalmente avesse deciso di farsi
vivo; nel contempo però temeva di
rimanere delusa, che si trattasse solo
di un saluto formale e niente di più.
Rileggendola ora per la centesima
volta, pensava che un po' forse era
stato proprio così. Ma era pur
sempre un contatto.


Gentile signorina,
esordiva; mi permetto di
scrivervi per non darvi
l'impressione di essere
una persona scortese,
che si prende l'ardire e la
confidenza di salutarvi
dalla finestra. Tuttavia,
l'incontro che abbiamo
avuto è stato così
improvviso che non me
la sono sentita di
presentarmi a dovere. Mi
chiamo Luigi Alfredo
Ricciardi, sono
commissario presso la
questura e, come sapete,
abito di là dalla strada,
proprio di fronte alle
vostre finestre. Questa
breve lettera è scritta
nell'unico intento di
sapere se non vi dà
fastidio essere salutata,
quando occasionalmente
vi vedo da lontano. Se
così dovesse essere, vi
assicuro che non
accadrebbe mai più. Ma
devo anche dirvi, in tutta
sincerità, che a me
piacerebbe molto se non
fosse così.
Sarò lieto di avere
vostre notizie. Nel
frattempo, credetemi
vostro aff.mo
Luigi Alfredo Ricciardi


Oggettivamente, nulla di che; ma
per Enrica contava moltissimo
quello che nella lettera non c'era
scritto, e cioè che lui non aveva
nessun impegno, per esempio con
quella bellissima e sofisticata
signora con la quale l'aveva visto
una volta al Gambrinus, altrimenti
non le avrebbe scritto. E che non gli
era indifferente. E infine che era
educato, riservato e timido, come
aveva immaginato.
E adesso?, si chiese preoccupata.
Adesso toccava a lei. Avrebbe
dovuto rispondere, senza eccessiva
confidenza ma anche non troppo
freddamente, altrimenti lui si
sarebbe convinto che non c'era da
parte sua alcun interesse, come
aveva temuto potesse sembrare dal
suo atteggiamento in occasione del
loro unico incontro. Doveva
pensare, e in fretta: lasciar passare
troppo tempo nella risposta poteva
essere interpretato come fastidio.
E come avrebbe fatto a
recapitargli la risposta? Certo non
poteva farsi vedere, conosciuta
com'era nel quartiere, con una busta
in mano vicino alle cassette della
posta del palazzo di lui; e spedirla
avrebbe comportato un'enorme
perdita di tempo. Pensò che
conosceva di vista la signora anziana
che abitava con lui, una donna
grassa e gioviale che si serviva al
suo stesso negozio di spezie;
avrebbe dovuto farsi forza e
fermarla, presentarsi e parlarle.
Doveva trovare il coraggio.
Ripose il foglio in tasca e sospirò,
guardando Mario perso nei suoi
sogni. Fece un colpo di tosse; il
ragazzo si svegliò e la guardò
bovino, stentando a riconoscerla. Gli
sorrise e disse:
«Dunque, dove eravamo?».
E lanciò uno sguardo di tenerezza
alla finestra di fronte.

07


In piedi vicino alla finestra del suo
ufficio, Ricciardi si asciugava alla
meglio col fazzoletto. Osservava la
pioggia e il vento che martellavano
furiosi la piazza, spazzando le strade
da tutto ciò che non era ancorato al
suolo. I lecci scuotevano al cielo i
rami spogli, le persone cercavano di
ripararsi sotto i portoni e di salvare
gli, ombrelli, inadeguati a quella
furia.
La finestra al solito gli riportò
alla mente Enrica che ricamava;
l'immagine della quiete e della
serenità, quella in cui si rifugiava
quando si sentiva agitato e ansioso.
Enrica. E la lettera che le aveva
scritto.
Pur consapevole di non essersi
troppo sbilanciato, si sentiva
profondamente inquieto. Per uno
come lui, così poco incline ai
rapporti e alle manifestazioni
affettive, era stata veramente una
rivoluzione prendere penna e carta e
stabilire un contatto così diretto, per
di più con una persona che non gli
era mai stata presentata. Gettò uno
sguardo alla sedia davanti alla
scrivania, dove la donna si era
seduta in quella disgraziata
occasione in cui, per la prima volta,
si erano incontrati. Che figura, che
aveva fatto. Doveva aver pensato
che era un imbecille, un povero
idiota.
E se la lettera che le ho scritto,
pensò, le sembrerà un'intromissione
intollerabile nella sua vita? Perderei
anche il solo poterla guardare dalla
finestra. Osservare i suoi gesti
semplici, sereni, lenti. Normali. La
normalità, quella strana condizione
che gli era sconosciuta. Ricordò i
mesi in cui l'aveva guardata di
nascosto, trovando nel suo ricamare,
nel modo tranquillo di muoversi nel
suo ambiente, uno spettacolo per il
quale valeva la pena di tornare a
casa, la sera. Si pentì di averle
scritto. Ma ormai era fatta: doveva
solo aspettare.
Nella piazza martoriata dalla
pioggia vedeva passare le
automobili. In lontananza distinse
una donna con una bambina per
mano, ferme in mezzo alla strada,
incongruamente vestite con abiti
estivi. Ricordava l'incidente,
avvenuto un mese e mezzo prima
durante l'ultimo colpo di coda
dell'estate: alla bambina era caduto
qualcosa, forse un giocattolo, e
aveva fermato la madre proprio
mentre una Fiat 525 svoltava
l'angolo e si immetteva nella piazza;
il conducente guardava dall'altra
parte e le aveva travolte, fermandosi
solo quando anche le ruote posteriori
erano passate sui corpi. Da quella
distanza Ricciardi vedeva le gambe
della donna tranciate di netto,
all'altezza delle cosce, e la testa
della bambina maciullata dal collo in
su. La donna diceva: presto, ci
aspetta. Chissà chi le aspettava, e le
avrebbe aspettate per sempre. La
bambina diceva: lo strummolo, l'ho
perso, lo strummolo. Una trottola di
legno. Causa della morte, solo una
maledetta, minuscola trottola di
legno.
Ancorché insanguinate e straziate
dalle ruote, le donne erano le uniche
asciutte sotto l'acqua. Piccoli
privilegi della morte, pensò
ironicamente Ricciardi. Ma il
privilegio di ascoltarne le parole
anche a distanza e di vederne i
cadaveri dissolversi lentamente
giorno dopo giorno, invece, ce
l'aveva solo lui. Questo sono io,
Enrica. Un uomo destinato a
camminare nel dolore, a esserne
assordato, ammorbato, soffocato.
Che ti può dare, uno così? Quale
vita, quale amore? Che grande
egoista sono stato, a scriverti;
perfino quell'inutile lettera.
La bambina e la sua trottola gli
fecero tornare in mente il cadavere
con cui aveva iniziato la settimana.
Il fatto di non averne visto
l'immagine, le parole di Modo circa
la certezza della morte naturale. Ma,
si chiese, quanto può essere naturale
la morte di un bambino così
piccolo? Non avrebbe avuto il diritto
di conoscere le emozioni, gli
orgogli, le tristezze di una vita?
Rivide la nuca rigata dalla
pioggia, la testa sospesa nel vuoto
mentre veniva portato via dai
becchini come la carogna di un
animale randagio. Come si
chiamava? Che giochi faceva, che
amici aveva? C'erano una madre, dei
fratelli che ora piangevano e si
disperavano per la sua assenza, o era
solo e abbandonato da vivo come lo
era stato nella morte?
Ricciardi rivide con gli occhi
della memoria un altro bambino, che
giocava da solo con una spada di
legno in un vigneto, venticinque
anni prima; ne risentì il mormorio
con cui descriveva a se stesso il
mondo fantastico nel quale sognava
di essere, nella sua immaginazione.
E rifletté che la solitudine è una
malattia che non risparmia
nemmeno i ricchi, e che dall'infanzia
si trasmette alla maturità e perfino
alla vecchiaia.
Le riflessioni furono interrotte da
un discreto bussare alla porta, cui
seguì l'ingresso di centoventi chili di
brigadiere bagnato.
«Niente ancora, commissa'. Non
sono giunte segnalazioni di un
bambino scomparso, pare che
nessuno si è accorto che la creatura
non ci sta più. O almeno, nessuno ha
pensato di avvisare la polizia».
Maione si detergeva con una
salvietta, scrutando con
rassegnazione gli stivali infangati.
«Niente, e questa schifezza non si
leva più, mo' a Lucia chi se la sente?
Ma che sfortuna, proprio a fine turno
doveva succedere, almeno avevo il
tempo di farli asciugare un poco, e
invece devo tornare a casa così
combinato. Ma che c'è, commissa',
stavate pensando? Vi ho interrotto?»
«E perché, ci stanno delle volte
che tu non pensi? No, mi stavo
chiedendo del bambino. Se ha
qualcuno o era solo».
«A giudicare dai vestiti, secondo
me era solo. Non ci sta una mamma
che con questa pioggia manda il
figlio in giro con gli zoccoli, ve lo
dico io: anche la più povera almeno
glieli fascia con una pezza. Mia
madre quando ero bambino ci
metteva mezz'ora la mattina,
d'inverno, a fasciarci i piedi a me e
ai miei fratelli. Ci legava le pezze
che erano meglio di un paio di
stivali, ve lo dico io. E ce le legava
così strette che i piedi si
addormentavano e formicolavano
per tutta la giornata, me lo ricordo
ancora. Ma non si scioglievano,
potevate stare sicuro».
«E invece il nostro piccolo amico
le pezze non ce le aveva. E i piedi
erano pieni di geloni, ci hai fatto
caso? Sono proprio curioso di sapere
di che cosa è morto; che ha detto
Modo, quando ci fa sapere?»
Maione non era convinto che
l'autopsia fosse l'idea giusta, e non
voleva nasconderlo:
«Ha detto che ci chiama lui, forse
pure domani. Ma commissa', ve lo
devo dire: a me questa cosa di fare
l'autopsia al ragazzo non mi è
piaciuta. Non mi piace l'idea che se
ne deve andare sottoterra tutto
squartato, dopo che il dottore ha
rimestato con le mani dentro alla
pancia per trovare qualcosa che non
c'è. Io lo so che voi tenete le
migliori intenzioni, però lo sapete
che in questa città i bambini
muoiono per strada. Mica è una
novità, purtroppo».
Ricciardi voltò le spalle alla
finestra.
«Lo so bene. Ma tu, che hai figli,
questo non me lo devi dire. Il
bambino è morto, è vero. E anche a
me non piace vedere i cadaveri
straziati, credimi. Solo, non sopporto
l'idea che nemmeno si sappia com'è
morto, tutto qui. Non si deve buttare
via come un vestito vecchio, un
bambino così piccolo. Noi dobbiamo
dargli un nome e un cognome, e il
dottore una causa di morte, così
sottoterra ci va una persona, non una
cosa».
Maione sorrise:
«Lo capisco, quello che volete
dire. Io che un figlio l'ho perso lo so
bene, che significa quando uno non
li vede tornare più. E pure se non ne
parliamo mai, io e Lucia guardiamo
questi che ci sono rimasti e
pensiamo sempre a Luca, e ci
penseremo per sempre: lo so io, e lo
sa lei. Mo' che si avvicina il giorno
dei morti, poi, ci si pensa pure di
più. Questa pioggia, questa pioggia
che non finisce mai, che ti entra
nelle ossa e che ti aumenta la
tristezza... E ci si mette pure
l'ufficio, mo', che è diventato un
inferno!».
«E perché, che è successo?»
Maione allargò le braccia:
«E già, io mi dimentico sempre
che voi, a parte me, non parlate con
nessuno, qua dentro. E fate bene, ve
lo dico io. Dunque, siccome lo
sapete che deve venire Mussolini il
tre di novembre, Garzo sta come un
pazzo. Va dicendo che se qualcosa
va storto manda tutti a fare i
secondini a Poggioreale; sposta e
risposta i mobili dentro al suo
ufficio; fa lavare continuamente le
scale; ha mandato tutte e due le
macchine alla rimessa per farle
revisionare, casomai Mussolini si
vuole fare un giretto; si guarda i
baffi nello specchio una
continuazione, e si crede che
nessuno lo vede ma tutti gli ridiamo
appresso. Insomma, uno strazio!».
Ricciardi scosse il capo.
«Ma come si fa a essere così
stupidi? Viene Mussolini, e allora?
A parte il fatto che di qui nemmeno
passerà, ma poi che cosa cambia?
Non si muore lo stesso, non
succedono comunque le stesse cose
terribili, in mezzo alle strade?»
Maione picchiò col pugno nella
mano.
«È proprio questo il punto,
commissa': no, non succedono. Nel
senso che quel cretino di Garzo va
dicendo che in città tutto deve
andare bene, che non ci devono
essere disordini o delitti; che questa
è la città fascista, dove regnano la
pace e la tranquillità per i cittadini.
Insomma, non ci devono essere
sospesi o indagini in corso, almeno
finché il mascellone non riparte e se
ne torna a Roma in grazia di Dio».
Ricciardi fece un'occhiataccia:
«Se pensa che ci mettiamo a
coprire le cose o a perdere tempo
necessario a scoprire chi ha
commesso un crimine solo per fare
finta che tutto va bene, allora è
impazzito davvero. Glielo puoi
anche mandare a dire dal tuo amico
Ponte: noi il nostro lavoro lo
facciamo sempre, Mussolini o no».
Maione scoppiò a ridere:
«'Azzo, il mio amico Ponte: io lo
affogherei in un tombino, quello
spione! Va bene che in questo
periodo è la prima vittima di Garzo,
e ben gli sta: se lo vedeste correre
avanti e indietro, più ridicolo del
solito... E comunque lo sapevo già,
che dicevate così. E pensavo che, in
fondo, a fare i secondini a
Poggioreale non si deve stare tanto
peggio di qua, no?».

08


Dalla sala settoria dell'ospedale, il
dottor Modo sentiva la pioggia
battere sul tetto e sulle finestre. Le
lampade illuminavano i tavoli di
marmo; era finalmente arrivata la
sera dopo una giornata molto dura.
Le corsie erano piene di ogni genere
di malattie; si chiese come fosse
possibile sopravvivere nelle
condizioni di igiene in cui si trovava
gran parte della città.
La pioggia poi faceva la sua
parte: polmoni, bronchi, ossa
recepivano l'umidità come spugne e
si danneggiavano gravemente. La
gente del popolo, abituata a penare e
a nascondere con dignità il dolore,
arrivava in ospedale quando la
situazione era ormai irreparabile e ai
medici non restava che provare a
lenire come potevano la sofferenza.
Modo pensò ai torrenti d'acqua
sporca che traboccavano dalle fogne
intasate e invadevano i bassi,
portando rifiuti e animali morti sui
pavimenti dove i bambini
giocavano. Scosse il capo,
rabbrividendo; c'era da meravigliarsi
che in molti fossero ancora vivi,
altroché. Spesso, finiti i turni,
quando non gli si chiudevano gli
occhi per la stanchezza andava in
giro per i vicoli, per portare qualche
cura a chi ne aveva bisogno. Le
vecchie tentavano di baciargli le
mani, ma lui si ritraeva: avrebbe
voluto fare di più. Avrebbe voluto
disporre di medicine, ma riusciva a
rubacchiarne poche all'ospedale e ne
sarebbero serviti quintali.
Stasera, ad esempio, sarei molto
più utile là che qua a sezionare un
cadavere, pensò guardando il
bambino steso nudo sul tavolo,
livido nella luce spettrale, col capo
adagiato sul ceppo di legno. Ma non
riusciva a dire di no a Ricciardi, e
invece di portare sollievo ai vivi si
ritrovava a scavare in un morto.
S'interrogò sulla strana natura
dell'amicizia col commissario. Non
erano certo affini, lui estroverso e
sopra le righe, quello silenzioso e
poco incline alla risata; ma in uno
strano modo lo sentiva vicino più di
ogni altro. Forse perché erano due
solitari; forse perché osservavano il
proprio tempo nella stessa maniera,
con disincanto e malinconia; forse
perché condividevano la stessa pena
per quella città brulicante e per quel
popolo disperato. Con differenti
scelte di lotta, però: il dottore con
l'esplicita dissidenza, il commissario
con l'azione silenziosa.
Tirò fuori l'orologio dalla tasca
del gilet: le dieci. Probabilmente
erano passate circa ventiquattr'ore
dalla morte del ragazzo. Controllò
gli strumenti, puliti e disposti in una
cassettina di metallo di fianco al
tavolo; avevano come sempre l'aria
quotidiana e inoffensiva, ago e filo,
forbici, coltelli di varie sezioni e
misura, una sega e due seghetti, uno
scalpello e un martello. Pensò al
padre, un abile falegname che aveva
lavorato fino a settant'anni per farlo
studiare; non siamo poi così diversi,
hai visto, papà. Alla fine sego,
martello e scalpello anch'io.
Ricciardi, Ricciardi: accidenti a
te, e alla tua testardaggine. Ricordò
che nella Grande Guerra, sul Carso
dove faceva da ufficiale medico per
un battaglione, aveva conosciuto un
tenente, un calabrese di nome
Caruso. Un ometto taciturno,
scurissimo di pelle e di capelli, in
perenne movimento. Avevano
simpatizzato e passavano le lunghe
serate in trincea a sentire il rombo
lontano del cannone e a raccontarsi
di donne e delle loro città così
lontane.
Caruso aveva la capacità di
capire prima degli altri cosa sarebbe
successo in battaglia. Diceva: adesso
vedrai, loro si sposteranno di qua,
faranno questa manovra, tenteranno
un aggiramento della postazione
delle mitragliatrici. E puntualmente,
come se li dirigesse lui stesso, lo
stato maggiore e i crucchi facevano
quello che lui aveva predetto. Il che
non gli aveva impedito di prendere
una palla in fronte, una sera di
settembre: quella non l'aveva
prevista.
Ricciardi gli ricordava Caruso: lo
stesso mezzo sorriso triste, le stesse
mani nervose, lo stesso sguardo
perduto dietro a chissà quale lontano
dolore. La stessa strana capacità di
interpretare la realtà secondo le sue
correnti sotterranee, quelle che
nessun altro vedeva. Gente che
attraversa la vita prendendosela tutta
sulle spalle, senza avere la forza di
farlo.
Si concentrò sul bambino. Aveva
completato l'esame esterno. Aveva
guardato i vestiti: una camicia di tela
grezza di diverse taglie più grande
del necessario, lisa e sporca, e un
paio di calzoni corti troppo larghi,
legati in vita con uno spago che era
sul punto di rompersi. Niente
biancheria, niente tagli, niente
strappi nuovi. Nessuna violenza,
sugli abiti almeno.
Poi aveva osservato l'epidermide,
centimetro per centimetro. Come gli
era parso in occasione del primo
sopralluogo non c'era traccia di
ferite recenti. Segni sì, quanti se ne
volevano: sul collo, sull'addome,
sulle gambe: ecchimosi, lividi,
ematomi. Non era facile, la vita
degli scugnizzi in strada. Ma niente
che potesse aver causato la morte,
niente di recentissimo.
La guerra, pensò Modo. La
guerra e la morte. Quella aveva
qualcosa di assurdamente esaltante,
doveva ammetterlo; le uniformi, i
fucili, le pallottole e le bombe. La
fame, la sporcizia, le infezioni,
certo: ma anche la consapevolezza
di star lottando per il proprio Paese,
per la patria. Concetti ridicoli, lo
capiva ora: un confine lontano,
gente che non aveva mai smesso di
parlare altre lingue qualsiasi fosse la
bandiera che piantava in cima al
municipio; ma quando si combatte si
pensa alla casa lontana, alle
tradizioni, alle proprie cose.
Questa guerra che hai combattuto
tu, rifletté guardando il corpo sul
tavolo, non ha gloria né grandezza.
È una guerra per sopravvivere, per
arrivare a vedere il sole
dell'indomani o anche a risentire
addosso la pioggia. La guerra del
pane, del freddo, di un posto
asciutto. Una guerra che non ha
confini da difendere né ponti da
abbattere: la guerra di vivere.
Prese il bisturi e praticò
l'incisione a Y, partendo dalle
clavicole e fino a sotto lo sterno, e
poi fino al pube con una deviazione
attorno all'ombelico. Sotto la pelle lo
strato di adipe era quasi inesistente,
e Modo non ne fu affatto sorpreso.
Aveva deciso di effettuare prima
un accurato esame dell'addome,
convinto com'era che si fosse
trattato di un semplice arresto
cardiaco provocato forse da una
malformazione congenita unita allo
stato di deperimento generale: il
bambino pesava quanto un
uccellino. Scoprendo la causa della
morte, sperava di risparmiare alla
vittima l'apertura del cranio per
l'esame dell'encefalo.
E di guerra si parlava ancora: nei
discorsi del capo del governo, sui
giornali, nelle chiacchiere ai bar.
Non in maniera esplicita, beninteso;
della guerra non si parlava mai
apertamente. Ma se osservi bene,
pensò il dottore mentre applicava il
divaricatore, la guerra c'è, eccome.
Tutto questo parlare di grandezza, di
impero, di storia, di destino
inevitabile. Di comando, di dominio,
di colonie. Se non è guerra questa,
non ne ho mai vista una.
E invece l'ho vista, sai, bambino?
L'ho vista, la guerra. E credimi,
anche quella è dura.
Adesso l'uomo del destino viene
qui, addirittura. Viene qui, e tutti
quelli come te andranno in piazza e
si metteranno ad applaudire e a
urlare a comando. Magari
indosseranno il vestito buono, come
se fosse una festa, come se fosse
un'occasione. Forse ci sarà qualche
borseggiatore che approfitterà della
confusione per mettere la mano in
qualche tasca, non dico di no, ma
nemmeno tanti. Per il grosso, si
sentiranno tutti migliori, più forti e
meno affamati. Il destino di
grandezza. L'impero. Il cielo, la terra
e il mare. E nessuno avrà il
coraggio, neanche stavolta, di
vedere che proprio quest'uomo e
quelli come lui, le mani sui fianchi,
gli occhi lampeggianti sopra la
mascella sporgente, sono quelli che
affamano e fanno morire in nome di
ideali inesistenti.
Ne ho visti di morti, bambino. E
ne vedo ancora. Oggi ci sei tu, su
questo tavolo, con la pelle del torace
tenuta da due pinze davanti alla
faccia e questi quattro ossicini
bianchi all'aria, e domani chissà.
Forse tua madre, che neanche sa che
sei morto, o uno dei tuoi sconosciuti
fratelli e sorelle.
Dimmi, bambino; sei felice, della
venuta di Mussolini? Sei ansioso
anche tu di baciargli gli stivaloni
lucidi, di ricevere un cenno di
approvazione da quella testa di
vacca? Pensi anche tu che
conquisterete insieme il mondo, e
che ti restituirà il destino di
comando e di ricchezza che ti hanno
tolto?
Prese un paio di grosse cesoie e
cominciò a tagliare le costole, ai lati
dello sterno. Erano tenere e
cedevoli, come quelle di un agnello.
Gli si strinse il cuore.
No, mormorò. A te non interessa
più, la visita del Duce. A te non
interessa più niente, piccolo mio.
Continuò a tagliare, senza
accorgersi di avere gli occhi rossi di
lacrime.

09


Martedì, 27 ottobre

Verso le nove finalmente si seppe
chi era il bambino, o perlomeno chi
poteva essere.
Ricciardi era in ufficio da quasi
due ore. Si era aspettato di trovare
già al suo arrivo una comunicazione
dall'ospedale, o qualche donna in
lacrime e urlante ai piedi della scala
che portava al posto di guardia, ma
non c'era nessuno. Cominciò a
lavorare sul verbale di ritrovamento,
ma sentiva una crescente
inquietudine: non era possibile che
nessuno si fosse accorto della
mancanza del bambino.
La sensazione di angoscia era
accresciuta dal fatto che gli
sembrava che il cane che aveva visto
in occasione del ritrovamento lo
seguisse: lo aveva trovato vicino
casa, dall'altra parte della strada,
accucciato sulle zampe posteriori
sotto la pioggia, un orecchio alzato.
Lui si era incamminato verso la
questura e il cane dietro, a una
decina di metri di distanza, sull'altro
marciapiede. Si era fermato e si era
fermato anche il cane. Aveva ripreso
a camminare e si era di nuovo
avviato anche il cane. Alla fine
aveva deciso di far finta di niente, e
non aveva più guardato dalla sua
parte. All'arrivo in questura il cane
non c'era più, ma gli aveva lasciato
addosso qualcosa di irrisolto.
La sensazione terminò appunto
dopo un paio d'ore, quando Maione
si affacciò alla porta e chiese
permesso:
«Commissa', qua ci sta un
sacerdote che dice che forse sa chi è
il bambino di Capodimonte. Prego,
accomodatevi, don...?».
Nella stanza entrò un prete. Era
un uomo grassoccio e nervoso, di
media statura, con la tonaca lisa
abbottonata sul davanti e un
cappello tondo in mano, che si
asciugava la fronte dal sudore e
dalla pioggia.
«Don Antonio Mansi, parroco di
Santa Maria del Soccorso a Santa
Teresa».
Parlava con tono lamentoso,
come se commiserasse qualcuno,
magari se stesso. A Ricciardi fu
immediatamente antipatico.
«Prego, padre. Io sono Ricciardi.
Accomodatevi. Maione, resta pure
tu. Ditemi, cosa possiamo fare per
voi?»
«Come vi diceva il maresciallo,
qua…»
Maione lo corresse, ci teneva alla
sua identità: «Brigadiere, don
Antonio. Io sono il brigadiere
Raffaele Maione, a servirvi».
«Scusate, sì, il brigadiere
Maione; insomma, ho motivo di
credere che il bambino che
disgraziatamente è defunto, quello
che è stato trovato a Capodimonte,
sia uno dei miei».
«Uno dei vostri?«, chiese
Ricciardi; «In che senso?»
Il prete si era seduto col cappello
sulle ginocchia e aveva riposto il
fazzoletto in una manica. Parlava
quieto, con le mani abbandonate sul
ventre.
«Nella mia parrocchia, tra le altre
opere, accogliamo alcuni orfani del
quartiere. Li ospito in una casa
dietro la canonica, attualmente ce ne
sono sei. Uno di questi, il più
piccolo, che si chiama Matteo, non
si vede dall'altro ieri. Siccome non è
mai mancato per tutto questo tempo,
ho pensato di venire qui per
avvertire».
Ricciardi era disorientato dal tono
tranquillo del sacerdote. Non sentiva
tensione o preoccupazione nelle
parole di lui, peraltro pronunciate
con la voce piagnucolosa che aveva
subito notato.
«E voi, padre, non vi siete
accorto della mancanza del
bambino? Come mai solo stamattina
avete pensato di venire in questura?»
«Vedete, commissario, il mio non
è un collegio, ma solo una dimora
per questi ragazzi senza casa e senza
famiglia. Sono liberi di andare e
venire, imparano un mestiere,
chiedono l'elemosina; io certo non
mi posso occupare di quello che
fanno tutti e sei, per ventiquattro ore
al giorno. Succede a volte che
rimangano fuori tutta la notte, sono
ragazzi abituati alla strada,
purtroppo: ma sanno perfettamente
badare a se stessi. A volte
semplicemente se ne vanno, trovano
un altro posto dove stare, e non
tornano più, senza neanche venire a
ringraziare per quello che è stato
fatto per loro. Ma io non lo faccio
per ricevere gratitudine, lo faccio
solo a gloria di Dio».
Ricciardi e Maione si
scambiarono uno sguardo: a
entrambi parve un discorso usato in
più occasioni e tenuto pronto in caso
di necessità.
«E allora, come mai siete
convinto che si tratti di... come ha
detto che si chiama, questo vostro
ospite?»
«Matteo, si chiama. Diotallevi
Matteo, gli troviamo un cognome
quando non lo conosciamo, per
registrarli all'anagrafe. È il più
giovane, avrà un sette, otto anni; non
ne sono sicuro, perché ci arrivano
senza sapere quando sono nati e
dove. Ho pensato che potesse essere
lui perché fino a ora, come vi ho
detto prima, non era mai mancato
per tutto questo tempo. Stamattina,
non vedendolo, ho chiesto agli altri e
poi un po' in giro, e nessuno l'aveva
incontrato nelle ultime ore; allora ho
pensato che era meglio denunciarne
la scomparsa, per stare tranquilli.
Poi, qua in questura il brigadiere mi
ha detto del ritrovamento del corpo
al Tondo. Magari, se lo vedessi, ve
lo potrei confermare».
Ricciardi scrutava il viso
inespressivo del prete.
«Scusatemi, padre, se mi
permetto: ma voi non mi sembrate
molto preoccupato. Siete piuttosto
rassegnato, ecco. Come mai?»
Seguì un attimo di silenzio. Sia il
sacerdote che Maione erano rimasti
sorpresi dalla frase del commissario,
diretta e secca. Alla fine l'uomo
sospirò e rispose:
«Non è così, credetemi. Io voglio
molto bene ai bambini che assisto, e
il fatto stesso che mantenga in piedi
la casa con grandi sacrifici per non
ricevere nulla in cambio ne è la
prova. Ma questi nostri tempi non
sono facili, e chi meglio di voi lo
può sapere; le condizioni in cui
vivono i poveri sono terribili, e ne
fanno le spese i più deboli, gli
anziani, l'infanzia. Succedono
incidenti, si prendono malattie. Si
muore per strada, nei vicoli e nei
bassi. Il brigadiere, qui, mi diceva
che il ragazzo ritrovato è
probabilmente morto per cause
naturali; se si tratta di Matteo, e
ancora spero che non sia lui,
probabilmente sarebbe ancora vivo
se fosse rimasto a casa, da me. Ma
sono cose che succedono».
Ricciardi non era disponibile a
lasciar liquidare così la morte di un
bambino.
«Non dovrebbero succedere,
però, non vi pare, padre? Siamo noi,
che non dovremmo lasciarle
accadere».
Il prete sorrise tristemente;
durante l'intero dialogo non aveva
mosso le mani, intrecciate sul
ventre.
«No, infatti. Ma sono molte, le
cose che non dovrebbero accadere e
invece accadono. Che cosa fa lo
Stato, per questi bambini? Ve lo dico
io, commissario: niente. Proprio
niente. Viene lasciato tutto a noi,
alla Chiesa, o alla carità di quei
pochi ricchi che hanno ancora una
coscienza. In vent'anni ne avrò persi
almeno dieci o dodici, di ragazzi.
Caduti da un tram, affogati a mare
d'estate, travolti da una vettura o da
una carrozza. O per una febbre o
un'infezione, presa mangiando
chissà cosa o ferendosi chissà come.
E appena si libera un posto, ce ne
sono altri cento da togliere dalla
strada. A noi non resta che fare
quello che possiamo, sempre. Ecco
perché mi vedete rassegnato, caro
commissario».
Seguì un altro silenzio. Benché a
Ricciardi quell'uomo istintivamente
non piacesse, doveva ammettere che
il suo ragionamento filava; si sentì
anche irrazionalmente in colpa,
come rappresentante di uno Stato
che poco o nulla faceva per questi
bambini. Chissà perché la mente
andò al cane che lo aveva seguito
quella mattina, l'ultimo amico del
giovanissimo morto.
«Padre, se il bambino dovesse
essere appunto Diotallevi Matteo
dovrò farvi qualche altra domanda.
Prima però dobbiamo procedere
all'identificazione, per cui dovrete
venire con noi per il riconoscimento
all'ospedale dei Pellegrini».
Fu la volta del prete a sembrare
disorientato. "Ospedale? Ma non era
morto, quando lo avete ritrovato?
Volete dire al cimitero, forse».
«No, il cadavere si trova
all'ospedale. Ho chiesto al medico
legale di disporre un accertamento,
per verificare con precisione le
cause del decesso. Vedo che piove
ancora; Maione, fai preparare una
macchina».
Il brigadiere scosse il capo, con
rammarico:
«No, commissa'. Le macchine
stanno tutte e due in rimessa, a farsi
belle per il Duce; ve l'ho detto, ieri.
Mi sa che dobbiamo andare a piedi,
pure stavolta».
E si guardò con tristezza gli
stivali provvisoriamente lucidi.

10


Il tragitto fino all'ospedale non era
lungo, ma la pioggia lo rese
difficoltoso. Don Antonio
camminava sollevandosi la tonaca
con una mano e tenendosi il
cappello con l'altra, facendo
attenzione a non precipitare in una
delle numerose pozzanghere di
incerta profondità che si erano
formate sul marciapiedi. Anche
Maione aveva lo stesso problema, e
mormorava improperi a bassa voce
per non farsi sentire dal prete,
cercando di proteggere con
l'ombrello Ricciardi che, al solito,
sembrava non curarsi dell'acqua che
gli inzuppava i capelli scoperti.
Finalmente giunsero a
destinazione e rimasero a
sgocciolare in una sala d'attesa, dove
furono raggiunti dal dottor Modo. Il
medico era stravolto dalla
stanchezza, il volto attraversato da
rughe profonde e coperto da un velo
di barba; Ricciardi provò una fitta di
rimorso per averlo costretto a quella
fatica supplementare, probabilmente
inutile.
«Ah, eccovi qui», disse il dottore.
«Vi avrei chiamati più tardi, sto
aspettando l'esito di certe analisi che
ho commissionato al laboratorio. E
poi, col vostro permesso, me ne
andrei a casa a dormire per
ventiquattr'ore almeno. Chi è il
signore, qui?»
Maione sorrise di nascosto:
Modo non perdeva occasione di
mostrarsi anticonformista e
soprattutto anticlericale. Don
Antonio lo guardò offeso e si volse
verso Ricciardi aspettando di essere
presentato da lui.
«Il sacerdote è don Antonio, il
parroco di Santa Maria del
Soccorso, dico bene, padre? Ospita
alcuni orfani e crede che il bambino
che è qui da te possa essere uno dei
suoi, che è scomparso da un paio di
giorni. Vorrebbe vederne il cadavere
per un'eventuale identificazione.
Possiamo?»
Modo si passò una mano tra i
capelli, in un gesto che gli era
consueto.
«Sì, immagino di sì. Io con lui ho
finito, poi ti dirò». Don Antonio
aveva stretto gli occhi, diffidente.
Non si rivolse a Modo ma a
Ricciardi.
«Scusatemi, commissario. Che
vuol dire il dottore, quando dice che
ha finito con lui? Che cosa è stato
fatto al bambino?»
Il medico rispose a muso duro:
«È stato fatto quello che è stato
ritenuto necessario. È stata fatta una
ricerca per capire com'è morto
questo bambino, mentre chi si
doveva occupare di lui non se ne
occupava. Questo è stato fatto».
Il prete fece un passo indietro e
sbatté le palpebre.
«Noi ci occupiamo dei bambini
finché loro stessi ce lo consentono.
Se se ne vanno in giro da soli, non è
certo colpa nostra. Posso vederlo,
adesso?»
Modo, continuando a guardare il
sacerdote in cagnesco, si girò e fece
strada verso l'obitorio dell'ospedale.
Il cadavere del bambino era stato
ricomposto e rivestito coi suoi
poveri abiti. Ricciardi, che pure era
abituato a visioni terribili, provò una
stretta al cuore vedendolo così
minuscolo sul tavolo di marmo. I
segni delle ricuciture successive
all'autopsia erano evidenti sulla testa
e sulle spalle, poi l'incisione
affondava sotto la camicia.
Don Antonio ebbe un sussulto;
gli occhi si riempirono di lacrime,
fece un passo avanti e si avvicinò al
cadavere. Fece il segno della croce
sulla fronte del bambino, mormorò
una preghiera e lo benedisse. Poi col
pollice percorse l'incisione sul
cranio e rivolse uno sguardo
durissimo a Modo. Infine, disse a
Ricciardi:
«È lui. È Matteo, il piccolo
Matteo. Ma qualcuno dovrà
rispondere, per questa cosa che gli è
stata fatta. Per questo scempio».
Maione, il cappello in mano,
lanciò un'occhiata a Ricciardi come
per dire: l'avevo detto, io. Il
commissario sostenne gli occhi del
prete:
«Allora fate il mio nome, padre.
Sono io che ho disposto l'ulteriore
accertamento, e mia è tutta la
responsabilità. Né il dottore né
Maione, qui, ritenevano che fosse
necessario. Io invece avevo bisogno
di sapere com'era morto il bambino,
e ho chiesto l'autopsia».
Il prete sibilò:
«E adesso almeno lo sapete,
com'è morto? E soprattutto, questo
cambia qualcosa?».
Modo fece per intervenire, ma
Ricciardi lo fermò con un cenno
della mano:
«Questo, perdonatemi, è ancora
materia d'indagine. E non può essere
divulgato. Siate gentile, adesso:
precedetemi in questura, il
brigadiere Maione vi accompagnerà.
Io devo trattenermi un attimo qui col
dottore e poi vi raggiungerò».
Don Antonio sembrava essersi
tranquillizzato, ma l'espressione
rimaneva bellicosa. Fece un rapido
cenno di saluto con la testa, verso un
punto a metà strada tra Modo e
Ricciardi, e se ne andò scortato da
Maione.
Il dottore si accese una sigaretta.
«Portare un prete fin qui. Lo sai,
che per me sono un malaugurio; in
ospedale proprio non ce li voglio».
«Però vedo che qui è pieno di
suore», disse Ricciardi.
«Che c'entra, quelle sono
infermiere, e pure bravissime. Le
migliori, guarda: anche in guerra, al
fronte, non si stancavano mai.
Magari pure quello è fanatismo, ma
perlomeno è un fanatismo utile».
«E allora, che mi dici? Hai capito
com'è morto, il bambino?»
Modo fece cenno a Ricciardi di
uscire. Un muscolo gli guizzava
sulla mascella. La stanchezza lo
invecchiava.
«Vieni, andiamo fuori. Ho
bisogno d'aria, anche se piove».
Si sistemarono sotto una tettoia
all'ingresso del padiglione
dell'ospedale dove si trovava
l'obitorio. Alle spalle di due
striminziti alberelli flagellati dalla
pioggia, si sentivano i richiami degli
ambulanti del mercato che Ricciardi
immaginò vani: non ci poteva essere
molta gente in giro, con quel tempo.
«Dunque, Bruno? Che mi dici?»
Dopo un attimo, il dottore
rispose:
«Prima dimmi tu. Come mai hai
voluto quest'autopsia? Che cosa ti ha
indotto in dubbio?».
Ricciardi, le mani affondate nelle
tasche, i capelli attaccati alla fronte
dalla pioggia, rispose:
«Sai, dottore, il nostro lavoro, il
mio e il tuo, intendo, è basato sulle
sensazioni. Tu lo dici sempre, no? Il
quadro clinico ti spinge verso una
diagnosi, e tu ne vedi un'altra: e la
persegui, e alla fine hai ragione tu, o
torto. Così è per me. È stato un
attimo, quando gli inservienti lo
stavano portando via. La testa che
penzolava, tutta quell'acqua. La
pena. Non lo so, è stato un
impulso».
Modo fumava in silenzio.
Guardava la pioggia sugli alberi. Poi
disse:
«Sì, sensazioni. Cose che non si
possono spiegare. Però tu sai com'è
un'autopsia. È uno strazio. Io
speravo di non dovergli aprire la
testa, a questo bambino. Invece l'ho
dovuto fare. Anche l'accesso
posteriore per l'esame del midollo
spinale è stato necessario».
«Se è per il prete, non ti
preoccupare, Bruno: mi sono
assunto tutta la responsabilità,
qualsiasi cosa succedesse...»
«Del prete me ne fotto», sbottò il
dottore, «di lui, del vescovo e del
Papa stesso. È il bambino, il fatto
che non poteva lamentarsi. Se non
avessi trovato niente, allora me lo
sarei rivisto ogni notte ai piedi del
letto, a chiedermi ragione del fatto
che lo avevo mandato sottoterra a
pezzi».
«Questo vuol dire che hai trovato
qualcosa?»
Il dottore rise.
«Ecco che viene fuori il
poliziotto. Diritto al punto, eh? Sì,
qualcosa ho trovato».
«Lo sapevo! E allora si deve fare
un'indagine approfondita;
cominceremo col prete e…»
Lo interruppe:
«Non ti scaldare. Ho detto che
qualcosa ho trovato, non che si tratti
di una morte sulla quale indagare».
«Ma che significa? Com'è morto,
allora, questo bambino?»
«Ti devo raccontare per bene. Ho
guardato prima il cuore, ed era in
fase sistolica come prevedevo:
gonfio come un'anguria. E anche la
rigidità cadaverica, esagerata e di
durata maggiore del solito. La
cianosi e le ecchimosi punteggiate...
Insomma, c'erano troppi segnali che
facevano pensare a una convulsione.
E allora mi sono dovuto rassegnare
ad analizzare il sistema nervoso».
Ricciardi ascoltava con la
massima attenzione.
«Perché, c'è qualche legame?»
«Certo, se ci sono convulsioni è
facile che il sistema nervoso sia in
qualche maniera responsabile, ti
pare? E infatti sia le meningi che il
midollo spinale erano pieni di
sangue. Ho trovato anche qualche
area emorragica vera e propria. Non
è morto bene, il nostro giovane
amico. Proprio no».
«Eppure sembrava sereno, nella
posizione che aveva quando
l'abbiamo trovato».
Modo si strinse nelle spalle.
«Questo non vuol dire, lo sai. Un
attimo prima di morire si può essere
disteso, e magari stava seduto e non
a terra solo perché c'era il muretto a
sostenerlo. Comunque, a quel punto
ho preso un po' di cervello e di
midollo e li ho mandati al
laboratorio, dove per fortuna in
servizio c'era un mio amico. Lui
faceva il turno disposto
dall'ospedale, regolarmente pagato,
e io quello disposto dal commissario
Ricciardi, completamente gratis».
Ricciardi fece una smorfia.
«Ma lo sai che nella vecchiaia sei
diventato attaccato al denaro? Va
bene, ti offrirò una pizza alla
trattoria di Nannina, qui dietro».
Modo sogghignò:
«Alla faccia! È vero allora quello
che dicono in giro, che sei
ricchissimo ma tirchio. Comunque
ho mandato i reperti ad analizzare,
dicevo, insieme ai residui alimentari
che ho trovato nello stomaco e nel
duodeno. Aspetto i risultati per
iscritto, ma un'ora fa il mio amico
mi ha raggiunto nella sala settoria e
me li ha anticipati a voce».
Ricciardi aspettava.
«Be'? Vuoi dirmi o no come
accidenti è morto questo bambino?»
Il dottore schiacciò a terra il
mozzicone della sigaretta e soffiò
teatralmente il fumo.
«Avevi ragione. Non è morto di
morte naturale, non è stata colpa di
un'infezione, della denutrizione o di
qualche malattia. Era messo male,
non dico di no, ma era resistente e
avrebbe vissuto un sacco di anni
ancora. Però avevo ragione anch'io,
quando ti ho parlato di morte
accidentale».
«Cioè?»
«Il bambino è morto avvelenato.
Avvelenamento da stricnina, per la
precisione. Ha banalmente fatto una
scorpacciata di esche avvelenate,
quelle di farina e zucchero che si
mettono per uccidere i topi».
Ricciardi era rimasto a bocca
aperta.
«Veleno per topi? Ha mangiato il
veleno per topi?»
«Sei sorpreso, eh? Perché non
vedi quello che vedo io, dalla
mattina alla sera. Mangiano di tutto.
O mangi o muori. Scavano nei
rifiuti, se li disputano coi cani
randagi. Mangerebbero i topi stessi,
se quelli si facessero prendere. Mi è
successo altre volte, anche se devo
ammettere che in genere si fermano
prima di assumerne in quantità
mortale, perché il sapore della
stricnina è amaro; ma un bambino
così gracile ne deve mangiare
veramente pochissima, per morire. E
poi questi bastardi di negozianti, per
salvare la loro schifosa merce, la
mascherano con pane e formaggio o
zucchero: un bel bocconcino
appetitoso, insomma».
Il commissario era perplesso.
«E non potrebbe essergli stata
data da qualcuno, invece? Voglio
dire, volontariamente».
Modo lo fissò a lungo, poi disse:
«Senti, Ricciardi: io non so per
quale motivo ti stai così dedicando a
questo bambino e alla sua morte. Io,
lo sai, apprezzo la tua dedizione, e
come e più di te ho pietà della
povera gente che muore di stenti in
questa città resa perfetta dal regime.
Ma che si muoia per aver
accidentalmente mangiato un'esca
per topi, purtroppo, è normale. I
morti vanno lasciati in pace; e
l'ambiente in cui questo ragazzino
ha vissuto la sua breve vita è fin
troppo infangato, per rimestarci
dentro. Ti ho detto che la morte è
accidentale, e non ho intenzione di
scrivere altro sul referto. Rassegnati,
ti prego».
Ricciardi non aveva altri
argomenti. Strinse il braccio del
dottore.
«Probabilmente hai ragione,
Bruno. Ancora un paio di domande
al simpatico prete e la chiudiamo
qui. Grazie mille, e fammi sapere
per la nostra pizza».
Accompagnato dallo sguardo del
dottore, si avviò verso la questura.
Nella pioggia, di fianco al portone
dell'ospedale, vide un cane che
guardava verso l'obitorio.

11


Rosa Vaglio fissò il cappello con
due spilloni, prese l'ombrello e uscì,
richiudendo la porta con tutte le
mandate. Doveva solo comprare
alcune cose là attorno, ma non si
fidava: anche se in giro si diceva che
tutto era sicuro, quello era un
quartiere che faceva paura.
In realtà era tutta la città, che
faceva paura. Quasi dieci anni che si
erano trasferiti e non si era ancora
abituata a tutta quella gente, sempre
in movimento, e al fatto che si
poteva uscire ogni giorno per ore
senza mai incontrare qualcuno che si
conosceva.
Al paese, Fortino nella bassa
provincia di Salerno, quasi in
Lucania, non era così. Tutti
sapevano tutto di tutti: non capitava
mai che ci fosse un forestiero, e
quando capitava lo si guardava come
se avesse avuto due teste, finché
quello non si sentiva in imbarazzo e
se ne andava, e si era contenti. Non
si aveva nessun bisogno di forestieri,
al paese.
E c'era rispetto. Quando
camminava per la via principale
(l'unica via, se è per questo) tutti si
scappellavano, davanti alla tata del
barone di Malomonte. Lei lo sapeva
e incedeva fiera, la testa alta e lo
sguardo rivolto avanti. Nessuno si
permetteva di rivolgerle la parola, se
non era lei per prima a parlare. Lei
era quella che era stata scelta per
crescere il prossimo barone, e tanto
bastava. Faceva il giro delle
masserie e dei coloni, controllava
che nessuno rubasse, che tutti
conservassero per la famiglia che
viveva nel castello i migliori
prodotti, i maiali, i formaggi. Così
doveva essere, e così era.
Scendendo con circospezione i
gradini del palazzo, Rosa sospirò
pensando a come doveva essere ora
che tutto era abbandonato a se
stesso. In passato la sua presenza era
sufficiente a far tremare di paura
contadini grandi e grossi, che
sapevano bene come il suo occhio
lungo fosse in grado di scoprire
qualsiasi magagna. D'altra parte
qualcuno doveva pur pensarci. Il
barone era morto da anni, la povera
baronessa, che Dio l'avesse in gloria,
non era mai stata capace di
occuparsi di queste cose.
Come ogni volta, sorrise
intenerita al ricordo di quella donna
sottile e dolce, dal viso di bambina e
dai bellissimi occhi verdi. Appena
l'aveva conosciuta, una domestica
ventenne dalle braccia forti e dalle
guance rosse, aveva deciso che
sarebbe stata la tata di suo figlio,
quando ne avesse avuto uno. C'erano
voluti molti anni, nei quali aveva
assistito la baronessa aiutandola a
mandare avanti la casa nei lunghi
periodi in cui le emicranie e l'astenia
la costringevano a letto. E poi era
nato il bambino.
Il suo bambino.
Rosa se n'era fatta carico
immediatamente, con semplicità e
senza tante storie. Gli regalò la sua
vita da subito, come se fosse nata
per questo, come se gli anni vissuti
prima di vederlo fossero stati solo
una lunga preparazione.
Lo aveva amato senza riserve,
senza obiettività, senza dubbi. Come
le aveva detto la baronessa, prima
del lungo ricovero e poi della morte,
doveva fargli da madre; e così fu.
Non che lo capisse, pensò mentre
dal portone guardava l'acqua cadere
a catinelle. Non lo aveva mai capito.
I perenni silenzi, gli sguardi nel
vuoto, le improvvise malinconie. In
tutto e per tutto uguale alla madre,
gli stessi occhi verdi trasparenti,
aperti su un mondo che vedevano
solo loro. Ma il compito di Rosa non
era capire Luigi Alfredo Ricciardi,
barone di Malomonte: era pensare a
lui, e fare in modo che non gli
mancasse niente.
Era questo che la preoccupava. Il
tempo passava, ormai aveva più di
settant'anni e lui trentuno: un'età in
cui la maggior parte degli uomini
aveva da tempo una famiglia, dei
figli. E lui, nemmeno una fidanzata.
Nella sua semplicità Rosa capiva
che i sentimenti c'erano, in quel
cuore rinchiuso. Lo vedeva sera
dopo sera fissare una certa finestra,
quando credeva che lei dormisse,
nella sua stanza; lei invece si alzava
e, in punta di piedi, sbirciava dallo
spiraglio che lasciava per sentirla
russare.
E allora perché persisteva in
questa assurda solitudine? Anche
sapendo di guardarlo con gli occhi
dell'amore, lo vedeva bellissimo,
sensibile, buono; ricco, pur se
assolutamente (e, per lei,
colpevolmente) disinteressato alle
sue sostanze. Non gli mancava nulla
per affascinare la migliore delle
donne.
Ma il signorino, così lo
chiamava, si comportava come se
avesse fatto un voto: nessuna donna,
nessuna famiglia.
Lei pensava fosse un suo dovere
fare in modo che il nome dei
Malomonte si perpetuasse. Riteneva
un crimine mettere fine
consapevolmente a una famiglia così
antica. Ma cosa avrebbe potuto fare?
Un paio di mesi prima si era
accorta che dietro una certa
mattonella smossa, in camera da
letto, il signorino aveva nascosto un
libro. Con fatica, perché conosceva
solo i numeri e le lettere grandi,
aveva copiato il titolo, e se lo era
fatto confermare dalla parrucchiera
che era andata a scuola dalle suore
per un paio d'anni: "Il moderno
segretario galante". Si era informata
e aveva scoperto che si trattava di
una raccolta di modelli di lettere
d'amore.
Non sapeva leggere, ma due più
due lo sapeva fare: dietro la finestra
di fronte si sedeva a ricamare Enrica
Colombo, la prima figlia del
commerciante di cappelli di via
Toledo. E il signorino la guardava
ricamare.
Non sapeva se all'acquisto del
libro fosse seguito il suo utilizzo, ma
sperava fortemente che così fosse: la
ragazza sembrava brava e onesta, e a
quanto le risultava la famiglia era
buona. La parrucchiera, che faceva
da giornalino del quartiere, le aveva
maliziosamente raccontato che
Enrica aveva rifiutato un aspirante
fidanzato proposto dalla madre, un
giovanotto ricco e di bell'aspetto: lei
aveva tirato un bel sospiro di
sollievo, commentando tra sé che
nessuno poteva essere bello come il
suo signorino. Quello che non
poteva sapere era che la parrucchiera
funzionava a doppio senso, e che
quindi un'Enrica che pendeva da
quelle labbra aveva saputo
dell'interesse di donna Rosa, la tata
del commissario Ricciardi, per le
sue questioni di cuore.
Stretto lo scialle al collo e aperto
l'ombrello, Rosa si avventurò per
strada sotto la pioggia, pensando che
per i molteplici dolori delle sue ossa
tutta quell'umidità era una condanna.
Doveva fare qualcosa, pensò. Il
destino fa quello che vuole, ma a
volte va aiutato: la ragazza se ne
stava contegnosa ad aspettare che lui
si facesse avanti, era evidente, e lui
aspettava che la propria timidezza di
sciogliesse. È una parola! Non
sarebbe successo mai, e alla fine lei
si sarebbe stancata e avrebbe
accettato la corte di qualcuno:
sarebbero stati due infelici, a due
metri l'uno dall'altra senza il
coraggio di parlarsi.
Ma che avrebbe potuto fare?,
pensò mentre caracollava sotto
l'acqua verso il negozio di spezie e
granaglie per comprare un po' di
ceci. Come poteva attaccare discorso
con la ragazza, e spiegarle che quel
mammalucco del suo signorino
l'amava in silenzio e da lontano
senza il coraggio di vivere?
Mentre attraversava la strada due
occhi, dietro gli occhiali e una
finestra, la videro e la loro
proprietaria si fiondò verso
l'anticamera e, preso un cappellino a
caso e un ombrello, si precipitò per
le scale.
Rosa stava pensando che
Ricciardi non portava il cappello e
che quindi non si poteva nemmeno
organizzare un incontro
commerciale col padre di Enrica
quando, proprio fuori il negozio di
spezie, se la trovò di fronte che
educatamente le cedeva il passo.
Fissandola in faccia, esibì il suo
miglior sorriso. Ora o mai più,
pensò.

12


Acqua.
Acqua che non lava.
Che scende in mille fiumi senza
mare e trascina il fango sulle soglie
dei bassi e dentro, allungando dita
melmose sui pavimenti di terra
battuta, nella paglia annerita dei
letti. Che picchia sulle finestre e
sveglia dal sonno, o porta nei sogni
fantasmi di antichi dolori. Che lascia
tracce nere sugli alti muri di tufo,
trovando vie in vecchi palazzi per
minarne le fondamenta. Che
imbratta le scarpe lucide e strappa
gli ombrelli dalle mani, perché non
vuole ostacoli per entrare nelle
anime e portarci l'umido della
tristezza.
Acqua che separa.
Che diventa una parete fredda tra
gli amanti, togliendo il sorriso dagli
occhi e dai cuori. Che allontana la
scuola, l'officina, l'ufficio
mettendoci un mare di mezzo, in cui
è impossibile navigare. Che fa della
strada un fiume scivoloso, che
affonda nei suoi mulinelli ogni
speranza d'incontro. Che toglie i
giochi ai bambini, costringendoli
alla prigione di una sedia e di una
stanza.
Acqua che deruba.
Nessuno ci sarà che compra dai
carretti, che fa l'elemosina, che si
lascia raggirare. Nessuno ci sarà per
il venditore di palloncini o dello
spassatempo, nella Villa Nazionale.
Nessuno ci sarà ad ascoltare il
pazzariello che canta della nuova
bottega. Nessuno ci sarà, e niente ci
sarà da mangiare.
Acqua che fa paura.
Che viene dal tuono che scuote la
notte, dal lampo che illumina il
silenzio. Che ti fa saltare il cuore in
petto e incassare la testa nel collo, in
attesa del peggio. Che fa
scricchiolare le pareti, e fa pensare
che nulla è certo, che nulla non può
finire.
Acqua che non finisce.
Nella pioggia che sembrava non
finire mai, Ricciardi camminava per
tornare in questura. La domanda che
riempiva la sua mente, che non
lasciava spazio a nessun altro
pensiero, era: perché non c'era?
Perché non l'ho visto?
Il bambino era morto avvelenato.
Stricnina. Altre cause non c'erano,
Modo le aveva escluse con
decisione: avrebbe vissuto molti
anni ancora, aveva detto. E allora, se
era morto avvelenato, perché lui,
Ricciardi, non ne aveva visto
l'immagine?
La terribile compagnia del Fatto
aveva segnato tutta la sua vita, dalla
volta che aveva visto il primo morto
parlargli nel vigneto di casa sua,
quando aveva cinque anni. Dio
sapeva quante volte aveva chiesto
che gli fosse risparmiata questa
condanna.
Al contrario di quello che sempre
faceva, cercare cioè di dimenticare,
richiamò alla memoria gli avvelenati
che aveva visto. Ricordò il primo,
un compagno di collegio che chissà
perché aveva voluto mangiare una
scatola intera di fiammiferi: forse
una sfida, una stupida gara con un
amico. Lo ricordava sorridente e
traslucido nel cortile della
ricreazione, immerso in un
incessante vomito di sangue e in una
perenne diarrea, che diceva: ho
vinto, avete visto? Ho vinto la
scommessa. E le convulsioni dei due
amici, ai tempi dell'università, che si
erano ingozzati di funghi presi da
una venditrice per strada, in mezzo
ai quali ce n'era uno, e uno soltanto,
velenoso. Il fantasma dell'uno,
tremante come una corda di chitarra,
gli occhi rivolti all'interno delle
palpebre, diceva all'altro: buoni,
vero? E per pochi soldi. E
l'innamorato suicida che solo
qualche mese prima aveva scorto dal
belvedere di San Martino, che
reggendosi il ventre e vomitando
una schiuma gialla diceva: senza te
non c'è vita.
Li vedeva, i morti per veleno.
Non c'erano dubbi. E allora, perché
non aveva visto il bambino?
Conosceva il Fatto, e le sue
poche ma rigorose regole. Vedeva
l'immagine del morto per com'era
morto, che ripeteva l'ultimo pensiero
nel luogo stesso in cui la vita
spezzata l'aveva abbandonato.
Quindi la risposta era una soltanto: il
bambino non era morto nel punto in
cui l'avevano ritrovato.
Il pensiero gli scoppiò in testa col
tuono che in quell'istante
accompagnò uno scroscio di
pioggia. Se non era morto là,
qualcuno l'aveva spostato.
Questo non significava
necessariamente, Ricciardi lo capiva
bene, che fosse stato ucciso. Ma
significava che qualcuno, per
qualche motivo, aveva ritenuto
opportuno spostare il cadavere e
collocarlo in un punto nel quale la
presenza del bambino sembrasse
casuale. Chi poteva aver avuto
questo interesse?
Dall'altra parte della strada,
attraverso la cortina della pioggia,
intravide il manto chiazzato del
cane. Pensò che avrebbe cercato chi
aveva spostato il cadavere, e
avrebbe scoperto perché lo aveva
fatto. Pensò che l'avrebbe fatto
perché era giusto, e perché un
bambino non è nessuno.
E perché c'era qualcosa in quel
cane che lo obbligava a non
fermarsi.

Rosa entrò nella bottega, seguita
da Enrica. La forte pioggia aveva
obbligato i proprietari, marito al
banco e moglie alla cassa, ad
accendere la lampada a olio. Non
c'erano clienti. Il bottegaio, un
gioviale omaccione con pochi
capelli e pochi denti, si rivolse
affettuosamente a Rosa:
«Eccola qua, la bella donna
Rosa! E come state, stamattina?
Avete visto quant'acqua?».
«Buona giornata, don Gera . L'ho
vista e l'ho sentita, con tutti i dolori
che ci ho, in ogni osso, uno per uno.
Allora, presto presto, che devo
mettere la cucina in piedi, stamattina
devo ancora fare tutto e già sono le
dieci. Mi date una fetta di lardo, sei
uova fresche, due chili di ceci, e
datemeli buoni che l'ultima volta
metà si dovevano buttare. E poi due
misurini d'olio. Olio buono. Fatemi
due chili di pasta mischiata,
incartatela bene se no si bagna, con
tutta questa pioggia. E i fagioli, mo'
mi scordavo, due chili di fagioli. Un
poco di zucchero, pure, e due etti di
concentrato di pomodoro. Ah,
dimenticavo: due etti di caffe
tostato».
Gerardo prendeva le ordinazioni
muovendosi con agilità tra i
recipienti che teneva dietro il banco.
«Che faccio, ve le mando io le
cose mo' che rientra il ragazzo?»
Rosa sbuffò:
«No, per carità, così la spesa mi
arriva alle due! Io devo cucinare,
quello il signorino rientra e deve
mangiare! No, date a me, che mi
porto tutto io sopra».
Enrica a quel punto fece un breve
colpo di tosse, e disse, quasi
mormorando:
«Se mi permettete, signora, vi do
una mano io, a portare via le cose
che avete comprato. Sono Enrica
Colombo, abito qui di fronte...»
Rosa si voltò a guardarla:
«Sì, sì, lo so chi siete. Avete le
finestre proprio di fronte alle nostre,
vero?».
La ragazza arrossì visibilmente
ma tenne lo sguardo:
«Proprio così. Se volete vi aiuto
io, a salire le scale: con tutta questa
roba, l'ombrello e la borsa...
Insomma, se posso, lo faccio
volentieri».
Il bottegaio e la moglie si
scambiarono uno sguardo d'intesa.
La donna sorrise e finse di contare i
soldi nella cassa. Rosa annuì con la
testa.
«Mi fa molto piacere, se mi date
una mano. Io sono anziana, sapete, e
più passano gli anni e peggio va con
la schiena, ma proprio non posso
aspettare il ritorno del garzone di
don Gerardo. Vi ringrazio, signori'.
Prendo io la pasta».

13


Dalla poltrona del suo salotto Livia
guardava la pioggia rigare la
finestra. La corsa delle gocce sul
vetro l'incantava e la distraeva dal
continuo chiacchierare di Anna, una
sua vecchia amica che la teneva al
telefono da Roma da quasi mezz'ora.
«E insomma, Livia: sei scappata,
dalla sera alla mattina, e ci hai
abbandonati tutti! Guarda che
proprio ieri ho incontrato il
marchese della Verdiana, sai, quel
bell'uomo alto coi baffi a manubrio:
proprio quello che ti corteggiava
tanto, quello dei fasci di rose enormi
ogni mattina, ricordi? Be'. Mi ferma
lui, addirittura, mentre camminavo
per via del Corso, mi si para davanti,
pensa! Mi fa un bell'inchino, si
schiarisce la voce e mi fa: signora,
ma che incanto incontrarla, di qua e
di là, ma che piacere, mi illumina la
giornata, eccetera... Livia? Livia, ma
mi stai ascoltando?»
«Sì, Anna, certo, sono qua che ti
ascolto».
«Bene! Perché ti sto raccontando
una cosa interessante, sai? E
insomma, mi dice, il marchese: ma
la vostra amica, la signora Vezzi,
non è più tornata dal suo viaggio?
Capisci, Livia? Tutta Roma parla del
tuo trasferimento, e lui fa finta di
credere che il tuo sia un semplice
viaggio di piacere!»
Livia avrebbe voluto un valido
motivo per mettere fine alla
conversazione: sapeva che Anna
fingeva di raccontarle qualcosa per
estorcerle ulteriori informazioni sul
motivo della sua scomparsa da
Roma. Attorcigliando pigramente il
filo del telefono bianco attorno alle
dita e sorridendo, decise di tenerla
un po' sulla corda:
«E tu? Cosa gli hai risposto?»
«Ah, io ho detto la verità: che
non ne avevo idea, che eri partita
senza dirmi quando saresti tornata e
che da un giorno all'altro mi avresti
fatto sapere. Sai, poverino, mi
sembrava così avvilito e desideroso
di capire quando tu saresti tornata
che non ho avuto il cuore di dirgli
che avevi mandato quattro facchini a
prendere le tue cose e a chiudere
l'appartamento di Roma».
Livia scoppiò a ridere:
«E tu questo come l'hai saputo?
Hai messo un investigatore a
sorvegliare il portone? Sei
fantastica, sai Anna: un'artista del
pettegolezzo!»
«Livia, guarda che così sei
ingiusta e mi offendi! Tu sei una
delle mie più care amiche, potrò
sentire la tua mancanza, no? Ed è
normale che chi vuole sapere di te lo
chieda a me, ti pare?. Uscivamo
sempre insieme, tu e io. Insomma,
dai, ti prego: dimmi perché te ne sei
andata. Avrò il diritto di saperlo! C'è
stato qualcosa che è successo, qui a
Roma? Un litigio, un amante... Un
uomo sposato, magari? Dai,
dimmelo, per favore!»
«Perché, ti risulta che io avessi
una relazione con un uomo sposato?
E quando avrei potuto averla, col tuo
controllo costante? Su, Anna,
rassegnati: mica ci dev'essere una
ragione per qualsiasi cosa. E poi
quando una va via da una città può
essere che sia per fuggire, ma anche
per andare a trovare qualcosa, no?»
Dall'altra parte del filo Anna
sbuffò:
«Ecco, vedi che ricominci a
prendermi in giro? Ma chi, sano di
mente, può decidere di lasciare
Roma per Napoli? E tu, poi, forse
l'unica che aveva l'accesso a tutti i
salotti, amica personale addirittura
di Edda Mussolini, anzi Edda Ciano
adesso. A proposito, l'hai sentita? Mi
hanno detto che forse accompagnerà
padre e marito laggiù, tra qualche
giorno, per il discorso».
«Sì, l'ho sentita e forse ci
vedremo. Lei per esempio, sai, non
mi ha rimproverata per essere partita
come stai facendo tu. Anzi, mi ha
detto che era una bellissima idea,
che questa è una città stupenda e che
addirittura mi invidiava, guarda un
po'».
L'amica sospirò rassegnata:
«Ecco, adesso anche la figlia del
Duce ti dà ragione, povera me. Non
mi resta che credere alle tue bugie,
che addirittura ti interessi qualcuno a
Napoli. E anche questo è strano,
perché una mia amica che sta a
Napoli, e non ti dico chi è perché se
no perdo anche questa fonte, mi ha
scritto che non risulta nulla in merito
a uomini che ti piacciano».
La mente di Livia fu attraversata
da uno sguardo verde, come un
lampo.
«E invece magari c'è, e magari
non mi vuole».
Dalla cornetta arrivò una risata
squillante:
«Uno che non ti vuole? Te? Livia
Lucani, vedova Vezzi? Questa la
voglio proprio vedere! Vorrei avere
dieci lire per ogni uomo che ti ho
visto morire dietro, beata te.
Impossibile, questa è la
dimostrazione che mi dici
sciocchezze. Va bene, ho capito: mi
hai chiuso fuori dalle tue
confidenze. Ma io ti voglio bene lo
stesso, quindi sappi che se mi vuoi
io sono qui».
«Anch'io ti voglio bene, cara. Un
bacio, arrivederci». Finalmente,
pensò Livia; e si rimise a osservare
le gocce sul vetro, pensando a quegli
occhi verdi.

Ricciardi fissava don Antonio,
cercando di coglierne le emozioni. Il
prete aveva un'espressione
addolorata, ma non sembrava
intenzionato a lasciar cadere la
questione dell'autopsia.
«Vorrei sapere da voi,
commissario, chi vi ha autorizzato a
disporre quello scempio del corpo
del bambino. Se ci fossero stati dei
ragionevoli dubbi sulla causa della
morte sarei stato il primo a chiedervi
di andare a fondo. Ma a detta dello
stesso dottore non ci sono motivi di
non credere all'accidentalità della
disgrazia, così mi pare di aver
sentito: e allora, per quale motivo
infierire su quel povero cadavere?»
«Padre, sono in grado di dirvi che
il bambino è deceduto non per
malattia o infezione, ma per
avvelenamento. Ha ingerito della
stricnina, veleno per topi, insieme a
delle esche. Questo merita un
approfondimento, vi pare? Se non
altro per fare in modo che una cosa
così terribile non succeda ad altri
ragazzi».
Don Antonio parve colpito dalla
notizia; scosse il capo, tristemente, e
si passò una mano sulla faccia. Pure
Maione ebbe un moto di sorpresa.
«Anche questo l'ho già dovuto
vedere. Successe cinque anni fa, due
ragazzi raccolsero del cibo guasto,
non si seppe mai bene cosa avessero
mangiato. Stettero male,
peggiorarono: poi uno morì, il più
debole, l'altro sopravvisse ma rimase
minorato, non parlò mai e fu
internato in un istituto. Sono
disgrazie terribili, ma succedono».
Ricciardi annuì.
«Sì, padre. Succede. Però io, se
mi permettete, vorrei sapere
qualcosa in più su questo bambino,
sulla sua vita, su quello che faceva».
Il prete si mise sulla difensiva:
«Davvero? E perché mai,
commissario? Se voi stesso dite che
è stata una terribile disgrazia,
basterà che io chieda ai suoi
compagni dove Matteo possa aver
preso l'esca avvelenata, vi pare?
Così voi potrete andare a vedere e
mettere le cose in modo che non
succeda più».
«Si tratta di routine, padre. Il
bambino è morto per cause
comunque non naturali, e noi
dobbiamo pur giustificare il nostro
intervento».
Don Antonio sospirò,
momentaneamente rassegnato. «E
va bene. Ditemi pure».
«Ditemi voi, padre. Parlatemi del
bambino, del suo carattere, dei suoi
compagni, di quello che faceva.
Tutto quello che vi viene in mente».
«Si chiamava Matteo, ma tutti lo
chiamavamo Tettè. Perché,
poverino, era fortemente
balbuziente: si emozionava, si
innervosiva e non riusciva a parlare.
A volte rimaneva su una lettera e
doveva desistere, non dire più
niente. Era piccolo di statura per la
sua età, doveva avere almeno otto
anni, forse di più, molto sveglio ma
solitario, forse proprio per via della
balbuzie. Aveva un cagnolino. Io
non posso permettere ai ragazzi di
tenere animali, sapete, per questioni
di igiene. Allora lui lo lasciava fuori,
e con qualsiasi tempo il cane lo
aspettava. Stavano sempre insieme».
Ricciardi domandò:
«Un cane col manto bianco
chiazzato di marrone?».
Don Antonio annuì.
«Proprio così, allora lo avete
visto anche voi. Stava vicino a...
dove avete trovato Matteo?»
«Sì, padre».
«Non sono sorpreso, stava
sempre con lui. Chissà che fine farà,
adesso. Comunque a Tettè volevamo
tutti un gran bene, era il beniamino
della casa. Siccome era il più
piccolo, gli altri ragazzi lo
proteggevano, guai a chi glielo
toccava. E anch'io, confesso, avevo
per lui sempre un occhio di riguardo.
Nessuno gli avrebbe mai fatto del
male, al nostro Tettè».
Un tuono fortissimo fece tremare
il vetro della finestra. La pioggia si
fece ancora più violenta.

14


Sette giorni prima, martedì 20
ottobre.

Tettè si sveglia presto. Dalle
imposte chiuse non filtra ancora la
luce del giorno.
Fa freddo. Gli altri dormono
vestiti, con addosso tutto quello che
hanno. Tettè lascia che gli occhi si
abituino all'oscurità, intravede i
contorni dei corpi sui pagliericci
attorno a lui.
Non respira bene, ha il naso
otturato dal muco. Prova a
deglutire, la gola gli fa male. Sposta
i sacchi di tela che gli fanno da
coperta, attento a non fare rumore. I
piedi toccano lievi il suolo gelato,
ma Tettè non sente il freddo:
l'abitudine a camminare scalzo ha
ispessito la pelle, come una suola di
scarpa.
In silenzio, muovendosi come un
gatto, raggiunge un angolo dello
stanzone e si avvicina al muro.
Controlla ancora che tutti dormano,
guardandosi rapidamente attorno.
Si accovaccia a terra, e conta i
mattoni del muro. Due, cinque, sei.
Compitando i numeri con le labbra.
Il mattone numero otto è un
po'scostato dal muro. Con due mani,
molto lentamente, Tettè lo sposta e
lo toglie. Infila la mano nel buco e
prende un involto. Insieme
all'involto dal muro esce un grosso
scarafaggio, Tettè sussulta per la
sorpresa e il disgusto, poi lo
schiaccia col piede nudo.
Tenendolo sulla mano sinistra,
con la destra apre l'involto di carta
di giornale. All'interno c'è un pezzo
di dolce, un po' raffermo e
smangiucchiato. Tettè guarda il
frammento e sorride con tenerezza.
Dopo un attimo ne prende una
briciola e fa per portarla alla bocca.
Sente una grossa mano attorno al
collo, da dietro, che stringe forte.
Gli manca il respiro, la bocca
spalancata per incamerare aria. Lo
girano sulla schiena, mettendolo
spalle al muro. Davanti a lui
Amedeo, il più grande, con i denti
stretti dalla rabbia, gli occhi rossi di
sonno. Alle sue spalle gli altri
quattro. Amedeo allenta un po' la
presa, Tettè respira rumorosamente.
«Che c'è, cacaglio infame? Non
respiravi più? E forse è giusto, che
non respiri. Forse ti dovrei affogare
io, con le mie mani».
Amedeo sibila come un serpente.
Nessuno può sentirlo al di là della
porta della stanza, ma alle orecchie
di Tettè è come il ruggito di un
leone. Scuote il capo, disperato.
«No, eh? Non vuoi morire? E
perché, che ci vuoi campare a fare,
me lo dici? Quelli come te perché
devono campare? Non è meglio che
lo ammazzo, voi che dite?»
I due gemelli ridono. Uno di loro,
quello senza i denti davanti, dice sì,
dai, Amede'; ammazzalo, ti prego.
Stringigli il collo finché non gli
escono gli occhi da fuori, come hai
fatto quella volta col gatto rosso.
Senza distogliere lo sguardo
dalla faccia di Tettè, Amedeo
allunga al gemello un calcio nel
ventre; quello rotola a terra senza
un lamento e si butta piegato in due
sul pagliericcio.
«Statti zitto, deficiente. Te l'ho
detto che non ne devi parlare mai, di
queste cose. Nemmeno quando non
c'è nessuno. Allora, cacaglio,
torniamo a noi. Che tenevi nascosto,
nel muro? Fai vedere, che se no ti
strappo quella mano bastarda».
Non gli ha lasciato il collo e a
Tettè manca l'aria di nuovo. Gli si
sta annebbiando la vista, vede tante
piccole luci davanti agli occhi. Gli
sembra di addormentarsi e di
sognare.
Sul braccio di Amedeo si posa la
mano di Cristiano, l'ultimo ospite di
Santa Maria del Soccorso.
«Amede' basta. Così lo ammazzi,
non vedi che non respira più?
Fermati».
«Sì? E chi me lo dà quest'ordine,
tu? Vuoi la tua porzione? Un bel
calcio nelle palle come quel
deficiente là, o ti devo strozzare pure
a te?»
Cristiano si tiene a distanza, ma
sa come prendere Amedeo.
«Pensaci. Se lo ammazzi
perdiamo un sacco di cose, lo sai. E
poi ormai la paura se l'è messa,
vedrai che non sbaglierà più».
Amedeo guarda Tettè con
disgusto; gli lascia il collo e con un
gesto repentino gli toglie l'involto
dalla mano. Il gemello rimasto in
piedi si fa avanti, cauto, per vedere
di che si tratta, ma Amedeo lo
allontana con una spinta. Annusa il
contenuto, ne mangiucchia un pezzo.
«Puah, che schifo. È ammuffito e
mangiato dagli scarafaggi. Gli
scarafaggi sono come te, cacaglio
infame: si nascondono nello scuro,
scappano lungo il muro. E se li vedo
li schiaccio. Ricordatene, cacaglio:
io ti schiaccio».
Sputa il pezzo di dolce che aveva
in bocca, ci butta sopra il resto e lo
calpesta, dopo di che si gira e si
allontana. Sugli avanzi si butta il
gemello e comincia a raccogliere
con le dita e a mangiare, guardando
Tettè con derisione.
A Tettè si riempiono gli occhi di
lacrime, ma non piange. Si alza in
piedi, si passa la mano sul collo.
Vorrebbe dire qualcosa, ma sa che le
parole non verrebbero fuori.
Cristiano da lontano lo guarda
inespressivo. Tettè gli sorride, ma
quello si volta e si allontana.

15


Dalle imposte comincia a filtrare
una lama di luce grigia.
Ricciardi, preso atto col beneficio
d'inventario del quadro idilliaco che
il prete gli proponeva circa la vita
del bambino, chiese:
«E voi, padre, quand'è che l'avete
visto per l'ultima volta?».
Don Antonio fece mente locale,
con qualche difficoltà.
«Dunque, lasciatemi ricordare.
Sì, direi la sera di domenica, dopo la
funzione delle sette. Mi ricordo che
c'era, anche se non era lui a servire
messa. Sì, sì. Lo ricordo bene, era
nel secondo banco, fila di sinistra
rispetto all'altare».
Ricciardi fissò il prete, poi disse:
«E sapete dirmi con chi era,
padre? Vicino a chi era seduto a
messa?».
«Vicino agli altri ragazzi, credo.
Con tutti gli altri. Assistono sempre
tutti alla messa della domenica sera.
Lo sanno che io voglio così».
«Ma dopo? Dove può essere
andato, il bambino? Non cenano,
alla fine della funzione?»
«Certo, dopo la funzione vanno a
cena. Io non posso avere idea,
commissario, di dove...»
Ricciardi incalzò:
«Ma voi, padre, non cenate con i
ragazzi? Se siete stato con loro,
certo avrete notato la presenza o
l'assenza di Matteo. Sono solo sei in
tutto, così mi avete detto, non è
così?».
La domanda di Ricciardi cadde
nel silenzio. Don Antonio aveva
assunto un'espressione addolorata.
Si alzò in piedi.
«Mi scuserete, commissario, ma
ora devo proprio andare. Sono stato
lontano anche troppo dalla mia
parrocchia, i fedeli hanno bisogno di
me. E poi, come ben capirete, mi
devo occupare dei funerali del
povero Matteo; devo anche dare la
notizia della sua morte ai suoi
compagni, vi ho detto che era molto
amato».
Maione si era alzato
contemporaneamente al sacerdote,
in segno di rispetto, mentre
Ricciardi era rimasto seduto.
«Io veramente non ho ancora
finito, padre. Avrei parecchie altre
cose da chiedervi».
Il prete non si risedette.
«Allora dovremo rimandare
questa nostra conversazione,
commissario. E giacché ne parliamo,
sarà meglio mettere dei punti fermi
su questa questione».
«Cioè?»
«Cioè che, per quanto dolorosa e
terribile, quella di Matteo è stata una
disgrazia, dovuta a una tragica
fatalità. Che né io, né chi viveva con
lui e lo assisteva senza avere nulla in
cambio ne hanno avuto la minima
responsabilità. Che la mia persona
non rientra nella vostra
giurisdizione, e quindi a meno che io
non voglia o decida liberamente di
farlo, non devo rispondere a voi né
del mio tempo né delle cose che so o
non so. Su questo punto,
commissario, permettetemi di
ripetermi: decido io se voglio
rispondere alle vostre domande o no.
Solo io. E un'altra cosa: è mio
dovere informare la curia di ciò che
è accaduto, sia della tragica fine di
Matteo che del fatto che voi avete
disposto, senza chiedere alcuna
autorizzazione, la dissezione del
cadavere del bambino».
Ricciardi protestò con veemenza:
«No, padre, non si è trattato
affatto di una dissezione! È stata
un'autopsia, effettuata per
comprendere le cause della morte.
Era un rilievo necessario».
«Questo resta da vedere. E vi
assicuro, commissario, che la curia
non è disponibile a vedere i servi di
Dio trattati come criminali da strada,
trattenuti contro la loro volontà in
questura e interrogati come
assassini. Io credo che vi convenga
procedere con molta attenzione: il
vescovo è in costante contatto con i
vostri superiori».
La tirata del prete, con voce
calma come se stesse facendo una
predica, aveva impressionato
Maione che se ne stava a bocca
spalancata e cappello in mano vicino
alla porta. Non Ricciardi, che non si
era mosso di un millimetro.
«Come credete, padre. Fate pure i
passi che ritenete opportuni. Ma per
esperienza vi dico una cosa: alle
domande si sottrae solo chi ha
qualcosa da nascondere.
Ricordatevelo. E tenete presente
un'altra cosa: a quella che è stata la
sorte del povero Matteo dovreste
tenere più voi che io. Vi saluto,
andate pure».
Don Antonio salutò con un cenno
del capo e uscì dalla stanza.
Maione, richiusa la porta alle
spalle del prete, si rivolse a
Ricciardi:
«Commissa', scusatemi, ma
questo prete a me mi pare assai
pericoloso. Avete sentito quello che
ha detto?».
Ricciardi sbuffò:
«A me quello che dice il prete per
farmi paura non mi tocca, Maione.
Se non sapesse qualcosa di strano
non l'avrebbe fatta, tutta questa
scena, ti pare? E poi tutto questo
mondo da fiaba in cui stanno questi
bambini non mi quadra molto col
fatto che Matteo scompare e lui si fa
vivo due giorni dopo».
Maione strascicò un piede a terra,
come faceva ogni volta che non era
del tutto d'accordo con Ricciardi.
«Però una cosa la dice, il prete:
se è stata una disgrazia, allora
perché tutte queste domande?
Veramente e se posso essere sincero,
commissa', me lo sono chiesto pure
io. L'autopsia, l'indagine, i
sopralluoghi, e noi manco se
troviamo uno sparato in fronte le
facciamo, tutte `ste cose. A me mi
pare che ci stiamo esponendo un
poco troppo».
Ricciardi scosse la testa:
«Mi stai diventando diplomatico
pure tu? E da quando in qua ci
siamo fatti spaventare da qualche
minaccia, e non siamo andati avanti
in un'indagine?».
«Commissa', qua non è questione
di spaventarsi o di diplomazia: qua il
fatto è un altro. Sta venendo
Mussolini a Napoli. Già stanno
mettendo manifesti dovunque, non
ve ne siete accorto? E questo mette
tutti quanti in ansia, chi corre da qua
e chi corre da là. Il primo a correre è
Garzo, e voi lo sapete
quell'imbecille quanto ci tiene ai
rapporti con la gente importante;
quando ci fu l'omicidio della
cartomante, ve lo ricordate, che
erano implicati i duchi di nonsoché,
un altro po' e ci metteva in galera,
per paura che gli arrivavano
lamentele. Figuriamoci se gli
telefona il vescovo, il giorno prima
che arriva il mascellone qua!»
Ricciardi non era disposto a
mollare l'osso:
«E allora? Se il bambino è morto
avvelenato, noi abbiamo il dovere
di…»
«No, commissa', attenzione: il
bambino si è avvelenato da solo, l'ha
detto proprio il dottore. Non ci sono
gli estremi per un'indagine. Già
l'autopsia, ve l'ho detto molte volte,
è stata un'esagerazione. Fatemi il
piacere personale, solo per questa
volta: fermiamoci qua. Poi
eventualmente, partito il mascellone,
ci andiamo insieme alla parrocchia,
e vediamo in che condizioni
campano quei ragazzi. Io sono il
primo che non le sopporta, certe
cose, lo sapete. Ma mo' ci dobbiamo
fermare».
Ricciardi si alzò e andò alla
finestra. Nella pioggia, non lontano
dal punto in cui la bambina morta
chiedeva alla madre di raccogliere la
trottola, intravide un cane accucciato
come se fosse stato in attesa di
qualcosa. Senza voltarsi, disse:
«Voglio parlare con Garzo.
Fammi il piacere, chiama Ponte e
chiedigli un appuntamento».

16


Rosa osservava Enrica, che se ne
stava rigida come se avesse ingoiato
una scopa, seduta sul divano con in
mano la tazza del caffè. Non ne
aveva bevuto una goccia.
Se ne stava così da cinque minuti,
senza dire una parola, gli occhi
bassi, le gambe strette, in precario
equilibrio, senza appoggiare la
schiena. Rosa si chiedeva come
spezzare il silenzio, che cominciava
a farsi imbarazzante.
Una volta arrivate, la ragazza era
rimasta ferma sulla soglia con in
mano tutta la spesa, gocciolando sul
pianerottolo. La tata le aveva
immediatamente proposto di
accomodarsi, ma lei esitava, come se
avesse paura di qualcosa; alla fine si
era decisa ed era entrata, procedendo
a occhi bassi fino alla cucina dove
aveva riposto la merce sul tavolo,
senza guardarsi attorno nel terrore di
mostrarsi indiscreta. Rosa allora
l'aveva invitata ad andare in salotto,
mentre le preparava il caffè. Alle
rimostranze di Enrica, che
balbettava di non voler disturbare, la
tata sbrigativamente le aveva
indicato la direzione del divano: se
voleva offrirle il caffè non c'era
spazio per repliche di alcun genere.
Da parte sua Enrica era in pieno
tumulto interiore.
Tutto il coraggio e la decisione
accumulati in due giorni, nei quali
non aveva fatto altro che ripetersi
che l'unico modo di uscire
dall'impasse era prendere contatti
con la tata di Ricciardi, appena
arrivata davanti a quella porta si
erano sciolti come un gelato a
ferragosto. Ci aveva tanto pensato,
lo aveva tanto sognato che ora era
terrorizzata: il fantasma di una
possibile delusione, di sentirsi
arrivare cattive notizie, di sapere
magari che lui era fidanzato o
peggio, l'attanagliava alla gola e
letteralmente la soffocava. Per cui se
ne stava là, al centro del tempio del
suo cuore, boccheggiando in silenzio
con una tazzina in mano, sperando
di morire immediatamente.
Rosa, ignara di questi pensieri ma
consapevole della difficoltà della
ragazza, finalmente le disse:
«Signori', se aspettate ancora un
poco lo buttiamo, questo caffè.
Guardate che è buono, io lo so fare».
Enrica sobbalzò, rischiando di
spargere sul tappeto la gran parte del
buon caffè di cui sopra, e con un
unico sorso ne bevve la metà
ustionandosi la lingua.
«Davvero ottimo, ottimo, grazie.
Grazie ancora, io vi volevo solo
aiutare a portare su la spesa».
Rosa batté le palpebre: la
situazione era peggiore di come le
era sembrata in un primo momento.
Enrica era veramente angosciata,
sarebbe stato difficile metterla a suo
agio.
«E voi che fate, di bello? State a
casa, studiate, lavorate?»
«No, io... cioè, mi sono
diplomata, sono maestra, ma non
insegno. No, insegno, ma il fatto è
che insegno a casa, a bambini che
vengono a casa, non a scuola. Io li
preparo, e poi loro fanno gli esami a
scuola».
Pensò di sé che stava facendo la
figura della deficiente. Doveva
riscuotersi, altrimenti sarebbe stata
la fine.
«Ma sto anche in casa,
naturalmente. Cioè do una mano a
mia madre, l'aiuto. Mi piace
soprattutto cucinare, mio padre dice
che sono veramente brava, e
ricamare».
Rosa apprezzò lo scatto
d'orgoglio e sorrise soddisfatta. Una
donna di casa sa riconoscerne
un'altra. È una specie di
confraternita.
«Sì? Sono contenta. Qui abita il
mio signorino, sapete? Io
l'accudisco, il padrone di casa è lui».
Il riferimento diretto all'oggetto
dei suoi pensieri spezzò il
costituendo equilibrio di Enrica
come un uragano un alberello
giovane e tenero. Ricominciò a
balbettare:
«Ah, davvero? Io non sapevo...
cioè, lo sapevo, ma... si capisce,
abito di fronte, ho visto un uomo,
ma non credevo... non che abbia
guardato apposta, ma sapete, stando
di fronte...»
Rosa temette che la ragazza le
scoppiasse in lacrime davanti. Giocò
il tutto per tutto, utilizzando la
franchezza spiccia della sua terra
d'origine:
«Signori', lo so che lo sapete già.
E so pure che il signorino Luigi
Alfredo, che è il mio padrone, lo sa
benissimo chi siete voi e dove
abitate. Non penso che non vi siete
accorta che ogni sera dopo cena, da
non so quanti mesi se non anni, si
mette all'impiedi dietro alla finestra
di camera sua, che è quella porta là,
a guardarvi ricamare. E se siete qua
oggi è sicuramente perché lo sapete,
e non vi dispiace manco a voi se lui
vi guarda. Non è così?».
Enrica si sentì come una bambina
colta con le mani nel barattolo della
marmellata. Avrebbe voluto alzarsi e
scappare di corsa, non fermandosi
che in riva al mare e oltre. Subito
dopo però realizzò che anche lui non
era riuscito a nascondere alla tata il
suo interesse, e questo la rinfrancò
non poco.
Esibì un incerto sorriso e sospirò.
Poi alzò lo sguardo e le spalle, si
aggiustò gli occhiali sul naso e
disse:
«Sì, signora. È così. E non so
nemmeno perché sono qui. Forse
perché ho bisogno di aiuto. Del
vostro aiuto».
Rosa si accomodò meglio sulla
poltrona, soddisfatta. La ragazza non
era appariscente, anzi a una prima
occhiata risultava piuttosto
insignificante. Ma ora che la vedeva
da vicino scorgeva una figura
graziosa, con gambe lunghe e un bel
busto, e lineamenti regolari; anche
gli occhi le parevano intelligenti e
vispi, sotto gli occhiali da miope.
«Vi ha scritto una lettera. Non so
se poi ve l'ha data, ma vi ha scritto
una lettera. Ne sono sicura».
«Sì, me l'ha scritta. L'ho ricevuta
l'altro ieri. Non è proprio...
Insomma, non è che si comprometta.
Mi chiede se non mi dispiace che mi
saluti, solo questo. Io sono stata
felice, ma non sono sicura di quello
che devo fare».
Rosa si passò un dito sotto il
mento, pensosa.
«Signori', io non sono stata
sposata. C'è stato qualcuno,
quand'ero giovane e non ero una
vecchia scassata come a mo', che mi
ha fatto capire che gli potevo
interessare, ma io l'ho mandato via,
e pure in malo modo. Perché io
tenevo al signorino, quella la
mamma me l'ha affidato, è morta
giovane. E a lui ho dedicato tutta la
vita mia. Dovete sapere che di
carattere quello è un poco chiuso,
come si dice... riservato, timido.
Insomma, non è il tipo che si fa
avanti facilmente. Secondo me si
mette paura di essere rifiutato. Però
una cosa ve la devo dire: in tanti
anni, io non l'ho visto mai così,
come è con voi. Questo fatto della
finestra, della lettera: è una cosa
importantissima».
Enrica credeva di star sognando;
era lì, in casa di lui, ad aprire il suo
cuore a quella donna sconosciuta,
anziana e con l'accento di una
provincia lontana, parlando di
qualcosa che non avrebbe rivelato
nemmeno sotto tortura ai propri
stessi genitori. Eppure disse:
«Lo so, lo capisco. Perché anch'io
sono così, non il tipo di donna
sfacciata, che fa capire a un uomo
che ci sta. Piuttosto aspetto, magari
che lui che so, lo chieda a mio
padre, se può portarmi fuori. E
allora è un anno che io sto là a
ricamare e lui mi guarda, e non
succede niente. Poi, in primavera,
per una questione di informazioni mi
chiamano in questura e me lo trovo
faccia a faccia. Non so, mi è
sembrato scorretto. Allora ho reagito
male, ho risposto in maniera acida e
non ho voluto vederlo, nemmeno
dalla finestra».
Rosa annuì, seria.
«Eh, me lo ricordo quel periodo.
Lui ci stava malissimo, si credeva
che io non me ne accorgevo ma io lo
vedevo, figuratevi. E che è successo,
allora?»
Enrica sorrise al ricordo:
«Venne da me una bella signora
bionda, Lucia, la moglie del
brigadiere che lavora con lui. Mi
disse che la vita passa, e quello che
passa poi non torna. Che lei, per il
dolore di avere perso il figlio, stava
perdendo anche gli altri e il marito.
Di non fare sciocchezze, mi disse, e
di non voltare le spalle all'amore.
Insomma, mi convinse, e io mi
rimisi alla finestra. Ad aspettare. Poi
i miei genitori si sono messi in
testa... mi hanno fatto conoscere
uno, e io gli ho detto che non ci
volevo avere a che fare e che
pensavo a un altro. Mia madre ha
protestato, ha detto che secondo lei
rimanevo zitella, e forse ha anche
ragione. Ma se non posso avere chi
voglio, nella mia vita non ci voglio
nessuno».
Rosa ascoltava le parole di
Enrica; le piaceva il suono quieto e
accorato della sua voce. Più la
conosceva, più si convinceva che
quello che in lei vedeva Ricciardi
era la cosa giusta.
«E secondo me avete fatto bene,
signori'. Solo che con uno con la
capa accussì tosta, ci vuole un poco
di pazienza. Lo dovete far venire
fuori a poco a poco, come se fosse
un'idea sua. Quand'era piccolo e io
volevo che per esempio si lavava,
che stava sempre in giardino a
giocare e si faceva una schifezza, se
gli dicevo: andatevi a lavare, lui non
ci andava in nessun modo. Se io
invece gli dicevo, mamma mia,
quanto sono brutti gli uomini
sporchi, solo i bambini piccoli sono
sporchi, i grandi no, allora subito
correva nella vasca da bagno. Io
penso che sono così tutti i maschi:
devono pensare che decidono da
soli, e siamo noi che invece gli
dobbiamo far decidere quello che
vogliamo».
Enrica rise, poi chiese:
«E secondo voi che dovrei fare,
io, adesso?».
Rosa rispose:
«Gli dovete rispondere, una bella
lettera. Gli dovete dire che vi fa
piacere che vi saluta, e che lo
salutate pure voi. E in qualche
modo, trovate voi come perché io
conosco solo i numeri, gli dovete far
capire che non siete fidanzata, che
non avete nessuno per la testa, ma
che volete una famiglia nel vostro
futuro. Così lui capisce che si deve
muovere. Pure perché lo vedete, io
sono vecchia, e non posso pensare
che lui, quando io me ne vado,
rimane solo e senza nessuno che
pensa a lui. Voi non immaginate,
signori', è come un bambino, non sa
fare niente da solo».
Enrica allungò la mano,
d'impulso, e accarezzò quella della
donna anziana:
«Signora, voi vivrete cent'anni.
Lo so, me lo sento. E diventeremo
amiche, io vi verrò a trovare ogni
pomeriggio, quando siamo sicure
che lui non c'è, e vi farò compagnia.
Così mi insegnate a cucinare
meglio».
Rosa si batté una mano sulla
fronte:
«Uh, madonna santa, avete
ragione! Io me ne sto qua a
chiacchierare e non ho preparato
manco il pranzo! Venite,
accompagnatemi in cucina, così vi
spiego come gli piacciono i ceci, al
signorino. Voi la cucina cilentana la
conoscete?».

17


Dalla porta dell'ufficio fece capolino
Ponte, che guardando il ritratto del
re disse:
«Se volete, commissario, il
vicequestore dottor Garzo vi
aspetta».
Ricciardi sospirò infastidito. Non
conosceva la natura della
soggezione che ispirava a
quell'ometto, ma il fatto che non
riuscisse mai a guardarlo in faccia lo
irritava come poche altre cose.
«Va bene, Ponte. Fammi il
piacere di avvisare Maione, vorrei
che venisse anche lui. Ci vediamo
nell'ufficio di Garzo».
Interpretando con visibile
sollievo l'indicazione come un
congedo, Ponte aveva ritratto la testa
come una tartaruga nel guscio e
aveva richiuso la porta.
Ricciardi non era certo lieto di
incontrare "il vicequestore dottor
Garzo", come diceva
invariabilmente con pompa Ponte.
Lo riteneva un uomo sciocco e
vanesio, preso dalla propria persona
e dalla carriera e incapace di
rivestire il difficile ruolo di
coordinatore delle attività
investigative. Ma, rifletteva, forse
quello era un posto per gente così,
un tramite tra i politici e gli operativi
come lui; lo stesso questore, che
aveva visto assai di rado, era di fatto
soltanto un uomo di governo. La
lotta ai delinquenti, tanti e tali non
soltanto per colpa loro, era per i
poliziotti da strada.
Eppure stavolta doveva proprio
parlargli. Fargli capire come in
quella storia fosse necessario andare
a fondo per scoprire che cosa in
realtà fosse successo al bambino.
Certo, non avrebbe potuto dirgli il
vero perché di questa sua
convinzione: percorrendo il
corridoio, gli venne quasi da
sorridere pensando alla faccia che
avrebbe fatto Garzo se avesse sentito
che Ricciardi voleva continuare
un'indagine perché non vedeva il
fantasma del morto. Ma intanto così
era, e lui doveva trovare un modo
per scoprire come mai il cadavere
era stato spostato, da dove, e
soprattutto per nascondere cosa.
Fuori la porta dell'ufficio del
vicequestore fu raggiunto da un
trafelato Maione, che gli rivolse un
ultimo supplichevole sguardo:
«Commissa', siamo ancora in
tempo. Lasciamo perdere. Al limite,
se volete, metto un po' la voce in
giro e vediamo che ne esce, ma di
nascosto, non ci facciamo bloccare
da quest'idiota: lo sapete, che non lo
sopporto».
Ricciardi rassicurò Maione con
una stretta sul braccio e bussò alla
porta.
Garzo era alla scrivania, con la
penna in mano e un foglio davanti.
Maione sospettò subito che fosse
una messinscena, perché gli occhiali
da vista erano posati sul ripiano. Il
funzionario alzò lo sguardo. Era un
po' preoccupato per il sovvertimento
dell'usuale andamento delle cose: in
genere era lui a dover sollecitare la
presenza del commissario per essere
messo al corrente dell'andamento di
qualche indagine. Adesso invece era
stato quest'ultimo a chiedergli un
incontro. Che diavolo vorrà mai?, si
era chiesto.
Non gli piaceva, trovarsi faccia a
faccia con quell'uomo. I suoi occhi
sembravano scavargli dentro. E poi
aveva sempre un'aria di superiorità,
o almeno di mancato riconoscimento
della sua autorità: questo gli era
insopportabile.
«Oh, eccovi qui. Allora,
Ricciardi, che cosa c'è? Ponte mi
dice che avevate bisogno di parlare
con me».
Ricciardi, che pur non provando
alcun disagio non aveva il parlare
con Garzo tra i passatempi preferiti,
cercò di andare subito al dunque:
«Dottore, so che siete molto
occupato e non voglio prendervi
troppo tempo...»
A Garzo non parve vero di
mostrare l'entità e la qualità delle
sue occupazioni:
«Proprio così, caro Ricciardi,
proprio così. Questa prossima visita
del Duce, con tutti i funzionari del
Ministero dell'Interno, è tutta sulle
nostre spalle. Almeno dal punto di
vista di come la città si presenta,
s'intende. Voi non potete
immaginare quante cose si debbano
controllare, e ricontrollare, per
essere certi che Sua Eccellenza non
riporti di noi una rappresentazione
distorta dell'ordine e della
tranquillità che siamo riusciti a
conquistare. Per fortuna, la visita
avviene proprio in un momento in
cui non abbiamo in corso grosse
indagini, no?».
Ricciardi notò che sulla scrivania
di Garzo era stato esposto un
pomposo completo da scrittura in
argento: vassoio portaposta con
fondo a specchio e ringhierina,
calamaio istoriato, portapennini e
contenitore a barca per la carta
assorbente. Tutto era lucido e
immacolato, e brillava quasi di luce
propria. Pensò al fermacarte ricavato
da un pezzo di bomba della Grande
Guerra, unica concessione
all'estetica del suo ufficio, e a quanto
per fortuna lui fosse diverso dal
vicequestore.
«Proprio di questo volevo
parlarvi, dottore. Non è proprio così
la situazione, come dite voi, in
realtà. Ci sarebbe una questione che
merita, secondo noi, un
approfondimento».
A Garzo si creò immediatamente
una ruga trasversale sulla fronte.
«Come sarebbe? A me non risulta
niente. Lasciatemi guardare...», e
prese una pila di verbali che teneva
in un cassetto, lontano da occhi
ispettivi, cominciando a sfogliare:
«vedete, non c'è nulla. Certo,
ordinaria amministrazione, una rissa
con un paio di contusi in un'osteria,
due turisti rapinati a Mergellina, ma
il rapinatore, un pescatore, è stato
subito arrestato e la refurtiva
recuperata. Tre carrozze che
effettuavano il servizio di vettura
dalla stazione senza licenza. Ma
questa è pur sempre una grande
città, sembrerebbe addirittura strano
se non ci fossero queste piccole
cose, no?»
Ricciardi fremeva. Mai possibile
che Matteo non risultasse nemmeno
tra i verbali dell'ordinaria
amministrazione?
«C'è il ritrovamento del bambino
morto a Capodimonte, dottore. Io
stesso vi ho inoltrato il verbale,
ieri».
Garzo a questo punto inforcò gli
occhiali e aprì un altro cassetto,
tirando fuori una cartellina:
«Ah, sì. Ecco qua: Diotallevi
Matteo, riconosciuto da don Antonio
Mansi, della parrocchia di Santa
Maria del Soccorso. Ma questa è
un'altra questione, qui noi non
c'entriamo proprio nulla. Questa è
una morte accidentale, vedo qui il
referto del medico legale, il vostro
amico, il dottor Modo: per inciso,
non è quello un po', come dire,
dissidente? Insomma, questa non è
cosa che ci riguardi. Perciò il
rapporto non è nell'altro cassetto».
Maione scosse il capo: come se la
presenza di un foglio in un cassetto
anziché in un altro cambiasse la
sostanza delle cose. Questo
vicequestore è un cretino, pensò.
Ricciardi fece appello alla sua
pazienza, e riprese con calma:
«Dottore, il bambino è morto per
un avvelenamento da stricnina. Io
credo che sia necessario capire
meglio come e dove gli sia stata
somministrata, anche per impedire
che la disgrazia possa avvenire
ancora. Io sono sicuro...»
Garzo, all'improvviso, diede una
manata sul ripiano della scrivania. Il
rumore fu come un'esplosione,
seguita dal tintinnio prolungato di
tutta l'argenteria di nuova
collocazione.
«Come sarebbe, "io credo", "io
sono sicuro"? Noi siamo la polizia, e
ci basiamo sui fatti, accidenti! E i
fatti sono tutti scritti qui: morte
accidentale, dovuta all'ingestione di
esche avvelenate per piccoli animali.
Veleno per topi! Semplice veleno
per topi! E voi venite qui, a
disturbarmi mentre provo a far
trovare la città in ordine nientemeno
che a Sua Eccellenza il Duce, per
inventarvi indagini che non ci
sono?»
Il commissario non fu
minimamente impressionato dalla
sparata di Garzo. L'aveva
ampiamente prevista.
«Io non mi invento proprio
niente, dottore. Penso
semplicemente che quando la causa
di un evento non è chiara sia
necessario appurarla, tutto qua. Se
poi il fatto che si tratti di un orfano,
del quale a nessuno interessa...»
Garzo diventò tutto rosso:
«Come osate, dire una cosa del
genere? Io ho due figli, sapete!», e
indicò in direzione della fotografia
della sua famiglia nella cornice
d'argento, momentaneamente
traslocata dalla scrivania alla
mensola della libreria per dare
un'immagine di maggiore efficienza;
«per me l'infanzia viene prima di
tutto! Ma guardo anche ai fatti, però:
e i fatti dicono che si tratta di una
morte assolutamente accidentale.
Leggo anche che dal primo
sopralluogo non è emerso alcun
segno di violenza, per cui mi chiedo
e vi chiedo: per quale motivo è stata
disposta l'autopsia?»
Maione strascicò il piede.
Ricciardi rispose:
«Ho ritenuto fosse la cosa
migliore da farsi. Proprio l'assenza
di segni di violenza lasciava dubbi
sul modo in cui il ragazzo fosse
deceduto».
«Dubbi? E anche voi, Maione,
avete condiviso questi dubbi?»
Maione aprì la bocca, la richiuse
e la riaprì.
«Io vado col commissario, dotto';
e quando il commissario prende una
decisione, io non la devo discutere».
Garzo sogghignò:
«Il che la dice lunga, mi sa.
Nemmeno il brigadiere si sente di
dire esplicitamente che è d'accordo
con voi: una bella novità, rispetto al
solito. E neanche il dottor Modo, nel
referto dell'indagine necroscopica, fa
anche il più vago riferimento a
qualcosa di indotto. Nulla di nulla.
Questa volta, Ricciardi, la risposta è
semplice e motivata dai documenti:
no. Non potete ulteriormente
indagare su questa disgrazia, perché
si tratta appunto di una disgrazia. Io
vi proibisco di perdere il vostro
tempo, peraltro in un momento di
tale importanza per la città e per la
questura, per rimestare nel nulla».
Maione guardava il pavimento.
Ricciardi scosse piano la testa;
aveva previsto l'eventualità di una
totale chiusura del funzionario.
«Avete ragione, dottore.
Probabilmente sono un po' stanco,
questa è la verità. E a tal proposito
vi chiedo di poter andare in vacanza,
per una settimana, diciamo. Così
non disturberò il momento con le
mie paturnie».
Garzo rimase sorpreso dalla
richiesta: a sua memoria Ricciardi
non era mai andato in malattia né in
vacanza, nemmeno d'estate. Era uno
dei misteri che gli rendevano
quell'uomo cordialmente antipatico.
Nell'incertezza fece quello che
sapeva fare meglio: diffidò.
«E come mai questa richiesta?
Non sarà perché avete in mente
qualcosa, vero? Ricciardi, io vi
avverto: anche in vacanza rimanete
un commissario della regia questura,
e il vostro eventuale operato sarebbe
passibile di sanzioni disciplinari
anche gravi, anzi gravissime. Sono
orientato a non concedervele, queste
ferie. Forse è meglio tenervi
d'occhio».
Ma Ricciardi aveva previsto
anche questo, e sapeva quali corde
toccare nell'anima di Garzo:
«Come volete, dottore. Mi
dispiace, perché sarò costretto a dire
alla signora Vezzi che non potrò
essere a sua disposizione. Mi aveva
chiesto di aiutarla a fare delle spese
e a stilare la lista degli invitati a non
so quale ricevimento stia
preparando, tra qualche giorno. Si
tratta di una cosa importante,
sembra».
Il vicequestore si era
istantaneamente raddrizzato sulla
poltrona. Cambiò tono, ma si
mantenne incerto:
«Ah, ho sentito qualcosa di
questo ricevimento. E come sta, la
cara signora Vezzi? L'avete vista, di
recente?».
Maione mascherò una risatina in
un colpo di tosse. Ricciardi rispose:
«Di recente, sì. Allora, dottore?
Che mi dice, di queste ferie?».
Garzo picchiettò la penna sul
foglio bianco.
«Va bene, Ricciardi. Solo una
settimana, però; e con l'obbligo di
tenermi... informato, in merito al
ricevimento della signora Vezzi.
Sapete com'è, dobbiamo essere
sempre a conoscenza di quello che
succede in città. Specialmente per
quanto riguarda certi eventi che
potrebbero coinvolgere persone in
vista. Dobbiamo garantire la
sicurezza».
Maione fece un passo avanti:
«Dottore, con l'occasione, magari
lo potrei avere pure io, qualche
giorno di ferie? Così sistemo un paio
di cosarelle mie».
Garzo sbuffò, infastidito:
«No, Maione, voi no. Mi servono
tutti gli effettivi, in questi giorni. E
poi voi le ferie le avete già fatte. E
ho idea che Ricciardi, qui, non abbia
bisogno di aiuto, per quello che
dovrà fare in vacanza. Dico bene,
Ricciardi?».
Il commissario lasciò cadere nel
vuoto l'allusione.
«Allora d'accordo, dottore. Ci
vedremo tra una settimana, qui in
ufficio, o prima in qualche altra
occasione. Buona giornata».
Garzo fece un ampio sorriso:
«Ecco, magari in qualche altra
occasione. Arrivederci, Ricciardi. E
attenzione: non voglio avere vostre
notizie; soprattutto in relazione a
questo povero bambino morto».

18


Maione seguì Ricciardi nel suo
ufficio, entrando con lui. Se ne stava
là, in piedi, col cappello in mano,
mentre il commissario raccoglieva le
carte sulla scrivania per creare una
parvenza d'ordine.
Dopo qualche istante, vedendo
che il brigadiere non si decideva,
Ricciardi disse:
«E va bene: che hai da dirmi?».
Maione smise di guardarsi la
punta degli stivali.
«Commissà, lo avete visto, ci ho
provato a pigliarmi le vacanze pure
io; volevo darvi una mano. Quello
che non capisco è in che cosa, vi
serve una mano. Che cosa volete
cercare, che cosa volete capire. Io
sto sempre e comunque dalla parte
vostra, e lo sapete. Solo, non vi
posso aiutare se non mi dite che cosa
state cercando».
Ricciardi guardò quell'uomo, così
grosso e così perplesso, e provò
tenerezza. Si sedette e cercò di
spiegargli, almeno in parte:
«Vedi, Raffaele, anche Modo mi
ha fatto le stesse domande. Io una
risposta vera e propria non ce l'ho, e
non ce l'ho avuta nemmeno poco fa
per Garzo. Quello che ti posso dire è
che ho provato qualcosa, quando ho
visto portare via quel cadavere, ieri
mattina. Qualcosa in quella povera
testolina penzoloni, gettata via così,
come un agnello a Pasqua. Ho
pensato che era tanto solo da non
avere nemmeno qualcuno che si
preoccupava se era vivo o morto. E
ho pensato che non era giusto. Che
così come ci si dovrebbe occupare
dei bambini quando sono vivi, non
si deve consentire che passino dalla
vita senza lasciare traccia. E allora,
d'istinto, ho chiesto l'autopsia. Poi,
scoperto il fatto della stricnina, ho
pensato che si doveva vedere dove
l'aveva presa perché non succedesse
più. Ecco tutto».
Maione lo guardava in faccia,
senza perdere una parola. Non si
faceva illusioni su se stesso, sapeva
di essere ignorante; ma l'istinto,
quello ce l'aveva sviluppato,
eccome: e l'istinto gli diceva che
c'era qualcos'altro a far sì che
Ricciardi abbrancasse la morte di
Matteo e non la mollasse più.
Sapeva però anche che non
sarebbe riuscito a tirar fuori niente
di più al commissario, per cui annuì
serio e disse:
«Ho capito. E allora, commissa',
facciamo in modo che il fatto che
quel fetente di Garzo mi vuole
tenere qua ci fa comodo. Man mano
che cercate, voi mi fate sapere a che
punto state e che vi serve. Da qui,
sfruttando il servizio, io una mano
ve la posso sempre dare, no?»
Ricciardi quasi sorrise:
«Va bene, Raffaele. Ti assicuro
che se avrò bisogno, e quasi
certamente sarà così, ti mando a
chiamare. Una cosa per me la puoi
già fare, però: cerca di intercettare
eventuali lamentele della curia. Ho
idea che il nostro don Antonio,
appena vedrà la mia sagoma
all'orizzonte, farà una corsa fino al
Duomo a parlare col vescovo».
«State tranquillo, commissa'. Voi
piuttosto, una promessa fatela a me:
se vedete una situazione pericolosa,
non vi ci buttate dentro. Aspettate
che arriva il brigadiere Maione, che
è fortunato e con lui non vi può
succedere niente».
Prima che Ricciardi potesse
ribattere, si sentì bussare alla porta
e, annunciata dal piantone, entrò
Livia Lucani, vedova Vezzi, nella
solita nuvola di profumo di spezie
che faceva girare la testa.
Sul cappello a cloche grigio, con
un grande fiore di stoffa sul lato, si
intravedeva l'imperlatura della
pioggia che aveva penetrato la
copertura del vezzoso parapioggia
appeso al braccio, ormai chiuso.
Indossava un lungo cappotto nero
con un ampio collo di volpe
argentata, grigio come il cappello.
Aveva l'aria felice.
«Salve, salve a tutti! Caro
brigadiere, come state? Sempre
affascinante!»
Maione, come di solito gli
succedeva davanti a Livia, si sentì
come se stesse zappando la terra in
quello stesso momento.
«Cara signora, buonasera. Che
bella sorpresa, qua dentro non siamo
abituati, a tanta bellezza».
Livia fece una risata argentina:
«Che galanteria. Peccato che
siate impegnato, se no vi corteggerei
sfacciatamente. Ciao, Ricciardi.
Capisco che sei contento anche tu,
ma contieni l'entusiasmo, se no che
cosa penserà il brigadiere?»
Ricciardi se ne era rimasto
seduto, disorientato dalla visita
improvvisa. Ora si alzò in piedi.
«Ciao, Livia. Una sorpresa, in
effetti: non ti aspettavamo, è
successo qualcosa?»
Livia si stava sfilando i lunghi
guanti neri.
«E perché, dev'essere per forza
successo qualcosa, per venirti a
trovare? No, nulla. Ho fatto un giro
di spese, il povero autista è giù in
macchina sommerso di pacchi e
pacchetti. Ma che ci posso fare, in
questa città avete negozi così
charmant che non so resistere. E
rientrando ho pensato, ma sì, ho
voglia di un po' di tristezza: vado a
trovare Ricciardi, che starà
sicuramente elucubrando in
questura, ed eccomi qua».
Si era seduta su una delle due
sedie davanti alla scrivania,
sbottonando il cappotto su un
elegantissimo tailleur. Accavallò le
gambe e prese una sigaretta dalla
borsa, che Maione si affrettò ad
accendere.
«Grazie, brigadiere. Potreste dare
qualche lezione di galanteria a
qualcuno di mia conoscenza,
avrebbe tanto da imparare. Be', che
fate di bello?»
Ricciardi si sedette a sua volta.
«In effetti è opportuno, che tu sia
venuta. Ti devo dire che ho
utilizzato il tuo nome senza
chiedertelo, poco fa. Devi sapere che
abbiamo trovato un bambino morto,
e io...»
Fu interrotto dall'ingresso di
Garzo, con gli occhiali sul naso e un
foglio in mano. Maione e lo stesso
Ricciardi capirono immediatamente
che il funzionario era arrivato di
corsa perché avvisato dell'arrivo di
Livia; non servì un grande intuito,
perché in diversi anni quasi mai il
vicequestore si era avventurato negli
uffici del piano inferiore. Il
brigadiere rivolse uno sguardo di
fuoco a Ponte, che guardava
incuriosito da fuori la porta e che
immediatamente si dileguò.
«Ricciardi, allora questo è il
vostro permesso per le ferie. Oh, ma
quale fortunatissima combinazione!
La signora Vezzi in persona! Ma lo
sapete, signora, che oggi parlavamo
proprio di voi?»
Livia aveva porto la mano al
bacio di Garzo, lanciando uno
sguardo di curiosità a Ricciardi.
«Sì, dottore, Ricciardi me lo
stava appena dicendo. E a che
proposito, se non sono indiscreta?»
«Ma a proposito delle ferie che il
commissario ha chiesto, per aiutarvi
per non so quale festa che dovete
dare. O ha mentito per qualche
oscuro motivo? Ditemelo, signora,
perché in questo caso lo faccio
mettere in prigione!»
Il tentativo di essere spiritoso
cadde nel cupo silenzio di Maione e
Ricciardi, mentre Livia sorrise e
disse:
«In effetti devo dire che Ricciardi
mi è molto utile, nel farmi da
Virgilio in questa vostra caotica e
bellissima città. Voi sapete che la
casa l'ho scelta proprio col suo
aiuto? E non lontana da qui, in via
Sant'Anna dei Lombardi, così posso
tenervi tutti d'occhio facilmente».
Garzo sorrideva, passandosi un
dito sui nuovi baffi sperando che la
signora li notasse.
«Tra le tante bellezze che
abbiamo in città ora ci siete anche
voi. Si deve ringraziare Ricciardi,
allora. Anche per l'aiuto che vi darà
a organizzare questo famoso
ricevimento, di cui si parla tanto».
Livia girò lo sguardo tra Garzo e
un imbarazzato Ricciardi, e pensò
che quella fosse una ghiotta
occasione.
«Sì, dottore: sarà una festa
importante. E per me sarà un piacere
avervi con la signora, naturalmente.
Del resto sarà presente anche
quell'amabile vostro questore, quindi
sarete tra amici. L'ospite d'onore
sarà la mia amica Edda, la figlia del
Duce. E magari, chissà, Sua
Eccellenza stesso potrebbe farci una
sorpresa. Siate gentile: ordinate a
Ricciardi di aiutarmi e di esserci:
sapete come recalcitra, di fronte alle
occasioni sociali».
Garzo brillava come illuminato
dal sole. Con voce tremante di
felicità, disse:
«Signora, io non so dirvi quanto
mia moglie e io vi siamo grati, per
questo meraviglioso invito!
Ricciardi, caro, carissimo Ricciardi,
io vi ordino di mettervi in servizio
permanente effettivo a disposizione
della signora Vezzi. E senza altre
distrazioni, mi raccomando!».
Livia si alzò sorridendo.
«Ora devo proprio andare. Mi
accompagnate alla macchina,
dottore? Ho paura di scendere le
scale con questi tacchi, ma al
braccio di un uomo come voi...
Buonasera, brigadiere. Ciao,
Ricciardi, mi raccomando: obbedisci
agli ordini che hai avuto».
E uscì, lasciando l'ufficio pieno di
profumo di spezie e di inquietudine.

19


Mercoledì, 28 ottobre

Ogni giorno della settimana,
qualsiasi fosse il tempo, Rosa si
svegliava alle cinque; un'abitudine
che le veniva da quando, al paese,
doveva accudire gli animali della
masseria dove abitava prima di
andare a casa dei Malomonte.
Non le pesava: riusciva a dire le
sue preghiere, a predisporre con
calma quello che durante la giornata
avrebbe fatto, quello che avrebbe
cucinato; e poi voleva vederlo
andare al lavoro, essere sicura che
tutto fosse normale, che fosse vestito
in ordine. Era così distratto. Quante
volte l'aveva dovuto rincorrere per
abbottonargli la giacca, per
allacciargli una scarpa; da piccolo e
ancora adesso.
Fu sorpresa dal vederlo ancora in
camicia da notte alle sette, quel
giorno. Gli chiese subito se si
sentisse bene, aveva una faccia scura
che la preoccupò immediatamente.
Lui la rassicurò con un sorriso:
«Stai tranquilla, sto benissimo.
Ho solo preso qualche giorno di
vacanza dall'ufficio per sbrigare
alcune faccende. Così starò un po' di
più a casa».
Rosa, che era fin troppo
consapevole dell'assoluto
disinteresse di Ricciardi per i propri
affari, restò perplessa. A sua
memoria, se non per qualche lutto o
matrimonio che coinvolgeva i
lontani parenti che ancora c'erano a
Fortino, Ricciardi non si era mai
assentato dal lavoro. C'era qualcosa
sotto, era pronta a giurarci. Avrebbe
alzato il livello di attenzione. E poi
il recente incontro con Enrica, che le
era piaciuta subito, aveva
determinato l'inizio di una strategia,
per cui più lo teneva d'occhio,
meglio era.
Da parte sua Ricciardi voleva
capire cosa fosse successo al
bambino, e aveva deciso di
cominciare dal luogo dove viveva: la
parrocchia di Santa Maria del
Soccorso.
La chiesa distava poche centinaia
di metri da casa sua, andando verso
Capodimonte. Anche quella mattina,
come da giorni, il tempo era
pessimo. Non pioveva ancora ma
pesanti nuvole nere incombevano
come un tetto basso, e si sentiva il
tuono avvicinarsi.
Giunto a destinazione si accorse
che non c'era nessuna funzione in
atto. La chiesa non era grande, con
un'unica navata e qualche altarino
laterale; alcune donne anziane che
recitavano il rosario nei primi
banchi, quelli più vicini all'altare
principale. Odore di incenso e di
candele, molta umidità.
Intravide una porta in fondo che
presumibilmente dava sulla
sacrestia, e la aprì. Una delle
vecchie gli rivolse uno sguardo
ostile. Oltrepassata la soglia, uno
stretto corridoio portava a una stanza
illuminata, nella quale trovò don
Antonio che riponeva una stola in un
armadio.
La reazione del prete fu
interessante: aguzzò gli occhi, come
se non fosse stato sicuro di quello
che vedeva; poi ebbe un moto come
di sfiduciata rassegnazione; infine
assunse un'espressione decisamente
irritata, pur adottando un tono di
fredda cortesia.
«Commissario, che piacere
vedervi qui. Anche perché, se ho
ben saputo, voi fate parte della
parrocchia, è così? Abitate non
lontano, mi pare. Eppure non mi
sembra di avervi visto spesso, qui in
chiesa».
Ricciardi voleva che fosse ben
chiaro il motivo per cui si trovava là.
«Infatti, padre. Abito qui vicino,
ma non mi capita spesso di andare in
chiesa. Sono uno di quelli convinti
che Dio sia dovunque. Voi no?»
Don Antonio chiuse l'armadio
con uno scatto.
«Certamente. Quella che non è
dovunque è la comunità. Pregare è
una cosa, pregare insieme è un'altra.
Ma se non siete qui per pregare,
allora posso chiedervi il motivo
della visita?»
Dritto al punto.
«Vi devo premettere che non
sono qui in veste ufficiale, padre.
Non è in corso nessuna indagine,
insomma. Ma preme sia a voi che a
me, come ci siamo già detti, che una
disgrazia come quella di Matteo non
accada più. Vorrei quindi capire,
magari parlando con qualcuno degli
altri ragazzi o dando un'occhiata al
posto in cui dormiva o teneva le sue
cose, dove può aver preso i bocconi
avvelenati che l'hanno ucciso.
Prometto di non disturbare le vostre
attività parrocchiali».
Don Antonio lo scrutava,
cercando di cogliere i reali intenti
del commissario al di là delle parole.
«Capisco. Chiaramente anch'io,
come avete detto, voglio che una
disgrazia come quella del povero
Matteo non accada più. Vi permetto
questa, come avete detto?, "non
indagine". Ma vorrei che fosse una
visita unica; non potrò tollerare
ulteriori intromissioni nella vita
della mia parrocchia, anche perché
sarebbero di intralcio a tutte le cose
che ho da fare. Altrimenti dovrei
informare la curia, come vi ho già
detto».
Ricciardi dimostrò una sicurezza
che non aveva:
«Certo, certo, capisco benissimo.
Ma vedrete che non sarà necessario,
padre. Mi basta solo dare
un'occhiata e fare due chiacchiere
con qualcuno dei suoi amici. Tutto
qui».
«Va bene. Aspettatemi qui,
commissario. Vado a vedere se c'è
ancora qualcuno dei ragazzi. Sapete,
fanno tutti apprendistato per
imparare un mestiere, ed escono
abbastanza presto la mattina.
Permettete».
Il prete uscì, e Ricciardi si guardò
attorno. L'ambiente era angusto, una
parete di armadi, una sedia, un
inginocchiatoio, un tavolino con un
messale e una Bibbia. Quello che ci
si sarebbe aspettato di trovare in una
sacrestia, crocifisso incluso. Dopo
qualche attimo il prete ritornò,
accompagnato da un ragazzo di circa
tredici anni dalla carnagione
scurissima e vivaci occhi neri, coi
capelli tagliati quasi a zero.
«Questo è Cristiano; come vi ho
detto, tutti volevamo molto bene a
Matteo, ma Cristiano era forse
quello più legato a lui. Cristiano,
saluta il commissario Ricciardi».
Il ragazzo fissò gli occhi in faccia
a Ricciardi, con aria più di sfida che
di curiosità. Forse presentarlo come
commissario, pensò lui, era stato
fatto ad arte. Il prete continuò:
«Prego, commissario: chiedete
pure».
Ricciardi non aveva la minima
intenzione di parlare davanti a lui,
consapevole che il ragazzo sarebbe
stato influenzato nelle risposte.
«Non voglio prendervi troppo
tempo, padre. Cristiano potrebbe
accompagnarmi dove dormiva
Matteo, e io nel frattempo gli farò
qualche domanda. Così non vi darò
nessun fastidio».
Il prete sembrò indeciso; guardò
Cristiano con una vaga
preoccupazione, poi tirò fuori
l'orologio dalla tasca della tonaca e
disse, con un po' di disappunto:
«Sì, anche perché tra qualche
minuto ho una funzione. Va bene,
ma mi raccomando, commissario:
non ecceda l'ambito che abbiamo
concordato. E non trattenga troppo a
lungo il nostro Cristiano, che deve
provvedere alla pulizia della
camerata: oggi è il suo turno».
Ricciardi salutò con un cenno del
capo e uscì col ragazzo.
Di fianco alla chiesa si accedeva
a un cortiletto, sul quale dava una
costruzione bassa che sembrava un
deposito. Il ragazzo precedette
Ricciardi alla porta; il commissario
notò che era vestito in maniera
simile a quella di Matteo quando era
stato ritrovato, una vecchia camicia
di tela, dei calzoncini legati in vita
da un pezzo di corda, un paio di
zoccoli sotto gambe livide per il
freddo, martoriate da cicatrici, morsi
d'insetto e geloni.
Una volta all'interno, Ricciardi si
guardò attorno. Un unico ambiente,
lungo circa sei metri e largo quattro,
alla fine del quale un paravento in
legno nascondeva una latrina in un
angolo e un lavabo nell'angolo
opposto. Addossate alle pareti
c'erano due brande mezze rotte e
quattro pagliericci, con la fodera
strappata in più punti. L'impressione
era di totale abbandono.
Cristiano si fermò a metà della
stanza e indicò con la mano uno dei
pagliericci. Al centro di distingueva
l'avvallamento del corpo del piccolo
Matteo.

20


Sette giorni prima, mercoledì 21
ottobre.

I ragazzi si stanno preparando
per andare a lavorare, presso gli
artigiani dove fanno da apprendisti
per pochi centesimi alla settimana;
tutti tranne Cristiano, che è stato
cacciato dal ciabattino perché gli ha
mancato di rispetto. Cristiano
risponde sempre. Cristiano non ci
sta.
Si spalanca la porta ed entra don
Antonio, stravolto dall'ira. La porta
sbatte sulla parete con un rumore
forte quanto uno sparo, Tettè che si
sta lavando fa un salto dalla
sorpresa.
Il prete cammina a passi lunghi
fino al centro della stanza, poi urla:
«Tutti qui, davanti a me!».
I ragazzi si affrettano a
raggiungere la posizione. Amedeo e
Saverio, i più grandi che hanno
diritto alle due brande, sono i primi
a schierarsi. Tettè coglie uno
sguardo fra i due e comincia ad
avere paura.
Quando sono tutti in fila, il prete
dice:
«Lo sapete, quello che è
successo? Mancano tre mele. Tre
mele dalla dispensa: e ne sono
sicuro, perché ce le ho messe io
stesso ieri, e le ho contate una a
una!».
I sei ragazzi tengono gli occhi a
terra. Sanno per esperienza di dover
tacere, perché qualsiasi cosa dicano
la sconterebbero tutti gli altri. Tettè
tiene stretta al petto nudo la camicia
che non ha fatto in tempo a
rimettere. Le teste basse sono tutte
rasate a zero per via dei pidocchi.
Don Antonio riprende:
«Chi è stato? Ve lo chiedo una
sola volta. Se chi è stato lo dice,
verrà punito solo lui; se invece non
viene fuori chi è stato a rubare nella
casa di Dio, facendo peccato
mortale, allora verrete puniti tutti.
Anche perché a sapere chi è stato a
fare peccato e a non dirlo, si va
all'inferno lo stesso. Vi lascio senza
mangiare per due giorni interi. Lo
sapete, lo faccio davvero. E il
colpevole verrà punito, state sicuri.
Verrà punito».
Il terrore si sente, come un soffio
di vento. Lo sanno tutti, quello che
succederà al colpevole. Lo stanzino.
Verrà messo nello stanzino.
Al buio, al freddo. Tra mille cose
senza nome che camminano sulla
pelle, con le zampette veloci. Chi va
nello stanzino esce con le bolle sulla
pelle, e ti gratti e ti gratti per giorni,
e il prurito non passa mai. E tutto è
nero come la notte più nera, solo
che non ti puoi muovere perché non
c'è spazio, nemmeno per respirare.
È terribile, lo stanzino.
Si sentono i respiri. Tettè sente
pure il suo cuore che gli batte nelle
orecchie. Si guarda i piedi, sulla
terra battuta. Sono viola per il
freddo. Passa un minuto. Ne
passano due. Poi Amedeo fa un
passo avanti.
Don Antonio lo guarda.
«Parla, se devi parlare».
La metamorfosi di Amedeo
davanti al prete è impressionante.
Incassa la testa, si fa piccolo, piega
le ginocchia. Cambia perfino la
voce, gli diventa sottile come quella
di un bambino.
«Padre, perdonatemi. Io non la
faccio, la spia, ma ve lo devo dire
per forza, non ci voglio andare,
all'inferno».
Silenzio. Gli occhi di tutti
rimangono a terra, tranne quelli di
Cristiano che lampeggiano un
attimo su Amedeo, per poi
riabbassarsi. Don Antonio chiede:
«E allora?».
Senza alzare la testa, Amedeo
punta un dito tremante su Tettè.
«Il cacaglio. È stato lui, il
cacaglio infame. Lui si credeva che
non lo vedeva nessuno, e io invece
l'ho visto. Stanotte, se l'è mangiate,
le mele. Stanotte, dentro al letto».
Il serpente dell'orrore sale dallo
stomaco di Tettè e si avvolge
dall'interno attorno alla sua gola.
Lui le mele non le ha nemmeno
viste. Alza lo sguardo, cerca di
parlare ma non ci riesce. Il serpente
stringe.
«Davvero? E lo sai, quello che
succede ad accusare qualcuno senza
avere le prove? Lo sai?»
La voce di don Antonio è
minacciosa. Dalla porta è entrato
Nanni, il sacrestano, che si strofina
le mani. Gli piace, quando ci sono le
punizioni. Lo sanno tutti, che gli
piace.
Amedeo alza finalmente lo
sguardo e annuisce. Poi si gira e
cammina verso il pagliericcio di
Tettè. Lo alza con un gesto sicuro e
raccoglie qualcosa; poi torna
davanti al prete e apre la mano. Il
prete prende l'oggetto e lo mostra a
tutti: un torsolo di mela, pulito fino
all'ultimo frammento. Due formiche
cadono a terra.
Tettè vorrebbe urlare disperato:
non sono stato io, padre! Non ve ne
accorgete, che non sono stato io?
Non sono nemmeno entrato, in
cucina! Chiedetevi chi ha fatto da
aiutante a preparare la cena di ieri,
e saprete chi è stato! Vi prego,
padre, lo stanzino no. Ho paura, del
buio e delle bestie che ci sono là
dentro!
Ma il serpente ha stretto le sue
spire attorno alla gola, e dalla
bocca esce solo un gorgoglio
gutturale. Uno dei gemelli non
trattiene una risata, per il sollievo di
averla scampata e per Tettè che non
riesce a parlare, e il sacrestano gli
dà un pugno dietro la testa. Stavolta
nessuno ride, mentre il gemello si
strofina i capelli rasati, come
quando la testa gli prude per i
pidocchi.
Don Antonio si avvicina a Tettè.
Lo guarda severo. «Ancora. Eppure
proprio tu non dovresti rubare. A te
le regalano, le cose. Tu sei
fortunato».
Tettè vorrebbe dirglielo, al prete,
che non è affatto fortunato. Che gli
tolgono tutto, ogni volta che torna.
Tutto, fino all'ultima briciola. Ma il
serpente stringe, e lui si sente
soffocare.
Con un gesto improvviso, il prete
gli prende l'orecchio sinistro fra le
dita, e torce con tutta la forza. A
Tettè viene fuori un gemito che fa
rabbrividire tutti. Cristiano guarda
Amedeo, che ha ancora gli occhi
fissi a terra. L'altro gemello si tappa
le orecchie con le mani. Adesso don
Antonio solleva quasi Tettè da terra.
Il bambino agita la mano, cercando
di allentare la presa del prete, ma
quello non molla l'orecchio che è
diventato rosso come il fuoco.
Tettè viene trascinato fuori dalla
stanza, nel freddo e nella pioggia.
Tutti seguono lui e il prete, come un
corteo che si avvia verso
un'esecuzione. Nell'angolo opposto
del cortile c'è una porta che dà nello
stanzino, un locale buio di un metro
per lato. Mentre continua a tenere il
bambino per l'orecchio, don Antonio
prende una chiave dalla tasca della
tonaca e apre la porta; poi butta
dentro Tettè e la richiude.
Prima il sollievo per l'orecchio
libero, poi a ondate un dolore
terribile, lacerante. Tettè se lo
massaggia, forte, l'orecchio. Non
sente niente da quel lato, se non un
fischio assordante. Si ritrae in un
angolo, strisciando, abbranca uno
straccio, se lo mette sulla testa.
Sente correre le zampe di animali
che non vede. Scalcia per
allontanarli. Vorrebbe piangere,
urlare, ma la gola è serrata.
Vede il suo angelo davanti agli
occhi. Sente la sua voce, quando
succede qualcosa di brutto pensa a
me, al mio sorriso. Pensaci, Tettè.
Pensaci forte, e vedrai che tutto
passa.
Pensa fortissimo, gli occhi stretti
sotto la sudicia coperta, non sono
stato io, non sono stato io, urla nel
silenzio dentro di sé. Ti prego,
dimmi che mi vuoi bene. Dimmelo
una volta sola, che mi vuoi bene,
angelo mio.
Il tuono scuote la porta dello
stanzino. La pioggia batte sul tetto e
sgocciola all'interno. Tettè scalcia
quando sente i musi gelidi che lo
toccano. Sa che se si addormenterà i
musi e le zampe si faranno audaci, e
verrà svegliato dai morsi.
Sente grattare alla porta, una
volta, due. Si trascina, trova un'asse
appena scostata, ci respira dentro.
Vede qualcosa vicino all'apertura, e
ci mette un attimo a capire che è il
muso di un cane.
Riesce a far uscire un dito e
accarezza il muso.
Deve solo aspettare.
Nello stanzone Amedeo e Saverio
si siedono sulle brande e prendono
una mela a testa da sotto il
materasso. Scambiandosi
un'occhiata d'intesa, le mordono e
ridono.
Cristiano stringe le mani a
pugno, poi pensa: fatti gli affari
tuoi.

21


Ricciardi si avvicinò al pagliericcio
di Tettè, le mani in tasca, lo sguardo
fisso sulla leggera depressione che
indicava dove aveva dormito il
bambino. Ecco qua, pensò. Qui
facevi i tuoi sogni; qui avevi i tuoi
pensieri, roba piccola, non grandi
idee, non grandi speranze. Qualcosa
da mangiare, forse. Magari
immaginavi la faccia di tuo padre, la
carezza di tua madre. O più
probabilmente nemmeno, non
avendole mai assaggiate, le carezze.
Allungò la punta del piede e
toccò il pagliericcio, dal quale
scappò a zig zag uno scarafaggio. Il
commissario e Cristiano lo
guardarono correre lungo il muro,
finché non si infilò in una fenditura.
Ricciardi si rivolse al ragazzo:
«Era amico tuo, Matteo?».
Non ebbe risposta. Cristiano si
strinse nelle spalle, con un gesto di
indifferenza, continuando a guardare
fisso davanti a sé.
Ricciardi si avvicinò a un
mobiletto fatto col legno delle
cassette della frutta, vicino al letto.
Lo aprì, accovacciandosi per
guardare quello che c'era dentro.
Poche cose. Qualche vestito.
Piegato con cura. Roba migliore di
quella che aveva addosso, forse una
specie di vestito per la festa: una
giubba da marinaretto, un
cappellino, un paio di calzoncini.
Consumati dall'uso ma pulitissimi.
Perfino un paio di sandali con la
suola di cartone pressato.
Un vecchio libro, tenuto da
qualche filo di cotone, con disegni di
automobili. I segni di migliaia di
ditate, chissà quante volte lo hai
sfogliato alla ricerca dei tuoi sogni,
pensò Ricciardi. Un modellino
costruito col legno, spezzato e
riparato in più parti, con rotelle di
metallo al posto delle quattro ruote.
Colorato con la matita, una donna
disegnata alla guida, coi capelli
biondi.
Un fazzoletto da donna bianco,
piegato a triangolo, finemente
ricamato con un monogramma di
difficile interpretazione, forse due
lettere intrecciate.
Ricciardi sospirò, rimettendo
tutto a posto e rialzandosi. Guardò in
faccia Cristiano, a lungo, poi gli
disse: «Dove sono gli altri ragazzi?
E a fare che?».
Di nuovo lui si strinse nelle
spalle e guardò nell'angolo dove era
sparito lo scarafaggio. Rimasero così
per un po', poi Ricciardi decise che
era ora di cambiare tono:
«Stammi a sentire bene: io sono
un commissario di polizia. Ti posso
prendere con un'accusa qualsiasi,
devo solo scegliere, e farti portare in
galera da dove non so se uscirai mai
più. E lo farò, se decido che mi vuoi
nascondere qualcosa. Quindi,
secondo me ti conviene parlare».
Dover minacciare un ragazzo:
certo che si era ridotto proprio male.
Ma intuiva che quello era purtroppo
l'unico linguaggio che Cristiano
capisse; infatti, dopo un attimo, il
ragazzo parlò.
«E che volete sapere?»
«Comincia col rispondere alla
domanda di prima: dove sono gli
altri ragazzi, e a fare che?»
«Ognuno fa l'apprendista da
qualcuno. Siamo sei... cinque, mo'.
Stanno al lavoro, io no perché quel
bastardo del ciabattino mi ha
cacciato».
Aveva parlato a bassa voce, quasi
con rabbia. Teneva i pollici nella
cintola, le gambe larghe piantate al
suolo.
Complessivamente pareva pronto
a scappare, o ad aggredire. «Eri
amico di Matteo?»
Di nuovo si strinse nelle spalle.
Poi ci pensò e rispose:
«Tettè amici non ne teneva, e
manco io. Però mi faceva pena, era
piccolo e cacaglio, a dire una cosa ci
metteva un'ora, allora si stava zitto,
non parlava. Meno si parla meglio è,
qua dentro».
Ricciardi voleva saperne
qualcosa in più.
«E che fate, quando vi vedete?»
«Direttamente la sera, quando si
finisce di lavorare, se nessuno se ne
va in giro per i fatti suoi. Ma
siccome la sera si mangia, e fuori fa
freddo, torniamo tutti. Quando la
stagione è migliore, alcuni
preferiscono dormire per strada,
invece che qua. Ci fa caldo assai,
qua dentro».
«E non fate altro?»
Cristiano ci pensò, poi disse:
«Ci sta la scuola. Due volte,
martedì e giovedì. Vengono le due
signore, la vecchia e la giovane, e ci
raccontano storie, provano a farci
scrivere e leggere. Io mi scoccio, e
rimango un minuto e me ne vado,
tranne quando portano qualcosa da
mangiare per premio, anche se non
vinco mai».
«E Tettè come se la cavava?»
«Ve l'ho detto, era cacaglio, non
riusciva a parlare, specialmente
quando si emozionava. Ma a
scrivere era bravo, e a disegnare
pure di più. Qualche volta pigliava il
premio, ma tanto poi i più grandi
glielo levavano e mangiavamo tutti
quanti. Così funziona, qua dentro».
Interessante, pensò Ricciardi.
Tutto l'amore decantato dal prete
non c'era, alla fine. Non che ci
avesse creduto. Restava da appurare,
al di là di quanto dichiarato da don
Antonio e da altri, dove fosse morto
Tettè.
«Tu hai saputo com'è morto,
Matteo?»
Cristiano scosse la testa, con un
gesto da adulto. «Era proprio un
fesso, quel cacaglio. Piccolo e
fesso».
«Perché dici così? In che senso,
era un fesso?»
Il ragazzo sorrise triste:
«Perché, come lo chiamate uno
che si mangia il veleno per i topi?».
Ricciardi diede uno sguardo
attorno: nessuna traccia del fantasma
di Matteo. Dovunque fosse morto,
non era morto lì. E nemmeno in
chiesa o in sacrestia, se era per
questo.
«E tu hai idea di dove possa aver
preso le esche avvelenate?»
Cristiano si strinse nelle spalle.
Poi all'improvviso disse: «Forse sì.
E vi ci posso pure portare. Ma voi
che mi date, se vi ci porto?».
«Ti do che non ti porto in galera,
ti do. Non mi pare poco».
Cristiano sospirò, gli fece un
cenno con la testa e si avviò.
Ricciardi lo seguì, passando per il
cortile sul quale dava la porta chiusa
dello stanzino buio.
Non conoscendone l'esistenza,
non pensò di guardarci dentro.


Dallo scrittoio che aveva
collocato in camera da letto, Livia
guardava la città attraverso la
pioggia. I tram si incrociavano con
allegri squilli delle trombe, i carretti
trainati dagli ambulanti non si
fermavano per l'acqua, tra i richiami
a osservare merci che erano invece
coperte da teloni.
Dalla porta socchiusa arrivava il
canto della serva, in cucina,
nell'altra parte della casa:

Saccio ca t'aggia perdere
Sento ca t'alluntane,
Ca tu te ne può gghi'
primma 'e dimane
Pe' nun turna' cchiù a
mme...

Livia amava quella propensione
al suono e al canto. Nelle altre città
dominava il silenzio: se qualcosa si
sentiva erano i rumori dei motori, i
nitriti dei cavalli, ma non i suoni.
Non la musica.
Cercò di tornare alla lista che
stava preparando. Non era
un'impresa facile: doveva rimanere
in un numero ristretto ma non
voleva scontentare troppe persone.
Nel contempo, voleva avere vicino
quelli che le erano almeno simpatici.
Sospirò, quando l'occhio le cadde
sulle lettere che le amiche non
smettevano di inviarle, per criticare
la sua scelta e ottenere informazioni
circa il suo nuovo amore. Amore.
Che assurda parola.
Si era innamorata? Non avrebbe
saputo dirlo. Certo che la situazione
per lei era nuovissima: corteggiava
Ricciardi, senza preoccuparsi
dell'evidenza del suo atteggiamento.
Si chiese se, a Roma, avrebbe fatto
le stesse cose, come presentarsi in
questura, la sera prima, per salutarlo.
Se, in presenza di tutte le sue
conoscenze, col rischio di incontrare
una decina di quelle care pettegole,
si sarebbe o no avventurata
direttamente sul posto di lavoro di
lui, senza pudore.
Decise di sì. Non era una donna
ipocrita che non aveva il coraggio di
guardare il proprio sentimento in
faccia.
Non che lui le desse poi tanta
corda: anche questa volta era stato
più imbarazzato e sorpreso che
emozionato. Ma questo aggiungeva
fascino all'uomo, anziché toglierlo.
Però si era accorta, quando si era
seduta, che le aveva guardato le
gambe sbattendo le palpebre, prima
di distogliere frettolosamente lo
sguardo. Gli piaceva, ne era certa; e
allora, perché non glielo
dimostrava?
Con uno sforzo riportò
l'attenzione alla lista, scrivendo il
nome di Garzo e indicando che
sarebbe stato invitato con la moglie.
Non le era simpatico, ma era un
prezzo minimo da pagare per
incastrare Ricciardi.
La lista avrebbe dovuto essere
pronta entro le sette di quella sera.
Ricordò le parole della segretaria di
Edda Mussolini, al telefono, quella
mattina: si sarebbe presentato un
uomo a ritirare l'elenco, da
sottoporre all'approvazione di
un'organizzazione per la sicurezza il
cui nome non le era stato fatto.
Questa storia della sicurezza,
pensò Livia, stava diventando una
vera fissazione collettiva. Adesso la
polizia segreta voleva addirittura
controllare gli inviti a una festa
privata, alla quale per di più avrebbe
partecipato non il Duce ma sua
figlia, probabilmente nemmeno
accompagnata dal marito.
Un tram passò sotto la finestra e
strombazzò in contrappunto alla
serva, che cantava:

Dimme, e si e ffronne
tornano
Ca uttombre fa cade',
Si tutto torna a nascere,
Qua' primmavera ce pò sta'
pe' mme?
Cchiù 'o core è stracco 'e
chiagnere
Cchiù `nnammurato 'o
sento...
Si mo' ce sparte 'stu
presentimento,
Pecche' m'attacco a tte?

Livia si abbandonò all'ascolto
della canzone, pensando che era
veramente difficile concentrarsi su
qualcosa, in quella città.
Anche quando il sole non c'era.

22


Ricciardi seguiva Cristiano,
risalendo via Nuova Capodimonte.
Aveva cominciato a piovere di
nuovo.
Lungo la strada si accorse che il
ragazzo, nel quartiere, era più noto
di un deputato: i bottegai, le
portinaie indaffarate nella pulizia
degli androni, i ragazzini affacciati
ai balconi lo chiamavano a gran
voce e lo salutavano con affetto,
salvo cambiare espressione quando
si accorgevano che il commissario lo
seguiva di qualche passo. Un
giovinastro addirittura chiese a
Cristiano in dialetto stretto se avesse
qualche problema, lasciando intuire
che nel caso sarebbe stato
disponibile ad aiutarlo.
Con la pioggia la geografia delle
attività urbane cambiava. Quella era
una città abituata a operare
nell'ombra, ma all'aperto. I larghi
vani dei portoni, con gli archi in
pietra che lasciavano intravedere i
cortili dalle aiuole piene di piante,
ospitavano i carretti degli ambulanti
con la tolleranza retribuita degli
uscieri in livrea. Finti monaci,
venditrici di fiammiferi e di fiori,
tenutari di minuscole bische fatte
solo di un banchetto di legno su un
treppiede cercavano di non
interrompere la propria attività per la
pioggia, e si disputavano i migliori
spazi sotto i cornicioni.
La strada e i marciapiedi scoperti
invece godevano del provvisorio
allargamento della superficie
utilizzabile, accogliendo sfreccianti
automobili e cavalli dal pelo lucido
che trainavano carri e carrozze e
alzavano colonne d'acqua a
beneficio di nugoli di scugnizzi, in
visibilio sotto le inattese cascate. I
rari pedoni si destreggiavano tra i
laghetti che si andavano formando,
cercando di salvaguardare le scarpe
e i pantaloni e di ripararsi con gli
ombrelli di tela, cerati con cura la
sera prima con la colatura delle
candele.
Cristiano, come peraltro lo stesso
Ricciardi, non si curava della
pioggia, ciabattando invece con gli
zoccoli nelle pozzanghere e
provocando le occasionali
imprecazioni di chi ne veniva
inondato. Il commissario teneva gli
occhi davanti a sé, raccogliendo i
saluti dei morti come il ragazzo
raccoglieva quelli dei vivi: ritrovò la
coppia di adolescenti e il debitore
suicida sul ponte della Sanità e ne
conobbe una nuova, un'anziana
decorosa signora vestita di nero
travolta dal carico mal assicurato di
un carro. L'ampia depressione del
torace schiacciato e il braccio
sinistro maciullato, che ancora
tratteneva la borsetta, non lasciavano
dubbi su com'era morta e perché. Al
passaggio di Ricciardi, disse: mio
nipote non si fa vedere da due mesi.
Chissà se è venuto al tuo funerale,
pensò Ricciardi mentre Cristiano
veniva benevolmente minacciato da
un ambulante di frutta e verdura.
Ognuno ha i suoi amici, rifletté
amaramente il commissario.
Giunsero all'altezza di un portone
in legno, chiuso. Cristiano si fermò e
aspettò Ricciardi. Erano poco
distanti dal Tondo di Capodimonte,
la piazza dalla quale partiva lo
scalone monumentale dove avevano
ritrovato Tettè.
Senza guardare in faccia il
commissario, Cristiano disse:
«Qua veniamo a prendere
qualcosa, certe volte. È un deposito
di roba da mangiare. Non ci
veniamo spesso perché il
proprietario si mette di guardia di
nascosto, una volta ha acchiappato a
uno dei gemelli e gliele ha date di
santa ragione, quello è stato a letto
un sacco di tempo e vomitava
sangue, ci credevamo che moriva».
Ricciardi osservò il catenaccio
che chiudeva il pesante portone.
«E come entrate, qui? È ben
chiuso, mi pare».
Cristiano sorrise con sufficienza e
fece. cenno a Ricciardi di seguirlo.
Svoltato l'angolo s'infilò in un
portone e sparì alla vista del
commissario, che rimase fermo e
disorientato nell'umida semioscurità
fino a quando sentì un sibilo e capì
che il ragazzo si era infilato in
un'intercapedine che lui non aveva
visto. Entrò con difficoltà e si trovò
in uno spazio angusto che separava i
due palazzi, una specie di corridoio
dove a stento passava una persona
camminando di profilo. Alla fine,
dopo qualche metro, lo spazio si aprì
in un ampio locale pieno di sacchi e
casse. Erano arrivati nel deposito.
Ricciardi si guardò attorno nella
luce grigia che filtrava dagli alti
finestroni: per lo più si trattava di
granaglie e legumi, come si leggeva
sui sacchi; in un angolo però vide
recipienti di metallo, tranci di pesce
e carne secca, forme di formaggio e
altri generi alimentari. Cristiano
pareva molto intimorito: se ne stava
fermo, con le orecchie ritte come un
animale a caccia o una preda.
In silenzio, indicò a Ricciardi una
serie di piccoli oggetti sistemati a
terra in semicerchio vicino alla
merce; all'apparenza si trattava di
minuscole pagnotte. Ne raccolse una
e la porse al commissario: una
pallottola di pane e frammenti di
formaggio, inodore. Cristiano toccò
il braccio del commissario e con la
testa accennò a un grosso topo
morto nell'angolo opposto del
deposito. Ricciardi soppesò la
polpetta che aveva in mano: veleno.
Era così che era morto Tettè.
Rivolse uno sguardo più accurato
attorno, ma non vide nessuno: il
ragazzo non era morto nel deposito.
Non che significasse molto, poteva
aver preso qualcosa ed essere
immediatamente scappato per
mangiare altrove; ma lì non c'era.
Cristiano era sempre più
irrequieto; tirò Ricciardi per la
manica verso l'apertura dalla quale
erano entrati. Il commissario si
avviò per seguirlo quando dalla
penombra spuntò un braccio
muscoloso che abbrancò il ragazzo
per il collo.
Prima che Ricciardi potesse
impedirlo, l'uomo colpì Cristiano
violentemente sul viso due volte. Il
giovane squittiva cercando di
liberarsi, mentre l'altro gridava:
«Maledetto ladro, maledetto, ti
ho preso finalmente, hai finito di
mangiare sulle spalle mie!».
Ricciardi finalmente si riscosse e
urlò:
«Fermo! Lascialo subito!
Polizia!».
Questo provocò un momentaneo
cedimento dell'uomo che allentò la
presa; Cristiano ne approfittò per
affondare i denti nella mano che lo
teneva stretto fino a un attimo prima,
e l'uomo urlò una bestemmia
allungando un calcio al ragazzo che
ormai era lontano.
Ricciardi si fece avanti.
«Fermatevi, ho detto! Chi siete,
voi?»
«Chi sono io? Chi siete voi! Se
siete della polizia, perché siete
dentro al mio deposito? Per dove
siete passati, e perché non avete
bussato alla porta come gente
perbene?»
Il commissario aveva ormai
ripreso il controllo della situazione;
Cristiano si era messo dietro di lui,
al sicuro, e si massaggiava il collo
guardando con aria di sfida il
proprietario del deposito.
«Mi scuso per il modo in cui
siamo entrati, ma era necessario.
Questa è un'indagine di polizia, io
sono il commissario Ricciardi della
regia questura di Napoli. Favoritemi
il vostro nome e cognome, per
cortesia».
Continuando a guardare in
cagnesco Cristiano e tenendosi la
mano sanguinante, l'uomo rispose:
«Lotti Vincenzo, mi chiamo. E
sono il padrone di questo deposito. E
combatto dalla mattina alla sera con
questi svergognati, che sono peggio
dei topi e degli scarafaggi, entrano
per sotto le porte e rubano tutto
quello che trovano. Ho fatto due
denunce, proprio da voi in questura,
e nessuno ha risposto, niente è
successo e loro continuano a rubare
senza punizione. Una piaga, sono:
una piaga!».
Ricciardi cercò di essere
conciliante:
«Avete ragione: adesso vi farò
vedere da che parte entrano e
almeno coi ragazzi starete tranquillo.
Non con i topi, però. Come fate, con
quelli?».
Indicò il cadavere del ratto, in
mezzo allo spazio tra merce e
portone. Lotti, un omaccione grande
e grosso in maniche di camicia e
bretelle larghe, man mano che l'ira
sbolliva, andava cambiando tono:
«Sarebbe un'ottima cosa,
commissa'. Liberarsi almeno dei
ragazzi, intendo. Io lo capisco che
tengono fame, pure io all'età loro
mangiavo in continuazione, ma non
li posso mica tenere sulle spalle.
Non sono figli miei, no? Coi topi,
mo' sto mettendo il veleno che piglio
in farmacia e pare, come vedete, che
comincia a funzionare. Ma costa
pure quello, e la farina e il
formaggio per fare le polpette
avvelenate. Ho provato con le
trappole, ma ne prendi due e poi gli
altri subito s'imparano. Topi,
scugnizzi, la stessa cosa. Subito
s'imparano, come fare a rubare».
Topi e scugnizzi, la stessa cosa;
non sono figli miei; le frasi
dell'uomo colpirono Ricciardi come
uno schiaffo. Rivide la nuca di Tettè,
sottile come quella di un agnello,
mentre lo portavano via come un
pezzo di legno da buttare, e provò
una fitta allo stomaco.
«Io spero per voi che abbiate
tutte le carte a posto», disse con tono
duro, «permessi, annona, dogana,
tutto. Che la merce sia tutta
regolarmente comprata e che le
vendite siano regolari. Le denunce,
lo sapete, funzionano ad andare e a
venire. Avete saputo che a pochi
metri da qua, lunedì mattina, ai piedi
dello scalone del Tondo è stato
ritrovato un bambino morto?
All'indagine è risultato morto per
avvelenamento. Voi che veleno
usate, per i topi?»
Lotti era rimasto a bocca aperta;
la mente stava cercando di elaborare
più velocemente possibile le
informazioni ricevute.
«Io... le licenze? Le licenze sono
a posto, le tiene mio cognato che è
ragioniere, io non so leggere tanto
bene, capisco i numeri. E... un
ragazzo morto, sì, l'ho saputo, uno di
quelli di Santa Maria del Soccorso,
mi pare. E mi è dispiaciuto, sono
ladruncoli, ma sempre creature di
Dio, io poi ci ho sei figli, figuratevi,
commissa'. Veleno? Io lo piglio in
farmacia, costa un sacco di soldi.
Non lo so che veleno è, mo' vi piglio
la carta del farmacista, aspettatemi
un momento».
Si allontanò da una porta sul
retro. Ricciardi chiese a Cristiano
come si sentisse, il ragazzo alzò le
spalle con sufficienza, come a dire:
ci vuole ben altro, per farmi paura.
Lotti rientrò portando una bustina di
carta come quelle da francobolli e
una ricetta, e la porse a Ricciardi:
«Statevi attento, commissa', il
farmacista si è raccomandato cento
volte di maneggiarla coi guanti,
questa roba. È assai velenosa, come
vedete», disse indicando il ratto
morto.
Il commissario riconobbe al
primo sguardo la parola che cercava:
stricnina.
«Dove li mettete, i bocconi
avvelenati? Pensateci bene, Lotti: è
molto importante, per me, saperlo».
L'uomo scosse la testa con
decisione:
«Solo qua dentro, commissa', ve
lo giuro. Non avrebbe nemmeno
senso, metterli fuori: costano,
sarebbero soldi buttati. Per me conta
solo proteggere la merce, se
continuo a perdere roba devo
chiudere l'attività; per questo ho
fatto questa spesa, mi dovete
credere».
Ricciardi lo guardò in faccia e
provò pena anche per lui.
«Venite, vi faccio vedere da dove
entrano i ragazzi. Chiudete presto il
passaggio, così state tutti tranquilli:
voi che non perdete più merce, e
loro che non fanno la fine dei topi».

23


Per una curiosa circostanza, a un
chilometro di distanza da Livia
anche Enrica sedeva allo scrittoio
della camera da letto, fissando la
pioggia che batteva alla finestra; e,
cosa curiosa, stava pensando alla
stessa persona.
Aveva deciso di ascoltare il
consiglio di Rosa e rispondere alla
lettera di Ricciardi. Ed era un
importante passo avanti.
Sorrise ripensando alla tata:
conoscerla era stato bello e
stimolante. Questo significava che
c'erano dei momenti nella vita in cui
era pur necessario prendere
un'iniziativa, avere del coraggio. Lei
era stata coraggiosa, in un modo che
non si sarebbe mai aspettata, ed era
stata ripagata.
Provò un brivido al pensiero di se
stessa che scendeva di corsa di casa,
sotto la pioggia; che arrivava al
negozio di don Gerardo, senza dover
comprare niente (che avrebbe detto,
se le avessero chiesto cosa
desiderava? Qualcosa si sarebbe
inventata, pensò); che aspettava che
Rosa avesse finito di ordinare; che si
proponeva per aiutarla nel trasporto.
Soprattutto, le pareva incredibile
essere stata in grado di parlare dei
propri sentimenti con quella che, a
tutti gli effetti, era un'estranea.
Eppure ripensandoci adesso,
mentre guardava attraverso la
pioggia la finestra di quella che ora
sapeva essere proprio la camera di
Rosa, nulla era stato più naturale che
ritrovarsi là, seduta sul divano in
casa di lui, a bere il caffe. E a sentire
attorno il suo odore, l'aroma del suo
dopobarba; a guardare le piastrelle
di marmo dove camminava, la
grande radio di legno che ascoltava.
La porta della sua stanza, perfino.
Non aveva avuto il coraggio di
chiedere di vedere la finestra, quella
finestra; e immaginare se stessa che
ricamava, a cinque metri di distanza.
Quei cinque metri adesso non
sarebbero stati più gli stessi; adesso
che poteva immaginare, adesso che
sapeva quali erano gli oggetti e quali
le distanze che i suoi occhi
percorrevano. La barriera era stata
abbattuta, più dalla sua visita che
dalla lettera di lui.
La lettera, pensò intingendo per
l'ennesima volta la penna nel
calamaio azzurro. La lettera alla
quale doveva rispondere.
La sua mente lo immaginò
nell'atto di aprire la busta con la sua
risposta. Rivide lo sguardo smarrito,
le mani nervose, il ciuffo di capelli
sulla fronte. Che cosa poteva
spingere un uomo come lui a una
solitudine così completa? A non
condividere niente con nessuno,
mai?
Sentiva, aveva sempre sentito che
in quei silenzi e dietro la parete che
si costruiva attorno c'era in realtà
una dolcezza infinita, una inaspettata
tenerezza verso il prossimo. Non
aveva ragioni per pensare questo,
ma lo pensava: e parlare con Rosa
gliel'aveva confermato. Se lo avesse
avuto, se avesse potuto stare vicino a
lui e amarlo come sentiva di volerlo
amare, questa dolcezza sarebbe
emersa e lui sarebbe stato un uomo
diverso.
Sorrise alla pioggia. Non aveva
avuto esperienze, era stata sempre
riservata e poco incline alle relazioni
con gli uomini: adesso sapeva, era
certa che in realtà, per tutta la sua
vita, aveva aspettato un uomo così.
Il tempo delle indecisioni e delle
incertezze era finito con la lettera di
lui e con la sua visita a Rosa.
Con una determinazione che non
avrebbe mai creduto di avere, si
chinò sul foglio bianco e scrisse:
Gentile signore.


Verso sera Livia sentì bussare
educatamente alla sua porta. Al suo
permesso la cameriera, una graziosa
ragazza in grembiule nero e crestina
bianca, affacciò la testa:
«Signo', scusatemi. Ci sta di là un
signore, non mi ha voluto dire come
si chiama. Dice che voi lo
aspettavate, che lo sapete già voi chi
è».
Dopo un attimo di smarrimento e
di irritazione, Livia ricordò che una
visita l'aspettava, in realtà: quella
dell'uomo della sicurezza che
doveva prendere visione della lista
degli invitati al ricevimento.
Lanciata un'occhiata di sfuggita
allo specchio per verificare di essere
in ordine, andò nel salotto dove
l'attendeva un distinto e anonimo
signore di mezza età coi capelli
brizzolati, con in mano il cappello e
il soprabito bagnato di pioggia.
«Buonasera, sono Livia Lucani
Vezzi. Voi siete...?»
L'uomo fece un lieve inchino col
capo e sorrise:
«Molto lieto, signora. Siete
effettivamente incantevole, come mi
avevano riferito. Mi scuserete ma
non posso dirvi il mio nome. Potete
chiamarmi come volete, scegliete
pure un qualsiasi cognome».
Livia rise nervosamente.
«Curioso! Non posso nemmeno
sapere chi viene in casa mia. Fortuna
che, come saprete, non ho niente da
nascondere».
L'uomo assunse un'aria
addolorata.
«Mi rendo conto, signora. È la
procedura, sapete. Ma non voglio
che pensiate si tratti di una
mancanza di rispetto nei vostri
confronti. È che il corpo... o meglio,
l'organizzazione a cui appartengo fa
della riservatezza un obbligo morale.
Nel vostro stesso interesse, signora.
Facciamo così, mi chiami Falco. È
un nome in codice, e non è neppure
lontano dal mio vero nome. Come
state? Vi trovate bene, nella nostra
città?»
Pur rimanendo a disagio, Livia
era incuriosita dal personaggio.
«Bene, benissimo, grazie. Anche
se questo tempaccio, negli ultimi
giorni, mi limita un po' nei
movimenti. La segretaria della
signora Ciano mi aveva avvertito per
tempo della vostra visita. Ditemi,
cosa posso fare per voi?»
L'uomo si guardò attorno, con
ammirazione.
«Bella casa; un salone veramente
ampio, l'ideale per una festa con
tanti invitati importanti. Avete
preparato la lista che vi era stata
richiesta? Se non siete ancora
pronta, ripasserò quando credete».
«No, no, non ci sarà bisogno: ce
l'ho qua, ecco a voi».
L'uomo aprì la busta e prese il
foglio.
«Ho dato un'occhiata al palazzo,
una splendida scelta: centrale ma
non soffocato dal chiasso del traffico
o dei mercati. Anche dal punto di
vista che ci compete, cioè della
sicurezza, siamo tranquilli: un'unica
entrata, sorvegliabile dalla strada. E
finestre che danno sull'interno».
Livia era impressionata:
«Sorvegliabile, addirittura! Voi
ritenete che ci siano reali pericoli? E
così tanto da dover sorvegliare la
mia casa! Mi devo preoccupare,
allora?».
«Signora, questi sono tempi
difficili. Il Duce e il Partito stanno
portando avanti un'opera di
consolidamento che è ben lontana
dall'essere completata. I dissidenti
sono molti e si vanno organizzando,
stringendo patti e concludendo
accordi. Un'azione dimostrativa che
si concretizzi in manifestazioni o,
peggio ancora, in attentati non è
affatto da escludersi. Napoli ha
pensatori, intellettuali che si sono
espressi più volte in maniera
chiaramente antifascista: nulla
esclude che attorno a loro si siano
stretti anarchici e comunisti, pronti a
tutto».
La donna rise ancora, per
sdrammatizzare:
«Così mi spaventate! Io
francamente non ho sentito
quest'atmosfera, da quando sono in
città. Anzi, mi pare di riconoscere
dovunque una completa adesione al
regime; d'altronde, chi sarebbe così
pazzo da non accettare il destino di
benessere che il Duce sta
costruendo? E poi la polizia che
opera a Napoli è straordinariamente
capace e attenta, non vi pare?».
Il sedicente Falco si strinse nelle
spalle:
«La polizia fa la polizia. Si
occupa di affari ordinari,
dell'evidenza: ladri, stupratori,
assassini. Cose facili da trovare, da
capire. Noi ci occupiamo di cose
diverse, sotterranee, nascoste. Un
integerrimo professionista, un uomo
dalla vita normale, ordinaria, con
famiglia e figli; un operaio, che ogni
mattina va all'Ilva a Bagnoli in
bicicletta e torna la sera, e va subito
a casa a dormire; una lavandaia, che
canta a squarciagola sbattendo le
lenzuola vicino a una fontana del
Vomero. Persone che per strada vi
stanno accanto, vi sfiorano, vi
salutano alzando il cappello. Questi
sono i nostri nemici, possibili
terroristi, dissidenti. Gente pronta a
levare la mano armata contro il
governo, contro il Duce. O contro la
figlia del Duce, se è per questo. La
nostra organizzazione, signora, cerca
queste persone, e il modo di
difendersi da esse».
«Non posso crederci, Falco. Non
mi pare possibile che possano
esistere situazioni come quelle che
descrivete».
L'uomo sorrise.
«Eppure, signora, tutti e tre gli
esempi che vi ho fatto sono veri: tre
situazioni che si sono effettivamente
verificate, nell'ultimo anno e in
questa città. Tre persone che ora
sono in prigione, lontano da qui, e
che hanno confessato di aver
partecipato a riunioni sediziose,
contro il regime».
Livia era rimasta a bocca aperta:
«Davvero? E come... in quale
maniera siete riusciti a scoprirle?
Come avete fatto?»
«Come vi dicevo, signora: con
molta, molta discrezione. Abbiamo
una rete di informatori che voi non
riuscireste nemmeno a immaginare.
Decine di persone fedeli al regime
che coprono l'intera città, ambulanti,
bottegai, insegnanti, studenti.
Persone normali, proprio come
quelle che prima vi ho descritto, che
raccolgono confidenze, impressioni,
anche semplici imprecazioni. Noi
vagliamo le loro denunce, i rapporti,
e facciamo le nostre ricerche:
cerchiamo riscontri, sommiamo
indizi. E poi procediamo a un
interrogatorio, o due. E ci formiamo
un convincimento: non è interesse di
nessuno, mandare un innocente al
confino o in carcere, vi pare?»
Livia rabbrividì
involontariamente. Uno scroscio di
pioggia scosse la finestra.
«Sì, mi pare. Immagino che
anche la vostra organizzazione sia
necessaria. Comunque, la mia lista è
completa».
L'uomo aveva scorso
velocemente i nomi indicati
nell'elenco.
«Mmm... sì, direi che corrisponde
a quanto ci eravamo attesi. C'è
qualche piccola sorpresa... Garzo, il
vicequestore, per esempio: una
mezza figura, tra tanta gente
importante. Ma se volete, invitatelo
pure. Va bene, signora. La
guarderemo meglio, e se non ci
saranno controindicazioni, domani
pomeriggio stesso potrete far partire
gli inviti. Tra gli ospiti ci saranno
anche due dei nostri, si faranno
riconoscere da voi con molta
discrezione, vi assicuro che non
daranno alcun fastidio; ma capirete
che è necessario., per prevenire
eventuali spiacevoli situazioni.
Anche nella migliore società c'è chi
si ubriaca, o si prende inaccettabili
libertà».
A Livia non piaceva molto l'idea
di persone estranee in casa, che
sorvegliavano i comportamenti degli
amici . e suoi; ma valutò di non
poter fare nulla in proposito. Si
augurò che tutta quell'attenzione
derivasse dalla presenza di Edda, ma
da quel momento si sarebbe sentita
perennemente osservata.
L'uomo la salutò per congedarsi.
Lei, d'impulso, lo trattenne:
«Sentite, Falco: ci sarebbe
qualcuno... un uomo, che
probabilmente sarà alla festa ma che
non ho incluso nella lista, perché
vorrei invitarlo a voce. Si tratta di
una persona che io sarei propensa...
che vorrei frequentare, in futuro. Un
uomo che mi interessa, insomma.
Voi potreste farmi avere un vostro
rapporto su di lui? So che è una cosa
insolita, ma davvero mi piacerebbe
saperne qualcosa in più».
Falco aveva già la mano sulla
maniglia della porta. Rivolse a Livia
un sorriso un po' sardonico:
«Certo, signora. Una donna in
vista come voi, e con le vostre
amicizie, può disporre di noi come
crede. Se poi si tratta di un uomo
che vive in città, è altamente
probabile che ci sia già qualcosa, nei
nostri archivi. Qual è il suo nome?»
Livia sospirò, esitando. Poi disse,
tutto d'un fiato: «Luigi Alfredo
Ricciardi. È commissario presso la
questura, in via San Giacomo».
L'uomo sorrise:
«Lo conosciamo, infatti. Ha
anche avuto un paio d'incontri col
mio capo, di recente. Non credo che
ci saranno problemi, signora. Conto
di farvi sapere qualcosa già domani.
Buona serata».

24


Lungo il breve tragitto verso la
parrocchia Ricciardi e Cristiano
erano rimasti in silenzio. Il ragazzo,
quando se n'erano andati, aveva
soltanto detto:
«Per forza, glielo dovevate dire,
da dove passavamo? Se sapevo non
ve lo facevo vedere».
Ricciardi aveva scosso il capo:
«E voi per forza, dovete rubare le
cose? Non hai visto a che cosa si va
incontro? La storia di Matteo
avrebbe dovuto insegnarti qualcosa,
secondo me. E poi a furia di
sorvegliare la merce, quello là prima
o poi ammazzava qualcun altro di
voi».
Cristiano in risposta aveva alzato
le spalle, il gesto che faceva più
spesso, a quanto pareva:
«Il cacaglio era un fesso, ve l'ho
detto già. Se non moriva col veleno
per topi, moriva sotto una macchina
o una carrozza. E quello del
deposito, nemmeno se si mette con
la pistola ci ammazza, a noi. Noi
non ci andiamo mai a quest'ora, che
lo sappiamo che ci sta lui: ci
andiamo di sera tardi».
Di sera tardi. Il che
corrispondeva con l'ora presumibile
della morte di Tettè. Cristiano
concluse:
«Comunque noi certo non ce la
mangiamo, la roba sua. Non ci
conviene, e poi che ci mangiamo, i
fagioli crudi? Ce la rivendiamo, la
roba».
Ricciardi fece il resto della strada
pensando che valeva la pena di
affrontare nuovamente il prete, e
anche a muso duro. Gli pareva che i
ragazzi fossero lasciati un po' troppo
a se stessi. Tutto questo senza
esporre Cristiano a rappresaglie,
però; avrebbe dovuto stare attento.
Don Antonio aveva finito di dire
messa e stava leggendo in sacrestia.
Ricciardi entrò senza bussare.
«Commissario, di nuovo qua,
vedo. Avete fatto la vostra
perlustrazione accurata? Siete
soddisfatto, adesso?»
Ricciardi lo guardava con le mani
in tasca. Dai suoi occhi fermi non
traspariva alcuna emozione.
«Per ora sì, ho finito, padre. Ma
no, non sono soddisfatto, nemmeno
un po'».
«Davvero? E come mai?»
Il commissario lasciò cadere
l'ironia.
«Non sono queste le condizioni
in cui possono vivere dei bambini. E
lasciarli liberi di stare in strada,
esponendoli ai pericoli e anche a
rischiare la vita, non mi sembra un
modello di assistenza».
Don Antonio balzò in piedi.
Adesso era realmente infuriato.
«Ah, è così che la pensate? E
perché non vi dedicate voi, allora,
all'assistenza dell'infanzia? Perché
non vi ci mettete voi, appresso a
queste povere bestioline abituate a
litigarsi il cibo con i cani randagi e i
topi? Lo sapete o no, che se io
chiudessi questa casa, la gran parte
dei ragazzi probabilmente morirebbe
di tifo o di qualche altra malattia
entro la fine di quest'anno? Lo
sapete o no, che se non ci fossero i
parroci come me quelli che
riuscissero a sopravvivere
diventerebbero dei criminali, e
finirebbero con un coltello nella
pancia o nelle vostre galere?»
Ricciardi non si fece
impressionare dallo scoppio d'ira del
prete.
«No, non lo so. Quello che so è
che li tenete in una stanza al freddo
e nella sporcizia. Che due giorni
dopo la sua scomparsa, a stento vi
eravate accorto dell'assenza di
Matteo. E soprattutto che, stando
alle informazioni assunte nel
quartiere, i ragazzi passano il tempo
a rubacchiare in giro e a rivendere le
cose che riescono a prendere. Questa
è una cosa piuttosto grave, sapete,
padre. Una di quelle cose che, sono
convinto, anche in curia farebbero
abbastanza rumore».
I due uomini rimasero a
fronteggiarsi, gli occhi negli occhi,
neri e furenti quelli del prete, verdi e
immobili quelli del commissario.
Alla fine cedette il sacerdote.
«Ho capito. Anche il ricatto,
adesso. E va bene, commissario.
Dite pure, che cosa volete sapere?»
«Parlatemi degli altri ragazzi, e
del rapporto che avevano fra loro. E
per cortesia, con sincerità, padre».
«Non si comportano nella stessa
maniera, quando ci sono io. È una
cosa naturale, no? I più grandi
mettono sotto quelli più piccoli,
comandano e gli altri obbediscono.
Per esempio ci sono due brande,
avete visto: sono state donate
dall'ospedale. Teoricamente
dovrebbero starci i due gemelli, che
hanno la schiena storta, ma le hanno
requisite Amedeo e Saverio, i due
che stanno qua da più tempo.
Qualcosa la vedo, e cerco di mettere
riparo. Altre volte non ci sono, e non
posso intervenire. Non è facile,
sapete, mandare avanti la
parrocchia. E quanto al sacrestano,
Nanni, è un incapace, non gli si può
affidare in niente».
Ricciardi considerò quello che
aveva detto il prete:
«E con quali fondi portate avanti
la baracca, padre? Non credo che le
offerte durante la messa siano
sufficienti, no?».
Don Antonio allargò le braccia.
«Figuratevi, con quelle non
riusciamo nemmeno a tenere pulita
la chiesa. Percepiamo qualcosa dalla
curia, non molto; e poi ci sono le
donazioni delle Dame di Carità, che
vengono anche due volte la
settimana a fare un po' di scuola ai
ragazzi. Quello che viene regalato,
dolci o vestiti, per me non passa
proprio. Se lo dividono
direttamente».
Ricciardi voleva chiarirsi le idee:
«E queste dame di carità, si
alternano o sono sempre le stesse? E
quante sono?».
«Magari, fossero tante da potersi
alternare. Sono due, solo due: se le
volete incontrare, potete venire
domani mattina: è giovedì e tengono
scuola. Sono state informate della
morte di Matteo, specialmente una
era legatissima al ragazzo. Speriamo
che continui a venire lo stesso:
perderla sarebbe una tragedia».


Che sto cercando? Cosa diavolo
sto cercando?
Ricciardi si faceva questa
domanda, mentre tornava a casa.
Tanto per cambiare, pioveva; e la
temperatura andava calando, ora
dopo ora, per un insistente vento del
nord.
Non sapeva cosa stesse cercando;
o meglio, lo sapeva ma non poteva
accettarlo.
Il Fatto: il maledetto Fatto, la sua
condanna, lo perseguitava per la
prima volta anche quando non si
verificava. Anzi, proprio perché non
si verificava. Il povero Matteo, Tettè
piuttosto, come lo chiamavano
prendendolo in giro per la balbuzie,
era morto e questo era certo. E
Modo aveva trovato tracce di
stricnina. E lui quel giorno aveva
capito anche dove poteva averla
trovata, a pochi metri dal gradino
dello scalone dove la lattaia con la
capra lo aveva visto, col cane.
Il cane. Bastò pensarci e rivolgere
lo sguardo dall'altra parte della
strada per vederlo camminare
indifferente alla pioggia. Ricciardi
provò un brivido nell'accorgersi che
quell'animale si materializzava non
appena restava da solo. Avesse
potuto interrogarlo, magari avrebbe
avuto tutte le notizie che gli
servivano.
Tornò sul bambino. Quasi lo vide
camminare di sera, sotto la pioggia,
al freddo; immaginò che parlasse al
cane con la voce del cuore, senza
balbettare, tranquillamente. Un
amico lo avevi, Tettè. Uno che ti
sapeva ascoltare senza bisogno di
sentire le parole per intero.
Anche Cristiano gli aveva fatto
tenerezza: la solitudine che aveva
visto dietro la smargiasseria, la finta
sicurezza. Gli occhi del terrore
quando la stretta del proprietario del
deposito gli aveva tolto il fiato.
Bambini, che si ostinavano a non
diventare grandi di fronte alla vita.
Era stato lui stesso un bambino
solo, pensò mentre sentiva rivoli di
pioggia percorrergli la faccia. Lui
però aveva avuto chi si era occupato
di lui, e ce l'aveva ancora. Sorrise
nel buio, accompagnato dal rumore
dei propri passi sulla strada deserta.
Vecchia cara Rosa, che ci sei sempre
stata, con la tua cucina pesantissima,
con il tuo odore di lavanda. Vecchia
cara Rosa, che sei il calore, che sei il
pane fresco e le coperte di lana.
Vecchia cara Rosa, che brontolerai
per un'ora, quando mi vedrai così
bagnato, e che correrai a prendere
salviette e asciugamani, che ti
lamenterai per i dolori alle ossa e li
prevederai per me, da vecchio.
Chissà se ci diventerò, io, vecchio.
Il Fatto e le sue regole, pensò. E
se questa regola stavolta non
valesse? Se Tettè fosse morto di
paura, prima che la stricnina lo
uccidesse? Allora non lo vedrei, e
starei cercando qualcosa che non c'è.
Il fantasma di un fantasma. Cercare
per non trovare.
Forse sto cercando una ragione.
Forse la sto cercando per me, e non
per il povero Tettè. Rifletteva su
questo, quando finalmente scorse
nella pioggia l'angolo di casa sua: la
ragione per cui ci sono bambini al
caldo, stasera, e altri che battono i
denti e non sanno se passeranno la
notte in un posto almeno asciutto.
Con la coda dell'occhio vide un
mantello chiazzato di marrone
muoversi nella pioggia. Che ne dici,
tu, cane? Ci sono anche bambini in
una cassa, che aspettano di essere
seppelliti. Il cui ricordo però non
sparirà finché ci sei tu, cane, che mi
segui e mi ordini di capire il perché.
Con un gesto che gli era
diventato usuale, prima di entrare
nel portone alzò gli occhi verso la
finestra della cucina di casa
Colombo, e la vide illuminata. Hai
letto la mia lettera, amore mio?,
pensò. Che futuro hai tu e che futuro
ho io, me lo sai dire? Quali bambini
siamo stati, e quali bambini saremo?
E ce ne saranno, di bambini ai quali
noi sapremo garantire amore e
sicurezza? Come sarebbero, i nostri
bambini? Cosa vedranno?
Si spostò il ciuffo bagnato dalla
fronte, e cominciò a salire le scale.

25


Giovedì, 29 ottobre

La prima mattina di freddo ha un
sapore e un colore che non ha
nessun'altra mattina. Perché il
freddo arriva sempre di notte,
quando tutti dormono, per cogliere
di sorpresa; e arriva sull'ala del
vento.
Arriva cambiando il sapore della
pioggia, che prima sapeva un po' di
mare e adesso sa di ghiaccio, e
diventa di aghi che penetrano i
tessuti e gli sguardi, e sostituisce la
luce da nera e gialla a grigia e
uniforme.
Ci si veste a letto, la prima
mattina di freddo: e così sarà per
tutto l'inverno, contorcendosi sotto
le coperte per trattenere fino
all'ultimo alito del calore notturno,
combattendo con la resistenza della
camicia di flanella che si attacca alle
lenzuola, conservando la biancheria
fatta di lunghe mutande di lana fino
al ginocchio, infilando le calze con
le giarrettiere lasciate la sera prima
prudentemente vicino al letto.
E poi di corsa verso la cucina per
lavarsi all'acquaio, attraverso il gelo
del corridoio, mentre madri e mogli
corrono con gli altri vestiti riscaldati
sulla stufa, invidiando i pochi
fortunati col bagno in casa, e sul
pianerottolo la fila per un primo
bisogno nella latrina comune si
allunga. Chi tardi arriva, male
alloggia.
Le mamme svegliano i ragazzi,
preparando i mezzi guanti che
lasceranno le dita intirizzite in grado
di scrivere. Li laveranno ancora
intontiti, scoprendo solo la
superficie da strofinare di volta in
volta con i grossi pezzi di sapone di
Marsiglia, gli stessi del bucato.
Faranno la pipì nel pitale, che poi
svuoteranno circospetti dal balcone,
quando non passerà nessuno: per
non intralciare la via a chi deve
andare a lavorare anche stamattina,
che è la prima mattina di freddo.
Le stufe vanno a pieno regime,
stamattina. La legna messa da parte
negli ultimi giorni, in attesa di
questo primo freddo, viene
finalmente bruciata. Ci si riscaldano
le mani, attaccandole al tubo
attraverso un panno di lana il cui
odore si spande per la casa. Si
pescano da armadi e cassetti le
uniformi più pesanti per combattere
la guerra della prima mattina di
freddo: non si pensa ai colori o alle
forme, quelli sono pensieri per il
caldo, per il tepore della primavera,
per i bagni estivi. Ora si combatte,
perché è la prima mattina di freddo.
E piove, per di più; quindi la guerra
comincerà dalle scarpe, una suola di
legno e una vecchia tomaia
inchiodata con pazienza, orfana da
anni della sua originaria suola di
cuoio; e chi ce le ha acquistate di
recente, le scarpe, apprezza la
propria ricchezza controllandole con
cura, seduto vestito sul bordo del
letto, attento a osservarne il minimo
graffio, la più piccola imperfezione:
e se si trova qualche segno dell'uso
si impreca contro il venditore o il
ciabattino incapace, non ricordando
il tempo passato dall'acquisto,
perché da anni sono "quelle nuove".
La prima mattina di freddo, anche
se è stata lungamente temuta e
attesa, giungerà inaspettata; e
coglierà di sorpresa gli anziani, con
nuovi dolori e la certezza che quello
sarà per loro l'ultimo inverno. Lo
scialle nero verrà fermato al collo da
una spilla, il cappello consunto verrà
tenuto anche in casa, negli occhi ci
sarà una nuova malinconia. E non
sarà solo per il clima che un brivido
correrà lungo la schiena.
La prima mattina di freddo porta
cattivi pensieri.
Garzo aveva un presentimento.
Ce l'aveva ormai ogni mattina, da
quando aveva saputo della visita del
Duce.
Il presentimento era figlio dei
brutti sogni che animavano le notti
agitate del vicequestore: di volta in
volta la sua immaginazione
partoriva mostruosità come un
arrivo di Sua Eccellenza in un orario
imprevisto, con conseguente caduta
per le scale insaponate della
questura per una tardiva pulizia, o
come la rottura del motore della
macchina che lo trasportava, e lui
che doveva spingere la vettura in
salita fino al Palazzo del Governo
tra due ali di folla irridente.
E invariabilmente la sveglia lo
coglieva a occhi sbarrati sul soffitto,
il cuore in gola e appunto un cattivo
presentimento: sarebbe successo
qualcosa, e avrebbe rovinato tutto.
Recandosi in ufficio sul tram
affollato di passeggeri bagnati e
infreddoliti, pensò che una cosa
buona era accaduta: in un colpo solo
si era liberato del pericolo Ricciardi,
che con la sua imprevedibile
inclinazione ai guai poteva costituire
un problema, ed era riuscito a farsi
inserire nella ristrettissima lista del
ricevimento a casa della vedova
Vezzi. Un colpo solo, appunto, e da
maestro. Il che non gli impediva di
provare quella strisciante sensazione
di disagio, come se stesse per
succedere qualcosa.
Arrivato in ufficio, aveva appena
messo il soprabito sulla gruccia per
farlo asciugare quando sentì bussare
alla porta. Ponte si affacciò con l'aria
più afflitta del solito, recando una
busta. Garzo la prese in mano, il suo
nome scritto con mille svolazzi:
dapprima pensò all'invito al
ricevimento, che attendeva da un
momento all'altro, poi vide
l'elaborato stemma stampato in
rilievo: lo conosceva bene, ricordava
la corrispondenza fitta intercorsa nei
giorni concitati del Concordato. La
curia arcivescovile della città di
Napoli. Largo Donnaregina, vicino
al Duomo. Corrugò la fronte.
La sgradevole sensazione crebbe
del doppio ogni secondo che ci mise
ad arrivare alla scrivania, e a
prendere il tagliacarte d'argento con
le mani tremanti. Tirò fuori il foglio
e lesse. Poi rilesse. Poi rilesse
ancora. Man mano si formavano sul
viso e sul collo le celebri macchie
violacee, di quella tinta che il
personale della questura definiva
sussurrando «color Garzo quando
s'infuria».
Alla fine barcollando si alzò,
andò alla porta, l'aprì e urlando nel
corridoio deserto disse:
«Maione!».


Risalendo via Santa Teresa
controvento e contro pioggia,
Ricciardi arrivò in parrocchia.
Ironizzò pensando che era stato più
volte in chiesa in quegli ultimi
giorni che nei tre anni che li avevano
preceduti.
Quella mattina faceva freddo,
pensò. Non che gli dispiacesse:
veniva da un paese di montagna, e il
freddo gli sapeva un po' di casa. E
poi l'esperienza gli aveva insegnato
che il caldo e il bel tempo incitano a
uscire, a incontrarsi e a provare
sentimenti: amore, invidia, gelosia.
Tutto combustibile per le passioni e
quindi per i delitti.
Il freddo invece rallentava il
sangue: si tendeva a stare in casa, a
rinchiudersi, ad attendere. Ci si
aggrappava a quello che si aveva,
per poco che fosse; si desiderava di
meno quello che avevano gli altri,
soldi, gioielli, vestiti, donne, mariti.
Si aveva meno voglia di uscire a
caccia. Col freddo i delitti andavano
in letargo. Non tutti, ma qualcuno sì.
Raggiunse la sacrestia e trovò
don Antonio che scriveva, vicino a
una grande stufa, con una sciarpa al
collo e un cappello di lana.
Indossava i mezzi guanti, e si stava
soffiando sulla punta delle dita.
Quando vide Ricciardi rimase
sorpreso, il che insospettì il
commissario: non si erano dati
appuntamento, la sera prima?
«Buongiorno, padre. Vedo che
soffrite il freddo».
Il prete lo sorprese una seconda
volta, rivolgendogli un soave
sorriso:
«Caro commissario. Non pensavo
di vedervi, stamattina, con questo
tempo da lupi: pioggia e vento
gelido, non l'ideale per venire fin qui
dalla questura».
«No, vengo direttamente da casa
e, come sapete, abito qui vicino. Poi
il freddo non mi infastidisce
particolarmente. Ricorderete che
eravamo d'accordo che sarei venuto
per incontrare le dame di carità e gli
altri ragazzi della casa. Sarà
questione di un attimo, non vi
disturberò molto».
«Sì, non ci sono problemi,
immagino. Sono di là a fare lezione.
Purtroppo c'è una sola delle signore,
la più giovane, quella che vi dicevo
la più affezionata a Tettè, pare sia
indisposta. Sicuramente il dolore per
la perdita».
Ricciardi alzò la mano per
fermare il prete che stava alzandosi
dalla sedia.
«Un momento, padre. Approfitto
per chiedervi qualche altra cosa. Mi
avete detto che i ragazzi fanno
apprendistato presso artigiani vari.
Questo valeva anche per Tettè? E
nel caso, mi sapete dire chi era
l'artigiano presso il quale lavorava, e
come si chiama?»
Don Antonio scosse il capo,
rammaricato:
«Mi dispiace, commissario, ma
non lo so. Come vi ho detto, i
ragazzi sono liberi di scegliersi il
mestiere che vogliono imparare e, in
caso di necessità, intervengo io per
raccomandarli a qualcuno. Tettè non
me l'aveva chiesto e quindi
immagino seguisse qualche
ambulante. Erano pochi mesi che
usciva per lavorare, non aveva una
salute fortissima, povero bambino.
Ora, se permettete, vi accompagno
nell'aula. Io devo riprendere a
scrivere la predica di domenica».

Quella che pomposamente don
Antonio aveva definito "l'aula" era
in realtà una stanza ancora più
piccola della sacrestia, con quattro
banchi sgangherati e un tavolo che
faceva da cattedra, con una lavagna
sbeccata attraversata da una crepa in
diagonale. Sembrava una ghiacciaia.
C'erano cinque ragazzi, due dei quali
più grandi degli altri ognuno in un
banco, gli altri tre stretti fra loro per
riscaldarsi. Ricciardi notò che
avevano tutti i capelli rasati a zero e
che indossavano più camicie una
sull'altra, evidentemente l'intero
guardaroba di cui disponevano.
La donna che teneva lezione era
una rubiconda signora di circa
cinquant'anni, con un pesante
cappotto col collo di pelliccia e
spessi guanti di pelle. All'ingresso
del prete sorrise e invitò i ragazzi ad
alzarsi in piedi, ma l'espressione
gioiosa si spense appena intravide
Ricciardi; il commissario si rese
immediatamente conto di essere
stato accuratamente introdotto
presso la dama di carità.
Don Antonio disse, con tono
dolce:
«Buongiorno, signora De Nicola.
Comodi, comodi, bambini. Il signore
che è con me è il commissario
Ricciardi, della questura. Deve
raccogliere qualche informazione sul
povero Matteo, e sulla disgrazia che
ce l'ha portato via. Una tragica
fatalità, come tutti sappiamo. Mi
raccomando, commissario:
mantenete la promessa di non
togliere troppo tempo alla lezione».
Detto questo, se ne andò.
Ricciardi notò che all'uscita del
prete alcuni tra i ragazzi si erano
guardati rapidamente, prima di
abbassare lo sguardo di nuovo.
Nessuno aveva fiatato, né si era
riseduto. Il commissario si rivolse
alla signora:
«Buongiorno, signora. Sto
cercando di chiarire alcuni aspetti
della vita di Matteo, per capire come
possa essere avvenuta la sua morte».
«Buongiorno a voi, commissario.
Io mi chiamo Eleonora De Nicola
Bassi, faccio parte della Dame di
Carità di Capodimonte; aiutiamo
questi ragazzi, cercando di sostenere
il povero don Antonio, che è un
santo sotto tutti gli aspetti. Vi dico
subito che non so molto della vita di
Matteo, perché il nostro compito per
la maggior parte consiste nelle
donazioni e in queste due lezioni
settimanali, che però non sortiscono
grandi effetti, purtroppo. I ragazzi
vengono soltanto per qualche dolce
che diamo in premio», e indicò due
amaretti appoggiati sul ripiano del
tavolo, «comunque domandate pure,
e cercherò di rispondervi».
Ricciardi indicò la porta:
«Preferirei parlare in privato, se
per voi è lo stesso».
La donna annuì e, ordinato ai
ragazzi di rimanere in assoluto
silenzio, uscì.
«Dunque, signora: da quanto
tempo conoscevate Matteo?»
Pur rispondendo educatamente, la
donna non riusciva a nascondere la
propria ostilità per un uomo che
metteva in discussione la santità di
don Antonio; e probabilmente
nemmeno ci provava, a nasconderla.
«Non molto. Io seguo la
parrocchia da due anni, e i miei
rapporti sono principalmente con
don Antonio per aiutarlo
nell'amministrazione e nelle molte
cose che fa per la sua comunità. La
scuola l'abbiamo cominciata solo da
qualche mese. Il bambino, ve
l'avranno già detto, era fortemente
balbuziente. Io non ho pazienza con
queste cose, e più mi spazientivo più
lui balbettava. Perciò lo seguiva
principalmente la mia amica, che
oggi non c'è. È la signora Carmen
Fago di San Marcello. La notizia
della morte di Tettè l'ha sconvolta
davvero: sapete, lei non può avere
figli ed è giovane. Si era molto
legata al bambino, lo curava e
vezzeggiava anche troppo, secondo
noi. Oggi non se l'è sentita di venire,
se ne sta a casa a piangere. Uno
strazio».
Ricciardi cercò di tornare al
dunque:
«Uno strazio, sì. Soprattutto per il
bambino. E avete notato qualche
malanimo tra i ragazzi, magari con i
più grandi? Qualche episodio, liti
o…»
«Commissario, sono ragazzi»,
tagliò corto la signora. «I maschi
sono così, litigano e si prendono
continuamente in giro. Tettè è... era
il più piccolo, e per di più balbettava
tanto da non riuscire a finire una
frase. È naturale che gli altri lo
beccassero un po', non vi pare? Ma
senza cattiveria, però. Vi ripeto, non
riuscivo ad avere pazienza, con lui.
Lo vedevo solo per un'ora, una volta
alla settimana. Per la maggior parte
del tempo stava con la mia amica».
«E con gli adulti? Che rapporti
aveva col sacrestano, per esempio, o
con lo stesso don Antonio?»
La donna si irrigidì visibilmente:
«Con don Antonio, chi non riesce
ad avere buoni rapporti ha qualcosa
di molto sporco nell'anima, ve lo
dico io. È un santo, e anche lui
soffre molto per la morte del
bambino. Altri adulti, al di là del
sacrestano che non parla con
nessuno, non ne ho mai visti con
Tettè. Né con gli altri ragazzi. Non
siamo in molti, sapete, quelli che se
ne curano».
Ricciardi annuì. Su questo
doveva purtroppo concordare con la
donna, per antipatica che fosse. La
signora De Nicola concluse,
sbrigativa:
«Abbiamo finito, commissario?
Io vorrei tornare dai ragazzi. Sono
sola e devo finire presto, ho l'autista
che mi viene a prendere tra un'ora».
Ricciardi lanciò uno sguardo
dalla porta dell'aula: i ragazzi non si
erano mossi. Ma i due amaretti non
c'erano più.

Uscendo dalla parrocchia, il
commissario era piuttosto sfiduciato.
Doveva ancora parlare con l'altra
dama, quella più legata a Tettè, era
vero: ma era anche vero che
continuava a fare buchi nell'acqua.
Attorno alla vita del bambino, a
quanto sembrava, era stata costruita
una pesante cortina attraverso la
quale non si vedeva nulla.
A meno che, non poté fare a
meno di pensare, non ci fosse
effettivamente nulla da vedere; che
fosse lui a stare impazzendo, per
colpa del Fatto e delle sue
conseguenze.
La donna, questa Carmen Fago di
San Marcello, che non aveva figli e
perciò si era legata a Tettè. Bambini
senza madre, bambini con la madre;
madri vere e madri finte; madri che
abbandonavano i figli, madri che ne
cercavano uno. Pensò a sua madre,
senza una ragione, mentre
camminava verso casa col vento e la
pioggia a spingerlo.
Chissà se era stata la stessa follia
che lo stava prendendo, a uccidere
sua madre. La ricordò coi capelli
imbiancati alla sua ancora giovane
età, nel letto dell'ospedale dove
sarebbe morta per quella che era
stata sbrigativamente diagnosticata
come una febbre nervosa. Ne rivide
lo sguardo perduto nelle occhiaie,
semiaddormentata dai sedativi che le
davano continuamente. Ne ricordò la
mano sottile, leggera, che teneva la
sua: sembrava fatta di carta.
E allora, pensò, che facciamo,
mamma? Lo buttiamo via il povero
Tettè, col suo cane strano e la sua
nuca sottile, insieme al nulla che
aveva attorno? No, si rispose. Devo
sapere. Devo capire. Fosse l'ultima
cosa che faccio, prima di essere
mandato nel tuo stesso ospedale.
Perché io lo so, mamma, che avrei
dovuto vederne l'immagine, se fosse
morto dove l'abbiamo trovato. Come
lo avresti saputo tu, al mio posto.
Sotto il portone, mentre cercava
maldestramente di ripararsi dalla
pioggia e dal vento, intravide una
sagoma di sua conoscenza: un
brigadiere Maione molto
imbarazzato e molto bagnato.

26


Esattamente a ora di pranzo il
portiere del palazzo di Livia soffiò
rumorosamente nell'interfono. La
cameriera si affacciò al balcone per
vedere cosa volesse, e irritata per
l'acqua che l'aveva bagnata da capo
a piedi in un attimo entrò in sala da
pranzo:
«Signo', ci sta quel signore di
ieri, ha detto il portiere. Dice che ha
chiesto se può salire, ma che se state
mangiando può pure tornare più
tardi. Che devo dire?».
Livia si asciugò la bocca col
tovagliolo e rispose:
«No, Maria, digli che lo faccia
salire pure. Metti in caldo il pranzo,
finirò dopo».
Quando entrò in salotto Falco era
già là, come se non si fosse mosso
dalla sera prima. Sorrise e salutò
nello stesso modo, con un lieve
inchino del capo.
«Buongiorno, signora. Scusatemi
per l'ora; ho pensato di approfittare
di un momento morto, al lavoro, per
recapitarvi quel rapporto di cui
abbiamo parlato. Vi devo chiedere la
cortesia di leggerlo in mia presenza,
però. Non posso lasciarvelo, capirete
bene il perché. Ma fate con comodo,
io aspetto».
Livia prese la sottile cartella che
l'uomo aveva tirato fuori da una
borsa di pelle. Notò che l'ospite non
era per niente bagnato, nonostante
fuori piovesse a dirotto. Doveva
essere venuto in macchina.
«Vi ringrazio molto. Spero di non
aver causato troppo disturbo».
«Affatto, signora. Mi sono
limitato a chiederlo al signor... al
mio superiore, che ha avallato senza
problemi. Leggete pure, prego».
Livia si sedette sulla poltrona,
facendo segno all'uomo di
accomodarsi; lui declinò con
cortesia, mettendosi a guardare la
pioggia dalla finestra per non
osservare lei che leggeva. Non poté
fare a meno di apprezzare
nuovamente la discrezione che
pareva una seconda pelle di Falco.
Il rapporto era formato di due
fogli dattiloscritti, più una nota
vergata a mano su un terzo foglio.
In esso si scriveva di Ricciardi
Luigi Alfredo, quarto barone di
Malomonte, nato a Fortino in
provincia di Salerno il primo di
giugno 1900, residente a Napoli, in
via Santa Teresa degli Scalzi numero
107. Scapolo. Livia apprese che
viveva con Vaglio Rosa, anni
settantuno, che era stata la sua balia
e ora gli faceva da governante; che
svolgeva il compito di commissario
e lavorava presso la regia questura
dal 1923, quando era entrato in
polizia subito dopo la laurea in
giurisprudenza, conseguita a Napoli
con lode e tesi in diritto penale.
L'estensore del rapporto riportava
alcuni scarni dati sull'infanzia di
Ricciardi, in un collegio tenuto da
gesuiti a Napoli, poi di nuovo a
Fortino quando aveva quindici anni
in occasione della morte della
madre, non ancora quarantenne; il
padre era morto quando lui era
bambino. Livia apprese con enorme
sorpresa che oltre al titolo nobiliare,
al quale non gli aveva mai sentito
accennare, Ricciardi possedeva una
vera fortuna in immobili e fondi
agricoli, dei quali però era scritto
chiaramente che non aveva alcuna
cura: le sostanze erano seguite dalla
Vaglio e da alcuni parenti al paese,
che rendevano conto direttamente
alla donna.
L'andamento scolastico e
universitario era stato irreprensibile,
i voti sempre molto alti. Nel
rapporto erano esplicitamente
indicate perplessità circa la vita
sociale pressoché assente di
Ricciardi: non risultavano
frequentazioni femminili neanche
occasionali, e neanche c'erano
ragioni per sospettarne
l'omosessualità. Rapporti di amicizia
con Maione Raffaele, brigadiere
presso la questura (sposato con
Caputo Lucia, cinque figli viventi e
uno defunto, cfr. rapporto
nominativo), e con Modo Bruno
(celibe, ufficiale medico durante la
guerra sul Carso, cfr. rapporti
nominativi 127 e 15B), medico
presso l'ospedale dei Pellegrini: ma
derivavano sostanzialmente
dall'attività lavorativa. Affianco alla
nota sulla vita sentimentale e sociale
era tirato un frego rosso, a matita.
Livia alzò istintivamente lo
sguardo verso Falco, che non aveva
mosso un muscolo e continuava a
guardare fuori. Come se fosse
rimasto a leggere dietro la sua
spalla, disse:
«Significa che è una cosa strana.
Un uomo senza donne, uomini,
amici. Che vive solo per il lavoro.
Che non ha vizi. Strano, non vi
pare? È per questo, che c'è il segno
rosso».
La donna abbassò di nuovo lo
sguardo sui fogli. Quell'uomo la
inquietava profondamente.
Erano citati alcuni casi risolti
brillantemente da Ricciardi, tra i
quali riconobbe l'omicidio di suo
marito. Si rilevava che presso la
questura era visto dai colleghi con
malanimo, probabilmente per
invidia professionale, per cui era
voce diffusa che avere a che fare con
lui portasse una sorta di sfortuna.
Si riteneva che fosse destinato a
prossimi avanzamenti di carriera, ma
non risultava che lui avesse fatto
domande in tal senso, come invece
normalmente accadeva.
L'ultima nota del rapporto
riguardava lei stessa. Risultava che
negli ultimi mesi avesse
saltuariamente frequentato Lucani
Livia, vedova Vezzi, che
probabilmente a seguito di detta
frequentazione aveva deciso di
trasferire a Napoli il proprio
domicilio in via Sant'Anna dei
Lombardi, 112.
Nel leggere queste ultime righe,
Livia provò un misto di sentimenti
opposti fra loro: da un lato fu
indignata per quella che trovava
un'intollerabile intromissione nella
sua vita personale; come osavano
queste spie decidere che
"probabilmente a seguito di detta
frequentazione" lei aveva preso la
decisione di cambiare città? Che ne
sapevano loro della sua solitudine,
degli effetti della perdita del suo
bambino anni prima e del marito,
solo l'inverno precedente?
L'altra emozione fu quella di
scoprire di essere l'unica donna nella
vita di Ricciardi. Certo, c'era
quell'altra "nel suo cuore"; ma nella
sua vita no, altrimenti la fantomatica
organizzazione di Falco l'avrebbe
certamente scoperta e
meticolosamente rilevata nel
rapporto, magari cancellando quella
riga rossa.
Prese l'ultimo foglio, quello
vergato a mano. Nella breve nota
c'era scritto: "Prestare particolare
attenzione ai rapporti di amicizia
con Modo Bruno, il medico
dell'ospedale dei Pellegrini,
apertamente dissidente e sospettato
di attività sediziose nei confronti
dello Stato".
Alzò lo sguardo e trovò gli occhi
di Falco fissi nei suoi, privi
dell'abituale espressione cordiale.
«Signora, è stato il mio superiore
a voler che vi portassi, insieme al
rapporto, questa nota. Io gli ho
espresso dei dubbi a che voi la
leggeste, vi devo dire la verità; ma
lui ha voluto così. Dice che il vostro
commissario, che ha personalmente
conosciuto, gli pare una brava
persona e che da questa...
frequentazione può avere danni.
Grossi danni. Ha deciso perciò di
correre il rischio e di farvelo sapere,
affinché voi possiate, come dire...
distoglierlo. Naturalmente è vostro
obbligo tacere assolutamente con
chiunque di ciò che avete letto in
questo rapporto, della sua stessa
esistenza e anche di me e
dell'organizzazione di cui faccio
parte. Siamo d'accordo?»
Livia era molto turbata. Annuì
col capo e restituì la cartellina. Falco
salutò col solito inchino e si avviò
verso la porta; quando ebbe la mano
sulla maniglia si voltò:
«Ah, quasi dimenticavo. La
vostra lista va benissimo, Ricciardi
incluso: potete senz'altro procedere
agli inviti. Ricordate che ci saranno
due persone in più, una farà parte
degli ospiti, una della servitù. Non
vi daranno alcun fastidio.
Arrivederci, signora: e scusate
ancora per il vostro pranzo».

Una volta certa che Ricciardi
fosse uscito di casa, Enrica prese il
soprabito e scese, in precario
equilibrio con l'ombrello in una
mano e una teglia avvolta in un
tovagliolo nell'altra. Si infilò nel
portone di fronte e col cuore in
tumulto salì di corsa i gradini fino al
secondo piano, per bussare alla
stessa porta alla quale aveva
accompagnato Rosa la mattina
precedente.
La donna guardò attraverso lo
spiraglio consentito dalla catena e
poi aprì con un bel sorriso, e
schioccò due baci rumorosi sulle
guance in fiamme della ragazza:
«Signori', che piacere! Come
state? Venite, venite, non rimanete là
sulla porta che prendete freddo.
Avete visto, come fa freddo
stamattina, da un giorno all'altro è
arrivato l'inverno! Come si dice,
"per Tutti i Santi, cappelli e guanti".
Accomodatevi, prego».
Enrica fu felice della bella
accoglienza; si erano piaciute,
l'aveva capito, ma non contava su
una tale espansività.
«Signora, io mi sono permessa...
Siccome a mio padre piace assai
questo dolce che gli faccio, allora
ieri mi sono trovata e ne ho fatto un
poco in più. Cioè, non è che ne
avevo in più, l'ho fatto apposta, ma
non è stato di nessun disturbo. Però
vi prego, assaggiatelo prima voi, e
poi solo se vi piace lo date a... a lui,
insomma».
Rosa aveva aperto il canovaccio e
aveva guardato il dolce sorridendo:
«Figuratevi! Quello è un lupo, si
mangia tutto quello che gli capita
davanti, gli piacerà sicuramente. È
un migliaccio, vero? Ricotta e
semolino... aspettate, mo' ne taglio
una fetta e l'assaggiamo.
Accomodatevi, che mo' vengo da
voi, la strada la sapete, no?»
Mentre aspettava che Rosa
tornasse con il dolce, si accorse che
la porta della stanza di Ricciardi era
socchiusa. Intravide un pezzo del
letto, lo scrittoio, lo stipite della
finestra. Se lo immaginò in piedi, a
guardare lei dall'altra parte della
strada; o a scriverle un'altra lettera.
Il pensiero della lettera le accelerò di
nuovo il battito.
Rosa portò due porzioni generose
del suo dolce:
«Ho assaggiato, signori'. Siete
brava, veramente: normalmente
mettono troppa ricotta, per dare più
sapore, ma il migliaccio vero è
questo qua. Complimenti».
E si misero a chiacchierare, come
due vecchie amiche; anche perché
l'argomento favorito di entrambe era
lo stesso.
Inconsapevolmente, Enrica
apprese dalla bocca di Rosa le stesse
cose che Livia aveva letto sul freddo
e circostanziato rapporto della
polizia segreta; ma le notizie sulla
vita, la famiglia, il passato di
Ricciardi venivano proposte
attraverso l'immensa tenerezza e
l'amore che la tata provava per il suo
signorino.
La ragazza fece un lungo e
partecipato viaggio attraverso
l'infanzia di questo bambino dai
grandi occhi verdi, condannato a una
solitudine dettata prima dal censo e
poi dal carattere. Incontrò le
baronesse di Malomonte, la madre
che aveva preso Rosa dalla sua
famiglia di contadini, e la nuora,
sottile come una bambina e con gli
occhi pieni di tristezza. Andò in
collegio, anni e anni a studiare senza
un amico, e fu nella stanza
dell'ospedale, a tenere la mano
sottile di quella donna coi capelli
bianchi che se ne andava così
giovane dalla vita. Vide la stessa
Rosa a cui veniva affidato il destino
di un uomo che non comprendeva
ma che amava con tutto il cuore.
Seppe di un nome lungo e antico, e
di ricchezze lontane che avrebbero
consentito una vita e una presenza
nella società, invece sdegnosamente
respinte.
Dalle pieghe del lungo e accorato
racconto emerse un uomo vicino e
lontano da quello che si era abituata
a sognare; e crebbe nel suo cuore la
tenerezza e la voglia di condurlo per
mano nella vita: proprio lei, che
della vita sapeva così poco.
Quando guardò l'orologio e
scoprì che l'ora si era fatta troppo
vicina a un possibile ritorno di lui, si
alzò e baciò Rosa, scoprendo di
avere lacrime negli occhi e sul viso,
e di trovarne altre tra le rughe della
tata. Promise di tornare, e prima di
uscire le lasciò una busta per lui.

27


Ricciardi si fermò di fronte a
Maione, che sembrava un salice
piangente pur essendo grosso come
una quercia. Il brigadiere distolse lo
sguardo, strisciò il piede a terra
come a voler disegnare qualcosa, poi
sospirò, rialzò lo sguardo e disse:
«Buongiorno, commissa'. Come
vanno le ferie?».
Ricciardi considerò con serietà la
domanda.
«Scusa, Raffaele: e tu vieni fin
qua sopra dalla questura, prendi tutta
l'acqua del mondo e probabilmente
una bronchite, per chiedermi in
mezzo alla strada come vanno le
ferie, dopo nemmeno un giorno che
ci siamo salutati? Vieni su a casa
mia, innanzitutto, così ti asciughi un
po'. E mi racconti che è successo,
che tieni una faccia che pare che stai
al tuo stesso funerale».
Maione abbozzò una protesta,
non volendo disturbare, poi starnutì
e si rassegnò. Arrivato in casa fu
subito preso in consegna da Rosa,
particolarmente ciarliera, che gli
fece togliere la giacca e la camicia;
poiché le misure di Maione erano
più vicine a quelle della tata che a
quelle di Ricciardi, il brigadiere
nelle more dell'asciugatura parziale
degli indumenti sulla stufa di ghisa
subì la mortificazione di dover
indossare una vestaglia color rosa
antico.
Vederlo così, malinconico e
gocciolante, con gli stivaloni che
spuntavano sotto la vestaglia da
donna con grandi fiori tinta su tinta e
una tazza fumante nelle mani,
preoccupò Ricciardi.
«Allora, mi vuoi dire che è
successo?»
Al brigadiere fiammeggiò lo
sguardo:
«Commissa', io a quello lo
strozzo con le mani mie!».
«A chi vuoi strozzare?»
«A Garzo, commissa'. A lui e a
quella spia infame del servo suo, il
maledetto Ponte».
«Senti, Raffae': se mi vuoi fare
capire qualcosa, me la devi
raccontare dall'inizio. Se no non
capisco niente».
Maione tirò un lungo sospiro.
«E va bene, commissa'. Allora io
stamattina arrivo in ufficio, così
rimbambito che mi sono pure
scordato che voi non c'eravate, tanto
non sono abituato a non vedervi, e vi
ho portato pure una tazza di
surrogato nella stanza».
Ricciardi sospirò.
«E questa è l'unica cosa buona di
oggi, che mi sono risparmiato quella
ciofeca. Vai avanti».
Maione fece l'aria offesa:
«Come, una ciofeca? Ma se io
faccio il miglior caffè di tutta la
questura! Insomma, a un certo punto
sento a quello, Garzo, che strilla
come una gallina il nome mio:
Maione, Maione! Io faccio finta di
non sentire, tanto lo so come vanno
le cose là dentro, e infatti manco due
minuti dopo arriva Ponte senza fiato.
Ma non lo avete sentito, brigadie', a
Garzo che vi chiama? No, ho detto.
Non l'ho sentito, perché, tieni
qualcosa da dire?»
Ricciardi cercò di ricondurre la
conversazione sui fatti principali:
«Raffaele, ti prego: a me non
interessa niente di Ponte quando ce
l'ho davanti, figurati adesso che sta a
due chilometri di distanza. Andiamo
al dunque, che voleva Garzo da te?»
«Commissa', voi mi dovete far
raccontare, se no perdo il filo e mi
scordo qualcosa di importante.
Insomma, Ponte mi porta da Garzo.
E vi dico che io così non l'avevo mai
visto: era tutto a macchie rosse che
pareva che teneva la scarlattina, e
non riusciva a parlare. Io ho pensato,
lascia fa' a Dio, mo' muore di colpo
apoplettico e ci leviamo tutti quanti
il pensiero. Invece mi fa: Maione,
Maione. Come devo fare, con voi
due?»
Ricciardi era disorientato:
«Vedeva doppio?».
Maione lo guardò:
«Commissa', voi pazziate. Ma lui
non pazziava. "Voi due" eravamo io
e voi, eravamo. Io gli ho detto, non
capisco, dotto'. E lui ha cominciato a
sventolarmi una busta davanti. Ho
pensato: se si avvicina e me la dà in
faccia, gliela faccio mangiare in un
boccone solo».
«E che ci stava, nella busta?»
«Me l'apre e me la legge. Egregio
dottore Angelo Garzo, vicequestore
eccetera. La presente per
rispettosamente richiedervi eccetera.
Ci risulta che in data eccetera...»
Ricciardi si andava spazientendo:
«Raffaele, ascoltami bene: mi stai
facendo venire l'ansia, e questo non
va bene. Puoi andare al dunque, per
cortesia? Ti prego».
Maione tirò un lungo sospiro.
«E va bene, commissà . Volete
così, e io così faccio. Insomma era
una lettera della curia arcivescovile,
firmata da se ho capito bene un
monsignore segretario direttamente
del vescovo Ascalesi. Chiedevano
notizie sull'eventuale indagine che
era stata avviata sulla morte di un
giovane ospite, lo chiamavano
proprio così, della parrocchia di
Santa Maria del Soccorso a Santa
Teresa. Facevano presente che, a
quanto risultava a loro, era stato
interrogato più volte il parroco della
suddetta parrocchia, don Antonio
Mansi. Che, se questa cosa era
successa veramente, costituiva una
palese violazione agli articoli tot e
tot degli atti bilaterali firmati dallo
Stato Italiano e dalla Santa Sede, in
data tot e tot. Insomma, una
lamentela sul nostro
comportamento».
Ricciardi si grattò il mento.
«Ecco perché stamattina il prete
era sorpreso di vedermi: si era fatto
il conto che la lettera fosse già
arrivata in questura e che
immediatamente mi sarebbe stato
impedito di andare là. Vai avanti».
«E che devo andare avanti,
commissa'? Ha fatto il pazzo. Ha
detto che lui aveva detto
chiaramente che l'indagine non
doveva proprio cominciare. Ha detto
che lui non aveva autorizzato nulla,
e che questa era insubordinazione,
che ci faceva passare un guaio, a
tutti e due».
«Tutti e due? E tu che c'entri?»
Maione fece l'espressione
bellicosa:
«Perché, non ci stavo pure io, al
primo sopralluogo? E dal dottore,
all'ospedale? E quando abbiamo
sentito il prete, in questura? Infatti io
gli ho detto che a parte le domande
di prammatica, quelle che si fanno
sempre, noi non abbiamo fatto
altro».
Ricciardi si preoccupò:
«Tu non c'entri niente, con questa
storia, e glielo dovevi dire subito.
Questa è una cosa che non ti
riguarda, tu ti sei fermato quando ti
dovevi fermare, punto e basta».
Maione ebbe un recupero di
dignità, parzialmente invalidato
dalla vestaglia rosa che indossava:
«Commissa', io invece questo vi
sono venuto a dire: che io sono
disponibile a darmi malato, per
aiutarvi nell'indagine. Vi dico la
verità, pensavo e penso che la
povera creatura è morta perché
girava solo e abbandonato alla
ricerca di qualcosa da mangiare, e
quello che ha trovato si è mangiato:
ma lavoro con voi da troppi anni per
non capire che se a voi qualcosa non
vi suona, allora avete ragione.
Quindi pure se quel fesso di Garzo
mi ha mandato a dirvi che se vi
permettete di fargli avere un altro
soffio dalla curia vi fa perdere il
posto, io sto qua per darvi una
mano».
Rosa, ferma sulla soglia della
cucina, disse:
«Bravo!».
Ricciardi la guardò:
«Scusa, ma tu non stavi
diventando sorda? Vai in cucina, vai,
e fatti i fatti tuoi. No, Raffaele, te
l'ho già detto: mi è più comodo se
stai in questura, pronto a distogliere
i sospetti».
«Commissa', e allora fatemi fare
qualcosa! Io a stare senza darvi una
mano, sto solo in pensiero. E poi in
questi giorni sono tutti impegnati a
lucidare gli ottoni per la visita del
Duce, e io non ho niente da fare.
Quando sto senza fare niente
ingrasso, e non va bene».
Ricciardi si finse disperato:
«No, che non va bene. Allora
magari potresti prendere un paio di
informazioni che il prete non mi ha
voluto dare. Primo: dicono che Tettè
lavorava da apprendista con
qualcuno, un artigiano, un
ambulante. Mi serve sapere chi è, e
che fa. Poi mi farebbe piacere sapere
qualcosa di più su questo signor
parroco, che mi pare troppo poco
collaborativo, vorrei capire se c'è
qualcosa sotto. Ma mi raccomando:
usa canali esterni, niente che possa
metterti nei guai in questura».
Maione fece un largo sorriso:
«Ecco, commissa', mo' andiamo
bene. Ci penso io, non vi
preoccupate: entro stasera sapete
tutto. Ci possiamo vedere al
Gambrinus a piazza San Ferdinando,
a fine turno, diciamo alle otto e
mezzo, vi va bene? Fate attenzione,
quello Garzo se ci vede insieme fa
due più due, va bene che è cretino,
ma fino a questo punto no. Mo' se
permettete levo il disturbo, i vestiti
saranno asciutti, qua dentro ci
saranno quaranta gradi con quella
stufa enorme».
Ricciardi annuì:
«Io invece, nel frattempo, farò
una passeggiata da un nostro
vecchio amico: vediamo se gli
strappo qualche informazione
interessante».
Maione si diede una manata sulla
fronte:
«A proposito, commissa', mi
stavo dimenticando. Stamattina è
passata la signora Vezzi, la vedova
insomma, che vi cercava: voleva
essere accompagnata a scegliere un
vestito per la serata che sapete. Si
era dimenticata che voi non
c'eravate. Io non ho detto niente,
naturalmente».
Ricciardi lanciò uno sguardo
preoccupato verso la cucina.
«E lei che ha detto?»
«Niente, niente. Ha detto che ci
pensava da sola, che anzi era
meglio, così voi avevate una bella
sorpresa. Certo se mi posso
permettere, commissa', è proprio una
donna bellissima. Quando arriva
tutti, dall'appuntato all'ultimo degli
inservienti e degli uscieri, trovano
una scusa qualsiasi per passare e
spassare dove sta lei. E poi è l'unica
in grado di toglierci Garzo dalle
scatole. Secondo me un piccolo
pensiero ce lo dovreste fare, quella
con voi ha preso proprio una
fissazione».
Ricciardi tagliò corto:
«Va be', va be', tu non te ne
preoccupare. L'importante è che non
gli hai dato l'indirizzo mio».
«No, non mi sarei mai
permesso!»
«Bravo. Mo' vestiti e vai a fare
quello che ti ho detto. A Garzo dici
che non mi hai trovato, perché sono
andato al paese per certi affari di
famiglia. Ah, Raffae': grazie. Grazie
di tutto».
Maione fece un inchino, che
unitamente alla vestaglia lo rese
straordinariamente simile a un
lottatore di sumo:
«Figuratevi, commissa'. Sempre a
disposizione! Ma voi andateci piano:
soprattutto col prete».
A qualche metro di distanza, una
tata occasionalmente tutt'altro che
sorda elaborava le informazioni
appena assunte con un'espressione
molto preoccupata.

28


Correva attraverso le strade e i
vicoli. Correva a piedi nudi,
scansando automobili e carrozze,
tram e carretti. Correva attraverso il
mercatino, saltando ostacoli e
urtando grasse signore che
sceglievano le mele. Correva sui
marciapiedi, schizzando l'acqua
dalle pozzanghere addosso a
impiegati che andavano al lavoro
cercando di tenere i pantaloni
asciutti, e attirandosi così
imprecazioni e bestemmie.
Cristiano correva, senza curarsi
di chi o che cosa incontrasse sulla
sua strada, o della gelida pioggia
sottile che attraversava; correndo si
riscaldava, e respirare l'acqua gli
piaceva.
Correva perché stava cercando
qualcuno, e andava dall'uno all'altro
posto in cui questo qualcuno poteva
trovarsi. Finché lo trovò.
Cosimo Capone faceva il
saponaro. Un mestiere che ne
comprendeva molti altri, come
diceva sempre. Teoricamente si
basava sul baratto, roba vecchia
contro roba vecchia, e conguagli da
pagare con pietre di sapone bruno
dalla forma irregolare, difficili a
maneggiarsi quanto a sciogliersi.
Teoricamente. Nella pratica, Cosimo
chiacchierava.
Chiacchierava con tutti, ma
specialmente con le donne. Sapeva
di essere affascinante, con il suo bel
sorriso e la sua facilità di parola, e
che alle massaie e alle lavandaie un
paio di complimenti detti bene
aprivano il cuore; insieme al cuore,
invariabilmente si aprivano i
borsellini. Se poi al rassicurante
carretto strabordante di pentole di
rame e vestiti logori si aggiungeva
una bella canzone, il gioco era fatto.
Secondo Cosimo essere
accompagnati da un ragazzino
lacero era una grande idea, per chi
faceva il suo mestiere; e più gracile
e denutrito sembrava, meglio era. Le
donne sono madri, o vorrebbero
diventarlo: un bambino in cattive
condizioni è un richiamo irresistibile
alla pietà, e quindi alla generosità.
Se poi il bambino dimostra molto
meno dell'età che ha, non riesce a
parlare perché è fortemente
balbuziente ed è accompagnato da
un cane randagio messo peggio di
lui, la condizione diventa ideale.
Tettè costituiva per Cosimo una
vera miniera d'oro; di volta in volta
lasciava pensare che era suo figlio e
che la madre era morta di parto, o
che l'aveva raccolto per strada, o che
era il figlio di un compagno d'armi,
perito in guerra. Era abilissimo a
comprendere le sfumature di dolore
nella vita della donna che si
avvicinava al carretto e a toccarne le
corde più riposte; le contrattazioni si
ammorbidivano e il ricavato era
sempre largamente maggiore di
quanto sarebbe stato giusto
attendersi.
Ma non era questo, l'unico
motivo per il quale Tettè era
l'aiutante ideale: per l'altro motivo, il
più importante, erano stati necessari
mesi di addestramento. Un
investimento di tempo e sforzi che
aveva da poco cominciato a dare i
suoi frutti, e che Cosimo, da
coscienzioso imprenditore, non era
disponibile a perdere rassegnandosi
facilmente.
Quando Cristiano, fradicio di
pioggia e senza fiato, lo raggiunse,
Cosimo stava imbonendo una
diffidente dama di mezza età sporta
a metà dalla finestra del basso.
«Signo', voi stamattina siete uno
spettacolo: gli occhi miei non vi
possono guardare, che rimangono
abbagliati e poi non posso
camminare per i vicoli, che vado a
sbattere col carretto in faccia al
muro. Ma come fate, ditemi, a
mantenervi tanto bella?»
La donna, dotata di barba e baffi
quanto un cadetto e pesante come un
carico di mattoni, strizzò gli occhi:
«Stamattina non mi incantate,
Cosimo. Io questi due stracci tengo,
e mi serve una pietra grossa di
sapone. Se me la volete dare bene,
se no fate spazio che col carretto
davanti alla finestra mi manca
l'aria».
«Donna Carme'», piagnucolò lui,
«voi così mi volete rovinare! Un
pezzo grosso vale una camicia, e in
buone condizioni: o almeno un
tegame non bucato. Che me ne devo
fare, di queste due pezze logore?
Metteteci almeno cinque centesimi
vicino, e me ne fate andare contento!
Non vi approfittate che sono
innamorato di voi!»
La donna si dimostrava un osso
durissimo: distava trent'anni
dall'ultimo complimento sincero, e
non si lasciava prendere in giro.
«Niente da fare. Allora,
decidetevi presto presto, che tengo
che fare».
In quel momento Cosimo si
accorse della presenza di Cristiano,
che ritrovato il fiato gli disse:
«Don Co', ci lavoro io con voi, ci
vado io nelle case, quello il cacaglio
non ci viene più!».
Donna Carmela chiuse gli occhi a
fessura e con aria ancora più
diffidente chiese:
«Che dice, la creatura? In quali
case deve andare?».
Con la rapidità di un serpente a
sonagli, il braccio del rigattiere
scattò a ghermire la spalla di
Cristiano con una stretta
violentissima. Il bambino tacque
immediatamente.
«No, e quello chi sa per chi mi ha
preso, donna Carme'. Io manco lo
conosco, a 'sto scugnizzo. Voi lo
sapete, con me tengo solo al mio
figlioccio, Tettè. Ve lo ricordate,
no?»
Il volto arcigno della donna si
rischiarò in un imprevisto sorriso:
«E come no, quel bambino così
bello e tranquillo, col cagnolino
bianco e marrone. Sempre educato,
che fa l'inchino se gli do un biscotto.
Come mai non c'è stamattina?».
Cosimo fece la faccia
preoccupata, senza mollare la spalla
di Cristiano:
«Sta malato, un poco di febbre.
Se non si sente bene non lo faccio
uscire, con questo tempo, vi pare?
Voi pure tenete figli, no, donna
Carme'? Mi potete capire,
insomma».
La donna tornò diffidente, ma si
era un po' ammorbidita al pensiero
di Tettè:
«No, figli non ne tengo, non mi
sono mai sposata, perché non ci
stava nessuno che mi andava bene.
Però tengo i nipoti, e il bambino
vostro mi ricorda un nipotino che
morì, tanti anni fa. Va be', non
perdiamo tempo, eccovi i due stracci
e la moneta da cinque, datemi il
sapone e iatevenne, che tengo che
fare».
Completata la transazione la
donna richiuse con un secco rumore
la finestra. Cosimo sputò a terra con
astio, e girato l'angolo cominciò a
scuotere Cristiano:
«Chi ti ha detto di parlare, a te?
Come ti sei permesso di rivolgermi
la parola? Ti dovrei ammazzare con
le mani mie!».
Il ragazzo stava zitto a occhi
spalancati: era terrorizzato. Cosimo
continuava, sibilando:
«Lo sai che sono capace, eh? Lo
sai bene. Dove sta l'amico tuo?
Perché sono tre giorni che non si
vede, lui e quel cane schifoso? Se
poi si presenta e va trovando di
mangiare, gli spezzo quelle quattro
ossa una a una, lo giuro su Dio!».
Cristiano prese fiato e disse,
parlando fitto:
«Don Co', quello il cacaglio non
viene più: è morto. Si è mangiato il
veleno per i topi ed è morto, l'hanno
trovato al Tondo di Capodimonte.
Allora io volevo venire al posto suo,
con voi, che dal ciabattino non ci
voglio andare più. Io sono veloce,
corro: e quel fatto là nelle case lo
posso fare pure meglio di lui!».
Cosimo sbiancò mortalmente in
volto; si guardò attorno terrorizzato
e, assicuratosi che non ci fosse
nessuno a sentire o a guardare, prese
Cristiano, per il collo:
«Che vai dicendo? Come, è
morto? E chi lo ha saputo? E poi,
che vuoi dire con "quel fatto là nelle
case"? Che ne sai, tu, con chi hai
parlato?».
Cristiano adesso aveva veramente
paura: non aveva previsto quella
reazione del rigattiere, e nel pezzo di
vicolo dove l'aveva portato non c'era
nessuno a cui chiedere aiuto.
Da animale da strada sapeva
riconoscere la fredda determinazione
negli occhi dell'uomo, e capì che era
in pericolo di vita.
«No, no, lasciatemi, io non dico
niente a nessuno. E non lo sa
nessuno, a me l'ha detto il cacaglio,
che qualche volta mentre faceva il
giro con voi si buttava nelle case e
acchiappava qualcosa, mentre le
femmine parlavano con voi. Ma me
l'ha detto solo a me, giuro, e io non
lo dico a nessuno. Lasciatemi, però.
Io ho detto al prete che venivo un
attimo a parlare con voi, e subito
tornavo».
Cosimo pensò velocemente, e
allentò la presa. Sulla gola di
Cristiano si vedeva l'impronta livida
delle sue dita. Si passò la mano
davanti alla faccia per asciugare la
pioggia: era stato a tanto così
dall'ammazzarlo.
«E tornaci, allora, dal prete. E
non ti fare vedere mai più da me.
Ricordati, però: se qualcuno saprà
qualcosa, io ti vengo a pigliare
dovunque stai, e finisco quello che
avevo cominciato stamattina. Mi hai
capito bene? E mo' vattenne!»
Cristiano non se lo fece dire due
volte, e si mise a correre scivolando
sulla strada bagnata.
Cosimo si lasciò cadere sul
carretto, con un lieve clangore di
pentole di rame. È morto, quindi,
pensò. È morto.
E adesso, come faccio?

29


Ricciardi entrò nella chiesa di San
Ferdinando con tutt'altro spirito
rispetto a quello che aveva avuto
entrando a Santa Maria del
Soccorso. Era quasi divertito da
tutto questo girare per chiese, così
lontano dal proprio carattere;
stavolta però era contento di
incontrare una vecchia conoscenza.
Vecchia non proprio, a dire la
verità; aveva conosciuto don
Pierino, il viceparroco della bella
chiesa in centro, in occasione
dell'indagine sull'omicidio del
marito di Livia, il tenore Arnaldo
Vezzi. L'assassinio, avvenuto sei
mesi prima, aveva fatto un immenso
rumore in città, soprattutto tra i tanti
amanti della musica lirica. Don
Pierino era uno di essi, presente al
San Carlo la sera in cui si era
verificato il delitto.
I due uomini non avrebbero
potuto essere più diversi: proprio per
questo, probabilmente, avevano
simpatizzato. Don Pierino opponeva
al cupo materialismo di Ricciardi
una fede semplice e assoluta, che si
espandeva nel sociale con un'azione
costante a supporto dei più deboli:
per vie opposte arrivavano, sotto
questo aspetto, alla stessa accorata
partecipazione per quello che
accadeva nel ventre molle della
città.
Ricciardi non amava l'opera, e
più in generale cercava di evitare la
rappresentazione di false emozioni,
consapevole com'era di quanto le
vere passioni potessero risultare
devastanti e letali; don Pierino
amava la lirica e la musica, la cui
bellezza gli sembrava una
testimonianza dell'amore di Dio
verso il genere umano. Il
commissario aveva trovato così nel
piccolo prete una guida importante,
in occasione della sua indagine,
senza la quale non sarebbe riuscito a
risolvere l'enigma.
Nella semioscurità della navata
Ricciardi distinse la figura del
viceparroco uscire dal confessionale.
Don Pierino era di bassa statura, con
un ventre che si andava facendo
prominente ma che non gli impediva
di essere perennemente in
movimento, scattante e dinamico
come un bambino irrequieto. Prima
di intravedere Ricciardi e illuminarsi
per la gioia aveva un'espressione
stanca.
«Commissario, che felicità!
Parecchio tempo, che non vi
ricordavate di questo vostro amico,
eh? Siete tutto bagnato, piove
ancora, fuori? Sono tre ore che
confesso, finalmente non c'è più
nessuno».
Ricciardi strinse la mano al
sacerdote.
«Come state, padre? Avete l'aria
stanca: mai possibile, anche quelli
come voi ogni tanto provano un po'
di sfinimento?»
Don Pierino unì le mani sul
ventre, in un gesto che gli era
consueto.
«Qualsiasi prete vi saprà dire,
commissario, che nulla stanca come
le confessioni. Ti devi affacciare
sull'inferno che ognuno porta dentro,
lo devi leggere, lo devi capire e devi
perdonare per conto di Dio. Un
perdono che molti non vogliono
nemmeno, perché lo vorrebbero
dagli altri. È pesante, e a volte
atroce, credetemi. Voi, piuttosto:
come state? Quando penso a voi, e
ci penso spesso nelle mie preghiere,
ricordo sempre che mi avete
promesso che vi lascerete condurre
all'opera, una sera».
Ricciardi fece la solita smorfia di
esagerato fastidio:
«Padre, lo so, ve l'ho promesso:
però dovete credermi, l'opera che
questa città riesce a mettere in scena
ogni giorno me lo impedisce. E
proprio questo, oltre naturalmente al
piacere di venirvi a salutare, mi
porta qui stasera».
Don Pierino diventò serio:
«Io lo so, quale pietà e quale
compassione avete per la povera
gente; è per questo che vi aiuto
volentieri. Se si trattasse solo di
mandare qualcuno in galera non
sarei così felice di parlare con voi.
Questi sono tempi strani e difficili,
commissario, chi meglio di voi lo sa:
certi criminali, così definiti, sono
assai più innocenti di chi li
perseguita».
Ricciardi annuì:
«Lo so, padre. Lo so bene. Invece
certe vittime sono sicuramente
innocenti. Dovete sapere che lunedì
mattina è stato trovato un
bambino...»
«Sì, al Tondo di Capodimonte,
l'ho sentito. Una delle povere
creature di Santa Maria del
Soccorso. Me l'ha detto una mia
parrocchiana, che lavora in un
negozio da quelle parti. Che pena».
«Sì, padre. Una vera pena.
Insomma, io vorrei vederci meglio,
in questa storia; non che ci siano
dubbi sulla maniera in cui il ragazzo
è morto, sia chiaro: ha ingerito del
veleno per topi».
Don Pierino sospirò:
«La fame. La maledetta fame.
Queste cose non dovrebbero mai
succedere; ai bambini, poi, meno
che mai».
Ricciardi era d'accordo:
«Sì, proprio così. Insomma, ho
fatto qualche domanda per capire
come vivesse questo bambino,
sostanzialmente per impedire che la
cosa possa ripetersi; ma ho
incontrato molta resistenza da parte
del parroco di Santa Maria del
Soccorso, con mia sorpresa».
Don Pierino era meravigliato:
«E come mai queste domande,
commissario? Voi pensate che... che
qualcuno possa... Scusatemi, ma non
ci posso proprio credere. Un
bambino piccolo, povero, orfano...»
Ricciardi agitò la mano:
«No, no, padre. Nessun dubbio,
su questo. Si è trattato di una
disgrazia, sicuramente. Ma quello
che avrei voluto capire meglio, è
come e perché un bambino così
possa essere messo in grado di
introdursi di notte in un deposito,
evidentemente per rubacchiare
qualcosa da mangiare, e invece
trovare la morte in un boccone
avvelenato, come un topo di fogna.
E allora le mie domande vertevano
su questo».
Il prete scosse il capo:
«Mi rendo conto. Il parroco di
Santa Maria, don Antonio Mansi, lo
conosco. Abbiamo anche studiato
nello stesso corso, per un periodo.
Era bravo, negli studi. Bravo e...
diplomatico, anche. Uno di quelli
che sanno piacere agli insegnanti,
insomma. Poi ci siamo persi di vista,
ma qualche volta ci incontriamo per
strada, e facciamo due chiacchiere».
Ricciardi temeva di essere
indiscreto.
«Padre, io non voglio mettervi in
difficoltà. Né è mia intenzione
parlare male di don Antonio, che ho
a stento incontrato un paio di volte.
Solo che questa reticenza mi è
sembrata strana. Addirittura ha fatto
intervenire la curia, per fermarmi.
Non vi pare assurdo?»
Don Pierino fece una strana
smorfia:
«No, non mi pare assurdo.
Vedete, uno ci vede da fuori e ogni
prete è uguale a un altro. E invece
no, non è così. Siamo esseri umani,
ognuno coi suoi difetti, qualche
vizio, qualche fissazione. Io, per
esempio, sono appassionato di
musica, lo sapete: e qualche volta
questa mia passione mi porta a fare
qualcosa che non dovrei, come
quando ci siamo conosciuti che
stavo nascosto sulle scale di servizio
del palcoscenico del San Carlo, vi
ricordate?»
Il commissario attendeva,
paziente, che don Pierino assolvesse
agli obblighi della sua coscienza
prima di dire quali perplessità avesse
su don Antonio.
«Qualche volta si tratta di vizi
gravi, e i superiori intervengono per
mettere riparo: c'è chi si innamora di
una donna, chi va in crisi di fede;
quelle sono cose che ti impediscono
di fare il prete, ed è giusto che si
venga allontanati per un po', vi pare?
Qualcuno invece ha qualche...
propensione, qualche talento che a
certi potrebbe sembrare un difetto, e
che invece ad altri fa comodo. Tutto
qui».
Ricciardi disse:
«E nel caso di don Antonio, qual
è il talento, padre?».
Don Pierino guardò pensoso il
tetto affrescato della chiesa.
«Don Antonio è un ottimo
amministratore. Molto bravo a
tenere i conti, diciamo così. La sua
parrocchia catalizza buone
donazioni, si è reso praticamente
indipendente economicamente, e la
curia gliene è molto grata, a quanto
so. Mantiene ottimi rapporti con
tutti, famiglie ricche della zona e
superiori all'arcivescovado, è
universalmente stimato e rispettato.
Ha un sacco di amici, insomma».
«E allora? Perché a voi questo
sembra un difetto? Perché a voi
sembra un difetto, se vi conosco un
po'».
Don Pierino rise:
«Sì, mi conoscete. Io penso che
se uno lavora in questa città di questi
tempi, e coi bambini per di più, i
soldi che entrano devono pure
uscire. Tutto qua».
«E invece lui ci guadagna».
Il prete protestò con forza:
«No, no, commissario, io non ho
detto questo. Don Antonio è un
ottimo sacerdote, che toglie bambini
dalla strada e in molti casi, io e voi
lo sappiamo bene, questo significa
salvargli la vita. Solo che, quando
una famiglia adotta uno dei bambini
o, per lavarsi la coscienza, fa una
grossa donazione alla chiesa, lui
utilizza questi soldi per
contribuzioni alla curia invece che
per migliorare la vita dei ragazzi più
grandi che non vengono adottati, e
questo a me personalmente non
piace. Solo questo. Ma vi ripeto, è
importante quello che fa per loro:
questo conta»..
Ricciardi annuì.
«Già. Questo conta. Vi ringrazio,
padre. È sempre bello, parlare con
voi».
Don Pierino scrutò il viso di
Ricciardi:
«Anche per me, commissario.
Permettetemi una domanda, però:
perché questa attenzione? Se si tratta
di una disgrazia, come mai
addirittura un commissario della
questura si mette a fare tutte queste
domande in giro? Vedo qualcosa,
nella vostra espressione: come un
dolore, una tristezza. Che succede?».
Ricciardi tacque un attimo, poi
rispose:
«Padre, voi lo sapete: a girare per
la città e a essere testimone di quello
che succede, si diventa tristi per
forza. Il giorno che non mi rattristerà
più vedere un bambino così piccolo
morto, e buttato via come un vestito
vecchio; il giorno che non mi darà
più dolore pensare che a sette, otto
anni si può morire di fame o, come
nel caso di questo ragazzo, per fame,
riducendosi a mangiare le esche
avvelenate; il giorno che non vorrò
capire perché di notte e sotto la
pioggia un ragazzino girava da solo,
a piedi scalzi; il giorno che per me
sarà normale trovare un cadavere
seduto su uno scalone all'alba,
vegliato soltanto da un cane, quel
giorno ve lo giuro, padre, smetterò
di fare questo mestiere e me ne
tornerò al paese mio».
Ricciardi aveva bisbigliato, nel
silenzio freddo e umido della chiesa
di San Ferdinando; ma a don Pierino
era sembrato che avesse urlato a
pieni polmoni. Non poté fare a meno
di posargli una mano sulle braccia
che teneva conserte in petto, come
se fosse stato in preda a un forte
dolore all'addome.
«Lo sapete, commissario: voi
siete forse l'unica persona dalla
quale, ogni volta che vi incontro,
imparo qualcosa. E siete più
cristiano voi, che dite di non
credere, di tanti che riempiono
questi banchi ogni domenica per far
vedere i vestiti nuovi a tutti. Avete
ragione; e scusatemi per non aver
capito. Una cosa soltanto: state
attento, molto attento; don Antonio
in curia ha amici molto potenti,
proprio per il flusso di denaro che
assicura. Può darvi molto, molto
fastidio».

30


Il Gambrinus era affollato, quella
sera. La pioggia e il freddo
rendevano impossibile l'utilizzo dei
tavolini all'aperto e la gente aveva
voglia di qualcosa di caldo.
Ricciardi, in anticipo sull'orario
dell'appuntamento con Maione,
dovette aspettare per prendere posto
al suo solito tavolo, un po' in
disparte, davanti alla vetrata che
dava su via Ghiaia; vedeva passare
un flusso costante di persone che,
cercando di ripararsi dall'acqua,
tornavano a casa dai negozi e dagli
uffici del centro.
Quasi fuori dal campo visivo,
seduta a terra, vide una donna che
chiedeva l'elemosina, lacera e
fradicia, con la mano tesa; dietro di
lei un bambino, riparato sotto un
cornicione, avvolto in una coperta.
La madre, ammesso che lo fosse,
biascicava una richiesta a ogni
passante, Ricciardi non sentiva cosa
dicesse; erano pochissimi a gettarle
qualche spicciolo, senza nemmeno
rallentare.
A qualche metro di distanza, in
piedi, un giovane ben vestito in un
abito bianco irrideva rumorosamente
qualcuno mentre uno squarcio sul
panciotto elegante pompava fuori, a
fiotti, sangue nero. Diceva: voglio
vedere, dai. Voglio vedere se lo fai.
Ricciardi ricordava la rissa, due
mesi prima: ad accoltellare il
giovane a morte era stato un suo
amico, il suo migliore amico, stanco
di essere deriso per la propria
eccentricità nel vestire e per la
presunta vigliaccheria. Un modo
come un altro di esprimere un civile
dissenso tra guappi sull'eleganza
maschile.
Se c'era una cosa che avviliva
Ricciardi, in merito al Fatto, era il
dover prendere coscienza
dell'inutilità di certe morti. Non che
ci fosse una morte utile, beninteso:
su questo era perfettamente
d'accordo con Modo. Ma la futilità
di certe motivazioni per una
coltellata o per un suicidio lo
offendevano profondamente.
Mentre attendeva Maione per
ordinare, si soffermò sul contrasto
che si presentava davanti ai suoi
occhi: l'attaccamento disperato alla
vita di quel bambino, che tremava
sotto la coperta vicino alla madre la
quale, forse, sfruttava lo spettacolo
di sofferenza del figlio per
impietosire i passanti, e la risata
sganasciata che era stata il punto
esclamativo della vita del guappo
accoltellato. Vita per la quale si
lotta, vita che si getta via. Ma era
sempre la stessa vita. Oppure no.
La riflessione fu interrotta
dall'arrivo di un circospetto e umido
Maione, che si guardava attorno
come un adultero in flagranza di
colpa.
«Commissa', buonasera. Ci
dobbiamo stare molto accorti, l'aria
in questura diventa irrespirabile ogni
momento di più. Quella, solo la
lettera del segretario
dell'arcivescovo, ci mancava. Se li
vedete, Garzo e Ponte sembrano due
ballerine del San Carlo: saltellano
sulle punte una continuazione, si
aprono le porte delle stanze e uno
entra e l'altro esce».
Ricciardi alzò le spalle:
«Sono contento di non esserci,
allora. Siediti, aspettavo te per
ordinare. Che prendi?».
«Ma niente, commissa', io devo
tornare a casa per la cena che Lucia
e i bambini mi aspettano. Magari tre
zeppolelle, una sfogliatella con la
crema e un bicchiere di rosato,
grazie».
«Bene, così ti mantieni leggero
per il ragù di tua moglie, eh? Io
prendo la solita sfogliatella e un
caffe, grazie».
Congedato il cameriere, Ricciardi
chiese:
«Allora, sei riuscito a sapere
qualcosa di quello che ti avevo
chiesto?».
Maione esibì un fugace sorriso:
«Nientedimeno, commissa'? E
che, vi risulta che qualche volta che
volevo sapere qualcosa non ci sono
riuscito? Dunque: mi è venuto in
mente che l'appuntato Antonelli
tiene un figlio grandicello che
frequenta Capodimonte, una
guagliona che gli piace sta da quelle
parti. Allora l'ho mandato a
chiamare, a lui e alla guagliona, e ho
chiesto un poco di notizie sulla
parrocchia e su Tettè. Il bambino era
una conoscenza di tutti, faceva
tenerezza, stava sempre col cane
appresso, lo vedevano andare avanti
e indietro, prima pensavano che
fosse muto perché non lo sentivano
mai parlare, poi si accorsero che era
talmente balbuziente che riusciva a
chiacchierare solo col cane. E
proprio per questo fatto che era
balbuziente, mi ha detto la guagliona
che lavora in una bottega vicino alla
chiesa, tutti gli altri ragazzi della
casa se lo mettevano sotto e lo
sfottevano e lo picchiavano. La vita
di quella povera creatura doveva
essere veramente un inferno».
Ricciardi annuì:
«Lo sospettavo dal momento che
il prete mi disse, per prima cosa, che
tutti gli volevano bene. Una
precisazione non richiesta. Vai
avanti».
«Comunque il bambino non
reagiva mai. Era affamato d'affetto,
la ragazza si ricorda che cercava lo
sguardo degli altri per avere un
sorriso, una manifestazione di
amicizia: proprio per questo lo
trattavano peggio. I ragazzi sono
cattivi, certe volte, lo sappiamo. Ho
scoperto pure con chi lavorava,
Tettè: ed è stata una bella sorpresa.
Stava appresso a Capone Cosimo,
una nostra vecchia conoscenza. Fa il
saponaro, il rigattiere insomma, va
in giro con uno di quei carretti
carichi di merce, lo sapete, "qua la
pezza, qua il sapone": ma ha fatto
visita alle nostre stanze più di una
volta, io me lo ricordo benissimo.
Lingua lunga, elegante, un bel
sorriso: un fetente fra i peggiori. Si
dice in giro che da ragazzo
ammazzò a uno, non è stato mai
accusato formalmente, ma lui si
vanta di questa leggenda per fare
paura a chi è più fesso di lui. Ah,
grazie, mettete qua».
Quando il cameriere si fu
allontanato, Maione riprese a
raccontare:
«E insomma, non era un vero e
proprio apprendista, Tettè. Serviva a
Capone per fare pena alle signore, e
per tirare meglio sui prezzi. Mo' a
questo punto, la guagliona del
giovane Antonelli è diventata un
poco evasiva, e allora io mi sono
andato a fare un giro dai colleghi
che prendono le denunce di quella
zona, tra Capodimonte e la Sanità,
sapete. E ho scoperto che tre o
quattro lamentele per piccoli furti di
giorno sono arrivate, ed era
nominato il nostro amico Capone. Ci
sta qualcosa, insomma; può essere
pure che il veleno il bambino lo ha
trovato "lavorando" per questo
signore, e se l'è mangiato
casualmente».
Ricciardi ascoltava con la
massima concentrazione: «Tu pensi
che si servisse del bambino per
rubare?».
Maione rispose a bocca piena,
spruzzando zucchero in giro:
«Voi lo sapete, commissa', come
funziona coi bassi, le nostre case a
pianterreno dei vicoli: se io sono
bravo a chiacchierare, tengo
l'attenzione delle signore su di me, e
un bambino piccolo e svelto può
facilmente entrare e uscire senza che
nessuno se ne accorge. Rapido e
indolore, come dice il dottor Modo,
no? Forse, e dico forse, quel
bastardo di Capone così faceva. Se
no non capisco proprio che mestiere
si poteva imparare Tettè, e nemmeno
che aiuto potesse dare a quell'uomo:
non poteva parlare perché
cacagliava, e non poteva portare
grossi pesi perché era piccolo e
senza forze: l'unica cosa che poteva
fare, era fare pena».
Il commissario annuì, guardando
il bambino nella coperta lacera e
zuppa di pioggia dalla vetrata:
«Sì, hai ragione. Poteva solo fare
pena. Quindi si deve parlare con
questo Capone, magari mettendogli
un poco di paura addosso, per capire
se la morte accidentale del ragazzo
rimonta a lui».
Maione scosse il capo, inghiottì
una zeppola in un solo colpo e disse:
«Io però non credo che c'entri,
Capone, commissa', vi dico la verità.
E per due motivi: primo, è uno di
quelli che fa solo chiacchiere ma
non farebbe male a nessuno, troppo
vigliacco; secondo, sta di casa al
Vomero, lontano da dove abbiamo
trovato a Tettè; scende la mattina per
lavorare, se lo vogliamo chiamare
lavoro, e il pomeriggio se ne sale a
casa e ci mette due ore, e la
domenica non viene proprio. La
morte del ragazzo, su questo il
dottore è stato chiaro, risale alla
tarda serata di domenica: se fosse
stato in giro a quell'ora e in un
giorno così insolito per lui, qualcuno
nel quartiere lo avrebbe notato, a
Capone, e invece nessuno l'ha visto.
Ho verificato».
Ricciardi bevve un sorso dalla
tazzina, riflettendo. Poi disse:
«Questo Capone Cosimo mi pare
un personaggio da controllare. Non
è detto, che non c'entri niente. E
sulla vita in parrocchia, c'è altro?».
Maione raccoglieva con
concentrazione i resti mortali della
sfogliatella con le dita, crema
inclusa.
«Sì, commissa'. La guagliona del
figlio di Antonelli, vi ho detto,
lavora in una bottega che tra i clienti
tiene proprio la parrocchia. E mi ha
parlato abbastanza a lungo di questo
prete, don Antonio, e in generale
della vita che si fa là dentro».
Ricciardi disse:
«Che bello, che nessuno si fa i
fatti suoi, in questa città. Uno può
stare tranquillo che se c'è qualcosa
da sapere, alla fine si sa».
Maione assentì, filosofico:
«Infatti. Comunque pare che il
prete vuole vedere tutti i conti
personalmente, controllando il peso
della merce eccetera. È uno
attaccatissimo ai soldi, secondo
quello che mi ha detto la ragazza. E
dice pure che è terribile con le
punizioni, i ragazzi sono terrorizzati
da lui: pare che quando qualcuno fa
qualcosa che non deve fare, li chiude
in uno stanzino fuori al cortile, dove
d'estate non si respira e d'inverno si
muore dal freddo, pieno di topi e
d'insetti. Appena nomina lo
stanzino, pure come minaccia, tutti
rigano dritto. Mi servirebbe pure a
me, in casa, questo stanzino, che i
figli miei io parlo e quello che dico
da una parte gli entra e dall'altra gli
esce. Insomma, questo prete è un
fascista, solo che non usa l'olio di
ricino».
Ricciardi pensò che la personalità
di don Antonio andava arricchendosi
di simpatici particolari. Guardò dalla
vetrata e si accorse che il cane di
Tettè si era accucciato sulle zampe
posteriori tra la mendicante e il
guappo ucciso e lo guardava.
Rabbrividì.
«Vi siete raffreddato, eh,
commissa'? E per forza, con tutta
l'acqua che state prendendo in questi
giorni, senza cappello e ombrello.
Una cosa importante la ragazza me
l'ha detta all'ultimo, proprio mentre
se ne stava andando: pare che il
motivo principale, per cui gli altri
ragazzi a Tettè se lo mettevano sotto,
era che lui era il preferito di una
dama di carità, che se lo prendeva e
se lo portava in giro sulla sua
macchina. Dice che questa, la
guagliona il nome non lo conosceva,
dà talmente tanti soldi alla
parrocchia che il prete le fa fare
quello che vuole, e lei non ha figli e
Tettè era una specie di figlio».
Ricciardi assentì:
«Lo so, me l'hanno più o meno
detto, sia il prete che l'altra dama di
carità, una signora di una simpatia
che non ti dico. Soldi alla parrocchia
a parte, in verità».
«Chiaramente gli altri ragazzi lo
invidiavano assai; però più che
sfotterlo e sballottarlo un po' ogni
tanto non gli facevano, perché il
bambino metteva in comune quello
che la donna gli dava e il prete ci
teneva assai che l'idillio continuasse,
per i soldi che gli arrivavano. Chissà
mo' come farà, a tenersi stretta la
gallinella dalle uova d'oro: mi sa che
deve cambiare bambino».
«In effetti il nostro amico con la
tonaca mi è sembrato piuttosto
preoccupato, di questa cosa. La
signora è un'altra con cui mi
piacerebbe parlare».
«Credo che ci parlerete
abbastanza presto, commissa'. Ha
telefonato il dottor Modo, stasera: vi
saluta e vi dice di godervi le
vacanze; ha fatto pure un discorso su
un posto che vi voleva consigliare
per passare un po' di tempo, ma
secondo me è meglio che non ve lo
dico. Dice che domani mattina ci
sarà il funerale del bambino, una
cosa di lusso, pagato da una certa
signora che penso sia proprio quella
di cui stiamo parlando, e se ci volete
andare».
Ricciardi rimase a pensare,
guardando fuori. Il flusso della folla
che ritornava a casa era andato
scemando e la mendicante, raccattati
la coperta e il bambino come fosse
un fagotto di stracci, se n'era andata
per i vicoli. A presidiare la strada
erano rimasti il ridanciano guappo
morto e il cane.
«Va bene. Andrò a seguire
l'ultima passeggiata in carrozza di
Diotallevi Matteo, per gli amici
Tettè. Solo che amici non ne aveva».
Di spalle alla vetrata, con un
sospiro Maione disse: «A parte il
cane».
Come rispondendo a un segnale,
quello che era stato l'unico amico di
Tettè si alzò e se ne andò sotto la
fredda pioggia sottile.

31


Sette giorni prima, giovedì 22
ottobre.

Tettè corre.
Corre a rotta di collo, con gli
zoccoli in mano per non cadere.
Corre e rischia la vita, che
comunque perderà, sfiorando le
ruote di macchine e carrozze, che
strombazzano di fastidio.
Corre, e schiva i bastoni dei
signori che se lo vedono arrivare
addosso, che colpiscono per essersi
dovuti scansare.
Corre, e non volendo schizza
acqua dalle pozzanghere sulle balie
che spingono alte carrozzine, che
inveiscono su di lui con parole
incomprensibili pronunciate con
dialetti sconosciuti.
Corre, e altri scugnizzi cercano
di sgambettarlo per ridere di una
sua rovinosa caduta, ma lui lo sa e
salta, e non cade.
Corre, e le vetrine corrono al suo
fianco, con le commesse che vestono
i manichini che gli sorridono.
Corre, e due bambini con i
grembiuli e le cartelle, che
camminano tenendo per mano la
madre lo guardano, e gli invidiano
la libertà.
Corre nel vicolo, e il cane corre
dietro di lui, leggero, senza sforzo,
con le orecchie che sventolano come
fazzoletti agitati da un treno in
partenza. Fa gli stessi scarti del
ragazzo, sceglie le stesse traiettorie
come se fosse stato avvisato in
anticipo del percorso, come se lo
avessero concordato insieme.
Corrono, il cane e il bambino: le
stesse costole sporgenti, gli stessi
occhi concentrati, le stesse bocche
semiaperte nello sforzo. Corrono, e
sperano di farcela in tempo.
Cosimo sta fermo col carretto in
una piazzetta fra quattro vicoli, nei
Quartieri Spagnoli. Il giro è sempre
lo stesso, perciò Tettè sa dove
raggiungerlo a quell'ora. Una volta
che era buono con lui gli ha detto
che così, a passare a orari fissi, le
donne lo riconoscono meglio e lo
aspettano, e gli riservano i pezzi
migliori e fa buoni affari.
Infatti, qualche volta Cosimo è
buono, con lui. In quei momenti,
quando magari sta scurando notte e
gli affari sono andati bene, si mette
a raccontargli storie. Tettè lo sta a
sentire, e pensa che magari Cosimo
potrebbe essere papà suo, e lui il
suo bambino. Una volta addirittura
Cosimo gli ha regalato una moneta,
lucida lucida, e Tettè non l'ha mai
spesa, se l'è conservata nella tasca
dei pantaloni e ogni tanto la
prendeva per guardarla: poi
Amedeo l'aveva visto e se l'era
presa, ma lui se la poteva ricordare.
Tettè pensa; parlare non ci
riesce, ma pensa. E ricorda, ricorda
tutto. Ricorda le cose buone e le
cose cattive, ma in quelle cattive non
ci va, nella sua testa: le conserva
perché possono servire, ma non ci
va. Va in quelle buone, e in quelle
buone c'è Cosimo che gli racconta
una storia mentre sta scurando
notte.
Stavolta però Cosimo non è
buono, con lui. Lo capisce dallo
sguardo che gli fa quando lo vede
arrivare, pure se subito non lo
guarda più, se no le donne che
stanno attorno a lui se ne
accorgono.
Qualcuna la conosce e infatti,
quando lo vede arrivare, gli fa festa.
Eccolo Tettè, gli dice: bello, e com'è
che non c'eri, stamattina? Ecco pure
il cane, ma glielo vuoi dare un nome
a questo cagnolino, Tettè? Non lo
sai, che si dà un nome pure alle
bestie?
Tettè non risponde, ma sorride.
Non risponde perché è preoccupato
dello sguardo di Cosimo. E poi non
glielo vuole dare, un nome, al cane.
Lui col cane ci parla, stanno
insieme. Sono uguali. E se sono
uguali, come fa a darglielo lui un
nome, pensa Tettè. Lui un nome ce
l'ha, nella lingua sua. Quando vorrà
glielo dice.
Ma il cane non parla; e allora?,
pensa Tettè. Nemmeno io, parlo:
solo con lui. E gliel'ho detto, che mi
chiamo Tettè. Lui lo sa già.
La donna grassa che lo ha
salutato gli fa una carezza. Cosimo
se ne accorge, e comincia a dire che
gli vuole bene come a un figlio, e
comincia a raccontare la storia
dell'amico suo che è morto in guerra
affianco a lui nella trincea, e che
morendo gli ha detto di prendersi il
figlio con lui.
Una volta Tettè ha preso
coraggio e gliel'ha chiesto, a
Cosimo, se la storia era vera: se il
suo papà veramente è morto in
guerra. Cosimo gli ha dato uno
schiaffo dietro alla testa e ha detto
scemo, brutto cacaglio fesso, sei
scemo. Io in guerra non ci sono
proprio andato, che ho il cuore che
salta un battito. Lo dico per fare
pietà alle donne e avere più soldi
per il sapone. Tuo padre chissà che
disgraziato è, e tua madre una
donna da niente. E lo schiaffi è per
avermi fatto stare qua tutto questo
tempo, ad aspettare che dicevi
queste due parole.
Ora Cosimo per far vedere alle
donne che lui è come un figlio gli ha
messo la mano dietro al collo. Gli
dà un pizzicotto, fortissimo. Tettè
non piange, sa che se si mette a
piangere è peggio, ma fa gli occhi
pieni di lacrime. Quant'è bello,
guardate, dice un'altra delle donne,
quando sente parlare del padre
morto ancora gli vengono le
lacrime. Lui si passa la manica della
camicia sugli occhi e fa finta di non
sentire il dolore terribile.
Il cane emette un basso ringhio, e
scopre le zanne. Se ne accorge solo
Cosimo, che allenta la stretta.
Scambiati le pentole di rame e il
sapone, le donne se ne vanno e
Cosimo dice a Tettè un sacco di
parole brutte, perché ha fatto tardi e
lui ha dovuto dire a quella signora
là, di cui hanno parlato ieri, che
ripassava dopo. Per colpa sua, deve
correre un rischio in più. E gli dice
pure che se il bastardo gli ringhia di
nuovo gliel'ammazza: lui è capace
di spezzare un collo con le mani,
chiedesse in giro Tettè, lo sanno tutti
che lui ha ammazzato a uno, da
ragazzo.
Arrivano vicino a un portone
intarsiato. Entrano nel cortile,
Cosimo fa il suo richiamo, si
affacciano alcune donne, la
portinaia esce dalla casa al
pianterreno. Si mettono a
chiacchierare, Cosimo attira
l'attenzione, mostra la merce del
carretto, le donne ridono, lui fa lo
spiritoso. E' bravo, Cosimo: sa
quello che le donne vogliono sentirsi
dire. Qualcuna accarezza frettolosa
Tettè, qualcun'altra gioca un po' col
cane.
A un certo punto Cosimo
comincia a raccontare una storia
che ha saputo, di una certa signora
di Santa Lucia che ha l'amante, che
il marito l'ha trovata con questo,
eccetera. E' il segnale convenuto:
Cosimo dice sempre che le donne
non resistono, quando si comincia a
raccontare storie di mariti e di
amanti. Infatti tutte le donne stanno
là, attorno a Cosimo, con le bocche
aperte a sentire.
Tettè striscia piano nella casa
della portiera. Non ha molto tempo
e lo sa. Il cane rimane accucciato
fuori la porta: se qualcuno dovesse
avvicinarsi si metterebbe ad
abbaiare e Tettè capirebbe. Lo
hanno già fatto tante volte.
Dentro è scuro, ma è caldo. Sul
fuoco sta bollendo una pentola che
manda un odore buonissimo, Tettè
sente lo stomaco che brontola.
Appena gli occhi si abituano si
guarda attorno: vede un cassetto, lo
apre. Ci sono delle posate che
sembrano d'argento, Tettè ne prende
tre e le mette nella camicia. C'è
della biancheria appena stirata col
ferro a carbonella, lui prende un
fazzoletto ricamato e lo mette in
tasca. Il segreto, dice Cosimo, è
prendere poche cose: le donne non
se ne accorgono subito, lo
capiranno dopo giorni e non ci
penseranno, che sono passati loro.
Prima di uscire, sulle punte dei
piedi scalzi che non fanno rumore,
vede un pezzo di dolce caduto a
terra vicino alla tavola: lo prende, e
mette in tasca anche quello.
Ora Tettè è fuori, e appena lo
vede Cosimo conclude la storia fra
le risate e gli oooh di meraviglia
delle donne. Vende qualcosa, fa un
prezzo buono e loro sono contente.
Salutano con la mano e se ne vanno.
Si allontanano un bel po', per
sicurezza. Cosimo non dice niente,
sorride alle persone che incontra,
ogni tanto lancia il suo urlo di
richiamo. Tettè dà al cane il dolce,
una briciola alla volta, e l'ultimo
pezzetto lo mangia lui. È buono,
anche se c'è qualche formica dentro.
Basta toglierla prima, Tettè ci sta
attento.
Arrivano dietro a un angolo,
dove c'è la campagna. Qui non c'è
nessuno che li guardi. Tettè tira
fuori le tre posate e il fazzoletto
ricamato. Cosimo grugnisce
soddisfatto, le posate sono d'argento
massiccio. Hai capito la portiera,
commenta: chissà dove le ha rubate.
Tettè gli parla. Il serpente sale
dallo stomaco e si annoda nella
gola, come sempre: ma Tettè ha una
cosa importante da dire. Dice a
Cosimo che ha fatto tardi perché ha
dovuto servire messa, quella
mattina. Cosimo è di buon umore,
gli dice che hanno risolto lo stesso,
che va bene. Ma Tettè gli deve dire
un'altra cosa. Cerca di respirare,
quando respira bene il serpente
rimane indietro e lo lascia parlare.
A volte.
Gli dice che il prete, don Antonio,
ha parlato di chi ruba. Ha detto che
chi ruba va all'inferno, e brucia per
l'eternità. Lui una volta si è
bruciato, dice Tettè, per riscaldarsi
vicino a un fuoco in un portone, e fa
male, fa un male terribile. Gli fa
vedere il segno sul braccio, dove la
pelle è andata via e non è più
tornata. Gli dice che lui, Tettè, ha
paura di bruciare nelle fiamme
dell'inferno, e che non vuole
nemmeno che ci bruci lui, Cosimo.
Che perciò lo prega, lo prega di non
farglielo fare più.
Cosimo sembra che lo stia ad
ascoltare. Poi all'improvviso allunga
la mano e lo prende per il collo, e
stringe e alza. Tettè rimane con i
piedi a mezz'aria e si aggrappa alla
mano di Cosimo per non morire
strozzato. Il cane balza in piedi
abbaiando e ringhiando, Cosimo lo
guarda storto e posa di nuovo a
terra il bambino, ma non gli lascia
la gola.
Stammi a sentire, cacaglio fesso,
gli dice. Ascoltami bene, che te lo
dico una volta sola. Tu prova a
parlarne a qualcuno, a chiunque
delle cose che facciamo, e io ti
ammazzo. Ti ammazzo, capisci? E ti
ammazzo in un modo che nessuno
potrà mai capire che sono stato io.
Già l'ho fatto, te l'ho detto, e in
galera non mi ci hanno messo. Lo
capisci?
Prima ti ammazzo il cane, e te lo
faccio guardare morire: anzi, sai
che faccio? Accendo un fuoco
grande, dato che dici che hai paura
del fuoco. E poi ti ci butto dentro il
cane. Così lo vedi bene, che
significa bruciare all'inferno. Lo
capisci una volta e per tutte. E poi
ammazzo te.
Lo lascia cadere, con una spinta.
Tettè cade e vomita acqua e il
pezzetto di dolce. Il cane si avvicina
e gli lecca la faccia.

32


Chi fosse entrato nell'ufficio al
secondo piano della questura, in
fondo al corridoio, avrebbe visto un
solerte vicequestore nell'atto di
spulciare alcuni rapporti in un
ambiente luccicante di ordine e
pulizia. Un vero inno all'efficienza e
all'attaccamento al lavoro del Nuovo
Stato Fascista.
La realtà era un po' diversa. Gli
occhi seguivano le righe
dattiloscritte, ma la mente volava
per fatti suoi dietro cupi pensieri.
Garzo gettò di sfuggita
un'occhiata all'apparecchio
telefonico piazzato sulla scrivania.
Risentì l'odiosa voce nasale del
questore, che l'avvertiva del
prossimo arrivo di un funzionario di
un'organizzazione non meglio
identificata; l'uomo avrebbe dovuto
ricevere da lui alcune notizie, nella
prospettiva della prossima visita del
Duce, in merito alla sicurezza e più
in generale alle indagini in quel
momento in corso presso la
questura, con riferimento
naturalmente al crimine ordinario,
che era quello che gli competeva.
La cosa non gli piaceva, neppure
un po'. E per diversi motivi. Primo:
qual era questa organizzazione? Non
aveva un nome? Era una struttura
del Ministero dell'Interno? Si
trattava di una qualche branca
dell'esercito? Secondo: che
significava, "con riferimento
naturalmente al crimine ordinario"?
Qual era l'altro o gli altri crimini
sotto osservazione, per i quali la
questura non era competente? Terzo:
La sicurezza oggetto dell'intervista
era quella del Duce e del suo
seguito? E chi era questo
funzionario? Come l'avrebbe
riconosciuto, se non gli era stato
detto un nome?
Il vicequestore era uno di quelli
che non riuscivano a sopportare gli
imprevisti: gli davano un senso di
disordine, gli impedivano di
pianificare. Gli piaceva muoversi nel
solco tracciato dalle procedure,
quando ogni evento aveva un
precedente al quale rifarsi e uno
schema da seguire pedissequamente.
E questa visita, annunciata e non
annunciata, non aveva, a sua
memoria, alcun precedente.
Mentre scorreva il rapporto senza
leggerlo, sentì un discreto colpo di
tosse alla sua destra. Fece un salto
spettacolare: la penna gli volò di
mano, tracciando una striscia
d'inchiostro in aria e poi una
pioggerella di gocce nere sul ripiano
della scrivania; gli occhiali caddero,
fortunatamente senza rompersi, e gli
venne fuori un urlo in falsetto
piuttosto mortificante.
Davanti a lui, in piedi col
soprabito sul braccio e in mano un
ombrello chiuso, stava un uomo di
mezza età con pochi capelli
brizzolati e un abito scuro piuttosto
ordinario.
«Chi... chi accidenti siete, voi? E
che ci fate, qui dentro? Come siete
entrato? Ponte! Ponte!»
Lo sconosciuto fece un mezzo
sorriso.
«Calmo, dottore. Nessun
problema. Ponte non c'è, gli è stato
detto di andare in pausa, prima del
mio arrivo. Un ordine da parte
vostra, che ci farete la cortesia di
confermare. Io sono la persona che
aspettavate. Potete chiamarmi Falco.
Appartengo a quell'organizzazione
che sta predisponendo quanto
necessario alla visita del Duce».
Garzo non aveva ripreso fiato e
continuava a guardare il sedicente
Falco con gli occhi fuori dalle
orbite:
«Ma... ma... non è questo il
modo! Non siete abituati a bussare
alle porte, voi? Poteva prendermi un
colpo!».
Falco non accennò a scusarsi.
«Non possiamo trattenerci a
lungo in un corridoio, dottore.
Questo comporta, a volte, un atto di
apparente maleducazione. Vogliamo
venire a noi, adesso? Immagino che
vi sia stato già detto quello che ci
serve sapere».
Ritrovato un minimo di controllo,
Garzo cercava di pensare più
velocemente possibile. Questa
specie di spettro che gli si era parato
davanti era sicuramente della polizia
segreta, di cui si favoleggiava in
tutte le questure e sui giornali
sediziosi stampati in segreto e gettati
alla folla di nascosto. Ciò implicava
che doveva stare attento, molto
attento: aveva sentito di persone e
persino di famiglie intere sparite nel
nulla, che dalla sera alla mattina non
avevano lasciato alcuna traccia
dietro di sé. Bisognava compiacerli.
Esibì uno sghembo sorriso, si
rimise gli occhiali sul naso e disse:
«Prego, accomodatevi e ditemi
pure».
Oltre tre ore dopo avevano
minuziosamente pianificato ogni
singolo attimo della visita del Duce,
valutando percorsi alternativi a
quelli che sarebbero stati annunciati,
persone presenti agli incontri,
momenti istituzionali e privati.
Molte volte, quando Garzo
manifestava preoccupazione in
merito alla disponibilità di uomini,
Falco sorvolava dicendo:
«Non c'è alcun problema, su
questo. Non vi preoccupate».
Il vicequestore si rese conto che
ci sarebbe stato un contingente
molto nutrito a fare da nastro
protettivo, in incognito e senza
divisa. Ciò gli trasmetteva ansia,
invece di rassicurarlo; ma capiva che
era meglio eccedere in prudenza che
difettare.
Alla fine Falco, che non si era
nemmeno sbottonato il panciotto,
chiese:
«E ditemi, adesso, dottore: quali
e quante indagini per crimini seri ci
sono in corso, in questo momento?
Ci piace avere tutta la situazione
sotto controllo, come avrete capito, e
non vogliamo certo che qualche
nodo arrivi al pettine proprio quando
sono presenti la massima carica
dello Stato dopo il Re e tutti i
maggiori funzionari del ministero,
no?».
Garzo fronteggiò fiero lo sguardo
dell'uomo:
«No, certo. Grazie al cielo non ci
sono stati eventi recenti, e le
indagini in corso concernono reati
minimi e contro il patrimonio.
Questa città, caro signore, è
mantenuta in perfetto ordine».
Falco lo fissò in volto per un
lungo, imbarazzante momento in
seguito al quale sul collo di Garzo si
formò la famosa chiazza rossa e
cominciò a espandersi verso nord.
Alla fine annuì e disse:
«Va bene. In effetti così ci risulta.
E l'organico è tutto presente?».
Garzo prese i registri del
personale e li squadernò davanti
all'ospite:
«Abbiamo sospeso i turni di
ferie. L'unico assente è il
commissario Ricciardi Luigi
Alfredo, che ha chiesto qualche
giorno di vacanza ma rientrerà in
servizio il giorno prima della visita
del Duce. Abbiamo ritenuto di
autorizzarlo perché frequenta... cioè,
è in amicizia con una persona vicina
alla famiglia stessa di Sua
Eccellenza, amica della figlia, che
terrà un ricevimento al quale donna
Edda dovrebbe essere presente».
Falco assunse un'aria pensosa:
«Ah, la signora Ciano. Quello è
un altro problema, che però non vi
riguarda direttamente. La signora è
molto meno controllabile di Sua
Eccellenza, purtroppo. È
insofferente a ogni forma di
accertamento e molto dinamica e
intraprendente. Va protetta a sua
insaputa».
Garzo valutò immediatamente
che qualsiasi commento avrebbe
potuto essere usato contro di lui e
tacque. Falco continuò:
«Sappiamo, naturalmente, di
questo ricevimento. E sappiamo di
questo Ricciardi, della sua amicizia
con la signora... Vezzi, vero? La
vedova di Arnaldo Vezzi, che è
arrivata da poco in città. Una
bellissima donna, molto apprezzata a
Roma. Il vostro Ricciardi è un uomo
fortunato».
Garzo credette di aver fiutato
l'aria e commentò entusiasta:
«Uno dei nostri uomini migliori,
credetemi. Capace e fidato, per me è
un aiuto indispensabile. Non so
quante volte, con le mie indicazioni
naturalmente, è riuscito a chiudere
indagini intricatissime».
Falco annuì:
«Certo, certo. Mi risulta anche
questo. Ma non tutte le sue
frequentazioni sono così
apprezzabili; alcuni personaggi a lui
vicini ci lasciano un po' perplessi, in
verità. Il medico legale, Modo, per
dirne uno. Un uomo che non perde
occasione di gridare ai quattro venti
pesanti critiche al regime. Il che,
come potete immaginare, non ci fa
piacere».
Garzo boccheggiò come una
triglia in punto di morte e si
produsse in un formidabile
dietrofront.
«Ah, ma io non ho alcun rapporto
con Ricciardi, al di fuori dal lavoro!
Anzi, vi dirò, eccellenza, che
quell'uomo ha dei lati oscuri che non
mi piacciono. Mi propongo di
controllarlo meglio, in futuro, state
pure tranquillo».
Falco si alzò con un sorrisetto:
«Non esageriamo, Garzo. E non
chiamatemi eccellenza. Anzi, mi
userete la cortesia di dimenticare
questo nostro incontro, e di fingere
di non riconoscermi se, ma è
altamente improbabile, ci
incroceremo per strada. Buona sera,
e divertitevi, con la signora, al
ricevimento della vedova Vezzi. Non
abbiate pensieri, perché la serata si
svolgerà lieta senza alcun
imprevisto».
E uscì, silenzioso com'era
entrato.
Rimasto solo Garzo cominciò a
tremare; non riuscì neanche ad
accendersi una sigaretta. Si sentiva
come uno che ha rischiato la morte e
se ne accorge soltanto con colpevole
ritardo. Aprì il cassetto e guardò la
busta della curia, con la richiesta di
chiarimenti sulla presunta indagine
per la morte del bambino: si passò la
mano nei capelli e si sbottonò il
colletto della camicia, emettendo un
lungo sospiro.
Era necessario, assolutamente
indispensabile che nessuno si
sognasse di infastidire ulteriormente
il parroco di Santa Maria del
Soccorso. Se ne sarebbe occupato
personalmente, se necessario.
Ringraziò il cielo che
l'organizzazione di Falco non avesse
saputo di quella lettera.

32


Venerdì, 30 ottobre

Ricciardi arrivò all'ospedale
molto presto. Voleva trovarsi da solo
col dottore, per parlargli con calma
prima dell'inizio del funerale di
Tettè.
Pioveva, tanto per cambiare; ma
la pioggia quella mattina era
un'atmosfera. Sottile, costante,
rendeva grigia l'aria e grigie le
anime. Il colore giusto, pensò il
commissario. Lungo la strada il cane
non c'era, e lui non ne fu sorpreso;
lo trovò dove se l'aspettava, nel
cortile che dava sull'obitorio
dell'ospedale, in disparte, accucciato
in una rientranza del muro di cinta.
Sotto la tettoia, fumando, c'era
Modo che lo guardava.
«Quel cane m'inquieta. Lo vedo
spessissimo, da quando è arrivato il
bambino. Ogni tanto se ne va, come
se sentisse un richiamo; ma poi
torna. L'altro ieri ho fatto il turno di
notte e non si è mosso per tutto il
tempo. Gli ho dato qualcosa da
mangiare, ma non si è avvicinato.
Ha aspettato che io mi allontanassi,
e poi ha spazzolato tutto in un
minuto.
Ricciardi annuì:
«Sì, lo vedo. Mi è capitato
d'incontrarlo, ultimamente. Percorre
le stesse strade che faceva con
Tettè».
Modo lo guardò ironico:
«Tettè, eh? Ti sei affezionato al
bambino dopo morto, a forza di
scavare. D'altra parte ti si confà,
questo: il tetro Ricciardi si lega ai
morti più che ai vivi. Forse hai
sbagliato mestiere, sai: dovevi fare il
mio. O quello di quei signori là».
Indicò col capo il carro funebre
bianco trainato da due cavalli,
presso il quale due uomini fumavano
e battevano i piedi a terra per il
freddo.
«Non si è badato a spese, hai
visto? Chi ha pagato il funerale ne
ha voluto uno di buon livello. Non
esagerato, non pomposo, ma di buon
livello. L'ultimo viaggio lo fa in
carrozza, il tuo, come hai detto?,
Tettè. Pochi anni, ma un'uscita di
scena degna di nota».
«A proposito, Bruno, ma chi lo
paga il funerale? Il prete non mi è
sembrato uno incline alle spese di
rappresentanza».
Modo ridacchiò:
«Figurati. Quelli si fanno pagare
pure l'illusione del Paradiso,
immagina se tirerebbero fuori un
centesimo per seppellire un
orfanello. No, non certo il prete. Ho
chiesto ai becchini, il funerale è
stato predisposto e pagato da una
certa signora Fago di San Marcello,
che pare facesse la dama di carità
presso la parrocchia di Santa Maria
del Soccorso. Soldi da buttare,
evidentemente. Poteva spenderli
meglio dando da mangiare al
bambino, così non sarebbe stato
costretto a ingerire le esche
avvelenate e adesso sarebbe ancora
vivo, a giocare col suo cane».
Ricciardi scosse il capo:
«Sempre cinico e materialista.
Invece è bello che, almeno da morto,
ci sia qualcuno che lo rimpianga.
Sai, facendo qualche domanda qua e
là mi pare di capire che di questa
creatura non fregasse proprio niente
a nessuno».
«Un fantasma, insomma. Uno
delle migliaia e forse centinaia di
migliaia di fantasmi di questa città.
Quelli che nessuno vede».
Lo dici tu, pensò Ricciardi.
Qualcuno che li vede, i fantasmi, c'è.
Purtroppo.
«Infatti, Bruno. Ma che almeno
dopo morti hanno diritto di avere
qualche risposta».
Modo aspirò una boccata dalla
sigaretta.
«Perciò il commissario Ricciardi,
cavaliere delle anime perse, si mette
a scavare. Attento, però: tieni
presente che il tuo capo in testa,
stivaloni e orbace inclusi, sta per
arrivare e vorrà trovare tutto in
ordine. Finisce che ti prende per
l'orecchio e ti spiega a calcioni e
olio di ricino che invece tutto va
bene, che la città è meravigliosa e in
ordine e che il rancio è ottimo e
abbondante».
Ricciardi scosse il capo:
«Stai diventando vecchio, Bruno.
E con la vecchiaia stai prendendo
delle brutte fissazioni. Ormai la butti
in politica qualsiasi discorso tu
faccia. Lo capisci che questo non ti
rende poi molto diverso da quelli
che odi? Anche loro parlano sempre
e comunque di politica. A me la
politica non interessa, per niente. A
me interessa fare quello che posso.
Se ognuno facesse così, magari
parlare dei massimi sistemi
diventerebbe inutile. Finalmente».
Modo rise:
«Luigi Alfredo Ricciardi, detto
san Francesco. Bravo! Fregatene
anche tu, lasciamo tutto in mano a
loro. Tanto già hanno preso tutto».
Ricciardi si strinse nelle spalle:
«Basta, basta, per carità. Ho
imparato la lezione: darti subito
ragione, così si può cambiare
argomento. A proposito di cambiare
argomento: al di là del modo in cui è
morto, l'altro giorno mi hai
accennato di quanto fosse malandato
il bambino. Mi spieghi un po'
meglio?».
Modo schiacciò a terra il
mozzicone, esalando l'ultima
boccata di fumo.
«Allora, fammi ricordare: era
magro, magrissimo e questo lo hai
visto anche tu. Lo strato di adipe
sotto la pelle era una pellicola
sottilissima. Abrasioni sulle
ginocchia, lividi sulle gambe, ma
roba di giorni e settimane prima,
niente di contestuale alla morte. Una
bruciatura su un braccio, piuttosto
grave ma vecchia, forse di uno o due
anni fa. Profonda, però. Un segno
brutto. Di strano, alcuni lividi sul
collo, di tre, quattro giorni prima di
morire, perché i segni erano bluastri,
non rossi: qualcuno lo ha preso per
la gola. Questi ragazzi fanno lotte
terribili per campare, spesso fra di
loro. Lui però non ricambiava le
cortesie: le mani erano in ordine, le
unghie non erano spezzate, niente
lividi sulle nocche. Subiva, e basta.
La pelle dei piedi, invece, sotto, era
ispessita come una suola per
l'abitudine a camminare scalzo».
Ricciardi ascoltava con la solita
attenzione:
«Quindi niente di recentissimo.
Niente che faccia pensare a una
colluttazione precedente alla morte».
«No, te l'ho detto. L'ingestione
delle esche è stata volontaria, non
forzata. Il cavo orale, l'esofago,
l'interno delle guance: tutto in
ordine. Quelle che ti ho elencato
sono ferite di guerra: la guerra che
un bambino come quello fa ogni
giorno per campare, in questa tua
bella città fascista».
«Che è anche la tua, peraltro.
Almeno fino a quando arriveranno
un paio d'uomini vestiti di nero a
prenderti, e nessuno saprà più nulla
di te».
Modo si strofinò le mani per
riscaldarle:
«Mi dicono che il confino sia in
posti caldi e di mare, molte volte. E
il premio maggiore sarà non dover
vedere più la tua brutta faccia».
Si interruppero per l'arrivo del
piccolo corteo della parrocchia di
Santa Maria del Soccorso: in testa
un compunto don Antonio, completo
di paramenti e cappello a ruota; a
seguire i cinque ragazzi, vestiti al
meglio e comunque piuttosto laceri,
le teste rasate lucide di pioggia; a
chiudere il sacrestano, con una
coppola calcata fin sulle orecchie e
le mani in tasca. Il parroco incrociò
gli occhi di Ricciardi e Modo e
restituì un freddo cenno del capo,
prima di entrare nella cappella
dell'ospedale.
Qualche attimo dopo fece il suo
ingresso nel cortile una Torpedo
color crema, guidata da un autista in
livrea. L'uomo scese e, cercando di
non inzaccherarsi, aprì lo sportello
posteriore dal quale scese la signora
De Nicola Bassi, maestosa quanto la
vettura ma in cappotto marrone;
dietro di lei un'altra donna, più
giovane, interamente in nero.
Ricciardi ne guardò la figura con
curiosità: sottile, la carnagione
chiara che si intuiva sotto il cappello
con la veletta nera, molto elegante.
Era piegata nella schiena e stringeva
un fazzoletto sulla bocca: sembrava
l'allegoria della sofferenza.
Le due donne entrarono in chiesa.
Modo e Ricciardi le seguirono,
rimanendo però in fondo alla piccola
navata senza sedersi. Al centro, su
un catafalco, una cassa bianca di
minuscole dimensioni: da morto e
nella sua bara Tettè sembrava ancora
più piccolo.
I ragazzi erano stretti nello stesso
banco; cercavano di tenersi distanti
dalla cassa come se la morte fosse
contagiosa. Passando vicino per
andare in prima fila, sorretta dalla
De Nicola, l'altra donna proruppe in
accorati singhiozzi rauchi. Don
Antonio le si avvicinò per
sorreggerla e accompagnarla a
sedersi.
L'ufficio funebre fu breve e
solenne. A Ricciardi non parve che
ci fosse un reale coinvolgimento di
don Antonio, che pure parlò molto
bene; ma imputò l'impressione al
proprio negativo pregiudizio.
Durante tutta la funzione Carmen
Fago di San Marcello, questo era il
nome dell'altra dama di carità, non
smise di singhiozzare e tossire. Un
dolore del genere non si fingeva: il
commissario sentì subito una forte
sintonia con quella sofferenza così
profonda.
Alla fine entrarono i becchini e
portarono la bara fuori, nel carro.
Nel frattempo erano arrivate alcune
corone di fiori, i cui nastri
indicavano come mittenti la De
Nicola e l'organizzazione delle dame
di carità. Su una, la più bella, c'era
scritto solo: a Tettè, con tutto
l'amore. La Fago si avvicinò, ne
estrasse una rosa bianca e la baciò,
per poi adagiarla con cura sulla
piccola bara lucida di pioggia.
Ricciardi si avvicinò e le fece un
lieve inchino col capo:
«Signora, mi chiamo Ricciardi.
Credetemi, vi sono molto vicino per
la perdita. Non ho conosciuto il
bambino, ma vi sono lo stesso
vicino».
La donna alzò il velo, mostrando
due occhi rossi e gonfi e un volto
bello ma straziato dal dolore.
«Il commissario, sì, mi hanno
detto. Io sono Carmen Fago; vi
ringrazio. La perdita è di tutti, non si
poteva non amare Tettè».
«Ne sono certo. Io vi chiedo
scusa per il momento, ma sarebbe
per me molto opportuno poter
scambiare con voi due parole,
dopo.... quando sarà finita la
cerimonia».
La De Nicola, che si era
avvicinata per avvertire Carmen
della partenza del corteo funebre,
fulminò Ricciardi con lo sguardo:
«Ma vi pare il momento, questo.?
Siete decisamente un insensibile,
senza cuore. Non vedete, com'è
disperata la mia amica?».
La Fago mise una mano guantata
sul braccio dell'amica: «No,
Eleonora: ti prego, voglio parlare col
commissario, invece. Lui vuole
capire, e anch'io».
La donna più anziana cercò di
protestare:
«Carmen, te l'ho già detto, non
c'è niente da capire. È stata una
disgrazia, una terribile disgrazia.
Perché vuoi tormentarti ancora?».
La più giovane scosse il capo,
decisa:
«Io l'ho visto, solo due giorni
prima. L'ho visto e stava bene,
capisci? Stava bene. Era il mio
bambino, quello che mi ha fatto
provare la tenerezza che la natura mi
nega. Non posso, non voglio
lasciarlo andar via così».
Si rivolse di nuovo a Ricciardi:
«Commissario, sarò con voi
subito dopo, quando Tettè... quando
lo avremo lasciato. Vi prego,
aspettatemi».

34


Il carro si avviò uscendo dal cortile
dell'ospedale, immergendosi nel
popolare e affollatissimo quartiere
della Pignasecca.
Nonostante la pioggia sottile il
mercato imperversava con i suoi
mille suoni, richiami, litigi,
contrattazioni rumorose; quando
però il carro bianco emerse si fece
uno spettrale silenzio, e si
formarono due ali di folla. I cavalli
conoscevano il proprio mestiere, e
anche se il carico era leggero
assunsero un passo cadenzato e
fiero.
Don Antonio apriva il corteo, con
l'aspersorio, seguito dai due gemelli
con la veste da chierichetto; il loro
aspetto, in tutto uguale se quello
senza denti davanti teneva la bocca
chiusa, era molto coreografico.
Seguiva Carmen che non
smetteva di piangere, sostenuta da
un'Eleonora seria e matronale.
Gli altri tre ragazzi camminavano
a capo chino; Cristiano lanciò un
fugace sguardo a Ricciardi,
piantando poi gli occhi al suolo
senza più spostarli. Un passo dietro
di loro il sacrestano, a sorvegliarne
le mosse come un secondino.
Ricciardi e Modo, uno a capo
scoperto e l'altro col cappello
calcato in testa, chiudevano il
seguito. Dietro di loro, ruggendo
come una pantera pronta all'attacco,
la Torpedo che aveva condotto le
due donne.
Gli uomini si toglievano il
cappello o facevano un saluto
militare; le donne si segnavano,
qualcuna tirò fuori addirittura un
rosario e cominciò a pregare in
silenzio. Molti chiedevano con
curiosità a chi gli stava di fianco di
chi si trattasse: i funerali dei poveri
non erano così sfarzosi, con carro e
fiori, e quando moriva un bambino
di famiglia benestante la voce si
spargeva subito.
Arrivati all'angolo dello Spirito
Santo, quando la strada si
congiungeva con via Toledo,
Carmen aprì la borsa nera e cavò
una manciata di confetti bianchi, che
lanciò ai lati come se seminasse.
Subito un nugolo si bambini scalzi e
laceri, silenziosamente, si lanciarono
per recuperare i dolci, cominciando
a litigarseli.
Ricciardi conosceva l'uso, e
scambiò con Modo un'occhiata
d'intesa: quei confetti
rappresentavano le feste che il
bambino morto non avrebbe mai
avuto, comunione, cresima,
matrimonio. Osservarono quei
bambini, festosi e affamati, dietro il
funerale. La morte e la vita, a
intrecciarsi per l'eternità.
Saverio, uno dei ragazzi di Santa
Maria del Soccorso, seguì l'istinto e
si lanciò su una manciata di confetti
per litigarseli con due scugnizzi, ma
il sacrestano repentino lo prese per
la collottola e lo rimise in posizione.
Il corteo mantenne la formazione
fino a piazza Dante, dove si sciolse.
Uno dei becchini si avvicinò a
Carmen che prese dalla borsa una
busta; l'uomo si toccò il cappello e
rimontò sul carro, che partì verso il
cimitero di Poggioreale. Ricciardi
aspettò in disparte con Modo,
mentre don Antonio si fermava a
salutare cerimoniosamente le due
dame. Al commissario non sfuggì
l'eleganza e la rapidità con cui
nascose nelle pieghe della tonaca
un'altra busta che Carmen aveva
estratto.
Dopo qualche minuto di
reciproche condoglianze, il prete si
avviò verso Capodimonte, seguito
dai ragazzi e dal sacrestano. Prima
di partire si girò verso Ricciardi,
fissandolo negli occhi brevemente. Il
commissario sostenne lo sguardo,
finché il prete distolse il suo.
Modo gli strinse il braccio:
«Ti saluto, amico mio: dopo aver
fatto compagnia a un morto vado a
vedere se posso fare qualcosa di
buono per qualche vivo, che magari
non lo rimarrà a lungo. Stai attento,
mi raccomando; sono preoccupato
per te, anche se questo Ricciardi che
indaga da solo non mi dispiace».
Ricciardi gli indirizzò la smorfia
che usava al posto del sorriso:
«Concludiamo ogni nostro
incontro raccomandandoci
reciprocamente di stare attenti. Ci
dev'essere qualcosa che non va».
Si avvicinò alle due donne.
Eleonora lo guardò di sfuggita con
una certa ostilità e si rivolse a
Carmen:
«Se vuoi ti aspetto nella mia
macchina. Quando hai finito ti
riaccompagno».
La giovane scosse il capo:
«No, stai tranquilla: vai pure. Io
chiederò al commissario di
riaccompagnarmi, abito qui vicino,
saranno dieci minuti a piedi, e piove
pochissimo. Voglio anche prendere
un po' d'aria. Grazie, Eleonora. Ti
telefono più tardi, magari» .
Continuando a scrutare truce
l'impassibile Ricciardi, Eleonora
annuì:
«Va bene, se vuoi così. Salutami
tuo marito. A dopo». E se ne andò,
senza salutare.
Ricciardi disse:
«Temo di non piacere molto alla
vostra amica. Interpreta le mie
domande sulla vita di Matteo come
un dubbio sul modo di don Antonio
di assistere i ragazzi, e anche lui
condivide la sensazione».
Carmen rispose con la voce
ancora arrochita dal pianto: «E non è
così, commissario? Qual è il motivo
delle vostre domande, se non
questo?»
Si avviarono, ripercorrendo via
Toledo nel senso opposto al corteo
funebre. Carmen aveva aperto un
vezzoso ombrellino per ripararsi
dalla pioggia. Ricciardi si accorse
che era giovane, probabilmente non
più che trentenne, ma aveva negli
occhi un dolore insopportabile.
«No, signora», rispose, «non ho
dubbi su don Antonio. Penso che si
potrebbe fare di meglio, sì; ma fa
pur sempre molto. E non ho
nemmeno dubbi sulla tragica
casualità della morte di Tettè, se è
per questo: quello che voglio capire
è se e come posso evitare che
succeda ancora a qualcun altro dei
ragazzi. E per capirlo devo sapere di
più sulla vita del bambino, tutto
qui».
Carmen si soffiò il naso nel
fazzoletto che aveva sotto il guanto.
«Capisco. Vedete, commissario,
io sono sterile. Fin da bambina ho
avuto un unico sogno: avere un
figlio mio. La mia era una famiglia
semplice, mio padre un maestro, mia
madre stava in casa. Io la guardavo
desiderando di poter essere come lei
col mio fratellino: una madre, solo
una madre. Poi ho conosciuto mio
marito, e con lui avrei voluto avere
dieci, dodici figli. Una di quelle
belle, sane famiglie numerose. E
invece niente, non sono venuti».
Ricciardi sentiva l'onda
incessante della malinconia nella
voce della donna: un flusso come la
risacca del mare, calmo e terribile.
«Non so da quanti medici siamo
stati, in quanti santuari. Mio marito
è ricco, sapete: molto ricco. Avrebbe
potuto adottarne cento di bambini,
ma io non ho voluto. Io volevo carne
della mia carne tra le braccia, il
frutto del mio amore, non di quello
di altri. Dopo dieci anni mi sono, ci
siamo rassegnati. Saremmo
invecchiati da soli, e con noi sarebbe
finito il nome di mio marito. Io mi
sono data alla carità. Questa città ne
ha un disperato bisogno, sapete,
commissario».
Ricciardi annuì; ne era
perfettamente consapevole.
«Poi, dopo circa un anno, ho
conosciuto Tettè. Era il più piccolo,
balbuziente, non riusciva nemmeno
a parlare. Ma aveva un sorriso,
commissario, un sorriso che
scioglieva un nodo in petto che non
sapevo nemmeno di avere. Io lo
ricordo... scusate...»
Carmen fu interrotta da un
accesso di lacrime. Ricciardi aspettò
che si calmasse.
«Ci siamo capiti subito, è bastato
uno sguardo. Lui non parlava con
nessuno, questo difetto di parola
spazientiva gli adulti, anche
Eleonora, mentre gli altri ragazzi lo
prendevano in giro. Io non sono una
persona paziente, non lo sono mai
stata: con lui, però, lo ero. Ci
mettevamo per ore, lui a disegnare e
io a parlargli con dolcezza, e alla
fine con me non balbettava quasi
più. Riusciva a dirmi del suo mondo,
delle sue cose. Io raccontavo a lui,
lui raccontava a me. Era come se le
nostre due solitudini si fossero
incontrate, dopo essersi attese per
tanto tempo».
Ricciardi ascoltava, in silenzio.
Poi disse:
«Lo vedevate spesso, signora?
Intendo, a parte le lezioni che gli
facevate due volte la settimana».
Carmen sospirò. Raccontando
sorrideva tra le lacrime.
«Andavo a prenderlo perlomeno
una volta alla settimana: adorava la
mia macchina, era eccitatissimo ogni
volta che poteva venirci. Gli avevo
comprato dei vestiti che tenevano in
parrocchia, coi quali lo vestivano
quando usciva da solo con me. Lo
portavo a mangiare, ma si saziava
subito, perché aveva lo stomaco
piccolo. Io lo portavo in giro senza
autista, lui amava il vento che lo
spettinava dal finestrino, e d'estate
scoprivo la capote e ridevamo,
quanto ridevamo. Erano i momenti
più felici, per me e per lui. Era il
figlio che non avevo avuto,
commissario. Dio me l'aveva dato,
alla fine».

35


Sette giorni prima, venerdì 23
ottobre.

Nello stanzone fa freddo,
freddissimo. È ancora presto, ma
Tettè è sveglio da tempo,
imbacuccato sotto le tele di sacco
che usa come coperte.
La pioggia che picchietta sulle
imposte ancora chiuse e l'umidità
dovrebbero renderlo triste; invece
Tettè sorride felice. È il giorno più
bello della settimana, quello. Il
giorno del suo angelo.
Tettè sogna a occhi aperti e
aspetta. Quando Nanni apre la porta
e urla di svegliarsi, balza dal letto e
comincia a ripiegare le coperte
improvvisate, recuperando da sotto
il pagliericcio pantaloni e camicia.
Rabbrividisce indossandoli, sono
gelidi sulla pelle nuda.
Il sacrestano, una volta
assicuratosi che anche i più
recalcitranti siano fuori dalle
coperte, si avvicina a Tettè e gli fa
segno di andare con lui nell'altra
stanza. Tettè lo segue, con gioia. Gli
altri ragazzi li guardano, e i gemelli
si scambiano un cenno d'intesa.
Nell'altra stanza fa ancora più
freddo, perché non ci dorme
nessuno; è un piccolo ambiente che
il sacrestano tiene chiuso a chiave.
C'è un tavolo con due sedie e un
armadietto di ferro arrugginito,
anche quello chiuso. Il sacrestano lo
apre, tirando fuori la chiave dalla
tasca. Tettè non riesce a non
sorridere, e Nanni lo guarda storto.
L'uomo prende dall'armadio un
paio di calzoni corti e una blusa da
marinaretto, un cappellino e un paio
di scarpe di cuoio nere. Gli abiti
sono immacolati e perfettamente
stirati. Nanni li pone come una
reliquia sul tavolo e si siede a
guardare Tettè che si cambia.
A Tettè non piace lo sguardo del
sacrestano; è uno di quegli sguardi
in cui non si riesce a leggere niente.
Ha gli occhi sempre arrossati; Tettè
sa, come tutti i ragazzi, che l'uomo
si ubriaca la sera in una taverna
vicino al porto. Lo hanno visto molte
volte russare a bocca aperta
sdraiato per strada, d'estate.
Ti stai facendo grande, dice
Nanni mentre lo guarda. Proprio
grande. Tettè fa in fretta a vestirsi
con gli abiti puliti, e per far presto
perde l'equilibrio e quasi strappa i
pantaloni. L'uomo fa uno scatto e gli
molla uno schiaffone.
Stupido cacaglio, gli dice: questi
calzoni valgono assai più di te. Non
hai idea di quello che ti fa don
Antonio, se li strappi. A Tettè ronza
l'orecchio dov'è stato colpito, ma
ricaccia indietro le lacrime. Vuole
solo fare presto, e uscire dalla
stanza.
Nanni parla ancora: ricordati
che io conosco il tuo segreto,
cacaglio. Il segreto che sappiamo
solo io e te. E ricordati che lo posso
sempre dire, e se lo dico tu perdi
tutto, cacaglio fesso. Perdi anche
queste belle passeggiate che ti fai
coi vestiti nuovi, in macchina con la
signora.
Tettè vorrebbe rispondere:
vorrebbe dire no, io non lo voglio il
segreto, tienitelo! Io voglio solo
stare col mio angelo, e basta. Ma
perché non mi lasci in pace?
Vorrebbe; ma il serpente è subito
salito dallo stomaco e si è avvolto
attorno alla gola, e gli toglie il fiato.
E come al solito non lascia che
parli.
L'uomo ride, e apre la bocca
piena di denti guasti. A Tettè arriva
la puzza del vino. Tettè chiude gli
occhi e pensa: tra due minuti, tanto,
io non ci sto più qua dentro. Tra due
minuti sto per strada, con don
Antonio che mi tiene per mano, coi
vestiti nuovi ad aspettare la
macchina che arriva e mi prende.
Col mio angelo.

36


Carmen si era fermata nei pressi di
un portone, un palazzo tra i più belli
di via Toledo, subito prima di Largo
della Carità.
«Il figlio che non avevo avuto. Io
non lo so, il motivo per cui mi sono
tanto legata a lui. Avrei potuto
scegliere un bambino ancora più
piccolo, e... sano, senza difetti. Forse
una bambina, da educare e da vestire
come una bambola. Molte lo fanno,
sapete, commissario. Io ho tante
amiche che hanno un pupillo, sul
quale sfogano l'istinto di madre. Ma
io non cercavo un giocattolo, e Tettè
infatti non lo era».
Ricciardi ricordò il passaggio di
buste bianche e chiese:
«Ho visto che don Antonio, in
ospedale e anche alla fine della
funzione, si è avvicinato a voi. A me
ha detto che era preoccupato che
non andaste più dagli altri ragazzi,
ora che Tettè è morto. È vero,
questo?»
Carmen fece un sorriso amaro. Il
dolore cieco andava lasciando
lentamente, secondo un processo che
Ricciardi purtroppo conosceva bene,
il posto a una sorda malinconia, che
ci avrebbe messo un sacco di tempo
a sfumare; e magari non sarebbe
sparita mai più.
«Il denaro. La preoccupazione di
don Antonio è il denaro, credete che
non lo sappia? Lo so bene; ma non
m'importa. Io dispongo di molto più
denaro di quanto mi serva. E lui,
come avete detto voi stesso, almeno
qualcosa per questi bambini la fa.
Non lo so, se riuscirò ad andare più
in parrocchia. Non me la sento di
vedere quel posto senza...»
Scoppiò di nuovo in lacrime.
Alcuni passanti si girarono a
guardare: l'abito nero parlava di un
lutto recente, e quindi la gente si
scambiò uno sguardo di
commiserazione. Carmen si calmò e
riprese:
«Non mi affezionerò mai più a un
bambino, commissario. Questo lo
so. Gli accarezzavo la testa, e lui la
schiacciava contro la mia mano, per
non perdersene un momento. Non
potrò accarezzare mai più un altro
bambino».
Ricciardi provava una gran pena
per la donna, privata dalla natura
prima e dalla sorte poi dell'unico
sentimento che avrebbe voluto
provare.
«Signora, non dovreste parlarne
adesso, con questa perdita così
fresca. Aspettate: in questo sono
d'accordo con don Antonio. Sono
così poche, le persone che fanno
qualcosa per questi bambini perduti.
Non potete rinunciare».
Carmen non ascoltava, presa dai
ricordi:
«Gli avevo comprato una divisa
da marinaretto. Quando lo andavo a
prendere per le nostre gite chiedevo
a don Antonio di mettergliela. Era
bellissimo, e così felice. Io capivo
dal fatto che quegli abiti non si
consumavano che lo vestivano così
solo per uscire con me. Ma come
può essere successo, commissario?
Poteva avere così fame da mangiare
le esche per i topi? Non avrebbe
piuttosto detto a me, che gli avrei
dato tutto?»
Ricciardi scosse la testa.
«Non lo so, signora. Sto cercando
di capire. Prima parlavo col dottor
Modo che ha fatto... le indagini
necessarie sul corpo del bambino; ha
trovato molti segni, lividi,
ecchimosi. Niente di risalente al
momento della morte, però, o
immediatamente precedente».
Carmen aveva sgranato gli occhi:
«Io non ho avuto il coraggio di
vederlo morto, commissario.
Eleonora mi ha detto... era
scandalizzata. Diceva che era atroce,
imperversare così sul povero corpo
di un bambino morto. Io... io non so
che cosa pensare, in realtà. Non
posso, credere nemmeno che non lo
vedrò più. Ma ditemi, quali segni?
Che cosa sono, queste ferite che
aveva?».
«No, signora, non vere e proprie
ferite. Piuttosto segni di
maltrattamenti. Per esempio,
qualcuno lo aveva preso per il collo,
un paio di giorni prima».
La donna portò la mano guantata
davanti alla bocca, come per
trattenere un urlo:
«Davvero? Per il collo... quindi
qualcuno voleva ucciderlo? E allora,
la sua morte potrebbe essere... mio
Dio!».
Ricciardi alzò una mano, come a
voler fermare il flusso di quei
pensieri:
«No, no, signora. Non è così. La
morte, vi ripeto, è stata
assolutamente accidentale. Non ci
sono segni di ingestione forzata.
Tettè ha mangiato volontariamente
le esche. Quello che mi interessa
invece sapere è se lui vi ha
raccontato di qualche
maltrattamento, di recente. Di
qualche lite violenta. Se insomma ci
poteva essere qualcuno che ce
l'aveva con lui».
Carmen cercò di ricordare:
«So che la vita in parrocchia non
era facile, questo sì. Non gli piaceva
parlarne, forse temeva che avrei
protestato con don Antonio e che ci
sarebbero state ritorsioni su di lui.
Gli altri ragazzi lo prendevano in
giro per la balbuzie, si rifacevano su
di lui perché era il più piccolo, il più
indifeso. Una volta aveva un livido
sulla faccia ma non mi volle dire
come se l'era procurato, diceva che
era caduto ma io non gli credetti.
Allora lo dissi al parroco che mi
promise di provvedere, ma non ne
seppi più nulla».
Ricciardi approfittò
dell'occasione:
«E delle persone che gli stavano
attorno e di quello che faceva, le
parlava mai? Dell'apprendistato, per
esempio; del sacrestano, dello stesso
don Antonio; se frequentava qualche
luogo, se andava in qualche posto,
che so, magari con quel rigattiere,
quel Cosimo Capone, o con altri?».
Carmen si passò una mano
tremante sugli occhi, cercando di
ricordare:
«Non so, io veramente, in questo
momento non mi pare... Mi faceva
male pensarlo abbandonato a se
stesso, e lui lo sapeva, quindi non mi
raccontava poi molto. Quell'uomo,
quel rigattiere dove faceva
apprendistato, per esempio: un
giorno mi capitò di incontrarli
insieme, vidi prima Tettè; mi fece
pena, lacero, con quel suo
cagnolino. Ma sorrideva, però; non
mi parve infelice. L'uomo era strano,
vestito con una marsina logora e un
cappello sformato, che declamava
credo una poesia, la gente attorno
che rideva. Insomma, me ne andai
per non farmi vedere da Tettè, lui ci
teneva tanto a essere ben vestito e
pulito, quando mi incontrava. Ma
non mi parve cattivo, e vi ripeto,
Tettè sorrideva».
Ricciardi insistette:
«E al di là del giro col rigattiere,
andava in altri posti? Per esempio, di
sera andava da qualche parte?»
Carmen corrugò la fronte, nello
sforzo di memoria:
«No, commissario. La cosa più
strana è proprio questa: Tettè di
notte fuori, mi pare assurdo. Non
amava il buio, aveva paura; non ce
lo vedo, per strada in queste serate
di pioggia, con tuoni e fulmini. E
comunque non in posti insoliti,
rispetto a quelli che praticava già.
Dio, commissario, non posso
pensarlo: che sia morto, che magari
si poteva evitarlo».
Ricciardi pensò che sarebbe stato
meglio concludere la conversazione;
la donna sembrava sull'orlo di un
crollo nervoso.
«Signora, non parliamone più,
per ora. Siete stanca, avete bisogno
di riposare. Se dovesse venirvi in
mente qualcosa, in questura
troverete il brigadiere Maione; io per
qualche giorno mancherò, ma lui
saprà dove rintracciarmi».
Carmen annuì, ancora pensosa, e
si avviò verso il portone. Poi si
fermò e tornò indietro.
«Voglio dirvi una cosa,
commissario. Forse penserete che,
se l'avessi amato quanto dico, avrei
adottato Tettè e lo avrei tenuto con
me».
«Signora, io...»
La donna lo interruppe, alzando
la mano guantata:
«Lo so, che lo pensate. Lo penso
anch'io. E ne avevo l'intenzione, Dio
m'è testimone. Ma dovete sapere che
mio marito è malato, molto malato.
La sua infermità lo invalida
completamente, e portare un
bambino in casa, in questa
condizione, sarebbe stato fargli del
male».
Ricciardi era imbarazzato da
queste confidenze: «Signora, vi
prego: io non ho titolo per pensare,
né per giudicare. Voglio solo capire
se c'è, nella disgraziata morte del
bambino, qualcosa che la possa
spiegare. Tutto qui».
Carmen annuì.
«Ma io sarò per sempre dannata,
commissario. Sarò dannata dal
pensiero che se fosse stato con me,
quella notte, e non abbandonato al
proprio destino, adesso
probabilmente Tettè sarebbe vivo. E
io avrei avuto ancora una possibilità
di essere felice».
Si girò e andò via, portando sulle
spalle un immenso dolore. Ricciardi
ebbe pena di lei, perché quello che
aveva detto era vero.

37


Sette giorni prima, venerdì 23
ottobre.

Tettè lascia la mano di don
Antonio e sale in macchina.
Socchiude gli occhi: l'odore della
pelle dei sedili, dell'olio caldo del
motore, della benzina. Il rumore
della velocità, il vento leggero che
entra dal finestrino.
Ciao, amore mio, dice il suo
angelo. Lui le sorride, innamorato.
Adora ogni momento che passa con
lei, dovunque stiano, dovunque
vadano. Prova un po' di dispiacere
per aver lasciato il cane, ma sa che
lui lo capisce perché gliel'ha
spiegato: solo pochi minuti sono, gli
ha sussurrato accarezzandolo,
un'ora o due al massimo.
Lei gli accarezza i capelli, lui
tiene il berretto in mano. Dove vuoi
andare?, gli chiede. Ti va una bella
pasticceria? Sì, dice lui. Certo che
sì.
Pensa che gli altri bambini un
momento così non ce l'hanno. Se lo
sognano, un momento così. Una
delle prime volte gli hanno chiesto
di raccontare, dai, cacaglio fesso,
dicci dove sei andato con la signora
Carmen. E lui glielo avrebbe voluto
raccontare, ma il serpente è salito
dallo stomaco e non ce l'ha fatta;
allora gli hanno dato le botte, i
gemelli a tenerlo fermo, Saverio a
prenderlo a calci nella pancia e
Amedeo a ridere. Cristiano invece è
uscito, per non vedere.
Cristiano a Tettè piace. Pensa
che potrebbero essere pure amici, se
lui riuscisse a parlare. È l'unico che
qualche volta lo protegge, l'unico
che si mette in mezzo.
Da quella volta, ogni volta che
vanno fuori prega l'angelo di
lasciargli portar dietro qualcosa, un
dolce, qualche biscotto, una pasta.
Così gliela dà, loro mangiano e
nessuno lo picchia.
Tutti ce l'hanno con lui, per
questo fatto che il suo angelo gli
vuole bene. Ma siccome ognuno ha
qualcosa in cambio, gliela lasciano,
questa cosa, e non lo ammazzano di
botte o dicono qualcosa di falso, di
brutto a lei.
Mentre la macchina arriva alla
pasticceria e si ferma, Tettè ripensa
a quello che ha detto Nanni, il
sacrestano. Pensa a questa cosa
brutta che sta succedendo, a questo
segreto che non voleva e al fatto che
se l'angelo lo sapesse, come ha detto
Nanni, non lo vorrebbe più vedere.
Tettè potrebbe perdere tutto.
Anche il cane, potrebbe perdere, e
lui lo ama da morire, è l'unico
amico che ha. Ma non rinuncerebbe
mai a quei momenti con l'angelo.
Mai.
Adesso sono entrati nella
pasticceria, il proprietario si
inchina, li affida a un cameriere che
li porta a un bel tavolino. L'angelo
gli chiede cosa desidera, lui indica
una pasta con la crema.
Mangia, non finisce perché non
ce la fa. L'angelo ride, dice ma è
mai possibile che hai tanta fame, sei
tanto magro e mangi quanto un
uccellino. Lui ride: quanto un
uccellino! Prega l'angelo di far
mettere la mezza pasta rimasta in un
cartoccio, così la porta agli altri
ragazzi. Lei si commuove, e
intenerita gli dice bravo, quanto sei
buono a pensare ai bambini meno
fortunati. Tettè pensa sì, e poi così
nessuno mi batte come un tamburo
di Piedi grotta.
Pensa che un pezzettino magari
riesce anche a conservarlo per darlo
al cane, ma deve trovare un altro
posto per nasconderlo, ora che
sanno del mattone spostato nel
muro.
Il suo angelo gli chiede le solite
cose. Come stai? Come ti trattano in
parrocchia? Qualcuno ti fa del
male? E il rigattiere?
Che dovrebbe rispondere, Tettè?
Dovrebbe forse rovinarsi quei
momenti tanto attesi, così voluti?
Dovrebbe parlare dell'odio, dei
dispetti, degli sfottò? Non è meglio,
pensa Tettè, separare le due vite, e
godersi quei momenti di paradiso?
No. Scuote la testa e sorride. Va
tutto bene, angelo mio.
Tutto bene, se tu sei con me.

38


Livia decise di andare in questura
per sapere dove fosse e che cosa
facesse Ricciardi: aveva contribuito
in maniera determinante alla
concessione delle ferie, senza avere
successivamente alcuna
manifestazione che fosse ancora
vivo.
Le notizie ricevute
dall'organizzazione di Falco,
mediante la lettura del rapporto,
erano state materia di lunga
riflessione, in seguito alla quale il
fascino che il commissario
esercitava sulla donna si era
ulteriormente incrementato.
Era nobile e ricco, quindi; in
possesso di una posizione che gli
avrebbe consentito di rivestire un
ruolo importante nella vita dell'alta
società. Non era omosessuale, e ciò
confermava quello che l'istinto le
aveva suggerito. Non aveva una
donna. Aveva scelto di vivere
modestamente, con la vecchia tata, e
in una zona che non era elegante, in
disparte. Anche l'amicizia con
Modo, per pericolosa che fosse,
indicava che Ricciardi aveva valori
che prescindevano dall'utilità
personale.
Quell'uomo era un mistero
vivente. Affascinante, pensò Livia
scendendo dallo sportello tenuto
aperto dall'autista. Molto
affascinante.
Nell'androne si materializzò
Ponte, l'untuoso assistente di Garzo,
evidentemente di vedetta in attesa di
novità.
«Signora, benvenuta. Il dottore
Garzo sarà felicissimo, di vedervi.
Prego, prego, venite con me che vi
accompagno da lui».
Livia non era certo là per Garzo:
«No, grazie. Io vorrei incontrare
il commissario Ricciardi,
veramente».
Ponte l'aveva presa per il gomito
e non la mollava:
«Ma il commissario non c'è,
signo'. È in vacanza, non vi
ricordate? Anzi, penso che forse lo
vedete più voi che noi, in questi
giorni, no? Venite, venite. Un
momento solo, il dottore vi saluta e
ve ne andate. Quello se sa che siete
venuta e io non vi ho portato da lui,
sapete come si arrabbia!».
Continuando a chiacchierare la
condusse per le scale, fino all'ufficio
di Garzo che la vide dallo spiraglio
della porta:
«Mia cara signora! Finalmente un
raggio di luce, in questa giornata
umida e buia! Accomodatevi, prego,
accomodatevi qui!».
Livia si era decisamente pentita
di aver avuto l'idea di andare in
questura:
«No, dottore, non vi voglio far
perdere tempo, con tutte le cose che
avrete da fare. Io ero passata per...
volevo solo dire una cosa a
Ricciardi, ma il vostro assistente mi
ha detto che non c'è, quindi...»
Garzo l'aveva fatta sedere quasi a
forza e aveva chiuso la porta dietro
di lei:
«Ma solo cinque minuti, non è
mai una perdita di tempo parlare con
voi e soprattutto vedervi. Come
state? Come vanno le cose?».
«Bene, molto bene, grazie. Vado
completando la mia organizzazione
domestica».
Garzo cercava di mostrarsi
affascinante e mondano, apparendo
agli occhi di Livia più insulso del
solito:
«E a proposito di organizzazione,
come va quella del ricevimento? In
città non si parla d'altro. Io
personalmente mi guardo bene dal
dire che ne abbiamo parlato, e che
addirittura avete espresso la volontà
di invitare me e la mia signora, ma
ascolto sempre con grande
attenzione».
«Sì, so che la gente si cura fin
troppo di questi piccoli eventi
mondani. Per me è solo un'occasione
di rivedere una vecchia amica e di
presentarle le mie nuove
conoscenze, tutto qui».
Il vicequestore assunse un'aria
cospiratrice:
«Parliamoci chiaro, signora: il
vostro ruolo e la vostra presenza in
città sono osservati. Osservati con
tanta, tanta attenzione».
Seguì un attimo di silenzio. Livia
guardava il funzionario con una
nuova consapevolezza: poteva darsi
che quell'uomo insignificante, quel
vanitoso burocrate fosse informato
dell'attività dell'organizzazione
misteriosa della quale Falco faceva
parte? In fondo si trattava di un
qualche tipo di polizia, e la questura
poteva pur esserne consapevole. In
quel caso, forse Garzo avrebbe
potuto, nell'ansia di compiacerla,
fornirle qualche altra notizia su
quanto Ricciardi fosse nelle loro
attenzioni. In una strana maniera,
Livia sentiva di poter proteggere il
commissario.
Decise di mostrarsi consapevole
della sorveglianza della polizia
segreta, per far aprire Garzo a
qualche confidenza.
«Certo, dottore; so bene che la
figlia del Duce, e di riflesso questa
sua insignificante amica, debba
essere protetta e quindi sorvegliata.
Sono tempi difficili, chi meglio di
voi lo sa. Ma siccome non abbiamo
niente da nascondere, è rassicurante
sentirsi protette. Soprattutto quando
chi sorveglia ha la gentilezza di
informarci. Per quanto riguarda il
ricevimento, sarà reso sicurissimo,
quindi, quali invitati, sentitevi
tranquilli».
Garzo si illuminò: sentirsi
annoverare esplicitamente tra gli
invitati, e scoprire nel contempo che
Livia sapeva della sorveglianza della
polizia segreta e ne era contenta, era
più di quanto si aspettasse.
«Signora, lo so anch'io e ne sono
felice. Avete detto benissimo:
quando non si ha niente da
nascondere, essere sorvegliati è
addirittura rassicurante».
Non era vero, e lo sapevano
entrambi. Circolavano troppe voci di
persone inconsapevoli e innocenti
portate in luoghi segreti a subire
processi che inevitabilmente
sfociavano in condanne; ma si
fidavano troppo poco l'una dell'altro
per esprimere timori.
«Dottore, ero passata per avere
notizie di Ricciardi, che non vedo
dall'ultima volta che sono venuta
qui. Ne sapete qualcosa? È una vera
primula rossa, quell'uomo!»
Fece seguire le parole da una
risata allegra, per non tradire una
punta di preoccupazione. Garzo
scosse il capo:
«No, signora. Anzi, vi dirò che
vorrei sapere qualcosa di più di
quello che combina. Giacché stiamo
parlando in confidenza, vi dico che a
volte prende iniziative personali che
lo mettono a rischio di guai; assume
comportamenti, ha frequentazioni
che potrebbero essere interpretati
male. Voi e io, che gli siamo amici,
dovremmo spingerlo a una maggiore
attenzione».
Livia comprese immediatamente
che Garzo aveva le stesse
informazioni che erano state fornite
a lei. Che altro sapeva?
«Infatti. È proprio quello che mi
riprometto di fare, quando si
degnerà di farsi vedere. Ma voi,
dottore, avete idea di quali siano gli
impegni che lo hanno portato a
prendere questi giorni di vacanza?
Dove lo posso raggiungere, per
parlargli?»
Il vicequestore non era
intenzionato a spingersi oltre. Non si
poteva mai sapere: e se la stessa
Livia fosse stata un'informatrice di
Falco e dei suoi? In fondo veniva da
Roma, non si poteva esser certi che
non fosse stata mandata da qualcuno
per indagare su di lui e sulla
questura.
«Mah, non saprei proprio dirvi.
C'eravate voi, l'ultima volta che l'ho
visto. E poi con Ricciardi, lo
sappiamo bene, non si può mai dire.
Spero solo che non si cacci in
qualche guaio che sia al di fuori
della mia capacità di proteggerlo,
anche perché dovete sapere, signora,
che nonostante l'affetto e la simpatia
personale, io non farei mai nulla che
contrastasse anche minimamente
con la volontà del regime».
Livia trattenne un moto di
disgusto. Quell'uomo era un
vigliacco, e pensava che lei stessa
fosse un'informatrice.
«Ne sono più che certa, dottore.
Grazie. Ora però devo andare, ci
sono ancora molte cose da fare».
Garzo si alzò per accompagnarla
alla porta.
«Certo, certo, capisco benissimo.
Arrivederci, allora, cara signora.
Aspetto... posta da voi».
Livia esibì il suo luminoso
sorriso:
«E non mancherete di riceverne.
Buona giornata».
Proprio mentre l'automobile
usciva dall'edificio, Livia intravide
la sagoma massiccia del brigadiere
Maione. Disse all'autista di fermarsi,
scese e l'avvicinò.
«Brigadiere, buon pomeriggio.
Come andiamo? Sono appena stata
sequestrata dal vostro dottor Garzo,
che non sa nulla di Ricciardi. Voi
sapete per caso che fine ha fatto?»
Maione si guardò attorno;
sembrava in difficoltà.
«No, no, signora. E come faccio
io a sapere che fa il commissario?
Quello sta in vacanza, come risulta
pure a voi, beato lui. E noi invece
qua a lavorare».
Livia spazzò con un gesto
sbrigativo la reticenza del
brigadiere:
«Non facciamo scene, brigadiere.
Il benessere e la salute di Ricciardi
stanno a cuore a voi come a me. In
che pasticcio si è cacciato, si può
sapere? Un uomo non sparisce dalla
sera alla mattina, e io so che voi non
rimarreste senza sapere niente o lui
senza informarvi, quindi ditemi: che
cosa sta succedendo?»
Maione era un uomo sposato:
conosceva bene la forza della
testardaggine delle donne e sapeva
di non avere sufficienti risorse per
resistere. Meglio dire qualcosa,
pensò; così la teniamo buona.
«Signo', forse vi ricordate che il
commissario vi accennò quando vi
siete visti, che c'ero pure io, della
morte di questo bambino a
Capodimonte. Era un orfanello,
povera creatura. L'ultima volta che
ci ho parlato si stava interessando di
questo fatto, ma così, solo per capire
meglio. Aveva chiesto al dottor
Modo di fare un'indagine sul
cadavere, voleva sapere come era
morto, queste cose qua. Vi so dire
solo questo. Scusatemi, signo', vi
devo lasciare, adesso. Ho finito il
turno, e prima di tornare a casa devo
passare da una parte. Vi saluto,
buona serata».
E, toccatosi la visiera del
cappello, se ne andò sotto un enorme
ombrello nella pioggia.
Nel sentire il nome del dottore,
Livia si preoccupò ancora di più.
Con tutte le sue forze, sperò che
Ricciardi non si stesse cacciando in
un brutto guaio.

Per la centesima volta, passando
davanti alla finestra, Enrica gettò
uno sguardo dall'altra parte della
strada. Buio. Da Ricciardi non
venivano bagliori di luce. La cosa
era angosciante, perché lei non
poteva sapere se la sua lettera di
risposta fosse stata letta o meno.
Aveva scelto un tono cortese,
cordiale ma non affettuoso,
attraverso il quale informava
Ricciardi che non le dispiaceva
affatto essere salutata, così come era
un piacere per lei incontrarlo e
salutarlo a sua volta. Faceva
riferimento ai rapporti di buon
vicinato, e all'educazione ricevuta.
Con apparente disinvoltura, verso la
fine della paginetta scritta con la
calligrafia precisa di mancina
incorreggibile persino dalle suore,
aveva lasciato cadere la notizia che
non avrebbe offeso nessuno
salutandola, e così sperava di lui.
Ora era molto preoccupata.
Temeva che quel riferimento
all'inesistenza di un fidanzato e di
una fidanzata fosse un po'
minaccioso, e facesse pensare che
lei aspirava a un legame serio e
definitivo. E se lui avesse pensato
che la sua condizione di donna sola
a quell'età la rendesse una
cacciatrice, in cerca disperata di un
matrimonio? Se avesse avuto paura
e si fosse allontanato? Se non le
avesse più scritto, lei che avrebbe
fatto?
Sospirò; per una persona paziente
come lei, quest'ansia dell'attesa era
una situazione nuova e assai difficile
da sopportare. Decise che, se non
avesse ricevuto risposte entro il
giorno successivo, sarebbe tornata
da Rosa per avere notizie.

39


Affannando in salita e imprecando
contro la pioggia che nonostante
l'ombrello gli si infilava nel colletto,
Maione rifletteva preoccupato. Le
domande di Livia, la crescente
tensione che si avvertiva in questura,
la terribile propensione di Ricciardi
a cacciarsi a capofitto nei guai lo
facevano stare in ansia per lui.
Soprattutto, lo avviliva il non
riuscire ancora a capire il motivo per
cui il commissario volesse rimestare
nella vita di quel povero bambino. Si
era abituato nel tempo a non
discutere le intuizioni di Ricciardi,
di cui non seguiva i percorsi logici
che spesso si rivelavano
corrispondenti a quello che
realmente era successo. Le stesse
analisi, i processi mentali che tanta
diffidenza ispiravano in quei
poliziotti che evitavano di
confrontarsi col suo superiore e che
livorosamente non perdevano
l'occasione di definirlo menagramo,
per Maione erano verità rivelate,
frutto di una misteriosa capacità che
non si sognava di discutere.
Eppure stavolta, pensò mentre
affrontava l'ultimo tratto della salita,
il rischio era grosso: la protesta
semiufficiale dell'Arcivescovado,
giunta peraltro nel momento difficile
della prossima visita di Mussolini,
dava in mano a quell'idiota di Garzo
un'arma molto pericolosa. Che cosa
aveva visto Ricciardi nella fine
tragica di quell'orfanello? Quale
piccolo indizio, quale sensazione
che ci fosse sotto qualcos'altro?
Non lo capiva; ma proprio perché
non era abituato a discutere quello
che Ricciardi gli ordinava, aveva
intenzione di accompagnarlo in
questa strada pericolosa: e che tutto
il resto andasse a farsi fregare come
e dove voleva.
Alzò lo sguardo sconsolato sulla
ripida rampa di scale che avrebbe
dovuto salire; il commissario gli
aveva chiesto di assumere
informazioni, e lui aveva messo in
moto il migliore degli informatori di
cui disponeva. E se costui aveva
l'eccentrica abitudine di conferire
sempre e comunque a casa sua, che
era appunto in cima alle scale che
stavano in cima alla salita più ripida
di Napoli, lui ci sarebbe andato.
Fu allora un brigadiere stanco,
fradicio di pioggia e di sudore e
affamato quello che bussò alla porta
di Bambinella.
Il vero nome di questo particolare
personaggio era noto a pochissimi; il
soprannome, col quale era
universalmente famoso nei vicoli
più sordidi, derivava da una canzone
di Raffaele Viviani molto in voga
negli ultimi anni, la cui protagonista
era una prostituta bella e
innamorata. La figura che aprì la
porta, avvolta in uno sgargiante
kimono di seta forata e
pesantemente imbellettata, era
effettivamente bella nei lineamenti e
magari pure innamorata: tuttavia era
evidente, sotto la cipria, un velo di
barba scura che alimentava
l'equivoco indotto dall'altezza e
dall'ampiezza delle spalle.
«Uè, brigadie': e che bella
sorpresa, con questo tempo da lupi!
Io mi credevo che non venivate più,
a quest'ora. Accomodatevi, prego:
fate come se foste a casa vostra».
Il tono basso, di gola, era
maschile: ma la modulazione, dolce
e affettata, non lasciava dubbi
sull'assoluta femminilità di chi
parlava. Bambinella camminava,
respirava e viveva perfettamente a
proprio agio lungo una sottile linea
di confine: il che era possibile solo
là, nella città più tollerante del
mondo. Alla quale era peraltro
talmente organico che riusciva, per
la naturale propensione al
pettegolezzo, a sapere in tempi
brevissimi tutto di tutti, e a fare
dono delle informazioni solo e
soltanto al brigadiere Raffaele
Maione, in nome di una stranissima
e particolare amicizia tra due
persone che più lontane non
avrebbero potuto essere.
«Bambine', mi devi credere: tra
tutte le storture tue, questa di voler
parlare con me solo a casa tua, che
sta sulla cima di una montagna, è
quella che meno sopporto. Una volta
di queste mi fai venire un infarto e
mi porti sulla coscienza, mi porti».
Maione si era lasciato cadere su
una poltroncina di vimini che
gemette sotto il peso, allentandosi il
colletto della camicia e
sventolandosi col fazzoletto.
Bambinella si sedette di fronte a lui,
vezzosamente inclinando le gambe
fasciate da calze velate.
«E già, quello ci manca solo che
ci vedono insieme in un caffè a fare
le nostre chiacchiere. Così a me
qualcuno mi apre la panza col
coltello, e a voi minimo minimo
vanno a dire alla signora che vi
hanno visto con la sciantosa più
bella di Napoli, e vi apre la panza
pure lei».
Maione andava riprendendo fiato:
«Questo pure è vero, e io perciò
ci vengo, fino a qua. Ma ci sta
un'altra possibilità, che io ti arresto e
così possiamo parlare quanto voglio
io comodamente, senza nemmeno
fare le scale. Che ne dici?».
Bambinella batté le mani:
«E bravo il brigadiere, questa sì
che è una buona idea. Così io ci ho il
vitto e l'alloggio a gratis, e voi
rimanete con in mano le
informazioni che posso avere in
galera, che dite, vi vanno bene?».
Maione sbuffò:
«D'accordo, ti lascio libera per
mo'. Vediamo se quello che hai per
me è sufficiente, se no magari ci
ripenso. Allora?».
Bambinella alzò gli occhi al
cielo, come per richiamare alla
memoria i dati:
«Dunque, che volevate sapere?
Ah, sì, Cosimo il saponaro. Ma poi,
perché vi interessa? Quello è un
povero dio, senza arte né parte, che
può avere combinato?».
«Te l'ho detto, Bambine', ti devi
fare i fatti tuoi, con me. Solo con
me, però, se no diventi inutile e io ti
devo sbattere in galera».
«Mamma mia, e come siete rude!
Avete ragione che a me gli uomini in
divisa mi piacciono troppo, e non
riesco a dirvi di no. Allora, Cosimo:
avevate ragione voi, me l'ha
confermato una compagnella mia
che sta a servizio nel palazzo
all'angolo di San Giovanni Maggiore
con Sedile di Porto che l'ha visto
all'opera, effettivamente rubacchia.
Il metodo è semplice: lui si mette a
chiacchierare, ci ha una bella
chiacchiera, racconta fatti inventati,
fa complimenti e le femmine si
distraggono. Quelle, noi donne
siamo sceme: ci facciamo incantare
dal primo che arriva e ci fa un
complimento».
Maione considerò il filo di barba
e i peli irti che facevano capolino dal
kimono che la grossa mano di
Bambinella teneva stretto sul torace,
e disse:
«Hai proprio ragione: voi donne
così, siete. Vai avanti».
«Insomma, mentre lui parlava la
creatura che teneva appresso, che
era appunto il povero, bambino che
avete trovato morto a Capodimonte,
si infilava di soppiatto nelle case e
pigliava qualcosa. Niente di
eccezionale: una forchetta, un
soprammobile, una federa. Tutta
roba che poi si trovava sul carretto
del saponaro, ma in un altro
quartiere se no si faceva scoprire.
Cosarelle, eh: ma arrotondava. Mo'
si deve capire come si organizza
senza il bambino».
Maione si grattò la testa:
«Quindi un reato, anche se
piccolo, ci stava nella vita di questo
bambino. Anche se l'esperienza mi
dice che i ladri difficilmente sono
assassini».
Bambinella si drizzò sulla sedia,
con gli occhi scintillanti:
«Assassino? Perché, voi dite che
il bambino è morto ammazzato? Uh,
madonna mia, e secondo voi è stato
Cosimo?».
«No, Bambine', calmati, per
carità! Non ho detto assolutamente
questo, e poi il bambino, già te l'ho
detto, è morto perché si è mangiato
per sbaglio il veleno per i topi. Sto
solo cercando di spiegarmi perché il
commissario mi ha chiesto queste
notizie, solo questo».
Bambinella sospirò:
«Quello il commissario vostro
ogni volta che tiene un dubbio alla
fine si scopre che ci aveva ragione.
Mamma mia, che bell'uomo che è!
Peccato che tiene un brutto carattere
e che porta male, salute a noi, se no
ci facevo proprio un pensierino, dato
che voi non mi volete».
Maione si lamentò:
«E no, che non ti voglio,
Bambine'! Io sto qua solo per evitare
di arrestarti, lo sai, che il mestiere
tuo in mezzo alla strada come lo fai
tu non si può fare. E non ti
permettere di dire più che il
commissario mio porta male, se no
informazioni o non informazioni ti
sbatto dentro».
Bambinella prese un ventaglio e
cominciò a sventolarsi vezzoso:
«Uh, e come vi infiammate
subito! Va be', non lo dico più che
porta male, pure se in questura lo
dicono tutti quanti. E per il mestiere
mio, brigadie', non è colpa mia se i
casini li fanno solo per le femmine
all'anagrafe. Mo' una per campare,
come si deve industriare, abbiate
pazienza?».
Maione agitò le mani in segno di
resa:
«Va bene, mi arrendo, hai
ragione, basta che andiamo avanti.
Che altro hai saputo?».
Bambinella enumerò:
«Dunque: Cosimo vi ho detto, è
un miserabile; al massimo può
arrabbiarsi, ubriacarsi e dare fastidio
a qualche femmina in mezzo alla
strada, ma secondo me non fa male a
nessuno. Dice in giro che ammazzò
a uno quando era ragazzo, ma si sa
che non fu lui ma un altro che poi è
scappato in America. Ho chiesto in
giro della vita nella parrocchia, e mi
hanno confermato quello che vi
hanno detto a voi; in più ho saputo
che il prete, don Antonio, presta i
soldi con l'interesse. Non cose
grosse, un poco qua e un poco là, e
minaccia a chi non li può restituire
di farlo sapere. Voi non vi rendete
conto di quello che la gente sopporta
pur di non far sapere in giro che si
puzza di fame. E poi si dice pure che
compra e vende case, appartamenti,
negozi, e li intesta a prestanome che
pigliano le pigioni e le danno a lui.
Insomma, un affarista che per
passatempo fa il prete».
Maione scuoteva il capo,
disgustato:
«Che bella cosa. Predica bene e
razzola male: questo è proprio il
caso di dirlo. E poi?».
Bambinella sorrise, sussiegoso:
«Un'altra bella notizia me l'ha
detta una compagna mia che fa i
capelli alle vecchie, proprio nella
zona di Santa Teresa. Dice che il
sacrestano, un ubriacone che si
chiama Nanni, oltre a bere tiene il
vizio di mettere le mani addosso...
proprio addosso, mi capite... alle
femmine e, sentitemi bene, ai
ragazzini. Insomma, è uno fissato
con quella cosa là. Alla compagna
mia ce l'ha raccontato una vecchia
bacucca che addirittura lo ha messo
a posto, e diceva la compagna mia
che invece era meglio che accettava,
che è talmente vecchia e brutta che
quando ci capita più? Comunque,
l'hanno visto che cercava di
abbracciare a uno dei ragazzi più
grandi, mentre era ubriaco, e quello
ci ha dato un calcio ed è scappato.
Mo' non so se vi serve, questa cosa,
ma ve la volevo dire».
Maione assunse un'aria pensosa:
«Insomma, un bell'ambiente,
questa parrocchia del Soccorso.
Guarda un poco che schifo, in questa
città qualsiasi tombino alzi esce una
fogna. Va bene, va. Questo mi pare
tutto: grazie, Bambine', se mi serve
qualche altra cosa ti faccio sapere. E
tu nel frattempo, mi raccomando,
tira dritto e non ti fare accoltellare
da nessuno».
Bambinella si era alzato in piedi
per accompagnarlo alla porta:
«Brigadie', voi lo sapete che qua
siete sempre il benvenuto. Ve l'ho
detto, non c'è pericolo che vi
vedono, perché caso mai io dico che
siete un affezionato cliente».
Maione lo guardò arcigno:
«Tu permettiti solamente, di dire
una cosa così, e io se non ti
ammazzo ti sbatto in galera per
trent'anni, hai capito?».
«Ho capito, ho capito. E va be',
dico che venite in incognito e non lo
volete fare sapere, va bene?»
Maione ripiegò le spalle,
sconfitto:
«Dici quello che vuoi tu! Se hai
altre notizie, mandami a chiamare».
Proprio mentre il brigadiere si
trovava sul pianerottolo, Bambinella
lo richiamò:
«A proposito, mo' mi
dimenticavo. Vi devo dire che un
cliente mio, che fa il venditore di
frutta ambulante, un bravo guaglione
che non tiene soldi perché ci ha sei
figli e allora io ci faccio metà prezzo
perché mi fa pena, ha visto il
bambino, quello che è morto, dice
che girava con un cagnolino, è
vero?».
Maione annuì, fermandosi sulla
soglia:
«Sì. Be'?».
«L'ha visto non lontano dalla
parrocchia, sabato scorso. Il cliente
mio è rimasto colpito perché lo
aveva visto sempre solo, lui e il
cane, qualche volta gli regalava una
noce, una ciliegia a maggio, gli
faceva pena perché vi ho detto, tiene
pure lui i figli piccoli. E invece
questa volta qua non era solo, il
bambino».
«E con chi stava? Con gli altri
ragazzi, col sacrestano?»
Bambinella scosse il capo:
«No, no. Stava con un uomo alto,
elegante: un signore, insomma. E al
cliente mio ci è rimasto impresso,
perché non camminava bene,
zoppicava un po', insomma. Il
cliente mio ha pensato: guarda un
po', un cacaglio e uno zoppo. Che
bella coppia».

40


Nulla di meglio della cena di Rosa,
se hai già mal di testa, pensava
Ricciardi: è talmente deflagrante che
lo stomaco, nell'impegno improbo
della digestione, pretende la
massima attenzione e qualsiasi altro
malessere diventerà secondario. E
guai a non mangiare: metterà il
muso e l'aria in casa diventerà
irrespirabile.
Quella sera gli era stata inflitta,
con la pretesa di ricostituire il
necessario calore corporeo, una
zuppa maritata: in una ciotola delle
dimensioni di una piazzetta
navigavano salsicce, lardo, fagioli,
sedano e altri elementi non
identificabili. L'aglio e la cipolla
imperversavano, come era
avvertibile fin dall'androne del
palazzo. Ricciardi valutava una
completa digestione non prima di
quarantott'ore, sempre se non fosse
defunto prima.
I pensieri non l'avevano mai
lasciato, mentre combatteva con
l'intruglio sotto lo sguardo vigile
della cuoca, come sempre in piedi a
sorvegliare il pasto sulla soglia della
cucina. I volti di don Antonio, di
Carmen ed Eleonora, gli occhi bassi
dei ragazzi, la figura ambigua del
sacrestano si succedevano nella sua
mente, alternandosi al rigattiere
misterioso, al padrone del deposito
di alimentari, ai mille occhi
diffidenti e malevoli che lo
guardavano passare dalla penombra
dei vicoli, come quelli del
giovinastro che aveva chiesto a
Cristiano se avesse bisogno di aiuto.
Non riusciva a formarsi un'idea
completa della vita del bambino
morto: qualcosa continuava a
sfuggirgli.
Cominciava a capire il sordo,
fortissimo bisogno di affetto che
spingeva Tettè a compiacere chi gli
stava attorno, e a spingere questi
stessi ad approfittarne per
perseguitarlo; esclusi Carmen e il
cane. Il pensiero di quest'ultimo gli
diede un brivido, mentre ascoltava
alla radio gli arabeschi di
un'orchestra jazz. Non si era abituato
a ritrovarselo a pochi metri, in
silenzio, appena distinguibile nella
pioggia. In qualche strano modo gli
sembrava che fosse quel bastardino,
col mantello chiazzato e un solo
orecchio alzato, il committente della
sua indagine.
Tossì, con un'immediata fitta alla
gola. Troppa acqua e vento freddo: il
preludio a un raffreddore. Sentiva
quella stanchezza nelle membra che
anticipa la febbre.
Con dolorosa ironia pensò che lo
avrebbe rasserenato vedere il
fantasma del bambino, magari in un
vicolo nei pressi di dov'era morto.
Forse un uomo, tornando a casa
dal lavoro a tarda sera, ne aveva
ritrovato il cadavere davanti alla
porta della sua abitazione, sotto
l'acqua, e per non essere coinvolto in
un'indagine di polizia, per non dover
dare risposte su qualcosa che non
sapeva, lo aveva portato tra le
braccia sullo scalone, componendolo
con rispetto e tenerezza.
Forse una donna se lo era
ritrovato morto nell'androne di un
palazzo, e non aveva avuto il
coraggio di chiamare qualcuno,
portandolo dove sarebbe stato visto
dal primo passante.
Forse gli stessi ragazzi, suoi
compagni di scorribande, lo avevano
portato lontano da dove insieme
avevano rubato qualcosa. In fondo
Cristiano lo aveva accompagnato
subito al deposito.
Ma lì l'immagine del Fatto non
c'era. E non c'era nello stanzone
della parrocchia, né lungo la strada
che portava al Tondo di
Capodimonte, né altrove fosse stato
negli ultimi giorni, sulle tracce della
vita di Tettè.
Il pensiero lo riportò alla nuca
penzolante e al dolore della
compenetrazione in quella
solitudine. Paradossalmente, pensò,
sarebbe stato rasserenante subire una
volta in più il male estremo, sentirsi
addosso il Fatto e le ultime dolenti
parole del distacco del bambino
dalla sua vita terrena. Vederlo
magari in preda all'immenso
bruciore del veleno, alle
convulsioni, la bava giallastra alla
bocca, gli arti serrati in un ultimo
terribile spasmo. Lo avrebbe
osservato, occhi negli occhi spenti.
Ne avrebbe ascoltato le ultime
parole, come sempre incoerenti col
momento estremo, rilevando una
volta di più come, morendo, si va
verso il nulla guardando indietro.
Almeno avrebbe saputo; e si
sarebbe messo l'animo in pace.
Avrebbe avvicinato il cane, gli
avrebbe offerto qualcosa da
mangiare, e poi ognuno per la sua
strada. Ognuno coi suoi ricordi
insopportabili.
L'annunciatore declamò che un
rabarbaro offriva agli ascoltatori la
prossima canzone, Polvere di stelle:
e l'orchestra attaccò una malinconica
melodia.
Si alzò dalla poltrona, la testa in
fiamme, la gola in fiamme, lo
stomaco in fiamme.
Inconsapevolmente seguito da due
occhi indagatori che lo scrutavano
dalla cucina, vide sulla mensola
dell'ingresso una busta chiusa che
gli era fino ad allora sfuggita. La
prese con titubanza: immaginò
subito di che si trattasse, e ne ebbe
un'immediata, feroce paura.
La risposta di Enrica. Gli aveva
scritto anche lei.
Ebbe una vertigine,
accompagnata dalla nausea;
mascherò il malessere, per evitare
una qualche terribile tisana del
Cilento che sarebbe stato il colpo di
grazia alle sue precarie condizioni.
Non intendeva perdere le residue
chance di non vomitare.
Chiese a Rosa:
«Chi l'ha portata, questa lettera?
Non è arrivata per posta ordinaria,
non è affrancata».
La tata, che non aveva perso un
solo movimento di Ricciardi, finse
di trasalire:
«Mamma mia, e che paura che mi
avete fatto mettere, mi credevo che
vi eravate addormentato sulla
poltrona. Quella lettera? E che ne so,
chi l'ha portata? Io l'ho trovata nella
cassetta della posta, giù nell'androne
del palazzo».
«Ah, sì? E quando mai ci guardi
tu, nella cassetta della posta?»
Rosa assunse l'aria bellicosa che
prendeva ogni volta che si trovava
spalle al muro:
«E perché, non ci posso guardare,
nella cassetta della posta? E i conti
che arrivano dal paese, le fatture e
tutte le carte che servono per
mandare avanti le terre, chi le
guarda, il signorino per caso? Non
me la vedo io, con tutto che sono
vecchia e che gli occhi non mi
funzionano più, e che ho dolori in
tutte le ossa?».
Compreso l'errore, Ricciardi fece
una brusca marcia indietro:
«Per carità, lascia stare: fai come
se non avessi detto niente. Certo,
che ci puoi guardare nella cassetta,
ci mancherebbe altro. Mi chiedevo
solo chi potesse avercela messa,
tutto qua».
Considerò una complicità di Rosa
con Enrica, ma scartò subito l'idea:
non era possibile che la tata avesse
cognizione del fatto che la guardava
dalla finestra, e tanto meno che le
avesse scritto. Era stato molto
attento, non poteva essersene
accorta. Lo escludeva
categoricamente.
Fingendo noncuranza, si risedette
in poltrona. Le mani gli tremavano,
ma non voleva correre il rischio di
lacerare la lettera insieme alla busta.
Quando si fu un po' calmato l'aprì.
La grafia gli fece subito tenerezza,
inclinata dal lato sbagliato: era
mancina e non corretta.
Assurdamente pensò che era stata
capace di conservare quel connotato
della sua personalità, e manco a
dirlo la cosa gli piacque.
Non si risolveva a leggere. Aveva
visto la firma in fondo, una sola
facciata, "cordialmente vostra,
Enrica Colombo". Non molto lunga;
d'altronde, nemmeno la sua lo era
stata. Ebbe paura: non c'è nessun
concetto tanto breve a esprimersi
quanto un rifiuto.
Si rigirava il foglio in mano da
più di un minuto quando Rosa parlò:
«E allora? Se voglio sapere che
c'è scritto, leggo».
La voce della tata fu come un
colpo di fucile, e Ricciardi sobbalzò:
«Leggo, leggo. È per me, una
questione... una questione di lavoro,
ecco. Cose d'ufficio, non ti
preoccupare. Vai, vai a dormire, che
è tardi. Buonanotte».
La tata rispose con un burbero:
«Buonanotte«.
Ma si avviò sorridendo in camera
sua.
Ricciardi alla fine lesse, d'un
fiato; poi rilesse, e alla fine rilesse
ancora, assaporando parola per
parola, arrotolandosele in bocca e
compitandole in silenzio, come una
poesia da mandare a memoria. Ci
ritrovò perfetta l'immagine che si era
fatta di lei, serena, dolce, seria ma
incline al sorriso.
Ora sapeva la cosa più
importante, che non era fidanzata,
non si era promessa a nessuno.
Sapeva che voleva una famiglia, un
giorno: una casa sua, in cui
muoversi con naturalezza, con calma
e quiete.
Che non provava fastidio né
disgusto per lui, per la sua
ruvidezza, per l'incapacità che
sapeva di avere nei rapporti con le
persone. Che i suoi occhi, abituati a
osservare il dolore e a riconoscerne
il suono, le erano graditi.
Come ogni volta che ci pensava,
la parte razionale di se stesso gli
comandava di allontanarsi, di
strappare quel foglio, di chiudere le
imposte e di non incontrarla mai più;
di non sognare un futuro in cui il
Fatto sarebbe stato forse trasmesso a
figli innocenti, in cui avrebbe
dovuto condividere la sua condanna
con chi più amava.
L'altra parte, quella che ogni
giorno di più pretendeva una vita
normale, quella quotidianità che solo
a lui era negata, lo spingeva a
correre alla finestra invece, a
spalancarla e a chiamare Enrica a
gran voce.
Scelse com'era ovvio la via di
mezzo: si alzò dalla poltrona, spense
la radio e la luce, si avviò in camera
sua e andò alla finestra; guardò
dall'altra parte della strada una luce
accesa, come ogni sera; fece un
leggero cenno con la mano,
ricevendone in cambio un grazioso
inchino col capo dalla ragazza con
gli occhiali che ricamava con la
mano sinistra.
Sorrise, incerto, e mostrò il foglio
che aveva nella mano tremante. Lei
arrossì e abbandonò un attimo il
ricamo sulle gambe. Poi riprese,
sorridendo anche lei.
Ricciardi pensò che sicuramente
aveva la febbre.

41


Sabato, 31 ottobre

A Maione andare a lavorare
piaceva di meno, da un paio di
giorni a quella parte. Ci pensava
cercando di non scivolare sulle lastre
di pietra nera, lucide di pioggia,
della lunga discesa da casa sua alla
questura.
Prima di tutto, non era abituato
all'assenza di Ricciardi. Non che il
commissario fosse di gran
compagnia, beninteso: nemmeno lui,
che era l'unico a essergli affezionato,
avrebbe potuto sostenere una cosa
del genere. Ma era pur sempre un
punto di riferimento costante, un
centro di gravità attorno al quale
ruotava la giornata del brigadiere.
Poi, non gli piaceva l'atmosfera
che si respirava da qualche giorno in
questura e anche in città: una sorta
di euforia minacciosa, uno stato di
eccitazione costante per l'avvicinarsi
della visita del Duce. Man mano che
comparivano scritte e ritratti sulle
mura dei palazzi, che venivano
affissi manifesti inneggianti a
Mussolini e che gruppi di fannulloni
percorrevano le strade cantando e
tenendosi per le braccia, Garzo
diventava più isterico, facendo
venire i nervi a fior di pelle a tutto il
personale. Non era soltanto un
fastidio, era anche un pericolo: in
quella condizione di infiammabilità
bastava una scintilla, e infatti nelle
ultime ore c'erano state risse in più
parti della città, con chiamate e
corse delle pattuglie alle quali
spesso non restava che registrare i
danni.
Infine, e non meno fastidioso
degli altri fattori, c'era il clima.
Pioveva, pioveva sempre da quasi
due settimane, con pochissimi
intervalli. Pioggia forte, pioggia
sottile, pioggia e vento. L'acqua si
infiltrava e provocava allagamenti,
crolli, cadute, incidenti d'auto. Per
un poliziotto nulla era peggio della
pioggia.
Preso da questi foschi pensieri e
attento a non cadere a sua volta,
Maione quasi non si accorse della
figura che lo aspettava, all'impiedi,
sotto un cornicione all'angolo di via
della Tofa, a pochi metri dal palazzo
della questura.
«Uè, commissà , e che ci fate voi
qua a quest'ora? Io stavo proprio
pensando a voi, e vi trovo qua
davanti! Ma come vi sentite? State
bene?»
In effetti Ricciardi non aveva un
bell'aspetto: era pallido, gli occhi
arrossati. Pareva febbricitante.
«Sto bene, grazie. Un po' di mal
di testa, ma passerà. Volevo parlarti
prima che arrivassi al lavoro; magari
ti offro un caffè».
Maione lanciò uno sguardo
attorno: voleva essere sicuro che
qualche occhio indiscreto non li
vedesse per poi riferire a Garzo del
loro incontro. Non aveva la pazienza
di sostenere un interrogatorio del
vicequestore sul modo di Ricciardi
di trascorrere le sue vacanze.
Seguì il commissario all'interno
di un piccolo locale già aperto a
quell'ora; si sedettero e ordinarono,
Maione al solito qualcosa da
mangiare, Ricciardi un bicchiere di
vino rosso. Il brigadiere lo guardò
sorpreso:
«Commissa', io credo che non
dovreste stare per strada con la
pioggia, se non vi sentite bene.
Secondo me tenete pure la febbre, e
non è che un bicchiere di vino a
prima mattina vi fa guarire».
«Così mi riscaldo un po'. Ho dei
brividi, questa maledetta umidità
non finisce più. Piuttosto, dimmi:
hai saputo qualcosa?»
Maione riferì accuratamente le
informazioni assunte da Bambinella
sul rigattiere, il prete e il sacrestano;
tutto quadrava con l'idea che si
erano fatti della vita reale del
bambino, al di là delle rosee
descrizioni degli interrogati.
Ricciardi disse, pensoso:
«Tutti questi sono dei violenti.
Gente che può avere uno scoppio
d'ira, fare del male, sì; ma in
maniera grossolana. Possono essere,
e sicuramente saranno, i responsabili
dei segni sul corpo del povero Tettè,
lividi, tagli, perfino della bruciatura
sul braccio; ma non ce li vedo a
premeditare un delitto. E poi, perché
l'avrebbero dovuto fare?».
Maione intervenne con forza:
«E infatti non l'hanno fatto,
commissa'. Nessuno l'ha
ammazzato, al povero bambino.
Questo l'avete ammesso pure voi,
no? E l'ha detto il dottore, mi pare.
Io ancora non lo capisco, che stiamo
cercando».
Ricciardi valutò che qualcosa a
Maione doveva pur dirla; se non
altro per motivarne le ricerche che
stava facendo per lui.
«Io ho ragione di pensare,
Raffae', che il cadavere di Tettè sia
stato spostato. Non voglio dire che
qualcuno l'abbia ucciso, attenzione;
ma non penso che sia morto là, dove
l'abbiamo trovato».
Maione sgranò gli occhi; era
sinceramente sorpreso. «Davvero? E
come mai, pensate questa cosa? Che
segni avete visto?»
Ricciardi si era preparato la
risposta:
«Segni veri e propri, prove
intendo, non ce ne sono, altrimenti
le avresti viste anche tu o te le avrei
dette subito. Ma prima di tutto, la
morte per stricnina porta
convulsioni, ha detto Modo, e io non
credo che morire con le convulsioni
ti lasci seduto sereno e placido, con
le gambe diritte e le mani in grembo
come abbiamo trovato Tettè, con gli
occhi tristi a guardare nel vuoto.
Sarebbe caduto, ti pare? Lo
avremmo trovato a terra, nella
pioggia. Poi c'è il problema del
cane».
Maione era sempre più perplesso:
«Il cane? E che c'entra il cane,
commissà ? E poi, quale cane?».
Ricciardi picchiettò con l'indice
sul bicchiere vuoto:
«Ti ricordi, il cane che abbiamo
trovato vicino al bambino? Tutti
quelli che abbiamo sentito ci hanno
riferito che Tettè non se ne separava
mai; quindi gli dava anche da
mangiare, no? E come mai, allora, il
cane era vivo? Avrebbe dovuto
essersi avvelenato pure lui, ti pare?
Invece no, se ne stava tranquillo
accucciato vicino a quella povera
creatura morta».
Maione assentì, pensoso. Non era
del tutto convinto:
«Certo, questa è una stranezza.
Ma è possibile, però, commissa', che
il bambino sia entrato nel deposito
da solo, abbia preso diverse cose da
mangiare e solo per sfortuna, al
buio, pure uno dei bocconi
avvelenati, uno solo. Il dottore disse
che bastano pochi granelli di veleno,
per ammazzare un bambino così
piccolo. E poi, il fatto delle
convulsioni... il bambino già stava
debolissimo, magari è morto subito
subito per arresto cardiaco e non ha
fatto in tempo a soffrire. Sarebbe
meglio, no?».
Ricciardi annuì:
«Certo, sarebbe meglio. Ma
finché non sono sicuro vorrei capire.
Te l'ho detto, non sono prove; è più
una sensazione mia. Però lo sai,
come sono fatto: se una cosa non mi
quadra, ci voglio vedere chiaro.
Tutto qua».
Maione sorrise:
«Sì, la conosco, la vostra capa
tosta, e come no. Va bene,
commissa', andiamo avanti; anche
perché dalle informazioni di
Bambinella, che è sempre affidabile
come sapete, esce un mondo che fa
veramente schifo, attorno a questi
bambini. La notizia più importante
che mi ha dato, però, ancora ve la
devo dire: e riguarda quello che ha
visto un verdummaio ambulante
cliente suo; gli ha detto che ha visto
il bambino, proprio una settimana fa,
con un personaggio strano».
E raccontò a Ricciardi
dell'incontro con l'uomo elegante e
alto, claudicante, che discuteva con
Tettè. Il commissario si fece
immediatamente più attento:
«E come discuteva? Litigavano, o
serenamente? E com'era, questa
persona? Che età, più o meno? E
alto quanto?».
Maione allargò le braccia:
«E che ne posso sapere,
commissa'? Stiamo parlando di una
cosa vista di sfuggita da un
ambulante, una settimana fa, in
mezzo alla strada. Già è assai che
l'abbiamo saputo, grazie a
Bambinella che mi pare il centro
dell'informazione di questa città.
Secondo me i giornali lo dovrebbero
assumere, glieli scriverebbe tutti
interi, dalla prima all'ultima pagina».
Ricciardi si passò la mano sulla
fronte, e la sentì caldissima.
«Si deve capire chi era questo
signore. Un elemento di stranezza,
inconsueto, il giorno prima di
morire: è un fatto importantissimo.
E mi pare anche necessario, a questo
punto, parlare direttamente con chi
fino adesso non ho sentito: il
saponaro e il sacrestano. E si
dovrebbe sentire pure Cristiano, il
ragazzino, che è pure l'osso più
duro».
Maione interloquì con decisione:
«E allora ce li dividiamo,
commissa'. Magari voi parlate col
sacrestano e io col rigattiere e il
ragazzo, che se vedono la divisa si
mettono più paura: voi lo sapete, la
paura scioglie la lingua meglio di un
bicchiere di vino».
Ricciardi protestò:
«Non se ne parla. Lo sai che aria
tira, in questura. Ci manca solo che
ti accusano di insubordinazione e ti
mettono in galera. Lascia che me ne
occupi io, grazie».
Ma Maione, quando prendeva
una decisione, diventava
assolutamente irremovibile:
«No, commissa'. Stavolta si fa
così. Prima di tutto perché non mi
sembrate così in forze da fare avanti
e indietro per la città, sotto la
pioggia; poi, perché io in questura
non mi fido di stare, con quel pazzo
di Garzo che imperversa; e infine
perché quasi sicuramente ci sarà
bisogno di risentire Bambinella, e
quello lo sapete, parla solo con me.
Quindi abbiate pazienza, per una
volta fate voi quello che dico io,
invece che tutto il contrario».
Ricciardi alzò le mani:
«E va bene, mi arrendo. Procedi
pure, io parlerò col sacrestano,
Nanni. E facciamo presto: ho la
sensazione che più tempo passa,
meno elementi troveremo».

42


Sette giorni prima, sabato 24
ottobre.

Tettè è contento perché è riuscito
a far passare inosservato il pezzo di
dolce che non ha mangiato il giorno
prima in pasticceria; ora è uscito ed
è col cane, si ripara dalla pioggia
nell'androne di un palazzo.
Rompe con le dita la pasta
indurita in piccoli frammenti, uno ne
mangia lui stesso e due li dà al cane,
che li ingoia voracemente.
All'improvviso qualcosa gli toglie
la scarsa luce, mettendosi tra loro e
il portone. Tettè alza lo sguardo,
sorpreso e vede il signore zoppo.
Trattiene il fiato, è terrorizzato. Ha
molta paura di quell'uomo.
Ciao, bambino, gli dice. Parla
sempre a voce bassa, si guarda
attorno, sembra voler scappare da
un momento all'altro e non gli ha
mai fatto niente; ma a Tettè fa lo
stesso paura. Se lo trova davanti
come un fantasma, quando meno se
lo aspetta, e mai quando sta a casa,
in parrocchia.
Ciao, bambino, dice. Che stai
facendo, mangi tu e il cane? E chi te
lo ha dato, questo mangiare?
Il serpente è subito salito attorno
alla gola, Tettè non ci prova
nemmeno a rispondergli. Fa segno
di no con la testa, nemmeno sa
perché.
Allora l'uomo si guarda attorno,
gli dice alzati, andiamo fuori da
qua. Tettè non si vuole muovere,
perché non sa dove l'uomo lo vuole
portare; allora lui lo prende per il
braccio e lo fa alzare di scatto.
Il cane, appena vede la mano
dell'uomo su Tettè, si alza in piedi e
ringhia forte. L'uomo tiene in mano
un bastone per camminare, e lo usa
sul cane: un colpo secco, sulla
schiena. Gemono insieme, Tettè e il
cane, quasi lo stesso suono.
L'animale si allontana di qualche
metro, e rimane a ringhiare
guardando lo zoppo, anche se
emette ancora un guaito di dolore.
Se state buoni non vi faccio
niente, dice lo zoppo. Né a te, né al
cane. Lo sai. Ma dovete fare quello
che dico io. Tu per esempio devi
rispondere alle domande. Se no lo
sai, quello che succede.
Tettè lo sa, eccome: Nanni
gliel'ha ripetuto cento volte, da
quando una settimana prima è
venuto a prenderlo e l'ha portato
fuori, dietro l'angolo della strada,
dove li aspettava lo zoppo. Se dici a
qualcuno, a chiunque, di
quest'incontro, del fatto che lo zoppo
ti viene a parlare, io parlo con la
signora bionda. E tu non la vedi più,
mai più. Le dico certe cose che
quella scappa via, non viene manco
a fare più la scuola. Se però vai con
lo zoppo a parlare, io non dico
niente a nessuno. È un segreto,
cacaglio fesso: un piccolo segreto.
Lo sai tu e lo so io, e se non lo sa
nessun altro va tutto bene. Se no,
peggio solo per te.
Lo zoppo lo trascina per il
braccio, e con l'altra mano
appoggia il bastone per terra; ogni
tanto la punta scivola sulla strada
bagnata, ma lo zoppo non cade.
Tettè cammina svelto, se no quello lo
porta di peso e gli fa male al
braccio.
Il cane li segue da lontano.
Ringhia ancora, per fortuna
cammina bene, lo zoppo non gli ha
fatto troppo male, pensa Tettè.
Si fermano dietro a un vicolo. Lo
zoppo ridiventa gentile, sorride, gli
accarezza la testa. Bravo, gli dice:
sei proprio un bravo bambino. La
vuoi una caramella? Guarda, ti ho
portato una caramella al miele.
Tettè la prende e se la mette in tasca.
Ringrazia, serio, come gli ha
insegnato l'angelo. Non la mangi?,
chiede lo zoppo. Dopo, risponde lui:
la mangio dopo.
Lo zoppo comincia a fare
domande, con tono tranquillo: fa
sempre così. Che fai, che mangi,
quanti anni hai, da quanto tempo sei
in questa parrocchia. E poi, come fa
ogni volta, comincia a scavare nei
ricordi che Tettè non ha: non sai chi
ti ha portato qua? Il prete non ti ha
mai detto niente? Non conservi
qualcosa, un vestito, un lenzuolo?
Che ti ricordi, di quand'eri piccolo
piccolo? Mai possibile che non ti
ricordi niente?
Anche col serpente arrotolato
attorno alla gola, Tettè risponde. Lo
zoppo non ha pazienza, ma aspetta.
Ha la faccia gentile, ma gli stringe il
braccio.
Comincia con le domande che gli
fanno più paura: chi ti viene a
trovare? Qualcuno, in chiesa, ti
guarda con più attenzione degli
altri? E quando esci con lei, con la
signora bionda, dove vai? Dove ti
porta? Che ti dice? Di che cosa
parlate? E tu, che rispondi?
Tettè non vuole dire allo zoppo di
quando è col suo angelo. Ha paura
che in qualche modo glielo tolga,
quel tempo; e poi è geloso, sono
cose sue e del suo angelo, non vuole
dire niente.
Allora lo zoppo si accorge che lui
non vuole rispondere, e si arrabbia.
La mano sul bastone si stringe, Tettè
vede che si fanno le pieghe sui
guanti bianchi, le labbra si serrano
e perdono il sangue, gli occhi
dell'uomo diventano due fessure.
L'altra mano stringe il braccio, e
stringe, e stringe sempre di più:
Tettè non sente più la mano e si
lamenta.
Il cane fa un passo avanti,
ringhiando ancora, e lo zoppo alza
il bastone nella sua direzione. Il
cane si ferma, ma non smette di
ringhiare, il pelo ritto sulla schiena,
la coda ferma, le orecchie basse:
sembra sul punto di saltare, bastone
o non bastone.
Parla, fa lo zoppo. Parla, idiota
di un balbuziente, brutto minorato.
Stringe troppo: Tettè fa un
lamento lungo, proprio mentre fuori
il vicolo, nella strada, passa un
fruttivendolo col carretto. L'uomo
sente il lamento e si gira, strizzando
gli occhi per vedere nell'oscurità.
Chi è là?, urla. Che sta
succedendo?
Lo zoppo si gira, e cambia subito
espressione. Gli lascia il braccio e
gli accarezza la testa. Poveri
bambini, dice all'ambulante. Che si
inventerebbero, per avere qualche
spicciolo. L'uomo lo guarda storto
da sotto la coppola, in piedi fra le
assi del carretto. Non dice niente.
Ha bambini a casa, e non gli piace
quando i signori vengono nei vicoli
a fare strane cose.
Lo zoppo si rende conto che il
fruttivendolo non se ne andrà da lì
se non se ne va prima lui. Guarda
fisso in faccia Tettè, fa un sorriso
storto e poi si mette l'indice
guantato sulle labbra, spalancando
gli occhi. Attento, gli sussurra. Stai
attento.
E se ne va zoppicando, col
bastone che scivola sulle pietre
bagnate.

43


Alla fine della messa Maione si era
appostato dietro l'angolo della
parrocchia di Santa Maria del
Soccorso. Aveva calcolato il tempo
che Cristiano, dopo aver servito in
chiesa, ci avrebbe messo a uscire per
andarsene un po' in giro.
Preciso quasi al secondo, il
ragazzo passò con le mani in tasca,
gli occhi a terra, fischiando un
motivetto in voga. Il brigadiere fece
un passo e uscì dall'ombra,
parandoglisi davanti in tutte le sue
considerevoli dimensioni. Cristiano
quasi gli andò a sbattere contro.
Il primo moto di reazione fu di
fuga: Maione lo aveva previsto, e di
scatto allungò la mano prendendolo
per il braccio. Cristiano cercò di
divincolarsi, ma Maione non mollò
la presa:
«Se ti stai fermo, ce la caviamo in
un minuto e ti lascio andare. Se no,
ti porto in questura e parliamo là.
Che vuoi fare?».
Il concetto, sibilato in faccia al
ragazzo come uno schiaffo, sortì
l'effetto sperato. Cristiano si fermò e
fissò sfrontato gli occhi del
brigadiere:
«Io non ho fatto niente. Che
volete da me?».
Maione ricambiò lo sguardo:
«E quando mai c'è stato bisogno
che avete fatto qualcosa, per portarvi
in questura? Lo sai, un motivo lo
trovo. Basta che chiedo un po' in
giro. Voglio solo fare due
chiacchiere, con calma».
Cristiano si guardò attorno con
circospezione; essere visto mentre
parlava con un poliziotto non era il
massimo, nel suo ambiente. Maione
si accorse della tensione e gli fece
cenno col capo verso il vicolo buio
dove, una settimana prima, lo zoppo
aveva trascinato il terrorizzato Tettè.
Appena furono al riparo da occhi
indiscreti, Cristiano riacquistò
l'arrogante sicurezza che usava
mostrare:
«Io non ho fatto niente e niente
so, già ce l'ho detto al collega
vostro. Non tengo niente da dire».
Maione gli prese il sottomento tra
le dita e strinse, senza che Cristiano
battesse ciglio:
«Senti, bello: il collega mio, che
non è un collega ma un
commissario, è troppo tenero con
voi, che siete carne da strada. Io vi
conosco bene, e so quando dite la
verità e quando dite fesserie. E
soprattutto so come fare a non farvi
campare più quieti. Allora, te lo
chiedo una volta solamente: che mi
sai dire, di come può essere successo
che l'amico tuo è morto avvelenato?
E non mi dire che non ne sai niente,
perché è la volta che nessuno ti vede
più per strada per un sacco di
tempo».
Cristiano valutò l'interlocutore
con occhio critico; era poco più di
un bambino, ma stava per strada da
così tanto tempo che sapeva pesare
molto bene chi aveva di fronte, le
opportunità e i rischi che una
situazione poteva comportare per
lui. La sua valutazione stavolta non
portò a niente di buono. Fece uno
scarto di lato, perché gli era parso
che l'attenzione di Maione fosse
calata, ma quello mosse una gamba
velocemente e lo sgambettò; prima
che toccasse terra lo aveva preso per
il collo della camicia e l'aveva
rimesso in piedi.
«Stai attento, che così cadi. Non
lo vedi, dove metti i piedi? Provaci
un'altra volta e ti tolgo la possibilità
di tornartene a casa con le gambe
tue, hai capito bene?»
Cristiano lo guardò di nuovo,
massaggiandosi il collo. Lo sapeva,
ma doveva provarci.
«Che volete da me, si può
sapere? Che vi devo dire?»
«Te l'ho detto. Che è successo
all'amico tuo?»
Il ragazzo fece un sorriso
beffardo:
«Amico mio? Il cacaglio fesso
non era un amico mio. Era uno della
casa, il più piccolo. Niente altro».
Maione continuava a fissarlo:
«Davvero? Eppure qualcuno ci
ha detto che tu eri l'unico con cui
parlava, qualche volta. L'unico che
non gli dava addosso».
«Parlava? Il cacaglio non parlava.
Quando ci provava si bloccava e
diceva sempre la stessa cosa: ma-tte-
tte-tte... perciò lo chiamavano Tettè.
Noi invece lo chiamavamo il
cacaglio fesso».
«E perché lo chiamavate così?»
«Perché era cacaglio, e perché era
fesso. Credeva a tutto, uno gli
diceva vai là, che ti stanno
chiamando e lui ci andava. Non si
era imparato mai niente, ci credeva
sempre. E gli altri se lo mettevano
sotto, e si divertivano a fargli le
cose».
Maione ascoltava, attento:
«Che cosa, gli facevano?»
Cristiano si strinse nelle spalle:
«Scherzi. Gli mettevano animali
morti nel letto, gli toglievano il
mangiare dal piatto. La merda dei
cani negli zoccoli. Queste cose qua,
gli facevano».
«E tu? Che gli facevi, tu?»
Ancora una volta quello sguardo
sprezzante:
«Io non ci perdevo tempo, a fare
gli scherzi al cacaglio. Uno scherzo
serve a far vedere a tutti che uno è
un fesso: se già si sa, a che serve? E
poi un poco mi faceva pena, il
cacaglio».
Maione chiese:.
«Perché ti faceva pena?»
«Ve l'ho detto, perché credeva a
tutto. Cercava qualcuno, come vi
devo far capire; qualcuno che non
gli faceva niente di male. Cercava,
guardava con quegli occhi in faccia,
senza parlare. Mi pareva inutile,
fargli le cose pure io».
Un ragionamento semplice.
Maione annuì:
«D'accordo. E allora parliamo
della sera prima, dell'ultima volta
che hai visto Tettè. Che mi dici?».
«E che ne so? Mica ci guardiamo
l'uno con l'altro. Il cacaglio stava per
i fatti suoi, e io per i fatti miei. A un
certo punto è uscito e non l'ho visto
più, e questo è tutto».
A Maione parve di aver notato
un'esitazione:
«Ricordati bene, che ti conviene.
Era successo qualcosa di strano, di
diverso dal solito? Quel giorno, o il
giorno prima?».
Cristiano si strinse nelle spalle:
«Non mi ricordo. Non mi pare».
«Non ti pare, eh? Invece a me mi
pare che tu qualcosa sai e non me la
vuoi dire. Mi sa che l'aria della
questura a quelli come a te vi fa
bene, vi fa. Andiamo a parlare là,
va'. Può essere che ti torna la
memoria».
Cristiano si divincolò:
«Ma che volete da me? Il
cacaglio era fesso, punto e basta. È
morto perché era fesso. La colpa è
stata sua, solo sua!».
Maione cercava di metterlo alle
strette:
«Io invece penso che tu sai
qualcosa. Dimmi del veleno per i
topi, allora: dimmi com'è possibile
che uno di voi, che conoscete la
strada pietra per pietra, sbaglia e si
mangia un boccone avvelenato,
come l'ultimo degli animali
randagi».
Il ragazzo cominciava a essere
esasperato:
«E io che ne posso sapere? Lo
sapevamo tutti, dei bocconi
avvelenati del deposito. Tutti.
Addirittura qualcuno degli altri li
prendeva e li usava per i gatti, per
vederli morire con tutti i salti che
facevano. Li conoscevamo, e mica
ce li andavamo a mangiare noi. Non
lo so se li conosceva pure il
cacaglio, perché con noi non ci
veniva; lui era un signorino, era il
cocco della maestra, che lo portava
nella pasticceria a via Toledo a
mangiare le paste. Ma se non li
conosceva, se non sapeva che
facevano morire, era ancora più
fesso di come sembrava».
Maione insistette:
«E tu non hai fatto caso a niente
di insolito? Mai possibile che non ti
ricordi, quando è uscito e perché?».
Cristiano lo guardò con aria di
sfida:
«Brigadie', mi potete portare pure
in prigione: io non lo so, dov'è
andato il cacaglio quella sera. E non
lo so, perché si è andato a mangiare
il veleno per i topi: forse se l'è
mangiato proprio perché voleva
morire, o solo perché era fesso. Io
non gli volevo male, al cacaglio.
Non era cattivo, e poi era piccolo: e
chi se la piglia coi piccoli è un
vigliacco, e a me mi fa schifo.
Perciò io male non gliene facevo.
Voi che ne pensate, chi se la piglia
coi più piccoli non è un vigliacco?».
Maione lo fissò a lungo. Poi gli
lasciò il braccio, con aria disgustata:
«Vattènne, va'. Ma ricordati: io
continuo a cercare. E se scopro che
mi hai detto fesserie, ti vengo a
pigliare fino in chiesa».
Cristiano corse fino all'ingresso
del vicolo; poi si voltò, guardò verso
Maione e fece un rumoroso
pernacchio, prima di scappare via.
Il brigadiere non poté fare a
meno di scoppiare a ridere.

44


Sette giorni prima, sabato 24
ottobre.

La pioggia si è presa un momento
di pausa.
I ragazzi sono riuniti nei pressi
del deposito di alimentari e
granaglie, che è chiuso.
Si sta facendo sera, ormai. È
quell'ora in cui i colori se ne vanno
prima della luce: si vede ancora, ma
tutto è grigio. Dal bosco della
reggia arriva un vento carico
dell'odore delle piante e di bagnato
e d'inverno.
Un po' in disparte c'è Tettè, col
cane. Lo accarezza, gli sussurra
all'orecchio. Amedeo fa un segno
secco con la testa e Saverio parte
verso il portone oltre il quale c'è il
passaggio per l'interno. Gli altri
aspettano. Uno dei gemelli saltella
sulle gambe, un po' per l'eccitazione
e un po' per riscaldarsi. L'altro tiene
un sacco tra le mani.
Dopo un attimo Saverio riemerge
dal portone: ha qualcosa tra le
mani.
Si sente un tuono forte: sta per
riprendere a piovere. Passa un
carretto trainato da un cavallo, col
carico riparato da un telone
bagnato. Il cocchiere dorme col
cappello in faccia, coperto da un
vecchio cappotto logoro. Nell'aria si
sente l'odore della legna bruciata
delle stufe. L'oscurità va calando,
minuto dopo minuto.
Amedeo prende dalle mani di
Saverio un paio di palline: sono i
bocconi avvelenati che Lotti, il
proprietario del deposito, ha
piazzato per uccidere i ratti che
vanno a mangiarsi la merce. A un
suo segnale il gemello apre il sacco
e tira fuori un gatto scheletrico e
spelacchiato, legato alla gola con
uno spago. Il gatto cerca
febbrilmente di liberarsi ma non ci
riesce, perché il ragazzo lo tiene per
il collo. Tettè si è alzato in piedi, una
mano sulla testa del cane.
Amedeo offre al gatto uno dei
bocconi. Il gatto annusa e gira il
muso dall'altra parte. Il ragazzo
sogghigna, poi fa segno a Saverio di
aiutarlo. Cristiano se ne sta a
braccia incrociate, torvo, un po'
discosto dal gruppo ma dalla parte
opposta rispetto a Tettè e al cane.
Da lontano si sente arrivare
un'automobile, che si avvicina
sempre di più, passa e se ne va
senza rallentare.
Saverio tiene il muso del gatto e
Amedeo introduce il boccone a
forza. Poi lo mettono a terra e si
allontanano di un metro, senza
lasciare il capo dello spago legato
al collo.
Il gatto fa due passi, poi
s'irrigidisce; comincia a muoversi
sulle zampe diritte, comicamente,
come un giocattolo meccanico.
Amedeo comincia a ridere, e ridono
tutti gli altri, tranne Tettè che
stringe la mano sulla testa del cane
immobile e Cristiano, che distoglie
lo sguardo.
Il gatto si abbatte al suolo e
comincia a contrarsi in tutto il
corpo, saltando a ventre all'aria.
Amedeo, Saverio e i due gemelli
ridono ormai a crepapelle, dandosi
sonore manate sulle schiene. Dalla
bocca del gatto esce una schiuma
giallastra.
Le convulsioni durano un minuto,
poi smettono. Il gatto si solleva,
spaesato, fa due passi verso la
strada, come se volesse fuggire, poi
s'irrigidisce di nuovo sulle zampe e
si abbatte ancora. I ragazzi
ricominciano a ridere, finché
l'animale, con un'ultima terribile
contrazione, rimane morto zampe
all'aria.
Tutti continuano a ridere, per un
altro paio di minuti, poi stanno zitti.
Da lontano si sente una donna
cantare. C'è un altro tuono, stavolta
è più vicino.
Amedeo si fa dare da Saverio gli
altri bocconi avvelenati, e si volta
verso Tettè. Cacaglio infame, gli
dice: porta subito qua quel sacco di
pulci che ti porti appresso.
Tettè lo guarda e cerca di
supplicarlo, no, direbbe, ti prego, lui
non è come un gatto, lui è amico
mio. Lui è l'unico amico che ho. Gli
direbbe: io gli parlo, sai, e lui mi
ascolta. Anche lui parla con me, e io
capisco quello che mi dice. Conosce
le mie carezze, mi lecca la mano, ci
dividiamo quello che troviamo da
mangiare, quando voi mi costringete
a darvi il mio pasto.
Così direbbe, se potesse parlare;
se il serpente non fosse risalito dallo
stomaco, e non stesse cercando di
soffocarlo dall'interno.
Parlerebbe, Tettè: e gli uscirebbe
una sola lettera gutturale, e tutti
riderebbero di lui e farebbero quello
che vogliono, come fanno sempre.
Ma stavolta no, stavolta Tettè non
vuole.
Si guarda attorno disperato: non
passa nessuno. Saverio fa per venire
dalla sua parte, ma Amedeo lo
ferma: no, dice. Lo deve portare lui
qua, con le mani sue; e glieli deve
dare lui, i bocconi al sacco di pulci,
se no a noi ci morde. Muoviti,
cacaglio fesso: fai presto, che
dobbiamo levarci il pensiero prima
che viene a piovere.
Tettè guarda Cristiano, con gli
occhi che pregano: ma Cristiano
distoglie i suoi, e si mette a scrutare
la notte verso il bosco.
Alla fine però interviene, e dice:
lasciate stare, magari il cane nella
sofferenza vi morde la mano, o vi
piscia addosso. Amedeo si volta
verso di lui, e gli chiede se vuole
essere preso a calci. Anzi, dice,
facciamo così: se tu, cacaglio, non
ci porti il cane e gli dai il veleno, lo
devi mangiare tu. Questo, ho deciso:
o muore il cane o muori tu.
Così vediamo che rumore fa un
cacaglio quando mangia il veleno.
Secondo me, dice, si capiva meglio
quello che diceva il gatto.
Cominciano a ridere di nuovo,
tranne Tettè e Cristiano.
Cristiano si rivolge a Tettè: dai,
cacaglio, non essere più fesso di
quello che sei. Dai il veleno a quel
maledetto cane inutile, e
andiamocene che qua viene a
piovere.
Tettè, quando capisce che
nessuno lo difenderli, allontana il
cane con un calcio. Il cane, sorpreso
e addolorato, guaisce e si allontana
di qualche metro. Allora Tettè
prende un sasso e glielo tira, e il
cane si gira e si mette a trotterellare
lungo il muro, in direzione di Santa
Maria del Soccorso.
Tettè si volta verso Amedeo, e lo
guarda con aria di sfida. Non può
parlare, perché il serpente lo
soffoca, ma lo guarda in faccia lo
stesso.
Amedeo si guarda attorno e dice:
li mangerai tu, allora, cacaglio
infame. Li mangerai tu, i bocconi
avvelenati.
Tu, o il tuo maledetto cane.

45


Trascinando i piedi rumorosamente,
Nanni entrò in chiesa dalla porta
della sacrestia, uno spazzolone in
una mano e nell'altra un secchio di
metallo pieno d'acqua. Camminando
guardava il pavimento e mormorava,
la fronte aggrottata, le spalle curve.
Arrivato nell'angolo in fondo alla
navata, verso il portone che dava
sulla strada, si accorse di un uomo in
piedi nell'ombra, le mani in tasca, i
capelli sulla fronte. Se ne accorse
perché ne aveva visto brillare gli
occhi nel buio, come quelli di un
gatto. Occhi verdi.
«Tu sei il sacrestano, no? Nanni,
ti chiami così. Ti devo parlare: vieni
fuori».
Lo riconobbe; era quel
commissario di polizia che insisteva
a chiedere notizie sul bambino
cacaglio. Si spaventò, la faccia del
poliziotto era pallida, le occhiaie
viola. Sembrava lui, il morto.
«Che volete, don Antonio? volete
parlare con lui? Ve lo vado a
chiamare, sta riposando, ci ha la
messa tra due ore».
Il morto scosse la testa:
«No, non voglio parlare con don
Antonio. Voglio parlare proprio con
te. Vieni fuori, ti ho detto».
Il tono era freddo, senza
emozione. Nanni si sentì a disagio.
Quell'uomo gli faceva sempre più
paura.
Fuori l'aria era umida, la
temperatura era scesa ulteriormente
e nuvole pesanti si addensavano
facendo prevedere un'altra notte di
pioggia. Pareva che non dovesse mai
finire. Si misero subito fuori la
chiesa, sui gradini, al riparo della
tettoia di legno che consentiva un
ingresso asciutto.
Ricciardi parlò senza preamboli:
«Ascoltami bene, non ho tempo
da perdere. Mi servono notizie sulla
vita di Tettè, su quello che faceva
qui e su chi incontrava».
Nanni fece una risatina nervosa:
«E voi queste cose non le dovete
chiedere a me, io sono il sacrestano,
non vedo nessuno e non parlo con
nessuno. Dovete chiedere a don
Antonio, è lui che sta di più coi
ragazzi. Io non ne so niente».
Ricciardi non mosse un muscolo
della faccia:
«Ti ho detto che non ho tempo da
perdere. Col prete ho già parlato: ora
sto parlando con te. E anzi, il prete
non deve sapere niente, di quello che
ci diciamo. Niente».
Nanni strisciò i piedi a terra,
sempre più angosciato:
«Commissa', abbiate pazienza: io
non posso... don Antonio è quello
che mi dà il lavoro, voi capite bene
che...»
Ricciardi non aveva cambiato il
tono della voce, sussurrava come se
fossero stati ancora in chiesa. Nanni
doveva fare uno sforzo per capire
quello che gli stava dicendo:
«Allora non mi sono spiegato. Se
don Antonio ti dà il lavoro, io sono
quello che ti fa rimanere fuori dalla
galera. Tu prova a tacermi le cose
che io voglio sapere, e stanotte
dormi in mezzo a venti persone
peggio di te, che non aspettano altro.
Scegli tu».
Nanni ridacchiò di nuovo, come
se avesse ascoltato una barzelletta:
«In galera, io? E perché, scusate,
se non ho fatto niente?».
«Niente, dici? Io posso avere
subito almeno tre denunce di donne
che hai infastidito, quando eri
ubriaco. E anche uomini, se è per
questo. Di questi tempi, non serve
una condanna: basta spargere una
voce. Se pure esci di galera
l'indomani, non lavori più,
tantomeno in un posto come questo.
E trovi pure una bella squadra di
quelli con gli stivaloni, che ti
ammazza di botte per ripulire le
strade. Allora, che vuoi fare?»
Il sacrestano si passò la lingua
sulle labbra screpolate, guardandosi
attorno come per cercare aiuto. Si
trovava in un transitorio stato di
sobrietà e sapeva che il commissario
aveva ragione: se avesse voluto,
avrebbe potuto provocargli grossi
guai.
«Che volete sapere, commissa'?»
«Mi devi raccontare. Voglio
sapere quello che faceva Tettè di
diverso dagli altri ragazzi, tutto:
qualsiasi cosa, pure quello che ti
pare senza importanza. E fai presto».
Nanni si ripassò la lingua sulle
labbra, in un gesto evidentemente a
lui consueto e particolarmente
disgustoso.
«Il cacaglio... il bambino era
buono, non faceva mai niente di
male. Ma gli altri se lo mettevano
sotto, lo sfottevano proprio per il
fatto che era cacaglio. Gli facevano
dispetti».
«Questo lo so. Vai avanti».
«Lui era il preferito di una delle
due signore, quella più giovane. Gli
aveva regalato dei vestiti nuovi. Don
Antonio li aveva messi in un
armadietto chiuso a chiave, li
prendevamo solo quando doveva
uscire con lei. La signora teneva una
fissazione, per questo bambino. Lo
accarezzava, se lo baciava. Io non
capisco, perché non si faceva un
figlio lei?»
Ricciardi lasciò cadere il
commento nel vuoto:
«Non mi interessa, e non
interessa nemmeno a te. Vai avanti».
«Il prete, don Antonio, sfruttava
questa cosa, la fissazione della
signora. Pure perché lei è ricca, ricca
assai, e quando don Antonio sente
l'odore dei soldi si attacca e non
molla più. Ogni volta ci parlava, e
diceva il bambino ha bisogno di
questo, il bambino ha bisogno di
quest'altro, e lei dava i soldi. Una
volta mi ha fatto un regalo pure a
me, quando il bambino teneva la
febbre, se ci stavo attento e se ci
davo le medicine».
Ricciardi non batteva nemmeno
le palpebre, per non perdersi una
parola:
«E con lui don Antonio come si
comportava? Come lo trattava, al
bambino?».
Nanni agitò la mano:
«Quello a don Antonio ci importa
solo dei soldi. Dei bambini non gli
importa proprio niente. Per lui il
cacaglio era uno qualsiasi, secondo
me a stento riconosce uno dall'altro.
Però dal bambino gli arrivavano
soldi, e allora lo puniva di meno.
Solo quando era necessario, se no gli
altri lo ammazzavano, al cacaglio,
per l'invidia».
«E perché, così non lo
invidiavano? Per quello che la
signora faceva per lui, regali, gite:
non lo invidiavano, per questo?»
«Certo, sì; ma gli conveniva,
perché lui portava sempre qualcosa
pure per loro. Adesso il cacaglio è
morto e loro non mangiano più».
La cosa dovette sembrargli
divertente, perché si mise a
ridacchiare. Lo sguardo gelido di
Ricciardi lo fece subito smettere.
«Adesso mi devi dire una cosa.
Mi devi parlare dello zoppo,
dell'uomo che veniva a trovare
Tettè».
Tra i due cadde un silenzio
freddo quanto l'aria che li
circondava. Nanni guardava
Ricciardi senza fiatare, con gli occhi
sgranati. Come sapeva, quel
maledetto poliziotto, dello zoppo?
Con chi aveva parlato, se il cacaglio
era morto e lui non aveva detto
niente a nessuno? Cercò di prendere
tempo:
«Di che parlate, commissà ? Io
non vi capisco».
Ricciardi tacque. Poi disse, in un
fiato:
«Va bene. Andiamo a prendere le
tue cose, allora. Devi venire con
me».
Il sacrestano impallidì e barcollò,
come se fosse stato schiaffeggiato:
«Commissa', vi prego, non mi
rovinate. Io non saprei dove andare,
se mi cacciano da qua».
«E allora non ti fare cacciare.
Basta che mi dici quello che sai
dello zoppo. E subito».
L'uomo abbassò a terra lo
sguardo. La lingua passava e
ripassava sulle labbra.
«Una decina di giorni prima di...
della morte del cacaglio, mi ha
fermato quest'uomo, qua fuori. Un
signore, elegante, col bastone con
l'impugnatura di osso. Mi ha dato
dei soldi, per portargli il bambino».
«Quale bambino? Quello, o uno
qualsiasi?«
«No, proprio quello, il cacaglio.
Io mi credevo che... qualche volta
succede, un signore e certe volte
pure una signora, vedono un ragazzo
e lo vogliono. Mi dicono per dei
lavoretti, io non ci credo, ma che me
ne importa? Se gli danno regali,
soldi, e qualcosa pure a me siamo
contenti tutti, no? E io mi credevo
che era per questo pure col cacaglio.
Io ce l'ho portato, al signore col
bastone, il cacaglio. Ma poi non ne
ho saputo più niente».
Ricciardi pensò che raramente si
era trovato di fronte a qualcuno che
fosse più laido e ripugnante del
sacrestano.
«Quante volte gliel'hai portato?
Quante volte l'ha visto, Tettè, l'uomo
col bastone?»
Nanni si concentrò per ricordare:
«Tre, quattro volte, che io sappia.
Non di più. Poi è morto».
Poi è morto. Ricciardi rabbrividì:
sempre più spesso gli capitava di
pensare che i morti facevano meno
paura dei vivi. L'uomo era
disgustoso, ma non gli sembrava
abbastanza coraggioso da fare del
male a qualcuno.
Diventava sempre più importante
determinare chi fosse lo zoppo, e
che cosa volesse da Tettè.
Si girò e se ne andò, lasciando il
sacrestano sui gradini pieno di paure
nuove. Da parte sua, era sempre più
perplesso.


46


Maione rintracciò Cosimo il
saponaro nel tardo pomeriggio, dopo
aver fatto un paio di domande in
giro per ricostruirne il percorso. Non
fu difficile, il personaggio era
piuttosto noto.
Lo trovò nei pressi di un palazzo
signorile, sopra Montecalvario,
mentre arringava un gruppo di una
mezza dozzina di donne. Lo osservò
per un po' da lontano, senza farsi
notare: esibiva modi falsamente
affettati, gesticolava molto per
sottolineare le sciocchezze che
diceva; vestiva una giacca da frac
vecchissima e logora, con un
cappello a cilindro sghembo e un po'
ammaccato. Proponeva la propria
merce come se fosse alta gioielleria,
e in qualche modo riusciva a essere
più attraente che ridicolo. Maione
pensò una volta di più che quella era
una città di attori.
Attese che le donne furono
andate quasi tutte via, molte con
qualcosa tra le mani, un tegame o
una pezza. Ne rimase una, e Cosimo
si fece confidenziale; dopo essersi
guardato attorno furtivo, tirò fuori
da un vano nascosto del carretto un
involto dal quale emerse un oggetto
in metallo, forse una posata, che
mandò un bagliore nella luce grigia.
Maione scelse quel momento per
farsi avanti.
«Buona serata. Di che si parla,
qua?»
Alla vista del brigadiere la donna,
una giovane graziosa, sgranò gli
occhi:
«Oh, buona sera, brigadie'.
Scusatemi, io me ne stavo andando
proprio adesso, la signora mia vuole
cenare presto. Arrivederci, Cosimo.
Ci vediamo la prossima volta che
passi».
Il rigattiere era combattuto tra la
voglia di non mollare l'affare che
riteneva in fase di conclusione e la
paura del poliziotto; dopo un attimo
prevalse nettamente quest'ultima.
«Mio caro brigadiere, quale
onore ricevere un vostro saluto! Io
mi stavo intrattenendo per l'appunto
con questa giovane e graziosa
signorina, a fine giro, per conservare
negli occhi stanchi una bella
immagine. Ma mo', come lei stessa
ci diceva, si va verso l'ora del
riposo, e perciò è meglio che me ne
vado pure io, che la giornata è stata
lunga e dura. Se permettete...»
Maione lo fissava, con le mani in
tasca:
«E invece no, Capone Cosimo.
Mi sa che il tuo riposo deve
aspettare un poco; dobbiamo prima
fare quattro chiacchiere».
La mente del rigattiere registrò
che l'enorme brigadiere, che non
conosceva, invece conosceva lui,
cognome e nome. Un lungo brivido
gli attraversò la schiena, e l'umidità
non c'entrava.
«Ci conosciamo, brigadie'? Io
non mi ricordo, eppure una persona
notevole e importante come siete voi
mi sarebbe sicuramente rimasta
nella memoria. Si vede che mi sto
facendo vecchio».
Maione sorrise, luciferino:
«Io ti conosco, e tanto basta,
Capone. Conosco te e quelli come
te. Io ci lavoro, con quelli come te:
come tu lavori con le pentole di
rame e le lavandaie».
Capone assunse un'aria perplessa:
«Brigadiere, non vi capisco. Io
sono un faticatore che passa tutta la
giornata a lavorare, portando questo
carretto avanti e indietro per Napoli
per abbuscarmi il mangiare. Tengo
una famiglia, sopra al Vomero, da
mantenere. Che volete dire?».
«Pure io ce l'ho, una famiglia da
mantenere; e tutti ce l'hanno, e la
mantengono senza mettere le mani
nella roba degli altri».
Il rigattiere fece la faccia
scandalizzata:
«Io non so chi infame vi ha detto
questo, ma è falso! Io vi giuro sul
mio onore, brigadie', che mai mi
sono sognato di rubare niente! Sono
stato accusato in passato, ma è stata
l'invidia malevola di qualche figlio
di buona donna che ha voluto
rovinarmi. Io vi faccio parlare con le
mie clienti, che mi vogliono bene e
che si servono da me da anni, e vi
faccio dire...»
Maione l'interruppe con un gesto
secco della mano:
«Capone, non m'incanti: tu sei un
ladro. E uno dei peggiori, perché
non sembri un ladro. Io apprezzo
quelli che escono di notte, con i
ferri, vestiti di scuro: noi li
acchiappiamo e li sbattiamo dentro,
noi facciamo i poliziotti e loro i
ladri. Non negano e, una volta che
non sono riusciti a scappare, si
rassegnano. Fanno i ladri. È il loro
mestiere. Quelli come te sono la
rovina di questo posto, invece.
Fanno finta di essere onesti e sono
marci».
Capone cominciava a essere
veramente spaventato. «Brigadie', io
non vi capisco. Perché mi dite
queste cose? Di che mi state
accusando?»
Maione strinse le spalle:
«La troverei facilmente, una
ragione per sbatterti dentro. E non è
detto che, finito quello che sto
facendo mo', non ti vengo a cercare
per fare una bella perquisizione in
questo carretto».
Diede un calcetto all'altezza del
vano da cui il rigattiere aveva tirato
fuori l'involto da far vedere alla
ragazza. Un tintinnio metallico
provenne dall'interno. Capone
sbiancò in volto, e tentò la sorte
giocandosi la carta sbagliata:
«Brigadie', non mi rovinate. Io
sono un padre di famiglia. Tengo
una merce di valore, qua dentro:
facciamo così, io ve ne lascio una
parte e voi... la restituite per conto
mio. E ognuno per la sua strada».
Maione dapprima non credette
alle proprie orecchie: quel mezzo
uomo stava tentando di
corromperlo! Strizzò gli occhi e
contò fino a dieci. Poi allungò la
mano e strinse il braccio di Capone
in una morsa. L'uomo emise un
lamento di sorpresa e di dolore:
«Stammi a sentire bene, uomo di
niente: io ti spezzo tutte le ossa e poi
ti sbatto in galera, e dico che hai
fatto resistenza. Bugia per bugia,
questa mi piace di più. Tu non sei
degno nemmeno di guardarmi in
faccia, hai capito o no? Figurati di
fare affari con me».
Il rigattiere si mise a balbettare:
«Ma... ma... b-brigadie', ma c-che
avete capito? Io non mi sarei
permesso mai... lasciatemi, però, mi
state rompendo il braccio!».
Maione allentò la stretta e sospirò
profondamente, dopo di che tornò al
tono pacato:
«Allora sbrighiamoci, che mi fa
schifo dover parlare con te. Tu non
m'interessi, vali troppo poco. Io
voglio notizie sul bambino, e sarà
meglio per te che mi dici quello che
voglio sapere, e subito».
Capone cadde dalle nuvole:
«Il bambino? Quale bambino?».
«Tettè, quello di Santa Maria del
Soccorso. Il bambino che ti portavi
appresso, e che è morto».
Il rigattiere era decisamente
disorientato: stava facendo buio e
quel brigadiere enorme sembrava
pazzo e gli faceva paura.
«Come no? Era come un figlio,
per me. Mi dava una mano, io gli
imparavo il mestiere e...»
Di nuovo la stretta:
«Capo', tu ancora ti credi di
potermi pigliare per i fondelli? Ti ho
detto che mi devi dire la verità! Io so
quello che facevi, come l'usavi a
quella povera creatura, che la
mandavi a rubare nelle case mentre
tu intontivi di chiacchiere a quelle
quattro cretine delle clienti tue. Io so
tutto».
Cosimo si sentiva in un incubo:
«Ma se sapete già tutto, che
volete da me? Io vi chiedo perdono,
vi giuro che non lo farò mai più! Se
mi lasciate andare...»
«Tu mi devi prima dire del
bambino. Di quello che sai di lui, di
quello che gli hai fatto».
Il rigattiere si irrigidì,
terrorizzato:
«Ma che vi pensate, brigadie'? Io
questo non ve lo permetto, di
pensare a questa cosa! E poi ho
saputo che la creatura si è mangiato
il veleno, io non c'entro niente!».
Maione lo fissava, serio:
«Continua. Voglio sapere
com'era, questo bambino. E non mi
dire che era come un figlio per te,
perché i figli non si mandano a
rubare».
Capone aveva ormai capito che
conveniva dire le cose come
stavano, e cercare di abbreviare
l'incubo:
«Era un bambino, brigadie'. Un
bambino, come ce ne stanno a
migliaia, in mezzo alla strada. Non
parlava, se ci provava balbettava;
però era piccolo, faceva tenerezza
alle donne e perciò era comodo, per
me. Io... io gli dicevo che se
raccontava qualcosa a qualcuno gli
facevo del male, ma non gliene avrei
mai fatto, mai. E poi, non mi
conveniva, no? Mo' che gli avevo
insegnato come fare a... fare quello
che faceva, perché lo dovevo
perdere?».
Maione era disgustato, ma
propenso a credergli:
«Parlami degli ultimi giorni.
Quando lo hai visto, l'ultima volta?
Hai notato qualcosa di strano, di
insolito? Hai visto qualcuno, con
lui? Parla!».
«No, brigadie', io al bambino non
lo vedevo da giovedì. Mi pensavo
che era caduto malato, quello era
secco secco, senza salute, pareva
sempre che se ne cadeva a terra, non
teneva forze. Non ho avuto notizie, e
manco lo sono andato a cercare
perché non ho avuto tempo. Poi,
l'altro ieri, viene l'amico suo,
Cristiano, l'altro ragazzo della
parrocchia, e mi dice che Tettè è
morto e se posso pigliare lui a
lavorare al posto suo. Io così l'ho
saputo, che era morto. E con lui non
c'era mai nessuno, solo quel cane
bastardo che gli andava appresso. Io
non so altro, ve lo giuro!»
Il brigadiere lo fissò lungamente.
Voleva che il suo disprezzo
rimanesse in corpo all'uomo, come
una minaccia: se avesse scoperto che
gli aveva mentito, se lo avesse di
nuovo trovato sulla sua strada, se
avesse saputo che aveva ancora
rubato o maltrattato, per lui sarebbe
stata la fine. Capone capì, e abbassò
lo sguardo.
«Ti trovo, Capone. Come ti ho
trovato adesso, ti trovo un'altra
volta. Ricordatelo bene. E prega
Iddio di non aver mentito».
Il rigattiere rialzò gli occhi:
«Io non ho mentito, brigadie'.
Una cosa è rubare, un'altra è
ammazzare, o permettere che si
ammazzi. Non so niente, di quello
che è successo al bambino; e
nemmeno saprei a chi chiedere. Ve
l'ho detto, era un bambino come ce
ne stanno tanti, per la strada».

Tornando in questura, Maione
non riusciva a togliersi dalla mente
l'eco delle ultime parole del
saponaro: un bambino come ce ne
stanno tanti, per strada. Con un
brivido si rese conto di averlo
pensato lui stesso, quando non
riusciva a spiegarsi il perché della
fissazione di Ricciardi per questa
morte.
La cosa lo terrorizzava: un
bambino come ce ne stanno tanti. E
se fosse morto lui com'era morto
Luca, il suo figlio poliziotto,
accoltellato da un delinquente? I
suoi figli, i suoi bambini sarebbero
diventati così, "come ce ne stanno
tanti, per la strada"?
Ancora una volta, pensò, il
commissario aveva ragione. I
bambini per strada sono figli di
qualcuno, anzi di tutti. E lui,
Maione, si vergognava di non averlo
capito immediatamente. Non si
liquida la vita di un bambino con
due parole scritte su un rapporto. Si
deve capire bene. E, come le
indagini dimostravano, cose strane e
oscure ce n'erano state, nella breve
vita di Tettè.
Passando per l'angolo di via della
Tofa, dove quella mattina Ricciardi
l'aveva aspettato, sentì un lieve
sibilo e istintivamente si voltò:
nell'ombra lo aspettava Bambinella,
con un fazzoletto in testa e avvolto
in un cappotto più volte rivoltato.
«Bambine', sei tu? Come mai,
qua? E che vuoi?»
Il femminiello aveva
un'espressione seria che Maione non
ricordava di avergli mai visto in
faccia, con due rughe profonde agli
angoli della bocca.
«Brigadie', buona serata. Vi devo
parlare».

47


«Signora? Signo', allora, quale vi
piace di più?»
Livia si riscosse dai suoi pensieri e
per l'ennesima volta tentò di
concentrarsi sui due abiti che la sarta
le proponeva. Le era stata
consigliata da una nuova amica
napoletana, la marchesa De Luca di
Roccatagliata, ed era rimasta
contenta dei provini, tra i quali non
sapeva decidersi.
La sua mente però vagava
disordinata, correndo spesso alla
finestra rigata di pioggia. Le poche
parole carpite a Maione l'avevano
messa in uno stato di tensione e di
preoccupazione per Ricciardi,
soprattutto per quanto. riguardava i
suoi contatti col dottor Modo, un
sorvegliato speciale della polizia
segreta.
In questura era andata proprio per
far capire a Ricciardi, non dicendolo
esplicitamente, che frequentare il
dottore costituiva un rischio molto
serio: non ci voleva nulla, in quel
periodo, a ritrovarsi al confino.
Poi però Maione le aveva parlato
del bambino morto, e anche questo
l'aveva colpita al cuore. Lei stessa
era stata madre, anche se per poco,
perché una malattia le aveva portato
via il figlio; il fatto che un uomo si
appassionasse alla ricerca delle
ragioni della morte di un orfanello
l'avvicinava ancora di più, se
possibile, a Ricciardi.
Dalla strada, assieme al rumore
della pioggia e alle macchine che
passavano, arrivavano le urla allegre
degli scugnizzi che giocavano nelle
pozzanghere. Chi prova amore per i
bambini ha tanto amore da dare,
pensò. E sorrise alla sarta:
«Sono belli, bellissimi; li prendo
tutti e due».

Nello stesso piccolo caffè dove si
era incontrato con Ricciardi, Maione
sedeva con Bambinella che si
riscaldava le mani attorno a una
tazza di tè. L'espressione del suo
informatore lo preoccupava: in
genere era sorridente, ironico,
volgarmente affettuoso, portato allo
scherzo e allo sfottò; ora lo vedeva
serio, cupo, pensoso.
«E allora, Bambine': che succede,
si può sapere? Dici sempre che è
pericoloso incontrarsi per strada, e
mo' addirittura ti trovo all'angolo
della questura che vuoi parlare con
me?»
Bambinella posò la tazza e prese
un tovagliolo con le lunghe dita
dalle unghie laccate.
«Brigadie', si tratta della morte
del bambino, il piccolo di Santa
Maria del Soccorso. Ho saputo una
cosa e, siccome mi pareva
un'informazione interessante, ve la
sono venuta a dire. Ho sbagliato?»
«No, no, hai fatto bene. Solo che
tieni una faccia... insomma, non è la
solita brutta faccia che hai».
Bambinella fece una smorfia:
«Lo so, sono uscita di casa come
stavo, senza nemmeno ripassarmi il
trucco. Ma se una è bella è bella
sempre, brigadie'».
Maione sorrise:
«Appunto, se una è bella. Dimmi,
allora: che hai saputo?».
«Allora, brigadie', ascoltatemi
bene: stamattina è venuto quel
cliente mio, il verdummaio,
l'ambulante che mi aveva detto che
aveva visto il bambino con
quell'uomo elegante, lo zoppo, vi
ricordate?»
Maione annuì:
«Vai avanti».
«Allora, lui già me l'aveva detto
che aveva avuto l'impressione che
l'uomo e la creatura stessero avendo
una discussione, che lo zoppo lo
teneva per il braccio e lo scotoliava,
lo scrollava un po', insomma. Tanto
che aveva pensato pure di
intervenire, perché gli era parso che
il bambino teneva bisogno di aiuto».
«Sì, me l'hai già detto. E allora?»
Bambinella proseguì
pazientemente:
«E allora, oggi mi ha detto che lo
ha rivisto, allo zoppo. L'ha visto
uscire da un palazzo, a Santa Lucia,
al numero dodici; e ha chiesto chi
era quel signore. Il portiere, che è
amico suo, gli ha detto che quello
abita là, e che si chiama Sersale,
Edoardo Sersale. È uno nobile, di
non so quale famiglia antica, il
cliente mio non ha capito bene. Il
nome a me mi ha detto qualcosa, e
quando il verdummaio se n'è andato
sono scesa e sono andata a parlare
con una compagna mia che lavora
sopra a un casino alla Torretta».
Maione allargò le braccia:
«Non c'è niente da fare, tu ci hai
una compagna che lavora dovunque,
basta che sia un posto schifoso.
Casini, taverne, bische, dovunque».
Bambinella annuì:
«Infatti, brigadie'. E per fortuna,
perché come sempre mi ero
ricordata bene: la compagna mia mi
aveva parlato di un cliente del
casino che ci teneva assai per una
delle ragazze, di vista la conosco
pure io, bella è bella, ma secondo
me è un po' volgare, tiene due zizze
così e la bocca...»
Maione lo interruppe con
veemenza:
«Ma secondo te io devo starmene
qua con te, a rischio che qualcuno
mi vede e faccio una figura di niente
che mi sfottono da mo' finché
campo, per sapere come tiene le
zizze una puttana del casino della
Torretta? Vogliamo andare avanti, o
no?».
«Tenete ragione, brigadie',
scusatemi, ma io sono fatta così, mi
distraggo. Insomma, questo cliente
dell'amica della compagna mia
risponde alla descrizione, zoppo,
elegante eccetera. Allora io ci ho
detto alla compagna mia se mi
faceva parlare con la ragazza, e il
nome scusatemi ma non ve lo posso
dire perché mi ha fatto promettere
sulla Madonna di Pompei e lo sapete
che sono devota. Insomma, il nome
corrisponde: e lui, 'sto Sersale, sta
pure inguaiato. Inguaiato assai».
Maione aveva drizzato le
orecchie:
«Come, inguaiato assai?».
«È nobile, sì, ma sta pieno di
debiti. Ci piacciono le femmine, i
casini e le carte da gioco. Si è
mangiato una fortuna, e mo' sta in
mano agli strozzini che lo
minacciano che se non paga i debiti,
fino all'ultimo centesimo, lo fanno
nuovo nuovo».
«E questo che c'entra, col
bambino?»
«Ah, questo non lo so, lo dovete
scoprire voi. Fatto sta che la ragazza
ha detto che negli ultimi giorni
l'amico suo aveva cambiato faccia.
Rideva, pazziava un'altra volta come
a prima, era ritornato allegro
insomma. Le ha raccontato che tra
poco avrebbe avuto i soldi per
pagare tutti i debiti e per apparare la
situazione. E quando la ragazza gli
ha chiesto come, ha risposto: ho
trovato il bambino. Solo questo».
Maione era perplesso:
«E che significa, `ho trovato il
bambino'? Che voleva dire? Quello
Tettè era un orfanello, non teneva
manco che mangiare, e infatti per
fame si è mangiato addirittura il
veleno per i topi. Che gli poteva
dare, a uno così?».
Bambinella si strinse nelle spalle:
«Io questo non lo posso sapere,
brigadie'. Ma il cuore mi dice che
questo zoppo di merda c'entra,
eccome, con la morte della povera
creatura».
Maione assentì:
«Entrarci o no, sicuramente si
deve indagare. Grazie, Bambine':
avevi ragione, l'informazione valeva
molto e doveva arrivare
urgentemente. Ma ti posso chiedere
una cosa? Perché l'hai fatto? Perché
ti sei messo a cercare, andando fino
alla Torretta sotto all'acqua e poi
venendo qua, aspettandomi
all'angolo col rischio che non
passavo?».
Bambinella bevve l'ultimo sorso
di tè e fece un sorriso triste:
«Perché sono stato un bambino
orfano pure io, commissa'. Senza un
padre e una madre, abbandonato in
mezzo alle strade di questa città. Io
lo so, che non sei niente; che se
campi o muori è lo stesso, e nessuno
se ne fotte. Mi sono dovuto
guadagnare la vita a bocconi e
morsi, proprio come a questa
creatura sfortunata che avete trovato
a Capodimonte. Diciamo che è stato
un fiore sulla cassa di questo
bambino. Un fiore da parte di
Bambinella».

Le mani di Enrica volavano tra le
stoviglie, mentre apparecchiava la
tavola per la cena. E come volavano
le mani le volava il cuore, ben al di
sopra dei nuvoloni carichi di pioggia
che opprimevano la città.
Aveva ricevuto un'altra lettera.
Consegnata con un sorriso complice
dal padre, che l'aveva estratta dalla
posta con un gesto rapido per non
essere visto dalla moglie; un sorriso
d'intesa che l'aveva fatta diventare
rossa come un pomodoro, prima di
riuscire a scappare in camera sua.
Stavolta il tono era più dolce, pur
senza uscire dal solco di discrezione
che era stato tracciato col suo stesso
contributo: Ricciardi si scusava
maldestramente della sua timidezza,
forse eccessiva, che gli impediva di
avvicinarla direttamente come molti
al suo posto avrebbero sicuramente
fatto.
Non doveva pensare però che lei,
Enrica, non fosse al centro dei suoi
pensieri: quello che sentiva, e che un
giorno sperava di riuscire a dirle, era
qualcosa di molto importante (e qui
aveva dovuto interrompere la lettura,
perché il cuore minacciava di
balzarle fuori dalle orecchie). Solo,
non era incline a queste situazioni,
nelle quali mai in passato si era
trovato.
Concludeva dicendo che si
augurava che anche lei qualche volta
pensasse a lui, e che i suoi pensieri
si avvicinassero ai propri. Lo
sperava tanto. E la salutava
augurandole tutto il bene del mondo,
e con tutto il cuore.
Enrica non ricordava di essersi
mai sentita tanto felice. Mai.
Nemmeno lontanamente.
Sperava soltanto di riuscire a
mettere, nella lettera che si
apprestava a scrivere in risposta,
tutta la propria emozione: sarebbe
stata, anche lei, più affettuosa.
Si chiese quando si sarebbe
deciso a chiederle di incontrarsi.

48


La popolazione del Gambrinus
cambiava, a ora di cena.
La gente dell'aperitivo, i tiratardi
della chiacchiera pomeridiana, quelli
che si trovavano là per incontri più o
meno clandestini erano rientrati per
timbrare il cartellino familiare, e ora
sedevano a tavole imbandite,
tenendo conversazioni poco
interessanti con sconosciuti che
portavano il loro stesso cognome.
I clienti della sera, quelli che
volevano ascoltare la musica dal
vivo e non erogata dalla cassetta di
legno chiamata radio, quelli che
volevano incontrare occhi di sesso
diverso e imbastire le premesse di
future relazioni, quelli che volevano
approfittare del clima allegro per
instaurare rapporti d'affari positivi,
dovevano ancora arrivare.
L'ora di cena al Gambrinus era
terra di nessuno. Gli stessi camerieri,
i baristi, affilavano le armi per la
sera, e calcolavano ricavi e perdite
della giornata. Si cominciava a fare
il conto delle mance, si sistemavano
marsine scucite, si riannodavano
cravatte a farfalla rese sghembe
dalla concitazione del servizio
pomeridiano. Alla monumentale
cassa il campanellino dello sportello
degli incassi suonava meno
freneticamente, e all'ingresso ci si
scappellava meno incontrando chi
usciva.
Anche gli odori cambiavano al
Gambrinus, a ora di cena. Com'era
stato imperante Sua Maestà il Caffè
durante la mattina e la fragranza di
pomodori cotti, mozzarella e
melanzane a ora di pranzo, e le paste
e i salatini nel lungo pomeriggio dei
vermut e dei rosoli, ora gli aromi si
mescolavano senza vincitori né
vinti, avendo già impregnato di sé le
sete e gli arazzi per quel giorno, in
attesa del successivo.
I suoni facevano la loro parte, al
Gambrinus a ora di cena. L'allegra
melodia del mattino e quella
sognante del pomeriggio si erano
evolute, sulla tastiera del bel
pianoforte a coda, in arpeggi
interlocutori, un allenamento
armonico senza significato preciso.
Un ruscello di note, una polvere di
stelle cadenti che circondava i
cristalli senza farli vibrare, una
musica di attesa e di sottile
rimpianto.
L'aria era stranamente limpida,
nelle luci del Gambrinus, a ora di
cena. Sigari e sigarette erano un
ricordo del pomeriggio, quando si
mischiavano all'odore della pioggia
e al suono argentino delle risate di
donna e dei cucchiaini che giravano
il tè nelle tazze; e sarebbero tornati
nella lunga notte, a far da nebbioso
contorno alle parole sussurrate e al
tango sensuale e disperato ballato al
centro della sala, in mezzo ai
tavolini strapieni di sguardi e
sfogliatelle. Ma a quell'ora, all'ora di
cena, la luce degli immensi
lampadari di cristallo giocava sugli
ori e sugli argenti delle pareti e dei
banconi, arrivando intatta com'era
partita dalle mille lampadine.
Dura poco, l'ora di cena al
Gambrinus: dall'ultimo bicchiere di
vermut sorbito e abbandonato vuoto
sul tavolo al primo nottambulo che
entrerà guardandosi attorno deluso,
trascorrerà meno di un'ora. Ma sarà
un'ora lunghissima.
Perché è l'ora di cena.

Maione entrò al Gambrinus
circospetto, ma c'era pochissima
gente: nessun incontro indesiderato
da temere.
Qualche tavolino era occupato,
certo; d'altronde la sala era grande.
Una donna sola, il trucco un po'
sfatto, lo sguardo bellicoso. Un
signore anziano, gli occhi acquosi
dell'ubriaco, ogni tanto un'incongrua
risatina. Due uomini col colletto
rigido, intenti a mangiare un piatto
di qualcosa senza guardarsi in
faccia. Una coppia, lui col giornale e
lei a guardare il vuoto, senza dirsi
una parola. Che tristezza, pensò il
brigadiere.
Vide Ricciardi al solito tavolo,
una tazza fumante davanti, le mani
in tasca e lo sguardo perso fuori,
sulla via lucida di pioggia e striata di
luce dai lampioni. Era pallido da far
paura, e il labbro inferiore era di
tanto in tanto scosso dai tremiti.
«Commissa', voi non state bene:
e queste non sono serate da passare
in mezzo alla strada, se uno non sta
bene. Tenete la febbre altissima, si
vede subito. Fatevi accompagnare a
casa, sentite a me: se state male non
servite a nessuno».
«Non ti preoccupare, sto bene. Io
sono uno di quelli che, se si cura, sta
peggio. Ti ho ordinato una
sfogliatella e un caffè. Piuttosto,
dimmi che hai combinato oggi, e poi
ti racconto io».
Per oltre mezz'ora si scambiarono
le notizie relative alle reciproche
indagini. Ricciardi parlò del
sacrestano, senza riuscire a
nascondere il proprio raccapriccio
per l'individuo disgustoso che era;
Maione parlò di Cristiano e della sua
scorza, così triste in un ragazzo tanto
giovane, e di Cosimo e delle sue
meschinità. Da tutti veniva
un'ipotesi di delitto, in tutti c'era la
possibilità di una violenza; in
nessuno vedevano un avvelenatore.
Poi, il brigadiere raccontò
dell'appostamento di Bambinella e
delle notizie relative allo zoppo, che
ora forse aveva un cognome, un
nome e un indirizzo.
Maione scosse il testone, avvilito:
«Commissa', qua non ci esce
niente, stiamo girando a vuoto. Pure
lo zoppo, in mano che abbiamo? Le
confidenze di una puttana a un'altra
puttana. E magari è solo un
pervertito, e allora ce lo andiamo a
prendere e lo sbattiamo in galera,
non prima di avergli fatto un bel
mazziatone, sia chiaro».
Ricciardi a sua volta non pareva
convinto:
«Ma uno con tutti quei guai,
debiti, strozzini addosso, soldi da
cercare, si mette a perdere tempo a
sfogare le passioni su un bambino?
E poi, che c'entra quell'accenno al
fatto di aver trovato i soldi perché
aveva trovato il bambino? No, 'sto
fatto del pervertito non mi quadra
proprio».
«E allora torniamo al principio,
commissa': quello della morte
accidentale. Più scaviamo più
troviamo schifezze, sono d'accordo
con voi; cose orribili, che fanno
venire da vomitare. Io vi torno a
dire: facciamo una pulizia.
Sbattiamo in galera il saponaro, il
sacrestano, lo zoppo. Facciamo pure
una ricerca col pettine stretto sul
prete, mo' che il mascellone se ne va
perché fino ad allora non ci lasciano
muovere; insomma, diamo una bella
pulita. Ma il bambino è morto per
una disgrazia, pace all'anima sua, e
mo' è un angelo in Paradiso:
lasciamolo stare là».
Ricciardi tacque. Guardava fuori
in strada; pioveva e faceva freddo,
ma a vegliare c'era il guappo morto
che buttava sangue dal cuore e
diceva: voglio vedere, dai. Voglio
vedere se lo fai. Pensò che le cose
stanno là, ferme e immutabili; ma
qualcuno le vede, e qualcun altro no.
Si girò verso Maione:
«Domani è festa, Raffaele. E
dopodomani è il giorno dei morti.
Hai due giorni di riposo, stattene
tranquillo a casa coi tuoi. Ti
ringrazio tanto, per avermi fatto
compagnia in questa pazza indagine
che probabilmente, anzi
sicuramente, è una mia fissazione».
Maione scrutava il volto del
commissario:
«Voi non state bene. Innanzitutto
tenete un febbrone da cavallo, e il
tempo fa schifo, quindi se ve ne
state in strada vi prendete una
polmonite. Poi vi conosco, un poco:
anzi, vi conosco bene, e non siete il
tipo da mollare una situazione come
questa, a questo punto. Fatemi una
promessa; commissa': prendetevi
una pausa. Non teniamo piste calde,
qua purtroppo tutto è fermo.
Abbiamo visto quello che potevamo
vedere, altro da fare non c'è.
Aspettiamo martedì, e ci rimettiamo
a cercare».
Ricciardi fece un mezzo sorriso:
«Sì, non credo che ci sia altro da
fare. Stai tranquillo».
Maione non mollò:
«Me lo dovete promettere,
commissa'. Se no, non vi faccio
uscire dal Gambrinus. Nessuna
iniziativa, nessun contatto finché
non ci rivediamo io e voi. Se vi
accompagno, lo sapete, è meglio per
tutti. Vi prego, fatemi stare quieto,
alla mia età le preoccupazioni fanno
male».
Ricciardi scosse la testa:
«Io promesse non ne faccio mai,
lo sai. Ma ti dico, ancora, di non
preoccuparti, perché non c'è altro da
fare per ora. Ti aspetterò. Adesso vai
a casa, che pure io mi vado a mettere
a letto con un'aspirina».
Lungo la strada, scosso dai
brividi e con un mal di testa che si
andava facendo insopportabile,
Ricciardi pensò a Enrica. Ci pensò
per trovare un rifugio dal tormento
dell'immagine del bambino morto,
del sacrestano che si passava la
lingua sulle labbra, di Bambinella
che parlava a Maione dello zoppo,
del rigattiere con l'argento nel
carretto.
Mille piccoli particolari, legati o
slegati fra loro, e un quadro generale
che tardava a comporsi.
Quando entrò nel portone si girò
a guardare, e vide il cane fermo a
osservarlo nella pioggia che aveva
ricominciato a cadere.

49


Domenica, primo novembre

La domenica sotto la pioggia è
tutta un'altra cosa.
Ti mette di fronte a quello che
non pensavi, a quello che non avresti
mai voluto. Ti impedisce di tuffarti
in mezzo alla gente per strada, di
drogarti di luci e di colori, di farti
sballottare da grasse balie nei
giardini o da giovani coppie nei
caffè in galleria. Non ti permette di
andare a sentire il profumo del mare,
e le urla dei pescatori che
propongono quello che hanno preso
di notte.
La domenica sotto la pioggia
chiude le porte. Penetra con la luce
dalle fessure, allaga le pareti e il
pavimento, entra nell'anima salendo
dai piedi e stringendo il cuore in
pugno. La domenica sotto la pioggia
sa come fare, a giocare con la
speranza e la solitudine.
La domenica sotto la pioggia ti fa
volere qualcos'altro, rispetto a quello
che hai. Ti fa guardare le finestre
rigate d'acqua e tutto quello che si
vede diventa distorto, alterato.
Neanche le immagini del fuori ti
consente, la domenica sotto la
pioggia, nelle lunghe ore negate al
passeggio e agli incontri.
Se sei un vecchio medico con
tante ferite di guerra sull'anima, la
domenica sotto la pioggia ti scoprirà
già sveglio all'alba. Ti alzerai
ciabattando per una casa troppo
grande per te, la camicia da notte
piena di spifferi freddi, le calze
pesanti. Fumerai a lungo, guardando
in faccia senza vergogna e con molta
paura la tua antica solitudine, e il
futuro oscuro che forse non avrai.
Penserai alle lontane nebbie e alle
piogge della tua adolescenza, piene
di giochi e senza frustrazioni; e forse
deciderai di vestirti e di andare lo
stesso in ospedale, anche se non è il
tuo turno. Perché i malati e il loro
dolore sono tutto quello che ti resta.
La domenica sotto la pioggia ha
le sue armi.
Se sei una ragazza innamorata
non vedrai l'ora che succeda
qualcosa, e invece la domenica sotto
la pioggia sospenderà il tempo in un
nulla che sembra infinito. Leggerai e
rileggerai una lettera, la confronterai
con quello che speri, e la luce fredda
che viene dalle finestre rigate ti farà
temere il peggio. Preparerai il
pranzo con gesti distanti e lontani, e
la famiglia percepirà il tuo
nervosismo inspiegabile e ti
guarderà preoccupata o infastidita.
Tu non te ne accorgerai,
avvicinandoti continuamente alla
finestra come un pesce alla parete di
un acquario, sognando e temendo un
mondo in cui forse non riusciresti a
respirare.
La domenica sotto la pioggia è
piena di paure.
Se sei un uomo che si sente
donna passerai forse la giornata a
laccarti le unghie, e a togliere ogni
singolo pelo dal tuo corpo. Proverai
rabbia per non poter uscire con un
vestito pieno di fiori, per urlare al
mondo che sei bella e forte, a
dispetto della natura che non ha
voluto ascoltarti. Forse tornerà alla
memoria il bambino che eri, per
strada, scacciato e sfottuto,
mortificato da quegli stessi che oggi
ti vengono a cercare famelici.
Qualcuno furtivo verrà a trovarti,
fradicio d'acqua e trafelato, e si
guarderà attorno quando arriva e
quando se ne va nel timore di essere
visto; ma a te non importa, perché
anche quello è amore, e se ruba
pochi attimi prima o poi te li
restituisce.
La domenica sotto la pioggia fa
strani regali.
Se sei una donna bellissima e
forestiera guarderai la tua strana,
nuova città attraverso la pioggia.
Penserai che per essere il paese del
sole ci piove abbastanza, qui. Ma
che anche la pioggia è diversa,
scrosci alternati a raggi di luce pieni
di canzoni. Penserai di uscire lo
stesso, e girerai in macchina per le
strade deserte godendoti i palazzi
muti di fronte al mare, la spuma
delle onde fino in strada, l'aria carica
di elettricità. Penserai che hai voglia
di un uomo, quando al caffè mille
mani vorranno accenderti la
sigaretta e mille sorrisi renderanno
livide le altre dame; ma tu hai voglia
di quell'uomo, non di altri, e la tua
mente coltiva una speranza per
volta.
La domenica sotto la pioggia
restringe il campo.
Se sei un brigadiere in un giorno
di festa poltrirai nel letto, tanto per
cambiare, mentre la pioggia batte
alle imposte. Farai l'amore di
mattina, con calma, perdendoti nei
capelli biondi e negli occhi azzurri e
nella pelle morbida della donna che
hai amato, che ami e che amerai
senza requie finché i tuoi occhi
avranno luce. E poi accoglierai
cinque folletti nel letto, mentre lei ti
prepara la colazione, e racconterai a
tutti quegli occhi spalancati di
mirabolanti avventure dell'eroico
poliziotto che arresta i delinquenti. E
forse penserai a chi non c'è più e gli
manderai una lacrima e un sorriso,
ricordandogli che nella tua anima di
padre una stanza grande, bella e
luminosa è per lui, e così sarà
sempre.
La domenica di pioggia ha tanti
ospiti.
Se sei una vecchia tata piena di
dolori guarderai il tuo signorino che
si veste per uscire, anche oggi che è
domenica, anche oggi che è la festa
di Tutti i Santi, anche oggi che piove
a dirotto. E protesterai, ti lamenterai
ma non verrai ascoltata. Non vieni
mai ascoltata. Ne scruterai gli occhi
luccicanti di febbre, ne ascolterai la
tosse secca. Proverai l'acuta
sofferenza della tua inadeguatezza, il
timore del suo dolore. Legherai una
speranza all'averlo visto scrivere di
nascosto e conservare un foglio
spiegazzato nella tasca della giacca.
Proprio sul cuore.
La domenica sotto la pioggia ha
qualche speranza, nelle solitudini.


Ricciardi camminava, e i suoi
passi risuonavano come di notte
benché fosse mattina: la pioggia
teneva la gente nelle case, quella
domenica d'autunno.
Se ne sarebbe stato anche lui tra
le mura domestiche, quel giorno: si
sentiva a pezzi, la gola in fiamme, la
testa avvolta come nell'ovatta; ma
sapeva che non avrebbe avuto riposo
finché non fosse riuscito a capire chi
fosse lo zoppo, e quale ruolo avesse
avuto negli ultimi giorni di vita di
Tettè.
Il sacrestano era stato solo un
tramite; gli altri ragazzi non
potevano saperne nulla, e comunque
sarebbe stato difficile estorcergli
informazioni; don Antonio non ne
era sicuramente informato, e lui non
poteva comunque avvicinarlo dopo
la lettera della curia; non restava che
una persona, alla quale il bambino
poteva aver detto qualcosa.
Il portiere del palazzo di via
Toledo si mostrò molto diffidente:
quel bizzarro individuo venuto sotto
la pioggia, senza cappello e con
quegli occhi verdi lucidi di febbre
gli parve troppo strano per
consentirgli un facile accesso ai.
suoi padroni; di domenica mattina,
per di più. Gli stava dicendo di
ripassare un altro giorno perché la
signora era fuori quando,
smentendolo, lei lo chiamò
all'interfono ordinandogli di far
passare quel curioso visitatore.
Ricciardi fece una rampa di scale
e trovò Carmen ad attenderlo sulla
porta, con una cameriera pronta a
impadronirsi del suo soprabito.
«Commissario, prego,
accomodatevi. Per fortuna vi ho
visto dalla finestra, altrimenti quel
cerbero di Alberto non vi avrebbe
fatto passare, senza nemmeno
chiedere a me. Dovrò parlargli
chiaro, uno di questi giorni».
Ricciardi la seguì attraverso
alcune sale fino a un soggiorno
illuminato da un grande lampadario
di cristallo. La casa era grande e
molto ricca, piena di tappeti, arazzi e
quadri antichi; trasudava un
consolidato benessere, fortune
risalenti a epoche precedenti e rese
stabili dalle generazioni successive.
I soprammobili, le statue, i mobili
stessi raccontavano di viaggi in
paesi esotici e di un gusto raffinato.
Carmen seguì lo sguardo di
Ricciardi:
«La ricchezza non è mia,
commissario. Viene dalla famiglia di
mio marito, ve l'ho detto l'altra volta.
E questa casa, le altre, tutto questo
sfarzo finisce con noi. Per colpa
mia, della sterilità».
Il commissario la osservò: il
dolore non sembrava averla
abbandonata, pur essendo ormai
passato dalla fase in cui è un mare in
tempesta che urla nell'anima a un
sordo rumore di fondo. Il viso
delicato era arrossato, sciupato,
attraversato dalle rughe del pianto;
gli occhi cerchiati, il fazzoletto
strapazzato continuamente dalle
mani sottili. Indossava un vestito
nero, in tutto simile a quello che
portava al funerale del bambino, o
forse era lo stesso.
«Non riesco a non pensarci,
commissario. È come un blocco qui,
in petto, che fa male ogni volta che
respiro. Non mi ero resa conto, io
stessa, di ciò che quel bambino
significasse per me. Pur vedendolo
solo due o tre volte a settimana, il
pensiero di stare con lui mi dava una
forza che non avrò più. Come farò,
adesso?»
Sospirò, guardando nel vuoto.
Ricciardi provò di nuovo un'acuta
sensazione di partecipazione, quella
solitudine immensa. La donna era
sola, in mezzo alla sua ricchezza,
più di quanto lo fosse stato il povero
Tettè nella sua vita povera e
disperata, così breve, durata il tempo
di un respiro.
«Signora, non vi volevo
disturbare: mi rendo conto di quanto
siano difficili, per voi, questi
momenti».
Carmen alzò lo sguardo:
«Ho molto pensato a quello che
mi avete detto, commissario. Avete
ragione, avrei dovuto prendere Tettè
con me. Avrei dovuto superare i
timori, le grettezze e le meschinità e
avrei dovuto dargli la vita e il
benessere che si deve dare a un
figlio, perché per me lui era questo,
ormai: il figlio che Dio non mi ha
voluto far generare. Ho avuto paura,
e sono stata punita. Ma la punizione
è stata troppo pesante».
Ricciardi cercò di rincuorarla:
«No, non dovete pensare questo.
La morte di Tettè è figlia della
strada, dell'abbandono di queste
povere creature. È figlia
dell'indifferenza di noi tutti, non
della vostra, che anzi eravate l'unica
ad aver sentito l'esigenza di dare
sollievo».
La donna scosse la testa:
«No, commissario. Purtroppo non
è così. Forse ho cominciato con
quest'intento, ma poi per me Tettè
era diventato qualcosa di diverso, di
più profondo. A me interessava lui,
non gli altri ragazzi, non tutti i
poveri bambini che vivono per
strada. E non so perdonarmi di
averlo lasciato solo a morire».
«Perché vi tormentate, signora?
Perché vi accusate di vigliaccheria?»
Carmen si alzò.
«Venite con me, commissario.
Voglio farvi vedere una cosa».
Ricciardi seguì la donna per un
lungo corridoio e poi per una rampa
di scale, in cima alla quale c'era una
porta. Su una sedia un infermiere in
camice bianco leggeva un giornale;
appena vide la signora si alzò in
piedi.
«State, state. Voglio solo far
vedere una cosa al commissario.
Aprite lo spioncino».
Al centro della porta c'era uno
sportellino, con un pomello per
aprirlo verso l'esterno. L'uomo diede
un'occhiata rapida, poi si fece da
parte; Carmen rimase a guardare per
un lungo attimo, poi fece spazio a
Ricciardi, con l'espressione
addolorata. E lui guardò.
La stanza era in penombra, senza
finestre, illuminata solo da una fioca
lampada incastrata nel muro e
protetta da una rete metallica.
L'unico arredo era un letto, al centro
del locale. Un uomo era seduto sul
materasso, vestito con una camicia
da notte.
L'età era indefinibile, avrebbe
potuto avere trenta o settant'anni.
Dalla testa spuntavano radi ciuffi di
capelli neri, smorti. Gli occhi
guizzavano continuamente sulle
pareti, come se seguissero il
movimento di animali notturni.
Dalla bocca in movimento costante
usciva un filo di bava che colava sul
collo e sulla camicia; dallo sportello,
protetto da un vetro, si percepiva un
mormorio, un flusso di parole senza
senso. Carmen lo richiuse.
L'infermiere disse:
«Ha già fatto colazione e preso la
medicina, signora».
«La notte com'è andata?»
«Tranquilla, per lo più. Tra poco
viene Stefano, l'infermiere di giorno,
a darmi il cambio. Avete bisogno
d'altro, signora?»
Carmen scosse tristemente la
testa, e fece cenno a Ricciardi di
seguirla. Quando furono di nuovo
seduti nel salotto, la donna sorrise
amaramente mostrando al
commissario una foto in una cornice
d'argento:
«Avrei dovuto dire: vi presento
mio marito. Qui è com'era quando ci
siamo sposati, e l'avete visto adesso.
Una malattia nervosa, i medici
dicono che può essere addirittura
ereditaria. Forse è stato meglio, che
io sia sterile».
Nella fotografia c'era un uomo
sorridente, alto e bello che nulla
aveva in comune col vegetale in
cima alla rampa di scale; teneva
sottobraccio una Carmen più
giovane e molto più felice, vestita di
bianco.
«Non molto tempo fa,
commissario. E a me invece pare un
secolo. Ho voluto farvelo vedere per
capire, anche solo in parte, per quale
motivo non ho portato subito Tettè
in questa casa. Infermieri, medicine;
porte chiuse. Che posto è, per un
bambino?, pensavo. E invece
sarebbe ancora vivo, se non avessi
avuto questa idea. Ma non è solo
questo, che mi danna. In realtà sono
stata un'egoista, una profonda
egoista».
«Perché, signora?»
«Mio marito ha dei parenti.
Personaggi avidi, interessati alla sua
ricchezza. Una nostra adozione gli
avrebbe sottratto la speranza di poter
mettere le mani, un giorno, su quello
che è nostro. Avrebbero fatto di
tutto, per impedirlo: e io non ho
voluto dare a mio marito, nel suo
stato, il dolore di ritrovarsi tutta la
sua famiglia contro. Preferivo fare
donazioni a don Antonio, dare un
po' di benessere a Tettè in questa
maniera indiretta. Sono stata
vigliacca, insomma. E adesso non
potrò mai perdonarmi».
Ricciardi provava pena, per la
donna: ma non poteva confortarla.
Aveva ragione, anche lui al suo
posto avrebbe portato sulla
coscienza il peso del proprio
benessere.
«Signora, perdonatemi: io sono
qui per chiedervi una cosa. Da
alcune informazioni che abbiamo
ottenuto negli ultimi giorni, risulta
che Tettè aveva incontrato un uomo.
Voi ne sapete nulla?»
Carmen sbatté le palpebre,
perplessa:
«Un uomo? Tettè? No, non ne so
nulla. Quale uomo?»
Ricciardi cercò di essere più
preciso:
«Pare che un uomo elegante, alto,
abbia preso contatto col bambino
attraverso il sacrestano. Quest'uomo
dovrebbe aver visto Tettè almeno
due o tre volte, nell'ultima settimana
prima della morte del bambino. Lo
vedeva fuori dalla parrocchia, sono
abbastanza sicuro che né don
Antonio né gli altri ragazzi ne
sapessero nulla. Pensavo che Tettè
potesse avervene parlato». .
«No, assolutamente no. E mi
meraviglio molto, mi diceva tutto.
Com'era, quest'uomo?»
«Vi ho detto, alto, elegante; pare
fosse claudicante, girava con un
bastone per aiutarsi a camminare».
Ricciardi notò l'immediato
cambiamento nell'espressione di
Carmen: aveva sgranato gli occhi,
portando la mano col fazzoletto alla
bocca. L'altra mano aveva
abbrancato il bracciolo della
poltrona, le nocche sbiancate per lo
sforzo.
«Che dite, commissario? Siete
sicuro?»
«Sì, signora. Altre informazioni,
ancora da verificare, indicano che
l'uomo abiti a Santa Lucia. Mi
riprometto di andarci oggi stesso».
Carmen si alzò in piedi. La voce
le tremava di eccitazione e dolore.
«Io lo conosco, commissario. Io
so chi è, quest'uomo!»
Ricciardi si alzò a sua volta,
fissando la donna in volto con
espressione interrogativa. La donna
riprese:
«È il fratellastro di mio marito,
Edoardo. Si chiama Edoardo
Sersale. E mi odia, mi odia con tutta
l'anima».
Carmen piombò di nuovo a
sedere, e prese a singhiozzare
disperata. Ricciardi aspettò che si
calmasse, poi chiese:
«Perché pensate che possa essere
lui, signora? Devo dirvi che anche il
nome corrisponde a quanto abbiamo
saputo. Non volevo dirlo fino a
quando non avessi verificato
personalmente».
Carmen sembrava distrutta dai
propri pensieri:
«È lui; il figlio di secondo letto
della mia povera suocera, che ha
fatto morire di dolore. Mi aveva
giurato che si sarebbe vendicato. Mi
aveva chiesto soldi, io amministro le
cose di mio marito, avete visto in
che condizioni è. È un uomo
dissoluto, donnacce, gioco, cavalli,
tutti i vizi possibili lui ce li ha. Io ho
detto basta, con lui è come buttare i
soldi in un pozzo, non c'è fine. E lui
mi ha detto: mi vendicherò».
Ricciardi fissava la donna,
perplesso:
«E cosa pensate che abbia fatto?
Che c'entrava, Tettè?».
«Ma non capite, commissario?
Mi ha colpita nell'unica cosa che
amavo: nel bambino. In un colpo ha
eliminato il pericolo dell'adozione e
mi ha tolto Tettè. Dio,
commissario... se è stato lui, vuol
dire che il bambino è morto... per
colpa mia! Solo per colpa mia!»
Ricciardi restò a guardare la
donna scossa da singhiozzi disperati,
non sapendo come confortarla..
Fuori, la pioggia copriva tutto:
uomini e cose.

50


Sette giorni prima, domenica 25
ottobre.

All'uscita dalla messa, Tettè alza
gli occhi e scruta. Non piove, in
questo momento, ma a terra è tutto
bagnato e in cielo ci sono nuvole
nere.
Che giornata sarà?, si domanda.
Vedrò il mio angelo? Forse verrà a
prendermi, anche se non ha
avvertito don Antonio; forse le verrà
voglia di vedermi, arriverà e io
starò con lei per un'ora. Andremo in
macchina, io mi siederò dietro come
se lei fosse il mio autista. E mi
porterà a prendere qualcosa di
buono, e io riderò, e lei mi terrà
stretto.
Come una mamma e il suo
bambino.
Mentre pensa a questo trova,
accucciato sotto le scale della
chiesa, il cane che appena lo vede
balza in piedi e si mette a
scodinzolare. Tettè lo abbraccia,
rapidamente, poi si avvia verso
l'angolo per non farsi vedere. Tira
fuori dalla tasca dei pantaloncini
una mollica di pane, e la dà al cane.
Il cane mastica e inghiotte quasi
subito.
All'improvviso si mette a
ringhiare, guardando dietro le spalle
di Tettè. Il bambino si volta, e
incontra gli occhi di Amedeo. Sono
occhi inespressivi, non c'è niente
dentro. Tettè ha terrore, di quegli
occhi.
Amedeo fa un segno con la testa,
Tettè si accorge che dietro di lui ci
sono tutti gli altri, i gemelli, Saverio,
Cristiano. I gemelli si fanno avanti e
lo tengono, uno per braccio. Saverio
fa passare attorno al muso e alla
testa del cane un cappio di corda,
col nodo che scorre, e stringe. Il
cane ringhia più forte e dà un morso
alla mano di Saverio, un morso
veloce: la mano sanguina, Saverio
bestemmia e stringe la corda. Il
cane strabuzza gli occhi e tossisce.
Amedeo fa segno di no, e molla
uno schiaffo a Saverio che allenta il
cappio.
Amedeo si volta e comincia a
camminare; dietro di lui i gemelli
con Tettè. Il cane esita, poi segue il
gruppo senza fare resistenza, la
corda è lenta, non c'è bisogno di
trascinarlo.
Cristiano si volta a guardare
Tettè una volta sola. Anche lui ha la
paura negli occhi. Tettè vorrebbe
urlare, ma non può: il serpente
stringe, e lui a stento riesce a
respirare.
Il piccolo corteo procede fino a
una rientranza della strada, una
minuscola piazza ai piedi di una
scala a doppia rampa, nei paraggi
del deposito di alimentari. Non
passa nessuno. Angelo, angelo mio,
dove sei?
Saverio porta il cane di fronte a
Tettè. Il cane guaisce, una volta
sola, poi si accuccia. Aspetta. I
gemelli allentano la stretta sulle
braccia di Tettè, senza lasciarlo
andare.
Amedeo dice: è ora di colazione,
cacaglio infame. Non ti ricordi, che
te l'ho promessa una bella
colazione? Che ti pensavi, che te la
facevamo buona? Save', caccia la
colazione.
Saverio tira fuori dalla tasca del
vecchio cappotto che ha addosso e
che gli arriva quasi ai piedi i
bocconi avvelenati.
Ecco qua, dice. La colazione è
servita. Cominciano tutti a
sghignazzare, tranne Cristiano.
Amedeo si asciuga le lacrime e
ridendo ancora dice: allora,
cacaglio infame, hai deciso? Chi la
deve fare, questa colazione, tu o il
bastardo sacco di pulci? Parla, dai.
O non ci riesci, a parlare?
Cristiano dice: Amede', lasciamo
perdere. Questa è una cosa che ci
costerà cara, a tutti quanti. E di
buono, niente. Perdiamo pure quello
che il cacaglio ci porta quando la
signora se lo viene a prendere.
Amedeo risponde: Cristia', statti
zitto. Mi hai scocciato pure tu, che ti
metti paura dell'ombra tua. O ti
piace anche a te, il cacaglio? Sei
diventato ricchione come il
sacrestano? Se vuoi, un boccone te
lo puoi mangiare pure tu. Così
sembrerà che i fessi che non
sapevano che erano avvelenati
erano due, non uno.
Cristiano tace, e fa un passo
indietro. Guarda a terra. Tettè
invece guarda in cielo e pensa
angelo, angelo mio, perdonami: ma
io non glielo faccio avvelenare, il
cane. È mio amico, e non glielo
faccio avvelenare.
Proprio mentre sta per dire io, la
colazione la voglio fare io, si sente
un brusco richiamo: uè, guagliu; ma
che state facendo, qua? Perché lo
mantenente fermo, al ragazzo?
Tutti si girano verso la voce, e
vedono che all'ingresso del piazzale
si presenta una figura alta, con
l'espressione dura. L'uomo si mette
in mezzo, zoppicando. Punta il
bastone verso Saverio e gli dice:
sciogli il cane. Sciogli subito quel
cane, e lascialo andare.
I ragazzi si guardano, non sanno
che fare. Sono tanti e lui è uno, e
nella piazzetta non c'è nessuno.
Potrebbero farli mangiare pure a
lui, i bocconi.
Ma ha il bastone, e una brutta
faccia. Capiscono che non è il caso
di fare resistenza. Amedeo fa un
segno a Saverio, che toglie il cappio
dal collo del cane; l'animale
ringhia, arretra di qualche passo ma
non scappa via. I gemelli lasciano le
braccia di Tettè e aspettano un
segno da Amedeo. A un certo punto
uno dei due si volta e scappa. L'altro
lo guarda, guarda Amedeo e si
allontana, camminando all'indietro.
Amedeo dice a Tettè: cacaglio,
mica abbiamo finito. Ci vediamo
dopo. E si allontana altero, seguito
da Cristiano e Saverio che sputa a
terra.
Lo zoppo si avvicina a Tettè. Il
gruppo dei ragazzi si ferma subito
fuori la piazzetta e resta a guardare.

51


Riparato dalla pioggia in un portone,
Ricciardi aspettava. Magari ci
sarebbero volute ore; o forse solo
pochi minuti. Il suo lavoro era fatto
di pazienza e di attesa.
Gli veniva da ridere quando
capitava di vedere al cinematografo,
accompagnati dal frenetico suono di
un pianoforte scordato, suoi
immaginari omologhi americani
saltare da finestre con la rivoltella
spianata; o di leggere su libri da
pochi centesimi di terribili conflitti a
fuoco, di poliziotti che
sbaragliavano a suon di cazzotti
schiere di criminali. La massima
parte del suo mestiere consisteva in
questo, aspettare sotto la pioggia,
magari inutilmente; e per il resto
compilare verbali che nessuno
avrebbe letto.
Starnutì, accusando il
contraccolpo con una fitta alle
tempie. Forse avrebbe dovuto
mantenere la promessa non fatta a
Maione, passando la domenica sotto
le coperte a sorbire qualche terribile
intruglio caldo di Rosa. Si sarebbe
affacciato di tanto in tanto alla
finestra, e forse sarebbe riuscito a
vedere Enrica di sfuggita. Magari gli
avrebbe anche sorriso, e lui avrebbe
capito che l'ultima sua lettera l'aveva
compiaciuta.
Invece i piedi di poliziotto
l'avevano trascinato sotto l'acqua, a
Santa Lucia, ad aspettare un uomo
che non aveva mai visto e che,
chissà, non era nemmeno coinvolto
in quello che cercava.
Già: ma che cosa cercava? Il
fantasma di un bambino morto, che
forse non esisteva. Anzi, certamente
non esisteva, se non nella sua mente
malata.
La mente malata, pensò: e rivide
il triste spettacolo che aveva
guardato dallo spioncino, a casa
della povera Carmen: un uomo
impazzito, un vegetale umano in
perenne dialogo con un mondo di
fantasmi che vedeva solo lui. In che
cosa, in fondo, il marito della Fago
di San Marcello era diverso? In
niente. Forse solo nel fatto che
mentre quello ormai vedeva
esclusivamente spettri, lui invece un
minimo legame col mondo reale ce
l'aveva ancora.
Che mi diresti tu, fantasma di
Tettè? Di dare una carezza al tuo
cane, che così magari smetterebbe di
perseguitarmi? Che finalmente hai
trovato da mangiare? Chissà che
dicono i suoi fantasmi al signor
Fago. Dovremmo scambiarci le
impressioni.
Il portone che stava guardando
all'improvviso si aprì. Ne uscì un
uomo alto, più o meno coetaneo di
Ricciardi, forse un po' più vecchio;
portava un cappello e un elegante
soprabito, e un bastone. Zoppicava.
Si guardò attorno, circospetto;
quando vide che in strada non c'era
nessuno si sentì rassicurato e si
chiuse il portone alle spalle.
Prima che Ricciardi avesse il
tempo di muoversi, dall'ombra del
vicolo di fianco al palazzo dal quale
era uscito l'uomo vennero tre figuri e
rapidamente lo circondarono. Due
guardavano attorno, il terzo tirò
fuori dalla tasca qualcosa che
luccicò debolmente nella luce del
giorno piovoso. Lo zoppo sbiancò in
volto, terrorizzato, e alzò il braccio
per proteggersi il volto.
Ricciardi si scosse e agì, più
velocemente che poté: uscì dal
portone e andò verso il gruppetto,
urlando:
«Fermi, polizia! Lasciate cadere
le armi!»
L'uomo che guardava dalla sua
parte diede un grido di avvertimento
e scappò a gambe levate, seguito
dagli altri. Quello col coltello ne
agitò la punta verso lo zoppo, come
per avvertirlo, prima di dileguarsi.
Ricciardi si avvicinò all'uomo,
pallido come un cencio, appoggiato
allo stipite del portone chiuso.
«Mi avete salvato. Grazie. Avete
visto? Un coltello, avevano. Un
coltello».
«Sono il commissario Ricciardi,
della questura. Avete bisogno di
qualcosa di forte. Lì all'angolo c'è
una taverna, accomodatevi».
Tenendo d'occhio l'espressione
dell'uomo, Ricciardi registrò solo
sollievo quando si era qualificato;
evidentemente aveva da temere più
da altre parti che dalla polizia.
Raggiunsero la taverna; lo zoppo
camminava svelto nonostante il
selciato scivoloso, aiutandosi col
bastone e gettando sguardi
preoccupati in direzione del vicolo
dove erano scomparsi i tre
aggressori. Continuava a ripetere, a
mezza voce: a questo punto, a
questo punto sono arrivati...
Si sedettero a un tavolo; l'uomo
era noto al proprietario che lo salutò
affabilmente, guardando sospettoso
Ricciardi; doveva essere abituato
alle cattive compagnie di lui.
«Commissario, siete arrivato
giusto in tempo. Mi avrebbero ferito,
forse sfregiato. Grazie ancora».
Ricciardi mosse la mano
minimizzando:
«Questa zona è una mecca per i
rapinatori. Sono tempi difficili».
L'uomo fece una risata amara:
«Quelli non erano rapinatori. Io
so chi li ha mandati. Scusatemi, non
mi sono presentato: sono Edoardo
Sersale. E ringrazio il cielo che voi
siate passato sotto casa mia proprio
in quel momento, altrimenti me la
sarei vista davvero brutta».
«Io non sono passato per caso.
Aspettavo voi, signore. Proprio
come quei tre, anche se ovviamente
con diverse intenzioni».
Sersale lo guardò con curiosità:
era sorpreso ma non spaventato.
«Davvero? E perché mai? I
poliziotti sono gli unici a cui non
devo dei soldi. E non ho truffato mai
nessuno».
Ricciardi studiava le reazioni
dell'uomo con attenzione: «Avete
detto che sapete chi ha mandato quei
signori. Di chi si tratta, e perché
credete di saperlo?».
Edoardo aveva chiesto una
brocca di vino, se n'era versato un
bicchiere e l'aveva tracannato d'un
fiato.
«Non ve lo dico, naturalmente,
commissario. Se avessi voluto
sporgere denuncia, sarei venuto in
questura mesi fa; e probabilmente
adesso sarei morto. È brutta gente,
basti questo. Gente alla quale devo
dei soldi, urgentemente. Soldi che
non ho».
«Eppure qualche tempo fa avete
confessato a una ragazza, da qualche
parte, che presto li avrete. Come
contate di procurarveli?»
Sersale era sempre più curioso:
«Incredibile! Come lo sapete? Mi
sorvegliate? E da quanto tempo?».
Ricciardi decise di mettere in
chiaro la propria posizione:
«No, non vi sorvegliamo. Io mi
sto occupando... sto seguendo una
situazione nella quale pare voi siate
implicato: la morte di Diotallevi
Matteo, un orfanello della
parrocchia di Santa Maria del
Soccorso a Santa Teresa. Vi dice
niente?».
L'uomo fece un balzo all'indietro
come se fosse stato all'improvviso
colpito in piena faccia:
«È morto? Tettè è morto? Ma
come... Non è possibile, io l'ho visto
la settimana scorsa! E stava
benissimo! Non può essere,
commissario: questo è uno scherzo
di pessimo gusto».
«Purtroppo no. È stato ritrovato
lunedì mattina all'alba, sullo scalone
del Tondo di Capodimonte».
Sersale si passò una mano sulla
faccia:
«Povero bambino... ma come...
com'è morto?».
«Sembrerebbe che abbia
accidentalmente ingerito del veleno
per topi. Ma ci sono alcuni punti
oscuri, sui quali appunto sto
indagando».
Guardandolo in faccia, Ricciardi
si rese conto che Sersale era davvero
sconvolto:
«Io devo raccontarvi le cose
come stanno, a questo punto,
commissario. Vi ho detto dei miei
debiti. Dovete sapere che la mia
famiglia…»
Ricciardi lo interruppe:
«So già della vostra famiglia. Ho
visto... il vostro fratellastro; la
moglie era affezionata al bambino,
l'ho incontrata diverse volte. È lei,
che ha confermato la vostra
identità».
Il viso di Sersale si indurì per
l'ira:
«Quell'arpia. Figuriamoci se
perdeva l'occasione. Abbiate
pazienza, però, commissario:
ascoltate la mia versione dei fatti».
Ricciardi assentì e fece segno di
andare avanti.
«Io sono stato ferito nella grande
guerra, e sono rimasto... così, come
mi vedete. Devo usare il bastone, e
in questi giorni umidi la ferita mi fa
impazzire di dolore. Non ho potuto
lavorare, darmi da fare come avrei
dovuto; o forse ho approfittato di
questa condizione per non lavorare,
come diceva la mia povera madre.
Mi piace la bella vita, d'accordo; e le
belle donne. Ma questo non fa di me
un malvivente, e la famiglia
dovrebbe essere d'aiuto quando uno
si trova in difficoltà. Quella donna...
Da quando mio fratello è in queste
condizioni, e non escludo che sia
stata lei a ridurlo così con qualche
fattura, dalla strega che è, ha chiuso
completamente i canali. Tutte le
sostanze della famiglia, e quindi
anche le mie, sono in mano a lei».
Ricciardi ascoltava con
attenzione. L'uomo continuò:
«Avevo perso tutte le ambizioni,
e ho avuto un lungo momento
difficile. Ma ora ho avuto un
contatto con un mio vecchio soldato,
che ha messo su un commercio col
nord Italia che... insomma, posso di
nuovo pensare al futuro, se solo
riuscissi a dare un colpo di spugna ai
debiti che ho. Avete visto, quei tre...
non mi uccideranno, perché in quel
caso non sarebbero più pagati. Ma
farmi del male, sfregiarmi, sì: quelli
sono i loro avvertimenti».
«Allora avete chiesto i soldi a
vostra cognata».
«E da chi altro sarei potuto
andare? Controlla tutto lei, la strega.
E mi ha detto di no, che bastava, che
dovevo assumermi le mie
responsabilità eccetera. Ero
disperato».
Ricciardi cercò di ricondurre la
storia al bambino: «E che c'entra
Tettè, in tutto questo?».
Sersale fece un sorriso stanco:
«C'entra, commissario. Ve l'ha
detto, che è sterile, vero? Che non
può avere bambini. Che la sua vita è
stata un inferno. Qualche mese fa,
per caso, rovistando in un baule alla
ricerca di un libro, mi sono ritrovato
in mano un pacco di lettere legate
con un nastro. Il baule veniva da
casa di mio fratello, erano indumenti
di mia madre, di cui si è disfatta
subito, la strega, non appena è
morta. Chissà come queste lettere,
evidentemente nascoste fin troppo
bene, sono andate a finire là. Il
mittente era il medico che ha avuto
in cura mio fratello, risalgono a una
decina d'anni fa, appena dopo la
guerra. Insomma, i due hanno avuto
una relazione. Durata anni, proprio
mentre il mio povero fratello stava
perdendo la ragione. Capito,
commissario? Capita la vergogna?».
Ricciardi si strinse nelle spalle:
«Cose che capitano. Non mi pare,
d'altronde, che voi siate nella
posizione di fare la morale a
nessuno, no?».
Sersale accusò il colpo:
«Non si tratta di morale: ha avuto
la relazione, sì o no? È stata
infedele, sì o no? E allora, forse, non
ha il diritto di appropriarsi delle
sostanze della mia famiglia. Quelle
lettere erano la prova. Allora ho
cominciato a seguirla, per vedere se
il rapporto col medico durava
ancora, o se aveva un altro amante».
Ricciardi annuì:
«E avete scoperto il bambino».
«L'ho scoperto, sì. E mi è parso
strano, tutto questo attaccamento.
Questo grande amore per un piccolo
bastardo... scusate, commissario.
Povera creatura. Insomma, mi sono
convinto che il bambino potesse
essere per lei qualcosa di più,
qualcosa di diverso. Magari il figlio,
frutto della relazione. E se non lo
fosse stato, avrei potuto ricattarla,
usando le lettere: voi lo sapete,
commissario, in questa città la
calunnia smuove le montagne. Avrei
insinuato il sospetto, basato sulla
certezza della relazione».
Ricciardi metteva insieme i pezzi:
«Allora avete cominciato a
indagare».
Sersale assentì:
«Precisamente. Ho regalato
qualcosa a quello schifoso del
sacrestano, un essere veramente
immondo, per potermi trovare da
solo col bambino. L'ho incontrato
alcune volte, il sacrestano credeva
che fossi un pervertito, c'è mancato
poco che non lo prendessi a
bastonate su quella faccia ributtante.
Devo ammettere che il bambino
faceva pena: piccolo, magro come la
fame, e balbuziente da fare pietà, per
dire una cosa ci metteva mezz'ora».
Ricciardi cominciava a capire a
che cosa mirasse Sersale:
«Voi volevate sapere se la donna
aveva, nei confronti del bambino, un
atteggiamento particolare, è così?
Da madre, insomma».
«Sì, è così. L'ho preso con le
buone e con le cattive, senza mai
fargli del male, però, per sapere
qualcosa dei comportamenti di lei;
ma non è venuto fuori niente,
commissario. Gli voleva bene, certo,
ma non gli diceva né gli dava niente
di particolare. Lui la chiamava
signora, l'adorava, si era attaccato a
lei enormemente: si sarebbe
attaccato a chiunque, come il cane
randagio che si portava dietro, che a
me faceva più pena di lui. Ma solo
perché era l'unica a trattarlo bene».
«Quindi avete rinunciato».
«Si. Speravo di poter usare le
lettere e il bambino, ma mi sono
reso conto che non avrei ottenuto
altro che coprire di vergogna il
nome di mio fratello, senza avere
altro. Ma non ho rinunciato, però. Ci
parlerò ancora, con la strega, e la
minaccerò di rendere comunque
pubbliche le lettere. Senza il
bambino sarà più difficile, lo so:
tanto più che non aveva fatto nulla
per adottarlo, o almeno prenderlo in
casa».
Ricciardi pensò che era appunto
il motivo per cui Carmen si era
condannata a un eterno rimpianto.
«Una cosa ancora, Sersale: chi
aveva, che voi sappiate, malanimo
nei confronti di Tettè? C'era
qualcuno che poteva, per esempio,
avere problemi se fosse stato
rinvenuto il cadavere nei pressi di
una casa o un negozio?»
Sersale rifletté, poi si strinse nelle
spalle:
«Gli altri ragazzi non gli
volevano bene, questo è certo. Ce
l'avevano con lui e col cane, l'ultima
volta che l'ho visto ho avuto appunto
la sensazione che stessero per fargli
del male. E anche il sacrestano, vi
ripeto, mi sembra il tipo che per due
lire venderebbe la sorella. Ma chi
può avere interesse a un bambino
così?»
Ricciardi annuì, tristemente. Chi
può avere interesse a un bambino
così?
«State attento, Sersale. La gente
dei vicoli non scherza. Magari vi
lasciano più di un avvertimento,
addosso. Se cambiate idea e vi
decidete a dirci i nomi degli
strozzini, sapete dove trovarmi. Nel
frattempo, finché non chiariamo tutti
gli aspetti della questione di Tettè, vi
consiglio di non lasciare la città».

52


Sette giorni prima, domenica 25
ottobre.

Lo zoppo trascina Tettè verso una
macchina ferma, all'angolo della
strada. Il gruppo dei ragazzi si è
allontanato e guarda da lontano, in
attesa di capire che cosa succederà.
Il cane, invece, si mette dall'altra
parte, sul marciapiedi, e si accuccia.
Tettè pensa: scappa, cane. Scappa.
Se quelli ti acchiappano ti
avvelenano, come quel povero gatto
che non aveva fatto niente di male.
Ma il cane non scappa, e si mette ad
aspettare.
Lo zoppo lo fa entrare in
macchina, sul sedile davanti, e lui
entra dall'altra parte. Tettè non si
sente come quando va in macchina
col suo angelo, che lo fa mettere
dietro come si mette il padroncino
con l'autista. E questa macchina non
gli piace, puzza di fumo e di sporco.
Lo zoppo lo prende per il braccio
e glielo torce, facendogli male.
Minorato, hai pensato a quello che
ti ho chiesto? Che ti dice, Carmen,
quando ti vede? Di cosa parlate?
Che cosa ti ha raccontato?
Tettè parla contro il serpente.
Capisce che se non parla è peggio.
Parliamo di cose mie, della mia vita,
della scuola, dice con difficoltà. Ci
mette un sacco di tempo, a dire
questo. Comincia pure a piovere,
con grosse gocce sul vetro della
macchina.
E come la chiami? Come si fa
chiamare, da te? Io la chiamo
signora, dice Tettè. La chiamo
signora, come la dovrei chiamare?
Pensa pure che la chiama angelo
mio, ma solo dentro.
Lo zoppo lo guarda fisso in
faccia, fa segno di sì, ha capito.
E che cosa ti dà? Che cosa ti
regala?
A Tettè si riempiono gli occhi di
lacrime. Dove sei, angelo mio?,
pensa. Il gruppo dei ragazzi non si è
spostato, con tutta la pioggia che
cade. Il braccio gli fa male, sotto la
stretta dell'uomo.
Non mi dà niente, dice piano, col
serpente che gli stringe la gola.
Niente. Mi fa mangiare. Una volta,
vorrebbe dire ma non ci riesce, mi
ha regalato un'automobile di legno,
piccola ma uguale alla sua, solo che
Amedeo me l'ha vista e me l'ha
schiacciata sotto i piedi; e allora io
ho raccolto i pezzetti di legno e ho
provato a riattaccarli, ma quelli non
si riattaccavano più.
E allora, vorrebbe dire Tettè ma
non ci riesce, una volta che ho
rubato in una casa per Cosimo ne
ho vista una per terra, forse il
giocattolo del bambino della
signora che rideva con Cosimo. E
l'ho presa, ed è stata l'unica volta
che ho rubato per me.
E la tengo nell'armadietto, l'ho
colorata con le matite della scuola.
Non è bella come quella che il mio
angelo mi aveva regalato e Amedeo
ha calpestato, ma me la fa
ricordare, la macchina del mio
angelo. E le ore felici che passiamo
insieme.
Questo direbbe Tettè, se il
serpente non gli stringesse la gola; e
se i pensieri gli si formassero in
parole, e non in confuse immagini
che si mischiano e si sovrappongono
nella mente.
Lo zoppo lo guarda disgustato, e
dice: sei inutile. Un essere inutile. E
mi stai pure inchiavicando la
macchina, con la sozzura che hai
addosso.
Vattene, dice. Sei inutile, e mi fai
schifo.
Apre lo sportello, lo spinge a
terra e riparte.
Tettè alza gli occhi e vede il
gruppo dei ragazzi, con Amedeo in
testa, che si avvicina di corsa.
Dietro di lui, il cane comincia a
ringhiare.

53


Di nuovo solo, e di nuovo sotto la
pioggia, Ricciardi ripensava al
colloquio che aveva avuto con
Sersale, lo zoppo.
Al di là dei problemi, della vita e
delle sue frequentazioni, gli era
sembrato sincero; l'esperienza gli
aveva però insegnato quali
straordinarie passioni il bisogno
facesse emergere dal nero delle
anime. Aveva visto il terrore dipinto
negli occhi dell'uomo, quando era
stato aggredito, e lui stesso gli aveva
detto che l'unica fonte di risorse era
il patrimonio del fratello, ben tenuto
sotto chiave da Carmen.
Poteva darsi, e Ricciardi non si
sentiva di escluderlo, che Sersale
avesse minacciato la donna di fare
del male al bambino e che, non
avendo sortito effetti, avesse posto
in essere il ricatto; anche la morte di
Tettè poteva essere stata un'abile
messa in scena, per non far risalire
nessuno a quello che il bambino
significava per la sua protettrice e
per chi la odiava.
Provò una stretta al cuore: magari
il piccolo orfano era stato una
pedina su una scacchiera, per
arrivare a una posta meschina e
materiale.
Si passò una mano sulla fronte
bollente di febbre: magari invece
non era vero niente, e al di là delle
lotte interne alla famiglia Fago il
bambino era morto accidentalmente,
come tutti avevano detto dal primo
momento: e una mano pietosa aveva
raccolto il povero cadavere dalla
fogna dov'era morto, e lo aveva
messo in una posizione dignitosa
dove sarebbe stato facilmente
trovato. Anche questo era possibile:
non poteva biasimare chi avesse
avuto paura di dichiarare che aveva
trovato un bambino morto sull'uscio
di casa.
Le strade erano deserte, sotto la
pioggia di nuovo intensa. Tutti
vivevano la loro domenica tra le
quattro mura calde e accoglienti
della propria casa. Dai palazzi
antichi e dai bassi arrivavano odori
di legna bruciata e di pasti festivi
consumati, aglio e cipolla, salse che
avevano borbottato nelle pentole per
un giorno intero prima di deliziare i
palati di chi adesso riposava,
ascoltando la radio e bevendo
surrogato di caffè.
Passò vicino a un vicolo dove
una settimana prima era avvenuta
una tragedia: un locale sotto il
livello della strada, in cui dormiva
una famiglia indigente, era stato
allagato da una marea di acque nere;
la forte pioggia aveva portato dalla
collina un grosso ramo attorno al
quale s'erano intrecciati foglie e
rifiuti che avevano causato
l'intasamento della fognatura. Per i
genitori e i due figli, sorpresi nel
sonno, non c'era stato scampo: erano
stati ritrovati solo due giorni dopo
per il difficile lavoro di sgombero
del liquame.
Ricciardi li vedeva, traslucidi
nella pioggia sulla porta che era
stata l'ingresso della loro casa:
mormoravano sogni indistinti dalle
labbra aperte sulle lingue nere, le
bocche spalancate nel tentativo di
trovare un ultimo sorso d'aria. La
bambina era l'unica ad essersi
svegliata, vide Ricciardi, ma
nessuno l'aveva ascoltata. Urlava:
l'acqua, mammà, svegliatevi, sta
trasenno l'acqua. Tutti erano fradici
d'acqua sporca.
La strada è popolata più dai morti
che dai vivi, rifletté Ricciardi mentre
camminava con le mani affondate
nelle tasche del trench, e rivoli
freddi gli percorrevano la schiena
facendosi strada attraverso i vestiti.
La solitudine, pensò, è una
malattia infettiva. Io sono infetto, la
porto con me. O forse mi porta lei.
Percepì un movimento, dietro di
lui; si voltò a metà e con la coda
dell'occhio vide il cane di Tettè, che
lo seguiva a qualche metro di
distanza. Come posso fermarmi, si
chiese, e prendermi la mia
domenica, se il mio committente è
così sollecito nel vedere che
progressi faccio? Solo che progressi,
non ne faccio, cane, come vedi.
Sono ancora al punto di partenza.
Carmen, pensò: devo chiedere a
lei. Solo lei, che lo conosce, può
dirmi se Sersale l'aveva minacciata
di fare del male al bambino; se
pensa che il cognato sarebbe capace
di tanto.
L'assalì una forte vertigine, e
barcollò. La febbre saliva e gli
sembrava di camminare in un sogno.
Sentì le forze mancargli. Si guardò
attorno e, individuata una panchina,
vi si lasciò cadere; la zona gli era
vagamente familiare, ma non
avrebbe saputo dire perché. Non
c'era nessuno, attorno a lui. Anche il
cane sembrava essersi dileguato:
ammesso che non me lo sia sognato,
si disse.
Man mano che veniva meno,
attorno a lui vide avvicendarsi la
madre, Rosa, Enrica, Livia, le loro
solitudini, e pensò che le aveva
contagiate della sua malattia: gli
sembrò di vedere anche se stesso,
che giocava da solo, immaginando i
compagni e gli amici che non aveva.
Solo che quando si girò a guardarlo
meglio, il bambino aveva la faccia
smagrita e assorta di Tettè.
Poi venne il buio.

Avvolta nella calda veste da
camera, Livia fumava lasciando i
propri pensieri liberi di vagare dove
volessero. Aveva sempre temuto la
domenica, verso sera; era il
momento in cui la solitudine
allungava le dita, come il buio, e si
espandeva nella vita delle persone,
mettendo le anime di fronte a se
stesse, senza possibilità di mentirsi
ancora.
Negli anni del suo matrimonio
era stata sola come non mai; il
marito viaggiava molto,
interminabili tournée nelle quali le
faceva capire di non voler essere
accompagnato per avere la comodità
di starsene con le sue innumerevoli
amanti. Non che fosse meno sola
quando lui c'era, pensò con un
sorriso ironico.
Anche ora sono sola, rifletté; ma
è diverso il colore della solitudine.
Allora ero disperata, adesso invece
sono piena di speranze.
Si avvicinò alla finestra percossa
dalla pioggia, e ricordò la notte
d'inverno in cui si era affacciata alla
stanza dell'albergo sul lungomare e
aveva visto Ricciardi, in strada, nella
luce ondeggiante dei lampioni e
nella spuma del mare in tempesta.
Quell'uomo rendeva la sua anima
com'era stato il mare quella notte.
Sorrise di sé, per aver immaginato di
vederlo, seduto su una panchina
sotto l'acqua, proprio davanti al suo
portone.
E poi si rese conto di non stare
immaginando: era lui.

Enrica era inquieta. Non avrebbe
saputo dire perché, la domenica era
andata per la sua grigia strada, una
messa bagnata sotto la pioggia,
niente passeggiata in Villa
Nazionale, il pranzo e la radio, la
cena leggera. Tutto come al solito.
Ma si sentiva strana: una vaga
oppressione in petto, come una
paura, un'ansia. Un'angoscia, per
meglio dire.
Aveva completato la sua risposta
alla lettera di Ricciardi. A dire il
vero l'aveva completata almeno
cinque volte, ogni volta
riscrivendola per aver pensato a
un'altra cosa da dire, un'altra da far
capire, un'altra da lasciare in
sospeso. Sentiva che quella sarebbe
stata la spinta definitiva agli sguardi
dalla finestra, ai cenni di saluto e ai
sorrisi da lontano per diventare una
conoscenza piena; per trasformarsi
nel. suo sogno di passeggiate mano
nella mano, di cinematografi e di
caffè in centro.
E allora, perché quell'angoscia?
Scacciò dalla mente l'ipotesi di
un presentimento. Non credeva a
queste cose, non le piaceva pensarci.
Andò alla finestra, a guardare la
pioggia; attraverso il vetro bagnato
intravide il palazzo di fronte, le
aperture della casa di Ricciardi.
A una di esse, quella del salotto
che ora conosceva bene, c'era Rosa,
che guardava fuori.

Livia asciugava Ricciardi, usando
un grande telo di cotone.
La cameriera la osservava dalla
porta della stanza, preoccupata e
imbarazzata: aveva visto la propria
signora uscire correndo dalla sua
camera, abbrancare un soprabito
dall'attaccapanni e catapultarsi fuori
di casa, lasciando la porta aperta;
dalla finestra l'aveva vista uscire dal
portone, nella pioggia, con le
pantofole e la veste da camera sotto
al cappotto e la testa scoperta;
l'aveva vista avvicinarsi a un uomo
che dormiva su una panchina, forse
un mendicante; l'aveva vista
abbracciare l'uomo, farlo alzare;
l'aveva vista sostenerlo nella sua
andatura barcollante. E portarlo nel
palazzo e poi in casa.
Adesso gli aveva tolto il trench,
la giacca, la cravatta, la camicia e
addirittura la maglia, gli indumenti
giacevano a terra, fradici d'acqua; e
lo asciugava, fregandogli i capelli e
la testa con un telo. Lui guardava nel
vuoto, gli occhi arrossati, due
profonde occhiaie; un uomo magro,
pallido, forse malato.
Livia si voltò verso di lei,
agitatissima:
«Adelina, sbrigati: vai a chiamare
Arturo, l'autista. Digli che ho
bisogno di lui. E portami un altro
telo asciutto... anzi, riscaldalo prima
sulla stufa. E metti questi vestiti ad
asciugare, subito. E prepara anche
una tisana».
Si rivolse a lui, mentre Adelina si
riscuoteva e usciva dalla stanza:
«Ricciardi, rispondimi... che hai,
perché stavi sotto l'acqua? Che cosa
ti è successo, dimmi!».
La guardò, come se non la
riconoscesse:
«Il bambino, il bambino... sono
io, capisci? Lui è morto, ma io non
lo vedo, non lo vedo. E non so che
mi dice, e il cane, il cane che vuole,
da me?».
Livia lo guardò, senza nemmeno
provare a capire. Stava delirando per
la febbre. Tremava e balbettava.
«No, non sforzarti. Stai calmo,
hai la febbre, una febbre fortissima.
Sdraiati, non preoccuparti di niente.
Ci penso io, a te».
Tornò Adelina con la tisana,
accompagnata dall'autista che si
abbottonava frettolosamente la
livrea.
«Arturo, andate a chiamare il
dottor... come si chiama, il medico al
piano di sotto? Mirante, sì. Lo so
che è domenica, non importa!
Ditegli che ho subito bisogno di lui,
qui. Fatelo venire immediatamente.
E tu, Adelina, dammi una mano, lo
mettiamo a letto, nella camera degli
ospiti».
Nella terribile preoccupazione
per la febbre che sentiva in tutto il
corpo di Ricciardi e pur non
comprendendo le parole del suo
delirio, Livia non poté fare a meno
di pensare che adesso non era sola.
Non più.
Adesso aveva qualcuno di cui
occuparsi.

54


Il dottor Mirante arrivò subito: era
un ometto di mezza età, con grandi
baffi, un accurato riporto sulla
sommità del cranio e un ventre
prominente. Essere invitato a tarda
sera in casa della bellissima e
misteriosa vicina di cui tutti
parlavano lo aveva lusingato e gli
aveva fatto sperare in motivazioni
differenti, per cui, trovandosi
davanti al febbricitante Ricciardi,
non mascherò la delusione.
Visitato il malato e somministrata
una generosa dose di chinino, strinse
la cintura della vestaglia damascata
e disse:
«È solo una robusta infreddatura,
ha la laringe fortemente irritata. La
febbre adesso dovrebbe calare e
avrebbe bisogno di qualche giorno
di assoluto riposo».
Livia si torceva le mani per la
preoccupazione:
«Ma il chinino... temete abbia
contratto la malaria?».
Il medico negò recisamente:
«No, assolutamente. Gliel'ho dato
per la funzione antipiretica del
medicinale. State tranquilla, signora:
il vostro... amico starà benissimo, se
sarà adeguatamente curato. Pensate
di occuparvene voi stessa?
Tenendolo qui?».
La possibilità di fornire a quella
megera della moglie nuovo
materiale per i suoi pettegolezzi era
troppo ghiotta per perderla salutando
e andandosene. Livia se ne rese
conto e la cosa la infastidì. Come
sempre reagì contrattaccando:
«Lo spero, dottore. Se me lo
consentirà, lo spero proprio. Ma il
commissario Ricciardi della
questura di Napoli, è questo il suo
nome, fa sempre di testa sua.
Staremo a vedere. Io comunque vi
ringrazio per la cortesia, e mi scuso
ancora per avervi fatto chiamare di
domenica sera. Mi saluterete la
vostra simpatica signora».
Mirante capì l'antifona e
abbozzò:
«Figuratevi, signora. Quella del
medico, lo sapete, è una missione e
non conosce festività o vacanze. Se
vorrete, domani in mattinata passerò
a dare un'altra occhiata a quella
laringe. Presenterò i vostri saluti.
Buona serata».

Ricciardi crollò in un sonno
profondo, popolato di immagini
incoerenti tra loro; la febbre andava
e veniva, lasciandosi dietro pensieri
sparsi che generavano incubi.
Il cane nei sogni era sempre
presente, lo guardava da lontano e di
tanto in tanto emetteva un singolo,
lugubre ululato, come aveva fatto
quando i becchini avevano portato
via Tettè. Il bambino non compariva
mai di faccia, ma Ricciardi
incontrava l'immagine della sua
nuca sospesa e dei rivoli d'acqua che
da essa cadevano a terra, portando
con sé la tristezza che gli aveva
ispirato da principio.
Nel sogno vedeva Enrica
ricamare, dalla finestra, e la
chiamava senza riuscire a farsi
sentire; e allora andava da Rosa, ma
nemmeno lei lo vedeva, come fosse
lui stesso diventato un fantasma.
Rosa guardava l'orologio a pendolo
attaccato al muro, sospirava e si
asciugava una lacrima. Ricciardi
sentiva che la tata era preoccupata
per lui, ma non riusciva a
rassicurarla.
Poi si ritrovava, sotto la pioggia,
a via Toledo e vedeva passare
Maione: lo chiamava senza arrivare
a farsi ascoltare, e allora lo seguiva
cercando di attirare la sua attenzione
invano. Il brigadiere passava vicino
a Sersale, non riconoscendolo
perché non lo aveva mai visto, e
Ricciardi tentava di avvertirlo, ma
non aveva voce. Sono un fantasma,
pensava; un fantasma, e nessuno mi
vede.

Livia andava a controllargli la
febbre ogni mezz'ora; attorno all'una
le sembrò che stesse risalendo, e non
si volle più allontanare dalla stanza
degli ospiti. Tolse la veste da camera
e si distese affianco a lui.
Dalla finestra con le imposte
aperte filtrava la luce dei lampioni,
che le permetteva di seguire il
profilo di Ricciardi; la sua
espressione contratta le raccontava
degli incubi che stava vivendo.
Avrebbe voluto entrare in quei sogni
per mettere riparo, per dargli pace:
quella pace che non si consentiva da
sveglio, che almeno gli rasserenasse
la notte.
Nella penombra i tratti di
Ricciardi le parvero ancora più belli:
sembrava un ragazzo, coi pensieri
perduti dietro qualcosa di più grande
di lui. «Il bambino», le sembrò che
mormorasse; «di' al cane che non lo
vedo». Delirava ancora.
Gli tamponò la fronte con un
tovagliolo bagnato, e lui tacque,
forse sollevato. Poi gli percorse con
le dita le labbra, e il collo. Gli
accarezzò il torace e le parve che
respirasse meglio. Provò un
languore, una contrazione alla bocca
dello stomaco. Si ritrovò a chiedersi
quando era stata l'ultima volta che
aveva fatto l'amore, e a non
ricordarlo.
Scostò il lenzuolo e lasciò correre
la punta delle dita, scivolando lungo
l'addome.
L'orologio, nel corridoio, emise
un rintocco. Fuori la pioggia
infuriava contro la finestra.

Ricciardi sognò di ritrovarsi nel
proprio ufficio, con Livia. Ne
avvertiva il profumo di spezie, ne
intravedeva il volto, le labbra piene,
il sorriso misterioso e affascinante
anche se non c'era luce. Era
bellissima, e lui provava la solita
mescolanza di attrazione e timore.
Lei si alzava dalla poltrona,
toglieva il cappellino e camminava
verso di lui, girando attorno alla
scrivania. L'andatura felina, i tacchi
che risuonavano sul pavimento, gli
occhi neri, liquidi, fissi nei suoi.
Ricciardi avrebbe voluto alzarsi e
allontanarsi, ma nel sogno non ne
aveva la forza: rimaneva immobile,
le dita affondate nei braccioli della
poltrona, il cuore che gli batteva
furioso in gola.
Giunta di fronte a lui, gli fece una
lunga carezza sul volto,
sorridendogli. La vedeva
desiderabile quanto mai era stata e
ne era anche terrorizzato. Non
riusciva a muoversi, come
ipnotizzato dallo sguardo di lei.
Il suo pensiero tentò di correre a
Enrica, ma non ci riuscì.

Livia posò le labbra sulla bocca
di Ricciardi. Era sdraiata di fianco a
lui, la mano sul suo ventre. Ne
sentiva il calore del corpo, il battito
accelerato dalla febbre.
Era consapevole che non era
giusto, che avrebbe dovuto rispettare
la sua volontà, che era malato e che
forse stava sognando di un'altra,
dell'altra che diceva di avere nel
cuore. Ma era una donna, ed era sola
da tanto, troppo tempo. Anche lei
aveva i suoi sogni, e quell'uomo era
al centro di essi.
Lo baciò, a lungo, con tenerezza
e crescente passione. Lo cercò in
fondo alle tenebre, lo prese per
mano e lo portò via dalla tempesta,
in acque tranquille. Lo sentì reagire
a lei in un lungo brivido. E alla fine,
lui pronunciò il suo nome.

Nelle nebbie della febbre e del
suo sogno, Ricciardi vide Livia
sedersi su di lui, le lunghe splendide
gambe avvolte nelle calze velate. Si
sentì immerso in quel profumo e in
quegli occhi che stordivano, che
toglievano il fiato.
La chiamò, per fermarla, per dirle
di non fermarsi. Voleva essere forte
e voleva dire a se stesso di essere
debole.
Poi fu seta e fu velluto caldo,
sotto la pelle tremante della sua
mano; fu il cristallo della neve e il
vento, e fu il salire lentamente su un
altopiano, e guardare il precipizio
senza fondo nella consapevolezza
assurda di poter volare.
Attorno a lui tutti i dolori delle
morti infinite che gli ammorbavano
l'esistenza fecero un passo indietro,
in silenzio, per non disturbare; e per
una volta la vita, coi suoi rumori
assordanti, se ne stette zitta.
Tra il sogno e la veglia, col
profumo di spezie e i sospiri di lei
che gli invadevano l'anima, ne
conobbe i sapori aspri e dolci e li
ritrovò stranieri e familiari.
Si arrese alla sua pelle,
augurandosi in una parte profonda
che si ostinava a vegliare che fosse
solo un nuovo sogno, meno doloroso
degli altri; ma sapendo in ogni
singolo istante che non era così.

Sentire il suo nome sulle labbra
di lui, mentre lo baciava, la rassicurò
e la rese felice: pensava a lei, forse
nel delirio della febbre, forse dal
profondo di un'anima finalmente
nuda; pensava a lei.
E ricordò tutto del suo essere
donna, indugiò nella piena
consapevolezza di tenere in pugno
un sottilissimo filo, e di poterlo
spezzare da un momento all'altro.
Non voleva fargli paura, non voleva
che ritornasse pienamente in sé e si
allontanasse di nuovo, ritrovando i
princìpi e i pensieri che lo tenevano
sempre così distante; non ebbe
fretta. Con tutte le forze si augurò
che Ricciardi non stesse solo
sognando, ma che non fosse
abbastanza sveglio da ritrarsi nel suo
mondo lontano, ora che lo sentiva
uomo e che lei si sentiva donna,
come mai da tanto tempo; da troppo
tempo.
Dimenticò di essere stata egoista
e superficiale, per scoprire di poter
essere generosa e materna. Ne guidò
le mani, la bocca, il corpo: con
calma, con dolcezza. Fu nuovo per
lei, che aveva avuto amanti, ancora
più che per lui, che si era sempre
negato tutto.
Si prese il piacere che sognava, il
piacere che le mancava, il piacere
che riteneva un suo diritto. Si prese
il momento di paradiso che voleva,
affondando alla fine la bocca nel
cuscino in un sordo, lungo lamento.
E finalmente sorrise nel buio,
addolcita come una tigre sazia.

55


Lunedì 2 novembre, il giorno dei
morti

All'alba la pioggia si prese una
pausa, trasformandosi in una miriade
di gocce sospese nell'aria fredda:
come se fosse consapevole della
giornata triste, colorava tutto di
grigia malinconia.
Ricciardi uscì dal portone di
Livia nella via deserta. Si sentiva
debolissimo ma pensava di non aver
febbre.
Aveva trovato i vestiti ripiegati
ordinatamente sulla poltrona vicino
al letto, nel quale non ricordava di
essersi coricato la sera prima; erano
forse ancora un po' umidi ma caldi,
perché c'era una stufa vicino. La
depressione che aveva trovato nel
materasso, al suo fianco, e un
capello nero sul cuscino avevano
subito chiarito alla sua mente
analitica e finalmente lucida che
quello che ricordava fin troppo bene
non era stato un sogno, frutto della
febbre.
Si era vestito ed era uscito senza
far rumore. Passando davanti alla
camera da letto di Livia ne aveva
visto la sagoma sdraiata nella
penombra, e aveva provato un senso
di vertigine.
Era confuso; avvertiva una
profonda colpa nei confronti di
Enrica, che dentro di sé sentiva di
aver tradito, e anche nei confronti di
Livia, per averla avuta senza provare
per lei un sentimento di amore vero.
E che ne sai, tu, dell'amore vero?,
pensò. Lo hai mai provato? Hai mai
condiviso tutti i pensieri, i desideri e
le speranze con qualcuno? Quel
sentimento che anima le bocche
morte di chi si è ucciso o è stato
ucciso per l'amore, quell'emozione
che tante volte hai detto assurda; lo
hai mai provato, l'amore?
Incoerente. Mentre camminava in
quella strana sospensione di acqua,
come nuotando sotto la superficie di
un mare aereo, si sentiva incoerente.
Non aveva avuto la forza di
allontanare Livia, quando si era reso
conto di non stare sognando le sue
mani su di lui, e la sua bocca su di
lei.
Se possibile, Livia era ancora più
bella di come sembrava quando
entrava in un ambiente calamitando
tutti gli occhi degli uomini presenti.
Ora che, pur cercando di
allontanarne il ricordo, conosceva le
sensazioni che poteva dare, era
ancora più consapevole che
racchiudeva in sé tutto quello che un
uomo possa desiderare in una donna:
colta, affascinante, ricca,
appassionata.
E allora, perché sentiva di essere
stato soltanto un debole e di avere,
per debolezza, lasciato che
accadesse qualcosa di
profondamente sbagliato?
Con un brivido pensò a Enrica,
alle lettere che si erano scambiati, al
rapporto che faticosamente, tra mille
ripensamenti e paure soprattutto di
lui, stava nascendo fra loro. A
quanto questo giovane, fragile
amore stava crescendo a dispetto di
quello che aveva sempre ritenuto, di
non poter cioè condividere con
nessuna donna la sua condanna.
Come avrebbe fatto, adesso?
Come avrebbe potuto parlarne con
lei, se non si erano finora scambiati
che qualche incerto saluto? E con la
stessa Livia, come avrebbe dovuto
comportarsi? Come avrebbe potuto
fingere di non ricordare quello che
era accaduto?
All'angolo di via Toledo nella
strada deserta dell'alba vide il cane
di Tettè. Stava seduto, vigile, un
orecchio alzato come ad ascoltare il
suo passo. Lo aspettava.
Con un tuffo al cuore Ricciardi
ritornò con la mente al bambino, alla
sua morte e al fatto che la sera prima
aveva parlato con Sersale, lo zoppo;
era l'ultima cosa che riusciva a
ricordare, prima di Livia. Risentì
nelle orecchie l'odio dell'uomo per la
cognata, che gli impediva l'accesso
alla fortuna del fratellastro.
Si era convinto, ormai, che la
morte del bambino era stata dovuta
alla disattenzione e alla fame,
vecchia, ottusa nemica; ma forse la
stessa Carmen era in pericolo, e lui
voleva avvertirla prima possibile. E
ricordò che stava proprio per andare
da lei, per raccontarle di Sersale e
del suo maldestro tentativo di
ricatto, e per sentire se la donna
riteneva il cognato capace di gesti
estremi di vendetta; gli era parso
consapevole dell'amore della donna
per Tettè, un amore pari a quello di
una madre.
Come una madre. Il pensiero
andò a Rosa; non mancava mai di
avvertirla, quando faceva molto
tardi, e stavolta non l'aveva fatto.
Sperò che fosse andata a dormire e
che dormisse ancora, per poterle
raccontare di essere rientrato tardi e
uscito molto presto: una piccola
bugia a fin di bene, per non farle
credere di non essere più capace di
preoccuparsi per lui e in grado di
sorvegliarlo. Decise che le avrebbe
detto così, al suo ritorno a casa.
Prima però voleva incontrare
Carmen; pensò che sapeva dove
trovarla, oggi che era il giorno della
commemorazione dei defunti.
L'avrebbe aspettata là, vicino alla
tomba di Tettè.
Si avviò verso il cimitero di
Poggioreale, col cuore gonfio di
nuove inquietudini.

Rosa si svegliò di soprassalto, al
suono lugubre della prima campana
della vicina chiesa. Si guardò
attorno, senza capire. Poi ricordò: si
era addormentata sulla poltrona del
salotto, rivolta verso la porta
d'ingresso, in attesa di Ricciardi che
non era rientrato, la sera prima.
Si rendeva conto del fatto che
ormai era grande, era un uomo e
aveva il diritto di prendersi il tempo
che gli serviva per le cose da
uomini, e certo, il lavoro che faceva
poteva comportare nottate fuori, e
qualche volta era successo: ma non
era mai accaduto che non fosse
rientrato senza avvertirla, o
mandarglielo a dire.
Il comportamento che aveva visto
negli ultimi giorni era stato
preoccupante; anche la visita di
Maione e le frasi che aveva colto
non la rasserenavano. C'era pure una
donna di mezzo, una che
sfacciatamente l'andava a trovare in
questura. Signora, perfino:
nemmeno signorina.
Si alzò a fatica dalla poltrona,
cercando di non ascoltare i
lancinanti lamenti delle ossa
anchilosate. Non poteva fare nulla,
se non aspettare notizie. Si impose
di tenere a freno la preoccupazione:
il signorino era una persona
rispettata e responsabile, un
commissario della squadra mobile.
Non correva sicuramente pericoli.
Andò in camera sua, pensando di
stendersi per qualche minuto; gettò
uno sguardo dalla finestra e vide,
avvolta in una coperta, qualcuno che
la guardava dalla sua stanza, a casa
Colombo, nell'incerta luce nebbiosa
dell'alba del giorno dei morti.
Enrica non era riuscita a liberarsi
dell'opprimente sensazione di
angoscia che l'aveva accompagnata
per tutta la sera precedente: il suo
sonno era stato agitato, intervallato
da lunghi momenti di veglia ad
ascoltare il picchiettare della pioggia
sulle imposte.
Era una ragazza razionale,
concreta, e sentirsi preoccupata per
qualcosa senza motivo le dava un
senso di disordine che le riusciva
difficile sopportare. Quando poi la
luce della finestra di Ricciardi non si
era accesa per il loro piccolo
appuntamento serale, aveva capito
che forse l'ansia era una forma di
premonizione inspiegabile.
All'alba era andata in cucina a
prendere un bicchiere d'acqua, aveva
la gola riarsa; aveva guardato il
palazzo di fronte dalle imposte
socchiuse e si era resa conto che le
tende della camera di Ricciardi non
si erano mosse dalla sera: non
accadeva mai, le chiudeva sempre
prima di addormentarsi. E anche la
fioca luce della camera di Rosa, che
rimaneva accesa per tutta la notte,
era spenta. Che stava succedendo?
La crescente preoccupazione le
avrebbe impedito di
riaddormentarsi; per cui, avvolta
nella coperta, si sedette alla finestra
della sua stanza ad aspettare
qualsiasi segno di vita
nell'appartamento di fronte.
Fuori, la pioggia si era
trasformata in una strana luce grigia.

A Livia nessuna giornata era mai
sembrata così splendente come
quella della grigia mattina del giorno
dei morti.
In un primo momento era rimasta
delusa, certo: non lo aveva trovato
nel letto, dove lo aveva lasciato per
farlo riposare comodo subito prima
dell'alba. Era andata a stendersi per
qualche minuto in camera sua ed era
invece caduta in un sonno sereno e
profondo, fatto di quella dolce
stanchezza che le pareva di aver
dimenticato. Quando si era svegliata
aveva scoperto che lui era andato
via, e conoscendolo un po' la cosa
non l'aveva sorpresa: aveva bisogno
certo di pensare, di capire, di
scavare in fondo a se stesso per
scoprire il vero significato di ciò che
era successo quella notte.
Stiracchiandosi come una gatta,
sorrise felice: se glielo avesse
chiesto, sarebbe stata capace lei di
dirgli quello che era accaduto.
L'amore, gli avrebbe detto, è una
strana, oscura cosa: si fanno cento,
mille pensieri e si immaginano tante
situazioni, per poi scoprire che uno
solo è l'elemento da comprendere,
da considerare: lo stare insieme. Di
fronte alla naturalezza di toccarsi e
baciarsi ed essere uno nell'altra, tutte
le strutture che la mente e la società
mettono faticosamente in piedi
crollano, come un castello di carte
da gioco.
Quello che doveva accadere era
accaduto, fra di loro. Lei lo sapeva,
l'aveva sempre saputo, e così era
stato. Ed era stato meraviglioso,
come un sogno: lo era stato per lei,
doveva per forza esserlo stato anche
per lui.
Era andato via, ma sarebbe
ritornato da lei. Non era più il tempo
della solitudine.
La mente andò al ricevimento che
avrebbe dato di lì a due giorni, alle
persone che sarebbero state presenti:
quella era una magnifica occasione
perché, al di là di inutili forme e
vane parole, tutti vedessero quanto
radiosa era la sua felicità. Lo
avrebbe voluto vicino, perché non ci
fossero dubbi sulle ragioni della sua
contentezza.
Scosse la testa, al pensiero della
ritrosia e della timidezza di lui che
ormai aveva imparato a conoscere:
probabilmente non avrebbe voluto
dare pubblicità alla loro relazione,
prima che si consolidasse. Avrebbe
provato a convincerlo. Altrimenti
non importava, ne avrebbe fatto a
meno; l'unica cosa che contava era
rivederlo, prima possibile.
Sorridendo, pensò che era il
momento di darsi da fare per
organizzare la festa; e chiamò la
cameriera.

56


Il tram che portava al cimitero era il
numero trentuno, e partiva da Porta
Capuana.
Ricciardi camminò per mezzora
fino al capolinea, ma non gli
dispiacque: serviva a liberare la
mente dalle contraddizioni e dalle
incoerenze degli avvenimenti degli
ultimi giorni. Non si sentiva ancora
bene, la gola infiammata gli doleva
molto e ogni tanto una vertigine gli
dava la nausea e doveva fermarsi,
ma la mente era lucida.
Non che fosse un bene, pensò
ironicamente. Una mente lucida non
serve a rendere comprensibili certi
eventi. Livia, per esempio: le
conclusioni alle quali sarebbe
arrivata, dopo quello che era
successo. Enrica, con la quale non
aveva ancora la necessaria
confidenza per toccare certi
argomenti: di fatto non avevano mai
parlato, ma lei era per lui così
importante da voler essere sincero
fin dall'inizio: come avrebbe fatto,
dunque, a dirle che l'aveva tradita
prima ancora di averle dichiarato il
sentimento che provava per lei?
Con uno sforzo cercò di riportare
i pensieri alla storia del bambino, di
Carmen, dello zoppo; triste
distrazione, ma pur sempre una
distrazione, si disse.
La disperazione, lo sapeva, rende
possibili gesti alieni dalla natura
delle persone. Sersale non gli era
parso di indole violenta, la paura che
gli aveva letto in volto durante
l'aggressione parlava chiaro in tal
senso; ma la stessa paura poteva
diventare il motore di un gesto
inconsulto, di una reazione al rifiuto
di poter accedere al denaro di
famiglia; questo costituiva per
Carmen un pericolo reale.
Quanto a lei, Ricciardi provava
per la donna una grande
compassione: era stata sfortunata, a
dispetto delle grandi ricchezze;
niente figli, un marito pazzo, una
famiglia con la quale non
condivideva che gli interessi in
conflitto. Una solitudine maligna e
metastatica, un destino beffardo che
le aveva tolto l'unico affetto che si
era procurata.
Il pensiero andò a Tettè: una
solitudine ancora più profonda, una
piccola, breve vita finita chissà dove
e così tragicamente. E il corpo
sballottato spostato, come aveva
visto fare ai becchini sullo scalino
del Tondo di Capodimonte, affinché
qualcuno lo trovasse.
Sul tram c'era tanta gente, anche
se era ancora presto. Molti
portavano fiori; le donne vestite di
scuro, i capelli raccolti sotto
fazzoletti annodati, gli uomini con la
fascia nera al braccio e la cravatta
dello stesso colore, un bottone
all'occhiello: tutti segni di lutto.
Molti occhi erano cerchiati dal
pianto.
La carrozza viaggiava
sferragliando sugli scambi, nell'aria
umida di quel mattino che
prometteva pioggia come i
precedenti. All'interno un silenzio
insolito per tanta folla, in quella
città. La morte era un passeggero del
tram: quello era il suo giorno. Dal
finestrino osservava i quartieri, le
vie attraversate da gruppi in
cammino silenzioso verso la sua
stessa meta; il Vasto, via Foria,
piazza Carlo Terzo. Un popolo
accomunato per una volta dalla
mancanza, dal desiderio di ricordare.
All'ingresso del cimitero,
Ricciardi si informò di dove fosse
stato tumulato Diotallevi Matteo,
recente ospite acquisito il venerdì
precedente; un annoiato custode
consultò un registro e disse al
commissario che il bambino era
ospite della cappella della famiglia
Fago di San Marcello, indicandogli
anche dove era ubicata. Lui rimase
intenerito dal gesto di Carmen: non
aveva fatto in tempo ad accogliere
Tettè in casa sua da vivo, aveva
almeno voluto farlo da morto.
Percorse il viale alberato che
l'avrebbe portato a destinazione,
lanciando sguardi fugaci alle
cappelle e alle tombe che si
andavano popolando di visitatori.
Ogni tanto doveva distogliere gli
occhi, perché insieme ai vivi e alle
statue intravedeva i morti.
Era il motivo per il quale evitava,
quando possibile, di andare al
cimitero. Erano molti quelli che
ritenevano la vita insopportabile,
dopo la perdita di una persona cara,
e decidevano di farla finita proprio
nel luogo che ospitava i resti di chi
avevano amato; e l'autunno, il
periodo più triste dell'anno, era la
loro stagione.
Ricciardi vide una donna anziana,
inginocchiata in preghiera sulla
tomba del figlio, dai cui polsi tagliati
sgorgava un lento flusso di sangue;
ripeteva un poco, figlio mio, un poco
e ti bacerò ancora. A breve distanza,
quasi invisibile ormai per il tempo
trascorso, un uomo in piedi, la
pistola nella mano destra e la fronte
quasi cancellata dallo stesso lato,
ricordava l'amore perduto: ti amerò,
ti ho amata e ti amo. Agli occhi di
Ricciardi trasudava disperazione e
malinconia.
Il Fatto gli regalava anche questo:
il senso preciso che avevano alcuni
dell'impossibilità di sopravvivere a
certi eventi. Il contrario dell'istinto
che portava alla maggior parte dei
delitti: la sopravvivenza. Entrambi,
al solito, gli sembrarono futili motivi
per morire.
Giunse alla cappella,
riconoscendola per i molti fiori
freschi ben disposti fuori. La porta
era aperta e intravide, seduta
all'interno, Carmen. Già lì,
nonostante l'ora.
La donna lo riconobbe e gli
sorrise, asciugando in fretta le
lacrime che le rigavano le guance.
«Commissario, grazie di essere
venuto. Prego, entrate. Vedete, Tettè
è qui, dove sarò io quando me ne
andrò. Non potevo pensarlo chissà
con chi, in quale fossa comune. E
non ho chiesto il permesso a
nessuno: ce l'ho portato, e basta».
«Buongiorno, signora. Non
credevo di trovarvi così presto. Ma
volevo parlarvi, ed ero certo che
sareste venuta, oggi».
Carmen sorrise con tristezza:
«E dove avrei potuto essere, in
una giornata come questa? Vedete,
commissario, io non sono vecchia,
ho poco più di trent'anni. Ma i miei
affetti, tolto mio marito che avete
visto in che condizioni sia, sono tutti
qui. Sono passata dalla tomba dei
miei genitori che, pace all'anima
loro, sono mancati tanto tempo fa, e
ora Tettè. Ho anche portato dei fiori,
come ogni settimana, ai miei
suoceri; non che mi abbiano mai
molto amata, a dire il vero, ma lo
faccio volentieri per mio marito.
Volevate parlarmi? Ci sono
novità?».
Ricciardi era rimasto in piedi, con
le mani affondate nelle tasche.
«Ieri ho incontrato vostro
cognato, il signor Sersale. Volevo
capire che uomo fosse, in che
condizioni si trovasse. L'ho
raggiunto proprio mentre...
insomma, è stato aggredito da tre
personaggi, dei poco di buono, che
si sono dileguati quando io sono
arrivato. Poi gli ho parlato. È
veramente in una situazione
difficile, come sicuramente sapete
già».
Carmen fissava Ricciardi,
accigliata:
«Ve l'ho detto, commissario.
Gioco, prostitute, affari loschi.
Pensate a qualcosa di illegale o
immorale, e lui lo ha fatto».
Ricciardi annuì:
«Sì, signora, mi rendo conto; e
lui non lo nega, per la verità. Anzi,
mi è parso pienamente consapevole
della sua situazione, e del fatto che
le uniche risorse che potrebbero
tirarlo fuori dai debiti sono in mano
vostra. Mi ha detto che ve ne ha
parlato, senza esito, e che quindi ha
cercato una maniera... un modo per
ricattarvi, insomma. E ha trovato
alcune lettere».
Carmen continuava a fissarlo:
«Lettere? Quali lettere?».
«Non sono affari che mi
riguardano, questi, sia ben chiaro,
signora: ma credo che possa esservi
utile sapere cosa abbia in mano
vostro cognato, quali armi che è
intenzionato a usare contro di voi».
Carmen sembrava di pietra:
«E perché, commissario? Perché
mi volete aiutare?».
Ricciardi sospirò:
«Siete stata buona col bambino,
signora. L'unica cosa buona della
sua vita. Mi sembra di doverlo fare
da parte sua, ecco. Questa mia
indagine non è proprio un'indagine,
lo sapete: infatti me ne sto
occupando nel tempo libero, non è
per lavoro. Ma il percorso che ho
fatto nelle giornate di Tettè me lo ha
fatto un po' conoscere, sapete: e non
ha avuto un'esistenza semplice.
Prendetelo come un suo regalo,
insomma».
La donna annuì, pensosa:
«Le lettere. Ecco perché non le
trovavo: ce le ha lui, dunque. E
allora? Cosa ci vuole fare, con le
mie lettere?».
Ricciardi si strinse nelle spalle:
«Vi ha seguita, ecco come è
giunto a Tettè. Sperava di avere
qualche prova che la vostra...
amicizia con il mittente delle lettere
durasse ancora. Voleva sapere da
Tettè se gli avevate detto qualcosa,
se gli avevate parlato di quest'uomo,
per potersene servire. Per ricattarvi,
in qualche modo».
La donna tratteneva a stento la
rabbia; le nocche della mano che
stringeva il fazzoletto erano
sbiancate dallo sforzo.
«Maledetto. Maledetto. Il nero
che ha nel cuore, pensa che sia
nell'anima di tutti. Voleva servirsi
del bambino per colpire me. Che
cosa poteva dirgli mai, quest'anima
santa? Che poteva saperne, lui?»
Ricciardi aspettava, in silenzio.
Lei riprese:
«Ho avuto un amore, sì. L'ho
avuto, e non me ne pento. Mio
marito... lo avete visto. È così da
anni, molti, troppi. E io sono sterile,
non ho potuto dedicarmi a un figlio.
C'era quest'uomo, un medico... per
un lungo momento abbiamo sperato
che fosse in grado di guarire mio
marito, di trovare la causa, di
impedire che se ne andasse in quel
suo mondo popolato di mostri,
lentamente, inesorabilmente. Ci
siamo avvicinati, senza
accorgercene. Ci siamo innamorati.
Sposata io, sposato lui; infelice io,
infelice lui. Ho avuto un amore, sì.
Un grande amore. E sarei stata
disposta a rinunciare a tutto,
ricchezza, benessere, per lui: ma non
ha voluto. Non se l'è sentita di
lasciare la moglie, i figli, il lavoro.
Tutto qui».
Ricciardi era in difficoltà:
«Signora, non è mio diritto
sapere queste cose. Non mi
riguardano. Io volevo soltanto che
voi sapeste, per difendervi: tutto
qui».
Carmen si passò una mano sugli
occhi:
«Io non mi devo difendere,
commissario: non più. È una cosa di
molto tempo fa, finita; morta e
sepolta, come il mio povero dolce
Tettè. E come Tettè, che per paura
non ho adottato e portato in casa mia
quando avrei potuto e dovuto farlo,
peserà per sempre solo sulla mia
coscienza. Tutto questo Edoardo,
preso dalle sue miserie, non lo ha
capito. Ma vi sentite bene,
commissario? Siete pallidissimo».
Ricciardi agitò una mano con
noncuranza:
«Solo un po' di febbre, signora.
Niente di grave. Sono state giornate
faticose, con questo tempaccio ho
preso un brutto raffreddore, ecco
tutto».
La donna lo fissava preoccupata:
«Al posto vostro non lo
sottovaluterei, invece. Avete proprio
una gran brutta cera. Adesso vi
accompagno, ho la macchina giusto
qui fuori, all'ingresso del cimitero.
Tanto poi torno; purtroppo qui non
cambierà niente».
Ricciardi cercò di resistere, ma la
signora fu irremovibile; d'altra parte
in fondo non gli dispiaceva evitare
un altro tram, affollato di gente di
ritorno dal dolore e dal rimpianto.
Una volta richiusa la cappella, si
avviò con Carmen verso l'uscita.

57


Percorrendo il viale, Ricciardi si
chiese cosa c'era di diverso tra la
donna che gli camminava al fianco e
quella coi polsi tagliati che vedeva
morente sulla tomba del figlio, a
pochi metri di distanza.
Entrambe sole, entrambe
disperate. Entrambe non legate alla
vita se non da incombenze che nel
corso del tempo sembravano sempre
più inutili. L'amore, pensò, lega alla
vita o scaccia da essa. Senza amore,
vivere o morire è la stessa cosa.
Carmen gli era sembrata
svuotata, priva di forza; la morte di
Tettè, il ricordo dell'amore perduto,
il marito e la sua condizione.
Nessuna fortuna, nessuna somma in
denaro può compensare queste
mancanze.
Arrivarono alla macchina, in
attesa nel parcheggio del cimitero.
La donna andò allo sportello del
guidatore:
«Preferisco non servirmi
dell'autista, commissario. Mi piace,
non dipendere che da me stessa.
Anche a Tettè piaceva, sapete? Era
un nostro gioco, uscire in macchina
insieme, come se io fossi il suo
autista personale».
Come ogni volta che parlava del
bambino, gli occhi le si riempirono
di lacrime. Ricciardi pensò che
quell'assenza poteva diventare
un'eredità troppo pesante da
sopportare, e che la povera Carmen
aveva da temere più da se stessa che
da qualsiasi ricatto il cognato
potesse immaginare. Entrò in
macchina al fianco di lei.
Mentre la donna metteva in moto
e il rombo del motore invadeva
l'abitacolo, Ricciardi percepì con la
coda dell'occhio un movimento sul
sedile posteriore, proprio dietro di
lui. Si girò, e rimase a bocca aperta,
sconvolto da quello che vide.

Maione scese dal tram,
sostenendo Lucia e seguito dai
cinque figli. Il secondo giorno di
novembre era un doloroso
appuntamento: l'unico in cui la
famiglia si trovava riunita in tutti i
suoi componenti, i vivi e i morti.
Si erano vestiti in silenzio, quella
mattina; poca voglia di parlare,
molta di ricordare.
Luca, il primogenito di Lucia e
Raffaele, era uno di quei ragazzi che
riempivano la vita di chi gli stava
vicino; biondo e con gli occhi
azzurri della madre, col carattere
estroverso e solare del padre, non
smetteva di fare scherzi e di
prendere in giro i familiari, compresi
i fratellini per i quali era un vero
idolo. Era molto amato da tutti, nel
quartiere: il suo funerale era rimasto
memorabile, per la gente che ci era
andata. E piangevano in tanti.
Maione si lasciò sfuggire un
sorriso, mentre si avvicinava
all'ingresso del cimitero: il
brigadiere panzone, così lo
chiamava Luca. E lui a inseguirlo
per la casa, con uno zoccolo in
mano, se ti acchiappo ti spacco la
testa e ci metto dentro la buona
educazione; e Luca rideva, poi
diventava serio e gli diceva:
diventerò grande, sapete, papà.
Diventerò più alto e grosso di voi, e
farò il poliziotto.
Il brigadiere ricordava il suo
orgoglio, ogni volta che il figlio gli
diceva questa frase; e quante volte
aveva maledetto se stesso, per
avergli dato quel modello.
Era per quel modello che aveva
trovato la morte, con una coltellata
vigliacca nella schiena, data in un
sottoscala da un ladro del quale
aveva scoperto il nascondiglio. Il
dolore che sentiva adesso, che per il
terzo anno andava a trovarlo il
giorno dei morti al cimitero, era
intatto e luccicante come un pezzo
d'argenteria.
Guardò la moglie, che sentì come
sempre i suoi occhi addosso e gli
sorrise. Quanto sei bella, Luci',
pensò. E quanto sono stato vicino a
perdere pure te. Nei lunghi mesi di
silenzio, il dolore si era appropriato
della loro vita, creando un
arcipelago di isole che non potevano
raggiungersi. Era stato a un passo da
scappare dalla sua casa, nella quale
non riusciva più nemmeno a
respirare.
Ma siccome l'amore esiste, e alla
lunga può vincere la perenne gara
col dolore, si erano ritrovati, quella
primavera; e ora erano legati più di
prima, anche dal ricordo di Luca e
dalla costante, acuta mancanza del
figlio che entrambi avvertivano.
Come sempre, il pensiero di Luca
portò Maione a Ricciardi, che era
stato l'unico a comprendere che
poteva aiutare il brigadiere solo
trovando l'assassino del figlio; e a
quanto si fossero uniti in
quell'occasione, per rimanere legati
profondamente.
Si chiese come stesse il suo
commissario, se avesse mantenuto la
promessa di non continuare quella
strana indagine senza di lui; una
ricerca di qualcosa che era niente,
nella vita di un bambino povero e
orfano e nelle sue disperazioni. Non
aveva capito e non capiva cosa
Ricciardi stesse cercando, ma
temeva più di tutto che corresse dei
rischi inutili, quelli dai quali lui era
abituato a preservarlo.
Proprio mentre stava pensando a
questo, vide una macchina potente
affrontare a velocità un po' troppo
elevata la curva della strada che
usciva dal cimitero. Alla guida c'era
una donna, ebbe la sensazione di
averla già vista ma non ricordò
dove; al fianco di lei,
incredibilmente, vide proprio
Ricciardi. Alzò la mano per un
saluto, ma si accorse che il
commissario guardava dietro di sé,
verso il sediolino posteriore dove
però non c'era nessuno.
Il gesto di saluto gli rimase a
metà, quando si accorse
dell'espressione di assoluto orrore
che aveva Ricciardi. Fu un attimo: la
macchina si allontanò in una nuvola
di fango e gas.
Maione sentiva il cuore battergli
furioso in petto, e rispose a un
impulso immediato. Strinse il
braccio a Lucia, mormorandole che
l'avrebbe raggiunta dopo alla tomba
di Luca, e si mise a correre verso il
parcheggio dei tassì.

Eccoti qua, pensava Ricciardi.
Finalmente eccoti qua.
Per la prima volta da quando era
consapevole del Fatto, il modo in cui
chiamava la sua particolare capacità
di percepire il dolore dei morti
ammazzati, invece di scappare lo
aveva cercato.
Aveva provato a spiegarsi
l'assenza di Tettè da tutti i luoghi in
cui avrebbe dovuto o potuto trovarsi;
aveva percorso le sue stesse strade,
gli stessi vicoli oscuri. E ora, quando
aveva ormai rinunciato, quando
aveva deciso di rasserenarsi e
riposare, se lo ritrovava davanti, in
tutto l'orrore di una morte terribile.
Il bambino si contorceva in atroci
convulsioni, che lo facevano
raddrizzare e ripiegare sul ventre
continuamente; le palpebre erano
sollevate e gli occhi mostravano il
bianco delle cornee, digrignava i
denti per la tremenda sofferenza che
il veleno gli aveva provocato.
Eppure dalle sue labbra veniva fuori
una frase dolcissima: grazie per i
biscotti. Ti voglio bene, sai, mamma:
tu sei il mio angelo.
L'orrore maggiore, come spesso
accadeva, era nel contrasto tra i
contorcimenti del corpo nel
momento dell'estremo dolore e
l'ultimo, delicato pensiero del
bambino morto. Ricciardi non
riusciva a distogliere lo sguardo dal
fantasma di Tettè, dalle terribili
implicazioni del vederlo proprio là e
dalla frase che continuava a ripetere.
Si voltò verso la donna.
Si voltò verso l'assassina.

58


Aveva ricominciato a piovere: un
tuono aveva scosso l'aria e uno
scroscio violentissimo si abbatté
sulla strada.
Carmen aveva una guida nervosa,
a scatti, e non si curava della
scivolosità del terreno. Pareva persa
dietro ad altri pensieri, che la
portavano lontano.
Ricciardi si chiese cosa l'aveva
spinta a tanto: perché l'avesse fatto.
All'improvviso sentiva addosso una
terribile stanchezza, e la febbre dopo
la breve tregua che gli aveva dato
era ritornata più forte che mai.
L'anima del commissario era piena
del dolore del bambino morto, della
sua ultima speranza, di tutto l'amore
che aveva avuto per chi l'aveva
ucciso.
Senza pensarci, mormorò:
«Grazie per i biscotti. Ti voglio
bene, sai, mamma: tu sei il mio
angelo».
Non sapeva se l'aveva detto
realmente, o se l'aveva soltanto
immaginato. Carmen sussultò, come
se fosse stata morsa all'improvviso
da un serpente, e si girò terrorizzata
verso il sedile posteriore per poi
fissare, sconvolta, il commissario.
L'automobile sbandò paurosamente,
rovesciando un carretto fermo sul
ciglio della strada, ma si rimise
miracolosamente in carreggiata. La
donna non accennò a rallentare, anzi
accelerò ulteriormente.
E, piangendo e urlando, cominciò
a parlare.

Lo sapevi, dunque. Tu lo sapevi.
Me ne sono accorta subito, quando ti
ho visto al funerale: in qualche
modo lo avevi capito, che non era
morto così, per caso. E ora sei qui,
con me, per sentirmelo dire, per
portarmi all'inferno.
Perché io lo so, chi sei tu: sei il
diavolo. Con quegli occhi che non
battono, con quella faccia pallida,
con la morte attorno. Io lo so, chi sei
tu.
Ma all'inferno io non ci andrò, e
sai perché? Perché io l'inferno già lo
conosco. Ci ho vissuto e ci vivo,
all'inferno. Lo sai tu, diavolo, che
significa vivere vicino a un folle? Lo
sai che prima di rinchiuderlo, per la
vergogna che si sapesse, fingevamo
che fosse normale? Mi spegneva le
sigarette sulle braccia; mi svegliava
di notte, picchiandomi; mi aspettava
dietro gli angoli, nel buio, e mi
balzava addosso. Diceva che io ero
la sua nemica, un mostro. E invece il
mostro era lui.
Cinque anni così, ho vissuto.
Quanto inferno mi puoi dare tu,
diavolo, che sia peggio di quello?
Ma io sopportavo, sopportavo tutto.
Perché io sono stata povera, sai,
diavolo. Io ho sopportato le
privazioni, perché mio padre si era
giocato tutto, perché mia madre
sapeva solo piangere. E adesso che
possedevo quello che avevo sempre
voluto, la ricchezza, il benessere,
non me lo facevo togliere più.
Il bambino era mio figlio, sì.
Il figlio di un incontro, il figlio di
un amore senza uscita, vissuto al
buio. Facevamo l'amore mentre il
pazzo urlava e batteva alla porta
della sua prigione. Facevamo
l'amore mentre tutto il resto del
mondo pensava che stessimo
cercando una cura, come se esistesse
una cura per la follia di quel mostro.
Pensavo veramente di essere
sterile. Ci avevo provato, con tutte le
cure del mondo, quando il mostro
sembrava ancora normale. Niente. E
poi invece con lui, col medico,
rimasi incinta. Ebbe paura, anche lui
non aveva soldi, era tutto della
moglie. Una bella coppia di
disperati, pieni dei soldi. degli altri.
Ci inventammo una cura termale
per il pazzo, lontano, in Toscana:
gliela prescrisse lui, Matteo. Lo sai,
diavolo, che il suo nome era Matteo?
Lo capisci, adesso, perché il mio
bambino si chiamava così?
Partorii là, da sola, aiutata dalla
cameriera di un albergo. Come un
animale. Come una cagna randagia.
E dopo, che avrei dovuto fare?
Sono tornata nella mia vita, nella
mia prigione d'oro. Il bambino lo
affidai a una famiglia in campagna,
gente alla quale davo soldi, ma che
non sapeva nemmeno il mio nome.
Poi la donna morì di tifo, e l'uomo
cominciò a bere; non lo potevo
lasciare là.
Cercai e trovai don Antonio, quel
viscido prete affamato di denaro. Lo
pagavo ogni mese, fior di quattrini;
ma lo potevo vedere, quasi crescerlo
io. Mi adattavo a fare scuola a
quegli altri bastardi, pur di stare
vicino a lui: a mio figlio.
Non potevo prenderlo con me, lo
capisci, diavolo?
Sarebbe stato facile fare due più
due, alla famiglia del mostro: a quel
debosciato del fratello, quel
vigliacco che vuole mettere le mani
sui miei soldi, proprio ora che il
mostro sta morendo, proprio ora che
finalmente potrò vivere la mia vita.
E proprio ora ha trovato le lettere.
Credevo di averle distrutte, non
ricordavo di averle ancora. È venuto
da me, mi ha minacciato. Gli ho dato
qualcosa, ma non volevo dargli
altro. Allora mi ha seguito, e ha
trovato Tettè.
Sapevo tutto, sai, diavolo? Con
me non balbettava. Solo con me.
Con la sua mamma. E quello che
non mi diceva lo capivo. Sapevo di
quei piccoli bastardi, di come lo
angariavano, di quello che gli
facevano subire. Sapevo del prete,
del sacrestano, dello stanzino buio
delle punizioni. E del cane.
Mi aveva raccontato delle
pagnotte avvelenate del deposito di
alimentari, di come temesse che il
suo cane le mangiasse. E alla fine mi
raccontò delle visite del debosciato,
di Edoardo.
L'idea di perdere tutto mi
ossessionava. Se si fosse saputo che
quello era mio figlio, un piccolo
orfano lasciato a marcire in una
parrocchia nella fame e nel fango,
avrei perso tutto. Mi avrebbero
estromessa, forse mi avrebbero
perfino mandato in galera. Che
potevo fare? Il bambino mi riferiva
delle domande sempre più pressanti,
degli interrogatori che lo zoppo
maledetto gli faceva. Era questione
di tempo: tutto sarebbe finito.
Io aspettavo. Aspettavo che la
morte del pazzo mi avrebbe resa
finalmente padrona di tutto. Lo avrei
preso con me, gli avrei dato quello
che non aveva avuto; ma ora, che
ero stata scoperta, non potevo più
aspettare.
Per giorni e giorni sono stata
disperata, non mi decidevo. Dovevo
scegliere tra rimanere ricca e sola o
ridiventare povera e disperata, con
un bambino minorato da allevare,
senza saper fare niente di niente.
Non riuscivo a decidere. E allora
ho provato con la sorte.
Gli ho preparato quattro biscotti,
due avvelenati e due no. Ho fatto un
cartoccio e gliel'ho portato, adorava
quando gli facevo le cose con le mie
mani. Pensavo: se non sceglierà
quelli avvelenati, vorrà dire che
andremo avanti e combatteremo, a
costo di rimanere senza niente.
Combatteremo contro lo zoppo,
contro il pazzo, contro il mondo.
Invece scelse senza dubbi quello
avvelenato. Lo vidi mangiare con
gusto, mi sorrideva, proprio qui, in
questa macchina. E mi disse quella
frase. Quella che conosciamo solo
tu, che sei il diavolo e io, che sono
sua madre.
Ha detto questo, solo questo.
Prima di morire.

59


Ricciardi ascoltava le parole di
Carmen come in un incubo. La testa
gli pulsava dolorosamente, la febbre
lo divorava.
E, come se non fosse bastato,
l'incessante martellamento della
voce di Tettè gli risuonava dentro,
attraverso l'anima, senza passare per
le orecchie. Grazie per i biscotti. Ti
voglio bene, sai, mamma: tu sei il
mio angelo.
Ne aveva viste tante; figli che
uccidevano le madri, fratelli che si
ammazzavano tra loro, mogli che
assassinavano nel sonno i mariti. Ma
una madre che abbandona il figlio al
proprio destino e che poi lo
avvelena, costringendolo a una
morte atroce tra mille tormenti, non
avrebbe mai potuto immaginarla.
Senza guardare indietro, mentre
l'automobile veniva lanciata a folle
velocità sulla salita sterrata che
conduceva a Posillipo e le ruote
slittavano sul fango, percepiva
ugualmente le contrazioni del corpo
di Tettè, nelle convulsioni indotte
dalla stricnina. E ne percepiva
insieme le parole d'amore. Ti voglio
bene, sai, mamma: tu sei il mio
angelo.
Si rese conto che la donna lo
chiamava diavolo. Quasi rise
dell'ironia, poi pensò che forse
aveva ragione: la sua percezione, il
Fatto, magari veniva direttamente
dal demonio, ed era il segno della
sua dannazione. Assurdamente
pensò a don Pierino, e alla sua
semplice fede fatta di verità e
menzogne. Ecco a voi, padre: un
angelo e un diavolo, nella stessa
automobile lanciata nella pioggia a
velocità folle. Indovinate voi chi è
l'uno e chi l'altro.
Mentre la donna piangeva e
biascicava le proprie farneticazioni,
Ricciardi capì che il loro destino era
segnato: Carmen non guardava più
la strada, girava lo sterzo a caso e
schiacciava il pedale
dell'acceleratore a tavoletta.
Pigramente, come attraverso il
vapore, il commissario pensò che
almeno erano arrivati in una zona
nella quale non c'era nessuno, la
strada che saliva a picco sul mare
era deserta: se non altro, nessun
innocente da coinvolgere ancora.
Dietro di lui Tettè, con la sua
voce dolce e senza impedimenti,
ringraziò ancora una volta il suo
angelo.
L'ultimo pensiero, rifletté
Ricciardi. Il mio ultimo pensiero,
affinché magari uno come me,
passando, lo senta. Il mio ultimo
pensiero, da lasciare, da ricordare.
L'ultimo pensiero di un morto, il suo
saluto alla vita che non ha vissuto.
Questo è il mio peccato.
La macchina affrontò una curva
stretta. La pioggia era fortissima, la
visibilità sarebbe stata limitata anche
se Carmen non avesse avuto gli
occhi semichiusi dal pianto. Disse:
bambino, mio dolce bambino;
perdonami, perdona la tua mamma.
Dietro la curva, al centro della
strada, immobile, un cane se ne
stava accucciato sulle zampe
posteriori, fermo come una statua; i
suoi occhi erano fissi
sull'automobile che slittando sulle
ruote che non facevano presa sul
fango spuntò come una belva
ruggente. Il cane non si mosse.
Carmen urlò il nome di Tettè e per
evitarlo girò lo sterzo verso il
parapetto, verso il mare, verso lo
strapiombo.
Mentre volava, insieme alla
donna che piangeva il nome del
figlio che aveva ucciso e al fantasma
del bambino che chiamava angelo la
madre, Ricciardi strinse gli occhi e
pensò a Enrica, con tutta la forza che
aveva, perché qualcuno ascoltasse,
perché qualcuno glielo dicesse:
amore, amore mio; che peccato.

60


La pioggia accompagnava il silenzio
della sera del giorno dei morti,
cadendo fitta sul cortile
dell'ospedale dei Pellegrini.
L'aria normalmente squarciata
dalle urla dei venditori del vicino
mercato era ferma, come in attesa.
Maione rabbrividì, sotto la tettoia
dell'ingresso. Avrebbe voluto sapere,
ma aveva paura.
Estrasse per la centesima volta
l'orologio dalla tasca, lo guardò e lo
ripose: erano quasi sei ore. Sei ore
che il commissario Ricciardi
combatteva contro la morte, nella
sala operatoria del dottor Modo.
È colpa mia, pensò. Lo sapevo
che avrebbe continuato, che sarebbe
andato avanti; che aveva in mente di
non fermarsi. Lo sapevo, e l'ho
lasciato solo. Se ci fossi stato io, con
lui, non sarebbe successo: non si
sarebbe trovato in macchina con
quella donna in quella fuga assurda
e disperata a Posillipo, non sarebbe
caduto nel vuoto.
Rivide se stesso arrivare col tassì
quando ormai era tardi; rivide le
ruote all'aria che giravano ancora
nella pioggia furiosa, la macchina
precipitata, trattenuta nel baratro
solo da alcuni arbusti; si rivide tirar
fuori il corpo di Ricciardi con l'aiuto
dell'autista del tassì e del cocchiere
di una carrozza, che passava di là;
rivide la donna morta, il corpo per
metà fuori dal vetro spaccato della
sua automobile, sangue e cervello
che colavano nella pioggia dal
cranio spaccato a metà.
Si passò una mano sul volto. La
corsa all'ospedale, l'espressione
sorpresa e addolorata del dottore.
L'inizio di quest'incubo, di questa
attesa infinita.
Aveva mandato un ragazzo a
chiamare il figlio maggiore, ormai
rientrato dal cimitero senza notizie
del padre, e tramite lui aveva
avvertito Lucia e la questura; poi
aveva ordinato a una guardia di
andare a prendere Rosa, e portarla in
ospedale.
Rientrò nella sala dove la donna
aspettava. Era arrivata
accompagnata da una ragazza, che
Maione ricordò essere una vicina di
casa del commissario, che avevano
interrogato una volta. Colombo,
Enrica Colombo. Si era presentata
così.
Era cerea, sconvolta; sosteneva
Rosa, che sembrava intagliata nel
marmo. Seduta, ferma, gli occhi
vitrei, le labbra sussurranti una
preghiera, il rosario nelle mani.

Baronessa, io lo so che mi
sentite. Vi ricordate, mi sentivate
sempre, pure quando mi credevo che
stavate dormendo; stesso con gli
occhi chiusi, sorridevate e mi
dicevate le cose in risposta a quello
che stavo pensando io, chi lo sa
come facevate.
Se mi sentite, baronessa, allora
sapete pure dove stiamo e a fare che.
Stiamo in ospedale, perché dicono
che il signorino figlio vostro sta
morendo.
Io non lo so, se sta morendo
veramente. Non sono cose che posso
capire io, che sono ignorante e non
so manco leggere, perché so vedere
solo i numeri. E non so nemmeno se
state arrabbiata con me, baronessa,
perché mi avete affidato il figlio
vostro e io non l'ho saputo guardare.
Però vi voglio dire che è la vita mia,
e se muore lui muoio sicuramente
pure io.
All'inizio me l'avevate data voi,
la responsabilità, e io me l'ero presa.
Un bambino difficile, era, e così è
rimasto. Tiene la capa tosta, tutto si
deve fare come dice lui; a trentun
anni compiuti è ancora solo, senza
pensare che io sono vecchia e me ne
vado e lo lascio solo. Perfino adesso,
che ha incontrato questa povera
ragazza che sta qua con me, che mi
ha voluto accompagnare sotto alla
pioggia in ospedale, che si è buttata
per strada quando ha visto le guardie
che mi sono venute a prendere,
perfino adesso non si decide a uscire
e a dire che sta bene, che è vivo e
camperà cent'anni.
Baronessa, voi che state nel
mondo della verità e che potete
parlare coi vivi e coi morti,
raggiungetelo nel posto dove sta e
diteglielo di tornare, che non può
morire, che non è vero che è solo;
che ci stanno persone che lo amano,
che senza di lui non ci riuscirebbero,
a vivere.
Diteglielo, baronessa. Che non si
permettesse di fare questo brutto
scherzo a me, una povera vecchia.
Che in tanti anni di collera che mi ha
fatto prendere, non gli ho mai alzato
una mano addosso. Ditegli da parte
mia che stavolta, se si azzarda a
farmi questo, gli faccio un
mazziatone che se lo ricorda per
sempre, in questo mondo e nell'altro.
Diteglielo, baronessa; diteglielo,
di tornare da me.

Enrica si era seduta in disparte,
nella penombra. La sala d'aspetto
dell'ospedale era fredda e sulla lastra
di vetro dell'ingresso la pioggia si
abbatteva, decisa a entrare e
avvolgere in un velo d'acqua tutte le
emozioni e le sofferenze che erano
in attesa.
Quando aveva visto le due
guardie avvicinarsi al palazzo di
Ricciardi aveva dato nome e colore
all'angoscia che l'accompagnava
dalla sera precedente. Era successo
qualcosa. Lo sapeva. Vide Rosa
uscire, avvolta in un soprabito, un
fazzoletto sulla testa; anche da
lontano e attraverso la pioggia, capì
dal pallore che era sconvolta e
terrorizzata.
Non ci pensò due volte: non era il
momento delle forme e degli
imbarazzi. Spostò la madre, che le
chiedeva dove andasse da sola e con
quel tempaccio, e scese le scale a
rotta di collo infilandosi il cappotto.
Rosa l'accolse con serena semplicità,
mettendosi al suo braccio; è in
ospedale, le disse.
Pregava, Enrica, ascoltando la
pioggia battere sui vetri e aspettando
di sapere se avrebbe dovuto
abbandonare per sempre il suo
sogno.
Si chiese se stava pregando per la
vita di Ricciardi o per se stessa, per
la sua vita. Si rispose che era
esattamente la stessa cosa.

Il silenzio fu interrotto dal motore
di un'automobile che irruppe nel
cortile, con un brusco stridio di
freni. Dopo un attimo la porta si
spalancò facendo entrare la pioggia
e Livia, seguite da un Garzo bagnato
e insolitamente in disordine.
«Maione, siete qui; sono venuto
appena ho saputo, passando prima a
prendere la signora Vezzi. Ma si può
sapere che diavolo è successo? Che
ci faceva Ricciardi in macchina con
la Fago di San Marcello, dama di
carità di Santa Maria del Soccorso?
Non avevo detto che quella
maledetta indagine andava
interrotta, anzi mai cominciata?»
Maione si era levato in piedi, e
fissava Garzo con un'espressione
che non prometteva niente di buono:
«Dotto', io non lo so quello che ci
faceva, il commissario; ma vi posso
dire che se era con quella donna
aveva i suoi ottimi motivi, come
dimostra il modo in cui è avvenuto
l'incidente».
«E voi che ne sapete, di com'è
avvenuto l'incidente?»
Maione apriva e chiudeva le mani
a pugno:
«Lo so perché li ho visti passare e
li ho seguiti con un tassì. Guidava la
donna, e sembrava sconvolta. Il
perché non lo so».
Garzo agitò la mano, intuendo
che non conveniva sollecitare ancora
il brigadiere sull'argomento:
«Va bene, ci riferirà lo stesso
Ricciardi. Ci si può parlare?».
Maione fece un passo verso
Garzo: sembrava deciso a prenderlo
per il collo.
«Allora non avete capito niente,
dotto': il commissario, in questo
momento, è in sala operatoria. Il
dottor Modo lo sta operando alla
testa, è gravissimo. L'ultimo
problema suo, e di tutti noi qui che
gli vogliamo bene, è sapere che
stava facendo nella macchina della
signora comesichiamava. Mi sono
spiegato? Mo' se volete stare qua,
abbiate pazienza, sedetevi su una
sedia e statevi zitto. Per una volta,
accettate il consiglio mio: statevi
zitto».
Aveva parlato piano, quasi in un
sussurro: ma la sua voce era esplosa
nella sala, come un tuono. Garzo si
afflosciò su se stesso, si guardò
attorno interdetto; poi arretrò fino a
una sedia e vi si lasciò cadere, senza
parlare più.
Si fece avanti Livia, gli occhi
pieni di lacrime: «Brigadiere, ma
che ha detto il dottore? Si sa
qualcosa, quali danni... come sta,
insomma, Ricciardi?».
Maione allargò le braccia, in un
gesto sfiduciato:
«Non sappiamo niente, signo'. Io
l'ho portato qua in un tassì, teneva
gli occhi chiusi, sembrava morto,
usciva sangue dalla testa, assai. Non
parlava. Il polso era debolissimo,
quasi non si sentiva. Per fortuna il
dottore era di turno, appena l'ha
visto l'ha fatto mettere su una lettiga,
l'ha fatto portare in sala operatoria e
gli è corso appresso. Stiamo nelle
mani di Dio, e in quelle del dottore».
Livia si torceva le mani;
sembrava disperata. Le lacrime
cominciarono a scorrerle sulla
faccia.
«Ma il dottore... siamo sicuri che
non convenga portarlo da un'altra
parte? Io posso disporre un trasporto
immediato a Roma, magari in
aeroplano. Posso chiamare
qualcuno, ho amicizie... Si
metterebbero subito tutti a
disposizione, insomma. I migliori
medici della nazione, quelli
personali del Duce. Non sarebbe
meglio, brigadiere?»
Maione sorrise e scosse la testa:
«No, signo', credetemi: un
medico meglio del dottor Modo non
ci sta. Il commissario non avrebbe
scelto nessun altro, al posto suo. E
poi è tardi adesso, non vi pare? Lo
stanno già operando. Dobbiamo
aspettare, e pregare, per chi ci
crede».
Livia chinò il capo e si mise le
mani sulla faccia. Rosa ed Enrica
guardavano nel vuoto, senza
espressione.

Maione cominciò a camminare
avanti e indietro, come un leone in
gabbia. Passò un'ora. Ne passò
un'altra. Garzo si alzò, si avvicinò a
Livia e, detta qualche parola di
circostanza che la donna a stento
sentì, uscì e se ne andò.
Enrica guardò i vetri scossi dalla
pioggia. Fallo vivere, pensò; mi
basta questo. Fa' che viva, che
respiri e cammini e pianga e rida. Se
lo farai, se lo lascerai vivere, io ti
regalerò il mio sogno di felicità.
E non lo vedrò mai più.
Un tuono lontano avverti che la
tempesta si avviava alla conclusione.
Si fece sera, e si accesero le luci
fredde dell'ospedale. Nel cortile,
lontano dagli occhi di tutti, un cane
col manto pezzato aspettava
accucciato.
A un tratto, senza preavviso la
porta si aprì e la figura stanca del
dottor Modo avanzò sulla soglia.
Balzarono tutti in piedi, scrutandone
l'espressione esausta. Fece un
sorriso, guardò Maione e disse:
«Andate. Dorme, ma potete
vederlo».
Livia fu la prima a correre,
leggera come il vento, seguita da
Maione che sosteneva per il braccio
Rosa, in lacrime.
Enrica mormorò un
ringraziamento e se ne andò via,
felice e disperata.
Sulla lastra di vetro scorse
l'ultima pioggia dell'autunno. Come
una lacrima. Come una goccia di
sangue.

E l'inverno ricominciò.




Ringraziamenti

Ricciardi, al termine di
questa sua quarta
stagione, ha molte persone
da ringraziare.
La Fandango,
anzitutto: Domenico in
testa, Tiziana, Manuela,
Francesca, Manuela, per
tutta la strada fatta
insieme. Mario Desiati, in
pieno nel suo mondo, con
la sensibilità dello
straordinario scrittore e il
sorriso del fraterno amico
che è. E Gianluigi
Toccafondo, magico,
meraviglioso. artista.
Francesco Pinto, per
essersi inventato tutto il
suo cammino quando
nessuno ci pensava.
Antonio e Michele, che
ne pensano le storie e
l'aria che respira. Il
professor Giulio Di Mizio,
attraverso i cui occhi vede
i morti, e li sente parlare.
Rosaria De Cicco e
Peppe Miale, che ne
posseggono le voci.
Francesca Filardo, che ne
immagina i vestiti e i
tessuti. Monica Biglietto,
che ha cercato e trovato il
veleno.
Il fantastico team dei
Corpi Freddi, Serena
Venditto, Aldo Putignano e
Stefano Incerti, che
sentono per primi il battito
del suo cuore e lo
riconoscono sorridendo.
Grazie a voi, da parte
di Ricciardi.
Il mio grazie è uno, ma
immenso.
All'autrice del mio
incanto, alla portatrice del
mio canto: a Paola.