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Capitolo 1

Nascita ed evoluzione delle politiche di


internazionalizzazione in Cina: Dallo stato
embrionale alla Go Global Policy

1
1.1 La Cina verso l’internzionalizzazione

Mentre il diciannovesimo e il ventesimo secolo sono appartenuti rispettivamente all’Europa e


agli Stati Uniti, sembra largamente diffusa l’impressione che il ventunesimo secolo debba
appartenere all’Asia e, più nello specifico, alla Cina. In “The Chinese Century” (O. Shenkar, 2005),
l’autore analizza la produzione mondiale di aziende appartenenti a vari settori e la relativa
percentuale rappresentata dalle imprese cinesi, con risultati davvero incredibili.

Tabella 1.1 Percentuale della produzione cinese calcolata sulla produzione globale

Settore Percentuale
Giocattoli 70%
Biciclette 60%
Forni Microonde 50%
Abbigliamento 50%
Televisioni 33%
Condizionatori 33%
Telefoni Cellulari 33%
Lavatrici 25%
Frigoriferi 20%
Fonte:Oded Shenkar, 2005

In seguito all’apertura agli investimenti esteri, che ha portato l’economia cinese ad essere il motore
trainante dell’economia mondiale, la Cina ha anche guadagnato negli ultimi anni un ruolo come
importante fonte di investimenti diretti esteri (IDE).
Se poniamo pari a zero la quantità di IDE cinesi nel 1979, anno iniziale della politica delle “porte
aperte”, la Cina rimase stabile per i primi dieci anni. Primi segni di attività vennero dagli inizi degli
anni ’90, l’impennata arrivera dal 2005 in poi, raggiungendo nel 2009 quasi 200 miliardi di dollari di
capitale investito oltreoceano, affermandosi come uno dei principali investitori tra i paesi in via di
sviluppo.

Grafico 1.1 Evoluzione degli investimenti esteri cinesi totali, 1990-2009

2
250
Flusso Stock
200

150

100

50

0
1990 1995 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009

Fonte: Dal 1990 al 2002 UNCTAD, dal 2003 al 2009 MOFCOM

Secondo uno studio effettuato nel 2004, I principali investimenti sono riconducibili a 5 macrosettori1
:
1. Assemblaggio e trasformazione di manifattura.
In particolare industria leggera, lavorazione di prodotti elettrotecnici e assemblaggio di
automobili, macchinare, strumenti per l’agricoltura ed elettrodomestici.
2. Sviluppo di risorse e materie prime.
Investimenti verso paesi dell’Asia sud orientale e dell’Africa, ovvero zone in via di sviluppo
ma con ingenti risorse naturali.
3. Sviluppo scientifico e tecnologico.
Investimenti in paesi altamente sviluppati e in centri di ricerca per migliorare la qualità della
produzione, per l’affermazione del marchio e la conquista di fasce di mercato
internazionale.
4. Progetti di servizi di manodopera a contratto.
Un buon numero di Paesi sviluppati ha aperto le proprie porte all’abbondante riserva di
lavoratori cinesi, tra questi i maggiori interessati sono Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e
Singapore.
5. Servizi e commercio.
Questo settore include finanza e assicurazioni, import ed export, servizi di informazione,
trasporto e comunicazione, oltre a servizi legati al turismo e alla pubblicità.

Nonostante l’ottimismo dei numeri bisognerebbe però approfondire le ricerche, e scopriremmo che
tra le 8.000 aziende cinesi che affermano di essere attive anche sui mercati internazionali, un terzo
di queste in realtà si riferisce ad Hong Kong ed altri grandi investimenti invece sono diretti nei
paradisi fiscali, come possiamo meglio vedere nella seguente tabella. Stime più accurate ci
confermano che il numero reale di aziende attive all’estero conta circa 800 operazioni negli States
e 500 nell’Eurozona.

Tabella 1.3 Principali destinazioni per gli IDE cinesi, 2006

1
Beijing Zhoubao, 12/8/2004, p. 38

3
Posizione Regione Valore netto (in centinaia di milioni $)

4
1 Hong Kong 365.1
2 Isole Cayman 89.36
3 Isole Vergini 19.84
4 Corea del Sud 8.82
5 Stati Uniti 8.23
6 Macao 5.99
7 Australia 5.87
8 Russia 4.66
9 Sudan 3.52
10 Bermuda 3.37
11 Singapore 3.25
12 Germania 2.68
13 Kazakistan 2.45
14 Vietnam 2.29
15 Tailandia 2.19
16 Pakistan 1.89
17 Malesia 1.87
18 Algeria 1.71
19 Zambia 1.6
Fonte:World Investment Report, 2006

Inoltre la Cina è e resta un latecomer in quanto il capitale investito all’estero rappresenta ancora
oggi circa l’1% degli IDE a livello mondiale e si pone ben al di sotto della media dei paesi
industrializzati, ma resta evidente la marcia trionfale dell’economia cinese e anche di alcuni suoi
marchi.
Quanto e se durerà è difficile stabilirlo, possiamo però studiarne l’evoluzione e capire quali siano gli
scenari più probabili e quali saranno le conseguenze sul piano internazionale di questa
inarrestabile ascesa.

5
1.2 Evoluzione storica e politica

Dalla metà degli anni ’90, la Cina diventa la maggiore fonte di investimenti esteri tra i PVS
(Banca Mondiale, 1997). Ma l’ascesa degli IDE cinesi non sarà evidente fino al 1999, quando il
governo cinese lancia la Go Global Strategy, seguita da un insieme di attività di espansione
internazionale a opera di grandi compagnie della caratura della Haier o Lenovo.
Sebbene il fenomeno dell’internazionalizzazione delle imprese cinesi abbia attratto l’attenzione
degli studiosi soltanto negli ultimi anni, le radici di questa espansione sono da ricercare già nei
primi anni della Repubblica Popolare Cinese.
Nel sistema economico cinese altamente controllato, i cambiamenti nelle politiche e nelle strategie
del governo hanno rappresentato nel corso degli anni i fattori fondamentali nello sviluppo degli IDE.
Sin dal 1978, il governo ha attuato politiche che favoriscano gli investimenti esteri secondo l’idea
che anche questi potessero concorrere a garantire lo sviluppo del paese, perseguendo cioè
obiettivi di carattere strategico. Il governo ha perciò sviluppato un complesso sistema di uffici
governativi atto a guidare e regolamentare il flusso di investimenti diretti all’estero, nella fattispecie
esamina e approva i progetti di investimento, incoraggia determinati tipi di IDE, vigila sulla
concessione di valuta estera alle imprese.
L’evoluzione dell’imprenditoria cinese all’estero è divisibile, secondo il seguente schema, in 6
periodi :

Primo Periodo (1949 – metà anni ’50):


Dopo l’insediamento del regime comunista, il governo cinese stabilisce alcune aziende ad Hong
Kong per supportare operazioni di import-export; tra le aziende figurano la Bank of China, la
Huarun Company e la China Tourism Company. Queste avranno però un peso piuttosto marginale
a causa del limitato numero di interventi e dalla misura piuttosto esigua.

Secondo Periodo (metà anni ‘50 – metà anni ‘70):


Prime attività di internazionalizzazione, consistenti in supporto economico e tecnico in programmi
di sviluppo e aiuto ai paesi del terzo mondo impegnati in lotte per l’indipendenza. Sebbene queste
non siano attività strettamente imprenditoriali hanno però contribuito a creare i presupposti per una
successiva espansione economica in determinate aree geografiche.

Terzo Periodo (metà anni ’70 – 1978):


Attività internazionali in progetti di infrastrutture e invio di specialisti cinesi all’estero.
Dal 1978, anno del primo progetto di aiuto in cui nacque la China Construction and Engineering
Corporation, al 1982 nacquero 27 aziende e vennero siglati ben 755 accordi per progetti e invio di
personale specializzato in 45 paesi tra Asia, Africa, America Latina ed Europa per un totale di 1.2
miliardi di dollari. Questo tipo di attività rappresenta per il momento la principale forma di

6
investimento estero da parte della Cina, ma dal punto di vista legislativo le imprese stavano
subendo una trasformazione decisiva, dal 1978 infatti verrà inaugurata una maggiore autonomia
manageriale per sei imprese statali del Sichuan, atta a promuovere una maggiore produttività
aziendale. Durante la Riunione Centrale del Partito nel dicembre 1978, tale autonomia veniva
ampliata e garantiti maggiori diritti alle imprese e alle autorità locali.

Quarto Periodo (1979 – 1995):


Il 1979 rappresenta la maggiore demarcazione per l’internazionalizzazione delle imprese cinesi,
quando il 13 Agosto dello stesso anno il Governo sancisce formalmente la “Politica delle “porte
aperte”” e per la prima volta Pechino include gli IDE come mezzo legittimo del programma di
sviluppo nazionale, sebbene non ci fosse una precisa strategia a riguardo. In questo periodo infatti
non esistono ancora normative specifiche, gli investimenti riguardano fondamentalmente imprese
statali autorizzate singolarmente secondo fattori prevalentemente strategici. Nel 1979 inoltre viene
approvato il “Central Comittee Decision on Problems with the Estabilishment of a Socialist Market
Economy System”, che segna l’inizio della seconda fase di riforme. Se l’anno precedente si
garantiva maggiore autonomia aziendale, ora si puntava a trasformare le SOEs in aziende
moderne meglio adatte ai mercati interni ed esteri, con una netta distinzione tra amministratori e
proprietari nonché con una maggiore trasparenza manageriale.
Nei primi anni della riforma di apertura fino alla metà degli anni ‘80, gli investimenti d’oltremare
erano limitati alle corporazioni commerciali statali che agivano sotto la supervisione del Ministry of
Foreign Economic Relations and Trade (MOFERT) e alle aziende municipali principali sotto la
guida della State Economic and Trade Commission (SETC), ciononostante queste grandi SOEs
godevano di un’ampia autonomia gestionale una volta che il progetto veniva approvato, ciò le
permise di trarre notevoli profitti commerciali e proficue collaborazioni imprenditoriali. Il primo
progetto di questo genere fu la joint venture tra la Beijing Friendship Commercial Service
Corporation e la Japan Commercial Conglomerate, fondata a Tokio sotto il nome di Jin He Sharing
Holding Limited Company.
Gli investimenti di questo periodo sono connotati dal transformational development, durante questa
fase il Governo infatti cominciò a promuovere investimenti d’oltremare garantendo i permessi ai
principali uffici commerciali statali e provinciali. Di conseguenza nacquero molti progetti in tutto il
sud est asiatico e nei PVS al fine di facilitare le esportazioni petrolchimiche cinesi. Possiamo perciò
affermare che il governo giocò un ruolo di primo piano nel promuovere gli IDE come mezzo della
sua strategia di politica estera, mentre le ragioni di mercato e di profitto erano relegate ad un ruolo
secondario; come osservano giustamente Hong e Sun (2006) le decisioni riguardanti gli
investimenti cinesi in questo periodo “were mainly determined by the consideration of enhancing
China’s political and economic influence and expanding its International trade relationship rather
than that of maximizing market profit”.2
Dalla metà degli anni ’80, il governo fece ulteriori passi avanti nella liberalizzazione degli IDE,
introducendo nel 1984 una serie di regolamentazioni che andavano sotto il nome di Principi e
obiettivi dell’Autorità Esaminatrice nella creazione di imprese non distributive in Paesi stranieri,

2
Hong E., Sun L.; “Dynamics of Internationalization and Outward Investment”, 2006

7
Hong Konkg e Macao e la Regolamentazione circa misure amministrative e procedure di
esaminazione nella creazione di imprese non distributive in Paesi stranieri. Questi regolamenti
furono un decisivo passo in avanti infatti per la prima volta nelle Regolamentazioni provvisorie
circa il controllo e le procedure di approvazione nell’apertura di imprese non distributive in Paesi
stranieri emanate dal MOFERT nel Luglio del 1985 si stabilisce il fondamento per cui “all
enterprises, if they [had] sufficient capital, technical and operating know-how, and suitable foreign
partners, [could] apply for permission to establish subsidiaries in foreign countries”. Queste regole
costituiranno il cuore della legge cinese in materia di IDE e rimarranno applicabili fino ai giorni
nostri nonostante alcuni rimaneggiamenti.
Nonostante la nuova regolamentazione, gli investimenti esteri continuavano fino alla fine degli anni
‘80 ad essere dominati dalle grandi aziende statali, furono perciò necessarie dal ’91 ulteriori
liberalizzazioni che permisero alle aziende private di bypassare le grandi SOEs e di agire
direttamente sui mercati internazionali. Gli investimenti totali raggiunsero 1.591 miliardi di dollari e
355 aziende erano riuscite ad accaparrarsi il permesso ad investire all’estero. I primi anni ’90 sono
però segnati da gravi perdite dovute a speculazioni e investimenti sbagliati nel settore edile e nel
mercato azionario estero, in special modo ad Hong Kong, per questo motivo si rese necessaria nel
’93 una battuta d’arresto, che costringerà il governo a rendere più rigide le condizioni di accesso ai
mercati internazionali, in particolare sarà rafforzato il controllo su agenzie come la State Planning
Commission (SPC, sostituito in futuro dalla National Development and Reform Commission) e la
State Administration of Foreign Exchange (SAFE), che perdevano parte del loro potere decisionale
a favore del neonato Ministry of Foreign Trade and Economic Co-operation (MOFTEC), organo che
garantiva un più rigido controllo.

Quinto Periodo (1996 – 2003):


Dalla seconda metà degli anni ’90 l’atteggiamento del governo nei confronti degli IDE muta da
semplice laissez faire a deciso incoraggiamento, grazie a tassazione favorevole alle aziende
esportatrici, assistenza fiscale nonché tecnica. Ulteriori trattamenti favorevoli erano ancora riservati
a determinate SOEs, in special modo a quelle che potevano garantire competitività sui mercati
globali e vantaggi strategici alla Cina, specialmente nel campo delle risorse naturali. Nel ’98 infatti
l’acciaieria di Stato, la Shanghai Baosteel, istituisce una joint venture a Tokyo.
Caratteristica di questo periodo è il boom dell’industria degli elettrodomestici, come vediamo dalla
seguente tabella tra le maggiori aziende che investono all’estero c’è una netta preminenza in
questo settore.

Tabella 1.2 Primi investimenti cinesi all’estero

Nome della Compagnia Anno, Destinazione, Progetto


Little Swan 1995, Malesia – Impianto produttivo elettrodomistici
Haier Group 1996, Indonesia - Impianto produttivo elettrodomistici
Haixin Co. 1996, Sud Africa - Impianto produttivo elettrodomistici
Huawei Co. 1996, Hong Kong – Progetto di telecomunicazioni
Jicheng Group 1996, Colombia – Impianto produttivo ciclomotori

8
Wanxiang Group 1997, Gran Bretagna – Acquisizione della AS Co.
Hua Yuan Group 1997, Nigeria – Acquisizione di un impianto tessile
Fonte: Kang, Ke and Xu, 2006

Tali aziende cominciano in questo periodo ad inaugurare un forte trend di Mergers and
Acquisitions (M&A), che sarà destinata a diventare una delle principali forme di investimento
estero, che permetteva di entrare in nuovi mercati e al contempo superare l’ostacolo psicologico al
prodotto cinese di bassa qualità, come specificano Hong e Sun infatti “The major explanations for
this increased M&A by Chinese companies include[d] the needs for direct access to natural
resources, overcoming the low brand value of Chinese products, and obtaining as quickly as
possible advanced marketing and distribution networks and R&D operations” (Hong and Sun,
2006).
Nel passaggio al nuovo millennio le politiche governative di promozione dei flussi di investimento
estero hanno avuto un ulteriore impeto con l’inaugurazione della nota Go Global Policy (in cinese
走 出 去 zou chu qu, letteralmente “andare fuori”), tale politica fu ufficialmente iniziata dall’ex
Premier Zhu Rongji nel suo report del 2000 al Congresso Nazionale del Popolo ed ebbe seguito
nel Decimo Piano Quinquennale (2001 – 2005). Secondo tale piano veniva indicata una lista di
investimenti oltremare che avrebbero aiutato la Cina ad entrare nell’economia globale, 12 zone ad
alto sviluppo produttivo, tecnologico e commerciale dove verificare la risposta delle aziende non
governative e valutare la quantità e la qualità degli investimenti. Questo tipo di operazioni venivano
inoltre integrate da missioni ufficiali dove ai diplomatici si affiancavano spesso personalità del
mondo imprenditoriale.
Il notevole cambio di rotta che ha interessato l’amministrazione cinese nel corso degli anni è stato
la logica conseguenza del successo del paese nell’attrarre FDI e nel promuovere le esportazioni
nel decennio precedente grazie alle liberalizzazioni che si sono gradualmente susseguite. Due
cause principali hanno velocizzato questo cambiamento nelle politiche : 1) il successo
dell’espansione delle esportazioni cinesi ha causato reazioni protezionistiche in molti paesi e 2) la
grande accumulazione di riserve di valuta estera ha comportato le pressioni di molti paesi sulla
Cina per riequilibrare i suoi flussi internazionale di capitale rivalutando lo yuan. Il governo ha perciò
cominciato a vedere gli IDE come un modo per lenire i contrasti commerciali e mitigare le pressioni
sulla rivalutazione della moneta. Nonostante i successi archiviati è però netta la differenza con il
livello di internazionalizzazione dei marchi globali, come possiamo vedere dal seguente grafico.

Sesto Periodo ( 2004 – Presente ):


Questo periodo è caratterizzato dal boom delle operazioni di M&A, chiaro esempio ne è
l’acquisizione della sezione PC della IBM da parte della Lenovo nel dicembre del 2004.
Per favorire ancor più questo trend, la China’s State Administration of Foreign Exchange emanò
nell’ottobre del 2005 un nuovo regolamento secondo cui veniva stabilito un sistema di facilitazione
al credito straniero per le aziende impegnate in questo tipo di operazioni (Foo, 2006).
L’approvazione dei progetti veniva decentralizzata dal livello statale a quello locale, i prerequisiti

9
venivano moderati, viene inoltre stabilita la procedura online per quelle aziende che intendono
proporre progetti di investimento estero per rendere più trasparente il processo decisionale.
Al contempo la regolamentazione delle acquisizioni all’estero ha continuato ad evolversi. Il
regolamento del 2006 presenta per la prima volta una lista di compagnie straniere come possibili
partner commerciali in operazioni di M&A; mentre il Ministero della Finanza ha emanato l’
Accounting Standards for Business Enterprises, una serie di regolamentazioni che prevedono la
trasformazione delle aziende incluse nella lista verso una maggiore apertura economica e
trasparenza aziendale. Insieme alla promulgazione della nuova Legge Aziendale cinese del
gennaio 2007, questi sviluppi riflettono un’attitudine del Governo centrale verso obiettivi di natura
economica. Resta però da dire che tutt’oggi il 50% delle imprese che investono all’estero sono
aziende statali, nel 2005 addirittura tale percentuale rappresentò l’81.8%.
Secondo le stime fornite dal Chinese Overseas Direct Investement Statistic Bulletin, la Cina ha
realizzato nel 2007 un flusso di IDE di 13 miliardi RMBcresciuto del 123% rispetto all’anno
precedente, e uno stock netto di 58.6 miliardi RMB. La classifica delle maggiori 30 aziende cinesi
operanti all’estero mostra, come è possibile notare nella tabella 1.3, una preponderanza
dell’azienda statale, mentre il seguente grafico ci mostra che la maggior parte degli investimenti
sono stati effettuati nel settore dei servizi commerciali, che raggiunge quasi il 40% della quota
totale.

Tabella 1.3 Maggiori 15 aziende investitrici all’estero, 2007

Posizione Azienda
1 PetroChina Company Limited**
2 CNOOC*
3 CMCC*
4 China Resources (Group) Co., Ltd.*
5 COSCO*
6 Sinopec Group **
7 CITIC Group*
8 China Merchants Group
9 COFCO*
10 CSCEC*
11 Air China Group
12 China Telecom*
13 SINOCHEM*
14 China Netcom
15 China National Ocean Group*
Fonte: Chinese Overseas Direct Investement Statistic Bulletin, 2007
* Azienda statale
** Azienda mista a maggioranza statale

10
Grafico 1.2 Distribuzione industriale degli investimenti cinesi esteri, 2007
Manifattura

Minerario

Servizi Commerciali

Trasporti

Vedita

Altro

0 10 20 30 40 50 60

Fonte: Chinese Overseas Direct Investement Statistic Bulletin, 2007

In parallelo ulteriori liberalizzazioni hanno eliminato alcune delle restrizioni di accesso al credito
straniero, la dimensione massima del progetto viene incrementata anche a livello locale e viene
finalmente eliminata nel 2006 la quota di 5 miliardi di dollari annui per il cambio di valuta estera nei
progetti di IDE.

Tabella 1.4 Vari stadi evolutivi delle multinazionali cinesi


Obiettivi Governativi e
Periodo Caratteristiche Principali
Provvedimenti
1949 – metà anni ’50 Supportare le operazioni cinesi Limitato numero di industrie,
di import-export obiettivi commerciali esigui
Metà anni ’50 – metà anni ‘70 Fornire aiuto tecnico ed Sostenere progetti di sviluppo
economico ai paesi del terzo attraverso aiuto economico,
mondo materiale e tecnico
Metà anni ’70 – 1978 Essere coinvolti nell’economia Progetti di infrastrutture e invio
globale di personale specializzato
1979 – 1995 Sviluppare grandi aziende Vengono stabiliti 113 progetti
globali privati di investimento estero,
Riorganizzare le agenzie di valutati per 14 milioni di dollari
commercio 355 SOEs stabiliscono 355
Spingere le SOEs ad investire join vetures valutate per 1.59
all’estero miliardi di dollari
Rigido controllo degli Alla fine del periodo calerà il
investimenti esteri numero assoluto di progetti
IDE
1996 – 2003 Insieme di incoraggiamento e Grande sviluppo del settore
controllo automobilistico e

11
dell’elettronica interna

2004 – Presente Sostenere la crescita Aumento dell’espansione


economica del paese grazie oltreoceano
alla ricerca di risorse naturali a
basso costo all’estero

1.2.1 Impatto degli IFDI sugli IDE

Molti studiosi hanno notato che la crescita delle aziende cinesi è strettamente collegato al flusso di
investimenti esteri diretti arrivati in Cina nel periodo delle riforme. In soli 25 anni, da un flusso
iniziale di 2,42 miliardi $ nel 1980, è stata raggiunta l’incredibile cifra di 153,47 miliardi $ con
46.664 progetti nel 2004, trasformando la Cina nella principale destinazione degli investimenti di
tutto il mondo.

Tabella 1.5 Investimenti in Cina ( Mld. $)

Periodo Numero di progetti Capitale investito Capitale reinvestito


1979 – 1986 8.295 19,413 8,304
Media annuale 1.037 2,427 1,038
1987 – 1991 34.208 33,179 16,754
Media annuale 6.842 6,639 3,351
1992 – 1996 241.317 416,799 151,537
Media annuale 48.236 83,36 30,307
1997 – 1999 57.718 144,328 131,118
Media annuale 19.239 48,109 43,706
2000 – 2004 167.402 482,88 254,45
Media annuale 33.480 96,58 50,89
Fonte: Wang, Johnson e Yang, 2003; The US China Business Council

Questa massiccia iniezione di capitali stranieri ha giocato un ruolo cruciale non soltanto nella
liberalizzazione economica cinese, ma anche nella nascita e nello sviluppo delle multinazionali
cinesi. Negli anni ’80 e in parte degli anni ’90, grazie all’intervento del governo in favore di joint
venture, accordi aziendali bilaterali e altre forme di alleanze strategiche, le compagnie cinesi e, in
special modo le SOEs, poterono godere di ingenti quantità di capitale straniero oltre che di
tecnologie innovative.
Questo processo ha aiutato le aziende di Stato cinesi a guadagnare esperieza e know how
riguardo i mercati esteri, divenendo a loro volta la punta di diamante della politica di espansione
estera del governo nel vicino sud est asiatico dove, grazie alla vicinanza geografica, economica e
culturale, poterono man mano guadagnare esperienza e dimestichezza in questo genere di
operazioni, come nel caso della Haier Group, che cominciò la sua attività di internazionalizzazione
in Indonesia e nelle Filippine già nel 1996 e continuò ad operare nei PVS fino al lancio della sua

12
campagna commerciale negli USA del 1999. Tutt’oggi la Haier alleva i suoi manager nelle
Filippine, per poi inviarli nel mercato nordamericano o europeo dopo un attento e scrupoloso
training.
Il governo cinese ha quindi sempre riconosciuto l’importanza del trasferimento tecnologico e
manageriale da parte dei grandi brand occidentali, è per questo che per molti anni ha disposto la
nascita joint venture congiunte come presupposto all’investimento estero, oltre a pretendere che
tali aziende supportassero le esportazioni con una determinata percentuale della propria
produzione, in modo da rendere le aziende cinesi partecipi delle esportazioni sul mercato globale.
Molte delle aziende e dei settori promossi dal governo cinese nella fase iniziale delle riforme
economiche sono diventate estremamente competitive nel tempo, divenendo il motore trainante
delle esportazioni cinesi all’estero.
Hong e Sung affermano che tale meccanismo di trasferimento tecnologico finalizzato alla
creazione di brand rivolti all’internazionalizzazione è una peculiarità del modello industriale cinese,
che differenzia gli investimenti cinesi da quelli degli altri PVS per una sostanziale differenza
qualitativa sia produttiva che manageriale3.

3
Hong e Sun, “Dynamics of Internationalization and Outward Investment: Chinese Corporations’
Strategies”, 2006.

13
1.3 Incentivi finanziari e agenzie statali

Oltre alle riforme amministrative appena illustrate, il governo ha anche formulato specifiche
strategie da adottare negli investimenti esteri che riflettono le priorità nella sua politica industriale.
Tali priorità includono progetti per lo sviluppo di risorse naturali, progetti che portano
all’esportazione di tecnologia e lavoro qualificato, progetti di merger and acquisitions. Inoltre la
National Development and Reform Commission (NDRC) ha garantito attraverso la SINOSURE
servizi come risk control, risk assessment e assicurazioni sugli investimenti per i maggiori progetti
IDE.
Come supporto generale alle imprese cinesi in procinto di avventurarsi in progetti esteri, il governo
ha inoltre cominciato a fornire informazioni e guida. Il MOFCOM per esempio, offre utili
informazioni come l’ammontare di richiesta di investimenti nel paese ospitante, opportunità nella
partecipazione in fiere commerciali, politiche riguardo gli FDI e regolamentazioni del paese
ospitante. La stessa agenzia ha inoltre cominciato a reperire informazioni circa gli ostacoli e le
barriere incontrate dai precedenti investitori cinesi in quel determinato mercato, per creare un
database informativo e un luogo di incontro dove discutere eventuali nuove strategie.
Nel luglio del 2004, il MOFCOM, unitamente al Ministero degli Affari Esteri, ha rilasciato la prima
Guideline for Investment in Overseas Countries’ Industries dove viene presentata una lista di
settori industriali adatti all’investimento estero per ognuno dei 68 paesi presi in considerazione.
Tale lista, afferma il MOFCOM, non è intesa come una restrizione alle libertà delle imprese cinesi,
ma soltanto una serie di informazioni che possono aiutare l’imprenditore nella scelta del paese e
del settore in cui investire.
Il governo sta pianificando di trasformare il suo ruolo da controllore a uno di monitoraggio e
facilitazione dell’investimento, come decretato dal Consiglio di Stato del luglio 2004 con
l’emanazione del Decision on Reforming the Investment System, che si muove verso un sistema
amministrativo sempre più trasparente e aperto.
L’intervento dello Stato, come abbiamo già detto, tende oggi ad incoraggiare l’attività
imprenditoriale oltremare attraverso vari incentivi, che possono andare dall’accesso preferenziale
al credito, agli incentivi fiscali o all’assistenza tecnica alle attività estere.

1.3.1 Incentivi finanziari


Gli incentivi finanziari promossi dal governo sono gli strumenti di maggiore utilità nel promuovere
gli IDE. Le imprese cinesi che sono ai vertici della scala prioritaria stilata dal governo possono
beneficiare di prestiti con tassi al di sotto della media di mercato, contributi diretti al capitale e
sussidi. La China Development Bank (CDB) e la China Export and Import Bank (Exim Bank) sono
le fonti principali di tali incentivi, ma anche altre banche statali partecipano a questo genere di
programmi, che hanno dato vita ai maggiori programmi di investimento estero da parte delle

14
aziende cinesi. Si ricordi ad esempio il credito che la CDB e la Exim hanno fornito alla Huawei per i
suoi piani di espansione globale e che ammontavano a 610 milioni di dollari 4; il prestito per un
totale di 7 miliardi di dollari concesso dalla Industrial and Construction Bank of China (ICBC) alla
China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) per il progetto di acquisizione (mai andato in
porto) della statunitense Unocal, e altri importanti prestiti concessi alla PetroChina Company Ltd.
per l’acquisizione della PetroKazakhstan e alla Shanghai Auto per l’acquisizione della Ssanyong
Motors da parte di alcune importanti banche commerciali statali5.
La Exim Bank è stata inoltre esplicitamente strumentale nella promozione della “Go Global Policy”,
nel 2004 infatti segna una collaborazione con la NDRC in cui si stabilisce che una parte del budget
della banca verrà utilizzata per sostenere prestiti alle imprese con tassi ribassati al 2%, anche
grazie a forti iniezioni di capitale da parte del Ministero delle Finanze.
Tale ruolo di estremo rilievo conferito alle banche ha però aumentato il rischio di grosse attività di
speculazione, inoltre lo stretto legame tra Stato, SOEs e banche avrebbe potuto far sorgere nella
comunità internazionale alcune accuse di competizione sleale, è stato perciò necessario che le
banche si sottoponessero ad un processo di aggiustamento strutturale verso una maggiore
trasparenza, adattando il proprio sistema di risk management agli standard internazionali.
Il governo ha inoltre stabilito fondi speciali per progetti di investimento estero. Nel 2005 MOFCOM
e Ministero delle Finanze annunciano infatti uno speciale fondo per l’internazionalizzazione e per la
cooperazione tecnica all’estero, per fornire sussidio diretto e prestiti scontati alle imprese cinesi
che intendono aprire impianti o centri di ricerca all’estero o che intendano avviare forme di
cooperazione tecnica in vari ambiti quali agricolo, forestale e ittico6.
Esistono poi altri tipi di sostegno alle imprese nelle operazioni oltremare. Secondo alcuni studiosi il
governo cinese si impegna in progetti di Official Development Assistance (ODA) in paesi terzi
grazie all’invio di materiale, personale specializzato o infrastrutture da parte di aziende cinesi
tramite gara d’appalto, che consente all’azienda vincitrice di restare poi nel paese ospitante e
diversificare i propri affari. In secondo luogo occorre ricordare che tali progetti sono solo parte di
un’operazione più ampia che spesso coinvolge fusioni o acquisizioni di aziende locali,
principalmente nell’ambito delle risorse naturali7.

1.3.2 Incentivi non finanziari


Sin dal 1980, il governo ha fornito tutte le imprese cinesi oltremare esenzioni per 5 anni dall’inizio
dell’attività estera dalla Corporate Income Tax, inoltre alcuni governi locali stanno ampliando questi
incentivi per aziende situate nei loro territori. Dalla metà del 2007 la Cina ha concluso importanti
trattati circa la tassazione delle imprese cinesi con 88 paesi e Bilateral Investment Treaties (BITs)
con 121 paesi, che garantiscono la protezione della proprietà intellettuale e l’interesse delle

4
Lemon, S. (2004).
5
Lunding, A. (2006).
6
Notice on Printing and Distributing the Mesaures for the Administratition of Special Funds for Foreign
Economic and Technical Co-operation (2005), MOFCOM e Ministero delle Finanze.
7
Lunding, A. (2006).

15
imprese cinesi all’estero. Inoltre le importazioni da imprese cinesi operanti all’estero godono in
patria di trattamenti di favore come esenzione da dazi doganali.

A questi incentivi si uniscono le condizioni interne che favoriscono l’internazionalizzazione quali


mercato interno saturo, pressioni da parte del governo e manodopera a basso costo.
La Cina possiede infatti uno dei principali vantaggi alle esportazioni, ovvero di una produzione low
cost. Tuttavia tale vantaggio comporta un margine di profitto minimo, se non è accompagnato da
un miglioramento tecnologico o manageriale. Per questo motivo le aziende tendono a sperimentare
la via dell’internazionalizzazione come una via per raggiungere tale miglioramento, sia dal punto di
vista della capacità imprenditoriale e tecnica, sia dal punto di vista del marchio.

1.3.3 Il sistema burocratico

Nonostante queste riforme siano stati sostanziali e fondamentali, le imprese cinesi tutt’oggi devono
passare attraverso una burocrazia spesso lenta e macchinosa, inoltre la regolamentazione sul
flusso di investimenti diretti all’estero rimane frammentata e spesso confusa, con amministrazioni e
autorità che spesso vengono a sovrapporsi comportando notevoli perdite di tempo.
Le principali agenzie governative che hanno influenze di vario genere sugli IDE sono la NDRC, la
MOFCOM e la SAFE.
Di seguito sono riportate le loro principali funzioni:

State Administration of Foreign Exchange (SAFE)


La SAFE è l’agenzia governativa responsabile del controllo del cambio della valuta estera.
Prima che ogni progetto venga approvato, esso deve essere ottenere il placet dal SAFE per
verificare la legittimità delle sue risorse di capitale straniero (come capitale aziendale, prestito
bancario, combinazione di questi o altro), dopodiché verrà rilasciato un certificato di registrazione
al SAFE, che è il prerequisito per qualsiasi spostamento di denaro all’estero.
Secondo la Circular on the Revisiono of Certain Foreign Control Policies Relating to Overseas
Investment (2006), l’approvazione di ogni progetto IDE con un investimento stimato inferiore ai 10
milioni di dollari è da delegare alla rispettiva branca locale del SAFE, mentre per quelli che
superano tale tetto bisognerà rivolgersi all’ufficio centrale. Durante l’attesa per l’approvazione di un
progetto, alle imprese è concesso un investimento iniziale all’estero che copra le spese preliminari
fino al 15% della stima totale del progetto.
Anche la branca locale del SAFE può garantire un permesso provvisorio all’impresa che presenti
una chiara e dettagliata documentazione riguardante l’investimento. Tale permesso ha durata di
sei mesi, entro i quali alle aziende è permesso investire in valuta estera, dopodiché l’azienda dovrà
ritirare il capitale rimanente nel caso in cui il progetto non andrà in porto.
Il SAFE ha inizialmente imposto un tetto massimo di investimento estero totale pari a 3.3 miliardi di
dollari, tale tetto è stato aumentato a 5 miliardi nel 2005 e poi totalmente annullato nel 2006,
perché ritenuto né realistico né tanto meno praticabile.

16
NDRC e MOFCOM
Queste due agenzie si dividono il potere di verificare l’utilità e l’attuabilità del progetto di
investimento estero, ne verifica inoltre la coerenza con le leggi in vigore e con le politiche industriali
del paese. L’NDRC è un’agenzia di management macroeconomico facente capo al Consiglio di
Stato ed è addetta alla formulazione di politiche per lo sviluppo sociale ed economico, al
mantenimento dell’equilibrio degli aggregati economici e alla supervisione dell’andamento della
ristrutturazione del sistema economico in generale. Al suo interno, il Department of Foreign Capital
Utilisation è responsabile delle politiche di investimento estero e dell’approvazione dei progetti che
richiedono un grosso quantitativo di capitale straniero.
Il MOFCOM invece è responsabile di impostare le regolamentazioni amministrative e le specifiche
politiche, guidare i singoli investimenti cinesi all’estero e registrarne movimenti, perdite e successi.
I criteri di valutazione adottati dal MOFCOM sono sostanzialmente gli stessi utilizzati dall’NDRC,
con l’aggiunta di fattori microeconomici riguardanti lo specifico progetto e il paese ospitante.
Prima del luglio 2004, ogni investimento estero superiore al milione di dollari richiedeva
l’approvazione dell’autorità centrale sia del MOFCOM che del NDRC ma, con la Reform of the
Investment System Decision che spingeva le aziende cinesi ad aumentare la propria competitività
sul mercato globale e decentralizzava la responsabilità decisionale, si portava al livello locale tale
autorità.
Secondo l’attuale regolamento esistono cinque categorie di progetti IDE, ognuno soggetto ad un
processo decisionale differente.
1. Progetti con un investimento totale superiore ai 200 milioni di dollari, o con un investimento
straniero superiore ai 50 milioni. Questo genere di progetti vengono innanzitutto visionati dal
NDRC per determinare se sono compatibili con la sicurezza economica e le politiche
economiche del paese. Dopodiché il progetto passa per le mani del Consiglio di Stato per la
decisione finale.
2. Progetti di estrazione di risorse naturali con investimento superiore ai 30 milioni di dollari, o tutti
gli altri tipi di progetto con investimento superiore ai 10 milioni di dollari; il progetto in questione
verrà visionato e approvato dall’autorità centrale del NDRC.
3. I progetti riguardanti SOEs sotto l’amministrazione del governo centrale che coinvolgono
investimenti fino a 30 milioni di dollari e 10 milioni di dollari in valuta estera non hanno bisogno
dell’approvazione da parte del NDRC, ma devono ugualmente essere esaminati dal MOFCOM.
4. Progetti di aziende private fino a 30 milioni di dollari e 10 milioni di dollari in valuta estera
devono essere approvati dal NDRC locale e poi necessitano di una ulteriore approvazione
dalla branca locale del MOFCOM.
5. Progetti riguardanti paesi che non hanno rapporti diplomatici con la Cina. Questo genere di
progetti deve essere innanzitutto visionato e approvato dal NDRC a livello locale con l’ausilio di
vari dipartimenti governativi, dopodiché i risultati verranno riferiti al Consiglio di Stato.

17
Dopo aver ottenuto l’approvazione, un numero di registrazione del progetto e dopo aver dato via al
progetto, le imprese in questione sono tenute a fornire al SAFE e al MOFCOM un report annuale
delle loro attività estere.

18
1.4 Principali motivazioni alla strategia di internazionalizzazione

Non si può però certo dire che gli investimenti esteri siano completamente guidati dal governo,
abbiamo infatti visto che l’intervento statale si è reso col passare degli anni sempre più flessibile e
moderato, lasciando che l’internazionalizzazione delle imprese cinesi venga sempre più guidata da
ragioni di mercato, piuttosto che dall’agenda politica. Possiamo dire pertanto che esistono due
requisiti fondamentali per cui un progetto di internazionalizzazione possa divenire operativo: uno è
la valutazione dal punto di vista della redditività del progetto, mentre l’altro è la sua coerenza con
quelli che sono gli interessi del paese. Secondo questo schema interpretativo possiamo
riconoscere cinque motivazioni principali in tali progetti di investimento estero : 1) ricerca di risorse
naturali; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) ricerca di vantaggi strategici, come un alto livello di
tecnologia, un brand riconosciuto o un network commerciale efficiente; 4) ricerca di diversificazione
del prodotto; e 5) ricerca di efficienza. Va da sé che un singolo progetto può perseguire molteplici
obiettivi, quindi potrà essere catalogato sotto molteplici categorie tra quelle appena elencate.

Ricerca di risorse naturali


La ricerca di risorse naturali è stato da sempre uno dei motivi principali per cui il governo di
Pechino ha cominciato a spingere sugli investimenti esteri. La ricerca di risorse è diventata negli
ultimi tempi fondamentale per la Cina, la cui rapida espansione economica ha incrementato
drasticamente i propri bisogni energetici, trasformandola nell’arco di due decenni dall’essere il
maggiore esportatore di petrolio del sud est asiatico, all’esserne il maggiore importatore. Altre
crescite drastiche si sono avute nella richiesta di metalli come alluminio, nickel o rame.
Naturalmente, il governo ha collocato la ricerca di risorse ai vertici della propria agenda e in questo
gioca il suo ruolo anche la NDRC nell’incoraggiare le imprese cinesi in operazioni di M&A
attraverso concessione di prestiti a tassi favorevoli, ma soprattutto riveste vitale importanza
l’enorme numero di rapporti diplomatici che il governo cinese sta intrattenendo con paesi ricchi di
risorse naturali, attraverso l’invio di missioni diplomatiche e la formulazione di progetti di aiuto allo
sviluppo.
Fino al 1991, la ricerca di risorse naturali era basata fondamentalmente in Nord America e
Oceania, infatti ivi sono da ricercare le principali attività cinesi di investimento estero in questa
prima fase. Da allora, la Cina ha ampliato notevolmente il proprio raggio d’azione, arrivando a
sviluppare importanti progetti anche in Africa, Asia ed America Latina. Nel periodo 2003-06, nazioni
ricche di risorse come Algeria, Indonesia, Kazakistan, Sudan, Nigeria e Zambia apparivano tra le
prime dieci destinazioni degli investimenti esteri cinesi.
Tratto distintivo degli investimenti esteri cinesi nel settore delle risorse energetiche è l’assoluta
predominanza da parte di una cricca ristretta di enormi SOEs quali la China National Offshore Oil
Corporation (CNOOC), la China National Petroleum Corporation (CNPC), la Sinochem e la
Sinopec per quanto riguarda il settore energetico, la Baosteel e la China Minmetals and Capital

19
Iron and Steel Coorporation nel settore minerario. Dato che il settore in questione necessita di
enormi capitali, le aziende statali godono del non trascurabile vantaggio di un accesso privilegiato
al credito, non sorprende perciò che sia alquanto improbabile trovare una azienda che non sia
statale tra quelle impegnate nel settore energetico.
Nonostante le accuse di aggressività da parte dei media internazionali alle imprese cinesi coinvolte
nel settore, questo tipo di investimenti ha conosciuto una sensibile diminuzione nel periodo 2003-
05, per poi riprendersi soltanto nel 2006.

Riquadro 1.1 China National Petroleum Corporation (CNPC)

La CNPC nasce nel 1988 come State Owned Enterprise, e prende in


eredità tutte le attività petrolifere cinesi, fino ad allora sotto il controllo del
Ministero del Petrolio. Oggi è il maggiore produttore di olio e gas, con un
fatturato di circa 1.4 bilioni di CNY e più di un milione di impiegati,
garantendo il 58% delle esportazioni cinesi di olio grezzo.
La CNPC comincia le sue operazioni d’oltremare nel 1993 quando siglò
l’apertura di un pozzo petrolifero in Perù. Da allora la società ha aperto
numerosi pozzi in altrettanti paesi quali Sudan, Kazakistan, Uzbekistan e
Venezuela. Nel 2006, l’azienda ha investito in 65 progetti petroliferi in 26
paesi, espandendo la propria capacità produttiva, la propria rete di
trasporto e aumentando il numero delle proprie raffinerie. La CNPC oggi
infatti ottiene il 21% del proprio materiale da stabilimenti esteri e punta a
diventare una compagnia riconosciuta a livello internazionale.
Nell’ottobre del 2005, l’azienda acquista la PetroKazakhstan, la seconda
azienda petrolifera del paese, guadagnando il 67% dei dividendi della
compagnia. L’acquisizione inoltre garantisce alla CNPC la proprietà di 11
pozzi, la maggiore raffineria del Kazakistan e una immensa rete di trasporti
e vendite. Nel primo anno di operazioni, la produzione di greggio della
PetroKazakhstan raggiunge la cifra record di 10.5 milioni di tonnellate.

Ricerca di nuovi mercati


La ricerca di nuovi mercati è divenuta col tempo prioritaria per quelle aziende cinesi che intendono
espandere i proprio traffici oltremare affidandosi ai propri vantaggi comparativi già presenti tanto
nel mercato interno che in quello estero, o per quelle imprese che ne sentono la necessità a causa
di una sempre crescente competizione nel mercato interno di riferimento.
Nel periodo iniziale dell’internazionalizzazione delle imprese cinesi questo genere di progetti
prevedeva semplicemente l’apertura di basi commerciali all’estero, mentre oggi le imprese tendono
maggiormente ad investire in nuovi impianti e catene produttive.

20
A differenza del settore energetico, il supporto del governo non ha giocato un ruolo fondamentale
nell’incoraggiare i centri manifatturieri del paese ad investire all’estero, sebbene le politiche
governative riconoscano l’investimento estero come una tappa fondamentale nella ricerca di
competitività globale infatti, nonostante un modesto supporto da parte delle autorità, questo genere
di operazioni hanno coinvolto investimenti piuttosto modesti. Tali operazioni inoltre avvenivano
soprattutto per ragioni di sopravvivenza, spinti da un ambiente troppo competitivo in patria, e non
per chiare strategie di internazionalizzazione.
Dalla metà degli anni ’90 infatti, l’enorme quantità di multinazionali operanti in Cina ha causato un
crollo del saggio di profitto in determinati settori quali il tessile, il calzaturiero e l’elettronica. Per
fronteggiare tale pressione, le imprese cinesi hanno perciò deciso di cercare nuovi mercati
oltremare stabilendo non solo punti di distribuzione ma vere e proprie basi produttive, sia in paesi
in via di sviluppo che in paesi già sviluppati. A causa delle pressioni imposte dall’entrata della Cina
nel WTO si sta avendo una dinamica analoga nel settore dei servizi, che potrebbe spingere anche
questo tipo di aziende ad esplorare nuovi mercati esteri.
Quella di investire in paesi in via di sviluppo è diventata una delle strategie tipiche delle impresi
cinesi nel settore manifatturiero. Investendo in questi paesi, la Cina si assicura infatti una via
preferenziale in determinati paesi sviluppati. Delocalizzare aziende tessili in Giamaica e alle
Mauritius permette ad esempio un accesso privilegiato al mercato statunitense, lo stesso accade
per le imprese che vengono delocalizzate in Turchia, che diventa un punto strategico per entrare
nel mercato Europeo. Questa strategia è dovuta principalmente a misure protezionistiche che molti
paesi occidentali hanno adottato nei confronti dei prodotti cinesi, come dazi doganali maggiori,
sanzioni o restrizione della quota di importazione concessa. Misure queste che le imprese cinesi
stanno imparando ad aggirare, uno degli esempi più eclatanti è l’Haier Group che, forte del suo
marchio, ha stabilito centri manifatturieri direttamente negli Stati Uniti e in Europa per evitare limiti
di importazione o sanzioni antidumping.

Riquadro 1.2 ZTE Corporation

Stabilita nel 1985, la Zhongxing Telecom Equipment (ZTE) è una


compagnia di Shenzhen appartenente ad un consorzio di personalità
pubbliche, private e statali. La gamma di prodotti si è ampliata col tempo
includendo praticamente ogni ambito del mercato dei servizi telematici.
L’azienda viene poi aperta all’azionariato nella borsa di Shenzhen nel 1997
e in quella di Hong Kong nel 2004.
Il mercato delle telecomunicazioni è stato fin dall’apertura economica di
fine anni ‘70 un mercato decisamente competitivo, specialmente per un
latecomer come la ZTE, che si è visto negato l’accesso al mercato cinese
perché ormai troppo saturo a causa della simultanea presenza di grandi
aziende come Alcatel, Ericsson, Motorola, Nortel, Nokia e Siemens.

21
La ZTE è stata perciò costretta a ricercare nuovi mercati all’estero,
specialmente nei paesi in via di sviluppo, che rappresentano un mercato
lucroso e relativamente vergine.
L’azienda compie il primo investimento estero nel 2000. Il progetto include
centri di customer cervice, uffici rappresentativi, stabilimenti produttivi e
numerosi centri di ricerca e sviluppo in paesi come Stati Uniti, Svezia,
Francia, India e Pakistan. Fino ad oggi ha inoltre stabilito circa 500
collaborazioni con i principali operatori di oltre 120 paesi, il fatturato estero
dell’azienda infatti rappresenta circa il 10% del fatturato totale, e i
dipendenti esteri un quinto di quelli totali.
La ZTE sta inoltre investendo molto in Africa grazie ad una aggressiva
strategia di ricerca di nuovi mercati tra i paesi emergenti. Questa nasce nel
2004, quando l’azienda sigla un contratto di 32 milioni di dollari per la
creazione di una rete telematica in Algeria, da allora in poi l’azienda si è
impegnata sempre più nei mercati emergenti, tra i quali Ghana, Etiopia e
Tunisia. Altro paese che sta attirando le attenzioni della ZTE è l’Angola,
segnando un accordo di 69 milioni di dollari con la compagnia di bandiera
Mundo Strartel per la fornitura di apparecchiature telefoniche e con il
progetto di investire 400 milioni di dollari per la creazione di una rete
telematica che attraversi tutto il paese, per la nascita di centri di ricerca e
per il miglioramento del sistema telematico militare del paese.
La ZTE possiede inoltre una quota azionaria di 16.1 milioni di dollari della
Sonitel, la maggiore compagnia di telecomunicazioni nigeriana e ha
partecipato alla costruzione di una rete telematica in Zambia in
collaborazione con la Zamtel.
Una strategia così aggressiva sembra però suscitare alcuni dubbi,
specialmente di corruzione; è il caso della donazione di 144 milioni di
dollari fatta alla Kenyana Telkom Kenya nel 2005, seguita poi dalla vittoria
da parte della ZTE di una gara di appalto per l’installazione di 26000 linee
telefoniche tra Nairobi e Mombasa. Nonostante entrambe le aziende
neghino ogni tipo di relazione tra la donazione e la gara d’appalto, un
comportamento del genere sta facendo molto discutere la comunità
internazionale.

Ricerca di vantaggi strategici


La ricerca di vantaggi strategici è stato uno dei leitmotiv principali della politica di
internazionalizzazione cinese a partire dalla fine degli anni ’90. Per ottenere vantaggi strategici,
soprattutto in campo tecnologico, la via più diffusa è quella di acquisizioni e fusioni con aziende

22
europee, statunitensi o giapponesi; altre strategie possono comportare la nascita di centri di ricerca
nei paesi industrializzati, spesso per coinvolgere specialisti autoctoni.

Riquadro 1.3 China National BlueStar (Group) Corporation

La BlueStar è una grande azienda statale che tratta principalmente prodotti


chimici e nuovi materiali. Nasce nel 1984 a Lanzhou come azienda di
prodotti igienici, guadagnandosi nuove fette di mercato grazie allo sviluppo
di nuove tecnologie e strumenti in competizione con le imprese straniere.
Oggi ha un fatturato di oltre 30 miliardi di CNY, oltre a numerosi centri di
ricerca ed aziende consociate, tra le quali BlueStar New Materials,
BlueStar Cleaning, Chenyang Chemicals e , dal 2004, è consociata alla più
famosa China National Chemical.
La BlueStar è riuscita a sviluppare in maniera decisiva le proprie tecnologie
e il proprio stile manageriale grazie all’acquisizione di imprese straniere.
Nel 2005 ha infatti acquisito la francese Drakkar. Nel 2006 è la volta della
Rhodia, altra azienda francese che produce silicone organico, divenuta
obiettivo della BlueStar grazie alla sua vasta gamma di brevetti, impianti
produttivi e canali commerciali. Come conseguenza di queste operazioni,
l’azienda diverrà la seconda produttrice mondiale di metionina e la terza
per quanto riguarda la produzione di silicone organico, nonché il maggiore
investitore cinese in Francia.
Nel 2007 però anche la BlueStar è stata oggetto di una parziale
acquisizione, l’americana Blackstone Group ha infatti acquistato per 600
milioni di dollari il 20% del pacchetto azionario aziendale, puntando ad
inserirsi con maggiore efficacia nel mercato finanziario francese.

Ricerca di diversificazione dei prodotti


La ricerca di diversificazione dei prodotti è perseguita principalmente da grandi aziende statali che
un tempo godevano di monopoli nel proprio paese. Grazie alle riforme industriali del 1979 tali
aziende hanno perso gran parte della loro posizione monopolistica e sono state forzate a una
diversificazione della produzione per sopravvivere. Esse hanno comunque beneficiato della loro
posizione di azienda statale, godendo dei vantaggi strutturali negli investimenti esteri concessi
dallo stato.
Esempi di aziende che hanno diversificato la propria produzione all’estero sono la Sinochem e la
China Resources Corporation, entrambe originariamente sotto la direzione del Ministero delle
Finanze e della Tecnologia. Nell’87 la Sinochem, che fino ad allora aveva goduto di un monopolio

23
pressoché incontrastato nel commercio di petrolio e di fertilizzanti chimici, fu la prima ad ottenere il
permesso da parte del Consiglio di Stato di avviare la diversificazione della produzione nell’ambito
di progetti esteri con l’obiettivo di creare una multinazionale di alto livello. Oggi infatti la troviamo
nella prestigiosa classifica Fortune Global 500, con un impero economico che tocca vari settori
quali agricoltura, energia, chimica, finanza ed edilizia.
Una esperienza simile è quella vissuta dalla China Resources Coorporation, la quale ha avviato da
Hong Kong il suo processo di diversificazione dei prodotti sul mercato estero, approfittando del
pressoché assoluto monopolio di cui godeva sui traffici tra la madrepatria e Hong Kong. Al
momento possiede un totale di 19 aziende che operano nel settore della produzione e distribuzione
di prodotti di uso giornaliero, infrastrutture ed ingegneria pubblica, produzione e distribuzione
farmaceutica ed altri.

Ricerca di efficienza
Sebbene la Cina abbia ancora un ampio bacino di manodopera inutilizzata, oggigiorno molti
investimenti esteri perseguono la ricerca di una maggiore efficienza attraverso l’utilizzo di
manodopera a basso prezzo in paesi in via di sviluppo perpetuando, secondo un report
dell’’OECD, il famoso volo delle anatre oltre a massimizzare i profitti delle aziende, grazie
all’abbassamento dei costi di produzione e alla delocalizzazione della manifattura di basso livello
tecnologico in paesi del sud est asiatico8. Sono state stabilite infatti joint-venture in molti paesi in
via di sviluppo, soprattutto nel settore dell’elettronica, in quello automobilistico, nel tessile e
nell’industria agricola.
Piccole e medie imprese possono così riprodurre all’estero il proprio modello produttivo ad un
prezzo minore e allo stesso tempo migliorare le proprie abilità manageriali grazie al contatto con
realtà imprenditoriali diverse.

Resta da capire se le motivazioni che spingono le imprese cinesi all’internazionalizzazioni sono o


meno influenzate e in che misura dal governo per ragioni politiche, o se esse sono libere da vincoli
di tale genere. Per quanto riguarda le SOEs, sembra abbastanza evidente che le loro scelte in
ambito manageriale e imprenditoriale possano facilmente essere influenzate dall’agenda politica
del governo, piuttosto che dall’obiettivo di massimizzare gli introiti, questo sembra accadere anche
ai giorni nostri, dato che nonostante la parziale privatizzazione che ha interessato le grandi aziende
statali, esse conservino una struttura manageriale e un sistema di incentivi che le differenziano
dalle semplici aziende private: il governo continua a possedere ancora una parte invendibile
dell’azionariato, i manager di alto livello vengono indicati dal governo, non possono incorrere nel
rischio di bancarotta o acquisizioni e hanno infine un accesso relativamente facilitato al credito,
oltre a godere di tassi di interesse più bassi.
Il governo è inoltre intervenuto legiferando in modo da spingere e sostenere gli investimenti
oltremare, ritenuti un punto focale dello sviluppo aziendale cinese. Molti governi esteri però, sono
abbastanza preoccupati di questa massiccia interferenza del governo nell’internazionalizzazione
8
OECD Investment Policy Review, “China: Encouraging Responsible Business Conduct”, 2008.

24
delle imprese cinesi. Non mancano, infatti, accuse nei confronti delle aziende statali cinesi che,
sostenute da uno stato dirigista e al riparo dalla normale concorrenza di mercato grazie alla loro
posizione di monopolio, sembrano violare le fondamentali regole internazionali di libera
concorrenza, ma di questo tratterremo più approfonditamente nell’ultimo capitolo.

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