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MEDIOEVO MISTERIOSO

MEDIOEVO
MISTERIOSO
SPLENDORI E MERAVIGLIE
DELL’EPOCA PIÙ DIFFAMATA
DELLA STORIA

MARCO POLO: POITIERS,


ESPLORATORE QUANDO L’EUROPA
O BUGIARDO? FERMÒ L’ISLAM

L’ORDINE FEUDALE
DAI SERVI
AI SOVRANI

GIOCHI
E PASSATEMPI

ASTROLOGIA GRANDI
E OROSCOPI INVENZIONI

Gotico
LO STILE DELLE MERAVIGLIE
,
VICENDE, PERSONAGGI, CURIOSITA: UN MONDO STUPEFACENTE
ÈI N E D I C O L A

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Uno Stile
per l’europa
O
rmai il suono stesso di questa parola fa parte della sua
magia. Dici “gotico” e la mente ti si affolla di vetrate
colorate, affreschi dai cieli d’oro, statue di dame e cavalieri
che reggono pergamene scritte in caratteri snelli ed
elegantissimi, gotici anch’essi. Eppure, ironia della sorte, il vocabolo
nacque per suscitare disgusto: era arrivato il momento di voltare pagina
e abbandonare uno stile “barbarico” che da troppi secoli condizionava
l’arte europea. Questa contestazione, intendiamoci, non fu affatto sterile:
da essa sorsero il prodigio del Rinascimento italiano, la riscoperta della
classicità romana, i capolavori di Michelangelo, Leonardo, Raffaello.
Ma, nonostante l’etichetta dispregiativa, il gotico non morì. La
rivoluzione rinascimentale era ancora in corso, quando alcuni artisti
tornarono a rivolgersi a un passato forse fuori moda, ma che non
smetteva di trasmettere quella grazia cortese e quella tensione spirituale
che lo avevano plasmato. Le cuspidi del gotico riemersero più volte
nel corso dei secoli, anche in tempi recenti, come insegne dell’universo
medievale e dei suoi valori. Tra questi, il senso di unità europea.
Perché l’era delle grandi cattedrali e dei codici miniati era stata l’ultima
in cui, da Londra a Palermo, da Lisbona a Praga, le corti,
le università e le botteghe avevano parlato la stessa
lingua, amato gli stessi ideali, creduto nella
potenza degli stessi simboli.

Guglielmo Duccoli
SOMMARIO
32

gotico
Dossier

Lo stile
64
Come si potrebbe
immaginare l’epoca
medievale senza
inserirla nello scenario
delle grandiose
cattedrali dalle finestre
colorate e le alte
navate scolpite?
Ecco come sorse
la corrente artistica
che unificò l’Europa

L’ordine
feudale
Dall’umile servo fino
al potente imperatore,
gli uomini erano uniti
in una gerarchia, con
ruoli precisi e rispettati

4
76 Le armi in asta L’astrologia 14
Oroscopi, previsioni
e calcoli astrali
condizionarono
un’intera epoca

I grandi delitti

24
6 Grande esploratore
o magnifico bugiardo?
Marco Polo ci è stato tramandato come
32 dossier: Foreste di pietra e luce
Chiese, abbazie, dipinti, miniature,
scrittura e moda: non c’era campo dell’arte
64 La scala reale
Baroni, conti, marchesi, duchi, re
e imperatori: ai tempi delle Crociate,
il più importante viaggiatore del Medioevo. in cui il gotico non regnasse incontrastato. l’ordine sociale era articolato e piuttosto
Oggi, però, qualcuno nutre dei dubbi sulla Uno stile che non ha mai smesso di fiorire, rigido, ma capace di garantire sicurezza a
veridicità del suo Milione e sulla reale ma che riemerge periodicamente in forme tutti, umili e potenti, cittadini e contadini.
portata di quel viaggio in Estremo Oriente. nuove: a volte solari, altre tenebrose.
Ecco quali sono le prove a favore e contro.

44 Sotto chiave 74 Parlar sboccato


Anche i nostri avi imprecavano,

14 Figli delle stelle


Seppur contrastata dalla Chiesa,
Storie di lucchetti, catene e segreti
per tenere a bada i tesori più preziosi.
insultavano e facevano gestacci osceni.

l’astrologia (che all’epoca faceva tutt’uno


con la scienza astronomica) influì a lungo
e pesantemente sulla vita degli individui, 48 Quando l’Europa fermò l’Islam
Forse la battaglia di Poitiers del 732
76 In alto le alabarde!
Si pensa sempre alle lunghe spade
dei cavalieri, ma in realtà le armi più usate
ma anche sulla politica di regni e signorie. fu una semplice scaramuccia tra cavalieri erano falcioni, picche e alabarde: lame
franchi e islamici, così come oggi dalle strane fogge, ideate per uccidere.

20 Monna casalinga
Come viveva la donna del popolo,
fra routine domestiche e doveri coniugali?
credono gli storici. Dopo quella sconfitta,
tuttavia, i musulmani non tentarono mai
più la conquista dell’Occidente. 84 7 colpi di genio
Dagli occhiali ai bottoni, la creatività
medievale ha lasciato molte utili invenzioni.

24 Pugnali e veleni
nelle corti d’Europa
I grandi delitti che hanno insanguinato
56 Scacco alla noia
Scacchi, backgammon, carte,
dadi, pedine: già mille anni fa gli strumenti 90 Là, dove osano le aquile
Il castello di Fénis, in Valle d’Aosta,
le corone e i blasoni più in vista del mondo per trascorrere serenamente il tempo è racchiuso da una duplice cinta muraria:
medievale: un repertorio di vera perfidia, libero erano vari e numerosi. Molti giochi uno scrigno che non cessa di assolvere
dove uomini e donne diedero il peggio dell’epoca, poi, possiedono una storia al compito per cui fu creato: impressionare
di sé, per gelosia o pura sete di potere. particolare, che merita di essere narrata. il visitatore e incantarne la vista.

5
Grande
ESPLORATORE
o magnifico
BUGIARDO?
Marco Polo fu il primo a descrivere l’Estremo Oriente agli europei. Il suo Milione, tuttavia,
contiene numerose imprecisioni e invenzioni, tanto che qualcuno dubita della sua autenticità

di Marco Meccarelli


Orientalista - Università di Catania

6
Marco Polo

C
onsiderato ormai l’archetipo del viaggia- Venise, dit Million, où l’on conte les merveilles du
tore, in fin dei conti Marco Polo è sta- Le carovane monde, più comunemente noto come Il Milione.
to il primo giornalista della Storia, un sulla Via della Seta L’incontro del 1275 tra Marco Polo e il Gran
vero e proprio “inviato speciale” ante Questo insieme di Khan, l’imperatore Kublai Khan della dinastia Yuan
litteram. La sua appassionata curiosità per i costumi, piste si estendeva (1279-1368), fu senza ombra di dubbio un evento
la vita, le tradizioni e le abitudini dell’infinita varietà per oltre 8.000 km epocale. Fino a quel momento, Cinesi e occidenta-
di popoli che ha raccontato si mescola con il senso lungo un percorso che li avevano avuto notizie piuttosto frammentarie gli
dell’ignoto, la sete «per ciò che è al di là dell’orizzon- comprendeva itinerari uni degli altri, e sempre circonfuse di racconti fan-
te» e l’istinto innato del nomade. terrestri, marittimi e tastici. Il viaggio di Polo, dunque, rappresentò non
È stato il primo uomo della sua epoca a viaggiare fluviali. Rappresentava solo un’incredibile avventura, ma anche l’occasione
con gli occhi aperti e a riportare, dopo aver vedu- l’asse portante del per superare il limite del favolistico, all’insegna di
to, le “meraviglie del mondo”. Marco Polo raccon- commercio tra l’Impero un confronto diretto tra culture che avrebbe lascia-
ta poco o nulla di sé. Sappiamo però che nacque Cinese e il mondo to una traccia indelebile nella storia dell’umanità.
nel 1254 nella gloriosa Repubblica di Venezia, mediterraneo, collegati L’indole ardita del mercante veneziano è anche un
dominatrice dei traffici commerciali nel Mediterra- fra loro grazie a un flusso chiaro riflesso della temerarietà che in quell’epoca
neo e con l’Oriente. Si narra che al ritorno dal suo continuo di commerci. doveva temprare l’animo dell’uomo d’affari, pioniere
lungo viaggio sia stato catturato e fatto prigioniero di una classe mercantile in piena ascesa. Certamente
dai Genovesi, probabilmente a seguito della batta- Marco non fu il primo ad avventurarsi lungo il mille-
glia navale del 1298 presso l’isola di Curzola, dove nario intreccio di itinerari terrestri, marittimi e fluvia-
si scontrarono le repubbliche di Genova e Venezia. li della Via della Seta. Era stato infatti preceduto dal
E che in prigione abbia raccontato allo scrittore religioso Giovanni da Pian del Carpine (1182-1252),
Rustichello da Pisa le sue straordinarie avventu- che nel 1245 era partito con l’incarico di consegnare
re, da cui nacque Le livre de Marco Polo citoyen de due bolle papali al Gran Khan dell’Impero Mongolo.
L’ebreo Giacobbe
Un “milione” di frottole? arrivò prima di lui Anche Niccolò e Matteo Polo, rispettivamente padre
Si è sempre ritenuto che e zio di Marco, appartenenti al ramo familiare dei

D opo quasi otto secoli, Marco Polo non smette di


suscitare perplessità. Molte sono le lacune nel
suo Milione, che presenta anche stravaganti descri-
Marco Polo fosse stato
il primo occidentale a
raggiungere la Cina. Ma
Milion (forse dall’antenato Emilione, da cui il tito-
lo del libro), avevano già raggiunto la Cina nel 1262
per fini commerciali. Al loro ritorno, si erano trovati
zioni, come gli uomini dalla testa di cane che abitano il primato gli è conteso nella paradossale situazione di dover rappresentare
a Ceylon (forse un’aggiunta di Rustichello da Pisa). da un certo Giacobbe, niente meno che l’imperatore cinese, che aveva affi-
Poiché il manoscritto originale è andato perduto, ebreo anconetano figlio dato loro una lettera da consegnare al papa in cui lo
gli studiosi continuano a interrogarsi sull’attendibili- del mercante Salomone, pregava di inviare chierici istruiti all’evangelizzazione.
tà delle fonti. Alcuni, come Frances Wood e Daniele che quattro anni prima Un secondo viaggio divenne inevitabile, e stavol-
Petrella, mettono in dubbio l’arrivo di Polo in Cina, e di lui sarebbe attraccato ta vi prese parte anche il diciassettenne Marco Polo:
Dietmar Henze ha definito Il Milione «il più colossale nel porto di Zaitun, sulla nel 1271, indossando ancora gli insoliti panni degli
imbroglio dell’intera storia delle esplorazioni geogra- costa sudorientale, ambasciatori, i Polo ripercorsero la via per la Cina,
fiche». Per contro, storici cinesi come Fang Hao o come attestano i suoi con la risposta di papa Gregorio X per il Gran Khan.
Yang Zhijiu, o europei come Alvise Zorzi e Igor de appunti di viaggio.
Rachewiltz, citano le dettagliate descrizioni dei luo- Sopra, la partenza dei L’imperatore mongolo di Cina
ghi visitati da Polo per testimoniarne l’attendibilità. Polo (Marco, padre e zio) A quei tempi i Mongoli rappresentavano una seria
in un Milione miniato. minaccia, perché avevano totalmente stravolto il

8
Marco Polo

Le strane usanze
delle genti tartare
Le steppe erano abitate
da popoli misteriosi
e, per gli Europei,
strani al punto che su
di loro fiorirono molte
leggende. Tra questi,
i più misteriosi erano i
Tartari. Marco ci informa
che avevano l’abitudine
di sposarsi con molte
donne (anche
consanguinee) e
che praticavano
uno strano
“matrimonio
tra morti”.

quadro geopolitico dell’Asia, formando un impe-


ro dalle dimensioni impressionanti, che si estende-
va dalla Cina fino ai confini europei. Era questo il
mondo che Marco Polo visitò: un contesto profon-
damente multietnico, dove si intrecciavano lingue,
tradizioni e fedi molto diverse. Il viaggiatore vene-
ziano vi si immerse per circa diciassette anni e pre-
se nota, con descrizioni lucide e fantasiosi esotismi,
di ornamenti, cibi, bevande, riti religiosi e magici,
mestieri e mercanzie. Al senso della meraviglia si
accompagna la percezione del mistero, che spinge
l’uomo a tentare di svelare l’inspiegabile e lo scono-
sciuto. Per questo, la narrazione del Milione viene
considerata un primo esempio di prosa “scientifi-
ca”, che si presenta al contempo come un trattato
di geografia (attraverso pagine di ricerca che oggi
diremmo etnografica) e una relazione diplomati-
ca e mercantile. Un itinerario, insomma, un trat-

9
tato geografico, oppure, episodi eroici dell’Impero Mongolo al suo apogeo,
in una visione più indi- al punto da sostenere di aver aiutato Kublai nella
viduale, il rocambo- conquista di Xiangyang (provincia dello Hebei) e
lesco “viaggio della di essere stato nominato governatore di Yangzhou.
vita” che ogni indi- Peccato che l’assedio avvenne nel 1273, cioè prima
viduo è chiamato a del suo arrivo in Cina, e che un illetterato come lui
fare. E non potreb- avesse ben poche probabilità di ricoprire una cari-
be essere altrimen- ca così importante (non per niente, mancano fon-
ti perché, in fin dei ti locali a testimoniarlo). Forse Marco fu soltanto
conti, Il Milione oscil- un utile emissario di un certo livello, che descrisse
la tra il diario di viaggio e l’Occidente all’Oriente e viceversa, così da separa-
Per terra e per mare, il romanzo picaresco, scandito re finalmente i fatti reali dalle dicerie.
seguendo i commerci da un avvincente susseguirsi di località fino ad allora
Seta, spezie, stoffe e beni sconosciute (come il Giappone, chiamato Zipagu) e Nessuna Grande Muraglia
esotici erano scambiati a terre misteriose (il Tibet, le vette del Pamir, i terribi- Risulta strano, poi, che Marco non faccia riferimen-
peso d’oro fra Europa ed li deserti di Lop e del Gobi, il Laos, la Thailandia, la to ad alcune delle più sorprendenti e diffuse usan-
Estremo Oriente, come Siberia e gli arcipelaghi indiani). Preziose appaiono ze cinesi, come la scrittura con ideogrammi, i libri a
testimoniano le tante le relazioni sulla società e le risorse locali (il carbon stampa, il tè, l’uso di mangiare con le bacchette, la
monete ritrovate lungo fossile e i pozzi di petrolio), la carta moneta, ani- pesca con i cormorani ammaestrati, la tradizione dei
il cammino. Sopra, una mali esotici come tigri e rinoceronti, e su vari tipi di piedi fasciati. Ignora inoltre l’esistenza della Grande
tipica moneta cinese in uccelli e piante di cui gli europei avrebbero sentito Muraglia e descrive in modo errato alcune importan-
ferro, bucata al centro, e parlare per secoli: la canna da zucchero, il bambù ti località, come il celebre ponte di Pechino (che oggi
una veneziana in argento. o l’albero del pane. Marco Polo riportò perfino gli porta il suo nome) o il grande porto di Quanzhou.

“E sì vi dico che tra tutti gli signori del mondo non hanno tanta ricchezza quanta hae il Gran Cane solo.”
Marco Polo, “Milione”

10
Marco Polo

Venezia

Costantinopoli

Shangdu

Pechino

Gerusalemme Tabriz
Yangzhou

Quanzhou
Hormuz

Il viaggio

Q uello che Goe-


the chiama «il
grande viaggiatore»,
partì da Venezia nel
1271. Con un viaggio
di tre anni attraversò
l’Anatolia e l’Armenia,
la Persia e il Khora-
san, il Pamir e il bacino
del Tarim fino al terri-
bile deserto del Gobi,
prima di giungere a È stato dimostrato che il mercante veneziano, al di in altri periodi, i Cine-
Khanbaliq, l’attua- là dei luoghi comuni, non si è mescolato con i Cine- si le avevano attribuito.
le Pechino. In veste si, muovendosi piuttosto all’interno delle vivacissi- Infine, occorre consi-
di ambasciatore del me comunità di stranieri, come quella dei Turchi e derare le manomissioni
Khan, attraversò l’Im- dei Persiani, già presenti ancor prima dell’invasione operate al testo da Rusti-
pero della Cina nelle mongola. Queste comunità avevano dato luogo a lin- chello da Pisa, così come le
sue varie regioni. Sul- gue franche utilizzate per scopi commerciali o ammi- ben 150 versioni del mano-
la via del ritorno visitò nistrativi. Ciò giustificherebbe la presenza di frequenti scritto, dal francese al lati-
la penisola di Malacca termini turchi e persiani, mentre molti di quelli scor- no fino al franco-toscano,
(con Giava e Sumatra), retti potrebbero derivare da ricordi offuscati, in quan- che hanno dato sen’altro
lo Sri Lanka, l’India e to Il Milione fu redatto molti anni più tardi, per di più luogo a manomissioni, tagli,
la Birmania, e poi di in prigione. L’assenza di riferimenti alle usanze cinesi aggiunte di vario tipo.
nuovo Persia, Iraq e potrebbe derivare dal semplice disinteresse culturale Negli ultimi anni, nuove
Asia Minore. Rientrò a di un illetterato come lui, o dal fatto che effettivamen- scoperte hanno risveglia-
Venezia solo nel 1299, te non conoscesse i costumi dei Cinesi. to l’interesse verso Marco
portando con sé un Per quanto riguarda la Grande Muraglia, basta fare Polo. Si narra che il mer-
bagaglio di esperienza alcune semplici considerazioni: all’epoca, la gloriosa cante veneziano si fosse
che volle condividere opera d’ingegneria non aveva ancora le mastodontiche innamorato di una delle
per mezzo di un reso- dimensioni che oggi conosciamo (a seconda di come figlie del Gran Khan e, dopo
conto dettagliato. la si voglia misurare, la lunghezza varia dai 9.000 ai averla sposata, l’avesse por-
21.000 km), e tantomeno l’importanza simbolica che, tata con sé a Venezia. Quan-

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do Marco fu catturato in battaglia dai Genovesi, le
CONTRO cognate, invidiose, dissero alla sposa che il marito
era morto e per il dolore la fanciulla dette fuoco alle
sue vesti, gettandosi dalle finestre di casa Polo nel
canale sottostante. La leggenda racconta che, pas-
Polo? Mai sando di notte nella corte del Milion, si può vedere
stato in Cina una figura bianca fluttuare nell’aria o ascoltare un
dolce canto di origine orientale. Non si hanno noti-

D aniele Petrel-
la, direttore della
Missione Archeologi-
zie certe sulla principessa, ma durante gli scavi nel-
le fondazioni del Teatro Malibran (edificato proprio
sulle antiche case dei Polo) sono stati ritrovati resti
ca Italiana in Giappone umani appartenenti a una donna asiatica, sepolti
e scopritore delle navi insieme a oggetti di chiara fattura cinese e a un dia-
inviate da Kublai Khan dema con lo stemma imperiale del Khan.
per invadere le iso- Il mito di Marco Polo continua a esercitare il fascino
le nipponiche (1281), del dubbio e del mistero. E non potrebbe essere altri-
è scettico riguardo al menti, visto che a tutt’oggi non sono state rintracciate
viaggio di Polo: «La mia fonti cinesi che provino la permanenza del mercan-
teoria si rifà agli studi te veneziano nel Celeste Impero. C’è chi sostiene che
di H. Franke e i dubbi ciò sia dovuto alla censura della successiva dinastia
sono soprattutto filo-
logici. Polo descrive
erroneamente alcu- Marco e la Cina di oggi
ni luoghi ed eventi,
fa molte omissioni e
cita i nomi delle loca-
lità in persiano. A ciò
O rmai il mito di Marco Polo è molto sentito anche
in Cina. La sua fortuna moderna risale al 1837,
quando apparve un saggio in cui, per la prima volta, si
si aggiungano i dati ricordò che «due mercanti italiani raggiunsero Pechino»
ottenuti dalla missio- sotto il regno degli Yuan. La prima traduzione del Milio-
ne archeologica che ne risale alla fine dell’Impero, per opera di Wei Yuan e
dirigo in Giappone: le Lin Shu, che la pubblicarono a puntate.
navi di Kublai Khan Oggi il testo si trova facilmente nelle librerie cinesi,
non corrispondono alla specie nella versione francese, tradotta nel 1936 con
descrizione di Polo.» il titolo Make Boluo xingji (Resoconto dei viaggi di Mar-
Dunque, dove si sareb- co Polo) e riproposta da vari editori. Esistono anche
be fermato? «In Persia, tracce visive che testimoniano l’importanza di Polo in
sul Mar Nero. Quanto Cina. Nel Nord, a Tianjin, città in cui nel 1901 l’Italia
al famoso passaporto, ottenne una concessione territoriale, c’è una piaz-
si tratta di una lastra in za a lui dedicata. Il ponte Marco Polo, costruito nel
lingua pagsh’pa valida 1189 e considerato il più antico di Pechino, deve la
per i territori del Khan, sua fama alla visita di Marco, che lo definì «la più bella
che all’epoca arrivava- cosa a vedere del mondo». Il nome “ponte di Marco
no proprio alle coste Polo” oggi è usato perfino dai cinesi. Anche al Sud, a
del Mar Nero. In assen- Hangzhou (provincia del Zhejiang), Marco troneggia in
za di prove definitive, una statua, importante simbolo del legame storico tra
dovremmo nutrire qual- la città e l’Italia. Nel Milione, infatti, egli annotava che
che dubbio.» «al mondo non vi è altra città che vi offra simili delizie,
tanto che si potrebbe credere di stare in paradiso».
A Yangzhou, l’ex presidente croato Stjepan Mesic
inaugurò il museo dedicato a “Marko Polo”, che egli
vorrebbe nato a Curzola, in Dalmazia (che comunque,
all’epoca, era una cittadina venezianissima).

12
Marco Polo

Ming (1368-1644), ma è un fatto che bisogna aspet- Repubblica Italiana e Repubblica Popolare Cinese
tare la metà XIX secolo, durante la massiccia spinta ancora oggi utilizzano volentieri Marco Polo come
colonizzatrice europea in Estremo Oriente, prima di testimonial e come ispiratore per loghi identificativi.
attestare la popolarità di Marco Polo in Cina. E non L’avventuroso mercante veneziano è presente, insie-
è un caso: quelle narrazioni pregne di sincera ammi- me con l’erudito gesuita Matteo Ricci (1552-1610),
razione verso l’Impero della Cina (ai tempi di Polo perfino nella storia della civiltà cinese raccontata per
avanzatissimo sotto tutti i punti di vista) si scontra- immagini al Millennium Center di Pechino, l’edificio Ecco le prove
vano con una realtà drammaticamente capovolta. Il che celebra i fasti nazionali. Marco è ormai univer- del viaggio
Milione si inserì infatti nell’acceso dibattito culturale salmente noto, in Cina, e viene considerato una spe-
attraverso cui la Cina rifletteva su se stessa, senten-
do la necessità di apprendere da un Occidente fino
a quel momento relativamente conosciuto, e che ora
cie di eroe locale, oltre che un simpatico viaggiatore
proveiente dall’esotica Venezia (che ormai moltissi-
mi tursti dell’ex Celeste Impero visitano ogni anno).
P er lo storico vene-
ziano Alvise
Zorzi, «la più convincen-
appariva aggressivo ma anche portatore di progresso. Il nome di Marco Polo è stato inoltre scelto per te prova si trova in un
battezzare nuovi luoghi d’incontro e collegamento, documento del 1366,
Il simbolo della cooperazione come piazze e ponti. E se anche il nostro viaggiatore conservato nell’Archivio
Dopo secoli di oscurantismo, il veneziano entrò non fosse mai effettivamente giunto fino alla splen- di Stato di Venezia, circa
di prepotenza nella “memoria collettiva” dei cinesi, dida corte del Khan, è fuori discussione che la sua una contesa sull’eredi-
divenendo in breve tempo il simbolo più significativo fama abbia superato ormai il confine storico, diven- tà di Marco. Si citano
dei rapporti storici tra Europa ed Estremo Oriente. tando un trait d’union irrinunciabile tra Est e Ovest. vesti “alla tartaresca”
I progetti di studio per gli accordi bilaterali tra In poche parole, un’icona del mondo globalizzato.  e una paiza, la tavo-
la del comando che
obbligava i funzionari
mongoli a prestare aiuto
al portatore. Polo vole-
va scrivere una “pratica
di mercatura”, cioè una
guida per mercanti
diretti in Cina». Anche
Igor de Rachewiltz,
dell’Australian Natio-
nal University, è dello
stesso parere: «Molte
descrizioni di Polo sono
“per sentito dire”, o
esagerazioni degli edi-
tori. Marco non era uno
scrittore e il suo non è
un taccuino di viaggio,
essendo stato redat-
to anni dopo. Egli non
si mescolò ai Cinesi,
ma ai mercanti persia-
ni e turchi. Le omissioni
sono comuni anche ad
altri viaggiatori e Polo
non è il solo assente
nelle fonti cinesi. E testi
persiani provano la sua
presenza in Oriente.»

A FAVORE
Figli delle STELLE
Prima di cominciare una guerra, fondare un castello o sposare una principessa,
il signore medievale chiedeva il parere dei pianeti. Nonostante la contrarietà della Chiesa,
l’astrologia dettò legge per gran parte del Medioevo

di Georg A. Feldermann
Studioso di iconografia medievale

14
Astrologia

O
ggi è quasi impossibile convincere astrono-
mi e astrologi a sedersi sullo stesso divano, a
meno che non si voglia accendere un dibatti-
to infuocato che opponga scienza e supersti-
zione, libero arbitrio e destino. Ma si tratterebbe di una
discussione sterile, perché i punti di partenza sono incon-
ciliabili. Eppure, anche se a nessuno piace ricordar-
lo, pochi secoli fa quel divano sarebbe stato occupato
da una persona sola, visto che astrologia e astronomia
erano tutt’uno. Non serve andare molto indietro nel
tempo: entrambi gli inventori del metodo scientifico,
Galileo e Newton, stilavano ancora oroscopi e si impe-
gnavano a comprendere l’influenza dei pianeti sulla vita
degli uomini. Nel Medioevo, poi, astronomia e astrolo-
gia erano addirittura sinonimi.
Come si sa, lo studio delle stelle nacque in epoca anti-
chissima, in Estremo e Medio Oriente, e comprendeva sia
la notazione dei movimenti celesti, sia l’interpretazione del
loro impatto sulla vita degli uomini. L’idea che i transiti plane-
tari (il termine pianeta viene dal greco e significa “vagabondo”)
influissero sulle cose del mondo sembrava ovvia, visto che i gran-
di mutamenti stagionali coincidevano perfettamente con il cammino del
Sole lungo la fascia zodiacale. Se gli astri agivano sui raccolti, il clima, le
migrazioni degli uccelli e la fioritura delle piante, perché mai non avreb-
bero dovuto influenzare i regni o i singoli individui? Poiché quest’idea fu
sposata anche da Aristotele, il padre della filosofia della scienza, essa non
venne rimessa in discussione per quasi duemila anni.

Siamo schiavi degli astri?


Con la diffusione del cristianesimo, però, si aprì un problema filosofico:
come poteva il libero arbitrio, cioè la facoltà propria dell’uomo di poter
scegliere il bene e il male, conciliarsi con l’idea degli influssi astrali, che
sembravano invece predestinare ogni sua mossa? Il dilemma venne risolto
concedendo ai pianeti la capacità di regolare i ritmi della natura, compre-
si gli istinti e le pulsioni umane, ma non le azioni dell’anima, che sfuggi-
va ai loro influssi in quanto divina e dunque regolata
da un cielo più alto e più vicino a Dio, quel-
lo delle stelle immobili. In questo modo
si salvava capra e cavoli, la Bibbia e
l’intoccabile figura di Aristotele.
Il filosofo Isidoro di Siviglia
(560-636) distinse tra un’a-
strologia naturale, meritevo-
le di essere studiata, e una
superstiziosa, proveniente
dal passato pagano e che
andava rigettata. Lun-
go i secoli, l’astronomia
venne perlopiù tollerata
dalla Chiesa, ma sempre
con prudenza e sospet-
to. Al pari di molte altre
scienze, il recupero del

15
“Solo osservando la grande diversità dei movimenti planetari comprendiamo
le innumerevoli varietà dei cambiamenti nel nostro mondo.”
Albumasar, astronomo persiano (787-886)

sapere antico avvenne per tramite degli studio- Questi affermava che «sotto il nome di astro-
si islamici, come il persiano Albumasar (787- Tra arte, filosofia nomia sono comprese due grandi sapienze»:
886), i cui lavori vennero tradotti in latino nella ed esoterismo la prima è lo studio del cielo, l’altra è «la
Spagna musulmana, e da lì si diffusero nella Cri- Sopra, il segno del Toro, scienza dei giudizi degli astri, che costitu-
stianità. Gli arabi non si limitarono a recuperare come appare negli isce il raccordo fra la filosofia naturale
nozioni e testi di età ellenistica, ma svilupparo- affreschi eseguiti da e la metafisica». Per “filosofia natura-
no nuove teorie, perfezionarono le misurazioni Francesco del Cossa le”, intendeva quella che oggi chia-
tramite strumenti nuovi, come l’astrolabio, e si (1436-1476) per il palazzo meremmo magia, almeno nella sua
dedicarono ai calcoli delle orbite planetarie e Schifanoia di Ferrara. Il forma più alta e più colta.
allo studio di singoli corpi celesti: ancora oggi, tardo Quattrocento fu
il vocabolario del cielo è popolato perlopiù di l’epoca in cui il mondo Il segno dei Medici
nomi arabi, da Aldebaran allo zenit. culturale e artistico delle Le efemeridi islamiche, tavole
Quando le Crociate portarono i cristiani a grandi corti italiane che predicevano il movimento
stretto contatto con la cultura islamica, l’astro- guardò con maggior dei pianeti, facilitarono lo stu-
logia conobbe una nuova fioritura, che raggiun- interesse alle correlazioni dio del rapporto fra i passaggi
se l’apice nel Duecento, tramite la diffusione di fra astrologia, mitologia e celesti e la diffusione di gra-
due testi fondamentali: il manuale universitario scienze esoteriche. vi malattie, come le pestilenze.
parigino Tractatus de sphaera mundi (1240 ca.), La medicina fu dunque il più
e lo Speculum astronomiae, attribuito al dome- importante campo di applica-
nicano tedesco Alberto Magno (1206-1280). zione dell’astrologia, ma con

16
Astrologia

l’andare del tempo si formularono previsioni sem-


pre più varie e approfondite, fino alla compilazio- L’oroscopo quadrato
ne di veri e propri oroscopi che pretendevano di
predire, per filo e per segno, ciò che sarebbe acca-
duto a una tale persona o a un tale Stato. Con-
fortati dal giudizio del grande filosofo Tommaso
Un ritratto diverso
per ogni giorno
L a tecnica per tracciare l’oroscopo era mol-
to simile a quella odierna, eccetto il fatto che
si ignorava l’esistenza dei pianeti più esterni del
d’Aquino (1225-1274), gli astronomi eludevano Il cerchio qui sotto, tratto sistema solare (Urano, Nettuno e Plutone) e che,
i dubbi della Chiesa, affermando che «gli astri da un testo di astrologia in genere, il tracciato zodiacale non era rotondo,
inclinano, ma non obbligano» l’uomo a compie- del XIV secolo, descrive tanto che ancora oggi si parla di “quadro astrale”.
re determinate azioni. le caratteristiche del
L’imperatore Federico II di Svevia (1194- segno dei Gemelli, 1
1250), monarca di vastissima cultura e attornia- valutandolo grado 3
to da saggi di tutt’e tre le religioni monoteiste, per grado, ossia giorno
riponeva la massima fiducia negli astrologi, tan- per giorno. Secondo
to da richiedere un consulto prima di sposare gli antichi, infatti, la
Isabella d’Inghilterra, così come faceva in vista prossimità di alcune
di ogni campagna militare. Alla fine, il papa importanti stelle fisse
volle porre un freno a questa pratica, che puz- donava a ogni singolo 4
zava sempre più di paganesimo, Islam, cabala giorno dell’anno una sua
ebraica e predestinazione. Emanò pertanto due particolarità. Il pianeta
condanne, nel 1270 e 1277, che censuravano il che soggiornava in quel
determinismo degli astri e miravano a riportare determinato grado,
l’insegnamento accademico nel solco della dot- dunque, si colorava di
trina cristiana. D’altra parte, anche nei momen- sfumature particolari
ti d’oro dell’astrologia non mancarono studiosi e, incrociando i propri 2
che ne contestarono le facoltà divinatorie. influssi con quelli di altri
Ma era una battaglia persa, perché gli oro- astri, dava vita a una
1 Tracciare il quadro astrale
scopi stavano diventando sempre più popolari, serie pressoché infinita di
Disegnato il quadro e individuate l’ora e il luogo di nasci-
combinazioni. ta, si consultavano le efemeridi (foto sotto) per trovare la
posizione dei sette “pianeti”, compresi Sole e Luna.

2 Delimitare le case astrologiche


Si calcolava l’ascendente (la posizione apparente del
Sole al momento della nascita) e il “medio cielo”: da que-
sti due parametri derivavano le 12 case astrologiche.

3 Stabilire le caratteristiche planetarie


A seconda del segno e della casa che li ospitava, ogni
pianeta assumeva caratteri particolari. A volte veniva
considerata anche la vicinanza di certe stelle fisse.

4 Interpretare le relazioni fra corpi celesti


Si valutavano i rapporti fra case e pianeti: quadrature
(90° ca.) e opposizioni (180°) erano aspetti negativi;
sestili (60°) e trigoni (120°) positivi; le congiunzioni
(0°-10°) erano ambivalenti.

17
Astrologia

specie nelle classi colte e ricche. Dante Alighie- dere le catastrofi e i pericoli per lo Stato, tenen-
ri vedeva nello studio degli astri una straordi- do d’occhio i transiti dei pianeti più nefasti,
naria occasione per interpretare le sfere celesti, specialmente Marte e Saturno. Gli era richiesto
cioè la gerarchia delle intelligenze angeliche più anche di calcolare il momento più favorevole
vicine a Dio. Nei secoli successivi, il diffondersi ad alleanze, guerre, inaugurazioni, feste, fidan-
dell’Umanesimo iniettò nuove dosi di pensiero zamenti e matrimoni, per intraprendere i quali
“magico” nella cultura europea, recuperandolo si attendeva il verificarsi di una certa posizio-
dai filosofi tardo-antichi che ora venivano tra- ne astrale, ritenuta particolarmente favorevole.
dotti direttamente dal greco. Inoltre, doveva redigere gli oroscopi, valutando
A differenza di magia e alchimia, anch’es- il tema natale dei neonati, o quello della preten-
Parole celesti se discipline in pieno rigoglio, l’astronomia dente alla mano dell’erede al trono, da compa-
godeva del grande vantaggio di essere insegna- rare con l’oroscopo del principe per valutarne

L’ astrologia fu
talmente popo-
lare che parecchi suoi
ta nelle università. Parte della pittura di corte
italiana del Quattrocento è talmente intrisa di
simbolismi zodiacali che la sua interpretazione
le affinità. Infine, veniva consultato per capire
la natura delle malattie e suggerire i rimedi più
adatti, in virtù dello stretto legame che si cre-
vocaboli entrarono nel richiede una chiave astrologica. Per esempio, deva esistere fra astronomia e fisiologia umana.
lessico comune per il Capricorno appare molto spesso in dipinti e Infatti, segni zodiacali e pianeti erano distri-
restarvi fino a oggi, sculture della corte medicea di Firenze, a par- buiti nei quattro elementi (Fuoco, Aria, Terra,
benché con accezio- tire da Cosimo (1389-1464). Giorgio Vasari ce Acqua), il cui equilibrio garantiva la sanità del
ni diverse. La parola ne spiega la ragione: «Segno appropriato dal- corpo e della mente, secondo un principio anco-
“disastro” deriva dalla li Astrologi alla grandezze de’ Principi illustri ra comune a molte “medicine tradizionali” oggi
posizione malevola di e ascendente loro; come fu di Augusto; come è in voga, come l’ayurvedica o la cinese.
un pianeta, mentre si ancora del Duca Cosimo nostro». Insomma, le stelle dettavano legge in qua-
chiamava “contrasto” si tutte le attività, e ciò garantiva prestigio alla
l’opposizione, sempre Non solo oroscopi scienza astrologica. Ma c’era anche l’altra fac-
negativa, fra due cor- Ciascuna delle signorie italiane contava sul cia della medaglia: una previsione errata poteva
pi celesti. Quando si consiglio del suo bravo astrologo, a cui erano costare il discredito e, qualche volta, perfino la
parla di “congiuntura” affidati compiti precisi. Anzitutto doveva preve- vita all’imprudente profeta della volta celeste. 
favorevole, ci si rifà a
un assembramento di
astri. Una febbre epide-
mica viene ancora detta
“influenza”, in ricordo
dell’azione esercita-
ta dalle stelle nella sua
diffusione, così come
le “malattie veneree”
erano quelle propaga-
te dal pianeta Venere.
Avere un “ascendente”
su una certa persona
significa guidarla, come
fa l’astro che governa la
prima casa dell’orosco-
po, che esercita il suo
“influsso” (altro voca-
bolo entrato nel lessico
comune). Sopra, un
ritratto di Claudio Tolo-
meo (100-170 ca.), il
più noto astronomo e
astrologo dell’antichità.

18
Segni zodiacali
sul corpo umano
La medicina fu uno dei
campi in cui l’astrologia
si applicò con maggiore
assiduità. A destra, la
miniatura tratta dal Libro
d’ore del duca di Berry
(1413-14169) mostra le
aree d’influenza dei vari
segni sul corpo umano,
dall’Ariete (testa) fino ai
Pesci (piedi).
Nella pagina a fronte:
a sinistra, un testo
astronomico contenente
una volvella, ossia
una ruota mobile per
determinare le fasi
lunari; sotto, il segno dei
Pesci nelle vetrate della
cattedrale di Chartres.

“I corpi celesti sono la causa di ciò che avviene in questo mondo,


ma non tutti gli effetti che producono sono inevitabili.”
Tommaso d’Aquino, filosofo (1225-1274)

19
Monna
CASALINGA Gioie e doveri di una donna del popolo
di Maddalena Freddi

P
ulire, lavare, cucinare, fare prov- quasi nessuna delle casalinghe
viste, tessere, cucire, rammenda- medievali sapeva scrivere. E,
re, curare l’orto, pregare, accudire se anche ne fosse stata capace,
i figli; se ha animali, badare pure a ne avrebbe avuto il tempo e la
quelli. E soprattutto essere serva devota e fede- voglia? Ci sono i ritrovamen-
le del marito che lavora, e che la sera, al rientro ti archeologici: fusaiole, spa-
da una faticosa giornata di lavoro, deve trovare Strumenti de da tessitura, aghi, vari altri
il fuoco acceso, un pasto caldo e tutto quanto dell’arte attrezzi da lavoro. E abbia-
in ordine. La vita della casalinga medievale era Proprio mo anche dipinti e miniatu-
molto più dura di quella di oggi. Totalmente come un re, come il celebre Tacuinum
sprovvista di aiuti tecnologici e con una folta artigiano sanitatis di fine Trecento, che
pattuglia di marmocchi a cui fare da madre e di bottega, la mostra mentre lavora in
da maestra, era nel contempo massaia, contadi- la casalinga bottega, coltiva il terreno,
na, cuoca, artigiana e allevatrice. La sua lunga medievale aveva pratica la medicina e alleva gli animali. Ma nulla
giornata cominciava all’alba e finiva al tra- a disposizione una restituisce l’immagine della casalinga medievale
monto, quando, nonostante la stanchezza del- gran varietà di attrezzi in maniera più vivida dell’anonimo poema ingle-
la giornata, arrivava il momento di adempiere per pulire, cucinare, se del Quattrocento La ballata del marito tiran-
ai doveri coniugali, a cui non si poteva sottrar- tagliare, cucire, no. Si tratta di una classica disputa tra moglie
re. Di questo immenso lavoro non retribuito e coltivare e allevare. e marito, schema tipico dei componimenti vol-
non riconosciuto (pecca, a dire il vero, anche Sopra, alcuni cucchiai gari. Il motivo della contesa è semplice: chi tra
dei giorni nostri), restano poche tracce, perché di area fiamminga. i due lavora e fatica di più? Lo stile è incalzan-

20
Vita quotidiana

te, ironico e ricco di sarcasmo. Fatti salvi i a cullare l’ultimo nato piagnucolante;
tratti caricaturali, lo spaccato del mondo nonostante tutto, si è poi sveglia-
contadino del tempo appare credibile. ta all’alba per mungere le vacche
Tutto comincia quando lui, tornan- e portarle al pascolo, mentre lui
do una sera con la schiena a pezzi, sco- ancora dormiva della grossa. Il
pre che la moglie non ha preparato la resto del giorno? Volato via, bat-
cena. «E come potevo» si giustifica la tendo il burro alla zangola e facendo
poveretta «con tutto quel che ho avu- il formaggio, sempre con un occhio
to da fare?» Tanto più che è senza aiuti, ai tre pargoletti schiamazzanti. Poi
mentre lui ha un garzone al seguito. Apri- c’era da dar da mangiare alle galline,
ti cielo: «Mannaggia a te, dovresti tirare con me alle oche e alle anatre e portarle nel pra-
l’aratro e trascinarti tutto il giorno tra le zolle to a razzolare. E il pane da infornare, la bir-
fradicie: allora sì che sapresti cosa vuol dir fati- Piatti e stoviglie ra da produrre, il lino da tessere, la lana da
care!» La moglie ribatte: «Più di così non pos- per tutti i giorni cardare... Certe cose, osserva il marito, si
so fare. Se mi seguissi tutto il giorno, alla sera La maggior parte possono fare una volta ogni quindici gior-
saresti esausto anche tu, ci scommetto la testa» delle casalinghe ni. La risposta della moglie è pronta: si dà da
«Esausto? Come! Cosa farai mai tutto il gior- medievali utilizzava fare per risparmiare, altrimenti cibo e tessu-
no, se non startene seduta in casa? Al massimo stoviglie di materiale ti costerebbero una fortuna al mercato. Pri-
passerai in rassegna le vicine, una dopo l’altra, povero, come legno ma di mezzogiorno, poi, ha già preparato il
perdendo tempo a spettegolare». Ma lei non ci o coccio, mentre la mangime per gli animali, e senza che nessu-
sta: si lamenta della nottata in bianco trascorsa ceramica compariva no dica grazie... È troppo, il marito perde la
solamente nelle case pazienza: se è così convinta di fare tutta que-
dei ricchi e nelle corti. sta fatica, allora perché non prova a prende-
Ecco perché solo re il suo posto all’aratro? Lui in cambio farà
pochi reperti si sono ben volentieri la casalinga!
conservati fino
ai giorni nostri. Una buffa sfida coniugale
La donna accetta: il giorno dopo si sveglia
ancor prima del solito, munge la vacca, pre-

Come “accalappiare” un marito

E ssere brave e buone, stare il più possibile in casa, non guardare


gli altri (o le altre) per strada, mantenere un comportamento pudi-
co per non suscitare maldicenze o apparire vanitose: ecco la ricetta
vincente per trovare marito. La leggiamo, ad esempio, nell’anonimo
poemetto inglese Come la buona donna insegnò alla figlia, in cui
una popolana istruisce la figliola su come garantirsi il partito
migliore attirandolo a sé con un comportamento inap-
puntabile. Niente chiacchiere inutili quando si è in giro,
compostezza nel muoversi, evitare le cattive
compagnie e il gioco è fatto. Dopo le nozze, il
consiglio è di servire il novello sposo devo-
tamente, mostrandosi docili e sottomesse.
Almeno per i primi tempi: l’aneddotica (e i
poemi popolari), infatti, raccontano con un
sorriso che, nel Medioevo come oggi, una
volta accalappiato il marito, il passo dalla don-
na-angelo all’arpia era... molto breve.

21
para il burro e mette a marinare la carne per
cena. Prima di uscire, è così benevola (o per-
fida?) da dare le istruzioni per l’uso: accudire
i bimbi; tener d’occhio le oche, che non scap-
pino; fare attenzione che il malto per la bir-
ra, messo a tostare nel forno, non bruci. Sarà
in grado di farlo? Certo che sì, garantisce lui.
Purtroppo non sappiamo come andò a finire,
perché la conclusione della storiella è andata
perduta. Il marito avrà saputo far le veci del-
la consorte senza combinare guai? O avrà rim-
pianto di averla provocata?
Queste erano le occupazioni delle donne in
campagna, e quelle povere in città non se la
passavano certo meglio. Spendiamo ora due
parole per le casalinghe della classe media,
quella “borghesia” che, a partire dal XII-XIII
secolo, iniziò a farsi largo di pari passo con
l’ascesa delle città. Per farci un’idea rivolgia-
moci al Ménagier de Paris, manuale quanto
mai singolare compilato nel 1393 da un igno-
to che, calandosi nei panni di un anziano mari-
to, fornisce alla sposina le istruzioni necessarie
per diventare una perfetta donna di casa. Gli
esempi citati sono tratti dalla classicità e dal-
la Bibbia, e insegnano di tutto: dai segreti per
farsi amare dallo sposo alla condotta da tenere
nell’intimità, dalle regole del galateo (piuttosto Che cosa è cambiato?
diverso dall’attuale) ai consigli per sbrigare le
faccende quotidiane e migliorare l’economia
domestica. Ma non mancano le ricette di cuci-
na e i trucchi per coltivare l’orto e il giardino.
E cco uno schematico, ma istruttivo, para-
gone tra la donna di casa del Medioevo e il
suo equivalente attuale. Molte mansioni restano
le stesse, anche se le comodità sono maggio-
L’arte di assecondare lo sposo La cucina, infinita ri, mentre altre sono solo un lontano ricordo,
Naturalmente, la moglie dev’essere la ser- corvée femminile superate dal progresso culturale o sostituite
va devota e ubbidiente del marito, ed evitare Non solo cucinare, dalla tecnologia e dalla produzione industriale.
accuratamente qualunque comportamento pos- ma anche preparare Ieri Oggi
sa dare scandalo o alimentare sospetti e mal- le materie prime per
cucinare e produrre alimenti
dicenze: «Quando ti rechi in città o in chiesa, confezionare i cibi,
lavare i panni a mano
fatti accompagnare, come si conviene alla tua accendere il fuoco,
crescere ed educare i figli
condizione, da donne rispettabili, e rifuggi ogni coltivare l’orto
pulire e tenere in ordine la casa
compagnia sospetta: non permettere mai che e allevare gli animali
coltivare i campi
una donna di cattiva fama si faccia vedere con domestici erano
accudire il bestiame
te». Importante, inoltre, non è solo con chi si compiti da svolgere
servire il marito
passeggia, ma anche come: «Cammina a testa quotidianamente.
tessere e confezionare gli abiti
alta e con gli occhi bassi, senza mai sbatter le La maggior parte
farsi belle e truccarsi
palpebre». E guai a dare confidenza: «Guar- della giornata
spidocchiare marito e figli
da diritto davanti a te, a una distanza di circa trascorreva quindi
lavorare in casa
quattro pertiche, senza inquadrare né uomini davanti al focolare.
spostarsi da casa
né donne, né a destra né a sinistra né in alto.
occuparsi della salute di tutti
Non lanciare occhiate di qua e di là, e ricorda

22
Vita quotidiana

Il talamo nuziale,
di non fermarti a parlare per la strada». è bene che io taccia... E la mattina dopo, fa’ in luogo del “dovere”
Naturalmente, la perfetta casalinga medieva- modo che abbia immediatamente a disposizione Se a fine giornata
le deve sempre dimostrarsi sollecita nell’asse- camicia e abiti freschi di bucato. E tieni sempre restava ancora
condare i desideri del consorte: «Prenditi cura a mente che tutti servigi garantiscono che l’uo- qualche energia,
di tuo marito e della sua persona, e soprattut- mo desideri ardentemente tornarsene a casa per la moglie doveva
to fa’ sì che la sua biancheria sia sempre pulita passare del tempo con la sua mogliettina, tenen- adempiere ai
e in ordine: ricorda che è compito tuo. Quan- dosi lontano dalle altre donne». doveri coniugali.
do è lontano da casa, lo conforta la speran- Cosa mai potrebbe allontanare l’uomo e spin- Naturalmente
za nelle attenzioni che gli riserverà la moglie al gerlo tra le braccia di un’altra? A spiegarlo è assecondando
ritorno: dagli il benvenuto facendogli trovare William Langland, sempre nella seconda metà il più possibile
il fuoco acceso, lavagli i piedi e porgigli calze e del Trecento, nel divertente poema Piero l’ara- i tempi e il volere
scarpe pulite, rifocillalo con buon cibo e buone tore: le insidie più grandi sono una casa tenu- dello sposo. Così,
bevande, servilo e accudiscilo con sollecitudi- ta male, un fuoco che fa fumo da tutte le parti oltre al lavoro, c’era
ne e devozione, fallo sdraiare sul letto fragran- e, più di ogni altra cosa, «una moglie bisbeti- anche una nidiata
te di lenzuola e biancheria pulite, riscaldalo con ca che non si riesce a domare: l’uomo non può di figli a cui badare.
morbide pellicce, e infine coprilo di tutte quel- che scappare, terrorizzato dalla sua linguaccia».
le attenzioni, quei piaceri e quelle gioie di cui Casalinga medievale avvisata... 

23
Pugnali
e veleni
nelle corti d’Europa
Da Parigi a Londra, dai Merovingi ai Visconti: la parabola
del potere nasce e muore nel sangue. E spesso tra i protagonisti
della cronaca nera spiccano le donne...

di Mario Galloni

N
La storia “infernale”
on per sesso e nemmeno per amore, di Paolo e Francesca ti può esibire almeno uno sbaffo rosso sangue
semmai per amore del potere. È la Sopra, come Gaetano nel suo scudo araldico. Il delitto politico nel
sete di dominio ad armare le mani Previati interpretò, nel Medioevo si prende la scena, stagliandosi con-
che impugnano il coltello, versa- 1887, uno dei più famosi tro un fondale oscuro, dove la Storia sfuma nel-
no il veleno nel calice o pagano il sicario. Dal- delitti medioevali, quello la tenebra della leggenda. E spesso il ruolo da
le disadorne corti dell’alto Medioevo a quelle di Paolo e Francesca, regista dell’intrigo spetta alla donna.
sfarzose del Trecento che già guardano al Rina- cantati anche da Dante.
scimento, la parabola del potere nasce e muore Sorpresi dal marito di Fredegonda, da serva a regina
nel sangue, in un gioco che trova in sé la pro- lei, Gianciotto, i due Da sguattera a regina dei Franchi e madre del
pria ragion d’essere e a chi partecipa, per scel- amanti furono trafitti futuro re. L’ascesa di Fredegonda è vertigino-
ta o destino dinastico, regala la consapevolezza seduta stante. Amore e sa e senza pari, ma non ha davvero nulla dei toni
di quanto alla grandezza della posta faccia da morte (anche in forma di fiabeschi di una Cenerentola ante litteram. Non
contraltare la pericolosità della giocata. Così suicidio) si intrecciano c’è candore né ingenuità ma scaltrezza, cinismo,
non c’è maniero o fortezza, e perfino conven- nel destino di molte altre seduzione e assenza di scrupoli. Soltanto così una
to (spesso estremo rifugio), che non racchiuda celebri coppie del tempo. povera giovinetta della Piccardia (siamo nel Cin-
un segreto mortale. E ogni casato che si rispet- quecento, agli albori della storia di Francia), entra-

24
Delitti illustri

ta a corte del rozzo re Chilperico di Neustria, di Brunilde. Ma Fredegonda rimane a corte e met-
poteva ambire a sostituire la regina. E a intesse- te nel mirino la nuova rivale che, screditata agli
re una disfida trentennale con un’altra figura fem- occhi del re, viene uccisa nel suo letto per ordine
minile di tempra ferrea, questa però sì di origine di Chilperico. L’ex serva arriva così al trono, ma il
reale, Brunilde, figlia del re dei Visigoti e fini- colpo di mano e l’orrendo delitto accendono Bru-
ta in sposa a re Sigeberto di Austrasia, fratello di nilde, che induce Sigeberto a prendere le armi
Chilperico. Gregorio, vescovo di Tours e autore contro il fratello. La guerra sarebbe persa se Fre-
dell’Historia Francorum, racconta che Fredegon- degonda non armasse la mano dei sicari con due
da era di una bellezza mozzafiato e non le costò grossi coltelli intinti nel veleno. I killer sorprendo-
troppa fatica affrancarsi dal ruolo di servetta no Sigeberto nell’accampamento e lo colpiscono a
per accomodarsi in quello di concubina, seppur entrambi i fianchi, uccidendolo. Il regno è salvo e
formalmente al servizio della regina Audovera. Brunilde finisce prigioniera a Rouen.
Proprio costei, ripudiata dal marito su suo spregiu- Non doma, però, intesse una relazione con
dicato consiglio, sarà la sua prima vittima. L’arram- Meroveo, figlio di Austrasia e Chilperico, corona-
picata sociale conosce una battuta d’arresto con il ta da un matrimonio segreto. Fredegonda coglie
matrimonio di Chilperico con Galesvinta, sorella la palla al balzo e pianifica l’eliminazione sistema-

25
Delitti illustri

tica di chiunque possa sbarrare il passo a una sua 1307, ereditando una situazione politica insta-
eventuale discendenza. Meroveo, braccato, prefe- I turpi delitti bile, tra rivolte popolari, nobiltà riottosa e una
risce farsi uccidere da un compagno piuttosto che della bella sovrana Scozia sul piede di guerra. Piacevole d’aspetto
finire nelle mani di cotanta matrigna. La furia omi- Fredegonda, passata alla e di buon carattere, il sovrano non ha la tempra
cida dell’ex serva colpisce anche Clodoveo, ultimo Storia per il lucido calcolo dei suoi predecessori e delega gli affari di gover-
figlio di primo letto del re. E finalmente anche Fre- con cui tolse di mezzo no a consiglieri interessati. Un anno dopo sposa
degonda riesce a partorire un maschio, Clotario. due mogli e due figli Isabella di Francia, figlia di Filippo IV il Bello.
Poco dopo muore Chilperico, pugnalato a tradi- di Chilperico I, tentò di La moglie e la Francia lo condanneranno.
mento dopo essere rientrato dalla caccia. Secondo uccidere anche la propria Quando lo scontro armato con i rivali d’Ol-
Fredegario fu fatto uccidere da Brunilde, secondo figlia, Rigonda (che le era tremanica volge al peggio, il papa chiede a Isa-
altri da Fredegonda stessa. semplicemente venuta bella di intercedere presso il fratello. La donna
La guerra tra i due Stati e le due regine riprende a noia): voleva romperle si reca in Francia con il figlio ed effettivamente
e nel 597 il quattordicenne Clotario sconfigge i riva- l’osso del collo con il ottiene una tregua, ma intanto comincia a ordi-
li. Fredegonda muore qualche mese dopo, mentre coperchio di un baule in re la sua trama personale legandosi sentimental-
Brunilde, ormai ottantenne, è catturata da Clota- cui le aveva promesso mente a Ruggero Mortimer: progetta l’invasione
rio, che la fa torturare e poi legare per un piede e un che avrebbe trovato un dell’Inghilterra, che in effetti realizza nel 1326.
braccio a un cavallo, che la trascina martoriandola. abito nuovo. Nella pagina Travolto dalla crisi politica e dal discredito con-
a fronte, il castello inglese seguente la perdita della Scozia, Edoardo viene
Edoardo II, un re in fuga di Berkeley, dove nel catturato e nel gennaio del 1327 deve accettare
Ucciso in carcere o fuggitivo ed eremita in Ita- settembre 1327 venne il verdetto del Parlamento riunito, che si schie-
lia? Edoardo II d’Inghilterra sale al trono nel assassinato re Edoardo II ra con la regina e il figlio. Per lui c’è la prigione,
(ritratto in basso).
Irene
Santa uxoricida

N ella Bisanzio
dilaniata dalla
“disputa delle imma-
gini” (già da tempo
considerate una for-
ma d’idolatria
inaccettabile), nel
769 la bella Irene
di Atene viene scelta
dal basileus Costanti-
no V per sposare il figlio
Leone, dopo una sele-
zione agguerrita. Salita
sul trono alla morte del
“Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo suocero e assetata di
che il veleno non faccia effetto.” potere fa avvelenare
Paracelso, medico scienziato e filosofo tedesco (1493-1541), “Responsio ad quasdam accusationes et calumnias” il consorte e diventa
reggente per conto del
per il figlio quattordicenne il trono: il vero pote- zione orale che racconta della sepoltura di un figlioletto Costantino.
re è in mano a moglie e amante. Edoardo riesce a re inglese ed esiste una tomba medievale vuota Non paga, si proclama
fuggire grazie all’aiuto di alcuni suoi fedelissimi, perché, si dice, il corpo dell’ex sovrano sareb- “autocrate dei Roma-
ma viene nuovamente catturato, e stavolta trova be stato rimpatriato proprio dal figlio Edoardo ni”, scatenando le ire
la morte durante la prigionia. Ufficialmente per III. La lettera non è affatto un falso storico: la del papa, che in tut-
cause naturali, anche se la versione più accredi- disputa, piuttosto, riguarda la veridicità di quan- ta risposta considera
tata è quella dell’omicidio: per impedirgli nuove to riportato dal notaio. il trono vacante e lo
fughe e future pretese sul trono. Ma la sua sto- affida a Carlo Magno.
ria non finisce qui: una lettera scoperta nel 1878 Il veleno dei Visconti Irene però resiste:
in Francia, scritta da un membro della famiglia Un’altra Fieschi, la bellissima Isabella, ci dà una volta promos-
genovese dei Fieschi al figlio Edoardo III, la possibilità di proseguire questo raccon- so il concilio di Nicea
apre nuovi scenari. to attraverso i delitti di corte. (che sdoganerà il cul-
Emanuele Fieschi, notaio papa- Affascinante ed estroversa, to delle immagini in
le e più tardi anche vescovo di Ver- descritta dai cronisti dell’e- Oriente), nel 796, pur
celli, racconta al re d’Inghilterra di poca come sfrenatamente lus- di non cedere il tro-
aver raccolto le confessioni del padre: suriosa (e detta Fosca proprio no, fa accecare il figlio
non sarebbe morto ammazzato nel per la sua condotta non proprio nella stanza dov’e-
castello di Berkeley ma, subodo- adamantina), è la nipote di papa ra stato battezzato.
rando la fine destinatagli, avreb- Adriano V e, nel 1331, va in Secondo la Cronaca
be scambiato i vestiti con un servo sposa a Luchino Visconti, di Teofane, a causa
e preso nuovamente la via della signore di Milano: matri- del delitto, il sole si
fuga. Trovando rifugio prima in monio politico, necessario offuscò per 17 giorni.
Irlanda e poi nel Continen- a confermare l’alleanza tra la
te, sarebbe passato da un Repubblica e la Signoria più
convento all’altro, per importanti dell’Italia del Nord.
finire i suoi giorni da Differenza di età e tem-
eremita non lun- peramento tracciano
gi da Pavia. Nel un solco insor-
paese di Cecima, montabile tra i
in effetti, si per- due sposi, anche
petua una tradi- se l’unione pro-
Delitti illustri

duce i suoi frutti: due gemelli maschi acquietano nobile genovese avvelena il marito e probabil-
l’ansia da discendenza del consorte. E Fosca ne mente si salva la vita. Siamo nel 1349. Ironia
Filippo approfitta: una volta adempiuto al più importan-
te dovere dinastico in capo a una signora blasona-
della sorte, il nuovo signore di Milano, l’arci-
vescovo Giovanni Visconti, per prima cosa fa
Nozze con delitto
ta, si prende le sue libertà. Il gossip dell’epoca le rientrare dall’esilio i nipoti Galeazzo, Matteo e

V iene considerato
il primo regicidio
della storia tedesca e
attribuisce relazioni con Ugolino Gonzaga e addi-
rittura con il doge Andrea Dandolo (flirt generato
da un viaggio compiuto a Venezia per far bene-
Bernabò, dopodiché, per evitare di consegnare
lo Stato a Isabella, dichiara illegittimi i gemelli,
attribuendone la paternità a Galeazzo e dando
arriva al culmine della dire i pargoli in San Marco). Ma Luchino non è quindi corpo, per motivi di opportunità politi-
disfida tra guel- uomo che si possa tradire impunemente: a Fosca ca, a quei fantasmi che Luchino ha inseguito.
fi e ghibellini per non resta altra scelta che Di nipote in nipote e di veleno in vele-
la successione al giocare d’anticipo. no, i tre discendenti diventano
trono imperiale, dopo Al rientro da una del- ben presto due e, alla fine di
la morte di Enrico VI. le sue nottate brave, la un’esistenza tumultuosa, sarà
A cadere è Filippo di ancora il veleno a chiudere la
Svevia, quartogenito partita di Bernabò. Personag-
di Federico Barbaros- gio dal temperamento bizzarro
sa. Appena ottenuta la capace di momenti di collera
corona a Magon- cieca, amministratore accor-
to dello Stato, indefesso tes-
sitore di matrimoni dinastici,
uomo d’armi e di governo, tiran-
no odiato dai Milanesi, Berna-
bò al rientro dall’esilio regge lo
Stato con Galeazzo e Matteo.
Guarda caso, quest’ultimo muo-
re al rientro da una battuta di cac-
cia. Non ci sono prove evidenti a
carico dei due fratelli, eppure a sostene-
re la tesi dell’omicidio con il veleno è nien-
te meno che la madre dei tre, Valentina Doria.
I due superstiti si dividono il territorio e
governano più d’accordo che d’amore, rima-
nendo a debita distanza. Quando Galeazzo
za dopo la morte del muore, Bernabò lega a sé il nipote dandogli
fratello, i guelfi eleggo- in sposa la figlia Caterina. Ma il suo irrefre-
no a Colonia Ottone di nabile attivismo lo condanna. Gian Galeazzo
Brunswick, acerrimo mal sopporta l’invadenza dello zio-suocero
nemico degli Hohen- e la sua decisa svolta filofrancese così, con la
staufen. Invitato alle scusa di un pellegrinaggio, lo attira fuori dal-
nozze di sua nipote, la Pusterla di Sant’Ambrogio a Milano e lo fa
la contessa Beatrice arrestare, per poi impadronirsi dei punti chia-
II di Borgogna, con il ve della città. Siamo nel dicembre del 1385 e
duca Ottone di Mera- Bernabò, dopo alcuni mesi di prigionia, finisce
nia, Filippo trova ad i suoi giorni nel castello di Trezzo sull’Adda, for-
aspettarlo i sicari del se avvelenato da una zuppa di fagioli. Nello stes-
conte di Baviera, che lo so maniero in cui la leggenda racconta che, per
pugnalano a morte. La mano del tiranno e dei suoi sgherri, sparirono nel
moglie, incinta, riesce nulla molte pulzelle finite nel suo letto.
a fuggire, ma perderà il Nel tumultuoso Trecento anche i Savoia hanno
bimbo e lo raggiungerà il loro delitto eccellente e un intrigo al veleno con
dopo giorni di agonia. tanto di macabro finale. Sono gli anni di Amedeo
VI, conosciuto come Conte Verde, condottiero e

28
Delitti illustri

uomo di governo, personaggio che il Conte Verde


unisce gli slanci dell’etica cavalle- e il bieco Bernabò
resca al lucido pragmatismo del Valoroso condottiero,
politico moderno. Amedeo VI di Savoia
temeva però le congiure e
L’annegato di casa Savoia non esitò a imprigionare e
Una fetta di terra piemontese già dal annegare Filippo d’Acaia,
XIII secolo è affidata al ramo collaterale suo parente. A fronte,
degli Acaia, con cui i conti sabaudi hanno un Bernabò Visconti,
rapporto alterno perché le volontà autonomiste signore
non possono dirsi mai sopite, soprattutto quando di Milano.
i possedimenti sono di fresca conquista. La cri-
si si apre nel 1356, per un pedaggio imposto da
Giacomo d’Acaia ai mercanti in transito. Amedeo
interviene con forza proporzionata alla minaccia
perché, al di là del balzello, l’Acaia intende dare
corpo a un progetto economico avverso ai Savoia.
Nel giro di tre anni, due discese sabaude suc-
cessive, tra assedi e saccheggi, riportano Gia-
como alla sottomissione. Amedeo non si fida e
impone al riottoso parente il matrimonio con la
figlia sedicenne di un suo uomo di fiducia. E alla
nascita dei primi eredi l’Acaia è costretto a dise-
redare il figlio di primo letto. Abbandonato dal-
la famiglia, condannato a un futuro da cavaliere
senza terra, Filippo d’Acaia sceglie la ribellione
in armi. Alla morte del padre arruola una compa-
gnia di ventura e contende alla matrigna i territo-
ri che sarebbero stati naturalmente suoi. Assedi
e battaglie segnano per un anno la storia del Pie-
monte meridionale, fino allo scontro decisivo:
assediato a Fossano da forze soverchianti, Filip-
po si arrende e promette solennemente di atte-
nersi alle decisioni di Amedeo. Ma il Conte Verde
intende trasformare la vittoria in una rappre-
sentazione plastica del suo potere, in una
potente macchina propagandistica capa-
ce di spegnere ogni futura velleità
di ribellione. Allora pretende un
processo, dall’esito ovviamente
scontato. Filippo d’Acaia vie-
ne incarcerato nel castel-
lo di Avigliana (in val di
Susa), torturato per
ottenere una confes-
sione completa e
XXXX XXXXXXXXX XXXXXXXXX

condannato a mor-
te. Il 21 dicembre
1368, legato mani
e piedi, viene gettato
nelle gelide acque del lago.
Contadini e abitanti del piccolo
borgo assistono muti dalle rive e cominciano

29
Pusterla
Murata viva

S pietato e ossessio-
nato dal potere e
dalle congiure, Luchino
Visconti aveva disse-
minato il regno di figli
bastardi, non
fermandosi nem-
meno di fronte a
alla moglie di France-
sco Pusterla, membro
di una delle famiglie
più potenti di Milano.
Margherita, soffocata
dalle profferte del cugi-
no, confessa tutto al
marito. Per vendicar-
si, il Pusterla ordisce
una congiura. Scoper-
ta la trama, il Visconti
spedisce al confino i
tre nipoti coinvolti nel-
la vicenda (tra cui il
bel Galeazzo, fin trop-
po intimo di Isabella)
e bracca il Pusterla, in
fuga con i quattro figli.
Catturati con l’inganno,
vengono decapitati in
a tramandare, in una memoria orale giunta fino a piazza del Broletto. E so aveva solo 28 anni. L’utilizzo a fini politici di
noi, la terribile fine di chi osò ribellarsi ai Savoia. SMargherita? Imprigio-
posare un cavaliere quelli che sono semplici sospetti dei contempo-
nata
era unper dieci
buon anni ?
affare in ranei farà della morte del giovane l’inizio della
La calvizie del Conte Rosso Le nozze con i cavalieri
un castello, continuò a pagina più macabra della dinastia sabauda. L’e-
A raccogliere l’eredità del Conte Verde sarà assicuravano raramente
rifiutare le avances del redità politica di Amedeo VII è contesa tra la
il figlio Amedeo VII, che per tempra, attivismo una vita agiata.
cugino Più
che, esaspe- madre Bona di Borbone (che capeggia la fazio-
e spregiudicatezza ricalca le orme del padre. E spesso,
rato, alla erano
fine ilacavalieri
murò ne francese), la nobiltà sabauda raccolta intorno
così come il genitore era il Conte Verde, allo a viva
mettersi a caccia di
nelle segrete. ad Amedeo d’Acaia (erede designato qualora il
stesso modo il figlio si crea il proprio colore, una buona dote. piccolo Amedeo, figlio del Conte, non dovesse
passando alla storia come Conte Rosso. Ame- superare i suoi problemi di salute) e la vedova,
deo VII ha piani ambiziosi: nel 1388 riesce Bona di Berry. Così viene dato corpo a tutte
finalmente a procurarsi un fondamenta- le congetture possibili per dimostrare che
le sbocco sul mare sottomettendo Niz- la morte è avvenuta per avvelenamento:
za, quindi prosegue con l’acquisizione lo stesso Savoia, in agonia, avrebbe gri-
sistematica di nuovi territori attraver- dato al tradimento.
so scambi di feudi, protettorati e suc- Nel gran valzer del potere, le prime
cessive conquiste di castelli. Fino al pedine a saltare sono quelle piccole. I
dicembre di tre anni dopo, quando sostenitori del complotto puntano il
una caduta da cavallo lo costringe a dito contro un medico boemo di fama
letto per una ferita che in qualche setti- internazionale, Jean di Grandville, chia-
mana lo porterà alla morte. Il Conte Ros- mato qualche tempo prima dal Conte per

30
Delitti illustri

La pena per il regicida

T erribile era la punizione per chi uccideva il


re. In Inghilterra il colpevole era spogliato
sulla pubblica piazza, poi con una corda al collo
evirato ed eviscerato degli organi non vitali. Le
parti virili e le interiora erano bruciati davanti ai
suoi occhi. Infine veniva decapitato e squartato.
Il corpo era diviso in quattro parti, ciascuna
appesa in un angolo della città (che rappresen-
tava l’intero regno). La testa finiva nella Torre di
Londra. I nobili erano invece decapitati.

provare a porre rimedio all’incipiente calvizie. muovere guerra al Regno di Francia.


Grandville aveva prescritto ad Amedeo impacchi Così la spettacolarizzazione che aveva sostenu-
pestilenziali di nessuna efficacia, ma fu impossi- L’ultima risorsa: to l’impalcatura giustizialista si ritorce contro i
bile provare che quelle pratiche fossero servite anelli al veleno suoi stessi promotori. Nel 1394, le dichiarazio-
a inoculare al conte il veleno mortale. Nel Medioevo non era ni di un frate che giura di aver raccolto la con-
raro portare anelli con fessione dello speziale prima dell’esecuzione fa
L’orrenda fine di Pietro un serbatoio nel il giro dei conventi e delle corti europee: è il
Non domi, i complottisti se la prendono con castone: conteneva colpo a sorpresa della fazione francese. Il pove-
lo speziale che aveva fornito gli ingredienti per veleno, da usare come raccio avrebbe rivelato l’intera trama dell’impo-
le pozioni al cerusico. Orrendamente torturato, arma o per uccidersi stura: nessun avvelenamento, la sua accusa era
Pietro di Lompes finisce per confessare l’avvele- se si era scoperti a stata estorta con la tortura. L’Europa che conta
namento e indica come regista Bona di Borbone. trescare. A fronte, i spinge perché venga operata una revisione del
Decapitato in piazza, il suo corpo sarà smem- ritratti del Conte Rosso processo, e Bona di Borbone riesce a ottenerla.
brato e le varie parti esposte in diversi centri dei e di Bona di Berry. Il nuovo collegio riconosce l’errore giudiziario,
possedimenti sabaudi, in una sorta di pellegri- riabilita Pietro di Lompes, scagiona e libera il
naggio macabro. Anche Grandville tor- dottore, e apre la strada alla contessa, che gover-
na nell’occhio del ciclone: arrestato e nerà in attesa della maggiore età del nipote. Lo
torturato, conferma l’accusa. speziale, iscritto senza averlo chiesto
A questo punto la fazione piemon- a un gioco più grande di lui, deve
tese dovrebbe affondare il colpo, ma accontentarsi di vedere raccolti e
imprigionare Bona di Borbone vuol dire ricomposti i suoi resti. 

31
DOSSIER

Foreste
di pietra
e luce
Non si può immaginare un Medioevo che non sia gotico,
che non risplenda di vetrate colorate, di cattedrali
maestose, di castelli e palazzi dalle guglie ardite.
Ecco come nacque e regnò lo stile artistico che unì l’Europa

di Maurizio Triggiani
storico dell’Arte


S
ono poche le correnti culturali che hanno avuto un impatto così
grandioso sull’immaginario collettivo e letterario come il gotico. Le
svettanti cattedrali, con i loro archi rampanti, i pinnacoli, le immen-
se vetrate colorate, le figure mostruose che fanno capolino tra i gio-
chi della pietra, i diavoli e i doccioni: tra Settecento e Ottocento, tutto ciò si è
trasformato in un set ideale per ambientare storie fantastiche, un affascinan-
te scenario attraverso cui rapire lettori avidi di magia e di mistero. Tra tutti, fu
magistrale Victor Hugo, che fece muovere il suo famoso gobbo Quasimodo tra
le teste dei mostri che coronano le terrazze e le cuspidi della cattedrale parigina
di Notre-Dame. Non fu da meno Horace Walpole, che nella sua celebre dimo-
ra neogotica di Strawberry Hill fondò una tipografia (per la stampa di libri suoi
e di letterati a lui vicini) e la arricchì di opere d’arte medievali e rinascimentali.
Tutto ciò distorse e reinterpretò l’immagine dello stile gotico, che da allora
risultò fortemente condizionata dalle opere di questi e altri scrittori, soprat-
tutto in ambito anglosassone: dal Frankenstein di Mary Shelley al Dracula di
Bram Stoker, tanto che, oggi, una storia d’orrore si dice “gotica”.
Il primo a condurre su questa strada fu il grande storico dell’arte John Ruskin
(1819-1900), che volle ribaltare il giudizio negativo fino ad allora legato al ter-
mine “gotico”. Egli paragonò le cattedrali alle vette delle Alpi, stabilendo un
legame diretto tra questa forma d’arte e la particolare creatività dei popoli del
Nord. Così il gotico, uno stile elaborato tra XII e XIII secolo in un’area ben
definita dell’Europa centrale, uscì dai libri di storia dell’arte ed entrò nel mito.
Luce e colore
penetrano gli edifici
Lo stile gotico libera
le mura dalla funzione
portante e finalmente
dà modo di aprire
ampi finestroni che
illuminano gli interni
di chiese e palazzi.

33
Martini e l’enigma
di Guidoriccio
Simone Martini fu uno
dei principali interpreti
del gotico italiano grazie
alle figure eleganti e
ai colori accesi. Il suo
Guidoriccio da Fogliano
(in basso) è però,
forse, il rifacimento
quattrocentesco di un
originale perduto.
A sinistra, un altro
capolavoro del gotico
pittorico senese: il Buon
Governo di Ambrogio
Lorenzetti (1339 ca.)

“Il principio dell’architettura gotica


è quello dell’infinito reso immaginabile.”
Samuel Taylor Coleridge, poeta britannico (1771-1834)

Se, sulla scor- parola, “goti”. Come i Germani che avevano


ta di importan- saccheggiato Roma nel V secolo o i tedeschi che,
ti storici come tra il 1494 e il 1527, scendevano in Italia portan-
Franco Cardini, si può dosi dietro la loro fama di conquistatori spieta-
dire che il Medioevo sia poco ti. Per gli umanisti imbevuti di classicismo, che
più che una convenzione, nel fossero letterati come Lorenzo Valla o storiogra-
caso dell’arte gotica alla con- fi e artisti come Leon Battista Alberti e Giorgio
venzione si è aggiunto, e per lun- Vasari, l’arte e la cultura dei barbari era tutta e
go tempo, il disprezzo. spregiativamente gotica, così come gotico era lo
stesso Medioevo, età di mezzo oscura (per dir-
Tra arte e sogni barbarici la con Francesco Petrarca) tra l’aurea classicità
Con il termine “gotico”, infat- e la rinascita della stessa operata dagli artisti del
ti, intorno al XV-XVI secolo Rinascimento. Fu così che nacque l’idea (nega-
si indicavano tutte le espres- tiva) di un’arte dei barbari, e fu così che nacque
sioni artistiche e cultura- anche il nome delle due espressioni artistiche
li proprie dei popoli che più caratterizzanti di tutto il Medioevo: roma-
vivevano ai margini della nico, dal connubio tra “romano” e “barbarico”,
civiltà romana, genti tut- e gotico, dalla popolazione dei Goti, appunto.
to sommato ancora poco Naturalmente si trattava di un giudizio di par-
conosciute e quindi te. Il gotico fu innegabilmente un’espressione
avvolte dal miste- artistica e culturale originale e di grandissimo
ro. Barbari, con respiro, che ebbe caratteristiche proprie. Lo
radici lontane dimostra il fatto che si sia affermato nell’Europa
dagli ideali della nordoccidentale in un periodo del tutto estraneo
classicità: in una alla cultura classica, rievocata nel Cinquecento

34
34 34
Dossier: il gotico

soprattutto nella penisola italiana. Ma dove e deutsche Kunst” (la nostra arte tedesca), riven-
quando, esattamente, nacque il gotico? Sono dicandone la massima espressione nelle grandi Evoluzione
in molti a sostenere che la prima espressio- cattedrali sul Reno e nella Germania meridio-
ne riconducibile a questo nuovo linguaggio
dell’arte sia da ricercare nelle forme del coro
della chiesa di Saint-Denis, che l’abate Sugerio
nale. Su tutte, la chiesa dei Santi Apostoli e di
San Cuniberto di Colonia, il duomo di Trevi-
ri, la cattedrale di Worms e il duomo di Bam-
E cco come sono
cambiati i vari stili
architettonici nell’ar-
realizzò intorno al 1144. Da quel momento in berga. Ma la questione è aperta: di certo sono co dei secoli:
poi, tutta l’Île-de-France, ossia la zona che gra- tutti edifici realizzati tra XII e XIII secolo, for-
vitava intorno a Parigi, cominciò a parlare una se sull’esempio delle architetture francesi, ma, (s
e
lingua architettonica diversa rispetto al passato, almeno in taluni casi, si tratta di opere del

co
fatta di archi rampanti, ogive e vetrate. tutto originali. Nel dibattito sulla pater-

li X
Intorno al 1180, con la realizzazione del- nità del gotico, infine, non poteva man-

I -X I
la navata di Notre-Dame a Parigi, e nel 1194 care l’Inghilterra, che rivendica nel coro

I)
con la ricostruzione della cattedrale di Char- della cattedrale di Durham, nella cat-
tres, questo nuovo linguaggio si sarebbe diffuso tedrale di Peterborough e in quelle di
trionfalmente a Sens, Saint-Germain-des-Prés, Winchester e Gloucester (tutte del XII ROMANICO
Vézelay, Reims, Amiens e Beauvais (anche se secolo) le espressioni più rappresentative Duomo di Modena

siamo ormai nel Duecento). Nonostante ciò, della rivoluzionaria “lingua gotica”.
c’è chi attribuisce la paternità del nuovo sti- I)
XI
le non alla Francia, bensì alla cultura tede- In principio era l’arco

lo
co
sca. Nella seconda metà del Settecento, filosofi Ma di cosa parliamo esattamente quando dicia-

(s e
come Johann Gottfried Herder e letterati come mo “arte gotica”? Non è facile rispondere. Il
Goethe sostenevano che il gotico fosse “unsere carattere del gotico è ben evidente nelle gran-

PROTOGOTICO
Cattedrale di Sens

(1
2

00
-1
2
50)
GOTICO CLASSICO
Notre-Dame di Parigi

0)
35
-1
50
(12

GOTICO RADIANTE
Sainte-Chapelle di Parigi

(1
3
70
-1
5
00)

GOTICO FIAMMEGGIANTE
La Trinità di Vendôme
Dossier: il gotico

di cattedrali, che slanciano le navate dea suggestiva metteva d’ac-


Nel Sud verso il cielo; negli archi rampanti, cordo sia gli umanisti colti
che puntellano le strutture dall’e- (perché ricordava quanto

A ll’imperato-
re Federico II
di Svevia sono lega-
sterno, dando loro quell’aspetto
solido e maestoso ma leggero
al tempo stesso; nelle gran-
Vitruvio aveva scritto a pro-
posito dell’integrazio-
ne tra pietre e legno
ti alcuni esempi di di vetrate; nella luce e nei in architettura), sia
gotic o ne l M ez zo - colori, che richiamano quanti vedevano nel-
giorno, che risalgono foreste e fiamme. E si tra- la foresta l’ambien-
alla prima metà del duce negli archi acuti, nei te primigenio dei
Duecento. Tra i più costoloni e nelle ogive. Ma popoli dell’Europa
importanti si annove- “gotico”, come si è detto, è centrale, soprattut-
ra senz’altro Castel un termine convenzionale, che to quelli germanici.
del Monte, e non tanto trova il suo corrispettivo in un’al- Eppure la foresta era conside-
per i caratteri archi- tra definizione altrettanto convenzionale, rata anche un posto pericoloso e tetro.
tettonici, fin troppo “romanico”, a sua volta caratterizzato da ele- L’arco acuto rappresenta probabilmente una
discussi, quanto per menti riconoscibili a prima vista: l’arco a tutto delle più importanti innovazioni dell’arte e
le decorazioni scul- sesto, le dimensioni maestose ma non vertica- dell’architettura. La possibilità di realizzare un
toree, in particolare li, gli spazi interni poco illuminati per l’assenza organismo tridimensionale, in grado di scarica-
le mensole alloggiate di grandi finestre e così via. Dove finisca l’uno re con maggiore efficacia il peso dei volumi che
nelle torri e le chia- e cominci l’altro, non è semplice da stabilire. sostiene, è essenziale per realizzare edifici più alti.
vi di volta. In queste Così come non è facile individuare con certez- L’applicazione di questi calcoli strutturali presup-
figure riscontriamo za le suggestioni che stanno alla base del gotico. poneva un’adeguata conoscenza dei principi della
elementi fisiognomici Pensiamo, per esempio, alla cosiddetta “teoria statica e della fisica, che non poteva basarsi uni-
quasi caricaturali, che della foresta”, secondo cui lo sviluppo dell’ar- camente su esperienze empiriche, ma su model-
le avvicinano a quelle co acuto deriva dall’osservazione degli alberi, li ben definiti: il Taccuino di disegni di Villard de
del castello di Lago- con il loro intreccio di rami e tronchi. Quest’i- Honnecourt, architetto francese del XIII secolo,
pesole in Basilicata
(gotiche a tutti gli effet-
ti), ma soprattutto alle
teste-mensole scol-
pite da Nicola Pisano
per il duomo di Siena.
Del resto il rapporto
tra Federico II e il nuo-
vo linguaggio artistico
è dimostrato anche
dalla stima che egli
nutriva nei confron-
ti di Filippo Chinardo,
cipriota di origini ma
fortemente legato alla
cultura francese.

36
Prima in Francia
o in Germania? ne sarebbe una rara e preziosa testimonianza. re” con i colori e con la luce per dar luogo a veri
Tra Francia e Germania Ma da dove attingevano queste conoscenze? e propri “racconti” sul vetro. Interpreti eccezio-
è ancora sentita la Secondo il grande architetto Christopher Wren nali di queste tecniche furono soprattutto i mae-
disputa tra chi abbia (cui si deve la ricostruzione di gran parte di stri francesi e renani. Le vetrate di Chartres, ad
“inventato” il gotico, Londra bruciata nello spaventoso incendio del esempio, sono dei gioielli, e non è un caso che per
ma è indubbio che vi 1666), l’arco acuto sarebbe stato in uso già nel realizzare quelle del coro della Basilica Superio-
siano state reciproche IX secolo, tra gli arabi dell’Africa settentrionale. re di Assisi, tra il 1235 e il 1250, furono chiama-
influenze. Per esempio, La teoria del cosiddetto “gotico saraceno”, però, te maestranze provenienti proprio dalla Francia
il duomo tedesco di avrebbe spostato l’attenzione su un altro conte- e dalla Germania. Pareti tanto diafane, tuttavia,
Colonia (sopra) si ispira sto territoriale: mentre le ipotesi di Wren ven- finivano per assottigliare i muri portanti, facen-
alle chiese francesi nero fin da subito tenute in poco conto, infatti, do sì che le alte volte ogivali si trovassero a pog-
di Amiens e Beauvais. prendevano sempre maggior consistenza le teo- giare su strutture indebolite. Allora, per evitare
Nella pagina a fronte, rie che parlavano non più di archi acuti, ma di che le cattedrali gotiche crollassero miseramen-
la Maestà di Simone ogives, secondo l’ottica prevalentemente france- te, si fece ricorso ad arconi sistemati all’esterno,
Martini, del 1315, uno dei se affermatasi nel XIX secolo. che servivano a puntellare la struttura, ma nello
capolavori della pittura Tuttavia, ridurre il gotico alla sola considera- stesso tempo restituivano agli edifici un aspetto
gotica toscana. zione della forma dell’arco è un errore nel qua- assai caratterizzante. Interpreti ed esecutori di
le non si deve cadere. Le sue grandi cattedrali tali novità furono architetti come Jean de Chelles
si distinguono almeno per altri due aspetti: le e il suo discepolo Pierre de Montreuil: il primo
vetrate dipinte e gli archi rampanti. Assottigliare realizzò il transetto di Notre-Dame, il secondo
le pareti portanti per fare spazio a vaste aree di Saint-Germain-des-Prés e Saint-Denis. I loro
vetro costituiva una scommessa strutturale ardi- sono due tra i nomi più importanti del gotico
ta quanto lo slancio verticale degli edifici. A que- (insieme al già citato Villard de Honnecourt), in
sto va aggiunta l’arte di decorare le vetrate, una un periodo in cui l’identità di artisti, architetti e
tecnica affascinante che permetteva di “gioca- scultori raramente era riportata nelle cronache.

37
Ritratti aristocratici
Naturalmente il gotico non fu solo architettu- e idealizzati ti ai frati che leggono, quei ridicoli mostri, quelle
ra. I grandi portali istoriati dell’abbazia di Mois- Chi sia il celebre scimmie immonde, quei leoni selvaggi, quei cen-
sac o della cattedrale di Chartres, ma anche tutti “cavaliere di Bamberga” tauri mostruosi? Di grazia, se non si arrossisce di
i mostri che popolano gli ordini superiori delle (foto sopra) non si sa simili assurdità, che si rimpianga almeno la spe-
chiese gotiche (i doccioni o gargoyle, come quelli con certezza: Federico sa». La colpa di queste sculture, dunque, è quella
famosissimi di Notre-Dame a Parigi) costituisco- II, Costantino, Stefano di distrarre i monaci dalla meditazione, ma anche
no aspetti altrettanto caratteristici di questo stile. d’Ungheria o Enrico II il di affascinarli e indurli in tentazione. Indubbia-
Santo? Di impostazione mente quelle figure rappresentavano un’evasio-
Figure in fuga dagli schemi classica, è una delle ne fantastica per chi pregava, ma erano anche
Mentre le rigide regole delle strutture architetto- attrattive principali della la testimonianza di un genio creativo che voleva
niche tendevano per forza di cose a imbrigliare le cattedrale bavarese e liberarsi dalle rigide regole dell’iconografia reli-
forme, le possibilità offerte dalla scultura donava- del gotico germanico giosa. Prassi pericolosa, tanto più che in quell’e-
no all’artista maggiori possibilità di dar sfogo alla in generale. Nella poca la distinzione tra uomo di fede e scultore
propria creatività. Ma non sempre ciò era visto di pagina a fronte, l’interno non esisteva e molti monaci erano anche archi-
buon occhio dai teologi. È celebre, ad esempio, il della cattedrale di tetti, scalpellini, miniatori, pittori.
passo attribuito a Bernardo di Chiaravalle in cui Santo Stefano a Sens, “Distrazione” sinonimo di “creatività” e “fasci-
l’abate di Cîteaux condanna la presenza di figu- capolavoro dello stile no” sinonimo di “tentazione”: ecco gli elemen-
re mostruose scolpite nei chiostri o sui prospetti detto protogotico. ti che contraddistinguono la lingua del gotico,
delle chiese: «Cosa ci fanno nei chiostri, davan- determinandone la fortuna ma anche la con-

38
Dalle “pietre di Venezia” al gotico inglese

T ra i maggiori artefici della risco-


perta del gotico nell’Inghilterra
dell’Ottocento spicca
vatichezza” e il “naturalismo” del gotico
diventano così un manifesto politico e
sociale di libertà rispetto all’alienazio-
la figura del critico ne prodotta dal lavoro nelle fabbriche.
John Ruskin. Ruskin elaborò anche importan-
Nel suo sag- ti riflessioni sui caratteri del restauro:
gio Le pietre considerando un monumento qua-
d i Ve n e z i a , si come un organismo vivente, egli
i caratteri di propugnava un intervento teso alla
questo stile si conservazione dell’originale (e non al
contrappongo- suo rifacimento), per prolungarne il più
no a quelli tipici possibile l’esistenza. L’atteggiamento
dell’età industriale, lo pose in contrasto rispetto a un altro
che segnava il volto delle città e della importante interprete del revival gotico,
società inglese di quei tempi. La “sel- il francese Eugéne Viollet-le-Duc.

39
danna. Eppure la scultura gotica è molto di de, ma anche dagli schemi ideologici e religio-
più di una serie di figure mostruose che fan- si dominanti. Su tutti valga come esempio il
no capolino dalle chiese: c’è l’idea del movi- Crocifisso del 1285, conservato a Siena presso
mento, l’ostinato e a volte tragico tentativo di il Museo dell’Opera del Duomo, in cui anche
liberarsi della pietra, o l’ammassarsi di figure la Croce viene stravolta, “piegandosi” al gesto
e vicende che rinnegano l’ordinata simmetria delle braccia del Cristo e disegnando una “Y”
classica. Questo anelito è presente in uno dei per certi versi molto più naturalistica e libera
maggiori interpreti del gotico in Italia: Giovan- rispetto a tutto quanto era stato precedente-
ni Pisano (1250-1315). Cresciuto nella botte- mente prodotto dall’arte medievale.
ga del padre Nicola, insieme a un altro grande Questa strada probabilmente era già stata
architetto e scultore come Arnolfo di Cambio, individuata da Benedetto Antelami tra il XII e
Giovanni interpretò in modo estremo le sug- il XIII secolo, nella Deposizione realizzata per
gestioni di quell’arte di matrice europea che la cattedrale di Parma, e poi in qualche modo
proprio nel corso del XIII secolo si affaccia- seguita da Nicola Pisano, che nelle teste-men-
va prepotentemente anche in Italia. Le scene sole del transetto del duomo di Siena tentava di
del suo pulpito di Sant’Andrea a Pistoia (raffi- riprodurre suggestioni provenienti da quell’ar-
gurato nella fotografia in basso), dove le figure te “franca” maturata nel Regno di Sicilia, sotto
si affollano concitate, sono il segnale eviden- Federico II. Giovanni Pisano fa sua questa ere-
te della ricerca di uno spazio nuovo, che vuole dità e al tempo stesso la stravolge, portandola
staccarsi dalla gabbia di pietra che lo racchiu- a risultati così rivoluzionari da rimanere quasi
La rinascita
“Dico, adunque, che la scultura e la pittura per il vero son sorelle,

In Francia, il recupe-
ro del gotico avvenne
sotto l’egida del celebre
nate di un padre che è il disegno, in un sol parto et ad un tempo.”
Giorgio Vasari, pittore, architetto e storico dell’Arte (1511-1574)

Eugéne Viollet-le-Duc
(1814-1879). Sovrin-
tendente, architetto
e storico, intervenne
con importanti lavori
di restauro nell’abba-
ziale di Vézelay, alla
Sainte- Chapelle di
Parigi e nella stessa
Notre-Dame, nonché a
Saint-Denis e Amiens.
A dif ferenza di altri
suoi contemporanei,
egli collocò il gotico al
vertice dell’esperien-
za artistica medievale,
non esitando però a
intervenire direttamen-
te nella ricostruzione
dei monumenti, se mal
conservati. Tra i suoi
restauri più celebri, le
fortificazioni della città
di Carcassonne, da lui
completamente rico-
struita (e reinventata)
perché ormai in rovina.

40
Dossier: il gotico

12 gioielli dell’Europa gotica


Ecco una selezione fra le infinite meraviglie create in stile gotico da un capo all’altro del continente:
11 ABBAZIA 12 ARAZZO 1 RELIQUIARIO 2 MUNICIPIO
Westminster (secolo XI-XIII) Ciclo della Dama e dell’Unicorno, Arca dei Magi, Colonia (XIII secolo) Municipio di Stralsund (secolo XIII)
Consacrata nel 1065, fu ricostrui- Fiandre (1484-1500) In legno e argento dorato, è il più Eretto sull’Alter Markt, ha una fac-
ta nel 1245 in stile gotico. Le sue Un ciclo raffinato, composto da 6 massiccio sarcofago europeo ciata a 6 frontoni adorna di roso-
10 campane accompagnano gli pannelli su fondo rosso, con al cen- (300 kg). Contiene le reliquie tra- ni e torrette. Sopra le finestre, gli
eventi storici della famiglia reale. tro la dama con l’unicorno e il leone. fugate dal Barbarossa a Milano. stemmi delle città anseatiche.

10 CATTEDRALE 3 OREFICERIA
Cattedrale di Reims (1210-1275) Pala d’Oro di S. Marco,
Sede dell’incoronazione dei re di Venezia (XII secolo)
Francia. Ha pianta a croce Realizzata in oro, argento, smal-
latina, divisa in tre nava- ti e pietre preziose da maestri
te. In progetto, doveva bizantini nel X secolo, fu rinnova-
possedere 7 torri, tut- ta nel 1342 da Giovanni
te munite di guglie. Paolo Boninsegna.

12 1

11

10

4
8

5
6
9 MANOSCRITTO
7 4 PITTURA
Taccuino di Villard Cappella degli Scrovegni
de Honnecourt, Parigi (1300 ca.) di Giotto, Padova (1305)
Realizzato da un monaco cister- Grandioso ciclo dedica-
cense, consta di 33 fogli in per- to al Nuovo Testamento e a
gamena con le principali rego- una serie di complesse allegorie,
le architettoniche e strutturali per costituisce lo snodo fra vecchia e
costruire le cattedrali gotiche. nuova pittura italiana.

8 MERCATO 7 PALAZZO 6 CASTELLO 5 SCULTURA


Lonja de la Seda, Valenza (1469) Palazzo dei Papi, Avignone (XIV secolo) Castel del Monte, Andria (1240 ca.) Deposizione dell’Antelami,
Il Mercato della Seta sorse Eretto verso la metà del Trecento, Di forma ottagonale e circondato cattedrale di Parma (1178)
come simbolo della prosperi- fu parzialmente distrutto durante la da 8 torri, è il capolavoro dell’arte Esempio di transizione dal roma-
tà cittadina. Presenta un’ampia Rivoluzione Francese. Ospitava la gotica militare nel Mezzogiorno. nico al gotico: la spazialità è data
sala in stile fiammeggiante. corte papale in esilio. Fu eretto da Federico II di Svevia. dai due piani sovrapposti.

41
Dossier: il gotico

inascoltati, mentre il suo compagno e antago- ciclo dedicato al santo, tra cui l’affresco che
nista Arnolfo di Cambio, con un deciso ritorno raffigura la predica agli uccelli, che restituisce
alla spazialità classica, avrebbe segnato il passo un linguaggio caratterizzato da un finissimo
dell’arte del XIII secolo in Italia e condizionato calligrafismo e da un disegno svelto e slanciato
fortemente anche la pittura di Giotto. che può benissimo accostarsi alla lingua gotica.
Così come a questa nuova lingua sembra-
Pareti di vetro colorato no accostarsi le pitture di Pietro e Ambrogio
Riguardo alla pittura, è molto difficile indivi- Lorenzetti, protagonisti di un’intensa stagio-
duare cicli di affreschi che, meglio delle vetra- ne culturale. Ambrogio Lorenzetti, in partico-
te, interpretino i caratteri del gotico. Le grandi lare, dipinse Gli effetti del Buono e del Cattivo
vetrate dipinte di Chartres, ma anche della Governo nel Palazzo Pubblico di Siena, ormai
L’“orrore del vuoto” Sainte-Chapelle di Parigi diventano i riferi- nel Trecento maturo. La realtà delle corti,
che affolla le chiese menti più importanti attraverso cui questa tec- anche quella papale, contrapposta alle spinte
Il gotico tende a riempire nica si diffonde in tutta Europa. Abbiamo già autonomistiche dei Comuni, divenne il cam-
di sculture ogni spazio. detto che maestranze francesi e renane lavora- po di scontro ed evoluzione di tutte quante le
Che siano traforate rono alle grandi vetrate del transetto della Basi- arti, dalla letteratura alla pittura.
come merletti (è il caso lica Superiore di Assisi tra il 1235 ed il 1250. In questo senso la dimensione locale, nazionali-
delle guglie, che sul Successivamente, tra il 1255 ed il 1275, sem- stica, si aprì alle suggestioni europee, con effetti
Duomo di Milano sono pre nel transetto, ma nell’ala nord, fu presente anche sulle pitture di Simone Martini, che si era
ben 135) oppure piene, una bottega italiana capeggiata dal cosiddetto formato tra Assisi e la corte angioina di Napoli, e
come le teorie di santi Maestro di San Francesco. Un episodio impor- dei Lorenzetti, interpreti di un linguaggio nuovo
e profeti (sopra, un tante, che promuove l’arte di questa bottega e e soprattutto di una nuova dimensione politica
timpano scolpito della soprattutto del suo artefice tra le più impor- e sociale. In proposito non si possono trascura-
cattedrale di Chartres), tanti espressioni dell’arte gotica europea. Una re testimonianze che coniugano pittura e lettera-
risultano sempre notazione, questa, che assume ancor più valore tura in una dimensione cortese, che traghetterà
affusolate ed eleganti. se si aggiunge che il Maestro di San Francesco lo spirito gotico verso le sue espressioni più tar-
fu l’autore della maggior parte degli affreschi de. Il riferimento è soprattutto ad alcuni eccezio-
che popolavano la Basilica Inferiore di Assi- nali libri miniati, come il codice delle Très belles
si e che sono andati in buona parte perduti, Heures del duca di Berry, di inizio Quattrocento.
distrutti quando i muri della struttura venne- Ormai siamo al cospetto di un’arte cortese,
ro abbattuti per far posto alle cappelle inferio- che traduce lo spirito iniziale del gotico verso la
ri, che ancora oggi ammiriamo. Dell’opera di maniera e il compiacimento di se stesso. Segnan-
quel maestro rimangono pochi esempi di un done quindi, inevitabilmente, il declino. 

Mostri e suggestioni in letteratura


F orse è il Castello di Otranto di
Horace Walpole (1764) il roman-
zo gotico per eccellenza. In esso
puntuali descrizioni che accompagna-
no le vicende del gobbo Quasimodo e
di Esmeralda provengono dall’espe-
convergono tutti gli elementi che distin- rienza diretta dello scrittore, che pare
gueranno, tra la fine del Settecento avesse partecipato al restauro della
e gli inizi del secolo successivo, quel chiesa nel 1843.
revival del gotico che tanto influen- La stessa figura di Quasimodo
zerà l’immaginario collettivo e anche sarebbe ispirata a un personaggio
letterario. L’ambientazione tra castel- reale, lo scalpellino inglese Henry Sib-
li fantastici avvolti nelle brume fa da son, soprannominato “Le Bossu”, il
sfondo a trame dai tratti misteriosi e a gobbo. Ma le suggestioni gotiche non
volte orridi. Atmosfere simili, ma con mancano nemmeno oggi: un esem-
ben altro spessore, sono presenti nel pio per tutti, I pilastri della terra di Ken
capolavoro di Victor Hugo Notre-Dame Follet (1989), ispirato al complesso
de Paris (1831). Il fascino dei luoghi e le mondo delle cattedrali.

42
Le vetrate

C olor i sga rgia n-


ti, raffinati giochi
di luce, costruzioni
schematiche ma nel
contempo descrittive,
e soprattutto un’estre-
ma perizia tecnica nel
dominio dei materiali:
le vetrate della cat-
tedrale di Char tres
(a lato), opera di una
bottega composita,
sono un capolavo-
ro assoluto di grazia
ed equilibrio. Esegui-
te fra il 1150 e il 1240,
sono celebrate anche
per il loro inimitabile
tono di blu. Occupano
una superficie di cir-
ca 7.000 mq, per un
totale di 176 finestre.
Fecero scuola e si dif-
fusero in tutta Europa.
Le vetrate più antiche
ancora integre sono
nella cattedrale tede-
sca di Augusta, le più
famose (oltre a quel-
le di Chartres) sono
quelle della Sainte-
Chapelle di Parigi, le
più vaste quelle del
Duomo di Milano.

43
Sotto CHIAVE

Oggetti di uso comune, ma anche appannaggio dei papi, delle matrone, dei conquistatori:
chiavi e serrature custodivano beni preziosi ed erano un vero status symbol

di Marco Dalla Fiora

E
Esperto di artigianato medievale
mblema del potere laico e reli-
gioso, oggetto apotropaico, status
symbol: la chiave attra-
versa la storia portan-
 fezionati dai fabbri del faraone Antef IV, 1600
anni prima di Cristo. Un interessante esempla-
re di serratura egizia, in legno, è conservato al
Museo Egizio di Torino, nella tomba dell’archi-
dosi dietro un duplice attributo, tetto Kha. Anche la Bibbia ne testimonia l’uti-
strumentale e simbolico. Partiamo lizzo nel mondo ebraico. Anche Greci e Romani
da quello strumentale e scegliamo come mettevano sotto chiave i tesori dei templi.
tappa iniziale del nostro viaggio il Vici- Nel Medioevo e nel Rinascimento, que-
no Oriente, perché le più antiche serratu- sti marchingegni smettono di essere
re conosciute, che risalgono a non meno di semplici ausili di sicurezza e diven-
4.000 anni fa, sono quelle del tempio di Sar- tano opere di alto artigianato, anzi
gon a Khorsabad, in Mesopotamia. Poi si va in d’arte. Magari a scapito della sicurez-
Egitto, alle tombe di Luxor e tra gli affreschi di za, ma poco importa: ormai è il simbolo
Karnak, perché chiavi e serrature furono per- a contare di più. Per avere chiusure più

44
Cose di unTestatina
tempo

affidabili ci si rivolge semmai agli arabi: furo- insieme ad altri utensili altrettanto simbolici: il Custodi
no proprio loro, infatti, a introdurre i lucchet- coltellino e le cesoie. Questo stesso costume si della città
ti basati su combinazioni. In Occidente, invece, ritrova in altre popolazioni nordiche e germa-
si continuò a preferire la classica chiave.
La serratura più diffusa ai giorni nostri, quella
piccola e piatta, sarebbe stata ideata nella secon-
niche, come ad esempio i Longobardi.

Un prezioso status symbol


L e chiavi come
simbolo della
libertà cittadina risal-
da metà dell’Ottocento dall’americano Linus D’altronde anche nell’antica Roma era diffu- gono al Medioevo,
Yale Jr: consisteva in un congegno fatto di tan- sa l’usanza di regalare alla futura moglie l’a- quando le serratu-
ti piccoli cilindri, che si abbassavano man mano nello-sigillo che apriva la cassaforte di casa: un re delle porte lungo
che vi si inseriva una chiave frastagliata su un dono prezioso, per mezzo del quale si affidava le mura venivano ser-
lato. Fino a quel momento, i meccanismi in uso alla donna la gestione dell’economia domestica, rate dal tramonto
erano stati decisamente meno complicati. a dimostrazione della piena fiducia in lei ripo- all’alba, per impedire
Uno dei contesti medievali più noti (grazie alla sta. Quindi la chiave era un simbolo, che ritro- ingressi o uscite. Ma
ricchezza dei ritrovamenti archeologici) è quel- viamo anche in altri contesti di grande portata la città si poteva chiu-
lo vichingo, con testimonianze che abbracciano e significato. Lo stemma papale, per esempio, dere anche di giorno,
un arco temporale che va dal IX al XI secolo. con le due chiavi incrociate, simbolo del legato per esempio in caso
Ad Helgö, in Svezia, scavi degli anni Cinquanta lasciato da Gesù a san Pietro. Oppure le chiavi di assedio. Nel basso
hanno portato alla luce un gran numero di luc- della città che si consegnano ai vincitori dell’as- Medioevo e nel Rina-
chetti e chiavi, databili tra Cinquecento e Otto- sedio, come oggi (più pacificamente) si danno scimento le chiavi
cento. Al di là dell’aspetto pratico, anche nella a una personalità importante che si vuole insi- erano due, custodi-
cultura vichinga le chiavi avevano un forte valo- gnire di un particolare onore. te una dal podestà e
re simbolico: erano infatti detenute per lo più Nel Medioevo, la chiave più diffusa è quella di l’altra dal comandan-
dalle donne e stavano ad indicarne il ruolo fon- tipo romano, sensibilmente più piccola rispet- te della guarnigione
damentale all’interno della società. L’usanza è to a quella greca. Naturalmente l’evoluzione è militare. Si offrivano
confermata anche dall’Edda, il celebre poema continua: le chiavi merovingie, piccole e con a un regnante o a un
norreno: quando una coppia si univa in matri- impugnatura ad anello, diventano più elabora- podestà in segno di
monio, la novella sposa riceveva le chiavi, sim- te dopo l’avvento dei Carolingi che, forti delle resa (qui sotto, nella
bolo del suo nuovo status di custode della casa loro raffinate abilità artigiane, si preoccupano conquista di Grana-
e della fattoria. Tale status era fieramente esibi- di abbellire anche i manufatti del vivere quo- da), o per donargli
to in pubblico appendendo le chiavi all’abito tidiano. Se le dimensioni restano più o meno il potere simbolico
sull’intera comunità.

Libri alla catena


P er evitare il furto di oggetti preziosissimi e
costosi come i manoscritti, le biblioteche prov-
vedevano a incatenare i volumi più importanti ai
banchi di consultazione o agli scaffali. Le catene
erano assicurate mediante un lucchetto, che pote-
va essere rimosso solo con la chiave.
La più antica biblioteca di questo tipo ancora esi-
stente è nella cattedrale di Hereford, in Inghilterra,
che ha oltre nove secoli, ma ce n’erano molte altre.
In Italia, la più grande è la Malatestiana di Cesena.

45
le stesse, le impugnature si
fanno ampie e riprendono Nessuna cintura di castità
temi della natura, come
le foglie, oppure sche-
mi geometrici asimme-
trici ripetuti. L’intera
composizione, inol-
tre, è contrappuntata
da disegni a bulino.
Nel resto d’Europa, a
partire dal XII secolo si
riscoprono e affinano le
antiche tecniche di lavora-
zione del ferro battuto.

Una produzione “industriale”


Con l’arte romanica, si inizano a forgiare chia- C ombinazioni
vi in ferro e non più in bronzo, e le dimensioni d’O riente
possono raggiungere anche i 25 cm; parallela- Chiavi e serrature
mente, si sviluppa la produzione di tenevano al sicuro
serrature applicate su porte non oggetti preziosi,
più in ferro ma in legno. Le documenti importanti
chiavi sono semplici, qua- e le reliquie dei santi.
si del tutto prive di Molti degli scrigni più
elementi ornamen- belli venivano dai Paesi
tali, con impugna-
ture grandi, che
le rendono più
islamici, come quello
qui sopra, che oltre
alla chiave prevede
A proposito di serrature e chiavi, uno dei
falsi storici più classici è la cintura di casti-
tà. Simbolo per eccellenza della sessuofobia
maneggevo- la conoscenza di una medievale, in realtà non è mai esistita, alme-
li. Poi arriva il combinazione segreta no così come viene tramandata dai film o dai
affidata a 4 rotelle. romanzi popolari. Consisteva in una cintura di
bande di metallo, rivestite internamente di pelle a
copertura dei genitali, con due piccole aperture
in corrispondenza degli orifizi, che permetteva-
no l’espletamento delle funzioni fisiologiche ma
impedivano la penetrazione.
La chiusura era garantita da una serratura o
da un lucchetto. Il cliché vuole che a introdurla
siano stati i cavalieri in partenza per le Crociate,
per assicurarsi la fedeltà delle mogli durante la
loro assenza ed evitare di ritrovarsi uno scomodo
fardello di prole illegittima. In realtà prima del
Quattrocento non se ne trova alcuna traccia.
La cintura di castità compare per la prima
volta nel 1405, nel Bellifortis di Konrad Kyeser,
per giunta in un contesto inequivocabilmente
ironico. Niente chiavi né lucchetti, dunque, per
mantenersi casti nel Medioevo: a inventare simi-
li diavolerie sarebbe stato il puritano Ottocento
inglese, che le imponeva soprattutto agli ado-
lescenti, sia maschi che femmine.

46
Cose di un tempo

In mano a san Pietro


L e chiavi per eccellenza sono quelle delle
porte del Paradiso, che vengono sempre
rappresentate in mano a san Pietro, e ne costi-
tuisconono l’attributo principale.
A dare all’apostolo una simile prerogativa
fu nientemeno che Cristo, come riportato dal
Vangelo secondo Matteo: «Beato te, Simone
figlio di Giona, perché non carne e
sangue te l’ha rivelato, ma il Padre
mio che è nei cieli. Ora anch’io ti
dico: tu sei Pietro, e su questa
pietra io edificherò la mia Chiesa,
e le porte degli inferi non prevar-
ranno contro di essa. E a te darò
le chiavi del regno dei cieli».
A partire dal XIII secolo, esse com-
paiono anche sullo stemma papale,
incrociate, una d’oro e l’altra d’argen-
to: rappresentano, rispettivamente, il
potere della Chiesa nel regno dei cieli
e quello spirituale sulla terra.

gotico: gli artigia-


ni francesi raggiungono vette ineguagliate nel-
la lavorazione dei metalli e ornano serramenti e
portali delle cattedrali con opere di rara bellezza
La chiave e complessità. Non solo chiavi, ma anche serra-
vichinga ture, toppe e maniglie vengono decorate con la
Nella tradizione massima raffinatezza: la perizia del cesello per-
scandinava, le chiavi mette di istoriare le forgiature con guglie, trafori
venivano consegnate di gigli, intagli di croci. Sono le chiavi dell’epoca
alle donne il giorno della Magna Charta e delle Crociate, rese uniche
del matrimonio, come dal loro anello romboidale e dall’ornato leggero.
simbolo del loro ruolo Al termine della gloriosa stagione del gotico, i
di custodi della casa procedimenti e le tecniche di esecuzione hanno
e della fattoria. ormai raggiunto un livello di perfezione tale da
non subire più alcun progresso fino alla fine del
Cinquecento, quando serviranno per chiudere
(e aprire) elaborati cassoni e forzieri. Nel Sette-
cento sarà la volta delle casseforti e poi si ini-
zierà a produrre le combinazioni. 

47
Battaglia di Poitiers

Quando
l’EUROPA
fermò l’ISLAM
Ottobre 732: Carlo Martello, re dei Franchi, sconfigge le armate arabo-berbere
e blocca l’invasione islamica dell’Europa occidentale. Ma fu davvero uno scontro
così decisivo come raccontano i libri di scuola?

di Riccardo Larcheri
Storico medievista


F
orse il giorno 7, forse il 10 di ottobre all’Europa, il più delle volte limitandosi a razziare e
dell’anno 732, sulla strada che da Poi- depredare le coste delle isole del Mediterraneo, del-
tiers portava verso Tours, si tenne uno la Francia meridionale e della penisola italiana. Il 19
scontro destinato a passare alla Sto- luglio 711, nei pressi di Jerez, un esercito di circa 8
ria. A fronteggiarsi nei campi intorno all’odierno mila berberi, provenienti dal califfato Ommayade e
villaggio di Moussais-la-Bataille (a una ventina di sbarcati dal Marocco sotto il comando di Tariq ibn
chilometri da Poitiers) furono l’esercito dei Fran- Ziyad, aveva sconfitto e ucciso l’ultimo re dei visigo-
chi, comandato dal maestro di palazzo Carlo (poi ti, Roderico. In pochi decenni era caduto in mano
detto Martello), e i musulmani del califfo Abd- islamica quasi tutto il territorio della penisola iberi-
ar-Rahmân. La vittoria arrise ai primi: gli invaso- ca, che si era costituito nel governatorato di al-Anda-
ri islamici furono ricacciati indietro e la battaglia lus. Restava esclusa solo la zona dei monti Cantabrici
divenne un mito perché, come qualcuno scrisse, e dei Pirenei dove, sfruttando l’ambiente impervio,
quel giorno la cristianità fu salva e l’espansione avevano trovato asilo i cristiani fuggiti dalla Castiglia
degli infedeli arrestata definitivamente. Ma le cose e dall’Aragona, unendosi ai baschi che vi abitavano
andarono proprio in questo modo, e questa bat- da sempre. Sui monti delle Asturie, nel 718, i berbe-
taglia fu davvero così decisiva per le sorti d’Euro- ri erano stati sconfitti e respinti dagli ultimi valoro-
pa? Oppure si tratta di un’esagerazione creata dai si avamposti scampati alla conquista: i vincitori, poi,
posteri per motivi politici, propagandistici e ide- avevano organizzato il nucleo della resistenza intor-
ologici? Cerchiamo di vederci più chiaro, come al no alla nascente città di Oviedo.
solito interrogando le fonti. Già dal 712-714, tuttavia, i musulmani aveva-
no iniziato a puntare verso nord: obiettivo la
I Saraceni verso Parigi Settimania, la regione gallica di Narbona
Prima, però, diremo due parole sul contesto sto- all’epoca in mano ai Visigoti. L’avevano
rico. L’VIII secolo si era aperto con l’invasione, da presa nel 720. Nel giro di poco, molte
parte degli musulmani, della Spagna. Prima di allo- altre città si erano arrese, spingendo
ra, i Saraceni si erano affacciati solo sporadicamente il governatore (wālī) Al-Samh ibn

48
Una battaglia
simbolica
Carlo Martello abbatte
con un colpo di mazza
Abd-ar-Rahmân:
il bronzetto
rappresenta la vittoria
decisiva dei cristiani
sull’Islam, una versione
dei fatti che si impose
nell’immaginario
collettivo a partire
dall’Ottocento.
A fronte, un tipico
elmo islamico.
ni dopo a Narbona), mentre l’esercito musulmano
era stato pesantemente decimato.
La disfatta, comunque, non aveva arrestato l’inva-
sione. Il nuovo governatore, Abd-ar-Rahmân, sape-
va infatti che Oddone era in pessimi rapporti con la
monarchia franca e in particolare con Carlo, mae-
stro di palazzo (ossia alto funzionario) di Austrasia
(la parte orientale del regno) e personaggio dal forte
carisma: egli di fatto governava al posto dei re mero-
vingi, a causa della loro inettitudine (nel caso di Teo- La Spagna, modello
dorico IV) o addirittura pazzia (Childerico III), e col d’integrazione
tempo si era guadagnato un vasto seguito. Siviglia, Cordova
Abd-ar-Rahmân pensava di poter sfruttare que- e Granada si rivelarono
ste tensioni a suo vantaggio e, grazie ai rifornimen- centri di ritrovo e dibattito
ti garantiti dal possesso del porto di Narbona, nel di intellettuali cristiani,
725 si era spinto fino in Borgogna per saccheggiare islamici ed ebrei.
Autun. Stretto tra due fuochi, Oddone aveva cerca- Nella Toledo riconquistata
to di allearsi con il comandante delle truppe berbe- dai cristiani, nel XII secolo,
re Uthman ibn Naissa detto “Munuza”, dandogli in l’arcivescovo Raimondo
sposa la figlia. Poco dopo, però, Munuza si era ribel- promosse la traduzione
lato allo stesso governatorato islamico per formare dall’arabo di libri di
uno Stato autonomo in Catalogna. Ne era seguita matematica e scienze;
una dura repressione e Abd-ar-Rahmân, dopo aver- i testi greci, dapprima
lo sconfitto e ucciso, si era diretto contro Oddone tradotti in arabo, furono
Malik al-Khawlani verso la ricca Aquitania, con l’in- per punirlo in quanto alleato del traditore. La città poi resi in castigliano
tento se non di conquistarla almeno di farvi bottino. di Bordeaux, dove il duca si era trincerato, era cadu- e latino. Questa feconda
Dopo aver cercato di prendere Bordeaux e spogliato ta ed era stata saccheggiata; poco dopo, sulla Garon- sintesi delle “tres
numerose chiese e santuari, si era diretto verso Tolo- na, l’esercito aquitano veniva travolto dalla cavalleria culturas” avvenne durante
sa, che aveva assediato nel 721. Quando stava per islamica obbligando lo stesso Oddone alla fuga. A il regno di Alfonso X
avere la meglio, però, il duca di Aquitania Oddone questo punto appariva chiaro che non c’era più alcu- il Savio (1221-84).
era riuscito a mettere insieme un corposo esercito e na possibilità di fronteggiare il pericolo da soli. L’u- Sotto, un castello
ad attaccare gli assedianti. Preso alle spalle, Al-Samh nica speranza era rappresentata da Carlo, anche se il in un codice della Spagna
era stato sconfitto e ferito (sarebbe morto pochi gior- suo intervento non avrebbe potuto prescindere dalla moresca. A sinistra,
l’esercito musulmano.
Battaglia di Poitiers

Gli islamici rinchiusi tra Franchi e Bizantini

POITIERS

C i sono altre date meno note, ma


probabilmente più importanti, nel
contesto degli scontri con l’islam, qui rap-
gobardo Paolo Diacono, «mentre i cittadini
con incessante assiduità gridavano a Dio,
gli assedianti furono decimati dalla fame,
presentato nella sua espansione. Nel 718, dal freddo, dalla guerra e dalla peste; e
per esempio, l’imperatore bizantino Leone non potendone più si allontanarono».
III l’Isaurico, dopo una resistenza durata Abbandonata Costantinopoli, attaccaro-
ben tre anni, riuscì a respingere i musul- no il popolo dei Bulgari, poi si rifugiarono
mani che assediavano Costantinopoli. sulle navi, ma trovarono la morte in mare
Secondo quanto riportato dal cronista lon- a causa di una tempesta.

Spade
sottomissione del riluttante duca all’autorità franca. contro asce be le parti. Leggiamoli. Secondo l’a-
Nell’autunno del 732 le truppe islamiche avanzava- Una delle armi nonima cronaca di Cordova, a lungo
no ormai indisturbate verso la Loira, rallentate solo caratteristiche erroneamente attribuita a Isidoro Pacen-
dalla necessità di garantirsi gli approvvigionamen- degli islamici se vescovo di Beja, «per quasi sette giorni le
ti. Loro intenzione era, stando a diverse fonti tra cui è la scimitarra, due armate si osservarono a vicenda attenden-
l’anonimo continuatore della cronaca di Fredegario, con la lama ricurva, do l’occasione giusta per attaccare. Poi giunse il
quella di puntare ai tesori custoditi nella celebre e ric- importata dai turchi momento di combattere. I Franchi formarono un
chissima abbazia di San Martino di Tours. dall’Oriente. fronte compatto come il Mare del Nord, così den-
A Poitiers, però, so da non poter essere smosso. E in tal modo rima-
La fine di Abd-ar-Rahmân fu usata la lama sero schierati, gli uni accanto agli altri, come in un
All’inizio di ottobre Carlo arrivò in Aquitania con dritta, mentre muro di ghiaccio, mentre a colpi di spada trucida-
l’intenzione di prendere l’esercito di Abd-ar-Rahmân i Franchi usavano vano i musulmani. Radunati intorno al loro capo, gli
alle spalle. Oltre ai Franchi, al suo comando c’era- anche le loro uomini d’Austrasia non temevano nulla, le braccia
no contingenti inviati dalla Svevia, mercenari prove- tipiche asce instancabili nell’affondare le spade in petto ai nemi-
nienti dalla Renania e altre forze eterogenee, tra cui da battaglia. ci. La notte separò i combattenti. I Franchi abbassa-
un gruppo di Longobardi mandati dal re Liutpran- rono malvolentieri le lame, ma guardando le tende
do. I particolari dello scontro, che avvenne tra Tours dei musulmani che si perdevano alla vista sapevano
e Poitiers, ci sono noti grazie ai resoconti di entram- che avrebbero dovuto prepararsi ad affrontare un

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“I Franchi formarono un fronte compatto come il Mare del Nord, così denso da non poter essere smosso.
Rimasero schierati, gli uni accanto agli altri, come in un muro di ghiaccio.”
Anonima cronaca di Cordova

nuovo giorno di battaglia». La mattina dopo, mol- vata da Allah per i loro eccessi. «Abd-ar-Rahmân, con
to presto, videro il campo nemico in perfetto ordine. La punizione di Allah altri cavalieri saggi, si accorse del disordine che regna-
Allora decisero di inviare alcune spie a ispezionarlo, contro gli eccessi va tra i suoi, ebbri di bottino fino a scoppiare. Però
ma con somma sorpresa lo trovarono completamen- Un’anonima cronaca non volle far loro dispiacere ordinando di abbando-
te vuoto. Durante la notte, continua a raccontare il araba attribuisce nare tutto eccetto le armi e i cavalli di battaglia. Egli
cronista, «i Saraceni si erano dileguati in silenzio per la colpa della sconfitta infatti confidava nel valore dei soldati e nella fortu-
fare ritorno in patria. Gli europei, scettici e spaven- agli stessi islamici, na che fino a quel momento lo aveva assistito. Ma
tati, temendo che fossero soltanto nascosti e pronti colpevoli di ingordigia la mancanza di disciplina purtroppo, è sempre fata-
a piombar loro addosso in un’imboscata, mandaro- perché pensavano le agli eserciti. Abd-ar-Rahmân e i suoi attaccarono
no esploratori ovunque, ma non trovarono assoluta- troppo al bottino. Tours per prendere altro bottino, scagliandosi con-
mente nulla. Allora, senza più curarsi di inseguire il Allah li avrebbe dunque tro gli abitanti inermi con la furia e la crudeltà di tigri
nemico, si accontentarono di spartirsi il bottino e se puniti con la disfatta. rabbiose. Era certo che per questi eccessi si sarebbe
ne tornarono soddisfatti a casa». Sopra, la battaglia abbattuto su di loro il castigo divino. E infatti la for-
Alcuni particolari del resoconto cristiano sono di Poitiers nell’omonimo tuna voltò loro le spalle». Ciò fu evidente al momento
riportati anche da un’anonima ma dettagliata cronaca quadro di Carl von dello scontro. Continua l’anonimo: «Il cuore di Abd-
araba, che interpreta la disfatta come punizione riser- Steuben (1780-1856). ar-Rahmân, dei suoi comandanti e dei suoi uomini

52
Battaglia di Poitiers

traboccava di furioso orgoglio. Furono loro i pri-


Carlo, da maestro mi ad attaccare. I cavalieri si gettarono con ferocia Epica lotta o scaramuccia?
di palazzo a monarca contro i battaglioni franchi, che resistettero valoro-
All’epoca dello scontro,
Carlo non era il sovrano
dei Franchi, bensì
samente. Caddero in molti da ambo le parti, fino
al tramonto, quando la notte li divise». Ciò che
avvenne la mattina dopo, alla ripresa delle ostilità,
T ra Ottocento e Novecento molti storici han-
no attribuito alla battaglia di Poitiers un
ruolo decisivo per le sorti dell’Europa. Ancor pri-
il maggiordomo secondo il cronista arabo fu ben diverso rispetto a ma lo aveva già fatto l’inglese Edward Gibbon,
(o maestro di palazzo) quanto riportato dai cristiani. I musulmani incalza- che scrisse: «La vittoriosa avanzata dei Sarace-
dei sovrani merovingi. rono a tal punto che la cavalleria si fece largo varie ni aveva superato le mille miglia, dallo scoglio di
Sovrintendeva volte nel cuore dell’esercito nemico. Qualcosa però Gibilterra alle rive della Loira; un’altra avanzata
al palazzo reale, andò storto. «Molti iniziaro- come quella li avrebbe condotti ai confini della
cuore amministrativo no a temere per la sorte del Polonia e ai monti della Scozia». E se Carlo non
del regno. Il successo bottino che avevano stipato li avesse fermati, «nelle scuole di Oxford oggi si
a Poitiers gli diede nelle tende. Non appena spiegherebbe il Corano e dai suoi pulpiti si dimo-
immensa popolarità corse voce che i nemici strerebbe a un popolo circonciso la santità e la
e gettò le basi stavano saccheggiando il verità della rivelazione di Maometto».
per la presa campo, interi reparti di Pur senza ricorrere a toni tanto retorici, con
di potere da parte cavalleria lasciarono la lui si sono trovati d’accordo, in tempi più recen-
della sua famiglia. mischia per cor- ti, Paul Davis («Se i musulmani avessero vinto
rere a pro- a Tours, è difficile immaginare come si sareb-
teggere be potuta organizzare la popolazione in Europa
le ten- per resistere loro») e William E. Watson.
Ma molti altri storici, da Henri Pirenne
ai più contemporanei Philip Hitti, Fran-
co Cardini e Alessandro Barbero, sono
di tutt’altra opinione. Secondo la loro
lettura, si dovrebbe certamente sminui-
re l’entità dello scontro, che in fin dei conti
è stato poco più che una scaramuccia, e
come tale non ha avuto conseguenze per
nulla decisive sul destino dell’Europa e del-
le popolazioni che la abitano.

La francisca,
arma letale
Caratteristica dei
Franchi, e che da
loro prende il nome
(o viceversa), è
l’ascia francisca.
Non era certo quella
rappresentata in questa
scultura ottocentesca,
che mostra un Carlo
Martello di fantasia: più
corta, aveva la testa di
ferro non bipenne
ed era utilizzata come
arma da lancio.

53
Battaglia di Poitiers

de, dando l’impressione di essere pronti alla riti- lato il peso in ben 34 chilogrammi), mentre viceversa
rata. A quel punto, il resto dell’esercito sbandò. Note salaci la cavalleria di Abd-ar-Rahmân, pur armata di lun-
Abd-ar-Rahmân cercò di calmare gli animi e ripor- ghe lance e spade, era equipaggiata alla leggera e in
tare gli uomini alla battaglia, ma venne intercetta-
to dai Franchi, che lo circondarono e lo trafissero a
colpi di lancia. Poco dopo spirò». La cronaca di St.
N el 1963, la
campgna fran-
ca contro gli islamici
maniera insufficiente a penetrare il fitto muro di scu-
di. È inoltre certamente possibile che Carlo abbia
mandato spie o esploratori nel campo avversario allo
Denis aggiunge il particolare che Oddone si abbatté ispirò la famosa can- scopo di creare il caos, liberando i prigionieri e recu-
sul nemico in fuga, lo raggiunse al campo e fece un zone di Fabrizio De perando parte del bottino. Ciò avrebbe quindi spinto
gran numero di morti. E il luogo dell’evento sareb- André (le parole sono la cavalleria a lasciare la battaglia dando l’impressio-
be stato ricordato da una cronaca andalusa come di Paolo V illaggio) ne della ritirata, seminando il panico tra i musulmani
Balat al-Shuhada, “la via dei martiri”. Carlo Martello ritor- e consentendo ai Franchi di ottenere la vittoria fina-
na dalla battaglia di le. Morto Abd-ar-Rahmân, i suoi ripiegarono al cam-
La rivincita della fanteria Poitiers. Cantautore po incalzati da Oddone, mentre i Franchi restarono
Le cronache appena riportate, interessanti per la e comico si diverto- di guardia in attesa dello spuntare del giorno e del-
ricchezza di particolari, sono anche piuttosto atten- no a sbeffeggiare il la ripresa delle ostilità. Che però non ci fu: la matti-
dibili. Le divergenze sono tali solo in apparenza: re (in realtà all’epo- na dopo, gli esploratori riferirono che le tende erano
semplicemente, il resoconto franco comprime l’a- ca ancora maestro di ancora tutte al loro posto, ma in compenso dei nemi-
zione in un solo giorno, mentre quello arabo lo dila- palazzo), che dopo ci non vi era più nemmeno l’ombra.
ta a due. Come andarono dunque le cose? Sembra aver vinto le grazie di
chiaro che Carlo, conscio delle difficoltà incontrate una pulzella leggiadra Uno scontro limitato
dagli islamici nel garantirsi i rifornimenti e sospet- scopre trattarsi di una Le fonti sono molto meno attendibili riguardo alle
tando che mancassero dell’equipaggiamento neces- semplice prostituta. perdite. La cronaca di St. Denis, che già testimonia
sario ad affrontare l’inverno ormai alle porte, sbarrò Allorché la fanciul- l’uscita dell’evento dalla Storia per entrare nel mito
loro la strada con l’intenzione di rallentarne il passo. la pretende il saldo e nella leggenda, sostiene che Carlo trucidò in batta-
Sapeva inoltre che la forza principale dei nemici era della prestazione, il glia non meno di 300 mila uomini, perdendone vice-
costituita dalla cavalleria, ragion per cui collocò le sue prode guerriero fug- versa soltanto 1.500 e facendo un gran bottino. In
truppe (che erano costituite, invece, soprattutto da ge al galoppo gambe realtà, le forze in campo furono molto più limitate:
fanteria pesante) a ridosso di una collina boscosa, in levate: «Ciò detto agì secondo recentissime stime, pare si possa parlare di
modo che al momento dell’attacco la loro pericolo- da gran cialtrone, / circa 20-25 mila islamici e 15-20.000 Franchi; le per-
sità risultasse spuntata. Lo schieramento era inoltre con balzo da leone dite furono all’incirca un decimo per le truppe cristia-
protetto ai lati dalla confluenza di due fiumi, il Clain e / in sella si lanciò. / ne e metà per quelle musulmane. La vittoria di Carlo
il Vienne. Al contrario, Abd-ar-Rahmân aveva poche Frustando il cavallo ebbe vasta eco già presso i contemporanei. Il citato
informazioni circa l’effettiva consistenza numeri- come un ciuco, / tra i anonimo cronista di Cordova usò per la prima volta
ca dei Franchi. Incalzati dal trascorrere inesorabile glicini e il sambuco / il termine “Europeenses” per definire l’esercito dei
del tempo, i musulmani furono dunque costretti ad il re si dileguò». Franchi e dei loro alleati, quasi a voler indicare una
attaccare prima che fosse tar- presa di coscienza col-
di. Ed ebbero la peggio. lettiva rispetto alla solita
Poitiers fu in effetti una limitazione territoriale in
delle poche battaglie in cui un’occasione storica. Il
un esercito formato per lo grande erudito Beda il
più da fanti riuscì ad ave- Venerabile, autore della
re la meglio sulla cavalleria. Storia ecclesiastica degli
Le motivazioni vanno cerca- Angli, definì l’invasio-
te nel fatto che i contingen- ne dei Saraceni «una
ti franchi erano costituiti da peste terribile, che deva-
uomini di grande esperien- stò la Francia con mas-
za, che avevano combattuto sacri orrendi» e salutò
con Carlo per oltre dieci anni con sollievo il fatto che
,legandosi a lui indissolubil- non molto tempo dopo
mente. Schierati a falange, essi «ricevettero la giu-
erano dotati di lance, ascia sta punizione per la loro
francisca e armatura pesante crudeltà». E non fu cer-
(lo storico Davis ne ha calco- to l’unico. Questi reso-

54
Battaglia di Poitiers

“I cavalieri si gettarono con ferocia contro i battaglioni franchi,


che resistettero valorosamente. Caddero in molti da ambo le parti.”
Anonima cronaca araba

conti contribuirono a far sì che, soprattutto tra saccheggio di Avignone e Arles (744): in cambio Car-
Ottocento e Novecento, la battaglia di Poitiers lo si astenne dall’intervenire contro di lui nonostante
fosse mitizzata come scontro di civiltà e Carlo ele- le pressanti richieste del papa, ormai deciso a sbaraz-
vato a baluardo della cristianità contro la minac- zarsi dell’ingombrante presenza longobarda in Italia.
cia musulmana. Oggi la posizione degli storici è Quel che è certo è che i contemporanei videro nel-
molto più scettica a riguardo, e i più lo considera- la vittoria di Carlo una sorta di “investitura divina”,
no semplicemente uno dei tanti scontri che oppo- che gettava le basi per la definitiva presa del potere da
sero i musulmani ai regni cristiani. Da interpretare parte sua e della sua casata. Ciò è esemplificato con
solo come un episodio della strategia di conquista chiarezza dal già citato cronista di St. Denis quando
dell’Aquitania intrapresa da Carlo ai danni di Oddo- riporta che Carlo fu soprannominato “Martello” pro-
Tra elmi ne, per estendere e consolidare il suo potere. prio «perché colpì il nemico come un maglio di ferro,
e martelli Dopo Poitiers, la minaccia islamica, pur non arri- di acciaio o di qualsiasi altro metallo». Certo, egli salì
La Cronaca di St. Denis vando mai più così a nord, non si arrestò. I Sarace- illegittimamente sul trono dei Franchi (rimanendovi
soprannominò Carlo ni continuarono a depredare le coste delle isole e del per quattro anni, fino alla morte), ma fu grazie al suo
“Martello”, «perché sud della Gallia, spingendo il re longobardo Liut- prestigio che il figlio Pipino il Breve poté deporre l’ul-
colpì il nemico come un prando a intervenire in Sardegna per salvare le reli- timo inetto sovrano della secolare dinastia merovin-
maglio di ferro». quie di sant’Agostino dai predoni, seppellite poi a gia, Childerico III, e cingere egli stesso la corona. A
Pavia con tutti gli onori. Nel 737, il sovrano tornò portare a compimento il trionfo della dinastia avreb-
a sostenere Carlo contro i Saraceni in una battaglia be provveduto poi il nipote Carlo (futuro Magno),
non lontano da Narbona, e poi ancora in seguito al fondando, nell’800, il Sacro Romano Impero. 

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56
Giochi

SCACCO
alla noia
I giochi di carte, dadi e pedine vengono dall’Oriente,
ma si diffondono presto in tutta Europa,
sia nelle corti raffinate che nelle sordide taverne

di Andrea Angiolino
Esperto di storia dei giochi da tavolo


A
lfonso X il Saggio, re di Castiglia e León dal 1252 al 1284, si è dav-
vero meritato il suo soprannome: si circondava infatti di studiosi
di ogni sorta e si occupava lui stesso di scrivere libri. A sottoline-
are come il gioco da tavolo avesse un ruolo importante nella vita
medievale, ci resta un volume di 96 pagine in pergamena fatto realizzare pro-
prio sotto la sua direzione e alla cui lavorazione egli contribuì personalmente:
il Libro de los juegos. Tutti i possibili divertimenti vi appaiono suddivisi in tre
categorie: quelli da fare a cavallo, quelli da fare in piedi e quelli da fare sedu-
ti. Questi ultimi sono gli unici esaminati nelle sue pagine. Il trattato spiega nel
dettaglio le regole di numerosi passatempi, fornendo anche gli schemi illustrati
per ricostruirne le plance. Le ricche illustrazioni, però, non servono solamente
a questo: raffigurano anche problemi di scacchi e partite in corso, così come
allegorie che legano le dinamiche dei giochi alla vita dell’uomo e dell’universo.

Machiavelli si “ingaglioffa” con il backgammon


L’uomo medievale eredita la passione per il gioco dall’antica Roma. I dadi,
per esempio, già noti agli Egizi, si fabbricano fin dall’antichità nella forma
attuale e cioè marcando i numeri con puntini e distribuendoli in modo che le
facce opposte diano sempre come somma 7. Durante il Medioevo, si usano in
giochi d’azzardo che gli statuti dei Comuni italiani tentano di proibire, o alme-
no limitare, perché spesso causa di rovina economica, risse, delitti. Questo non
impedisce, però, di giocare ovunque e in ogni occasione. Si tratta di giochi di
pura fortuna, degni del volgo. Il più celebre è la zara, cui accenna anche Dan-
te Alighieri nel Purgatorio. Il libro di Alfonso X dedica loro spazio, citandone
una dozzina. Nelle illustrazioni, dove solitamente sono rappresentati uomini
di corte e lo stesso re intenti al gioco, sono gli unici in cui i partecipanti appa-
iano nelle vesti di plebei, oppure di cavalieri denudati.
Se gli scacchi sono la massima applicazione dell’intelligenza, i dadi rappresen-
tano l’uomo fatalista che subisce gli eventi. Ma si trovano anche in giochi più
ricchi e complessi, che impegnano l’ingegno e il senso strategico dei parteci-
panti: per Alfonso X sono la metafora di una perfetta sintesi tra libero arbitrio
e destino. La Chiesa, comunque, non li tollera. San Bernardino da Siena, dopo i

57
Il manuale spagnolo
suoi sermo- del perfetto scacchista trac. Ne parla Niccolò Machiavelli in una celebre
ni infuoca- Il Libro de los juegos lettera spedita il 10 dicembre 1513 dalle campagne
ti, fa bruciare fu realizzato tra il 1262 di Firenze, in cui descrive la sua vita rustica, dove
sulla pubblica e il 1283, su commissione di giorno si “ingaglioffa” a questo gioco in taver-
piazza i tavolieri, di Alfonso X il Saggio. na con mugnai, macellai e fornai. Poi torna a casa
insieme a carte da gioco e dadi. In esso sono descritti e, vestitosi con i panni migliori, trascorre la notte
Il più diffuso tra i giochi da tavolo che utilizza- diversi giochi da tavolo, leggendo i libri dei grandi del passato.
no i dadi è quello oggi conosciuto come backgam- molti dei quali importati
mon. Già dai tempi dei Romani (che lo chiamano dal mondo musulmano. Intelligenza contro fortuna
tabula o alea), si gioca su un tipico tavoliere sul Nella pagina a fronte, Il passaggio di giochi dall’Oriente attraverso il
quale sono segnate 24 frecce. Ne sono grandi due nobili tedeschi mondo arabo è massiccio, in quell’epoca, e riguar-
appassionati Claudio, Nerone, Zenone di Bisanzio. giocano a tavola reale da anche specialità di enorme successo come gli
Le pedine si muovono attraverso tutto il percor- (l’attuale backgammon) scacchi e le carte. I primi prendono forma in India
so, rimandando alla partenza quelle dell’avversario nel Codice Manesse, e poi passano in Persia con il nome di chatrang. Lì
incontrate sul cammino. In Persia si gioca il narn, del XIII secolo. gli arabi battezzano il gioco shatranj e lo diffondo-
una variante diversa da quella della Roma impe- no ulteriormente, nobilitandolo con analisi mate-
riale, che utilizza due dadi anziché tre e una dispo- matiche e invenzione di problemi: l’obiettivo è
sizione iniziale di pedine uguale a quella odierna: quello di esaltarne gli aspetti di sfida all’intelligen-
sono innovazioni che arrivano in Europa con ogni za contro l’idea di gioco d’azzardo, che è proibito
probabilità grazie ai Crociati di ritorno dalla Terra- dal Corano. A loro si deve, per esempio, il celebre
santa, e vengono adottate in tutto il continente. In quesito che chiede di percorrere tutta la scacchie-
Italia il gioco è noto come tavola, tavola reale, tric- ra con un cavallo in sessantatré salti: da qui origi-

58
Giochi

na la leggenda secondo cui l’inventore del gioco


avrebbe domandato come compenso al re india-
no Shihram un chicco di riso per la prima casella
della scacchiera, due per la seconda, quattro per
la terza e così via. Il sovrano lo avrebbe accordato
immediatamente, ritenendolo una richiesta mode-
sta. Salvo poi accorgersi, a conti fatti, che sareb-
bero serviti oltre 18 miliardi di miliardi di chicchi.

Un dono per Carlo Magno


Gli scacchi conosciuti nel Medioevo sono gli
stessi praticati oggi, a parte piccole differenze:
per esempio, non si poteva avanzare il pedone di
due caselle alla prima mossa. Inoltre non vi era-
no ancora le regine, capaci di percorrere in una
sola mossa tutta la scacchiera in qualsiasi dire-
zione, ma solo “primi ministri”, detti ferse, che
potevano spostarsi di una sola casella in diagona-
le. Queste innovazioni nelle regole arrivano a fine
Quattrocento. Le ritroviamo nel De ludo scacho-
rum, un saggio presumibilmente scritto dal mate-
matico Luca Pacioli. In esso figurano illustrazioni
attribuite a Leonardo da Vinci: non solo schemi
di gioco, ma anche il progetto di pezzi in uno sti-
le nuovo, più moderno e funzionale.
Non è ben chiaro se gli scacchi arrivino dap-
prima in Spagna e in Sicilia, zone di occupazione
araba, e da lì si diffondano in Europa; oppure se
siano stati ancora una volta i Crociati a introdurne
la pratica, come farebbe pensare la loro diffusione
più o meno contemporanea in tutto l’Occidente.
Intrigante (ma certamente falso) l’aneddoto secon-
do cui il gioco sarebbe arrivato da Bisanzio, dono
dell’imperatrice Irene a Carlo Magno in vista del
loro matrimonio, che avrebbe riunificato gli impe-
ri di Oriente e Occidente. Re Carlo inizialmente

Dal cammello alla torre

S i sono conservate molte scacchiere con i


relativi pezzi in avorio, materiale di cui era-
no fatti gli scacchi orientali. Rispetto ai modelli,
gli unici a rimanere invariati sono stati re, cavallo e
pedoni. L’elefante (ualfil in arabo) si è trasformato
in uomo (alfiere in Italia, folle in Francia, vescovo
in Inghilterra), il cammello (rukh) è diventato torre
(rochus), il visir (fers) si è tramutato in regina (fiers,
la vergine). E tali sono rimasti fino ai giorni nostri.
A lato, i celebri scacchi di Lewis, fabbricati in
Scandinavia (forse in Norvegia) nel XII secolo con
avorio ricavato da zanne di tricheco.

59
apprezza il dono, ma poi si accorge che nella ver- e diagonali: le pedine si muovono di una casella
Il filetto sione di Irene i due “primi ministri” sono sostituiti e mangiano quelle avversarie saltandole . Intorno
da regine, pezzi più potenti dello stesso re. Da ciò all’anno Mille i provenzali lo adattano alla scac-

L a tavola mulino
(tre quadrati con-
centrici tagliati da linee
deduce che la vita coniugale con lei sarebbe un
inferno e manda a monte le nozze.
La leggenda ci dimostra come i giochi possa-
chiera, creando così il gioco delle fierges. Due
secoli dopo aggiungono la regola per cui la pedi-
na giunta in fondo alla scacchiera viene promossa
perpendicolari) si trova no essere usati per comprendere la mentalità di a dama e realizzano così il jeu aux dames, a tut-
ovunque fin dall’an- chi li ha ideati e li pratica. Gli scacchi rappresen- ti gli effetti la nostra dama: in Inghilterra è cita-
tichità: dall’Acropoli tano perfettamente una battaglia campale come ta per la prima volta, con il nome francese, a fine
di Atene alle basiliche se ne combattono da secoli nelle pianure di tut- Trecento nel poema Sir Ferumbras, che racconta
romane, dalle navi to il mondo, con alcuni pezzi nobili e una massa le imprese dell’eroico condottiero Fierabraccia.
vichinghe alle cattedra- di fanterie; la primissima versione, il chaturanga Molto diffusa è anche la tavola mulino, che
li gotiche. Per molti è indiano, richiama nei suoi pezzi le quattro armi oggi chiamiamo filetto, tria o tela e
un semplice schema in cui è diviso il chaturangabala, l’esercito spesso troviamo sul retro delle
di gioco, per alcuni un dell’India antica: fanteria, cavalleria, ele- nostre scacchiere. L’usanza
simbolo magico lega- fanti e carri da guerra. I vichinghi, inve- è antica: già nel Trecento
to anche ai Templari (la ce, giocano a hnefatafl: al centro della si confezionano tavolieri
“triplice cinta” rappre- scacchiera c’è un re con un pugno a scatola che contengo-
senterebbe i tre gradi di fide guardie e deve riu- no le pedine. Riportano
delle iniziazioni miste- scire a scappare ai bordi, la scacchiera da un lato,
riche, ma anche le tre evitando naturalmente di la tavola mulino dall’altro
cinte di mura druidiche farsi intrappolare dall’eser- e, una volta aperte, rivelano
dei Celti, della capita- cito attaccante. Un’idea di all’interno il tavoliere del tric-
le di Atlantide o della guerra ben diversa da quel- trac. Il piano di gioco della tavo-
Gerusalemme Celeste). la a cui siamo abituati, e che la mulino è formato da tre quadrati concentrici,
A sostegno della lettu- ricorda più un’incusione che tagliati a metà da linee perpendicolari: a turno si
ra esoterica, a volte lo una vera e propria battaglia. piazza una delle proprie nove pedine, poi si muo-
schema è inciso in verti- ve cercando di allinearne tre. Ogni volta che ci si
cale, quindi inutilizzabile Dama e altri svaghi da faraone riesce, si mangia una pedina avversaria. Alfonso X
come tavoliere di gioco. Se i giochi d’azzardo puro vengono repressi da ne cita una variante in cui i punti del tavoliere sono
Ma spesso sulle chie- leggi e statuti, gli scacchi sono invece tollerati e numerati e la posizione iniziale dei pezzi si determi-
se medievali anche la considerati degni di nobili e teste coronate. Il trat- na con i dadi. Il gioco è antichissimo e ve ne sono
scacchiera (certamen- tato di Alfonso X ne cita diverse varianti, tra cui gli testimonianze sia in Egitto che nel mondo celtico.
te ludica) è verticale. scacchi a dieci caselle e gli scacchi “delle quattro Gli inglesi lo chiamano nine men morris, dal nume-
Come sul lato sinistro stagioni”, giocati in quattro persone e con poste ro di pedine, così come definiscono six men morris
del Duomo di Geno- in denaro per ogni cattura di pezzo. la versione diffusa nel Medioevo anche in Italia e
va: pare che intarsiarla Tra gli altri giochi del trattato spicca l’alquer- Francia, con sei pedine e due soli quadrati.
sia stata la punizione que, che risale almeno al XV secolo a.C. (ne sono Il three men morris è però tutto un altro gioco,
inflitta dal capomastro stati ritrovati alcuni esemplari in Egitto): si pra- antico ma praticato ancora oggi: il tris, che noi
a un lavorante troppo tica su un tavoliere formato da cinque file di cin- chiamiamo anche filetto. Su un tavoliere suddivi-
appassionato di giochi. que punti collegati da linee orizzontali, verticali so in nove caselle si piazzano e poi muovono tre

60
Giochi

“Parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi?”
Baldassarre Castiglione, “Il Cortegiano” (1528)

pedine: per vincere, bisogna riuscire ad allinearle. per realizzarne due esemplari. Sullo
Un altro gioco da tavoliere assai popolare all’e- stesso tavoliere si gioca al solitario: tut-
poca è quello che chiamiamo “La volpe e le oche”. te le caselle sono occupate, tranne una,
Su un tavoliere a forma di croce, un giocatore ha e a ogni mossa occorre mangiare un pez-
molte oche, il cui numero varia a seconda degli zo, saltandolo, fino a restare con una sola pedina. Gli eleganti naibi
usi locali: possono solo avanzare e devono blocca- dai quattro semi
re l’unica pedina avversaria (una volpe, appunto), Le banconote diventano “denari” Deriva dall’arabo na’ib
che ha il vantaggio di poterle mangiare saltandole. Le carte da gioco si diffondono velocemente e il nome del mazzo a tre
In Islanda si pratica già dal Trecento con il nome conquistano l’uomo medievale. Come gli scacchi, figure, di cui due erano
di hala-tafl (Gioco della volpe). Nella seconda anch’esse ci arrivano da Oriente: pare che l’in- alti dignitari. Nei Bari del
metà del Quattrocento, Edoardo IV d’Inghilter- venzione sia cinese. La leggenda vuole che una Caravaggio (1594) i semi
ra fa produrre due volpi e ventisei cani d’argento signora, per evitare che il marito si tormentas- sono già quelli moderni.

61
I cosiddetti
arcani maggiori
Gli arcani maggiori
(o trionfi) dei tarocchi
sono usati anche
a scopo divinatorio.
Sono in tutto 21, più il
Matto, che in genere Partita con la morte
non porta numero.

L a scena più celebre del Settimo sigillo di Ingmar


Bergman (1957) rappresenta una partita a scac-
chi con la Morte. Probabilmente il regista si ispirò
agli affreschi di Albertus Pictor (1440-1507) , custo-
diti nella chiesa di Täby, in Svezia (a sinistra).
Nell’iconografia tardomedievale la Morte
compare spesso accanto ai giocatori, a
indicare l’ineluttabilità della fine: finché la
partita dura, l’uomo è salvo, ma quando
il tempo scade, la vittoria arride, sempre
e comunque, alla Nera Signora.

Opere d’arte
se fastidiosamente la barba, avesse creato questo da giocare
gioco per tenergli occupate le mani. Più verosi- Se le carte “popolari”
milmente, i Cinesi, che dal VI secolo iniziano a erano illustrate
utilizzare le banconote negli scambi, si metto- con grande realismo,
no a utilizzarle per il gioco d’azzardo. In segui- quelle dei nobili
to, per evitare di usurarle, le avrebbero sostituite erano più raffinate.
con apposite carte da gioco. Poi la pratica sareb- A realizzarle erano
be passata al mondo arabo e da lì in Europa, con artisti importanti,
modalità non ben documentate: c’è chi ne fa risa- come nel caso
lire la diffusione agli zingari e chi, come per gli dei tarocchi Visconti-
scacchi, ai Crociati o alle occupazioni islamiche. Sforza (XV secolo),
In ogni caso, a un primo tipo di carte dotate di oppure di quelli qui
sole immagini si sarebbero sostituiti i naibi, con i accanto, realizzati
semi di coppe, denari, bastoni e spade: non sareb- da Nicola di Maestro
bero altro che l’evoluzione dei simboli usati sulla Antonio di Ancona
cartamoneta cinese per indicare il valore nomina- (ca. 1490).
le. Se il nome “naibi” appare per la prima volta
in un rimario catalano, il Llibre de Concordances
di Jaume March, del gioco abbiamo testimonian-
ze innanzitutto in Italia. Il 23 marzo 1377, Firenze

62
Giochi

zioni allegoriche, come la Papessa, gli Amanti,


Veri tarocchi la Morte. Varie città potrebbero esserne la culla:
Mantova, Bologna, Ferrara, Milano. Di certo è

N ell’immaginario
attuale, i tarocchi
sono roba da carto-
un gioco destinato alla corte: i primi mazzi sono
costosi, con carte dipinte a mano. Anche quan-
do si passa alla stampa, restano pregiati: si rea-
manti. In Italia ormai lizzano con lastre di rame, e non di legno come
ci si gioca soltanto a per le carte da gioco correnti.
Bologna e in poche Solo nel Cinquecento i tarocchi passano dall’I-
zone del Piemon- talia in Francia, e da lì nel resto d’Europa, ma
te e della Sicilia: per conservando comunque a lungo i semi italiani di
la maggior parte del- bastoni, spade, coppe e denari. A Firenze se ne
le persone non sono sviluppa una variante con un mazzo che raggiun-
altro che uno scre- ge 97 carte, le minchiate: i trionfi diventano 41
ditato strumento di aggiungendo ulteriori figure, tra cui tutti i segni
divinazione. La col- zodiacali. Pietro Aretino li rende protagonisti
pa è dei francesi. Nel delle Carte parlanti, un dialogo tra i tarocchi e il
1781, un certo Antoi- cartaio che li produce. Ma ormai siamo nel Cin-
ne Court de Gébelin quecento: per il Medioevo i “giochi” sono davve-
scrive un volume in ro fatti: è iniziato il Rinascimento. 
cui definisce i tarocchi
«il libro geroglifico di
Thoth», che sarebbe
servito ai sacerdoti
egizi per racchiudere
le più segrete cono-
scenze umane e
i simboli della loro
mitologia. Subi-
to dopo, l’indovino e
cartomante Etteilla,
al secolo Jean-Bap-
tiste Alliette, realizza
proibisce il gioco «qui vocatur naibbe» e Sie- un apposito mazzo di
na fa lo stesso pochi mesi dopo. Nel 1379 i nai- tarocchi per la lettu-
bi arrivano a Viterbo, secondo una cronaca di ra del futuro, che ne
cent’anni dopo redatta dal mercante Giovan- segna definitivamente
ni di Iuzzo di Covelluzzo, che attribuisce loro l’ingresso nella carto-
origini arabe. Svizzeri e tedeschi sperimentano manzia. I tarocchi si
molte variazioni di semi e figure, ma l’evoluzio- “leggono“ dunque da
ne di maggior successo è quella francese: ven- poco più di due secoli:
gono introdotti i semi di quadri, cuori, fiori e ben poca cosa rispet-
picche, più stilizzati e agevolmente riproduci- to al tempo in cui sono
bili a stampa, in quanto prevedono un solo serviti per uno
colore per ciascuna carta. scopo ben più
nobile, e cioè
Le minchiate fiorentine per giocarci,
In Italia settentrionale, negli anni come oggi si
Venti o Trenta del XV secolo, nasco- continua a
no anche i tarocchi: uno speciale maz- fare in diver-
zo di carte che ne prevede 14 per ogni s e re g i o n i
seme (dall’asso al 10, più quattro figure) d’Europa.
oltre a 22 trionfi, che riportano illustra-

63
la SCALA reale
Vassalli, valvassori, valvassini: la scuola insegna
che il mondo medievale era gerarchico
e immutabile, basato su una piramide che dal re
scendeva giù, fino al servo della gleba.
Ma le cose non stavano proprio così

Elena Percivaldi
Storica medievista

64
Il sistema feudale

A
l solo udire la parola “feudalesimo” nici più importanti di circondarsi di guerrieri a
(che per tutti noi è praticamente loro fedeli e l’aveva chiamata comitatus, perché
sinonimo di Medioevo), ecco che (questo è il significato della parola in latino) si
nella mente si fa strada l’immagine trattava di un gruppo di uomini scelti dal “re”
di una piramide. Al vertice stava il re e sotto di per accompagnarlo nelle sue imprese. Un’istitu-
lui, in ordine gerarchico, duchi, marchesi, con- zione simile esisteva anche presso i Romani: era
ti, e così via. Da questi, a loro volta, dipendeva- il piccolo esercito che seguiva gli imperatori nei
no figure minori dall’entità spesso sfuggente: i loro spostamenti e che, dopo la riforma di Dio-
famosi vassalli, valvassori e valvassini di libresca cleziano e Costantino, fu chiamato a dare il suo
memoria. Alla base dell’intero sistema, umile e supporto alle truppe di confine per far fronte al
sfruttato da tutti, c’era il servo della gleba: ultima pericolo delle invasioni.
ruota del carro, senza diritti, legato alla sua zolla
e perennemente alla mercé dei potenti. La scuola Un po’ germanico, un po’ romano
ci insegna che lo schema si ripeté inesorabile in Le due tradizioni (insieme a quella della cliente-
tutte le epoche, dal Medioevo in poi, con poche la, di cui si circondavano gli amministratori delle
differenze. Finché non venne spazzato via dalla province) si incontrano e fondono durante l’e-
Rivoluzione francese, che decretò la fine dell’an- La sacra aureola sperienza dei regno romano-barbarici, evolven-
cien régime e l’inizio di una nuova era. del sovrano do ulteriormente, soprattutto in ambito franco,
È vero: il feudalesimo fu una delle istituzioni La corona, simbolo del nella cosiddetta trustis. Si trattava di un gruppo
cardine del Medioevo e oltre, perché i suoi effet- potere regale fin dall’età selezionato di guerrieri, simili ai pretoriani roma-
ti giunsero a lambire l’età moderna. Ma l’imma- tardoantica, assume ni, che prestavano la loro opera militare al poten-
gine schematica e granitica che abbiamo appena un’importanza decisiva te in cambio della sua protezione. Chi ne faceva
descritto non rappresenta affatto la realtà storica: con Carlo Magno, parte godeva di uno status giuridico diverso dagli
si tratta di uno stereotipo, o meglio di una sempli- incoronato imperatore altri; per esempio, se veniva ferito o ucciso i suoi
ficazione, prodotta dagli storici del diritto nell’Ot- nell’800 a Roma. Qui parenti erano risarciti con una composizione
tocento. Pur contenendo una parte di verità, essa sotto, la corona regale pecuniaria (il guidrigildo) pari al triplo del nor-
va considerata quasi totalmente falsa. Occorre di Cristiano IV di Svezia male. È logico che simili rapporti non potevano
quindi fare chiarezza, anche se non è affatto facile (XVI-XVII secolo). che evolvere in senso ancora più stretto e assu-
sintetizzare un fenomeno complesso che ha carat- mere anche implicazioni di carattere politico:
terizzato un’intera epoca. il che puntualmente
Ci proveremo par- si verificò, quando
tendo dalla sua gene- questi soldati “spe-
si e diremo per prima ciali” iniziarono
cosa che esso paga a ricevere dal
un debito eviden- re anche beni
te alla mentali- di carattere
tà germanica su materiale.
cui in buona parte A introdur-
si basa. Un cardi- re sistemati-
ne è costituito dalla camente tali
figura del re, inte- pratiche e a
so come “primus estenderle in
inter pares”, ossia tutte le zone
il primo tra uomi- conquistate furo-
ni di pari dignità: no, nell’VIII
un personaggio di secolo, i Fran-
forte carisma e capo chi. I capisaldi del
dell’intero popolo in sistema erano l’im-
armi. Già lo storico munità e il vassal-
romano Tacito, nel laggio. A dire il
I secolo d.C., aveva vero non si tratta-
notato l’abitudine da va di novità assolu-
parte dei capi germa- te, perché entrambi

65
erano istituti ben conosciuti già nel basso Impe- latifondi, concentrati in mano a pochi, cambiaro-
ro. L’immunitas era la dispensa dal compiere un no il sistema economico costituendo, nel trapasso
dovere (munus, appunto): chi la riceveva era dun- Guglielmo, da vassallo tra l’età antica e i primi secoli del Medioevo, l’ossa-
que esentato dallo svolgere un’attività o un servi- a re d’Inghilterra tura del sistema curtense, basato appunto su gran-
zio pubblico, oppure dal pagamento delle imposte. Guglielmo di aziende agricole (curtes), di fatto autosufficienti.
Nel mondo tardoantico il vassallaggio si chiama- il Conquistatore
va commendatio ed era l’atto con cui un uomo si (qui nel famoso arazzo Parola d’ordine: fedeltà
affidava alla protezione di un altro. Era diffusa di Bayeux) passò Tra VIII e IX secolo, Carlo Magno riprese i
soprattutto tra i coloni che, minacciati dall’insta- da duca di Normandia due istituti, ma vi introdusse qualche modifica.
bilità economica e dalle devastazioni causate dal- e vassallo di Francia Innanzitutto aggiunse all’immunità il privilegio
le guerre che a partire dal III secolo flagellarono a re d’Inghilterra nel di negare ai funzionari statali l’ingresso in alcu-
il cuore del Continente, preferivano cedere i loro 1066. Il titolo di duca ne terre appartenenti a chiese o monasteri. Il
terreni a un grande proprietario e mettersi sotto la continuò a essere in che comportava, come si può ben immaginare,
sua protezione. L’unione faceva la forza: i grandi uso anche presso la creazione di “isole” potenzialmente in grado
i Plantageneti. di sfuggire al controllo regio. In cambio, i prela-
ti (in genere vescovi o abati) si impegnavano ad
assolvere ai compiti pubblici per le terre e i loro
abitanti, reclutando gli uomini in arme, ammini-
strando la giustizia e nominando un rappresen-
tante (advocatus) laico da incaricare in caso di
controversie con i conti. Questo perché, oltre a
non poter (teoricamente) portare le armi, il cle-
ro non poteva nemmeno comparire in giudizio.

66
Il sistema feudale

La commendatio, invece, assunse una valenza


più nobile: il termine di origine celtica vassus Il monarca al centro
(vassallo), che inizialmente indicava il semplice dell’universo
garzone, passò a designare un uomo di lignag- Il governo delle cose
gio medio-alto che si legava a un signore (domi- del mondo era
nus) giurandogli fedeltà. prerogativa del
Quella dominata dai Franchi si configurò dun- monarca, che
que come un’Europa fondata sui legami perso- derivava il suo
nali: il termine “Europeenses” compare per la potere da Dio.
prima volta proprio in questi anni. Dagli Anna- Il ruolo del
li del Regno dei Franchi sappiamo che il primo papato come
nobile a giurare fedeltà a un re franco fu il duca intermediario
Tassilone di Baviera, che nel 757 divenne vassallo creò i presupposti
di Pipino. La stessa fonte ci fornisce anche i det- della lunga lotta
tagli della cerimonia, che prevedeva che il vassal- per le investiture.
lo mettesse le mani giunte nelle mani, anch’esse
giunte, del suo signore. Questa usanza, dal signi-
ficato altamente simbolico, sopravvisse per lungo
tempo e fu affiancata dal giuramento di fedeltà
(sacramentum fidelitatis), che andava a completa-
re il rito dell’“omaggio”, anch’esso simbolico.
Il termine, che deriva da homo, assume
un significato ben preciso: nel momen-

XXXX XXXXXXXXX XXXXXXXXX


Il sistema feudale

“Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità, ciascuno lo intende.”
Niccolò Machiavelli, “Il Principe”, cap. XVIII

to in cui si dichiarava uomo del suo signore, stigioso. Ma il modello fu replicato nel tempo
Fedeltà automaticamente il vassallo era pronto ad assu- anche su scala minore, creando così un retico-
a confronto mersi le proprie responsabilità (che erano dav- lo di rapporti gerarchicamente connessi. Come
Si poteva giurare vero molte) di fronte a lui. disse il giurista Antonio Padoa-Schioppa: «Dal
fedeltà a più feudatari Innanzitutto, non doveva tradirlo né allearsi con re ai feudatari maggiori, da costoro ai valvasso-
contemporaneamente. i suoi nemici. «Mai possa il male nascere e germo- ri (vassi vassorum, cioè vassalli di vassalli), e poi
In caso di conflitto, a gliare nel tuo cuore al punto da renderti infede- ancora per uno o più gradi verso il basso. I vas-
prevalere era quello con le al tuo signore» ammoniva la marchesa Dhuoda salli del re (vassi dominici) erano naturalmente
cui si era instaurato un di Settimania al figlio, nell’843. Ma gli obblighi superiori agli altri vassalli, anche se in condizio-
legame privilegiato. erano anche positivi. Doveva aiutarlo fornendo- ne non certo omogenea tra loro: taluni vivevano
gli, proporzionalmente alla sua ricchezza, uomini a corte in situazione ben più modesta, senza un
armati a caval- proprio feudo». La scala dei rapporti si estese
lo; e consigliar- fino a mettere in comunicazione, sebbene indi-
lo, assistendolo rettamente, il vertice del potere pubblico con le
nelle decisio- più piccole realtà locali. Creando maglie talmen-
ni importanti, te fitte che in alcune zone, come l’Inghilterra del
soprattutto di X secolo, un uomo libero senza signore era con-
carattere giudi- siderato addirittura un fuorilegge.
ziario. Un caso particolare, peraltro frequente, era
Se il signore quello del vassallo con due signori. Nei momenti
coincideva con di pace, nessun problema; ma se i due entravano
il re, il rapporto in conflitto tra loro, per il vassallo si presenta-
di vassallaggio va un grave problema: a chi mantenere la fedel-
era molto pre- tà promessa? Il legame feudale aveva la priorità

68
Cavalieri erranti

In ginocchio

A l vertice della
piramide feudale
(immaginaria) c’era il
dominus, che di soli-
to coincideva con il
sovrano. A lui erano
legati i vassalli, nobili
di alto rango vincola-
ti dal giuramento di
fedeltà prestato con
l’omaggio. Scenden-
do di un gradino, dai
vassalli dipendevano i
valvassori (vassi vas-
sorum, cioè vassalli
dei vassalli), nobili di
rango medio e basso.
I valvassini sono inve-
ce un falso storico:
non sono mai esistiti.
Tutti costoro aveva-
no come interlocutori
i contadini liberi (mas-
sari), che potevano
t e n e re i l r a c c o l t o
purché corrispon-
dessero
al signore
un canone
in denaro.
Chiudevano
la piramide
i servi del-
la gleba, che
dovevano paga-
re un canone in
natura corrispon-
dente a parte del
raccolto ed erano su tutti gli altri vincoli, compresi quel- s’istituì il cosiddetto “omaggio ligio”: una forma
tenuti a prestazioni li di sangue, e si estingueva solo con di omaggio che creava un rapporto privilegiato
obbligatorie, dette la morte. Poteva però essere infran- con un feudatario rispetto a tutti gli altri.
corvée o angariae. to in casi eccezionali, per esempio se
A destra, il reliquia- la fiducia veniva meno. Ma gravissimo Un potere basato sulla terra
rio di Carlo Magno, e irreparabile era il reato di fellonia, Abbiamo parlato spesso di feudo, ma in cosa
che custodisce ossia il tradimento del signore da par- consisteva esattamente? Il termine si diffuse
l’osso del braccio te del suo vassallo. La punizione era piuttosto tardi: la prima volta è citato in un
del sovrano che durissima e prevedeva la perdita non documento dell’899. Feudum deriva da fehu
pose le basi del solo dell’onore, ma anche del feu- (bestiame) e richiama la concezione tipica delle
sistema feudale. do. Che fare, dunque? La soluzione genti nomadi (come i Germani prima della fine
fu trovata intorno al Mille, allorché delle migrazioni), secondo cui la ricchezza risie-

69
deva nel possesso di bestiame. Una volta divenu-
Il nuovo impero di Carlo ti stanziali, però, il bene principale divenne la
terra e, per estensione, la ricchezza e il pote-

B asandosi sul feudo e sui legami che il sistema


creava, Carlo Magno (a destra, alcu-
ne monete con il suo monogramma)
re che da essa derivava. In genere si preferiva
definirla con il corrispondente latino benefi-
cium. Almeno agli inizi, i Franchi concessero
riorganizzò i territori conquista- in beneficio ai propri vassalli terre confi-
ti, come l’Italia longobarda, la scate alla Chiesa; in seguito, furono le terre
Germania e l’area slava, in un di proprietà della Corona a essere infeudate.
impero. Ispirato dall’ideolo- L’estensione variava sensibilmente: se i benefi-
gia cristiana (e per questo ci maggiori potevano comprendere intere regio-
definito “Sacro”) e basato su ni, il più delle volte quelli minori coincidevano
immunità e vassallaggio, il con appezzamenti ridotti. Alla disparità di beni
nuovo impero “romano” si reg- fondiari corrispondeva un trattamento propor-
geva su un sistema gerarchico zionale per quanto riguardava gli obblighi del
destinato a garantire un controllo vassallo, che doveva fornire un uomo a cavallo
capillare del territorio. ogni 12 mansi di terra (circa 36 ettari).
L’ossatura era costituita da grandi assem- Ma la terra non era l’unica forma di beneficio.
blee annuali, i placiti, in cui venivano emanate le Si poteva ottenere anche una carica pubblica (e
leggi, i capitolari. Il palazzo centrale di Aquisgra- La grande bugia allora era un fief de dignité), un bene ecclesiasti-
na ospitava la corte itinerante e una cancelleria sui servi della gleba co (chiesa, abbazia, cappella) o una somma di
efficiente. I vassalli (conti, marchesi e duchi) I contadini non erano denaro: il feudum de bursa, versato dal signore
amministravano la giustizia e convocavano l’e- schiavi, ma legati a scadenza regolare. In origine, tali benefici era-
sercito quando serviva. Completava il sistema al signore da un no concessi solo in possesso e non in proprie-
una rete di funzionari, i missi, che raccordavano obbligo reciproco: loro tà, cioè non potevano essere alienati, venduti o
il potere centrale con le realtà locali. coltivavano la terra, lui ceduti: alla morte del beneficiario il bene tornava
garantiva protezione al signore, che provvedeva a riassegnarlo. Però
giuridica e militare.

70
Il sistema feudale

ben presto i feudatari maggiori iniziarono a fare la “delega”, cioè l’amministrazione della giusti-
pressione sulla Corona perché concedesse l’ere- I titolati zia per conto del signore e la riscossione delle
ditarietà dei feudi. La ottennero nell’887, in vista pene pecuniarie, che venivano trattenute. In altre
della campagna militare indetta dall’imperato-
re Carlo il Calvo: il sovrano, che aveva bisogno
del loro appoggio, concesse di trasmettere il feu-
N on tut ti i nobi-
li erano uguali,
perché anche tra i
parole, il feudatario si sostituiva al signore per
esercitare il potere sulle terre, e su beni e uomini
che vi si trovavano: era il “signore del luogo”. Tra
do ai figli in caso di morte in guerra. Nonostan- feudatari esisteva una IX e X secolo, nel nuovo clima di precarietà sca-
te il malumore regio, la tendenza all’ereditarietà gerarchia e ciascuno tenato dalle scorrerie ungare, saracene e vichin-
dilagò anche nei feudi minori finché, nel 1037, disponeva di un pro- ghe, queste signorie rurali si fortificarono per
Corrado II il Salico non fu costretto a emanare prio blasone, formato difendersi. Ma queste mura, oltre a proteggere la
la Constitutio de feudis, che la riconosceva in via da stemma, corona e comunità e i suoi beni, erano anche il simbolo di
definitiva. La società feudale, di fatto esistente motto. All’imperatore una forma di governo. Il proprietario del castel-
da tempo, ebbe così il suo battesimo ufficiale. seguivano, nell’ordine, lo acquisiva direttamente tutti i diritti (allodio),
re, duchi, marchesi, dalla riscossione delle imposte all’esercizio della
Pochi padroni, nessuno schiavo conti, visconti, baro- giurisdizione, senza doverne più render conto al
Per subentrare al padre, il figlio doveva pre- ni e semplici cavalieri. signore. Il castello diventava così il centro di un
stare giuramento nelle mani del signore e paga- A g r a d o m a g g i o re potere “privato”, che però non si contrapponeva
re una tassa, in genere pari a un anno di rendita corrispondeva un più a quello “pubblico” del re o degli altri feudatari
del feudo. Le donne erano escluse dalla succes- alto prestigio socia- ma piuttosto ne costituiva il completamento, in
sione, a meno che non si sposassero: in questo le. Il sistema divenne una società ormai sempre più policentrica.
caso il feudo passava al marito, previo bene- più rigido nel tempo, Ovviamente non fu così in tutta Europa. In
stare del signore. Se i figli maschi erano più di tanto da produrre un molte aree, come la Scandinavia, il feudalesimo
uno, il rischio di frammentazione era alto, quin- vero e proprio diritto, restò un fenomeno marginale, e in genere ogni
di o tutti i figli succedevano simultaneamente al quello feudale. regione ebbe le proprie peculiarità. Partico-
padre (come accadeva in Germania, provocan- lare fu la situazione dell’Italia, che era sta-
do una vera e propria infeudazione ta longobarda (soprattutto la Lombardia):
Re
collettiva), oppure a succedere era Il vero e a differenza di quello franco, il feudo lon-
solo il primogenito, come succedeva unico padro-
in Inghilterra, Francia e altrove. Nel ne del regno.
tempo, anche i diritti del vassallo sul
feudo finirono per aumentare, fino a compren- Duca
Il titolo
dere l’alienabilità del feudo stesso, che poteva
feudale più
essere comprato e venduto come un bene qual- alto e potente.
siasi: secondo un’efficace espressione dello stori-
co Marc Bloch, si era ormai arrivati Marchese
alla “fedeltà messa in commercio”. Governava
Ma quali erano i compiti dei feu- una contea
datari? Derivavano dall’immunità, di confine.
che poteva essere negativa (il funziona-
Conte
rio regio non poteva entrare nei Emissario
possedimenti per esigere tasse o funzionario
o altro), ma anche positiva: imperiale.

Visconte
Feudata-
rio di livello
minore.

Barone
Semplice nobile.
“Chi ha la nobiltà sol di nome,
il suo albero genealogico non arriva al cielo.” Il tramonto
Antico proverbio italiano

D opo aver domi-


nato l’Europa per
secoli, il sistema
feudale scompar-
ve senza lasciare
tracce. La deca-
denza iniziò già nel
Cinquecento, con
la nascita degli
Stati moderni
e, soprattutto,
con l’ingresso
sulla scena del-
la borghesia, che
sostituì alla ric-
chezza fondiaria
quella monetaria,
dettata dai traffici
commerciali. Nella
Spagna del Sei-
cento e nella Francia
del Re Sole, la Corona
sottrasse potere all’ari-
stocrazia fino a ridurla a
un titolo vuoto. Il siste-
ma fu poi smantellato
drammaticamente dal-
la Rivoluzione francese.
L’opera, proseguita con
Napoleone, fu interrot-
ta solo brevemente dal
Congresso di Vienna
e dalla conseguen-
te Restaurazione: ma
il mondo, dominato
dalla borghesia e dal
trionfo del progresso
industriale, ormai era
cambiato per sempre,
rendendo vano ogni
tentativo di ripristinare
l’ancien régime. Dopo
gobardo era divisibile, alienabile e poteva essere condizione, sia chiaro, era molto meno triste di la stagione rivoluzio-
trasmesso anche per via femminile. Tutti aspetti quanto non suggerisca la solita immagine del naria del 1848, vari
che contribuiscono alla genesi di quel “particu- servo della gleba. Soprattutto dal Mille in poi, Stati cancellarono defi-
lare” in genere così vilipeso, ma che costituisce la ripresa dell’economia, l’aumento demografico nitivamente gli antichi
una delle ragioni della nostra originalità. e l’allargamento della campagna a spese del ter- privilegi, lasciando alla
Non si creda, però, che i feudatari fossero reno incolto fecero maturare il concetto di terra nobiltà solo titoli pura-
moltissimi: circa l’1%. La popolazione per la come bene che poteva essere comprato e vendu- mente onorifici.
maggioranza era composta da contadini, la cui to, e dunque poteva portare all’ascesa sociale. Il

72
Il sistema feudale

Il castello, simbolo del potere

L e istituzioni feudali nascono e si radicano


nel castello, che ne rappresenta la forma più
appariscente. Esso si diffuse per difendersi dalle
scorrerie di ungari, vichinghi e saraceni, che inve-
stirono l’Europa tra IX e X secolo. Ma se all’inizio
poteva vantare solo modeste protezioni (una piat-
taforma difesa da una palizzata sormontata da
una torre, e una modesta o nulla struttura mura-
ria), con il tempo si fortificò, trasformandosi in un
centro di potere in cui il signore esercitava dirit-
ti sui beni e sulle genti che vi trovavano rifugio.
Elevato a status symbol, il castello divenne
infine dimora di rappresentanza, in cui il signo-
re poteva mostrare magnificenza e raffinatezza e
dar sfoggio del proprio mecenatismo ospitando
poeti, letterati, musicisti e artisti.

contadino affittava un terreno per lungo tempo


in cambio di un canone sopportabile: era lega-
to al proprietario da un rapporto di dipendenza,
ma non era affatto schiavo della zolla che colti-
vava. Men che meno ereditariamente o contro la
sua volontà, visto che la libertà personale non gli
fu mai negata, in nessun periodo, pur rimanen-
do il vincolo di subordinazione.
Con la rinascita delle città (che iniziò intorno al
Mille) e la conseguente ascesa di nuovi ceti bor- so comportavano anche odiosi abusi e soprusi. Come un branco
ghesi, il feudalesimo si ridimensionò, perdendo Ad abbatterlo, anche se in certi contesti non docile e fedele
molte delle caratteristiche che lo avevano con- definitivamente, ci avrebbe pensato la Rivolu- Nel Medioevo i sudditi
traddistinto. Dopo un colpo di coda vibrato tra zione francese del 1789, sotto la cui ghigliotti- si sottomettevano
Trecento e Cinquecento, il sistema si fossiliz- na caddero sia le teste degli aristocratici che le volentieri al loro signore,
zò in una mera esteriorità di privilegi, che spes- corone che ancora indossavano.  sentendosi tutti parte
di un unico organismo.

73
Insulti, improperi,
parolacce: i nostri avi
non lesinava certo
il turpiloquio,
che faceva parte
della vita quotidiana.
Magari accompagnato
da gesti osceni

di Maddalena Freddi


Il parlar
SBOCCATO
«F
ili de le pute, traite.» L’e- conservata quasi inalterata fino ai giorni nostri.
spressione, dipinta nella Insultare alla Un esempio interessante ci è fonito dalla Trie-
basilica di San Clemente al longobarda ste del Trecento. Qui i verbali del Tribunale del
Laterano a Roma e risalen- Nell’Editto di Rotari Maleficio hanno conservato un’incredibile mes-
te all’XI secolo, non ha certo bisogno di essere del 643 si puniscono se di insulti ed espressioni colorite, non molto
tradotta. Al di là della sua importanza filolo- le ingiurie alla donna diversi da quelli odierni. Citiamo da un artico-
gica (si tratta di uno dei primissimi esempi di quando apostrofata lo di Paolo Geri: «Gli insulti volavano liberi in
volgare italiano), è una delle più famose testi- come strega (masca) tribunale: “Tu mentici per gulam becho fratre
monianze di turpiloquio medievale. L’affre- oppure adultera. Per dona putanam!”, “Traditor março”, “Traditor
sco raffigura un episodio della passione di san l’uomo è un insulto março che tu saravi degno squartari”, “Carme-
Clemente: il papa viene catturato dagli sgherri essere chiamato rol bruto, portapej marz”, “Ego scanabo te sicut
del pagano Sisinnio, che si illudono di poterne arga, vigliacco. unum castronum” e il sempre attuale “Fiol de
trascinare il corpo, quando invece si è trasfor- un chan!”. Ma si andava giù ancora più pesan-
mato in una pesante colonna. Sisinnio inci- te: “Bruto traditor buçeron março vostu defen-
ta Gosmarius, Albertellus e Carvoncellus nel der chostoti” (buçeron stava per omosessuale),
modo che più si addice alla marmaglia. “Bruto manigoldo servo cativo puçilente vignu
La vivace scenetta rispecchia un tipo di elo- non so donde!”. Infine i classici: “Tu es un
quio assai diffuso nel Medioevo. Termini rea- becho futu” e “Tu me dixisti becho futu”».
listici, onomatopee e allusioni sessuali erano Molto ben rappresentati anche i temi escatolo-
il pane quotidiano trangugiato senza pudore, gici: «Ego cacho te in gula asinus stercoris!»,
in una varietà pittoresca di espressioni che si è «Vade ostendi culum fratris tue fratribus San-

74
Parole e idee

cte Marie Crociferorum» e «Tu eris futu- gugia»). Ma le parolacce non erano
ra drossa. Vade et scarica culum fratrum esclusiva dell’italico suolo, anzi. La
Sancte Marie sicut facit soror tua». più antica attestazione dell’inglese
Per le donne, ieri come oggi spopo- fuck (che indica il rapporto carnale,
lava l’allusione al mestiere più antico ma ha anche un più vasto spettro di
del mondo: «Bruta putana vade scavie significati osceni) si trova negli atti di
cullos fratrum Sancte Marie Crucifero- un processo celebrato nel 1310 nel-
rum!» (evidentemente i frati crociferi la contea di Chester, in Inghilterra.
erano molto ben visti da quelle parti). E Il termine fa parte del sopranno-
ancora: «Bruta mata, glota, ed invriaga», me di un certo Roger “Fuckebythe-
«Meretrix desliàle falsam!», «Tu es una navele”, e con ogni probbailità allude
bruta putana de burdel e de chani». E alla sua impotenza sessuale. Prima di
poi le bestemmie, sotto varie forme, tut- questa recentissima scoperta, quel-
te colorite. la che tutt’oggi è una delle parolac-
Che si fosse a Nord o a Sud, la ce più usate al mondo compariva nel
sostanza del turpiloquio poema Flen flyys (1475), nell’espres-
non cambiava. Di sione mista latino-inglese «fuccant
fatto le parolacce wivys of heli» (letteralmente, “sco-
erano sempre le stes- pano le mogli di Ely”). In quanto a
se, derivate in parte dal Turpiloquio e gola riferimenti osceni e allusioni sessuali,
latino corrotto e in par- sempre uniti insomma, nulla (o quasi) sembra cambiato
te dai prestiti germani- Un trattato anonimo da quei tempi remoti. 
ci. Dal longobardo strunz, del XIII secolo,
per esempio, deriva l’o- intitolato De lingua,
monimo termine usa- metteva in stretta Gestacci: fare le fiche
to tutt’oggi in ogni correlazione turpiloquio
contesto. Ed è ben
nota la propen-
sione di Dante
e gola, peccati che
nascono dallo
stesso organo
M olto spesso il linguaggio osceno si
accompagnava a gesti volgari, come il
celebre “fare le fiche”, citato da Rabelais e
per alcuni voca- e si alimentano da Dante nella Divina Commedia, che consi-
boli particolar- reciprocamente, ste nel chiudere a pugno la mano inserendo
mente “bassi” e tramite il cibo e il il pollice tra l’indice e il medio.
veraci (ad esem- vino. E più si Il gesto rappresenta l’organo sessua-
pio, quan- è ubriachi, le femminile penetrato da quello maschile,
do descrive si sa, più rappresentato dal pollice: è simbolo di sopraf-
lo stomaco la lingua fazione nel rapporto tra uomo e donna, oltre
di Maometto perde il che esibizione di
punito all’In- controllo. potenza virile.
ferno, ce lo pre-
senta come «’l tristo
sacco / che merda fa
di quel che si tran-

75
76
Armi in asta

In alto le
alabarde!
Sinonimo di forza bruta, le armi in asta
erano devastanti sia nel corpo a corpo
che negli scontri tra fanti e cavalieri.
Come insegnano molti manuali, maneggiare
martelli e ronconi era un’arte raffinata

di Nicola Zotti


Esperto di storia militare

N
essun’arma evoca lo spirito marziale del Medioe-
vo più della spada del cavaliere. Eppure le armi più
genuinamente medievali, che trovarono origine pro-
prio in quest’epoca e ne influenzarono maggiormen-
te l’evoluzione dell’arte militare, furono senza dubbio quelle in
asta. Con questo termine generico si vogliono comprendere tutte
le armi dotate di una testa metallica collegata a un’asta di legno,
tanto lunga da dover essere maneggiata con entrambe le mani.
Insomma, quelle che tutti noi genericamente chiamiamo ala-
barde, senza sapere che la parola rappresenta solo uno dei cir-
ca settanta tipi di arma in asta prodotti nel Medioevo. Verrebbe
da pensare che si trattasse di congegni maneggiati perlopiù in
mischia, ossia in combattimenti in cui si menavano colpi a caso,
dove la forza bruta aveva la meglio. Ma non è così.

Armamentario “da manuale”


Certo, l’arma in asta era “pesante, crudele e mor-
tale”, come scrive Fiore dei Liberi nel suo trat-
tato di scherma Flos duellatorum in armis a
proposito del martello d’arme. E causava ter-
ribili ferite, come provano i resti dei cadu-
ti a Towton, che nel 1461 fu teatro di una
delle più feroci battaglie mai combattute
in Inghilterra. Ma quel libro è solo uno
dei moltissimi manuali di scherma medievale giunti fino a noi. Dal-
le loro pagine, colme di descrizioni (anche illustrate) di tecniche di
combattimento con tutti i tipi di arma bianca, emerge un quadro
molto più ricco, vivace e sorprendente. Basta osservare con atten-
zione le armi per intuire quali livelli di complessità abbia raggiun-
to il loro uso sul campo di battaglia o in duello. E che, se ci voleva
forza per impugnarle, non si trattava semplicemente di forza bruta.

77
Armi in asta

Le armi in asta rispondono all’esigenza delle e innovativa, che procedeva sia per adattamenti Evoluzione militare
truppe di fanteria, che dovevano fare i conti con sia ricorrendo a invenzioni originali, man mano dell’umile martello
le più addestrate e professionali forze di cavalle- che queste classi sociali si facevano più esperte Tipico caso di arma
ria, dominatrici dei campi di battaglia. Ai fanti in fatto di guerra e combattimenti. derivante da uno
servono armi capaci di offendere, o perlomeno Emblematico è il caso dei fiamminghi, che l’11 strumento di lavoro,
di tenere a distanza avversari che combattono luglio 1302, a Courtrai, distrussero la cavalleria il martello d’armi
dall’alto del cavallo con spade e lance, e tali da francese grazie all’uso combinato di lunghe lan- fu apprezzato in special
penetrare le loro formidabili armature. Anche i ce e di un’arma da loro inventata, che chiamava- modo dalla cavalleria,
cavalieri conoscono lo stesso problema, perché, no gepinde stave (“bastone appuntito”), ma che che ne allungò il
nei corpo a corpo appiedati, le loro lance risul- divenne nota come goedendag (“buona daga”, manico fino a farne
tano troppo ingombranti e le spade poco utili o forse “buongiorno”): semplicemente una lun- una vera arma in asta.
contro nemici dotati di corazza. ga mazza con testa metallica sormontata da una A fronte, Maurizio di
Gli uomini delle leve feudali, delle milizie punta acuminata. Maneggiandola, si potevano Sassonia (1521-1553),
comunali o mercenarie non sempre potevano sferrare micidiali colpi contundenti, ma anche armato di martello.
scegliere l’arma più congeniale. Spesso dove- stoccate rese più potenti dal peso dell’arma stes-
vano accontentarsi di un sa e capaci di perforare le corazze. 1 Bandelle
attrezzo agricolo o di 5 Il robusto acciaio
connetteva solidamente la
un ferro del mestie- Una sola asta, molte funzioni
re adattato per l’oc-
6 L’idea di base è quella di disporre di
testa all’asta di legno.

casione: una roncola armi con più funzioni per avvalersi 2 Testa
Solo un peso ben calibrato
da potatura o un’ascia dell’effetto sinergico che fornisco- assicurava l’efficacia della
da taglialegna, il mar- 2 no a chi le impugna. Allungan- botta assestata al nemico.
tello del fabbro o il piccone 3 do e rendendo appuntita
3 Bocca
del minatore, coltellacci da macel- l’estremità superio- Vibrava colpi potenti,
laio o falci da mietitura, tutti monta- re di una gran- capaci di mettere fuori
ti su un’asta più lunga. de ascia, ad gioco l’avversario.
L’efficacia di queste unità milita- esempio, 4 Penna
ri dipendeva sia dall’addestramento e al colpo Punta perforante, a cui
dalla forza morale delle truppe, sia dalla 1 4 fendente ben poche armature o
scudi potevano resistere.
qualità e dall’efficacia delle loro armi. Al di taglio si
rafforzarsi del sentimento di identità e di può aggiungere una stoccata di pun- 5 Dente
uno spirito comunitario nei ceti rurali e ta. Questa caratteristica è insita nel- Le armi mescolavano
elementi ornamentali e
borghesi, corrisponde anche l’individua- la vouge (“vanga”) francese, una sorta dettagli funzionali.
zione di strumenti di offesa più evoluti e di coltellaccio a un solo taglio, e viene
meno improvvisati. Non si trattava più esaltata nella vouge svizzera, deriva- 6 Brocco
della semplice modifica di attrezzi di uso Come mossa a sorpresa, il
ta dalla grande ascia e tremendamente cavaliere poteva imprimere
civile, ma di una ricerca più ingegnosa efficace nei colpi di fendente. Con l’ag- anche una stoccata.

I ricercatissimi maestri d’arme


T ra le misure per contenere la frequenza di fat-
ti di sangue tra privati, in città come Londra,
Parigi o Heidelberg venne imposto il divieto di inse-
conobbero così un’epoca aurea, che sfociò nella
raffinatissima scherma rinascimentale.
Prima di allora, esercitare la professione del
gnare le arti marziali. Si trattava però di ordinanze maestro d’arme poteva essere molto rischioso,
poco rispettate, che ebbero l’effetto di rende- specialmente se si prestava la propria competen-
re clandestina la professione di maestro d’arme. za come “campione” in combattimenti giudiziali:
Solo verso la fine del Quattrocento furono ricono- è il caso dell’inglese Elias Piggun, il quale, come
sciute ufficialmente congregazioni e fratellanze di narrano le cronache del tempo, nel 1220 venne
maestri d’arme, che in questo modo poterono tor- prima punito con l’amputazione di un piede e poi
nare a esercitare la professione alla luce del sole inchiodato in un luogo pubblico «a perenne e pra-
e con maggior rigore. Le arti marziali occidentali tico esempio della legge inglese».

78
“I soldati, impugnati picconi e scuri come per sfondare una muraglia,
facevano a pezzi armature e corpi.”
Tacito (55-117), “Annales” (dove si rivela l’origine germanica del martello d’arme medievale)
giunta, sul lato opposto rispetto alla lama, sono facili da usare in una formazione improvvi-
di uno spuntone detto “becco di fal- sata perché richiedono addestramento specifico,
co”, di fatto la vouge svizzera ormai tanto individuale quanto collettivo.
è un’alabarda e consente un terzo Non sappiamo come le fanterie padroneggias-
colpo: un fendente inesorabile, di gran- sero tutte le funzioni di cui era capa-
de forza penetrativa. Le armi in asta sono ce un’arma in asta, né se fossero così
dunque in grado sia di affrontare truppe abili da destreggiarsi tra l’una e l’altra
poco protette o cavalli senza bardatura nelle concitate fasi della mischia. Abbia-
(con i colpi di taglio), sia di perforare le mo però qualche lume sull’addestramento
armature dei cavalieri, per quanto si rin- individuale e sulle tecniche messe in atto.
forzino sempre di più. Se andiamo alla ricerca di indizi nei
Una tipologia particolarmente diffu- manuali di arti marziali dell’epoca, non
sa in Italia è il roncone (che gli inglesi troviamo riferimenti diretti ai combat-
chiamano bill),che possiede addirittura timenti di massa. Gli autori si limita-
una quarta funzione: una lama tagliente no a fornire principi universalmente
ricurva, detta “raffio”, consente di aggan- validi: nel tardo Quattrocento, ad
ciare l’avversario e strappargli carne o esempio, il De ars gladiatoria dimi-
pezzi di corazza semplicemente tirando candi del pisano Filippo Vadi sot-
a sé l’arma dopo avergliela fatta passare tolinea come, in combattimento,
dietro. Una mossa estremamente efficace, l’intelligenza risulti molto più uti-
che altre armi affidano a un robusto gan- le della forza. È anche lecito pensare
cio appuntito, perché permette di disar- che la natura collettiva del combatti-
cionare i cavalieri per finirli quando sono mento medievale traesse giovamento dallo
ormai rovinati a terra. scambio di istruzioni e tecniche tra singoli
Nella prima metà del Trecento, le fante- individui ben addestrati.
rie medievali non risentono più di alcun L’interesse verso il combattimento indivi-
complesso d’inferiorità nei confronti delle duale si spiega con la società dell’epoca. L’uso
cavallerie aristocratiche. Se passano di vit- del combattimento giudiziale (il cosiddetto “giu-
toria in vittoria, una buona parte del meri- dizio di Dio”) per risolvere alcune contese giuri-
to è da attribuire alle armi di cui si sono diche, così come la diffusione del duello, fecero
dotate e alla loro abilità nell’usarle. infatti crescere la domanda di istruttori specia-
Nella seconda parte del secolo, le armi in lizzati nell’uso delle armi. La situazione che si
asta hanno ormai raggiunto la loro matu- venne a creare non può che risultare parados-
rità: sono pesanti e ingombranti (si sale ai nostri occhi: i tribunali potevano
attestano in media sui 2-2,5 m di liberare un imputato e rinviare il com-
lunghezza e 2,5-3 kg di peso) e non battimento giudiziale per consentirgli

Spiedo da caccia
XXXX XXXXXXXXX XXXXXXXXX

Corsesca da parata
Spiedo da guerra

Brandistocco
Partigiana

Pipistrello

Corsesca
Aguccia

Spiedo

Lancia

Lancia

80
Armi in asta

Il “coltello svizzero” di prepararsi adeguatamente, ed era addirittura


di cinque secoli fa permesso il ricorso a “campioni” pronti a soste- Come si brandiva
Il roncone era un’arma nere le ragioni dei contendenti in loro vece.
davvero multiuso:
1 Stoccata
Fretta di uccidere
Ai maestri di arti marziali era proibito, e pesan-
L e armi in asta svolgevano molte funzioni.
Nell’immagine è rappresentato un roncone
italiano, l’arma più complessa realizzata dagli
Poteva essere perforante
se vibrata con la punta, o temente sanzionato, proporsi come “campioni” armaioli medievali. Il ferro è lungo tra i 50 e i 100
tagliente, data con il raffio.
nei duelli. D’altra parte era un ruolo rischio- cm (in bianco, la parte affilata) ed è montato su
2 Tagliente so, ma così profumatamente pagato che molti un’asta, che porta la lunghezza complessiva tra
Lato dell’arma capace di uomini d’arme ne fecero un lavoro. Veri e pro- i 2 e i 2,5 m. La sezione dell’asta è rettangola-
provocare ferite nella carne pri professionisti, avevano bisogno di esercizio e re per consentire una maggiore robustezza ai
del nemico o del cavallo.
formazione, oltre che di un continuo affinamen- fendenti, a parità di peso del materiale, e per-
3 Raffio to della propria arte. Tra le armi predilette per mettere una sicura rotazione di 180° dell’arma
Insinuandosi tra le piastre i combattimenti giudiziali c’erano proprio quel- fra le mani quando si cambia funzione.
della corazza, consentiva
efficaci azioni di strappo. le in asta (in particolare il martello d’arme, o L’arma è costituita da una punta, atta ai colpi
azza), probabilmente perché più efficaci contro di stocco; da un raffio, che aumenta l’efficacia
4 Becchi di falco un avversario provvisto di corazza e risolutive: un dei fendenti di taglio e permette di strappare,
Questi offendicoli acuminati
potevano perforare le attacco ben assestato poneva subito fine al com- tirando a sé l’arma, o tagliare, spingendola ver-
armature dell’avversario. battimento, mentre un colpo sbagliato esponeva so l’avversario; da un tagliente principale per
il malcapitato a un contrattacco che aveva buo- i colpi di fendente; da un becco di falco per
ne probabilità di risultare decisivo. Queste carat- assestare fendenti perforanti; da alette di arre-
teristiche ne facevano armi perfette anche per i sto per parare i colpi dell’avversario.
cavalieri che dovevano combattere appiedati.
1 Lungo mediamente 2 m e pesante 2-2,5 kg,
il martello d’arme era relativamente più agile
e maneggevole di altre armi in asta. Realizzato
su precise indicazioni di chi lo avrebbe usato in
3 combattimento, poteva avere un’ascia al posto
del martello, nel qual caso il lato opposto avreb-
be presentato un maglio per assestare colpi con-
tundenti invece del tipico becco di falco. L’arma,
inoltre, poteva avere un disco paramani sull’asta,
2 la rondella, che consentiva una maggiore prote-
zione della mano avanzata. Alcuni combatten-
ti, però, preferivano affidarsi esclusivamente ai
guanti di ferro, perché in questo modo la presa

4
Forca da guerra

Lingua di bue

Goedendag

Partigiana

Partigiana
Roncone

Roncone
Roncola

Falcione

Lancia

81
Quando Dio decide chi vince

L’ uso germanico del combattimento giudizia-


le (il “giudizio di Dio”, o ordalia) era inteso a
risolvere alcune contese private, specialmente
in assenza di testimoni del fatto delittuoso, ma
si conciliava male con la tradizione giuridica lati-
na. Ciononostante si affermò prepotentemente in
tutta Europa, soprattutto grazie a Longobardi e
Franchi. Le città disponevano di luoghi appositi,
dove il pubblico assisteva numeroso.
Il combattimento giudiziale risolveva i conflitti,
impedendo che degenerassero in faide annose.
Anche la Chiesa fu costretta a tollerarlo, benché
si pretendesse di chiamare Dio a testimone di
questioni miseramente umane. Di fatto, spesso si
giustificava solo il diritto del più forte. L’offeso ave-
va però il vantaggio di scegliere l’arma: uno studio
degli atti processuali della Borgogna ha mostrato
una predilezione per quelle in asta, in particolare
il martello da guerra. A fianco, combattimento tra
due alabardieri del XVI secolo.

82
Armi in asta

poteva scorrere liberamente su tutta l’asta. giorni: nel Medioevo si faceva sul serio e l’obiet-
La testa metallica dell’arma assumeva una for- Una vera selva tivo era uccidere l’avversario il prima possibile.
ma a croce tra l’asse verticale, con punta alla som- di aste e picche Solo per fare un esempio, le guardie, dette
mità, e le altre due componenti offensive sull’asse Nonostante il caos “poste”, non vengono presentate come misu-
orizzontale. Questo insieme, chiamato “croce”, e la calca di una re difensive, bensì considerate posizioni-chiave
era l’elemento difensivo principale del martello: mischia medievale, da assumere nel corso del combattimento. Ogni
veniva usato per parare i colpi dell’avversario, ma armi apparentemente posta è presentata nei trattati con i suoi punti di
anche per agganciarne l’arma. Infine, l’estremità ingombranti e forza e di debolezza, e le sue direttrici di svilup-
inferiore dell’asta era spesso fornita di una secon- poco maneggevoli po, diventando momento di transizione tra una
da punta, detta “coda”, usata per colpi a sorpresa. come quelle in asta fase e l’altra del combattimento. Si sceglie la
erano molto diffuse posta in opposizione a quella assunta dall’avver-
Una scherma a distanza e temute. Con il sario, e la si modifica in previsione di un’offensi-
La popolarità del martello d’arme ne fa il pro- passare del tempo, va. Il perfezionismo degli autori raggiunge livelli
tagonista dei trattati di arti marziali medievali però, le esigenze di tali che il Jeu de la hache, scritto a inizio Quattro-
sulle armi in asta. Una ricca iconografia di duelli standardizzazione cento da un anonimo maestro milanese per Filip-
con alabarde e armi simili suggerisce che la scel- portarono alla loro po II di Borgogna, arriva a specificare le poste
ta, in definitiva, dipendeva dal gusto del singo- scomparsa in favore adatte ai mancini e ai loro avversari.
lo combattente. I trattati parlano di una scherma di unità formate Le armi in asta e i trattati di arti marziali scritti
estremamente sofisticata e ricca, ma al contem- esclusivamente per insegnare a perfezionarne l’uso ci restituisco-
po efficace e pratica. Come nelle arti marzia- da picchieri. no un’immagine del Medioevo vivida e affasci-
li moderne, non mancano combinazioni, leve, nante. Quella di un mondo duro e violento, ma al
proiezioni, parate e schivate seguite da imme- tempo stesso ingegnoso e intellettualmente viva-
diati contrattacchi, benché tali tecniche abbia- ce, capace di analisi astratta, grande concretezza
no poco a che vedere con la scherma dei nostri e sperimentazioni innovative. 

83
7 colpi
di genio
I cosiddetti “secoli bui” sono stati, in realtà,
tanto prolifici di invenzioni da diventare la culla
del mondo moderno. In tutti i campi

Marco dalla Fiora


Esperto di Storia della scienza

84
Invenzioni

Polvere da sparo
La fiamma che conquista

Le staffe
U n’innova zio-
n e c h e c a m b iò
per sempre il modo
di cavalcare e com-
battere in Europa fu
senz’altro la staffa.
o lp o d i c a nnone o di
to il primo c
In realtà, esisteva già
hi ha spara , in un
C d i s e p p e lli re
n o n s a p e va
nell’esercito bizanti-
emici
archibugio u n b u o n numero di n no: a usarla erano
on soltanto issuti nel
sol colpo, n ni d i s to ri a v gli Avari, che a loro
a a n c h e m ille e più an c c io g u e rr iero che
m ppro v o l t a l ’a v e v a n o
io s o ri s p etto di un a lla p u g n a fa ccia a
relig rpo, ne ae e re ditata dall’O -
corpo a co arsi dell’etic
ve d e v a n e l n e il s u b lim , riente (pare venga
leale tenzo sto di carbo
ne
faccia, nella a . Il c o m p o dall’India). L’ap-
cavalleresc XIV secolo
e
dell’estetica lla C in a n e l poggio fornito da
lf o e s a ln it ro arriva da ri c o lo s it à delle prime
zo àep e que sto tipo di
la laboriosit chiose
nonostante fu o c o (s p esso più ris finimento rende-
bocche da ici stessi)
rudimentali ch e p e r i n e m va più semplice
aneggiava nce de ndo a
per chi le m delle a rm i, c o
e salire in sella e
v o lu z io n a il mestiere d i g ra c ile costituzion
ri ia pur garantiva mag-
qualsiasi, s subdolame
nte a
un soldato i u c c id e re gior stabilità e
a zione, d rriero.
e infima estr v a le n te g u e libertà di movi-
iù nobile e
distanza il p mento. Grazie al
perfezionamento del-
la staffa, la cavalleria
medievale divenne un
reparto cruciale nell’e-
sercito, perché la sua
fo r z a d i i m p at to s i
fece devastante.

85
Orologio meccanico
La clessidra
Al ritmo degli ingranaggi
P o c he p e r-
sone sanno
che l’umile cles-
sidra a sabbia
venne inventata
d o p o l’o r o l o -
gio meccanico.
Il prinicipio in
s é e r a m o l to
antico: il nome
deriva dal gre-
co e signif ica
“ladro d’acqua”:
infatti era
proprio lo scor-
rere dell’acqua
a misurare il
t e m p o. M a a
dif ferenza del
clima mite del
Mediterraneo,
le temperature
gelide del Nord
la ghiacciavano.
Inoltre, l’acqua
ompieta.
evaporava. Si
u ti n o, lod i, vespro e c
ma tt con
ovviò con la sab-
a , se s ta e nona. E poi ra lo s c o rrere delle ore

P rima, terz u
relativo e mis golato dal
bia, che però
te m po n e l Medioevo è h é il m o n d o è ancora re
soffriva l’umidi- Il ismo, perc
pressapoch enti e coincid
enze non
tà. A risolvere il compiaciuto p u n ta m
stagion i: a p è anche
problema ci pensarono i sole e dalle d e ll’u o m o comune. Ed
ll’agenda a
rientrano ne ge al sistem
Veneziani, introducendo
io s o . L a C hiesa aggiun n o a lle 6,
un tempo re
lig me
la ben più stabile polve- a ” c o rr is p o ndeva più o u a rt a”
rim , la “q
re ricavata dagli scarti di romano (la “p “s e s ta ” a mezzogiorno ll’a lba,
9, la i de
lavorazione del vetro e la “terza” alle n o d i m e zz anotte, le lod
mattuti ma della
del piombo, di cui era- alle 15) il suo e la compieta pri
il vespro al tr
a m o n to nonici con la
no maestri. p u ntamenti ca
buonanotte:
so n o g li a p onaco. Ma a
c o n o la vita del m
he sc a n d is mi centri
preghiera, c n lo sv iluppo dei pri
II secolo , c o re la vita
partire dal X la ic o , c om incia a regola
ltro tempo , ma le
urbani, un a tr affi c i e s cadenze. Pri
, assorbiti d a no già
dei lavoratori m e c c a n ic i, che compaio
poi gli orolog
i ll’uomo. Non
meridiane e o te m po a Dio e a
, sottra g g o n no a un’ora
nel Duecento zi o n e ch e p uò arrivare fi
prossima ntali
senza un’ap c c a nis m i sono rudime
ltronde i m e rotola
al giorno. D’a le g a to u n p eso che si s
e corda cui è solo la succ
essiva
(una semplic c o s ta n te ) e
zione ento, che
con accelera te m a di scappam
d e l si s l peso, sarà
invenzione tr ic e generata da
a m o
regola la forz re un ritmo re
golare.
o d i g a ra n ti
in grad
86
Invenzioni

Occhiali
Sguardo sul futuro
C hi ha messo le lenti su
e di miopi di ogni età?
che difficilmente vedrà
l naso di dotti in là con
È una disputa appass
gli anni
ionante,
la fine. Partiamo da un
siamo nel 1305 e il do indizio certo:
menicano Giordano da
un’omelia, racconta ch Pis a, durante
e «non è ancora venti
trovò l’arte di fare gli oc an ni che si
chiali, che fanno vede
una de le migliori arti e re bene, ch’è
de le più necessarie ch
abbia, e è così poco ch e ’l mondo
e ssi trovò: arte novella
non fu. E disse il lettor , che mmai
e: io vidi colui che prim
e fece, e favellaigli». Ch a la trovò
i li aveva inventati? No
probabilmente, non si n si sa e,
saprà mai. Un altro do
Alessandro della Spina menicano,
, morto nel 1313, sape
insegnava ad altri a far va fabbricarli e
lo, ma non fu lui a dar
che una lente trattata co rpo all’idea
potesse ingrandire un
annullando il calo natur a scritta,
ale della vista: a Venezia
già in uso almeno dalla la lente era
fine del secolo preced
Lo dimostrerebbe una en te.
legge del 2 aprile 1300
ai fabbricanti di lenti di , che vietava
vetro di far credere ch
di cristallo. Comunque e fossero
sia andata, da allora l’in
diventa popolarissima: venzione
paia di occhiali senza
che si posavano sul na sta nghette,
so, compaiono in moltis
affreschi, miniature e ritr sim i
atti e si impongono co
indispensabile nel corre me oggetto
do di ogni studioso ch
e si rispetti.
Pasta e forchetta
Il mangiar nuovo
tto? Si
h e tt a o lo spaghe
nata prima
la fo rc utensile
duzione dell’
È potrebbe p
c ome c ons
e g u
ens
e n z
a
a
re
p
a
ra
ll’ in tr o
tica della dif
forchetta an
fusione
ticipa
za , in v e c e la
della pietan . Compare
c o ra n on asciutta
la pasta , a n leggi
ra d e l Codice delle
in una min ia tu ita niente
a n n o Mille, brand
longobarde
n e ll’ o di u n a
re R o ta ri , ed è oggett
me no che d
a he riguardo
te m e ra te moralistic
sfilza d i in mi c he
u n ta m o lle zza di costu
alla pres terebbe ad
ia c a posata aiu
la d e m o n accheroni e
M a qu a n do m
alim e n ta re . colo, fanno
a p a rt ire dal XII se
vermic e lli , primenda
in m e n s a , non c’è re
irruzion e . La
e la fo rc h etta spopola
che tenga po’ per
v e c e , ci mette un
pa s ta , in dal brodo
a s c iu tta e uscire
diven ta re ita, per
n c u i veniva serv farà il
di cottu ra c o
v ve n tu ra n uova che ne
re un’a
intraprende italiana.
p o s a ld o d ella cucina
ca
87
Numeri arabi
È il Medioevo dei mercanti
precisione e la velocità
costruiscono le proprie
, che sulla
del calcolo
fortune, ad
Per l’uomo che conta affrancarsi dal sistema
dai Romani. L’abbaco,
di conto ereditato
fatto di palline
che scorrono su fili me
tallici, non era
certo adatto a operazio
ni complesse, al
massimo addizioni e so
ttrazioni: per il
resto occorreva l’aiuto
di un esperto. La
numerazione moderna
nasce in India e,
sviluppata dagli Arabi,
arriva in Occidente
segnando un passo av
anti scientifico e
pratico: un singolo nume
ro, compreso lo
zero (altra acquisizione
dirimente), posto
accanto ad altre cifre pu
ò rappresentare,
in ragione della posizion
e occupata, unità,
decine, centinaia. La dif
fusione di questo
nuovo “far di conto“ si
deve a un mercante
toscano che lo apprend
e dai suoi colleghi
arabi a Bugia, nei press
i di Algeri. Siamo
alla fine del XII secolo
e Leonardo Fibonacci
capisce subito la porta
ta rivoluzionaria del
metodo. Essendo un ma
tematico, aggiunge
molto di suo e spiega
la nuova frontiera del
calcolo in un trattato, il
Liber abbaci, del
1228. Il sistema incontra
il sospetto
dei tradizionalisti: quei
simboli legati
agli infedeli potevano rec
are offesa
alla religione, e i nume
ri apparivano
più facili da falsificare
rispetto alle
classiche stanghette rom
ane. Ma
sono solo inciampi: la
vittoria
delle cifre era ormai se
gnata.

Bottoni e mutande
Un altro paio di maniche
D a ornamento lu
oggetto pratico
come l’ottone,
ssuoso, fabbric
che si acconten
ato anche in co
ta di materie pi
rallo, a
il rame, il vetro ù vili
del gambero de o addirit tura il
l bottone che, legno: è il pass
dal XIII secolo perso lo status o
dà il via a una di gioiello,
suo uso permet vera rivoluzione
te alle donne di nella moda. Il
slanciano la fig indossare abiti
ura, e di allacc aderenti, che
la scollatura. S iare o slacciare
oprattut to, perm maliziosamente
ricambio, da cu et te di introdur
i il detto “un al re le maniche di
grazie ai botton tro paio di man
i possono esse ic he”, che proprio
pratiche o deco re messe e tolte
rative: in casa , per necessità
eleganti. Il tutt un paio più um
o alleggerendo ili, fuori quelle
quanto non se l’incombenza de
rviva più met te l bucato, in
re a mollo l’inter
o abito.
Invenzioni

Carta
Addio pergamena La stampa
L a stampa a
caratteri mobili
valica le Alpi arrivan-
do dalla Germania
a dorso di mulo: due
chierici-tipografi pro-
venienti da Magonza
scelgono come pri-
ma sede Subiaco e in
poco tempo conqui-
stano Roma. Mercanti
e banchieri fiutano l’af-
fare e in dieci anni,
solo nell’Urbe, si stam-
pano circa 160 mila
volumi. È una rivoluzio-
ne che si accompagna
a quella della scrit-
t u r a: a l g o t i c o d e i
copisti, il libro stam-
pato sostituisce la più
nitida scrittura dell’e-
tà carolingia, quella
minuscola “carolina”
che ancora usiamo per
libri e pubblicazioni di
ogni genere.

arta,
A ra b i, a rr iv a anche la c
zie agli primo
alla Cina, gra
D
do c
dapprima in
u m en to c
S p
onservato è
ag n a e p
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o i in Sicilia: il
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dato di Adela
ra bo nel 1109. F
sia,
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ggero I, scri caratteri
moglie di Ru n te s c a d e lla stampa a
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e la più
all’introduzio o li la c a rt a convive con
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affidab ile p e vogliono
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cazione n on è b i acqua per
la sua fabbri z za re , e l’aggiunta d
gliare e sm in u truttura
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impasto in c
u i glio. E
ottenere un e c c a to , d iv enterà un fo
lta s do che il fog
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a maglie str fi s s a l’i n c h nb e rg
poi la collatu
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non si inzup
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n e l 14 5 5 . Da allora la
bia, stampa
ta obili
e la sua Bib s s a i c o s ti, i caratteri m
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più vasto. E
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conquista naggio esclu
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mentre la pe m b o l e g in gillo per colle
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ltu ra d
verso la cu
89
Là, dove osano
le AQUILE
Forte e superbo come uno scrigno che domina le Alpi, il castello di Fénis è uno dei più
fiabeschi d’Italia. Risultato di un passato glorioso e di un restauro ispirato

di Sabina Gnisci
Storica dell’Arte

90
Castello di Fénis

R
estare incantati dall’Italia è all’universalismo del pensiero classico.
sempre stato facile, specie Egli individuò il momento fondativo
nella stagione romantica dell’identità nazionale nel Medioevo,
a cavallo tra Settecento e un tempo mitizzato e favoloso. D’An-
Ottocento, specie se si era artisti o poeti. drade si nutrì appieno di questo clima
Uno tra i tanti a subire il colpo di fulmi- nazional-romantico, e spinto dalla sua
ne per il Bel Paese fu il pittore e archi- passione per i monumenti del Medio-
tetto portoghese Alfredo D’Andrade: si evo, si munì di taccuino, matita e mac-
trasferì a Genova dalla natia Lisbona per china fotografica e percorse in lungo e
seguire il lucroso commercio paterno, e in largo il Piemonte, la Liguria e la Val-
subito si innamorò dell’Italia, della sua le d’Aosta. Torri, manieri, rovine, affre-
arte e architettura, soprattutto quella schi furono i suoi oggetti di studio, e
medievale. Giovane ed entusiasta, fece in breve divenne uno dei più profondi
propria la teoria del “restauro in stile” Il cortile conoscitori del Medioevo italiano.
sviluppata pochi anni prima dal romantico Viol- dei profeti
let-le-Duc, che aveva ricostruito in forme fiabe- Uno dei profeti che Creato per impressionare
sche la cinta muraria della città di Carcassonne. adornano il cortile. Nell’agosto del 1865 s’imbatté nel castello di
Secondo lui, il restauro era uno degli elementi che, Alcuni hanno voluto Fénis, antico feudo degli Challant, i principali
insieme ai caratteri geografici, alle peculiarità lin- leggere nei cartigli delle feudatari dei Savoia in Valle d’Aosta. A differen-
guistiche, storiche e artistiche, doveva concorrere profezie riferite alle sorti za di tutti gli altri castelli antichi, che sfruttavano
a formare una coscienza nazionale in opposizione del maniero stesso. in senso difensivo le caratteristiche morfologiche
del terreno, quello di Fénis fu edificato su un dol-
ce declivio privo di difese naturali, coltivato fin
dai tempi dei Romani. Non potendo confidare su
difese naturali, venne dotato di una doppia cinta
muraria merlata, che racchiude l’edificio centra-
le e le numerose torri. Il superbo arroccamen-
to fu probabilmente creato per ostentare forza,
intimidire e stupire, ed è ancora oggi l’elemento
qualificante di Fénis, che lo rende quasi il castel-
lo dei castelli. Furono Aimone di Challant
(che ereditò il maniero dal non-
no Ebalo Magno nel 1337)
e suo figlio Bonifa-
Gli Challant,
signori delle A lpi
Nobile famiglia
valdostana, gli Challant
entrano nella storia
che conta intorno
al XII secolo.
Durante Medioevo
e Rinascimento
cio I, subentratogli nel 1387, a conferirgli que- momento in cui uccide il drago per salvare la sfor- esercitano il potere
sto aspetto minaccioso. Aimone fece realizzare la tunata principessa destinata in sacrificio al mostro. in gran parte della Valle
cinta muraria esterna e il corpo abitativo centra- Lungo le pareti dei ballatoi sfila una teoria di saggi per conto dei Savoia.
le di forma pentagonale, irregolare perché inglo- che sorreggono cartigli con motti e massime morali Il casato si estingue
bò edifici preesistenti. Ma fu con Bonifacio I che in francese antico. Sulla parete di fondo il verziere, all’inizio dell’Ottocento
il castello diventò degna dimora di vita cortese. ovvero il giardino cortese, in cui, dentro un recinto con la morte, a soli
Oltre a regolarizzarne la pianta con nuove costru- di canne intrecciate ornato con una serie di stem- sette anni, dell’ultimo
zioni, egli aumentò il preesistente nucleo abitati- mi della famiglia Challant, sono dipinti alberi e erede maschio.
vo di due piani e diede al cortile l’odierno aspetto fiori, preziosa testimonianza della botanica dell’e-
con i due ballatoi in legno sovrapposti e lo splen- poca. Nella cappella, oltre alle due teorie sovrap-
dido scalone semicircolare in pietra. poste di santi e apostoli, elegantemente inserite
tra pilastri e pinnacoli goticheggianti, campeggia-
L’apoteosi del gotico cortese no la Crocefissione e la Madonna della misericor-
Terminati i lavori strutturali nel 1395, dia, sotto il cui manto sono accolti anche Bonifacio
Bonifacio I procedette, tra il 1414 e il 1430, I (in abito rosso), il fratello Bonifacio Ame-
a far decorare la cappella e il cortile deo Challant-Ayma-
con affreschi in stile gotico villes e la giovane
internazionale, linguag- moglie Luisa di Mio-
gio artistico che acco- lans. In mancanza
munava le corti europee, di documentazione,
caratterizzato dalla piena l’attribuzione degli
aderenza allo spirito, al affreschi a Giacomo
costume e alla vita di cor- Jaquerio, il maggiore Il mobilio
te. Personaggi diafani ed esponente del gotico che non c’era
esili, dai lineamenti dol- internazionale in Pie- Il tempo e i successivi
ci e delicati, ricercati nel monte, rimane incer- passaggi di proprietà
vestire, eleganti negli abi- ta. Potrebbe aver hanno privato gli antichi
ti alla moda, si muovono organizzato il cantie- locali del mobilio
con grazia in un’atmosfe- re ed essersi poi spo- originale, che comunque
ra irreale e priva di qual- stato altrove, oppure non era mai stato
siasi drammaticità. Ad aver lasciato alcuni ricco nemmeno nei
accogliere l’ospite sullo cartoni da secoli d’oro: il castello
scalone del cortile, il cam- far esegui- infatti era soltanto una
pione dei cavalieri corte- re ai propri residenza temporanea.
si, san Giorgio, colto nel allievi. Cer-

92
Castello di Fénis

to è che alla realizzazione di un ciclo pittorico così Ma gli anni d’oro della corte di Fénis erano ormai
imponente parteciparono molti artisti di varia per- Santi e paladini finiti. Lentamente ma inesorabilmente decaddero
sonalità, espressione sì del gotico internazionale di un mondo cortese sia il castello che la dinastia degli Challant, lacera-
ma anche delle sue diverse anime, come dimostra- Gli affreschi del cortile ta da discordie e lotte intestine. Nel 1705 il ramo
no la naturalezza degli incarnati e l’accentuazione raffiguranio profeti biblici degli Challant-Fénis si estinse e il castello passò
dei tratti fisiognomici e delle ombre che evidenzia- e cavalieri, nello stile agli Challant-Châtillon, che oberati dai debiti lo
no i volumi di alcune delle figure. tipico del periodo vendettero. Fu il primo di una serie di passaggi di
tra Trecento e mano, che culminarono nel 1863 con l’acquisto
Un restauro da favola Quattrocento, in cui da parte di Michele Baldassarre Rosset di Quart.
Alla morte di Bonifacio I nel 1426, il successo- l’Europa assisté al primo Sono proprio gli anni in cui D’Andrade s’im-
re Bonifacio II ampliò la parte limitrofa al cortile revival cavalleresco, batté in questo castello, adagiato su una morbida
mutilando parte degli affreschi dei ballatoi e fece attingendo a forme collinetta, diruto ma ancora minaccioso e turrito.
dipingere a Giacomino d’Ivrea, pittore di medio- e figure dell’età delle Immaginiamo la sua costernazione nel constatarne
cre capacità ma dal gustoso linguaggio vernaco- Crociate. Questo l’abbandono e la trasformazione in casa colonica,
lare e realistico, l’Annunciazione, l’Apparizione fenomeno venne con ampie parti degradate a magazzino, ricove-
di Cristo a Sant’Umberto, San Bernardo che riceve efficacemente descritto ro per attrezzi e stalla. Entrando nel cortile, avrà
doni dai fedeli, il Martirio di Sant’Apollonia e altre dallo storico olandese sgranato gli occhi davanti agli eleganti profeti che
figure di santi. Riferibile a questo periodo anche Johan Huizinga abbellivano il ballatoio, al cortese san Giorgio e
il gigantesco San Cristoforo, raffigurato nei pressi nel suo Autunno alla principessa vestita da fata; avrà poi raggiunto
della porta d’uscita per propiziare il cammino ai del Medioevo (1919). la cappella, dove di certo sarà rimasto sbalordito
viandanti che lasciavano il maniero. dinanzi al ciclo sacro di affreschi. E poi i camini,

“Duri questa casa, finché la formica abbia bevuto il mare


e la lenta testuggine abbia tutta aggirata la Terra”
Iscrizione in un affresco del cortile del castello di Fénis (XIV-XV secolo)

XXXX XXXXXXXXX XXXXXXXXX

93
Castello di Fénis

Visite le serramenta, le pietre scolpite, la


cisterna, i pochi arredi sopravvis-
modo di salvarlo dalla totale rovina.
Nel 1895 risolse di comprare con
• Orari suti: tutto deve averlo riempi- il proprio denaro la proprie-
Tutti i giorni, dalle 9 to di meraviglia ed emozione, tà e partì con una prima cam-
alle 18,30. Gli orari spronandolo a estrarre il tac- pagna di restauro sulle parti
potrebbero subire varia- cuino e disegnare, scrivere, strutturali degli edifici. Nel
zioni. Per informazioni: misurare, constatare i danni; 1906 lo donò allo Stato italia-
0165/764263 poi tornò, armato di macchi- no, sovrintendendo ai lavori
na fotografica, per riprenderne fino al 1920 con l’aiuto di altri
• Arrivare in auto e immortalarne ogni particolare. funzionari statali, che operaro-
Il castello sorge in frazio- no nel pieno rispetto dei criteri di
ne Chez Sapin, a Fénis. Il maniero ideale grande correttezza storica e rispetto
Da Torino, si imboc- L’impressione che il castello fece sul per le forme e i materiali originari.
ca l’autostrada A5 per giovane studioso fu enorme. Quando, in occasio- Una seconda campagna di restauro (condotta a
Aosta, uscendo a Nus; ne dell’Esposizione generale italiana di Torino del partire dal 1935) ne accentuò l’aspetto medieva-
all’incrocio con la SR 13, 1884, D’Andrade fu incaricato di ricostruire un leggiante e compromise in parte la fedeltà dell’in-
si prende per Fénis e borgo rappresentativo dell’architettura medieva- tervento di D’Andrade, oltre che la leggibilità
si percorre la SR13 per le italiana, scelse come modello proprio il castel- stessa della struttura originaria. È proprio in
550 m, fino a raggiunge- lo di Fénis. Lo scalone, il cortile con i ballatoi di questi anni che il castello di Fénis, fin dall’origi-
re il centro abitato. legno, gli affreschi con i profeti divennero noti a ne quasi del tutto privo di mobilio perché abitato
tutti, e Fénis entrò nell’immaginario degli italia- solo temporaneamente dagli Challant, fu arreda-
ni come il castello medievale per antonomasia. to e scelto come sede del Museo dell’artigianato
Non pago di ciò, D’Andrade continuò a visi- valdostano di tradizione, funzione che continua
tarlo anche dopo il 1884, forse alla ricerca del a svolgere ancora oggi. 

La duplice
cinta muraria
Nato come castello di
rappresentanza più che
fortificazione, sorge
su una dolce collina,
non su un promontorio
roccioso, e la
doppia cinta muraria
merlata appare più
ostentazione di gusto e
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Appuntamenti con il Medioevo
a cura di Elena Percivaldi

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Editore: Castelvecchi Presso il quartiere
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Il XII secolo, oggi è assodato, è un piccolo e 20 marzo, potranno
Rinascimento. Esso vede infatti la nascita delle darsi appuntamento
città e dei primi stati moderni, mentre il sentimento soprattutto rievocatori, ma
religioso si rinnova, la cultura esce dai monasteri e dalle anche semplici curiosi e
cattedrali per recuperare i classici del pensiero antico e dare interessati alla storia, per
vita alle università, emergono le lingue volgari e l’arte romanica raggiunge il visitare i quasi 300 stand di
suo culmine prima di cedere il posto a quella gotica. associazioni culturali, scuole
Ma non fu sempre così, e dobbiamo a Charles Haskins se quest’epoca di scherma storica, editori
di fermenti e mutazioni, che non si oppone, ma anzi prepara il risveglio e artigiani italiani e stranieri
culturale che sarebbe sfociato nel Rinascimento, ha potuto essere narrata a che propongono un modo
dovere. Quando uscì, nel 1927, questo studio incontrò le resistenze di molti più accattivante e diretto
accademici. Ma poi è stato accettato, aprendo la strada a una migliore e più di conoscere la storia:
articolata comprensione del Medioevo, fuori da ogni dogma. quello esperienziale. L’arco
cronologico abbraccia tutte
le epoche, dall’antichità
alla storia moderna, con
particolare riferimento al
C’è un luogo della bassa Galilea, nell’odierno Medioevo.
Armageddon. La valle di tutte le battaglie
Stato d’Israele, che ha forse visto il maggior
numero di battaglie al mondo: è la valle di
Jezreel, Esdraelon nella Bibbia. Su una collina, La manifestazione, che
di Eric H. Cline conta ogni anno diverse
ai margini della fertile piana sottostante,
sorge Megiddo, una delle città più antiche di
cui si abbia notizia. Abitata fin dal 7000 a.C.,

olitica e archeologia.
Eric H. Cline Editore: Bollati Boringhieri
oggi è un sito archeologico offerto ai turisti,
ma a suo tempo fu una potente città-stato,
situata strategicamente sul crocevia degli
centinaia di presenze, è
Pagine: 248 - € 24,00 una preziosa occasione
e un vero piacere
Armageddon
Eric H. Cline

Storia

antichi sentieri che collegavano tra loro le


divulgatori

Armageddon
superpotenze dell’antichità: Mesopotamia

d’incontro per rievocatori


(a Oriente), Egitto (a Meridione) e Anatolia
«Cincinnati Enquirer» (a Settentrione). Pochi chilometri verso
Occidente si apre il Mar Mediterraneo,
accurato nell’uso
ante e interessante
La valle di tutte le battaglie
C’è un luogo della bassa Galilea, nell’odierno stato d’Israele, che ha forse
con le sue rotte commerciali e le sue navi
da guerra a solcarne le onde.
Qui il faraone Pepi I combatté nel 2350 a.C.
storici alla ricerca di
Near Eastern Studies»
visto il maggior numero di battaglie al mondo: è la valle di Jezreel, Esdraelon
una delle prime battaglie di cui si abbia notizia
storica; qui, quasi mille anni dopo, Thutmose III accessori per il proprio
nella Bibbia. Su una collina, ai margini della fertile piana sottostante, sorge equipaggiamento, ma anche
sconfisse i cananei, e cinque secoli dopo re
Biblical Archaeology
Saul e suo figlio Gionata vennero uccisi dai
filistei. Luogo strategico di un’eterna «periferia

Megiddo, una delle città più antiche di cui si abbia notizia.


contesa», Megiddo vide passare le armate
di tutti gli eserciti, dalle truppe romane di
Vespasiano (67 d.C.) all’ondata irresistibile
per enti e organizzazioni
Abitata fin dal 7000 a.C., oggi è un sito archeologico ma un tempo
degli arabi (946), dai bizantini (975) ai Crociati
(1187), dai Mamelucchi (1270) a Napoleone alla ricerca di gruppi
era una potente città-stato, situata sul crocevia degli antichi sentieri storici o artigiani che
(1799), per finire con gli inglesi del generale
Allenby (1918) e gli israeliani della base
aerea di Ramat David (1973). Tutto in

che collegavano tra loro le superpotenze dell’antichità: Mesopotamia (a


un fazzoletto di terra.
L’ebraico Har Megiddo, «monte di Megiddo»,
a un orecchio greco suona «Armageddon»,
possano arricchire le loro
oriente), Egitto (a mezzogiorno) e Anatolia (a settentrione). Pochi chilometri
e non è un caso che proprio qui venga posta
nel libro dell’Apocalisse la battaglia definitiva manifestazioni a tema. Oltre
verso occidente si apre il Mediterraneo. L’ebraico Har Megiddo, “monte ad acquistare materiali,
tra il Bene e il Male.
Eric Cline rende viva sotto i nostri occhi
questa piccola valle e le sue molte battaglie,

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di Megiddo”, a un orecchio greco suona come “Armageddon”: qui
raccontandoci con prosa avvincente tutte
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e le tragiche sconfitte che hanno fatto


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e Cangrande si intrecciano con il casato Aligari di Fumane, dove sono
reclutati i cavalieri, senza terra e ricchezza, Paolo e Julien de Grenier,
di origine franca. Il cavalier Julien conduce una faida contro una fami-
glia di orfani di origine ebraica.
Paolo e Caterina, la maggiore dei ragazzi perseguitati, si incontrano
per caso nel bosco Belo e si innamorano a prima vista. La loro
relazione però è osteggiata dal padre di lui. Inizia così una storia che
ricorda da vicino quella di molte altre di coppie di amanti celebri del
Medioevo. Il lieto fine stavolta ci sarà o no? Lo saprete solo leggendo
questo un romanzo davvero avvincente.

96
Dopo il terremoto dell’Aquila
L’Abruzzo ritrova i suoi tesori
Sono passati sei anni dal devastante di euro. Allestito nell’ex mattatoio Trittico di Beffi, esposto in questi anni
terremoto che colpì L’Aquila al cuore. comunale che si trova accanto alla in molti musei degli Stati Uniti.
Accanto al dramma umano, il sisma ha Fontana delle 99 Cannelle, il Munda Da menzionare sono anche lo
fatto scempio di chiese, monumenti e ospita al momento oltre cento opere spettacolare reliquario a cofanetto di
opere d’arte, privando l’Abruzzo per provenienti dalla Fortezza Spagnola, Giovanni d’Angelo da Penne in argento,
lungo tempo di molti tesori che sono l’imponente castello cinquecentesco bronzo dorato e smalti, e il nodo di
parte integrante della sua identità. ancora in attesa di recupero. Allestito croce processionale opera di Nicola da
Oggi, dopo un lungo lavoro di cronologicamente e tematicamente, il Guardiagrele e decorato a smalti.
restauro, i capolavori dell’arte nuovo percorso si suddivide in cinque Il percorso prosegue nel tardo
abruzzese sono rinati e sono stati grandi ambienti espositivi che illustrano Quattrocento e Cinquecento, epoca
restituiti al pubblico con l’apertura del la storia del territorio dalla remota quest’ultima delle botteghe di
Munda, il Museo nazionale d’Abruzzo: antichità al Rinascimento e al Barocco. Saturnino Gatti e Silvestro di Giacomo,
un museo tutto nuovo costruito in Si parte dunque con i mascheroni in nonché dei “grandi” del territorio: Cola
piena sicurezza grazie al contributo osso, le statue di gladiatori, i monili in di Amatrice e Pompeo Cesura.
fondamentale del Ministero per i oro che datano tra IX secolo a.C. e II E si chiude con il Barocco della
Beni e le Attività culturali che ha secolo d.C. La parte del leone, però, preziosa collezione Cappelli e dei
investito nel progetto oltre sei milioni la fanno alcuni pezzi frutto di recenti grandi protagonisti della scena artistica
scavi, come il bel cippo funerario napoletana del Seicento: Jusepe
con serpente e i letti in osso. Segue de Ribera, Mattia Preti, Massimo
la sezione sul Medioevo dove sono Stanzione e Francesco Solimena.
esposte in maniera suggestiva alcune
belle madonne lignee “del latte” MUNDA
di ascendenza bizantina, accanto MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO
alle vergini angioine e alla celebre piazza Fontana delle 99 Cannelle,
“Madonna de Ambro”. Il passaggio Borgo Rivera - 67100 L’Aquila
dal Tardo Gotico al Rinascimento è Tel. 08624874297
documentato da alcuni capolavori Per informazioni:
come il “Polittico della Madonna in www.museonazionaleabruzzo.
Trono” di Jacobelli del Fiore e il beniculturali.it
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