Sei sulla pagina 1di 211

Sardegna

Cagliari e il golfo degli Angeli le coste della Gallura Barbagie e Gennargentu

Guide d’Italia

Edizione 2001

Barbagie e Gennargentu Guide d’Italia Edizione 2001 Touring Club Italiano Tratto da Guida Verde d’Italia

Touring Club Italiano

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Touring Club Italiano Presidente: Roberto Ruozi Direttore generale: Guido Venturini

Touring Editore Amministratore delegato: Alfieri Lorenzon Direttore editoriale: Michele D’Innella

Editor: Anna Ferrari-Bravo Coordinamento redazionale: Gino Cervi Redazione e realizzazione: Cinzia Rando e Luciana Senna con la collaborazione di Guglielmo Martinello per la selezione di alberghi e ristoranti Segreteria di redazione: Laura Guerini Coordinamento tecnico: Vittorio Sironi Cartografia: Servizio cartografico del Touring Club Italiano Impaginazione di copertina: Mara Rold

Testi di: Manlio Brigaglia (Gli ambienti e i paesaggi; Sardegna: una storia che viene da lonta- no; tutti i box tranne quello di pag. 24; itinerari tematici: La grande stagione del romanico, Costumi e manifestazioni tradizionali, Un'isola di specialità enogastronomiche); Antonio Arca (Alghero, revisione di Aldo Sari); Mimma Brigaglia (Gli altri luoghi eccetto alberghi e ristoran- ti, di Il territorio di Cagliari e del Capitolo 4) Gino Camboni (Il territorio di Cagliari; Capitolo 4); Gino Cervi (box di pag. 24); Barbara Fenu (Introduzione a La Nurra e il Paese di Villanova; Dal golfo dell'Asinara ad Alghero; Il Paese di Villanova e Bosa) Roberto Coroneo (Il percorso storico e artistico e relativo box); Franco Fresi (Introduzione a La Gallura; Verso Tempio Pausania; La Costa Smeralda e il Nord); Attilio Mastino (Testo di Bosa); Antonello Mattone (Capitolo 9); Geltrude Piquereddu (Capitolo 7); Salvatore Pirisinu (Capitolo 8); Ludovica Romagnino (Introduzione a Cagliari e il suo territorio; Cagliari: Castello; La città bassa); Antonio Sanciu (Capitolo 6; Porto Torres); Eugenia Tognotti (Introduzione a Olbia e il suo golfo; L'Arcipelago della Maddalena; Tempio Pausania); Salvatore Tola ( Sardegna: come visi- tarla; Capitoli 3 e 11; itinerari tematici La Sardegna delle spiagge e La Sardegna delle monta- gne); Luisanna Usai (Capitolo 2); Raimondo Zucca (Capitolo 5).

Hanno contribuito inoltre:

Il decumano, per la revisione redazionale Studio Tragni, per l'impaginazione Rossella Barresi / Realy Easy Star, per la ricerca iconografica Giorgio Pomella, per la tavola alle pagine 106-107

Fotografia di copertina: Isola dell’Asinara, cala d’Arena (Egidio Trainito)

Grande cura e massima attenzione sono state poste, nel redigere questa guida, per garantire l'attendibilità e l'accuratezza delle informazioni. Non possiamo tuttavia assumerci la respon- sabilità di cambiamenti d'orario, numeri telefonici, indirizzi, condizioni di accessibilità o altro sopraggiunti, né per i danni o gli inconvenienti da chiunque subiti in conseguenza di informazioni contenute nella guida.

Direttore della pubblicità: Claudio Bettinelli Ufficio pubblicità: Angela Rosso Concessionaria della pubblicità: Progetto Milano, piazza Fidia 1, t. 0269007848, fax 0269009334 Trento, via Grazioli 67, t. 0461231056, fax 0461231984; Roma, viale del Monte Oppio 30, t. 064875522, fax 064875534 www.progettosrl.it info@progettosrl.it

Prestampa: Emmegi Multimedia, Milano Stampa e legatura: G. Canale & C., Borgaro Torinese (Torino) Stampa copertina: Publinova Italiana, Rozzano (Milano)

Touring Club Italiano - corso Italia 10, 20122 Milano www.touringclub.it

© 2001 Touring Editore s.r.l. - Milano Codice L17 ISBN 88-365-2163-0

4 a ristampa - maggio 2005

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

L’immagine della diversità della Sardegna entrò nella letteratura di viaggio ottant’anni fa, quando David Herbert Lawrence ne diede la famosa definizione di terra "che non assomiglia ad alcun luogo". È un’immagine per molti aspetti ancora attuale, che neppure il flusso del

turismo – che si è riversato sull’isola, a ritmo crescente, dagli anni sessanta in poi – è riuscito sostanzialmente a intaccare.

È un’immagine che, tuttavia, non è di segno negativo. I visitatori mostrano di gradirla, stimo-

lati a una curiosità di sapere e di scoprire che è tra gli aspetti più qualificanti del turismo nel-

l’isola. I sardi, alla loro diversità, sono affezionati e in questo atteggiamento affiorano, talvol-

ta, punte di orgoglio. Ne contrastano la matrice più insidiosa, quella che viene da una plurise-

colare storia di isolamento, ma nel confrontarsi coi ritmi veloci della necessaria trasforma- zione non rinunciano all’attenta difesa della propria identità. Anche nella rappresentazione della Sardegna proposta dalla guida, il tema della diversità ha

un adeguato rilievo. Senza indulgere a facili mitizzazioni, si è cercato di non lasciare in ombra

nessun aspetto della sua eterogenea realtà, sottolineando che qui natura e storia, cultura e società hanno concorso a creare una eccezionale concentrazione di beni e richiami tra i più amati dai visitatori. C’è la Sardegna solatia del mare e delle spiagge, di celeberrima notorietà e affollata frequen-

tazione, tanto che ad essa la guida dedica un apposito e particolareggiato itinerario tematico. Ma c’è anche la Sardegna delle montagne, non solo delle Barbàgie, che si ammantano di un fascino diverso ma non meno convincente di quello costiero. Anche alla severa bellezza delle montagne sarde la guida riserva un itinerario tematico, altrettanto particolareggiato e ricco

di

efficaci indicazioni.

Se

la fascia litoranea e i rilievi costituiscono gli elementi più rappresentativi della natura e

del paesaggio con cui la grande isola è identificata, non minore significato vi rivestono altri aspetti più legati alla storia, alla cultura e all’evoluzione sociale. Tre di essi, non a caso svi-

luppati a fondo nella sezione tematica, meritano qui di essere citati. Sono le manifestazioni del costume e del folclore, che in Sardegna vantano una spettacolarità e una autenticità note- voli, le specialità enogastronomiche, per le quali la regione va egualmente famosa, e natural-

mente "la grande stagione del romanico", le cui espressioni potrebbero valere da sole un viaggio nell’isola. È quella, infatti, una stagione che rimanda a una delle due epoche storiche che i sardi amano ricordare con particolare fierezza: quella giudicale, in cui dall’inizio dell'XI secolo all’inizio del XIV lo spirito di indipendenza si contrappose validamente a una lunga vicenda di dominazioni. L'altra, misteriosa e remota, è "la bella età dei nuraghi", che per un millennio e mezzo disseminò dalla Gallura all’Iglesiente migliaia di testimonianze di una cul- tura tra le più emozionanti della protostoria europea. Una delle caratteristiche precipue delle Guide verdi d’Italia è che, alla doverosa attenzione nei confronti delle tendenze del turismo maggiormente consolidate, si intreccia sempre quel-

la

funzione di stimolo alla conoscenza di aspetti meno noti che favorisce un costume turisti-

co

civile e avanzato. Su questa regola si basa anche la nuova guida che racconta e descrive la

Sardegna, curata nei dettagli sia per quanto riguarda i volti dell’isola più rinomati sia per quelli che, solitamente trascurati, possono riservare invece momenti di sereno appagamen- to. I piccoli paesi dell’interno, per esempio, e i musei di esigua dimensione, numerosi e sem- pre ben tenuti. Anche attraverso queste testimonianze, che esprimono il rispetto per il pro- prio passato, si riesce a conoscere e capire un territorio così denso di valori e di storia.

Roberto Ruozi Presidente del Touring Club Italiano

Sommario

8 Quadro d’unione degli itinerari di visita

e indice delle carte e delle piante

10

Come consultare la guida

 

Introduzioni

Quadro ambientale, storico, culturale e turistico della regione

14

Gli ambienti e i paesaggi

18

Sardegna: una storia che viene da lontano

24

Box: Lingua e dialetti

27

Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea:

il percorso storico-artistico

31

Box: Lo sfavillio dei retabli

33

Sardegna: come visitarla

36

Box: La musica tradizionale

Carta: Parchi naturali e aree protette, pag. 16

Itinerari di visita

Le descrizioni dettagliate dei luoghi di interesse turistico

1

Cagliari e il suo territorio

 

38

Profilo della città

39

Cagliari: Castello

44

Cagliari: la città bassa

49

Il territorio di Cagliari

50

Box: Sa genti arrubia

52

Box: Le saline di Molentàrgius

 

Pianta urbana di Cagliari, pagg. 40-41

2

Il Sulcis e l’Iglesiente: mare e miniere

 

53

Profilo dell‘area

54

Da Cagliari a Sant‘Antìoco

59

Le isole sulcitane

4

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

63

Box: La Madonna dello Schiavo

64

L’Iglesiente

66

Box: Memoria delle miniere

Pianta urbana di Iglesias, pag. 68. Piante archeologiche: Scavi di Nora, pag. 55, e Fortezza di Monti Sirai, pag. 70; Carta delle isole di Sant’Antìoco e San Pietro, pag. 60;

3 Il Sàrrabus e il Gerrei:

la montagna meridionale

72

Profilo dell’area

72

Il Sàrrabus

76

Il Gerrei

4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano:

la Sardegna delle colline

80

Profilo dell’area

81

La Trexenta e la Marmilla

84

Le Giare e il Sarcidano

86

Box: I cavallini della Giara

87

Intorno al monte Arci

Pianta archeologica di Su Nuraxi di Barùmini, pag. 85

5 Oristano e il Sinis

102

Profilo dell’area

103

Da Oristano al lago Omodeo

103

Box: Lussorio e i suoi fratelli

108

Il Montiferru

Tavola del nuraghe Losa di Abbasanta, pagg. 106-107

90

Profilo della città

92

Oristano

92

Box: La Sartiglia

94

Il Campidano di Oristano

96

Box: Gli stagni di Oristano

Pianta urbana di Oristano, pag. 93 Pianta archeologica di Tharros, pag. 97

6 Nelle terre

d’Arborèa

7 Nùoro

112

Profilo della città

113

La città e il monte Ortobene

115

Box: Il parco letterario Grazia Deledda

Pianta urbana di Nùoro, pag. 114

5

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola

116

Profilo dell‘area

117

Da Nùoro all’Ogliastra

122

L’Ogliastra e le Barbàgie

126

Tra Nùoro e il Gennargentu

127

Box: I murales di Orgòsolo

128

Box: Il Carnevale

132

La costiera orientale e il monte Albo

 

9 Sassari

135

Profilo della città

136

I quartieri storici e la città ottocentesca

141

Box: La Cavalcata sarda

Pianta urbana di Sassari, pag. 137

10 La Nurra e il Paese di Villanova

143

Profilo dell’area

144

Al golfo dell’Asinara e ad Alghero

149

Alghero

152

Box: Il corallo di Alghero

153

Box: Il Paese di Villanova e Bosa

Piante urbane di Alghero, pag. 150, e di Bosa, pag. 155

11 L’Anglona e il Logudoro

157

Profilo dell’area

157

Da Sassari a Castelsardo

161

I colli dell’Anglona

164

Il Lugodoro: Montacuto, Gocèano e Meilogu

167

Box: L’intramontabile sughero

12 La Gallura: il granito nel vento

170

Profilo dell’area

171

Olbia e il suo golfo

174

Verso Tempio Pausania

176

Box: Le tombe di giganti

178

La Costa Smeralda e l’estremo Nord

6

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

182

L’Arcipelago della Maddalena

185 Box: Garibaldi e Caprera

Pianta urbana di Olbia, pag. 171;

Carte della Baia di Porto Cervo, pag. 180,

e dell’Arcipelago della Maddalena, pag. 183

Itinerari tematici

187

La Sardegna delle spiagge, carta a pag. 189

193

La Sardegna delle montagne, carta a pag. 189

198

La grande stagione del romanico, carta a pag. 199

201

Costumi e manifestazioni tradizionali, carta a pag. 202

204

Un’isola di specialità enogastronomiche

 

Informazioni turistiche e indici

208

Gli altri luoghi: alberghi, ristoranti, curiosità. Orari e indirizzi

Il

compendio delle notizie utili

e

di carattere pratico

236

Indice dei nomi

I principali personaggi storici e gli autori

di

opere d’arte citati nella guida

238

Indice dei luoghi e delle cose

Per la rapida individuazione delle località e dei monumenti

Referenze iconografiche

Archivi Alinari/Archivio Seat: pag. 31, 61, 134, 138, 142; R. Brotzu: pag. 35, 36, 66, 91, 104, 105, 116, 118, 126, 127, 128, 154, 156, 168, 200, 203 in basso, 206 in alto e in basso; M. Lanfranchi:

pag. 59, 62, 64, 121, 122, 147, 181, 182, 184, 186 in alto, 187; Realy Easy Star: 166 in alto, M. Bruzzo: pag. 34, X. Carreras: 149, G. Corte: 176, Di Paolo: 20, 22, P. Ferrer:152 in alto e in bas- so, G. Iacono: 92, A. Maisto: 6, 7, 77, 96, 113, 135, 139, 140, 141, 144, 158, 161, 162, 164, 173 in alto, 177, M. Marchetti : 18, 96, A. Picone: 15, 33, V. Rossato: 86, L. Sechi: 148, 151, 160, 167, 186 in basso, 205, T. Spagone: 21, 23, 25, 54, 76, 82, 115 in basso, 120, 157, 179, 201, 204, C.A. Zabert, 185; D. Ruiu: pag. 26, 53, 72, 88, 100, 112, 124, 130, 131, 132, 174, 194, 196, 197; A. Sa- ba: pag. 43, 44, 46, 48, 67, 69, 75, 79, 94, 99, 101, 103, 198; P. Sanna: pag. 14, 19, 27, 28, 42, 51, 56, 65, 71, 80, 85, 90, 115 in alto, 143, 163, 165, 166, 170, 190, 203 in alto; E. Trainito: 172, 173 in basso, 192, 207.

7

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Quadro d’unione degli itinerari di visita in Sardegna

Il quadro d’unione indica, schematicamente, le aree territoriali e le tavole cartografiche relative agli itinerari di visita in Sardegna. Nell’elenco numerato sono riportati il titolo e il numero di pagina di ciascuna tavola. Le città sottolineate in rosso sono dotate di pianta.

1
1

Il

territorio di Cagliari, pag. 49

2
2

Da Cagliari a Sant’Antìoco per la Costa del Sud, pag. 57 L’ Iglesiente, pag. 57

3
3

Il

Sàrrabus, pag. 73

Il

Gerrei, pag. 73

4
4

La Trexenta e la Marmilla, pag. 81 Le Giare e il Sarcidano, pag. 81 Intorno al monte Arci, pag. 81

5
5

Il

Campidano di Oristano, pag. 95

6
6

Da Oristano al lago Omodeo, pag. 102 Il Montiferru, pag. 102

7
7

Da Nùoro a Dorgali e ad Àrbatax, pag. 119 L’Ogliastra e le Barbàgie, pag. 119 Tra Nùoro e il Gennargentu, pag. 119 La costiera orientale e il monte Albo, pag. 119

8
8

Da Sassari al golfo dell’Asinara e ad Alghero, pag. 145 Da Alghero a Bosa per Villanova Monteleone, pag. 145

9
9

Da Sassari a Castelsardo, pag. 158

I

colli dell’Anglona, pag. 158

Il Logudoro: Montacuto, Gocèano e Meilogu, pag. 158

10
10

Il

territorio di Olbia, pag. 175

La Gallura tra Olbia e Tempio Pausania, pag. 175

La Costa Smeralda e l’estremo Nord, pag. 175

Carte territoriali Sardegna (1: 900 000), nel risguardo anteriore Le isole sulcitane (1: 270 000), pag. 60 L’Arcipelago della Maddalena (1: 150 000), pag. 183

Carte tematiche Da non mancare: i tesori scelti dal TCI, nel retro del risguardo anteriore

Parchi naturali e aree protette, pag. 16 La Sardegna delle spiagge e delle mon- tagne, pag. 189 La grande stagione del romanico, pag.

199

Le manifestazioni tradizionali, pag. 202 I luoghi dell’archeologia, nel risguardo posteriore

Piante di città Alghero (1: 9500), pag. 150 Bosa (1: 10 000), pag. 155 Cagliari (1: 13 000), pagg. 40-41 Iglesias (1: 11 000), pag. 68 Nùoro (1: 16 000), pag. 114 Olbia (1: 20 000), pag. 171 Oristano (1: 13 000), pag. 93

Porto Cervo (Baia di; 1: 20 000), pag.

180

Sassari (1: 15 000), pag. 137

e indice delle carte e delle piante

e indice delle carte e delle piante Piante di aree archeologiche Fortezza di Monte Sirai, pag.

Piante di aree archeologiche Fortezza di Monte Sirai, pag. 70 Nora, pag. 55

Su Nuraxi di Barùmini, pag. 85 Tharros, pag. 97

Come consultare la guida

La guida si apre con alcuni capitoli introduttivi che delineano le caratteristicheCome consultare la guida ambientali, storiche, culturali e turistiche della Sardegna, a cui seguono i capitoli

ambientali, storiche, culturali e turistiche della Sardegna, a cui seguono i capitoli de- scrittivi della regione organizzati per itinerari di visita. Chiude il volume un esaurien- te compendio di indirizzi e informazioni utili.

Delle località citate nel corso degli itinerari vengono indicati l’altimetria (m sta per metri) e, per i comuni, il numero degli abitanti (abbreviati ab.), desunti dalle più aggiornate fonti ISTAT disponibili al momento della redazione del volume.

Il colore azzurro indica:

negli itinerari di città,

i

monumenti, i musei, le vie

e

le piazze di maggiore

rilievo turistico; negli itinerari territoriali,

centri ai quali si suggerisce di dedicare una sosta.

i

L’asterisco singolo (*)

o doppio (**) richiama

l’attenzione sui luoghi

e le cose che presentano, nel loro genere,

rispettivamente speciale

o eccezionale interesse.

rispettivamente speciale o eccezionale interesse. Gèsturi Da Barùmini si prosegue verso Gèsturi (m 310,

Gèsturi Da Barùmini si prosegue verso Gèsturi (m 310, ab. 1445), il paese che possiede la più ampia porzione della Giara. Seguendo la via principale, dopo la bian-

ca facciata della chiesetta di S. Maria Egi-

ziaca (XVI sec.), si incontra il cartello gial-

lo per la Giara di Gèsturi**. La strada asfaltata per il pianoro s’inerpica tortuosa sino al ciglio basaltico dove pren-

Il carattere corsivo indica gli

altri monumenti e opere d’arte degni di segnalazione.

Il

i

e

contrassegnati dal colore azzurro, risultano turisticamente importanti.

carattere nero segnala

monumenti d’arte

i luoghi che, anche se non

segnala monumenti d’arte i luoghi che, anche se non Molto importanti sono i riquadri , definiti
segnala monumenti d’arte i luoghi che, anche se non Molto importanti sono i riquadri , definiti

Molto importanti sono

i riquadri, definiti

da lettere e da numeri,

in cui le piante risultano

suddivise, perché è a essi che si riferiscono

le indicazioni poste accanto

a monumenti, musei ecc.

Es. S. Francesco (B1).

L’abbreviazione f.p. dopo il riferimento indica che

il monumento si trova fuori

pianta, in corrispondenza

del riquadro segnalato.

La riconoscibilità dei monumenti è facilitata dalla seguente gerarchia di valori : gerarchia di valori:

monumenti

molto facilitata dalla seguente gerarchia di valori : monumenti interessanti (in nero) monumenti tutti interessanti

interessanti

(in nero)

gerarchia di valori : monumenti molto interessanti (in nero) monumenti tutti interessanti gli altri (in

monumenti

tutti

interessanti

interessanti gli altri

gli altri

(in bistro

(in bistro

scuro)

chiaro)

L’elenco completo dei simboli contenuti nelle piante è a pag. 12.gli altri (in bistro (in bistro scuro) chiaro) 10 Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del

10

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

3.1 Il Sárrabus 3.2 Il Gerrei Nelle carte territoriali, che accompagnano ciascun itinerario, il percorso
3.1 Il Sárrabus
3.2 Il Gerrei
Nelle carte territoriali, che
accompagnano ciascun
itinerario, il percorso da
seguire è indicato dal
tracciato in colore, lungo
il quale sono segnalati
i singoli luoghi dove sostare
per la visita.
La partenza e l’arrivo sono
evidenziati con una
bandierina.
L’elenco completo dei
simboli contenuti in queste
piante e carte è a pag. 12.
Le grandi tavole illustrative (in questa guida alle pagg. 106-107), appositamente eseguite da un artista
Le grandi tavole illustrative
(in questa guida alle pagg.
106-107), appositamente
eseguite da un artista
disegnatore, costituiscono uno
strumento per agevolare la
comprensione e la visita dei
complessi monumentali.
Nei box, collocati qua e là
tra gli itineraridi visita, notizie
curiose, aneddoti
e altro rappresentano
piacevoli approfondimenti
della visita stessa.
Il corredo fotografico,
selezionato tra i migliori
fotografi, completa anche
visivamente le descrizioni
contenute nei testi e illustra i
luoghi più belli, i monumenti
più significativi e le situazioni
più tipiche dell’area.

11

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Come consultare la guida

Informazioni turistiche

Per gli alberghi è riportata

 

Sant’Antìoco

K 09017

la

classificazione ufficiale dell’esercizio

espressa nel numero di stelle.

Pagina 59

 

I

ristoranti sono preceduti dalle

I ristoranti sono preceduti dalle L

L

tradizionali ‘forchette’ (da una a cinque) che ne indicano la qualità.

Pro Loco, piazza Repubblica 41, t. 078182031, 0781840592.

m

o Alberghi, ristoranti, campeggi e villaggi

 

Per i musei e le istituzioni culturali

si

riportano modalità di visita, orari,

 

V

L’Eden. Piazza Parrocchia 15, t.

0781840768, fax 0781840769. Camere 26.

Aria condizionata, parcheggio. Centrale, nei pressi della Basilica, recentemente ampliato e di sobria eleganza.

Musei e istituzioni culturali

giorni di chiusura in vigore al momento della redazione dei testi e suscettibili, pertanto, di variazioni.

giorni di chiusura in vigore al momento della redazione dei testi e suscettibili, pertanto, di variazioni.

I

Per gli altri indirizzi, cioè servizi turistici, luoghi di spettacolo e

Tophet. Via Tanit, t. 078183590. Visite: esti- vo (aprile-settembre) 9-13 e 15,30-19,30;

invernale (ottobre-marzo) 9-13 e 15,30-18.

di

ricreazione, feste, botteghe di

prodotti tipici distribuiti uniformemente

g

Botteghe, arti e mestieri Cooperativa tessitrici Sant’Antioco

Martire. Centro pilota dell’Isola, Istituto

in

tutta la regione, si riportano

soprattutto elementi di caratterizzazione

e

informazioni utili al loro reperimento.

 

In aggiunta alle modalità e agli orari di visita indicati, si segnala che generalmente i musei, i monumenti,e informazioni utili al loro reperimento.   le aree archeologichepossono osservare i seguenti giorni di

le aree archeologichepossono osservare i seguenti giorni di chiusura totale: 1° gennaio, Pasqua, 25 aprile, 1° maggio, la prima domenica di giugno, 15 agosto, 25 dicembre. Si tenga inoltre presente che gli orari delle chie- se non sono indicati quando non si discostano dai consueti orari d’apertura (indicativamente 8-12 e 16-19).

Legenda piante di città

Grande arteria di attraversamento(indicativamente 8-12 e 16-19). Legenda piante di città Via principale Altre vie Rampa pedonale Ferrovia e

Via principale Legenda piante di città Grande arteria di attraversamento Altre vie Rampa pedonale Ferrovia e stazione ferroviaria

Altre vie

Rampa pedonale

Ferrovia e stazione ferroviariadi attraversamento Via principale Altre vie Rampa pedonale Altimetria con curve di livello e quote Monumento

Altimetria con curve di livello e quoteAltre vie Rampa pedonale Ferrovia e stazione ferroviaria Monumento molto interessante Altro monumento interessante

Monumento molto interessantestazione ferroviaria Altimetria con curve di livello e quote Altro monumento interessante Chiesa Ufficio di informazione

con curve di livello e quote Monumento molto interessante Altro monumento interessante Chiesa Ufficio di informazione

Altro monumento interessante

ChiesaMonumento molto interessante Altro monumento interessante Ufficio di informazione turistica Parcheggio

Ufficio di informazione turisticamolto interessante Altro monumento interessante Chiesa Parcheggio Giardino/Ospedale Legenda itinerari Itinerario

Parcheggio Giardino/Ospedale
Parcheggio
Giardino/Ospedale

Legenda itinerari

Itinerario e direzione seguita

Itinerario e direzione seguita Autostrada

Autostrada

Partenza itinerario

Partenza itinerario Strada principale

Strada principale

Arrivo itinerario

Altre strade

Località principale dell’itinerario

Località principale dell’itinerario Chiesa/Villa

Chiesa/Villa

Località nei dintorni

Castello/Torre

Area urbana

Area urbana Nuraghe/Rovine, resti archeologici

Nuraghe/Rovine, resti archeologici

Parco, riserva, area protetta

Parco, riserva, area protetta Grotta/Curiosità naturali

Grotta/Curiosità naturali

Introduzioni

Quadro ambientale, storico, culturale e turistico del territorio

ambientale, storico, culturale e turistico del territorio Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club

Gli ambienti e i paesaggi

Se

isola vuol dire non solo una terra tutta circondata dal mare, ma anche una ‘zattera’

di

terra sufficientemente lontana dalla terraferma, la Sardegna è, fra quelle maggiori, l’u-

nica vera isola italiana. Le sue coste distano 180 km dall’Africa, 190 dall’Argentario, 230 da Civitavecchia, 280 dalla Sicilia, 330 dalle Baleari, 375 da Marsiglia, 395 da Genova. Collocata fra il 41° e il 38° parallelo, è divisa quasi per metà dal 40° parallelo, che pas-

sa anche (tanto per avere un’idea) a Toledo e Minorca a occidente, a Lecce, il monte Olim-

po e Ankara a oriente. Delle sue due città principali, Cagliari è alla stessa latitudine di Cosenza, Sassari di Salerno e Napoli.

Un’isola antica II geologo vi dirà che la Sardegna ingloba, nel sottosuolo del Sulcis-Iglesiente (il rettangolo sud-occidentale dell’isola), la zolla più antica del territorio italiano: nata qui nel Cam- briano, da 600 a 500 milioni di anni fa. Ma tutta la Sardegna è poi emersa dal mare e si è venuta plasmando in una serie di con- vulsioni vulcaniche, di sprofondamenti e di corrugazioni che l’hanno rapidamente (si

fa per dire, perché sono processi che durano nell’ordine delle decine di milioni di an-

ni) lavorata, limata e ‘invecchiata’. La montagna più alta dell’isola, la punta La Marmora nel massiccio centro-orientale del Gennargentu, supera di poco i 1800 metri (la vicina Corsica ne ha di oltre 3000, con nevi quasi eterne). A un viaggiatore dell’Ottocento, l’i- sola si presentò all’orizzonte «come un vasto altopiano azzurro posato sul mare». Pae-

se di molte colline e di brevi pianure (salvo la grande piana alluvionale del Campida-

no, un tempo granaio dell’isola), la Sardegna ha poche montagne: e, come abbiamo det- to, di moderata altitudine. Strana contraddizione con l’impressione che invece più frequentemente il visitatore ri- ceve e gli stessi sardi amano comunicare della loro terra: un’isola-montagna, abitata da un popolo fatto quasi tutto di pastori (e pastori, in Sardegna, vuol dire ancora mon-

tagna – come qua si chiama anche l’alta collina). Il fatto, spiegano i geografi (di quelli che hanno studiato la Sardegna almeno uno ne andrà evocato per nome: Maurice Le Lannou, uno dei più grandi geografi francesi del XX secolo, che negli anni trenta prese

la Sardegna come oggetto delle sue ricerche, lasciandoci un libro indimenticabile e fon-

damentale, tradotto col titolo Pastori e contadini di Sardegna), è che la montagna sar- da è tutta ‘spaccata’, fessurata, divisa da grandi gole, un tempo pressoché invalicabi- li. «La Sardegna – ha scritto Le Lannou – è come un grande mosaico di terra, le cui tes- sere siano state furiosamente scompigliate». Una montagna difficile, aspra, severa: una montagna ‘vera’. Questa durezza della tettonica sarda ha anche avuto due conseguenze storiche, che han-

14

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Gli ambienti e i paesaggi

no operato direttamente sulle vicende e i caratteri dei sardi: ha isolato i villaggi l’uno

dall’altro, alimentando nei secoli la disunione e l’estraneità fra gruppi pure contigui (dun-

que, impedendo la nascita di una più vasta unità nazional-regionale), e ha isolato la mon- tagna dal resto dell’isola, rendendone difficili gli accessi e spesso negando alla monta- gna più frequenti contatti con le pianure ‘civilizzate’. I romani conquistarono tutta la Sar- degna, ma per piegare i popoli della montagna impiegarono più d’un secolo: e neppu-

re alla fine si sentivano del tutto sicuri di

averli addomesticati. Un grande storico francese parla della montagna sarda come del «luogo della libertà, delle libere re- pubbliche pastorali». E un grandissimo come Fernand Braudel ha notato che del-

l’isolamento della Sardegna – altro con- notato portante della sua storia millenaria

– la montagna è responsabile nella stessa misura del mare, e forse anche di più.

I caratteri dell’insediamento La Sardegna ha oggi circa 1 milione 650

mila abitanti. Distribuiti su una superficie

di 24 mila chilometri quadrati, fanno una

densità di 70 abitanti per chilometro qua-

drato, quasi un terzo di quella italiana. Do-

po la Valle d’Aosta, la provincia di Nùoro è

la meno popolata d’Italia (39 abitanti per

km 2 ). Caratteristica dell’insediamento dei

sardi nel territorio è, quasi dappertutto, la

concentrazione degli abitanti in grossi bor- ghi, circondati da una campagna pressoché

radicalmente deserta. Solo due regioni dell’isola, la Gallura nell’estremità nord-orienta-

le e il Sulcis nell’estremità sud-occidentale, conoscono quello che i geografi chiamano l’ha-

bitat disperso, cioè la presenza, nelle campagne, di piccole aziende agro-pastorali costituite

come unità produttive (un tempo quasi) autosufficienti: si chiamano medàus o furria- dròxius nel Sulcis, stazzi (dal latino statio, ‘luogo dove ci si ferma, dove si sta’) nella Gal- lura. Punteggiano le campagne o svettano sulle colline con le loro bianche facciate, il gro- viglio dei recinti per il bestiame, i piccoli pezzi verdi di orto e di vigna. Negli ultimi cinquant’anni la Sardegna ha conosciuto due fenomeni importanti (il che non vuol dire immediatamente anche positivi): il primo è stato un imponente inurba- mento, che ha visto le città e i centri maggiori crescere a ritmo sostenuto, con tutti i pro- blemi di infrastrutture civili e di qualità della vita che questa corsa alla città porta sem- pre con sé; il secondo è stata la nascita del turismo, come conseguenza della eradica- zione della malaria (terribile male endemico che ha angustiato i sardi per quasi tre mil- lenni), e l’intensificarsi delle abitazioni (più seccamente: del cemento) sulle coste un tem-

po pressoché inabitabili.

Cagliari ha oggi, all’anno 2000, 168 000 abitanti: ne ha avuto anche più di 200 000, ma dal corpo centrale si sono staccati molti sobborghi, diventati comuni autonomi; e anzi si cal- cola che la conurbazione cagliaritana superi oggi i 400 000 abitanti. Quartu, così conti- gua a Cagliari che è ormai impossibile distinguere i confini fra i due centri, è con i suoi

quasi 70 000 abitanti la terza città dell’isola. Sassari ne ha 130 000, gli altri due capoluoghi

di provincia, insieme, altri 70 000 (38 000 Nùoro, 33 000 Oristano). Olbia, spinta dallo svi-

luppo del turismo, me ha 44 000, Alghero 40 000. Quasi un terzo della popolazione vive raccolta negli agglomerati urbani: la campagna,

che già colpiva i visitatori del passato per i suoi grandi silenzi, è ancora più deserta. E siccome in questi stessi ultimi cinquant’anni due sardi su cinque hanno abbandonato

i paesi dove erano nate e vissute le generazioni dei padri e dei nonni, i piccoli comuni

sono diventati anche più piccoli e hanno visto moltiplicarsi i problemi dei servizi es- senziali (tre per tutti: la scuola, l’assistenza medica, il sistema dei trasporti). Gran parte di loro hanno reagito rivalutando orgogliosamente le radici della propria iden- tità particolare: quasi tutti i paesi della Sardegna hanno oggi piccoli (e spesso intelligenti) musei archeologici o etnografici, della vita contadina o dell’abbigliamento tradizionale.

15

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

16 Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring

16

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Gli ambienti e i paesaggi

Queste cifre e queste considerazioni per introdurre il lettore ai grandi spazi che carat- terizzano il paesaggio sardo: tanto sulle coste, con le loro frastagliate sequenze di spiag-

ge

e di rocce, quanto nell’interno, dove dalle pianure litoranee si sale rapidamente ver-

so

la collina o, nella Sardegna centro-orientale, verso la montagna.

La

geografia, e con essa la storia, hanno lavorato a dividere l’isola in zone fortemente

caratterizzate, ciascuna con la sua vicenda passata, la sua economia presente, diverse

perfino nelle varianti della lingua regionale e diverse, sino a qualche decennio fa, nello stesso modo di vestire nella quotidianità e più nelle feste (le grandi sagre-rassegne in

cui i sardi indossano i loro costumi ne sono la testimonianza visiva più efficace).

Ognuna di queste sub-regioni ha una sua specificità: del paesaggio e della gente. Sicché, talvolta, parlare di Sardegna come di un tutt’uno, di una entità indistinta, se non è pro- prio una comoda astrazione certo presuppone una sintesi di impressioni, di tratti, di sug-

gestioni che sono di singoli “segmenti” dell’isola. Negli ultimi anni cinquanta un libro for- tunato, che fece un po’ da incunabolo non soltanto a tutta la letteratura turistica sull’isola

ma anche allo stesso avvio di una qualche attività nel settore, era intitolato Sardegna qua-

si un continente. Il titolo rende bene questa immagine di una terra mossa, dove la suc- cessione dei paesaggi e la differenza fra area e area sono recuperate da alcuni tratti fon- damentali: il silenzio, gli spazi, il verde della campagna e della montagna, il senso di una vita naturale e umana semplice e a tratti anche severa.

Le regioni nella regione

Al viaggiatore che arriva in Sardegna dal nord (dove sono i grandi porti di Olbia, Golfo

Aranci e Porto Torres, e gli aeroporti di Olbia-Costa Smeralda e Alghero-Fertilia) è so- prattutto la Gallura a dare l’impressione di questa vastità e diversità insieme. Dai pri-

mi anni sessanta, quando sui bordi del mare gallurese nacque la Costa Smeralda – de-

stinata a diventare in breve il punto di attrazione di un turismo d’élite, ma anche l’im- magine-copertina di un’intera isola di vacanze – le rocce e il mare della Gallura sono en-

trati a far parte dell’immaginario collettivo del turista, italiano o straniero che fosse. I possenti contrafforti di granito, che arrivano sino al bordo del mare, modellati in mil-

le forme dalla forza erosiva del vento, delle onde e della pioggia, appartengono in realtà

quasi soltanto a questa cuspide nord-orientale dell’isola: anche se una catena di mon- tagne granitiche si svolge lungo tutta la costa tirrenica. Il Logudoro, a nord-ovest, è in-

vece regione di brevi pianure e dolci colline. Il suo nome (logu de oro, il ‘luogo dorato’)

gli sarebbe venuto dal biondo delle messi, quando un po’ dappertutto, nell’isola, si col-

tivava il grano: è una delle regioni più “storiche”, protesa dal mare settentrionale sin ver-

so

il centro dell’isola. I suoi abitanti si vantano (non correttamente, secondo i filologi)

di

parlare il ‘vero’ sardo. Il Gocèano è la zona di transizione verso la montagna centra-

le:

e intanto si affaccia sulla valle del Tirso (il padre dei fiumi sardi, ma i fiumi in Sardegna

sono sempre assediati dalla siccità) dall’erta costa del suo Màrghine, dove i piccoli cen-

tri stanno arroccati verso le foreste delle cime. A occidente la Planargia (terra d’altopiano)

scende da Macomèr verso il mare di Bosa. Il centro della Sardegna è, paradossalmen-

te,

spostato a oriente: è il grande acrocoro del Gennargentu, il cuore di pietra dell’iso-

la,

regno dell’economia e della vita pastorali, che i sardi sentono come un nucleo, un no-

do

saldo di patria all’interno della più grande patria regionale. Dopo l’altopiano di Ab-

basanta e le creste vulcaniche del Montiferru, nella Sardegna meridionale si apre il gran-

de

corridoio del Campidano, orlato a oriente dalla catena del monte Arci e a occiden-

te,

man mano che si scende verso il mare di Cagliari, dalle montagne dell’Arburese, del-

l’Iglesiente e del Sulcis, sacre alle memorie del lavoro minerario. Il Campidano fu per se-

coli destinato alla cerealicoltura, granaio dei conquistatori di turno; oggi ha saputo con-

vertirsi all’agricoltura intensiva e ha già al suo attivo numerose esperienze nel campo delle colture biologiche. Dal Campidano si può risalire, volgendo a ovest, la valle del Cixer-

ri, che porta all’Iglesiente e al Sulcis (con i loro ricordi di Cartagine, di Roma e del me-

dioevo, ma anche con litorali fra i meno toccati dell’isola), oppure, prendendo a est, ar-

rivare alla imponente costa dell’Ogliastra attraverso i paesaggi contadini della Marmilla

e della Trexenta o la “piccola Svizzera” delle groppe montane del Gerrei. Abbiamo fatto una corsa a perdifiato dal nord al sud dell’isola: una sintesi troppo veloce,

ma i singoli quadri regionali che formano il corpo di questa guida daranno meglio ragione

di tutte le specificità che, messe e ‘godute’ insieme, fanno della Sardegna un’isola diversa,

che si vanta di questa sua diversità.

Sardegna: una storia che viene da lontano

Più ancora della geografia, sono state le lunghe vicende della storia a conferire alla Sar- degna i tratti essenziali della sua identità. Della storia e anche della preistoria. La preistoria sarda comincia intorno al 14 000 avanti Cristo: nel senso che è a quella da- ta che si collocano i primi avanzi di qualcosa di ‘umano’, ritrovati in una grotta del Nuo- rese (famosa perché si dice che lì avesse eletto il suo temuto rispettatissimo rifugio una sorta di ‘patriarca’ del banditismo sardo di fine Ottocento: in Sardegna tutta la storia sem- bra svolgersi in un’infinita linea di continuità, l’archeologia finisce alle soglie della sto- ria contemporanea). In realtà, non è da molti anni che gli studiosi dell’antichità sarda hanno indicato in alcune pietre d’un greto di torrente presso Pèrfugas (nella Sardegna settentrionale, ai bordi della Gallura), scheggiate al modo clactoniano (come lo chiamano gli specialisti, dal nome della località inglese in cui per la prima volta ne furono trova- te e individuate di simili), le tracce dell’uomo sardo del Paleolitico inferiore, un’età che va da 200 a 150 000 anni fa.

La bella età dei nuraghi Ma la preistoria vera, quella più gremita di frequenze e di presenze umane, si fa inizia- re intorno a 6-5000 anni prima di Cristo, e la si segue nel suo svolgimento lungo tutto il Neolitico sino al 1500 quando inizia quella che Giovanni Lilliu – il maestro degli archeologi sardi – chiama «la bella età dei nuraghi». In quei tre-quattro millenni che dura il Neoli-

tico, gli studiosi individuano, nell’isola, il susseguirsi di una serie di culture ognuna del- le quali prende nome, in genere, dalla località in cui per la prima volta sono state trovate

le testimonianze che più

originalmente la connota- no: così, una dopo l’altra, la cultura di S. Michele (è il nome di una grotta di Ozie-

ri:

ma monumenti e resti

di

quella ‘cultura’ si trova-

no

in tutta l’isola), quella di

Abealzu-Filigosa, quella di Monte Claro e di Bonnàna-

ro (in mezzo, anche la cul-

tura detta del Vaso campa- niforme). Quando, a parti-

re dalla prima metà del se-

condo millennio a. C., scop- pia l’età nuragica, i suoi

monumenti coprono, si può dire, l’intero territorio isolano. Sono 7 mila torri, in pietra scura di trachite o basalto, che dominano – allineate nella gran parte sui cri- nali delle colline – l’intero paesaggio sardo. In alcune aree se ne contano più di uno per km 2 . Costruiti con grandi massi sovrapposti in file circolari tenute insieme dalla sola for- za di gravità, alti spesso sino a 20 metri, non sono soltanto una sorta di monumento-mar- chio della Sardegna. Sono anche l’emozionante testimonianza di una vicenda che, svolgendosi per quasi un millennio, ha lasciato un patrimonio sterminato di monumenti

e di memorie: dalle sepolture dette tombe di giganti (tanto grandi e forti si pensava che

ne fossero i costruttori) ad alcune centinaia di piccole statue in bronzo, in cui il popo-

lo nuragico è ritratto con i suoi capitribù, i guerrieri, gli arcieri, i sacerdoti, i pastori, gli animali. Eppure queste manifestazioni di vita associata, di senso religioso, di modi di la- vorare, di conoscenze tecnologiche, di articolati assetti sociali, di fantasia architetto- nica e plastica – che ben meritano, tutte insieme, il nome di civiltà – non sono arrivate

a costruire una nazione: e meno ancora uno Stato. La civiltà dei sardi nuragici fu emi-

nentemente ‘cantonale’, cioè frammentata in tante piccole comunità (clan, tribù), se- parate anche dalla tormentata orografia dell’isola. Ne è derivata, sin dalle origini, come

18

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Dall’età nuragica alle prime invasioni

una debolezza (politica, civica) che sembra aver poi funzionato come una costante di tutta la storia isolana. Grotticelle, Tombe di giganti, nuraghi (e, prima di loro, ancora dolmen e menhir), l’intero patrimonio della monumentalità preistorica è ‘in campagna’. Un altro de-

ficit della civiltà nuragica – e di tutte le culture che l’han- no preceduta – è che essa non arrivò mai a creare la città: il massimo dell’insediamento si espresse in villaggi

di

cento-duecento capanne al massimo, spesso raccolte

ai

piedi d’un nuraghe. Questa ruralità della preistoria

sarda fa sembrare il paesaggio dell’isola ancora più an- tico. È un effetto curioso, ma esiste. E permane come una sensazione profonda nel visitatore. Isolamento, in- sularità, antichità della terra, ruralità della preistoria, severità del paesaggio e del carattere: sono già alcune linee di rotta per capire meglio la Sardegna e le direttrici stesse della sua storia. Che è, dopo il periodo felice del- l’indipendenza nuragica, quasi tutta storia di domina- zioni e invasioni

Le prime invasioni Comincia con i fenici, intrepidi viaggiatori di tutto il Me- diterraneo. Collocata al centro del bacino occidentale, non troppo lontana dalle altre terre abitate, la Sardegna era un’isola-scalo ma anche, a quei tempi, un’isola ric-

ca

di risorse. La prima materia sarda a essere esportata

fu

l’ossidiana: una pasta vulcanica, nera dura e vetro-

sa, atta a cento usi (primo fra tutti, a farne punte di freccia). Ne ha vasti giacimenti il mon-

te Arci, che domina a oriente la pianura del Campidano, seguendo con le sue creste ar-

rotondate il lento svolgersi della piana subito dopo Oristano. Partendo dall’isola, quel-

la ossidiana circolò praticamente per tutto il mondo occidentale allora conosciuto: gli

archeologi l’hanno chiamata, con efficace immagine, l’«oro nero dell’antichità». Ma i fe- nici venivano a cercare anche altre cose: come le cercavano in tutto il Mediterraneo, fre- neticamente scambiando tutto quello che c’era da maneggiare e scambiare. Arrivaro- no nell’isola intorno al 1000 avanti Cristo: i loro insediamenti si fecero sempre più sta- bili e costruiti, rispetto ai primi scali, sicché quando Cartagine e poi Roma s’acquar-

tierarono nell’isola, le loro città andarono a posarsi sui resti e le strutture delle primi- tive città fenicie.

Ai cartaginesi questa successione dovette riuscire più facile: i cartaginesi erano infat-

ti i fenici d’Occidente: la parola romana punici viene, come si sa, dalla stessa parola phói-

nix (nome greco della conchiglia da cui si tingeva la porpora) che è anche alla radice del-

la parola fenici. I cartaginesi arrivarono in Sardegna intorno al 550 a.C. Il loro insedia-

mento fu molto più stabile ed esteso. Nacquero così le prime città della storia sarda, qua-

si tutte disposte lungo il sud-ovest isolano, quasi in linea (di mare) con Cartagine: da Ca-

gliari (forse Kàrales, roccia, collina) sino a Tharros, passando per Nora, Bithia, Sulci. Fat-

ta eccezione per Bithia, di tutte le altre città esistono ancora ruderi imponenti, sebbe-

ne nascosti dalle sovrapposte architetture d’età romana. La dominazione cartaginese

– che peraltro non fu così pervasiva e totalizzante come sarebbe stata quella romana –

durò solo due secoli: eppure la storia sarda ne fu così segnata che ancora oggi s’accende ogni tanto una polemica sulla quantità di debiti che il carattere dei sardi ha verso quei lontani antenati. Perfino l’idea fondamentale della vita e della morte verrebbe, ai sardi, più dai culti di Tanìt e di Ashtart, divinità dell’Olimpo fenicio-punico, che dalla filosofia romana o dalla stessa religione cristiana.

Mille anni di Roma

I romani arrivarono in Sardegna nel 238 a.C., nell’intervallo fra la prima e la seconda guer-

ra punica, col pretesto dell’inosservanza d’una clausola del trattato di pace. Roma ri-

mase in Sardegna non solo sino al 476, anno canonico della caduta dell’Impero d’Occi- dente, ma anche ben oltre, attraverso l’appartenenza dell’isola – per il tramite della pro- vincia d’Africa, di cui fece parte – all’Impero romano d’Oriente. Qualcosa come quasi mil-

19

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: una storia che viene da lontano

le anni di romanizzazione: le cui tracce sono profondamente incise soprattutto nella lin- gua sarda, la più latina delle lingue neolatine. Roma, che pure in città come Cagliari ave- va lasciato sopravvivere religione e perfino magistrati punici, estese in ogni angolo del- l’isola la sua presenza attraverso insediamenti di guarnigioni militari e una straordina- ria rete di grandi strade che mise in collegamento le città del Sud – e in particolare Ca- gliari, che proprio sotto Roma venne assumendo quel ruolo di città-leader che avreb- be poi conservato (e rafforzato) nei secoli – con le nuove realtà del Nord, dove erano nate città come Olbia e Turris Libisonis (l’attuale Porto Torres), abitata da famiglie di coloni e magistrati romani. C’era solo la zona della montagna a opporre una lunga re- sistenza: non per niente i romani indicavano quelle terre come popolate dalle civitates Barbariae, dove il termine Barbària, da cui deriva alla regione intorno al Gennargentu il nome attuale di Barbàgia, segnala il difficile rapporto fra i conquistatori e le genti del- la montagna sarda. Per Roma la Sardegna era importante, e per molti motivi. La sua collocazione geogra- fica ne faceva l’ideale testa di ponte verso l’Africa e perfino verso la Spagna. Le montagne del Sulcis-Iglesiente erano già famose dai tempi dei fenici per i loro giacimenti di piom- bo e d’argento: spesso Roma mandava ad metalla i ‘devianti’ dell’Urbe. E soprattutto c’e- ra il Campidano, una pianura lunga cento chilometri e larga venticinque, dove già i car- taginesi avevano proibito, pena la morte, che si piantassero alberi per lasciare tutto lo spazio e tutto il sole alla coltivazione del grano. Con la Sicilia e l’Africa, la Sardegna era, come diceva Cicerone, uno dei tria granaria Reipublicae subsidia firmissima, solidissimo granaio della Repubblica. Anche da Bisanzio vennero alla Sardegna pezzi importanti del- la sua civiltà: l’esperienza del monachesimo e della re- ligiosità orientali, nuove magistrature e una diversa or- ganizzazione dell’amministrazione statale, colture nuo- ve (per esempio, si dice, il fico), architetture chiesa- stiche, l’uso (presto dimenticato) della lingua greca, perfino l’onomastica bizantina: i sardi arrivarono a eleggere santo, a furor di popolo, l’imperatore Co- stantino, al quale è dedicato il più famoso santuario sar- do e in onore del quale si celebra ogni luglio la più dram- matica e animata delle feste equestri isolane.

Dall’alto medioevo ai giudicati Ma c’è, nella storia della Sardegna, un ‘bu- co nero’ di quasi mezzo millennio, che va dal 500 d.C. (in questo periodo si colloca una passeggera, ma anche crudele domi- nazione vandalica) sin verso il Mille. La fu- ria predatoria delle flotte arabe radica- lizzò l’isolamento di una terra già isolata dalla sua stessa geografia. Quando co- minciano a riaffiorare i primi documenti scritti, la Sardegna ci appare già divisa in quattro territori sostanzialmente sepa- rati uno dall’altro e praticamente ormai in- dipendenti dalla lontana, irraggiungibile Bisanzio. Si chiamano giudicati, e giudici, ju- dikes, i loro signori e alla memoria di questi piccoli e automi Stati i sardi affidano vo- lentieri anche oggi (come all’altro periodo eroico, quello nuragico) i titoli del proprio spirito regionale (e regionalistico).

I

giudicati si chiamano, dai loro territori o dalle città principali, di Logudoro (o Torres)

e

di Gallura a nord, di Arborèa (con capitale a Oristano) e di Cagliari a sud. Sulla loro ori-

gine si sa ancora poco. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di una divisione del ter- ritorio operata per motivi di controllo amministrativo e politico (e di difesa), in cui quel- la che potrebbe essere stata un’unica potente famiglia patrizia di Cagliari (i de Làcon, forse) avrebbe distribuito fra i propri componenti le diverse ‘province’ di quello che era, all’inizio, un unico possedimento. Ma la caratteristica più interessante di questi nuovi Stati è appunto la loro novità: pur riecheggiando modelli di statualità e di organizzazione sociale presenti nell’Europa loro contemporanea, i giudicati se ne discostano per dare luogo a una società in parte anche democratica (le coronas de logu, cioè le assemblee

20

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

L’età giudicale

dei maggiorenti del territorio, coadiuvano il signore nel governo del rennu, del regno), ma in parte anche più arretrata di quella europea: non esiste il feudalesimo, ma la mag-

gioranza della popolazione è di servi, tenuti alle più diverse specie di tributi e di servizi. Rapidamente i giudici entrano nel mirino di altre potenze continentali. Nel 1016 una sor- ta di grande crociata navale bandita dal pontefice per liberare la Sardegna dalle incur- sioni dei mori, sempre più frequenti negli ultimi tre secoli, vede Pisa e Genova prima scon- figgere il potente emiro Mugiahid al-Amiri poi invadere l’isola con i loro mercanti e le lo- ro famiglie patrizie, che si legano ai signori sardi in una fitta rete di alleanze politiche, commerciali e matrimoniali. Arrivano in Sardegna, in questo stesso periodo, anche gli ordini monastici, chiamati dai giudici a coltivare la terra e a insegnare la fede di Roma

a

popolazioni che hanno conosciuto, semmai (e in tempi di scisma), l’osservanza del-

la

Chiesa orientale. Energici lavoratori, bonificatori indefessi, educatori del popolo, i mo-

naci creano nell’isola potenti centri di riferimento, il cui nucleo è costituito spesso da nuove, grandi chiese, figlie del romanico, che essi innalzano coraggiosamente nella stes- sa campagna in cui si sono insediati.

Genova, Pisa, Aragona e Spagna Dei giudicati, tre scompaiono prima della fine del Duecento: Gallura e Cagliari divisi per eredità fra potenti signori d’oltre Tirreno (gli ultimi signori di Gallura sono i Visconti pi- sani, come quell’Ugolino-Nino che Dante ricorda nel suo Purgatorio, quello di Logudo- ro frantumato dal rapido svilupparsi di una nuova città presto eretta a libero Comune, Sassari, formatasi alle immediate spalle del porto di Torres, in una zona più sicura, me- no malarica e più ricca di acque e di terreni fertili. Un Comune libero in libertà ‘condi- zionata’: prima sotto la protezione di Pisa, che vi manda i suoi podestà, poi sotto Genova (ma alcune grandi famiglie liguri hanno già stabilito forti teste di ponte nel nord dell’i- sola, dove i Doria hanno fondato Castelgenovese – oggi Castelsardo – e la città-fortez- za di Alghero, e i Malaspina controllano centri importanti come Òsilo e Bosa). L’unico giudicato che sopravviva è quello di Arborèa. Gli abitanti di Tharros si sono tra- sferiti a Oristano portandosi appresso, si dice, non solo l’arcivescovo ma anche le pie- tre della città romana. I signori si sono imparentati con la potente famiglia catalana dei Bas-Serra, e molti dei loro figli sono educati alla corte di Barcellona. Nel 1297, per dipanare l’aggrovigliata matassa di problemi internazionali creati dalla guerra dei Vespri, papa Bonifacio VIII cede la Sardegna in feudo a Giacomo II d’Arago- na. Così nel 1323 il principe ereditario Alfonso sbarca in Sardegna con una potente ar- mata e nel giro di pochi mesi s’impadronisce dell’isola. Padrone, o quasi: perché il giu- dice di Arborèa, che era stato suo alleato al momento dell’invasione, diventa quasi im-

21

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: una storia che viene da lontano

provvisamente il principale nemico degli aragonesi sino a capeggiare una lunga solleva- zione, praticamente estesa a tutte le zone della Sardegna. È quella che alcuni storici sardi chiamano, magari con una punta di esagerazione, una ‘guerra di liberazione nazio- nale’. Dietro il vessillo d’Ar- borèa (che ha al centro l’al- bero sradicato che diventerà quasi il simbolo della resi- stenza sarda) comunità, tribù, piccoli eserciti si organizzano per opporsi al conquistatore:

che intanto, come premio del- la conquista, ha spartito i tre- cento villaggi dell’isola fra i nobili catalani che lo hanno accompagnato nell’impresa. Così la Sardegna conosce ora quel feudalesimo che è scomparso da qualche secolo in quasi tutto il resto d’Europa.

La resistenza arborense dura sino al 1409, anno della battaglia di Sanluri. Arborèa diventa un marchesato, finisce la stirpe dei suoi giudici: eppure ancora nel 1478 un loro lonta- no discendente rialzerà la bandiera della rivolta. Occorrerà batterlo in campo aperto,

a

Macomèr, per poter considerare definitivamente domata la Sardegna, proprio negli stes-

si

anni in cui, per il matrimonio fra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, comincia

quella che si chiama l’età della Sardegna ‘spagnola’. Resta, del periodo giudicale, il ricordo sempre affascinante di una libertà e di un’auto- nomia che saranno vagheggiate nei secoli avvenire come un diritto inestinguibile dei sar- di. E resta la memoria della grande Eleonora che, giudicessa d’Arborèa durante la pri- gionia del marito, non solo continuò a guidare imperterrita la guerra ‘nazionale’, ma emanò anche, intorno al 1392, un codice di leggi conosciuto come Carta de logu (il ‘co-

dice del territorio’ arborense). Aragona lo estenderà di lì a qualche anno a tutta la Sar- degna rurale e durerà in vigore sin quasi il 1830. Si dice che perfino Caterina di Russia invidiasse, a distanza di secoli, quella donna sarda così guerriera e così saggia.

Il periodo spagnolo è considerato, dai sardi, quello in cui l’isola conosce – sotto il go-

verno dei viceré che seggono a Cagliari (la Sardegna è un regno per decreto pontificio)

– il suo periodo più infelice: pesti, carestie, spopolamento, povertà; nelle città l’arroganza dei funzionari spagnoli, nei paesi l’inesausto bisogno di denaro dei feudatari (gran par- te dei quali abitano in Spagna) e dei loro ufficiali. Il dominio spagnolo dura sin verso il 1720, quando, a conclusione di una serie di guerre (prima fra tutte la guerra di succes-

sione spagnola), l’isola passa – dopo una breve parentesi di presenza asburgica – nel- le mani dei Savoia, costretti dalla pace dell’Aja a cedere la ricca Sicilia (da cui hanno ot- tenuto il titolo di re) in cambio della povera Sardegna. Finiscono così quattro secoli in cui i sardi sono vissuti nell’orbita non solo d’un potere iberico ma anche della cultura

e della civiltà di Spagna: i rapporti con l’Italia non si sono mai interrotti (sebbene qual-

che legge li vietasse espressamente), ma le istituzioni, la lingua, la letteratura, la religiosità, le tendenze dell’arte e perfino alcuni elementi ‘archetipici’ del carattere spagnolo la- sceranno tracce profonde nella civiltà della Sardegna. Il bilancio ha anche qualche vo- ce attiva, come la fondazione delle due Università di Sassari e Cagliari tra fine Cinque- cento e inizi del Seicento, l’affascinante produzione dei retabli, e come la stessa esistenza (secondo le usanze prima di Aragona e poi di Spagna) di un Parlamento che esercita una qualche funzione ‘nazionale’ di rappresentanza del popolo sardo (o, se si vuole, delle sue classi dominanti). Ma il lascito più originale e fascinoso dei quattro secoli catalano-spagnoli è un’intera città. Ancora oggi Alghero, pure fondata dai Doria a immagine di una città fortificata di tipo

genovese, è chiamata Barceloneta , la piccola Barcellona. Carlo V, che fu qui di passag- gio nel 1541, la trovò «bonita y bien asentada», graziosa e felicemente collocata. Alghe- ro lo è ancora oggi che è diventata, come diceva uno slogan degli anni pionieristici, «la porta d’oro del turismo sardo».

22

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Dal governo spagnolo a quello piemontese

La Sardegna piemontese La Sardegna fu piemontese per quasi centocinquant’anni, sino all’Unità. In realtà si po- trebbe dire che fu il Piemonte a essere sardo, visto che dalla Sardegna prendeva nome

il nuovo regno. Ma piemontesi erano i monarchi, i viceré, gli alti magistrati, i grandi fun-

zionari: il destino della Sardegna veniva deciso, un giorno dopo l’altro, più a Torino che

a Cagliari. E perché non ci fossero equivoci, i Savoia non convocarono più il Parlamen-

to che pure, al momento dell’acquisto dalla Spagna, si erano impegnati a convocare ogni dieci anni, come si era fatto nel passato. All’inizio, in realtà, i Savoia non volevano tenersi quell’isola lontana, spopolata e malarica, praticamente priva di risorse, più bisognosa d’aiuto che capace di contribuire al reddito dello Stato. Poi, a partire dal 1743, il conte Gian Lorenzo Bogino, ministro di Carlo Ema- nuele III, cominciò a introdurre elementi d’un cauto ma sapiente riformismo: furono ria- perte le Università, travolte nel Seicento dalla crisi dello smisurato impero spagnolo; fu- rono riformati e rafforzati i consigli ‘comunitativi’, antenati delle moderne assemblee ci- viche; furono creati i Monti frumentari, per incrementare l’agricoltura con prestiti in gra- no e attrezzi, e i Monti nummari per far girare un po’ di denaro fra i contadini. Ma, morto il re, il figlio Vittorio Amedeo III, nel momento stesso in cui gli succedeva, li- cenziò il Bogino. La Sardegna era ancora nelle mani di un centinaio di feudatari: solo le città maggiori (esse stesse ‘baronesse’ della campagna circostante) ne erano esenti, e alcune di loro profittavano di questa condizione per crescere con istituzioni scolastiche

e iniziative commerciali. Tempio diventa sempre più importante in Gallura, mentre la re-

gione tutta intorno si va popolando di coloni, molti dei quali provenienti dalla Corsica:

il dialetto gallurese nasce così, come il corso, su radici toscane; viene fondata Carloforte (1738), popolandola con coloni d’origine ligure che ancora oggi conservano parlata e costumi d’un tempo, e viene occupato l’arcipelago di La Maddalena (1767), dove crescerà presto una robusta piazzaforte militare marittima; Bosa schiera sui bordi del fiume Te- mo le sue attive concerie; Nùoro e Ozieri si sviluppano da grossi borghi a piccole città (e tali lo stesso Carlo Alberto le consacrerà nel 1836).

Il secolo dei Lumi finisce in Sardegna, come nel resto d’Europa, fra le fiamme della ri-

voluzione. Anzi, di quella che si chiamò “la sarda rivoluzione”, un vasto moto antifeu- dale, animato da intellettuali borghesi di città, da pastori e contadini di paese, da co- raggiosi parroci di villaggio: ma il suo capo, Giommaria Angioy, giudice della massima magistratura isolana, sconfitto, fu costretto all’esilio (morì a Parigi nel 1808, dopo aver inutilmente cercato di.convincere i governi francesi a ‘liberare’ la Sardegna).

Il difficile Ottocento Gli anni-chiave dell’Ottocento sono i decenni centrali del se- colo: nel 1839 prende concretamente corpo un editto, già emesso nel 1820, che permette a chi possiede la terra di chiuderla con muri, siepi o fossati (di qui il nome di edit- to “delle chiudende”), nella speranza di attivare la formazione di una piccola borghesia agraria imprenditrice; nel 1836-39 viene abolito il feudalesimo; fra il 1859 e il 1865 vengono aboliti gli ‘ademprivi’, cioè i diritti che le co- munità avevano sulle terre feudali e demaniali. Sono tre grandi serie di provvedimenti legislativi, volti (come altre misure coeve) ad allineare il più ra- pidamente possibile la Sardegna al resto d’Europa o, come minimo, al resto (continentale) del Regno di Sardegna. Ma sono leggi che sconvolgono, nell’isola, as- setti plurisecolari: con esiti, nella gran parte dei casi, che vanno nella direzione opposta a quella per la quale era- no stati pensati. L’abolizione del ‘comunismo’ agrario non crea la borghesia imprenditrice, solo consegna ai possi- denti di paese la possibilità di far pagare più cari i fitti dei pascoli: nasce una nuova classe, ma parassitaria e as- senteista, s’invelenisce l’antico antagonismo fra pa- stori e contadini, molti terreni sono più usurpati

23

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: una storia che viene da lontano

 

Lingua e dialetti

 

Tra gli idiomi che hanno avuto origine dal latino, il sardo è quello che ha mag- giormente conservato tratti della lingua madre. Lo storico isolamento della re- gione - diverso peraltro a seconda delle tre principali varietà dialettali: il campida- nese, al sud, e il gallurese-sassarese al nord, più permeabili all’influenza toscana; il logudorese, al centro e nelle zone mon- tuose dell’interno, assai più resistente e arcaico - ha preservato il sardo da feno- meni evolutivi che hanno determinato in- vece le sorti linguistiche di altre aree ro- manze: quasi assente, ad esempio, l’in- flusso delle lingue germaniche, come pu- re solo superficiali i contatti con greco o arabo. Per limitarci soltanto all’ambito lessicale, numerosi sono i vocaboli di di- retta derivazione latina sopravvissuti nel sardo fino ai giorni nostri: mannu da ma- gnus, invece dell’italiano “grande”; domu da domus, al posto dell’italiano “casa”; janna (“porta”) da janua, solo per citarne alcuni tra i più comuni. Sempre riconducibili alle stesse cause di

isolamento, sono le sopravvivenze di for- me prelatine, forse riferibili a ceppi lin- guistici iberi, berberi o punici. I toponimi

recano spesso i segni più evidenti di que- sti “fossili” linguistici: la parola nurra, esclusiva dell’area sarda col significato di “voragine, crepaccio nel terreno”, ma an- che, antiteticamente, di “cumulo di terra,

di

sassi” - da cui ha origine nuraghe - si ri-

trova in Nuràminis, Nurallào, Nurachi, Nuragus, oltre che nel coronimo Nurra, la subregione nord-occidentale dell’isola. Altra origine prelatina è da attribuire alla

base gon(n)- , correlata al significato di “al- tura, monte”: Goni, Gonnesa, Gonnosco- dina, Gonnosfanàdiga, Gonnosnò, Gon- nostramatza (in quest’ultimo caso, il tema

si

unisce con la parola sarda tramattsu, “ta-

merice”).

 

Interessanti “isole” linguistiche all’interno del panorama sardo sono quelle del ca- talano ad Alghero e di un antico dialetto ligure che caratterizza la parlata delle cit- tadine di Carloforte e Calasetta sull’isola

di

San Pietro.

che chiusi. L’abolizione del feudalesimo avviene attraverso il riscatto dei feudi: in pra- tica, lo Stato paga ai feudatari le rendite dei loro privilegi, ma ne carica l’obbligo del rim- borso sui Comuni, che cominciano la loro nuova vita già oberati di debiti. La cancella- zione degli ademprivi, cioé dei diritti dei poveri di andare a far legna, a cogliere ghian- de e funghi, allevare maiali nei boschi demaniali priva i pastori senza gregge e i conta- dini senza terra dei mezzi elementari della sussistenza. Questi decenni (e queste leggi) gettano un seme di violenza che germoglierà nel banditismo rurale di fine secolo. Ma l’anno dei portenti, in Sardegna, è il 1847. Tra ottobre e novembre un moto di bor- ghesie urbane, intellettuali e commerciali, chiede e ottiene la “fusione perfetta” fra Sar- degna e Stati di Terraferma: è la fine dell’autonomia del Regnum Sardiniae, la rinuncia ai (pochi) privilegi d’origine spagnola, l’inizio di un’integrazione diseguale nel resto del- lo Stato, un processo non ancora compiuto e ancora drammaticamente in discussione. La stessa unificazione della Penisola avvia in Sardegna, di fronte ai problemi che crescono, un ripensamento di quel moto con cui i sardi, in fondo, avevano anticipato gli unitari- smi del risorgimento. «Fu una follia collettiva», dirà, a qualche anno dall’evento, uno dei capi delle ‘radiose giornate’ del 1847. La Sardegna sperimenterà così, con quasi quin- dici anni d’anticipo, il difficile rapporto Nord-Sud. Il secolo finisce con una crisi epocale: chiusi gli sbocchi commerciali con la Francia dal- la “guerra delle tariffe”, crollano una dietro l’altra le banche, falliscono le industrie agri- cole, il banditismo nel Nuorese scoppia così violento che Pelloux ordina, nel 1899, una vera e propria spedizione militare. Resiste la pastorizia (industriali del Lazio comincia- no a produrre in Sardegna quel “pecorino romano” che ora si fa quasi soltanto nell’iso- la); resiste, anzi cresce, l’industria mineraria che ha la sua area privilegiata nel Sulcis-Igle- siente, dove si sviluppa una classe operaia insieme disperata e combattiva (oggi che le miniere sono arrivate al loro anno zero, le nere architetture minerarie sono uno dei più emozionanti spettacoli dell’archeologia industriale italiana). Le due città maggiori, sul- la spinta di attive borghesie commerciali o delle professioni, aprono nuovi, eleganti quar- tieri: a Cagliari il nuovo palazzo del Municipio s’affaccia dritto sul porto, quasi a consa- crazione del destino mediterraneo della città (1899), a Sassari sull’umbertina piazza d’I- talia si dispiega la vasta fronte classicheggiante del palazzo della Provincia (1873-80). L’età giolittiana, in cui l’Italia passa da paese contadino a potenza industriale, è segna-

24

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Ottocento e Novecento

ta in Sardegna dallo straripare della pastorizia (oggi l’isola con i suoi 3 milioni di peco- re possiede più d’un quarto dell’intero patrimonio ovino nazionale) e da sanguinosi scon- tri nelle miniere (l’eccidio di Buggerru, settembre 1904) e nelle città (i moti per il caro- vita, maggio 1906): anche i sardi cominciano a emigrare.

La Grande Guerra e il fascismo Questa “appendice incerta” dell’Italia entra prepotentemente nell’immaginario nazio- nale quando, nel novembre del 1915, il bollettino del Comando Supremo cita «gli intre- pidi Sardi della Brigata Sassari», conquistatori di una «munitissima posizione nemica». C’è un sussulto d’orgoglio anche in Sardegna: dopo il Piave il presidente Orlando dirà alla Camera: «Quando ho visto i soldati della Brigata Sassari ho sentito l’impulso di in- ginocchiarmi davanti a loro». La media regionale dei caduti in guerra è per l’isola una delle più alte d’Italia. Il dopoguerra dovrebbe essere il momento in cui lo Stato paga i suoi debiti. Nasce nel- l’isola il più forte movimento regionale di ex combattenti, che chiede nuova attenzione dai governanti e l’autonomia politico-amministrativa. È la matrice non soltanto di un’o- riginale formazione politica, il Partito sardo d’Azione, ma anche d’un vasto moto di ri- vendicazionismo regionalista che, covando durante il fascismo «come il fuoco sotto la cenere» (l’immagine è di uno dei più prestigiosi ‘capitribù’ della Sardegna moderna, Emi- lio Lussu), avrà una sanzione costituzionale nel 1948 con lo Statuto regionale di auto- nomia speciale. Il fascismo non è neppure in Sardegna una ‘parentesi’. Nell’isola il governo conduce il suo più vasto esperimento di bonifica agraria ‘integrale’ (e nascono così le ‘città nuo- ve’ di Mussolinia, oggi Arborèa, presso Oristano, e Fertilia, sul golfo di Alghero), attiva nelle miniere le produzioni più funzionali alla politica autarchica (nel 1938 viene fondata Carbonia), finanzia con ‘la legge del miliardo’ (1924) un vasto programma di opere pub- bliche, prova a combattere il più antico dei mali dell’isola, la malaria. Al censimento ‘imperiale’ del 1936 i sardi superano il milione di unità e Cagliari i centomila

abitanti. Ma il mondo della campagna – questa vasta, imprendibile, inabitata campagna sarda – resta sostanzialmente intatto. Non solo: alla fine del ventennio più di quattro quin- ti dei paesi sardi non avranno ancora acqua, luce, fognature, scuole, in qualche caso nep- pure cimitero. E il mondo delle miniere – la struttura industriale più importante dell’i- sola, autentica risorsa strategica del Paese – s’arrenderà in pochi anni alla concorren- za internazionale. Nel 1962 il primo Piano di rinascita lancia un imponente programma per la moderniz- zazione della Sardegna: basato sulla creazione di alcuni robusti poli industriali (Sassa- ri, Porto Torres, Cagliari, Olbia, Àrbatax e poi ancora Oristano, Macomèr, Ottana), si fer- ma però alla creazione di una massiccia industria petrolchimica di base, esposta ai ca-

25

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: una storia che viene da lontano

pricci e agli intrighi del mercato mondiale del petrolio. Nel 1974 la prima crisi del Golfo travolge il fragile impero e avvia una fase di forte recessione da cui la Sardegna non è ancora uscita: numerose manifestazioni di malessere isolano (anche la più clamorosa, quella del banditismo delle zone interne, che si esprime soprattutto nell’‘industria’ del sequestro di persona) sono da ricondurre, in parte, a queste nuove, difficili condizio-

ni di vita e di lavoro. La Sardegna è oggi un mondo straordinariamente antico e insieme

curiosamente moderno.

La grande svolta si colloca nel 1950. In quell’anno nessun sardo s’ammala di malaria. Un

grandioso esperimento igienico-sanitario, condotto da tecnici italiani, finanziato e diretto da americani, ha portato in meno di quattro anni all’eradicazione dell’Anopheles ma- culipennis, la zanzara portatrice di questa millenaria piaga delle coste mediterranee. La scomparsa della malaria sgombra da un pericolo micidiale ogni insediamento nel ter- ritorio: da quello dell’industria a quello nelle stesse campagne e, soprattutto, nelle zo- ne costiere. Il turismo sardo è figlio, quasi tutto, del ‘miracolo’ del DDT: il famoso di- sinfestante è da tempo nell’occhio del ciclone ecologista, ma i sardi conservano anco- ra, e con qualche gratitudine, i ‘marchi’ del passaggio dell’operaio-disinfestatore segnati sullo stipite delle porte di centinaia di villaggi.

Non solo mare

stata la scomparsa della malaria a dettare le direzioni dello sviluppo dell’isola negli ultimi cinquant’anni, che hanno visto l’impetuoso sviluppo del turismo. La Sardegna sta ora nel Gotha internazionale delle vacanze. Del resto, l’isola ha qualcosa come 1897 chilometri di coste, un quarto esatto dell’in- tero perimetro litoraneo d’Italia. È giusto, dunque, che quando si dice Sardegna si di-

È

ca

(specie se lo dice chi ci viene in vacanza) mare, sole, silenzio. Ma c’è anche altro so-

le

e altro silenzio, e un verde non molto diverso da quello del mare, nella Sardegna in-

terna. Intanto, dal mare, in Sardegna, non ci si allontana mai troppo: nessun punto del-

l’isola è distante più di 50 chilometri dal mare. In ogni luogo dell’isola il mare, se non

si vede, si sente.

Salendo verso gli altipiani e le montagne centrali, fra piccole chiese campestri, quasi mimetizzate nella macchia (ce ne sono, in Sardegna, più di seicento: e spesso sono l’u- nico segno d’una presenza umana recente) e foreste di sughere, lecci, querce, boschetti

di olivastri e i grandi viluppi della macchia mediterranea con i suoi cento colori e i suoi

cento profumi, si va verso il cuore stesso non di un’isola ma di una storia. La storia del popolo sardo, la sua più intrinseca civiltà.

Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea:

il percorso storico-artistico

Le culture preistoriche e l’età nuragica Alcuni sporadici reperti attestano la presenza dell’uomo in Sardegna fin da tempi anteriori

al Neolitico antico. Le prime tracce sono relative all’insediamento in grotta di piccole

comunità dedite alle attività di caccia e di raccolta con occasionali esperienze agrico-

le,

localizzate sulle coste. L’industria litica è ben rappresentata dall’ossidiana del mon-

te

Arci, che costituisce anche merce d’esportazione.

Nella prima metà del IV millennio a.C. si colloca la cultura di Bonuighinu, già del Neoliti-

co medio, documentata sia in caverne sia in villaggi all’aperto, soprattutto grazie a re-

perti ceramici con eleganti decorazioni incise. Attorno al 3000 a.C. le subentra la cultu-

ra di Ozieri, riferibile al Neolitico recente e al primo Calcolitico, nel cui ambito si ma- nifestano relazioni culturali più strette con il Mediterraneo orientale, soprattutto nel- l’importante santuario megalitico di Monte d’Accoddi presso Sassari. A partire da quest’epoca si diffondono i culti funerari, documentati specialmente dalla presenza di grotticelle artificiali, dette domus de janas (si segnalano quelle di Anghelu Ruju presso Alghero), talvolta decorate con simboli elementari o anche dipinte. Dal 2000 a.C. fanno

la loro comparsa figurette in pietra riferibili alla Dea Madre il cui culto è diffuso nell’intero

bacino mediterraneo e in Medio Oriente. A queste si affiancano le stele-menhir con at-

tributi femminili; in un secondo momento compaiono anche statue-menhir con attributi maschili (sono notevoli quelle di Pranu Mutteddu presso Goni). Queste ultime segna-

no un’epoca di transizione, nella quale la diffusione della metallurgia è sintomo di una

pratica della guerra, apparentemente sconosciuta fino ad allora in Sardegna. Il quadro

di riferimento è quello della cultura dolmenica, che segnala relazioni con il continente

italico ed europeo, esplicitate dalle culture del Vaso campaniforme, di Monte Claro e di Abealzu-Filigosa. Verso il 2000 a.C. la Sardegna rielabora in modo originale le due componenti culturali co-

stitutive delle origini, quella orientale e quella occidentale, soprattutto con la creazione delle forme iniziali di nuraghe a pianta circolare o allungata. Intorno al 1500 la cultura di Bonnànaro produce le prime forme di nuraghe complesso, particolarmente apprezzabili nelle fasi evolutive del grandioso complesso di Su Nuraxi a Barùmi-

ni, nel quale al mastio centrale si aggiunge una cinta di torri,

con sviluppo del villaggio circostante. Tra il XVI e il IV se- colo a.C., la cultura nuragica rappresenta l’elemento di continuità locale nell’isola interessata via via dal-

la frequentazione dei mercanti micenei (sino al

1200 a.C.) e fenici (sino al VII sec. a.C.), quindi dal-

la conquista militare a opera dei cartaginesi e

dei romani (238 a.C.). Oltre che con il suo monu- mento più caratteristico, che è il nuraghe (Santu An- tine a Torralba, Serra Òrrios a Dorgali, Losa ad Ab- basanta, Arrubiu a Orroli), essa si esprime con santuari (Santa Vittoria a Serri), pozzi sacri (Su Tempiesu a Orune, Santa Cristina a Paulilàtino), se- polture dette tombe di giganti e, dal punto di vista pla- stico, non solo con le piccole sculture in bronzo di guer- rieri, navicelle, figure femminili di dea madre o di sacerdo- tessa (oggi soprattutto a Cagliari nel Museo archeologico nazionale), ma anche – ed è una scoperta recente – con la statuaria monumentale in pietra, documentata dai frammenti di monte Prama nell’Oristanese.

La colonizzazione fenicio-punica e l’età romana (VII secolo a.C.-IV d.C.) Il primo momento della frequentazione fenicia della Sardegna corrisponde alla fase pre- coloniale (XI-IX sec. a.C.), cui subentra, tra l’VIII e il VII secolo, la fondazione di colonie lun-

go la costa sud-occidentale, fra le quali assumono speciale rilevanza Nora (che ha re-

27

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea: il percorso storico-artistico

stituito la più antica iscrizione semitica nell’isola), Bithia (attuale Chia), Sulci (attuale Sant’Antìoco), Tharros (Cabras) e Càrales o Kàrales (Cagliari). Per garantire la sicurezza delle proprie colonie i fenici intraprendono la costruzione del-

le prime fortezze nell’entroterra (Monte Sirai presso Carbonia), potenziate dai cartaginesi

nel momento in cui, a partire dal VI sec. a.C., la città africana assume un ruolo egemo-

fra le colonie d’Occidente. Il controllo cartaginese della Sardegna, fino alla cessione ai romani all’indomani della seconda guerra punica, si limita preva- lentemente alle coste e alle vie di comunicazione, lungo le quali tran- sitano le merci oggetto di scambio con le non sottomesse popo- lazioni barbaricine dell’interno. Fuori dalle città, configurate co- me porto-mercato attorniato da un tessuto non regolare di ca- se, botteghe, officine e santuari urbani, si collocano le necropoli e i tophet, luoghi deputati alla sepoltura e al sacrificio di fanciulli e di piccoli animali. Nelle botteghe transitano i manufatti d’im- portazione, sia italica sia orientale; nelle officine si produco- no vetri, oggetti d’oreficeria, terrecotte (di particolare interesse le maschere votive nel Museo archeologico di Cagliari), scul- ture in metallo e in pietra, fra le quali spiccano le stele aniconiche o antropomorfe dei tophet. I siti, le produzioni e la stessa vita quotidiana delle città puniche non subiscono sostanziali variazioni nel passaggio della Sardegna da Car- tagine a Roma, dopo il 238 a.C. La continuità devozionale è docu- mentata nel santuario di Àntas (Fluminimaggiore), già dedi- cato alla suprema divinità paleosarda, poi al dio semiti- co Sid-Addir, quindi al Sardus Pater ricordato nelle fonti classiche. Nei primi secoli della romanizzazione la città egemone è Nora, fra le cui rovine si conservano ambien- ti termali, pavimenti musivi di ville e il teatro; dal I secolo a.C. emergono Càrales, dove si segnala soprattutto l’an- fiteatro, e Turris Libisonis (Porto Torres), colonia di fon- dazione augustea, della quale restano ruderi dell’ac- quedotto e le strutture termali del cosiddetto palazzo

Re Barbaro. I manufatti della Sardegna romana,

quelli d’importazione (notevole la serie marmorea

di

ritratti imperiali giulio-claudi recuperata a Sulci), sia quelli di produzione locale, ri-

ne

recuperata a Sulci), sia quelli di produzione locale, ri- ne di sia velano l’adeguamento alle mode

di

sia

velano l’adeguamento alle mode extraisolane, in tutto simili agli analoghi reperti del con- tinente italico e dell’Africa, dai cui centri proviene la ceramica sigillata, esportata fino all’alto medioevo (VI-VII secolo).

L’età tardoantica e bizantina (V-X secolo) Bisogna arrivare alla fine del III-inizi del IV secolo per trovare il più antico frammento di sarcofago marmoreo di soggetto cristiano, rinvenuto a Olbia e oggi nel Museo nazionale

di Cagliari. La cristianizzazione dell’isola, iniziata fin dai primi secoli, non conosce in-

terruzioni nemmeno nell’epoca della dominazione vandalica, fra il 455 e il 534. In que- st’anno le truppe di Giustiniano, nel quadro della campagna africana, riconquistano la Sardegna, che rientra a far parte dei territori dell’impero romano e fra il VI e il X secolo vive un corso storico differente rispetto a quello dei territori italici e dell’Occidente in genere: non viene occupata da popolazioni germaniche, non entra a far parte dei domini carolingi, mantiene un’ininterrotta dipendenza politico-amministrativa da Costantino- poli, dunque dall’impero che si suole definire bizantino. Nella produzione artistica i riflessi sono immediati: alle importazioni di manufatti da Ro- ma si affiancano quelle dall’Oriente. È databile alla prima metà del VI secolo un notevole capitello marmoreo del Museo archeologico di Cagliari, lavorato nelle botteghe presso Costantinopoli e quindi esportato in Sardegna. Altre sculture, come i capitelli con co- lombe riutilizzati nella basilica romanica di S. Gavino a Porto Torres, documentano l’a- dattamento locale dei modelli di provenienza orientale. Anche le architetture superstiti mostrano di risentire dei modi bizantini, ma restano fedeli al prototipo tardoantico del martyrium a pianta cruciforme con cupola all’incrocio dei bracci voltati a botte. Tale do- veva essere l’originale configurazione strutturale di tre grandi chiese, erette fra il V e il VII secolo: S. Saturno di Cagliari (ristrutturata in forme romaniche dopo la donazione ai

28

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

L’età tardoantica e bizantina

monaci Vittorini nel 1089), S. Antioco del cen- tro omonimo e S. Gio- vanni di Sinis (Cabras). Esiste poi un gruppo di chiese cruciformi cupo- late, di minori dimensio- ni, delle quali è difficile stabilire l’esatta cronolo- gia: il santuario di Bonàr- cado, S. Teodoro di San Vero Congius (Ollastra Si-

maxis), S. Elia di Nuxis, S. Salvatore di Iglesias, S. Maria di Cossoìne, S. Cro-

ce di Ittireddu. È possibile che siano state costruite fra il IX e i primi decenni dell’XI se-

colo, quando la Sardegna bizantina evolveva nella Sardegna giudicale. In questi secoli i locali rappresentanti dell’autorità imperiale di Costantinopoli si tro-

vano ad agire praticamente in autonomia da Bisanzio ed elevano se stessi al rango di ‘giu-

dici’, di fatto autorità supreme nelle quattro città più importanti dell’isola: Cagliari, Ori- stano, Porto Torres e Olbia. Si costituiscono così i quattro giudicati, o regni, nei quali

la Sardegna risulta divisa a partire dalla metà dell’XI secolo. Nella sua fase formativa, l’i-

stituzione, la cultura e l’arte giudicale avvertono il bisogno di legittimare la propria realtà

storica attraverso il riferimento a Bisanzio, mediante la lingua greca delle iscrizioni e il linguaggio bizantino delle sculture marmoree. Queste ultime, giunte a noi frammenta- rie, rivelano forti relazioni con la costa campana, sede di ducati di cultura bizantina. Si trattava di pilastrini e plutei di recinzione presbiteriale, fra i quali riveste uno speciale interesse la lastra con grifo e pegaso, ritrovata in mare presso l’isola di San Macario (Pu- la) e custodita nel Museo di Cagliari.

La Sardegna giudicale (XI-XIII secolo) Attorno alla metà dell’XI secolo la Sardegna si presenta divisa in quattro giudicati (Ca- gliari, Arborèa, Torres, Gallura), ognuno delimitato da confini, entro i quali l’autorità su- prema era esercitata da un ‘giudice’, o re. Nel giudicato di Torres, il giudice Gonnario- Comita si fa promotore della grandiosa ricostruzione romanica della basilica di S. Ga- vino, caratterizzata dalla pianta a due absidi, che si aprono nei lati brevi del corpo tri- navato. Nei setti divisori si utilizzano colonne e capitelli di spoglio; la muratura è di ti-

po lombardo, con paramenti scanditi da lesene e conclusi in alto da archetti. Nella seconda metà del Mille si assiste all’avvio di un’intensa attività edilizia, che nel secolo successivo dà origine a un panorama architettonico fra i più intatti e significa- tivi del romanico europeo, destinato a caratterizzare il paesaggio storico dell’isola. Il cre- scente controllo che le repubbliche marinare di Pisa e Genova esercitano sulla vita po- litico-sociale dei giudicati determina la diffusa presenza di maestranze di provenienza toscana e ligure, che si radicano in Sardegna e sviluppano modi locali. La scala dimen- sionale si rapporta alla funzione delle chiese: è infatti massima nella cappella palatina

di S. Maria del Regno ad Àrdara; in cattedrali come S. Simplicio di Olbia, S. Pietro di Bo-

sa, S. Antioco di Bisarcio (Ozieri), S. Pietro di Sorres (Borutta), S. Nicola di Ottana (con- sacrata nel 1160), S. Giusta nel centro omonimo; in chiese monastiche benedettine cas-

sinesi come S. Maria di Tergu, S. Nicola di Silànis (Sèdini), S. Pietro del Crocifisso di Bul-

zi, camaldolesi come la SS. Trinità di Saccargia (Codrongiànos) e S. Maria di Bonàrca-

do (consacrata nel 1146), cistercensi come S. Maria di Corte (Sindìa), vittorine come S. Efisio di Nora (Pula). Variano dalla media alla minima scala dimensionale le altre chie- se, anch’esse monastiche o parrocchiali; meritano una menzione S. Maria di Sibiola, S. Platano di Villa Speciosa e S. Maria di Uta.

La

caduta del giudicato di Cagliari in mano pisana, nel 1258, è la premessa storica per

la

costruzione nella città della cattedrale di S. Maria e della cinta muraria del quartie-

re

di Castello, che si conclude nel 1305-07 con le torri di S. Pancrazio e dell’Elefante, pro-

gettate da Giovanni Càpula e tuttora superstiti. Nella seconda metà del XIII secolo si am- plia S. Maria di Bonàrcado e si costruisce la cattedrale di S. Pantaleo di Dolianova, nel

cui cantiere si formano le maestranze che erigono numerose chiese minori del territo-

29

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea: il percorso storico-artistico

rio; nel 1293 l’architetto Anselmo da Como dirige la fabbrica del S. Pietro di Zuri (Ghi- larza), che denota analoghe forme di transizione dal romanico al gotico. Tutte queste chiese romaniche sono caratterizzate da un esuberante apparato di de- corazione architettonica, che si esplica nei peducci delle archeggiature esterne e talvolta nell’uso di colonne e capitelli di spoglio. Sono invece poche le sculture capaci di svin- colarsi da uno stretto rapporto con la struttura architettonica. Gli esempi più significativi sono costituiti per il XII secolo dai due plutei marmorei del Duomo di Oristano (uno dei quali con Daniele nella fossa dei leoni), per il Duecento dalla coppia di picchiotti bronzei per la stessa cattedrale (con la data 1228, la firma di Piacentino e la men- zione del giudice arborense e dell’arcive- scovo committente) e dal pregevole grup- po di statue lignee che compongono la Deposizione dalla croce, già nella chiesa di S. Pietro del Crocifisso e oggi nella par- rocchiale di Bulzi. Ugualmente rarefatta è la documentazione per quanto attiene al- la pittura parietale romanica, che anno- vera soprattutto gli affreschi della SS. Tri- nità di Saccargia, del S. Nicola di Trullas (Semèstene), del S. Pietro di Galtellì.

L’età aragonese e spagnola (XIV-XVII secolo) Fin dalla metà del Duecento la presenza dei Francescani determina l’introduzione in Sardegna di tipologie architettoniche e de- corative legate ai modi gotici italiani, in ba- se ai quali viene intrapreso l’ampliamento della cattedrale cagliaritana di S. Maria di Castello. Nel 1323 Alfonso d’Aragona sbar- ca nell’isola e nel 1326 conquista il Castel- lo pisano di Cagliari. Negli anni dell’assedio della città gli aragonesi costruiscono il santuario della Madonna di Bonaria, primo edi-

ficio gotico-catalano in Sardegna, e dopo il 1326, nella Cattedrale, alla cappella “pisana”

a destra del presbiterio si affiancherà, a sinistra, quella “aragonese”, simbolo visivo del-

la presa di possesso da parte dei nuovi dominatori. Inizia il lento processo di catala-

nizzazione dell’isola, che si svolge lungo l’arco di un secolo. Per tutto il corso del Tre-

cento si verifica la sostanziale continuità dei rapporti artistici con il continente italico

e la Toscana in particolare, documentata da opere come gli affreschi della cappella del

castello di Serravalle a Bosa, la pala di Ottana (commissionata fra il 1339-43 dal vesco- vo Silvestro e da Mariano IV, futuro giudice d’Arborèa) e la statua marmorea del santo vescovo nel S. Francesco di Oristano (firmata da Nino Pisano attorno al 1360).

Fin dagli inizi del Quattrocento si assiste invece a un mutamento delle rotte commerciali

e culturali, che non fanno più capo a Pisa bensì a Barcellona e a Napoli. Nell’arredo li-

turgico delle chiese si impone il retablo, la grande pala lignea d’altare, decorata e dipinta,

di tipologia e provenienza catalano-valenzana; il primo esemplare giunto fino a noi, per

quanto incompleto, è il retablo dell’Annunciazione, del 1406-09 circa, attribuito al pit- tore catalano Joan Mates. Attorno alla metà del secolo la committenza isolana non si li- mita a importare retabli dalla Catalogna, ma richiede il trasferimento degli artisti nel- l’isola: nel 1455-56 due pittori iberici, Rafael Tomás e Joan Figuera, dipingono a Caglia-

ri il retablo di S. Bernardino. La personalità più rappresentativa della pittura sardo-ca-

talana quattrocentesca rimane ancora oggi anonima: si tratta del Maestro di Castelsar- do, cui si attribuisce un corpus di opere a Barcellona, in Corsica e in Sardegna, delle qua-

li

l’unica sicuramente datata è il retablo di Tuili, che gli fu pagato nell’anno 1500.

Il

nuovo secolo segna l’ingresso del reame di Sardegna nei domini della corona di Spa-

gna. Esso vede da un lato l’ultimazione delle parrocchiali campidanesi esemplate sul S. Giacomo di Cagliari (S. Pietro di Assèmini, S. Giorgio di Sestu, S. Pietro di Settimo San Pietro), dall’altro l’elaborazione di un analogo modello, applicato alla fabbrica di quel-

30

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

L’età aragonese e spagnola

 

Lo sfavillio dei retabli

 

Retablo (in catalano retaule) è parola ca- stigliana che deriverebbe dal latino re-

splendore inusitato. Gran parte dei re- tabli sardi (o, talvolta, delle tavole che ne avanzano) è conservato presso la Pina- coteca nazionale di Cagliari. Ma molti si trovano ancora nelle chiese dei villaggi e

trotabula altaris, e indica le grandi pale d’altare dipinte su legno che costitui- scono la manifestazione più interessan-

te

della pittura sarda fra la metà del Tre-

dei centri per le quali furono realizzati:

cento e i primi anni dei Seicento. Com- posti di due parti principali, in basso una predella orizzontale, in alto una va- sta composizione verticale articolata su scomparti dipinti, piccole sculture e una fitta serie di cornici, i retabli vennero introdotti in Sardegna dalla Catalogna subito dopo la conquista dell’isola. Al- l’inizio venivano direttamente da Bar-

Oristano e Sassari, ma anche, nel Nord Sardegna, la basilica di Saccargia, Àrda- ra (forse il più grande e il più bello, da- tato 1515), Castelsardo, Ozieri e Bene- tutti, dove si trovano le opere di artisti conosciuti solo col nome Maestro di Ozieri; nel Centro Bortigali, Nùoro e Ol- zai; al Sud Villamar (nella foto quello di Pietro Càvaro, del 1518) e Milis. Al Me- tropolitan Museum di New York sono conservati i disegni preparatori di un retablo del sardo Francesco Pinna.

cellona, poi gli stessi artisti catalani si tra- sferivano in Sardegna per realizzarli, in- fine furono maestri sardi (in particolare

la

cosiddetta scuola di Stampace, dal

 

nome di un quartiere cagliaritano) a riprodurli. Il retablo, che all’inizio ri- prende la lezione della pittura gotica catalana e poi subisce sempre più l’influsso della cultura italiana,

un trionfo della figu- razione e dei colori:

è

 

l’uso dei fondi oro dà

a

questi dipinti uno

le

della Sardegna set-

 

tentrionale (S. Giorgio

di Pèrfugas, S. Giulia di

Pàdria, S. Maria di Cos- soìne, S. Vittoria di Thiesi, S. Giorgio di Pozzomaggiore). Il pre- sbiterio di queste chie- se, di tipologia gotico- catalana, rappresenta lo spazio ideale per l’in- serimento dei reta- bli, che talvolta do- minano anche all’in- terno di edifici romanici: è il caso del retablo di S. Maria del Regno di Àrdara, datato al

1515, il più grande nell’isola. A Cagliari, fin dal secondo decennio del Cinquecento la sce-

na pittorica è dominata dalla scuola di Stampace (così detta dal quartiere in cui si tro-

vava la bottega) e dalla personalità di Pietro Càvaro, che nel 1518 firma il retablo di Vil- lamar. Nella seconda metà del secolo saranno il figlio Michele e Antioco Mainas ad as-

sumere le commissioni sempre più numerose che giungevano alle botteghe di Stampace.

In ambito sardo settentrionale si segnala l’attività di un altro anonimo, il Maestro di Ozie-

ri, nella cui pittura è constatabile un adeguamento ai canoni manieristi, analogo a quello apprezzabile nell’opera matura di Pietro Càvaro e dei suoi epigoni. Nei decenni finali del secolo l’orientamento classicista impresso all’ambito cagliaritano dalla poli- tica culturale di Filippo II ha riflessi non solo nelle imprese architettoniche, con la co- struzione della chiesa di S. Agostino Nuovo (1577-80), ma anche nella committenza, che spezza il monopolio delle botteghe locali e si rivolge nuovamente a quelle extraisolane.

31

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea: il percorso storico-artistico

Questa tendenza si registra anche per l’intero corso del Seicento, quando giungono nel- l’isola numerosi dipinti di scuola genovese, romana, napoletana; della stessa provenienza

sono anche le sculture lignee che si inseriscono nelle nicchie di retabli di tipologia ba- rocca, che vanno a sostituire quelli tardogotici già innalzati nel presbiterio delle chie- se. L’interazione fra l’opera dei costruttori e degli scalpellini locali e quella dei maestri che giungevano dal continente italico si constata soprattutto nella fabbrica sassarese della chiesa gesuitica di S. Caterina (1579-1609), nella ristrutturazione della Cattedrale

di Cagliari (iniziata nel 1615 con il santuario dei Martiri e conclusa nel 1703 con la fac-

ciata barocca) e nella costruzione dell’imponente portico della cattedrale di S. Nicola

di Sassari, datata 1714 e caratterizzata da un esuberante apparato decorativo barocco.

La Sardegna sabauda e post-unitaria (XVIII-XX secolo)

Il

definitivo passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720 non segna un’interruzione del-

le

fabbriche in corso, contrassegnate dall’adesione al linguaggio tardobarocco, destinato

a perdurare sino alla fine del secolo. Tra il 1674 e il 1712 viene costruito il complesso ge-

suitico di S. Michele a Cagliari, decorato ad affresco da Giacomo Altomonte. Nel 1722 An- tonio Felice De Vincenti esegue i disegni per la nuova basilica di Bonaria a Cagliari, se- condo i modi di Guarino Guarini e Filippo Juvarra. Dallo schema di questa facciata, mai

realizzata, deriveranno quelli di altre chiese sarde, fra cui la parrocchiale di Nostra Signora delle Grazie a Sanluri, eretta fra il 1781 e il 1786 su progetto di Carlo Maino e Antonio Igna- zio Carta. Il linguaggio tardobarocco si esplica soprattutto nel complesso (chiesa e mo- nastero) del Carmine di Oristano, progettato nel 1776 dal piemontese Giuseppe Viana. L’allineamento alle mode degli ambienti artistici italiani si intensifica nell’Ottocento con l’opera di alcuni architetti nativi dell’isola ma formatisi a Torino, al corrente delle for- me neoclassiche che andavano diffondendosi in Europa. Giuseppe Cominotti progetta

il cappellone di S. Luigi Gonzaga nella Cattedrale di Oristano (1829-37), dove si collo- cheranno sculture neoclassiche del sassarese Andrea Galassi (1793-1845). Antonio Ca-

no dirige la ristrutturazione della chiesa francescana di S. Maria di Betlem a Sassari (1829-

34) e la costruzione della cattedrale di S. Maria della Neve a Nùoro (1835-40). Ma il pro- tagonista del secolo XIX in Sardegna è l’architetto cagliaritano Gaetano Cima, cui si de-

vono la chiesa di S. Maria Assunta a Guasila (1839-52) e l’ospedale di S. Giovanni di Dio

a Cagliari (1844-48), che pone il Cima al passo con il funzionalismo in campo interna-

zionale. Alla metà del secolo il pittore più rappresentativo è Giovanni Marghinotti (1798-1865), che nel 1830 dipinge la grande tela con Carlo Felice munifico protettore del- le Belle Arti in Sardegna, oggi nella sala del sindaco nel Palazzo civico di Cagliari, e la-

vora poi per il Palazzo reale di Torino. L’ultimo quarto del secolo è segnato sia dagli sforzi artistici volti alla costruzione di un’I- talia sabauda anche culturalmente unitaria, sia dalla valorizzazione delle specificità sto- riche dell’isola. A Oristano si innalza il monumento di Eleonora d’Arborea, realizzato nel 1875-77 da Ulisse Cambi e Mariano Falcini; a Sassari e a Cagliari si eseguono grandi ci-

cli decorativi, a celebrazione di casa Savoia. Gli affreschi delle sale consiliari del Palazzo

provinciale di Sassari sono affidati al catanese Giuseppe Sciuti (1878-82), quelli del Pa- lazzo di Cagliari al perugino Domenico Bruschi (1893-96).

La lenta e difficile integrazione nell’Italia delle nazioni ha come contropartita, nel primo

trentennio del Novecento, l’invenzione di un’identità artistica sarda, perseguita dallo scul- tore Francesco Ciusa (1883-1949), dai pittori Giuseppe Biasi (1885-1945), Filippo Figari (1885-1974) e Mario Delitala (1887-1990), e dalla poliedrica attività, fra arte, artigiana-

to

e design, dei fratelli Melkiorre e Federico Melis. Il processo di costruzione di un’ar-

te

connotata da caratteri regionali sardi si arresta nel ventennio fascista, quando in cam-

po architettonico si assiste a una decisa accelerazione verso la modernità, secondo i ca-

noni funzionalisti perseguiti dagli architetti di regime.

Il dopoguerra vedrà da un lato la stanca ripetizione di quelle formule folcloriche inaugurate

da Biasi, Figari e Delitala, dall’altro l’adeguamento agli stimoli che provenivano dalla con-

temporaneità internazionale, soprattutto nell’opera di Eugenio Tavolara (1901-63) e Mauro Manca (1913-69). Negli ultimi decenni del XX secolo la Sardegna è inserita piena- mente nella globalizzazione che interessa ormai l’intero ambito della cultura non solo oc- cidentale. A distinguersi sono soprattutto le sculture di Costantino Nivola (1911-89), nel-

le quali l’esperienza maturata negli Stati Uniti si coniuga a un’originale riscoperta delle

radici classiche e mediterranee del linguaggio artistico-artigianale del popolo sardo.

Sardegna: come visitarla

«La Sardegna, che non assomiglia ad alcun luogo. La Sardegna che non ha storia, né età, né razza, nulla da offrire. Vada per la Sardegna. Dicono che né romani né fenici né gre-

ci

né arabi la conquistarono mai. E c’è ancora una Sardegna non conquistata. È dentro

la

rete della civiltà europea, ma non è stata ancora tirata in secco».

Chi verrebbe oggi in Sardegna con idee come queste, già un po’ stravaganti, forse, quan- do David Herbert Lawrence le scriveva all’inizio degli anni venti? Comunque, in Sarde- gna ci venne: una rapida corsa di un paio di settimane da Cagliari a Terranova Pausa- nia (come si chiamava allora Olbia) attraverso le montagne del versante orientale, su trenini periclitanti ai bordi di piccoli abissi e autobus zeppi di quella umanità aspra e selvaggia, così primitiva, anzi primigenia, che all’autore di L’amante di Lady Chatterley piaceva moltissimo. Su quel viaggio Lawrence scrisse un libro famoso, Mare e Sardegna. Anche oggi per i turisti standard la Sardegna è soprattutto mare, centinaia forse migliaia di spiagge. Ma c’è anche una Sardegna interna, con le sue regioni montane di cui è re il massiccio del Gennargentu. È l’“altra Sardegna”: visitata e, soprattutto, capìta è capace di raccontare, dai maestosi nuraghi sino al più raffinato gioiello dell’artigianato, una civiltà origina- ria e originale.

Quando andare Ogni stagione è buona per vedere la Sardegna. La scelta è tutta affidata alle preferen-

ze personali del visitatore: se si amano (o si debbono scegliere) le stagioni sacre al tu-

rismo, che in Sardegna è soprattutto turismo marino, allora bisogna andarci in luglio

o in agosto. Siccome i giorni del “pieno” cadono tra la fine di luglio e il 20 agosto e le

temperature medie sono già alte in giugno e si prolungano fino a settembre (nella fa- scia costiera stanno tra i 26 e i 30° C), sono i due mesi estremi dell’estate che andreb-

bero consigliati per un più rilassante soggiorno: il mare di settembre in Sardegna non teme confronti. Ma anche il mite autunno, l’inverno mai troppo freddo e la splenden-

te primavera hanno il loro fascino.

Come andare Per andare in Sardegna, come in ogni altra isola, bisogna prenotarsi per tempo. Per ma-

re

si può arrivare da Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli o Palermo con traghetti del-

la

Tirrenia, delle Ferrovie dello Stato o di diverse compagnie private. Il viaggio verso i

porti sardi (i più serviti sono Porto Torres, Golfo Aranci e Olbia nella Sardegna setten- trionale, Àrbatax e soprattutto Cagliari in quella meridionale) ha una durata variabile, da un massimo di 13 ore a un minimo di 7 nella tratta più breve, quella fra Civitavecchia

33

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: come visitarla

e Olbia o Golfo Aranci; su questa – ma anche sulle Fiumicino-Golfo Aranci, La Spezia-Ol-

bia e Genova-Porto Torres - operano in alta stagione anche le “navi veloci” che arriva-

no a dimezzare il tempo.

La Sardegna è collegata da una rete di servizi aerei che fa capo agli aeroporti di Alghe-

ro-Fertilia (tel. 079935039 o 079935194; Alitalia 079935033 o 079935037; Ryanair e Vola-

re Airlines 079935282) e Olbia-Costa Smeralda (informazioni: tel. 078952634, bigliette-

ria 0789922637; Meridiana 199111333 o www.meridiana.it) nella Sardegna settentrionale; Cagliari-Elmas (tel. 070241014, Alitalia 147865643, Meridiana 070240169 o 070669161;

Volare Airlines, Air Dolomiti e Alpi Eagles 0702128263) e Tortolì-Àrbatax (tel. 0782624300)

in quella meridionale.

L’Esit (Ente Sardo Industrie Turistiche), l’ente preposto al turismo isolano (Cagliari, via Mameli 97, tel. 07060231; www.esit.net.it), ha un effi- ciente servizio di informazioni (tel. 800013153) e dispone di molto materiale informativo.

La crescita del turismo è stata accompagnata nel-

l’isola da un notevole sviluppo delle agenzie di

viaggio (con i servizi connessi, dal reperimento degli alloggi al servizio rent-a-car): tutti i centri d’un qualche rilievo ne posseggono più d’una. Informazioni si possono chiedere anche agli Enti provinciali per il turismo:Cagliari, piazza Deffenu 9, tel. 070604241, www.regionesarde- gna\eptca.it, con uffici informazioni alla sta- zione marittima, tel. 070668352, e all’aeroporto

di Cagliari Elmas, tel. 070240200; Oristano, via

Cagliari 278, tel. 078373191; enturismo.oristano@tiscalinet.it; Nùoro, piazza d’Italia 19, tel. 078430083; Sassari, viale Caprera 36, tel. 079299546; ufficio informazioni all’aeroporto

di Alghero-Fertilia, tel. 079935124.

I centri di maggiore importanza hanno anche Aziende di Soggiorno e Turismo, gran-

dissima parte dei paesi hanno attive Associazioni Pro Loco (per le Aziende e le Pro Lo-

co v. la sezione Gli altri luoghi).

Avvertenza non inutile: la cosiddetta “tradizionale ospitalità sarda” non è, nella gran par-

te dei casi, mera propaganda turistica; in ogni centro la gente vi sarà prodiga di detta-

gliate informazioni e notizie.

I trasporti interni

La

rete ferroviaria lascia parecchio a desiderare per durata del viaggio e comfort dei tre-

ni:

la rete principale è una sorta di Y che collega Olbia e Golfo Aranci (Sardegna di nord-

est), Porto Torres e Sassari (Sardegna di nord-ovest) con Cagliari. I centri maggiori so- no collegati con linee automobilistiche (fra Cagliari, Sassari e Porto Torres e Nùoro esi-

ste anche un servizio non stop: durata del viaggio da Cagliari a Sassari, 210 km, 3 ore 15’).

Le

linee ferroviarie minori sono ridotte a pochi tronchi, ma conservano la caratteristi-

ca

di viaggiare in paesaggi fortemente suggestivi: restano in funzione, ormai più con tre-

nini verdi a carattere turistico che con servizi di linea, le tratte da Cagliari a Mandas, da Mandas a Sòrgono e da Mandas ad Àrbatax, da Sassari a Tempio e Palau, da Macomèr

a Nùoro e da Macomèr a Bosa Marina. L’ufficio informazioni è a Monserrato, vicino a Ca- gliari, via Pompeo, tel. 070580246.

Le strade sarde sono in genere strette e ricche di curve, ma quasi tutte asfaltate e ben te-

nute. Tra Porto Torres-Sassari e Cagliari esiste una superstrada a quattro corsie (la sta- tale 131 Carlo Felice) di 228 km. Tratti di superstrada esistono anche sulla Cagliari-Iglesias

e Olbia-Siniscola-Nùoro-Abbasanta; “direttissime” fra Sassari e Olbia, Sassari e Tempio.

Ospitalità

La

Sardegna ha ormai un’attrezzatura ricettiva adeguata alla domanda: soltanto nei gior-

ni

‘caldissimi’ intorno a Ferragosto può essere difficile trovare posto, soprattutto nel-

le

località balneari.

Lo sviluppo del turismo ha favorito in questi anni la crescita dell’attività agrituristica

34

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: come visitarla

che è, più ancora dell’accoglienza ‘moderna’ in ristoranti e alberghi, estensione natu- rale dell’ospitalità tradizionale. Il fenomeno ha preso piede dapprima nell’Oristanese, è stato adottato poi nelle zone del maggiore sviluppo turistico, la Nurra di Alghero e la Gallura, e si è esteso infine a quasi tutte le altre aree dell’isola. Le aziende sono circa 300, segno che la crescita è stata agevolata dall’apprezzamento dei clienti. La loro frequentazione si è rivelata infatti come uno dei modi più efficaci per ve- nire a contatto con una civiltà così distante da quella delle città di terraferma e del mon- do industrializzato: in queste case – per lo più in campagna, ma a volte nelle periferie dei piccoli centri – ci si trova di fronte a modi di produrre e di vivere (e quindi anche, ov- viamente, di mangiare) che altrove sono sconosciuti o appartengono al passato. Sono ca- se e fattorie, per fare qualche esempio, nelle quali si alleva e si cucina il ricercatissimo “porcetto”, si coltiva la vite e si fa il vino, si tengono le api e si ricava il miele. Non solo:

nelle sale da pranzo sono organizzate spesso esposizioni di antichi strumenti e oggetti della civiltà contadina, e nei dintorni si può trovare la sorgente cristallina, il nuraghe, l’a- rea naturalistica. Assaggiare i cibi e partecipare ai momenti della convivialità diventano così parte di una più profonda presa di contatto con la realtà isolana. Gran parte delle aziende fanno capo ad associazioni con sede nei capoluoghi provinciali, alle quali ci si può rivolgere per le informazioni: Agriturist Sardegna, via Bottego 7, 09125 Cagliari, tel. 070303486; Terranostra, viale Trieste 124, 09123 Cagliari, tel. 070280537; Tu- rismo Verde, sede regionale: via Libeccio 31, 09126 Cagliari, tel. 070373733, 070373966, 070372628. Sedi provinciali: viale Carlo Felice 18, 09124 Cagliari, tel. 070651992; via Al- ghero 3, 08100 Nùoro, tel. 078435963; via Diego Contini 40, 09170 Oristano, tel. 078372896; emiciclo Garibaldi 16, 07100 Sassari, tel. 079235516; Consorzio Agriturismo di Sardegna, piazza Duomo 17, 09170 Oristano, tel. 078373954;Cooperativa Turistica Dulcamara, 07040 Alghero-Santa Maria La Palma, tel. 079999197.

Gli sport Le caratteristiche del paesaggio isolano e le specificità del turismo sardo hanno fatto crescere in molti centri strutture per lo sport e il tempo libero direttamente legate al- l’industria delle vacanze. La stessa dotazione di porti e approdi turistici è nata come con- seguenza di una domanda eminentemente estiva. Alcuni comprensori turistici hanno anche strutture di rilievo come campi da golf: sul golfo di Cagliari a Santa Margherita di Pula (Is Molas Golf Hotel, tel. 0709241006; www.ismolas.com); sulla Costa Smeralda (Pevero Golf Club, Cala di Volpe, tel. 0789958000); nella penisola del Sinis (Is Arenas Golf, località Is Arenas, tel. 078352235). Altre due attività sportive connesse alla natura della Sardegna so- no il windsurf (praticato un po’ dappertutto lungo le coste, con preferenza per i riparati, ma insieme ventilati, golfi della costa set- tentrionale) e l’equitazione in tutte le sue forme (maneggi esi- stono presso molti degli alberghi della costa, mentre l’interno of- fre straordinarie manifestazioni dell’antica pratica equestre dei sardi), con particolare riguardo per il trekking a cavallo (in Sar- degna esiste un rinomato Istituto per l’Incremento Ippico della Sardegna, ‘genitore’ del cavallo anglo-arabo-sardo: Ozieri, piaz- za Borgia 4, tel. 079787852). La frequenza di scogliere a picco sul mare (soprattutto sulla costa orientale) ha imprevedibilmente sviluppato anche attività di free- climbing di grande attrattiva per gli amanti di questa difficile arte. Allo stesso modo, la frequenza di grotte marine e terrestri, soprattut- to nella massa calcarea che corre dal Nuorese verso l’Iglesiente, ha dato vita a numerosi club speleologici (tra i più attivi quelli che hanno recapito a Cagliari e a Nùoro).

attivi quelli che hanno recapito a Cagliari e a Nùoro). L’artigianato Anche in Sardegna l’artigianato è

L’artigianato Anche in Sardegna l’artigianato è nato dal breve circuito della vita rurale: dalle materie offerte dal mondo (vegetale e animale) che circonda il villaggio, con le quali pastori e contadini – ma soprattutto le loro donne – inventavano gli oggetti essenziali della vita quotidiana, abbellendoli sulla base di un gusto quasi istintivo. Le materie prime sono il legno, le piante (l’asfodelo, il giunco, la palma, il grano, il lino),

35

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Sardegna: come visitarla

 

La musica tradizionale

   

La forma più antica della musica sarda è quella delle launeddas (nella foto, un ar- tigiano intento alla costruzione di un esemplare), lo strumento a tre canne che gli esecutori riescono a suonare in continuazione, usando le gote come “sacca di compensazione” del respiro. Vengono impiegate per accompagnare le cerimonie religio-

ro,

se e soprattutto per dare il tempo

   

al

“ballo tondo” e

alle altre forme del ballo locale, ese- guito da uomini e donne che indos- sano i variopinti costumi della fe- sta. Il ballo veniva

e

viene guidato an-

che con il canto

del “coro a teno- re”, la cui origine risale ugualmente ai primordi della ci- viltà sarda: è costituito da quattro voci maschili che eseguono – nel caso del ballo – brevi testi poetici di natura amo- rosa e spesso erotica, ma anche altri di vari argomenti. Nel corso di alcune feste religiose si tramanda la consuetudine

In

dei gosos, lodi dei santi di lontana origi- ne iberica.

A

queste, che sono le forme-base della

musica sarda, altre se ne sono venute aggiungendo nel tempo: il ballo, ad esempio, viene condotto dal suono del- l’organetto diatonico, che ha nell’isola degli ottimi esecutori; e alcuni “cori a te- nore”, come a Bitti, hanno sperimenta- to la collaborazione con esecutori di musica moderna, rock in particolare.

di

l’osso, il cuoio, l’argilla, la lana. Le erbe for- niscono i coloranti. La lavorazione del fer-

ma anche dei metalli preziosi, e la pesca

locale del corallo aggiungono altri settori ‘merceologici’ alla inesauribile vena delle

tessitrici, le filatrici, le cestinaie che lavo- rano accanto ai vasai, i conciatori, i cuoiai, i falegnami, i fabbri, i gioiellieri della fili- grana d’oro e d’argento, i coltellinai. L’inventario degli oggetti prodotti un tem- po per le necessità quotidiane è

entrato oggi nei cataloghi dell’Iso- la (Istituto Sardo per l’Organizza- zione del Lavoro Artigiano), creato dalla Regione sarda (via Bacaredda 184, 09127 Cagliari, tel. 070400707, isola@tiscali.it; negozi a Cagliari, Sassari, Nùoro, Oristano e, stagio- nale, a Porto Cervo nella Costa Smeralda). Sassari ospita, nel Pa- diglione dell’Artigianato, aperto tutti i giorni feriali, una grande ras- segna biennale (tel. 079230101). Nel corso della visita è bene sape- re quali sono i principali centri di

produzione, in modo da poter vedere gli ar- tigiani all’opera ed eventualmente acqui- stare i prodotti direttamente da loro.

un ideale viaggio a volo d’uccello da

nord verso sud (durante il quale bisognerà vincere a più riprese l’imbarazzo della scelta) si segnala in primo luogo Castel- sardo, per l’intreccio e la produzione dei cestini, documentati anche in un museo

ospitato nel castello; sulla costa occiden-

tale Alghero e Bosa propongono i monili ot- tenuti dal corallo; all’interno della provin- cia sassarese Pattada vanta l’antica tradi- zione dei coltelli a serramanico (sa patta- desa: “la pattadese”), cui si sono aggiunti

recente apprezzati violini e altri stru-

menti a corda. A poca distanza Nule, cele- bre per i tappeti dai vistosi disegni “a fiam- ma”. Per i tappeti e gli arazzi si distinguo-

no ancora Sarule, non lontano da Nùoro, e

in

provincia di Oristano, Samughèo e soprattutto Mògoro, che, come Aritzo (Nùoro), van-

ta

anche l’intaglio del legno. I coltelli a serramanico si lavorano anche a Santu Lussur-

giu (Oristano; insieme ai finimenti in ferro e pelle per cavalli) e ad Àrbus (Cagliari), do-

ve

un produttore ha aperto, adiacente alla sua officina, un piccolo interessante museo.

In

provincia di Nùoro si distingue Dorgali, dove si lavorano la pelle, l’argento e l’oro e

si

perpetua una scuola della ceramica. Ancora più a sud abbiamo una rinomata scuola

di

ceramica ad Assèmini; la lavorazione di cestini con vivaci inserti di stoffa a Sìnnai; una

scuola di argentieri a Iglesias.

Itinerari di visita

Le descrizioni dettagliate dei luoghi di interesse turistico

Le descrizioni dettagliate dei luoghi di interesse turistico Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring

1 Cagliari e il suo territorio

1 Cagliari e il suo territorio Profilo della città Un panorama di pietra e di mare,

Profilo della città

Un panorama di pietra e di mare, di stagni e di sole. Questa è Cagliari* (m 6, ab. 167 490): con le sue case a picco sui pre- cipizi, i bastioni inondati di luce dorata, lo specchio lucido delle saline appena dietro la spiaggia. Un gioiello d’ambra, che fiorisce improvviso nell’insenatura della costa, come la vide lo scrittore inglese David Herbert Lawrence negli anni venti, o la città sbocciata da un paesaggio lunare descritta da Guido Piovene in una delle sue pagine di viaggio. Raccolta tra le rocce di calcare bianco e l’azzurro del mare, Cagliari tiene unite le molte anime che la compongono: l’antico approdo dei navigatori fenici è rimasto in parte arroccato e dif- fidente, come all’epoca di Pisa, ma ha saputo votarsi ai traffici e ai commerci, seguen- do la vocazione già coltivata dai mercanti di Roma. Chiese e palazzi rievocano i sovra- ni di Spagna, ma è del governo sabaudo l’impronta di moderna città italiana.

La storia della capitale sarda è dunque la chiave per entrare nelle sue vie e nei suoi quar- tieri. Una storia che è già tutta contenuta nel nome: pietraia nuda e solitaria nel signi- ficato dell’antico toponimo Càralis (o Kàralis), trasformato poi nella forma plurale Ca- rales, a indicare probabil- mente un abitato che si estendeva e suddivideva in rioni autonomi. Nel me- dioevo fu Calaris e Calares, ma con i pisani divenne Callari, nome che i succes- sivi dominatori spagnoli pronunciavano col suono attuale. Riassunta in questi battesimi ripetuti, la lunga vicenda di Cagliari parte da lontano. I primi insedia- menti risalgono a epoche preistoriche, come atte- stano i ritrovamenti, riferi- bili al Neolitico, di Borgo

S. Elia e S. Bartolomeo,

Monte Urpinu e Monte Cla-

ro. Attratti dalla posizione

costiera, i fenici fondano i loro empori (circa sec. VIII a.C.) nel promontorio di S. Elia e nella laguna di S. Gilla. I car- taginesi realizzano poi la prima forma di tessuto urbano, con strutture commerciali e luo- ghi di culto (necropoli di Tuvixeddu, tophet di S. Paolo, ai margini di S. Gilla, dove so- no comparsi numerosi reperti votivi, i templi di via Malta e delle colline di Bonaria e di S. Elia). Il dominio romano (dal 238 a.C.) porta significativi cambiamenti nell’assetto ur- bano. Cagliari viene dotata di vie e piazze, case di prestigio, magazzini, nuove necropoli. Nel 46 a.C. Cesare la dichiara municipium. Il declino arriva con la decadenza dell’impero romano. Nel 455 la conquistano i vandali, a cui succedono nel 534 i bizantini. Agli inizi dell’XI secolo le ripetute scorrerie arabe provocano l’intiepidimento dell’interesse bi- zantino alle sorti dell’isola. Le istituzioni passano ai ‘giudici’ locali, giuridicamente e for- malmente autonomi. La decadenza del centro urbano si aggrava quando il giudicato di Cagliari, per ragioni di sicurezza, sceglie come sede di governo la periferica S. Igia, nel- la laguna di S. Gilla. Nel 1258 Pisa vittoriosa nella lunga guerra con Genova per il pre- dominio sulla città, le dà una nuova legislazione amministrativa e giudiziaria: il colle di Castello diventa la rocca fortificata sede degli uffici pubblici, si incrementano le attività mercantili. Nel 1323 gli aragonesi sbarcano nell’isola, assumendo negli anni successivi la guida della città e del suo giudicato. Gradualmente viene introdotto un ordinamen- to che esclude i sardi dalla vita pubblica e li fa oggetto di pesanti prevaricazioni da par-

38

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

Profilo della città

te dei nuovi dominatori. È uno dei periodi più oscuri per Cagliari e la Sardegna che si pro- lunga, sotto la Spagna, sino al 1720 (con un breve intervallo austriaco, 1708-17). Il trat- tato di Londra (1718) consegna però la Sardegna a Vittorio Amedeo II di Savoia. Con l’ar- rivo dei piemontesi Cagliari si avvia verso una lenta ma sostanziale trasformazione. La Cittadella, sulla punta nord di Castello, è l’ultima importante opera militare in una città che si sviluppa in altre direzioni. Progressivamente l’assetto feudale perde definizione ed emerge, seppure a fatica, la classe borghese. Avvenimenti di grande rilievo politico agitano la società sarda sul finire del Settecento. È del 1793 il bombardamento della città da parte di una flotta francese. L’anno successivo una sollevazione antisabauda culmina nella temporanea cacciata dei piemontesi. Dopo la restaurazione, il governo torinese pun- ta alla trasformazione urbana: illuminazione pubblica, collegamento stradale con Sas-

sari, servizio postale, edifici civili e chiese. Nel 1847 la “fusione perfetta” con gli stati di terraferma segna la fine del regime doganale separato, l’estensione alla Sardegna dei co- dici civili e penali del Piemonte, la soppressione della carica di viceré. Con l’attuazio- ne del piano regolatore di Gaetano Cima comincia il lento abbattimento delle mura (in Castello, dove la configurazione del quartiere le lascia sostanzialmente intatte, perdo- no il carattere difensivo). Con l’Unità, Cagliari rafforza la sua posizione di preminenza nell’economia isolana, anche per merito di una classe politica matura. Nel periodo fa- scista, evita almeno le devastazioni del ‘piccone risanatore’.

Il dopoguerra – medicate le tremende ferite dei bombardamenti del febbraio e maggio

1943 – è stato per Cagliari una corsa verso le campagne del Campidano, gli stagni, il ma-

re; con l’abitato che si è velocemente esteso sino a sfiorare i comuni più vicini.

1.1 Cagliari: Castello

Itinerario pedonale nel centro antico (pianta alle pagg.40-41)

Il colle di Castello, con la cinta bastiona-

ta e le torri come sentinelle, sembra qua- si una corona assisa sulla sommità della città alta e ripida.

È

vilegiata della visita a Cagliari. Proprio

qui, in “su Casteddu”, i sardi identificano l’intera città. La sua storia inizia ufficial- mente nel 1217, quando la giudicessa di Cagliari, Benedetta, cedette ai pisani il Kastrum Kàralis. I toscani innalzarono mura difensive e torri, rafforzarono la cinta bastionata gli spagnoli prima e poi

i piemontesi, che vi costruirono anche

l’arsenale e i terrapieni. La struttura del quartiere, bloccata sin dalle origini dalla forma del colle, allungata e in forte pen- denza, è rimasta pressoché immutata an- che dopo l’abbattimento ottocentesco di parte delle mura. I bastioni meridionali fu- rono trasformati in belvedere dal gover- no piemontese, che si preoccupò anche di abbellire le porte, attenuando così la chiusura nei confronti dei sottostanti rio- ni di Marina, Villanova e Stampace. Con il progressivo spostamento della sede del potere politico, Castello fu fatalmente av- viato al degrado, abbandonato anche dai suoi abitanti tradizionali, i nobili e i fun- zionari pubblici. I bombardamenti del 1943 hanno danneggiato ulteriormente le abitazioni, che in gran parte attendono ancora convenienti restauri.

la rocca antica e panoramica, meta pri-

Il percorso a piedi, effettuabile in un paio d’ore (escluso il tempo occorrente per le vi- site ai musei), si svolge nella fitta rete di strade di segno spagnolo, aperte a im-

provvise vedute sulla città, con i prospet- ti dei palazzi nobiliari affiancati da umili abi- tazioni, le tante botteghe artigiane e anti- quarie impegnate nella rivitalizzazione di Castello. Diverse le vie d’accesso; prefe- rendo l’ingresso dalla centrale piazza Mar-

39

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

40 Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring

40

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

41 Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring

41

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

1

Cagliari e il suo territorio

tiri si potrà salire dal bastione di Saint Remy per via Fossario, in direzione della Cattedrale, oppure entrare da porta del Leone dopo aver percorso via Mazzini. In questo secondo caso il cammino che por- ta al Duomo sarà più lungo e tortuoso, ma permetterà di conoscere chiese e palazzi. Alla rocca si sale anche, più velocemente, per mezzo di due ascensori, collocati l’u-

no a lato del bastione di Saint-Remy, l’altro

a metà del viale Regina Elena.

Bastione di Saint Remy (D3). Fu edificato

fra il 1899 e il 1902 sistemando gli antichi bastioni spagnoli dello Sperone e della Zecca, nell’estremità meridionale del quar- tiere. Lo compongono due terrazze: quel-

la più grande, intitolata a Umberto I, e l’al-

tra, più piccola e sovrastante, dedicata a S. Caterina. Elemento di raccordo fra Ca- stello e Villanova, il bastione nacque come passeggiata e belvedere panoramico, fun- zione rimarcata dallo scenografico pro- spetto neoclassico in granito e calcare, con arco trionfale e lunga gradinata in di- rezione di piazza Costituzione. Dal lato destro della scalinata parte la Passeggiata coperta. Gravemente dan- neggiato dai bombardamenti, il bastione è stato fedelmente ricostruito. Oggi, in di- suso come luogo di passeggio, è sede di un mercatino domenicale dell’usato.

In via Università, a sinistra l’ex Se- minario tridentino e l’Università (C3), costruiti nel ’700 sul bastione del Balice da Sa- verio Belgrano di Famo- lasco; a destra, accanto ai ruderi del Teatro ci- vico impiantato anco- ra da Belgrano e ri- strutturato nel secolo successivo dal caglia- ritano Gaetano Cima, l’ottocentesco palazzo Boyl in via Mario De Can- dia. Superata la torre del- l’Elefante (v. sotto) si trovano le chiese di S. Giuseppe (1641), di S. Croce (1661, di fronte al panorami- cissimo bastione del- lo stesso nome) e di S. Maria del Sacro Monte di Pietà, eretta nel 1591 secondo un impianto tar- doaragonese. Aggrappato sulle mura di cinta del bastione di S. Croce si trova un complesso di co- struzioni indicate come Ghetto degli Ebrei. In realtà il quartiere dove la comunità ebraica abitò sino al 1492, quando ne fu decretata la cac- ciata da tutti i territori, si estendeva nelle vici- nanze. La caserma militare S. Carlo, costruita nel 1738 per disposizione delle autorità piemonte-

si, è stata recentemente restaurata per farne una sede di eventi ed esposizioni.

Le torri di S. Pancrazio e dell’Elefante. Presenze caratteristiche nella scenografia

cagliaritana, le due torri gemelle in conci

di calcare furono costruite rispettivamente

nel 1305 e nel 1307 su progetto dell’archi- tetto sardo Giovanni Capula. La torre di S. Pancrazio (B3), posta sul lato settentrio-

nale di Castello, nel punto più alto della rocca, permetteva il controllo di tutto il

territorio intorno alla città: dal ’600 fino al-

la fine dell’800 fu adibita a carcere. La tor-

re dell’Elefante (C3), che segnava l’in-

gresso alla parte più bassa del quartiere,

è contraddistinta da un elefantino scolpi-

to nella pietra, eletto a simbolo della città.

Cattedrale di S. Maria* (C3). Di impianto

pisano, domina piazza Carlo Alberto, l’an- tica plazuela degli spagnoli, che si trova a un livello sottostante rispetto al piano stradale di piazza Palazzo. Dell’edificio originario la chiesa conserva all’esterno

la torre campanaria quadrata (tranne il pa-

ramento, la cuspide e le monofore), l’ar- chitrave del portone centrale, i portali del transetto, frammenti di tarsìe e scul- ture. Il primitivo prospetto medievale fu ri- disegnato nel 1702 in forme barocche da

Pietro Fossati e rifatto in ‘stile’ romanico- pisano-lucchese nel 1933. Anche l’in- terno, a tre navate con presbi- terio sopraelevato e tran- setto, ha subìto ampi ri- maneggiamenti seicen- teschi nel corpo lon- gitudinale. Addossa- to alla controfaccia- ta è il pulpito*, rea- lizzato da Gugliel- mo da Pisa tra il 1159 e il 1162 per il Duomo della sua città e donato a Cagliari dal comune toscano nel 1312; nel 1670 fu smem- brato in due parti e i quattro leoni posti alla base delle colonne tra- sferiti ai piedi del presbiterio. Nelle navate laterali si aprono tre cappel-

le per parte: da notare (1 a a destra.) Le noz-

ze di Cecilia e Valeriano di Pietro Angeletti

e una gotica Madonna nera in legno dora-

to (sec. XIV; 2 a ). Il transetto, con la primitiva

struttura ad arconi, conserva nel braccio destro una cappella in stile gotico catala- no, a pianta poligonale e volta nervata: il

gotico catala- no, a pianta poligonale e volta nervata: il 42 Tratto da Guida Verde d’Italia

42

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

1.1

Cagliari: Castello

trittico di Clemente VII, di attribuzione in- certa (Gerard David o scuola di Rogier van der Weyden), occupa la parete sopra l’altare. Dal transetto destro si raggiun- gono la sagrestia dei Beneficiati, l’aula ca- pitolare e il santuario scavato nella roccia e diviso in tre cappelle. Ritornati nell’aula centrale, una scala conduce al presbite- rio, cinto da una balaustra in marmo di sti- le barocco; vi sono sistemati manufatti in argento e in ferro della produzione arti- giana sarda e iberica del ’600. Nel transetto sinistro si apre una piccola cappella pisa- na con bifora. Nella cappella centrale del- la navata sinistra è di rilievo un Martirio di S. Barbara di pittore napoletano del sec. XVIII. Le volte sono state affrescate dal sar- do Filippo Figari tra gli anni trenta e ses- santa del Novecento. Locali annessi ospi- tano il Museo capitolare, che custodisce il tesoro del duomo: manufatti (in parte di produzione locale) tra i secoli XVI e XIX, e preziosi paramenti sacri.

Palazzo viceregio (C3). Attuale sede del- la Prefettura e aula di riunione del Consi- glio provinciale, fu dimora dei viceré spa- gnoli e sabaudi. È di impianto catalano, rin- novato dai piemontesi. La sala di rappre- sentanza fu affrescata tra il 1894 e il 1895 dal perugino Domenico Bruschi, che si ispirò alla storia sarda per sei grandi com- posizioni siglate S.P.K. (Senatus Populu- sque Kalaritanus).

Per via Martini, si arriva in piazza Indi- pendenza (B3), delimitata dal conser- vatorio delle Figlie della Provvidenza (1740), dalla torre di S. Pancrazio (v. pag. 42), dal palazzo delle Seziate (così chiamato per le ‘sedute’ in cui il viceré ascol- tava le richieste dei reclusi nella vicina torre) e dalla se- de del Museo archeologico (v. sotto) progettata all’inizio del xx secolo da Dionigi Sca- no. Con una deviazione in via La Marmora, prima di superare il voltone che im- mette in piazza Arsenale e porta alla Cittadella dei Mu- sei, si raggiunge la chiesa del- la Purissima.

La Purissima (B-C3). Costrui- ta nel 1554 per volontà della nobildonna cagliaritana Gerola- ma Rams, insieme a un convento chiuso nell’800, la chiesa reca sul portale d’ingresso lo stemma dei Brondo, che vi esercitavano il pa- tronato. L’interno è a una navata, cappel- le laterali e presbiterio rialzato. Tra i pre- ziosi arredi si segnalano un trittico di An- tioco Casula del 1593 (1 a cappella destra), un’ancona lignea settecentesca all’altare maggiore e un S. Girolamo di Lorenzo Cà- varo (1 a cappella sinistra).

Cittadella dei Musei* (B3). Vi trovano posto: la Pinacoteca nazionale, il Museo siamese Cardu, la Mostra di cere anato- miche di Clemente Susini e il Museo ar- cheologico qui trasferito da piazza Indi- pendenza nel 1993. La Cittadella occupa l’area sin dal 1825 destinata all’Arsenale militare; i resti delle fortificazioni pisane, aragonesi, spagnole e sabaude sono ora in- globati nel recente e panoramico com- plesso progettato da Pietro Gazzola e Li- bero Cecchini. Accanto agli ambienti mu- seali trovano posto anche gli Istituti uni- versitari di Studi sardi e Antichità, Ar- cheologia e Arte.

Museo archeologico nazionale*. Mate- riali di altissima qualità testimoniano le culture antiche e tardoantiche che si sono succedute nell’isola, dal Neolitico (6000 a.C.) sino all’età altomedievale (sec. VII-VIII d.C.). Provenienti dalle stazioni neoliti- che ed eneolitiche, dalle sepolture prei- storiche “domus de janas”, dai nuraghi e da tombe a pozzo, sono esposti: dell’era prenuragica, vasellame ceramico decora- to e statuine di dee-madri in pietra e osso;

43

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

1

Cagliari e il suo territorio

dell’era nuragica, armi e lingotti di rame,

forme di fusione per armi e strumenti da lavoro, decine di bronzetti**, databili dal- l’età del Ferro (900-750 a.C.) sino al perio- do fenicio, che raffigurano navicelle voti- ve, guerrieri, lavoratori e sacerdoti ritratti in varie pose; reperti fenici, punici e romani, tra cui spiccano

gli splendidi gioielli punici

di Tharros*, paste vitree, avori, manufatti in osso, statue, stele, cippi, monete, vasi greci e romani; prezio-

si oggetti di oreficeria del-

l’età tardomedievale.

Pinacoteca nazionale*. Comprende retabli, tele, stemmi e arredi dal ’400 al ’700, oltre a un’esigua colle- zione di pitture e sculture dei sec. XIX e XX. La parte più in- teressante della raccolta è co- stituita dai retabli quat- trocenteschi provenien-

ti dalla distrutta chiesa di S. Francesco in

Stampace, tra cui il retablo della Porziun-

cola del Maestro di Castelsardo e quelli di Pietro e Michele Càvaro e di Antioco Maì- nas, i maggiori esponenti della cinque-

centesca scuola di Stampace. Più modeste appaiono invece le opere dei secoli XVII e XVIII. La sezione contemporanea è occupa- ta dalla ritrattistica di Giovanni Marghi- notti e Giuseppe Sciuti, dai busti di An- drea Galassi, Vincenzo Vela, Giuseppe Sar- torio, Gavino Tilocca, insieme alle tele di artisti sardi della metà del secolo XX come Stanis Dessy, Cesare Cabras, Pietro Antonio Manca, Mario Delita- la. Alla Pinacoteca è annessa anche una ricca e interessante collezione artigianale-etnografica.

Museo siamese Cardu. Di proprietà comuna- le, comprende oltre 1300 pezzi: armi, va- sellame e oggetti provenienti da Siam, Laos, Celebes, Giava, Malacca, Cina.

Mostra di cere anatomi- che di C. Susini. Racco- glie modelli anatomici in

cera colorata, minuziosi e perfetti. Furono creati dal celebre ceroplasta fiorentino Clemente Susini, tra il 1803 e il 1805, per l’a- natomista di Olzai Francesco Antonio Boi, su incarico del futuro sovrano Carlo Felice.

1.2 Cagliari: la città bassa

Itinerario solo in parte pedonale e suddiviso in più percorsi (pianta alle pagg. 40-41)

Il tragitto riguarda una porzione molto

ampia della città e tocca i quartieri stori-

ci ai piedi di Castello: Stampace, Marina e

Villanova. È per questo consigliabile fra- zionarlo in più visite distinte. Uscendo da Castello per porta Cristina, si entra in Stampace, che con Villanova costituiva l’area di espansione della città antica. Il quartiere, ripartito idealmente da via Azu- ni in Stampace alto e Stampace basso, conserva ancora la struttura urbanistica medievale. Nell’uniformità delle abitazio- ni, in gran parte ancora abbandonate al de- grado, spiccano le chiese di S. Michele e S. Anna. La visita a Stampace è però anche conoscenza delle testimonianze delle ci- viltà che hanno attraversato la storia di Ca-

gliari. L’anfiteatro romano e la villa di Ti- gellio, nella parte interna del quartiere, e, già ai margini di S. Avendrace, la necropoli

di Tuvixeddu e la Grotta della vipera (rag-

giungibili in auto o con le linee di bus 1 e 9), confermano l’appartenenza di questi

44

luoghi all’antico insediamento punico e ro- mano. Conclude l’itinerario, riportando

nel cuore della città, la sosta in piazza Yenne e la discesa per largo Carlo Felice, alla cui estremità sorge, di fronte al porto, il Palazzo comunale. Il lato opposto del lar- go Carlo Felice delimita il rione Marina, un definito quadrilatero che richiama la strut- tura del castrum romano: lo segnano, in basso, la palazzata ottocentesca di via Roma e il porto, in alto via Manno (l’anti- ca sa Costa, oggi fulcro commerciale del- la città) e a est viale Regina Margherita. L’andamento delle strade, regolare nella parte pianeggiante più vicina al mare, per- de linearità quando comincia a salire ver- so il colle, divenendo ripido sotto le forti- ficazioni di Castello. Il quartiere, antica- mente chiamato Lapola, era cinto da mu- ra, demolite alla metà dell’Ottocento. L’ab-

bondanza di edifici religiosi (in parte scom- parsi) suggerisce di privilegiare in una ra- pida visita almeno le chiese del Santo Se-

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

1.2

Cagliari: la città bassa

polcro e di S. Eulalia e, restauri permet- tendo, di S. Agostino in via Baylle. Viale Re- gina Margherita e, più in alto, il Terrapie- no indicano a occidente l’inizio di Villanova (Città nuova), che fu il quartiere dell’e- spansione di Cagliari verso la campagna. Il confine orientale si è progressivamente spostato nell’ultimo secolo, dando origine soprattutto nel secondo dopoguerra a nuovi grandi quartieri. Scomparse le mu- ra che cingevano il nucleo storico, Villa- nova continua a mantenere nella parte più antica la vocazione ‘rurale’ delle sue abitazioni. Tra case basse e uniformi, pri- ve di architetture pubbliche o private di ri- lievo, si nascondono infatti molti orti e giardini. Dalla salita del Terrapieno si rag- giungono i giardini pubblici e la Galleria co- munale d’Arte moderna. Scendendo per i vicoli ripidi e le scalette che tagliano tra- sversalmente il quartiere, merita di esse- re conosciuta la chiesa di S. Domenico. Si torna quindi indietro in piazza S. Giacomo, dove sorgono la chiesa e l’oratorio del Crocifisso, punto di partenza delle pro- cessioni che animano i riti della Settimana Santa. Verso est, con un lungo percorso a piedi ben oltre Villanova, si arriva alla ba- silica paleocristiana di S. Saturno. A orien- te la basilica di Bonaria domina il colle di fronte al mare. Dalla direttrice di viale Diaz, sottostante alla chiesa, si accede al grande recinto della Fiera della Sardegna, aperta tra aprile e maggio con un’esposi- zione campionaria annuale. Ancora più avanti, deviando a destra pri- ma di arrivare al Poetto, la grande spiaggia dei cagliaritani, merita una visita S. Elia, il borgo dei pescatori.

S. Michele (C2). Uno dei maggiori esempi del barocco spagnolo nell’isola, fu co- struita dai Gesuiti nel XVII sec. insieme al- la contigua casa del Noviziato, ora sede del- l’Ospedale militare. Un portico a tre arca- te immette nell’atrio dove è collocato il pul- pito di Carlo V, scolpito a bassorilievo. Dal pergamo l’imperatore avrebbe assi- stito alle cerimonie religiose indette nel 1535 in occasione della spedizione contro Tunisi partita dal porto di Cagliari. L’in- terno della chiesa, a pianta ottagonale cu- polata e cappelle radiali, riprende l’ab- bondanza di ornamentazioni del prospet- to. La sagrestia, affrescata da Giacomo Al- tomonte, conserva tra i molti quadri La strage degli innocenti, opera di grandi pro- porzioni dipinta nel primo Settecento dal- lo stesso Altomonte e dal napoletano Do- menico Colombino.

S. Anna (C2). Costruita tra il 1785 e il 1817,

è in stile tardobarocco di ispirazione pie- montese, con ampia scalinata d’accesso in marmo bianco e due campanili (il secondo innalzato negli anni trenta). L’interno, a uni- ca navata con cappelle laterali e presbite- rio, conserva tra gli arredi anche una sta- tua del beato Amedeo di Savoia, opera del sassarese Andrea Galassi. L’edificio subì gravi danni nei bombardamenti del ’43, ma fu fedelmente ricostruito.

S. Efisio (C2). Sorge dietro la chiesa di S.

Anna, ed è dedicata al martire cristiano na- tivo di Elia, in Asia Minore. Il racconto agiografico vuole che Efisio, inviato in Sar- degna da Diocleziano per combattere i barbaricini e gli iliensi, sia stato ucciso a Nora nel 304 per non aver rinnegato la sua religione. Nacque così una devozione che si rafforzò dopo il 1652, quando nel- l’estremo tentativo di salvare la città da una terribile pestilenza i consiglieri civici si rivolsero al santo, legando Cagliari al vo- to perpetuo di un rito annuale di ringra- ziamento. Dalla chiesa settecentesca, edi- ficata sul probabile carcere del soldato romano, parte ogni 1° maggio una grande sagra* che fonde religiosità e folclore. Centinaia di partecipanti in costume tra- dizionale, convenuti da ogni parte dell’i- sola, sfilano a piedi o su “traccas” (carri a buoi bardati a festa) secondo un preciso cerimoniale. Li accompagnano miliziani a cavallo, suonatori di “launeddas” e i mem- bri dell’arciconfraternita di S. Efisio. Pre- ceduta a cavallo dall’“Alternos”, rappre- sentante della municipalità, la processio- ne è chiusa dal cocchio dorato con una sta- tua lignea del ’600 di modesta fattura che ritrae il santo in fogge spagnolesche. Il corteo raggiunge la massima solennità in via Roma per sciogliersi in viale Pula, da dove il simulacro comincia il viaggio ver- so Nora per ritornare a Cagliari, con pro- cessione ridotta, il 4 maggio.

Anfiteatro romano e villa di Tigellio. A poca distanza l’uno dall’altra (rispetti- vamente in viale Fra’ Ignazio e in via Ti- gellio), sono tra le maggiori testimonian- ze del periodo romano. L’anfiteatro* (B2), del sec. II d.C., conserva gran parte delle gradinate ellittiche, la cavea, le recinzio- ni e il podium da cui i maggiorenti assi- stevano ai giochi. La villa di Tigellio (C2) prende il nome dal musico sardo amico di Cesare e Cleopatra, vissuto nel I sec.a.C., ma nessun elemento storico avvalora questa relazione. I ruderi del comples-

45

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano

1

Cagliari e il suo territorio

so, da tempo recintati e osservabili a di- stanza, mostrano un sistema di tre domus ad atrio tetrastilo, impluvium e tablinum con vani laterali e altri ambienti nella parte retrostante. La casa del tablino di- pinto e la casa degli stucchi conservano i resti di eleganti decorazioni.

Necropoli di Tuvixeddu (A1, f. p.). Di ori-

gine fenicio-punica, fu utilizzata anche dai romani. Gli scavi, iniziati nel XIX secolo, hanno messo in luce centinaia di tombe prevalentemente a pozzo verticale, a una

o due sepolture e ricche di corredi fune-

rari, databili tra il sec. VI a.C. e il I d.C. Di particolare rilievo sono la tomba dell’Ureo, dalla figura alata ritratta nella fascia pa- rietale interna, e quella del combattente, in cui è dipinta la figura di un guerriero, for- se il divino Sid liberatore da tutti i mali. At- tualmente la necropoli è visitabile solo dietro appuntamento con la Soprinten- denza. Attende attuazione un progetto di parco archeologico e museo.

Grotta della vipera* (A1, f. p.). All’inizio

di

viale S. Avendrace, prosecuzione di via-

le

Trento (B1), protetta da una cancellata,

la

grotta scavata nella roccia è contrasse-

gnata dall’emblema di due serpenti scol- piti nel frontone. Risale al sec. I d.C. e ori- ginariamente aveva la forma di un colom-

baio, con atrio e colonne ora scomparsi. Deve la sua notorietà alle iscrizioni in gre- co e latino che raccontano la storia di Ati- lia Pomptilla, devota moglie di Cassio Fi- lippo, che si offerse agli dei per liberare il marito dal pericolo di morte.

Piazza Yenne (C2-3). Cuore di Stampace,

la sovrasta il bastione di S. Croce, che ne

costituisce uno scenografico sfondo. In- titolata al viceré sabaudo Yenne e cinta in parte da palazzotti ottocenteschi, è stata

46

risistemata con nuova pa- vimentazione, panchine, vasconi decorativi e lam- pioni. Una colonna in pie- tra, datata 1822, indica l’i- nizio della strada, voluta da Carlo Felice, che con- giunge il capoluogo sardo a Sassari e a Porto Torres. Un monumento al sovra- no sabaudo si alza poco più avanti, in cima al largo omonimo. La statua, che ritrae il re in foggia roma- na, fu commissionata dagli Stamenti sardi ad Andrea Galassi nel 1827, ma collocata sul basa- mento in granito (disegnato da Gaetano Cima) solo nel 1860. Singolare la posa assunta dalla figura in bronzo, che indica una direzione opposta a quella della strada che intende celebrare.

A ridosso della scalinata di S. Antonio la chiesa

del Santo Sepolcro, ha la stessa intitolazione del- l’antica confraternita (detta anche dell’Orazio-

ne

e Morte) che curava la sepoltura dei poveri