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MEDIOEVO MISTERIOSO

MEDIOEVO
MISTERIOSO
SPLENDORI E MERAVIGLIE
DELL’EPOCA PIÙ DIFFAMATA
DELLA STORIA

VENEZIA E GENOVA PROFESSIONE


NEMICHE GIURATE RIEVOCATORE

I TROVATORI, GLI INCREDIBILI


GUERRIERI E POETI POPOLI
MOSTRUOSI

I SEGRETI
del CAPOLAVORO
di UMBERTO ECO
IL NOME DELLA ROSA ,
I VERI VICHINGHI
DI LOTHBROK

VICENDE, PERSONAGGI, CURIOSITA: UN MONDO STUPEFACENTE


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Il Seme
della rosa
L
e grandi passioni sbocciano in tenera età. Talvolta da un
piccolo seme, che magari lì per lì sembra solo un’infatuazione
adolescenziale. Ma poi quel seme getta radici, cresce silenzioso
e negli anni cruciali della maturazione produce frutti nel cuore
del suo ospite. Chi si è invaghito del Medioevo è partito spesso dalla lettura di
un romanzo. Per molti, questo libro ha un titolo preciso: Il nome della rosa.
Come scopriremo nel dossier che abbiamo voluto dedicargli, in omaggio
alla recente scomparsa del suo autore, il romanzo di Umberto Eco è un
concentrato di meraviglie e di misteri: la vita di un’abbazia isolata dove si
custodiscono antichi capolavori, l’enigma di morti bizzarre, l’inchiesta del
sagace francescano, l’arrivo di un inquisitore dai metodi crudeli, l’amore che
riesce a sbocciare perfino in un ambiente così misogino e funestato dai delitti.
Il tutto incorniciato da dotte citazioni, curiosità e credenze dell’epoca,
sgorgate dalla penna di un vero specialista. Coltissimo ed eclettico, Eco
intrecciava con il Medioevo un rapporto ambiguo: pur affascinato, sposava
la “leggenda nera” dell’età oscura, in cui gli uomini erano schiavi della
superstizione e di una fede cieca. Il suo Guglielmo da Baskerville non
è altro che la ragione razionalista venuta a rischiarare una Chiesa
retriva, il cui campione è l’inquisitore sanguinario. Tutto ciò che
gira intorno al Nome della rosa appare assediato dalla miseria,
dal gelo, dall’oppressione di liturgie insensate, dall’ottundimento
della mente e dall’oppressione dei deboli.
Il sociologo belga Leo Moulin affermò: «Se fosse vera quella
vergognosa menzogna dei secoli bui perché ispirati dalla fede del
Vangelo, perché allora tutto ciò che ci resta di quei tempi è di così
fascinosa bellezza e sapienza?». L’Eco intellettuale avrebbe storto
il naso. L’Eco scrittore, forse, no.
Guglielmo Duccoli
SOMMARIO

32

nome della rosa


Dossier

Il
24
A poche settimane
dalla scomparsa
dell’autore, rivisitiamo
la trama e i segreti
del suo romanzo
più famoso e celebrato.
Il libro che per molti
lettori ha rappresentato
il primo incontro
con il Medioevo

La battaglia
di Legnano
Lo scontro tra i lombardi
e l’imperatore tedesco:
una delle pagine
storiche che costituirono
l’identità italiana

4
14 Popoli La congiura dei Pazzi 6
mostruosi Quando i pugnali
provarono a eliminare
l’ambizioso Lorenzo
sotto le volte
del duomo di Firenze.

I rievocatori storici

48
6 A ssassinio nella cattedrale
Il più grande Signore e mecenate del
Rinascimento, Lorenzo de’ Medici, scampò
32 dossier: L’eco che non svanisce
Il caso letterario più sorprendente
dal dopoguerra a oggi ha per protagonisti
64 Quando il Grifo sfidò il Leone
Come si originò l’inimicizia
proverbiale tra Venezia e Genova, le
a un attentato nel duomo di Firenze a opera abbazie, libri, segreti, delitti, inquisitori: una due più importanti potenze marinare
della famiglia rivale dei Pazzi, che riuscì a storia immortale, svelata nei dettagli da un del Mediterraneo? Una sfida che si
eliminare suo fratello Giuliano. Ecco come dossier che spiega i simboli e le citazioni protrasse nei secoli, tra cento battaglie.
andarono le cose in quell’aprile 1478. nascoste del capolavoro di Umberto Eco.

14 Uomini o bestie?
Popoli mostruosi dalle sembianze 44 Come porti i capelli bella dama
Capelli e acconciature: un tema
74 Lucrosi bordelli
Benché esecrata, la prostituzione
era fonte di un fiorentissimo mercato.
fantastiche popolano i racconti di viaggio irresistibile per le donne di ogni epoca.
e le mappe del Medioevo. Come nacquero
leggende così bizzarre? E perché la loro
presenza venne “certificata” tanto a lungo? 48 Il gioco della Storia
La funzione dei rievocatori,
76 I veri giganti del Nord
Il grande successo della serie
televisiva Vikings ha portato sullo schermo
che interpretano il ruolo e vestono un mondo norreno sanguigno, crudo e

20 Scuola di sopravvivenza
La vita dei bambini di mille anni fa
i costumi dei nostri antenati, si sta
dimostrando sempre più efficace per
credibile. Ma si tratta di Storia o di fiction?

non era facile, nemmeno per quelli ricchi. divulgare il fascino e le peculiarità delle
varie epoche storiche. Ecco chi sono 84 Nei secoli fedeli
Cani e gatti accompagnavano

24 I Comuni contro il Barbarossa


Il 29 maggio 1176, le città della Lega
e cosa fanno i “soldati della cultura”. l’uomo anche al tempo delle Crociate.

Lombarda si scontrano con le schiere


dell’imperatore Federico I di Svevia,
deciso a ridurre i Comuni all’obbedienza.
56 Cavalieri con la penna
La cultura medievale non era solo
appannaggio delle università e dei dotti
90 Il piccolo Vaticano
dell’A lto Lazio
Per diversi anni, la sede papale venne
Lo scontro determinerà una svolta nella monasteri: notizie, mode, idee giravano spostata da Roma a Viterbo, dove il
politica imperiale verso l’Italia, oltre che un di corte in corte attraverso le figure più Palazzo dei Papi fu sede del più lungo
episodio da glorificare nel Risorgimento. romantiche dell’epoca: i trovatori. conclave della Storia: ben 1.006 giorni.

5
Assassinio
nella
Cattedrale

Firenze, 26 aprile 1478.


La famiglia dei Pazzi sfodera
i pugnali contro Giuliano e Lorenzo,
rampolli della rivale casa Medici.
Il primo soccombe,
il secondo scampa alla morte.
E sopravvivendo cambierà la Storia

di Mario Galloni

6
La congiura dei Pazzi

P
otere e denaro, alta
politica e faide familia-
ri, odi mai sopiti, ven-
dette spietate. Perfino
un sacrilegio. E un fiume di san-
gue che trascina con sé colpevoli o
presunti tali. La congiura dei Paz-
zi è un dramma perfetto, che porta
in scena soltanto primattori e apre
alla Storia il teatro più esclusivo del
mondo allora conosciuto: la messa
solenne della domenica nel duomo
di quella Firenze quattrocentesca
in cui incrociano destini e fortune
banchieri, mercanti, filosofi e arti-
sti. La nuova Atene, araldo della
forza politica del bello: una socie-
tà colta in un momento irripetibi-
le, subito prima che diventi mito.
È su questo palcoscenico che il
papa decide di patrocinare, se non
di promuovere, l’eliminazione di
Lorenzo il Magnifico, l’uomo desti-
nato a incarnare lo spirito di un
secolo (il Quattrocento, appunto)
che traghetta l’umanità dal Medioe-
vo alla scoperta del Nuovo Mon-
do, che non a caso coincide con
l’anno della sua morte pre-
matura. Liberale, colto,
lui stesso poeta e lette-
rato, mecenate, politico
accorto e prudente, con
il suo stesso condursi il
Magnifico rappresenta
l’essenza del “nuovo tem-
po” che, recuperando l’antichità,
rimette l’uomo al centro della sce-
na, libera l’arte, esalta talento e vir-
tù, issa sul piedistallo l’illuminata
potenza della ragione. Il miracolo
politico che la Storia gli riconosce
è quello di un principe senza coro-
na, erede di una famiglia di recente
affermazione, a capo di una picco-
la Repubblica senza esercito che,
in poco più di vent’anni di potere,
coniugando diplomazia e cinismo,
persuasione e forza, riesce a fare di
Firenze il faro del Rinascimento.
E se stesso l’emblema del principe
moderno che crede nel progresso,
nella fantasia creativa, nell’arte come

7
marketing politico, capace di eternare, più delle ciano i destini dei casati più in vista, e il costante
armi e del denaro, lo spirito e la forza di uno Stato. pericolo esterno che grava sulla città contribuisco-
Quando Lorenzo La città vive in quegli anni un’età dell’oro: ric- no a mantenere uno status quo che permette a tut-
diventò M agnifico chissimi banchieri aprono filiali in tutta Euro- ti di implementare a dismisura i propri patrimoni.
Sopravvissuto pa, abili mercanti conducono traffici sempre più
all’attentato, Lorenzo lucrosi, orafi e artigiani svettano con produzioni di Rivalità all’ombra della città-Stato
de’ Medici diventa signore impareggiabile maestria. Il vorticoso crescendo di Tornabuoni, Pitti, Strozzi, Pazzi, Rucellai, Salviati
incontrastato finanza e commercio segna l’ascesa di un gruppo sono solo alcuni dei nomi che dettano legge nella ex
di Firenze. Nel dipinto ristretto di famiglie e, tra Trecento e Quattrocento, Repubblica: ad accompagnare Firenze sotto il domi-
del Vasari (in basso a Firenze perde progressivamente le libertates repub- nio dell’uomo solo sarà proprio il Magnifico, erede
destra) fa capolino blicane, ridotte a un simulacro pubblico svuotato di quei Medici che nel risiko delle famiglie in lotta
la giraffa regalatagli dalla forza economica dei nuovi oligarchi, che si per la supremazia emergono grazie alla forza eco-
dal sultano d’Egitto. trasforma così in dominio politico. L’equilibrio tra nomica e all’acume politico di Cosimo il Vecchio,
Anche sua madre, le fazioni rivali è instabile, non mancano le congiu- suo nonno, che fonda di fatto la signoria ereditaria,
Lucrezia Tornabuoni, sarà re, ma attente politiche matrimoniali, che intrec- tanto che al figlio, Piero il Gottoso, succedono, nel
glorificata con numerosi
ritratti, come quello in S. “Ma di tutti i pericoli che possono dopo la esecuzione avvenire, non ci è quello
Maria Novella (pagina a che sia più da temere, che quando il popolo è amico del principe che tu hai morto.”
fronte), del Ghirlandaio. Niccolò Machiavelli, “Discorsi”

Questione
di allume

P ossiede pro-
prietà ignifughe,
deodoranti, astrin-
genti, emostatiche:
l’allume di rocca (solfato
di alluminio e potas-
sio) è impiegato da
secoli per mille usi: la
tintura dei tessuti, la
lavorazione del cuoio, il
trattamento di argento,
rame e vetro, la dis-
salatura del merluzzo.
Iniziò a scarseggiare
a metà Quattrocen-
to, dopo l’avanzata
turca in Anatolia, prin-
cipale produt trice.
Quando, nel 1462,
furono scoper te le
miniere di Tolfa, in ter-
ritorio pontificio, il papa
si ritrovò con una fortu-
na che offrì alla famiglia
Medici, l’unica in grado
di garantire un accon-
to munifico e una rete
capillare di smercio.

8
La congiura dei Pazzi

1469, i nipoti, Lorenzo e il più giovane Giuliano. signore, e contemporaneamente Giuliano, formal-
L’ordine è garantito e il Magnifico, formalmente mente depositario dello stesso potere del fratello
senza potere, controlla indirettamente le istituzioni, maggiore, succube del suo carisma, ma pur sempre
elargisce favori agli amici, spegne sul nascere le vellei- un Medici, la cui sopravvivenza potrebbe significa-
tà delle famiglie ostili. I Pazzi, altra stirpe di ricchis- re un pericoloso punto di riferimento politico per
simi banchieri, sono da sempre alleati dei Medici, successivi rivolgimenti popolari.
ma l’intesa tra le due famiglie, seppur imparentate
(Guglielmo de’ Pazzi è cognato di Lorenzo), è desti- Parola d’ordine: eliminare Lorenzo
nata ad allentarsi. Troppo soffocante l’egemonia poli- Quando Lorenzo perde il suo più affidabile allea-
tica medicea, soltanto residuali gli spazi di manovra to sullo scacchiere italiano (Galeazzo Maria Sforza,
per le legittime aspirazioni di un casato che non si ras- caduto in una congiura nel dicembre del ’76), ai suoi
segna a vivere da eterno, seppur splendido, secondo. rivali sembra di cogliere un segno propizio all’azio-
Gli interessi della famiglia finiscono così per coinci- ne. A breve non sapranno (o non potranno) distin-
dere con la visione strategica del nuovo papa, ansioso guere quelli (tanti) avversi al loro gioco. Ma adesso è
di espandere i territori della Chiesa e il potere del- l’ora del sangue. Con le spalle coperte dal manto pon-
la sua stirpe: Lorenzo diventa il nemico comune. Il tificale, i principali congiurati cominciano a ordire la
francescano genovese Francesco della Rovere sale al loro trama: scendono in campo da subito Francesco
soglio nel 1471 con il nome di Sisto IV e la sfornata di di Antonio de’ Pazzi, Girolamo Riario e quel Fran-
cardinali-nipoti non si fa attendere. Tra i favoriti del cesco Salviati a cui Lorenzo per mesi aveva impedi- Sisto IV,
pontefice spicca Girolamo Riario, figlio della sorel- to di insediarsi sulla cattedra arcivescovile di Pisa. il papa ostile
la, a cui concede la signoria di Imola, riscattata dagli Tocca invece convincere Jacopo de’ Pazzi che, pur
Sforza per 40 mila fiorini. È soltanto il principio del
dispiegarsi di una crescente strategia di accerchia-
mento in chiave antimedicea. Più grave ancora per il
odiando il Magnifico, ha più di un dubbio sulla reale
volontà dei cittadini di risolversi alla ribellione contro
il tiranno. Si decide di appaltare l’omicidio di Loren-
D iede il pro-
prio nome alla
Cappella Sistina,
Magnifico è che quei fiorini utili a “comprare” Imo- zo a un provato uomo d’armi, il marchigiano Giovan- di cui promosse la
la, negati al pontefice dai Medici, siano stati portati ni Battista conte di Montesecco che, giunto a Firenze c ostr uzione; f u un
in San Pietro da Francesco Salviati, congiunto dei con Francesco de’ Pazzi, lavora per guadagnare alla intellettuale raffina-
Pazzi, che diventano così i finanziatori delle mire to e, una volta papa,
espansionistiche del papa. Il nemico sta a Roma ma introdusse la festa
va d’amore e d’accordo con un nemico ancora più dell’Immacolata Con-
perfido che vive a Firenze. E negli anni successivi, cezione; promosse
Della Rovere e Pazzi si scambiano altri favori che due Crociate contro
spiazzano Lorenzo. Nel 1474 il papa sostituisce la i turchi e acconsentì
famiglia rivale ai Medici nella gestione delle finan- alla nascita dell’Inqui-
ze pontificie e, cosa ancora più grave dal punto di sizione spagnola. Il
vista economico, nel 1476 replica la stessa mossa pontificato di Sisto IV,
riguardo al monopolio del commercio dell’allume. al secolo Francesco
La reazione del Magnifico non si fa attendere: l’an- della Rovere, iniziato
no successivo impone al governo fiorentino l’ap- nel 1471, fu all’inse-
provazione di una norma retroattiva che vieta alle gna del nepotismo: la
eredi dirette di ricevere i patrimoni, destinati inve- sua numerosa fami-
ce ai cugini di sesso maschile. La forzatura giuridi- glia rivendicava terre
ca è palesemente volta a danneggiare le finanze dei e cappelli cardinalizi.
Pazzi, impedendo a Beatrice Borromeo, moglie di Anche Giuliano della
Giovanni, di ricevere la cospicua eredità di famiglia. Rovere diventerà papa
Probabilmente è proprio questa legge, avversa- (con il nome di Giulio
ta perfino dal fratello Giuliano, a rappresentare II), ma a condizionare
plasticamente agli occhi della famiglia rivale, non- la politica del pontefi-
ché a quelli interessati del pontefice, l’impossibi- ce fu un altro nipote,
lità di uscire vincitori da una guerra politica con Girolamo Riario, che lo
il Magnifico: troppo forte l’influenza sulle magi- trascinò in una serie di
strature cittadine, piegate al suo volere tirannico. guerre infruttuose.
Chi vuole prendere Firenze deve eliminare il suo

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congiura altri consensi fiorentini: vi aderiscono due mo, celebrazione a cui Giuliano non può mancare,
preti, il parroco di Montemurlo Stefano da Bagno- se non altro perché via Larga e il palazzo di fami-
ne e il notaio apostolico Antonio Maffei, e sarà della glia erano, e sono, a pochi passi dalla cattedrale.
partita anche Bernardo Bandini Baroncelli, mem-
bro di un’altra famiglia di banchieri sodale dei Pazzi. Il grande sacrilegio
Alle porte della Repubblica sono pronti a interve- Per sincerarsi che all’ora stabilita il giovane non
nire con le loro truppe i condottieri Gian Francesco cambi ancora idea, Francesco de’ Pazzi e Bernardo
da Tolentino e Lorenzo Giustini. Jacopo de’ Paz- Bandini, i killer designati, si recano personalmente a
zi non dovrà macchiarsi del sangue dei Medici: sarà casa Medici per prelevare l’ancora malfermo signo-
lui a percorrere le vie di Firenze a cavallo annuncian- re. Lungo la strada i due sorreggono e abbraccia-
do al popolo la morte dei tiranni, chiamandolo così a no Giuliano, così da verificare che non indossi una
sollevarsi perché, almeno formalmente, sia Firenze a cotta di maglia che possa parare i fendenti. Il tem-
riconquistare quelle libertà da troppo tempo negate. po stringe, le truppe al confine attendono solo un
Ma l’appuntamento con il sangue sembra non cenno per entrare ed è indispensabile che non anti-
trovare la sua ora: inizialmente si decide di agire a cipino i tempi: prima il tirannicidio e soltanto dopo
Roma, dove Lorenzo dovrebbe recarsi il 22 marzo, la il via libera alle lame straniere e mercenarie.
Pasqua del 1478. Ma il Magnifico cambia program- Ed ecco il colpo di scena che condanna i congiurati:
Una famiglia ma e resta a Firenze. E allora sarà il suo regno a ospi- il Montesecco rifiuta di compiere un assassino a tra-
con le“palle” tarne la fine. La quarta domenica dopo Pasqua cade dimento, per di più in chiesa, o almeno così raccon-
Cinque palle rosse il 19 aprile e in città sono previsti due ricevimenti, ta nelle sue confessioni. Ma la macchina omicida non
e una, più grande, uno nella villa di Jacopo de’ Pazzi e l’altro nella vicina può fermarsi e a sostituire l’esperto cavaliere vengono
azzurra. L’arma residenza medicea di Careggi: si ha da festeggiare il prescelti i due preti, certamente meno adusi al coltel-
dei Medici deriverebbe, cappello cardinalizio toccato al diciassettenne Raffa- lo, forse però gli unici a potersi avvicinare al Magni-
a colori invertiti, ele Sansoni Riario, inutile dirlo, nipote del papa. Giu- fico senza destare sospetti. La Storia, inoltre, non ci
dall’insegna della liano, indisposto per una caduta, fa sapere che non racconta di particolari remore avanzate dai due uomi-
corporazione dell’Arte presenzierà. Altro stop, nuovo rinvio. La domenica ni di Chiesa alla prospettiva di uccidere, e tanto meno
del Cambio: scudo successiva il giovanissimo cardinale è invitato a casa di farlo nella casa del Signore.
rosso con bisanti d’oro. Medici e il banchetto sarebbe il momento migliore All’ora stabilita, in chiesa, Francesco de’ Pazzi e il
per agire, ma ancora una volta il fratello di Lorenzo Bandini si gettano su Giuliano, che in pochi secon-
si sfila. Non resta che la messa domenicale in duo- di è colpito da una gragnuola di colpi: a infierire è

10
La congiura dei Pazzi

soprattutto il de’ Pazzi, che nella foga si ferisce a una sacrestia nuova, chiudendosi la porta alle spalle. Fran- Talento artistico
gamba. Giuliano è spacciato, il suo corpo giace in un cesco de’ Pazzi, ferito, si trascina fino al suo palazzo. a suon di fiorini
lago di sangue. Vicino all’altare, l’assalto dei due pre- Lorenzo e il suo seguito si riorganizzano, escono dalla Banchieri, mercanti
ti a Lorenzo va a vuoto, forse per l’imperizia degli chiesa e fanno ritorno alla magione di via Larga. Resta e artigiani. E poi artisti,
improvvisati sicari, forse per il trambusto che mette in soltanto il cardinale ragazzino accucciato dietro l’alta- filosofi e teologi.
allarme il Magnifico e il suo seguito; non ultimo per le re, tremebondo, incapace di muoversi: sarà condotto La Firenze capitale
urla del cognato Guglielmo, vinto dal panico. Il Ban- dai canonici al riparo della sacrestia nuova. del Rinascimento cresce
dini tenta comunque: riesce a ferire Lorenzo di stri- sull’asse finanza-cultura:
scio, ma centra l’amico del Medici, Francesco Nori, Firenze sprofonda nel caos il mecenatismo
che morirà di lì a poco. Il Magnifico e i suoi fanno La congiura è fallita, il sangue di Giuliano è stato traduce la ricchezza
in tempo a sguainare le spade e trovare rifugio nella versato invano. Da qui in avanti e per qualche ora la in potere culturale.

Firenze, la scena del delitto


IL DUOMO PALAZZO PAZZI PALAZZO DEL BARGELLO
Santa Maria del Fiore è la Voluto da Jacopo de’ Pazzi, Affacciato su via del Procon-
terza chiesa al mondo per era l’emblema della famiglia. solo, era sede del Podestà
grandezza. Consacrata nel È qui, in via del Proconsolo, e poi del Consiglio di giusti-

I l teatro della congiura è racchiuso tra vie e palaz-


zi del centro di Firenze, a poche centinaia di metri
gli uni dagli altri: le residenze nobili dei protagoni-
1436, fu teatro dell’omicidio
di Giuliano e di quello manca-
to di Lorenzo il Magnifico.
che si rifugiò Francesco
de’ Pazzi, ferito, dopo
il fallimento della congiura.
zia. Alle inferriate delle
sue finestre furono impiccati
alcuni dei congiurati.

sti, gli edifici simbolo del potere, il Duomo e l’Arno.


Un itinerario ancora del tutto riconoscibile.

PALAZZO LOGGIA PALAZZO CAPPELLA PONTE


MEDICI DEI LANZI DELLA SIGNORIA DEI PAZZI ALLE GRAZIE
Voluto da Cosimo il Vecchio, Affacciato su piazza del- Emblema del potere e sede Capolavoro del Brunelleschi Da qui la folla inferocita
capostipite dei Medici, si tro- la Signoria, l’edificio venne del Gonfaloniere di giustizia, incastonato in Santa Croce gettò in Arno i pochi
va nell’attuale via Cavour, a costruito nel Trecento dopo l’omicidio di Giuliano e voluto da Andrea de’ Pazzi resti straziati del corpo
pochi passi dalla cattedrale: per ospitare le assemblee l’arcivescovo Salviati (principale fautore delle di Jacopo de’ Pazzi,
un tragitto che, il giorno della pubbliche e come sede e alcuni fedelissimi tentarono fortune del potentissimo riesumato due volte e sotto-
congiura, Giuliano percorse delle cerimonie ufficiali di impossessarsene, ma casato fiorentino), accoglie posto a un orribile scempio
“scortato” dai suoi killer. della Repubblica fiorentina. senza successo. le sepolture della famiglia. per le vie cittadine.

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tragedia vira in farsa: i nemici dei Medici non hanno
un “piano B” e molti si dimostrano non all’altezza
dell’alto compito che si erano intestati. Le successive
mosse, all’insegna dell’improvvisazione e dell’inade-
guatezza, ne accelerano l’inevitabile fine. Al Salviati
tocca il compito di raggiungere il Palazzo della Signo-
ria alla testa di un manipolo di uomini fidati: riesce a
penetrare nelle stanze del potere, ma la scarsa cono-
scenza dello stesse e la sua goffaggine gli impedisco-
no di riuscire nell’impresa. Quando si trova faccia
a faccia con il Gonfaloniere di giustizia, che for-
malmente incarna il potere della Repubblica, il suo
impaccio è talmente evidente da tradirlo: l’uomo
mobilita le guardie, corre ad armarsi insieme ai pri-
ori e ordina di far suonare le campane cittadine e
dare l’allarme. Firenze è percorsa da un brivido,
il popolo, consapevole della congiura, si river-
sa per le strade, Jacopo e le sue truppe vengo-
no respinti dai priori, l’urlo “Popolo e Libertà” è
soffocato da “Palle Palle Palle”, che richiama lo
stemma araldico dei Medici. Il resto del gruppo
penetrato con il Salviati nel palazzo si perde, con-
segnandosi docilmente alla cattura: alcuni finiran-
no gettati, vivi o morti, dalle finestre e i loro corpi La tomba che riunisce
selvaggiamente dilaniati dalla folla inferocita. i due fratelli
Mentre in strada infuriano i linciaggi e la giustizia Lorenzo e Giuliano,
sommaria (tra il 26 e il 27 probabilmente muoiono ucciso nella congiura
non meno di un centinaio di persone), nei palazzi la dei Pazzi, riposano
giustizia ordinaria fa il suo corso implacabile. Fran- insieme nel sepolcro
incompiuto sotto l’altare
L’impiccato di Leonardo della Sacrestia Nuova,
nelle Cappelle medicee,

L a fine dell’ultimo congiurato, il banchiere Ber-


nardo Bandini Baroncelli, sfuggito per un
anno alla vendetta dei Medici, è arrivata fino a noi
capolavoro che
impegnerà Michelangelo
per oltre un decennio,
anche visivamente grazie alla matita di Leonar- ma che non verrà
do da Vinci, che il 29 dicembre 1479 assistette mai portato a termine.
all’esecuzione del condannato, tratteggaindo il
celebre ritratto dell’Impiccato, oggi conservato
al Musée Bonnat di Bayonne.
Nel disegno, l’uomo porta ancora l’abito orien-
tale che indossava al momento della cattura: Giuliano de’ Medici,
dopo il fallimento dell’agguato a Lorenzo, il Bandi- la vittima illustre
ni aveva infatti raggiunto Napoli e da lì a Istanbul, Salito al potere
dove, nell’inverno del ’79, fu arrestato, incarce- con il fratello a soli
rato e consegnato ai fiorentini. Leonardo annotò 16 anni, Giuliano era
a margine i colori e le stoffe che vide addosso al più attento alla cultura
corpo penzoloni: «berettino di tané, farsetto di che alla politica.
raso nero, cioppa nera foderata, giubba tuchina Ebbe un figlio illegittimo,
foderata di gola di volpe, e ’l collare della giubba Giulio, nato un mese
soppannato di velluto, appicchiettato nero e ros- dopo la sua morte,
so, Bernardo di Bandino Baroncigli; calze nere». che diventerà
papa Clemente VII.

12
La congiura dei Pazzi

to a quelle stesse finestre che due giorni prima ave-


vano visto lo strazio del nipote e dell’arcivescovo.

Il capolavoro di Lorenzo
Intanto il governo cittadino decreta la damnatio
memoriae per tutti i componenti della famiglia Paz-
zi: nell’arco di pochi giorni l’intero patrimonio viene
o confiscato o venduto, gli stemmi araldici cancella-
ti dai palazzi, ogni componente superstite condan-
nato a cambiar cognome. Ormai manca all’appello
soltanto Bandini Baroncelli, che è riuscito per il
momento a far perdere le sue tracce. Guglielmo de’
Pazzi, invece, probabilmente deve la sua sopravvi-
venza alle suppliche della moglie Bianca, sorella del
Magnifico: si salva, ma viene subito bandito.
Dopo la vendetta, è tempo di governare, per-
ché il papa, visto fallire il suo piano, si risolve
a muovere guerra a Firenze, capeggiando una
lega che coinvolge Napoli, Urbino e Siena. Ma
non prima di aver fatto terra bruciata intorno ai
Medici, colpiti, insieme all’intero governo cittadi-
no, da scomunica. Sisto IV proibisce ai mercanti
fiorentini di uscire da Roma, scaglia l’interdet-
to sulla diocesi di Firenze e offre indulgenza
cesco de’ Pazzi viene catturato, nudo, a casa plenaria a chiunque sia disposto ad alzare la
sua, intento a curarsi la ferita. Sempre nudo mano contro la città. Firenze è vicina al bara-
verrà condotto a Palazzo della Signoria e tro, le truppe nemiche entrano nei territori
nelle medesime condizioni assisterà muto al della Repubblica e Lorenzo fa leva sull’orgo-
processo che lo condannerà all’impiccagione glio dei suoi fieri concittadini, convinti a resi-
insieme al Salviati: la pena viene eseguita sedu- stere nonostante le circostanze avverse.
ta stante, i corpi prima di sera penzoleranno dal- È in questo frangente che il Magnifico, ormai
le finestre. Le esecuzioni sommarie, quei cadaveri con le spalle al muro, mette in campo il suo capo-
oscillanti dalle inferriate, perfino la rabbia popola- lavoro politico. Sul finire del 1479 raggiunge Napo-
re blandamente censurata ma non arrestata sono il li e, dopo mesi di estenuante lavoro diplomatico,
tremendo messaggio che la propaganda del Magni- La medaglia prospettando i pericoli rappresentati per il suo stes-
fico trasmette ai suoi oppositori. Lorenzo è pur sem- del ricordo so regno dalle ambizioni papali, convince Ferdinan-
pre un uomo del Medioevo, per il quale la vendetta Opera di Bertoldo do I ad abbandonare il suo alleato, costringendo lo
è prima un dovere che un diritto. I due preti che Di Giovanni, la medaglia stesso Sisto IV ad aderire, seppur non entusiasta, alla
hanno fallito l’agguato si rifugiano dai benedettini, venne fatta fondere pace. Non sarà l’unica soddisfazione di quell’anno:
ma all’inizio di maggio vengono individuati, cattu- da Lorenzo l’anno sempre nel ’79 il Bandini Baroncelli viene catturato a
rati e consegnati alla giustizia, non prima che sia- stesso della congiura. Istanbul, dove si era rifugiato: il sultano Maometto II
no loro mozzati orecchi e naso: finiranno impiccati. Le due facce riportano lo fa incarcerare e lo consegna a un ambasciatore dei
Anche il Montesecco prova a fuggire. Catturato, ver- la cronaca visiva Medici che si presenta con ricchi doni. Il corpo del
ga un’ampia confessione che tira in ballo direttamen- dell’agguato e, in alto, banchiere complice dei Pazzi a fine dicembre pen-
te le responsabilità del papa: aver con il suo rifiuto il busto fuori misura de dal Palazzo del Podestà. Le condizioni della pace
fatto fallire la congiura gli vale soltanto la premu- dei due fratelli con siglata con il papa nel marzo del 1480 sono pesantis-
ra di essere ucciso da cavaliere, mediante decapita- le rispettive iscrizioni: sime per Firenze, ma in soccorso di Lorenzo arriva-
zione. Pochi giorni prima, il 27, toccava a Jacopo per Lorenzo “Salvezza no buone nuove da Oriente. Maometto II sbarca a
de’ Pazzi cadere in trappola. Riuscito a fuggire da della cosa pubblica”, Otranto in agosto e il papa deve chiamare a raccolta
Firenze, viene riconosciuto e catturato in monta- per Giuliano invece contro gli infedeli tutte le forze italiche. La Repub-
gna, nonostante sia vestito da contadino e tenti di “Lutto pubblico”. blica tira il fiato: ci sarà modo di affrontare con più
corrompere gli sgherri. Picchiato ferocemente e calma le questioni lasciate sul tappeto da quella pace,
ormai incapace di reggersi in piedi, finirà impicca- indispensabile ma siglata troppo frettolosamente. 

13
UOMINI o BESTIE?
In un mondo ancora quasi del tutto inesplorato, viaggiatori e marinai raccontavano
di incontri con genti stranissime, a metà tra umane e animali.
L’origine di queste creature affonda nei secoli e ci porta fino in Estremo Oriente.
E, cosa ancora più interessante, svela alcuni lati curiosi della mente medievale

di Georg A. Feldermann
Studioso di iconografia medievale

14

Popoli mostruosi

P
Stranezze al limite
roprio come il romanzo di genere fan- della xenofobia primitive. Anche quando i loro costumi non sono
tasy, la letteratura di viaggio medievale Il Medioevo, come già la feroci, presentano attributi bestiali, oppure man-
abbonda di creature fantastiche. Non mitologia greco-romana, cano di qualche connotato tipicamente umano. La
soltanto animali favolosi, come il dra- popolava le terre lontane loro mostruosità è spesso determinata dall’assenza
go o l’unicorno, ma intere popolazioni dall’aspetto e sconosciute di genti (come gli Astomi, privi di bocca) o dall’esagerazio-
e dalle abitudini così diverse da quelle del mon- misteriose e fantastiche, ne di una parte del corpo (è il caso dei Panozi, dalle
do civile da costituire una via di mezzo tra bestie e cui si attribuivano orecchie gigantesche), da entrambe le cose insieme
uomini propriamente detti. Si credeva che abitasse- deformazioni corporee o (gli Sciapodi hanno una sola gamba, ma così gran-
ro le regioni più estreme del mondo, oppure le zone comportamenti assurdi. de che, quando si sdraiano, possono farsi ombra
remote attraversate dai mercanti lungo la Via della La loro mostruosità con il piede) o dalla sostituzione di una caratteristi-
Seta. I resoconti dei viaggiatori le citano così spes- rimarcava anche ca umana con una animale (come i famosi e feroci
so, e in tono talmente sicuro, che qualcuno anche in visivamente l’estraneità Cinocefali, dalla testa di cane). Contrariamente agli
tempi moderni si è chiesto se non vi fosse del vero. al mondo conosciuto esseri del folclore locale europeo, quali elfi, gnomi
Benché questi popoli favolosi appaiano estrema- e la sua inferiorità o folletti, questi popoli non possiedono alcun pote-
mente diversi tra loro, condividono tutti certe carat- a quello cristiano. re soprannaturale, né sono dediti alla magia.
teristiche. Si tratta sempre di comunità ristrette e Le origini di un così variegato serraglio di crea-

15
ture curiose sono molteplici. Alcuni popoli duceva all’India e alla Cina. Non solo attraverso i
mostruosi discendono direttamente dalla lette- racconti delle popolazioni e dei mercanti locali, ma
ratura greco-romana, che abbondava di esseri perfino raffigurati sulle sete e sulle stoffe che arri-
parzialmente umani. Ad esempio, gli Ippopodi vavano in Europa dall’Oriente. Lo storico lituano
dalle zampe equine, citati da Isidoro di Siviglia Jurgis Baltrušaitis ha dimostrato come buona par-
(560-636) e ancora presenti nella mappa di Here- te dell’immaginario medievale in fatto di mostri e
ford (1280 ca.), sono evidentemente imparentati creature infernali ci sia pervenuta dalle più diverse
ai centauri e ai fauni della classicità, i quali diedero regioni dell’Asia, riprodotta sui tessuti stampati e
origine anche alle più diffuse raffigurazioni demo- su altri manufatti. Questi oggetti comprovavano la
L’Uomo niache. Del resto, le stirpi mostruose non popolava-
no soltanto i racconti mitologici o i romanzi omerici,
veridicità dei racconti di viaggio, acquistando quasi
il valore di una documentazione fotografica.
Selvatico ma anche gli scritti dei logografi. Vengono così chia-
mati quei viaggiatori greci che riportavano, in modo Gli onnipresenti Cinocefali
E ssere leggendario
presente in mol-
te tradizioni popolari
più o meno ordinato e verosimile, fatti e curiosità
dei luoghi visitati. Uno di essi, Ctesia (440-397 a.C.
ca.), lasciò un lungo elenco di popolazioni fantastiche
Quando Marco Polo localizza i Cinocefali dalla
testa canina su certe isole presso l’India, tutti gli cre-
dono. Nessuno dubita che possa esistere un popolo
alpine e appenniniche, che venne poi tramandato da molti scrittori succes- siffatto, che comunica per mezzo di latrati. Si sorvola
l’Uomo Selvatico sivi, sia greci che latini. Tra gli altri, Strabone, Plinio anche sul fatto che Erodoto li avesse situati in Libia,
assume nomi diversi il Vecchio e Tertulliano, che essendo vissuto a caval- Plinio in Etiopia e molte mappe in Russia o all’estre-
a seconda dei luoghi. lo tra II e III secolo d.C. rappresenta un ponte ideale mo Nord. Al contrario, suscitano molte perplessi-
L’aspetto fisico è però tra il mondo pagano e quello cristiano. C’è dunque tà alcune affermazioni di Polo che oggi riterremmo
s e m p re l o s t e s s o : una continuità narrativa che conduce da Omero a più verosimili, e anzi veri-
irsuto e con capel- Marco Polo e oltre, almeno fino al XVIII secolo, tiere, come il fatto che
li e barba lunghi, non quando l’Illuminismo fa piazza pulita delle ultime l’Asia interiore fosse
si lava e veste pelli di figurine curiose che ancora decorano le regioni più abitata da molte genti
caprone. Vive isolato, estreme dei mappamondi. cristiane (i nestoriani,
solitamente in monta- Alcuni popoli mostruosi, però, che via via si sareb-
gna e nel bosco. Pur non sono un’eredità del mondo bero convertiti all’I-
essendo timido, a vol- classico, ma invenzioni medie- slam sotto
te fraternizza con gli vali genuine. Taluni hanno
uomini e insegna loro sicuramente origini orientali:
a lavorare il latte e non per nulla li si incontrava
il formaggio. È lungo la Via della Seta, che con-
robusto, e le sue
doti si rinforza-
no quando è nel
suo ambiente,
mentre diminui-
scono quando se
ne allontana; quin-
di personifica il lato
oscuro e incontrollabi-
le della Natura. La sua
immagine viene
usata in araldica
come simbo-
lo di forza e di
libertà.

16
“Essi sono anche chiamati Sciapodi, poiché in periodo di calore estremo hanno il costume di giacere
supini proteggendosi dal sole all’ombra del piede.”
Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, 78 d.C.

17
le dominazioni mongole e turche). E parlan- ne dell’Africa Nera, specialmente quando vengano
do di fede, è chiaro che queste popolazioni ridotte in catene: sono schiavi in quanto non uma-
semiumane non sono degne di conoscere la ni, pertanto privi di anima e dunque immeritevo-
vera fede: sono senzadio, o tuttalpiù ido- li di ricevere la Novella di Cristo. Vi sono eccezioni,
latre. La salvezza di Cristo è riservata e la più importante riguarda proprio i Cinocefali. Il
all’Uomo, e come tale sareb- monaco del IX secolo Ratramno di Corbie sostiene
be blasfemo propagarla a esse- che non li si debba annoverare tra le bestie, in quan-
ri mostruosi. Queste argomentazioni to san Cristoforo apparteneva proprio alla loro gen-
sono le stesse che accenderanno i dibatti- te. Quest’omone gigantesco e dai tratti ferini avrebbe
ti circa la liceità di evangelizzare le popolazio- militato nell’esercito romano a metà del III secolo.

Il grande campionario delle Cronache di Norimberga

U n n u t r i t o c a t a l o g o d i c re a t u re
mostruose si trova nelle Cronache
di Norimberga, scritte in latino dall’u-
manista e cartografo tedesco Hartmann
Schedel nel 1493. Si tratta di una enci-
clopedica storia illustrata del mondo,
divisa in sette età secondo la narrazio-
ne biblica, ma che lascia molto spazio
all’immaginario e al fantastico.

CINOCEFALI ARRINI ARIMASPI


Dotati di corpo Sono in tutto e Citati da auto-
d’uomo e testa di per tutto ugua- ri greci e latini (tra
cane, sono mol- li agli umani, ma i quali Plinio il Vec-
to pericolosi, in assolutamente chio), abitano un
quanto irrazio- privi delle narici o, luogo indefinito a
nali, aggressivi e a volte, dell’intero nord-est della Gre-
dissoluti. Vi sono naso. Si trovereb- cia. Sono dotati di
varietà piccole e bero in qualche un solo occhio e
altre, al contrario, regione dell’Estre- per questo confusi
gigantesche. mo Oriente. con i Ciclopi.

AMYCTYRAE BLEMMI PANOZI


Situati in Africa, Genti nomadi del- Collocati nell’e-
hanno un labbro la Nubia, appaio- stremo Nord, han-
deforme, tale da no nelle fonti sto- no orecchie così
fungere da cap- riche tardo-roma- grandi da tocca-
puccio per ripa- ne e bizantine. Con re terra. Le usa-
rare la testa dal il tempo si trasfor- no come coperta
sole. Potrebbero mano in esseri ace- e, all’occorrenza,
essere stati ispira- fali, con gli occhi e come ali per vola-
ti dalle usanze di la bocca posti sul re via in caso di
certe tribù etiopi. ventre o sul torace. pericolo.

ANTIPODI AIGIPANI UNIPEDI


Dotati di piedi Esseri simili al dio Dotati di un solo
rovesciati, con il greco Pan, han- piede, vengono
calcagno davanti e no zampe e cor- situati in un gene-
le dita dietro, vivo- na caprine e ricor- rico Oriente, forse
no nella valle detta dano da vici- su un’isola remota
Abarimo sul Mon- no gli antichi fau- dell’India. Gene-
te Imao (l’odierno ni. Nell’immagina- ralmente, il piede
Himalaya). Sono il rio popolare, sono è descritto palma-
simbolo del mon- accostati frequen- to come quello di
do capovolto. temente al diavolo. un uccello.

SCIAPODI IPPOPODI BRACHISTOMI


La loro unica gam- Hanno zocco- Hanno la bocca
ba è così gran- li equini al posto piccola come un
de che, quando dei piedi, come i foro e sono in gra-
si sdraiano, pos- centauri e i fau- do di nutrirsi solo
sono farsi ombra ni della classicità, tramite una can-
con il piede. I Gre- e per questo sono nuccia. Non han-
ci pensavano abi- assimilati al dia- no lingua: possono
tassero in Libia, nel volo. Abitano una mangiare solo gra-
Medioevo li si loca- misteriosa isola no, ingoiandolo un
lizzava in India. del Nord. granello alla volta.

18
Popoli mostruosi

Convertito al cristianesimo, sarebbe sta-


to sottoposto a tortura e poi al martirio.
Si dice che venne anche fatto avvicinare
da due meretrici: venute da lui per tra-
viarlo, ne uscirono invece convertite alla
nuova fede. La leggenda che però lo rese
famoso in tutta la cristianità, specialmen-
te nei Paesi germanici, narra che un gior-
no il gigante si prestò a traghettare un
bimbo oltre un fiume in piena. Mano a
mano che avanzava nell’acqua, però, il
bambino si faceva sempre più pesante
sulle sue spalle. Guadagnata finalmente
la riva, si rivelò essere Gesù, che aveva
condiviso con Cristoforo (che significa
appunto “portatore di Cristo”) il peso
del mondo intero. Nonostante il culto
del santo, colpisce il fatto che l’anima
sia stata attribuita proprio a una delle
genti mostruose più feroci, spesso ritrat-
ta mentre si nutre di membra umane.
Ancora più strani erano i Blemmi. Pri-
vi di testa, avevano occhi e bocca situati
in mezzo al petto. Li troviamo ampia-
mente menzionati fin dall’antichità, addi-
rittura in cronache storiche. Situati sotto
la Libia, in quell’indefinito spazio dell’A-
frica interiore che i Romani chiamava-
no Nubia, sarebbero stati coinvolti in
accordi di pace e una loro delegazione
avrebbe assistito al trionfo dell’impera-
tore Aureliano, nel 274. L’Africa ospita-
va molte altre popolazioni curiosissime,
come i già citati Sciapodi della Libia o,
più a occidente, gli Artabatici, talmen-
te primitivi da vagare a quattro zampe in
cerca di cibo. E poi gli Amyctyrae (“scon-
trosi”), che rovesciando sul capo il loro lab- Cristoforo,
bro grandissimo possono ripararsi dal sole, e la cui il santo cinocefalo dell’ascetismo induista, che spesso favoleggia di san-
leggenda può essere sorta dopo l’incontro con alcu- Le icone bizantine toni talmente elevati nello spirito da potersi ciba-
ni popoli etiopici, come i Mursi, le cui donne sono lo raffigurano con re esclusivamente di profumi. Parenti stretti degli
ancora oggi solite deformarsi il labbro inferiore inse- la testa di cane perché Astomi sono i Brachistomi (“dalla bocca stretta”),
rendovi dischi di diametro sempre maggiore. si riteneva fosse un in grado di nutrirsi solo per mezzo di cannucce.
cinocefalo convertito. Sempre in India si possono incontrare gli Anti-
Bizzarrie dall’India misteriosa Oggi sappiamo che podi, o Abarimoni, i cui piedi sono rovesciati all’in-
Un’altra vera e propria fucina di mostruosità è deriva dal dio egizio dietro, proprio come certe creature malefiche del
l’India. Lungo il Gange si incontravano gli Astomi Anubi: trasporta Gesù folclore celtico-germanico, cinese e nipponico. Abi-
(“senza bocca”), citati anche da Petrarca nel Canzo- bambino sulle spalle tano invece il Settentrione desolato i Panozi (“tutti
niere («S’alcun vive/ Sol d’odore»), i quali non hanno da una riva all’altra del orecchie”), strane creature i cui padiglioni auricola-
bocca e vivono annusando l’essenza di fiori, piante e fiume, proprio come quel ri sono talmente esagerati da poter fungere da man-
frutti. Sono talmente sensibili che un odore sgrade- dio traghettava le anime tello per ripararsi dal freddo. E sono così timidi che,
vole potrebbe ucciderli. Anche in questo caso, l’ori- nel mondo dei morti. se vengono disturbati, possono arrivare a usare le
gine potrebbe ritrovarsi in alcune pratiche estreme orecchie come un paio di ali per volarsene via. 

19
SCUOLA
di SOPRAVVIVENZA
Cresciuti alla svelta, senza vizi e costretti al lavoro precoce: ecco com’era l’infanzia
(difficile) dei bimbi ricchi e di quelli poveri
di Marco Dalla Fiora


S
periamo che sia maschio, sano, e che il Un mondo fatto familiari all’interno dell’angusto recinto traccia-
prima possibile venga buono per il lavo- di bimbi e ragazzini to dal bisogno. E allora maschio perché più adat-
ro: l’approccio realistico di una coppia Nel Medioevo si restava to alla fatica e, soprattutto, esente da dote; e sano
di genitori medievali poco si discosta- piccoli per poco perché il figlio era anche un investimento. Medio-
va dagli auspici che, nemmeno tanto sommessa- e poco era il tempo evo e infanzia: le testimonianze iconografiche non
mente, si potevano ancora sentir mormorare in per lo svago. ci aiutano a diradare il dubbio che anche i bambi-
famiglia (soprattutto se contadina o operaia) fino Nel dipinto Giochi ni fossero meri strumenti dell’implacabile ingra-
alla prima metà del secolo scorso. Pregiudizio? di bambini (sopra), naggio della lotta per la sopravvivenza. Effigiati
Aridità degli affetti? Negazione dell’infanzia? Bruegel ci ha lasciato come “mezzi uomini”, con le medesime espressio-
Più semplicemente, l’atteggiamento inevitabi- un manuale di quei ni degli adulti e vestiti nello stesso modo, gli infanti
le di una società che viveva anche le dinamiche passatempi semplici. del Medioevo sembrano non godere di uno status

20
I bambini

suoi figli il gioco e i giocattoli, e nemmeno il look


da pargoli. Prima di indossare i vestiti come tut- Piccolo
ti gli altri, i neonati avevano fasciature di lino e è brutto
calzature su misura. I genitori soffrivano per la
perdita dei neonati (ci sono arrivate anche testimo-
nianze scritte) e appare superata l’immagine che li
voleva refrattari a qualunque affettività per evita-
G uardando tele
e dipinti medie-
va li, s a lta su bito
re di soffrire per i troppi lutti. Non di mancanza all’occhio: i bambini
di sentimento si trattava, ma di tempo e bisogno. sono sempre brut-
Il Medioevo riconosceva l’infanzia e il suo valore, ti (almeno ai nostri
ma doveva nondimeno rapportarla alle condizio- occhi). Perché? L’arte
ni materiali e a una vita media sensibilmente più medievale e bizantina
corta. I neonati si ritrovavano figli di genitori poco è sempre simboli-
più che fanciulli, con un nugolo di fratelli intorno ca, non realistica, e
e papà e mamma obbligati a sdoppiarsi (le donne quello che importa
più degli uomini) tra lavoro e incombenze dome- è rappresentare un
stiche. Le bambine più grandi prendevano in cari- concetto, un signi-
co i fratelli più piccoli cominciando a fare pratica ficato, non ritrarre
con il mestiere di madre e casalinga, e appena il dal vero. Quando si
bambino era in grado di impugnare un attrezzo dipingeva un bambi-
veniva naturalmente avviato no, lo si faceva quasi
al lavoro, fosse nei cam- sempre per rappre-
pi o nella bottega arti- sentare Cristo. Ma
giana, oppure in casa. siccome Gesù,
Senza contare che secondo i teologi, era
la sopravvivenza nato già compiuto e
del piccolo era immutabile, con tan-
già un to di consapevolezza
di dover morire sul-
proprio, come se la loro condizione particolare fos- la Croce, quello che
se non più che tollerata, un limbo improduttivo in finiva sulla tela era un
attesa dell’unica età possibile, quella adulta, in una adulto a tutti gli effet-
società condannata all’uomo a una sola dimensio- ti (calvizie compresa),
ne (anagrafica): né giovane, né vecchio. anche se in miniatura.
Le cose cambiaro-
Adulti a metà no nel Rinascimento,
D’altronde non aiutava la visione imperante, det- quando questi inquie-
tata da sant’Agostino e dai Padri della Chiesa, che tanti homunculi
negava le diverse età dell’uomo attribuendo valo- furono sostituiti dai
re soltanto al “progetto” divino e all’eternità. Tut- ben più rassicuranti
to era assimilato all’età adulta e, in quest’ottica e teneri putti. All’ar-
radicale, il bambino a ben vedere era l’essere più te religiosa destinata
lontano da quel ritorno a Dio che per il cristia- alle chiese si affiancò
no rappresentava l’unica vera nascita. Incompleti, quella aristocratica e
ancora in costruzione, privi di denti e capelli, i pic- borghese, che richie-
coli sembravano incarnare l’imperfezione. deva forme più
Nonostante ciò, di fatto è impossibile ridurre il realistiche, e la risco-
rapporto con l’infanzia di mille anni di storia a un perta dei canoni di
solo e tetragono approccio. Gli archeologi ci han- bellezza classici, da
no restituito cavallini di ferro, armi in miniatura, estendere anche ai
bambole di terracotta: il Medioevo non negava ai fanciulli, fece il resto.
evento. Viste le condizioni igieniche precarie, l’a-
limentazione scarsa e inadeguata, e la medicina
incapace di venire a capo di molte delle malattie
infantili, l’aspettativa di vita per un neonato era
decisamente bassa: il 25 per cento non riusciva a
Pochi giocattoli superare l’anno di vita, il 12,5 per cento moriva
tra il primo e il quarto anno, e il 6 per cento tra i

P alle di stracci, bambole di pez-


za, rudimentali balocchi di
legno e creta. La “sala giochi” dei
suoi passatempi preferiti: ne mette
in scena un’ottantina, lasciandoci
in eredità un manuale dettagliato.
6 e i 9 anni. E purtroppo non sempre la mortalità
era dovuta alla malattia. Quando le famiglie erano
impossibilitate a sostenere il peso del nuovo nato,
bambini medievali è andata irri- In mancanza di giocattoli, i maschi quelle più abbienti ricorrevano (nel caso delle fem-
mediabilmente distrutta dal tempo scaricano la loro vivacità in giochi mine) al monachesimo forzato, mentre quelle più
e in genere le notizie sono scar- di abilità fisica: a cavalcioni su una povere all’abbandono o, peggio, alla morte in cul-
se, a parte qualche ritrovamento staccionata, uno sulle spalle dell’al- la. Pratica raccapricciante, ma diffusa a tal pun-
di statuette, uccellini in terracotta tro, il salto della cavallina, a cavallo to che la punizione prevista era piuttosto blanda:
e bambole d’avorio, tutti materiali di una botte, poi la pertica e mosca digiuno a pane e acqua per tre anni. E il destino
nobili che rimandano a classi sociali cieca, senza dimenticare lotte e spesso era segnato anche per i bambini malforma-
elevate. Ma come passava il tempo combattimenti. Quando invece si ti, come minimo nascosti, se non direttamente sop-
libero (ammesso che ce l’aves- riesce a mettere le mani su qual- pressi alla nascita, vuoi per una ragione economica,
se) l’esercito dei figli dei “figli della cosa, ecco il gioco del cerchio, la vuoi per la convinzione diffusa che le menomazio-
gleba”? In assenza di documen- bobina fatta con gusci e gherigli di ni fossero opera del demonio, segno inequivocabi-
tazione, facciamoci aiutare da un noci, le bocce, la palla ricavata dal- le di concepimenti fuori dall’ambito lecito.
dipinto, Giochi di bambini, di Pie- la vescica di un animale riempita
ter Bruegel il Vecchio. d’acqua, le biglie e le trottole. E le Esposti alla ruota
Siamo a metà del Cinquecento e femmine? Bambole, ma non solo: Piaghe come l’infanticidio, l’abbandono e perfi-
il genio fiammingo riunisce in piaz- anche l’altalena, il gioco del finto no la vendita dei piccoli come schiavi funestaro-
za un’umanità variopinta intenta ai negozio e la palla nascosta. no per secoli la società medievale, arginate solo
I bambini

in parte dalle istituzioni. Tra i primi a decreta-


re l’accoglienza e il sostentamento dei trovatelli
fu Costantino, che fece anche perseguire l’in-
fanticidio con la pena capitale. Sempre nel IV
secolo, in Oriente, San Basilio creò una sorta
di città (la Basiliade) con brefotrofi e orfa-
notrofi, dove neonati e bambini trovava-
no cura e sostentamento. In Occidente
queste istituzioni si affermarono deci-
samente più tardi: una delle pri-
me nacque a Milano per iniziativa
dell’arciprete Dateo, che con un
lascito testamentario risolse alme-
no in parte uno scrupolo che non
era umanitario ma morale. Il pun-
to non era tanto la sopravvivenza
degli orfanelli, ma la loro even-
tuale caduta all’inferno in caso di
soppressione precedente al lava-
cro battesimale. Per questo si esor-
tavano le donne, in special modo
quelle che si risolvevano all’omicidio
per nascondere una gravidanza adulterina, a
consegnare i neonati al brefotrofio posto sotto la
potestà di sant’Ambrogio. Erano ancora pochi i
bambini affidati alle cure di queste istituzioni e
non molti quelli che, tra le loro mura, vivendo
in promiscuità ed esposti alle malattie, riusciva-
Tutti in classe no a sopravvivere. Ma era pur sempre un inizio.
Istituti simili cominciarono a prosperare, e papa

L a scuola pubblica, gratuita e uni-


versale, è un concetto sconosciuto
nell’antichità. Quella municipale, di deri-
Innocenzo III ne riconobbe l’opera caritatevole
promuovendone lui stesso uno a Roma, vicino al
Tevere, per mostrare un’alternativa tangibile alle
vazione romana, che già estrometteva la donne che si recavano sulle sue rive per soppri-
plebe, chiude i battenti verso la fine del V mere le creature indesiderate. L’ospedale fu dota-
secolo, e l’educazione diventa monopolio del- to di una ruota: sulla parete esterna si adagiava il
le istituzioni ecclesiastiche. I monasteri sono i piccolo in una culla che, ruotando, finiva all’in-
Piccoli adulti, depositari di quel che resta della cultura clas- terno dell’edifico; una campanella, poi, permet-
sostegno di famiglia sica, e la Chiesa è l’unica ad avere interesse a teva di avvisare del nuovo arrivo il personale di
Le bambine facevano educare i suoi sacerdoti: studia soltanto chi ha guardia. I trovatelli erano segnati su un registro
da balia ai fratelli più intenzione di fare il prete. A cambiare le cose ci con la dicitura “filius m(atris) ignotae”, che pre-
piccoli e i maschietti, prova prima Carlo Magno, con scarso succes- sto diventerà il diffuso e volgare epiteto “figlio
appena erano in grado so, e poi, nell’825, Lotario, grazie al quale nasce di mignotta”. In modo ancor meno traumatico si
di tenere in mano il primo embrione di scuola laica. poteva scegliere per il piccolo l’oblazione, cioè il
un arnese, erano avviati L’egemonia ecclesiastica vacilla e allora i mona- dono al monastero. In questo modo gli si garan-
al lavoro: nei campi, steri aprono agli alunni esterni e lo stesso fanno le tiva un tetto, abiti, cibo e istruzione: tutto ciò che
in bottega, oppure scuole cresciute a fianco delle cattedrali. Nasco- la famiglia naturale non sarebbe stata in grado di
a domicilio. no le università, la Chiesa dopo cinquecento anni dargli. Con il tempo s’impose però la consuetu-
perde il controllo esclusivo dell’istruzione e altre dine (e poi l’obbligo) per il piccolo di prende-
scuole, questa volta sotto la spinta dei nuovi ceti re i voti: la scelta dei genitori diventava quindi
mercantili, vedono la luce nelle città. irreversibile, pena la scomunica. 

23
24
La battaglia di Legnano

I COMUNI contro
il BARBAROSSA
Superiori per numero, ma non certo per esperienza,
i milanesi stretti intorno al Carroccio
sconfissero l’imperatore tedesco
costringendolo alla fuga. Ecco come ci riuscirono

di Riccardo Larcheri


A
ll’alba del 29 maggio 1176, in testa alla colonna dell’esercito
che marciava lungo il Ticino c’erano 400 cavalieri. Solo una
piccola parte dei 2.500 che pochi giorni prima, a Como, ave-
vano raggiunto l’imperatore Federico Barbarossa dalla Ger-
mania come rinforzo in vista delle prossime campagne militari contro i
Comuni lombardi. Il sovrano era andato ad accoglierli personalmente,
tanta era l’importanza che rivestivano per il proseguimento delle guerre
contro quei ribelli che, non paghi di aver usurpato i suoi poteri, si per-
mettevano perfino di sfidarlo sul campo dopo aver costituito, Milano in
testa, una lega tra città. Come osavano pretendere di amministrarsi da soli?
Perché volevano imporsi le tasse da sé, avere il controllo dei propri mer-
cati, esercitare la giustizia e presidiare le vie di comunicazione, arrivando
addirittura a stringere un patto per difendere quelle che si ostinavano a
chiamare “libertà”? Quella loro Societas Lombardiae (o Lega Lombarda,
come l’avrebbero chiamata più tardi) era assurda: non era forse un onore
per i sudditi astenersi dal prendere decisioni per affidare le proprie sor-
ti a chi era stato scelto direttamente da Dio per comandare sulla Terra?

Uno scontro quasi casuale


Quella mattina, dunque, gli imperiali erano partiti alle prime luci dopo
aver passato la notte accampati, chi dentro e chi fuori, nella foresteria del
monastero delle benedettine di Cairate, nel cuore del Seprio. Non era affat-
to strano: nel Medioevo l’ospitalità era sacra e ogni abbazia, anche femmi-
nile, aveva un’ala destinata ad accogliere forestieri e pellegrini, sovrani ed
eserciti. La marcia proseguiva lungo il Ticino, protetta dalla fitta bosca-
glia, destinazione Pavia, città tra le poche di obbedienza imperiale, dove
Federico era atteso dal grosso delle truppe alleate. Poco lontano, le vedet-
te perlustravano la zona intorno a Legnano, dove era accampata parte

25
La battaglia di Legnano

dell’esercito comunale. Visto l’imminente ria- Fedele al principio secondo cui la miglior dife-
prirsi delle ostilità dopo la forzata sosta inverna- sa è l’attacco, il sovrano ordina dunque l’assalto,
le, i lombardi sapevano che il Barbarossa stava gettando nella mischia i suoi cavalieri migliori.
attendendo rinforzi dalla Germania. Erano con- Sembra la carta vincente. Armati di tutto pun-
vinti che fossero ancora al di là delle Alpi, in to, i tedeschi si abbattono sui lombardi come la
procinto di raggiungere Bellinzona. Invece era- grandine sui campi d’estate. I cavalieri comu-
no già arrivati alle porte. nali, inferiori nel numero, cercano di resistere.
Quando gli esploratori sentono il rumore rit- Le forze, però, sono troppo squilibrate. E sui
mico degli zoccoli, si avvicinano circospetti e tedeschi non sembra aver pesato affatto la poco
intravedono tra le frasche le colonne imperia- riposante sosta della sera precedente al mona-
li con tanto di gonfaloni in vista. Non sembra- stero, ché se il Barbarossa aveva goduto (o alme-
no molti, ma il brivido è forte: i lombardi sono no così ridacchiava la truppa) della “solerte”
impreparati, nel campo allestito nell’avvalla- ospitalità della badessa, intrattenutasi con lui a
mento tra San Martino e la vicina costa di San lungo e non certo per parlare di tattica milita-
Giorgio su Legnano, bivaccano poche centina- re, gli altri avevano trascorso la notte in bianco
ia di fanti e cavalieri. Il grosso delle truppe, in per colpa del continuo abbaiare dei cani aizza-
riposo, se ne sta tranquillo in quel di Milano. ti dagli abitanti del borgo, evidentemente meno
Le vedette arrivano appena in tempo per dare compiacenti delle monache. Ma poco importa:
l’allarme. Lo scontro inizia tra i fanti, non mol- i leghisti sono sul punto di cedere. L’unica spe-
ti a dir la verità: 700 contro 300 imperiali. Ma ranza per loro è tornare alla base, richiamare il
quella che sembra solo una scaramuccia, dopo grosso della cavalleria, riordinare le idee e ten-
venti minuti comincia a pesare, soprattutto in tare di sferrare il contrattacco.
campo tedesco. Le spie consegnano a Federico
Il crociato un rapporto non proprio incoraggiante: sono Il miracolo delle colombe
in inferiorità numerica e rischiare uno sconto I cavalieri si stringono intorno al Carroccio, il

L’ imperatore che
aveva dominato
in Germania, sfidato
diretto così, in campo aperto, può avere con-
seguenze la cui portata è difficile da calcolare.
Che fare dunque? Retrocedere? Impossibi-
carro simbolo della comunità e dei suoi valori.
Respinti al primo assalto, cercano di riorganiz-
zarsi. Sanno bene che i loro omologhi tedeschi
cinque papi e raso al le. Battere in ritirata? Inaccettabile. Soprattut- sono molto meglio addestrati ed equipaggiati,
suolo Milano, annegò to per l’imperatore del Sacro Romano Impero, perciò l’unica cosa da fare è resistere in atte-
in un palmo d’acqua giunto sul posto per ribadire la propria autorità. sa dei rinforzi, che però sono ancora lontani.
nel fiume Saleph, in
Anatolia, il 10 giu-
gno 1190 poco dopo
mezzogior no: ave-
va 68 anni. Partito da
Ratisbona nel maggio
dell’anno precedente, il
Barbarossa partecipa-
va alla Terza crociata,
indetta da Gregorio
VIII dopo la caduta
di Gerusalemme nel
1187. Non è possibi-
le accertare le cause
della morte: arresto
cardiaco per lo shock
termico a contatto con
l’acqua o annegamen-
to dopo la caduta da
cavallo per colpa del-
la pesante armatura?

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“Volete sapere dove andarono l’antica gloria romana, l’austera dignità del Senato, la ferrea disciplina
dei cavalieri, l’arte della guerra e l’invincibile valore in battaglia? Tutto ora si trova presso di noi tedeschi.”
Federico Barbarossa

Quanto siano determinanti lo ammette l’anoni- iniziava la battaglia. Hanno solcato l’aria rapi-
mo cronista degli Annali di Colonia: «pronti a Per noi un tiranno, de e leggere e senza fare rumore hanno preso
vincere, oppure a morire sul campo». un eroe in Germania posto sulla croce come a portare un messaggio
Intanto la battaglia infuria. L’odore del san- Fiero e spietato divino. A quel punto qualcuno fa due conti: è il
gue e del sudore eccita i cavalli tedeschi, che oppositore delle 29 maggio, festa di tre santi martiri cari ai mila-
sbuffando si gettano sugli avversari e sfonda- autonomie comunali nesi, quei Martirio, Sisinnio e Alessandro ucci-
no con la forza dell’imponente armamentario. in Italia, Federico si ottocento anni prima mentre predicavano la
L’impatto è violentissimo: la cavalleria leghista Barbarossa è uno Buona Novella in val di Non, inviati dal grande
sbanda, molti cadono e finiscono travolti dai dei giganti della storia Ambrogio. Le loro ceneri riposano in San Sim-
destrieri. Gli altri vengono abbattuti dalle spa- tedesca, personaggio pliciano. Così si sparge una voce di speranza:
de nemiche. Chi può tenta una fuga disperata. ormai consegnato quei santi educati alla fede da Ambrogio avran-
A difendere il Carroccio rimane soltanto uno alla leggenda: la più no per forza un occhio di riguardo per Milano.
sparuto drappello di fanti: ormai per i Comuni importante lo vorrebbe In alto i cuori, grazie a loro sarà vittoria.
sembra davvero arrivata la fine. non morto ma dormiente
Cosa potrebbe salvarli? Forse un segno del cie- sul monte Kyffhäuser, La rabbia e l’orgoglio
lo. Lassù sul Carroccio, proprio in cima alla vec- nel cuore della Turingia, Che tre candide colombe abbiano salvato, con
chia croce che fu di Ariberto, qualcuno vede tre dove gli è stata dedicata la loro semplice e discreta presenza, le sorti dei
colombe candide come la neve. Come facciano la statua colossale Comuni lombardi è ovviamente un’idea sugge-
a starsene lì, quiete e immobili in mezzo a tut- raffigurata qui sopra. stiva, ma la Storia si fa con i fatti. Meglio allora
to quel clangore, è un mistero. Un fante giura: invocare, a spiegazione della riscossa, il ben più
sono arrivate la mattina presto, proprio mentre prosaico istinto di sopravvivenza. Va detto che

27
Alberto da Giussano,
un eroe inventato?
i fanti comunali non erano militari di profes-
sione, ma contadini strappati alla terra quando
l’emergenza lo richiedeva. Come armi aveva-
A lberto da Giussano, l’eroe della battaglia di
Legnano, così come lo tramandano la tra-
dizione e l’iconografia non è mai esistito. Lo prova
no aggeggi che definire rudimentali sarebbe un il fatto che non se ne fa menzione in nessun docu-
eufemismo: forconi, zappe, falci e altri attrezzi mento ufficiale (a meno che non lo si voglia identificare
agricoli, al più modificati alla bisogna. Solo ogni con l’Albertus de Gluxiano nominato in un atto notarile del
tanto si brandiva una spada, un arco o una maz- 1195 con un’altra cinquantina di milanesi della zona di Por-
za di ferro, portati da un artigiano più abbien- ta Comacina, di cui null’altro si sa).
te. Niente a che vedere con i rutilanti cavalieri A “inventarlo”, per dare un eroe a Milano vittoriosa, fu un fra-
dalle lucide armature che, reclutati tra i notabi- te domenicano del Trecento, Galvano Fiamma, cappellano alla
li cittadini, erano gli unici a potersi permettere corte di Galeazzo Visconti. Nelle sue cronache, Alberto viene
un armamento completo a tutela di se stessi e presentato come l’indomito comandante della Compagnia del-
del loro costoso cavallo. Oltre alla spada e alla la Morte, corpo scelto di 900 soldati (numero evidentemente
lancia, avevano un elmo e una maglia di metallo simbolico) selezionati tra il fior fiore dei milanesi. E se lui non
che li proteggeva dai fendenti nemici. Ma era- è mai esistitio, certamente inventati sono anche i suoi due
no cose che, oltre a costare care, non li rende- fratelli, Ottone e Rainero, che, citati nella prima versione
vano agili e tanto meno leggeri. I fanti restavano del racconto, spariscono del tutto nelle successive, per-
quindi il grosso dell’esercito, base silenziosa dendosi tra le pieghe della Storia senza lasciare traccia.

28
La battaglia di Legnano

e impotente della società, taglia, ogni minuto che pas-


con poca dignità e ancor sa è sempre più a portata Il carro
meno diritti. Ed essendo di mano, e con esso, per della libertà
tanti e facili da sostitu- l’imperatore, il ripristi-
ire, erano la solita car-
ne da macello.
La loro preparazio-
no definitivo dell’ordi-
ne minacciato.
Tante volte è capi-
I l Carroccio, simbolo
dell’identità comu-
nale, era un carro a
ne tecnica e tattica era tato, nella Storia, che quattro ruote tirato
a dir poco sommaria, l’esito di una battaglia da buoi. Dipinto con
se non addirittura ine- sembrasse ormai scrit- colori vivaci, serviva da
sistente visto il poco tem- to e poi finisse per essere punto di riferimento in
po a disposizione: le guerre ribaltato da un errore tat- battaglia. Al centro,
medievali per lo più aveva- tico, dall’incapacità di sfrut- un’asta era sormon-
no carattere stagionale (dalla tare il vantaggio, dalla comparsa tata dal gonfalone
primavera all’autunno) e non pote- di un segno o di un deus ex machi- della città (lo stem-
vano privare troppo a lungo la terra delle na in grado di infondere forza e morale a ma di Milano era la
braccia che la lavoravano. Stavolta però chi ave- uomini ormai distrutti e sul punto di soccom- bandiera bianca ros-
va addestrato l’armata non doveva essere uno bere al nemico. Nel Medioevo, quando que- socrociata), mentre sul
sprovveduto. Aveva ben presente come com- sto accade i cronisti non esitano a parlare di lato era dipinta l’effi-
battevano gli antichi eserciti e sapeva ancor miracolo. E il miracolo, a Legnano, dai cronisti gie di sant’Ambrogio,
meglio come reagivano quando si trovavano a ebbe il nome di un eroe mai esistito ma desti- patrono dei milanesi.
dover sopportare un impatto frontale duro e nato a entrare nella leggenda: Alberto da Gius- Sopra erano colloca-
di notevoli dimensioni. La tecnica migliore era sano. Secondo il cronista trecentesco Galvano ti i trombettieri, che
schierarsi spalla a spalla, serrando le fila, ben Fiamma, è lui alla guida della cavalleria accor- davano alla fanteria i
protetti sul davanti con gli scudi e con le lance sa al volo, un manipolo di uomini che si unisce segnali d’attacco, e
puntate al di fuori, verso il nemico. ai supersiti delle prime scaramucce mattutine, un comandante, che
fresco e assetato di sangue. Senza fare rumo- controllava dall’al-
Tramonto di sangue re, striscia verso i tedeschi piazzandosi alle to l’andamento
Non serve nemmeno un ordine impartito loro spalle: questi, intenti a massacrare i fanti dello scontro. Ma il
dall’alto, i fanti eseguono la difesa posizionan- ormai allo stremo, non se ne accorgono nean- Carroccio non fu una
dosi quasi per istinto. Come un riccio che rizza prerogativa esclusiva-
gli aculei, alzano le lance per difendere il Car- mente milanese: altre
roccio ed evitare che la croce di Ariberto cada città (Bologna, ad
in mano al nemico. La carica dei tedeschi è esempio) ne ebbero di
devastante, ma il morale resta alto: corre voce altrettanto importanti.
che qualcuno dei cavalieri, sopravvissuto alla
carneficina, sia partito a rotta di collo alla volta
di Milano per chiedere rinforzi. Difficile creder-
ci. Solo la campana che batte i colpi e l’incom-
bere severo delle insegne cittadine riescono a
mantenere compatto e unito quel manipolo di
disperati. E la lotta si fa sempre più dura. Una
dopo l’altra, cadono sotto i colpi tedeschi le
linee di difesa approntate dai fanti. Travolta la
prima, cede la seconda, poi la terza, la quarta...
Troppo pesante l’impatto di questi arieti con-
tro un muro di cartapesta, per quanto eretto
con forza di volontà e spirito di sacrificio. Sotto
il sole del pomeriggio di fine maggio, il campo,
fino a poche ore prima ricoperto di papaveri,
ora è un mare di corpi senza vita. Gli imperiali,
pur tra ingenti perdite, ormai vedono vicina la
vittoria. E il Carroccio, preda ambita della bat-

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che. Quando sono abbastanza vicini da vedere
le schiene nemiche, ecco il segnale d’attacco: i 1 GLI ESERCITI
Il celebre quadro di Amos
Legnano,
cavalieri milanesi sbucano dalla boscaglia e tra-
volgono i tedeschi che, fiaccati da ore di assalti,
Cassioli (1860-1870) inter-
preta la battaglia come
29 maggio 1176
non riescono a resistere alla carica. Tra i tanti una furiosa mischia tra i
due eserciti: cavalieri e
sbalzati dai destrieri c’è anche lui, l’imperatore: fanti di entrambi gli schie-
un forte colpo sul fianco gli fa perdere l’equi- ramenti sono confusi in un
unico groviglio.
librio, disarcionato cade nella mischia insieme
al suo portabandiera e in un attimo scompa-
2 LA COMPAGNIA
re. Orfano delle insegne, che giacciono a ter- Alberto da Giussano,
ra strappate, l’esercito tedesco sbanda. Corre a cavallo, si distingue
voce che Federico sia morto, quindi la battaglia per l’atteggiamento fiero.
Leggenda vuole che fos-
2 3
è perduta e si salvi chi può. Colti da un’onda- se a capo della Compagnia
ta gelida di panico, gli impe- della Morte, il cui simbolo
(sul petto) è il teschio
riali si danno alla fuga verso il con le ossa incrociate.
fiume e scappano per quat-
tordici chilometri, incalza- 3 IL VESSILLO
ti dalla cavalleria nemica, La croce rossa in campo
mentre dal Carroccio si bianco appare al centro,
in mano ad Alberto da
alza una preghiera di rin- Giussano: è la croce di
graziamento. Per mol- san Giorgio, che deriva
dal “Salvifico vessillo della
ti il Ticino si trasforma Vera Croce”, simbolo usato
in una trappola mortale. anche dai crociati.
Ai caduti sul campo si
aggiungono le decine di 4 IL CARROCCIO
tedeschi trafitti da frecce Nel mezzo della battaglia
e spade e quelli che, si distingue il Carroccio
trainato da buoi, il carro
appesantiti dalle simbolo dei Comuni. Sopra
armi, annegano vi trovano posto i trombet- 6
tieri, che lanciano i segna-
miseramente li ai combattenti, mentre
nell’acqua. davanti all’altare si prega.
Sotto lo
sguardo 5 LA CROCE 6 I CADUTI 7 L’IMPERATORE
delle tre Sul Carroccio i Comuni A terra si distinguono i cor- In basso, con la barba ros-
issavano la croce, simbolo pi contorti dei caduti, sa e i capelli fulvi, si distin-
colombe, dell’identità religiosa calpestati dai cavalli e col- gue l’imperatore Federi-
mentre su cittadina. Assieme alla piti da frecce e giavellotti. co, disarcionato dal suo
croce sventolava il vessillo Il dramma della scena è destriero bianco. L’immagi-
comunale e, nel caso trasmesso dal movimen- ne è simbolica: il sovrano è
di Milano, l’effigie dell’arci- to vorticoso e dal senso di a terra, mentre dalla parte
vescovo Ambrogio. caos e frastuono. opposta Alberto trionfa.

Come ne uscì Legnano calano le tenebre, i leghisti si passa-


il savio imperatore no di mano in mano il bottino della giornata:
Creduto morto a lo scudo, il vessillo, la croce e la lancia dell’im-
Legnano dopo essere peratore. La Provvidenza ha scelto, e le con-
stato disarcionato, seguenze si faranno presto sentire. I fanti e la
Barbarossa ricompare cavalleria leggera non solo hanno retto all’im-
nella fida Pavia: patto degli “uomini di ferro” (è una delle pri-
il sogno imperiale me volte), ma li hanno pure battuti.
è svanito e dopo È il segno dei tempi: anche per i grossi eser-
vent’anni di guerra citi feudali sta arrivando il momento di abban-
è l’ora della donare armature e ferraglie per convertirsi a
diplomazia. un equipaggiamento più moderno e versatile,
meglio ancora se prêt-à-porter. Non sfugge che

30
La battaglia di Legnano

Una scaramuccia epocale


5
L a battaglia di Legnano non fu uno scontro
epico ma simbolico, perché costrinse l’im-
peratore a rivedere i suoi rapporti con i Comuni.
Ciononostante, durante il Risorgimento divenne
l’emblema della riscossa italiana contro lo stra-
niero: lo scontro in campo ora era tra gli italiani,
chiamati a unirsi come i Comuni dimenticando
ogni discordia, e il nemico austriaco, novello
4 Barbarossa da cacciare dal territorio nazionale.
Il tema fu sfruttato innumerevoli volte: nell’o-
pera lirica (La battaglia di Legnano di Giuseppe
Verdi, 1849), in poesia (Giovanni Berchet, Gio-
suè Carducci) e naturalmente nell’arte (Amos
Cassioli). Gli echi della battaglia, citata da
Garibaldi e Mazzini, giunsero fino alla Grande
Guerra e a Gabriele D’Annunzio, che volle cele-
1 brare le gesta di Alberto da Giussano.
Nessuno di costoro sottolineò, però,
che la vittoria lombarda non fu sol-
tanto propiziata dal coraggio e dalla
sete di libertà, ma anche dal fatto che
i combattenti italiani erano circa quattro
volte più numerosi di quelli imperiali, le
cui file pativano la latitanza di molti con-
tingenti dalla Germania, mai arrivati sul
7 campo di battaglia di Legnano.

la sconfitta tedesca è la giusta punizione per Pontida...»),


chi, si dice, ha trafugato dal duomo di Monza è l’aver tra-
la chioccia d’oro con i suoi pulcini che face- sformato un
va parte del corredo funerario della regina grande impe-
Teodolinda, la cui buona memoria sopravvive- La santa Croce ratore come il Barbarossa, tenuto in gran
va intatta dopo cinque lunghi secoli. del campo conto nel resto d’Europa, in un vero e
L’aspetto più importante, però, resta quello Questa croce in legno proprio nemico pubblico, considera-
politico: il Barbarossa, che non è morto e ricom- argentato e gemme to pericoloso per le sorti future della
pare poco dopo a Pavia, capisce finalmente, dell’XI-XII secolo nazione italiana. Ma l’Italia che sogna-
dopo oltre due decenni di battaglie, che impor- veniva issata va una propria unità nazionale non
re la pacificazione e l’autorità imperiali con la sul Carroccio poteva andare tanto per il sottile: il
forza delle armi non è più una strada percorri- bresciano durante mito del Carroccio, della Lega fra
bile. Forse, con quei Comuni ribelli, d’ora in le battaglie della città lombarde, dell’emancipazione
avanti sarà il caso di trattare. Lega Lombarda. dal “giogo” imperiale sembrava fatta
I milanesi, apposta per sostenere le velleità indi-
Icona del Risorgimento invece, avevano pendentiste. E la vittoria sul sovrano
Altro aspetto notevole della battaglia di Legna- particolarmente tedesco non era altro che la prefigu-
no, esaltata in epoca risorgimentale perché colle- cara quella razione di quella sull’imperatore
gata a un “mito” di sollevazione nazionale che ben di Ariberto austriaco, che teneva gran parte
poco ha di vero (significativi, in proposito, i cele- d’Intimiano. del Bel Paese sotto le grinfie della
bri versi del Berchet «Han giurato, li ho visti in stessa aquila nera e rapace. 

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DOSSIER

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Il nome della rosa

L’Eco che
non svanisce
Con la scomparsa di Umberto Eco, perdiamo l’autore
del romanzo di ambientazione medievale più letto,
amato e citato di tutti i tempi. Un libro fascinoso,
denso di concetti sublimi e dettagli di colore,
ma anche di invenzioni e qualche piccola bugia

di Elena Percivaldi
Storica medievista


P
er molti è stato il primo impatto con il Medio-
evo. Per altri un modo per approfondirne la
conoscenza. Tantissimi l’hanno letto tutto
(anche più volte), altrettanti (forse di più)
l’hanno iniziato e mai finito, perdendosi nel labirinto
delle prime cento pagine di cronaca senza trovare il ban-
dolo per uscirne. Comunque sia, Il nome della rosa di Umber-
to Eco, il grande scrittore recentemente scomparso, è un libro
che ha lasciato il segno, considerato all’unanimità uno dei più
bei romanzi della seconda metà del Novecento. Uscito nel 1980
per Bompiani, vincitore l’anno dopo del Premio Strega e inse-
rito nella lista dei 100 libri del secolo di «Le Monde», ha ven-
duto finora più di 50 milioni di copie in tutto il mondo ed
è stato tradotto in 47 lingue. Niente male per un testo
che all’inizio l’autore pensava di pubblicare in un’e-
dizione a tiratura limitata di poche migliaia di
copie! Fu invece un fenomeno senza pre-
cedenti o quasi, anche grazie al film

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L’autore

R icordato dal
g r a n d e p u b b l i-
co soprat tut to pe r
Il nome della Rosa,
Umberto Eco (Ales-
sandria 1932 - Milano
2016) è stato anche
un saggista prolifico,
che si è occupato di “Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno
semiotica, estetica al monte, vidi l’abbazia. [...] Io ne trassi spavento, e una inquietudine sottile.”
medievale, linguisti- Primo giorno
ca e filosofia. Amante
e studioso dell’antico
ma sempre al pas- campione d’incassi diretto da Jean-Jacques ormai alla fine dei suoi giorni, decide di mette-
so con i tempi, tra Annaud nel 1986, con Sean Connery, Chri- re per iscritto gli «eventi mirabili e tremendi»
i suoi contributi più stian Slater e F. Murray Abraham. E la sua a cui in gioventù, mentre era novizio al segui-
impor tanti e attuali fortuna continua. La Rai ha annunciato una to del francescano Guglielmo da Baskerville,
segnaliamo gli studi miniserie di 10 puntate da 50 minuti con un gli accadde di assistere. I fatti si svolgono in
sulla comunica zio- cast internazionale, che andrà in lavorazione a un’imprecisata abbazia del Nord Italia, cele-
ne di massa. Oltre partire dalla fine del 2016. E si prevedono un bre per la sua ricchissima biblioteca che con-
al romanzo che l'ha po’ ovunque ristampe e riedizioni. Insomma, ta migliaia di manoscritti rarissimi. Guglielmo
reso celebre, i suoi questo bestseller dalla prosa erudita, ha, come è stato convocato per partecipare a un impor-
l avo r i n a r r ati v i p i ù tutti i classici, ancora molto da dire. Con le tante incontro tra la delegazione del papa e
interessanti sono Il sue 500 pagine dense di citazioni e riferimenti un gruppo di frati del suo ordine. L’argomen-
pendolo di Foucault letterari ha contribuito a forgiare la percezio- to del dibattito è la povertà, di Cristo e del-
(19 8 8 ), L’i s o l a d e l ne e l’immaginario del Medioevo nel grande la Chiesa, tema scottante che dopo la morte
giorno prima (1994), pubblico più di quanto non abbiano fatto le di san Francesco e dei suoi primi successo-
Baudolino (20 0 0) scuole e i saggi. Vizi, virtù e pregiudizi com- ri ha creato scissioni e non pochi grattacapi
e Il cimitero di Pra- presi. In più, ha letteralmente rivoluzionato il sia nell’ordine che nella Chiesa stessa. Ma c’è
ga (2010). Nel 2012 mondo dell’editoria e del romanzo. dell’altro. L’abate Abbone confida a Gugliel-
h a p u b b l i c ato u n a mo che i suoi monaci sono turbati dalla recen-
versione riveduta Un’abbazia, tanti delitti tissima morte di Adelmo da Otranto, uno dei
e c o r ret ta d e l s u o Siamo nel novembre 1327, sullo sfondo l’a- più abili miniaturisti dello scriptorium: il suo
capolavoro, emen- spro contrasto tra l’imperatore Ludovico il cadavere sfigurato è stato rinvenuto ai piedi
dando alcuni errori e Bavaro e il pontefice Giovanni XXII, ritirato- delle mura e non si sa se si tratti di suicidio o
asciugando le cita- si con la sua corte ad Avignone (dove il papa- di omicidio. Si teme l’intervento del demonio:
zioni latine. to resterà fino al 1377, succube del regno di per questo Guglielmo, ex inquisitore dall’in-
Francia). Adso da Melk, monaco benedettino telletto fine e dalla logica infallibile, dovrà

34
Dossier: Il nome della rosa

indagare con discrezione per far luce sull’ac- bibliotecari all’atteggiamento dell’abate che
caduto. Potrà parlare con chiunque e acce- si fa via via più chiuso e ostile. Il sospetto,
dere ovunque, tranne che alla biblioteca, in comunque, è che nell’abbazia, da qualche par-
cui possono entrare solo il bibliotecario, fra- te, sia custodito un segreto che non possa esse-
te Malachia, e il suo aiutante, Berengario da re svelato. Purtroppo ciò non frena i delitti e
Arundel. Il compito è difficile ma a Guglielmo altri monaci verranno trovati senza vita: prima
non mancano curiosità, arguzia e coraggio. Le Venanzio, poi Berengario, poi Severino. Tutti
indagini lo portano via via a incontrare tutti i morti in modo strano, a conferma che il demo- Un luogo impervio
monaci dell’abbazia, un vero e proprio micro- nio si aggira nel monastero in vista della fine sui monti
cosmo del mondo monastico allora conosciu- del mondo paventata da Jorge secondo quan- Un’abbazia ma anche
to: c’è l’erborista Severino, il cellario Remigio to previsto dalle Scritture. Guglielmo, però, un eremo: così Eco ha
da Varagine dal passato oscuro, il suo stram- non è così sicuro che il colpevole sia il dia- immaginato il luogo
bo e deforme assistente Salvatore che parla un volo, perché nota che alcuni cadaveri hanno in cui ambientare
dialetto misto di tutte le lingue e nessuna, il un segno in comune: la lingua e le dita nere. il romanzo, avendo
traduttore dall’arabo Venanzio da Salvemec, E conclude, usando la logica, che sono sta- in mente la Sacra di San
il retore Bencio da Uppsala, il maestro vetra- ti avvelenati: ma da cosa? Viene fuori intanto Michele. Il regista voleva
io Nicola da Morimondo. E poi c’è il vecchis- che Venanzio prima di morire aveva tracciato girare lì il film, ma non
simo Jorge da Burgos, cieco e fanatico, che alcuni appunti con strani segni zodiacali, poi fu possibile. Così scelse
terrorizza i monaci profetizzando di continuo misteriosamente scomparsi. La risposta deve diversi luoghi, tra cui
l’apocalisse ormai imminente. per forza essere nella biblioteca. Intrufolan- la Rocca di Calascio,
Le indagini si fanno più complesse del pre- dosi nottetempo, Adso e Guglielmo finiscono in Abruzzo (qui sotto).
visto. Gugliemo e Adso si trovano ad affron- per caso alle soglie del settore chiamato
tare difficoltà di ogni tipo, dalla reticenza dei “finis Africae” dove si dice siano custo-

35
Dossier: Il nome della rosa

Il fascino
diti libri segreti, ma non riescono ad entrare. trovata ad aggirarsi di notte nell’abbazia per di un microcosmo
Il mistero si infittisce, mentre l’unico delitto darsi ai monaci in cambio di un tozzo di pane. L’abbazia racchiude
chiaro sembra essere quello di Severino, ucci- Adso sussulta: l’ha incontrata per caso nelle nel suo silenzio il lento
so con una sfera armillare (strumento astro- cucine, gli si è offerta e lui se n’è innamora- scorrere della vita
nomico): accanto al cadavere, infatti, viene to. Ma per lei l’accusa è di stregoneria e per monacale medievale:
sorpreso in stato alterato il cellario Remigio. tutti e tre la condanna è inevitabile. dalla chiesa alle
Mentre il venerabile Jorge è certo dell’or- celle, dai banchi dello
La verità sta nel riso mai prossima venuta dell’Anticristo, Mala- scriptorium in cui si
Giunge intanto la delegazione avignonese chia muore, anch’egli con le dita e la lingua scrive e si studia alle
guidata dal domenicano Bernardo Gui, che macchiate di nero. Per Guglielmo il quadro parti comuni dove
ha subito occasione di dar prova della sua a questo punto è chiaro: tutto ruota attorno si mangia, si lavora
fama di spietato inquisitore. La discussio- al libro misterioso. La tentazione di leggerlo e si medita.
ne sulla povertà, trasformatasi in rissa, cede in quanto proibito è irrefrenabile, al punto da
infatti il posto all’urgenza di stanare il demo- spingere i dotti monaci a imprudenze e pecca-
nio e far cessare gli omicidi. Remigio viene ti pur di poterlo sfogliare. Adelmo si era con-
processato, ma cede solo quando il debole cesso a Berengario in cambio della possibilità
Salvatore, dietro tortura, confessa il passato di averlo tra le mani, ma poi si era suicidato
di entrambi come eretici. Allora, dopo una per la vergogna. Gli altri, invece, lo avevano
vita di bagordi, ritrova la dignità accollandosi trovato e letto ed erano stati uccisi per que-
un delitto che con ogni evidenza non ha com- sto. Ma da chi? A questo punto la sola spe-
messo. Viene inoltre portata davanti all’inqui- ranza risiede nel decifrare gli arcani appunti
sitore una ragazza del villaggio sottostante, di Venanzio, entrare nel “finis Africae” e tro-

“Entrammo allo scriptorium e quivi non potei trattenere un grido


di ammirazione. Mi sembrò un grosso opificio di sapienza.”
Primo giorno

Il libro che
parla di libri

D a Manzoni a Wal-
ter Scot t, da
Cervantes a Jan Poto-
cki: Eco non è il primo
a sfruttare l’espediente
del manoscritto ritro-
vato. Nella premessa
al romanzo, finge di
aver letto a Praga, nel
1968, un libro dell’aba-
te Vallet, riproducente
un manoscritto trecen-
tesco ormai perduto.
Sparita anche quell’edi-
zione, a Eco non resta
che dare alle stampe,
tra mille perplessità, la
propria traduzione.

36
Dossier: Il nome della rosa

Un mare di citazioni, sia colte sia popolari

L e citazioni in latino sono moltissime (e ce n’è qualcuna anche in greco),


per la maggior parte tratte dalle Sacre Scritture, dagli scritti dei Padri del-
la Chiesa o dai trattati dei teologi medievali. Vediamone alcune:

• Il libro inizia citando il Vangelo di san Giovanni (1,1): «In principo era il Verbo
e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio».

• Subito dopo si legge: «Videmus nunc per speculum et in aenigmate» (Ora vedia-
mo come attraverso uno specchio, in maniera confusa») citazione dalla Prima
lettera di san Paolo ai Corinzi (13,12): l’allusione è al fatto che gli specchi del tem-
po erano lastre di metallo levigato che non riflettevano bene come quelli di oggi.

• L’episodio in cui Adso racconta il suo incontro d’amore con la ragazza nel-
la cucina dell’abbazia si conclude con queste parole: «Lanciai un urlo e caddi
come cade un corpo morto». Una palese citazione dalla Divina Commedia
(Inferno V, 142: «E caddi come corpo morto cade»), tanto più che il verso chiu-
de l’episodio di Paolo e Francesca, dove i due scontano il loro amore adultero.

• Quando Adso ricorda la sua esperienza amorosa, cita più volte il Cantico dei
cantici, testo biblico che parla metaforicamente di due amanti che si cercano,
da sempre interpretati come allegoria dell’anima alla ricerca di Dio.

• La visione di Adso nel sesto giorno ricalca le immagini della Coena Cypriani,
strano racconto (forse del V-VI secolo) che fa la parodia delle nozze di Cana
vare il libro per impedire che uccida ancora. e dell’Ultima cena descritte nel Nuovo Testamento, unendole alla profanissi-
Nella notte, dunque, Guglielmo e Adso s’in- ma cena di Trimalcione del Satyricon di
trufolano di nuovo nel labirinto. Giunti nel Petronio. Il risultato è un’accozzaglia
tanto sospirato luogo proibito, vi trovano Jor- d’immagini grottesche e imba-
ge con il manoscritto: una raccolta di opere razzanti, atte a suscitare il riso
sulla comicità e sul riso, tra cui l’unica copia (non a caso il testo è cita-
esistente del secondo libro della Poetica di to più volte nel romanzo
Aristotele. In esso il filosofo sostiene che la come “libro scandaloso”).
commedia sia fonte di conoscenza, anzi una
via d’accesso alla Verità. Affermazione peri- • Sempre nella stessa
colosissima, secondo Jorge. Il rispetto del- visione compaiono due
la legge divina, rimarca, si fonda sulla paura: frasi considerate tra i
ridendo, si sarebbe riso prima o poi anche di primissimi documenti del
Dio, provocando di conseguenza la fine del volgare italiano: «Traete,
terrore e il sovvertimento dell’ordine su di filii de puta!», ispirata all’i-
esso fondato. Per proteggere il contenuto del scrizione dell’XI secolo
manoscritto, Jorge lo aveva cosparso di vele- conservata nella basi-
no: girando le pagine con le dita intinte nel- lica di San Clemente
la saliva, chiunque lo avesse letto si sarebbe al Laterano a Roma, e
avvelenato da solo. Scoperta ormai la verità, «Sao ko kelle terre per
l’anziano monaco straccia e mastica le pagine kelle fini ke ki kontene»,
avvelenate in modo che il libro muoia con lui. dal placito di Capua
Ma mentre Guglielmo tenta di impedirglielo, datato 960.
la lanterna cade sui manoscritti appiccando

37
il fuoco. Alimentato dal- tra il 1285 e il 1347). Ma le
le pergamene e dagli scaf- similitudini non si ferma-
fali l’incendio divampa no qui. Ockham, più vol-
inarrestabile, inceneren- te citato dai monaci nelle
do l’intera biblioteca e il loro diatribe, era convinto
suo inestimabile patrimonio dell’indipendenza di fede e
di conoscenza. Il fuoco si ragione e che l’unica cono-
propaga al resto dell’abba- scenza possibile fosse quel-
zia, che arde per tre giorni la dell’individuo: posizioni
e tre notti distruggendo- che negavano il sistema teo-
la completamente. Adso logico scolastico allora pre-
e Guglielmo, schiacciati valente e che gli costarono
dal dolore, abbandonano anche l’accusa di eresia. Tra
il luogo ormai deserto e le le altre cose, partecipò alla
sue macerie fumanti. Anni disputa sulla povertà, ade-
dopo, l’ormai ex novizio rendo alle tesi di Michele
tornerà sul posto e vi tro- da Cesena e sostenendo che
verà solo qualche brandel- le comunità cristiane potes-
lo di libro, che conserverà sero avere in uso dei beni
nella speranza (purtroppo ma non potessero posse-
vana) di dare un senso agli “Nicola prese la forcella [...]: derli, al contrario di quan-
eventi che ha vissuto. ‘Oculi de vitro cum capsula!’ esclamò.” to diceva il corrotto papato
Primo giorno avignonese. L’antagonista,
Verità e bugie il venerabile Jorge da Bur-
Anche solo a leggere la trama, gli ingredienti gos, è invece, in un divertente gioco di parole
del thriller di successo ci sono tutti: l’ambien- per antifrasi, l’alter ego di Jorge Luis Borges,
tazione cupa e gotica, i delitti, una bibliote-
Giochi di Eco il grande intellettuale argentino che, come
ca labirintica, un libro enigmatico che cela lui, in età avanzata divenne cieco. L’equazio-
un segreto pericoloso ed è addirittura in gra- • La vicenda dura 7 ne, da Eco stesso enunciata, è «biblioteca più
do di uccidere, eretici e streghe, l’Inquisizio- giorni (numero simbo- cieco non può che dare Borges», anche se nel
ne con il suo inevitabile corollario di morte, lico), scanditi dalle ore romanzo egli assume un carattere malefico del
l’Anticristo che incombe con la sua presenza canoniche che rego- tutto assente nel Borges reale.
terribile e ossessiva. A ciò si aggiunge un’ac- lano le giornate della Accanto ai personaggi d’invenzione ne tro-
curata ricostruzione di ambienti antichi e Regola benedettina: viamo altri storicamente esistiti e con ruoli
suggestivi: l’abbazia medievale con il suo mattutino, laudi, ter- importanti, come l’inquisitore domenicano
scriptorium , la biblioteca, i balnea (l’eredi- za, sesta, nona, vespri Bernardo Gui, il francescano Michele da
tà romana dei bagni), le fortificazioni. E poi e compieta. Cesena, il mistico Ubertino da Casale: la loro
i monaci, con i loro riti e le loro preghiere, • Il bibliotecario Mala- funzione è quella di creare una cornice reale,
i momenti del vivere quotidiano, la povertà chia è descritto come in cui le vicende sono inquadrate e si svolgo-
dei contadini che si assiepano attorno al con- un «vaso di coccio tra no seguendo uno schema plausibile.
vento, il freddo invernale, le passioni espres- vasi di ferro»: Eco gioca
se e represse, il dubbio, la cattiveria, l’eresia. con i Promessi Sposi, Un successo mondiale
Lo scenario è popolato da personaggi bru- dove don Abbondio è Quando decise di mettersi al lavoro, Eco
licanti, molti dei quali inventati ma ugual- «come un vaso di terra passò un anno intero a fare ricerche per tro-
mente plausibili. Il protagonista Guglielmo cotta, costretto a viag- vare lo scenario ideale in cui ambientare il
da Baskerville, ad esempio, ricalca perfetta- giar in compagnia di romanzo. Frequentò soprattutto l’abbazia
mente lo Sherlock Holmes di Arthur Conan molti vasi di ferro». svizzera di San Gallo, la cui ricca bibliote-
Doyle: la sua provenienza, non a caso, ammic- • La tecnica con cui ca setacciò in lungo e in largo consultando
ca al Mastino dei Baskerville, mentre il suo i m o n a c i ve n g o n o manoscritti, disegnando e facendo un gran
assistente Adso è modellato su Watson. Nel uccisi è ripresa dal numero di schizzi. Se per lo scriptorium ten-
nome, inoltre, egli allude al teologo france- film Il giovedì, diretto ne come modello la struttura di quello di
scano Guglielmo di Ockham, anch’egli ingle- da Dino Risi (1963). San Colombano di Bobbio, nel piacentino,
se e contemporaneo agli eventi narrati (visse per l’abbazia aveva in mente la piemontese

38
Dossier: Il nome della rosa

L’abbazia dei delitti Anglia


Germania
La scena del crimine è un tipico complesso monastico dell’epoca Acaia

A CHIESA B BIBLIOTECA Gallia


Cuore pulsante del Costruita come un labi- Iudea
monastero, vi si riuni- rinto, ha 4 torri orienta- Hibernia Anglia
scono i monaci in pre- te verso i punti cardina-
ghiera durante le ore li e 56 stanze, indicate nord
canoniche e vi si cele- con versetti dell’Apo-
brano le funzioni reli- calisse. I libri sono divi- ovest est
giose e le esequie. si per aree geografiche.
sud

Fons
Adae
Roma
C BALNEA D OSPEDALE Aegyptus
I bagni erano discosti dal resto Qui Severino, con
del complesso. Qui, in una la collaborazione di Yspania
tinozza, all’alba del quarto gior- Guglielmo, esegue le
no viene rinvenuto il cadavere autopsie dei monaci
di Berengario. trovati morti. Leones

E CHIOSTRO Stanza segre-


Luogo di ritrovo, passeggio e medi- ta del “Finis
tazione dei monaci. Il nome deriva Africae”: qui
da claustrum, che significa “chiu- si nasconde il
volume proi-
so”, e infatti è chiuso al mondo. C I
B bito, custodi-
to da Jorge.
Vi si penetra
F DORMITORIO D attraverso una
In comunicazione con il chiostro porta celata
e la chiesa, è suddiviso in celle A L da uno spec-
dove i monaci pregano e riposano. chio, premen-
do la Q e la R
della parola
“Quatuor”.

E
F
G

L STALLE
Osservando i cavalli,
il terzo della fila nitri-
sce e Adso commen-
ta: «Tertius equi». Inten-
G SALA CAPITOLARE dendo non “il terzo dei
Vi si svolge l’assemblea (capitolo) cavalli” bensì “il ter-
dei monaci e si tiene l’incontro zo del cavallo”, ossia la
tra i francescani e la delegazione lettera “u” della paro-
papale venuta da Avignone. la equi. La chiave per
entrare nel “Finis Afri-
cae” è ormai svelata.
H FUCINE
È il luogo in cui lavorano i fabbri. I STABBI
Qui il monaco Nicola da Morimondo Qui i porcai macellano i maiali raccogliendo-
sovrintende alla costruzione ne il sangue in una grossa giara, in cui viene
delle vetrate e ricostruisce gli trovato, confitto a testa in giù, il cadavere di
occhiali per Guglielmo. frate Venanzio da Salvemec.

39
di Roma. Per gli interni si avvalse invece del
monastero tedesco di Kloster Eberbach, nei
dintorni di Francoforte, mentre per gli ester-
ni di apertura e chiusura utilizzò la rocca di
Calascio, in Abruzzo. Quanto alla biblioteca,
la struttura immaginata da Eco era semplice,
con un solo piano (è posta al terzo e ultimo
piano dell’Edificio, che ospita anche cucine e
scriptorium), come nei labirinti che compaio-
no nelle fonti classiche o nelle incisioni lungo
i percorsi di pellegrinaggio quali la via Franci-
gena. Annaud preferì invece ispirarsi alle scale
claustrofobiche e inestricabili immaginate da
Giovanni Battista Piranesi per le sue Carceri.
Le scenografie di Dante Ferretti fecero il
resto e il film fu girato in sedici settimane.
Il set, privo di riscaldamento, fu allestito a
Una “rosa” Cinecittà: per rendere l’atmosfera plumbea
di titoli di un’abbazia medievale montana alle prese
con i rigori di fine novembre, il regista chie-

I l titolo scelto da Eco


è ispirato a un ver-
so, citato alla fine del
Sacra di San Michele, che sorge su uno spe-
rone di roccia all’imbocco della Val di Susa.
se agli attori di camminare scalzi per tutto il
tempo. Gli animali furono fatti “rinsecchire”
tenendoli a dieta, per rendere ancora più rea-
romanzo, del De con- Quando si trattò di fare il film, però, risultò listica un’epoca di crisi economica ed alimen-
temptu mundi, opera troppo costoso e difficile trasportare un’in- tare come quella di inizio Trecento. La fase
del teologo nominali- tera troupe cinematografica in un luogo tan- di pre-produzione durò cinque anni, nel cor-
sta Bernardo di Morlas to impervio. Così il regista Annaud preferì so dei quali la sceneggiatura fu riscritta ben
(XII secolo): «Stat rosa ricostruire l’edificio, ispirato nelle sue torri quindici volte, e gli oggetti di scena e i mano-
pristina nomine, nomi- a Castel del Monte, su una collina nei pressi scritti furono meticolosamente ricostruiti in
na nuda tenemus»
(con una variazione,
perché l’originale ave-
va “Roma” al posto di
“rosa”). Significa: «La
rosa primigenia esiste
solo in quanto nome:
noi possediamo nudi
nomi». La rosa nel
Medioevo riveste una
vasta gamma di signi-
ficati, ma il senso non
cambia: non possia-
mo cogliere la vera
essenza delle cose,
perché di esse pos-
siamo comprendere
solo il nome. Gli altri
titoli in liz za erano
Adso da Melk e L’ab-
bazia del delitto, ma la
scelta operata è sicu- “Guglielmo restò a lungo sovrappensiero. Poi pregò Severino di aprire
ramente vincente. la bocca del cadavere [...]: ‘La lingua è nera!’”
Quarto giorno

40
Dossier: Il nome della rosa

l’incontro finale, ancorché fugace e momen-


taneo, tra Adso e la fanciulla amata prima che
il giovane si allontani per sempre. Sembra
evidente che libro e film, come spesso acca-
de, siano due cose diverse. Ciò non impedì a
Eco di apprezzare il lavoro del regista: grazie
a una clausola contrattuale poté vedere il film
in anteprima con facoltà di rifiutarsi di met-
terci il nome nel caso non lo avesse soddisfat-
to. Invece gli piacque e fu un trionfo. Costato
17 milioni di dollari, ne incassò oltre 77 vin-
cendo anche numerosi premi internazionali,
L’eterna lotta tra cui quattro David di Donatello, tre Nastri
tra ragione e fede laboratorio da artigiani specializzati. Que- d’argento e due Bafta. Quando passò su Rai 1,
Appare netta la sta cura del dettaglio non ha impedito però nel 1988, fece il record d’ascolti, inchiodan-
divisione dei ruoli tra al regista di concedersi ampie licenze rispet- do davanti allo schermo 14.672.000 telespet-
le ragioni della fede, to al testo, a cominciare dalla semplificazione tatori, e per ben tredici anni rimase il film più
portate dall’inflessibile della trama e dalla rimozione delle discussioni visto in tv, superato solo, nel 2001, da La vita
inquisitore Bernardo di carattere teologico che avrebbero appesan- è bella di Roberto Benigni.
Gui, e quelle della tito oltremodo lo svolgersi dell’azione. I per-
ragione, rivendicate da sonaggi, soprattutto quelli “negativi” come Un solo libro, tanti livelli di lettura
Guglielmo, fautore del Bernardo Gui e il venerabile Jorge, sono mol- Il nome della rosa si offre a molti livelli di
metodo deduttivo. Sullo to più schematici. Il primo, oltretutto, viene lettura, che sottende come in un gioco di
sfondo, eretici (sopra, il fatto morire durante una sommossa, il che è specchi. Certo, il più evidente è costituito
dolciniano Salvatore) e un falso storico, al pari dell’abito di Ubertino dalla trama da romanzo giallo di ambienta-
profezie dell’Apocalisse da Casale, in quest’epoca già passato dai fran- zione storica. Ma il libro è molto più di que-
(in basso, una miniatura cescani ai benedettini. Altri personaggi sono sto. Innanzitutto è un’opera che i lettori colti
dal commento di Beato completamente soppressi. Nel film, ma non amano perché contiene un rimando continuo
di Liébana, XI secolo). nel romanzo, sono introdotti sia il rogo sia ad altri testi: un libro “fatto di altri libri”, in
“Dove eravamo in quel momento?
Avevamo completamente perso l’orientamento.”
Secondo giorno

cui il compiacimento erudito si fonde con il dei dogmi e delle superstizioni, rappresenta-
Il labirinto gusto per il particolare (emblematico l’elo- ti da Jorge, a quello, incarnato da Gugliel-
di P iranesi gio dell’elenco) che pochi possono cogliere e mo, della ricerca e della conoscenza condotte
Il regista Annaud si ancora meno riescono ad apprezzare nella sua attraverso l’empirismo: la base del metodo
ispira all’opera di interezza. È dunque un libro incomprensibile scientifico che di lì a poco riuscirà ad affer-
Giovanni Battista e snob? Non proprio. Lasciamo stare chi ha marsi con l’Umanesimo e il Rinascimento.
Piranesi, incisore e voluto attualizzare la storia e ha scorto nella Questa impostazione, ovviamente, fornì il
architetto veneto del diatriba sulla povertà tra corte avignonese e destro ai cattolici per criticare una visione
Settecento, francescani la riproposizione, in chiave alle- del Medioevo (sono parole dello scrittore e
e in particolare alle gorica, della disputa tra conservatori e rivo- studioso Massimo Introvigne) «falsificato ed
sedici tavole delle luzionari che ha caratterizzato gli anni della elevato a “simbolo ideologico”; i temi della
Carceri (1745-1750), contestazione, con tanto di dolciniani eretici più trita polemica anticattolica di sempre, il
immagini di architetture a rivestire lo scomodo ruolo dei gruppi extra- cui scopo “positivo” si compendia nell’apo-
fantastiche. Le incisioni parlamentari. Di certo emerge chiara e netta logia della modernità come carattere speci-
mostrano enormi la visione laica e nichilista di un intellettuale fico del mondo contemporaneo». Di certo,
sotterranei a volta e per il quale «la saggezza non sta nel distrug- nel Medioevo di
scale che sembrano gere gli idoli, sta nel non crearne mai». Non Eco, se Dio
incastrarsi tra loro. a caso, Eco ambienta il romanzo proprio nel c’è appa-
momento cruciale del passaggio dal Medioevo re lonta-

E Umberto prese qualche “granchio”


A lcuni errori del romanzo sono
voluti, come spiega l’autore
nella premessa: si devono a interpo-
• Si cita una pietanza a base di
«carne di pecora con salsa cruda
di peperoni», ma questi giunsero
lazioni del testo avvenute nei secoli in Europa solo con la scoper-
successivi. Altri, però, sono frutto d’im- ta dell’America. Così come
precisioni, emendate nella revisione la zucca, che compare nella
che Eco pubblicò nel 2011. Eccoli: visione di Adso.

• Jorge dice a Guglielmo che san • Adso afferma di aver fatto


Francesco «imitava con un pezzo di qualcosa in “pochi secon-
legno i movimenti di chi suona il vio- di”, ma all’epoca non si
lino», ma lo strumento a quei tempi suddivideva affatto il tempo
non era stato ancora inventato. in minuti secondi.

42
Dossier: Il nome della rosa

Da Jorge Borges
a Jorge da Burgos
Per la figura del monaco
cieco e visionario, Eco si
ispira al grande scrittore
e intellettuale argentino
Jorge Luis Borges (1899-
1986), anche lui esperto
di Medioevo. E un po’
lo maltratta, non senza
qualche sottinteso
di carattere politico:
Borges era un noto
conservatore, Eco un
acceso progressista.

“Il diavolo è l’arroganza dello spirito,


la fede senza sorriso.”
Settimo giorno

no anni luce da noi, indifferente ai fatti che ci la accoglie con queste meste parole: «Spro-
riguardano e fissato nel suo tradizionale ruo- fonderò nella tenebra divina, in un silenzio
lo veterotestamentario di giudice: non ha l’a- muto e in una unione ineffabile, e in questo
spetto, enfatizzato proprio dai francescani, di sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza
una divinità che si è fatta carne e sangue e si è e ogni disuguaglianza, e in quell’abisso il mio
resa compartecipe del destino dell’uomo. Sul spirito perderà se stesso, e non conoscerà né
mondo domina un cupo senso di angoscia e l’uguale né il disuguale, né altro: e saranno
di paura soffocante e ogni tentativo di uscire dimenticate tutte le differenze, sarò nel fon-
da questa cappa di piombo pare inesorabil- damento semplice, nel deserto silenzioso dove
mente destinato alla sconfitta. mai si vide diversità, nell’intimo dove nessuno
La Chiesa stessa, che di Dio dovrebbe esse- si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divi-
re tramite in Terra, nel libro è degradata a nità silenziosa e disabitata dove non c’è ope-
mero luogo di mercificazione dei beni spiri- ra né immagine».
tuali e di inutili scontri su temi stucchevo- È anacronistico, forse, voler attribuire a
li. La Verità non è conoscibile, al massimo un uomo medievale una sensibilità nichili-
lo sono i segni, che però non hanno in sé sta squisitamente novecentesca. Gli spunti
alcuna essenza, quindi sono vuoti. Di di riflessione sui falsi idoli, sulla pelosa cari-
più, sembra dirci lo stesso Adso alla tà che maschera una cupidigia reale, su chi
fine dei suoi giorni (ed Eco con lui) costruisce le sue fortune sfruttando l’ignoran-
che la Verità non esiste affatto. E za altrui, nonché sull’eterno conflitto tra fede
quindi non esiste nemmeno Dio. Nel e ragione, tra libero e servo arbitrio, tra gio-
suo freddo scriptorium, il monaco go oscurantista e libertà di coscienza, erano e
ormai decrepito vede la morte e restano, invece, drammaticamente attuali. 

43
Acconciature femminili

Come porti i capelli


bella dama
Quando le lunghe chiome
costituivano uno degli elementi
più erotici del corpo femminile,
quella del pettine era considerata
una vera e propria arte

di Patrizia Lia
Esperta di acconciature storiche


I
l desiderio di rendersi belle e la volontà di
sedurre e affascinare con il proprio aspet-
to non hanno mai abbandonato la donna,
in nessuna epoca storica. E se l’età classi-
ca aveva prodotto veri e propri manuali di bellez-
za femminile (uno dei quali, il Medicamina faciei
femineae, scritto niente meno che da Ovidio), il
Medioevo non fu da meno. Superati i secoli più
bui (che sono tali solo perché su di essi abbiamo
scarsa o punta documentazione), l’ansia di piacere
si rinnovò già nei primi secoli del secondo millen-
nio, quando nelle corti provenzali e della Fran-
cia meridionale entrò in voga il gioco dell’amore
messo in versi dai trovatori che, viaggiando di
castello in castello, diffusero, con le loro can-
zoni, un ideale di bellezza cortese che fini-
rà per influenzare tutta l’epoca feudale.
Occhi chiari, carnagione eburnea e capel-
li biondi diventarono così stereotipo di
bellezza e distinzione sociale.
E se occhi e carnagione sono essen-
zialmente un dono, sui capelli e sul-
le acconciature le dame dell’epoca
esercitavano la loro arte sopraffina,
trasformando le chiome in armi di

44
seduzione e conquista, come si può dedurre dal- Per il resto, le acconciature erano prevalente-
le fiabe tradizionali (Raperonzolo, ad esempio), in mente a scriminatura centrale, con due lunghe
cui i capelli sono usati per irretire, stregare e atti- trecce che cadevano sul petto e sulle spalle. Le
rare a sé l’uomo che si desidera. trecce erano poi raccolte in chignon ai lati della
Nel Medioevo le donne portavano i capelli mol- testa, sopra le orecchie, con fili d’oro o di seta. Tut-
to lunghi, spesso così lunghi da toccare le ginoc- tavia, le regine e le dame di più alto lignaggio, con
Per le nobildonne,
chia. Quest’abitudine, se da una parte donava schiere di domestiche al loro servizio, potevano
l’uso del soggolo
loro grazia e femminilità, dall’altra poteva creare agghindarsi e curare il proprio aspetto meglio del-
in tessuti pregiati durò
notevoli problemi, soprattutto nelle attività casa- le signore meno nobili o delle popolane, e non era
fino al Rinascimento.
linghe, visto che l’acqua si prendeva dal pozzo e inusuale che apparissero in pubblico senza veli né
le carni si arrostivano sulle griglie del camino. Di bende, con i lunghissimi capelli sciolti sulle spal-
conseguenza, le lunghe chiome dovevano essere le e la testa cinta da corone d’oro, cerchi o ghir-
inevitabilmente raccolte, perlopiù in acconciatu- lande di fiori, i cosiddetti chapels de fleurs, che
re molto semplici, con due lunghe trecce legate ai andranno di moda per molti secoli.
lati della testa o in un semplice chignon. Una pettinatura caratteristica dell’epo-
ca medievale era ottenuta raccogliendo i
I capelli, proprietà dello sposo capelli in due lunghe trecce che, trattenute
All’epoca (come oggi, del resto, in alcune reli- da spilloni e fermagli, partivano dalla nuca
gioni) si riconosceva ai capelli una forte compo- arrivando poi a riunirsi sulla fronte.
nente erotica, motivo per cui le donne sposate Le donne del popolo portavano sulla testa
celavano la chioma con un velo. I capelli erano una semplice benda di tela inamidata, di norma La treccia ad aureola
considerati proprietà del marito e erano annove- bianca se sposate e nera se vedove. I capelli sciol- era fissata con perle
rati tra le parti del corpo che non era bene, per ti o le trecce pendenti, soprattutto in occasione che impreziosivano
una dama, scoprire e lasciare alla mercé di sguar- di balli e cerimonie, erano privilegio esclusivo l’acconciatura.
di che non fossero quelli del coniuge. Le donne delle fanciulle e delle giovani donne.
maritate, dunque, si avvolgevano il capo con lar- E se i capelli lunghi erano uno degli attributi più
ghe bende bianche che coprivano anche la fron- preziosi delle nobildonne, le trecce di una dama
te e le guance, fino al mento. Per quasi tutto il potevano addirittura fare la fortuna di un regno.
Medioevo, si diede grande importanza alla fron- Basti l’esempio di Bertrada, figlia di Cariberto,
te, che doveva essere perfettamente rasata, fino
a ottenere l’effetto di un’attaccatura dei capelli
insolitamente alta. Ne è la prova il De ornatu
mulierum, trattato di cosmetica scritto nel-
l’XI secolo da Trotula De Ruggiero, studio-
sa della Scuola medica salernitana. A seconda del grado
nobiliare, le dame
utilizzavano stole
o cordoni di seta dorati.
L’arte della treccia
N el Medioevo italiano, le trecce rap-
presentavano l’acconciatura principale
delle donne. Di solito erano composte di tre
ciocche, a volte quattro. Ai capelli erano intrec-
ciati anche nastri, perle e collane, per arricchire
la capigliatura e dimostrare il rango della dama. Le donne tenevano molto alla
La treccia a quattro ciocche richiedeva molta pulizia dei capelli. Li lavavano una volta alla
abilità e attenzione, perché le ciocche intreccia- settimana (solitamente il sabato, giorno qua-
te tendono a girare su se stesse, creando un si interamente dedicato alla cura del corpo) e
ammasso di capelli disordinato invece che un dedicavano tempo e cura a pettinarli ed accon-
Inghirlandarsi (specie di
elegante ed elaborato intreccio. ciarli, con pettini d’avorio lavorati.
violette) era segno
di raffinatezza
e distinzione.
che con le sue affascinanti chio- la vanità, in un potente mezzo di sedu-
me era solita incantare gli ospiti zione, capace di esaltare e trasfigurare
del padre e arrivò a conquistare la bellezza del volto. Le donne matu-
il cuore del re dei Franchi, Pipi- re aggiungevano al velo un complicato
no il Breve: dal loro amore nac- intreccio di bende, il soggolo. Le ben-
que Carlo Magno. de erano realizzate negli stessi mate-
Un intreccio piatto
riali dei veli, solitamente bianche e
a quadretti e un gioiello
semplice rimarcavano
I veli maliziosi più consistenti del velo stesso.
I veli erano utilizzati nel- Veli o veletti erano obbliga-
l’alto lignaggio.
le acconciature più comu- tori per le donne non più
ni: coprivano i capelli ma giovani, per le monache
lasciavano scoperto il viso. o le vedove. Verso la fine
Potevano essere di lino, del Medioevo, la Chiesa
seta o cotone. Oltre alle cattolica emanò veri e pro-
caratteristiche intrinseche pri decreti religiosi per la rego-
dei materiali, a determinar- lamentazione dei veli, rendendoli
ne la pesantezza e il grado di trasparenza obbligatori nella loro semplicità.
erano i diversi tipi di filatura e tessitura. Si pas-
sava da pesanti panni di lino e cotone a mussole A caccia di mariti
leggere, fino ad aeree ali di organza, inconsisten- Poiché durante tutta l’epoca medievale i capel-
Le nobildonne ti e quasi del tutto trasparenti. Il velo poteva li ebbero una forte valenza sensuale ed erotica:
sfoggiavano acconciature essere arricchito con tremoli d’oro, seta gem- strumento di fascino nel senso antico del termi-
sempre diverse, mata intrecciata di seta cremesina nera o morel- ne, recavano in sé qualcosa di magico e perfino di
complesse ma sobrie. la, oppure ornato con un filo di perle che girava malefico, tanto che solo alle bambine e alle fanciul-
intorno al capo. A volte, una lenza, o frenello (un le era permesso di portarli sciolti sulle spalle. Le
sottile cordone colorato, chiuso sulla nuca con chiome sparse al vento, ritenute sfacciate se non
un nodo a farfalla), poteva reggere sulla fronte addirittura diaboliche dai predicatori più rigoro-
un piccolo gioiello. Se i capelli, invece, erano si, erano una delle armi di seduzione più utilizzate.
legati in una lunga coda, si utilizzava il tren- Si pensi alla leggenda di Lady Godiva, che caval-
zale, un nastro prezioso composto di sete e cando completamente nuda, coperta soltanto dai
altri fili pregiati. I listati erano particolari lunghi capelli, ottiene dal marito quanto desidera.
tessuti bianchi a righe colorate, con inser- Le acconciature maschili variavano a seconda
ti metallici o decorazioni sui bordi: scritte o dei ceti sociali. C’erano l’acconciatura da uomo
motivi floreali, geometrici e zoomorfi. Rica- d’arme, da cavaliere e da ecclesiastico, diverse tra
L’intreccio dava risalto mati con fili d’oro e d’argento, trasformava- loro ma tutte piuttosto semplici.
al volto della dama, no il velo, nato come strumento per mortificare Gli uomini di solito erano sbarbati e con i capelli
donandole un aspetto
regale ma semplice.
Il colore

A nche nel Medioevo c’era l’abitudine di tin-


gersi i capelli, e farlo non era esclusiva
prerogativa femminile. Il colore più apprezzato
(soprattutto dalle dame) era il biondo oro, che si
poteva ottenere con metodi diversi.
I capelli potevano essere schiariti semplice-
mente “a solecchio”, cioè esponendoli ai raggi
del sole, oppure trattati con acque doranti, come
il decotto di camomilla. Se si desiderava scurirli,
Nastri e reti dorate
invece, quello di edera era il più indicato.
e argentate
testimoniavano le origini
nobili di chi le portava.
Acconciature femminili

Acconciature corti, fatta eccezione per le persone particolarmen-


Medievali te eleganti, che, per antitesi, li portavano lunghi.
Organizzato Nell’alto Medioevo generalmente gli
dalla Confartigianato uomini si radevano i capelli della nuca,
Alto Milanese ma in guerra li portavano lunghi
in occasione e scompigliati, per apparire più
del Palio di Legnano, terribili. In tempo di pace li
è un concorso dividevano invece nel mez-
per parrucchieri a tema zo della fronte e li facevano
storico. Nelle fotografie, ricadere ai lati del collo. La
opere realizzate barba, lunga e incolta, era
dagli acconciatori tenuta in grande onore.
legnanesi. Nel basso Medioevo, i re
avevano il volto incornicia-
to da una folta barba e
lunghi capelli spioven-
ti sulle spalle, a volte
abboccolati sopra
le orecchie. Spes-
so gli amici, quan-
do s’incontravano, si
salutano toccandosi e
baciandosi la barba.
I giovani prediligevano
capelli a casco, ondulati e
lunghi sul collo, con una
frangia riccioluta sulla fron-
te. Artigiani, contadini e mercanti portava-
Gemme no invece i capelli corti, a forma di calotta o
e fiori scodella, e di rado avevano la barba.
Anche tra i nobili e gli uomini di alto ran-

F iori e gioiel-
li ornavano il
capo di fanciul-
go, la barba cominciò a passare di moda verso
la fine del XII secolo, ma non pochi sovrani e
nobili continuarono a portarla, a volte divisa
le e dame. Ma in ciuffetti legati con fili d’oro e di seta.
se le più giovani L’epoca nuova dei Comuni portò inno-
si accontentavano vazioni anche nella moda maschile:
di coroncine di fiori i nobili avevano capelli di media
irrobustite con paglia lunghezza, che scendevano
e nastri, l’acconcia- lisci e si gonfiavano sulle
tu ra d e ll e d o n n e punte. I giovani preferi-
sposate o anziane vano portarli arriccia-
si faceva più prezio- ti e rinunciare alla
sa, con trecciole di barba: per uomini
perle, cordoni dora- intraprendenti e
te e stole di seta. Le dediti ad attività
vedove, infine, porta- nuove, tagliarsi
vano cappucci e veli, i capelli ormai
e ornamenti sempli- era diventata
ci senza oro e perle. una necessità
sociale. 

47
Il GIOCO
della STORIA
Far rivivere una vicenda antica per appassionare
il pubblico di oggi: il rievocatore è diventato
una figura essenziale per la didattica
e la divulgazione. Ed è anche il protagonista
di un nuovo modo di fare ricerca storica

di Mario Galloni

48
Rievocazioni storiche

N
on c’è paese che non abbia la sua festa
storica. E a ragione: la stragrande
maggioranza dei nostri centri vanta
un passato molto antico ed è natu-
rale che a esso e alle suggestioni che è capace di
evocare ci si ispiri anche nei momenti di aggre-
gazione sociale. Tra feste in costume, cortei,
palii e sfilate, da Nord a Sud c’è solo l’imbaraz-
zo della scelta. Le epoche ci sono tutte: dall’anti-
ca Roma ai Celti, dal Rinascimento a Napoleone,
dal Risorgimento alla Grande Guerra. Ma a farla
da padrone è certamente il Medioevo.
Il fenomeno non è trascurabile
perché mobilita decine di migliaia
di persone, tra chi la Storia
la ricrea in prima persona
e chi vi partecipa solo per
godersi lo spettacolo. Se
ben gestiti, questi eventi pos-
sono regalare a chi li organizza (Pro
Loco, Comuni, associazioni e attivi-
tà produttive) un’occasione ghiotta
per promuovere il rilancio economi-
co e turistico di intere zone.
Se però vogliamo parlare di cultura, non
è tutto oro quel che luccica. Nel vocabolario
comune, i divertenti raduni di tipo folcloristico
e le sagre di paese in costume sono accomunati,
senza troppi distinguo, alle manifestazioni cre-
ate da chi, invece, il passato lo studia con cura,
spendendo tempo e risorse per ricostruirne la
vita quotidiana nei minimi dettagli. La defini-
zione, però, resta la stessa per tutti: “rievocazione
storica”. Invece si tratta di cose ben diverse. Se i
raduni folcloristici e le sagre di paese, per quanto
simpatici e allegri, sono puri momenti ludici sen-
za alcun valore storico e didattico, le rievocazio-
ni cercano di proporre uno spaccato credibile
di un periodo preciso (nel caso del Medio-
evo, non “tutto”, ma una fase circo-
stanziata nel tempo e nello spazio).
Varianti locali comprese.
In Italia, purtroppo, man-
ca una regolamenta-
zione comune che
sgomberi il cam-
po da ogni ambi-
guità ed equivoco,
nonostante siano
stati annunciati gli

49
Testatina
Rievocazioni storiche

“Stati generali della Rievocazione storica”, convo- centinaia di gruppi, possono vantare la stessa
Longobardi cati a Firenze. In attesa di novità, con l’espres- accuratezza e attendibilità filologica.
in action Guglielmo
sione “rievocazioni storiche” , da vassallo
intendiamo solo
Ultimamente anche ed esclusivamente quellea re d’Inghilterra
propriamente dette, Personaggi in cerca di dignità
l’alto Medioevo sta lasciando le altre al campo del puro divertimen-
Guglielmo Ma una cosa è certa: una rievocazione ben fat-
suscitando grande to. Il protagonista indiscusso, che incontrere-
il Conquistatore ta, con gruppi seri e preparati e un programma
interesse. Molto mo tra poco, è il rievocatore,
(qui nel cioèfamoso
colui (o colei)
arazzo accattivante arricchito da spettacoli e laboratori
richiesti, ad esempio, che del riportare
di Bayeux) passòin vita un didattici, si sta rivelando sempre di più un modo
sono i Longobardi, momento
da duca di della Storia ha
Normandia apprezzato per portare la Storia a tutti, grandi e
qui rievocati dal efatto il proprio
vassallo di Franciacredo piccini, con modalità più moderne e accessibili.
gruppo marchigiano ae re
la propria missione.
d’Inghilterra nel Abbattendo le barriere del tempo, i rievocatori
dei Fortebraccio Va dIl etitolo
1066. t t o di
s uduca
bito impersonano uomini e donne di un passato che
Veregrense. con molta
continuò chiarez-
a essere in torna qui e ora, in carne e ossa, parlano con il lin-
za che
uso nonpresso
anche tutte le guaggio di oggi e possono riuscire laddove altri
irievocazioni
Plantageneti. sono hanno fallito: accendere l’amore per la Storia,
ugualmente vali- spingere alla ricerca, promuovere la riscoperta
de, così come non delle proprie radici. In poche parole, fare cultura.
tutti i rievocatori, Per quanto possa sembrare strano, il fenomeno
ormai suddivisi in in Italia è piuttosto recente, mentre all’estero è

50
praticato da decenni con ottimi risultati. Esisto- social, che sono essenziali per far conoscere quel
no rievocatori di professione e i più qualificati Momenti di vita che fa e confrontarsi con gli altri, ma in genere
sono contesi da produttori di film e documenta- quotidiana rifugge i fenomeni di massa.
ri, collaborano assiduamente con parchi archeo- Del Medioevo si
logici e musei, e sono apprezzati negli ambienti rievoca tutto, non solo La vita (grama) del rievocatore
accademici come valido aiuto all’insegnamento. l’aspetto guerresco Sul lavoro, il rievocatore serio, serio lo è dav-
Da noi, invece, benché ve ne siano di mol- e spettacolare ma vero. Conosce tutti ed è sempre aggiornato. Non
to noti, l’atteggiamento del mondo universita- anche la vita materiale: ha paura dei chilometri: nella bella stagione ne
rio continua, salvo rare eccezioni, a liquidare artigianato, tempo percorre migliaia, su e giù per l’Italia e a volte
il fenomeno come folcloristico e privo di valo- libero, rapporti sociali. anche fuori. Non teme i disagi e si adatta sempre
re scientifico o didattico. In proposito, di certo alle condizioni più difficili. Spera nella clemen-
non aiutano l’ambiguità e la carenza di norme, za del tempo, dovendo dormire il più delle vol-
cui si aggiunge l’abitudine della stampa te nell’inseparabile tenda. Se piove ed
generalista di definire indifferentemen- è fortunato, l’organizzazione gli offre
te “figurante” chiunque si vesta come un dormitorio o una palestra, se va di
in passato, dalla comparsa dei cortei lusso addirittura un bed and breakfast.
storici al rievocatore vero e proprio. Altrimenti si arma di pazienza e atten-
Ma una distinzione, pur nel pieno de stoicamente che smetta di piovere.
rispetto di tutti, va fatta, perché se ci L’attesa è parte del lavoro.
sono anche rievocatori “a tempo per- Quando non rievoca, trascorre i lun-
so”, che si aggregano saltuariamente e ghi mesi invernali a confrontarsi con
partecipano agli eventi più che altro gli altri. Litiga, inventa, programma. Se
per divertirsi, la maggior parte pren- combatte si allena, se produce ogget-
de il suo ruolo in maniera molto seria, ti cerca i materiali e li lavora. Laddove
liti e polemiche comprese. I migliori, possibile, fa tutto da solo: si cuce le scar-
per conoscenza della materia e capa- pe e gli abiti, rifinisce ornamenti e sup-
cità divulgativa, non hanno nulla da pellettili. Mette da parte i risparmi, ma
invidiare ai più blasonati studiosi di non certo per comprare vestiti all’ulti-
professione, che invece tendono a ma moda, bensì per investirli in quello
mantenere il sapere chiuso tra le che da sé non riesce a fare: un gambeson
fredde mura delle università. (tunica imbottita da vestire sotto l’ar-
Può sembrare strana, la figu- matura) o una spada, uno spillone per
ra del rievocatore. Frequenta i capelli o una fibula. I suoi occhi sono

51
puntati sulle fiere di settore: la piacentina “Armi visare. Bisogna studiare tanto e di continuo. Sa
Tante piccole storie & Bagagli”, che apre la stagione a marzo, e la fer- anche che ogni ricerca parte dalle fonti: icono-
in una sola scena rarese “Usi & Costumi”, che la chiude a novem- grafiche, narrative, documentarie, archeologi-
Una buona rievocazione bre. Non vi rinuncerebbe per nulla al mondo. che. Quindi le setaccia, le studia e le interpreta.
mostra svariati aspetti Ma il suo obiettivo, comunque, è riuscire a fare Non è facile: per i secoli più antichi, le fonti
di una certa epoca. tutto da sé. Perciò sperimenta, sbaglia, fa e disfa sono scarse e contraddittorie e i reperti archeo-
Acconciature, trucchi, innumerevoli volte, con una pazienza da far con- logici indisponibili per un esame diretto, oppu-
abiti, accessori, tessuti, correnza al biblico Giobbe. re incompleti e danneggiati dall’uso e dal tempo.
mobili: tutto deve avere Del resto, il rievocatore serio sa che per calar- Ma lui non si lascia scoraggiare. Legge saggi,
un rigore filologico. si davvero nella Storia non si può certo improv- relazioni di scavo, testi scientifici. Non trascura

52
Rievocazioni storiche
Testatina

nemmeno quelli irreperibili e costosi. Se è par- se chi organizza un evento è di parola, il gruppo
ticolarmente creativo, si dedica all’archeologia riesce giusto a coprire le spese di viaggio e a man- Il fotografo,
sperimentale e riproduce non solo i manufatti giare qualcosa. Altrimenti non rimane che l’arte regista del passato
ma anche le tecniche che li hanno creati. dell’arrangiarsi. Ma il rievocatore è uno che sa il Anche i fotografi possono
fatto suo e la Storia la fa per vocazione. Certo, si essere rievocatori: devono
I “soldati della cultura” diverte anche: una bella cena in compagnia a fine cogliere il clima dell’epoca
La fatica che fa è notevole, così come gran- evento, annaffiata da birra o vino (magari prodotto e immortalarlo. Questo
di sono le difficoltà che deve superare, perché i con metodi antichi), ripaga di tutte le fatiche, così scatto, come altri del
tempi sono quelli che sono e lui non guadagna come il piacere di stare in compagnia e fare qual- servizio, è dello specialista
nulla. Anzi, quello delle spese è un tasto dolente: cosa di bello, di utile e in cui si crede, tanto meglio Camillo Balossini.

53
Un villaggio franco in Toscana
T ra le realtà più all’avanguar-
dia in Italia c’è l’Archeodromo di
Poggibonsi, l’unico dedicato all’alto
con gli orti e la zona artigianale: una
struttura che sarà completata con
altre capanne, la macelleria, il granaio,
Medioevo. Nato in seno all’Universi- la fornace da ceramica e tutto ciò che se forti della consapevolezza di crescere insieme.
tà di Siena per iniziativa del professor permetteva lo sfruttamento agricolo e Alla fine, però, quello che conta è il pubblico, fat-
Marco Valenti, ha ricreato una del- l’allevamento nel territorio. to di persone di ogni luogo, cultura ed età e per
le scoperte più importanti fatte sulla Il parco è visitabile tutte le dome- questo più difficili da conquistare.
collina di Poggio Imperiale: un villag- niche pomeriggio (e in altri giorni su
gio franco risalente al IX-X secolo, con prenotazione) e propone eventi, labo- La Storia offerta a tutti
tanto di azienda curtense completa di ratori e iniziative realizzate in prima C’è lo studente alle prese con gli esami che
ampia residenza padronale. persona dagli abitanti del villaggio: coglie l’occasione per fare l’ultimo ripasso e l’ex
Nel 2014 è stata inaugurata la gran- Razo, Teupala, Johannes, Bodo, professore che la Storia l’ha sempre masticata e
de e spettacolare capanna (longhouse) Ermentrude, i piccoli Wido e Gerberto si sente in dovere di dire la sua su vestiti e ogget-
di 17 x 8,5 metri in cui abitavano il e i loro amici. Per informazioni: www. ti. C’è l’insegnante che porta gli alunni svogliati
capo del villaggio e la sua famiglia, archeodromopoggibonsi.it con una segreta speranza: il solito menù servi-
to in salsa diversa risulterà meno indigesto? C’è
il libero professionista che la Storia invece l’ha
rimossa, perché a scuola lo tormentavano con
nomi e date e non ci ha mai capito nulla: è sta-
to il maestro a fargliela odiare, ma è lì lo stesso,
perché ce l’ha trascinato il nipotino attratto dai
colori e dal baccano. E poi ci sono loro, i tanti
ragazzini che fanno mille domande e non danno
nemmeno il tempo di rispondere. Occorre esse-
re rapidi, chiari, sintetici, e non usare parolo-
ni. Parafrasando Umberto Eco, se il rievocatore
li conquista saranno suoi per sempre: e que-
sto, per un “soldato della cultura”, sarà di cer-
to la vittoria più grande. Solo se ha capito, lui
per primo, la cultura e la mentalità, le paure e le
gioie, le ansie e le aspettative che gli uomini e le

54
Rievocazioni storiche

donne del tempo che imperso- attira le masse, ma di per sé non basta: senza
na nutrivano e provavano, può un’adeguata preparazione tecnica, una spiccata
risultare davvero convincente: comunicativa, una precisa e puntuale conoscen-
un sacco di iuta, una tunica o za del periodo e del reale significato che oggetti,
un’armatura non possono di simboli, colori e gestualità avevano nel tempo,
certo, da soli, fare il Medioevo. la rievocazione corre il rischio di scivolare in un
Anche l’elemento spettacola- guazzabuglio fantasy o, ancora peggio, di diven-
re, indubbiamente interessante, tare kitsch e perfino un po’ grottesca.
Dove invece ci sono rigore e fatica, ecco che
diventa disciplina educativa e, immersa negli
splendidi scenari delle nostre città (quale altro
Passione Paese può vantare un tale numero di ambien-
tazioni, capaci di fare da sfondo a tut-
antica te quante le epoche storiche, sia in
ambito militare che civile o cor-

Q uella di rievoca-
re avvenimenti
storici non è un’idea
tese?), regala l’opportunità di
rivivere, anche se solo per
qualche ora, un passato
recente ma risale affascinante e lontano,
all’Ottocento, quan- fatto di cibi, vestiti e
do il Romanticismo usanze tutti diversi
iniziò a riscoprire e Il fascino da quelli di oggi.
rivalutare il Medioe- dell’armatura Come aman-
vo. Tra i primi eventi Una delle manifestazioni ti del Medioevo,
di questo tipo ci fu più gettonate è il torneo dovremmo soste-
il torneo organizza- in armatura completa nere l’impegno
to nel 1839 dal conte “a impatto pieno”, di queste donne e
Archibald di Erlington che vede in azione questi uomini che,
nel suo castello dello prestigiose scuole con tanti sacrifi-
Ayrshire, in Scozia. Vi di scherma. Da ci, ci permettono di
presero parte nume- qualche anno, fare un tuffo nel pas-
rose celebrità, tra cui queste accademie sato. Un tuffo che, gra-
addirittura il futuro di scherma storica zie alla loro perizia e
imperatore france- si sono moltiplicate, all’amore per la Sto-
se Luigi Napoleone, impegnandosi ria, ci fa immergere
e richiamò 100 mila nello studio e in acque sicure. 
spettatori. Ispirato al nell’insegnamento
romanzo Ivanhoe di dell’arte bellica antica.
Walter Scott, il tor-
neo prevedeva una
giostra e un ballo in
costume. Fu ridico-
lizzato dai liberali e
flagellato dal maltem-
po, e costò una vera
fortuna. Ma gettò le
basi per la rievoca-
zione moderna.

55
Il bel poeta
pensieroso
La figura di Walther
von der Vogelweide, poeta
tedesco, è misteriosa
quanto la sua biografia.
Cantò l’amore e
scrisse versi
politici.
I trovatori

Cavalieri con la PENNA


Poeti-guerrieri dalla vita avventurosa e a volte rischiosa, trovatori e trovieri viaggiavano
per le corti d’Europa cantando le passioni e le imprese di dame e cavalieri.
E con i loro versi raffinati forgiarono le lingue volgari e la letteratura moderna

di Enzo Valentini
Giornalista e studioso di Storia medievale


L
e sale dei castelli arcigni e bui, dove Il nome di questi poeti-musicisti è di origine incerta.
si tessevano trame di guerre crudeli e Probabilmente deriva dal verbo tropar o trobar, a sua
cospirazioni velenose, così tipiche di volta derivato dal basso latino tropare, che si riferisce
certi romanzi, in realtà furono anche alla composizione di strofe, versi e rime da collega-
fucine di poesia e gentilezza. Tra le loro mura si re a una musica di nuova composizione. La lingua
consumarono talvolta delitti terribili, ma molto usata dai trovatori rispecchia la novità della loro let-
più spesso esse risuonarono delle musiche, dei teratura, lontana dal mondo ecclesiastico e perfet-
canti e dei versi di una cultura raffinata e dolce, tamente inserita nella società feudale. Confinato il
che nelle sue espressioni letterarie ci ha regalato latino al solo ambito religioso, si preferisce il volgare,
uno dei frutti più compiuti e duraturi. Perché il più comprensibile per il pubblico a cui i trovatori si
Medioevo, è bene ricordarlo, fu anche l’epoca della rivolgono: la nobiltà nascente, che in questo periodo
cavalleria, dello spirito d’avventura e di un codice prende a circondarsi di artisti oltre che di guerrieri.
di comportamento, la “cortesia”, che aveva al cen-
tro l’esaltazione della donna e dell’amore. Cantautori ante litteram
A diffondere questa nuova visione del mondo Per la scrittura si scelgono le lingue popolari di deri-
e della poesia che la esprimeva, furono le canzo- vazione latina, quelle “lingue romanze” che Dante,
ni dei menestrelli, il cui compito a corte era quel- nel De vulgari eloquentia, suddivide in tre rami prin-
lo di allietare (assieme alle facezie dei cipali in base alla loro particella affer-
buffoni e alle acrobazie dei saltimban- Portatori di mode, mativa. L’italiano viene perciò indicato
chi) i banchetti e i momenti di svago notizie e cultura con il sì («Il bel paese là dove ’l sì
dei castellani e dei loro ospiti. I bra- Saltando di corte suona», Inferno), il francese centro-
ni che i menestrelli proponevano non in corte alla ricerca di meridionale con l’oc (la langue d’oc,
erano opera loro, ma dei protagoni- un mecenate, i trovatori da cui Linguadoca e Occitania) e il
sti autentici di quell’affascinante cantavano l’amor francese centro-settentrionale con
stagione poetica: i trovato- cortese e le gesta l’oil (la langue d’oil, da cui oui, il
ri. Antesignani dei moder- dei cavalieri, ma “sì” del francese moderno).
ni cantautori, creatori dei portavano anche I trovatori compongono in
testi e delle musiche, notizie, mode langue d’oc, perché la loro
scrissero la colonna e tendenze. poesia nasce nelle corti della
sonora di una vera E come i Francia del Sud, nei feudi loca-
e propria età giullari, li, il più importante dei qua-
dell’oro della usavano li era l’Aquitania, sede di un
poesia. l’ironia per ducato che nell’XI secolo ave-
dire quello va più potere e territori del
che non si regno di Francia. Lo stesso
doveva. duca Guglielmo IX, nonno
della celeberrima Eleonora e
bisnonno di Riccardo Cuor

57
L’“amor cortese”
di Leone, è convenzionalmente considerato il primo era davvero puro? de Vaqueiras, originario della Provenza, e Arnaut
trovatore di cui ci siano pervenute delle composizio- In equilibrio precario Daniel, nato in Dordogna.
ni: gliene vengono attribuite undici, scritte sotto il tra sofferenza e piacere, Altri furono invece semplici uomini d’arme al servi-
nome di conte di Poitou (Coms de Peitieus), uno dei esaltazione e abbandono, zio di un nobile. Guiraut Riquier, ad esempio, fu alla
suoi titoli nobiliari. Ma anche altri poeti provenivano desiderio erotico corte del visconte Aimeric de Narbonne, per passa-
dall’aristocrazia occitana, ambiente in cui trovavano e tensione spirituale, re poi a quella di Alfonso X il Saggio, re di Castiglia,
ispirazione per le loro opere, intessute di avventure l’amore cantato mecenate e promotore della prosa in castigliano, altra
cavalleresche e corteggiamenti cortesi, esaltazione del- dai trovatori mette lingua romanza. Bernart de Ventadorn, invece, pro-
le virtù guerriere e delle capacità amatorie. la dama su un piedistallo babilmente era figlio di un fornaio e fu soldato per i
e rende l’uomo servo duchi di Ventadorn, anche se qualche studioso lo vor-
Poeti e cavalieri, ricchi e poveri di un sentimento capace rebbe figlio bastardo del duca Ebolo II, se non addi-
Di molti trovatori conosciamo la vicenda personale di nobilitarlo, ma non rittura di Guglielmo il Trovatore, che lasciò dietro di
grazie alle vidas, brevi cenni biografici scritti in pro- per questo puro: sé una lunga schiera di figli illegittimi.
venzale e letti dai menestrelli prima di eseguire la can- è desiderio fisico, Tra i trovatori ci fu anche chi ebbe rapporti con la
zone, in modo da presentarne l’autore. adultero per definizione, Chiesa, per gli studi ecclesiastici intraspresi prima di
Sappiamo così che Jaufré Rudel era “prence di Bla- perché impensabile scegliere la composizione poetica. È il caso di Peire
ia”, Bertran de Born signore di Hautefort e alcuni all’interno del matrimonio. Cardenal, figlio cadetto di una famiglia nobile dell’Al-
appartenevano a famiglie minori, come Raimbaut vernia, che da bambino frequentò la canonica di Puy,

58
I trovatori

/
ro n ulla:
pu ,/
rò di i altri Mangiarsi
fa gl e di
a p oesia né sopra ventù, / il cuore
Un pra me o re
s o re e di gi tta ment
n on o i
d’am nzi fu scr .

u ll
u

re
nepp ro, / ch’a n cavallo
alt ra u Peit
ieus P e re g r i n a n d o d i
corte in corte, il
n sop d e trovatore Guglielmo
ivo/
s
Com
d o r m di Cabestanh giunse
a Château-Roussil-
lon, il cui vecchio
castellano, Raimon,
era sposato alla bel-
la Sérémonde, di cui
il giovane poeta s’in-
namorò, ricambiato.
Accortosi del tradi-
mento, Raimon uccise
Guglielmo e, non sod-
disfatto, gli strappò il
cuore, lo cucinò in
salsa peverada e lo
servì alla moglie, che
lo mangiò con gusto.
Quando, a fine pasto,
le rivelò l’ingrediente
speciale della pie-
t a n z a , S é ré m o n d e
impallidì, ma sen-
za scomporsi; anzi,
rispondendo al crude-
le marito: «Signore, mi
avete appena offerto
un cibo così delicato
che rifiuterò qualsiasi
altro nutrimento per
per poi abbandonarla e diventa- poter conservare que-
re segretario del conte Raimondo sto gusto, che porterò
VI di Tolosa. Storia opposta quel- con me fino alla mor-
la di Folchetto da Marsiglia (o Fol- te». Dopodiché si
co di Tolosa): mercante e trovatore uccise gettandosi dal-
genovese, che in seguito all’amo- la finestra. Re Alfonso
re negato di Eudosia Comnena, d’Aragona, venuto a
nipote dell’imperatore di Bisan- conoscenza dell’ac-
zio e moglie di Guglielmo di caduto, condannò il
Montpellier, entrò nell’ordine suo vassallo al carce-
cistercense, divenendo addi- re a vita, dopodiché
rittura vescovo di Marsiglia. ordinò di riesumare
il corpo di Guglielmo
Galateo giullare e di seppellirlo insie-
Un’attenzione parti- me a quello della sua
colare merita la figura amata e coraggiosa
di Uc de Saint Circ, Sérémonde.
la cui esistenza ben

59
e
r ni mesi
io
va / per g dire, / che
ne e n so che tato è il
rappresenta il mondo troba- prosa vanno ricordate le vidas di altri “colleghi” poe-
v i e
tem po è! no m mu ch e dorico della prima metà del ti (sebbene solo quella di Bertran de Ventadorn ne
Il im I o/
i , / e ah ffanno./ i e vogli XIII secolo. Figlio cadet- rechi il nome) e un certo numero di razòs, testi brevi
ann l mio a ch e voll to di una famiglia della che precedevano l’esecuzione di una poesia spiegan-
è i i
uno sio, / di le ioia. orn
piccola nobiltà, fu invia- do le ragioni per cui era stata composta. Fu autore
ntad
d e dié g Bernart de
e to dai fratelli maggiori a anche dell’Ensenhamen d’onor, una sorta di galateo
mio
V
m i
n on
Montpellier, sede per introdurre giullari, damigelle e scudieri alle rego-
m a i di una prestigio- le della società cortese. Inoltre, ma non è certo, sareb-
sa università, be da identificare con Uc Faidit, l’autore dei Donatz
per ricevere un’educa- proensals, il più antico testo di grammatica occitana.
zione religiosa. Lì, venne a contat- Egli percorse quindi tutte le tappe della carriera di
to con l’ambiente dei trovatori, al quale si un “erudito occitano”: dagli insegnamenti religiosi al
appassionò, diventando prima semplice menestrello mestiere di menestrello, dalla composizione di poesie
e poi compositore. Di lui ci sono pervenute quaranta- alla stesura di testi letterari, il tutto prestando servizio
Morire due opere, tra poesie e testi in prosa, molte delle qua- presso una delle più potenti corti italiane dell’epoca.
d’amore li composte nel lungo soggiorno italiano durato quasi
quarant’anni, in parte trascorsi alla corte di Ezzelino Alla ricerca di un protettore
L a vida di Jaufré
Rudel narra che il
trovatore si innamorò
da Romano, signore della Marca Trevigiana e vica-
rio di Federico II in Lombardia. Tra le sue opere in
Non tutti, però, erano così fortunati da trovare un
mecenate: alcuni erano costretti a spostarsi di corte

della contessa di Tri-


poli senza mai averla
vista, solo per la stra-
o rd i n a r i a b e l l e z z a
narrata dai pellegrini di
ritorno dalla Terrasan-
ta. Dopo aver dedicato
poesie e canzoni a
quest’amore lontano
(amor de lonh), desi-
derò conoscerla. Si
imbarcò su una nave,
ma durante il viaggio si
ammalò: appena sbar-
cato fu portato in un
ospedale di Tripoli. Nei
vaneggiamenti della
febbre ripeteva il nome
della contessa, tanto
che un servitore andò
da lei per avvisarla.
Presentatasi al suo
capezzale, il trovatore
comprese di essere in
fin di vita: ringraziò Dio
per averlgli fatto vive-
re quel momento e
morì tra le sue braccia.
Commossa, lei lo fece
seppellire nel cimitero
del Tempio, quindi si “Tanto amo madonna e l’ho cara, e tanta reverenza e soggezione ho per lei,
fece monaca. che di me non ardii parlare mai e nulla chiedo da lei, nulla pretendo.”
Bernart de Ventadorn, “Canzone di primavera”

60
I trovatori

Piacere alle dame


senza spiacere ai mariti in corte e di castello in castello, fino a incontrare un qualità. Perché «io non posso sopportare che un igno-
Se la nobile signora nobile in grado di comprendere la loro arte. Guiraut rantaccio, che a mala pena sa tener in mano uno stru-
era ispiratrice e protettrice Riquier, prima di mettersi al servizio di Alfonso il Sag- mento, se ne vada suonando pubblicamente per le vie,
dei poeti erranti, centro gio, dovette passare attraverso esperienze poco piace- mendicando doni; o che si affatichi a cantare fra gente
animatore della vita voli: «Vorrei un signore che mi protegga come si deve, bassa; o se ne vada per le taverne, questuando, senza
di corte, il trovatore cosicché io non sia più obbligato a vagare da una cor- osare di comparire in nessuna corte buona. Né que-
non poteva dimenticare te all’altra: vorrei smettere di fare questa vita, poiché sti, né quelli che fan giochi di prestigio, o fan giocare
la potestà del di lei marito, i conoscitori sono così poco numerosi che non vi si scimmie e burattini, meritano il nome di giullare. La
signore del castello. onora né il sapere né il talento poetico». giullaria venne creata da uomini assennati, forniti di
E allora cantava d’amore, Lo sfogo di Guiraut (di non trovare, cioè, un audito- sapere, ed ebbe per scopo di mettere le persone buo-
ma anche di battaglie rio adatto) era motivato anche dalla concorrenza sle- ne sulla via dell’allegrezza e dell’onore».
e gesta cavalleresche, ale che i trovatori si facevano tra di loro, al punto che Le parole di Guiraut ci fanno comprendere la strut-
e alla bisogna sapeva lo stesso poeta, nel 1274, si sentì in obbligo di scrivere tura che il mondo degli artisti, con il tempo, aveva
attingere al comico una suplicatio al re di Castiglia, pregandolo di redige- acquisito. Secondo Alfonso, la piramide, dal basso
e al volgare. re un regolamento che distinguesse le figure di colo- verso l’alto, era composta da ioculatores (saltimban-
ro che si esibivano in pubblico, stabilendone ruolo e chi e acrobati con i loro giochi di abilità), istriones

61
(giullari e menestrelli che suonavano e cantavano
musiche di altri) e inventores, ovvero i trovatori pro-
priamente detti. Tra questi ultimi, il re di Castiglia
e León distingueva chi sapeva unire la bravura nel
comporre a particolari doti morali, così da diventare
un modello di comportamento per gli altri e da poter-
si fregiare, a pieno titolo, della prestigiosa qualifica di
“dottore in poesia” (doctor de trobar).

Tanti generi, qualche donna


Singolare, in un’epoca maschilista come il Medioe-
vo, fu la presenza di trobairitz, ossia di dame di buona
famiglia che si cimentavano nell’arte poetica in occi-
tano, al pari degli uomini. Tra le figure più rappre-
sentative, ricordiamo Maria di Ventadorn, moglie del
trovatore Bernart, la contessa Garsenda di Provenza
e la marchesa Isabella, figlia di Bonifacio del Mon-
ferrato. La più famosa fu comunque la Comtessa de
Dia, che probabilmente si chiamava Beatriz. Innamo-
rata del trovatore Raimbaut d’Orange, si comportò

I Minnesänger tedeschi

L a poesia cortese, che si sviluppò tra il XII e il XIII


secolo, fu composta in due lingue volgari diffuse
in Francia: quella del Sud, la langue d’oc, fu scel-
ta dai troubadours (trovatori), mentre al Nord i
trouvères (trovieri) preferirono la langue d’oil, da
cui deriva il francese moderno.
Anche in Germania si diffuse l’interesse per que-
sto genere di letteratura, i cui protagonisti furono i
Minnesänger, che componevano canti (Sang) d’a-
more (Minne). Perlopiù provenivano dall’alta nobiltà,
come illustrato dal Codice di Manesse, uno splen-
dido libro miniato conservato nella Biblioteca di
Heidelberg in cui sono ritratti i maggiori poeti dell’e-
poca: tra questi, Wolfram von Eschenbach, che
compose il roman-
zo epico Parzival,
e Walther von der
Vogelweide, autore
della poesia Under
der linden (Sotto
il tiglio), tradotta
e musicata nel
1976 da Ange-
lo Branduardi, e
inserita nell’al-
bum Alla fiera
dell’Est.

62
I trovatori

al pari dei colleghi maschi, dedicandogli poesie


oi
per v osso
d’amore e proponendogli spregiudicati incon-
n a / p
lonta , / e non l suo
tri carnali: «Bell’amico, avvenente e dolce,/
ter ra l e a quando vi avrò in mio potere/ per giace-
m o re di re mi duo n accorro lce/ re con voi una sera,/ per darvi un bacio
A o o o
t to il cu dio/ se n l’amore d amoroso?/ Sappiate che gran desiderio
t u e
rim ttato da l gna.
a r e m p a n’avrei/ di tenervi in luogo del marito,/
trov le
o/ al ’ambita c
o così che non potrete rifiutare/ di fare
i am
rich ieme all f ré Ru
del tutto che io vorrò».
s u
[...] in
Ja La produzione letteraria in
langue d’oc era multiforme, spa-
ziando dalle biografie dei trovato-
ri ai saggi di studio, dalla musica alla poesia.
Anche in ambito poetico esisteva un’ampia varietà di
argomenti, ma il ruolo principale era indubbiamen-
te rivestito dall’amore in tutte le sue forme, da quello
etereo e spirituale a quello fisico e carnale. Così Ber-
nart de Ventadorn scriveva: «Non c’è da meravigliar-
si se io canto/ meglio di nessun altro cantore/ perché
più degli altri il cuore mi trae verso amore», trovan-
do nel sentimento amoroso la fonte d’ispirazione per
ogni componimento. All’opposto, da grande aman-
te della vita licenziosa qual era, nella poesia Farò un
componimento, perché ho sonno Guglielmo il Trova-
tore si vantava delle sue capacità amatorie, messe in
Gli strumenti pratica insieme a due nobildonne: «Otto giorni anco-
del mestiere ra più stetti/ da quelle parti. Tante volte feci l’amore
I trovatori francesi con loro come sentirete:/ cento e ottanta e otto volte,/
del XIII secolo usavano che per poco non ruppi i miei ammennicoli/ e il mio
la viella, antenata apparato/ e i finimenti;/ e non vi posso dire le soffe-
del moderno violino renze,/ tanto grandi me ne vennero».
ma più grande, che Accanto all’amore, i poeti cantavano anche le
si suonava anche imprese epiche dei cavalieri: combattimenti e batta-
appoggiandola in glie a cui presero parte anche alcuni trovatori, come
grembo. Strumento a Filippo di Nanteuil, che venne fatto prigioniero
corde, l’organistrum durante la battaglia di Gaza del 1239, nel corso della
necessitava di cosiddetta “Crociata dei poeti”. Altri, invece, com-
un musico che posero dei planh (lamenti) per raccontare le disfatte
azionasse una cristiane in Terrasanta: Austorc d’Aurillac, ad esem-
manovella e di pio, con Ah, Dio, perché hai trattato così male, piange
un altro che ne la sconfitta di San Luigi di Francia in Egitto nel 1250,
premesse i tasti. mentre il trovatore templare Ricaut Bonomel sfoga la
La ghironda tristezza per la perdita della città di Arsuf, nel 1265,
era simile ma nei versi del suo poema Ira et dolor.
poteva essere Ma probabilmente, più di tutti gli altri, è Bertran de
suonata da una Born a tracciare uno scintillante affresco del mondo
persona sola, cavalleresco, con la poesia Molto mi piace il bel tem-
come il liuto. po di primavera, il cui titolo indurrebbe a visioni dol-
Tamburelli e ci e romantiche, ma solo finché l’autore non chiarisce
nacchere, infine, che la primavera è la stagione giusta per fare la guer-
accompagnavano ra, il tempo migliore nel quale «ogni uomo d’alto san-
le danze. gue/ non pensi che a mozzare teste e braccia:/ meglio
morto che vivo e sconfitto!». 

63
Quando
il Grifo
sfidò
il Leone

N
Da san Giorgio
ell’ottobre del 1797, un viaggiatore ai grifoni che ti guarìano le osse di san Marco!». Watkins,
inglese di nome Thomas Watkins, Lo stemma di Genova che riporta l’episodio nel suo libro di memorie,
di passaggio a Genova, assistette in è cambiato molto nel ne riconduce la causa profonda all’odio secolare
un’osteria cittadina a una singola- tempo. Il più antico tra le due città, sviluppatosi in quel Medioevo dei
re disputa tra due veneziani e i genovesi presen- ha il Giano bifronte commerci che aveva avuto in Genova e in Vene-
ti. La discussione verteva, afferma Watkins con o lo scudo crociato zia due tra le principali protagoniste.
un po’ di stupore, sui meriti dei rispettivi patro- di san Giorgio, mentre
ni: san Giovanni Battista e san Marco. Secon- i due grifoni (si veda il In principio era il mare
do i genovesi, il Battista aveva compiuto molti ducato nella pagina a I secoli centrali del Medioevo videro più vol-
miracoli e per questo era da considerarsi il più fronte) compaiono a te genovesi e veneziani scontrarsi violentemente.
grande tra i santi. Per i veneziani, san Marco era partire dal 1139, quando Entrambe le città si erano sviluppate a stret-
senz’altro superiore poiché sedeva in cielo a fian- la città inizia a battere to contatto con il mare. Genova, emporium dei
co alla Vergine. Gli animi iniziarono a scaldarsi, moneta. Sopra, il Leone Liguri prima, città romana poi, faceva parte del
e un genovese, indignato per l’affronto subìto, di san Marco, simbolo Sacro Romano Impero. Si era affacciata pre-
estrasse il pugnale e trafisse al cuore un venezia- della Serenissima. cocemente sul Mediterraneo, guadagnando-
no gridando: «Ti manda questo san Giovanne; si con il tempo un discreto grado di autonomia

64
Genova contro Venezia

Acerrime nemiche, Genova e Venezia


furono le regine incontrastate del Mediterraneo.
L’una dominava sul mar Tirreno, l’altra
sull’Adriatico, entrambe miravano
a Costantinopoli e all’Oriente. Una contesa
secolare, esplosa in mille battaglie

di Antonio Musarra
Dottore di ricerca in Storia medievale, fellow di Harvard

che l’avrebbe portata, tra X e XI seco- ro, il primo annalista cittadino, la Crociata
lo, a emanciparsi dal potere imperia- avrebbe posto fine a un cinquantennio
le. La sua crescita era proceduta nel di lotte intestine, cementando l’identi-
continuo confronto con il mondo tà civica sulla convinzione di fungere
musulmano, mediante l’alternan- da barriera nei confronti dell’espan-
za tra una proficua attività di raz- sione musulmana.
zia, generata da un fiero orgoglio Nell’arco di qualche decennio, il
municipale, e altrettanto floride network commerciale genovese si
relazioni commerciali. Benché i sarebbe esteso ovunque, configu-
genovesi frequentassero da tempo randosi sempre più alla stregua di
i porti orientali, fu la Prima crocia- una specie di Commonwealth forma-
ta a segnare un punto di svolta per to da molti insediamenti sparsi, soven-
la loro espansione economica. A essa te frutto dell’iniziativa privata di singoli
seguì, infatti, l’installazione dei primi mercanti, famiglie importanti o consorzi
insediamenti commerciali fuori patria, lun- di cittadini, sui quali la madrepatria avreb-
go la costa di Siria e Palestina. Secondo Caffa- be esercitato una scarsa tutela.

65
Genova contro Venezia

Venezia, dal canto suo, era sorta sot- in funzione antinormanna, avrebbe con-
to l’egida dell’Impero Bizantino a segui- cesso ai veneziani di commerciare nei
to dell’invasione longobarda del tardo porti dell’Impero senza pagare dazi o
VI secolo, che aveva spinto larghi stra- gabelle. Tale privilegio avrebbe segnato
ti della popolazione a trovare rifugio l’inizio delle fortune veneziane in Orien-
tra gli isolotti della Laguna. Due secoli te, aprendo, al contempo, una nuova era,
dopo, l’imperatore orientale aveva impo- che avrebbe visto la città lagunare sta-
sto ai veneziani un proprio duca, dan- gliarsi sul Mediterraneo come poten-
do avvio alla lunga serie dei dogi, il cui za autonoma sempre più florida e forte.
profilo istituzionale sarebbe mutato nel
tempo. Lentamente, la città era andata Eterne rivali
emancipandosi dalla lontana tutela dell’Impe- Due diversi concetti Tra XII e XIII secolo, Genova e Venezia anda-
ro d’Oriente, con cui, tuttavia, avrebbe sempre di patriziato rono accaparrandosi gran parte del commercio
mantenuto stretti rapporti. A Genova il titolo mediterraneo, sviluppando una forte concor-
La traslazione del corpo di san Marco da nobiliare di patrizio renza, che non tardò a mutarsi in scontri aperti.
Alessandria d’Egitto avrebbe rappresentato un spettava solo ai maschi, Le prime avvisaglie si ebbero a Costantinopo-
momento di aggregazione particolarmente sen- a Venezia, invece, anche li: nel 1162, e poi nuovamente nel 1182, il quar-
tito, oltre che un forte richiamo per la costruzio- alle donne. Sopra, il doge tiere genovese fu dato alle fiamme, provocando
ne di una specifica identità civica veneziana. Nel Enrico Dandolo sprona i le lagnanze della madrepatria. La presa della
1082, l’imperatore Alessio I Comneno (1081- concittadini alla Crociata città da parte dei Crociati, nel 1204, avrebbe
1118), dovendo assicurarsi un solido appoggio del 1204; sotto, Venezia estromesso del tutto i genovesi dal commercio
in una carta araba.
Signora del
Mar Nero
C on il trattato di
Ninfeo (13 maggio
1261), i mercanti geno-
vesi ottennero libero
accesso ai porti bizanti-
ni del Mar Nero e quindi
all’Asia interna. Nel
1274, un notaio geno-
vese si recò a Soldaia,
“Ahi Genovesi, uomini diversi d’ogni costume e pien d’ogni magagna, prima presenza nota
perché non siete voi del mondo spersi?” sul posto. Il khan tarta-
Dante Alighieri, “Commedia”, Inferno ro autorizzò i genovesi
a insediarsi nell’antica
costantinopolitano, dando avvio a un’incessante anni dopo con la totale sconfitta dei genovesi, Teodosia, ricostruita e
guerra di corsa, che avrebbe avuto termine sol- che dovettero abbandonare la città. Estromessi ribattezzata Caffa, cen-
tanto nel 1218, alla vigilia di una nuova Crociata. dal principale porto della costa siro-palestinese, tro cruciale nell’area e
La tregua sarebbe durata un paio di generazio- essi presero accordi con Michele VIII Paleologo, nodo della rete di sca-
ni; dopodiché la lotta sarebbe ripresa, più dura imperatore di Nicea, che reclamava il possesso li verso il Mediterraneo.
che mai, localizzandosi prevalentemente lungo di Costantinopoli, ancora in mano veneziana. Il Altri si installarono sul-
la costa siro-palestinese, laddove erano andate trattato stipulato a Ninfeo il 13 marzo 1261 con- le sponde nord del Mar
concentrandosi le principali direttrici di traffico. cedeva ai genovesi ampi privilegi commerciali, Nero, nei porti fluviali
Dai tempi della Prima crociata, genovesi e vene- oltre al diritto di installare una loggia, un palaz- di Kilia e Licostomo, e
ziani vi si erano riversati, fondando quartieri in zo, una chiesa, un bagno, un forno e un numero a Tana, terminale della
tutte le principali città litoranee, e in particolare sufficiente di case nelle principali città dell’Im- Via della Seta. Gli inse-
ad Acri, divenuta, dopo la Terza crociata, la nuo- pero. In cambio, il Comune genovese promet- diamenti della costa
va capitale del Regno di Gerusalemme. Da qual- teva l’invio di galee armate, a sostegno delle sud furono rioccupati
che tempo, tuttavia, le strette viuzze faticavano rivendicazioni del sovrano bizantino. da tartari e turchi: solo
a ospitare entrambe le potenze navali. Costantinopoli fu conquistata nella notte tra Caffa resistette fino al
Le tensioni, accumulate nell’arco dei decen- il 24 e il 25 luglio da Alessio Strategopulo, luo- 1475. Quando l’As-
ni, sfociarono nella cosiddetta “guerra di San gotenente del Paleologo, che approfittò della se invase l’Urss, nel
Saba”, scoppiata verso la fine del 1256 a causa momentanea assenza della guarnigione vene- 1941, Stalin ordinò la
di una disputa sul possesso di un’abitazione di ziana. Benché i genovesi non avessero parte- deportazione degli ulti-
proprietà del monastero greco-ortodosso di San cipato all’operazione, l’imperatore mantenne mi italiani di Crimea.
Saba di Acri. Il conflitto si sarebbe concluso due comunque i propri impegni: al suono trionfale

67
pani. Un’incessante attività corsara non
Amalfi, Pisa e le altre permise, tuttavia, che si potesse procla-
mare un vincitore. Le ostilità ebbero

L’ espressione “repubblica marinara” si addice solo par-


zialmente al comune medievale, risentendo del clima
politico in cui nacque, e cioè il pieno Risorgimento. Sen-
termine soltanto con il bando di una
nuova Crociata, nel 1270. Sarebbe-
ro riprese, anche se a distanza di
za dubbio, a partire dal X secolo, alcune città affacciate sul un ventennio, a seguito della caduta
mare ottennero un differente grado di emancipazione dai delle ultime postazioni latine in Siria
quadri imperiali, e ciò principalmente a causa delle proprie e Palestina e al progressivo restrin-
attività marittime e commerciali. Amalfi, Pisa, Genova e Vene- gimento del quadro geografico e com-
zia, tuttavia, non furono affatto le uniche città a condividere questo PISA merciale all’area del Mar Nero.
status. Alla categoria di “città” o “repubbliche” marinare appartengo- La seconda guerra veneto-genovese
no altre realtà, senza dubbio minori, ma non meno importanti. avrebbe rivelato tutta l’asprezza della concorren-
Tra di esse, ebbero un ruolo di rilievo Noli, Savona, Anco- za tra le due città. Entrambe erano ormai in gra-
na, Gaeta e Ragusa, sulla costa dalmata. Noli, sita sulla do di mettere in mare flotte consistenti. Quella
costiera ligure di Levante, fu sempre in buoni rappor- veneziana era costruita dallo Stato nel famo-
ti con Genova, anche per contrastare la crescente so arsenale; quella genovese risultava, inve-
influenza commerciale del porto di Savona. ce, da una combinazione di imbarcazioni
I rapporti tra Venezia, Ancora e Ragusa conobbe- pubbliche e private. A entrambe le marine,
ro, invece, alterne vicende, che videro succedersi tuttavia, mancava un elemento essenzia-
fasi di protettorato da parte della Serenissima e le per potere ottenere una reale suprema-
tentativi di autodeterminazione. Gaeta, dal can- zia sui mari: la possibilità di controllare basi
to suo, al pari di Amalfi, fu inquadrata navali situate in posizioni strategiche, dalle
ben presto nei ranghi del Regno AMALFI
quali salpare per compiere azioni pianificate.
normanno-svevo. Tutte quan- Gli insediamenti genovesi e veneziani spar-
te, a ogni modo, seguitarono si per il Mediterraneo fungevano, infatti, più da
a ricercare e proclamare la basi di appoggio per il vettovagliamento che da
propria indipendenza, anche avamposti militari; coordinare a distanza le azio-
se con scarsi risultati. ni delle flotte era piuttosto difficile a causa di un
sistema di comunicazioni inefficiente. Nonostan-
te ciò (o, forse, proprio per questo motivo), gli
scontri furono numerosi, e gli attacchi piuttosto
RAGUSA DALMATA
Dall’Adriatico prevedibili, in quanto concentrati prevalente-
alla Pianura Padana mente contro le carovane stagionali che solcava-
Venezia controllava no periodicamente il Mediterraneo.
l’Adriatico (Stato di trombe, buccine e strumenti a corda, essi pro- Dopo una serie di eventi bellici minori, le due
da Màr), ma anche cedettero alla distruzione del palazzo veneziano, marine si fronteggiarono al largo di Laiazzo,
la terraferma padano- trasportandone in patria alcune pietre, destinate il 28 maggio 1294. I veneziani furono battuti
veneta (Domini, o Stato da ad adornare il nuovo palazzo pubblico edificato duramente, perdendo oltre 25 imbarcazioni. Lo
Tera), in continuo attrito sulla riva del mare. Qualche anno dopo, l’impe- scontro decisivo avrebbe avuto luogo, tuttavia,
con il Ducato di Milano. ratore avrebbe concesso ai genovesi di installarsi quattro anni dopo. Una poderosa flotta genove-
Sotto, il tipico morione dei nel sobborgo di Pera, situato oltre il Corno d’O- se, guidata da Lamba Doria e partita da Portove-
fanti veneziani. ro, divenuto progressivamente uno dei capisaldi nere in estate avanzata, s’inoltrò nell’Adriatico.
del potere ligure nel prosperoso Levante. Nei pressi di Curzola, incrociò una flotta vene-
ziana al comando di Andrea Dandolo.
Lotta senza quartiere La battaglia ebbe inizio il mattino dell’8 set-
La vittoria imperiale contribuì a ridisegna- tembre; a mezzogiorno era già terminata con la
re l’intera carta politica del Mediterraneo cattura di gran parte della flotta veneziana. La
orientale. Ben presto, la lotta si riaccese e via per Venezia era spianata; tuttavia, il Doria
uno scontro di larghe dimensioni ebbe luogo non osò violare la Laguna, richiamato in patria
nel 1263 nei pressi di Spetzepulo, un isolot- dalla notizia di alcuni problemi interni. Poco
to di fronte alla Grecia. Tre anni dopo, le due dopo, fu firmata una pace durevole. Da questo
marine si scontrarono al largo di Tra- lungo periodo di lotte, Genova usciva, dunque,
Genova contro Venezia

vittoriosa, anche se piuttosto provata a causa l’imperatore di Costantinopoli, che meditava di


dell’ingente sforzo armatoriale messo in atto nel Costantinopoli, estromettere i genovesi da Pera. Quella cittadi-
corso dei lunghi anni di guerra. il terreno di scontro na era andata acquisendo, infatti, un’autonomia
L’egemonia sul Bosforo, pressoché totale dalla capitale imperiale, ope-
Tra i due litiganti, il Turco gode cruciale per i traffici rando uno stretto controllo sulle merci in tran-
Le lotte che avevano costellato gran parte del con l’Oriente, fu a lungo sito nel Bosforo. Ulteriori accordi furono presi
XIII secolo avevano soltanto preparato il terre- contesa tra Venezia e con Pietro IV d’Aragona, che non nasconde-
no per quanto sarebbe avvenuto più tardi. Un Genova. Non fu dettata va le proprie mire sulla Sardegna, parte della
nuovo conflitto si sviluppò, infatti, a distanza di solo da episodi militari, quale era in mano ad alcune famiglie genovesi.
un cinquantennio, a seguito del rinnovato espan- ma anche dall’abilità nel Insomma: tutte le principali potenze marittime
sionismo genovese nei mari del Levante: in par- trattare con l’imperatore del tempo parevano coalizzate contro il capoluo-
ticolare, nel 1346, della conquista dell’isola di bizantino. La conquista go ligure. La guerra andò coinvolgendo l’intero
Chio, principale esportatrice di mastice in tut- crociata di Costantinopoli Mediterraneo. Il 13 febbraio del 1352, le flotte
to il Mediterraneo. Venezia strinse accordi con del 1204 favorì i soli delle due città si fronteggiarono nelle acque del
interessi dei veneziani.
Genova contro Venezia

Essere dogi
a Venezia
La carica di doge
fu istituita alla fine
del VII secolo sotto
la dominazione
bizantina. Secondo
la tradizione, il primo
doge fu il governatore
militare bizantino
Paolo Lucio Anafesto.
Nel corso dei secoli,
l’istituto subì profondi
mutamenti, anche
per effetto della
sua sottrazione al
controllo imperiale.
La carica dogale
divenne ereditaria,
ammantandosi di
caratteri regali, e fu
introdotto l’uso di
associare al trono
un successore.
Dal 1032, la
nascente aristocrazia
veneziana impose
severe limitazioni
all’istituto, sottraendo
progressivamente
potere decisionale
al doge. Nel 1268, il
processo di elezione
fu riformato con
l’introduzione di un
complesso sistema
di ballottaggi e di una
formula di giuramento,
redatta appositamente
per ciascun doge e
volta a limitarne le
prerogative. Con il
tempo, la funzione
dogale si sarebbe
ridotta alla sola
rappresentanza
del Comune,
con il diritto
di comandare
la flotta e
l’esercito
in caso
di guerra.

7030
Genova contro Venezia

Bosforo: nessuna delle flotte riuscì a schierarsi a


dovere, pertanto il combattimento, prolungato-
si nel cuore della notte, risultò confuso, termi-
nando in una carneficina. Poco dopo, i genovesi
subirono una pesante sconfitta per opera di una
flotta veneto-catalana al largo di Alghero.
Nel 1354 Genova armò una nuova flotta, for-
te di ventiquattro galee, che ebbe la meglio su
una compagine veneziana al largo dell’isola di
Sapienza. Il conflitto, tuttavia, procedeva con
lentezza. Esso era andato provocando gravi per-
dite a entrambe le parti; soprattutto, aveva avuto
l’effetto di bloccare quasi completamente i traf-
fici commerciali. Non passò molto tempo pri-
ma che le due città decidessero di stipulare un
trattato di non aggressione, siglato il 1° giugno
1355. La lotta terminava, dunque, senza vincito-
ri, ma con un pesante strascico di odi reciproci,
che non avrebbero tardato a manifestarsi.
L’atto finale di questa lunga vicenda si consu-
mò meno di un trentennio più tardi, a seguito Regine del mare,
della conquista genovese di Famagosta, a Cipro, ma non dell’oceano
nel 1372, seguita qualche anno dopo dall’occu- Finché il mondo L’arma segreta: i galeotti
pazione veneziana dell’isola di Tenedo, situata commerciale rimase
all’ingresso dei Dardanelli, in posizione strategi- “chiuso” nel Mediterraneo, La galea era lo strumento perfetto per solcare il Medi-
ca lungo la rotta per l’Oriente. I genovesi si alle- Genova e Venezia furono terraneo. Erede delle navi da guerra antiche, era
arono con tutti i principali avversari della rivale: le regine dei mari. Fu la slanciata, con poco pescaggio e a propulsione mista
il re d’Ungheria, il duca d’Austria, il signore di scoperta dell’America a (vela e remi). L’equipaggio era for-
Padova, il patriarca di Aquileia. Venezia poteva spostare l’asse mato da maestri d’ascia, marinai,
contare soltanto sull’imperatore bizantino e sul sull’Atlantico: soldati, cappellano e cerusico; ma
milanese Bernabò Visconti, che non nascondeva l’egemonia passò ai soprattutto dai rematori, i galeotti.
il desiderio di appropriarsi del porto genovese. Paesi che sapevano 1 Albero di maestra: lungo circa
Nell’agosto del 1377, una flotta genovese, varare navi 20 m, venne affiancato più tardi
forte di dieci galee, assaltò Tenedo, salda- più adatte da un albero più basso;
mente difesa dai veneziani. Quasi nello all’oceano. 2 Rembate: i palchi ai lati del-
stesso tempo, l’imperatore bizanti- la prora, dove si ammassavano
no, coadiuvato da alcu- i soldati per combattere all’ar-
ni contingenti turchi, ma bianca e abbordare il nemico;
pose Pera sotto asse- 3 Castello di poppa: unico pun-
dio. Una cruenta batta- to coperto del ponte, ospitava il
glia navale si consumò comando. Sottocoperta si conser-
nel marzo del 1378 al
1 vavano cibo e munizioni;
largo di Anzio, risol- 4 Banchi di voga: occupavano i 3/5
vendosi nettamente della superficie della nave. I remi era-
a favore di Venezia. no lunghi 20 m e più;
Nel maggio succes- 5 Sperone: lungo 5/6 m, penetrava
sivo ebbe luogo nella nave avversaria per consentire
un nuovo scon- l’arrembaggio
tro, che si
risolse, 5
invece, a
2
favore dei genovesi.
La vittoria spinse
3
4
71
Genova contro Venezia

il Governo genovese ad armare altre 24 galee, la mediazione di Amedeo VI di Savoia, cui fu


poste sotto il comando di Pietro Doria. Piut- affidata l’isola di Tenedo: entrambe le parti si
tosto inaspettatamente, esse puntarono obbligavano a non navigare per due anni alla
dritte su Venezia, riuscendo a impadronir- volta di Tana, nel Mar Nero; Venezia, inol-
si di Chioggia Maggiore. Il blocco scatenò tre, non avrebbe dovuto intromettersi nel-
il panico tra i veneziani, i quali si risolse- le questioni cipriote. Il trattato, in sostanza,
ro a chiedere la pace, senza però trovare sanciva l’incapacità tanto genovese quan-
ascolto. Il grave pericolo fu scongiurato dal to veneziana di affermare una reale supre-
sopraggiungere di una flotta veneziana al mazia sul Mediterraneo orientale. Nei fatti,
comando di Carlo Zeno, di ritorno dal Levan- i veri beneficiari sarebbero stati gli Ottomani,
te, che strinse i genovesi in una morsa. che avrebbero approfittato della debolezza del-
Tormentati dalla fame, più volte essi tentarono le due marine per i propri progetti di espansio-
la fuga, cadendo sotto i colpi dell’artiglieria nemi- Pochi scontri diretti, ne a danno dell’Impero Bizantino.
ca. La resa sopraggiunse poco dopo, fruttando ma fondamentali
oltre 4.000 prigionieri. I resti delle galee genovesi La Guerra di Chioggia Verso nuovi orizzonti
furono rimorchiati a Venezia con la chiglia rove- del 1378-1381 (sopra, Genova e Venezia sarebbero tornate a con-
sciata e gli stendardi in acqua, in segno di spregio. in un affresco di frontarsi, anche se con minor vigore, al prin-
Un’ulteriore flotta genovese non poté fare altro Lorenzino di Tiziano) cipio del secolo successivo. Un nuovo accordo
che attaccare Trieste, consegnando quest’ultima mise in grave pericolo la venne firmato nel 1404, seguito da una pace più
al patriarca di Aquileia, così che l’esito definitivo Serenissima, che si salvò completa due anni dopo. Entrambe possedeva-
del conflitto risultò ancora una volta ambiguo. La dall’invasione genovese no ormai obiettivi divergenti, differenti da quelli
guerra, a ogni modo, poteva dirsi terminata. La solo grazie all’arrivo che avevano guidato gli interminabili scontri dei
pace fu conclusa a Torino l’8 agosto 1381 con inatteso di una flotta due secoli precedenti. Da qualche tempo, Geno-
veneziana dall’Oriente.

I banchieri genovesi

A malfi decaduta, Pisa sotto il controllo fioren-


tino: tra Trecento e Quattrocento il destino
delle quattro repubbliche marinare italiane, fino a
quel momento parallelo, tende a divergere. Sul
grande palcoscenico restano Venezia e Genova,
la prima intenta ai suoi traffici a Oriente e legata
al retroterra, la seconda, priva di un entroter-
ra sfruttabile e sconfitta a Levante, che prova a
scommettere su mercanti e banchieri.
Nel Quattrocento è la finanza italiana a detta-
re legge in tutta Europa. E se i banchieri fiorentini
inventano la “nota di banco”, Genova rispon-
de (anzi, anticipa i suoi rivali toscani) fondando il
Banco di San Giorgio (Casa delle Compere e dei
Banchi), la prima banca moderna.
Siamo nel 1407 e l’istituto
antesignano delle attua-
li banche centrali già
gestisce la fiscalità e il
debito pubblico del-
la Repubblica, oltre
a concedere presti-
ti (sia ad altri Stati
che a enti religiosi)
ed emettere moneta.

72
“Mi piace assai riandare con la mente a Venezia, a quella grande realtà
sorta dal grembo del mare come Pallade dal cervello di Giove.”
Johann Wolfgang von Goethe, scrittore tedesco (1749-1832)

va aveva iniziato a riconvertire i propri interessi be andata concentrando i propri sforzi verso la
commerciali verso i porti occidentali di Spagna, I l segreto veneziano costruzione di quello “Stato da Tera” che avreb-
Inghilterra e Fiandre. I suoi mercanti iniziava- dell’immortalità be dovuto completare e sostenere lo “Stato da
no ad abbracciare sempre più convintamente le Con il tempo, Venezia Màr”. Per oltre tre secoli, inoltre, avrebbe tenta-
attività bancarie e finanziarie, assai più redditizie si rese conto che, per to di difendere i propri confini e i propri domi-
rispetto alla tradizionale pratica commerciale, mantenere il proprio ni dall’espansionismo ottomano.
sfavorita anche dalle difficoltà di trasporto dei ruolo, era necessario Benché la sua potenza marittima ne risultas-
beni oltre le Alpi Marittime, i cui valichi costi- bilanciare i possedimenti se nei fatti ridimensionata, la Serenissima non
tuivano una barriera ardua da superare. di mare con quelli su avrebbe smesso di suscitare stupore per la pro-
Dal punto di vista politico, inoltre, la città era terraferma. Anche pria peculiarità, avendo pur sempre «per pavi-
preda delle fazioni: l’instabilità interna sareb- perché altri Stati (in mento il mare, per mura le onde, per tetto il
be sfociata più volte nella dedizione a signori primis Milano) tentavano cielo, per strade l’acqua marina». L’astio tra le
stranieri, nel disperato tentativo di risolvere le l’espansione nella due città, a ogni modo, si sarebbe mantenuto
contese intestine. Venezia, dal canto suo, sareb- Pianura Padana. inalterato, divenendo infine proverbiale. 

73
Luoghi
di perdizione,
ma anche fonte
di guadagno
per tutti:
ecco come
il Medioevo
gestiva
il problema
millenario
delle case
di piacere

di Maddalena Freddi


Lucrosi
BORDELLI
M
Strega uguale
edioevo casto e puro? Non troppo. prostituta to per varie ragioni (genaralmente perché stuprate
Certo, il sesso all’epoca era con- Tra strega e prostituta o ex schiave ingravidate dai padroni e poi lasciate
dannato dalla Chiesa se non finaliz- non c’era grande andare): vendere il proprio corpo costituiva quin-
zato alla procreazione, e comunque differenza: la prima era di l’unico mezzo per mantenersi. Le prostitute, inol-
anche in quel caso occorreva avere cura di prati- accusata di accoppiarsi tre, erano reclutate da appositi lenoni per servire gli
carlo evitando la ricerca del piacere fine a se stesso. con il Demonio. eserciti, oppure si aggregavano ai crociati, alle bande
Ma è vero anche che la prostituzione, il mestiere In questa miniatura, criminali e ai pellegrini. In una lettera inviata all’ar-
più antico del mondo, era ben presente nella socie- una strega cavalca civescovo Cutberto di Canterbury nell’VIII secolo,
tà del tempo, tollerato se non addirittura incorag- un fallo animato san Bonifacio consigliava di scoraggiare le inglesi
giato. E a sfruttarlo non erano soltanto ruffiani e anziché la scopa. dal partire in pellegrinaggio: non solo per il rischio
lenoni, ma anche le autorità, sia civili che eccle- di perdere la verginità durante il viaggio, ma anche
siastiche, che gestendo i bordelli (o appaltandoli) perché rischiavano di finire tra le tante che, allettate
incameravano ogni anno lucrosi guadagni. da facili guadagni, avevano preferito fermar-
Fino all’anno Mille, il si in Francia e in Lombardia, trasformando-
meretricio non era orga- si da pie donne in meretrici.
nizzato e a esercitar- A partire dall’XI secolo, con la ripre-
lo erano donne povere o sa dei traffici commerciali, le prostitute
impossibilitate a trovare mari- iniziarono a insediarsi in città, in quartieri specifi-

74
Prostituzione

ci e distinti. L’isolamento e l’immediata riconoscibi- nel Cinquecento, partecipavano ai banchetti in


lità delle donne “pubbliche” rispetto a quelle “per Sacro e onore dei papi (come quello organizzato da Cesa-
bene” erano sanciti dalle leggi suntuarie, che limi-
tavano abbigliamento e ornamenti a fini morali: nel
profano re Borgia per il padre Alessandro VI, nel 1501) ed
erano rispettate e ammirate. Da puttane a corti-
Quattrocento (ma sono documentati anche casi pre-
cedenti) fu imposto alle prostitute di indossare un
segno peculiare, solitamente un velo giallo. Il feno-
S e i teologi con-
sideravano la
prostituzione un male
giane, per loro i tempi
ormai erano davvero
cambiati. 
meno esplose e i bordelli, detti balnea (bagni) o stufe, necessario (per
divennero tanto redditizi che le autorità non esitaro- tenere a freno la lus-
no a sfruttarli apertamente. Ad Avignone ne furo- suria ed evitare il
no creati di pubblici; in Inghilterra Enrico II emanò diffondersi altrimenti
una serie di disposizioni dedicate e nominò appositi incondizionato di adul-
funzionari, i balivi, per garantirne efficienza e igiene. terio, masturbazione
Nella libera città tedesca di Ulma, le strade dei quar- e omosessualità), le
tieri in cui si trovavano i luoghi di piacere venivano autorità ecclesiastiche
addirittura illuminate a giorno ogni volta che l’impe- con il tempo presero
ratore si recava a visitarli. Solo il piissimo Luigi IX di a favorire la creazione
Francia sembrò interessarsi alle implicazioni morali di bordelli per ricavar-
e provò a distogliere le donne dal meretricio offren- vi rendite cospicue.
do loro denaro e una pensione, in cambio del penti- All’inizio del XII secolo,
mento e della promessa di mutar vita. Ma fece flop: ad esempio, l’ordi- Da prostituta
delle 12 mila prostitute parigine (quasi il 10% della nanza delle terme di a santa
popolazione della città) soltanto 200 si presentaro- Sou thwa r k re gola- Le prostitute
no all’appello. Tutte le altre, evidentemente, erano mentava il governo potevano pentirsi
convinte che il mestiere, per quanto non certo pre- dello stabilimento, di e finire la loro vita
stigioso, potesse fruttare loro molto di più. proprietà del vesco- in convento.
Nel Trecento, tutte le maggiori città d’Europa vanta- vo di Winchester. Nel La loro santa
vano bordelli di lusso. Alcune donne di piacere rina- 1309 un altro vescovo, protettrice era
scimentali posarono per artisti illustri e divennero Giovanni di Strasbur- Maria Maddalena.
celebri per la loro abilità nell’intrattenere i facoltosi go, ne fece costruire
clienti anche con altre arti oltre a quelle di Venere: uno a sue spese.
cantare, ballare, suonare e recitare poesie. A Roma,

Le terme del peccato


I l “mestiere” veniva esercitato anche nei tan-
ti bagni, o stufe, presenti nella stragrande
maggioranza delle città dell’epoca medieva-
le. Eredi dirette delle terme romane, le stufe
avevano conosciuto grande popolarità dopo
la stagione delle invasioni dei barbari (che le
avevano mutuate dal bagno a vapore mol-
to amato dalle genti delle steppe, delle quali
importarono svariati usi e costumi) e in segui-
to ai contatti con il mondo musulmano, che a
sua volta le aveva copiate dai bizantini.
Nel Medioevo, dunque, erano luoghi dove
recarsi non solo per curare la propria igie-
ne, ma anche per godere di ben altri sollazzi.

75
I veri
GIGANTI
del NORD
Una serie televisiva di enorme successo
ha finalmente portato sullo schermo il mondo crudo
ma non barbarico dei Vichinghi.
Quanto è fedele la sua ricostruzione storica?

di Nicola Zotti
Esperto di Storia militare

76
I Vichinghi di Lothbrok

L
a terza stagione della serie televisiva
Le lunghe navi Vikings si è da poco conclusa e già
che recavano morte i numerosi appassionati che hanno
I drakkar, le terribili navi seguito la saga di Ragnar Lothbrok
con la testa di drago, in Italia e nel mondo sono in attesa della quarta.
solcavano i mari e i Uno straordinario successo di pubblico per una
fiumi navigabili cariche produzione nata dalla collaborazione tra l’Irish
di Vichinghi pronti Film Board e History Channel Canada: il primo
al saccheggio. Al solo sceneggiato realizzato espressamente per essere
apparire dei rostri trasmesso dal famoso canale televisivo interna-
si scatenava il panico. zionale dedicato alla Storia.
Per gli amanti del Medioevo, Vikings rappre-
senta una novità molto apprezzata. Per la prima
volta, un canale tematico storico ha sperimenta-
to la via della spettacolarizzazione, affrontando
le domande legittime che un pubblico atten-
to, curioso ed esigente come quello interessato
alla Storia si è inevitabilmente posto: ciò che sto
guardando è fedele alla realtà storica?
La presentazione della serie che compare sul
sito dell’Irish Film Board non lascia spazio ai
dubbi: «Vikings segue le avventure di Ragnar
Lothbrok, un personaggio storico reale e il più
grande eroe della sua epoca». Ma il canale Rai
4, che ha trasmesso lo sceneggiato in Italia, par-
la invece di una «serie a sfondo storico» e defi-
nisce Ragnar Lothbrok una «figura centrale della
mitologia norrena, di cui non è accertata l’esi-
stenza storica». Due descrizioni decisamente
diverse di Vikings e del suo protagonista.
Per far luce sul grado di veridicità della produ-
zione televisiva bisogna procedere in due diverse
direzioni, svelando da un lato gli artifici narra-
tivi di Michael Hirst, autore del programma e
vero specialista del settore (al suo attivo i film
Elizabeth e Elizabeth: The Golden Age, e la serie
tv I Tudors) e dall’altro ciò che effettivamen-
te sappiamo con ragionevole approssimazione
dei Vichinghi. Hirst ha chiarito l’intenzione del
suo sforzo narrativo nel corso di un’intervista:
«In un certo senso io sto esplorando i Vichin-
ghi insieme al pubblico e mi auguro che la gen-
te trovi nel mio lavoro lo stimolo per leggere e
imparare di più sul loro conto».

Tra Storia e fantasia


In effetti, sono molte le difficoltà che incontra
chi deve tradurre in film una vicenda storica, e
in Vikings le troviamo tutte.
In primo luogo, la storia di Ragnar Lothbrok
è narrata in una prosecuzione ideale della Saga
dei Volsunghi, ossia la Saga di Ragnar Lothbrok,
opera di un anonimo autore scandinavo del XIII

77
secolo che attinse soprattutto da tradizioni ora- documenti storici omettono: dalle stoviglie agli
li; e poi dalle Gesta dei Dani di Sassone il Gram- Vestiti di ferro, abiti, dalla forma delle case ai metodi di combat-
matico (1150-1220 ca.) e da altre fonti ancora. affamati di oro timento, dai colori alle acconciature.
La serie, dunque, già in partenza occupa uno L’armamento tipo dei I resoconti dei contemporanei sono estrema-
spazio nebuloso tra fiction storica e mito: e non Vichinghi era composto mente aridi di informazioni. Per esempio, il raid
solo per la sua natura di narrazione drammatiz- da maglia di ferro, elmo, di Lindisfarne, che in Vikings costituisce il pun-
zata, ma proprio perché lo stesso materiale che spada, scudo e ascia. to di partenza della narrazione sia dal punto di
intende rappresentare è già di per sé “romanza- Le cronache raccontano vista cronologico che drammatico, nelle Crona-
to”, riferendosi a figure leggendarie di un passa- che questi sanguinari che sassoni viene liquidato con questa sola frase:
to lontano, forse mai realmente esistite, ma che guerrieri ambivano «Il sesto giorno prima delle idi di gennaio, dolo-
per secoli hanno avuto un posto accanto al fuo- solo al bottino. In rose incursioni di uomini pagani hanno distrut-
co nei racconti di un intero popolo. realtà, sappiamo che to la chiesa di Dio dell’isola di Lindisfarne con
erano anche validi feroce rapina e massacro». Decisamente poco
Il sanguinoso raid di Lindisfarne commercianti. per costruirci sopra un’intera puntata senza
Probabilmente Ragnar non è mai esistito, o for- lavorare un po’ di fantasia. L’autore, però, tra-
se nella sua persona sono confluiti i tratti di più sforma l’avvenimento nella scintilla da cui sca-
eroi scandinavi del IX secolo, tramandati oral- turisce la storia di Ragnar, operando una
mente di generazione in generazione per secoli, nutrita serie di forzature storiche a
fino alla trascrizione avvenuta nel XIII. beneficio della potenza espres-
Per altro, gli stessi Vichinghi protagonisti dello siva della narrazione filmica.
sceneggiato usavano la parola come metodo prin- La sua decisione di navi-
cipale di trasmissione della conoscenza, costrui- gare verso Occiden-
vano soprattutto con materiali degradabili come te origina da un
il legno, e ci hanno lasciato quasi esclusivamen- sogno: l’esistenza
te oggetti di uso quotidiano. Non sono stati di delle Isole Bri-
grande aiuto, insomma, a chi avrebbe dovuto nar- tanniche. La
rare la loro vita quotidiana mille anni più tardi. spedizio-
Ancor più che in una storia scritta, infatti, uno ne, che
spettacolo televisivo deve inserire i personag-
gi in un’ambientazione precisa, che è
parte integrante della narra-
zione stessa, aggiungen-
do dettagli che i
I Vichinghi di Lothbrok

porterà al saccheggio del monastero di Lindi-


L’arte della guerra sfarne, viene contrastata dal conte (Jarl) Harald-
son, che non solo nega fermamente che tali isole

F ortunatamente la serie tv Vikings


risparmia allo spettatore l’im-
m a g i n e s te re oti p at a d e i
esistano, ma deride la credulità di Ragnar e gli
proibisce di partire, minacciandolo di una severa
punizione se disubbidirà al suo ordine.
Vichinghi che combattono
con un elmo con le corna. Licenze poetiche
Tuttavia, molto spesso i guerrieri La scelta narrativa di Hirst è estremamen-
non indossano alcun tipo di elmo te impegnativa, perché vuole far coincidere l’i-
e neppure la corazza, che invece nizio di Vikings e della storia di Ragnar con la
erano immancabili nelle loro azio- prima incursione vichinga in Gran Bretagna
ni militari. La rappresentazione dei attestata storicamente, ossia proprio il saccheg-
combattimenti si basa sulle ipote- gio di Lindisfarne. Quest’ultimo, però, è datato
si che oggi hanno maggior seguito al 793, cioè ben mezzo secolo prima delle pre-
tra i rievocatori, ma che non han- sunte gesta del “vero” Ragnar. La Storia attribu-
no basi storiche solide e affidabili. isce al vichingo il saccheggio di Parigi dell’845 e
Vediamo i V ichinghi utiliz za- Come fronteggiare ne fissa la morte attorno all’865 in Northumbria
re lo scudo in modo molto attivo, i predoni del Nord? (Inghilterra); la serie ci mostra invece un Ragnar
per colpire e non solo per parare, Tra l’VIII e l’XI secolo i raid almeno trentenne che naviga con i suoi compa-
impiegando la spada come arma vichinghi non si contano. gni d’arme verso Lindisfarne, allungandogli la
secondaria. L’esito spettacolare I cronisti, soprattutto vita ben oltre il plausibile.
è assicurato, e questo ha un suo se monaci, non esitavano Questo a prescindere dal fatto che l’intenzione
peso in televisione, ma è bene sot- a paragonarli al diavolo della serie di presentarlo come un eroe che trava-
tolineare la natura congetturale di e ai flagelli biblici: lica i confini dell’ignoto e sfida l’autorità costitui-
questo tipo di scontro, che non è con loro si poteva ta dello Jarl Haraldson, contraddice almeno altri
suffragato da alcun “manuale” di cercare di trattare, ma due punti fermi sui Vichinghi.
combattimento vichingo. la cosa migliore era Innanzitutto, erano perfettamente a conoscen-
darsi alla fuga.

79
za dell’esistenza delle Isole nell’antico tribalismo germani-
Britanniche da almeno tre co descritto da Tacito ed era
L’aquila secoli prima dell’incur- sostanzialmente collegia-
di sangue sione di Lindisfarne, ma
soprattutto la loro società
le, incentrata su assemblee
locali, distrettuali e regio-
politica era profondamen- nali di uomini liberi chia-

N ella settima
puntata della
seconda stagione di
te diversa da come ci viene
descritta nello sceneggiato
per “licenza poetica”.
mate “Thing”. L’autorità
del Thing era concentra-
ta in corti di dodici uomini,
Vikings, lo Jarl Borg In un ambito importan- che amministravano la legge
viene sottoposto da te come questo, la narrazio- dopo averla imparata a memo-
Ragnar al racca- ne di Vikings si discosta in modo ria. Queste assemblee non erano
pricciante supplizio sostanziale dalle convinzioni matura- completamente egualitarie, perché
detto dell’“aquila di te dagli storici moderni. capi e maggiorenti locali esercitavano un’in-
sangue”. La sce- Sorvolando sul fatto che Haraldson è un cogno- fluenza diversa. Tuttavia la loro sostanza era di
na, particolarmente me ed è norma che i regnanti vengano presenta- fatto collegiale: ogni uomo libero aveva diritto
cruenta e brutale, ti con il nome, la sostanza del rapporto tra lui e di parola e non esitava a reagire per riaffermare i
segue le descrizio- Ragnar è quella tipica tra protagonista e antago- suoi diritti se un capo cercava di lederli.
ni riportate in alcuni nista. Lo Jarl Haraldson è il cattivo, un re pre-
testi del tardo Medio- potente e assolutista, arrogante e conservatore, I capi non erano poi così potenti
evo vichingo: la intenzionato a esercitare in pieno il suo pote- Nella serie, invece, il Thing si riunisce nel palaz-
schiena del condan- re per fermare Ragnar e spegnerne la voglia di zo dello Jarl e gli è completamente subordina-
nato viene aperta a conoscenza e l’anelito di libertà. Il dualismo vec- to. Haraldson agisce con toni e modi che i veri
colpi di scure e ogni chio/cattivo contro giovane/buono non è certo Vichinghi non avrebbero mai tollerato, anche
costola recisa dalla un espediente narrativo inedito, ma in Vikings perché secondo una delle antiche leggi del Thing,
spina dorsale e diva- assume una valenza decisiva. che purtroppo non è possibile datare, ribellar-
ricata verso l’esterno La società vichinga affondava le sue radici si contro un capo prepotente e accentratore
formando delle spe-
cie di “ali”, per poi
e s t r a r re a l m a l c a -
pitato i polmoni e
provocarne la morte.
Gli studiosi moverni
sollevano dubbi sulla
realtà storica di que-
sta tortura. La sua
descrizione derive-
rebbe da un’errata
interpretazione del-
le tradizioni orali da
parte di trascrittori di
epoche successive.
Il suo significato ori-
ginale sarebbe stato
puramente metafo-
rico, equivalente
all’abbandono del
cadavere del nemico,
affinché venisse scar-
nificato dalle aquile,
dai corvi e dagli altri
uccelli rapaci.

80
I Vichinghi di Lothbrok

Dal paganesimo
alla fede in Cristo
I Vichinghi erano pagani
e veneravano Odino,
Thor, Freyr e la sorella
gemella Freya. Essi
avevano forma umana
e qualità che i Vichinghi
ammiravano, ma anche
difetti. Con il passaggio
al cristianesimo, molti
elementi della religione
antica (soprattutto
a livello simbolico e
iconografico) rimasero
nell’immaginario, come
testimonia la stavkirke
(chiesa fatta con doghe
di legno) di Borgund, in
Norvegia, costruita alla
fine del XII secolo.

“Giunsero con la loro flotta i Danesi, portando morte e distruzione.


I capi erano Ivar e Ubbi, la cui alleanza era stata voluta dal diavolo.”
Aelfric, “Passione di Edmondo”

81
Come li immaginavano
era addirittura un dovere civile. Le riunioni del cent’anni fa Dunque sarebbe stato storicamente più corret-
Thing, inoltre, si svolgevano all’aperto, in un luo- L’idea ottocentesca di to rappresentare il rapporto tra lo Jarl Harald-
go pubblico e neutrale che non non doveva offri- vichingo è lontanissima son e Ragnar a parti invertite, con l’anziano capo
re alcun vantaggio, neppure simbolico, al capo. dal vero, così com’è interprete delle tradizioni comunitarie e “libe-
È vero, però, che proprio nell’epoca in cui si falso il mito dell’elmo rali” e il giovane ribelle che cerca di imporre
svolge Vikings si stavano profilando profondi con le corna. al suo popolo un regime assolutista: un conflit-
cambiamenti nella società vichinga. to tra conservatori e innovatori forse anche più
Il Thing era sotto attacco da parte di una nuova interessante e provocatorio dal punto di vista
corrente di pensiero che prefigurava un’organiz- narrativo di quello proposto da Hirst.
zazione politica diversa e se ne faceva portatri-
ce. Il retaggio collegiale del passato non solo Quei Vichinghi così “romantici”
era considerato superato, ma perfino d’ostaco- Anche in altre circostanze, invece, lo sceneggia-
lo per il vertiginoso impeto espansivo che avreb- tore opta per una narrazione piuttosto tradizio-
be segnato il futuro dei popoli nordici: solo un nale, che non si distacca troppo dai canoni usuali.
re che avesse concentrato nelle sue mani tutto il Nella già citata presentazione sul sito di Rai 4,
potere e tutte le decisioni avrebbe potuto porta- leggiamo che «la serie contamina con efficacia una
re a compimento quel destino glorioso. buona precisione documentaristica e una vivace
Queste nuove idee, già solidamente diffu- veste di genere, che fa proprio dell’estremo reali-
se nell’Europa continentale imperiale, erano smo la sua cifra principale, tratteggiando il ritratto
sostenute soprattutto dai Vichinghi converti- senza filtri di un Medioevo di potere e di barbarie».
ti al cristianesimo (benché vi fossero cristiani Anche dal punto di vista estetico, in realtà,
anche tra gli oppositori) e corrispondeva alla Vikings non va oltre gli stereotipi di un Medio-
necessità di abbandonare il collegiale Thing al evo oscuro e selvaggio, nato con l’illuminismo
pari di ogni altro retaggio barbaro e pagano. e reso ancora più fosco dal romanticismo otto-

82
I Vichinghi di Lothbrok

centesco e dal suo immaginario “gotico”. E


Sporchi, ma belli così ci serve teschi di nemici uccisi come
(e con l’eyeliner) corredi ornamentali, fiordi suggestivi in
una Svezia che in realtà ne è priva, templi

T re viaggiatori di origine orientale,


l’arabo Ahmad ibn Fadlan, l’ebreo
Abraham ben Jacob e il persiano Ahmad
come quello di Uppsala, arroccati su un
dirupo circondato da un bosco mistico
e misterioso (mentre più modestamen-
ibn Rustah, ci hanno tramandato i costu- te sorgeva in una brulla pianura) e dub-
mi e le usanze dei Vichinghi del X secolo. bi riti sanguinari. La stessa fotografia e
Testimoni in prima persona, sono con- i cupi colori dominanti che ne costitu-
cordi nel def inire il popolo del Nord iscono la cifra stilistica vogliono corri-
amichevole e ospitale, ma anche piutto- spondere a un’estetica di genere “post
sto bizzarro e stravagante. apocalittico” e alla popolarità delle pro-
Colpiti dalla statura, dall’armonia e dalla duzioni fantasy, più che rispecchiare l’a-
bellezza di uomini e donne, al contempo non more dei Vichinghi per i colori sgargianti,
poterono che deprecarne la scarsa igiene, un che peraltro è inequivocabilmente testimo-
aspetto di assoluta importanza per chi era abi- Le armi splendenti niato dai loro lasciti.
tuato alle quotidiane abluzioni rituali. Vikings dei grandi capi Ma ben vengano questi e anche altri espedienti
è fedele nella rappresentazione degli occhi L’elmo “a maschera” di spettacolarizzazione scenica, se poi il risulta-
dei Vichinghi contornati di nero, un espedien- della cultura di Vendel to è davvero quello che lo stesso Hirst ha sogna-
te che probabilmente serviva anche per ridurre (Svezia) si diffuse in tutto to per Vikings: stimolare lo spettatore a leggere
il riverbero del sole. Così lo descrive Abraham il Baltico e nel Nord, e fu e saperne di più su un popolo che ha segnato
ben Jacob: «C’è anche un cosmetico artificiale usato anche da sassoni profondamente la storia europea (perfino quella
per gli occhi, che quando lo usano la bellezza e russi. Sotto, una scena della lontana Italia) e che, come affermava Jorge
non svanisce, ma al contrario aumenta sia negli della serie tv Vikings. Luis Borges, con le sue saghe così vivide e asciut-
uomini e sia nelle donne». te ha inventato il romanzo moderno. 
Nei secoli fedeli
Cani e gatti erano amati e vezzeggiati anche
nel Medioevo. Lo provano ritratti, manuali
di allevamento, cronache e aneddoti. E i loro nomi

di Maddalena Freddi


T
igri e Megastomo, Rubino e Bellina. Ma anche Martino, Miago- Impronte dispettose
lino, Tiberio e Zampetta. Il Medioevo dava nomi propri agli ani- Tracce di gatto
mali domestici riservando loro un ruolo speciale in famiglia e negli sulle pagine di un codice:
affetti, più o meno come succede oggi. Può sembrare scontato ma possiamo immaginare
non lo è: per secoli, cani, gatti e affini furono considerati utili solo se svolgeva- il felino accucciato
no un “lavoro”. I cani facevano la guardia e partecipavano alla caccia, e i gatti ai piedi dello scriba
tenevano sotto controllo la proliferazione dei topi, altrimenti esponenziale. Ma e poi, quando questo
il loro compito non si esauriva qui. Fido e Micio erano presenze fisse in molte si allontana un attimo,
case, in campagna come in città, e non si contano le fonti che dimostrano quan- eccolo saltare sulla
te attenzioni i padroni riservassero ai loro beniamini, eccessi compresi. C’erano scrivania, giocare
però differenze significative: se il cane, addomesticabile e obbediente, era con- con gli inchiostri
siderato un compagno affidabile e rassicurante, il gatto era visto con sospetto e poi zampettare
a causa della sua natura indipendente. Si intrufolava in casa di nascosto, non sul libro. Una scenetta
rispondeva al richiamo, spariva e tornava a piacimento: in altre parole, era un divertente che è rimasta
essere “al confine” tra mondo domestico e natura selvaggia. Nonostante la sua impressa nella Storia.
indubbia utilità, finì quindi per essere associato al demonio e alle streghe e per-
seguitato, vittima di un pregiudizio secolare che dura ancora oggi. E dire che
nel mondo islamico avveniva esattamente il contrario: a essere apprezzati erano
i gatti, che Maometto lodava per la pulizia, mentre i cani viceversa erano con-
siderati impuri e il loro mantenimento domestico scoraggiato. Ma se ciò, nella
pratica, non impediva che anche i cani fossero tenuti per diletto (lo dimostra
una serie di manuali che insegnava a prendersene cura in modo efficiente), il
ruolo di Fido nell’Islam restò quello di lavoratore e basta.

In posa con il levriero


Non così i cani da caccia: allevati per la nobile arte esercitata dalle élite, rap-
presentavano ovunque uno status symbol, un patrimonio da curare e gesti-
re con oculatezza e di cui, all’occasione, pure vantarsi. Ce ne dà un esempio
eloquente il conte Gastone III di Foix (1331-1391), che dedicò un intero
capitolo del suo manuale di caccia all’allevamento dei levrieri. E ci confida
il suo personale metodo per garantirsi affetto incondizionato: rivolgersi a
loro come fossero, in tutto e per tutto, dei cristiani.
Simbolo di fedeltà per eccellenza, i cani hanno accompagnato i loro padroni
fin dal passato più remoto e continuano a farlo nel Medioevo. Se ne trovano i
resti in sepolture di età longobarda a Povegliano (Verona) e a Testona (Tori-
no): levrieri e molossoidi, per la precisione, sacrificati in occasione della morte
del padrone. Con il passare dei secoli, però, l’amore aumenta, per trasformar-
si, all’alba del Rinascimento, in una passione che contagia duchi e regnanti:

84
Animali domestici
Animali domestici

“È cosa sciocca andare a caccia con cani svogliati.”


Animali musicisti Plauto
e giocolieri
I marginalia, le miniature allevare cani diventa un (costosissimo) hobby e Bareta» e lo stesso fece Francesco Gonzaga con
che decorano i margini farsi ritrarre in loro compagnia praticamente un Francesco Bonsignori. L’opera di quest’ultimo, si
dei testi, spesso obbligo. È un levriero persiano, ad esempio, a dice, riuscì talmente bene da trarre in inganno un
rappresentano animali scortare Enea Silvio Piccolomini (il futuro papa compagno di muta, che attaccò il ritratto avendo-
in pose e atteggiamenti Pio II) in partenza per il Concilio di Basilea (l’af- lo scambiato per un cane vivo e vegeto.
strani. Qui un cane fresco è del Pinturicchio). E sono due levrieri ad La passione cinofila non conosceva confini e
suona il violino assistere Sigismondo Pandolfo Malatesta men- investiva anche letterati (nella Sala dei Giganti di
reggendosi tre prega nel Tempio di Rimini (stavolta Padova, Francesco Petrarca compare con il cane
in equilibrio il ritratto è di Piero della Francesca): la che aveva adottato), prelati e perfino santi. Quan-
precario coppia gli era stata donata da Lorenzo di do il cane è insieme a una dama, però, le cose si
su un ramo. Pierfrancesco de’ Medici, e lui aveva fat- fanno intriganti ed è un attimo perché scatti l’al-
to realizzare appositamente eper loro lusione erotica. Scrive Enrico Maria Dal Pozzolo
una serie di collari d’argento dal suo nel suo saggio Parole, gesti e carezze nella pittura
orafo di corte. veneziana del Cinquecento: «L’ipotesi è forse meno
Non paghi di comparirvi accanto, i peregrina di quanto non sembri, se si considera
signori commissionavano dei beniamini addirit- che spesso nella lirica cortigiana s’insistette su un
tura il ritratto: così il duca di concetto di questo tipo: l’amante voleva godere
Milano Galeazzo Maria Sfor- dell’amata, stando sul suo seno, proprio come il
za chiese a Zanetto Bugatto di cagnolino – si perdonino i bisticci – amato dall’a-
immortalare «il cane chiamato mata. E poiché l’amata non sempre ricambiava

86
Animali domestici

l’amante col suo stesso ardore, anzi, quest’ultimo


maturò una frustrazione crescente e spesso rab-
biosa, che lo portò a ingaggiare una metaforica
tenzone con l’animale: che se ne stava lì, beato, su
quel candido petto, mentre lui pregava, gemeva,
insisteva inutilmente. D’un tratto, ecco tramutar-
si il cane da simbolo di fedeltà in quello di desi-
derio inappagato, di provocazione ed esclusione».

Eccessi di affetto
Tutte queste attenzioni non erano sempre ben
viste dalla Chiesa, la quale rimarcava laconica-
mente che il cibo destinato agli animali era spre-
cato e sarebbe stato meglio darlo ai poveri. Ma nei
fatti c’era ben poco da fare. La mania era diffusa
ovunque e anche i monaci e le monache amavano,
al pari dei laici, la compagnia di cani, gatti e vola-
tili. Non potendo sradicare il fenomeno si provò
allora a gestirlo, raccomandando di evitare almeno
gli eccessi: vietato, ad esempio, portarli in chiesa.
Ma se La regola delle anacorete, un fonte inglese
del XIII secolo, consentiva alle religiose di tene-
re al massimo un gatto, purché non desse fastidio
né distogliesse dalla preghiera e dalle occupazio-
ni spirituali, molto meno rigido (anche per altre
cose, in verità) fu il filosofo Alberto Magno, che
agli animali dedicò un intero trattato con tan-
to di consigli per l’allevamento. Tutto ciò non
impedì bizzarrie ed eccessi. Nel XIII secolo, ad
esempio, giunse voce all’inquisitore Stefano di
Borbone che i contadini di Lione si recavano a
pregare sulla tomba di un cane di nome Gui-

In memoria di Fido

«B ianco era, come un cigno di colore/


leggiadro ardito, parea che l’amore/ fatto
l’havesse apposta sol di lei,/ s’ella posava e lui
nel suo bel seno/ dormìa contento, se con festa Ritratto di signore
e giocho/ scherzava, e lui con lei di festa pieno/ (con cane da caccia)
andava secho e stava in ogni locho./ Hor lei si Principi, duchi e signori
dole e lui venuto a meno:/ così dura el piacer nel nutrivano un’enorme
mondo poco.» Con questi versi, il poeta Panfilo passione per i cani
Sasso, vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecen- da caccia e adoravano
to, ricorda il cagnolino della sua amata. farsi ritrarre con loro.
E si trova in folta compagnia: accanto a poe- Simbolo di fedeltà, il cane
ti minori, troviamo anche nomi di prestigio come accompagna il suo padrone
quelli di Tasso, Ariosto e Marino. Al di là del puro sfoggiando, come lui,
compiacimento letterario, onorare le bestiole dei ricchi ornamenti.
potenti era anche un modo semplice e spesso
molto efficace per ingraziarsene i padroni.

87
nefort, venerandolo come un santo e attribuen- Attenzione
La vita dogli miracoli di ogni sorta. Dopo una breve alla rabbia

in gabbia ricerca, Stefano scoprì la ragione. Tempo addie- Gli animali potevano
tro il castellano e sua moglie avevano lasciato il trasmettere malattie letali.

F alconeria esclu-
sa, la fonte più
interessante per
loro pargoletto nella culla affidato alla custodia
del levriero. Sfortuna volle che nella stanza, però,
s’intrufolasse un serpente: il cane, intervenendo
In questa incisione,
un uomo attaccato
da un cane idrofobo cerca
l’allevamento dei in difesa del piccolo, aveva aggredito la bestia di difendersi come può.
volatili come anima- facendola a pezzi. Ma al suo ritorno la coppia La rabbia è un virus
li da compagnia è il aveva trovato il figlioletto ricoperto di sangue e, (ma allora non si sapeva)
Ménagier de Paris, credendolo sbranato dal cane, il castellano dispe- che portava quasi
manuale scritto intor- rato si era avventato sul levriero uccidendolo con sempre alla morte.
no al 1393, forse da un colpo di spada. Salvo poi scoprire la verità: il
un ricco mercan- bimbo era perfettamente incolume e poco distan-
te parigino per la te giaceva la carcassa dilaniata della serpe. Scon-
sua novella sposa. volti per l’errore, i coniugi avevano reso omaggio
I dettami che rac- all’eroico cane seppellendolo nel pozzo davanti
comanda di seguire al castello e piantumando tutt’intorno a memoria
sono semplici e non del suo gesto. La fama di Guinefort, “cane san-
molti diversi da quelli to”, si era estesa ai contadini del villaggio, che ne
di oggi: avere cura di avevano fatto meta di pellegrinaggio.
rifornire ogni giorno la
gabbia di abbondan- Nomi da cani (e gatti)
te acqua fresca, lana Resta ora da vedere come i medievali chiamava-
cardata e piume per no i loro beniamini. La storica Kathleen Walker-
il nido, e di garantire Meikle ha scoperto, leggendo il grande poeta
agli uccelli una dieta inglese Geoffrey Chaucer e il curioso trattato The
sana, a base di bruchi, Master of Game, scritto nei primi anni del XV
vermi, mosche, ragni, secolo dal duca Edoardo di York, che i più diffusi
grilli e farfalle. E foglie nomi di cani britannici erano Sturdy, Whitefoot, Anna Bolena, una delle mogli di Enrico VIII,
di canapa ammorbidi- Hardy, Jakke, Bo, Terri, Troy, Nosewise, Amiable, chiamò il suo cane Purkoy, dal francese pourquoi,
te nell’acqua. Nameles, Clenche, Bragge, Ringwood e Holdfast. perché pare fosse molto curioso. In Svizzera si
preferivano i più classici Venus e Fortuna,
oppure nomi che alludevano alla professione
dei padroni, come Hemmerli (“martelluccio”)
per il cane di un fabbro. In Francia il cavaliere
Jehan de Seure e sua moglie avevano due cani
da caccia di nome Parceval e Dyamant. Leon
Battista Alberti aveva ricevuto in dono Tigri
e Megastomo (“Grandi fauci”). E poi c’erano
i Gonzaga: Ludovico III, signore di Mantova
dal 1444 al 1478, adorava i suoi Rubino e Bel-
lina, e quando il primo morì lo pianse nelle
sue lettere e lo seppellì con tanto di epitaffio
latino. Prima ancora lo aveva fatto immorta-
lare dal Mantegna nel celebre affresco della
Camera degli Sposi, che raffigurava la famiglia
al gran completo: lo si vede accucciato sotto il
suo scranno. Altri levrieri e cani di varie razze
compaiono negli affreschi circostanti. Anche
Isabella d’Este adorava il suo gatto Martino
e i suoi cagnolini Aura e Mamia. Alla scom-
parsa del micio, nel 1510, volle un’orazione

88
Animali domestici

Il gatto, micio o demonio?

S econdo una metafora diffusa nel Medio-


evo, il diavolo giocava con l’anima del
peccatore come il gatto faceva con il topo. E data
la sua natura sfuggente il povero micio finì per
essere associato al demonio, andando incontro a
un triste destino. Walter Map, ad esempio, soste-
neva che il diavolo si mostrasse ai suoi adepti
sottoforma di gatto nero e pretendesse da loro
il “bacio sconcio” (osculum infame) sulle terga
proprio sotto la coda, in segno di sottomissione.
L’accusa di venerare il gatto-demonio fu rivol-
ta alle streghe (papa Innocenzo VIII nel 1484
sentenziò che «il gatto è l’animale preferito del
demonio e l’idolo di tutte le streghe»), agli eretici
(Catari e Valdesi in primis) e perfino ai Templari.
Come conseguenza, finì con loro sul rogo.

funebre in sua memoria. Stessa reazione quando


Aura morì precipitando dal balcone: dopo aver-
la pianta a lungo, fece costruire per lei una tomba
di marmo con tanto di statua, mentre poeti pro-
venienti da ogni parte d’Italia facevano a gara per
condividere il suo dolore. Valga per tutti Anto-
nio Tebaldeo, che per l’occasione verseggiò addi-
rittura in latino (qui lo leggiamo in traduzione):
«O tu che passi, stanco per la lunga via e per il
caldo,/ fermati, qui giacciono sepolte le ossa del-
la cagna Aura./ Il candido spirito mutato in lieve
Aura/ memore del corpo vola fino al sepolcro».
Tornando ai gatti, sempre in Inghilterra era
gettonatissimo Gilbert (diminutivo Gyb). Gli
irlandesi chiamavano i loro mici “miagolino”
(Meone), “zampetta” (Cruibne), “fiammella”
(Breone), “grigetto” (Glas Nenta, letteralmen-
te ortica grigia) e “bianchino” (Pangur Bán).
In Francia conosciamo un “Mite” che si aggira-
va intorno all’abbazia di Beaulieu, mentre per il
resto pare che il nome che andava per la maggio-
re fosse Tibers o Tibert. Divenne tanto popolare
da indicare non solo un gatto in particolare, ma
tutta la categoria, fino ai giorni nostri. 

89
Il piccolo vaticano
nell’ALTO LAZIO
Elegante, unico, bizzarro: il Palazzo dei Papi di Viterbo è un vero
gioiello architettonico che nasce da una situazione politica molto particolare
e porta l’arte gotica francese fino alle porte di Roma

di Sabina Gnisci
Storica dell’Arte

90
Il Palazzo dei Papi di Viterbo

L
a sede del papa non è sempre stata a e quelle filopapali (guelfi) dei Gatti si diedero bat-
Roma. Tra il Due e il Trecento, a causa Le finestre taglia con alterne fortune. Il lungo conflitto civi-
dei contrasti tra papato e Sacro Roma- sulla Tuscia le terminò nel 1243, quando l’esercito cittadino,
no Impero e per via delle turbolenze Viterbo e l’Alto Lazio coalizzato con i guelfi e incoraggiato dalla predi-
tra le potenti casate romane, molti dei pontefici sono la “porta” cazione della giovanissima Rosa (poi divenuta san-
trovarono saggio trasferirsi in luoghi più tranquil- meridionale della ta protettrice della città), riuscì a forzare l’assedio
li. Fu così che città come Viterbo, Anagni e perfi- Tuscia. Questa degli imperiali, accorsi a sostegno dei ghibellini.
no la lontana Avignone, in Provenza, acquistarono regione storica ha Da quel momento in poi Viterbo rimase al fian-
il privilegio di ospitare il soglio di Pietro. avuto un’importanza co della Chiesa. I guelfi si spartirono cariche e ric-
Viterbo fu sede ufficiale della curia papale per strategica cruciale fin chezze e i Gatti fecero la parte del leone.
ben ventiquattro anni consecutivi, dal 1257 al dai tempi degli Etruschi
1281. Fu Alessandro IV a decidere di trasferirsi e, con i suoi castelli, La scelta di Raniero
lì, per sfuggire all’esplosiva situazione romana e al fu residenza di famiglie Uno di loro, il capitano del popolo Raniero,
conflitto con Manfredi di Svevia, figlio illegittimo comitali e papi. nel 1255 si occupò di adeguare la città alla nuo-
dell’imperatore Federico II e ultimo sovrano di va funzione di sede della corte papale. Invece di
Sicilia. Viterbo era una città ricca e pacifica. Libero costruire un edificio ex novo, scelse di amplia-
Comune dalla fine dell’XI secolo, nel XII era cre- re il palazzo vescovile, edificato sul colle che
sciuta territorialmente, economicamente e demo- era stato il nucleo originario della città, accanto
graficamente sotto la protezione imperiale. Alla alla cattedrale cui era materialmente collegato.
fine del secolo, eletta a sede vescovile, era entrata Nell’immaginario cittadino il sito rappresentava
nell’orbita papale. Fu allora che le fazioni cittadi- simbolicamente e materialmente il potere religio-
ne filoimperiali (ghibellini) capitanate dai Tignosi so, in contrapposizione ai luoghi e ai palazzi delle
Il povero
Enrico

A conclave in cor-
so trovò la morte
Enrico di Cornovaglia,
nipote del re Enrico III
d’Inghilterra. Era par-
tito dalla Sicilia per
recarsi in Guascogna
allo scopo di sedare
un tumulto e riporta-
re in Francia i resti di
Luigi IX, morto duran-
te l’Ottava crociata. Il
corteo funebre sostò
a Viterbo. Il 13 marzo
1271, durante la mes-
sa in San Silvestro,
Enrico venne raggiun-
to dai cugini Guido e
Simone di Montfort il
istituzioni comunali, collocati lungo altre direttri- dalle due cornici marcapiano e dal poderoso por- giovane, desiderosi di
ci. Al primitivo edificio ne fu affiancato uno nuo- tale sormontato dal leone, simbolo della città. La vendicarsi del re che
vo, di forme romaniche, più elevato in altezza e sala interna ha una copertura a capriate e sedili in aveva ucciso i loro con-
coronato all’esterno da stemmi (facciate maggio- pietra realizzati negli sguanci delle bifore. giunti nella battaglia di
ri) e archi ciechi (parete orientale). Il dislivello altimetrico tra il portale della sala e la Evesham mutilandone i
Nel 1266, conscio dell’importanza e dei vantag- piazza sottostante è risolto brillantemente connet- cadaveri. Il povero Enri-
gi apportati alla città dalla prestigiosa permanen- tendo i due piani con un grandioso e monumentale co fu ucciso a colpi di
za papale, lo stesso Raniero Gatti volle fornire il scalone realizzato nel 1267, che conduce mediante spada mentre cercava
palazzo di una grandiosa sala assembleare che l’an- un ampio ripiano al portone d’ingresso. di rifugiarsi sull’altare.
no seguente il suo successore, Andrea di Beraldo Pur nella sua eleganza l’edificio parla un linguag- Con lui caddero anche
Gatti, dotò di uno scalone monumentale e dell’at- gio pienamente romanico, nella continuità muraria i due chierici che assi-
tigua loggia coperta: uno spazio maestoso, adegua- e nell’adozione dell’arco a tutto sesto delle bifore. stevano il celebrante.
to a svolgere le funzioni pubbliche, le apparizioni Stupisce quindi che la loggia, realizzata solo un L’ep is odio s us citò
dei pontefici e le benedizioni apostoliche. anno dopo, sia invece in stile pienamente gotico. un’ondata di indigna-
Anzi, gotico francese: in linea con i modelli d’ol- zione in tutta Europa.
Una loggia sul nulla tralpe, il progetto prevedeva che l’edificio fosse
L’ampliamento del palazzo comportò il supera- sostenuto da una volta a crociera, che però
mento di problemi statici dovuti ai diversi piani non venne realizzata, forse per l’ina-
altimetrici della parte verso valle. Per ovviarvi, fu bilità delle maestranze, sostituita in
eretta una torre con funzione di contrafforte e due corso d’opera da una grande volta
massicci speroni ad arco rampante che, insieme a botte rinforzata da cinque archi.
alla facciata molto compatta, accentuano l’aspetto Al centro della volta fu posto un
arcigno, quasi da fortezza, dell’affaccio. possente pilastro ottagonale che,
La facciata sulla piazza è merlata, ma ben più pur sembrando un elemento di
serena e gentile. La continuità della cortina mura- rinforzo, non ha alcuna funzio-
ria in peperino (la tipica pietra locale, che ancora ne strutturale. Al suo interno si
caratterizza l’area medievale della città) è interrotta cela invece una cisterna, collegata
solo dalle dodici piccole finestre alte, in asse con le all’acquedotto realizzato nel 1268
sottostanti bifore a tutto sesto finemente disegnate, proprio per portare acqua all’interno

92
Il Palazzo dei Papi di Viterbo

del palazzo. Non si conoscono soluzioni analoghe rate, della famiglia Gatti (lo scudo fasciato), di
nell’edilizia pubblica medievale dell’Italia centrale, Il conclave più lungo Viterbo (il leone rampante), del Sacro Romano
fatta eccezione per il palazzo dei Consoli di Gub- della Storia Impero e del papato (l’aquila imperiale con le chia-
bio (XIV secolo). Sul ballatoio nel XV secolo fu Quello che portò vi incrociate di san Pietro). Motivi identici ador-
realizzata una fontana dalla caratteristica forma a all’elezione di Gregorio X nano la controfacciata in cui, lungo il parapetto,
fuso, proprio come le altre che ancora adornano durò 1.006 giorni. corre un sedile continuo in pietra. La stessa deco-
la città, conferndole un’atmosfera caratteristica. I viterbesi, esasperati, razione ornava il lato verso la valle, ma crollò insie-
Ma l’elemento più squisitamente gotico è costi- chiusero a chiave me al tetto nel 1325 e non fu più ripristinata.
tuito dal prezioso e leggero disegno della loggia. i cardinali nel palazzo,
Su un basso parapetto, otto esili colonnine bina- poi ne ridussero i viveri I cardinali messi “sotto chiave”
te sorreggono archi a tutto sesto che si intrecciano e infine scoperchiarono Si può affermare senza timore di essere smenti-
tra loro, formando una serie di archi acuti ogivali il tetto. ll neoeletto ti che la costruzione della grande sala assemblea-
trilobati, il cui disegno richiama le bifore dell’aula Gregorio emanò la bolla re fu quanto mai opportuna e che, seppur nell’uso
assembleare, garantendo la continuità e omogenei- Ubi Periculum per evitare non proprio consono, essa svolse un ruolo mol-
tà visiva tra i due edifici. Oggi incorniciano il bel- il ripetersi di cose simili. to importante nella storia della Chiesa. Uno dei
lissimo panorama sulla città sottostante. momenti più delicati nella vita del papato è l’ele-
L’elegante trina sorregge un’alta trabeazione zione del nuovo pontefice. A Viterbo, in ventiquat-
ornata da metopi araldiche, originariamente colo- tro anni se ne elessero ben cinque. Particolarmente

“Nei cinque giorni seguenti all’ingresso in conclave i cardinali si contentino di un unico piatto.
Passati questi, sia dato loro solo pane, vino e acqua fino all’elezione.”
Gregorio X, “Ubi Periculum” (1274)

93
Il Palazzo dei Papi di Viterbo

Orario impegnativa fu l’elezione di Gregorio X. L’uso


voleva che il nuovo papa fosse scelto dai venti car-
La leggenda vuole che tale regime si mantenesse
fino alla fine del conclave. In realtà durò tre setti-
Aperto da martedì dinali elettori nella cattedrale della città in cui era mane, dopodiché ai cardinali fu permesso di occu-
a domenica, e tutti i deceduto il pontefice precedente. Alla morte di pare tutte le sale del palazzo, ma non di lasciarlo.
giorni festivi, inclusi Clemente IV, avvenuta a Viterbo il 29 novembre Il forzato isolamento non servì, e intanto la situa-
i lunedì di ponte. 1268, i cardinali elettori, oltre alla divisione stori- zione internazionale si complicò: l’11 marzo 1271
Invernale: 10-13; 15-18. ca tra guelfi (filofrancesi e filoangioni) e ghibellini giunse a Viterbo un corteo reale, con Carlo d’An-
Estivo: 10-13; 15-19 (filotedeschi), erano ulteriormente suddivisi, per giò, Filippo III di Francia e il principe inglese
(agosto: 10-13; 15-20). ragioni familiari o personali, in almeno quattro Enrico di Cornovaglia: riportavano in patria i resti
Per informazioni: fazioni. Quindi, pur recandosi una volta al giorno di Luigi IX, sovrano francese morto da crociato
www.archeoares.it/palaz- in duomo per incontrarsi e votare, ogni sera torna- in Tunisia. Il 13 marzo, mentre assisteva alla mes-
zo-dei-papi vano alla propria residenza con un nulla di fatto. sa nella chiesa di San Silvestro, Enrico di Corno-
Nel frattempo la città, visitata spesso da personag- vaglia fu ucciso dal cugino Guido di Montfort, al
gi che appoggiavano questa corrente o quella, vive- seguito di Carlo d’Angiò. Il delitto gettò un’om-
va un clima di tensione. Erano già passati sei mesi bra sul rapporto tra i re di Francia e Inghilterra,
quando, il 1° giugno 1270, il capitano del popolo che lasciarono la città ognuno per proprio conto.
Raniero Gatti compì un atto di forza: costrinse i Ma neppure questo indusse i cardinali a un pro-
cardinali elettori a recarsi nella grande sala assem- nunciamento. Soltanto il 1° settembre 1271 i venti
bleare e chiuse a chiave (clausi cum clave) il gran- elettori formarono una commissione di sei mem-
de portone, dichiarandoli reclusi fino all’elezione bri con l’incarico di eleggere il nuovo papa in due
del papa. Nacque così il primo conclave della sto- giorni. In poche ore fu designato Tedaldo Viscon-
La “sorella” ria ecclesiastica e, conseguenza minore, da allora la ti, incoronato a Roma il 27 marzo 1272 con il nome
Avignone sala assembleare fu denominata Sala del conclave. di Gregorio X. Si concludeva così il conclave più
lungo nella storia della chiesa: ben 1.006 giorni.

I l Palazzo dei Papi


avvicina Viterbo ad
Avignone, sede del
Un conclave durato 1.006 giorni
Pochi giorni dopo, per sollecitarli ulteriormen-
te, ridusse il vitto “a pane e acqua” e fece scoper-
Memore della vicenda della sua elezione e del-
la soluzione adottata dai viterbesi, Gregorio X
stabilì nuove regole per l’elezione papale: segre-
pontefice dal 1309 al chiare parte del tetto per rendere il soggiorno più gazione dei cardinali elettori in un’aula comune,
1377. Nella “sorella” duro. Ancora oggi si possono vedere dei fori pra- graduale riduzione del cibo e dei redditi e, per i
francese, la residenza ticati nel pavimento su cui furono innalzate tende disobbedienti, scomunica, privazione dei pub-
dei papi fu costruita tra di fortuna per ripararsi dalle intemperie e dal sole. blici uffici e attribuzione del titolo di infami. 
il 1335 e il 1364 e rap-
presenta un importante
esempio di architettura
gotica. Quando la San-
ta Sede tornò a Roma,
il palazzo fu occu-
pato dagli antipapi
Clemente VII e Bene-
detto XIII. Restaurato
dopo i danneggiamenti
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Appuntamenti con il Medioevo
a cura di Elena Percivaldi

Libri Il passato in rete


A cura di Edoardo Quadrelli
Archeobooks, Milano Italia Medievale
www.facebook.com/archeobooks Portale dell’Associazione
Culturale Italia Medievale,
è articolato in diversi
Manuale blog di approfondimento
della fine del mondo su singole tematiche, e
di Glauco Maria Cantarella gestisce una rassegna
Editore: Einaudi stampa quotidiana di news,
pagine: 356 - euro 32 eventi e informazioni.
L’associazione ha inoltre
istituito il prestigioso
Partendo dal cliché che vorrebbe
Premio Italia Medievale,
l’uomo medievale terrorizzato dall’imminente
destinato alle migliori realtà
fine del mondo alla vigilia dell’anno Mille, il testo
operanti nel settore.
di Cantarella, insigne medievista, mostra come
Un punto di riferimento
indubbiamente gli uomini di mille anni fa abbiano vissuto un
irrinunciabile per tutti gli
momento di attesa e cambiamento, ma abbiano anche convogliato
amanti del Medioevo
tali energie dando vita a mutamenti epocali sul lunghissimo periodo:
www.italiamedievale.org
la lotta fra Impero e Papato, la centralità dell’esperienza monastica,
i primi germi dei regni d’Inghilterra e di Spagna, il movimento dei
Comuni in Italia, l’“invenzione” della filosofia.
Cinemedioevo
Nato nell’ambito della
cattedra di Storia
medievale dell’Università
di Bari, il sito è una
straordinaria vetrina
di schede, immagini
e curiosità di film sul
La vita quotidiana secondo san Benedetto Medioevo (sia “storico” che
di Léo Moulin fantastico) e di atmosfera
Editore: Jaca Book medievale, realizzati in
pagine: 128 - euro 12 tutti i Paesi del mondo dal
1895 a oggi. Sono già più
di 3.000, ma l’elenco è in
In questo testo vivace e brillante, ormai diventato un continuo aggiornamento.
classico, Léo Moulin ci accompagna alla scoperta della www.cinemedioevo.net
vita quotidiana dei monaci osservata nei suoi aspetti più
autentici. A scandirne i momenti è la celebre Regola, Medioevo Italiano
dettata da san Benedetto intorno al 540. Seguendo le Portale dell’Associazione
raccomandazioni del loro fondatore, i benedettini coltivano Medioevo Italiano (nota
i campi, copiano i manoscritti, studiano la liturgia. Ma anche come MIP -
producono anche i formaggi, le acqueviti e la birra per Medioevo Italiano Project),
ristorare i fratelli malati e gli ospiti. E, naturalmente, per dal 1998 pubblica riviste
santificare le feste. Ora et labora (prega e lavora), quindi, telematiche di studi storici.
non è solo un celebre motto monastico, ma un binomio che Ricco di newsletter, notizie
nasconde una ricchezza di vita creatrice di civiltà. e forum di discussione
inerenti il Medioevo e non
solo, promuove anche corsi
di formazione a distanza su
varie professionalità, tutte
legate alla Storia.
Eresia pura. Lo sterminio dei Catari www.medioevoitaliano.org
e il segreto delle “chiavi del sapere” Reti medievali
di Adriano Petta
Punto di riferimento per
Editore: La Lepre Edizioni
la ricerca e serbatoio
pagine: 318 - euro 22
inesauribile di materiali,
Reti Medievali è
Ultima parte di una trilogia dedicata al tema del libero un’iniziativa avviata nel
pensiero e della ragione umana, questo romanzo ricostruisce 1998 da un gruppo di
la vicenda dei Catari (dal greco, i “puri”) della Linguadoca, studiosi universitari e
una setta religiosa dichiarata eretica da Innocenzo III e si è via via allargata a
perseguitata, tra il 1209 e il 1229, con una vera e propria contesti italiani e stranieri.
Crociata che mise in ginocchio l’intera regione. Pubblica la rivista
Protagonista della trama, fitta e avvincente, è il fisico e telematica “RM Rivista”
matematico Giordano Nemorario, che avrebbe voluto indagare e una serie di e-book di
i segreti della natura senza restrizioni e salvare anche la alto livello scientifico, tutti
popolazione catara dal massacro incombente. E, come si sa, la scaricabili gratuitamente e
storia dei Catari è legata a doppio filo a quella del Sacro Graal... concernenti vari temi.
www.rm.unina.it

96
Una chiesa nel cuore del Foro
Santa Maria Antiqua, scrigno della Roma medievale
È una Roma tutta da scoprire quella che Liberatrice, la chiesa apparve sofferente Giulitta, che
ci aspetta varcando la soglia di Santa Maria e priva del sontuoso apparato di sculture decora quasi
Antiqua. Sì, perché pur essendo nel Foro, citato dalle fonti, perduto per sempre. integralmente
cuore pulsante del vecchio impero, con i Restavano però dipinti di eccezionale la cappella di
suoi templi e i suoi edifici commerciali, è fattura, a riprova di come la basilica Teodoto e risale
una basilica cristiana di enorme importanza. avesse giocato un ruolo di primo piano al pontificato
Ritrovata soltanto nel 1900, torna nella cristianizzazione del Foro Romano di Zaccaria
visitabile dopo trent’anni di lavori e e anche, in generale, nel complicato (metà dell’VIII
restauri con la sua straordinaria storia da rapporto di Roma con Bisanzio e la sua secolo), quando
raccontare. Abbandonata dopo il terremoto cultura. Ciò in un’area strategica dove, in Oriente
dell’847, la chiesa ha come “sigillato” il suo accanto ai servizi per i cittadini, andavano furoreggiava l’iconoclastia.
ricco patrimonio di affreschi altomedievali, nascendo edifici religiosi e luoghi dedicati Torna “a casa”, dopo più di mille anni,
realizzati tra il V e il IX secolo. Mentre ai pellegrini. A testimoniarlo sono proprio anche l’icona della Madonna con Bambino,
altrove nel mondo cristiano, a causa delle le pitture, riconducibili a fasi diverse, in finora custodita in Santa Maria Nova. E
misure contro l’idolatria provenienti da cui si alternano creazioni, cancellazioni e si possono ammirare anche quattro dei
Costantinopoli, immagini e affreschi sacri sovrapposizioni. mosaici superstiti che, nell’antica San
soccombevano alla ferocia iconoclasta, qui Eloquente, in proposito, è la parete Pietro, decoravano l’oratorio di papa
le pitture sacre sopravvivevano quasi intatte, “palinsesto”, in prossimità dell’abside, Giovanni VII. Lo stesso che, all’inizio
minacciate soltanto dalle ingiurie del tempo. che ha ben 6 strati sovrapposti, databili dell’VIII secolo, spostò la sede del vescovo
Questa vicenda eccezionale è dal IV-V all’VIII secolo. In questa basilica di Roma dal Laterano sul colle Palatino.
documentata anche dalla mostra “Santa straordinaria, la traccia di intonaco dipinto
Maria Antiqua. Tra Roma e Bisanzio”, di fattura pagana convive con l’immagine SANTA MARIA ANTIQUA
promossa dalla Soprintendenza speciale della Maria Regina, una Madonna in trono TRA ROMA E BISANZIO
per il Colosseo e l’Area archeologica con Bambino adorata da un angelo, Roma, Foro Romano
centrale con Electa. Scoperta alle pendici contemporanea alla fondazione. Tra i Per informazioni:
del Palatino da Giacomo Boni quando momenti più spettacolari, troviamo il ciclo tel. 06 39967700
fu abbattuta la seicentesca Santa Maria dedicato al martirio dei santi Quirico e www.archeoroma.beniculturali.it
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Il materiale inviato alla redazione non potrà essere restituito.
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La storia d'Italia raccontata da en ti p er n o n ab


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INDRO MONTANELLI Dopodiché


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e rispediti nuovamente De n to a offrirgli l’incarico o
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Mussolini ch re nemmen

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era finita. «ma lo vo i Cittadini, partirò in aeroplano.» :
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O meglio, non era Il telegramma di Cittadini a di reca
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m a d es id er ando darle l’inca
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al più presto a m in is te ro». Solo allora
i nervi
u o vo
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te ro d i co lp o . Cesare Rossi,
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di Mussolini ce ra cc o n ta ch e dopo aver lett
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o la barba lunga, che gli era acca lin i sb ia n cò e, accartoccia
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on dava risposta. quelle parole M co n vu lsa, disse al fratel .
lo con
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efonato più volte il foglio nel ss a b a’», se ci fosse il
« S e a i fo
utare qualunqu
e voce rotta:
ago, e tutti eran
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tto di se ra, m a non in aereo
ualche soluzion
e Partì alle o 11 del 30, con m
olto ritard
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con Orlando, e e arrivò a Rom tt e fe rm ar si a molte stazio
d o ve
o, perché il treno o manifestazion
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azionalista Rocc ev an o p re p ar at
o dove i fascisti av poche ore» ann
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a, ch’era andat i gi u b ilo . «T ra
to omaggio e d to un ministero
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eva invece trova n av rà so lt an
e, non era dispo
sto «l’Italia n o
e in fa tt i le lu n ghe ore di viagg

Nel numero in edicola


rs
ta governo.» Trasco e aveva compilat
però anche ques a d ei M in is tr i ch
isti ritoccare la list Albertini. Il giorn
a
va che i nazional co m u n ic at o ad
no sera prima e pagnava, la vide
e tro
amente lavorava
VITTORIO EMANUELE III ch e lo ac co m
ussolini, non ta
nto Ambrosin i,
ic ar la al la «S ta mpa». Ma qua
iare modo di comun era già cambiata
p
nto per ingabb p u b b li cò , es sa
leva il giornale la
ittoria, e lui vo La storia d'Italia/Indro Montanelli

so bag
Il nuovo Re La storia d'Italia/Indro Montanelli Il nuovo Re

o il suo scar
La storia d'Italia raccontata da da cui fu sempre afflitto, a traumatizzarlo, a
inaridirlo, a riempirne l’animo di sordi rancori.
la caccia. Fu subito un buon fucile. Ma per via di
quelle maledette «gambe di vetro», lo usava solo da
venticinqu’anni meno di lui, il Principe ne fu
furioso come di un insulto alla propria persona.
e beffarda, quella città sembrava fatta apposta
per fargli rimpiangere il calore, la tolleranza, Il suo ruolo nelle guerre

st
INDRO MONTANELLI
o
Ma se non proprio di falsità, si tratta di verità fermo, alla «posta». Come aveva, stringendo i denti, È difficile dire se per la vita militare avesse un l’ossequiosità di Napoli. Di Brancaccio, fra i Toscani,

d ep
contraffatte. Militare dalla testa ai piedi, Osio era imparato a cavalcare, così imparò anche a ballare, e vero trasporto. Ma da quando Crispi, avendolo non ce n’erano, e negli occhi della gente, quando Vittorio Ema-

er
Una batteria di cannoni

av
un uomo duro, imperioso, abituato al comando. «Il pare che lo facesse anche con una certa grazia. Ma visto una sera a cena in un ristorante romano, aveva doveva sfidarli per qualche cerimonia ufficiale, nuele III è anche

Dopo icia ner


Principe è libero di fare tutto quello che voglio io» appena salito al trono, abolì i balli di Corte. raccomandato al Re di proibirgli gli abiti civili, non non vedeva che lampi d’ironia. Per di più doveva come conosciuto nei pressi di Tripoli

resentò – in cam rto l


difendersi dalle insistenze dei genitori, impazienti di come il “re solda-

Il nuovo Re
diceva. Ma era anche un gran signore, perfetto uomo A completamento della sua educazione, Osio lo aveva quasi mai più smesso la divisa. Per risparmiargli
di mondo, e nutrito di buone letture. Sebbene la sua condusse a fare i soliti giri in Europa. Per conservare l’umiliazione di venire scartato, si era dovuto dargli moglie: mai erede al trono di casa Savoia era to”, per le nume-
carriera potesse esserne notevolmente avvantaggiata, l’incognito, il Principe aveva un passaporto intestato abbassare di alcuni centimetri il già basso minimo arrivato a venticinqu’anni da scapolo. rose campagne
militari intra-

p
esitò molto ad accettare l’incarico, vi si risolse solo al Conte di Pollenzo, lo stesso nome che adottò di altezza richiesto. E ora, per fargli far pratica di

si
Come Osio gli aveva insegnato, Vittorio

a,
dietro garanzia che nemmeno i genitori avrebbero partendo per l’esilio. Visitò un po’ tutti i Paesi comando, gli venne affidato quello del 1º reggimento prese durante il

av oi
Emanuele aveva obbedito sempre e in tutto. Finché suo lungo regno.

S
più interferito nell’educazione del ragazzo, di cui guardando ciò che Osio gli diceva di guardare e di fanteria a Napoli.

te l
non era andato a Napoli, neanche gli amici li aveva

all’Ho
Si cominciò nel

«vi po
egli diventava unico e assoluto responsabile, e al stendendone ogni sera per iscritto il bilancio in
Luglio 1900 termine della sua missione non beneficiò di nessuno resoconti minuziosi, corredati di tutti i particolari – di Furono i suoi anni più belli. Strano a scelti di testa sua. Non si era ribellato nemmeno 1911 con la Guer-

à » disse al Re
«scatto di grado». (Omissis). clima, di orario, di prezzi –, ma assolutamente privi dirsi, Vittorio Emanuele amava Napoli, ne parlava quando avevano allontanato da Corte Daisy ra di Libia contro
d’impressioni e opinioni. Vedeva il mondo come lo benissimo il dialetto, e napoletano fu l’unico Francesetti, l’unica compagna di giuochi ch’era la Turchia, un’im-
Alla dura disciplina che per otto anni Osio vedeva la sua Kodak, e senza mai uscire dal binario amico al quale concesse il tu: il principe Nicola riuscita a vincere la sua ritrosia. Ma quando gli presa coloniale molto sentita che portò anche all’annessione del
Questa tavola disegnata è un delle tante realizzate

st
parlarono di moglie, puntò i piedi, e non ci fu nulla Dodecaneso, ma che si rivelò più ardua del previsto: la guerriglia

ae
gl’impose non si ribellò mai, sebbene gli esercizi che il precettore gli tracciava. È lecito supporre che, Brancaccio. Fu lui a istradarlo nella vita segreta
in tutto il mondo per illustrare il tragico evento che portò alla

«M
fisici, e soprattutto il cavallo, gli costassero atroci fin quando rimase sotto la sua giurisdizione, cioè di Napoli, che non era quella dell’alta società, ma da fare: i risultati dei matrimoni combinati solo per libica fu infatti domata solo nel 1931. Vittorio Emanuele III appog-

e. ’
al lloquio durò un
morte di Umberto I, un re molto inviso agli anarchici per le motivi dinastici glieli documentava lo specchio, giò poi il Patto di Londra del 1915, l’accordo segreto con Francia e

in
dolori di gambe e di piedi. La pedagogia di casa fino ai vent’anni, non conobbe altre donne che dei camerini di teatro e di certi salotti e salottini

Qu ir
sue posizioni conservatrici: 22 anni prima era sfuggito a un Savoia era sempre stata spartana, e che nelle quelle che frequentavano la Corte, né ebbe con loro che di rispettabile avevano solo la facciata. Il quando ci si guardava. Come disse più tardi al Inghilterra che portò l’Italia al fianco di queste due nazioni nella Pri-
altro attentato da parte dell’anarchico Giovanni Passanante. sue particolari condizioni fosse controindicata è altro rapporto che il baciamano. povero prefetto Basile ebbe il suo daffare a seguire generale Porro: «Guardi bene come mi hanno ma guerra mondiale. Con l’avvento del fascismo furono condotte le
La sua morte prematura (aveva solo 56 anni) costrinse Vittorio fottuto le gambe!». guerre per la conquista dell’Etiopia (1935-36) e dell’Albania (1939).

co
smentito dal fatto che il suo corpo stortignaccolo Osio prese congedo da lui nel 1889, quando le piste dei due giovanotti e stabilirvi misure di

Il
Emanuele III, ventinovenne, a salire al trono nonostante avesse e meschinello si rivelò resistentissimo alle fatiche, ormai erano pari grado. Iscritto pro forma al sicurezza. Ma i suoi rapporti, invece di allarmarli, Per sua fortuna, il Re era distratto in quel momento Ci fu inoltre la partecipazione alla Guerra Civile di Spagna (1936-

o .»
da ben altri pensieri. Spinti da Crispi, ma col pieno

et
sempre dimostrato scarsa vocazione al mestiere di re. godette sempre ottima salute, e fece di lui il più collegio militare della Nunziatella, il Principe rallegravano il Re e la Regina, i quali avevano 1939). E poi, nel 1940, arrivò il coinvolgimento del nostro Paese nel-

V en
consenso di Umberto, i soldati italiani risalivano la Seconda guerra mondiale al fianco di Hitler.

di Vittorio
longevo di tutti i Re Savoia. In una giornata che aveva avuto la carriera rapida di tutti i figli di Re: sempre temuto che il loro erede non fosse in grado

bbe
cominciava all’alba e che fra lezioni ed esercizi sottotenente di fanteria a diciassett’anni, a venti di procurarne altri alla dinastia. Il sole di Napoli e l’altopiano eritreo. Ligio alla regola di famiglia per

sicurare che avre


non gli dava tregua fino alle nove di sera, non era colonnello come il suo precettore, dalla cui la contagiosa allegria di Brancaccio avevano sciolto cui «si regna uno alla volta», il Principe seguiva gli
c’era posto per svaghi e divaghi. Tuttavia quando tutela veniva ora emancipato. A quanto pare, non la ritrosia del Principe, che mostrava anzi notevole avvenimenti da semplice spettatore. «Non capisco Dopo il terremoto capire: perché hanno attaccato con truppe affannate, mesi, quando Osio ne ricevette dal suo ex pupillo quattro senza una lira di dote, ma di poche pretese,
gli fecero dono di una macchina fotografica la considerò una liberazione. Per quanto severo intraprendenza. Per fare fronte agl’impegni del più nulla di questa benedetta Africa» scrisse a Osio Un’immagine del 1915: dopo una lunga marcia; perché hanno manovrato un’altra datata da Cettigne: «Carissimo Generale, di gusti semplici, di costumi illibati, e soprattutto di
«e mi pare che a Roma sian tutti allo stesso punto il re in divisa militare in terreno difficilissimo e poco conosciuto, per non voglio lasciare il Montenegro senza prima sangue sano e di fusto buono.

as
col soffiettone, ne fece uno dei suoi due hobby, sino alla crudeltà, Osio era stato in quegli otto rango, egli ebbe anche un’amante d’alto bordo, la

ad
Con l’alleato mio, ciò che è disastroso.» Ma non chiedeva né ad Avezzano visita tre colonne; e perché non hanno atteso i rinforzi, ringraziarla dei suoi tanto gentili auguri. Ella è Vittorio Emanuele credette di essere stato lui a

e
cui resterà fedele per tutta la vita. L’altro era la Osio insediandosi nella sua carica di precettore. Ma anni l’unica persona con cui aveva avuto un baronessa Barracco, di cui le venne anche attribuita

n n
tedesco Vittorio informazioni né spiegazioni, tutto preso unicamente al rovine lasciate dal ch’erano vicini. Qui corre voce che Baratieri ha sempre stato tanto buono per me; mi ha fatto infinito scoprire la sua Yela, quando la conobbe a Venezia

te
numismatica, cui si appassionò fin dai dieci anni, non ebbe bisogno di ripeterglielo spesso perché il rapporto umano. Coi genitori si era ritrovato una figlia. Ma le sue preferenze andavano alle

Mussoli n i
dai suoi compiti di Generale, di cui seguitava a disastroso terremoto abbandonato Adua al più tardi alle 10, mentre le piacere di sapere la parte che Ella prende alla mia nella primavera del ’95. Viceversa l’incontro era stato

govern
quando gli regalarono un soldo di Pio IX. Ciò che Emanuele III sul cocchio pupillo dimostrò una vocazione financo eccessiva al solo due volte la settimana, il giovedì e la ballerinette e alle sciantose di approccio facile e di
gli piaceva delle monete non erano i pregi estetici, reale insieme al cancelliere lavoro di tavolino. Un po’ perché si vergognava della domenica, a pranzo. Non aveva mai fatto coscia lesta. Brancaccio aveva fatto presto a capire i rendere minuzioso conto al suo ex precettore. In che ha colpito l'intera truppe hanno valorosamente combattuto fino al festa; ho fatto tutto di testa mia e senza alcun aiuto discretamente combinato da Crispi con l’assenso

e formato un
ma il destro che gli offrivano di ricostruirne a vista tedesco Adolf Hitler, durante sua miseria fisica, un po’ per le pene che gli procurava loro confidenze, né mai ne aveva ricevute. In suoi gusti, e li secondava da perfetto ciambellano. caserma si comportava come se i suoi scatti di grado area della Marsica, tramonto. La città è piena di pettegolezzi, il mondo della politica, la quale per fortuna è lontana mille di Umberto e Margherita. Essi dovevano recarsi a
l’anagrafe: epoca, paese eccetera. Forse non era la sua visita ufficiale del il camminare e più ancora il cavalcare, preferiva quell’immenso Quirinale, di cui detestava la Con lui il Principe si apriva, anzi si spalancava dipendessero unicamente dallo zelo che vi spiegava. in Abruzzo, e parte politico in fermento.» Tutto qui. Come se quel miglia dal mio fidanzamento...». Venezia per l’inaugurazione di una mostra d’arte.
soltanto pignoleria, ma anche un’istintiva reazione 1938. Il re non era un la vita del topo di biblioteca. Anzi, ci si sentiva così Conio reale solennità, il lusso e le cerimonie, aveva vissuto alle confidenze, anche perché fra loro parlavano La notizia di Adua l’apprese dai giornali. «Quanto del Lazio, causando disastro fosse capitato a un altro Paese invece che a Il Principe era certamente in buona fede. Ma le Ma all’ultimo momento, allegando non so quale
Il re del

e
è accaduto» scrisse al solito Osio «era purtroppo danni ingenti e quello di cui stava per diventare Re. cose non stavano esattamente come lui credeva che pretesto, vi si fecero rappresentare dal Principe

in
polemica a quelli ch’egli sempre considerò i simpatizzante del Führer, vocato che, da quanto egli stesso raccontò tanti anni L’effigie di re Vittorio da estraneo. Ma anche questo era in perfetto stile napoletano, una lingua in cui le confidenze

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Montenegro

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inevitabile. Parecchie cose non ho potuto ancora oltre 30 mila morti Da questa lettera non erano trascorsi che pochi stessero. Prima che per quella sua, l’idea di dargli in perché facesse gli onori di casa alle personalità che

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peggiori difetti nazionali: il pressappochismo, la ma sperava che Mussolini dopo al suo aiutante di campo Puntoni, chiese a suo Emanuele III sulla moneta Savoia. Dopo che Osio se ne fu andato, seguitò diventano facili, e perfino obbligatorie. (Omissis).

i d
moglie una Principessa montenegrina era passata venivano a visitarla. Fra di esse c’era appunto, con La regina Elena, consorte

as
faciloneria, il dilettantesimo. avesse ragione nel ritenere padre di esentarlo dalla successione e di lasciarlo alla da 5 lire: sul rovescio, a scrivergli quasi tutti i giorni. Quando i giornali La felice stagione napoletana durò fino al ’94

qualsi ersonalità non


«Si ricordi che il figlio di un Re, come il figlio di che quell’alleanza avrebbe sua prediletta attività di sommozzatore di archivi. l’aquila reale, l’emblema riportarono la notizia del suo matrimonio quando, promosso Generale, lo trasferirono a L’attentato di Monza, Gaetano Bresci e gli anarchici per la testa di Crispi, che nella sua consueta mania la madre e la sorella, la principessa Yela, che invece di Vittorio Emanuele di
un calzolaio, quando è asino, è asino» gli aveva detto portato grandi frutti all’Italia L’unico esercizio all’aria aperta che gli piaceva era di casa Savoia e ironizzarono sul fatto che la sposa aveva Firenze. Ci si trovò malissimo. Scostante, insolente di grandezza sognava un’attiva politica italiana sapeva benissimo perché si trovava lì. Era una bella Savoia, era figlia di un

F urono tre i colpi che uccisero re Umberto I. to, ma il 22 maggio 1901 fu trovato morto nella nei Balcani, di cui il Montenegro poteva essere il ragazzona di ventitré anni, che a Pietroburgo era re, proclamatosi tale nel

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punto d’appoggio. Il Montenegro era un Principato stata lì lì per andare sposa a un giovane ufficiale della

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Era il 29 luglio 1900 e durante una mani- sua cella. Quello di Bresci fu solo uno dei tan- 1906. Benché di costumi
I personaggi di cui parla Montanelli

n e
festazione ginnica a Monza l’anarchico Gae- ti attentati anarchici di quegli anni. Ne fecero indipendente sotto lo scettro di Nicola Petrovich nobiltà baltica, il barone Mannerheim, futuro eroe semplici e quasi rozzi,

p az io
Umberto I Margherita di Savoia Giuseppe Saracco Benedetto Cairoli Francesco Crispi Elena del Montenegro tano Bresci colpì a morte il sovrano ferendo- le spese lo zar Alessandro II di Russia (1881), il Niegos, una specie di capopastore che, rivestito di nazionale della Finlandia, di cui nel ’18 guiderà la era di sangue reale,

larga parteci
lo al cuore, alla spalla e al polmone. Era il ter- presidente francese Marie François Sadi Car- pelli di capra, amministrava la giustizia sotto l’albero vittoriosa lotta di liberazione dalla Russia e nel ’40 appartenendo al casato

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(1844-1900) (1851-1926) (1821-1907) (1825-1889) (1818-1901) (1873-1952)

ntative anche d
Sul trono dal Moglie di Umber- Avvocato, fu pre- Due volte primo Presidente del Sposa di Vit- zo attentato che gli anarchici cercavano di not (1894), il primo ministro spagnolo Anto- di fico, a tempo perso componeva poesie, e a chi l’eroica resistenza. Chi scrive è stato ospite nella sua dei Petrovic-Njegoš, e
1878, fu det- to I: conservatri- sidente del Con- ministro, ferma- Consiglio dal 1887 torio Emanue- compiere contro il re. Bresci era nato a Prato nio Cánovas del Castillo (1897), l’imperatrice gli chiedeva quanti sudditi avesse, rispondeva: «Io casa di campagna presso Helsinki, e ci ha visto la non era affatto un uomo

rarono
to il Re Buono ce e nazionali- siglio tra il 1900 mente antiau- al 1896 e sosteni- le III, si interes- nel 1869 da una famiglia contadina. In giova- d’Austria Elisabetta (Sissi, 1898), il presiden- e il mio amico lo Zar di tutte le Russia ne abbiamo fotografia di Yela con affettuosa dedica. incolto, essendo cresciuto

se
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ne età si era trasferito in America dove aveva te statunitense McKinley (1901), il re del Por- centocinquantun milioni». La sua dinastia si Vittorio Emanuele simpatizzò con quella bella a Trieste e avendo studiato

vo re
ma duramen- sta, seppe con- e il 1901. Tentò striaco, rappre- tore della Spedi- sò il meno pos-

la p
Tratto da Indro Montanelli,

L’ i, p
frequentato i circoli attivi nella città di Patter- togallo Carlo I e suo figlio (1908), il re di Grecia reggeva infatti grazie all’appoggio dello Zar, che figliola dagli occhi languidi, ma nulla di più. L’anno a Parigi. Fiero avversario

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STORIA D’ITALIA. L’ITALIA DI GIOLITTI
te criticato per quistare l'ammi- la pacificazione sentò l’Italia al zione dei Mille. La sibile di politica.

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(1900-1920), Bur 2011

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uccisione di Umberto avvenuta a Monza il 29 luglio del 1900

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son. Tornò apposta dagli Stati Uniti per cerca- Giorgio I (1913), mentre il re di Spagna Alfonso paternamente provvedeva anche a ospitare alla dopo fu invitato a Pietroburgo per l’incoronazione dell’Impero Ottomano,

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aver avallato la razione e l'affet- nazionale. Duran- congresso inter- sua politica colo- Nel 1946, seguì

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© Eredi Montanelli. Tutti i diritti riservati trattati

ne, oltre a D e possibil


riempì l’Italia di esecrazione e di paura. Anche coloro che più re di uccidere Umberto, che lui accusava del- XII (1878) e l’imperatore di Germania Gugliel- Corte di Pietroburgo i suoi nove figli – tre maschi dello zar Nicola II. Guarda caso, c’era anche Yela. nel 1876 dichiarò guerra

ne l’el
da The Italian Literary Agency, Milano repressione di to sia del popo- te il suo mandato nazionale di Ber- niale si concluse il marito in esilio
È vietata la riproduzione dell’Opera o di parti
di essa con qualsiasi mezzo, compresa stampa,
avevano motivi di scontentezza nei confronti del cosiddetto Bava Beccaris a lo che dell’aristo- venne assassina- lino del 1878, con la disfatta di in Egitto e poi in le violente repressioni del 1894 in Sicilia e del Gaetano Bresci mo I (1878) se la cavarono per un pelo ripor- e sei femmine –, a farli istruire e a procurargli E, a quanto pare, fu il solo a non capire come alla Turchia, ottenendo

i comunicarglie
copia fotostatica, microfilm e memorizzazione 1898 a Milano. Dopo l'omicidio venne arresta- tando solo ferite. vantaggiosi matrimoni. Due ragazze le aveva già mai se la ritrovava accanto ai banchetti e ai balli. uno sbocco marittimo

A questa soluzio
Milano nel 1898. crazia. to re Umberto. senza risultati. Adua (1896). Francia.
elettronica, se non espressamente autorizzata
«sistema» compresero che quel pover’uomo assassinato a freddo

, Grandi,
dall’avente diritto. Tutti i diritti di copyright
sono riservati. Ogni violazione
accasate con Granduchi di famiglia. Ne restavano Tutti facevano a gara per lasciarli a tuppertù, e lo sull’Adriatico.
sarà perseguita a termini di legge mentre se ne tornava da una gara sportiva aveva pagato colpe non sue.

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LA CONGIURA DEI PAZZI I POPOLI MOSTRUOSI

CANI E GATTI LA BATTAGLIA DI LEGNANO

IL NOME DELLA ROSA CAPELLI E ACCONCIATURE

I RIEVOCATORI I TROVATORI

BIMESTRALE N.4 - E 9.90

VENEZIA CONTRO GENOVA I VERI VICHINGHI DI LOTHBROK

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