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ECHINOPSIS Zucch.

1937
La mia passione per gli Echinopsis risale ai primi anni ’80, allorché ne ricevetti un esemplare in
regalo – in seguito scoprii trattarsi della comune specie oxygona – che ben presto mostrò i suoi
grandi, copiosi, profumati fiori rosati. Ciò destò il mio interesse tanto da indurmi alla ricerca di
queste generose piante e, inevitabilmente, alcuni anni più tardi, ai loro numerosi ibridi. In questo
percorso, tuttavia, non sono stato incoraggiato dagli amici i quali, invece, mi dicevano di dedicarmi
a piante più nobili come Ariocarpus o Atzekium e non ai 'facili' Echinopsis. A questo genere
rimproveravano di avere una forma poco diversificata e una spinagione non importante.
Dimenticavano che i pregi degli Echinopsis risiedono nei fiori e non nel fusto. Ho tirato dritto per la
mia strada che mi ha condotto a mettere insieme una discreta collezione di ibridi, alcuni dei quali
creati da me. Gli hobby sono belli per le gioie che ci danno in conseguenza delle libere scelte che
comportano. Fino a qualche anno fa, chi voleva acquistare questi ibridi poteva rivolgersi all’ISI
(International Succulent Institut), anche on-line, che annualmente pubblicava una lista dei giardini
botanici di Huntington (California) riferita a piante ottenute da Bob Schick. Ora ciò non è più
possibile a causa delle difficoltà intervenute nel rilascio dei permessi all’importazione dagli USA.
Tuttavia, un noto vivaista europeo vende – anche via internet – ibridi di origine tedesca. Le piante
acquistate dichiarano, talvolta, il colore del fiore non sempre attendibile, a causa di possibili scambi
di etichetta o di altri inconvenienti. A mio parere, la via più facile per procurarsi gli E. è quella della
permuta dei getti fra appassionati. Per i principianti non sarà difficile farsene regalare alcuni, vista
la prolificità di queste piante.

Cenni storici

Il genere Echinopsis appartiene alla sottofamiglia Cactoideae, tribù Trichocereeae, comprendente


ora 129 specie, incluso un ibrido naturale, più 14 sottospecie. Trattasi di uno dei più ampi, ma anche
tra i più dibattuti generi in campo tassonomico. Il nome fu coniato nel 1837 da Joseph Zuccarini
rifacendosi alle parole greche echinos (riccio) e opsis (aspetto), a causa della spinagione che queste
straordinarie piante presentano. Britton & Rose, fra il 1919 e il 1923, inserirono 28 specie nel
genere Echinopsis e altre 20 nel genere Lobivia. Successivamente Curt Backeberg individuò sei
nuovi generi di Lobivia che oggi non si ritiene debbano essere tenuti separati da Echinopsis. Nel
1974 Heimo Friedrich fece un approfondito lavoro sui semi, dimostrando che Helianthocereus,
Pseudolobivia, Soehrensia, Trichocereus e Hymenorebutia dovevano essere compresi nel genere
Echinopsis. Nello stesso anno, Gordon Rowley pose l'accento sul fatto che i fiori e i frutti dei molti
generi inclusi in E., non presentano differenze costanti e sempre riconoscibili.L’anno successivo,
Walter Rausch pubblicò un suo lavoro sul genere Lobivia, sostenendo che, dal punto di vista
botanico, non c'erano sufficienti ragioni per considerarlo separato da Echinopsis, Trichocereus e da
alcune Rebutia. Altri ricercatori, fra i quali Mats Hjertson, sostennero che tutto il genere Rebutia
dovesse essere compreso in Echinopsis. Tuttavia l’I.C.S.G. non condivise questa tesi e lasciò il
genere Rebutia separato da Echinopsis. Di certo il genere è alquanto complesso e merita
approfonditi studi nell'ambito del sequenziamento del DNA. Attualmente in E. sono compresi i
generi Lobivia, Pseudolobivia, Trichocereus e Sohrensia.Bob Schick, noto specialista ed esperto
ibridatore, ha studiato gli E. presenti all’Huntington Botanical Gardens di S. Marino (California).
Egli ritiene che tutti i maggiori gruppi siano un sottogenere di Echinopsis in senso lato.Ecco i
gruppi che egli considera, con alcune specie di esempio.Echinopsis in senso latoA - genere
Echinopsis - subg. Echinopsis (es. eyriesii, oxygona; gruppo mamillosa) - subg. Pseudolobivia (es.
gruppo obrepanda, ancistrophora) - subg. subdenudata (nuovo) - subg. Lobivia (es. arachnacantha,
aurea, cinnabarina, haematantha) - subg. Pseudolobivia x Lobivia ibridi (nuovo) (es. calorubra,
rojasii) - subg. gruppo maximiliana (nuovo) - subg. Chamaecereus (chamaecereus, saltensis) B -
genere Trichocereus - subg. Helianthocereus (es. bruchii, formosa, huascha) - subg. Trichocereus
(es. candicans, spachianus, thelegonus) - subg. Trichocereus x Helianthocereus hybrids (nuovo)C -
genere nuovo (es. leucantha, rhodotricha).

Morfologia

Il genere E. proviene dagli Stati centrali e meridionali del Sudamerica, quali Perù, Bolivia, Brasile,
Paraguay, Uruguay e Argentina. Trattasi di piante aventi forme e dimensioni variabili: piccole,
globose, ma che con gli anni possono diventare alte e cilindriche assumendo l’aspetto di veri e
propri alberi. Molte hanno la tendenza all’accestimento, alcune vivono riparate dalle erbe della
prateria, altre in montagna, anche ad altitudini elevate. Quasi tutte presentano fusto verde,
costolature ben disegnate, nette e profonde, a volte tubercolate in prossimità delle areole, per lo più
biancastre, rotonde e lanuginose. Le spine, di diversa lunghezza, forma e colore, poche o
abbondanti, sono ben strutturate. I boccioli sono totalmente ricoperti di una tipica peluria grigia. I
fiori grandi, lunghi anche 15-20 centimetri, imbutiformi, simmetrici in senso radiale, poco duraturi,
a volte profumati, spuntano dall'apice o dai lati, di notte o di giorno, dalla primavera all'estate. I
petali dopo la loro apertura non si dispongono su uno stesso piano, inoltre i numerosi stami, con i
relativi filamenti, formano una specie di anello a gola conica. I tubi fiorali, assai lunghi e privi di
spine, portano squame, setole e peli con una non ben definita o mancante vera camera del nettare.Le
radici sono fascicolate mentre i frutti, rossi o verdi, assumono una forma globosa, ovoidale, spesso
pelosa, costituente una bacca secca o carnosa, deiscente. I semi sono lucidi, globosi, muniti di
verruche.

Coltivazione

Gli E. differiscono per certi aspetti dalla generalità dei cactus. Si evidenzia il potente sistema
fibroso e le vigorose radici per cui non amano i vasi piccoli. Il genere appartiene alle cosiddette
'piante facili', alcune specie come p.es. oxygona, eyriesii, tubiflora sono state così diffuse in Europa
nella prima metà del XIX secolo, che ora sono fra le piante più comuni sui davanzali delle finestre,
anche di coloro che non hanno un particolare interesse per i cacti.Gli E. per quanto non esigenti in
fatto di terriccio prediligono, tuttavia, una composta leggermente acida, sciolta e ben drenata. Può
essere proficuamente usato il normale terriccio per cactacee e cioè 1/3 lapillo vulcanico, 1/3 pomice
o sabbia (aventi tutti all’incirca la grana di 2-4 mm), 1/3 terriccio di faggio o, in mancanza, quello
per azalee e rododendri. Giova l’aggiunta di letame molto maturo e una esposizione soleggiata
d’inverno, con sole estivo filtrato da un telo al 50% e posizione ventilata. Temperatura minima di 4
°C e massima di 38 °C. Tuttavia, se per qualche giorno la temperatura tocca lo zero, ciò non
costituisce un problema per queste piante, a patto che siano tenute rigorosamente asciutte.Abitando
al centro della costa marchigiana, ove gli inverni raramente sono rigidi, io tengo per tutto l’anno gli
E., unitamente agli Echinocereus e ai Ferocactus, su di una lunga balconata esposta a sud-ovest,
protetti dalla pioggia da un ampio cornicione. Per tale motivo non ho mai perduto piante a causa del
gelo, neppure quando sono state imbiancate da sporadiche raffiche di neve.Il freddo e il sole
invernale favoriscono la successiva fioritura primaverile, per tale ragione iniziano a vegetare molto
presto anche se l’eventuale carenza d'acqua potrebbe causare ritardi. Alcune varietà fioriscono una
volta l'anno, altre a più riprese fino al termine dell'estate; a volte una sola pianta è capace di
produrre in contemporanea varie decine di fiori. La durata della fioritura, in genere 4-8 ore, dipende
anche dal calore del giorno. Infatti, più la temperatura è fresca, più i fiori si mantengono. Per
ovviare, almeno in parte, alla durata effimera dei fiori, sono state selezionate alcune cultivar in
grado di prolungare, anche sensibilmente, la fioritura.Le annaffiature, pur tenendo conto
dell’andamento stagionale, si eseguono da marzo a ottobre, lasciando che il terreno asciughi tra
un’irrigazione e l’altra. Durante il grande caldo s’interviene settimanalmente, evitando i ristagni. Si
concima da fine marzo a settembre, ogni due mesi, con concimi a basso titolo di azoto. Assai utile è
la pratica della fertirrigazione che consiste nel concimare tutte le volte che si annaffia, con una
diluizione pari a un quinto di quella normale. Nel caso di prodotti in polvere, la concentrazione
consigliata è dello 0,4 per mille (cioè 4 cc di prodotto ogni 10 litri d’acqua). Particolare attenzione
dovrà essere prestata alla cocciniglia che ama nascondersi fra i polloni e le radici nonché ai
marciumi del colletto causati dalla eccessiva umidità. Un buon sistema è quello di procurarsi un
piccolo compressore portatile ad aria, col quale spazzare via tutti gli insetti nocivi. A causa del
vigoroso sistema radicale, il rinvaso avverrà annualmente a primavera, con un contenitore più
ampio di due centimetri. Il trapianto frequente favorisce il mantenimento in salute del soggetto e
una copiosa fioritura.Un eccesso d’acqua e di calore agevola l’accestimento delle piante e ne riduce
la fioritura. Per tale motivo è preferibile togliere i polloni, a volte già radicati, al fine di ottenere con
rapidità cloni della stessa pianta. In alcuni casi è preferibile lasciare alcuni getti in posizione
strategica, così da creare un bell’insieme in una ciotola. Molte piante, al contrario, non ne vogliono
sapere di emettere polloni, perciò, in caso di estrema necessità, alcuni ricorrono al metodo drastico
di capitozzare il soggetto, così da stimolarlo a emettere nuovi germogli e farli radicare una volta
asportati. Metodo che a me non piace per le menomazioni che genera sulla pianta madre. Alla
moltiplicazione per seme si ricorre, in genere, per ottenere nuove varietà a seguito dell’ibridazione.

Ibridazione

Inizialmente la produzione di ibridi era riservata alle piante agricole e orticole, gradualmente questa
tecnica è stata estesa anche alle piante grasse. Grande sviluppo ha avuto in Giappone negli anni 30-
50 del secolo scorso, la creazione di ibridi di Astrophytum e in USA degli Echinopsis.
Particolarmente per merito di Harry Johnson con la “Paramount hybrids”, le cui creazioni sono state
successivamente riprese e sviluppate da Bob Schick. Oggi gli E. continuano a essere oggetto di
sperimentazione, mediante ibridazione da parte dei giardini botanici, nella incessante ricerca di
sempre nuovi esemplari. Sono state così sviluppate nuove modalità di selezione, avvalendosi anche
di tecniche biometriche, tanto che le piante ora in circolazione sono assai diverse e per lo più ibridi
multigenerazionali delle specie naturali.Tra i metodi riproduttivi volti alla creazione di specie
nuove, l’ibridazione è senz’altro quello maggiormente praticato. Questa tecnica prevede lo scambio
di polline, da depositare sullo stigma di un’altra pianta appartenente alla stessa specie, al fine di
ottenere forme nuove e fiori di diverso colore.Per prima cosa occorre scegliere la pianta-padre, che
dovrà fornire il polline maturo (polverulento), prelevabile dalle antere. Queste, strappate con una
pinzetta, si conservano al buio e al fresco, anche in frigorifero, inserite in una piccola provetta a
chiusura ermetica. In queste condizioni il polline si mantiene per almeno 4-5 giorni. Si sceglie ora la
pianta-madre, col fiore ancora chiuso, prossimo all’apertura, al quale saranno strappati i filamenti
con le antere ancora immature, affinché non si verifichi l’autoimpollinazione. Questa operazione si
compie aprendo delicatamente i petali. Nel momento in cui lo stigma si presenterà ben aperto,
lucido e viscoso, indice di maturità, lo si feconda strofinandovi sopra le antere precedentemente
conservate o, spalmandovi il polline precedentemente conservato, ricorrendo all’aiuto di un
morbido pennellino da ritocco o a un bastoncino cotonato.L’operazione va eseguita,
preferibilmente, di sera e con bassa umidità ambientale. Si copre il fiore con un cappuccio di tulle al
fine di proteggerlo da possibili visite operate dagli insetti. A questo punto non resta che applicare
un’etichetta con i nomi dei genitori e la data dell’operazione. Per esempio: leucantha x
ancistrophora 12.08.14 sta a indicare che la specie leucantha (pianta-madre) ha ricevuto il polline di
ancistrophora (pianta-padre); l’operazione inversa darebbe origine a un ibrido diverso. Questa prima
generazione, di norma, non fornisce fiori eccezionali, bisogna perciò scegliere le piante migliori,
scartare le altre e procedere con successivi incroci. Occorre, anche, osservare che non è possibile
determinare a priori né la forma delle piante, né il colore dei fiori che possono differire anche molto
dai genitori.Se tutto è andato per il verso giusto, ben presto l’ovario della pianta madre comincerà a
ingrossare e costituirà il frutto, mentre gli ovuli diverranno semi. Non mancano, tuttavia, problemi
che possono impedire la formazione dei semi: alcune piante potrebbero produrre polline sterile
oppure i pistilli risultare non ricettivi. Errori potrebbero anche essere stati commessi durante
l’impollinazione. Una delle cause più frequenti d’insuccesso è che spesso i fiori chiamati in causa
non giungono a maturazione nello stesso momento. Perciò è fondamentale la conservazione del
polline, tenendo in debito conto che le alte temperature e l’intensa luce solare ne degradano assai
velocemente le capacità germinative.I frutti impiegano meno di un mese per maturare. Ciò è
facilmente verificabile a causa della deiscenza che fa aprire il frutto in senso longitudinale. La
semina può eseguirsi già in primavera-estate dello stesso anno della fioritura, da effettuarsi in un
miscuglio di sabbia e torba in parti uguali, con l'accortezza di mantenere i vasetti costantemente
umidi, ventilati e ombreggiati per un mese dopo la germinazione. A un anno dalla semina si esegue
il primo rinvaso e a distanza di circa tre-quattro anni le piante sono già in grado di fiorire per la
prima volta. L’incrocio fra Echinopsis a fioritura notturna e Lobivia a fioritura diurna ha dato
origine a colori meravigliosi nelle più svariate sfumature e screziature. Si sono così ottenuti fiori di
colore bianco, avorio, crema, lilla, fucsia, rosa, rosso, arancio e giallo, tutti con varie tonalità. Non
sono infrequenti petali con striature di due o più colori, arricciati, sfumati e a volte profumati.Gli
ibridi presentano, inoltre, il vantaggio di una perfetta acclimatazione, che li portano a resistere a
temperature più basse e a produrre fioriture più abbondanti. La fioritura può avvenire a ripetizione
e, secondo l’andamento stagionale, iniziare verso aprile con flussi mensili fino a settembre e in certi
casi anche oltre.So che ci sono feroci pregiudizi contro gli ibridi da parte di persone che ritengono
questa pratica un’interferenza con la natura. In fondo non si fa altro che compiere quello che la
natura stessa potrebbe fare con tempi assai più lunghi, come dimostra l’ibrido naturale E. x cabrerai.
Non si capisce invece il perché si accetti la stessa tecnica quando si tratti di rose, di iris o di
orchidee al fine di ottenere nuove varietà oppure piante più grandi, più fiorifere o più resistenti.
Tuttavia chi non gradisce gli ibridi può rivolgersi alle Lobivia con speciale riguardo alle specie
kermesina, obrepanda v. purpurea, cardenasiana, famatimensis, grandiflora, haematacantha,
rebutoides, wrightiana, ecc. tutte molto belle.A differenza delle piante propagate per seme, quelle
ottenute da pollone riproducono esattamente il genitore. D’estate si procede alla rimozione del
germoglio, quando questo è abbastanza grande e, magari, ha già emesso radici proprie. Si fa
asciugare per 2-3 giorni la piccola ferita formatasi nel punto di distacco dalla pianta madre, dopo di
che si invasa la talea in terriccio lievemente umido. Nel caso in cui il pollone sia senza radici
proprie, la radicazione può avvenire su sabbia o, ancor meglio, nella pomice con l’accortezza di
mantenere il substrato lievemente umido e possibilmente con calore di fondo. Tuttavia, data la
rusticità del soggetto, questa pratica non è strettamente necessaria.

Fonte: Mario Cecarini, "Piante grasse - Le Cactacee"